Grice e Ceretti: l'implicatura conversazionale del PASŒLOGICES
SPECIMEN -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Intra). Filosofo
italiano. Grice: “I love Ceretti; and I wish Strawson would, too! Ceretti
distinguishes three stages in the development of a communication system. The
first is very primitive, obviously, and avoids the reference to ‘io’ and ‘tu’
as metaphysical – ‘hic’ and ‘nunc’ will do. The second stage he says may be all
that some societies need – ‘green’ for this plant – The third stage involves
the general concept of ‘plant’ and this is where a soul-endowed entity (animal)
can refer to a plant or to an animal like himself or his companion – at this
last stage, Ceretti speaks of ‘soul’ (anima), and the affectations of the mind
being what is communicated – if that’s not Griceian, I do not know what is!” --
I suoi genitori, Pietro e da Caterina Rabbaglietti, di condizioni agiate, lo
affidarono all'insegnamento privato di ecclesiastici e successivamente ai
docenti del seminario di Arona dove si distinse per il suo carattere
refrattario ai vecchi metodi didattici e ribelle alle rigide regole di
disciplina. Quasi al termine degli studi si appassiona all'approfondimento
della lingua latina e alla composizione di poesie che lo fecero conoscere come
poeta a braccio. Frequenta come alunno esterno un collegio di gesuiti a Novara
dove risulta primo in retorica tanto che il suo maestro lo spinse a comporre la
tragedia “Il duca di Guisa” sulla base della Storia delle guerre civili di Francia
di Davila. Soggiorna successivamente a Firenze dove ebbe modo di frequentare i
membri del gabinetto Vieusseux.
Dedicatosi agli studi scientifici e storico-filologici e soprattutto a
quelli filosofici, scrisse il poemetto incompiuto Eleonora da Toledo dove dà
prova di penetrazione psicologica dei personaggi e di abile descrizione
ambientale. Nello stesso periodo compose poesia a contenuto filosofico, il
romanzo “Ultime lettere di un profugo” sul modello foscoliano, e infine le
riflessioni “Pellegrinaggio in Italia”, nate a seguito di numerosi viaggi
avventurosi per l'Europa in compagnia di zingari e vagabondi, che gli permisero
di apprendere diverse lingue. Opere queste che mostrano la singolarità del suo
mondo spirituale profondamente diverso e in contrasto con quello degli
altri. Soggiorna nella villetta "La
Chaumière", presso Chambéry, dove lavora alla “Pellegrinaggio in Italia” dato
alla stampe a Intra con lo pseudonimo di Alessandro Goreni. Trasferitosi alle
Cascine a Firenze, pubblica “La idea circa la genesi e la natura della Forza”.
Adere all'hegelismo, di cui tenta una revisione in senso soggettivistico in una
grande opera in latino, “Pasaelogices Specimen”, che non riscosse alcun
successo di pubblico. Decide quindi non pubblicare più nulla. Tuttavia continua
a comporre una grande varietà di saggi filosofici. Si dedica esclusivamente
alle meditazioni filosofiche espresse in numerose opere tra le quali i “Sogni e
favole” (Torino), le Grullerie poetiche (Torino) e le Massime e dialoghi
(Torino). La sua opera è stata pressoché
sconosciuta. Solo Gentile gli ha assegnato un ruolo di rilievo in “Le origini
della filosofia contemporanea in Italia” (‘Ceretti e la corruzione dell'hegelismo’).
A lui oggi viene riconosciuta una certa influenza sul pensiero filosofico della
scuola torinese. e sulla formazione della filosofia di Martinetti. A lui è
dedicata la Biblioteca di Verbania. Dizionario Biografico degli Italianim Piero
Martinetti Pietro Ceretti. “La natura logica di tutte le cose” e pubblicata
presso la POMBA di Torino. Gentile. Cfr. G. Colombo, La filosofia come soteriologia,
Milano, Vigorelli. Dizionario biografico
degli italiani, Opera Omnia D'Ercole, 15
voll., Torino, Vittore Alemanni, Ceretti. L'uomo, il poeta, il filosofo,
Hoepli, Pasquale D'Ercole, La filosofia della natura di Pietro Ceretti, POMBA, Giuseppe
Colombo, La filosofia come soteriologia, Vita e Pensiero, Fiorenzo Ferrari, Il
filosofo di Intra. L'idealismo di Ceretti, in Verbanus, Vigorelli, Martinetti.
La metafisica civile di un filosofo dimenticato, Milano, Bruno Mondadori. L'uomo vuol essere considerato come l’ultimo frutto, ossia
il massimo sviluppo psichico dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone
necessariamente i prossimi animali dello sviluppo minore, e cosi via
discorrendo. L'uomo vuol essere, inoltre, considerato come il frutto più
recente dell'albero zoologico. E qui nasce oggidi rispetto all’uomo una
contestazione circa la sua produzione immediata o derivata da’ più prossimi
animali inferiori. Questa contestazione non può ammettersi dalla speculazione,
e neppure dalle discipline naturali empirico-induttive; ma la si agita sopra un
terreno affatto estraneo a quello della speculazione, e della scibilità
empirico-induttiva, fomentata da ogni sorta di passioni, partigiana di
religiosità, di moralità, e così via. È assurdo supporre che una specie si
tramuti in una nuova specie come tale; perocchè le specie sono mere distinzioni
teoriche del nostro intelletto. La natura, come disse un sommo naturalista, non
facit saltum; e conseguentemente la distinzione caratteristica che costituisce
le specie “Homo sapiens” non risulta se non in quanto si prendono in
considerazione termini sufficientemente lontani e si trascurano i termini
intermedii. Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori dell'albero
zoologico, nei quali le differenze ci sono più sensibilmente manifeste,
troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro sotto varii
rapporti, e che le razze si suddividono in varietà differenti, e che dette
varietà si suddividono in varii individui pur differenti fra loro. Inoltre,
troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente manifeste
quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina sia la
specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie perciò
non si deve investigare nelle specie come tali, ma piuttosto nei minimi termini
della specie, ossia nella variazione individuale del specimen. Questa
variazione, tuttochè lentissima, modifica col volgere dei secoli le specie,
così come la conchiglia microscopica, variando la propria natura, varia il
terreno che ne risulta. Gli agenti che effettuano la suddetta progressiva variazione
sono di tre ordini, vale a dire: planetarii, psichici, e spirituali. Questi
agenti sono progressivamente tanto più efficaci quanto più si concretano nella
efficacia spirituale. L’agenti del primo ordine planetario modifica
semplicemente il corpo e l’organismo, e indirettamente, ma assai lentamente, la
facoltà istintuale. E un agente puramente planetarii, p. es., la natura del
suolo e dell'aria, ossia generalmente il clima, la condizione geografica e
topografica, e cosi via. L’agente planetario si possono chiamare elementare,
perocchè opera su tutta l'animalità senza distinzione veruna, e sono
presupposti dagli altri agenti succennati. Si può dire in tesi generale che gli
animali inferiori non subiscono modificazione se non lentissima, e molte specie
degli animali inferiori si sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire
le modificazioni necessitate dalle progressive variazioni dell'aria e del suolo.
L’istinto delle specie animali inferiori e rigido e difficilmente modificabile,
appunto perchè e un istinti poco variato, che non puo neutralizzarsi fra se in
una ricca varietà di modificazione. L’agente del secondo ordine e psichico (e
no ‘psicologico’ ma veramente psichico), epperciò più intimo nell’organismo,
ossia più essenziale. Un agente psichico modifica l'animale nella sua intima facoltà,
ossia una attitudine, assai più facilmente e più profondamente che non gli agenti
naturali succennali. Questo secondo agente e nella sua essenzialità un maggiore
sviluppo del primo agente naturale plantario, epperciò si manifesta nella
generazione susseguente come una profonda modificazione dell’organismo e
dell’sstintualità. Questa modificazione non e più mera variazione giusta una
astratta affinità, per le quale, p. es., una facoltà diventa minore di altra
facoltà, vale a dire, si manifesta come una pura variazione quantitativa
dell’istintualità. E una modificazione profonda che diventa la proprietà
caratteristica dell'animale (un tigre che tigrizza) e qualche volta e affatto
estranea e contra-dittoria o opposta, o contraria, alla facoltà della
generazione pre-esistente. Allora si dice che una nuove specie (Homo sapiens) e
venuta all'esistenza, e la vecchia si e spenta. La facoltà psichica si modifica
sulla base di un istinto più svariato, il quale si neutralizza appunto fra loro
tanto più facilmente quanto più svariati. L’istinto dell’animali inferiore e
tanto più fermo e rigido quanto meno
molteplice e svariato. Questa modificazione causata da un fattore psichico
modifica il sistema anatomico e fisiologico, perocchè non e possibile una
modificazione psichica sulla base d'una invariabilità anatomico-fisiologica. E
una modificazione profonde, la quale, se qualche volta poco modifica l'ordine
anatomico-fisiologico sensibilmente manifesto, e però effettuata piuttosto
nell’elementi anatomico, nel così detto ordine istologico. La modificazione
psichica non spetta, come quelle generali, ad una specie o ad una razza, ma
sono più profonde modificazioni dell’organismo e della corrispettiva
istintualità. Essa rifletta piuttosto la mera individualità animale, epperciò e
variabile indefinitamente. La condizione causale di questa modificazione e data
dalla ciscostanza nella quale versa un certo individuo animale. Cosi non è solo
la varia natura geografica e topografica del suolo e dell'aria in che vive, ma anche
i varii vegetabili e animali con che vive; perocchè dette varia condizione e
sufficiente a modificare l'anima (la psiche) dell'animale. Le delle varia
circostanza costringe un certo individuo a esercitare preferibilmente una certa
facoltà psichica, e per conseguenza a svilupparle preferibilmente. Data la ricca
molteplicità e varietà della facoltà istintuale proprie della specie di “Homo
sapiens”, questa facoltà variamente si combina e si neutralizza. L’istinto cosi
neutralizzato, ossia radicalmente variato, si trasmette alla generazione
veniente; e cosi le condizioni succennate, variando l’atttudini dell’anima
individuale, preparano il terreno alla più ricca e più profonda azione del fattore
veramente spirituale. Il fattore spirituale modifica quell’attitudine che
appartene non alla specie, ma all'individuo animale, ed e un fattore che non
più modifica l'anima senziente, ma lo spirito (animus, psiche, sofflo) ideante
dell’animale. Tuttochè questo fattore, nel su concreto sviluppo, appartene allo
spirito umano, pure gli animali superiori (p. es., una scimia antropomorfa)
possegge un certo quale esercizio equivoco e parziale del suddetto fattore.
Cosi la scimia impara dalla propria osservazione, epperciò gl’individui più
vecchi sono assai più scaltri e periti dei più giovani. È questa la ragione per
la quale l’animale non solamente si aggrega ma si organizza gerarchicamente
giusta un certi statuto di un sentimento comune. È importante che un individuo
animale possa profittare della proprie osservazione; perocchè dello profitto
provoca una maggiore perizia pratica, la quale dal più vecchio è partecipata al
più giovane e trasmessa alla generazione vegnente come una dialettica della
categoria istintuale che più tardi si sviluppe in una vera mentalità. La
categoria spirituale (spiritus, animus) funziona qui come sviluppata categoria
psichica (psiche), epperciò la lingua, il linguaggio e la communicazione, nel
suo amplo uso, vera sintesi e genesi manifesta della categoria spirituale,
arriva all’esistenza come linguaggio no planetario o naturale, ma puramente
psichico; o come linguaggio equivoco o misto, ossia psichico-spirituale; o come
linguaggio assolutamente o puramente spirituale o oggettivato (communicazione
proposizionale – la logica di tutte e cose). Qui non occorre accennare al terzo
ed ultimo stadio, ossia al linguaggio puramente o assolutamente spirituale,
proprietà *esclusiva* (alla Grice) dell'uomo o Homo sapiens sapiens, ma
solamente al primo stadio (psichico) e al secondo stadio (misto) del linguaggio
che nasce e si sviluppa nell’animalità sub-umana, pre-razionale. Il fattore
caratteristico di questa crisi, ossia lo sviluppo dell’anima senziente inter-soggetiva
nella spiritualità pensante proposizionale, è manifesto piuttosto dal
linguaggio ‘muto’ o il gesto di una emozione del corpo e principalmente di
quell’emozione della fisio-nomia. Quest’emozione formula un sistema
comunicativo, in quantochè manifesta una definita emozione intima con una certa
categoria, che, non essendo destinate alla mera soprevivenza o conservazione
dello specimen o della specie, non si puo chiamare semplicemente psichica,
ovverosia istintuale. L’animale sub-umano, p. es., lussureggia per una mera
sensualità erotica – omo-erotica, come Socrate ed Alcibiade --, la quale non
può essere destinata in verun modo alla propagazione della specie dei Grecci!
Così pure due specimen giovani di animale giocano (la lotta greco-romana) colla
vivacità propria dell’età loro, la qualcosa può giovare, ma indirettamente,
all’educazione e destrezza corporale dell’individualità. Così il padre non solo
alimenta il suo figlio, ma l’educa e disciplina ad una pratica operazione
requisita dalla propria specie, locchè dimostra che l’ingenita istintualità non
puo bastare, ed abbisogna dell’ammaestramento dell’osservazione data a lui che
ha già vissuto praticamente nella vita. Il linguaggio misto, o equivoco, ossia
psichico-spirituale, è quel tale sistema di comunicazione che non consta semplicemente
di questo o quello gesto, il quale segna non solo una definita emozione
dell’animo, ma una certa anfi-bologica determinazione della ‘mente’ (mentatio,
mentare, mentire). Così, per es., il cane, alla presentazione d'una cosa che
altre volte fu nocivo, puo involuntariamente fuggire guaiolando. Il gesto segna
naturalmente la paura. Qui certo v’ha una psichica emozione provocata da una
simile cosa, ma quest’emozione del cane dev'essere legata alla *memoria* della *sensazione*
originaria, la quale memoria appunto costituisce una determinazione *equivoca*,
mista, psichica o mentale-spirituale. L’animale superiore possesse una facoltà che
incluse un svariatissimo repertorio di questo o quello segno o gesto, mediante
una modulazione combinatorial di questa equivoca determinazione. Quando l’animale
arriva definitivamente alla soggettivazione della propria coscienza, ossia al
suo “lo” distinto categoricamente dal “non-lo” (cfr. Grice, “Privazione e negazione),
entra categoricamente nella coscienza spirituale – del spirito oggetivo. Questo
passaggio costituisce la creazione o mutazione o trasmutazione o
trassustanzazione (metaeousia) dell’uomo, Homo sapiens sapiens, e solamente
questo passaggio colla propria manifestazione può segnare un soggetto umano che
puo attuare in inter-soggetivita con un altro soggeto umano. Qui l’”umanismo” si
manifesta categoricamente nel proprio caratteristico (la definita soggettivazione
del ‘ego’ come ‘ego’ e del ‘tu’ come ‘tu’), e si manifesta colla parola (parabola)
non certo col documento anatomico-fisiologico, che non puo bastare se non a
certa ampla generalità della distinzione o del genus animale. Prima di entrare
a caratterizzare questa crisi importantissima, ossia lo sviluppo dell’anima
nello spirito, dobbiamo assumere la speculazione retro-spettiva della coscienza
da un ordine uranico nel ordine planetario e nel ordine vegeto-animale. In un
ordine uranico, la coscienza procede verso un’individuazione dalla nebulosa al
cometa, al sole ed al pianeta. Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo,
assai più caratteristico di quell’antichissima vaga definizione dell'uomo ragionevole,
animale rationale homo est, è senza dubbio la soggettivazione, e la manifestazione
di questa soggettivazione è fatta con l’inezzo spiritualmente formolato. Conformemente
a ciò, più innanzi, l’uomo (Homo sapiens sapiens) è designato anzi definito
come coscienza inter-soggettivata. Quest’individuazione, qualunque la si voglia
supporre, non può essere una soggettivazione; perocchè l'individuo (Erberto) non
si distingue dalla specie (Homo sapiens sapiens), e le varie specie dei corpi
celesti si confondono colle varie età di un solo individuo. Cosi pure,
speculando in un ordine generalissimo, una specie animale e una età
dell’animalità. Nella specie animale piu infima, l'individuo si distingue dalla
specie (una rosa piu bella dall’altra). Nella specie animale superiore, non solo lo specimen si distingue dalla
specie, ma anche il soggetto dallo specimen ė progressivamente distinto. Cosi,
p. es., il corpo di un animale consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate
ed organizzate fra loro, le quali, svolgendosi dall’una in altra fase, costituiscono
l’organo (dell’organismo), l’apparecchio, e la funzione vitale dell’animale. Ma
la coscienza resuntiva di questo individuo vivente è nell’organismo
dell’animale concreto, e non negli animalcoli gregarii che lo costituiscono. L'animale
resuntivo della propria soggettività costituisce lo svolgimento del senso del
pensiero. Qui dobbiamo definire la distinzione del senso e del pensiero. Il
senso non può supporsi astratto dalla coscienza; perocchè in questo caso sarebbe
un senso che non sente (il senso non sente, l’animale sente), ma può supporsi
astratto dalla *co-scienza* del senso; perocchè la co-scienza e il senso
funzionano indistintamente. Finchè la co-scienza non si distingue categoricamente
dal proprio oggetto. E una co-scienza identica alla sua forma esteriore, la
quale è una sensibile esistenza. Quando però la co-scienza si distingue
categoricamente dal proprio oggetto, allora dice: “Io sono e l'oggetto è” – “Io
sono quello che sono, e l’oggetto quello che è, cioè l’ “lo” e il “non-lo” (p.
es., il tu) *siamo* due termini distinti in relazione d’intersoggetivita.
Quest’idea fondamentale che si percepisce un “lo” (pirothood) è la
soggettività; ossia, la nascita dello spirito. Nascita dello spirito e nascita
del pensiero, facendo consistere la spiritualità specialmente in questo. A conferma
di ciò, si noti, primamente, che in questo paragrafo ei vuole fare appunto la
distinzione di senso e pensiero; secondamente, che nel susseguente paragrafo,
parlando dei momenti dello spirito, vi accoglie il principio sensitivo non come
pura e semplice *sensazione*, ma come *sentimento*. Sulla predetta distinzione,
del resto, ritorno nei paragrafi susseguenti. Lo spirito consta di tre fasi: il
sentimento (aisthetikon), l’intelletto (noetikon) ed il concetto – il A e B –
concetto soggetto, concetto predicato). Lo spirito nel sentimento è uno spirito
immediato che poco si distingue dall’anima senziente. Ma quest’anima senziente
appartiene allo spirito, perocchè si *percepisce* soggetto (un ‘lo’). Il sentimento
consta di tre termini: l’attenzione (la risposta ad un stimolo), la memoria (il
riflesso condizionato), e l’imaginazione (la risposta ipotetica o
condizionale). La funzione più o meno complessa di questi tre termini crea la *soggettività*,
che lentamente si svolge dal sensibile nel cogitabile (co-gitatum, cogito; ergo
sum). L’attenzione deve funzionare nello spirito esordiente, e cosi lo spirito
deve *sentire* *che* il senso della natura – ossia, l’istinto -- più non gli basta.
Questo sentimento dell’insufficienza del proprio istinto l’avverte *che* necessita
osservare ed imparare la pratica della vita. E la prima funzione della
mentalità. Epperciò la lingua ariana conserva più la traccia della parentela
del concetto di “manere” e “mens” -- quasichè pensare e fermarsi, ossia il
soggeto ferma l’attenzione sopra un oggetto – che puo essere un altro soggetto
--, siano due operazioni molto affini. Veramente, tuttochè sommamente
dissomiglino queste operazioni, nella loro sensibile inanifestazione esteriore
s’identificano in un fatto comune, quello dell’arrestarsi – la risposta ad un
stimolo. La co-scienza che fissa l’attenzione sopra un oggetto (che puo essere
un altro soggetto), cerca nell’oggetto qualcosa *oltre* il sensibile immediato,
quando esso oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente, ma la
funzione di una sensazione trascendente. Una seconda funzione del sentimento è
la memoria. Mediante la memoria, una sensazione o attenzione presente si può
risuscitare quando non sia più presente. La co-scienza attentiva all'oggetto
studia un oggetto esteriore ed abbisogna della presenza di esso oggetto per
osservarlo. Ma la memoria contiene e conserva in sè stessa l’oggetto osservato
(che puo essere il ‘lo’ – l’identita personale come memoria), epperciò si
costituisce in-dipendente dalla presenza del medesimo oggetto. Una terza
funzione del sentimento è la imaginazione. L'imaginazione non solo conserva l’oggetto
osservato, ma *crea* l'oggetto possibile che non ha osservato. Questa funzione
emancipa o libera la co-scienza, non solo, come la memoria, dalla presenza
dell’oggetto (s’ricorda o imagina un oggetto assente), ma anche dalla sensibile
esteriore realtà del medesimo oggetto, epperciò l’imaginazione può liberamente crearsi
una propria oggettività, alla Meinong. Questa facoltà crea non solo l’oggetto
composto (compesso combinato) di due oggetti (obble 1 e obble 2) osservati,
ossia non crea solo la mera composizione, addizione o combinazione, ma puo
creare un oggetto che non consta di questo o quello elemento osservato, ma un
oggetto radicalmente imaginario (un circolo quadrato, un numero imaginario),
tuttochè le semplici categorie dello spirito e della natura debbano
necessariamente fornire all’imaginazione se stesse per possibilitare questa
creazione imaginativa o predittiva. Il passaggio dalla coscienza senziente alla
cogitante, ossia dalla bestia all’uomo, è pure una progressiva distinzione
della co-scienza in soggettiva ed intersoggetiva. Qui la distinzione de
soggetivita e intersoggetivita è una mera distinzione generale dell'”io” dal
“non-io” (il ‘tu’). L’ “io” si suppone vivente e pensante *altro* dal non-io
(il tu, in combinazione, il noi), in sè stesso parimenti vivente e pensante. La
natura si rivela come un *popolo*, popolazione, aggreggato, organismo sociale,
di piroti viventi e di pensanti, non si suppone ancora l'altro dal vivente-pensante,
ossia il non-vivente e il non-pensante. Si suppone semplicemente l’altro dal
moio lo vivente e pensante. Perciò la natura uranica, la terrestre,
stochiologica e minerale, la vegetabile o l’animale si suppone distinta dal mio
io, non però distinta dall’io generalmente parlando, ossia si suppone possedere
un loro io analogo a quello della mia co-scienza. Esaminate la radice, ossia
gli antichissimi elementi della comunicazione e troverete ogni dove segnata
l'universa natura (physis) come vivente e pensante analogicamente alla mia co-scienza.
Non vi troverete mai la natura morta colla sua forza cieca, governata da necessità
parimenti cieca, vale a dire, la natura della riflessione. Il sentimento
esplicito dalla mia co-scienza soggettiva può essere comunicato dall'uno all'altro
individuo. È questa comunicazione (o conversazione, nel senso biblico) la prima
proprietà per cui una idea cogitabile è distinta da una mera sensazione per
definizione non-condivisibile. Nessun sistema di comunicazione puo fornire una
sensazione, se questa non sia stata data dal senso (il ‘dato del senso) come
tale – nihil est in communicatione quo prius non fuerit in sensu). Potrò, p.
es., parlare in qualsivoglia modo di un oggetti visibile. Ma un cieco nato non
puo mai ne sentire ne comprendere che sia la visibilità. Se un soggetto abbia
un tempo posseduta la facoltà visiva puo, parlando di un oggetto veduto,
richiamarli alla memoria quasi visibilmente presente, ma non puo mai fare che
tale visione sostituisca la concreta visibile realtà colla semplice
imaginazione. La prima conseguenza della co-scienza senziente che si sviluppa nella
cogitante è che, siccome l’idea o concetto come tale, ossia nella forma della co-scienza
cogitante, può essere *trasmessa* (il trasmesso) dal l'uno soggeto all'altro
soggetto, non può essere trasmesso il senso come tale, ossia nella forma della
co-scienza senziente. Cosi un soggetto è abilitato a sapere quello che non
egli, ma l’altro soggetto ha percepito col senso (“Una serpe!”), oppure quello
che egli in altro tempo ha percepito col senso, oppure indurre un’idea da
quello che presentemente percepisce col senso. Cosi, p. es., la pecora condotta
al macello *vede* macellare la sua simile e fortunatamente non solo *non* induce
che sarà ella stessa macellala, ma anche non percepisce che questa presente
operazione segna un'uccisione; perocchè non possiede l'idea o il concetto della
morte. Cosi il soggetto pensante o intellettivo può sapere quello che il
senziente non può sapere, e questo sapere nasce dalla facoltà cogitativa o
concettuale, per la quale da una sensazione si astrae un’idea generale o un
concetto. Cosi, per es., il soggetto pensante vive nel passato colla memoria, e
nell'avvenire (possibile o reale) coll'imaginazione; il soggetto senziente, o
bestia, vive astrattamente nella sua sensazione presente. In virtù della
sensazione che non può essere indotta in un’idea, egli non possiede, come il
pensante, la distinzione di una natura predominante ed insubordinabile al
soggetto e di una natura subordinabile e passibile del soggetto. Quest’idea
prototipa della forza è un’idea cardinale dello spirito, è stata il primo germe
del sacro. Osservate il sacro e lo troverete Dio, non perchè sommamente ragionevole,
ma perchè onnipotente. Nella religione spiritualmente più adulta rimane
tultavia l'idea dell'onnipotenza, piuttosto che quella della ragionevolezza, l’attributo
eminentissimo del sacro. Mediante questa passibilità il soggetto può sapere la
prima volta di essere nato, di essere stato lattante, di essere stato partorito,
e cosi pure può sapere che OGNI soggetto, nessuno eccettuato, non vissi oltre
una certa mnassima età, ma morirono in quella o prima di quella.
