Grice ed Ercole: l'implicatura conversazionale -- difesa della
metafisica – transnaturalia -- esologia, essologia, e sinautologia – filosofia
italiana Luigi Speranza (Spinazzola). Filosofo italiano. Grice: “I like it when
Ercole emphasizes that bit in De Interpretatione which I love – every ‘logos’
is ‘significant’ (significativo, semantikos, -- adds Ercole quoting from the
Greek) of this or that – even a prayer!” -- Grice: “I must say I love Ercole;
for one, he expands on my idea of the longitudinal unity of philosophy, being
an Oxfordian Hegelian, almost, he thinks history can be regarded LOGICALLY:
scepticism has to follow dogmatism – this is pretty interesting; for another,
he tutored for years on the very same topics I did, notably “De interpretation”
and “Categoriae” – The former being a theory of semiotics, of course!” – Studia
a Napoli. Si interessa per Hegel. A Berlino si perfeziona sotto Michelet, Trendelenburg,
e Mommsen. Adere anche alla "Società filosofica hegeliana". Insegna a
Pavia e Torino. Dall'hegelismo iniziale, con l'affermarsi del positivismo,
passa a posizioni di adesione all'evoluzionismo di Darwin e di Spencer.
Polemizza con il teismo, giudicato contraddittorio e illusorio, manifesta interesse
per la riforma del liceo classico secondo Pestalozzi (Ercole attaca Pestalozzi
e defende Fröbel. Altre opere: Alcune proposte di riforma nella istruzione
secondaria, Pavia, Stabilimento tipografico Successori Bizzoni); “La pena di
morte e la sua abolizione dichiarate teoricamente e storicamente secondo la
filosofia hegeliana, Milano, U. Hoepli); “Il teismo filosofico cristiano.
Teoricamente e storicamente considerato, con speciale riguardo a Tommaso e al teismo
italiano” (Torino, Loescher); “L'educazione del bambino secondo Pestalozzi,
Fröbel e Spencer” (Roma, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei);
“L'origine del pitagorismo” (Roma, Tipografia Terme Diocleziane di G. Balbi); “La
filosofia della natura di Ceretti” (Torino, Unione tipografico-editrice); “La
panlogica di Ceretti” (Torino, Fratelli Bocca); “L'esologia di Ceretti”; “L’essologia
di Ceretti”, “La sinautologia di Ceretti”, “Cerettiana”; La logica
aristotelica, la logica kantiana ed hegeliana e la logica matematica (Torino,
Vincenzo Bona), “La logica algebraica”. Dizionario Biografico degli Italiani. Il Ceretti fino a pochi anni fa era un uomo
quasi del tutto sconosciuto. Io mi consolo immensamente a vedere come egli mano
mano venga non solo conosciuto ma anche apprezzato, giacchè merita davvero e
l'uno e l'altro. È probabile che parecchi di quelli, cui capiti nelle
mani questa Sinossi dell' enciclopedia speculativa conoscano ancor poco, o
fors’anche men di poco, l'autore della medesima. Io non posso certamente in questa
Introduzione entrare nelle particolarità della sua persona e degli scritti
suoi, si perché la natura e i limiti di uno scritto introduttivo non lo
permetterebbero, si perchè ho già pubblicata intorno a lui un'opera abbastanza
voluminosa (1), alla quale chi voglia può avere ricorso. Ciò non ostante,
non posso a meno di pur riferirmici brevemente, e riferirmi sopratutto al suo
general pensiere, ed ai suoi scritti; perchè, essendo egli passato (1)
Notizia degli scritti e del pensiero filosofico di PIETRO CERETTI, accompagnata
da un cenno autobiografico del medesimo, intitolato: < La mia celebrità »
per PASQUALE D'ERCOLE, Torino -- per diverse fasi di si fatto pensiere, non si
potrebbe, senza tal ricordo, convenientemente collocare e giudicare questa sua
Sinossi. Quanto alla persona, tanto da invogliare a conoscerla chi ancora
non la conosca, mi limiterò a ricordarla con pochissime parole. Nato ad Intra
nel 1823, educato nella puerizia e nell'adolescenza da preti e gesuiti, usci,
dall'educazione e istruzione loro, l'uomo meno informato allo spirito
de'medesimi. Più che coll'opera altrui si è istruito coll'opera propria: sì che
può dirsi ch'egli è stato il vero autodidattico. In giovinezza viaggiò, e
per anni, quasi tutta l'Europa a piedi, da una parte, studiandone le diverse
genti ne’loro costumi e prodotti scientifici e letterari, dall'altra, vedendone
la natura nelle sue diverse forme e manifestazioni. Ed è, certo, da tal
visione ch'egli acquistò un grande amore agli studi naturali, ne'quali riesci a
procacciarsi vaste e profonde conoscenze. I predetti viaggi gli furono tanto
più fruttuosi, in quanto egli, accanto allo studio de'costumi e delle scienze e
lettere de'moderni popoli europei, ne studiava, apprendeva e parlava anche le
lingue. Le quali lingue moderne, congiunte ad antiche è classiche, ch'ei pure
conobbe (sanscrito, ebraico, latino e greco), divenner poi una mirabile, solida
e fruttuosa base pe'suoi studi d'ogni sorta, specialmente filosofici. Ebbe
mente assai varia, cioè poetica, filosofica e letteraria, e fu indubbiamente
un'alta e cospicua individualità, segnatamente dal lato del pensiero
filosofico. Egli è stato, infatti, un fortissimo pensatore e ad un tempo un
fecondissimo scrittore. Ha scritto una quantità veramente sorprendente di opere
(1), appunto di contenuto filosofico, poetico e letterario. Nel letterario
comprendo anche un certo numero di opere sociali, le quali son tra filosofiche
e letterarie, e sotto forma di romanzi, commedie, biografie, ecc., propugnano
una riforma sociale basantesi su principii filosofici. In una dozzina
d'anni, dal 1854 al 1866 circa cominciò a pubblicar qualcuna di tali opere, e
propriamente, di contenuto poetico, un poemetto intitolato: Il Pellegrinaggio
in Italia ed alcune Liriche, e di contenuto filosofico, i tre primi volumi di
un'opera scritta in latino intitolata : Pasaelogices specimen. Gli scritti
poetici pubblicò sotto il pseudonimo di Alessandro Goreni, lo scritto
filosofico sotto il pseudonimo di Theophilus Eleutherus; e, quel che più
importa, si de' primi che del secondo non ne mise in pubblico (così comincia a
comprendersi l'oscurità del Ceretti) che pochissimi esemplari, quasi a
scandagliar primamente con essi la pubblica opinione. De' primi qualche
giudizio, e abbastanza favorevole, venne fuori, e poi non se ne parlò più; del
secondo, che io sappia, non se ne parlò punto, e credo che non lo lesse
nessuno. L'autore stesso, in una sua umoristica autobiografia, riferendosi
specialmente a questa (1) L'elenco compiuto di esse si trova nella mia
citata Notizia, ecc., p. xxvi SS., e tra grandi e piccole non sono meno di una
quarantina. opera filosofica, dice: « Tuttochè questi volumi non fossero
letti da nessuno, furono però variamente interpretati, e da taluni supposti
essere inintelligibili pel proprio autore; perciò mi guadagnarono la fama della
madre notte, che non lascia vedere cosa veruna » (1). Dopo questa prima, quasi
ignorata pubblicazione, non pubblico, anzi non volle pubblicare più nulla; e
cosi si finisce di spiegare la predetta oscurità. Singolare uomo!
rispetto a quest'ultima, più che dispiacersene, egli n'era contentissimo, e
quasi ne gioiva, avendosela persin proposta per scopo, secondo l'adagio (che
sovente ripeteva): Bene vive chi bene si nasconde. E meglio di lui veramente
non si era nascosto nessuno; giacchè nel suo oscuro e silenzioso recesso ei
volgeva ed agitava nella mente tutto un mondo vastissimo di idee poetiche,
filosofiche, storiche, sociali, umane. E, lavoratore infaticabile e costante,
queste idee veniva solertemente scrivendo, finchè ha potuto scrivere egli
stesso, e dettando, quando non potè più scrivere. Giacchè, colto nel 1874 da
una paralisi, da prima leggera, ma pur spietatamente progressiva, dovette a
poco a poco smettere lo scrivere e ridursi a dettare i pensieri, che ancor
sempre l'occuparono fino alla morte, avvenuta nel 1884. Quanto agli
scritti, omettendo di allegare i poeticoletterari, che non è qui il luogo e
l'intento, ricordo i principali filosofici. La citata opera latina doveva
essere (1) La mia celebrità, pag. 101, allegata alla mia citata
opera. di otto volumi, ma egli non ne scrisse che propriamente cinque e
non ne pubblicò che tre soli. Oltre ad essa e ad un'altra opera filosofica,
intitolata : Idea circa la natura e la genesi della Forza, e rimasta incompiuta,
scrisse questa Sinossi dell' enciclopedia speculativa; Sogni e Favole (il
titolo par letterario, ma è opera filosofica e voluminosa); Considerazioni
circa il sistema generale dello spirito e circa il sistema della natura entro i
limiti della riflessione; Insegnamento filosofico; Stramberie filosofiche, e
parecchie altre minori. Nella gran massa de'suoi scritti il pensiere del
Cerelti non rimase stazionario e inalterato, ma si mutò anzi non poco, e passò
per diverse fasi. Le quali (comprendendovi anche il pensiero poetico, sociale e
letterario) si possono riassumere in quattro o cinque, e sono la fase poetica;
la fase filosofica hegeliana; la fase filosofica di transizione; la fase
utopistica e riformativa sociale; e finalmente la fase detta del sistema
contemplativo (filosofica anch'essa). La fase poetica fu la prima della
mente del Ceretti, e la prima si per aspirazioni che per studi e produzioni.
Ciocchè si è notato rispetto alla generale evoluzione della sua mente, va
notato anche di questa specifica fase poetica, in quanto egli passò per varii
stadii e varie maniere di concezione e corrispondente produzione poetica,
cominciando dalla leopardiana e foscoliana, passando un po' per quella di
Giusti e finendo con una concezione e forma poetica umoristicofilosofica.
Quanto alla fase filosofica hegeliana, ella è dalla sua propria designazione
indicata chiarissimamente da se stessa. Il Ceretti ne' suoi svariati, larghi e
profondi studi filosofici giunse ad accogliere come risultato finale di essi la
filosofia hegeliana; e nell'alta Italia è stato, credo, il solo hegeliano, o
certamente il solo notevole hegeliano. Tanto più che egli non si limitò alla
pura e semplice riproduzione dell'hegelianismo, ma si allargò ed elevò ad una
propria produzione sotto il nome di riformazione del medesimo (1). Ma
ecco che il Ceretti nella fase filosofica in genere subisce di bel nuovo una
evoluzione, la quale passa per diversi stadii, ognuno de'quali è una specifica
fase filosofica. Egli stesso crede che questi stadii o queste specifiche fasi
sien due, l'una hegeliana, ch'egli designa come « speculazione hegeliana»,
l'altra di allontanamento da essa, ch'egli designa come di « divorzio dalle
idee hegeliane » 2). Io però (come ho ampiamente mostrato nella mia
citata Notizia), modificando e integrando l'istesso pensiere dell'autore, dico
che queste fasi specifiche del suo [ocr errors] (1) Nella prefazione alle
Grullerie poetiche, pubblicate in Torino in questi giorni pei tipi di Bona,
alla pag. ix, riferendosi ai suoi studi filosotici nella storia filosofica
passata e recente, dice: « Le ultime fasi della filosofia ellenica, del
neoplatonismo, dell'idealismo germanico, e soprattutto dell'hegelianismo,
guadagnarono il mio spirito, che indi prese le mosse per un ulteriore sviluppo
speculativo, e si costituì in proprio sistema ». (2) Vedi La mia
celebrità, pag. 92 e 107. pensiere filosofico son tre, cioè la hegeliana,
una seconda, che ho appellata di transizione, e finalmente quella del sistema
contemplativo. Or la Sinossi, che si pubblica presentemente, è un'opera
che cade appunto nella fase di transizione del pensiere filosofico di Ceretti;
e di ciò fra poco. Quanto al così detto sistema contemplativo cerettiano, che
non entra neppur esso nella considerazione e nei limiti della mia Introduzione,
rimando il lettore a ciocchè ne ho scritto nella mia Notizia, segnatamente a
pagina cccxxix ss. Qui mi limito a dir solo che esso è un complesso di
idee stoiche, pessimistiche e subbiettivistiche, ed il subbiettivismo poi (già
cominciato nella fase di transizione) è spinto a tale estremo da essere un
subbiettivismo più immaginativo che pensivo. In filosofia il Ceretti cominciò
coll’Idealismo assoluto hegeliano, procedè, attraverso l'Idealismo obbiettivo
di Schelling, verso l'Idealismo subbiettivo di Fichte (fase di transizione); e
questo Idealismo subbiettivo esagerò poi verso il sistema contemplativo nel
senso predetto. La fase utopistico-sociale è pure in grosso e chiaramente
designata dalla sua denominazione stessa. Infatti, il Ceretti in essa propugna
uno stato sociale e una relativa costituzione, che non sono lontani da quelli
della repubblica di Platone, ossia da una società civile addirittura
utopistica. Poste queste generalità, vengo allo scopo principale di
questa Introduzione, cioè quello di riferirmi in modo [ocr errors]
particolare alla Sinossi da me edita. Senonchè, come questa non s'intenderebbe
ed apprezzerebbe bene, se non mi riferissi all'antecedente pensiere filosofico
cereltiano, del quale ella è, in parte, continuazione, in parte, deviazione,
cosi comincerò da quest'ultimo. L'antecedente pensiere, che fu anche il
primo, come è detto, è stato l'hegeliano. Però è stato parimenti detto che il
Ceretti non accolse l'hegelianismo come un semplice riproduttore di esso, ma
come un riformatore del medesimo. Ora, che cosa pensava egli dell'hegelianismo?
pensava che, nella storica evoluzione filosofica il pensiere hegeliano
rappresentasse il momento culminante, il pensiere speculativo più puro, però
non ancora tanto puro, quanto è richiesto dal Logo assoluto (1). Da
questo modo di apprezzare il pensiere hegeliano, da lui accolto, seguivano due
cose. L'una che, benchè rispetto a tutto il rimanente pensiere, il pensiere
hegeliano fosse il più elevato e il più compiuto, pur non era interamente
compiuto, era ancora difettivo. L'altra, che bisognava correggerne i difetti ed
integrarlo. La correzione e la integrazione sono appunto la riforma
dell'hegelianismo, quale il Ceretti la intende; e la esecuzione di ciò
costituisce un proprio sistema filosofico, che è il sistema panlogico
cerettiano. [merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors] (1) Logus
hegelianus (aveva egli detto nella citata opera latina, vol. I, pag. 685) est
cogitationis cogitatio magis pura quam omnis hactenus a philosophia prolata
logica cogitatio, nondum vero quantum logus absolutus requirit. Chi non ha
l'edizione latina confronti la traduzione italiana, vol. I, Prolegomeni, pag.
875.I difetti, che il filosofo intrese trovava nel filosofo di Stoccarda si estendevano
a tutte le tre parti della filosofia di quest'ultimo, alla Logica, alla Natura
ed allo Spirito. Rispetto alla Logica ei trovava i seguenti. Primo: la
Nozione (ossia l'Idea) hegeliana si genera dialetticamente in sè stessa in modo
inconscio. Ora, il Ceretti trova giusto che la Nozione si generi
dialetticamente in sè e da sè; ma ritiene però vizioso ed irrazionale il
prodursi dialettico di una Nozione che non si conosce Nozione (di un'Idea che
non si conosce Idea). Secondo: la trattazione logica, nel suo processo
dialettico, è una astratta semplice esplicazione delle categorie, mentrechè,
per essere vera e concreta, dovrebb' essere, secondo il Ceretti, un processo di
esplicazione ed implicazione. Terzo: la predetta trattazione costituisce
piuttosto un logo astratto, che si esplica e riassume astrattamente in un
risultato, anzichè affermarsi in tutti i momenti del corso esplicativo.
Se questi difetti si guardino nel loro complesso e si esprimano in linguaggio
più comune, essi si riducono alla rimproverata incoscienza e astrazione (non
concretezza) del processo dell'Idea logica hegeliana. Il rimedio a questi vizii
(e questo è uno de' punti della riforma hegeliana) è per lui, primamente che la
Nozione o l'Idea logica sia accompagnata da coscienza, secondamente che il
processo dialettico logico fosse esplicativo ed implicativo ad un tempo, in
terzo luogo, che tal processo logico non lo si vedesse ed esprimesse in un
semplice risultato, ma che si veda, affermi e verifichi in ogni singolo momento
del suo corso. Rispetto alla Natura (e corrispondente filosofia), ei
trova il general difetto che il processo dialettico, che Hegel segue in questa,
è anche astratto (come nella Logica) e non locca le concretezza della Natura
istessa. La filosofia della Natura pel Ceretti non dev'essere, come per Hegel,
un’Idea raccoglientesi in sè stessa dal suo Esser-altro, ossia dalla sua
esteriorità, ma dev'essere anche e piuttosto un veramente naturare l'Idea
logica. L' emendazione a tal difetto s'intende bene che pel Ceretti consista nell'effettuare
il processo naturale della Nozione o dell'Idea in guisa che questa realmente si
obbiettivi e concreti nell'esteriore realtà. Finalmente, rispetto allo
Spirito, il filosofo intrese trova, lasciando da banda qualche vizio
secondario, due vizii principali. Il primo è che, nel processo dialettico
hegeliano, lo Spirito sorga in ultimo come un risultato, invece di sorgere e
costituirsi in tutta la serie evolutiva dello Spirito stesso. Il secondo è che
lo Spirito non raggiunga quella libertà, nella cui essenza il filosofo tedesco
lo fa massimamente consistere. Anche qui l'emendazione consiste nel rimuovere i
notati difetti, e però far sì che lo Spirito si costituisca tale nella suc:
cession graduale della sua evoluzione e raggiunga veramente la libertà.
lo qui allego senza discutere: qualche vizio rilevato anche a me è parso reale,
altri no: rimando per questo il lettore alla mia opera sul Ceretti e lì, in una
discussione piuttosto ampia in proposito (1), veda e giudichi da sè
stesso. Come effettua ora il Ceretti la emendazione dei predetti vizii e
la conseguente riforma dell'hegelianismo? Come segue. Va innanzi
tutto notato che egli nella riforma non vuole uscire dall'hegelianismo istesso;
e qui ha ragione, e mostra uno sguardo filosofico veramente speculativo e
profondo. Giacchè ei pensa, e giustamente, che i sistemi filosofici tutti
costituiscono e debbono costituire tanti singoli, ma pur necessari momenti di
un solo universale Principio, di una sola universale Idea, di un solo universale
Pensiere. L'hegeliano è stato l'ultimo pensiere e l'ultimo principio,
comprensivo di Tutti gli antecedenti. Chi vuole, ora, seguire la catena storica
della filosofia deve riattaccarsi a quest'ultimo, e questo stesso, pur
accogliendolo, ulteriormente sviluppare in sè stesso. E cosi fa egli. Di
fatto, oltre al pensiere hegeliano or rilevato e da lui accolto del significato
della storia filosofica e de' sistemi che lo compongono, ha accolto anche il
principio, pur hegeliano, di tre generali forme di sistemi, vale a dire il
sistema dommatico, lo scettico e l'idealistico. Ha, inoltre, accolto il
pensiere hegeliano fondamentale della triplice forma del principio assoluto,
forma logica, naturale e spirituale, non che la conseguente triparti (1)
Citata Notizia, pag. ex ss. Vi troverà anche i corrispondenti luoghi latini
dell'opera del Ceretti, zione e trattazione di tutta la materia
filosofica. Ha parimenti accolto il concetto enciclopedico della filosofia, il
metodo dialettico con la nota tricotomia che lo accompagna, ed altri principii.
Ma, ciò non ostante, egli sviluppa ulteriormente, modifica e riforma
l'hegelianismo. Punti importanti della riforma son primamente l'Assoluto
ed il Logo: e chi è a notizia delle cose hegeliane, intende bene che con essi
il Ceretti non si colloca punto fuori dell'hegelianismo, ma si pone anzi nel
cuore del medesimo. Imperocchè l'Assoluto (già importantissimo in tutta la
filosofia tedesca) è, notoriamente, l’un capo della filosofia hegeliana,
mentre, d'altra parte, l’Idea, segnatamente logica (il Logo, insomma), ne è
l'altro. Assoluto e Logo dunque, ossia riunendo, e giustamente, i due, il Logo
assoluto diviene in Ceretti il Principio e pernio di tutta la sua concezione
riformativa. Questa concezione, s'intende, vien da lui sistematicamente
disegnata ed effettuata; e il sistema che ne risulta è un Panlogismo, ossia una
universale considerazione speculativa del Logo. Il Logo è cosi il nuovo
principio, che il filosofo intrese pone innanzi, modificando l'Idea hegeliana e
specialmente allargando, anzi addirittura universalizzando l'Idea logica di
Hegel. Se non che, accanto al Logo troviamo in Ceretti una seconda designazione
di tal nuovo principio, ed è quella di Coscienza. Come questa seconda
designazione comincia già ad essere importante nella prima fase filosofica del
Ceretti (nella hegeliana) e divien poscia prevalentemente determinante nella
seconda (in quella di transizione, in cui cade la Sinossi); cosi vuol essere
chiarito come la stia con questi principii, che apparentemente paion due (Logo
e Coscienza) e realmente sono il solo principio novello cerettiano. Si
noti che uno de' punti cardinali cerettiani della riforma è che l'Idea o la
Nozione logica sia non già inconscia, come in Hegel, ma conscia. Si pensi,
d'altra parte, che il principio cerettiano (sorgente dall'hegeliano e
modificante l'hegeliano istesso) è, come s'è visto, il Logo assoluto. Ora, tal
Logo assoluto (secondo il vizio antecedentemente rilevato e la relativa
emendazione) il Ceretti lo vuol conscio; ed allora è un passaggio più che
naturale, è una naturale esigenza che il Logo assoluto conscio sia e divenga in
lui Coscienza (non certo subbiettiva od obbiettiva, ma assoluta). In tal
guisa Logo assoluto e Coscienza pel filosofo intrese costituiscono in fondo un
sol principio, e sono il suo novello principio emergente dall'hegeliano. Dico
emergente dall'hegeliano, anche perchè, notoriamente, in Hegel, accanto
all'Idea, che è posta come principio assoluto, spicca come tale anche lo
Spirito (der Geist). Or lo Spirito è l'Idea conscia. Quando si vede la cosa
cosi, può dirsi che si in Hegel che in Ceretti spiccano due principii, almeno
due speciali denominazioni di un sol principio, che son poi in fondo un sol
principio. Cioè, in Hegel spiccano Idea e Spirito, che son poi (l'unico
principio) l'Idea spirituale, ossia conscia; e in Ceretti spiccano il Logo
e la Coscienza, che son poi (pur un unico principio) il Logo conscio, o
puramente e semplicemente la Coscienza. Che poi e come poi il Ceretti
colla Coscienza crede di porre innanzi un principio diverso dallo Spirito di
Hegel, o almeno più largo dello Spirito, lo vedremo più innanzi. Ora, pel
progresso del discorso, è necessario rilevare primamente un'altra cosa: ed è
che dei predetti due principii cerettiani (che in fondo son poi uno), il primo
o Logo assoluto è quello che dà più specialmente denominazione, concezione e
sistemazione alla fase hegeliana del Ceretti, ossia al Panlogismo: ed il
secondo, o la Coscienza (pur già appariscente nella predetta prima fase), è
quello che dà più specialmente l'intonazione, la concezione e la sistemazione
della seconda fase, cioè di quella di transizione, in cui cade la Sinossi. Il
che vuol dire, in altri termini, che il Logo informa prevalentemente il sistema
panlogico dell'opera latina, Pasaelogices specimen (prima fase), e la Coscienza
informa più particolarmente la presente opera italiana della Sinossi.
