Grice e Jaja: l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Conversano). Filosofo
italiano. Grice: “I like Jaja – of
course you cannot understand Jaja unless you understand Fiorentino, Croce,
Spaventa and Gentile! The quintessential Italian philosopher!” – Grice: “Jaja
is a sensualist, like me.” –Grice: “My favourit essential Italian philosopher.
Figlio di Florenzo Jaja (a cui è dedicato l'Ospedale Civile di Conversano). Si trasferì
a Napoli, dove studiò sotto la guida di Fiorentino. Si sposta a Bologna, dove si
laurea per seguire il suo maestro. Il
suo incontro filosofico principale fu con Spaventa. Col trasferimento di Jaja a
Napoli i rapporti con Spaventa divennero regolari. Insegna a Pisa. Jaja non è stato mai considerato un filosofo
particolarmente originale, ma ha avuto il merito storico d'introdurre Gentile
allo studio di Spaventa, merito che l'allievo riconoscerà sempre. Opere: “Origine storica ed esposizione della
Critica della ragion pura” “Studio critico sulle categorie e forme dell'essere”;
“Dell'apriori nella formazione dell'anima e della coscienza,” “ L'unità
sintetica e l'esigenza positivista,” “Sentire e pensare,” “Identita e
Semiglianza ed identità”’“ Sentire, pensare, conoscere,” “ L'intuito nella
coscienza.” Cesare Preti, Jaja filosofo europeo oltre Gentile, su ricerca.repubblica,.
treccani. Jaja: neoidealismo italiano, su orthotes.com. Jaja, Giovanni Gentile, Memoria su Donato
Jaja, su sba.unipi, Bertrando Spaventa Giovanni Gentile Idealismo italiano,
Jaja, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. openMLOL, Horizons Unlimited srl. Giovanni Gentile,
Memoria su Donato Jaja, su sba.unipi. Donato Jaja. Grice on “Sentire” e
Pensare. Rupert Brooke: “I love Grice: “I feel,’ never ‘I think’!” – “If a is
a, is a LIKE a” – a knife is not like a knife, but something that is not a knife can be like a knife.”
Implicature!” JAJA, Donato. - Nacque a Conversano da Florenzo e da Elisabetta
Pinto. Comincia gli studi al seminario in vista di una futura carriera
ecclesiastica, ma dopo l'unificazione, si trasfere a Napoli, dove studia sotto
la guida del filosofo neokantiano F. Fiorentino, e a Bologna, per seguire il
maestro, con il quale si laurea. Dopo la laurea insegna al liceo di
Caltanissetta, quindi a Chieti. Tornato a Bologna vi conobbe e frequenta A.C.
De Meis e per suo tramite B. Spaventa che, oltre a influenzare lo stesso
Fiorentino, divenne in seguito una figura chiave per la formazione
intellettuale dello Jaja. Con Spaventa i rapporti dello J. divennero regolari
quando egli si trasferì a Napoli per insegnare al liceo Genovesi. Conseguì la
libera docenza ottenne la cattedra di
filosofia teoretica a Pisa, dove rimase per il resto della sua vita. Tra i suoi
allievi ebbe G. Gentile, che gli successe poi sulla cattedra, e G. Lombardo
Radice. Nella dissertazione di laurea, data alle stampe con il titolo
Origine storica ed esposizione della Critica della ragion pura di E. Kant
(Bologna), colloca Kant all'origine di una nuova scena del pensiero che
raccoglie le due tradizioni precedenti lungo le quali egli articola la storia
della filosofia moderna successiva a Cartesio: da una parte il filone
filosofico che si pone il problema dell'infinito, dell'universalità e della
necessità (Malebranche, Spinoza, Leibniz); dall'altra la tradizione francese,
ma soprattutto inglese, sensistica ed empiristica (Locke e Hume). Kant pone il
problema, ritenuto centrale dallo J., del debito che il pensiero ha nei
confronti sia dell'esperienza, sia dell'universale. Tuttavia lo J. ritiene che
Kant non abbia dato una soluzione adeguata e definitiva ed è anzi incline a
sostenere che la soluzione vada trovata nei continuatori dell'opera kantiana.
Emerge già qui chiaramente la tendenza a leggere la tradizione idealistica alla
luce degli interrogativi kantiani, in una prospettiva che egli derivava da
Fiorentino. Secondo lo J., Kant pone il problema della conciliazione di questi
due elementi, di senso e intelletto, ma non lo risolve: "La
manchevolezza", sostiene, "è nell'intima natura del sistema kantiano:
in quest'ultimo lo spirito è dualità, scissura, intuizione e concetto,
recettività e spontaneità, entrambi irriducibili", mentre la soluzione
consiste nel mettere in luce l'unità, nel mostrare come l'universale kantiano
sia non esclusivamente soggettivo ma oggettivo e pertanto corrisponda alla
realtà. Compare qui un interesse dello J. per il modo in cui l'intelletto
proviene dal senso (cfr. Plebe, in Guzzo - Plebe), che mostra anche una
sensibilità più vasta verso il regno della natura e le scienze empiriche e che
in seguito lo portò a confrontarsi con il positivismo e l'evoluzionismo.
Pesavano in questo probabilmente sia gli interessi positivistici di Fiorentino,
cui egli dedicava questo volume, sia l'ambiente intellettuale bolognese, in cui
spiccavano figure quali quella di De Meis. Ha modo di sviluppare e
precisare tali temi in uno Studio critico sulle categorie e forme dell'essere
di Serbati. Qui critica Serbati della
Teosofia in quanto non dà spazio né illustra la centralità della mente nel suo
rapporto con l'essere, mentre questo va visto alla luce dell'essere pensato
dalla mente: "È necessario studiare la mente nella serie non interrotta
dei suoi fenomeni, attraverso cui passa nel formarsi". Kant ha colto
questo punto in quanto ha mostrato che prima di poter parlare dell'essere si
deve indagare la natura della mente, e tuttavia ha finito con il postulare una
irriducibile alterità della cosa rispetto alla mente. Fichte, e quindi Hegel,
hanno invece compiuto il necessario passo in avanti mostrando come ciò che è
fuori della mente è il risultato di ciò che la mente e il pensiero hanno
rivelato. Gentile ha modo di considerare a questo proposito che la
lettura che il proprio maestro da di Hegel e personale e forse inadeguata sul
piano interpretativo: e uno Hegel mediato in primo luogo da Spaventa, che ne
aveva sottolineato l'aspetto soggettivistico, e che lo J. aveva letto in modo
ancora più immanentistico facendo equivalere l'essere con il pensiero
umano. Temi e ispirazioni filosofiche - in cui si mescolavano influssi
hegeliani, fichtiani, e interessi verso le scienze e la dimensione empirica del
pensiero - spinsero lo J. a occuparsi del positivismo e in particolare di Spencer.
In una prima memoria, “Dell'apriori nella formazione dell'anima e della
coscienza” (Napoli) -- ma si veda anche “La somiglianza nella scuola
positivista e l'identità nella metafisica nuova” -- J. nell'esaminare e nel
correggere il Fiorentino si occupa dei tre momenti della conoscenza:
sensazione, rappresentazione e concetto. Nel discutere della sensazione ha già
modo di articolare una posizione cui dette poi compiutezza in Sentire e
pensare. La sensazione non è solo stimolo che proviene dall'esterno ma è
anche modificazione. E interna all'atto del sentire e alla sfera spirituale. In
questo da una parte valorizza l'importanza dello studio scientifico dei modi in
cui la conoscenza sorge e ha luogo, ma dall'altra mette in luce l'inadeguatezza
di un punto di vista esclusivamente empirico. Tornato su questi temi in “L'unità
sintetica kantiana e l'esigenza positivista” si propose di conciliare
l'esigenza positivistica, che nega elementi a priori e che è invece interessata
a ricostruire geneticamente il formarsi dei fenomeni, e l'esigenza kantiana,
che vuole mantenere valido il punto di vista universale. Opera tale conciliazione
ritenendo che il passaggio dalla sensazione sino alle forme più evolute di
coscienza sia solo un passaggio di grado, mai categorico. Si appropria
dell'idea di sviluppo e di ricostruzione genetica e la colloca nell'immagine
idealistica di un essere che dà forma a se stesso a partire dai gradi più
semplici e primitivi sino alle forme più sofisticate. La trattazione di
questi temi prelude al “Sentire e pensare”. Scrive lo nella prefazione: "È
mio fermo convincimento, che il problema speculativo, in tutta la sua ampiezza,
resterà un labirinto senza uscita […] finché non solo non sarà studiato sul
terreno indicatogli dalla filosofia moderna in genere e dalla critica kantiana
in particolare, cioè su quello della conoscenza, e per esso della coscienza, ma
più ancora finché nello studiare la coscienza non avremo preso le mosse da quel
giusto punto, dove il senso finisce e la coscienza incomincia, o dove il senso
non è più solamente senso, e già la coscienza comincia a mandare sul tronco di
esso i suoi primi germogli". Lo J. è interessato a individuare il
momento in cui la sensazione e la coscienza si sovrappongono. Da una parte è
desideroso di fare propria la lezione dei positivisti e degli evoluzionisti,
fino a spingersi ad affermare che "il principio assunto oggi a base delle
scienze naturali, l'evoluzione" è vero e fecondo, un'affermazione non
priva di interesse in un autore che eserciterà il suo influsso nella formazione
di una filosofia idealistica italiana lontana e refrattaria alla scienza e in
particolare all'evoluzionismo. Dall'altra vuole rivendicare la presenza nella
sensazione degli elementi embrionali della coscienza e cioè l'universalità
propria della mente concepita kantianamente. Questo tentativo di conciliazione
di due esigenze opposte non è di per sé indicativo di un fallimento di
un'autentica comprensione di tali esigenze. In altri termini è interessato a
conciliare una comprensione scientifica della natura, che prescinde da una
descrizione in termini intenzionali, e che l'evoluzionismo ha esteso anche agli
organismi viventi sino all'essere umano, con una sua comprensione in termini
concettuali. Ma, usando l'evoluzionismo come immagine filosofica anziché come
prospettiva di studio alternativa a quella filosofica idealistica, chiude quasi
subito la sfida tra queste due comprensioni. Perciò parla in termini evolutivi
del passaggio dalla sensazione alla coscienza per significare che non vi sono
passaggi categorici ma solo di grado. "La sensazione è foriera della
coscienza, e n'è la immediata preparazione. Dall'una all'altra è passaggio, non
salto. Gli elementi tutti della coscienza sono elementi della sensazione.La
vita della coscienza è due cose; è la continuazione della vita del senso, e per
esso della natura tutta, e n'è il compimento insieme" L'immagine evolutiva è impiegata per
significare questo passaggio dalle diverse forme della vita, che intende come una "forza" che si
dispiega. "Il fatto adunque, di cui prendiamo nota, è che nel sentire si
raccoglie tutto il mondo naturale sottostante, e che questo mondo naturale è
qualche cosa di vivo, viva essendo e perenne e senza limiti la produzione
degl'individui diversi, che si succedono e s'incalzano in tutti i diversi
ordini della natura. Questo mondo naturale che si raccoglie nel sentire è la
forza. Ed è forza il sentire. Quando la forza sottostante, compiute tutte le
condizioni, sale al grado di sentire, produce ancora. E non intendiamo dei soli
individui, che compongono il grande regno animale. Il sentire è per sé solo
forza, perché per esso gl'individui senzienti (forniti delle capacità, della
forza di sentire) non vivono soltanto, assimilandosi e trasformando gli
elementi del mondo inorganico, ma il mondo pre-esistente della vita trasformano
in una superiore esistenza, nell'esistenza rappresentativa. Nella
rappresentazione la forza naturale incomincia a ritrovare se stessa, iniziando
quel movimento di ritorno sopra di sé, nel cui compimento è il suo possesso, e
la sua integrazione”. Puo già leggere in H. Spencer una concezione
dell'evoluzione come un processo diretto a un fine, un'idea lamarckiana lontana
dall'evoluzionismo di Darwin, di cui Spencer non si liberò mai. Ma egli chiude
subito le possibili tensioni interne a questo paradigma e usa l'immagine
evolutiva come un motore esplicativo di tipo hegeliano, spingendosi sino a
invocare il superamento del principio di non contraddizione per spiegare il
modo in cui la sensazione si evolve verso la coscienza: "Non resta dunque,
che sieno e non sieno identiche, che sieno in parte identiche, in parte diverse.
I fautori della inviolabilità del vecchio principio di contraddizione, così
come era e poteva esser dato nella logica formale […] potranno trovare dura
questa conclusione". L'evoluzione è immagine della forza che dal regno
della natura ritrova se stessa, cioè si rende consapevole nel mondo dello
spirito. In questo senso, J. può essere ascritto alla schiera di quanti hanno
usato l'evoluzionismo per produrre una loro filosofia della storia. Una
conclusione, questa, che trova conforto in uno scritto successivo dello J. L'intuito nella coscienza. È qui affrontata la
questione se l'intuito abbia una parte nella ricerca scientifica. J. risponde
affermativamente, sostenendo che tuttavia esso è posto in primo piano solo
"quando il pensiero indagatore ha sentito il bisogno di ricorrere alla
conoscenza in se medesima, e scrutarne il valore" e cioè quando vi è perplessità sull'evidenza
del proprio oggetto di studio. Nel mostrare come la conoscenza non sia solo
accumulo e accostamento di fatti, J.
afferma, di nuovo contro i positivisti, che "i fatti e la storia, se sono
la realtà, non sono tutta la realtà" . "La realtà storica, oltre ad
essere quella che è, e che ognun vede, è anche in miglior modo nell'universale
e per l'universale". I fatti e la storia sono testimoni cioè di un
universale che li raccoglie e dà loro un senso. Nel successivo Ricerca
speculativa. Teoria del conoscere (I, Pisa), insiste sul concetto del pensiero
che ritrova sempre se stesso e non ha niente di anteriore. Egli ritiene che la
filosofia sia l'unica disciplina che non ha un oggetto specifico di studio che
non sia l'esigenza stessa di conoscenza. Come egli scrive, "si tratta di
salire nelle alte regioni dell'intendimento puro, di usare del conoscere per
costruire l'atto, il puro ed universalissimo atto, del conoscere. Se alcuni
interpreti hanno ritenuto che in quest'opera
traesse le conseguenze del suo lavoro precedente e in particolare di
Sentire e pensare (Plebe, in Guzzo – Plebe), Gentile invece vi ha voluto
scorgere la trasformazione dell'idealismo assoluto in spiritualismo assoluto,
una posizione che preludeva agli sviluppi che egli stesso avrebbe dato
all'idealismo italiano. Come notò, a tal proposito, lo J. "qui non muove
più dal senso e dal bisogno di trascendere il senso quale è dato dalla
coscienza, per spiegare la coscienza sensibile, senza incorrere nello
scetticismo. Si mette innanzi l'atto del conoscere, prescindendo da ogni
rapporto di esso con la verità, per trattare lo stesso del puro conoscere come
principio unico ed assoluto di tutto, presupposto com'è da qualunque altro
possibile pensiero" (Gentile). Oltre agli scritti menzionati, si
segnalano ancora, fra gli altri: Un po' di polemica nella quale principalmente
si discorre dell'articolo 73 dello Statuto in rapporto a' poteri supremi dello
Stato, Bologna); Saggi filosofici, Napoli
(raccoglie scritti già pubblicati e l'inedito La virtù e i suoi elementi
costitutivi); la prefazione alla raccolta di Scritti filosofici di B. Spaventa,
a cura di G. Gentile, Napoli; Enigma della coscienza, in Rivista filosofica;
L'insegnamento filosofico universitario ed il regolamento nuovo, Pisa. Fu membro della Società reale di Napoli e
cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Fonti e Bibl.: Necr. in Il
Messaggero toscano, (C. Sgroi); Corriere
toscano, (G. Tarantino); G. Gentile,
Lettera a D. J., in Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, a cura della
Fondazione G. Gentile per gli studi filosofici,
(lettera di Gentile giovane laureato al maestro); F. Battaglia, Lettere
di A.C. De Meis a D. J., in Memorie dell'Accademia di scienze dell'Istituto di
Bologna, cl. di scienze morali; G. Gentile - D. Jaja, Carteggio, a cura di M.
Sandirocco, I-II, Firenze; S. Miccolis, Dieci lettere inedite di D. J., Firenze
s.d.; G. Gentile, D. J., Pisa Id., Le origini della filosofia contemporanea in
Italia, III, Messina G. Alliney, I
pensatori della seconda metà del sec. XIX, Milano ad ind.; B. Croce,
Conversazioni critiche, s. 2, Bari pp. 30 s.; A. Guzzo - A. Plebe, Gli
hegeliani d'Italia, Torino; A. Guzzo, Cinquant'anni di esperienza idealistica
in Italia, Padova G. Vacca, Recenti studi sull'hegelismo napoletano, in Studi
storici, VA. Cristallini, Il pensiero filosofico di D. J., Padova (con bibliogr. degli scritti dello e sullo
J.); V. Carcuro, Polemiche filosofiche antirosminiane: Terenzio Mamiani e D.
J., Aversa; A. De Gubernatis, Diz. biogr. degli scrittori contemporanei,
Firenze , s.v.; Enc. Italiana, XVIII, s.v.; Enc. filosofica, IV, s.v.; F. Abba
Luzzato, Diz. generale degli autori italiani contemporanei, I, sub voce. Grice:
“Jaja is especially important for the fact that he tutored Gentile. He wrote on
the ‘supreme powers of the state’, since he was a Hegelian at heart, as a
collection published in Italia thus calls him – “Gli hegeliani d’Italia: Tocco,
Jaja, Gentile. While he studied Kantism in depth, he finds that the Hegelian
absolute, the State, as compromise between ‘gl’individui, as Jaja calls them,
is the maximum!” Donato
Jaia. Donato Jaja. Jaja. Keywords: implicatura, I potere supremo dello stato,
la virtu. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Jaja” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Javelli: l’implicatura
conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia italiana
-- Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Filosofo
italiano. Grice: “I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a
northern Italian, he is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!”
Grice: “One good thing about Javelli is that he commented on MOST works by
Aristotle!” -- Essential Italian philosopher. Studia a Bologna. Fu esegeta.
Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al dibattito
sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse, su
richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul
divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M.
Tavuzzi, in "Angelicum", DBI. Casale Monferrato.modum
definiendi, dividendo et demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem
realiter, ratione tamen distingui turinquantu docens, et inquantu utens. Namin
quantu docens consideratur in e, in quantu utens relpicit alias scientia.
Logica docens sufficienter diuiditur in tres partes. Prima
est in qua tradatur de terminis in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de terminis secundo intentionis,
et iste est liber praedicabilium. In secunda consideratur
de terminis primx intentionis, et iste est liber praedicamentorum,
et post praedicamentorum. Secunda est in qua tradatur de
terminis complexis, id est de oratione et propositione et hic
est liber “Peri Hermenias”. Tertia est in qua tradatur de argumentatione
et hoc dividitur in quatuor. In prima agitur de argumentatione
syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata alicui
materiae et hic est liber pnorunviln secunda
agitur de syllogismo demonstratiuo, et hic est
liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo
topico, id est probabili, flthic eft liber
topicorum. In quarta agitur de syllogismo fallaci, quem
dicimus sophisticum, co q* per ipsum solum
gc iteratur deceptio, et hic est liber elenchorum.
Hoc est summa librorum, quos tradidit nobis
Aristoteles inventor logicae. Reliquos autem minores
tradarus quos appellamus parva logicalia, non
habemus formaliter ab Aristotele. Sed
posteriores traxerunt virtualiter ex praedictis
libris Aristotelis, ita <y eorum principia iam
habuimus ab Aristotele, ut tibi declarabitur, quando agemus de
consequentiis et suppositionibus etc. Et aduerte q? sufficientia
praedictae divisionis fumitur hinc, argumentatio ut dictum est supra Jeft
pn cipalc confideratum a logico ueluccius finis, non enim logicam quaerimus
nifl ut acquiramus habitum faciliter et ra de argumentandi ad quancuncp conclusionem.
Argumentatio aut est quoddam totum conflans ex
propositionibus, ut tibi declarabitur loco suo, propositio
vero confiant ex terminis. Cum igitur eadem scientia sit
considerari va totius et partium, necesse esi logicum versantem
circa argumentationem, considerare de argumetatione et partibus
eius, partes autem cius fune duplices. f.
propinquae et remotae propinquae sunt propositiones remote
autem termini in complexi, nam propositiones componunt
immediate argumentarionem. Termini aurem incomplexino
componut eam, nisi quia ingrediuntur propositionem.
Ex quibus conflat in qua confiderantur
termini in complexi, ordinatur ad secundam, in
qua confideratur propositio et secunda ad tertia,
in qua consideratur argumentatio, et in ca
completur intentio logicj. Conftar igitur quomodo
dinldenda sit logica, et quae sint cius
partes sufticienrcr ipsam di nidentes. Hoc de praesenti
cap. dicta fint. A quo sit incipiendum in logica et quis ordo
prosequendus ne confundatur ingenium nouicii. In septimo capite
investigandum est a quo primo incipiendum fit tractare in logica, et quis ordo
m tractandis lcruandus fit, ne novicii ingenium confundatur. Quantum
ad primum aduerte quod nonulli confidcrant
logicam inquantum est DIALECTICA, id est DISPUTATIVA,
alii autem inquantum versatur circa argumentationem, quae non solu
potest fieri voce sed et mente et scripto. Primi
considerantes disputationcm non fieri sine SERMONE,
nec sermonem sine uoce, nec vocem sine TONO, ideo
a sono tanquam a priori et communiori definitive et divisive
dicunt inchoandum. Secundo loco a voce definitive
et divisive. Tertio loco a nomine et verbo ut
habent c(Tc in voce et componut orationem et propositionem
vocalem, ex quibus componitur syllogismus sive argumentatio vocalis,
qua sit DISPUTATIO INTER DUOS. Hunc ordinem lcruat Petrus Hispanus et ratio ad
hoc movens cum fuit, quia consideravit Aristoteles in suo libro
“Peri Hermenias” acturus de propositione definit nomen et
verbum ut funr cius partes integrales per vocem, quafique non confideret
de nomine et verbo et oratione et propositione et argumentatione, nisi ut
deferuiunt disputationi, cui non deferuiunt nisi ut sunt in voce reliquit ergo
omnia praedicta ut sunt in mente et in scripto et intendit de modo magis famoso
ac notiori ad sensum, qui est modus in voce. Alii autem advertentes
<f licet modus ific famosior et vulgarior
fit, tamen experientes quod omnia praedicta habene esse IN ANIMA, in voce
et in scripto, nec unquam proferuntur voce, nec
feribuntur nisi prius mente concipiantur, unde et
dixit Aristoteles in primo “Peri Hermenias”, quod ea
quae sunt in voce, sunt earu quae sunt in anima PASSIONUM id est conceptuum
notae i signa, ideo arbitrati non sunt incipiendum a voce nec a
sono, sed a termino, id est DICTIONE. Nans
terminus ut est in mente componit
propositionem mentalem et ut est in voce, componit
propositionem vocalem et ut est in scripto, componit propositionem in
scripto, et quoniam nomen verbum et oratio
poliunt ede in mente et in voce et in scripto, ideo
dicunt melius esse quod definiantur per. Ti
terminum ut pote magis communem et per vocem. Hancjg!
cur viam uc universaliorem sequemur et prateipue quia no
concrariacur priori sententiae. Nam sicut est
verum dicefe. “Socrates est homo; ergo, Socrates est animal,”
sic est verum dicere, nomen est vox significativa, ergo
est terminus significativus. In plus enim se habet terminus quod vox,
quem vox non evrificacur de nomine nisi ut est in voce. Terminus
autem verificatur de nomine, in mente, voce, et scripto.
lncipiemus ergo a termino definitive et divisive.
Quantum ad iccundum adverte tp cum termini
in complexi fxnc priores fit simpliciores oratione et
propositione in via compositionis et propositiones fine priores
syllogismo, qm componunt syllogismum, et non cconucrfo, ordo foientix
requireret q prius tradaremus de praedicabilibus et praedicamentis, et secundo
loco de propositionibus utrra dat Aristoteles in
libro “ Peri Hermenias” et tertio loco de syllogismis
formalibus et topicis et sophisticis et demonstrativis eo ordine quo de eis tradat Aristoteles in tota arte nova. Verum quia novus logicae auditor tranft
immediate ab arte grammatica: ad logicam, et logicus accipit a
grammatico nomen et verbum et aliquas alias partes orationis
uc dicemus pro ut componunt propositionem, et propositio componit
syllogismum, ideo ne novicii ingenium inuoluatur, expedit
f>us tradare de gtib9oronis, deinde de oratide
et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico
et socundo loco tradabimus de syllogilmo formali et tertio
loco de praedicabilibus, et quarto loco de praedicamentis. Nam
abfqj notitia propositionis et syllogismi, n<» pollet novitius
i illis erudiri modo logico, ut tibi tinanif eft u
erir. Deinde procedemus ad alios tradatus
eo ordine que tibi nianifeftabimus loco suo.
Conftat igitur tibi a quo incipere intendimus, et
quem ordinem foruare, ne nouitii ingenium
inuoluatur. Hxc de praesenti cap. dida fint. Explicit
trac. primusqui Tuit de praecognoscendis ordinatus per
authorem, et reuifus per eundem secundus qui est
de partibus propositionis. N rradatu iecudo
agendu est de partibus orationis, quae apud
Logicu praecipua une nomen, et verbum et qtr» scire non poteris quid est
quotuplex sit nomen apud logicum, fifr &
verbu nisi prius noveris quod sit terminus, et quotuplex
sit. Et quod dico de termino intellige de voce. Primum quod
poni£ in definitione nomini et verbi cM
terminus apud coitcr tradatores de logicalib
apud aut Aristotele vox, ut tibi declaravim9 i tradaru
pcedeti, c.7. io huc tradatu diuidem i.4.capita.. Primum, Quid et
quotuplex sit terminus. Secundum, quid quotuplex sit nomen et verburn.
Tertium, quid et quotuplex sit oratio. Quartum, Si logico sufficiunt duae
partes orationis, (ciliccC nomen rectum et verbum rectum. Quid &
quotuplex sit terminus. IN pino cap. investigandii est qud sit TERMINUS et quot
sine vitares divisiones cius. Hic igitur duo ageda sunt pmo definiemus terminu
declarates singulas definitionis particulas secundo assignabimus coes, et
vies divisiones termini. Quatu ad prnii aduerte, q?
hic no intedimus loqui de oi
significato in quo fumit terminus in
doctrina Aristotelis. Sumii at eribus modis, Prlo funii!
maiori, et minori extremitate medio, et dnr TRES TERMINI tres ex
qbus coponi! oisve rus syllogismis et de hoc
ino loquemur I trac de syllogismo formali, et absoluto. Secundo
iiimitur pro definitioc rei, quae dicitur
apud Aristotele terminus quem in se
claudit, 8C terminat totam rei definitae essentiam
et de hoc modo loquemur in trac. de syllogismo
topico et demostratiuo. Tertio sumitur pro omni co
ex quo propincp constituitur ORATIO et propositio et
in quod resolvitur. Et dico propinque quoniam sicuc apud gramaticum DICTIO componitur ex aliquibus
remote et ex aliquibus propinqj. sic apud logicum ORATIO et
propositio ex aliquibus coponitur utrocj modo.
Nam apud grammaticum DICTIO componitur propincp ex syllabis,
quoniam scipsis et non mediante alio, comfonitur aurem remote ex literis,
quoniam non ex scipsis sed mediante syllaba. Sic in proposito apud logicum oratio et
propofitio componutur propinqj ex terminis, quem ex scipsis et
non mediante alio, componuntur autem remote ex syllabis
5C literis, liter enim componut fyllabas, et syllabe
terminos, et termini orationem. Ec in hoc tertio sensu solum
intendimus in hoc trac. Ioqui ac definire terminum. Sed aduerte <jf in
tertio sensu ad huc tripliciter fumi p6t. f. communiter, ftrl de et
ftrictissime. Comuniter sumitur pro omni didionc p
pinqj componente orationem, et fic non solum nomen
dC verbum, sed etiam alis orationis partes,
ut pronome, prepositio, aduerbium etc. dicuntur termini.
Stride sumitur p omni eo quod est vel poteft esse subiectum et
praedicatum et copula in propositione. In quo sensu, nec signa universalia
nec particularia, nec adverbia sunt termini, quem no sunt nec possunt esse per
se ipsa praedicatum aut subiectum, sed modi Huc dererminatioes eorum, fifr
aduerbia sunt determinationes verbi ut “bene currit”, “hodie ucnit”
&c. Srridisfime autem sumitur pro omni eo quod est vel potest esse
extremum propositionis, extremum autem dico subjectum et praedicatum,
&*n hoc sensu copula non est terminus, quia non est EXTREMUM, sed
unitiuum extremoru, unit et copulat praedicatum et subiectum et in
hoc sensu definiuir eum Aristoteles in libro priorum diccns, (?
terminus est in quem resolvjf propositio ut in subiectum et praedicatum. His
praepositis adrerte qr hic habemus deffinire terminfl non ftridc nec
ftritisfime sumptum, sed comunircr, aliter non potiemus ipsum dividere ut
dividemus infra. Nam una ex divifionibus erit haec, terminorum unus est PER SE
SIGNIFICATIVUS, alius non per se significativus. Constat autem ex prxdidis quod
terminus non per se significativus, non cil tf terminus stricte nec strictissimc
sumptus. Definientes igitur terminum coicer et absolute fumptfl dicimus
quod est pars propinqua constitutiva orationis et propositionis. Dicitur
pars propinqua immediata orationis et propositionis ad differentiam
literarum et syllabarum, quod non nisi mediante termino componunt orationem.
undeaduerte sicut se habent lapides et ligna et fundamentum, &p
aries ad compositioncm domus, sic liter ac et syllabae et termini ad
constitutionem orationis, nam lapides et ligna non component immediate
domum, sed componunt imediate fundamentum parietem et tectum, haec
aurem imme diate dotnumrideo illae remotae, hae
autem propinquae nucupantur. Sic in propositio,
literae et syllabae non componut immediate orationem,
sed TERMINUM, terminos autem immediate orationem.
patet ergo terminum esse immediatam et proximam partem orationis
ad differentiam literarum et syllabarum. Df conftitutiva orationis,
quonia hic procedimus ex po- ri:ad differentiam relolutionis quae supponit constitutum ex partibus.
Df ergo constitutiva orationis, quoniam hic intedimus praeparare materiam syllogismi,
quae est propositio ideo investigamus in primis,
ex quibus constituit pr immediate propositio, et
in tractato de syllogismo aperiemus ex quibus propinque et
immediate conftituitur syllogismus. Haec autem definitio convenit termino,
in mente, in voce, in scripto: quoniam terminus
in mente, est pars propinqua orationis mentalis
et in voce, est pars propinqua orationis vocalis et in
scripto, est pars propinqua orationis scripta.
Viso quid sit terminus apud logicum cSmunitcr
et absolute fumptus, assignandae sunt generales divifiones
eius, uc Idamus iuxta quod membrum
ponendus est in definitione Hominis et verbi et
orationis. Terminorum, aliquis est PER SE SIGNIFICATIVUS, aliquis nihil
per se, id est per se sumptus significativus. Terminus per se
significativus est ille qui ultra se ipsum aliquid intellectui
re-presentat, ut “homo”, “animal”, “lapis”: representat enim homo ‘intellectui
animal rationale’ et “animal” re-praesentat ‘animatum sensitivum et per se
motiuum’, et “lapis” ‘corpus terreum durum offendens pedem’. Nam SIGNIFICARE
est aliquid intellectui re-praesentare. Vnde idem est terminum esse per se
significativum et esse per se re-praesentativum alicuius
apud intellectum. Dicitur ultra seipfum, quem re-praesentare
seipsum intelleftui est commune omni termino, cum fit
intelligibilis ab intellectu, cuius obiectum est ens communis fit
num ut se extendit ad ens reale et ens rationis ut dicemus
alias. Terminus nihil per se significativus eft ille qui per se sumptus ultra
se ipsum nihil intellectui re-praesenrat -- ut “buf” et “baf” et
“biltris”. Dicoper se fumptus, ut
excipia quando proferuntur ex intentione irridendi. Tuc enim ex
proposito irridentis fumunrur ut per se significativi,
sed id NON EST ORDINARIUM. Nam pleruncp proferuntur aut exeunt ex ore
sine proposito aliquid ultra feit sum significandi.
Ad hoc autem quod sit per se significativus, oportet ut
naturaliter vel AD PLACITUM IN ALIQUO IDIOMATE ORDINARIE ET CONSUETUDINE
FIRMATA, sic vel sic ultra se ipsum significet. Dimisfo termino nihil per se
significativ, ut pote inutili proposito nostro, quando NON COMPONIT ORATIONEM
ORDINARIE ut subiectum et praedicatum, nec est pars
nec determinatio eorum ad differentiam signorum universalium
(/\x) et particularium (Vx), dividendus est terminus per se significativus.
Et prima divisione dividitur in terminum per se
significatiuum naturaliter et in terminum PER SE
SIGNIFICATIVUM AD PLACITUM. Terminus per se significativus NATURALITER est
ille, qui apud omnes homines idem uitra se ipsum re-praesentat intellectui, ut
“homo” et “animal” in mente est autem homo *in mente* vel anima species, sive *similitude*,
sive *conceptus* hominis. Se habet enim huius modi *similitude* sive *conceptus*
ut *vera imago*, puta ‘Caesari’, quae apud omnes ex sui natura
re-praesentat Caesarem (‘GIULIO CESARE’/Giulio Cesare – ‘Fido’-Fido.
Sed adverte quod non solum terminus in mente vel anima est
significativus NATURALITER sed et quidam termini dum proferuntur,
et quaedam animalium SIGNA, ut dum INFIRMUS
GEMIT, apud omnes repraesentatur DOLOR, et dum CANIS LATRAT apud
oes re-praefentatur IRA. Terminus autem PER SE SIGNIFICATIVUS AD PLACITUM, est
ille qui NON apud OMNES IDEM, sed IN DIVERSO IDIOMATE diversa re-praesentat,
vel tatum in uno idiomate aliquid determinate re-praesentat, in alio
autem nihil. Et causa huius est, quia huiul modi termini non
significant ex instinctu naturae sicut interjectiones quae
non sunt bene trasferibiles ex uno idiomate in aliud, sed impositi sunt ad sic
significandum EX DECRETO ET AUTHORITATE primorum instituentium, quibus sic
placuit rationabiliter tamen, in uno quoqj
idiomate res singulas sic vel fic nominare. Et adverte
quod ultra hoc quod terminus ad placitum differt a
significativo naturaliter in hoc quod NON apud OMNES IDEM
re-praesentat, dum profertur, nec significat ex instinctu
naturae, sed decreto primi authori: in duobus aliis
diffcrt. f. in modo proferendi et in significato. Nam terminus ad
placitum per se de et distinde profertur, modo non adiit ineptitudo
linguae exparte proferentis. Termini autem naturaliter significativi
propter impetum passionis, amoris, aut timoris, aut gaudii,
aut irae, ut in pluribus truncate proferuntur, etiam remota
ineptitudine linguae. Differunt etiam ex parte significati,
quoniam termini ad placitum significant conceptum intellectus: illi autem
magis indicant AFFECTUM appetitus, quam conceptum intellectus vel animae. Sed
ne novitius involuatur, hic sisto, donec siat capax solidioris docrinae. Dimisso
termino per se significati — non naturaliter pro nunc TERMINUS SIGNIFICATIVUS
AD PLACITUM multas sub se continet divisiones, quarum
frequens est udis in doctrina peripatetica [LIZIO], ex
quibus una est quod quida est categorematicus,
quida syncategorematicus. Categorematicus est ille qui tam g se
sumprus quam cum alio, tam in ppone quam
extra, aliquid ultra se ipsum intellectui re-praesentat -- ut “homo”, “lapis”,
“curro” – ego curro – nomen et verbum -- , “amo”. na “homo” g
le folutn significat ‘animal rationale’, “lapis”
[significant] tale corpus, “curro” [significant] adum
currendi, “amo” [significat aduin amandu --- “shaggy” significant
‘hairy-coated.’ -- syncategorcmaticus est ille qui per se solum sumptus nihil
extra seipsum apud intellectum significant – “What is the meaning [SENSE] of
‘or’, or ‘to’?” --. Si autem sumatur cum alio, puta cum nomine substantivo [non
adjective, ‘shaggy’] e vel cum verbo, simul significat, inquantum
determinat nomen aut verbum. Et sic signa universalia (/\x) et particularia
(Vx) et preposinones (“to”) et adverbia, et coniunctiones (“and,” “or”) sunt
termini syncategorematici. i.co significativi. Nam signa universalia (“all”,
/\x) determinant nomen substantivum
politum in subjecto ad ft a dum pro OMNIBUS, aut pro nullo – ut, “Omnis homo
currit”, nullus homo currit. Signa autem particularia (Vx, some – at
least one --) determinant subiectum particulariter -- ut “Quidam homo currit”, +>
“Quida homo non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant nomen ad constructionem
pro cerro casu, puta ablativo ucl accusative. Adverbia
determinant verbum f>ro determinato Io co, ut
adverbia localia, vel pro determinaro tempore, ut adverbia
temporis , vel pro determinato modo quantitatis ucl
qualitatis tut adverbia quantitatis et qualitatis. Coniunctiones
(‘and,’ ‘or’) autem determinant terminos et orationes,
secundum, modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum (‘or’) vel
illatiuum. exeplum primi, “et” ,arcp exemplum
secundi, “vel,” “aut” ,
exemplu tertii, “ergo,” igitur, iracp. Inter
syncategorematicos terminos non comprehenduntur intejectiones
(“ouch!”) : quoniam ut docuimus signficant NATURALITER, nec
pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam
significant personam. De derivativis autem videtur quod sic, quem sunt
ut determinationes nominum substantivum - ut “meus
liber”, “tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer
participium ji5 eft terminus syncategorematicus, compleditur
enim nomen substantiuum et verbum -- ut “legens” loquiTUni» ‘homo
qui legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur,
quod cum sine odo partes orationis, tantum
nomen et verbum sumendo cum nomine pronomen
primitivum, et cum verbo participium, sunt termini
categorematici, alix autem partes sine termini
syncaregorematici apud logicum, et
caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum.
Terminorum categorematicorum quidam eft primat intentionis,
quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO)
est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est
ens reale, ut primo apprathenditur prxhenditur ab
intellectu, -- ut ‘animal rationale’ est prima
intentio quam format intellectus, et immediate
fundatur, iit natura hominis. Secunda aurem
intentio est secundus conccprus formamus ab
intellectu, fundatus in re non immedia ce
fcd mediante primo conceptu, ut efle
praedicabile de pluribus differentibus numero in
quid, est secundus conceptus quem format inrellectus
de homine. Nam postquam appraehendit cp ‘homo’
est “animal rationale”, advertit ut est ‘animal rationale’,
convenit omni contento sub homine, et fic est
praedicabilis de quolibet suo individuo
in quid, et tunc format secundum conceptum, dicens quod
natura hominis e eo quod est ‘animal rationale’ est
praedicabilis de pluribus differentibus
numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet natura
specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est terminus
significans primum conceptum, fundatum immediate
in essentia rei -- ut “homo”, “capra”, “leo”.
Terminus autem secunda intentionis est terminus significans
secundu conceptum fundatu in natura rei
median re pmo conceptu -- ut “genus”, “species”, “differentia”,
“singular”, etc; Et ne confundatur intellectus novitii hic
sisto. In tradaru aute de universalibus sive praedicabilibus diffusius et
altius de terminis pmx, et feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod
divisio termini in terminos pmz impositionis, et secundo
positionis apud nos, qui sequimur VIAM REALIUM non
differt a praecedenti. Nam “homo” in mente vel
anima excogitatus, et voce probatus, et in scripto politus,
significat (>mum conceptum ideo est terminus pmz
intentionis in mente vel anima, in voce, in scripto. Et iste
terminus species ex cogitatus in mente vel anima et in voce et in scripto
et secundae intentionis, quia significat secundum
conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra divisionem
faftam inter terminos f>mx, 8( secundae intentionis, assignare eam
quae dicitur pmz, & secundx imtentionis ut penitus distinctam
aprxcedenti, qux fuit inter m x , et secundx intentionis. Hoc enim
continetur in illa. Terminorum quidam cfimunis,
quidam singularis. Cdmunis eft q de pluribus
pradicatur -- ut “homo”, “animal”, “lapis”, et apud
grammaticum dicitur nomen appellativum, quem pluribus
convenit. Terminus singularis est qui de uno
solo praedicatur -- ut piato, & fortes, et apud
grammaticum dicitur nomen proprium, qmuui foli
conuenk, & ad «erte <y terminus singularis
apud logicum pot fieri quatuor modis, primo
per nomen indiuidui, ut “Plato” 'ftudet, secundo
per nomen coe adiun&o pro nomine demonstratiuo,
ut hic homo studec, tertio per nomen
circtinlocutum. i «miiltas circunstantias singularizatum, ut
Sophronifci primogc nitus filius feribit, quarto
per ly, quod apud logicum, et philosophu est
signum demonstrativum, ur ly “homo”, ly alal
&c.
Terminorum quidam magis universalis, quidam
minus univerfalis, & utrunq; membrum continetur sub
termino communi. Magis universalis est qui
praedicatur de pluribus q minus univerfalis, nam
magis univerfiilis praedicatur de omnibus
de quibus praedicatur minus universalis, &1n
hac divisione continetur animal et homo, na
animal praedicatur de omnibus de quibus
praedicatur homo et de aliis pluribus ut de omni
animalium specie, homo autem tantum de contentis sub
homine individuis, et iuxta hanc divifionem
asfignabimus ordinationem conten Corum io
quolibet praedicamento, procedendo a generali!
Cmoadfpcdalisfimum. Septima divisio. Terminorfim tam
singularium q communium quidam eft finitus, quidam
infinitus, finitus eft determinati et certi significati: qui
scilicet fignificat unam ccr tam ac determinatam
naruram, et de nulla alia verificatur, ut homo significat
solam naturam rationalem, animal foli naturam
fenfitiuam, etc. Infinitus est qui negat unam
naturam,eam, scilicer quam significat terminus finitus,
et ucrifi catur de quacuncp alia, ideo
dicitur infinitus, id est indeterminatus in significando, et
terminus finitus fit infinitus per appofitionem non,
ut non horno, non lapis, non animal. Nam
non homo negat naturam hois, $ ( verificatur
de quat Cunc $alia« Vndc lapis eft non
homo, leo eft non homo &c. Et
aduerte q' quando terminus finitus, infinitatur
per non. iS fit tota una
diftio,ut non homo, fi autem ftet non, per se,
& homo per se, dicitur terminus non
infinitatus sed negatus -- ut “Non homo
currit”, et per terminum negatum fit propositio
negativa haec enim eft negatiua “non
homo currit”, haec autem eft affirmativa, non
homo puta leo currit. Terminorum quidam est positivus,
quid priuatiuus . Positivus est qui significat aliquam formam sive habitum
perficientem fuum fubiedum,ut uifus perficit
ocu lum «Lux aerem, iuftitia animum etc. Privativus
est qui significat negationem talis formae,
relinquens taroe aptitudj k ne in fubiedo,
eo quod eft aptum hre talem forma -- ut “caecitas,”
“tenebra,” “iniustitia,” “mores
furditas”, etc. “Caecitas” enim significat negationem visus
in oculo apto here visum, modo, et te porc
quo cft aptus videre. Dicitur notanter quod
est aptum habere talem formam, qm fi
non est aptum , no uerificacur ii de
eo terminus priuativus, sed terminus pofitiuus
negatum aut “non videns”, non lucens, non
audiens. Unde de lapide haec est falsa – vera apud
Grice. “Lapis est caecus,” -- vel surdus, uel
tenebrosus, haec autem est VERA. “Lapis est non videns”,
non audiens, non lucens. Terminorum quidam abstradus,
quidam a concretus. Abstractus est qui
significat formatu per se fine f- connotatione subiedi
-- ut “color”, “sapori”, “albedo”, “dulcedo”, “anima”, “iustitia”,
“spem” (‘speranza’) etc. Concretus est qui significat
formam conno i- tado subjectum, uc “coloratum”, “album”,
“nigrum”, “animatum”, “iustum”, ‘hopeful,’ etc. Et adverte quod
haec divisio coincidit cum illa, dc :t qua
erit fermo in ante praedicamentis, scilicet Terminorum
r, quidam est denominans, ut grammatica, hic est idem quod
ab li ftradus, quidam denominativus, ut
grammaticus hiccR idem quod
concretus. Terminoit quidam in complexus,
quidam complexus. In complexus est ille, qui est
terminus simplex, er vel copoficus, vel
uniens in se plure? terminos per se significatiuos
ad placitum, ita tamen quod habent uim
unius exem- ,a« pium primi homo, capra, leo,
exemplum secundi. Scuti- K. fer, armiger
exemplum tertii “paterfamilias”, “primo-genitus,” “sanctus Georgius”,
“summus pontifex”. Comple-Jtu« eft ille, qui in se
aggregat plures terminos per se significativos
ad placitum, qui NON HABENT VIM unius, sed siue
aggragati, siue separati recinet suum proprium significatum.
Et nccerminus complexus semper est oratio,
aliquado sine verbo, ut “homo [est] albus”, “animal [est] volatile,” in
qua *secunda* pars determinat, et limitat primam, aliquando
cum verbo -- ut “Homo est albus”. Vnde logici univerfaliter
dicunt quod terminus incomplexus est ut dictio.
Complexus autem ut oratio. Tuta men aduerte quod terminus complexus
coitcr nominatur per orationem infinitivam, ut deum ede trinum hominem esse risibilem,
quae oratio dicitur e(Te quid coplexum, et enunciabile, ut ibi manifeftabitur,
cum loquemur de modalibus. Terminorum quidam significant
sine tempore quidam cum tempore. Significare sine
tempore est significare rem absolute sumpram non
mensuratam aliqua differentia temporis, cuius differentis
sive partes praesens, praeteritum, et futurum, et hoc
modo significar nome et pronomen sumptum loco nominis.
Nam dum dico hoitio, aut animal, homo significar
rem quae est homo absolute, et non
inquantum praesntem, aut praeteritam, aut futuram. Tu
tamen aduerte quod licet nomen significet sine
tempore, nihil tamen prohibet aliquod nomen significare tempus, aut
partem temporis, ut haec nomia, tempi, hora, dies
ebdomada, mensis, annus. Nain licet significet tempus, non tamen
aliquid distinctum a tempore, et mensuratum tepott. Per oppositum autem significare cum tempore est significare rem adiunda aliqua differentia temporis.
Et hoc modo verbum et participium significar cum tempore.
Verbi gratia “curro” et “currens”, significant currum pro
tempore praesenti, et non aliter, “cucurri” pro
praeterito etc. Unde significare sine tempore, ut dicemus
infra, proprie convenit nomini, oppositum autem
convenit uerbo. Terminorum quidam univocus, quidam AEQUI-VOCUS,
quidam analogus. Univocus est qui sub UNA definitione naturam unam significat,
sive sit una specie, sive ana geacre -- ut “homo” sub hac definitione,
est ‘animal rationale’, significat natura humanamquae est una
spe, &aul fub hac definitione, est ‘corpus animatum
sensitivum’, significac naturam animalis quae est una genere. Aequivocus est
qui sub distindis ronibus, et abfqj ordine, et immediate plures
naturas significat distinctas spe -- ut “canis” significat
immediate ‘canem coelestem’ sub hac definitione
q* est sydus in ore sigui leonis, et “canem
latrabilem” sub hac definitione quod est animal iracundum et “canem marinum” sub
hac definitio ne q* est ‘animal aquaticum simile cani terrestri’.
Analogus est qui sub diffindis ronibus ucl sub una in aequaliter
participata plures naturas quodam ordine prioris, & posterioris fignificat.
E xcmplum primi. “Sanum” (Aristotele – Grice – “Multiplicity in
Aristotle”) sub hac rone q? est esse
adaequatum in humoribus significat ‘animal sanum”,
sub hac f one q' eft e(Tc causatiuum
(imitatis significat ‘medicinam’ Isi nam, sub
hac rone quod est ede indicat iuum sanitatis, significat ‘urinam sanam.’ Prius
tamen dr de ‘animali’, pofterrus autem de ‘medicina’,
et ‘urina’: quoniam nonnifiin ordine ad ‘animal sanum’. Exemplum secundi. “Ens”
sub hac rone quod est cui debetur eflfc, significat primo ‘substantiam’,
deinde acens quoniam substantia est ‘ens’ simpfr, et “accidens” est ens “secundum
quid”, et solum in ordine ad substantiam. Hic
termini cur universaliorcs divisiones quae in docrina
peripatetica [LIZIO] frequenter funt in usu, ta i
libris termino logices, q pbiae. pr aepofirae aut funt,
ut noviti9 paulatim a(Tucfcat, & nc fim coadi
frequeter singulas repetcre. Haec dc. i .cap.
dida fint. Quid et quotuplex est nomen et verbum apud logicum. In secundo
capite investigandum est quid et quotupleg sit nomen et verbum apud logicum, sunt
enim principales partes propositionis, ut tibi manifestum erit, primo igitur
agendum est de nomine secundo de verbo. Et quonia hic
intendimus agere dc partibus propositionibus, et
de propositione, & de syllogifmo, non solum in voce, sed
et in mente vel anima, et in scripto, ideo definiemus
ca non per vocem, sed terminum qui est communis nomini et
uerbo in mente vel anima, in voce, in scripto. in
reliquis autem no recedemus a via, et me* do definitiuo
fcruato a Petro Hispano, qui logicam Cui formavic ut compendium logicae totius
traditae nobis ab Aristotele, excepro libro posteriorum. Non .n.
Petrus hispano formavit tractatum aliquem correspondentem
libris posteriorum, hac forte rone,
qmcxiftimauit novitium penitus incapacem syllogismi demonstrativi,
Nos autem faciliori
modo quo poterimus particularem tractatum formabim ut paulatim
alluefcat novitii ingenium, et ne fubito auditu
libri posteriorum confusus retroccdat. Licet autcm
Aristoteles in libro “Peri Hermenias”, et Petrus cius
imitator definiant nomen et uerbum per vocem, et
nos per terminum, tn no eri mus oppositi, nisi
in hoc, quod nos magis ample, illi autem
magis ftriftc definierunt, Considerarunt. M partes orationis
folurti ut sunt vocales, nos autem ut
poflunteife mentales – vel in anima --, et vocales, et scriptis. Unde
sicut dicit Aristoteles et Petrus cf nomen est
uox, fifr et verbum, dicemus nos i terminus, fiib
quo continetur terminus vocalis qui dicitur vox etc.
Primo igit agentes de nomine definiemus quid sit apud logicum,
et si multiplex est. Quantum ad primum adverte
cp nomen ad mente Aristotelis in voce, in
scripta est TERMINUS PER SE SIGNIFICATIVUS AD PLACITUM sine
tempore, cuius nulla pars separata aliquid significat finita et
reda. Primo dr quod est terminus, quem nomen est
pars propinqua ofonis et proponis, ut patet. Et quem terminus est
quid magis commune quod sit nomen, ut patet ex op. praecedenti.
Nam et verbum est terminus, non tamen est
nome, ideo in haedefi nitide ponif
terminus ut genus. Na ut declarabimus trac
de syllogismo dialectico, pmus terminus in
definitione positus, est loco generis, quem
eoior est ipso definitor, reliqui aqte
ponuntur loco differentiae ut declarabimus Secundo
dr p se significativus, ut excipiantur termini NON PER
SE significativi -- ut “buf” et “baf” et terrmni
syncatcgorema Cici ut signa univerfalia (‘omnis’
‘all’) et particularia (‘aliquis,’ some, at least one), uc “omnis”, nullus,
aliquis, quae licet apud grammaticum fint
nola:, non tamen apud logicum, quoniam g (e fumptanon polfunt esse praedicarum ncc fubic
et u proponis, fcd tm determinant subiectum. Au aur praedicatu
uc docuimus in rertia divillonc tcrminoif. Tertio dr AD
PLACITUM ad driam termini significatis NATURALITER -- ut
interjections (“ouch!”), quod condant non clfe noia
qm no declinantur per casus, nec fune fubicdumaut
praedicacutn proponis nisi in suppositione materiali
-- ut “heu” e interie&io, heu eft bi syllabum,
& ad driam termini J. conceptus in mente vel anima,
qui NATURALITER significat ut declaratur in. i “peri
hermeneias” t Quarto dr fmc tempore ad
driam verbi, quod significae cum ege, quid fit significarc
fine rge, & cum tge iam docuimus
in divisione terminorum , et diximus q? no
«nconucnit aliquod nomen significare tempus, ve;
partem tgis -- ut dies, hora non th cum
tgc. Vide tu illic» Quihto dr cuius
nulla pars separata aliquid lighat. idi no
men dividaf in partes fiias, quz (int
fyllabz ut pr, & omne nomen nmplex, ucl
quz fint dictiones, ut in noic composi, ut
est “paterfamilias,” uel Icutiferus, et fumant g fe. i.
extra totum nomen nihil significant. Quod fic
intclliges,aut nihil orno significant ut marc. Na
nec tnamee re, g fe fumpta ali quid significant.Vel
fi aliqd significant, non th habent illuti
lignatu, quod hnt in toto noic.V.G. Hoc
nomen dhs signac |»ncipem. Si ante refoluat
in do et in minus,do uciqj signat:;f*aftum
dandi, et minus signat oppositum magis, sed ut co
ponunt ly dhs nihil fignificant. f.dc significato
ly dhs. Idem intellige de nomine composito,
cuius partes separatz et (i aliquid fignat,
non tn illud quod fignat totum nomen
ccm pofitum, ut “paterfamilias” significat rectorcm familiz. “Pater” autem per se fumptus
significat ‘genitorem’ et “familia” ‘familiam’, ica q in toto significant
ur.um, separatz autem signiS eant duo. Ethzc expositio est communis apud veros logicos*
Unde Avicenna recitat in logica sua aliquos dixifle,
quod verbum in complcxum est cuius nulla pars separata
aliqd significar. fi quod fic de intellectu et
significato totius qm nl hil , phibct aliqd
aliud fighare -- ut “magister” nam “magis” aliqd significat:
et “ter”, sed non tetinent significatum quod significat
“magister” nec in totum nec in partem. Er fic paret quod
haec definitio conucnic nomini cam simplici,
quam composito, tam primitivo, qua derivativo, dum
ntodo intdligatur, uc cxpo luimus. Sexto de
finitus ad differentiam nominis infiniti, quod et
si apud grammaticum sit nomen, non came
apud logicum, quoniam apud ipsum nomen est
illud, quod potest elie subjectum et praedicatum in propotitioc.
Subiectum autem et praedicatum oportet, ut determinate aliquid
significent, afr propotitio effec inutilis, nec deferuirct syllogismo
formado ab intellcdu pro inquirenda ucritatc.Vndc et terminus acq liocus
inntilcm facit proponem, niti fumatur determinate.
Verbi gratia canis coeleftis lucet. Sed
uc docuimus in divisione septima terminorum, terminus
infinitus nihil determinate tignat, ideo cum non
postit effc fubicdum & praedi catum
proponis non cft nomen apud logicum
niti fecundi! quid, ut dicatur nomen non fimptf r sed
nomen infinitum, sicuc solemus dicere quod “chimera” non est nomen REALE sed
nomen fidum, quia nihil significat sed imaginarie. Sed dices, apud logicum hzc
cft propotitio. Non homo currit, ergo poteft effc fubicdum,
& per confequcns nome. Respondccur. Tales propoticiones
sunt inutiles ti teneatur nomen infinitum in sua infinitate &i n deccrminationc.
Si autem determinetur ticdiccndo. Non homo.i. asinus currit tunc propotitio erit utilis,
sed nomen infinitum non remanet infinitum, fed
zquiualet finito. Septimo dicitur redus ad
differentiam obliquorum, qui non fune nomina apud logicum. Nomen enim est
apud ipsum quod f m fe aliquid significat, 8( f m se
poteft effc fubicdum propotitionis. Sed obliqui
neutrum habent ex fe. No primum, quia tigni
ficatum trahunt, a redo ticur,& deriuan tur ab co. Redus autem
ticut non deriuatur ab alio tic non accipit tignificatum ab alio cafu sed
habet afe. Non secundum, quia ti apud logicum formatur propotitio perucrbif
impcrfonaIe, ut Platonis intereft legere: ly Platonis no eft subiectum, niti
refoluatur in redum tic. Ille cuius eft legere est Plato. Sic
intclUgc de aliis. Prztcrca solus redus fufficit t11 K Ir O \t. i115 s io i
ur Si rii a fr-io mn. A re 3t n ad formandam
prop6ncm pcrfedann et maxime de secundo adiaccntc, ad quam non sufficit
nomen obliquum. Haec enim cQ perfcda. Deus est, homo
est, hacc aurem imperfe da. Dei est, hominis est. Non
ergo obliqui moerentur dici nomina sed fmc cafus
nominum. Hoc de definitione nominis apud
logicum rcalem & peripateticum dida fint. Quantum ad
secundum. F quotuplex fit apud logicum, Ideft
inquantum poreft c(Tc subiectum et praedicatum,
ppo fitionis, conftat, ex didis quod non est multiplex,
quoniam solum nomen rectum et finitum poreft clic secundum le
subiedum et praedicatum in propone modo quo
expofuumus.Vnde logicus a grammatico sumit fibi
redum ut nc« cellarium ad fomandum absolutam proponem significativam
veri & falsi Reliquos auccm casus lumir adbencclfc, et magis propter servandam
congruitatcm quam veritate sermonis, ne uideatur logicus delpicere regulas
grammatices. Haec de nomine dida finr. Quantum aduerbum aduerte quod ad mentem Aristotele
verbum cam in voce quam in scripto sic definiendum est
verbum est terminus per se significatiuus ad placitum cum tempore,
cuius nulla pars separata aliquid significat,
finitus & rectus extremorum unitiuus. Terminus ponif loco generis ficutin definitione nols, quia eft eoior uerbo. Nam omne
verbum eft terminus: sed non converso p
fe fignariuus ponitur eadem rone sicut in definitione nols fifr ad placitum ad
driam interiedionuni, et verbi mentalis, qrh significat NATURALITER,
ut diximus in definitione nois,
Cum tempore ponitur ad differentiam nois, et
pronominis, et conuenit in hoc cum participio quod uc- nit a
uerbo. Quid fit significarecum tempore, 8c quare uorbu et participium signifi.ar
cum tempore, uidc in diuifione undecima rerminoru. Cuius nulla pars
separata aliquid sfignificar, intelligcndum est de verbo tam simplici quam
composito, sicut expofuimus in definitione nominis,
in hoc enim uerbum conuenit cum nomine,
finirus ponitur ad differentiam uerbi infiniti. Infinitatur
aute verbum sicut et nomen per appofitionem negationis,
ut non curro non laboro. Quod quidem apud logicum no eft verbum,
qm nihil determinate significac^ficur nec nomen infinitum. Undefacc rct proponem inutilem:
nili determinetur licut diximus de nomine infinito,
sic dicendo, fortes, non currit» I « feribie» Re cius ponitur ad differetiam uerbiobliqu^cft autem uerbum obliquum apud logicum uerbum prztcriti et
futuri temporis, et verbum cuiuslibet modi przter
modum indicativum.Vnde quaedam fune uerba
obliqua ex tempore ra tum,ficut uerba praeteriti
temporis, et futuri indicativi modi, ut “amavi”, “amabo”. Quaedam
autem ex modo rantum uti imperativa tempore przlenri. Quzdam
ex modo, et tempore, ut uerba optatiua, et subiunctiua
et infinitiva temporis praeteriti et futuri. Ideo autem apud logicum non fune verba,
quoniam non faciunt primo et perfcipfa propofitionem veram aut falsam,
sed per redudionem ad verbum indicatiui modi et temporis przfcntis.
Nam hzc non cft uera Czfar fuit,nifi
quia aliqii fuit uerum dicere Czfar
cft» Sifr* hzc non cft uera.Eclipfis crir,nifi
quia aliqh erit uerum dicc rcrcclipfis eft.
Quoniam igitur folum uerbu redum,»i»mo- di
indicatiui przlenns temporis facit per se ipfum
propofitionem veram et falfam, et sola propofitio
indicativa pinis temporis facit syllogifmum dcmonftrariuum .i.fcicntialcm ut
tibi declarabitur in rrac. De syllogismo demonftratiuo, ir dignatur logicus
recipere a grammatico solum verbum indicatiuum praesentis temporis,
et przcipucfum, es, cft:quo niaminipfum ut dicemus
refoluuntur omnia uerba dida adiediua.Excremoru
uilitiuus ut in hoc diftinguatur a nomine et
pronomine fumpto loco nominis, nam illa
funt ucl
poffunt elTc extrema in propofirione,ideft
fiibiedum et pdf catum, verbum autem non, fed
habet unire extrema. Unde dicitur apud
logicum copula, qm copulat przdicatum cum
fubiedo. Item in hoc diftinguitur a participio,
q» licec significet cum tempore ut uerbum
tn non poteft effe copula, nec facit g feipfum
oronem perfedam, dicendo fortes Ic gens, sed
cft necefle fubintelligerc uerbum» Verbi
gratia foftcs eft legens, ucl fortes
leges eft ftudiofus. Conftac igiC quid fic
uerbum apud logicum, & quare folum uerbum i
e- dum. i. quod no deriuai ab aliquo
priori: quale est uerbum lotum indicatriui modi
tgis prxfcntis,vnocrctur dici abfolute uerbum.
Reliqua aut tga; & modi dicantur
obliqui fiue cafus uerbi refti, quoniam
defcendunr, & deriuatur ab eo. Quotuplex auc
fit verbum apud logicfi,non cft immora dum
ex quo folum ucrbu rciftum moeref
apud ipfum dici nierbum ex rone ia
di&a. Sed apud gramaticu ideo eft mul
tiplex uerbum, ut patet in coniugationibus verborum,
et I regulis fiiis, quoniam non attendit ad formadum
propone veram aut falsam sed congruam, et uitare incongruam
et quoniam per oes tgis drias, & oes
modos uerborum for mari por, et alio modo g
uerbum aftiuum, aIio modo g paf fiuum
&c.ideo apudgramaticum uerbum mulcipfr
diuidic. Nam gramaticus concedit
iftaurpocecongruazho eafinus f| negat logicus, ut
falfam. Hxc de. 2. cap dida fmt, Quid fit et
quotuplex fic oro apud logicu. IN
tertio cap. poftqua actum eft de partibus
oronis age» dum eft de ipfa orone
ut de toto conftitutot cuius praecognitio ideo nccciraria eft
quoniam feire non possumus qd fit enunciatio et propo, ut tibi
manifeftabitur infra, nifi pus notum fuerit quid, et quotuplex fit
oro. Hic igitur tria age da funt, primo quid fit, secundo quotuplex sfit
tertio qua orationis species sit propofitio.
Quantum ad primum aducrtcip ad mentem Aristotelis oratio in
voce et in scripto, fic definiri debet, Oratio eft terminus per se significatiuus complexus ad placitum,
cuius partes separatx aliquid sfignificant. Primo
dicitur eft ter g le significa rone,
qua didum eft de nole et uerbo et
ponitur loco generis, quoniam eoior e.
Nam ols oro eft terminus per fe
fignificatiuus : fed non ccd uerfo. Difhim eft
enim cp nomen et verbum funt termini per,fe
fignificatini,non tamen funt oratio. Secundo
dicitur complexas ad differentiam hominis et
uerbi, quo nullum fiuc fimplcx, fiuc copoficil, e termiiim
complexus. Quid autem fit terminus complexus
nide in diuifione decima {terminorum , et illic
inucnics quomodo proprie conuenic oration. Tertio
dicitur ad placirum, ad differentiam ofonis
mentalis, qux significat conceptum mentalem complexum,
qui conceptus lignificat naturalr, sicut
diximus de nomine et uerbo mentali – in anima.
Praeterea, oro in uoce, et in feripto significet
ad placitum, probatur fic. Partcs fux.f. nomen, &
uerbum significat ad placitum, ut docuimus
in cap. prxccdentJ ergo et ipsum totum
confoturum ex eis, quod cft oratio.
Quarto di cuius partes feparatx
aliquid fignificat, id ponitur ad differentiam
nominis & uerbi, quorum partes, uc docuimus in eorum definitionibus,
non fignificat aliquid fc parate, modo quo illic expofuimus, partes aute
ofonis fune termini caregorematici, intclligendo de partibus principalibus
ficut intendit Arift. Si non de partibus secundariis,
quae polfiint eife propones aduerbia etc.
Termini autem catcgo rematici tam in oronc,
q extra retinent fuum lignatum, ut docuimus
in diuifione tertia terminorum. Vn fi
fiat hxc oro, “homo albus currit”, ho extra
hanc oronem fignat aial ronale, ficut et in
oronc, & albus significat habens albedine.
Tu tamen aduerte cp licet fit commune omni orationi haberepartes qux separatx aliquid significant,
non tamen id fit uno modo i omni oronc,
nam fi oro fit fine uerbo, ut ho
nio albus, partes fux aliquid significant
modo, quo significat dictio. Si afit fiat oro
fimplex per uerbum, uc “homo est animal,” partes fux separatx eodem modo significant.
fut didio. Si aurem fiat oro subiuctiva,
ut si veneris ad me dabo tibi equum, partes lux funt dux ofones ut patet.
Unde si separentur, significabunt non ut diftio, sed ut ofo.
Vcrura quia refoluitur m duas orationes, et dux orationes in
terminos componentes, ur ego dabo, tibi equum, ideo commune est
omni orationi quod partes fux separatx aliquid significent, aut ut dictio, aut
ut oratio. Sed dices. Quare in hac definitione non apponitur finitus et rectus,
sicut in definitione nominis et verbi, prxeipue a quia dictum
eft q nomen infinitum nori poteft efle
fubiecti nec praedicatum, nec uerbuni
infinitum poteft cflc copula, fimiliccr nec
nomen obliquum nec uerbuni obliquum.
Reipondetur quod ideo non opponitur,
quia in definitione non debent poni nili
quae conucniunt omni contento fub definito, non omnis
autem oratio formatur ex nominee et verbo finito, & redo. Nam haec
eft oratio, non homo currit et haec, Catonis est
legere, et haec, homo currct. Qn aut diximus quod nomen
infinitum et obliquum non poflimt ee subicdum, no fumus locuti de orone sed de propositione,
qm sola oratio indicatiua praetentis teporis
ut dicemus eft propofitio. Qm igitur
aliqua orario poteft coponi ex nomine iufinito,
et obliquo, fitr ex
uerbo, et aliqua non, puta propo firio,idco non
dicitur redus neque finitus, fed abftrahit ab
utroque. Conftat igitur quid fit orario apud
logicum, Quantum ad fecundum aduerte, quod apud
logicum oratio prima diuifione diuiditur in
orationem perfedam et imperfe&ani,
deinde utruncp diuifionis membrum fubdiuiditur,
nidebis infra. Oratio perfeda eft illa
quae perfedum fenfum gencraf in animo
audietis , id eft quod audita quietat,quo ad
fignifi- catum intentum a proferente uel
feribente, animum auditoris, Verbi gratia. Socrates
intendit notificarc Platoni ftatfl regis, et dicit.
Rex ualet fortis in bello contra hoftes,
Hac ratione audita quiefeir animus audientis.
Quod fi dicar. Rex contra inimicos, et non ultra procedat,
imperfedum fenfum generat in animo audientis, id eft non quierat ipfum ideo dicitur oratio imperfeda. Nam audiens rex contra inimicos,
ultra non proceditur, dubitare incipit uti£
prae ualeat, an fuccumbat contra inimicos
fuos, patet igitur ora tionis prima
diuifio apud logicum. Oratio perfefta
continet quinque species, quae funt indicatiua
temporis praetentis, &
omnium temporum modi in dicatiui, ut “Petrus
amat”, amabat amauit, amaucrat, amabit imperativa, ut “fac
ignem”, deprecativa , ut “Ora deum pro me”. optativa,
ut – “ut inam te videam doctum”. coniunctiva. ut “fi
ucncris ad mc, honorabo te”. Omnes iste dicuntur pcrfic
auditae quierant ANIMUM AUDIENTIS quo ad earum significatum,
nec ipsum suspensum tenent. Tu tamen
aduertc, quod imperantia, et dcprecativa non dit fefunt
penes modum nec tps verbi, sed penes
appofitos respectus. Nam utracp fit per modu
imperatiuum, fed deprecatiua fir proprie ad fuperiorcm,
imperatiua aOt ad inferio rem. Item aduerte quod
coniunftitia ad hoc q» fit oro perfecta oportet, ur coplcfiatur duas orones,
aliter no quierat animfi audientis, ut parer, reliquae uero spes per
unicam ofonem quictant audientem, ideo per feipfas funt perfectx. Oratio
autem imperfeda tres cotiner species secunduqs tribus modis poteft formari. Nam formatur per nome fubftatiuum cum adiecfiiuo,
ut “homo albus” “animal risibile”. vel
per duo sobftantiua per appositione, ut
animal homo, deus pater, Deus filius. Et hacc
eft prima species et formatur per foliim
infiniriun, ut fortem currere. Si autem apponatur fum,
es, eft, cum termino modali cricpcrfectarut forte currere
eft posfibile. i t haec eft fecunda species, et
formatur per verbum Jcipir, et definit, ut fortes incipit,
fortes definit.
Siautem apponatur ifinfriuum efficitur perfecta,
ut fortes incipit conualefcere, fortes definit
fcriberc, et hoc est ter tia species. Item aduerte <y oratio perfecta
poteft fieri per unicum nomen, tielunicum ucfbum,
et maxime quando sic responsiva interrogative
Vt fi qtiis a te petat. Quis uenit do
rnum?& RESPONDEAS, Petus,Vel sic, nunquid fortes
uenit? Et RESPONDEAT: “Venit.” Confiat igitur quo dividenda sit
oratio apud logicum. Quantum ad
tertium aduerte quod sola orario indicativa est
pmo et per (e propofitio. Dico pmo et per se
qm alie species non fiunt propofitio, nifi
reducantur ad indicatiuam. Vnde ifta: “Si homo volaret,
haberet alas”, non est propositio, nisi
reducatur in istam: “si homo volat, habet alas.”
Et indicari u • prxreriti aut futuri temporis,
non est propolitio nifi reducatur ad
indicatiuam praefenris temporis. Nam ifta: “Ad a fuit,
ideo eft^iera, quia Aquando fuit verum dicere.”
Adam est sciliccc quando Adam cxiftcbar. Ratio autem propter quam
apud logicum sola oratio indicativa est primo et per se propositio, est, quia
intentum logici eft uti oratione ad investigandum verum etfalsum, ergo cam
proprie recipit, quae secundum fe significat verum et falsum, et hoc
est indicativa. Nam alis potius deferuiunt affectui mentis qua quod sint
ordinatae ad enunciandum verum et falsum conceptum animi aut intellectus. Quod
pacet hinc. Imperativa indicat voluntatem superioris per imperium,
optativa indicat desiderium sive affectum optantis. Praedicatiuc indicat
affectum inferioris erga fuperiorem per supplicationcm. Coninndiua autem
licet uideatur exprimere uerum aut falsum conceptum mentis, non tamen
determinate, fed fufpc fuic, est enim conditionalis quae ut dicemus
in cap. de hypotheticis nihil ponit in ede.
Indicativa autem dcterm.nate di cic verum aut falsum. Nam hxc
eft determinate vera, homo est animal, et haec determinate falsa homo est
lapis, ideo. sola'm ceretur dici japofitio. Proponicur enim
imelledui ut per eam formet syllogismum, et per
syllogismum deueniat in ucram conclufionis nociciam. Conflat
igitur quae orationis perfeda species mcerctur logice dicipropofitio. Unde
aduerte, quod logicus non tantum magni facit oronem congruam et ornaram,
quantum veram, ita etiam fi eflfct incongruam et
inornata, modo uerii et falfum cnuncict, accepta eft apud
logicum, ppterea logicus acceptat iftam, deus
feruitur ab hole licet cam reprober
grammaticus negans feruior inueniri pasfiuum. Hoc
de prxfcnti cap.dida fine. OlnUli/ Si
logico fufficiunt dux orationis partes scilicet
nomen re» verbnm redum. Caput quartum.
IN cap. quarto inueftigadum eft fi dux
orationis partes fciliccc nomen & uerbum
redum fufficiunt logico. Tu igitur aduerte , quod
logicus rationabiliter reripjt tantum duas, ut
fibi neccflarias,grammaricus, autem odo Ratio
uero djfferenrix est hxc. Logicus et grammaticus
dififerunt fine. Intendit enim logicus fcire,
difcerocrc ucrum a falfo, grammaticus autem intendit
fcire difccrncre congruum sermonem ab incongruo.
Ad confequendum pri- mum fufficiunt nomen &
uerbum , quoniam fufticiuncad componendum .ppofirfone,
quae eft significans verum uel falfum, ut
tibi manifeftabiturin trac. lequeti ad
formandi! congruum sermonem, et diftinguendum ab
incongruo no sii Hiciunt nomen et uerbum, sed
oportet uti praepoficiqnibus, et aduerbiis et coniunftionibns,
S(c. Et ideo ut grammaticus
habeat omnem modum formandi SERMONEM congruum, nccc sTarix
funt fibi plures partes orariois, quam
nomen rectum et verbum rectum. Et qm ifte dux fibi sufficiunt, ideo
appellat eas categorcmaricas, id est per se significatiavs, alias autem
syncategorcmaticas, id est simulsignificativas. Quis autem fit terminus
categoricus et syncategoricus diximus in divisone tertia terminorum. Sed dices.
Logicus indiget pronomine demonftratiuo, ut quando dcfcendic
sub subiecto propositionis univerfalis affirmatiue uel
negatiue dicendo, omnis homo cft animal, cf
et “hic homo est animal”, et hic est
animal etc. Item iniget participio, ut dicemus
in trac.fequenti, quando rcfoluit propofitioncm falsam
de uerbo adicdiuo in fuum parti
cipiurn & Ium es eft, ut fortes currit,
fortes eft currens, ergo faltem quatuor
partes orationis funt ei ncccftariae. f.nomcn et
pronomcn, uerbum, et participium. Refponderur
nomen et pronome apud logicum funt, uC una
pars, qm utitur pronomine loco nominis, et participii! ftar cum
nominee et uerbo. Cum nomine quide, qm poteft
efte fubiedum propofitionis ficut et nomen, ut
legens currit, et stat cum uerbo, qm fignificat cG
tepore, ut docuirmrt fupra, et ideo apud logicum
identificanrur nomini et uerbo licet apud grammaticum remaneant
diftinfte. Conflat igitur cp fint partes
orationis necclfariae dialectico ad formanda
propofitioncm et ex propofitionibus syllogifmum. Hoc dc prxfcnti
cap.dida fint. Explicit rradatus secundus copcndii logices
peripateticat ordinatus per authorem et fuit de partibus propofitionis. Incipit
QVT eft de propofitione et speciebm cius. Nhoc tertio tracta, agendum est de
propofitione, gratia cuius praemifimus tradatum praecederem, in quo a&uin
est de partibus eius, et de genere per quod definienda eft, et hoc eft oro ut
tibi manifcftabitur. Diuidemus autem ipfumin fex capita. Primo agendum eft de
propofitione definitiue & diuifiuc prima diuifione. Secundo agendum est de
categorica simplici et de olbus eius diuifionibus. Tertio agendum eft de, pp6ne
hypothetica et eius spebus. Quarto agendum est de propone categorica modali.
Quinto agendum eft de aequipollentiis propofitionum categoricarum
fimplicjuni, qux funt oppofitx contrarix, fubcontrariae, conrradiftoriae,
et subaltcrnx. Sesto agendum eft de
aequipollentiis modalium oppofitaif. De ppone, quid
fit et cius prima diuifione. In primo
capitulo agendum eft de propofitione quid
fit & quotuplex in genere sive prima diuifione. QuStum ad
definitionem aduerte, <y sic definitur de me te Aristotelis.
Propofitio eft oratio uerum uel falfum significans
indicando. Primo dicitur oratio, loco generis, eft enim
in plus oratio quam propofitio: di&um eft enim in
tract. praecedenri, oratio perfcfta diftinguitur in
quinque species, ex quibus sola INDICATIVI MODI est propofitio, ergo
omnis propofitio eft oratio perfecta, sed non econuerso, ex consequenti est
genus propositionis, propofitio autem est species orationis jjcrfe&c. Sicut
animal est genus hominis, homo autem est species animalis. Nam omnis homo est animal,
sed non econuerfo. Secundo dicitur verum vel falsum fignificans, pro cuius
notitia aducrte, cp cum proponum alia iit affirmatiua, alia negatiua, ut
declarabimus infra. Significare ucr u in affirmatiua est significarc rem
sicut est.Verbi Gratia haec est ucra,
homo est rationalis, quia fic eft ex parte
rei. Vnde hoicm e(fe fonalem cft ucrum
Significare uerumin negatiua eft fignificare rem ficut non eft.
Verbi Gratia haec eft ucra – “Homo non est asinus”,
quia fic eft in re. Vnde hominem non esse assimum est verum.
Significare falsum in propone affirmativa est significarc
rem aliter q fic.V.G. hzc est falsa, “Homo est lapis”, qih significat
hominem esse lapidem, et tamen aliter eft. Significare falsum in propone
negatiua, eft non significarc rem sicut
cft.V.G.hatc eft fal(a, homo non cft animal,
quia non figni fjcac ficut eft. Nam
homo eft animal, ergo fallinn eft ipluin
non efte animal. Dicitur ergo in
diffone, uerum uel falfum. fignificans ad differentiam oronum imperfectarum,
ut homo albus, afinus rudibilis, et oratio infinitiua,ut
fortem cur rcrc, et oratio famularis, ut Socrates incipir,
nifi. n.aliudadda tur, non solum non quierant animum audientis,
fed nec dicut aliquid devero aur
falfo nifi copleantur per aliud. V.G*
Si ly homo albus addatur homo eft
albus.Si ly fortem cur rerc addatur, eft
uerum uel posfibile uel contingens. Si
ly fortes incipit addatur, e(Te bonus. Conftat
ergo g fc funi ptz nihil dicunt
de uero aut falso. Tertio dicitur
indicando quod dupliciter exponitur, primo fic, indicando,
id eft cft oratio modi indicatiui
ucru uel falsum significans. Vnde alii definiunt propofitionem
dicen te$, quod propofitio cft oratio indicatiua uerum uel falfum fignificans.
Et id ponitur ad differentiam orationum perferarum
quae fiunt per alios modos, per itnpcratiuu, optativum,
etc. Nam ifte ut docuimus in trac przcedcnti in capi
trrtio potius dclcniiunt nobis ad manifcftandum
affectum mentis, quam uerum aut falfum
coceptum intellectus Orationes etiam modi
indicatiui temporis prztcriti & futuri %
non fignificat primo et per se verum etfalsum, nifi reducantur
ad unam temporis przfentis indicatiui ut in eode loco docuimus. Sola ergo oro
indicatiua temporis praelcntis moe-retur dici propo, quia fola lufficit ad
formidum syllogitmu aliae autem non, iuli reducantur ad
illam: ut tibi mamfcftii erit in trac.
de slyllogifmo formali: iccudo ab
aliquibus exponitur ly indicando.i.aflercndo.V erum id
non vf convenire omni propofitioniilcd tantum
propolicioni in materis naturali, quae neceflario cft uera, et
in materia remota,
quae de necessitate est falsa. In materia autem contingenti cum posfit elle ucra
& falia, non pot dici afiertiue fea opinatiuc
quod fignificct uerum aut falfum,
ideo melius eft ftarc in p ma expone,
quae etiam eft de mente Aristotele in. i. peri hermeneias.
Quid aut fit & quo fiat propo in materia naturali sc contingente et
remota dicemus infra in hoc met.tradtatu.
Con^ itat igitur quid fit propofitio apud
logicum. Quantum ad primam diuilioncm
proponis aduerteqj ad metem Aristotelis in
primo periher. diuiditur primo in categorica &
hypothctica, dicil categorica gratee predicatiua latine,
categorizo enim graccc et praedico latine. De
hypothetica graece, SUPPOSITIVA latine, est enim graece ‘hypo’,
“sub” latine, et “thesis” graecc, “position” latine.
Ratio autem divifionis est haec,
quia omnis propofitio significat verum aut falsum, et
eft quid compositum et omne compofitum cft refolubi
Ic in lua immediate componentia. V el
ergo propofitio com ponitur ex terminis
immediate, et in cos relolujtur immediate non in
aliud immediate. Et fic est categorica ,
quae coponitur immediate ex fubiefto et
praedicato et copula , modo, quo dicemus infra.V
el coponit I mediate ex duabus oronibus per
aliq coiudione puta ergo, fi, et uel, et imediate
in eas rcfoluit, et ille imediate i terminos, et
fic eft hypo thctica, ut dicemus in
ca.tertio huius tradatus. Catcgorica pero
diuiditur in simplicem et modalem. Simplex eft in qua
praedicatum fimpfir dicitur dc fubiedo, ut homo eft ani mal.
Modalis eft in qua pdicatum dr de
fubiecto non simpflr sed cum modo et
determinatione, ut homo eft aial ncccfla rio,
homo cft albus contingenter. Et de
modali agemus in cap.quarto huius trac.Hsc
deprimo cap. difta fint. Dcpropofitionc carcgorica et omnibus
cius diuifiombus. IN secundo cap. inueftigandum
eft, quid fir propofitio ea tegorica et
quot fint cius diuifioncs, et de singulis
agendu eft excepta modali,de qua agemus
loco luo, primo igitur definiemus eam, deiiide
accedemus ad diuifioncs. Quantum ad
definitionem aduerte, quod ad mentem Aristoteles sic
definitur Propofitio categorica est propofitio j
qux habet subiedum praedicatum et copulam taquam principia
es partes fui. Ponitur propofitio loco generis. Omnis enim popofitio
categorica, est propofitio, led non econverso. Nam et hypothetica
eft propofitio, et tame non eft categorica. Dicitur
quae habet fubiedum &c. hoc totum po
nitur ad differentiam hypotheticae, cuius
partes principales funt dux orationes , in
quas immediate refoluiturtut patet in jfta.
Si tu curris, tu tnoucris, principales partes
& immeoiarxnon sunt termini, sed iftx dux orationes:
tu curris, et tu moueris. prim autem &
niediatx funt termini ex quibus hxc orario
componitur, “tu curris”, et haec, “tu moveris”. Dicitur
igitur quod principales partes categoricx non
funr ora tiones,(cd termini, ex quibus
immediate componitur, quorum unum eft fubiedum,
alterum prxdicatum, alterum co pulat -- ut -- “homo
est animal”, homo est subiedum, animal praedicatum, “est”
copula, coniungit enim praedicatum cum fubiecto.
Sed aduerre: ut fcias quomodo in omni
categorica eft fubiedum copula et praedicatum,
quod fit tribus modis, p„ mo per
uerbum fum, es, eft, de tertio adiacente . Eft
autem categorica de tertio adjacente quando
poft fum, apponitur alius terminus: ut
fortes eft animal. In hac conftat de fubiecto
et praedicato et copula, fecundo fit per uerbum
adiedi- uum . Eft autem apud logicum
omne uerbum adiediuum, prxter lum, es, eft, in
quod relbluitur omne uerbum adiediuum et in litum
participiumtut fortes currit fic reloluit. “Socrates est currens”.
Socrates est subiedum, currens praedicatu est copula,
tertio fit per verbum fum, es, eft, de fecundo adiacente.Eft
autem categorica de fecundo adjacente, qn poftum,
es, eft, alius ccrminus no fcquit,ut deus
eft, coelu eft et in hac eft
allignarc tubum praedicatu & copula, alio mo
q in praedicis, afljgnat auceduplV , pmofic, deus eft. i.
deus cft habes cire, deus cft fubum, habes
etTe est pdicatu, eft copula, fc cudo fic
Deus cftd. deus cft exiftes. Dens est SUBJECTUM
EXISTENS praedicacum, “est” copula. Nonulli dicunt tp
in caregorica de fccudo adiaccntc, eft
gerit uicem copulat et prxdicaci, et id
uidetur innuere Aristoteles in pmo perihcr.ubi definient uerbum
inquit et est iemper eorum qux de altero praedica tur nota,
ideft uerbum semper se tenet a gte prxdicati. Con
fta: igitur quid fit propofitio categorica
iimplex. Sed dices quare magis dicitur categorica,
ideft prxdicatiua quam fubicdiua, cum tam
fubiettumq praedicatu fmc partes cns. Prxtcrca
quare terminus praecedens uerbu fum cs, est,
dicitur fubiectum, subsequens autem dicitur
prxdica tum, et ipsum uerbum substantivum dicitur
copula. Refpondetur ad pmum, cp oe copofitum
denominandu eft a parte sua digniori. Unde
homo dicitur rationalis et intellectualis ab anima
intellectuali, qux dignior cft in eo qui sensitiva et
vegetativa. Prxditatu aute dignius eft fubicfto qm cftficut forma, fubiectu
vero sicut materia, et dicemus intra cp talia
funt fubiefta, qualia, permittutur a praedicatis. Cogrucigicdicn
categorica. i. praedicativa et no subiectina
Ad lecundu dfp ideo terminus praecedens verbum
de subiectum, quia de eo df prxdicacum ira
cp fubiicitur prxdica to, V ndc et gramarfeus
appellat ipm suppofitu. Terminus vero subseques verbu
df praedicacum, quia prxdicatur et df de altero.
i.dc fubiecto. Vnde apud gramaticum df appofi tum.
Et aduerte q? totale subieftum est
ois terminus prxee dens copulam, fiue unus
fiue plures fint. V. G. “homo est animal”, homo
eft fubm, homo magnus et honoratus e pneeps
in ciuitarc, fubieftu funt oes illi termini
prxcedetes, pars au tem liibicCti quilibet
eorii. Ide intcllige ex parte prxdicati. Sed dices. Quarc
fubieftu & pdicatum per fe inuice
notifi eant sive definiunt, cu definitio
circularis uideatur. Inutilis Refpondetur quia
hntrefpedum ad inuice, fubiedtum. rtfpicit praedicatu
& praedicatum rcfpicit subiectum, ficut ft
lius rcCpicic patrem, et pater filium. Respediva
aute conuenienter per fe inuicem
norificantur & definiuntur, qm mutuam habent
dcpcndentiam. Sedde hoc alrius loqucmur in trac.
de praedicabilibus, p nunc fuftine tu
iuuenis ne inuolua ris. Conftat igitur tibi
quid sit propofirio catcgorica. Quantum ad
cius diuifiones aduertc, ut habeas plenam
de cis notitiam, fic difponendae funt. Propofitionum
categoricarum, alia affirmativa, alia negatiav. Secunda. Alia vera, alia falsa.
Alia cuius quantitatis, alia nullius. Alicuius
quantitatis alia uniuersalis, alia particularis, alia
indefinita alia singularis. QuIta. Alix gticipacvrrocp
rermio, aliae altero,aliae nullo. Participantium
urroqj termino, aliae participant qtroqj termino
eodem ordine, aliae ordine conucrfo. Participantium
utrocp termino siue eode ordine siuc coverfo quxda
formantur in materia naturali, quaedam in materia
contingenti, quaedam in materia remota. Odaua.
Participanrium utroqj termino eodem ordine
tam in materia naturali q in materia contingenti et in
materia remota quaedam sunt contrariae quaedam subcotrariae, quaedam
contradiftorix, quxdam fubalternx. Nona. Participantiu utrocg termino
ordine couerso et I n triplici materia (iuc naturali fiue contingenti fiuc
remota quxdam conuertuntur conuerfione fimplici, quxdam converfione per
accidens quxda couerfioneg contrapositione Omnes iftx diuifiones dantur de,
ppofitione catcgorica fimplici qux dicitur de inefle.i.in qua prxdicatu
simplicicci4 et fine determinatione facta g alique fex modo. sucrfi falsum
nccef Tariil cotingens, posfibile imposfibile, dicit de subiefto Quae aut ex
his diuifionibus coueniat et categoricati modali dicemus in cap. quarto
huius trac. De singulis aut divisionibus agedu cst in spe et ordine,
quo prxpofitx funt. Verum antedcfcedamus in spe^nl aliqua prxdi et artMi
diuiltonu datur de substantia, pponis, aliqua de qualitate, aliqua dc
qtitatc ut cibi declarabit infra, ideo ad viem notitia diuifionu, quae fiet
toto hoc noftro opere, ne funus coadi idem faepius repetere, praeponendi fune
omnes vfes modi, quibus folct fieri diuifio. Tu
igitur aduerte <y in doctrina Aristotelis divisio
fit quatuor modis generalibus. Primo generis
in Ipccics. Secundo totius in partes.
Tertio vocis significata. Quarto diuisio secundum accidens. Diuifio
gnis in spes, fit duobu modis pmo
gnis^n (pes (ut> alternas, ut qndiuiditeorpus
p alata et inaiatu, et aiatu per fenfitiuu St
no (cnfitiuu, fecundo gnis in spes spalissimas,
uc qii diuiditur color per albedinem et
nigrcdinem. Et hac di- uifionem cognofces
in trac.de praedicabilibus. Diuifio totius
in gtes fkqncp modis, pmo qntotu diuidif
in ptes fubicdiuas indiuiduales,ut qn
diuidit ho in forte Pia Ioanne. Pecru, etc. Scdo
qn totu dividitur in partes eflcntia lcs,
uc ens naturale copofitu diuidif in materia &
forma, sicut diuidit ho in alam et corpus,
tertio qn diuiditur totu co tinuu in partes fuas
intcgralcs,uc domus in fundametu, tc» dii, et
pariete, et corpus animalis in partes, qufe funt
mebra fua,cx qbus integrat corpus,
quarto qn diuiditur totu dito tinuu in partes fiias,
inter quas & fi no fit cotinuitas eft
rame ordo et . pportio. Hoc rao diuidif exercitus
in mtlitcs,cqtcs peditcs, 8(c. quinto qn diuidif totu poretialc
fiue poteftariufi in partes fuas poreftatiuas
qn diuiditur anima per potentias fuas &
virtutes fuas, ut tibi manifeftabitur i libro
dc anima, et ifra mani fcftabi mus tibi in
libro de syllogismo Thopico Divisio uo cis
in fua fignificata fit tribus modis
primo uo cis uniuoce in fignificata uniuoce,
ut qn diuidif ho in fortem et platone
etc, secundo uocis aequiuoce in fignificata aequi-vocata,
-ut qn diuiditur “cancer” in ftclla fiue signum
ccelefte, et aquaticum aial, et morbum, tertio vocis
analogicae in significata analogata, ut qti
diuiditur “sanu”, iu alal (anu, urina lana,
medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum sanum, etc. Et
hanc diuifione cognofccs in trac. de pntis.;
Diuifio fccudu accidens sic tribus modis,
primo fubiefti in accidentia, ut holum
alius paruus, alitis magnus1 alius albus, alius
niger, alius medio colore coloratus, (c3o
acciden tis!in subiecta, ut accidentifi, qux funt
m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in
corpore, ut agilitas etc. tertio accidentis
in acci dentia, ut accidcntiu, quarda dura,
quaedam liquida , qnada lucida, quaedam tenebrosa, et
hxc diuifio manife ftabit tibi in philosophia
naturali & praecipue in libro de generatione.
Ifti igitur sunt iqodi uniuerfales
famofiores apud Aristotelem, quibus fieri
confutuit diuifio. Quantum ad pmam diuifionem, quac
eft per affirmatiua et negatiuam aduerre, quod
affirmatiua dupfr definitur, pmo fic, Categorica
affirmatiua eft.ppofirio in qua praedicatum
affirmatur de fubiefto, ut homo eft albus. Sed
aduerte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiectc
quando negatio no p cedit copula, q?
fi praecedit negatio, negatur pdicatum de subiecto,
et efficitur negariua – ut hic “Socrates non est
albus.”Si au tem fiibfequitur no efficitur
negatiua, fed permanet affirma tiua , ut homo
eft no albus. Ire aduerte «p alio
modo affirma! pdicatum de fubiecto in
affirmatiua uera & in falfa, na in
uera affirmatur re et uoce quia fic
eft in re, ficut dr, ut homo re & uoce eft rifibilis. In
falfa atite affirmatur uoce tm et non rc. Nam licet dicam q»
homo est afinus tarhe non fic eft in re, secundo definitur fic.
Affirmatiua eft in qua verbum pncipale affirmatur de fubiedo, ut homo est aial.
Dr in qua nerbum principale affirmatur ad differentiam uerbi secundarii qtiod
fi negattir uel affirmatur,
propter ipfum non fit propofitio affirmatiua
nec negatiua. Vnde ifta non eft negatiua. Socrates
qui non currit, mouetur,nec ifta eft affirmatiua,
“Socrates, qui currit, non movetur.” Nam In prima
licet uerbum secundarium, quod eft, currit, negetur,
tamen principale quod eft mouetur, affirmatur, ideo
permanet affirmatiua. In IccQda autem fit
oppofito modo, ideo permanet negatiava. Et
ratio huius eft, quia ticrbii fecundarium fe
tenet a parte fubicfti, q3 paret refoluedo
in fuu participiu fiuc aftiuum fiue pasfiuu,ut
hic. Sortes qui non currit, ideft. Socrates a9
non carrcns mouccur, sortes qui currit, id eft
(ortes curreni non mouerur: Subie&um autem
coniunctum participio affirmatiuo negatiuo no
facit propofitionem dic affirmatius ucl ncgariuam,
tcd
negatio cadens fuper uerbum principale fiue immediate,
ut quando lubfequitur fubiedum, ut hotno non
eft afinus, fiue mediate, ut “Non homo est
animal”, dum modo fumatur negatio negans, et no
infinitam terminum, cui opponitur, nam fi infinitarer,
non faceret negatiuam. Vnde lixc non
clt negative. “Non homo currit”,
qm ly non homo clt nomen infinitum, etc. Vnde non
homo curru, xquippollet ifti, afinus qui ft no homo
currit. Coftat aut hanc elfe affirmatiua
Patet igitur quid fit categorica aftirmatiua. Categorica negatiua dupliciter
definitur. Primo lic,
categorica negatiua eft propofitio in qua praedicatum negatur de luolubicfto,
auc ho non eft lapis. Secundo fic, eft propofirio
in qua uerbum principale negatur .
Dicitur uerbum principale ad differentiam uerbi fccundarii,
quod ut docuimus fiue affirmetur fiuc negetur,
non facit propofirionem affir.aut nega. Et
aduertc,quod propofitio poreft fieri afflr.
uel nega. dupliciter lcilicet explicitc et IMPLICITE.
Si explicite, fit per nomen et uerbum indicariui
modi, ut hotno eft ri fibilis. Si IMPLICITE
potest fieri per unicum terminu, ut quan
do dicimus, “homo est rifibilis”, et econucrlo, ly
econuerlo aequippollet uni propofitioni, qux elf
hxc, et rifibile eft homo. Item aduerte
quod diuifio per afflrmatiuam et negativam non
foium conuenit categoricae sed etiam hyporheti
cac et moduli, quomodo autem fiat hypothetica affirmative
et ne gar. similirer modal s, dicemus
agentes de eis. Nunc autem fuftine, ne
confundaris ut nouus auditor. Hxc de prima diuifioncdi&afint»
Quantum ad fecundam diiiifionetn categorica:
fciliccc per veram et falsam , aduerte quod cartgorica vera ,
tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo fic, uera eft, qua:
significat uerum , id eft significar rem sicut eft, si est
affirmatiua, vel significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de
hac latis diximus in ca. pr scedenti in
dedaranlo definitionem propofkionis secundo autem fir
defiintur. Vera cft illa, cuius fignificatum primarium est verum.
Significatum autem primarium cft illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam.
Verbi gratia hxc eft ucra Deus eft bonus qm deum clfc bonum, est verum. Sic.n.
eft in re. Dico cuius primarium significatum est uerum ad differentiam
secunda rii. sccundarium autem eft quod continetur in primario 8c
fcquitur ad illud. Verbi gracia primarium huius, homo est rationalis, eft eftc
rationalem ad hoc autem fcquitur cfte ani mal, clfe
animatum, ede corpus efie fubie&am. luxta
igitur significatum primarium et fccundarium indicanda
eft propofirio uera,qm cft ucra primo et
per fe ex eo, ex fccundario autem eft
tantum confequenrcr. Nam bene fcquitur qcf
fi fortes eft homo,for.cft animal. fcd non
ceonuerfb, ut declarabimus in trac. dc confequentiis.
Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falfi eft qux aliter
significat quam fit in re, ut hxc cft falsa, homo
est ansinus, quia significat hominem esseasinum, et tamen aliter
eft rn re, quia in re no est asinus,
sed homo siue rationalis, et de hac
definitione iam di ximus in cap.
prxccdentiin definitione propofitionis. Sccun do fic,
falsa cft illa cuius primarum significatum est falsum.
Verbi gratia hxc est falsa homo est
afinus, quia holem esse asinum est falsum, cu fic
ronalis, et afinus irratroalis. Quodfi fiereciudicium fecundu
fccundarium fignificatum, quod eft dfe animal, effet
uera-Nam hxc cft, ucra homo est animal v non
tamen fcquitur, ergo cft afinns, ut declarabitur tibi
in trac. De consequentiis Hxc de fecunda diuifioncdiftafint, Quantum ad
tertiam diuifionem fcilicet quod aliqua eft alicuius qiiamicari$,
aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis eft illa, cuius fubieftum ftat pro aliquo
ucl pro aliquibus uel pro omnibus uel pro nullo, ut declarabitur in diuifione
sequenti. Nullius quantitatis cft illa cuius fubicftum fufpcnditur a propria
denoiationc, ronc, pbationis termini prxcedetis ip Ium quails eft
exclufiua cxceciua reduplicatiua, de quaif , p- Satiqne a<fturi fumus in trac.de probationibus ter tuc.n.ap arebit tibi qflo ifte probatur no rone fubicfti,
uc , pbaf universalis particularis etc. sed
ronc figni fiuc fyncategdfcma ris,ut exclufiua g
tm, reduplicatiua g inqtum cxccpriua p p ter, etc. T uigr fuftine
donec exercitat0 magis fueris, et ad ji di&u erae dcuencrim9. Haec de tertia diui.,
p niic dida fint. Quantum ad quarta diui. f. quod proponum alicuius qtitatis alia eft vPis,
alja particula .alia indefi.alia fmg duo ageda fut
primo declarandum eft qflo hxc diuifio
eft (ufficiens, fecun do pertradadum eft de quolibet
eius membro. Quantum ad pmum aduerte quod
qtitas proponis atteditur penes fubm prout ftat,p
pluribus aut uno lolo. Pot igituf cofiderari
fubin dup Tr. Primo fi ftat pro uno folo. Secundo fi
pro pluribus fi pro uno (olo,
{ira cp uni (oli couenit facie ponem fingu. fi pro pluribus,
hoc dupfV,quia uel pro pluripus indeterminate uel determinate,
fi indeterminate fic fam cit, pp6nem indefi. fi
determinare duplr quia hacc determinatio
fubti uel fit per fignum vle
affirmatiuu uel negatiuu, ut ois nullus, et
fic eft propo ul’is,uel fit per fignum
particulare affir-uel nega et fic eft propo
particularis Coftat igit hxc diuifio eft
liifficiens. Et fi quxras quid fic qtiras ,
pp6nis. Hkiideo quod ficut Qtiras fubx proprie
accipit iuxta mensuram longitudinis, et latitudinis et
, pfundicaris, fic quantitas , pp6nis (umit iuxta
menfuram fubiedii, prout uerificatur praedicative de
uno uel plunbus. Conftat igitur quo hxc diuifio eft
sufficiens, et quid fit et unde fumitur qtitas
propofitiois. Quartum ad secundum aduerte, quod propofitio
uniucrfalis dupliciter definiriH-. Primo fic, propositio viis tam affirmativa
quam negativa est illa, in qua fubiicitur ter. communis signo uniucrfali determinatus.
Prinio dicitur in qua fubiicitur terc6is. iponitur in fubie fto ter.cois.i.q por coucnire
et pdicari de pluribus, apud
gramaticum dr nomen appellatiuum -- ut “homo”, “capra”,
leo» Secundo dicitur figno uniucrfali
dctertninatus figna uni uer Talia (untquxdam affirmatiuaut omnis quilibet
quifcp, negatiua sunt, nullus, nihil, neuter , dicunt uniucrfalia quia
faciunt ftarc fubicdum pro olbus aut pro
fnullo ut ifta rft uniucrfalis affir. “Omnis homo
est animal”. Verificatur enim fubiedum pro
quolibet homine in fingulari. Nam fi omni
homo est ammal ergo et ifte, & iftc, & ifte , &
fic de omnibus alii eft animal. Tertio dicitur
determinatus. i. modificatus fiue limitatus ad standum non ablolure , lcd
pro omnibus aut (p nullo-diximus.n in tertia
diuifionc tci minor u, quod signa ufia fune termini
lyncatcgorcmatici, qm fumpticum alio, id est cum
nomine lubftantiuo determinant ipliim in
propofitione ad dandum pro omnibus aut \ ro
nullo» Sed aduerte, quod signum uniucrfale ad
hoc quod faciat propofitionem uniucrialem
fimplicirer & proprie debet ap poni
fubiedo in redo et explicite Nam fi apponitur
iiibic- do in obliquo, non facit eam
uniuerfalem simpliciter, sed secundum quid.Vndc
ifta eu uflibet hominis afinus, currit, noneft
uniucrlalis abfolute, quoniam signum non apponitur
ly afinus, quodest principale lubiedum, lcd ly hominis, quod quoniam est obliquus eft secundarium
fiue parrialc fu bicdum. Unde pratdida propofitio absolute
est indefinita, ut tibi dcclarabitur. Dicitur
explicire, quoniam fi ponitur
iplicire uel uirtualiter ucl cum diftindione, non
facit propositionem uniuerfalem forma)itcr, sed tantum
interpraetatiue» Sicut funr iftar, totus fortes est
minor forte, totum est in mundo est in oculo meo.
Non homo currir, etc. Quomodo autem
fint uniuerfales interpracatiuc declarabitur tibi i trac. de
probationibus terminorum, ubi diftinguemus de toto, et quo ifta
aequipoleat uniuerfali nega citi ac non homo currit declarabitur tibi in
cap. de acqujpolenriis catcgoricarum. Nuncautem fifio nete inuoluam. Similiter
aduerte, <y uniuerfalis affirniatiua poteft fieri
dupliciter, fex— licet collcdiue ut omnes apostoli
sunt duodecim, & diftributiue, ut omnis homo
eft rissibilis. Et iterum diftributiue
poteft fieri dupliciter, fcilicct abfolute et accommode. Verum
quomodo fiant et quo verificentur,dcdarabiturstibi in
rrac. de fuppofirionibus, pro nunc fuftinc Haec
de propofitione uniueriali dida fint. Propositio
particularis eft illa, in qua fubiicitur ter mi-
communis signo particulari determinatus.
