Grice
ed Epicoco: l'implicatura conversazionale della religione civile dei romani -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Mesagne). Filosofo
italiano. Grice: “I like Epicoco; he has a way with words – e.g. ‘only the sick
heal.” Is that synthetic a priori?” Grice: “My favourite is Epicoco’s emphasis
on some symbols, like blood, and Canova’s Eros – and ‘l’amore che decide.’
Insegna a San Carlo Borromeo all'Aquila. Altre opere: Vergine Madre figlia del tuo figlio; Itaca
editrice; Jesu dulcis memoria; Itaca editrice; Il grido di Benedetto XVI; con
Michele G. Masciarelli; Tau editrice; Futuro presente. Contributi sull'enciclica
Spe salvi di Benedetto XVI; con Angelo Amato e Paola Bignardi; Tau editrice; L'Immacolata
perfezione. Sentieri in preparazione alla festa dell'Immacolata; Tau
editrice Io vedo il tuo volto. Arte e
liturgia; Tau editrice Ex coelesti
virtute. Miscellanea di studi in onore di S. E. Mons. Giuseppe Molinari nel Suo
50º di Sacerdozio; Tau editrice Etty
Hillesum. Introduzione ad una donna; Tau editrice Piccola introduzione alla Bibbia; Tau
editrice Qualcuno accenda la luce.
Conversazioni sull'Enciclica Lumen Fidei di papa Francesco; Tau editrice Giovanni Paolo II. Ricordi di un papa santo;
con Mons. Piero Marini; Tau editrice La
misericordia ha un volto. Il Giubileo straordinario della Misericordia secondo
papa Francesco; Tau editrice Preghiere
di ogni giorno; Tau editrice Nati per
amare. I giovani raccontano la famiglia; LUP
Solo i malati guariscono. L'umano del (non) credente; San Paolo,
Milano Educare è meglio che curare; Tau
editrice, La malattia è un dono di vita.
Storia di Teresa Ruocco; Tau editrice La
stella, il cammino, il bambino. Il natale del viandante; San Paolo, Milano Quello che sei per me. Parole sull'intimità;
San Paolo, Milano Amen. La Parola che
salva; San Paolo, Milano Sale non miele.
Per una fede che brucia; San Paolo, Milano. Telemaco non si sbagliava. O del
perché la giovinezza non è una malattia; San Paolo, Milano L’amore che decide; Tau editrice, Camminando tra pastori e Re Magi. Trenta
piccole meditazioni e un "quaderno" per la riflessione personale: un
percorso di preparazione al Natale, San Paolo, Cinisello Balsamo, Qualcuno a cui guardare. Per una spiritualità
della testimonianza, Città Nuova, Roma,. Note
A L'Aquila Epicoco diventa il nuovo preside dell’Istituto Superiore
Scienze Religiose, Giovani: don Epicoco (filosofo), “proporre un incontro che
può cambiare la loro vita”, in Servizio Informazione Religiosa, 11 settembre. Intervista a Il Faro di Roma Scheda in Itaca
libri Scheda sito San Paolo Scheda del docente nel sito dell'Università
Pontificia Articolo incarichi
diocesani Intervista a Credere Sito della Parrocchia Universitaria L'Aquila Incarichi nel Sito Ufficiale della Diocesi, su
diocesilaquila. Scheda sul profilo di don Luigi Maria Epicoco Radio Radicale Comunicato stampa Sito Rai Caterpillar Rai Due intervento a NemoNessuno escluso in
prima serata Membri Cavalieri della Luce
Archiviato il 18 gennaio in. Testimonianza nella rivista Credere Roma Sette sul nuovo Messalino edito da San
Paolo Intervista e nuovo libro sul sito
Aleteia La prefazione di Massimo
Recalcati al libro di don Luigi Maria Epicoco
Don Epicoco nuovo preside dell’Issr L’Aquila Conferenza di don Luigi Maria Epicoco a Nizza
il 13 novembre. Wikipedia Ricerca Religione sistema di credenze e attività
umane nei confronti di una o più entità sovrannaturali Lingua Segui Modifica La
religione è un costrutto sociale formato da quell'insieme di credenze, vissuti,
riti che coinvolgono l'essere umano, o una comunità, nell'esperienza di ciò che
viene considerato sacro, in modo speciale con la divinità, oppure è
quell'insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che, nell'insieme, entrano a
far parte di un determinato culto.[1] Alcuni simboli religiosi. Da
sinistra a destra, dall'alto verso il basso: Cristianesimo, ebraismo, induismo,
bahaismo, Islam, Neopaganesimo, Taoismo, Shintoismo, Buddismo, Sikhismo,
Brahmanesimo, Giainismo, Ayyavazhi, Wicca, Templari e Chiesa Nativa Polacca Va
tenuto presente che «il concetto di religione non è definibile astrattamente,
cioè al di fuori di una posizione culturale storicamente determinata e di un
riferimento a determinate formazioni storiche».[1] Lo studio delle
"religioni" è oggetto della "Scienza delle religioni"
mentre lo sviluppo storico delle religioni è oggetto della "Storia delle
religioni". EtimologiaModifica Marco Tullio Cicerone(106
a.C.-43 a.C.), fu il primo autore a proporre un significato etimologico,
collegato all'attenzione verso ciò che riguardava gli dèi, e una definizione
del termine religio. Lattanzio (250-327), apologeta cristiano, criticò
l'etimologia di "religione" proposta da Cicerone, ritenendo che
questo termine dovesse essere riferito al "legame" tra l'uomo e la
divinità. Il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non
è del tutto chiarita[2]. Secondo Cicerone, la parola originerebbe dal
verbo relegere, ossia "ripercorrere" o "rileggere",
intendendo una riconsiderazione diligente di ciò che riguarda il culto degli
dèi[3]: (LA) «qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerent
diligenter retractarent et tamquam relegerent, sunt dicti religiosi ex
relegendo, ut elegantes ex eligendo, diligendo diligentes, ex intelligendo
intelligentes» (IT) «invece coloro che riconsideravano con cura e,
per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dei furono
detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere),
diligente da diligere(prendersi cura di), intelligente da
intelligere(comprendere)» (Cicerone. De natura deorum II, 28; traduzione
in italiano di Cesare Marco Calcante in Cicerone. La natura divina. Milano,
Rizzoli, 2007, pagg. 214-5) Jean Paulhan evidenzia come Lucrezio fece invece
derivare religio dalla radice di re-ligare, nel significato «dei legami che
uniscono gli uomini a certe pratiche»[3] – derivazione che fu poi ritenuta tale
anche da Lattanzio e Servio Mario Onorato (però col significato di «legarsi nei
confronti degli dei»[4]). Secondo Michael von Albrecht, da essa, poiché verbo
contrario all'idea di liberazione, Lucrezio ne derivò il significato negativo,
del quale è: «molto grafica l'espressione religione refrenatus (5, 114), che
rispecchia le inibizioni al pensiero filosofico causate dal paganesimo: l'uomo
è trattenuto, impedito, essendo le sue mani letteralmente "legate dietro
la schiena"». Inoltre «parla spesso dei “nodi stretti” [...]della religio,
dai quali Epicuro avrebbe liberato l'umanità».[5][6] Un significato simile le
aveva attribuito lo storico greco Polibio, dando alla religione, ma con
particolare riguardo alla tradizione e ai costumi dei Romani, il senso di un
instrumentum regni.[7] Nello specifico Lattanzio (250-327)[8], che fu ripreso
anche da Agostino d'Ippona (354-430)[9], correggendo Cicerone, sostiene:
(LA) «Hoc vinculo pietatis obstiicti Deo et religati sumus ; unde ipsa
religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo.»
(IT) «Con questo vincolo di pietà siamo stretti e legati (religati) a
Dio: da ciò prese nome religio, e non secondo l'interpretazione di Cicerone, da
relegendo.» (Lattanzio. Divinae institutiones IV, 28. Traduzione di
Giovanni Filoramo. Le scienze delle religioni. Brescia, Morcelliana, 1997,
pag.286) Così lo studioso Luigi Alici (1950-) mette a confronto la lettura
etimologica offerta da Agostino in De civitate Dei X,3, che si richiama a
Cicerone, con quella di Lattanzio il quale "preferisce insistere sull'idea
primitiva di 'ciò che lega' di fronte agli dèi": «tale legame
sarebbe pure indicato dall'uso simbolico delle vitae, cioè delle bende con cui
si coprivano il capo i sacerdoti» (Luigi Alici. Nota 5 in Agostino. La
città di Dio. Milano, Bompiani, 2004, pag.462) Tuttavia lo storico delle
religioni italiano Enrico Montanari (1942-) osserva che:
«Etimologicamente, religio non deriva da religare('legarsi faccia a faccia con
gli dèi'): questa interpretazione, di fonte cristiana (Lattanzio), fu
attribuita agli antichi, ma sulla base del nuovo culto monoteistico.»
(Enrico Montanari. Roma. Il concetto di "religio" a Roma. In
Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi,
1993, pag.642) Quindi, per Enrico Montanari, l'origine del termine
"religione" è da ricercarsi nella coppia dei termini
religere/relegere intesi come "raccogliere nuovamente",
"rileggere"[10] osservare "con scrupolo e coscienziosità
l'esecuzione di un atto"[11] e quindi eseguire con attenzione l'"atto
religioso". Furono i primi teologi cristiani, nel IV secolo, a rovesciare
il significato originario del termine per collegarlo al nuovo credo[12].
Allo stesso modo osservò Gerardus van der Leeuw(1890-1950) che coniando
l'espressione homo religiosus lo oppose all'homo negligens: «Possiamo
quindi intendere la definizione del giurista Masurio Sabino: religiosum est,
quod propter sanctitatem aliquam remotum ac sepositum a nobis est. Ecco
precisamente in che cosa consiste il sacro. Usargli sempre debiti riguardi: è
questo l'elemento principale della relazione fra l'uomo e lo straordinario.
L'etimologia più verosimile fa derivare la parola religio da relegere,
osservare, stare attenti; homo religiosus è il contrario di homo
negligens.» (Gerardus van der Leeuw. Phanomenologie der Religion (1933).
In italiano: Gerardus van der Leeuw. Fenomenologia della religione. Torino,
Boringhieri, 2002, pag.30) Storia della definizioneModificaOccidenteModifica
Grecia anticaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Religione dell'antica Grecia. Il termine che nella lingua greca
moderna indica la "religione" è θρησκεία (thrēskeia). Tale termine è
collegato a θρησκός (thrēskos; "pio", "timoroso di Dio").
Quindi anche se nella cultura religiosa greco-antica non esisteva un termine
che riassumesse quello che noi intendiamo oggi per "religione"[13],
thrēskeia[14] possedeva tuttavia un ruolo e un significato precisi[15]:
indicava la modalità formale con cui andava celebrato il culto a favore degli
dèi[16]. Scopo del culto religioso greco era infatti quello di mantenere la
concordia con gli dèi: non celebrare loro il culto significava provocarne
l'ira, da qui il "timore della divinità" (θρησκός) che lo stesso
culto provocava in quanto connesso con la dimensione del sacro. Roma
anticaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Religione romana Monaci manichei intenti a copiare testi sacri, con un'iscrizione
in sogdiano (manoscritto da Khocho, Bacino del Tarim). Il manicheismofu una
religione perseguitata, al pari di altre, nell'Impero romano in quanto
contrastava con il mos maiorum. La concezione romana di "religione"
(religio) corrisponde alla cura nei confronti dell'esecuzione del rito a favore
degli dèi, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non risulti
correttamente eseguito[17]. In questo senso i romani collegavano al termine di
"religione" un senso di timore nei confronti della sfera del sacro,
sfera propria del rito e quindi della religione stessa[18]. In un ambito
più aperto i romani accoglievano comunque tutti i riti che non contrastassero
con il mos maiorum dei tradizionali riti religiosi, ovvero con il costume degli
antenati. Quando nuovi riti, e quindi novae religiones, venivano a contrastare
con il mos maiorum questi venivano proibiti: fu il caso, ad esempio e di volta
in volta, delle religioni ebraica, cristiana, manichea e dei riti
bacchanalia[19]. La prima definizione del termine "religione",
ovvero del suo originario termine latino religio, la dobbiamo a Cicerone il
quale nel De inventione così la esprime: (LA) «Religio est, quae
superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque effert»
(IT) «Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione rivolti
ad un essere superiore la cui natura definiamo divina» (Cicerone. De
inventione. II,161) Con l'epicureo Lucrezio (98 a.C.-55 a.C.) si affaccia una
prima critica alla nozione di religione intesa qui come un elemento che
sottomette l'uomo per mezzo della paura e da cui il filosofo deve
liberarsi[20]: «Humana ante oculos foede cum vita iacere / in
terris oppressa gravi sub religione / quae caput a caeli regionibus ostendebat
/ horribili super aspectu mortalibus istans, / primum Graius homo mortalis
tollere contra est / oculos ausus primusque obsistere contra» «La vita umana giaceva sulla terra alla vista
di tutti turpemente schiacciata dall'opprimente religione, che mostrava il capo
dalle regioni celesti, con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali. Un
uomo greco[21] per la prima volta osò levare contro di lei gli occhi mortali, e
per primo resistere contro di lei.» (Lucrezio. De rerum natura I,62-7.