Diamo ora brevemente uno sguardo al sistema panlogico, che per me costituisce
ancor sempre il più poderoso, più originale e più speculativo pensiere Per
veder ciò, naturalmente, non bisogna limitarsi al fuggevolissimo e magrissimo
cenno che ne fo qui; ma bisogna leggere l'opera cerettiana, alla quale un buon
aiuto, mi lusingo di dirlo, è la mia citata Notizia. del Ceretti: il
quale sguardo ci agevolerà l'entrata nel pensiere della presente opera
sinottica. Il Logo per lui è tutto, è l'universale realtà, è l'assoluta
realtà; e la filosofia è la scienza che considera appunto il Logo nella sua
universalità ed assolutezza. Il Logo ha tre forme di esistenza, cioè è Logo in
sé, Logo fuori di sè, Logo per sè; forme, che pel Ceretti hanno anche il
significato e valore di essere il Logo nella sua Subbiettività, il Logo nella
sua Obbiettività (obbiettivazione, estrinsecazione), il Logo nella unità di Subbiettività
e Obbiettività. Si consideri l'Idea hegeliana e le sue note forme, e si
troverà che il Ceretti attribuisce al suo Logo quelle stesse forme di esistenza
che Hegel attribuiva alla sua Idea. Si pensi un'altra cosa. L'Idea di Hegel è
Pensiere ed Essere insieme: può dirsi però che essa è prevalentemente Pensiere
nella Logica, prevalentemente Essere nella Natura, prevalentemente Coscienza
nello Spirito. Il Logo di Ceretti è pur Pensiere ed Essere, ma, starei per
dire, colla prevalente anzi colla essenziale caratteristica di Pensiere: il
Logo é essenzialmente pensivo (senza cessare di essere essente), e però è
essenzialmente conscio, è essenzialmente Coscienza. L'Idea logica di Hegel non
è conscia; l'Idea naturale del medesimo non è neppure conscia; conscia è
soltanto la sua Idea spirituale. Il Logo cerettiano invece è sempre Pensiere ed
è sempre Coscienza in tutte le sue forme di esistenza, che, come fondamentali,
sono le tre predette. Queste tre forme di esistenza, speculativamente
considerate, costituiscono poi tre parti della filosofia, ciascuna delle quali
è una speciale considerazion del Logo. Le quali parti, designate con nomi un
po' singolari, ma, in fondo, pur veri, sono la Esologia (da eis, és dentro), o
dottrina del Logo in sè, del Logo considerato dentro di sė, la Essologia da
(85w, fuori) o dottrina del Logo fuori di sè, e finalmente la Sinautologia (da
cúv e aviós, con, stesso) o dottrina del Logo con sè. A maggiore
intelligenza di queste tre parti, rilevo che il concetto e il relativo obbietto
di esse son dal loro autore espressi in una maniera, che è pur degna di
considerazione, e che, del resto, discende dall'anzidetto. Si è già visto come
il Logo cerettiano, benchè genericamente contenga in sè gli elementi
dell'essere e del pensiere, pure prevalentemente e più specificamente è
pensiere. Conformemente a ciò, il filosofo intrese designa il concetto e
obbietto delle tre mentovate parti appunto dal lato del pensiere, e dice che la
Esologia è la considerazione speculativa del pensiere del pensiere; la
(1) Lo dice Logo con sè, ma la espressione ha quel medesimo significato che ha
in Hegel quella (del terzo momento) di in sè e per sè. Qui il lettore può
intender meglio ciocchè si è detto innanzi del significato ed estensione del
Panlogismo cerettiano. Infatti, queste tre parti, che sono tutte, e le sole,
dottrine del Logo, nel loro complesso costituiscono la Panlogica (Pasaelogice o
Pasalogice: titolo dell'opera latina); onde il Panlogismo. Intende anche
un'altra cosa, cioè, la relazione intima di queste tre parti con le hegeliane,
in quanto la Esologia corrisponde alla Logica (Logik) di Hegel, la Essologia
corrisponde alla filosofia della Natura (Naturphilosophie) e finalmente la
Sinautologia corrisponde alla filosofia dello Spirito (Geistesphilosophie) del
medesimo. Essologia, un'altrettale considerazione del pensiere del
pensato, e finalmente la Sinautologia è la considerazione speculativa del
pensiere del pensante. Sempre dunque considerazion del pensiere: Il
pensiere del pensiere esprime il pensiere nella sua subbiettività; il pensiere
del pensato è la considerazione pensiva del pensiere come obbiettivato; e
l'ultima è la considerazion del pensiere come unità di subbietto e obbietto (di
pensiere subbiettivo e pensiere obbiettivo). Ciò posto, ecco ora come
l'autore pensa e determina la materia di queste tre parti: nel dir delle quali,
dirò qualche cosa di più della prima od Esologia, perchè essa nella susseguente
Sinossi apparisce poco o punto. Esologia. Questa è la logica cerettiana,
nella quale la coscienza logica, come Coscienza del Logo in genere, è
essenzialmente pensante (essentialiter cogitativa, come egli dice). La
Coscienza logica è da lui definita quale Coscienza di sè e di altro non ancora
esteriore a sè stessa, cioè, non ancora estrinsecata (non ancora divenuta Logo
naturale, Natura). Ei distingue ora l’Esologia in tre parti, che (sempre
dal Logo, che è in fondo ad esse) appella Prologia, Dialogia e Autologia. La
prima considera il Logo esologico nella astratta identità del pensiero; la
seconda lo considera nella differenza del pensiero istesso, la terza lo
considera come sintesi della identità e della differenza del pensiero.
Queste tre ultime, ragguagliate alle parti della Logica hegeliana,
corrispondono alla sfera del Concetto, a quella dell'Essere e a quella
dell’Essenza. Il Concetto in Hegel tien l'ultimo posto; invece, tiene il primo
il Ceretti col nome di Prologia. La Prologia cerettiana (vicinamente alla
dottrina hegeliana del Concetto) è dottrina della Proposizione, del Giudizio e
del Sillogismo. Il Ceretti comincia dalla Prologia, ed in questa dalla
Proposizione, in quanto pensa che il Primo prologico (come dice egli; noi
diremmo in generale il Primo logico) non è nè l'Essere di Hegel e Rosmini, nè
l'Io di Fichte, nè la schellinghiana Identità dell'Ideale e del Reale; ma è la
Proposizione, ch'ei pensa come qualcosa di più semplice e primitivo del
Giudizio stesso. Non entro nelle particolarità nè nell'apprezzamento
della cosa; mi limito a far risaltare soltanto il pensiero cerettiano. Non
posso però a meno di richiamare l'attenzione del lettore sulla triplicità che
pervade (come già in Hegel) la trattazione filosofica cerettiana, la quale
triplicità, come si scorge qui, cosi segue in tutta la susseguente trattazione.
È inutile dire che, trattando di questa parte, l’autore entra nelle
particolarità della teoria si della proposizione, si specialmente del giudizio
e del sillogismo. La Dialogia è la dottrina dell'Essere e considera
questo (come già Hegel) siccome distinto ne' subordinati principii o momenti di
Qualità, Quantità e Modalità (1), ne'quali, alla lor volta, vengono suddistinti
e La Modalità è la misura hegeliana (das Maas): già Rosenkranz l'avea
appellata anche Modalità.speculativamente considerati altri principii subordinati,
come qualcosa, il limite, il quanto, la realtà, la sostanza, la essenza, la
necessità, ecc. Chi è pratico delle cose hegeliane, si accorge che il
Ceretti anche in questa seconda parte ha fatto degli spostamenti, trasportando
e trattando sotto la sfera dell'Essere principii (e persin l'essenza stessa),
che in Hegel ricorrono sotto quella dell'Essenza. La cagion di ciò, a mio
credere, è che il Ceretti tratta tutta la materia logica (anzi tutta la materia
filosofica) secondo i tre momenti della Posizione, della Riflessione e della
Concezione. Così facendo, ha potuto accogliere i principii o momenti hegeliani
dell’Essenza (la quale, notoriamente, è la sfera della riflessione) sotto il
proprio Essere, considerato appunto secondo il momento della riflessione; ossia
ha potuto accoglierli sotto l'Essere riflesso. L'Autologia finalmente,
che è pensata come unità della Prologia e della Dialogia, tratta de'tre
principii del Sapere, Volere, Agire. S'intende bene che anche in questi vengono
distinti, rilevati e trattati altri momenti subordinati come Sapere immediato,
mediato e assoluto, Volere subbiettivo, obbiettivo, ecc. I tre principii
predetti pur ricorrono nella Logica hegeliana, ma in una guisa e sfera
subordinata, mentre qui abbracciano una intera sfera logica per sè, e
costituiscono il punto culminante ed unitivo di tutto il pensiere esologico
(ossia logico). Questa parte del sistema panlogico cerettiano non rimane
poi così magra ed astratta, come potrebbe sembrare, ma si addentra nella storia,
e viene additata in questa la evoluzione di tutte le categorie logiche
(esologiche) trattate. Io qui naturalmente non posso entrare nelle
particolarità: di più ho detto nella mia Notizia degli scritti e del pensiere
filosofico di Ceretti; ma anche in questa fui piuttosto scarso. Ora si è
pubblicata in italiano questa parte della filosofia cerettiana sotto il nome di
Esologia, ed essa sola comprende ben mille e dugento pagine. Io cercherò
un'altra occasione in cui discorrere più lungamente di quest'opera e paragonarla
con la Logica hegeliana, dalla quale prende il general pensiere e il generale
andamento, ma della quale vuol essere, e in parte è, una modificazione.
EssOLOGIA. La Natura è il Logo obbiettivato: però la dice anche Non-Logo, ossia
l'opposto (il negativo) del Logo subbiettivo. La designa parimenti come
Coscienza in forma d'Incoscienza, ossia, in fondo, di Coscienza ancora
inconscia. Che la dice Coscienza, dopo tutto l'anzidetto, s'intende benissimo;
perchè la Coscienza non è che il Logo conscio in genere, salvo poi a passare
per diversi gradi della Coscienza, cominciando dalla incoscienza. Questo stato
ancora inconscio della Coscienza della Natura è incluso nella mentovata
designazione, che, cioè, questa sia Coscienza in forma di incoscienza. Qualche
cosa di consimile egli esprime, quando la designa anche come Coscienza
dormente. Distingue la Natura (alla hegeliana) in meccanica, fisica,
organica o, come anche si esprime, in Logo meccanico, Logo fisico e Logo
organico; e la tratta speculativamente in queste tre forme. Il punto culminante
della Natura è la Vita, il cui Logo supremo, dice egli, è l'organo sensorio.
Col senso poi (che è funzione e manifestazione di quest'organo) si esce dalla
sfera della Natura propriamente detta e si entra in quella dello Spirito, ossia
della Coscienza del Logo conscio, e però del pensiero del pensante, la cui
speculativa trattazione è la SINAUTOLOGIA. Il concetto della sinautologia
dall'anzidetto è chiarissimo e si riassume in questo, che il pensiero del
pensante da essa considerato esprime la concretezza del pensiero istesso, cioè
la Coscienza altuosa di quello Spirito (di quel Pensiero), che nella Esologia e
nella Essologia era ancora inconscio. Le parti in cui si suddivide la
Sinautologia sono l'Antropologia, l’Antropopedeutica e l'Antroposofia. Queste
stesse tre parti sono ulteriormente divise in altre subordinate, trattandosi in
ciascuna in grosso quei principii che nell' hegelianismo fan parte dello
Spirito e della filosofia dello Spirito. Nelle particolarità io rinunzio di
entrare, tanto più che la maggior parte di esse entrano nella Sinossi, che si
presenta ora al pubblico. Con ciocchè è detto, che io lascio senza
apprezzamento, è stato certo il lettore messo nel caso di conoscere quelle
antecedenze, delle quali la Sinossi, da una parte, è continuazione, dall'altra,
ulteriore modificazione, e veniamo dunque alla presente opera sinottica.
Rispetto a questa vi sono due punti a cui mi riferirò: l'uno è quello
dell'opera da me prestata nella pubblicazione di essa: l'altro è quello di dare
una idea generica del suo contenuto e di rilevare alcune cose che mi paiono
degne di nota. Per ciò che concerne il primo punto, il manoscritto che mi
fu consegnato, di indicazioni del contenuto e dello scopo dell'opera non portava
che soltanto il titolo generale di essa, cioè Synossi dell'Encyclopedia
speculativa. Non aveva prefazione od altra indicazione di sorta, ma cominciava
subito col primo paragrafo, e così senz'altro continuava in sussecutivi
paragrafi fino all'ultimo. Or bene, io ho creduto utile di fare innanzi
tutto due piccole innovazioni: primamente, di ammodernare l'ortografia
dell'autore; secondamente di fornire l'opera di intestazioni. Quanto
all'ortografia, il Ceretti era un uomo, dirò cosi, stampato sul classico, e
però rispetto ad essa ha ancora ritenuto le forme latine e greche. Gli è per
ciò che, conformemente al saggio ricorrente nel titolo predetto, egli scriveva
analysi, systema, sympathia, philosophia, abysso, e via dicendo. Adduceva anche
le ragioni di ciò, e, in una scrittura umoristica (1), riferendosi a questo
punto, pregava che lo « si lasciasse spropositare a suo agio, perchè la sua
crassa ignoranza di orthographia italiana non gli permetteva di fare altrimenti
». Senza che io mi distenda su questo punto, il lettore intenderà che al
nostro tempo una tale ortografia non poteva trovar favore presso il pubblico.
L'autore stesso, (1) Nella Prefazione ai Sogni e Favole (ancora inediti,
ma che si pubblicheranno fra non molto). del resto, non l'aveva seguita
neppur egli in tutte le sue scritture italiane. Per esempio, non l'aveva
seguita nè in una sua prima opera filosofica italiana, rimasta incompiuta
(intitolata Idea circa la genesi e la natura della Forza), nè in qualche opera
letteraria de' primi tempi (poniamo, nelle Lettere d'un profugo): in generale
poi non l'ha mai seguita nelle sue opere poetiche italiane. Io poteva dunque
senza scrupoli innovarla. Quanto alle intestazioni, mi sono parse
utilissime anch'esse. Il Ceretti è uno scrittore molto difficile, è sovente
oscuro. Leggere una sua opera senza intestazioni di sorta, tranne quella del
titolo generale, è una cosa che non invoglia il lettore. Gli è perciò che, ad
agevolare a questo l'intelligenza e la lettura della medesima, ho diviso
innanzi tutto l'opera nelle grandi e generali parti che la costituiscono, e ho
dato loro le rispettive intestazioni; poscia ho fatto lo stesso coi paragrafi,
dando, sia ad un solo sia a più insieme, la intestazione corrispondente al
pensiere da essi espresso. Per la giusta lezione del testo mi son dato
tutta la cura possibile. Non una, ma ben molte volte sono intoppato in
difficoltà: tanto più che il manoscritto era scritto da un amanuense. Nelle
difficoltà ho fatto fare scrupolosi raffronti coll'originale, nei quali la figlia
dell'illustre filosofo, tuttora amorosamente intenta alla pubblicazione delle
opere paterne, mi ha prestato valido aiuto (1). Ma, (1) Ad onor del vero,
mi piace di far noto che l'opera della figlia verso il padre non è soltanto di
riconoscenza filiale, ma di intelligente ad onta del buon volere e degli
aiuti, mi è rimasto qualche scrupolo, che in questo o quel luogo qualche
mancamento od inesattezza vi sia rimasto. Quanto a mancamento, mi cade in
acconcio di potere affermare siccome una verità, che, per chi conosce le opere
filosofiche cerettiane, quelle che susseguono l'opera latina in genere si
risentono un po' tutte di qualche mancamento rispetto all'ordinamento e
all'integrità del pensiere. Questo, secondo me, proviene da più cagioni: l’una,
che, avendo ogni scrittore un momento culminante nella sua attività
intellettiva, il Ceretti lo ha avuto nell'opera latina: l'altra che, avendo
egli, dopo la pubblicazione de' tre primi volumi di questa, fermamente
deliberato di non pubblicar più nulla, ha creduto che le sue opere rimanessero
inedite; e con tal credenza la cura di esse è minore: una terza, che negli
ultimi dieci anni di vita (in cui cadono quasi tutte le opere filosofiche
italiane, compresa la Sinossi) egli fu travagliato dalla mentovata infermità.
Continuando a dire dell'opera da me prestata, rilevo che, per l'accennata
difficoltà e talvolta anche oscurità del pensiere dell'autore, vi ho pure
aggiunto delle note illustrative, ove mi son parse necessarie od almeno
utili. E finalmente, un po' per la ragione ora detta, un po' per
continuare a far conoscere la persona é gli scritti del Ceretti, un po' per
agevolare al lettore l'entrata nel prestazione, come ha anche dimostrato,
benchè ella lo abbia taciuto, nella mentovata pubblicazione delle Grullerie
poetiche, non che delle Poesie giovanili, apparse contemporaneamente ad
esse. pensiere della Sinossi, vi ho preposta la Introduzione che sta ora
leggendo. Per ciocchè concerne il secondo punto, quello del contenuto,
comincio col richiamare innanzi tutto l'attenzione del lettore sul principio
costitutivo della Sinossi, cioè, la Coscienza; principio, come ho già detto
innanzi, che l'autore crede distintivo della propria filosofia da quella di
Hegel, il quale, invece, pone in genere l’Idea, e più specificamente l'Idea
conscia, ossia lo Spirito. Ebbene, dal poco che ho detto,
antecedentemente e da altro che ho qui taciuto, posso affermare che la
differenza che il Ceretti vuol vedere tra la sua Coscienza e lo Spirito di
Hegel a me non pare così essenziale, certo, non così grande, come egli pensa. E
che la cosa sia cosi lo voglio confermare con le stesse parole dell'autore.
Nella sua Autobiografia, opera interessante e ricca di notizie sul corso
de'suoi pensieri, egli stesso dice: « In quel tempo io seppi (1) che l’Assoluto
è la Coscienza, e la Coscienza nel suo svolgimento è, correttamente parlando,
una storia, ma fui lontano dal distinguere la Coscienza dallo spirito e
considerare lo spirito come un momento storico della Coscienza. Per me la
Coscienza era un ente, piuttosto che il termine generale, la cui distinzione
costituisce gli enti ». È chiaro dunque che una distinzione vera dei due
principii non l'aveva ancor fatta. Però qualche cosa di (1) La mia
celebrità citata, pag. 89. Il tempo di cui parla è verso il 1870, certo, dopo
la pubblicazione de' tre primi volumi dell'opera latina, pubblicazione che
cessò il 1867, distintivo cominciava ad andargli pel capo. Di fatto, egli
afferma in altro luogo dell'opera, che verso quel tempo di cui si sta parlando
« principiava a balenargli l'idea di una Coscienza più generale dello spirito,
Coscienza, della quale lo spirito fosse uno storico momento. Quest'idea gli era
balenata molto tempo prima, ma piuttosto come un'imagine dell'idealità che come
una categorica avvertenza, la quale avvertenza principiò in questo tempo ed
ebbe il suo categorico fondamento anzitutto nell'infinito nulla, sopra il quale
riposa la nostra cogitabilità » (1). Da questo luogo, che conferma il
primo, non solo emerge ulteriormente che la distinzione ei non l'aveva ancor
veramente fatta nell'opera latina, ma fa capire che in questa (ov'egli pure
aveva cominciato a parlare di tal distinzione) la distinzione era come un primo
baleno di pensiere presentatosi alla mente e intraveduto, non però ancora
veramente visto, compreso' e consciamente fermato. È questo veramente un punto,
che io non aveva neppur nella mia Notizia così determinatamente ancora indicato
e, sopratutto, documentato; son lieto, che mi si è presentata l'occasione di
farlo qui. Ora, è nella Sinossi che il Ceretti è veramente conscio di tal
distinzione, ed è in essa che la Coscienza predomina e spicca come l'universale
e fondamentale principio (1) Loc. cit., pag. 104. Può parere strano che
il Ceretti faccia poggiare la cogitabilità sull'infinito nulla. Lo strano
sparisce, quando si pensa che per lui l'infinito nulla è uno de' modi di
designare l'essere indeterminato. Ora, il pensiere è appunto o una
determinazione dell'essere indeterminato, o una ulteriore determinazione
dell'essere già determinato. di tutto l'Essere e di tutto lo Scibile
(Pensiero). E la ragion principale della distinzione, come si scorgerà dalla
lettura dell'opera, consiste per lui specialmente in ciò: Che, giusto perchè la
Coscienza è l'universale ed assoluta realtà, l'unico universale essere, ella
accoglie sotto di sè l'istesso spirito come uno de' propri momenti, una delle
proprie manifestazioni e forme di esistenza (1). Ad intendere ciò, e in
generale la larghezza della Coscienza cerettiana, allego volentieri il seguente
luogo, nel quale ei dice che il filosofo speculativo « considera l'animale come
un momento definito nel sistema della Natura, la Natura come un momento nel
sistema spirituale, e lo Spirito come un sistema nel sistema della Coscienza »
(2). Ora può meglio comprendere il lettore, perchè io, nel dividere la
Sinossi in Tre Parti e nel dare a ciascuna di esse la relativa intestazione, ho
sempre fatto entrare la Coscienza. Del resto, l'istesso autore dice che: « la
Coscienza, sendo il termine più generale, che possibilita l'essere e
l'esistenza, deve necessariamente essere il termine più generale, nella cui
distinzione si distingue logicamente l'Enciclopedia speculativa » (3).
Volendo ora con un breve cenno introdurre il lettore nel contenuto della Sinossi,
rilevo innanzi tutto che le tre grandi Parti, nelle quali ella è divisa, sono
la Coscienza universale, ossia i Principii logici o logico-metafisici,
che (1) Vedi in questo stesso volume appresso $ 21, pag. 10. (2) Si
confrontino specialmente il g 164 e la mia relativa nota, non che il S
203. (3) Sinossi, $ 163, pag. 124, voglian dirsi (Logica); la
Coscienza naturale, ossia i Principii naturali (Natura); e la Coscienza
spirituale o Principii spirituali (Spirito). Quanto alla Coscienza
universale e ai corrispondenti principii logici, l'autore non entra in
particolarità, anzi non ne espone addirittura la dottrina. Si limita soltanto
ad indicare innanzi tutto le forme dello scibile e le corrispondenti verità;
poscia a designare alcune verità logiche supreme; indi ad accennare in genere
la natura della speculazione logica; e finalmente ad una divisione del pensiere
sistematico logico. Rispetto alle forme dello scibile (ch'ei distingue in
a) scibile estetico e religioso; b) scibile empirico-induttivo, e c) scibile
speculativo), pone che la forma speculativa, che è l'unica e vera filosofica, è
quella « che non con: tiene se non verità necessitate dal pensiero in sè
stesso, indipendente da qualsivoglia autorità esteriore ». Queste verità
necessitate poi ricorrono propriamente, od almeno in modo speciale, nella
Logica. E delle tre indicate Parti e corrispondenti discipline filosofiche ei
pensa che « la scienza veramente speculativa è la Logica, e le discipline della
Natura e dello Spirito non possono contenere verità speculative, ossia
necessarie, se non in quanto siano ridotte alla loro radicalità logica », vale
a dire, alla forma o tipo logico. Quanto alle verità logiche supreme,
elle si concentrano nel mentovato principio della Coscienza. E, di fatto,
ei pone come verità prima e radice di tutte le altre verità, e ad un tempo come
« verità generalis sima della speculazione », questa, che a è contenuta
nella proposizione: L'assoluto è coscienza ». E pone quindi come a verità più
particolare, ma non meno necessaria », quest'altra, « la quale è nella
proposizione: La verità assoluta è nella coscienza pensante » (1). A queste due
proposizioni se ne può aggiungere una terza, che, benchè ricorra in fin
dell'opera, pure è con esse intimamente legata; ed è che a nulla è e nulla può
essere fuori della Coscienza » (2). Quanto alla natura della Logica, ei
l'indica, e mi pare eccellentemente, siccome il « sistema generale della
cogitabilità », o, come anche dice, « della pura cogitabilità ».
Finalmente l'autore, non entrando nelle esposizioni di tal sistema, ma
limitandosi alla partizione di esso in tre cicli, designa il primo siccome « la
categoria pura dell'Essere indefinito, l'essere generale qualitativo e
quantitativo v: il secondo come « l'Ente, ossia l'Essere finito, per il quale
il pensiero si definisce in pensieri particolari reciprocamente differenziati
ed opposti »: il terzo come a l'unità del pensiero infinito col pensiero
finito, nella quale unità il pensiero s'individualizza » (3). Questa
individuazione, soggiunge, estrinsecandosi, genera la Natura. (1) La
Coscienza pensante è per lui la Coscienza razionale o concettiva, com'ei la
dice, a differenza delle forme inferiori di Coscienza, cioè la Coscienza
riflessa e la Coscienza sentimentale (quest'ultima abbraccia la Coscienza
estetica e si estende alla religiosa). (2) Sinossi, S 203, pag.
