Grice e Ceronetti
– la lanterna – filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino).
Filosofo italiano. Grice: “I like Ceronetti; he is a typicall Italaian
philosopher; that is, a typically anti-Oxonian one; he thinks, like Croce and
de Santis did, that philosophy is an infectious disease that some literary
types catch! My favourite of his tracts is “Diognene’s torch”! Genial!” Per essere
io morto all'Assoluto vivo come un innato parricida tra gente già di padre nata
priva; pPer aver detto all'Inaccessibile addio da un cortiletto senza luce vergogna
vorrei gridarmi ma resto muto. Tutto è dispersione, lacerazione, separazione,
rotolare di ruota senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo. Di vasta
erudizione e di sensibilità umanistica, collabora con vari giornali. Tra le sue
opere più significative vanno ricordate le prose di Un viaggio in Italia e
Albergo Italia, due moderne descrizioni, moderne e direi dantesche, da cui vien
fuori tutto l'orrore del disastro italiano, e le raccolte di aforismi e
riflessioni Il silenzio del corpo e Pensieri del tè. Di rilievo la sua attività
di saggista (Marziale, Catullo, Giovenale, Orazio). Diede vita al teatro dei
Sensibili, allestendo in casa spettacoli di marionette. Le sue marionette
esordivano su un piccolo palcoscenico, nel tinello di casa Ceronetti, ad Albano
Laziale. Si consumavano tè, biscottini (i crumiri di Casale) e mele
cotte." Nel corso degli anni vi assisterono personalità quali
Montale,Piovene, e Fellini. Con la rappresentazione de La iena di San Giorgio,
I Sensibili divenne pubblico e itinerante. Œ In Difesa della Luna, e altri
argomenti di miseria terrestre, suo saggio d'esordio critica il programma
spaziale da prospettive originali e poetiche. Il fondo Guido Ceronetti --
"il fondo senza fondo" -- raccoglie infatti un materiale ricchissimo
e vario: opere edite e inedite, manoscritti, quaderni di poesie e traduzioni,
lettere, appunti su svariate discipline, soggetti cinematografici e
radiofonici. Vi si trovano, inoltre, numerosi disegni di artisti (anche per I Sensibili),
opere grafiche, collage e cartoline. Con queste ultime fu allestita la mostra
intitolata Dalla buca del tempo: la cartolina racconta. Prese posizione a
favore dell'eutanasia, con la poesia La ballata dell'angelo ferito. Beneficiario
della legge Bacchelli, in quanto cittadino che ha illustrato la Patria e versante
in condizioni di necessità economica. Robbe-Grillet, Moravia e Ceronetti
al Premio letterario internazionale Mondello. Palermo Proposto dal controverso
critico e politico Sgarbi come senatore a vita a Napolitano, declina subito
l'invito. Attento alle tematiche ambientali, era noto per essere un acceso
sostenitore del vegetarismo e per una pratica di vita estremamente frugale,
quasi da moderno anacoreta. Solo un vero vegetariano è capace di vedere
le sardine come cadaveri e la loro scatola come una bara di latta. Un
mangiatore di carne (non mi sento di scrivere un carnivoro perché l'uomo non è
un carnivoro) neanche se lo chiudono nel frigorifero di una macelleria avrà la
sensazione di coabitare con dei cadaveri squartati. C'è come un velo sulla
retina dei non vegetariani, quasi un materializzarsi di un velo sull'anima, che
gli impedisce di vedere il cadavere, il pezzo di cadavere cotto, nel piatto di
carne o di pesce. Alcuni suoi articoli sull'immigrazione (disse che ha "un
carattere preciso di invasione territoriale, premessa sicura di guerra sociale
e religiosa") e il Meridione, pubblicati sui quotidiani La Stampa e Il
Foglio, furono tacciati di razzismo, così come scalpore fecero alcune posizioni
da lui espresse sull'omosessualità maschile, accusate di omofobia. In
precedenza sull'argomento si era attirato gli strali dei cattolici per aver
descritto don Bosco come un omosessuale represso. Intervistato nel per Radio Radicale Come articolista,
principalmente su La Stampa e il Corriere della Sera, si occupava spesso di
letteratura, arte, filosofia, costume e cronaca nera (ad esempio scrivendo sul
caso del delitto di Novi Ligure), analizzando il problema del male nel mondo
odierno in una prospettiva gnostica; al contrario giudicava noiosi i processi
di mafia. Notevoli discussioni suscitò, altresì, un suo intervento
giornalistico a difesa del capitano delle SS Erich Priebke (che visitò in
carcere e con cui ebbe uno scambio epistolare), condannato all'ergastolo per la
strage delle Fosse Ardeatine ma che fu soltanto un mero funzionario esecutore,
colpevole della "miseria di non essere un santo" (parafrasi del
saggio di Bloy La tristezza di non essere santi), e creato Mostro delle
Ardeatine, vittima di una giustizia dell'odio. Allo stesso modo, pur esprimendo
sempre la sua simpatia per gli ebrei e per Israele, per convinzioni personali e
la sua parentela acquisita con Giuliana Tedeschi, definì l'ergastolo inflitto a
Hess, al processo di Norimberga, come un crimine politico. La sua posizione
anticonformista pro-Priebke e pro-Hess fece scandalo essendo l'autore un noto
filosemita, con moglie e suocera (superstite di Auschwitz) ebree nonché
convinto filoisraeliano (scrisse articoli di fuoco contro Khomeini e il
terrorismo palestinese). Nel fu
insignito del premio "Inquieto dell'anno" a Finale Ligure. Ostile
al fascismo nella seconda guerra mondiale e al comunismo poi, ma anche
diffidente delle forme della democrazia, non prese mai parte politica attiva, a
parte un brevissimo periodo in cui ebbe la tessera del Partito Socialista dei
Lavoratori Italiani, fino al, quando intervenne al congresso dei Radicali
Italiani, movimento liberale e libertario, e altre volte ai microfoni di Radio
Radicale (era amico di Marco Pannella), anche se si considerava un
"conservatore" e patriota del Risorgimento (descrisse
l'Italia come «una democrazia strangolata sul nascere da tre poteri con il
verme totalitario, democristiano, comunista e sindacale»). Talvolta fu definito
come un "reazionario postmoderno". «Sono sempre stato anticomunista. Il
Mullah Omar e Osama Bin Laden sono modi dell'antiumano. Dietro di loro...
l'ombra di Lenin, inviato della Tenebra, fondatore imitabile dell'universo
concentrazionario, capostipite novecentesco di malvagie entità che non
finiscono di manifestarsi.» (Ti saluto mio secolo crudele) Nel propose in un articolo su la Repubblica,
ispirandosi al fenomeno delle assistenti sessuali per disabili, l'istituzione
di un "servizio erotico volontario" rivolto agli anziani senza che
dovessero rivolgersi a prostitute, per evitare "la barbarie di una
vecchiaia senza sesso". Fece uso di vari pseudonimi, tra i quali Mehmet
Gayuk, il filosofo ignoto (riferimento a Louis Claude de Saint-Martin, filosofo
così chiamato), Ugone di Certoit (quasi l'anagramma di Guido Ceronetti) e
Geremia Cassandri. Morì nella sua casa di Cetona (SI) dopo un breve
ricovero a causa di broncopolmonite. Come da disposizione testamentaria, dopo
tre giorni e una cerimonia religiosa a Cetona, fu sepolto sulle colline tra
Torino e il Monferrato, in una tomba a terra situata nel cimitero di Andezeno
(Torino), il paese di origine dei genitori. Disposizione da prendere. Non
voglio donne in calzoni ai miei funerali. Cacciatele via. Almeno in questa pur
insignificante occasione, ma per amore, siano insottanate come le ho sognate
sempre, nella vita.» Altre opere: “Difesa della luna e altri argomenti di
miseria terrestre” (Rusconi, Milano); “Aquilegia, illustrazioni di Erica Tedeschi,
Rusconi, Milano, con il titolo Aquilegia. Favola sommersa, Einaudi, Torino); La
carta è stanca” (Adelphi, Milano); La musa ulcerosa: scritti vari e inediti,
Rusconi, Milano); Il silenzio del corpo. Materiali per studio di medicina,
Adelphi, Milano); La vita apparente, Adelphi, Milano); Un viaggio in Italia, Einaudi,
Torino); Albergo Italia, Einaudi, Torino); Briciole di colonna. La Stampa,
Torino); Pensieri del tè, Adelphi, Milano); L'occhiale malinconico, Adelphi,
Milano); La pazienza dell'arrostito. Giornali e ricordi, Adelphi, Milano); D.D.
Deliri Disarmati, Einaudi, Torino); Tra pensieri, Adelphi, Milano); Cara
incertezza, Adelphi, Milano); Lo scrittore inesistente, La Stampa, Torino, Briciole
di colonna. Inutilità di scrivere, La Stampa, Torino, La fragilità del pensare.