Traduzione di Francesco Giancotti in Lucrezio. La natura. Milano, Garzanti,
2006, pagg. 4-5) (LA) «primum quod magnis doceo de rebus et artis
religionum animum nodis exsolvere pergo»
«prima di tutto in quanto grandi cose insegno, e tento di sciogliere
l'animo dai nodi stretti della religione» (Lucrezio. De rerum natura I,932)
Occidente cristianoModifica Massacre saint Barthelemy di François Dubois
(1529–1584) conservato presso il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna. A
seguito dei massacri provocati dalle Guerre di religione i pensatori francesi
del XVII secolo misero in dubbio la sovrapposizione delle nozioni di civiltà e
religione fino a quel momento in vigore. Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio:Cristianesimo. Ebrei in preghiera il giorno
dello Yom Kippur, opera di Maurycy Gottlieb(1856–1879). Nell'Occidente
cristiano, l'Ebraismo, come l'Islām, verrà indicato come una religione solo a
partire dal XVII secolo. Le prime comunità cristiane non utilizzarono il
termine religio per indicare le proprie credenze e pratiche religiose[22]. Con
il tempo, tuttavia, diffusamente a partire dal IV secolo, il Cristianesimo
adottò tale termine nell'accezione indicata da Lattanzio, individuandone
l'unicità in quanto la "religione" era l'unica via di salvezza per
l'uomo. La relazione tra religio cristiana e quelle dei culti o delle
"filosofie" precedenti fu variamente interpretata dagli esegeti
cristiani. Giustino (II secolo)[23], ma anche Clemente Alessandrino e Origene,
sostennero che partecipando tutti gli uomini al "Verbo" coloro che tra
questi vissero secondo "ragione" erano comunque dei cristiani[24].
Con Tertulliano (III secolo) la prospettiva cambiò e le differenze tra mondo
"antico" e il mondo dopo la "rivelazione" cristiana furono
decisamente accentuate. Con Agostino d'Ippona (354-430), ma già precedentemente
con Basilio, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, il pensiero platonico
rappresentò per i teologi cristiani un esempio della comprensibilità di cosa
fosse la vera "religione"[25]. Rispetto ai significati del
termine "religione" nel mondo cristiano, lo storico delle religioni
svizzero Michel Despland osserva che: «Diventato cristiano l'Impero, si
trovano presso i cristiani tre accezioni della parola. La religione è un ordine
pubblico mantenuto dall'imperatore cristiano che instaura sulla terra la
legislazione voluta da Dio (idea imperiale). Può anche essere l'eros dell'anima
individuale verso Dio (idea mistica). Infine religio può designare la
disciplina propria ai battezzati che hanno fatto voto di perfezione e sono
diventati eremiti o cenobiti (Monachesimo).» (Michel Despland. Religione.
Storia dell'idea in Occidente, in Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques
Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario
delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1539 e segg.) Quindi se
inizialmente il termine "religione" è assegnato esclusivamente agli
ordini religiosi[26], a partire dalla Francia il termine accoglie dapprima
anche quei pellegrini o cavalieri che se ne mostrano degni attraverso il mantenimento
dei loro voti, poi i mercanti onesti e gli sposi fedeli, aprendo così il
termine all'intero mondo laicale che osserva con scrupolo i precetti della
Chiesa. Con la Scolastica la "religione" venne collocata tra le
"virtù morali" inserite nella "giustizia" in quanto essa
rende a Dio l'onore e l'attenzione che gli sono "dovuti" esprimendosi
con atti esteriori, come la liturgia o il voto, ed atti interiori, come la
preghiera o la devozione[27]. Infine il termine "religione"
diviene sinonimo di "civiltà". Con la Riforma protestante a partire
dal XVI secolo il termine "religione" è assegnato a due confessioni
cristiane distinte, e solo con il XVII secolo l'Ebraismo e l'Islām saranno
considerate "religioni"[28]. Le Guerre di religione del XVI
secolo provocarono in Francia l'abbandono dell'idea che il termine
"religione" potesse essere sovrapponibile a quello di civiltà e, ad
incominciare dal XVII secolo, alcuni intellettuali francesi avviarono una
critica serrata al valore stesso della religione[28]. «Vive forze
nazionali si risvegliano e insorgono contro l'adattamento compiuto dopo le
guerre di religione. Da allora la religione è vista come riguardante
un'autorità oppressiva, la fede come una credenza poco ragionevole, anzi quasi
irragionevole. In Francia, le intelligenze cominciano a preferire la civiltà
alla religione. E c'è la tendenza a credere che quanto l'uomo più si
civilizzerà tanto meno sarà incline alla religione.» (Michel Despland.
Op.cit.) Occidente moderno e contemporaneoModifica A partire dal XVII secolo,
la Modernità attribuisce valore supremo alla razionalità affrontando con questo
strumento conoscitivo anche l'alveo della religione che così viene sottoposto
al suo esame. Se da una parte autori come Gottfried Wilhelm von Leibniz
(1645-1716) e Nicolas Malebranche (1638-1715) dopo l'analisi razionale
esaltarono i valori religiosi, altri, come ad esempio John Locke (1632-1704) o
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), utilizzarono la "ragione" per
spogliare la "religione" dei suoi contenuti non giustificabili
razionalmente. Altri autori, come l'irlandese John Toland (1670-1722) o
il francese Voltaire (1694-1778) furono propugnatori del deismo, una lettura
decisamente razionalista della religione. Con David Hume (1711-1776) vi
fu un rifiuto dei contenuti razionali della religione, nell'insieme considerata
un fenomeno del tutto irrazionale, nato dai timori propri dell'uomo nei
confronti dell'universo. Partendo dal giudizio di "irrazionalismo"
della religione, in Occidente, con ad esempio Julien Offray de La Mettrie
(1709-1751) o Claude-Adrien Helvétius(1715-1771), si affacciarono le prime
critiche radicali alla religione che portarono all'affermazione
dell'ateismo. In questo ambito Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789)
giunse a sostenere che: «L'idea di un Dio terribile, raffigurato come un
despota, ha dovuto rendere inevitabilmente malvagi i suoi sudditi. La paura non
crea che schiavi [...] che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o
di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti
castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini,
infelici, rissosi, intolleranti.» (Holbach, Il buon senso, a cura di S.
Timpanaro, Garzanti 1985, p.150) Culture non occidentaliModifica Nelle culture
non occidentali il termine "religione" viene reso con termini che non
hanno la stessa etimologia latina. Così, se in Occidente, fatto salvo la lingua
greca, il termine "religione" ha ovunque origine dal latino religio,
l'etimologia del termine ebraico origina invece da un termine proprio
dell'antico persiano, allo stesso modo l'arabo dove il termine
"religione" origina dall'avestico. Nelle lingue del Subcontinente
indiano invece il termine "religione" viene reso con termini di
origine sanscrita e, in Estremo Oriente, con termini di origine cinese.
Vicino e Medio OrienteModifica In lingua ebraica il termine occidentale
"religione" viene reso come(alfabeto ebraico) traslitterato in
caratteri latini come dath. Tale termine compare alcune volte nel Tanakh, così
nel Libro di Ester Il re ordinò che così fosse fatto. Il decreto (dath) fu
promulgato a Susa. I dieci figli di Amàn furono appesi al palo.» (Libro
di Ester, IX,14) In questo verso (dath) sta per "editto",
"legge", "decreto". L'ebraico dath deriva dall'avestico e
dall'antico persiano dāta[29]. Il termine avestico dāta possiede in
quella lingua sempre il significato di "legge" o di "legge di
Ahura Mazdā"[30], ovvero legge del Dio unico e supremo dello
Zoroastrismo. (AE) «ahmya zaothre baresmanaêca mãthrem speñtem
ashhvarenanghem âyese ýeshti, dâtem vîdôyûm âyese ýeshti, dâtem zarathushtri
âyese ýeshti, darekhãm upayanãm âyese ýeshti, daênãm vanguhîm mâzdayasnîm âyese
ýeshti.» (IT) «Con questo zaothra e baresman desidero questo Yasna
per il generoso Manthra, il più glorioso e lo desidero per Dāta, la Legge, la
più gloriosa, santificata Aša, istituita contro i daēva, e per la legge
insegnata da Zarathuštra. Desidero, questo Yasna, per Upayana, l'antica
tradizione mazdea, e per Daēna, la santa religione mazdea.» (Avestā II,
13. Traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.96) In
lingua araba il termine occidentale "religione" viene reso come دين
(alfabeto arabo) traslitterato in caratteri latini come dīn. Oggi ho
perfezionato la vostra religione ( dīn) compiendo per voi il mio beneficio e ho
scelto per voi l'Islām come religione ( dīn)» (Corano V,3) Il termine
arabo dīn deriva dal medio persiano dēn[31]. In lingua persiana il
termine occidentale "religione" viene reso come دین (alfabeto
arabo-persiano) traslitterato in caratteri latini come dīn. Tale termine deriva
dal termine medio persiano dēnche, a sua volta, deriva dall'avestico daēnā che
in quella antica lingua significa "religione" intesa come splendore,
luminosità di Ahura Mazdā. Daēnā a sua volta proviene, nella medesima lingua,
dalla radice dāy(vedere). (AE) «nivaêdhayemi hañkârayemi mãthrahe
speñtahe ashaonô verezyanguhahe dâtahe vîdaêvahe dâtahe zarathushtrôish
darekhayå upayanayå daênayå vanghuyå mâzdayasnôish» (IT) «Annuncio
e celebro in lode del benefico ed efficace Manthra, ašavan, rivelazione contro
i daēva; rivelazione che viene da Zarathuštra, e in lode di Daēna, la buona
religione mazdea, che ha un'antica Tradizione» (Avestā I, 13. Traduzione
di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.92) Subcontinente
indiano Modifica La bandiera
dell'India. Al centro della bandiera è collocato, raffigurato in blu, il Čakra
di Aśokaovvero il sigillo che compare negli editti promulgati dall'imperatore
indiano Aśoka (304-232 a.C.) e che rappresenta il Dharmačakra, la "Ruota
del Dharma". Nella lingua hindi, la lingua ufficiale e più diffusa
dell'India, il termine occidentale "religione" viene reso come
(alfabeto devanagari) traslitterato in caratteri latini come Dharma. «È
abbastanza difficile trovare un'unica parola nell'area dell'Asia meridionale
che denoti ciò che in italiano è definito "religione", un termine
effettivamente piuttosto vago e dall'ampio raggio semantico. Forse il termine
più appropriato potrebbe essere il sanscrito dharma, traducibile in diversi
modi, tutti pertinenti alle idee e alle pratiche religiose indiane»
(William K. Mahony. Induismo, "Enciclopedia delle Religioni" vol. 9:
"Dharma induista". Milano, Jaca Book, 2006, pag.99) Gianluca Magi
precisa tuttavia che il termine Dharma «è più ampio e complesso di quello
cristiano di religione e, dall'altro, meno giuridico delle attuali concezioni
occidentali di "dovere" o di "norma", poiché privilegia la
consapevolezza e la libertà piuttosto che il concetto di religio od
obbligo» (in Dharma, "Enciclopedia filosofica" vol.3. Milano,
Bompiani. Il termine Dharma è usato nella maggior parte delle religioni di
origine indiana per indicare tali contesti religiosi: Induismo Sanātana
Dharma), Buddhismo Buddha Dharma), Giainismo Jain Dharma) e Sikhismo (Sikh
Dharma). Ma anche per indicare le religioni occidentali come l'Ebraismo
(Dharma ebraico) o il Cristianesimo (Dharma cristiano) Il termine Dharma
deriva dalla radice sanscrita dhṛtraducibile in italiano come "fornire una
base", ovvero come "fondamento della realtà",
"verità", "obbligo morale", "giusto", "come
le cose sono" oppure "come le cose dovrebbero essere". O
guardiani dell'ordine cosmico (Ṛta), o Dei le cui leggi (Dharma) sono sempre
realizzate, voi salite sul vasto carro del cielo più alto; a chi, Mitra e Varuṇa,
mostrate il vostro favore, la pioggia del cielo dona abbondanza di miele»
(Ṛgveda, V 63,1 a-c) Estremo Orientesānjiào yījiào Tre religioni (insegnamenti)
una religione (insegnamento). Confucio (Kǒng Qiū) e Lǎozǐ proteggono il Buddha
Śākyamuni Shìjiāmóuní) infante. Rotolo dipinto su seta, Dinastia Ming
conservato presso il British Museum di Londra. Scrittura oracolare su
ossa, all'origine del carattere cinese
(zǐ, bambino). Il carattere cineseche indica la singola
"religione" è (jiào) e si compone, oltre del carattere (zǐ), del carattere (lǎo, vecchio), il tutto ad indicare
l'insegnamento. In lingua cinese il termine occidentale "religione" viene
reso come , traslitterato in caratteri latini in zōngjiào (Wade-Giles
tsung-chiao). Da questa lingua il termine religione viene così reso nelle altre lingue
estremo-orientali in: lingua giapponese shūkyō; lingua coreana jonggyo lingua vietnamita tôn giáo. In lingua
cinese (jiào) rende anche il khotanesedeśanā, a sua volta resa del sanscrito
deśayati(causativo del verbo di III classe diś: "mostrare",
"assegnare", "esibire", "rivelare") e anche il
sanscritośāsana (insegnamento). Il carattere è formato da (zǐ, bambino, dove la figura
stilizzata è avvolta in fasce e agita le braccia), (lǎo, vecchio). Mentre (zōng) indica "scuola",
"tradizione acclarata", "religione" quindi
"insegnamento di una tradizione acclarata/religione". Il
carattere cinese (zōng) è formato dai
caratteri (mián, tetto di un edificio) e
( shì "altare", oggi nel significato di "mostrare") a sua
volta composto da (altare primitivo) con
ai lati (gocce di sangue o di
libagioni); il tutto a significare "edificio che contiene un
altare". Le singole religioni vengono indicate dal nome che le
caratterizza seguite dal carattere (jiào): Buddhismo (Fójiào da Fó Buddha),
Confucianesimo (Rújiào, da Rú, letterato confuciano), Daoismo (Dàojiào da Dào)
Cristianesimo (Jīdūjiāo da Jīdū Cristo),
Ebraismo ( Yóutàijiào da Yóutài Giuda),
Islām (Yīsīlánjiāo da Yīsīlán Islām). DescrizioneModifica Il dibattito
sulla nozione di religioneModifica La nozione di "religione" è
problematica e dibattuta. Da un punto di vista fenomenologico-religioso
il termine "religione" è collegato alla nozione di sacro:
«Secondo Nathan Söderblom, Rudolf Otto e Mircea Eliade, la religione è per
l'uomo la percezione di un "totalmente Altro"; ciò ha come
conseguenza un'esperienza del sacro che a sua volta dà luogo a un comportamento
sui generis. Questa esperienza, non riconducibile ad altre, caratterizza l'homo
religiosus delle diverse culture storiche dell'umanità. In tale prospettiva,
ogni religione è inseparabile dall'homo religiosus, poiché essa sottende e
traduce la sua Weltanschauung (Georges Dumézil). La religione elabora una spiegazione
del destino umano (Geo Widengren) e conduce a un comportamento che attraverso
miti, riti e simboli attualizza l'esperienza del sacro.» (Julien Ries. Le
origini, le religioni. Milano, Jaca Book, 1992, pagg.7-23) Da un punto di vista
storico-religioso la nozione di "religione" è collegata al suo
esprimersi storico: «Ogni tentativo di definire il concetto di
"religione", circoscrivendo l'area semantica che esso comprende, non
può prescindere dalla constatazione che esso, al pari di altri concetti
fondamentali e generali della storia delle religionie della scienza della
religione, ha una origine storica precisa e suoi peculiari sviluppi, che ne
condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...] Considerata questa prospettiva, la
definizione della "religione" è per sua natura operativa e non reale:
essa, cioè, non persegue lo scopo di cogliere la "realtà" della
religione, ma di definire in modo provvisorio, come work in progress, che cosa
sia "religione" in quelle società e in quelle tradizioni oggetto di
indagine e che si differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai
modi a noi abituali.» (Giovanni Filoramo. Religione in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.620) Da un
punto di vista antropologico-religioso la "religione" corrisponde al
suo modo peculiare di manifestarsi nella cultura: «Le concezioni
religiose si esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni
artistiche che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di
spiegazione del mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento»
(Enrico Comba. Antropologia delle religioni. Un'introduzione. Bari, Laterza,
2008, pag.3) Anche se come evidenzia lo stesso Enrico Comba: «Non è dunque
possibile stabilire un criterio assoluto per distinguere i sistemi religiosi da
quelli non religiosi nel vasto repertorio delle culture umane» (Enrico
Comba. Op.cit. pag.28) Quindi, come notano Carlo Tullio Altan e Marcello
Massenzio, il fenomeno della religione: «come forma specifica della
cultura umana, ovunque presente nella storia e nella geografia, è un fenomeno
estremamente complesso, che va studiato con molteplici procedure, mano a mano
che queste ci vengono offerte dal progresso degli studi delle scienze umane,
senza pretendere di dire mai in proposito l'ultima parola, come accade per un
lavoro che sia costantemente in corso d'opera.» (Carlo Tullio Altan e
Marcello Massenzio. Religioni Simboli Società: Sul fondamento dell'esperienza
religiosa. Milano, Feltrinelli, 1998, pagg. 71-2) Analisi filosoficaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: scienze delle
religioni Natura problematica della definizione di "religione"
Max Weber (1864-1920) sostenne che la definizione di
"religione" si può declinare alla fine della ricerca su di
essa. Leszek Kołakowski(1927-2009) ha osservato che, come per altri
ambiti umanistici, difficilmente si potrà addivenire ad una definizione
condivisa del termine "religione". La definizione moderna del termine
"religione" è problematica e controversa: «Definire la
religione è compito tanto ineludibile quanto improbo. È infatti evidente che,
se una definizione non può prendere il posto di una indagine, quest'ultima non
può avere luogo in assenza di una definizione.» (Giovanni Filoramo.