218. (3) Vedi Sinossi, pag. 1-12. [blocks in formation]
Passando a trattare della Coscienza naturale o Natura, ne dà una definizione,
in cui si sente l'influsso fichtiano, definendola, cioè, siccome «l'Idea scissa
in due termini, che hanno l'apparenza della separazione », e che sono a l’lo e
il Non-Io » (1). Quanto alla partizione però, divide ancora hegelianamente la
Natura in a) meccanica, b) fisica, c) biologica (organica). Cominciando a
dir della prima, tocca innanzi tutto della considerazione estetica della Natura
istessa, di quella considerazione, che attribuisce ai corpi celesti vita e
persin coscienza. Tocca parimenti della considerazione riflessa (o empirico-induttiva),
la quale, oppostamente alla prima, considera la Natura come disanimata e
puramente meccanica. Son due considerazioni ch'ei tiene per egualmente false,
ritenendo invece per unicamente vera la considerazione speculativa.
Conformemente a quest'ultima, piglia le mosse da’ principii primitivi e
condizioni prime della Natura, che sono lo Spazio, il Tempo, il Movimento, la
Forza; quattro principii che nella loro unità costituiscono poi la Materia.
Questi principii ei riunisce in guisa da ricordare addirittura la consimile
unione di Spencer, la quale, del resto, prima che spenceriana, è stata già
hegeliana. Si addentra poscia vieppiù nella Natura, e la considera nella
vita e nel movimento dei corpi celesti. Ribatte la considerazione estetica, che
attribuisce a « Vita e Coscienza analoga all’umana », siccome
questi (1) Sinossi, $ 28, pag. 13. [ocr errors] fantastica.
Rispetto alla Vita di essi, rileva egli, la speculazione (e considerazione
speculativa) a ritiene giusto » che « i corpi celesti.... debbano possedere
necessariamente la propria vita, dalla quale abbiano il proprio movimento, la
propria forza e le proprie fasi formali ma respinge interamente che « detta
vita possa essere analoga all'animale ed alla vegetale » (1). Passa
quindi a considerare, secondo la speculazione, la Coscienza nei corpi celesti;
e, anche qui, pur ammettendo una generica coscienza ne' medesimi, dice che « la
Coscienza propria de' corpi celesti non può sotto verun rapporto somigliare a
quella degli animali e delle piante ». Ritiene però che « l'armonia generale
de’loro rapporti cinematici e induttivamente anche dinamici prova evidentemente
che sono regolati non solo dalla coscienza, ma anche dalla coscienza pensante e
razionale » (2). Allontanandosi, ciocchè qui dice l'autore, non poco
dalle comuni intuizioni, è bene di rilevare e determinare ulteriormente il suo
pensiere e la ragione del suo pensiere, non che la ragione, per la quale egli
respinge anche la considerazione riflessa della Natura (che è poi in grosso la
considerazione delle scienze naturali). Riattaccandosi a quest'ultima, dice
che, se la considerazione estetica attribuisce vita e coscienza agli astri,
sbagliandosi nel modo dell'attribuzione, la riflessione spegne (1)
Sinossi, § 41, pag. 22 e seg. (2) Sinossi, $ 42, pag. 23. addirittura
l’una e l'altra. Imperocchè essa, nella concezione e considerazione della
natura, è dominata « dalla cardinale irrazionalità » di considerare il pianeta
terrestre « come un ente meccanico e fisico, e non mai come un organismo planetario
vivente e cosciente di vita e coscienza propria, altra dalla vegetabile ed
animale » (1). L'autore attribuisce alla riflessione l'errore della «
diremzione (scissione) della Natura e della Coscienza », per cui « deve
necessariamente considerare i singoli fenomeni come altri da quelli della Vita
e della Coscienza o (2). Diversa poi, a senso dell'autore, è la
speculativa considerazione si della Natura in genere, che dell'ordine
terrestre. In quanto che « la speculazione, ponendo il principio generale, che
la Natura e l'Idea della Natura sono reciproci fattori, deve conchiudere
necessariamente che una Natura qualsivoglia non può esistere se non come viva e
cosciente. Le diverse specifiche nature sono appunto differenziate dalle
differenze specifiche della loro vita e coscienza ». E, conformemente a ciò,
rileva i diversi gradi di vita e coscienza de' corpi celesti, de' minerali,
delle piante, degli animali. « La speculazione (aggiunge egli) concepisce
che nessuna esistenza è possibile se non in quanto sia Coscienza, e nessuna
Coscienza è possibile se non come un sistematico svolgimento dall’una
nell'altra determi (1) Sinossi, $ 49, pag. 30. (2) Sinossi, $ 52,
pag. 32. nazione, locchè è Vita ». Mette però in rilievo che « Vita
e Coscienza nella speculazione non sono menomamente limitate all'analogia del
processo vegeto-animale; epperciò, dicendo che i corpi celesti, il globo
terrestre e le materie terrestri sono vive e coscienti, non intendiamo dire che
un numero finito di organismi componga un tale organismo, ma semplicemente che
tutta la natura è organica, viva e cosciente, e conseguentemente ogni organismo
è principio e fine di altri organismi, cosi nel proprio totale, come in
ciascuna minima particella divisibile all'infinito » (1). Non men lontano
dalle comuni intuizioni è ciocchè segue sotto il titolo di anatomia, fisiologia
e psicologia del globo. Si badi però che a si fatte denominazioni il Ceretti
non attribuisce il significato che lor comunemente corrisponde. La ragione, per
la quale egli ha adoperate le predette denominazioni è ch'ei considera il globo
siccome un organismo vivo e cosciente. Di fatto ei dice: « Considerando il
globo come un individuo organico vivo e cosciente, si conchiude necessariamente
che vi sia un'anatomia, una fisiologia ed una psicologia del globo ». Avverte
però ch'egli « usa questi vocaboli in un significato più generale che non in
quello della vita vegeto-animale » (2). E quanto all'espressione di psicologia
del globe, che è quella che più delle altre urta le comuni intuizioni, egli ne
giustifica e chiarisce (1) Sinossi, $ 53, pag. 29 e seg. (2) Loc.
cit., $ 59, pag. 36. il significato come segue. « Dobbiamo per prima cosa
notare, dic'egli, che non intendiamo parlare di psicologia nel significato
analogo a quello dell'animalità, ma usiamo questo vocabolo nel significato
amplissimo di coscienza vivente. Cosi, per es., la bestia pratica, nell'uso
della sua facoltà locomotiva, esattamente le regole matematiche della statica;
ma questo non vuol dire che la bestia possegga qualche nozione di matematica e
di meccanica razionale; ella non possiede veruna nozione riflessa, ma
semplicemente il senso regolativo della statica, requisito della pratica della
locomozione; ma non è una regola teorica; ossia una Coscienza riflessa della
medesima. In questo significato generalissimo di coscienza la terra possiede la
sua psicologia, non altrimenti che ogni individuo vivente » (1). Da tutto
ciocchè il Ceretti dice intorno a coscienza degli astri in genere e a coscienza
e corrispondente psicologia della terra in ispecie, se ne deduce ch'egli
attribuisce sì ai primi che alla seconda quella coscienza ch'egli nel luogo
ultimamente allegato chiama coscienza vivente, cioè una coscienza che si
caratterizza e risume nella vita, una coscienza che potrebbe chiamarsi
inconscia. E questa è quella coscienza che antecedentemente io stesso ho
designata come generica, non già come specificata e molto meno come
individuata. Ad intender ciò, si pensi che per Ceretti il principio
universale della realtà (qui nella Sinossi) è appunto la (1) Sinossi, $
74, pag. 47. Coscienza come universale ed assoluta. In quanto la
Coscienza è universale ed assoluta, è già Coscienza la Natura stessa, che è una
delle forme di manifestazione ed esistenza della Coscienza. Se è così, è ben
naturale ch'ei pensi come cosciente (genericamente, non individuamente gli
astri tutti, anzi le cose tutte. Ma la Coscienza della Natura, nelle formazioni
siderali della medesima, non si è ancora individuata, soggettivata , ossia è una
coscienza che non è ancora presente a sè stessa, non è consapevole di sè
stessa, è una Coscienza ancora inconscia. Ora, il Ceretti pensa che tutto
il processo della Coscienza naturale o, come comunemente diciamo, della Natura,
consiste appunto nella graduale individuazione e soggettivazione di questa
Coscienza. Nella terra ed in genere nella natura minerale tale individuazione,
almeno tal vera e reale individuazione non è ancora avvenuta e ne cerca e segua
i relativi gradi evolutivi. « Il primo esordio, secondo lui, della Coscienza
verso una propria individuazione, oltre l'individuazione planetaria, appare
nella vita vegetativa» (1). E questo esordio è, a tal riguardo, si poca cosa,
chè, benchè la pianta abbia « un'individualità distinta dall'individualità
planetaria, quest'individualità si manifesta tuttavia equivocamente nella vita
vegetabile » (2). E di questa equivocità arreca varie ragioni. (1)
Sinossi, $ 80, pag. 52. ' (2) Sinossi, $ 85, pag. 55.
Additata l'individuazione nella pianta, passa ad additarla nella
ulteriore e superiore forma di esistenza della animalità. È primamente
nell'organismo animale che, secondo il Ceretti, avviene la compiuta
individuazione, la quale, si noti, non è ancora soggettivazione in tutta
l'animalità. La soggettivazione, che è il grado supremo dell'individuazione, da
una parte, « si palesa progressivamente nelle specie superiori », dall'altra,
si manifesta nella sua vera compiutezza soltanto nell’uomo; il quale nella
serie zoologica è a l'ultimo frutto, ossia il massimo sviluppo psichico
dell'animalità » (1). « Quando l'animale, dic'egli, arriva definitivamente alla
soggettivazione della propria Coscienza, ossia al suo Io distinto
categoricamente dal Non-Io, entra categoricamente nella Coscienza spirituale.
Questo passaggio costituisce la creazione dell'uomo, e solamente questo
passaggio colla propria manifestazione può significare un soggetto umano »
(2). Con l'antecedente esposizione il Ceretti, nella Evoluzione della
Coscienza, esce dalla Coscienza naturale ed entra nella Coscienza spirituale,
cioè nella terza parte dell'opera. In questa, cominciando colla distinzione di
senso e pensiero, vien subito all'additamento delle forme, 0, com'ei le dice,
fasi dello spirito, le quali per lui sono il sentimento, l'intelletto ed il
concetto. Il concetto è la facoltà razionale, a distinzione della intellettiva,
secondo (1) Loc. cit., $ 96, 106, 107, pag. 61 e seg. (2) Sinossi,
$ 115, pag. 76. che ciò s'intende nell'hegelianismo. Il sentimento
è da lui inteso in senso più largo del senso, tanto che designa come momenti
del sentimento l'attenzione, la memoria e l'immaginazione. Così inteso, il
sentimento viene ad esser come una funzione media tra il senso e l’intelletto,
quella funzione che costituisce come il passaggio dalla coscienza senziente
alla cogitante (1), e che perciò somiglia quella che i tedeschi chiamano
facoltà rappresentativa (Vorstellungsvermögen). Segue l'evoluzione della
Coscienza spirituale in quelle forme che, secondo la terminologia hegeliana,
fan parte dello spirito soggettivo, come linguaggio e suoi stadii; stato
primitivo dell'uomo (primitiva coscienza umana); sonno, sogno e veglia ;
temperamento; specifiche disposizioni mentali, tra le quali piglia di mira
anche il genio nella sua distinzione dall'ingegno; carattere e criterio.
Dopo di ciò passa alla considerazione di quei principii che possono designarsi
come costitutivi della Coscienza oggettiva (oggettivata), che corrispondono a
quelli del cosi detto spirito oggettivo hegeliano, e che il Ceretti in questa Sinossi
risume ne' tre di Morale, Diritto, Ragione. La Morale regola i rapporti sociali
degl'individui consociati, ma soltanto siccome regola interiore alla Coscienza.
Il Diritto, facendosi indipendente dalla interiorità della Coscienza morale,
statuisce (1) Ei dice di fatto: « La Coscienza che dalla sensazione si
svolge nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla
umanità ». Sinossi, S 128. una legge che divien comune e normativa nei
rapporti esteriori del corpo sociale. La Ragione concilia le esigenze della
Morale e del Diritto, cioè dell'elemento soggettivo e dell'elemento oggettivo
della civile società (1). Continuando, l'autore segue l'evoluzione della
Coscienza spirituale nella sua costituzione sociale. Da prima rileva e determina
i gradi evolutivi di questa ultima nel regime patriarcale, strategico
(militare) e politico. Poscia viene alla determinazione della ragione, la quale
è « come il fattore essenziale del buono e del giusto contenuto » nelle
organizzazioni sociali. Alla ragione disposa la coltura, in quanto l'una e
l'altra si suppongono e svolgono insieme. « La ragione, com’ei si esprime,
reclama un libero svolgimento della coltura e la coltura è il corpo della
ragione; questa e quella sono reciproche esigenze, epperciò non si possono
reciprocamente realizzare se non in quanto concorrono nell'unità del proprio
sistema » (2). Termina questa parte con la distinzione, la determinazione ed il
rapporto dello scibile delle discipline finite e dello scibile
speculativo. Assolta questa parte della Coscienza spirituale, passa
all'ultima e suprema della medesima, che è quella che si riferisce all'Arte,
alla Religione ed alla Filosofia, o, che vale lo stesso, alla Coscienza
artistica, religiosa, filosofica. Ciascuna di queste tre ei considera non
solo (1) Sinossi, § 139, pag. 96 e seg. (2) Sinossi, S 134, pag.
113. nel suo principio, ma anche nella sua storica evoluzione. Gli stadii
di si fatta evoluzione sono in genere l'asiatico, il pagano, il cristiano; e
quindi arte, religione e filosofia asiatica; arte, religione e filosofia
pagana; arte, religione e filosofia cristiana. Quanto all'arte, egli
accenna non solo all'arte in genere, ma anche alle diverse forme di arte,
additandone l'evoluzione appunto ne' predetti stadii asiatico, pagano e
cristiano. Il medesimo fa per la religione, e qualificando la religione e
le religioni asiatiche per naturalistiche, la religione e le religioni pagane
per antropomorfistiche, la religione e le diverse forme religiose cristiane per
spiritualistiche. E finalmente, quanto alla filosofia, rilevato il
generale concetto di essa e il suo legame coll'arte e colla religione, viene a
toccare della sua storica evoluzione. Comincia dalla filosofia asiatica, nella
quale dà importanza alla filosofia indiana, essendo questa nell’Asia « la sola
che si possa considerare come un tentativo di speculazione esordiente. Ella si
distingue in tre grandi periodi, di cui il primo è teologicamente ortodosso,
epperò armonizza colla religione costituita; il secondo ed il terzo consistono
di sistemi teoretici, che però non negano il principio fondamentale della
religione, alla quale contradicono » (1). Passa alla filosofia pagana, la
quale si risume essen (1) Sinossi, S 191, pag. 188 e seg. zialmente
nella greca, e nella quale la speculazione non s'ispira, come l'indiana, alla
teologia, ma « si sente perfettamente libera da ogni prestatuto, da ogni
estrinseco alla speculazione » stessa. E ciò si mostra fin dall'inizio della
filosofia greca, nella quale « i primi filosofi furono fisici non teologi ».
Ella « si distingue in tre grandi cicli. Nel primo è speculazione
naturalistico-noologica. Nel secondo è speculazione etica. Nel terzo è
speculazione pneumatologica » (1). Termina colla filosofia cristiana,
nella quale, secondo lui, « le speculazioni dei teologi, la così detta
filosofia scolastica, non appartengono positivamente alla filosofia, ma
piuttosto a quello che si direbbe teologia speculativa », Più vicina al punto
di vista filosofico própriamente detto, come poggiante sulla ragione, è la a
nuova speculazione », o quella del Rinascimento. Questa « esordi con una
semplice rinnovazione della ellenica filosofia ); ma in alcune speculazioni« si
distingue per la forma delle nuove filosofie », come in Giordano Bruno, in
Giacobbe Böhm e in qualche altro. Quello però che fonda la filosofia
cristiana propria mente detta è Cartesio, al quale poi si riattaccano i
posteriori moderni filosofi per ulteriormente svilupparla. « La filosofia
cristiana differisce dall’ellenica; perocchè questa si svolse nel piano
dell'Idea fisica o metafisica e della sua identità realizzata nel mondo, quella
si svolge nel piano dello Spirito concreto, ossia (1) Sinossi, $ 195,
pag. 192 e seg. unità distinta dell'Idea in sè stessa (metafisica) colla
Idea fuori di sè stessa (Natura). Questa concreta unità prima è realizzazione
dei suoi termini separabili, che astrattamente si svolgono in astrazioni
fisiche o metafisiche; poscia è concreta unità dei suoi termini indirimibili e
distinti » (1). Questa è la tela del pensiere filosofico della Sinossi
dell'enciclopedia speculativa. Ora, a complemento della cosa, credo ancora
utile di rilevare alcuni punti ed alcune opinioni dell'autore, che mi sembrano
degni di nota. Primamente mi riferisco al punto concernente le idee
cerettiane sugli astri in genere e sulla terra in ispecie, e propriamente
riguardo all'animazione e persin coscienza che l'autore ha vedute in
essi. Innanzi tutto allego un luogo di un'altra opera di lui: in questo
si dice chiaramente come egli intende l’evoluzione planetaria, la quale poi non
è altro che l'evoluzione di ciocchè si nella Sinossi, si in questa mia
Introduzione si è appellata la Coscienza naturale. « La mia astronomia,
dic'egli, ossia perlustrazione de' corpi celesti, non somiglia punto alla
disciplina finita (cioè all'astronomia de' naturalisti) di questo nome, ma si
riferisce semplicemente alle più arrischiate ipotesi circa la genesi di quei
corpi. L'idea fondamentale è che le varie età di un corpo celeste corrispondono
alle varie qualificazioni di nebulosa, sole, pianeta, e cosi oltre, e
conseguentemente anche i vari fenomeni sulla superficie di esso appartengono
a (1) Sinossi, $ 199, pag. 204 e seg. vari momenti della sua età.
Cosi, per es., la vita fitozoica e la storia umana sarebbero una fenomenale
momentaneità della vita planetaria sopra il globo, che oggidi dagli uomini si
chiama Terra » (1). Or qui si dice che la vita non solo vegetale ed
animale, ossia vegeto-sensitiva, ma la stessa vita pensiva umana è una manifestazione
planetaria, che si concreta sulla terra: il che è come dire in altri termini
che nella terra vi sono fenomeni sensitivi e pensivi. In conseguenza di ciò il
Ceretti ha parlato di vita e coscienza degli astri, vita e coscienza del
pianeta terrestre; come, d'altra parte, conformemente a ciò, ha parlato di
anatomia, fisiologia e psicologia della terra. È indubitato che queste
ultime espressioni suonano un po'stranamente, e più stranamente ancora
suonavano alcuni decennii addietro. Però, a misura che si fa strada nella
scienza il realismo e l'evoluzione, quelle espressioni van mano mano perdendo
non poco della loro stranezza. Siam giunti a tale, che leggiamo, e senza
meraviglia (io almeno non me ne meraviglio, (simiglianti cose in libri
seriissimi, che veggono la luce negli stessi nostri giorni. Uno di siffatti
libri (che io credo seriissimo e raccomando a chi no'l conosce ancora), è, per
esempio, il « Cosmos die Wellentwickelung nach monistisch-psychologischen
Principien auf Grundlage der exakten Naturforschung dargestellt von D. Hermann
Wolff. Leipzig 1890. Zwei Bände ». (1) La mia celebrità già citata, pag.
66 e seg. Ebbene, il Wolff parla anch'egli non solo di psicologia
animale, ma anche di psicologia della pianta e psicologia della cellula.
Notoriamente, di quest'ultima ha parlato e scritto Ernesto Haeckel, seguito poi
da altri. Ma con ciò siamo nella natura organica. Il Wolff va ancora più
innanzi e parla anche di fisiologia della natura inorganica (si badi bene,
inorganica) (1). E non si arresta neppur qui: parla persino di segni di
manifestazioni psichiche nella natura inorganica: e, dopo avere additati questi
segni, anche coll'appoggio di Copernico, Herschel, Haeckel, Schopenhauer, viene
alla conclusione che nella natura inorganica c'è un fondo psichico (einen
psychologischen Hintergrund der anorganischen Natur) (2). Siffatte
manifestazioni, secondo il Wolff, « non sono però segni di una esistenza
individuale animata, ma comuni manifestazioni di specie » o generi (3). Anche
il Ceretti pensa la cosa in grosso allo stesso modo; giacchè la sua Coscienza
degli astri e della terra non è individuale, ma generica come ho fatto innanzi
rilevare. Fo considerare, inoltre, come ora si parli non poco di
Panpsichismo: chi è a notizia della recente letteralura filosofica, lo sa. Lo
spirito universale di Hegel (der Weltgeist), lo spiritualismo assoluto del
medesimo sono imparentati con si fatte intuizioni. Non vi è meno imparentato
l'Inconscio del vivente filosofo Eduardo di Hartmann; giacchè l'Inconscio
contiene in sè un ele (1) Vedi dell'Opera citata del Wolff, vol. I, pag.
239 e seg., 245 e seg, (2) Loc. cit., specialmente a pag. 334. (3)
Al secondo volume di detta Opera, pag. 145, mento pensivo e spirituale
che, foss’anche inconsciamente (e, del resto, nella natura dev'essere cosi), si
manifesta ed agisce nel mondo materiale. Altra intima parentela con
queste intuizioni ha l'attuale e assai generale Monismo; perchè col Monismo si
ha un solo principio superiore, che è spirituale e materiale, conscio ed
inconscio insieme, e che è presente ed agente così nell'animale e nell'uomo,
come anche nella pianta e nel minerale. Sicchè dunque bisogna guardare e
giudicare con sentimenti amichevoli ed indulgenti ciocchè il Ceretti dice
intorno all'animazione e coscienza degli astri. L'aver testè ricordato il
nome di Eduardo di Hartmann accanto a quello di Hegel, mi fa andar per la
mente, che accanto a questi due va collocato immediatamente il Ceretti, e
propriamente, da una parte, come contrapposto a quello, dall'altra, come unito
a quello nella comune provenienza da Hegel. È indubitato che entrambi
provengono da questo, ma si noti, che vi provengono, propugnando ciascuno un
principio opposto a quello dell'altro: Eduardo di Hartmann, propugnando
l’Inconscio, Ceretti la Coscienza, ossia il Conscio. È questo un punto assai
degno di considerazione, ma che meriterebbe uno sviluppo, il quale non può
entrare in questa Introduzione. Prego però che gli rivolgano la mente coloro
che ora conoscono il Ceretti, fino a poco fa sconosciuto. Cercherò un'altra
occasione, nella quale ritornerò su di ciò. Un altro punto, che si
collega ai precedenti e pure degno di rilievo da parte del Ceretti è il
dichiarare e ribatter ch'ei fa come assurda la « supposizione d'una natura
meramente inorganica, cieca e macchinale » (1). Con questa dichiarazione egli
si fa, sia direttamente, sia indirettamente, oppugnatore del Positivismo e
dell'Evoluzionismo, in quanto meccanici. E in ciò bisogna unirsi interamente a
lui. Io non ispregio punto, anzi pregio moltissimo le dottrine positivistiche
ed evoluzionistiche: e persin dichiaro novellamente (l'ho già fatto altra
volta) che accolgo l'evoluzionismo disposato all'hegelianismo sotto il generale
concetto e processo di evoluzione finale. Ma ritengo immensamente irrazionale
l'evoluzionismo meccanico, col quale non solo non si possono spiegare i
prodotti superiori della realtà, l'arte, la religione, la scienza, la vita
domestica e sociale ecc., ma neppure la vita animale e vegetale, e diventano
inesplicabili gli stessi prodotti minerali nelle ordinate formazioni dei
medesimi. Già l'antichità al meccanismo atomistico e in genere
naturalistico aveva giustamente contrapposta la finalità, specialmente nelle
scuole platonica ed aristotelica. Il principio finale, che fu accolto ne' tempi
e filosofi posteriori, è stato nell'ultima filosofia accentuato specialmente da
Schelling ed Hegel, che han visto ed affermato nella natura un finale,
razionale e progressivo organizzarsi della medesima in tutte le sue
maravigliose forme. L'evoluzionismo con Spencer ha assai progredito
a [blocks in formation] riguardo de’due grandi filosofi tedeschi in
moltissimi rispetti; ma, d'altra parte, col meccanismo ha immensamente
regredito rispetto ad essi. Chi sarà l'uomo ragionevole che potrà pensare che
la scienza si possa costituire meccanicamente ed automaticamente? Ebbene è
proprio cosi che dee pensarne la costituzione e formazione chi accetta il
meccanismo comtiano e spenceriano; giacchè da’principii comtiani e spenceriani
riguardo alla scienza non ne discende altra conseguenza. Innanzi a una tale
assurdità o debbon cadere senz'altro il Positivismo e l'Evoluzionismo, o
bisogna, come io penso, integrarli colla finalità. Per ciocchè concerne questo
mio pensiere, sono lieto d'incontrarmi nella stessa idea con un uomo assai
rispettabile e favorevolmente noto nella scienza, col Vacherot. Il quale, pur
movendo dall'hegelianismo, è giunto (nel Nouveau spiritualisme) per altra via a
quella conclusione (all'Évolution finale), cui songiunto anch'io(1). Altro
punto che voglio rilevare è quello dell'opinione del Ceretti rispetto
all'origine e natura della specie; e lo fo volentieri, perchè si tratta di cosa
oggi tanto dibattuta. Rispetto a questo punto parrebbe che egli si discostasse
tanto da Hegel quanto da Darwin; ma a me sembra che, in fondo, ei riesca alla
stessa idea di quest'ultimo. Il Ceretti dice: «È assurdo supporre che una
specie si (1) Vedi Le nouveau spiritualisme del VACHEROT, Paris 1884,
specialmente il capitolo intitolato l'Évolution finale, pag. 359. Nell'istesso
anno 1884, nel mio Teismo filosofico cristiano, senza che io sapessi nulla del
filosofo francese, ho sostenuto (vedi pag. 414 in nota) lo stesso principio,
con la stessa espressione di evoluzione finale. tramuti in un'altra come
tale, perocchè le specie sono mere distinzioni teoriche del nostro intelletto.
