Grice ed Iacono: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. Grice:
“I love Iacono; for one, he has taken Marx’s chapter on cooperation in Das
Kapital seriously; but as he notes, Marx subverts the order, the symbolic
interaction becomes a super-structure! Iacono recognises the perplexities of
shared intentionality, and finds ways to deal with them conceptually –Insegna a
Pisa. Fra i filosofi che si sono interessati ai rapporti storici e teorici
della filosofia con l’antropologia e la politica. Si occupa di epistemologia
della complessità (“L'evento e l'osservatore”, Bergamo). Fonda “Ichnos,” Laboratorio
filosofico sulla complessità. La sua ricerca mostra un costante confronto con
la filosofia antica: al riguardo, si dedica all’analisi di nozioni quali
feticismo, paura e meraviglia, e all'indagine epistemologica sul tema
dell'osservatore. Tali ricerche gravitano attorno ad una riflessione sul tema
dell'”altro” nelle relazioni storico-sociali e politiche: da qui i saggi sulle
triadi concettuali autonomia, potere, minorità e storia, verità,
finzione. Ne “Il borghese e il selvaggio” analizza l'influenza la figura
di Robinson Crusoe nei paradigmi filosofico-economici di Turgot e Adam Smith
rilevando gli elementi di antropologia occidentalista là dove la
rappresentazione teorica della società e della storia si mostrava nei suoi
aspetti apparentemente semplici, ovvi e trasparenti tali da nascondere con
l'evidenza i presupposti del punto di vista coloniale. In “Il feticismo” (Milano)
studia la genealogia del concetto dalla sua origine nell'illuminista Charles de
Brosses fino a Marx, a Freud e al pensiero contemporaneo, ha contribuito, sul
piano metodologico, all'idea di una storia della filosofia interpretata
attraverso concetti e, sul piano interpretativo, alla messa in evidenza dei
mutamenti semantici del concetto di “fetice”, di origine coloniale che si è
trasformato con Marx e con Freud in due modi di operare, rispettivamente sul
mondo storico-sociale e sul mondo della psiche, basati sulla pratica teorica di
un'antropologia dall'interno. Le fétichisme. In “Paura e meraviglia: storie
filosofiche” (Catanzaro) i temi storiografici dell'illuminismo e del fetice vengono
ripresi e ridiscussi alla luce del pensiero contemporaneo. Il problema
filosofico e politico dell'antropologia dall'interno è stato sviluppato
attraverso la questione epistemologica dell'osservatore. Influenzato da Marx,
ma anche da Foucault e da Bateson, analizza le teorie della storia di Bossuet,
Vico e Droysen attraverso il tema del ruolo dell'osservatore che interpreta gli
eventi sociali e naturali nella loro storicità. Interessato alle teorie
contemporanee dell'”auto-organizzazione” biologica (Atlan, Maturana, Varela), cercato
di reinterpretare il senso epistemologico della storia, la parzialità dei punti
di vista impliciti dell'osservatore e delle sue visioni del mondo, la questione
dell'altro, il rapporto tra scienze storico-sociali e scienze naturali, alla
luce del concetto di complessità. In questa chiave, in “Tra individui e cose”
(Roma) raccoglie i risultati di ricerche che, all'interno dei rapporti fra
filosofia, antropologia e politica, si interrogava attraverso Bateson sull'idea
del ‘pensare per storie' come momento metodologico e critico di un'antropologia
dall'interno in una società come quella occidentale moderna dove le cose si
sostituiscono feticisticamente agli uomini e il conformismo si mostra
incessantemente e paradossalmente come l'irrompere del nuovo. Il problema
della critica sociale e dell'autonomia individuale come decisivo in una società
occidentale che domina il mondo dichiarandosi libera e democratica è al centro
di “Autonomia, potere, minorità” (Milano). Partendo dallo scritto di Kant “Che
cos'è l'Illuminismo?, Iacono si chiede perché in una società istituzionalmente
‘libera' e ‘democratica', all'indomani della fine dei regimi socialisti, il
desiderio di uscire dallo stato di minorità non riesce a vincere il
contrastante desiderio di rimanere nello stato di minorità, perché in sostanza
è così forte la paura di essere autonomi. La questione dell'autonomia lo
ha portato a interessarsi ai temi della verità, dell'illusione e dell'inganno.
