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Sunday, April 7, 2024

GRICE E CERETI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE DEL PASEOELOGICES SPECIMEN -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA

 

Grice e Ceretti: l'implicatura conversazionale del PASŒLOGICES SPECIMEN -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Intra). Filosofo italiano. Grice: “I love Ceretti; and I wish Strawson would, too! Ceretti distinguishes three stages in the development of a communication system. The first is very primitive, obviously, and avoids the reference to ‘io’ and ‘tu’ as metaphysical – ‘hic’ and ‘nunc’ will do. The second stage he says may be all that some societies need – ‘green’ for this plant – The third stage involves the general concept of ‘plant’ and this is where a soul-endowed entity (animal) can refer to a plant or to an animal like himself or his companion – at this last stage, Ceretti speaks of ‘soul’ (anima), and the affectations of the mind being what is communicated – if that’s not Griceian, I do not know what is!” -- I suoi genitori, Pietro e da Caterina Rabbaglietti, di condizioni agiate, lo affidarono all'insegnamento privato di ecclesiastici e successivamente ai docenti del seminario di Arona dove si distinse per il suo carattere refrattario ai vecchi metodi didattici e ribelle alle rigide regole di disciplina. Quasi al termine degli studi si appassiona all'approfondimento della lingua latina e alla composizione di poesie che lo fecero conoscere come poeta a braccio. Frequenta come alunno esterno un collegio di gesuiti a Novara dove risulta primo in retorica tanto che il suo maestro lo spinse a comporre la tragedia “Il duca di Guisa” sulla base della Storia delle guerre civili di Francia di Davila. Soggiorna successivamente a Firenze dove ebbe modo di frequentare i membri del gabinetto Vieusseux.  Dedicatosi agli studi scientifici e storico-filologici e soprattutto a quelli filosofici, scrisse il poemetto incompiuto Eleonora da Toledo dove dà prova di penetrazione psicologica dei personaggi e di abile descrizione ambientale. Nello stesso periodo compose poesia a contenuto filosofico, il romanzo “Ultime lettere di un profugo” sul modello foscoliano, e infine le riflessioni “Pellegrinaggio in Italia”, nate a seguito di numerosi viaggi avventurosi per l'Europa in compagnia di zingari e vagabondi, che gli permisero di apprendere diverse lingue. Opere queste che mostrano la singolarità del suo mondo spirituale profondamente diverso e in contrasto con quello degli altri.  Soggiorna nella villetta "La Chaumière", presso Chambéry, dove lavora alla “Pellegrinaggio in Italia” dato alla stampe a Intra con lo pseudonimo di Alessandro Goreni. Trasferitosi alle Cascine a Firenze, pubblica “La idea circa la genesi e la natura della Forza”. Adere all'hegelismo, di cui tenta una revisione in senso soggettivistico in una grande opera in latino, “Pasaelogices Specimen”, che non riscosse alcun successo di pubblico. Decide quindi non pubblicare più nulla. Tuttavia continua a comporre una grande varietà di saggi filosofici. Si dedica esclusivamente alle meditazioni filosofiche espresse in numerose opere tra le quali i “Sogni e favole” (Torino), le Grullerie poetiche (Torino) e le Massime e dialoghi (Torino).  La sua opera è stata pressoché sconosciuta. Solo Gentile gli ha assegnato un ruolo di rilievo in “Le origini della filosofia contemporanea in Italia” (‘Ceretti e la corruzione dell'hegelismo’). A lui oggi viene riconosciuta una certa influenza sul pensiero filosofico della scuola torinese. e sulla formazione della filosofia di Martinetti. A lui è dedicata la Biblioteca di Verbania. Dizionario Biografico degli Italianim Piero Martinetti Pietro Ceretti. “La natura logica di tutte le cose” e pubblicata presso la POMBA di Torino. Gentile. Cfr. G. Colombo, La filosofia come soteriologia, Milano, Vigorelli.  Dizionario biografico degli italiani,  Opera Omnia D'Ercole, 15 voll., Torino, Vittore Alemanni, Ceretti. L'uomo, il poeta, il filosofo, Hoepli, Pasquale D'Ercole, La filosofia della natura di Pietro Ceretti, POMBA, Giuseppe Colombo, La filosofia come soteriologia, Vita e Pensiero, Fiorenzo Ferrari, Il filosofo di Intra. L'idealismo di Ceretti, in Verbanus, Vigorelli, Martinetti. La metafisica civile di un filosofo dimenticato, Milano, Bruno Mondadori. L'uomo vuol essere considerato come l’ultimo frutto, ossia il massimo sviluppo psichico dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone necessariamente i prossimi animali dello sviluppo minore, e cosi via discorrendo. L'uomo vuol essere, inoltre, considerato come il frutto più recente dell'albero zoologico. E qui nasce oggidi rispetto all’uomo una contestazione circa la sua produzione immediata o derivata da’ più prossimi animali inferiori. Questa contestazione non può ammettersi dalla speculazione, e neppure dalle discipline naturali empirico-induttive; ma la si agita sopra un terreno affatto estraneo a quello della speculazione, e della scibilità empirico-induttiva, fomentata da ogni sorta di passioni, partigiana di religiosità, di moralità, e così via. È assurdo supporre che una specie si tramuti in una nuova specie come tale; perocchè le specie sono mere distinzioni teoriche del nostro intelletto. La natura, come disse un sommo naturalista, non facit saltum; e conseguentemente la distinzione caratteristica che costituisce le specie “Homo sapiens” non risulta se non in quanto si prendono in considerazione termini sufficientemente lontani e si trascurano i termini intermedii. Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori dell'albero zoologico, nei quali le differenze ci sono più sensibilmente manifeste, troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro sotto varii rapporti, e che le razze si suddividono in varietà differenti, e che dette varietà si suddividono in varii individui pur differenti fra loro. Inoltre, troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente manifeste quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina sia la specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie perciò non si deve investigare nelle specie come tali, ma piuttosto nei minimi termini della specie, ossia nella variazione individuale del specimen. Questa variazione, tuttochè lentissima, modifica col volgere dei secoli le specie, così come la conchiglia microscopica, variando la propria natura, varia il terreno che ne risulta. Gli agenti che effettuano la suddetta progressiva variazione sono di tre ordini, vale a dire: planetarii, psichici, e spirituali. Questi agenti sono progressivamente tanto più efficaci quanto più si concretano nella efficacia spirituale. L’agenti del primo ordine planetario modifica semplicemente il corpo e l’organismo, e indirettamente, ma assai lentamente, la facoltà istintuale. E un agente puramente planetarii, p. es., la natura del suolo e dell'aria, ossia generalmente il clima, la condizione geografica e topografica, e cosi via. L’agente planetario si possono chiamare elementare, perocchè opera su tutta l'animalità senza distinzione veruna, e sono presupposti dagli altri agenti succennati. Si può dire in tesi generale che gli animali inferiori non subiscono modificazione se non lentissima, e molte specie degli animali inferiori si sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire le modificazioni necessitate dalle progressive variazioni dell'aria e del suolo. L’istinto delle specie animali inferiori e rigido e difficilmente modificabile, appunto perchè e un istinti poco variato, che non puo neutralizzarsi fra se in una ricca varietà di modificazione. L’agente del secondo ordine e psichico (e no ‘psicologico’ ma veramente psichico), epperciò più intimo nell’organismo, ossia più essenziale. Un agente psichico modifica l'animale nella sua intima facoltà, ossia una attitudine, assai più facilmente e più profondamente che non gli agenti naturali succennali. Questo secondo agente e nella sua essenzialità un maggiore sviluppo del primo agente naturale plantario, epperciò si manifesta nella generazione susseguente come una profonda modificazione dell’organismo e dell’sstintualità. Questa modificazione non e più mera variazione giusta una astratta affinità, per le quale, p. es., una facoltà diventa minore di altra facoltà, vale a dire, si manifesta come una pura variazione quantitativa dell’istintualità. E una modificazione profonda che diventa la proprietà caratteristica dell'animale (un tigre che tigrizza) e qualche volta e affatto estranea e contra-dittoria o opposta, o contraria, alla facoltà della generazione pre-esistente. Allora si dice che una nuove specie (Homo sapiens) e venuta all'esistenza, e la vecchia si e spenta. La facoltà psichica si modifica sulla base di un istinto più svariato, il quale si neutralizza appunto fra loro tanto più facilmente quanto più svariati. L’istinto dell’animali inferiore e tanto più fermo e rigido  quanto meno molteplice e svariato. Questa modificazione causata da un fattore psichico modifica il sistema anatomico e fisiologico, perocchè non e possibile una modificazione psichica sulla base d'una invariabilità anatomico-fisiologica. E una modificazione profonde, la quale, se qualche volta poco modifica l'ordine anatomico-fisiologico sensibilmente manifesto, e però effettuata piuttosto nell’elementi anatomico, nel così detto ordine istologico. La modificazione psichica non spetta, come quelle generali, ad una specie o ad una razza, ma sono più profonde modificazioni dell’organismo e della corrispettiva istintualità. Essa rifletta piuttosto la mera individualità animale, epperciò e variabile indefinitamente. La condizione causale di questa modificazione e data dalla ciscostanza nella quale versa un certo individuo animale. Cosi non è solo la varia natura geografica e topografica del suolo e dell'aria in che vive, ma anche i varii vegetabili e animali con che vive; perocchè dette varia condizione e sufficiente a modificare l'anima (la psiche) dell'animale. Le delle varia circostanza costringe un certo individuo a esercitare preferibilmente una certa facoltà psichica, e per conseguenza a svilupparle preferibilmente. Data la ricca molteplicità e varietà della facoltà istintuale proprie della specie di “Homo sapiens”, questa facoltà variamente si combina e si neutralizza. L’istinto cosi neutralizzato, ossia radicalmente variato, si trasmette alla generazione veniente; e cosi le condizioni succennate, variando l’atttudini dell’anima individuale, preparano il terreno alla più ricca e più profonda azione del fattore veramente spirituale. Il fattore spirituale modifica quell’attitudine che appartene non alla specie, ma all'individuo animale, ed e un fattore che non più modifica l'anima senziente, ma lo spirito (animus, psiche, sofflo) ideante dell’animale. Tuttochè questo fattore, nel su concreto sviluppo, appartene allo spirito umano, pure gli animali superiori (p. es., una scimia antropomorfa) possegge un certo quale esercizio equivoco e parziale del suddetto fattore. Cosi la scimia impara dalla propria osservazione, epperciò gl’individui più vecchi sono assai più scaltri e periti dei più giovani. È questa la ragione per la quale l’animale non solamente si aggrega ma si organizza gerarchicamente giusta un certi statuto di un sentimento comune. È importante che un individuo animale possa profittare della proprie osservazione; perocchè dello profitto provoca una maggiore perizia pratica, la quale dal più vecchio è partecipata al più giovane e trasmessa alla generazione vegnente come una dialettica della categoria istintuale che più tardi si sviluppe in una vera mentalità. La categoria spirituale (spiritus, animus) funziona qui come sviluppata categoria psichica (psiche), epperciò la lingua, il linguaggio e la communicazione, nel suo amplo uso, vera sintesi e genesi manifesta della categoria spirituale, arriva all’esistenza come linguaggio no planetario o naturale, ma puramente psichico; o come linguaggio equivoco o misto, ossia psichico-spirituale; o come linguaggio assolutamente o puramente spirituale o oggettivato (communicazione proposizionale – la logica di tutte e cose). Qui non occorre accennare al terzo ed ultimo stadio, ossia al linguaggio puramente o assolutamente spirituale, proprietà *esclusiva* (alla Grice) dell'uomo o Homo sapiens sapiens, ma solamente al primo stadio (psichico) e al secondo stadio (misto) del linguaggio che nasce e si sviluppa nell’animalità sub-umana, pre-razionale. Il fattore caratteristico di questa crisi, ossia lo sviluppo dell’anima senziente inter-soggetiva nella spiritualità pensante proposizionale, è manifesto piuttosto dal linguaggio ‘muto’ o il gesto di una emozione del corpo e principalmente di quell’emozione della fisio-nomia. Quest’emozione formula un sistema comunicativo, in quantochè manifesta una definita emozione intima con una certa categoria, che, non essendo destinate alla mera soprevivenza o conservazione dello specimen o della specie, non si puo chiamare semplicemente psichica, ovverosia istintuale. L’animale sub-umano, p. es., lussureggia per una mera sensualità erotica – omo-erotica, come Socrate ed Alcibiade --, la quale non può essere destinata in verun modo alla propagazione della specie dei Grecci! Così pure due specimen giovani di animale giocano (la lotta greco-romana) colla vivacità propria dell’età loro, la qualcosa può giovare, ma indirettamente, all’educazione e destrezza corporale dell’individualità. Così il padre non solo alimenta il suo figlio, ma l’educa e disciplina ad una pratica operazione requisita dalla propria specie, locchè dimostra che l’ingenita istintualità non puo bastare, ed abbisogna dell’ammaestramento dell’osservazione data a lui che ha già vissuto praticamente nella vita. Il linguaggio misto, o equivoco, ossia psichico-spirituale, è quel tale sistema di comunicazione che non consta semplicemente di questo o quello gesto, il quale segna non solo una definita emozione dell’animo, ma una certa anfi-bologica determinazione della ‘mente’ (mentatio, mentare, mentire). Così, per es., il cane, alla presentazione d'una cosa che altre volte fu nocivo, puo involuntariamente fuggire guaiolando. Il gesto segna naturalmente la paura. Qui certo v’ha una psichica emozione provocata da una simile cosa, ma quest’emozione del cane dev'essere legata alla *memoria* della *sensazione* originaria, la quale memoria appunto costituisce una determinazione *equivoca*, mista, psichica o mentale-spirituale. L’animale superiore possesse una facoltà che incluse un svariatissimo repertorio di questo o quello segno o gesto, mediante una modulazione combinatorial di questa equivoca determinazione. Quando l’animale arriva definitivamente alla soggettivazione della propria coscienza, ossia al suo “lo” distinto categoricamente dal “non-lo” (cfr. Grice, “Privazione e negazione), entra categoricamente nella coscienza spirituale – del spirito oggetivo. Questo passaggio costituisce la creazione o mutazione o trasmutazione o trassustanzazione (metaeousia) dell’uomo, Homo sapiens sapiens, e solamente questo passaggio colla propria manifestazione può segnare un soggetto umano che puo attuare in inter-soggetivita con un altro soggeto umano. Qui l’”umanismo” si manifesta categoricamente nel proprio caratteristico (la definita soggettivazione del ‘ego’ come ‘ego’ e del ‘tu’ come ‘tu’), e si manifesta colla parola (parabola) non certo col documento anatomico-fisiologico, che non puo bastare se non a certa ampla generalità della distinzione o del genus animale. Prima di entrare a caratterizzare questa crisi importantissima, ossia lo sviluppo dell’anima nello spirito, dobbiamo assumere la speculazione retro-spettiva della coscienza da un ordine uranico nel ordine planetario e nel ordine vegeto-animale. In un ordine uranico, la coscienza procede verso un’individuazione dalla nebulosa al cometa, al sole ed al pianeta. Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo, assai più caratteristico di quell’antichissima vaga definizione dell'uomo ragionevole, animale rationale homo est, è senza dubbio la soggettivazione, e la manifestazione di questa soggettivazione è fatta con l’inezzo spiritualmente formolato. Conformemente a ciò, più innanzi, l’uomo (Homo sapiens sapiens) è designato anzi definito come coscienza inter-soggettivata. Quest’individuazione, qualunque la si voglia supporre, non può essere una soggettivazione; perocchè l'individuo (Erberto) non si distingue dalla specie (Homo sapiens sapiens), e le varie specie dei corpi celesti si confondono colle varie età di un solo individuo. Cosi pure, speculando in un ordine generalissimo, una specie animale e una età dell’animalità. Nella specie animale piu infima, l'individuo si distingue dalla specie (una rosa piu bella dall’altra). Nella specie animale superiore,  non solo lo specimen si distingue dalla specie, ma anche il soggetto dallo specimen ė progressivamente distinto. Cosi, p. es., il corpo di un animale consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate ed organizzate fra loro, le quali, svolgendosi dall’una in altra fase, costituiscono l’organo (dell’organismo), l’apparecchio, e la funzione vitale dell’animale. Ma la coscienza resuntiva di questo individuo vivente è nell’organismo dell’animale concreto, e non negli animalcoli gregarii che lo costituiscono. L'animale resuntivo della propria soggettività costituisce lo svolgimento del senso del pensiero. Qui dobbiamo definire la distinzione del senso e del pensiero. Il senso non può supporsi astratto dalla coscienza; perocchè in questo caso sarebbe un senso che non sente (il senso non sente, l’animale sente), ma può supporsi astratto dalla *co-scienza* del senso; perocchè la co-scienza e il senso funzionano indistintamente. Finchè la co-scienza non si distingue categoricamente dal proprio oggetto. E una co-scienza identica alla sua forma esteriore, la quale è una sensibile esistenza. Quando però la co-scienza si distingue categoricamente dal proprio oggetto, allora dice: “Io sono e l'oggetto è” – “Io sono quello che sono, e l’oggetto quello che è, cioè l’ “lo” e il “non-lo” (p. es., il tu) *siamo* due termini distinti in relazione d’intersoggetivita. Quest’idea fondamentale che si percepisce un “lo” (pirothood) è la soggettività; ossia, la nascita dello spirito. Nascita dello spirito e nascita del pensiero, facendo consistere la spiritualità specialmente in questo. A conferma di ciò, si noti, primamente, che in questo paragrafo ei vuole fare appunto la distinzione di senso e pensiero; secondamente, che nel susseguente paragrafo, parlando dei momenti dello spirito, vi accoglie il principio sensitivo non come pura e semplice *sensazione*, ma come *sentimento*. Sulla predetta distinzione, del resto, ritorno nei paragrafi susseguenti. Lo spirito consta di tre fasi: il sentimento (aisthetikon), l’intelletto (noetikon) ed il concetto – il A e B – concetto soggetto, concetto predicato). Lo spirito nel sentimento è uno spirito immediato che poco si distingue dall’anima senziente. Ma quest’anima senziente appartiene allo spirito, perocchè si *percepisce* soggetto (un ‘lo’). Il sentimento consta di tre termini: l’attenzione (la risposta ad un stimolo), la memoria (il riflesso condizionato), e l’imaginazione (la risposta ipotetica o condizionale). La funzione più o meno complessa di questi tre termini crea la *soggettività*, che lentamente si svolge dal sensibile nel cogitabile (co-gitatum, cogito; ergo sum). L’attenzione deve funzionare nello spirito esordiente, e cosi lo spirito deve *sentire* *che* il senso della natura – ossia, l’istinto -- più non gli basta. Questo sentimento dell’insufficienza del proprio istinto l’avverte *che* necessita osservare ed imparare la pratica della vita. E la prima funzione della mentalità. Epperciò la lingua ariana conserva più la traccia della parentela del concetto di “manere” e “mens” -- quasichè pensare e fermarsi, ossia il soggeto ferma l’attenzione sopra un oggetto – che puo essere un altro soggetto --, siano due operazioni molto affini. Veramente, tuttochè sommamente dissomiglino queste operazioni, nella loro sensibile inanifestazione esteriore s’identificano in un fatto comune, quello dell’arrestarsi – la risposta ad un stimolo. La co-scienza che fissa l’attenzione sopra un oggetto (che puo essere un altro soggetto), cerca nell’oggetto qualcosa *oltre* il sensibile immediato, quando esso oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente, ma la funzione di una sensazione trascendente. Una seconda funzione del sentimento è la memoria. Mediante la memoria, una sensazione o attenzione presente si può risuscitare quando non sia più presente. La co-scienza attentiva all'oggetto studia un oggetto esteriore ed abbisogna della presenza di esso oggetto per osservarlo. Ma la memoria contiene e conserva in sè stessa l’oggetto osservato (che puo essere il ‘lo’ – l’identita personale come memoria), epperciò si costituisce in-dipendente dalla presenza del medesimo oggetto. Una terza funzione del sentimento è la imaginazione. L'imaginazione non solo conserva l’oggetto osservato, ma *crea* l'oggetto possibile che non ha osservato. Questa funzione emancipa o libera la co-scienza, non solo, come la memoria, dalla presenza dell’oggetto (s’ricorda o imagina un oggetto assente), ma anche dalla sensibile esteriore realtà del medesimo oggetto, epperciò l’imaginazione può liberamente crearsi una propria oggettività, alla Meinong. Questa facoltà crea non solo l’oggetto composto (compesso combinato) di due oggetti (obble 1 e obble 2) osservati, ossia non crea solo la mera composizione, addizione o combinazione, ma puo creare un oggetto che non consta di questo o quello elemento osservato, ma un oggetto radicalmente imaginario (un circolo quadrato, un numero imaginario), tuttochè le semplici categorie dello spirito e della natura debbano necessariamente fornire all’imaginazione se stesse per possibilitare questa creazione imaginativa o predittiva. Il passaggio dalla coscienza senziente alla cogitante, ossia dalla bestia all’uomo, è pure una progressiva distinzione della co-scienza in soggettiva ed intersoggetiva. Qui la distinzione de soggetivita e intersoggetivita è una mera distinzione generale dell'”io” dal “non-io” (il ‘tu’). L’ “io” si suppone vivente e pensante *altro* dal non-io (il tu, in combinazione, il noi), in sè stesso parimenti vivente e pensante. La natura si rivela come un *popolo*, popolazione, aggreggato, organismo sociale, di piroti viventi e di pensanti, non si suppone ancora l'altro dal vivente-pensante, ossia il non-vivente e il non-pensante. Si suppone semplicemente l’altro dal moio lo vivente e pensante. Perciò la natura uranica, la terrestre, stochiologica e minerale, la vegetabile o l’animale si suppone distinta dal mio io, non però distinta dall’io generalmente parlando, ossia si suppone possedere un loro io analogo a quello della mia co-scienza. Esaminate la radice, ossia gli antichissimi elementi della comunicazione e troverete ogni dove segnata l'universa natura (physis) come vivente e pensante analogicamente alla mia co-scienza. Non vi troverete mai la natura morta colla sua forza cieca, governata da necessità parimenti cieca, vale a dire, la natura della riflessione. Il sentimento esplicito dalla mia co-scienza soggettiva può essere comunicato dall'uno all'altro individuo. È questa comunicazione (o conversazione, nel senso biblico) la prima proprietà per cui una idea cogitabile è distinta da una mera sensazione per definizione non-condivisibile. Nessun sistema di comunicazione puo fornire una sensazione, se questa non sia stata data dal senso (il ‘dato del senso) come tale – nihil est in communicatione quo prius non fuerit in sensu). Potrò, p. es., parlare in qualsivoglia modo di un oggetti visibile. Ma un cieco nato non puo mai ne sentire ne comprendere che sia la visibilità. Se un soggetto abbia un tempo posseduta la facoltà visiva puo, parlando di un oggetto veduto, richiamarli alla memoria quasi visibilmente presente, ma non puo mai fare che tale visione sostituisca la concreta visibile realtà colla semplice imaginazione. La prima conseguenza della co-scienza senziente che si sviluppa nella cogitante è che, siccome l’idea o concetto come tale, ossia nella forma della co-scienza cogitante, può essere *trasmessa* (il trasmesso) dal l'uno soggeto all'altro soggetto, non può essere trasmesso il senso come tale, ossia nella forma della co-scienza senziente. Cosi un soggetto è abilitato a sapere quello che non egli, ma l’altro soggetto ha percepito col senso (“Una serpe!”), oppure quello che egli in altro tempo ha percepito col senso, oppure indurre un’idea da quello che presentemente percepisce col senso. Cosi, p. es., la pecora condotta al macello *vede* macellare la sua simile e fortunatamente non solo *non* induce che sarà ella stessa macellala, ma anche non percepisce che questa presente operazione segna un'uccisione; perocchè non possiede l'idea o il concetto della morte. Cosi il soggetto pensante o intellettivo può sapere quello che il senziente non può sapere, e questo sapere nasce dalla facoltà cogitativa o concettuale, per la quale da una sensazione si astrae un’idea generale o un concetto. Cosi, per es., il soggetto pensante vive nel passato colla memoria, e nell'avvenire (possibile o reale) coll'imaginazione; il soggetto senziente, o bestia, vive astrattamente nella sua sensazione presente. In virtù della sensazione che non può essere indotta in un’idea, egli non possiede, come il pensante, la distinzione di una natura predominante ed insubordinabile al soggetto e di una natura subordinabile e passibile