Conseguentemente egli sa *che* il soggetto non solo nasce (si genera) e muore
(corruption), ma può nascere in varie condizioni e morire in qualsivoglia momento
della sua vita. La nozione della nascita e della morte del soggetto è un
fenomeno della co-scienza realizzato la prima volta che la co-scienza senzienle
si svolge nella pensante; perciò sapientemente nella “Genesi” è detto che l’uomo
(Adamo) prima di peccare, ossia di gustare il frutto del bene e del male, non moriva,
ed avendolo gustato dovrà morire. Veramente la co-scienza senziente non può
sapere di nascere e di morire; perocchè questo sapere non si sa se non sia una
nozione *trasmessa* (il trasmesso) da un soggeto ad altro soggetto, ovvero
un'idea indotta dal fatto costante della morte. Questa crisi della co-scienza,
ci manifesta che la co-scienza, dalla sensazione svolgendosi nella mentalità,
procede in un sistema di distinzioni ideali o possibile o concettuali e
astratte che non sono possibili nella mera sensazione. La mentalità, che nasce
dalla sensazione, è prototipicamente *imitatrice* o inconica della sensazione,
e porta seco nel suo sviluppo la *forma logica* della sensazione stessa, che
progressivamente si trasforma in quella del pensiero. La mentalità è
prototipicamente sentiment e funziona in tre caratteristiche funzioni --
attenzione, memoria, ed imaginazione. Da queste tre prototipiche funzioni del
sentimento nascono tre forme rudimentali della mentalità. La mentalità non più
vive nell’immediata sensazione ma crea il conflato temporaneo, e vive nella
retrospettiva del passato, e nella prospettiva dell'avvenire. Questo conflato
temporaneo possibilita un'esistenza ideale oltre l’immediato sensibile
presente, e conseguentemente un'idealità inducibile dall'osservazione. Da
quest’osservazione nasce una seconda idea elementare della mentalità, cioè
d'una forza naturale che domina la nostra, e d'una forza subordinabile alla
nostra. Di qui la mentalità si esercita per subordinare le forze predominanti,
e da questa generale osservazione si percepisce come un fatto costante che l’uomo
nasce e muore, e finalmente che *io*, come uomo, ma no come persona, sono nato
e devo morire. L'idea della morte come necessità, tuttochè sembri un’idea
comunissima, è lungi dall'essere tale. La co-scienza primitiva, come quella di
certi selvaggi oggidi viventi, percepisce la morte come un fatto costante. Ma,
come la riſlessione, non arguisce punto che questo fatto, tuttochè costante, sia
necessario. Suppongono questi selvaggi che la natura umana o sovrumana abbia
sempre ucciso l’uomo. Ma suppongono parimenti che quest'uccisione non sia una
necessità, ma una sfortunata accidentalità. La co-scienza che dalla sensazione
si svolge nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune
alla umanità. Il soggetto possiede la sua propria determinazione individuale. Ma
proprie determinazioni non affettano un sistema generale della co-scienza
umana, che perciò ſu chiamato senso comune. Mentre questo sistema generale
della co-scienza è pienamente uniforme al senso comune, il soggetto è un
soggetto comune e spiritualmente normale. Ma quando questo sistema si aliena
dal senso comune in on sistema d'idealità più misteriosa, e trascende con un
giudizio prestigioso i giudizi comuni degli uomini, allora si dice, che questo soggetto
è inspirato, ossia profetico, taumaturgico, e così via. Generalmente parlando,
questa co-scienza trascendente subordina la comune, come provano i varii
sacerdoti della primitiva religiosità
romana ed etrusca. Quando il soggetto si aliena dal senso comune senza
trascendere in un'idealità prestigiosa, ed esercita una pratica contradittoria o
contraria o opposta a sè stessa, ovvero incompatibile colle esigenze generali
della pratica oggettività, allora si dice che il soggetto è spiritualmente
ammalato, ovverosia demente. L'alienazione vuol essere accuratamente distinta,
se cioè sia alienazione dal mero senso comune (in questo senso si può dire, che
tutti gli uomini grandi furono alienati), ovvero se sia una alienazione dalle
generali esigenze pratiche dell'oggettività naturale e spirituale (in questo
senso gli alienati sono coloro che comunemente si chiamano pazzi). La co-scienza
trascendentale, ossia la co-scienza dominata dall'idealismo, co-scienza
essenzialmente poetica, è il polo opposto della co-scienza dominata dalla
sensazione, co-scienza essenzialmente prosaica. A quella si devono tutte le
organizza zioni primitive dell'umanità, a questa si deve preferibilmente la
tecnica industrialità e la mercatura primitiva. Vedremo più oltre, che la
Coscienza umana progredisce sulla base di quest'opposizione archetipica della
sua storia. La funzione più essenziale e più generale della mentalità è la
comunicazione (il trasmesso). Il primo stadio del trasmesso è l'uso di una
radice designativa – de-segna – segna. Qui io non segno che una presentazione o
un modo di una presentazione, e sempre si riduce alle semplici categorie dello
spazio e del tempo. Il pronome personali non fu primitivamente io e tu, e così
via, categorie troppo metafisiche, per servire a questo primo stadio della
lingua, ma, “qui”, “là” (Bradley, this, that, and th’other, thatness,
thisness), ecc., categorie dello spazio. Un sistema di comunicazione che consta
di radici semplicemente per la che io de-segno non può soddisfare alle esigenze
più generali della mentalità, epperciò da questo primo stadio si sviluppa, per
l'implicita esigenza della mentalità, il secondo stadio. Il secondo stadio
consta della combinazione di una radice con la che de-segno con una radice pre-dicativa,
ma tuttavia legate a una sensibile determinazione; cosi, p. es., per designare
un oggetto, si sceglie l'attributo sensibile più esplicito in quel l'oggetto,
p.es., il verde per designar la pianta, il bianco per designer la neve.
Quest’attributo sensibile, sendo necessariamente variabile o contingente
nell'oggetto, non può costituire una specie. In questo secondo stadio si
trovano molte lingue dei selvaggi o barbari, i quali scelgono un attributo
sensibile dell'oggetto per designarlo, e conseguentemente non possono arrivare
a formolare le specie o il genus o l’universale, ma semplicemente oggetti in
certe sensibili condizioni. Il terzo stadio usa la categoria propria della
mentalità esplicita, la categoria metafisica, per designare l'oggelto; come, p.
es., define la pianta non l'individuo verde, ma l’individuo polare, i cui poli
cospirano alla luce ed all'acqua. Questa proprietà generica comprende ogni
pianta; perocchè la detta polarità è l'attributo cogitabile generale della
pianta. Il gesto è posseduto da ogni animale come inezzo psichico di movimenti
o di formalità; ma il gesto che caratterizza la soggettività è appunto il
trasmesso psichico che si svolse nella spirituale. La prima radice segna una
mera affezioni dell'anima e più tardi si svolse in un segnato meta-forico, per
rispondere all'esigenze della progressiva mentalità. Il rapporto fra il canale
fisico *espresso* dall'anima e l'anima esprimente (segnante) è quello stesso
rapporto, ma più complesso, per il quale un animale segna con un certo definite
gesto certa definite affezione della sua anima. L'uomo, sviluppando in sè
stesso la propria mentalità e l’inezzo per segnarla, si conobbe come specie
comune. Il primo sistema di comunicazione quasi naturale deve essere stato
pressochè identico in ogni umano, come ogni pecora bela, ogni cani abbaia ed
urla. Dovette essere un inezzo nato con lui e trasmesso senza il minimo bisogno
di convenzionalismo e di pratica convivenza per essere capita. La
communicazione è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più frequentemente
trattati dal filosofo, il quale la conosceva, ed a fondo, in molte forme
antiche ed in un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne ha trattato,
infatti, in molte sue opere. Ne ha accennato nel primo volume della sua grande
opera, cioè Saggio circa la ragione
logica di tutte le cose “Prolegomeni,, Torino, pag. 43 e ss. (confr. anche ibid.,
pag. 291 e susseguenti). Ne ha accennato anche nelle seguenti opere già
pubblicale in Torino, e cioè nella Proposta di riforma sociale, pag. 26 e seg.;
nella Introduzione alla cultura generale (facente parte del predetto vol.),
pag. 120 e seguenti. Ne parla poi in parecchie altre opere ancora inedite.
L'uomo che possedette questo sistema di communicazione visse nelle foreste in una
aggregazione o società piuttosto fortuita, poco dissimili da quelle dei
quadrumani, ma si armò per esercire la caccia e la pesca. La sua nudità lo
facea più fragile degli altri animali, epperciò ha dovuto sopperire a questa
nudità e debolezza colle armi artificiali, e sopratutto colla propria
scaltrezza. Questo primo stato dell'uomo vuol essere qui accennato come quello
dell'astratta soggettività abbandonata a sè stessa; perocchè l'uomo, cacciatore
o vivente dei prodotti naturali della terra e del mare, può vivere solitario.
Le aggregazioni o società di questi uomini sono mera accidentalità non necessità
dello stato proprio. In questo primo stato la soggettività nascente è caratteristicamente
manifestata dalla perversione di certi istinti essenzialissimi alla
conservazione del soggetto e della specie. Così, p. es., nessuna specie animale
s'alimenta del proprio simile, ma certi selvaggi mangiano indifferentemente i
loro nemici, amici, consanguinei, figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè
ingrassino e siano buone a essere mangiate quando partoriscono più figliuoli da
mangiare. Quest’enorme perversione d’un istinto cosi radicale (l’affezione alla
progenitura) segna quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella
mentalità. Sono certo che la quasi totalità de’ filosofi non sarà d'accordo su
questo puntoe riterrà l’associazione umana come una necessità e non già come
un'accidentalità. Ma l'autore, per la vita solitaria e un po' misantropica da
lui fatta, è stato come involontariamente tirato a generalizzare questo suo
particolare carattere. E una mentalita che si manifesta come un'orribile
perversione dell'istinto, ma è una mentalità volente, non un mero modo
d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la massima
perversione, può nobilitare l’uomo antropofago sopra la bestia istintualmente
tutrice della prole. Cosi pure, relativamente al soggetto individuo, l'uomo selvaggio
o barbaro in procinto di essere cattivato dai suoi nemici, può suicidarsi, la
bestia non mai (penguino?). L'istinto della propria conservazione individuale è
un istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure quello della
conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel regno della
natura. Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della vita si trovano
fra gli animali pensanti come il penguino. Tuttochè qui dobbiamo parlare del
soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata
dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della
comunicazione, come quella che può essere comunicata da soggetto a soggett, senza
convenzione, indipendentemente dall'organizzazione sociale fra soggetti o dalla
nessuna organizzazione. La comunicazione appartiene cosi al soggetto solitario
(il Deutero-Esperanto di Grice ch’inventa al bagno) come al soggetto socievole,
e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente delle occasioni
dell’amore. L’uomo solitario pratica qualche volta questo rapporto colla
femmina come un mero rapporto erotico occasionale. Abbandona la femmina alle
conseguenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che sono allattati,
nudriti ed educati dalla madre. Ma la comunicazione, che persuase la copula
dell'amore, è la medesima colla quale la madre educa i suoi figliuoli. Cosi la
comunicazione può dirsi radicalmente una creazione della specie ed assume
dignità ed ha il suo svolgimento nella storia universa della spiritualità. Si
può dire in tesi generale che la comunicazione genera la storia nella sua più
semplice elementarità; e dallo svolgimento della lingua si conosce lo svolgimento
dell'umana mentalità e conseguentemente, delle gesta che ne sono conseguite. Nel 1884 mi furono mandati a casa, in Torino,
dal benemerito libraio Loescher tre grossissimi volumi intitolati Paselogices
Spe cimen Theoo editum. Intri, etc. Un filosofo di nome Teofilo Eleutero era a
tutti ignoto; e non fu poca la mia mera viglia nel vedere come un'opera
filosofica così voluminosa, scritta e stampata in latino, avesse potuto
sfuggirmi; giacchè, come adesso ancora nella mia tarda età, specialmente allora
ho sempre seguito con vivo interesse il movimento filosofico. La curiosità
quindi di sapere chi egli fosse, e qual valore avesse, mi fe' tosto gittare gli
occhi sul primo volume che portava la designazione di Prolegomena, e che, come
subito vidi, era una Introduzione, o Propedeutica che voglia dirsi, a tutta
l'opera. La mia meraviglia crebbe dopo la lettura delle prime pagine del
volume, tanto più che ad essa si congiunse il sentimento del l'ammirazione:
sentimento che col proseguimento della lettura di venne un vero entusiasmo. Io
mi trovava dinanzi ad un hegeliano, e, per giunta, un hegeliano di alto ingegno
e di larghi propo siti: i quali propositi erano nientemeno che quelli di una
Riforma dell'hegelianismo mediante principii dell'hegelianismo stesso.
Comunicai la mia impressione e il mio entusiasmo al signor Loescher, il quale
m'informò che l'autore dell'opera era un intrese, di nome Pietro Ceretti, dalla
cui figlia aveva ricevuto l'esemplare dell'opera che mandò a me per prenderne
conoscenza. L'impres sione e l'entusiamo potettero ancora, per mezzo della
figlia, essere comunicati al filosofo, che era già assai infermo e che poco di
poi morì della malattia che da parecchi anni lo travagliava, la paralisi
progressiva. Io continuai, naturalmente, a leggere e stu diare la preziosa
opera, ed è di essa che accennerò maggiormente in questo ricordo del filosofo,
essendo essa indubbiamente il maggior titolo del valore e della posizione
filosofica del medesimo. Senonchè, a render meno incompiuto il ricordo, mi si
conceda che rilevi alcuni altri particolari della sua complessa personalità.
Per cio che concerne biografia e bibliografia mi limiterò alle poche notizie
seguenti. Assolti bene o male, anzi piuttosto male che bene, i primi elementi della
sua istruzione, comincia a trarre qualche profitto in un collegio di gesuiti a
Novara. È una singolare circostanza questa, che un uomo che ebbe sempre uno
spirito non solo diverso, ma anche opposto a quello de' gesuiti, avesse proprio
da questi avuto il primo impulso e il primo profitto agli studi Ma un profitto
maggiore e un vero inizio di studi serii sono da lui fatti a Firenze, ove si
reca subito dopo, mettendosi in relazione cogli uomini del famoso Gabinetto
Viessieux e consacrandosi tutto agli studî' di lingue, lettere e scienze.
Quanto a lingue, tra il tempo che e a Firenze e gli anni che immediatamente
seguirono, ne apprese parecchie tra antiche e moderne, allo scopo non solo di
legger la filosofia negli idiomi originali, ma anche di viaggiare, per prender
diretta notizia di uomini e cose. Infatti, comincia subito a viaggiare
percorrendo in lungo e in largo non solo l'Italia, ma anche la Svizzera, la
Francia, la Germania, l'Olanda e l'Inghilterra. Gli studî che fa nella prima
giovinezza si allargano e diveneno più intensi, quando dopo i viaggi si ritira
nella nativa Intra, nella quale accanto agli studi comincia anche a scrivere
opere di vario genere, segnatamente filosofiche. Nella sua carriera di filosofo
passa per varie fasi, che io (nella mia opera intitolata Notizia degli scritti
e del pensiero filosofico di Ceretti) designo e describo come fase poetica,
fase filosofica in genere ed hegeliana in ispecie, fase di transizione, fase
utopistica e riformativa della società civile, e fase ultima del pensiero
cerettiano, la quale è quella del cosìdetto sistema contemplativo. Ad ognuna di
queste fasi corrispondono opere, e non poche, che si muovono nell’orbita del
pensiero cerettiano gradatamente svolgentesi ed esprimentesi in essa. Le quali
opere, se si considera il complesso di esse tutte, costituiscono una massa
addirittura ingente, che versa su tutte le parti dello scibile. E, infatti, un filosofo
universale. Tanto per dare una idea della predetta massa di saggi, ricordo innanzi
tutto quelli che si riferiscono alla fase poetica, la quale gli scalda tanto la
mente ed il cuore, che gli fe ' dire: Cari poeti, voi dell'alma mia foste il
primo verissimo Messia. Ad essa appartengono le opere poetiche di genere romantico:
Eleonora di Toledo; il Prometeo; il Pellegrinaggio in Italia; le Poesie liriche:
inoltre, queste altre di genere giocoso, satirico e filosofico e scritte anche
in tempo posteriore alla giovinezza: le Avventure di Cecchino, e le Grullerie
poetiche. A queste opere scritte in versi se ne potrebbe aggiungere un'altra
scritta in prosa e pur facente parte di questa prima fase, cioè quella
intitolata Ultime Lettere d'un profugo e costituente un romanzo sul genere del
Werther di Goethe e del Jacopo Ortis di Foscolo. Questa prima fase nella quale
la sua mente è ancora incomposta ed in via di formazione – è caratterizzata
dall'aspirazione di lui ad incarnare in sè stesso i pensieri e i sentimenti de'
grandi uomini del suo tempo e di quello che immediatamente lo precede
(Cenobium). Il che egli stesso riepiloga ed esprime dicendo. In giovinezza io
fui innamorato e delirante alla Werther, patriota furibondo alla Jacopo Ortis,
stravagante alla Byron, dolorante alla Leopardi, misantropico alla Rousseau,
satanico alla Voltaire, ateo materialista alla La Mettrie, e finalmente
miserabile alla mia propria maniera. Alla seconda fase, che contiene la sua
filosofia più eminente e più compiuta, appartiene -- oltre ad un primo abbozzo
di opera intitolata Idea circa la genesi e la natura della forza — la grande
opera latina predetta “Pasælogices Specimen”. La filosofia di questa fase ha il
fondo hegeliano, ma però da lui riformato. Le ultime fasi costituiscono poi una
ulteriore deviazione tanto dal pensiero hegeliano in genere, quanto
dall'istesso pensiero hegeliano da lui riformato ed esposto in que st'ultima.
Come prima deviazione e ad un tempo come transizione alle fasi susseguenti si
possono considerare la “Sinossi del l'Enciclopedia speculative”, le “Considerazioni
sul sistema della natura e dello spirito; l'Insegnamento filosofico: le quali saggi
hanno ancora spiccatamente il carattere di filosofia teoretica ed
enciclopedica. La nota principale della suddetta deviazione è che al logo
assoluto, il quale nella grande opera latina diviene il principio cerettiano
riformativo dell'Idea hegeliana, viene più de terminatamente e accentuatamente
sostituito il principio della coscienza assoluta, Coscienza, che, a dir vero, e
già apparsa nella stessa opera latina. Quale ulteriore deviazione, ma
specificamente appartenenti alla fase utopistica riformativa della società
civile, si ricordano le opere intitolate “Sogni e favole” e “Proposta di una
riforma civile”. Oltre ad esse, vanno ricordate anche queste altre, le quali
però sono scritte in forma di romanzi, cioè, i Viaggi utopistici;
l'Inconcludente; Don Simplicio; Don Gregorio; il Protagonista, e qualche altra.
La deviazione massima è in quegli altri saggi, che rappresentano più
spiccatamente l'ultima fase, nella quale perviene ad una specie di
subbiettivismo nullistico, da lui designato, come è detto, col nome di sistema
contemplativo. I pensieri di quest'ultima fase appaiono in parecchi altri
scritti dell'ultimo tempo di sua vita, come per esempio, per nominarne alcuni,
nella Vita di Caramella e nelle Memorie postume. Ma gli scritti mentovati delle
diverse fasi, benchè già numerosi, non costituiscono neppur gli scritti tutti
del filosofo d'Intra, essendovene una quantità ancora notevole, che possono
esser nominati scritti varii ed ai quali appartengono: Biografie, Autobiografie
(tra queste, notevolissima, La mia Celebrità), Commedie, Novelle morali, ecc. e
persino un Trattato d'Astronomia e un Trattato di Medicina. Come vede il
lettore, quella che io chiamava una ingente massa di scritti, e versante sulla
universalità dello scibile, non è una denominazione esagerata, ma interamente
reale. E ciò basti a dare una idea sommaria degli scritti del filosofo intrese.
Per cio che concerne il filosofo propriamente detto, va considerato rispetto al
corso della filosofia in genere ed al periodo filosofico idealistico tedesco in
ispecie, nel qual periodo si riattacca alla maggiore manifestazione speculativa
del medesimo, che è la hegeliana. Si apparecchiò a pigliare il suo posto in
quest'ultima, con uno studio e conoscenza non comune, primamente delle varie
discipline dello scibile, sopratutto di quelle concernenti la Storia universale
e le Scienze positive e naturali d'ogni specie; secondamente, di quelle
attinenti alla filosofia propriamente detta. Rispetto a quest'ultima, è
veramente ammirabile l'opera del nostro filosofo, che – dopo i suoi profondi
studi sui filosofi delle diverse età (non esclusa quella stessa della filosofia
indiana ) e in genere ne' testi originali de' medesimi ne ha dato un saggio
notevolissimo egli stesso nel primo volume della sua opera latina, cioè ne' mentovati
Prolegomeni. Ma nella Storia della filosofia uno de' periodi che più studia e
conosciuto è il predetto periodo filosofico tedesco sì ne' filosofi massimi di
essa, come Kant, Fichte, Schelling ed Hegel, si ne' secondarii e pur importanti
del medesimo, come Herbart, Schopenhauer ed altri. In questo periodo e naturale
che quello che massimamente attraesse e legasse il suo spirito fosse Giorgio
Hegel, siccome quello che compendia in sè, primamente la Storia filosofica
generale e, in secondo luogo, lo stesso speciale periodo tedesco. Hegel, in
fatti, è da lui considerato come quello che ha raggiunta la più alta forma di
speculazione nella scienza filosofica, sopratutto nella disciplina logica.
Considerando il filosofo tedesco in tal modo, è naturale che nel complesso ne
accogliesse le idee e si riattaccasse a lui. Senonchè, pur accogliendole, non
le riteneva scevre di vizii o errori che voglian dirsi. In conseguenza di ciò
si propose da una parte, di additare questi vizii, dall'altra, di correggerli.
E la correzione, che costituiva per lui una riformazione dell'hegelianismo, non
è poi altro che la filosofia cerettiana stessa, quale è concepita ed esposta
nella predetta grande opera latina. Ciò posto, seguiamo ora tal pensiero
filosofico cerettiano ne suoi tratti fondamentali. Primamente, accogliendo
l'hegelianismo come la predetta suprema manifestazione della coscienza
filosofica, ei l'accoglie nel general fondo e pensiero del medesimo, fondo e
pensiere, che vengono da lui riassunti ne' seguenti principii generali. Primo, L'assoluto
è l'Idea. Secondo, l'Idea concreta è lo spirito. Terzo, l'essenza concreta ed
assoluta dello Spirito è l'Idea logica. Inoltre, l'evoluzione dialettica del
l'Idea, nella quale evoluzione consiste il processo metodico di quest'ultima,
avviene e deve avvenire secondo la Nozione, ossia secondo il Concetto, come
dice Hegel (dem Begriffe nach). Rispetto a tali principii designati come hegeliani
non che come veri e inoppugnabili, e quindi da lui stesso accolti, va però
osservato, che di essi non può essere ritenuto come schiettamente e veramente
hegeliano il terzo; giacchè, secondo Hegel, l'essenza concreta ed assoluta
dello Spirito non è l'Idea logica. Questa è per Hegel l’Idea pura e semplice
soltanto, e però immediata ed astratta, non ancora dialetticamente esplicata e,
mediante l'esplicazione, fatta concreta. L'essenza assoluta e concreta dello
Spirito è per lui invece l’Idea che da puramente e semplicemente logica (da
Idea logica ) si è estrinsecata nella Natura (cioè si è fatta Idea naturale o
Natura), e, attraverso di questa, è giunta a coscienza di sè, ossia è divenuta
spirituale, o, che vale lo stesso, è divenuta Spirito. In altri termini,
l'essenza concreta assoluta dello spirito è la coscienza dell'idea, ovvero è l'idea
conscia di sé, mentre l'idea logica hegeliana è ancora inconscia. Per cio che
concerne i mancamenti e vizii della dottrina hegeliana, essi, secondo il
Ceretti concernono l'evoluzione dialettica dell’idea, o, che vale lo stesso,
concernono l'idea nel suo processo (esplicazione) dialettico. Un primo vizio
generale in tale evoluzione è per lui quello che nella logica hegeliana
concerne il prius e il risultato dell'idea. Notoriamente per Hegel, benchè l'idea
sia, da una parte, il principio universale assoluto, e, dall'altra il principio
iniziale dell'evoluzione dialettica assoluta, principio iniziale che farebbe
come il prius ideale dialettico, pur non di meno pel filosofo tedesco il vero prius
dell'idea non è questo iniziale, ma quello finale a cui l'idea perviene come risultato
del processo dialettico, risultato finale che è propriamente lo spirito, ossia
l'idea pervenuta a coscienza di sè. È per questo che Hegel sostiene che il vero
prius non è l'idea logica, ossia l'idea pura ed estratta, ma lo spirito, che è
l'idea che col processo dialettico si è fatta veramente reale e concreta. Or
questo prius che Hegel pensa e pone come vero è invece dal Ceretti ritenuto
falso, perchè pensato ed ottenuto secondo un procedimento dialettico
prestigioso e sconforme al vero ordine logico, che deve avere e seguire il logo
(logo che, come tosto si vedrà, è il principio specifico assoluto cerettiano
sostituito all’idea hegeliana). Accanto a questo vizio generale, trova e addita
vizii particolari affettanti l'idea come logica naturale e spirituale. I vizii
spettanti all'idea logica e al corrispondente processo dialettico sono tre. Il
primo vizio è che nell'esplicazione dialettica dell'idea logica la genesi di
questa sia una genesi della nozione dalla non-nozione. Il secondo vizio è che
l'esplicazione dialettica dell'idea logica è piuttosto un'astratta esplicazione
delle categorie, anzichè un concreto un rimmanente processo di esplicazione ed IMPLICAZIONE.