La natura, come disse un sommo naturalista, non facit saltum » ecc. Con ciò
parrebbe quasi quasi che non ammettesse vere specie di sorta e non si
accordasse col darwinismo. Ma, d'altra parte, ei soggiunge: « La vera
trasformazione della specie non si deve investigare nelle specie come lali, ma
piuttosto ne'minimi termini della specie, ossia nelle variazioni individuali.
Queste variazioni, tuttochè lentissime, modificano col volgere de' secoli le
specie » (1). Ora a me pare che l'opinione cerettiana si converta colla
darwiniana: perchè secondo i darwinisti le modificazioni alle specie provengono
e non possono d'altronde provenire che dagl'individui. Un altro punto non
meno dibattuto e controverso è ai di nostri quello della religione; e mi piace
di rilevare l'opinione cerettiana in proposito. Innanzi tutto egli è contrario
ad ogni religione filosofica o scientifica che voglia dirsi. « Provate,
dic'egli, a istituire un culto, ossia una pubblica credenza filosoficamente
ragionata; e voi fallirete senza dubbio al vostro scopo, perocchè la Coscienza
pubblica non è disposta a un filosofico sistema ». E per tal rispetto può
dirsi ch'ei si oppone al positivismo, a dir vero, non a quello del fondatore del
medesimo, perchè Comte ammetteva la ragion di essere della religione, ma al
comunale positivismo, che vuol sostituita la religione colla scienza. E,
venendo poi ad esprimere (1) Sinossi, $ 185, pag. 174 e seg. il suo
pensiere su tale importante argomento, ei dice: « La religione che conviene al
nostro tempo e alla nostra civiltà non può essere una religione di miti e di
misteri. Non può essere una rivelazione miracolosa d'un tempo e d'un luogo,
epperciò non può essere una religione autorizzata da un codice e da una
tradizione. Il solo fondamento religioso, tuttavia reale del nostro spirito, è
l'idealismo trascendentale, per es., la credenza in una Coscienza e Ragione
generale che governa il mondo: è questa il nostro Dio superstite come Dio,
possibile oggetto d'una credenza religiosa » (1). Probabilmente il
lettore troverà che anche questa religione proposta dal Ceretti (e che
abbastanza generalmente, e da un pezzo, la si propone ed anche coltiva da
filosofi, scienziati e uomini colti) senta un po' del filosofico anch'essa. Io,
per parte mia, penso lo pensava anche il filosofo intrese) che la
religione in genere sorge dalla coscienza popolare. E siccome questa non è nè
può essere mai filosofica o scientifica che dir si voglia; così una religione
scientifica, quale la vogliono i predetti comunali positivisti, è una chimera
e, per giunta, assolutamente contraria alla coscienza del popolo, che
costituisce qualitativamente e quantitativamente la larga base e la gran massa
de' credenti. Questi sono i punti principali e le relative opinioni
dell'autore, che io voleva in ispecial modo rilevare: altri tralascio.
(1) Sinossi, $ 108, pag. 71 e seg. Prima di terminare questa già lunga
Introduzione, non posso a meno di rivolgere ancora l'attenzione del lettore
sulla posizione della Sinossi nel complesso e nel corso del pensiere filosofico
dell'autore, non che sulle ragioni che hanno consigliata la pubblicazione
dell'opera. Quanto alla posizione, ho già detto che essa rappresenta una
fase o momento di transizione dall'idealismo assoluto hegeliano (già accolto
dall'autore ed espresso, pur già con modificazione, nella sua opera latina) ad
un assoluto idealismo subbiettivo, o ad un assoluto subbiettivismo, assai
vicino a quello di Fichte. Ho pur già detto che tal passaggio segue attraverso
dello schellinghianismo, del quale son visibili alcuni vestigi nella presente
opera. Il lettore che leggerà attentamente questa ultima, scorgerà la cosa da
sè stesso. Se non che io voglio ulteriormente rilevare che questo punto io l'ho
già rilevato nella mia opera sul Ceretti, e, per non tornare a dir lo stesso,
rimando il lettore a questa (1). Quanto alle ragioni della pubblicazione
(oltre al desiderio, anzi volere della figlia del filosofo, la quale crede
dovere filiale di cooperare a far conoscere e pregiare il suo genitore), elle
son varie. L'una è che, benchè ella sia un'opera indubbiamente inferiore alla
latina, ciò non di meno, con tutta la stessa sproporzione che ha nelle tre
parti che la costituiscono, è pur sempre tale da meritare di essere conosciuta.
Una seconda è che, (1) Alla più volte citata notizia, e propriamente alle
pagine clxxx e seg., CXCIII e seg. siccome essa rappresenta una delle
fasi di transizione del pensiere filosofico cerettiano, cosi, per conoscer
questo tutto intero, era necessaria la pubblicazione di essa ; tanto più che
essa, tra le opere filosofiche che si riferiscono a tal fase, è una delle
migliori. Una terza ragione è questa, che, accanto all'Enciclopedia filosofica
latina, è bene che se ne conosca di lui anche una italiana. Una quarta è che,
essendo rimasta incompiuta l'opera latina, specialmente per la parte che
concerne la filosofia dello spirito, era opportuno di pubblicare la Sinossi,
che si estende anche a questa parte. A dir vero, le idee sulla filosofia dello
spirito nell'opera latina sarebbero state più vicine alle hegeliane, ma un
generico fondo hegeliano v'è in grosso anche nella Sinossi. Un'ultima ragione è
questa che, come nella pubblicazione dell'opera latina in traduzione italiana, assai
probabilmente non si andrà più in là del secondo volume (dell’Esologia, o
logica del Ceretti), perchè il terzo (la Essologia o filosofia della natura) è
rimasto incompiuto, così la Sinossi si adatta ad esser come la continuazione
della stessa opera latina tradotta. E si adatta tanto più, in quanto questa
giunge, come abbiam detto, fino alla logica, che è trattata ampiamente; e la
Sinossi, invece, appena accennando la logica, tratta più estesamente la
filosofia della natura e quella dello spirito, specialmente quest'ultima. E non
è improbabile che il Ceretti stesso, per avere appunto largamente trattata la
logica nell'opera latina, ne abbia poi fatto appena un piccolo cenno nella
Sinossi, che fu scritta dopo. Termino esprimendo il voto, che una così
eminente individualità filosofica, poetica e letteraria, quale fu il Ceretti,
venga sempre più conosciuta ed apprezzata. Per conoscerla però ed apprezzarla
degnamente, non bisogna arrestarsi ad una sola delle sue opere, ma bisogna
abbracciarle tutte; giacchè, essendo stata la sua individualità assai varia e
complessa, bisogna vederla e conoscerla nella varietà e nel complesso delle sue
opere. Dividerò e tratterò in "varii punti la quintuplice forma
di Logica enunciata nel titolo. Il primo punto è che questa
quintuplice forma di Logica si riattacca nel modo più intimo al mio
scritto già pubblicato ed intitolato: L'Essere evolutivo finale come
tentamento di una nuova concezione ed orientazione del pensiero filosofico
uscente dal- l' Hegelianismo. E si riattacca in guisa che la concezione,
la posizione e la soluzione delle indicate forme logiche dipendono in
tutto e per tutto dal medesimo. Il secondo punto concerne la
importanza della trattazione delle enunciate forme logiche. La
importanza, quanto alla Lo gica aristotelica, è addirittura imm ensa, in
quanto sì fatta Logica conta ormai 24 secoli di esis tenza, di
ammirazione e di attuazione nel pensiero umano in genere e nel pensiero
filosofico in ispecie. Per ciocché concerne la importanza della
Logica kantiana, benché questa, rela- tivamente al tempo, conti poco più
di un secolo di esistenza, pur la sua importanza è assai grande, in
quanto, da una parte, continua ed ulteriormente esplica la Logica
aristotelica, dall'altra, prepara la via, l'indirizzo e la stessa materia alla
susseguente Logica di Hegel. Quanto poi alla Logica
hegeliana, se la sua importanza rispetto al tempo è immensamente minore
della aristotelica, e, relativamente, della stessa kantiana, con- tando
appena circa un secolo di vita, pur non di meno, considerata come entit à
del fatto logico in se stesso, è grandissima anch' essa. Giacché, la
Logica hegeliana, da una parte ; riattaccandosi e contrapponendosi com e_
reale od ontolog ica alla aristotelica ritenuta e detta formale, e,
dall'altra, sviluppando, integrando e realizzando in un compiuto
organismo dialettico il tentativo ontologico kantiano, è divenuta il più
impor- tante fatto e pensiero logico de' tempi nostri. Quanto alla
importanza della cosi detta Logica matematica, tale importanza rispetto
al tempo è di bel nuovo assai minore non solo della 24 volte secolare
ari- stotelica, e della poco più che secolare kantiana, ma della stessa
secolare hegeliana. Giacche la Logica detta matematica conta soltanto
pochi decennii di vita, ed anzi, nella sua ultima determinata forma,
appena una ventina d'anni. E da ultimo, per ciocche concerne la
importanza della Logica indiana, tale impor- tanza è grandissima
anch'essa; in primo luogo, perchè la Logica indiana è una reale e vera
forma logica distinta dalle altre, e pensata ed esercitata da un popolo
anti- chissimo tuttora pensante e logicante con essa; in secondo luogo,
perchè, rispetto alla universale evoluzione della Logica in genere, la
Logica indiana è la prima ma- nifestazione, avente ragion di essere come
le altre. A queste ragioni essenziali potrei aggiunger l'altra di
opportunità ; ed è che essa è assai poco conosciuta, ed è invece
degnissima di esserlo, il che avverrà coll'accenno mentovato della
medesima. Un'ultima considerazione rispetto alle predette forme
logiche, e specialmente rispetto alla sequela storica delle medesime, è
la seguente. Che, cioè, benché la indiana sia la prima in ordine di
tempo, pur non nuoce, anzi giova di esporla, e trat- tarla in ultimo,
perchè essendo essa di un tipo abbastanza dissimile dalle altre enun-
ciate, sarà più agevole di intenderne ed apprezzarne la natura dopo aver
esposte quelle che rappresentano lo sviluppo maturo e razionale rispetto
ad essa. Il terso punto concerne lo scopo della trattazione delle
predette Logiche. Il quale scopo è quello di determinare quale è la vera
natura di ciascuna di esse, consi- derandole sì dal punto di vista
storico, epperò evolutivo, sì dal punto di vista teoretico.
Di tutti questi punti dunque tratterò separatamente, cominciando dalla
Logica aristotelica. Aristotele è detto il Padre della
Logica. Sorge subito la quistione : Ma non_cI è_ un' altra_ L ogica
prima _della sua ? e se ce n'è un'altra, in qual relazione sono quest'altra
e la aristotelica, da una parte, dal punto di vista della anteriorità e
della posteriorità, dall'altra, dal punto di vista della evoluzione
storica dall'una all'altra ? La risposta a tal quistione sarà più
opportunamente fatta e compresa dopo la trattazione e giudicazione di
tutte le predette Logiche. E veniamo alla Logica ari- stotelica.
Innanzi tutto è bene di allegare le Fonti della nostra esposizione e
trattazione. Tutti intendono che la prima ed essenzial Fonte è
Aristotele stesso e questa noi avrem sempre presente nel testo originale.
Aggiungiamo solo che, come Aristo- tele, specialmente attraverso del
Medio evo e del Rinascimento, è stato ripensato e riferito nella famosa
traduzione latina " interpretibus variis „, riconosciuta come giusta
interpretatrice del grande filosofo greco, cosi noi ci serviremo anche di
questa, allegandola persino ordinariamente accanto al testo greco.
La edizione de' due testi che noi abbiam presente e seguiamo è quella
della « Academia Regia Borussica, Berolini, 1831-1836 „ fatta da Emanuele
Becker e da Cristiano Augusto Brandis. Altre Fonti
importantissime sono le seguenti: Severino Boezio (l'infelice e
insigne filosofo, condannato a morte e fatto uccidere dal re Teodorico).
Egli è uno de' più benemeriti della Logica aristotelica come tradut- tore
e illustratore degli scritti logici di Aristotele: Arist. Stag., Organimi,
Boethio Sever. interp. età, Venetiis, 1547. Geschichte der
Logik etc, von D/ Cari Prantl, che è un'opera addirittura mo- numentale
nel suo genere. System der Logik und Geschichte der Logischen
Lehren von D. r Friedrich Ueberweg, 4 e Àufl., Bonn, 1874: opera
eccellente anche questa, dovuta al merito e alla giusta fama di
quell'uomo, che ha lasciato durevole traccia di sè anche nella Storia
della Filosofia. Aristotelis Organon etc, edidit Theodorus
Waitz Philos. Dr. Lipsiae, MDCCCXL1V: importantissima e stimatissima
opera in due volumi contenenti il testo greco e il commento di lui al
medesimo. D. r Eduard Zeller, Die Philosophie der Griechen etc,
nella quale (zweiter Theil, zweite Abtheilung) vi è un volume speciale,
di quasi un migliaio di pagine, trattante di Aristotele.
Dello stesso Zeller è fonte anche preziosa il suo Grundriss der Geschichte
der griechischen Philosophie, specialmente nella 10 a edizione del 1911
(Leipzig) elaborata (bearbeitet) dal D. r Franz Lortzing.
Trendelenburg, Elemento logìces Arist., Berolini, 1836, 9* ediz. 1892 :
notissima e importante operetta. Barthélemy
Saint-Hilaire, Logique d'Aristote, traduite, ecc. 4 voi. Alle Fonti
già indicate, che son le più importanti, aggiungerò quella del nostro
Galluppi che ha due' opere sulla Logica, luna quella degli Elementi di
Filosofia, in cui ha- una lunga trattazione della Logica pura; l'altra,
amplissima, quella delle Lezioni di Logica e metafisica; e,
occasionalmente, forse anche qualche altra Fonte, per esempio quella di
Ruggiero Bonghi. E ora vengo alla indicazione ed esposizione degli
scritti logici aristotelici. Gli scritti logici o V Organo (tò òqyavov)
della filosofia aristotelica. È opportuno riferire una osservazione che
fa il Waitz [Arist. Org., II, 293 ss.), e che accoglie e riferisce anche
il Zeller (nel suo terzo volume precitato, pag. 187, nota 3), sulle
denominazioni di Logica ed Organo. Questi cioè dice che 8 presso gli «
espositori greci fino al sesto secolo „ non si trova ne l'una nè l'altra di
queste deno- minazioni come l'espressione tecnica e generalmente
accettata degli scritti logici di Aristotele : ma che però più tardi
questi vengono " già denominati organici {òqya- « vmd), perchè essi
si riferiscono all' òqyavov (ovvero sM'ÒQyavixòv fiégog) tpOo- ■ aotplag
». Ciò posto, gli scritti logici costituenti l'Organo sono:
1° Le Categorie (KaziqyoQiaì); 2° De Interpretatione {LTeoì c
EQH7]vslag) ; 3° I Primi Analitici (due libri) : 'AvaÀvzixà nqózEQa
; 4° 1 Secondi (o Posteriori) Analitici: 'AvaXvzmà vazEqa;
5° I Topici (8 libri): Tomxd; 6° 8U Elenchi Sofistici (De
Sophisticis elenchis): Uocpiozixoì "EÀsyxot. Le Categorie.
Questa prima parte degli scritti logici aristotelici è importantis- sima,
perchè essa costituisce come un anello di congiunzione tra la Logica e la
Me- tafisica di Aristotele. Il lor significato e la loro estensione
appartengono e si allar- gano ad entrambe queste parti del pensiero
filosofico aristotelico. Il significato è che essi esprimono i
supremi pensabili, cioè, i supremi concetti sotto cui cadono e si
aggruppano nel nostro pensiere gli ogge tti della universale realtà.
Il numero di tali supremi pensabili, ovvero delle categorie, secondo
Arist., è, notoriamente, di dieci: infatti, egli dice (Kateg., cap. 4,
all'inizio): zwv xazà firjóe- filav ovfMiÀoxrjv Xeyofièvoìv è'xaozov
tfzoi oiaiav ar\\iaivu ?} noaòv ^ noìbv fj tiqóq zi f} nov ^ note f}
xeìo&cu è'xEiv fj noietv ^ nda%Eiv. La traduzione latina men- tovata
di questo luogo suona : " Eorum quae sine coniunctione dicuntur,
unumquodque " aut substantiam significat aut quantum aut quale aut
ad aliquid aut ubi aut quando " aut situm esse aut habere aut agere
aut pati „ ■ Il predetto numero e la denominazione delle Categorie
son anche riferiti in modo chiaro e preciso nei Topici (I, 9, al
principio) come segue: è'azi óè zavza (scilic. zà yévrj %&v
xazr}yoQiùv) %òv àoid-fiòv déxa, zi èazi, noaòv, noiòv, JiQÓg zi, nov,
nozè, xeìo&at, e%eiv, noisìv, nào%siv (1). Per lo scopo
che io mi propongo non posso entrare in tutte le particolarità, nelle
quali entra la maravigliosa mente analizzatrice di Aristotele. Ma come
rias- suntivo dell'essenziale a tal riguardo allegherò il seguente luogo
del Zeller (loc. cit., pag. 267). " Fra le singole
Categorie, dice questo, la più importante è di gran lunga la * SQstg^za,
della quale in seguito dovrà parlarsi più diffusamente. La Sostanza, in
" senso stretto, è sostanza singola. Ciocche si lascia dividere in parti è
un Quanto " (ein Quantum) ; se queste parti son divise (getrennt),
il Quantum è discreto, una Moltitudine (Menge); se esse sono insiem
congiunte, il Quantum è una Grandezza; " se sono in una determinata
posizione (&éoig), la Grandezza è spaziale; se poi le " parti
son soltanto in un ordine (zd^ig) senza posizione, allora la Grandezza non
e (1) Vedi pei due luoghi greci Zeller, 3° voi, citato, pag.
259; e nel testo greco stesso, vedi Arist., KaTijy., cap. 4° e Tonino, al
luogo indicato. » Secondo il gusto e l'uso de' versi memoriali,
queste 10 Categorie furono espresse dal seguente distico :
Àrbor sex servos calore refrigerat ustos ; Cras ruri stabo, sed
tunicatus ero. spaziale (ist eine unràumliche). L'Indiviso (das
Ungetheilte) o l'Unità, per mezzo di cui vien conosciuta (erkannt) la
Grandezza, è la Misura della Grandezza stessa; ed è questa appunto la
nota distintiva della Grandezza, che essa è misurabile, che ha una
Misura. Come la Quantità spetta (zukommt) al Tutto sostanzialmente di-
visibile, così la Qualità esprime le distinzioni mediante le quali vien diviso
il Tutto. Giacché per Qualità in senso stretto Aristotele non intende
altro che la nota distin- tiva, o la determinazione più vicina, in cui si
specifica un dato Generale. E come le due specie principali delle Qualità
egli designa quelle che esprimono una deter- minazione essenziale, e
quelle altre che esprimono un movimento od attività. In altro luogo egli
novera quattro determinazioni qualitative come le principali; ma - queste
però si lasciano sottordinare a quelle due. Siccome nota propria della
Qua- ■ lità vien considerato il contrapposto di Simile e Dissimile. Del
resto, l'istesso Ari- * stotele è imbarazzato nel conterminare
questa Categoria verso altre. Al Relativo " appartiene tutto ciò, la
cui propria natura o essenza (Wesen) consiste in un deter- « minato
comportarsi verso altro; e come tale il Rektivp_è quella. Categoria cui
* corrisnonde la minima realtà. Aristotele distingue di esso tre specie,
le quali però « si lasciano" ridurre a due. Ma in ciò egli non
rimane eguale a sè stesso ; ed ancor * meno sa evitare più di una
miscela (Vermischung) con altre Categorie, ovvero ot- * tenere una
nota sicura di quella costituente il Relativo. Le altre Categorie furono
* da Aristotele sì brevemente trattate nello Scritto delle Categorie, che
anche noi " non possiamo trattarne più diffusamente „. E
basti di ciocche concerne le Categorie, e passo a dire del secondo scritto
del- l'Orbaco, cioè del " IIeqì èqiirivtiac, „, o De
Interpretatiom. Rispetto al tempo in cui fu composto questo scritto, è
bene di rilevare, che esso fu composto dopo gli Analitici, come lo stesso
Aristotele dice chiaramente ed esplicitamente al cap. 10 di questi.
L'oggetto di questo piccolo trattato dell' Ermemia è la £rojosizione, e
non . nel senso di pura e semplice pr oposizione grammatica le, ma di
proposizione logica od esprimente un pensiere logico.
Aristotele, analizzatore per eccellenza, comincia coll'esaminare e
stabilire ^li elementi della proposizione stessa, i quali non sono altro
che i nomi delle cose. E comincia a farlo con una osservazione
importantissima intorno al nome (tò ovo/ia) e al verbo (tò §fj/ta), la
quale è che i nomi prima della loro unione, sia tra loro sia col verbo,
non esprimono nulla di vero e di falso. Ed anzi, secondo lui, quando si
dice nome (dvo/ia) in senso lato, vi si comprende anche il verbo IIzqì
yàg (die' egli al Capo I dell' Ermeneia) oév&EOiv k<xì
òia'iQEoiv èan tò ipsvóog xal tò àAy&és (nella corrispondente
traduzione latina: * nam in compositione et divisione est ve-
" ritas aut falsitas „). Quando poi col collegamento e
colla divisione delle parole,, Qffàa d<jLnomi, co- mincia la verità e
la falsità, allora il noma, come specificamente logico, è propria- mente
Uyog. Uno scrittore che ha rilevata bene la differenza di òvofia e di
Myog e il Biese {Die Philosophie des Aristoteles, Berlin, 1835, I Bd., p.
55 e 90), dicendo che " Uyog designa la parola in quanto è
espressiva del pensiere „. In altri termini, kóyog è la parola logica per
eccellenza. Altra cosa notevolissima è che, secondo Aristotele (IIeqì
'Eq^veiag, c. 4), ogni discorso, Àóyog, è significativo di alcun che
(arjfiavxixóg) ; ... ma non ogni discorso è enunciativo, giudicativo
(dnotpavxixóg), sì bene quello che ha che fare {imdq%£i) col vero e col
falso. E soggiunge, ad esempio, che la preghiera {eb%<t\, deprecatio)
è certamente un discorso, ma non è nè vera nè falsa. Son dunque la verità e
la falsità che costituiscono la proposizione logica, o il giudizio, il
quale senza di esse non sorgerebbe nè verrebbe ad esistenza.