del soggetto. Quest’idea prototipa della forza è un’idea cardinale dello spirito, è stata il primo germe del sacro. Osservate il sacro e lo troverete Dio, non perchè sommamente ragionevole, ma perchè onnipotente. Nella religione spiritualmente più adulta rimane tultavia l'idea dell'onnipotenza, piuttosto che quella della ragionevolezza, l’attributo eminentissimo del sacro. Mediante questa passibilità il soggetto può sapere la prima volta di essere nato, di essere stato lattante, di essere stato partorito, e cosi pure può sapere che OGNI soggetto, nessuno eccettuato, non vissi oltre una certa mnassima età, ma morirono in quella o prima di quella. Conseguentemente egli sa *che* il soggetto non solo nasce (si genera) e muore (corruption), ma può nascere in varie condizioni e morire in qualsivoglia momento della sua vita. La nozione della nascita e della morte del soggetto è un fenomeno della co-scienza realizzato la prima volta che la co-scienza senzienle si svolge nella pensante; perciò sapientemente nella “Genesi” è detto che l’uomo (Adamo) prima di peccare, ossia di gustare il frutto del bene e del male, non moriva, ed avendolo gustato dovrà morire. Veramente la co-scienza senziente non può sapere di nascere e di morire; perocchè questo sapere non si sa se non sia una nozione *trasmessa* (il trasmesso) da un soggeto ad altro soggetto, ovvero un'idea indotta dal fatto costante della morte. Questa crisi della co-scienza, ci manifesta che la co-scienza, dalla sensazione svolgendosi nella mentalità, procede in un sistema di distinzioni ideali o possibile o concettuali e astratte che non sono possibili nella mera sensazione. La mentalità, che nasce dalla sensazione, è prototipicamente *imitatrice* o inconica della sensazione, e porta seco nel suo sviluppo la *forma logica* della sensazione stessa, che progressivamente si trasforma in quella del pensiero. La mentalità è prototipicamente sentiment e funziona in tre caratteristiche funzioni -- attenzione, memoria, ed imaginazione. Da queste tre prototipiche funzioni del sentimento nascono tre forme rudimentali della mentalità. La mentalità non più vive nell’immediata sensazione ma crea il conflato temporaneo, e vive nella retrospettiva del passato, e nella prospettiva dell'avvenire. Questo conflato temporaneo possibilita un'esistenza ideale oltre l’immediato sensibile presente, e conseguentemente un'idealità inducibile dall'osservazione. Da quest’osservazione nasce una seconda idea elementare della mentalità, cioè d'una forza naturale che domina la nostra, e d'una forza subordinabile alla nostra. Di qui la mentalità si esercita per subordinare le forze predominanti, e da questa generale osservazione si percepisce come un fatto costante che l’uomo nasce e muore, e finalmente che *io*, come uomo, ma no come persona, sono nato e devo morire. L'idea della morte come necessità, tuttochè sembri un’idea comunissima, è lungi dall'essere tale. La co-scienza primitiva, come quella di certi selvaggi oggidi viventi, percepisce la morte come un fatto costante. Ma, come la riſlessione, non arguisce punto che questo fatto, tuttochè costante, sia necessario. Suppongono questi selvaggi che la natura umana o sovrumana abbia sempre ucciso l’uomo. Ma suppongono parimenti che quest'uccisione non sia una necessità, ma una sfortunata accidentalità. La co-scienza che dalla sensazione si svolge nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla umanità. Il soggetto possiede la sua propria determinazione individuale. Ma proprie determinazioni non affettano un sistema generale della co-scienza umana, che perciò ſu chiamato senso comune. Mentre questo sistema generale della co-scienza è pienamente uniforme al senso comune, il soggetto è un soggetto comune e spiritualmente normale. Ma quando questo sistema si aliena dal senso comune in on sistema d'idealità più misteriosa, e trascende con un giudizio prestigioso i giudizi comuni degli uomini, allora si dice, che questo soggetto è inspirato, ossia profetico, taumaturgico, e così via. Generalmente parlando, questa co-scienza trascendente subordina la comune, come provano i varii sacerdoti della primitiva religiosità  romana ed etrusca. Quando il soggetto si aliena dal senso comune senza trascendere in un'idealità prestigiosa, ed esercita una pratica contradittoria o contraria o opposta a sè stessa, ovvero incompatibile colle esigenze generali della pratica oggettività, allora si dice che il soggetto è spiritualmente ammalato, ovverosia demente. L'alienazione vuol essere accuratamente distinta, se cioè sia alienazione dal mero senso comune (in questo senso si può dire, che tutti gli uomini grandi furono alienati), ovvero se sia una alienazione dalle generali esigenze pratiche dell'oggettività naturale e spirituale (in questo senso gli alienati sono coloro che comunemente si chiamano pazzi). La co-scienza trascendentale, ossia la co-scienza dominata dall'idealismo, co-scienza essenzialmente poetica, è il polo opposto della co-scienza dominata dalla sensazione, co-scienza essenzialmente prosaica. A quella si devono tutte le organizza zioni primitive dell'umanità, a questa si deve preferibilmente la tecnica industrialità e la mercatura primitiva. Vedremo più oltre, che la Coscienza umana progredisce sulla base di quest'opposizione archetipica della sua storia. La funzione più essenziale e più generale della mentalità è la comunicazione (il trasmesso). Il primo stadio del trasmesso è l'uso di una radice designativa – de-segna – segna. Qui io non segno che una presentazione o un modo di una presentazione, e sempre si riduce alle semplici categorie dello spazio e del tempo. Il pronome personali non fu primitivamente io e tu, e così via, categorie troppo metafisiche, per servire a questo primo stadio della lingua, ma, “qui”, “là” (Bradley, this, that, and th’other, thatness, thisness), ecc., categorie dello spazio. Un sistema di comunicazione che consta di radici semplicemente per la che io de-segno non può soddisfare alle esigenze più generali della mentalità, epperciò da questo primo stadio si sviluppa, per l'implicita esigenza della mentalità, il secondo stadio. Il secondo stadio consta della combinazione di una radice con la che de-segno con una radice pre-dicativa, ma tuttavia legate a una sensibile determinazione; cosi, p. es., per designare un oggetto, si sceglie l'attributo sensibile più esplicito in quel l'oggetto, p.es., il verde per designar la pianta, il bianco per designer la neve. Quest’attributo sensibile, sendo necessariamente variabile o contingente nell'oggetto, non può costituire una specie. In questo secondo stadio si trovano molte lingue dei selvaggi o barbari, i quali scelgono un attributo sensibile dell'oggetto per designarlo, e conseguentemente non possono arrivare a formolare le specie o il genus o l’universale, ma semplicemente oggetti in certe sensibili condizioni. Il terzo stadio usa la categoria propria della mentalità esplicita, la categoria metafisica, per designare l'oggelto; come, p. es., define la pianta non l'individuo verde, ma l’individuo polare, i cui poli cospirano alla luce ed all'acqua. Questa proprietà generica comprende ogni pianta; perocchè la detta polarità è l'attributo cogitabile generale della pianta. Il gesto è posseduto da ogni animale come inezzo psichico di movimenti o di formalità; ma il gesto che caratterizza la soggettività è appunto il trasmesso psichico che si svolse nella spirituale. La prima radice segna una mera affezioni dell'anima e più tardi si svolse in un segnato meta-forico, per rispondere all'esigenze della progressiva mentalità. Il rapporto fra il canale fisico *espresso* dall'anima e l'anima esprimente (segnante) è quello stesso rapporto, ma più complesso, per il quale un animale segna con un certo definite gesto certa definite affezione della sua anima. L'uomo, sviluppando in sè stesso la propria mentalità e l’inezzo per segnarla, si conobbe come specie comune. Il primo sistema di comunicazione quasi naturale deve essere stato pressochè identico in ogni umano, come ogni pecora bela, ogni cani abbaia ed urla. Dovette essere un inezzo nato con lui e trasmesso senza il minimo bisogno di convenzionalismo e di pratica convivenza per essere capita. La communicazione è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più frequentemente trattati dal filosofo, il quale la conosceva, ed a fondo, in molte forme antiche ed in un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne ha trattato, infatti, in molte sue opere. Ne ha accennato nel primo volume della sua grande opera, cioè  Saggio circa la ragione logica di tutte le cose “Prolegomeni,, Torino, pag. 43 e ss. (confr. anche ibid., pag. 291 e susseguenti). Ne ha accennato anche nelle seguenti opere già pubblicale in Torino, e cioè nella Proposta di riforma sociale, pag. 26 e seg.; nella Introduzione alla cultura generale (facente parte del predetto vol.), pag. 120 e seguenti. Ne parla poi in parecchie altre opere ancora inedite. L'uomo che possedette questo sistema di communicazione visse nelle foreste in una aggregazione o società piuttosto fortuita, poco dissimili da quelle dei quadrumani, ma si armò per esercire la caccia e la pesca. La sua nudità lo facea più fragile degli altri animali, epperciò ha dovuto sopperire a questa nudità e debolezza colle armi artificiali, e sopratutto colla propria scaltrezza. Questo primo stato dell'uomo vuol essere qui accennato come quello dell'astratta soggettività abbandonata a sè stessa; perocchè l'uomo, cacciatore o vivente dei prodotti naturali della terra e del mare, può vivere solitario. Le aggregazioni o società di questi uomini sono mera accidentalità non necessità dello stato proprio. In questo primo stato la soggettività nascente è caratteristicamente manifestata dalla perversione di certi istinti essenzialissimi alla conservazione del soggetto e della specie. Così, p. es., nessuna specie animale s'alimenta del proprio simile, ma certi selvaggi mangiano indifferentemente i loro nemici, amici, consanguinei, figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè ingrassino e siano buone a essere mangiate quando partoriscono più figliuoli da mangiare. Quest’enorme perversione d’un istinto cosi radicale (l’affezione alla progenitura) segna quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella mentalità. Sono certo che la quasi totalità de’ filosofi non sarà d'accordo su questo puntoe riterrà l’associazione umana come una necessità e non già come un'accidentalità. Ma l'autore, per la vita solitaria e un po' misantropica da lui fatta, è stato come involontariamente tirato a generalizzare questo suo particolare carattere. E una mentalita che si manifesta come un'orribile perversione dell'istinto, ma è una mentalità volente, non un mero modo d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la massima perversione, può nobilitare l’uomo antropofago sopra la bestia istintualmente tutrice della prole. Cosi pure, relativamente al soggetto individuo, l'uomo selvaggio o barbaro in procinto di essere cattivato dai suoi nemici, può suicidarsi, la bestia non mai (penguino?). L'istinto della propria conservazione individuale è un istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure quello della conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel regno della natura. Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della vita si trovano fra gli animali pensanti come il penguino. Tuttochè qui dobbiamo parlare del soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della comunicazione, come quella che può essere comunicata da soggetto a soggett, senza convenzione, indipendentemente dall'organizzazione sociale fra soggetti o dalla nessuna organizzazione. La comunicazione appartiene cosi al soggetto solitario (il Deutero-Esperanto di Grice ch’inventa al bagno) come al soggetto socievole, e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente delle occasioni dell’amore. L’uomo solitario pratica qualche volta questo rapporto colla femmina come un mero rapporto erotico occasionale. Abbandona la femmina alle conseguenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che sono allattati, nudriti ed educati dalla madre. Ma la comunicazione, che persuase la copula dell'amore, è la medesima colla quale la madre educa i suoi figliuoli. Cosi la comunicazione può dirsi radicalmente una creazione della specie ed assume dignità ed ha il suo svolgimento nella storia universa della spiritualità. Si può dire in tesi generale che la comunicazione genera la storia nella sua più semplice elementarità; e dallo svolgimento della lingua si conosce lo svolgimento dell'umana mentalità e conseguentemente, delle gesta che ne sono conseguite.  Nel 1884 mi furono mandati a casa, in Torino, dal benemerito libraio Loescher tre grossissimi volumi intitolati Paselogices Spe cimen Theoo editum. Intri, etc. Un filosofo di nome Teofilo Eleutero era a tutti ignoto; e non fu poca la mia mera viglia nel vedere come un'opera filosofica così voluminosa, scritta e stampata in latino, avesse potuto sfuggirmi; giacchè, come adesso ancora nella mia tarda età, specialmente allora ho sempre seguito con vivo interesse il movimento filosofico. La curiosità quindi di sapere chi egli fosse, e qual valore avesse, mi fe' tosto gittare gli occhi sul primo volume che portava la designazione di Prolegomena, e che, come subito vidi, era una Introduzione, o Propedeutica che voglia dirsi, a tutta l'opera. La mia meraviglia crebbe dopo la lettura delle prime pagine del volume, tanto più che ad essa si congiunse il sentimento del l'ammirazione: sentimento che col proseguimento della lettura di venne un vero entusiasmo. Io mi trovava dinanzi ad un hegeliano, e, per giunta, un hegeliano di alto ingegno e di larghi propo siti: i quali propositi erano nientemeno che quelli di una Riforma dell'hegelianismo mediante principii dell'hegelianismo stesso. Comunicai la mia impressione e il mio entusiasmo al signor Loescher, il quale m'informò che l'autore dell'opera era un intrese, di nome Pietro Ceretti, dalla cui figlia aveva ricevuto l'esemplare dell'opera che mandò a me per prenderne conoscenza. L'impres sione e l'entusiamo potettero ancora, per mezzo della figlia, essere comunicati al filosofo, che era già assai infermo e che poco di poi morì della malattia che da parecchi anni lo travagliava, la paralisi progressiva. Io continuai, naturalmente, a leggere e stu diare la preziosa opera, ed è di essa che accennerò maggiormente in questo ricordo del filosofo, essendo essa indubbiamente il maggior titolo del valore e della posizione filosofica del medesimo. Senonchè, a render meno incompiuto il ricordo, mi si conceda che rilevi alcuni altri particolari della sua complessa personalità. Per cio che concerne biografia e bibliografia mi limiterò alle poche notizie seguenti. Assolti bene o male, anzi piuttosto male che bene, i primi elementi della sua istruzione, comincia a trarre qualche profitto in un collegio di gesuiti a Novara. È una singolare circostanza questa, che un uomo che ebbe sempre uno spirito non solo diverso, ma anche opposto a quello de' gesuiti, avesse proprio da questi avuto il primo impulso e il primo profitto agli studi Ma un profitto maggiore e un vero inizio di studi serii sono da lui fatti a Firenze, ove si reca subito dopo, mettendosi in relazione cogli uomini del famoso Gabinetto Viessieux e consacrandosi tutto agli studî' di lingue, lettere e scienze. Quanto a lingue, tra il tempo che e a Firenze e gli anni che immediatamente seguirono, ne apprese parecchie tra antiche e moderne, allo scopo non solo di legger la filosofia negli idiomi originali, ma anche di viaggiare, per prender diretta notizia di uomini e cose. Infatti, comincia subito a viaggiare percorrendo in lungo e in largo non solo l'Italia, ma anche la Svizzera, la Francia, la Germania, l'Olanda e l'Inghilterra. Gli studî che fa nella prima giovinezza si allargano e diveneno più intensi, quando dopo i viaggi si ritira nella nativa Intra, nella quale accanto agli studi comincia anche a scrivere opere di vario genere, segnatamente filosofiche. Nella sua carriera di filosofo passa per varie fasi, che io (nella mia opera intitolata Notizia degli scritti e del pensiero filosofico di Ceretti) designo e describo come fase poetica, fase filosofica in genere ed hegeliana in ispecie, fase di transizione, fase utopistica e riformativa della società civile, e fase ultima del pensiero cerettiano, la quale è quella del cosìdetto sistema contemplativo. Ad ognuna di queste fasi corrispondono opere, e non poche, che si muovono nell’orbita del pensiero cerettiano gradatamente svolgentesi ed esprimentesi in essa. Le quali opere, se si considera il complesso di esse tutte, costituiscono una massa addirittura ingente, che versa su tutte le parti dello scibile. E, infatti, un filosofo universale. Tanto per dare una idea della predetta massa di saggi, ricordo innanzi tutto quelli che si riferiscono alla fase poetica, la quale gli scalda tanto la mente ed il cuore, che gli fe ' dire: Cari poeti, voi dell'alma mia foste il primo verissimo Messia. Ad essa appartengono le opere poetiche di genere romantico: Eleonora di Toledo; il Prometeo; il Pellegrinaggio in Italia; le Poesie liriche: inoltre, queste altre di genere giocoso, satirico e filosofico e scritte anche in tempo posteriore alla giovinezza: le Avventure di Cecchino, e le Grullerie poetiche. A queste opere scritte in versi se ne potrebbe aggiungere un'altra scritta in prosa e pur facente parte di questa prima fase, cioè quella intitolata Ultime Lettere d'un profugo e costituente un romanzo sul genere del Werther di Goethe e del Jacopo Ortis di Foscolo. Questa prima fase nella quale la sua mente è ancora incomposta ed in via di formazione – è caratterizzata dall'aspirazione di lui ad incarnare in sè stesso i pensieri e i sentimenti de' grandi uomini del suo tempo e di quello che immediatamente lo precede (Cenobium). Il che egli stesso riepiloga ed esprime dicendo. In giovinezza io fui innamorato e delirante alla Werther, patriota furibondo alla Jacopo Ortis, stravagante alla Byron, dolorante alla Leopardi, misantropico alla Rousseau, satanico alla Voltaire, ateo materialista alla La Mettrie, e finalmente miserabile alla mia propria maniera. Alla seconda fase, che contiene la sua filosofia più eminente e più compiuta, appartiene -- oltre ad un primo abbozzo di opera intitolata Idea circa la genesi e la natura della forza — la grande opera latina predetta “Pasælogices Specimen”. La filosofia di questa fase ha il fondo hegeliano, ma però da lui riformato. Le ultime fasi costituiscono poi una ulteriore deviazione tanto dal pensiero hegeliano in genere, quanto dall'istesso pensiero hegeliano da lui riformato ed esposto in que st'ultima. Come prima deviazione e ad un tempo come transizione alle fasi susseguenti si possono considerare la “Sinossi del l'Enciclopedia speculative”, le “Considerazioni sul sistema della natura e dello spirito; l'Insegnamento filosofico: le quali saggi hanno ancora spiccatamente il carattere di filosofia teoretica ed enciclopedica. La nota principale della suddetta deviazione è che al logo assoluto, il quale nella grande opera latina diviene il principio cerettiano riformativo dell'Idea hegeliana, viene più de terminatamente e accentuatamente sostituito il principio della coscienza assoluta, Coscienza, che, a dir vero, e già apparsa nella stessa opera latina. Quale ulteriore deviazione, ma specificamente appartenenti alla fase utopistica riformativa della società civile, si ricordano le opere intitolate “Sogni e favole” e “Proposta di una riforma civile”. Oltre ad esse, vanno ricordate anche queste altre, le quali però sono scritte in forma di romanzi, cioè, i Viaggi utopistici; l'Inconcludente; Don Simplicio; Don Gregorio; il Protagonista, e qualche altra. La deviazione massima è in quegli altri saggi, che rappresentano più spiccatamente l'ultima fase, nella quale perviene ad una specie di subbiettivismo nullistico, da lui designato, come è detto, col nome di sistema contemplativo. I pensieri di quest'ultima fase appaiono in parecchi altri scritti dell'ultimo tempo di sua vita, come per esempio, per nominarne alcuni, nella Vita di Caramella e nelle Memorie postume. Ma gli scritti mentovati delle diverse fasi, benchè già numerosi, non costituiscono neppur gli scritti tutti del filosofo d'Intra, essendovene una quantità ancora notevole, che possono esser nominati scritti varii ed ai quali appartengono: Biografie, Autobiografie (tra queste, notevolissima, La mia Celebrità), Commedie, Novelle morali, ecc. e persino un Trattato d'Astronomia e un Trattato di Medicina. Come vede il lettore, quella che io chiamava una ingente massa di scritti, e versante sulla universalità dello scibile, non è una denominazione esagerata, ma interamente reale. E ciò basti a dare una idea sommaria degli scritti del filosofo intrese. Per cio che concerne il filosofo propriamente detto, va considerato rispetto al corso della filosofia in genere ed al periodo filosofico idealistico tedesco in ispecie, nel qual periodo si riattacca alla maggiore manifestazione speculativa del medesimo, che è la hegeliana. Si apparecchiò a pigliare il suo posto in quest'ultima, con uno studio e conoscenza non comune, primamente delle varie discipline dello scibile, sopratutto di quelle concernenti la Storia universale e le Scienze positive e naturali d'ogni specie; secondamente, di quelle attinenti alla filosofia propriamente detta. Rispetto a quest'ultima, è veramente ammirabile l'opera del nostro filosofo, che – dopo i suoi profondi studi sui filosofi delle diverse età (non esclusa quella stessa della filosofia indiana ) e in genere ne' testi originali de' medesimi ne ha dato un saggio notevolissimo egli stesso nel primo volume della sua opera latina, cioè ne' mentovati Prolegomeni. Ma nella Storia della filosofia uno de' periodi che più studia e conosciuto è il predetto periodo filosofico tedesco sì ne' filosofi massimi di essa, come Kant, Fichte, Schelling ed Hegel, si ne' secondarii e pur importanti del medesimo, come Herbart, Schopenhauer ed altri. In questo periodo e naturale che quello che massimamente attraesse e legasse il suo spirito fosse Giorgio Hegel, siccome quello che compendia in sè, primamente la Storia filosofica generale e, in secondo luogo, lo stesso speciale periodo tedesco. Hegel, in fatti, è da lui considerato come quello che ha raggiunta la più alta forma di speculazione nella scienza filosofica, sopratutto nella disciplina logica. Considerando il filosofo tedesco in tal modo, è naturale che nel complesso ne accogliesse le idee e si riattaccasse a lui. Senonchè, pur accogliendole, non le riteneva scevre di vizii o errori che voglian dirsi. In conseguenza di ciò si propose da una parte, di additare questi vizii, dall'altra, di correggerli. E la correzione, che costituiva per lui una riformazione dell'hegelianismo, non è poi altro che la filosofia cerettiana stessa, quale è concepita ed esposta nella predetta grande opera latina. Ciò posto, seguiamo ora tal pensiero filosofico cerettiano ne suoi tratti fondamentali. Primamente, accogliendo l'hegelianismo come la predetta suprema manifestazione della coscienza filosofica, ei l'accoglie nel general fondo e pensiero del medesimo, fondo e pensiere, che vengono da lui riassunti ne' seguenti principii generali. Primo, L'assoluto è l'Idea. Secondo, l'Idea concreta è lo spirito. Terzo, l'essenza concreta ed assoluta dello Spirito è l'Idea logica. Inoltre, l'evoluzione dialettica del l'Idea, nella quale evoluzione consiste il processo metodico di quest'ultima, avviene e deve avvenire secondo la Nozione, ossia secondo il Concetto, come dice Hegel (dem Begriffe nach). Rispetto a tali principii designati come hegeliani non che come veri e inoppugnabili, e quindi da lui stesso accolti, va però osservato, che di essi non può essere ritenuto come schiettamente e veramente hegeliano il terzo; giacchè, secondo Hegel, l'essenza concreta ed assoluta dello Spirito non è l'Idea logica. Questa è per Hegel l’Idea pura e semplice soltanto, e però immediata ed astratta, non ancora dialetticamente esplicata e, mediante l'esplicazione, fatta concreta. L'essenza assoluta e concreta dello Spirito è per lui invece l’Idea che da puramente e semplicemente logica (da Idea logica ) si è estrinsecata nella Natura (cioè si è fatta Idea naturale o Natura), e, attraverso di questa, è giunta a coscienza di sè, ossia è divenuta spirituale, o, che vale lo stesso, è divenuta Spirito. In altri termini, l'essenza concreta assoluta dello spirito è la coscienza dell'idea, ovvero è l'idea conscia di sé, mentre l'idea logica hegeliana è ancora inconscia. Per cio che concerne i mancamenti e vizii della dottrina hegeliana, essi, secondo il Ceretti concernono l'evoluzione dialettica dell’idea, o, che vale lo stesso, concernono l'idea nel suo processo (esplicazione) dialettico. Un primo vizio generale in tale evoluzione è per lui quello che nella logica hegeliana concerne il prius e il risultato dell'idea. Notoriamente per Hegel, benchè l'idea sia, da una parte, il principio universale assoluto, e, dall'altra il principio iniziale dell'evoluzione dialettica assoluta, principio iniziale che farebbe come il prius ideale dialettico, pur non di meno pel filosofo tedesco il vero prius dell'idea non è questo iniziale, ma quello finale a cui l'idea perviene come risultato del processo dialettico, risultato finale che è propriamente lo spirito, ossia l'idea pervenuta a coscienza di sè. È per questo che Hegel sostiene che il vero prius non è l'idea logica, ossia l'idea pura ed estratta, ma lo spirito, che è