Dicitur in qua tubiicitur ter communis,
ea ratione qua et
in propofitionc uniuerfali. De signo parti. determinatus,
ad differentiam proponis uniuerfalisz cft autem signum particulare
determinatio termini cois qui cft fubicdum in
hac propone, per quod defignatur fubiednm
accipi non pro oibus fub eo corcntis, fed
pro aliquibus ucl pro aliquo:
ut quidam homo currit ergo uel ifte uel ille,
ucl ille currit: et fufficit quod uerificctur, p
aliquo pofito quod tantum unus currat. Er
aduerte, quod propofirio particularis poteft fieri mul
Cis modis. Primo quando fubie&um eft
ter. cois cum signo particulari tam
affirmatiue quam negatiue : ut: “Quidam homo currrit,” “Quidam
homo non currit.” Secundo per ly aliqd
fumptum adieftiuc:ur aliquid eft I manu
tua. Haec eft particularis uirtualiter, quoniam
ly aliquid fic exponitur aliqua res
eft I manu tua. Dico
fumptum adjeftiue quoniam sumptum subftantiue facit
propofitionem indefinitam ut dicemus. Tertio
quando fubiicitur ter. cois cum figno
uniuerfa li, fcd figno pratponitur ncgario:ut
no omnis homo currit haec enim
aequipollet huic: quidani homo non currit. Quarto quando
fubiicitur termi.cois cum figno uniuerfali
affirmariuo, fcd praeponitur negatio et poft
ponitur:ur hic, non omnis homo non currit,
arquipollet enim huic, quidam homo cnrrir. Sed tertium et quartum
modum declarabimus fic effein cap. de aequipollentiis
categoricarum. Haec de propositione particulari diffa finr.
Propofirio indefinita eft illa in qua fubiicitur terminus communis, nullo signo
uniuerfali uel particulari determina rus: uc homo currit. primo
dicitur in qua fubiicitur termi. communis eadem ratione, qua diifhim est in
definition propofirionis universalis et particularis. Secundo
dicitur nullo signo ad differentiam propofirionis univerfalis et particularis.
Tertio dicitur nullo figno uniuerfali vel
particulari ad differentiam cxdufiue,in qua ponitur
signum: cantum, et in reduplicativa, inquantum, qua: signa
quoniam non tunc uniuersalia, ncc particularia, ideo non
faciunt propofitione alicuius quantitates. Sed dices,
quare dr indefinita, cum aequipollcat particulari. Na
ide fenlus eft dicere, aliqs homo currit, et homo currit. Rndetur, dr
indefinita.i. indctcrminata, quia acceptio fu? fubicdi non
determinatur ad certam quantitatem fecundu
modum enuntiandi per fignum uniuerfalc ucl
particulare: licet fupponat fubicdum determinatciut
dicemus in traft de fupptofitionibus: et quando
dicitur idem fenlus eft dicere:
quidam homo currit et homo currit, conceditur quo ad luppoticioncm
et verificacioncm, fcd non coceditur quo ad
modum enunciandi, et fic intendimus ipfam
effeindefini tam et non quo ad
ucrificationem et i luppoficionem. Sed, p nunc
liiftinc, donec trademus de fuppofitionibus. Haec
de propofitione indefinita difta fine propofirio
singularis eft illa in qua fubiicitur terminus ai fcrccus vel
termi. communis cum pronomine demonftrati primiriuc speciei, ut
Plato currit. Iftc homo comedit. U le
homo dormit. Primo dicitur in qua fubiicitur ter . dilcretus,
ad differens Ciani propoficionis uniuerlalis et particular
& indefinitae, in quibus fubiicitur ter.
cois opponitur aute ter dilcretus ter. .coi
, quoniam di fererus deunofolo eft aptus praedicario
C grammaticus appellat nomen proprium q?
uni loli conue-r nit,ut piato. Cois autem
eft aptus de pluribus praedicari, ut homo et
animal, et grammaticus uocatipfum nomen appellatiuum, quod pluribus conuenit.
Secundo vel termi communis cum pronomine demon
ftratiuo. Nam licet termi. communis de feftet
pro pluribus camenper pronomen demonstratiuum reftringitur ad ftan dum
pro uno folo indiuiduo, ideo atquipollet
ter. difcretcL Vnde iftapropofitio: hic homo
currit , dcmonftrato (orte; scquipollct ifti. “Socrates
currit.” Tertio dicitur pri mitius fpecic, ad
differentiam pronominum deriuatiux fpccici. Sunc aucem
pronomina demostratiua primitivx speciei ergo, tu,
liii, ille, ipfe,ifte,hic, & is. Deriuatiux autem
lunc meus, cuus, luus,noftcr,. uciltr, no» ftras,ucftras.
ldeo autem e a, quae iiint primatiux
(peciei co flituunt propofitioncm singulare
qm trahunt lubictf uni ad fajpponcndum pro
uno solo, ut ifte homo demostrato forte currit, et ego.
f Petrus curro, & tu. I Piato curris. Ea uero qua
funt deriuatiux lpei, ut meus, tuus, non
confticuunr , p- pofuioncm singularem, non
n.rcftringunt fubm, cui apponutur ad statum uno
io lo, fed pot ucrifkari de pluribus. Verbi
gratia Petrus het dece afinos, et dicit
meus aiinuscur rit, ly alinus no stat
pro ifto tm, ucl pro illo tm fcd #
oibus difiuftiux. Nam fi meus afuius currit, &
habeo decem, ergo uclifte, ueljfte qui cft
meus currit. Pronomina auc demonftratiua
primitiux fpei reftringur tcr.coem ad ftadu,
p uno solo demonftrato, ut ego.f. Petrus
lcribo,Tuuero.l. Plato dormis. Conftat igitur quid fit
propositio sngularis. Tu tame aducrte,quod no
Loluni pot fieri per ter. dilcre tum,
& per tcr.coem cum pronomine demonftratiuo primi tiux
Ipeciei, fcd et per tcr.r clariuum , ut pofito
quod lo phronifcus habet tantu unum
filium, cuius nomen ignore tur, ftdico
Sophronifci filius ftudet Papix, cft fingularis, p-
pofitio fimiliter fi dico. Pater Calix uenir,e
lingularis, quo uiam ifti ter.relatiui xquipollcnt termini
dilcretis.Irem potcft fieri per rer dilcrctum
circunlocutum,ut fi dico. Vir cri Ipus
rubeus, & claudus cantat in platea. Iftc enim
circunfta tix mani feliant talem hominem et
non alium, ideo reddut propofitioncm fingularcm. patet
igitur quid fit propofitio lingularis et
quot modis fieri contingit» Item aducrte,
quod fi quis te intrrogat de substantia
fitie natura propofitionis, dicendo. Qux propofitio
eftifta. Sor C<s eft homo, refpondcre habes,
catcgorica, & qux eft ifta. Si tu curris,
tu moveris, refpoderc habes hypothetica. Si au
ecm quis te interrogat dc qualitate, propofitionis dicendo.
Qualis eft ifta fortes currit refpondere
habet affirmatiua, et Qualis eft ifta, homo non
cft afinus, relpondendum est, negatiua. Si ucro
quis te interrogat de quantitate proponis
di Ccndo. Quanra cft ifta; ois homo currit,
refpondendum eft, uniuerfalis, et sic de aliis.
Vnde logici pro hoc triplici quaefito
formaucrunr hunc ucrfum.Quac.ca.uel ip. qualis. ne.
uel af.v.quanta.par.in fin i. Quae categorica,
uel hyporetica. Qualis, negatiua, uel affirmatiua. V «quanta.
i.uniucrfalis uel particularis indefinita uel
fingularis. Sed dices. Quae est subftantia propofitionis, &
quae cius quantitas, et quz eius qualitas.
Refpodetur fuba cft cius natura sive
edentia, puta qft fit quid co in pofitum ex
talibus partibus. f. cx fubiedo praedi- cato
& copula ut catcgorica:ucl ex duabus
oronibus p aliquam coniundionem coniundis:ut fi
tu curris, tu moueris ut hypothcrica. QuStitaseius
est extensio fubicdi ad ftandu pro uno vel aliquibus uel omnibus uel nullis. Qualitas
eius est secundum quam dicitur qualismt
affirmatio, negatio, veritas, falfitas, necesfitas, contingentia, posfibilitas,
imposfibilitas. Nam omnia ifta qualificant propofitionem.
Unde interroganti qualis fit ifta, homo est
animal, respondcre debemus, quod rft affirmatiua ucramon solum possibilis
sed etia necessaria. Quarum ad quintam divisionem, quae eft hac, proponu
categoricarum, quaedam participant utroqj termino, quaedam altero,
quaedam nullo, aduerte, quod cum termini componcnrcs categoricam fint fubiednm &
praedicatum: quae Ctjam dicuntur extrema propofitionis, parridparc
termino uel terminis, eft conuenirc in subiedo uel in
praedicato, uel in
utroque. Non participare autem eft non conuenirc.
His prxnv.sfis aduerte, quod duas catcgoricas participare
utro- que termino, eft eas conuenire in subicdo
& praedicato, ita subiednm prima est subiedum secundae et
praedicatum primae est praedicatum secundae, nec in alio differunt nili
quod una eft affirmatiua, altera negatiua, ut sunt iftae duae, homo
eft animal, homo non eft animal, participare in
alte ro termino tantum fcilicct uel
folum in fubiedo, ut hic: homo cft animal, homo
eft rationalis, uel in praedicaroratum ut hic: homo eft animal,
asinus est animal. Participare nullo termino, est non
conuenirc io subiecto nec in praedicato, ut hic, homo est rifibilis,
afinus eft rudibilis. Et aduerte quod hic loquimur de participatione
formali virtuali, quod dico, quoniam licet iftae duae coueniant uir rualitcr:
homo est animal, risibile est animah non tamen for malitcr, quoniam formaliter
non lunt idem homo et risibile, dato quod eflent idem
re, quod tamen non conceditur in via thomistica. Iterum
aduerte, quod haec diuisio data eft, ut cognoscatur oppositio
contraria, subcontraria, contradidoria, subalterna propositionu categoricarum
de quibus aduri lumus infra. Namilla fupponit participationem, ppofitionum
oppofitarum urroqj termino formaliter et non solum uirtualircr ut tibi
declarabitur in diuifioneodaua. Quantum ad diuifionem lextarn, quae cft quod,
ppofition5' categoricarum participantium utrocg termino formaliter,
quaedam participant utroq? termino eodem ordine,
quaeda ordine conucrfo. Aduerte igitur quod
duas categoricas par ticipare eodem ordine
utrocp termino, eft fic, quod est subiedum in prima est subiedum in
secunda et quod est praedicatum in prima est praedicatum in secunda,
ut hic. “Socrates est homo”. “Socrates non est homo”, et
semper intelligedum est formaliter et non virtualiter tantuin.
Duas autem categoricas participare utrocp termino ordine coucrfo, est
sic, quod est subiedum in prima est
praedicatum in fecunda, et quod est praedicatum in prima eft
subiedum insecunda, ut hic, homo est animal rationale,
animal rationale eft homo. Et haec diufio deferuiet quando loquemur de couucrfionibus propofitionum categoricarum,
ut tibi manifeftabitur. Quantum ad
feptimam diuifionem, quae eft haec.
Propositionum participantium vtrocg termino fiue eodem
ordine fiue conucrfo quaedam fiunt in
materia naturali, quardam contingenti, quaedam in
remota, aduerte, qnllat fiunt in ma reria
naturali in quibus raedicatum femper et infcpai
abii:ter conucnit fubiedo, & id fit multis modis ,
primo quando genus, aut differentia, aut definitio, aut,
pprictas, aut quali, eas naturalis
praedicatur de re. Exemplum primi, homo est animal,
fecundi, homo cft rationalis. Tertii, homo
eft animal rationale, quarti homo cft rifibilis
quinti Ignis cft cali. «Ius, mei eft dulce,
nix eft alba, Item quando idem praedicatur
de lcipfo:ut fortes est fortes. Ille aut
fiunt in materia contingentium quibus praedicatum
poteft aduenire & remoucri a subiecto, abfqj hoc
<y corruni. patur fubiedum, et gg hoc
diftinguuntur a ,ppofitionibus i , materia naturali,
quoniam in illis li auferatur pdicatum, no
pmanet subiedum. Nam fi homo cedat ede animal, aut
rationalis, aut risibilis et fi ignis cedat ede calidus
etc. nec ha-, mo nec ignis permanent, led
corrumpuntur et definunt ce» Tu igitur aduerte, c?
omnis jjpofifio, in qua pdicatum eft accidens
commune et fcparabile, et etiam infeparabile,
modo non fluat a principiis fpccici, fit in materia
contingenti, utiftae, homo eft albus, ethiops est niger, aqua est calida
&c. Dico rnodo non fluat a principiis fpeciei: ut pferuem rerum.
j>prietates: ut eft rifibilitas in homine, par et impar in numero, curvum et
rectum in linea, fumum calorem in igne* lite nancg faciunt ppofirionem in
materia naturali. Quid ne. ro fit fluere apneipiis specjci declarabitur tibi in
trac. de praedicabilibus in cap. de proprio etaccidente. Illae vero fiunt in
materia remota, in quibus praedicatum non potest verificari de subiedo,
Imo id inuicero repugnant. Iftae autem funt in quibus
fubicdum & praedicatum sunt opposita contraria vel contradidoria vel
prfuatiue ucl relative opposita. Exemplum primi. Album
est nigrum. Secundi homo est non homo. Tertii. “Caecus est videns”.
Quarti, “Pater est filius”. Et aducrte , q?
dicuntur fieri i|i materia remota, scilicet
repugnanti, qm natur fubiedi&i pdjcatiin oibus p didis repugnant adinuioem,
nec fc compatiuntur. Inde eft q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng
& de neccsfiUtate eft falfa, negaciua autem femg et immutabiliter
ucra. In materia uero naturali cft oppofifomodo. Nam affirmariua femg
est vera, negatiua fepig falfcM Jn nuter» cotingeti ?4 est medio
m6, qm tam affirma, q nega, aliqn e vera aliqn falsa,
nam qn praedicatum incft liibiedio, affirmatiua est uera, negatiua falsa,
qn praedicatum remouctur, affirmatiua eft falsa, ncgariua eft uera.
Hoc de septima diuifione difta fint. Quantum ad oAauam diuifioncm,
quae fuit haec, Propofitionum carcgoricarum participatium utroqj termino
eodem ordine triplici materia. Cnaturali contingenti et remota aduerte, quod
inter eas sit quatruplex oppofitio. f. contraria subcontraria, contradicloria,
subalterna. Oppositio contraria sit inter eas quarum una eft universalis
affirmatiua & altera uninerfalis negatiua, de eifdcm fubieflis et prodicatis
univoce &aeque ample & aeque strictca cceptis.
Primodf quarum una est uniuerfalis &c. Nam ut diftinguantur a
contradictoriis, debent efle eiufdem quantitatis &
diuerfae qualitatis. Si eiufdem quatitatis, ergo
utraqj eft uni ucrialis uel particularis , non
secundum quia noneffient contrariae sed subcontrariae: ut dicetur infra ergo
primum. Si, diversae qualitatis, ergo i&fca eft
affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et
praedicatis: uc ois homol albus, nullus homo est albus, & dcfeftu
huius iftaeduae non funt contrariae ois homo eft albus, nullum rifibilc eft
albu^ Tu tn aduerte q* subiectum et praedicatum pnt
effe idem tripliciter, pmo fm vocem tm &
non fm signatum, secundo t m. signatum tm &
non fm vocem, tertio fm vocem et secundumsignificatum. Exemplum
primi omnis canis latrat: nullus canis latrat. Omnis
homo currit, nullum ronale currit. “Omnis homo
eft alal nullus homo eft alaU Prima identitas non sufficit
adeontrarietatem, ideo dicitur in definitione, acceptis
univoce, conftat aut q* canis eft
ter. aequiuocus, fecunda aut fufficit ad contrarietatem virtuale
leu aequiualente, sed no ad formalem, tertia vero
sufficit ad contratietate proprie diCta & formale, unde licet
iftx duae, omnis homo currit, nullu rationale currit, fint
cotrariae uir rualiter eo q secudum significatum homo et
rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formalitcr non
participat E ii utroqj termino secundum uoccm et secundum significatu.
Tertio dicitur aeque ample &aeque ftrufie acccptis. Dcfe* du huius apud
multos iflae dux non sunt contrarix. Omnis homo est animal, nullus homo est
animal, quoniam in prima poteft teneri tam pro mafculis quam pro fccminis,in
secunda solum pro masculis. Tu tn aduerte, quod secundum usum i
utracp accipi confucuit pro mafculis ideo
acceptantur:ut ue rz contrariZj Item defedu
huius iflae dux non lunt contra riae.
Omnis homo cft albus, nullus homo fuit
albus, quia in prima reftringitur adprxfentcs ,
in secunda autem ampliatur ad przfentcs uel prxreritos. Scd
pronunc fuftinc, donec pertrademus de ampliationibus & appellationibus. Tu
tn aduerte, quod prxdldx non sunt contrariae non solum ronc di da, sed quia
copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima eft ly eft,
in fecunda cft ly fuit. Unde in definitione
intelligendum eftq' contrarix debent c(Te de
ctfdem fubicdis et prxdicatis & copulis. Hoc
de contrariis dida fint. Oppofitio contradidoria est inter eas,
quarum una cft viis affirmatiua, altera
particularis negativa , ut “Omnis homo est animal”, “Quidam
homo non est animal”, uei altera cft vfis
negatiua, & altera particularis affirmatiua, ut “Nullus homo currit”, “Quidam
homo currit”, dccifdcm fubicdis &pdicatis & copulis,
uniuocc & zque ample, & xque ftride acceptis.
Omnia debent intclligi ficut expofitum eft
dc contrariis. Ut autem habeas
maiorem noticiamdc contradidione aduerte ex
dodrina Ariftotclis, quatuor condidioncs requirit, & defedu
cuiullibct carum enitatur contradidoria oppofitio. Prima eft q» fit affirmatio
eiufdem de eodem &
negatio, dummodo fumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates
currit”, “Socrates non currit”. Defedu cuius ifta apud logicu non sunt
contradidoria formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte
rei. “Cicero currit”, “Marcus non currit”, pofito enim q» fint sinonima ex
parte significati quia ide homo didus est Marcus et
Cicero, tame diftinguuntur voce icas isb
ffffi futc: ctu OOP* uiJ'
ipl> lo« Taa jnci u$
yra (Tei. t& il* ra^
jsi» iC30 is. io» srt- t& itio, Sa ? t<p
,cof jii UOC *f sive termino, qm duo fune
termini, Marcus et Cicero, ideo non funt
contradictoria formaliterfcd xquipolleter. Aequipollenter quidem,
qm idem indiuiduum intclligitur per Marcum et CICERONEM,
formaliter autem non, qm logicus obseruat
oppofitionem de virtute sermonis, philosophus aute qui est
artifex rcalis, dc uirtute rei & fignificati.
Vnde apud phyficum ifta contradicunt. Materia prima est
ens in potentia. Primum fubic Ctum non eft ens
in potentia. Pro eodem enim accipit
materiam primam & primum subiectum. Secunda est
q duae propofitioncs contradictoriae referantur ad
idem ut fecundum idem, & propter huius
defeflum, illae no contradicunt, “Ethiops est albus” detes. “Ethiops
non est albus” pedes, non enim sit praedicatio secundum
eandem partem» Tertia est. Quod teneatur fimilirer,
ideo ifte dux non contradicunt, nullum animal est
genus, animal est genus. Nam In negatiua stat animal pro
suppositis, in affirmativa stat p natura communi.
Sed id non intelliges donec in traCta.
suppositionum exercitatus fueris, ideo fuftine. Quarta eft quod referantur
ad idem tempus. Et defeCtu huius, iftx dux non contradicunt, fortes uenit
hodie, fortes no ucnit heri. Et aduerte quod omnes iftx conditiones
exprimuntur in diffinitione contradictionis, quae extrahitur ex doctrina
Ariftotelisprxcipuc in quarto metaphyficae, & eft hxc. Contradictio eft
affirmatio et negatio, id eft propofitio affirmatiua et negativa eiusdem
prxdicari de eodem subieCto, ad idem secundum
idem, fimiliter et pro eodem tempore Hxc de contradiCtoriis diCta fint.
Oppofitio subcontraria eft inter eas, quarum una eft particularis affirmatiua
vel indefinita, altera autem est particularis negatiua vel indefinita de eisdem
prsrdicatis et subiectis et copulis uniuocc acceptis, &
eodem modo supponentibus. Primo dicitur propofitio
affirmatiua negatiua particularesaut indefinitx, ut excludamus duas
singulars. Nam Illxfunt contradictorix secundum rem et significatum
licec. Eiii TRACTATVS tertivs non in figura, quoniam in figura uc
declarabitur tibi infra. oportet unam c(Tc uniuerfalem affirmativam vel
negativan alteram autc particularem affirmativam uel negativam ut patebit in
figuris quas in ira deferibemus. Quare autem duae singulares non sunt
subcontrariae ratio est haec, quia due subcontrariz poliunt ede fimul verae, ut
quidam homo currit, quidam homo non currit. Due autem singulares non poliunt
ede simul uerae nec fimul falfz, sed una vera et altera falsa in omni materia,
uc fi hzc est vera fortes non est afsnus, hoc neccesario est falsa Socrates est
ansinus. Ergo sunt contradictori. Secundo dr de cildcm subieftis &c.
inrclligendum est eodem modo sicut diftum eft in oppofitionc contraria.
Tertio dicitur univoc e tentis, defectu cuiu» iftz no fune
subcontrariz. Quoddam sanum est animal. Quoddam fa- num non
est animal. Quarto dicitur eodem modo supponentibus, dcfeftu cuius iftz,
non sunt subcontrariz homo est species, homo non est species, nam in prima homo
supponit pro natura communi, in secunda pro natura partita in
suppositis. Sic quide dicimus pro nunc. In trac. autem suppolitionum manifefta bimus quomodo ifta non eft indefinita
homo eft fpecies, sed singularis, &
ideo manifeftius tibi erit, <y no sunt subcontra riz, non
solum quia non supponit homo in prima et secunda eodem modo, sed quoniam sunt
singulares quas ncccdc est ut diximus c(Tc oppofitas contradictori
secundum rem et s significatum. Oppositio subalrerna est inter eas,
quarum una est vflis affirmariua et altera particularis aut indefinita aut
singularis affirmativa. Vel una est viis negatiua et altera est
parti «auc inde. aut fingularis negativa de
cifdem fubie&is & przdicatis 8c copulis
&c. ut dictum est in aliis
oppofirionibus. Hic Hto sunt declaranda, primo
quare dicuntur siibalrerne, fecudo quare du singulares aftirmativa
et negativa fune liibalternz & non fubcontrariz.
Ad prim Utn dicitunt ideo uniuerfalis affir. &
particularis affirma tiua dicuntur fubalternzquia una
fub altera ponimr.i4 particu. rub uniucrfali.Vndc univerfalis fe habet, ut an$ particu
ut pns. Nam bene fcquitur. Omnis homo est animal; ergo, quidam homo est animal,
et homo est animal, 8t ifte homo cft animal,
ut tibi manifeftum erit in suppofitioni bus.
Non autem fcquicur cconuerfo, quia ab
inferiori diftributiuc ad fuperius affir. non
valet consequentia, non enim sequitur, aliquis homo est
stultus ergo omnis homo esst tultus. Et aduerte ficut
dicuntur rubaltcrnae per rcfpedum suppositionibus, quem habet
particulares ad universales, fic dici pollent fuperaltcrnx, pcr relpe&um
super pofitionis, que habet uniuerfales ad particulares. Sed primis
placuit fic denominare ab infcrioribus, quorum eft subiici et supponi
superioribus. Ad secundum dicitor q? ideo dux fingu. affir. &ncg. fune
fubalternx qm sicut valet consequentia abuniuerfali affir,
uclnega. ad particu. & inde affir. & nega. fic
valet ad singu. Affir .& nega. Nam fi
hxc consequentia valet ols homo currit, ergo
aliquis homo, et homo currit, sic ualet, ergo
ifte & ifte currit, quoniam, ut
declarabitur tibi in trac. suppofitionum, signum univerfale
affirmativum (negativu diftribuit terminum immediate sequentem et licet defccndere ad fua
singularia diuifiuc. Sed pro nunc fuftine ne confundaris,
do nec habebis de luppofitionibus notitiam.
Et ideo funt fubal ternx ficut particu.&
indcfi.Non autem sunt subcontrari ratione iam difta,
quoniam subcontraries contingitellc simul veras, dux autem singularis negativa
et affirmatiua, in omni materia ita fe habent y fi una est vera altera est
falli, & non poliunt efie fimul uerxncc simul falfx, & ideo, ut dt
ximus non fiint fubcontrarix cd contradiflorix. Constae
Igitur tibi quo propofitiones categoricx
participantes utro que termino & eodem
ordine, conftituunt quatuor geifepa oppofitionum. Et
quoniam possunt formari in materia natu rali
& remota & cotingenti, idco figurabimus tibi
tres figuras. Prima erit de opposicis in materia naturali,
secunda de oppositisin marcria remota, tertia
de oppoficis in materia contingenti, ut patet infra.
LOGICAE compendium. Peripatetica ordinatum per Reuerendum Magistrum
Chiifoftornum Iauellutn . anapicium ordimsprxdica, nunc tandem 8C d'U“°P“Pro'
ditin lucem» A Continet aute undecim tractatus uidelicet* Primus eft de
prarcognofcendis. Secundus de patribus propofitionis. Terrius de propofirione.
Quartus de quinque uniuerfalibus. Quintus de praedicamentis. Sextus dc syllogismis
formalibus. Seprimus de fuppofirionibus. c OcAta^unuKs ampliationibus &
V’-> V V^lArii* « ' * Jj; ii .I' d appdlationibusJ IN/onus dc conicquentiis.
Dccirnus dc probationibus terminorum. Vndeamusde syllogifinodacmonfitrraarniuo,
in quo quo continetur Aristotelis docrina in lib. poster. QjiaE Gmma recenti
hac noftra editione uiligentifsime, expolita fiint, atque elaborata*Grice: “For
all their subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about
formulation. Consider Javelli: the dog barks, anger is represented, ‘canis latrat
raepresentatur ira, gemitus infirums raepresentatur dolor. No care is taken to
represent the proper signification. It is still the ‘anima’ if the vegetative
one, it is still the dog’s spirit. If the dog barks, he means that he is angry.
If the infirm moans he means he is in pain, and so on.” Grice: “Javelli is one
of the most careful Italian philosophers. He had a fascination for two little
tracts by Aristotle towards which I also felt an attraction: De Interpretatione
and Categories. His comments on De Interpretatione are brilliant in that he
reduces all to ‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents
‘dolor’. The dog that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the
natural kind – and rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ –
vox – here it is vox signifying that p or q naturaliter. (my example of
groaning of pain). From there he jumps to the institutional meaning, ad
placitum, ex decreto et authoritate – e consuetudine, -- a system which
superseds the previous one. Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli. Giavelli.
Javelli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Javelli” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Jerocades: l’implicatura
conversazionale della filosofia della massoneria – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Parghelia).
Filosofo italiano. Grice: “I would consider Jerocades more of a poet than a
philosopher, but then he was a priest and a Mason!” Essential Italian philosopher.
Scrisse il saggio “Dell'umano sapere”, di stampo illuministico, che verrà
successivamente pubblicato a Napoli, e “La partenza delle Muse”, edito na
Messina. Si trasferì a Napoli. Dietro
raccomandazione di Genovesi, col quale era entrato in corrispondenza, venne
assunto al "Collegio Tuziano" di Sora come maestro d' “ideologia”. Frequenta
gli ambienti massonici. Secondo il clero sorano, tuttavia, quelle opere non si
attagliavano ai giovani del collegio, tant'è che prima della rappresentazione
di “Il ritorno di Ulisse” -- che conteneva alcuni intermezzi ridicoli e di
stampo anticlericale, in particolare il Pulcinella da Quacquero, il vescovo emise
un editto di censura: ne seguì un processo per eresia e sedizione, con la
reclusione di Jerocades nel carcere vescovile. Scarcerato dopo sette mesi, lasciò
Sora per tornare a Napoli, dove divenne popolare come poeta improvvisatore. Fu
in Calabria: qui si dedicò alla composizione delle raccolte Quaresimale poetico
e La lira focense, testimonianza di un «illuminismo massonico». Insegna a
Napoli. Fonda la Società Patriottica Napoletana, coagulo dei principali
esponenti del giacobinismo e dell'antigiurisdizionalismo partenopeo (ovvero che
miravano a costituire una repubblica), cosa che determinò la sua incarcerazione
a Castel dell'Ovo e il processo per apostasia, ma riebbe presto la libertà,
avendo deciso di ritrattare. Anche per il conflitto interiore causato da una
siffatta scelta, sostenne attivamente le idee rivoluzionarie, che però, in
seguito alla breve esperienza della Repubblica Napoletana, gli costarono
nuovamente il carcere, e quindi l'esilio a Marsiglia. Ritornato a Napoli razie
all'amnistia prevista dalla pace di Firenze compose l'elogio di suo padre e di
suo fratello, motivo che indusse a farlo rinchiudere nel convento dei Liguorini
di Tropea. Saggi: “Esercizii spirituali in compendio ossia il filosofo in
solitudine” Napoli); “Il Paolo, o sia l'umanità liberata poema” (Napoli: presso
Giuseppe Maria Porcelli, Inni di Orfeo esposti in versi volgari, Napoli, La
gigantomachia, ovvero La disfatta de' giganti, Napoli: La lira focense, Napoli:
si vende da Gennaro Fonzo, strada Forcella, Olinto e Sofronia, dedic. Orazione
per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio, Napoli, Orazione recitata
ne' funerali solenni di Marcello Accorinti morto in Messina nel terremoto.
Napoli, Fedro, “Esopo alla moda, ovvero delle favole di Fedro, Parafrasi
Italiana” (Napoli: Porsile, Orazio); “Le odi di Orazi esposte in versi volgari”
(Napoli); “Le odi di Pindaro tradotte ed esposte in versi volgari” (Napoli: Russo);
Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, D. Martuscelli, Gervasi,
Napoli B. Croce, La rivoluzione napoletana Biografie, storie, racconti,
Laterza, Bari L. Alonzi, Il giacobinismo
napoletano, in Idem, Il Vescovo-prefetto. La diocesi di Sora nel periodo
napoleonico, Sora, A. Piromalli, Illuminismo massonico, La letteratura
calabrese, I, Pellegrino editore, Cosenza,
B. Croce, D. Ambrasi, Il clero a Napoli tra rivoluzione e reazione, in A.
Cestaro A. Lerra, Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l'età giacobina e il
Decennio francese, Atti del Convegno, Maratea, I, Venosa, Croce, La rivoluzione
napoletana, Biografie, Racconti, Ricerche, Bari, Laterza, Saggio dell'umano
sapere, D. Scafoglio, Vibo Valentia, Sistema Bibliotecario Vibonese,A.
Jerocades, La lira focenseː un abate poeta in loggia, A. Piromalli e G.
Bravetti, Foggia, Bastogi. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. 1. T) Indaro , figliuolo
di Diifanto,e di Mirto, J» nacque in Tebe , città capitale della Beozia. Mono
il padre , eh’ era sonator di tibie , la ma- dre , eh’ era ancor sonatrice
sposò Scopelino , e , quindi , dopo la morte di lui , sposò Pagonida , ambi
professori di musica. Di qui è,ché al no- stro Poeta si danno tre padri , de'
quali due nel vero sono patrigni . Or questa sua sorte fece la sua virtù;
imperciocché nacque, visse, e morì tra le Muse, le quali a quel t&mpo erano
e ric- che, e nobili ,ed onorate. I suoi primi studj fu- rono la musica, e la
poesia, che apprese da Laso Ermìoneo, e che peifezionò sotto Simonide , ed
Eschilo i quali' fiorivano in quella età. Indi , , dato l'animo allo studio
delle scienze, seguì la , tutta la sua v»ta al modello della pietà . Tra gii
altri numi venerava spezialmente Pane, Rea, e Febo e siccome la sua casetta era
vicina al tempio ; , propagata per la Beozia , e non la scuola Italica J mica ;
onde fu scolare di Pittagora , e non di Talete. La sua dottrina dunque divenne
sacra, e tnis ica in modo , che pieno di queste idee, formò di Rea , egli era o
uno de' sacerdoti , o almeno il compagno e il partecipe de' sacri misteri. , a.
La sua dotta e saggia pietà fu P ornaménto, e'1 retaggio della sua industre e
faticosa famiglia. Imperciocché , ricevuti da Timossena , sua consor- te , un
maschio , chiamato Diofanto', e due fem- mine, per nome Protomache , e Polimeri
trasfu- , se col sangue la sua virtù per modo ne’ figli che gli mandava il
giorno e la notte al tempio dej padre, e della madre de’ numi. La sua casetr A9
me • #- , §a medesima era un tempietto dtvoto, in cui con vi- cenda soave si
passava dai coro alla mensa , e dalla cetra atta tazza , cioè dal travaglio al
riposo, e dal - ripeso al travaglio. Non senza ragione gli Spartani prima, e
qnndi i Macedoni, liberarono dall'in- cendio comune l'albergo di lui riguardato
qual ,, saero asilo delle Muse , e di Febo . Di fatti la faina di Pindaro era
sparsa per tutta la Grecia , e al di là della Europa; già che Serse nella sua famosa
spedizione n' ebbe ancor del rispetto , co- me dipoi n’ ebbe Alessandro gloria
del re della Persia» 3. Or qual si fu la vita civile di Pindaro? Ap* plicato
alla poesia , e alla musica , non cantava , che numi , ed eroi . L'antichità
vide e lodò i suoi carmi , Inni , Ditirambi , Treni , Peani , ed altri Lirici,e
Melici componimenti, rapportati da Sm- ela , che non vinsero la forza vorace
dell' igno- ranza, dell'invidia, e del tempo, e de' quali so- lo si mostrano
alcuni frammenti, da Stefano va- riamente, e con diligenza raccolti , Restano
dunque eli lui quattro libri de’ Vincitori Olitnpj , Pizj , Ne- mei , ed
istmici , de' quali Aristofane . grammatico di gran nome , ne fece una raccolta
, ordinata a suo modo, e chiamata Periodo. Ed egli è qui da notarsi , che tra
le opere di Esiodo si è serbata la Teogonia , e si è perduta 1’ Erogonia ; ma
tra quellf di Pindaro al contrario si sono serbati gl' Inni degli Eroi , e gl*
Inni degli Dei si sono perdu- ti . Queste opere f.inno la vita del nostro
Poeta, siccome le guerre, e i viaggi fanno la vita d’A- chille^ d' Uhsse. Ma
benché Pindaro per forma- re i suoi carmi divini dovea menar i giorni nella
pace , nel silenzio , e nell’ozio, e vivere con se stesso , col mondo , e co’
numi ; non potea di- spensarsi dal viaggio > e dal cvmraercio co’ Prmci- ,1
, quasi emulando la Dìgitized by Google 5 pi del suo tempo, e dal
conoscimento di varj po- poli , e di varj costumi senza i quali so'corsi ; non
si può essere, nè si può fare il Poeta. Ol- tre il viaggio di rutto e quanto il
mediterra- neo (eh* eia il viaggio alla moda in quel secolo) e’ vide Coma ,
Siracusa , e Cirene , e familiarmen- te u ò de’ Re e con confidenza trattò
nelle Corti. , Nelle giostre festive fu più volte e spettatore, e spettacolo ,
e sceso al paragone con Corinna , pian- se la v.irtù della Musa vinta dalla
beltà del- la Musa. In mezzo all’ armonia dunque il Teba- no cantore visse la
sua vita dividendo le ore fra , lo s'adio,ei! teatro, le due scuole dell’antica
vir- tù : e così finalmente morì , cadendo nelle brac- cia di Teosseno
giovanetto di Tenedo, dopo , avere ascoltato con sommo piacere una festa
teatra- le, ed armonica. N.ito nell' Olirne. 65. morì nell’ Olimp.36. di anni
84.,bìochè altri narrino altri- menti e la vita, e la morte di lui. La vita de*
saggi , sempre disputata , non è il corso di peri- gliose avventure gravi di
speciosi e nobili avve- 1 nimenti. Ella si legge ne loro libri , e tutti i qua-
dri d’ un Poeta formano il quadro di lui . E qui si offre il nome eh’ e' diede
a’ suoi carmi di qua- , dri . E’ chiamò ogni sua Canzone siSog, immagi- ne ,
simulacro , o per la varia sorte de’ versi Li- tici ; o perchè tal è la poesia,
cioè pittura, e ri- tratto o perchè siccome ad ogni vincitore si al- $, zava
una statua col nome dell'eroe, della pa- tria, e del giuoco $ e’ gliene voleva
alzar un’altra di versi , di quella più perenne ed eterna . E' fece u- so del
dialetto Dorico che più confassi con lo sti- , le sublime. Ma quello, che più
distingue Pinda- ro dag i altri Poeti si è P uso smoderato degli , Episodj
imitato non sempre felicemente , da ,, {'lacco .Lo stile delle sue poesie à
Lirico-tragico, A3 e tal % e tal volta Lirico-comico; imperciocché ,
siccome in Omero ci ha favole, e favolette , co>l in Pindaro ci ha canzoni,
e canzonette. Per questa ragione nel tradurle , ed esporle si è tenuta una
maniera diversa, secondo che oggi è fuso d’ Europa. Di fatti oggi in Europa è
in pregio solamente la poe- sia , e la musica Lirica , e questa è o tragica
detta altrimenti Pindarica , e Alcaica ; o comica , altrimenti detta
Anacreontica, e Saffica. Ne' tea- tri si unisce l'uno e l’altro stile Lirico ,
onde so- no i recitativi, come si dicono, e le arie. Ma l’Epica, e la
Drammatica , tanto tragica quanto , comica , è poesia disgiunta oggidì dalla
musica , ed *’sì deono rispettare le superbe vicende del seco- li . Ecco la
ragione, onde ho tradotte ed espo- ste le Odi di Pindaro all' uso del Guidi ; e
tal volta , ma di raro , all’ uso delle cantate da sce- na. Nèmisi
parlidistrofe, d'antistrofe, ed’ epodo ? di ternioni quaternioni , e
quinternioni ,j che oggi sono più che vecchie monete . Chi ha voluto tener le
usanze antiche , si ha dato una legge importuna, che poi ha dovuto pagare col
prezzo di tante gloriose fatiche. Chi non esalta il merito di Adimari , e
Gauter ? E pochi sono , che apprezzano le loro Erculee imprese ; e spesso hanno
errato per necessità di consiglio . Or la- sciando a tutti e traduttori , e
cementatori di Pindaro la gloria immortale del nome; io ho ardito d’
incominciare ad uso mio questo faticoso lavoro, e ho ardito ancor di compirlo a
mio mo- do. Se questa è una lode , io la confesso ; poiché mi è grato un onore,
che mi venga dal merito. Sog- giungo ancora d'aver letta, a quest’ uopo ,
Plutar- co , Eliano , Pausania , Clemente , Stobeo , Euse- bio Quintiliano,
Orazio, fra gli antichi ; Suida, , GiraJdi , Motóri , ">• Baile ,
Fabbiicio , Schmid io , A\ Be, , 6 Digitized by Google 1 Pindaro,
il quale, quando è gustato, è conosciu- to • |o confesso ancora di aver vinto
la causa , di cui la questione si fu: Se gl’inni Cristiani so- no da più , o da
meno, degl* Inni Pagani ? Io proposi, son già molti anni passati, che sono da
più ; e per dimostrarne l'assunto col fatto, tra- dussi ed esposi gl’inni
Cristiani , e gl'inni Paga- ni, e lasciai la causa alla fede, e alla ragione
de* - giudici. Pubblicati gl’inni d’ Orfeo e di altri e ,, quindi le Odi d’
Orazio, non restavano, che gli Inni di Pindaro al compimento dell’opera. Ecco
la iuta fede legata già sciolta. Chi legge , se ha sénno vegga e conosca la 4;
,, verità . A non voler dir altro , basta il dire che , negl'inni Pagani o
manca la persona, o rrnnca il soggetto, eh’ è la virtù., E se dicesi, che ap-
presso i Pagani tal era la persona reale , e tale il soggetto dell* inno; io
dico che cangiate le idee, , dubbiamo venerare le nostre. Ma le Liturgie, per
una sorte comune sono ignorate da chi le , adora, e conosciute da chi le
disprezza. Quindi è , che questa causa spetta al giudi ciò de’ posteri come
accenna nella Od. i. Olimp. il nostro poe- ta. Nel resto non può negarsi,
essere oscura e confusa 1 antichità, e chiara e distinta h nostra età, in cui
quel che si legge, si vede, e quel che si vede , s’ intende . Per me m’inebbrio
di gioja quando canto nel coro un inno de' nostri; e. nel cantare un inno
Pagano , sia superbo e pomposo, non mi sento nel petto un senso di dolce pietà.
£ non abbiamo noi i nostri agonistì, i campio- ni» -gli atleti r , gli atlanti,
gli aicidi di Cristo? Altro che kcorsa f , e Ja lotta, sono le virtù del- Benedetti,
Aditimi, Stefano, Gaìitefj ed altri fra i moderni e di averne tratto profitto
ma , di. aver sempre apprezzato sovra di tutti lo stesso la Chiesa . Si
legga solo F inno di Venanzio gio- , vanetto, e santo deli’ Umbria, e si vegga,
quai sono in vero gii eroi. E’ non vi ha dubbio, che iti Pindaro vi sono le più
belle sentenze e mo- , lali, e politiche che il suo stile spesso è orien- ;
tale, come lo stile liturgico di Asaflfo, d' Orfeo d’Omero, e di Ossian; ma
queste bellezze, che di rodo si ammirano ne' poeti Pagani, ne’ nostri sono e
profuse, e neglette. 5. Mi resta a dir due parole su i Giuochi, che formano F
argomento dell’ opera • I Giuochi , dette ancora feste giostre certami agojii ,
con- (,,, trasti ) erano o ginnici , o musici . I musici eran prode del conto,
del suono, della poesia, della storia, e della eloquenza; e tal volta erano
dispu- te circolari da scuoia. Questi si davano d' ordina- rio neU’Odèo, nel
Musèo, nel Licèo, nel Teatrone di rado assai nello Stadio, infra il romor delia
turba, il vincitore avea la corona, la sta- tua, e il soldo pubblico,e forse
Finno della vit- toria. Mi questi giuochi non eran molto famosi. I Giuochi
ginnici erano o sacri , o profani . £ profanieranolascherma,ei!
bersaglio,edaltri, destinati col tempo alle pene de’ rei., I sacri &
solenni eran cinque, la corsa , la lotta, la pugna , la danza , la palla ,
detti in generale Pentatlo da' Greci , da* Latini Qoinquerzio , e tal volta
Pan- crazio , benché il Pancrazio comprendea solamene te;la pugna, e la lotta* La
corsa era a piedi, a nudo', o armato a cavallo , o frenato , o senza ; freno ;
e col carro , tirato da due.> o da quattro cavalli £ Il premio della ,virtù
eia kt stessa virtù; o pure una corona di olivo f di lauro , d’ apio , di rame
, o di ferro ; una statua col nome so»* della patria, del giuoco; e un inno di
lode, ond’ era accom- pagnato* litornapdo' in trionfo, alia patria* 11
Digitized by , 1 luogo di questi Giuochi era lo Stadio , in tre
par-* t» diviso, e distinto con tre colonnette. Vi prese* devanoi pubblicimagistrati
cometestimoni egiu- ,, dici delle contese. Tali feste, instituite da Ercole, da
Pelope , da Enomao da Ifito e p;ù volte tralasciare , e più volte riprese si
celebravano , nel principio d' ogni cinque anni piade non era diversa dal Lustro,
che fu la gran festa degli antichi Romani. Questa città, eh’ è stata sempre la
madre degl randó altre insegne e divise , onde vivano ignoti al mondo, e noti
solo a se stessi. Vivi fra * morti , e mprti fra i vivi , passano in pace la
vira e fanno il lor nome risonare nel silenzio , della virtù. Fra molti, che io
venero, ha luogo Gaetano Ancora Napoletano giovane d’ alti ta- ,, lenti , e di
aurei costumi . E’ rubando agli alti , affari politici, e al vigor giovanile, e
alle ombre notturne poche ore del tempo le consacra a quel ,, profondo studio ,
che da' primi anni coltivò , d* una maschia e robusta Letteratura, Ebrea Greca,
, e Latina , e va di quando in quando esponendo una parte di quella Sapienza
vera, che nel tesoro delia età vetusta si serba come un sacro depost- , ,,
<5. Molte, e varie notizie si sono d'america vate 11 da Pausania , da Natale
de Conti , e da saggi scrittori delle Greche antichità , Ma disperando di
poterne qui dare un Saggio compiuto che ser- , visse di scorta alla legione di
Pindaro, ho prega- to il mio doke amico, e maestro Gaetano Anco- ra y il quale,
tra le gravi cure della Corte, cori va . con applauso universale i più severi
studj della Letteratura, oggimai quasi moribonda e spirante.- 1 ingegni , e la
scuola di tutte le Muse non ar- , 1 disce più di onorare il nome de suoi gran
figli col titolo di saggi e di dotti e va lor proccu- ,, , onde T Olim-
JO to della umani , e divina ragione . Quindi la Repubblica delle lettere gode
di tante dissertazioni dilui, chesonodiraro, diutile, edifestivo argomento , e
che raccolte si daranno a. suo tem- po al'a luce. Or egli piegandosi
gentilmente al- , le mie premurose preghiere, ha scritto un Saggio tu i Giuochi
solenni di Grecia, il quale, stampa- to alla fine del libro la erudizione
comune , serve al- e al rischiaramento delle ©ni di Pindaro. Perciò son io
contento delle mie fatiche , le quali con questo lume compariranno , come spero
, meno oscure , e meno importune $ e la Musa Dircèa sarà più sacra, e più
venerata. A vero dire non deve un Poeta ri sublime , e sì sacro , come colui ,
che canta da eroe le virtù degli eroi giacersi nell' ingrato obblìo d' una fa-
, cile indifferenza , o d' una criminosa ignoranza? eseiohofattosì, cheil
suonomesiatranoi p ù conosciuto , ed imitato almeno nelle sentenze, se non si
può-nello stile, ^Sublimi feriam sidera Tropea. Palazzo Sant'Anna.
odierna sede del Municipio ed ex Collegio dei Gesuiti. Jerocades visse da filosofo
inquieto una esistenza drammatica. Pur affascinato dalle idee di libertà di cui
si è fatto assertore e promotore, non smise mai di produrre opere di natura
religiosa e devozionale, anche pervase di amore e tenerezza, soprattutto verso
la Vergine Maria. E' un ecclesiastico che non sovrappone il livello della
politica a quello della fede, ma tenta piuttosto un equilibrio che apparirà
fortemente precario e non convincerà nè il potere politico nè il potere
religioso. Dall'una e dall'altra parte fu perseguitato per tutta la vita,
tuttavia non sconfessò mai la sua fede cristiana, nè resistette fermamente al
tiranno fino alla morte. Quest'uomo che le istituzioni hanno più volte
punito secondo i loro statuti con il carcere e con l'esilio fu un 'uomo
contro', ma non aveva la vocazione al martirio. Io mi fermerò a
considerare l'ultima prigionia dell'abate Jerocades. Fu la conclusione di una
vita oltremodo inquieta. A Tropea, nel collegio dei Padri Redentoristi, il 19
novembre 1803, non si chiudeva solamente una vita, si spegneva il tentativo di
conciliazione di un credente massone e giacobino con il mondo moderno. UNA VITA
ESAUSTA L'abate Jerocades non aveva la vocazione al martirio e tuttavia
la sua vita inquieta è stata vissuta nella lotta, una opposizione ideologica
contro i potenti e una tuonante avversione al mondo clericale. Il terremoto
del Capo, questa operetta indiavolata, come la definisce Tigani Sava, ci dà la
misura di quanti fossero i suoi nemici, ma anche di quanto egli sapesse usare
la lingua e la parola per colpire, offendere, insultare. La parola fu la
grande arma che Jerocades usò per illuminare le menti, per eccitare i cuori,
per aggredire chi lo contrastava, per lottare i suoi numerosi nemici.
Dotato di grande facilità di parola, scriveva e verseggiava con facilità e
spesso dava alle stampe i suoi scritti senza rileggerli. L'ultima
prigionia a Tropea, nella casa dei Redentoristi, fa pensare a Daniele nella
fossa dei leoni. Ma l'accostamento biblico ci richiama anche altri protagonisti
calabresi di utopie religiose e politiche: penso a Fiore, a Campanella, profeti
perseguitati per i loro sogni di libertà. Con uno spessore certamente diverso,
ma con un'ansia di fondo che ha una matrice comune nella natura rivoluzionaria
del cristianesimo. Credo sia opportuna una riflessione sulla condizione
ecclesiastica di Antonio Jerocades e sulla sua formazione, perchè ci consente
di cogliere elementi di approfondimento in lui come anche nelle figure più
rilevanti del giansenismo, del protestantesimo, del giacobinismo, della
massoneria: tutti più o meno di provenienza culturale e ambientale non solo
cattolica, ma specificamente ecclesiastica (si pensi a Salvi, Aracri, Serrao,
Padula, Angherà, Nudi o altri meno noti). Il valore culturale, etico,
sociale di queste personalità e della loro opera in Calabria e fuori, osserva
Mariotti, e stato messo in rilievo da studi seri ed accurati, "che
tuttavia non sempre superano del tutto la tendenza ad interpretare
illuministicamente l'aspetto contestativo soprattutto in chiave di apertura
alle novità, al progresso contro l'ignoranza, l'arretratezza, il bigottismo
degli am bienti ecclesiastici. Pare sia più maturo un ripensamento, almeno
su alcune complesse personalità: anche per capire meglio il dramma umano,
religioso, morale di questi uomini, spesso condizionati dal disagio di una
vocazione non autentica, talora esasperati da situazioni realmente invivibili;
e per cogliere, al di qua dell'asprezza delle manifestazioni, la radice
autenticamente cristiana e cattolica di certe esigenze e critiche, nello
spirito in cui oggi leggiamo e accettiamo i rilievi al loro tempo sospetti, di
Muratori sulla Regolata devozione dei cristiani, di SERBATTI su Le cinque
piaghe della chiesa." Penso che, leggendo l'ancora inedita Orazione
per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio nell'Università di Napoli,
detta da Antonio Jerocades, questa riflessione si riveli quanto mai opportuna.
Egli, rievocando gli anni della giovinezza, ricorda: "... Nato in un
ignoto villaggio dell'estrema Calabria da parenti oscurissimi, applicati alla
pesca, alla navigazione, al commercio, respirai le prime aure di vita, tra i
remi e le reti, nè mi sentia fremer d'intorno di altro il linguaggio che del
dolore, dell'opera, della fatica, i tre compagni primieri de' dolenti, operosi
e travagliati mortali, nè di altre immagini la mia mente bambina poteva
ricolmarsi giammai, che di povertà libera e di libertà bisognosa... piacque a
mio padre di ascrivermi tra l'ordine clericale e gà cominciai pur io, e ben per
tempo, a menar la vita tra i Salmi e gli Inni, imparando, ed insegnando ogni
giorno le Christiane dottrine... Chiuso il Seminario vidi e conobbi i primi
elementi dell'umano e divino sapere, e mosso dalla fama del Martorelli e del
Genovesi venni a Napoli ad ammirare quei due valenti e in filologia e in
filosofia, e con essi loro mi strinsi in familiare e soave
amicizia." E' altrettanto importante annotare che la preoccupazione
per il seminario rappresenta per i vescovi calabresi nella seconda metà del
'700 la volenterosa disponibilità di attuare una delle poche veramente
innovative prescrizioni tridentine. Ma in realtà molti seminari furono semplici
convitti, che potevano influire su una percentuale ristretta del clero, in
quanto spesso surrogavano i collegi per i laici, mentre i chierici in genere
erano formati con un'infarinatura di morale e di cerimonie dai parroci di
campagna. Una circolare del 3.XI.1802 per la diocesi di Tropea ritiene validi
10 giorni di ritiro come preparazione all'ordinazione sacerdotale di coloro che
erano stati presentati dai parroci. Si trattava di una preparazione intensiva,
che era tutto ed era poco! Il clero che proveniva dai seminari invece si
qualificò più per gli aspetti culturali che per quelli pastorali. Per
molti lo stato ecclesiastico rappresentava soltanto una carriera ambita. In un
ambito di cristianità il prete era il notabile, circondato da uno steccato di
privilegi. La vocazione era pertanto nella linea delle pressioni sociali.
Moltissimi erano i preti al di fuori di ogni quadro pastorale: gli abati
oziosi, i preti altaristi, i pedagoghi, gli eruditi, i commercianti, i sensali,
i selvaggi, i preti coniugati, gli eremiti. I sinodi sono pieni di richiami
agli abusi di questo clero che, privo di forti ideali, dopo aver
"strapazzato" la messa e l'ufficio, si dava all'ozio, agli
spettacoli, al cicisbeismo. Del resto va notato che il Concilio di Trento
aveva obbligato i vescovi a fondare i seminari, non i candidati agli ordini ad
entrarvi. La cura animarum suprema lex era molto disattesa, pur essendo
un principio fondamentale del Tridentino che aveva posto come capisaldi della
vita diocesana le visite pastorali, i sinodi e i seminari. Ma anche i sinodi
nel '700 diventano sempre più radi: a Tropea l'ultimo sinodo celebrato è stato
di Ibanez nel 1702: nessun altro sinodo verrà celebrato nel corso del settecento
e fino al vescovo Vaccari nel 1883. La preoccupazione per il seminario
appare sempre viva e addirittura appare quasi ossessiva in un vescovo latitante
come Gerardo Gregorio Mele nella corrispondenza col suo vicario don A.
Meligrana. Questo vescovo fu l'ultimo a reggere la diocesi di Tropea prima
della sua unione con Nicotera. Durante il suo episcopato avvennero fenomeni che
hanno cambiato il corso della storia, ma egli riuscì (e non fu per nulla il
solo!) a rimanere fermamente legato alla tradizione; durante il suo episcopato
morì a Tropea Antonio Jerocades. Sugli anni compresi sembra prevalere un
grande silenzio su Jerocades nei documenti vescovili o comunque tropeani.
Mentre il Martuscelli, primo biografo del Jerocades, ci riporta con alquanta
dovizia di particolari l'ultimo periodo di vita dell'abate (cfr. Accatatis,
Uomini illustri della Calabria, Cosenza, 1877), le notizie che abbiamo di lui
dai contemporanei locali sono molto scarne e tendenziose (Vito Capialbi,
Memorie per servire alla storia della santa chiesa tropeana, Napoli, 1852;
Michele Paladini, Notizie storiche sulla città di Tropea, Catania 1930 - ed.
anastatica a cura di S. Di Bella). Quasi irreperibili nell'archivio vescovile
di Tropea. Quello che ci lascia interdetti è la mancanza di fonti 'tropeane',
degli uomini di cultura suoi contemporanei o quasi: Galluppi, ad esempio, o
Politi, o Scrugli, o Melograni... Gli archivi locali, sia quelli
ecclesiastici che quelli privati, sono molto avari di notizie. Nell'archivio
vescovile di Tropea è assente il suo nome, se si eccettua un documento di
dispensa dall'età canonica per l'ordinazione sacerdotale e di annotazioni sulla
sua assenza da Parghelia nelle visite pastorali: Visita Paù: nell'elenco
dei preti di Parghelia manca Jerocades; 17.03.1794 - Visita Monteforte:
adsunt extra patriam... D. A. Jerocadi; 09.09.1795 - Visita Monforte:
absens...: A. Jerocadi; Visita Mele: D. Antonius Jerocadi absens.
Negli archivi privati si è trovata qualche piccola traccia del suo passaggio
nell'archivio Meligrana di Parghelia: una lettera di Vito Capialbi, datata
Monteleone 8 Nov. 1837 a Don Giuseppe Meligrana ricorda che "le cose di
Jerocades [per lui trascritte] non sono che ordinarissime composizioni, ma di
un autore così celebre ogni cosuccia è buona". E più avanti ricorda ancora
di aver avuto in regalo dal nipote di Jerocades (Raffaele) "un autografo
in francese e in italiano di suo zio". Da Parghelia, attraverso don G.
Meligrana, Vito Capialbi ha avuto molti testi di Jerocades, che dice di
conservare nella sua biblioteca (Cfr. Memorie, cit.). L'archivio più
fornito dovrebbe essere quello dei Jerocades-Colace che allo stato attuale
risulta pittosto disperso, diversamente da come era stato rilevato da Tigani
Sava, relativamente alla produzione di Jerocades (Cfr. il contributo
bibliografico più completo - pur se con qualche piccola carenza - di Francesco
Tagani Sava in La Calabria dalle riforme alla restaurazione, S. E.
Meridionale. Il silenzio delle fonti tropeane del periodo che corrisponde
agli ultimi anni di vita di Jerocades sta ad indicare la sua emarginazione,
dovuta a una avversione profonda, soprattutto da parte del clero tropeano, che,
nel Terremoto del Capo, era stato oggetto di derisione e di gravi accuse di
immoralità, ma anche del mondo laico che non condivideva le idee giacobine
dell'abate, anche se alle logge massoniche da lui fondate, o che, come dice
Gaetano Cingari, certamente influenzò, a Parghelia e a Tropea, in molti avevano
dato la loro adesione. Tanto meno fanno menzione di lui gli accademici degli
Affaticati. Jerocades viene ignorato, sia perchè è scomodo, sia perchè è ostile
e pericoloso politicamente, sia infine perchè ha usato la parola come arma che
ha colpito duramente. Forse non e esagerato pensare che si aspettava il
momento giusto per presentargli il conto. LA SOLITUDINE DELLA MORTE
Il Martuscelli racconta con dovizia di particolari gli ultimi anni della vita
di Antonio Jerocades e la sua morte. "Nel 1799 fu mandato in
Francia", egli scrive: in realtà, più precisamente, fu esiliato con altri
500, mentre Colace e Mazzitelli erano stati uccisi. Il Jerocades figura tra gli
esiliati a Marsiglia per i fatti del 1799 e, nell'elenco dei condannati dalla
Suprema Giunta di Stato, si fa anche una descrizione fisica dell'abate. A
Marsiglia scrive tra l'altro l'orazione funebre per Vincenzo suo fratello. Nel
mese di agosto 1801, dopo la pace di Firenze, rientra in Italia a Civitavecchia
con la nave e da lì a Roma dove 'si ammalò mortalmente'; riavutosi andò a
Napoli e da lì giunse a Parghelia il 4 Novembre 1801. Dopo dieci mesi
(settembre 1802) "fu mandato nella casa del PP. Liguorini di Tropea, e
dissesi che ciò fu per correggerlo di quanto avea scritto nell'elogio funebre
di suo fratello Vincenzo", denunziato da Giuseppe Costanzo per vilipendio
in quanto nella detta orazione aveva parlato male del cardinale Ruffo.
L'ordine era di tenerlo segregato. E all'inizio l'abate "viveva nella
quiete", scrive il Paladini, che fu testimone oculare della sua prigionia;
il quale aggiunge che, cominciando (il Jerocades) al suo solito a satirizzare,
perdè la confidenza dei religiosi". In realtà la situazione appare
più complessa, come risulta dalla lettera di Migliaccio, successore del
Pappaona, inviata a Mele e conservata a Tropea nell'archivio Francia:
Ecc. Rev.ma con ven.ta carta del dì 21 del passato giugno V. E. Rev.ma
partecipò al mio antecessore che il sig. Preside della Provincia, col parere
del sig. Av.to F.te D. Luigi Calenda le avea scritto che il superiore di questa
casa, quante volte i medici ne conoscano la necessità, potrà far uscire a
camminare il sac. D. Antonio Jerocadi di Reale ordine qui detenuto, in
compagnia degli individui di questa Comunità. E' il detto mio antecessore
subito, con più di buon core che di considerazione, le risposte che
avrebb'eseguiti gli ordini. Ora io mi dò l'onore di rappresentarle, che essendo
nei principi del passato luglio venuto da quella di Catanzaro a governar questa
Casa, ho trovato che non si era potuto eseguire quanto di buon cuore si era
mostrato di voler eseguire; imperciocchè essendo qui una piccola Comunità, e
vivendosi, come si vive tra noi, ritirati nelle proprie stanze, ci parliamo un
poco dopo pranzo e dopo cena; e quando poi si esce un po' a camminare, ch'è un
par di volte la settimana, allora ci comunichiamo insieme i nostri sentimenti o
il nostro approfittamento nelle lettere, o nello spirito; e sarebbe anzi una
noia uscire in compagnia di persona, con cui non si ha confidenza. Ma questo è
poco. I Reali ordini rispetto al predetto sacerdote sono di non farlo uscire,
nè trattare con nessuno; e di ciò il Sig. Ud.re Perrotta ne volle firmato un
obbligo dal passato Superiore. Ormai il Sig. Preside dice: quante volte i
medici conoscano la necessità di farlo uscire, il superiore potrà permetterlo,
ma in compagnia degl'individui di casa. Resterebbe dunque a carico del
superiore la verità della cognizione dei Medici, e la necessità del Jerocadi.
Cotesta risponsabilità non si vuol'aver'affatto. Risponderà ogn'individuo della
propria condotta; ma non potrà rispondere di quella degli altri. Il superiore
passato non dovea pur firmare quell'obbligo; ch'egli non era fatto castellano
nè carceriere. La M.S. si confidava della di lui religione; ed egli, ed ogni
successore si facea un pregio di custodirlo, e di rappresentare subito ogni
trasgressione, che mai ci fossa stata. Per le quali ragioni, e per altre, che
non è necessario di esporre, non è eseguibile di farlo uscire in compagnia
degl'individui di casa. All'incontro il Jerocadi fa delle premure presso di me,
rappresentando i suoi mali, e 'l male dei mali, ch'è la sua vecchiaia, o amara
decrepitezza. Ma io non vedo altra via da poter'esser'abilitato, se non che, se
il Sig. Preside, per compassione dei mali di questo infelice, si assicuri egli
della cognizione dei medici e delle necessità del Jerocadei, e così lo abiliti
a uscire a camminare in compagnia di altro sacerdote secolare ben visto
all'E.V.Rev:ma. E pien di rispetto le bacio le sacre mani, e chiedo la paterna
benedizione. Collegio di Tropea 3 Agosto 1803 U.mo e obblg.mo
servitor vero e suddito Giacomo Migliaccio del S.mo Red.re Di
V.E.Rev.ma Mons. Mele Vescovo di Tropea "In quel soggiorno -
scrive ancora il Martuscelli - molto si indebolì la sua salute - pur nondimeno
scrisse molte cantate, sonetti, molte orazioni sacre, novene di alcuni santi,
tradusse il salterio. Finalmente logoro dai disagi e dalla improba applicazione
allo studio munito dei santi sacramenti nei sensi della vera pietà rese l'anima
a Dio... Da colà fu il suo corpo trasportato nella patria, e depositato nella
sepoltura dei sacerdoti". Muore il 19 Nov. 1803 e non il 18 nov.
1805 come scrive il Martuscelli e dopo di lui tutti gli studiosi di
Jerocades. L'atto di morte si conserva nel registro della parrocchia di
S. Demetrio di Tropea ed è stato trascritto anche in quello della parrocchia di
Parghelia. Li riporto entrambi, oltre che per precisare e definire la
data di morte, anche per farvi notare delle coincidenze e delle
differenze: Anno 1803 - Parghelia - Parrocchia di S. Andrea Apostolo
Atto di morte Rev. Sacerdos D. Antonius Jerocades, annum sextum ac
sexagesimum cum attigisset, sacramentis opportunis rite munitus, die decima
nona dicti novembris obiit Tropeae, in domo Patrum SS.mi Redemptoris; cuius
cadaver in hoc casale delatum in Eccl.ia Archipresbiterali S. Andreae Ap.li in
sepultura sacerdotum tumulatum fuit. A. arch. Taccone
TROPEA - Parrocchia di S. Demetrio - Anno 1803 Atto di morte
Sacerdos Antonius Jerocades casalis Pargheliae hujus Diocesis utriusque juris
atque sac. Theologiae Doctor. Professor publicus in Universitate Neapolis,
sexaginta quatuor fere annis natus, munitus sacramentis poenitentiae et
Eucharistiae postea subita morte peremptus, animam exspiravit, eiusque cadaver
in ecclesia archipresbiterali casalis Pargheliae tumulatum fuit.
Franciscus Antonius Grillo Vito Capialbi, precisando che Jerocades fu
sacerdote, che "dopo varie, che diresti romanzesche vicissitudini,
involuto nelle tristissime vicende dal 1793 al 1799, e fino al 1802 andonne
ramingo in Francia, ed in altri Regni d'Europa; e già era rientrato nella
patria in seguito del trattato di Firenze del 1802. Finalmente, stando nella
casa de' PP del SS. Redentore di Tropea, morissi ai 18 novembre
1805". Per concludere che "più copiose notizie di questo vasto,
e stravagante ingegno si riferiranno nelle nostre Centurie degli scrittori
calabresi". Di questo periodo della vita esausta dell'abate
Jerocades sono state dette certamente delle esagerazioni (il tetro carcere - la
cella - le punizioni - le torture... il veleno - cfr Didier), non suffragate da
alcuna documentazione, ma solo ampiando voci e dicerie, ma tante altre cose
sono state taciute. Stupisce però che il vescovo Mele, nella visita ad
limina del 1804, presenti una visione idilliaca del clero e della diocesi,
mentre nella visita pastorale del 1808 e in altri documenti conservati
nell'Archivio storico di Tropea tuoni contro la disobbedienza e
l'ingovernabilità del clero e contro l'immoralità dilagante: nessuna nota
abbiamo potuto rintracciare relativa al caso Jerocades, tranne tracce indirette
nell'Archivio Meligrana di Parghelia e la lettera del P. Migliaccio al vescovo
Mele... Nell'archivio dei PP Redentoristi della casa provinciale spero
possa essere trovato del materiale documentario che già lascia intravvedere il
P. Giuseppe Orlandi, storico dell'ordine, il quale in Specimen Historicum
CSSR-A.XLII.1994.FI "I Redentoristi napoletani tra ricoluzione e
restaurazione" dedica pagine interessanti all'abate Jerocades. Era comune
che le autorità inviassero dei condannati al soggiorno abbligato a scontare la
loro pena in qualcuna delle case della Congregazione. "Per quelle
calabresi - scrive Orlandi - si trattava di un compito assegnatogli dal
dispaccio regio del 22 marzo 1790: 'Qualora i vescovi diocesani o vicini
per correzione volessero mandare dei preti o chierici a fare gli esercisi
spirituali nelle loro case, dovranno sempre riceverli, con esigere anche per
compensare del loro incommodo quell'oblazione che non venga eccedere il tarino
al giorno, pel tempo della dimora che da quei preti o chierici si sia fatta
presso di loro' "". L'ordine reale veniva poi eseguito dai
vescoli. Pertanto i Redentoristi "si trovavano nell'impossibilità di
sottrarsi a questo forzato esercizio dell'ospitalità, che tra l'altro non era
sempre immune da rischi, come nel caso Jerocades." Nella lettera del
P. Migliaccio si afferma con forza: " Il superiore passato non dovea pure
firmare quell'obbligo, ch'egli non era fatto castellano, o
carceriero". Il Padre Giuseppe Orlandi, storico dei Redentoristi,
riporta un passo di Giuseppe Capasso (Un abate massone del secolo XVIII, Parma,
1884). "Che in questa nuova relegazione il Jerocades abbia
continuato a mostrarsi secondo i casi massone e rivoluzionario, si può facilmente
ammettere, anche perchè è certo che non cessò mai dallo scrivere ed
improvvisare al modo antico. Ma l'esilio, quantunque raddolcito dalle cure di
chi l'assisteva, diè l'ultimo crollo al suo cervello, di già a bastanza
indebolito". Naturalmente, se a Jerocades era sgradito soggiornare a
Tropea, ai Redentoristi lo era ancor più il doverlo ospitare:
"Durava da un anno quello stato di cose, quando il Ierocades ottenne di
poter passeggiare fuori clausura, accompagnato da uno di quei frati. Ma, proprio
il giorno in cui cominciava a fruire di tale concessione, intavolato col
compagno una discussione di teologia, non essendo contento delle risposte
dell'altro, passò dagli argomenti alle impertinenze, e poi "usando
dell'estro poetico", sepellì il frate sotto una valanga di contumelie.
Ricorse perfino al bastone, e buon per il frate che riuscì a
scansarlo". La lettera del padre Migliaccio sopra riportata conferma
quanto scrive il Capasso. Il padre Orlandi conclude che "invano i
Redentoristi ricorsero ripetutamente alla corte per essere liberati dalla
sgradita presenza di Jerocades che rimase a Tropea fino alla morte".
Il teologo Raffaele Paladini ci lascia una testimonianza di prima mano. Dopo un
giudizio fortemente negativo: "Fiorì soprattutto a' suoi tempi [del vescovo
Monforte] D. Antonio Jerocades di Parghelia noto nella repubblica letteraria
per talenti e cognizioni; non sempre tuttavia seppe scriver bene soprattutto
nella prosa; volle poi trovare per tutto i delirii massonici; e fu traditore
degli stessi sedotti da lui; in breve il suo stile fu imperfetto, la sua
scienza non retta, la sua morale non buona". Il teologo ci lascia questo
racconto della morte di Jerocades: "Morì ai suoi tempi [del vescovo Mele]
D. Antonio Jerocades. Questi, ritornato dalla Francia dov'era stato in
esilio dopo il 1799, fu denunziato da Giuseppe Costanzo, da Parghelia quale
autore di autore di una orazione funebre di un suo fratello, dove parlava male
del Cardinale Ruffa ricuperatore di questo regno; quindi fu chiuso dal Ministro
Pirrotta tra i Padri del Santissimo Redentore di Tropea sotto il rettore
Pappaona. Ivi sulle prime viveva nella quiete, ma, cominciando al suo
solito a satirizzare, perdé la confidenza de' religiosi. Caduto infine in
delirio malinconico, e dubitandosi di sua vita, il Vescovo delegò tre membri
del Capitolo, cioè l'Arciprete e il Penitenziere Mazzitelli e il Teologo
Paladini a ricevere la sua professione di fede. Egli, invitato a ciò, diè
segno di approvazione, come il diè in tutta la lettura di detta professione.
Richiesto a sottoscrivere, prese la penna, e scrisse le due prime lettere del
suo nome A ed n, ma poi invece di seguire a scrivere il t col resto, scrisse g.
Allora il padre Migliaccio gli rimproverò forte ch'ei volea dirsi Angelus, con
fargli altresì delle minacce per questa e per quella vita: per lo contrario il
Teologo disse: o egli in questo momento è nel delirio, ed a chi parliamo noi? o
è in retta ragione e sarebbe meglio prima indurlo al dovere con convincerlo,
con pregarlo ecc. Intanto l'ammalato proseguì la sottoscrizione col rimaner
sempre il g, ma col fare il r e tutt'altro, come gli dettarono i tre delegati.
Munito poi de' sacramenti dal Parroco, morì e fu trasportato ad essere
seppellito in Parghelia." Questo racconto ci fa intravedere quali
fossero le preoccupazioni del vescovo Mele (solo formali e... di salvare
un'anima!) e quali fossero i sentimenti del Paladini, il cui zio Gaetano
l'abate aveva fortemente fustigato e vilipeso nel Terremoto del Capo. Sul
versante laico il racconto di Charles Didier (1805-1864) in L'Italie
pittoresque, Pigoreau, Paris, 1835, appare assai ricco di anticlericalismo e di
spirito romantico: Jerocades, autore della Lira focense "fu crudelmente
perseguitato. Relagato nella sua città natale nel 1815 (sic!), ebbe per
prigione un convento in cui i monaci, razza fanatica, ritenendolo ateo e
giocobino, si resero compiacenti esecutori delle vendette reazionarie dei
Borboni di Napoli. Investiti da questo ministero poco cristiano, l'esercitarono
con una barbarie meticolosa e veramente monacale. Non vi sono torture che essi
non inflissero al carbonaro poeta: il povero prigioniero morì presto, e colui
che gridava, in uno slancio di benedizione, "Vita, dono del ciel, sei
bella, ti amo. Perchè ti so...", vide i suoi giorni spegnersi nella
prigionia oscura, silenziosa d'un chiostro fanatico e persecutore. La salma del
martire riposa a Tropea in attesa del Pantheon riparatore che riunirà in un
solo altare tutti i martiri dispersi della libertà italiana. La terra sia
loro leggera fino al giorno prossimo delle riabilitazioni!" La fonte
del Didier era certamente legata allo spirito patriottico che aveva bisogno di
creare i martiri. Questo spiega anche la data errata del 1815 e il riferimento
alla salma che riposa a Tropea mentre sappiamo che Jerocades fu seppellito a
Parghelia. Nella prefazione alla Lira Focense pubblicata a Cosenza nel
1812, Francesco Migliaccio accentua il carattere persecutorio: "fu dalle
calunnie, dalle persecuzioni e da mille disastri assalito ed oppresso. Credette
farsi schermo e difese [...] negli occulti recessi della sua patria. Ma per la
malvagità dei tempi... fu nella sua veneranda vecchiezza rinchiuso nella casa
di Missionarj di Tropea. Quivi nella indigenza, schiacciato dalla ferrea mano
che l'oprimeva chiuse i suoi giorni". A parte i comprensibili toni
romantici del Didier e di Francesco Migliaccio, l'abate Jerocades chiuse i suoi
giorni nell'abbandono e nella solitudine, senza un'ombra di affetto o di pietà.
Neppure la visita del Pepe a Tropea potè dare ristoro al vecchio poeta, che non
trovava più motivi al suo canto. La sua voce, un tempo bellissima e
ammirata, adesso era solo il lamento di un uomo finito che vedeva stroncarsi
senza rimedio il suo cocente anelito alla libertà. La morte improvvisa che lo
colse dopo aver ricevuto i sacramenti della penitenza e dell'Eucarestia ha
trovato un uomo distrutto e che nelle parole del salmo 50 da lui amato ha
trovato l'ultimo motivo per affidare alla forza della parola l'anelito del
cuore. UN DIGNITOSO CONGEDO Non fu una morte normale quella di
Jerocades: nella sua inquietudine non bastò la famiglia dei liberi muratori,
non soccorse l'avventura giacobina, diede sofferenza la chiesa alla quale
apparteneva. Nella post-fazione dedicatoria l'abate Jerocades ricorda che
alcune poesie che formano la Lira focense sono sacre e ricavate dai libri
cristiani e ne dà una spiegazione storica; ma a me sembra che egli voglia darci
atto di non aver mai abbandonato la certezza cristiana come in questa Salve
piena di affetto e di fiducia. O Regina, il Ciel ti salvi. Di Dio
madre, e sposa, e figlia, Volgi, ah volgi a noi le ciglia, Bella
madre di pietà. Mostra vita, e nostro bene, Nostra speme, e nostro
amore, Volgi a noi quel tuo bel core, Ch'è la stessa carità.
Figli di Eva, abbandonati, Dell'esiglio a' lunghi affanni, Dal
furor dei rei tiranni Chi ci salvi, oh Dio! non c'è. Senti il
grido, ascolta il pianto Di chi giace in ree catene, Bella Madre,
in tante pene Ci volgiamo afflitti a te. Dunque o nostra
Protettrice, Volgi a noi quel tuo bel ciglio; Mostra a noi quel tuo
bel figlio, Quando ha fine il lungo error. Tu sei madre assai
pietosa, Bella Vergine Maria; Tu sei dolce, e tu sei pia,
Tutta pace, e tutta amor. E mi appare persino commovente la
Novena alla Madonna di Portosalvo, che l'abate Jerocades dedica a Raffaele suo
nipote, figlio del fratello Vincenzo: "Nel Castello dell'Ovo, villa
un dì di Lucullo, ove fui tre anni prigioniero di stato dopo tre anni di esilio
e in altri prigioni e in altri esili, dopo Dio non ho altro obbiettivo delle
nie cure e delle mie preci che la Madre di Dio. Serbando fede alla
patria, l'ho sempre invocata col nome di Madonna di Porto Salvo, e questo
conveniva ancora al mio stato perchè nelle tempeste si cerca un porto e nelle
battaglie si cerca un asilo, impaziente di altra dimora: "Ch'io son
vivo al desir, morto alla spema". Gravato d'anni e d'affanni, ho
scritto questa Novena che a voi, caro nipote, offro e consacro qual dono e qual
debito. Io ve la consacro qual dono poichè è frutto dei miei studi e dei
miei talenti. Sono povero di fortuna e quel che mi ha dato la natura, spetta
anche a voi quando non disdegnaste di dirvi mio nipote". A me
quest'ultima frase appare commovente per la carica emotiva che sottende. Ma c'è
dell'altro che Antonio Jerocades dice ancora come credente e come
sacerdote: "Chi sono i testimoni della fede? I vecchi. Io, che
vecchio pur sono, così presbitero, qual attestato maggiore di questo donarvi
della religione e fede di Cristo? A te, Raffaele, e all'eredità del padre
e dell'avo aggiungerete la mia. A te, e nella Chiesa di Porto Salvo fra i
suoi monumenti della pietà dell'avo e del padre appenderete ancora s'è degna
questa Novena, in cui leggerete le grazie e le glorie di Maria, da noi venerata
sotto il nome di Madonna di Porto Salvo". Il senso di verecondia che
traspare da queste parole non ci rivela forse il dramma di un uomo, di un
credente, di un sacerdote che, guardando indietro alla sua vita tormentata fa
un bilancio coraggioso e definitivo? "Dopo Dio non ho altro obietto
delle mie cure e delle mie preci che la Madre di Dio" Antonio Jerocades. Jerocades. Keywords:
filosofia della massoneria, Esopo in Italia, lira focense, giaccobinismo, ‘repubblica romana” “repubblica partenopea”le
odi di pindaro – Grice on Plato’s Republic.
Grice e Jervolino: l’implicatura
conversazionale -- ermeneutica del dialogo – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Sorrento).
Filosofo italiano. Grice: “I like Jervolino, but then I like any
philosopher of language! He is a Ricoeurian, and I’m a Griceian!”essential
Italian philosopher. Allievo di Piovani. Insegna a Napoli. Collabora con
diverse riviste specialistiche di filosofia (Filosofia e Teologia, Studium).
Esamina aspetti riguardanti a Ricoeur, tra cui:
la ricerca di un filo conduttore unitario all'interno della sterminata
ermeneutica (“Il cogito e l'ermeneutica: La questione del soggetto e la
inte-azione” (Procaccini, Napoli). Messa in questione del soggetto chomskyano auto-centrato
e auto-trasparente. Ricoeur appare nei
suoi studi come caratterizzato dall'attenzione verso le peripezie del Cogito
che, ferito e spezzato nella sua autosufficienza, cerca di ritrovare sé stesso
attraverso un lavoro ermeneutico. Individua come centrale il paradigma della
trans-ductio, trans-implicatura, trans-patia, come modello fondato sulla
co-ospitalità conversazionale e la co-apertura all'altro conversazionale. Altre
saggi:“Il cogitamus e l'ermeneutica. La questione del soggetto e sui
interazione” (Procaccini, Napoli); “La filosofia senza assoluto” (Athena,
Napoli) – cfr. H. P. Grice, “Absolutes” --; “Logica del concreto, logica dell’astratto” --
“Ermeneutica della vita morale.” Newman, Blondel, Piovani, Morano, Napoli); “L'amore”
(Studium, Roma); “Il segno della prassi. Saggi di ermeneutica, Città del sole,
Napoli);“Trans-ductio, trans-implicatura” (Morcelliana, Brescia); “Ermeneutica
ed implicatura” (Guerini, Milano); La traduzione, la traditio -- etica, Morcelliana,
Brescia, “Etica e morale, Morcelliana, Brescia, Ricoeur e la psico-analisi (Angeli,
Milano); Quei ragazzi di nome Fausto
Bertinotti Boys – Archivio Panorama. Grice: Jervolino is playing with Calvino.
You see, Calvino, a rather unimaginative writer, wrote a collection of things
he titled, in the whole thing and in the first part, “Glia mori difficili” –
People would have forgotten about it had it not been for Nino Manfredi who
brilliantly played the ‘soldato’ (to Bulco’s vedova) in ‘L’amore difficile’,
sic in the singular but indeed, ‘L’avventura del soldato’ – in that collective
film. Jervolino is having in mind this, and now poses Ricoeur as the widow and
himself as the soldier. On top, he invites Ricoeur to write the prologue which
he stupidly agrees to! Caputo has analysed the reciprocity of love and the
stupidity of seeing it as ‘difficile’. The blame is Calvino – the original sin
– who could have checked with the etymology of ‘difficilis’!” Domenico Jervolino. Jervolino. Keywords:
ermeneutica del dialogo. Refs.: Luigi Speranza, “Girce e Jervolino” -- “Two
cartesian egos”. “Peripezie conversazionale”. “Peripezia ed implicatura”.
“Cogitamus.” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Jommelli: l’implicatura
conversazionale del musicista filosofo – muovere l’aria – l’azione
melodrammatica – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Aversa). Filosofo
italiano. Essential Italian
philosopher. Mattei riporta il seguente aneddoto sul suo soggiorno in questa
città. Andato in visita a Martini (già considerato come uno dei più sapienti
musicisti d'Italia), si era presentato a lui come allievo, chiedendo di entrare
nella sua scuola. Il maestro gli diede un soggetto di fuga che egli trattò con
molta abilità. -«Chi siete voi?», chiese Martini, «volete burlarvi di me? Sono
io che voglio apprendere da voi!» - «Il mio nome è Jommelli, sono io il maestro
che deve scrivere l'opera per il teatro di questa città» - «È un grande onore
per questo teatro avere un musicista filosofo come voi, ma vi auguro di non
trovarvi in mezzo a gentaglia corruttrice del gusto musicale». Grice: “I like
Jommelli. Like Speranza, I play the piano. My avant-garde compositions are
thought to be too avant-garde, too. I especially recall with affection how I
would trio with my father on the violin and my younger brother Dereck on the
cello. Dereck became a professional cellist with Hampshire. My obituary might
well read, “Professional philosopher and amateur cricketer” – well, Dereck is a
professional cellist. With Jommelli we never know where the amour is!” La
teoria degli affetti (in tedesco Affektenlehre) può considerarsi la prima forma
retorica (in tedesco Figurenlehre) adottata nella storia della musica, infatti
puntava a muovere gli affetti dell'uditorio; già i greci avevano la concezione
che la musica potesse suscitare emozioni: è proprio da questo concetto che i
teorici e i musicisti dell'epoca attingono per applicarlo alla loro musica (si
parla nelle prime cronache rinascimentali di interi pubblici commossi dalla
musica). Le autorità civili ed ecclesiastiche, consapevoli del forte potere
della musica sulla psiche, la utilizzarono come veicolo dei propri messaggi
propagandistici. Durante il '400 Marsilio Ficinoapprezzava di più le forme
semplici e comunicative rispetto alla polifonia poiché la prima era
maggiormente capace di muovere gli affetti, suscitare o placare le passioni
umane rispetto alla seconda, che era vista come artificiosa e innaturale. Dello
stesso parere era Vincenzo Galilei, che preferiva la musica greca per le sue
capacità affettive. La teoria musicale identifica ogni affetto con un
diverso stato dell'animo (es. gioia, dolore, angoscia) identificati da
specifiche figure musicali definite figurae o licentiae (licenze). La loro
particolarità era contraddistinta da anomalie nel contrappunto, negli
intervalli e nell'andamento armonico, appositamente inserite per suscitare una
particolare suggestione. Athanasius Kircher – gesuita matematico, musicologo ed
occultista tedesco – nel suo Musurgia universalis (1650) afferma: «La
retorica [...] ora allieta l'animo, ora lo rattrista, poi lo incita all'ira,
poi alla commiserazione, all'indignazione, alla vendetta, alle passioni
violente e ad altri effetti; e ottenuto il turbamento emotivo, porta infine
l'uditore destinato ad essere persuaso a ciò cui tende l'oratore. Allo stesso
modo la musica, combinando variamente i periodi e i suoni, commuove l'animo con
vario esito.» (Athanasius Kircher, Musurgia universalis, Cap II, 1650)
Questo trattato, conosciuto durante tutto il secolo XVIII, fu stampato anche a
Roma nel 1650 e tradotto dal tedesco. Tra le classificazioni e distinzioni
degli affetti umani compilate nel Seicento, è da menzionare quella di Cartesio
che, nel trattato Les passions de l'âme del 1649, ne distingueva sei ritenuti
principali, quali meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia e tristezza.
Invece Giovanni Maria Artusi ne L'Artusi, ovvero Delle imperfettioni della
moderna musica (Venezia, 1600), attacca questa nuova forma musicale che
utilizzava intervalli "così assoluti et scoperti", poiché
trasgredivano le regole contrappuntistiche (per esempio le dissonanze non
sempre sono precedute da una consonanza per risolvere su di un'altra).
Monteverdi difenderà quella che lui definisce seconda pratica nell'Avvertimento
del Libro quinto: queste licenze hanno uno scopo preciso, e devono essere viste
in un nuovo modo di comporre, diverso dalla concezione musicale di Gioseffo
Zarlino. Già dal Libro Terzo di madrigali infatti Monteverdi con le dissonanze
intensifica e rende maggiormente pungenti le immagini proposte dal testo.
Il Vologeso was written in 1766, using a wordy libretto by Mattia Verazi,
itself an extensive reworking of Apostolo Zeno's Lucio Vero (1700). The plot
deals with the constancy of love in the face of great obstacles, in this case
the love of Vologeso, king of the Parthians, and his wife Berenice. The Roman
general Lucio Vero has defeated and captured Vologeso, fallen in love with
Berenice, and spends most of Acts I and II seducing and bullying her into
abandoning her husband. When Lucilla, daughter of the Roman emperor and Lucio's
fiancee, turns up, she and the Roman emissary Flavio are disgusted by his
behavior; Flavio, assisted by Vologeso, leads a revolt that results in Lucio's
capitulation and the restoration of their freedom and their kingdom to Vologeso
and Berenice. The plot allows ample opportunity for dramatic movement and
spectacle, e.g., in Lucio's importunities and their rejection by Berenice,
Vologeso's confrontation with lions in an arena, and the revolt that ends the
opera. The music is conventional in its use of recitative followed by
arias, but forward-looking in that many of the recitatives in Acts II and II
are accompanied by the orchestra rather than the traditional basso continuo -
the arias are often in abbreviated da capo form so that they do not slow up the
action, and the chorus and orchestra play a more considerable part in the
proceedings than is usual in Baroque operas. Jommelli had no great gift for
melody and the opera offers few memorable tunes, but he had a talent for
brilliant vocal display and dramatic orchestral effects. The total effect is
imaginative, lively, and attractive. The casting is odd; with only one
male voice and five sopranos it's hard to tell the characters apart. Odinius,
Rossmanith, and Schneiderman all have good voices and are comfortable with
Baroque style and ornamentation and expressive in their characterizations.
Waschinski and Taylor are as good as most falsettists, though as usual their
uneven voice production and unfocused tones set my teeth on edge, and
Waschinski sounds much too feminine to make plausible the heroic figure of
Vologeso. (I really do not understand why conductors and producers nowadays
insist on using these voices in Baroque opera, a practice that has neither
historical nor aesthetic justification.). The Stuttgart Chamber Orchestra is
alert and responsive, Frieder Bernius keeps everything moving along briskly,
and the sound is excellent. Il Vologeso doesn't stand up too well compared to
the Italian operas of Handel or Gluck, but taken on its own terms and as
presented here, it is thoroughly enjoyable While Mozart may have
claimed Jommelli’s musical style to be passé by the 1770s, Vologeso itself is a
reworking of an already antiquated libretto by Apostolo Zeno, originally called
Lucio Vero and first set by Carlo Pollarolo for Venice in 1700. Moreover, the
version set by Jommelli and performed here by Classical opera is in fact a
modification of a modified libretto. The new librettist Mattia Verazi had
revised the by then popular version produced by Guido Lucarelli for Rinaldo di
Capua’s setting of 1739 rather than Zeno’s original. The story is a familiar
one, mingling political intrigue with love both unrequited and true. In the
eastern provinces of the Roman Empire, Lucio Vero (Stuart Jackson) is
victorious in battle and captures Berenice (Gemma Summerfield), wife of the
Parthian king Vologeso (Rachel Kelly). Captivated by her beauty, Lucio Vero
makes every effort to win her with the assistance of his minister Aniceto (Tom
Verney). Meanwhile, Vologeso attempts to assassinate Lucio Vero but is
recognised by Berenice, causing him too to be taken prisoner. Further
complicating matters, Lucio Vero’s betrothed, Lucilla (Angela Simkin), has
arrived in Ephesus with Flavio (Jennifer France), an ambassador from Lucio
Vero’s co-emperor, Marcus Aurelius. After many separations of the faithful
Vologeso and Berenice, increasingly cruel plots on Lucio Vero’s part to attain
the latter, and the threat of civil war from Marcus Aurelius, all is resolved
and the various couples are reunited without any blood being shed.
Although Zeno’s libretto is not remotely like those produced by later poets and
composers interested in reforming operatic conventions, the play’s enduring
appeal might well be attributed to its strong sense of spectacle, which
coincided neatly with the objectives for reform. Indeed, the play contains
on-stage depictions of Lucio Vero’s attempted assassination, Vologeso’s fight
with a lion in the arena, and at least one ‘mad scene’ for Berenice in addition
to traditional opera seria ingredients of triumphal marches, grand armies, and
the obligatory chorus announcing a lieto fine. Sometimes I felt that this
element of spectacle was lost in the context of a concert performance. Though
that is of course an unavoidable casualty of this mode of presentation, it was
further compounded by Jommelli’s own reluctance to capitalise on these aspects
of the play as did other contemporaries. Furthermore, artistic director Ian
Page writes in the introduction to the programme that besides the expected
editing of the recitative, he chose to cut not only a number of pieces in their
entirety, but also some arias’ middle-sections and their reprises in the
interests of ‘maximising our potential to appreciate and enjoy the opera’. Of
these, one was the opening chorus, which might have helped to restore some of
this sense of grandeur, if indeed Page’s goal was to get a feeling of
‘[experiencing] what a typical eighteenth-century opera was like’.
Jommelli’s musical style in this opera has clearly moved on from the grand and
expansive show pieces we find in his earlier operas, such as Didone abbandonata
of 1747 (performed in London in 2014 and also reviewed here). With the
exception of one or two numbers which might be said to respond to a more
traditional heroic opera seria style, such Crede sol che a nuovi ardori,
Flavio’s only aria, the focus in Vologeso is instead on creating a more
declamatory mode and ‘realistic’ rendering of the dramatic and emotional
content of the text. As such, the use of coloratura is generally much reduced
and arias very often feel more like ariosos, often to the point that it feels
like accompanied recitative intrudes upon melodic lines. The music is
nevertheless still imbued with grace and lyricism, and is marked by sometimes
fussy, yet fine, delicate and lace-like accompaniments. And there are some
really good and interesting numbers too: the quartet Quel silenzio, Lucio
Vero’s Se tra ceppi, Lucilla’s first aria Tutti di speme al core, the already
mentioned Crede sol, as well as some very effective and attractive
accompagnatos. In spite of the title, this version (or at least as it has
been presented to us with the cuts) nevertheless still focuses greatly on the
character of Lucio Vero and his relationship with Berenice. Stuart Jackson’s
performance came across as something of a slow burning affair, only really
coming fully into the character after interval and reaching the apogee of
dramatic intensity in his final aria. And yet it felt largely like Lucio Vero
was being interpreted as being the youthful hero, the primo uomo role usually
reserved for a castrato. This may well be due to Verazi’s redaction of the
opera, which seems to me to result in a somewhat schizophrenic character,
vacillating between tyrannical, or rather psychopathic, conqueror and lovelorn
hero. This is effectively underlined by the kind of music with which Jommelli
furnishes the character: languid arias with long, plangent melodic lines, such
as his opening Luci belle and the cavatina Che farò? in Act 2, and a handful of
arias which verge on aria di furia territory. To my mind, Lucio Vero’s actions
are not driven by real love for Berenice but rather an overwhelming desire for
power: not only in and of itself, but also power over others. To this end, his
rejection of Lucilla is not merely an amorous choice, but a rejection of the
power of Rome and the authority of his co-emperor Marcus Aurelius altogether.
So too the psychological manipulation of Berenice in an attempt to bend her to
his will. Thus, Stuart Jackson’s characterisation of Lucio Vero as the amorous
lead did not always sit quite well for me, in spite of a good voice and elegant
execution. The performance otherwise had much working in its favour. I
very much enjoyed Sutherfield’s portrayal of Berenice, and there was some
excellently judged acting from Rachel Kelly. I have already mentioned Jennifer
France, whose delightful aria was executed with all the charm and grace that
the butterfly described in her text required. One did feel slightly for Tom
Verney, his solid performance in his lone aria aside: his role of Aniceto was
decidedly minor in this version of Zeno’s play, with the character’s love for
Lucilla never really explored (again a shortcoming of the libretto). And, of
course, the orchestra itself was as sharp and on-point as we have come to
expect from Classical Opera. My overall impression from the programme
notes, however, is that Vologeso in and of itself was perhaps somewhat
unconvincing to the artistic team in the first instance. Indeed, Page writes
further in his introduction that ‘Jommelli does not belong among the truly
great composers, to be sure…’. While undoubtedly there are countless flops
littering the battlefields of eighteenth-century opera, and works that are best
left to languish in obscurity, credit must be given where credit is due. And
Jommelli’s legacy is by far too monumental to ignore. The assertion that ‘…much
of the music of contemporaneous composers… sounds quite like Mozart for much of
the time’ should rather be inverted: it is Mozart, his uniqueness
notwithstanding, who is effectively a product of his time! A final note:
a future Classical Opera concert this year is to feature some arias from
Semiramide by Josef Mysliveček, another figure well known to the Mozart family
and whose work has occasionally been misattributed to the young Wolfgang in the
past. A full opera of his at some point, further showing how Mozart was fully
integrated into the existing musical landscape, would be most welcome indeed! Jommelli. Keywords:
musicista filosofo, Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Jommelli” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Julia: l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Acri).
Filosofo italiano. Grice: “Julia was more of a poet than a philosopher; but
then for Heidegger, philosophy IS poetry and vice versa!” -- essential Italian
philosopher. Figlio di Antonio e da Maria Giuseppa Balsàno. Studia a Cosenza
sotto Focaracci. Direttore del Telesio, periodico. Strinse grande amicizia Padula.
La temperie culturale in ambito locale vede la difficoltà della Calabria a
integrarsi nella nuova entità politica. Area essenzialmente contadina, la
regione ha una classe dirigente che preferisce assoggettarla al clientelismo e
alla sua arretratezza piuttosto che metterla al passo con zone del Paese più
avanzate e progredite; perciò il mondo intellettuale d'avanguardia, deluso
dalle speranze del 1848 e conscio del sottosviluppo, si volge verso il positivismo
e il socialismo. Vive tra il tardo romanticismo e l'affermarsi delle innovative
correnti costituite dal naturalismo e dal verismo, nella scia di Carducci e Verga.
Le contraddizioni della sua epoca lo formano come un intellettuale
spiritualista che rifiutail materialismo e in parte il mondo contemporaneo, e
d'altra parte un sostenitore degli ideali socialisti, del riscatto delle masse
disagiate e della glorificazione del passato della Calabria a partire
dall'assedio degli Aragonesi e dei suoi conterranei coevi illustri, fra i quali
Miraglia, VPadula, Quattromani, Tocco, oltre a Campanella. Accostatosi in un
primo tempo al misticismo di Gioberti, si converte al verismo, alla ricerca del
pragmatismo e di un modello di poesia di alto civismo che lo stesso Julia
proclama nei suoi Sonetti e liriche. Parte dai miti popolari e dalle ballate
della tradizione romantica per marcare orgogliosamente la storia della sua
terra. Considerato il padre della letteratura calabrese, si interessa alle
origini della cultura letteraria della regione analizzando anche alcune opere a
lui precedenti. Il suo impegno regionalistico si concretizza in uno studio su
Selvaggi, nel quale si individua un collegamento fra Galeazzo di Tarsia e le
produzioni romantiche. Vi fu poi un saggio su Padula e un esame delle liriche
riferibili all'Accademia Cosentina. Sa però spaziare oltre i confini delle sue
terre, fino a richiamare Milton nel suo scritto dedicato a Padula. Oltre a uno
studio su Monti, produce dei lavori anche su Mazzini, Poerio, Correnti, legati
dall'attenzione alle tematiche relative al Risorgimento e perciò in convergenza
con il proprio pensiero, che dal punto di vista della poetica si richiama ai
modelli che il letterato individua in Leopardi, Berchet e Giusti, oltre che in
Prati. A. Piromalli, La letteratura calabrese” (Pellegrini, Cosenza); Monografia
su calabriaonline, su calabriaonline.com. Digital Storytelling su Vincenzo
Julia a cura degli studenti del Liceo V. Julia di Acri, CS. Ovvero delle
Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro
d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano
dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo
nelle vicende del Sud Italia. Famiglia Julia A cura d iDodaro Socio
Corrispondente dell’Accademia Cosentina Arma: d’azzurro alla fascia d’oro
accompagnata nel capo da un destrocherio di carnagione tenente un uccello di
nero e in punta da un albero radicato al naturale(1). Titolo: Nobile di Acri. Arma
Famiglia La famiglia Julia, in origine nota come de Giulia (2), figura
fra le antiche e nobili casate di Acri (3) (Cosenza), città dove risulta
presente sin dal XVI secolo. I Julia godettero sempre nella locale società di
un buon livello di prestigio sociale come testimoniato dalle alleanze
matrimoniali contratte con diverse famiglie patrizie fra le quali ricordiamo le
seguenti: Benincasa, Candia, Capalbo, de Simone, Dodaro, Falcone, Fusari.
Simbolo della condizione privilegiata della famiglia è il grande palazzo sito
tra il rione Casalicchio ed il quartiere Piazza. Tale edificio, al cui interno
si conserva la ricca biblioteca di famiglia, è abbellito da un portale lapideo
sul quale spicca un mascherone sormontato da un’antica riproduzione in pietra
dello stemma del casato. Il suddetto blasone è timbrato dalla classica corona a
cinque punte che identifica i Julia come nobili. Acri, Palazzo Julia,
portale Nel 1506, con atto del notaio Gaudinieri, il sacerdote Nicola
Maria Julia fonda una cappella privata sotto il titolo dell’Immacolata
Concezione all’interno della chiesa di San Nicola di Bari in Acri (4) (situata
nel rione Casalicchio). Nel 1706, Fabrizio Julia vende a Giuseppe Leopoldo
Sanseverino un terreno dove e edificato l’imponente complesso del palazzo
acrese dei principi di Bisignano, permutandolo con la casa e il fondo
Macchia(5). Dal matrimonio fra il dott. Raffaele e la N.D. Giuseppina Capalbo
nacquero Salvatore ed Antonio dei quali il primo (deceduto nel 1851) fu
rinomato avvocato mentre Antonio viene ricordato come “Medico illustre” che “in
età provetta, in pochi mesi, studiò leggi presso il Focaracci e ne apprese
quanto ne anno i più maturi; onde s’incentrarono in lui il medico e l’avvocato”
(6). Fra i personaggi celebri di questa famiglia ricordiamo il citato Raffaele,
Governatore di S. Giorgio e Vaccarizzo. La figura cui si lega maggiormente la
fama del casato è quella di Vincenzo Julia, filosofo, letterato e poeta. Allo
stesso è intitolato il Liceo Classico e Scientifico di Acri. Nacque da Antonio
e Maria Giuseppa Balsano (7), svolse gli studi presso l’istituto Molinari di
Acri ed il seminario di S. Marco Argentano (8). Frequenta il seminario di
Bisignano dove ebbe come insegnante il Canonico acrese Francesco Saverio
Benvenuto, quest’ultimo colto latinista nonché teologo, filosofo e parroco
maggiore di Santa Maria in Acri (9). Intraprese gli studi giuridici e per
alcuni anni esercita la professione di avvocato poi accantonata a favore
dell’insegnamento di materie letterarie, filosofiche e giuridiche (10).
Quanto alla sua produzione filosofica questa fu “quella del poligrafo
(letteratura, filosofia, storia, cultura calabrese)” inoltre “Nei suoi studi
predilesse la valorizzazione e la riscoperta di figure regionali poiché gli
pareva che la Calabria fosse dimenticata e poco apprezzata dopo la raggiunta
Unità”(11). Fra le sue opere ricordiamo: Saggio sulla vita e le opere di G.V.
Gravina, Saggio di studi critici su Vincenzo Selvaggi e la Calabra poesia,
Terenzio Mamiani e i suoi dialoghi di scienza prima, Francesco Fiorentino
filosofo, Lettere al figlio Antonio su Cesare, De Sanctis in Calabria, Vincenzo
Monti. Nel 1864 sposò Gabriella Fusari(12) e da tale matrimonio nacquero:
Antonio, Francesco, Mariannina e Giulietta(13). Si spense il 4 maggio del 1894
in Acri. “Telesio,” rivista codiretta da Vincenzo Julia
Antonio Julia, figlio di Vincenzo, fu avvocato e raffinato poeta sposa,
in prime nozze (14), Mariantonia Dodaro, figlia dell’avv. Giovanbattista e di
Cristina Benvenuto. Il loro fu un matrimonio felice e allietato dalla nascita
di Maria Gabriella(15), Vincenzo e Antonietta(16) (1897 † 1978). Antonio
Julia e sua moglie Mariantonia Dodaro Antonio Julia fu legato da sincero
amore a sua moglie e quando questa prematuramente scomparve, riversò il suo
dolore in alcuni toccanti componimenti poetici che rappresentano una struggente
testimonianza del suo dramma interiore e assieme della sua spiccata sensibilità
d’animo. AL CROCIFISSO DEL SUO LETTO Non più le sue lucenti Pupille a te
si volgeran la sera; non più per le dolenti mie stanze echeggerà la sua preghiera…
O tu, che pendi ancora, mistico Iddio, sul vedovo mio letto, volgi le luci
ognora sovra i miei figli e sul paterno tetto! Dimmi che ancor le rose
Olezzano per te, vigile Iddio, le parole amorose che a te rivolse, ne l’estremo
addio… Dimmi che ancor tu senti La voce sua, ne l’ombre de la sera, e
che, in soavi accenti, mormora pe’ suoi figli una preghiera!..(17) Note:
(1) - Gli smalti dello stemma Julia sono noti grazie ad una raffigurazione del
blasone in oggetto riportata dallo storico acrese Raffaele Capalbo (1843-1921)
in un suo lavoro inedito sull’araldica delle famiglie nobili di Acri. Nella
riproduzione del blasone dei Julia, visibile ancora oggi sul portale del loro
palazzo in Acri, il destrocherio appare vestito. (2) - Per approfondimenti si
rimanda a CHIODO, L’Archivio Privato della famiglia Iulia di Acri - Inventario
sommario, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” (3) - Per un elenco
completo delle famiglie patrizie di Acri si vedaCAPALBO, Memorie storiche di
Acri, S. Giovanni in Persiceto (BO), Edizioni Brenner, (4) - R. CAPALBO, op.
cit., Ibidem - Ibidem - Quest’ultima, appartenente a una famiglia
originaria di Rogiano Gravina, era sorella di Ferdinando Balsan, letterato e deputato del regno d’Italia nonché
preside del liceo Telesio di Cosenza. Lo stesso figura tra i maestri del nipote
Vincenzo Julia. A. PIROMALLI, La Letteratura Calabrese, vol. I, Cosenza,
Pellegrini Editore,Ibidem (9) - Ibidem (10) - Ibidem (11) - Ibidem (12) -
Per approfondimenti su alcune vicende storiche che interessarono la famiglia
Fusari si rimanda a CAPALBO,- https://juliavincenzo.atavist.com (14) -
Alcuni anni dopo il decesso della prima moglie, si unirà in matrimonio con
Maria Beatrice Antonietta Romano di Acri. Poi sposatasi con Carlo Giannice
Andata successivamente in sposa a Giuseppe dell’Armi - A. Iulia, Momenti, S. Maria Capua a Vetere,
Casa ed. Della Gioventù, p. 36. Si veda anche il componimento intitolato “Alla
Vergine della Sua Stanza”. Questo egregio, sucuifondiamo, abuondritto,non pic
cola speranza, per le diverse prove del suo nobile ingegno fin'ora dateci,
coltiva con forte, inteso amore le filosofiche discipline,tutto solo
rannicchiato in piccol paesuccio delle Calabrie, Acri. Egli, da quello n'è
sembrato, predilige la filosofia di quel sommo Torinese filosofo, che col suo
Primato Civile e Mormale D'Italia fanatizzò tutti isuoi connazionali per la
dupla autonomia del loroPaese,Libertà ed
Indipendenza;econl'Introduzioneallostudio dellaFilosofia, la Pro tologicaed altre
opere speculative ispirò nei cultori di questa no bilissima scienza l'amore
delle nazionali dottrine. Vincenzo Julia a dunque è un giobertiano , un
ontologo , e per lui quindi sta che l'Ente, il Primo Essere, Colui che dà
l'essere a tutte cose, non però spezzandosi, non diffondendosi, nè emanandole
dal suo seno, c o m e ilragnoilragnatelo;ma liberamente creandole;per luidico
sta, che l'Ente, l'Assolutoreale, non astratto,quale il pose,il procla mò
Giorgio Hegel, è il Primo Filosofico, cioè a dire è non solo il Primo Essere o
Primo Ontologico ; ma anche la Prima Idea o Pria mo Psicologico. Sicchè non
solo anno le cose tutte da Dio l'essere loro, ma anche la loro intelligibilità.