Il terzo vizio è che il processo dialettico dell'idea logica hegeliana è
piuttosto un logo astratto astrattamente esplicantesi e riassumentesi insultato,
anzichè la sanzione (o affermazione) di sè stesso nella concreta immanente ed
assoluta verificazione della propria posizione, dialettica e riassunzione. Il
primo de' tre vizii indicati, riproducendo il mentovato general vizio del prius,
ei lo determina meglio designandolo come processo inconscio dell'idea logica,
processo che Hegel pensa appunto come inconscio ed il Ceretti pensa e vuole
invece come conscio. E può dirsi che su tal coscienza dell'idea logica poggia
il punto cardinale della differenza dell'idea hegeliana dal logo cerettiano.
Quanto al vizio concernente l'idea naturale, esso è in grosso quello stesso
dell'astrattezza, testè rilevato, o, che vale lo stesso, della non raggiunta
realtà dell'idea nel farsi naturale. Infatti, l'idea logica, estrinsecandosi e
divenendo natura, rimane in quello stato astratto e puramente e semplicemente
ideale che ha come idea logica, e non giunge a veramente naturarsi, com'ei dice,
cioè a farsi vera realtà naturale. E finalmente, quanto allo spirito, od idea
hegeliana spirituale, il filosofo intrese vi trova il vizio di quella stessa
prestigiosità speculativa (speculativa prestigiositas), che ha trovata e
rilevata per la logica. Ed osserva, per giunta, che il general vizio innanzi
mentovato dell'idea hegeliana, che cioè essa sia un risultato, diviene più
specifico nello spirito, in quanto questo, concepito da Hegel come l'idea che
dal suo esser-altro (cioè dalla sua esistenza naturale ) ritorna a sè stessa,
ha appunto il carattere speciale di essere un risultato e non una realtà, a dir
cosi, originaria. Accanto ai predetti vizii fondamentali concernenti l'idea
nelle sue varie forme, logica, naturale e spirituale, ne rileva alcuni altri
secondarii; ma noi, limitandoci alla indicazione de ' fondamentali, passiamo ad
indicare le corrispondenti emendazioni di essi. Preposto che all’idea hegeliana
egli in genere sostituisce il logo, principio universale ed assoluto anch'esso,
la prima generale emendazione, concernente il prius ed il risultato dell'idea
innanzi esposti, è fatta dal Ceretti nel senso che il logo è oiginariamente
conscio e non già tale per risultato. Rispetto ai tre vizii dell'idea logica
propone come emendazione (Mi piace di riferire colle stesse parole latine del
Ceretti il predetto triplice vizio. Hegelianæ logicæ tractationis
defectuositas, in exitu prolegome norum designata, est primo, quatenus notionis
a non-notione progenesis; secundo, quatenus categoriarum abstracta explicativ,
potiusquam concreta explicationis et IMPLICATIONIS immanens contraprocessu osilas;
tertio, quatenus abstractus er plicativce dialectica LOGUS in abstracta
resumptione, potiusquam in concreta positionis, dialectica et remsumptionis
immanente absoluta verificatione suun ipsum sanciens. Pasael. Spec. vol. II, p.
6. CENOBIUM, Vol. III, Anno II) e però riformazione, che il primo venga
emendato mediante il principio della generale coscienza logica della nozione od
idea hegeliana: il che importa che il logo sia una nozione (idea) che si genera
dalla nozione stessa e non già dalla non-nozione (nozione inconscia). La
emendazione di questo primo vizio coincide in grosso anche colla generale
emendazione predetta del prius e del risultato. La emendazione del secondo
vizio è dal nostro filosofo ottenuta col propugnare ed effettuare che la genesi
delle categorie logiche non avvenga secondo un processo astratto di sola
esplicazione, ma secondo un processo concreto di esplicazione ED IMPLICAZIONE insieme:
nel qual processo concreto i momenti astratti di esplicazione si negano come
astrattamente tali ed affermano perciò la loro unità. Il terzo finalmente viene
emendato, pensando e determinando il logo assoluto in guisa che esso non
rimanga un momento astratto di riassunzione (risultato), ma che divenga
assoluta ed immanente affermazione (sanzione) di tutto il corso esplicativo,
costituendo così un processo e contro-processo, in cui ogni momento è unità
dell'astratto e del concreto. Quanto ai vizi relativi all'idea naturale
hegeliana, la emendazione (stata già implicitamente accennata nella critica
fatta di essi ) consiste in quella che il Ceretti appella la NATURAZIONE del logo.
E cioè, mentre Hegel concepisce la natura siccome l'idea ritornante a sè stessa
dal suo esser-altro (dalla sua esternazione ed alterazione), il Ceretti invece
pensa che la natura non è sol tanto ciò, ma è e dev'essere reale naturazione
del logo, ossia reale incarnazione ed obbiettivazione del medesimo. E da
ultimo, quanto all'emendazione del vizio dell'idea spirituale, essa nel complesso
è quella già rilevata nella critica fatta del vizio, e consiste nel concepir la
medesima, ossia lo spirito, siccome logo originariamente conscio e non
divenente tale per risultato d'un processo. Le predette generali e fondamentali
emendazioni, accanto ad altre subordinate e secondarie, son quelle che nella
esposizione ed esecuzione delle idee filosofiche costituiscono la filosofia
cerettiana riformativa della hegeliana, e filosofia riformativa che forma il
contenuto della più volte mentovata grande opera del Ceretti, intitolata “Saggio
di Panlogica.” Questo Saggio è un'opera veramente colossale ed è l'enciclopedia
filosofica cerettiana, modellata sulla nota corrispondente Enciclopedia
hegeliana (Encyclopädie der philosophischen duissen schaften) in tre volumi. Concepì
la propria enciclopedia vasto disegno da assolversi in otto volume. Il primo (i
prolegomeni) come propedeutica a tutta l'opera, propedeutica che ad un tempo
contenesse in germe il pensiere della stessa Enciclopedia. Il secondo contenente
(col nome di “ESO-LOGIA”) l'esposizione della logica e metafisica. Il terzo, il
quarto, ed il una con un quinto (col nome di ‘ESSO-LOGIA’) costituenti la
trattazione ed esposizione della filosofia della natura nelle sue tre parti
della Meccanica, della Fisica e della Biologia (od Organica). Il sesto, il
settimo e l'ottavo (col nome di “SINAUTOLOGIA”) designati a trattare la filosofia
dello spirito, distinta anch'essa in tre parti denomi nate Antropologia,
Antropo-pedeutica ed Antropo-sofia. Di questa vasta concezione ed esecuzione il
principio fondamentale ed assoluto è il Logo, che il lettore vede essere in
fondo alla Esologia, Essologia e Sinautologia: Logo che, come si è detto, in
Ceretti piglia il posto e la generale significazione del l'idea di Hegel. Il logo
Cerettiano, come quest'ultima, è l'universa ed assoluta realtà, e realtà con
preminente carattere ideale, comprendente in sè la realtà logica, la naturale e
la spirituale. Per tal carattere anche la filosofia cerettiana è idealismo;
tanto più veramente assoluto, in quanto, non meno e forse ancor più
dell'hegeliano, abbraccia in sè in complessiva unità tutte le forme di
Idealismo apparse nel corso storico della filosofia, si in generale le
antecedenti all'Idealismo tedesco, si in modo più speciale quelle di
quest'ultimo, cioè gli Idealismi subbiettivi Kantiano e Fichtiano, l'Idealismo
obbiettivo Schellinghiano, non che lo stesso Idealismo assoluto Hegeliano.
Questo carattere di universalità ed assolutezza dell'Idealismo cerettiano è una
delle cose più spiccanti, più notevoli ed anche più rilevate dell'Enciclopedia
filosofica del filosofo intrese. Quanto al principio assoluto del Logo, va
parimenti rilevato, che, per la natura conscia del medesimo innanzi additata,
esso vien dal Ceretti designato anche come puramente e semplicemente coscienza:
per modo che coscienza e logo ricorrono quasi pro miscuamente nell’enciclopedia
cerettiana ed anche in altre opere posteriori) come espressive e determinative
del principio assoluto. È bene, inoltre, rilevare che tal principio assoluto e
dal nostro filosofo anche puramente e semplicemente detto l'assoluto, il quale
corrisponde in tutto e per tutto al logo e alla coscienza consi derati come
assoluti. Ciò fa intendere come pel Ceretti l'elemento conscio costituisce il
carattere essenziale del suo principio assoluto, ossia del suo Logo in tutto il
suo ambito, mentre per Hegel l'elemento conscio è caratteristico e specifico
dello spirito propriamente detto, ossia dell'idea giunta a coscienza di sé. Ciò
farà, d'altra parte, pari menti intendere come il filosofo intrese ponga come
riformativa dell'hegelianismo la proposizione: L'assoluto è la coscienza. Per
cio che concerne la designazione del principio assoluto, rilevo ancora che, ad
esprimere il predetto principio assoluto, egli adopera tante altre volte anche
le parole idea, nozione, persin Pensiere, come Hegel. Ma, se le espressioni son
varie, il senso e valore fondamentale del suo principio è quello del logo
pensato come Logo conscio o coscienza assoluta. Conformemente a ciò (e in
grosso conformemente all'hegelianismo) il Logo vien pensato nella sua IN-TRINSECA
natura e nel suo processo dialettico. Nella sua natura il Logo vien considerato
in tre diverse forme di esistenza, cioè: quale è IN sè, quale è PER sè, e quale
è IN sè E PER sè. La considerazione del Logo IN sè stesso costituisce la
predetta “ESO-LOGIA”, da sis, és, dentro e logos, ossia la dottrina
logico-metafisica del logo. Quella del Logo FUORI DI sè costituisce la “ESSO-LOGIA” (da few, fuori,
in latino, “Exologia”), ossia la dottrina filosofica della Natura. Quella del
Logo IN sè E PER sė, o come il Ceretti la dice, del Logo IN sè e SON sè,
costituisce la “SIN-AUTO-LOGIA”, da “syn” e “autos”, con stesso ), ossia la
dottrina dello spirito. Degno di rilievo è inoltre che il logo IN sè è il logo
nella sua subbiettività. Il logo FUORI DI sè è il logo nella sua obbiettività.
Il logo IN sè e sè e il logo nella unità della sua subbiettività e della sua obbiettività,
ossia è il logo subbiettivo-obiettivo, che è poi il logo assoluto. È bene
parimenti rilevare che come il logo è per eccellenza il logo conscio, il quale
è poi lo spirito o la coscienza, così si designano egualmente lo spirito e la coscienza
nella loro subbiettività, nella loro obbiettività, e nell'unità della subbiettività
e dell'obbiettività. Il predetto triplice modo di essere della natura del logo
soggiace ad un processo esplicativo, che costituisce il processo dialettico,
appellato anche metodo dialettico. Questo processo metodico ha, tanto per Hegel
quanto per Ceretti, tre momenti anch'esso. Questi momenti, che il filosofo
tedesco appella comunemente dell'IN sè, del PER sè e dell'IN sè e del PER sè,
dando loro il valore e significato di momento immediato o intellettivo (della
speculazione dell'idea ), di momento mediato o razionale negativo, e di momento
immediato e mediato insieme, o razionale positivo, vengono invece dal Ceretti
appellati (nel complesso però con valore e significato simili a quelli di
Hegel) momenti della posizione (thesis, positio), ri-flessione e con-cezione.
La posizione, come la parola stessa indica, ha il valore e significato di
quella che comunemente (in Fichte, Schelling ed Hegel), ricorre come “tesi”, mentre
la ri-flessione ha significato e valore di contraddizione (opposizione, ob-positio,
contra-posizione, antitesi ) e la concezione significato e valore di
conciliazione (com-posizione, sintesi) degli opposti, sintesi della tesi e
dall'antitesi. La triplicità delle forme di esistenza del logo (quelle di Eso-Logo,
posizione; Esso-Logo; contra-posizione; e Sinauto-Logo, com-posizione, con le
corrispondenti dottrine di Esologia, Essologia e Sinantologia, costituisce per
Ceretti i tre Cicli di quest'ultimo. Cicli che, mentre son tre, pur ne costitui
solo sotto triplice forma: costituiscono cioè il logo assoluto uni-trino. Un
altro punto pur degno di rilievo e caratteristico è il modo come determina la
considerazione filosofica o speculativa de tre cicli. La considerazione del
primo, ossia dell'Esologia (posizione) per lui il pensiero del Pensiero (“cogitatio
cogitationis”, l’implicazione o impiegazione dell’impiegazione) quella del
scono un ma secondo o dell'Essologia è il Pensiero del Pensato (“cogitatio cogitatis”
– implicazione dell’implicato, o impiegazione dell’impiegato, e quella del
terzo, o della Sinautologia, è il Pensiero del Pensante (“cogitatio cogitantis,”
implicazione dell’implicante, impiegazione dell’impiegante). Anche
nell'hegelianismo il Pensiero assoluto è identificato col l'idea assoluta, in
quella guisa che il Ceretti identifica parimenti il Pensiero assoluto col Logo
assoluto. Però nella espressione e determinazione cerettiana la cosa ha un
significato più specifico, e propriamente questo, che cioè l'Esologia (posizione)
è la considerazione del Pensiero in sè stesso, del pensiero puro hegeliano e
potrei anche soggiungere, della ragion pura kantiana. L’Essologia (contra-posizione,
impiegato) è la considerazione del Pensiero del Pensato, cioè del Pensiero non
più in sè, puro ed astratto, del Pensiero estrinsecato (fatto per sè),
obbiettivato. La Sinautologia (com-posizione) la considerazione del Pensiero
del Pensante (impiegante: implicazione come relazione tra il implicante e
l’implicato) cioè del pensiero come esistente ed esercitantesi nel subbietto
pensante. Potrei dire che la predetta triplice considerazione è quella del
Pensiero puro e semplice, quella del Pensiero come obbietto di sè medesimo (estrinsecatosi
fuori di sè nella natura), e quella del pensiero astratto ed operante come
proprio subbietto (nella coscienza del pensiero stesso o nello Spirito ). Dopo
le antecedenti generalità, passiamo a considerare parte per parte il logo nelle
sue tre forme di esistenza nella logico metafisica (Esogia, posizione), nella
naturale (Essologia, contra-posizione) e nella spirituale (Sinautologia,
composizione). La dottrina logico-metafisica, conformemente alla hegeliana, è
pur distinta in tre parti che anche per lui, come per Hegel, son quelle
dell'Essere, dell’Essenza e del Concetto: solo che queste nel filosofo tedesco
si susseguono nel modo indicato e nel filosofo intrese mutan posto, diventando
primo il Concetto, secondo l'Essere e terzo l’Essenza. Questo mutamento diposto
nella serie porta poi naturalmente con sè un corrispondente mutamento nel
processo dialettico. Le dottrine di queste tre parti così spostate hanno in
Ceretti i nomi speciali di “PRO-LOGIA” (concetto); “DIA-LOGIA” (essere); e “AUTO-LOGIA”
(essenza). La PRO-LOGIA con sidera il Logo esologico (ESO-LOGO) o
logico-metafisico, nella astratta identità del Pensiero (impiegazione). La
DIA-LOGIA (CONTRA-POSIZIONE) considera il logo nella differenza (IMPIEGATO) di
esso. La AUTO-LOGIA (COM-POSIZIONE) considera il logo nella unità sintetica (IMPIEGANTE)
dell'identità E della differenza del Pensiero stesso. Non credo che il nostro
filosofo abbia avuto giusta ragione d'invertire l'ordine de' tre principii
fondamentali predetti. Ma, checchè sia di ciò, è bene di allegare la ragione
dell'invertimento da lui ritenuto razionale e necessario. La quale, a suo
credere, è che per il logo conscio, o che vale lo stesso, per la Coscienza il
primo (prius) PRO-LOGICO (cioè il primo con cui deve cominciar la logica) non
dev'essere nè indeterminato, come sono l'essere di Hegel e di Rosmini-Serbati,
nè determinato (impiegato), come sono l'Io di Fichte e la predetta Ragione di
Schelling, ma dev'essere lo stesso prius, nel quale sieno implicitamente
contenute tanto la indeterminazione quanto la determinazione. E un sì fatto prius
è la PRO-POSIZIONE, che è il primo ed iniziale momento della sua Pro-logia, il
quale è più primitivo e più semplice del giudizio (A e B) che ne costituisce il
secondo, al quale poi segue il terzo unitivo de' due primi, che è il Sillogismo
(CONIUNCTIO, CO-RAZIONALE). Quanto alla natura de suddetti momenti della Pro-logia,
la Pro-posizione è la immediata ed indistinta coscienza logica, la quale,
appunto per la sua indistinzione, non è nè subbiettiva nè obbiettiva. Il
Giudizio (la proposizione pensata) invece è la coscienza logica, che dalla
indistinzione od indifferenza si esplica e passa nella subbiettività ed
obbiettività di sè medesima. E da ultimo il Sillogismo (coniuctio,
co-razionale) è la subbiettività della coscienza logica, la cui attività
consiste nell'esplicare se stessa, esplicazione di sè stessa, che in fondo è
poi una obbiettivazione della subbiettività. Dato tal concetto generale de'
momenti della pro-logia, il nostro autore passa a considerare e determinar
ciascuno in se medesimo, ed inoltre secondo il predetto processo metodico
tricotomico della Posizione (Proposizione, impiegazione), della Riflessione (contra-posizione,
impiegato) e della Concezione (com-posizione, impiegante). Conformemente a ciò,
distingue la Pro-posizione in “posta”, ri-flessa e concepita; e in posto,
riflesso e concepito, distingue e determina parimenti sì il giudizio (proposizione
pensato) che il Sillogismo (impiegante, composizione). La trattazione ed
esposizione di ciò è amplissima, specialmente quella del Sillogismo; ed è non
solo amplissima, ma anche note volissima per le molteplici determinazioni
logiche ed ontologiche non che illustrazioni ed applicazioni d'ogni genere alle
diverse parti dello scibile e della stessa realtà. La trattazione è di tanto
interesse che è degnissima di esser presa da ognuno in considerazione anche
oggi alla distanza di una sessantina d'anni, dacchè fu pensata ed esposta. Non
potendo entrare nelle particolarità a far intendere il pensiero cerettiano sì
nella concezione de' momenti della predetta pro-logia sì nel passaggio da
questa alla Dia-logia, allegherò un luogo nel quale l'autore lo ri-epiloga, e
che è questo. Il pensiero pro-logico, uscito e passato dalla sua generalità
formale (cioè, dalla pro-posizione) colla particolarità formale della sua
generalità (cioè, col giudizio, impiegato) nell'unità formale della sua
generalità e della sua particolarità (cioè, nel sillogismo, la com-posizione,
impiegante), si concepisce come sistema metodico della RAZIONALITà, ossia come
forma assoluta delle forme. La forma sillogistica delle forme pensabili insegna
che il pensiero è essenzialmente il sistema di sè, e non v'è sistema all'in
fuori del sistema del pensiero, poichè l'altro del pensiero non può essere
fatto (posto) da altro che dal pensiero. Inoltre, insegna che il sistema
assoluto del pensiero è il sillogismo giudicativo della proposizione, perciò l'assoluto
non può esser concepito altrimenti. Cosi a pag. 125 della Ragione Logica di
tutte le cose, vol. II. Esologia, nella versione dal latino (Torino, Baldini)) che
nella forma sillogistica. Questa concezione porta con sè la necessità logica di
sè, poichè è la nozione della nozione. Il sillogismo assoluto, come pro-logico,
non è più che la formalità (la forma assoluta del logo, la quale invoca
l'essenzialità assoluta di sè da esplicare in sè da sè stesso. Quindi il
sillogismo passa dalla sua subbiettività assoluta ad esplicare la sua
obbiettività IMPLICITA assoluta. Questa obbiettività è la verità della
subbiettività sillogistica assoluta. Ciò posto, quella che ora effettua il
passaggio e progresso dalla forma e dalla subbiettività del Pensiero alla
essenzialità ed obbiettività del medesimo è la Dia-logia, che per eccellenza è
la dottrina delle categorie logiche del Pensiero. Corrispondendo la dottrina
dialogica cerettiana alle dottrine logiche hegeliane dell'Essere e dell'Essenza
prese insieme, ne segue che le categorie, onde qui è parola, sono in grosso
quelle che ricorrono nelle predette due dottrine hegeliane. Quanto al concetto
della categoria e alla funzione logica della categorizzazione, sono importanti
queste parole del filosofo intrese. La categoria (predicamento) è propriamente
la predicazione del Pensiere fondata dallo stesso pensiere come necessaria; e
la categorizzazione del Pensiere è l'atto più nobile della speculazione
filosofica e la più alta concezione dal Pensiere umano. Nè meno importanti in
proposito sono gli additamenti che fa intorno alla evoluzione storica delle
categorie presso i diversi filosofi e corrispondenti scuole che spiccano
intorno ad esse. Per cio che concerne le categorie trattate e sviluppate nella
Dialogia, le fondamentali son quelle dell'Essere, dell’Essenza, e del
l'Esistenza, come costituenti la triplicità dialogica per eccellenza; e da
queste fondamentali se ne sviluppano altre costituenti momenti subordinati, ma
non meno importanti. L'Essere, infatti, è da prima il Logo generale ed
indeterminato (est logus conscentiæ generalis), ma esso si particolarizza e de
termina in sè medesimo in ulteriori principii categorici. Per esempio, si
distingue e particolarizza come QUALITATIVO, QUANTITATIVO, E MODALE, sorgendo
così LE TRE CATEGORIE DELLA QUALITà, della QUANTITà e della MODALITà (misura).
Ed inoltre l'Essere nella sua stessa generità (innanzi alla predetta
particolarizzazione dunque) è essere (pro-posizione), non-essere (opposizione o
contraposizione) e divenire (composizione): (esse, non-esse, latino FIERI,
perduto nel volgare). Come, d'altra parte, le TRE CATEGORIE della QUALITà, QUANTITà
e MODALITà alla lor volta si distinguono e particolarizzano in altre. Chi
conosce la logica di Hegel vede subito nelle predette categorie cerettiane la
simiglianza con le corrispondenti hegeliane. Ed è forse questa la parte, nella
quale si tiene più da vicino a quello, mentre in altre parti vi sono non poche
dissimiglianze. Nel predetto citato volume della Esologia, pag. 132. 4ecc.
Dall'essere il processo dia-logico conduce alla seconda categoria fondamentale
predetta, cioè alla Essenza la quale non è altro che la particolarizzazione
dello stesso Essere (Esse suam absolutam particolaritatem adeptum est
Essentia). Ciò che si è detto avvenire per la categoria fondamentale del l'essere
avviene anche per l’essenza, che cioè anche questa, alla sua volta
distinguendosi e particolarizzandosi in sè medesima, ne produce di ulteriori,
come quelle del fondamento, della sostanza, della materia, ecc. E quanto alla
terza categoria fondamentale, cioè l'esistenza, essa è l'unità dell'essere e
dell'essenza (INSISTENZA, ESISTENZA, CONSISTENZA). Ognuno nella “Ex-istentia” riconosce
l'Esse come particolarizzato. Ma d'altra parte, nella particolarizzazione
dell'Essere si specifica e manifesta anche l'elemento dell'Essenza, per forma
che l'esistenza risulta siccome una manifestazione dell'essenza (“EX-SISTENTIA
est essentia manifesta ). E da ultimo l'Esistenza (E-SISTENZA, EX-SISTENZA) dà
anch'essa origine ad altre categorie subordinate, come realtà, necessità, La
terza parte della Logica (o della Eso-logia ) cerettiana, cioè l'Auto-logia, si
fonda, sviluppa e sistematizza in tre categorie fondamentali, che son quelle di
Sapere, Volere, Agire (Scire, Velle, Agere ), le quali sono in corrispondenza
di quelle che ricorrono nella terza parte della Logica hegeliana, e che sono l'idea
del conoscere (die idee des erkennens ), l'idea del bene (die idee des guten) e
l'idea assoluta (die absolute idee). Va però osservato che il volere e l'agire
che in Hegel si congiungono nell’idea del bene, e costituiscono l’idea pratica,
in Ceretti appariscono, al contrario, come momenti e categorie distinte. Questa
terza parte della Logica del Ceretti è una delle più belle e ad un tempo una di
quelle in cui il Ceretti è come più originale e più indipendente da Hegel. Il
modo come vede la distinzione, la relazione e la unificazione del sapere, del
Volere e dell'Agire è qualche cosa di profondo, di stupendo e di vero, e lo si
vede più chiaramente e più determinatamente di quel che possa vedersi nel, pure
grandissimo, filosofo tedesco. Ciò viene dal perchè i tre momenti, che in Hegel
sono come ancora implicati e inviluppati, in Ceretti ricorrono come più
sviluppati e ad un tempo più sistemati. Il pensiero cerettiano dell'auto-logia
è (secondo che lo espressi nella mia Notizia degli scritti del pensiere
filosofico del Ceretti) che l'assoluto è la coscienza logica che si
sistematizza in se stessa, per quindi sistemarsi fuori di sè allo scopo finale
di sistemarsi in sè e per sè come assoluta unità di sè stessa. L'Auto-logia
costituisce un sillogismo assoluto (cioè una connessa triplicità assoluta), i
cui termini sono i predetti di Sapere, Volere, Agire. Nella Coscienza assoluta
il Sapere è l'essere del Volere. Nel Volere c'è, infatti, esterîorazione del
Saputo. Il volere è l'essenza del Sapere. L’agire è l'esistenza del Volere. Tutti
e tre insieme costituiscono l'unitrinità della Coscienza. Anche le tre predette
categorie si distinguono e particolarizzano in altre. Il Sapere si svolge ne '
momenti subordinati (i quali son tre sotto-categorie anch'essi) la prima
sottocategoria di sapere immediato, la seconda sottocategoria di sapere mediato,
e la terza sottocategoria di sapere assoluto. Il Volere si distingue e
particolarizza alla sua volta nelle tre forme sottocategoriche. Prima
sottocategoria del Volere subbiettivo. Seconda categoria del volere obbiettivo.