l'idea che col processo dialettico si è fatta veramente reale e concreta. Or questo prius che Hegel pensa e pone come vero è invece dal Ceretti ritenuto falso, perchè pensato ed ottenuto secondo un procedimento dialettico prestigioso e sconforme al vero ordine logico, che deve avere e seguire il logo (logo che, come tosto si vedrà, è il principio specifico assoluto cerettiano sostituito all’idea hegeliana). Accanto a questo vizio generale, trova e addita vizii particolari affettanti l'idea come logica naturale e spirituale. I vizii spettanti all'idea logica e al corrispondente processo dialettico sono tre. Il primo vizio è che nell'esplicazione dialettica dell'idea logica la genesi di questa sia una genesi della nozione dalla non-nozione. Il secondo vizio è che l'esplicazione dialettica dell'idea logica è piuttosto un'astratta esplicazione delle categorie, anzichè un concreto un rimmanente processo di esplicazione ed IMPLICAZIONE. Il terzo vizio è che il processo dialettico dell'idea logica hegeliana è piuttosto un logo astratto astrattamente esplicantesi e riassumentesi insultato, anzichè la sanzione (o affermazione) di sè stesso nella concreta immanente ed assoluta verificazione della propria posizione, dialettica e riassunzione. Il primo de' tre vizii indicati, riproducendo il mentovato general vizio del prius, ei lo determina meglio designandolo come processo inconscio dell'idea logica, processo che Hegel pensa appunto come inconscio ed il Ceretti pensa e vuole invece come conscio. E può dirsi che su tal coscienza dell'idea logica poggia il punto cardinale della differenza dell'idea hegeliana dal logo cerettiano. Quanto al vizio concernente l'idea naturale, esso è in grosso quello stesso dell'astrattezza, testè rilevato, o, che vale lo stesso, della non raggiunta realtà dell'idea nel farsi naturale. Infatti, l'idea logica, estrinsecandosi e divenendo natura, rimane in quello stato astratto e puramente e semplicemente ideale che ha come idea logica, e non giunge a veramente naturarsi, com'ei dice, cioè a farsi vera realtà naturale. E finalmente, quanto allo spirito, od idea hegeliana spirituale, il filosofo intrese vi trova il vizio di quella stessa prestigiosità speculativa (speculativa prestigiositas), che ha trovata e rilevata per la logica. Ed osserva, per giunta, che il general vizio innanzi mentovato dell'idea hegeliana, che cioè essa sia un risultato, diviene più specifico nello spirito, in quanto questo, concepito da Hegel come l'idea che dal suo esser-altro (cioè dalla sua esistenza naturale ) ritorna a sè stessa, ha appunto il carattere speciale di essere un risultato e non una realtà, a dir cosi, originaria. Accanto ai predetti vizii fondamentali concernenti l'idea nelle sue varie forme, logica, naturale e spirituale, ne rileva alcuni altri secondarii; ma noi, limitandoci alla indicazione de ' fondamentali, passiamo ad indicare le corrispondenti emendazioni di essi. Preposto che all’idea hegeliana egli in genere sostituisce il logo, principio universale ed assoluto anch'esso, la prima generale emendazione, concernente il prius ed il risultato dell'idea innanzi esposti, è fatta dal Ceretti nel senso che il logo è oiginariamente conscio e non già tale per risultato. Rispetto ai tre vizii dell'idea logica propone come emendazione (Mi piace di riferire colle stesse parole latine del Ceretti il predetto triplice vizio. Hegelianæ logicæ tractationis defectuositas, in exitu prolegome norum designata, est primo, quatenus notionis a non-notione progenesis; secundo, quatenus categoriarum abstracta explicativ, potiusquam concreta explicationis et IMPLICATIONIS immanens contraprocessu osilas; tertio, quatenus abstractus er plicativce dialectica LOGUS in abstracta resumptione, potiusquam in concreta positionis, dialectica et remsumptionis immanente absoluta verificatione suun ipsum sanciens. Pasael. Spec. vol. II, p. 6. CENOBIUM, Vol. III, Anno II) e però riformazione, che il primo venga emendato mediante il principio della generale coscienza logica della nozione od idea hegeliana: il che importa che il logo sia una nozione (idea) che si genera dalla nozione stessa e non già dalla non-nozione (nozione inconscia). La emendazione di questo primo vizio coincide in grosso anche colla generale emendazione predetta del prius e del risultato. La emendazione del secondo vizio è dal nostro filosofo ottenuta col propugnare ed effettuare che la genesi delle categorie logiche non avvenga secondo un processo astratto di sola esplicazione, ma secondo un processo concreto di esplicazione ED IMPLICAZIONE insieme: nel qual processo concreto i momenti astratti di esplicazione si negano come astrattamente tali ed affermano perciò la loro unità. Il terzo finalmente viene emendato, pensando e determinando il logo assoluto in guisa che esso non rimanga un momento astratto di riassunzione (risultato), ma che divenga assoluta ed immanente affermazione (sanzione) di tutto il corso esplicativo, costituendo così un processo e contro-processo, in cui ogni momento è unità dell'astratto e del concreto. Quanto ai vizi relativi all'idea naturale hegeliana, la emendazione (stata già implicitamente accennata nella critica fatta di essi ) consiste in quella che il Ceretti appella la NATURAZIONE del logo. E cioè, mentre Hegel concepisce la natura siccome l'idea ritornante a sè stessa dal suo esser-altro (dalla sua esternazione ed alterazione), il Ceretti invece pensa che la natura non è sol tanto ciò, ma è e dev'essere reale naturazione del logo, ossia reale incarnazione ed obbiettivazione del medesimo. E da ultimo, quanto all'emendazione del vizio dell'idea spirituale, essa nel complesso è quella già rilevata nella critica fatta del vizio, e consiste nel concepir la medesima, ossia lo spirito, siccome logo originariamente conscio e non divenente tale per risultato d'un processo. Le predette generali e fondamentali emendazioni, accanto ad altre subordinate e secondarie, son quelle che nella esposizione ed esecuzione delle idee filosofiche costituiscono la filosofia cerettiana riformativa della hegeliana, e filosofia riformativa che forma il contenuto della più volte mentovata grande opera del Ceretti, intitolata “Saggio di Panlogica.” Questo Saggio è un'opera veramente colossale ed è l'enciclopedia filosofica cerettiana, modellata sulla nota corrispondente Enciclopedia hegeliana (Encyclopädie der philosophischen duissen schaften) in tre volumi. Concepì la propria enciclopedia vasto disegno da assolversi in otto volume. Il primo (i prolegomeni) come propedeutica a tutta l'opera, propedeutica che ad un tempo contenesse in germe il pensiere della stessa Enciclopedia. Il secondo contenente (col nome di “ESO-LOGIA”) l'esposizione della logica e metafisica. Il terzo, il quarto, ed il una con un quinto (col nome di ‘ESSO-LOGIA’) costituenti la trattazione ed esposizione della filosofia della natura nelle sue tre parti della Meccanica, della Fisica e della Biologia (od Organica). Il sesto, il settimo e l'ottavo (col nome di “SINAUTOLOGIA”) designati a trattare la filosofia dello spirito, distinta anch'essa in tre parti denomi nate Antropologia, Antropo-pedeutica ed Antropo-sofia. Di questa vasta concezione ed esecuzione il principio fondamentale ed assoluto è il Logo, che il lettore vede essere in fondo alla Esologia, Essologia e Sinautologia: Logo che, come si è detto, in Ceretti piglia il posto e la generale significazione del l'idea di Hegel. Il logo Cerettiano, come quest'ultima, è l'universa ed assoluta realtà, e realtà con preminente carattere ideale, comprendente in sè la realtà logica, la naturale e la spirituale. Per tal carattere anche la filosofia cerettiana è idealismo; tanto più veramente assoluto, in quanto, non meno e forse ancor più dell'hegeliano, abbraccia in sè in complessiva unità tutte le forme di Idealismo apparse nel corso storico della filosofia, si in generale le antecedenti all'Idealismo tedesco, si in modo più speciale quelle di quest'ultimo, cioè gli Idealismi subbiettivi Kantiano e Fichtiano, l'Idealismo obbiettivo Schellinghiano, non che lo stesso Idealismo assoluto Hegeliano. Questo carattere di universalità ed assolutezza dell'Idealismo cerettiano è una delle cose più spiccanti, più notevoli ed anche più rilevate dell'Enciclopedia filosofica del filosofo intrese. Quanto al principio assoluto del Logo, va parimenti rilevato, che, per la natura conscia del medesimo innanzi additata, esso vien dal Ceretti designato anche come puramente e semplicemente coscienza: per modo che coscienza e logo ricorrono quasi pro miscuamente nell’enciclopedia cerettiana ed anche in altre opere posteriori) come espressive e determinative del principio assoluto. È bene, inoltre, rilevare che tal principio assoluto e dal nostro filosofo anche puramente e semplicemente detto l'assoluto, il quale corrisponde in tutto e per tutto al logo e alla coscienza consi derati come assoluti. Ciò fa intendere come pel Ceretti l'elemento conscio costituisce il carattere essenziale del suo principio assoluto, ossia del suo Logo in tutto il suo ambito, mentre per Hegel l'elemento conscio è caratteristico e specifico dello spirito propriamente detto, ossia dell'idea giunta a coscienza di sé. Ciò farà, d'altra parte, pari menti intendere come il filosofo intrese ponga come riformativa dell'hegelianismo la proposizione: L'assoluto è la coscienza. Per cio che concerne la designazione del principio assoluto, rilevo ancora che, ad esprimere il predetto principio assoluto, egli adopera tante altre volte anche le parole idea, nozione, persin Pensiere, come Hegel. Ma, se le espressioni son varie, il senso e valore fondamentale del suo principio è quello del logo pensato come Logo conscio o coscienza assoluta. Conformemente a ciò (e in grosso conformemente all'hegelianismo) il Logo vien pensato nella sua IN-TRINSECA natura e nel suo processo dialettico. Nella sua natura il Logo vien considerato in tre diverse forme di esistenza, cioè: quale è IN sè, quale è PER sè, e quale è IN sè E PER sè. La considerazione del Logo IN sè stesso costituisce la predetta “ESO-LOGIA”, da sis, és, dentro e logos, ossia la dottrina logico-metafisica del logo. Quella del Logo FUORI DI  sè costituisce la “ESSO-LOGIA” (da few, fuori, in latino, “Exologia”), ossia la dottrina filosofica della Natura. Quella del Logo IN sè E PER sė, o come il Ceretti la dice, del Logo IN sè e SON sè, costituisce la “SIN-AUTO-LOGIA”, da “syn” e “autos”, con stesso ), ossia la dottrina dello spirito. Degno di rilievo è inoltre che il logo IN sè è il logo nella sua subbiettività. Il logo FUORI DI sè è il logo nella sua obbiettività. Il logo IN sè e sè e il logo nella unità della sua subbiettività e della sua obbiettività, ossia è il logo subbiettivo-obiettivo, che è poi il logo assoluto. È bene parimenti rilevare che come il logo è per eccellenza il logo conscio, il quale è poi lo spirito o la coscienza, così si designano egualmente lo spirito e la coscienza nella loro subbiettività, nella loro obbiettività, e nell'unità della subbiettività e dell'obbiettività. Il predetto triplice modo di essere della natura del logo soggiace ad un processo esplicativo, che costituisce il processo dialettico, appellato anche metodo dialettico. Questo processo metodico ha, tanto per Hegel quanto per Ceretti, tre momenti anch'esso. Questi momenti, che il filosofo tedesco appella comunemente dell'IN sè, del PER sè e dell'IN sè e del PER sè, dando loro il valore e significato di momento immediato o intellettivo (della speculazione dell'idea ), di momento mediato o razionale negativo, e di momento immediato e mediato insieme, o razionale positivo, vengono invece dal Ceretti appellati (nel complesso però con valore e significato simili a quelli di Hegel) momenti della posizione (thesis, positio), ri-flessione e con-cezione. La posizione, come la parola stessa indica, ha il valore e significato di quella che comunemente (in Fichte, Schelling ed Hegel), ricorre come “tesi”, mentre la ri-flessione ha significato e valore di contraddizione (opposizione, ob-positio, contra-posizione, antitesi ) e la concezione significato e valore di conciliazione (com-posizione, sintesi) degli opposti, sintesi della tesi e dall'antitesi. La triplicità delle forme di esistenza del logo (quelle di Eso-Logo, posizione; Esso-Logo; contra-posizione; e Sinauto-Logo, com-posizione, con le corrispondenti dottrine di Esologia, Essologia e Sinantologia, costituisce per Ceretti i tre Cicli di quest'ultimo. Cicli che, mentre son tre, pur ne costitui solo sotto triplice forma: costituiscono cioè il logo assoluto uni-trino. Un altro punto pur degno di rilievo e caratteristico è il modo come determina la considerazione filosofica o speculativa de tre cicli. La considerazione del primo, ossia dell'Esologia (posizione) per lui il pensiero del Pensiero (“cogitatio cogitationis”, l’implicazione o impiegazione dell’impiegazione) quella del scono un ma secondo o dell'Essologia è il Pensiero del Pensato (“cogitatio cogitatis” – implicazione dell’implicato, o impiegazione dell’impiegato, e quella del terzo, o della Sinautologia, è il Pensiero del Pensante (“cogitatio cogitantis,” implicazione dell’implicante, impiegazione dell’impiegante). Anche nell'hegelianismo il Pensiero assoluto è identificato col l'idea assoluta, in quella guisa che il Ceretti identifica parimenti il Pensiero assoluto col Logo assoluto. Però nella espressione e determinazione cerettiana la cosa ha un significato più specifico, e propriamente questo, che cioè l'Esologia (posizione) è la considerazione del Pensiero in sè stesso, del pensiero puro hegeliano e potrei anche soggiungere, della ragion pura kantiana. L’Essologia (contra-posizione, impiegato) è la considerazione del Pensiero del Pensato, cioè del Pensiero non più in sè, puro ed astratto, del Pensiero estrinsecato (fatto per sè), obbiettivato. La Sinautologia (com-posizione) la considerazione del Pensiero del Pensante (impiegante: implicazione come relazione tra il implicante e l’implicato) cioè del pensiero come esistente ed esercitantesi nel subbietto pensante. Potrei dire che la predetta triplice considerazione è quella del Pensiero puro e semplice, quella del Pensiero come obbietto di sè medesimo (estrinsecatosi fuori di sè nella natura), e quella del pensiero astratto ed operante come proprio subbietto (nella coscienza del pensiero stesso o nello Spirito ). Dopo le antecedenti generalità, passiamo a considerare parte per parte il logo nelle sue tre forme di esistenza nella logico metafisica (Esogia, posizione), nella naturale (Essologia, contra-posizione) e nella spirituale (Sinautologia, composizione). La dottrina logico-metafisica, conformemente alla hegeliana, è pur distinta in tre parti che anche per lui, come per Hegel, son quelle dell'Essere, dell’Essenza e del Concetto: solo che queste nel filosofo tedesco si susseguono nel modo indicato e nel filosofo intrese mutan posto, diventando primo il Concetto, secondo l'Essere e terzo l’Essenza. Questo mutamento diposto nella serie porta poi naturalmente con sè un corrispondente mutamento nel processo dialettico. Le dottrine di queste tre parti così spostate hanno in Ceretti i nomi speciali di “PRO-LOGIA” (concetto); “DIA-LOGIA” (essere); e “AUTO-LOGIA” (essenza). La PRO-LOGIA con sidera il Logo esologico (ESO-LOGO) o logico-metafisico, nella astratta identità del Pensiero (impiegazione). La DIA-LOGIA (CONTRA-POSIZIONE) considera il logo nella differenza (IMPIEGATO) di esso. La AUTO-LOGIA (COM-POSIZIONE) considera il logo nella unità sintetica (IMPIEGANTE) dell'identità E della differenza del Pensiero stesso. Non credo che il nostro filosofo abbia avuto giusta ragione d'invertire l'ordine de' tre principii fondamentali predetti. Ma, checchè sia di ciò, è bene di allegare la ragione dell'invertimento da lui ritenuto razionale e necessario. La quale, a suo credere, è che per il logo conscio, o che vale lo stesso, per la Coscienza il primo (prius) PRO-LOGICO (cioè il primo con cui deve cominciar la logica) non dev'essere nè indeterminato, come sono l'essere di Hegel e di Rosmini-Serbati, nè determinato (impiegato), come sono l'Io di Fichte e la predetta Ragione di Schelling, ma dev'essere lo stesso prius, nel quale sieno implicitamente contenute tanto la indeterminazione quanto la determinazione. E un sì fatto prius è la PRO-POSIZIONE, che è il primo ed iniziale momento della sua Pro-logia, il quale è più primitivo e più semplice del giudizio (A e B) che ne costituisce il secondo, al quale poi segue il terzo unitivo de' due primi, che è il Sillogismo (CONIUNCTIO, CO-RAZIONALE). Quanto alla natura de suddetti momenti della Pro-logia, la Pro-posizione è la immediata ed indistinta coscienza logica, la quale, appunto per la sua indistinzione, non è nè subbiettiva nè obbiettiva. Il Giudizio (la proposizione pensata) invece è la coscienza logica, che dalla indistinzione od indifferenza si esplica e passa nella subbiettività ed obbiettività di sè medesima. E da ultimo il Sillogismo (coniuctio, co-razionale) è la subbiettività della coscienza logica, la cui attività consiste nell'esplicare se stessa, esplicazione di sè stessa, che in fondo è poi una obbiettivazione della subbiettività. Dato tal concetto generale de' momenti della pro-logia, il nostro autore passa a considerare e determinar ciascuno in se medesimo, ed inoltre secondo il predetto processo metodico tricotomico della Posizione (Proposizione, impiegazione), della Riflessione (contra-posizione, impiegato) e della Concezione (com-posizione, impiegante). Conformemente a ciò, distingue la Pro-posizione in “posta”, ri-flessa e concepita; e in posto, riflesso e concepito, distingue e determina parimenti sì il giudizio (proposizione pensato) che il Sillogismo (impiegante, composizione). La trattazione ed esposizione di ciò è amplissima, specialmente quella del Sillogismo; ed è non solo amplissima, ma anche note volissima per le molteplici determinazioni logiche ed ontologiche non che illustrazioni ed applicazioni d'ogni genere alle diverse parti dello scibile e della stessa realtà. La trattazione è di tanto interesse che è degnissima di esser presa da ognuno in considerazione anche oggi alla distanza di una sessantina d'anni, dacchè fu pensata ed esposta. Non potendo entrare nelle particolarità a far intendere il pensiero cerettiano sì nella concezione de' momenti della predetta pro-logia sì nel passaggio da questa alla Dia-logia, allegherò un luogo nel quale l'autore lo ri-epiloga, e che è questo. Il pensiero pro-logico, uscito e passato dalla sua generalità formale (cioè, dalla pro-posizione) colla particolarità formale della sua generalità (cioè, col giudizio, impiegato) nell'unità formale della sua generalità e della sua particolarità (cioè, nel sillogismo, la com-posizione, impiegante), si concepisce come sistema metodico della RAZIONALITà, ossia come forma assoluta delle forme. La forma sillogistica delle forme pensabili insegna che il pensiero è essenzialmente il sistema di sè, e non v'è sistema all'in fuori del sistema del pensiero, poichè l'altro del pensiero non può essere fatto (posto) da altro che dal pensiero. Inoltre, insegna che il sistema assoluto del pensiero è il sillogismo giudicativo della proposizione, perciò l'assoluto non può esser concepito altrimenti. Cosi a pag. 125 della Ragione Logica di tutte le cose, vol. II. Esologia, nella versione dal latino (Torino, Baldini)) che nella forma sillogistica. Questa concezione porta con sè la necessità logica di sè, poichè è la nozione della nozione. Il sillogismo assoluto, come pro-logico, non è più che la formalità (la forma assoluta del logo, la quale invoca l'essenzialità assoluta di sè da esplicare in sè da sè stesso. Quindi il sillogismo passa dalla sua subbiettività assoluta ad esplicare la sua obbiettività IMPLICITA assoluta. Questa obbiettività è la verità della subbiettività sillogistica assoluta. Ciò posto, quella che ora effettua il passaggio e progresso dalla forma e dalla subbiettività del Pensiero alla essenzialità ed obbiettività del medesimo è la Dia-logia, che per eccellenza è la dottrina delle categorie logiche del Pensiero. Corrispondendo la dottrina dialogica cerettiana alle dottrine logiche hegeliane dell'Essere e dell'Essenza prese insieme, ne segue che le categorie, onde qui è parola, sono in grosso quelle che ricorrono nelle predette due dottrine hegeliane. Quanto al concetto della categoria e alla funzione logica della categorizzazione, sono importanti queste parole del filosofo intrese. La categoria (predicamento) è propriamente la predicazione del Pensiere fondata dallo stesso pensiere come necessaria; e la categorizzazione del Pensiere è l'atto più nobile della speculazione filosofica e la più alta concezione dal Pensiere umano. Nè meno importanti in proposito sono gli additamenti che fa intorno alla evoluzione storica delle categorie presso i diversi filosofi e corrispondenti scuole che spiccano intorno ad esse. Per cio che concerne le categorie trattate e sviluppate nella Dialogia, le fondamentali son quelle dell'Essere, dell’Essenza, e del l'Esistenza, come costituenti la triplicità dialogica per eccellenza; e da queste fondamentali se ne sviluppano altre costituenti momenti subordinati, ma non meno importanti. L'Essere, infatti, è da prima il Logo generale ed indeterminato (est logus conscentiæ generalis), ma esso si particolarizza e de termina in sè medesimo in ulteriori principii categorici. Per esempio, si distingue e particolarizza come QUALITATIVO, QUANTITATIVO, E MODALE, sorgendo così LE TRE CATEGORIE DELLA QUALITà, della QUANTITà e della MODALITà (misura). Ed inoltre l'Essere nella sua stessa generità (innanzi alla predetta particolarizzazione dunque) è essere (pro-posizione), non-essere (opposizione o contraposizione) e divenire (composizione): (esse, non-esse, latino FIERI, perduto nel volgare). Come, d'altra parte, le TRE CATEGORIE della QUALITà, QUANTITà e MODALITà alla lor volta si distinguono e particolarizzano in altre. Chi conosce la logica di Hegel vede subito nelle predette categorie cerettiane la simiglianza con le corrispondenti hegeliane. Ed è forse questa la parte, nella quale si tiene più da vicino a quello, mentre in altre parti vi sono non poche dissimiglianze. Nel predetto citato volume della Esologia, pag. 132. 