Verità già insegnatadal fon datore dell'Accademia , il divino Platone , il quale
disse che l'Idea di Dio è pelmondo intelligibile quello che il sole è pel mondo
visibi le,e che l'essere assoluto dà alle menti nostre l'esistenza e spande su
loro e sugli obbietti della scienza illume della verità« detí v 8.&
Tlothuns oùoxv xai adnocías» come il sole, che non solamente rende vi sibili le
cose , m a dona loro eziandio il nascimento , l'accrescimento e la maturita «
τον ήλιον τοϊς ορωμένοις ου μόνον , οίμαι τήν του οράσθαι δυναμιν παρέχειν
φήσεις , αλλά και την γένεσιν αυτών όντα ». Quindi pel'Julia sta quel metodo
detto deduttivo,osillogistico, che dai principii va alle conseguenze,ma noncome
pretendeva ilfondatoredelPeripato,ilqua le facea il sillogismo posteriore
all'induzione, ed il cui scopo non c o n sisteva in altro che in applicare i
principii alle cose particolari a meglio rifermarle. Il Julia ha capito bene ,
che l'induzione non può darci punto tanto iprincipii proprii a ciascuna
scienza, quanto iprincipii co muni ed assolutamente universali.I principii sono
ontologici edori ginalmente presenti alla intelligenza, secondo diceva ildivino
Pla tone,e nongià puramente logicied astratti,secondo diceva Aristo tile, che
livoleva prodotti la merce dell'intelligenza con gli elementi fornitici della
sensazione. Nè debbe dirsi che il Julia neghi l'indu zione : ei l'ammette, e
nel senso di venir essa provocata, sostenuta e guidata in noi dal lume di certe
idee generali sempre presenti al l'anima nostra,essendoun impossibile elevarsi
da qualche fatto in dividuale e variabile all'idea della legge generale e
permanente, sen za averci di già nella mente, almeno in una maniera vaga e
con fusa, l'idea di ordine, di generalità e di stabilità. Laonde
dice La foret nella sua Storia dellaFilosofia Antica,in parlando di Aristo tile
« Comment s'élever de la perception de faet contingents et relatif à l'idée de
principes nécessaires et absolus, si le necessaire et l'abso lu sont
entieremant étrangers à l'intelligence? ». Dunque pel Julia , come per ogni
giobertiano, si deve partire di Dio per costruire la scienza filosofica « ossia
dalla idea somma ed improdotta , perché è quel principio supremo che illumina e
rende conoscibili gli altri principiimeno generali e senza di cui non potrebbe
aversi quella sintesi obbiettiva, che argumenta di necessità nel suo moto
organico la gerarchia dei principii scientifici ; e deve radicarsi in un prin
cipio assoluto,supremo,universale,immutabile, ilquale, reggendo colla sua virtù
ogni singolar passo del procedimento razionale, ac corda ed unifica tutti
imomenti del discorso ideale, e tutta insieme 1.umana enciclopedia. Laonde
diceva saviamente nel suo dotto di scorso intorno alPanteismo il Prof. Enciro
Attanasio, direttore del Periodico La Carità diNapoli« Sintesi senza gerarchia
di priucipii io non intendo nell'ordine dell'idee, come non vedo nell'ordine u
mano sociale e nell'ordine fisico di natura. E ingradamento di ge rarchie che
ponga in atto una sintesi universale torna impossibile a concepire pur col
pensiero senza un principio supremo, essenzial mente uno ed immutabile, che sia
il centro immoto che governi i moti del multiplo e del diverso e tragga a sè ed
accordi il multi ploedildiverso». Laonde,lasciandochel'induzionenon condu ca ai
principii , a ciò che è universale , sia che dessa fosse posi tivistao come la
intende ilPositivismo moderno, siache fosse anche nel senso di Aristotile, ci
facciamo a lodare il Julia per avere ei scelto quel sistema, che parte
dall'idea dell'Assoluto reale per co struirela scienza,non
sipotendo,pertanteetanteragionidettee ridette,porsi per primo conoscibileciò
che non è prima cosa; per chè sarebbe, seguendo questa via, un turbare
l'armonia della scien za filosofica; giusta che vien fatto dai psicologi, i
quali partono dal contingente, ed oșano spiegare l'assioma degli assiomi, la
verità pri ma con la verità seconda, e separare l'ordine di esistenza da quel
lodi conoscenza, ilprimopsicologicodalprimoontologico,dando que
stoperprimofilosofico.Diquinonpotremmo essererimproveratiche
atorto,sedicessimo,che iseguacidelpsicologismo diAristotile,(non però di quelle
di S. Tommaso ch'è ben altro, siccome dimostrammo in un'articolo riguardante
questo S. Dottore, già publicato nell'Ate neo di Torino ) siam lontani da una
vera scienza; perché, come dicem mo di sopra, la scienza è con la sintesi, e la
sintesi co'principii,e la gerarchia dei principii scienziali nel principio
sommo, Dio, radica ta.Siechèscienzasull'analesiè
scienzaeffimera,èscienzadinome, essendo disgregazione, e tale è la filosofia di
Aristotile,siccome è conto da quei due principii ammessi da lui « Nihilest in
intellectu,quod prius non fuerit in sensu » e che l'anima nostra si rassomiglia
ed una tavolarasa -- Δείδ'ούτως ώσπερεν γραμματειωώ μηθένυ πάρχει εντελεχεία
γεγραμένον. È quantunque fosse vero,che Aristotile ammettesse l'intelletto
at tivo profondamente distinto dalla sensibilità, essendo quello che
opera 83 $¢%su ciò che ci vien porto dalla sensazione, per tirarne
od indurne avec lemonde intelligible;sun intervention n'apportedonerien de now
eri veau à ce qui est déposé dans l'àme par suite de la perception des 0C sens,
il nepeut qu'exercer son activité et travaillier sur ce qui est racu dans
l'intellect paseif. L'intellect actif d'Aristote nous semble jouer , redans la
formation de la connaessance,un rôle exactement samblable à 1021"celui que
joue la reflexion de Locke; ni l'un ni l'autre n'ajoutent ta rien à l'objet
fourni par la sensation, toute leur action seborné à éla: )doaborer cet objet»
Dunque nonpuò farsi ammeno di ammettere col ret.Julia e la scuola giobertiana
l'apprensione diretta ed immediata , din cioè l'intuito dell'Assoluto, e
ritenere essere questi la prima idea, la l'oprimaconoscenza,che,perla viadiun
primo guardare,vieneal. into:l'intelletto umano nello stato d'intenebramento,
che la riflessione di in poi, la quale èun secondo intuito od un ripiegamento
dello spirito e sopra il primo intuito, chiarifica e fissa, e non già che la si
acqui isti e conosca in forza del raziocinio, passandosi dalla cognizione a
iilistratta, ottenuta per la via dell'induzione, a quella concreta del V e
on& ro Assoluto, avendo ben dimosorato altrove, che i psicologi si tro fost
vino in grande errore, credendo ed insegnando, che Dio siccome ve
fosesritàassiomatica,essendouniversale,necersariaed immutabile,debba 18 essere
astratta,e che vi bisogna di forza indispensabilmente il ra ley ziocinio per
ascendere, mediante essa verità astratta, al vero primo buik ed assoluto,
mentre, siccome facemmo notare in proposito del P. M i lone
Insomma,senzamenarla piùinlungo,dellainsignescuola on anda tologica è il Julia,
siccome l'ha mostrato co'suoi vari scritti di ar veratgomento
filosoficoeconquello, veramentestupendo, Discorsointorno alla vita ed alle
opera di Balsano, in cui, prendendoa consi ost: der ar e questo disgraziato
dotto Calabrese, divenuto vittima del pugnale di un assino, e, considerandolo
non solo quale oratore egregio ed acutocritico,ma anche qualeillustre cultore
dellescienzefilosofi cincche, e forte amatore del sistema ontologico, pa l e s
a a c h i a r e n o t e i suoi O. * pensamenti in fatto di filosofia, che sono
indubitatamente quelli del Pladiotonismo, cristianizzato da Agostino, ammirato
da S.Tommaso e da Dante, divulgato neitempi modernidalGioberti, ed
abbracciatodalla th, maggior parte de'pensatori nostrani. Questo libro del
Julia , che ci avemmo in dono da lui medesi i mo , palesa ad evidenza non solo
la scuola filosofica cui appartie ne; non solo la lucentezza delle idee , ond'è
corredata sua mente ; e
nonsolol'affettoperlapatriagrandezzaquantoapolitica,governo e civile,scienze,lettereedarti;ma
dàancheprovadellaperiziache l'universale ed elevarci sino alla concezione dei
principii; pure non to bisogna dimenticarci che nella teoria dello Stagirita è
desso affatto & vuoto, senza alcun rapporto diretto col mondo intelligibile,
da potersi pelo dire che nella conoscenza eserciti l'ufficio nè più nè meno
della riostruflessione di Locke.Edice bene ilLaforet «Danz latheorieduSta ta,
girite l'intellect actif est tout a fait vide et n'a nul rapport direct
«Profilo Bibliografico pubb. nella Rivista Itoliana di Palerino ela:Anno IV,N.
11,nonci ha cosa più chiara, che essa verità assio -artormatica primitiva è
obbiettiva in sommo grado,appunto per le sue veritacaratteristiche di
universalità, necessità ed iminutabilità. COSS me adal tile. // ne
84 ha ei nell'idioma nazionale. Sicchè è a rallegrarci con lui dei buoni
studi,dell'amoredellenazionalidottrine dell'eccellenzadelsiste ma che ha
adottatonelle scienze speculative,anteponendo (fra idue sistemi che veramente
possono dirsi i più perfetti, essendo ambo sin tesisti, cioè a dire
razionalo-empirici od empirico-razionali ) l'onto logismo alpsicologismo,e, fuggendo,
quelloche èpiù, gli eccessi del razionalismo e dell'empirismo,e quei tali
sistemi erronei, idea lismo epositivismo,pei qualidelira lagioventù moderna,da
cui cam minandosidiquestopasso,noncipossiamoattendere,senon un ar
veniresventurato. Prosegue Julia i suoi studii filosofici, e ci offra lavori
speculativi di maggior lena, per poterlo vie meglio ammirarlo, e rallegrarcene
con lui. Delle dottrine filosofiche e civili di G. V. Gravina per Fer
dinando Balsano, con saggio sulla vita e sulle opere del
Gravinapelprof.VincenzoJulia.— Cosenza,Tip.Mi gliaccio, 1880 (un vol.di
pag.CIV-410). G. V. Gravina di Rogiano (1664-1718) è considerato dai più come
poeta e letterato segnatamente pel suo trattato della Ragione poetica,e come
insigne giureconsulto, specie per lasua opera De ortuetprogressujuriscivilis.Ma
eglime rita,sotto un certo rispetto,d'essere altresi considerato come filosofo
e per le dottrine speculative che professava e per quei sommi principii a cui
s'informano i suoi scritti di G i u risprudenza e di Filosofia civile, dovendo
le scienze partico lari e d'applicazione, quali sono appunto le discipline
giuri diche e pratiche.esser precedute ed illuminate da una scienza speculativa
più alta ed universale,cioè dalla Filosofia pro priamente detta. A nostri
giorni il calabrese Ferdinando Balsano si pro pose di far meglio conoscere le
dottrine filosofiche e civili del Gravina, studiando accuratamente e con
intelletto d'amore le opere del suo grande concittadino.Ma ilBalsano,non che
pubblicarlo,non potècompiereilsuolavoro,perchè trafitto dal
pugnaledell'assassino!Ilprof. Vincenzo Juliaha raccolto la sacra eredità del
suo venerato maestro,dettando un'eru dita ed ampia monografia sulla vita del
Gravina, e pubbli candola insieme al lavoro inedito del Balsano. In questa
vita e troviamo uno specchio breve ma fedele dei tempi del
Gra vina, specie riguardo agli studii; la pittura del carattere morale del
pensatore rogianese,un cenno de'suoi numerosi scritti e de'suoi meriti
letterarii. L'opera del Balsano,dettata in una forma quanto castigata
altrettanto elegante ed elevata,contiene una larga esposizione dei pensamenti del
Gravina diretti a coordinare tutte le sue meditazioni di filosofia speculativa
e di morale , di religione edidiritto,diesteticaed'insegnamento,dipolitica edi
civiltà.È divisainduelibri.Nelprimosiragionadelledot trine civili. Quanto alla
filosofia, dal Balsamo si cerca dimo strare che il Gravina, studioso delle
tradizioni dell'antica filosofiaitalo-greca,siattenne specialmente alla
dottrinepla toniche(comeapparisceanchedall'OrazionesuaDe instaura tione
studiorum),armoneggiandole col progresso della civiltà cristiana,delle scienze
particolari e massime del Diritto,egli cheavevameditatoleoperedeisommi
giureconsultiromani, e che aveva piena la mente ed il petto della grandezza di
Roma antica. Le dottrine platoniche da lui professate gli fecero innalzare la
mente ai principii sommi del Diritto, a meditare la riforma delle dottrine
civili,ed a comprendere la sintesi el'armonia delle parti principalidel
sapere.Difatti, il Gravina vedeva la scienza umana come un'armonia e ricordava
la piramide in cui egli dice espressamente avere gli antichi savi simboleggiato
la scienza umana e la natura delle cose : il che significa che per lui l'ordine
della scienza risponde a quello della natura, l'idealità alla realità; e come
il primo vero è l'idea divina nota da principio all'intelletto creato, così il
primo essere è Dio creatore della scienza e dellanatura.Tutto
l'ordinedeicontingentirealihasuacausa efficiente nell'Assolutoche
licrea;tuttol'ordinedelle cono scenze empiriche ha sua origine nell'idea
eterna, presente sempre all'intelletto umano e norma o tipo a cui si riscon
trano le cose finiteapprese per esperienza sensibile(pag.162). E sotto questo
aspetto può dirsi che ilGravina precorresse al Gioberti,che in cima del sapere
e dell'essere doveva porre Diocreatore.Adunqueilcontemporaneo delViconon segui
le dottrine del Locke, ma invece quelle più elevate di Pla Vol. XXII. 225
Disp. 2. 15 tone e del Cartesio, quantunque non și mostrasse sempre
giusto verso Aristotile. Ma se al Gravina non può negarsi un certo valore filo
sofico, i suoi veri meriti risguardano, più che la Filossfia
elaLetteratura,laGiurisprudenza.Preceduto daAlberico Gentile, da Francesco
Bacone e dal Grozio, il Gravina non solo ricercava l'origine del Diritto e ne
indagava iprogressi (De ortu et progressu juris civilis), ma sapeva altresi
elevarsi alle idealità o ai principii supremi del Diritto. Quindi è che a lui
debbono molto la Storia del Diritto,
specie,diquelloromanocheinsegnavainRomastessa,ela Filosofia del Diritto. Il
Gravina, esaminando l'origine e la natura del Diritto, non lo separava dalla
Morale come oggi fanno taluni, perchè nella legge morale,da cui scaturiscono
tutti i doveri umani, trova pure il suo primo e vero fon damento il Diritto.
Egli precorse al Savigny da un lato, al Vico e Montesquieu dall'altro, interpretando
con larghezza di veduta la storia civile e giuridica di Roma. Il Balsano si era
proposto di ritarrre ilGravina non solo qual eminente giureconsulto, sì ancora
qual filosofo civile, mostrando com'egli additasse le norme eterne d'ogni
società umana (che ammetteva come un portato della natura) nella vita privata e
pubblica, nell'ordine privato e politico. Ma ripetiamo,ilBalsano non potè
compiere l'opera sua;la quale delresto,merita di essere conosciuta e
studiatadai cultori della Filosofia e delle scienze giuridiche, benchè ci
sembri scritta con entusiasmo soverchio verso ilproprio concittadino
risguardato come filosofo. DISCORSO Recitato nella sala dell' Accademia
Cosentina ). Piansi,o Signori,nella mia pensosa solitudine,la morte immatura
del caro Fiorentino, che mi fu amico e fratello !; vengo ora a glorificarne
l'ingegno nel tempio della scienza, innanzi al simulacro del vecchio Telesio,
al cospetto di dotti Accademici,di fervidigiovani,dieletti ingegni,di distinti
Professori, che meglio di m e , nato e cresciuto nelle m o n tagne, potrebbero
valutarne i forti studi e la vasta intelli genza. Parlerò con franchezza, senza
adulazioni rettoriche, senza intemperanze di lodi; dinanzi ad uomini gravi ed a
u steri le apoteosi e la rettorica sono un fuordopera. La pa rola mendace
sarebbe un insulto alle ceneri di Fiorentino, uomo sovero ed aperto, che
disdegnò il lenocinio e le bel lezze oratorie, seppe dire con schiettezza di
calabrese la v e rità ad amici e nemici, e fu audace demolitore del vecchio m o
n d o ; inesorabile agl'ipocriti ed ai ciarlatani. Nella rioca personalità del
Fiorentino grandeggia il filosofo ed il pensa tore;lascio,per ora,ad altri di
me più competenti, esami nare il letterato, lo scrittore, ed il cittadino; io
vi parlerò soltanto dell'Autore del Giordano Bruno;del Saggio Storico sulla
Filosofia Greca ; del Pomponazzi e del Telesio; quat tro titoli di gloria , che
basteranno a rendere immortale il nome di Francesco Fiorentino. 1 Vedi il mio
articolo sul Fiorentino pubblicato nell'Avanguardia n u meri 101-102,
riprodotto dalla Gazzetta Calabrese e dal Calabro in Catan zaro; dal Corriere
del Mattino e dall'Ateneo, in Napoli. L'Italia , o Signori, fu scossa nei
principi del secolo, dopo la grande Rivoluzione dell'ottantanove , dalla parola
del nostro Galluppi, che il Gioberti chiamò il Nestore della sapienza italiana.
Senza mistiche intemperanze , senza voli metafisici, ei richiamò, nuovo
Socrate, la mente degli Ita- liani ad indagare il m e e la coscienza ; a
scrutare profon - damente ilsubbietto umano;e,rigettando lequiddità scola-
stiche ed il sensismo di Condillac e di Tracy, contribui à rinnovare presso di
noi il metodo naturale , e fu salutare reazione all'esorbitanze speculative del
secolo decimottavo , Conscio della esigenza storioa del secolo decimonono,il
Gal luppi iniziò presso di noi lo studio della storia della filoso. fia ;
indovino , pur combattendola fieramente , l'importanza speculativa della
sintesi a priori, che in parte accetto ; e, benchè avesse trascurata la
Rinascenza,Telesio,Bruno, Cam . panella, può dirsi , il vero educatore dello
spirito filosofico in Italia. La Calabria, terra delle grandi iniziative e
delle magnanime audacie, si elevò col Galluppi all'altezza del pensiero
moderno, e fu, sarei per dire, la squilla settimon tana del Campanella, che
risvegliò in Italia il pensiero lai caleedumano,ilpensieropuro
eduniversale.IlFiorentino, nella sua prima gioventù , studiò il Galluppi, ne
comprese l'indirizzo storico, o gli piacque la nuova e socratica spe culazione,
che un modesto filosofo iniziava nella estrema Calabria, sulle rive di quei
mari, che ripetono ancor l'eco delle armonie pitagoriche. Il Galluppi, con le
sue serene e casalinghe meditazioni, non bastava ad appagare il libero ed
irrequieto ingegno del Fiorentino , aquila delle montagne , che volea spezzare
le pastoie del vecchio mondo e della speculazione galluppiana. In mezzo a
queste ansie intellet. tive sopravvenne il Gioberti a scuotere le menti dei
Meri. dionali con la magica parola ; ed il Fiorentino, assetato di ideale e di
patria, come tutti i forti ingegni di Calabria, accettò anch'egli la mistica
speculazione giobertiana , o fu idealista platonico ed ortodosso. E chi potea,
pria del ses santa, resistere al fascino del Gioberti? Chi rinnegare
la p a tria, ch'egli glorificò nelle pagine immortali del Primato ? Il
Guerrazzi chiamò il Gioberti scintilla piovuta dal Vesu vio sulla cima delle
Alpi : veramente ci è in lui l'audacia, la fiamma profetica, la divinazione
geniale del Mezzogiorno; ci è Vico e Campanella , S. Tommaso o G. Bruno ; ci è
la fede dei credenti, lo spirito ribelle dei tempi nuovi, l'ome rica fantasia
di Platone , l'austero sillogismo di Aristotile. Nei dolori dell'esilio,egli
scrisse la Teorica del Sopranna turale, ch'è l'apoteosi della vecchia
ortodossia ; riassunge nella Introduzione tutto il passato teologico e
tradizionale, rinnovò il realismo del Medio -Evo , sposandolo al pensiero
moderno; risuscitò nel Primato, con l'entusiasmo del pro feta, i titoli della
nostra grandezza, e lanciandosi col volo dell'Aquila alpigiana nel grembo
dell'Essere , credette di averne interrogate le profondità, ringiovanito il
vecchio Dio della Scolastica , e sciolti tutti i problemi con la formola ideale
e con l'Ente creatore. Gioberti non arrestossi a metà; e,ringagliardito da
nuovi studî, ingegno audace e progres · sivo, com'era, accettò gran parte della
speculazione moder na, e, spastoiandosi dal vecchio teologismo, dalle utopie
del Primato , inaugurò la nuova Italia col Rinnovamento ; la nuova Scienza con
la Protologia, e la nuova Chiesa con la Riforma Cattolica , e con la Filosofia
della Rivelazione ; sebbene non interamente emancipato dalla vecchia ortodos
sia. Ai tempi che il Gioberti pubblicò il Rinnovamento, ed il Massari le Opere
postume del suo grande amico, le C a labrie erano chiuse dalla muraglia
cinese,ed ilnuovo pen siero laicale del Gioberti non potè penetrare nei nostri
b o schi. La gioventù era ancora innamorata del misticismo e della formola
ideale; i vecchi eroi della Rinascenza non erano ancora conosciuti tra noi ; o
B. Spaventa , esule a Torino, dove pubblicò dal 54 al 56 i suoi stupendi Saggi
Critici su Bruno e Campanella, era quasi ignorato in Calabria. Il Fiorentino,
non bisogna nasconderlo,avea subito an. Scrisse allora a Napoli il Giordano
Bruno , un Saggio giovanile, come schiettamente confessa l'Autore ; composto
nel 1861 in tutta fretta nelle vacanze , e disteso in soli v e n totto
giorni.Quel Saggio, benchè imperfetto, segna ilprimo momento della critica
evoluzione del Nostro in filosofia, il passaggio , cioè , dal vecchio
dommatismo giobertiano alla speculazione libera e laicale dei tempi moderni.
Nello studio del passato il Fiorentino trovò la spiegazione dei posteriori
sistemi;e,poichè non poteva valutare le teoriche del Bruno, senza risalire alle
origini,guardò la Dialettica nelle scuole di Crotona , di Elea e di Alessandria
, e ne rilevò con sa gace giudizio l'importanza speculativa nel gran dramma del
greco pensiero.Si occupò,egli ilprimo,presso di noi,della stupenda Dialettica
del Cardinale di Cusa, e ne indagò i le gami col sistema del Nolano , dove
causa e principio sono una medesima cosa , e la esteriorità della causa e la
inte 1 Leggeva i SS. Padri in una cella di monaci: ne trascrisse molto ; e ne
pubblicò alcune opere nel 1858, a Messina, voltandole in italiano. 2 Stefano
Cusani; G. B. Aiello; Giuseppe del Re; E. Salvetti; S. Gatti; i Fratelli
Spaventa; P. E. Imbriani; De Meis; Tari; Savarese; Perez; M a n cini;De
Sanctis;Marselli;Trinchera;Turchiarulo;Floriano Del Zio;F. Quer cia ed
altri. pen siero germanico, diffuso nel Mezzogiorno dal 40 al 60 dai più
forti ingegni del Napolitano ?; indovinò la grandezza spe - culativa della
Rinascenza , e si sentì attratto dall'eroica fi gura del Nolano. ch'egli
l'influsso dei Santi Padri ',e,principalmente, come dicemmo, del filosofo
Torinese, che da lui studiato profon damente in gioventù, non fu dimenticato
nella età matura, in mezzo ai più splendidi trionfi del suo ingegno. Venne però
il sessanta, con le sue titaniche audacie, e con le sue immortali demolizioni a
svegliare il Fiorentino dalla sua fede dommatica e dal suo sonno
ortodosso;e,benchè non ancora emancipato dal vecchio Gioberti,si volse a
studiare il riorità del principio
si ricongiungono nell'Uno ,ch'è insie me causa e principio. L 'Uno nel sistema
del Nolano, è to talità assoluta; vale a dire che come principio della forma
zione dello cose è minimo,come totalità perfetta ó massimo; come identità
delprincipioedellafinepigliailnome diUno, ove tutto si assorbe, come in vasto
ricettacolo; ove il pensiero e la realtà si confonde in una identità suprema.
In ciò con . siste il Panteismo di G. Bruno , che il Fiorentino rigetta,
soggiogato dal vecchio Gioberti , confutando l' eccletismo poco omogeneo , gli
ondeggiamenti e le contraddizioni del Nolano , che fonde insieme la Causa dei
Pitagorici, l'Uno degli Eleatici , ed il Principio degli Alessandrini. E pure ,
ad onta delle prevenzioni ortodosse e giobertiane , il F i o rentino non
disconosce le novità laicali, di cui è ricco il sistema del Bruno; la
maggioranza del pensiero, la menta lità, che splende come intelletto divino,
mondano , partico lare,ed ilconcetto direlazione,ch'è tanta parte dellaPro
tologia del Gioberti , e costituisce il verace assoluto ; l'asso luto , cioè , della
moderna speculazione. Dallo oscillare del Bruno tra la Scolastica e la
Rinascenza deriva che il finito ora è una vana parvenza, ora la massima realtà;
ed il N o lano ondeggia tra Eraclito e Parmenide , tra il flusso c o n tinuo e
la rigida immobilità. Il Fiorentino mette Giordano Bruno in relazione con
Spinoza e Schelling , ne nota col solito acume le differenze e le somiglianze,
o conclude che i tre filosofi si rassomigliano nella prospettiva generale del
sistema, hanno il medesimo intendimento di unificare la scienza e
d'immedesimarla col mondo ; cercano fuori del pensiero il centro della loro
unità , e costituiscono quella serie di Panteisti, che si dicono obbiettivi;
l'Uno, la Sostan za,l'Assoluto sono tre creazioni parallele.Il Fiorentino ana
lizza del pari la Dialettica di Hegel e di Gioberti , m o n u menti immortali
della moderna speculazione, e nota che in Hegel e Gioberti contrastano due
tradizioni, due filosofie, e due nazioni; la filosofia della creazione e la
filosofia della identità, il cattolicismo ed il razionalismo,
l’Italia, patria di S. Tommaso o di Dante,e la Germania, patria di Lutero e di
Göthe. Fiorentino, senza sconoscere la importanza della filosofia tedesca,
glorifica la vecchia formola giobertiana, il cattolicismo e la rivelazione;
rigetta quasi il pensiero m o derno, desidera il rinnovamento della antica
filosofia italia, na,e,collocandosuglialtariilGiobertidella Teoricaedella
Introduzione, chiude il Saggio con queste parole: «Giova « netto ancora,sognava
che il nome di V. Gioberti suone « rebbe terribile sui campi di battaglia, e
venerando tra le « arcale della Università. Quel mio sogno giovanile si è av «
verato in gran parte e la indipendenza e l'unità della « mia patria,propugnata
da quel grande statista, è presso « a compiersi; mi sarebbe ora assai dolce il
vedere una « scuola ed un'accademia iniziarsi, diffondersi , giganteg « giare
in quel nome si caro ad ogni italiano, con quella « formola,che assomma la
scienza e la fede dei nostripa. « dri. Da esse soltanto noi potremo sperare
giovani, c o m « pagni di quelli che combatterono a Curtatone, e cacciarono «
gli Austriaci da Varese e da Como.» Giordano Bruno portò il Fiorentino ad uno
studio più accurato della greca filosofia, di cui è anche specchio e ri
produzione,inbuona parte,laRinascenza italiana,dellaquale il Nolano è l'eroe ed
il martire. Professore straordinario di Storia di filosofia a Bologna nel 1862,
il Fiorentino si diede a studiare alacremente e con tenacità di calabrese
Aristotile e Platone.Si fatti studii, come racconta egli stesso,gli apri rono
nuovi orizzonti, gli allargarono la vista intellettiva, o gli fecero scorgere
ildifetto fondamentale della filosofia gio bertiana. Fiorentino si allontano
dal vecchio Gioberti, non colcuore,sibeneconlamente,ch:ifortiamori deigiovani
anni non possono dimenticarsi.Rude e franco calabrese,intel
lettoaustero,ilFiorentinosiemancipò dalla scuola filosofica ortodossa,quando si
convinse che il mito e la leggenda pre valevano sulla pura speculazione, sul
pensiero libero o laicale. La critica, che Aristotile fa di Platone,a cui
Gioberti si rassomiglia,fece schivo il Nostro dal mescolare immagini ad idee, e
lo inimicò con le metafore filosofiche la severa, m a ineluttabile critica di
Aristotile; non i Tedeschi lo c o n vertirono alla nuova filosofia , degna dei
tempi moderni, si bene il rigido, inesorabile Aristotile Cosi Fiorentino scese,
calabro atleta, nella arena della greca filosofia, e gio vine ardente fu
trasportato lungo le sponde dell' Ilisso , tra gli alberi fragranti, che ne
ombreggiano il margine ; sotto il bel cielo di Omero , tra le dispute di
Socrate, i simposî platonici , e le austere meditazioni dell'Accademia. Sapeva
egli fondere ed accordare insieme l'idea greca all'idea ca labra, rappresentata
nei tempi antichi da Pitagora, e tutte e due al nuovo pensiero laicale del
Rinascimento , rappre sentato presso di noi da Telesio e Campanella. Ringiovani
così il pensiero , irrigidito nelle ferree strette della Scola stica e del
vecchio Gioberti ; e farfalla , ch'esce a poco a poco dal suo involucro;
montanaro calabrese, che si trasfi guraman mano sottoilsoffiodeinuovi
tempi,sisentìumano ed universale nei Dialoghi di Platone e nella Metafisica di
Aristotile.La Grecia fu infatti la terra dove sbocciò ilfiore dell'Arte, e germogliò
il seme dell'umana ragione ; fu la patria del pensioro speculativo, della
Dialettica, e della C a tegoria, a cui metton capo ipiù vasti sistemi
dell'antica e dellamoderna filosofia.Fu lapatriadiPlatone,cheperge nialità e
divinazione speculativa, per universalità di pensa menti , per movimento
drammatico , per colorito artistico e finezza di dialogo, grandeggia su tutti i
filosofi; egli fonde in sè l'eloquio facile e maraviglioso di O m e r o e
l'attica b e l lezza di Sofocle. La vecchia Grecia s'idealizza e si trasfigura
nel gran discepolo di Socrate; la speculazione diviene arte e dramma, ed il
pensiero , chiuso nei c ancelli di Talete e di Eraclito, abbraccia ilmondo, si
fa universale ed umano,a n Vedi Filosofia Contemporanea in Italia, p.
152, 153, Napoli, 1876. ticipa il Cristianesimo e preludia all'età
moderna Egli fonde, come disse bene il Ferrai, in una grande unità isofisti e i
politici, gli artefici e i guerrieri ; uomini , donne , vecchi, fanciulli,
schiavi e liberi, e in questo mondo in azione ti si fa duca e maestro,
innalzandoti, migliorandoti, affinando le tue facoltà, spesso spirandoti
nell'anima un sacro entusiasmo per il buono , per il vero ; quell'entusiasmo ,
aggiungo io , che crea i grandi fatti della storia, e quei capolavori del
l'arte, che si chiamano Convito ed il Fedro, ove si spec chiatuttoilsorriso
dell'Ionio mare,l'apollinea bellezzadei Greci , il fascino di Diotima e di
Aspasia ; la morbida poesia dell'Attica e l'arguta ironia di Socrate ; divina
bellezza , m u . sica arcana , che rende unica la Grecia tra le nazioni più
civili e più artistiche del mondo . N o n volendo abusare della vostra bontà ,
o Signori , io m i restringo per ora a Platone ; che ci porterebbe assai lungi
il voler discorrere completamente del Saggio Storico sulla filosofia Greca ;
discutere ed esaminare Aristotele e quanto altro riguarda le Categorie ed i
problemi della filosofia m o derna , di cui si occupa il Nostro nel suo
stupendo lavoro. Il Fiorentino scrutò con animo libero e spassionato la vec chia
speculazione ellenica;laGrecia anteriore a Socrate,ove campeggiano le grandiose
figure di Talete, di Senofane, di Eraclito, di Parmenide , di Anassagora ; o
dove si elabora a poco a poco l'idea platonica e la categoria aristotelica . È
un quadro ricco di pensiero, ed anche di poesia,che con vivi colori ci
tratteggia ilFiorentino con quella sua ge nialità, con quella lucida
esposizione, che tanta grazia a g giunge ai suoi lavori speculativi;
incantevole lucidezza, che ritrae i limpidi Soli diffusi sui patrî vigneti e
sulle marine di Cotrone ... Il Saggio Storico sulla filosofia Greca sarà s e m
pre, secondo il nostro debole parere, l'opera più bella, più geniale del
Fiorentino ; ci è il profumo e l'entusiasmo della gioventù, ci è la vita
artistica, anche in mezzo alle severe meditazioni del pensatore ; quella vita,
che solo può dare la Giorn.Napol,Vol.I.- Gennaio 1885 (Nuovissima Serie).
6 gioventù , nella sua più rigogliosa fioritura ed espansione. Ciò
nonostante,spassionati estimatori dell'ingegno del nostro amico , riconosciamo
in quel saggio lacune ed imperfezioni, che l'autore medesimo, uomo schietto e
leale,vi riconobbe, ricco di nuovi studi sulla lingua, sulla filosofia, sulla
lette ratura greca ; dotto nel tedesco e conoscitore profondo dei moderni
lavori alemanni su Platone ed Aristotile. Intanto facciamo notare che il
cardine fondamentale della critica del Fiorentino furono le idee platoniche e
le categorie aristo teliche , che sono e saranno sempre le colonne e le pietre
granitiche dell'umano pensiero. La critica platonica (come nota il Chiappelli
nel dottissimo studio sulla interpetrazione panteistica della dottrina
platonica) si è a giorni nostri ri fatta da capo ; e la quistione si aggira sui
fondamenti di tutto il platonismo, valeadire,sulgenuino valoredelladot trina
delle idee, che forma il centro del sistema platonico. Dalla interpetrazione di
codesta dottrina dipende quella di tutto il resto del sistema ; è il
presupposto , da cui , come tanti corollarii, scendono tutte le altre parti di
questo m o numento immortale del genio greco,che scosso dalla potente critica
di Aristotile , travisato dal Neo -platonismo , rivive anche oggi , dopo le
vicende di tanti secoli. Varie e con traddittorie in ogni tempo furono le
interpetrazioni delle idee platoniche;furono scambiate,ora con gl’ideali
estetici,che vagheggia l'artista, ora ritenuti come generi logici e c o n cetti
intellettivi,ed ora come gli eterni paradimmi del divino artefice,modelli
esemplari delle cose, e quindi esistenti per sė;laquale interpetrazione,che
sitrova diffusatraiNeo platonici,traiPadridella Chiesa,ed in tuttoilMedio-Evo,
anche oggi è sostenuta da valorosi critici. È certo poi che le idee in Platone
sono trascendenti , immobili e separate dalla materia,e che carattere
principale del Platonismo è la irreconciliabilità tra l'idea e la materia, tra
l'intelligibile ed ilsensibile:Le piùingegnose interpetrazioni deicriticimo.
derni,e massime del Teicmuller,che fa di Platone un Panteista, non han potuto
colmare l'abisso,che nel greco filosofo separa l'idea dal cosmo, l'elemento
intelligibile dall'elemento materiale. Relegate, come sono, le idee in un mondo
inac cessibile, non possono esercitare nessuna influenza, nè sul l'essere, nè
sul divenire delle cose sensibili, nė spiegare il formarsi delle cose
medesime.Anche la relazione delle ideo con Dio, osserva il Fiorentino ', rimane
indefinita; le idee non hanno causalità, perciò la causa efficiente deve
trovarsi accanto a loro , o concorrere con loro alla formazione dei mondo ...
Platone non tenta neppure di conciliare Iddio con le idee ; perciò accanto alla
speculazione tu trovi ancora il mito, non come semplice ornamento,ma come
elemento in tegrale del sistema... Solo è certo che l'altissima idea è per
Platone quella del Bene ; la quale ora s'immedesima con la ragione divina, ora
è quella, a cui guardando il Demiurgo dà forma al mondo ; se non che non si può
risolutamente affermare che il Bene s’immedesimi con Dio,ch'è un dato della
tradizione piuttosto che della filosofia , ed in Piatone non essendo chiara
quella immedesimazione , non riesce perfetto il collegamento tra le idee e la
mente divina, ed il sistema delle idee riesce poco coerente , e sempre o n
deggiante ed incerto. Il Fiorentino nel Saggio slorico rigettò la interpetrazionedelle
idee platoniche come riminiscenze di una vita anteriore, come modelli e
paradimmi del mondo, come pensieri divini ; e ritenne che Platone non è sempre
lo stesso ne'suoi Dialoghi ; giovane filosofo da poeta,m a turo senti bisogno
di spiegare la scienza,e ricorse alle idee ; negli ultimi anni adottò il
linguaggio pitagorico a proposito delle idee , e le considerò come numeri. La
dottrina delle idee platoniche , trattata davvero scientificamente , consiste
pel Fiorentino nei Dialoghi il Teeteto , il Sofista, ed il P a r . menide. Il
Sofista prepara il Parmenide, a cui dà il fonda mento ed ilprincipio;ed
ilParmenide sostituisceallame. 1 Manuale di Storia della Filosofia, Parte I, p.
61-65, Napoli, 1879. 1 tessi ed ai simulacri la relazione,
ch'è la vera natura e la vera condizione di tutte le idee ; è la loro vita e
fecondità . IlFiorentino,austero intellettoelibero pensatore,preferiva alla
lirica del Fedro e del Simposio , alla epica narrazione del Timeo ildramma
ideale del Parmenide.Fiorentino scrutò profondamente i tre dialoghi platonici ,
o ne rilevò il vero significato. La scienza, egli disse , non è sola sensazione
e sola opinione, come vogliono iJonici, ed ecco ilsignificato del Teeteto; la
scienza non è la sola cognizione dell'Uno,come pretende Parmenide,e neanco
dell'essenze immobili ed ir relative dei Megarici;ed ecco ilsignificato del
Sofista.La scienza è l'una e l'altra opinione e cognizione, relazione di
entrambe ; ed ecco il risultato ultimo del Parmenide ; tanto vero che, senza la
relatività delle idee, il Parmenide rimarra sempre un enimma, il sistema di
Platone un leggiadro tes suto di favole, di reminiscenze oltremondane ed
assurde, e di sperticate idealità. Scrutando meglio il Sofista ed il Par .
menide, Fiorentino asserisce che il principio da cni muove Platone nel Sofista
, ossia l'Ente , e quello da cui m u o v e nelParmenide,ossial'Uno,sonolostesso
principio;senon che l'ento è rigido, immobile, indeterminato, e l'Uno è
determinato, e produce i Molti. L'uno è il medesimo e dil diverso del Molli;
come viceversa il Molti si può dire mede. simo ed altro dell'Uno; tanto che, a
parere del Fiorentino, abbiamo nel Parmenido esplicito ildiverso e l'altro;
sebbene rimanga in Platone nell'ombra la causa della estrinsecazione della idea,
e l'apparire della materia. Platone non colse la vera natura dell'altro,che non
può essere nè un'essenza,nė un'idea;sìbene una relazione;egliperciò oscillò
dall'uno all'altro di questi due termini,per trovarvi la materia, ed,
irresoluto, la fè credere una volta essenza,ed un'altra idea. Pare che in tutte
queste sottili ed ingegnose interpetrazioni del Fiorentino entrasse un po ' il
sistema e la critica moderna dell’Hegel , sempre caro al Nostro , come quegli
che fu la sintesi più stupenda del pensiero laicale tedesco,da Lutero a
Kant. Felice Tocco, di cui tanto si onorano le Calabrie, nelle sue dotte
Ricerche Platoniche, esplicitamente osserva che il Fiorentino interpetra il
Parmenide di Platone alla maniera di Hegel , e che , ad onta delle argute
considera zioni sulle stonature della Dialettica platonica, nou tenne iu conto
il fare negativo di tutto il dialogo. Il trapasso, dalla teorica della metessi
e degl’influssi a quello della dialettica assoluta,èun
saltocosìsmisurato,chedifficilmentepotrebbe farsida un uomo,per vastissimo
ingegno ch'egli abbia,sopra tutto nel tempo,in cui la speculazione è ancora sul
nascere, ed i sistemi filosofici sono appena abbozzati.E ingiusto per ciò,
conchiude ilTocco, ilraccostamento della dialettica platonica all’egheliana, e
non bisogna interpetrare con Hegel Platone,etrasportare ilmondo antico nel
mondo moderno!! Alla origine e natura delle idee è intimamente legata la
Dialettica platonica ; essa non è altro , se non che la legge dell'intreccio
ideale, il modo come si forma il Logo , o la Ragione universale ed assoluta. Il
ritmo della Dialettica vera di Platone, secondo la interpetrazione del
Fiorentino,è nel Parmenide ; il contenuto del quale si risolve in una trilo
gia,di cui la prima parte presenta la idea solitaria dell'Uno, e
l'annulla;la2.lamedesima idea appaiata con quella del l'essere, e con essa in
contraddizione ; la 3. risolve la con traddizione nel momento, ch'è il
diventare; momento e di venire,che sono mutuati dalla dialettica Hegeliana,e
rendono infide e soverchiamente moderne le interpetrazioni del Fio rentino.
Egli era convinto, quando scrivea il Saggio Storico, che la dialettica
Hegeliana è modellata sulla platonica, e che le prime tre categorie del
filosofo alemanno, l'essere, ilnon essere,ed ildivenire ricordano l'uno,
l'ente, ed ilmomento del Parmenide. La Dialettica platonica , monumento gran
dioso dell'umano pensiero, ispirò in ogni tempo gli Artisti ed i Filosofi; ed
ilFiorentino conchiude che Goethe v'im 1 Op. Cit.pag. 132-133,Catanzaro,
1876. Lo studio della filosofia greca fece rientrare il Fiorentino
nel mondo moderno,ch'egli avea sfiorato col lavoro giova- nile del G. Bruno ;
il greco pensiero, che più degli altri è pensiero umano ed universale,
ricondusse il nostro alla R i nascenza,la quale, se inizia l'epoca moderna con
le ribel lioni speculative del Bruno, del Telesio e del Pomponazzi , usufrutta
con Telesio e con Bruno la parte viva ed immor . tale della greca
filosofia,ilconcetto della natura,autonoma od assoluta, e l'idea dell'Infinito
generante.Il Fiorentino,in gegno fecondo e progressivo,accettò i pronunziati,
gli ardi menti , o ,le ribellioni della Rinascenza ; nelle fresche c o r renti
della natura ei sentì ringiovanirsi, ed il suo 'pensiero divenne più ampio ed
umano . L'epoca della Rinascenza è, o Signori , un'epoca gloriosa , battagliera
, o titanica ; la Scolastica è assottigliata ; la cavalleria ed il feudalismo
se ne vanno;la Teocrazia perde ilsuo prestigio,e la sua uni versalità ; la
poesia si emancipa dai terrori mistici ; alle fo. sche pitture del trecento
succedono i freschi colori del T i ziano e del Correggio ; nasce lo Stato
laicale, e Machiavelli crea la storia moderna. I filosofi rappresentarono in
questo gran dramma una parte gloriosa,e specialmente ilmantovano Pomponazzi,che
per audacia speculativa,per energia di ca rattere è uno degli eroi più spiccati
del Rinascimento ita liano. Il Fiorentino, che come fiero calabrese e libero
pen satore,era naturalmente attratto verso i grandi precursori ed apostoli, si
mise a studiarlo con coscienza di filosofo e p a zienza di critico; sgobbò sui
polverosi volumi in folio, si chiuse come un vecchio anacoreta nella sua cella
di Bologna; ed affrontó con leonino coraggio l'intolleranza e lo scherno
degl'insipienti , le beffe dei gaudenti, che senza forti stu lii, 86
GIORNALE NAPOLETANO parò la movenza del Dialogo ; Hegel il severo ragionamento
; il Vico vi attinse lo schema della Scienza Nuova ; Rosmini il principio del
Nuovo Saggio ; ed a quell'opera immortale bisognerà ricorrere ogni volta,che si
vorranno scandagliare davvero le origini dell'umano pensiero senza accurato
lavoro vogliono , con la veduta corta di una spanna,giudicare gli uomini serî
ed austeri,gli uomini che sacrificano tutto sull'ara del pensiero e della
scienza ; indomiti o tetragoni nei loro propositi ; Capanei,che muoiono e non
si arrendono. Pomponazzi insorse fieramente contro la Scolastica, e contro la
greca filosofia; e nello spiegare la natura dell'a nima, ed il processo del
conoscere non ha esitato punto,nè riprodotte, come altri fecero, le incertezze
aristoteliche. Sgombrate tali perplessità, il filosofo mantovano si liberò
dall' intelletto separato di Averroè , dell'intelletto agente dello Afrodisio,
senza però emanciparsi del tutto dagl’in flussi e dalle intelligenze superiori;
ondeggiante ancora, come tutti gli uomini della Rinascenza , tra la Scolastica
ed il mondo moderno ;tra S. Tommaso e Giordano Bruno. Stremò , è vero,
Pomponazzi la trascendenza in filosofia; con siderò l'intelletto umano come
sviluppato dalla potenza della materia ; ma non volle attribuire all'intelletto
dell'uomo la concezione dell'universale ; e disconobbe la vera m e diazione,che
l'uomo fa tra lecose eterne e caduche.Egli scruta insistente i più ardui
problemi metafisici, religiosi e morali, la Provvidenza, il Fato, la Libertà,
la Predestinazione e la Grazia ; e porta in tutte queste discussioni la novità
e l'audacia,proprie dei filosofi del Rinascimento ;piega più dalla parte della
determinazione fatale degli Stoici che da quella della vuota determinabilità
dell’Afrodisio; che l'arbitrio non può essere primo movente;e l'aver compreso
il difettodella dottrina della libertà , come è in Alessandro ed in Aristo
tile; l'aver intravveduto nel fato stoico maggior ragione volezza costituisce
uno dei massimi pregi della critica del Pom ponazzi . Disconobbe inoltre il
valore assoluto delle R e ligioni; ne spiegò con ragioni naturali l'origine, il
fiorire, la decadenza ; le riconobbe portato dello spirito, eterno ed
irrequieto viaggiatore, che tutto rinnova e distrugge. Con questa divinazione
il Pomponazzi fu anche precursore dei nuovi tempi, e della scuola moderna
;se non che mancogli la perfetta coerenza nelle dottrine,e non si sollevò al
con cetto profondo dello spirito, come lo intendono i moderni. L'ingegno del
Pomponazzi , benchè novatore e ribelle, non si era completamente spastoiato dal
vecchio mondo scola stico ed aristotelico ;ei non poteva ai suoi tempi
cancellare del tutto il Dio di S. Agostino e di S. Anselmo; non po teva
scartare intieramente la Provvidenza oltremondana , von poteva combattere a
viso aperto le tradizioni della fede o r todossa. Ei però aveva intravveduto
che al Dio estramon dano , collocato fuori la coscienza , dovea fra poco
succedere il Dio intimo e vivente; che la vecchia forma religiosa do vea
ringiovanirsi e al Motore immobile di Aristotile dovea succedere l'Infinito di
G. Bruno. È questo il merito pre cipuo del Pomponazzi , che a buon dritto deve
chiamarsi il precursore della Riforma e del mondo laicale moderno ; e l'averlo
saputo rilevare con sagacia di critico coscienza di storico è gloria del
Fiorentino. Ciò segna un altro m o mento importante nella evoluzione critica e
speculativa del Nostro ; la quale avrà il suo compimento ed il suo massi - mo
splendore nel Telesio,e negli studii sulla idea della N a tura nel Risorgimento
italiano. Il Telesio infatti costituisce l'ultimo e più splendido momento
speculativo e storico del Fiorentino, il quale rap presenta perciò in Calabria
il più alto grado , la più alta manifestazione
dellacriticastorica,edilcompletosvegliarsi presso di noi della coscienza
laicale ed u m a n a ; rappresenta la continuazione della
Rinascenza,ingrandita, però,trasfor mata e divenuta pensiero europeo ed
universale coi Saggi critici di B. Spaventa. Fu primo lo Spaventa in Italia a
dare la debita importanza a Bruno ed a Campanella , ed a tutta la filosofia del
Rinascimento , rivendicando gli eroi del nostro pensiero, ed i martiri obbliati
della ragione. « L ’ I talia, disse B. Spaventa , apre le porte della civiltà m
o « derna con una falange di eroi del pensiero. Pomponazzi , «
Telesio,Bruno,Vanini, Campanella,Cesalpino paiono figli « di più nazioni. Essi
preludiano più o meno a tutti gl'in « dirizzi posteriori , che costituiscono il
periodo della filo « sofia da Cartesio a Kant ... Vico è il vero precursore di
« tutta l'Alemagna... » (Prolusione alle Lez.di fil. nap.) Le austere parole e
i forti ragionamenti del filosofo abruzzese eccitarono il potente ingegno di
Fiorentino,e co.. ine il nostro schiettamente confessa , lo fecero orientare in
quell' arruffio, ch'è la speculazione della Rinascenza , e lo innamorarono di
quel periodo filosofico, che prima si con tentava di ammirare, senza averne
perfetta e matura cono scenza,piuttosto,perseguire ifacili lodatori che per
veder ne realmente l'importanza coi proprii occhi. Educato dalla critica nuova
e poderosa dello Spaventa , Fiorentino percorso da padrone e da maestro il
campo glorioso della Rinascenza italiana, e v'impresse orme da gigante.Gli
uomini nuovi od audaci;imartiri dell'idea piacquero tanto a Fiorentino,ed
eis'immedesimò loro,aspirandone l'immortale profumo,ed il soffio della
giovinezza. La Calabria, che, senza conoscersi , spesso si vilipende e si
schernisce,non era per lui barbara c selvaggia, covo di briganti, e nido di
cannibali; era in vece terra di filosofi, di critici, di poeti ; culla di
martiri e di eroi, terra artistica ed originale,a cui,ultimo tra gl’in gegni
calabresi,consacrai tutto me stesso,e per la quale non cesserò di combattere,
finché avrò forze, finchè in Italia vi saranno uomini senza coscienza storica e
senza carità di patria. La Calabria (e perdonate questo amore indomabile alla
mia patria nativa , alle mie care montagne ) seppe a n ch'essa indovinare e
comprendere i tempi nuovi , uscire dal fondo de'suoi burroni,e mettersi a paro
coi più grandi eroi della Rinascenzaitaliana.La Calabriaseppe anch'essa com
battere con la sua selvaggia vigoria lo impero , la scuola ,
edilpotereteocratico.Ilcalabropensiero,che ancorasiac cusadiangustiaemunicipalità,è,com’iodimostrai,un
pensie ro,non solo nuovo ed originale,ma eziandio italiano,europeo ed
umano . Universale in filosofia, inizid con Telesio lo stu dio
dellanatura,sconosciutaaipadrinostri,velatapertanto tempo dalle ombre del Medio-Evo;nel
tetro carcere della Vicaria creò col Serra la scienza economica ; con Galeazzo
usci dal cerchio della poesia provinciale , e fuse nel calabro Sonetto la
vigoria di Dante e la musica del Petrarca ; pre corse col Campanella a
Descartes ; e con Gravina anticipo Vico e Montesquieu, o creò la nuova critica
italiana. Fiorentino , che , com'egli stesso canto , avea Saldo il voler ne le
virili imprese, E indomita la tempra calabrese, innamorato della vecchia
Calabria, fa rivivere con magiche tinte le belle ed eroiche figure dei padri
nostri, il Parrasio, A. Telesio, il Martirano, il Quattromani, il Tarsia, T.
Cornelio,M. A. Severino,loSchettiniecc.;filologi,poeti e critici precursori ,
che usciti dal fondo dei nostri boschi illustrarono le prime Università, e diedero
un potente i m pulso al Rinascimento italiano, col fondare e promuovere quella
stupenda Accademia Cosentina, segno in tutti i tempi di odio inestinguibile e
di amore indomato,la quale è tanta parte del dramma grandioso della
Rinascenza;diede all'Ita lia grandi latinisti da emulare il Poliziano , il
Sannazaro , il Fracastoro , e sorpassarne altri con Coriolano Martirano; porta
scolpito il fatidico motto : Donec totum impleat orbem ; decrescit numquam ,nec
fulmine laeditur;e servi di modello a tutta Europa col Telesio per la scoverta
del vero metodo naturale. Sotto questo doppio aspetto la vide l'occhio sagace
del Fiorentino, e stupendamente la illustrò , sollevandola a quel posto, che
merita, e meriterà sempre, finchè le tradi zioni del pensiero laicale ed umano
rimarranno vive in C a labria,e ne trasformeranno
lavita,l'arte,elaspeculazione; finchè vi saranno uomini insigni come il
Presidente Sca glione,ed ilSegretario Greco,che ne accresceranno le glorie e
l'importanza , continuando l'esempio dei loro illustri a n tenati, che noi,
gaudenti e borghesi , abbiamo dimenticati, sconosciuti , e fino scherniti....
Il Fiorentino , che il dotto Canonico Scaglione avea precorso con lo
studio sul Telesio, pubblicato negli atti dell'Accademia fin dal 1843, studiando
a fondo, al lume della nuova Critica, le opere del filosofo cosentino, proclama
che il Telesio inaugura i tempi moderni, ritiene la Natura, come il principio
universale delle cose , il ricettacoloditutteleforme,e,come schietto
naturalista,ri. getta Aristotile e la Scolastica, la Teosofia, e la Magia . Il
Telesio, evitando la contraddizione aristotelica , che rompe l'unità della
natura,parte da una materia primitiva ed uni ca,e da una contrarietà
universalissima, ilcaldo ed ilfred do , nature agenti , dalla cui azione sulla
materia nasce la generazione e la corruzione. Telesio , pur ritenendo la
necessità di un'opposizione universale e di un'unica materia, il che era anche
ammesso d'Aristotile , ne ha profondamente modificato il valore. La forma
aristotelica, ch'era sempre assoluta ed estranaturale, non gli parve principio
naturale , e la sbandì , e la rigettò dalla sua filosofia, con la rude
franchezza del calabrese . In una parola , la natura non ha mestieri per essere
spiegata di principi, che non siano naturali; e così fu vinto e sor passato il
Medio -Evo, e la Filosofia delle Scuole. Il soffio giovine e fresco delle
nostre montagne spazzò lo nebbie sco. lastiche , e Telesio , meditando gli
arcani della natura nel suo ameno podere, sito sulle rive pittoresche del fiume
Coraci, fu veramente il precursore di Bruno e di Galilei, l'u omo nuovo ed
audace, che scrolla il vecchio mondo medie vale, ed inaugura l'epoca moderna.
Telesio, rigettando l'entelechia aristotelica, vi sostitui una sostanza sottile
, mobile , lucida, che per lui costituiva il principio della vita;semplificò
inoltre ilsistema del natu ralismo,tolse ildissidioimmenso,che funel Medio-Evo
tra la natura esterna e l'organismo vitale , e fuse insieme nel suo novello
sistema la Fisica e la Biologia . Fiero ed i n e sorabilo calabrsse, rovescio
tutto, non diè quartiere ad Ari stotile ed alla Scolastica , o combattė senza
ipocrisia , ed a fronte scoverta; diede una nuova teorica
dell'anima, sorpas. sando il Fedone platonico, e l'intelletto universale di Ari
stotile; fondò sul senso la conoscenza, ed ammise il mondo etico come un
effetto e risultato naturale. Nel vasto dramma telesiano, che il Fiorentino
stupen damente tratteggia, brilla di nuova luce il martire di Nola , il quale,
ebbro del nuovo Dio, dell'Infinito generante, e della Natura,allarga efeconda
iconcetti delfilosofocosentino,éd accetta pienamente il naturalismo . Il vero
assoluto rimane però in lui un punto oscuro,dove i contrarii si affondano e
spariscono; il Nolano, più che cogliere con l'atto intellet tivo l'assoluto,
vuole trasformarsi in lui, e divenire Iddio. E leroico furore, che lo trasporta
in grembo dell'Infinito, non il sillogismo speculativo, e la serena
meditazione; l'ebbrezza dell'amante, che lo trasfigura in grembo alla di vina
Anfitrite.Bruno,uomo del Mezzogiorno, nato presso il Vesuvio,ha scosso in ogni
tempo la mente dei pensatori, ed il cuore dei poeti. Eroe leggendario del
pensiere, ca valiere errante della scienza, mistico o ribelle, inesorabile
flagellatore dei cucullati pedanti, egli che avea vestita la bianca tunica di
S. Domenico, ilBruno percorse,si può dire, da un capo all'altro l'Europa
disputando, combattendo,af. frontando ilvecchio Aristotile,laciarlataneria
delleScuole, e l'infallibilità dei dottori. Vilipeso e adorato, schernito
glorificato , ora debole innanzi a'suoi carnefici, ed ora su - blime ; tradito
a Venezia dal Mocenigo , suo discepolo ed ospite, è consegnato al Sant'Uffizio,
dissacrato e condan . nato a morte. Quando in Roma gli fu letta la sentenza,
Bruno, con calma eroica e tremenda ironia, ha il coraggio di profferire innanzi
ai giudici queste memorande parole: « Maggior timore provate voi nel pronunciar
la sentenza contro di me,che non io nel riceverla .»Il 17 Febbraio 1600, l'eroe
della verità, e del pensiero laico fu legato come un volgare malfattore ad
un'antenna,e,bruciato vivo in Campo di Fiore, imperterrito il Bruno non mandò
nè un sospiro, nè un lamento; le fiamme furono la sua apoteosi;e benchè
le sue ceneri fossero state disperse al vento, corsero l'Eu ropa come polline
fecondatore, e vi propagarono i semi del libero pensiero, e della filosofia
moderna.... F. Fioren tino, pensatore e poeta,che dopo più maturi studî avea ac
cettata in tutta la sua pienezza la Rinascenza , ritorna su G. Bruno , e lo
vede nel Telesio sotto un nuovo punto di vista; e se prima,nel suo lavoro
giovanile, lo avea rigettato, come panteista ed antimistico, ora lo guarda , e
lo ammira come ilveroeroe delpensiero,l'araldoeilmartire della nuova e
liberafilosofia;degno, come disse B. Spaventa,di avere un posto accanto a
Prometeo ed a Socrate. Quel che FIORENTINO scrisse di SPAVENTA, permettete , o
Signori, che io lo riferisca al nostro fiero concittadino : « Il grande «
ideale del filosofo per Fiorentino era il Bruno ; pari forse « avrebbero avuto
il fato, se fossero vissuti nella stessa età. FIORENTINO guarda il rogo con lo
stesso corag . « gio; BRUNO avrebb » disprezzato con la stessa serenità, « non
il rogo, ma qualcosa di peggio,quella rete sottilissi. « ma di cabale, onde la
turba ignara circonda gli animi al « teri;che tentano slacciarsi da maltesi
agguati: non ilrogo, «ma lacalunnia divota:dopo ilTorquemada ilTartufo: <
siamo ben progrediti noi. » Il vecchio Dio della Scolastica si assottiglia in
G. Bru . no; in lui si fondono Dio e l'Universo; la creazione è svi luppo di
Dio stesso, processo necessario , che rende cono scibile e reale l'attività di
Dio : in una parola, il Dio del Nolano non vive se non per la natura,e nella
natura:fuori e senza di lei sarebbe un'astrazione ed un fossile. La n e cessità
della creazione, che il Bruno insegna a viso aperto, lo mette di accordo col
futuro naturalismo spinoziano , e lo fa precursore della moderna filosofia
alemanna. La filosofia del Rinascimento , incarnata in Telesio ed in Bruno ,
per avere considerato l'assoluto , come natura , ha preparato il grande
avvenimento dello Spirito, la cui speculaziane inco 1 2 1
mincia con la coscienza cartesiana. L'infinita natura , ini ziata da un
Sofo di Calabria,è la gran parola della R i n a scenza e dei tempi moderni !...
Telegio e Bruno preparano inoltre la vasta speculazione di Tommaso
Campanella,indo mito Frate, che sopporta,con la fiera costanza del Calabrese 26
anni di carcere,ed un giorno intero di torture. Permet tete,o Signori,ch'io
m’inchini al martirio di Campanella, ed al rogo di G. Bruno ; martirio e rogo ,
che sono la gloria del Mezzogiorno,e del libero pensiero;la condanna più elo.
quente dei feroci persecutori dell'umana ragione. CAMPANELLA, che sublima alla
dignità di principio speculativo la divinità latente del Bruno, è il vero tipo
dell'uomo cala bro, ricco d'ingegno e di cuore, intemperante, battagliero,
audace , iniziatore. È uomo originale e contraddittorio ; fa l'apoteosi della teocrazia
e della Spagna, della scolastica, del Medio-Evo,e poi scrive la Città delSole,
e vagheggia la democrazia ed il socialismo, la sovranità del libero pen siero,
e lo Stato laico moderno. Ei fonde in sè due età di verso , la età della fede ,
e l'età della ragione ; Platone ed Aristotile , Telesio ed il Cusano ;
l'austero sillogismo del pensatore,e le vaporosità dell’Astrologo;le
apocalittiche visioni dell’Abate Gioacchino, o la fredda sottigliezza del
Machiavelli; l'ossequio alle somme chiavi, e l'audace ribellione di Lutero. Campanella,
stupendamente tratteggiato da FIORENTINO, ritorna , come metafisico , a
Platone, ed al Medio-Evo; come sensista e psicologo, anticipa, nella teorica
del senso e della cognizione, Cartesio, ed il mondo moder no . Ei proclama la
identità del pensiero e dell'essere; se non che sì fatta unità non acquista la
forza di vero prin cipio, e Campanella,ad onta delle sue stupende divinazioni,
ondeggia ancora tra lo schietto naturalismo ed il sistema delle cause finali.
Alla filosofia naturale , che tolse in p r e stito ed usufruttuò dal nostro
Telesio, CAMPANELLA aggiunse una metafisica, che ne rimase staccata; mettendo
ogni sforzo per levarsi alle categorie supreme della natura e dell'essere, non
seppe applicarle alla natura, e con tutta l'energia p o derosa di assurgere
all'Unità, restò nella opposizione, ch'è il carattere principale del
naturalismo. Il solo naturalismo, chiarendosi col Campanella impotente a
spiegare la genesi della Natura, non potė, esso solo, sciogliere il gran
problema del mondo moderno,e conciliare l'universale col particolar :;
ricomprendere il senso in una forma di pensiero più larga, dove l'opposizione
riapparisse trasformata ed unificata in una sintesi suprema e dialettica. Tale
fu il progresso a p portato nel naturalismo, o nella filosofia moderna da
Galileo e Descartes; tali sono le glorie del nuovo pensiero, antimi stico e
laicale , iniziato da due filosofi, nati tra i selvaggi burroni delle nostre
Calabrie. Fiorentino,dopo aver richia mato alla memoria degli Italiani. Cornelio
, e Severino, glorie dell'Università Napoletana , e filosofi telesiani; dopo
aver valutato la importanza del Galilei e del Bacone, si arresta col Descartes
alla soglia della filosofia moderna, lieto che la speculazione filosofica si
stacchi dalle scienze naturali,preliminare,per altro,necessario nella evo
luzione del pensiero moderno,e siposi nel Cogito cartesiano. La natura si
emancipa, il pensiero si scioglie, e diviene più libero e più snello; lo
Spirito , che tutto ringiovanisce e trasforma, fondo ed armonizza Telesio e
Bruno , Campanella e Galileo , Bacone e Descartes, e la silvosa Calabria entra
co'suoi filosofi, e coi suoi profeti, co’suoi martiri, e co'suoi precursori nel
dramma glorioso del mondo moderno. Vi rientra sotto l'impulso del Fiorentino ,
che, nato presso Stilo, tocca di nuovo la squilla dimenticata del Campanella ,
annunzia ai giovani calabresi l'aurora di nuovi giorni, la completa
emancipazione dalla Scolastica e dal Medio-Evo; lar isurrezione del pensiero della
Magna-Grecia, fuso, ingrandito, trasformato nel pensiero moderno. La Calabria e
l'Accademia Cosentina non potranno dimenticarlo ; non potranno disconoscere
l'austero filosofo, che ne illustrò stupendamente le glorie, e con magico
pennello ne ritrasse gli apostoli, e gli eroi , rivendicando i padri
nostri al c o spetto di un secolo banchiere e borghese. La morte lo colse ancor
giovine sulla soglia del tempio del Rinascimento; glo. ria al virile sacerdote
della scienza,che muore, adempiendo il suo dovere , mentre si folleggia,
deridendo gli eroi del pensiero,imodesti operai del mondo moderno,e sigittalo
scherno sulle ossa dei grandi precursori della nuova Filosofia e della nuova
Critica. Io ho fede che la gioventù ca labrese, così ricca d'ingegno e di
cuore, cosi amante delle patrie glorie,avrà un culto per gli uomini,che muoiono
sulla breccia, martiri della scienza e della patria; per le anime generose,che
non curano le amarezze della vita, l'esilio,la povertà, la carcere,ed
accettano, fino le torture di Campanella, fino il rogo di G.Bruno. Ho fede che la
Calabria si rinnovi nel lavacro della Rinascenza e negli studii virili
delpassato,elagentileedotta Cosenza, riccaperme di care e dolorose
memorie,prodiga di tanto sangue alla patria, di tanto contributo d'ingegno alla
storia del pensiero italiano, s'ispiri nell'austera figura del più grande dei
suoi figli, il cui busto parla tra il verde degli alberi la gran parola del
Risorgimento alla nostra gioventù. Ho fede che l'austera parola del filosofo di
Sambiase non suoni più nel deserto, e la sua tomba, su cui piansero amici e
nemici,sia un'ara dove le novelle generazioni attingano iforti propo siti, e,
quel che più ci preme,la serietà della vita, l'abnegazione, il sacrifizio, ed
il libero pensiero. Così,o gio vani, non sarò costretto a ripetere gli amari
versi dell’austero poeta di Recanati. Oggi è nefando stile Di schiatta ignava e
finta Virtù viva sprezzar lodare estinta. Vincenzo Julia. Julia. Keywords:
implicatura, filosofia calabrese, Campanella, Telesio, Sanctis, Leopardi,
Mazzini, Garibaldi, Gioberti, Spaventa, Hegel, Aligheri, Serra, Bruno. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Julia” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Juvalta: l’implicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Chiavenna).
Filosofo italiano. Grice: “At Harvard, I
said I was ‘enough of a rationalist,’ but perhaps Juvalta would say that wasn’t
enough!” – Grice: “Juvalta has explored the limits of rationalism, in
connection with value and reason: if value is irrational, how can co-operation
be rational in terms of an accord to follow conversational maxims?” essential
Italian philosopher. Ogni sforzo di derivare una valutazione morale da qualche
cosa di cui non sia già riconosciuto il valore morale è dunque vano e
illusorio. O non dà quel che si cerca, o presuppone quel che si pretende di
fondare.» I genitori sono il barone Corrado Juvalta, cancelliere della
locale pretura originario di Villa di Tirano, e Teresa Zanetti di Tirano. Dopo
gli studi liceali trascorsi tra Como e Sondrio, si iscrisse a Pavia dove si
laureò con una tesi su Spinoza, sotto la guida di Cantoni. Successivamente
insegna a Caltanissetta, Potenza, Spoleto. Vinse il concorso per la cattedra di
filosofia a Torino. Le tematiche accademiche prevalentemente trattate
riguardarono soprattutto i valori di “libertà” e di “giustizia” con ampie
riflessioni etiche. Convinto della loro generalità e universalità, arriva ad
auspicarne una loro applicazione anche nello studio delle categorie politiche
ed economiche. La filosofia di Juvalta è
una profonda riflessione sull'etica portata avanti con il metodo dell'analisi.
Anche se, come risulta dalla sua, non troviamo nei suoi scritti importanti
contributi sul piano gnoseologico ed epistemologico, dal momento che il suo
principale campo d'indagine fu prevalentemente il Sistema morale, possiamo
affermare senza dubbio che sia il kantismo che il Positivismo costituirono il
nucleo di fondo della sua posizione, da cui sviluppò la sua impostazione
metodologica. Il positivismo, in particolare, è stato il primo grande
sistema filosofico con cui si è misurato nella prima fase della sua elaborazione
concettuale. Tuttavia Juvalta sarà costretto a prendere presto le distanze da
una siffatta visione della morale. I motivi di questa rottura sono da imputare
principalmente al suo fermo rifiuto di accogliere come sostenibile la pretesa
positivistica di fondare l'etica sulla scienza. Il giudizio con il quale si
afferma il valore di un oggetto è diverso e non deducibile dal giudizio col
quale ne afferma l'esistenza o la possibilità o la connessione modale o
condizionale con altri soggetti. Apprendere come le cose sono, è tutt'altra
cosa dal valutarle. Dal momento che l’etica si concreta nella costruzione di una
teoria ed in particolare di un sistema coerente di valori morali, il giudizio
che sta alla base di una qualsivoglia teoria etica deve configurarsi come “un
giudizio originario” che ha una natura eminentemente etica, quindi non
scientifica né tantomeno metafisica. Se però una etica scientifica appare
insostenibile per il motivo dell'indebita derivazione di un giudizio di valore,
di natura morale, dal giudizio ‘aletico,’ di natura fattuale, è indubbio che la
costruzione di un sistema morale debba essere condotta con criteri di
scientificità. Nella misura in cui ogni teoria si basa su criteri logico-deduttivi
e viene definita dalle relazioni logiche che intrattengono in essa i propri
elementi costitutivi, così anche la costruzione di un sistema etico deve
seguire la stessa metodologia e mostrare possibilmente l'identica costruzione
formale. Questo sistema di valori ha l'obbligo di mantenere al loro interno un
imprescindibile grado di coerenza, se vogliono risultare sostenibili ed essere
così accettati dalla ragione (pratica). Quando parla di ‘teoria’ dell’etica lo
fa proprio pensando a questo carattere logico-deduttivo dei valori all'interno
di un sistema. In particolare vede garantita la coerenza di un sistema morale
nella misura in cui un coerente insieme di valori viene rigorosamente derivato (volitativamente)
da un postulato, imperativo categorica, o assioma, di valore morale capace di
fungere da premessa all'intero sistema (allora come insieme di massime
universalisabili). Una volta prese le distanze dai positivisti, si avvicina successivamente
al Kantismo; in particolare accoglierà, anche se con alcune riserve, molte
delle posizioni assunte dal cosiddetto Neokantismo, il movimento di pensiero
che ha come obiettivo la ri-valutazione piena del filosofo di Konisberg
riadattando i contenuti del suo pensiero ad esigenze e problematiche tipiche della
contemporaneità. Vede in Kant il più grande filosofo della modernità, colui che
meglio di qualsiasi altro pensatore ha saputo cogliere il vero senso
dell'autonomia della morale, svincolando per sempre l'etica dai saperi di
natura conoscitiva (aletica, pura, o giudicativa), i quali, proprio in quanto
si rivolgono all'ambito del fenomeno, non riescono a coglier interamente tutto
ciò che ha a che fare con la sfera dei valori (come per esempio la scienza e in
generale l'ambito teoretico). L'indipendenza e l'indeducibilità del valore
morale da qualsiasi speculazione teoretica fu, come tutti sanno, riconosciuta e
affermata, nella forma più esplicita e con grandissimo vigore dal Kant. Kant ha
il grande merito di consegnare alla morale uno speciale statuto di autonomia e di
indipendenza. La morale esprime questo suo carattere di autonomia e di “auto-assiomaticità”
per poter continuare ad essere coerente e allo stesso tempo attendibile sotto
il profilo puramente teorico. Abbracciare l'idea di autonomia della morale
significa accettare una visione anti-fondazionalista dell'etica. L’etica non
può prendere le mosse che da se stessa. Ogni tentativo di fondare l’etica su
ambiti del sapere diversi da quello morale, finisce con il configurarsi come
un'indebita pretesa di intromissione da parte di chi si illude di derivare un
contenuto del valore morale da una premessa fattuale o metafisica o estetica.
Alla base di un sistema coerente del valore morale, cioè un sistema morale
costruito deduttivamente, deve esserci un postulato originario (assioma o
imperative categorico) di natura etica e non di natura aletica o peggio ancora
metafisica, e questo per questioni eminentemente logico-analitiche, che
impongono ad ogni sistema coerente di evitare la fallacia logica della petitio
principii, cioè l'errore di voler caparbiamente dimostrare ciò che invece
abbiamo già implicitamente accettato nelle premesse. Una volta
riconosciuto il contenuto di quel postulato morale e pensato come un valore che
può essere vissuto ed accettato da un soggetto agente e concreto, allora si
creano i presupposti di base perché una coscienza riconosca in esso
un'intrinseca validità, che trova una sua precisa giustificazione solo a
partire dalla sua intima natura assiologica. È proprio questo suo riferimento
al contenuto del valore morale che lo costringe a rivedere i limiti di una
filosofia morale incardinata su binari formalistici e a non accettare tout
court la filosofia morale di Kant. L'ambito della giustificazione e
l'ambito esecutivo. Assumere come principi della ricerca etica l'autonomia,
l'antifondazionalismo, l'antiformalismo porta Juvalta a distinguere l'ambito della
giustificazione, cioè il momento riflessivo che ci vede impegla ricerca di
ragioni che possano difendere razionalmente la scelta di un fine e di un valore
morale, dall'ambito esecutivo che invece coinvolge il momento motivazionale
dell'azione ed è fortemente condizionato da elementi contingenti legati al
momento storico, inter-soggetivo, e culturale nel quale il soggeto si trova ad
agire. Con un atteggiamento tipicamente moderno difende la possibilità
dell'esistenza di una pluralità di fini morali sia sul piano teorico che
pratico, e con la stessa energia cerca di trovare una soluzione per definire le
precondizioni teoriche che rendano possibile una compatibilità tra i diversi
valori. La modernità define un passaggio epocale e pieno di tensione nel
campo della filosofia morale ed ha segnato il tramonto di un'unica, grande e
coerente visione dell'etica. Con l'avvento dell'epoca moderna si è fatta strada
l'idea del tutto legittima dell'accettazione di differenti sistemi di valori e
di diverse visioni del mondo, i quali trovano, da questo momento, una loro
precisa dignità e legittimità in virtù delle ragioni che le diverse dottrine
filosofiche hanno saputo elaborare in favore della loro sostenibilità. Invita a
prendere coscienza di questo cambiamento di prospettiva e a considerarlo,
asetticamente, come un passaggio dal vecchio problema della morale, in cui il
fine principale era la ricerca di una fondazione dell'etica e di una
giustificazione dell'esigenza del bisogno di moralità all'interno di ogni
coscienza, al nuovo problema della morale riassumibile nella domanda; come
possiamo decidere i beni e i valori desiderabili in sé una volta che abbiamo
accertato l'esistenza di una pluralità dei postulati di valutazione
morale? La scelta del fine supremo e i limiti del razionalismo etico
Juvalta vede nel momento della determinazione della scelta del fine supremo, il
cui contenuto costituisce la base per il postulato di valore primario, il
principale limite del razionalismo etico. La razionalità può solamente
giustificare, cioè portare ragionamenti a favore di una tesi, o stabilire
relazioni e deduzioni tra elementi di un sistema, in questo caso valori, che sono
legati dalla loro stessa natura; ma essa non può imporre i fini. La razionalità
accetta, per così dire, il giudizio di valore morale come un dato, ma non lo
può stabilire lei in via preliminare perché nel campo etico la razionalità non
riesce a cogliere interamente la natura dei nostri giudizi di valore. La ragione
dei mezzi per quanto si faccia non dà valori; la ragione esige la coerenza;
teorica: dei giudizi fra di loro e con i principi e i dati su cui si fondano;
pratica: delle valutazioni derivate e mediate con le valutazioni direttamente o
postulate, e delle azioni con le valutazioni. Le valutazioni sono, come
espressioni di una esperienza interiore sui generis, valide di per sé…” I
valori ultimi di Libertà e Giustizia Tuttavia il messaggio di Juvalta contiene
anche un aspetto propositivo, non secondario. Anche se esiste una pluralità di
valori che la coscienza può scegliere come fini, i quali si costituiscono come
le linee guida della nostra condotta individuale, una volta adottato il
criterio razionale di ‘universalizzazione’ del valore è possibile intuire che
le scelte si riducono rispetto a quelle che la ragione può immaginare come
possibili e, soprattutto, viene meno la completa arbitrarietà della scelta
originaria. E convinto che due valori su tutti debbano essere visti come i fini
supremi su cui improntare la nostra vita e organizzare le nostre società,
vale a dire, primo, il valore morale della libertà; secondo il valore morale
della giustizia. Libertà e giustizia costituiscono le pre-condizioni della vita
morale e gli unici due valori morali, tra quelli possibili, che risultano “universalizzabili”.
Essi sono le sole precondizioni che permettono ad ogni essere umano di
realizzare il proprio fine e di raggiungere i propri beni (valori), in vista di
una totale e piena realizzazione della natura umana, senza limitare la ricerca
della moralità dell’altro. Libertà e giustizia rappresentano per così dire i
cardini di ogni sistema morale con i quali poter impostare se non un vero e
proprio ripensamento di ogni pratica umana almeno una profonda critica ai
modelli di società dominanti quali l'individualismo liberale, l'autoritarismo o
la proposta socialista. La libertà esprime l'esigenza delle condizioni inter-soggettive
necessarie a fare dell'uomo una persona padrona di sé di fronte a sé e di
fronte ad ogni altro. La giustizia esprime l'esigenza delle condizioni
inter-soggetive necessarie all'esercizio universalmente efficace di questa
libertà. Non fu un pensatore sistematico e non cercò mai di definire un sistema
filosofico che rendesse ragione dell'organicità del suo pensiero. E sostanzialmente
contrario a ingabbiare la riflessione filosofica in grandi narrazioni o in
arbitrari sistemi, dal momento che era fermamente convinto che il pensiero
soprattutto etico sfuggisse per così dire all'idea di sistematicità e
organicità che aveva così profondamente caratterizzato la maggior parte del
lavoro filosofico ottocentesco. D'altra
parte questo non significa che non esiste un'evoluzione all'interno della sua
riflessione, o che la sua proposta nel campo della filosofia morale non trovi
una sua coerenza e una struttura di fondo ben definita. Saggi: “I due limiti
del razionalismo etico: liberta e giustizia” (Einuadi, Torino). Contiene:“
Prolegomeni a una morale distinta dalla filosofia” (Bizzoni, Pavia); “Le dottrine
delle due etiche” in «Rivista filosofica», “Per una scienza normativa morale”; in
«Rivista filosofica», “Il fondamento intrinseco del diritto”; “Su i limiti
della morale” (Bocca, Torino); “Il metodo dell'ECONOMIA pura nell'etica, in «Rivista
filosofica»); “Postulati etici e postulati metafisici”; in «Rivista di
filosofia»: “Postulati etici e imperativo categorico,” «Atti congresso di
filosofia» (Bologna)(Formiggini, Genova); “Sula pluralità dei postulati di
valutazione morale” in «Atti del congresso della società filosofica» (Genova) (Formiggini,
Genova); “l vecchio e il nuovo problema della morale” (Zanichelli, Bologna); “In
cerca di chiarezza”; “Questioni di morale”; “I limiti del razionalismo etico” (Lattes,
Torino); “Il con-flitto morale”; in «Rivista di filosofia»; “La dottrina morale
di Spinoza”; in «Rivista di filosofia», “D. Basciani, L’etica della giustizia”
(Desclèe, Roma); F. Picardi, La morale in Juvalta” (Filosofia, Marzorati,
Milano); M. Viroli, “L'etica laica” (Angeli, Milano); Juvalta, «Rivista di storia della filosofia», Angeli, Milano, Dizionario Biografico degli
Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Guido Scaramellini,
Chiavennaschi nella Storia, Chiavenna, Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “Again, these Italians! I know that
I had I been one, I had been ‘il filosofo di Harborne’ – now Juvalta, they
doubt as to how Italian he can be seeing that he is listed in Scaramellini’s
little book, “Schiavennaschi nella storia”!” Grice: “Unlike me, Juvalta is a
baron, from the ‘grigioni’ – i. e. the grey league – because of the grey wool
they wore --. ‘grissone,’ as in my surname, so in a way we ARE related!” ” IL
VECCHIO E IL NUOVO PROBLEMA DELLA MORALE Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale. IL FONDAMENTO DELLA MORALE. Sula pluralità dei postulati di
valutazione morale. IL CARATTERE DEL PROBLEMA E LE SUE FORME Se la saldezza di
un giudizio dovesse giudicarsi dall'accordo delle dottrine che cercano di
stabilirne il fondamento, nessuna specie di giudizi sarebbe piú incerta dei
giudizi morali. Se così non è, se i giudizi, o almeno alcuni, sono, nonostante
l'incertezza del fondamento, riconosciuti e ac- colti come validi
incontestabilmente, può apparire legittimo il dubbio, o che il «vero»
fondamento non sia ancora trovato, o che non si possa trovare: cioè che il
problema sia insolubile. E in questo caso: se sia insolubile per difetto di
mezzi, ossia per radicale nostra incapacità a risolverlo; o perché è un
problema mal posto, cioè nella forma con la quale si presenta, illusorio e
fittizio. Dichiarando subito che a mio credere il problema è insolubile, ed è
insolubile perché fittizio, m'è appena necessario di soggiungere che ciò non
equivale in nessun modo (come potrebbe parere a prima vista) a ritenere prive
di significato ed infeconde le indagini e le discussioni delle quali fu lie-
vito, né tanto meno ad ammettere che, rimosso il problema fittizio, nessun
problema gli sottentri, anzi non ne rampollino piú altri al luogo suo. Mostrare
come e perché un problema sia mal posto, non è altro in effetto che la
preparazione necessaria a sostituirgliene degli altri. Il problema del
fondamento è ispirato primamente e dominato, si può dire, in tutte le sue forme
da una preoccupazione pratica e apologetica: Bisogna dimostrare che la morale
ha ragione; che quel che essa suggerisce o prescrive è veramente bene che la
sua autorità è legittima e deve es- sere rispettata. Ora un tal modo di porre
il problema presuppone manifestamente che su ciò che la coscienza morale
prescrive non cada dubbio; o che, se il dubbio sorge nasca non da incoerenza o
opposizione di criteri diversi o contrastanti, ma da errore e confusione di
interpretazioni e di giudi- zio nelle applicazioni concrete. Il che si accorda
con la osservazione di fatto che fino a quando il presupposto è legittimo, cioè
nei limiti nei quali corrisponde a una convinzione universale salda- mente
stabilita, non è questa o quella dottrina sul fondamento della morale che fa
accettare o re- spingere i dettami della coscienza morale, secondo che si
accordano o no con la dottrina, ma sono le convinzioni morali che fanno
accettare e respingere una dottrina secondo che è o appare adatta o disadatta a
dar ragione della loro certezza, a mostrarne la validità. Questa preoccupazione
pratica spiega l'insistenza e la pertinacia degli sforzi volti a risolvere un
problema radicalmente insolubile: di giustificare ciò che è presupposto in ogni
giustificazione; di derivare da delle idee una volontà; di creare con dei
ragionamenti un potere; illusione che si rivela nelle forme piú svariate e
negli indirizzi piú diversi, e per la quale accade, cosa notissima, che a cia-
scun sistema riesce assai piú facile dimostrare l'insufficienza degli altri,
che provare la sufficienza propria. Il problema fu infatti inteso in modi
diversi, e la soluzione cercata in direzioni corrisponden- ti, distinte e
chiaramente separabili; sebbene il piú delle volte variamente intrecciate e
sovrapposte l'una all'altra in un medesimo indirizzo di pensiero e anche in uno
stesso sistema. Infatti la domanda: «Perché dobbiamo noi fare, cioè volere ciò
che la coscienza morale ci detta», che è la forma piú larga e indifferenziata
in cui il problema si esprime, suggerisce quattro te- si o tipi di soluzione
diversi: I. Considerare i principi e le norme morali come «verità» di cui si
cerca il fondamento in una realtà obbiettivamente data alla coscienza. II.
Dimostrare la bontà di ciò che la morale prescrive, cioè derivarne le norme da
un fine ossia da un bene o ordine di beni (qualunque ne sia poi la natura) che
ne giustifichi l'osservanza. 5 Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale Erminio Juvalta III. Provarne l'autorità; e cercare di
questa autorità il fondamento: a) sia nella storia; b) sia in una volontà
distinta dal volere personale e che si impone ad esso. Ciascuno di questi tipi
di soluzione deve essere esaminato piú brevemente che sia possibile, ma
esaurientemente. Sulla pluralità dei postulati di valutazione morale. La
persuasione che i principi morali, i criteri di valutazione, le norme della
condotta, non so- lo possano ma debbano avere il loro fondamento in un ordine
di verità accertabile teoricamente, cioè si possano ricavare da rapporti o
leggi validi obbiettivamente, in nessuna altra forma forse ap- pare piú
chiaramente che in quella della questione, dibattuta con tanto accanimento, se
la morale si fondi sulla scienza o sulla metafisica, e nella natura degli
argomenti messi in campo così dall'una come dall'altra parte. Perché la
«scienza» si sforzava di dimostrare che la realtà a cui faceva appello la
metafisica era immaginaria o inverosimile, e in ogni caso arbitraria ed
incerta, e quindi non poteva su di essa fondarsi nulla di obbiettivamente
valido; e la «metafisica» insisteva nel porre in evidenza la relativi- tà, la
contingenza, la limitatezza della conoscenza empirica; e l'impossibilità di
attingere in essa al- cuna verità necessaria ed universale, e perciò una
qualsiasi validità né di forma, né di fine, né di do- veri. Ora l'uno e l'altro
tipo di argomentazione si svolgevano e si svolgono appunto nell'ambito di
questo presupposto: che i principi morali debbano fondarsi su qualche cosa
d'altro, che li legittimi, che ne dimostri la certezza, che ne faccia
riconoscere la verità; senza avvertire che il fatto stesso del discutere, cioè
dell'ammettere la buona fede, cioè dunque la moralità del contraddittore,
smentisce il presupposto. Il che concorda con l'osservazione ovvia ma non
negabile per la sua massiccia eviden- za: che si trovano degli uomini di
sincera e provata rettitudine morale fra i seguaci delle piú diverse dottrine.
Né vale l'obbiezione che si può fare e si fa: che non si tratta di vedere se ci
siano delle per- sone morali, tra i seguaci di una dottrina, ma se questi siano
logici o siano coerenti con se stessi; os- sia se con quelle dottrine si possa
ragionevolmente conciliare quel modo di giudicare e di valutare. Perché una
tale obbiezione non esce dall'ambito del presupposto, anzi lo implica, appunto
perché ammette come pacifico che un criterio di valutazione morale abbia una
connessione necessa- ria, cioè logica, con certi principi teorici, e che non
possa essere accettato se non in grazia di quei principi. Ma è il presupposto
del fondamento teorico che bisogna provare; e non si prova con una petizione di
principio. Il criterio morale a non si legittima se non col principio teorico A;
se troviamo accettato a con B con C con D e non con A, vuol dire che quella
coscienza è illogica, incoerente. Ma perché diciamo noi che sono illogiche le
menti che non connettono a con A invece di riconosce- re semplicemente l'altra
alternativa: che è possibile così l'una come l'altra connessione, che non vi è
nessuna necessità intrinseca di dipendenza di a da A? Appunto perché, se si
ammettesse che un medesimo criterio morale può accordarsi con prin- cipi
teorici diversi, si dovrebbe ammettere che non si fonda né sull'uno né
sull'altro, cioè che la fon- dazione teorica è illusoria. Insomma il
ragionamento si riduce a un procedimento di questo genere: per dar certezza a
una valutazione morale è necessaria una certa fondazione teorica; ciò importa
che, o non si debba trovare quella certezza senza questa fondazione, o che se
si trova, essa sia una certezza erronea, una certezza irragionevole illogica,
una certezza che non ci dovrebbe essere. «Tu qui! Ma è impossibi- le!» dice la
metafisica alla morale quando la vede in casa dell'empirista; e il medesimo
rimbecca l'empirista alla morale del metafisico. Ed ambedue hanno torto, perché
dove la morale si trova, ella è in casa sua anche quando paia a chi dimora con
lei di averla ospite1 in casa propria. 1 Neppure vale a toglier peso al fatto
l'osservazione che questa possibilità di coesistenza indifferente è soltanto
apparente, perché dovuta a difetto di riflessione e di rigore logico; e sia
inattendibile, perché dove si avvera, manca la 7 Su la pluralità
dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta ** * Ma se questa
fondazione extra-morale della morale è illusoria, donde nasce l'illusione e di
che si alimenta? Quando il sociologo afferma che le norme morali esprimono le
esigenze della vita sociale e si fondano sulle leggi della sociologia, ciò che
si tratta di vedere non è già se veramente le norme morali corrispondono o no a
tali esigenze e soltanto a quelle; né quali siano, tra le innumerevoli «leggi»
scoperte e che si vanno scoprendo, quelle nelle quali la morale trova il suo
fondamento; ma si tratta di vedere se dalla sociologia si possa ricavare il
valore della società, dalle leggi della vita il valore della vita, dal processo
di formazione e di incremento della civiltà il valore della civiltà, in una parola,
dai rapporti condizionali il valore del condizionato. Ora una scienza,
qualunque scienza, formula dei rapporti, non dà valori; i rapporti possono
bensì far attribuire un pregio a qualchecosa, se stabiliscono la dipendenza
condizionale e causale di un valore da ciò che, appunto per tale connessione,
diventa a sua volta un valore mediato; ma il πρῶτον ἄξιον deve essere già dato,
posto, riconosciuto come valore, perché sia possibile qualsiasi giudizio
assiologico su ciò che ha relazione con esso. Tutte le piú complicate e piú
delicate meraviglie della vita non bastano a darle il benché mi- nimo pregio se
non si riconosce già come bene o la vita stessa o almeno alcuni dei fini ai
quali può esser volta: anzi non sono «meraviglie» se non perché si illuminano
di questo valore finale. Che la civiltà e la cultura siano da preferire alla
barbarie e all'incultura sembra dimostrabile; ed è infatti; ma quando sia
ammesso o sottinteso — come accade in effetto — che abbiano piú di pregio o di
dignità o di desiderabilità certe facoltà e attività e forme di condotta che
certe altre, cioè quando sia già posto e accettato un criterio di valutazione.
Pare a prima vista una pedanteria. Non si riconosce infatti da tutti che la
vita valga la pe- na di essere vissuta? e anche quelli che la negano a parole,
non sentono nell'istinto profondo smenti- re la loro negazione? Ammettiamo
senza discutere, sebbene la cosa non sia così liquida come pare, l'universalità
del consenso od almeno dell'istinto. Si tratta qui di vedere se questo apprezzamento
della società e della vita, questo riconoscimento di valore è posto, è dato
dalla scienza; se questa voce dell'istinto, questa volontà di vivere abbia o no
l'autorità che le si attribuisce o suppone. Cioè si tratta di sapere, insomma,
se chi vedesse nella società e nei suoi frutti un groviglio di miserie e di
vergogne possa trovar mai nella sociologia la confutazione del suo giudizio; e
se a chi trovasse la vita un limbo in- differente possano le leggi della
biologia farla apparire desiderabile; e se sia la conoscenza della so- ciologia
o della biologia o della psicologia che darebbe voce all'istinto se fosse muto,
e autorità, se non ne avesse, alla sua voce2. competenza richiesta. Un
libriccino pubblicato dal LALANDE alcuni anni fa (Précis raisonné de Morale
pratique, Alcan, 1907) si distingue dai molti consimili nostrani e di fuori
(qui non occorre accennare ad altri pregi) per questa circostan- za
caratteristica: che il catechismo morale che vi è esposto e spiegato era stato
sottoposto all'esame e aveva raccolto il consenso esplicito dei piú noti e
autorevoli moralisti di credenze e di opinioni filosofiche diversissime. La
testimonianza dei «competenti» veniva in questa occasione a confermare quello
che è un luogo comune della storia delle dottrine e della pratica morale: che
sul valore e sul contenuto delle norme morali siamo tutti d'accordo, perché
tutti siamo d'accor- do, quanto all'essenziale, nel giudicare la nostra
condotta o l'altrui: Tutti «quali che siano le convinzioni filosofiche e religiose
ed anche se non abbiamo in proposito convinzioni di sorta» (VARISCO, Massimi e
problemi, Metafisica e morale. E il Varisco, come è noto, è persuaso che una
vera morale implichi una Metafisica «definitiva»). Quanto all'accordo sul
«contenuto» forse, come si vedrà in seguito, pare piú largo di quel che in
realtà non sia. Ma qui si tratta del valore. Quanto poi alla «Metafisica...
definitiva» si chiede: a che stregua si giudicherà la metafisica adatta a
fondare la morale? Non si ammette già che il criterio sarà fornito dall'accordo
con la «vera morale» e cioè, dunque, che la vera morale è già data prima e
fuori della Metafisica? Neanche è da credere che tutto si riduca a questo
salto; e che superato il passaggio incolmabile dall'effetto al fine e dalla
conoscenza al valore, fatto proprio dalla scienza il presupposto iniziale di
valutazione che essa non può dare, ogni difficoltà di questo genere sia
allontanata. Sulla pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio
Juvalta Quel che non può dare una
conoscenza empirica non può dare una conoscenza metafisica, se non a patto di
intendere già per conoscenza metafisica la conoscenza non di una realtà
«intelligibi- le» e in quanto è intelligibile, ma di una realtà già apprezzata
o apprezzabile; non la conoscenza di enti ma la conoscenza di valori. Quando il
Rosmini si sforza con grande vigore di dimostrare che la conoscenza dell'essere
è conoscenza del grado di entità, e quindi del grado di perfezione delle cose,
e che perciò la stima speculativa (la conoscenza del grado di perfezione) può e
deve diventare modello e norma della stima pratica (l'assenso del nostro
volere), egli assume già nel concetto dell'essere quello di bene, nel concetto
di realtà quello di perfezione, cioè di valore; e non deriva il secondo termine
dal primo se non perché lo ha surrettiziamente già identificato con esso. La
sua «stima speculativa» in quanto è stima, cioè apprezzamento e valutazione, è
già pratica, perché non ha luogo se non in rapporto alle «potenze pratiche»; in
quanto è speculativa cioè conoscenza obbiettiva, intellezione della realtà, non
implica nessun apprezzamento. Insomma, in quanto è stima non è speculativa, in
quanto è speculativa non è stima. La cosa appare anche piú manifesta se si bada
che l'essere non può servire di criterio alla stima se non perché si ammette un
ordine, una gradazione di enti, e quindi di realtà. Ma la realtà, in quanto
esistenza, non ha gradi; ciò che si può graduare è il pregio o il valore (in
qualunque entità esso sia riconosciuto), non l'esistenza delle cose; e la
realtà è graduata perché sono graduati pregi, o i beni, o i valori che essa ci
presenta realizzati. Che i due termini siano diversi e l'uno non deducibile
dall'altro appare manifesto dalla ne- cessità di assumere, secondo la profonda
e costante tendenza del platonismo, il concetto di perfe- zione come sintesi
dei due concetti del reale e del bene, o con espressioni piú moderne,
dell'esisten- za e del valore. Ora la perfezione non si può intendere se non in
relazione con un modello, con un disegno attuato o da attuarsi, con una
finalità; e la finalità implica una valutazione, cioè una scelta, cioè una
volontà. Ed eccoci alla sorgente unica e comune della impossibilità di derivare
un criterio di morale dalla realtà obbiettiva, empirica o metempirica, da
qualsiasi dato o legge o induzione o verità teore- tica, sia scientifica, sia
metafisica. Una realtà data o possibile non può dare un criterio di valutazione
se non la si considera co- me una finalità, ossia se non le si riconosce un valore.
E il giudizio con il quale si afferma il valore di un oggetto è diverso e non
deducibile dal giudizio col quale ne affermiamo l'esistenza o la possi- bilità
o la connessione modale o condizionale con altri oggetti. Apprendere come le
cose sono, è tut- t'altra cosa dal valutarle3. Per interpretare le leggi
naturali come leggi morali bisogna scegliere tra le leggi necessarie e le
condizioni utili a una forma di vita e le leggi e condizioni utili a una forma
diversa. Ad ogni nuovo passo, ad ogni bivio si sostituisce alla conoscenza
obbiettiva la valutazione, si rende necessaria una scelta; e la valutazione se
anche non è espressa, e sot- tintesa. Caratteristica, a questo proposito è la
affermazione del Levy-Bruhl che «la conquista metodica della realtà» cioè
«un'arte razionale fondata sulla scienza della realtà sociale» deve prendere il
posto della «concezione immaginaria di un ideale» (La Morale et la Scienze des
mœurs). Questa «conquista metodica» della realtà sarà pur guidata, — e non può
essere altrimenti — se non da un idea- le, ché ogni ideale è soppresso,
dall'idea di qualche cosa che si pone come piú desiderabile o migliore. Ma
quale è il criterio di questo meglio? di quella amélioration che, come dice
poche righe piú sotto delle parole citate, non bisogna di- sperare di portarvi?
Questo criterio non può essere il reale stesso che bisogna modificare e
migliorare; sarà dunque, di nuovo, in ideale o qualche cosa che lo sostituisce.
«L'ombra sua torna ch'era dipartita». Il pragmatismo, anche per chi è pragmatista,
qui non ha nulla da vedere. Può essere verissimo che anche la nostra conoscenza
sia stimolata, sorretta, guidata, controllata da un interesse (l'interesse
teorico) e come tale sia, anzi è senz'altro, un valore (intellettuale): ma ciò
non muta d'un ette la distinzione notata. Sulla pluralità dei postulati
di valutazione morale. Ora la conoscenza, o è teoretica, e ci dà oggetti e
fatti e rapporti di oggetti e di fatti come so- no, cioè come dobbiamo
concepirli per comprenderli; o li interpreta e li giudica come utili o nocivi,
buoni o cattivi, preferibili o non preferibili, superiori o inferiori, e non è
piú conoscenza, o almeno non piú conoscenza soltanto; e il criterio del buono e
del cattivo, dell'utile e del disutile, del bello e del brutto è criterio di
preferenza, di scelta, di valutazione che essa non trova nelle cose se non per-
ché ve l'ha già posto, e ponendovelo ha ubbidito, consciamente o no, a un
interesse che non è teori- co, ma è pratico nel senso che può restare a questa
parola anche dopo le analisi del pragmatismo: pratico nel senso che, se si
suppone tolta la volontà, è tolta non soltanto la molla che spinge a ricer-
care e a trovare le distinzioni tra gli oggetti, ma sparisce la distinzione
stessa tra gli oggetti. Ora, quando si intenda chiaramente e in tutta la sua
portata questa irreducibilità dei giudizi di valore ai giudizi di esistenza o
causali o teoretici (o percettivi, come mi parrebbe preferibile chiamarli), e
la conseguente impossibilità di ricavare gli uni dagli altri, di pretendere che
un giudi- zio di ciò che è, possa servir di fondamento a un giudizio di ciò che
vale o che merita di essere, ap- parirà piú manifesta la insolubilità della
questione del fondamento intesa in questo senso e cercata in questa direzione,
e le ragioni di questa insolubilità. E con ciò si chiarisce anche l'inanità
della controversia accennata fra metafisica e scienza e se ne spiega nello
stesso tempo l'insistenza. In breve (e trascurando le inevitabili inesattezze
delle formule riassuntive): La realtà si può interpretare come sistema di forze
e come sistema di valori. Se si interpreta come sistema di forze se ne fa una
costruzione puramente intelligibile, cono- scitiva, anassiologica, estranea ad
ogni moralità perché estranea ad ogni valutazione; sia essa co- struzione
scientifica, sia metafisica, empirica o a priori, monistica, dualistica o
pluralistica. Se queste forze si giudicano cioè si valutano, cioè si vede o si
pone in esse, o operante per esse, un ordine, o un conflitto, o un processo di
attuazione di fini, allora la conoscenza della realtà diventa conoscenza dei
valori, e i fini della natura o della Provvidenza diventano il modello o il
cri- terio del giudicare morale; e il fondamento della morale si troverà nella
conoscenza di questa realtà; si consideri essa come scienza o come metafisica.
Ma perché quelle forze siano apprezzate come valori occorre che siano dati i
valori a cui si ragguagliano tali forze; e perché i fini della natura siano i
fini di una Provvidenza è necessario che il processo della natura sia riferito
ad uno scopo il cui valore di bontà è già dato e riconosciuto. Così il criterio
della valutazione non si ricava dalla conoscenza della realtà se non perché la
realtà era già stata valutata secondo il principio che si pretende di
ricavarne; e non si trova in essa il fondamento della morale se non perché la
coscienza morale ha spirato nell'intimo della realtà quell'anima di be- ne che
crede di estrarne come suo principio e fondamento. Ed è anche facile
comprendere perché gli assertori della fondazione metafisica si sentissero
meglio armati alla difesa e piú vivaci nell'attacco. La scienza interdicendosi
— nel programma se non nell'attuazione — ogni interpretazione finalistica, e
quindi ogni valutazione della realtà, si trovava piú manifestamente a disagio
quando pretendeva di derivare dai suoi rapporti obbiettivi un criterio, che ne
aveva deliberatamente escluso. E quando voleva trovare nelle leggi un valore
morale troppo facilmente rendeva palese la propria incoerenza. Perciò volgeva i
suoi sforzi a considerare e a spiegare la moralità come un prodotto na- turale
o un risultato meccanico di un giuoco di forze per sé spoglio di ogni finalità.