Per un'antropologia dall'interno occorre vedere con altri occhi e per vedere
con altri occhi è necessario acquisire uno sguardo d'altrove. I temi
dell'universalismo e della questione dell'altro sono discussi in quest'ottica
in “Storia, verità, finzione” (Roma). La meraviglia che connota il tono emotivo
della conoscenza filosofica deve passare attraverso lo straniamento: essere
straniero a te stesso affinché l'altro non sia straniero a te. L'autonomia può
realizzarsi soltanto nella relazione con l'altro e non, come se l'è immaginato
il pensiero moderno, recidendo ogni legame per poi andarlo a costituire da
padroni. Ma un'antropologia dall'interno è continuamente in tensione con un
senso comune che, conservando le verità condivise ovvero i pregiudizi, tende a
mostrarle come ovvie, naturali, eterne, uniche, a renderle dunque salde e
indiscutibili. Ci si dimentica allora che viviamo in molti mondi, in mondi
intermedi (“Mondi intermedi e complessità” -- Pisa), e che siamo capaci, con la
coda dell'occhio, di percepire sempre un mondo altro da quello in cui siamo
immersi. Perdendo questa percezione perdiamo la nostra capacità di uscire da
noi stessi e dunque la facoltà di essere autonomi. L'illusione, attraverso cui
ci si approssima alla verità, che è consapevolezza critica di un'illusione
stessa (Nietzsche, Pirandello), si trasforma in inganno e in auto-inganno,
sulle cui basi si produce il rischio della costituzione delle regole del
consenso, in una società libera ma senza autonomia. Un'altra direzione di studi
riguarda le genealogie dell'immagine della finestra e del concetto
di illusione nella storia del pensiero occidentale. In quest'ambito di
riflessione Iacono realizza Con altri occhi. Iacono dirige il bimestrale
di politica e cultura Il Grandevetro. Ha collaborato per anni al quotidiano il
manifesto. Fa parte del Comitato scientifico della Scuola di formazione e
ricerca sui conflitti Polemos. Fa parte del comitato scientifico della
Fondazione Collegio San Carlo di Modena. Ha laureato molti studenti al
polo universitario universitario penitenziario della casa circondariale Don
Bosco di Pisa e tuttora collabora a progetti e iniziative per un'effettiva
opera di recupero del detenuto che sconta la pena. Saggi: “L'illusione e
il sostituto. Riprodurre, imitare, rappresentare” (Mondadori, Milano); “Il
sogno di una copia. Del doppio, del dubbio, della malinconia” (Guerini,
Milano); “Storie di mondi intermedi” (ETS, Pisa); “Marx. La cooperazione,
l'individuo sociale, le merci” (ETS, Pisa); Filosofia alle elementari”; “Le
domande sono ciliegie, Manifestolibri, Roma, Per mari aperti. Viaggi tra
filosofia e poesia nelle scuole elementary (Roma); Filosofia alle scuole
superiori”; “La giustizia è l'utile del più forte? Incontro con gli studenti
del Liceo classico «Empedocle» di Agrigento, Pisa; Ra Racconti L'accelerato, in
Favolare Antonia Casini e Giovanni Vannozzi, MdS editore, Pisa, La scelta, in Gabbie, Michele Bulzomì,
Antonia Casini, Giovanni Vannozzi, MdS editore, Pisa PSYCHOMEDIA JOURNAL OF EUROPEAN
PSYCHOANALYSIS. Alfonso Maurizio Iacono Studi su Karl Marx La
cooperazione, l’individuo sociale e le merci vai alla scheda del Edizioni
ETS Piazza Carrara Pisa Promozione
Bologna La notizia dei braccialetti che l’ingegner Cohn ha brevettato per il
controllo dei lavoratori di Amazon (più educatamente e ipocritamen- te, per
migliorare l’efficienza del lavoro) merita, al di là delle polemi- che
contingenti, qualche riflessione su un mondo nascosto e dimenti- cato che
tuttavia esiste su questo pianeta e non si vede: il mondo dello sfruttamento
sul lavoro e la lesione della dignità di chi lavora. Mi serve un libro, vado su
Amazon, lo cerco, lo trovo. C’è anche la versione ebook. Non è la stessa cosa
del libro fisico, ma ha due vantaggi. Costa molto meno e, cosa importantissima,
dopo avere pagato, lo ottieni in Kindle con un semplice click. Non è la stessa
cosa del libro fisico per un’altra ragione. L’impaginazione è diversa e non
corrisponde affatto a quella del libro. Questo complica le cose non tanto al
lettore di un romanzo giallo, per esempio, o di racconti in generale, quanto
allo studioso o, più in generale, a colui che ha bisogno del documento ori-
ginale. Mettiamo comunque che voglia e trovi il libro fisico e lo ordini,
magari con un sistema veloce che pago in sovrapprezzo. Devo supe- rare una
frustrazione. Non posso averlo subito. Non ce l’ho lì davanti sullo scaffale di
una libreria. Vedo la copertina online. Devo aspettare uno o qualche giorno.
Peggio se lo acquisto nel week end. Una piccola frustrazione, senza dubbio, ma
nel nostro pianeta, che è un’immensa raccolta di merci fisiche e virtuali,
siamo ormai abituati ad avere tutto e subito, e aspettare non è facile. Ogni
nostro desiderio è un ordine che il mercato può eseguire per soddisfarlo, e
poter girare fra le merci, libri o divani o qualunque altra cosa, in modo
virtuale, da un lato ti dà un senso di straordinaria, gioiosa potenza,
dall’altro però ti produce una sensazione di mancanza. Vuoi mettere andare al
negozio e provare la giacca, anzi peggio ancora le scarpe o i pantaloni per
vedere se ti stanno? Certo, online risparmi. Inoltre, a ovviare a quella
sensazione di mancanza derivata dal fatto che il desiderio dell’acquirente non
si può soddisfare immediatamente, vi è la precisione rigorosa nella con- segna.