Op.cit 1993, pag.621) Già Max Weber aveva sostenuto che: «Una definizione
di ciò che la religione 'è' non può trovarsi all'inizio, ma caso mai, alla fine
di un'indagine come quella che segue.» (Max Weber. Economia e società Milano,
Comunità, 1968, pag.411. (prima ed. 1922)) Melford E. Spiro (1920-)[32] e
Benson Saler[33]obiettano in proposito che quando non si definisce l'oggetto di
indagine in modo esplicito si finisce per definirlo in modo implicito. Lo
storico polacco Leszek Kołakowski (1927-2009) rileva invece che:
«Studiando le attività umane nessuno dei concetti di cui disponiamo può essere
definito con assoluta precisione, e, sotto questo aspetto, 'religione' non si
trova in una situazione peggiore di "arte", "società",
"storia", "politica", "scienza",
"linguaggio" e innumerevoli altre parole. Ogni definizione della
religione deve essere fino ad un certo punto, arbitraria, e, per quanto
scrupolosamente tentiamo di far sì che si conformi all'impiego attuale della
parola nel linguaggio comune, molte persone riterranno che la nostra
definizione comprenda troppo o troppo poco.» (Leszek Kołakowski. Se non
esiste Dio. Bologna, Il Mulino, 1997) Le spiegazioni sulla natura e le ragioni
dell'esistenza dei credi religiosi Ulteriori informazioni Questa sezione
sull'argomento religione è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo
le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.
Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872) sosteneva che: la religione consiste
di idee e valori prodotti dagli esseri umani, erroneamente proiettati su forze
e personificazioni divine. Dio sarebbe quindi la costruzione di un Super uomo
(uomo potenziato con attribuiti ideali dati dall'uomo stesso). È una forma di
alienazione (che non ha lo stesso significato attribuito da Marx), in quanto la
religione estranea l'uomo da sé stesso facendogli credere di non essere in
prima persona: l'uomo è sottomesso da sé stesso. La religione si trova ad
essere dunque un rifugio dell'uomo di fronte alla durezza della realtà
quotidiana. Karl Marx (1818-1883) affermò che: la Religione è «il gemito
della creatura oppressa, l'animo di un mondo senza cuore, così come è lo
spirito d'una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l'oppio dei
popoli»[34]. Secondo l'ottica di Max Weber (1864-1920): le Religioni
mondiali sarebbero capaci di raccogliere vaste masse di credenti e di
influenzare il corso della storia universale. Weber non crede che la religione
sia una forza conservatrice (Karl Marx), bensì crede che essa possa provocare
enormi trasformazioni sociali: La religione influisce sulla vita sociale ed
economica. Il Puritanesimo e il protestantesimo, ad esempio, furono all'origine
del modo di pensare capitalistico. Ne ”L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo” Weber discusse ampiamente l'influenza del cristianesimo sulla
storia dell'Occidente moderno. Weber scoprì che effettivamente alcune religioni
sono caratterizzate da un ascetismo ultramondano, che privilegia la fuga dai
problemi terreni, distogliendo gli sforzi dallo sviluppo economico. Il
cristianesimo sarebbe una religione di salvezza per Weber, poiché è incentrata
sulla convinzione che gli esseri umani possano essere salvati purché scelgano
la fede e seguano le sue prescrizioni morali. Le religioni di salvezza
presentano un aspetto rivoluzionario perché sono caratterizzate da un ascetismo
intramondano, cioè uno spirito religioso che privilegia la condotta virtuosa in
questo mondo. Le religioni asiatiche invece avevano un atteggiamento di
passività rispetto all'esistente. Tra le riflessioni contemporanee,
particolarmente interessante è la spiegazione del fenomeno religioso proposta
da Marcel Gauchet a iniziare dall'opera del 1985 Il Disincanto del mondo[35]:
secondo lo storico-filosofo francese, la religione non è né una tensione
individuale verso il trascendente, né una costruzione funzionale alla
giustificazione del potere. La religione va invece intesa, in una prospettiva
storica e antropologica, come maniera particolare di strutturazione dello
spazio sociale e umano. In particolare la forma più pura di religione è da
rintracciare negli animismi che caratterizzano quelle società che Pierre
Clastres definisce “contro lo Stato”. Nelle società di questo tipo, la legge
viene cioè fatta risalire a un tempo e a forze assolutamente altre rispetto al
presente e nessun membro della società può quindi rivendicare un rapporto
privilegiato con il trascendente. La nascita di un'istanza separata del potere
è indisgiungibile da una trasformazione della religione: dopo tali
trasformazioni, il mondo terreno e la realtà trascendente entrano in rapporto.
La religione, che nella sua forma più pura era un disinnescamento totale
dell'instabilità sociale, una rimozione assoluta della divisione attraverso
l'assolutizzazione della separazione terreno/trascendente, si apre a quella che
Gauchet definisce l'uscita dalla religione. Alcuni termini classificatori
e descrittivi delle religioniModifica Edward Burnett Tylor introdusse,
nel 1871, la nozione di "animismo". Il teologo calvinista
svizzero Pierre Viret (1511-1571) che, nel suo Instruction chrétienne del 1564
introdusse il termine "deismo". Friedrich Schelling nel 1842
introdusse per primo il termine "enoteismo" poi ripreso e diffuso
dall'indologo Friedrich Max Müller (1823-1900). John Toland(1670-1722)
nel suo Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705) utilizzò per primo la
nozione di "panteismo". AnimismoModifica "Animismo"
(dall'inglese animism, a sua volta dal latino anĭma) è il termine introdotto
nello studio delle religioni primitive dall'antropologo inglese Edward Burnett
Tylor (1832-1917) che, nel 1871 nel suo Primitive Culture: Researches into the
Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, lo
utilizzò per indicare quella prima forma di credenza spirituale
("anima" o "forza vitale") che viene riscontrata in oggetti
o luoghi. In tal senso la teoria di Tylor si opponeva a quella di Herbert
Spencer(1820-1903) che invece poneva nell'ateismo le convinzioni degli uomini
primitivi[36]. La teoria "animistica", già messa in discussione
da Marcel Mauss (1872-1950) e da James Frazer (1854-1941), è rifiutata oggi
dalla maggior parte degli antropologi. Tuttavia, come nota Jacques
Vidal[37] «in mancanza di altre espressioni l'uso del termine rimane
frequente.» Carlo Prandi[38] nota anche come tale termine venga
utilizzato per indicare le credenze religiose dell'Africa subsahariana, quelle
afrobrasiliane e quelle attinenti alle culture dell'Oceania.
AteismoModifica Esistono religioni atee, per considerarle tali prevale la
definizione legata al culto piuttosto che al sacro, e l'interpretazione
strettamente etimologica su quella abituale di "atteggiamento
antireligioso".[39]. Nel 1993 durante i lavori del Parlamento Mondiale
delle Religioni (PoWR) i buddisti, guidati dal Dalai Lama, protestarono contro
l’uso del termine Dio che essi rifiutano, concordando solo su quello di Realtà
suprema[40]. DeismoModifica Il termine "Deismo" (dal francese
déisme, a sua volta dal latino deus[41]) fu coniato dal teologo calvinista
svizzero di lingua francese Pierre Viret (1511-1571) che nella sua Instruction
chrétienne (Ginevra, 1564) lo utilizzò per indicare un gruppo che si opponeva
agli "ateisti", ma Viret descrisse questo "gruppo" come di
coloro che pur credendo in un Dio unico e creatore rigettavano la fede in Gesù
Cristo. Il poeta inglese John Dryden (1631-1700), in Religio Laici del
1682 definì il "Deismo" come la credenza in un Dio creatore rifiutando
qualsivoglia dottrina propugnata dalla tradizione e dalla rivelazione.
Con la pubblicazione del Dictionnaire historique et critique (Rotterdam, 1697)
di Pierre Bayle (1647-1706), che riprese la nozione di Déisme (s.v.
"Viret"), il termine si diffuse ampiamente nella cultura
europea. Tuttavia il significato di "Deismo" ha posseduto, di
volta in volta, connotazioni diverse. Allen W. Wood[42]ne ha identificate
quattro: credenza in un Essere supremo privo di tutti gli attributi di
personalità (come intelletto e volontà); credenza in un Dio, ma rifiuto di
qualsiasi cura provvidenziale da parte di questi per il mondo; fede in un Dio,
ma negazione di ogni vita futura; credenza in un Dio, ma rifiuto di tutti gli
altri articoli di fede religiosa. Molti filosofi e scienziati, per lo più
illuministi del Settecento, sostennero tali posizioni; varianti
istituzionalizzate del "Deismo" sono il Culto dell'Essere supremo
durante la Rivoluzione francese e la spiritualità della Massoneria.