Antologia filosofica personale Emanuela Muratori, BUR, Milano); La vera storia
di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, Einaudi, Torino, N.U.E.D.D. Nuovi
Ultimi Esasperati Deliri Disarmati, Einaudi, Torino); Piccolo inferno torinese,
Einaudi, Torino); Oltre Chiasso. Collaborazioni ai giornali della Svizzera
italiana, Libreria dell'Orso, Pistoia, 2004, La lanterna del filosofo, Adelphi,
Milano); Centoventuno pensieri del Filosofo Ignoto, La Finestra editrice,
Lavis); Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano); In un amore felice. Romanzo
in lingua italiana, Adelphi, Milano,, Ti saluto mio secolo crudele. Mistero e
sopravvivenza del XX secolo, illustrazioni Guido Ceronetti e Laura Fatini,
Einaudi, Torino,, L'occhio del barbagianni, Adelphi, Milano,, Tragico
tascabile, Adelphi, Milano,, Per le strade della Vergine, Adelphi, Milano,, Per
non dimenticare la memoria, Adelphi, Milano,, Regie immaginarie, Einaudi, Torino,
Guido Ceronetti, Poesia Nuovi salmi. Psalterium primum, Pacini Mariotti,
Pisa); La ballata dell'infermiere, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Poesie,
frammenti, poesie separate, Einaudi, Torino, 1968 Premio Viareggio; Opera
Prima; Poesie: Corbo e Fiore, Venezia); Poesie per vivere e per non vivere,
Einaudi, Torino, Storia d'amore ritrovata nella memoria e altri versi,
illustrazioni di Mimmo Paladino, Castiglioni & Corubolo, Verona); Compassioni
e disperazioni. Tutte le poesie, Einaudi, Torino, Disegnare poesia (con Carlo
Cattaneo), San Marco dei Giustiniani, Genova, Scavi e segnali. Poesie inedited,
Alberto Tallone, Alpignano, Andezeno, Alberto Tallone Editore, Alpignano, La
distanza. Poesie, Edizione riveduta e aggiornata dall'Autore, BUR, Milano, Preghiera
degli inclusi, Alberto Tallone Editore, Alpignano, senza data Francobollo,
Alberto Tallone Editore, Alpignano (sotto lo pseudonimo Mehmet Gayuk), Il
gineceo, Alberto Tallone, Alpignano, febbraio 1998; Adelphi, Milano, In
memoriam di Emanuela Muratori, Alberto Tallone, Alpignano, Messia, Tallone,
Alpignano, Adelphi, Milano,, [nella prima parte del libro] Tre ballate recuperate
dalle carte di Lugano, Alberto Tallone, Alpignano, Tre ballate popolari per il
Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone, Alpignano; Pensieri di calma a bordo di
un aereo che sta precipitando, Alberto Tallone, Alpignano; A Roma davanti al
Tulliano Notte del 3 dicembre 63 a. C., Alberto Tallone, Alpignano, Con
l'armata dell'Ebro morire oggi, Alberto Tallone, Alpignano; Invocazione al
Dottor Buddha perché venga e ci salvi, Alberto Tallone, Alpignano; Le ballate
dell'angelo ferito, Il Notes magico, Padova, Poemi del Gineceo, Adelphi,
Milano,, [riedizione de Il gineceo con
inediti e nuova prefazione] Sono fragile sparo poesia, Einaudi, Torino,,
Drammaturgia Furori e poesia della Rivoluzione francese. Carte Segrete, Roma,
Alcuni esperimenti di circo e varietà. Teatro Stabile-Teatro dei
Sensibili, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Mystic Luna Park. Teatro Stabile-Teatro
dei Sensibili, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Mystic Luna Park. Spettacolo
per marionette ideofore, ricordi figurativi di Giosetta Fioroni, Becco Giallo,
Oderzo, 1988 Viaggia viaggia, Rimbaud!, Il melangolo, Genova, La iena di San
Giorgio. Tragedia per marionette, Alberto Tallone, Einaudi, Torino); Il volto
(Ansiktet), Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Le
marionette del Teatro dei Sensibili, Aragno, Torino [contiene: I Misteri di
Londra e Mystic Luna Park] Rosa Vercesi, un delitto a Torino negli anni Trenta,
Teatro Strehler-Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone, Alpignano, Rosa Vercesi,
illustrazioni di Federico Maggioni, Edizioni Corraini, Mantova; Traduzioni e
curatele Marziale, Epigrammi, introduzione di Concetto Marchesi, Einaudi,
Torino, II ed. riveduta, Einaudi, Torino; nuova edizione con un saggio di G.
Ceronetti, Einaudi, Torino; nuova ed. riveduta e nuova prefazione di G.
Ceronetti, La Finestra Editrice, Lavis, I Salmi, Einaudi, Torino; nuova ed.
riveduta, Einaudi, Torino; col titolo Il Libro dei Salmi, Adelphi, Milano,
1985, Catullo, Le poesie, Einaudi, Torino, Adelphi, Milano,. Maurice Blanchot,
Il libro a venire (Le Livre à venir), trad. G. Ceronetti e Guido Neri, Einaudi,
Torino; Il Saggiatore, Milano,. Qohelet o l'Ecclesiaste, Einaudi, Torino, Alberto
Tallone Editore, Alpignano, nuova traduzione; Qohelet. Colui che prende la
parola, Adelphi, Milano, Decimo Giunio
Giovenale, Le Satire, Einaudi, Torino, La Finestra Editrice, Trento, Il Libro
di Giobbe, Adelphi, Milano, Premio Monselice di traduzione, nuova ed. riveduta,
Adelphi, Milano, Cantico dei cantici, Adelphi, Milano, Alberto Tallone Editore,
Alpignano, nuova versione riveduta,. Il Libro del Profeta Isaia, Adelphi,
Milano; nuova ed. riveduta e ampliata, Adelphi, Milano, Come un talismano.
Libro di traduzioni, Adelphi, Milano, 1986. Konstantinos Kavafis, Nel mese di
Athir, Edizioni dell'elefante, Roma. Konstantinos Kavafis, Tombe, Edizioni
dell'Elefante, Roma, Giovenale, Le donne. Satira sesta, Alberto Tallone
Editore, Alpignano, Nostradamus: annunciatore nel secolo 16. della Rivoluzione
che durerà dal 1789 al 1999 / profezie estratte dalle Centurie di Michel de
Nostredame, Alpignano, Alberto Tallone Editore, Tango delle capinere, Castiglioni
& Corubolo, Verona. Due versioni inedite da Shakespeare e da Céline, Cursi,
Pisa, Teatro dei sensibili, La rivoluzione sconosciuta. Pensieri in libertà per
ricordare. Una scelta di testi Guido Ceronetti, Tallone, Alpignano, col titolo
La rivoluzione sconosciuta, Adelphi, Milano, raccolta di 44 locandine teatrali
a fogli sciolti dalla mostra-spettacolo di Dogliani] Henry d'Ideville, Oggi,
Alberto Tallone, Alpignano, senza data. Constantinos Kavafis, Poesia, Alberto
Tallone, Alpignano, senza data Georges Séféris, Poesia, Alberto Tallone,
Alpignano, senza data. Sofocle, Edipo Tyrannos. Coro, Edizioni dell'Elefante,
Roma (con Cristina Chaumont) Sura 99. Al Zalzala (Il tremito della terra) dal
Corano, calligrafia di Mauro Zennaro, Edizioni dell'Elefante, Roma, Il Pater
noster. Matteo 6, calligrafia di Mauro Zennaro, Edizioni dell'Elefante, Roma, Léon
Bloy, Dagli ebrei la salvezza, con un saggio di G. Ceronetti, traduzione di
Ottavio Fatica e Eva Czerkl, Piccola Biblioteca n. 330, Adelphi, Milano, Giorni
di Kavafis. Poesie di Constantinos Kavafis, Officina Chimerea, Verona, Messia,
Alberto Tallone Editore, Alpignano; Adelphi, Milano,.nella seconda parte del
libro, Siamo fragili, Spariamo poesia. i poeti delle letture pubbliche del
Teatro dei Sensibili, Qiqajon, Magnano, 2003 Tito Lucrezio Caro, I terremoti.