Tutto sembra perfetto, ma a quale prezzo? Al prezzo dello sfruttamento di chi
la merce la deve impacchettare, spostare, consegnare. Un prezzo che il cliente
non vede. Non è una novità. Il braccialetto dell’ingegner Cohn è l’ultimo
ritrovato di una lunga storia del lavoro. Karl Marx aveva fatto vedere bene
come stavano realmente le cose nei processi di produzione delle merci. Quel
genio che era Charlot aveva rappresentato una straordinaria parodia del sistema
di sfruttamento del lavoro dell’operaio nel famoso film Tempi moderni, dove il
lavorato- re doveva adattarsi alla velocità del sistema automatico di
produzione. In epoca più recente ricordo che perfino zio Paperone cercò di
usare le scimmie per il lavoro a catena, ma fallì perché perfino esse non
riusci- vano ad adattarsi. Negli anni ’70 Michel Foucault scrisse Sorvegliare e
punire, un’analisi cruda dell’organizzazione di un carcere, il cui sistema di
controllo era simile a quello elettronico rappresentato dai braccia- letti. Lo
sfruttamento del lavoro e la lesione della dignità dei lavoratori, checché se
ne dica, non sono diminuiti negli anni, anzi, nonostante le leggi, sono
probabilmente aumentati. Dietro la concorrenza e la libertà di mercato, dietro
le luci dei supermercati reali o virtuali, dentro quelle nuove caverne di
Platone che sono i centri commerciali di Los Angeles, Dubai, Shanghai, Milano e
al di là della finestra dei nostri computer o tablet da cui acquistiamo online,
vi è ancora il lato oscuro, materiale e psicologico, del dispotismo sul lavoro
che oggi nessuno vuol vedere, talvolta nemmeno chi lo subisce. Fino a quando
qualcuno di sabato sera, nel suo tempo libero, si siede al bar e chiede di
bere, vi sarà sem- pre qualcun altro che dovrà preparare il cocktail e un altro
ancora, magari extracomunitario, che lo porterà con un vassoio. Il tempo li-
bero di uno è il tempo di lavoro di altri. L’idea che il lavoro sparisca e in
particolare sparisca il lavoro manuale mi pare sinceramente, questa sì, una
bubbola neoliberista. Meno si vede il lavoro sfruttato e meglio è per il
neoliberismo. La tecnologia espelle il lavoro e toglie l’occupa- zione, ma non
lo fa sparire. Lo disloca altrove e non lo concentra più in grandi spazi
chiusi. Ed è questo che ha messo in totale confusione la sinistra nel mondo.
Accade con il lavoro quello che accade con la merce. La compri ma non ti
accorgi della quantità di lavoro sociale che ci è voluto per produrla e poi
metterla sul mercato. Ti bevi il cocktail ma non vedi nemmeno in faccia il
cameriere che te lo porta e che sta lavorando mentre tu ti riposi e a cui forse
lascerai una mancia. Il primato del tempo libero è un buon modo per soggiacere
al neoliberismo. Potremmo davvero vivere in ozio permanente nel tempo libero? È
questo a cui aspiriamo? E perché allora, occupati, disoccupati, precari, siamo
tutti depressi? Certo il lavoro troppo spesso è odioso, ma allora il
problema è l’odiosità del lavoro, il suo sfruttamento, non la sua fine. Dietro
l’ordine online che facciamo su Amazon vi sono la- voratori che con la testa e
con le mani portano, impacchettano, spedi- scono, trasportano e ai quali si
vuole mettere il braccialetto elettronico di controllo. Non credo che con tutta
la tecnologia li si possa sostituire con dei robot, ma credo che con tutta la
tecnologia li si possa usare schiavisticamente come dei robot. Una cosa è
lottare per riappropriarsi del lavoro e della sua qualità, altra cosa è
rifiutarlo. È nella chiave della riappropriazione del lavoro che è ancora
valido, a mio parere, il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, così
come la gratuità della forma- zione scolastica e universitaria. In uno scritto
recentissimamente pubblicato in Italia, Realismo capitalista (Nero, Roma 2018),
ma uscito in lingua inglese nel 2009, nel bel mezzo dell’esplodere della crisi
economica, Mark Fisher, scrittore, filosofo, critico musicale britannico, morto
suicida lo scorso anno, ha cercato di rispondere alla famosa affermazione della
Signora Marga- ret Thatcher secondo cui al sistema in cui viviamo non c’è
alternativa. Un’affermazione vincente che, togliendo al futuro ogni possibilità
di accompagnare la politica, lo fece a suon di licenziamenti e ristruttu-
razioni aziendali che sarebbero diventati un modello per tutto il capi- talismo
occidentale. A sinistra cominciarono i laburisti con il pentito Blair a fare
propria la visione thatcheriana, e il modello neoliberista si diffuse quasi
ovunque con l’accentuarsi vistoso e potente delle di- seguaglianze e attraverso
l’ideologia oggi ancora dominante secondo cui tutto il mondo deve essere
modellato come un’azienda. Ideologia che oggi paradossalmente trova quasi più
critiche a destra che non a sinistra. Avere tolto ogni alternativa futura ha di
fatto azzerato le si- nistre. Il loro ruolo è spesso diventato quello un po’
servile di tampo- nare più o meno malamente gli effetti collaterali del
neoliberismo, del dominio della privatizzazione, dello sperpero del bene
comune, della devastazione ambientale, senza neanche riuscirci. Scrive Mark
Fisher: “Qualsiasi posizione ideologica non può affermare di avere raggiunto il
suo traguardo finché non viene per così dire naturalizzata, e non può dirsi
naturalizzata fino a quando viene recepita in termini di principio anziché come
fatto compiuto”. Le sinistre non potrebbero accettare il neoliberismo come
principio, ma se viene naturalizzato come un fatto compiuto allora è diverso.