Terza categoria del volere assoluto. La categoria auto-logica dell’Agire si
particolarizza nelle sue corrispondenti tre sottocategorie. Prima
sottocategoria di “agire attuoso”, aagire come atto puro e semplice. Una
seconda sottocategoria come Agire volonteroso. Terza sottocategoria come Agire
concettuale. ). (Queste tre azioni (o funzioni) categoriche dell’Agire le
designa come Agere actum, Agere voluntatem e Agere notionem). Questo è in breve
il concetto e disegno della prima parte della grande opera enciclopedica del
nostro filosofo. La seconda parte, quella del Logo FUORI sè (EXO-LOGO,
esso-logo) o del Logo nella sua obbiettivazione, cioè la Filosofia della
Natura, ha avuta una estesissima trattazione; e trattazione in cui il nostro
filosofo si mostra non poco originale ed indipendente rispetto alla
corrispondente parte della Enciclopedia hegeliana. Essa è PER NOI ITALIANI
TANTO più importante, in quanto non vi è in Italia, neppure presso i nostri
filosofi maggiori moderni, una sola opera che, prima di questa del Ceretti,
meriti il nome di filosofia della Natura nel senso ampio, vero e moderno della
parola. Io ho scritto su questa parte della grande opera cerettiana tre
lunghissime Introduzioni ai tre volumi che vi si riferiscono, le quali, riunite
insieme e pubblicate sotto il titolo di “Filosofia della Natura” formano
un'opera di ben 487 pagine; e in questa ho ampiamente chiarita e dimostrata la
verità di tutto ciò. Quanto al cenno che posso farne qui, specialmente a
cagione della vastità di trattazione che ha nel Ceretti, esso non può
consistere in altro se non nella pura e semplice indicazione del disegno, della
materia e dell'andamento della trattazione stessa. Premessa la determinazione
della posizione e del concetto della filosofia della Natura nel Sistema pan-logico,
passa alla considerazione di un punto importantissimo, quello cioè della
evoluzione storica della concezione filosofica della natura, evoluzione che,
secondo lui, passa per tre gradi e corrispondenti forme della coscienza
filosofica, la forma estetico-teologica (o sentimentale) la forma empirico
-matematica (o intellettiva e riflessiva ) e la forma speculativa propriamente
detta (o concetturale). E fa in propo sito una stupenda rassegna storica di
queste forme, giungendo all'ultima, ossia alla hegeliana, alla quale egli si
riattacca, ulteriormente sviluppandola e riformandola in ciò che ha di
difettivo. Procede quindi alla partizione della Filosofia della Natura,
dividendola come abbiam detto in Meccanica, Fisica e Biologia, conformemente
alla Natura distinta in sè stessa in meccanica, fisica, e biotica (vivente). Carattere
costitutivo della Natura meccanica è la QUANTITà, della fisica la qualità, e
della vivente l'UNITà (composizione) della quantità e della qualità, la quale
unità è poi la MODALITà o la misura della medesima. Quanto all'unità
inscindibile delle tre parti distinte e de' corrispondenti tre' caratteri della
natura, sono notevoli e riassuntive queste parole del filosofo intrese. Cioè:
Il meccanismo é ove è la fisica (la natura fisica), e la fisica é ove è il
meccanismo; e se vi sono il meccanismo e la fisica, vi è anche la natura
vivente. Ad intendere meglio il rapporto ed il corrispondente concetto
filosofico delle predette tre parti e de' tre predetti corrispondenti caratteri,
arreca un esempio illustrativo, che è bene di riprodurre anche qui. Il
meccanismo suppone necessariamente l'esteriorità reciproca dei suoi termini. Quando
questa esteriorità, passata nella sua interiorità, nella sua unità
inseparabile, trascenda sé a sè esteriore, non versa più in un piano o campo meccanico,
il quale ammetta per sè alcuna intrinsecazione qualitativa della esteriorità
meccanica, ma versa propriamente nella natura fisica del meccanismo (in
mechanismi physi), la quale è la à passatQUANTITa nella sua QUALITà che deve
esplicarsi. Così, ad esempio, in qualunque modo supponiamo il ferro, diviso,
figurato, posto in movimento, ecc., esso non cessa di essere ferro. E quando
per azioni esterne, come ad esempio, per l'ossidazione, cessi di essere ferro,
non consideriamo tali azioni come meccaniche, perchè due modi della materia
(l'ossigeno e il ferro) sono divenuti un solo modo (neutrale), il quale non
ammette più alcuna co-alteriorità esterna di fattori (essenzialissima al
meccanismo, ma è in sè l'unità qualificata de' quanti, la natura fisica del
meccanismo. La quale unità è poi LA VITA, ossia, quel principio grazie al quale
l'alteriorità meccanica si neutralizza fisicamente, e la neutralità fisica si
alteriora (si fa altra ) meccanicamente: il che, in quanto è nella
circoscrizione essologica (naturale), è la vita. Ciò posto, concependo la
natura meccanica o il meccanismo come il sistema della quantità, passa alla
reale considerazione e corrispondente sistemazione filosofica di tutti i
principii (detti anche categorie naturali) della medesima come spazio, tempo,
moto, ecc. Conformemente a ciò, concependo la natura fisica parimenti come il
sistema della qualità, svolge i principii o categorie naturali di essa, come
etere (o materia eterea), luce calore, magnetismo, elettricità ecc. E s'intende
che ciò che è detto della natura meccanica e della fisica, va detto anche della
NATURA VIVENTE, della quale, come unità concreta delle due antecedenti, si
vvolgono, determinano e sistematizzano i corrispondenti principii e momenti.
Questi principii, coi relativi sistemi vitali, sono nella loro generalità e
progressività evolutiva la vita cosmica od URANICA, la vita geologica e la vita
fito-zoologica. Per questa intende la predetta reciproca esteriorità de'
termini. La vastità di conoscenza delle discipline naturali non che la forza
speculativa ch'ei mostra nell'intenderne e collocarne i principii nel suo vasto
disegno del sistema panto-logico sono tali da fare del Ceretti una delle menti
filosofiche più vaste e più profonde del nostro paese. Col terzo volume della
Filosofia della Natura, che è il quinto della grande opera pan-logica, questa
rimase interrotta; però se rimase interrotta, la iattura non è stata nè intera
nè irreparabile. Giacchè i cenni e relativi concetti riformativi anche della
terza parte del sistema pan-logico già delineati primamente ne' Prolegomeni,
poscia qua e là considerati negli stessi quattro susseguenti volumi, son tali e
tanti da potersi fare un concetto chiaro e de terminato anche di esso. Ma, per
giunta ed ulteriore integrazione di questa, lascia due saggi che concernono
proprio questa terza parte, cioè le due già mentovate intitolate, l'una,
Considerazioni sopra il sistema generale dello spirito ecc. (Torino), l'altra,
Sinossi del l'enciclopedia speculativa (Torino). Un brevissimo cenno anche di
questa terza parte è il seguente. Quanto al concetto, obbietto e partizione di
essa, rappresen tando la prima parte la subbiettività del logo o della coscienza
assoluta, e la seconda la obbiettività, questa terza rappresenta l'assoluta
unità delle medesime: assoluta unità, che vien cosi ad essere la Coscienza
subbiettiva obbiettivata e ad un tempo la Coscienza obbiettiva subbiettivata.
Or questa Coscienza risultata tale è ciò che il Ceretti (conformemente ad
Hegel) appella comune mente anche spirito, il quale è appunto l'obbietto di
questa parte da lui denominata sin-auto-logia. Intanto, siccome lo Spirito,
benchè già sorgente nella stessa animalità, pur non giunge alla sua reale
manifestazione, esistenza e verità se non nella umanità, così divien questa lo
speciale obbietto della sin-auto-logia. La quale perciò è dal nostro filosofo,
designata come speculante l'Uomo, primamente nella Subbiettività secondamente
nella Obbiettività, e in terzo luogo nella Assolutezza del medesimo:
Assolutezza, che è l'unità della Subbiettività e dell'Obbiettività. Di questa
triplice considerazione, o meglio speculazione, la prima costituisce ciò che
egli chiama l'Antropo-logia, la seconda l'Antropo-pedeutica, la terza,
l'Antropo-sofia. I lettori che conoscono la dottrina hegeliana vedranno tosto
la simiglianza della dottrina cerettiana colla dottrina hegeliana dello
Spirito, distinta in quella di Spirito subbiettivo, spirito obbiettivo e
Spirito assoluto. Senonché, se c'è simiglianza nella generale concezione, c'è
anche una notevole differenza nella portico. L'uomo è la concreta verità dello
Spirito (Homo est spiritus concreta veritas). lare trattazione della medesima.
Per dire ancora qualche cosa della concezione e partizione cerettiana della
predetta Sin-auto-logia rilevo che l'Antropo-logia considera l'Uomo come
Subbietto generale. E come tal Subbietto consiste dell'elemento fisico o
corporeo e dell'elemento meta-fisico ossia animico, così essa è primamente
Psico-fisio-logia. Indi considera nel generale subbietto umano l'elemento, dirò
così specificamente umano, ossia la mente, ed è Noo-logia; in terzo luogo, la
mente, o l'attività teoretica, si realizza come attività pratica e allora
l’Antropo-logia nel suo terzo momento è Prasseo-logia o dottrina del l'azione
spirituale. La Psico-fisio-logia, la Noo-logia e la Prasseo-logia hanno alla
lor volta principii, ossia momenti subordinati, e vengono anche questi
considerati, accolti e sistemati nella Antropo-logia L'Antropo-pedeutica,
all'opposto della Antro-pologia che consi sidera l'Uomo subbiettivo, considera
l'Uomo obbiettivo, ossia l'uomo nella obbiettivazione della propria
subbiettività: la quale obbiettivazione costituisce, primamente, la dialettica
mondiale umana e produce ciocchè si appella la storia; è in secondo luogo il logo
sistematico della dialettica obbiettiva, che in senso lato è ciocchè si appella
la didattica; e in terzo luogo è la stessa obbiettività sistemata nel Subbietto,
che è quella che si designa col nome di DIRITTO. Che anche queste tre parti dell'Antropo-pedeutica
(Storia, Didattica, Diritto), si sviluppino, particolarizzino e sistematizzino
in ulteriori sfere, attività, principii, ecc., lo s'intende da sè. E cosi viene
assolta anche questa parte della Sinautologia. E finalmente vien considerata e
trattata l'ultima sfera di questa, cioè l'Antropo-sofia, la quale ha che fare
coll'uomo considerato nella sua assolutezza, ovvero nella sua Coscienza
assoluta, e com prende la sua attività artistica, religiosa e filosofica.
L'Arte è la contemplazione e produzione del bello, del buono e del vero
mediante l'ispirazione estetica: la Religione e l'apprensione, rivelazione e
culto del divino, e tramezza la manifestazione estetica e la concezione
filosofica; la FILO-SOFIA sviluppa la immediata apprensione religiosa nella
mediata concezione del pensiero assoluto. La triplice ed assoluta attività
dello spirito, artistica, religiosa e filosofica costituisce l'ultimo e supremo
sillogismo del Logo assoluto o della Coscienza assoluta, e con esso si chiude
il Sistema pan-logico. Tale è in nuce il vasto pensiere filosofico cerettiano e
la vasta esecuzione del medesimo. Per ciò che è riferito in queste poche pagine
rimando il lettore ai miei molteplici lavori intorno al Ceretti, specialmente
alla Notizia degli scritti e del pensiere filosofico non che alla Filosofia
della Natura » del medesimo. E soggiungo e annunzio qui volentieri che intorno
a quest'uomo, che ha occupato due decenni di studi della mia vita, son presso a
finire l'ultima mia opera: opera che consiste in una estesa e particolareggiata
esposizione di tutto intero il suo sistema panlogico, compresa la sinautologia.
Ho forse speso intorno a lui più tempo di quel che conveniva per i miei propri
studî e lavori. Ma non me nepento, non solo perchè è stato di giovamento a
questi stessi, ma specialmente perchè ho contribuito a far conoscere un uomo,
che fa onore grandissimo alla filosofia in genere e alla filosofia italiana in
ispecie. Grazie! Diamo a giustificazione un elenco, che pur non si può dire
ancora com- pleto, delle opere postum e di Pietro Ceretti:
18l3-4fi. Traduzioni varie dal latino, francese, tedesco, inglese.
(Virgilio, Orazio, Lamartine, Kozbue, Schiller, Shakespeare, Byron e
Thompson). Orig. Leonora di Toledo. Poemetto in tre canti, versi sciolti
con liriche intercalate, varie liriche. Ulttime lettere di un
Profugo. Romanzo in prosa, t volume. Pellegrinaggio in Italia. Canti. Poesie
Uriche. Prometeo. Poema. Storia del diritto Canonico. Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee
filosofiche. Scienze naturali e considerazioni storiche. Scritti. Salùi. Sogni e Favole (umorismo
trascendente), Apocalypsis (misticismo allegòrico) greco con versione latina
(imitazione del greco e latino della Chiesa primitiva). Opuscolo.
Grullerie Poetiche (umorismo parodiaco) Massime e Dialoghi. I Conferenti.
Commedia nebulosa. Ormuzd. Dramma mistico. Synùp s i dell' Enciclopédia
Siwr.idatirn -TSimplizio. Romanzo. Idee radicali delle discipline finite e
delle matematiche empirico-induttive. Cavalier Sriovannino. Romanzo. Manuale di medicina pratica. L'Inconcludente. Romanzo. Lo Zio
Giuseppe. Commedia. Considerazioni sopra il anatema generale dello spirito
entro i limiti ' della riflessione. Considerazion i circa il
sustema della natura entro i limiti della riflessione. Viaggi utopistici.Il
Protagonista. Proposta di una riforma sociale. Considerazioni generali circa la
caratteristica spiritualità dell'Italia. Insegnamento filosofico.Gregorio.
Romanzo. Novellette morali Itinerario d'un Inqualificabile. Trattato di
Astronomia. Introduzione alla coltura generale. I volume. _ Id. La
Divina Commedia. Vita di Giustino Caramella scritta da se stesso. 1
volume. Id. Vita di due Comici. 1 volume, ld. Vita di
Virginia Bonaventura. Sonnambulo. La mia celebrità. Inventario delle mie
vicissitudini mondane. Memorie Posthume. Stramberie philosophiche. La
pubblicazione, che si inizia con questo primo volume, è un monumento che
una figlia pia innalza alla memoria di un amatissimo padre, non per
adempiere ad una espressa o tacita di lui volontà, ma piuttosto in
contrasto a questa, e perchè gli studiosi conoscano, almeno dopo la di
lui morte, la profondità del sapere che egli aveva potuto condensare
nella propria mente, e le diuturne e dotte speculazioni da lui compiute
nella sua non lunga vita. E affinchè niuna meraviglia possa solére
.dalla pubblicazione stessa, e dalle opere che ne sono l'oggetto, in
quanto che e l'una, e le altre, si differenziano alquanto dal comune,
parve opportuno e conveniente di premettere una breve notizia, che dica
al lettore chi sia stalo, e come abbia vissuto fautore, e con quali
intendi- menti, e con quali criteri si diano alla luce i suoi scritti,
che egli non ha creduto di diffondere. Pietro Ceretti ebbe i
suoi natali nell'agosto dell'anno 1823 in Intra, la città più popolosa
tra quelle che si adagiano sulle ame- nissime rive del Lago Maggiore, e
meritamente celebrata per le sue potenti industrie, dal cav. Pietro e da
Caterina Rabbaglietli. Il padre suo, uomo di chiaro ingegno, lutto
compreso della necessità dell'istruzione e della educazione, prerogativa
abbastanza mia in quei tempi, e fervei ile pi opugualure di ugni istitu-
zione, che avesse per iscopo di promuovere quelle due fonti di civile e
materiale benessere (I), provvide tosto a coltivare la mente del
figliuolo; seguendo però l'inveterala consuetudine avita, dapprima
l'affidò alle cure di questo e quell'abate, che non riu- scirono ad
illuminare gran che il di lui intelletto irrequieto, come egli slesso ha
poi umoristicamente narralo in interessantissime pagine sulla sua prima
gioventù ; di poi lo allogò nel seminario di Arona e nel \\. Collegio di
Novara. Ma il giovanetto, vivace di animo, e la mente
precocemente inlesa ad altri ideali, poco o nulla approdilo di quei primi
sludi; e liberatosi alfine dalle pastoie degli insegnanti e del vivere
col- legiale, tolse a maestro se medesimo, sorretto solo dalla
Terrea tenacità del suo volere, e dall'imperioso ed irresistibile
bisogno di sapere. In breve, il diremo con frase che nel caso nostro
non è punlo rellorica, diede fondo all'universo scibile; apprese a
parlare ben selle delle moderne lingue, e delle morie, al Ialino
insegnatogli dai precettori , aggiunse profonde cognizioni del greco,
dell'ebraico e del sanscrito. A diciolto anni si recò a Firenze,
dove soggiornò qualche anno, stringendo amicizia coi primari ingegni di
quel lempo, specie con Gino Capponi, con G. H. Niccolini, e con quella
chiara pleiade di letlerati, che frequentarono il Gabinetto del
Vieusseux. Più lardi, desioso di vedere paesi e persone, e fidente nel
suo temperamento robusto e nella florida salute, si diede a lunghi
e singolari viaggi. Percorse in vero, più volle, e quasi
sempre a piedi, l'Italia peninsulare, la Sicilia, la Germania, la
Francia, l'Inghilterra, in cui fece lunga dimora, e la Spagna. Ed era
tanlo in lui il desi- ci) 1 suoi concittadini venerano ancora in lui il
fondatore di un Asilo infan- tile, die è Ira i pili antichi, eil b
modello a Inlla Italia, e lo zelante Sovra Jtiteiifh'iitf, per più di
'ìi) unni, delle scuole elementari riviene. derio di penetrare nei
più ascosi recessi e della natura, e del- l'animo umano, che attraversò i
più malagevoli passaggi dei Pirenei, accompagnandosi colle frotte di
zingari e malviventi, clie abbondavano in quei paraggi. Nulla
lasciò in quelle sue peregrinazioni di intentato, o ine- splorato, che
potesse servirgli nello studio dei suoi simili, e delle abitudini e
costumi dei diversi ordini sociali; e dalle più alle società, dai primari
alberghi, scese alle più umili taverne, mesco- landosi colle infime classi,
per indagarne i sentimenti e le tendenze. Dopo siffatto giro per
l'Europa ritornò in patria, ove si com- pose nella pace famigliare, e si
diede tutto a viaggi di altro genere, vogliamo dire a spedizioni lunghe e
laboriose nel campo immenso del sapere, leggendo, e più meditando, le
opere dei massimi filosofi e pensatori d'Italia, di Germania e di
Francia, ed arricchendo la mente di un incommensurabile tesoro di
cogni- zioni, di osservazioni e di pensieri È notabile questo
periodo della sua vita, in cui il nostro Autore condensò, per cosi dire,
tutta l'umana sapienza nel suo intelletto; chè dopo d'allora, e in
ispecie negli ultimi anni del viver suo, nei quali fu pur massima la
fecondità dello scrivere, ben poco lesse, ed anzi si può asserire che più
non consultasse nel dettare libro alcuno, ma lutto quanto gli occorresse,
evocasse dalla sua tenacissima memoria, dallo sterminalo
accumulamento di cognizioni, che aveva in mente. Leniti e progressiva
paralisi lo aveva quasi immobilizzato ; egli doveva ricorrere quindi
all'alimi aiuto per ugni «no movimento, e i suoi Lunigliari asseriscono
che da anni ed anni non ebbe mai ad ordinare di recargli libro alcuno da
consultale, mentre dettava continuamente per molte ore del giorno. Era
d'al- tronde ima delle massime da lui predicate, che l'ingegno vero
approfitta poco del materiale altrui, bensì moltissimo dell'abitudine del
coiu-etttrantento e della riflessione; e solpva dirr fhp gran parte delle
sue cognizioni non le (Tivca acqui- state eolla lettura, ma colla
meditazione e quasi per una catena di messori' derivazioni. Infatti la
maggior quantità dui suoi scritti data dall'epoca che cessò di
leggere. Manda ai torcili un primo saggio del buu ingegno, un'opera
letteraria, intitolata: II Pellegrinaggio in Italia di Ales- sandro
Goreni, poema in ottava rima, ove con poesia profonda- mente inlima,
sostanzialmente nuova ed originale, diede sfogo ai molti pensieri ed
affetti, di cui aveva ripieno l'animo. E poco dopo pubblicò,
coll'allro pseudonimo di Tkeophilo Eleutero, un secondo e ben diverso
saggio della profondità del suo sapere, e dell'acume del suo intelletto,
mandando alla luce Ire grossi volumi di un'opera filosofica, che
intitolò: Pasaelogices Specimen (I), e fece stampare in latino; lavoro
che per modestia volle fosse edito in pochi esemplari, ma che in Germania
diede argomento a serie critiche nella Rivista filosofica
Zcitschrift (Halle) ed in altri periodici scientifici (II). Ma
qui pur troppo s'arrestano i lavori edili del nostro Au- tore; chè
all'infuori di qualche scritto di minore importanza, apparso su giornali
locali, nulla ei più permise che si desse alle slampe di quanto andava e
andò scrivendo fino alle sue ultime ore. Racchiudendosi modestamente, e
un poco anche egoistica- mente, nelle soddisfazioni intime delle sue
elucubrazioni, più non volle che alle sue gioie mentali, alle sue
indagini filosofiche, ai suoi profondi ed originali pensieri
partecipassero i lettori; e studiò e scrisse per sè solo, per esercizio e
ginnastica della sua (I) Pasaelogices specimen, Tiikophilo Eleittro
editimi. Voltimeli pr imitili — Proì egomena. Volumen
secundum — Esologia. Volume» tertium — Natura Medianica — Intra Torino
e Firenze, lilucria di Ermanno Loeschef. — Ve ne sonu altri due volumi
inedili. (II) Ecco come ne parlò, fra gli altri, il Foglio Centrale
Letterario di Lipsia in un lungo articolo sull'opera slessa, di cui noi
riportiamo solo un brano: * E sorto un anonimo italiano; egli parla
nella lingua ecumenica del pas- sato il suo è un lavoro, che ò il
risultato di un'escogitazione indefessa di tanti anni, forse di
tutta la sua vita (con un'estensione di due mila pagine), e che tratta di
tutte le cose del Cielo e della Terra, e per di più della logica dello
Spirito assoluto; è una continuazione della speculazione di Hegel, dalla
quale perù vuole assolutamente distinguere la propria dottrina
. inenLe elevatissima, del poderoso
suo intelletto, per appagare la sua smania del vero. Meditava
e scriveva, al pari di Vincenzo Gioberti, dodici e più ore al giorno. I
suoi concittadini il ritrovavano spesso solitario per le campagne e i
dolci declivi delle amene montagne che stanno a cavaliere d'Intra, sotto
al vitale raggio del sole, o seduto alle ombre amiclie dei l'aggi e dei
castani, colle lasche zeppe di libri, sempre speculando ed annotando
colla matita sopra la carta i suoi pensieri. Al pari dei peripatetici si
dilettava di filosofare camminando nell'aer puro, nella serena festività
della natura, alla luce gaia del sole, o nella tepida ed affascinante
quiete dei boschi. Dal ponderoso lavorio mentale del
filosofare egli trovava sol- lievo nelle arti belle e nelle belle
lettere; ed allora dettava quelle innumerevoli poesie, che stanno
raccolte sotto il caratteristico titolo di Grullerie Poetiche, e nelle
quali con vena originalissima, non leziosa o ricercatrice di supposti e
romantici ideali, e con spirito satirico il più fine, spesse volte non
facilmente apprezza- bile, egli fìssa l'impressione del momento, o deride
le costumanze strane delle mode, o celebra i fasti cittadini, che
giungono col rumore dell'eco all'orecchio suo, lontano ornai dal
consorzio umano, e non abituato che alle voci dei suoi inlimi; ed allora
traeva dal prediletto flauto dolci suoni, o sull'arpa antica tradu- ceva
la soave ispirazione dell'animo suo, o sul pianoforte combi- nava le
armonie musicali, consuonanti colle armonie delle idee sue, della natura,
e della verità, che a lui si disvelavano nelle profonde sue
speculazioni. Cosi visse Pietro Ceretti, tanto grande per
intelletto, quanto semplice di modi e di costumi. L'altezza della sua
mente pareg- giava la nobiltà affettuosa del suo cuore. Austero per
indole, tollerante delle fatiche, intrepido nei pericoli, alieno dagli
agi, benché a lui permessi dai beni della fortuna, schivo del mondano
frastuono (non desiderò die una cosa: vivere sconosciuto), chiuse
in petto un'anima temprala a rettitudine, a purezza quasi primi- tiva,
che lo rese incapace di odio e di avversioni contro chic- chessia, e di
qualunque simulazione o maldicenza. Naturale, aborrente da leziosaggini,
si riprodusse, quasi in specchio fedele, nel suo stile semplice e rigido,
tendente ad essere chiaro più che seducente. Affabile, unitissimo, nel
conversare parve un fanciullo; lo si sarebbe detto, anche per la modestia
del vestire e del vivere, un uomo taglialo alia grossa, e di rozzi sensi
; ed invece di quanto allo sentire, di quanta soavità d'animo era egli
dotato! Un cullo affettuoso ei professò per la consorte, troppo presto
rapitagli ; un'inarrivabile tenerezza per l'unica sua figlia, che ne
consolò la precoce inferma vecchiaia. Colpito invero a
cinquantanni da lento, ma inesorabile morbo, che gli impedi l'uso delle
gambe, per quasi due lustri non si mosse dalle sue stanze, che volle in
uno spazioso lenimento, sul- l'alto della città, affine di poter
distendere lo sguardo vivo e sereno sul più ampio tratto possibile di
quella natura, in cui egli aveva tanto liberamente voluto vivere fino
allora. Il suo tempera- mento, pur tanto desioso di moto e di novità, si
compose con ammiranda rassegnazione alla quiete, a spaziare in pochi
metri quadrali di superficie. Con una forza d'animo, che solo può ve-
nire o da angelico spirito, o dal conforto della filosofia, sopportò i
dolori fisici e morali della lunga infermità; e mai un lamento, mai un
lagno uscì dalla bocca sua, neppur quando venne da ultimo costretto al
letto, e vi rimase fermo per gli ultimi diciotlo mesi di vita. Che anzi
consolava e ravvivava lo spirito afflitto della figliuola; e l'andava
preparando con filosofici pensieri alla sua dipartila da questo mondo,
che con spirito antiveggente e quasi profetico, calcolò prossima di mesi
e di giorni (I). (1) Era solito di dire: morire non è, ni un bene,
uè un mule, mn soltanto na- turai rosa come il nascere. Siate perciò
calmi come sono io. patimenti fisici non gli tolsero,
estrema consolazione della travagliosa vita, la lucidità e la fecondità
del pensiero; e continuò le sue meditazioni e i suoi sludi lavoriti,
dettando incessante- mente alla diligente sua lettrice. Fin negli estremi
momenti, al- lorché l'ansia affannosa del respiro rese inintelligibili i
suoi accenti, tentò più volte di esporre l'ultimo suo pensiero
sull'opera che aveva in corso. Tale in breve la vita del
nostro Autore, nella quale tu non trovi da celebrare avventure o fatti
straordinari, poiché fu tutta dedicata, e modestamente dedicala, ad una
faticosa, ma tranquilla e serena lotta mentale, ad umbratili sludi, ad
inlime soddisfa- zioni, originate dalla scoperta di nuovi veri, al cullo
delle arti belle e delle scienze; ma per compenso in essa ti si rivela
un inimitabile esempio di indefesso amore del sapere, di privale
eminentissime virtù, di sublime rassegnazione ai mali fisici. É in
memoria adunque di quell'affettuoso padre, di quell'alta e modestissima
intelligenza, di quello squisito animo, che la figlia sua, signora Argia
Franzosim Ceretti, intraprende la pubbli- cazione delle numerose opere
filosofiche, scientifiche e letterarie, che egli ha lasciato manoscritte
ed inedite. L'abbiamo già detto, e convien ripeterlo, con questo nè
inter- preta un desiderio del padre, nè fa un pietoso sfregio alla
volontà di lui. Imperocché, come egli non ha pensalo a proibirlo,
cosi non ha imposto nè esplicitamente, né implicitamente, per una
postuma vanità, che le sue opere vedessero la luce. Egli non bramò mai in
vila sua di curarne la stampa; lo sperimento fallo del Pellegrinaggio in
Italia e dello Specimen Pasaelogices gli aveva provalo quante noie e
quanti fastidi arreca il sorvegliare l'edizione di poderosi manoscritti;
e, ciò che a lui maggiormente dispiacque, gli aveva rubato soverchiamente
di quel tempo, che egli ebbe sempre prezioso. Andò d'altronde convinto
che i suoi concetti si discostassero tanto dal modo volgare di pensare,
da sembrare meri paradossi (1); e più volle invero nelle opere sue
ripete essere a lui consentila la maggior libertà di pensare e di scrivere,
ap- punto perchè non teme di disgustare i suoi non-lettori.