EnoteismoModifica "Enoteismo" (dal tedesco henotheismus, a sua volta
dal greco εἷς eîs + θεός theós "un dio") fu il termine coniato dal
Friedrich Schelling (1775-1854) in Philosophie der Mythologie und der
Offenbarung(1842) per indicare un "monoteismo " rudimentale sorto
durante la preistoria della coscienza e precedente al "monoteismo
evoluto" e al politeismo. In questo senso il termine si presenta simile a
quello di Urmonotheimus ovvero "monoteismo primordiale" elaborato nel
1912 dall'antropologo e sacerdote Wilhelm Schmidt. Successivamente,
l'indologo tedesco Friedrich Max Müller (1823-1900) utilizzò questo termine[43]
per indicare una pratica propria del Ṛgveda consistente nell'isolare una
divinità rispetto alle altre durante le invocazioni rituali. Nel suo
significato storico-religioso, "enoteismo" occorre ad indicare quella
forma di culto per cui una divinità viene, durante il rito, momentaneamente
isolata e privilegiata rispetto alle altre, assurgendo così a divinità
principale. MonoteismoModifica Il termine Monoteismo (neologismo greco,
dal grecoμόνος, mónos = unico, solo e θεός theós = dio) caratterizza quelle
religioni che propugnano l'esistenza di una singola divinità. André
Lalande (1867-1963) ha così descritto, nel suo Vocabulaire technique et
critique de la philosophie, revu par MM. les membres et correspondants de la
Société française de philosophie et publié, avec leurs corrections et
observations par André Lalande, membre de l'Institut, professeur à la Sorbonne,
secrétaire général de la Société (2 volumi) Parigi, 1927, il termine
"monoteismo": «Dottrina filosofica o religiosa che ammette un
solo Dio, distinto dal mondo» Il tema, controverso, è quali possano
essere le religioni ascrivibili a questo contesto. Dopo una disamina di tale
problema, Paolo Scarpi così chiosa: «In questa prospettiva, pertanto
conviene limitare l'uso del termine monoteismo alle forme religiose che
storicamente si sono affermate come tali e che hanno elaborato una speculazione
teologica finalizzata alla dimostrazione dell'unicità di Dio» Intendendo
in questa prospettiva sostanzialmente l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islām.
Di tutt'altro avviso è invece, ad esempio, Theodore M. Ludwig che nella
Encyclopedia of Religion nata dal progetto internazionale proposto da Mircea
Eliade include, sia nell'edizione del 1987 che nella seconda edizione del 2005,
nella voce Monotheism[44], altre religioni oltre quelle qui sopra citate come
lo Zoroastrismo, la Religione greca nella forma di alcuni culti e nel pensiero
di alcuni teologi greci, la Religione egizia del culto di Aton, il Buddhismo nella
forma della Terra Pura, l'Induismo in alcune sue particolari manifestazioni e
il Sikhismo. PanteismoModifica Il termine Panteismo (dall'inglese
pantheism a sua volta dal greco παν pan + θεός theós = tutto Dio) letteralmente
significa "tutto è Dio". Tale termine fu derivato da analogo termine,
pantheistic, utilizzato dal filosofo irlandese John Toland (1670-1722) nel suo
Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705), ed ebbe larga diffusione in
Europa durante le polemiche inerenti al Deismo. Oggi il termine
"Panteismo" occorre come termine tecnico-descrittivo per individuare
quei credi religiosi, o filosofico-religiosi, che individuano una divinità che
abbraccia ogni cosa, ovvero Dio che compenetra ogni aspetto e luogo
dell'universo rendendo così sacro ogni aspetto dell'esistente, anche quello
naturale[45]. Sono imparentati ad esso i termini di "panenteismo",
termine coniato nel 1828 da Karl Krause per indicare una visione in cui Dio è
sia immanente che trascendente. e di "monismo", genericamente ogni
dottrina unitaria che presuppone un'unica sostanza, nella fattispecie la
concezione di un unico Dio impersonale ed ozioso [46]. PoliteismoModifica
Il termine "politeismo" è attestato nelle lingue moderne per la prima
volta nella lingua francese (polythéisme) a partire dal XVI secolo[47]. Il
termine polythéisme fu coniato dal giurista e filosofo francese Jean Bodin, e
quindi utilizzato per la prima volta nel suo De la démonomanie des sorciers
(Parigi, 1580), per poi finire nei dizionari come il Dictionnaire universel
françois et latin (Nancy 1740), il Dictionnaire philosophique di Voltaire
(Londra 1764) e, l'Encyclopédie di D'Alembert e Diredot (seconda metà del XVIII
secolo), la cui voce polytheisme è curata dallo stesso Voltaire. Utilizzato in
ambito teologico in opposizione a quello di "monoteismo"; entra nella
lingua italiana nel XVIII secolo[48]. Il termine polythéisme, quindi
"politeismo", è formato da termini derivati dal greco antico: πολύς
(polys) + θεοί (theoi) ad indicare "molti dèi"; quindi da polytheia,
termine coniato dal filosofo giudaico di lingua greca Filone di Alessandria (20
a.C.-50 d.C.) per indicare la differenza tra l'unicità di Dio nell'Ebraismo
rispetto alla nozione pluralistica dello stesso propria delle religioni
antiche[49], tale termine fu poi ripreso dagli scrittori cristiani (ad esempio
da Origene in Contra Celsum). Tale termine indica quelle religioni che
ammettono l'esistenza di più dèi a cui destinare i culti. Non vi rientra
pertanto il Dualismo, che nella versione classica del Manicheismo vede il mondo
retto da due principi opposti in lotta tra loro, il Male e il Bene,
quest'ultimo destinato a trionfare alla fine dei giorni. Il termine Dualismo
viene inoltre esteso ad eresie quali gli Gnostici e i Catari, che nell'esaltare
la figura del male distinguono nettamente tra spirito e materia, ma trattandosi
di Cristiani, per quanto borderline, vanno inclusi tra i Monoteisti.
Religioni (in ordine alfabetico) con maggior numero di fedeliModifica
BuddhismoModifica Il Buddhismo nel mondo Il Buddhismo è una religione che
comprende una varietà di tradizioni, credenze e pratiche, in gran parte basata
sugli insegnamenti attribuiti a Siddhārtha Gautama, vissuto nel Nepal intorno
al VI secolo a.C., comunemente appellato come il Buddha, ossia "il
Risvegliato". Le numerose scuole dottrinarie afferenti a questa
religione si fondano e si differenziano in base alle raccolte scritturali
riportate nei Canoni buddhisti e agli insegnamenti tradizionali trasmessi
all'interno delle stesse scuole. Le due grandi differenziazioni
all'interno del Buddhismo riguardano le correnti Theravāda, presente
prevalentemente in Sri Lanka, Thailandia, Cambogia, Myanmar e Laos, e Mahāyāna,
presente invece prevalentemente in Cina, Tibet, Giappone, Corea, Vietnam e
Mongolia. CristianesimoModifica I cristiani nel mondo per nazione
Il Cristianesimo è la religione più diffusa nel mondo, in particolare in
Occidente (Europa, Americhe, Oceania). Le forme storiche del cristianesimo sono
molteplici, ma è possibile indicare quattro principali suddivisioni: il
Cattolicesimo, il Protestantesimo, l'Ortodossia e l'Anglicanesimo. Oltre a
queste quattro suddivisioni, esistono alcuni credi che si riallacciano al
Cristianesimo ma non sono classificati nelle quattro categorie principali, tra
cui Mormonismo e i Testimoni di Geova. Tutte queste tradizioni cristiane
riconoscono, seppure con piccole varianti, che il loro fondatore, Gesù di
Nazaret, è il Figlio di Dio, e lo riconoscono come Signore. Credono altresì, a
parte i Testimoni di Geova, i Mormoni e i Protestanti Unitari, che Dio è uno in
tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Inoltre, tenendo
presente che la Bibbia protestante ha 7 libri in meno della Bibbia cattolica,
considerano la Bibbia un testo ispirato da Dio. La Bibbia dei cristiani è
composta dall'Antico Testamento, il quale corrisponde alla Septuaginta,
versione e adattamento in lingua greca della Bibbia ebraica con l'aggiunta di
ulteriori libri[50], e dal Nuovo Testamento: quest'ultimo ruota interamente sulla
figura di Gesù Cristo e del suo "lieto annuncio" (Vangelo).
InduismoModifica Induismo nel mondo L'Induismo è un insieme di dottrine,
credenze e pratiche religiose e filosofico-religiose che hanno avuto origine in
India, luogo dove risiede la maggioranza dei suoi fedeli. Secondo la
tradizione, questa religione è eterna (Sanātana dharma, religione eterna) non
avendo né un principio né una fine. L'Induismo fa riferimento ad un
insieme di testi sacriche per tradizione suddivide in Śruti e in Smṛti. Tra
questi testi occorre ricordare in particolar modo i Veda, le Upaniṣad e la
Bhagavadgītā. IslamModifica Presenza musulmana nel mondo L'Islam è
la più recente delle tre principali religioni monoteiste originarie del Vicino
Oriente. Ha come principale riferimento il Corano considerato libro sacro. Il
testo in lingua araba, una raccolta di predicazioni orali, è relativamente
breve rispetto ai testi sacri ebraici o indù. Il termine Islam significa
letteralmente "sottomissione", intesa come fedeltà alla parola di
Dio. L'Islam condivide con l'Ebraismo e il Cristianesimo gran parte della
tradizione dell'Antico Testamento, legittimando il riferimento biblicosecondo
cui Isacco (progenitore degli israeliti) e Ismaele (progenitore degli arabi)
erano entrambi figli di Abramo. Riconosce la vita e le opere di Gesùritenendolo
però un profeta. La figura di riferimento dell'Islam è Muhammad (Maometto),
vissuto nel VII secolo nella penisola arabica, di cui la Sunna raccoglie gli
aneddoti. Le due suddivisioni principali di questa religione sono l'Islam
sunnita e l'Islam sciita. Altre religioniModifica Altre importanti
religioni, diffuse soprattutto in Asiasono: Animismo Bahá'í
Confucianesimo Culti sincretici africani Ebraismo Ermetismo Esoterismo
Giainismo Gnosticismo Manicheismo Mitraismo Shintoismo Sikhismo Taoismo
Zoroastrismo Nuovi movimenti religiosiModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Nuovo movimento religioso. Bambini di Dio Chiesa
dell'unificazione Meditazione trascendentale Movimento raeliano Neopaganesimo
Organizzazione Sathya Sai Pastafarianesimo Rajneeshismo Rastafarianesimo Sahaja
Yoga Scientology Testimoni di Geova Wicca NoteModifica ^ a b Religione, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 6 settembre 2020. ^ Sull'etimologia di "religio" si
possono vedere gli studi di Huguette Fugier, Recherches sur l'expression du
sacré dans la langue latine, Saint-Amand, Ch.A. Bedy, 1963, pp. 172-179 e Godo
Lieberg, "Considerazioni sull'etimologia e sul significato di
religio", Rivista di Filologia Classica, (102) 1974, pp. 34-57. ^ a b Jean
Paulhan, Il segreto delle parole, a cura di Paolo Bagni, postfazione di Adriano
Marchetti, Firenze, Alinea editrice, 1999, p. 45, ISBN 88-8125-300-3. ^ ««le
fait de se lier vis-à-vis des dieux», symbolisé par l'emploi des uittæ et des
στέμματα dans le culte.» (( FR ) Alfred Ernout e Antoine Meillet,
Dictionnaire étymologique de la langue latine - Histoire des mots ( PDF ),
ristampa della IV edizione, in nuovo formato, aggiornata e corretta da Jacques
André (1985), Parigi, Klincksieck, 2001 [1932] , p. 569, ISBN
2-252-03359-2. URL consultato il 24 luglio 2013.) ^ Michael von Albrecht,
Terror et pavor: politica e religione in Lucrezio ( PDF ), su basnico.files.wordpress.com,
ETS, 2005, 238-239. URL consultato il 5 giugno 2017. ^ cfr. anche ( EN ) Robert
Schilling, The Roman Religion, in Claas Jouco Bleeker e Geo Widengren (a cura
di), Historia Religionum I - Religions of the Past, vol. 1, 2ª ed., Leiden, E.
J. Brill, 1988 [1969] , p. 443, ISBN 978-90-04-08928-0. URL
consultato il 5 giugno 2017. ^ Polibio, Storie, VI 56. ^ Concetta Aloe Spada,
“L’uso di religio e religiones nella polemica antipagana de Lattanzio”, in Ugo
Bianchi (ed.), The Notion of «Religion» in Comparative Research. Roma: 'L'Erma'
di Bretschneider, 1994, pp. 459-463. ^ Retractationes I, 13. Anche se in De
civitate DeiX,3 Agostino segue invece l'etimologia offerta da Cicerone:
«Eleggendo quindi Dio, o piuttosto rieleggendolo (da cui verrebbe il termine
religione) avendolo perduto per nostra negligenza» (Agostino. La città di
Dio. Milano, Bompiani, 2004, pag.462) ^ Cfr. anche Giovanni Filoramo. Che cos'è
la religione. Torino, Einaudi, 2004, pag.81-2. ^ Giovanni Filoramo. Op.cit.
1993. ^ Giovanni Filoramo. Op.cit. 2004 pag.82 nota 2; Op.cit. 1993, pag. 624;
Le scienze delle religioni. Brescia, Morcelliana, 1997, pag.286 ^ Cfr., ad
esempio, Paolo Scarpi. Grecia (religione) in Dizionario delle religioni (a cura
di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 350. ^ Dialetto ionico. ^
Questo tuttavia al di fuori del dialetto attico, cfr. in tal senso e per una
più approfondita disamina dei termini Walter Burkert, La creazione del sacro,
pp. 491 e sgg. ^ «Tutti questi dati si intrecciano e completano la nozione che
la parola thrēskeia evoca di per sé stessa: quella di 'osservanza, regola della
pratica religiosa'. La parola si ricollega a un tema verbale che denota
l'attenzione al rito, la preoccupazione di restare fedeli a una regola.» Émile
Benveniste. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, voll. II. Torino,
Einaudi, 1976, p.487. ^ «Per i Romani religio stava a indicare una serie di
precetti e di proibizioni e, in senso lato, precisione, rigida osservanza,
sollecitudine, venerazione e timore degli dèi.» (Mircea Eliade. Religione
in Enciclopedia del novecento. Istituto enciclopedico italiano, 1982, pag.121)
^ Enrico Montanari. Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo).