In fondo i dirigenti politici sono tutto som- mato abbastanza ben pagati e
sufficientemente fragili culturalmente per scomodarsi a mettere in discussione
ciò che è dato come naturale e scontato. “Nel corso di più di trent’anni,
continua Fisher, il realismo capitalista ha imposto con successo una
specie di ontologia imprendi- toriale per la quale è semplicemente ovvio che
tutto, dalla salute all’e- ducazione, andrebbe gestito come un’azienda”. Oggi
l’aziendalismo è un vero delirio ideologico. I lavoratori sono imprenditori di
se stessi, così costano meno alle aziende e possono essere meglio sfruttati, le
scuole e le università e gli ospedali invece di pensare alle loro rispettive
missioni, affogano penosamente nell’ansia generalizzata della competi- tion,
versione metropolitana e neoliberista della giungla. Benvenuti nel realismo
capitalista! Questo libro raccoglie studi su Marx che ho portavo avanti a par-
tire dagli anni ’70 sui temi della cooperazione e della sua ambivalenza, sul
suo metodo, sulle sue concezioni antropologiche. Nonostante siano accadute
molte cose nel corso del tempo, dalla fine dell’era industriale alla caduta del
muro di Berlino, dalla crisi irreversibile dei partiti operai al trionfo del
neoliberismo, alcuni punti, che molti, troppo spesso ab- bacinati dal mantra
conservatore del nuovo e del cambiamento, hanno abbandonato, a mio parere,
restano fermi. Primo fra tutti il lavoro e in particolare il lavoro
cooperativo, grazie a cui, come sostiene Marx, gli uomini si spogliano dei loro
limiti individuali e sviluppano la facoltà della loro specie e a causa del
quale, nello stesso tempo, essi, dopo aver subito il dispotismo e il
disciplinamento di fabbrica, introiettano oggi il dispotismo e il controllo
della produzione. E ciò mentre vivono la condizione illusoria di essere
imprenditori di se stessi, dopo che dal comprensibile desiderio della
flessibilità si ritrovano nella miseria mate- riale e psicologica della
precarietà del lavoro. Non hanno più né tempo né possibilità di progettare il
futuro e, del resto, è proprio il futuro che è stato tolto, perché esso oggi si
mostra al massimo e quasi soltanto come mantenimento dell’esistente, quando non
come una devastazione catastrofica del presente. Nessuno ha il coraggio di
guardare altrove, là oltre l’orizzonte, dove poter immaginare una vita diversa
dalla libera, depressiva solitudine degli iperconnessi che convive con
naturalezza insieme alla schiavitù del lavoro nella gran parte del mondo.
Eppure è proprio quello che serve. In un libro di alcuni anni fa1 avevo cercato
di affrontare il tema dell’autonomia individuale consapevole della lacuna che
vi era e cioè del fatto che il tema dell’autonomia si deve porre dentro le
condizioni della natura dell’uomo in quanto animale sociale e dunque
all’interno delle relazioni sociali. Non vi può essere autonomia in senso
proprio (1 A.M. Iacono, Autonomia, potere, minorità, Feltrinelli, Milano) senza
eguaglianza delle relazioni sociali. Forse, riprendendo l’argomen- to della
facoltà cooperativa degli uomini e del fatto che essi devono riappropriarsene a
partire dal lavoro, si potrebbe ripercorrere una stra- da che nel corso tempo
ha cambiato il suo tracciato e il cui manto è attualmente pieno di buche.