Onde la tenden- Senza volontà di conoscere non ci sarebbe conoscenza; sta
benissimo, o almeno possiamo qui lasciar di discu- tere; ma la conoscenza è
volontà di conoscere le cose come sono cioè come appaiono a chi non è mosso da
altro inte- resse che quello del conoscere; e il valutare è giudicare le cose
così conosciute (cioè costruite in conformità all'interesse teoretico) rispetto
a finalità distinte da quelle del conoscere, cioè a interessi di altro genere,
edonistico, estetico, morale, e via dicendo. Altro è dire che in Engadina fa
fresco e altro dire che amano il fresco quei che vi passano l'estate. za
costante dell'«etica scientifica» a identificare il problema nel fondamento col
problema dell'ori- gine, la valutazione con la spiegazione; e a considerare una
reale o pretesa naturalità come criterio di moralità. E la metafisica poteva tanto
piú trionfalmente mettere in chiaro l'equivoco, e dimostrare l'impotenza
assiologica della scienza quanto piú sentiva non solo non estranea, ma
legittima, ma implicita nella propria costruzione della realtà, una
interpretazione teleologica; ed era avvezza a considerare la morale come sua
pupilla perché... ne amministrava il patrimonio. Ma se il problema della
fondazione teorica, nella forma classica, e, direi (nel senso piú bello della
parola), ingenua, di derivazione dei valori da una realtà, è insolubile, perché
o urta contro una radicale irreducibilità, o si riduce a una petizione di
principio, essa non sparisce se non per lasciar scoperto dietro di sé il
problema che nascondeva o adombrava, e nel quale attraverso Kant si è venuto
via via trasfigurando. Non si tratta piú di trovare nella conoscenza della
realtà la prova che le nostre valutazioni sono «vere», poiché le valutazioni
sono, come espressioni di una esperienza interiore sui generis, valide per sé;
ma di sapere se su questi dati valutativi si può costruire una conoscenza
oggettiva; se i valori morali siano prova dell'esistenza di certe condizioni e
di quali; se sia possibile, non trovare nella realtà il fondamento del valore,
ma trovare nel valore il fondamento della realtà. Il problema si aggira sempre
in ultimo attorno al medesimo dubbio: se il mondo, la natura, la vita abbiano
un si- gnificato morale, se l'anima dell'universo guardi al medesimo fine che
la coscienza morale; se gli sforzi della volontà buona siano fecondi di frutti
durevoli o siano un lavoro di Sisifo, che ogni co- scienza riprende
faticosamente per lasciare che ciascun'altra rifaccia, destinato in ultimo a
cadere pur esso nel nulla, uno sforzo piú grande. Ma l'atteggiamento è diverso.
L'ontologismo metafisico subordinava, almeno nella riflessio- ne consapevole e
nella costruzione logica, il giudizio di valore al giudizio di realtà. Nella
filosofia dei valori il giudizio di realtà è subordinato, anche nel processo
riflessivo e costruttivo, al giudizio di valore. Il momento che nell'intellettualismo
ontologico era nascosto e inconsapevole, quello della assunzione tacita del
concetto di valore nel concetto di realtà, nella filosofia dei valori diventa
chia- ro e consapevole e si allarga nel tentativo di tradurre il passaggio psicologico
in processo discorsivo e di fondare un sistema di verità teoretiche su quella
certezza che veramente era ed è il dato iniziale, l'ubi consistam di ogni
costruzione etica, sia scientifica o metafisica, progressiva o regressiva, a-
scendente o discendente: la certezza diretta e intuitiva dei valori morali. Illusione
poco meno antica accompagnata da sforzi parimenti tenaci, e forse piú
multiformi di tradurla in dottrina rigorosa, è quella di credere che si possa
ricavare la valutazione morale da qualche bene indiscutibilmente supremo, del
quale essa esprima le esigenze e formuli le condizioni necessarie. Questo sommo
bene, questo fine supremo, questo valore, sorgente prima, termine ultimo di
tutti i valori si credette di trovare: o in un dato della coscienza empirica,
un fine inerente alla vita e subordinante di fatto tutte le tendenze,
aspirazioni e attività dell'uomo; o in un fine che domina ben- sì, ma trascende
la vita e la natura umana, e subordina di diritto ogni altra forma di bene e
ogni cri- terio di valutazione. Alle due diverse concezioni del fine rispondono
due tipi principali di dottrine morali, dei quali è facile rilevare la
corrispondenza coi due tipi di dottrine sulla fondazione di cui si è detto nel
capitolo precedente. Ma la corrispondenza non è coincidenza. Là l'origine
dell'illusione era nella pretesa di derivare la valutazione morale da una
realtà la cui conoscenza si impone all'intelletto; qui di derivarla da fin bene
il cui valore è ammesso, o si suppone che debba essere ammesso inconte-
stabilmente come supremo o massimo, o almeno superiore ad ogni altro. Ora
l'illusorietà della pretesa consiste in ciò: che il valore morale non è morale
se non a patto che se ne riconosca, o, meglio, se ne senta la superiorità, la
preminenza su ogni altro valore; il suo essere morale consiste (con ciò non si
escludono gli altri caratteri) in questa sua supremazia. Perciò ogni tentativo
di assegnare un bene supremo che lo giustifichi, si riduce all'uno od al-
l'altro termine di questa alternativa: o di ammettere che questo bene è già
esso stesso il valore mora- le che si crede di derivarne, o di mostrare che ciò
a cui si dà valore morale, è valore anche per altri rispetti; cioè sarebbe un
valore (di altro genere) anche se non fosse valore morale. I tentativi che si
raccolgono intorno al primo tipo (fine: la felicità, o il piacere) riescono di
solito (quando e nella misura che possono) a quest'ultimo risultato; quelli del
secondo tipo (fine: il possesso del divino, l'avvicinamento a Dio, la santità)
riescono di solito al primo: a presupporre quel che credono di derivare.
Dell'utilitarismo in generale e delle sue diverse forme sarebbe fastidioso, e
non è qui neces- sario, ripetere per la centesima volta le critiche note. Basta
mettere in chiaro quel che meno fu notato e che piú importa al nostro scopo:
cioè non tanto le lacune, le insufficienze e le incongruenze dei tentativi,
ingegnosi assai piú che fortunati, di ricondurre le norme morali al criterio
dell'utilità, e di mostrare le coincidenze tra il contenuto delle norme morali
e il contenuto delle regole utilitarie, quanto la ragione per la quale la
derivazione è impossibile; o, quando appare possibile, dissimula in realtà una
petizione di principio. Supponiamo pure che si ammettano cose troppo manifestamente
arbitrarie: che la felicità sia non un nome vago, un recipiente vuoto nel quale
ciascuno versa il liquido preferito (e che non è sempre neppure per la stessa
persona il medesimo) ma abbia un contenuto determinato (poniamo l'acquisto o il
possesso di certi beni: salute, amore, potenza, gloria, simpatia, cultura,
ingegno, soddisfazione della propria co- scienza; e che tra questi beni sia
possibile perfetta conciliazione ed armonia); e che si possa dimo- strare
davvero, e non per salti o per ripieghi, che il nodo non pure piú sicuro, ma il
solo veramente sicuro e indispensabile per raggiungerla, sia l'osservanza
costante delle norme morali. Con ciò non si sarebbe dimostrato che ciò che fa
il valore morale delle norme consiste nella loro utilità come guida della
felicità; ma soltanto che i valori morali sono anche valori eudemono- logici;
che il contenuto della valutazione morale e quello della valutazione utilitaria
coincidono; non mai che il valor morale di un'azione consista nel suo esser
mezzo alla felicità. Resta fuor di questione (s'intende e deve esser quasi
superfluo avvertirlo) la considerazione dell'efficacia pratica o esecutiva; se
sia o no piú persuasiva o piú impulsiva l'una o l'altra valutazio- ne. Si può
anche ammettere, senza soverchio sforzo immaginativo, che sia per lo piú la
edonistica; ma ciò non prova affatto che questa si confonda o si identifichi
con la valutazione morale, o valga a sostituirla. Dimostrare a un giudice che
il dar sentenze imparziali è il modo piú sicuro di far carriera, potrebbe
essere, in ipotesi, un mezzo efficace a promuovere l'imparzialità. Ma nessuno
sognerà di far consistere l'onestà del giudice nel suo desiderio di far
carriera. Ma in realtà, come tutti sanno, il contenuto della felicità non è
determinato, né determinabile se non ad arbitrio4; e solo significato comune e
costante del termine finisce per essere quello di ap- pagamento dei desideri,
di soddisfazione, di piacere, o di liberazione dal dolore, che si pensa dover-
si trovare nel raggiungimento di ogni fine. E la diversità persiste e risorge
nella molteplicità varia e contrastante dei desideri e dei pia- ceri, e non
basta raccoglierli sotto uno stesso nome per ridurli a unità e farne un unico
fine. Perché se l'unità ci deve essere davvero, allora è necessaria o una
riduzione o una gradazione e subordinazione; e questa spunta infatti nella
storia dell'utilitarismo con il criterio della qualità so- vrapposto e in
effetto sostituito dal Mill a quello della quantità. E allora si capisce come
possa avvenire che il criterio della felicità finisca per accordarsi con quello
della valutazione morale; se le soddisfazioni migliori sono le soddisfazioni
morali, e il bene piú desiderabile l'appagamento della coscienza morale,
l'accordo tra i due criteri quanto al contenu- to è, non solo possibile, ma
necessario. Ma è troppo facile vedere a quale patto è raggiunto. Il valore di
quella felicità alla cui stregua si pretende di giudicare il valore morale è
assunto come supremo perché e in quanto contiene questo valore morale ed è graduato
esso stesso secondo un criterio mo- rale; approva e disapprova in nome della
felicità quel che trova approvato e disapprovato in nome della coscienza
morale. Viene in mente il modo, col quale un marito sincero si vantava di aver
risolto il problema di una pace coniugale perfetta: dove marito e moglie erano
dello stesso avviso era la moglie che se- guiva il parere del marito, dove
erano di avviso contrario era il marito che faceva la volontà della moglie.
Adunque, anche ridotta a questa forma, la felicità non fornisce il criterio
della valutazione morale se non in quanto è foggiata essa stessa su un criterio
morale; e quel che pretende di aggiun- gervi come giustificazione, non è ciò
che costituisce il valore morale, ma è qualchecosa di distinto, di sopraggiunto
ad esso (giusta la veduta di Aristotele) sebbene lo accompagni; è una
valutazione secondaria, edonistica od egotistica (non oserei dire egoistica)
del valore morale. Porre come bene supremo la santità (il divino in quanto è
sentito e voluto come modello o norma della vita si determina in un ideale di
santità) è derivare il valore morale dal valore religioso, concepito come
principio e termine di ogni valore, e del quale esso valor morale è un
elemento; o Ne ho parlato altrove (La dottrina delle due etiche di H. Spencer e
la morale come scienza, pp. e 120-121) e non occorre insistervi qui. 5 Sebbene
il parlare della soddisfazione della propria coscienza come di un bene
desiderabilissimo sia legitti- mo, non è legittimo, né conforme alla verità psicologica,
considerarlo come il fine della condotta morale. Il fine è l'attuazione di quel
valore che la coscienza riconosce come morale; e non è l'altezza della
soddisfazio- ne che se ne possa attendere, che costituisce il pregio
dell'azione, ma è il pregio dell'azione che misura l'altezza della
soddisfazione; la quale è pura soltanto a patto che non se ne faccia lo scopo
dell'operare. Su la pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio
Juvalta meglio, l'attuazione di questo è voluta come una condizione, o un
momento dell'attuazione, di quel- lo. E qui giova premettere due osservazioni
non peregrine ma utili alla chiarezza: 1° Che questo valore supremo del divino,
della santità e, in termini piú generali, il valo- re religioso non può essere
dimostrato o insegnato con lo stesso processo conoscitivo, con il quale si
dimostrano, si insegnano e si comunicano delle proposizioni o verità
teoretiche, e, in quel che han di contenuto teoretico, i dogmi stessi delle
dottrine religiose. Questo valore è sentito, è, come si dice con frase piú
suggestiva che chiara, vissuto dalla coscienza; e quanto è sicuro ed efficace
l'appello ad esso, dove è vivo, altrettanto è vano dove non vive. Fondare la
valutazione morale sui valori religiosi è dunque presupporre che siano sentiti
e vissuti nella loro forma e natura specifica quei valori religiosi da cui si
fanno sgorgare i morali. Ma dove essi valori religiosi non siano sentiti e
vissuti, nessuna dottrina teologica e nessun catechismo può crearli6 o
sostituirli. 2° Che, per converso, nessuno sforzo d'analisi e nessun
ragionamento basta a spogliare, nell'anima di un mistico, i valori morali da
quel sentimento del divino, a svestirli di quell'alone reli- gioso del quale
egli investe non solo questi ma anche gli altri valori spirituali; come sarebbe
diffici- le nella intuizione e nel sentimento di un esteta di sottrarre i
valori morali e i valori religiosi a una valutazione estetica. Come accade
sempre dove un grande interesse spirituale predomina sugli altri, cioè dove una
categoria di valori occupa, per dir cosí, il centro della coscienza, e
raccoglie ad unità, come attorno ad un nucleo, i valori di altre specie; che è
quel che suole piú comunemente e nor- malmente avvenire per i valori morali. Ma
fatta (come dicono i legali) questa riserva, bisogna riconoscere che nessuna
valutazione morale si potrebbe ricavare da qualsivoglia valore religioso, se
non vi sia già esplicitamente o im- plicitamente contenuta; cioè se non a patto
che si sia incorporata nel valore religioso una valutazio- ne morale la cui
validità sussiste o sussisterebbe anche all'infuori di quello; ed è la ragione
per la quale viene assunta nel valore religioso. Non è necessario, a
persuadersene, di discutere il problema formidabile della essenza del va- lore religioso.
Se si accetta l'opinione del Höffding che il nucleo essenziale della religione
è la credenza nella conservazione dei valori, e, s'intende bene, soprattutto
dei valori morali, la indipendenza e la priorità di questi sono, re ipsa,
riconosciute. In effetto quali si possano essere le reazioni di tale credenza
sulle valutazioni, resta pur sem- pre che non è l'esigenza della conservazione
quella che dà ai valori la loro qualità di morali, ma il loro esser sentiti, il
loro valere come morali che ne fa postulare la conservazione. Di che ho già
det- to altrove7, e non occorre del resto insistervi. Se invece si ammette,
come io credo, che la natura specifica, la «forma» del valore religioso non sia
riducibile a quella credenza, e che sia essenziale e caratteristico del
sentimento e della valu- tazione religiosa il riferimento del nostro pensare,
del nostro sentire e del nostro fare, anzi di tutto il nostro essere, ad un
altro essere; sommità dell'aspirazione religiosa l'esserne penetrati e
posseduti; e misura del valore religioso, la devozione ad esso, l'abbandono di
sé alla volontà che ne realizza le perfezioni; allora il valore religioso è per
sé altra cosa del valore morale; ma, se non si risolve in questo, neppure lo
pone, ma se lo appropria ed incorpora. E se può sembrare all'anima religiosa
che esso sgorghi da questa idealità e se ne alimenti, la ragione sta in ciò,
come si è accennato: che al mi- 6 È appena superfluo aggiungere che non penso
neppur per sogno di negare una possibile efficacia all'insegna- mento religioso
in quanto esso, come ogni insegnamento, non è mai (salvo forse agli occhi di
chi lo misura col tassame- tro) pura comunicazione di notizie o di idee, ma è
vigore di convinzione, calore di affetti, opera di formazione; insom- ma,
educazione. Ma anche l'educazione suppone le condizioni dell'educabilità. E si
suppone poi sempre che chi legge faccia uso del consueto grano di sale. 7 Cfr.
Postulati etici e postulati metafisici. stico riesce impossibile di concepire
altrimenti che perfetto, cioè perfetto anzitutto e soprattutto mo- ralmente,
l'Essere che adora, e nel quale vede non un bene, ma ogni bene, il Bene. Ma la
perfezione che vede in lui, a quale stregua è giudicata tale? L'ideale che
trova realizza- to in quello non è foggiato secondo un criterio di valutazione
morale la cui validità è accettata e ri- conosciuta all'infuori
dell'atteggiamento religioso della devozione a Dio? Anzi non è quella perfe-
zione morale che lo fa degno di adorazione? Un mistico a cui si domandasse se
concepisce Dio perfetto perché lo adora o se lo adora per- ché è perfetto,
forse non saprebbe rispondere, e troverebbe che la domanda scompone quel che è
per lui uno e indissolubile. Ma ciò non toglie che la devozione e la adorazione
non costituiscano per sé i pregi e le doti di ciò che è adorato; e nessuna
coscienza potrebbe trovare in Dio i valori morali se non li conoscesse già come
valori, e non li distinguesse come morali dai valori di altro genere. Questa
priorità e questa indipendenza, questo sussistere per sé, questa
selbständigkeit della valutazione morale, appare confermata dalle discussioni
sul valore delle religioni, il cui termine di confronto piú consueto e piú
decisivo è dato dal rispettivo contenuto morale. Il che implica manife-
stamente che questo contenuto possa esser giudicato e apprezzato per sé. E il
prevalere sempre piú largo delle preoccupazioni morali nelle controversie di
indole religiosa (per esempio la lotta intorno al modernismo) mostra che la
validità del criterio morale è tenuta come certa di una certezza che è data e
riconosciuta indipendentemente da ogni valutazione religiosa. Quanto
all'affermazione che la morale non può reggersi senza religione, essa, sebbene
ambi- gua nella forma, non significa affatto, come è facile capire, che non sia
possibile sentire e giudicare ciò, che è giusto o ingiusto, buono o cattivo se
non con un criterio e da un punto di vista religioso; vuol dire invece che non
è o non si crede possibile una moralità salda e costante, cioè una sicura
conformità della condotta alle valutazioni morali, se la valutazione morale non
è sorretta, conforta- ta, fatta praticamente efficace dalla connessione dei
valori morali con una finalità religiosa; cioè dal considerare i valori morali
come preparazione e condizione necessaria di quel fine; e quindi i pre- cetti
morali come precetti religiosi. Che è tutt'altra cosa; importantissima dal
punto di vista propriamente pratico o esecutivo, ma estranea alla questione
presente e da trattarsi a parte, analogamente a quel che si è accennato sopra
della possibile importanza pratica di una valutazione edonistica. Dire che
l'olmo sorregge la vite, non è dire che la vite sia una propaggine dell'olmo, e
nep- pure che sia l'olmo che porta l'uva; sebbene sia anche vero che, dove la
vite non si regge da sé, non dovrebbe parer savio tagliar l'olmo anche a chi
ami soltanto la vite. Quel che si è detto dei tentativi di una fondazione
edonistica e di una fondazione religiosa si potrebbe ripetere di ogni altro
tipo di morale di cui si pretenda di trovare il fondamento in un inte- resse
diverso dall'interesse propriamente e specificamente etico (notevolissima fra
le altre la morale estetica), e dalle forme miste e intermedie; le quali, se
sono dottrinalmente fiacche e spesso incoe- renti, hanno però in realtà largo
consenso nelle credenze e nelle opinioni piú comuni. Di queste ultime meritano
di essere ricordate, perché piú significative, le due forme, nelle quali si
mescolano e si sovrappongono i due tipi di valutazione qui sopra brevemente
analizzati, la edonistica e la religiosa; che sembrano a prima vista i piú
lontani e l'uno all'altro opposti. Si può avere cosí una interpretazione
edonistica della valutazione religiosa (esempio l'utilita- rismo teologico) e
un'interpretazione religiosa della valutazione utilitaria (altruismo comtiano,
mi- sticismo umanitario). Da quanto si è discorso pare si debba concludere che
queste indagini (spesso nei particolari ingegnosissime e suggestive) nelle
quali si cerca la ragione del valore morale nella sua connessione 15 Su
la pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta o congruenza
con altri valori, abbiano importanza solamente nel rispetto strettamente
pratico o ese- cutivo; in altre parole una importanza parenetica o pedagogica,
in quanto una tale connessione con- forta, sorregge o surroga con motivi di
altra natura e sgorganti da interessi diversi il motivo specifi- camente
morale. Sarebbero dunque analisi ed indagini preziose per l'educatore e per
l'uomo politico (dato che si propongano fini morali), ma senza interesse per lo
scopo a cui mirano, di costituire il fondamento o la giustificazione dei valori
morali, perché radicalmente viziate dal falso supposto che la ragione della
supremazia dei valori morali si possa cercare in qualchecosa che non abbia già
essa per sé valore morale. Ma questa conclusione sarebbe precipitata e
eccessiva. Intanto è fuor di questione che, no- nostante il carattere di
artificiosità che si trova piú o meno largamente diffuso nelle costruzioni di
questo genere, come nei sonetti a rime obbligate, vi è in tutte una parte
notevole di verità; verità s'intende non in quel che credono di dimostrare, ma
nei rapporti e nelle concordanze e nelle diffe- renze rilevate, e che
dovrebbero servire alla dimostrazione. Questa parte di verità ha radice nel
fatto, troppo noto e troppo chiaro perché ci sia bisogno di illustrarlo, e già
sottinteso a piú riprese in questo capitolo, che non vi è giudizio sul valore
morale di un oggetto, qualità, tendenza, azione, del quale non si possa trovare
la ragione, oltreché nella forma speciale di interesse o di esigenza che gli dà
questo carattere specifico di valore morale, anche in un interesse diretto o
indiretto d'altra natura: non vi è bene morale che non sia bene anche per altri
ri- spetti; come d'altra parte non vi è bene di altro genere che non sia o non
possa diventare, diretta- mente o indirettamente, un bene morale. I valori
delle diverse specie si connettono, si intrecciano e si complicano fra loro in
mille guise. È bensì vero che ciò che fa esser morale un valore (e analogamente
si potrebbe dire dei valori di ogni altra specie) non è, come s'è visto, il suo
coincidere o il suo essere connesso sia pure per un rapporto di condizionalità
costante, con un valore — per quanto grande — di altro genere, o anche con piú
altri ordini di valori o con tutti; ed è perciò che nessuna sottigliezza di
logica può estrarre un valore morale se non di là dove esso si sia già posto o
insinuato; e che credere di poter trovare un valore morale tra valori che non
siano già morali è fare a un dipresso come chi vada frugando fra le idee degli
altri con la speranza di trovarvi le proprie. Ma è pur vero che sussistono
altri valori, e sussistono le relazioni fra i valori; e ciò che è og- getto di
valutazione morale, poniamo la sincerità, può essere apprezzato dal punto di
vista dell'inte- resse conoscitivo od artistico o economico; e, per converso,
ciò che è oggetto di valutazione edoni- stica o estetica o d'altro genere, la
ricchezza, l'arte, la dottrina, può essere valutato anche come bene di ordine
morale. Ora: È possibile una conciliazione dei valori morali con gli altri
valori e di questi fra di loro? E se non è possibile, quale è il criterio della
loro graduazione e subordinazione? Vi è, per rispetto alla natura delle relazioni
o connessioni tra valori di diversa specie, qual- che differenza caratteristica
che distingue i valori morali dai valori non morali anche per il contenu- to? E
vi è, segnata ancora dalla sfera delle relazioni condizionali o strumentali con
valori di altro genere, una differenza che distingue, rispetto al contenuto,
gli stessi valori morali fra di loro? E non potrebbe questa considerazione
giovare a intendere le incoerenze e i contrasti tra valu- tazioni diverse e
anche opposte, che pure si presentano col medesimo carattere di valutazioni
mora- li? Cosí, dietro i tentativi illusori di cercare fuori e al di là dei
valori morali il fondamento della valutazione morale e la ragione decisiva che
ne giustifichi la supremazia, restano i problemi: della valutazione indiretta o
rivalutazione condizionale o strumentale, di una graduazione delle diverse
categorie di valori; e della possibilità della loro conciliazione. Della quale,
la conciliazione tra virtù e felicità non è che un aspetto particolare, e forse
non il piú importante. Il carattere di autorevolezza col quale si presenta alla
coscienza il giudizio morale, che noi approviamo bensì come nostro, ma che ci
pare nello stesso tempo sgorgare da una sorgente piú alta o piú profonda, e
quello di precetto imperativo nel quale si traduce, tendono a far derivare
questi ca- ratteri, e, quando siano considerati essenziali della moralità, lo
stesso giudizio morale, da un'autorità distinta dalla coscienza, e che, pur
rivelandosi in essa, la trascende e la supera. Il fondamento di questa autorità
fu riposto o nel processo stesso di formazione, consapevole o inconsapevole,
delle idee e dei sentimenti morali che danno contenuto alla valutazione; o in
un volere superiore e distinto dal volere individuale, al quale si riconosce
potestà imperativa e alla cui scelta o decisione si riconduce in ultimo il
criterio della valutazione morale. L'autorità delle valutazioni morali avrebbe
dunque in ultimo, come ogni altra minore autorità politica o sociale, il suo
fondamento e la sua legittimazione o nei titoli di una sua nobiltà storica, o
nella volontà di un potere sovrano. a) Della storia. L'appello alla storia può
assumere, assunse in effetto, forma e apparato e significazione di- versi,
secondoché si credette di fondare l'autorità della valutazione in un processo
genetico di evo- luzione selettiva operante attraverso l'esperienza organizzata
della specie; o in un processo storico di svolgimento e di elevazione
progressiva dei costumi, della cultura, degli istituti e delle idealità etiche
nei popoli civili; o nella elaborazione logica di un pensiero riflesso
rintracciato nella succes- sione storica delle dottrine e dei sistemi. La prima
delle forme accennate che si connette alla dottrina dell'evoluzione e che
culmina nella tesi di un progressivo adattamento dei bisogni, dei sentimenti,
delle attività alle condizioni di una vita sociale sempre piú elevata, piú
complessa e piú armonica (lasciando ogni questione che non sarebbe oggi piú
neanche di buon gusto sulla consistenza scientifica della dottrine), si risolve
in ultima analisi, come fondazione etica, nel postulare quella superiorità e
quella autorità dei sentimen- ti e delle norme di condotta morali, che pretende
di provare derivandola dal processo di selezione progressiva che ne ha costituito
e consolidato la prevalenza nel corso dell'evoluzione. Infatti il criterio, per
il quale giudichiamo progressiva piuttosto che regressiva o indifferente
l'evoluzione o la selezione delle idee e dei sentimenti, è un criterio di
valutazione di cui si riconosce e si accetta la validità indipendentemente dal
processo di cui sarebbe — nell'ipotesi — il prodotto; (e del quale processo,
anzi, è esso stesso, questo prodotto, che ci fa riconoscere il valore). Ed è
troppo chiaro che non è perché il «progresso» del senso giuridico ha portato
all'aboli- zione della tortura che noi condanniamo la tortura, ma è perché
condanniamo la tortura che ravvi- siamo nella sua abolizione un progresso etico
nello svolgimento del diritto. Ché se si obbietta derivare l'autorità delle
norme morali dalla loro convenienza e corrispon- denza alle forme di vita
«superiore», ai tipi di relazioni «più elevati» dei quali esprimono le esigen-
ze, si dimentica che all'infuori di un criterio — quale esso sia — di
valutazione non vi sono forme superiori o inferiori, tipi derivati e tipi
bassi. E un criterio di valutazione è, sempre, necessariamen- te, in modo
esplicito o implicito, assunto o sottinteso. Tanto ciò è vero, che il massimo
rappresentante e sistematore dell'evoluzionismo, lo Spencer, fu condotto a
sovrapporre, per giustificarlo — al criterio genetico dell'adattamento pro-
gressivo a un tipo di vita completa — il criterio edonistico di un piacere puro
corrispondente all'a- dattamento completo. Se a una selezione esteriore e
meccanica, nella quale la coscienza è risultato e non attività, si sostituisce
uno svolgimento interiore e psichico — nel quale la coscienza etica viene
costruendo ed elaborando le sue valutazioni le sue norme le sue idealità sempre
piú alte e sempre piú ampie nel passaggio da età ad età e da popoli a popoli in
sfere di civiltà piú larghe, e, sulla via che l'induzione storica rivela
attraverso le soste, le deviazioni, gli oscuramenti e i ritorni apparenti, si
scorge col Wundt la direzione ideale e si disegnano i fini, i motivi, le norme
in cui la coscienza morale viene raccogliendo le sue conquiste — la concezione
della formazione storica è senza dubbio piú propria, piú adeguata e piú
probabile; ma non è tolto il vizio d'origine, l'errore, direi di prospettiva, comune
a ogni tentativo di fondamentazione storica dei valori morali. (E il medesimo
sarebbe da dire per le altre specie di valori). Lasciamo pure la vecchia
calunnia (se bene le calunnie sogliono aggrapparsi a qualche unci- no di
verità) fatta alla storia: Hic liber est in quo quaerit sua dogmata quisque; e
neppure discutiamo della possibilità e dei limiti di una induzione legittima
sui fatti storici; ciò che importa, e che basta notare, è che questa induzione,
posto che fosse legittima, e non avesse già per filo conduttore e regolatore
quella direzione ideale che vi rintraccia ingegnosamente, non pone essa il
valore delle conclusioni a cui giunge, non è essa che ci fa riconoscere la
bontà, la elevatezza, la eccellenza morale delle idealità che segnano la meta.
Questa valutazione è irreducibile alla storicità; ed è anzi dalla storia — in
quanto voglia es- sere giudizio comparativo di valori umani — sempre e
inevitabilmente presupposta. Di che è prova il fatto che, mutato il criterio
valutativo, sostituita all'una un'altra scala di valori, la prospettiva si
rovescia; e Nietzsche vede una nefasta degenerazione dove il democratico e
l'umanitario ravvisano l'indice sicuro di un felice progresso morale. E se il
criterio valutativo della coscienza si contrappone a quello che ha o sembra
avere a un momento dato il conforto della storia, non vi è in questo nessuna
ragione intrinseca di superiorità o di inferiorità dell'uno sull'altro dal
punto di vista etico, che è quello che importa; anzi neppure dal punto di vista
storico, perché quel conforto (quale esso sia) della storia, che oggi fa
difetto al primo, non è escluso che lo assista domani. La storia è
conservazione e svolgimento, ma anche innovazione e opposizione; non è, di-
ciamo pure, con termini hegeliani, una cosa se non perché è nello stesso tempo
l'altra. Se passiamo ora ad esaminare lo svolgimento storico nel pensiero
riflesso, troviamo che il problema attorno al quale sembra disegnarsi meglio la
continuità logica della speculazione morale nella successione dei sistemi, è,
nella sua forma piú generale, il seguente: Come dobbiamo concepi- re la realtà
perché essa risponda alle esigenze delle nostre intuizioni morali; e se e come
siano pos- sibili le condizioni di una tale realtà. Lo svolgimento logico e
dialettico delle dottrine riguarda so- prattutto, se non esclusivamente, i
problemi che nascono da questo problema centrale; le forme di- verse sotto le
quali si presentano; e il processo di sostituzione e di eliminazione e di
superamento, per il quale i problemi antichi trapassano nei problemi nuovi. Ma
la sostanza delle intuizioni morali non è data, e non potrebbe essere, né da
questo o quel sistema, né dalla successione fosse pur continua e rigorosamente
coerente dei sistemi, che ne scopre e ne snoda le esigenze, e viene cercando
una risposta alle domande che queste esigenze sollevano e presentano alla
riflessione critica. In questo sforzo essenzialmente speculativo di
sistemazione, e per dir cosí, di inquadramento delle intuizioni morali in una
concezione unitaria della realtà che ne ac- colga le postulazioni, sarebbe fuor
di luogo pretendere di trovare la ragione d'essere di quelle valu- tazioni,
dalle quali la speculazione prende le mosse, e che ne ispirano e alimentano le
indagini. È bensí vero che a questo travaglio di costruzione speculativa si
annoda e si intreccia l'anali- si e l'indagine di indole propriamente etica,
sulla natura dei diversi principî e criteri valutativi, che ne saggia la
fecondità, ne svolge le conseguenze, mette in luce i rapporti di accordo e di
contrasto 18 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio
Juvalta tra le valutazioni morali attinenti a sfere di esperienza diverse,
svela i legami spesso sottili e inattesi che stringono in gruppi di affinità
alcune di queste intuizioni sia tra di loro, sia con valutazioni di altro
genere, noetiche estetiche e religiose. Ma questa elaborazione che è pure di
importanza capita- le per rendersi conto della «rilevanza» e della portata dei
criteri di valutazione e per tentarne la uni- ficazione in una dottrina etica
strettamente intesa (che è altra cosa da un sistema filosofico di etica), si
svolge attorno a un contenuto valutativo, fornito dalla immediata esperienza
morale; assume co- me validi per sé i giudizi apprezzativi che ne costituiscono
gli elementi, i punti saldi di riferimento, i dati, alla cui validità è legata
la consistenza della costruzione. E vi può essere finalmente nei sistemi
morali, e certamente si trova nei piú grandi e signifi- cativi, un filone piú o
meno ricco di intuizioni morali nuove, che si aggiungono o sovrappongono o
sostituiscono alle intuizioni date nell'esperienza della coscienza morale
comune, e segnano la crea- zione di nuovi valori e aprono la visione di una
regione morale inesplorata. È la parte che spetta al genio morale ed è il sale
di quella dottrina etica, in cui l'intuizione è accolta, ospite o signora. Ma
questa novità di intuizione, questo allargamento, o arricchimento, o
soprattutto, orientamento diver- so di valori, nessuno vorrà considerare come
il frutto di una deduzione logica, anche se nel sistema ne vestisse le forme:
anche se fosse esclusivamente opera dei grandi costruttori di sistemi e si ac-
compagnasse sempre con una riflessione critica acuta e una meditazione
ostinata. Questa concomitanza (che del resto non si può dire costante, perché
novità di intuizioni mo- rali si trova pure in dottrine, pensamenti, apostolati
estranei, almeno in origine, ad una costruzione sistematica) significa soltanto
che quella medesima profondità di intuizione e intenso ardore di en- tusiasmo
morale dai quali erompe la nuova idealità, promuovono e preparano, quando
secondino le forze dell'intelletto, i grandi sistemi morali. Cosí anche questa
affermazione o posizione di valori nuovi8, non importa qui cercare da quale
concorso di circostanze interiori od esteriori suscitata o svincolata, non è la
conclusione di u- n'indagine scientifica o filosofica, ma è un penetrare o un
irrompere della coscienza morale nella corrente del pensiero riflesso; che non
li dà esso, ma li accoglie; li illumina, ma non li crea. b) Il fondamento
cercato in una volontà. La forma di precetto imperativo nella quale si traduce
l'esigenza di conformare l'azione al giudizio morale fa considerare la moralità
come l'adempimento di un obbligo e questo come l'obbe- dienza a un'autorità
inconcussa e indiscutibile. A questo momento della moralità corrisponde la
tendenza a cercare il fondamento del valore morale stesso in un Potere (che, in
quanto si esercita in vista di un fine o in conformità a una norma, è Volere)
immanente o trascendente, personale o soprapersonale, del quale i giudizi
morali espri- mono i comandi. L'autorità della coscienza morale rispecchia
l'autorità di quel potere, e risuona l'eco di quel comando nel tono imperativo
dei suoi precetti. Ora qui è necessario sgombrare il terreno dagli equivoci che
nascono dal trasportare un me- desimo termine da uno ad altri concetti connessi
ma diversi, o dal costringere in un solo concetto momenti distinti di un
processo psicologico complesso. Quando si parla del dovere, come di una
caratteristica della valutazione morale, si cade in un equivoco di questo
genere. Il dovere non è dovere di valutare, ma di conformare l'azione alla
valu- tazione. 8 È forse superfluo avvertire che qui si parla di valori nuovi
immediati e diretti; non di valori indiretti o mediati. Di questi altri, anzi,
ogni incremento del sapere moltiplica il numero e le gradazioni; ed è in questa
derivazione e dedu- zione dei valori indiretti e mediati dai diretti e
immediati, che l'etica applicata prende a prestito dalla conoscenza scienti-
fica le premesse minori dei suoi sillogismi valutativi. 19 Su la
pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta La valutazione
morale precede, nell'ordine delle esigenze ideali, l'obbligo e lo giustifica; e
non inversamente; anche se nella pratica coincidessero sempre e questo fosse la
ratio cognoscendi di quella. E qui occorre una analisi alquanto sottile e una
riflessione un po' attenta. ** * La valutazione morale è preferenza, scelta,
opzione fra qualità o proprietà, cioè modi possi- bili di essere o di agire,
tra i quali non vi è gradazione, ma opposizione, e dei quali non può realiz-
zarsi l'uno senza che sia tolto l'altro. Porre l'uno come valore è insieme
porre l'altro come non valore o disvalore. Approvare la sincerità, la fortezza,
l'alacrità come valori, implica disapprovare l'ipocrisia, la fiacchezza, la
pigrizia. Il valutare morale è dunque un prendere partito per l'uno contro
l'altro di due soli atteggia- menti possibili; ma poiché, e questo punto è di
importanza decisiva, i valori morali, a differenza de- gli altri valori, non
possono attuarsi o vivere in noi se non sono voluti e solo in quanto sono
voluti (la volizione implica per quanto sono eseguibili tutte le azioni che ne
dipendono, anzi consiste nel- l'ordinare e nel promuovere queste azioni), cosí
non è possibile riconoscere un valore morale (che è quanto dire constatare
l'opzione, la posizione ideale dell'uno e la negazione dell'altro, la esigenza
che l'un termine acquisti o conservi sussistenza e l'altro la perda) senza
approvare l'atteggiamento richiesto a porlo in essere; anzi, senza pensare la
volontà nell'atto di realizzarlo. Ancora: gli altri valori soffrono di essere
commisurati tra di loro e posposti ai valori morali senza perdere la loro
qualità di valori, cioè senza che questo posporli smentisca il loro riconosci-
mento. I valori morali invece non soffrono di essere posposti senza essere
smentiti; perché non sono morali se non a patto di essere sovraordinati a ogni
altro valore, e in quanto esprimono non stati singoli, ma modi di essere, non
atti, ma modi di operare posti come costantemente normativi della volontà. Ne
segue che riconoscere un valore morale implica approvare, se si rivela come
dato, esige- re, se è concepito solo come possibile o potenziale,
l'atteggiamento costante della volontà col quale esso valore è posto; costante,
cioè tale che si attui ad ogni presentarsi della stessa alternativa. Perché non
si può pensare che cessi di esser voluto senza pensare che cessi di esistere e
che sia posto con- tro di esso la sua negazione, il non-valore, per atto di
quella stessa volontà il cui atteggiamento posi- tivo è un'esigenza implicita
nel riconoscimento di quel valore come morale, cioè è idealmente po- stulato
nella valutazione. Perciò, se accade che chi ritiene valore morale, poniamo, la
sincerità, si sia lasciato trascor- rere a una menzogna, l'atto presente e
momentaneo del mentire appare a lui come un rinnegamento del suo proprio
volere; il quale rimane potenzialmente e conativamente morale pur nel momento
della volizione singola che gli si oppone e lo nega. Perché il valore non cessa
di essere sentito e ri- conosciuto come morale, cioè come valore che esige per
essere tale di essere attuato ossia voluto costantemente9. Ora il dovere, in
quanto è proprio e caratteristico della moralità, cioè in quanto è interiore e
non riducibile al sentimento di una coazione esterna (ossia all'obbligo di cui
si dirà tra poco), è la coscienza di questa esigenza del valore morale e si
manifesta — come necessità di rispettare questa esigenza, di tener fermo nelle
volizioni singole il valore morale, — nella sua forma piú chiara, quando è in
contrasto con motivi di altra natura. Ma è presente anche se non vi sia attualmente
que- sto conflitto, in quanto è presente alla coscienza la possibilità di
impulsi contrastanti. 9 Di qui nasce la tendenza incoercibile, manifesta nei
maggiori pensatori, a identificare il volere puro, il volere che esprime
l'essenza della personalità umana, il volere libero e autonomo, il «vero»
volere col volere morale; e a con- siderare gli atti immorali come prodotti non
dalla volontà, ma da difetto di volontà, da qualche cosa di esterno ad essa;
non come espressione di attività e libertà, ma di passività e servitù. Da
quel che si è detto risulta che non si può parlare di dovere nel senso ora
chiarito, cioè di dovere morale, se non presupponendo data una valutazione
morale. I valori morali devono già essere sentiti voluti come tali: se non sono,
non vi può essere do- vere. E non avrebbe senso parlare di un dovere di
riconoscere dei valori morali a una coscienza che fosse chiusa ad ogni
valutazione etica; di un suo dovere di affermare la superiorità su ogni altro
valore, di qualche cosa a cui non riconosce alcun valore. Non avrebbe senso piú
di quel che avrebbe il pretendere che debba capire che ci son anche dei suoni e
che valgon piú dei rumori chi non avesse udito mai che rumori, e i suoni stessi
non li sentisse se non in forma di rumori. E quando si dice, poniamo, che un
uomo deve pur sentire che la lealtà vale di piú del tradi- mento, il «deve» o
non ha senso, o ha un senso al tutto diverso da quello propriamente morale. Non
ha senso se si vuol dire che nella realtà tutti lo riconoscono, cioè se si vuol
affermare o constatare una verità di fatto. Ha un senso diverso se si vuol dire
che per essere uomini bisogna sen- tire cosí, che non si può chiamar uomo o che
non merita questo nome chi sente e giudica altrimenti, cioè se si afferma che
al concetto di uomo è essenziale quella nota. Che è tutt'altra cosa. Perché si-
gnifica non che abbia il dovere di sentire in un modo chi non sente che in un
altro, ma che non sia veramente uomo se non chi sente cosí. Il che anche se
fosse del tutto arbitrario non sarebbe assurdo. Ma dunque i «sordi morali», se
ve ne sono, non hanno doveri? Non ne hanno: perché non possono sentire
l'esigenza di conformarsi a una valutazione che non han fatta e che non fanno,
di at- tuare dei valori che non riconoscono come tali. — Ma hanno tuttavia e
possono avere degli obbli- ghi. L'obbligo di operare come se riconoscessero, se
non tutti i valori morali, almeno alcuni, i piú grossolani e massicci e
coercibili esteriormente, cioè suscettivi di esser presentati come motivi ap-
prezzabili anche da una coscienza non morale. È questo obbligo, quello del
quale si è tessuta con grande abbondanza di passaggi e di fasi la genesi
psicologica e l'origine sociale nelle sanzioni esterne, e si è discusso a
perdifiato se bastasse o non bastasse a dar ragione del dovere (ed
evidentemente non basterebbe a darne ragione anche se bastasse a spiegarne la
formazione); e questo obbligo implica necessariamente il riferimento a un
potere superiore e distinto dal volere individuale. E come questo Potere si
impone in vista di un fine e in conformità a certe norme, è concepito come
potere di una Volontà che comanda l'osservanza di quelle norme. Senonché anche
quest'obbligo può prendere forma e significato morale; come può non avere altro
valore che di costrizione subita: appunto come le pene del codice per i
galantuomini di princi- sbecco. E anche qui occorre un po' di pazienza. Quella
esigenza interiore che s'è visto sopra esser posta nella valutazione stessa e
per la qua- le il valore morale si fa sentire come norma e si esprime nella
coscienza del dovere (dovere di non negare nelle singole volizioni il volere
costante implicito nella valutazione morale) si accompagna, come si è pure
accennato, alla consapevolezza — data nell'esperienza e suggerita dalla forma
stessa antitetica della valutazione normale — della possibilità di volizioni,
cioè di azioni, immorali; o (che torna il medesimo) della esistenza di
tendenze, impulsi, motivi antagonistici al volere morale. Il volere morale si
manifesta perciò (in quanto tali motivi antagonistici tendono a contrastar- ne
l'attuazione) come esigenza della subordinazione costante di questi motivi,
come appello a una forza coercitrice che li soverchi, sovrapponendo ad essi
altri motivi opposti dello stesso ordine, e rovesciandone per tal modo il
valore. Questa disposizione di spirito fa che si approvi l'obbligo e si approvi
il Potere obbligante, se esiste o si concepisce che esista; se ne ponga la
necessità e se ne invochi la presenza dove e quando manchi; cioè fa che si
riconosca giusto l'obbligo, giusta la sanzione dell'obbligo, e giusto il Potere
che lo pone. In questa disposizione per la quale l'obbligo e la sanzione sono
interiormente approvati e vo- luti come garanzia di moralità, e il Potere
obbligante è invocato e idealmente posto in nome della esigenza morale, sta la
caratteristica differenza che dà all'obbligo valore morale, e lo distingue dal-
l'obbligo sentito come pura costrizione esterna; che distingue il potere che
merita rispetto dalla for- za che si deve subire; l'autorità dall'arbitrio; sia
che il comando di questa autorità si consideri limita- to a una certa sfera di
valori morali, sia che si faccia coincidere collo stesso valore morale e si
iden- tifichi con esso. Ma cosí nell'uno come nell'altro caso resta la medesima,
di fronte all'obbligo e al Potere ob- bligante, la differenza di atteggiamento
tra la coscienza che valuta moralmente e la coscienza che sia chiusa, per
ipotesi, alla valutazione morale. Per la prima è la valutazione morale che fa
riconoscere e rispettare l'obbligo. Per la seconda è l'obbligo che fa
riconoscere i valori morali; i quali valgono non perché sono morali, ma perché
sono riconosciuti, in forza dell'obbligo e della sanzione, come valori
strumentali di altri valori, co- me condizione imposta e inevitabile di quei
beni che soli la coscienza amorale desidera e apprezza. L'osservanza
dell'obbligo non è interiore moralità, ma è conformità esteriore a certi
comandi che valgono quel che vale la sanzione che li accompagna. La valutazione
propriamente e specificamente morale manca, ed è surrogata da una valutazione
del tutto diversa. Il suono dei valori morali non può farsi sentire, per questa
sordità morale, se non diventa il rumore di un interesse diverso. Raccogliamo i
risultati dell'analisi e vediamo che cosa ne segue. Il dovere esprime
l'esigenza di conformare l'atto al giudizio, di non smentire, con la volizio-
ne attuale, la preferenza, la opzione che si afferma, come criterio di
apprezzamento nel giudicare l'operare proprio e l'altrui, nella valutazione
morale; di non opporre il mio volere in quanto è stimo- lo e causa dell'azione,
potere di produrre movimenti, al mio volere in quanto è scelta fra posizioni
possibili opposte, e attribuzione continua e persistente di valore all'una, e
di disvalore all'altra. Se si separa la volontà come causa delle volizioni
attuali e contingenti, come potere di ese- cuzione, dalla volontà che pone i
valori e si esprime nella valutazione, il dovere si presenta come l'esigenza
dell'obbedienza del Volere operante al Volere valutante, del volere esecutivo
al volere le- gislativo, del volere a cui spetta attuare i valori morali nelle
contingenze mutevoli di luogo e di tempo, al volere che li ha posti e li fa
sentire e riconoscere come tali. Ora, quando la incertezza, l'incostanza, la
debolezza del carattere, il prepotere di istinti, di impulsi e di tendenze
opposte in noi e negli altri, facciano sentire alla coscienza morale la
necessità di un Potere che assicuri la preminenza di fatto e non soltanto di
diritto dei valori morali, e ne tuteli l'osservanza, il valore morale di questo
Potere e delle sanzioni con le quali impone i suoi comandi, viene
manifestamente dall'essere questo Potere pensato come conforme all'esigenza
morale, come proprio di una volontà, che si accorda, in tutto o in parte, con
quel che si è detto il Volere valutante; cioè di una Volontà che tende
all'attuazione dei valori morali. Se quel Potere è pensato senza limiti e
attribuito a una volontà perfettamente morale cioè a una volontà la cui norma
si identifichi con quella del mio Volere-valutante, questa Volontà — in cui il
potere adegua il valutare e per la quale la attuazione dei valori morali adegua
la posizione di essi valori come tali, cioè come degni di essere attuati — sarà
pensata non solo come un potere che im- pone, ma come Autorità che merita,
un'obbedienza incondizionata; e apparirà che derivino da un'u- nica sorgente
cosí il comando che esprime la potenza operante di quella volontà, come la
valutazio- ne morale che ne esprime la norma; cioè apparirà fondato su
quell'Autorità il criterio stesso della valutazione. Ma lasciando ogni
questione sulla legittimità delle postulazioni implicite in questi processi
costruitivi e sulla possibilità della loro sintesi, è facile vedere come
rimanga sempre inevitabilmente distinta e presupposta nel concetto
dell'autorità imperante la valutazione, che giustifica il comando, che dà
autorità al potere, che suggerisce l'identificazione di un Volere onnipotente
con un Volere legiferante; la valutazione data nella coscienza morale, la quale
rimane il postulato inespugnabile; non derivabile e non superabile; anche dove
è sottinteso e dove sembra, a primo aspetto, derivato o subordinato. Cosí se il
teologo ammonisce di non biasimare come ingiusto o cattivo ciò che la Provviden-
za dispone o permette, non contrappone alla valutazione morale una valutazione
diversa, ma sosti- tuisce e sovrappone alla «veduta corta d'una spanna» una
sapienza infinita la quale vede i fini remo- ti di quell'ordine che a noi
rimane occulto; e per il quale in realtà è bene quel che fuori di quell'ordi-
ne a noi appare un male. Ma appunto il criterio di questa bontà è il criterio
morale; ed è il non sapere conciliare i fini apparenti con l'esigenza morale
che induce l'opinione o la certezza di fini ulteriori che si accordino con
essa. Dopo quanto s'è detto riuscirà piú chiara l'analisi delle forme
principali nelle quali si presen- ta, e si è presentata storicamente, la
dottrina del fondamento autoritativo della morale. Se la distinzione tra il potere
e l'esigenza morale che lo legittima non è superata, come s'è vi- sto, neppure
quando si unificano i due termini nel concetto di un'autorità che sia insieme
irresisti- bilmente potente e indefettibilmente morale, tanto piú manifesta
sussisterà nelle forme in cui l'unifi- cazione non è posta, o l'adeguazione è
incompleta. Ma restano, almeno all'apparenza, due vie: a) o negare ogni valore
alla coscienza morale come tale, e fondare ogni valutazione, sul potere che la
pone a suo arbitrio; b) o trasferire il criterio della valutazione morale dalla
coscienza personale a un'altra coscienza, impersonale o collettiva, la cui
autorità viene da qualche cosa di diverso che dal suo accordarsi totale o
parziale con la coscienza della persona. Sulla prima tesi non c'è da osservare
che questo: Che essa o non risponde alla domanda alla quale pretende di
rispondere; perché non è dire donde venga l'autorità della valutazione morale
negarle ogni valore, per riconoscere soltanto il pote- re che la impone, ma che
potrebbe imporre il contrario. O non toglie se non a parole la distinzione, che
ritorna attraverso a qualsiasi sottigliezza, tra l'arbitrio e la giustizia, tra
la forza e il bene. E quando il Callicle platonico condanna le leggi come
un'imposizione dei molti ai pochi, degli inetti e fiacchi agli ingegnosi e ai
forti, egli deve, per non contraddire se stesso, non escludere, ma includere
nel suo biasimo un criterio morale, un criterio superiore alla forza; poiché
serve a giudicarla, a distinguere quella degli ingegnosi, degli intelligen- ti,
dei superiori, da quella del numero; a riconoscere che v'è una forza che
dovrebbe valere di piú e che non è giusto sia sopraffatta dall'altra. Ma dunque
non è piú la forza che costituisce la giustizia? E il potere illimitato del Sovrano,
al quale l'Hobbes riconduce ogni criterio di morale e di di- ritto, esclude
solo in prima istanza, cioè in apparenza, ogni valutazione diversa: perché,
come tutti sanno, l'arbitrio di questo potere è legittimato da un'esigenza
diversa; quella stessa per cui si suol riconoscere che è meglio una legge
cattiva che nessuna legge, e un governo tirannico che nessun governo. La
seconda delle vie indicate conduce a far riconoscere l'autorità morale come
propria, o della collettività concepita come aggregato dei singoli, o dello
stato come distinto e superiore alle persone: sia come organo della società ai
cui fini sono subordinati i fini individuali, sia come Volere universale al
quale devono inchinarsi le volontà particolari. Le due tesi hanno, come è noto
ed è facile capire, significato e valore diverso. I) Se la collettività è
intesa come semplice aggregato e somma di singoli, non si può evitare il
criterio della maggioranza, cioè in ultimo della forza. Un giudizio morale che
non è valido se cor- risponde alla valutazione di n-1 coscienze, diventa valido
se quell'una cambia parere. È il criterio della democrazia politica; di cui non
si discute ora il valore come criterio politico (cioè come crite- rio di
preferenza tra i mezzi, non di giustizia tra i fini); ma del quale nessuno
riconosce sul serio il valore di criterio morale supremo; per la stessa o
analoga ragione per cui il buon senso non è il sen- so comune, e il discorrere
concludente di un solo vale piú che il chiacchierare sconclusionato di cento; e
per la quale la maggioranza dei votanti può bastare a fare una legge ma non a
farne ricono- scere l'equità. Ché se l'autorità morale della valutazione
collettiva vale in quanto essa esprime l'unanimità dei singoli, e perciò serve
a distinguere la sfera piú o meno ampia di valutazioni in cui tutte le co-
scienze concordano, da quelle sulle quali l'accordo sparisce, si riconoscono
due cose: 1° che per cia- scuna persona non vi può essere autorità morale
superiore a quella della propria coscienza; 2° che la distinzione la quale può
essere di importanza capitale per i rapporti tra morale e politica, cioè tra
norme etiche e norme giuridiche, non ha valore morale se non a patto di essere
fondata essa stessa su una distinzione di valore apprezzata o apprezzabile (non
importa ora cercar come) dalla coscien- za morale personale che la deve
riconoscere. Manca dunque sempre il qualche cosa di diverso dalla coscienza
personale, a cui dovrebbe ricondursi l'autorità della coscienza
collettiva.Quando si parla di fini della società diversi dai fini individuali,
e di coscienza sociale di- stinta dalla coscienza personale, si corre
facilmente nell'equivoco di opporre come separati, o, peg- gio ancora,
precedenti l'uno all'altro due termini correlativi; e si dimentica o si
trascura di tener pre- sente che i fini della società non sono fini se non per
gli esseri associati che li concepiscono e li fan propri; e che la coscienza
sociale non esiste e non si rivela che nelle coscienze individuali; come, per
converso, che i fini individuali sono nello stesso tempo, o direttamente o
indirettamente, fini della società; e un certo grado di distinzione e
differenziazione delle coscienze individuali è correla- tivo a un grado
corrispondente di coscienza sociale. Ciò non significa negare il fattore
sociale e le esigenze della socialità. Ma significa che quando si parla di
individui e di coscienza individuale, questo individuo è già il socio; è esso,
e nel- lo stesso tempo la società a cui appartiene; e la coscienza personale
sua è insieme coscienza di sé individuo e coscienza di altri e del tutto: ed è
cosí legittimo dire che esprime le esigenze dell'io di fronte a quelle della
società, come dire che esprime quelle della società di fronte a quelle dell'io.
Fatta questa avvertenza, che non sarebbe a rigore necessaria per la discussione
presente, rie- sce meno strana l'affermazione che i valori sociali non sono
morali se non perché e in quanto sono sentiti e valutati come tali dalla
coscienza personale; e che dal punto di vista etico non è la società che dà
valore ai miei criteri morali, ma sono i miei criteri morali che danno valore
alla società. La socialità stessa, come tendenza e come esigenza, può essere ed
è valutata alla stregua del- la esigenza morale. Derivare la valutazione morale
da fini sociali significa dunque derivarla da qualche cosa il cui valore è
giudicato e posto in grazia di quella stessa valutazione che se ne vuol trarre.
Di che si può trovare la prova in due considerazioni non difficili. La prima è
questa: che il giudizio sulla maggiore o minore eccellenza e dignità dei fini
designati come sociali e delle istitu- zioni, delle leggi, dei tipi di società,
ammette o sottintende postulati morali; e che non v'è riforma sociale piccola o
grande che non invochi e non debba affrontare il giudizio della coscienza
morale. Quella stessa dottrina sociale (il marxismo) che formulò piú
apertamente il proposito del piú risoluto amoralismo per fondarsi su un
rigoroso determinismo storico, vede dissiparsi il suo baga- glio scientifico, e
star saldo quel nocciolo di idealità etiche per le quali professava in vista il
piú a- perto dispregio, e che in realtà avevan dato l'anima alla dottrina e
l'ali alla certezza. L'altra osservazione è questa; che appunto quel che vi è
di vivo e di vitale e di durevole nella fede («fede è sostanza di cose
sperate») che prende il nome dal socialismo, è sociale non nel fine, ma nel
mezzo; mentre è, nel fine, e non potrebbe non essere, suggerito e alimentato da
un ideale morale che ha per oggetto e per centro l'individuo, la unità
personale umana. Poiché la proprietà collettiva è concepita, attesa, voluta
come condizione necessaria a rendere effettiva la libertà di tutti, a far
veramente di ogni individuo umano una persona umana. Che poi quella sia la
condizione necessaria, e che sia sufficiente; o che gli effetti siano per
essere diversi o opposti da quelli sperati, è tutt'altro discorso. La vieta
analogia biologica che fa degli individui le cellule dell'organizzazione
sociale, se anche rispondesse a verità per quel che riguarda le condizioni
dell'esistenza, dovrebbe sempre venir rovesciata nel rispetto della valutazione
morale. Perché soltanto nella cellula-individuo l'organismo- società acquista
coscienza di sé; e soltanto nella coscienza dell'individuo vale come organismo,
e per essa soltanto potrebbe acquistar valore di finalità riconosciuta e voluta
da lui come superiore a se stesso. Né concluderebbe il dire che non si tratta
in ultimo che di un «punto di vista diverso»; e che, se dal punto di vista
dell'individuo i valori sociali sono valori individuali, dal punto di vista
della società è vero l'inverso: perché la coscienza che pone i valori sociali,
e che giudica e valuta dal «punto di vista» sociale, che funge da coscienza
sociale, è ancora, sempre, inevitabilmente, una co- scienza individuale.Più
breve discorso è da fare per il proposito nostro, della dottrina assai piú
sottile e compli- cata che concentra ogni autorità e ogni finalità sociale
nello stato e fa dello stato l'organo dell'Etici- tà. Perché in quanto la volontà
dello stato sovrano si identifica col Volere universale cioè col volere morale,
non c'è che da ripetere quel che si è detto sopra a proposito
dell'identificazione del Volere- potere col Volere-valutazione. Ciò che fa
essere lo stato arbitro della valutazione, e l'autorità dei suoi comandi
criterio supremo dei valori morali, è questa affermata identità del Volere
dello stato col Volere morale che si viene attuando nella Storia. Le difficoltà
che possono nascere dagli sforzi di conciliare lo stato com'è con lo stato
com'è concepito, e di interpretare i processi reali del suo divenire storico
come momenti di attuazione del- lo Spirito universale cioè del Volere morale,
rimangono estranee al punto in questione; il quale è questo: che il valore
etico dello stato nasce dall'essere esso e esso solo l'organo adeguato di quel
Volere universale, il quale è lo stesso Volere etico, che informa di sé la
coscienza personale e si fa valere in essa. Cosi qualunque sia il Potere e
qualunque il Volere a cui si voglia ricondurre l'autorità della coscienza
morale, sempre si trova dietro a quel Potere e dietro a quella Volontà,
inevitabilmente da- to o presupposto, quel valore morale che legittima il primo
e dà autorità al secondo; come dietro la firma dell'uomo d'affari sia, non
vista e non detta, ma sottintesa, la ricchezza reale o supposta, che fa della
sua cambiale un valore. Ma se l'autorità della valutazione morale non è
derivabile da nessun'altra autorità superiore diversa da quella della coscienza
personale, bisogna ammettere: o che le valutazioni morali delle diverse
coscienze coincidano totalmente, cioè che le coscienze personali non siano che
copie o esemplari di una medesima coscienza morale che si esprime per mille
voci uguali di tono e di conte- nuto; o altrimenti che si trovi, nella natura
stessa dei valori morali, posta, insieme con la esigenza dell'accordo rispetto
ad alcuni, quella della differenza e dell'opposizione rispetto ad altri valori.
E in questo caso al problema della fondazione storica e della fondazione
consensuale della valutazione morale si sostituisce l'altro problema: Quali
sono i valori morali nel cui riconoscimento l'autorità dell'induzione storica e
l'autorità del consenso universale coincidono con quella della co- scienza
personale? E in che cosa differiscono dai valori morali per i quali manca tale
accordo? È legittima, e perché ed entro quali limiti, una subordinazione (che
in ogni caso non potreb- be né in fatto né in diritto estendersi
all'atteggiamento interiore, ma valere soltanto rispetto alle ma- nifestazioni
esteriori) dei secondi ai primi? E del pari si trasforma il problema sul
fondamento del dovere. Il dovere non riguarda, come s'è visto, il valutare, ma
il conformare la condotta alla valuta- zione; e suppone il rapporto tra due
volontà distinte o concepite come distinte, tra un volere presen- te e
momentaneo che si rivela nella volizione attuale e concreta, e il volere
dell'io persona, il Volere valutante o normativo, che le dà unità. Se l'io
momentaneo o contingente è dominato totalmente e assorbito dall'io persona, e
il Volere operante si identifica col Volere valutante, il dovere si attenua e
svanisce perché sparisce il termine subordinato; se il Volere valutante manca e
l'io non è che ag- gregato temporaneo e variabile di impulsi e di tendenze
accidentali, il dovere non sorge perché manca il termine subordinante. Il
problema del dovere è perciò il problema di questo rapporto, e delle difficoltà
che nasco- no, sia dal concepire il Volere operante come uno e identico col
Volere valutante; sia dal concepirlo come distinto e diverso; sia infine dal
concepire, secondo importa la necessità di una conciliazione, le due volontà
come distinte e diverse nell'uomo individuo, ma come una e identica in un
Potere so- prapersonale del quale il valore morale esprime la legge nella
coscienza individuale. Ogni sforzo di derivare una valutazione morale da
qualche cosa di cui non sia già ricono- sciuto il valore morale è dunque vano o
illusorio. O non dà quel che si cerca, o presuppone quel che si pretende di
fondare. In realtà i valori morali o valgono per sé o sono tali in grazia di
altri valori che valgono essi come morali per sé. Epperò ogni ragionamento col
quale si dimostri per esempio che un'azione è buona o giusta, si risolve o nel
ricondurre quell'azione a una classe di azioni, a un modo di operare già
riconosciuto come morale, o nel dimostrare che questa azione fu od è voluta
come condizione o mezzo di attua- zione di un valore morale. I valori morali
diretti e immediati, apprezzati e voluti per sé, sono dunque dati di una espe-
rienza morale non riducibile ad altre forme di esperienza e i giudizi nei quali
questa validità diretta e immediata è ammessa o riconosciuta, sono postulati di
valutazione morale (postulati etici in pro- prio senso). E una dottrina morale
in quanto è sistema di valutazioni si fonda in ultimo sui postulati etici,
espressi o sottintesi, di cui si assume che sia ammessa la validità: cioè che
siano dati immediati del- la coscienza morale. Quando sia chiaramente
riconosciuta questa indipendenza, questa validità per sé o autoassia dei
postulati etici, le costruzioni dottrinali rivolte a cercare fuori della morale
un fondamento che essa né può trovare né ha bisogno di cercare altrove,
prendono un carattere e un significato diverso se non opposto; e forse
considerate da questo aspetto rivelano meglio la tendenza profonda che muove e
avviva in forme sempre risorgenti di tentativi diversi, i tipi di costruzione
morale esaminati nei capi precedenti. L'idea centrale dell'intellettualismo morale
di cercare il fondamento morale in una realtà ob- biettivamente data, e, in una
conoscenza di questa realtà, dei suoi gradi di entità e di perfezione, il
criterio della valutazione morale, diventa, guardata da questo aspetto,
un'espressione della tendenza profonda e incoercibile, di trovare nel valore il
senso e la ragion d'essere della realtà, nel criterio morale la chiave della
sua interpretazione; di commisurare la realtà alla dignità, e riconoscere come
esistente veramente soltanto ciò che è degno di esistere, facendo del bene il
solo vero reale, e del male un mancamento, un difetto di realtà, l'irreale.
Dietro il pensiero che muove i tentativi dell'utilitarismo sotto qualunque
forma si presenti (non soltanto edonistico, ma estetico, noetico, umanitario,
religioso) di trovare la ragione del valore morale in un bene supremo o
maggiore o piú alto di ogni altro, che ne persuada l'utilità o ne giusti- fichi
l'autorità, appare la convinzione che anche sotto il rispetto soggettivo della
felicità (per l'uomo patologico, direbbe il Kant) non è in ultimo veramente
bene se non ciò che è morale, o ciò a cui la moralità apre la via. Tutto ciò
che ha valore, in quanto ha valore davvero, non può contrastare, ma si accorda,
de- ve accordarsi coi valori morali, consistere in questi, o essere — in ultimo
— condizionato da questi. E quando si tormenta la storia (storia esterna e
storia interna della civiltà) per trovare nel processo di svolgimento, nella
selezione subita o nel trionfo conquistato, i titoli di nobiltà che spie- ghino
e legittimino l'autorità della morale, della nostra morale, si agita dietro
l'acume e la sotti- gliezza delle indagini e sotto gli accorgimenti
dell'induzione storica, il bisogno di trovare nella sto- ria l'attuazione di un
disegno etico, di fare dell'accadere storico un divenire morale, di confermare
con l'esperienza morale del passato l'esperienza del presente, la nostra
esperienza morale, la mia. Come l'appello al consenso universale degli uomini,
meglio che allo scopo di fondare su questo consenso la mia certezza morale,
risponde alla esigenza che realmente abbiano valore per ogni coscienza quei
valori che sono posti come universali dalla mia, e costituiscono non il mio
sol- tanto, ma il patrimonio ideale piú prezioso di ogni uomo, dell'uomo. E
finalmente, quando dell'Autorità si cerca il fondamento in una Volontà
superiore e distinta dalla volontà di ciascuno, che si impone a questa e ha il
potere di obbligarla, l'esigenza a cui si ob- bedisce è quella stessa di cui si
alimenta la coscienza del dovere: l'esigenza che il volere piú alto e il piú
degno di autorità perché è il volere che pone i valori morali, sia nello stesso
tempo un potere a- deguato al compito suo, il potere piú forte10; sia, come il
vero volere, cosí il supremo potere. La
forma generale, con la quale si presentano da questo punto di vista i problemi,
è dunque inversa a quella nella quale sono posti e considerati nelle dottrine
che cercano fuori della morale il fondamento della morale. Si tratta non già di
vedere quale ragione d'essere, e d'esser tali piuttosto che altri o diversi,
trovino i valori morali nella realtà che conosciamo, nei beni d'altro genere
che desideriamo, nelle tradizioni e negli esempi del passato, nei giudizi dei
contemporanei, nel comando di un Volere onnipotente; ma di vedere se e come sia
possibile e sia legittimo costruire una realtà, graduare dei valori,
interpretare la storia, pretendere il consenso, postulare una Volontà in cui si
a- degui il potere al volere, sul fondamento della certezza e validità
immediata e diretta dei valori mo- rali, e delle esigenze che essi implicano.
La formulazione generale di quei problemi dal punto di vista morale è dunque
segnata da questo procedimento: Quali sono i valori morali; e quali sono le
esigenze derivanti dalla loro posizione; se e quali postulazioni di ordine
teoretico siano richieste a soddisfare queste esigenze; se e quale legittimità
abbiano le postulazioni teoretiche fondate sopra di esse. Ma qualunque cosa si
pensi di questi problemi e delle loro soluzioni, sussiste, indipendente da ogni
giudizio su di essi, e rimane stabilita chiaramente e incontestabilmente, la
primarietà, la in- dipendenza, la autoassiomaticità delle valutazioni morali. A
fondamento dei giudizi morali non vi sono e non vi possono essere che dati e
postulati di valutazione morale. L'idea di «potere» è un elemento
inespugnabile del concetto di volontà, perché la volontà è produzione, crea-
zione, iniziativa. Dove si ravvisa o si presume che ci sia o ci debba essere
una volontà, ivi si presume una forza (non è anzi la volontà la prima, e la
sola forza, cioè attività che ci sia rivelata dall'esperienza diretta?); e una
forza tanto mag- giore quanto più grande e difficile è il compito che la
volontà si pone. Ed è perciò che questa forza appare nella forma più chiara,
quando il volere morale si traduce in atto contro gli impulsi di ogni altro
genere ed a prezzo dei più gravi sacrifici; è perciò che il sacrifizio è la
prova più alta e la testimo- nianza più sicura (nell'espressione stupenda del Cristianesimo
testimonio è il martire) della saldezza, della serietà del volere morale. Ed è
anche per ciò che appare inevitabilmente pietoso o ridicolo un volere senza
potere; e che il senso comune si fa beffe dei padri Zappata. Dei due elementi
della volontà, la direzione consapevole e la forza, il senso co- mune è tratto
senza esitazione a fare maggior stima della forza. Ha torto? ha ragione?
L'indipendenza e l'indeducibilità dei grandi valori morali da qualsiasi
speculazione teoretica fu, come tutti sanno, riconosciuta e affermata, nella
forma piú esplicita e con grandissimo vigore dal Kant. Perciò le conclusioni
riassunte nell'ultimo capitolo sembrano mettere capo alla sua dottrina e alla
soluzione data da lui al problema che l'analisi precedente pone come il
problema veramente centrale dell'etica: quale sia il dato o quali siano i dati
indeducibili della morale; o, che torna lo stes- so: quale sia il criterio (o
quali i criteri) a cui si riconduce la valutazione morale. Bisogna dunque
cercare prima di tutto se questa soluzione sia veramente esauriente. Ma giova
intanto avvertire subito, per evitare le facili confusioni e gli equivoci
indotti da connessioni abituali di idee e di dottrine, che la indeducibilità
dei valori morali, come non implica necessaria- mente i principi e i
procedimenti tenuti dal Kant nel riconoscerla (poiché vi si giunge, come abbiam
visto, anche per altra via), cosí non richiede, per sé, né che si accettino né
che si ricusino le conclu- sioni alle quali si arriva. La connessione fra le
diverse tesi che si raccolgono attorno alla autonomia kantiana può es- sere,
anzi veramente è, nel suo pensiero una connessione necessaria, ma non è
necessaria fuori di esso e fuori del sistema di dottrine che lo esprime. Cosí
il «primato della ragione pratica» nella soluzione dei problemi metafisici non
è una conseguenza logicamente inevitabile della indipendenza e validità per sé
dei valori morali; benché possa essere e sia anzi facilmente accolta da chi
riconosce questa indipendenza e validità. Ciò che si presenta come conseguenza
di questo riconoscimento è il problema della conci- liazione tra le esigenze
della speculazione teoretica e le esigenze della valutazione morale; del qual
problema il primato della ragion pratica esprime una soluzione o traccia la via
per la quale il Kant l'ha cercata. Ma veniamo al punto che ci interessa. Il
concetto fondamentale dal quale il Kant prende le mosse è, come è noto, quello
del volere buono. Il volere buono è il volere che si determina non per un
oggetto, qualunque esso sia, che ab- bia un valore di fine per chi lo vuole
(motivo «patologico»), ma per il dovere: cioè per il rispetto al- la legge
perché è legge; non già in vista di quel che la legge comanda, ossia delle
conseguenze che il volere conforme alla legge apporta. Il rispetto della legge
in quanto è legge, astrazione fatta dal suo contenuto, è dunque il ri- spetto
di ciò che la fa esser legge, della sua validità universale. L'universalità è
la forma della ragione che si pone come esigenza del volere puro; è la ragio-
ne stessa in quanto si manifesta come volontà, è la ragione pura pratica. Se
l'uomo fosse pura ragione, cioè se non fosse insieme un essere sensibile
soggetto a ten- denze, a impulsi di altre specie, il suo volere sarebbe santo,
e non si potrebbe parlare di dovere. In- vece il dovere c'è perché c'è
l'esigenza di conformare l'azione alla ragione e non agli impulsi della
sensibilità. E il volere buono e appunto il volere che posto fra la legge e
quegli impulsi — di qua- lunque specie siano — si determina per la legge, cioè
per l'universalità, che è la forma della volontà razionale. Il criterio supremo
della moralità è perciò espresso nella nota prima formula dell'imperativo
categorico, di cui si dice piú sotto. Come si deve intendere quella universalità?
E basta essa ed essa soltanto a fornire la caratte- ristica della valutazione
etica, a distinguere ciò che vale moralmente da ciò che non vale? Quando la
prima formula dell'imperativo dice: «Opera soltanto secondo quella massima che
tu puoi volere nello stesso tempo che diventi una legge universale», — questa
possibilità di voler che la massima diventi legge universale può esser presa in
due significati diversi. Può voler dire la possibilità che sia seguita
universalmente senza che l'osservanza da parte degli uni tolga o impedisca o
limiti la possibilità della medesima osservanza da parte degli altri; la
possibilità di pensarla senza contraddizione come legge universalmente valida;
o può significare invece la possibilità che il valore universale della massima
sia riconosciuto senza che questo riconoscimento contraddica o neghi il valore,
che è o si suppone già ammesso, di un principio piú generale; ossia che si
possa volere l'universale validità della massima senza disvo- lere
l'universalità di una massima piú generale che la comprende, e si suppone che
già sia o debba essere ammessa come legge. I due significati sono profondamente
diversi, sebbene possa parere a prima vista che coinci- dano. Che, negli esempi
che dà e nei commenti con cui li accompagna, lo stesso Kant non mescoli qualche
volta i due sensi e non ne oscuri le differenze, non oserei negare; ma non
parmi si possa dubitare che il vero significato inteso e voluto da lui sia il
secondo e non il primo. 1. Se s'intende l'universalità nel primo senso bisogna
riconoscere che: a) non soltanto si può concepire, ma può darsi in effetto che
sia seguita universalmente, una massima senza che perciò se ne ammetta il
valore morale; come per converso: b) può darsi che di una massima di condotta
non sia possibile l'osservanza universale senza che perciò se ne riconosca
l'immoralità. a) Come esempi del primo caso basta citare uno di quelli addotti
dallo stesso Kant (il 3° della Fondazione) in sostegno del criterio
dell'universalità: l'esempio dell'uomo d'ingegno che pre- ferisce il darsi buon
tempo alla fatica di esercitare e perfezionare le sue doti naturali (dove è
chiaro che non vi è nessuna impossibilità di concepire che tutti seguano quella
medesima massima, sebbe- ne questo non importi nessun riconoscimento di valore
morale); e quello (addotto dallo Schopen- hauer contro il Kant) della ragione
del piú forte. Anche qui è possibilissimo ammettere che dappertutto dove vi è
un forte di fronte al debole il primo sopraffaccia il secondo, cioè che la
subordinazione del debole al forte sia fatta valere uni- versalmente come
legge, senza che perciò se ne ammetta la moralità. b) Per converso, tra le
massime che non possono pensarsi universalmente osservate sen- za
contraddizione vi sono non solo massime comunemente riconosciute come immorali,
per esem- pio, che ciascuno possa appropriarsi l'altrui, ma anche massime come
l'opposta: che ciascuno ceda il proprio a vantaggio d'altri. Della quale, se
non gli economisti, almeno San Francesco e i suoi ammi- ratori non metteranno
in dubbio la santità. Ed è manifestamente del pari impossibile pensare
universalmente praticate cosí la seconda come la prima. Ben diverso è il
secondo significato; per il quale la possibilità o l'impossibilità di univer-
salizzare la massima non riguarda l'osservanza, ma la compatibilità o
l'incompatibilità di questa u- niversalizzazione della massima con la volontà
che la pone. Senonché questa incompatibilità (restringo, per semplificare,
l'esame alla forma negativa che è anche la piú importante) può esprimere due
specie diverse di contrasto: può voler dire che univer- salizzando la massima
si viene a togliere la ragione per la quale si è accolta, ossia a negare
il motivo stesso che la giustifica; oppure che si nega il valore di un'altra
massima che già vale, o si ammette che valga o debba valere per la volontà,
come legge universale. I due casi debbono essere considerati a parte e si
possono chiarire facilmente con esempi. 2'. Supponiamo che oggi io, piú forte,
trovandomi di fronte a un debole lo costringa a fare il piacer mio, e che
giustifichi la mia prepotenza con la massima che il forte ha diritto di
soggiogare il debole. Se il motivo, che mi ha indotto a formulare la massima è
l'interesse egoistico, accadrà che in nome di questo stesso interesse io dovrò
negare la massima quando le vicende facciano di me, del piú forte di ieri, il
debole di oggi. Ossia la massima non può essere universalizzata, senza che
venga posta con ciò la possibili- tà che sia negato il principio (cioè il
motivo o l'interesse) in grazia del quale l'ho accolta. Se si suppone invece
che io riconosca essere nella forza il fattore di ogni elevazione mo- rale, e
nell'esercizio incondizionato di essa il valore morale piú alto, la massima
della prepotenza che approvo quando il piú forte sono io, dovrà essere
parimente approvata — anche se hic et nunc mi dispiaccia — quando il piú forte
sia altri; e l'universalità della massima potrà esser voluta senza
contraddizioni, perché si accorda con il mio supremo criterio morale (che è
quanto dire universale) di valutazione; ossia perché è una forma subordinata di
un'altra massima già posta dal mio volere come legge universale11. Il
significato nel quale è preso dal Kant il criterio della universalizzazione, è,
come si è det- to, il secondo; e propriamente quella forma del secondo che
risponde all'ultimo dei casi ora esaminati. Né potrebbe cadere sotto qualsiasi
altra la considerazione, che è la sola veramente decisiva, fatta da lui per
provare che non potrebbe essere universalizzata la massima proposta nel 3°
esempio, già citato, dell'uomo che ha ingegno e rinuncia a coltivarlo. «Egli
vede bene che senza dubbio una natura, malgrado una tale legge universale,
potrebbe sempre ancora sussistere, anche quando l'uo- mo (come l'abitatore del
Mar del Sud) lasciasse arrugginire i suoi talenti e non pensasse che a vol-
gere la sua vita verso l'ozio, il piacere, la propagazione della specie, in una
parola, verso il godimen- to; ma egli non può assolutamente volere che questa
divenga una legge universale della natura e che ciò sia innato in noi come
istinto naturale. Perché come essere ragionevole egli vuole necessaria- mente
che tutte le facoltà siano sviluppate in lui». (Fondazione, Parte II). La
medesima considerazione è ripetuta a proposito dall'altro esempio (il 4°) in
cui si fa l'ipo- tesi del brav'uomo, che si propone di non far del male a
nessuno, ma quanto all'adoperarsi nei biso- gni altrui è del parere: ciascuno
per sé, e Dio per tutti. «Quantunque sia possibile che sussista una legge universale
della natura conforme a quella massima, è impossibile di volere che un tale
princi- pio valga come legge della natura» Per il Kant dunque l'universalità
della massima non è criterio della sua bontà e del valore morale della volontà
che vi si conforma, se non perché essa è una prova dell'accordarsi della mas-
sima seguita nell'azione con la natura dell'essere ragionevole, con la legge
posta dalla Ragione, che è la legge stessa morale. Soltanto intesa cosí la
formula (la 3a della Fondazione) della volontà di ogni essere ragionevole che
istituisce per mezzo delle sue massime una legislazione universale, o nei
termini della Critica della ragion pratica (op. cit., p. 30): «Opera in modo
che la massima del [Con quel che risulta evidente da questa ipotesi si accorda
il fatto assai notevole della profonda diversità di valore che può assumere nel
nostro giudizio morale la medesima regola pratica, secondoché noi vediamo
dietro di essa un motivo soprasoggettivo e impersonale (anche se contrario al
nostro criterio di valutazione) o un motivo soggettivo e personale; a seconda
che ci appare una massima accettata veramente da chi opera come norma, o un
comodo pretesto o compromesso del momento; cioè a seconda che vi si trova o no
quella condizione necessaria, se non sufficiente, del ca- rattere morale, che è
la coerenza dei giudizi tra di loro e delle azioni coi giudizi. 12 La ragione
di natura egoistica che Kant fa seguire può valere tutt'al più come un
tentativo poco felice di giu- stificare la simpatia dal punto di vista
dell'interesse individuale, ma non varrebbe per sé in alcun modo a dimostrare
l'impossibilità di volere di cui si parla, se non a patto di identificare
(pericolo forse non avvertito) il volere dell'uomo «come essere ragionevole»
col volere del «caro Io». (Il corsivo delle parole sottolineate in questa e
nella citazione precedente è mio, tranne per la parola volere spa- zieggiata).
Cito per la Fondazione della metafisica dei costumi la bella traduzione del
Vidari (Pavia, Mattei Speroni e C., 1910); per la Critica della ragion pratica
mi riferisco al testo originale nella edizione della R. Accademia di Prussia
(Kant's Gesammelte Schriften, Reimer, Berlin).
Kritik der praktischen Vernunft, tuo volere possa valere insieme come
principio di una legislazione universale»; e coll'autonomia del volere come
principio di tutte le leggi morali e dei doveri conformi ad esse. E soltanto
cosí si può intendere come egli creda di derivare dall'universalità la formula
famosa e piú fecon- da (ma feconda in quanto dà un contenuto all'universalità,
non in quanto semplicemente ne riceve la forma): «Opera in modo da trattare
l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sem- pre ad un
tempo come fine e non mai soltanto come mezzo». Ma intesa cosí l'universalità,
essa non esprime che una doppia esigenza: dell'universale con- formità delle
massime alla ragione, alla legge morale, al volere puro come principio di una
legisla- zione universale, vale a dire, alla legge morale; e della universale
validità delle massime come co- mandi, cioè dell'universalità del dovere. Ma né
dall'universale imperatività delle massime, né dalla universale loro conformità
alla legge morale è possibile ricavare quali sono i modi di operare che le
massime impongono, quale sia la legge universale che la volontà per mezzo delle
sue massime pone a se stessa. Se ora vogliamo, e possiamo ormai farlo
legittimamente, uscire dalla terminologia kantiana e servirci dei termini usati
nella parte precedente, possiamo raccogliere e completare l'analisi del
criterio kantiano in una forma forse piú chiara. ** * I valori morali sono
valori riconosciuti dalla pura ragione, valori che esprimono la volontà
dell'uomo in quanto è essere ragionevole. La esigenza caratteristica sentita
profondamente dal Kant, che i valori morali siano superiori ed estranei ad ogni
interesse egoistico, e apprezzati e voluti per sé, indipendentemente da ogni
considerazione delle loro conseguenze, lo spinge (poiché la volontà come
potenza pratica gli sembra inevitabilmente legata a tendenze e impulsi
sensibili, a fini, cioè a rappresentazioni di conseguenze valutabili solo in
rapporto alla sensibilità del soggetto) a fare dei valori morali degli enti di
ragione, a trarli dalla ragione pura, a fare della ragione pura la ragione
pratica («la ragione pura è per se stessa pratica»). Ma la ragione per quanto
si faccia non dà valori; la ragione esige o impone la coerenza; teo- rica: dei
giudizi fra di loro e con i principi e i dati su cui si fondano; pratica: delle
valutazioni deri- vate e mediate con le valutazioni direttamente date o
postillate, e delle azioni con le valutazioni. Non dà dunque le valutazioni,
sebbene sia tutt'altro che trascurabile, anche per questo rispetto, l'uf- ficio
di confronto, riduzione, subordinazione, unificazione che le è proprio. Non è
meraviglia che a voler cavare, da essa soltanto, i valori morali, non se ne
estragga in ultimo che questa esigenza di una universale coerenza della volontà
con se stessa; esigenza necessa- ria e caratteristica di ogni uomo che sia persona,
perché sottintesa, affermata, voluta (anche quando coi fatti la smentiamo, ma
sempre a malincuore) costantemente, come prova e testimonianza a noi stessi
della unità spirituale, della esistenza e continuità dell'io come persona. Ma
essa per sé non ci dice né che cosa sono i valori, né quali sono i valori sui
quali si fonda e ai quali deve far capo l'esi- genza unificatrice della
coerenza. La ragione appresta, scegliendoli dal groviglio delle conoscenze, i
riti adatti a fornir la trama dell'ordito. Ma i fili dell'ordito, i valori
fondamentali sono dati dalla vo- lontà; né si può derivarne la natura dalla
natura della trama; né dal disegno della tela.Né maggior luce può venire dalla
Volontà come il Kant la concepisce; né dal concetto del Volere puro né da
quello del Volere buono. Il Volere puro, il Volere autonomo, il Volere spoglio
come s'è detto, di ogni impulso sensi- bile, e capace di volere i valori morali
per sé, non può esser per lui che il Volere che vuole la ragione, la ragione
stessa in quanto è pratica, in quanto è forma legislatrice, e non dà che questa
medesi- ma universalità.Quanto al concetto del Volere buono, esso aggiunge
bensì alla nota dell'universalità (rispetto della legge perché è legge) la nota
dell'obbligatorietà (un'azione è buona quando è compiuta per il dovere); ma
questa nota è possibile nel volere buono soltanto in causa del conflitto tra il
rispetto della legge morale — col quale si identificherebbe per sé il volere
puro — e gli impulsi sensibili. È dunque un carattere che riguarda la moralità,
non la valutazione morale, e che esprime il pregio la eccellenza la supremazia
dei valori morali in confronto degli altri valori; ma non dice in che
consistano i valori, né donde nasca questa eccellenza (se non dall'universalità
della legge). In ogni caso anche se il dovere è, nella conoscenza dell'uomo
empirico, la ratio cognoscendi della leg- ge, sta però nella legge la ragion
d'essere del dovere e non nel dovere la ragion d'essere della legge. Sapere che
i valori morali debbono essere attuati non è sapere in che consistono, né
sapere perché meritano che si debba attuarli. Che debbano essere scritti con la
iniziale maiuscola tutti i sostantivi che viene imparando, potrebbe anche
essere per uno scolaro tedesco il criterio per distinguerli come tali dalle
altre voci del discorso; ma non è l'obbligo di scriverli con l'iniziale
maiuscola che li fa essere e diventare so- stantivi. Resta da esaminare la
forma che il criterio di valutazione assume nella 2a delle note formule; quella
in cui si assegna alla legge un contenuto cioè un fine; e il rispetto della
legge perché legge, diventa rispetto dell'umanità o della persona umana come
fine in sé. Ma è facile vedere come questa pretesa derivazione dalla prima
formula, o è veramente chiusa nei limiti di una derivazione e non dice nulla di
piú di quella onde è dedotta; o assume dav- vero un contenuto, e questo
costituisce per sé un criterio di valutazione distinto e diverso da quello da
cui si pretende dedurlo. Il quale non si esaurisce piú nell'universalità della
valutazione morale ma richiede un riferi- mento agli oggetti della valutazione;
ed è un criterio non piú formale soltanto, ma anche materiale. Se, anche inteso
cosí, sia adeguato al bisogno resterà da vedere piú innanzi. Il termine che
media il passaggio kantiano dalla legge come forma all'umanità come fine è il
rispetto della natura ragionevole. Poiché la legge è la ragione, il rispetto
della legge, cioè della ragione, importa il rispetto dell'essere ragionevole,
come tale; della natura di essere ragionevole e della persona umana nella quale
si manifesta a noi questa natura. Si potrebbe già discutere, a rigore, sulla
legittimità di passare dal rispetto della ragione al ri- spetto di una natura
ragionevole, perché ciò che impone rispetto nella ragione è secondo il Kant la
sua forma legislatrice e non il soggetto, qualunque sia, che la porta, e in cui
si realizza questa forma. Tuttavia, finché si pensa l'essere ragionevole come
puramente tale cioè come costituito di sola ragione ed esaurientesi in essa, il
passaggio si riduce in fondo ad una ipostasi, e il contenuto non muta. Ma
quando si deve venire all'uomo, il trapasso è ben diverso. L'uomo è essere
ragionevo- le, ma non tutto, e non soltanto ragione. Ora: quando si dice
rispetto della persona umana, si intende rispetto di tutta la persona in quanto
nella persona si rivela una coscienza uno spirito (che la com- prende sí, ma è
ben lungi dall'esaurirsi nella ragione), oppure si intende la persona in quanto
è essa stessa ragione e null'altro, cioè in quel che ha di universale, di
medesimo in tutti gli uomini, di (co- me si dice, sebbene il dirlo qui paia un
bisticcio) impersonale? Non c'è che da ripetere quel che s'è detto già;
dall'assumere come fine questa persona- ragione vuota di ogni altro contenuto
non si ricava altro criterio che sempre e ancora il rispetto della ragione come
tale. E solo verrebbe fatto di chiedersi se questo inchinarsi davanti alla
persona, soltanto per quel che vi è in essa di medesimezza e di identità con
ogni altra persona e non anche per quel che vi è di proprio originale,
individuale e irriducibile, non si assomigli all'inchinarsi davanti a un
apparecchio telefonico per il rispetto dovuto alla voce autorevole che in esso
risuona. Oppure si intende che la ragione (o meglio un Volere razionale)
conferisce dignità all'uomo, a tutto l'uomo, a tutte le facoltà e attività che
essa ordina e fonde nella unità inscindibile del mede- simo e del diverso, del
comune e del proprio, dell'universale e dell'individuale; che non la ragione,
ma lo spirito umano nella interezza delle sue manifestazioni, la coscienza
vivente in ogni persona merita questo rispetto; e allora, allora soltanto, si
può parlare di un contenuto che non si esaurisce nella forma. Ma è troppo
evidente che inteso cosí il rispetto alla persona non si può derivare dal
rispetto alla ragione e alla legge perché legge. Intesa cosí la persona umana,
essa non è piú l'universalità vuota e astratta di una legge fine a se stessa,
ma è la sorgente di quei valori morali dei quali la «ragione» constata la
universale validità e la riconosciuta sovranità sugli altri valori, mette in
luce le esigenze, determina le condizioni di at- tuabilità; (e potrà poi
indagare se e come tali esigenze e condizioni si possano conciliare con quelle
degli altri ordini di valori e in particolare con quello del sapere); di quei
valori morali che il «Volere puro» pone in forma di legge, e il «Volere buono»
attua in forma di doveri. ** * Che per la natura ragionevole dell'uomo si
intenda non soltanto la pura forma della ragione, ma anche altre facoltà,
disposizioni, modi di essere e forme di attività, e che il Volere ragionevole
non riconosca come valore morale soltanto la conformità alla forma della
ragione, ma la conserva- zione l'incremento l'esercizio di queste altre facoltà
e attività spirituali, appare in forma tipicamente significativa nel commento
già riferito sopra con l'esempio (il 3° della Fondazione) a cui si riferi- sce:
«Come essere ragionevole egli (l'uomo) vuole necessariamente che tutte le facoltà
siano svi- luppate in lui, visto che gli sono state date per servirgli ad ogni
sorta di fini possibili». Questo volere dell'uomo ragionevole, che è il volere
puro, il volere autonomo, morale, è dunque il volere che vuole
«necessariamente» lo sviluppo di tutte le facoltà, cioè il volere di cui si
pensa e si ammette che il contenuto sia costituito da valori già dati e
riconosciuti senza contesta- zione come fini di un volere buono cioè come
valori morali14. E appare manifesto che la riduzione del criterio di
valutazione morale a criterio puramente formale suppone che siano già noti,
quanto al contenuto, i fini dell'operare morale; già conosciuti e determinati,
quanto all'oggetto loro, i doveri. E risponde alla domanda: quand'è che
l'intenzione del- l'operare è veramente buona, che un atto è veramente morale?
ma non alla domanda: quali sono le azioni, in cui questa buona intenzione si
deve tradurre; quali sono i fini a cui il volere buono deve rivolgersi; ossia
quali sono i valori, nella cui attuazione fatta con purità di volere consiste
la moralità? [ E che veramente si sottintendano come già noti e riconosciuti è
confermato all'evidenza dall'analisi di ciò che costituisce veramente il
presupposto fondamentale non solo di quella citata ma dalle altre
esemplificazioni; con le quali si prova — non già, come s'è visto,
l'impossibilità per sé di universalizzare — ma l'impossibilità di volere che
una tal massima valga come universale. Infatti la ragione per la quale non si
può erigere a massima universale il principio che chi è stanco della vita può
uccidersi (1° esempio) non è già l'impossibilità di concepire seguíta una tal
massima da tutti quelli che sono stanchi della vita, ma l'impossibilità di
volere che sia riconosciuta e adottata; perché essa implica che si affermi la
superiorità del piacere sui valori morali (dei quali la vita è condizione);
mentre, appunto perché li riconosciamo come morali, af- fermiamo e vogliamo il
contrario. Così nel secondo, il dato contro cui urta la universalizzazione
della massima — che sia lecito promettere con l'intenzione di non mantenere — è
la superiorità sottintesa della sincerità e della lealtà sull'interesse
egoistico; e la con- seguente impossibilità di volere che cessi di essere
riconosciuta universalmente quella superiorità di cui noi siamo certi. Del
terzo esempio si è detto, e si è accennato anche al quarto; nel quale ultimo è
sottinteso manifestamente il valore della simpatia e della benevolenza, che non
possiamo ammettere sia subordinato al valore della propria quiete o dei propri
comodi. 35 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale
Erminio Juvalta Alla quale domanda si presume dunque che la risposta sia già
data dalla coscienza morale. E la risposta è data infatti, e non può esser
data, che da lei. Ma se la risposta non fosse univoca? Se, supposto pari in due
coscienze il rispetto della legge, la legge comandasse all'una quel che vieta o
non comanda all'altra, potrebbe bastare a dirimere il contrasto tra le due
leggi il sapere che il volere è buono quando si determina per rispetto alla
legge, e che la moralità consiste nel compiere il dovere per il dovere?
36 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale \ Non vi è una
coscienza morale, ma vi sono, a rigor di termini, tante coscienze morali quante
sono le coscienze personali nelle quali sono riconosciuti come supremi e
normativi e validi indipen- dentemente dal flusso momentaneo e variabile delle
valutazioni transitorie e accidentali, certi valo- ri; ed è riconosciuta
l'esigenza che il criterio di valutazione corrispondente possa valere non solo
come norma costante del giudicare e del volere proprio, ma anche come norma
costante del giudica- re e del volere altrui; ossia come norma universale del
giudicare e del volere di ogni persona. Se si ammette o si suppone che quei
certi valori siano per tutte le coscienze i medesimi, si può parlare della
coscienza morale, come una ed identica non solo di forma, ma anche di
contenuto; se si ammette il contrario, si deve riconoscere una pluralità di
coscienze morali piú o meno discor- danti e una pluralità di criteri di
valutazione che si presentano alle diverse coscienze con la medesi- ma autorità
di valutazioni morali, cioè con la medesima forma. Il fascino singolare che
esercitò ed esercita la morale di Kant viene non dal suo formalismo per sé, ma
dal fatto che, mentre spoglia e purifica la moralità da ogni fine materiale e
quindi dal pe- ricolo di ogni considerazione soggettiva, la dottrina è
sostenuta e vivificata dalla fiducia salda e in- crollabile che si debba riconoscere
o si possa dimostrare che dentro quella forma cape, e non può capire che un
solo contenuto; dietro quella legge si debbano trovare infallibilmente i fini
che la co- scienza morale riconosce come buoni, e quelli soltanto. Ma s'è visto
che lo sforzo è, e non poteva non essere, vano. Il criterio formale di Kant
sem- bra convenire ad un solo e unico contenuto, a certi valori ed a quelli
soltanto, perché si ammette già che la coscienza morale sia unica; che la sua
voce non soltanto parli in ogni coscienza con lo stesso tono, ma dica le
medesime cose. In realtà il criterio formale non esprime che l'esigenza della
razionalità: una legge non è leg- ge se non è valida sempre nei medesimi casi;
una norma non è suprema se non a patto che ogni altra norma sia subordinata ad
essa; un criterio di valutazione non è piú un criterio, ma un capriccio, se i
miei giudizi di valore non si accordano costantemente con quello; se io non
riconosco legittimo — fatto da qualsiasi altro — il giudizio che quel criterio
esigerebbe da me nel medesimo caso. Ma è un'illusione credere che possa bastare
la razionalità per sé a distinguere i valori dai non valori; i valori morali
dai valori non morali, a farci riconoscere — senza appello diretto o indi-
retto a qualche dato o postulato non razionale — il valore di un oggetto
qualsiasi (di un contenuto), ideale o reale. Si governa non meno razionalmente
l'avaro, quando giudica ed opera in ogni caso come se il danaro fosse l'unico
bene per sé, il supremo bene, purché riconosca legittimo che ogni altro
giudichi e operi allo stesso modo, di quel che faccia l'esteta quando
ragguaglia ogni cosa a un ideale di bel- lezza, o l'intellettuale che non
riconosca altro scopo degno alla vita che la ricerca della verità. E quando si
dice o si crede di dimostrare che è «contrario alla ragione» non un giudizio
apprezzativo che contraddice al criterio accettato, ma il criterio stesso come
tale, non si può affermare o dimo- strare questa contrarietà se non perché si
sottintende che vi sono — cioè sono riconosciuti e deside- rati — altri valori
diversi, superiori o non subordinabili a quello dal quale è tratto il criterio
in que- stione; e si trova contrario alla ragione che non si tenga conto di
quest'altri valori, che si giudichi e si operi come se questi non esistessero,
o fossero inferiori mentre sono superiori, o incondizionati mentre sono
condizionati. Ma se si fa l'ipotesi che questi altri valori non siano tali per
un Tizio che li ignora, qualsiasi istanza di irragionevolezza contro di lui
cadrebbe a vuoto, anzi sarebbe essa irragionevole. Adunque il criterio del Kant
non supera, dato che ci siano, le differenze di contenuto valuta- tivo. Se in
nome della mia coscienza morale io pongo il valore dell'umiltà, e in nome della
propria coscienza morale un'altra persona lo nega, l'universalizzare le massime
che rispondono alle due va- lutazioni opposte non mi fa avanzare d'un passo
verso una soluzione del conflitto, se non a questa condizione: che io creda di
poter dimostrare che una delle massime si accorda e l'altra contrasta con una
terza massima nella quale è affermata l'esigenza di un volere riconosciuto o
ammesso inconte- stabilmente come morale. E si presenta inevitabilmente, senza
che sia possibile eluderla, la domanda: C'è o non c'è questa pluralità di
contenuti discordanti nella valutazione morale? C'è. Si è osservato piú sopra
che ogni oggetto ideale o contenuto di valutazione morale ha o può avere nello
stesso tempo valore per altri rispetti, cioè può essere considerato come un
valore di altra specie. Anzi è per questa relazione dei valori morali con
valori di ordine diverso che si è cercato e si è creduto di poter trovare il
fondamento della valutazione, la ragione d'essere del valore morale in una
finalità di natura edonistica (egoistica o altruistica) o noetica o estetica o
religiosa. Se si considera una tale rivalutazione eterogenea come pretesa di
far valere — con questa e per questa ragione — per morale, un valore che non
sia già sentito come morale, il tentativo, è come s'è visto, del tutto illusorio.
Ma se si considera, al contrario, come espressione di una finalità che può
assumere in questa o quella coscienza importanza prevalente, che può o potrebbe
— all'infuori del carattere specifico di eticità per il quale è posto da quella
stessa coscienza come valore morale — essere sentita come su- periore in pregio
ai fini di ogni altro ordine, e degno di subordinarli, essa contiene in sé la
ragione capitale della diversità e discordanza dei fini e dei criteri, che
pretendono di valere ciascuno come supremo nella valutazione del contenuto
proprio dei valori morali. L'esteta si foggia un suo modo ideale di bellezza
per il quale i valori si ordinano da sé in una scala determinata dalle
connessioni di inerenza e di condizionalità degli altri valori, con i valori e-
stetici; e il mistico un ideale di santità, al quale subordina gli altri
valori, accogliendoli e graduando- li in quanto convengono, negandoli in quanto
disconvengono; e cosí lo spirito contemplativo che ama sopra ogni cosa la
verità, e cosí l'egoista calcolatore e l'altruista generoso. I valori che, per
essere morali, hanno già una validità e un'autorità intrinseca che li distingue
dagli altri valori, si vestono di necessità nella coscienza dell'esteta del
mistico e cosí degli altri, di quel particolare colore, che li fa sentire e
riconoscere rispettivamente come valori estetici, religiosi, noetici e via
dicendo; e se continuano a valere per la forma come morali, valgono — per il
contenuto — soprattutto come valori di quell'ordine che è nella coscienza il
dominante. Basta per convin- cersene badare alle differenze caratteristiche
della motivazione, con la quale ciascuno dei tipi di co- scienza supposto
giustifica a sé e agli altri il valore che riconosce, poniamo, alla temperanza,
o alla forza di volontà, o alla veracità, o ad altra virtù. Ora questo
coincidere e fondersi, quanto al contenuto, del valore morale col valore
dell'ordi- ne che esprime l'orientamento prevalente della coscienza — anche
quando non è in giuoco la valu- tazione etica — non solo conduce alla
transvalutazione notata, ma tende a indurre insieme un pro- cesso di
transvalutazione inversa; cioè a dar colore e calore di convinzione e di
apprezzamento mo- rale ai valori di quell'ordine, a riconoscerli come morali e
a pretendere che siano riconosciuti per tali anche dalle persone, nelle quali
non si afferma il medesimo orientamento. Ed è istruttivo (e non è sfuggito agli
umoristi) il calore col quale parla di diritti offesi e ri- vendica gli
interessi sacrosanti della giustizia l'egoista gretto che vede frustrato un suo
piccolo cal- colo ingegnoso che aveva a mala pena il pregio di non urtare nel
Codice penale; e quello (sia pure 38 Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale Erminio Juvalta di dignità fuor di paragone diversa)
dell'artista, che grida allo scandalo e invoca un preciso dovere dello stato a
reprimerla, se offenda il suo senso estetico, la trascuranza per un tronco di
colonna di- menticato. E si potrebbe continuare, in modo anche piú evidente,
per gli altri. Cosí ciascuno degli orientamenti valutativi tende ad allargare
nella direzione corrispondente la sfera dei valori morali, includendovi un
contenuto proprio diverso, e non coestensivo al contenuto di ciascun altro. E
perciò accade che i diversi sistemi di valutazione — animati come sono e
pervasi da un interesse tipicamente diverso — abbiano in realtà in comune
soltanto una parte di quei valori che ognun d'essi, per l'esigenza sua propria,
riconosce come morali; abbiano cioè comuni soltanto quei valori morali che sono
nello stesso tempo valori diretti o indiretti del proprio genere, o che al-
meno non contrastano e non negano quella propria specifica esigenza. I diversi
sistemi assomigliano cosí a cerchi eccentrici di vario raggio che si
intersechino fra di loro; dei quali è minima la superfi- cie comune a tutti, ed
è sempre piú grande la parte d'estensione rispettivamente comune a un nume- ro
di cerchi minore; e in misura variabile, secondo che sono meno o piú eccentrici
fra di loro. D'altra parte, anche la coscienza nella quale l'orientamento
tipico è dato dall'interesse stesso morale (la coscienza dell'homo ethicus) si
trova a dover considerare nei valori estetici religiosi intel- lettuali
economici il valore morale diretto o indiretto che assumono o possono assumere
in grazia di relazioni analoghe a quelle considerate sopra (il valore p. es.
che l'attività scientifica e l'estetica e le doti richieste e promosse da
questa attività possono avere per la cultura morale). E non solo: ma per la
considerazione felicemente messa in evidenza dal Moore sul valore organico (il
«quanto» per il quale il valore di un tutto eccede il valore di uno dei suoi
fattori non è necessariamente eguale a quello del fattore che rimane: ethics,
Cap. VII: Intrinsic value), si trova a dovere apprezzare diversamente l'oggetto
ideale della valutazione morale, quando esso è nello stes- so tempo oggetto di
una valutazione diversa, intellettuale, per es., od estetica. (Non è senza
signifi- cato anche per questo rispetto che il Sommo Bene sia stato identificato
col Sommo Bello). Si aggiunga finalmente (il «finalmente» chiude ma non
esaurisce le osservazioni su questo proposito) che il carattere di interiorità
dei valori morali, il quale si fa tanto piú spiccato quanto piú la coscienza
personale è concepita come sorgente e creatrice autonoma dei valori, tende a
staccare, anche nella coscienza dell'homo ethicus, il valore morale dagli
schemi che esprimono una esteriore conformità alla valutazione, per riconoscere
un pregio preminente alle note interiori di spontaneità, di libertà, di
autonomia; il che porta ad estendere la dignità intrinseca dei valori morali
anche a que- gli altri valori spirituali nei quali splende un raggio di quelle
medesime luci; e non tanto a distingue- re i valori morali da altri valori
spirituali, quanto a distinguere il contenuto interiore e spirituale dei valori
dal contenuto esterno e materiale nel quale si traducono. ** * Cosí nella
coscienza personale si attenua e si fa piú incerta, e trasmutabile per molti
modi, la distinzione tra i valori morali e gli altri valori spirituali. In
altri termini: mentre, si può dire a un di- presso, dal trionfo dell'etica
cristiana fino al Kant la valutazione morale aveva avuto per le diverse
coscienze della stessa civiltà e cultura un contenuto comune determinato e
costante (e, in ogni caso, la parte di contenuto sulla quale cadeva il dissenso
finiva per essere praticamente quasi trascurabi- le), a partire dalla
«Dichiarazione dei diritti» della Rivoluzione francese, si delinea e si allarga
nel campo della valutazione morale una sempre maggiore differenza di contenuto
tra coscienza e co- scienza; e si fa piú frequente e piú profondo il contrasto
tra i criteri di valutazione rispettivamente accolti come supremi. E i sistemi
nei quali i valori morali sono ricondotti a un criterio intellettuale, o
estetico, o re- ligioso, o etnico, o umanitario, o filogenetico, o
solidaristico, o egotistico, o quale altro si voglia, non sono piú, guardati
per questo rispetto, tentativi dispersi, ma, per cosí dire, paralleli di
giustifica- 39 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale
Erminio Juvalta re o di «fondare» il valore di un medesimo contenuto; essi
esprimono invece, nella parte forse mag- giore e piú significativa, una
diversità di contenuti contrastanti; e soltanto in parte un contenuto co- mune,
che si colora pur esso diversamente, secondo la fiamma a cui si riscalda.