4ecc. Dall'essere il processo dia-logico conduce alla seconda categoria fondamentale predetta, cioè alla Essenza la quale non è altro che la particolarizzazione dello stesso Essere (Esse suam absolutam particolaritatem adeptum est Essentia). Ciò che si è detto avvenire per la categoria fondamentale del l'essere avviene anche per l’essenza, che cioè anche questa, alla sua volta distinguendosi e particolarizzandosi in sè medesima, ne produce di ulteriori, come quelle del fondamento, della sostanza, della materia, ecc. E quanto alla terza categoria fondamentale, cioè l'esistenza, essa è l'unità dell'essere e dell'essenza (INSISTENZA, ESISTENZA, CONSISTENZA). Ognuno nella “Ex-istentia” riconosce l'Esse come particolarizzato. Ma d'altra parte, nella particolarizzazione dell'Essere si specifica e manifesta anche l'elemento dell'Essenza, per forma che l'esistenza risulta siccome una manifestazione dell'essenza (“EX-SISTENTIA est essentia manifesta ). E da ultimo l'Esistenza (E-SISTENZA, EX-SISTENZA) dà anch'essa origine ad altre categorie subordinate, come realtà, necessità, La terza parte della Logica (o della Eso-logia ) cerettiana, cioè l'Auto-logia, si fonda, sviluppa e sistematizza in tre categorie fondamentali, che son quelle di Sapere, Volere, Agire (Scire, Velle, Agere ), le quali sono in corrispondenza di quelle che ricorrono nella terza parte della Logica hegeliana, e che sono l'idea del conoscere (die idee des erkennens ), l'idea del bene (die idee des guten) e l'idea assoluta (die absolute idee). Va però osservato che il volere e l'agire che in Hegel si congiungono nell’idea del bene, e costituiscono l’idea pratica, in Ceretti appariscono, al contrario, come momenti e categorie distinte. Questa terza parte della Logica del Ceretti è una delle più belle e ad un tempo una di quelle in cui il Ceretti è come più originale e più indipendente da Hegel. Il modo come vede la distinzione, la relazione e la unificazione del sapere, del Volere e dell'Agire è qualche cosa di profondo, di stupendo e di vero, e lo si vede più chiaramente e più determinatamente di quel che possa vedersi nel, pure grandissimo, filosofo tedesco. Ciò viene dal perchè i tre momenti, che in Hegel sono come ancora implicati e inviluppati, in Ceretti ricorrono come più sviluppati e ad un tempo più sistemati. Il pensiero cerettiano dell'auto-logia è (secondo che lo espressi nella mia Notizia degli scritti del pensiere filosofico del Ceretti) che l'assoluto è la coscienza logica che si sistematizza in se stessa, per quindi sistemarsi fuori di sè allo scopo finale di sistemarsi in sè e per sè come assoluta unità di sè stessa. L'Auto-logia costituisce un sillogismo assoluto (cioè una connessa triplicità assoluta), i cui termini sono i predetti di Sapere, Volere, Agire. Nella Coscienza assoluta il Sapere è l'essere del Volere. Nel Volere c'è, infatti, esterîorazione del Saputo. Il volere è l'essenza del Sapere. L’agire è l'esistenza del Volere. Tutti e tre insieme costituiscono l'unitrinità della Coscienza. Anche le tre predette categorie si distinguono e particolarizzano in altre. Il Sapere si svolge ne ' momenti subordinati (i quali son tre sotto-categorie anch'essi) la prima sottocategoria di sapere immediato, la seconda sottocategoria di sapere mediato, e la terza sottocategoria di sapere assoluto. Il Volere si distingue e particolarizza alla sua volta nelle tre forme sottocategoriche. Prima sottocategoria del Volere subbiettivo. Seconda categoria del volere obbiettivo. Terza categoria del volere assoluto. La categoria auto-logica dell’Agire si particolarizza nelle sue corrispondenti tre sottocategorie. Prima sottocategoria di “agire attuoso”, aagire come atto puro e semplice. Una seconda sottocategoria come Agire volonteroso. Terza sottocategoria come Agire concettuale. ). (Queste tre azioni (o funzioni) categoriche dell’Agire le designa come Agere actum, Agere voluntatem e Agere notionem). Questo è in breve il concetto e disegno della prima parte della grande opera enciclopedica del nostro filosofo. La seconda parte, quella del Logo FUORI sè (EXO-LOGO, esso-logo) o del Logo nella sua obbiettivazione, cioè la Filosofia della Natura, ha avuta una estesissima trattazione; e trattazione in cui il nostro filosofo si mostra non poco originale ed indipendente rispetto alla corrispondente parte della Enciclopedia hegeliana. Essa è PER NOI ITALIANI TANTO più importante, in quanto non vi è in Italia, neppure presso i nostri filosofi maggiori moderni, una sola opera che, prima di questa del Ceretti, meriti il nome di filosofia della Natura nel senso ampio, vero e moderno della parola. Io ho scritto su questa parte della grande opera cerettiana tre lunghissime Introduzioni ai tre volumi che vi si riferiscono, le quali, riunite insieme e pubblicate sotto il titolo di “Filosofia della Natura” formano un'opera di ben 487 pagine; e in questa ho ampiamente chiarita e dimostrata la verità di tutto ciò. Quanto al cenno che posso farne qui, specialmente a cagione della vastità di trattazione che ha nel Ceretti, esso non può consistere in altro se non nella pura e semplice indicazione del disegno, della materia e dell'andamento della trattazione stessa. Premessa la determinazione della posizione e del concetto della filosofia della Natura nel Sistema pan-logico, passa alla considerazione di un punto importantissimo, quello cioè della evoluzione storica della concezione filosofica della natura, evoluzione che, secondo lui, passa per tre gradi e corrispondenti forme della coscienza filosofica, la forma estetico-teologica (o sentimentale) la forma empirico -matematica (o intellettiva e riflessiva ) e la forma speculativa propriamente detta (o concetturale). E fa in propo sito una stupenda rassegna storica di queste forme, giungendo all'ultima, ossia alla hegeliana, alla quale egli si riattacca, ulteriormente sviluppandola e riformandola in ciò che ha di difettivo. Procede quindi alla partizione della Filosofia della Natura, dividendola come abbiam detto in Meccanica, Fisica e Biologia, conformemente alla Natura distinta in sè stessa in meccanica, fisica, e biotica (vivente). Carattere costitutivo della Natura meccanica è la QUANTITà, della fisica la qualità, e della vivente l'UNITà (composizione) della quantità e della qualità, la quale unità è poi la MODALITà o la misura della medesima. Quanto all'unità inscindibile delle tre parti distinte e de' corrispondenti tre' caratteri della natura, sono notevoli e riassuntive queste parole del filosofo intrese. Cioè: Il meccanismo é ove è la fisica (la natura fisica), e la fisica é ove è il meccanismo; e se vi sono il meccanismo e la fisica, vi è anche la natura vivente. Ad intendere meglio il rapporto ed il corrispondente concetto filosofico delle predette tre parti e de' tre predetti corrispondenti caratteri, arreca un esempio illustrativo, che è bene di riprodurre anche qui. Il meccanismo suppone necessariamente l'esteriorità reciproca dei suoi termini. Quando questa esteriorità, passata nella sua interiorità, nella sua unità inseparabile, trascenda sé a sè esteriore, non versa più in un piano o campo meccanico, il quale ammetta per sè alcuna intrinsecazione qualitativa della esteriorità meccanica, ma versa propriamente nella natura fisica del meccanismo (in mechanismi physi), la quale è la à passatQUANTITa nella sua QUALITà che deve esplicarsi. Così, ad esempio, in qualunque modo supponiamo il ferro, diviso, figurato, posto in movimento, ecc., esso non cessa di essere ferro. E quando per azioni esterne, come ad esempio, per l'ossidazione, cessi di essere ferro, non consideriamo tali azioni come meccaniche, perchè due modi della materia (l'ossigeno e il ferro) sono divenuti un solo modo (neutrale), il quale non ammette più alcuna co-alteriorità esterna di fattori (essenzialissima al meccanismo, ma è in sè l'unità qualificata de' quanti, la natura fisica del meccanismo. La quale unità è poi LA VITA, ossia, quel principio grazie al quale l'alteriorità meccanica si neutralizza fisicamente, e la neutralità fisica si alteriora (si fa altra ) meccanicamente: il che, in quanto è nella circoscrizione essologica (naturale), è la vita. Ciò posto, concependo la natura meccanica o il meccanismo come il sistema della quantità, passa alla reale considerazione e corrispondente sistemazione filosofica di tutti i principii (detti anche categorie naturali) della medesima come spazio, tempo, moto, ecc. Conformemente a ciò, concependo la natura fisica parimenti come il sistema della qualità, svolge i principii o categorie naturali di essa, come etere (o materia eterea), luce calore, magnetismo, elettricità ecc. E s'intende che ciò che è detto della natura meccanica e della fisica, va detto anche della NATURA VIVENTE, della quale, come unità concreta delle due antecedenti, si vvolgono, determinano e sistematizzano i corrispondenti principii e momenti. Questi principii, coi relativi sistemi vitali, sono nella loro generalità e progressività evolutiva la vita cosmica od URANICA, la vita geologica e la vita fito-zoologica. Per questa intende la predetta reciproca esteriorità de' termini. La vastità di conoscenza delle discipline naturali non che la forza speculativa ch'ei mostra nell'intenderne e collocarne i principii nel suo vasto disegno del sistema panto-logico sono tali da fare del Ceretti una delle menti filosofiche più vaste e più profonde del nostro paese. Col terzo volume della Filosofia della Natura, che è il quinto della grande opera pan-logica, questa rimase interrotta; però se rimase interrotta, la iattura non è stata nè intera nè irreparabile. Giacchè i cenni e relativi concetti riformativi anche della terza parte del sistema pan-logico già delineati primamente ne' Prolegomeni, poscia qua e là considerati negli stessi quattro susseguenti volumi, son tali e tanti da potersi fare un concetto chiaro e de terminato anche di esso. Ma, per giunta ed ulteriore integrazione di questa, lascia due saggi che concernono proprio questa terza parte, cioè le due già mentovate intitolate, l'una, Considerazioni sopra il sistema generale dello spirito ecc. (Torino), l'altra, Sinossi del l'enciclopedia speculativa (Torino). Un brevissimo cenno anche di questa terza parte è il seguente. Quanto al concetto, obbietto e partizione di essa, rappresen tando la prima parte la subbiettività del logo o della coscienza assoluta, e la seconda la obbiettività, questa terza rappresenta l'assoluta unità delle medesime: assoluta unità, che vien cosi ad essere la Coscienza subbiettiva obbiettivata e ad un tempo la Coscienza obbiettiva subbiettivata. Or questa Coscienza risultata tale è ciò che il Ceretti (conformemente ad Hegel) appella comune mente anche spirito, il quale è appunto l'obbietto di questa parte da lui denominata sin-auto-logia. Intanto, siccome lo Spirito, benchè già sorgente nella stessa animalità, pur non giunge alla sua reale manifestazione, esistenza e verità se non nella umanità, così divien questa lo speciale obbietto della sin-auto-logia. La quale perciò è dal nostro filosofo, designata come speculante l'Uomo, primamente nella Subbiettività secondamente nella Obbiettività, e in terzo luogo nella Assolutezza del medesimo: Assolutezza, che è l'unità della Subbiettività e dell'Obbiettività. Di questa triplice considerazione, o meglio speculazione, la prima costituisce ciò che egli chiama l'Antropo-logia, la seconda l'Antropo-pedeutica, la terza, l'Antropo-sofia. I lettori che conoscono la dottrina hegeliana vedranno tosto la simiglianza della dottrina cerettiana colla dottrina hegeliana dello Spirito, distinta in quella di Spirito subbiettivo, spirito obbiettivo e Spirito assoluto. Senonché, se c'è simiglianza nella generale concezione, c'è anche una notevole differenza nella portico. L'uomo è la concreta verità dello Spirito (Homo est spiritus concreta veritas). lare trattazione della medesima. Per dire ancora qualche cosa della concezione e partizione cerettiana della predetta Sin-auto-logia rilevo che l'Antropo-logia considera l'Uomo come Subbietto generale. E come tal Subbietto consiste dell'elemento fisico o corporeo e dell'elemento meta-fisico ossia animico, così essa è primamente Psico-fisio-logia. Indi considera nel generale subbietto umano l'elemento, dirò così specificamente umano, ossia la mente, ed è Noo-logia; in terzo luogo, la mente, o l'attività teoretica, si realizza come attività pratica e allora l’Antropo-logia nel suo terzo momento è Prasseo-logia o dottrina del l'azione spirituale. La Psico-fisio-logia, la Noo-logia e la Prasseo-logia hanno alla lor volta principii, ossia momenti subordinati, e vengono anche questi considerati, accolti e sistemati nella Antropo-logia L'Antropo-pedeutica, all'opposto della Antro-pologia che consi sidera l'Uomo subbiettivo, considera l'Uomo obbiettivo, ossia l'uomo nella obbiettivazione della propria subbiettività: la quale obbiettivazione costituisce, primamente, la dialettica mondiale umana e produce ciocchè si appella la storia; è in secondo luogo il logo sistematico della dialettica obbiettiva, che in senso lato è ciocchè si appella la didattica; e in terzo luogo è la stessa obbiettività sistemata nel Subbietto, che è quella che si designa col nome di DIRITTO. Che anche queste tre parti dell'Antropo-pedeutica (Storia, Didattica, Diritto), si sviluppino, particolarizzino e sistematizzino in ulteriori sfere, attività, principii, ecc., lo s'intende da sè. E cosi viene assolta anche questa parte della Sinautologia. E finalmente vien considerata e trattata l'ultima sfera di questa, cioè l'Antropo-sofia, la quale ha che fare coll'uomo considerato nella sua assolutezza, ovvero nella sua Coscienza assoluta, e com prende la sua attività artistica, religiosa e filosofica. L'Arte è la contemplazione e produzione del bello, del buono e del vero mediante l'ispirazione estetica: la Religione e l'apprensione, rivelazione e culto del divino, e tramezza la manifestazione estetica e la concezione filosofica; la FILO-SOFIA sviluppa la immediata apprensione religiosa nella mediata concezione del pensiero assoluto. La triplice ed assoluta attività dello spirito, artistica, religiosa e filosofica costituisce l'ultimo e supremo sillogismo del Logo assoluto o della Coscienza assoluta, e con esso si chiude il Sistema pan-logico. Tale è in nuce il vasto pensiere filosofico cerettiano e la vasta esecuzione del medesimo. Per ciò che è riferito in queste poche pagine rimando il lettore ai miei molteplici lavori intorno al Ceretti, specialmente alla Notizia degli scritti e del pensiere filosofico non che alla Filosofia della Natura » del medesimo. E soggiungo e annunzio qui volentieri che intorno a quest'uomo, che ha occupato due decenni di studi della mia vita, son presso a finire l'ultima mia opera: opera che consiste in una estesa e particolareggiata esposizione di tutto intero il suo sistema panlogico, compresa la sinautologia. Ho forse speso intorno a lui più tempo di quel che conveniva per i miei propri studî e lavori. Ma non me nepento, non solo perchè è stato di giovamento a questi stessi, ma specialmente perchè ho contribuito a far conoscere un uomo, che fa onore grandissimo alla filosofia in genere e alla filosofia italiana in ispecie. Grazie! Diamo a giustificazione un elenco, che pur non si può dire ancora com-  pleto, delle opere postum e di Pietro Ceretti:   18l3-4fi. Traduzioni varie dal latino, francese, tedesco, inglese. (Virgilio, Orazio,  Lamartine, Kozbue, Schiller, Shakespeare, Byron e Thompson).  Orig. Leonora di Toledo. Poemetto in tre canti, versi sciolti con liriche  intercalate, varie liriche. Ulttime lettere di un Profugo. Romanzo in prosa, t volume.  Pellegrinaggio in Italia. Canti. Poesie Uriche.  Prometeo. Poema.  Storia del diritto Canonico.  Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee filosofiche. Scienze naturali e considerazioni storiche.  Scritti. Salùi. Sogni e Favole (umorismo trascendente), Apocalypsis (misticismo allegòrico) greco con versione latina (imitazione del greco e latino della Chiesa primitiva). Opuscolo.  Grullerie Poetiche (umorismo parodiaco) Massime e Dialoghi. I Conferenti. Commedia nebulosa. Ormuzd. Dramma mistico. Synùp s i dell' Enciclopédia Siwr.idatirn -TSimplizio. Romanzo. Idee radicali delle discipline finite e delle matematiche empirico-induttive. Cavalier Sriovannino. Romanzo.  Manuale di medicina pratica.  L'Inconcludente. Romanzo.  Lo Zio Giuseppe. Commedia. Considerazioni sopra il anatema generale dello spirito entro i limiti  ' della riflessione.  Considerazion i circa il sustema della natura entro i limiti della riflessione. Viaggi utopistici.Il Protagonista. Proposta di una riforma sociale. Considerazioni generali circa la caratteristica spiritualità dell'Italia. Insegnamento filosofico.Gregorio. Romanzo. Novellette morali Itinerario d'un Inqualificabile. Trattato di Astronomia. Introduzione alla coltura generale. I volume.   _ Id. La Divina Commedia. Vita di Giustino Caramella scritta da se stesso. 1 volume.   Id. Vita di due Comici. 1 volume,   ld. Vita di Virginia Bonaventura. Sonnambulo. La mia celebrità. Inventario delle mie vicissitudini mondane. Memorie Posthume. Stramberie philosophiche. La pubblicazione, che si inizia con questo primo volume, è  un monumento che una figlia pia innalza alla memoria di un  amatissimo padre, non per adempiere ad una espressa o tacita  di lui volontà, ma piuttosto in contrasto a questa, e perchè gli  studiosi conoscano, almeno dopo la di lui morte, la profondità  del sapere che egli aveva potuto condensare nella propria mente,  e le diuturne e dotte speculazioni da lui compiute nella sua non  lunga vita.  E affinchè niuna meraviglia possa solére .dalla pubblicazione  stessa, e dalle opere che ne sono l'oggetto, in quanto che e l'una,  e le altre, si differenziano alquanto dal comune, parve opportuno  e conveniente di premettere una breve notizia, che dica al lettore  chi sia stalo, e come abbia vissuto fautore, e con quali intendi-  menti, e con quali criteri si diano alla luce i suoi scritti, che egli  non ha creduto di diffondere.   Pietro Ceretti ebbe i suoi natali nell'agosto dell'anno 1823  in Intra, la città più popolosa tra quelle che si adagiano sulle ame-  nissime rive del Lago Maggiore, e meritamente celebrata per le  sue potenti industrie, dal cav. Pietro e da Caterina Rabbaglietli.   Il padre suo, uomo di chiaro ingegno, lutto compreso della  necessità dell'istruzione e della educazione, prerogativa abbastanza mia in quei tempi, e fervei ile pi opugualure di ugni istitu-  zione, che avesse per iscopo di promuovere quelle due fonti di  civile e materiale benessere (I), provvide tosto a coltivare la  mente del figliuolo; seguendo però l'inveterala consuetudine avita,  dapprima l'affidò alle cure di questo e quell'abate, che non riu-  scirono ad illuminare gran che il di lui intelletto irrequieto, come  egli slesso ha poi umoristicamente narralo in interessantissime  pagine sulla sua prima gioventù ; di poi lo allogò nel seminario  di Arona e nel \\. Collegio di Novara.   Ma il giovanetto, vivace di animo, e la mente precocemente  inlesa ad altri ideali, poco o nulla approdilo di quei primi sludi;  e liberatosi alfine dalle pastoie degli insegnanti e del vivere col-  legiale, tolse a maestro se medesimo, sorretto solo dalla Terrea  tenacità del suo volere, e dall'imperioso ed irresistibile bisogno  di sapere. In breve, il diremo con frase che nel caso nostro non  è punlo rellorica, diede fondo all'universo scibile; apprese a  parlare ben selle delle moderne lingue, e delle morie, al Ialino  insegnatogli dai precettori , aggiunse profonde cognizioni del  greco, dell'ebraico e del sanscrito.   A diciolto anni si recò a Firenze, dove soggiornò qualche  anno, stringendo amicizia coi primari ingegni di quel lempo,  specie con Gino Capponi, con G. H. Niccolini, e con quella chiara  pleiade di letlerati, che frequentarono il Gabinetto del Vieusseux.  Più lardi, desioso di vedere paesi e persone, e fidente nel suo  temperamento robusto e nella florida salute, si diede a lunghi e  singolari viaggi.   Percorse in vero, più volle, e quasi sempre a piedi, l'Italia  peninsulare, la Sicilia, la Germania, la Francia, l'Inghilterra, in  cui fece lunga dimora, e la Spagna. Ed era tanlo in lui il desi-  ci) 1 suoi concittadini venerano ancora in lui il fondatore di un Asilo infan-  tile, die è Ira i pili antichi, eil b modello a Inlla Italia, e lo zelante Sovra  Jtiteiifh'iitf, per più di 'ìi) unni, delle scuole elementari riviene.  derio di penetrare nei più ascosi recessi e della natura, e del-  l'animo umano, che attraversò i più malagevoli passaggi dei  Pirenei, accompagnandosi colle frotte di zingari e malviventi,  clie abbondavano in quei paraggi.   Nulla lasciò in quelle sue peregrinazioni di intentato, o ine-  splorato, che potesse servirgli nello studio dei suoi simili, e delle  abitudini e costumi dei diversi ordini sociali; e dalle più alle  società, dai primari alberghi, scese alle più umili taverne, mesco-  landosi colle infime classi, per indagarne i sentimenti e le tendenze.   Dopo siffatto giro per l'Europa ritornò in patria, ove si com-  pose nella pace famigliare, e si diede tutto a viaggi di altro  genere, vogliamo dire a spedizioni lunghe e laboriose nel campo  immenso del sapere, leggendo, e più meditando, le opere dei  massimi filosofi e pensatori d'Italia, di Germania e di Francia,  ed arricchendo la mente di un incommensurabile tesoro di cogni-  zioni, di osservazioni e di pensieri   È notabile questo periodo della sua vita, in cui il nostro  Autore condensò, per cosi dire, tutta l'umana sapienza nel suo  intelletto; chè dopo d'allora, e in ispecie negli ultimi anni del  viver suo, nei quali fu pur massima la fecondità dello scrivere,  ben poco lesse, ed anzi si può asserire che più non consultasse  nel dettare libro alcuno, ma lutto quanto gli occorresse, evocasse  dalla sua tenacissima memoria, dallo sterminalo accumulamento  di cognizioni, che aveva in mente. Leniti e progressiva paralisi lo aveva quasi immobilizzato ; egli doveva  ricorrere quindi all'alimi aiuto per ugni «no movimento, e i suoi Lunigliari  asseriscono che da anni ed anni non ebbe mai ad ordinare di recargli libro alcuno  da consultale, mentre dettava continuamente per molte ore del giorno. Era d'al-  tronde ima delle massime da lui predicate, che l'ingegno vero approfitta poco  del materiale altrui, bensì moltissimo dell'abitudine del coiu-etttrantento e della  riflessione; e solpva dirr fhp gran parte delle sue cognizioni non le (Tivca acqui-  state eolla lettura, ma colla meditazione e quasi per una catena di messori'  derivazioni. Infatti la maggior quantità dui suoi scritti data dall'epoca che cessò  di leggere.  Manda ai torcili un primo saggio del buu ingegno,  un'opera letteraria, intitolata: II Pellegrinaggio in Italia di Ales-  sandro Goreni, poema in ottava rima, ove con poesia profonda-  mente inlima, sostanzialmente nuova ed originale, diede sfogo ai  molti pensieri ed affetti, di cui aveva ripieno l'animo.   E poco dopo pubblicò, coll'allro pseudonimo di Tkeophilo  Eleutero, un secondo e ben diverso saggio della profondità del  suo sapere, e dell'acume del suo intelletto, mandando alla luce  Ire grossi volumi di un'opera filosofica, che intitolò: Pasaelogices  Specimen (I), e fece stampare in latino; lavoro che per modestia  volle fosse edito in pochi esemplari, ma che in Germania diede  argomento a serie critiche nella Rivista filosofica Zcitschrift  (Halle) ed in altri periodici scientifici (II).   Ma qui pur troppo s'arrestano i lavori edili del nostro Au-  tore; chè all'infuori di qualche scritto di minore importanza,  apparso su giornali locali, nulla ei più permise che si desse alle  slampe di quanto andava e andò scrivendo fino alle sue ultime  ore. Racchiudendosi modestamente, e un poco anche egoistica-  mente, nelle soddisfazioni intime delle sue elucubrazioni, più non  volle che alle sue gioie mentali, alle sue indagini filosofiche, ai  suoi profondi ed originali pensieri partecipassero i lettori; e  studiò e scrisse per sè solo, per esercizio e ginnastica della sua   (I) Pasaelogices specimen, Tiikophilo Eleittro editimi.   Voltimeli pr imitili — Proì egomena.  Volumen secundum — Esologia.   Volume» tertium — Natura Medianica — Intra Torino e Firenze, lilucria di Ermanno Loeschef. — Ve ne  sonu altri due volumi inedili.   (II) Ecco come ne parlò, fra gli altri, il Foglio Centrale Letterario di Lipsia  in un lungo articolo sull'opera slessa, di cui noi riportiamo solo un brano:   * E sorto un anonimo italiano; egli parla nella lingua ecumenica del pas-  sato il suo è un lavoro, che ò il risultato di un'escogitazione indefessa di   tanti anni, forse di tutta la sua vita (con un'estensione di due mila pagine), e  che tratta di tutte le cose del Cielo e della Terra, e per di più della logica dello  Spirito assoluto; è una continuazione della speculazione di Hegel, dalla quale  perù vuole assolutamente distinguere la propria dottrina .    inenLe elevatissima, del poderoso suo intelletto, per appagare la  sua smania del vero.   Meditava e scriveva, al pari di Vincenzo Gioberti, dodici e  più ore al giorno. I suoi concittadini il ritrovavano spesso solitario  per le campagne e i dolci declivi delle amene montagne che  stanno a cavaliere d'Intra, sotto al vitale raggio del sole, o seduto  alle ombre amiclie dei l'aggi e dei castani, colle lasche zeppe di  libri, sempre speculando ed annotando colla matita sopra la carta  i suoi pensieri. Al pari dei peripatetici si dilettava di filosofare  camminando nell'aer puro, nella serena festività della natura,  alla luce gaia del sole, o nella tepida ed affascinante quiete dei  boschi.   Dal ponderoso lavorio mentale del filosofare egli trovava sol-  lievo nelle arti belle e nelle belle lettere; ed allora dettava quelle  innumerevoli poesie, che stanno raccolte sotto il caratteristico  titolo di Grullerie Poetiche, e nelle quali con vena originalissima,  non leziosa o ricercatrice di supposti e romantici ideali, e con  spirito satirico il più fine, spesse volte non facilmente apprezza-  bile, egli fìssa l'impressione del momento, o deride le costumanze  strane delle mode, o celebra i fasti cittadini, che giungono col  rumore dell'eco all'orecchio suo, lontano ornai dal consorzio  umano, e non abituato che alle voci dei suoi inlimi; ed allora  traeva dal prediletto flauto dolci suoni, o sull'arpa antica tradu-  ceva la soave ispirazione dell'animo suo, o sul pianoforte combi-  nava le armonie musicali, consuonanti colle armonie delle idee  sue, della natura, e della verità, che a lui si disvelavano nelle  profonde sue speculazioni.   Cosi visse Pietro Ceretti, tanto grande per intelletto, quanto  semplice di modi e di costumi. L'altezza della sua mente pareg-  giava la nobiltà affettuosa del suo cuore. Austero per indole,  tollerante delle fatiche, intrepido nei pericoli, alieno dagli agi,  benché a lui permessi dai beni della fortuna, schivo del mondano  frastuono (non desiderò die una cosa: vivere sconosciuto), chiuse  in petto un'anima temprala a rettitudine, a purezza quasi primi-  tiva, che lo rese incapace di odio e di avversioni contro chic-  chessia, e di qualunque simulazione o maldicenza. Naturale,  aborrente da leziosaggini, si riprodusse, quasi in specchio fedele,  nel suo stile semplice e rigido, tendente ad essere chiaro più che  seducente. Affabile, unitissimo, nel conversare parve un fanciullo;  lo si sarebbe detto, anche per la modestia del vestire e del vivere,  un uomo taglialo alia grossa, e di rozzi sensi ; ed invece di quanto  allo sentire, di quanta soavità d'animo era egli dotato! Un cullo  affettuoso ei professò per la consorte, troppo presto rapitagli ;  un'inarrivabile tenerezza per l'unica sua figlia, che ne consolò la  precoce inferma vecchiaia.   Colpito invero a cinquantanni da lento, ma inesorabile morbo,  che gli impedi l'uso delle gambe, per quasi due lustri non si  mosse dalle sue stanze, che volle in uno spazioso lenimento, sul-  l'alto della città, affine di poter distendere lo sguardo vivo e  sereno sul più ampio tratto possibile di quella natura, in cui egli  aveva tanto liberamente voluto vivere fino allora. Il suo tempera-  mento, pur tanto desioso di moto e di novità, si compose con  ammiranda rassegnazione alla quiete, a spaziare in pochi metri  quadrali di superficie. Con una forza d'animo, che solo può ve-  nire o da angelico spirito, o dal conforto della filosofia, sopportò  i dolori fisici e morali della lunga infermità; e mai un lamento,  mai un lagno uscì dalla bocca sua, neppur quando venne da  ultimo costretto al letto, e vi rimase fermo per gli ultimi diciotlo  mesi di vita. Che anzi consolava e ravvivava lo spirito afflitto della  figliuola; e l'andava preparando con filosofici pensieri alla sua  dipartila da questo mondo, che con spirito antiveggente e quasi  profetico, calcolò prossima di mesi e di giorni (I).   (1) Era solito di dire: morire non è, ni un bene, uè un mule, mn soltanto na-  turai rosa come il nascere. Siate perciò calmi come sono io.      patimenti fisici non gli tolsero, estrema consolazione della  travagliosa vita, la lucidità e la fecondità del pensiero; e continuò  le sue meditazioni e i suoi sludi lavoriti, dettando incessante-  mente alla diligente sua lettrice. Fin negli estremi momenti, al-  lorché l'ansia affannosa del respiro rese inintelligibili i suoi  accenti, tentò più volte di esporre l'ultimo suo pensiero sull'opera  che aveva in corso.   Tale in breve la vita del nostro Autore, nella quale tu non  trovi da celebrare avventure o fatti straordinari, poiché fu tutta  dedicata, e modestamente dedicala, ad una faticosa, ma tranquilla  e serena lotta mentale, ad umbratili sludi, ad inlime soddisfa-  zioni, originate dalla scoperta di nuovi veri, al cullo delle arti  belle e delle scienze; ma per compenso in essa ti si rivela un  inimitabile esempio di indefesso amore del sapere, di privale  eminentissime virtù, di sublime rassegnazione ai mali fisici.   É in memoria adunque di quell'affettuoso padre, di quell'alta  e modestissima intelligenza, di quello squisito animo, che la figlia  sua, signora Argia Franzosim Ceretti, intraprende la pubbli-  cazione delle numerose opere filosofiche, scientifiche e letterarie,  che egli ha lasciato manoscritte ed inedite.   L'abbiamo già detto, e convien ripeterlo, con questo nè inter-  preta un desiderio del padre, nè fa un pietoso sfregio alla volontà  di lui. Imperocché, come egli non ha pensalo a proibirlo, cosi  non ha imposto nè esplicitamente, né implicitamente, per una  postuma vanità, che le sue opere vedessero la luce. Egli non  bramò mai in vila sua di curarne la stampa; lo sperimento fallo  del Pellegrinaggio in Italia e dello Specimen Pasaelogices gli aveva  provalo quante noie e quanti fastidi arreca il sorvegliare l'edizione  di poderosi manoscritti; e, ciò che a lui maggiormente dispiacque,  gli aveva rubato soverchiamente di quel tempo, che egli ebbe  sempre prezioso. Andò d'altronde convinto che i suoi concetti  si discostassero tanto dal modo volgare di pensare, da sembrare   meri paradossi (1); e più volle invero nelle opere sue ripete essere  a lui consentila la maggior libertà di pensare e di scrivere, ap-  punto perchè non teme di disgustare i suoi non-lettori.   Questo però non è il parere di chi attende alla presente pub-  blicazione; è vero che negli scrini, che vedranno la luce, vi è  una originalità di pensiero, la quale può parer strana ai poco  colti, ed impressionare anche i doni; ma è vero altresì che, anzi  che provocare censure, vi è piuttosto a credere che gli stessi de-  steranno l'ammirazione per la novità, la potenza, l'altezza dei  concetti che vi si affermano dal nostro filosofo ; è piuttosto a  sperare che i lettori andranno lieti di poter rinvenire, in tanta  serie di scrittori o plagiari o volgari, una intelligenza, che esprime  idee tutte proprie, e forti, e vere, meritevoli insomma della più  grande considerazione.   La quale originalità, che è riproduzione fedele del carattere  dell'Autore, fu con suprema e scrupolosa cura conservata intatta.  Più che ad adornargli la veste in modo, che gli accaparrasse a  primo acchito la simpatia, più che a fornirlo di allettatici attrat-  tive, si è mirato a presentarlo al pubblico nella fedele e polente  impronta del suo genio. Sicché, ad onla che sarebbe tornato fa-  cile di rimediare ad alcune mende del suo stile, piuttosto ten-  dente a chiarezza che ad eleganza, e di ammodernare la sua  specialissima ortografia, nulla si volle sostanzialmente immutare,  e gli scritti si pubblicano quali si trovarono dettali, ad eccezione  di qualche correzione di forma, necessaria e solila di farsi anche  dagli autori stessi, allorché i loro manoscritti stanno per essere  consegnali al tipografo.   Un'altra dichiarazione occorre porre avanli ; ed è che la pub-  blicazione viene cominciala colle due opere conlciiute nel presente   (I) Epli stesso, parlando rìrlle sue open 1 , così si esprime: / miei scritti  potrebbero aen&rare a molti ti» ainmaxsn ili rontrailiziotii, o anche l'eccesso della  trivialità.    volume, pel solo motivo che esse sono quelle che, fra le poche  potute finora disaminare, parvero a preferenza scritte in modo  piano, ordinato e quasi melodico, e perciò facile ad essere com-  preso dall'universalità dei lettori ; e quelle altresì, che, trattando  di una materia generale, si prestano a fare in modo riassuntivo  rilevare quale fosse la mente dell'Autore e quali le sue dottrine,  quali le sue idee su gran parte delle cose umane. Nell'una invero  si discorre dello spirito umano, e si descrivono e criticano i vari  sistemi, che si vennero formando dalla sua nozione ; nell'altra si  tratta di tutti i principi cardinali, dei quali è la natura costrutta,  e si analizzano coi criteri forniti dall'intelligenza riflessa.   Ben si sarebbe potuto seguire o un ordine cronologico, man-  dando alle stampe le opere nella stessa successione nella quale  l'Autore le scrisse, oppure un ordine razionale, prefiggendosi un  punto di partenza, come dal generale al particolare, o dalle opere  letterarie alle filosofiche, e cosi via.   Ma da un lato l'ordine cronologico non ha alcuna base in  ragione, dipendendo da pura casualità materiale che un'opera sia  stata scritta prima dell'altra; dall'altro il razionale, che certo  sarebbe stato più logico e preferibile, richiedeva per essere at-  tuato una previa disamina, anche solo sommaria, delle opere  tutte, che si hanno manoscritte; il che avrebbe cagionato un in-  gente lavorio da compiersi, per l'unicità dei criteri, da una sola  persona, e di conseguenza avrebbe ritardato chissà di quanto  tempo l'inizio di questa pubblicazione, che considerazioni morali  di non minor peso delle razionali consigliavano di intraprendere  tosto (I).   (1) Diamo a giustificazione un elenco, che pur non si può dire ancora com-  pleto, delle opere postum e di Pietro Ceretti:   18l3-4fi. Traduzioni varie dal latino, francese, tedesco, inglese. (Virgilio, Orazio,  Lamartine, Kozbue, Schiller, Shakespeare, Byron e Thompson).  Orig. Leonora di Toledo. Poemetto in tre canti, versi sciolti con liriche  intercalate, varie liriche.    Tale in succinto lo scopo cui mira, il modo in cui vien  falla, e la ragione per cui si inlraprende in una guisa piullosto  che nell'altra, l'edizione delle Opere postume di Pietro Ceretti.  Le quali ben si prevede non abbiano a riscuotere popolari ap-  plausi, altrettanto fragorosi quanto facili e poco duraturi ; ma si  spera in compenso che abbiano a fermare l'attenzione dei lettori  colti, studiosi, meditativi.   Noi neppure ci allentiamo di darne un riassunto analitico, o  di sintetizzare il sistema filosofico dello scrittore, o di esporre  quali furono i suoi ideali, e con quali mezzi assorse alle cognizioni  del buono, del bello, del giusto; poiché, oltrecchè, non essendoci  bastato il tempo a leggere i molti manoscritli da lui lasciati, da-  remmo giudizio incompleto ed immaturo, preferiamo che su di  essi si esprima liberamente la pubblica critica.   Per Colei poi, che promuove questa pubblicazione, sarà in  Ultime lettere di un Profugo. Romanzo in prosa,  Pellegrinaggio in Italia. Canti, Poesie Uriche. 1 volume (edito) con alcune liriche. Prometeo. Poema. Storia del diritto Canonico. Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee filosofiche. Scienze naturali e considerazioni storiche. Salùi (inedili).  # Sogni e Favole (umorismo trascendente), Apocalypsis (misticismo allegòrico) greco con versione latina (imita-  zione del greco e latino della Chiesa primitiva). Opuscolo.  Grullerie Poetiche (umorismo parodiaco) Massime e Dialoghi. 4 volumi.   1875. I Conferenti. Commedia nebulosa. Ormuzd. Dramma mistico. Synùp s i dell' Enciclopédia Siwr.idatirn - Sffnpltcìo. homaiizo. Idee radicali delle discipline finite e delle matematiche empirico-indut-  tive. Cavalier (riovannino. Romanzo. Manuale di medicina pratica. L'Inconcludente. Romanzo. Lo Zio Giuseppe. Commedia.  ogni caso di sufficiente conforto l'aver dimostrato con essa come  il padre suo, nella sua apparente inoperosità, abbia invece com-  piuto un lavoro immenso, quasi incredibile potersi compiere da  una mente umana in sessantanni di vita; come, tuttoché da oltre  ventanni se ne stesse segregato dal mondo, tanto che lo si ri-  tenne sdegnoso dell'umano consorzio, egli abbia seguilo e ritenuto  con diligenza, memoria, affetto ed acume sorprendenti tutto il  corso dei moderni avvenimenti, e si sia interessato alle vicende  anche più minute della vita umana, la quale egli, trattosene fuori,  contemplò e giudicò dall'alto e spassionatamente; ed infine con  quanta forza d'animo e vigoria di mente abbia, anche ammala to,  continualo l'aspra, diuturna e faticosa ricerca della verità e della  luce spirituale.   Che se poi le opere sue potranno servire ad accrescere le  cognizioni odierne, e disvelare nuovi orizzonti, a precisare sistemi. Considerazioni sopra il anatema generale dello spirito entro i limiti  ' della riflessione. Considerazion i circa il sustema della natura entro i limiti della rifles-  sione. Viaggi utopistici.  Il Protagonista. Proposta di una riforma sociale.Considerazioni generali circa la caratteristica spiritualità dell'Italia.  Insegnamento filosofico. Gregorio. Romanzo. Novellette morali. Itinerario d'un Inqualificabile. Trattato di Astronomia. Introduzione alla coltura generale. La Divina Commedia. Vita di Giustino Caramella scritta da se stesso.Vita di due Comici. Vita di Virginia Bonaventura. Sonnambulo. La mia celebrità.  Inventario delle mie vicissitudini mondane. Memorie Posthume. IStramberie philosophiche. filosofici e speculativi oggidì ancora incerti ed indefiniti, essa  avrà nei contempo raggiunto un altro intento, quello cioè di far  contribuire all'aumento del patrimonio intellettuale scritti che  erano dal loro Autore destinati a rimanere sepolti. E ciò la con-  forterà maggiormente nell'adempimento dell'intrapreso assunto,  che è per lei il più sacro e il più caro dei doveri. L'arte della parola è per noi assai più spirituale che non le  arti del disegno e della musica. La medesima contiene idee de-  finite come nell'arte del disegno, e medesimamente una succes-  sione temporanea come nella musica-, ma queste idee definite non  sono più astrattamente naturali come nell'arte del disegno (appari-  zione), nèuna successione temporanea di spirituali emozioni, corno  nella musica, ma piuttosto idee concrete (physir.fte e metaphysiche)  colle loro successicni definite di idee pensale non astrattamente  sentite.   Si crede comunemente che l'arte della parola sia la vera re-  sumzione del disegno e della musica; certamente essa può espri-  mere idee proprie, quali non potrebbero essere espresse da vermi  disegno e da veruna musica, ma questa proprietà non costituisce  una vera preminenza nel significato che a lei comunemente si  attribuisce. L'arte poetica riassume in se stessa ed esprime a  proprio modo certe idee, quali non potrebbero essere espresse da  quelle altre due arti, ma non potrebbe in verun modo essere sostituita alle prefate singole arti. La stessa può esprimere una suc-  cessione di pensieri, ma non una successione temporanea di emo-  zioni spirituali col prestigio proprio della musica; così pure può  esprimere definite rappresentazioni come le arti del disegno, ma  non può presentarle immediatamente e sensibilmente, al pari di  quella, la quale ripete il suo prestigio appunto da questa imme-  diala sensibile rappresentazione.   Cosi generalmente parlando l'arie poetica da una parte può  essere considerala come resumliva unità delle idee divorziale  nella musica e nel disegno, dall'altra però può essere considerala  come il germe inesplicito delle suddette arti, che esplicandosi  nelle loro astrazioni generano il disegno e la musica. Infatti se  l'arte poetica da una parte accompagna il massimo svolgimento  della civiltà, dall'altra parte è stata un'arte assai primitiva e forse  cosi primitiva come il disegno ed assai più che la musica; le idee     l'arte della parola contenute in queste possono considerarsi come generate da una  astrazione ideale, che costituisce le suddette arti.   L'arte della parola si divide in tre periodi capitali:   1) L'arte poetica come esiste nella letteratura propriamente   delta;   2) L'arte prosaica, come esiste nelle discipline finite empi-  rico-matematiche;   3) L'arte speculativa, come esiste in tulle le cosi delle  p/iilosophie, non arrivale alla necessità logica del pensiero, cp-  pcrciò a quelle philosophie che devono persuadere o dimostrare  in qualche modo la propria verità.   Questi tre periodi costituiscono la concreta arie della parola,  ossia quella che si svolge come manifestazione della Coscienza  pensante. Noi tratteremo brevemente, ma categoricamente questi  tre periodi della parola, che realmente sono anche i periodi dello  spirilo parlante, prima del quale è l'esistenza meramente psychica  e istintiva delle bestie, e oltre il quale il pensiero va in un altro  systema che non è più quello che possa interessare lo spirilo  slesso.   Intendiamo arte della parola quell'arte che si svolge nel pen-  siero concreto, epperciò si manifesta sotto le forme concrete del  medesimo, non in qualche sua astrazione, come quelle del disegno  e della musica, le quali si manifestano nell'astratta forma del senso  intimo o del senso esteriore. Denominiamo arte della parola quella  che si svolge mediante una lingua letteraria, non quell'idioma po-  polare che nasce e si sviluppa islinlivamenle nel popolo, ed appar-  tiene alla natura piuttosto che allo spirilo pensante.   Quest'arte fu considerala astrattamente come lingua eslhelica,  ovvero poesia; ma essa prosegue il suo svolgimento anche nella  lingua prosaica (come nelle discipline finite), e nella lingua spe-  culativa, ossia in quella che si chiama comunemente phìlosophia.  Questo svolgimento appartiene all'arie della parola, e comprende  lo spirilo assoluto (lo spirilo, non la Coscienza assoluta). ZNello  spirilo giova osservare che le categorie devono essere gerarchica-  mente coordinate, e non si potrebbe concepire un'esistenza spi-  rituale che non possedesse vizi e virtù, buono e male, e cosi via. Perciò abbiamo dello che quella pura speculazione (dai theolo-  ganli meritamente chiamata abuso della speculazione) non appar-  tiene allo spirito come tale, ma piuttosto è l'atto caratteristico,  col quale lo spirito si svolge dal pensiero in altro systema. Questa  speculazione pura è manifesta dalla parola, ma è il suo esilo finale,  epperciò nella parola che va via dallo spirilo. Così pure quel pen-  siero che nasce e si svolge istintivamente nel popolo non appar-  tiene all'arte in discorso, ma piuttosto alla natura creatrice.   L'arte della parola suppone uno spirito positivamente formu-  lalo e muore colla morie dello slesso, epperciò la medesima  appartiene essenzialmente allo spirilo, non generalmente alla  Coscienza. Lo spirilo nasce dal non spirilo e muore nel non spi-  rilo, ossia è un momento storico nello svolgimento della Coscienza ;  epperciò consideriamo come un prodotto della natura (ossia di  un systema non ancora positivamente spirituale) quella lingua e  quel pensiero che nasce e si svolge istintivamente nel popolo. È  una lingua psychica, che progressivamente e lentamente si svolge  in una spirituale; perciò troviamo nelle lingue esordienti la  parola determinala col semplice elemento delle intonazioni, ed  inoltre che le nostre idee metaphysiche ebbero tutte nelle lingue  primitive un significalo di phenomeno sensibile, e anche oggidì  si trovano negli uomini naturali lingue che possono significare  individui, non generi e specie, caratteristico di quelle spirituali.  Nell'infimo popolo le idee metaphysiche sono ancora mollo equi-  voche; cosi per es. suppongono lo spirito non solo in un tempo  ed in un luogo (vale a dire nella natura), ma anche con un pos-  sesso caratteristico del pensiero humano ; questo non può risul-  tare che da uno spirilo in una forma necessariamente humana.   Così quest'arie della parola comprende la totalità dello spi-  rito (Coscienza pensante), ma esclude ogni altro systema della  Coscienza, che non sia quello dello spirilo. È questa la ragione  per la quale coll'arle medesima una verità si deve persuadere o  dimostrare; e quelle verità logicamente necessarie, che riescono  indifferenti a qualunque negazione o affermazione o dubitazione,  vale a dire si confermano con qualunque determinazione del  pensiero, non appartengono allo spirito, ma sono l'alto caratle-     i/arte poetica      rìstico per il quale la Coscienza si svolge dallo spirilo in un altro  syslema. Perciò nell'arie della parola non comprendiamo la spe-  culazione pura nelle sue verità logicamente necessarie.   Lo spirilo è contenuto entro i limili della Coscienza pensante;  olire questi limiti non è spirito veruno, ma semplicemente un  qualche altro syslema della Coscienza slessa. Perciò l'arie della  parola è quella che si svolge   1) Colle categorie del sentimento, verbigrazia colla per-  suasione, colla fede, coli' ispirazione, e cosi via;   2) Colle categorie dell' intelletto, verbigrazia colla dimo-  strazione assiomatica o empirica ;   3) Colle categorie di una facoltà concettiva infantile, ver-  bigrazia con quelle forme equivoche della pìdlosophia comune.   Una speculazione pura, che introduca le verità logicamente  necessarie (le quali differiscono essenzialmente dalle verità sue-  cennate), è il risultalo d'una facoltà concettiva adulta, la quale  conduce la Coscienza fuori dallo spirilo in un systema più horno-  geneo, perocché quello non potrebbe vivere con siffatte verità. L'arte poetica è l'esordio dell'arte della parola, e lo spirilo  poetò assai prima di parlare prosaicamente, perchè la poesia  appartiene al sentimento ed all'imaginazione, e la prosa all'in-  tellettualità riflessa.   Si dice che gli uomini primitivi sono essenzialmente poeti,  ed il loro linguaggio non esprime mai un' idea esalta, ma una  forma piuttosto oscillante nel sentimento e nell'imaginazione. È  vero che gli stessi parlavano un linguaggio non menomamente  formulato dalla riflessione, ma semplicemente dal sentimento c  dall'imaginazione, che sono però ben altro da quell'intimità  melaphysica che noi possediamo, ed è piuttosto il risultalo del-  l'opposizione d'una mente prosaica con una mente poetica. La  loro l'orma poetica era tuttavia profondamente immersa in un elemento immediatamente sensibile, che noi potremmo difficil-  mente imaginare. È questa la somma difficoltà che noi proviamo  nel concepire chiaramente le antichissime forme della poesia,  come per es. quella dei Vedi ed anche della nostra Bibbia.   Originariamente si scrisse ogni cosa in una lingua poetica,  se qualche volta non rigorosamente metrica, almeno tale da suo-  nare all'orecchio con una qualche misura. Troviamo per es. i  salmi della nostra Bibbia scritti in una forma non esattamente  metrica, ma nullameno misurala. E ciò accadde perocché il pen-  siero era allora essenzialmente poetico; Hegel notò mollo assen-  natamente che il primo prosatore nel lernpo fu Aristotele, si scris-  sero bensì prima di lui molli pensieri in una lingua perfettamente  non metrica, ma essi, nonostante quest'apparenza prosaica, etano  tuttavia poetici; per es. gli scritti di Platone sono più poetici che  prosaici. Gli argomenti, che oggidì consideriamo come necessa-  riamente prosaici, erano trattali in poesia. Così presso gì' indiani  troviamo arylhmetiche, astronomie, vocabolari etc. distesi in una  lingua metrica , e si può dire generalmente che i primi popoli  civili non sapevano pensare e parlare se non poeticamente. Al-  cuni popoli, come gli as ia tici, ve rsano tuttavia in ques t'elemento  poetico che loro impossibilitò una sto ria.   La poesia, come esordio dell'arte della parola, si distingue in  tre momenti :   1) È poesia epica, ossia immersa in un elemento ogget-  tivo, in un'unità religiosa o elhnica ;   2) Poesia li/rica, ossia la soggellività che nasce e si svolge  da questa generalità;   3) La drammatica, ossia la poesia che oppone i vari sen-  timenti e le varie convinzioni, giusta le varie soggellività e le  varie oggettività cosliluile.   La poesia didattica veramente non è poesia, ma piuttosto una  riflessione legala nelle forme poetiche e misurale; è piuttosto una  vera dissonanza della riflessione colla sua forma, vale a dire, con  una forma che non è quella propria di lei, essenzialmente prosaica.   Generalmente parlando è poesia la forma del pensiero poetico,  il quale perciò reclama tale forma; e sluona lanlo una forma     l'arte POE l ICA     metrica con un pensiero prosaico, quanto un pensiero poetico con  una prosa libera, vale a dire, colla forma della riflessione; il lin-  guaggi o ed il pe nsiero devono con sonare in una sola forma, non  in d ue diverse e contra rie.   Chiamo poesia epica quell'essenzialità ideale generalmente  immersa in qualche astrazione objettiva di costituzione religiosa  o di nazionalità, non quell'astratto formalismo di un'epopea o di p  una lyrica. Cosi per es. gli inni di Pyndaro e quelli di Tirteo J* "*^*  appartengono all'epica, pero cché i lo ro soggetti non sono con - y^'^ wfs» '  centrati nella loro propria soggettività^ ma piuttosto immersi i n y*  un'obiettiva astrazione religiosa e nazionale. Possiamo dire clic     all'epopea appartengono tutte le co mposizioni in ossequio d'una  qualche costituzione religiosa, o d'una qualche nazionalità.. Cosi  per es. il Malia- bahrata è una splendida epopea, tuttoché non  contenga veruna idealità nazionale, il Shah-Nameh dei persiani lo  è pure, tuttoché differisca essenzialmente dal Maha-bahrata. La  Theogonia di llesiodo è pure un'epopea religiosa, e così la Divina  Commedia dell'Alighieri, ed il Paradiso perduto di Milton. Le  epopee prettamente nazionali sono Vlliade d'IIomero, YHeneide  di Virgilio, i Lusiadi di Camoens, e altre simili composizioni.   Generalmente nell'epopea si realizza una somma grandiosità  poetica , ma l'uomo sj^om nare, per cosi dire, ne l l'unità religiosa  o nazional e, a c e lebrare le _ quali è destinato .   All'epopea appartengono pure certe formule satyriche, come  per es. il Don Quijolte di Cervantes, e la Verdine d'Orleans s critta  da Voltaire, le quali veramente non sono destinale a celebrare il  sentimento religioso e l'heroismo nazionale, ma il loro argomento,  tuttoché salyrico, è pur sempre religioso e nazionale. Si deve  avvertire che l'epopea appartiene sempre ad u n'astrazione objet-  liva di costituzione religiosa o nazionale, ma differisce somma-     mente per i vari gradi della civiltà, nella quale è nata.   Il secondo momento della poesia è la lyrica propriamente  detta. Chiamiamo lyrica quella poesia del soggetto raccolto in se  stesso, o per lo meno, nella sua vita privata.   Gli asiatici generalmente sono troppo immersi nell'objellivilà  costituita religiosa o politica per conoscere una vera lyrica; si   9 — uebetti, Canaidcr. sul list, rftiier. JeUu spirilo.     I:MI     oim:iu5 postumi-: ni hktro ceretti     può diro che essa nacque la prima volla in Grecia ed in Roma  quando il soggetto principiava a sentire l'insufficienza di una  costituzione oggettiva ed i bisogni della sua propria soggettività.  Cosi non quelle forme che si chiamano comunemente lyriche,  come le Odi di Pyndaro, gl'inni religiosi eie, appartengono a una  vera lyrica, ma piuttosto quelle dedicate alla soggettività ; per es.  appartiene alla vera lyrica l'antica poesia di Museo litolata Eri  e Leandr o, le erotiche di Anacreonle, alcune di Horazio, come  anche quelle di Catullo nei suoi rapporti colla Jjilage scherzosa.   Oggidi la poesia lyrica è tuttavia persìstente, ma l'epica è  perfettamente abolita/yA questo genere, come nell' epopea, può  appartenere una poesia piuttosto umoristica, ironica e parodiaca,  perocché la lyrica non è menomamente vincolata alla serietà, ma  semplicemente alla soggettivazione. Il soggetto può poetare delle  varie cose seriamente o ironicamente, purché in essa varia o saly-  rica composizione lasci trapelare una qualche propria convinzione.   La transizione da questo genere alla drammatica è caratte-  rizzala da una poesia alquanto equivoca, nella quale il soggetto  tratta le varie cose ironicamente, parodiacamente eie, ma non  lascia trapelare veruna propria convinzione, così che le delle  poesie non contengono un'idea conclusionale; sono astrattamente  negative e non affermano cosa veruna. Queste poesie si realizzano  in un lempo mollo civile, e sostanzialmente vogliono dire che il  poeta rimane semplicemente spettatore , non attore delle cose  ironicamente ricordate. Comunemente si chiamano queste mani-  feslazioni quelle di un genio spossato e di una certa decadenza  della civiltà; la storia, come abbiamo detto, per proseguire la  sua vita ha bisogno di principii serii; la forma dei principii può  variarsi quanto si vuole, ma è necessario che la si fissi, vale a  dire, che si fìssi un qualche systema nel quale si svolga la storia  stessa. Ecco la ragione per la quale una rilassatezza di principii  è sempre giudicata un syntomo di .slorica decadenza; non si  avverte però che la rilassatezza di principii conosciuti è sem pre  la nascila vigoros a di principii nuovi e sconosciuti.   Il terzo momento della poesia abbiamo detto è la dramma tica.  