Questo però non è il parere di chi attende alla presente pub-
blicazione; è vero che negli scrini, che vedranno la luce, vi è una
originalità di pensiero, la quale può parer strana ai poco colti, ed
impressionare anche i doni; ma è vero altresì che, anzi che provocare
censure, vi è piuttosto a credere che gli stessi de- steranno
l'ammirazione per la novità, la potenza, l'altezza dei concetti che vi si
affermano dal nostro filosofo ; è piuttosto a sperare che i lettori
andranno lieti di poter rinvenire, in tanta serie di scrittori o plagiari
o volgari, una intelligenza, che esprime idee tutte proprie, e forti, e
vere, meritevoli insomma della più grande considerazione. La
quale originalità, che è riproduzione fedele del carattere dell'Autore,
fu con suprema e scrupolosa cura conservata intatta. Più che ad
adornargli la veste in modo, che gli accaparrasse a primo acchito la simpatia,
più che a fornirlo di allettatici attrat- tive, si è mirato a presentarlo
al pubblico nella fedele e polente impronta del suo genio. Sicché, ad
onla che sarebbe tornato fa- cile di rimediare ad alcune mende del suo
stile, piuttosto ten- dente a chiarezza che ad eleganza, e di ammodernare
la sua specialissima ortografia, nulla si volle sostanzialmente
immutare, e gli scritti si pubblicano quali si trovarono dettali, ad
eccezione di qualche correzione di forma, necessaria e solila di farsi
anche dagli autori stessi, allorché i loro manoscritti stanno per
essere consegnali al tipografo. Un'altra dichiarazione
occorre porre avanli ; ed è che la pub- blicazione viene cominciala colle
due opere conlciiute nel presente (I) Epli stesso, parlando rìrlle
sue open 1 , così si esprime: / miei scritti potrebbero aen&rare a
molti ti» ainmaxsn ili rontrailiziotii, o anche l'eccesso della
trivialità. volume, pel solo motivo che esse sono quelle che, fra
le poche potute finora disaminare, parvero a preferenza scritte in
modo piano, ordinato e quasi melodico, e perciò facile ad essere
com- preso dall'universalità dei lettori ; e quelle altresì, che,
trattando di una materia generale, si prestano a fare in modo
riassuntivo rilevare quale fosse la mente dell'Autore e quali le sue dottrine,
quali le sue idee su gran parte delle cose umane. Nell'una invero si
discorre dello spirito umano, e si descrivono e criticano i vari sistemi,
che si vennero formando dalla sua nozione ; nell'altra si tratta di tutti
i principi cardinali, dei quali è la natura costrutta, e si analizzano
coi criteri forniti dall'intelligenza riflessa. Ben si sarebbe
potuto seguire o un ordine cronologico, man- dando alle stampe le opere
nella stessa successione nella quale l'Autore le scrisse, oppure un
ordine razionale, prefiggendosi un punto di partenza, come dal generale
al particolare, o dalle opere letterarie alle filosofiche, e cosi
via. Ma da un lato l'ordine cronologico non ha alcuna base in
ragione, dipendendo da pura casualità materiale che un'opera sia stata
scritta prima dell'altra; dall'altro il razionale, che certo sarebbe
stato più logico e preferibile, richiedeva per essere at- tuato una
previa disamina, anche solo sommaria, delle opere tutte, che si hanno
manoscritte; il che avrebbe cagionato un in- gente lavorio da compiersi,
per l'unicità dei criteri, da una sola persona, e di conseguenza avrebbe
ritardato chissà di quanto tempo l'inizio di questa pubblicazione, che
considerazioni morali di non minor peso delle razionali consigliavano di
intraprendere tosto (I). (1) Diamo a giustificazione un
elenco, che pur non si può dire ancora com- pleto, delle opere postum e
di Pietro Ceretti: 18l3-4fi. Traduzioni varie dal latino, francese,
tedesco, inglese. (Virgilio, Orazio, Lamartine, Kozbue, Schiller,
Shakespeare, Byron e Thompson). Orig. Leonora di Toledo. Poemetto in tre
canti, versi sciolti con liriche intercalate, varie liriche.
Tale in succinto lo scopo cui mira, il modo in cui vien
falla, e la ragione per cui si inlraprende in una guisa piullosto che
nell'altra, l'edizione delle Opere postume di Pietro Ceretti. Le quali
ben si prevede non abbiano a riscuotere popolari ap- plausi, altrettanto
fragorosi quanto facili e poco duraturi ; ma si spera in compenso che
abbiano a fermare l'attenzione dei lettori colti, studiosi,
meditativi. Noi neppure ci allentiamo di darne un riassunto
analitico, o di sintetizzare il sistema filosofico dello scrittore, o di
esporre quali furono i suoi ideali, e con quali mezzi assorse alle
cognizioni del buono, del bello, del giusto; poiché, oltrecchè, non
essendoci bastato il tempo a leggere i molti manoscritli da lui lasciati,
da- remmo giudizio incompleto ed immaturo, preferiamo che su di
essi si esprima liberamente la pubblica critica. Per Colei poi, che
promuove questa pubblicazione, sarà in Ultime lettere di un Profugo.
Romanzo in prosa, Pellegrinaggio in
Italia. Canti, Poesie Uriche. 1 volume (edito) con alcune liriche. Prometeo.
Poema. Storia del diritto Canonico. Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee
filosofiche. Scienze naturali e considerazioni storiche. Salùi (inedili).
# Sogni e Favole (umorismo trascendente), Apocalypsis (misticismo allegòrico)
greco con versione latina (imita- zione del greco e latino della Chiesa
primitiva). Opuscolo. Grullerie Poetiche (umorismo parodiaco) Massime e
Dialoghi. 4 volumi. 1875. I Conferenti. Commedia nebulosa. Ormuzd.
Dramma mistico. Synùp s i dell' Enciclopédia Siwr.idatirn - Sffnpltcìo.
homaiizo. Idee radicali delle discipline finite e delle matematiche
empirico-indut- tive. Cavalier (riovannino. Romanzo. Manuale di medicina
pratica. L'Inconcludente. Romanzo. Lo Zio Giuseppe. Commedia. ogni caso di sufficiente conforto l'aver
dimostrato con essa come il padre suo, nella sua apparente inoperosità,
abbia invece com- piuto un lavoro immenso, quasi incredibile potersi
compiere da una mente umana in sessantanni di vita; come, tuttoché da
oltre ventanni se ne stesse segregato dal mondo, tanto che lo si
ri- tenne sdegnoso dell'umano consorzio, egli abbia seguilo e
ritenuto con diligenza, memoria, affetto ed acume sorprendenti tutto
il corso dei moderni avvenimenti, e si sia interessato alle vicende
anche più minute della vita umana, la quale egli, trattosene fuori, contemplò
e giudicò dall'alto e spassionatamente; ed infine con quanta forza
d'animo e vigoria di mente abbia, anche ammala to, continualo l'aspra,
diuturna e faticosa ricerca della verità e della luce spirituale.
Che se poi le opere sue potranno servire ad accrescere le cognizioni
odierne, e disvelare nuovi orizzonti, a precisare sistemi. Considerazioni sopra
il anatema generale dello spirito entro i limiti ' della
riflessione. Considerazion i circa il sustema della natura entro i limiti
della rifles- sione. Viaggi utopistici.
Il Protagonista. Proposta di una riforma sociale.Considerazioni generali
circa la caratteristica spiritualità dell'Italia. Insegnamento
filosofico. Gregorio. Romanzo. Novellette morali. Itinerario d'un
Inqualificabile. Trattato di Astronomia. Introduzione alla coltura generale. La
Divina Commedia. Vita di Giustino Caramella scritta da se stesso.Vita di due
Comici. Vita di Virginia Bonaventura. Sonnambulo. La mia celebrità. Inventario delle mie vicissitudini mondane.
Memorie Posthume. IStramberie philosophiche. filosofici e speculativi oggidì
ancora incerti ed indefiniti, essa avrà nei contempo raggiunto un altro
intento, quello cioè di far contribuire all'aumento del patrimonio
intellettuale scritti che erano dal loro Autore destinati a rimanere sepolti.
E ciò la con- forterà maggiormente nell'adempimento dell'intrapreso
assunto, che è per lei il più sacro e il più caro dei doveri. L'arte
della parola è per noi assai più spirituale che non le arti del disegno e
della musica. La medesima contiene idee de- finite come nell'arte del
disegno, e medesimamente una succes- sione temporanea come nella musica-,
ma queste idee definite non sono più astrattamente naturali come
nell'arte del disegno (appari- zione), nèuna successione temporanea di
spirituali emozioni, corno nella musica, ma piuttosto idee concrete
(physir.fte e metaphysiche) colle loro successicni definite di idee
pensale non astrattamente sentite. Si crede comunemente che
l'arte della parola sia la vera re- sumzione del disegno e della musica;
certamente essa può espri- mere idee proprie, quali non potrebbero essere
espresse da vermi disegno e da veruna musica, ma questa proprietà non
costituisce una vera preminenza nel significato che a lei comunemente
si attribuisce. L'arte poetica riassume in se stessa ed esprime a
proprio modo certe idee, quali non potrebbero essere espresse da quelle
altre due arti, ma non potrebbe in verun modo essere sostituita alle prefate
singole arti. La stessa può esprimere una suc- cessione di pensieri, ma
non una successione temporanea di emo- zioni spirituali col prestigio
proprio della musica; così pure può esprimere definite rappresentazioni
come le arti del disegno, ma non può presentarle immediatamente e
sensibilmente, al pari di quella, la quale ripete il suo prestigio
appunto da questa imme- diala sensibile rappresentazione.
Cosi generalmente parlando l'arie poetica da una parte può essere
considerala come resumliva unità delle idee divorziale nella musica e nel
disegno, dall'altra però può essere considerala come il germe inesplicito
delle suddette arti, che esplicandosi nelle loro astrazioni generano il
disegno e la musica. Infatti se l'arte poetica da una parte accompagna il
massimo svolgimento della civiltà, dall'altra parte è stata un'arte assai
primitiva e forse cosi primitiva come il disegno ed assai più che la
musica; le idee l'arte della parola contenute in queste
possono considerarsi come generate da una astrazione ideale, che costituisce
le suddette arti. L'arte della parola si divide in tre periodi
capitali: 1) L'arte poetica come esiste nella letteratura
propriamente delta; 2) L'arte prosaica, come esiste
nelle discipline finite empi- rico-matematiche; 3) L'arte
speculativa, come esiste in tulle le cosi delle p/iilosophie, non
arrivale alla necessità logica del pensiero, cp- pcrciò a quelle
philosophie che devono persuadere o dimostrare in qualche modo la propria
verità. Questi tre periodi costituiscono la concreta arie della
parola, ossia quella che si svolge come manifestazione della
Coscienza pensante. Noi tratteremo brevemente, ma categoricamente
questi tre periodi della parola, che realmente sono anche i periodi
dello spirilo parlante, prima del quale è l'esistenza meramente
psychica e istintiva delle bestie, e oltre il quale il pensiero va in un
altro systema che non è più quello che possa interessare lo spirilo
slesso. Intendiamo arte della parola quell'arte che si svolge nel
pen- siero concreto, epperciò si manifesta sotto le forme concrete
del medesimo, non in qualche sua astrazione, come quelle del
disegno e della musica, le quali si manifestano nell'astratta forma del
senso intimo o del senso esteriore. Denominiamo arte della parola quella
che si svolge mediante una lingua letteraria, non quell'idioma po- polare
che nasce e si sviluppa islinlivamenle nel popolo, ed appar- tiene alla
natura piuttosto che allo spirilo pensante. Quest'arte fu
considerala astrattamente come lingua eslhelica, ovvero poesia; ma essa
prosegue il suo svolgimento anche nella lingua prosaica (come nelle
discipline finite), e nella lingua spe- culativa, ossia in quella che si
chiama comunemente phìlosophia. Questo svolgimento appartiene all'arie
della parola, e comprende lo spirilo assoluto (lo spirilo, non la
Coscienza assoluta). ZNello spirilo giova osservare che le categorie
devono essere gerarchica- mente coordinate, e non si potrebbe concepire
un'esistenza spi- rituale che non possedesse vizi e virtù, buono e male,
e cosi via. Perciò abbiamo dello che quella pura speculazione (dai
theolo- ganli meritamente chiamata abuso della speculazione) non
appar- tiene allo spirito come tale, ma piuttosto è l'atto
caratteristico, col quale lo spirito si svolge dal pensiero in altro
systema. Questa speculazione pura è manifesta dalla parola, ma è il suo
esilo finale, epperciò nella parola che va via dallo spirilo. Così pure
quel pen- siero che nasce e si svolge istintivamente nel popolo non
appar- tiene all'arte in discorso, ma piuttosto alla natura
creatrice. L'arte della parola suppone uno spirito positivamente
formu- lalo e muore colla morie dello slesso, epperciò la medesima
appartiene essenzialmente allo spirilo, non generalmente alla Coscienza. Lo
spirilo nasce dal non spirilo e muore nel non spi- rilo, ossia è un
momento storico nello svolgimento della Coscienza ; epperciò consideriamo
come un prodotto della natura (ossia di un systema non ancora
positivamente spirituale) quella lingua e quel pensiero che nasce e si
svolge istintivamente nel popolo. È una lingua psychica, che
progressivamente e lentamente si svolge in una spirituale; perciò
troviamo nelle lingue esordienti la parola determinala col semplice
elemento delle intonazioni, ed inoltre che le nostre idee metaphysiche
ebbero tutte nelle lingue primitive un significalo di phenomeno
sensibile, e anche oggidì si trovano negli uomini naturali lingue che
possono significare individui, non generi e specie, caratteristico di
quelle spirituali. Nell'infimo popolo le idee metaphysiche sono ancora
mollo equi- voche; cosi per es. suppongono lo spirito non solo in un
tempo ed in un luogo (vale a dire nella natura), ma anche con un
pos- sesso caratteristico del pensiero humano ; questo non può
risul- tare che da uno spirilo in una forma necessariamente humana.
Così quest'arie della parola comprende la totalità dello spi- rito
(Coscienza pensante), ma esclude ogni altro systema della Coscienza, che
non sia quello dello spirilo. È questa la ragione per la quale coll'arle
medesima una verità si deve persuadere o dimostrare; e quelle verità
logicamente necessarie, che riescono indifferenti a qualunque negazione o
affermazione o dubitazione, vale a dire si confermano con qualunque determinazione
del pensiero, non appartengono allo spirito, ma sono l'alto
caratle- i/arte poetica rìstico per
il quale la Coscienza si svolge dallo spirilo in un altro syslema. Perciò
nell'arie della parola non comprendiamo la spe- culazione pura nelle sue
verità logicamente necessarie. Lo spirilo è contenuto entro i
limili della Coscienza pensante; olire questi limiti non è spirito
veruno, ma semplicemente un qualche altro syslema della Coscienza slessa.
Perciò l'arie della parola è quella che si svolge 1) Colle
categorie del sentimento, verbigrazia colla per- suasione, colla fede,
coli' ispirazione, e cosi via; 2) Colle categorie dell' intelletto,
verbigrazia colla dimo- strazione assiomatica o empirica ; 3)
Colle categorie di una facoltà concettiva infantile, ver- bigrazia con
quelle forme equivoche della pìdlosophia comune. Una speculazione
pura, che introduca le verità logicamente necessarie (le quali
differiscono essenzialmente dalle verità sue- cennate), è il risultalo
d'una facoltà concettiva adulta, la quale conduce la Coscienza fuori
dallo spirilo in un systema più horno- geneo, perocché quello non
potrebbe vivere con siffatte verità. L'arte poetica è l'esordio dell'arte
della parola, e lo spirilo poetò assai prima di parlare prosaicamente,
perchè la poesia appartiene al sentimento ed all'imaginazione, e la prosa
all'in- tellettualità riflessa. Si dice che gli uomini
primitivi sono essenzialmente poeti, ed il loro linguaggio non esprime
mai un' idea esalta, ma una forma piuttosto oscillante nel sentimento e nell'imaginazione.
È vero che gli stessi parlavano un linguaggio non menomamente
formulato dalla riflessione, ma semplicemente dal sentimento c
dall'imaginazione, che sono però ben altro da quell'intimità melaphysica
che noi possediamo, ed è piuttosto il risultalo del- l'opposizione d'una
mente prosaica con una mente poetica. La loro l'orma poetica era tuttavia
profondamente immersa in un elemento immediatamente sensibile, che noi
potremmo difficil- mente imaginare. È questa la somma difficoltà che noi
proviamo nel concepire chiaramente le antichissime forme della
poesia, come per es. quella dei Vedi ed anche della nostra Bibbia.
Originariamente si scrisse ogni cosa in una lingua poetica, se
qualche volta non rigorosamente metrica, almeno tale da suo- nare
all'orecchio con una qualche misura. Troviamo per es. i salmi della
nostra Bibbia scritti in una forma non esattamente metrica, ma nullameno
misurala. E ciò accadde perocché il pen- siero era allora essenzialmente
poetico; Hegel notò mollo assen- natamente che il primo prosatore nel
lernpo fu Aristotele, si scris- sero bensì prima di lui molli pensieri in
una lingua perfettamente non metrica, ma essi, nonostante quest'apparenza
prosaica, etano tuttavia poetici; per es. gli scritti di Platone sono più
poetici che prosaici. Gli argomenti, che oggidì consideriamo come
necessa- riamente prosaici, erano trattali in poesia. Così presso gì'
indiani troviamo arylhmetiche, astronomie, vocabolari etc. distesi in
una lingua metrica , e si può dire generalmente che i primi popoli
civili non sapevano pensare e parlare se non poeticamente. Al- cuni
popoli, come gli as ia tici, ve rsano tuttavia in ques t'elemento poetico
che loro impossibilitò una sto ria. La poesia, come esordio
dell'arte della parola, si distingue in tre momenti : 1) È
poesia epica, ossia immersa in un elemento ogget- tivo, in un'unità
religiosa o elhnica ; 2) Poesia li/rica, ossia la soggellività che
nasce e si svolge da questa generalità; 3) La drammatica,
ossia la poesia che oppone i vari sen- timenti e le varie convinzioni,
giusta le varie soggellività e le varie oggettività cosliluile.
La poesia didattica veramente non è poesia, ma piuttosto una
riflessione legala nelle forme poetiche e misurale; è piuttosto una vera
dissonanza della riflessione colla sua forma, vale a dire, con una forma
che non è quella propria di lei, essenzialmente prosaica.
Generalmente parlando è poesia la forma del pensiero poetico, il
quale perciò reclama tale forma; e sluona lanlo una forma
l'arte POE l ICA metrica con un pensiero prosaico,
quanto un pensiero poetico con una prosa libera, vale a dire, colla forma
della riflessione; il lin- guaggi o ed il pe nsiero devono con sonare in
una sola forma, non in d ue diverse e contra rie. Chiamo
poesia epica quell'essenzialità ideale generalmente immersa in qualche
astrazione objettiva di costituzione religiosa o di nazionalità, non
quell'astratto formalismo di un'epopea o di p una lyrica. Cosi per es.
gli inni di Pyndaro e quelli di Tirteo J* "*^* appartengono
all'epica, pero cché i lo ro soggetti non sono con - y^'^ wfs» ' centrati
nella loro propria soggettività^ ma piuttosto immersi i n y* un'obiettiva
astrazione religiosa e nazionale. Possiamo dire clic
all'epopea appartengono tutte le co mposizioni in ossequio d'una
qualche costituzione religiosa, o d'una qualche nazionalità.. Cosi per
es. il Malia- bahrata è una splendida epopea, tuttoché non contenga veruna
idealità nazionale, il Shah-Nameh dei persiani lo è pure, tuttoché
differisca essenzialmente dal Maha-bahrata. La Theogonia di llesiodo è
pure un'epopea religiosa, e così la Divina Commedia dell'Alighieri, ed il
Paradiso perduto di Milton. Le epopee prettamente nazionali sono Vlliade d'IIomero,
YHeneide di Virgilio, i Lusiadi di Camoens, e altre simili
composizioni. Generalmente nell'epopea si realizza una somma
grandiosità poetica , ma l'uomo sj^om nare, per cosi dire, ne l l'unità
religiosa o nazional e, a c e lebrare le _ quali è destinato .
All'epopea appartengono pure certe formule satyriche, come per es.
il Don Quijolte di Cervantes, e la Verdine d'Orleans s critta da
Voltaire, le quali veramente non sono destinale a celebrare il sentimento
religioso e l'heroismo nazionale, ma il loro argomento, tuttoché
salyrico, è pur sempre religioso e nazionale. Si deve avvertire che
l'epopea appartiene sempre ad u n'astrazione objet- liva di costituzione
religiosa o nazionale, ma differisce somma- mente per i vari
gradi della civiltà, nella quale è nata. Il secondo momento della
poesia è la lyrica propriamente detta. Chiamiamo lyrica quella poesia del
soggetto raccolto in se stesso, o per lo meno, nella sua vita
privata. Gli asiatici generalmente sono troppo immersi
nell'objellivilà costituita religiosa o politica per conoscere una vera
lyrica; si 9 — uebetti, Canaidcr. sul list, rftiier. JeUu
spirilo. I:MI oim:iu5 postumi-: ni hktro
ceretti può diro che essa nacque la prima volla in Grecia ed
in Roma quando il soggetto principiava a sentire l'insufficienza di
una costituzione oggettiva ed i bisogni della sua propria
soggettività. Cosi non quelle forme che si chiamano comunemente
lyriche, come le Odi di Pyndaro, gl'inni religiosi eie, appartengono a
una vera lyrica, ma piuttosto quelle dedicate alla soggettività ; per
es. appartiene alla vera lyrica l'antica poesia di Museo litolata
Eri e Leandr o, le erotiche di Anacreonle, alcune di Horazio, come
anche quelle di Catullo nei suoi rapporti colla Jjilage scherzosa.