Torino, Einaudi, 1993, pag. 642-4 ^ Enrico Montanari. Op.cit., pag. 642-4 ^ Va
precisato tuttavia che gli epicurei non negavano l'esistenza delle divinità
quanto piuttosto affermavano la loro lontananza e il loro disinteresse nei
confronti degli uomini. ^ Si riferisce ad Epicuro. ^ Michel Despland.
Religione. Storia dell'idea in Occidente, in Dictionnaire des Religions (a cura
di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano:
Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1539 e segg. ^ I
Apologeticum XLVI, 3 e 4. ^ Tra questi Giustino cita esplicitamente Socrateed
Eraclito: «Coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se
sono stati considerati atei, come, tra i Greci, Socrate ed Eraclito, ad altri
simili, e tra i barbari, Abramo, Anania, Azaria, Misael, Elia, e molti altri
ancora, dei quali ora non elenchiamo le opere e i nomi, sapendo che sarebbe
troppo lungo. Di conseguenza coloro che hanno vissuto prima di Cristo, ma non
secondo il Logos, sono stati malvagi, nemici di Cristo e assassini di quelli
che vivevano secondo il Logos; al contrario coloro, quelli che hanno vissuto e
vivono secondo il Logos sono cristiani, non soggetti a paure e
turbamenti» (Giustino. Apologia I, 47,3 e 4. Traduzione di Giuseppe
Girgenti in Giustino Apologie. Milano, Rusconi, 1995, pagg. 125-7) . ^ Cfr. a
titolo esemplificativo Agostino d'Ippona. De vera religione 1-3. ^ «Nel XIII
sec. una religione è un Ordine religioso» (Michel Despland. Op.cit..) ^
Antonin-Dalmace Sertillanges. La philosophie morale de saint Thomas d'Aquin.
Parigi, 1947. ^ a b Michel Despland. Op.cit.. ^ F. Brown, S. R. Driver, Ch. A.
Briggs. A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament. Oxford, Clarendon
Press, 1968 ^ Dāta' nella Encyclopædia Iranica. ^ «DlN, I. Definition and
general notion. It is usual to emphasize three distinct senses of din: (i)
judgment, retribution; (2) custom, sage; (3) religion. The first refers to the
Hebraeo-Aramaic root, the second to the Arabic root ddna, dayn (debt, money
owing), the third to the Pehlevi dēn(revelation, religion). This third
etymology has been exploited by Noldeke and Vollers.» (Louis Gardet.
Encyclopedia of Islam, vol.2. Leiden, Brill, 1991, pag.253) ^ Melford E. Spiro.
Religion: problems of definition and explanation, in M. Banton (a cura di)
Anthropological Approaches to the study of Religion. London, Tavistock, 1966,
pag. 90-1. ^ Benson Saler. Conceptualizing Religion: Immanent Anthropologist,
Trascendent Natives, and Unbounded Categories. Leiden, Brill, 1993, pagg. 28-9.
^ Karl Marx, "Introduzione" alla Critica della filosofia hegeliana
del diritto pubblico, in Opere filosofiche giovanili, Torino, Einaudi 1969. ^
(traduzione italiana Einaudi 1992) ^ Kees W. Bolle. Animism and Animatism.
Encyclopedia of Religion vo.1. NY, Macmillan, 2005 (1987) pagg. 362 e segg. ^
Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses
universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni.
Milano, Mondadori, 2007, pag. 60. ^ Carlo Prandi. Dizionario delle religioni (a
cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.37 ^ Giancarlo Bascone,
Manualetto di storia religiosa: introduzione ^ Hans Küng, Ciò che credo,
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Manuale di Scienze della religione, Brescia, Morcelliana, 2019. Voci
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Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), su cesnur.org. Controllo di
autoritàThesaurus BNCF 7544 · LCCN( EN ) sh85112549 · GND ( DE ) 4049396-9 ·BNE
( ES ) XX524493 (data) · BNF( FR ) cb11963568t (data) · J9U( EN , HE )
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popolo romano Storia delle religioni Dio entità divina, essere supremo e
oggetto di fede Wikipedia Il contenutoWikipedia Ricerca Religione romana
credenze del popolo romano Lingua Segui Modifica La religione romana è
l'insieme dei fenomeni religiosi propri dell'antica Roma considerati nel loro
evolvere come varietà di culti, questi correlati allo sviluppo politico e
sociale della città e del suo popolo[1][2]. Giove Tonante in una
scultura risalente al 100 a.C. circa. Le origini della città, e quindi della
storia e della religione di Roma, sono controverse. Recentemente l'archeologo
italiano Andrea Carandini[3] sembrerebbe aver quantomeno dimostrato di poter
datare l'origine di Roma all'VIII secolo a.C., saldando quindi le sue
conclusioni, basate sugli scavi da lui condotti nella zona del Palatino, all'età
di fondazione stabilita dal racconto tradizionale[4][5]. Le origini della
religione romana vanno individuate nei culti dei popoli pre-indoeuropei
stanziati in Italia[6], nelle tradizioni religiose dei popoli indoeuropei[7]
che, probabilmente a partire dal XV secolo a.C.[8], migrarono nella penisola,
nelle civiltà etrusca[9] e della Grecia[10] e nelle influenze delle civiltà del
Vicino Oriente occorse lungo i secoli. La religione romana cessò di
essere la religione "ufficiale" all'interno dell'Impero romano con
l'editto di Tessalonica e i successivi editti promulgati a partire dal 380
dall'imperatore romano convertito al cristianesimo Teodosio I[11], il quale
proibì e perseguitò tutti i culti non cristiani professati nell'Impero,
soprattutto quelli pagani[12]. Precedentemente (362-363) c'era stato il vano
tentativo dell'imperatore Giuliano di riformare la religione pagana per
contrapporla efficacemente al cristianesimo, ormai ampiamente diffuso.
Una religione civile L'espressione "religione romana" è di conio
moderno. Il termine italiano "religione" possiede tuttavia la sua
chiara etimologia nel termine latino religio ma, nel caso del termine latino,
esso esprime una nozione circoscritta alla cura nei confronti dell'esecuzione
del rito a favore degli dei, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non
risulti correttamente eseguito[13], e in questo senso i Romani collegavano al
termine religioil vissuto di timore nei confronti della sfera del sacro, sfera
propria del rito e quindi della religione stessa[14]: (LA) «Religio
est, quae superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque
effert» (IT) «Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la
venerazione rivolte a un essere superiore la cui natura definiamo divina»
(Cicerone, De inventione. II,161) Pertanto, l'integrità e la prosperità di Roma
(monarchica, repubblicana, imperiale) erano la finalità dello Stato e, a questo
scopo, doveri civili e religiosi coincidevano: lo Stato si è attribuito il
diritto di stabilire e specificare qual è il sacro e pertanto la religione
romana è una religione civica, una religione che ha carattere pubblico e, di
conseguenza, nella organizzazione istituzionale di Roma è presente anche un
apparato religioso"[15]. La nozione moderna di
"religione" è invece più complessa e problematica[16] andando a
coprire un più ampio spettro di significati: «Le concezioni religiose si
esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni artistiche
che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di spiegazione del
mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento» (Enrico Comba,
Antropologia delle religioni. Un'introduzione. Bari, Laterza, 2008, p. 3)
Precisare la differenza di "contenuto" tra il termine latino religio
e quello di uso comune e moderno di "religione" rende conto della
caratteristica unica dei contenuti religiosi del vivere romano: «La
religione romana (o più in generale greco-romana) può essere caratterizzata da
due elementi: è una religione sociale ed è una religione fatta di atti di
culto. Religione sociale, essa è praticata dall'uomo in quanto membro di una
comunità e non in quanto singolo individuo, persona; è squisitamente una
religione di partecipazione e nient'altro che questo. Il luogo dove si esercita
la vita religiosa del romano è la famiglia, l'associazione professionale o di
culto, e soprattutto, la comunità politica.» (John Scheid, La religione a
Roma. Bari, Laterza, 1983, p. 8) Ne consegue che per i Romani la religio non
aveva molto a che fare con quello che noi indichiamo come credenza religiosa
individuale in quanto è lo Stato a essere il tramite tra l'individuo e la
divinità[17]: «L'atteggiamento religioso del romano va [...] distinto dal
sistema della fede. Religio non equivale a credo.» (Robert Schilling,
Rites, Cultes, Dieux de Rome. Parigi, Klincksieck, 1979, p.74; cit. in John
Scheid, Op.cit., p. 8) Il sentimento religioso romano (pietas) verte dunque
nella forte volontà di garantire il successo alla respublica mediante la
scrupolosa osservanza della religio, dei suoi culti, dei suoi riti, della sua
tradizione, osservanza che consente di ottenere il favore degli dei e garantire
la pax deum (pax deorum)[18]. Tale concordia con gli dei determinata dalla
scrupolosa osservanza della religio e dei suoi riti è testimoniata, per i Romani,
dal successo di Roma nei confronti delle altre città e nel mondo.
(LA) «...sed pietate ac religione atque una sapientia, quod deorum numine
omnia regi gubernarique perspeximus, omnes gentes nationesque
superavimus.» (IT) «... ma è nel sentimento religioso e
nell'osservanza del culto e pure in questa saggezza eccezionale che ci ha fatto
intendere appieno che tutto è retto e governato dalla volontà divina, che noi
abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni.» (Cicerone, De
haruspicum responso, 9; traduzione di Giovanni Bellardi, in Cicerone, Le
orazioni vol. III, Torino, UTET, 1975, pp. 302-305) Il che fa concludere a
Cicerone: (LA) «Et si conferre volumus nostra cum externis, ceteris
rebus aut pares aut etiam inferiores reperiemur, religione, id est cultu
deorum, multo superiores.» (IT) «E se vogliamo confrontare la
nostra cultura con quella delle popolazioni straniere, risulterà che siamo
uguali o anche inferiori sotto ogni altro aspetto, ma che siamo molto superiori
per quello che concerne la religione, cioè il culto degli dei.»
(Cicerone, De natura deorum. II, 8; traduzione di Cesare Marco Calcante.
Milano, Rizzoli, 2007, pp. 156-7) La "mitologia" romana: le fabulae La
nozione di "sacro" (sakros) nella cultura romana Lapis niger stele (modificato).JPG
Qui sopra il cippo del Lapis Niger risalente al VI secolo a.C. che riporta
un'iscrizione bustrofedica. In questo reperto archeologico compare per la prima
volta il termine sakros (Forum inscription (dettaglio).jpg: sakros es)[19]. Dal
termine latino arcaico sakros originano due successivi termini latini: sacer e
sanctus. Lo sviluppo del termine sakros, nel suo variegarsi di significati
procede, per quanto inerisce al sanctus per via del suo participio sancio che è
collegato a sakros per mezzo di un infisso nasale[20]. Ma sacer e sanctus, pur
provenendo dalla stessa radice sak, possiedono dei significati originari molto
diversi. Il primo, sacer, è ben descritto da SESTO POMPEO FESTO nel suo “De
verborum significatu” dove precisa che: «Homo sacer is est, quem populus
iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit,
parricidii non damnatur». Quindi, e in questo caso, l'uomo sacro è colui che
portando una colpa infamante che lo espelle dalla comunità umana deve essere
allontanato. Non lo si può perseguire, ma non si può perseguire nemmeno colui
che lo uccide. L'homo sacer non appartiene, non è perseguito, né è tutelato
dalla comunità umana. Sacer è quindi ciò che appartiene ad 'altro' rispetto
agli uomini, appartiene agli Dei, come gli animali del sacrificium (rendere
sacer). Nel caso di sacer la sua radice sak inerisce a ciò che viene stabilito
(quindi ciò che è sak) come non attinente agli uomini. Sanctus invece, come
spiega il Digesto, è tutto ciò che deve essere protetto dalle offese degli
uomini. È sanctaquell'insieme di cose che sono sottomesse a una sanzione. Esse
non sono né sacre, né profane. Esse non sono comunque consacrate agli Dei, non
appartengono a loro. Ma sanctus non è nemmeno profano, deve essere protetto dal
profano e rappresenta il limite che circonda il sacer anche se non lo riguarda.
Sacer è tutto ciò che appartiene quindi a un mondo fuori dall'umano: dies
sacra, mons sacer. Mentre sanctus non appartiene al divino: lex sancta, murus
sanctus. Sanctus è tutto ciò che è proibito, stabilito, sanzionato dagli uomini
e, con questo, anche sanctus si relaziona al radicale indoeuropeo sak. Ma col
tempo, sacer e sanctus si sovrappongono. Sanctus non è più solo il
"muro" che delimita il sacer ma entra esso stesso in contatto col
divino: dall'eroe morto sanctus, all'oracolo sanctus, ma anche Deus sanctus. Su
questi due termini, sacer e sanctus, si fonda un ulteriore termine, questo
dall'etimologia incerta, religio, ovvero quell'insieme di riti, simboli e significati
che consentono all'uomo romano di comprendere il "cosmo", di
stabilirne i contenuti e di mettersi in relazione con esso e con gli Dei. Così
la città di Roma diviene essa stessa sacra in quanto avvolta dalla majestas che
il dio Iupiter ha consegnato al suo fondatore, Romolo. Attraverso le sue
conquiste, la città di Roma offre una collocazione agli uomini nello spazio
"sacro" da essa rappresentato. La sfera del sacer-sanctus romano
appartiene al sacerdosche, nel mondo romano unitamente all'imperator[21] si
occupa delle res sacrae che consentono di rispettare gli impegni verso gli Dei.