De Rerum Natura. Alberto Tallone, Alpignano, Constantinos Kavafis, Un'ombra
fuggitiva di piacere, Adelphi, Milano, Trafitture di tenerezza. Poesia
tradotta, Einaudi, Torino, François Villon, I rimpianti della bella Elmiera,
Alberto Tallone Editore, Alpignano,. Orazio, Odi. Scelte e tradotte da Guido
Ceronetti, Adelphi, Milano,. Epistolari Guido Ceronetti e Giosetta Fioroni,
Amor di busta, Milano, Archinto, Due cuori una vigna. Lettere ad Arturo
Bersano, Prefazione di Ernesto Ferrero, Padova, Il Notes Magico, Guido
Ceronetti e Sergio Quinzio, Un tentativo di colmare l'abisso. Lettere, Milano,
Adelphi,. Spettacoli del Teatro dei Sensibili La Iena di San Giorgio. Tragedia
per marionette (allestito in appartamento), prodotto dal Teatro Stabile di
Torino, con Ariella Beddini, Simonetta Benozzo, Paola Roman e
Manuela Tamietti, regia di Egon Paszfory (Guido Ceronetti), scene e costumi di
Carlo Cattaneo Macbeth (spettacolo per marionette allestito in appartamento) Lo
Smemorato di Collegno (anni '70, spettacolo per marionette allestito in
appartamento) Diaboliche imprese, trionfi e cadute dell'ultimo Faust (spettacolo
per marionette allestito in appartamento); Fu interpretato al Festival di
Spoleto da Piera degli Esposti, Paolo Graziosi e Roberto Herlitzka, con la
regia, scene e costumi di Enrico Job I misteri di Londra (allestito in
appartamento); prodotto dal Teatro Stabile di Torino, regia di Manuela
Tamietti, con Patrizia Da Rold (Artemisia), Luca Mauceri (Baruk), Valeria Sacco
(Egeria), Erika Borroz (Remedios) e le marionette del Teatro dei Sensibili.
Furori e poesia della rivoluzione francese. Tragedia per marionette (allestito
in appartamento); al Teatro Flaiano di Roma con i burattini di Maria Signorelli
Omaggio a Luis Buñuel prodotto dal Teatro Stabile di Torino, Mystic Luna Park (prodotto
dal Teatro Stabile di Torino), spettacolo per marionette ideofore con Armida
(Nicoletta Bertorelli), Demetrio (Guido Ceronetti), Irina (Laura Bottacci),
Norma (Paola Roman), Yorick (Ciro Buttari) La rivoluzione sconosciuta,
mostra-spettacolo all'ex-convento dei carmelitani a Dogliani Viaggia
viaggia, Rimbaud! (prodotto dal Teatro Araldo di Torino, in occasione del
centenario della morte di Arthur Rimbaud), regia di Jeremy Cassandri (Guido
Ceronetti) con Melissa (Manuela Tamietti), Norma (Paola Roman), Francisco (Gian
Ruggero Manzoni), Yorik (Ciro Bùttari) e Zelda (Roberta Fornier) Per un pugno
di yogurt, collage di poesie Les papillons névrotiques (al Cafè Procope di
Torino) con la partecipazione di Corallina De Maria La carcassa circense, spettacolo
per marionette, azioni mimiche, cartelli, organo di Barberia con Rosanna
Gentili e Bartolo Incoronato Il volto, dedicato a Ingmar Bergman in occasione
dei suoi ottant'anni Ceronetti Circus ovvero Casse da vivo in esposizione
pubblica, letture di poesia, azioni sceniche mimiche e intermezzi musicali con
Elena Ubertalli e Giorgia Senesi M'illumino di tragico, collage di testi e
pantomime liriche; in tournée anche con il titolo I colori del tragico Rosa
Vercesi (prodotto dal Piccolo Teatro di Milano), con Paola Roman, Simonetta
Benozzo e Luca Mauceri Una mendicante cieca cantava l'amore (2006, prodotto dal
Piccolo Teatro di Milano) con Cecilia Broggini, Luca Maceri, Elena Ubertali e
Filippo Usellini Siamo fragili, spariamo poesia, collage di testi poetici,
ballate e canzoni Strada Nostro Santuario (prodotto dal Piccolo Teatro di
Milano) filastrocche, canzoni, ballate, azioni mimiche, happening e numeri di
repertorio popolare La pedana impaziente (), repertorio di marionette e azioni
sceniche mimiche Finale di teatro (, al Teatro Gobetti di Torino) con Fabio
Banfo, Luca Mauceri, Valeria Sacco, Eleni Molos, Filippo Usellini Pesciolini
fuor d'acqua (), con Luca Mauceri e Eleni Molos Quando il tiro si alzaIl sangue
d'Europa (prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, in occasione del centenario
della prima guerra mondiale) con Eleni Molos, Elisa Bartoli, Filippo Usellini,
Luca Mauceri e Valeria Sacco Non solo Otello (al Teatro della Caduta di Torino)
Novant'anni di solitudine (, a Cetona in occasione dei novant'anni
dell'autore), con Luca Mauceri, Filippo Usellini, Eleni Molos, Valeria Sacco,
Fabio Banfo, Salvatore Ragusa e Elisa Bartoli Ceronettiade. Deliri e visioni di
Guido Ceronetti (, a Cetona in occasione dell'anniversario della nascita
dell'autore), con Luca Mauceri, Eleni Molos, Valeria Sacco, Filippo Usellini
Cataloghi di mostre L'Atelier dei Sensibili a Dogliani, Michela Pasquali,
Dogliani, Biblioteca civica Einaudi, (catalogo della mostra nell'ex Convento
dei Carmelitani a Dogliani). Dalla buca del tempo: la cartolina racconta. I
collages di cartoline d'epoca del Fondo Guido Ceronetti, cura di Diana Rüesch e
Marco Franciolli, Archivi di cultura contemporanea, Museo Cantonale d'Arte
Lugano, Poesia marionette e viaggi di Guido Ceronetti nelle visioni di Carlo
Cattaneo, Paolo Tesi e Maurizio Vivarelli, Comune di Pistoia, Dare gioia è un
mestiere duro: trent'anni più due di Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti,
Andrea Busto e Paola Roman, fotografie di Mario Monge, Marcovaldo, Nella gola
dell'Eone. Ti saluto mio secolo crudele. Immagini del XX secolo. Tutti i
collages di immagini dedicati al ventesimo dell'era da Guido Ceronetti, Il
melangolo, Genova, "Per le strade" di Guido Ceronetti, Omaggio allo
scrittore, Diana Rüesch e Karin Stefanski, Cartevive, Biblioteca cantonale,
Archivio Prezzolini-Fondo Ceronetti, Lugano, Opere audiovisive su Guido
Ceronetti I Misteri di Londra. Tragedia per marionette e attori, regia di
Manuela Tamietti, Teatro Stabile di Torino (riprese videografiche dello
spettacolo, Torino). Sulle rotte del sogno. Parole musiche storie, di Luca
Mauceri (cd e vinile EMA Records, Firenze ). Guido Ceronetti. Il Filosofo
Ignoto, film documentario di Francesco Fogliotti e Enrico Pertichini (Italia'),
prodotto con la collaborazione del Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti e
dei Cinecircoli giovanili socioculturali. Guido Ceronetti nei mass-media Cura
cinque Interviste Impossibili per la seconda rete radiofonica rai, in cui
"intervistò" Attila (Carmelo Bene), Auguste e Louis Lumière (Alfredo
Bianchini e Mario Scaccia), George Stephenson (Mario Scaccia), Jack Lo
Squartatore (Carmelo Bene) e Pellegrino Artusi (Mario Scaccia). Il cantautore
Vinicio Capossela, nella raccolta di brani dal vivo Nel niente sotto il
soleGrand tour, ha inserito come incipit della seconda traccia (Non
trattare)una registrazione di Guido Ceronetti che declama i primi versetti del
Qoelet. Note Ha usato per molti anni un
sigillo con scritto "In esilio": Capossela intervista Ceronetti. 6
febbraio. Morto lo scrittore, in Corriere fiorentino, G. Ceronetti, Tra
pensieri, Adelphi, Milano, p.11 Paolo Di
Stefano, In morte. Raffaele La Capria, Ultimi viaggi nell'Italia perduta,
Mondadori, Milano,. Guido Ceronetti
morto, ripubblichiamo la sua ultima intervista al Fatto: “Sono un patriota
orfano di patria. Italia, regno della menzogna”
Nello Ajello, Ceronetti. Poesia in forma di marionette, La Repubblica, ricerca.repubblica/
repubblica/archivio/ repubblica ceronetti-poesia-in-forma-di-marionette.html Samantha, lo spazio e il signor Freud "Guido Ceronetti. L'inferno del
corpo", in Cioran, Esercizi di ammirazione, Adelphi, Milano, "Oggi una quantità delle mie carte è
partita per Lugano dove tutto entrerà a far partedegli archivi della Biblioteca
Cantonale." Per le strade della Vergine, Adelphi, Milano,«Urlate urlate
urlate urlate. / Non voglio lacrime. Urlate. Idolo e vittima di opachi riti/
Nutrita a forza in corpo che giace / Io Eluana grido per non darvi pace Diciassette
di coma che m'impietra Gli anni di stupro mio che non ha fine. Con Decreto del
Presidente della Repubblica (pubblicato nella G.U.) gli è stato infatti
attribuito un assegno straordinario vitalizio ai sensi della legge, l'aiuto della