Oggidi la poesia lyrica è tuttavia persìstente, ma l'epica è
perfettamente abolita/yA questo genere, come nell' epopea, può
appartenere una poesia piuttosto umoristica, ironica e parodiaca,
perocché la lyrica non è menomamente vincolata alla serietà, ma
semplicemente alla soggettivazione. Il soggetto può poetare delle varie
cose seriamente o ironicamente, purché in essa varia o saly- rica
composizione lasci trapelare una qualche propria convinzione. La
transizione da questo genere alla drammatica è caratte- rizzala da una
poesia alquanto equivoca, nella quale il soggetto tratta le varie cose
ironicamente, parodiacamente eie, ma non lascia trapelare veruna propria
convinzione, così che le delle poesie non contengono un'idea conclusionale;
sono astrattamente negative e non affermano cosa veruna. Queste poesie si
realizzano in un lempo mollo civile, e sostanzialmente vogliono dire che
il poeta rimane semplicemente spettatore , non attore delle cose
ironicamente ricordate. Comunemente si chiamano queste mani- feslazioni
quelle di un genio spossato e di una certa decadenza della civiltà; la
storia, come abbiamo detto, per proseguire la sua vita ha bisogno di
principii serii; la forma dei principii può variarsi quanto si vuole, ma
è necessario che la si fissi, vale a dire, che si fìssi un qualche
systema nel quale si svolga la storia stessa. Ecco la ragione per la
quale una rilassatezza di principii è sempre giudicata un syntomo di
.slorica decadenza; non si avverte però che la rilassatezza di principii
conosciuti è sem pre la nascila vigoros a di principii nuovi e
sconosciuti. Il terzo momento della poesia abbiamo detto è la
dramma tica. Qui sono anlagoni o più soggetti di principii contrari, che
si con- l'arte poetica I :l tendono Ira loro, e
appurilo in questa conlesa le antagonc con- vinzioni si neutralizzano,
vale a dire, risulta la loro reciproca insufficienza. L' un soggetto
contende centra l' altro soggetto ^ avversario, e cosi amendue difendono
la pr o pria convinzione, * ' Ques ta difesa si effettua mediante le
ragioni che tornano favore - voli a esse convinzioni, m a, siccome esse
sono due o giù con- tr arie, ciascheduna difendendo se stessa combatte la
propria avversaria. Non è certo una parte che preferisce un
negativo un positivo ( la quale preferenza sarebbe assurda) , ma
amendue ^che preferiscono un po sitivo a un negativo, cosi che in
ultima analysi amendue vogliono la stessa idea, ossia che il
positivo pre- ( domini sul neg ativo. C o ntestano semplicemente se
questo sia il (positivo e quello il negativo, o viceversa, epperciò
disputan o, circa una cosa phenomenale, non circa un oggetto o un'
idea concreta. Tulli i soggetti reclamano il positivo ed avversano
il negativo (sono due termini dell'opposizione), ma tale soggetto
vuole a come un positivo, ed avversa b come un negativo ; tal alito
soggetto vuole ed avversa inversamente. Giova osservare che l chiamandosi
a positivo e b negativo, quando siano invertiti si de- vono chiamare
inversamente: a, che phenomenalmentc hora funziona come positivo ed hora
come negativo, è un mero giuoco di parole; perocché sono appunto quei
rapporti essenziali che sono stali mutali i quali cosliluiscono
l'oggetto. Cosi la contesa della drammatica, esaminala con un logico
criticismo perderebbe ogni drammatico interesse, perocché non è contesa
seria, ma semplicemente logomachia. Nella drammatica però
queste idee si contendono profonda- mente involute nella for ma de jjsent
imenlo e_d eH'imaginazione , e appunto da questa profonda involuzione
risulla ogni drammatico prestigio. A vero dire in essa non si contendono
mai le idee pura- mente riflesse, ma piullosto quelle che possono
grandeggiare nel conflato del sentimento e dell'imaginazione. Infatti un
interesse drammatico non si potrebbe conseguire colla fredda e prosaica f
v< -7— ^ t.'R'i dimostrazione di un theorema matematico; questo vuol
dire, m * m .% mm *40~—X*l L che l e verità della riflessione non sono le
verità^ del sentimento, K> H — cr- u l'una è impolentissima a
surrogare il posto dell'altra. Cosi pure na bella verità poetica, come
sarebbe il conflato di un'azione lieroica, non potrebbe interessare
menomamente un Iheorema malliemiitico e non potrebbe sostituirsi come
dimostrazione. La drammatica non insegna solamente che ogni ordine
dello spirilo ha le proprie verità, e la verità di un ordine non
può JCT*»**^**» essere q ue |] a di un altro, ma insegna altresì che
certe convin-4 »>u^»*w^l« tìom sono così profondamente radicate
nel soggetto, che non f si lasciano sradicare da veruna eloquenza.
Non consideriamo in * quest'ordine i soggetti che persistono nelle
proprie convinzioni ^semplicemente perchè non le capiscono, nè possono
capire altre Sconvinzioni contrarie; que sj/opposizione non è spirit
uale, e può \ compararsi a quella della forza bruta la qual e dice;
parlate come volet e, via i o faccio co sì. I varii soggetti nella
drammatica pos- seggono le proprie convinzioni e le oppongono alle contrarie;
da quest'opposizione risulla una reciproca soppressione di verità,
ossia la prova drammatica (nel sentimento e nell'imaginazione) che tali
non sono verità, ma gravi errori. Da questa reciproca soppressione di
verità astratte risulla una verità neutralizzala ed assai più concreta,
che se non persuade i contendenti della scena persuade l'uditorio.
Ma un'arle_(ìnissim a di far prevalere nella dispula una prò- i
pria idea preconcetta è quella che, nonostante la manifestazione di tulle
le ragioni favorevoli a una certa idea, lascia fortemente trasparire il
lato debole della medesima. L'avversario traila questo lato debole con
molla generosità, ma appunto con quesla gene- rosità vince una causa che
si 6 mostrata troppo impotente. I personaggi delle scene molto incivilite
non si trattano con colle- riche invettive, ma piuttosto colla massima
cortesia; è il diplo- matico che accarezzando il proprio avversario
gentilmente lo strozza. L'arte soprafma non è quella di combattere
viltoriosa- mente le ragio ni dell'avversario , ma piuttosto di cond urre
passo passo l'avversario al proprio traviamento , cos icché sembri
cadere per_un suo proprio fallo, vale a dire, comballa contro se sless
o. Era questa l'arie finissima d'un antico philosopho, il quale non
contrariava mai le ragioni dell'avversario, ma lo raggirava cosi che in
ultima analysi questi contrariava se slesso. • ' l'arte
prosaica Q uesta drammatica nasce da una profonda riflessio
ne, ma può vestire forme del sentimento e dell'imaginazione, e
risulia assai più polente di quella nata da una mera imaginazione e
da un mero sentimento. Credete voi che Dante, Shakespeare e Goethe
fossero semplicemente poeti inspirali, piuttosto che rob usti pen -
satori ? Se fossero slati semplicemente poeti non avrebbero potuto
imaginare le composizioni così pregne di pensieri profondi, lo non
dico_clie i profondi pensatori, se si dedicano all'arte poetica , debbano
riuscire necessariamente drammaturgi, ma dico sempli- cemente che questa
forma si presta maggiorm en te ad un larg o svolgimento dell'idea .
Goethe fu certamente un profondo pen- satore e nullameno trattò non solo
la drammatica , ma anche Pepopea , la lyrica e d il ro manz o. Questo
vuol dire, che il pen- siero, il quale abbia subito un largo svolgimento,
a qualunque forma si dedichi, partorisce capolavori. Varie prosaica
è un secondo periodo nell'arie della parola, il quale differisce
essenzialmente dal primo periodo, ossia dal- l'arte poetica, perocché
quella si volge al sentimento ed all'ima--. . ^ ginazione, ma quesla si
volge più particolarmente alla ri/h'ssint>i'. Quest'arte si
distingue pure essenzialmente da qualsivoglia philosophica eloquenza,
perocché quella è dimostrativa o persua- siva secondo l'opportunità e
comprende la totalità dello spirilo; quesla è astrattamente prosaica e
dimostrativa, epperció non può mai riuscire come philosophia, nè
acquistare un drammatico inte- resse. Essa è destinala a creare piuttosto
quelle tali verità che si chiamano scientifiche, non a creare veruna
concreta verilà dello spirito. L'arte prosaica esordisce come
un mero opinalismo c nasce dire ttamente dalla religiosità; i primi
medici per es., i primi astronomi, ed i primi chimici furono
semplicemente sacerdoti, e possedevano non una nozione di siffatte cose,
ma semplicemente un'inlima convinzione od un fallo esteriore Le discipline
Lulle, che bora versano nella riilessione, originariamente versavano
in una mera convinzione religiosa di un fallo intimo o esteriore.
Perciò noi vediamo che esse originariamente erano semplici pro- fessioni,
o più propriamente, semplici operazioni sacerdotali, le quali riposavano
sopra una fede dogmatica, non sopra veruna empirica od assiomatica
dimostrazione. Tulli sanno che la prima medicina fu nei tempii, e che la
malattia originariamente si con- siderava come uno spirito maligno che
invadesse l'ammalalo, vale a dire, gli ammalali erano considerali come
ossessi; tulli sanno che originariamente si curava con semplici pratiche
religiose, il cui risultalo era dovuto alla fede. La reclamazione
dell'intelligenza riflessa non era nata, epperciò una simile medicina non
conte- neva veruna nozione analomica e physiologica, ma riposava
sem- plicemente sulla pubblica credenza e sulla pubblica ignoranza.
Nella civile babilonia gli ammalali si sponevano pubicamente affinchè
ciascheduno dicesse il proprio parere circa la loro ma- lattia ed i
medicamenti requisiti. Il sacerdote, come religioso, doveva sempre curare
con medicamenti prestabiliti e s'egli for- viasse dalla cura prestabilita
era castigalo colla morie, precisa- mente come un herelico il quale non
riconoscesse cerle verità della fede. Allora non si conosceva cosa veruna
e non era naia veruna facoltà di dubilare, perocché tale facoltà
appartiene al criticismo della riflessione. Tutto era fede e religiosa
con- vinzione, la quale conseguentemente escludeva ogni possibile
incertezza; si trattavano le cose mediche press' a poco come noi
trattiamo le verità logicamente necessarie le quali non si pos- sono in
verun modo dubitare, ossia non si possono dubitare cogitabilmenle.
Non dico che quelle verità primitive somigliassero a quelle
essenzialmente indubitabili delle mathematiche pure, perocché queste
reclamano una dimoslrazione e non sono indubitabili che in questa loro
mathematica dimostrazione. La riflessione neona- ]&nét ìfent* scenle
, che conduce progressivamente il secondo momenlo del- l'arie prosaica,
fu una semplice dimostrazione non intellettuale , come noi la
consideriamo, ma una dimostrazione graphica per la quale ceni phenomeni
complessi si riducevano a presentazioni più semplici, dalla cui unità
risultavano i delti phenomeni complessi. Così fu originalmente la
dimostrazione mathematica, e noi sap- piamo che una geometria graphica
precedette per molli secoli mia geometria analylica, e le stesse potenze
uno, due eie, che hora si considerano nella loro algebrica generalità,
originaria- mente si consideravano come linee, super fìci, e così via.
Le dimostrazioni mathematiche, come un risultalo della semplice
riflessione, non sono anche oggidì concepite dai molli nella loro vera
essenzialità. Cosi per es. gli uomini comuni considerano una
dimostrazione graphica come equivalente ad una puramente in- tellettuale;
giova osservare che la dimostrazione graphica è un fatto sensibile, e si
riferisce ad un dato problema presentabile sensibilmente, ma la
dimostrazione intellettuale si riferisce a un fallo cogitabile, la quale
riesce sempre irrefragabile anche per quelle cose che non si possono
presentare sensibilmente, purché siano ridutlibili ad una tale
equazione. L'arte prosaica consiste nel trovare questa
dimostrazione, e nel fare che una verità non sia più semplicemente
soggettiva. Le verità apodittiche si distinguono dalle verità del primo
momento appunto perchè queste sono varie nei varii soggetti (varii
soggetti posseggono varie convinzioni), ma quelle sono identiche in tulli
i soggetti. Un soggetto può possedere una fede ed un altro sog- getto
può possederne una contraria, ma nessuno potrà pensare che un theorema
geometrico di Pithagora per es., non sia neces- sariamente vero, perocché
nessun soggetto può dubitare che a = a, identità alla quale, come alla
propria radice, si riducono lulle le verità mathematiche. Vi
è una terza forma dell'arte prosaica, che è pure una forma apodilhica, ma
differisce essenzialmente dalla dimostrazione ma- thematica, perocché
quella è semplicemente un mezzo a cono- scere qualche verità naturale o
spirituale, questa non è sempli- cemente un mezzo, ma è immanente al
proprio scopo. Qui non si tratta più di conseguire uno scopo con un mezzo
adeguato, ma si traila di conoscere una verità che ha in se stessa il
proprio prin- cipio, mezzo e scopo. L'osservazione esplora ciò clic sia
il soggetlo in se stesso, e suppone che la verità di esso sia in lui
recon- dita e mediante l'osservazione si possa conoscere quello che
e. Le mathematiche pure contengono verità puramente intellettuali,
epperciò verità irrefragabili e necessarie; ma come tali non pos- sono
contenere verun scopo naturale o spirituale; debbono assu- mere un
elemento empirico, epperciò un'essenzialità contingente. Le verità
empiriche differiscono essenzialmente dalle mathema- tiche, perocché
quelle sono irrefragabili e necessarie, ma queste essenzialmente
controvertibili ; perciò nelle cose mathematiche non si può avere una
propria opinione, e si tratta solamente di sapere se questa sia o non sia
una verità mathematica, ossia una verità mathematicamente dimostrata;
nelle cose empiriche tutto è conlroverlibile, epperciò i varii soggetti
possono possedere varie opinioni e varie convinzioni, ma queste verità
controvertibili pos- sono contenere una natuca concreta o uno spirilo
concreto. L'osservazione insegna esattamente quello che sia ogni
ordine finito, epperciò insegna che ogni ordine empirico versa in
una necessaria contingenza. Presumere di conoscere qualcosa defini-
tamente coll'osservazione è una presunzione puerile, perocché tanto
l'oggetto dell'osservazione, quanto l'osservazione stessa ver- sano in
una necessaria contingenza. Ogni ordine finito appartiene alle discipline
empirico-induttive o alle discipline mathematiche empirico-induttive;
perciò i cultori di queste discipline finite dicono, non vi è verità
assoluta, ma ogni verità è necessaria- mente relativa. Questo è vero,
perocché nelle discipline finite non si può trattare se non la verità
relativa, e quella verità assoluta che possibilità la relazione non
appartiene a delle discipline. Però nelle medesime tutte le verità
relative non sono identiche, ed esse si coordinano gerarchicamente
secondo il grado di relazione. Cosi per es. nelle cose spirituali si
distinguono verità puramente soggettive dalle nazionali, e le nazionali
dalle verità humanilarie, e le humanilarie dalle mondiali.
Una verità positiva nell'ordine finito si chiama quella che
possiede rapporti più generali, cosi che possa essere poco affiena
dall'opinalilà soggettiva. Così per es. che i gravi cadano colle leggi di
Galileo è una verità empirica, ma essa è cosi generale e
l'arte speculativa cosi costante sul nostro globo, che non
può essere affetta da veruna opinalilà soggettiva. La medesima è una
verità puramente empirica, perocché se una pietra non cadesse nello
spazio libero sulla terra non si troverebbe una ragione contraria
assolutamente necessitala da opporre al suddetto phenomeno; la pietra
deve cadere nello spazio perocché è sempre caduta; è un documento
costante dell'osservazione; ecco lutto; e questo lutto non si può trascendere
in verun modo dall'intelligenza riflessa senza cadere in gratuite
supposizioni. La riflessione non può opporre per es. che siccome il
centro e la peripheria si suppongono necessaria- mente, cosi il corpo
deve necessariamente procedere dal centro alla peripheria, e viceversa
per conseguire un'esistenza esteriore. Questa cosa si capisce chiaramente
dicendo, che una materia centrale è necessariamente una materia caduta,
ed una peripheria è necessariamente una materia spostata dal suo centro;
cosi una materia è pure un'oscillazione necessaria fra il centro e la
peri- pheria, perocché la non si può supporre occupare due luoghi
nello spazio. Qui non si traila empiricamente di provare che generalmente
la materia debba essere attratta e respinta dal centro alla peripheria e
viceversa, ma semplicemente di provare che questa tale materia hora e qui
sia attratta o respinta, piut- tosto che altrimenti. Perciò
l'osservazione non tratta le verità generali, ma sem- plicemente quelle
nel tempo e nello spazio; ed i cultori delle discipline finite dicono
saggiamente, che tutte le verità sono rela- tive; s'intende che tulle le
verità finite sono lali.(/J XXVII. L'arte speculativa.
L'arie prosaica è necessariamente un'arte che tratta il finito, ed
è prosaica perchè appartiene alla riflessione. L'arte specula- tiva non è
più tale, perocché si propone di conoscere non le verità relative e
finite, ma le verità generali, madri dì ogni ordine finito. Quest' arie
differisce essenzialmente lanlo dalla poetica quanto dalla prosaica,
perocché aspira alla nozione, e ad una nozione indipendente da ogni
empirica autorità; sendo tale, la non si può chiamare un' arte
aslrallamente prosaica nè astrattamente poetica, perocché contiene il suo
argomento con- creto, di cui la prosa e la poesia sono astratte
manifestazioni. Cosi lo spirilo generalmente parlando non è poetico
astrattamente, perchè anche prosaico, e non è prosaico aslrallamente
perchè anche poetico. Nell'eloquenza philosophica qualche volta si
vuole persuadere (cioè parlare all'imaginazione e al sentimento,
come la poesia); qualche volta però si vuole dimostrare (cioè
parlare alla riflessione, come la didattica finita); in concreto però lo
spi- rilo vuol insinuare la verità, non imporla se sotlo una forma
poetica o prosaica; vuole insinuare una verità concreta di cui la forma
poetica e la prosaica sono forme astraile; lo spirilo vuol trasfondere lo
spirilo, il quale è semplicemente l'attitudine a costituirsi poetico o
prosaico. Quest'arte speculativa per conseguire il proprio scopo si
svolse caratteristicamente per tre momenti, che sono quelli della
philo- sophia comunemente della. Cosi prima è una s peculazione im-
mersa in un elemento poetico o religioso (come per es. l' ispira- * zione
e la fede). Poscia è una speculazione immersa in una dimostrazione
mathematica o empirica , cioè una verità generale diesi vuol conseguire
col melhodo delle verità finite. Finalmente è una speculazione scettica
che si rillettc in se stessa, e conchiude che l'inlellellualilà riflessa
è incompetente a conoscere l'assoluto. La philosophia più o meno
popolarizzata nei vari paesi civili dell'Europa, appartiene sempre al
primo momento, vale a dire, è un sentimento od un'imaginazione più o meno
philosophalc ; non si aspira categoricamente alla nozione, ma
semplicemente a persuadere una certa verità generale. Questa persuasione
non può riposarsi se non in una fede nella cosa o nel dichiarante la
cosa. Perciò si fa sempre appello o a un senso comune (come la
scuola scozzese), o a una verità rivelata (come generalmente tutte le
Iheo- sophie, comprese anche quelle che si dicono speculative), o
final- mente a una ragione esplicita colla forza dell'eloquenza, vale
a dire, a una ragione diretta al sentimento. La philosophia coi/arie
speculativa mune della gente non può essere se non una philosophia più
o meno poetica, religiosa o irreligiosa; checché ne sia, le sue ra-
gioni non sono mai dirette a costituire la nozione, ma semplice- mente a
commuovere il sentimento , o _provocare l'imaginazione: perciò
quest'eloquenza philosophica non si può chiamare poetica nè prosaica, ma
semplicemente un'arte speculativa che persuade o commuove secondo le
varie circostanze. É la sola possibile philosophia che si possa
popolarizzare, perocché il sentimento e l' imaginazione nella gente
comune possono essere mediocremente espliciti, ma la riflessione è sempre
notevolmente debole. In questo primo momento si dice, per es., che
la philosophia dev'essere nazionale, ovvero deve servire la Chiesa ,
ovvero lo Stato, ovvero la civiltà, e così via; si vuol fare della
philosophia una disciplina finita con uno scopo finito. E veramente
questa manifestazione equivoca della mente humana non potrebbe tra-
scendere a una pura speculazione, e d'altronde non potrebbe co- stituirsi
una technica chiaramente professionale. Perciò quando? udiamo che una
persona ci risponde che il suo studio sono le) mathematiche, la chimica,
eie, sappiamo positivamente quelli* ch'essa dice, ma se udiamo che la
della persona si dedica alla) philosophia, rimaniamo piuttosto perplessi.
Si é talmente gene-( r atizzato questo nome, che horamai non si sa più
cosa si vogli a dire ,, quando lo si pronuncia . Tra una philosophia
dell'ordine succcnnalo, ed una philosophia come speculazione pura
corre una differenza molto maggiore che non fra la botanica e la
giu- risprudenza. Un secondo momento dell'arte speculativa è
quello che, ab- bandonando il campo della fede, si dedica alla
dimostrazione mathematica o empirica, vale a dire, a una philosophia che
vuol conseguire la propria verità col methodo d'una disciplina
finita. Cosi, per es., Spinoza trattò la sua etilica con un methodo
rigo- rosamente geometrico (proposizione, dimostrazione, corollario).
Nel secolo passato questa manìa d' imitare i malhemalici fu mollo
generale nei philosophi ; non avvertivano che le mathematiche sono
rigorosamente esatte, perocché versano in un'aslratla iden- tità, vale a
dire, si riducono alla loro assiomatica identità a = a, locchè non
potrebbe realizzarsi circa veruno scibile concreto, pe- rocché esso
scibile concreto deve contenere le categorie radicali di qualsivoglia
realtà, cioè la qualità e la quantità. Le mathema- tiche sono appunto
esalte perchè contengono una sola categoria (la quantità), e le loro
verità non sono mai il rapporto di una all'altra categoria (il quale
rapporto costituisce l'essenza di qual- sivoglia verità); questa sola
categoria è appunto incontroverlihile, perocché si riferisce
semplicemente a se stessa; perciò si è dello che i theoremi malhemalici
sono giusti, ma non sono veri, ap- punto perchè non contengono la totale
essenza di quella che noi chiamiamo verità, o, per lo meno, le verità
mathematiche hanno un significalo altro da quello delle altre discipline.
Cosi trattando mathemalicamenle le materie philosophichesi sono dovute
ridurre a un'astratta identità affinchè riuscissero incontrovertibili
come le mathematiche. Spinoza, per es., poneva la massima cardinale
che due cose diverse non possono avere un rapporto fra loro, perocché
nella comunanza di esso rapporto elleno sarebbero iden- tiche; di qui
conchiuse una sostanza universale identica a se slessa, la quale si
manifesta nelle sue varie attribuzioni come la spaziosità, la
temporaneità, eie. ; considerava la Coscienza come una mera attribuzione
di essa sostan za. Non avvertiva 1° che nulla può essere reale se non sia
Coscienza e p perc iò la Coscienza n on è un attributo ma la sostanza
stess a di ogni cosa: 9° che ja mede sim a non è u j^ realtà, ma
piuttosto i nfinita attitudine a realizz arsi^ epperciò non si può
chiamare nè universale, nè particolare, nè identica, nè differente; ri on
si può predicarla in verun modo finito. Vi ha pure un'altra
forma della dimostrazione, che assai dif- ferisce dalla mathematica. E la
prova empirica, della quale ab- biamo più sopra riferito il
caratteristico essenziale. Nulla di più ovvio che ascoltare cosi sconsideratamenle
dai philosophanli che la philosophia dev'essere utilitaria, e riposare
sopra i documenti positivi dell'osservazione. Questa proposizione
presuppone una perfettissima ignoranza delle verità puramente
philosophiche. Basta osservare che la philosophia, sendo il termine più
generale della scibilità, non può essere subordinala a uno scopo altro
da l'arte speculativa se stessa; esso scopo
suppone necessariamente che vi sia qual- cosa più concreto della
philosophia. Solamente con questa sup- posizione si possono giudicare
positive certe verità, alle quali deve servire. Il terzo momento
dell'eloquenza philosophica è, propriamente rnm«viAo parlando,
un'eloquenza scettic a. Si è scoperto che ogni idea consta di due termini
contrari, ma siccome la riflessione deve necessa- Se eìticìj riamente
affermare o negare, così s i conchiude che nè la ne iiiL- zione nè
l'afferma zione contengono le verit à. È questo lo scelticismo finale, al quale
arrivò la speculazione greca. Negli ultimi V tempi della philosophia
greca apparvero tre syslemi, i quali, benché non fossero prettamente
sceltici, riuscirono perù pratica- mente allo scetticismo. Così, per es.,
lo stoicismo (il quale non era menomamente scettico, ed affermava che
l'universo è il corpo d'Iddio), conchiudeva che nel mondo non era cosa
veruna pre- azjì^W- .v- V feribile a un' allra, e così la vera
beatitudine dell'uomo saggio , ^ ( non consiste nel conseguire certe cose
ch'egli crede ottime, e f* 1 "* * f /""~ cansare certe
altre eh egli crede grame; m a piuttosto nella piena * "
indifferenza ad ogni cosa monda na. Cosi pure i neoplatonici, i quali non erano
menomamente scettici, lant'è che proclamavano che l'assoluto è uno,
epperciò non intelligibile, perocché l'intel- ligenza suppone
l'intelligente e l'oggetto dell'intelligenza, altro F.f te & \ dalla
stessa), riuscivano praticamente all'estasi colla quale si ] z *iit'
,\t;c astraevano da ogni senso esteriore. Gli scettici propriamente
delti e poi avendo conosciuto che ogni termine ha il suo contrario, aspi
ravano ad un giusto equilibrio (melriopatfna) dei termini con-
[rari, epperciò conchiudevano doversi speculare continuamente, senza
pronunciare giudizio veruno. L’apathia o ataraxia degli stoici, l’estasi
dei neoplatonici, la mctriopathia degli sceltici, enunciano un solo fatto
concreto, ossia rijr.fimp fflp ny.il riffll' i pio Hifr»"™ h
iimang n p.nrirqflire l'assoluto. Gli stoici trovavano
quest'incompetenza nell'assoluta unità dell'universo, cosicché affermavano che l’intelligenza
non polendo essere se non dualistica, necessariamente non poteva concepire l'assoluto,
il quale è un'unità. I neoplatonici trovavano quest'in- competenza
nell'intelligenza, che presuppone un oggetto essenzialmcnle altro
dall'intelligente. Gli scettici finalmente trovavano quest'incompetenza
nell'assoluta contrarietà delle idee, dalla quale arguivano l'assoluta
incompatibilità di due idee contrarie. Sommariamente si può conchiudere che il
sentimento l’e imaginazio ne sono^cjjmpe
tenti a concepire Tassoluto^ perocché I ìvA*'tZ~ var j ano ne j var j
soggetti; la riflessi one è pure incompetente a t:|(*M,»*^. concepirlo,
perocché deve supporre il suo oggetto essenzialmente altro da se
stessa, e trovando che ogni termine dell' idea ha il suo contrario,
conchiude necessariamente che una tale idea debba essere un affermativo o
un negativo, ma dappoiché non è astrattamente nè l'uno né l'altro, ossia non è
un astratto positivo perché anche un negativo, e non è un astratto
negativo perchè anche un positivo, arguisce che l’intelletto è
incompetente a giudicare. Questo avviene perchè non si conosce quella
facoltà, wr^ÈTche noi chiamiamo facoltà concettiva , la quale differisce
essenzialmente tanto dal sentimento come dalla riflessione. Il senlimento
affermo giustamente la propria incompetenza a costituirsi - t&wtfc-
ccìv^v p- un assoluto, l’intelligenza a ffermò pure la detta
incompelcnza, perocché capì che l'assolulo deve contenere anche la
riflessione, epperciò la riflessione non può giudicare quello che non
può essere un suo oggetto altro da se stessa. Cosi l'arte della parola,
svolgendosi nel sentimento artistico e nella riflessione scientifica,
arrivò a uno scetticismo philosophico, e si giudica generalmente incompetente a
costituirsi un assoluto. Lo scetticismo è la necessaria conclusione d'ogni
intellettualilà, che abbia trasceso il sentimento, e non sappia trascendere alla
pura speculazione. Il nostro filosofo si propone anche
la celebre questione del progresso, ossia del cammino della civiltà; e trova che essa
fu
evolutivamente risolta coir una o coll'altra delle seguenti tre risposte: Il genere umano invecchia e invecchiando/dgiara
(sentenza prediletta dagli antichi, da parecchi ottimi
poeti moderni e specialmente dai teologi; con essa lo spirito, scorgendo le migliori cose desiderabili, le illumina col prestigio della distanza nello spazio e del tempo.