Così sacer divengono le vittime dei "sacrifici", gli altari e le loro
fiamme, l'acqua purificatrice, gli incensi e le stesse vesti dei
"sacerdoti". Mentre sanctus è riferito alle persone: i re, i
magistrati, i senatori (pater sancti) e da questi alle stesse divinità. La
radice di sakros, è il radicale indoeuropeo *sak il quale indica qualcosa a cui
è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo
fondamento e conforme al cosmo[22]. Da qui anche il termine, sempre latino, di
sancire evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di
significati, il sakrossancisce un'alterità, un essere "altro" e
"diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano[23]. Il
termine latino arcaico sakros corrisponde all'ittita saklai, al greco hagois,
al gotico sakan[24]. La presenza di una mitologia romana che prescindesse da
quella greca è stato oggetto di dibattito fin dall'antichità. Il retore greco
Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.) ha negato questa possibilità attribuendo
a Romolo, fondatore della città di Roma, l'espressa intenzione di cancellare
qualsivoglia racconto mitico che attribuisse agli dei le condotte sconvenienti
degli uomini[25]: (GRC) «τοὺς δὲ παραδεδομένους περὶ αὐτῶν μύθους, ἐν
οἷς βλασφημίαι τινὲς ἔνεισι κατ´ αὐτῶν ἢ κακηγορίαι, πονηροὺς καὶ ἀνωφελεῖς καὶ
ἀσχήμονας ὑπολαβὼν εἶναι καὶ οὐχ ὅτι θεῶν ἀλλ´ οὐδ´ ἀνθρώπων ἀγαθῶν ἀξίους, ἅπαντας
ἐξέβαλε καὶ παρεσκεύασε τοὺς ἀνθρώπους {τὰ} κράτιστα περὶ θεῶν λέγειν τε καὶ
φρονεῖν μηδὲν αὐτοῖς προσάπτοντας ἀνάξιον ἐπιτήδευμα τῆς μακαρίας φύσεως. Οὔτε
γὰρ Οὐρανὸς ἐκτεμνόμενος ὑπὸ τῶν ἑαυτοῦ παίδων παρὰ Ῥωμαίοις λέγεται οὔτε
Κρόνος ἀφανίζων τὰς ἑαυτοῦ γονὰς φόβῳ τῆς ἐξ αὐτῶν ἐπιθέσεως οὔτε Ζεὺς καταλύων
τὴν Κρόνου δυναστείαν καὶ κατακλείων ἐν τῷ δεσμωτηρίῳ τοῦ Ταρτάρου τὸν ἑαυτοῦ
πατέρα οὐδέ γε πόλεμοι καὶ τραύματα καὶ δεσμοὶ καὶ θητεῖαι θεῶν παρ´ ἀνθρώποις»
(IT) «Censurò tutti quei miti che si tramandano sugli dèi, in cui erano
offese e accuse contro di essi, ritenendoli empi, dannosi, offensivi e non
degni degli dèi e neppure degli uomini giusti. Prescrisse inoltre che gli
uomini pensassero e parlassero riguardo agli dèi nel modo più rispettoso
possibile, evitando di attribuire loro una pratica indegna della loro natura
divina. Presso i Romani infatti non si racconta che Urano fu evirato dai figli
né che Crono massacrò i figli per paura di essere detronizzato, che Zeus pose
fine alla supremazia di Crono, che era suo padre, rinchiudendolo nelle carceri
del Tartaro, non si raccontano neppure guerre, né ferite, né patti, né la loro
servitù presso gli uomini.» (Dionigi di Alicarnasso, II, 18-19;
traduzione di Elisabetta Guzzi, p.94.) Calco in gesso della fronte del
"Sarcofago Mattei" (III secolo d.C.), conservato presso il Museo
della civiltà romana (Roma). L'originale del calco è murato nello scalone
principale di Palazzo Mattei in Roma. Questa fronte del sarcofago intende
raffigurare una delle fabulae fondative della civiltà romana: il dio Mars (Marte)
che si avvicina a Rhea Silvia (Rea Silvia) addormentata[26]. I gemelli Romulus
(Romolo) e Remus (Remo) saranno il frutto della relazione tra il dio e Rhea
Silvia, figlia di Numitor (Numitore), questi discendente dell'eroe troiano
Aeneas (Enea) e re dei Latini. Allo stesso modo il filologo tedesco Georg
Wissowa[27] e lo studioso tedesco Carl Koch[28] hanno diffuso in età moderna
l'idea che i Romani non avessero in origine una propria mitologia. Diversamente
il filologo francese Georges Dumézil in varie opere aventi come oggetto la
religione romana[29] ha invece ritenuto di considerare la presenza di una
mitologia latina e quindi romana come diretta eredità di quella indoeuropea, al
pari di quella vedica o di quella scandinava, successivamente il contatto con
la cultura religiosa e mitologica greca avrebbe fatto dimenticare ai Romani
questi loro racconti mitici basati su una trasmissione di tipo orale. Lo
storico delle religioni italiano Angelo Brelich[30] ha ritenuto di individuare
una mitologia propria dei Latini che, seppur priva di ricchezza come quella
greca, è comunque parte autentica e originaria di quel popolo. Lo storico delle
religioni italiano Dario Sabbatucci[31]riprende di fatto le conclusioni di Koch
quando individua nei Romani e negli Egiziani due popoli che hanno concentrato
nel "rito" religioso il contenuto "mitico" non estraendone,
a differenza dei Greci, il racconto mitologico. Più recentemente lo storico
delle religioni olandese Jan Nicolaas Bremmer[32] ritiene che i popoli
indoeuropei e quindi di eredità indoeuropea, tra questi anche i Latini e i
Romani, non abbiano mai posseduto dei racconti teogonici e cosmogonici se non
in forma assolutamente rudimentale, la particolarità della mitologia greca
risiederebbe quindi nel fatto di averli elaborati sull'impronta di quelli
appartenenti alle antiche civiltà orientali. Allo stesso modo Mary Bread[33] ha
criticato le conclusioni di Dumézil sulla presenza di una mitologia
indoeuropea, collegata all'ideologia tripartita, presente anche nella Roma arcaica.
Di certo a partire dall'VIII/VII secolo a.C. si osserva la penetrazione di
racconti mitici greci in Italia centrale con i reperti archeologici che li
raffigurano[34][35]. Nel VI secolo a.C. l'influenza greca emerge in modo
decisamente impressionante con la costruzione del tempio a Iupiter Optimus
Maximus al Campidoglio[36]. Andrea Carandini ritiene di individuare una
precisa cesura tra la mitologia originaria del Lazio e quella successiva
determinata dall'influenza greca: «Ma a partire da un certo momento la
creatività mitica originaria si esaurisce e gli ulteriori sviluppi cominciano a
perdere autenticità, per cui viene a prodursi una cesura. Questa cesura cade a
nostro avviso nel Lazio al tempo dei Tarquini quando avvengono manipolazioni
del mito indigeno ed intrusioni di miti greci paragonabili a un grosso
intervento chirurgico nella cultura del tempo.» (Andrea Carandini, La
nascita di Roma, p. 48) Le mediazione etrusca all'epoca dei Tarquini, per mezzo
della quale entrano nella religione romana anche nozioni mitiche proprie dei
Greci, era già stata evidenziata da Mircea Eliade: «Sotto la dominazione
etrusca perde di attualità la vecchia triade costituita da Giove, Marte e
Quirino, che viene sostituita dalla triade formata da Giove, Giunone e Minerva,
istituita all'epoca dei Tarquini. È evidente l'influenza etrusco-latina, che
del resto apporta alcuni elementi greci. Le divinità hanno ora delle statue:
Juppiter Optimus Maximus, come d'ora innanzi sarà chiamato, è presentato ai
Romani sotto l'immagine etruschizzata dello Zeus greco.» (Mircea Eliade,
Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. II, p. 128) Se quindi già a
partire dall'VIII/VII secolo a.C. i racconti mitologici greci, questi
decisamente influenzati dal contatto della civiltà greca con quelle orientali,
segnatamente con la civiltà mesopotamica[37], penetrano nell'Italia centrale
determinando la successiva e decisiva influenza della mitologia greca sulle
idee religiose latine, resta che alcuni racconti di natura mitica, alcuni dei
quali anche di possibile eredità indoeuropea, possano essere appartenuti alla
cultura orale latina arcaica e poi ripresi e in parte riformulati dai letterati
e dagli antichisti romani dei secoli successivi. L'accezione moderna del
termine "mito" inerisce a racconti tradizionali che hanno come
oggetto dei contenuti di tipo significativo[38], il più delle volte afferenti
al campo teogonico e cosmogonico[39], e comunque inerente al sacro e quindi del
religioso[40]: «Il mito esprime un segreto proprio delle origini, che
conduce ai confini tra gli uomini e gli dei.» (Jacques Vidal, Mito,
in Dizionario delle religioni(a cura di Paul Poupard). Milano, Mondadori,
2007, p. 1232) «Il mito si distingue dalla leggenda, dalla fiaba, dalla favola,
dalla saga, pur contenendo in varia misura, elementi di ciascuno di questi
generi letterari. [...] Tutti questi tipi di racconto hanno in comune il fatto
di non essere portatori di quei contenuti di verità che rendono il mito
profondamente coinvolgente sul piano esistenziale e religioso» (Carlo
Prandi, Mito in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo),
Torino, Einaudi, 1993, p.494) Il termine moderno "mito" risale al
greco μύθος (mýthos)[41] laddove, invece, i Romani utilizzano il termine fabula
(pl. fabulae) che possiede origini nel verbo for, "parlare" di
contenuti religiosi[42]. Se fabulaper i Romani è quindi il "racconto"
di natura tradizionale circondato da un'atmosfera religiosa, esso possiede
l'ambivalenza di essere anche il "racconto" leggendario che si oppone
a historia[43], il "racconto" fondato storicamente. Ne consegue che
il fondamento di verità di una fabula è lasciato all'uditore che ne stabilisce
il criterio di attendibilità, questo stabilito dalla tradizione. Così Livio, in
Ad Urbe Condita (I), ricorda che tali fabulae fondative non si possono né
adfirmare (confermare), né refellere (confutare). Le fabulae fondative di
Roma si riscontrano sostanzialmente coerenti in una letteratura che prosegue
per circa sei secoli[44]. Tali fabulae narrano di un primo re dei Latini, Ianus
(Giano), cui segue un secondo re giunto esule dal mare, Saturnus (Saturno), il
quale condivise con Ianus il regno. Figlio di Saturnus fu Picus (Pico), a sua
volta padre di Faunus (Fauno) che generò il re eponimo dei Latini, Latinus
(Latino). A partire da Ianus, questi re divini introdussero nel Lazio la
civiltà, quindi l'agricoltura, le leggi, i culti, fondando città.
EvoluzioneModifica Lo sviluppo storico della religione romana passò per quattro
fasi: una prima protostorica, una seconda fase dall'VIII secolo a.C. al VI
secolo a.C., contrassegnata dall'influenza delle religioni autoctone; una terza
contraddistinta dall'assimilazione di idee e pratiche religiose etrusche e
greche; una quarta, durante la quale si affermò il culto dell'imperatore e si
diffusero le religioni misteriche di provenienza orientale. Età
protostoricaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Fondazione di Roma. Nell'età protostorica ancora prima della
fondazione di Roma, quando nel territorio laziale c'erano solo tribù, nel
territorio dei colli si credeva nell'intervenire nella vita di tutti i giorni
di forze soprannaturali tipicamente magico-pagane. Queste forze non erano
tuttavia personificate in divinità ma ancora indistinte e solo col rafforzarsi
dei contatti con altre popolazioni, tra cui i Greci (nell'VIII secolo a.C. poi
nel IV-III secolo a.C.), i Sabini e gli Etruschi, tali forze cominceranno a
essere personificate in oggetti e, solo a Repubblica inoltrata, in soggetti
antropomorfi. Sino ad allora erano viste come forze chiamate numen o al plurale
numina, grandi in numero e ciascuna avente il suo compito nella vita di tutti i
giorni. Età arcaicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Età regia di Roma. La fase arcaica fu caratterizzata da
una tradizione religiosa legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei
culti indigeni mediterranei, sulla quale si inserì il nucleo di origine
indoeuropea. Per la tradizione romana si deve a Numa Pompilio, il secondo re di
Roma, la sistemazione e l'iscrizione delle norme religiose in un unico corpo di
leggi scritte, il Commentarius, che avrebbe portato alla definizione di otto
ordini religiosi: i Curiati, i Flamini, i Celeres, le Vestali, gli Auguri, i
Salii, i Feziali e i Pontefici[45]. Busto di Giano bifronte, culto
istituito da Numa Pompilio[46] Gli dei principali e più antichi venerati nel
periodo arcaico, la cosiddetta "triade arcaica", erano
Giove(Iupiter), Marte (Mars) e Quirino (Quirinus), quella che Georges Dumézil
definisce invece “triade indoeuropea”[47]. Proprio a Iupiter Feretrius (garante
dei giuramenti) è dedicato il santuario cittadino di più antica consacrazione:
stando a Tito Livio era stato proprio Romolo a fondarlo sul colle Palatino[48],
così come fu responsabile della creazione del culto di Iupiter Stator (che
arresta la fuga dai combattimenti)[49]. Tra le divinità maschili troviamo
Liber Pater, Fauno, Giano (Ianus)[46], Saturno, Silvano, Robigus, Consus (il
dio del silo in cui si racchiude il frumento), Nettuno (in origine dio delle
acque dolci, solo dopo l'apporto ellenizzante dio del mare[50]), Fons (dio
delle sorgenti e dei pozzi[51]), Vulcano (Volcanus, dio del fuoco
devastatore[52]). In questa fase primitiva della religione romana è
riscontrabile la venerazione di numerose divinità femminili: Giunone (Iuno) in
diversi e specifici aspetti (Iuno Pronuba, Iuno Lucina, Iuno Caprotina, Iuno
Moneta)[53], Bellona, Tellus e Cerere (Ceres), Flora, Opi (l'abbondanza personificata),
Pales (dea delle greggi), Vesta[46], Anna Perenna, Diana Nemorensis(Diana dei
boschi, dea italica , introdotta secondo la tradizione da Servio Tullio come
dea lunare[54]), Fortuna (portata in città da Servio Tullio, con vari culti
entro il pomoerium), la Dea Dia (la dea “luminosa” del cielo chiaro[55]), la
dea Agenoria (la dea rappresentante dello sviluppo). Frequenti sono le
coppie di divinità legate alla fertilità poiché essa era ritenuta per natura
duplice: se in natura esistono maschio e femmina dovevano esserci anche maschio
e femmina per ogni aspetto della fertilità divina. Ecco così Tellus e Tellumo,
Caeres e Cerus, Pomona e Pomo, Liber Pater e Libera. In queste coppie il
secondo termine rimane sempre una figura secondaria, minore, una creazione artificiale
dovuta ai sacerdoti teologi più che alla reale devozione[56]. Il periodo
delle origini è caratterizzato anche dalla presenza di numina, divinità
indeterminate, come i Larie i Penati. Età repubblicanaModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Repubblica romana. La
mancanza di un "pantheon" definito favorì l'assorbimento delle
divinità etrusche, come Venere(Turan), e soprattutto greche. A causa della
grande tolleranza e capacità di assimilazione, tipiche della religione romana,
alcuni dèi romani furono assimilati a quelli greci, acquisendone l'aspetto, la
personalità e i tratti distintivi, come nel caso di Giunone assimilata a Era;
altre divinità, invece, furono importate ex novo, come nel caso dei Dioscuri.