Qui sono anlagoni o più soggetti di principii contrari, che si con-     l'arte poetica I :l   tendono Ira loro, e appurilo in questa conlesa le antagonc con-  vinzioni si neutralizzano, vale a dire, risulta la loro reciproca  insufficienza. L' un soggetto contende centra l' altro soggetto ^  avversario, e cosi amendue difendono la pr o pria convinzione, * '  Ques ta difesa si effettua mediante le ragioni che tornano favore -  voli a esse convinzioni, m a, siccome esse sono due o giù con-  tr arie, ciascheduna difendendo se stessa combatte la propria  avversaria. Non è certo una parte che preferisce un negativo  un positivo ( la quale preferenza sarebbe assurda) , ma amendue  ^che preferiscono un po sitivo a un negativo, cosi che in ultima     analysi amendue vogliono la stessa idea, ossia che il positivo pre-  ( domini sul neg ativo. C o ntestano semplicemente se questo sia il  (positivo e quello il negativo, o viceversa, epperciò disputan o,  circa una cosa phenomenale, non circa un oggetto o un' idea  concreta. Tulli i soggetti reclamano il positivo ed avversano il  negativo (sono due termini dell'opposizione), ma tale soggetto  vuole a come un positivo, ed avversa b come un negativo ; tal alito  soggetto vuole ed avversa inversamente. Giova osservare che  l chiamandosi a positivo e b negativo, quando siano invertiti si de-  vono chiamare inversamente: a, che phenomenalmentc hora  funziona come positivo ed hora come negativo, è un mero giuoco  di parole; perocché sono appunto quei rapporti essenziali che  sono stali mutali i quali cosliluiscono l'oggetto. Cosi la contesa  della drammatica, esaminala con un logico criticismo perderebbe  ogni drammatico interesse, perocché non è contesa seria, ma  semplicemente logomachia.   Nella drammatica però queste idee si contendono profonda-  mente involute nella for ma de jjsent imenlo e_d eH'imaginazione , e  appunto da questa profonda involuzione risulla ogni drammatico  prestigio. A vero dire in essa non si contendono mai le idee pura-  mente riflesse, ma piullosto quelle che possono grandeggiare nel  conflato del sentimento e dell'imaginazione. Infatti un interesse  drammatico non si potrebbe conseguire colla fredda e prosaica f v< -7— ^ t.'R'i  dimostrazione di un theorema matematico; questo vuol dire, m * m .% mm *40~—X*l L  che l e verità della riflessione non sono le verità^ del sentimento, K> H — cr-  u l'una è impolentissima a surrogare il posto dell'altra. Cosi pure na bella verità poetica, come sarebbe il conflato di un'azione  lieroica, non potrebbe interessare menomamente un Iheorema  malliemiitico e non potrebbe sostituirsi come dimostrazione.   La drammatica non insegna solamente che ogni ordine dello  spirilo ha le proprie verità, e la verità di un ordine non può  JCT*»**^**» essere q ue |] a di un altro, ma insegna altresì che certe convin-4   »>u^»*w^l« tìom sono così profondamente radicate nel soggetto, che non f   si lasciano sradicare da veruna eloquenza. Non consideriamo in *  quest'ordine i soggetti che persistono nelle proprie convinzioni  ^semplicemente perchè non le capiscono, nè possono capire altre  Sconvinzioni contrarie; que sj/opposizione non è spirit uale, e può  \ compararsi a quella della forza bruta la qual e dice; parlate come  volet e, via i o faccio co sì. I varii soggetti nella drammatica pos-  seggono le proprie convinzioni e le oppongono alle contrarie; da  quest'opposizione risulla una reciproca soppressione di verità,  ossia la prova drammatica (nel sentimento e nell'imaginazione)  che tali non sono verità, ma gravi errori. Da questa reciproca  soppressione di verità astratte risulla una verità neutralizzala ed  assai più concreta, che se non persuade i contendenti della scena  persuade l'uditorio.   Ma un'arle_(ìnissim a di far prevalere nella dispula una prò- i  pria idea preconcetta è quella che, nonostante la manifestazione  di tulle le ragioni favorevoli a una certa idea, lascia fortemente  trasparire il lato debole della medesima. L'avversario traila questo  lato debole con molla generosità, ma appunto con quesla gene-  rosità vince una causa che si 6 mostrata troppo impotente. I  personaggi delle scene molto incivilite non si trattano con colle-  riche invettive, ma piuttosto colla massima cortesia; è il diplo-  matico che accarezzando il proprio avversario gentilmente lo  strozza. L'arte soprafma non è quella di combattere viltoriosa-  mente le ragio ni dell'avversario , ma piuttosto di cond urre passo  passo l'avversario al proprio traviamento , cos icché sembri cadere  per_un suo proprio fallo, vale a dire, comballa contro se sless o.  Era questa l'arie finissima d'un antico philosopho, il quale non  contrariava mai le ragioni dell'avversario, ma lo raggirava cosi  che in ultima analysi questi contrariava se slesso. • '     l'arte prosaica     Q uesta drammatica nasce da una profonda riflessio ne, ma  può vestire forme del sentimento e dell'imaginazione, e risulia  assai più polente di quella nata da una mera imaginazione e da  un mero sentimento. Credete voi che Dante, Shakespeare e Goethe  fossero semplicemente poeti inspirali, piuttosto che rob usti pen -  satori ? Se fossero slati semplicemente poeti non avrebbero potuto  imaginare le composizioni così pregne di pensieri profondi, lo  non dico_clie i profondi pensatori, se si dedicano all'arte poetica ,  debbano riuscire necessariamente drammaturgi, ma dico sempli-  cemente che questa forma si presta maggiorm en te ad un larg o  svolgimento dell'idea . Goethe fu certamente un profondo pen-  satore e nullameno trattò non solo la drammatica , ma anche  Pepopea , la lyrica e d il ro manz o. Questo vuol dire, che il pen-  siero, il quale abbia subito un largo svolgimento, a qualunque  forma si dedichi, partorisce capolavori. Varie prosaica è un secondo periodo nell'arie della parola,  il quale differisce essenzialmente dal primo periodo, ossia dal-  l'arte poetica, perocché quella si volge al sentimento ed all'ima--. . ^  ginazione, ma quesla si volge più particolarmente alla ri/h'ssint>i'.   Quest'arte si distingue pure essenzialmente da qualsivoglia  philosophica eloquenza, perocché quella è dimostrativa o persua-  siva secondo l'opportunità e comprende la totalità dello spirilo;  quesla è astrattamente prosaica e dimostrativa, epperció non può  mai riuscire come philosophia, nè acquistare un drammatico inte-  resse. Essa è destinala a creare piuttosto quelle tali verità che si  chiamano scientifiche, non a creare veruna concreta verilà dello  spirito.   L'arte prosaica esordisce come un mero opinalismo c nasce  dire ttamente dalla religiosità; i primi medici per es., i primi  astronomi, ed i primi chimici furono semplicemente sacerdoti, e  possedevano non una nozione di siffatte cose, ma semplicemente un'inlima convinzione od un fallo esteriore Le discipline Lulle,  che bora versano nella riilessione, originariamente versavano in  una mera convinzione religiosa di un fallo intimo o esteriore.  Perciò noi vediamo che esse originariamente erano semplici pro-  fessioni, o più propriamente, semplici operazioni sacerdotali, le  quali riposavano sopra una fede dogmatica, non sopra veruna  empirica od assiomatica dimostrazione. Tulli sanno che la prima  medicina fu nei tempii, e che la malattia originariamente si con-  siderava come uno spirito maligno che invadesse l'ammalalo, vale  a dire, gli ammalali erano considerali come ossessi; tulli sanno che  originariamente si curava con semplici pratiche religiose, il cui  risultalo era dovuto alla fede. La reclamazione dell'intelligenza  riflessa non era nata, epperciò una simile medicina non conte-  neva veruna nozione analomica e physiologica, ma riposava sem-  plicemente sulla pubblica credenza e sulla pubblica ignoranza.  Nella civile babilonia gli ammalali si sponevano pubicamente  affinchè ciascheduno dicesse il proprio parere circa la loro ma-  lattia ed i medicamenti requisiti. Il sacerdote, come religioso,  doveva sempre curare con medicamenti prestabiliti e s'egli for-  viasse dalla cura prestabilita era castigalo colla morie, precisa-  mente come un herelico il quale non riconoscesse cerle verità  della fede. Allora non si conosceva cosa veruna e non era  naia veruna facoltà di dubilare, perocché tale facoltà appartiene  al criticismo della riflessione. Tutto era fede e religiosa con-  vinzione, la quale conseguentemente escludeva ogni possibile  incertezza; si trattavano le cose mediche press' a poco come noi  trattiamo le verità logicamente necessarie le quali non si pos-  sono in verun modo dubitare, ossia non si possono dubitare  cogitabilmenle.   Non dico che quelle verità primitive somigliassero a quelle  essenzialmente indubitabili delle mathematiche pure, perocché  queste reclamano una dimoslrazione e non sono indubitabili che  in questa loro mathematica dimostrazione. La riflessione neona-  ]&nét ìfent* scenle , che conduce progressivamente il secondo momenlo del-  l'arie prosaica, fu una semplice dimostrazione non intellettuale ,  come noi la consideriamo, ma una dimostrazione graphica per la quale ceni phenomeni complessi si riducevano a presentazioni più  semplici, dalla cui unità risultavano i delti phenomeni complessi.  Così fu originalmente la dimostrazione mathematica, e noi sap-  piamo che una geometria graphica precedette per molli secoli  mia geometria analylica, e le stesse potenze uno, due eie, che  hora si considerano nella loro algebrica generalità, originaria-  mente si consideravano come linee, super fìci, e così via. Le  dimostrazioni mathematiche, come un risultalo della semplice  riflessione, non sono anche oggidì concepite dai molli nella loro  vera essenzialità. Cosi per es. gli uomini comuni considerano una  dimostrazione graphica come equivalente ad una puramente in-  tellettuale; giova osservare che la dimostrazione graphica è un  fatto sensibile, e si riferisce ad un dato problema presentabile  sensibilmente, ma la dimostrazione intellettuale si riferisce a un  fallo cogitabile, la quale riesce sempre irrefragabile anche per  quelle cose che non si possono presentare sensibilmente, purché  siano ridutlibili ad una tale equazione.   L'arte prosaica consiste nel trovare questa dimostrazione, e  nel fare che una verità non sia più semplicemente soggettiva. Le  verità apodittiche si distinguono dalle verità del primo momento  appunto perchè queste sono varie nei varii soggetti (varii soggetti  posseggono varie convinzioni), ma quelle sono identiche in tulli i  soggetti. Un soggetto può possedere una fede ed un altro sog-  getto può possederne una contraria, ma nessuno potrà pensare  che un theorema geometrico di Pithagora per es., non sia neces-  sariamente vero, perocché nessun soggetto può dubitare che a = a,  identità alla quale, come alla propria radice, si riducono lulle le  verità mathematiche.   Vi è una terza forma dell'arte prosaica, che è pure una forma  apodilhica, ma differisce essenzialmente dalla dimostrazione ma-  thematica, perocché quella è semplicemente un mezzo a cono-  scere qualche verità naturale o spirituale, questa non è sempli-  cemente un mezzo, ma è immanente al proprio scopo. Qui non  si tratta più di conseguire uno scopo con un mezzo adeguato, ma  si traila di conoscere una verità che ha in se stessa il proprio prin-  cipio, mezzo e scopo. L'osservazione esplora ciò clic sia il soggetlo in se stesso, e suppone che la verità di esso sia in lui recon-  dita e mediante l'osservazione si possa conoscere quello che e.  Le mathematiche pure contengono verità puramente intellettuali,  epperciò verità irrefragabili e necessarie; ma come tali non pos-  sono contenere verun scopo naturale o spirituale; debbono assu-  mere un elemento empirico, epperciò un'essenzialità contingente.  Le verità empiriche differiscono essenzialmente dalle mathema-  tiche, perocché quelle sono irrefragabili e necessarie, ma queste  essenzialmente controvertibili ; perciò nelle cose mathematiche  non si può avere una propria opinione, e si tratta solamente di  sapere se questa sia o non sia una verità mathematica, ossia una  verità mathematicamente dimostrata; nelle cose empiriche tutto  è conlroverlibile, epperciò i varii soggetti possono possedere varie  opinioni e varie convinzioni, ma queste verità controvertibili pos-  sono contenere una natuca concreta o uno spirilo concreto.   L'osservazione insegna esattamente quello che sia ogni ordine  finito, epperciò insegna che ogni ordine empirico versa in una  necessaria contingenza. Presumere di conoscere qualcosa defini-  tamente coll'osservazione è una presunzione puerile, perocché  tanto l'oggetto dell'osservazione, quanto l'osservazione stessa ver-  sano in una necessaria contingenza. Ogni ordine finito appartiene  alle discipline empirico-induttive o alle discipline mathematiche  empirico-induttive; perciò i cultori di queste discipline finite  dicono, non vi è verità assoluta, ma ogni verità è necessaria-  mente relativa. Questo è vero, perocché nelle discipline finite non  si può trattare se non la verità relativa, e quella verità assoluta  che possibilità la relazione non appartiene a delle discipline. Però  nelle medesime tutte le verità relative non sono identiche, ed esse  si coordinano gerarchicamente secondo il grado di relazione.  Cosi per es. nelle cose spirituali si distinguono verità puramente  soggettive dalle nazionali, e le nazionali dalle verità humanilarie,  e le humanilarie dalle mondiali.   Una verità positiva nell'ordine finito si chiama quella che  possiede rapporti più generali, cosi che possa essere poco affiena  dall'opinalilà soggettiva. Così per es. che i gravi cadano colle  leggi di Galileo è una verità empirica, ma essa è cosi generale e     l'arte speculativa   cosi costante sul nostro globo, che non può essere affetta da  veruna opinalilà soggettiva. La medesima è una verità puramente  empirica, perocché se una pietra non cadesse nello spazio libero  sulla terra non si troverebbe una ragione contraria assolutamente  necessitala da opporre al suddetto phenomeno; la pietra deve  cadere nello spazio perocché è sempre caduta; è un documento  costante dell'osservazione; ecco lutto; e questo lutto non si può  trascendere in verun modo dall'intelligenza riflessa senza cadere  in gratuite supposizioni. La riflessione non può opporre per es.  che siccome il centro e la peripheria si suppongono necessaria-  mente, cosi il corpo deve necessariamente procedere dal centro  alla peripheria, e viceversa per conseguire un'esistenza esteriore.  Questa cosa si capisce chiaramente dicendo, che una materia  centrale è necessariamente una materia caduta, ed una peripheria  è necessariamente una materia spostata dal suo centro; cosi una  materia è pure un'oscillazione necessaria fra il centro e la peri-  pheria, perocché la non si può supporre occupare due luoghi  nello spazio. Qui non si traila empiricamente di provare che  generalmente la materia debba essere attratta e respinta dal  centro alla peripheria e viceversa, ma semplicemente di provare  che questa tale materia hora e qui sia attratta o respinta, piut-  tosto che altrimenti.   Perciò l'osservazione non tratta le verità generali, ma sem-  plicemente quelle nel tempo e nello spazio; ed i cultori delle  discipline finite dicono saggiamente, che tutte le verità sono rela-  tive; s'intende che tulle le verità finite sono lali.(/J   XXVII.  L'arte speculativa.   L'arie prosaica è necessariamente un'arte che tratta il finito,  ed è prosaica perchè appartiene alla riflessione. L'arte specula-  tiva non è più tale, perocché si propone di conoscere non le  verità relative e finite, ma le verità generali, madri dì ogni  ordine finito. Quest' arie differisce essenzialmente lanlo dalla poetica quanto dalla prosaica, perocché aspira alla nozione,  e ad una nozione indipendente da ogni empirica autorità; sendo  tale, la non si può chiamare un' arte aslrallamente prosaica nè  astrattamente poetica, perocché contiene il suo argomento con-  creto, di cui la prosa e la poesia sono astratte manifestazioni.  Cosi lo spirilo generalmente parlando non è poetico astrattamente,  perchè anche prosaico, e non è prosaico aslrallamente perchè  anche poetico. Nell'eloquenza philosophica qualche volta si vuole  persuadere (cioè parlare all'imaginazione e al sentimento, come  la poesia); qualche volta però si vuole dimostrare (cioè parlare  alla riflessione, come la didattica finita); in concreto però lo spi-  rilo vuol insinuare la verità, non imporla se sotlo una forma  poetica o prosaica; vuole insinuare una verità concreta di cui la  forma poetica e la prosaica sono forme astraile; lo spirilo vuol  trasfondere lo spirilo, il quale è semplicemente l'attitudine a  costituirsi poetico o prosaico.   Quest'arte speculativa per conseguire il proprio scopo si svolse  caratteristicamente per tre momenti, che sono quelli della philo-  sophia comunemente della. Cosi prima è una s peculazione im-  mersa in un elemento poetico o religioso (come per es. l' ispira-  * zione e la fede). Poscia è una speculazione immersa in una  dimostrazione mathematica o empirica , cioè una verità generale  diesi vuol conseguire col melhodo delle verità finite. Finalmente  è una speculazione scettica che si rillettc in se stessa, e conchiude  che l'inlellellualilà riflessa è incompetente a conoscere l'assoluto.   La philosophia più o meno popolarizzata nei vari paesi civili  dell'Europa, appartiene sempre al primo momento, vale a dire,  è un sentimento od un'imaginazione più o meno philosophalc ;  non si aspira categoricamente alla nozione, ma semplicemente a  persuadere una certa verità generale. Questa persuasione non può  riposarsi se non in una fede nella cosa o nel dichiarante la cosa.  Perciò si fa sempre appello o a un senso comune (come la scuola  scozzese), o a una verità rivelata (come generalmente tutte le Iheo-  sophie, comprese anche quelle che si dicono speculative), o final-  mente a una ragione esplicita colla forza dell'eloquenza, vale a  dire, a una ragione diretta al sentimento. La philosophia coi/arie speculativa mune della gente non può essere se non una philosophia più o  meno poetica, religiosa o irreligiosa; checché ne sia, le sue ra-  gioni non sono mai dirette a costituire la nozione, ma semplice-  mente a commuovere il sentimento , o _provocare l'imaginazione:  perciò quest'eloquenza philosophica non si può chiamare poetica  nè prosaica, ma semplicemente un'arte speculativa che persuade  o commuove secondo le varie circostanze. É la sola possibile  philosophia che si possa popolarizzare, perocché il sentimento e  l' imaginazione nella gente comune possono essere mediocremente  espliciti, ma la riflessione è sempre notevolmente debole.   In questo primo momento si dice, per es., che la philosophia  dev'essere nazionale, ovvero deve servire la Chiesa , ovvero lo  Stato, ovvero la civiltà, e così via; si vuol fare della philosophia  una disciplina finita con uno scopo finito. E veramente questa  manifestazione equivoca della mente humana non potrebbe tra-  scendere a una pura speculazione, e d'altronde non potrebbe co-  stituirsi una technica chiaramente professionale. Perciò quando?  udiamo che una persona ci risponde che il suo studio sono le)  mathematiche, la chimica, eie, sappiamo positivamente quelli*  ch'essa dice, ma se udiamo che la della persona si dedica alla)  philosophia, rimaniamo piuttosto perplessi. Si é talmente gene-(  r atizzato questo nome, che horamai non si sa più cosa si vogli a  dire ,, quando lo si pronuncia . Tra una philosophia dell'ordine  succcnnalo, ed una philosophia come speculazione pura corre  una differenza molto maggiore che non fra la botanica e la giu-  risprudenza.   Un secondo momento dell'arte speculativa è quello che, ab-  bandonando il campo della fede, si dedica alla dimostrazione  mathematica o empirica, vale a dire, a una philosophia che vuol  conseguire la propria verità col methodo d'una disciplina finita.  Cosi, per es., Spinoza trattò la sua etilica con un methodo rigo-  rosamente geometrico (proposizione, dimostrazione, corollario). Nel  secolo passato questa manìa d' imitare i malhemalici fu mollo  generale nei philosophi ; non avvertivano che le mathematiche  sono rigorosamente esatte, perocché versano in un'aslratla iden-  tità, vale a dire, si riducono alla loro assiomatica identità a = a,  locchè non potrebbe realizzarsi circa veruno scibile concreto, pe-  rocché esso scibile concreto deve contenere le categorie radicali  di qualsivoglia realtà, cioè la qualità e la quantità. Le mathema-  tiche sono appunto esalte perchè contengono una sola categoria  (la quantità), e le loro verità non sono mai il rapporto di una  all'altra categoria (il quale rapporto costituisce l'essenza di qual-  sivoglia verità); questa sola categoria è appunto incontroverlihile,  perocché si riferisce semplicemente a se stessa; perciò si è dello  che i theoremi malhemalici sono giusti, ma non sono veri, ap-  punto perchè non contengono la totale essenza di quella che noi  chiamiamo verità, o, per lo meno, le verità mathematiche hanno  un significalo altro da quello delle altre discipline. Cosi trattando  mathemalicamenle le materie philosophichesi sono dovute ridurre  a un'astratta identità affinchè riuscissero incontrovertibili come  le mathematiche. Spinoza, per es., poneva la massima cardinale  che due cose diverse non possono avere un rapporto fra loro,  perocché nella comunanza di esso rapporto elleno sarebbero iden-  tiche; di qui conchiuse una sostanza universale identica a se  slessa, la quale si manifesta nelle sue varie attribuzioni come la  spaziosità, la temporaneità, eie. ; considerava la Coscienza come  una mera attribuzione di essa sostan za. Non avvertiva 1° che  nulla può essere reale se non sia Coscienza e p perc iò la Coscienza  n on è un attributo ma la sostanza stess a di ogni cosa: 9° che  ja mede sim a non è u j^ realtà, ma piuttosto i nfinita attitudine  a realizz arsi^ epperciò non si può chiamare nè universale, nè  particolare, nè identica, nè differente; ri on si può predicarla in  verun modo finito.   Vi ha pure un'altra forma della dimostrazione, che assai dif-  ferisce dalla mathematica. E la prova empirica, della quale ab-  biamo più sopra riferito il caratteristico essenziale. Nulla di più  ovvio che ascoltare cosi sconsideratamenle dai philosophanli che  la philosophia dev'essere utilitaria, e riposare sopra i documenti  positivi dell'osservazione. Questa proposizione presuppone una  perfettissima ignoranza delle verità puramente philosophiche.  Basta osservare che la philosophia, sendo il termine più generale  della scibilità, non può essere subordinala a uno scopo altro da     l'arte speculativa   se stessa; esso scopo suppone necessariamente che vi sia qual-  cosa più concreto della philosophia. Solamente con questa sup-  posizione si possono giudicare positive certe verità, alle quali   deve servire. Il terzo momento dell'eloquenza philosophica è, propriamente rnm«viAo  parlando, un'eloquenza scettic a. Si è scoperto che ogni idea consta  di due termini contrari, ma siccome la riflessione deve necessa- Se eìticìj  riamente affermare o negare, così s i conchiude che nè la ne iiiL-  zione nè l'afferma zione contengono le verit à. È questo lo scelticismo finale, al quale arrivò la speculazione greca. Negli ultimi V  tempi della philosophia greca apparvero tre syslemi, i quali,  benché non fossero prettamente sceltici, riuscirono perù pratica-  mente allo scetticismo. Così, per es., lo stoicismo (il quale non era menomamente scettico, ed affermava che l'universo è il corpo  d'Iddio), conchiudeva che nel mondo non era cosa veruna pre- azjì^W- .v- V  feribile a un' allra, e così la vera beatitudine dell'uomo saggio , ^ (  non consiste nel conseguire certe cose ch'egli crede ottime, e f* 1 "* * f /""~  cansare certe altre eh egli crede grame; m a piuttosto nella piena * "  indifferenza ad ogni cosa monda na. Cosi pure i neoplatonici, i quali non erano menomamente scettici, lant'è che proclamavano  che l'assoluto è uno, epperciò non intelligibile, perocché l'intel-  ligenza suppone l'intelligente e l'oggetto dell'intelligenza, altro F.f te & \  dalla stessa), riuscivano praticamente all'estasi colla quale si ] z *iit' ,\t;c   astraevano da ogni senso esteriore. Gli scettici propriamente delti e poi avendo conosciuto che ogni termine ha il suo contrario, aspi   ravano ad un giusto equilibrio (melriopatfna) dei termini con-   [rari, epperciò conchiudevano doversi speculare continuamente, senza pronunciare giudizio veruno. L’apathia o ataraxia degli stoici, l’estasi dei neoplatonici, la  mctriopathia degli sceltici, enunciano un solo fatto concreto, ossia   rijr.fimp fflp ny.il riffll' i pio Hifr»"™ h iimang n p.nrirqflire l'assoluto.  