Desidero ringraziare Silvia Baglini, Giacomo Brucciani, Enrico Campo, Francesco
Marchesi, Luca Mori, Giovanni Paoletti. Dedico questo libro alla memoria di
Nicola Badaloni, Marco, che mi introdusse agli studi su Marx. Versione
largamente rivista di Divisione del lavoro e sviluppo della facoltà della
specie umana in Marx, originariamente pubblicato in «Critica marxista», Sull’ambivalenza
della cooperazione, in Ecologia, Esistenza, Lavoro, (Officine Filosofiche), a
cura di M. Iofrida, Mucchi, Bologna 2015, pp. 33-50. Capitolo Terzo Versione
modificata del saggio apparso originariamente con il titolo Sul concet- to di
‘trasparenza’. Un’immagine di asssociazione di uomini liberi nel ‘Capitale’ di
Marx, in «Metamorfosi», Rapporti economici e rapporti sociali in Marx, in
«Prassi e teoria», Versione modificata del saggio originariamente pubblicato in
«Annali della Scuola Normale Superiore» (relazione al seminario dedicato a
Bachofen tenuto alla Scuola Normale Superiore e coordinato da Arnaldo
Momigliano). Capitolo Sesto Versione modificata di Sul concetto di feticismo,
in «Studi Storici», Concezione antropologica e concezione storica in Marx. Il
caso particolare del ‘feticcio della merce’, in aa.VV., Antropologia, prassi,
eman- cipazione. Problemi del marxismo, a cura di G. Labica, D. Losurdo, J.
Texier, Quattroventi, Urbino DIVISIONE DEL LAVORO E SVILUPPO DELLA FACOLTÀ
DELLA SPECIE UMANA IN MARX. In un luogo del capitolo sulla cooperazione, Marx
afferma. Nella co-operazione pianificata con altri l’operaio si spoglia dei
suoi limiti individuali e sviluppa la facoltà della specie”1. La facoltà della
specie umana consiste nella capacità che hanno gli operai riuniti insie- me e
combinati secondo le figure della cooperazione di produrre una quantità di
oggetti superiore a quella che lo stesso numero di operai sarebbe in grado di
produrre se ciascuno di essi lavorasse isolatamente. Questa idea è già in Adam
Smith, attraverso il famoso esempio del- la fabbrica di spilli, come ragione di
superiorità del modo capitalistico di produzione, basato essenzialmente sulla
manifattura, sui precedenti modi di produzione2. Sappiamo che, per Marx, la
cooperazione è “la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico”3 e
precisa- mente è la forma che attraverso le sue figure tende a svuotare le
facoltà individuali degli operai e a trasferirle ai mezzi di lavoro. Nella
figura più complessa di cooperazione capitalistica, quella del macchinismo,
questo trasferimento si realizza completamente. La storia del passaggio dalla
cooperazione semplice, alla manifattura, alle macchine, può essere letta come
la storia della perdita delle facoltà individuali lavorative degli operai
singoli in ragione dello sfruttamento derivante dallo sviluppo tecnico del
processo capitalistico di produzione. Già in A. Smith, nel Libro V della
Indagine ecc., si ritrova la descrizione della perdita delle facoltà degli
operai sottoposti alla divisione del lavoro nella manifattu- ra. Questa perdita
di facoltà è posta come ragione di inferiorità della classe operaia nei
confronti dei popoli selvaggi, dove non sussiste la divi- sione del lavoro:
rispetto ai selvaggi, lo sviluppo delle facoltà individuali degli operai appare
in ragione inversa della crescita della quantità di 1 K. Marx, Il capitale, I,
trad. D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma Smith, Indagine sulla natura e le
cause della ricchezza delle nazioni, ISEDI, Milano Smith, La ricchezza delle
nazioni. Abbozzo, trad. V. Parlato, Editori Riuniti, Roma 1969. 3 K. Marx, Il
capitale, cAMBIVALENZA DELLA COOPERAZIONE Il ritorno dell’uomo come animale
sociale Dopo anni di elogio dell’individualismo nel bel mezzo della glo-
balizzazione, mentre ritornava in un modo piuttosto primitivo l’abusa- ta
metafora della mano invisibile, qualcosa è cambiato. Dopo l’euforia degli anni
’80, un po’ di attenzione si è spostata da una filosofia inge- nua (ma
estremamente vantaggiosa per alcuni) dell’individuo verso la facoltà
collaborativa e cooperativa degli uomini. In un certo senso è tornata, se non
proprio al centro, almeno lateralmente, l’immagine ari- stotelica dell’uomo
come zòon politikón, dell’uomo cioè, come ebbero a tradurre Seneca e Tommaso
d’Aquino, come animale sociale. L’elemen- to sociale è tornato a essere
considerato come costitutivo della forma- zione dell’individuo sul piano etico,
politico e cognitivo. Recentemente il sociologo Richard Sennett ha pubblicato
un libro che significativa- mente ha per titolo Insieme ed è un’indagine sulla