legge Bacchellila Repubblica, in Archiviola Repubblica. Edizione, "Il
nostro meridionale è attaccato alla propria famiglia e nient'altro, qualsiasi
abbominio, qualsiasi sfacelo pubblico non arrivino a toccargli la Famiglia non
gli faranno il minimo solletico. Sono popoli incapaci di amare
disinteressatamente qualcosa perché bello, al di sopra dell'utile. La loro vera
patria la loro nostalgia prenoachide è il deserto e faticano da ubriachi a
ritrovarlo". La pazienza dell'arrostito, Adelphi, Milano, (comedonchisciotte. Org forum/
index.php?p=/discussion/ ceronetti-dal-mare-il- pericolo-senza-nome lessiconaturale/
migranti-e-prediche/)
(ilfoglio/preservativi/news/il-grande-pan-e-vivo) (ilfoglio/cultura/news/far-torto-o-patirlo) (ilfoglio/ preservativi/news/ deutschland-pressappoco-uber-alle,
Sugli sbarchi in Sicilia l'europeista Ceronetti dice, come altri non
oserebbero, che “hanno ormai un carattere preciso di invasione territoriale,
premessa sicura di guerra sociale e religiosa", Ceronetti, nel dolore si
nasconde una luce) Mario Andrea Rigoni,
Ma non bisogna confondere il nichilismo con il razzismo, Corriere della Sera, Guido
Almansi, Le leggende di Ceronetti, la Repubblica, L'innocente Priebke
L'invasione Africana; “Il male omosessuale” (Ceronetti dixit). Albergo Italia
(Einaudi, Torino), capitolo "Elementi per una anti-agiografia", Uno, cento, mille Ceronetti, Guido Ceronetti,
Priebke. Alcune domande intorno a un ergastolo, la Stampa Pietrangelo Buttafuoco, La pietas di
Ceronetti per Priebke, il Foglio, Sono sempre stato anticomunista, sempre, Forse,
subito dopo la guerra ho avuto una certa simpatia, però non mi sono iscritto al
partito il giorno dopo aver visto La corazzata Potëmkin, come innumerevoli
giovani. Antifascista non è neanche da dire, da quando ci si è risvegliati. Di
quel periodo non ho voglia di parlarne, ero tra i soliti ragazzini stupidoni
che andavano alle adunate, ma non c'è storia di anima o di pensiero o di
famiglia che riguardi il fascismo. I miei non erano fascisti né antifascisti,
erano bravi cittadini come tanti. (Corriere della sera). Si dice il responso
delle urne. Come se un popolo di cretini potesse fornire oracoli (Per le strade
della Vergine) la mia America: “Un
baluardo contro l’ideologia comunista” XIII
Congresso Radicali Italiani ilfoglio/preservativi/
prttttt-in-una-sigla-tutto-pannella- impenitente-ottimista-e-visionario (corriere/
cultura/guido-ceronetti-in-un-amore-felice
Chi era, fustigatore dei vizi degli italiani Riviste/ Su
“Cartevive” omaggio, reazionario postmoderno
CERONETTI: ‘METTIAMO FINE ALLA BARBARIE DELLA VECCHIAIA SENZA SESSO: PER
DISABILI E CARCERATI QUALCOSA SI È MOSSO MA PER I VECCHI MASCHI SI MUOVERÀ MAI
QUALCUNO? LA PROPOSTA: UN SERVIZIO EROTICO VOLONTARIO PER GLI OVER 70! Abiterò
per tre mesi al N. 4 di via Giolitti a Torino, per mettere in scena col Teatro
dei Sensibili La Iena di San Giorgio. Sulla porta metto quest'altro mio nome:
Geremia Cassandri. La pazienza dell'arrostito. Giornale e ricordi, Milano,
Adelphi, Premio letterario Viareggio-Rèpaci, su premioletterario
viareggiorepaci. I VINCITORI DEL PREMIO “MONSELICE” PER LA TRADUZIONE,
su biblioteca monselice, Alberto Roncaccia, Guido Ceronetti. Critica e
poetica (Bulzoni, Roma) Emil Cioran, Esercizi di ammirazione (Adelphi, Milano, Guido
Ceronetti. L'inferno del corpo) Giosetta Fioroni, Marionettista. Guido
Ceronetti e il Teatro dei Sensibili secondo l'alchimia figurativa (Corraini,
Mantova) Giovanni Marinangeli, Guido Ceronetti. Il veggente di Cetona
(Fondazione Alce Nero, Isola del Piano) Fabrizio Ceccardi, Il Teatro dei
Sensibili (Corraini, Mantova) Andrea De Alberti, Il Teatro dei Sensibili di
Guido Ceronetti (Junior, Bergamo) Marco Albertazzi, Fiorenza Lipparini, La luce
nella carne. La poesia (La Finestra Editrice, Lavis) Masetti, A. Scarsella, M.
Vercesi, Pareti di carta. Scritti su Guido Ceronetti (Tre Lune, Mantova), Ortese,
Le piccole persone (Adelphi, Milano). Lattuada, Frammenti di una luce
incontaminata in Guido Ceronetti, La Finestra Editrice, Lavis, Emil Cioran Gnosticismo moderno. Ma io diffido dell'amore universale Guido
Ceronetti, la Repubblica, Archivio. L’ultimo bardo gnostico che cantava il
dolore per la bellezza perduta. Morto il più irregolare degli scrittori
italiani. Ernesto Ferrero, La Stampa, V D M Vincitori del Premio Grinzane
Cavour per la narrativa italiana V D M Vincitori del Premio "Città di
Monselice" per la traduzione letteraria V D M Vincitori del Premio Flaiano
per la narrative. "StgvvU nni GIURISPRUDENZA ROMANA. ISTITUZIONI
DI DIRITTO ROMANO. PARMA, BATTEI. Le mie
parola sull’istituzioni di diritto romano consentite che sia, quale
il sentimento vivo e sincero dell'anima la richiede. Sia d' omaggio a' miei maestri,
ai quali ritomo qui con ossequio immutato; sia di saluto fraterno agli
studenti, a cui mi presento, e da cui mi bramo accolto, quale compagno di
studi, fiducioso di trar lena, pel compimento del mio assunto, più che
dall' ingegno troppo scarso ed inesperto, dal loro consentimento
amichevole, dallo scambio fra noi , vivo e continuo, d' affetto fraterno.
Da questo scambio io trarrò buon augurio alla carriera
d'insegnante, verso la quale muovo oggi con trepidanza il primo
passo, e alla quale volsi e volgo ogni mio studio, guardando alla
meta con assiduità ferma di volere: del quale io non certo dovrò dolermi,
se, per debole ingegno o per avversa fortuna, quella dovesse per
avventura sfuggirmi. E però consentite che, muovendo il primo passo per
questa via, io qui ricordi l'assidua e amorosa intelligenza di cure del
Maestro illu- stre che ad essa mi guidava, e di cui ognuno ricorda
e r alta vigoria del pensiero, nutrito da corredo mirabile di studi
vari e profondi, e la bontà pura, ideale dell' anima, onde qui, come
ovunque, conquise d'affetto reverente maestri e discepoli. Consentite che
a Brini io mandi un saluto, coU'affetto il più riconoscente e devoto di
discepolo e di fratello. . Invoco ora, o Signori, la vostra
attenzione indulgente sopra un tema, che, per sé, non parmi inopportuno a
trat- tarsi al principio d'un corso d'istituzioni di diritto
romano: se e quanto abbiano avuto d'influenza sulla GIURISPRUDENZA IN
ROMA le scuole filosofiche. Perchè, come in tal corso deve studiarsi per
rapidi tratti tutto 1' organamento del diritto privato e i singoli
istituti di esso. Così è conveniente ed opportuno esaminare e valutare quali
elementi sul delinearsi e conformarsi di quelli ebbero efficacia, e
quanto debba attribuirsene a ciascuno. La ricerca può talvolta, è vero,
rasentare e quasi toccare il campo della storia del diritto romano, che
si volle dalle istituzioni disgiunta; ma tali contatti non fa duopo osservare
come in punti non pochi e non lievi siano inevitabili, per quanto
si voglia lasciare al corso d' istituzioni il carattere più prettamente
dommatico. Che invero troppo spesso non può trascurarsi, per lo studio
preciso e compiuto degl’istituti all'ultimo momento giustinianeo, uno
sguardo alla loro origine e alla vita secolare che precede quel momento:
origine € vita di cui alla cattedra di storia vuoisi riserbata la ricerca
più diretta e diffusa. n tema eh' io prescelgo è arduo. Di più esso
entra buon tratto in un campo che non è il mio, nel quale io m'
avanzo peritoso, con un corredo scarso di studi e invocando l'indulgenza
di chi coltivi di proposito la storia della filosofia, e qui segnatamente del
pensatore illustre, che è onore di questa nostra facoltà giuridica alla
quale presiede. All'arduezza del tema se ne aggiunge la vastità. Talché
il tempo riserbato a discorrerne congiurerà colle deboli forze del
disserente a renderne imperfetta per più lati la trattazione; la quale
afifaticò in lavori appositi e in trattati generali d' antichità e di diritto
romano, uno stuolo numeroso di filosofi, fra cui non pochi valenti, dal
Cujacio in poi, e che fu pur di recente ripresa anche in Italia. Fra