Il controllo dello Stato sulla religione, infatti, non proibiva l'introduzione
di culti stranieri, anzi tendeva a favorirla, a condizione che questi non
costituissero un pericolo sociale e politico. Nel II secolo a.C. furono ad
esempio proibiti i baccanali con Senatus consultum de Bacchanalibusdel 186 a.C.
perché durante tali riti gli adepti praticavano la violenza sessuale reciproca
(sodomia compresa), specialmente sui neofiti, e ciò era in contrasto con le
leggi romane che impedivano tali atti tra cittadini, pur permettendole nei
confronti degli schiavi, mentre il culto dionisiaco fu represso con la
forza. Età alto imperialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Alto Impero romano. L'imperatore
Commodorappresentato come Ercole La crisi della religione romana, iniziatasi
nella tarda età repubblicana, s'intensificò in età imperiale, dopo che Augusto
aveva provato a darle nuovo vigore. «[Augusto] ripristinò alcune antiche
tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute,
la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, dei Ludi Saeculares
e dei Compitalia. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai
ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei
Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì
che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera
ed estate.» (Svetonio, Augustus, 31.) Le cause del lento degrado della
religione pubblica furono molteplici. Già da qualche tempo vari culti misterici
di provenienza medio-orientale, quali quelli di Cibele, Iside e Mitra, erano
entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano. Col tempo le
nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche
escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della
religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti
vuoti di significato. La critica alla religione tradizionale veniva anche dalle
correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi
propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli
dei. Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto
imperiale. Dalla divinizzazione post-mortem di Gaio Giulio Cesare e di
Ottaviano Augusto si arrivò all'assimilazione del culto dell'imperatore con
quello del Sole e alla teocrazia dioclezianea. Età tardo
imperialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Tardo Impero romano. Nel 287 circa Diocleziano assunse il titolo di Iovius,
Massimiano quello di Herculius[57][58]. Il titolo doveva probabilmente
richiamare alcune caratteristiche del sovrano da cui era usato: a Diocleziano,
associato a Giove, era riservato il ruolo principale di pianificare e
comandare; Massimiano, assimilato a Ercole, avrebbe avuto il ruolo di eseguire
"eroicamente" le disposizioni del collega[59]. Malgrado queste
connotazioni religiose, gli imperatori non erano "divinità", in
accordo con le caratteristiche del culto imperiale romano, sebbene potessero
essere salutati come tali nei panegirici imperiali; erano invece visti come
rappresentanti delle divinità, incaricati di eseguire la loro volontà sulla
Terra[60]. Vero è che Diocleziano elevò la sua dignità imperiale al di sopra
del livello umano e della tradizione romana. Egli voleva risultare intoccabile.
Soltanto lui risultava dominus et deus, signore e dio, tanto che a tutti coloro
che lo circondavano fu attribuita una dignità sacrale: il palazzo divenne
sacrum palatium e i suoi consiglieri sacrum consistorium[61][62]. Segni
evidenti di questa nuova qualificazione monarchico-divina furono il cerimoniale
di corte, le insegne e le vesti dell'imperatore. Egli, infatti, al posto della
solita porpora, indossò abiti di seta ricamati d'oro, calzature ricamate d'oro
con pietre preziose[63]. Il suo trono poi si elevava dal suolo del sacrum
palatium di Nicomedia.[64] Veniva, infine, venerato come un dio, da parenti e
dignitari, attraverso la proschinesi, una forma di adorazione in ginocchio, ai
piedi del sovrano[62][65]. Nella congerie sincretistica dell'impero
durante il III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche, e gnostiche, fece la
sua comparsa il cristianesimo. La nuova religione andò lentamente affermandosi
quale culto di Stato, con la conseguente fine della religione romana, da ora
indicata spregiativamente come "pagana", sancito, nel IV e V secolo,
dalla chiusura dei templi e dalla proibizione, sotto pena capitale, di
professare religioni diverse da quella cristiana. Flavio Claudio
Giuliano, discendente del cristiano Costantino I, tentò di restaurare la
religione romana in forma ellenizzata a Costantinopoli, ma la sua morte
prematura nel 363 pose fine al progetto. Teodosio Iemanò nel 380 l'editto di
Tessalonica per la parte orientale, rendendo il cristianesimo unica religione
di Stato, poi nel 391-92 con i decreti teodosianicominciarono le persecuzioni
ai danni dei pagani nell'Impero romano; infine nel 394, i decreti furono estesi
alla parte occidentale, dove stava avvenendo specialmente a Roma una rinascita
pagana. A partire dal XX secolo emersero correnti neopagane, come la Via
romana agli dei e il neo-ellenismo. Organizzazione religiosaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sacerdozio
(religione romana). Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio a istituire i vari
sacerdozi e a stabilire i riti e le cerimonie annuali[66]. Tipica espressione
dell'assunzione del fenomeno religioso da parte della comunità è il calendario,
risalente alla fine del VI secolo a.C. e organizzato in maniera da dividere
l'anno in giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e
cerimonie sacre[66]. Collegi sacerdotali Augusto nelle vesti di pontefice
massimo La gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali
dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa
organizzazione religiosa romana. Al primo posto della gerarchia religiosa
troviamo il Rex Sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni
religiose compiute un tempo. Flamini, che si dividevano in tre maggiori e
dodici minori, erano sacerdoti addetti ciascuno al culto di una specifica
divinità e per questo non sono un collegio ma solo un insieme di sacerdozi
individuali[67]; Pontefici[66], in numero di sedici, con a capo il Pontefice
massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
Auguri[66] , in numero di sedici sotto Gaio Giulio Cesare, addetti
all'interpretazione degli auspici e alla verifica del consenso degli dei;
Vestali[46] , sei sacerdotesse consacrate alla dea Vesta; Decemviri o
Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione e alla interpretazione
dei Libri sibillini; Epuloni, addetti ai banchetti sacri. SodaliziA Roma vi
erano quattro grandi confraternite religiose, che avevano la gestione di
specifiche cerimonie sacre. Arvali, (Fratres Arvales), ("fratelli
dei campi" o "fratelli di Romolo"), in numero di dodici, erano
sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più
tardi identificata con Cerere. Durante il mese di maggio compivano
un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia. Luperci,
presiedevano la festa di purificazione e fecondazione dei Lupercalia, che si
teneva il 15 febbraio, il mese dei morti, divisi in Quintiali e Fabiani.
Salii[66] (da salire, ballare, saltare), sacerdoti guerrieri di Marte, divisi
in due gruppi da dodici detti Collini e Palatini. Nei mesi di marzo e ottobre i
sacerdoti portavano in processione per la città i dodici ancilia, dodici scudi
di cui il primo donato da Marte al re Numa Pompilio, i restanti copie fatte
costruire dallo stesso Numa per evitare che il primo venisse rubato. La
processione si fermava in luoghi prestabiliti in cui i Salii intonavano il
Carmen saliare ed eseguivano una danza a tre tempi (tripudium)[68]. Feziali
(Fetiales), venti membri addetti a trattare con il nemico. La guerra per essere
Bellum Iustumdoveva essere dichiarata secondo il rito corretto, il Pater
Patratus pronunciava una formula mentre scagliava il giavellotto in territorio
nemico. Dal momento che, per motivi pratici, non era sempre possibile compiere
questo rito, un peregrinusvenne costretto ad acquistare un appezzamento di
terreno presso il teatro di Marcello, qui fu costruita una colonna, Columna
Bellica, che rappresentava il territorio nemico, in questo luogo si poteva
quindi svolgere il rito. Feste e cerimonieMagnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Festività romane. Suovetaurilia, Museo del
Louvre Delle 45 feste maggiori (feriae publicae) le più importanti, oltre a
quelle suddette, erano quelle del mese di dicembre, i Saturnalia, quelle
dedicate ai defunti, in febbraio, come i Ferialia e i Parentalia e quelle
connesse al ciclo agrario, come i Cerialia e i Vinalia di aprile o gli
Opiconsivia di agosto. Sulla base delle fonti classiche si è potuto
individuare quali tra le numerose festività del calendario romano vedevano
un'ampia partecipazione di popolo. Queste feste sono la corsa dei Lupercalia
(15 febbraio), i Feralia (21 febbraio) celebrati in famiglia, i Quirinalia(17
febbraio) celebrati nelle curie, i Matronalia (1º marzo) in occasione delle
quali le schiave venivano servite dalle padrone di casa, i Liberalia (17 marzo)
spesso associata alla festa familiare della maggiore età del figlio maschio, i
Matralia (11 giugno) con la processione delle donne, così come i Vestalia (9-15
giugno), i Poplifugia (5 luglio) festa popolare, i Neptunalia (23 luglio), i
Volcanalia (23 agosto) e infine i Saturnalia (17 dicembre), la cui vasta
partecipazione di popolo è attestata da numerose fonti[69]. Durante le
cerimonie sacre spesso venivano praticati sacrifici animali e si offrivano alle
divinità cibi e libagioni. La stessa città di Roma veniva purificata con una
cerimonia, la lustratio, in caso di prodigi e calamità. Sovente anche i giochi
circensi (ludi) avevano luogo durante le feste, come nel caso dell'anniversario
(dies natalis) del Tempio di Giove Ottimo Massimo, in concomitanza del quale si
svolgevano i Ludi Magni. Pratiche religiose «Cumque omnis populi Romani
religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit, si quid
praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve
monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita
persuasi, Romulum auspiciis, Numam sacris constitutis fundamenta iecisse
nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum
inmortalium tanta esse potuisset.» (Cicerone, De natura deorum, III, 5)
Tra le pratiche religiose dei Romani forse la più importante era
l'interpretazione dei segni e dei presagi, che indicavano il volere degli dei.
Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario
conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti
adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano: il volo degli uccelli:
l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo (lituus, vedi
Lituo), delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale
passaggio di uccelli; la lettura delle viscere degli animali: solitamente un
fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza
etrusca per comprendere il volere del dio; i prodigi: qualsiasi prodigio o
evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, ecc., era
considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito
dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni. Lo spazio sacro Edicola
dedicata ai Lari nella Casa dei Vettii a Pompei Lo spazio sacro per i Romani
era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali,
secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del
cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o
ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte e ai
sacrifici. Eretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente
gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli
incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i
sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale
edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del
dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini
diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro. Il tempio romano
risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti
elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del
tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto
podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare
maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro
di recinzione e privo dunque del colonnato. «“Roman religion” is an
analytical concept that is used to describe religious phenomena in the ancient
city of Rome and to relate the growing variety of cults to the political and
social structure of the city.» (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke
(2005), Roman Religio, in Encyclopedia of Religion, vol.12. New York,
Macmillan, 2005, p. 7895) ^ Sul considerare la "religione romana"
strettamente collegata alla città di Roma: «Although Rome gradually
became the dominant power in Italy during the third century BCE, as well as the
capital of an empire during the second century BCE, its religious institutions
and their administrative scope only occasionally extended beyond the city and
its nearby surroundings (ager Romanus).» (Robert Schilling (1987) Jörg
Rüpke (2005), Roman religion, in Encyclopedia of Religion, vol. 12. New York,
Macmillan, 2005, p. 7895) Ma anche: «La religione romana esiste solo a
Roma o là dove stanno i Romani» (John Scheid, La religione a Roma. Bari,
Laterza, 1983, pp. 13-4) ^ Cfr. Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi,
Lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà. Torino, Einuadi, 2003; Milano,
Mondadori, 2010. ^ La datazione al 753 a.C. risale all'erudito romano Marco
Terenzio Varrone (I secolo a.C.). Altre datazioni come quelle proposte da
Catone, Dionigi di Alicarnasso e Polibio non si discostano molto. Fabio Pittore
indica il 748-747, Cincio Alimento il 729-728, Timeo si spinge fino
all'814-813. ^ Per una sintesi, cfr. Cristiano Viglietti, L'eta dei re in La
grande storia dell'antichità -Roma (a cura di Umberto Eco), vol. 9, pp.43 e
sgg. ^ Così Mircea Eliade in Storia delle idee e delle credenze religiose, vol.