facoltà cooperativa degli uomini esplicitamente influenzata dalle teorie di
Amartya Sen e Martha Nussbaum. “Le idee di Amartya Sen e Martha Nussbaum, egli
scrive, sono state per me fonte di ispirazione e costituiscono il tema di fondo
che orienta questo libro: le capacità di collaborazione delle per- sone sono di
gran lunga maggiori e più complesse di quanto la società non dia loro spazio di
esprimere”1. In sostanza la facoltà cooperativa degli uomini, nel nostro
sistema sociale, non riesce ad esprimersi ap- pieno e in particolare non
assicura la piena realizzazione delle capacità emotive e cognitive umane. Lo
scenario che emerge da questa tesi è dunque in primo luogo che la società non
riesce a realizzare la facoltà cooperativa umana e in secondo luogo che tale
facoltà si realizza grazie alle capacità emotive e cognitive e viceversa, nel
senso che, queste, a loro volta, si realizzano appieno soprattutto nella
collaborazione e nella cooperazione. 1 R. Sennett, Insieme. Rituali, piaceri e
politiche della collaborazione, Feltrinel- li, Milano DIETRO C’È SEMPRE
QUALCOS’ALTRO Un’immagine di associazione di uomini liberi e l’idea di
trasparenza La trasparenza nasconde sempre qualcosa. Più precisamente na-
sconde ciò che viene tolto per far sì che l’immagine renda trasparenti i
rapporti che si vogliono rappresentare. Nell’economia politica, quel- le che
Marx chiamava “robinsonate”avevano un importante significato epistemologico:
semplificare e rendere per l’appunto trasparenti i rap- porti economici
complessi del modo di produzione capitalistico. Que- sto processo di
semplificazione presupponeva sempre una scelta in ciò che si voleva
rappresentare o, in altri termini, un taglio nel quadro rap- presentativo che
presupponeva un privilegiamento di una determinata struttura visiva invece di
un’altra. Nell’immagine di Robinson ciò che Defoe vuol far vedere è il rap-
porto tra il protagonista del suo romanzo e lo spazio naturale che egli deve
trasformare per renderlo utile alla sua sopravvivenza. Il comporta- mento di
Robinson è il comportamento del borghese nel suo rapporto con la natura
attraverso il lavoro. Ed in effetti, da questo punto di vista, il rapporto tra
Crusoe e le cose è chiaro e trasparente: “Il suo inventario dice Marx contiene
un elenco degli oggetti d’uso che possiede, delle diverse operazioni richieste
per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media
determinate quantità di questi diversi prodotti”1. L’effetto di trasparenza
appare dato da alcune condizioni complesse che già decidono i contorni
dell’immagine e dunque la par- zialità di una rappresentazione semplificata del
comportamento di un individuo alle prese col proprio lavoro. Baudrillard ha
osservato che la trasparenza della relazione di Robinson con le cose è
truccata2, ma la chiave del trucco è rintracciabile già nella stessa immagine
descritta da 1 K. Marx, Il capitale, cit., p. 109. 2 L. baudrIllard, Per una
critica dell’economia politica del segno, Mazzotta, Milano IL METODO DI MARX E
L’USO DELL’ASTRAZIONE 1. A più riprese Marx ha sottolineato che il porre l’uomo
isola- to all’origine dello sviluppo sociale e del processo storico è un assur-
do. Nelle Forme che precedono la produzione capitalistica, egli osserva come
sia semplice raffigurarsi che un uomo potente possa servirsi di un altro uomo
“come di una condizione naturale preesistente della sua riproduzione”1, e fare
dell’esercizio del dominio il suo specifico lavoro allo scopo di far lavorare
altri uomini per lui; presupporre cioè una divisione del lavoro tra signore e
servo prima che siano state poste le condizioni originarie, comunitarie per la
riproduzione della vita de- gli uomini. “Ma una simile idea è assurda – per
quanto possa essere giusta dal punto di vista di certe organizzazioni tribali o
collettività – in quanto essa parte dallo sviluppo di uomini isolati. L’uomo si
isola soltanto attraverso il processo storico”2. La questione posta da Marx non
è, ovviamente, nuova. Ferguson, per esempio, aveva già sostenuto la necessità
di considerare la specie umana in gruppi e di condurre l’indagine
storico-sociale avendo come oggetto la società intera e non gli uomini
separatamente presi3. In generale tutta la cosiddetta “scuola storica scozzese”
aveva posto il problema di uno studio della storia umana a partire dagli uomini
riuniti in società ed aveva sottolineato che il fattore chiave per comprendere
lo sviluppo delle diverse società era il “modo di sussistenza”4, da cui si