altri, da un uomo, il cui nome segna una gloria e un lutto eterno perle
scienze romanistiche: Padelletti. Vanni. Io non certo presumo esaurirla, ma
solo mi propongo riassumerla per larghi tratti, valendomi e delle altrui
ricerche e di quelle ch'io venni compiendo direttamente sulle fonti,
procedendo dunque con modestia d'intenti. D’una cosa però sopra ogni
altra curandomi: di quella serena imparzialità di giudizio, che in temi di
questo genere, che toccano da vicino le varie credenze filosofiche individuali,
è facile troppo lo smarrire. Che invero non ci mancheranno, nel
procedere in questo tema, esempi di aberrazioni stranissime, a cui, privi di
quella, uomini, pur valorosi, riu- scirono. E innanzi tutto vuoisi qui
delineare per cenni la storia delle varie scuole filosofiche che tennero
in Roma il campo: storia per verità ben nota ad ognuno; ma pure non
inutile forse a richiamarsi qui, in brevi tratti , perchè tosto se
ne colgano quegli elementi, che sono essenziali nella trattazione
del nostro tema. Solo però dall' epoca di CICERONE tali cenni debbon
prender le mosse. Che, se può accogliersi che coi nomi di Socrate, e in
ispecie dell’ACCADEMIA e del LIZIO, giungesse già prima in Roma una
qualche eco delle loro dottrine, questa dovè riuscir ben fievole e inefficace,
mentre tanto saldo e fiero durava tuttavia in Roma quello spirito
anti-filosofico, per cui va Famoso CATONE, e da cui fu destata
l'implacabile ironia d’ENNIO. Le dottrine filosofiche dell’ACCADEMIA e del
LIZIO penetrano, benché solo
frammentariamente e indirettamente, coli' insegnamento di Panezio; al
quale V aver abbracciato IL PORTICO non tolse di seguirle e
propugnarle in taluni punti. Ma l’efficacia del PORTICO è però come
maestro di dottrine, nelle quali ebbe discepoli autorevoli e numerosi, e fra
essi giureconsulti di grido. Corrispondendo quelle, pel largo svolgimento che IL
PORTICO da alla morale, con pratici e austeri intenti, alla natura
del genio romano. Nel quale per contrario mal poteva svilupparsi il germe
dell' elevato idealismo dell’ACCADEMIA. Così come non poteva averne
favore la poca praticità diretta delle dottrine del LIZIO, già entrate in
Roma coi libri di Aristotele arrecativi da Siila, colla diffusione
curatane da Andronico da Rodi e da Tirannione. Ne molto di
più potevano avervi efficacia le dottrine della NUOVA accademia,
propugnate da Filone di Larisse e da Antioco. CICERONE, pur abbracciando
sostanzialmente IL PORTICO, coglie e assimila, secondo quella che fu pure
la tendenza di Panezio, e rimase tendenza della filosofia romana in
generale, quasi da ogni altra scuola taluni de' principii che
meglio vi corrispondessero al genio romano. Solo combatte invece la
FILOSOFIA DELL’ORTO, forte allora, e ancor più poco appresso: il quale
dura buon tratto allato alla scuola del PORTICO, fino a che perde teneno.
E, come CICERONE assimila principii estranei allo al PORTICO, altrettanto
ne rigetta ciò eh' era in questo di troppo rigido, e però praticamente
inefficace. Ptr CICERONE, ad esempio, contrariamente al PORTICO, non è
immeritevole di pregio il moderato godimento -- De sen. 14. Se il bene
morale sta al disopra d'ogni altro, esso non è tuttavia il solo bene
possibile e apprezzabile. Se è vero che il dolore dev' essere virilmente
tollerato, non è per questo men vero ch'esso sia un male (Tusc, II, 18;
II, 13). Per tal modo, con quest' opera e di assimilazione e
insieme di selezione. CICERONE procaccia il germe delle dottrine filosofiche
elaborate più tardi. La distinzione dell'corpo e dell’anima, il legame di
origine e finalità comune che unisce tutti gl’uomini e che impone a tutti
l'obbligo di fratellevole aiuto, che trovano trattazione più diffusa negli
scritti di Seneca, e poi di Antonino, son già delineati, chiaramente in
Cicerone (cfr. De rep., VI, 17; Ttisc, I, SI; De off., Ili, 6; De leg,,
I, 23) (1). Dopo Cicerone, frammezzo alle lotte combattute dai FILOSOFI
DELL’ORTO, fra i quali risplende il genio sovrano di Lucrezio, e mentre
pure dalle file dei filosofi del CINARGO partono le satire aspre ed argute di
Varrone, Q. Sestio prosegue, benché intinto della setta di CROTONE, le
tradizioni del PORTICO. Sestio raccolte poi da Fabiano e piti tardi da Attalo,
a cui die' gloria l'esser maestro di Seneca. La tendenza eclettica,
che si ha ognora in tutto questo sviluppo, ci si presenta più che mai
viva e spiccata in Seneca, già inclinevolo alla setta dei Crotonesi,
ammiratore dell’Accademia, né sdegnoso di citare Demetrio del Cinargo ed
Epicuro dell’Orto. E in punti sostanziali egli dissente dal Portico.
Significantissimo é un esempio, che già da altri fu notato e illustrato. Per il
PORTICO non può aversi diversità di natura fra ciò che chiamasi corpo e anima.
Seneca separa i due elementi e finisce per creare una specie di antagonismo,
che spiega la vita. Il corpo é la prigione dell' anima, un peso che la
rattiene verso la terra. Finché è unita al corpo, sta come avvinta in
ceppi (Ep., 65, 22). L’anima, per conservare la sua forza e la sua libertà,
lotta di continuo contro la carne (ibid.). Questa distinzione, così
precisa, del corpo e dell' anima é estranea al vero sistema del Portico e
Seneca è indotto da questa a conseguenze che anche più si allontanano
dalle dottrine de' suoi maestri. Secondo il Portico, l'anima muore, dopo
che il mondo sarà distrutto per mezzo del fuoco. Seneca, esitante su questo
punto, dopo aver detto a Marcia che tutto annienta e strugge la
morte (Com, ad Marc, 19, 5 ), le descrive l’anima del figlio, salente al
cielo, a lato di Catone e dei Scipioni. E scrive altrove senz'altro esser l’anima
eterna e immortale (Ep,, 57, 9). Distacco certo notevole, ma nel
quale troppo volle vedersi oltre il vero, col dar vita air omai
sfatata leggenda che Seneca si ascrivesse alle sette cri- stiane
(6). Seneca riprende con nuova energia V indirizzo morale di
cui già erano i germi in Cicerone: a questo solo rivol- gendo ogni suo
sforzo. Egli non si cura delle discussioni teoriche sul massimo bene, non
formula dogmi; ma segna le norme morali, fin pei rapporti più minuti
della vita. Dopo Seneca, il movimento filosofico prosegue. E dopo la
nube che parve oscurare, sotto i regni di Vespasiano e di Domiziano, la
fortuna dei filosofi, questa rifulge poco appresso più che mai splendida.
Plutarco vien cogliendo nella morale, anche con più ampia libertà
eclettica le regole sostanziali del PORTICO, togliendo a questo però la
rigidità ch'era in Seneca: e benché inclinando verso l’Accademia, col far
presiedere alla vi' a un divino primo, sotto il quale stanno divini di
secondo grado, a cui rimangon dietro, a lor volta, i genii mediatori,
giusta il concetto dell’Accademia, fra l’umano e il divino. E
a quello che potè chiamarsi l'impero dei filosofi, sotto Antonino, si
gittano le basi nel principato d'Adriano. È a questo tempo che la lotta
secolare dell' ellenismo contro il ROMANESIMO finisce colla vittoria completa
di quello. Sì che a Roma accorrono da ogni parte del mondo filosofi,
desiderati ed onorati. Demonace può paragonare Apollonio, che muove co' suoi
discepoli da Atene a Roma, ad un argonauta, che vola al rapimento del
vello d'oro (Luciano, Bem.y 31). È à quel tempo che la filosofia compie
in Roma un passo gigantesco con Epitteto. Questi prosegue la dottrina del
PORTICO, benché con certa tendenza verso il CINARGO. Fissandovi
essenzialmente il pensiero subbiettivo come principio e criterio della verità,
e però riducendo a formale il mondo esteriore. Non dunque dolori, ma fantasie
di dolori; onde la inalterabile fortezza e il disprezzo severo d' ogni
bene umano. E la filosofia d' Epitteto, continuata e propugnata
strenuamente da Flavio Arriano, germoglia più tardi nel sereno ingegno di Antonino,
che, elevando come ad eccelso ideale, il concetto della vita secondo
natura, deducendone, come conseguenze necessarie, la legge più pura della
carità umana, chiude gloriosamente il ciclo del PORTICO in Roma.