Che il g iudizio sia da Aristotele così concepito, ha una importanza
straordinaria rispetto alla quistione della Logica formale e della Logica
reale od ontologica. Comunemente si dice che la Logica di
Aristotele è formale. Ciò è vero in certi limiti e non in tutto e per
tutto. Infatti, il dire che un giudizio è tale soltanto rispetto alla
verità ed alla falsità, vai tanto quanto dire che un giudizio è vero o falso
se- condo che esso è conforme o non conforme alle coso, ossia alla
realtà. Per forma che un giudizio non potrebbe neppure aver luogo, se, a
così dire, non sorgesse ed anzi non fosse prodotto dalle stesse cose
reali. Il Trendelenburg, autorevolissimo in tal materia, dice (1):
" Senza un tal rap- " porto alle cose non v'è alcun giudizio ».
E, conformemente a ciò, lo stesso Tren- delenburg ne' suoi Ehm. logie.
Arisi., p. 63, aggiunge: Aristotelem, qui quidem enun- ciationis naturam
in rerum peritate positam esse voluit etc. Del resto, già in antico aveva
pensato ed espresso lo stesso Boezio (nel cit. Arisi. Stag. Organum, etc. pag. 6)
dicendo: " Sed denominationes istae (seilic. categoriae) ex rebus pendent
etc. „ Ciò posto, passiamo a dire del giudizio, o, che vale lo
stesso, della proposizione' logica. E per l'esposizione di questo punto,
ne' limiti dello scopo che ci proponiamo, ci varremo degli stessi
Analitici, i quali furon composti prima dell'Ermeneia, e nei quali
Aristotele ne aveva appunto trattato. La Proposizione (Ilqóxamg)
(2). La definizione che ne dà Aristotele è la seguente : Ilqóxamg [tèv
odv èaxl Zóyog xaxatpaxixòg fj dnocpaxixòg xivòg xaxd xivog : cioè: "
La ; proposizione è un discorso affermante o negante alcunché di alcunché
„. E la fa- mosa traduzione latina ha: " Propositio igitur est
oratio affirmans vel negans aliquid " de aliquo „.
Subito appresso, determinando l'estensione e la specifica natura della
proposi- zione, o del predetto discorso, dice: otixog de f xa&óÀov $
èv fiéqei j} dòióqiaxog. Àéyo) de xad-óÀov fiev xò navxì i) (irjóevì
fmaq%£iv, èv fiéqei de xò xivl % (irj navxì iindqxeiv, àdióqiaxov òh xò
Ò7iàq%eiv | fifj vnàq%eiv dvev xov xa&óAov, 1} xaxà fiéqog, oìov xò
xCùv èvavxiav slvai xrjv ctvxrjv èniax^firjv $ xò xrjv ^dovijv fifj eìvai
dyadòv. Cioè, nella traduzione latina: " Haec (scilic. oratio) autem
aut est universalis, aut " in parte (particolare), aut indefinita,
universale appello omni aut nullo inesse, in * parte vero, alicui aut non
alicui aut non omni inesse, indefinitum autem, inesse " aut non
inesse absque universali aut particulari nota, veluti contrariorum eandem
t esse scientiam, aut voluptatem non esse bònum „. (1) In
Erlauterungen zu den Elementen d. aristot. Logik, 2 e Aufl. Beri., 1861, pag.
6. (2) In Waitz, Aristotelis Organon etc, voi. I, pag. 368, vi è
una interessante nota sulla voce jiQÓiuais e le corrispondenti in
Cicerone, negli Stoici ecc. „ T ™< T* *ma*m Tf ATJTTANA
ED HEGELIANA, ECC. E qtì ad
ulteriore intelligenza della eosa, debbo ricordare al lettore la famosa
finzione dello quattro forme di posizioni ohe rappresen ano una parte „ levan
e nella funzione del Sillogismo, cioè la Svenale affermativa, la umversaU
nevai m la 7er 9 ouóle colle uote iniziali di a, e, i, o, prendendo
« ed i da afnrnro ed e ed o da "^Urliamo egualmente
l'attenzione del lettore su di un'alt» parlar ^ricor- rente poco appresso
nel luogo stesso e riattaccante* a ciocche e teste detto che ZTu dire di
una cosa ohe è interamente in un'altra vai tanto quanto due che essa
interamente attribuita ad un'altra «-** -W*? « «• ohe il re che una
cesa non è in alcun modo frrt nHj B ™ lta °' uanto dire che essa non è in
alcun modo attribuita all'altra. Tott, ricenoscerann TelTe due
espressioni de. e del «* la ^ oorrisnondente espressione latina del
Didum de amni et de nullo (2). . Tvendo testò detto che nel
trattare della Logica aristotelica m sare, limitato ai punti
fondamentali, Ve *V^SJS!^^^^^1 tale e che non posso a meno di riferire.
Onesto concerne le regole della conversione t esse e ricorre (ibid.) al paragrafo
secondo; e per migliore intelligenza ed appre - zam nt'o le allego nella
sua integrità. Però nell'allegarie, s> perche e comunemente neTa la
lingua Francese, si per la grande autorità che ha un traduttore delle
opere aristoWi'he, quale è il B~mv ok S^-H^rna, mi valgo della tradu-
ZÌ °" Oomte tonte proposition (eoa, quest'ultimo) exprime quo la
obese est sim- ■ moment ou quelle est nécessairement, en qu'elle
peut étre; et que dans tonte •I pTee d'attributien, les prepesitions sont
afflrmatives ou negative*: comme, de - plus les prepesitions afflrmativee
et négatives sont tant6t nmverselles, tentot par • Mières tantot
indéterminées, il y a necessitò ,ue la proposto simple umver- • et
privative pnisse se eonvertir en ses prepres termes; par exemple, s, neon
■ nWsir Test un bien, il faut nécessairement anssi qu'aucun bien ne soit
un plaisir. ■ Crepo tion afiirmative doit anssi se convertir, non
pas en umverselle, ma, • L narticulière; si, par exemple, tout
plaisir est un bien, il faut anssi quo qnelqne . U sl un piparmi les
prepesitions particella, ,'afnrmative se cenver • nécessairement en
particulière ; car si quelqne plars.r est un • „ue quelqne bien
soit un plaisir. Mais il n'y a pas de couversion necessaire peur •
a prTpositien privative: en effet, si homme n'est pas attrihnable qnelqne
animai, . il ne s'ensnit pas qne animai ne soit pas attribuable à qnelqne
homnie. ■ La règie (cosi ibidem, al paragrafo terzo) sera la meme
encore pour les p.o (1) Notoriamente in queste Ufiene delle
Scolo, si esprime™ ciò, dicendo: A.serit a, no B »t «, veruni
universiditer «mbo: Aisorit i. nogut o, Ter™ particulantei ambo.
(2) Il si.eiao.to di „..t. ».'*. & — « * "»» 6 <* e
"""" positions nécessaires, c'est-à-dire
que l'universelle privative se convertii en uni- ! vergelle, et que
chacune des deux affirmatives se convertit en parti culière... Quant ' à
la P r oposition particulière privative elle ne peut ici non plus se convertir,
par " la mème raison que nous avons dite plus haut. ■
Pour les propositions contingentes, comme contingent se prend dans bien
des " sens, puisque nous disons que le non-nécessaire et le possible
sont contingente, * la conversion de toutes les propositions
affirmatives se fera ici de la mème ma- 8 niòre... La règie change pour
la conversion des négatives; mais elle est encore la * mènie P° ur
les Propositions où les choses sont dites contingentes, soit parce que
" nécessairement elles ne sont pas, soit parce qu'elles ne sont pas
nécessairement. *! Par exemple, si l'on dit que l'homme peut ne pas ètre
cheval, et que la blancheur [ peut a ' étre à aucun vètement, de ces deux
choses lune nécessairement n'est pas, " l'autre n'est pas
nécessairement. Ici donc la convertion a lieù de la mème ma- " mete.
En effet, si ètre cheval peut n 'appartenir à aucun homme, ètre homme
peut * n'appartenir aussi à aucun cheval; et si blancheur peut
n'ètre à aucun vètement, ' vétem ent aussi peut n'ètre à aucune
blancheur. Autrement, s'il n'y a nécessité que '• vétemen t soit à
quelque blancheur, blancheur aussi sera nécessairement à quelque *
véfcemen t- C'est ce qu'on a démontré plus haut. Au contraire, pour les choses
que " l'on dit contingentes, parce qu'elles sont le plus
habituellement et naturellement " de telle facon, ce qui est la
définition que nous donnona de contingent, il n'en * sera plus de
mème pour les conversions négatives. Ainsi la proposition unìversèlle
" privative ne se convertit pas, et la proposition particulière se
convertit. Ceci de- ! viendra évident quand nous traiterons du contingent.
Bornons-nous ici à constater, " a P rès tout ce <l ui précède,
que pouvoir n'ètre à aucune chose ou pouvoir n'ètre' " pas à quelque
chose, ont la force d'affirmation. C'est que le verbe pouvoir est "
place dans la proposition comme le verbe ètre; et que le verbe ètre, à
quelques * attributions qu'on l'ajoute, forme toujours et
absolument une affirmation : par * exemple, ceci est non bon, ceci
est non blanc; ou, d'une manière toute generale, « ceci est non cela. Du
reste cotte théorie sera reprise et confirmée plus loin. Mais, "
quant aux conversions, ces propositions contingentes seront comme les autres
pro- " positions „. E ciò basti per lo scopo propostomi,
delle proposizioni, e passo a dire dell'ele- mento del termine.
Il Termine (8qo S ). Questo è definito da Aristotele (ibidem), così:
"Ogov óè xalib rig ov diaAvztai $ 7tQÓ%aai Sì oìov %ó re
xaTiryoQoépevov xal %ò xaWoi xait]yoQel-rcu f] nQoa'uèefiévov % òuuQovftévov
%ov elvai mei elvai. Ossia: Io chiamo termine quello in cui la proposizione
si scioglie, cioè l'attributo, e quello a cui si attribuisce, sia che si
aggiunga sia che si separi Tessere o il non essere (nella traduzione
latina: « Terminum vero appello in quem dissolvitur propositio, ut
attributum et id cui at- ■ tribuitur, sive adiiciatur sive separetur
verbum esse vel non esse „). L'attributo e quello a cui si attribuisce
sono ciocche comunemente chiamiamo il predicato ed il soggetto.
Ciocche è qui allegato intorno al termine concerne il concetto e la
definizione del medesimo. Ma vi sono altre particolarità essenziali che
si riferiscono ad esso. Se non che, come queste si riferiscono più
direttamente al Sillogismo, e si inten- dono meglio dopo aver detto di
questo, così io passo a dir prima di questo. Il Sillogismo
(avUoy^óg). - Prima di venire ad Aristotele stesso, è bene ricordare un
importante luogo di Boezio, il qual luogo è tanto più importante, m
quanto si riferisce alla natura non solo del Sillogismo, ma anche degli
Analitici, che sono la teoria del Sillogismo stesso. "
Duo sunt, dice Boezio (1), in syllogismo, tamquam in homine corpus et
animus. « In corpore est materia et dispositio ac ordo partium: in animo
vis et vita et « actio. In superiorità Analyticis (Primi Analitici)
Aristoteles velut de syllogismi « praecipit corpore, hoc est, de
partibus, deque illarum nexu et compostone : ideoque « priora nominantur.
In his autem posterioribus, hoc est, interionbus, et magis re- « conditis
de anima ipsa syllogismi, nempe de demonstratione , de vi et efficacia «
rationis. Analytici libri sub Aristotelis nomine multi olim circumferebantur,
sed hi « quatuor ex orationis filo, totiusque praecipiendi rationis modo
ac facie, Aristoteli " sunt adiudicati, caeteris reiectis „. _
Veniamo ora ad Aristotele stesso, e primamente alla stupenda definizione
che egli dà del Sillogismo, la quale è e rimarrà sempre una delle più
belle, più precise e più espressive della vera natura del medesimo.
SvUoyiOfiòg èé hon Xóyog (2) èv § Ts&évwv tivùv foeqóv fi wv ^ifiévcov
ég àvdyxyg ov^aivzi *$ mvw rfvai. Cioè (in italiano): Il Sillogismo è un
discorso, nel quale, posto alcun che, segue necessariamente qualcosa
d'altro da quel che e posto, perciò solo che è posto. E la corrispondente
traduzione latina ha: " Syllo- « gismus autem est oratio, in qua
quibusdam positis aliud quiddam diversum ab us " quae posita sunt,
necessario accidit eo quod haec sunt „. A spiegar meglio il modo e
la necessità della consecuzione, Aristotele (nella predetta traduzione)
soggiunge subito in continuazione: '< Dico autem eo quod haec "
sunt, propter haec evenire, ac propter haec evenire intelligo, nullo esterno
ter- " mino opus esse ut sit necessaria consecutio Il caso della
consecuzione necessaria senza bisogno di altro termine esteriore è poi
quello che costituisce il Sillogismo perfetto (léAeiog ovXXoyiafióg),
come Aristotele lo appella. Che il Sillogismo imperfetto (cheftfc)
si possa poi ridurre al perfetto coi mezzi da Aristotele indicati, è cosa
a tutti nota, che occorre appena di rilevare. Invece è bene di
rilevare intorno al concetto aristotelico del Sillogismo alcune cose
degnissime di attenzione. La prima è che il rapporto delle proposizioni o
de* -iudizii sillogistici ed il procedimento de' medesimi son tali che
costituiscono una necessaria connessità. Il che importa che il Sillogismo
non è un fatto accidentale, ma è tale che ha una necessaria ragion di
essere. La seconda è che la conclusione non è una ripetizione e
riproduzione delle due premesse, ma esprime altro da quel che è espresso
da esse: insomma, esprime un principio nuovo. Questa seconda cosa è tanto
più importante, in quanto in tempi posteriori ad Aristotele è stata messa
(1) In Abist. Stag., Organum, già mentovato, pag. (2)
Dic'egli subito all'inizio dei Primi analitici. innanzi la opinione (1)
che nella conclusione non si contenga un novello principio, ma soltanto
la ripetizione del contenuto delle premesse. Una terza cosa è che la
parola conclusione è a prendere ed intendere nel vero" significato di
inclusione di uno de' termini negli altri due : per forma che la
conclusione esprime addirittura il vero chiudersi de' termini l'un
nell'altro. E giacche si è accennato al concetto del Sillogismo, è
hene di accennare anche al concetto del Sofisma, il cui concetto è
proprio l'opposto di quello del Sillogismo. Infatti, il concetto di
quest'ultimo, come si è visto, è costituito da ciò, che le due premesse
conducono ad una necessaria conclusione. Il concetto del Sofisma (tò oó-
<piafia) (2), al contrario, è costituito da ciò, che la conclusione è in
contraddizione colle premesse, che, cioè, queste non concludono
rettamente, e però concludono fal- samente. Ma del Sofisma si dirà più
ampiamente in seguito. Ora è opportuno di ritornare alla
esposizione dei Termini, ad integrazione di ciocche di questi è stato
teste detto. I Termini di un Sillogismo son tre, e non pos- sono essere
più di tre (Sqol tQsìc;). I quali tre hanno un contenuto od estensione
diversa; e sono il termine maggiore (fist^ov àxqov), il minore (è'Àanov) e il
medio (%ò \ièaov). Aristotele li designa anche puramente e semplicemente
coi nomi di primo (tò TiQ&'cov), ultimo (tò ia%a%ov) e medio (tò
[aégov). Il numero di soli tre termini non vien contradetto neppure
dal caso del Poli- sillogismo, nel quale vi possono essere più medii.
Perchè i più medii son ciascuno sempre il medio di un solo Sillogismo nei
varii Sillogismi costituenti il Polisillo- gismo stesso, cominciando dal
cosidetto Prosillogismo e terminando coll'Episillogismo. Indicata
la denominazione e l'estensione de' Termini, la maravigliosa e precisa
mente aristotelica passa alla definizione di essi, che è la seguente:
* Aèyoy de fisl^ov \iev àxqov èv tò fièaov èativ, e'àccttov de tò imo tò
fièaov òv... KaÀà) óè fièaov fièv o xal aèxò èv àÀÀ(p xal écÀAo èv
to-ùto) èativ, 8 xal %f\ &éoei yiyvEtai fièaov. axqog oh tò aè%ó te
èv dAÀq> ov xal èv & àXXo èaiiv (3). Cioè (in italiano): Chiamo
(termine) maggiore quello in cui è (contenuto) il medio; e
(termine) minore quello che è accolto nel medio Chiamo termine medio
quello il quale è esso stesso in un altro, e nel quale è alla sua
volta un altro, che divien medio anche per posizione. Chiamo poi estremi
sì quello che è in altro, sì quello in cui è altro. E la nota traduzione
latina ha : " Maius extremum appello, in quo medium " est,
minus autem quod est sub medio... Voco autem medium quod et ipsum est
" in alio, cum aliud in ipso sit, et positione quoque sit medium. Estrema
autem " appello et id quod est in alio, et id in quo est aliud
„. L'esser medio per posizione vuole uno schiarimento, che fa
comprendere come questa espressione aristotelica nella dizione greca è
perfettamente esatta. Infatti, nella prima Figura sillogistica (che è
quella del Sillogismo perfetto) noi diciamo: B (l'uomo) è A (mortale); C
(Pietro) è B: dunque C è A. Aristotele, invece, nella dizione greca
dice: A vale di B; B vale di C; dunque A vale di C.
(1) Opinione già espressa dagli antichi scettici, e poi ripetuta ne' tempi
moderni. (2) Amst, Top., 8, 11. (3) Ibid., paragr.
4. Sicch, dna,a, U medio -» nt .a vera Ma questa
popone medtana non e q»> ^ ^ come la conclusione. ; Qfflntfismo
Aristotele ne fa cadere Però, ooanto a -amerò * che ne. Sillogismo
non tatto il poso «olle promesse, e penano m p u» Ae e dimostraai(m
e ed ogni vi sono ohe A» proposizioni. E dopo aver dette ^consta, e
ogn Siilogismo di soli tre termini (nella tradazmne
'^^Zm^J^,: ■ 8 iCplan.mestotiams y llo S ismnmoe„stareexdaabas
propos t,on » ^ p preponi ohe 4 »i sono indahhiamen e ^ ^ adsu
. • mini sunt doae propomtiones (o. yaQ r?«S »v » 3ec nndnm priama
t„r, at i„i,i.dictnmest,adper a eiendos «J**»^^^^, Lia eipa.es
pro^ositiones ^ * -^J^TlC^ » — : ffs :^^r^ti~ - *U-r + — -
? dimidia pars propositionum „. _ . . , , q:ii ft „i Bm0 la Logica
aristo- ::' "re S?- " — ""•
seguenti otto (ricorrenti in tutte le Logiche delle Scuole). Termina
esto triple*, medius, maiorque, minorque; Latius hos quam praemissae
concludo non vult; Nequaquam medium capiat concludo oportet; Jtot
semel, mot iterum medi™ generalità esto; Utraque si praemissa neget, mail
inde sequetur; Ambae affirmantes nequeunt generare negantem; Nil
sequitur geminis ex particulanbus unquam; Peiorem sequitur semper
conclusio partem. ki igiene di ,neste rogo.e si a^ «ohe ^ le
cosi dette diverse forme di Sillogismo, cerne sono 1 Enhmema, V
pag. 95 seg.), ne allego £££££ oviaiano: . SOTV are potai: perderò
Dd»~~ _«* ^^tldolo .11. forma sillogistica di tre prepo- " an
possim, rogas „ ? & lo spiega, nuu taPP itit:::v:c: o
u^^ lettore ne trova in tutte le Logiche che vanno per le Scuole; e
passo a dire delle Figure sillogistiche pur ricorrenti negli Analitici, e
intimamente connesse col Sil- logismo. Le Figure (%à
affiliata) sillogistiche. Secondo Aristotele il Sillogismo è di tal
natura che si distingue in tre Figure sillogistiche, delle quali la prima
{o%i\fia jiqùxov) poggia sul Sillogismo perfetto, la seconda e la terza
(axVP® devtegov e o%ruia tohov) poggiano sul Sillogismo im-
perfetto. E qui è necessario di rilevare una cosa, che a primo
aspetto pare di poco mo- mento, ma che è invece importantissima. Ed è che
Aristotele nella esposizione e dimostrazione delle predette tre Figure si
serve come simboli delle lettere dell'Al- fabeto greco, specialmente
delle prime tre del medesimo a, /?, y. Il significato
dell'adoperamento di tali simboli, specialmente per l'applicazione di
queste alle Matematiche, sarà detto tra poco. Tornando alle Figure,
è bene avvertire che Aristotele per esse si vale in com- plesso degli
stessi esempi allegati per triplicità di termini, dovendo ciascun di
questi rappresentare uno de' tre termini sillogistici. Così,
per darne una idea, nella prima Figura (ove adopera i simboli alfabetici a, p,
y) si vale de' termini piacere - bene - animale ; animale - uomo -
cavallo ; scienza - linea - medicina; bene - abito - sapienza ; bene -
abito - ignoranza; bianco - cigno - neve. Nella seconda Figura (ove
adopera i simboli alfabetici <5, e, £, ecc.) si vale di questi esempi,
animale - cavallo - uomo ; animale - inanimato - uomo ; animale - scienza
- animale selvaggio; corvo - neve - bianco. Nella terza
Figura (ove adopera i simboli alfabetici n, q, o) si vale di bel nuovo
degli stessi esempi, che ricorrono nella prima e nella seconda. E,
per essere quanto è possibile esatti, soggiungo che nelle stesse due Fi-
gure seconda e terza, oltre agli indicati simboli alfabetici, si vale anche dei
primi tre a, /?, y. La conclusione cui giunge Aristotele
nelle indicate operazioni è che " tutti i * sillogismi
imperfetti diventan perfetti mediante la prima Figura (nel famoso testo
* latino : perspicuum est omnes imperfectos syllogismos perfici per
primam figuram) „ . La maravigliosa analisi di Aristotele intorno
al Sillogismo non si arresta a ciò, ma si estende alla considerazione e
determinazione di altre forme del medesimo, quali sono il Sillogismo per
Analogia, il Sillogismo per Riduzione all'impossibile, quello per Induzione,
per Ipotesi, per Verisimiglianza, ecc. Ma noi non possiamo entrare anche
nella considerazione di queste forme speciali sillogistiche, e passiamo a
consi- derare la seconda delle tre predette cose. Questa
seconda è quella concernente la diretta relazione delle Scienze matema-
tiche colla prima Figura, o, che vale lo stesso, col Sillogismo perfetto : il
qual punto è da Aristotele trattato nel Primo degli Analitici
Posteriori. Prima di riferire da questi ciocche concerne le
Matematiche, rilevo che Aristo- tele anche per queste, come ha fatto per
le altre discipline, si vale di esempi per chiarire e determinare la
cosa. Se non che gli esempi che egli arreca per esse sono sopratutto di
natura matematica. Infatti (nel paragrafo 5 ibid.) allega i seguenti
esempi tratti dal punto, dalla linea, dal triangolo, ecc.: K Triangulo,
dio'egli nella famosa traduzione latina, inest linea et lineae punctum; ed
anche: Triangulo, * qua est triangumm, insunt duo recti, quia per
se triangulum est aequale duobus " recti s, etc. ». Ed
è, inoltre, oltremodo importante per la determinazione della natura delle
Scienze matematiche, che per lui (ibid., paragr. 13) Me Scienze matematiche
versano " intorno alle forme, perchè le cose matematiche non sono in
alcun soggetto „ (" etenim " scientiae mathematicae circa
formas versantur, quia res mathematicae non sunt in * ullo subiecto
„) (1). Ciò posto, venendo alla considerazione della diretta
relazione delle Scienze mate- matiche col Sillogismo e colle Figure sillogistiche,
dice (ibid., paragr. 14): « Delle 8 Figure la prima è attissima a
produrre la scnenza; imperocché le Scienze matematiche \ "
effettuano le dimostrazioni .mediante tal Figura, come V aritmetic a, la
geometria^ e | « l'ottica „ (nel testo latino: " Ex figuris autem
prima est ad scientiam gignendam * aptissima ; nam mathematicae
scientiae per hanc figuram demonstrationes afferunt * ut
arithmetica et geometria et optice Passo alla terza ed ultima delle
tre cose predette, a quella, cioè, concernente la formazione della
conoscenza. La qual formazione è dal grande filosofo (al paragr. 19,
ultimo degli Analitici Posteriori) espressa come segue: " Dal senso si
genera la " memoria Ma dalla memoria, formatasi dalla ripetuta
riproduzione della stessa * cosa, si genera l'esperienza; giacche
molte memorie costituiscono una sola esperienza. * Se non che,
dalla esperienza si genera il principio dell'arte e della scienza;
' dell'arte, se spetta alle cose della generazione (2); della scienza, se
spetta a ciocche «è,; (nella traduzione latina: " ex sensu igitur
fit memoria ex memoria vero * saepe eiusdem rei facta fit
experientia; multae enim memoriae numero sunt una * experientia; at
vero experientia fit principium artis et scientiae, artis, si per-
* tineat ad generationem, scientiae, si pertineat ad id quod est „)
(3). La considerazione dell'arte è ciocche con stupenda
designazione poco appresso è denominato <5ófa, mentre la
considerazione della scienza è appellata Àoyiafióg (4). Ed ora è
tempo che veniamo a determinare quale è in Aristotele il significato
dell'adoperamento dei simboli alfabetici come espressione del Sillogismo e
delle Figure sillogistiche. Ebbene, tal significato, brevemente indicato
nella sua genericità, è che le proposizioni del Sillogismo (le premesse e
la illazione) in tutte le Figure sillogi- stiche di questo vengono intese
e adoperate in Forma universale, ossia in forma estensibile ed
applicabile a tutti gli elementi della Realtà. Ora, questi elementi
sono tre, il quantitativo, il qualitativo, e l'unità di entrambi, ossia
il modale (il modo, la misura). Che questo triplice elemento sia
costitutivo (1) E subbie tto ...vai. qui obbietta, cioè,
singola e determinata ,_cosa_del_la realtà. (2) La generazione
concerne il sorgere e perirò delle cose. (3) " Id qnod est „
nel corrispondente greco rò.Sv, e ciocche nell'Hegelianismo, e
propriamente nella Logica hegeliana, è stato designato come das Sein an
und fiir sich. (4) Anche questa denominazione di Àoyurpós è degna
della più grande considerazione, perche Aristotele ha già con essa
additato e determinato l'elemento logico come elemento scientifico per
eccellenza, lasciando all'arte il carattere di elemento soltanto
opinativo. della Realtà, emerge indirettamente dalla stessa tavola
aristotelica de' giudizii, cioè de' giudizii quantitativi, qualitativi e
modali, come più chiaramente si sono appellati nelle posteriori Logiche
aristoteliche delle Scuole. Qui basti l'avere accennato di ciò; le
importanti applicazioni che ne derivano rispetto alla Scienza matematica
e alla voluta corrispondente Logica matematica le faremo, quando
giungeremo alla esposizione e giudicazione di quest'ultima; e ritor-
niamo per ora all'argomento delle Figure sillogistiche, per prendere in
considerazione, da una parte, i Modi, dall'altra, il Numero di
esse. Quanto ai Modi, è di bel nuovo il caso di dire che essi sono
comunemente al- legati e discussi in tutte le Logiche aristoteliche delle
Scuole. Fra i tanti uomini autorevoli che potrei citare a tal riguardo,
rimando il lettore alla citata Logica e Storia della dottrina logica di
Friedrich Ueberweg, che ne tratta ampiamente a pp. 296-344. Ma, per un
breve ricordo di questo punto della Sillogistica, mi varrò invece del
nostro insigne Galluppi, il quale, nelle Lezioni di Logica e Metafisica,
Milano, Voi. I, pp. 358-385, espone tal dottrina con la solita sua lucidezza e
preci- sione. Della sua esposizione e discussione di questa materia, io
riferirò brevemente 1 essenziale. " Il Modo del
sillogismo (dice egli, p. 36) consiste nella disposizione delle tre
* proposizioni secondo le loro quattro differenze A, E, I, 0 „.