Perciò, considerata nell'interiorità della coscienza personale, la parte di
contenuto etico nella quale essa sente di concordare colle altre non ha per sé
autorità maggiore o diversa delle parti per le quali discorda. A meno che la
coscienza stessa possa o debba riconoscere, senza abbandonare il proprio
criterio di valutazione, una qualche differenza, se non di natura, di grado,
tra quella e queste. Se si suppone, per un'ipotesi inverosimile, che lo spirito
filantropico, lo speculativo, il reli- gioso, l'estetico, non riconoscano
rispettivamente altri valori all'infuori di quelli che si possono commisurare
al criterio di valutazione proprio di ciascheduno, si troverà tuttavia che
certe doti spiri- tuali, poniamo, l'alacrità, la tenacia, il dominio di sé,
l'ardimento, sono e debbono essere considerate come valori da tutti
indistintamente i tipi supposti; perché tutti (nell'ipotesi, sottintesa, che
siano in- telligenti) debbono riconoscere che quelle doti personali sono
condizioni o indispensabili o som- mamente utili alle forme di attività
corrispondenti, cioè all'attuazione di quell'ordine di valori che ciascuno ha
posto a sé come tali. Per la medesima ragione si troverà (la deduzione è troppo
ovvia perché occorra piú che l'ac- cenno) che debbono essere riconosciuti come
valori il rispetto della integrità e della libertà persona- le, l'osservanza
dei patti, lo scambio dei servizi e via dicendo, e con essi i costumi, le
istituzioni, le leggi che assicurano la conservazione e l'incremento di queste
condizioni sociali; e le disposizioni di spirito (lealtà, imparzialità,
simpatia) che ne avvalorano il rispetto nella coscienza personale. Adunque
tutti i tipi suddetti, e gli altri che si potrebbero analogamente supporre,
saranno portati a riconoscere e ad apprezzare in sé e negli altri — astrazion
fatta da ogni valutazione morale — dei valori, sia propriamente personali (doti
della persona che possono sussistere nel soggetto in- dipendentemente dal suo
atteggiarsi rispetto ad altre persone); sia sociali (doti che riguardano questi
atteggiamenti); valori che nascono dal rapporto di condizionalità costante che
li stringe a ciascuno degli ordini supposti. Di piú: il rapporto di
condizionalità dal quale viene ai valori citati in esempio il carattere di
strumentalità, è diverso, come è facile vedere, da quella strumentalità esterna
accidentale e variabile che lega il blocco di marmo all'opera dello scultore, o
la conferenza di propaganda al disegno del- l'altruista, o un libro agiografico
all'interesse del mistico, o la scala dell'Osservatorio agli studi del-
l'astronomo: appunto perché là si tratta di condizioni preliminari
indispensabili e permanenti, il cui valore non solo non si esaurisce nell'atto
singolo che ne dipende, ma non è sostituibile da alcun altro strumento o
condizione. È dunque una condizionalità necessaria, permanente e insurrogabile,
in forza della quale ciascuno dei detti tipi dovrà riconoscere a siffatti
valori condizionanti una superiorità, se non di pre- gio intrinseco, di
precedenza imprescindibile sui valori diretti e finali che ne dipendono. ** *
Non occorre lungo discorso per intendere come per effetto del medesimo rapporto
il filan- tropo potrà essere condotto a riconoscere i detti caratteri di
condizionalità anche a qualità attitudini forme di attività, alle quali o non
potrà attribuirli o dovrà forse attribuire un valore negativo, o di o- stacolo,
ossia un disvalore, il mistico o l'esteta; e inversamente; e come perciò sarà
possibile una di- stinzione tra i valori propri esclusivamente di ciascun tipo
di valutazione, e i valori condizionanti comuni a qualsiasi ordine, dato (come
gli esempi citati dimostrano possibile) che ve ne siano di co- siffatti. Questi
valori comuni avranno dunque oltre ai caratteri già notati, anche quello di
essere strumentali rispetto a quale si voglia criterio di valutazione che sia
posto come normativo; cioè a- vranno una condizionalità universalmente
necessaria permanente e insurrogabile. Aggiungiamo ora un nuovo elemento
all'ipotesi; e supponiamo che tanto il filantropo quanto lo speculativo e il
mistico e l'esteta riconoscano, ciascuno, come l'ordine dei valori morali,
quell'or- dine di valori che risponde alla direzione tipica della propria
coscienza. Accadrà che la valutazione morale dell'uno coinciderà quanto al
contenuto con la valutazione morale di ciascun altro soltanto per quei valori
nei quali si riscontra la sopraddetta condizione; e che mentre ciascuno
interiormen- te riconoscerà come una esigenza morale l'attuazione di tutti i
valori posti e dichiarati dalla sua co- scienza a lui come morali, dovrà
riconoscere in pari tempo, che, per le volontà per le quali vale co- me
normativo un ordine di valori diverso, la detta esigenza non comprende tutti
questi medesimi va- lori, ma soltanto quelli la cui strumentalità condizionale
è universalmente necessaria. Cioè dovrà ri- conoscere che, esteriormente alla
propria coscienza, l'imperatività del proprio criterio è limitata a questa piú
ristretta sfera di valori. In altri termini, non potrà esser posto come
criterio morale e co- mune se non un criterio di valutazione che assuma, come
universalmente validi e costantemente su- bordinanti ogni altro valore, quei
valori appunto nei quali si riscontra la detta priorità condizionale; ma che
insieme non neghi, e non escluda i valori morali propri di ciascuna coscienza
in particolare, cioè nessuno di quegli ordini di valori, nel quale si inquadra
e si giustifica per ciascuna coscienza individuale quel contenuto comune. Si
delinea dunque, per la riflessione critica obbiettiva, una distinzione tra i
valori la cui at- tuazione è riconosciuta come un'esigenza universale e
costante per qualsiasi coscienza capace di moralità, e i valori la cui
attuazione è un'esigenza soltanto per la coscienza che li pone a sé come
morali; tra i valori per i quali ogni coscienza può riconoscere legittima una
legislazione esterna che ne imponga la validità; e i valori dei quali una legislazione
esterna deve soltanto non escludere la possibilità; tra i valori che possono
essere oggetto di una obbligazione a un tempo interna ed ester- na, e i valori
che, non possono essere oggetto che di una obbligazione interna. Gli esempi
addotti in principio di questo capitolo per chiarire il concetto di un
contenuto comune universalmente valido, non rispondono a una determinazione
rigorosa; e hanno soltanto un carattere provvisorio di opportunità. Se ora
cerchiamo di fissare con precisione quali sono propria- mente i valori che lo
costituiscono, troveremo facilmente che essi si assommano in due condizioni
riconosciute in effetto (e non potrebbe essere altrimenti) come valori primari
fondamentali da ogni sistema morale: la libertà e la giustizia. La libertà esprime
l'esigenza delle condizioni soggettive necessarie a fare dell'uomo una per-
sona padrona di sé di fronte a sé e di fronte a ogni altra persona; la
giustizia esprime l'esigenza delle condizioni obbiettive necessarie
all'esercizio universalmente efficace di questa libertà. L'attuare in sé e in
ogni altra persona questi valori di libertà e di giustizia (ed i valori impli-
citi in questi) deve dunque essere riconosciuto come un dovere universalmente
valido, anzi come il solo dovere (o la sola categoria di doveri) veramente
universale. Ma qui è da notare una circostanza rilevante. La libertà non è una
condizione di fatto, un possesso dato; ma è, come vide e affermò fervi- damente
il Fichte, una conquista da fare, una idealità che si viene realizzando e che
richiede sforzi sempre nuovi e impone sempre nuovi doveri. E il medesimo è da
dire della giustizia che è lo spec- chio sociale della libertà. Ora se il
valore della libertà e della giustizia (e la validità dei doveri che ne
derivano) consi- ste, come apparirebbe dalla deduzione fattane qui, soltanto
nel loro essere condizione necessaria ad ogni ordine di valori; è continua ed
inevitabile la possibilità di un contrasto nella coscienza dell'in-
tellettuale, dell'esteta, dell'altruista, tra l'interesse sempre presente,
diretto della conoscenza o della bellezza o della simpatia e i doveri mediati e
indiretti della libertà e della giustizia; o, in termini ge- 42 Su la
pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta nerali, tra i
valori diretti e per la coscienza individuale supremi, e i valori che per lei
appaiono sol- tanto indiretti e strumentali. Cosí obbiettivamente nell'ordine
di una possibile legislazione esterna, sarebbero doveri pri- mari, soli veri
doveri, quelli appunto che soggettivamente per la legislazione interna di molte
se non di tutte le coscienze individuali, valgono come doveri derivati, cioè
tali soltanto in grazia di doveri d'altro ordine, dei quali l'obbligatorietà
esterna tutela subordinatamente, ma non impone l'osservan- za. E resta in ogni
caso la questione: Quei valori che una coscienza riconosce come valori in sé, e
a cui commisura gli altri valori sono posti ad arbitrio? La distinzione
stabilita nel capitolo precedente implica che siano valori morali diretti, cioè
supremi e normativa per ogni coscienza, soltanto quelli che la coscienza stessa
pone a sé e ricono- sce come tali; e non dà ragione del fatto che siano posti e
riconosciuti come valori morali diretti, cioè valori per sé, anche quei valori
di libertà e di giustizia che appaiono, nella deduzione che se n'è fatta qui
sopra, come valori morali universali soltanto in grazia del rapporto necessario
di preceden- za condizionale che li lega ai primi. E ciò significa che la
distinzione stessa non ha che un valore provvisorio, finché non si ammette
quella tesi, e non si dà ragione di questo fatto. C'è, sottinteso, nella tesi
del resto inevitabile — che siano valori morali per ciascuna co- scienza quei
valori che essa pone a sé come supremi e normativi, qualche presupposto? E qual
è questo presupposto? Non è difficile scoprirlo. Perché un ordine di valori,
diciamo per comodità di espressione, una idealità, sia riconosciu- ta da una
coscienza come suprema e normativa si richiedono due condizioni
imprescindibilmente: 1° che la detta idealità possa costituire un criterio di
valutazione atto a subordinare ogni altro valore, a dare unità coerente alle
valutazioni e a segnare una direzione costante alla volontà; 2° che essa sia in
effetto posta dalla volontà come suprema e riconosciuta degna di diri- gerla; e
perciò che l'attuazione di quella e la esclusione di ogni atto che la neghi sia
sentita come un esigenza incondizionata (esigenza di non smentire con la
volizione la volontà, con l'atto la valuta- zione); e sia sentito o posto idealmente
come dovere il subordinare ad essa ogni altro valore e il ne- gare ogni
interesse che contrasti con quello. Ma queste due condizioni sono le condizioni
stesse che fanno dell'io temporaneo disgregato e molteplice una unità, cioè una
Volontà consapevole e coerente, un carattere, una persona; sono in una parola
le condizioni della personalità. Riconoscere il valore supremo di ciò che
costituisce l'unità personale, di ciò per cui l'indivi- duo si afferma ed
esprime la sua volontà di essere persona, implica dunque il presupposto del
valore diretto, originario, incomparabile e incommensurabile, cioè assoluto,
della persona umana, come volontà di essere tale e come coscienza di questa
volontà. Questo valore per sé, intrinseco e assoluto della persona, è dunque il
presupposto implicito, il postulato sottinteso in ogni valutazione morale;
perché non si può riconoscere il valore morale di nessun oggetto o fine o
idealità senza postulare il valore della volontà personale che lo pone, e fuori
della quale non avrebbe senso l'esigenza normativa che lo fa essere morale. Ed
è vana, anzi in sé contraddittoria, ogni discussione sulla sua legittimità.
Perché discutere di questa legittimità non è possibile senza ammettere e
postulare come dato e fuori di ogni contestazione, qualche valore intrinseco,
al quale si possa riferire e col quale si possa confrontare e commi- surare il
valore in discorso. E poiché il valore che dovrebbe servire di termine di
confronto e di dato incontestabile per giudicarlo, implica necessariamente la
validità di ciò che deve essere giudicato, cioè la legittimità del presupposto
del quale si discute, ogni contesa assiologica intorno ad esso si avvolge
irrimedia- bilmente in un circolo vizioso. Avviene, mutatis verbis, qualche
cosa di perfettamente analogo a quel che accade nel campo della conoscenza,
quando si discute del valore teorico della ragione. Ogni critica presuppone
neces- sariamente la validità di quella ragione che è chiamata in causa.
Bisogna dunque accettare o respingere la legittimità del presupposto;
accettando o respin- gendo insieme ciò che si regge sulla sua validità. Non c'è
via di mezzo possibile. Ricusarlo vuol dire negare ogni valore morale;
accettarlo vuol dire riconoscere valore morale a ciò che costituisce la
personalità, a ciò che le è essenziale, e che la fa essere non la personalità
astratta e comune che non sussiste per sé e non basta a costituire questa o
quella persona, la mia persona; ma la persona individuata viva e concreta, in
quel che ha di universale e di comune e in quel che ha di proprio, di suo, di
individuale; l'umanità non dell'uomo genere, dell'uomo tipo, ma di questo o di
quell'uomo. In quanto è uomo, senza dubbio; ma anche in quanto è questo.
L'uomo-ragione dà, come s'è detto e ripetuto, la sola coerenza. Non è poco, ma
non è tutto. L'uomo-volontà pone questa coerenza come legge del mio valutare e
del mio fare, impone a me che l'idealità posta e riconosciuta come suprema
valga veramente come suprema, che io ne af- fermi il valore intrinseco, ne
approvi o ne accetti le esigenze sempre dovunque si presentano, in me e fuori
di me; mi impone, in una parola, di essere persona; e di volere che ogni uomo
sia persona. Ma non è ancor tutto. Quel che io devo essere per valere come
persona, l'idealità che deve dare unità al mio io, e in cui si esprime non la
volontà in genere, ma la mia volontà di essere perso- na, è posta da questa mia
volontà ed ha valore per me perché è posta da lei. Certo, la mia coerenza deve
essere e non può essere altro che la coerenza della ragione; l'e- sigenza che
la mia volontà impone a me di essere persona è quella medesima esigenza che la
volon- tà di ciascun altro (capace di moralità) impone a lui, e che a me e a
lui e a ciascun altro impone il rispetto della persona come tale; ma l'una e l'altra
esigenza non investono il medesimo contenuto spirituale in me e negli altri.
Limitano le categorie di valori, nelle quali l'io può attingere l'idealità
regolatrice, ma non determinano per tutte la medesima idealità. La mia volontà
deve — per far di me una persona — uniformarsi a quelle due esigenze che sono
le esigenze necessarie e costanti di ogni personalità (non solo reale, ma anche
fittizia); e deve perciò superare l'io transitorio, l'io degli interessi
momentanei e mutevoli (dei quali non si misura il valore che dal loro effetto
su di me), e appuntarsi in una idealità che le sia norma; ma non può usci- re
di sé per diventare una volontà diversa, non può cessare di essere quella certa
volontà, che fa di me non la persona umana in generale, ma la mia persona.
Insomma non può volere l'unità se non di quello spirito di cui è la volontà. Ma
quale è la prova che questa idealità non è un capriccio dell'io transitorio e
mutevole, ma è veramente legge delle mie valutazioni e delle mie azioni? La
prova non è e non può essere data se non a me stesso, da me, dall'attestazione
della mia coscienza. Ed è perciò che la legittimità dei valori posti da me non
è contestabile da altri né control- labile. Ma vi è tuttavia una prova esterna,
di fatto, tenuta normalmente valida nel giudizio comune; e che è veramente
necessaria, anche se non è sempre sufficiente; e questa prova è il sacrificio.
Ap- punto perché il sacrificio attesta che ogni mia facoltà, ogni mio potere si
raccoglie e si appunta nella volontà di attuazione di quel valore; e che io
nego e respingo da me ciò che mi costringerebbe a ne- garla. Cosí è che il
valore della vita si misura dal valore di ciò a cui si è disposti a
sacrificarla; e che, per converso, l'esser pronti alla morte apparisce
l'affermazione piú decisiva del valore di ciò a cui si è devoti. Le esigenze
costitutive della personalità si attuano dunque informando di sé un contenuto
spirituale che è sempre in qualche parte proprio e caratteristico di ciascuna
coscienza individuale; come raggi di una medesima luce che tralucono per
cristalli diversi; e ciò fa di quel particolare con- tenuto la condizione o il
mezzo per il quale la personalità si pone e si realizza nell'io individuale e
concreto; la materia che si suggella di quella forma. E il valore morale di
questo contenuto nasce da questo suo essere lo strumento il tramite, per il
quale si esprime nella coscienza individuale il valore assoluto della
personalità umana. Per tal modo l'idealità, nella quale si concreta per la
coscienza delle persone singole il crite- rio o la legge della valutazione
morale, costituisce per ciascuno l'affermazione della unità spirituale della
sua volontà di essere persona, della sua libertà. Cosí la libertà, che nella
deduzione esteriore ed empirica del capitolo precedente acquista valore solo
strumentalmente universale e necessario, in quanto l'attuazione dei valori di
libertà ap- pare la condizione comune e imprescindibile della attuazione di
ogni ordine di valori, è invece qui valore per sé immediatamente universale; e
sorgente di quegli stessi valori che valgono per le co- scienze singole come
supremi soltanto perché sono lo strumento del realizzarsi di essa libertà in
cia- scheduna. È, quindi, la sorgente cosí dei valori costitutivi della
personalità in astratto, come dei va- lori costitutivi delle diverse
personalità in concreto; cosí dei valori universali della persona ideale come
dei valori propri della persona reale. Nel presupposto stesso di ogni
valutazione morale ha dunque radice cosí l'esigenza dell'uni- versale come
l'esigenza dell'individuale; l'esigenza di una valutazione comune e l'esigenza
di una valutazione singolare e propria; ossia l'esigenza che la volontà
personale si affermi ad un tempo, come riconoscimento dell'una e dell'altra, o,
meglio, dell'una nell'altra. L'imperativo della libertà è ad un tempo: sii
persona, e: sii la tua persona; sii uomo, e: sii quel che tu devi essere per
essere uomo; rispetta l'umanità, e: rispetta in te e in ogni altro l'espres-
sione individuale e concreta dell'umanità. A nessuno verrà in mente di credere
che si intenda di stabilire cosí il dovere di creare nuovi valori, di affermare
nuove intuizioni morali; e porre accanto al dovere di essere giusti, quello di
es- sere originali. Sarebbe come voler obbligare uno scienziato a fare delle
scoperte, almeno nel senso che si suol dare comunemente alla parola. Le
intuizioni morali nuove, come le scoperte scientifiche, come le nuove forme di
arte, si presentano a chi... le trova. Spiritus flat ubi vult. Ma vi sono, in
un certo senso piú modesto, come nella ricerca scientifica le piccole continue
scoperte di indagatori e di studiosi mediocri ma coscienziosi, che cavano e
puliscono la selce e tem- prano l'acciarino, dai quali l'uomo di genio farà
sprizzare la scintilla, cosí nella vita morale le picco- le nuove intuizioni e
nuove interpretazioni, e connessioni, ed elevazioni di valori morali, che
prepa- rano il solco alla semente dei grandi. Vi è, a guardar bene, perfino
nell'apparente applicazione mo- notona di una medesima massima alla medesima
classe di azioni, un'impronta, un segno, una sfu- matura, nella quale si rivela
l'originalità morale della persona; originalità di finezza, di delicatezza, di
grazia, di abnegazione, di calore, di fantasia, di acume; gradazioni e
colorazioni diverse di valori noti, combinazioni nuove di pregi prima
disgiunti. Ciò che è proprio di una persona anche comune (sia venia al
bisticcio) non è tanto il rivelarsi di una proprietà, o dote, o qualità
diversa; di un nuovo elemento di valore (che non è novità frequente neanche nei
grandi); quanto questo modo, col quale si raccolgono, si mescolano e si fondono
per lui in sintesi nuove i valori elementari già intuiti. Ciò che è
caratteristico dell'individuo consiste anche qui, se si dà alla parola il suo
significato originario, in una «idiosincrasia». Queste minori e, nella loro
infinita varietà inafferrabili, differenze individuali, si raccolgono però,
come accade, attorno a tipi diversi, segnati soprattutto dal prevalere,
conforme a quel che si è accennato già, di un ordine di valori sugli altri. Dal
che possono derivare non solo differenze assai grandi, ma opposizioni recise. E
qui sta appunto la sorgente dei contrasti tra valutazioni morali diverse, di
fronte ai quali la critica non può fare che opera di constatazione e di
sistemazione. Come possa adempiere a questo ufficio e quali frutti se ne
possano attendere non è qui il luogo di esaminare. Qui importa solo notare come
questa indagine e sistemazione critica non potrà che presenta- re, nella forma
tipica piú compiuta e recisa e col massimo rilievo, i contrasti che sorgono
natural- mente dal prevalere, nella unificazione morale della coscienza
personale, di uno piuttostoché di un altro ordine di valori, e dalla misura di
questa prevalenza. Ma la forma fondamentale sarà data dal contrasto tra i
valori universali morali — i valori di libertà e di giustizia — e quelli che
valgono come supremi (cioè che pretendono, come i morali, la direzione suprema
della valutazione), nella coscienza individuale. Se la libertà e la sua sorella
germana, la giustizia, fossero patrimonio acquisito e non come è, come deve
essere, una conquista faticosa del genere umano che dura e durerà nei secoli,
il problema non esisterebbe se non nella forma di esigenza della conciliazione
di quei valori spirituali che non si presentano come necessariamente e
universalmente morali. Problema formidabile anche questo, ma non tale da
segnare una antitesi di criteri non conci- liabili; antitesi che rende
necessaria la subordinazione dell'uno dei due all'altro, ma che può legitti-
mare nella coscienza personale cosí l'una come l'altra soluzione. Questa
antitesi è, in breve, tra i valori di giustizia e i valori di cultura; tra
l'esigenza che ogni uomo sia o possa diventare persona, cioè volontà libera consapevole
e coerente, e l'esigenza che si accresca e si arricchisca di nuovi valori
l'uomo che è già persona, che è già, se non l'uomo libero del Fichte, l'uomo
che ha coscienza del suo dover e del suo poter farsi libero, e che vi tende
come al suo supremo valore. È, in termini forse meno precisi ma piú recisi,
l'antitesi tra il numero e la qualità, tra l'esten- sione e l'intensità; tra il
dovere di rendere partecipi (di porre la possibilità che si facciano partecipi)
dei valori di libertà — accessibili soltanto ad alcuni —, quelli che non ne
sono partecipi, e il dovere di accrescere in quelli che già li possiedono i
valori di cultura, che sono pure, almeno mediatamen- te, incremento dei valori
di libertà. L'umanità (la persona umana) si rispetta elevandone in sé e negli
altri il valore; si eleva cosí nell'uno come nell'altro dei modi anzidetti. Le
due vie sono convergenti? Speriamo che siano; ma, nella valutazione presente,
tra l'incremento di una cultura, dalla quale sono esclusi i piú tra quelli che
pur ne sono strumento necessario, e la possibilità di togliere o scemare questa
esclusione, quale è l'esigenza morale prevalente? Dire che la cultura dei pochi
è necessariamente elevazione di tutti, o dire che l'elevazione di tutti è
necessariamente incremento della cultura, è baloccarsi con parole; è un
ripetere su un altro verso le vecchie coincidenze del bene generale col bene
individuale. Il dire non basta a porre in es- sere quel che si dice. Alla
distinzione fondamentale che ha origine nel presupposto stesso di ogni
valutazione morale (il valore assoluto della persona umana), tra valori morali
universali e valori morali pro- priamente personali, corrisponde naturalmente
una distinzione nel carattere di obbligatorietà che as- sume rispettivamente
nella coscienza l'attuazione degli uni e quella degli altri. Ai primi
corrisponde, o si concepisce che debba e possa corrispondere una obbligatorietà
ad un tempo interna ed esterna, ai secondi solamente una obbligazione interna.
In quanto la società or- ganizzata, lo stato, il Potere politico è posto come
potere che fonda e garantisce le condizioni ester- ne della moralità, l'ideale
politico è una derivazione necessaria e un elemento dell'idealità morale; e
rivestendo per tutti ugualmente il medesimo carattere formale di Potere giusto,
cioè di Potere la cui esistenza e validità è affermata e voluta in grazia
dell'esigenza morale a cui soddisfa, assume tutta- via per ciascuno un
contenuto in misura maggiore o minore diversa, secondo il modo nel quale è
concepita la giustizia che si potrebbe dir costitutiva; cioè la giustizia come
posizione e conservazio- ne delle condizioni esterne necessarie alla libertà di
tutti. È notissimo, e sarebbe superfluo chiarire questo punto, che qui si
disegnano due orientamen- ti di coscienza diversi e in alcuni, se non tutti i
postulati pratici, opposti; e due concezioni politiche corrispondenti, tra le
quali intercorrono gradazioni varie di partiti. E sono: l'indirizzo che prende
norme dal liberalismo conservatore: — la giustizia è la garan- zia della
libertà di tutti nelle condizioni sociali storicamente date e quello che prende
impropria- mente nome dal socialismo: — la giustizia è la costituzione di
condizioni sociali tali che ciascuno trovi in esse la medesima possibilità
esterna di valere come persona — (che coincide con l'interpre- tazione piú
universalmente radicale della famosa seconda formula della Fondazione di Kant).
Ciò che qui importa di notare è piuttosto che in essa si rivela una forma del
conflitto fonda- mentale di cui si è toccato, nel modo di intendere la
conciliazione o meglio la subordinazione delle due esigenze costitutive della
personalità: l'esigenza universale e l'esigenza individuale. Senonché, appunto
perché il conflitto tra queste due esigenze è considerato soltanto in rela-
zione alle condizioni esteriori, esso prende quanto alla forma veste giuridica
e quanto al contenuto natura economica; si presenta come negazione o posizione
nel Potere politico della facoltà di sotto- porre ad una legislazione esterna
il possesso e l'uso dei mezzi di produzione e i modi di distribuzio- ne della
ricchezza. La quale limitazione del carattere del conflitto è dovuta non
solamente e non tanto all'abbas- samento inevitabile che ogni idealità subisce
nel tramutarsi da esigenza etica in programma politico, quanto ad una necessità
intrinseca alla costituzione stessa del Potere e alle condizioni della sua
vali- dità. Questo capitolo presenta soltanto nei suoi lineamenti più generali
una materia che deve essere trattata diste- samente a parte 16 Il quale dal
punto di vista etico trova, e non potrebbe essere altrimenti, la sua
giustificazione in una finalità di contenuto individuale. È individualismo;
universalistico si, ma individuali- smo. Una prova di ciò assai significativa è
appunto la deduzione che il Fichte fa dal dovere che ciascuno ha di attuare in
sé la massima libertà, del diritto alla formazione ed educazione morale di sé,
alla cultura, ai mezzi necessari alla cultura, al lavoro. Insomma, ai medesimi
postulati del socialismo; salvo che là... sono detti in modo diverso.
48 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta
Nell'esemplificazione introdotta qui sopra
si è supposto che l'idealità normatrice potesse avere per contenuto un
ordine di valori noetici o estetici o religiosi o edonistico- altruistici, ma
non si è considerato distintamente il caso che l'ordine normativo dei valori
fosse dato dall'edonismo egoistico; perché esso, nell'opinione comune, che
risponde anche solitamente a veri- tà, non presenta quei caratteri formali di
validità morale e di esigenza normativa, con i quali può, o si concepisce che
possa, presentarsi nella coscienza il contenuto costituito dagli altri ordini
di valori. Ma questo non toglie che anche l'egoismo possa erigersi a massima di
condotta, a principio normativo, purché, si intende, l'egoista razionalizzi il
suo egoismo; cioè riconosca legittimo che valga nelle medesime condizioni per
tutti quello stesso criterio di valutazione, che assume come va- lido per sé, e
che dà, per ipotesi, coerenza al suo giudicare e al suo fare. Ora è da notare
che dal puro calcolo egoistico razionalizzato si deduce quel medesimo ordi- ne
di valori universalmente strumentali di libertà e di giustizia, che si deduce
da ciascuna delle i- dealità normative supposte. E basta a persuadercene il
fatto che l'economia pura assume come presupposto, cioè come norma universale
di condotta dell'homo oeconomicus, appunto un postulato edonistico, non solo,
ma edonistico-egoistico. Ed è noto che il liberalismo politico è modellato —
s'intende sempre nel suo aspetto puramente politico, cioè esteriore — sul
liberismo economico. Questa considerazione contraddice solo in apparenza la
tesi, per la quale non può essere normativo che un valore considerato come
valore per sé distinto dagli impulsi e dai desideri transi- tori e variabili
del soggetto; perché il valore che l'economia contempla in realtà, non è il
piacere, o la soddisfazione soggettiva, ma la ricchezza. La quale ha bensì
sempre normalmente soltanto un va- lore strumentale, ma (anche lasciando in
pace l'esempio dell'avaro) può essere — ed è in effetto dal- l'economista —
considerata come valore per sé, e come comune termine di riferimento di ogni
spe- cie di valori edonistici; e perciò di ogni ordine di valori in quanto sono
considerati e valutati nel loro effetto edonistico, nel quanto di soddisfazione
e di godimento che se ne trae e che è misurato ob- biettivamente dal quanto di
ricchezza necessario a procacciarli. Ne segue che il Potere politico e il
sistema giuridico che riceve da esso sanzione e validità di diritto positivo,
possono assumere un significato e un valore al tutto diversi — pur avendo per
con- tenuto una medesima materia — secondo che questo contenuto è valutato come
un ordine di valori strumentali che trova la sua ragion d'essere e la sua
giustificazione soltanto nel suo carattere di con- dizione necessaria della
coesistenza degli egoismi individuali, o secondo che è considerato come un
ordine di valori morali diretti e immediati, come un'esigenza del valore
primario assoluto della per- sona umana, e della libertà che ne è la nota
essenziale. E ne segue parallelamente che si possa ravvi- sare nell'ordine
giuridico cosí la realizzazione di un'esigenza etica, come un sistema di
condizioni che precede idealmente l'esigenza etica e la rende possibile, ma che
sussiste e sussisterebbe per sé indipendentemente da essa. In realtà, siccome
il valore morale non è valore e non è morale se non per la coscienza che lo
sente e lo riconosce come tale, l'alternativa che ne nasce è questa: che o si
riconosce come ordine di valori per sé, suscettivo di assumere in alcune o in
molte delle coscienze individuali carattere e for- ma di valori morali, anche
l'ordine dei valori edonistico-egoistici, o si deve ammettere che il conte-
nuto del diritto, in quanto fosse legittimato soltanto da una deduzione etica e
non dal principio della convenienza egoistica, resterebbe estraneo all'egoista;
subito da lui, ma non approvato e non voluto. Cioè tale che non si potrebbe
pretendere ragionevolmente da lui che lo riconosca e lo accetti. Dal che nasce
la conseguenza che la deduzione etica del diritto deve coincidere, quando al
contenuto, con la deduzione puramente egoistica, cioè che le norme di diritto
devono essere stabilite come se la loro ragion d'essere fosse unicamente
l'utilità egoistica. E il fatto — inevitabile — che la sanzione (premio o pena)
ha un contenuto egoistico, cioè si risolve in un motivo egoistico
dell'osservanza del diritto, sembra confermare tale conseguenza. Di qui seguono
due corollari non trascurabili per la valutazione dei rapporti tra morale e po-
litica. Il primo è questo: che il Potere politico, in quanto è forza di
coazione che pone come ester- namente obbligatorie certe condizioni quali si
siano (negative o positive) dell'attività dei singoli, non è mai per sé,
direttamente, organo morale; perché il valore morale, che è del tutto
interiore, in- sindacabile e incoercibile, sfugge a questa azione; e perché i
mezzi di cui la legislazione esterna può disporre — sia di persuasione (premi),
sia di costrizione (pena) — non possono presentarsi che co- me motivi di ordine
egoistico; e hanno per sé un valore o premorale (cioè di condizione di fatto
an- teriori alla moralità ed estranei ad essa) o pro-morale (cioè tengono luogo
del motivo morale o ne surrogano l'efficacia pratica quanto agli effetti
esteriori della condotta). Perciò gli istituti politici non sono in sé né
morali né immorali se non in quanto sono valutati come tali interiormente dalla
coscienza dei singoli. Il secondo è questo: che dovendo l'ordine giuridico
poter essere giustificato da un punto di vista puramente egoistico, affinché il
Potere politico possa avere un contenuto, non soltanto negati- vo, ma positivo,
comune col contenuto delle diverse idealità tipiche morali (essere o diventare
orga- no promotore e fautore dei mezzi di cultura), è necessario che il
contenuto di queste idealità sia o possa essere considerato insieme come il
medesimo, o come elemento o condizione essenziale del contenuto medesimo, delle
soddisfazioni egoistiche; o in altri termini, che i valori, poniamo, intel-
lettuali, estetici, simpatetici, religiosi, siano nello stesso tempo i valori
piú desiderati o desiderabili nel rispetto edonistico, o elementi o condizioni
essenziali dei valori egoistici. E ciò equivale a dire che la funzione primaria
e preliminare del Potere politico come organo di cultura è quella di ordinare i
mezzi atti a dare ai motivi edonistici un contenuto sempre piú spiri- tuale e
morale, ossia ad elevare e affinare nei singoli la capacità di sentire e
apprezzare come beni migliori e piú desiderabili di ogni altro i valori
spirituali. La funzione positiva preliminare è dunque quella di apprestare i
mezzi o le condizioni ester- ne necessarie alla possibile educazione ed
elevazione spirituale di ciascuno. Fin qui si è considerato il Potere politico
soltanto come organo di obbligatorietà esteriore ri- spetto ai singoli soci,
dalla cui volontà è idealmente posto, astrazione fatta da ogni relazione dello
stesso potere con altri poteri; cioè come stato di fronte ad altri stati. Ma se
si considera per questo rispetto, esso assume ipso facto natura e funzione di
Persona in rapporto con altre Persone e raccoglie in sé, unifica e fonde in
un'unica Volontà e personalità le volontà e le persone dei singoli. I quali per
rispetto agli stati esteri spariscono come volontà distinte, e sono sostituite
nel loro valore assoluto di persona dallo stato. Il che significa nello stesso
tempo che per questo rispetto la volontà dello stato è per la coscienza di
ciascuno la propria volontà, e che lo stato diventa esso soggetto e sorgente di
idealità etiche. Non è possibile e non è necessario esaminare distesamente le
conseguenze che nascono da questo diverso significato e valore che lo stato assume
in forza dei suoi rapporti con altri stati; ma non è difficile vedere
l'antinomia che ne deriva nei rapporti tra il cittadino e lo stato, secondoché
lo stato è considerato nella sua azione interna o nella sua condotta esterna.
Rispetto a quella il Potere politico è, dal punto di vista etico, mezzo, e la
persona singola, fine; rispetto a questa lo stato è fine e il singolo è mezzo.
Nel primo rispetto il cittadino non ha doveri verso il Potere politico, se non
in quanto vede nell'osservanza di questi doveri una condizione necessaria alla
tutela dei propri diritti; nel secondo rispetto non ha diritti di fronte alle
stato, se non in quanto la garanzia di questi diritti sia una condizione
necessaria all'adempimento del suo dovere verso di esso. Dai suoi rapporti col
Potere, considerato per quel rispetto, è esclusa (almeno idealmente) ogni
esigenza di sacrifizio di sé; considerato per questo, tale esigenza è
necessaria. Di qui la tendenza a far prevalere il secondo ordine di concetti
nei partiti politici che consi- derano come insuperabile l'opposizione degli
stati ed eticamente incondizionata la sovranità di ciascuno; e la tendenza
opposta nei partiti, che credono superabile l'opposizione, e condizionata
etica- mente la sovranità degli stati nelle loro mutue relazioni. Si è avuto
occasione di notare nel capitolo precedente che per la ragione stessa per la
quale la idealità è concepita e voluta dalla coscienza di ciascuno come
normativa di tutta la condotta, per questa ragione la subordinazione di ogni
interesse individuale e, quando sia richiesto, il sacrifizio di sé individuo
all'idealità etica che lo costituisce in persona, diventano la prova viva e
continua del valore intrinseco supremo riconosciuto all'idealità; della
conformità, per adoperare termini già usati, del volere operante o esecutivo
col volere valutante o legislativo. In questa devozione a un Valore sentito e
voluto come valido per sé all'infuori di ogni interesse puramente soggettivo e
accidentale dell'individuo è già la nota caratteristica della religiosità; nota
che è rilevata, sebbene con qualche incertezza e confusione, anche nel
linguaggio comune. Dove il verbo «adorare» significa appunto devozione a un
oggetto, al quale si riconosce un valore incomparabile e a cui si è disposti a
sacrificare ogni altro bene. Ma questa devozione all'idealità, perché sia
piena, effettiva e costante, suppone o richiede le disposizioni spirituali, le
condizioni soggettive, nelle quali e per le quali si viene attuando; richiede
da noi, in noi, il potere di tenerle fede. Ora, quando noi concepiamo l'ideale
morale come un Ente, una Virtualità, una sorgente di energie spirituali, a cui
attingiamo il potere nostro di realizzarlo in noi stessi, e a cui possono
attin- gere i partecipi della stessa idealità il medesimo potere, e quella
virtualità è sentita come divina, e lo spirito perfetto che lo realizza in sé
come Dio, la nostra devozione è religione. Vi è dunque per questo rispetto una
certa analogia nei rapporti della Morale con la Politica e con la Religione. Il
Potere politico realizza le condizioni esteriori della moralità, la Virtù
divina rea- lizza le condizioni interiori. E poiché l'attuazione del valore
morale consiste essenzialmente nell'atto del volere, cioè è interiore e
spirituale, e la conformità materiale ed esteriore trae il suo valore dalla
prima; cosí il Po- tere politico potrà apparire alla coscienza religiosa come
mezzo e strumento del Potere religioso. Anzi dovrà apparir tale finché essa
considera le condizioni esterne della convivenza come ideal- mente poste e
giustificate soltanto in forza della propria idealità, e non giustificabili
fuori di quella. Ma se si guarda un po' piú dentro si vede che la coscienza stessa
religiosa deve esser condot- ta a riconoscere che quella subordinazione non è
neppure per essa necessaria; perché la legislazione esterna trova la sua
giustificazione in quella stessa esigenza etica fondamentale, in nome della
quale essa coscienza riconosce il valore supremo della propria idealità, e
l'autorità divina del Potere che la realizza. È la esigenza del rispetto della
persona umana come sorgente di ogni valore; del valore stes- so e della
inviolabilità della fede che essa attesta, e che oppone a ogni altra fede. Ed
implica quella libertà che essa non può negare in altra persona senza negarne
il valore per sé: che ogni altro deve riconoscere a lei per non vilipendere la
propria; che è il principio da cui muove e il termine a cui riesce ogni elevazione
dello spirito. Inoltre: Ogni sforzo che si faccia per tradurre un dovere
religioso in obbligo giuridico e dar- gli una sanzione materiale esterna,
contraddice, nel momento stesso che sembra affermarla, l'esi- genza della
religiosità. Perché tende a sostituire al motivo religioso — del tutto
interiore — della devozione e della adorazione, un motivo esteriore e di
necessità egoistico; il motivo della sanzione. Il quale si trova cosí invocato
a garantire ciò di cui è la negazione: la disposizione interiore dello spirito,
e la purità delle intenzioni. Ed è poi, questa distinzione e indipendenza del
Potere politico e della legislazione esterna da ogni particolare fede
religiosa, da un punto di vista obbiettivo, inevitabile non meno che la
indipen- denza già notata da ogni particolare idealità morale. Perché ciò che
fa la certezza e la inconfutabilità della convinzione religiosa è insieme ciò
che ne fa la incomunicabilità e la indimostrabilità. È certo che la «esperienza
religiosa» del mistico non può essere negata da altri. Le intuizioni alle quali
essa si riconduce sono, per la coscienza che le prova, certe di una certezza
diretta, cioè an- teriore a ogni prova, non meno delle «sensazioni». Ma al pari
di queste non sono comunicabili ad una coscienza che non le prova e non le
vive. Potrebbe parere materia di discussione l'interpretazione che il mistico
fa di questi dati, il momento (che l'analisi obbiettiva può distinguere dal
momento dell'intuizione) per il quale la co- scienza trapassa dalla intuizione sua,
dall'esperienza propria diretta, all'affermazione del divino in sé, come
oggetto dell'intuizione. Ma anche questo processo sfugge alla discussione
perché non è logico ma psicologico: anzi non è per la coscienza del mistico un
passaggio, una argomentazione, ma una integrazione che si pone coll'atto stesso
dell'intuizione e che è vissuta con la medesima certezza. Perciò, chi vuol
sotto- porre dal di fuori questo processo ad analisi critica, analizza in
realtà qualche cosa di diverso. Ana- lizza il processo discorsivo che dovrebbe
fare, per provare la validità della sua conclusione, una co- scienza che non
senta già la certezza di questa conclusione; o, piú esattamente, che consideri
come conclusione di un passaggio logico, quel che per il mistico non è conclusione
logica, ma è evidenza psicologica. E d'altra parte è pur vero che questo
medesimo carattere di evidenza immediata che rende la certezza del mistico
invulnerabile ad ogni attacco di critica, le toglie nel medesimo tempo ogni
pos- sibilità di dimostrazione. Se poi la certezza religiosa si fonda
sull'autorità e non sull'«esperienza» non ne è perciò me- no inevitabile la
individualità e la incomunicabilità. Perché se l'autorità della rivelazione è
accettata come tale per un atto di ossequio, di riverenza e di devozione alla
divinità dalla quale è data, essa è un atto di volontà, non di ragionamento, e
presuppone quella certezza del divino, alla quale essa ri- velazione dà bensì
un contenuto dogmatico, ma non dà, se non lo trova, il valore di certezza. E se
la mia coscienza la accoglie in virtù di prove teoriche o storiche o morali,
per le quali sia indotta a riconoscere nella rivelazione stessa un'origine
divina, le prove della rivelazione (sup- ponendo pure superati tutti i problemi
che vi si riferiscono) non sono prove della certezza che io ho del divino, ma
sono prove che mi inducono a riconoscere nella rivelazione un segno di quel
divino, di cui ho la certezza. Ma il riconoscere questo carattere interiore
personale e insindacabile cosí delle diverse idea- lità etiche come delle
diverse credenze religiose (anche se si accompagni alla consapevolezza che ciò
che costituisce la legittimità e inviolabilità dell'una è, nello stesso tempo,
ciò che costituisce la medesima legittimità e inviolabilità di ciascun'altra),
non è la medesima cosa che spogliare ognuna di esse di quella tendenza alla
negazione non solo, ma alla esclusione delle dottrine opposte, che è propria di
ogni fede, vale a dire della affermazione del valore intrinseco di una
idealità, che per ciò si riconosce come degna di valere universalmente. In
questa diversità e molteplicità varia e inesauribile di valutazioni sta la
fonte di ogni in- cremento della cultura e di ogni elevazione spirituale.
Ciascuna di queste voci è una voce umana, la voce di una persona; e ciascuna
deve poter farsi sentire. Ma quella ragione medesima che pone questa esigenza
ne pone il limite; e i limiti sono i valori morali universali il cui contenuto
si allarga e si arricchisce della potenzialità di sempre nuovi valori nella esperienza
dolorosa e gloriosa dei secoli; e che tralucono per tutto dove è qualche lume
di umanità, perché sono il pregio a cui si riconosce l'uomo e si misura la sua
dignità di uomo. Liberum esse hominem est necesse; vivere non est necesse.Ho
cercato di mostrare altrove1 come e perché sorga logicamente — e, si può dire,
dalla ne- cessità intrinseca dello svolgimento morale — il problema di una
pluralità di contenuto nella co- scienza morale; sorga, quando si abbandoni il
presupposto che è la forza segreta del formalismo kantiano, che l'imperativo
categorico, l'universalità della legge, la razionalità del volere convengano a
un solo, a quel solo contenuto, che si pretende poi, nelle deduzioni della
dottrina del Diritto e della Virtú, di ricavarne; in termini piú chiari e meno
tecnici, quando si cessi di ammettere che la co- scienza morale sia una e la
medesima in tutti; non solo per il tono con cui parla dentro ogni persona, ma
per le cose che dice; non solo per l'autorità con la quale comanda, ma per ciò
che comanda. Questo problema viene a sovrapporsi o meglio ad anteporsi (se non
anche a sostituirsi), — e in ogni caso (come pure ho cercato di dimostrare) a
mutar senso e posizione — al problema che è tuttora, almeno nella forma
consueta, considerato come il problema centrale, il vero problema del- l'etica:
quello del fondamento. La quale forma di trattazione sembra supporre — già nel
modo di porre il problema (filosofia della morale) — che sul contenuto concreto
di ciò che si chiama morali- tà, sul modo di condotta che si distingue come
morale, sui criteri coi quali giudichiamo del giusto e dell'ingiusto, del bene
e del male, non cada dubbio; e il dubbio riguardi le ragioni per le quali si
de- ve veramente tener giusto e buono quel modo di condotta, e legittimo quel
criterio; e ingiusto e ille- gittimo il contrario2. Che questo presupposto sia
ora, dico non solo nella letteratura, ma nella coscienza viva con- temporanea,
arbitrariamente assunto; che nel decidere — se ciò che vale di piú sia la
verità, o la bellezza, o la giustizia, o la carità, o la forza; l'affermazione
di sé o la rinunzia, l'umiltà o l'orgoglio, la disciplina o l'indipendenza non
tutte le coscienze vadano d'accordo; che nella stessa coscienza di una persona
non volgare e non ignara dei problemi morali, né estranea alla consuetudine di
una sin- cera e severa meditazione, si presentino, tra questi valori diversi,
contrasti e opposizioni non sempre e non facilmente superabili, è ciò che
nessuno potrà e vorrà negare; ed è in ogni caso una realtà che non cesserebbe
di sussistere e di imporsi all'attenzione, anche se fosse negata. Lo stesso
apparire nelle discussioni dottrinali e nelle storie generali e particolari
dell'Etica di teorie dette immoralistiche, dimostra che le differenze ci sono e
che giungono a tale da dar luogo non solo a contrasti ma ad opposizioni
contraddittorie. E qualunque sia il giudizio anche sommario che si voglia
portare su di esse bisogna ricono- scere che non avrebbe senso qualificare
immorale una dottrina, se il contenuto suo non si opponesse appunto a quello
delle dottrine morali come specie a specie nel medesimo genere; cioè se non
pre- tendesse di valutare e regolare — in modo diverso — la medesima materia3.
Ciò basta a confermare, se di conferma vi è bisogno, che il problema di una
pluralità di con- tenuti della morale, ossia di una pluralità di criteri di
valutazione, non è un problema di semplice possibilità astratta, cioè una
curiosità scientifica e filosofica, ma è un problema d'attualità concreta e
viva; è, veramente, a mio giudizio, il problema per eccellenza della coscienza
morale contemporanea. 1 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale; Il
Vecchio ed il nuovo Problema della morale. Questo modo di vedere è favorito, se
non conservato, dal preconcetto, del tutto arbitrario, che la morale sia una
dipendenza della filosofia teoretica; e che nella filosofia teoretica sia da
cercare la ragione dei criteri e dei principi che reggono e giustificano la
condotta. Il quale preconcetto è all'incirca così ragionevole, come quello di
chi andasse a cercare nella luce che viene a illuminare una sala, la
spiegazione degli atteggiamenti nei quali sono veduti quelli che vi si trovano.
3 Né in sede di discussione e di critica si può respingere senz'altro come
amorali o immorali dottrine che hanno pure un loro contenuto valutativo senza
assumere come valido appunto quel contenuto di cui le dottrine in questione
contestano la validità. Non si comincia un dibattimento giudiziario con una
sentenza di condanna. Del resto, se può parere nuovo il problema, a cui
dà luogo — quando si fa piú aperta e mani- festa — la pluralità dei criteri,
non è nuova questa pluralità. Anzi, forse non vi è sistema, per quanto vi
domini potente lo sforzo logico della coerenza, che non nasconda sotto l'unità,
apparentemente raggiunta, del criterio supremo, una piú o meno lar- ga e
profonda pluralità o almeno dualità di contenuto. Per non ricordare con
Aristotele la duplicità di felicità e virtù — ben vivere e ben fare — e per
lasciare l'antica e non mai del tutto superata dualità di vita attiva e di vita
contemplativa, l'unità reale di criteri nella valutazione della condotta non è
raggiunta se non in apparenza, nella stessa mo- rale teologica cristiana; la
quale, mentre non rinunzia, e non può rinunziare, a regolare la condotta umana
anche nel rispetto della vita terrena finita, si sforza poi invano di
ricondurre i precetti che re- golano questa al medesimo criterio di valutazione
che è suggerito o imposto dal contenuto sopran- naturale del fine che la
giustifica. E il distacco logico inevitabile tra il fine invocato a giustificare
le norme e il criterio usato a determinarle, è dissimulato ma non superato,
nell'unità della rivelazione o della intuizione religiosa. Perfino nell'età del
razionalismo, nella quale l'unità di natura e l'identità di doveri e di diritti
di tutti gli uomini è affermata col massimo di consenso e di calore,
indipendentemente da ogni par- ticolare dogmatismo confessionale, l'unità della
valutazione morale si può dire raggiunta soltanto perché se ne restringe la
considerazione al campo propriamente etico-giuridico, e si trascura o si la-
scia nell'ombra la parte piú specialmente personale e che tocca gli aspetti e
le forme della vita inte- riore. E quell'unità parziale di contenuto sembra
essere il segno e la prova di un unico supremo cri- terio di valutazione morale,
perché viene comunemente ricondotto a un fine che dissimula, sotto l'i- dentità
nominale del termine, la possibilità di determinazioni diverse per quel che
tocca la parte del- la condotta etica che sfugge all'attenzione di quel tempo;
e che riguarda i fini propri della persona, e le forme della vita interiore. Ma
il romanticismo e lo storicismo, per vie diverse ma cospiranti, posero in luce
quel che il razionalismo aveva lasciato nell'ombra o trascurato; e l'uno
affermando, illustrando ed esaltando la ricchezza, la varietà, il valore, se
non esclusivo, superiore della vita spirituale e della attività interio- re,
originale, spontanea; l'altro cercando nella realtà storica la ragione e la
giustificazione delle for- me di vita sociale, religiosa, politica che in nome
della natura e della ragione erano state condannate, avevano condotto a questo
doppio risultato: per un verso, ad allargare smisuratamente l'ambito della vita
interiore, raccogliendo e quasi contraendo in essa tutte le attività
spirituali, facendone il campo piú degno, e, se non esclusivo, certo dominante
della condotta morale, e comprendendovi della vita sociale, al più, quel che in
essa si dispiega di spontaneo e d'ingenuo: la pietà, la carità, l'amore, con
l'aperta tendenza a distinguerlo non solo, ma a staccarlo dalle attività
considerate come esteriori, della vita politica e giuridica. Per l'altro verso,
a negare, non solo ogni realtà ed ogni fon- damento storico, ma ogni valore,
alle costruzioni politiche e giuridiche del giusnaturalismo; alle dottrine
dello stato di natura, del contratto sociale, dei diritti innati; e a
considerare come un prodot- to storico le forme politiche e giuridiche; le
quali trovano, nelle condizioni che le hanno generate e che le rendono adatte
rispettivamente alle esigenze dei popoli diversi in luoghi e tempi diversi, la
loro giustificazione necessaria e sufficiente; e quindi a fare il diritto
estraneo all'etica e indipendente da qualsiasi giustificazione morale,
lasciando aperto il campo alle piú svariate forme di relativismo: biologico,
sociologico, storico. Cosí quel che per il razionalismo era il contenuto comune
della coscienza morale, finiva per essere considerato quasi estraneo alla
morale. E mentre si faceva piú largo e piú profondo il distacco tra interiorità
e esteriorità, si attenuava sempre piú la distinzione tra i valori morali e i
valori spirituali di diversa specie e di diverso contenuto, e prendeva colore e
calore di valutazione morale una molteplicità sempre piú varia di tendenze, di
aspirazioni, di attività, di fini di- versi. Per tal modo penetra nella vita e
nella cultura, e si manifesta non solo nella filosofia, ma in quella che si
chiama piú propriamente letteratura, quella molteplicità di indirizzi, di
opinioni, di ere- sie morali che è la caratteristica del secolo XIX, e che
esprime, per dir cosí, la maturità storica del problema, prima dissimulato e
trascurato. Non si vuol dire, né sarebbe a priori probabile, che ad ogni novità
di intuizione particolare, geniale o no, su questa o quella forma di vita e di
attività individuale, su nuovi aspetti della cultura speculativa o religiosa o
sentimentale, su nuove direzioni della volontà, sul valore dei tipi di
istituti, familiari, politici, economici (reali o immaginati) corrisponda una
diversità di criteri morali; né tan- to meno che ciascuno esprima una
orientazione di coscienza morale radicalmente diversa dalle al- tre; ma neppure
è possibile dissimulare che questa molteplicità è altra cosa dalla «dualità»
notissi- ma, che nella tradizione e nella credenza comune e nella dottrina piú
largamente diffusa, raccoglie- va e, direi, polarizzava attorno a due termini
contrari i valori della vita, opponendo i beni razionali ai beni sensibili, e
negando a questi ogni valore morale. Perché, lasciando pur fuori di questione
ciò che tocca i beni detti sensibili (per semplicità di discorso, non perché
anche su questo punto le que- stioni sieno escluse di fatto, o siano da
escludere a priori), la caratteristica nuova e piú rilevante di tale
molteplicità, è appunto questa: che è nel regno stesso dei beni razionali, che
la diversità delle tendenze si è venuta delineando sempre piú spiccata. E i
contrasti di tendenze e di opinioni si rive- lano anche, anzi soprattutto, nel
campo di quei valori che era pacifico considerare come patrimonio, se non uno e
indivisibile, almeno indiviso, e non costituito di parti discordanti. E mentre
si venivan disegnando, cosí, conflitti di primato, se non contrasti
irreducibili, tra i valori stessi tenuti tradizionalmente come superiori, si
presentavano: di là, idealizzate, e sotto veste di valori razionali — o giustificate
in nome di esigenze razionali — tendenze e forme di vita spon- tanee,
passionali, o istintive, considerate già come estranee se non contrarie alla
vita morale: e di qua si esaltavano come centro e culmine dei valori morali le
forme religiose, intuitive, sentimentali e mistiche, avverse, almeno in
apparenza, ad ogni pretesa di procedimento razionale, e che ad ogni modo si
affermavano in atti di aperta sfida contro la ragione. E insieme si negava ogni
significato etico — anche nella loro forma di idealità sociali e politiche — a
quei principî razionali del diritto, nei quali il secolo precedente aveva visto
ad un tempo il segno piú alto della dignità umana e il maggior trionfo della
ragione. Di fronte a cosí grande e cosí varia pluralità di contrasti tra
criteri di valutazione, o tra «scale di valori» diverse, può bastare a
risolvere i conflitti e a ricostituire — posto che sia necessaria — l'unità del
contenuto, e l'universalità del consenso, affermare che la morale è universale
perché è ra- zionale, o è razionale perché è universale? Né è possibile fare
appello alla ragione come autorità morale suprema quando i moralisti che se ne
fanno interpreti non riescono, pur affilandone tutte le armi, né a convincere
né a vincere i de- trattori, se non argomentando ad hominem cioè facendo
appello a qualche principio o criterio da quelli stessi assunto od ammesso. E i
detrattori non riescono a formulare neppure una sentenza di condanna che abbia,
non si dice un valore, ma un significato quale si sia, senza servirsi di quella
ra- gione che coprono di contumelie, e che presta pure la sua assistenza, con
divina larghezza, anche a chi la bestemmia. Dal che parrebbe di dover
ragionevolmente concludere che della ragione non si può fare a meno, in materia
di morale piú che in qualsiasi altro campo; ma che non si può trovare in essa
la sorgente delle valutazioni morali. E tuttavia non solo fu — nell'età aurea
del razionalismo — ma è tuttora largamente sostenuta ed accolta, non senza che
la tenacia degli sforzi abbia un profondo significato, l'idea di cercare nella
ragione anche ciò che la ragione non può dare; e di riferire a lei non soltanto
l'esigenza della coe- renza, dell'unità, e quindi di leggi, di criteri e
massime, ma anche di certe leggi e di certi criteri, piuttosto che di leggi e
criteri diversi. Ma l'idea è illusoria. E l'illusione sta in ciò
essenzialmente: nel credere che la ragione obbli- ghi ad ammettere non soltanto
certi giudizi, dato che se ne accettano certi altri, certe conseguenze, se si
accettano certe premesse; ma obblighi senz'altro ad accettare certi giudizi:
quei giudizi stessi che fanno da premessa; che «esser ragionevole» voglia dire
non soltanto osservare le leggi della lo- gica, rispettare quei principi logici
senza dei quali non è possibile nessun ragionamento e nessun «uso della
ragione», ma voglia dire essere obbligati a riconoscere "certe
verità", ad ammettere certi principî; principî non logici o formali, ma
materiali; dati o postulati che facciano da sostegno al ra- gionamento, e comunichino
la loro certezza ai giudizi che se ne ricavano. Ora io lascio di considera- re,
perché non è necessario qui, il campo dei giudizi propriamente teoretici e la
distinzione che sa- rebbe necessaria tra giudizi condizionali e giudizi di
esistenza; e mi restringo al campo «pratico». In questo adunque la ragione
sarebbe essa che pone ad un tempo l'esigenza della legge e la legge; cioè, non
solo l'esigenza dell'unità e le norme da osservare per realizzarla, ma anche i
criteri attorno a cui si deve raccogliere questa unità; quei giudizi stessi che
non si giustificano, ma che servono di fon- damento alla giustificazione.
Questa «funzione pratica»4 della ragione si può intendere in tre modi diversi: O
i criteri di valutazione, i giudizi di valore che stanno a fondamento dei
giudizi morali, hanno la stessa validità e si possono o dimostrare o porre con
la stessa necessità od evidenza con la quale si impone la validità delle forme
logiche. Oppure se il dato o principio che sia a fondamento delle valutazioni è
diverso dalle verità teoretiche, assunto dalla ragione, non posto da lei ma
offerto a lei, questo dato è tale che essa non ha che da scoprirlo, da
formularlo, da presentarlo alla riflessione di ogni uomo ragionevole per- ché
ne sia riconosciuta ed ammessa come indiscussa e indiscutibile la validità. — O
finalmente è la ragione stessa che pone la legge, ed è l'esigenza razionale che
basta a determinarla, senza che a costituire la validità della legge e del
contenuto che essa incorpora in con- formità della sua esigenza, sia necessario
riconoscere la validità di alcun dato o principio materiale estraneo alla forma
stessa della legge. Non vi sono che queste tre vie possibili; e sono le vie che
anche storicamente il Nazionali- smo ha seguito con maggiore o minore sforzo di
argomentazioni e varietà e ricchezza di gradazioni particolari. La prima via,
la piú antica, quella aperta da Socrate quando si presentò per la prima volta
il problema morale in condizioni analoghe per certi rispetti (nessuno pensa a
dire uguali) a quelle che lo fanno risorgere ora in una forma somigliante (il
contrasto nelle opinioni intorno a ciò che è bene, o in breve, il problema
della pluralità dei criteri morali), è la via che si direbbe piú propriamente
in- tellettualistica. I principî morali sono verità5 della medesima natura
delle altre, accertabili teoreti- camente, o deducibili da verità teoretiche. È
l'indirizzo del quale ho parlato già altrove6 e il cui vizio radicale consiste
nel fare dei giudizi di valore giudizi teoretici, e pretendere di derivare
quelli da questi. Ma quanto alla derivazione nessuno sforzo logico può fare che
concluda con un giudizio di valore un ragionamento che non abbia per premessa,
espressa o sottintesa, un giudizio di valore. Quanto alla certezza immediata
nessuna evidenza logica può fare che sia contraddittorio in sé stimare di piú
il proprio cane che il prossimo, se non si suppone che io ammetta che un uomo 4
Questa espressione può avere in morale tre sensi diversi che importa
distinguere. Si può intendere che dipen- da dalla ragione il valutare, cioè
riconoscere e graduare i valori; o che dipenda dalla ragione il conformare la
condotta alla valutazione, muovere la volontà: e questi sono i due sensi che
rispondono all'uso piú comune del termine «pratico» e che pur si confondono tra
di loro, benché siano diversissimi; come è diverso riconoscere la giustizia o
la bontà di una norma e osservarla, stimare la virtú e praticarla. Ciò che è in
discussione qui e nel seguito è sempre, se non si dica espressamente il
contrario, il primo signifi- cato. Finalmente vi è un terzo senso, quello
propriamente kantiano, che consiste nel riconoscere la possibilità e la le-
gittimità di affermare per il bisogno morale l'esistenza di ciò che la ragione
speculativa non può conoscere; di fondare sulla morale una certezza metafisica
che è preclusa all'uso teoretico della ragione; ed è a un tal uso che si
riferisce, come tutti sanno, la notissima espressione «primato della ragion
pratica». 5 La tesi morale di Socrate è duplice come tutti sanno: 1°che il bene
e il male si possono conoscere (se ne pos- sono fare dei concetti veri) come si
conoscono le altre cose. 2°che conoscere il bene e praticarlo è il medesimo,
ossia che la moralità (la pratica del bene) è sapere; chi fa il male lo fa
perché ignora che cosa sia il bene. La prima tesi sta in- dipendentemente dalla
seconda che qui è lasciata in disparte. Di solito quando si parla della tesi di
Socrate in tema di morale si intende dire di questa seconda e non di
quell'altra, la quale anzi è comunemente ascritta, e in un certo senso
giustamente, a merito di lui. 6 Vecchio e nuovo Problema, Parte I, Cap. II.]qualsiasi
vale piú di un qualsivoglia cane, o che dove c'è pensiero, ivi c'è una dignità
incomparabile con qualsiasi pregio di natura diversa. Ma in questo caso la
contraddizione è tra un mio giudizio e un altro mio giudizio; che si suppone
pure ammesso da me e per me valido. Ma chi o che cosa mi obbliga ad ammettere
questo valore del pensiero? E perché cadrei nell'assurdo se lo negassi? Forse
perché con ciò diminuisco o nego un valore che è anche mio? Sarebbe dunque il
rispetto e la stima di sé un principio logico? E la despectio sui del Geulinx
contiene dunque una contraddizione in termini? Se si incalza che il giudizio
sulla inerenza all'uomo di proprietà o doti che mancano al cane è di evidenza
oggettiva e che riconoscere un maggior valore all'uomo che al cane è la stessa
cosa che riconoscere all'uomo una maggior realtà, cioè una maggior perfezione,
è facile avvertire che in que- sta identificazione si assume appunto ciò che è
in questione: che la perfezione o il pregio delle cose e delle proprietà delle
cose sia accertata o accertabile teoreticamente come la loro esistenza e appar-
tenenza; mentre basta una non lunga riflessione per accorgersi che il giudizio
sul pregio e sul valore o il «grado di perfezione» di qualsiasi ente o
proprietà implica il riferimento a una gerarchia, a un ordine, a un disegno,
cioè in ultimo, a un modello, e quindi a un fine attuato o da attuarsi. E, che
possa o debba valere come fine, che meriti di valere, non è un giudizio in
realtà; tanto che il negar- gli questo valore non implica negare sia la realtà,
sia la possibilità, sia alcuna delle proprietà dell'en- te; cosí come negare
alla sfera il valore di forma perfetta che le davano i peripatetici, non
implicava per Galileo la negazione né della costruibilità della sfera, né di
alcuna qualesivoglia delle sue pro- prietà geometriche. La sfera rimane la
sfera. Si potrà o non si potrà ammettere che essa abbia, in grazia di quelle
proprietà, un pregio particolare, ma l'ammetterlo o negarlo non appartiene alla
ge- ometria; e mentre io rinuncio ad essere intelligente se non capisco il
concetto della sfera, e rinunzio ad essere ragionevole, se non ammetto tutte le
proprietà che ha o avrebbe una sfera reale costruita secondo quel concetto, non
rinunzio né all'intelligenza né alla ragione se nego che la sfera valga piú del
cubo o della piramide. Lo stesso, mutatis verbis , vale per l'esempio allegato
del cane e dell'uo- mo. Senonché qui un rosminiano potrebbe insistere, che il
caso è appunto diverso e che la diversità ha un suo significato: perché mentre
io non provo internamente alcuna ripugnanza ad ammettere che la sfera non valga
piú della piramide, non posso senza ripugnanza invincibile, ammettere che il
cane valga quanto l'uomo. Che è questa ripugnanza, se non il segno della
«contraddizione che nol consente»? Che nell'esempio citato (non per nulla nella
scelta il Rosmini ebbe la mano felice) la repu- gnanza ci sia, è innegabile —
sebbene le tenerezze di certe dame possano far dubitare della univer- salità
del riconoscimento —; ma questa ripugnanza è una ripugnanza morale, non una
incongruenza o contraddizione teoretica, ed è comune nella misura in cui è
comune la valutazione su cui si fonda. Anche qui, ancora e sempre: negando questa
differenza di valore tra il cane e l'uomo io non nego nessuna delle differenze
di realtà che esistono e che si possono conoscere; non nego nessuno dei ca-
ratteri e delle proprietà dell'uomo o del cane, qualunque poi sia il giudizio
che faccio sul valore di- retto o indiretto di ciascuna di quelle doti e di
tutte insieme, e degli esseri che le posseggono. Che io faccia maggior conto
del potere di astrazione dell'uno che della finezza di odorato dell'altro, o
che apprezzi di piú l'amore della libertà dell'uomo che la ubbidienza cieca del
cane, non è per nulla una implicazione necessaria del riconoscere
rispettivamente nell'uomo quella proprietà che nego nell'al- tro. E il giudizio
potrebbe essere rovesciato, e un grossolano estimatore di tartufi potrebbe
preferire il fiuto del suo cane a quel qualunque potere di astrazione che la
natura prodiga ha largito a lui pure, senza che muti di un ette la verità
riconosciuta da ambedue: che l'uomo ha un certo senso meno fine del cane, e il
cane manca di un potere che ha l'uomo. — E se finalmente accadesse davvero,
come parrebbe anche naturale, che nessuno potesse disconoscere la differenza di
valore tra i due, questa universalità di riconoscimento non cesserebbe di
essere, per la sua natura e per il suo fondamento, diversa da quella. L'essere
universalmente ammessa una differenza di valore fra i due enti, prova, 8
Su la pluralità dei postulati di valutazione morale J. nel caso, che è
universalmente ammessa o sentita l'esigenza morale in grazia della quale quella
dif- ferenza è posta: ma non prova che il giudizio di valore, cosí espresso,
sia una conoscenza teoretica; ossia, comunque, riducibile alla conoscenza
oggettiva dei due esseri, o ricavabile da questa. La verità è che i giudizi
morali (come ogni altro giudizio di valutazione) paiono della stessa natura dei
giudizi teoretici perché sono nella massima parte, e con una frequenza di gran
lunga maggiore, giudizi derivati e possono presentarsi sotto forma di giudizi
derivati, anche quando sono considerati, sotto un altro rispetto, come primari
e assunti come tali in una costruzione diversa. Ora nei giudizi derivati, la
validità della valutazione è ricondotta alla validità di un altro giudizio
(primi- tivo o primario o diretto) con un processo, che non differisce in
nulla, quanto alle leggi logiche che ne governano la legittimità, dal comune
processo di dimostrazione col quale si prova la connessione necessaria di certe
conseguenze con certe premesse. Con questa circostanza, per dir cosí, aggravante:
che, come s'è accennato, accade di frequente, anzi solitamente, che quegli
stessi giudizi che figu- rano in un processo di giustificazione come premessa o
principio, compaiono o possono comparire in un altro ragionamento come
conseguenza o conclusione. Tanto che riesce difficile decidere, quando si
tratta di valutazione, quali siano i giudizi primitivi, e quali i derivati,
comparendo a volta a volta secondo le costruzioni diverse e i diversi punti di
vista e talvolta nello stesso autore (e senza che si possa per ciò solo
appuntare i ragionamenti corrispondenti di circolo vizioso e di petizione di
principio), come giudizi derivati, dei giudizi che figurarono in altro luogo, e
per un altro proposito, come primitivi, e inversamente; al contrario di quel che
accade di solito nelle costruzioni scientifi- che: dove i principî o
proposizioni fondamentali hanno e conservano costantemente il loro carattere e
il loro ufficio7. Sfuggendo cosí all'osservazione, per la vicenda di ufficio
logico al quale possono a volta a volta essere assunti, quali siano i giudizi
di valore primitivi, cioè quelli in cui si assume la validità diretta e
immediata (senza che sia ricondotta alla validità di qualche altro giudizio),
riesce piú difficile, o almeno si presenta meno frequente e meno aperta, la
opportunità o la necessità di e- saminare la natura e di coglierne questo
carattere di diversità, radicale e irreducibile, dai giudizi teoretici. La
quale diversità può sfuggire anche piú facilmente o essere posta in luce tanto
piú diffi- cilmente, per un'altra circostanza che ha a quest'effetto un
influsso anche piú decisivo. E la circostanza è questa: che una parte
considerevole dei giudizi valutativi che assumono piú frequentemente valore di
primari, o sono abitualmente sottintesi (tanto sono o si suppongono
incontestati), o sono incorporati e quasi assorbiti nei giudizi teoretici, senza
che l'apprezzamento, per lunga consuetudine congiunto all'idea dell'oggetto, o
della proprietà, o dell'atto, o dell'effetto possibile, sia formulato in un
giudizio distinto; anzi, talvolta, neppure sia espresso piú nell'enunciazione
del giudizio stesso da una di quelle particelle (aggettivi, avverbi,
interiezioni) che portano nel giudizio la espressione di una valutazione, o,
come si può dire con forma piú generale, la nota del sentimento; la quale non
appare talvolta che nel tono di voce dell'interprete o lettore, o si rifugia
nella scelta sapiente delle parole e delle sfumature suggestive, di cui è ricca
una lingua satura di civiltà. Dire di un uomo che è indolente o che è
intemperante, è, se non si parla a vanvera, attribuir- gli una qualità, della
quale è possibile dimostrare che veramente gli spetta, cioè si posson dare
delle prove oggettivamente certe e accertabili: è un giudizio teoretico. Ma
ognun vede che vi è tacitamen- 7 È tuttavia da notare anche qui una tendenza a
considerare l'ufficio logico rispettivo di principî e di conse- guenze,
suscettivo di essere invertito. Così nella piú rigorosa delle scienze
deduttive, la geometria, si può vedere la pos- sibilità, sfruttata per ragioni
didattiche o anche per maggior semplicità o eleganza di costruzione, di
invertire la dedu- zioni; assumendo come dato quel che si è ricavato, e
inversamente; come avviene del resto nelle dimostrazioni della connessione
reciproca di due proprietà fra di loro. Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale Erminio Juvalta te assunto insieme un giudizio di
valutazione, nella misura che l'indolenza o l'intemperanza sono per chi parla o
per chi ascolta qualità non pregevoli, o biasimevoli; il che diventa evidentissimo
quando si tratti di qualità o di attributi, o modi di operare piú gravemente e
piú universalmente biasimati, come si dicesse: bugiardo, venale, falsario e
simili. Anzi, i giudizi di valutazione sono gravi in pro- porzione della loro
prova teoretica assai piú che delle espressioni di biasimo che li accompagna;
ap- punto perché il biasimo può essere piú facilmente sottinteso. E non per
nulla la diffamazione è puni- ta piú dell'ingiuria. Cosí il giudizio valutativo
(sottinteso) sembra essere fondato su prove, come si dice, di fatto, ossia su
giudizi teoretici; mentre i giudizi teoretici provano bensì l'esistenza del
fatto o la legittimità dell'imputazione, ma non provano in nessun modo il
valore dell'azione. Il qual valore è già riconosciuto e ammesso e incorporato
nell'idea di quel modo di operare, di quel difetto o colpa di cui l'azione è
prova, e non ha bisogno di essere formulato a parte perché tutti lo sentono e
tutti lo sottintendono. Ora i giudizi di valore a cui si dà ufficio di primari,
cioè che si assumono a fondamento degli altri e alla cui validità si riconduce
la validità di questi, sono presi, solitamente, tra i giudizi il cui valore per
essere comunemente riconosciuto e, come si dice, pacifico, è appunto piú
facilmente sot- tinteso. Quando si è detto a una persona intelligente «bada che
quella pistola è carica», non occorre altro discorso per persuaderla a
maneggiarla con prudenza; e nessuno pensa che è sottinteso, o me- glio, nessuno
ha bisogno di pensare distintamente che è sottinteso, un giudizio sul valore
della vita, e che l'avvertimento non avrebbe peso se la vita non valesse piú di
una cartuccia. Ora il giudizio: la vita è un bene; che qui è sottinteso, può
essere considerato come primario, per esempio in tutti i precetti dell'igiene
(dove anzi fa da primario un giudizio, che è già esso derivato rispetto a
questo, sul valore della sanità): ma può essere non primario per chi giustifica
a sua volta il valore della vita col valore del sapere, o del bello, o della
giustizia, o della carità, o della potenza, o della gloria, o di qualsiasi
altro ordine di fini o di attività o di godimenti. Ma poi, quando si dice che
l'arte, o la scienza, o la pietà sono un conforto della vita, si fa di ciascuno
di quei beni che sopra sono assunti come beni per sé, un bene derivato rispetto
a quello della vita. E cosí se si dice che il sapere accresce la ricchezza, o
la giustizia assicura la tranquillità, o l'onestà alimenta la fiducia reciproca,
si pongono, almeno occasionalmente, come derivati, dei valo- ri primari, e si
assumono come primari rispetto ad essi, dei valori derivati. È adunque chiaro
che i giudizi di valore si legano fra di loro in una catena continua, anzi in
un groviglio di catene, del quale non è necessario qui cercar di capire piú
particolarmente la struttura; e che per queste mutue e varie connessioni delle
diverse valutazioni fra di loro, si può assumere come primario in un sistema di
deduzioni un giudizio di valore che figura come derivato in un si- stema
diverso. Ma in qualsiasi processo di giustificazione, questo giudizio primario
di valore e- spresso o sottinteso ci deve essere; e si tratta di vedere — nel
caso di valutazioni morali — non se spetta alla ragione giustificare la scelta,
ossia dimostrare da che cosa nasca l'attribuzione di valore (che sarebbe
precisamente fare del valore diretto un valore derivato; la quale
dimostrazione, se è possibile, nessuno dubita che sia un processo razionale);
ma, se ci sia un principio di valutazione, una affermazione diretta o primaria
di valore che sia razionale in sé, e che si distingua come razio- nale da altre
valutazioni primarie, che non siano in sé razionali; cioè che non sia razionale
accetta- re, che la ragione impedisca di ammettere. Se si tien conto di quanto
s'è avvertito sopra, la questione della razionalità o irrazionalità
dell'egoismo si riduce a vedere se l'egoista, accettando il principio
assiologico che assume come primario quando giustifica il suo sistema di
valutazioni egoistiche e le massime di condotta corri- spondenti, rinneghi la
ragione, e quindi, poiché è ragionevole, si trovi in contraddizione con se
stes- so. E cadrebbe in contraddizione: O perché operando da egoista non
raggiunge lo scopo al quale è rivolta la sua opera8. O perché il criterio
egoistico contrasta con altri che l'egoista stesso in quanto egoista non può
fare a meno di accettare e di ammettere. È certo che l'egoista spesso sbaglia i
conti e fallisce lo scopo; ma questo non ha che fare nel- la questione. I conti
li sbagliano un po' tutti, o li possiamo sbagliare, senza che ciò voglia dire
nulla circa il valore o il disvalore, la dignità o l'indegnità dei nostri
scopi. Lo sbagliare riguarda la scelta o l'uso dei mezzi e dà luogo ad un
giudizio di abilità o inabilità, di successo o di insuccesso; e sba- gliano i
conti i filantropi forse piú spesso degli egoisti. Lasciamo dunque le delusioni
che possono venire agli egoisti da errori di calcolo. Concludente invece, anzi
decisiva, sarebbe, se valesse, l'altra obbiezione che non si possa essere
egoisti senza contraddirsi. La quale però ha il torto di configurare un egoista
incoerente (an- che se in realtà è il tipo comune, anzi forse cedendo appunto
alla suggestione della realtà) cioè, che pretende bensì di subordinare ogni
interesse, di qualunque genere, degli altri al suo interesse pro- prio, ma
pretende insieme che gli altri non facciano cosí; e ha l'aria di dire agli
altri: ma, insomma, se fate gli egoisti anche voi, come faccio io a servirmi di
voi per i miei comodi? Naturalmente quando si è foggiato un egoista su questo
tipo, è facile dimostrare che si contraddice. Non è mai, in generale, molto
difficile ritrovare in qualche cosa qualcos'altro che vi sia posto dentro
prima. Ma non vi può essere un egoista coerente? E come si dimostrerebbe che
non vi può essere? Vediamo come dovrebbe essere; e se, essendo coerente,
cesserebbe di essere egoista. Questa è ma- nifestamente la tesi che si deve
dimostrare per concludere alla irrazionalità dell'egoismo. Egoista coerente è
chi riconosce buono l'operare di ciascuno quando è dettato dal suo inte- resse
maggiore, ossia buono per ciascuno il modo di operare che procura ad esso
operante il mag- gior numero di vantaggi e il minor numero di danni; ossia, un
egoista coerente è esso senza riguardi 8 Non si può considerare come esempio di
contraddizione intrinseca dell'egoismo il caso frequentissimo e co-
munissimamente notato di chi si mostra in questa o quella circostanza egoista
perché opera da egoista o come se fosse egoista, mentre sente dentro di sé di
«aver torto», sente che la sua azione presente è disforme da quel modo di
operare che la sua coscienza morale riconosce come giusto; quel modo di operare
che egli approva quando giudica le azioni de- gli altri e che egli stesso seguirebbe
se non fosse in gioco. Ossia egli sente che dovrebbe fare così e sente che
farebbe così se il fare non gli costasse un sacrifizio; il sacrifizio di quella
certa sua piú o meno grande comodità. Ora certamente qui (ed è il caso comune,
tipico, notato migliaia di volte del contrasto, dello scontento interiore e del
rimorso) questa discordia interna è colta e segnalata dalla ragione. È una
esigenza razionale l'unità delle valutazio- ni, la costanza dei criteri, la
coerenza tra il valutare e il fare, ed è un processo razionale che rivela le
incoerenze e i con- trasti. Ma la questione non sta qui. Il contrasto segnalato
per il quale chi opera da egoista è colto in fallo e deve riconoscere il suo
torto, è possibile perché il supposto egoista ha operato bensí da egoista, ma
sente e giudica e valuta conforme a giustizia. Egli è in con- traddizione
perché il criterio di valutazione, cioè di scelta tra i motivi, seguíto nella
sua azione concreta è contrario al criterio di valutazione che egli accetta
come persona morale, che applica nel giudizio sulle azioni altrui e, in quanto
rie- sce ad essere imparziale in causa propria anche a se stesso. E la vera
questione qui sarebbe di vedere se quel criterio di valutazione che egli
accetta come persona morale è posto dalla ragione; se dato che non fosse
sentito e accettato dalla sua coscienza, potrebbe un processo razionale farlo
sorgere per gli altri, ma ammette e trova naturale e legittimo nello stesso
tempo, che ciascun altro sia senza riguardi per lui. È pronto a sopraffare,
potendo farlo senza danno, gli altri; ma non protesta se altri, potendo,
sopraffà lui. — Dov'è qui la contraddizione? Si dirà che cosí facendo si riesce
all'uno o all'altro di questi risultati: o alla limitazione reci- proca degli
egoismi per mezzo di norme di condotta che li renda compatibili, e abolisca lo
spettro hobbesiano del «bellum omnium contra omnes»; o al riconoscimento del
valore supremo, della for- za come criterio ultimo della condotta. Ora il primo
risultato — si dirà — è la negazione dell'egoismo; l'egoismo, diventando ragio-
nevole sbocca in un criterio diverso, anzi contrario: si fa legge, cioè
diritto, cioè giustizia. Il secondo tiene sospesa sull'egoista la spada di
Damocle della sua condanna: il piú forte d'oggi può essere piú debole domani,
il piú forte contro i singoli è meno forte contro la coalizione dei singoli. Il
numero, il «gregge» può sopraffarlo; e se lo sopraffà esso ha ragione perché è
il piú forte. Per sostenere che il criterio della forza deve valere soltanto
tra i singoli e singolarmente presi, occorrerebbe un altro presupposto, un
altro giudizio, un altro criterio fuori della forza, che valga a distinguere
entro quali limiti l'uso della forza è legittimo. Ma fuori di questa clausola
(che ricondur- rebbe al risultato precedente), la forza contiene in sé la
propria condanna perché genera da sé la propria negazione. Né l'uno né l'altro
di questi discorsi che paiono vittoriosi è, se si guarda spassionatamente,
concludente. Cominciamo dal secondo. È bensì vero che l'egoismo se non scende a
patti con gli egoismi che gli si possono contrapporre sbocca nel criterio della
forza; ma il criterio della forza non si nega e non si smentisce finché si
ammette che esso valga per tutti9, che la mia volontà sia legge finché il piú
forte sono io, e che sia legge la volontà degli altri quando piú forti sono gli
altri. Sarebbe invece smentita appunto, quando valesse finché il piú forte sono
io e non valesse piú se il piú forte è un al- tro. Si può dunque dire che il
criterio della forza può riservare delle sorprese, e portare, a chi l'accet-
ta, piú danni che utili. Ma non si può dire che sia in sé contraddittorio; come
non è contraddittorio per un giocatore accettare la legge del gioco coi suoi
rischi e le sue promesse, anche se queste sono superate da quelli. Ciò riguarda
dunque, non la coerenza intrinseca del criterio, ma la questione se a un
egoista accorto convenga o no di farne la sua legge. Se ci pensa bene, se pesa
il pro e il contro con pruden- za, forse non sceglierà una strada nella quale i
pericoli sono superiori alle speranze. Se si trova difficoltà a immaginare
seguíto questo criterio fra gli individui, non c'è che da pensare al principio
che ha regolato in ultima istanza, fino a ieri, se non fino ad oggi, i rapporti
fra gli stati, e che dovrebbe regolarli sempre secondo l'imperativo
nazionalistico o etnico o storico, che passò e passa tuttora - agli occhi di
molti - come il solo impe- rativo «seriamente» politico. In questa concezione
dei rapporti fra gli stati non domina forse nella sua forma rigorosa quella
tesi estrema - che lo Stirner formulò per i singoli individui - e che parve ad
alcuni per il suo stesso rigore una caricatura ironica dell'a- narchismo di una
società di egoisti, che vale fin che mi giova e dura finché mi piace? O si
vorrebbe dire che non sono «ragionevoli» i politici, filosofi o no, che
accettano e difendono questo crite- rio, non solo come l'unico criterio
possibile, - in determinate circostanze storiche, ma come il solo «razionale?»
Se- nonché anche la razionalità dell'egoismo statale non è data, ma
presupposta, o fondata su un presupposto: che l'interes- se, anzi, un certo
interesse dello stato abbia un valore incondizionatamente supremo. Ed ecco
l'altra alternativa: l'egoismo che si limita e si fa diritto10. Ma qui è ancora
piú facile scorgere l'equivoco e può parer superfluo il metterlo in evidenza.
L'egoista che accetta il diritto come garanzia della sua sicurezza, della sua
tranquillità, della sua li- bertà, cioè la limitazione dell'egoismo per motivi
egoistici, non cessa perciò solo di essere egoista, e non v'è nessuna
contraddizione intrinseca, per lui, nell'accettare condizioni che per lui sono
vantag- giose. Che un diritto cosí giustificato non abbia valore morale e non
debba identificarsi con la giu- stizia è evidente: che un diritto il quale non
abbia altro fondamento che questo calcolo egoistico sia poco saldo e non abbia
piú consistenza di realtà storica che lo stato di natura, è inutile dire; ma
non si può dire in nessun modo che l'egoista contraddica se stesso quando
accetta e riconosce una legge che limita il suo egoismo. E l'economia politica
assume, come tutti sanno, l'ipotesi dell'uomo che produce e scambia la
ricchezza secondo motivi egoistici e per puri motivi egoistici, ma osserva per-
fettamente le altre forme giuridiche piú rigorose della giustizia, senza che
questa osservanza venga a contraddire menomamente il presupposto egoistico.
Anzi, ognuno sa che la limitazione piú rigida e piú incondizionata dei fini
particolari di ciascuno sotto la legge di un dispotismo senza limiti e senza
controllo, è giustificata dal Hobbes in nome dell'egoismo e dell'espressione
piú elementare e piú grossolana dell'egoismo (la conservazione della vita); e che
a un calcolo puramente egoistico si riconducono dall'Helvetius (cosa parimenti
notissima) ogni forma di condotta ed ogni azione uma- na. E nelle dottrine che
prendono nome di utilitarie (con un battesimo antonomastico che non si ca-
pisce se faccia piú torto, come si crede, alle dottrine, o a chi le ha
designate con questo nome11), la difficoltà piú grave, la sola difficoltà
insormontabile dal punto di vista del proposito che le ispira, è quella che
nasce dalla esigenza di conciliare la utilità individuale con la utilità
sociale: alla quale e- sigenza si crede di soddisfare nel modo piú efficace,
facendo dell'utile della società, il mezzo e la condizione dell'utile
individuale; cioè giustificando da un punto di vista egoistico, le norme della
vi- ta sociale. E questo stesso sforzo di giustificare con una motivazione
egoistica ogni ordine di attività anche piú elevata non solo dimostra che è
tutt'altro che evidente la contraddizione intrinseca e la ir- razionalità
dell'egoismo, ma fa pensare piuttosto il contrario: che l'illusione di questa
possibilità sia nata, e la tenacia dello sforzo alimentata, appunto
dall'opinione che la via migliore, se non l'unica, di persuadere che l'operare
moralmente è conforme alla ragione, sia di mostrare che le norme morali coincidono
con quelle di un bene inteso cioè di un intelligente egoismo. Ma con ciò si
suppone o si accetta, ma non si pone la pretesa legittimità evidente per sé
del- l'egoismo, come norma suprema di condotta, accanto o contro la legittimità
del criterio opposto. Ed è sempre sottinteso il presupposto arbitrario che vi
sia un criterio di valutazione il quale è per sua natura conforme alla ragione,
di fronte ad altri criteri contrari. Mentre contrario alla ragione non è né
l'uno né l'altro criterio per sé. Ma è soltanto la pretesa di accettare un
certo criterio e insieme non accettarlo, di ammetterlo come norma di condotta e
non applicarlo. 10 Chiedo scusa al lettore se adopero questa volta frasi di
questo genere - adatte piú ad effetti stilistici che a precisione di pensiero -
per segnalarne il pericolo. Non bisogna dimenticare che in queste espressioni
«l'egoismo che si nega», «l'arbitrio che limita se stesso» e molte altre
somiglianti, il senso voluto significare è reso possibile perché e in quanto il
termine in questione (egoismo o altro) è preso a indicare in una due
significazioni diverse: nell'una è l'astratto (la connotazione comune a tutti
egoismi); nell'altra è il collettivo (l'insieme degli egoismi particolari e
degli arbitri diversi che si contrastano). Il quale è un tacito riconoscimento
che gli uomini considerano veramente utili soltanto le azioni che servono a
certi fini e a certe soddisfazioni loro. Ma utili in qualche modo sono tutte le
azioni; se no (ah questo sí), non sarebbero ragionevoli. Sono utili, o credute
utili, al fine a cui sono dirette, economico, scientifico, estetico, religioso,
politico, ecc. Che siano dette utili soltanto le prime, parrebbe dunque
significare che abbiano vera importanza per l'uomo soltanto quei certi fini,
che poi si dimostra con molti discorsi che sono meno nobili degli
altri. Su la pluralità dei postulati di valutazione morale \ Con ciò la
tesi egoistica cerca di porsi su quella medesima via che è nella tradizione dei
si- stemi e delle scuole la via piú comune del razionalismo morale, ed è in
effetto la piú semplice, si di- rebbe quasi la piú ovvia ed ingenua: quella
notissima di ricondurre le norme a un bene, a un fine, a un ideale, di cui si è
riconosciuto o si debba riconoscere incontestabile il valore supremo. Qui ciò
che fa da principio della dimostrazione da «assioma medio» o proprio della
costru- zione morale, è il giudizio in cui si assume questo valore e questa
dignità suprema del fine. Posto che il fine assunto sia il fine che l'uomo
riconosce come supremo e che si dimostri come le norme morali siano ordinate ad
esso, la loro legittimità è dimostrata. Quale sia questo fine e in che consista
spetta alla ragione di trovare o di giudicare; di trovare e formulare, se
questo fine supremo è dato e si assume come riconosciuta e incontestata la sua
vali- dità di supremo; — di giudicare, se su questo valore cade dubbio, o se si
pensa che non basti un ri- conoscimento di fatto, ma sia necessario un
riconoscimento di diritto; che spetti alla ragione, non già o non soltanto di
scoprire, se vi è, un tal fine, ma di giudicare perché esso debba valere. Nella
prima maniera il valore del fine e quindi del criterio supremo che la
costruzione logica assume, e sul quale si fonda la giustificazione delle norme
morali, è manifestamente dato alla ragione, non posto da lei; ma l'assumerlo
può apparire e appare praticamente legittimo, finché è ammesso e fuori di
contestazione che il fine è supremo, perché è in realtà il fine unico, segnato
dalla stessa «natura u- mana»; quello a cui si riducono tutti i fini
particolari; che li comprende, li concilia e li subordina tutti. Tale è nella
sostanza il procedimento logico delle dottrine che assumono come fine naturale
— al quale necessariamente si riconduce o mette capo qualsivoglia fine parziale
— la felicità o la perfezione o altro preteso fine dello stesso tipo, che li
compendii tutti. Ma è appena necessario os- servare come quegli stessi
caratteri per i quali pare cosí naturale, cosí evidente e cosí «ragionevole»,
riconoscere questo fine come il fine per eccellenza, senza contestazione e
senza eccezione comune e costante e incoercibile della natura umana, sono quei
medesimi che fanno di questo fine apparen- temente unico, un termine vago e
vacuo di ogni contenuto determinato e concreto; del quale nessu- no contesta
che sia supremo, finché ciascuno può dare a quel termine il significato che si
accorda, per lui, col valore che gli si attribuisce di supremo. Ma perché una
qualsiasi costruzione sia possibile è necessario che il termine assuma un cer-
to contenuto determinato; il quale contenuto è esso che serve di fondamento
alla deduzione; mentre ciò di cui si riconosce come supremo e fuori di
contestazione il valore è quella Felicità (o Perfezio- ne, o altro Bene) della
quale quel contenuto assume la veste, il titolo e le prerogative; e in nome
del- la quale si presenta appunto come fine. E cosí accade che, mentre
nell'apparenza il fine è uno, in re- altà è duplice: uno è il fine nominalmente
assunto, a significazione indeterminata e che per sé non potrebbe servire a
costruirvi sopra che delle tautologie inconcludenti, ma che reca il titolo e le
inse- gne, e quasi la formula magica, della sua sovranità: ed è la felicità (o
quell'altro termine dello stesso genere); l'altro è il fine realmente assunto.
Il contenuto determinato che serve alla deduzione, che regge la dottrina, e che
fornisce veramente il criterio al quale si riconduce logicamente la legittimità
delle norme, dei precetti e dei giudizi che se ne ricavano. Cosí resta
giustificato in nome della felicità ciò che viene determinato in conformità a
quel certo contenuto. L'uno serve a costruire, l'altro a dar valore alla
costruzione. Ora finché si ammette che la felicità o quel qualsiasi altro
termine che lo sostituisce consiste veramente in quel contenuto sul quale si è
costruita la dottrina, e l'accordo sulle deduzioni favorisce e conforta questa
certezza, la distinzione fra il dato della costruzione e il supposto che lo
investe del valore di fine, non ha luogo, o apparirebbe ingiustificata o pedantesca.
È, o si ammette come pacifi- co, che il dato e il supposto coincidono, che
l'uno esprime il significato dell'altro. Ma se, sotto l'apparente unità del
termine si mostrano le differenze di contenuto; e i fini par- ticolari che si
credevano fusi e, unificati in quell'unico fine, rivelano la loro
incompatibilità; e un fi- ne e un ordine o specie di fini pretende di valere
come sommo, subordinando a sé od escludendo gli altri; allora è necessario
scegliere. E la scelta tra due o piú specie di "Felicità" (come tra
due o piú forme di «Perfezione») non può essere fatta in nome della felicità.
Tra due o piú ordini di fini che si presentano come fini della «natura umana»
non si può sentenziare in nome della natura; oppure si deve ricorrere a distinzioni
tra felicità e felicità, tra natura e natura, che rivelano l'assunzione aperta
o tacita di un criterio che serve a distinguere la vera da una falsa o
apparente felicità, e a determinare in che consista e in che si appunti la
«vera» natura umana. «Considerate la vostra semenza...» E cosí il
riconoscimento di fatto si muta in riconoscimento di diritto. Non è questo
davvero, finalmente, il compito della ragione? Di far capire, di persuadere, di
dimostrare che alcuni fini sono degni e altri sono indegni dell'uomo, alcuni
superiori, altri inferiori? E fare questa scelta non vuol dire fare una
gradazione di fini, e giudicare quale meriti di essere riconosciuto come il
fine supremo che serva di termine di confronto, per subordinare quelli che si
conciliano ed escludere quelli che sono inconciliabili con esso? Qui adunque
pare veramente che sia razionale, non solo il processo di deduzione dal fine,
ma razionale la scelta stessa del fine, il riconoscimento del valore che esso
deve avere di fine supremo. Senonché non è difficile scorgere l'equivoco e
trovarne la origine. Il criterio in base al quale la ragione giudica la dignità
dei fini, ne fa la scelta, la subordinazione e la esclusione, è desunto dal- la
coscienza morale, cioè in ultimo da quelle stesse valutazioni che la
costruzione razionale è chia- mata a giustificare. In realtà il giudizio della
ragione è il frutto di un processo che è bensì esso ra- zionale, ma che si
fonda su dati di valutazione morale. Il processo reale, palese o nascosto, è,
in breve, questo: La coscienza morale dice all'uomo quale è la condotta buona,
la condotta che è giusto che segua, che deve seguire. La ragione mostra (non
cerchiamo se con regressione del tutto rigorosa e univoca, ma in o- gni caso
adempiendo un ufficio che è propriamente e incontestabilmente suo), mostra,
dico, che quella condotta è ordinata a certi effetti, raggiunge un fine che è
perciò — dal punto di vista dedut- tivo e giustificativo dell'esigenza
razionale che vuole l'unità e la coerenza — il Bene morale; e poi- ché non sarebbe
morale se non valesse come sommo, questo Bene deve essere riconosciuto e posto
come supremo. Non è dunque perché la ragione lo giudica supremo che esso vale
come fine morale; ma è perché esso deve valere come fine morale, deve adempiere
a questo ufficio nella unità logica del si- stema, che la ragione gli riconosce
questo valore di fine supremo. Il che viene a dire che il titolo sul quale il
giudizio della ragione è fondato, il criterio seguito nella scelta è il
carattere che esso assu- me, o è capace di assumere, di fine morale.
Riconoscergli questa attitudine, questa capacità a dar ragione dei giudizi
morali, a servire ad essi di principio di giustificazione, cioè di dato dal
quale razionalmente si ricavano le norme, equi- vale a riconoscerlo come fine
morale; e assumerlo come tale, equivale ad assumerlo come supremo. Adunque è
bensì la ragione che giudica questa attitudine o questa capacità che ha il fine
di servire di giustificazione dei giudizi morali. Ma il valore morale di queste
valutazioni è dato, deve essere ammesso o presupposto. La ragione porta il
suggello di questo valore su quel fine del quale essa mostra la congruenza con
le valutazioni morali. Se in questo proposito di ricondurre le valutazioni
della coscienza morale a un fine unico, possa riuscire o no, e, dato che possa,
entro quali limiti e con quali frutti, è una questione che qui può essere
lasciata in disparte. Ciò che importa notare è che quel «Fine» ha valore
supremo per l'uomo dotato di coscienza morale; per una natura umana per la
quale valga l'esigenza morale e valgano le valutazioni che essa richiede e che
la esprimono. È supremo dunque nell'ipotesi che l'uomo senta la superiorità di
certe aspirazioni su certe altre, di certe attività su certe altre, di una
«natura» su l'altra. Per far riconoscere il valore supremo di questo fine noi
dobbiamo dunque supporre ammes- so il valore di quei giudizi morali, dei quali
dimostreremo poi razionalmente la validità, deducendo- li da quel fine. Sono
questi giudizi, di cui è o si assume incontestabile il valore morale, il dato o
i dati primi della costruzione assiologica; e la ricerca del fine supremo non è
che lo sforzo logico di ricondurli a un solo principio di valutazione, a un
unico criterio; di costruirli in sistema. Del quale perciò la va- lidità
logica, la coerenza necessaria, l'unità di sistema è posta dall'esigenza
razionale; ma la validità assiologica esprime una esigenza morale, la quale è
già data o postulata 16 Su la pluralità dei postulati di valutazione
morale \ Se i giudizi primari di valore, i criteri ultimi, attorno a cui si
raccolgono e ai quali si subor- dinano le valutazioni, sono assunti e non posti
dalla ragione, come si può parlare — e manifesta- mente se ne parla con
fondamento — di massime di condotta sulle quali tutte le persone «ragione-
voli» vanno d'accordo, e il dissentire delle quali è tenuto come segno patente
di irragionevolezza? Che significa ciò se non questo per l'appunto, che basta
per riconoscere la bontà di quelle massime, essere ragionevoli, cioè dunque,
che basta la ragione a giustificarle? Pare infatti di sí, a prima vista, e si
può anche entro certi limiti accettare dall'uso questa for- ma di espressione
senza inconvenienti; ma ciò non toglie che l'espressione sia impropria e che
l'os- servazione notissima e comunissima prova qualchecosa d'altro; un fatto
assai notevole, e a cui si collega una considerazione d'importanza capitale per
il modo d'intendere i rapporti tra valori morali e valori di altre specie: che
le massime delle quali si discorre, esprimono o valutazioni primarie e-
lementari, di cui è superflua, perché è comune e manifesta, ogni
giustificazione, oppure delle valu- tazioni nelle quali si incontrano criteri
assiologici tra loro diversi. Sono queste valutazioni mediate o indirette che
si possono ricondurre cosí all'uno come a ciascun altro dei criteri suddetti;
quasi ponte di passaggio a cui mettano capo strade di origine diversa, o linea
di intersezione di piani diversi. Cosí nel raccomandare i precetti della
temperanza si incontrano stoici ed epicurei, edonisti e mistici, egoisti ed
altruisti, sia pure per motivi diversi, ossia in vista di fini diversi e anche
opposti tra di lo- ro; e nel raccomandare l'osservanza dei patti, l'homo
œconomicus e l'homo ethicus si trovano pie- namente d'accordo12; ossia
qualunque possa essere, tra quelli che sono comunemente accolti, il cri- terio
assunto, chi lo accetta, deve ragionevolmente accettare quella norma; o, in
altri termini, qua- lunque sia, tra i normalmente possibili, il fine accolto
come supremo, chi lo accetta deve riconosce- re che esso richiede come suo
mezzo o condizione quel modo di operare. Non riconoscerlo vorrebbe dire volere
il fine e non il mezzo. Ora riconoscere che se si vuole il fine bisogna volere
il mezzo, che se si accetta un principio bisogna accettare le conseguenze, que-
sto è appunto, essere ragionevole. E poiché dai diversi principi tra i quali
suole essere cercato, se- condo le tendenze, quello che si assume come
criterio, la deduzione logica conduce a quel medesi- mo precetto, questo
precetto appare fondato in ragione, ragionevole per sé. E in effetto, non si
po- trebbe giustificare se non per mezzo della ragione; appunto perché è essa
che ne dimostra volta a volta la connessione necessaria con ciascuno dei
criteri che possono essere rispettivamente assunti per legittimarlo. Ma il
valore di questi criteri primi o supremi è, per ciascuno dei casi, ammesso o
presupposto. Di che si ha la riprova nel fatto che se, per ipotesi, si assume
un criterio le cui conse- guenze valutative non coincidono con le valutazioni
comuni, cessa di apparire «ragionevole» quel modo di operare che è ritenuto —
ed è in effetto — tale, finché sono considerati come legittimi i criteri
consueti. Usar pietà diventa irragionevole se chi usa pietà è persuaso che il
fine piú degno è la forma- zione del superuomo e che a formare il superuomo è
necessario essere spietati. Questo esempio può parere poco convincente perché
troppo remoto dalla probabilità di essere riconosciuto e accolto. Ma, lasciando
pure di notare che esso sarebbe probativo anche se fosse del tutto ipotetico13,
è da os- 12 Anzi su questa circostanza si fonda la considerazione, a cui ho
accennato, di importanza capitale per l'etica e di cui ho trattato di proposito
altrove (confronta Vecchio e nuovo problema): cioè che una qualità, una virtù,
un modo di operare che ha valore per un rispetto, può aver valore anche per
altri rispetti diversi. Un atto morale può avere, anzi di solito ha, anche un
valore di utilità individuale o sociale e così via. Il che spiega: 1° come
avvenga che la giustificazione delle medesime norme morali si sia potuta
cercare in fini di natura diversa; 2° co- me sia possibile, anzi sia la sola
soluzione legittima del problema, di giustificare, ricavandolo da un fine
diverso, il pre- cetto morale, questa: di considerare la pretesa
giustificazione come una rivalutazione sotto un rispetto diverso (edonisti- co
o sociale o d'altro genere) di ciò che ha già un valore per sé, morale. E non
è, come tutti sanno servare che pur prescindendo da negazioni e contrasti cosí
recisi, sull'accordo tra le persone ragio- nevoli sono da fare assai piú
riserve che non paia a prima vista; appunto perché, dove il consenso abituale
del costume e l'accordo delle opinioni accettate senza critica non sopraffà o
non nasconde le divergenze, e soprattutto nel campo della vita interiore,
queste sono assai maggiori che non si creda. Anzi si può dire che su certi
campi l'accordo tra persone di tendenze e di indirizzi morali di- versi è
raggiunto, non in grazia della ragione, ma nonostante la ragione, la quale se
fosse rigorosa- mente applicata, richiederebbe un modo diverso di valutare e di
giudicare l'azione. Il che viene a di- re che qui l'accordo c'è, non perché
tutti sono ragionevoli, ma perché alcuni si dimenticano di esse- re, o credono
di essere mentre non sono. Nell'esempio allegato sopra si ha la prova di un
giudizio di valore tenuto come contrario alla ragione, che appare conforme a
ragione quando muti il criterio al quale si riconduce. Non meno, anzi piú
significativo è il caso inverso, di principî tenuti come razionali che ces-
sano di essere riconosciuti tali, se cessano di essere ammessi certi dati o
postulati dei quali si sottin- tendeva che non potessero essere ragionevolmente
negati. Di che l'esempio storico piú insigne e piú istruttivo è offerto da quei
principî etico-giuridici che passano come il modello caratteristico di una
costruzione puramente razionale. Anzi, su questa idea che la costruzione
giuridica — della quale l'espressio- ne piú nota è la Dichiarazione dei diritti
— sia una pura astrazione razionale, è fondata la critica ormai stereotipa che
si ripete in nome del senso storico; mentre nella elaborazione e nella si-
stemazione di quei principi ebbe la sua parte, e la adempì magistralmente, la
ragione; ma non era e non è la ragione che ne pone la validità e ne fa sentire
la giustizia. Il vero difetto della costruzione razionale non è di aver per
soggetto l'uomo astratto in luogo dell'uomo storico (qualsiasi costruzione, non
solo sistematica, ma anche storica, non può fare a me- no dell'astratto), ma è
di aver assunto a fondamento della propria costruzione un astratto (l'uomo-
ragione) insufficiente a reggere l'edificio che si voleva fondare su di esso.