Appressa solo qualche bagliore raro e scarso traluce fra le tenebre che
si vengono da ogni lato addensando. IL PORTICO non fa più un passo. Non vale la
filosofia dei così detti accademici eruditi, già prima coltivata, allato
al Portico, da Favorino, da Massimo di Tiro e da Alcinoo, a gittare alcun germe
fruttifero. E le dottrine troppo idealistiche dei accademici, formulate
con nuovo vigore da Plotino, rimangono il culto inefficace di qualche
anima solitaria. Già da questi cenni, benché così rapidi e
incompleti, traluce una singolare coincidenza. I momenti essenziali
per la storia della filosofia in Roma coincidono coi momenti essenziali
per la storia della giurisprudenza. Il genio eclettico di CICERONE
negl’anni della REPUBBLICA, dà in ROMA inizio efficace agli studi della
filosofia, air incirca nel tempo, in cui -- scorse tre generazioni da
quando lo specchio di Gneo Flavio sottrae l'arte del diritto all'arcano
monopolio pontificale e l'insegnamento tentato dal pontefice plebeo
Coruncanio offre i germi, raccolti e rudemente elaborati da Sesto Elio. Q.
Mucio SCEVOLA gitta pure co' suoi XVIII libri iuris civilis i fondamenti
sistematici del diritto. E, al principio del principato d’Ottavinao, la
filosofia, segnatamente del Portico, fiorisce per r insegnamento di
Sestio, al tempo stesso in cui 1'eredità gimidica, tramandata dall' era
repubblicana è raccolta dall' intelletto sovrano di LABEONE, che inizia per
la giurisprudenza l’età delle sue glorie più fulgide e insuperate. Età
che si continua, con isplendore ognor più vivo, fino a Salvie Giuliano,
che colla fissazione deir editto perpetuo, compendia il tesoro elaborato con
continuità meravigliosa d’Ottaviano ad Adriano; nel quale appunto si vien
preparando quello che si disse a buon dritto rimpero dei
filosofi. Questa coincidenza di tempo non deve indurre in noi nessun
preconcetto che valga a sviarci dal sereno esame del nostro tema:
l’analisi dei concetti giurdici. Ma noi
dobbiamo tuttavia notarla, perchè molto soccorso potrà veoin^ene per
spiegazioni .e raffronti nel seguito delle nostre ricerche. Ed
entrando omai neir esame del tema, ricerchiamo se nel principio che
regola gl’istituti e rapporti v'ha alcuno degli elementi filosofici
siamo venuti seguendo. Ne vi spiaccia clie sopra tutto e' intratteniamo in
quest' ufficio modesto e paziente di semplice constatazione e che
riserbiamo a più tardi alcune considerazioni d' ordine generale, che da questa
potranno emergere. Consideriamo tosto i requisiti essenziali al
soggetto del diritto. L’ esistenza fisica e i tre status -- essenzialmente
lo status di libertà. Fra le regole spettanti all'esistenza fìsica
l’influenza del PORTICO ci si presenta spiccata nel concetto teorico
di cui è cenno specialmente in un testo d'Ulpiano, per cui si
considera il feto tuttora entro le viscere materne come parte di queste –
“mulieris portio vel viscerum” -- : Ulp., fr. 1 § 1 D. 25, 4 e prima
Papiniano, fr. 9 §. 1 D. 35, 2 — “homo non recte faisse dicitur”. E però
tosto da osservarsi come questa considerazione astratta, tolta manifestamente
dal PORTICO (Plut., Plac. pML, V, 14, 2: \iripoq eivai Ttig x(X7Tpòq)
rimanne in pratica lettera morta. Perchè, logicamente, dal considerarsi il
feto parte delle viscere materne, verrebbe che, fino al momento del suo
staccarsene e del suo passaggio ad esistenza di per sé stante, esso non dove
dar luogo ad alcun apposito rapporto giuridico. Mentre, contrariamente, stan di
fronte a tal concetto la legge di Numa che proibisce di seppellire la
donna morta incinta, prima di averne estratto il feto (fr. 2 D. 12,
8), le pene contro il procurato aborto, il divieto di Adriano di eseguire
la sentenza di morte contro la con- dannata incinta ( fr. 18 D. 1, 5), la
tutela al ventre pregnante, risalente fino a prima delle XII tavole, e
la “honorum possessio”, che a nome di quello potè chiedersi; istituti e
rapporti intesi tutti alla protezione di un soggetto di diritti sperato, e
dentro altro soggetto. Onde pure la risposta affermativa alla questione,
che tuttavia parve necessario propoiTe. Se il figlio, nato dalla madre
exsecto venire, abbia diritto di succedere ad essa (Ulp., fr. 1 §. 5 D.
38, 17 ) e il considerarsi come un essere già esistente il feto entro lo
viscere materne, benché non ancora a sé stante. Ciò secondo la verità
eterna e precisa delle cose. ( Cfr. Giul., 37 dig,^ fr. 18 D. 36, 2:
Is cui ita legafum est, qìmndoque liberos habuerit, si praegnatc uxore
relieta decesserit, intelligitur expleta conditione dccessisse et legatum
valere, si tamcn posthuììius natus fuerit; Ter. Clem., lib, 11 ad leg.
lui. et Pap., fr. 153 D. 50, 16: IntellegendiiS est mortis tempore fuisse
qui in utero relictus est\ Celso, 16 dig.y fr. 187 D. 50, 17; Ulp.
19 ad Sab., fr. 20 D. 36,1). Espressamente si fa risalire ad Ippocrate la
regola che assegna il tempo di *VII* mesi, come termine minimo
della gestazione (Ulp., fr. 3 §. 12 D. 38,16; Paolo, fr. 1*2 D. 1,
5). Ma, per sé, la necessità di segnare un termine minimo, sufficiente di
regola alla gestazione, si afferma per motivi esclusivamente sociali e
giuridici, e ne porse occasione la Legge Giulia. E la fissazione di
quello ai 7 mesi, giusta la teoria d' Ippocrate, ha un'importanza del
tutto formale. Più importante è per noi l'accoglimento della teoria
di Eraclito e del Portico, che fissa a *XIV* anni la pubertà (Plut.,
Flac, pML, V, 24,1; Macrobio, Somn. Scijp., G; Saturn., VII, 7). Accoglimento
che ha una grande importanza pel suo significato giuridico. Esso invero segna
un passo verso quella precisione sicura di linee, onde il diritto,
progredendo, abbisogna, e, anche più, include un riconoscimento fine e delicato
del diritto al pudore. Che ciò io avverta qui, anziché più tardi, non
maravigli; giacche non posso veramente propormi un ordine rigoroso, e mi è
forza lasciare che il discorso trascorra a' vari punti, a cui le
fonti che man mano si offrono, gli porgono il destro. Ne che tale
felicissima alata della scuola dei Proculeiani, nella quale si volle ravvisare
più precisa e più profonda rinfluenza del Portico, sia dovuta veramente a
tale influenza, anziché alla considerazione obiettiva, spregiudicata delle
necessità avanzantesi del diritto, parmi possa sostenersi con alcun serio
argomento. Se influenza vi si ebbe, essa fu tutta nella fissazione formale
del termine al quattordicesimo anno, anziché al dodicesimo o al
quindicesimo, come altrimenti avrebbe potuto aversi. Ma romanamente giuridico e
il senso che fé* avvertire la necessità di quella regola netta e certa e
fé' accoglierla trionfalmente. Proseguendo in tali traccie formali,
l'influenza della filosofia parmi possa avvertirsi anche nella considerazione
del parto trigemino, in caso di gravidanza della madre (Plut.,
Pìcce. pML^ V, 10,4), che ha gravi effetti per l'aspettativa
dei diritti spettanti ai possibili nascituri, fino all'avvenimento
del parto, e che nelle fonti ci si presenta risalente a Sabino e a Cassio
(Giul., fr. 8 §. 1() 1). 40, 7; Gaio, fr. 7 pr. D. 34,5; Paolo, fr. 28
§.4 D. 5,1; Id., fr. 3 D. 5,4). Ma ben altra influenza, sostanziale e
diretta, della filosofia, si sostenne per un tema, che qui dovrà trattenerci
alquanto: lo schiavo. È da tale influenza che si volle determinato l'
affermarsi con moto continuo, dallo scorcio della repubblica al secolo
degli Antonini, di un' intima contraddizione nel concetto di Schiavo. E s'
adduce la dichiarazione tradizionale dei giuristi di questo periodo essere lo
Schiavo contro natura, la protezione che è accordiata man mano alla vita e
air integrità personale dello schiavo contro le eccessive sevizie del
padrone (Gellio, Noci. Att, V, 14; Eliano, Be an,, VII, 48; Gaio, fr.
1 §. 2 D. 1,6; Ulp., fr. 2 D. eod, Modestino, fr. 11 §. 2 D. 48,8)
al cui arbitrio lo schiavo è sottratto, per esser sottoposto, in caso
ch'egli delinqua, ad appositi magistiati, e a procedimento, non
sostanzialmente difforme da quello che vale pel LIBERO (Pomp., fr. 15 D.