Ora, * secondo la dottrina delle combinazioni, quattro termini quali sono
A, E, " I, 0, venendo presi tre a tre, non possono diversamente
disporsi in più di 64 ma- * niere ; ma di queste 64 maniere, 54
sono escluse dalle regole generali sillogistiche „ che sono state innanzi
allegate: " restano perciò soli dieci Modi concludenti „. Ma
ciò non vuol dire " che solo dieci sieno le specie de' Sillogismi, perchè
un " solo di questi Modi può formare diverse specie „, secondo la
varia disposizione de' tre termini innanzi detta. E qui il
nostro Galluppi dispone addirittura i tre termini secondo le possibili
combinazioni, e ne risulta una tavola di 64 Modi, emergenti dalle quattro
Figure sillogistiche, delle quali egli indica anche brevemente le diverse
regole. A questo breve cenno aggiungo però volentieri due cose:
l'una, alcuni versi memoriali dei Modi delle quattro Figure: l'altra, un
esempio di Sillogismi secondo i predetti Modi. I versi
memoriali, fra i tanti, li allega Federico Ueberweg, loc. cit., p. 343
seg., come segue: Barbara, Celarent primae, Darii
Ferioque. Cesare, Camestres, Pestino, Baroco secundae. Tertia
grande sonans recitat Darapt, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo,
Ferison. Quartae Sunt Bamalip, Caleraes, Dimatis, Fesapo, Fresison.
Dinanzi a queste parole stranissime e non additanti per se stesse alcun
senso, il buon Galluppi fa la seguente sensata osservazione: "
Queste formole (dic'egli, " ibid., p. 368), di cui la prima
cominciava infelicemente con barbara, sembreranno in " effetto oggi
molto barbare. Esse hanno ricevuto più ingiurie in un secolo, che onore
" in mille anni; esse hanno terminato col cadere in un intiero obblio;
coloro che oggi le volgono in ridicolo non si hanno sempre dato la pena di
meditarle... Il filo- * sofo che riflette con attenzione sulle
regole dell'antica Logica è sorpreso nel vedere " sino dove gli
autori avevano portato l'analisi del ragionamento. Colla più severa
* imparzialità alcuno non può impedirsi di convenire che ciascuna di
queste regole * era di una rigorosa esattezza, e che il loro insieme
era sì completo che una sola ■ delle forme possibili del ragionamento non
era loro sfuggita. Aristotele, senza dubbio u non aveva sovente il
soccorso dell'esperienza : era questa la disgrazia del secolo, nel
* quale egli nacque; ma egli è stato forse il pensatore più profondo, il
genio più * eminentemente didattico che si sia mostrato
sull'orizzonte della filosofia. Io dubito 8 che siensi innalzate dopo
teoriche sì belle come quelle di cui egli ci ha lasciato il *
modello „. Quanto alla profondità e genialità di Aristotele, il
Galluppi ha perfettamente ragione, e queste due doti spiccano di tale
luce e verità proprio nella sillogistica aristotelica e ne' Modi della
medesima, che i posteri non hanno avuto ad aggiungervi nulla, o nulla
d'importante. Solo che, contrariamente al Galluppi, che accoglie il
pensi'ere, da non pochi seguito, delle quattro Figure, il grande Stagirita non
ne ammette che tre con tre soli corrispondenti Modi (1). Ma del Numero
delle Figure e de' Modi fra poco. Un esempio, intanto, del ragionare e
concludere secondo le quattro Figure, è pel Galluppi il seguente:
(1) La tavola aristotelica dei Modi, quale ricorre in Waitz,
Arisi. Organon, voi. I, pag. 385 (rilevando le espressioni tecniche di
nata navtòg, **** m óevòg ecc., sia colle corrispondenti De omm et de
nullo ecc., sia colle note quattro iniziali A, E, I, 0), è la seguente:
I. a', tò A xatà jiavTÒg tov B, tò B %mà navTÒg tov P,
tò A narà navtòg tov P. IL tì'. TÒ A xatà fAfi&svòg zov
B, tò A xatà navzòg zov P, rò B xazà fiydevòg zov P.
y'. tò A xatà /^ijóevòg zov B, zò A xazà Tivòg tov P,
zò B xatà Tivòg tov P ov. III. tò A xazà navzòg tov P,
tò B xazà navzòg zov V, zò A xazà zivòg zov B, y'
. zò A xazà zivòg zov P, zò B xazà navzòg tov P, zò A xazà
Tivòg zov B. e', zò A xazà zivòg tov P ov, tò B xazà navTÒg
zov P, tò A nata zivòg tov B oli §. tò A nata
^ijóevòg zov B, tò B xarà navTÒg tov P, tò A xazà /^tjdevòg
tov P. /5'. rò A xazà navzòg tov B, tò A %aTà j^rjÒEVÒg zov
P, tò B naia fA,t]devòg zov P. 5'. tò A xazà navzòg tov
B, zò A xazà zivòg zov P off, tò B xazà zivòg zov P
oi!. zò A xazà [A,t]Sevòg tov P, tò B xazà navzòg tov
P, tò A xarà zivòg tov B ov. ò". tò A nata navTÒg
zov P, zò B xazà zivòg tov P, tò A xazà Tivòg tov B.
zò A xarà fifiòsvòg zov T, tò B xazà zivòg tov P, tò A
xatà tivòg tov B oil.Figura (avente il medio come sogg. del magg. e
predio, del minore) Ogni sostanza pensante è semplice,
L'anima umana è sostanza pensante, L'anima umana è dunque semplice.
II Figura (avente il medio come predicato de' due
estremi) Niun corpo è una sostanza pensante, L'anima umana è una
sostanza pensante, L'anima umana dunque non è corpo. Ili
Figura (avente il medio come soggetto de' due estremi) Ogni
sostanza pensante è semplice, Ogni sostanza pensante è
indistruttibile, Dunque qualche sostanza indistruttibile è
semplice. IV Figura (avente il medio come predio, del
maggiore e sogg. del minore) Qualche essere semplice è sostanza
pensante, Ogni sostanza pensante è attiva, Dunque
alcune sostanze attive sono esseri semplici. Il numero delle Figure
e de' Modi. — Il lettore ha visto a pie' di pagina le tre Figure e i tre
corrispondenti Modi aristotelici allegati dal Waitz. Del Waitz riferisco
volentieri una osservazione concernente la seconda e la terza Figura, nelle
quali ei dice (loc. cit.): " ultimum modum secundae et quintum
tertiae Figurae non demonstrari nisi 8 deductione facta ad absurdum
„. Galluppi, come si è visto, ha opinato doversi ammetter come
valida anche la quarta figura e i corrispondenti Modi. Ma, francamente
detto, il Sillogismo, ch'egli ne arreca ad esempio, da una parte, cammina
stentatamente, dall'altra, è di difficile comprensione. In generale,
potrebbe dirsi che la mente umana nel suo naturale proce- dimento logico
non ragiona in quel modo. E un ragionamento logico che contraria la
natura nè può considerarsi come il migliore, nè deve ammettersi come buon
proce- dimento logico. À conferma di tale osservazione rilevo
che in generale i grandi filosofi si son tenuti alla aristotelica
triplità di Figure e di Modi. Notoriamente, è stato il famoso
medico Claudio Galeno di Pergamo (1) quello che ha così " legato il
suo nome alla Dottrina del Sillogismo (2), che apparisce in " quasi
tutti i compendii della Logica, anche ne' più triviali. Galeno, cioè,
secondo * l'espressione comune, ha accresciuto il numero delle tre
Figure aristoteliche del Sillo- " gismo categorico coll'aggiunzione
di una quarta, nella quale il concetto (o termine) " medio è
predicato della maggiore e soggetto della minore „. Soggiunge che "
la * notizia di tale innovazione „ " non si trova in tutta la
Letteratura greco-romana „, (1) Zellek, Grundriss d. Gesch.
d. Griechischen Phiìosophie, nella citata 10" ediz. del 1911 del
Loktzing, pag. 298, come anni di nascita e di morte 131-201 d. C.
(2) Così Prantl, Gesch. der Logìlc, età, I Bd., pag. 570 s.
ECC. 117 e che proviene da fonte
arabica, e propriamente da Averroe. Il quale Averroe, per Giunta ne fa
menzione proprio nella confutazione che fa della quarta Figura.
Alcune altre particolarità importanti tanto rispetto ai Modi, quanto
rispetto alle Figure sono le seguenti. Quanto ai Modi,
Aristotele, per ognuna delle tre Figure da lui ammesse e cor-
rispondentemente alle possibili combinazioni delle loro proposizioni secondo le
indi- cate lettere A E I 0, ha trovato che i Modi valevoli, perchè non
contrarli alle otto regole sillogistiche, sono 4 per la prima Figura, 4
per la seconda e 6 per la terza, in tutto dunque quattordici.
Galluppi, che (con Galeno) ha ammesso la quarta Figura, ha anch'egli
esaminato le combinazioni e Modi che son possibili e valevoli in questa;
ed ha trovato che, accanto ai molti Modi contrarli alle otto regole
sillogistiche, ve ne sono però 5 validi; sicché il nostro filosofo
napoletano, invece di 14, ammette 19 Modi validi. Quanto poi alle
Figure, va considerato un ultimo punto importante, cioè, quello della
riduzione della 2* e 3 a Figura, che danno sillogismi imperfetti, alla l a
che sola li dà perfetti. , Ora, tal riduzione, secondo
Aristotele, avviene per mezzo di conversione: Azi yaq ytyvstai òià %fjs
dvvunqof^g ovUoyiGfióg, dic'egli, Anal. Pr., I, cap. 7. Inoltre, la
conversione può avvenire in due modi, cioè, o estensivamente, ovvero per
riduzione all'assurdo òemtix&$ % tov àòvvàiov). E da ultimo,
secondo lui, " tutti i sillogismi, quando sono rettamente
convertiti, « si riducono a sillogismi universali della prima figura „
{tpaveQÒv ovv fot 7zdv%eg àva%Sf\aov%ai eig rovs & %<$ nqcbto?
oxfipan xa&óXov ovMoyiopovg). Di quest'ultimo punto, a maggior
intelligenza e a complemento della cosa, allego la solita traduzione latina
non soltanto de' passi corrispondenti a quelli da me alle- gati in greco,
ma anche della rimanente parte, che è dimostrativa e illustrativa dei
medesimi La traduzione suona così: « Semper enim fit syllogismus per
conversionem, « praeterea manifestimi est pronuntiatum indefinitum prò
attributivo particulari « acceptum efficere eundem syllogismum in omnibus
figurili, item perspicuum est « omnes imperfectos syllogismos perfici per
primam figuram. aut enim demonstratione " aut per impossibile
perficiuntur omnes: utroque autem modo fit prima figura, ac « demonstratione
quidem si perficiantur, fit prima figura, quia sic omnes perficie- «
bantur per conversionem: conversio autem efficiebat primam figuram. si vero
per « impossibile confirmentur, adhuc fit prima figura, quia posito quod
falsum est, syl- " logismus conficitur in prima figura, ut in
postrema figura si tò a ac tò p omni y, « probatur tò a inesse alicui p.
nam si tò a insit nulli 0 ac tò § omni y, tò a « inerit nulli y. sed
antea positura erat omni inesse, similiter fit etiam in alns. licet •
etiam reducere omnes syllogismos ad syllogismos universales primae fìgurae.
nam » qui fiunt in secunda figura, sine dubio per illos perficiuntur, non
tamen omnes « eodem modo, sed universales converso pronuntiato privativo,
particularmm autem « uterque per deductionem ad impossibile, particulares
autem primae fìgurae perfì- » ciuntur quidem per se ipsos, sed licet
etiam secunda figura eos confirmare ducendo « ad impossibile, ut si tò a
inest omni |3 ac tò p alicui y, tò a inerit alieni y. nam » si nulli
insit, omni autem fi insit, certe nulli y tò § inerit: hoc enim scimus
per « secundam figuram. similiter enim in privativo syllogismo erit
demonstratm. nam si zò a nulli | ac %b 0 alicui y inest, tò a alicui y
non inerit. etenim si omni ■ insit ac nulli § insit, zò § nulli y inerit:
hoc enim erat media figura, itaque cum " omnes sillogismi mediae
figurae reducantur ad syllogismos universales primae 1 figurae,
particulares autem primae ad syllogismos secundae, perspicuum est etiam
" syllogismos particulares primae figurae reduci ad syllogismos
universales primae " figurae. qui vero fiunt in tertia figura,
terminis quidem universaliter acceptis statim " per eos syllogismos
perficiuntur, terminis autem in parte sumptis perficiuntur per "
syllogismos particulares primae figurae. hi vero ad illos reducti sunt:
quapropter " ad eosdem reducentur etiam syllogismi particulares
tertiae figurae. perspicuum " igitur est omnes reduci ad syllogismos
universales primae figurae „. E ora, ritenendo di aver detto a sufficienza
della Sillogistica aristotelica, passo a dire del quinto scritto
dell'Organo, cioè di quello de' Topici. I Topici {Tonino). —
Di questo scritto del grande Stagirita Boezio (loc. cit., p. 7) dà la
seguente notevole informazione e giudicazione: " Topica: hoc est, loci,
unde " ducuntur argumenta. Opus est octo voluminibus distinctum,
varium sane, hoc est, " multae eruditionis et observationis rerum
diversarum. Sed ut illa omnia primus " ipse pariebat, non potuit tam
multa simul edere, simul expolire : itaque relieta est " velut
ingens quaedam materia et dives, ad extruendum pulcherrimum aedificium
Questo giudizio di Boezio, primamente, è vero, come il lettore stesso se
ne convincerà dal cenno che noi faremo de' Topici; secondamente, ha
grande importanza anche per l'influenza da Boezio esercitata
nell'insegnamento logico delle Scuole cri- stiane medioevali (1). Accanto
al giudizio di Boezio debbo riferirne un altro vera- mente acuto e
profondo di Trantl {Gesch. d. Logik im Abendlande, t** Bd., 1855,
Leipzig, pag. 341) sulla grandezza speculativa della mente di Aristotele.
Prantl dice che ■ la superiorità {Ueberlegenheit) della mente di lui era
capace di esaminare secondo " il concetto {begrifflich) e di
costruire teoricamente secondo concetti adeguati anche campi (Gebiete) ed
aspirazioni che sono al di sotto della speculazione propriamente "
detta », come sono il campo e la materia de' Topici. Rispetto a'
Topici riferisco volentieri anche una circostanza rilevata dal Zeller
(2), che cioè,il 5° libro de' Topici rimastoci non provenga da
Aristotele, come dimostra " Pplug, de Ar. Topicorum libro V (1908)
„. Ma, ciò nonostante, noi ne accenneremo egualmente.
Cominciando dal Libro I, Aristotele subito nel primo paragrafo indica lo
scopo de' Topici in genere, il quale scopo è quello di trovare il metodo
di argomentare di ogni problema proposto dajrobabili je£ èvóófrv), e
disputarne in guisa da non dir nulla di ripugnante. Nella traduzione latina
il predetto scopo è indicato così: * Propositum huius tractationis est
invenire methodum per quam possimus argumentari (1) Tale
influenza viene attestata da tutte le parti; la confermano, tra gli altri,
Friedrich Ueberweg-Heinze nel Grundriss d. Gesch. d. Philosoph., 8°
Aufl., das Alterthum, Beri., 1894, p. 213. (2) Nel Grundriss d.
Gesch. d. GriecMsohen Philosophie della citata ediz. 10% 1911 del
Loetzino, pag. 174. « de omni proposito problemate ex
probabilibus, et ipsi disputationem sustinentes " nihil
dicamus repugnans „ (1). _ E soggiunge doversi innanzi tutto dire
" che cosa sia il Sillogismo „, estenden- dosi intorno a questo ed
indicarne le diverse specie, ecc. E non ha torto di dire del Sillogismo,
della sua natura, delle sue specie, ecc.; perchè, se lo scopo della
tratta- zione de Topici è quello di trovare il metodo di argomentare,
foss'anche da' probabili, l'argomentare è un sillogizzare, e quindi
bisogna conoscere come si sillogizza, ecc. Ed in generale il lettore
vedrà che in questi Topici si tratta di una grande quantità di cose di
cui si è già trattato nelle Categorie, nell'Ermeneia e negli Analitici
tanto Primi quanto Secondi. Intanto Aristotele, sempre
preciso, dice subito ivi stesso che cosa debba inten- dersi per probabile.
E lo determina dicendo (nella traduzione latina): " Probabile «
autem sunt ea quae videntur omnibus vel plerisque vel sapientibus, atque his
vel « omnibus vel plerisque vel maxime notis et claris „. Nel
secondo paragrafo investiga e determina « a quante e quali cose sia ntite
« questa trattazione , de' Topici. E statuisce che ella sia " utilis ad
tna, ad exerci- « tationem, ad congressi, ad philosophicas scientias.
quod igitur ad exemtationem « sit utilis, ex his perspicuum est, quoniam
hanc methodum habentes facile de omni « re proposita poterimus
argumentari, ad congressi autem, quia multorum opmiombus » enumerata, non
ex alienis sed ex propriis singulorum sententns poterimus cum « eis a-ere
refellentes quod non recte dicere nobis videtur. ad philosophicas autem «
scientias, 'quia cum poterimus in utramque partem dubitare, facile in smgulis
per- " spiciemus veruni et falsum „. Il predetto
metodo, soggiunge egli nel terzo paragrafo, sarà perfettamente pos-
seduto, quando lo si adoprerà nella retorica e nella medicina, come fanno
l'oratore e il medico. Ho rilevata volentieri questa
circostanza della retorica e dell oratore, perche tutti sanno come questa
materia trattata ne' Topici è passata realmente, se non m tutto certo in
buona parte nella Retorica: Retorica, che specialmente noi vecchi abbiamo
studiata, con qualche profitto sì, ma anche con non poca pedanteria d'in-
\ segnanti e d'insegnamento. Sono stato piuttosto diffuso
nella indicazione di queste generalità del 1° Libro de' Topici per dare
una idea della trattazione e del modo di trattazione de' mede- simi. Ma
ora procederò più speditamente e più brevemente, fermandomi però alquanto
di più ne' punti di maggiore importanza. Nel paragrafo 4 continua
ad occuparsi di sillogismi e di proposizioni, ma con riguardo ai
principii comuni ad entrambi, come sono il genere, il proprio,
l'accidente, Indifferenza, la definizione, ecc.; e nei seguenti paragr. 5
e 6 determina e illustra siffatti principii. Nel paragr. 7
pone il quesito: 11 Quot modis idem dicatur , ; e lo risolve dicendo:
(1) Quanto alla materia de' problemi proposti, anch'essa, secondo
l'uso delle Scuole, fu espressa nel seguente verso memoriale:
Quis? quid? ubi? quibus auxilds? cur? quomodo? quando? Videri autem
possit idem, ut typo expìicem, tripertito distributum esse, aut
enim numero aut specie aut genere idem soliti sumus appellare, etc.