Il
genere umano scuote le tenebre della sua ignoranza, ricerca la scienza, con cui recar rimedio alle
sue infermità, e accrescere i beni, insomma migliora; (con essa lo spirito sforzatosi di prendere il
governo del mondo,
raggiunge la sua dignità, dalla quale la mistica antichità lo
dichiarò decaduto: ed è prediletta dai novatori in genere). L'uomo né peggiora né migliora, ma svolge in modo la sua spiritualità, che la prospettiva del suo processo rimanga duplice, a migliorare per una parte, a peggiorare per l'altra: lo spirito è una perpetua compensazione
attiva del bene e del male, in modo che l'uno generi l'altro per necessità logica e questa é la soluzione preferita dal filosofo: soluzione, come si [Prolegomeni]
Lo Spirito oggettivo vede, trascendentale, ma punto strana perchè l'esigenza
del trascendentalismo è propria dell'uomo: esso è necessario alla spiritualità, cosi come la respirazione
al corpo umano, sebbene, sommando le opposizioni che si sono mosse alla speculazione, si vede che tutto lo scibile finito iu l'avversario d'ogni trascendentalismo
speculative. La determinazione suprema della
voce, la favella, cioè la pronuncia
articolata della dialettica psichica è il vero fondamento dello scibile, perchè concreta sensibilmente lo sdoppiarsi del pensiero: è la formula e insieme lo strumento più eminente della manifestazione spirituale.
Sebbene né
la favella, né la facoltà di acquistarla siano necessariamente richieste per determinare
la posizione dell'uomo nella natura il sorgere del linguaggio, è, come il pudore, sintomo della spiritualità
che nasce e si afferma. Lo studio della linguistica che sembrerebbe poter procedere sopra un terreno libero da qualsivoglia pas-[Introduzione alla coltura generale, Prolegomeni Massime e Dialoghi,
Fase. Spirito oggetiivo]
sione partigiana, invece cammina sotto vane bandiere teologiche, o in balla del liberalismo naturalistico o finalmente asseconda le simpatie e avversioni etniche. Come ogni popolo crede ed ha
creduto sempre di essere il primo popolo della terra, cosi crede ed ha creduto sempre di possedere la più perfetta di tutte le lingue --
opinione che naturalmente osta ad un bilancio del contributo che ogni idioma portò all'educazione
dello spirito umano. Il problema dell'origine delle lingue, cosi come fu posto per tanto tempo, è assurdo, giacché presuppone prenato alla lingua il pensiero, il quale mediante essa debba riferirne l’origine. L'unica ricerca genetica che, fuori del dominio speculativo, possa condurre a utile risultato, è la determinazione di un periodo riconoscibile
nelle vicende storiche, dal quale si
siano sviluppate
le attuali forme linguistiche. Considerando il rapporto tra l'idea e
le primissime radici designative si capisce che detto rapporto non è idealmente definibile, perchè è meramente naturale: è una ragione psichica immediata come quella per la quale il riso è foneticamente altro dal
lamento e significa diversa condizione dell'anima. Ma l'idea progressivamente si emancipa dalle forme materiali e radicali: giacché agevolmente si capisce come una radice viva, ossia espressiva
di un solo concetto determinato,
patisca in questa determinazione un impedimento alla sua dialettica e storica evoluzione; anzi, la [Considerazioni ecc., Lo spirito oggettivo radice e l'idea si legano reciprocamente, e così l'una e l'altra sono arrestate nel loro metamorfico svolgimento. Si può dire che il pensiero di un popolo tanto più liberamente
si svolge nella storia quanto meno sia spiritualmente
legato dalle radici vive della propria lingua, e che reciprocamente l'inerzia dialettica conserva le radici
vive come l'attività le corrompe e spegne. Molta importanza ha lo studio delle lingue per la istruzione e l’educazione del pensiero.
L’uomo è tante volte uomo quante lingue conosce, giacché tale studio concerne vari modi che rispondono ai vari gradi del pensiero.
Infatti l'idioma accennò progressivamente a) a dare le forme sensibili, 3) le intellettive, e) le concettuali.
Quanto più il pensiero si avvia all'espressione rigorosamente logica tanto più si libera dalle esigenze tutte formali della lingua.
Giovanetto, sperimentai che dalla lingua è occasionato il pensiero; più tardi capii che
la lingua è mezzo necessario alla sua formulazione; finalmente concepii che la vera forma intrinseca
del pensiero non può essere manifestata da questo mezzo estrinseco, che è la lingua.
Il che significa che essa, giunta che sia di fronte alla speculazione
pura, o per dir meglio, al sistema contemplativo si esautora da sé medesima, riconoscendosi insufficiente
a esprimerlo concretamente: anzi, la lingua Idee radicali delle discipline matematiche ed empirico-induttive. Introduzione alla coltura generale.
Prolegomeni. Massime e Dialoghi. Fase. Lo spirito oggettivo volgare, per l’uso pratico della vita, vuol essere studiata
assai differentemente che la letteraria
e la filosofica, perocché lo scopo delle varie forme linguistiche non è menomamente identico.
Anche la semplice nozione storica di un paese è assai collegata colla conoscenza del suo idioma speciale.
Narrando di un viaggio fatto dall'eroe di uno de’suoi tanti romanzi, il Ceretti dice: Il mio protagonista studia
vasi sopratutto di famigliarizzarsi coi singoli idiomi che erano svariatissimi e giudica
che la nozione à un certo paese supponesse quella del minuto popolo, epperciò una pratica dell'idioma locale.
E vedemmo che così si comportò nei suoi viaggi egli stesso. Quanto alla questione circa la preminenza
del toscano sugl’altri dialetti nella nostra lingua letteraria, ecco le osservazioni, che noi riferiamo qui non perchè ci paiano originali, ma per dimostrare, una volta di più, quale sicurezza di sguardo avesse Ceretti in ogni questione,
che si affacciasse al suo intelletto. La lingua italiana
possiede, come tutte l’altre, il suo proprio genio caratteristico, per il quale non può essere confusa con veruna delle lingue romaniche. I suoi dialetti, moltissimi e svariatissimi, si distinguono fra loro singolarmente per il loro specifico carattere, ma nessuno potrebbe sospettarli dialetti d'una lingua altrimenti che l'italian: questo avviene perchè fra tante differenze essi posseggono un carattere comune.
Memorie postunte,
Fase. Itinerario di un inqualificabile. Fase. Lo spirito oggettivo grammaticale e lessicale; e l’unità dello spirito italiano, nonostante le sue profonde differenze, è improntata in questo generalissimo tipo comune dei dialetti. Oggidì da letterati si disputa seriamente se il solo toscano sia il tipo classico della lingua
italiana, ovvero se il genio della nostra lingua, essendo sparso in vari dialetti, si debba ecletticamente approfittare di tutti. Esporrò brevemente la mia opinione. Il toscano è senza dubbio il più ricco, il più venusto e sopratutto, diremo, il più prettamente italiano dei dialetti
parlati nella penisola, e perciò esso è senza dubbio il repertorio più copioso e più italiano.
Ma non si deve dimenticare che la lingua parlata in Toscana, quanto-sivoglia buona, è pur sempre un dialetto, epperciò non può essere una lingua letteraria sufficiente: nessun popolo
scrive come parla; le lingue parlate nascono e crescono nel popolo, e contengono le mere idee del popolo; la letteraria e la scientifica sviluppano il materialelinguistico della parlata giusta le esigenze progressivedelle lettere e delle scienze. Ora questo materiale
della lingua parlata sarà tanto più sufficiente quanto più ampiamente sarà desunto da tutti i dialetti italiani: ognuno di essi possiede certe locuzioni così proprie all'idea, quali non sono specificamente possedute
da verun altro. Di queste precellenze particolari la lingua delle lettere e della scienza deve liberamente approfittare e non immiserirsi nell'idioma locale d'una provincia. Seguitiamo il buon esempio del grande Alighieri,
che, quantunque toscano, esordì a scrivere la sua Commedia non nell'idioma toscano, ma in una lingua veramente italiana. Spirito oggettivo.
Molte forme grammaticali e lessiche sono riducibili allo spirito generale della lingua italiana, talune non lo sono: il buon
criterio del letterato deve scernere quelle da queste, e, se l'idea esige neologismi, li deve creare conformemente al genio della lingua, e omogeneamenteai materiali idiomaticamente o letterariamente prestabiliti nella lingua italiana. Coll'idioma esclusivamente
toscano s'immiserisce non solo la lingua, ma conseguentemente
anche l'idea, la quale trascende le limitazioni
locali e popolari. Dai Sogni e Favole: Dal Sogno
fiiogoologico. Perfezione ed imperfezione degli enti. Dalla Favola
antropologica. Dialogo tra Fantasia, Lu cifero ed il
filosofo. Dalla Favola antropopedeutica. Dialogo tra Favola
ed Filosofo. La filosofia e la solitudine. Dalla Favola
angelica. La vita del filosofo. Dal Sogno utopistico. Dialogo fra il filosofo
ed un ere mita della futura società riformata.Dal Sogno utopistico.
L’educazione in un ordinamento utopistico della società. Dalla Favola
utopistica. Una gita in aeroplano nella so cietà riformata.
Dalla Favola utopistica. Un « casus belli » Dalla Favola utopistica. Le condizioni
economich della società riformata dell’anno 2000. Dalla Favola
utopistica. Un disegno di ordinament cittadino nella società riformata
dell’anno 2000 . Dal Sogno assurdo. La società nel secolo xix e
nell’e poca successiva della riforma. Dalla Favola
assurda. L’igiene. Dal Sogno del diluvio riformatore. Un
cataclisma. Dalla Favola di F.rato. Poesia, scienza, speculazione
Dalla Favola ili Erato. La danza, la mimica, la mu¬ sica, la
poesia. Dalla Favola di Erato. I grandi poeti sono spiriti concettivi. Dalla
Favola tecnica. Prolusione agli studi tecnici in una società
futura. Dalla Favola filosofica. Manuale pratico di vita civile . Dalle Massime
e Dialoghi: Reminiscenza.» Espressione della verità. Recondita opera
della filosofia nella storia dell’ umanità. Gli attori della nostra storia
europea. Gli spiriti forti e la moralità. I filosofi nella società degli uomini
comuni. Debolezza delle facoltà mentali. Celebrità e saggezza. I giudizi del
mondo. Apprendere da sò stesso o dal maestro .II giornaletto umoristico. La
tirannia della debolezza. L’apprezzamento della filosofia del mondo. Stazioni
nell’itinerario degli studi. Dialogo di Patologo e Apatologo.» L’uomo
piacevole. Machiavellismo delle sette. Differenze spirituali. Un quinto
giudizio del mondo.Erutti di una coatta abnegazione. La celebrità ed il sapere.
Dialogo della Luna e della 'ltrra. Lagnanze e contentezze inopportune. »
L’intrinseco del mondo. L’ineccepibile probità. Conosci te stesso. Il
vero sentimento e la costumanza. La predica delle tre sorelle . Metodo per
essere colto e sapiente. Scopo di un filosofo . Catechismo de! medico
praticante. ”Documenti esteriori della soggettività. L’inettitudine dei
filosofi e dei poeti . Annunzio librario. Dialogo di un filosofo con un amico.
Orientazione dello spirito speculativo. L’infelicità degli uomini grandi .
a 2511 consigli delle persone. La setta. La personificazione delle
maggioranze. I giudizi del mondo. Verità speculativa e verità della riflessione.
Sentenziucce. Le ragioni delle sette. Predilezione del sentimento e della
riflessione Le abitudini della vita pratica e teorica . Insegnamento delle
massime pratiche mondane. L’hegeliana filosofia del diritto .
Trascendentalismo. La divina provvidenza1 diritti della gente.
Astrazioni viste sotto un solo aspetto. Ragioni della verbosità . La solitudine
e la città. Le lodi e i biasimi del nostro tempo. La morte spirituale. L’inavvertenza.
Politica. Circa la musica contemporanea. I desideri del filosofo
.L’essenzialità del sistema contemplativo .Uno stravagante . li soldato.
Un rimprovero sconsiderato1. 'esigenza dello spirito. Il lavoro del cervello. L’educazione
positive. La composizione. I ire periodi della storia umana
Intensità dell’esistenza ed annullamento Insegnamento della lingua. I
fondamenti dello scibile finito. La religiosità dell’Asia. La religiosità in
Grecia e in Roma. II Cristianesimo. L’igiene. L’ozio
delle Trascendentalismo. La verità poetica. La responsabilità. Paradossi.
La professione. Il regime. L’educazione del getter. L’essenza e il formalismo
dello scibile umano. Il bello poetico. Il deputato. Crepuscolo di
Milano. Pellegrinaggio. Unione di Torino. Silorata. Revue franco-italienne di Parigi. Philosophische Monatshefte,
Rabus. Pasaelogices Specimen. Zeitschrift fur Philosophie und
philosophische Kritik, Perseveranza. Antonietti. Considerazioni sopra il sistema dello Spirito e della Natura.
Lorenzi alle Considerazioni.
Gazzetta Letteraria Ercole. Filosofia delle Scuole Italiane, Ercole.
Pasaelogices Specimen. Annuario biografico universale, Articolo
d'indole generale. Lorenzi. Notizia degli scritti
e del pensiero filoso- ficodi Pietro
Ceretti accompagnata da un cenno
autobiografico pel medesimo (la mia celebrità). Ercole. Torino, Unione Tip. Editrice.
Prefazione de IP Autore In Atti
deirAccademia Reale delle scienze di Torino (Classe di scienze morali, storiche e filosofiche).
Adunanza. Nuova Antologia.Valdarnini. Zeitschrift filr Philosophie und
philosophi-sche Kritiky Halle, Notizia
bibliografica. XV. In Rivista Italiana
di Filosofia dNotizia bibliografica del
Prof. Felice Tocco. XVI. Introduzione
dei traduttori ai Prolegomeni, Nuova Antologia. Letteratura.Tarozzi.
Ercole. Rivista Italiana di Filosofia, Ercole. Machiavelli, T. C. In Lettere ed Arti.Lenzoni. Ateneo Veneto.Ift Revue philosophique de la France et de L’Etranger.
Perez. Ercole. Sinossi. Rassegna Nazionale. Un poeta filosofo.Notizia. Rivista Italiana di Filosofia. Notizia Valdarnini. Risveglio educativo, La pedagogia di Ceretti. Studio del Val-darnini.
Prefazione dell’autore In La Coltura,
La fama postuma di un Filosofo poeta,
del Prof. G. Zannoni. In Voce
del Lxigo Maggiore, Pietro Ceretti poeta,
di Renato delle Carte (Prof. Vittore
Alemanni). XXX. La Filosofia della
Natura di P. Ceretti per Pasquale
D'Ercole. Torino, Unione tip. editrice .
The Mind, Benn. Zeitschrift fììr Philosophie nnd philosophische Kritik, Leipzig, Notizia sulle opere
postume, Hermann. Rinnovamento Scolastico,
Roma, Ceretti nella storia della Pedagogia, di Fantuzzi. Deutsche Litteraturzeitung,
Notizia sul volume dell'Essologia, del Giovanni
Cesca. Rivista Italiana di Filosofia, Un
nuovo Trattato di Filosofia della Natura
del Valdarnini. Nella Storia della Pedagogia
Italiana del Prof. Angelo Valdarnini,
Paravia e C. 1893. Idem nel
Dizionario illustrato di pedagogia del Martinazzoli
e Credaro. - Rumori mondani di
GaetanoNegri, Milano Discorso. Ercole. Inaugurazione del monumento a Ceretti,Intra,Vedetta.Alemanni,Saggi di Filosofia Teoretica.
Valdarnini. Firenze Prefazione dell’Autore. Introduzione. Ercole.
Essologia, Stampa Notizia sul 2" voi.
deirEssologia. Alemanni.
XLiii. Rassegna Nazionale NotiziaAlemanni.
Rivista Italiana di Filosofia, stX.i,-La
Coscienza Fisica, studio Alemanni. Nella
Storia Compendiata della Filosofia di Cantoni
(Milano Hoepli) Rivista Pedagogica Italiafia, La
filosofia naturale del Ceretti. Valdarnini.
Coltura, Notizia del Pro- fessore
I. Petrone. XLViii. In Rivista Italiana
di Filosofia, Le dottrine estetiche di Ceretti. Studio.
Alemanni (Literarisches Centralblatt, Essologia. La
Fisica. Nella Enciclopedia universale illustrata,
Milano, Vallardi Editore. Cenno sul
Ceretti. Grundriss der Gcschichte der.
Philosophie, Viertel Theil di
Ueberweg-Heinze. Notizia sul Ceretti (Credaro).
In Rivista Filosofica. La filosofia di P.
Ceretti. Alemanni. Ceretti (n. intra),
filosofo. implicatio — empiegazzione — ES implicatum — empiegato — EX
implicans — empiegante — SYN. L'uomo nella serie zoologica.L'uomo vuol essere
consideralo come l'ultimo frutto , ossia il massimo sviluppo psichico
dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone necessariamente i prossimi
animali dello sviluppo minore, e cosi via discorrendo. L'uomo vuol essere,
inoltre, considerato come il frutto più recente dell'albero 200 logico. E qui
nasce oggidi rispetto all'uomo una contestazione circa la sua produzione
immediata o derivata da ' più prossimi animali inferiori. Questa contestazione
non può ammettersi dalla specu lazione, e neppure dalle discipline naturali
empirico - induttive; ma la si agita sopra un terreno affatto estraneo a quello
della speculazione, e della scibilità empirico - induttiva, fomentata da ogni
sorta di passioni , partigiana di religiosità, di moralità, e così via . È
assurdo supporre che una specie si tramuti in una nuova specie come tale ;
perocchè le specie sono mere distin zioni teoriche del nostro intelletto . La
natura, come disse un sommo naturalista, non facit saltum ; e conseguentemente
le distinzioni caratteristiche, che costituiscono le specie, non risul tano se
non in quanto si prendono in considerazione termini sufficientemente lontani e
si trascurano i termini intermedii . Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori
dell'albero zoologico , nei quali le differenze ci sono più sensibilmente mani
feste, troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro
sotto varii rapporti , e che le razze si suddividono in varietà differenti, e
che dette varietà si suddividono in varii indi vidui pur differenti fra loro .
Inoltre, troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente
manifeste quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina
sia la specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie
perciò non si deve inve stigare nelle specie come tali , ma piuttosto nei
minimi termini della specie , ossia nelle variazioni individuali. Quesle
variazioni , tuttochè lentissime, modificano col volgere dei secoli le specie ,
così come le conchiglie microscopiche, variando la propria na tura, variano il
terreno che ne risulta. § 109. Gli agenti che effettuano la suddetta
progressiva va riazione sono di tre ordini , vale a dire : 1 ) agenti
planetarii, 2) agenti psichici, 3 ) agenti spirituali. Questi agenti sono pro
gressivamente tanto più efficaci quanto più si concretano nella efficacia
spirituale. Gli agenti del primo ordine modificano semplicemente l'orga nismo,
e indirettamente, ma assai lentamente, le facoltà istintuali. Sono gli agenti
puramente planetarii, p . es . , la natura del suolo e dell'aria , ossia
generalmente il clima, le condizioni geografiche e topografiche, e cosi via .
Questi agenti si possono chiamare elementari; perocchè operano su tulla l'animalità
senza distin zione veruna , e sono presupposti dagli altri agenti succennati.
Si può dire in tesi generale , che gli animali inferiori non subiscono
modificazione se non lentissima , e molte specie degli animali inferiori si
sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire le modificazioni
necessitate dalle progressive va riazioni dell'aria e del suolo . Gl’istinti
delle specie animali infe riori sono rigidi e difficilmente modificabili ,
appunto perchè sono istinti poco variati , che non possono neutralizzarsi fra
loro in una ricca varietà di modificazione. Gli agenti del secondo ordine sono
psichici, epperciò più intimi nell'organismo, ossia più essenziali . Questi
agenti psichici modificano l'animale nelle sue intime facoltà , ossia
attitudini , assai più facilmente e più profondamente che non gli agenti
naturali succennali. Questi secondi agenti sono nella loro essenzialità un
maggiore sviluppo dei primi, epperciò si manife stano nelle generazioni
susseguenti come profonde modificazioni dell'organismo e dell'istinlualità .
Queste modificazioni non sono più mere variazioni giusta una astratta affinità
, per le quali, p. es . , una facoltà diventa minore di altra facoltà, vale a
dire, si manifestano come pure variazioni quantitative dell'istintualità . Sono
modificazioni profonde che diventano la proprietà caratteristica dell'animale e
qualche volta sono affatto estranee e contradittorie alle facoltà delle genera
zioni preesistenti. Allora si dice , che nuove specie sono venute
all'esistenza, e le vecchie si sono spente . Le facoltà psichiche si modificano
sulla base di istinti più svariati , i quali si neutralizzano appunto fra loro
tanto più facilmente quanto più svariati . Gl'istinti degli animali inferiori
sono tanto più fermi e rigidi , quanto meno molteplici e sva riati. Queste
modificazioni causate da fattori psichici modificano realmente il sistema
anatomico e fisiologico ( perocchè non sa rebbe possibile una modificazione
psichica sulla base d'una inva riabilità anatomico - fisiologica ), ma sono
modificazioni profonde , le quali , se qualche volta poco modificano l'ordine
anatomico fisiologico sensibilmente manifesto, sono però effettuate piuttosto
negli elementi anatomici, nel così detto ordine istologico. Le dette
modificazioni psichiche non spettano , come quelle generali, ad una specie o ad
una razza, ma sono più profonde modificazioni dell'organismo e della
corrispettiva istintualità ; esse riflettono piuttosto le mere individualità
animali, epperciò sono variabili indefinitamente . Le condizioni causali di
queste modificazioni sono date dalle varie ciscostanze , nelle quali ver sarono
certi individui animali. Cosi non è solo la varia natura geografica e
topografica del suolo e dell'aria in che vivono, ma anche i varii vegetabili e
animali con che vivono ; perocchè dette varie condizioni sono sufficienti a
modificare l'anima dell'animale . Le delle varie circostanze costringono certi
individui a eser citare preferibilmente certe facoltà psichiche, e per
conseguenza a svilupparle preferibilmente. Data la ricca molteplicità e varietà
delle facoltà istintuali proprie della specie, queste facoltà varia mente si
combineranno fra loro e si neutralizzeranno. Gl’istinti cosi neutralizzati,
ossia radicalmente variati , si trasmettono alla generazione veniente ; e cosi
le condizioni succennate , variando le altitudini dell ' anima individuale,
preparano il terreno alle più ricche e più profonde azioni dei fattori
veramente spirituali . I fattori spirituali modificano quelle attitudini che
appartengono non alla specie, ma all'individuo animale, e sono fattori che non
più modificano l'anima senziente , ma lo spirito ideante dell'animale. Tuttochè
questi fattori, nel loro concreto sviluppo, appartengano meramente allo spirito
umano, pure gli animali superiori ( p . es . , le scimie antropomorfe)
posseggono un certo quale esercizio equivoco e parziale dei suddetti fattori.
Cosi la scimia impara dalla propria osservazione , epperciò gl’indi vidui più
vecchi sono assai più scaltri e periti dei più giovani . È questa la ragione
per la quale i suddetli animali non sola mente si aggregano fra loro, ma si
organizzano gerarchicamente giusta certi statuti del loro sentimento comune. È
importante che un individuo animale possa profittare delle proprie osser
vazioni ; perocchè dello profitto provoca una maggiore perizia pratica, la
quale dai più vecchi è partecipata ai più giovani e trasmessa alle generazioni
vegnenti come una dialettica delle categorie istintuali , che più tardi si
svilupperanno in una vera mentalità. Le categorie spirituali funzionano qui
come sviluppate cate gorie psichiche, epperciò il linguaggio , nel suo amplo
significato , vera sintesi e genesi manifesta delle categorie spirituali ,
arriva all'esistenza : 1 ) come linguaggio puramente psichico ; 2) come
linguaggio equivoco , ossia psichico -spirituale ; 3) come linguaggio
assolutamente spirituale. Qui non occorre accennare al terzo stadio , ossia al
linguaggio spirituale proprietà esclusiva dell'uomo, ma solamente al primo e
secondo stadio del linguaggio che nasce e si sviluppa nell'animalità subumana.