Gli stoici trovavano quest'incompetenza nell'assoluta unità dell'universo, cosicché affermavano che l’intelligenza non polendo essere se non dualistica, necessariamente non poteva concepire l'assoluto, il quale è un'unità. I neoplatonici trovavano quest'in-  competenza nell'intelligenza, che presuppone un oggetto essenzialmcnle altro dall'intelligente. Gli scettici finalmente trovavano  quest'incompetenza nell'assoluta contrarietà delle idee, dalla quale  arguivano l'assoluta incompatibilità di due idee contrarie. Sommariamente si può conchiudere che il sentimento  l’e imaginazio ne sono^cjjmpe tenti a concepire Tassoluto^ perocché  I ìvA*'tZ~ var j ano ne j var j soggetti; la riflessi one è pure incompetente a  t:|(*M,»*^. concepirlo, perocché deve supporre il suo oggetto essenzialmente   altro da se stessa, e trovando che ogni termine dell' idea ha il suo contrario, conchiude necessariamente che una tale idea debba  essere un affermativo o un negativo, ma dappoiché non è astrattamente nè l'uno né l'altro, ossia non è un astratto positivo  perché anche un negativo, e non è un astratto negativo perchè  anche un positivo, arguisce che l’intelletto è incompetente a  giudicare. Questo avviene perchè non si conosce quella facoltà,  wr^ÈTche noi chiamiamo facoltà concettiva , la quale differisce essenzialmente tanto dal sentimento come dalla riflessione. Il senlimento affermo giustamente la propria incompetenza a costituirsi  - t&wtfc- ccìv^v p- un assoluto, l’intelligenza a ffermò pure la detta incompelcnza, perocché capì che l'assolulo deve contenere anche la riflessione,  epperciò la riflessione non può giudicare quello che non può essere un suo oggetto altro da se stessa. Cosi l'arte della parola, svolgendosi nel sentimento artistico  e nella riflessione scientifica, arrivò a uno scetticismo philosophico, e si giudica generalmente incompetente a costituirsi un assoluto. Lo scetticismo è la necessaria conclusione d'ogni intellettualilà, che abbia trasceso il sentimento, e non sappia trascendere alla pura speculazione. Il nostro filosofo si propone anche la celebre questione del progresso, ossia del cammino della civiltà; e trova che essa  fu  evolutivamente risolta coir una o coll'altra delle seguenti tre risposte: Il genere umano invecchia e invecchiando/dgiara  (sentenza prediletta dagli antichi, da parecchi ottimi poeti moderni e specialmente dai teologi; con essa lo spirito, scorgendo le migliori cose desiderabili, le illumina col prestigio della distanza nello spazio e del tempo.  Il  genere umano scuote le tenebre della sua ignoranza, ricerca la scienza, con cui recar rimedio alle sue infermità, e accrescere i beni, insomma migliora; (con essa lo spirito sforzatosi di prendere il governo del mondo,  raggiunge la sua dignità, dalla quale la mistica antichità lo dichiarò decaduto: ed è prediletta dai novatori in genere). L'uomo né peggiora né migliora, ma svolge in modo la sua spiritualità, che la prospettiva del suo processo rimanga duplice, a migliorare per una parte, a peggiorare per l'altra: lo spirito è una perpetua compensazione attiva del bene e del male, in modo che l'uno generi l'altro per necessità logica e questa é la soluzione preferita dal filosofo: soluzione, come si [Prolegomeni] Lo Spirito oggettivo vede, trascendentale, ma punto strana perchè l'esigenza del trascendentalismo è propria dell'uomo:  esso è necessario alla spiritualità, cosi come la respirazione al corpo umano, sebbene, sommando le opposizioni che si sono mosse alla speculazione, si vede che tutto lo scibile finito iu l'avversario d'ogni trascendentalismo speculative. La  determinazione suprema  della  voce, la  favella, cioè la pronuncia  articolata della dialettica psichica è il vero fondamento dello scibile, perchè concreta sensibilmente lo sdoppiarsi del pensiero: è la formula e insieme lo strumento più eminente della manifestazione spirituale. Sebbene  né  la favella, né la facoltà di acquistarla siano necessariamente richieste per determinare la posizione dell'uomo nella natura il sorgere del linguaggio, è, come il pudore, sintomo della spiritualità che nasce e si afferma. Lo studio della linguistica che sembrerebbe poter procedere sopra un terreno libero da qualsivoglia pas-[Introduzione alla coltura generale, Prolegomeni Massime e Dialoghi, Fase. Spirito oggetiivo]  sione partigiana, invece cammina sotto vane bandiere teologiche, o in balla del liberalismo naturalistico o finalmente asseconda le simpatie e avversioni etniche. Come ogni popolo crede ed ha creduto sempre di essere il primo popolo della terra, cosi crede ed ha creduto sempre di possedere la più perfetta di tutte le lingue -- opinione che naturalmente osta ad un bilancio del contributo che ogni idioma portò all'educazione dello spirito umano. Il problema dell'origine delle lingue, cosi come fu posto per tanto tempo, è assurdo, giacché presuppone prenato alla lingua il pensiero, il quale mediante essa debba riferirne l’origine. L'unica ricerca genetica che, fuori del dominio speculativo, possa condurre a utile risultato, è la determinazione di un periodo riconoscibile nelle  vicende  storiche, dal  quale  si  siano  sviluppate le attuali forme linguistiche. Considerando il rapporto tra l'idea e  le primissime radici designative si capisce che detto rapporto non è idealmente definibile, perchè è meramente naturale: è una ragione psichica immediata come quella per la quale il riso è foneticamente altro dal  lamento e significa diversa condizione dell'anima. Ma l'idea progressivamente si emancipa dalle forme materiali e radicali: giacché agevolmente si capisce come una radice viva, ossia espressiva di un solo concetto determinato, patisca in questa determinazione un impedimento alla sua dialettica e storica evoluzione; anzi, la [Considerazioni ecc., Lo spirito oggettivo radice e l'idea si legano reciprocamente, e così l'una e l'altra sono arrestate nel loro metamorfico svolgimento. Si può dire che il pensiero di un popolo tanto più liberamente si svolge nella storia quanto meno sia spiritualmente legato dalle radici vive della propria lingua, e che reciprocamente l'inerzia dialettica conserva le radici vive come l'attività le corrompe e spegne. Molta importanza ha lo studio delle lingue per la istruzione e l’educazione del pensiero. L’uomo è tante volte uomo quante lingue conosce, giacché tale studio concerne vari modi che rispondono ai vari gradi del pensiero. Infatti l'idioma accennò progressivamente a) a dare le forme sensibili, 3) le intellettive, e) le concettuali. Quanto più il pensiero si avvia all'espressione rigorosamente logica tanto più si libera dalle esigenze tutte formali della lingua. Giovanetto, sperimentai che dalla lingua è occasionato il pensiero; più tardi capii che  la lingua è mezzo necessario alla sua formulazione; finalmente concepii che la vera forma intrinseca del pensiero non può essere manifestata da questo mezzo estrinseco, che è la lingua. Il che significa che essa, giunta che sia di fronte alla speculazione pura, o per dir meglio, al sistema contemplativo si esautora da sé medesima, riconoscendosi insufficiente a esprimerlo concretamente: anzi, la lingua Idee radicali delle discipline matematiche ed empirico-induttive. Introduzione alla coltura generale. Prolegomeni. Massime e Dialoghi. Fase. Lo spirito oggettivo volgare, per l’uso pratico della vita, vuol essere studiata assai differentemente che la letteraria e la filosofica, perocché lo scopo delle varie forme linguistiche non è menomamente identico. Anche la semplice nozione storica di un paese è assai collegata colla conoscenza del suo idioma speciale.  Narrando di un viaggio fatto dall'eroe di uno de’suoi tanti romanzi, il Ceretti dice: Il mio protagonista studia vasi sopratutto di famigliarizzarsi coi singoli idiomi che erano svariatissimi e giudica che la nozione à un certo paese supponesse quella del minuto popolo, epperciò una pratica dell'idioma locale. E vedemmo che così si comportò nei suoi viaggi egli stesso. Quanto alla questione circa la preminenza del toscano sugl’altri dialetti nella nostra lingua letteraria, ecco le osservazioni, che noi riferiamo qui non perchè ci paiano originali, ma per dimostrare, una volta di più, quale sicurezza di sguardo avesse Ceretti in ogni questione, che si affacciasse al suo intelletto. La lingua italiana possiede, come tutte l’altre, il suo proprio genio caratteristico, per il quale non può essere confusa con veruna delle lingue romaniche. I suoi dialetti, moltissimi e svariatissimi, si distinguono fra loro singolarmente per il loro specifico carattere, ma nessuno potrebbe sospettarli dialetti d'una lingua altrimenti che l'italian: questo avviene perchè fra tante differenze essi posseggono un carattere comune. Memorie  postunte,  Fase. Itinerario di un inqualificabile. Fase. Lo spirito oggettivo grammaticale e lessicale; e l’unità dello spirito italiano, nonostante le sue profonde differenze, è improntata in questo generalissimo tipo comune dei dialetti. Oggidì da letterati si disputa seriamente se il solo toscano sia il tipo classico della lingua italiana, ovvero se il genio della nostra lingua, essendo sparso in vari dialetti, si debba ecletticamente approfittare di tutti. Esporrò brevemente la mia opinione. Il toscano è senza dubbio il più ricco, il più venusto e sopratutto, diremo, il più prettamente italiano dei dialetti parlati nella penisola, e perciò esso è senza dubbio il repertorio più copioso e più italiano. Ma non si deve dimenticare che la lingua parlata in Toscana, quanto-sivoglia buona, è pur sempre un dialetto, epperciò non può essere una lingua letteraria sufficiente: nessun popolo scrive come parla; le lingue parlate nascono e crescono nel popolo, e contengono le mere idee del popolo; la letteraria e la scientifica sviluppano il materialelinguistico della parlata giusta le esigenze progressivedelle lettere e delle scienze. Ora questo materiale della lingua parlata sarà tanto più sufficiente quanto più ampiamente sarà desunto da tutti i dialetti italiani: ognuno di essi possiede certe locuzioni così proprie all'idea, quali non sono specificamente possedute da verun altro. Di queste precellenze particolari la lingua delle lettere e della scienza deve liberamente approfittare e non immiserirsi nell'idioma locale d'una provincia. Seguitiamo il buon esempio del grande Alighieri, che, quantunque toscano, esordì a scrivere la sua Commedia non nell'idioma toscano, ma in una lingua veramente italiana. Spirito oggettivo. Molte forme grammaticali e lessiche sono riducibili allo spirito generale della lingua italiana, talune non lo sono: il buon criterio del letterato deve scernere quelle da queste, e, se l'idea esige neologismi, li deve creare conformemente al genio della lingua, e omogeneamenteai materiali idiomaticamente o letterariamente prestabiliti nella lingua italiana. Coll'idioma esclusivamente toscano s'immiserisce non solo la lingua, ma conseguentemente anche  l'idea, la quale  trascende le limitazioni locali e popolari. Dai Sogni e Favole:   Dal Sogno fiiogoologico. Perfezione ed imperfezione degli enti. Dalla Favola antropologica. Dialogo tra Fantasia, Lu   cifero ed il filosofo. Dalla Favola antropopedeutica. Dialogo tra Favola ed Filosofo. La filosofia e la solitudine.   Dalla Favola angelica. La vita del filosofo. Dal Sogno utopistico. Dialogo fra il filosofo ed un ere   mita della futura società riformata.Dal Sogno utopistico. L’educazione in un ordinamento utopistico della società. Dalla Favola utopistica. Una gita in aeroplano nella so   cietà riformata.   Dalla Favola utopistica. Un « casus belli »  Dalla Favola utopistica. Le condizioni economich  della società riformata dell’anno 2000. Dalla Favola utopistica. Un disegno di ordinament  cittadino nella società riformata dell’anno 2000 .  Dal Sogno assurdo. La società nel secolo xix e nell’e   poca successiva della riforma.   Dalla Favola assurda. L’igiene.   Dal Sogno del diluvio riformatore. Un cataclisma. Dalla Favola di F.rato. Poesia, scienza, speculazione    Dalla Favola ili Erato. La danza, la mimica, la mu¬  sica, la poesia. Dalla Favola di Erato. I grandi poeti sono spiriti concettivi. Dalla Favola tecnica. Prolusione agli studi tecnici in   una società futura. Dalla Favola filosofica. Manuale pratico di vita civile . Dalle Massime e Dialoghi:  Reminiscenza.» Espressione della verità. Recondita opera della filosofia nella storia dell’ umanità. Gli attori della nostra storia europea. Gli spiriti forti e la moralità. I filosofi nella società degli uomini comuni. Debolezza delle facoltà mentali. Celebrità e saggezza. I giudizi del mondo. Apprendere da sò stesso o dal maestro .II giornaletto umoristico. La tirannia della debolezza. L’apprezzamento della filosofia del mondo. Stazioni nell’itinerario degli studi. Dialogo di Patologo e Apatologo.» L’uomo piacevole.  Machiavellismo delle sette. Differenze spirituali. Un quinto giudizio del mondo.Erutti di una coatta abnegazione. La celebrità ed il sapere. Dialogo della Luna e della 'ltrra. Lagnanze e contentezze inopportune. » L’intrinseco del mondo.  L’ineccepibile probità. Conosci te stesso. Il vero sentimento e la costumanza. La predica delle tre sorelle . Metodo per essere colto e sapiente. Scopo di un filosofo . Catechismo de! medico praticante. ”Documenti esteriori della soggettività. L’inettitudine dei filosofi e dei poeti . Annunzio librario. Dialogo di un filosofo con un amico. Orientazione dello spirito speculativo. L’infelicità degli uomini grandi . a 2511 consigli delle persone. La setta. La personificazione delle maggioranze. I giudizi del mondo. Verità speculativa e verità della riflessione. Sentenziucce. Le ragioni delle sette. Predilezione del sentimento e della riflessione Le abitudini della vita pratica e teorica . Insegnamento delle massime pratiche mondane. L’hegeliana filosofia del diritto .  Trascendentalismo.  La divina provvidenza1 diritti della gente. Astrazioni viste sotto un solo aspetto. Ragioni della verbosità . La solitudine e la città. Le lodi e i biasimi del nostro tempo. La morte spirituale. L’inavvertenza. Politica. Circa la musica contemporanea. I desideri del filosofo .L’essenzialità del sistema contemplativo .Uno stravagante .  li soldato. Un rimprovero sconsiderato1. 'esigenza dello spirito. Il lavoro del cervello. L’educazione positive. La composizione. I ire periodi della storia umana  Intensità dell’esistenza ed annullamento  Insegnamento della lingua. I fondamenti dello scibile finito. La religiosità dell’Asia. La religiosità in Grecia e in Roma.   II Cristianesimo.   L’igiene. L’ozio delle Trascendentalismo. La verità poetica. La responsabilità. Paradossi. La professione. Il regime.  L’educazione del getter. L’essenza e il formalismo dello scibile umano. Il bello poetico. Il deputato. Crepuscolo  di  Milano. Pellegrinaggio. Unione di Torino. Silorata. Revue franco-italienne di Parigi. Philosophische Monatshefte, Rabus. Pasaelogices Specimen. Zeitschrift fur Philosophie und philosophische  Kritik, Perseveranza. Antonietti. Considerazioni sopra il sistema dello Spirito e della Natura. Lorenzi   alle  Considerazioni. Gazzetta Letteraria Ercole. Filosofia delle Scuole Italiane, Ercole. Pasaelogices Specimen. Annuario biografico universale, Articolo d'indole generale. Lorenzi.  Notizia  degli  scritti  e  del  pensiero  filoso-  ficodi  Pietro  Ceretti  accompagnata  da  un  cenno  autobiografico  pel  medesimo  (la mia  celebrità). Ercole. Torino, Unione Tip. Editrice. Prefazione  de  IP  Autore    In  Atti  deirAccademia  Reale  delle  scienze  di  Torino (Classe di scienze morali, storiche e filosofiche).  Adunanza. Nuova Antologia.Valdarnini.  Zeitschrift filr Philosophie und philosophi-sche  Kritiky  Halle,  Notizia  bibliografica.   XV.  In  Rivista  Italiana  di  Filosofia  dNotizia  bibliografica  del  Prof.  Felice  Tocco.   XVI.  Introduzione  dei  traduttori  ai  Prolegomeni, Nuova  Antologia. Letteratura.Tarozzi. Ercole. Rivista Italiana di Filosofia, Ercole. Machiavelli, T. C. In Lettere ed Arti.Lenzoni. Ateneo Veneto.Ift Revue philosophique de la France et de L’Etranger. Perez. Ercole. Sinossi. Rassegna  Nazionale. Un poeta filosofo.Notizia. Rivista Italiana di Filosofia. Notizia Valdarnini. Risveglio educativo, La pedagogia di Ceretti. Studio del Val-darnini.    Prefazione  dell’autore  In  La  Coltura,  La  fama  postuma  di  un  Filosofo  poeta,  del  Prof.   G.  Zannoni.   In  Voce  del  Lxigo  Maggiore,  Pietro  Ceretti  poeta,  di  Renato  delle  Carte  (Prof.  Vittore  Alemanni).   XXX.  La  Filosofia  della  Natura  di  P.  Ceretti  per  Pasquale  D'Ercole.  Torino,  Unione  tip.  editrice  .  The Mind,  Benn. Zeitschrift fììr Philosophie nnd philosophische Kritik, Leipzig, Notizia sulle opere  postume, Hermann.  Rinnovamento  Scolastico,  Roma, Ceretti nella storia della Pedagogia, di Fantuzzi. Deutsche Litteraturzeitung, Notizia sul volume dell'Essologia, del Giovanni Cesca. Rivista  Italiana  di  Filosofia,  Un  nuovo  Trattato  di  Filosofia  della  Natura  del  Valdarnini. Nella  Storia  della  Pedagogia  Italiana  del  Prof.  Angelo  Valdarnini,  Paravia  e  C.  1893.  Idem  nel  Dizionario  illustrato  di  pedagogia  del  Martinazzoli  e  Credaro.   -  Rumori  mondani  di  GaetanoNegri, Milano Discorso. Ercole. Inaugurazione del monumento a Ceretti,Intra,Vedetta.Alemanni,Saggi di Filosofia Teoretica. Valdarnini.  Firenze  Prefazione  dell’Autore. Introduzione. Ercole. Essologia, Stampa Notizia sul  2"  voi.  deirEssologia. Alemanni.   XLiii. Rassegna Nazionale NotiziaAlemanni.  Rivista  Italiana  di  Filosofia,  stX.i,-La  Coscienza  Fisica,  studio Alemanni.   Nella  Storia  Compendiata della Filosofia di Cantoni (Milano  Hoepli) Rivista  Pedagogica Italiafia,  La  filosofia  naturale  del  Ceretti.  Valdarnini.  Coltura,  Notizia  del  Pro-  fessore I. Petrone.  XLViii. In Rivista Italiana  di Filosofia, Le dottrine  estetiche di Ceretti. Studio. Alemanni  (Literarisches Centralblatt, Essologia. La  Fisica. Nella  Enciclopedia  universale  illustrata,  Milano,  Vallardi  Editore.  Cenno  sul  Ceretti.   Grundriss  der  Gcschichte  der.  Philosophie,  Viertel  Theil  di  Ueberweg-Heinze. Notizia  sul  Ceretti  (Credaro).  In  Rivista  Filosofica. La  filosofia  di  P.  Ceretti.  Alemanni. Ceretti (n. intra), filosofo. implicatio — empiegazzione — ES implicatum — empiegato — EX implicans — empiegante — SYN. L'uomo nella serie zoologica.L'uomo vuol essere consideralo come l'ultimo frutto , ossia il massimo sviluppo psichico dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone necessariamente i prossimi animali dello sviluppo minore, e cosi via discorrendo. L'uomo vuol essere, inoltre, considerato come il frutto più recente dell'albero 200 logico. E qui nasce oggidi rispetto all'uomo una contestazione circa la sua produzione immediata o derivata da ' più prossimi animali inferiori. Questa contestazione non può ammettersi dalla specu lazione, e neppure dalle discipline naturali empirico - induttive; ma la si agita sopra un terreno affatto estraneo a quello della speculazione, e della scibilità empirico - induttiva, fomentata da ogni sorta di passioni , partigiana di religiosità, di moralità, e così via . È assurdo supporre che una specie si tramuti in una nuova specie come tale ; perocchè le specie sono mere distin zioni teoriche del nostro intelletto . La natura, come disse un sommo naturalista, non facit saltum ; e conseguentemente le distinzioni caratteristiche, che costituiscono le specie, non risul tano se non in quanto si prendono in considerazione termini sufficientemente lontani e si trascurano i termini intermedii . Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori dell'albero zoologico , nei quali le differenze ci sono più sensibilmente mani feste, troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro sotto varii rapporti , e che le razze si suddividono in varietà differenti, e che dette varietà si suddividono in varii indi vidui pur differenti fra loro . Inoltre, troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente manifeste quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina sia la specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie perciò non si deve inve stigare nelle specie come tali , ma piuttosto nei minimi termini della specie , ossia nelle variazioni individuali. Quesle variazioni , tuttochè lentissime, modificano col volgere dei secoli le specie , così come le conchiglie microscopiche, variando la propria na tura, variano il terreno che ne risulta. § 109. Gli agenti che effettuano la suddetta progressiva va riazione sono di tre ordini , vale a dire : 1 ) agenti planetarii, 2) agenti psichici, 3 ) agenti spirituali. Questi agenti sono pro gressivamente tanto più efficaci quanto più si concretano nella efficacia spirituale. Gli agenti del primo ordine modificano semplicemente l'orga nismo, e indirettamente, ma assai lentamente, le facoltà istintuali. Sono gli agenti puramente planetarii, p . es . , la natura del suolo e dell'aria , ossia generalmente il clima, le condizioni geografiche e topografiche, e cosi via . Questi agenti si possono chiamare elementari; perocchè operano su tulla l'animalità senza distin zione veruna , e sono presupposti dagli altri agenti succennati. Si può dire in tesi generale , che gli animali inferiori non subiscono modificazione se non lentissima , e molte specie degli animali inferiori si sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire le modificazioni necessitate dalle progressive va riazioni dell'aria e del suolo . Gl’istinti delle specie animali infe riori sono rigidi e difficilmente modificabili , appunto perchè sono istinti poco variati , che non possono neutralizzarsi fra loro in una ricca varietà di modificazione. Gli agenti del secondo ordine sono psichici, epperciò più intimi nell'organismo, ossia più essenziali . Questi agenti psichici modificano l'animale nelle sue intime facoltà , ossia attitudini , assai più facilmente e più profondamente che non gli agenti naturali succennali. Questi secondi agenti sono nella loro essenzialità un maggiore sviluppo dei primi, epperciò si manife stano nelle generazioni susseguenti come profonde modificazioni dell'organismo e dell'istinlualità . Queste modificazioni non sono più mere variazioni giusta una astratta affinità , per le quali, p. es . , una facoltà diventa minore di altra facoltà, vale a dire, si manifestano come pure variazioni quantitative dell'istintualità . Sono modificazioni profonde che diventano la proprietà caratteristica dell'animale e qualche volta sono affatto estranee e contradittorie alle facoltà delle genera zioni preesistenti. Allora si dice , che nuove specie sono venute all'esistenza, e le vecchie si sono spente . Le facoltà psichiche si modificano sulla base di istinti più svariati , i quali si neutralizzano appunto fra loro tanto più facilmente quanto più svariati . Gl'istinti degli animali inferiori sono tanto più fermi e rigidi , quanto meno molteplici e sva riati. Queste modificazioni causate da fattori psichici modificano realmente il sistema anatomico e fisiologico ( perocchè non sa rebbe possibile una modificazione psichica sulla base d'una inva riabilità anatomico - fisiologica ), ma sono modificazioni profonde , le quali , se qualche volta poco modificano l'ordine anatomico fisiologico sensibilmente manifesto, sono però effettuate piuttosto negli elementi anatomici, nel così detto ordine istologico. Le dette modificazioni psichiche non spettano , come quelle generali, ad una specie o ad una razza, ma sono più profonde modificazioni dell'organismo e della corrispettiva istintualità ; esse riflettono piuttosto le mere individualità animali, epperciò sono variabili indefinitamente . Le condizioni causali di queste modificazioni sono date dalle varie ciscostanze , nelle quali ver sarono certi individui animali. Cosi non è solo la varia natura geografica e topografica del suolo e dell'aria in che vivono, ma anche i varii vegetabili e animali con che vivono ; perocchè dette varie condizioni sono sufficienti a modificare l'anima dell'animale . Le delle varie circostanze costringono certi individui a eser citare preferibilmente certe facoltà psichiche, e per conseguenza a svilupparle preferibilmente. Data la ricca molteplicità e varietà delle facoltà istintuali proprie della specie, queste facoltà varia mente si combineranno fra loro e si neutralizzeranno. Gl’istinti cosi neutralizzati, ossia radicalmente variati , si trasmettono alla generazione veniente ; e cosi le condizioni succennate , variando le altitudini dell ' anima individuale, preparano il terreno alle più ricche e più profonde azioni dei fattori veramente spirituali . I fattori spirituali modificano quelle attitudini che appartengono non alla specie, ma all'individuo animale, e sono fattori che non più modificano l'anima senziente , ma lo spirito ideante dell'animale. Tuttochè questi fattori, nel loro concreto sviluppo, appartengano meramente allo spirito umano, pure gli animali superiori ( p . es . , le scimie antropomorfe) posseggono un certo quale esercizio equivoco e parziale dei suddetti fattori. Cosi la scimia impara dalla propria osservazione , epperciò gl’indi vidui più vecchi sono assai più scaltri e periti dei più giovani . È questa la ragione per la quale i suddetli animali non sola mente si aggregano fra loro, ma si organizzano gerarchicamente giusta certi statuti del loro sentimento comune. È importante che un individuo animale possa profittare delle proprie osser vazioni ; perocchè dello profitto provoca una maggiore perizia pratica, la quale dai più vecchi è partecipata ai più giovani e trasmessa alle generazioni vegnenti come una dialettica delle categorie istintuali , che più tardi si svilupperanno in una vera mentalità. Le categorie spirituali funzionano qui come sviluppate cate gorie psichiche, epperciò il linguaggio , nel suo amplo significato , vera sintesi e genesi manifesta delle categorie spirituali , arriva all'esistenza : 1 ) come linguaggio puramente psichico ; 2) come linguaggio equivoco , ossia psichico -spirituale ; 3) come linguaggio assolutamente spirituale. Qui non occorre accennare al terzo stadio , ossia al linguaggio spirituale proprietà esclusiva dell'uomo, ma solamente al primo e secondo stadio del linguaggio che nasce e si sviluppa nell'animalità subumana. Il fattore caratteristico di questa crisi, ossia lo svi luppo dell'anima senziente nella spiritualità pensante, è manifesto piuttosto dal linguaggio muto delle emozioni del corpo e princi palmente di quelle della fisionomia. Quest'emozioni possono for mulare un vero linguaggio, in quantochè manifestano definite emozioni intime con certe categorie, che, non essendo destinate alla mera conservazione dell'individuo e della specie, non si pos sono chiamare semplicemente psichiche, ovverosia istintuali . L'animale, p . es . , lussureggia per una mera sensualità ero tica , la quale non può essere destinata in verun modo alla pro pagazione della specie. Così pure gli animali giovani giocano colla vivacità propria dell'età loro, la qualcosa può giovare, ma indirettamente, all'educazione e destrezza corporale dell'indivi dualità . Così i genitori non solo alimentano la loro prole, ma la educano e disciplinano alle pratiche operazioni requisite dalla propria specie, locchè significa che l'ingenita istintualità non potrebbe bastare, ed abbisogna di ammaestramenti delle osser vazioni date a coloro che hanno già vissuto praticamente nella vita . Il linguaggio che abbiamo chiamato equivoco , ossia psichico - spirituale , è quel tale linguaggio fonetico, che veramente non consta di vocaboli , ma semplicemente di vociferazioni , le quali significano non solo definite emozioni dell'animo, ma certe anfibologiche determinazioni della mente. Così , per es . , i cani , alla presentazione d'un oggetto che altre volte fu loro nocivo , possono fuggire guaiolando.Qui certo v'ha una psichica emozione provocata da un simile oggetto , ma quest'emozione dev'essere legata alla memoria di una sensazione, la quale memoria appunto costituisce una deter minazione equivoca , psichica o mentale . Gli animali superiori posseggono una svariatissima facoltà significativa, mediante una modulazione fonetica, di queste equivoche determinazioni . Quando l'animale arriva definitivamente alla sogget tivazione della propria Coscienza , ossia al suo lo distinto catego . ricamente dal non- lo , entra categoricamente nella Coscienza spirituale. Questo passaggio costituisce la creazione dell'Uomo, e solamente questo passaggio colla propria manifestazione può significare un soggetto umano . Qui l'umanismo si manifesta cate goricamente nel proprio caratteristico ( la definita soggelliva zione) ( 1 ) , e si manifesta colla parola non certo coi documenti anatomico - fisiologici, che non possono bastare se non a certe ample generalità della distinzione animale. 