Infatti l'uomo-ragione supposto dal razionalismo non è soltanto ragione; è,
insieme e impre- scindibilmente, nel concetto razionalistico, l'uomo che
ammette certi principî, espressi o sottintesi, che sono incorporati e
assorbiti, almeno nell'opinione comune, surrettiziamente e inconsapevol- mente
nel concetto di uomo-ragione. Non si capisce la razionalità dei diritti
dell'uomo e del cittadino, se non supponendo che sia un dato razionale
ammettere che nessun uomo debba essere trattato come strumento della volontà
altrui; cioè senza supporre il valore assoluto dell'uomo come tale, e il
postulato giuridico corrispon- dente, dell'uguaglianza di diritti di tutti gli
uomini. È in effetto per questo soltanto che ad ogni uomo in quanto cittadino15
sono riconosciuti di fronte allo stato tutti quei diritti che fanno
scandalizzare Comte, sogghignare Marx e sorridere l'ho- mo historicus. Né si
dica che il Nietzsche è finito al manicomio; ciò non proverebbe nulla: l°
perché non è teoria solo del Nie- tzsche ma di molti: e divenne in veste
politica, dottrina di un popolo o di una razza; 2° perché quando il Nietzsche
la pensò non era pazzo; 3° perché anche se fosse stato pazzo, la teoria di un
pazzo non è necessariamente una teoria pazza; 4° perché in ogni caso sarebbe da
dire non che è irragionevole la massima, la quale, poste quelle premesse, è
ragionevo- lissima, ma che è inumano, o ripugnante, o indegno, accettare una o
l'altra delle premesse, o ambedue. Ma è tutt'altro che l'unica perché fu
preceduta, come è noto, non solo delle dottrine del liberalismo inglese, ma
anche dai Bills of Rights dei diversi stati dell'Unione Americana. E quanto al
luogo comune delle «Ideologie france- si» ha ragione il Janet, di rilevare che
in un testo scolastico universitario inglese, «Philosophiae moralis institutio
com- pendiaria», stampato a Glasgow di un autore tutt'altro che ignoto,
Hutcheson, si parla come di cosa pacifica, venti anni prima del Rousseau, del
patto primitivo degli uomini fra di loro, e dei sudditi col loro governo. Un
altro luogo topico che potrebbe senza danno essere lasciato in disparte, è
quello che vede nei famosi dirit- ti l'affermazione estrema dell'individualismo
e la tesi dell'individuo-fine e dello stato-mezzo. Mentre il riconoscimento di
quei diritti esprime a parte singuli la garanzia della libertà individuale, ma
esprime insieme l'ufficio fondamentale e preliminare di ogni stato: la tutela
della giustizia. E combattere le violazioni della libertà e della giustizia,
fatte in nome. Mentre, se si esclude quel supposto e si ammette che lo stato
abbia un valore in sé superiore a quello della persona, o se si ammette che i
diritti debbano essere subordinati alla cultura, alla po- sizione sociale, alla
costituzione politica dello stato, quei diritti «naturali» non hanno piú
nessuna ragione di essere riconosciuti come diritti. Ma il principio che la
persona umana ha valore per sé e che non è giusto usare la persona come mezzo,
è un postulato di valore (cosí come è un postulato di valore il principio che
ogni uo- mo, in quanto soggetto di diritti, valga quanto qualsiasi altro); i
quali possono essere assunti e pos- sono essere negati senza che chi li accetta
o li nega cessi, per questo fatto dell'accettarli o negarli, di essere
ragionevole, o diventi ragionevole se non era. Perciò non è da meravigliare che
quando i postulati di valore impliciti in quella costruzione razionale del
diritto sono messi in dubbio o negati, la costruzione debba sembrare campata in
aria. Mentre non era campata in aria, e non è, per chi assume come soggetto di
quei diritti un uomo che è dotato di ragione non solo, ma insieme di una certa
coscienza morale e giuridica; la coscienza mo- rale e giuridica che si
raccoglie nei detti postulati e si può dedurre da essi. Questi postulati il
razionalismo aveva torto di pensare che fossero impliciti necessariamente nella
ragione, ossia di credere che «uomo ragionevole» volesse dire insieme uomo che
accetta quei principî di valutazione. (Il che non vuol dire, si badi bene, che
avesse torto nell'accettarli e nell'as- sumerli come degni di essere
accettati). Ma se si ammette o si suppone che siano accettati, la costruzione
razionale che se ne ricava, come dottrina dei rapporti etici e giuridici che
governerebbero qualsiasi società umana, nella quale essi fossero sanciti come
criteri supremi della condotta, in ogni sua forma — sia dei cittadini tra di
loro, sia dei cittadini verso lo stato, e inversamente, sia degli stati fra di
loro —, non solo non è ille- gittima, ma è la sola legittima. E il suo valore
etico, giova affermarlo, sussiste, se c'è, qualunque possa essere la distanza
che si osserva o si immagina intercedere fra uno stato conforme a quella
esigenza ideale, e questa o quella forma di realtà storica e concreta. Anzi,
per chi assume quell'esigenza come avente valore morale supremo, i doveri
corrispon- denti all'attuazione e all'osservanza di quei rapporti saranno i
doveri fondamentali precedenti in au- torità e in obbligatorietà ogni altra
sfera di doveri, e i diritti correlativi esprimeranno i valori sociali e
politici supremi indipendentemente da ogni giudizio sulla realtà e attuabilità
delle forme ideali di Enti o di rapporti tra gli Enti cosí configurati16. Per
converso, chi respinge questo postulato, non solo può, ma deve,
ragionevolmente, nega- re ogni valore alla costruzione razionale corrispondente
(sebbene avrebbe l'obbligo — in sede di di un preteso interesse della
collettività e dello stato, non è negare l'interesse della Società, ma
piuttosto difenderlo. Anzi l'homo ethicus è povero di contenuto appunto perché
si esaurisce nei doveri del cittadino, cioè nei va- lori giuridici e politici,
e dimentica o trascura i valori propri della vita personale interiore. Il che
prova che sono lasciati nell'ombra non solo i fini propri dello stato (uffici
positivi) ma anche i fini spe- ciali dei singoli; appunto perché domina e vince
ogni altra preoccupazione quella dei fini comuni universali e fondamentali -
così per la vita individuale come per la vita sociale - della libertà e della
giustizia. Chiamare la concezione ideale di una forma di diritto una
astrattezza e usare questo termine a dispregio, non è esatto e non è giusto se
non quando questa forma ideale sia concepita fuori dalle condizioni necessarie
a farlo essere diritto. Nel qual caso sarebbe legittimo dire che il diritto
ideale è un diritto impossibile, e sarebbe sciocco e vano conce- pirlo e
parlarne. Ma un diritto ideale concepito nelle condizioni che sarebbero
richieste a farlo sussistere come diritto positivo, non è piú astratto che un
diritto positivo qualsiasi concepito nelle sue condizioni storiche. Salvo che
nel secondo caso le condizioni esterne del diritto sono reali, nel primo sono
possibili; nel concetto dell'un diritto l'idea delle condizioni che ne fanno o
ne hanno fatto un diritto positivo, trova corrispondenza nella realtà, e nel
concetto dell'altro l'idea delle con- dizioni che farebbero del diritto ideale
un diritto positivo, non ha trovato o non trova più, in una forma storica di
realtà, la sua corrispondenza. Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale J. morale — di chiarire quale postulato assuma al posto di
quello che respinge, e quale sarebbe il si- stema etico-giuridico che ne
discende). Ma commette una grossolana fallacia elenchi, quando pretende di
confutare o condannare quella costruzione etico-giuridica in nome della realtà
o della storia. Perché la realtà e la storia da- ranno la stregua della
attuabilità dei rapporti prospettati nella costruzione ideale, ma non del
valore di questi rapporti. Cosí il razionalismo assume erroneamente come dati razionali
dei postulati di valore e si il- lude di poter imporre in nome della ragione
dei principi che non valgono se non supponendo accet- tati quei postulati che
li giustificano: e lo storicismo si illude di togliere ogni valore alle
costruzioni fondate su quei postulati dimostrando che la realtà storica è
diversa da quelle costruzioni. Come se il riconoscere che gli uomini non hanno
nelle condizioni di fatto eguali diritti, o che la società non è fondata sul
contratto, o che non v'è diritto naturale, ma vi sono soltanto diritti
positivi, equivalga a dimostrare: che non sia bene l'eguaglianza dei diritti; e
che non possa essere apprezzata e apprezza- bile una società ordinata in modo
tale da poter pensare che non sarebbe diversa se fosse costituita per contratto
volontario di tutti i cittadini; o non possa essere piú desiderabile che abbia
sanzione di diritto e valga come tale un ordine di rapporti conforme a certi
criteri piuttosto che a certi altri. A risolvere queste questioni, il sapere
storico non è competente. D'altra parte lo storico non potrebbe risolverle
senza cessare di essere storico e diventare «moralista» o «ideologo»,
«reaziona- rio» o «rivoluzionario», «conservatore» o «riformatore». Perché non
vi è altra via: O ricusa certi postulati di valore per assumerne altri diversi,
pure di valore. O rinunzia, non solo a qualunque giudizio, ma a qualunque
intervento della volontà uma- na nella storia, cioè nella produzione degli
eventi umani. Perché ogni azione umana, cioè consape- vole e volontaria, implica
una direzione verso un risultato che si giudica preferibile tra i possibili,
cioè implica una scelta, e quindi una valutazione. Tanto nel «razionalismo»
quanto nel «realismo» o «storicismo», i criteri di valutazione pos- sono bensí
essere ricondotti a un postulato di valore, ma questo postulato non è posto
dalla ragione né è dato dalla realtà17. Approvarlo o disapprovarlo, ammetterlo
o respingerlo, non vuol dire né rispettare o rinnega- re la ragione, né
riconoscere o misconoscere la storia; avere o non avere senso storico. Il che è
la prova piú manifesta che non è un dato della ragione il postulato di valore a
cui si riconduce l'esi- genza espressa nella dottrina del diritto razionale,
come non è un dato della storia il postulato, pure di valore, a cui si
riconduce l'esigenza implicita nella dottrina del diritto storico. Resta da
osservare al nostro proposito per quel che riguarda il razionalismo
etico-giuridico, come da questa illusione che l'universalità della ragione
volesse dire anche universalità di consenso nei postulati valutativi
incorporati surrettiziamente in essa, derivò l'errore di credere che potesse
ba- [ A questa differenza fondamentale tra valutazione e giudizio storico, è da
ricondurre, a mio giudizio, la que- stione del rapporto tra Spirito
rivoluzionario e senso storico, di cui tratta dottamente e sottilmente Mondolfo
in un ar- ticolo del «Nuova rivista storica» (anno I, fasc. III). Il
rivoluzionario (come del resto ogni innovatore di grandi o anche di piccole
cose, anzi ogni uomo di iniziati- ve) è, o si pone, fuori della storia in
quanto valuta, cioè giudica e opta per un ideale; (anche se questo ideale è un
pro- dotto storico, non è perché è un prodotto della storia che è stimato
desiderabile, preferito e voluto). È nella storia e deve aver senso storico in
quanto è uomo politico, cioè vuole agire sulle condizioni presenti nella
direzione voluta. Insomma: in quanto sceglie tra diverse direzioni concepite
come possibili (cioè come tali da potere essere favo- rite e contrastate dalle
nostre azioni), non è nelle storia, se non in quanto sono nella storia e della
storia le sue stesse ide- alità morali. In quanto si rende conto della realtà
sulla quale vuole agire e del modo col quale la sua azione può inserirsi
efficacemente su tale realtà, è nella storia. 20 Su la pluralità
dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta stare per fare accettare
questi postulati «illuminare» le menti, dissipare «i pregiudizi», ragionare;
come è nata per contrasto l'illusione inversa che per respingere le
applicazioni, le «conseguenze pra- tiche» di quegli stessi postulati e dei
criteri che ne derivano, non ci fosse altra via che di far tacere la ragione o
screditarla e dare a lei la colpa, non solo delle conseguenze, che essa secondo
l'ufficio suo veniva svolgendo e costruendo in sistema coerente, ma degli
errori e delle violenze commesse da quelli che smentivano con l'opera i
principî o li applicavano a rovescio, e piú spesso senza cono- scenza degli
uomini e delle cose, cioè senza tener conto della realtà concreta e della
storia. E cosí si passava da una ragione fatta soggetto di meriti non suoi, a
una ragione fatta oggetto di biasimi non meritati. Ma la ragione è al di là di
quei meriti, e di questa imputazione. La ragione ha un compito inestimabile;
necessario, anzi imprescindibile, ma arduo e non fi- nito mai; di costruire incessantemente
l'unità della persona; l'unità dell'uomo teoretico, l'unità del- l'uomo pratico
e l'unità (a cui bisogna pur mirare, come miravano gli antichi) dell'uomo
teoretico con l'uomo pratico. Ha un ufficio di continua eliminazione e
ricostituzione; un ufficio nella vita spi- rituale della persona analogo,
direi, a quello che ha nella vita fisica la circolazione del sangue. Ma non si
può pretendere di ricavare da essa il principio dell'esistenza, ossia il dato o
i dati attorno ai quali si possa affermare la realtà obbiettiva di ciò che è
oggetto del sapere; né si possono trovare in essa, o ricavare da essa i criteri
sui quali si fonda la valutazione e attorno ai quali la ragione unifica i
giudizi di valore. Come non dà essa la certezza dell'esistenza, cosí non dà
essa la coscienza del valore. Resta un'ultima via, la terza (vedi Cap. II); la
piú audace e radicale. È la ragione che pone la legge morale; ma perché la
ponga non è necessario che ricorra a nessun dato o principio materiale, sia
stabilito o fondato su verità di ordine teoretico o dimostrabili o evidenti per
sé, sia cercato in un fine a cui possa ricondursi il contenuto della legge. È
la esigenza razionale che si pone come legge, senza che a costituirla sia
necessario fare appello al valore di qualche oggetto o risultato dell'azione e
dare a quel qualsiasi contenuto materia- le che venga assunto dalla legge, un
valore morale pur che sia, all'infuori da quello che gli viene dalla forma di
legge che lo impronta. È, come ognun vede, la tesi di Kant, che è non solo la
piú vigorosa, ma la sola veramente ri- gorosa del razionalismo morale. La prima
delle vie indicate (Cap. II), quella del platonismo, e in modo particolare
quella dei platonici della scuola di Cambridge, riconduce la morale alla ragione
perché la riconduce a principi teoretici di cui si crede che la ragione
dimostri la verità o faccia rico- noscere l'evidenza: la certezza morale è
razionale perché è razionale (o è assunta come tale) la cer- tezza teoretica.
È, si può dire, veramente, un intellettualismo morale. Per Kant invece, non
solo i principi pratici non si fondano su dati teoretici; ma è soltanto
nell'uso «pratico» che la ragione può varcare i limiti del fenomeno, e
affermare del noumeno ciò che è conforme all'esigenza della morale, ciò che la
ragione postula per il suo bisogno pratico. E i postulati pratici sono
veramente, non postulati etici, ma postulati metafisici affermati sul
fondamento dell'esigenza etica. Or dunque l'esigenza razionale che è esigenza
formale di una legge in generale, in morale è esigenza della legge, di quella
legge che è essa la sola razionalmente necessaria. Ma essendo incontrastato per
Kant questo punto, sono possibili sul rapporto della forma e della legge col
contenuto tre soluzioni: I. O si può intendere che la legge morale è una forma
senza nessun contenuto; cioè che la forma dà il valore morale alla legge e il
criterio per osservarla e praticarla, senza che occorra una qualsiasi
determinazione del contenuto. II. O si può pensare che occorre bensì un contenuto
che si adatti a quella forma, che sia su- scettivo di assumerla o di esserne
investito; ma non importa che esso sia tale piuttosto che diverso. Insomma: è
necessario un contenuto, ma è indifferente quale esso sia, purché possa essere
contenu- to di quella forma. Non è perciò escluso a priori che possano essere
piú, fra di loro diversi. III. Si può pensare che la forma razionale, la forma
della legge morale conviene a un solo contenuto, quel contenuto che si concreta
appunto in relazione con quella forma. Ossia, che l'esi- genza razionale basti
a determinare univocamente il contenuto della legge18. La prima interpretazione
che sembra la piú semplice e sulla quale s'è fatto un gran discutere, è
insostenibile, perché si risolve in un circolo vizioso, dal quale non è
possibile uscire in nessun modo. Forse a queste tre interpretazioni,
teoricamente possibili, si può trovare che corrispondano le tre formule note
dell'imperativo kantiano; corrispondano almeno nel senso che ciascuna delle tre
si avvicina di più rispettivamente a una delle interpretazioni possibili che
alle altre due. Così la prima formula (dell'universalità) sembra rendere
possibile la prima interpretazione. La formula (terza) dell'autonomia del
volere come principio di tutte le leggi morali e dei doveri conformi ad esse,
pare che possa convenire alla seconda interpretazione. E finalmente la seconda
formula (tratta la per- sona umana come fine, ecc.) pare che risponda meglio
alla terza interpretazione di un contenuto determinato
inequivocabile. Quella stessa illustrazione kantiana che sembra
legittimarla mette capo a una formula, che fu bensì intesa spesso e trattata
come puro criterio dell'universalità sic et simpliciter (la possibilità di
concepire la massima come legge universale dell'operare), ma che, nei termini
precisi in cui è e- spressa, implica di necessità il riferimento a un qualche
contenuto senza del quale mancherebbe o- gni possibilità di adoperarla come
norma di quell'operare del quale vuole esprimere l'obbligatorietà. Secondo
quella formula, il criterio per giudicare della bontà della massima è che io
possa volere che valga come legge universale. Ma io posso volere che una
massima valga universalmente, soltanto quando, o meglio, se, la massima cosí
universalizzata non contraddice al mio Volere puro, alla Ragione, cioè (che è
tutt'uno) al Volere morale; alla legge, dunque, che fa morale il mio volere; il
che viene a dire che una massima è morale quando è conforme alla legge del
volere morale, ossia quando è conforme alla legge morale. Il valore morale
dell'azione si giudica dalla possibilità che la massima sia voluta come legge,
ma questa possibilità di essere voluta come legge, si riconosce dall'accordo
della massima con quel- la legge morale della quale non è dato altro carattere
che l'universalità, e altra applicazione che cercare se il modo di operare
corrispondente si possa universalizzare in massima. Che il riferimento a un
contenuto sia anche nel pensiero di Kant necessariamente implicito nel
criterio, appare poi mani- festamente, non dico dagli esempi, ma da una chiosa
che non si capisce se non a patto di ritenerlo ammesso in modo espresso o
sottinteso. A proposito del quarto esempio della Fondazione (il bra- v'uomo che
non fa male a nessuno ma bada ai fatti suoi e non si cura d'altro) chiosa il
Kant in forma decisiva: «quantunque sia possibile che esista una legge
universale della natura conforme a tale massima, è impossibile di volere che un
tale principio valga come legge della natura». Ma perché è impossibile?
Manifestamente perché il Volere razionale vuole già qualchecosa che è
incompatibile con ciò che è espresso dalla massima «ciascuno per sé» (la quale
tuttavia è pos- sibile che esista come legge universale della natura); vuole
qualchecosa che ogni uomo come essere ragionevole vuole necessariamente.
Insomma, il criterio dell'universalizzazione vale in quanto è possibile
confrontare la legge, a cui darebbe luogo la massima se valesse universalmente,
con una certa legge che abbia una qualche determinazione, cioè un contenuto.
Senza questo riferimento, questo ubi consistam della volontà, non è possibile
sapere se la massima dell'azione19 abbia o non abbia i requisiti necessari,
perché si possa volere che valga come legge universale. Con ciò il pensiero di
Kant sembra escludere non soltanto la prima, ma anche la seconda in-
terpretazione (che la forma razionale possa convenire a piú di un contenuto,
cioè che possano pre- sentarsi come leggi morali, modi di valutare o sistemi di
norme fra di loro diversi); e ammettere che a dare all'esigenza razionale
sussistenza effettiva di legge, determinazione di oggetto che la renda
applicabile, non sia adatto che un solo ed unico contenuto; e che la legge
voluta dall'essere ragione- vole, non possa essere che quella certa legge. Che
questo sia veramente il pensiero di Kant credo sia indubitabile, né importa
insistervi qui. Piuttosto è necessario rilevare come questa pretesa di deter-
minare la legge, quella legge soltanto in funzione della forma, possa parere
possibile e legittima finché è sottinteso o ammesso che la legge morale deve essere
universale non soltanto nella forma, ma anche nel contenuto; e che perciò le
massime in discorso sono soltanto le massime di quel certo operare che ne resta
quindi determinato in modo univoco. E cosí il criterio dell'universalizzabilità
coincide praticamente con quel contenuto di cui si sa già e si ammette
riconosciuto universalmente 19 E va da sé che anche l'azione, di cui si vuole
saggiare a questa stregua la massima, deve avere un contenuto che la fa essere
quella azione, conforme o disforme da una massima. Se no, non si può parlare di
massime dell'operare, anzi neanche di un'azione qualsiasi. 23 Su la
pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta il valore, di cui
quindi si sa che è impossibile volere che valga come morale una massima che lo
ne- ga20. Adunque questa impossibilità non sorge dall'esigenza razionale se non
in quanto questa e- sigenza si trova essere l'esigenza di un essere
ragionevole, che è insieme una volontà che vuole cer- ti valori; o piú
chiaramente ancora questa impossibilità non emerge necessariamente dalla
ragione, ma dalla natura dell'essere ragionevole; la quale natura è ragione, ma
è insieme un volere che vuole ciò di cui la ragione formula la legge. Ora, se
si suppone che quel Volere non ponga come assoluti e supremi quei valori, cessa
o- gni ragione di volere quella legge piuttosto che un'altra, e quindi è tolta
ogni impossibilità di volere che valga come legge una massima che è
incompatibile con questa. Adunque, posto che un volere non voglia quei valori e
ne voglia altri, cessa questo Volere di essere il Volere di un essere ragione-
vole? Cessa di essere un Volere ragionevole quello che riconosce l'esigenza di
porre e di osservare la legge che ordina e unifica le massime della condotta in
conformità a quegli altri valori che esso riconosce come morali? Non è anche in
questa ipotesi salva l'esigenza razionale? Questa ipotesi (che la realtà della
coscienza morale contemporanea prova, come s'è visto, non essere pura ipotesi),
conferma in concreto quel che l'analisi della formula rivela inoppugnabil-
mente: che il dato iniziale, originario o primario della legge morale è
presupposto dalla ragione, non posto; presupposto come oggetto o contenuto di
una Volontà la quale è bensì razionale in quanto pone a sé come legge la norma
dell'operare corrispondente; ma non è né razionale né irrazionale in quel che
riguarda la posizione di quei valori primari, che costituiscono il terminus ad
quem dell'o- perare, l'oggetto della volontà, attorno al quale l'esigenza
razionale stringe la condotta in unità coe- rente di legge. A una conclusione
del medesimo genere riesce per altra via la difesa che del formalismo kantiano
fa il Martinetti in una sua memoria densa e vigorosa21 nella quale egli si
sforza di salvare il carattere formale della legge pur riconoscendo la
necessità di un contenuto; e lo salva facendone la forma, non di un contenuto
sensibile, ma di un contenuto soprasensibile. Ma questa soluzione urta contro
nuove difficoltà inerenti alla concezione di questo fine tra- scendente o di
questo mondo soprasensibile che è l'oggetto proprio della legge morale. Perché
delle due l'una: O si ammette che di questo mondo soprasensibile non possiamo
af- fermare altro, se non appunto questo: che esso è il mondo nel quale trova
piena attuazione la legge morale, il mondo nel quale la legge morale vale come
legge naturale, senza che se ne diano altre de- terminazioni di sorta. Ovvero
questa realtà ha altre determinazioni, attua un certo ordine di rapporti, 20 Mi
sia lecito riferirmi per la chiarezza a uno degli esempi di Kant. La ragione
per la quale non si può volere erigere a massima universale il principio che
chi è stanco della vita può uccidersi (1° esempio), non è già che sia impos-
sibile concepire seguita una tal massima universalmente (non c'è nessuna
contraddizione intrinseca nel pensare che tutti quelli che sono stanchi della
vita si uccidano); e neanche che non sia possibile a una volontà che vuole una
legge - ma che sia indifferente per ipotesi ai valori morali, e apprezzi sopra
ogni cosa il piacere o la liberazione del dolore - volere che valga
universalmente. (È così possibile che, come tutti sanno, non mancò chi la
praticasse e la predicasse anche tra i filosofi). Ma è impossibile che voglia
una tal legge chi ammette la superiorità dei valori morali. Ossia
l'irrazionalità del- la massima emerge, non da un'impossibilità intrinseca
della massima e neppure dalla impossibilità di sussistere di un Volere che sia
indifferente a certi valori, ma dal suo contrasto con un Volere che riconosce
la superiorità di certi valori (morali) sugli altri (egoistici); e quindi non
può volere che valga come legge una massima che smentisce questa superiorità.
Sul formalismo della morale kantiana estratto dalla Miscellanea di studi
pubblicata per il cinquantenario del- la R. Accademia scientifico-letteraria di
Milano. Inserito poi in Saggi e Discorsi, Libreria Editrice lombarda, Milano,
1929. 24 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale J. che
non possiamo conoscere speculativamente, ma di cui possiamo tuttavia essere
certi e affermare e riconoscerne la perfezione, la bontà, il valore. Se si
ammette la prima tesi, l'affermare una realtà soprasensibile di cui non
possiamo dir al- tro se non che è il contenuto della forma morale, non ci dice
in che consiste questo contenuto, e non ci fa uscire da questa forma. Dice che
vi è un mondo conforme alla legge morale, ma non dice quale sia, come sia fatto
questo mondo. Non ci illumina dunque, su questo punto, piú di quel che valga a
far capire quali sono le disposizioni di una legge, il pensare che questa legge
sia perfettamente os- servata. Per uscire davvero dalla forma e da questo
circolo vizioso di un mondo di cui non si sa altro se non che è governato dalla
legge morale, e di una legge morale che ha valore perché è la legge di quel
mondo, bisogna dunque attenersi alla seconda tesi; la quale, come pensa il
Martinetti, e come io credo, risponde veramente al pensiero di Kant, se non
come si mostra punto per punto nelle stret- toie della sua esposizione, come
risponde all'intento fondamentale che anima la sua dottrina del primato della
ragione pratica e piú chiaramente ancora al proposito esplicitamente ammesso da
lui nella prefazione alla seconda edizione della Critica della Ragion pura22.
In realtà «l'uso pratico» della ragione consiste nello spalancare all'esigenza
morale quelle porte della metafisica che sono chiuse alla speculazione
teoretica; nel lasciar libero alla fede il cam- po del soprasensibile vietato
alla conoscenza; nell'ammettere, se vogliamo usare espressioni corren- ti, piú
che il diritto la necessità di credere, la necessità «razionale» di ammettere
quel che la ragione, in quanto è garanzia di certezza teoretica, non può né
dimostrare né affermare; di oltrepassare — per rendersi conto della possibilità
del dovere — il campo dell'esperienza sensibile e postulare l'esi- stenza di
una realtà che trascende l'esperienza. Ma questo ufficio pratico sarebbe senza
frutto23, se una certezza diversa dalla scientifica, ma non minore, non potesse
valicare quelle porte del soprasensibile che la ragione apre soltanto all'esi-
genza morale, ma apre per lei e in nome suo. Sulla soglia del soprasensibile la
ragione sembra dire all'esigenza morale quel che Virgilio a Dante all'entrata
del Paradiso terrestre: «...Se' venuto in parte Ov'io per me piú oltre non
discerno». Ma la fede fondata sull'esigenza morale entra e procede sicura in
questo mondo, dinanzi al quale la conoscenza si arresta. Come se venuta meno
ogni luce dal di fuori, questo mondo si illumi- ni della luce che la certezza
morale accende in sé e sprigiona da sé e diffonde attorno a sé in quello che è
il suo regno. È questo mondo soprasensibile l'oggetto del Volere razionale, la
realtà di cui la legge morale è la forma. Il contenuto sensibile al quale nel
mondo dell'esperienza si applica la legge, non ha valore per sé, ma perché e in
quanto partecipa di questa forma che è forma di una realtà superiore alla qua-
le la realtà inferiore deve essere subordinata. Il concetto dominante di questa
prefazione (che è da raccomandare all'attenzione di quanti credono che la
soluzione dei problemi morali sia un corollario di dottrine speculative) si può
considerare riassunto in questa, che direi confessione caratteristica: «Ich
musste also das Wissen (si intende, del mondo soprasensibile) aufheben um zum
Glauben Platz zu bekommen» (Kritik der reinen Vernunft. Vorrede zur zweiten
Auflage, ed. Cassirer). Nella prefazione citata, a proposito della limitazione
che la critica della ragion pura porta alla ragione specu- lativa negandole la
possibilità di una conoscenza del soprasensibile, Kant nota che il «vantaggio
d'una metafisica così purificata» non è soltanto negativo ma anche positivo
perché permette l'uso pratico della ragione. E osserva con un pa- ragone assai
significativo che negare «a questo servizio della critica il vantaggio positivo
sarebbe come dire che la poli- zia non dà nessun vantaggio positivo perché il
suo compito principale è soltanto di tenere in freno la violenza; affinché
ciascuno possa attendere ai suoi affari tranquillo e sicuro» (ib., pag. 23; il
corsivo è mio). Su la pluralità dei postulati di valutazione morale J. In
questa interpretazione24 il termine di paragone c'è, il Volere razionale ha un
oggetto, il circolo vizioso — del valore di una legge che si rimanda a un
contenuto e del valore di un contenuto che si rimanda a un Volere che vuole la
legge — è rotto. Ma è facile vedere che il dato primo a cui la costruzione
valutativa si appoggia, è il valore di questo mondo soprasensibile postulato
dalla ragione in nome della esigenza morale; ma che appun- to per ciò non è un
dato della ragione, ma della certezza morale. E l'affermazione della realtà di
quel mondo è riconosciuta legittima, perché la sua esistenza è richiesta da
questa certezza. Qui è an- cora, per Kant, la Ragione che riconosce la
legittimità della postulazione metafisica; ma la ricono- sce in quanto accetta
come incontestabile la certezza morale; la quale è certezza di valori, non evi-
denza razionale. Cosí adunque anche la tesi della trascendenza della legge
morale implica accanto alla esi- genza razionale un oggetto della Volontà, un
ordine di valori, un dato valutativo irreducibile alla pura razionalità e che
trae la sua validità d'altronde. Quale ne sia la sorgente, non si può cercare
u- tilmente in breve, e non è facile; forse la sua origine è in quella stessa
attività volontaria nella quale bisogna cercare la fonte della credenza in una
esistenza obbiettiva del mondo. La volontà è direzione ed è forza. In quanto è
forza, e si esercita come forza e si rivela come sforzo (il quale richiede e
suppo- ne una resistenza) è il dato irreducibile della credenza in una realtà
obbiettiva distinta dal soggetto. In quanto è direzione, cioè scelta, cioè
azione in vista di un risultato, è il fondamento irredu- cibile dei giudizi
primari di valore, i quali esprimono le direzioni originarie della volontà,
delle qua- li acquistiamo consapevolezza attraverso le forme fondamentali del
sentimento. 24 Non è il caso di cercare qui se e che cosa il Martinetti abbia
messo di suo e di postkantiano nella sua inter- pretazione, né di vedere se e
fino a che punto il fondo mistico del pensiero di Kant si accordi con la
dottrina che do- vrebbe sottrarlo ad ogni pericolo. Qui basta notare la
difficoltà radicale in cui vengono a cadere le soluzioni del mede- simo genere.
La quale è inerente al modo di concepire il rapporto tra il contenuto sensibile
che, per essere applicabile alla realtà empirica, la legge morale deve pure
assumere, e il mondo sovrasensibile che è l'oggetto proprio della legge morale,
quello che ha valore per sé e dà valore di simbolo o di partecipazione (qui
ritornano i dubbi del platonismo) al contenuto sensibile. Infatti delle due
l'una: o si ammette che il contenuto atto a farsi suggello di quella forma,
differisce da un con- tenuto diverso oltreché per il valore formale (nel quale
si esaurirebbe il valore morale), anche per un valore di altro ge- nere. E
allora vi è luogo a cercare se vi sia o no una connessione necessaria,
intrinseca tra questo suo valore specifico e il valore formale; e in ogni caso
si riconosce che il contenuto sensibile della legge morale ha un suo valore
proprio che sussiste ed è riconosciuto anche all'infuori dell'impronta formale.
O si ammette che questo contenuto sensibile non ha nessun altro valore, cioè è
per sé indifferente; che ciò che la legge morale comanda non vale, per rispetto
a questo mondo empirico, di più di ciò che essa vieta, cioè se non fosse questo
riferimento a un mondo superiore non vi sarebbe nessuna ragione di anteporre un
modo di operare ad un altro; e le difficoltà si moltiplicano. Per lasciare le
intrinseche e più sottili, basti rilevare qui da un punto di vista diciamo pure
«profano» la stra- nezza quasi ironica del contrasto tra la soluzione del
problema e l'intento che la esprime. Perché nell'atto di affermare l'esigenza
di una osservanza incondizionata della legge morale si nega ogni valore
intrinseco a ciò che la legge coman- da; e mentre si dà alla legge un'autorità
incontrastabile perché trascendente qualsiasi valutazione empirica, si toglie
ad essa ogni ragione di venir applicata (e se si guarda bene ogni possibilità
di applicazione) a quel mondo sensibile di fron- te al quale deve essere fatta
valere questa sua autorità. Infatti, togliendo all'operare ogni valore, che
dipenda dalla direzione verso un fine empirico qualunque esso sia, non resta a
costituire la moralità, cioè la bontà del volere, che questo affisarsi nel
mondo soprasensibile, questo ten- dere a una realtà trascendente, nella quale
consiste ogni valore. Ma questa soluzione non isfugge a quella singolare
commistione dì forza e di debolezza che è caratteristica di ogni morale
rigorosamente mistica: forza, in quanto è intui- zione, atto di fede, certezza
interiore inespugnabile; debolezza, in quanto voglia farsi deduzione ragionata
di valutazioni empiriche. La quale urta nella impossibilità di stabilire logicamente,
ossia dimostrare discorsivamente, una relazione necessaria tra la condotta che
deve valere come morale nel mondo sensibile e quel mondo soprasensibile che ne
costi- tuisce l'oggetto e il termine; di superare un distacco logico del genere
di quello accennato tra il criterio usato a determinare le norme di quella
condotta e l'ordine di valori invocato a giustificarle. 26 Su la
pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta L'intento di Kant
di liberare la legge morale da ogni mescolanza e contaminazione «patolo- gica»
di sentimenti, di inclinazioni, di tendenze — che si traduce in isforzi
laboriosi ed ingegnosis- simi ma vani — forse non sarebbe stato proseguito con
cosí risoluta tenacia se il Kant, meno preoc- cupato dal preconcetto
(alimentato dalle dottrine eudemonistiche del tempo) che ogni forma di sen-
timento e qualsiasi genere di fini, sia inevitabilmente soggettivo, relativo,
interessato, fosse stato di- sposto a riconoscere che vi possono essere forme
universali di valutazione intrinseca, cosí come vi sono forme disinteressate e
universali di sentimento. Il metodo ddll'econonia pura nell’etica. Pavia.
Dizioni. Estratto dalla Rivista filonofica PAVIA PREMIATO STABILIMESTO
TIPOGRAFICO SUCC. BIZZOSI Corso Vittorio Em.inuele Ip^rolegomeni a
una /Ifòoiale balla /Iftetatisica Pavia -
SUCCESSORI BIZZONI - Vi iC^osstbilttà e i Ximtti
bella /Iftorale come Sciensa La Dottrina delle
due Etiche di H. Spencer e la Morale come Scienza. Per una Scienza
Normativa Morale. Il Fondamento Intrinseco del Diritto secondo il Vanni. Toi-itio
BOGGA — Torino SI I w NELL*
ETiea PAVIA BIZZONI Corso Vittorio Emaniu'e —
(«|W*MB*«W%i»'SSS-»»lBiS«M«»«!.<f. IL moo
OEUECfliiOMm mi. mrmu «"iJi! hypotheses
fingo. L'Economia Pura assume, come è noto, l'ipotesi che gli
xwmiìii nel produrrCy consiunare, distribuirsi e far circolare la
-ricchezza siano 7nossi esclusivameìiie dal desiderio di coyisegiiire la
maggior possibile soddisfazione dei loro bisogni mediante il minore possibile
sacrifizio individuale. Alla costiuzione deduttiva, che se ne ricava, dei
teoremi economici, ossia delle leggi della condotta àeW Jiomo
oeconoìnicus, è indiffei-ente la questione se il postulato edonistico
esprima vei'amente una condizione di fatto; ossia se l'ipotesi da cui si
deduce ogni verità economica coincida o diverga ed in quale misui-a
dai motivi che effettivamente determinano le azioni umane '^2);
come è indifferente qualsiasi valutazione che e del postulato assunto, e
della condotta óeìV uomo econo77iico, e degli ef- fetti di questa
condotta, si possa fare da un punto di vista morale. In
effetto il giudizio sul valoi-e di giustizia o di bontà del motivo
economico e delle leggi che ne discendono, variò, Fa parte degli Atti del
Congresso Filosofico di Parma, al quale do- veva essere presentato coi
titolo più generale : € Condizioni e limiti di una trattazione
scientifica dell' Etica ». (2 Cfr. Pantaleoni. — Principii di
Economia Pura. IL METODO dell'economia PURA XELl'eTICA come tutti
sanno, da un illimitato ottimismo al pessimismo piir radicale; e il
giudizio sulla coii'ispondenza delTipotesi colla realtà varia del pari,
da quelli che riconoscono nel motivo assunto l'unico motivo di tutta
quanta l'attività umana, a quelli che lo considerano come uno dei
fattori, non l'unico, nel campo stesso dell'economia; i quali, appunto
perchè l'economia cosi intesa studia soltanto l'azione di un fat-
toi'e, isolato per asti-azione dal complesso degli altri la cui efficacia
si esercita in realtà simultaneamente, non ricono- scono alle sue leggi
che un valore ipotetico, correlativo al cai'attere ipotetico dell' uomo
economico e dello Stato economico. Ma qualunque sia cosi l'uno come
l'alti'O giudizio, il carattere scientifico della costruzione deduttiva
rimane in- contestabile. Nella misura che la corrispondenza colla
realtà psicologica è inadeguata, si dovrà riconoscere
l'arbitrarietà del postulato, e della costruzione che ne dipetide, in
quanto pretenda di porsi come scienza della realtà ; e a secoruìa
che si ammette o si nega che il postulato abbia valore morale, si
ammetterà o si negherà valore morale alla di- sciplina precettiva che se
ne volesse ricavare. Ma in ogni caso restano incontestati questi due
punti: 1.* che la ri- cerca intorno alla corrispondenza colla realtà
psicologica e storica del motivo economico e delle condizioni nelle
quali si suppone che agisca, è diversa e distinta dalla co- struzione
deduttiva dei teoremi economici ; la quale è va- lida, 7iei limiti dell'
ipotesi, sempre, qualunque sia il grado di questa corrispondenza. 2° Che
qualsiasi indagine valu- tativa del postulato, e delle leggi, e degli
effetti sia pros- simi sia remoti che ne derivano o ne deriverebbero, è
pa- rimenti distinta, ed estranea alla costruzione scientifica il
metodo dell'economia pura nell'etica 6 <iometale; la quale
rimane la medesima tanto se il motivo economico è considerato come morale
quanto se è tenuto come immorale, o amorale, e quali che siano le
ragioni di questa valutazioue. Supponiamo ora che il postulato
edonistico sia ricono- sciuto universalmente e accettato come postulato
morale. E chiaro che la disciplina precettiva derivata o derivabile
dall'economia pura avrebbe valore e carattere di precet- tistica morale;
sia che il valore morale del motivo econo- mico fosse accettato per se
come un dato primo e imme- diato, sia che venisse derivato, ossia
giustificato alla sua volta, da un fine o da una esigenza ulteriore; e
qualunque fosse questa ulteriore giustificazione. E opportuno
su questo punto un breve chiarimento. Nella supposizione ora fatta che il
valoi'e morale <iel motivo economico sia universalmente riconosciuto,
non è in alcun modo implicita l'aff'ermazione che sia riconosciuto
da tutti per la medesima, o per le medesime ragioni. Si po- trebbe
ammettei'e che esso si fondi per alcuni sulla legitti- mità, senz'altro
ammessa dell' « egoismo individuale » o del- l' < egoismo di specie
)>'come regola di condotta; da altri sul cai-attere atti-ibuito alle
leggi economiche di leggi na- turali e necessarie e non modificabili
dalla volontà del- l'uomo; da altri sopra una interpretazione ottimistica
delle leggi stesse o degli effetti o risultati che l'osservanza
piena ed universale di esse produce o tende a produrre. E si pò- irebbe
del pari ammettere che V ordine di relazioni con- forme al principio
economico sia considerato come provvi- denziale o divino e si riversi su
di esso il prestigio e l'au- torità di sentimenti e di credenze religiose
o metafìsiche. IL .METODO dell'economia PURA XELl'eTICA. Anzi si può
affermare a priori che questa ulteriore giu- stificazione o valutazione,
dato che si faccia, sarà diversa per le diverse coscienze a seconda delle
opinioni religiose o filosofiche diverse sulla «latura e sul fondamento
della moralità. E tuttavia il valore morale della
massima conforme al motivo economico e delle norme che ne dei'ivano
potrebbe, nella disciplina precettiva supposta, essere
legittimamente assunto come un dato di fatto e trovare in questo la
sua giustificazione immediata, astrazion fatta dalla diversità
delle ulteriori valutazioni. E in questo caso si avvererebbero le
seguenti condi- zioni 1.0 Rimane fuori di discussione il carattere
scien- tifico della costruzione e della disciplina precettiva che
se ne ricava, il quale è dato dalla validità logica delle con-
clusioni, cioè dal rigore col quale sono dedotte dal po- stulato.
2.° Rimane del pari fuori di discussione la elettiva va- lidità
inorale del postulato il quale è, per ipotesi, ricono- sciuto
universalmente conforme all'esigenza morale. Questa validità morale del
postulato (e del sistema di norme che ne dipende) sussiste così se il
detto ricono- scimento sia concepito indipendente, come se sia
concepito dipendente da un' ulteriore motivazione, e in questo
caso, qualunque sia il fondamento ultimo di questa valutazione ulteriore. E
resterebbe perciò distinto dal campo della costruzione deduttiva il campo
delle indagini intorno alla natura e al fondamento dell' esigenza morale,
e intorno alle condizioni soggettive della sua validità e della sua
efficacia : ossia il campo «Iella ricerca propriamente filosofica o
metafisica e quello della ricerca propriamente psicologica e, nelle
sue applicazioni, pedagogica. Ma, (,ui' avverandosi queste
condizioni, anzi appunto per il loro avverarsi, la costruzione
scientifica in discorso non potrebbe tuttavia sfuggii-e alle due
limitazioni seguenti : a) Non poti-ebbe dirsi la scienza della
condotta morale, ma la scienza della condotta richiesta da an
ceì'to motivo inorale (quello di cui si è ;H)stulata come un dato
di fatto la conformità all'esigenza morale). Perchè rimai'rebbe
sempre da risolvere la questione; se quel motivo esaurisca
tutto il contenuto dell'esigenza morale, o questa non
comprenda altri motivi irreducibili ìì (|uello ; e quindi se le
norme contemplino tutta la condotta morale nella sua
estensione e nella sua complessità o ne contemplino solo una
parte od un aspetto. h) Essa non esprimerebbe le norme
di una condotta attuabile sic et simpliciter in una forma reale storicamente
data di società; m:. di una condotta la cui piena attuazione non è
possibile se non nelle condizioni astrattamente sup- poste ; cioè la
condotta delT uomo morale ipotetico in una società morale
ipotetica. Oi'a il concetto che ho sostenuto e sostengo
intorno alla possibilità, al cai-attere e ai limiti della morale
come scienza coincide, nei suoi lineamenti formali, con quello che
risulta dall'ipotesi qui sopra abbozzata, lo penso che sia (1) Mi
permetto di riferirmi qui e nel seguito di questo articolo ad altri
scritti precedenti: Prolegomeni a una Morale distinta dalla Metafìsica.
Pavia, Bizzoai ; e Su la possibilità e i limiti della morale come
Scienza. Torino. Bocca fm'mmme'9mmm>é'>f A
s essenziale cosi all'esigenza pratica come all'esigenza
teo- rica (ìi una trattazione morale, il costiruii'si di una
scienza Etica, nella forma e con un procedimento analoghi a quelli
dell' economia pura (1); e colla })ieiia consapevolezza che la validità
normativa e la applicabilità della disciplina pre- cettiva che se ne
ricavi sono possibili alle condizioni e dentro i limiti che si sono oi-
ora accennati. Ma una costruzione etica analoga a quella
dell'economia pui'a presenta una difficoltà preliminare, che non si è su-
perata, ma soltanto lasciata in disparte, supponendo, corno si è fatto
arlificiosamente, riconosciuto valore morale al motivo economico.
CI) Se qualche critico osservasse che é fuor di proposito voler
traspor- tare neir Etica un metodo e un procedimento che neir economia stessa
é « oramai superato », o almeno r ripudiato, dalla scuola storica in
nome della realtà, e dalle varie tendenze moralistiche in nome delle
esigenze etiche, potrei accontentarmi di rispondere che dell'obbiezione
si dovrà tener conto quando i moralisti avranno fatto nel fondare una
trattazione scientifica deir Etica tanto cammino, quanto ne lece nel
campo dell'economia la Scuola Classica; e che a mettere in canzone le
ipotesi e le « Robinsonate » degli economisti si cominciò dopo che le
ipotesi avevano già reso i più importanti servigi e perchè si era preteso
di scambiare senz' altro le astrazioni con la realtà. iMa si può anche
aggiungere che il metodo e il procedimento della scuola deduttiva,
accompagnati da una chiara coscienza delle condizioni e dei limiti della
validità delle loro conclusioni, sono i)iù vivi che mai nei cultori né
pochi né oscuri dell'economia pura; e che la scuola storica, se ha il
merito di cercare e mettere in evidenza la mutabilità e la relatività
delle categorie e delle pretese leggi economiche, si muove pur sempre
entro i quadri posti dalla Scuola deduttiva (cfr. Gide, Principes d' Ec.
Poi. Noi. Gen. V) e ne presuppone le leggi determinandone le deviazioni e
le limitazioni nelle diverse (orme storiche. I.e scuole
moralistiche poi, in quanto si rivolgono a criticare e correggere i
concetti e i precetti dell'economia classica non ne negano il valore
scien- tifico nei limiti deiripotesi, ma ne negano il preteso valore
morale : negano cioè il carattere di giustizia e di inviolat)ilità
attril)UÌto arbitrariamente alle leo-i/i economiche. Ed é facile
avvertire che gli economisti di queste scuole (con qualunque nome si
chiamino) in realtà sono moralisti che cercano di 'il
La difficoltà l'iguai'da la scelta e la determinazione del postulato; il
quale deve soddisfai-e a due condizioni : Tuna comune all'etica e
all'economia, F altra esclusiva dell'etica. La condizione comune è
l'applicabilità universale del postulato come principici informatore di tutta
la condotta; la condizione propria dell'etica è che il motivo, di cui si
po- stula questa universale e incontrastata efficacia, abbia va-
lore morale. Ora, VI è un motivo, del quale si possa
legittimamente presumere che sia riconosciuto universalmente il
valore morale, e del quale sia insieme possibile Tapplicazione uni-
versale e simultanea a tutta quanta la condotta individuale e collettiva
? A questa domanda ho già cercato altrove di trovare una l'isposta;
esaminando prima in che consista l'esigenza caratteristica di una norma
morale ; e poi se vi sia e quale volgere a uno scopo pratico (nella
scelta del quale sono guidati da un criterio etico) delle conoscenze
fornite dalle dottrine e dalle indagini economiche : e la forma-limite di
questa tendenza é una intera ricostruzione su basi etiche dei rapporti
eeonomici. Fanno dunque quello che da un pezzo avrebbero dovuto fare i
moralisti; cioè sentono la necessità di considerare l'esigenza etica estesa
alla stessa struttura, non soltanto politica, ma anche economica della
società. Ma ciò che più ini])orta di osservare a questo proposito é
che una cri- tica radicale — da un punto di vista etico — della realtà
dei rapporti eco- nomici porterebbe, a guardar bene, a rimproverare
all'economia pura non un eccesso ma un difetto di astrazione. E il
difetto di astrazione si rivela in ciò: che mentre l'economia pura si
propone di studiare l'azione isolata del motivo economico, e perciò
suppone ridotta l'azione dello Stato ada tu- tela dell'uguale libertà per
tutti, assume nello stesso tempo — come condi- zioni di uguale libertà ~
certe condizioni (p. es. la proprietà fondiaria, il capitalismo e il
salariato) che limitano o alterano T universalità o l'eflicacia del
motivo. Cioè o considera, per questo rispetto arbitrariamente, come ca-
tegorie necessarie^deWe categorie 5ioric/ie, o considera, pure
arbitrariamente, come eonforrni all'ipotesi delle condizioni disformi.
poss.'i essere il fine che abbia il carattei'e <ìi uiìivei'sale
e pi'einiiif'iite desiderabilità richiesto a «^nustificai'e il
valore normativo del motivo corrispondente. La conclusione di
questa analisi era la seguente^ : La desidei'al)ilità di un ordine di effetti,
che si as- suma come fine non viene tanto dalla desiderabilità che
gli si l'iconosca come bene, cioè come oggetto diretto e immediato di
godimento, quanto dalla desidei-abilità degli effetti, lei (juali esso
apjiarisca la condizione necessaria. E perciò, inenti-e è vano andar
cercando quale sia il fine ultimo, il quale non si trov.a mai, o si
risolve in una pura espressione verbale, il fine che può valei'e come
su premo si deve cercai'e non nelT uno o nell'altro de: fini a cui
si riconosca valore per sé, ma in un ordiiM^ di effetti, in un sistema di
condizioni, dato che sia assegna- bih*, nel quale si possa l'iconoscere
questo carattere ap- [)unt() di condizione necessaria non di alcuni, ma
di tutti quei beni, ai quali si attril)uisce valore per se. E quimii
il fine che può avei'e universalmente una desiderabilità superioi'e a
ogni altro, non juiò consistere se non m un ordine genei'ale e, si
potrebbe dire, preliminare di condizioni, la cui attuazione apparisca
necessaria perchè sia possiì)ile universalmente la ricerca ulteriore
<li ([uei beni. Non può essei'e cioè supremo nel senso di una
gerar- chia, della quale segni il culmine, nò nel senso di una
grandezza o quantità, di cui sia il massimo, ma nel senso (iella
precedenza necessaria o della indispensabilità; per la (juale venga a
l'accogliersi su di esso come in un unico foco la luce e il calore di
desidei-abilità che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la
via. E perciò, ammesso che qualsivoglia fìne lancino abbia,
come ha in l'ealtà, per condizione la convivenza e la cooperazione sociale, il
fine che può avere questo valore di precedenza necessaria sugli altri
deve essere di necessità il raggiungimento o il mantenimento di certe
condizioni di convivenza e di cooperazione sociale, cioè di una qualche
forma di società. Ma perchè a.] una forma di società possa essere
riconosciuto questo carattere universalmente, occorre che le condizioni
della sua esistenza abbiano per tutti un valore potenzialmente uguale;
ossia che nessuno dei fini dei quali quella forma di cooperazione pone la
possibilità e dai quali attinge il suo valore, sia, per dato e fatto
delle esigenze di essa forma, precluso o impedito a nessuno dei
componenti la società. in altri termini che tutti i .socn trovino nelle
condizioni di esistenza della società la mede- sima equivalente
possibilità esteriore d\ rivolgere la loro attività alla ricerca di
qualsivoglia dei fini, dei quali la convivenza e cooperazione sociale è
condizione — (Su la possibilità ecc. L Gap. VII, 8). Ora se
si riconosce come esigenza della giustizia, questa esigenza alla quale
deve soddisfare una forma sociale perchè abbia universalmente valore di
fine prossimamente supremo, determinare questo fine equivale a
determinare un tipo di società nel quale siano attuate le condizioni
richieste d^lla giustizia cosi intesa, ossia un tipo ideale - conforme a
questa esigenza - di homo iustus e di socielas insta. E ciò
equivale a cercare quale sistema di relazioni risulterebbe
effettuato neU: ipotesi che gli uomini, sia come collettività sia
in- dividualmente, ossia in qualunque forma di azione o di
in/Iuenza che si eserciti cosi dalla società come da ciascuno dei
singoli, subordinassero universabne^ite e costantemente qualsiasi altro
motivo o desiderio al de- siderio della giustizia. E se
supponiamo che con un procedimento analogo a quello tenuto dall'ecoiioinia
pura (1) il .sistema Hi l'elazioni che iji avverei'ebbe nell'ipotesi,
fosse già detet-niinato, noi avremmo una Scienza pura della Giustizia,
una « Diceo- logia » piD'a, alla quale sarebbei-o totalmente
applicabili le considerazioni circa i cai'atteri e le limitazioni
che pi'esenta una costi'uzione siffatta. Ili, Posto, adunque,
che fosse costruita (questa Scienza pura della giustizia, si poti'ebbero
muovere ad essa, fondandole sulle limitazioni notate, tre obbiezioni
capitali : di essere una costruzione aì'bitraria, oziosa, e, in ogni
cas(ì, monca. Di queste obbiezioni occoi're chiaiMre la
portata. 1. — L'aid)itrarietà della costruzione supposta pU(')
es- sei'e intesa in due sensi : nel senso che la validità delle
norme che se ne ricavano è relativa alla validità del postu- lato, il cui
valore è bensì assunto come un dato di fatto, ma senza una ragione
perentoria che obblighi ad accettarlo; oppure nel senso che è difjbrrne
dalla realtà e insussistente r ipotesi di una condotta subordinata
universalmente e co- stantemente all'esigenza della giustizia.
a) Se si intende 1' arbitrarietà nel primo senso, qua- lunque
dottrina etica è aidjitraria ; perchè il valore del postulato
fondamentale (ossia del motivo, o del tine, o del (1) L'economia dà
al postulato edonistico un contenuto materiale deter- minato considerando
come « soddisfazioni » le soddisfazioni di certi biso<'-ni. e come «
sacrifìci » certe privazioni e certe pene; mentre al postulato della
giustizia il contenuto materiale, al quale se ne deve fare l'applicazione,
é dato (la tutte le specie d'attivuà o da tutte le categorie di fini
(esclusi sol- tanto quelli la cui ricerca o proseguimento importano la
negazione del prin- cipio regolatort^ supposto) che in una società data
sono possibili. ili criterio di valutazione) quale si
sia, è sempre ammesso assunto, ossia si suppone o si ammette che sia
ricono- scinto come tale; e nessuna dottrina etica può compiere il
miracolo di obbligare a.l accettarlo. Perchè, la ragione pe- rentoria -
se è una ragione, - non può consistei-e che nel ricondurre il valore del
postulato a quello di un altro fine o di un'altra esigenza ulteriore,
della quale si ammette o SI suppone ancora che la validità sia
riconosciuta. E se si dice che è prop.-io del fine o dell'esigenza morale
il pre- sentarsi alla coscienza come un valore che non si può di-
sconoscere, si auìmette che questo carattere è già dato nel fatto stesso
che l'esigenza è i-iconosciuta come morale; anzi che il motivo vale
assolutamente, appunto perchè vale come morale; il che vuol dire che
impone il proprio va- lore solamente in quanto la coscienza lo accetta, e
che è sempre in ultima analisi il valore morale dell'esigenza che é
preso come un dato primo o come un postulato. Se si intende dunque in
questo senso, qualsivoglia dottrina etica è, perchè etica,
arbitraria. Se poi si pone come caratteristica del valore morale
la possibile validità universale della 7nassima corrispondente,
nessuna esigenza è piti radicalmente universale di quella che esprime la
condizione stessa di questa possibilità. h) Che all'esigenza
assunta sia o no riconosciuto in effetto valore morale, ossia che il
postulato corrisponda o non corrisponda e più o meno adeguatamente a un
dato della realtà psicologica rivelato dall'analisi della coscienza
moi-ale, è una questione diversa. E se l'arbitrarietà s'in- tende in
questo secondo senso, come difetto totale o par- ziale di questa
corrispondenza, essa consiste, nel caso nostro, non nel considerare come
morale l'esigenza della giustizia, ma neir assumere questo motivo come il
motivo morale. fi JH^ffriaililf».W'.ifc^ 4
14 menti'e la realtà empirica ne pi*esenta anche
altri ; e nel considerai'lo isolato da questi, mentre nella realtà
sono più o meno strettamente connessi e coopei'anti o contra- stanti
con q ìlei lo. Non ho nessuna ditlicoltà a riconoscere che la
costru- zione supposta è, anche per questo ris[)etto, arbitraria ;
al modo stesso che è sempre pili o meno arhiti'ario qualunque
sistema di deduzioni ricavate da un' ipotesi. Ma un' arbitrarietà di questo
genere non implica nessuna fallacia finché non si pretende che essa
espi'ima la i*ealtà del mondo mt)- l'ale dato ; e la costruzione si dà
per quel che è, cioè per una scienza che sai-ebbe la « vei'a scienza »
della morale com' è , se le condizioni dell' ipotesi rispecchiassero
la realtà — Intendo quel che si può dire: — Perchè supporre che il
motivo egemonico sia la giustizia, e non un alti'(\ poniamo il motivo
altruistico? 0, meglio, perchè non as- sumere come motivi morali, o l'ispondenti
all'esigenza mo- rale, tutti i motivi che la realtà psicologica l'ivela
valere in effetto come tali? La l'isposta all'una e all'altra
domanda non è diffìcile. L'assumere come rispondenti
all'esigenza morale i cri- tei'i molte[)lici che si i-ivelano nelle norme
empiricamente date come morali costi'ingerebbe in ultimo ad
assumere l'esigenza stessa moi'ale come in sé contraddittoria e a
co- sti'uire non una scienza, ma una veste da Arlecchino. Perchè la
morale empii'icamente data rivela criteri non di rado opposti, e del
medesimo ci'iterio le applicazioni più artifi- ciose e vai-iabili (1).
Ora, che l'esigenza morale possa U) Tralasciando pure di insistere,
come lio già osservato altrove, perchè è cosa troppo nota, sull'antitesi
fondamentale esistente tra le norme di con- dotta che valgono come morali
rispettivamente nelle condizioni di pace e di guerra, e sui contrasti,
tragici talvolta, tra i « doveri » famigliari e i « do- co„,poru,.e
criter, ,ì,ver.i e anche opposti ,fi val,„az,one senza cessare di essere
morale, s, potrà aocl.e ammettere (purché s, s.a disposti ad accettarne
le conseguenze;; ma che si possa, assumendo criteri contraddittori!,
costruire una <iotti'ina coerente, non si può sostenere.
Bisogna dunque scegliere; e la scelta ,iel motivo della giustizia,
se è arbitraria hi quanto e seella ,U uno fra più "on e arbitraria
in guanto mandnno le ragioni della scelt.. Poiché è facile rilevare che
il motivo delia giustizia e 'I solo al quale si possa supporre che risponda
in effetto universalmente e costantemente tutta la condotta senza
che l osservanza da parte degli uni richieda o presup. ponga l
inosservanza da parte degli altri. L'altruismo come fu già notato, non
potrebbe essere oss.Tvato univer' salmente, se non a patto che fosse
subordinato alla sua voka a mia norma di giustizia. Infatti, affinché sia
possibile I abnegazione e la rinuncia incondizionata di sé agli
altri, veri ,, sociali, bisogna osservare che le „or,„e date e
accettate come morali o.o,.o contemplare e contemplano realn.ente, almeno
,„ parte, de„e rela- wL ; T ' ,•'" "^i" ">
S-iadi relazioni pr.ma,,e e fondan.entah, che le „orn,e non
contemplano e che sono la ne- gazione del crueno applicato in qne.le
norme. Mi sia lecito spiegarmi e „ ruiieTau: r"'T, '"^'
t"'-^ I iano i In ""'. '^ cercare ,,uale a qu
le concila la minima fatica del primo col minimo disagio del secondo
crueno seguito qu, é un criterio d, equità; si riconosce ciocche non sa-
omodi;e tutte le comodità per se senza tenere in conto le comodità
dell'altro. .Ma se questo crueno (seguito nello stabilire la condotta
migliore, Jata ,,uella conLol <i.ve,.a de, due, fosse applicato a
determinare la rela.one t,-a i due p,Jl Z^JT'"P~« e portato,
questa .:J^::Z TorT "T"" '»™"'--'>^^ colle
p,.opr,e gambe. Ossia la norma nor. le regola nel caso supposto un
rapporto che non esis,e,.ebbe, o sai-ebbe tutto d,verso, se essa fosse
applicata al sorgere di quel .-apporto NH
itì'i^tli^ì-. Hif ^••s«ì»?T<P7** Ifi
bisogna chf^ gli nni si .saci'ifichii)0 e gli altri o qualche
alti-o accattino il sacnfi/io ; cioè bisogna che gli uni os^or- vino la
massima (lell'altruismo, e gli altri o qualche altro quella dell'egoismo.
Se poi si ammette che nessuno debba poter saci'ifìcarsi più di un altro qualsiasi
(lasciando di osservare che in tal caso praticamente i sacrifici si
eli<le- rebber.)) fiisogna che la condottta altruistica di
ciascuno non impedisca una pari condotta altruistica degli altri ;
cioè bisogna che fattività altruistica alla sua \olta sia governata da
una norma di giustizia. Ciò viene a dire che la famosa formula
Kantiana, se si considera nella possibilità della sua applicazione
simultanea per tutti a tutta la coìidotia e.sterna non è suscettiva
d'altra inter[)retazi()ne che di massima univeisale di giustizia
nel senso sopra chiarito (1). (1) In un Saggio originale e
sucrgestivo, che vale bene più di qualche grosso volume inconcludente,
Mario Calderoni illustrò recentemente una concezione economica della
morale (che non tocca in nulla, benché a prima vista sembri antitetica,
il concetto qui esposto) nella quale egli osserva giu- stamente come la
maggior parte delle azioni « virtuose » non siano considerate come tali
se non perchè «sono prodotte in quantità inferiore alla domanda»; e son
per noi un « dovere » appunto perché gli altri uomini non le lanno,' e
rimangono tali a condizione che non siano troppi gli uomini capaci e vo-
lonterosi di imitarle. E trae da questa considerazione la conseguenza che la
formula di Kant è del tutto inapplicabile. Ora è certo che il Kant
intendeva di parlare di validità universale del motivo a cui si informa
Ta/ione. che può essere quindi variabile secondo le circostanze, pur
rimanendo il medesimo il motivo che la detta; e che non può richiedere
uniformità di condotta esterna se non nel caso che si tratti della
medesima attività esercitata nelle medesime condizioni esterne. Ma
(juando m supponga avverato questo caso, si troverà che T unico mo- tivo,
il quale comporti uniformità universale di condotta è il motivo della
giustizia; e che intesa così, la formula di Kant resisterebbe alla
critica anche dal punto di vista del Calderoni. {Disarmonie Economiche e
Disar- monie morali - Firenze, Lumachi.Cap. Ili: La marginalità
nella Morale). Assumetelo dunque, se cosi vi piace, codesto
vostro postulato, e costru.tevi la vostra . Scenza pura della
giustizia ». Cile ne farete poi? — A che c<,sa propriamente
potrebbe servire costruita elle fosse, non si può con esattezza
determinare ,n prece- 'lenza. Si potrà vedere, nel caso, quando sia fatta
o pi ut- "«to, a mano a mano elle si venga facendo. Troppe
ricerche . el resto non si farebbero se si aspettasse di averne
diino- strato 1 utilità; e ,li troppe altre , risultati portarono
frutti <lel tutto remoti da ogni previsione. E dato pure che
riu- scisse inconcludente, nessuno tiirà che «ia „é la prima „ó
u'iica ,n questo genere, specialmente nel campo della morale. E t,.a le
molte curiosità, perchè non dovrebbe trovar posto anche questa : ,ii
sapere come andrebbero le faccende di questo mondo se gli uomini si
decidessero ad essere tutti e sempre e in ogni contingenza della vita
so- liratutto e prima di tutto giusti? M.-i è pur naturale
d'altra parte che debba intravederne almeno qualche possibilità ,li
applicazione eh, la propone e che ne debba dire qualche cosa.
Le applicazioni possono essere principalmente due: come mezzo di
interpretazione o di sistemazione scientifica della realta morale ,lata;
e come fondamento di una disciplina precettiva, ossia di un'Etica
applicata della giustizia. Se l’osservazione psicologica dimostra che è
arbi- traria, nel senso che s'è detto, l'assunzione del motivo
della giustizia come unico motivo morale, dimostra pure <die
quel valore gli è però realmente riconosciuto: e che se non ., riconduce
ad esso effettivamente ogni valutazione ^nica, esso entra però come
elemento o fattore di valuta- zione in qualunque giudizio morale. Può
essere dunque opportuno, a uno scopo di sistemazione coerente delle
norme effettivamente vigenti, conoscere quali sarebbero se questa
esigenza operasse isolatamente, cioè se tutte si ispirassero unicamente
ad essa; e considerai-e, con un artifizio di cui tutte le scienze offrono
innumerevoli esempi, come devia- zioni limitazioni risultanti dalla
presenza di alti'i motivi, le norme che non coincidono con quelle
astrattamente dedotce. Sarebbero, per un vei'so, da
considerare come tali le norme della condotta politica interna ed esterna
ispii-ate dall'interesse dello Stato, o del maggioi- numero, o di
una classe, in quanto al rispetto di queste esigenze sia
atti-ibuito valoi'e morale. E sarebbe, pei- un altro vei'so, possibile
interpi'etare le norme della beneficenza come espressioni della stessa
esi- genza della giustizia, in quanto si considerano rivolte a
sanare o a lenire gli effetti che ne accompagnano 1' inos- sei'vanza, e
le deviazioni o le limitazioni. Ma l'applicazione più rilevante
riguarderebbe l'Etica propriamente intesa come disciplina
normativa. La scienza pui'a della Giustizia » appunto perchè
considera già raggiunte e attuate tutte le condizioni richieste dalla
esigenza che essa postula, ossia, in termini equivalenti, fa astrazione
da ogni circostanza interna od esterna che ne impedisca o ne limiti 1'
efìTicacia, configura un sistema di relazioni sociali e un tipo di
condotta, cioè formula fi) Sarebbe possibile per questa via
togliere — dico nella trattazione teo- rica — certe contraddizioni o
antinomie davanti alle quali si arrestano solitamente i filosofi del
diritto quando ne determinano le « esigenze razionali ». •delle leggi, le quali possono valere come
tali soltanto nelle condizioni contemplate dall' ipotesi ,- vale a Hn^e
non sono suscettive ,li applicazione, sic et simpliciler, a
condizioni iliverse. Ma se si ammette che T onime di relazioni
ipote- ticamente costruito abbia valore di fine, cioè se si ammette
come normativa l'esigenza della giustizia, vi sarà luo-^o a cercare e a
.leterminare (bencbè questa determinazlne debba riuscire, come è facile
prevedere, assai difficile e complicata) quale sia in condizioni reali
storicamente date la condotta, die nei limiti imposti da queste, è ini,
atta a favorirne la trasformazione nella direzione segnala dalle
condizioni ideali contemplate nell'ipotesi. Ossia si potrà
ricavarne un'Etica applicata della Giu- stizia, alla quale la realtà
storica fornirà la conoscenza delle condizioni tra le quali si deve
spiegare e dei mezzi ai quali deve ad.-guarsi, per essere praticamente efficace
la condotta rivolta a quel fi ne ; cosi come darà la conoscenza 'Ielle
varie specie di attività che l'esigenza .iella giustizia e chiamata a
regolare; cioè darà, volta a volta, alla forma <lella giustizia il
contenuto materiale. E le norme, cosi ricavate da questa
applicazione a una realtà data delle leggi .Idia Giustizia pura, saranno
valide, se SI accetta come fine morale prossimamente supremo, cioè
precedente a ogni altro fine generale e speciale, l'attuazione del
sistema di relazioni contemplato da quella, e come mo- rale la condotta
corrispomlente. Cosi questa Etica applicata, come la Scienza Pura
dalla quale essa si ricava, è indipendente da qualsiasi dot- trina
metafisica, ma non pretende di sostituirla. Ignora i problemi metafìsici ;
ma nel senso che non no richiede e non ne assume una certa soluzione
piuttosto che un'alti*a; non nel senso che ne neghi l'esistenza o ne
escluda la trat- tazione. Ilimane di fronte ad ossa iinpi'ogiudicata, e
da essa distinta, ogni questione sulla natura e sul fondamento
ukinìo delTesigenza stessa morale; così come rimane impi'egiudicato
il pi'oblema pratico, o pi'opriamente psicologico e pedagogico, intorno
al valoi-e e all' efficacia delle credenze religiose o metafìsiche come
condizioni o fattori sof^^-jcttivi dolla moralità. Ma, ciò
nonostante, o forse appunto pei'ciò, è verisimile che sia giudicata,
specialmente alla stregua delle tendenze più apei'tamente dominanti nel
p(insiei*o contcmpoi'aneo, doppiamente monca ; monca considerata come
dotti'ina ; monca considerata rispetto alla efficacia pratica.
a) Cei'tamente può parere strana se non ingenua Tnlea di segnai'e
una divisione di competetjza tra T indagine scien- tifìca e rin(iagine
proprianifMite filosofìca e metafìsica, men- ti'e pai'e di assistere a
una specie di «atto di coiitrizion<' » delle stesse scienze speciali
già formate ; le quali, dopo es- sersi staccate e aver pi'oclamato la
loro indipendenza dalla filosofìa, sentono il bisogno di ritornare ad
essa e di rin- tracciare in lei le origini della loi'o vita e la ragione
del loro valore. Tuttavia una considerazione un po' più attenta può
mosti-are die il contrasto è soltanto a})parente e che la tendenza delle
scienze speciali all' inter|)retazione e alla integrazione filosofìca dei
loro presupposti e dei loro risultati non esclude, ma piuttosto include,
la legittimità di una di- stinzione anche nel campo delia morale. Perche
essa })re- suppone appunto che le scienze abbiano i ÌOt'O postulati
, i loro metodi i Ioì'O risultati, e che i sistemi speciali di
dottrine cosi edifìcati sussistano ed abbiano una validità propria, sia
pure limitata e provvisoria, all'infuori dell'interpretazione e della
valutazione che ne debba o ne possa fare la metafìsica. In questa specie
di Conferenza perma- nente dell' Aia (sia detto senza intenzioni maligne)
che è la mutua collaborazione delle diverse discipline alla critica
e alla integrazione del sapere e del valere umano, sono gli Stati che
hanno territorio e giurisdizione propria che possono far sentire la loro
voce. I delegati della Corea sono esclusi. Intendo quello che
si può dire: - La morale è essa stessa la metafisica, e pone essa le
esigenze alle quali è subordinata la valutazione di tutte le altre
discipline dei loro principii e delle loro conclusioni. - Fosse pure, o,
piut- tosto, dovesse pure essere cosi. Quali sono queste esigenze
della morale ? Come si determinano ? Qual' è, fra i molti sistemi diversi
opposti e anche contraddittorii, quello auto- rizzato a rappresentare «
la morale *, e a far valere le sue esigenze come esigenze ideila morale
*ì E se si può distinguere una esigenza immediala e caratteristica,
dato che SI trovi, della valutazione morale, dalle esigenze ulte-
non, argomentale o poste da questo o da quel sistema per interpretarla o
giustificarla, allora è nello stesso tempo data la distinzione tra
esigenza propriamente morale ed esigenze avanzate ,ia una interpretazione
o integrazione metafìsica della esigenza morale; e si delinea insieme una
separazione legittima tra V indagine che cerca di risalire
dall'esigenza morale ai postulati metafisici, e l'indagine che ricava
dal- l'esigenza morale le applicazioni che logicamente ne discendono.
Ma, nella realtà viva e vissuta della coscienza, valutazione morale e
valutazione metafisica formano un tutto unico; e separando l'esigenza
etica dalla fede me- tafisica colla quale è fusa e della quale si
alimenta, s, è spezza r unità della coscienza ,
si oscura o si cancella il signitìcato e il valore interiore della
moralità, e si pre- senta come vita morale lo scheletro o, meglio, lo
stampo esterno e quasi l'impronta fossile dell'atto morale. —
Sarà verissimo; ma nessuna costi-uzione dotti-inaU può sfuggire a
questa obbiezione. Tutto ciò che la logica tocca e che è fatto oggetto di
conoscenza riflessa e i-agionata diventa perciò stesso un tipo, uno
stampo, un fossile; anzi stampo è la parola, stampo ò la stessa rappresentazione
artistica se non è vivificata e i-isvegliata da chi la deve
intendere e gustare; anzi sono diventate ormai stereotipe, per
colmo di evidenza probativa, perfino le fi*asi e le immagini usate
a mostrare la « i-icchezza e la varietà inesauribile» della coscienza e
delle sue ci'eazioni. E quanto al sepai«are nella teoria ciò che
nella realtà è unito, bisogna pur rassegnarvisi. Pei'chè ogni nctM'ca
è prima di tutto distinzione, sepai-azione, asti'azione; il fatto
stesso, ogni fatto (diceva già un chimico, il Chevreul,) è un'
astrazione. Ciò che importa veramente è di non dimen- ticare che
l'astrazione non è tutta la realtà. Ora, sceverando dal complesso
degli elementi, onde la vita etica nella coscienza personale iMsiilta o
può risultare, quello che è suscettivo della più universale applicazione,
e costruendo il tipo di vita che ne risulterebbe, non si pre- tende
di esaurire il contenuto della coscienza, ma soltanto di distinguere le
norme di condotta a giustificare le quali basta uu certo postulato, dalle
norme e dalle forme di vita morale che si fondano sopra altre esigenze
ossia l'ichie- dono altri postulati. E chi crede che la
chiarezza dei concetti e il l'igoi-e del procedimento si debbano poi'iare,
fin dove è possibile, anche nella speculazione etica, ammettei-à che può
essei-e que- utile allo scopo, se non
anche necessario, il seguir( sta via (].). Rimangono altri
problemi. - E chi lo nega? Ma prima condizione per cercar di risolverli
con frutto è di non confonderli tra di loro. h) E nasce da
una confusione di problemi diversi l'obbiezione, che si potrebbe dire
pragmatistica, del difetto di efficacia pratica, o più esattamente
parenetica o pedago- gica, di una dottrina morale che faccia astrazione
da ogni valutazione metafìsica, e presenti un sistema di norme che
ha di necessità soltanto un valore ipotetico, cioè, nel caso nostro,
condizionato al valore che può avere nella co- scienza il motivo
impersonale della giustizia. (lì Le espressioni di più d' un
antiintellettualista indurrebbero 4uasi ad ammettere che la morale sia
una specie di grande imbroglio, nel quale a voler vederci chiaro, si
finisce per non credere più. Ora, altro è riconoscere Cile ogni
valutazione é in ultimo data alla intelligenza e non dalla intelli-
genza, e che nessuna conoscenza e nessun ragionamento può far volere un fine
che non sia già voluto, o per sé, o come condizione a un altro fine-
altro è credere ed aOermare che l’intelligenza o la ragione sia « in
contrasto » colla moralità. Come potrebbe essere ? Non
certamente in quanto si rivolge a determinare 1 mezzi necessari e
convenienti a un fine. Nel qual caso non è nemica, ma ancella della volontà
in generale, e, se la volontà é « buona ». della volontà morale. Non
potrebbe essere, dunque, se non in quanto toglie o muta la va- lutazione
del fine (cioè delP oggetto o contenuto materiale del motivo mo- rale)
mostrandone \^ connessione, prima ignorata o trascurata, con qualche cosa
d' altro, che sia oggetto di una valutazione diversa; diciamo, per co-
modità, negativa o repulsiva. E allora, poiché la valutazione di questo
qualcosa d'altro non può venire dall' intelligenza (la quale, come si sa. chia-
risce rapporti, non dà valori), manifestamente non si possono dare che
due casi : ha origine nel motivo stesso morale; e la
conoscenza non avrà fatto che mettere in chiaro come quel fine che gli si
riteneva in tutto conforme, sia in realtà più o meno disforme in forza
della connessione notata. Ma ciò non Poiché è uggioso a se e agli alti-i l'ipetere
cose già dette, e su questo punto ho insistito a lungo altrove, mi
restringo qui a riafTermare la legittimità, anzi la necessità logica e la
convenienza morale, di tenei- separata netta- mente ogni ricerca che si
volge a detei-minare quali siano le norme di condotta richieste da un
certo fine, dalla ri- cerca delle condizioni e dei fattori dai quali
dipende o può dipendere Fosservanza delle norme. La legittimità
delle deduzioni, dato che ci sia, e la validità dei precetti
rispetto al fine sussistono indipendentemente dalla presenza o
dalla assenza dei motivi che ne persuadono o ne impongono l'os-
servanza, e dalla natura di questi motivi. Come il conte- nuto e la
giustificazione delle prescrizioni d'un medico non dipendono dalla
disohbedienza o dall' obbedienza dell' ammalato nò dalle ragioni di questa
obbedienza. tocca in nulla il valore e l'efficacia del motivo
morale. Ammettere il contra- rio sarebbe come dire che cessa di amare la
giustizia chi cessa di difendere una causa che ha riconosciuto
ingiusta. ha origine in un motivo non morale (poniamo in un
interesse egoistico); e anche qui l' intelligenza non farebbe che
rivelare una condizione di fatto : la presenza e Tefficacia di motivi non
morali nella valutazione dei fini e :lella condotta. La conoscenza
dunque, anche in questo caso, non altera il valore del motivo morale; può
eventualmente mostrare che il valore e T efficacia sua non è esclusiva, o
incontrastata come si supj)oneva. Ma correggere un errore di giudizio non
é cambiare uno stato di fatto. Potrebbe dunque, tutt' al più,
togliere un' illusione. Ma è nell' illudersi d'esser morali che consiste
la moralità? (1) Questo conformarsi o non conformarsi si suole a
torto, per abuso di linguaggio, attribuire a una pretesa « efiicacia
pratica » delle norme; men- tre le norme - perse - hanno, a promuovere
l'azione corrispondente, una efficacia non maggiore di quella che abbiano
i fanali di una strada a muo- vere le gambe dei nottambuli. E un simile
abuso di linguaggio, che nasce da un difetto d'analisi, ha alimentato la
confusione tra esigenza giustifica- tiva e esigenza esecutiva, tra
l'obbligo e la giustificazione dell'obbligo, e la pretesa illusoria che
una norma possa o debba avere in sé forza obbligativa. Cfr. Prolegomeni
ecc. , e. I: (L'esigenza esecutiva) ; e Studi su la possibilità I, Gap.
III. (La pregiudiziale dell'imperativo categorico). La reale
presenza ed efficacia di motivi «ufficienii a determinare T osservanza è
in ogni caso si>,pposta , non . posla da qualnnque costi-uzione
precettiva; e il «„ppori-e operativo d motivo della giustizia non
esclude, ma piut- i tosto include, una ulteriore valutazione del motivo
stesso ' ogniqualvolta nella realtà esso derivi in tutto o in parte
la sua forza da questa sopravalutazioiie. Ma anche in questo caso
non bisogna dimenticare che una tale efficacia .sarebbe sempre essa
stessa posMata come un dato di fatto, non comunicata o la,-g,la da
una fon.ìazione qualsivoglia. Perchè anche una fondazione re-
ligiosa o metafisica non pone essa le credenze, ma le sup. pone già
viventi e .operanti. Il suo valore come motiva- zione morale dipende dal
valore reale che esse hanno nella coscienza, dalla loro forza operativa.
Essa fa appello a questa forza, ma non dà, essa, la forza; ossia vale
,,el- i ipolesi che valga in effetto nella coscienza la fede nei
dati assunti da lei. E se questa fede mancasse, una fon- <iaz,one
metafisica o religiosa, qualunque fosse, avrebbe sulla condotta una
efficacia non diversa né maggiore di qualsi- voglia costruzione
arbitraria. Senonchè si potrebbe, su basi pragmatistiche,
osservare che SI ,ie^e appunto volere quella fede dalla quale si
può aspettarsi l'incremento del motivo morale, e che, poiché SI
tratta di « optare», conviene dal punto di vista' pratico optare per una
fede moralizzatrice. E compito del moralista «ara perciò di affermare e
suggerire quella fede come presidio e cnforro, utile se non necessario,
della moia- l'tà, e presentare la dottrina morale connessa e
incorpo- rata con quella fede. Su un discorso di questo
genere ci sarebbero da .lire molte' cose; notiamone poche. E
prima di tulio convien pur ripetere che un tal compilo. t^ 1 fc m (lato che spetti al
inoi-alista, ^Hi spetta in quanto è o pre- tende (li essere educatore o
apostolo, non in quanto si propone di cercare quali concernenze
ini[)liclii V accetta- zione di un cei-t() postulato e si contenti di
atierniare che chi accetta il postulato deve accettai-e le hoimikì che
ne discendoiHi. I due uffici non si identificano ; chi ha slo//(i
di ricercatore può non avere stoft";i di a[)()stolo o di avvo- cato
; e potrehhe in og"ni caso invocare aiiche qui il prin- cipio delhi
divisione del lavoro. Ma dal [)unto di vista stesso pedagogico la
tesi è tut- t' altro che incontestahile. Suggerire e infondere una
fede! E presto detto. Ma in che modo o per (jual via? Partendo
dall'esigenza pratica per arrivare alla credenza, cioè pre- sentando la
fede a[)punto come sostegno e guarentigia della ni orai ita ?
Lasciamo pui'e di indagare se con ciò non si nega in effetto, neir
atto stesso che si afferma, il valore assoluto dei postulati religiosi o
metatisici, dal inoinetito che essi sono affermati o posti come
condizioni o fattori nella pro- <luzione di certi effetti, cioè sono
valutati utilitariamente; e se non si offende il sentimento religioso,
considerandolo unicamente come un motivo sussidiano invocato a sup-
plii'e alla fiacchezza del uiotivo morale. Un pragmatist.a conseguente
potrehhe non avere (ii «juesti scru[)oli. Ma lo scopo stesso a cui
mira il pragmatista vieti meno in realtà dacché, per tal via, si suppone
dato ciò che si vuol produire; ossia si pone a sostegno del motivo
morale un sentimento che vien fondato sopra esso, e vale in forza
di esso. Con un risultato non dissimile da quello che hanno di solito le
discussioni ; dove le rai'ioni usate a sostenei'e un'opinione persuadono
soltanto chi è già persuaso; cioè hanno in effetto tanto maggior [)eso
quanto più è superfluo servirsene. Se si tiene invece una via
diversa, e si intende di edi- ficare la credenza su una educazione
propriamente dog- matico-religiosa, dov'è più la opzione^, la
affermazione libera e spontanea della coscienza? E come può
il moralista educatore presentare o im- porre come unica e definitiva una
iede, o una credenza religiosa o filosotìca^che egli sappia essere
personale e « vo- lontaria » ? La vei-ità è che mentre nel
valore morale (posto che sia riconosciuto) del postulato che si assume a
fonda- mento della costruzione scientifica, è necessariamente im-
plicito il valore morale delle norme che ne esprimono l'applicazione, non
è necessariamente implicita l'accetta- zione di certi piuttosto che di
cert' altri postulati metafi- sici. Mentre, accettato un postulato di cui
sia possibile r applicazione alla condotta umana, la coerenza logica
basta a dare la legittimità delle norme che se ne deducono, la
coerenza logica n07i basta a porre come necessariamente richiesta da quel
postulato una determinata fede religiosa filosofica ad esclusione di
qualsiasi altra. La salita al cielo dei postulati metafisici non si fa
colle scale della lo- gica. (Il che, come tutti sanno, ha il suo
riscontro nel fatto che possono trovarsi concordi nelT accettare e nell'
osser- vare la medesima esigenza morale uomini di opinioni i-e-
ligiose e filosofiche diverse; come, inversamente, può la stessa fede
religiosa e filosofica presentarsi, nella realtà storica e psicologica,
connessa con norme morali discordanti). E la « libertà dì coscienza >
sarebbe una frase vuota di senso o piena di immoralità^ se il voler la giustizia
e Tesser giusti richiedesse o l'esclusione di ogni fede o
l'accettazione della medesima fede.
ài ^ fondata dal Prof. Sen. C; Rivista Filosofica
VRLO Cantoni.
La Possibilità l I e i Limiti MORALE
STUDI TORINO. BOCCA. In questo volume sono raccolti
tre scritti pubblicati in più riprese nella Rivista Filosofica diretta
dal mio in¬ dimenticabile maestro ed amico Carlo Cantoni, al quale
il profondo e tenace convincimento delle proprie dottrine non tolse
mai di rispettare e stimare sopra tutto, anche nei di¬ scepoli, la
lil>ertà e la sincerità. Benché diversi di titolo, i tre studi
che ora ripubblico riveduti e in parte aumentati, sono lo svolgimento del
me¬ desimo pensiero fondamentale, e presuppongono quasi, cia¬ scuno
dei successivi, i precedenti. Anzi il primo dì essi è, alla sufi*
volta, continuazione di un altro pubblicato anteriormente col, titàlol «
Prolegomeni a una Morale distinta dalla Metafisica » ; nel quale è
esaminato il problema della possibilità di un’ Etica normativa
indipendente da qualsivoglia soluzione, positiva o negativa, dei problemi
di natura metafisica. E perciò spero di essere scusato se mi riferisco
qualche volta anche ad esso ; e se in in questo volume sono lasciate in
disparte, o trattate con brevità che altrimenti sarebbe soverchia, alcune
questioni delle quali s’è già discorso in quello. Anche to'
importa di avvertire, sempre a proposito dello Studio « La Dottrina delle
Due Etiche di H. Spencer e la Morale come Scienza », che — se nella
esposizione sia generale, sia particolare, della dottrina esaminata, ho
cercato studiosissima mente dì rendere intiero ed esatto il pensiero
dello Spencer — nella critica ho considerato la dottrina dal punto
di vista speciale additato dall’intento essenzialmente teoretico che
assegnavano a questa ricerca le conclusioni dello studio precedente. E
per questa ragione ho tralasciato deliberatamente non solo qualsiasi
digressione, ma ogni discussione che non fosse strettamente necessaria
allo scopo mio particolare. A ciò si deve la mancanza quasi totale di
accenni alle critiche anteriori, anche dei più valorosi.
Pavia. e la Morale come Scienza. Movente etico-sociale dell’opera
dello Spencer. Conseguenze nella valutazione delle suo dottrine. La Dottrina
etica in generale. Il concetto
informatore. La distinzione delle due Etiche. Il metodo dell’ Etica. dati dell’
Etica. Soluzione dell’ antitesi tra fine e metodo , e possi¬ bilità
di conciliazione fra i dati dell’ Etica. La dottrina delle due Etiche. Due
questioni fondamentali , attorno a cui si raccoglie la dottrina. Il
giusto assoluto. Il giusto relativo. Errore comune nel modo di concepire
la condotta ideale. La priorità scientifica dell’ Etica Assoluta
«sull’Etica Relativa. Confronto colle altre scienze. Critica Preliminare
: Le Questioni Pregiudiziali e il preconcetto dal quale hanno
origine. La pregiudiziale dell’ imperativo cateyorico pag. 40
Partizione della Critica. L’imperativo categorico. L’ obbligo e la
giustificazione. La progiudiziale dell’ obbligo categorico è estranea
alla determinazione e alla giustificazione della norma.In che consista
la differenza caratteristica tra 1’ Etica e le altre costruzioni
precettive. Compito dell’ Etica. La pregiudiziale, .sul modo di intendere
il compito normativo dell’ Etica. La progiudiziale sul compito
normativo dell’Etica. Come esso sia inteso nei due indirizzi prevalenti.
Due presupposti arbitrari comuni ad ambedue : a) che le norme siano
già determinate e note. che si accordino fra di loro. Necessità di un
criterio per la determinazione. La soluzione dell’indirizzo sociologico -
Suo difetto capitale: non vale a giustificare le norme. La soluzione
dell’ indirizzo prammatistico-idealistico. Difetto capitale : la costruzione
metafisica postulata, come qualsiasi costruzione metafisica, non serve a
determinai e 10 norme. Il preconcetto fondamentale
Presupposto comune ai due indirizzi. Da questo nasce l’antitesi tra esigenza
scientifica (determinazione) ed esigenza etica (giustificazione).
Legittimità di porre il piobleina in una forma diversa. Conclusione della
Critica Preliminare. La dottrina delle due Etiche e le esigenze di
una scienza normativa morale. Il criterio del limite dell' evoluzione e
dell’adattamento completo non serve a determinare il tipo di condotta
cercato . Due tesi distinte nella dottrina delle due Etiche; la validità
dell’ una non dipende da quella dell’ altra. Il tipo di società
giusta non è determinato dal limite dell’ evoluzione. Nè dall’ adattamento
completo. Su quali dati sia costruito veramente ; quale posto tenga
nella costruzione dello S. il postulato dell adattamento
completo. Il criterio del piacere puro, corrispondente
all’adattamento completo, non serve a giustificare il tipo di condotta proposto
. Il piacere puro non può essere il criterio della massima
desiderabilità. La questione del « fine » e dei fini - Soluzione
illusoria trovata nel termine felicità e altri equivalenti. Equivoco
nell’identificazione dell’ oggetto dell’ attività col piacere. Quale
possa essere il fine che soddisfa alla doppia esigenza della
determinazione e della giustificazione delle norme. Il tipo di società
giusta dello Spencer. Come concepisca la società giusta lo Spencer.
Presupposto illegittimamente assunto dalla biologia. Difetto
fondamentale : Incocrenza fra il tipo dell’ uomo giusto c il tipo della
società giusta. Difetto che ne deriva nella relazione tra giustizia e
beneficenza. L’ individualismo dello Spencer e il postulato della
giustizia. Ufficio e limiti di una costruzione scientifica dell' Etica. Come
debba concepirsi un tipo ideale di società giusta. Etica Pura ed Etica
Applicata. Conclusioni della Critica.Presupposto fondamentale, e
carattere ipotetico dell’Etica come scienza normativa. Pubblicando I
dati dell’Etica prima che fossero composti il II e il III volume
dei Principii di Sociologia, Spencer giustifica questa deviazione dall’ordine
del suo programma col timore di non poter compiere l’opera finale della
serie: I principii di Etica. Degli indizi che in questi ultimi anni si ripetono
con maggior frequenza e chiarezza m’hanno avvertito che la salute, se non
la vita, mi può venir meno per sempre, prima che io compia l’ultima
parte del compito che ho assegnato a me stesso. Quest'ultima parte è
quella per la quale io considero come sussidiarie tutte le parti pre¬
cedenti. Il mio primo Saggio su L’Ufficio proprio del Governo scritto fin
dal 1842 indicava vagamente il mio pensiero intorno a certi principi
generali di bene e di male nella condotta politica ; e da quel tempo in
poi il mio fine ultimo , lasciando indietro tutti i fini prossimi, è
stato quello di trovare una base scientifica ai prìncipi del giusto e
dell’ingiusto nella condotta in tutta la sua estensione. Lasciare
incompiuto questo fine, dopo aver fatta una preparazione cosi ampia per
raggiungerlo, sarebbe una sventura alla cui probabilità non posso pensare senza
sgomento^_e_sono ansioso di evitarla, se non del tutto, almeno in parte.”
The Principles of Ethics”. London Qualche cosa di simile alla catastrofe
preveduta sopraggiunse infatti; perchè dopo un lento decadi¬ mento
e indebolimento progressivo egli fu costretto dal 80 al 90 a sospendere
qualsiasi lavoro. Fortunatamente nel 90 potè riprenderlo: ed anche
allora, la sua prima preoccupazione fu quella di compiere i
principi di Etica; e pose subito mano a quella parte della Morale, che
dopo i Dati gli pareva più importante: la IV a (Giustizia) (1).
Colle parole e col fatto egli mostrava dunque che Tintento supremo
al quale consapevolmente convergevano tutti i risultati della sua
specu¬ lazione, era u n intento mor ale. Par che riecheggi in lui la
voce di Spinoza: Finis in scientiis est unicus ad quem omnes sunt
dirigendae (2). E in p realtà, come le idee madri della sua teoria
pene¬ trano e illuminano tutti gli scritti suoi, anche i minori,
così vi circola dentro e li riscalda il soffio vigoroso del suo
ottimismo; e la dottrina dell’evo¬ luzione, par che diventi nel suo
pensiero sopratutto la comprensione del processo naturale e
necessario che produrrà in un avvenire lontano ma sicuro una
umanità giusta e felice. Animata cosi di speranza, la dottrina prende
colore di fede. E veramente egli la professò come una fede; non soltanto
visse per la sua dottrina, ma visse la sua dottrina. E i prin-
. (wlien first iss. sep.) Voi. 2. p. Vili. De. Intell.
Emend. — cipi che pone a
fondamento della morale e del diritto, € di cui vuol trovare le
ragioni nelle leggi stesse dell’universo, ispirano e governano con
indomita costanza tutti i suoi giudizi e tutte le sue opinioni, da
quelle sulla Educazione a quelle sull’Etica delle carceri, dalle idee
sulla Morale Politica Assoluta alle proteste contro il « br igantaggio
politi co », dalle ironie contro «la Sapienza collettiva» a quelle
contro « i diecimila sacerdoti della religione d’amore che! non
apron bocca quando la nazione è mossa dalla ' religione dell’odio.
» Quell a unità e solidarietà di pr i ncipi teo¬ r ici e pratici ,
p er cui la sua mora le si presenta come s cienz a ella sua scienza come
una morale, e questo continuo cimentare che egli faceva i suoi
principi con tutti i problemi più vivi del suo tempo, onde la sua
dottrina pareva prender veste di programma sociale e politico, hanno certamente
contribuito a pro¬ durre^ questo doppio effetto: che la preoccupaz i, morali'
si insinuasse anche nella critica delle sue dottrine teoriche; e che
l’opera sua, considerata prevalentemente, se non talora quasi
esclusiva- mente, come l’espressione di certe tendenze e di un
certo indirizzo religioso morale economico poli¬ tico, apparisse, col
prevalere di tendenze e di aspi¬ razioni diverse, invecchiata c
oltrepassata di più, e più presto, di quel che altrimenti sarebbe
apparso. E cosi potè facilmente accadere che anche certi principi,
certi metodi e certe ipotesi fossero lasciati in disparte, o si
stimassero superati e come logori e fuori d’uso, non perchò se ne fosse
mostrata la falsità o la infondatezza, ma perchò apparivano con¬
nessi e solidali con quel sistema o quell’indirizzo che si giudicavano
superati. Ora se è vero che a intendere il significato e il
valore di una dottrina particolare è necessario con¬ siderarla nelle
relazioni col sistema di dottrine di cui fa parte, non è perciò meno
legittimo conside¬ rare se essa possa aver valore e segnare un acquisto,
anche all’infuori della validità di quel sistema e di quelle altre
dottrine, colle quali primamente si svolse. L’intento di
questo scritto ó appunto di esaminare il valore teorico e metodico della
distin¬ zione tra Etica Assolut a ed Etica Relativa; la quale ò
bensì, nel pensiero dello Spencer, parte integrante del suo sistema, ma
hg, secondo il mio avviso, ra¬ gione di essere, indipendentemente
dall’applicazione che egli ne fa e dai postulati che l’hanno
suggerita. Perciò si divide naturalmente in due parti: espo¬
sitiva e critica; la prima rivolta a mettere in chiaro le ragioni e il
significato della distinzione nel pen¬ siero dello Spencer; la seconda a
esaminare la pos¬ sibilità e la utilità di mantenerla e applicarla
sotto una forma diversa. L’esposizione comprenderà pure
necessariamente due parti: una che richiama, in modo breve
quanto è possibile ma esatto, il concetto informatore e i
lineamenti fondamentali di tutta l’Etica; l’altra che traccia più
distesamente la dottrina particolare esaminata. Q uella
legge di evoluzione , che si mani¬ festa nell’intero univ erso visibi le,
nel sistema solare come un tutto, nella terra come parte di questo,
nella vita in generale, e nella vita di ciascun orga- nismo individuale,
nei feno meni ment ali degli esseri animati fino al più elevato; qu ella
stessa legge si manifesta nei fenomeni della vita umana e sociale é
quindi a nche in quei fenomeni della cond otta, dei q uali tratta la
morale . In conformità di questa legge] j^etWnr.< e delle leggi via
via subordinate in cui essa si ri¬ frangevi produce una el
evazione^progres siva nelle ** forme della vita sub-umana ed umana,
la quale si traduce in un a dattamento s empre migliore, più esteso
e più durevole alle condizioni da cui dipende l’esistenza dell’individuo,
e l’esistenza della specie; e, dove la vita sociale apparisca,
l’esistenza della società. Per l’uomo adunque l’adattamento
riguarda tre ordini di condizioni; ossia è di tre forme; e, benché
si possa astrattamente considerare ciascuna forma per sè, tuttavia, per
la connessione naturale e necessaria dei fattori dai quali dipendono, le
tre forme d’adattamento nella realtà procedono di con¬ serva con
mutue azioni creazioni continue; cosicché a ogni progresso in una forma di
adattamento cor¬ risponde un progresso nelle altre forme. Il limite,
verso il q ua le tend ^questo processo, è l’adattamento completo a
tutte le condizioni della vita umana più elevata; per il quale il massimo
svolgimento della vita individuale, e della parentale, e della sociale,
non solo si conciliano, ma si favoriscono a vicenda. Questo
adattamento completo implica non sol¬ tanto una perfetta conformità
esteriore dell’operare alle esigenze di una tal vita; ma implica del
pari una conformità correlativa e della struttura, e delle attività,
fisiologiche e psichiche; è insomma ad un tempo adattamento della
condotta e adattamento dei fattori interni della condotta. Quindi anche
le idee, i sentimenti, le tendenze sono, nella loro qualità e
intensità e gradi di subordinazione, pienamente adatti e conformati ai
bisogni e alle esigenze della vita in tutte le sue manifestazioni, e
trovano nelle forme di condotta corrispondenti il loro appagamento pieno
e concordante. che viene a dire
che l’adattamento completo attua in sé le condizioni della massima
felicità . Adunque, ma ssim a elevazione della vita, adat¬
tamento eoj puleto . m assima felicità, sono per lo Spencer tre concetti
che coincidono; o, meglio, sono faccie o aspetti diversi di un medesimo
risultato finale, ed esprimono il limite verso il quale tende
l’evoluzione della vita umana nello stato sociale. E’ appunto per q uesta
ide ntificazione, che sta in fondo al pensiero dello Spencer, tra
evoluzione e aumento di felicità, che egli può porre come ottima la
cpndotta rispondente al limite della evoluzione. Perchè lo Spencer, come
è noto, ammette esplici¬ tamente che il fine ultimo, espresso o so
ttinteso, d ell’operare, non può essere che una forma di co ¬
s cienza desiderab ile, cioè di piacere ; e che la con¬ dotta ò
buona nella misura che essa apporta, tenuto conto di tutti gli effetti
presenti e futuri sopra di sè e sopra gli altri, un avanzo dei piaceri
sui dolori. Totalmente buona, dunque, o perfetta, non è
che la forma di condotta che coyà&ponde a quel limite; ogni altra
forma diversa, ossia adatta a gradi di evoluzione più o meno lontani dal
limite, non può essere che imperfetta, ossia buona relativamente, non
assolutamente. Quindi due Etiche : Etica Assoluta che determina le leggi
della condotta ottima; ed Etica Relativa che cerca di stabilire per
a pprossi mazione quale sia la condotta relativamente buona, ossia la
condotta, che, date certe condizioni reali di svolgimento e di
adattamento incompleto, è la migliore, o la meno lontana dalla condotta
per¬ fetta. E quindi la necessità, e la priorità logica dell’Etica
Assoluta; le cui determinazioni rirelazioni più generali, più semplici, più
esattamente definite di quelle contemplate dall’Etica Relativa. Or
come si costruirà l’Etica Assoluta? ossia quale sarà il metodo? L o
Spencer si accorda cog li Utilitarist i che lo precedono nell’assumere
come cri¬ terio per giudicare la condotta e determinarne le norme l
a natura degli effetti o dei risulta ti. Ma se ne distingue subito per il
pr ocedim ento col quale egli crede che questi effetti dei diversi modi di
con¬ dotta si possano e debbano conoscere. Per gli Utili¬ taristi
che lo precedono è l’induzione empirica, per lui la deduzione.