II, p. 111: «orbene, l'etnia latina da cui è nato il popolo romano, è il
risultato di una mescolanza fra le popolazioni neolitiche autoctone e gli
invasori indoeuropei scesi dai paesi transalpini»; diversamente Georges
Dumézil, in La religione romana arcaica, p. 69-70: «A differenza dei greci che
invasero il mondo minoico, le diverse bande di indoeuropei che discesero in
Italia non dovettero certamente affrontare grandi civiltà. Coloro che
occuparono il sito di Roma probabilmente non erano neppure stati preceduti da
un popolamento denso e instabile; tradizioni come il racconto su Caco inducono
a pensare che i pochi indigeni accampati sulle rive del Tevere siano stati
semplicemente e sommariamente eliminati come lo sarebbero stati, agli antipodi,
i tasmaniani dai mercanti venuti dall'Europa.» ^ Per un'introduzione alle
religione degli Indoeuropei cfr. Jean Loicq, Religione degli Indoeuropei
in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard). Milano,
Mondadori, 2007, pp. 891-908; Renato Gendre, Indoeuropei in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993 pp.371 e sgg.;
Regis Boyer, Il mondo indoeuropeo in L'uomo indoeuropeo e il sacro, in Trattato
di antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book,
1991, pp. 7 e sgg. ^ André Martinet, L'indoeuropeo. Lingue, popoli culture,
Bari, Laterza, 1989, pp. 78-79; Francisco Villar, Gli Indoeuropei, Bologna, il
Mulino, 1997 p. 480. ^ Per le decisive influenze della cultura religiosa
etrusca su quella romana cfr. Marta Sordi, L'homo romanus: religione, diritto,
e sacro, in Le civiltà del Mediterraneo e il sacro., in Trattato di
antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book, 1991,
pp. 7 e sgg. ^ Per quanto attiene alla decisiva influenza della mitologia greca
sulla religione romana si rimanda alle conclusioni di Georges Dumézil in La
religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, 2001, pp. 63 e sgg. ^ Cfr. al
riguardo Salvatore Pricoco, in Storia del cristianesimo (a cura di Giovanni
Filoramo) vol. 1, Bari, Laterza, 2008, pp. 321 e sgg. ^ Gli editti contro gli
eretici e gli apostati furono in seguito raccolti nel sedicesimo libro del
Codice teodosiano del 438. ^ «Per i Romani religio stava a indicare una serie
di precetti e di proibizioni e, in senso lato, precisione, rigida osservanza,
sollecitudine, venerazione e timore degli dèi.» (Mircea Eliade, Religione
in Enciclopedia del novecento. Istituto enciclopedico italiano, 1982, pag. 121)
^ Enrico Montanari, Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo,
Torino, Einaudi, 1993, pag. 642-644 ^ Pietro Virili, La politica religiosa
dello Stato romano, Nuova Archeologia (inserti), marzo/aprile 2013. ^ «Ogni
tentativo di definire il concetto di "religione", circoscrivendo
l'area semantica che esso comprende, non può prescindere dalla constatazione
che esso, al pari di altri concetti fondamentali e generali della storia delle
religioni e della scienza della religione, ha una origine storica precisa e
suoi peculiari sviluppi, che ne condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...]
Considerata questa prospettiva, la definizione della "religione" è
per sua natura operativa e non reale: essa, cioè, non persegue lo scopo di
cogliere la "realtà" della religione, ma di definire in modo
provvisorio, come work in progress, che cosa sia "religione" in
quelle società e in quelle tradizioni oggetto di indagine e che si
differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai modi a noi
abituali.» (Giovanni Filoramo, Religione in Dizionario delle religioni (a
cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.620) ^ In tal senso
Pierre Boyancé, Etudes sur la religion romaine, Roma, École française de Rome,
1972, p.28. ^ Deum al posto di deorum per l'arcaicità del genitivo. ^ Cfr.
Julien Ries in Saggio di definizione del sacro. Opera Omnia. Vol. II. Milano,
Jaca Book, 2007, pag.3: «Sul Lapis Niger, scoperto a Roma nel 1899 vicino al
Comitium, 20 metri prima dell'Arco di Trionfo di Settimio Severo, nel luogo che
si dice sia la tomba di Romolo, risalente all'epoca dei re, figura la parola
sakros: da questa parola deriverà tutta la terminologia relativa alla sfera del
sacro.» ^ Cfr. Émile Benveniste: «Questo presente in latino in -io con infisso
nasale sta a *sak come jungiu 'unire' sta a jug in lituano; il procedimento è
ben noto.», in le Vocabulaire des institutions indo-européennes (2 voll.,
1969), Paris, Minuit. Ed. italiana (a cura di Mariantonia Liborio) Il
vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino, Einaudi, 1981, pag. 426-7. ^
Qui inteso come ricolmo di augus, o ojas, dopo l'inauguratio, ovvero pieno
della "forza", della "potenza", che gli consente di avere
relazioni con il sakros, quindi non nell'accezione molto più tarda riferita
prima al ruolo militare e poi politico di alcune personalità della Storia
romana. ^ Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, in Grande dizionario
delle Religioni (a cura di Paul Poupard). Assisi, Cittadella-Piemme, 1990 pagg.
1847-1856 ^ Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit.. ^ Julien
Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit. ^ Dionigi di Alicarnasso, II,
18-19 ^ Questa versione della fabula è in Ovidio, Fasti, III, 11 e sgg. ^
Religion und Kultus der Römer, 1902 ^ In Der römische Jupiter del 1937. ^ Una
riassuntiva è La Religion romaine archaïque, avec un appendice sur la religion
des Étrusques, Payot, 1966, edito in Italia dalla Rizzoli di Milano con il
titolo La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà della vita religiosa
romana. Con un'appendice sulla religione degli etruschi; in tal senso cfr. p.
59 edizione del 2001. ^ In Tre variazioni romane sul tema delle originidel 1955
con revisioni fino al 1977, Roma, Editori Riuniti, 2010. ^ Ad esempio in Mito,
rito e storia, Roma, Bulzoni, 1978. ^ Insieme a Nicholas Horsfall in Roman Myth
and Mythography, University of London Institute of Classical Studies, Bulletin
Supplements S. No.52, 1987. ^ Cfr. ad esempio Early Rome, In Religions of Rome
I vol. (con John North e Simon Price), Cambridge, Cambridge University Press,
1998, pp. 14 e sgg. ^ In tal senso cfr. Mauro Menichetti, Archeologia del potere.
Re, immagini e miti a Roma e in Etruria in età arcaica, Roma, Longanesi, 1994 ^
Da ricordare che la stabile presenza dei Greci nelle colonie italiane è
databile fin dall'VIII secolo a.C. ^ «The most impressive testimony to early
Rome’s relation to the Mediterranean world dominated by the Greeks is the
building project of the Capitoline temple of Jupiter Optimus Maximus (Jove
[Iove] the Best and Greatest), Juno, and Minerva, dateable to the latter part
of the sixth century. By its sheer size the temple competes with the largest
Greek sanctuaries, and the grouping of deities suggests that that was
intended.» (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke (2005), Roman religion, in
Encyclopedia of Religion, vol.12. New York, Macmillan, 2005, p. 7895) ^ In tal
senso e ad esempio cfr. Charles Penglase, Greek Myths and Mesopotamia:
Parallels and Influence in the Homeric Hymns and Hesiod, Londra, Routledge,
2005. ^ «Myth is a traditional tale with secondary, partial reference to
something of collective importance.» Walter Burkert, Structure and History in
Greek Mythology and Ritual. Berkeley, University of California Press, 1979, p.
23. ^ Per il livello teocosmogonico cfr. Carlo Prandi, Mito in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo), Torino, Einaudi, 1993, p.492 e sgg. ^
Come "fondamentale indicatore religioso" e come "irruzione della
dimensione del sacro" cfr. Carlo Prandi, Mito in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo), Torino, Einaudi, 1993, p.494 ^ Da
considerare che il termine "mito" (μύθος, mýthos) possiede in Omero
ed Esiodo il significato di "racconto", "discorso",
"storia" (cfr. «per gli antichi greci μύθος era semplicemente
"la parola", la "storia", sinonimo di λόγος o ἔπος; un
μυθολόγος, è un narratore di storie» Fritz Graf, Il mito in Grecia Bari,
Laterza, 2007, 1; cfr. «"suite de paroles qui ont un sens, propos,
discours", associé à ἔπος qui désigne le mot, la parole, la forme, en s'en
distinguant...» Pierre Chantraine, Dictionnaire Etymologique de la Langue
Grecque, p. 718). Un racconto "vero" (μυθολογεύω, Odissea XII, 451;
così Chantraine (Dictionnaire Etymologique de la Langue Grecque, 718:
«"raconter une histoire (vraie)", dérivation en εύω pour des raisons
métriques».), pronunciato in modo autorevole (cfr. «in Omero mýthos designa
nella maggior parte delle sue attestazioni, un discorso pronunciato in
pubblico, in posizione di autorità, da condottieri nell'assemblea o eroi sul
campo di battaglia: è un discorso di potere, e impone obbedienza per il prestigio
dell'oratore.» Maria Michela Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia,
Torino, Boringhieri, 2009, p.50), perché «non c'è nulla di più vero e di più
reale di un racconto declamato da un vecchio re saggio»(Giacomo Camuri, Mito in
Enciclopedia Filosofica, vol.8, Milano 2006, pag.7492-3). Nella Teogoniaè μύθος
ciò con cui si rivolgono le dee Muse al pastore Esiodo prima di trasformarlo in
"cantore ispirato" (cfr. 23-5: Τόνδε δέ με πρώτιστα θεαὶ πρὸς μῦθον ἔειπον)
^ Deriva *for, il suo valore religioso è messo in evidenza da Émile Benveniste
(in Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. II, Torino,
Einaudi, 1981, p.386). Dall'arcaico *for deriva anche fatus e fas ma anche fama
e facundus; il suo corrispettivo greco antico è phēmi, pháto, ma manca
completamente in indoiranico il che lo attesta nell'indoeuropeo di parte
centrale (vedi anche l'armeno bay da *bati). ^ Termine e nozione di eredità
greca. ^ Angelo Brelich,op.cit. p. 83; per un'esaustiva rassegna dei testi
Brelich rimanda ad Albert Schwegler, Römische Geschichte, Tübingen, 1853, Vol.
I, pp. 212 e sgg. Cfr., comunque, Virgilio Eneide, VII 45 e sgg. 177 e sgg.;
VIII, 319 e sgg. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 63-73. ^ a b c
d Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.3. ^ George
Dumezil, La religione romana arcaica, p. 137 segg. ^ Tito Livio, 1, 10, 5-7 ^
Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, p. 23 ^ Jacqueline Champeaux, p.
32 ^ Jacqueline Champeaux, p. 32-33 ^ Jacqueline Champeaux, p. 33 ^ Jacqueline
Champeaux, p. 25-26 ^ Jacqueline Champeaux, p. 37 ^ Jacqueline Champeaux, p. 44
^ Jacqueline Champeaux, p. 29 ^ Aurelio Vittore, Epitome 40, 10; Aurelio
Vittore, Caesares, 39.18; Lattanzio, De mortibus persecutorum, 8 e 52.3;
[1]Panegyrici latini, II, XI, 20. ^ Bowman, "Diocletian and the First
Tetrarchy" (CAH), 70–71; Liebeschuetz, 235–52, 240–43; Odahl 2004, pp.
43-44; Williams 1997, pp. 58-59. ^ Barnes 1981, pp. 11–12; Bowman,
"Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Odahl 2004, p. 43;
Southern 2001, pp. 136-137; Williams 1997, p. 58. ^ Barnes 1981, p. 11; Cascio,
"The New State of Diocletian and Constantine" (CAH), 172. ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.4. ^ a b E.Horst, Costantino il Grande, p.49. ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Zonara, XII, 31. ^ . ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Eumenio, Panegyrici latini, V, 11.
^ a b c d e Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.2. ^
Jacqueline Champeaux, p. 39 ^ Jacqueline Champeaux, p. 43 ^ Jörg Rüpke. La
religione dei Romani, Torino, Einaudi, Montero, Sabino Perea (a cura di),
Romana religio = Religio romanorum: diccionario bibliográfico de Religión
Romana, Madrid, Servicio de publicaciones, Universidad Complutense, 1999. Fonti
primarie Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I. Tito
Livio, Ab Urbe condita libri. Fonti storiografiche moderne R. Bloch, La
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(Romani) Dies religiosus Religione romana, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Religio romana, su novaroma Portale
Antica Roma Portale Religioni Flamine floreale Palatua Flamine
pomonale Wikipedia Il contenutoGrice: “The
Italians take ‘natural theology’ for granted; at Oxford, as Webb pointed out in
his very first Wilde lecture on natural theology, things ain’t that easy, and
they are not meant to be easy by the lecture founder, Dr. Wilde. Webb analyses
Wilde’s letter in some detail. There’s naturalism and natural theology, there’s
revealed theology, but there’s also civil theology, and it’s nice Webb’s main
source is Varro!” Grice: “Most of the best Italian philosophers have been very
much ANTI-ROMA; in part influenced by classical culture, but more so by the
German protestant movement, which also had affinities with the Italian passion
for ‘l’antico’” “Ironically, Roma is considered hardly a representative of
romanita!” Cf. the neo-paganism of Evola, which is meant to represent romanita.
-- Luigi Maria Epicoco. Epicoco. Keywords: Wilde readership in natural
religion. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Epicoco” – The Swimming-Pool
Library.


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