12,4; Ulp., fr. 12 D. 2,1; fr. 3 §. 1 D. 29,5; Venul., fr. 12 §. 3 D.
48,2), e indipendente attività patrimoniale che si riconosce allo schiavo
col peculio ( quasi patrimonium Uberi hominis: Paolo, fr. 47 §. 6 D.
15,1). S' adduce il favor libertatis che inspira in molteplici casi le
larghezze con cui si risolvono le dubbie questioni di stato e s'effettuano i
giudizi liberali -- Lege Iimia Petronia si dissonantes pares iudicum
existant sententiae pro libertate prommciari iussuni: Ermog., fr. 24 D.
40,1; e. d' Ant. Pio, presso Paolo, fr. 38 §. 1 D. 42,1; Ulp., fr. 3 §. 1
D. 2,12), s'eseguiscono le manomissioni, ordinate per atto d'ultima volontà
(Giul., fr. 9 §. 1 D. 33,5; fr. 4 pr. D. 40,2; fr. 16 D. 40,4; fr.
17 §. 3 D. eod.; presso Paolo, fr. 20 §. 3 D. 40,7; Valente, fr.
87, D. 35,1; Giavoleno, fr. 37 D. 31; Gaio, fr. 88 D. 35,1; S. C. sotto
Adriano, in Scevola, fr. 83 (84)§. 1 D. 28,5; rescr. di M. Aurelio, in
Marciano, fr. 51 pr. D. 28,5, e in Mod., fr. 45 D. 40,4, cost. dello
stesso in Ulp., fr. 2 D. 40,5; Meciano, fr. 32 §. 5 I). 35,2; fr. 35
I). 40,5; Pomp., fr. 4 §. 2 D. 40,4; fr. 5 D. eod.; fr. 20 I).
50,17 ; Marcello, fr. 3 i. f. D. 28,4 ; fr. 34 D. 35,2; Scevola, fr. 48
§. 1 D. 28,6; fr. 29 D. 40,4; presso Mar- ciano, fr. 50 D. 40,5; Papin.,
fr. 23 pr. D. 40,5; Paolo, fr. 28 D. 5,2; fr. 40 §. 1 D. 29,1; fr. 14 pr.
D. 31; fr. 96 §. 1 I). 35,1 ; fr. 33 D. 35,2; fr. 36 pr. D. eod. ;
fr. 10 §. 1 D. 40,4; fr. 179 D. 50,17; Ulp., fr. 711). 29,2;
9 fr. 29 D. 29,4 ; fr.
1 D. 40,4 ; fr. 24 §. 10 D. 40,5) e in ispecie per fedecommesso, alla cui
esecuzione provveggono già sotto Traiano, e poi sotto Adriano e Commodo,
appositi Senatoconsulti {SS. GC. Bubriano, Dasumiano, Artici, Ulano,
Vitrasiano, Iunciano -- s' adduce l’ingenuità che si vuole accordata al NATO
DA UNA SCHIAVA, che gode della libertà fra il momento del concepimento e
quello del parto (Marciano, fr. 5 §. 3 D. 1,5), o che, ordinatane la
libertà per fedecommesso, non e manomessa indebitamente, per mora
deirerede (rescr. di Marco Aurelio e Vero e di Ca- RACALLA in Ulp., fr. 1
§. 1 D. 38,16; Ulp. fr. 1 §. 3 D. 38,17; fr. 2 §. 3 D. eod.; fr. 26 §. 1
D. 40,5; MARcaNO, fr. 53 pr. D. eod.), fosse pure casuale (rescr. di Ant.
Pio e di Severo e Carac. in Ulp., fr. 26 §§. 1,2, 3D. 40,5; MoDEST.,
fr. 13 D. 40,5); il concetto che afferma la libertà inalienabile
(Costantino, c. 6 C. 4,8) e la regola che nega comprendersi nell'usufrutto
il parto della schiava (Cic, De fin., I, 4; Gaio, fr. 28 §. 1 D. 22,1:
Ulp., fr. 68 pr. D. 7,1). Fermiamoci su quest'ultimo punto. È famosa la
disputa, a cui quella regola die luogo ai tempi di CICERONE, fra SCEVOLA,
Manilio e Bruto, ed è pur notissimo come la propugnasse vittoriosamente
quest'ultimo, adducendo essere assurdo il computare fra i frutti
l'uomo, mentre ogni frutto che rechi la natura è destinato
all'uomo. La qual ragione è riferita da Gaio e da Ulpiano ( Gaio,
fr. 28 §. 1 D. 22,1; Ulp., fr. 68 pr. §. 1 D. 7,1), ed è tratta
genuinamente dalla teoria del Portico, secondo la quale l'uomo si
considera come signore dell'universo (Cic, De off., I, 7; De nat. Deor.,
II, 62; De fin., Ili, 20). Ma altrove, (fr. 27 pr. D. 5,3) Ulpiano stesso
adduce a fondamento di questa regola un motivo tutto economico. Non
valutarsi come frutto il parto della schiava, perchè lo scopo economico,
pel quale si tenne schiave, non è quello di procacciarsene i parti « non temere
ancillae eim rei causa comparantur ut pariant » , ossia perchè i parti della
schiava non costituiscono il frutto economicamente normale di essa. E due
fatti inducono a ritenere che sia appunto questa la ragion vera che
determina quella regola: la mancanza, cioè, di un'industria di allevamento
di schiavi e la parificazione del parto della schiava ad ogni altro frutto,
per qualsivoglia rapporto, all' infuori delF usufrutto. Che la regola,
determinata da questa ragione economica, si volesse poi anche
giustificare con un concetto preso al Portico, non può recar maraviglia,
quando si pensi come in altri punti non pochi la vernice d'una forma
filosofica copra un rapporto determinato essenzialmente da principii
tutt' altro che filosofici. E questa nostra osservazione si
riconnette a un altro lato importante del tema: al freno imposto alle
sevizie del padrone: nel quale volle ravvisarsi pur tanto di stoica influenza.
È essenziale la giustificazione datane da un noto testo di Gaio. Doversi
inibire al padrone di far malo uso delle cose sue, allo stesso modo che
ciò si vieta al prodigo (Inst^ I, 53). Regola dunque che ci si presenta
pure determinata non da altro, che dalla considerazione tutta econo- mica
del regolare uso della proprietà. Ed è parimente una necessità di
natura economica, di raflforzare, cioè, Y attività dello schiavo colla
molla del suo proprio interesse individuale, quella che determina
il riconoscimento del peculio, quale patrimonio di fatto del servo,
distinto dal patrimonio del padrone; la cui funzione ha per ogni lato
dell'evoluzione della schiavitù importanza essenziale. Però codesto
elemento economico, che fu magistralmente seguito dal Pernice nel suo
classico libro su Labeone, e che, pei lati che accennammo, resulta da
attestazioni precise delle fonti, non basterebbe a spiegare per sé il
riconoscimento graduale nello schiavo di altri molteplici diritti e
rapporti attinentisi alla personalità, e l' affermarsi di un vero e
proprio sistema giuridico che per esso si crea, del tutto analogamente al
sistema che regola istituti e rapporti fra liberi. Un altro elemento
sostanziale concorre a dar vita e riconoscimento positivo a quel sistema
pei rapporti più svariati. Questo elemento altro non è che la forza
della natura. Forza, che neirantica convivenza a famiglia regolava
nel fatto, quasi inconsciamente, i rapporti della schiavitù ; ma che, più
tardi, «comparsa la prisca semplice costituzione della familia, ordinate
quasi ad esercito, gerarchicamente, le migliaia di schiavi tratti a Roma
dai popoli vinti, fé' assurgere e fissò a rapporto di diritto quello eh'
era dapprima mero e tacito fatto: affermando nello schiavo la contrapposizione
del concetto di “uomo”, di fronte a quello di “res”. Gli
attributi nello schiavo di ente intelligente e consciente s' impongono air
organismo del diritto, pel quale lo schiavo dove parificarsi a una “res”,
ad una “merx.” Ulpiano, trattando della prestazione dei legati imposti
all'erede, e dei casi in cui l'erede può essere ammesso a prestare, invece
della res legata, Vaestimatio di essa, distingue il legato di una “res”
da quello di uno schiavo, valuta i motivi in cui più probabile in questo
può riuscire la prestazione dell' aestùnatio, ed esce coli' affermazione alia
est condicio ìiominum alia ceterarum rerum (Ulp., fr. 71 §. 4 D.
30). Quest'affermazione coglie e sintetizza l'urto intimo e graduale, di
cui la storia della schiavitù in Roma porge traccio continue ed eloquenti,
e per cui pur riesce infine ad imporsi nella coscienza giuridica e
sociale il riconoscimento nello schiavo degli attributi essenziali della
personalità umana. Tali, l'efficacia del patto adietto alla vendita di
una schiava di non prostituirla. Efficacia che include il riconoscimento
del diritto all'onore (decr. di Vespas., presso Mod., fr. 7 pr. D. 37,14;
Pomp., fr. 34 pr. D. 21,2; Papin., fr. 6 pr. D. 18,7 ; Paolo, fr. 7 D.