Non si tratta per lo Spencer di trovare che, in un certo numero di
casi, certi danni o certe utilità si accompagnano con certi atti o
cert’altri, e di in¬ ferirne che rapporti simili si manterranno
nell’av¬ venire; si tratta invece di determinare comee^er- chè
alcuni modi di condotta siano dannosi e altri utili; o più chiaramente,
quale condotta debba essere dannosa e quale debba essere utile. Non è
dunque sopra certe relazioni empiricamente osservate, ma sulla
connessione causale necessaria tra le azioni ed i loro effetti che deve
fondarsi la determinazione delle norme morali. E, poiché questa
connessione deve essere alla sua volta una conseguenza neces¬ saria
della costituzione delle cose, deve essere pos- sib ile dedu rre da
principii fondamentali quali specie di azioni tendano a produrre felicità
e quali a pròdurre infelicità. E le deduzioni così ottenute deb¬ bono
essere riconosciute come leggi di condotta e aver valore
indipendentemente da una estimazione diretta (individuale e occasionale)
del piacere e del dolore. Ciò che distingue adunque
l’Utilitarismo che lo Spencer chiama Razionale, dall’Empirico, e dà
ca¬ rattere di rigore scientifico alla ricerca morale, è il
riconoscimento pieno e adeguato della causalità naturale dei fenomeni
della condotta; e il vero metodo scientifico dell’ Etica, come delle altre
scienze che abbiano superato lo stadio empirico, deve con¬ sistere
nel cercare e nel costruire in sistema non alcune relazioni empiricamente
stabilite, ma le re¬ lazioni necessariamente esistenti tra cause ed
ef¬ fetti in tutta quanta la condotta. 4.— Ma se le leggi
della condotta debbono de¬ terminarsi per deduzione necessaria, quali
sono i dati sui quali questa deduzione deve fondarsi ? I fatti di
cui si occupa l’Etica non costituiscono un ordine nuovo che si distacchi
da un ordine infe¬ riore o precedente, come, per es., le formazioni
or¬ ganiche rispetto alle inorganiche, o i fenomeni sociali
rispetto ai biologici : ma appartengono per un verso alla biologia (1) in
quanto sono effetti in- UU 0 If-r'i (1) Lo Spencer li
considera anche come appartenenti alla fisica, in quanto, esaminati
esternamente, si riducono a movimenti e combinazioni di movimenti che
cooperano a produrre una forma di terni ed esterni di
fenomeni vitali prodotti nel tipo più elevato degli animali; e per un
altro alla psi¬ cologia in quanto sono coordinamenti di azioni su¬
scitati dai sentimenti e guidati dalla intelligenza ; finalmente in
quanto queste azioni direttamente o indirettamente riguardano esseri
associati, appar¬ tengono alla sociologia. La condotta è adunque ad
un tempo una formazione biologica, una formazione psichica, e una
formazione sociale: e perciò è nei risultati delle scienze corrispondenti
che si devono cercare i principii fondamentali, i dati dell’Etica.
E quindi i dati da cui si debbono dedurre le norme dell’Etica
Assoluta sono forniti dalle condizioni che la biologia, la psicologia e
la sociologia indicano rispettivamente come proprie di un
adattamento completo. Ora, in conformità alle leggi di queste
scienze, la condotta corrispondente a un adattamento com¬ pleto
ossia la condotta ottima, è caratterizzata dalle condizioni che si
possono riassumere nei se¬ guenti tre punti : I. Condizioni
biologiche : Co rrispon denza per¬ fetta tra gli organi e facoltà umane e
le attività necessarie alla vita completa. Il che importa che tutte
le attività necessarie al massimo svolgimento equilibrio più o meno
regolare e durevole. Ma questa considera¬ zione (aspetto fìsico della
condotta) può qui senza danno essere tra¬ lasciata.
della vita per sò e per gli altri trovino il loro com¬ pimento
nell’ esercizio spontaneo di facoltà debita¬ mente proporzionate e
producenti quando entrano in azione il loro quantum di soddisfazione
(cioè di piacere). Corrispondenza per- fet ta dei sentimenti,
come motivi deir operare, ai I nsog ni. 11 che importa che i piaceri e i
dolori, cui danno origine i sentimenti distinti come morali, siano,
al pari dei piaceri e dolori fisici, impulsi positivi e negativi
proporzionati nella loro forza ai modi di operare richiesti.
III. Condizioni sociologiche : Accordo perfetto t rp le attività
dei consocia ti. Il che importa che tutte le attività conducenti alla
vita completa di ciascuno non solo non impediscano direttamente nè
indirettamente, ma favoriscano la vita completa di tutti. (Stato di pace
permanente; cooperazione volontaria; nessuna aggressione diretta o
indiretta; scambio di servizi gratuiti. La condotta ottima è
dunque quella che sod- (1) Non è difficile vedere come l’assumere
le condizioni sue¬ sposte equivalga a supporre direttamente o
indirettamente eliminate tre antinomie che sotto varie forme compaiono ,
si può dire , in tutta la storia della morale ; 1’ antinomia tra il
piacere presente e il piacere futuro, cioè tra piacere e utilità;
l’antinomia tra il bene proprio e il bene degli altri, tra ciò che è
richiesto dalla felicità individuale e ciò che è richiesto dalla felicità
generale ; e 1’ anti- nojnia tra sentimenti egoistici e sentimenti
altruistici, tra la ten¬ denza al piacere e la coscienza del
dovere. disfa a tutte queste
condizioni ad un tempo; e però compito dell’Etica Assoluta resta quello
di dedurre da queste condizioni le norme a cui tutte le forme di
attività umana, a qualunque fine siano volte, debbono conformarsi per
essere totalmente buone. 5. — Per tal modo sono determinati i
principi o i dati sui quali deve costruirsi l’Etica Assoluta: le
condizioni della vita umana, individuale, paren¬ tale e sociale, proprie
dello stato di adattamento perfetto; è determinato il metodo: la
deduzione; ed è posto fuori di contestazione il fine ultimo clic
giustifica le norme così dedotte e dà alla condotta proposta valore di
ottima: la massima felicità uni¬ versale. Ma restano d ue
grandi difflcol tà : una incoc¬ renza, almeno apparente, da togliere, e
una lacuna da colmare. L’incoerenza è questa : Come si può
sostenere che il fine della condotta buona è la fe¬ licità, se le norme
di essa condotta devono essere dedotte dalle leggi necessarie della vita
nello stato sociale, e devono valere indipendentemente da ogni
estimazione diretta e individuale del piacere e del dolore ì 0 , in altri
termini, come si risolve l’antitesi tra il fine assunto e il metodo
proposto? La lacuna è la seguente : Le condizioni che si
pongono come proprie della condotta ottima e che la deduzione morale deve
prendere come dati , sono esse possibili, o non esprimono delle esigenze
in tutto o in parte incompatibili fra di loro? Insomma quello stato
finale di adattamento completo sotto tutti i rispetti, nel quale le
condizioni contemplate sono raggiunte, in qual modo e per qual via
può ottenersi ì . L’incocrenza è risolta così: Il fine è la
felicità; ma questa, a mano a mano che la vita si eleva, dipende da
una serie sempre più lunga e compli¬ cata di mezzi, ciascuna delle quali
deve essere rag¬ giunta perché sia possibile il fine. Le norme mo¬
rali rappresentano la serie più generale e prelimi¬ nare di mezzi,
appunto perchè costituiscono la serie più lontana dal fine, e quella che
deve essere osservata prima di tutte le altre; la condizione delle
altre condizioni. Ora siccome tutte le attività necessarie alla vita
tendono a diventare una sor¬ gente diretta di piacere, (perchè i piaceri
sono relativi alla struttura e questa si modifica se¬ condo le
attività) così le fo rme di attività morale, appunto perchè necessarie,
debbono diventare una sorgente diretta di piacere. Per tal modo,
l’os¬ servanza delle condizioni che conducono alla fe¬ licità
diventa direttamente piacevole, ed è adem¬ piuta. senza che essa felicità
(che rimane il fine L’analisi e la soluzione di queste due
questioni, le quali si legano per parecchi nessi tra di loro, ma che per
chiarezza bisogna considerare a parte , occupano i cap. IX-XtV della I.»
Parte dei Principi di Etica. ultimo) sia lo scopo diretto e
immediato della condotta ; ossia, (ed è un pensiero che fa
ricordare Aristotele) lo stato di godimento finale sopraggiunge
come una conseguenza, non direttamente voluta nò chiaramente
rappresentata, all’ esercizio delle atti¬ vità morali divenuto per sè
immediatamente gra¬ devole. La soluzione della seconda
difficoltà derivante dalla lacuna notata, si trova nella
conciliazione oggettiva , tra bene proprio e bene altrui, e nella
conciliazione soggettiva, tra egoismo e altruismo, raggiunte per effetto
e della solidarietà crescente tra le condizioni di vita dei singoli e
quelle del tutto, e dello sviluppo concomitante della simpatia.
Colla soluzione di queste due difficoltà lo Spen¬ cer intende
dunque che sia dimostrata la possibilità — dal punto di vista scientifico
— e la legittimità dal punto di vista morale — della sua
costruzione; e con questa dimostrazione il pensiero che informa la
trattazione dell’Etica, è nelle sue linee generali, compiuto (1).
Ed ora , tracciato il disegno in cui si inquadra La II. a Parte (Le
induzioni dell’Etica), che nella traduzione francese porta il titolo di
Morale de* differente peuples, dall’esame delle diversità di idee e
sentimenti morali dei diversi popoli rac¬ coglie la conferma di alcuni
dei principi fondamentali dedotti dalle leggi della vita nello stato
sociale ; e principalmente della estrema variabilità dei sentimenti
morali, e della corrispondenza generale di due tipi opposti di moralità
ai due tipi di coesistenza e CO-OPE- [ la dottrina particolare che più
direttamente ci interessa, diciamo alquanto piii distintamente di questa.
S’è visto come nel pensiero dello Spencer la condotta ottima sia la
condotta pienamente adatta, la condotta che c orrispon de al limite
dell’evolu¬ zione; mentre l e forme di condotta più n _mpnn lon¬
tane da quel limite so no, di molto o di poco, meno adatte, cioè meno
buone; onde la distinzione di Etic A ssoluta ed Eftej> (1). Ora si
presentano spontanee due domande: l.° Perchè introduce lo
Spencer, contro il modo comune di comprendere 1’ ufficio dell’ Etica,
questa distinzione t ra Moral e A ssoluta e Relativa ? Non è forse
compito del l’Etica] CO-OPERArazione sociale (tipo militare e tipo
industriale). Le altre quattro parti, Etica della Vita Individuale (IH. a),
ed Etica della Vita Sociale : la Giustizia (IV.»), la Beneficenza Negativa e la
Beneficenza Positiva contengono le
dednzioni o applicazioni particolari ; nelle quali, in conformità ai
principi e al metodo ac¬ cennati, vogliono essere determinate le norme
della vita privata e deila vita pubblica quali risultano rispettivamente
dalle condizioni contemplate dall’ Etica Assoluta e da quelle contemplate
dall’ Etica Relativ a. (1) Notiamo subito, benché
l’avvertenza debba parer quasi inu¬ tile , che per lo Spencer la parol i
fl.v<vofn^o non ha nè può a vere n ell’Etica un significato metafisi
co ; le norme etiche per lui non hanno ragione di essere all’ infuori
dell’ esistenza animata quale si manifesta fenomenicamente; all’infuori
di esseri capaci di pia¬ ceri e di dolori. quello di
stabilire le norme della condotta retta, della giustizia pura, e, senza
curare gli impedi¬ menti e le imperfezioni che i difetti della
natura umana possono ingenerare, presentare il tijoo ideale di pe
rfezio ne al quale ciascuno deve cercare di av¬ vicinarsi? E se così è.
non ò del tutto oziosa_e vi- ziosa la distinzione ? Ammesso che dal
punto di vista speciale dello Spencer questa distinzione sia legittima,
non è un fuor d’opera l’Etica Assoluta, dal momento elle la realtà
presente ci dà uno stato di adatta¬ mento imperfetto, ossia assai diverso
da quello che essa suppone ? L’esposizione del pensiero dello
Spencer intorno -alle foie Etiche mi pare si possa acconciamente
raccogliere in due parti, nelle quali trovi succes¬ sivamente risposta
ciascuna delle due questioni. Co¬ minciamo dalla prima. Si
crede comunemente che si possa determinare un tipo di condotta assolutamente
giusta in condizioni reali di esistenza imperfetta, mentre questa
determinazione non è possibile; e, se fosse, non darebbe il tipo voluto.
Sia nei giudizi dei mo¬ ralisti, sia nei discorsi comuni, djie postulati^
sono tacitamente accettati come veri; e pare infatti che senza di
essi non sia possibile giudizio morale, per- (1) Op. cit. Ch. XV :
Absolute and Relative Etkics. che la distinzione stessa tra
atti giusti e atti in¬ giusti sembra implicarli necessariamente. Sono
que¬ sti: l.° Che in ogni caso vi sia un modo di operare / \
^assolutamente giusto. 2.° Che sia possibile stabilire quale sia. Ma
l’analisi di un gran numero di azioni dimostra che in casi assai numerosi
non è possi¬ bile il giusto, ma soltanto un minimo ingiusto; e in
casi pure numerosi non è nemmeno possibile determinare in che cosa questo
minimo ingiusto consista. Il giusto assoluto esclude del
tutto il dnltw che è il correlativo di qualche specie di male, di
qual¬ che divergenza da quell’adattamento perfetto che soddisfa
pienamente a tutte le esigenze della vita completa. Se il concetto di
condotta buona è, in ultima analisi (1), il concetto di una condotta che
produce in qualche parte un avanzo di piacere; e di condotta cattiva, che
produce un avanzo di do¬ lore; il bene o il giusto assoluto nella
condotta può esser quello soltanto che produce p iacere pur o, pi
acere non misto a dolore di sorta . E quindi la condotta che produce
qualche conseguenza dolorosa ò parzialmente cattiva, e la forma più
elevata che una condotta cosifatta può raggiungere ò il mi¬ nimo
ingiusto, il giusto relativo. Ora le forme di adattamento
incompleto presentano, più o meno vasto e grave, un doppio di¬ fetto :
Discordanza od antitesi fra i tre ordini di fini della vita, per la quale
atti che producono uti¬ lità o piacere all’ individuo o alla prole
portano danno e dolore agli altri, e viceversa ; e discordanza
anche nello stesso ordine tra fini immediati e me¬ diati, presenti e
futuri ; per la quale 1’ azione ri¬ chiesta dall’ utile avvenire può
esser sorgente di dolore nel presente, o la soddisfazione di un
desi¬ derio immediato può impedir di raggiungere un bene lontano e
mediato, o esser causa di un male futuro. Nella misura in cui queste due
specie di incongruenze (le quali si incrociano e si complicano fra
di loro) fanno sentire i loro effetti, le azioni devono produrre una
certa somma di dolore sia sull’agente sia sugli altri. Ora « finché v’ ò
dolore v ’è male ; e la condotta che apporta qualche male non può
esser giusta assolutamente ». A chiarire questa distinzione lo
Spencer cita degli esempi di azioni assolutame nte giuste e di
altre solo relativamente giuste. Una madre sana che allatta un bimbo
sano, un padre che, dotato di eccitabilità simpatica, partecipa ai
giuochi del figlio e li guida, sono esempi della prima specie;
nell’un caso e nell’altro l’azione produce piacere a chi la fa e a chi la
riceve; e aiutando lo svi¬ luppo fisico o quello psichico, o l’uno e
l’altro in¬ sieme, è utile al benessere futuro ; cioè produce
direttamente e indirettamente soltanto piacere senza dolore. Del pari imo
scambio fatto di pieno accordo e con soddisfazione e UTILITA RECIPROCA; e
gli atti di BENEVOLENZA di chi fornisce una notizia o un consiglio,
o chiarisce un equivoco, o compone un dissidio tra amici, possono essere
classificati come giusti assolutamente per la medesima ragione.
Degli esempi addotti dallo Spencer di azioni solo relativamente
giuste, scelgo due che mi paiono tipici anche per il contrasto che
offrono col modo di giudicare comune: La cura di molti figli
cagiona a una madre assai dolori, ma le sofferenze imme¬ diate e le
lontane che l’incuria apporterebbe supererebbero di gran lunga quei dolori. La
condotta giudicata buona in questo caso è quella che pro¬ duce
minor male ; ma non è ottima. È la meno in¬ giusta. non 1’ assolutamente
giusta. Così 1’ allonta¬ namento dei clienti da un negoziante che esiga
prezzi troppo alti o venda merci scadenti, o falsi la misura, fa
diminuire il suo benessere e forse apporta danni e dolori ad altre
persone a lui congiunte; ma il salvar lui da questi mali e sopportar
quelli che la sua condotta cagiona, produrrebbe un male assai più grave e
generale. L’abbandono è perciò giustificato: ma l’atto è solo
relativamente giusto. Riconosciuta così la verità che una
gran parte della condotta umana non è giusta assoluta- Burnente, si
deve riconoscere 1’ altra verità che in molti casi non é possibile
stabilire quale sia il minimo ingiusto. É facile trovarne le ragioni, se
si considerano gli effetti che quella stessa discordanza, già
rilevata, tra i fini della vita, deve produrre. V’ è un limite fino al
quale é relativamente giusto che un genitore faccia sacrifizio di sè
stesso pel vantaggio dei figli, e v’è un limite oltre il quale
l’abnegazione non può spingersi senza ch’egli ap¬ porti non soltanto a sò
ma a tutta la famiglia danni maggiori di quelli che il sacrifizio tende
ad impedire. Chi può dire quale sia questo limite? Dipendendo esso
dalla costituzione e dai bisogni delle persone in causa, non è neppure in
due casi il medesimo, e non può essere per ciascun caso più che una
congettura. Un commerciante che sia tra¬ volto nel fallimento d’un suo
debitore e posto nella necessità di fallire egli stesso se non è
aiutato, deve o no domandai^un prestito a un amico? Il prestito
potrebbe trarlo dalle difficoltà, e in questo caso non sarebbe cosa
ingiusta verso i suoi credi¬ tori non chiederlo ? Ma fors’anco non lo
salverebbe, e allora non è una frode procurarselo? Benché in casi
estremi possa esser facile decidere, come sarebbe possibile in tutti quei casi
in cui anche il più intelligente e competente non può calcolare le
probabilità ? Questo doppio errore del confondere il giusto assoluto
col minimo ingiusto, e del credere che si possa in ogni caso stabilire quale
sia, nasce dall’ errore che si commette nel concepire il tipo della
condotta, la condotta dell’ uomo ideale. Si suppone clic l’uomo
ideale viva e agisca nelle condizioni sociali esistenti. Ciò
che si cerca determinare è, non quali sa¬ rebbero le sue azioni in
circostanze tutte- insieme mutate, ma quali sarebbero, date le condizioni
presenti. E questa ricerca ò vana per due ragioni : La coesistenza di un
uomo perfetto e di una società imperfetta è impossibile ; dato che
potessero coesi¬ stere, la condotta che ne seguirebbe non
fornirebbe il tipo morale cercato. « In primo luogo, date le
leggi della vita come esse sono, un uomo di natura ideale non può
es¬ sere prodotto in una società composta di uomini- che hanno una
natura lontana dall’ ideale. Aspet¬ tarsi che tra uomini organicamente
immorali ne- sorga uno organicamente morale è come aspettarsi di
veder nascere tra i Negri un bambino di tipa inglese. Se non si vuol
negare che il carattere di¬ penda dalla struttura ereditata, si deve
ammettere che in ogni società ciascun individuo discende da uno
stipite, che risalendo a poche generazioni si ramifica per ogni parte
nella società e partecipa della natura media di questa ; e che quindi,
nono¬ stante spiccate differenze individuali, deve conservarsi una comunanza
di natura tale da impedire che un uomo, qualunque sia, raggiunga un
tipo ideale, finché il resto della società rimane di gran lunga
inferiore. « In secondo luogo, la condotta ideale, quale è
contemplata dalla teoria morale, non è possibile per P uomo ideale in mezzo
ad uomini costituiti diversamente. Una persona assolutamente giusta
c perfettamente simpatica non potrebbe vivere e operare in
conformità alla natura sua in una tribù di cannibali. Tra un popolo
perfido e al tutto privo di scrupoli, una intiera veridicità e franchezza
deb¬ bono apportare rovina. Se tutti intorno a lui rico¬ nóscono
solo la legge del più forte, un uomo la cui natura non gli permetta di
inlliggere dolore agli altri deve soccombere. Fra la condotta di
ciascun membro della società e la condotta degli altri vi deve
essere per necessità una certa congruenza. Un modo di operare interamente
diverso dai modi di operare prevalenti non può continuare con buon
esito, ma deve condurre alla morte dell’ agente, o della sua discendenza,
o di ambedue. Adunque perchè l’uomo ideale possa servire di tipo, egli
deve essere concepito non a sé, senza re¬ lazione colle condizioni che
sono necessarie perchè la condotta possa essere giusta, ma in corrispondenza
con queste. L’uomo ideale deve essere considerato come esistente in una società
ideale. Perciò, secondo l’idea dello Spencer, il voler, per
esempio, stabilire quale sarebbe la condotta deiruomo ideale quando fosse
posto nel bivio o di farsi gettare sul lastrico colla famiglia, o di
men¬ tire alle sue convinzioni politiche, sarebbe perfet¬ tamente
vano ; perchè le condizioni cosi supposte contraddicono a quelle
richieste dalla definizione dell’uomo ideale. In una società ideale,
nella quale soltanto può concepirsi 1’ uomo ideale, non esiste
violenza e non esistono abusi ; nè vi può essere collisione tra i modi di
sentire e di operare richiesti dal bene proprio e della discendenza,
e chiesti dal bene pubblico. Viene in mente, e lo ricordo
perchè può servire di commento al pensiero delloCéàencer, ma perchè
la somiglianza è significativa, queh^ udjko ^ dei Promessi Sposi, nel
quale il padre Cristoforo è invitato a far da giudice in una questione
di cavalleria. Suonava rumorosa la disputa tra i com¬ mensali di
Don Rodrigo su questo punto: se fosse lecito a un cavaliere bastonare il
messo che gli consegna un cartello di sfida senza avergliene chie¬
sto licenza ; e il padre Cristoforo, chiamato in causa, dopo essersi
invano schermito, esce finalmente in quella sentenza che fa meravigliare,
tanto pare fuor di proposito, tutti quei dialettici della cavaileria : «
11 mio debole parere sarebbe clic non vi fossero nò sfide, nè portatori,
nè bastonate ». Ecco riconosciuta nel caso particolare
l’esigenza fondamentale dell’Etica Assoluta dello Spencer: Non vi
può essere condotta giusta finché vi sono condizioni contrarie alla
giustizia. Ma la realtà presente e viva è appunto così. « Oh
! questa è grossa », risponde infatti il conte At¬ tilio. « Mi perdoni,
padre, ma ò grossa. Si vede che lei non conosce il mondo ». E
se è il mondo coni’è quello con cui si ha a fare, 1* ufficio dell’ Etica
non sarà quello di stabi¬ lire quale deve essere la condotta nel mondo
reale presente, non in un mondo ideale avvenire? 0, almeno, non ò
inutile, anche ammessa la distin¬ zione Spenceriana, correr dietro al
fantasma di una condotta ottima, adatta a uno stato di perfe¬
zione, che l’evoluzione apporterà, sia pure, ma che per noi non
esiste? A questa seconda domanda risponde la di¬ mostrazione della
precedenza necessaria — nell’or¬ dine della trattazione scientifica —
dell’Etica As¬ soluta sull’ Etica Relativa. In qualunque
ordine di ricerche le verità scien¬ tifiche si sono raggiunte trascurando
prima i fattori di perturbazione, che alterano ed oscurano l’azione dei
fattori fondamentali, e tenendo conto soltanto di questi. Quando la
estimazione di questi fattori fondamentali, non, come si presentano nella
realtà, ma¬ scherati e complicati di elementi secondari, ma quali
si suppongono idealmente con un processo di astrazione, ha aperto la via
a conoscere e formulare le leggi generali, allora diventa possibile la
estimazione dei casi concreti, tenendo copto dei fat¬ tori accidentali
che nella realtà alterano i rapporti i deali contemplati da quel le leg
gi. Ma le leggi ge¬ nerali, le verità fondamentali, solo per questa
via si possono ricercare e scoprire, e solo con questo procedimento
il sapere passa dalla sua forma em¬ pirica alla sua forma
razionale. Per ottenere la formula che esprime il potere -ifjicfip»tv*
della leva s i suppone N una leva che non si pieghi , iàz<Jbz ma
sia assolutamente/rigid a ; un fulcro che non abbia, come nella realtà,
una certa superficie; e si suppone che la potenza e la resistenza si
esercitino su un punto, invéce che su una parte più o meno estesa
della leva. Del pari la determinazione del corso di un proiettile si
ottiene trascurando dap¬ prima tutte le deviazioni prodotte dalla sua
forma e dalla resistenza dell’ aria. E il medesimo negli altri
casi. St abilite così q u este verità ideali, diventa possibile tener
conto degli elementi dai quali si è fatta astrazione, delle complicazioni
risultanti dall’attrito, dalla plasticità, dalla coesione, dalla resi¬
stenza dell’aria : e ottenere così una determinazione ' Jt-
^ "(VOM, P-O sempre più esattamente approssimata al l'atto
reale. Qui è manifesta la re lazione tra certe verità assolute
della meccanica e certe verità relative che impli¬ cano le prime, come è
manifesto che non si possono stabilire scientificamente le verità
relative finché non sieno formulate indipendentemente da queste le
verità assolute. Il che equivale a dire che la ! scienza meccanica
applicala può svilupparsi soltanto dopo che si è sviluppata la scienza
meccanica ideale. Le medesime considerazioni valgono per la
scienza morale. È impossibile determinare con ap¬ prossimazione
scientifica quale sia, date certe cir¬ costanze reali, il modo di operare
meno ingiusto, se non si conosce quale sarebbe il modo di operare
giusto ; e questo non si può conoscere se non si suppongono eliminate
tutte le circostanze che lo impediscono o lo limitano e ne falsano i
caratteri ed i risultati: cioè, in breve, se non si suppongono,
scevre da ogni perturbazione, le condizioni ideali, nelle quali è
possibile l’operare assolutamente giusto. A chiarir meglio questa
relazione tra Etica As¬ soluta ed Etica Relativa lo Spencer ricorre a
un altro esempio di relazione analoga preso dalle scienze
biologiche; la relazione tra la Fisiologia e la Patologia. La Fisiologia, nello
studio degli organi e delle funzioni che combinate costituiscono e
con¬ servano la vita, suppone l’organismo sano e le funzioni sane,
non tenendo conto dei difetti, degli eccessi, delle anomalie di cui si
occupa la Pato¬ logia : e questa poi presuppone quella, perchè le
idee anche più rozze intorno alle malattie suppon¬ gono idee di stati
sani di cui le malattie sono de¬ viazioni; e la conoscenza degli stati e
dei processi anormali e morbosi può diventare scientifica sol¬
tanto quando vi sia già una conoscenza scientifica di stati e processi
non morbosi. Si milmeste l a Morale Assolut a deve precedere
laJSl orak ^llclativa ; la quale non deve applicare sic et simpliciter
alle condizioni particolari della vita reale le conclusioni dell’ Etica
Assoluta ; ma riconoscendo ciò che vi è di diverso nella condotta
che corrisponde a uno stadio di vita imperfetta, deve determinare di
quanto essa si allontana dal giusto e come si possa ottenere, date queste
condi¬ zioni reali imperfette, la massima approssimazione al giusto
contemplato dall’ Etica Assoluta. 6 — Questi confronti coi quali lo
Spencer in¬ tendeva illustrare il suo concetto intorno alla re¬
lazione fra le due Etiche e alla priorità logica del- 1’ Etica Assoluta
sull’ Etica Relativa, si direbbe che abbiano servito ad abbuiarlo ; e
però non è fuor di luogo qualche breve chiarimento.
Dall’esposizione che precede deve essere apparso, spero, che è per
una esigenza inerente alla natura della ricerca scientifica che lo
Spencer sostiene la necessità che l’Etica Assoluta prec^g la Relativa; lì
e appunto por chiarire questa precedenza neces¬ saria egli cita
l’esempio della precedenza analoga della Meccanica Razionale rispetto
alla Meccanica Applicata, e della Fisiologia Normale rispetto alla
Fisiologia Fatologica. Nel pensiero dello Spencer la priorità dell’ Etica
Assoluta non è che l’applicazione a un campo particolare di ricerche di
un suo criterio metodico generale; del quale egli trova la conferma in
tutte le scienze, che hanno superato 10 stadio empirico. Il
paragone non è dunque, pro¬ priamente, tra la sua Etica Assoluta e la
Meccanica Razionale o la Fisiologia Normale, nè tra la sua Etica
Relativa e la Meccanica applicata o la Fisio¬ logia Patologica; non è,
voglio dire, di quelle scienze pure tra di loro, o di queste scienze
appli¬ cate tra di loro ; ma è paragone tra le loro relazioni. E il
significato del confronto è questo : che tra le due Etiche, come le
concepisce lo Spencer, corre una relazione analoga a quella che
intercede rispettivamente tra le due Meccaniche (diciamo così) e
tra le due Fisiologie. E in questo senso che il paragone deve
essere inteso ; e in questo senso è appropriato. Perciò, quando la
critica obietta che l’Etica ha caratteri ed esigenze diverse dalla
Meccanica e dalla Fisio¬ logia, può essere che abbia ragione, ma
interpreta 11 confronto in un senso diverso da quello voluto
dallo Spencer. Perchè il concetto, per il quale il paragone è assunto è,
nella sua espressione più semplice, questo: che anche per l’Etica la
solu¬ zione scientifica o scientificamente approssimata dei
problemi più complessi richiede la soluzione dei problemi più semplici.
Il paragone non deve dunque essere staccato da questo concetto e
preso con una significazione diversa; altrimenti si frain¬ tende e
paragone e concetto ; e rimane oscurato uno dei punti più importanti
della dottrina par¬ ticolare ora esposta. La quale non ebbe
mai molta fortuna nò presso i fautori di una morale scientifica, nè
presso gli av versa ri. Questi, preoccupati forse in generale dal
pensiero di mostrare la insufficienza dell’indirizzo naturalistico, hanno
veduto nella dottrina delle due Etiche (illustrata da quei confronti!)
sopratutto una fi gliazione de l concetto meccanistico, e f’hanno
com¬ battuta in nome delle esigenze della Morale; quelli hanno
notato nella affermata necessità di costruire un’Etica Assoluta, una
contraddizione colla teoria dell’evoluzione, e col principio della
relatività della morale e del diritto: e l’hanno combattuta in nome
delle esigenze della scienza. Gli uni e gli altri hanno considerato la
dottrina particolare unicamente in relazione colla dottrina generale
colla quale si pre¬ sentava connessa, senza badare alle ragioni che
la possono legittimare all’infuori del sistema e della forma
speciale di applicazione che in esso ha trovato. La pregiudiziale
dell’imperativo categorico. La dottrina esposta traccia il piano
che lo Spen¬ cer si è proposto di seguire per soddisfare al compito
da lui assegnato all’Etica: quello di determinare, scientificamente le
norme della condotta morale.] Ma già intorno a questo modo di
intendere l’ufficio dell’Etica incalzano lejtifficoltà e le obbiezioni;
le quali devono essere, almeno nel loro contenuto sostanziale, esaminate.
Perchè, se non si riconosce la legittimità del suo concetto sull’ufficio
dell’Etica è vano discutere della possibilità e legittimità del
piano proposto per attuarlo. L’esame critico si distingue perciò
naturalmente in due parti; delle quali la prima potrebbe dirsi
critica preliminare. L’Elica può,
o non può, essere scienza nor¬ mativa? Ecco una prima questione
pregiudiziale, che, a giudizio di un profano, (solamente dei profani ?)
po¬ trebbe dare un’idea poco lusinghiera dei progressi e dei frutti
della speculazione morale. L’opinione se non universalmente, certo
gene¬ ralmente. dominante è che non possa. L’opinione dominante par
che si chiuda in questa alternativa: l’etica o è scienza, e non è più normativa;
o ò nor¬ mativa, e non è più scienza. La ragione dell’antitesi, che così
si pone, tra le esigenze della scienza e le esigenze della morale, è
nota. Dicono i puri moralisti. Una morale che non dia alla norma
carattere di obbligatorietà non può essere vera mo¬ rale; e darle
obbligatorietà assoluta non si può senza uscire dal campo della scienza.
Nel latto, una con¬ dotta che si ponga scientificamente come morale,
è obbligatoria soltanto se si accetta il fine, al quale è ordinata
la norma; cioè è obbligatoria ipotetica- , mente, non categoricamente. E
se non c’è i m perat ivo categorico, non c’è m orale. — E i puri
scienziati rincalzan. La scienza è scienza delle cose e dei latti
come_sonq_e non come dovrebbero essere. Si può cercare quali sono i
caratteri e i fattori, la formazione e le trasformazioni dei modi di
operare, dei sentimenti delle credenze distinti come morali; si
potrà anche, tracciati i lineamenti generali del processo di formazione,
argomentare induttivamente una possibile evoluzione ulteriore con qualche
pro¬ babilità; ma la scienza non sa di bene e di male; cerca ciò
ciò che è; tenta di prevedere, se le riesce, quel che sarà; dimostrando
che certi effetti dipendono da certe condizioni, ci fa capire che se vogliamo
gli effetti dobbiamo volere quelle condizioni, ma non può obbligare nè à
volerle nè a disvolerle. Gli uni e gii altri, accordandosi
nell’ammettere che la scienza non possa dare un imperativo ca¬
tegorico, par che ammettano esplicitamente o im¬ plicitamente che la
morale debba o possa essere una dottrina che determina la norma
obbligatoria, ossia una teoria da cui si ricava il dovere. Ora. se
hanno ragione nell’ ammettere la prima cosa, hanno torto di supporre la
seconda ; hanno torto di credere che compito dell’Etica possa essere
quello di dimostrare l’obbligatorietà, e di supporre che una
dottrina religiosa o metafisica possa fondare quel che riconoscono non
poter essere fondato da una dottrina puramente scientifica; possa
fondare il « tu devi » (1). 2 —11 « tu devi » è un giudizio
di constata¬ zione e non può essere altro. Dicendo « tu devi » io
non posso intendere che l’una o l’altra di queste due cose: o « tu senti
dentro di te qualchecosa che [ Ho già mostrato altrove, in un
capitolo rivolto direttamente a questo esame (Prolegomeni a una Morale
distinta dalla Metafì¬ sica Cap. I. Pavia, Bizzoni) come e perchè sia
perfettamente va no e illusorio credere che da una costruzione , teorica
l sojjmtificn n no. nossa ricavarsi in qualsiasi modo una norma
obbligatoria , se l’obbligatorietà non è già per altra via data o assunta
o supposta; e come nasca e si mantenga 1’ illusione, e lo sforzo di
credere che non è un’ illusione. Ma 1’ argomento è di capitale importanza
; e , del resto, la breve trattazione che segue, benché concluda il
mede¬ simo, è fatta da un punto di vista diverso. ti spinge,
senti di essere obbligato a non fare o a fare »; oppure quest’altra: «
c’è una volontà cbe ha il potere di obbligarti ». Nel primo caso si
fa appello alla coscienza ; a uno stato o a un fatto di coscienza
che esiste o si suppone che esista ; nel secondo caso si fa appello a un
potere, che pari- menti o esiste o si ammette che esista. Ma
nell’uno e nell’ altro caso nessuno sforzo dialettico può ricavare
l’obbligo dalla natura della cosa comandata o proibita; nessuna
costruzione dottrinale può far esistere, se non esiste già, nò quel fatto
di coscienza, nè questo potere. Si dirà che v’è un altro
senso. È vero; ma un senso improprio. « Tu devi » può voler dire: «
È giusto che tu faccia; è giusto che ti senta obbli¬ gato a fare, o
che ci sia chi ti obbliga ». Ma se vuol dir questo, l’espressione è
equivoca. Che sia giusto il fare e che sia giusto T obbligo di fare
(quando questo fare sia già sentito come un ob¬ bligo) si raccoglie d al
contenu to, non dal tono del comando: e non basta a porre l’obbligo, lo
giusti- fica dato die ci sia, e potrà far desiderare che esista,
dato che non ci sia. Ma porre le ragioni che giustificano l’obbligo, non
è porre in essere la forza o il potere o l’impulso (con qualunque nome
si chiami) che obbliga. Ed è così vero che le due cose .sono
diverse e non confondibili tra di loro, che non si può ridurre 1’una
all’altra senza togliere una delle due. Non si può derivare l’obbligo
dalle ragioni che giustificano la norma, senza ricono¬ scere che
l’obbligo vale solamente in quanto val¬ gono queste ragioni; fcioè senza
assegnargli un valore ipotetico, non più categorico. Nè si può rica¬ vare
la giustificazione della norma dall’obbligo ca¬ tegorico, senza
riconoscere che la norma vale so lo i n quanto esiste l’obbli go; ossia
senza negare qual¬ sivoglia giustificazione, cioè riconoscere che il
con¬ tenuto della norma non avrebbe nessun valore se P obbligo
mancasse. Gli è che quando si dice essere il dovere condizione
necessaria della morale, si scambia la morale colla 'moralità, la norma
colla conformità alla norma. Ma l’obbligo riguarda l’osservanza,
<*/J» non ] a determinazione della norma. Ora, che del¬
l’osservanza della norma sia condizione necessaria e
caratteristica il dovere, è cosa che potrà o non potrà ammettersi, ma ha
ad ogni modo un senso; che sia essenziale alla determinazione della
norma, non è neppure discutibile, perchè non ha senso. Sarebbe come
dire che è essenziale alla costruzione della scienza medica l’obbligo di
prendere le medicine. È verissimo che sarebbero perfettamente inutili le
prescrizioni mediche se non si supponesse che vengano osservate ; ma è
non meno vero che l’obbligo di osservarle, posto che ci fosse, non
mu¬ terebbe in nulla il contenuto e il valore delle prescrizioni.
L’obbedienza del cliente non muta la scienza del medico. E le condizioni
da cui dipende l’osservanza sono così distinte dalle ragioni che
giustificano una norma , che fi ufficio di tutte le scienze precettive si
fa consistere nel cercare e de¬ terminare le relazioni tra certi mezzi e
un certo fine, nella supposizione che il fine sia voluto, e ai- fi
infuori da ogni preoccupazione che riguardi la reale esistenza ed
efficacia del desiderio o dell’ ob¬ bligo di conseguirlo. Il che si vede
manifestissi¬ mamente in una scienza precettiva, che, a rigore,
costituisce un capitolo dell’ Etica ; nella quale la questione dell’
osservanza delle norme (e dell’ ob¬ bligo di questa osservanza) è rimasta
perfettamente distinta dalla questione della ricerca e della deter¬
minazione delle norme; forse appunto perchè fu considerata e trattata
indipendentemente dalla mo¬ rale; voglio dire nell’igiene. Dove a nessuno
viene in mente di pretendere' che sia una condizione della
legittimità o del valore delle norme dettate da lei, questa: ch e il
conformarsi ad esse sia sentito com e un d over e. E se accade, come può
accadere in ef¬ fetto, che l’osservanza di qualcuno dei suoi pre¬
cetti sia già tenuto come un dovere, il riconoscere che questo precetto è
ordinato a un fine, al quale si dà valore di bene, fa che fi obbligo
stesso ap¬ paia giusto. Ma in questo caso è facile vedere che la
giustificazione dell’ obbligo riesce in ultimo a questo : a dare un valore
ipotetico all’ obbligo ca¬ tegorico; cioè à dimostrare che sarebbe bene
osservare il precetto, anche se non ci fosse V obbligo. Ora lo
stesso vale, nè più nè meno, per la mo¬ rale. Altro è cercare quali siano
le norme da os¬ servare per raggiungere un certo ordine di effetti
(quello che la morale ponga come fine) e altro è cercare da quali
condizioni dipenda che l’osservare queste norme possa essere sentito e
posto come un dovere. E l’importanza che questo secondo pro¬ blema
può avere non toglie che esso sia diverso e debba essere distinto dal
primo. La pregiudiziale dell’obbligo categorico non tocca
dunque la c ostruzione dottrinale delle norm e; in primo luogo perchè
l’obbligo categorico si constata o si assume, e non si dimostra, nè si
ricava da una dottrina qualsiasi. In secondo luogo perchè se si
intende, come si intende in effetto, che 1’ Etica deve dare non V
obbligo, ma la giustificazione dell’obbligo, questa giustificazione non può
consistere che nel mostrare come la norma abbia valore anche
indipendentemente dall’ obbligo ; cioè che sa¬ rebbe bene o sarebbe
giusto conformarsi ad essa anche se il conformarsi non fosse sentito come
un dovere indiscutibile. Ossia, poiché dimostrare il valore di una norma
vuol dire mostrar la derivazione di una norma da un fine a cui sia riconosciuto
quel valore, giustificare 1’ obbligo viene a dire derivare la norma da un
fine, il cui valore si ammetta non dipendere dall’ esistenza dell’ obbligo,
e al quale perciò rimane del tutto estranea la considerazione
dell’obbligo e delle condizioni che lo rendono possibile. La
caratteristi ca di una dottrina etica no n sta dunque nell’ obb
ligatorietà, ma sta nel valore d el fine che si assume (1). Ed eccoci
alla vera ed j unica differenza tra 1’ Etica e le altre costruzioni
precettive; che è questa. Qualsivoglia scienza pre¬ cettiva si
riduce a un sistema di relazioni e di leggi che hanno valore di norme da
seguire per chi si propone come fine quell’ effetto o quell’ ordine
di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni
$ ed i fattori ; cioè suppone la desiderabilità che dà
valore di fine a quell’effetto; ma non pretende nè che questa
desiderabilità sia riconosciuta univer¬ salmente, nè che essa sia, pure
universalmente, ri- conosciuta come superiore e preminente rispetto
a quella di qualsiasi altro fine. Ma questo appunto [Sono
lieto di notare che in un articolo dal titolo Ethic.s, a xcience
pubblicato nella Philo.sophical Review McGilvary insiste sul concetto, clip
è conforme a quel che ho sostenuto e sostengo , che 1’ Etica , come
scienza, è indicativa non imperativa. Senonchè, per un verso, non si
capisce dall’ articolo se egli ammetta o escluda il medesimo di
qualsivoglia costruzione dottrinale; per l’altro, egli non tien conto di
quella differenza, nella quale consiste a mio giudizio la earat-
teristica dell’Etica. pretende l’Etica. Onde il compito dell’Etica si
spe¬ cifica in due punti, di cui il primo segna la sua
caratteristica: l.° cercare se vi sia e quale sia l’ef¬ fetto o l’ordine
di effetti che possa avere un tal valore, cioè il fine del quale possa
essere ammessa la UNIVERSALE DESIDERABILITA sopra ogni altro, 2."
de¬ terminare le condizioni e i fattori da cui quell’ ef¬ fetto
dipende. E, nel supposto che dipenda dall’azione umana individuale e
collettiva, determinare la con¬ dotta, ossia le norme dell’operare,
corrispondente. Se il fine di cui può essera assunta questa universale
e preminente desiderabilità è umanamente possibile, cioè tale che se ne
riconosca possibile il raggiungimento senza assumere o postulare
nessun intervento sopranaturale e sopraumano, la costru¬ zione
etica sarà scientifica; se no, sarà religiosa o metafisica. E quindi il
problema della possibilità di un’Etica scientifica assume questa forma:
se si possa assegnare un fine, naturalmente cioè umanamente
possibile, al quale sia riconosciuto un valore supe¬ riore a ogni altro
fine. La determinazione delle norme morali sarebbe data dalle relazioni
trovate o da trovarsi tra quel fine e la condotta indivi¬ duale e
collettiva da essa richiesta. Ed eccoci a una seconda questione
pregiudiziale. Non è improbabile che qualche lettore trovi que sto
modo di porre il problema intorno al co mpito dell’Etica , antiqua to e
fuori della realtà. Sento dirmi: «Nella realtà il compito dell’Etica
è concepito e proseguito in modo assai diversp anzi opposto. Le n
prme della condotta morale sono già d ate e conosc iute. Ciò è tanto
vero, che sulla deter¬ minazione concreta dei precetti particolari, di
quelli che si chiamano « d over i » e che si raccolgono nella parte
comunemente chiamata Morale Speciale, non cadono sostanzialmente dubbi o
contestazioni, e i filosofi della morale ne sdegnano quasi la
tratta¬ zione o ne danno soltanto le linee generali. Nella realtà
dunque l’indagine morale non ha per iscopo di cercare e determinare le
norme ricavandole da un certo fine; ma di costruire la sistemazione
teo¬ rica di un codice di condotta già dato, raccogliendo e
unificando le norme particolari in una norma ge¬ nerale, della quale si
cerca quale possa essere la giustificazione; anche se la costruzione
induttiva¬ mente così ottenuta rivesta poi l’apparenza logica di
una costruzione deduttiva. Quindi è antiscienti¬ fico e inutile andar
cercando fuori della realtà, nel campo di una possibilità, ipotetica, un
fine — poniamo pure che sia possibile trovarlo — il quale risponda a
quelle esigenze, per il gusto di ricavarne delle norme. Le quali, o si
accorderanno con quelle riconosciute in effetto e vigenti come morali,
o discorderanno. Se si accordano, ciò vuol dire che la pretesa
derivazione deduttiva delle norme da quel fine nasconde una reale
derivazione induttiva del fine dalle norme; se discordano, questa
discor¬ danza viene a dimostrare l’inutilità, a dir poco, di norme
elle contrastano con quelle riconosciute e accettate, e a far respingere
come non morali o utopistiche le norme e il fine dal quale sono ricavate.
Io non ho difficoltà a riconoscere che i due indirizzi prevalenti nella
speculazione morale con- temporanea— l’indirizzo sociol ogico-storico. e
l’in- dirizzo idealistico-prammatistico — si accordano fon¬
damentalmente nel respingere le costruzioni etiche razionali o pure, e
nell’assumere come punto di partenza legittimo la realtà dei dati morali ; dei
quali l’uno considera principalmente l’aspetto esterno, sociale, e
l’altro l’aspetto interno, psicologico. Ma noto subito che la novità nel
punto di partenza e nel processo di costruzione, è soltanto
apparente; o, per essere più esatto, la novità consiste nel- [Adagio però anche con
questa novità. Perchè, almeno quanto al riconoscere esplicitamente la
legittimità del procedimento regressivo, all’ invertire deliberatamente la
costruzione morale, il Kant avrebbe de’ diritti d’autore da
rivendicare. l’assumere la legittimità di un procedimento, che
inconsapevolmente domina in generale la specula¬ zione etica, e che si
scorge più evidente in quei sistemi i quali hanno raccolto
rispettivamente nei diversi tempi e luoghi più largo consenso;
(consenso non verbale, si intende, ma reale). In altri termini non
si fa che seguire in modo consapevole e riflesso quella stessa tendenza e
preoccupazione, a cui ha obbedito in generale la speculazione morale,
almeno nella forma riconosciuta rispettivamente nei diversi tempi
come ortodossa, o retta, o sana che si voglia dire; la preoccupaziono di
giustificare, il modo di operare, di sentire e di giudicare già tenuto
come buono. Ora il rendersi conto che la costruzione etica — sotto
l’apparenza logica di una deduzione progressiva di certi precetti
particolari da una norma generale e di questa da un fine posto come
supremo — fu sempre, in sostanza, regressiva (dai precetti particolari
alla norma' generale e da questa ai principi che la giustificano), segna
certamente un progresso e un acquisto quanto alla conoscenza del
processo reale storico e psicologico di formazione dei sistemi morali. Ma
altro è conoscere quale sia stato il processo realmente seguito, altro ò
affermare la legittimità del processo. Certo sarebbe un fortissimo
argomento di probabilità, se avesse fatto buona prova. Ma se si guarda ai
risultati, vien fatto piuttosto di pensare il contrario; di pensare, che
la speculazione morale sia viziata nelle origini appunto dal
preconcetto che la domina e dal procedimento che il preconcetto
suggerisce. Ed è da questo preconcetto che nasce, a mio giudizio, così il
diletto della soluzione a cui riesce l’indirizzo sociologico, come
di quella a cui fa capo l’indirizzo prammatistico. In primo luogo importa
notare che am¬ bedue gli indirizzi, appunto perchè hanno comune il
presupposto che compito dell’Etica sia quello di unificare le norme già
date, risalendo da esse ai principi o ai postulati, sembrano ammettere
questi due punti: 1°. Che le norme morali siano già tutte conosciute
e determinate, o che dalle norme cono¬ sciute si ricavi il criterio per
quelle non determi¬ nate. 2°. Che le norme date siano fra di loro
con¬ cordanti o compatibili, o almeno non in contraddi¬ zione l’una
coll’altra. Ora nè 1’ una nè l’altra di queste condizioni si
avvera nel fatto. E prima di tutto non è esatto che le norme
della condotta siano già date e conosciute. Anche se lo Spencer ha
torto, come io credo e si vedrà più in¬ nanzi, di assumere a criterio del
giusto l’adatta¬ mento perfetto o il piacere puro, ha ragione nel
sostenere che in un gran numero di casi la coscienza non ci dice quale
sia il modo di operare giusto o approssimativamente meno ingiusto. Ma,
oltre ai casi del genere di quelli citati da lui, (nei quali si
potrebbe dire, che se non riusciamo a determinare quale sia la migliore
applicazione del criterio, sappiamo però quale sia il criterio da usare) vi
sono sfere intere di azioni, per le quali la coscienza non saprebbe
suggerirci una scelta sicura, e per le quali non ci dice, come per altre,
«non è giusto» o «è giusto». Difenderò io il divorzio o lo
combatterò? Approverò o non approverò l’allargamento del suf¬
fragio politico? Sarò conservatoreoliberale, monar¬ chico o repubblicano,
individualista o socialista, liberista o protezionista? In quali
circostanze ed entro quali limiti seguirò l’uno o l’altro
indirizzo? Non serve rispondere che ciascuno deve operare in queste
materie secondo la propria coscienza. Si tratta di sapere come una
coscienza onesta deve operare perchè alla bontà delle intenzioni (che
è presupposta) corrisponda la bontà degli effetti. E abbandonando
questo giudizio alla coscienza indi¬ viduale si riconosce o che possono
coesistere criteri morali diversi, o che lo stesso criterio morale
può legittimare ugualmente modi di operare opposti, o finalmente
che quelle parti della condotta escono dal campo della morale.
Ma se possono legittimamente coesistere per certe parti della
condotta criteri morali opposti, quale sarà il criterio superiore che
serve a decidere fra questi criteri contrastanti? o altrimenti, perchè
non si ammette che possano del pari legittimamente coesistere
criteri contrastanti anche per le altre parti della condotta? Se poi lo
stesso criterio morale può legittimare due modi di operare opposti, ciò non
può essere che per mancanza di determinazione delle circostanze; e prova
in ogni modo che le norme particolari della condotta morale non sono
tutte de¬ terminate e conosciute. E se finalmente quelle parti
della condotta escono dal campo della morale, quale norma suprema è mai
quella che non ha nulla da dire intorno a una parte così grande
dell’operare, come è, per esempio, tutta la condotta politica del¬
l’individuo e della società? Si dirà che per questa parte, per la quale
le norme non sono date, il cri¬ terio si ricava de quelle già date e accettate
come morali? Urtiamo in una seconda difficoltà. Per ricavare dalle
norme già date il cri¬ terio cercato, per unificarle cioè in una norma
più generale, occorre che le norme date concordino fra di loro, che
in tutte si possa riconoscere appunto questa unità di criterio. Ora, tralasciando
pure di insistere, perchè è cosa troppo nota, sull’antitesi
fondamentale esistente tra le norme di condotta che valgono come morali
rispettivamente nelle condi¬ zioni di pace e di guerra, o sui contrasti,
tragici talvolta, tra i «doveri» famigliari e i «doveri» sociali,
bisogna osservare che le norme date e accettate come morali possono contemplare
e contemplano realmente, almeno in parte, delle relazioni, direi,
secondarie, le quali esistono e sono possibili in gra¬ zia di relazioni
primarie e fondamentali, che le norme non contemplano e che sono la
negazione del criterio applicato in quelle norme. Mi sia lecito
spiegarmi con un esempio ipotetico assai semplice. Se si suppone che un
uomo sia saltato sulle spalle di un altro e si faccia portare da lui, v’è
luogo a cercare quale sia la posizione migliore per il por¬ tante e
per il portato; sia quella, poniamo, la quale concilia la minima fatica
del primo col minimo disa¬ gio del secondo. I l criterio seguito qu i è
un criterio d i equit à; si riconosce cioè che non sarebbe o giusto,
o buono o utile per nessuno dei due, il pretendere tutte le comodità per
sè senza tenere in conto le comodità dell’altro. Ma se questo criterio
(seguito nello stabilire la condotta migliore, data, quella con¬
dizione diversa dei due) fosse applicato a determinare la relazione tra i due
,prima che siano divenuti rispettivamente portatore e portato, questa
condizione sparirebbe, e ciascuno camminerebbe colle sue gambe. Ossia la
norma morale regola nel caso sup¬ posto un rapporto che non esisterebbe
se essa fosse applicata al sorgere di quel rapporto. E può avve¬
rarsi, così, delle norme morali qualchecosa di ana¬ logo a quel che
racconta di sé Senofonte, che all’o¬ racolo chiedeva quale via dovesse
tenere per giun¬ gere più felicemente in Asia, guardandosi bene dal
chiedere prima se era bene o male che andasse. Un sociologo potrebbe
stringersi nelle spalle e osservare che è colla realtà data che bisogna
fare i conti, e che è ozioso andar cercando come sarebbe giusto che
essa fosse; non resta che acconciarvisi alla meno peggio. Vedremo ora
come questa posizione di puro adattamento passivo sia, per forza stessa
della realtà, che diviene e muta, insosteni¬ bile: ma ò opportuno notar
subito che quando si renda palese un contrasto del genere notato,
colla consapevolezza di questo contrasto è inevitabile che nasca
nella coscienza morale l’aspirazione a una realtà diversa; e quindi
l’aspirazione o a modificare la realtà se essa appare mutabile, o a
cercare la ragione della giustizia fuori della realtà. Queste
lacune e queste incongruenze delle norme in effetto vigenti come morali
in un dato tempo e luogo, dimostrano intanto due cose: che, quale
sia la condotta migliore in un determinato momento storico, non è
una semplice constatazione da fare, ma è un problema da risolvere ; e un
problema assai più difficile e complicato di quel che possa apparire
e si sia abituati a considerarlo; e che in ogni caso è necessario
assumere un criterio il quale valga come guida a colmare le lacune, e a
risol¬ vere o giustificare le incoerenze. Ma un criterio, comunque
assunto, a cui si attribuisca questo uf¬ ficio e questo valore, è un
criterio alla stregua del quale devono essere valutate anche le norme
particolari già riconosciute come certe, poiché deve valere per tutta la
condotta. E ciò viene a dire che il processo di determinazione di tutte
lo norme si deve fondare sul criterio assunto, allo stesso modo che
se le norme si dovessero tutte determinare ex novo, astrazion fatta e
indipendentemente dalle norme in effetto già accettate e seguite. (Il che
del resto è precisamente quello che avviene in tutte le scienze
precettive; dove, se anche i precetti scien¬ tificamente stabiliti si
trovano a coincidere coi pre¬ cetti empiricamente seguiti, la
determinazione scien¬ tifica procede come se spettasse ad essa di determinarli
e giustificarli). E allora il problema torna ad essere quello del
criterio che deve essere assunto. Ora il criterio che l’indirizzo
sociologico suggerisce è, come è noto, — e conforme al concetto , che
esso pone in evidenza, della relatività della morale e del diritto — la
corrispondenza alle esigenze sociali del momento storico che si
consi¬ dera. Il codice morale di un dato tempo e luogo delinca la
forma di condotta richiesta dalle condi¬ zioni dell’ esistenza sociale in
quel tempo e luogo, e trova in esso la sua giustificazione. A
nessuno può venire in mente di negare la reale ed effettiva dipendenza
delle norme morali dalle esigenze della vita sociale. Ma se queste
esi¬ genze possono spiegare come si sia formato storicamente e
psicologicamente il codice di condotta correlativo finché sono
inconsapevolmente identi¬ ficate colle esigenze della coscienza morale,
esse non bastano più, neppure a determinare quale sia la condotta
adatta in un certo momento storico, una volta che siano assunte come
criterio riflesso e consapevolmente seguito; non bastano, tranne
che in un caso: nel caso che le condizioni di esi¬ stenza, da cui quelle
esigenze emergono, siano con¬ siderate come immutabili o come
assolutamente sottratte ad ogni azione od efficacia che possa
esercitare su di esse la condotta umana , individuale e collettiva. Perchè
quando intervenga la con¬ sapevolezza di una possibile efficacia
modificatrice della condotta umana sulle condizioni sociali e sulle
esigenze che ne nascono, allora entra di necessità nella valutazione della
condotta la considerazione di questa efficacia; la quale, richiede il
confronto tra lo stato presente e uno stato futuro, tra uno stato
reale e uno stato possibile. E la ragione della scelta tra i due non può
essere data dalla realtà dello stato presente, ma dalla diversa
desiderabilità dei due stati messi a confronto; e quindi non sol¬
tanto dalle esigenze dello stato reale, ma anche da quelle dello stato
possibile o creduto tale. Per conseguenza, condotta buona apparirà non quella
sem¬ plicemente che è richiesta dalle condizioni di fatto, ma
quella che, nei limiti imposti dalle condizioni reali, tenda a
modificarla nella direzione segnata dallo stato più desiderabile. Soltanto
in un caso, puramente teorico, la condotta tracciata in conformità con
questo criterio, coinciderebbe colla pura e semplice corrispondenza alla
realtà delle condizioni fiate; nel caso che lo stato reale presente apparisse
universalmente e sotto ogni rispetto più desiderabile di ogni altro. Ma anche
in questo caso la valutazione è data dalla desiderabilità, non
dalla realtà. Insomma, altro è comprendere che una
forma di condotta è conforme a certe condizioni, altro è Di
qui si vede quanto sia abusiva l’espressione comunemente ripetuta,
sopratutto dai seguaci più rigidi del materialismo storico, che la
condotta giusta è ad ogni momento quella che è resa necessaria dalle condizioni
del momento; i quali poi sono spesso ardenti e anche non di rado generosi
fautori e propugnatori di riforme e di innovazioni anche radicalissime
nelle condizioni e nella strut¬ tura stessa della società. Sento 1’
obbiezione : « Gli è che noi prevediamo necessario e inevitabile il mutamento
in quella direzione, e ci affatichiamo , come la levatrice , a rendere
meno doloroso il parto del futuro dai fianchi del presente. Lasciamo, per
restare nella metafora, che altro è voler agevolare il parto e altro
voler affrettarlo. Ma, insomma, vi affatichereste voi a prepararlo,
questo futuro, se non vi apparisse desiderabile in confronto del presente
? E che (iosa vuol dire render meno doloroso il parto, se non
appre¬ stare con un intervento consapevole e riflesso certe condizioni
che altrimenti non si realizzerebbero ? Adunque l’apprestare queste
con¬ dizioni , pensate che sia desiderabile e possa dipendere dall’
opera vostra; cioè nel giudicare ciò che è giusto, sovrapponete,
almeno per questa parte, il criterio della desiderabilità a quello della
obiet¬ tiva ed esteriore necessità. — Cosi la condotta corregge la
dottrina. « Gran.... ist alle Theorie— Und grilli des Lébeus
goldner Baiati ». aver coscienza della bontà di quella condotta
; la quale non può nascere che dalla coscienza della bontà di un
fine a cui la condotta ò, o si crede che sia, ordinata; altra cosa è la
necessità di certe con¬ dizioni, altra è la loro desiderabilità; altra
cosa è la spiegazione storica, e altra la giustificazione etica. Di
questa esigenza di una giustificazione, alla quale, una volta che sia
sorto il lavorìo ri¬ flesso della comparazione e della critica,
nessuna costruzione etica può sottrarsi, si preoccupa invece il
nuovo prnmmnt.iid.ico. il cui presente successo si deve, come
credo, in gran parte, alla insu fficienza d el rel ativismo sociologico e
storico nel campo della morale. Esso è in sostanza, come è noto, un
ritorno alla metafìsica in nome delle esigenze pratiche; la affermazione
del diritto di cie- dere alì’ esistenza reale di quelle condizioni che
si pongano come necessarie a dare un fondamento oggettivo al valore delle
norme e dei motivi morali. In questa reazione a difesa della fede il
nuovo idea¬ lismo, fatto audace cìàPfavore delle circostanze e
dalla debolezza degli avversari, è passato, come accade, dalla difensiva alla
offensiva; e non solo af¬ ferma la legittimità del proprio indirizzo nel
campo della morale e della religione, o, come si dice, nel campo
dei valori pratici; ma anche nel campo della scienza, o d ei valori
teoretici ; pretendendo che in ultimo anche il sapere teoretico, benché
non se ne accorga o si dia l’aria di non accorgersene, non ab¬ bia
altra ragione per giustificare i principi e i po¬ stulati che assume a
fondamento delle sue inter¬ pretazioni dei fatti e delle leggi
particolari, se non una ragione di convenienza ; il valore che quei
principi hanno come mezzi per la sistemazione del sapere, cioè in ultimo
per la soddisfazione di un bisogno speculativo. Qui non è il
luogo di discutere ciò che nella dottrina ci può essere di vero — più
come intui¬ zione di un aspetto trascurato della realtà psicolo¬
gica, che come legittimazione di un metodo — per quel che riguarda la
ricerca scientifica (1); la con- (1) Però non posso fare a meno di
notare l'equivoco che, a mio giudizio, si nasconde sotto la pretesa
analogia tra la ragione che legittima i principi teorici, e la ragione
che il prammatismo in¬ voca a legittimare i principi pratici. L’ equivoco
è questo : E verissimo che 1’ im rva Ira tura d<jl sanerò teor ico (a
proposito, si può parlare di un sapere non teorico?) è ìjj^tgriali,
diciamo cosi, grovvisori^dijmstulati^e^dijmtesi che si assumono
perditi e in quanto possono servire. Ma servire a che ? A unificare e siste¬
mare le cognizioni delle cose dei fatti e dei rapporti come nono n on
come desideriamo che nan o ; a costruire non quella verità che piace a
noi di ammettere, ma la verità senz’ altro, sia o non sia conforme ai
nostri desideri e ai nostri capricci. Perchè il bisogno teoretico o
scientifico è appunto il bi sogno di .salier e le cose che s^no
jejxmejsono, e non che desideriamo e come le desideriamo. E qualunque sia
il senso che noi diamo all’espressione « come sono » esso è sempre
distinto e diverso da quello che può aver 1’ espres¬ sione « come
desideriamo che sieno ». Perciò non è il caso di ripe¬ tere qui, sotto
veste gnoseologica, la domanda di Pilato. Perchè quando si parla, per
es., delle leggi di gravità, si può bensì sostesidero nel campo della morale, c
soltanto rispetto- ali’argomento che ci riguarda. Per questo
rispetto la soluzione che essa dà del problema della giusti¬
ficazione etica, non dilferisce sostanzialmente dalle altre soluzioni di
carattere metafisico, se non per il fondamento. A proposito del quale,
siccome, se anche se ne ammetta la validità, questa non toglie il
difetto che nasce dal 'carattere metafisico della soluzione, mi
accontento di osservare, per quelli che credono di sfuggire per questa
via all’utilitarismo, che essa conduce a una forma, mistica se si vuole,
ma ad una forma di utilitarismo ; anzi alla forma estrema e più radicale
: la valutazione delle stesse credenze metafisiche e religiose dal
punto di vista di un interesse umano ; sia pure questo interesse il
massimo, il termine di confronto di tutti gli altri. Perchè conduce a
considerare la credenza come un sostegno della moralità, ossia in
ultima analisi come un mezzo pedagogico. E non nere che questo è
un modo nostro di formulare e unificare i fatti ; ma i fatti sono quelli,
e a nessuno viene in mente di pensare che noi li crediamo veri perchè
abbiamo bisogno di reggerci in piedi. E anche chi ammette che 1’ acqua
sia stata fatta a posta per ca¬ varci la sete, sa benissimo (diamine !)
che altro è dire che in un pozzo c’ è dell’ acqua, e altro dire che hanno
sete quei che vi guar¬ dano dentro. Di questa indebita
intrusione di argomenti gnoseologici in que¬ stioni scientifiche, (fisiche
ecc.) tratta esaurientemente, con profon¬ dità e con chiarezza, c ome
suole, il Varisco (V.* in particolare : Introduzione alla Filosofia
Naturale, e Studi di Filosofia Naturale). è escluso il
dubbio che, a questo modo, proprio nel mentre ehe si pone il valore della
credenza, si venga a togliere valore all’ oggetto della
credenza. Venendo ora al nostro argomento, è certo che l a soluzione
del prammatism o, come in genere le altre soluzioni di carattere
metafisico, soddisfa a quella esigenza della giustificazione etica,
alla quale non soddisfa il relativismo storico. Ma aneli’essa presenta —
dico all’infuori da ogni con¬ tesa sulla legittimità del fondamento e
sulla vali¬ dità teoretica dei principi e dei postulati ammessi —
il difetto capitale delle costruzioni metafisiche. Ed è che il fine di
ordine sopranaturale cosi postulato, non può servire a determinare le
norme. Non può servire, per la ragione perentoria che la relazione
tra un fine, che è al di fuori e al di so¬ pra della vita umana naturale
e finita, e una con¬ dotta, qualunque essa sia, che si deve
dispiegare nell’ ambito delle leggi naturali e i cui effetti determinabili
sono contenuti nei limiti della vita finita individuale e sociale, una
relazione di questo genere, dico, non può essere in nessun modo
dimo¬ strata, ma soltanto affermata. Ne è prova il fatto che lo
stesso fine sopranaturale, la stessa costru¬ zione metafisica può essere
assunta a giustificare norme concrete di condotta non soltanto
diverse, ma opposte, senza che si possa ricavare da essa nessuna
ragione per la quale tra due forme di condotta diverse, una possa o debba
giudicarsi pre¬ feribile all’altra. Gilè, se si trova una ragione
di preferenza nell’ ordine degli effetti, che le due con¬ dotte
rispettivamente producono o tendono a pro¬ durre, quest’ordine di
effetti, dà alla condotta cor¬ relativa un valore che sussiste
indipendentemente dal fine sopranaturale, e diventa il fine
naturale della condotta medesima. Con questa differenza tra i
due fini: che mentre dato il primo, non si può (se non facendo
appello a una rivelazione, cioè a una autorità, e quindi a una pura
affermazione) ricavare da esso quale sia la condotta atta a raggiungerlo;
dato questo fine naturale, le norme si ricavano appunto dalle con¬
dizioni da cui il fine dipende, cioè dalla connessione naturale tra la
condotta e gli effetti della condotta. Ossia un fine sopranaturale non
può fornire esso il criterio per determinare la condotta, se non a
patto che — implicitamente o esplicitamente — si assuma, come subordinato
ad esso e da esso richie¬ sto un fine, o un ordine di fini, naturale, in
rela¬ zione al quale in realtà le norme sono stabilite. Nè
concluderebbe nulla in contrario l’osservare che il criterio desunto
dagli effetti che l’azione tende a produrre, riguarda la condotta
esterna, non la interna, nella quale sopratutto consiste il valore
morale. In primo luogo anche se per le due condotte, esterna e interna,
valessero criteri diversi, bisognerebbe pur sempre riconoscere che,
poicliò anche la condotta esterna conta pure qualchecosa, sarebbe
ancora necessario ammettere un criterio che valga a determinarla. In
secondo luogo, benché siano, in ultima analisi le tendenze, le
aspirazioni i sentimenti che hanno valore e danno valore alle cose
e alle azioni, e ogni valutazione si riduca a valutazione comparativa di
tendenze o sentimenti diversi; non bisogna dimenticare che i sentimenti,
come le aspirazioni, si distinguono per il loro contenuto rappresentativo, cioè
pe 1’oggetto a cui si riferiscono; e che anche le intenzioni sono
sempre intenzioni di qualche cosa. E finalmente, una forma di
perfezione interiore che si consideri come fine, a cui Tuomo possa giungere
o avvicinarsi, non può essa stessa fornire il criterio per determinare
quale sia la condotta richiesta a questo scopo, se non in quanto
questa perfezione si consideri come un ef¬ fetto o un ordine di effetti
che dipende naturalmente (in parte al meno se non in tutto) da certe
condizioni, ossia da certi mezzi. Le pratiche del¬ l’ascetismo non
avrebbero senso se non si ricono¬ scesse a loro questo carattere di mezzi
atti a pro¬ durre certi effetti. ' Concludendo: la soluzione
metafisica a cui fa appello l’indirizzo prammatistico, come ogni
altra soluzione di carattere metafisico, non può avere, anche se
non si ponga in dubbio la sua legittimità, che un ufficio consolatore, non
regolatore; può ser¬ vire a dare o aggiunger valore a certe norme e
ai fini umani connessi con queste, ma non può servire a determinarle ; può
fornire un principio di giustificazione, non un criterio di derivazione.
E perciò lascia da parte o suppone risoluto il problema che
riguarda la determinazione delle norme; il che ò quanto dire che lascia
sussistere il problema, e la validità delle ragioni per le quali si pone,
e se ne cerca la soluzione. Così dei due tipi diversi di
costruzione etica corrispondenti ai due indirizzi esaminati, l’uno
q « — quello del relativismo storico — se anche può offrire un
criterio di determinazione scientifica di un sistema di norme, non
soddisfa all’esigenza mo¬ rale, ossia non giustifica il valore che ad
esse si vuole attribuire. Perchè, alle norme stabilite in
conformità al criterio della corrispondenza alle esi¬ genze della vita
sociale, non si può riconoscere un valore superiore a ogni altra norma,
se non sup¬ ponendo che la forma di esistenza sociale correlativa si
riconosca universalmente e sotto ogni ri¬ spetto più desiderabile di ogni
altra; presupposto che non è per nulla legittimato, nè si può
ricavare . dal criterio assunto. L’altro — quello dell’i dealism o
prammatistico — in quanto fa capo a principi e postulati metafisici,
serve a giustificare il valore che si attribuisce alle norme morali, ma ò
radi¬ calmente impotente a fornire un criterio di deter¬ minazione
delle norme. Il primo può determinare le norme, ma non
giustificarle ; il secondo può giustificarle ma non determinarle.
L’uno e l’altro tipo di soluzione hanno comune il preconcetto
fondamentale che compito dell’Etica debba essere quello di trova re le
rag ioni sulle_quali ò fondata la bont à o la giustiz ia di quella
forma di condotta, che già teniamo come buona. Ammesso tacitamente o
esplicitamente questo presupposto, l ’esigenza scientifica porta a riconoscere
le connessioni naturali tra quella forma di condotta e i bisogni
della vita sociale del momento storico, e quindi ad assumere come
criterio etico la corri¬ spondenza a questi bisogni ; l ’esigenza morale
o giustificativa porta a cercare a quali patti o condizioni quella forma
di condotta possa veramente essere riconosciuta come buona, e quindi ad
assumere come fine della condotta un bene il quale soddisfaccia a quel
requisito di universale e pre¬ minente desiderabilità, che non si trova
in quel fine , che è in realtà il fine naturale della con¬ dotta. E
i moralisti che cercano di conciliarle ambedue, e soddi¬ sfare
all’esigenza scientifica senza rinunciare alla esigenza giusti- E allora
la conseguenza legittima è que¬ sta : che una scienza normativa morale è
possibile soltanto se il fine naturale che serve a determi¬ nare le
norme vale anche a giustificarle. Ma il fatto — che questa esigenza
non ò soddisfatta finché si cerca la giustificazione di un co¬ dice di
condotta già dato, assumendo questo come punto di partenza, e quindi come
fine la forma di convivenza e di cooperazione sociale alla quale
esso codice corrisponde, — non prova V impossibilità di una etica
normativa scientifica; prova al più la impossibilità di una tale scienza
finche si intende £0 il compito dell’ Etica in quel modo, [
CeMJ Anf ibio. Ora perché non sarà possibile e lecito porre il problema
in un modo diverso: cercare quale possa essere il fine che soddisfa a
questa esigenza, e dalle condizioni che esso richiede ricavare le norme
della condotta? Il porre il problema in questa forma non è forse
legittimato dalle difficoltà che abbiamo visto nascere dal porlo in forma
diversa, e dall’analogia ficativa, tentano di risolvere
l’antinomia assumendo in conformità all’ esigenza scientifica il criterio
, e in conformità all’ esigenza morale la giustificazione ; ossia attribuendo
un valore metafisico al fine umano-sociale al quale in realtà sono
ordinate e dal quale si possono ricavare le norme. Senonchè i due
principi assunti e in apparenza unificati restano sempre distinti : e
quando si tratta di stabilire quale è la condotta da tenere, compare 1’
uno; e quando si tratta di dire perchè quella condotta è giusta, compare
1’ altro ; senza che si veda nessuna ragione perchè il secondo debba
essere cosi pronto a trovar giusto quello che 1’ altro suggerisce.
(che l’esigenza caratteristica della norma etica non toglie) colle altre
scienze precettive? Sento risorgere V obbiezione : Posto pure
che l’impresa riuscisse, a che cosa gioverebbe? Ma ò facile la
risposta. In primo luogo, anche se non servisse praticamente a nulla, non
cesserebbe di avere un valore teorico il sistema di rapporti che
per tal modo -si venisse a conoscere. In secondo luogo a nessuno ò dato
affermare a priori l’inu¬ tilità pratica di una cognizione scientifica,
sia pure che riguardi dati ipotetici. (E quale cognizione
scientifica non contempla dati, almeno in parte, ipotetici?). E
finalmente a queste due ragioni ge¬ nerali se ne può aggiungere una terza
particolare. Chi può dire clic al modo stesso, almeno, col quale
può essere utile la conoscenza delle relazioni che esistono tra forme
diverse di moralità e condizioni storiche diverse, non possa tornare
utile la cono¬ scenza delle relazioni scientificamente stabilite
tra una forma di condotta possibile c un ordine di con¬ dizioni
possibili ? Concludo. Il problema, s e una scienza normativa etica
sia possibile, non è un problema risoluto, ma è un problema da ris olve
re. Se si possa e si debba risolvere nel modo tenuto dallo Spencer,
è questione diversa e clic rimane da esaminare. E questa critica
preliminare mentre avrà servito, come spero, a dimostrare che il
presupposto fondamentale dello Spencer intorno al compito dell’Etica non
può essere a priori escluso, ha posto in chiaro le esigenze fondamentali
alle quali una scienza nor¬ mativa morale deve soddisfare. E
così ci fornisce una guida per la critica della dottrina. Il
criterio del tinnite dell ’ evoluzione e dell’ adattamento completo
nm^se^e a determinare il tipo di condotta cercato. Il p rogra mma
che lo Spencer traccia e si pro¬ pone di seguire (non dico che in realtà
gli sia rimasto fedele) per costruire una scienza normativa etica, si può
raccogliere, in queste due te si: I.° La necessità di assumere come tipo
della condotta morale la condotta dell’ uomo giusto in una Società giusta
; e la necessità conseguente d ella disti nzione 'ìdfn fv** i ^ tra E
tica Pura (Ji/icr Assoluta) ed Etica Applicata parevo*)» f ( Etica_
Relativa) e della precedenza teorica della prima sulla seconda. II. 0 La
identificazione della condotta giusta, oggetto dell’oca Assoluta,
col tipo di condotta che egli pone come proprio del limite
dell’evoluzione. Ora, benché nel pensiero dello Spencer le due
tesi siano solidalmente connesse, e la seconda sia ilei'quadro del sistema la fondamentale e
quella che legittima e rende possibile ad un tempo la sua
costruzione, non ò difficile vedere come da un punto di vista critico
esse possono e debbono essere considerate a parte. La prima, infatti, formula
una veduta metodica ; la seconda esprime la speciale applicazione
che di quella veduta metodica lo Spencer ba creduto di fare. In altri termini,
è astrat¬ tamente possibile riconoscere che il tipo ideale del- 1’
uomo giusto non possa determinarsi se non in relazione con una società
giusta e clic per deter¬ minare la condotta giusta relativamente a
certe condizioni reali, sia necessario aver prima ricono¬ sciuto
quale sarebbe la condotta giusta in condi¬ zioni idealmente supposte,
anche se non si accetta che il tipo ideale di condotta giusta possa
essere concepito in quella forma e su quel fondamento che lo
Spencer crede di dovergli assegnare. Anzi io penso che la veduta
espressa nella prima tesi non solo si possa, ma si debba accettare
come legittima e necessaria, e che in essa si racchiuda come in
germe un concetto fecondo. Certo, credo, se una scienza normativa morale
ò possibile, è pos¬ sibile per quella via; e i difetti della
costruzione etica dello Spencer nascono non dall’averla seguita, ma
piuttosto dall’ essersene allontanato. Cosicché la critica stessa della
seconda tesi riesce a confermare la legittimità della prima.
Assumendo come tipo ideale di condott a ^ insta la condotta
corrispondente al limite dellV vn- ! azione, lo Spencer riconosce,
esplicitamente o im¬ plicitamente, alla forma di vita individuale e
so¬ ciale che segna quel limite, valore di fine morale. Ora.
lasciando la difficoltà, sulla quale altri ha già zifjf.'w’Ui insistito,
che uno s tato concepito come il risultato necessario dell’evoluzione
naturale possa aver valore di fine liberamente e deliberatamente voluto e
proseguito? difficoltà che non mi pare insupera- ' bile (1), io credo che
questa identificazion e presenta He due difetti capitali : essa non
vale, per se, a for- O' La difficoltà nasce dal modo di intendere la
possibilità e la necessità. Affermare la possibilità die si produca un
fatto, non è altro che riconoscere o ammettere la presenza reale dei
fattori, l’azione dei quali, qumido non incontrasse ostacoli,
produrrebbe, secondo i rapporti causali noti, cioè necessariamente, quel
fatto. Ora lo stesso effetto che può apparire necessario in quanto si
am¬ mette la reale e adeguata efficacia di tutti i fattori da cui
dipende, ' può essere proposto come fine quando tra i detti fattori entri
l'azione MI'uomo, cioè quando la « necessità . dell’effetto sia
condizionata dalla presenza e dalla efficacia di certe idee, sentimenti,
aspira¬ zioni : cioè in una parola dalla presenza e dalla efficacia
adeguata del desiderio ili quell' effetto. In questo caso non è escluso
che l’ef¬ fetto m questione possa aver valore di fine, anzi è incluso
elio 1’ abbia ; perchè la « necessità » dell’effetto è subordinata
appunto al valore che gli si riconosca di fine, e al dispiegarsi, nell’
azione corrispondente, della volontà di raggiungerlo. Che
questa interpretazione sia compatibile coi principii dell’evo¬ luzionismo
Spenceriano è questione che, come si vedrà, rimane estranea all’ intento
di questo studio, e che i più risolvono nega¬ tivamente (cfr., tra gli
altri, Zeccante : La dottrina della co- ni re un criterio per la
derivazione delle norme morali (nella realtà, come si vedrà più innanzi,
il tipo ideale è determinato dallo Spencer sopra un altro
fondamento); e non è sufficiente come prin¬ cipio di giustificazione.
Cominciamo dal primo. Il concetto di evoluzione, come quello di
tempo, del quale esso è, in fondo, nuli’altro che la tra¬ duzione
in termini di causalità naturale, esclude l’idea di limite, inteso almeno
come termine fisso, oltre il quale ogni processo di trasformazione,
cioè di causazione, si arresti. Il processo stesso di dis¬
soluzione che, secondo il pensiero dello Spencer, si alterna a periodi
indefinitamente grandi con quello di evoluzione, non segna il termine di
un periodo e l’inizio d’ uno nuovo se non dal punto di vista
scienza movale nello Spencer; e G. V ijiaki : Rosmini e Spencer. Di
queste, come di tutte le ob¬ biezioni mosse all' Etica dello Spencer, a
cominciare dal Guyau e dal Sidgwick fino ai critici più recenti, tratta
con grande larghezza e ricchezza di notizie il Dr. G. Salvadori
nell’opàra « L’Etica Evo¬ luzionista » che è una apologia entusiastica di
tutto il sistema Spencer iano). Colgo questa occasione per
dichiarare che ho dovuto astenermi da ogni richiamo sia delle obbiezioni
e discussioni di questi, come di altri critici valorosi (tra i quali sia
ricordato a titolo d’ onore il compianto Icilio Vanni), sia delle varie
opinioni che si connet¬ tono colle questioni generali toccate, per due
ragioni : in primo luogo perchè il punto di vista dal quale è qui
considerata la dot¬ trina delle due Etiche è diverso, e diversa la via
seguita ; in se¬ condo luogo perchè se avessi voluto per ogni questione
toccata di¬ scutere le diverse opinioni, avrei dovuto fare, a commento di
un breve scritto, tutta, o poco meno, la storia della morale.
di una valutazione umana o teologica. In realtà il cammino non si
arresta per tracciar di segni che l’uomo faccia sulla via della natura.
Nè, del resto, quando Spencer parla di limite dell’ evoluzione
della vita umana, intende di significare il momento in cui la vita si
arresta o si spegno, ma quello in cui la vita raggiunge il massimo
svolgimento. Senonchò questo massimo svolgimento non può es¬
sere. necessariamente, che relativo a forme date e conosciute o comunque
determinate di vita, cioè di organi, di funzioni, e di attività ; e,
anche inteso cosi, non può venir stabilito se non fissando un grado
che si consideri come massimo; cioè, insomma, segnando nel processo (non
importa ora con quale criterio) un momento , che sia punto di
arrivo di una serie (della quale sia rappresentato da punto di vista
teleologico come fine), ma che potrebbe essere preso, con un criterio
diverso, come punto di partenza di una serie ulteriore. È
sufficiente a segnare questo momento il criterio dell’adattamento
completo ai tre ordini di fini: della vita individuale, della vita della
specie e della vita sociale? È subito chiaro che questo
adattamento completo non può bastare esso stesso, se non si
determina quali siano le sfere di attività e di fini, l’adattamento ai
quali serve di criterio per stabilire se il limite è raggiunto. Perchè se si
intende per adattamento completo un adattamento definitivo a
tutti i fini di tutti e tre gli ordini, termine fìsso e insuperabile al
quale si arresti, e oltre il quale non sorgano nuove aspirazioni e nuovi
fini, noi non potremmo argomentare nò che un tale limite sia per
essere raggiunto mai, nò, (ciò clic qui im¬ porta di più) dato che si
raggiunga, quale sia il grado o la forma di vita, che un tale adattamento
sia per fissare e suggellare come definitivo. Perchè i fini sono,
come ognuno sa, correlativi ai desideri o ai bisogni. Ora a mano a mano
che le forme di attività si moltiplicano c si differen¬ ziano, si
moltiplicano i bisogni e quindi i fini; nò si può nò induttivamente, nè
deduttivamente de¬ terminare a qual punto questo processo possa o
debba arrestarsi. Pcrchò, pur non uscendo dalla tesi evoluzionista, ogni
adattamento implica dimi¬ nuzione di sforzo e quindi, ceteris paribus,
avanzo di energia; la quale appunto perciò si viene di¬ spiegando
in nuoA r e forme di attività, c quindi nella ricerca di nuovi fini. Anzi
il sorgere di ogni forma più complessa di attività, — ad esempio ogni
fun¬ zione più elevata — presuppone normalmente l’adattamento già
avvenuto delle attività meno com¬ plesse e relativamente elementari, —
funzioni più semplici — di cui essa ò una nuova ordinazione. Onde
per questo rispetto l’adattamento a certi fini, ò parallelo all’
insorgere di fini nuovi indefinitamente. Oltredichè il processo stesso del
conoscere portando a scoprire sempre nuovi rapporti di cose e di
fatti, viene continuamente riversando la desi¬ derabilità dei beni
conosciuti su nuovi oggetti che acquistano valore di utilità, c
moltiplica così i beni, cioè i desideri e i bisogni; o trova nel mutare
delle condizioni esterne nuovi modi di soddisfare ai bi¬ sogni già
esistenti ailìnandoli ed elevandoli; o apre la via a nuove aspirazioni,
alle quali la soddisfa¬ zione già assicurata dei vecchi bisogni,
permette che si rivolgano gli sforzi e l’opere. Cosi ogni adat¬
tamento raggiunto è condizione e stimolo a nuove forme di attività al
modo stesso che ogni cono¬ scenza acquistata fa sorgere nuovi problemi, e
nascere « a guisa di rampollo, appiè del vero il dubbio ». Si dirà
che lo Spencer intende l’adattamento completo nel senso di mutuo
adattamento dei tre ordini di lini fra di loro; intende cioè la
concilia¬ zione c 1 accordo tra le esigenze della vita individuale quelle
della vita della specie e quelle della vita sociale. Ma
lasciando di notare che la difficoltà sopra notata risorge a proposito di
questa conciliazione perfetta, si presenta la domanda: A quali patti
si fa questa conciliazione ? Perchè se è vero, come lo
Spencer ha cura di ripeter spesso, che nelle condizioni presenti di
esistenza i fini di un ordine non possono essere prose-miti c raggiunti senza
sacrificio almeno parziale dei fini di un altro ordine, bisogna
evidentemente perchè la conciliazione si faccia, che intervenga una
cessazione, o una modificazione o una sostituzione nei fini o di uno o di
due o di tutti tre gli ordini considerati ; ossia una modificazione nei
bisogni e nelle esigenze dell’individuo, o della specie, o della
società. Supponiamo ora per semplicità di discorso che i fini individuali
e i fini della specie si possano considerare fin dal presente conciliati;
o, per usare i termini dall’economia pura, che si possa assumere 1’
egoismo di specie come comprendente m se l’egoismo individuale (il che è
in gran parte con¬ forme alle vedute stesse dello Spencer); la
conci¬ liazione resterebbe da farsi tra i fini della vita
individuale e i fini della vita sociale. E allora il problema è il
seguente: Nello stato di conciliazione contemplato, fino a qual punto
sono i bisogni e i fini individuali da noi conosciuti o immaginati
che avranno mutato di specie, di estensione, di intensità, per
adattamento alle esi¬ genze sociali, e fino a qual punto si
troveranno invece modificate le esigenze sociali per adatta¬ mento
ai fini della vita individuale? E manifesto che per conoscere in che cosa
la conciliazione sia per consistere bisogna o che sia definita la
sfera delle esigenze individuali, in corrispondenza colla
aliale si possa determinare la sfera delle „ sociali che con
quelle si accordi; o sia definii sfera delle esigenze sociali per una
determinazione tersa; o finalmente siano definite certe corni z on
(qualunque sia il modo tenuto per assegnarle) 1 H vacano, esse, a
determinare ad un tempo , limiti «Ielle une e delle altro.
:ì _ Queste condizioni lo Spencer ricava dalle esigenze del
“r » ™<ità induetnale !«<*<»' cui si suppone realizzato il
puro «gnu» ' u ?» tratto sotlo la leggo dell'uguale liberta ; e>
4“““* il limite dell'evoluzione è in realtà ,1 ^ della
società industriale del suo temp , tamento completo consist co¬
struttiva biologica e psicologica 1 nenti la società umana a questo
tipo d, convivenza e di cooperazione (I). Per conseguenza non è un
(1) qua.» riatto «no «i *“ Spencer che qui il Etta , (cio4
quando que- biella II. n edizione dei ‘ de i System of
et’ opera fu ^pubblicata come Synth. Phil.) si trova aggiun e
cbe eva stato lo stesso titolo « Conciliarne • pubbliC azione,
fu dettato prima; ma, smarrì o poi Qra in quel ca pitolo gei-
sostituito da quello che figura ne . . ident ifi c hiuo
provare la possibilità che le attività ^«isMche ^ colle
egoistiche, si citano gli mse 1 s ’ nism i di- «e—. -certo tipo di
vita completa che serve a determi¬ nare il tipo ideale della società
giusta, ma è il tipo considerato come ideale di società giusta che determina
la vita completa. Adunque, poiché la con¬ ciliazione dei diversi ordini
di fini è subordinata all’ attuarsi delle condizioni che definiscono il
tipo ideale di società ed è relativa a queste, è il tipo ideale di
società clic in edotto è assunto come fine, e sono le condizioni proprie
di quel tipo che ser¬ vono a determinare le norme. benessere
individuale non maggiore di quello che è necessario alla conservazione
della vita individuale ; ed esser possibile il formarsi negli individui
di una organizzazione tale che la ricerca delle sod¬ disfazioni che la
natura loro richiede, porti ad esercitare quelle attività che il benessere
della comunità richiede. (Voi. cit. p. 300-302). Si noti che, aggiungendo
in appendice il capitolo che contiene questo passo, lo Spencer non fa
riserve di nessun genere, anzi dice espli¬ citamente che esso può servire
a chiarire e compiere il pensiero espresso nel testo (ih. p. 2S9).
Un altro luogo in cui è ribadito in forma diversa, ma non meno
recisa, lo stesso concetto fondamentale, si trova nella seconda let¬ tera
di risposta alle critiche del Rev. J. L. Davies sull’ obbliga¬ zione
morale, pubblicata col resto della polemica nella- Appendice C. alla
Giustizia : « Lasciatemi ripetere qui una verità sulla quale ho altrove
insistito : che appunto come il cibo è giustamente preso quando è preso
per soddisfare la fame, mentre il doverlo prendere quando manca
l’appetito implica uno stato fisico disordinato ; cosi una buona azione o
un atto di dovere è fatto giustamente soltanto se è fatto per soddisfare,
un sentimento immediato ; mentre se è fatto per la considerazione di
certi risultati finali in questo o in un altro mondo, implica uno stato
morale « imperfetto (A. Si- stem ecc. Voi. X. App. C. « The Moral Motive.
— Nella trad. it. della Giustizia edita dal Lapi questa appendice è
omessa. Ma se così è, quanto alla determinazione delle nolane il
postulato dell’adattamento completo, posto clic si possa assumose, non
serve a nulla; equivale semplicemente a supporre clic tutti gli individui
i quali compongono la società ideale abbiano una natura così latta, che
l’osservanza della condotta cor¬ rispondente costituisca per essi un
bisogno o un desiderio superiore a ogni altro, senza possibilità di
conflitto con altri bisogni o desideri; cioè, tiene nella costruzione etica
lo stesso posto che nei si¬ stemi morali è comunemente tenuto dal dovere
, e nelle scienze precettive in genere dalla supposizione che
esista un desiderio o un bisogno specifico cor¬ rispondente al fine da
cui si ricavano le norme. E quindi allo stesso modo che l’esistenza
e la natura specifica dei motivi da cui può dipendere l’osservanza
di una norma, non hanno che fare colla determinazione teorica di essa,
così l’ipotesi dell’ adattamento completo dei bisogni e desideri
individuali a certe condizioni di convivenza e coo¬ perazione sociale,
non ha che fare colla determi¬ nazione di queste norme. Perchè le norme
sono ricavate appunto da quelle condizioni, alle quali si suppone
avvenuto l’adattamento; e che perciò servono esse di critetio e per determinare
le norme e per conoscere se l’adattamento è raggiunto.
Uljh&MJ? Jabot* Gap. VII. — Il criterio del
piacere puro, corrispon¬ dente all’ adattamento completo, n on ser re
a giustificare il tipo di condotta proposto. ì. — Ma perchè
assume lo Spencer come pro¬ prio della Società ideale un adattamento
completo, che, mentre esclude arbitrariamente ogni evolu¬ zione
ulteriore, non serve a definire questa Società ideale perchè è definito
esso stesso in relazione con quella ? Perchè soltanto quando
esso sia raggiunto, la condotta umana in tutta la sua estensione
apporta a sè e agli altri nel presente c nel futuro puro pia¬ cere,
piacere non misto a dolore di sorta ; e per I l o Spencer, come s’è
visto, il giusto assoluto e sclude • il dolore . E perciò il tipo ideale
contemplato dal- 1’ Etica Assoluta non può essere se non quello nel
quale la condotta apporta puro piacere. L’ adattamento completo
darebbe dunque al tipo ideale di convivenza e cooperazione sociale
quel carattere di universale e preminente desiderabilità, che deve
avere il fine assunto dall’Etica. Lo dà veramente ? Benché a
prima vista possa parere strano il dubbio e inutile la discussione,
bisogna riconoscere che un tipo di esistenza individuale e sociale
nel quale tutta quanta la condotta in tutta la sua esten¬ sione
porti sempre e soltanto piacere, non è, date le leggi psisologiche
conosciute, e non può essere, un fine.universalmente desiderabile sopra
ogni altro. Lascio di discutere se, supposta una
condotta, diciamo così per brevità, totalmente piacevole, il
piacere stesso non verrebbe a sparire, come stato di coscienza distinto,
per mancanza di quel con¬ trasto e di quell’ alternanza fra gli stati
psichici (così bene illustrata tra gli altri dall’ Hòffding), senza
della quale anche i godimenti più forti il¬ languidiscono e vaniscono
nella ripetizione abituale; e di considerare se la forma di vita
corrispondente non riuscirebbe a sopprimere in ultimo anche ogni
forma di coscienza riflessiva e di deliberazione vo¬ lontaria, cioè
l’intelligenza stessa e la volontà, almeno nelle loro forme più elevate
riducendo la vita a una sorta di automatismo istintivo, al quale
corrisponderebbe la fissazione stereotipa di modelli d’ uomini meccanizza
ti. Certo, se si bada clic l’attenzione attiva è sempre, in grado maggiore o minore,
sforzo, e clic lo sforzo è alimentato principalmente, se non unicamente, dal
dolore e non dal piacere, bisogna riconoscere che la capacità dello
sforzo e l’esercizio dell’ attenzione tenderebbero a svanire collo sparir
del dolore; e il vigore dell’intelligenza si affievolirebbe; come già si può
osser¬ vare in quelle persone sfaccendate e sonnolente, le quali
abbiano in pronto senza alcuna fatica o cura tutto quel che desiderano, e
non sentano l’aculeo di altri bisogni, e di aspirazioni diverse.
E lo stesso discorso sarebbe da ripetere a maggior ragione per la
volontà. Certamente le leggi psicologiche conosciute ten¬
dono ad escludere, per le ragioni accennate sopra a proposito dell’adattamento
completo, che un tale stato possa avverarsi ; ma, dato che potesse
attuarsi, non ci sarebbe nessuna ragione per negare, in forza delle
medesime leggi, l’eventualità se non della soppressione, di un
oscuramento progressivo delle facoltà psichiche più elevate. E allora
si presenta subito la questione, se, ammessa pure soltanto la
possibilità che a un tale stato si accom¬ pagnasse questo effetto,
potrebbe una forma di esistenza siffatta apparire desiderabile sopra
ogni altra. Si potrebbe dire: Che importa l’oscuramento e anche la
soppressione dell’ intelligenza e della volontà, purché sparisca il
dolore? E quando non vi siano altri bisogni e altri desideri che
quelli appunto che trovano già una soddisfazione adeguata, ossia, quindi,
non ci sia più nemmeno la possibilità di rappresentarsi bisogni e beni diversi,
non è una tal vita nel suo genere beata ; anzi la sola beata perché é
esclusa la capacità di provare altri bisogni ? Ora che un
tale stato possa, anzi debba apparire il più desiderabile quando si supponga
l’adattamento già raggiunto, è fuori di contestazione; ma qui si
tratta di vedere se un tale stato possa essere preferibile per chi ne ò
fuori, e dovrebbe proporsi come scopo di raggiungerlo. Se, cioè, a chi
esercita certe forme di attività possa parere desiderabile sopra
ogni altro un tipo di vita, nel quale per avventura quelle attività
fossero oscurate o soppresse. In questo caso possono valere
l’osservazione notissima del Mill e la ragione colla quale la con¬
forta ; che, certo, non avrebbero valore nel primo caso. Ma
anche lasciando questo aspetto della que¬ stione, non bisogna dimenticare
che appunto perchè il piacere puro è il correlato subiettivo dell’ adattamento
completo, la medesima condizione di una condotta totalmente piacevole, —
per le ragioni dette a proposito dell’indeterminatezza nel numero e
nella specie dei (ini, rispetto ai quali l’adattamento [ È meglio essere
un nomo i nfelice che un jjj^o.ap,ddi.sfotto : è meglio essere So crate
malcontento che un imbecille beato ». Ora la ragione addotta dal Mill
vale per l’uomo, ma non per l’animale, e l’Hoffding non ha torto di
spendere, come egli dice graziosa- munte, (i nalch e parola hi difesa del
porco e dell’ imbecille. E nota infatti che un uomo il (piale abbia
ottenuto la soddisfazione in¬ tera dei suoi desideri, non ha nessuna
ragione di paragonare il suo stato con quello di altri uomini. Senonchè
riconosce poi che la conoscenza di gradi più elevati farebbe nascere
anche nell’uomo felice il « desiderio ardente di giungervi » che è
appunto ciò che <pii importa. (Hoffding - Morale). potrebbe
essere raggiunto — può concepirsi attuata non in una sola ma in più forme
di vita fra di loro diverse ; e resterebbe sempre da trovare un
criterio comparativo della desiderabilità, o da am¬ mettere che tutti i
tipi di vita, per i quali si concepisce possibile una conciliazione fra i
tre ordini di fini (anche se la conciliazione fosse ottenuta allo
stesso modo che nelle società animali, cfr. la nota qui sopra), siano
ugualmente desi¬ derabili. Il che importerebbe la legittimazione a
pari titolo di forme di condotta fra di loro diverse e anche opposte; e
si dovrebbe ricavare daltronde che dal piacere puro il fondamento della
legittimazione. E qui tocchiamo un argomento il quale si al¬
larga fuori del campo particolare della dottrina dello Spencer e riguarda
nello stesso tempo una questione più generale: la natura del fine. Siccome
il carattere che si richiede nel fine assunto a giustificare le norme
morali è, come s’è ripetutamente detto, quello della universale e
preminente desiderabilità sopra ogni altro, si pensa che esso debba
essere il fine dei fini, il fine ultimo e supremo ; uno stato definitivo
, oltre il quale, e al di là, non ci sia più nulla da desiderare e
da cercare. E allora non resta che questa alternativa : o si cerca
un fine il quale contenga e comprenda in sò tutti i fini ; e prendono
forma i fantasmi di felicità, di beatitudine, di perfezione, noi quali si
fd" figurano definitivamente appagati tutti i desideri, e scomparsi
o sommersi quelli che non vi trovano appagamento ; oppure si considera
come fine la forma colla quale si presenta alla coscienza la
soddisfazione di qualsiasi desiderio; cioè il piacere o la liberazione
dal dolore. Ma tanto 1’ una quanto l’altra delle soluzioni
non sono che apparenti, o si risolvono in una vana tautologia. Porre come
fine la felicità senza deter¬ minare quale sia o in che consista la
felicità di cui si discorre, è certamente un modo per conciliare
verbalmente tutte le differenze di opinioni e superare tutte le difficoltà; ma
nella realtà non le concilia e non le supera, più di quel che
valgano a togliere le diversità di opinioni politiche e a
raccogliere i partiti ad unità di intenti certi « ordini del giorno » in cui si
afferma all’ unanimità essere fine supremo per tutti il « bene della
patria o la prosperità della nazione o altre formule somiglianti.