potevano spiegare costumi, leg- gi, forme di governo. È stato sostenuto, a
questo proposito, che Marx 1 2 3 Bari 1999, 4 K. Marx, Lineamenti fondamentali
della critica dell’economia politica, II, cit., p. 123. Ibidem. A. FerguSon,
Saggio sulla storia della società civile (1767), Laterza, Roma Robertson,
History of America (1777), in Works, Hill, Edinburgh V, p. 111; e J. MIllar,
The Origin of the Ranks (1771), ristampato in W.C. 1818, vol. lehMann, John
Millar of Glasgow, Cambridge University Press, Cambridge Millar, Osservazioni
sull’origine delle distinzioni di rango nella società, Fran- coAngeli, Milano
1989). BACHOFEN, ENGELS, MARX La pubblicazione ad opera di Krader degli
estratti etnologici, l’ultimo lavoro di Marx, rimasto incompiuto, impone di
discutere del ruolo di Bachofen nell’Origine della famiglia di Engels, che
segnò la fortuna del Mutterrecht nel marxismo, tenendo conto di questo labora-
torio. La ragione è semplice: il libro di Engels è basato su tali appunti, e
certamente, comparando lo scritto di Marx con quello di Engels, balza subito
agli occhi il ben diverso peso che Bachofen ha nei due casi. D’altra parte la
frammentarietà degli appunti marxiani non rende sem- plice il lavoro, ma non ci
si può accontentare di segnalare le differenze di Marx e di Engels su Bachofen
senza fare almeno un tentativo di interpretare il senso della ricerca di Marx
al momento della sua morte. Si tratta di provare a capire, se è possibile,
quale significato abbia la grande presenza di Bachofen nell’opera di Engels,
laddove la cosa non è affatto riscontrabile nel Marx che sta lavorando su quel
Morgan che, a sua volta, sarà la base dell’Origine della famiglia. Ma, data
appunto la frammentarietà del testo di Marx, l’unica via praticabile sembra
quella di considerare in primo luogo il contesto teorico entro cui Marx stava
operando e riflettendo. 1. Il laboratorio di Marx L’Origine della famiglia, la
cui prima edizione è del 1884, fu pre- sentata da Engels come l’“esecuzione di
un lascito”1. Marx, morto un anno prima, aveva lasciato ad uno stadio
rudimentale il suo lavoro su Morgan, Phear, Maine, Lubbock, Kovalevskij2. Si
trattava in gran parte 1 F. engelS, L’origine della famiglia, Editori Riuniti,
Roma 1963, p. 33. 2 The Ethnological Notebooks of Karl Marx (Studies of Morgan,
Phear, Maine, Lubbock), cit.; L. krader, The Asiatic Mode of Production.
Sources, Development and Critique in the Writings of Karl Marx, Van Gorcum,
Assen 1975 pp. 343-412: K. Marx, Excerpts from M.M. Kovalevslcij. Sugli appunti
di Marx; cfr. inoltre, L. achenza, Sui Taccuini etnologici di Marx, in «ASNP»,
S. III, XIV, 1984, pp. 1385-1416; P. greMIgnI, SUL CONCETTO DI «FETICISMO»
IN MARX Il concetto marxiano di feticismo delle merci è stato analizzato da due
punti di vista: quello del suo rapporto con il concetto di alienazione e
l’altro della sua connessione con la teoria del valore. È possibile tut- tavia
affrontare il problema in modo diverso, forse più ovvio: a partire cioè dalla
fonte usata da Marx per la formazione di questo concetto. Si tratta dell’opera
di Charles de Brosses, Du Culte des Dieux fétiches, pub- blicata anonima a
Parigi nel 1760, che Marx aveva studiato a Bonn nel 1842 in una traduzione
tedesca di Pistorius del 1785, e di cui aveva fatto degli estratti1, come del
resto di altri testi, tra i quali quello di Meiners sulle religioni2 che
riprende il tema brossiano. Considerato il problema da questo angolo visuale,
si potrà vedere che il concetto marxiano di feticismo, che diventerà
successivamente il concetto di feticismo delle merci, è carico di implicazioni
che forse consentono di precisare alcune questioni teoriche ad esso connesse.
1. Il concetto di feticismo ripropone, come è noto, il problema delle
apparenze, cioè dello scarto esistente tra l’essere sociale e le im- magini
“nebulose e fantastiche” attraverso cui l’essere sociale è visto e concepito
dagli uomini. Un tema che percorre la riflessione di Marx nel corso di tutta la
sua biografia intellettuale, ma che nel feticismo delle merci assume un valore
specifico. Ed è proprio per questo che appa- re necessario percorrere specificamente
la strada dello sviluppo di tale concetto, anche perché, inoltre, in esso si
possono rilevare due momen- ti importanti del procedimento teorico di Marx,
certamente carichi di 1 K. Marx, Fetischismus, MEGA 2, vol. IV/1, Dietz, Berlin
1976. 2 C. MeInerS, Allgemeine kritische Geschichte der Religionen, 2 voll.,
Hannover 1806-1807. Su Meiners come volgarizzatore di de Brosses, cfr. M.