Il fattore caratteristico di questa crisi, ossia lo svi luppo dell'anima
senziente nella spiritualità pensante, è manifesto piuttosto dal linguaggio
muto delle emozioni del corpo e princi palmente di quelle della fisionomia.
Quest'emozioni possono for mulare un vero linguaggio, in quantochè manifestano
definite emozioni intime con certe categorie, che, non essendo destinate alla
mera conservazione dell'individuo e della specie, non si pos sono chiamare
semplicemente psichiche, ovverosia istintuali . L'animale, p . es . ,
lussureggia per una mera sensualità ero tica , la quale non può essere
destinata in verun modo alla pro pagazione della specie. Così pure gli animali
giovani giocano colla vivacità propria dell'età loro, la qualcosa può giovare,
ma indirettamente, all'educazione e destrezza corporale dell'indivi dualità .
Così i genitori non solo alimentano la loro prole, ma la educano e disciplinano
alle pratiche operazioni requisite dalla propria specie, locchè significa che
l'ingenita istintualità non potrebbe bastare, ed abbisogna di ammaestramenti
delle osser vazioni date a coloro che hanno già vissuto praticamente nella vita
. Il linguaggio che abbiamo chiamato equivoco , ossia psichico - spirituale , è
quel tale linguaggio fonetico, che veramente non consta di vocaboli , ma
semplicemente di vociferazioni , le quali significano non solo definite
emozioni dell'animo, ma certe anfibologiche determinazioni della mente. Così ,
per es . , i cani , alla presentazione d'un oggetto che altre volte fu loro
nocivo , possono fuggire guaiolando.Qui certo v'ha una psichica emozione
provocata da un simile oggetto , ma quest'emozione dev'essere legata alla
memoria di una sensazione, la quale memoria appunto costituisce una deter
minazione equivoca , psichica o mentale . Gli animali superiori posseggono una
svariatissima facoltà significativa, mediante una modulazione fonetica, di
queste equivoche determinazioni . Quando l'animale arriva definitivamente alla
sogget tivazione della propria Coscienza , ossia al suo lo distinto catego .
ricamente dal non- lo , entra categoricamente nella Coscienza spirituale.
Questo passaggio costituisce la creazione dell'Uomo, e solamente questo
passaggio colla propria manifestazione può significare un soggetto umano . Qui
l'umanismo si manifesta cate goricamente nel proprio caratteristico ( la
definita soggelliva zione) ( 1 ) , e si manifesta colla parola non certo coi
documenti anatomico - fisiologici, che non possono bastare se non a certe ample
generalità della distinzione animale. 1 Sguardo retrospettivo sullo sviluppo
della Coscienza naturale.Prima di entrare a caratterizzare questa crisi impor
tantissima, ossia lo sviluppo dell'anima nello spirito , dobbiamo
rapidissimamente riassumere la speculazione retrospettiva della Coscienza
dall'ordine uranico nel planetario e vegeto animale. Nell'ordine uranico la
coscienza procede verso un'individuazione dalla nebulosa alle comete, al sole
ed ai pianeti . Quest'individua ( 1 ) Questo punto è espresso molto
determinatamente e chiaramente nel l'altra opera di Ceretti Considerazioni
sopra il sistema generale dello Spirito, 1885 , ove a pag. 3 è detto : "
Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo ( assai più caratteristico di
quell'antichissima vaga definizione dell'uomo ragio nevole) è senza dubbio la
soggettivazione, e la manifestazione di questa sogget tivazione è fatta con
parole, con gesti o altri inezzi spiritualmente formolati , Conformemente a
ciò, più innanzi, al $ 133, l'uomo è designato anzi definito come coscienza
soggettivata . zione, qualunque la si voglia supporre , non può essere una sog
gettivazione ; perocchè l'individuo non si distingue dalla specie , e le varie
specie dei corpi celesti si confondono colle varie età di un solo individuo.
Cosi pure , speculando in un ordine generalis siino, le varie specie vegetabili
ed animali sono varie età della vegetazione e dell'animalità. Ma nelle specie
vegetabili l'individuo principia a distinguersi dalla specie . Nell'ordine
animale non solo l'individuo si distingue dalla specie, ma anche il soggetto
dall'individuo ė progressivamente distinto . Cosi , p . es . , il corpo animale
consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate ed organizzate fra loro ,
le quali , svolgendosi dall'una in altra fase, costituiscono i varii organi ed
apparecchi e funzioni vitali dell'a nimale. Ma la coscienza resuntiva di questo
individuo vivente è nell'animale concreto non negli animalcoli gregarii che lo
costi tuiscono . L'animale resuntivo della propria soggettività costituisce lo
svolgimento del senso del pensiero . Lo Spirito o la Coscienza spirituale .
Senso e pensiero e la loro distinzione. $ 117. Qui dobbiamo caratterizzare
definitivamente la distin zione del senso e del pensiero. Il senso non può
supporsi astratto dalla Coscienza ; perocchè in questo caso sarebbe un senso
che non sente, ma può supporsi astratto dalla Coscienza del senso ; perocchè la
Coscienza e il senso possono funzionare indistinta inente . Finchè la Coscienza
non si distingue categoricamente dal proprio oggetto , è una coscienza identica
alla sua forma esteriore, la quale è una sensibile esistenza. Quando però la
Coscienza si distingue categoricamente dal proprio oggetto, allora dice : Io
sono e l'oggetto è. Io sono quello che sono, e l'oggetto quello che è , cioè
l’lo e il non - lo siamo due termini distinti . Quest'idea fondamentale che si
percepisce un lo è la soggettività ossia la nascita dello spirito ( 1 ) . ( 1 )
Quando Ceretti dice qui nascita dello spirito, intende dire nascita del
pensiero, facendo consistere la spiritualità specialmente in questo. A con
ferma di ciò, si noti, primamente, che in questo paragrafo ei vuole fare
appunto la distinzione di senso e pensiero; secondamente, che nel susseguente
paragrafo, parlando dei momenti dello spirito , vi accoglie il principio
sensitivo non come pura e semplice sensazione, ma come sentimento. Sulla
predetta distinzione, del resto , ritorna nei paragrafi susseguenti ( 122 e ss
. ) . Le fasi dello spirito. § 118. Lo spirito consta di tre fasi, il
sentimento, l'intel letto ed il concetto . Lo spirito nel sentimento è uno
spirito imme diato, che poco si distingue dall'anima senziente , ma quest'anima
senziente appartiene allo spirito, perocchè si percepisce soggetto . Il sentimento
. $ 119. Qui dobbiamo brevemente storiare lo spirito nella sua prima fase,
ossia nel sentimento . Il sentimento consta di tre termini: 1 ) l'attenzione, 2
) la memoria , 3) l'imaginazione. La funzione più o meno complessa di questi
tre termini crea la soggettività , che lentamente si svolge dal sensibile nel
cogitabile. L'attenzione deve funzionare nello spirito esordiente , e cosi lo
spirito deve sentire che il senso della natura, ossia l'istinto, più non gli
basta. Questo sentimento dell'insufficienza del proprio istinto l'avverte, che
necessita osservare ed imparare le pratiche della vita ; è la prima funzione
della mentalità . Epperciò tutte le lingue ariane conservano più o meno
esplicite le traccie della parentela lessica di maneo e mens, quasichè pensare
e fermarsi, ossia fermare l'attenzione sopra un oggetto , siano due opera zioni
molto affini. Veramente, tuttochè sommamente dissomiglino queste ope razioni,
nella loro sensibile inanifestazione esteriore s'identificano in un fatto
comune, quello dell'arrestarsi. La Coscienza che fissa l'attenzione sopra un
oggetto, cerca nell'oggetto qualcosa oltre il sensibile immediato, quando esso
oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente . $ 120. La
seconda funzione caratteristica del sentimento è la memoria . Mediante la
memoria una sensazione presente si può risu scitare quando non sia più
presente. La coscienza attentiva all'oggello studia un oggetto esteriore ed
abbisogna della pre senza di esso oggello per osservarlo. Ma la memoria contiene
e conserva in sè stessa l'oggetto osservalo, epperciò si costituisce
indipendente dalla presenza del medesimo. § 121. La terza funzione
caratteristica del sentimento è la imaginazione. L'imaginazione non solo
conserva l'oggetto osservato, ma crea l'oggetto che non ha osservato. Questa
funzione emancipa la Coscienza, non solo , come la memoria, dalla presenza
dell'og gelto , ma anche dalla sensibile esteriore realtà del medesimo,
epperciò l'imaginazione può liberamente crearsi una propria oggettività . Questa
facoltà crea non solo l'oggetto composto di oggetti osservati, ossia non crea
solo la mera composizione, ma crea gli oggetti che non constano di elementi
osservati , ma oggetti radi calmente imaginari , tuttochè le semplici categorie
dello spirito e della natura debbano necessariamente fornire all'imaginazione
se stesse per possibilitare la creazione . § 122. Il passaggio dalla coscienza
senziente alla cogitante , ossia dalla bestia all'uomo, è pure una progressiva
distinzione della Coscienza in soggettiva ed oggettiva . Qui la detta
distinzione è una mera distinzione generale dell'lo dal non - lo . L'lo si sup
pone vivente e pensante altro dal non- lo, in sè stesso parimenti vivente e
pensante. La natura si rivela come un popolo di viventi e di pensanti , non si
suppone ancora l'altro dal vivente -pensante , ossia il non vivente e il non
-pensante ; si suppone semplicemente l'altro dal moio lo vivente e pensante.
Perciò la natura uranica, la terrestre, stochiologica e ininerale, la
vegetabile e l'animale si suppongono distinte dal mio lo, non però distinte
dall’lo generalmente par lando, ossia si suppongono possedere un loro lo
analogo a quello della Coscienza umana . Esaminale le radici, ossia gli
antichissimi suoni elementari del linguaggio e troverete ogni dove significata
l'universa natura come vivenle e pensante analogicamente alla Coscienza umana ;
non vi troverete mai la natura morta colle sue forze cieche, go vernale da
necessità parimenti cieca , vale a dire, la natura della riflessione. § 123. Il
sentimento esplicito dalla Coscienza soggettiva può essere comunicato dall'uno
all'altro individuo. È questa comuni cazione la prima proprietà per cui l'idea
cogitabile è distinta dalla mera sensazione. Nessun linguaggio potrà fornire
una sensazione, se questa non sia stala data dal senso come tale . lo potrò, p.
es. , parlare in qualsivoglia modo degli oggetti visibili , ma il cieco nato
non potrà mai comprendere che sia la visibilità. Se un soy getto abbia un tempo
posseduta la facoltà visiva , potrà, parlando degli oggetti veduti ,
richiamarli alla memoria quasi visibilmente presente, ma non potrà mai fare che
tale visione sostituisca la concreta visibile realtà colla semplice
imaginazione. § 124. La prima conseguenza della Coscienza senziente che si sviluppa
nella cogitante è che, siccome l'idea come tale , ossia nella forma della
Coscienza cogitante, può essere trasmessa dal l'uno all'altro soggetto, non può
essere trasmesso il senso come tale , ossia nella forma della Coscienza
senziente . Cosi il soggello è abilitato a sapere quello che non egli , ma gli
altri hanno percepito col senso, oppure quello che egli in altro tempo ha per
cepito col senso , oppure indurre un'idea da quello che presen lemente
percepisce col senso . CERETTI. Sinossi, ecc. 6. Cosi , p . es. , la pecora condotta al
macello vede macellare la sua simile e non solo non induce che sarà ella stessa
macellala, ma anche non percepisce che questa presente operazione signi fichi
un'uccisione ; perocchè non possiede l'idea della morte . Cosi il soggetto
pensante può sapere quello che il senziente non può sapere, e questo sapere
nasce da una facoltà, per la quale da una sensazione si astrae un'idea. Cosi ,
per es . , il soggello pensante vive nel passato colla memoria, e nell'avvenire
coll'ima ginazione; il soggetto senziente vive astrattamente nella sua sen
sazione presente. In virtù della sensazione, che non può essere indotta in
un'idea, egli non possiede, come il pensante , la distin zione di una natura
predominante ed insubordinabile al soggetlo , e di una natura subordinabile e
passibile del soggetto . Quest'idea prototipa della forza è un'idea cardinale
dello spi rito, è stata il primo germe della religiosità. Osservate il Dio di
tutti i popoli, e lo troverete Dio , non perchè sommamente ragio nevole, ma
perchè onnipotente. Nelle religioni spiritualmente più adulte rimane tultavia
l'idea dell'onnipotenza, piuttosto che quella della ragionevolezza, l'attributo
eminentissimo della divinità . $ 125. Mediante questa passibilità il soggetto può
sapere la prima volta di essere nato , di essere stato lattante, di essere
stalo partorito , e cosi pure può sapere che tutti i soggetti , nessuno
eccettuato, non vissero oltre una certa inassima età, ma morirono in quella o
prima di quella . Conseguentemente egli sa che il sog getto non solo nasce e
nuore, ma può nascere in varie condizioni , e morire in qualsivoglia momento
della sua vita . $ 126. La nozione della nascita e della morte del soggetto è
un fenomeno della Coscienza realizzato la prima volta che la Coscienza
senzienle si svolge nella pensante; perciò sapiente inente nella genesi è detto
che l'uomo prima di peccare, ossia di gustare il frutto del bene e del male,
non inoriva, ed avendolo gustato dovrà morire .Veramente la Coscienza senziente
non può sapere di nascere e di morire; perocchè questo sapere non si sa se non
sia una nozione trasmessa dall'uno all'altro soggetto , ovvero un'idea in dotta
dal fatto costante della morte. § 127. Ricapitolando, questa crisi della
Coscienza, ci mani festa che la Coscienza , dalla sensazione svolgendosi nella
men talità , procede in un sistema di distinzioni ideali , che non sono
possibili nella mera sensazione. La mentalità , che nasce dalla sensazione , è
prolotipicamente imitatrice della sensazione, e porta seco nel suo sviluppo la
forma della sensazione stessa , che pro gressivamente si trasforma in quella
del pensiero . La mentalità è prototipicamente sentimento, e funziona in tre
caratteristiche fun zioni cioè : 1 ) come attenzione ; 2) come memoria; 3 )
come ima ginazione . Da queste tre prototipiche funzioni del sentimento nascono
tre forme rudimentali della mentalità. La mentalità non più vive nell'immediata
sensazione, ma crea il conflato temporaneo e vive nella retrospettiva del
passato e prospettiva dell'avvenire. Questo conflalo temporaneo possibilita
un'esistenza ideale oltre l'imme diato sensibile presente, e conseguentemente
un'idealità induci bile dall'osservazione. Da quest'osservazione nasce una
seconda idea elementare della mentalità, cioè d'una forza naturale che domina
la nostra, e d'una forza subordinabile alla nostra . Di qui la mentalità si
esercita per subordinare le forze predominanti, e da questa generale
osservazione si percepisce come un fatto costante che l'uomo nasce e muore, e
finalmente che io come uomo sono nato e devo morire . L'idea della morte come
necessità, tuttochè sembri un'idea comunissima, è lungi dall'essere tale . La
Coscienza primitiva, come quella di certi selvaggi oggidi viventi , percepisce
la morte come un fatto costante ; ma, come la riſlessione , non arguisce punto
che questo fatto , tuttochè costante , sia necessario . Suppongono questi
selvaggi che la natura umana o sovrumana abbia sempre ucciso l'uomo; ma
suppongono pari menti che quest'uccisione non sia una necessità, ma una sforlu
nata accidentalità . $ 128. La coscienza che dalla sensazione si svolge nella
mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla umanità. Il
soggetto possiede la sua propria determinazione indi viduale ; ma proprie determinazioni
non affettano un sistema generale della Coscienza umana, che perciò ſu chiamato
senso comune. Mentre questo sistema generale della Coscienza è piena mente
uniforme al senso comune, il soggetto è un soggetto comune e spiritualmente
normale. Ma quando questo sistema si aliena dal senso comuue in on sistema
d'idealità più misteriosa, e trascende con un giudizio prestigioso i giudizi
comuni degli uomini, allora si dice, che questo soggetto è inspirato, ossia pro
fetico , laumaturgico, e così via . Generalmente parlando, questa Coscienza
trascendente subor dina la comune, come provano i varii sacerdoti della
primitiva religiosità . Quando il soggetto si aliena dal senso comune senza
trascendere in un'idealità prestigiosa, ed esercita una pratica con tradittoria
a sè stessa, ovvero incompatibile colle esigenze gene rali della pratica
oggettività, allora si dice , che il soggetto è spiritualmente ammalato,
ovverosia demente. L'alienazione vuol essere accuratamente distinta, se cioè
sia alienazione dal mero senso comune ( in questo senso si può dire, che tutti
gli uomini grandi furono alienati), ovvero se sia una alienazione dalle
generali esigenze pratiche dell'oggettività natu rale e spirituale ( in questo
senso gli alienati sono coloro che comunemente si chiamano pazzi ) . $ 129. La
Coscienza trascendentale, ossia la Coscienza domi nata dall'idealismo,
Coscienza essenzialmente poetica , è il polo opposto della Coscienza dominata
dalla sensazione, Coscienza essenzialmente prosaica . A quella si devono tutte
le organizza zioni primitive dell'umanità , a questa si deve preferibilmente la
tecnica industrialità e la mercatura primitiva. Vedremo più oltre, che la
Coscienza umana progredisce sulla base di quest'opposizione archetipica della
sua storia.Il linguaggio e i suoi stadii. $ 130. L'organo più essenziale e più
generale della menta lità è la lingua . Il primo stadio della lingua è l'uso
delle radici designative ; qui la lingua non designa che presentazioni o modi
della presen lazione , e sempre si riduce alle semplici categorie del tempo e
dello spazio . I pronomi personali non furono primitivamente Io, Tu, e così
via, categorie troppo metafisiche, per servire a questo primo stadio della
lingua , ma, qui, là, ecc. , categorie dello spazio. Una lingua che consti di
radici semplicemente designative non può soddisfare alle esigenze più generali
della mentalità , epperciò da questo primo stadio si sviluppa, per l'implicita
esigenza della mentalità, il secondo stadio. Il secondo stadio consta di radici
predicative, ma tuttavia legate a una sensibile determinazione; cosi, p . es .
, per designare un oggelto , si sceglie l'attributo sensibile più esplicito in
quel l'oggetto, p . es . , il verde per designar la pianta. Quest'attributo
sensibile , sendo necessariamente variabile o contingente nell'og getto , non
può costituire una specie. In questo secondo stadio si trovano molte lingue dei
selvaggi , i quali scelgono un attributo sensibile dell'oggetto per designarlo,
e conseguentemente non pos sono arrivare a formolare le specie, ma
semplicemente oggetti in certe sensibili condizioni . Il terzo stadio usa la
categoria propria della mentalità esplicita , la categoria metafisica, per
designare l'oggelto ; come, p . es . , definirà la pianta non l'individuo
verde, ma l'individuo polare, i cui poli cospirano alla luce ed all'acqua .
Questa proprietà gene rica comprende tutte le piante ; perocchè la detta
polarità è l'attributo cogitabile generale della pianta. La lingua è posseduta
da tutti gli animali come lingua psi chica di movimenti o di formalità ; ma la
lingua che caratterizza la soggettività è appunto la lingua psichica che si
svolse nella spirituale. Altrove abbiamo trattato esplicitamente quest'argo
mento ( 1 ) e crediamo superflua una ripetizione. Qui giova sola mente
accennare, che le prime radici della lingua significarono mere affezioni
dell'anima e più tardi si svolsero in significati metaforici, per rispondere
all'esigenze della progressiva mentalità . Il rapporto fra il suono espresso
dall'anima e l'anima espri mente è quello stesso rapporto , ma più complesso,
per il quale determinati animali significano con certi definiti suoni cerle de
finite affezioni dell'anima loro . $ 131. L'uomo, sviluppando in sè stesso la
propria mentalità e l'organo per significarla, si conobbe come specie comune.
La prima lingua quasi naturale deve essere stata pressochè identica in tutti i
soggetti umani, come tutte le pecore belano , tutti i cani abbaiano ed urlano.
Dovette essere una lingua nata con loro e trasmessa alle generazioni senza il
minimo bisogno di conven zionalismo e di pratica convivenza per essere capita .
( 1 ) La lingua è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più
frequentemente trattati dal Ceretti, il quale la conosceva, ed a fondo, in
molte forme antiche ed in un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne
ha trattato, infatti , in molte sue opere. Ne ha accennato nel primo volume
della sua grande opera, cioè Saggio circa la ragione logica di tutte le cose “
Prolegomeni ,, Torino 1888, pag. 43 e ss. ( confr. anche ibid ., pag. 291 e
susseguenti). Ne ha accennato anche nelle seguenti opere già pubblicale in
Torino 1885, e cioè nella Proposta di riforma sociale, pag. 26 e seg.; nella
Introduzione alla cultura generale ( facente parte del predetto vol . ) , pag.
120 e seguenti. Ne parla poi in parecchie altre opere ancora inedite .Stato
primitivo dell'uomo. $ 132. L'uomo che possedetle questa lingua visse nelle
foreste in aggregazioni o società piuttosto fortuite, poco dissimili da quelle
dei quadrumani , ma si armò per esercire la caccia e la pesca. La sua nudità lo
facea più fragile degli altri animali, epperciò ha dovuto sopperire a questa
nudità e debolezza colle armi artificiali, e sopratutto colla propria
scaltrezza . Questo primo stato dell'uomo vuol essere qui accennato come quello
dell'astratta soggettività abbandonata a sè stessa ; perocchè l'uomo ,
cacciatore o vivente dei prodotti naturali della terra e del mare, può vivere
solitario. Le aggregazioni o società di questi uomini sono mera accidentalità
non necessità dello stato pro prio ( 1 ) . In questo primo stato la
soggettività nascente è caratte risticamente manifestata dalla perversione di
certi istinti essenzia lissimi alla conservazione del soggetto e della specie.
Così , p. es . , nessuna specie animale s'alimenta del proprio simile, ma certi
selvaggi mangiano indifferentemente i loro nemici , amici, con sanguinei,
figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè ingrassino e siano buone a essere
mangiate quando partoriscono più figliuoli da mangiare. Quest'enorme
perversione d’un istinto cosi radicale (l'affe zione alla progenitura ) segna
quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella mentalità. È una
mentalità che si ma ( 1 ) Sono certo che la quasi totalità de' lettori non sarà
d'accordo su questo punto col Cerelti , e riterrà l'associazione umana come una
necessità e non già come un'accidentalità . Ma l'autore, per la vita solitaria
e un po' misantropica da lui fatta, è stato come involontariamente tirato a
generalizzare questo suo particolare carattere.nifesta come un'orribile
perversione dell'istinto, ma è una men talità volente , non un mero modo
d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la massima
perversione, può no bilitare l'uomo antropofago sopra la bestia istintualmente
tutrice della prole . Cosi pure, relativamente al soggetto individuo , l'uomo
sel vaggio in procinto di essere cattivalo dai suoi nemici , può suici darsi ,
la bestia non mai . L'istinto della propria conservazione individuale è un
istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure quello della
conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel regno della
natura . Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della vita si
trovano fra gli ani mali pensanti. § 133. Tuttochè qui dobbiamo parlare del
soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata
dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della
lingua, come quella che può essere comunicala da soggetto a soggetto ,
indipendentemente dall'organizzazione sociale fra sog getti o dalla nessuna
organizzazione. La lingua appartiene cosi al soggetto solitario come al sog
gelto socievole, e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente
delle occasioni dell'amore. L'uomo solitario pra tica qualche volta questo
rapporto colla femmina come un mero rapporto erotico, occasionale. Abbandona la
femmina alle conse guenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che
sono allattati , nudriti ed educati dalla madre . Ma la lingua, che persuase la
copula dell'amore, è la mede sima lingua, colla quale la madre educa i suoi
figliuoli . Cosi la lingua può dirsi radicalmente una creazione della specie ed
assu merà dignità ed avrà il suo svolgimento nella storia universa della
spiritualità. Si può dire in tesi generale, che la lingua genera la storia
nella sua più semplice elementarità; e dallo svolgimento SINOSSI
DELL'ENCICLOPEDIA SPECULATIVA 89 della lingua si conosce lo svolgimento
dell'umana mentalità , e , conseguentemente , delle gesta che ne sono
conseguite . Proseguiamo a speculare circa i fenomeni più radicali della
soggettivitàesologica" Il sillogismo che passa dall'astrazione esologica nella
essologica è il sistema dell'Essere-Essenza-Coscienza (155), che
passa nel sistema del Meccanismo-Chimismo-Vita. L'Essere esologico è Quantità - Qualità - Modalità,
dall'unità corriflessa delle quali categorie avviene (sorge) l’Essenza.
L'Essere essologico determina la Qualità nell'Alteriorità, la Quantità nella
Esteriorità, la Modalità nell'Apparizione. Quindi l'Alteriorità
diventa Temporalità , l'Esteriorità diventa Spazialità , l’Apparizione diventa
Luce... Esologica
Alessandro Goreni’. Pietro Ceretti. Keywords: communication, convention, homo
sapiens, pirothood, inter-subjective, animality, animalness, soul, psichico,
psychic, psychical versus psychological, progression, pirotological progression,
cenobium, neologismo, panlogica, pantologico, logo, esologo, essologo,
sinautologo, prologo, dialogo, autologo, tre categorie: tesi QUANTITA
(meccanica), anti-tesi, QUALITA (fisica), sin-tesi MODALITA (vita) –
arte/religione/filosofia; storia/didattica/diritto, antropologia,
antropopedeutica, antroposofia, prasseologia, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ceretti” – The Swimming-Pool Library.


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