Più avanti al paragr. 9 si propone di definire i generi delle Categorie,
e di indi- carne il numero, che è di dieci; e il relativo luogo è stato
già riferito. Nei paragr. susseguenti determina la natura della
proposizione dialettica, del sillogismo dialettico, della tesi
(determinata al paragr. 11 come " sententia alieuius * nobihs
philosophi , ut dicebat Antisthenes ,). Nel seguente paragr. 12 si
propone di " esplicare quot sint rationum dialecti- « «tram species
„; e in seguito si occupa ancora de 3 generi delle proposizioni, per
quindi occuparsi nel paragr. 17 della somiglianza (e propriamente della «
similitudo consideranda in iis quae sunt in diversis generica „). E con
ciò si chiude la consi- derazione del 1° Libro. Il lettore
che consideri bene la trattazione aristotelica deve convenire nell'acu-
tezza e giustezza del giudizio di Boezio intorno ai Topici. Libro
II. Nel primo paragrafo di questo, Aristotele torna ad occuparsi de' pro-
blemi, in quanto « alia (scilic. problemata) sunt universali», alia
particularia „ ; e si fa a considerarli ne' diversi rispetti della
generalità e della particolarità. Nei paragrafi immediatamente
susseguenti torna a considerare i varii modi secondo cui alcunché si
dica, sia quantitativamente sia qualitativamente. Ma nel paragr. 7
passa a considerare un punto importantissimo, e propriamente quello
concernente: La Opposizione e il Principio di contraddizione: il
qual punto è da lui considerato ne più minuti casi ed aspetti, con
relative distinzioni, suddistinzioni ecc.; e noi ne riferiremo con
qualche ampiezza. ' Q uoniam au * em contraria (dic'egli, nella
traduz. latina) sex modis inter se * coniunguntur, contrarietatem
autem efficiunt quattuor modis coniuncta, oportet " accipere
contraria prout expedit evertenti et adstruenti. sex igitur modis ea
coniungi " manifestum est. aut enim utrumque utrique contrariorum
iungitur, atque hoc bi- " fariam, ut de amicis bene mereri et de
inimicis male, vel contra de amicis male et de inimicis bene, autem ambo
de uno, et hoc quoque bifariam, ut de amicis ' bene mereri et de amicis
male, vel de inimicis bene mereri et de inimicis male. " aut autem
de ambobus, et hoc quoque bifariam, ut de amicis bene et de inimicis
• bene, vel de amicis male et de inimicis male, primae igitur duae
coniunctiones " quas dixi, non faciunt contrarietatem : de amicis
enim bene mereri et de inimicis " male non sunt contraria, cum ambo
sint optabilia et eorundem morum effectus „ (badi il lettore alla
circostanza e corrispondente espressione del morum effectus, che net
testo greco suona: d/upóreQa yÙQ aÌQ£%à Hai zoì) av%ov ij9ov S ). « neque item
contraria sunt de amicis male et de inimicis bene mereri. nani et haec
sunt ambo fugienda " et eorundem morum effectus „. E
Aristotele nelle dette distinzioni e suddistinzioni non si arresta neppur
qui, ma procede ad altre, che noi omettiamo di riferire. N Se
non che, continuando a parlare de' contrari!, passa a considerarli da
quel rispetto, che è stato appellato i\ principio di contraddizione,
sostenendo: " fieri nequit " ut contraria simul eidem subiecto
insint „ (cioè, nel corrispondente testo greco: àòvvaiov yàq tàvavxia
djia t$ ai>%$ òndgxeiv). E trattandosi di un principio tanto
importante, che, per giunta ha avuto poste- riormente una rigida e non
sempre bene intesa applicazione, voglio allegarlo anche nella forma più
compiuta in cui ricorre in Metaph. Iti, 3; cioè: xò yàg afixò
djm bjia,Q%Eiv xe xal [ir] vnaQxeiv àóvvaxov %(p avxòì uaì xaxà xò avx ó
(nella traduzione latina: " idem enim simul inesse et non inesse
eidem et secundum idem impossibile " est „). E soggiunge poco
appresso che questo è il più certo di tutti i principii: avxr\ ài]
naa&v èaxl ^E§aioxdxmj xcov àq%(àv (traduz. latina : " hoc autem est
omnium prin- " cipiorum certissimum „). Noti però il
lettore che, per non fraintendere il principio aristotelico di contrad-
dizione, si deve aver presente ciocche Aristotele ha detto teste, che, cioè gli
opposti non sono contraddittorii, epperò non escludentisi (poniamo, come
amici e nemici) quando siffatti opposti sono morum effectus, ossia
effetto della natura di essi. L'uomo, per chiarire ancor meglio
l'esempio, ha nella propria natura umana l'essere amico ed anche l'essere
nemico, come per sua natura può esser buono e può essere anche cattivo.
Non sarà l'una e l'altra cosa ééfia, nel medesimo tempo; ma l'uomo è però
pur sempre il medesimo soggetto, che .ora è amico ora nemico, ora buono ora
cat- tivo: ed inoltre, è amico e buono ne' tali e tali uomini, ed è
nemico e cattivo ne' tali e tali altri uomini. E basti di
questo importantissimo punto. Ne' paragrafi immediatamente
susseguenti si continua a parlare dell'opposizione, si accenna anche alle
simiglianze, e non ricorre altro di rilevante. Passo a dire del
Libro III. Aristotele apre questo Libro col quesito di ciocche sia
migliore e più desiderabile, e, per giunta, di esaminare e a tal riguardo
" sermonem instituere * (paragr. 1) non de iis quae longe
inter se distant et magnam differentiam habent..., " sed de iis quae
vicina sunt „. E risolve la quistione dicendo che " quod est
diuturnius * et constantius, magis est eligendum quam quod est
minus tale „. E nella elezione è certo anche di peso " quod
eligat vir prudens, aut lex recta..., aut ii qui in uno quoque genere
scientes sunt „. Ne' due seguenti paragrafi continua in grosso
l'esame e soluzione dell'istesso quesito, per poi venire, ne' paragrafi 4
e 5, a prendere in considerazione i luoghi utili a conoscere ciocche
debba eleggersi e ciocche fuggirsi. E statuisce (paragr. 5): *
Sumendi sunt loci de eo quod magis vel maius est quam maxime universales. sic enim
sumpti ad plura problemata utiles erunt „. E questa è la sostanza
della ricerca e soluzione del quesito proposto in questo Libro. Passo
al Libro IV. E qui posso essere ancora più breve di quel che sono
stato nell'an- tecedente Libro. Giacche in questo IV si torna a
discorrere " de iis quae ad genus " et proprium pertinent „,
colla considerazione di differenze, specie, distinzioni e suddistinzioni
di casi, di esempii, di applicazioni (anche al principio di
contraddizione), che servono ad illustrare e confermare il proposto
quesito. E si giunge così al Libro V (che, come è detto innanzi,
non proverrebbe da Aristotele). Ma in questo stesso Libro V non vi
sono altri argomenti veramente nuovi, ma si torna a trattare di quelli
antecedentemente trattati. Infatti questo Libro comincia così:
" Utrum autem proprium sit necne id quod * est propositum, ex
his locis quos deinceps exponemus considerandum est „. E
prosegue dicendo: * Proponitur autem proprium vel per se et semper, vel
per com- " parationem cum altero et interdum „. E passa ad
investigare e determinare, quando il proprio è per sè, quando per
comparazione, ecc. E ne' seguenti paragrafi 2, 3 e 4 continua ancor
sempre il discorso intorno al proprio ne' suoi più diversi aspetti e
rapporti : ne' quali aspetti e rapporti non manca la considerazione de'
principii contrarii (fatta nel paragrafo 6), e de' principii con- trarli
relativamente al proprio, per scorgere " an contrarium sit contrarii
proprium „ etc. In grosso è lo stesso nel paragrafo 7, in cui
" ex casibus refellitur, si ille casus " non est illius casus
.proprium „ etc. E finalmente, nel nono ed ultimo paragrafo, "
refellitur, si quis potestate proprium " tradidit, etiam ad id quod
non est rettulit illud potestate proprium, cum potestas " rei quae
non est, inesse nequeat „ etc. Rispetto alla predetta opinione di
Pflug accennata dal Zeller, dico rispetto a tale opinione, non contro ad
essa, mi permetto di fare una personale osservazione. Ed è che, leggendo
e considerando attentamente questo V Libro, la materia, il modo di
pensarla, ordinarla, distinguerla e suddistinguerla ne' suoi varii rispetti e
rapporti, si mostra, da una parte, interamente simile a quella degli
antecedenti Libri topici, dall'altra, interamente conforme alla mente di
Aristotele. Ed ora vengo al Libeo VI. Questo si inizia
coll'argomento delle definizioni, e si continua tutto con esse ; ma
queste stesse vengono di bel nuovo considerate ed esaminate con rife-
rimento al proprio, al genere, alle differenze, ecc. Trattandosi di un
argomento che ha della importanza, e che si addentra nella natura delle
definizioni e nelle diverse parti costitutive di esse, allegherò un lungo
luogo, in cui ciò è effettuato. Della trattazione dunque * quae ad
definitiones pertinet quinque sunt partes. " vel enim definitio
reprehenditur, quia omnino non vere dicitur, de quo nomen, 14 etiam
oratio, quandoquidem oportet hominis definitionem de omni homine vere
" dicitur. vel quia cum sit aliquod genus, non collocavit rem definitam in
genere " aut non collocavit in proprio geuere, quoniam debet is qui
definit, cum in genere " definitum collocaverit, differentias
adiungere, si quidem eorum quae in definitione " ponuntur, maxime
genus videtur rei definitae essentiam declarare ; vel quia oratio "
non est propria (nam oportet definitionem propriam esse, quemadmodum et
supra u fuit); vel quia, cum omnia quae dixi perfecerit, tamen non
definivit, nec dixit " quidditatern rei definitae. reliquum est praeterea
definitionis vitium, si definivit " quidem, non tamen recte
definivit. an igitur de quo nomen dicitur, non etiam " oratio vere
dicatur, ex locis ad accidens pertiuentibus considerandum est. nam ibi 8
quoque omnis consideratio in eo consistit ut intelligatur utrum sit verum an
non " verum. cum enim disserendo ostendimus accidens inesse, dicimus
esse verum. cum " autem ostendimus non inesse, dicimus non esse
verum. an autem non in proprio " genere posuerit, vel non propria
sit oratio tradita, ex dictis locis, qui ad genus " et ad proprium
pertinent considerandum est. reliquum est ut dicamus quomodo "
disquiri debeat an non sit definitum, vel an non recte sit definitum, etc.
„. Nel susseguente paragr. 2 vien la considerazione dell' omonimo,
del simmetrico, con le corrispondenti definizioni. Qui stesso Aristotele
si fa a considerar la definizione in rapporto al sillogismo, e se in tal
rapporto essa sia fatta chiaramente od oscuramente ecc. Ne' paragrafi 3 e
4 continua sempre l'argomento delle definizioni. Nel para- grafo 5 si
considera la definizione del corpo, determinandolo (come si è poi sempre
ripetuto e si ripete tuttora, meno il caso presentemente considerato da Zollner
ed altri, della cosi detta 4 a dimensione) siccome « id quod habet tres
dimensiones „. Nel paragr. 6 Aristotele fissa l'attenzione alle
differenze, in quanto in esse ' considerandum est an generis differentias
dixerit „. Se tali differenze non sono state indicate e precisate, non vi
sarebbe stata vera definizione. Nei susseguenti paragrafi continua
sempre lo stesso argomento delle definizioni, con esemplificazioni
intorno all'abito (paragr. 9), alla simigliala (paragr. 10), e si termina
con la considerazione della composizione delle cose, della quale, per avere
una giusta definizione, bisogna indicare tutti gli elementi che la
costituiscono. E così si passa al Libro VII. — Gli argomenti
di questo Libro sono anch'essi suppergiù i medesimi di quelli trattati
negli antecedenti Libri con speciale riguardo all' Oratoria, la quale
naturalmente vien congiunta coi modi e forme di sillogizzare, obbiettare, ecc.,
col consueto riguardo ai generi, specie, differenze, opposizioni, casi
tali o tali altri. Ecco, infatti, come al principio del Libro è
enunciata la materia da considerare in essa : " Utrum autem id de
quo agitur sit idem an diversum, secundum eum modum * qui inter
modos supra de eodem expositos est maxime proprius, nunc dicendum « est.
dicebatur autem maxime proprie idem esse quod est numero unum,
considerare « autem oportet atque argumenta sumere ex casibus et
coniugatis et oppositis. nam « si iustitia est idem quod fortitudo, etiam
iustus est idem quod fortis, et iuste idem " quod fortiter. similis
ratio est oppositorum etc. J. Qui stesso vien la volta di pren- dere in
considerazione anche il sorgere e perire " ortus et interitus „ delle
cose. Poco appresso ricorre un riferimento anche alle cose che accadono :
" nam quae " alteri accidunt, etiam alteri accidere debent „. E
ciò vien messo ivi stesso in rela- zione anche colle Categorie, in quanto
" videre oportet an non in uno categoriae ' genere ambo sint, sed
alterum qualitatem, alterum quantitatem vel ad aliquid * relationem
declaret „. Al paragrafo 3 vien la considerazione della definizione
e del sillogismo, pur con riferimento ai generi, alle specie, alle
differenze, non che ai contrarii, alle diffe- renze contrarie, ecc.
Al paragrafo 4 si ritorna sui luoghi atti a disputa, oratoria, ecc., ma
con riferi- mento all'aiuto della memoria. Infatti statuisce : "
Maxime autem locorum omnium » apti sunt ii quos nunc dixi, necnon ex
casibus et coniugatis. Ideoque maxime me- « moria tenere et in promptu
habere oportet hos locos (utilissimi enim sunt ad « plurima problemata),
atque etiam ex ceteris eos qui sunt maxime communes, quo- " niam
inter reliquos sunt efficacissimi „. Nel seguente ed ultimo
paragrafo 5 ricorrono ulteriori considerazioni pur attinenti a
definizione, sillogismo, a genere, proprio, ecc.; e con esse si chiude il
Libro. Libro Vili. — L'argomento principale di questo Libro de'
Topici è la disposi- zione della materia del discorso, con riguardo
speciale ad interrogazioni, risposte, e ritrovamento (inventio) di quegli
argomenti che spettano ed importano al dialettico, al filosofo. E quale
argomento conduce naturalmente Aristotele a connettervi, come
d'ordinario, i modi di argomentare, sillogizzare, ecc. Ma sentiamo Aristotele
stesso. Egli indica (nella traduzione latina) lo scopo e la materia della
trattazione con queste parole : " Post haec de dispositene, et
quomodo interrogare oportet, dicendum " est. primum autem debet is
qui interrogaturus est, locum invenire ex quo argu- s mentetur, deinde
interrogare et disponere singula ipse per se, tertio et postremo "
haec dicere contra alterum. ac loci quidem inventio aeque ad philosophum et
ad " dialecticum pertinet, eorum autem quae inventa fuerunt
dispositio et interrogatio " dialectici est propria, quoniam hoc
totum adversus alterum est : philosopho autem " et ei qui ipse secum
veritatem inquirit, curae non est, si vera sint et nota ea ex "
quibus efficitur syllogismus, nec tamen ea ponat is qui respondet, propterea
quod " propinqua sint quaestioni ab initio propositae ac provideat
quod eventurum sit. " quin immo fortasse dat operam ut axiomata sint
maxime nota et problemati pro- * pinqua, quandoquidem ex his Constant
syllogismi qui scientiam pariunt ,, Sillogismo senza proposizioni
intanto non si dà ; perciò Aristotele rivolge la sua attenzione a queste.
Di queste ve n'ha di necessarie ed anche di non necessarie. "
Necessariae autem „, dic'egli, * dicuntur eae ex quibus syllogismus conficitur.
quae vero praeter has sumuntur, quattuor sunt : vel enim sumuntur
inductionis causa, " ut detur quod est universale, vel ut
amplificete oratio, vel ut celetur conclusio, " vel ut magis
perspicua sit oratio etc. „. Nell'anzidetto si contiene il pensiere
aristotelico di questo Libro, e s'intende che ciocche segue non può
essere che l'ulteriore e più ampia esplicazione di ciò con applicazione a
singoli casi e quesiti ed a singole corrispondenti soluzioni. A
conferma di ciò, nel paragrafo 2 si pone che nel dissertare " utendum
syllo- " gismo apud dialecticos potius quam apud multos ; contra
inductione apud multos " potius „. Si fanno di ciò, ad illustrazione,
applicazioni a casi vari, poniamo al caso della salute, valetudo, della
malattia, morbum, ecc. Quanto alla natura della proposi- zione dialettica
e al corrispondente elemento dialettico, si dice poco appresso : "
Pro- " positio enim dialectica est, ad quam respondere licet etiam
aut non „. Al paragrafo 3 si prendono in considerazione le
hypoiheses, le captiosae argu- mentationes con riferimento ai principia
ultima, da cui tutte le dimostrazioni e tutti i principi subordinati
traggono origine e ragione probativa. " Nam cetera (scilic. "
principia) per haec probantur, ipsa vero per alia probari non possunt „.
Nel paragrafo 4, riferendosi all'interrogare e rispondere, dice: "
De responsione " autem primun determinandum est, quod eius sit
officium qui recte respondet, quemad- " modum eius qui recte
interrogai est autem interroganti^ ita disputationem deducere, " ut
respondentem cogat maxime incredibilia dicere ex iis quae praeter thesim
sunt necessaria ; respondentis vero, ne sua culpa videatur evenire quod
absurdum vel praeter opinionem est, sed propter thesim „.
L'istesso argomento dell'interrogare e rispondere viene svolto nei
paragrafi 5, 6 e seguenti con ulteriori considerazioni di altri casi e
rispetti. Ma più innanzi nel paragrafo 11, a proposito della
reprehensio argumentationis, ricorre l'accenno ad argomentazioni false e
vere nel senso ed intendimento di ciocche si è discorso ed esposto negli
Analitici ; e il corrispondente luogo, relativo a molti modi di
argomentazione, è degno di essere riferito e suona così : " Qui vero „,
dice Aristotele, " ex falsis verum concludunt, non possunt iure
reprehendi, quoniam falsum " quidem semper necesse est ex falsis
concludi, sed verum licet interdum etiam ex falsis concludere : hoc autera
est perspiciram ex Analyticis. quando autem argumentatio quae dieta est,
alicuius rei est demonstratio, si quid aliud sit quod nihil * cum
conclusione probanda commune habeat, profecto non erit ex eo syllogismus.
* sin autem videatur, sophisma erit, non demonstratio. est autem
philosophema syllo- * gismus demonstrativus, epicheirema vero
syllogismus dialecticus, sophisma syllo- * gismus contentiosus,
aporema syllogismus dialecticus contradictionis „. Per ragione del
tecnicismo di queste ultime espressioni della Logica aristotelica, allego
quest'ultima parte del luogo nel testo greco, il quale suona così : "Eati
òe (piloaócprifia (lèv ovÀÀoyiafiòg ànoòeimixóg, km%eiqrnia òè
avlkoyiofiòg òiaXemmóg, oóqjiofia òè cvAZoyiofiòg ègiormóg, ànóqrifia òe
ovZAoyiofiòg òialemwòg àvwpdoewg. Nel seguente paragrafo 12 si
stabilisce come massima che 8 argumentatio est " perspicua uno modo,
eoque maxime vulgari, si ita concludat ut nihil amplius opor- " teat
interrogare „. E dopo altre consimili considerazioni si conclude il Libro
Vili con quest'altra massima di carattere generale : - oportet paratas
argumentationes " habere adversus eiusmodi problemata, in quibus cum
paucae argumentationes " suppetant, adversus plurima problemata
utiles erunt. hae vero sunt argumenta- " tiones universales, et quas
assumere ex rebus passim obviis difficile est „. Dopo siffatte, se
non diffuse, certo sufficienti indicazioni sulla materia, sullo scopo e
sul modo di trattazione de' Topici, passo a dire degli Elenchi Sofistici.
JUeqì t&v ooyiauxwv èÀéy%ù)v. — Anche per questa parte, come ho fatto
per le altre, della Logica aristotelica comincio coll'allegare un
notevole giudizio di Boezio, il quale (loc. cit., p. 7) dice: * Elenchus
multa significai sed hoc loco prò redar- 14 gutione sumitur. Libri sunt
duo, ad cavendas sophisticas captiones, et ne in disse- " rendo
falsa prò veris per ignorationem colligamus, aut admittamus. Huic operi *
initium dedit Plato in Euthydemo : ostenduntur illic pauci quidem doli
disputatoris " captiosi : Aristoteles autem rem omnem, ut solet, a
primis initiis complexus, " digessit in ordinem et formulas „.
A questo giudizio di Boezio si unisce Prantl. il quale colla sua autorità
in tal materia, lo allarga ed integra con altre importanti osservazioni.
La qual cosa egli fa nella pagina 346 della sua citata opera Gesch. d.
Logik, età, voi. I, primamente, osservando come questi Elenchi Sofistici
si colleghino intimamente ai Libri topici in genere ed al Libro Vili in
ispecie ; e secondamente, esponendo in un breve e succoso cenno la
materia e lo scopo de' medesimi. Ma vi è stato in Italia un uomo,
che, riattaccandosi ai due nominati scrittori, ha fatta una traduzione
eccellente de' primi 14 capitoli degli Elenchi, facendovi pre- cedere un
elaborato ed illustrativo proemio, corredando i capitoli stessi di
sommarli ragionati abbastanza diffusi, estendendosi a dar sommarli anche
de' rimanenti venti capitoli, e, per giunta, a confermare ed illustrare
il tutto con note amplissime e dottissime, nelle quali è abbracciata
tutta la parte storica dell'argomento, fino al secolo XIII
inclusivamente. Quest'uomo, veramente sommo e a tutti noto, è
Buggero Bonghi, il quale non solo mostrò vastità di dottrina in questo
speciale argomento della Logica aristotelica, ma ha allargato ed
approfondito i suoi studi nella traduzione e illustrazione delle opere di
Platone e della Metafisica di Aristotele, traducendo ed illustrando quasi
tutte le opere del primo, e i primi sei Libri della Metafisica del
secondo. E, per giunta, fortificò i suoi studi filosofici, oltre che collo
studio della Storia della Filosofia fino agli ultimi tempi
inclusivamente, anche colle sue amplissime conoscenze di Storia di tutti
i tempi, e con un'ampia erudizione nelle altre discipline dello scibile.
La esposizione che io, per assolvere il mio scopo e compito, farò di
questi Elenchi, consisterà in tre diversi cenni : il primo, quello di
valermi della traduzione italiana stessa e delle corrispondenti
illustrazioni del Bonghi ; quale migliore e più sicura guida
nell'adempimento del mio scopo ? il secondo, nell'allegamento di un
brevissimo luogo del Boezio, riportato in nota dallo stesso Bonghi, luogo che
ser- virà alla indicazione delle espressioni latine de' sofismi trattati
da Aristotele ; il terzo, nell'allegamento di un luogo importantissimo
dell'Ueberweg, nel quale, in breve e succoso cenno, sono distinti e
illustrati tutti i sofismi con le relative denominazioni greche. E vengo
alla esposizione. Cominciando dal Bonghi, è bene ed utile di
rilevare alcune importanti afferma- zioni e considerazioni di lui in
riattaccamento a Boezio, a Prantl, allo stesso sorgere e costituirsi
della Sofistica, ed anche a Socrate, Platone ed Aristotele in quanto
riferentisi alla medesima. Per ciocche concerne il sorgere e
costituirsi della Sofìstica, benché egli ricordi cose note, pur voglio
ricordar le parole di lui. Prodico, Gorgia e Protagora (dic'egli nella
prima parte dell'Introduzione alla traduzione dell' Eutidemo, pag. 15) "
per i " primi accettarono i nomi di sofisti e fondarono la sofistica
„. E, come essa 8 è il " principio e il fondamento dell' 'eloquenza
e il più grande stimolo e sprone di coltura, " essi furono maestri
di eloquenza, e diffonditori di cultura in tutta la Grecia ».
Senonchè, pur troppo la sofistica degenerò in eristica. Ora, Platone
(ibid., pag. 18) " si oppose a questa perversione di giudizii „ :
tanto più che " non si sarebbe potuto " mai far intendere il
valore di Socrate, fino a che questa confusione avesse preoccu- "
pato le menti „. Si aggiunga a ciò, che quando " in Grecia si moltiplicò
il numero " di quei professori o maestri che si ripromettevano
d'insegnare al cittadino la miglior " maniera di condursi per se e
per gli altri nello stato „, nacque una gran " contra- " rietà
d'opinioni ne' nuovi metodi d'insegnamento „. E da questa, e dal " nome
di 8 uno degli Eristici che vi discorre „ trasse origine YEutidemo di
Platone. Vengo ora alle Confutazioni Sofistiche.