E se si determina in che si faccia consistere la felicità, quali
siano i fini che si comprendono nel fine unico chiamato con questo nome,
allora delle due l’una : o i diversi fini così compendiati e com¬
presi nel fine unico, sono veramente unificati, e, perchè ciò sia.
occorre che essi possano ridursi ad uno; e quindi diesi possa dimostrare
che uno fra essi è causa o condizione degli altri, o che tutti
dipendono da una medesima condizione o ordine di condizioni ; e in questo
caso la felicità è caratte¬ rizzata o da quel fine o dal conseguimento
di questa condizione, che diventa esso fine, perchè su esso si
riversa la desiderabilità di tutti ; e il ter¬ mine felicità non è che.un
duplicato di quel certo fine o di questa condizione. Oppure i diversi
fini non sono clic sommati insieme, e giustaposti l’uno all’altro,
rimanendo in realtà distinti e senza che si veda la necessità della loro
connessione; e allora 1’ unità non è che verbale, e in realtà invece
di un fine, si hanno più fini, ciascuno nel suo genere
supremo. Si dirà che si dà alla felicità non il senso di un
certo contenuto determinato che la costituisca, ma il senso di
appagamento dei desideri, di soddisfazione dei bisogni, senza clic si definisca
quali ne siano per essere il numero e le specie; nel qual senso si
può affermare che la felicità rimane sempre il fine ultimo pur restandone
indeterminato il contenuto? E si riesce allora alla seconda
alterna¬ tiva, di considerare come fine ciò che si ammette esservi
di comune e di costante nel raggiungimento di qualsiasi fine; cioè, come
s’è detto, la forma sotto la quale si presenta la soddisfazione di qualunque
desiderio : il piacere o la liberazione dal dolore. Ma dire che il fine
ultimo è il piacere è come dire che il line ultimo è il godimento
che accompagna il raggiungimento del fine o dei fini, o che lo
scopo dei desideri è la soddisfazione dei desideri. E allora si vede
perchè il puro piacere non possa dare un criterio di legittimazione e
di valutazione comparativa dei fini e quindi delle forme di
condotta. Perchè o si prende come criterio la quantità del piacere, la
intensità della soddisfazione, senza badare alla natura del desiderio a
cui corrisponde, e non è possibile assegnare un solo desiderio che
abbia lo stesso valore, nonché per due coscienze diverse, neppure per la
stessa coscienza in momenti diversi. 0 si valuta la soddisfazione
secondo i desideri cui corrisponde, e allora ciò che distingue un
desiderio dall’altro non è la soddisfa¬ zione ma V oggetto a cui il
desiderio si rivolge; non l’effetto soggettivo gradevole, ma le condizioni
che lo producono, non è il godimento del bene, ma il bene. Ora è qui
che si nasconde 1’ equivoco : nell identificare il b ene col piacere ; il
fine, cioè l’ordine di effetti che costituisce l ’oggetto del
desiderio, collo stato soggettivo che è il godimento (quando ci sia) del
fine raggiunto. È bensì vero che un bene di cui si concepisse che nessuno
mai potesse godere in nessun modo, non avrebbe valore di bene; ma è
non meno vero che un godimento del quale non si sapesse assegnare nessuna
causa o condizione o mezzo atto a produrlo, non potrebbe mai essere
proposto o assunto come scopo di un'at¬ tività qualesivoglia. Ora quando
si parla di un fine desiderabile sopra ogni altro al quale sia or¬
dinata la condotta, non si può intendere che un bene, il quale sia bensì,
direttamente o indirettamente causa o mezzo o condizione di godimento,
senza di che non sarebbe bene; ma che non può consistere nel godimento
stesso, ma in un certo effetto o ordine di effetti determinabile e
possibile, che possa costituire l’oggetto di una ricerca attiva,
•cioè di una certa condotta Senonchè bisogna evitare anche qui lo stesso
e quivoco che conduce a riporre il fine nella feli - cità o nel
piacere ; l’equivoco che questo effetto o ordine di effetti debba
costituire un fine ultimo, uno stato definitivo, al di là del quale non
siano assegnabili altri fini. Uno stato, o un ordine di effetti
definitivo è contraddittorio non soltanto colle leggi della vita, per le
ragioni già dette, ina col presupposto stesso fondamentale che si assume
di necessità quando si voglia determinare scientifi¬ camente un
sistema di norme. Perchè qualunque (1) Non altrimenti avviene nel
campo speciale dell’economia. E bensì vero che se non si supponesse la
possibilità del consumo, cioè del godimento dei diversi beni che costituiscono
la ricchezza, questa non avrebbe valore, e non avrebbe senso la
produzione ; ma 1’ oggetto a cui si volge 1* attività produttrice e del
quale si cercano le leggi, è la ricchezza, non il consumo. fine
rappresentato come umanamente possibile, appunto perchè deve essere concepito
come un effetto, che si produce, date certe condizioni, è a sua
volta pensato come condizione di altri effetti, cioè mezzo ad altri
fini. Pensare un effetto naturalmente pos¬ sibile che sia ultimo, è come
pensare chiusa e finita a un momento dato la serie della causazione,
abolita e spenta in un effetto che sia stato prodotto ogni efficacia causativa
; e allora vien meno ogni ragione di pensare come dipendente da
certi mezzi, cioè da certe cause, anche l’effetto stesso che si
considera come fine ultimo; e quindi è tolto ogni fondamento a qualsivoglia
determinazione di rapporti tra mezzi e fini, e perciò anche a qualsiasi
determinazione di norme. Si dirà che si intende « ultimo » rispetto
alla salutazione, cioè talea cui si riconosca valore per sé,
indipendentemente da ogni considerazione ulteriore. Ma se si ammette che
da quel fine, quando sia raggiunto, dipendono altri effetti, nell'atto stesso
che lo si pensa condizione di tali effetti ulteriori, la
valutazione di questi (che non può essere esclusa) •muta il valore del
fine egli dà nello stesso tempo valore di mezzo. Dal che nasce
questa conseguenza assai notevole: che la desiderabilità di un ordine di
ef¬ fetti, che si assuma come fine, non viene tanto dalla
desiderabilità che gli si riconosca come bene. cioè come oggetto
diretto e immediato di godimento, quanto dalla desiderabilità degli
effetti, dei quali esso apparisca la condizione necessaria. E che
per¬ ciò, mentre è vano andar cercando quale sia il fine ultimo, il
quale non si trova mai, o si risolve in una pura espressione verbale, il
fine che può valere come supremo si deve cercare non nell’uno o
nell’altro degli scopi a cui si riconosca valore per sè, ma in un ordine
di effetti, in un sistema di condizioni, dato che sia assegnabile, nel quale
si possa riconoscere questo carattere appunto di con¬ dizione
necessaria, non di alcuni, ma di tutti quei beni, ai quali si attribuisce
valore per sè. E quindi il fine che può avere universalmente una
deside¬ rabilità superiore a ogni altro, non può consistere se non
in un ordine generale e, si potrebbe dire, preliminare di condizioni, la
cui attuazione apparisca necessaria perchè sia possibile universalmente
la ricerca ulteriore di quei beni. Non può essere cioè supremo nel senso
di una gerarchia, della qiiale segni il culmine, nè nel senso di una
grandezza o quantità, di cui sia il massimo, ma nel senso della
precedenza necessaria o della indispensebilità; per la quale venga a
raccogliersi su di esso come in un unico foco la luce e il calore di
desiderabi¬ lità che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la
via. E perciò, ammesso che qualsivoglia fine umano abbia, come
ha in realtà, per condizione la convivenza e la cooperazione sociale, il line
che può avere questo valore di precedenza necessaria sugli altri
deve essere di necessità il raggiungimento o il mantenimento di certe
condizioni ili convivenza e di cooperazione sociale, cioè di una
qualche forma di società. Ma perchè ad una forma di so¬ cietà possa
essere riconosciuto questo carattere uni¬ versalmente, occorre che le
condizioni della sua esistenza abbiano per tutti un valore
potenzial¬ mente uguale : ossia che nessuno dei fini, dei quali quella
forma di cooperazione pone la possibilità e dai quali attinge il suo
valore, sia, per dato e fatto delle esigenze di essa forma, precluso o
impedito a nessuno dei componenti la società. 0, in altri termini,
sia qualsivoglia il fine che si suppone cercato, ciascuno trovi nelle
condizioni proprie di quella forma sociale la medesima esteriore
possibi- bilità di rivolgere a quella ricerca l’attività pro¬ pria.
che vi trova qualsiasi altro. L’analisi ci ha dunque portato a
queste con¬ clusioni : a riconoscere che il limite dell’evoluzione,
1’ adattamento completo, la massima felicità, nè for- [Il che non implica,
occorre appena avvertirlo, una uguaglianza nei risultati ottenuti, o come si
dice inesattamente, una « uguale distribuzione di felicità » la quale
supporrebbe, insieme colla condizione notata, anche una uguaglianza di
attitudini, di at¬ tività e di preferenze. nisce un criterio
ili determinazione delle norme, nò basta come principio di
giustificazione; a rico¬ noscere la legittimità del concetto, clic
bisogna assumere come fine un tipo ideale di società ; e a
stabilire le esigenze fondamentali, alle quali questo tipo deve soddisfare.
Ed ora è facile vedere per quali ragioni i l tipo sul quale in
realtà lo Spencer ha modellato la sua società giusta non soddisfaccia a
queste esigenze. Gap. Vili. — Il tipo di società giusta dello
Spencer . In un articolo di risposta ad alcune cri¬ tiche
mosse ai « Dati dell’ Etica » lo Spencer polemizzando col prof. Means così si
esprimeva a proposito del modo di intendere la giustizia: <<
A molti sembra ingiusto che la dura fatica di un bi- folcogli
faccia guadagnare in una settimana meno di quanto un medico guadagna
facilmente in un quarto d’ora. Molti sostengono essere ingiusto che
i figli del povero non possano avere i vantaggi del l’educazione che
hanno i figli del ricco. Ma quest e defi cenze nelle quote di felicità
che alcuni ritrag¬ gono dalla cooperazione, sicc ome clerivano da ere¬
ditata inferiorità di natura, o da inferiorità di c oMizioniMn cui i loro
antenati inferiori sono c a- ^ ~ ^ cinti, sono deficienze colle quali la
giustizia, come io la intendo, non ha nulla che fare. L’ingiustizia
che trasmette alla discendenza malattie c deformità,
l’ingiustizia che infligge alla prole le conseguenze penose delle
stupidità e della cattiva condotta dei genitori, la ingiustizia che
costringe quelli che ereditano delle inc apac ità, a lottare colle
difficoltà clic ne derivano, l’ ingiustizia che lascia in relativa
p overtà la gran maggioranza, le cui facoltà,.di or - < 1 i ne
inferiore, apportano ad essi scarsi profitti, 6 una specie di ingiustizia
estranea alla mia tesi ». il i cose stab ilii'-, quantunque in
forza di esso, una ' inferiorità della quale l’individuo non ha
colpa produca i suoi mali, e una superiorità della quale egli non
può vantare nessun merito, apporti i suoi benefìzi; e dobbiamo accettare,
come possiamo, tutte quelle disuguaglianze che ne deri vftrm
vantaggi che i cittadini si procacciane rispettive attività
» (1). Ho citato questo passo, non perchè gli stessi concetti qui
espressi non siano, esplicitamente o impli¬ citamente, sostenuti in tutta
quanta la sociologia e la morale dello Spencer, ma perchè forse in
nessun altro luogo appare piu manifesto il presupposto che vizia la
sua concezione della società ideale. Assu¬ mendo come elemento del
concetto di giustizia — accanto a quello dell’ uguale libertà — la
condi¬ li) Replie to Criticism on « The Data of Etihcs » in Mind. zionc
ricavata dalla biologia, che la vita progre¬ disce c si eleva soltanto a
patto che gli individui superiori godano i vantaggi della loro
superiorità e gli inferiori subiscano i danni della loro inferiorità,
egli identifica la inferiorità fisiologica e psichica colla inferiorità
sociale; la inferiorità obesi potrebbe chiamare nativa o costituzionale
colla inferiorità clic si potrebbe dire di posizione. Ora, che un
uomo debole non possa vincere le medesime resistenze che uno forte, che
un bambino poco intelligente impari meno e peggio di un in¬
telligente, è naturale e necessario; ma non si può dire che sia giusto nè
ingiusto. Che i figli eredi¬ tino F ingegno o l’ottusità, la sensibilità
o l’insensibilità, il vigore o l’infermità dei genitori, e che i primi
godano i vantaggi e i secondi sop¬ portino i danni che sono conseguenza
rispettivamente di questa loro soperiorità o inferiorità ere¬ ditata,
sarà del pari biologicamente necessario, ma non è ancora nè giusto nè
ingiusto; diventa bensì giusto o ingiusto rispettare o violare questa
rela¬ zione naturale, soltanto se si considera questa re¬ lazione
come condizione di una elevazione pro¬ gressiva delle specie che sia
assunta come effetto universalmente desiderabile, cioè come fine.
Ma che i figli del contadino non abbiano la pos¬ sibilità di venire
istruiti o educati, non dipende dalla costituzione fìsica e mentale loro
propria, ereditata o no, ma dipende da una inferiorità sociale, la quale
toglierebbe ad essi questa possibilità anche se la loro costituzione
fisica e mentale Cosse attis¬ sima a questa coltura. Ora, mentre
l’analogia della selezione biologica importerebbe che i figli del con¬
tadino al pari di quelli del lord potessero porsi allo stesso cimento,
salvo a ricavare dalle loro ri¬ spettive capacità e sforzi frutti
maggiori o minori, la diversità delle condizioni sociali esclude gli
uni dalla gara c toglie non solo la necessita ma la pos¬ sibilità
clic l’opera di selezione si rinnovi tra i superstiti di ogni nuova
generazione sull’unico fon¬ damento delle loro rispettive attitudini e
attività. Sul che non è necessario insistere dopo le critiche note e
ripetute ; ma valga l’accenno per ri¬ levare che a torto lo Spencer
identifica colla infe¬ riorità biologica, o meglio, costituzionale,
l’infe¬ riorità clic deriva dalle condizioni sociali, e crede che
possa valere a giustificare le conseguenze della seconda, lo stesso fine
che invoca a giustificare le conseguenze della prima. Perchè la
limitazione alla sfera dei beni conseguibili che è imposta da con¬
dizioni esteriori è cosa affatto diversa dalla limi¬ tazione clic nasce
dalla capacità e dalle doti in¬ trinseche; e se questa è giusta, posto
che si prenda per fine superiore a ogni altro V elevazione della
specie (e dato che ne sia condizione), quella è giusta soltanto se si
considera come fine superiore quella certa forma ili cooperazione sociale
che la rende necessaria. Anzi quella limitazione d’origine sociale che si
ponga come giusta per quest’ ultimo rispetto, appare ingiusta per
l’altro. E l’ammettere che sia giusta la condizione « che ciascuno
sopporti i danni della sua inferiorità e goda i vantaggi della sua
superiorità » non include, ma piuttosto esclude 1 altra condizione, a
torto dallo Spencer compresa o conglobata con quella ; che ciascuno
sopporti i danni o goda i vantaggi che sono con¬ seguenza di una
inferiorità o di una superiorità, la quale risulta non dalle sue doti
fisiche e men¬ tali, ma dalla assenza o dalla presenza di certe
cir¬ costanze esteriori. E in verità sarebbe da meravigliare
che lo Spencer non abbia rilevato la differenza, o non ne abbia
tenuto conto, se non si ricordasse che il punto di partenza, il foco
centrale da cui muove e attorno a cui si raccoglie la sua speculazione,
è, come s’ò detto in principio, un ideale etico, anzi propriamente
sociale e politico; onde l’intento prin¬ cipale diventa quello di trovare
la giustificazione del suo ideale nelle leggi della vita, e per
esse nelle leggi stesse dell’ universo. l ( h Ora il suo
ideale sociale e politico è in sostanza quello stesso del liberalismo, in
cui crebbe e si maturò il suo pensiero, che era già compiuto e
definito nelle sue parti quando uscì il « Prospectus » (1800); e perciò nel
costruire la sua « Società di uomini giusti », per quel che si attiene
alla struttura sociale, egli non fa che supporre rea¬ lizzati i
desiderati teorici, o già riconosciuti espres¬ samente, o ricavati
logicamente dai postulati eco- n omici e politici di quel liberalismo .
11 quale era bensì arditamente coerente nella affermazione dei
principi e dei corollari riassunti nella formula della giustizia (la
uguale libertà per tutti), ma conside¬ rava o come anteriori ed estranee
a questa legge, o come naturali ad un tempo e conformi ad essa, le
dive rsità storicamente date di condizione econ o- mica degli individui e
delle classi socia li. Onde lo Spencer non tenne conto della
disuguaglianza effettiva, che nell’ esercizio di quella libertà, formalmente
uguale per tutti, porta 1’ esistenza di quella diversità, che egli
credeva giustificata dalle leggi biologiche . 1 frinii* • Ne
segue che mentre nella sua società ideale egli costruisce l’individuo
giusto facendo astrazione da tutto ciò che nei fini individuali vi può
essere di incompatibile non solo colla cooperazione, ma anche colla
simpatia ; n el costruire invece la so - cietà giusta fa ben s ì
astrazione da ogni forma di aggre ssione esterna e interna che si esercit
i, dato « lo stato di cose stabilito », ma non fa astrazione da
quelle con dizioni che importano una reale limitazione diversa nella sfera
delle attività é dei fini conseguibili dei singoli ; e però la sua non è
una società giusto, ma una società di uomini giusti; giusti, dirci,
secondimi quid; la cui giustizia, cioè, è modellata sulle esigenze di una
certa struttura sociale, nel configurare la quale egli non tien
conto di quelle condizioni che pur suppone soddisfatte nel formare
il tipo dell’ uomo giusto. E cosi si avvera qui una i n eoe ronz a
del genere che si ò accennato più sopra: che le norme della sua
giustizia siano applicate a regolare delle relazioni derivate, le quali
esistono e sono possibili in grazia di relazioni primarie e fondamentali,
che le norme non contemplano e che sono la negazione del criterio
applicato in quelle. Perchè mentre suppone che gli individui seguano nella loro
condotta una perfetta imparzialità subordinando alle esigenze della
giustizia o dell’ uguale libertà — fine prossimamente supremo — tutti gli
altri fini generali e particolari, suppone poi, come proprie di una tale
cooperazione di uomini giusti, condizioni che sono in tutto o in parte la
negazione dell’imparzialità, e che non esisterebbero se lo stesso criterio
dell’ imparzialità fosse seguito nel costruire il tipo della società
giusta. E in questo senso che, accennando incidentalmente altrove
all’Etica Assoluta dello Spencer, notavo come un vizio di essa non un eccesso,
ma piuttosto un difetto di astrazione; perchè egli assuine abusivamente
come esigenze costanti e universali di ogni forma di cooperazionc, e
quindi anche del suo tipo ideale, le condizioni proprie di un certo
momento storico; e pone come dati fon¬ damentali di una cooperazione
regolata dalla legge della uguale limitazione per tutti, delle
condizioni che importano una limitazione disuguale. Stando
così le cose, il raggiungimento o l’approssimazione a un tale tipo di società,
non può apparire come fine universalmente preferibile, nè le norme
che esprimono la condotta richiesta da quel tipo possono avere carattere
di universale os- servabilità sopra ogni altra, E ciò da un doppio
punto di vista. Agli individui delle classi sociali poste, per effetto
di quella disuguale limitazione, in condizione di inferiorità, questa
inferiorità che non è conseguenza della propria condotta, deve apparire
una menomazione ingiusta dei diritti; agli individui delle, classi
sociali poste in condizioni di superiorità, questa superiorità, che
parimenti non è conseguenza della propria condotta, deve apparire, se la
coscienza si elevi a una imparzialità universale e coerente, una
menomazione ingiusta dei doveri, E nasce di qui quel se greto
rancore in chi riceve, e quel senso indefinito di malcontento e
quasi di rimorso in chi dà, clic avvelenano talvolta dalle sorgenti la
simpatia, oscurando la serenità della beneficenza, se la accompagni il
dubbio che essa non sia se non un compenso parziale e tardivo di
ingiustizie patite e di ingiustizie godute. La simpatia non può
essere schietta dove non regna la giustizia (1); e non si possono
definire le forme e i limiti della beneficenza se non dopo die
siano definite, e siano o si suppongano osservate le norme della giustizia;
onde la necessità logica che il tipo ideale della società giusta
sia determinato all’ infuori da ogni supposta efficacia
modificatrice che la simpatia e la beneficenza eser¬ citino sulle
condizioni e sulla condotta dei singoli e della società. Soltanto così è
possibile accertare se il tipo di cooperazione assunto come ideale
possa essere universalmente desiderabile, e soltanto così è
possibile determinare dove la giustizia finisca e la beneficenza cominci
; dove finiscano le relazioni di diritto e dove comincino le relazioni di
simpatia. Ora il tipo di società ideale dello Spencer pre- i cti'Qlf
senta anche questo difetto che deriva inevitabil- mente dal primo; di
supporre realizzate le condi- yCH&Ue'ìt- f zioni della perfetta simpatia in una società
nella [Questo si riflette con tutta chiarezza nella pratica
quando si tratta di rapporti semplici e sulla giustizia dei quali non
cada dubbio; poniamo tra due commercianti onesti che abbiano
relazioni d’affari e relazioni di amicizia. Dove gli scambi di cortesie
che sono frutto della simpatia, non mutano di un ette i diritti e
gli obblighi del dare e dell’avere; e se li mutano, oscurano e
tingono d’ altro colore i rapporti di simpatia. quale non sono
realizzate le condizioni della giustizia. La sua società è una società più o
meno ingiusta di uomini perfettamente simpatetici ; dalla quale
egli ricava per un verso le norme della giustizia, e per l’altro le norme
della simpatia; invece di essere una società giusta di uomini
giusti, quando si tratti di determinare le norme della giustizia ;
e una società giusta di uomini perfetta¬ mente simpatizzanti quando si
tratti di determinare le norme della simpatia e della beneficenza.
Ma anche supposto che per questa guisa la perfetta simpatia venga a
sanare gli effetti delle inferiorità imposte dalla cooperazione sociale,
il tipo che ne risulta presenterebbe sempre questo difetto: che la
ricerca e il raggiungimento di alcuni dei fini, ai quali la cooperazione
serve, apparirebbe per una parte dei cooperanti subordinata alla
be¬ nevolenza di un’ altra parte. Il qual difetto basterebbe per
togliere, nel giudizio di una coscienza imparziale, a quel tipo di
cooperazione il carattere di univers ale preferibilità. Ma il
difetto era, come s’ò detto, dato il presupposto dello Spencer,
inevitabile. La simpatia è pe r lui il m ezzo di conciliazione
dell’egoismo col l’altruismo. M a poiché i limiti rispettivi dell’egoismo
e dell’altruismo sono segnati dalle esigenze del suo tipo sociale, la
perfetta simpatia è in ultimo la condizione dell’adattamento psicologico
dei singoli a queste esigenze. Ed ò caratteristico a questo riguardo il
latto che il capitolo, nel quale si tratta dello svolgimento progressivo
della simpatia come l’attore della conciliazione , porta lo stesso titolo
e sostituisce nei « Dati » il capitolo smarrito e aggiunto poi in
appendice, che ho citato più sopra (v. nota a pag. 70), nel quale si cita
come esempio di conciliazione tra l’egoismo e l’altruismo l’adat¬
tamento alle esigenze della vita sociale delle api e delle formiche. Per
questo rispetto direi, se non sembrasse un paradosso, che il grande
assertore e propugnatore dell’individualismo, è in fondo, senza che
se ne accorga, un difensore della subordinazione totale e definitiva
dell’individuo a un tipo di coo¬ perazione sociale, che egli considera bensì
come la condizione necessaria alla vita più elevata delPin- dividuo
e della specie, ma che in realtà vincola il grado di elevazione della
vita di un gran numero se non di tutti gli individui, alle esigenze di
una certa struttura economica. E quando egli combatte
l’intervento della società nel regolare i rapporti economici, in nome
dei diritti dell’individuo, dimentica che una parte con¬ siderevole
di quei diritti, sono in realtà diritti di alcuni soltanto, e non di
tutti, c che questa dispa- 0 rità ha la sua radice nella costituzione
economica, che lo Stato, come egli lo vuole, interviene pure
a sancire e a difendere. La quale osservazione, giova notarlo, non vale
per sè nè prò nè contro il cosidetto Socialismo di Stato; vale soltanto
a provare che l’individualismo dello Spencer non è, come pare, un
individualismo universale, ma un individualismo particolare.
Cosi, i l difetto capitale del tipo di società dello Spencer come
in genere del cosidetto « Stato di diritto » nasce non da quel che
afferma, ma da quel che dimentica ; non dal riconoscere e difendere
le esigenze della uguale libertà per tutti, ma dal non riconoscerle
tutte; cioè dal trascurare o dal- 1 omettere, come se fossero
soddisfatte, mentre non sono, le condizioni che rendono possibile 1’
uguale libertà. E, ad esprimerlo in termini kantiani, il
difetto si riduce a questo: Dove vi è cooperazione con effettiva
parità di diritti, ciascuno dei cooperanti ha ad un tempo riguardo a
qualsiasi degli scopi della cooperazione, per un rispetto ragione di
mezzo e per l’altro ragione di fine. Se invece le esigenze della
cooperazione interdicono a qualsivoglia dei Nota LORIA che quando
si grida contro la concorrenza come causa di una infinità di mali, si
attribuisce alla concorrenza la produzione di effetti che nascono « dalla
mancanza di concorrenza, cioè dal monopolio. Perchè la concorrenza domina
soltanto nel campo innocente della circolazione, e qui ha una influenza
benefica. Mentre i mali lamentati nascono dalla distribuzione , e sono il
ri¬ sultato, anziché della concorrenza che qui non esiste, della
mancanza di concorrenza fra lavoratori e capitalisti ». ( Cost. Ec. Odierna).
cooperanti la ricerca di una parte dei beni, a cui ò CONDIZIONE
NECESSARIA LA CO-OPERAZIONE DI TUTTI,per questa parte 1’ escluso ha soltanto RAGIONE
DI MEZZO, e non RAGIONE DI FINE. Il che avviene appunto, malgrado
il riconoscimento formale, o meglio, verbale, della uguale libertà, anche
nella società ideale dello Spencer. La quale perciò non può aver valore
di universale e preminente desiderabilità perchè non soddisfa alla
condizione richiesta : che tutti i sodi trovino nelle condizioni di esistenza
della società la mede¬ sima o equivalente possibilità esteriore di
rivolgere la loro attività alla ricerca di QUALSIVOGLIA DEI BENI, AI
QUALI LA CO-OPERAZIONE SOCIALE E MEZZO. Questo è il POSTULATO CARATTERISTICO
DELL’UNIVERSALE DESIDERABILITA DI UNA FORMA DI CONVIVENZA, ossia è il postulato
caratteristico della giustizia; e supporre una società giusta di uomini
giusti equivale a supporre riconosciuta e applicata universalmente e
costantemente in qualunque specie di azione o di influenza che si eserciti,
così dalla società come da ciascuno dei singoli, l’esigenza di quel
postulato. Ufficio e limiti (li una costruzione scien¬ tifica dell’
Etica. La società giusta così intesa non rappresenta dunque un tipo
definitivo della vita più elevata possibile, analogo ai tanti regni
dell’Utopia che la fantasia morale ò venuta fingendo nei diversi
tempi. Anzi per questo rispetto una mag¬ giore o minore elevatezza,
complessità o intensità di vita, di attività, di fini, non ò affatto
implicita nel postulato nè si può ricavare da esso ; e si può concepire
(e non ne mancano in effetto gli esempi) una forma di società in cui sia,
almeno parzialmente l'aggiunto un grado assai elevato di civiltà,
la quale sia tuttavia meno giusta di un’altra più semplice e meno
civile. Appunto perchè la giustizia riguarda la universale possibilità di
cercare i beni, ai quali E CONDIZIONE la convivenza e LA CO-OPERAZIONE
SOCIALE, e non include che questi beni siano di molte o di poche specie,
di maggiore o di minor pregio. Onde è pienamente compatibile col
postulato anche la concezione pessimistica della vita ; perchè,
anche dal punto di vista del pessimismo, uno stato di giustizia, che è la
condizione necessaria della universalità della simpatia e quindi della
compassione, deve apparire preferibile a ogni altro. E se anche si
riguardasse come fine ultimo la negazione universale della volontà di
vivere, lo stato di giustizia apparirebbe la condizione più favorevole
perchè 1’ uomo prenda coscienza della necessità naturale c inevitabile
della propria infelicità, spongliandosi dell’illusione che essa sia occasionale
e contingente, ed effetto di malvagità degli uomini o di iniquità
degli istituti sociali. E QIESTA DESIDERABILITA dello stato di giustizia anche
rispetto al pessimismo è forse una conferma non trascurabile del
valore di universale preferibilità che gli si è riconosciuto, e a un
tempo della sua indipendenza da ogni particolare concezione
metafisica. Adunque, poiché uno stato di giustizia non è
caratterizzato da altro se non dall’ ipotesi che le esigenze di quel
postulato siano soddisfatte, non si può nè si deve pretendere di ricavare
dal postulato un contenuto determinato, ma soltanto la forma generale
delle norme. Il contenuto specifico deve essere ricavato dai fini, ai
quali SI RICONOSCE O SI SUPPONE CHE LA CO-OPERAZIONE SOCIALE SIA O DEBBA ESSERE
MEZZO, e in relazione al quali si possano definire le condizioni
richieste dal postulato della giustizia. Quali siano questi fini non
si può stabilire se non o per constatazione o per ipotesi. Per
constatazione, quando corrispondano alla osservazione della realtà
psicologica in un dato momento storico, ossia in una forma di civiltà. Per
ipotesi, quando si voglia cercare preliminarmente quali sa¬ rebbero
le condizioni richieste dalla possibilità di ciascuno dei fini
isolatamente preso o di un gruppo. (Ed è inutile a questo proposito
insistere qui sulla eventuale opportunità o necessità di ricorrere
a tali ipotesi specialmente nelle ricerche, come questa, nelle quali
non è possibile la sperimentazione). Ma tanto nell’uno quanto Dell’altro
caso le condizioni che se ne ricavino e che vengano sta¬ bilite
come proprie del tipo di società giusta considerato, presentano questo
carattere : che non sono date, ma costruite, che non sono reali, ma
ideali. Ora, se noi determiniamo quali siano le norme di condotta
corrispondenti a quelle condizioni, queste norme esprimeranno quale
sarebbe il modo di operare nella supposizione che esse siano già date e
reali, e non quale sia il modo di operare che tende a realizzarle, mentre
sono date condizioni piu o meno diverse. La prima
determinazione è oggetto di un’ Etica Pura : la seconda di un ' Etica
Applicata, nella quale si consideri come fine il raggiungimento delle
condizioni ideali che sono assunte nell’ Etica Pura, e si stabilisca per
approssimazione quale sia in un dato momento storico la condotta sociale
e individuale, che, nei limiti necessariamente imposti dalle condizioni
reali date, ò più atta a favorire la trasformazione di queste nella direzione
segnata da quelle. Soltanto così l’Etica può evitare un errore
del genere di quello nel quale cadevano gli economisti della scuola
Classica ; i quali, dopo aver supposto l 'homo oeconomicus mosso
unicamente dall’interesse personale, il che avevano diritto di fare, lo
consi¬ derarono poi come reale e die dero valore di leggi n aturali
e necessarie alle conclusioni ricavate da questo e dagli altri dati
astratti supposti. Ora appunto percliò le condizioni soggettive e
oggettive dell’ homo iustus e della societas insta, sono supposte e
non reali, le norme che esprimono quale sarebbe la condotta dell’ homo
iustus e della societas iusta non sono immediatamente nè integralmente
applicabili in condizioni diverse dalle supposte. I « do¬ veri » e i «
diritti » dell’ uomo giusto nella so¬ cietà giusta non coincidono coi
doveri e i diritti dell’ uomo storico in determinate condizioni storiche;
alla stessa guisa che i « diritti naturali » dei filosofi dello stato di
Natura non coincidevano coi diritti positivi delle società in cui
vivevano. Ma se si dà valore di fine all’attuazione delle con¬
dizioni proprie della societas iusta, i doveri e i diritti 1 dell’ homo iustus
diventano il modello al quale si riconosce desiderabile che cerchi di
avvicinarsi il sistema di doveri e di diritti che vale come giusto
in una società reale data. Alla stessa guisa, se la costituzione di una
società foggiata in conformità all’ipotesi dello Stato di Natura e del
CONTRATTO, si fosse riconosciuta (con verisimiglianza maggiore ed
evitando la confusione fra giustifica¬ ci) Cfr. Ch. Gide.
Principes d’ éc. poi. p. 20-22. zione etica e spiegazione storica)
come fine da rag¬ giungere invece che come stato originario, il « diritto
naturale » ricavatone sarebbe legittimam ente apparso come il tipo
idealmente giusto, al quale il diritto positivo doveva avvicinarsi e
adattarsi. Adunque/qu ando si eviti l’errore di scambiare i
dati ipotetici coi dati reali, c la pretensione uto¬ pistica di applicare
direttamente e integralmente le conclusioni ricavate dai primi alle
relazioni che sono imposte dai secondi A a ppare evi dente ad un
tempo e la 1 ( frittimi t à della distinzione, e la prio¬ rità logica
dell’Etica Pura surf mica Applicata. Raccogliamo in breve i resultati dell’
analisi. Una scienza normativa etica non differisce dalle altre
scienze precettive se non pe il valore, che si ^ attribuisce al line suo:
il quale deve essere desiderabile univ ersalm ente jyjjma e a preferenza
di ogni a ltro , se si vuole che sia riconosciuto lo stesso
carattere alle norme ricavate da esso. Questo fine universalmente
preferibile non nuò essere che un fine relativamente prossimo, il quale
(abbia o no anche valore per sè) sia mezzo o condizione di tutti i
fini che si considerano come « ultimi » ; e quindi non può essere che una
forma di convivenza e di */ . amw* (l) Per maggiori
chiarimenti sulla relazione fra le due Etiche cosi intese e sulle parti
di ciascuna, mi sia lecito riferirmi a quanto ebbi occasione di dire nei
« Prolegomeni ecc. » già citati. coopcrazione, nella quale 1’
universalità dei singoli possa riconoscere tale requisito. Ma una
società siffatta ò supposta, non reale, e le norme di con¬ dotta
che se ne ricavano regolano delle relazioni che sono parimenti assunte
per ipotesi, e non sono perciò applicabili direttamente a relazioni più
o meno diverse. Tuttavia la loro determinazione è non soltanto
utile, ma necessaria; necessaria dal punto di vista scientifico alla
determinazione delle norme che debbono regolare le relazioni più
com¬ plicate della realtà ; necessaria dal punto di vista etico
alla giustificazione di queste norme ; perchè esse sono valide in quanto
esprimono ravvicinamento, nei limiti del possibile, di queste relazioni
reali a quelle relazioni ideali. Il che viene a dire che l’Etica Pura
fornisce all’Etica Applicata il criterio per determinare le norme, e il
valore che le giustifica. Ma non bisogna dimenticare che le
norme, sia dell’Etica Pura, sia dell’Etica Applicata, hanno il
valore che si assegna a loro, nella ipotesi fondamentale che si accetti come
valido e fuori di conte- stazione il postulato della giustizia. Ossia
hanno valore se si suppone che ogni « socio » riconosca che una
forma di convivenza e di cooperazione nella quale ciascuno abbia, quanto
alle limitazioni esterne, valore di fine a pari titolo di qualunque
altro è preferibile a una forma di cooperazione nella quale una parte dei
<? socii » abbia, per uno o più rispetti, soltanto valore di mezzo e
non di fine. Quindi, è bensì vero clic l’assunzione di quel
postulato è la condizione necessaria all’ universale riconoscimento della
norma, e clic perciò, se si pone come caratteristica della norma morale
1’ universalità, rinunciare a quello vuol dire rinunciare a questa ; ma
ciò non toglie che si debba affermare chiaramente e senza sottintesi che
il sistema di norme per tal guisa stabilito ha, come qualunque
altro sistema di norme, del quale si richieda una giustificazione, valore
ipotetico ; e che perciò questo valore ò incontestabile solo in quanto si
riconosce incontestabile il postulato. Appare di qui che è
vano e illusorio cercare la giustificazione di una norma morale nelle
leggi | naturali. Perchè ciò che giustifica una norma di condotta
non è la naturalità, ma la desiderabilità dell’ effetto contemplato ; e
le leggi naturali stesse possono apparire giuste od ingiuste secondochè
si assumano come universalmente desiderabili o no i resultati, ai
quali la conformità della condotta ' fi 1 affo irafic-li itr [v yJ.tA
ttfilk t**' he* ìtU 'o jqie j. (1) La conoscenza delle leggi naturali
suggerirà i mezzi neces¬ sari a raggiungere un fine; e darà modo di
giudicare della come- yuibìlità di questo o quel fine che eia proposto ;
ma non serve a dar valore di universale desiderabilità a un ordine di
effetti, per il solo fatto che ce ne riveli la produzione « naturale » a
quelle leggi conduce, o ò creduta condurre. Può essere vero (e non è da
discutere qui) che l’essere o no un ordine di effetti desiderabile
(ossia, in ultimo, l’essere o no presenti ed efficaci nella co¬
scienza umana certi bisogni, desideri, aspirazioni, credenze), sia un
portato necessario della natura stessa delle cose e dell’ uomo, e che le
tendenze umane, si siano, rebus ipsis dictantibus, modellate cosi
da condurre a riconoscere nella osservanza delle leggi naturali un valore
di giustizia e di bontà; ma anche in questo caso non ò la
naturalità, che ne fa ammettere la giustizia e la bontà, ma è la
loro, diretta o indiretta, desiderabilità. Onde per questo rispetto nulla
vieta che si concepiscano possibili, almeno teoricamente, più Etiche
diverse; possibile, per esempio, (sebbene l’accoppiamento esplicito
dei termini ripugni) un’Etica dell’ingiu¬ stizia, quando si assuma come
postulato la prefe- ribilità di una comunione sociale in cui una
parte non abbia che diritti e un’altra non abbia che do¬ veri.
Benché allora 1’ Etica si sdoppierebbe in due Etiche diverse, anzi
opposte : l’Etica degli uomini- fini c l’Etica degli uomini-mezzi; o, per
usare le parole del Nietzsche, la Morale dei padroni e la Morale
degli schiavi ; e la medesima condotta sa¬ rebbe, seguita dagli uni,
giusta, seguita dagli altri, ingiusta. Che una « giustizia »
di questo genere ripugni alla psiche del socius per una ragione analoga a
•quella per la quale ripugna alla psiche dell’ uomo logico ammettere che
un rapporto tra due cose o fatti, sia vero per gli uni, e falso per gli
altri, è credibile; (sul presupposto di quella ripugnanza, si
fonda, io credo, la giustificazione etica della coazione e delle
sanzioni). E certamente rimane aperto qui un campo ulteriore di indagini
intorno ai problemi che riguardano il come e il perchè il postulato
che assumiamo possa e debba essere ac¬ cettato ; e se alla esigenza che esso
esprime si possa o si debba assegnare un ufficio, e quale, nella
interpretazionetotale del mondo, dell’ uomo e della storia. Ma da queste
indagini, le quali sono di natura metafisica, la costruzione scientifica
del- l’Etica, come qui fu abbozzata, può e deve tenersi indipendente,
per una ragione analoga a quella per la quale l’igiene è e si mantiene
indipendente da ogni questione intorno al fondamento e al valore
del postulato assunto da lei, e dal quale deriva il valore normativo dei
suoi precetti: — che un organismo sano sia preferibile a un organismo malato. Perciò,
finché si rimane nel campo della ri¬ cerca scientifica, la sincerità
richiede che, anche nell’Etica, malgrado ogni interiore certezza,
questa condizionalità del valore delle norme sia esplicita¬ mente
riconosciuta, e che anche nei termini si eviti 1’equivoco, e fin dalle
parole sia bandita ogni pretensione a un valore che non sia
condizionato al presupposto assunto. Per questa ragione,
oltreché per fissare rispetto alla dottrina dello Spencer le differenze
notate nel modo di intendere il fine, e di concepire la società giusta
e 1 ’ uomo giusto, e la priorità non soltanto logica ma giustificativa di
un’Etica rispetto all’altra, LUa p«A* è conveniente, sostituire ai
termini « Etica Asso- ‘fvulfyh luta ed Etica Relat iva » i termini «
Etica P ura V'.',:r , ì ' pvi n l iuta i v a » i ieri mmi «
e~=r . 1 ", della giustizia ed Etica Applicata della giustizia ». (^
3 ; n*fac- E se tosso poi, c'Sfne~r _ l n effetto, necessario
od 'GlfiULiffil opportuno determinare quali dovrebbero essere le
norme di condotta nell’ ipotesi che, osservate pre¬ liminarmente le
condizioni della giustizia, fosse assunto come fine l’adempimento
delle condizioni richieste dalla universale solidarietà, si
avrebbero due ulteriori sezioni dell’Etica : l’ Etica Pura della
Simpatia e 1’ Etica Applicata della Simpatia. A leggere questo titolo,
quelli che il Varisco ha chiamato felicemente « i filosofi dell’ oramai»
e quegli altri che si potrebbero chiamare i girasoli della
filosofia (i due tipi coincidono in parte, ma non in tutto) c’è da
scommettere che sorrideranno. — Non è « oramai » pacifico che di una
scienza della morale non si può parlare? E vale la pena di perdere
il tempo attorno a un problema « oltre¬ passato »? — Io mi rassegnerò a
lasciarli sorridere; ma non son persuaso dell’ oramai, e trovo che
il problema è tutt’ altro che superato. La quale per¬ suasione per
altro non garantisce nulla, pur troppo, rispetto all’ altra faccenda del
perder tempo ; perchè il tempo si può perdere, e far perdere, come
sappiamo benissimo tutti, anche trattando di ar¬ gomenti non «
oltrepassati ». 'Dico dunque che il problema, almeno nel modo
nel quale credo che debba essere posto e ho cercato di porlo, è più vivo che
mai e di interesse capitale così per l’Etica come per la Filosofia
del diritto. E chiedo scusa fin da ora al lettore se dovrò, richiamandomi
a cose già dette, parlare, più spesso che le buone regole non consiglino,
in prima persona. Quando sostengo la possibilità e la legit¬
timità di una scienza normativa morale, non in¬ tendo che una tale «
scienza » possa o debba so¬ stituire la metafisica, e bandirla proprio da
quel campo che è il vero vivaio dei problemi metafisici, il campo
delle idee e dei sentimenti morali. E nem¬ meno che possa pretendere di
costruire la morale , « F unica vera morale » erigendo a norme
della condotta certe leggi naturali cosmiche, o biologiche o psichiche
o sociologiche o storiche, alle quali si presuma di dare valore
imperativo. La tesi che ho sostenuto e sostengo è diversa. Una scienza
normativa etica, non può, al pari di qualsivoglia scienza
pre¬ cettiva, consistere in altro che in u n sistema di relazioni e di
legg i, le quali hanno valore di norme da seguire nell’ ipotesi che sia
assunto come fine quel- F effet to o quell'ordine di effetti, del quale
esse ’-ggi esprimono le condizioni e i fattori. Ma dibo¬ sco dalle
altre, perchè s uppone che al fine suo [MJLjcTalfA
Ò)lCJUjLt> 'ittl- , del quale esse ’Sl'Kp
tkf si a rico n osc iuto un valore di universale pref
eribilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perciò una
determinazione scientifica di norme etiche richiede due condizioni.
Che il fine sia umanamente possibile; cioò tale che se ne possa stabilire
la dipendenza condizionale da una certa forma di condotta collettiva e
individuale. Di qui dipende il carattere scientifico della costruzione
; perché la relazione che lega le norme con quel fine potrà essere
lunga, complicata e difficile, ma non richiede ad essere conosciuta altri
mezzi che quelli di una indagine scientifica. Che sia ammesso
come postulato che il riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità
e precedenza rispetto a qualsivoglia altro fine umanamente possibile, è
un 'esigenza morale. É ovvio di per sè che se si ricusa di
ammettere questo postulato o se ne nega la legittimità, la de¬
terminazione delle norme di condotta richieste dal fine contemplato non
perde nulla del suo carattere scientifico ; ma le norme non hanno valore
morale. Ossia, il valore morale delle norme così ricavate ò
relativo alla accettazione del postulato; e la de¬ rivazione scentifica
di un sistema di norme dal fine in discorso non ò, a rigor di termini, la
scienza della condotta morale; ma la scienza di una certa condotta;
la quale è la condotta morale, se si ammette e in quanto si ammette quel
postulato. Ma è altrettanto ovvio che non avrebbe senso, o sarebbe al
tutto arbitrario e fuori di proposito, l’attribuire in ipotesi al fine un
valore che nes- ’ v '’’ suno fosse disposto a riconoscergli, e
assumere come Ua esigenza morale una esigenza che non trovasse
nella */ r f>' r \ c < ’• ' a • fi «.e realtà nessuna
corrispondenza. Ed è perciò che ho- cercato di porre in chiaro in primo
luogo quale fosse l’esigenza caratteristica del valore morale di
una norma ; poi, se si potesse assegnare un fine umano, e quale potesse
essere, che rispondesse a queste condizioni. Non è il caso di
ripetere il già detto (1); qui ne ricordo soltanto le conclusioni : — che
l ’esigenza che assum o, e, credo aver dimostrato, legit¬ timamente, come
caratteristica di una norma mo- r ale ò quella di una universale
giustizia ; e che il fine che soddisfa a questa esigenza non può
essere che una forma di società umana tale, che tutti i sodi
trovino nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o
equivalente possibilità esteriore di rivolgere la loro attività alla
ricerca di qualsivoglia dei BENI AI QUALI LA CONVIVENZA E CO-OPERAZIONE SOCIALE
E MEZZO. Supponendo dunque ammesso il postulato sopra detto, non ho fatto
e non faccio una ipotesi arbitraria; poiché Tesigenza della giustizia,
alla quale il postulato fa appello, è la più profonda e più tenace e più
incoercibile dell’uomo in quanto è socius, cioè in quanto è
soggetto di moralità e considera se stesso, ed è considerato, come
persona a pari titolo di ogni altro socio. Mi riferisco, qui e nel corso
di questo scritto, a quello clie che lo precede nel presente volume, e a
un altro studio : Prolegomeni a una Morale indipendente dalla Metafisica,
Pavia, Bizzoni. Tuttavia per quanto possa parere ed essere legittimo prendere
per concesso qu esto postulato, non bisogna dimenticare, ma anzi importa
rilevare chiaramente , che il fine e le norme corrispondenti hanno quel
valore che si attribuisce a loro, soltanto nell’ ipotesi che lo si
accetti come valido e fuori di contestazione. Se non 6
ammesso, ò vano pretendere clic la costruzione normativa valga a farlo
accettare o possa obbligare ad accettarlo. Essa non può che
mostrare la coerenza delle norme proposte col fine assunto, e di questo
colla esigenza della giustizia; e mostrare con ciò che non si può
ragionevolmente ammettere questa esigenza senza ammettere il valore di
universale priorità attribuito al fine, e quindi alle norme. Ma che
l’esigenza invocata sia ammessa in realtà, o sentita come tale, ò un
dato di fatto che la costruzione normativa trova, se c’è; ma che
non pone essa, ne per sò vale a mutare. Adunque la scienza normativa
morale così intesa si riduce alla determinazione delle norme di
condotta valide per una coscienza che anteponga a ogni altra esigenza
l’esigenza della universale giustizia. Se in ipotesi volesse determinare le
norme di condotta per una coscienza per la quale valga come suprema
l’esigenza egoistica, le norme risul¬ terebbero diverse. Ma il
procedimento sarebbe il medesimo ; la deduzione sarebbe, o si può
concepire che potrebbe essere, ugualmente ragionata e scientifica. E
del pari se si assumesse come regolatrice l’esigenza dell’abnegazione o
della rinuncia incondizionata di sò agli altri, o qualsivoglia altra esi¬
genza e un fine possibile corrispondente. Di qui si vede quanto sia
superficiale c vuota di significato l’opinione tante-volte ripetuta, e
che forma quasi il leitmotiv di un’ opera che ha latto gran rumore,
che la ragione non ci comanda che l’egoismo. La ragione per sè non
comanda nulla. NE L’EGOISMO NE L’ALTRUISMO -- nè la giustizia. La ragione
cerca, e mostra, se le riesce, i mezzi che servono a conservar la vita a
chi la vuol conservare, a distruggerla a chi la vuol distruggere; addita ai
pietosi le vie della pietà, ai giusti le vie della giustizia, e le vie
del proprio tornaconto agli uomini senza scrupoli. Ma l’egoismo non 6 per
sè più « razionale » dell’altruismo, nè il regresso più razionale
del progresso, nè la conservazione del- l’individuo più razionale di
quella della specie, nè 1’ utile proprio più razionale che 1’ utile della
col¬ lettività. Razionali non sono i fini, ma le relazioni
dei mezzi ai fini. Ed è così ragionevole che dia la -- Dire che la
ragione non consiglia che 1’ egoismo equivale a dire che una condotta non
egoistica non si può RAGIONEVOLMENTE GIUSTIFICARE. Ossia viene a dire una di
queste due cose : 0 che di un fine non egoistico non si possono assegnare
mezzi possibili, e vita per un’idea chi pregia più l’idea che la
vita, come che taccia la verità per un ciondolo chi ama più i ciondoli
che la verità. Ma forse dicendo così si è ancora giusti verso
la ragione. Perchè se ciò che si chiama uso della ragione può avere, come
non dubito che abbia, una efficacia indiretta nella valutazione dei fini,
non è dubbio che questa efficacia si esercita in favore di quei
fini e di quelle norme che rispondono alla quindi non si può
determinare quale sia la condotta atta a rag¬ giungerlo ; cioè che si
tratta di un fine fuori di ogni efficienza umana. E in questo caso non ci
sarebbe senso a proporlo come fine dell’ operare nè in nome della ragione
nè in nome di qualsivoglia altra cosa, dal momento che qualsiasi condotta
sarebbe rispetto ad esso indifferente. Oppure che un fine non egoistico
non è mai fine per sfi, ma ha bisogno di essere giustificato da un fine
egoistico al quale sia mezzo o condizione. Ma il valore per sè di questo
fine egoistico ultimo, al quale si riporta la giustificazione, non può
essere alla sua volta giustificato, ma deve essere un dato di fatto reale
o supposto ; il quale dunque, appunto per ciò, è fuori di ogni
ragionamento. E il vero senso dell’ affermazione in discorso è allora non che «
la ragione consiglia l’egoismo » ; ma che « gli uomini sono tutti e sempre e
inevitabilmente egoisti (poiché i fini ai quali soltanto riconoscono
valore per sè sono fini egoistici) ; e quindi, finché sono e rimangono
egoisti, non possono trovar ragionevole altra condotta all’ infuori di
quella suggerita dall’ egoismo ». Sapevhm- celo ; ma non vuol dire che l
'essere egoisti sia più ragionevole die il non essere.
D’altra parte, posto che gli uomini fossero inevitabilmente
egoisti, anche il precetto o il consiglio di non seguire la ragione,
dovrebbe, per avere valore pratico, fare appello in ultima istanza a in
fine egoi¬ stico, nè più nè meno di quel che farebbero nello stessè caso
i con¬ sigli della ragione. Con questo bel risultato : che gli uomini
rinuncino ad essere ragionevoli per.... continuare ad essere
egoisti. tendenza caratteristica dell’attività razionale: l’universalità.
Ora nel campo dell’attività pratica il fine del quale soltanto si può
concepire universale il raggiungimento, e la norma, della quale
soltanto si può concepire universale l’osservanza, sono un fine e
una norma conformi all’esigenza della giustizia. Ma, tornando al nostro
argomento, anche il riconoscere che il fino e le norme determinate in
conformità al postulato hanno, e possono avere essi solamente, la nota
razionale dell’universalità, non ne toglie il carattere necessariamente e
insupera¬ bilmente ipotetico; perchè se il loro valore si fa
dipendere da questa loro universalità, si prende per concesso che
l’universalità sia assunta come criterio di valutazione; ossia che
dell’esigenza ra- Son trovo che si sia dato il peso dovuto alla
considerazione che non solo l’egoismo, ma neppure l’altruismo può fornire
una regola di condotta, che si possa concepire nei rapporti tra gli
uo¬ mini universalmente e costantemente osservata, senza
contraddizione, o senza che sia necessario supporla subordinata alla sua
volta a una norma di giustizia. Perchè sia possibile l’abnegazione e la
rinuncia incondizionata di sè agli altri, bisogna che gli uni si sa¬
crifichino, e gli altri o qualche altro accettino il sacrifizio ; cioè
che gli uni seguano la massima dell’ altruismo, e gli altri o qual¬ che
altro quella dell’egoismo. Se poi si ammette che nessuno debba poter
sacrificarsi piu di un altro, (oltreché il sacrifizio si riduce a un
tacito scambio di servigi reciproci), bisogna che la condotta altruistica di
ciascuno non impedisca o limiti una pari condotta altrui¬ stica degli
altri ; cioè bisogna che 1’ altruismo alla sua volta sia governato da una
norma di giustizia. zionalc e teoretica dell' universalità la
coscienza faccia una stima pratica, attribuendole un valore e un’
autorità superiore ad ogni altra esigenza. Concludendo: la scienza
normativa etica, alla quale mi riferisco, è la scienza della condotta
ri¬ chiesta da un fine conforme all’ esigenza detta. Se si
riconosce come caratteristica del valor morale di un fine e delle norme
che ne dipendono una esigenza diversa, o se si pone come congruo ad
essa un fine incongruo, o si assumono come condizioni conformi all’esigenza di
una universale giustizia delle condizioni clic negano o limitano questa
universalità, le norme riconosciute e accettate come morali saranno
diverse. Ma non concluderebbe nulla contro la tesi che difendo
l’opporre che le norme o alcune delle norme in effetto tenute o seguite
come morali sono diverse o contrarie a quelle proposte e ricavate
in conformità al postulato assunto. Perchè qui non si tratta già di
esporre (piali sono le norme accettate, o di farne l’apologia ; nè di
cercare che cosa bi¬ sogna ammettere per accettarle; ma di
determinare quali sarebbero le norme della condotta morale nel- l’
ipotesi che si accetti il postulato. Insomma si fa un’ ipotesi e si
cerca che cosa ne segua. Ma per negare valore scientifico a
una tale costruzione ipotetica bisogna negare la dipendenza condizionale
del fine assunto da una certa condotta collettiva e individuale; e per
negarle valore morale, bisogna negare il valore morale dell’esi¬ genza, o
ammettere che essa è o dove essere subor¬ dinata a un’esigenza diversa.
Finché non si giustifica nè l’una nè l’altra negazione, il dichiarare «
oltrepassato » il problema vale poco; e il sorridere vale anche meno.
Perchè esponendo questo concetto io non mi sono dissimulato le
difficoltà e le obbiezioni possi¬ bili; sopratutto quelle che fanno capo
alla afferma¬ zione comune della impossibilità di una determi¬
nazione di norme morali che non si fondi sopra una dottrina metafisica.
Questa questione anzi ho esaminato di proposito, e le conclusioni di
quell’analisi non furono confutate. Avrei dunque, « in tesi di diritto »
ragione di ritenere spostato l’obbligo della prova. Ma nel
fatto, come tutti sanno, ò sempre chi dissente dalle opinioni stabilite
che ha torto; e deve rassegnarsi a battere e ribattere per tutti i
versi lo stesso chiodo. E prima di tutto occorre qualche parola su
quella che si potrebbe chiamare la tesi scettica, (,1) Che essa
possa e debba aver valore anche dal punto di vista del Diritto è cosa
evidente ; ma come c quanto non sono questioni da risolvere cosi di
sfuggita. della impossibilità di una qualsiasi
determinazione di norme morali. Il fatto etico è contingente,
multiforme e variabile in ogni circostanza, e sfugge ad ogni ten¬ tativo
di determinazione razionale. Oltredichè esso dipende dal sentimento e
dalla volontà e non dalla conoscenza, e non si può ricavare da un
processo di deduzione logica. — Questa tesi ha il grave torto
di confondere la morale colla mora lità ; confusione sulla quale
dovrò tornare anche più innanzi. « Il fatto etico ò variabile
». Certamente. E il fatto giuridico, che ò una specie dell’ etico, non ò
esso pure variabile? E forse perciò non si stabili¬ scono nonne
giuridiche determinate e precise, e non si considera questa
determinazione come un’e¬ sigenza della vita sociale, e non si misura
dalla sua precisione e coerenza il progresso della vita e della
coscienza giuridica ? E non è un luogo comune la lode fatta a Roma di
maestra del diritto ? Non si venga a dire che il f atto "iuridico
riguarda solo la non, come la inorale, anche e sopra tutto la
interna ; qui si fa questione, anche per la morale, appunto, della
con¬ d otta ester na, nella quale la moralità interiore deve pur
tradursi ; ed è assurdo dire, per esempio, che non ha senso il precetto «
non frodare », e vano cercar di determinare in che la frode consista, perché
la frode è, forse più che qualunque altra cosa al mondo, contingente
multiforme e variabile. È pur fuori di dubbio che l’operare in un
modo piuttosto che in un altro, dipende dal sentimen to e dall a vo
lontà, e non dalla co noscenza del precetto ; e che non si può dedurre da
nessuna com¬ binazione di premesse l’azione. Nessun congegno
di premesse, nessun processo logico, nessun sistema di conoscenze pone in
essere la benché minima cosa ; .A}* VcttmaJ. ’l| conseguenza di un
ragionamento ò sempre fin g iudiz io, non un ’azion e ; nella
morale come in qua¬ lunque altro campo; l’azione., potrà.. o non
potrà seguire, secondo che le disposizioni sentimentali c. volitiv
e sono tali o tali altre; potrà anche seguire senza che ci sia il
giudizio. Verissimo e giustissimo. Ma non conclude nulla al proposito.
Perché qui è questione non di fare, ma di sapere quel che convenga fare,
chi si proponga e ammesso che si proponga un certo fine. Ora lo stabil ire
queste relazioni tra un certo fine_e certe operazioni necessarie a
raggiungerla é ufficio della conoscenza, non della volontà ; e io spero
che nessun voluntarista vorrà sostenere che è indifferen te a chi vuol
andare, po¬ niamo, a Canossa, conoscere quale sia la strada per
arrivarvi. E il dire che non è la conoscenza nè di un certo effetto, nè
dei mezzi, ciò che fa vo¬ lere l’effetto e volere i mezzi, non toglie
nulla all’ufficio specifico della conoscenza; anzi, e appunto perciò, lo
determina. E rimproverare a un sistema di norme di essere per sè
inefficace a muovere Fa¬ zione non ha senso ; come non avrebbe senso
pre¬ tendere che una formula chimica produca essa il composto del
quale indica la combinazione. L’ uf¬ ficio delle norme morali, come di
ogni altro sistema di norme qualesivoglia, non può essere che un
uf¬ ficio informativo, non formativo ; di guida, non di stimolo, di
indicatore, non di propulsore. E quelli che adducono, per mostr are l a
inanità di una co¬ s truzione norma tiva, l a dipendenza dell’ azione
dal se ntimento e dalla volontà , non si accorgono di confondere
essi il conoscere coll’operare, cioè, come' s’è detto, la ni qrfllo_nnIlp
mo ralità, la determina- zio ne_delle norm e colla c onformità alle norm
e. Senonchò si può soggiungere che la determina¬ zione in
questo campo non serve, perchè la cono¬ scenza delle norme si sprigiona volta
per volta come da sè fuor dalle circostanze, per un intuito
naturale che è più fine e delicato di qualunque deduzione scientifica. E così
viene in campo, accanto alla tesi dell’ impossibilità, quella dell’
inutilità : l a cos cienza morale rende inutile la dottrina mo¬ rale.
Lasciamo per ora la difficoltà capitale che nasce dal fatto stesso
da cui è nata la riflessione critica della morale: il fatto della
diversità di contenuto nelle coscienze morali diverse; e poniamo —
senza concedere — che 1*i ntuit o basti per tutti e sempre a segnare
caso per caso la via. Non ne seguirebbe ancora l’inutilità di una ricerca
che si proponesse la determi nazione sistema tica del fine a cui .intui
¬ ti vamente tend e e delle norme che intuitivamente segue la co
scienza mora le. Come la guida istintiva dei bisogni (^feUe^enTazioni non
basta a rendere inutile l’igiene; o come non basta a condannare la
conoscenza fisiologica, per esempio, della dige¬ stione, il fatto che
digeriscono bene, anzi di solito digeriscono meglio, quelli che non sanno
di quelli che sanno come la digestione avvenga. E veniamo
alle obbiezioni che toccano diretta- mente la nostra tesi. In primo
luogo si può osservare che la p retesa scienza della mora le, nell’ atto
stesso che dichiara di voler tenersi estranea a qualunque af¬
fermazione di carattere metafisico, presuppone una certa soluzione di un
problema essenzialmente me¬ tafisico. Perchè, assumendo come fine morale
un ordine di effetti umanamente possibile, pone come risoluto il
problema se il fine supremo possa o debba essere umano o sovrumano,
relativo o assoluto; risolve cioè, sia pure negativamente, un problema
metafisico. Cerchiamo di intenderci. Si supporrebbe risoluto il
problema, se assumendo un fine (diciamo per brevità) umano, si ponesse
questo fine come ultimo assolutamente, come definitivamente supremo;
cioè se gli si assegnasse un valore assoluto ; e si negasse la
possibilità di una ulteriore valutazione del fine stesso ; di una
sopravalutazw We^Tciafisica, per la quale sia creduto mezzo alla sua
volta, o condi¬ zione o preparazione di un fine sopraumano. Ma
questa possibilità 1* ipotesi non la esclude. Si dirà che in tal
caso il fine umano non è più il vero fine; e che perciò le norme debbono
essere ricavate da quello a cui si dà davvero valore di fine
ultimo, valore assolutamente, non relativamente, supremo; e che questa
necessità riporta il problema della determinazione delle norme in piena
metafì¬ sica. Ma è questo che io nego ; e dichiaro di non capire
come da un fine assoluto si possano ricavare delle norme per la condotta
in condizioni finite, da un al di là le norme per un al di qua; e
dubito che quelli i quali dichiarassero di capire, equivo¬ chino
sui termini. Perchè non si potrà mai dimostrare un legame di condizionalità tra
un certo modo di operare o un fine sopra natura le ; essendo il
proprio e caratteristico del sopranaturale c del sopraumano di esser
fuori dalla efficienza naturale e umana. Se si considera il fine
sovraumano come un effetto che può essere condizionato da mezzi puramente
umani esso cessa di essere sovraumano (Urmson, Saints and heroes). Ma se invece
rimane tale, cioè trascende la effi¬ cienza umana, si potrà bensì credere
ed affermare che a raggiungerlo si richiede una certa condotta, ma
non si può assegnare una relazione di condi¬ zione tra la condotta ed il
fine, cioè non si può ricavare dal fine la norma. La riprova si ha
nel fatto, evidente ad ogni osservatore non del tutto superficiale,
che, anche nei sistemi di morale teologica o metafisica, quando si tratta di
determinare le norme che debbono regolare la condotta nelle
relazioni della vita comune, famigliare e sociale, non è più il fine
assoluto quello da cui si deducono le norme, ma un fine umano, sia
prossimo, sia re¬ moto; un certo ordine e un certo tipo di vita individuale
e sociale. Le norme dedotte da questo fine subordinato si presentano
bensì come derivate aneli’esse dal fine assoluto, perchè si assume quello
come posto o vo¬ luto o necessitato da questo ; ma in che modo dal
fine assoluto si ricavi il fine relativo, come e perchè, per raggiungere o
approssimarsi a quel fine sopraumano, sia necessario tendere a questo
fine umano, non si dimostra nè si può dimostrare. E quando par che
si dimostri, gli è che si è assunto tacitamente e come incorporato in modo
surrettizio nel fine assoluto il fine relativo, che poi se ne
deriva ; cioè in ultima analisi non si è fatto altro che
porre o assegnare un valore sopraumano al fine umano; ossia si è fatta
(fucila che ho chia¬ mata una sopravaluta;ione metafisica di quel
certo fine umano dal quale in realtà sono ricavate le norme.
Xon è dunque vero che assumendo un fine umano si risolva, o si
postuli una certa risoluzione di un problema metafisico. Non si la che
ubbidire a una esigenza, la quale sussiste sia che si risolva
positivamente, sia che si risolva negativamente il problema intorno alla
natura del fine assolutamente ultimo o supremo; un’esigenza logica alla
quale non si può sfuggire: che un sistema di norme di condotta
individuale e sociale non si può stabilire se non in relazione a un certo
fine, esplicitamente o implicitamente assunto, che dipenda
condizional¬ mente dalla condotta, cioè che sia umanamente
possibile. Ma non è un’altra esigenza, un’ esigenza
propriamente morale, che il fine abbia un valore assoluto e non soltanto
relativo? Non discuto se sia o non sia ; perchè si tratta in ultimo di
constatare un fatto di coscienza, e per la constatazione di un fatto la
discussione non ap¬ proda. Poniamo che sia. Forsechè le dottrine
che pon gono un fine assoluto fanno qualcluTco^ ~~di me glio che
postulare la possibilità di quel fi ne e postularne il valore ? Cioè supporre
che quella possiljilità e questo valore siano dati nelle intuizioni o
nelle credenze, dalle quali li prendono, per dir cosi, a prestito, e
sulle quali fanno assegnamento ? E se è cosi, e non può essere
altrimenti, se la credenza nel fine e il riconoscimento del suo valore
assoluto, e la derivazione da esso del (ine o dei fini relativi della
vita finita, non possono essere dati o fondati dalla dottrina, ma
soltanto assunti o affermati, è facile vedere che la dottrina vale
per la coscienza clic la sente e, direi, la vive già, e che accetta
Vaffermazione perchè la trova corri¬ spondere a ciò che è già dato in lei
stessa ; ma non vale essa, la dottrina, a far accettare queste sue
affermazioni a una coscienza che intuisca e senta c creda diversamente.
La costruzione dottrinale metafisica non riesce dunque clic a fare
appello a un a intuizione o a una v alufazio ne di cui ammette o
suppone 1’ esistenza, ma n on a farla sorgere dove manca ; e quindi, di
fronte a una coscienza diversa da quella che essa suppone, si trova nella
stessa condizione della costruzione non metafisica. Cioè vien meno
alla ragione per la quale il valore assoluto del fine è richiesto.
Questa ragione, se il valore assoluto del fine non è già assunto
come una constatazione di fatto, consiste nella pretesa illusoria che la
dottrina possa e debba assicurare per questo modo alle norme una
validità universalmente riconosciuta ; e nasce da una preoccupazione
pratica analoga a quella dalla quale è ispirata l'altra pretesa che
l’Etica dia alle norme autorità imperativa. Ed eccoci all’argomento
capitale: 1’ esiggenza del carattere imperativo della norma.Ho già
ripetutamente segnalato l’equivoco sul quale si fonda la pretesa esigenza
dell’obligatorietà della norma morale. È in fondo il medesimo già
notato più sopra a proposito della istanza sulla inefficacia •della
conoscenza a determinare l’azione ; l’equivoco di con fondere la morale
colla moralità, la norma col la conformità alla norma : e quindi di
preten¬ dere da una dottrina quello che nessuna dottrina nè
metafisica nè non metafisica può dare : la garanzia dell’osservanza, cioè
1’efficacia esecutiva. Il linguaggio favorisce anche qui il persistere
dell’errore; e l’uso di definire 1’ Etica la scie nza o la dottrina de i
-doveri, contribuisce a ribadire il preconcetto. nato dalla preoccupazione
pratica, che compito di una dottrina morale possa o debba es¬ sere
quello di costruire o fondare delle norme ób- hliyatorie. Mentre l’etica,
dico qualunque dottrina etica, non può fare altro che dedurre, o
indurre, o comporre a sistema, delle norme o ilei precetti, i quali
hanno valore di doveri, se e in quanto la coscienza concepisce, o meglio
sente e vuole , come dovere, l’osservanza dei precetti stessi, o la
prosecuzione del fine (o dei fini) dal (piale quei precetti Yi
(yivuni l&u vuxnrib I nei — sono derivati. E
se anche tutte le coscienze uni¬ versalmente, in ogni tempo e luogo,
concordassero nel sentire come obbligatoria 1’ osservanza di una
certa norma, non per questo si potrebbe dire che l’imperativo è un
carattere della norma ; l'impe¬ rativo sarebbe sempre anche in questo
caso un ca¬ rattere del motivo che spinge all’ osservanza della
norma ; un dato della coscienza che la abbraccia, che la riveste e la
investe di questo motivo, clic la sente così. Quale sia la
preoccupazione pratica da cui nasce e si alimenta il preconcetto, e.
quale, sia il processo per cui si viene ad assegnare alla costruzione
nor¬ mativa un compito al quale essa non può soddisfare in nessun
modo, ho pure già cercato di mostrare altrove, e non serve di ripetere.
Piuttosto non mi par privo di interesse mettere in chiaro con 1’ a-
nalisi come i modi, nei quali può essere interpretato e tentato il proposito di
« fondare una norma obbligatoria » si riducano a postulare
l’esistenza dell’ obbligo, quando non riescono a una forma più o
meno larvata di imperativo ipotetico. E come poi, per il verso opposto,
assumendo l’imperativo categorico per dato o postulato, non se ne
possa ricavare la determinazione delle norme; ma si richieda perciò
l’assunzione espressa o sottintesa di un fine, o di un criterio di
valutazione e derivazione, estraneo e indipendente da quello. Il compito
di assegnare una norma che abbia autorità obbligatoria può essere, e lu
in effetto, inteso in più significati diversi ; i quali si possono
ridurre ai quattro tipi seguenti : Dimostrare che la norma proposta corrisponde a
un sentimento, a un motivo, a una disposizione che si manifesta nella coscienza
come •obbligo. — Allora il senso reale ò, non già che la do ttrina
dia essa autorità o bbligatoria alle su e norme; bensì questo: che essa
riduca, traduca o formuli in norme i modi di condotta ai quali la
coscienz a si sente obbligata. Ma così la categoricità del precetto è
constatata e assunta, non posta, nè fondata dalla dottrina ; e la norma
obbliga solo se •ed in quanto i suoi comandi ripetono i comandi
della coscienza; il suo tono imperativo è un’eco, e vien meno se tace la
voce della quale assume il tono. Presentare le norme come ordini di un
Potere (qualunque ne sia la natura) irresistibile, che costringe volenti
e nolenti a seguirlo. — Intesa così l’autorità non viene nò dalla natura
delle norme, nò da quella del fine a cui sono ordinate, ma da quel
Potere del quale l’Etica fa, per dir così, la presentazione ; anzi il suo
ufficio si riduce in realtà a quello di interprete ed araldo di quel
Potere ; che essa non pone, ma a cui là appello, e che suppone sia
riconosciuto dalle coscienze alle quali parla in nome suo. Ad
ogni modo l’espressione analizzata, se si usa ad indicar questo ullìcio,
è del tutto abus iva; l’espressione esatta ò questa: compito dell’Etica
ò di determinare quale sia la legge imposta da quel potere indis
cutibile e irresist ibile, di cui si am¬ mette o si riconosce
l’esistenza. Dimostrare che ciò che la norma prescrive
dovrebbe esser voluto dall’ uomo, sopra ogni altra cosa : cioè sarebbe
voluto in effetto, se, invece di essere come ò, 1’ uomo fosse diverso ;
seguisse la sua vera natura, fosse giusto, o perfetto, o realiz¬
zasse un certo tipo ideale. Ma è chiaro che in questo senso non si
là che o determinare il fine in l'unzione di un certo tipo ideale,
o il tipo in funzione del line ; ossia, in al¬ tre parole, determinare la
relazione che sussiste tra una certa natura e una certa condotta. La
qual relazione per necessaria che sia, non si vede come [tossa far
nascere la coscienza d’ un obbligo. Se si pensa di fondare in tal modo 1’
obbligatorietà, ma¬ nifestamente si suppone ebe il conformarsi a un
certo tipo, il realizzare un certo ideale sia già sentito come obbligo; e
si rientra, quanto al fon¬ damento di questo, nel primo dei casi
enumerati. Se poi si intendesse dire che chi vuoi essere uomo
davvero, giusto, o perfetto, deve proporsi un certo fine o seguire una
certa condotta, si avrebbe non piii un imperativo categorico, ma un
imperativo ipotetico. Dimostrare che ciò che la norma
prescrive, dece essere voluto universalmenta e incondizionatamente. —
Questo ò manifestamente il significato che pare più proprio, e nel quale
intesero e inten¬ dono l’esigenza i moralisti i quali credono di
po¬ ter ricavare l’obbligo dalla natura del fine che assumono come
ideale etico. Ma l’intendere la tesi così, implica che si ammetta la
possibilità di una di queste due vie o derivare 1’ obbligatorietà
dal valore riconosciuto al fine, assumendo questo riconoscimento come
dato o postulato ; o derivare dalla natura del fine l’ obbligo di
riconoscere al fine stesso un tal valore. E l’una e l’altra di
queste due tesi deve essere considerata distinta- mente e un po’ più a
lungo. Posto pure che al fine assunto fosse riconosciuto in realtà
universalmente valore di sommo bene, non ne seguirebbe in nessun
modo che il sentirlo e riconoscerlo come sommo bene porti con se il
sentirsi obbligati a volerlo e cercarlo. Questo riconoscimento non genera
la coscienza del- Pobbligo, bensì ne mostra la ragionevolezza, fa
che la coscienza approvi l’autori tà ob bligante; cioè giustifica P
obbligo, posto che ci sia. Ora una tale giustificazione riesce a questa
alternativa: o serve a dimostrare che Insognerebbe ragionevolmente
tro¬ var buona e seguire la norma anche se non si sentisse l’obbligo,
perchè la norma è ordinata a quel certo fine che è riconosciuto come
sommamente desiderabile. E in questa forma la pretesa fonda¬ zione
dell’ imperativo categorico si riduce alla formulazione di un imperativo
ipotetico, che si sosti¬ tuisce o si aggiunge al categorico. 0 riesce a
un’argomentazione di questo genere : Siccome è bene sommo il fine, è bene
l’osservanza della norma; e poiché si ammette o si suppone che la
coscienza d’un obbligo assoluto sia necessaria a garantire questa
osservanza, l’imperativo categorico appare la condizione sine qua non,
acquista valore di mgzzo indispensabile al proseguimento del fine.
Nel primo modo si viene a dire che l’impera¬ tivo categorico è
giustificato perchè è bene ciò che esso comanda; nel secondo che è
giustificato perchè è bene che esso comandi in quel tono. Ma nè l’uno nè
l’altro modo nè ambedue insieme riescono a fondare l’obbligo assoluto;
anzi appunto perchè 10 giustificano gli tolgono il carattere di
categorico. 11 che se nel primo caso è più evidente, non è
meno vero nel secondo. Infatti, posto pure che la categoricità dell’
imperativo sia condizione necessaria all’osservanza della norma, non ne
viene perciò che l’obbligo sia categorico, ma soltanto che sa¬rebbe bene
che fosse, che è desiderabile che sia: os¬ sia la pretesa derivazione che
se ne fa, mostra la necessità di una condizione, non la pone in
atto se manca; pone in chiaro un’esigenza, non la sod¬ disfa. In
secondo luogo la dimostrazione stessa di questa esigenza è
contradditoria, perchè a convincere la necessità dell’obbligo categorico ne
assegna le ragioni ; il che equivale ad ammettere che venendo meno queste
ragioni verrebbe meno quella necessità; ossia che l’obbligo dovrebbe
valere come categorico, finché è utile che valga; come chi di¬
cesse un’ autorità che si fa valere incondizionatamente .. .. sotto certe
condizioni. Adunque, se la c Qscienza d’un obbligo asso luto manca, la
derivazione che se ne pretenda fare da un fine, qualunque sia il valore
che gli si attri¬ buisce, non può farla sorgere; se c’è, la giustificazione
riesce ad assegnare le condizioni della sua validità, cioè a togliergli
il carattere di obbligo incondizionato. Il che può però aver un
senso, se si guarda bene ; ma in un caso soltanto : nel caso che la
coscienza la quale si rende ragione delle condizioni che importano questa
necessità o utilità dell’ im¬ perativo categorico, e la coscienza nella
quale 1’ imperativo vale come categorico, siano due coscienze diverse ;
ossia nel caso che una coscienza riconosca la necessità che 1’ imperativo
valga incondizionatamente per un’altra coscienza. Che è un senso
assai meno strano di quel che possa parere a prima vista. Oppure
finalmente si intende che ap¬ prendere ciò clic è posto come line
equivalga per ciascuno a dover riconoscerlo come tale; che non si
possa conoscere la natura del line senza sentirsi obbligati a
riconoscergli valore di bene supremo ; cioè che la conoscenza generi la
coscienza d’un obbligo. — Questa che è in sostanza la tesi di¬
fesa, tra gli altri, con grande vigore dal nostro Rosmini, è veramente
l’interpretazione tipica, più audace e radicale, del pensiero di derivare
l’obbligo dal fine, o di dare all’obbligo un fondamento oggettivo nella
natura stessa di quello. Ma — senza dilungarmi su questo tema in
una critica troppo nota — è inevitabile questa alternativa : o il dover
riconoscere esprime una neces¬ sità puramente logica, e non può dare
quello a cui è invocata, cioè nè il valore né l’obbligo di
riconoscere il valore; o vuol esprimere una neces¬ sità diversa, e si
riduce a un paralogismo; perchè pretende ricavare da una determinazione
obbiet¬ tiva la constatazione di uno stato subiettivo, la quale
presuppone appunto resistenza di quella co¬ scienza dell’obbligo, che
crede di far nascere e senza della quale la constatazione non è
possibile. E per tal modo si ricade ancora una volta nel primo tipo
di interpretazione; quando non si voglia ammettere questa tesi : che è
obbligo rico¬ noscere quel fine come sommo bene e volerlo, così se
lo si crede tale, come se non lo si crede; cioè sia che la coscienza
senta sia che non senta di dover attribuirgli quel valore. Ossia non si
am¬ metta la tesi dell’obbligo di credere anche senza o contro
l’attestazione della coscienza. Il che ren¬ derebbe inevitabile l’appello
a una autorità esterna, alla quale la coscienza si deve inchinare; e
farebbe della morale del bene oggettivo una morale dom- matica, che
rientra nel secondo tipo. Adunque l’analisi dei modi nei
quali può essere interpretato e tentato il compito di fondare una norma
obbligatoria conduce a questa con¬ clusione: o si intende che « fondare
una norma obbligatoria » voglia dire derivare l’autorità della
norma dal valore del fine; e allora, come s’è visto, c come avea notato
chiarissimamente il Kant, non si può per questa via riuscire che a un
imperativo ipotetico; o si intende che voglia dire assumere come
dato l’obbligo e determinare le norme in conformità a questo dato.
Nel primo caso 1’ esigenza in questione non è soddisfatta. Nel
secondo 1’ obbligazione è assunta , non posta o dimostrata; ossia o
esiste: e la sua esistenza e validità sussiste all’ infuori della
co¬ struzione dottrinale, che la postula, ma non la fa essere; o
non esiste: e il fatto di assumerla come esistente non la pone in essere,
nè ne legittima per sè l’assunzione. Per tal modo, se il difetto
capitale di una scienza normativa etica conforme al concetto
esposto sul suo ufficio e i suoi limiti, è quello di non^ poter
presentare le norme col carattere di imperativo categorico, questo difetto è
comune, e non potrebbe essere altrimenti, a qualsiasi costruz ione
dottrinale. die non si proponga di derivare le norme da un imperativo
categorico assunto come dato. Ed allora resta da vedere se.
prendendo l’impe¬ rativo categorico per dato o postulato, si possa
ri¬ cavare da esso la determinazione delle norme; o se non si debba
ancora ricorrere all’ assunzione espressa o sottintesa di un fine, o di
un criterio di valutazione e di derivazione, estraneo e indipen¬
dente da quello. CJie^ i 1 dato dell’ imperatività sia per sè in
suffi¬ ci ente alla d eterni i nazione .-dei le jparmc morali è
manifesto, qualora si intenda con esso assumere null a più che la forma
destinata a rivestire un con¬ tenuto qualsiasi ricavato d’altronde: nel
qual caso è pur manifesto che, appunto perciò, il dato dell’obbli-
gazione rimane estraneo alla costruzione dottrinale. Ma non è
altrettanto evidente, quando si ammetta che nel dato dell’ obbligazione è
contenuta ad un tempo la forma dell’ imperativo e la m ater ia del
precetto ; ossia che da questo dato si possa ricavare, hjUifot vtA
»pUóh UàwtiH o ad esso debba conformarsi e subordinarsi sia la
determinazione del fine sia il contenuto delle norme.
Senonchè, quando si prenda come dato non la pura ferina soltanto ma
un cer to contenuto, si è inevitabilmente condotti, come l’analisi
precedente ha dimostrato, a fondare la morale .sull’autorità,
superiore ad ogni discussione, di una certa rivelazione, interna o esterna ; e
ad assegnare all’ Etica 1’ ufficio di espositrice e interprete di
questa. Rilevando questa conseguenza io non intendo affatto
di darle il valore di una dimostrazione per assurdo. La tesi nella forma
a cui è ridotta ò tut- t’altro che nuova e straordinaria; ed ha, in
con¬ fronto dell’ affermazione generica e ambigua che « la morale
deve dare norme obbligatorie » il pregio di essere chiara e non equivoca.
.Ma appunto perciò essa fa apparire manifesta la difficoltà, a cui
si trova di fronte. Tanto se si intende che la ri velazio ne da
interpretare sia in|£g^ quanto se si intende che sia esterna, si presenta
la medesima difficoltà; quella difficoltà, antica e notissima, dalla
quale venne il primo stimolo alla riflessione e alla cri¬ tica nel
campo della morale: l a pluralità delle rivelazioni. Poiché i
responsi della cosc ienza morale sono s toricamente diversi e anch
e-apposti, come sono divèrse e in parte op poste le rivelazioni religio
se, resta, o che si riconosca a tutte la medesima autorità, cosi co me i
l tono imperativo è. il medesimo; o che si scelga.
f Quan to alle. religion i ò .troppo chiaro che nessun criterio
ricavato dalla rivelazione stessa può valere a dimostrar l’autorità di
una piuttosto che del- 1’altra, poiché t utte si danno come assolutament
e certe e indiscutib ili ; e le stesse prove sulle quali una
rilevazione attesta la sua autorità sono ado¬ perate da ciascun’ altra
per asserire la propria, e da tutte risuona sui precetti morali diversi
il me¬ desimo tono di comando. Si cercherà il criterio della
scelta nella natur a del le cose co mandate o proibite, come avviene
quando si parla di m aggior sapienz a o el evatez za o n obiltà de
i prec etti morali di una religione rispetto a quelli di un’altra? Allora
è i ^conte nuto dei precetti mo¬ rali che viene assunto come criterio
dell’autorità della rivelazione. E il valore di questo
contenuto, che è così usato a provare la superiorità di una rivelazione
sulle altre, si può dunque riconoscere indipendentemente dal
suo presentarsi sotto la forma di un comando rivelato, dal momento che è
esso invocato a pro¬ vare l’autorità del comando. Ma allora
I’ulhcio dell’Etica lungi dall’essere quello di interprete e araldo
di una rivelazione, 6 quell,o_di giudice _deHc % U- t ? ^ rivelazio
ni. Il che importa a ben più forte ragione che tanto il fine quanto le
norme morali si suppone che possano e debbano essere conosciute c de¬
terminate a ll’ infuori di ogni snodale rivelazione. cioè
all’infuori da ogni appello all’autorità. Ciò che vale per
l’autorità di una rivelazione esterna, vale per quella di una
rivelazione interna. Tra due coscienze, delle quali rispetto alla
mede¬ sima azione una ponga come obbligo il fare e l’altra il non
fare, il criterio di valutazione comparativa non può esser dato dal
carattere imperativo, che è comune ad ambedue, ma deve essere un altro.
Ed anche allora il criterio che serve alla valutazione comparativa
sarebbe esso in realtà quello da cui dipende cosi la determinazione come
la giustificazione delle norme. l i. — Non resterebbe che
riconoscere ja mede¬ sim a autorità a tutte le rivelazion i. Il che
importa l’una e l’altra di queste conseguenze: o la assoluta indifferenza
del contenuto per qualsiasi luogo -“ -- e tempo; o la
limitazione a determinate condizio ni storiche dell’autorità e del valore
di ciascuna. Se non si vuol accettare la prima (1), si presenta la
domanda: Questa limitazione ha o non ha Mi permetto di non fermarmi ad
esaminare la tesi della as¬ soluta indifferenza del contenuto. Sarebbe
come sostenere nel campo della terapeutica che ciò che importa nella
ricetta è la firma della sua ragion di essere nelle condizioni storiche,
dalla cui presenza è circoscritta la sua validità? Se la
limitazione non dipende da queste condi¬ zioni, ma essa pure non ha altra
ragione di es¬ sere all’ infuori dell’ autorità o del carattere
impe¬ rativo col quale hic et nunc si presenta, allora si ammette
che, astrazion l'atta da questo carattere di obbligatorietà col quale una
certa norma si presenta in quel certo tempo e luogo, non vi sarebbe
nessuna ragione di preferire nelle stesse circostanze una norma ad un’
altra, cioè si giunge per un al¬ tra via all’indifferenza del contenuto .
Se poi questa limitazione ha la sua ragione di essere nelle
condizioni storiche stesse, entro le quali è valida, cioè in una parola
se ò relativa a queste condizioni, allora si ammette che sono
queste condizioni il criterio della limitazione ed è la corrispondenza a
queste condizioni storiche il criterio della validità. Cioè si ammette
che vi è qualche cosa che dà alla norma il suo valore all’ infuori del1’
obbligazione e al disopra dell’autorità obbligante, medico, e le
prescrizioni di qualunque genere si equivalgono 1’ una l’altra. E forse è
ancor meno manifestamente falso questo che quello. Non sarà
però inopportuno avvertire che ogni questione intorno al merito dell’
agente rimane qui al tutto in disparte. (lT E lascio^ le difficoltà
che nascono dalla necessità di ammettere un’ altra rivelazione alla cui
autorità si possa ricondurre la limitazione in discorso. dal momento
che esso serve anche a stabilire i limiti entro i quali 1 autorità è
riconosciuta come valida. Cioò si viene a riconoscere ancora come 1’ obbligazione
non possa essere un dato sufficiente alla determinazione e valutazione
delle norme, e come per essa non solo non possa essere negata, ma
venga confermata la legittimità di una scienza normativa morale. Senoncliè
a questo punto mi sento opporre un nome, un gran nome: Kant. Ma dunque
non ^esiste la Morale Kantiana ? Non ricava egli dalla volontà buona, dal
dovere, dall’ osservanza della l egge perda legge, la norma morale
suprema, nella notissima formula, nella quale, indipendente¬ mente
da ogni particolare rivelazione storica, c sopra ogni speciale contenuto
materiale, si raccoglie tutto un sistema di norme razionali?
E s e la sua morale è f m^gle. cessa perciò di avere il suo valore,
e sopratutto cessa di esistere, e, a fortiori, di essere possibile?
Certamente a nessuno può venire in mente di negare la possibilità di un
sistema che ò esistito ed esiste, e a me, forse meno che ad altri, di
ne¬ garne il valore. Così la grande costruzione razionale dei
doveri dell’ uomo del Kant, come la grande costruzione razionale
dei diritti dell’ 'uomo che piglia nome dalla Rivoluzione Francese sono
ben lungi dal melo ri tare il facije compatimento col quale parlano
di astrazioni e di formalismo certi fonografi della sociologia.
Ma qui al proposito nostro importerebbe vedere la costruzione
razionale del Kant sia fondata sul d ato dell’ obbligazione, co me pare ,
o non ni ut trist o sulbesigenza dell' universalitaTche nKanTcrede
bensì trovare implicita nel concetto del dovere, ma v* /v
T< ì»-^uAtv\ 7 u-iC' che è invec e caratteristica dell’
ide a_di ' » senza la quale ci può essere Yobbligo, ma non Yap-
p robazione interiore dell’obbligo, che è propria della ^ -y j
coscienza del dovere. Perchè i l concetto iÌT"degg e che serve al
Kant per passare dal dato del dovere all’esigenza dell’uni¬
versalità, non è un elemento contenuto nel dato stesso e che possa
esserne ricavato analiticamente, ma (L una sintesi nella qual e insieme
coll’obbliga- zioneè già assunta l’esigenza dell’universalità che
la giustifica. Ed è questa e sigenza dell’ universalit à, non
il dato dell’ obbligazione che fornisce al Kant il cri¬ terio supremo
della morale. Ma a ben chiarire questo punto — come, anche
nella morale kantiana, l’imperatività non sia un dato sufficiente alla
determinazione delle norme, e come in realtà venga assunto non solo un
criterio (1) Di questo argomento ho trattato di proposito altrove.
Cfr. Prolegomeni ecc. ( C* «M. ÀtydL* UO-rutL Kv non ricavato da
quella, ma implicitamente anche un certo contenuto — occorrerebbe
un’analisi assai meno sommaria; poiché non è questo un argomento da
sbrigarsi così alla lesta. Basti per ora non aver omesso 1’accenno. IL
FONDAMENTO INTRINSECO DEL DIRITTO secondo I il Vanni Il
Fondamento Intrinseco del Diritto SECONDO VANNI. Il volume
dal titolo « Lezioni di Filosofìa del Diritto », la cui pubblicazione fu
curata con riverente pietà e con devota ammirazione dalla Vedova e da
alcuni tra i più valenti Discepoli poco dopo la morte immatura
dell’Autore, è forse tra gli scritti del Vanni quello in cui la sua
dottrina appare più compiutamente ordinata a sistema, e nel quale a un
tempo si rivelano felicemente congiunte le qualità dello scienziato e
dell’insegnante; e veramente si può considerare come il testamento
scientifico del celebrato Maestro. Certo, qualunque giudizio porti sul
fondamento e sulla validità intrinseca del sistema, nessuno può disconoscere
la larghezza e la profondità della coltura filosofica e giuridica,
e la chiarezza della trattazione; e sopratutto la sincerità e, direi, 1’ onestà
scientifica che ò propria di chi medita e scrive per amore disinteressato
del vero. Vanni, Lezioni di Filosofia del Diritto, Bologna,
Zanichelli. La l'ilosofia del Diritto abbraccia, secondo il tre ricerche
: la ricerca critica ; la ricerca sintetica o lcnomenologia giuridica; e
la ricerca deontologica. Nella prima egli comprende non
soltanto la determinazione dell’oggetto, dei metodi e dei rapporti della
filosofia del diritto colle scienze affini, ma anche una indagine
preliminare di critica gnoseo¬ logica. che il Groppa li accordandosi col
Fraga pane ritiene, a mio giudizio giustamente, estranea al compito
di questa disciplina. Giustamente, finché si intende che la filosofia del
diritto debba istituire una sua propria ricerca gnoseologica ; ma non
se si intende anche di negare la opportunità di premettere, come in fondo
fa Vanni in queste Lezioni, quali sono i presupposti gnoseologici
accettati. Poiché ogni dottrina deve pur assumerne, di una o
d’altra speeie, esplicitamente o implicitamente. Ed è bensì vero che essi
si possono sottintendere e si applicano di solito nelle ricerche speciali
tacitamente. Ma compito del filosofo è appunto, come osserva Rosmini, di
c omprendere e fo rmulare elii aramente quello che gli altri sottintendon
o. Del resto il fatto che Vanni voglia prender le mosse da
una v alutazione critica sulla natura e al sapere giuridico, prova
quanta larghezza di pen¬ siero, e direi, di coscienza filosofica egli
portasse nelle sue ricerche, e con quanto scrupolo sentisse l’obbligo di
rendersi conto anche dei più lontani e generali presupposti della sua
dottrina. La seconda ricerca si sdoppia in due parti :
statica, che determina la nozione logica del diritto, inducendola
dell’analisi del diritto positivo dei popoli più progrediti, e similmente dello
Stato; dinamica (genetica o storica) che studia la genesi e la formazione
storica del Diritto e dello Stato; e si potrebbe anche chiamare filosofìa
della storia del diritto. Finalmente un’altra ricerca di carattere etico
o valutativo ha per oggetto il problema della Giustizia, ossia del
fondamento intrinseco e delle esigenze razionali del diritto. Questa, che
costituisce la parte ultima, ò senza dubbio la più importante, perchè
riguarda quello che è il problema centrale della filosofìa del diritto; e
nella cui so¬ luzione principalmente Si manifesta la nota carat¬
teristica delle diverse dottrine. E la dottrina del Vanni, benché
l’indirizzo e. direi, la moda oggi prevalente la consideri oltrepassata,
merita di es¬ sere ricordata e discussa; perchè mentre intende il
compito della filosofia del diritto non soltanto come storico-genetico,
ma anche come normativo, (nel che si accorda coll’ idealismo) si propone
di assolvere questo compito tenendosi nei limiti d’una costruzionc puramente
scientifica, ed escludendo ogni postulato di natura metafisica; nel che
consente col proposito, se non col metodo, dello storicismo c del
positivismo. Ora il difetto principale della sua dottrina,
non nasce, come può parere a prima vista, dalla pre¬ tesa e
comunemente ammessa inconciliabilità tra il compito normativo e la
validità scientifica ; chè anzi questo intendimento, chiaramente
concepito e tenacemente proseguito, di una costruzione normativa
scientifica del diritto, è a mio giudizio, un alto titolo di merito; ma
nasce dall’essersi fermato, direi, a mezza via nel rilevare a quali
condizioni sia possibile una costruzione etico-giuridica che soddisfaccia
a un tempo ad ambedue le esigenze. La jiottrina di Vann i, per quel che
riguarda il fondamento intrinseco del diritto e il metodo, si può
considerare come una forma di quella che lo Spencer ha propugnato e
difeso col nome di utilitarismo razionale: e infatti, pur rilevando giusta¬
mente l’importanza e il valore del pensiero del Romagnosi, egli la
riconosce come il precedente più immediato e più notevole della sua. Ma
la trova erronea per tre rispetti ; perchè ammette un diritto
naturale; perchè pretende di costruire una norma etico-giuridica assoluta
; e perchè Analmente lo Spencer intende le condizioni di esistenza da
cui le norme devono essere dedotte, in un senso puramente biologico.
Principalmente su questo ultimo punto egli accentua il suo dissenso,
prendendo come base, non le condizioni dell’esistenza individuale e
la legge della sopravvivenza dei più adatti, ma le condizioni
dell’esistenza sociale. Il fondamento dell’ etica sta dunque nella
necessità per chi vive in società (e la socialità è la esigenza suprema
del1’esistenza umana) di uniformarsi alle condizioni ed alle esigenze
poste dallo stato sociale ; e l’etica dimostra intrinsecamente necessarie
quelle forme e quei modi di condotta che sono richiesti dalle condizioni
della vita in comune. Fra queste condizioni ve ne sono alcune che hanno
un’ importanza fondamentale e primaria, in quanto rappresentano
l’indispensabile per la convivenza e la cooperazione; e nell’osservanza
delle quali consiste la giustizia. Ma poiché queste potrebbero non essere
spontaneamente osservate, è necessario che le azioni relative ad esse non
restino abbandonate alla buona volontà e alla spontaneità e che con una
norma di con¬ dotta irrefragabilmente obbligatoria ed eventual¬
mente coattiva s’induca all’osservanza anche il volere recalcitrante.
Quindi in altri termini la ne¬ cessità del diritto, il quale ci apparisce
allora come una norma che ha da garantire le condizioni fonlamentali per
la coesistenza e la cooperazione umana. Cosi non soltanto l’Etica, ma
anche il Diritto viene ad avere un fondamento intrinseco, e viene ad
averlo anche lo Stato, il quale è indispen¬ sabile alla funzionalità (tei
Diritto » Xon è necessario un lungo discorso per vedere che quando il
Vanni crede di fondare in questo modo F esigenza razionale del diritto
finisce per assumere in realtà come presupposto il principio che
egli vuole, e crede di dovere, derivare apoditticamente, e al quale appunto è
subordinato il valore di necessità razionale assegnato alle norme ideali
che devono servire di modello e di criterio di valutazione. Infatti la
relazione naturale e necessaria tra una certa condotta e certe
condizioni, necessarie alla loro volta alla convivenza e cooperazione
sociale, serve bensì a stabilire che quella condotta deve essere
riconosciuta come un mezzo necessario al fine di conservare e promuovere
la convivenza e la cooperazione sociale, posto che questo sia
riconosciuto e voluto come fine ; ma non vale a stabilire la necessità
razionale di riconoscerlo come fine; e fine precedente in valore e
autorità ad ogni altro. Il \ anni par che intenda superare la
difficoltà osservando che la necessità puramente naturale in quanto
è pensata dalla mente si trasforma appunto in una esigenza ed in una
necessità razionale. « Essa allora esprime un principio logico
fondamentale, il principio di contraddizione ». Se in forza della
na¬ tura stessa delle cose c dei rapporti causali, per ottenere un
certo fine è indispensabile un certo mezzo, e per raggiungere un certo
risultato è indispensabile un certo modo di condotta, impliche¬ rebbe
contraddizione che si potesse impiegare un mezzo diverso o seguire una
condotta diversa. Ma ò facile vedere 1’ equivoco. Contraddizione vi è
certamente tra il pensare che una condotta è indispensabile a raggiungere
un certo fine e pen¬ sare che questo stesso fine possa essere
raggiunto con una condotta diversa ; ma io non violo nes¬ sun
principio logico e non sono punto in con¬ traddizione con me stesso se,
ammettendo che un certo fine dipende da certi mezzi, non voglio il
fine e non voglio perciò neanche i mezzi. E neppure vale il
ricongiungere Vordine sociale all’ ordine cosmico, considerandolo come la
forma più alta a cui riesce 'iì processo della^ evoluzione
universale. Perchè non si fa altro in questo modo, che spostare il
presupposto; cioè ammettere, ancora e sempre, che si riconosca valore di fine
subiremo a questo adattamento all’ ordine cosmico. Il quale
presupposto potrà o non potrà venir legittimamente assunto come dato o
postulato ; ma è e rimane un presupposto. E perciò le norme ideali
che se ne deducono hanno questo valore di nonne nell’ ipotesi che si
accetti come fine supremo quel- P ordine di effetti dal quale sono
dedotte. « Ma rilevando cosi il carattere
necessariamente ipotetico della costruzione, alla quale riesce anche
il « sistema delle condizioni della vita in comune del Vanni, io non intendo,
anzi escludo, che questo carattere ipotetico costituisca per sò un vizio
proprio di questa e di tutta una classe di costruzioni etico-giuridiche,
come pretende P idealismo metafì¬ sico. Il quale si illude di poter esso
sfuggire a questo carattere ipotetico riallacciando quel tipo di
convivenza e di relazioni sociali, che assume come modello e in
conformità al quale determina le norme ideali, a un fine di natura
metafìsica, che abbia perciò valore assoluto. Dove sono da notare,
sia detto di passata, due circostanze, a mio giudizio, decisive : Primo :
che le norme ideali sono pur sempre ricavate o dedotte, malgrado ogni
sforzo od ogni apparenza contraria, dal tipo sociale assunto come
modello, e non dal fine metafisico, della cui autorità e del cui valore
esso si riveste. Secondo: che il valore assoluto di questo fine
metafisico non può essere che assunto aneli’esso o come dato o come
postulato. La verità è semplicemente che un sistema di norme
giuridiche contempla di necessità un certo ordino di vita individuale e
sociale; e che la validità dello norme dipende dal valore che si suppone
riconosciuto a questo ordine di vita. Questo riconoscimento di valore,
questa valutazione del fine è dunque il presupposto inevitabile della validità
etica del sistema (la quale non esclude la validità scientifica, ma non si
esaurisce in questa); e la questione si riduce a decidere se si pub o
non si può assumere legittimamente come dato o come postulato
questo riconoscimento del valore che nel sistema è assegnato al
fine. Ora è nel rispondere a questa questione, non nel
carattere ipotetico, che si rivela l’insufficienza del sistema di Vanni e
dell’ indirizzo naturalistico in genere; e alla quale del resto non
riesce a sfuggire neppure l’indirizzo metafisico. Infatti una risposta adeguata
alla questione esige che si determinino le condizioni richieste perchè a un
ordine di convivenza e di cooperazione si riconosca valore di fine
universalmente regolatore, valore, direi, piuttosto che di summum bonum di
primum desiderabile ; ossia perchè si possa ammettere che tutti i soci
consentano liberamente nel valutarlo e volerlo come tale. E che si assuma poi,
come modello per dedurne le norme ideali, il tipo sociale che
soddisfa a questa esigenza ; cioè il tipo sociale con¬ figurato in
conformità di quelle condizioni. Ma non è rispondere alla questione
il dimostrare la naturalità della convivenza sociale in genere, o di
un certo tipo che si assuma volta a volta come modello. Questa
dimostrazione può servire a farmi trovar buona o giusta o desiderabile P
osservanza dell’ordine naturale, se io trovo già buono o giusto o
degno di essere voluto, quel tipo di vita sociale, cbe si presenta come
suo effetto ; ma non inversamente. E se, non trovandolo tale, mi
rassegnassi a subirlo per la coscienza della sua necessità naturale. chi
potrebbe legittimamente scambiare questo subire con un volere . e la
rassegnazione a un male con la aspirazione a un bene? Nemmeno
gioverebbe, d’altra parte, il ricorrere a postulati metafisici. Posto che
io non riconosca l’ordine sociaie ideale contemplato da un sistema
come degno di essere voluto, in qual modo si può presumere legittimamente
che valga a farmelo riconoscere tale Vaffermazione (poiché qui di dimostrazione
non si potrebbe parlare) che esso ha un fondamento o una giustificazione
metafisica, se la ragione per la quale il sistema gli assegna
questo fondamento consiste appunto nel valore di fine che esso gli
attribuisce e cbe io, per ipotesi, non gli riconosco? Ma Vanni (per
restringermi a lui. poiché all’ndirizzo metafisico non ho accennato qui se
non per debito di sincerità e di chiarezza) obietterebbe con tutta
probabilità che per la via indicata come la sola legittima si riesce a
una costruzione pura¬ mente astratta, di un tipo utopistico di
società che non trova nella realtà storica nessuna corrispondenza; e che
si ricade nei difetti (ai quali appunto egli, d’accordo in ciò con la scuola
storica, s’ è proposto di sfuggire) o del puro formalismo, o di un
diritto assoluto valevole per tutto c sempre, e senza riferimento
possibile alla variabilità dei rapporti sociali. Mentre
riponendo, come egli fa, il fondamento intrinseco del Diritto n ella
conformità della condotta alle condizioni richieste dalla vita in comune,
questo riferimento non solo appare possibile ma inevitabile. Infatti,
insiste egli nel rilevare, le condizioni della vita in comune non sfuggono al
moto dell’ evoluzione e della storia ; e se anche alcune hanno il
carattere d’una certa uniformità e costanza, altre invece variano
correlativamente al grado di sviluppo umano e alle forme di
organizzazione sociale, e sono proprie di ciascun grado e di ciascuna
forma. Il che importa che debbono variare corrispondentemente le norme
regolatrici; ossia che nell’applicazione « il sistema etico-giuridico
fondato sulle condizioni di esistenza va combinato col principio di
evoluzione e subordinato al criterio della relatività storica.” Ora,
lasciando di rilevare come con questa subordinazione si assuma sempre per
presupposto che l’osservanza delle condizioni richieste dal tipo sociale
storicamente dato, abbia, per il solo l'atto che la coscienza ne
riconosce la necessità storica, anche valore di fine, importa notare come
si venga con ciò a rinunziare ad ogni valutazione comparativa delle
diverse forme storiche del diritto. Perchè una valutazione comparativa
richiede di necessità un criterio, il quale non può essere dato dalla
corrispondenza alle condizioni storiche. E se si prende un criterio
diverso, allora è la conformità a questo criterio e non la necessità
storica, che si assume come esigenza razionale o come giustificazione
inrinseca del diritto. È certo che se una costruzione
etico-giuridica per essere razionale dovesse rimanere sospesa, come
gli dei d’Epicuro, tra cielo e terra, e fuori di ogni possibilità di
applicazione alla condotta individuale e collettiva, bisognerebbe accettare la
tesi del fenomenismo, e negare alla filosofia del diritto qualsiasi
funzione pratica riconducendola nell’ ambito della pura sociologia. Ma
esiste davvero questa incompatibilità? E non potrebbe essa dipendere,
invece che dalla radicale sterilità di una costruzione veramente razionale,
dalla preoccupazione di giustificare eti- Se, e a quali condizioni, una
tale costruzione sia possibile, è argomento del quale si è già discorso
altrove e che non può esere toccato di sfuggita. camentc forme di diritto
che non sono eticamente giustificabili, di assumere come condizioni
richieste dalla giustizia e conformi ad essa certe condizioni,
reali sì, e storicamente date, ma che sono la negzione di quelle richieste
dalle esigenze ideali? Perchè se fosse cosi, In conclusione da trarne
sarebbe non che la costruzione razionale ò inapplicabile come
criterio di valutazione e come modello normativo, ma che, essendo le condizioni
reali diverse da quelle idealmente contemplate, le norme ideali non
possono essere applicate simpliciter a condizioni diverse dalle supposte.
Ma esse potranno, anzi dovranno ugualmente servire come criterio per
determinare quale sia in un dato momento storico la condotta sociale e
individuale che, nei bifidi delle esigenze reali necessariamente imposte
dalle condizioni in effetto esistenti, è più acconcia a favorire la
trasformazione di queste nella direzione se¬ gnata da qualle esigenze
ideali, ossia tende ad attuarle. il che importa che le esigenze
corrispondenti alle condizioni proprie di un certo momento storico
non siano assunte esse come esigenze razionali del diritto, ma forniscano
il criterio per stabilire entro quali limiti sia possibile tradurre in
norme di diritto positivo le norme ideali. Ossia in breve:
l’esigenza razionale segna le condizioni a cui deve soddisfare un ordino
sociale perchè possa aver valore di fine; la realtà storica. La Dottrina
delle Due Etiche di Spencer e la Morale come Scienza. Per Una
Scienza Normativa Morale Il Fondamento Intrinseco del Diritto
secondo il Vanni. Erminio Volfango Francesco Juvalta. Herren von Juvalt. Juvalta.
Keywords: implicature, il metodo dell’economia pura nell’etica, il principio
della cooperazione, cooperazione e desiderabilita universale, ragione e
cooperazione, cooperazione come mezzo, ragione di mezzo, tra altruism ed
egoism, amore proprio, benevolenza, giustizia. --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Juvalta on the categorical imperative,” The Swimming-Pool Library,
Villa Grice.


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