1 Sguardo retrospettivo sullo sviluppo della Coscienza naturale.Prima di entrare a caratterizzare questa crisi impor tantissima, ossia lo sviluppo dell'anima nello spirito , dobbiamo rapidissimamente riassumere la speculazione retrospettiva della Coscienza dall'ordine uranico nel planetario e vegeto animale. Nell'ordine uranico la coscienza procede verso un'individuazione dalla nebulosa alle comete, al sole ed ai pianeti . Quest'individua ( 1 ) Questo punto è espresso molto determinatamente e chiaramente nel l'altra opera di Ceretti Considerazioni sopra il sistema generale dello Spirito, 1885 , ove a pag. 3 è detto : " Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo ( assai più caratteristico di quell'antichissima vaga definizione dell'uomo ragio nevole) è senza dubbio la soggettivazione, e la manifestazione di questa sogget tivazione è fatta con parole, con gesti o altri inezzi spiritualmente formolati , Conformemente a ciò, più innanzi, al $ 133, l'uomo è designato anzi definito come coscienza soggettivata . zione, qualunque la si voglia supporre , non può essere una sog gettivazione ; perocchè l'individuo non si distingue dalla specie , e le varie specie dei corpi celesti si confondono colle varie età di un solo individuo. Cosi pure , speculando in un ordine generalis siino, le varie specie vegetabili ed animali sono varie età della vegetazione e dell'animalità. Ma nelle specie vegetabili l'individuo principia a distinguersi dalla specie . Nell'ordine animale non solo l'individuo si distingue dalla specie, ma anche il soggetto dall'individuo ė progressivamente distinto . Cosi , p . es . , il corpo animale consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate ed organizzate fra loro , le quali , svolgendosi dall'una in altra fase, costituiscono i varii organi ed apparecchi e funzioni vitali dell'a nimale. Ma la coscienza resuntiva di questo individuo vivente è nell'animale concreto non negli animalcoli gregarii che lo costi tuiscono . L'animale resuntivo della propria soggettività costituisce lo svolgimento del senso del pensiero . Lo Spirito o la Coscienza spirituale . Senso e pensiero e la loro distinzione. $ 117. Qui dobbiamo caratterizzare definitivamente la distin zione del senso e del pensiero. Il senso non può supporsi astratto dalla Coscienza ; perocchè in questo caso sarebbe un senso che non sente, ma può supporsi astratto dalla Coscienza del senso ; perocchè la Coscienza e il senso possono funzionare indistinta inente . Finchè la Coscienza non si distingue categoricamente dal proprio oggetto , è una coscienza identica alla sua forma esteriore, la quale è una sensibile esistenza. Quando però la Coscienza si distingue categoricamente dal proprio oggetto, allora dice : Io sono e l'oggetto è. Io sono quello che sono, e l'oggetto quello che è , cioè l’lo e il non - lo siamo due termini distinti . Quest'idea fondamentale che si percepisce un lo è la soggettività ossia la nascita dello spirito ( 1 ) . ( 1 ) Quando Ceretti dice qui nascita dello spirito, intende dire nascita del pensiero, facendo consistere la spiritualità specialmente in questo. A con ferma di ciò, si noti, primamente, che in questo paragrafo ei vuole fare appunto la distinzione di senso e pensiero; secondamente, che nel susseguente paragrafo, parlando dei momenti dello spirito , vi accoglie il principio sensitivo non come pura e semplice sensazione, ma come sentimento. Sulla predetta distinzione, del resto , ritorna nei paragrafi susseguenti ( 122 e ss . ) . Le fasi dello spirito. § 118. Lo spirito consta di tre fasi, il sentimento, l'intel letto ed il concetto . Lo spirito nel sentimento è uno spirito imme diato, che poco si distingue dall'anima senziente , ma quest'anima senziente appartiene allo spirito, perocchè si percepisce soggetto . Il sentimento . $ 119. Qui dobbiamo brevemente storiare lo spirito nella sua prima fase, ossia nel sentimento . Il sentimento consta di tre termini: 1 ) l'attenzione, 2 ) la memoria , 3) l'imaginazione. La funzione più o meno complessa di questi tre termini crea la soggettività , che lentamente si svolge dal sensibile nel cogitabile. L'attenzione deve funzionare nello spirito esordiente , e cosi lo spirito deve sentire che il senso della natura, ossia l'istinto, più non gli basta. Questo sentimento dell'insufficienza del proprio istinto l'avverte, che necessita osservare ed imparare le pratiche della vita ; è la prima funzione della mentalità . Epperciò tutte le lingue ariane conservano più o meno esplicite le traccie della parentela lessica di maneo e mens, quasichè pensare e fermarsi, ossia fermare l'attenzione sopra un oggetto , siano due opera zioni molto affini. Veramente, tuttochè sommamente dissomiglino queste ope razioni, nella loro sensibile inanifestazione esteriore s'identificano in un fatto comune, quello dell'arrestarsi. La Coscienza che fissa l'attenzione sopra un oggetto, cerca nell'oggetto qualcosa oltre il sensibile immediato, quando esso oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente . $ 120. La seconda funzione caratteristica del sentimento è la memoria . Mediante la memoria una sensazione presente si può risu scitare quando non sia più presente. La coscienza attentiva all'oggello studia un oggetto esteriore ed abbisogna della pre senza di esso oggello per osservarlo. Ma la memoria contiene e conserva in sè stessa l'oggetto osservalo, epperciò si costituisce indipendente dalla presenza del medesimo. § 121. La terza funzione caratteristica del sentimento è la imaginazione. L'imaginazione non solo conserva l'oggetto osservato, ma crea l'oggetto che non ha osservato. Questa funzione emancipa la Coscienza, non solo , come la memoria, dalla presenza dell'og gelto , ma anche dalla sensibile esteriore realtà del medesimo, epperciò l'imaginazione può liberamente crearsi una propria oggettività . Questa facoltà crea non solo l'oggetto composto di oggetti osservati, ossia non crea solo la mera composizione, ma crea gli oggetti che non constano di elementi osservati , ma oggetti radi calmente imaginari , tuttochè le semplici categorie dello spirito e della natura debbano necessariamente fornire all'imaginazione se stesse per possibilitare la creazione . § 122. Il passaggio dalla coscienza senziente alla cogitante , ossia dalla bestia all'uomo, è pure una progressiva distinzione della Coscienza in soggettiva ed oggettiva . Qui la detta distinzione è una mera distinzione generale dell'lo dal non - lo . L'lo si sup pone vivente e pensante altro dal non- lo, in sè stesso parimenti vivente e pensante. La natura si rivela come un popolo di viventi e di pensanti , non si suppone ancora l'altro dal vivente -pensante , ossia il non vivente e il non -pensante ; si suppone semplicemente l'altro dal moio lo vivente e pensante. Perciò la natura uranica, la terrestre, stochiologica e ininerale, la vegetabile e l'animale si suppongono distinte dal mio lo, non però distinte dall’lo generalmente par lando, ossia si suppongono possedere un loro lo analogo a quello della Coscienza umana . Esaminale le radici, ossia gli antichissimi suoni elementari del linguaggio e troverete ogni dove significata l'universa natura come vivenle e pensante analogicamente alla Coscienza umana ; non vi troverete mai la natura morta colle sue forze cieche, go vernale da necessità parimenti cieca , vale a dire, la natura della riflessione. § 123. Il sentimento esplicito dalla Coscienza soggettiva può essere comunicato dall'uno all'altro individuo. È questa comuni cazione la prima proprietà per cui l'idea cogitabile è distinta dalla mera sensazione. Nessun linguaggio potrà fornire una sensazione, se questa non sia stala data dal senso come tale . lo potrò, p. es. , parlare in qualsivoglia modo degli oggetti visibili , ma il cieco nato non potrà mai comprendere che sia la visibilità. Se un soy getto abbia un tempo posseduta la facoltà visiva , potrà, parlando degli oggetti veduti , richiamarli alla memoria quasi visibilmente presente, ma non potrà mai fare che tale visione sostituisca la concreta visibile realtà colla semplice imaginazione. § 124. La prima conseguenza della Coscienza senziente che si sviluppa nella cogitante è che, siccome l'idea come tale , ossia nella forma della Coscienza cogitante, può essere trasmessa dal l'uno all'altro soggetto, non può essere trasmesso il senso come tale , ossia nella forma della Coscienza senziente . Cosi il soggello è abilitato a sapere quello che non egli , ma gli altri hanno percepito col senso, oppure quello che egli in altro tempo ha per cepito col senso , oppure indurre un'idea da quello che presen lemente percepisce col senso . CERETTI. Sinossi, ecc. 6.  Cosi , p . es. , la pecora condotta al macello vede macellare la sua simile e non solo non induce che sarà ella stessa macellala, ma anche non percepisce che questa presente operazione signi fichi un'uccisione ; perocchè non possiede l'idea della morte . Cosi il soggetto pensante può sapere quello che il senziente non può sapere, e questo sapere nasce da una facoltà, per la quale da una sensazione si astrae un'idea. Cosi , per es . , il soggello pensante vive nel passato colla memoria, e nell'avvenire coll'ima ginazione; il soggetto senziente vive astrattamente nella sua sen sazione presente. In virtù della sensazione, che non può essere indotta in un'idea, egli non possiede, come il pensante , la distin zione di una natura predominante ed insubordinabile al soggetlo , e di una natura subordinabile e passibile del soggetto . Quest'idea prototipa della forza è un'idea cardinale dello spi rito, è stata il primo germe della religiosità. Osservate il Dio di tutti i popoli, e lo troverete Dio , non perchè sommamente ragio nevole, ma perchè onnipotente. Nelle religioni spiritualmente più adulte rimane tultavia l'idea dell'onnipotenza, piuttosto che quella della ragionevolezza, l'attributo eminentissimo della divinità . $ 125. Mediante questa passibilità il soggetto può sapere la prima volta di essere nato , di essere stato lattante, di essere stalo partorito , e cosi pure può sapere che tutti i soggetti , nessuno eccettuato, non vissero oltre una certa inassima età, ma morirono in quella o prima di quella . Conseguentemente egli sa che il sog getto non solo nasce e nuore, ma può nascere in varie condizioni , e morire in qualsivoglia momento della sua vita . $ 126. La nozione della nascita e della morte del soggetto è un fenomeno della Coscienza realizzato la prima volta che la Coscienza senzienle si svolge nella pensante; perciò sapiente inente nella genesi è detto che l'uomo prima di peccare, ossia di gustare il frutto del bene e del male, non inoriva, ed avendolo gustato dovrà morire .Veramente la Coscienza senziente non può sapere di nascere e di morire; perocchè questo sapere non si sa se non sia una nozione trasmessa dall'uno all'altro soggetto , ovvero un'idea in dotta dal fatto costante della morte. § 127. Ricapitolando, questa crisi della Coscienza, ci mani festa che la Coscienza , dalla sensazione svolgendosi nella men talità , procede in un sistema di distinzioni ideali , che non sono possibili nella mera sensazione. La mentalità , che nasce dalla sensazione , è prolotipicamente imitatrice della sensazione, e porta seco nel suo sviluppo la forma della sensazione stessa , che pro gressivamente si trasforma in quella del pensiero . La mentalità è prototipicamente sentimento, e funziona in tre caratteristiche fun zioni cioè : 1 ) come attenzione ; 2) come memoria; 3 ) come ima ginazione . Da queste tre prototipiche funzioni del sentimento nascono tre forme rudimentali della mentalità. La mentalità non più vive nell'immediata sensazione, ma crea il conflato temporaneo e vive nella retrospettiva del passato e prospettiva dell'avvenire. Questo conflalo temporaneo possibilita un'esistenza ideale oltre l'imme diato sensibile presente, e conseguentemente un'idealità induci bile dall'osservazione. Da quest'osservazione nasce una seconda idea elementare della mentalità, cioè d'una forza naturale che domina la nostra, e d'una forza subordinabile alla nostra . Di qui la mentalità si esercita per subordinare le forze predominanti, e da questa generale osservazione si percepisce come un fatto costante che l'uomo nasce e muore, e finalmente che io come uomo sono nato e devo morire . L'idea della morte come necessità, tuttochè sembri un'idea comunissima, è lungi dall'essere tale . La Coscienza primitiva, come quella di certi selvaggi oggidi viventi , percepisce la morte come un fatto costante ; ma, come la riſlessione , non arguisce punto che questo fatto , tuttochè costante , sia necessario . Suppongono questi selvaggi che la natura umana o sovrumana abbia sempre ucciso l'uomo; ma suppongono pari menti che quest'uccisione non sia una necessità, ma una sforlu nata accidentalità . $ 128. La coscienza che dalla sensazione si svolge nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla umanità. Il soggetto possiede la sua propria determinazione indi viduale ; ma proprie determinazioni non affettano un sistema generale della Coscienza umana, che perciò ſu chiamato senso comune. Mentre questo sistema generale della Coscienza è piena mente uniforme al senso comune, il soggetto è un soggetto comune e spiritualmente normale. Ma quando questo sistema si aliena dal senso comuue in on sistema d'idealità più misteriosa, e trascende con un giudizio prestigioso i giudizi comuni degli uomini, allora si dice, che questo soggetto è inspirato, ossia pro fetico , laumaturgico, e così via . Generalmente parlando, questa Coscienza trascendente subor dina la comune, come provano i varii sacerdoti della primitiva religiosità . Quando il soggetto si aliena dal senso comune senza trascendere in un'idealità prestigiosa, ed esercita una pratica con tradittoria a sè stessa, ovvero incompatibile colle esigenze gene rali della pratica oggettività, allora si dice , che il soggetto è spiritualmente ammalato, ovverosia demente. L'alienazione vuol essere accuratamente distinta, se cioè sia alienazione dal mero senso comune ( in questo senso si può dire, che tutti gli uomini grandi furono alienati), ovvero se sia una alienazione dalle generali esigenze pratiche dell'oggettività natu rale e spirituale ( in questo senso gli alienati sono coloro che comunemente si chiamano pazzi ) . $ 129. La Coscienza trascendentale, ossia la Coscienza domi nata dall'idealismo, Coscienza essenzialmente poetica , è il polo opposto della Coscienza dominata dalla sensazione, Coscienza essenzialmente prosaica . A quella si devono tutte le organizza zioni primitive dell'umanità , a questa si deve preferibilmente la tecnica industrialità e la mercatura primitiva. Vedremo più oltre, che la Coscienza umana progredisce sulla base di quest'opposizione archetipica della sua storia.Il linguaggio e i suoi stadii. $ 130. L'organo più essenziale e più generale della menta lità è la lingua . Il primo stadio della lingua è l'uso delle radici designative ; qui la lingua non designa che presentazioni o modi della presen lazione , e sempre si riduce alle semplici categorie del tempo e dello spazio . I pronomi personali non furono primitivamente Io, Tu, e così via, categorie troppo metafisiche, per servire a questo primo stadio della lingua , ma, qui, là, ecc. , categorie dello spazio. Una lingua che consti di radici semplicemente designative non può soddisfare alle esigenze più generali della mentalità , epperciò da questo primo stadio si sviluppa, per l'implicita esigenza della mentalità, il secondo stadio. Il secondo stadio consta di radici predicative, ma tuttavia legate a una sensibile determinazione; cosi, p . es . , per designare un oggelto , si sceglie l'attributo sensibile più esplicito in quel l'oggetto, p . es . , il verde per designar la pianta. Quest'attributo sensibile , sendo necessariamente variabile o contingente nell'og getto , non può costituire una specie. In questo secondo stadio si trovano molte lingue dei selvaggi , i quali scelgono un attributo sensibile dell'oggetto per designarlo, e conseguentemente non pos sono arrivare a formolare le specie, ma semplicemente oggetti in certe sensibili condizioni . Il terzo stadio usa la categoria propria della mentalità esplicita , la categoria metafisica, per designare l'oggelto ; come, p . es . , definirà la pianta non l'individuo verde, ma l'individuo polare, i cui poli cospirano alla luce ed all'acqua . Questa proprietà gene rica comprende tutte le piante ; perocchè la detta polarità è l'attributo cogitabile generale della pianta. La lingua è posseduta da tutti gli animali come lingua psi chica di movimenti o di formalità ; ma la lingua che caratterizza la soggettività è appunto la lingua psichica che si svolse nella spirituale. Altrove abbiamo trattato esplicitamente quest'argo mento ( 1 ) e crediamo superflua una ripetizione. Qui giova sola mente accennare, che le prime radici della lingua significarono mere affezioni dell'anima e più tardi si svolsero in significati metaforici, per rispondere all'esigenze della progressiva mentalità . Il rapporto fra il suono espresso dall'anima e l'anima espri mente è quello stesso rapporto , ma più complesso, per il quale determinati animali significano con certi definiti suoni cerle de finite affezioni dell'anima loro . $ 131. L'uomo, sviluppando in sè stesso la propria mentalità e l'organo per significarla, si conobbe come specie comune. La prima lingua quasi naturale deve essere stata pressochè identica in tutti i soggetti umani, come tutte le pecore belano , tutti i cani abbaiano ed urlano. Dovette essere una lingua nata con loro e trasmessa alle generazioni senza il minimo bisogno di conven zionalismo e di pratica convivenza per essere capita . ( 1 ) La lingua è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più frequentemente trattati dal Ceretti, il quale la conosceva, ed a fondo, in molte forme antiche ed in un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne ha trattato, infatti , in molte sue opere. Ne ha accennato nel primo volume della sua grande opera, cioè Saggio circa la ragione logica di tutte le cose “ Prolegomeni ,, Torino 1888, pag. 43 e ss. ( confr. anche ibid ., pag. 291 e susseguenti). Ne ha accennato anche nelle seguenti opere già pubblicale in Torino 1885, e cioè nella Proposta di riforma sociale, pag. 26 e seg.; nella Introduzione alla cultura generale ( facente parte del predetto vol . ) , pag. 120 e seguenti. Ne parla poi in parecchie altre opere ancora inedite .Stato primitivo dell'uomo. $ 132. L'uomo che possedetle questa lingua visse nelle foreste in aggregazioni o società piuttosto fortuite, poco dissimili da quelle dei quadrumani , ma si armò per esercire la caccia e la pesca. La sua nudità lo facea più fragile degli altri animali, epperciò ha dovuto sopperire a questa nudità e debolezza colle armi artificiali, e sopratutto colla propria scaltrezza . Questo primo stato dell'uomo vuol essere qui accennato come quello dell'astratta soggettività abbandonata a sè stessa ; perocchè l'uomo , cacciatore o vivente dei prodotti naturali della terra e del mare, può vivere solitario. Le aggregazioni o società di questi uomini sono mera accidentalità non necessità dello stato pro prio ( 1 ) . In questo primo stato la soggettività nascente è caratte risticamente manifestata dalla perversione di certi istinti essenzia lissimi alla conservazione del soggetto e della specie. Così , p. es . , nessuna specie animale s'alimenta del proprio simile, ma certi selvaggi mangiano indifferentemente i loro nemici , amici, con sanguinei, figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè ingrassino e siano buone a essere mangiate quando partoriscono più figliuoli da mangiare. Quest'enorme perversione d’un istinto cosi radicale (l'affe zione alla progenitura ) segna quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella mentalità. È una mentalità che si ma ( 1 ) Sono certo che la quasi totalità de' lettori non sarà d'accordo su questo punto col Cerelti , e riterrà l'associazione umana come una necessità e non già come un'accidentalità . Ma l'autore, per la vita solitaria e un po' misantropica da lui fatta, è stato come involontariamente tirato a generalizzare questo suo particolare carattere.nifesta come un'orribile perversione dell'istinto, ma è una men talità volente , non un mero modo d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la massima perversione, può no bilitare l'uomo antropofago sopra la bestia istintualmente tutrice della prole . Cosi pure, relativamente al soggetto individuo , l'uomo sel vaggio in procinto di essere cattivalo dai suoi nemici , può suici darsi , la bestia non mai . L'istinto della propria conservazione individuale è un istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure quello della conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel regno della natura . Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della vita si trovano fra gli ani mali pensanti. § 133. Tuttochè qui dobbiamo parlare del soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della lingua, come quella che può essere comunicala da soggetto a soggetto , indipendentemente dall'organizzazione sociale fra sog getti o dalla nessuna organizzazione. La lingua appartiene cosi al soggetto solitario come al sog gelto socievole, e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente delle occasioni dell'amore. L'uomo solitario pra tica qualche volta questo rapporto colla femmina come un mero rapporto erotico, occasionale. Abbandona la femmina alle conse guenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che sono allattati , nudriti ed educati dalla madre . Ma la lingua, che persuase la copula dell'amore, è la mede sima lingua, colla quale la madre educa i suoi figliuoli . Cosi la lingua può dirsi radicalmente una creazione della specie ed assu merà dignità ed avrà il suo svolgimento nella storia universa della spiritualità. Si può dire in tesi generale, che la lingua genera la storia nella sua più semplice elementarità; e dallo svolgimento SINOSSI DELL'ENCICLOPEDIA SPECULATIVA 89 della lingua si conosce lo svolgimento dell'umana mentalità , e , conseguentemente , delle gesta che ne sono conseguite . Proseguiamo a speculare circa i fenomeni più radicali della soggettivitàesologica" Il sillogismo che passa dall'astrazione esologica nella essologica è il sistema dell'Essere-Essenza-Coscienza (155), che passa nel sistema del Meccanismo-Chimismo-Vita. L'Essere esologico è Quantità Qualità Modalità, dall'unità corriflessa delle quali categorie avviene (sorge) l’Essenza. L'Essere essologico determina la Qualità nell'Alteriorità, la Quantità nella Esteriorità, la Modalità nell'Apparizione. Quindi l'Alteriorità diventa Temporalità , l'Esteriorità diventa Spazialità , l’Apparizione diventa Luce... Esologica Alessandro Goreni’. Pietro Ceretti. Keywords: communication, convention, homo sapiens, pirothood, inter-subjective, animality, animalness, soul, psichico, psychic, psychical versus psychological, progression, pirotological progression, cenobium, neologismo, panlogica, pantologico, logo, esologo, essologo, sinautologo, prologo, dialogo, autologo, tre categorie: tesi QUANTITA (meccanica), anti-tesi, QUALITA (fisica), sin-tesi MODALITA (vita) – arte/religione/filosofia; storia/didattica/diritto, antropologia, antropopedeutica, antroposofia, prasseologia, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ceretti” – The Swimming-Pool Library.

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