Nell'avvertenza alle Confutazioni Sofistiche, come Bonghi traduce il
trattato jieqì %ùv oocpMmxcòv èÀéyx<op (1), egli dice di essere stato
indotto alla traduzione * dal " pensiero, che avrebbe potuto riuscire
di molto interesse e utilità il vedere come una " mente così
sottile, investigatrice, sistematica (come quella di Aristotele) abbia
per " la prima volta messo ordine e luce in una materia per sè così
complicata e buia, " com'è questa del ragionamento usato a inganno
altrui. Neil' Eutidemo Platone aveva " rappresentata l'arte ; nelle
Confutazioni Sofistiche Aristotele, che vi ricorda tante volte " l'
Eutidemo e Platone, ne dette la teorica „. Soggiunge, Aristotele
" non esser facile in nessuno suo scritto; e questo è uno " di
quelli ne 1 quali è più difficile „. Indicando la ragione, i limiti e il modo
come ha Vedi Dialoghi di Platone, trad. da Ruggero Bonghi, voi. IV
(continuaz.), Eutidemo, 2* ediz.; Aristotele, il primo Libro Delle
Confutazioni Sofistiche, ecc. Torino-Roma-Firenze, Fratelli Bocca. condotto la
propria opera, dice essergli • mancato il tempo „ di condurre a termine
la traduzione ; ma che, ciò non ostante, " la trattazione teorica de'
sofismi è ne' primi " (14 capitoli) compiuta „ essendo 8 nei
seguenti (venti capitoli) solo indicate le vie « praticamente utili a
cavarsene fuori „ ; e che, per giunta, come si è detto, anche per questi
ultimi ha aggiunto " lunghi sommari! „ ; sì che il lettore finisce per
aver conoscenza di tutta la materia dell'ultimo trattato logico di
Aristotele. Ora ecco i punti sostanziali di questo.
Aristotele nel Primo Capitolo, paragrafo 1, di questo dice che
"prende a • discorrere.... delle Confutazioni Sofistiche e di
quelle che paiono bensì confutazioni, " ma sono paralogismi e non
confutazioni , . E nel seguente paragrafo 2 fonda questo suo
giudizio con questa osservazione : " Che de' sillogismi alcuni son
veramente tali, altri paiono e non sono, è manifesto ; " chè come
questa apparenza ha luogo nelle altre cose per una cotal simiglianza,
• così accade ancora nei ragionamenti. E difatti, la persona, che altri
hanno aitante, altri col gonfiarsi e acconciarsi.... paiono averla.... E
delle cose inanimate è del " pari ; chè di queste quale è argento e
oro davvero ; quale non lo è, ma pare al « senso ; per mo' d'esempio,
d'argento quelle di stagno e di piombo ; d'oro quelle * tinte di
giallo „. E allo stesso modo, sillogismi e confutazioni, quali sono,
quali non sono, ma paiono per l'imperizia. « Dappoiché
(continua egli nel paragrafo 3, indicando la ragione dottrinale della
* differenza di sillogismo e confutazione, ossia di sofismo) il
sillogismo si compone " di alcune premesse per modo, che di
necessità per via di esse proposizioni dica qualcosa di diverso dalle
proposizioni ; e confutazione è sillogismo in cui si con- " traddice
la conclusione „. Nel paragrafo 4, cominciando ad enumerare le
cause, dice che di queste « una " fonte è più copiosa e comune
di tutte, quella per via di vocaboli I vocaboli « sono finiti di
numero e i ragionamenti altresì ; dove gli oggetti sono infiniti ; sicché
" è necessario che un solo ragionamento e un unico nome significhi più
oggetti „. Nel paragrafo 5 fa ulteriori esemplificazioni sulla
sofistica, che si intendono e spie- gano con ciocche è detto innanzi.
Ma passando ad indicare ,! le specie de' ragionamenti sofistici „
Aristotele dice che di quelli "che occorrono nel conversare, v'ha
quattro generi: didascalici, dialettici, pir astici ed eristici.
Sono: Didascalico – “insegnativo” -- quello ragionmento che si sillogizzano da'
principi propri di ciascuna disciplina e NON DALL’OPINIONE DI CHI RESPONDE
(chè chi impara, deve credere) :
" Dialettico” – “discorsivo” --
quell ragionamento che da proposizioni probabili sillogizzano la
contradittoria: "drastico” – “tentativo” -- quell ragionmento conversazionale che lo fa
da proposizioni AMMESSE DA CHI RISPONDE " e necessarie a sapere da chi ha
la scienza (e in che modo si è chiarito altrove): "eristico” –
“contenzioso” – quel ragionamento conversazionale che sillogizzano (o paiono
sillogizzare) da proposizioni ammesse solo in apparenza, ma non in realtà, Ricordando
che di un ragionamento apodittico – “dimostrativo” -- s'è discorso negli
Analitici, del dialettico e del pirastico altrove, dice doversi
discorrere al presente del ragionamento conversazionale “agonistico” – “garoso”
-- e del ragionmaneto conversazionale “eristico” o “contenzioso.” E ciò fa, Aristotele,
proponendosi di fermare quante sono le mire di quelli che gareggiano e si
puntigliano nel ragionare, dice che queste son V di numero: I confutazione
II falsità III paradosso IV solecismo V il farcianciare chi conversi teco (e
questo è il costringerlo a dire più volte il medesimo) o non la realtà, ma l'apparenza di ciascuna
di queste cose. E, spiegando le cinque generi di ragionmento, dice che quello
che sopratutto si propongono, è di parere di confutare. In secondo luogo,
di mostrare che uno dica il falso in qualcosa. Terzo, di tirarlo a un
paradosso. Quarto, di fargli commettere un solecismo -- e questo è il fare
che chi risponde, per effetto del ragionamento, BARBARIZZA. Per ultimo, il
fargli dire più volte la stessa cosa. Venendo all’indicazione dei modi di
confutare, dice esservene di due sorte. Gli uni stanno nella dizione, gli altri
fuori della dizione. Indicando VIII i motivi che per effetto della dizione
generano un falso vedere, dice che di essi ve n'ha VI; e sono I equivocazione
– aequi-vocal --, II anfibologia, III composizione IV divisione V accento
VI figura della dizione. E la prova di ciò s'ha per induzione E ne'
susseguenti paragrafi chiarisce e illustra con esempi i predetti sofismi della
dizione. Passa dopo il nostro filosofo alla designazione dei paralogismi
fuori della dizione e ne novera VII specie: I dell'accidente, II dal
dirsi una cosa in assoluto o non in assoluto ma per un certo modo o posto
o tempo o rispetto, III dall'ignoranza della confutazione IV dal susseguente
V dalla petizion di principio VI dal porre la, non causa come causa; VII dal
fare di più interrogazioni una sola. E anche per questi paralogismi Aristotele
fa illustrazioni ed esemplificazioni. Notevole è in questo ciocche
Aristotele statuisce intorno all'ultimo de' paralogismi allegati, cioè
intorno a quelli che nascono dal fare di due interrogazioni una sola. Rispetto
a questi, quando resti nascosto che son più, e come se fossero una sola, le si
dia una unica risposta; benché rispetto a tal caso riconosca che in
alcune è facile scorgere che son più, ma in altre meno. Aristotele pone l'alternativa
che " o " s'hanno a distinguere così i sillogismi e
confutazioni apparenti come si è detto e fatto negli antecedenti
paragrafi, o a ridurre tutti all'ignoranza della confutazione, ponendo per
principio questa: che v' è modo di risolvere tutti i modi che se ne son
detti, nella definizione della confutazione. E l'alternativa e corrispondente
soluzione proposta vien discussa a proposito degli altri ultimi
paralogismi allegati. Si continua a prendere in
considerazione altri degli allegati paralogismi, come quelli
dall'equivocazione, dall'anfibolia, dalla composizione e dalla divisione,
dall'accento e dalla figura della dizione, dall'accidente, ecc. si indica il
modo di conoscerli e confutarli. Poiché sappiamo per quante vie si
generino i sillogismi apparenti, sappiamo altresì per quante si possano
generare i sillogismi e le confutazioni sofistiche. E dico sillogismo e
confutazione sofistica non solo il sillogismo o la confutazione che
appare e non è, ma anche quello che è bensì, ma proprio della cosa appare
soltanto. E cotesti sono quelli che non confutano secondo la cosa, e non
mostrano che altri l'ignora, che era il caso della pirastica. Ora, la pìrastica
è parte della dialettica. Questa può sillogizzare il falso per ragione dell'
igno ranza di chi rende ragione. Invece, le confutazioni sofistiche, quando
anche sillgizzino la contradizione, non fanno manifesto se altri ignora, poiché
anche chi sa, impacciano con siffatte argomentazioni. E che gli otteniamo
collo stesso metodo, è chiaro. Dappoiché per quante vie appare a chi
ascolta, che si siano sillogizzate appunto le proposizioni di cui gli s'era
fatta interrogazione, per altrettante potrebbe altresì parere a chi
risponda. Sicché per queste, o tutte o alcune, verran fuori sillogismi
falsi, che quello che uno non interrogato crede d'aver conceduto,
interrogato lo conce- [derebbe. Eccettochè in alcuni paralogismi succede
insieme che si dimandi quello che manca, e la falsità si chiarisca, come
in quelli dalla dizione e dal solecismo. Si fanno consimili considerazioni
intorno ad altri paralogismi, come quelli risultanti dall'accidente, dal
conseguente, ecc. Aristotele statuisce che da quanti luoghi si
traggano confutazioni di quelli che son confutati, non bisogna provarsi a
determinarlo senza la cognizione delle cose tutte. Ora, ciò non è
di nessun'arte; stantechè le scienze sieno infinite forse, sicché è chiaro
che anche le dimostrazioni son tali. E di confutazioni ve n'ha anche di
vere; stantechè quante cose v'ha luogo " a dimostrare, tante v'ha luogo
a confutare a chi asserisca il contraddittorio del " vero ; p. es.,
se uno ha asserito commensurabile il diametro, altri lo confuterebbe col
* dimostrare eh' è incommensurabile. Sicché bisognerà essere scienti
d'ogni cosa, ecc. „. " Però (paragrafo 2) , anche le
confutazioni false saranno del pari infinite ; chè * v'ha secondo
ciascuna arte il sillogismo falso; p. es., secondo geometria il geo- 8
metrico, secondo medicina il medico ; e dico secondo ciascun'arte quello
secondo* " i principi di essa ,. E ne' seguenti paragrafi, su questi
stessi principi stabiliti, si fanno consimili considerazioni. Aristotele
pone in discussione e srisolve la seguente importante quistione intorno a
ragionamenti relativi al vocabolo e al pensiero : " Non * v'
ha ; dic'egli, tra i ragionamenti la differenza che taluni dicono ; alcuni
ragionamenti riferirsi al vocabolo, altri al pensiero ; chè è assurdo il
pensare, che altri " sono i ragionamenti che si riferiscono al
vocabolo, e altri quelli al pensiero, e * non già i medesimi
„. " Poiché (paragrafo 2) , che è egli mai il non riferirsi al
pensiero se non quando * uno non usi del vocabolo nel senso cui
l'interrogato ha consentito, credendo che * fosse quello che avesse
nella interrogazione? Ora, questo stesso è riferirsi al voca- *
bolo. E riferirsi al pensiero è, quando l'altro pensi quello cui egli ha
consentito, ecc. „. E ne' paragrafi immediatamente seguenti viene
confermando ciò con ulteriori non meno acute illustrazioni ed
applicazioni, delle quali voglio rilevare l'applicazione che ne fa alle
Matematiche, che attirano in modo speciale la nostra attenzione per la
trattazione della così detta Logica matematica. " I ragionamenti nelle
matematiche, * dice infatti Aristotele al paragrafo 7, si
riferiscono al pensiero o no ? E se ad uno D'Ercole. c
I t " ang03 ° SÌgDÌfichÌ PÌÙ C0S6 ' 6 non ha che esso
sia la figura flì della quale s'è concluso, che son due retti rnWn ,
■ ! tì g ura 0)> " al pensiero di questo o no? '
'«Wonamento s'è egli diretto =' a ™a (Paragrafo 2) ,1 comune a piii
cose secondo ciascuna è dialettico- eh «ut 71 m aPPa T a ' è ^ - D
°" d6 " » ritornare suìl' TZ a h W * ^conducono , so/fe «
stessi, ehe . preflggm(Iosi vinler a „ S ni ■nodo, sappiano a tatto
„ come appunto • fauno gli eristici 8 SousUcTche "f T" Ò SOt '
ile, Se,Tat °' ""-*»■*' » mesta m at"eria degli Elenchi ci
: lc n T' ° ^ *S C, ' eata SÌCC ° m8 ** * "' Ksta ^ r te 8 log I
' ehe alcuno di! f!l , P m08trare (dic ' e S li . iafatti, al paragrafo 1)
cacca adatta a co ; che quelli che parlano a caso, errano di più ' e
parlano a caso, quando non si siano proposto nulla P P &
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alla ' luto f, i " '' lJeVa " lat ° Paradossastico come
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rappresenterebbe qui Trento del vocabolo. 81
LA LOGICA ARISTOTELICA, LA LOGICA KANTIANA ED HEGELIANA, ECC.
1essere cosa bella secondo legge, ma secondo natura non bella.
Sicché bisogna chi * parla secondo natura, affrontarlo secondo
legge ; e chi secondo legge, menarlo alla a natura; giacche vi sia luogo
a dir paradossi ne' due modi „. Capitolo XIII. — In questo Capitolo
si tratta di un argomento che par futile, cioè quello del cianciare;
eppur questo dà luogo a una acuta e teorica disamina della sofìstica da
parte di Aristotele. Prima di allegare le parole del grande
filosofo, allego una osservazione inter- pretativa che fa il Bonghi in
proposito, e che è questa : Col cianciare, cioè, dice quest'ultimo,
" si passa al quarto fine del sofista, che è il forzare l'avversario a
dir " più volte la stessa cosa, che torna al cianciare o infilzar
parole senza senso. Il presupposto di tali sofismi è che il vocabolo è
tutt'uno colla sua definizione e quello " non differisce in nulla da
questa, sicché si può in una proposizione surrogare l'uno *
all'altra. P. es. doppio si definisce doppio di metà : ora, se la definizione
può essere 8 surrogata al definito, noi possiamo definirlo : doppio di
metà di metà ; e da capo 41 doppio di metà di metà e così in infinito
„. Ciò posto, ecco ciocche dice Aristotele (al paragrafo 2) intorno
al discorrere per puro cianciare : * Tutti i siffatti discorsi vogliono
far questo ; se non differisce " per nulla il dire il vocabolo o la
definizione, doppio e doppio di metà è tutt'uno; se adunque è
doppio di metà, sarà doppio di metà di metà ; e di novo, se in luogo
" di doppio, si ponga doppio di metà si sarà detto tre volte : doppio di
metà di metà " di metà(l). Ed evvi egli il desiderio del piacevole?
Ora, questo è appetito del * piacevole; dunque, desiderio è
appetito del piacevole del piacevole, ecc. L'argomento di Aristotele è il
Solecismo e la sofisticazione in cui può incorrersi con esso. Aristotele
parla e ragiona in questo modo. Questo, cioè, il Solecismo, v'è luogo a
farlo e a parere senza farlo, e a non parere facendolo. Ssiccome diceva
Protagora, se ò fiijvig e ò s**Pff sono un mascolino ; giacché chi "
dice oi)Aofiévt]v solecizza secondo lui, ma agli altri non pare ; chi
ovÀó/ievov pare bensì, ma non SOLECIZZA. (Si noti che firjvig e JvfjÀrji
son propriamente femminili). Sicché è chiaro che uno potrebbe ad arte far
questo ; per il che molti ragionamenti pur non sillogizzando un solecismo
paiono di sillogizzarlo, sic- * come nelle confutazioni „.
* I solecismi apparenti (paragrafo 4) hanno occasione pressoché tutti dal
vóde, * e quando la desinenza non manifesta né maschio nè femmina,
ma il di mezzo. Difatti ofirog significa maschio ed a%%r\ femmina ; ma tomo
vuole bensì significare il di " mezzo, pure spesso significa
anche l'uno o l'altro di quelli : p. es. , che è %ov%o ? Calliope, legno,
Corisco. D'altronde, del maschile e del femminile le desinenze de' casi
Qui mi par di vedere Aristotele (senza menomare la fina osservazione e interpretazione
del nostro Bonghi) riferirsi al famoso dialettico Zenone eleate, del
quale uno degli argomenti famosi, quello cioè del non potersi andare da
un punto all'altro dello spazio, era pensato e condotto appunto in tal
guisa: cioè, di non potersi percorrere l'intero spazio senza giungere alla metà
di questo, non potersi giungere a questa metà senza percorrere la metà di
questa metà, e così non potersi giungere a questa seconda senza
percorrere la metà della metà della metà, ecc. in infinito, il che era
impossibile a fare in un tempo finito." differiscono tutte, ma del genere
di mezzo quali sì, quali no. Ed ecco che spesso, " essendosi lor
concesso %ov%o, sillogizzano, come se fosse stato detto %ov%ov ; e del
" pari una desinenza in luogo d'un' altra. E il paralogismo si genera
perchè il tóóe * è comune a più desinenze ; giacche tomo significa quando
ovzog quando zovxov. 8 Però deve significare quando l'uno e quando
l'altro ; con è oixog, con essere iqviqv, 8 per es., è KoQioxog, essere
Koqioxov. E nei vocaboli femminili del pari ; e in quelli, " che son
bensì d'utensili, ma però hanno appellazione femminile o maschile. Dap- 8
poiché tutti quelli che terminano in o e in v, hanno soli l'appellazione da
utensili, 8 come ^vkov, o%oiviov ; ma quelli che non così, l'hanno
maschile o femminile, di 8 cui applichiamo alcuni agli utensili ; p. es.
daxòg è vocabolo maschile, xÀhrj fem- " minile. Per il che anche
rispetto a questi differirà del pari l'è e l'essere „. " E in
un certo modo (paragrafo 5) il solecismo è simile alle confutazioni
tratte 8 dal prendere per simili cose non simili. Giacché come a queste
accade di sole- 8 cizzare sulle cose, così a quello su' vocaboli ; chè
uomo e bianco sono e cosa e 8 vocabolo „. Sicché è manifesto che da
simili desinenze bisogna sforzarsi di " sillogizzare il
solecismo. " Le specie, dunque, de' discorsi contenziosi e le
parti delle specie e i modi son 8 quelli che si son detti „.
Con questi quattordici Capitoli finisce la parte teorica degli Elenchi
Solistici, e che, come si è detto, nei seguenti venti Capitoli si espone
e fa l'applicazione dei primi quattordici. Io ometto di esporre anche
questa parte applicativa, ritenendo suffi- ciente pel mio scopo la
conoscenza della teoria. Passo perciò al secondo punto del triplice
cenno che io voleva fare degli Elenchi predetti, cioè alla indicazione
latina de' paralogismi o sofismi, secondo la indicazione di Boezio.
Questi infatti (vedi Bonghi, nota 129 alle Confutazioni Sofistiche, pag.
529) indica le tredici denominazioni sofistiche di Aristotele così : 1°
Aequivocatio ; 2° amphi- bolia; 3° compositio; 4° divisto; 5° accentus;
6° figura dictionis; 7° propter accidens; 8° propter id quod simpliciter
vel non simpliciter ; 9° propter redargutionis ignorantiam ; 10° propter
consequens ; 11° propter id quod est in principio sumere ; 12° propter id
quod non est causa ut causam ponere, ovvero, propter non causam ut causam; 13°
propter phires interrogationes unam facere. In questa stessa
nota 129 il Bonghi ha un notevole accenno ad Alberto Magno, che pure
scrisse degli Elenchi Sofistici. E altri accenni non meno notevoli ha
nella nota 160 per Alfarabi ; nella nota 161 per S. Tommaso ; e nella
nota 163 per Duns Scotus, il cui tractatus logicae è l'ultimo nella Scolastica,
e che è intitolato De sillo- gismo sophistico sive fallaciis.
Ed ora pongo termine alla mia esposizione coll'allegamento dello stupendo
e comprensivo luogo dell'TJEBERWEG (Syst. d. Logik u. Gesch. d. Logischen
Lehren, citato, pag. 370), che suona come segue: "
Aristotele nel suo scritto tisqì xtbv ao(pia%iKù>v èXèy%(àv si è fatto
guidare 8 nelle diverse parti del medesimo dallo speciale riguardo ai
sofismi molto disputati " al suo tempo. Egli definisce (Top. Vili,
11) il oócpiofia come avÀÀoyia/iòg EQiatixóg, " e divide i Sofismi
in due Classi principali : naqà tìjv As^iv e è'^co vrjg Àé^ecog.
" Alla Prima Classe principale novera (De Soph. Elench., c. 4) come
appartenenti sei specie: ófihìvvfila (aequi vocatio), àfMpifioXia
(ambiguitas) , ovv&soig (fallacia a 8 sensu diviso ad sensum
compositum), diaigeoig (fallacia a sensu composito ad sensum "
divisum), jiQoacpòia (accentus), a%f[na vf/g Aé^sojg (figura dictionis) : de'
quali Sofismi " però il terzo ed il quarto (la confusione del senso
distributivo e del collettivo, " ovvero la confusione di ciocche
vale in modo speciale di tutti i singoli od in ogni " singolo
rapporto, e di ciocche vale della generalità come tale), in quanto appar-
" tenenti alle fallaciis secundum dictionem, si lasciano aggruppare
(subsumere) sotto " il concetto dell'anfibolia nel senso indicato di
sopra. (Per ayfifiaza zfjg Aé^scog " Aristotele intende qui le forme
grammaticali de' nomi e de' verbi, e, secondo " Poet. c. 19, in modo
speciale le proposizioni grammaticali fondate sui diversi rap- 8 porti di
Predicato con Soggetto : proposizioni grammaticali, alla cui espressione
" servono in parte i Modi verbali, come Comando, Preghiera, Minaccia,
Enunciazione, " Domanda e Risposta). " Alla Seconda
Glasse principale, cioè ai Sofismi è'^oy xfjg Àé^eag, Aristotele novera
" come appartenenti le seguenti sette specie : naqà tò avfi^s^rjìióg
(fallacia rationis " ex accidente), tò ànX&g fj [lì] àicl&g
(a dicto simpliciter ad dictum secundum quid), " fj tov èXéy%ov
àyvoia (ignoratio elenchi), naqà tò èuó/À,evov (fallacia rationis ex
* consequente ad antecedens), tò èv àQ%fj Aafifiàveiv, aheìa&ai
(petitio principii), " tò /li] ahiov Ti&épai (fallacia de non
causa ut causa), tò tó tiàeiù) èqo)%fji4,ma ev " noielv (fallacia
plurium interrogationum). Se non che questi errori sono in parte
errori di dimostrazione (Beweisfehler ; " ved. appresso paragr.
137). Degli errori indicati adduce Aristotele stesso esempi " nel
suo scritto tieqì %<òv ao<pianxò)v èXéy%(av ; si può paragonare con esso
il Dialogo " di Platone (o di un platonico) Eutidemo. Antiche e
moderne esemplificazioni, però * in gran parte già fatte, dà il
Fries {System der Logik, paragr. 109). Una diffusa ed esatta disamina di
Sofismi si trova in Mill, Log. trad. da Schiel, 2 (e 3) Ediz., "
pag. 398-432. Rispetto al carattere nebuloso e confuso di parecchie moderne
spe- * culazioni, e rispetto ad innumerevoli sofismi, per mezzo de'
quali, dato l'insolvibile " compito di derivare il pieno dal vuoto,
si è creduto di ottenere l'apparenza di una * soluzione, ha detto
il Trendelenbtjrg (Eri. su den Ehm. der Arisi. Log., 1842, p. 69) "
con ragione : * Sarebbe tempo di tradurre secondo il tempo moderno (iris
Moderne) " lo scritto aristotelico degli Elenchi Sofistici „. Questo
compito è stato risolto soltanto in modo unilaterale mediante Y Antibarbarus
logicus von Cajus, 1851 ; 2 a Ediz., " 1° fase, 1853, comunque il
suo autore nel campo del pensiero filosofico sappia " esercitare con
destrezza di Polizia certe funzioni (polizeiliche) di vigilanza s .
Chiudo la mia considerazione ed esposizione della logica del lizao, e
concludo dicendo che questi punti fondamentali del pensiero logico del
lizeo e la corrispondente legislazione del medesimo sono addirittura una
immortale creazione, che non i soli 24 secoli passati han già confermata
e glorificata, ma che continueranno a confermare e glorificare anche i
secoli venturi. Grice: “How can people speak of
‘mathematical logic’ when Russell says that mathematics rests on logic?!” –
logica aritmetica, aritmetica logica – His exposition of ‘logica aristotelica’
is impressive, and overlaps with Grice/Strawson’s seminars on Categoriae and De
Interpretatione. His editorial work on Ceretti is excellent. He has written on
some other Italian philosophers, too. Pasquale D’Ercole. Ercole. Keywords: difesa
della metafisica, panlogica, esologia, essologia, sinautologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ercole” – The
Swimming-Pool Library.


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