daVId, La notion de fétichisme chez Auguste Comte et l’oeuvre du présidente de
Brosses ‘Du culte des dieux fétiches’, in «Revue de l’Histoire des Religions»,
t. CLXXI (1967), n. 2, e S. landuccI, I filosofi e i selvaggi, Einaudi, Torino
ANTROPOLOGIA E STORIA IN MARX. IL CASO PARTICOLARE DEL «FETICCIO DELLA MERCE»
La nozione di carattere di feticcio della merce costituisce un momen- to
particolare e privilegiato per un’analisi del rapporto fra concezione
antropologica e concezione storica in Marx. Le ragioni di questa parti-
colarità e di tale privilegio risiedono principalmente nei seguenti fatto- ri:
a) nell’uso stesso del concetto di «feticcio» mutuato dalla tradizione
etnologica e storico-religiosa a partire dal colonialismo; b) nella torsione
teorica che il concetto di feticcio e la nozione di «feticismo» giocano nel
corso dello sviluppo del pensiero di Marx; c) nel fatto che il «carattere di
feticcio della merce» costituisce un aspetto molto specifico e comples- so
dell’idea di rovesciamento provocato dalla coscienza ideologica nei confronti
della realtà; d) nel fatto, infine, che la nozione di «feticcio» ap- plicata alla
merce viene a definite la funzione simbolica dell’oggetto eco- nomico-sociale
e, all’inverso, la funzione economico-sociale dell’oggetto simbolico. Di questi
quattro fattori, lo svolgimento dei primi due con- sente di capire come
l’applicazione del concetto di «feticcio» alla merce capitalistica significhi,
almeno per quel che riguarda questo punto, un radicale mutamento strategico e
teorico del concetto stesso rispetto alla sua storia e all’accezione fino ad
allora comune e dominante in campo filosofico, etnologico e storico-religioso.
E lo sviluppo del pensiero di Marx conferma, a mio parere, il senso di tale
mutamento. I secondi due fattori aprono molte questioni interpretative, in
particolare riguardo al rapporto fra condizioni reali della forma di vita
sociale e forme della coscienza e dell’ideologia, alla specificità ed
eccezionalità storica del si- stema capitalistico, al problema dell’osservatore
che si trova ad operare e interpretare in quel groviglio che è il sopraddetto
rapporto fra condizioni della vita sociale e ordine simbolico e culturale. Ma,
soprattutto, possono forse aiutare a comprendere il senso della separazione fra
la struttura ca- pitalistica delle relazioni fra gli uomini e gli individui in
quanto tali; cioè del modo particolare in cui le relazioni si autonomizzano
dagli individui, e la «comunità», originariamente concreta, deposita i rapporti
nelle cose, andando a costituire un astratto sistema di vincoli
sociali. INDICE Prefazione 5 Riferimenti bibliografici 11 1. Divisione del
lavoro e sviluppo della facoltà della specie umana in Marx 13 2. Ambivalenza
della cooperazione 35 3. Dietro c’è sempre qualcos’altro 55 4. Il metodo di
Marx e l’uso dell’astrazione 67 5. Bachofen, Engels, Marx 85 6. Sul concetto di
«feticismo» in Marx 101 7. Antropologia e storia in Marx. Il caso particolare
del «feticcio della merce» 111 Indice dei nomi 119 philosophica L’elenco
completo delle pubblicazioni è consultabile sul sito www.edizioniets.com alla pagina
http://www.edizioniets.com/view-Collana. asp?Col=philosophica Pubblicazioni recenti
208. Alfonso Maurizio Iacono, Studi su Karl Marx. La cooperazione, l’individuo
sociale e le merci, 2018, pp. 124. 207. Imre Toth, Le sorgenti speculative
dell’irrazionale matematico nei dialoghi di Platone, a cura di Romano Romani e
Paolo Pagli, prefazione di Romano Romani. In preparazione. 206. Alessandra
Fussi, Per una teoria della vergogna, 2018, pp. 164, ill. 205. Alberto Pirni,
La sfida della convivenza. Per un’etica interculturale, 2018, pp. 308. 204.
Matteo Galletti, Reciprocamente responsabili. La responsabilità morale tra
naturalismo e normativismo, Bertelli, L’utopia nell’estetico. Tempo e
narrazione in Ernst Bloch, Pleșu, Pittoresco e malinconia. Un’analisi del
sentimento della natura nella cultu- ra europea, traduzione e cura di Anita
Paolicchi, prefazione di Victor I. Stoichita, 2018, pp. XII-216. 201. Danilo
Manca, La disputa su ispirazione e composizione. Valéry fra Poe e Borges, 2018,
pp. 176. 200. Russo Maria Teresa, Esperienza ed esemplarità morale. Rileggere
Le due fonti della mora- le e della religione di Henri Bergson, Filieri Luigi,
Vero Marta [a cura di], L’estetica tedesca da Kant a Hegel, Prefazione di
Leonardo Amoroso, 2017, pp. 176. 198. Flamigni Gabriele, Presi per
incantamento. Teoria della persuasione socratica, Prefazione di Maria Michela
Sassi, Edizioni ETS Piazza Carrara, Pisa edizioniets.com edizioniets.com Finito
di stampare nel mese di maggio 2018. Di consequenza, e la cooperazione, cosi
come di dispiega nella conversazione, a determinare que moni intermedi che
presuppongon non un io ma un noi. Alfonso Maurizio Iacono. Iacono. Keyword:
feticismo conversazionale. Il Vico di Iacono. Il Pirandello di Iacono, la
cooperazione. Imitare, imago, imaginario collettivo di Jung -- Luigi Speranza, “Grice ed Iacono:
l’implicatura dell’intermezzo” – The Swimming-Pool Library.


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