40,8 ; Aless. Sey., c. 1 C. 4,56); r azione d' ingiurie per offese allo
schiavo, commisurata secondo il grado d' onorabilità di questo (Ulp., fr.
15 §. 44 D. 47,10). L’ ammissibilità di un giiidizio di calunnia a cagione
dello schiavo, che subì per fatto altrui ingiusto giudizio (Papin., fr. 9
D. 3,6). La valutazione della misericordia usata verso di esso, per
misurare la responsabilità di chi ebbe a procacciarne la fuga (Ulp., fr. 7 §.
7 D. 4,3). Il riconoscimento della famiglia servile, nella quale con
sforzo di finzioni giuridiche si riesce a dar certa configurazione a rapporti
patrimoniali, a somiglianza di quelli che intercedono nella famiglia dei
liberi (Ulp., fr. 39 \D. 23,3 ; Paolo., fr. 27 D. 16,3). E persino il
riconoscimento nello schiavo di rapporti d'indole religiosa (Labeone,
presso Ulp., fr. 13 §. 22 D. 19,1; Ulp., fr. 2 pr. D. 11,7). Che
pure sulle conquiste compiute dagli schiavi contribuiscano considerazioni d'
ordine pubblico e di sicurezza pubblica, son ben lungi dal negare. Non
par dubbio, ad esempio, che sia determinata sopratutto da esse la
legge Petronia. !Aia questa pure (appena occorre avvertirlo) non è
che una conseguenza, benché coatta, dell 'affermantesi peronalità dello schiavo.
Ne tuttavia che le stesse dottrine stoiche, col loro elevato concetto della
personalità umana, abbian per qualche lato favorita o affrettata
quell'evoluzione, non <\serei negare: (nò può invero trascurarsi il
fatto che il momento più intenso di essa cade appunto sotto gli Antonini. Ciò
che parrai invece dover negare si è che quelle dottrine vi abbiano avuta
una influenza immediata , essenziale. Talché senza di esse si avesse
ognora a disconoscere nello schiavo ogni attributo della
personalità. Su altri istituti e rapporti attinenti alle persone non
ci abbisogna lungo discorso. Non occorre, per verità, confutare lo strano concetto
che influenza del Portico sia nell'attenuamento della patria potestà, e nella
liberazione delle donne dalla tutela agnatizia. Fatti determinati
entrambi dal trasmutarsi della funzione e natura politica della familia;
trasmutarsi, che pure ci spiega l’avanzantesi prevalenza del vincolo di sangue
sul rapporto civile d'agnazione; che ha poi eifetti importanti, in
ispecie neir ordine delle successioni. E pur ci spiega l’evoluzione
dell'essenza prisca dell'eredità familiare (comprendente, cioè, il
complesso di diritti politici e religiosi inerenti alla domus
familiaqtte) verso l’eredità patrimoniale. Concetto, che , accennato
in istudi recenti ed egregi (16), forse non si presenta tuttavia
immeritevole di trattazione nuova ed apposita e d' investigazione minuta nelle
fonti. Ne mi fermo su di un punto, sul quale non si peritò d' insistere
qualche sostenitore deir influenza sdel Portico sulla giurisprudenza
romana: il puro ed elevato concetto del matrimonio, tramandatoci dai
giureconsulti, e in ispecie esplicantesi nella tarda definizione di
Modestino. Basta osservare che quel concetto è in Roma tradizionale, fin dalla
sua più antica e genuina costituzione e che vi si esplica allora dalle
stesse forme, con che il ma- trimonio si compie, e che, inerente dapprima
solo al ma- trimonio curri manu, nel quale è veramente la divini et
Immani iuris cornunicatio, esso s'atteggiò poi, per forza di tradizione
sul matrimonio libero, prevalso su quello, e tra- luce idealmente nei
tempi stessi, in cui il matrimonio era di fatto quale ce lo tratteggiano
con foschi colori Giovenale e Marziale. Occorre qui invece, fra i
diritti attinentisi alle persone, accennare ad alcuni altri, nei quali si
ravvisò l’influenza filosofica, e segnatamente del Portico.
Che, per quanto tocca il diritto alla vita, e l'affermazione negativa di
questo, i romani non abbiano riguardato con deciso is favore il suicidio,
come mezzo estremo di salvaguardia a mali maggiori; e ciò molto innanzi al
tempo in cui la filosofia divenne nota in Roma, resulta dalla
natura del carattere romano e dell' ideale ch' esso prefiggeva alla vita,
dalla stessa aureola di gloria onde fu recinta la memoria di Lucrezia, di
Catone e di Bruto. Né dunque può pensarsi ad alcuna influenza del Portico,
se vediamo i giuristi non considerar come dannata la memoria del suicida.
Ma singolarissima è poi la specialità contemplata nel testo che per consueto si
adduce. In esso si riferiscono rescritti di Adriano e d'Antonino Pio, i quali,
considerando il caso, in cui persona accusata di delitto capitale, prima
d' esser sottoposta al giudizio, ponga fine a' suoi giorni taedio vitae
vel doìoris impatientia, dichiarano non incorsi con ciò nella confisca i
beni di quella. Si ha poi nel caso proposto ad Adriano che il suicida era
accusato d' aver ucciso il figlio. Adriano, con sentimento delicatamente
umano, dichiara doversi presumere che non per timor della pena , ma per dolore
del figlio perduto, V accusato sia volontariamente uscito di vita ( Marciano,
fr. 3 §§. 4-5 D. 48,21); non potendosi ad ogni modo ritenere per se
il suicidio deir accusato equivalente a confessione di reità a condanna.
Come poi Papiniano con lucidissima veduta dichiarò e sostenne ( Ibid,,
pr. ; cfr. fr. 29 pr. D. 29,1 ; Paolo, fr. 45 §. 2 D. 49,14 ). Mentre poi
è chiaro che, all' inversa, il suicidio che 1' accusato volle affrontare
non per altro che per timor della pena e ob conscientiam cnminis, non salva
dalla confisca il patrimonio di lui, che si considera quale dannato o
confesso (Ulp., fr. 6 §. 7 D. 28,3; fr. 11 §. 3 D. 3, 2). Il che
davvero s'intende come logico sviluppo, senza che nulla v'appaia
di influenza o reminiscenza filosofica, se pure essa non voglia vedersi
nel ricordo ai filosofi, come a coloro che si uccidono taedio vitae,,.
vel iactationis (fr. 6 §. 7 D. 28,3). E qui pure, a proposito del diritto
naturale alla vita, si avverte il riconoscimento di tal diritto nello
schiavo, là dove è detto da Ulpiano esser lecito etiam scrms fiaturaliter
in sunm corpus saevire (Ulp., fr. 9 §. 7 D. 15,1). Di fronte al qual diritto
affermato perle schiavo, sta l'obbligo in lui di rifondere col suo peculio al
padrone le spese che ha sostenute per curarlo dalle ferite infertesi
tentando d' uccidersi; talché quel diritto si riduce praticamente
ad una curiosa ed amara irrisione. E tocco di un altro fra i diritti
personali. Quello alla religiosità, al quale s'attiene lo sfavore con cui
si riguardò dai giuristi, conformemente agli stoici, il giuramento
(PapiN., fr. 25 §. 1 D. 13,5; Ulp., fr. 7 §. 16 D. 2,14), e in ispecie la
condicio iurisitirmidi, apposta a una liberalità per atto mortis causa (
Labeone, in Giav., fr. 62 pr. D. 29,2 ; Giuliano, fr. 26 D. 28,7;
Marcello, fr. 20 D. 35,1 ; Ulp., fr. 8 §. 5 D. 28,7). Il generale
divieto della condicio iurisiurandi è anteriore a Labeone e posteriore a
Cicerone, e coincide per tempo col fiorire della filosofia del Portico. E
F opinione ch'esso sia determinato da influenze di questa parrebbe tanto più
attendibile, in quanto siamo qui in tema di religiosità, dove
l'istituzione filosofica ebbe veramente, in sullo scorcio della
repubblica e a' primi tempi del principato, efficacia non lieve e assai
diffusa. Senonchè non so astenermi dal proporre una mia modesta
osservazione. Lo sfavore pel giuramento non è già soltanto nel Portico,
ma risale fino tra le scuole presocratiche, a quella di Velia, e al
fondatore stesso di essa, a Senocrate, che nel giuramento ravvisava un
riprovevole privilegio per l'empietà (Arisi., Bhet, I, 15) (19). Forse
quello sfavore, che nello spirito filosofico si manifesta cosi da antico,
era pure in origine nello spirito romano, e durava nel patrimonio
d'idee e di tradizioni, che, specialmente in materia di religione, i due popoli
ritrassero dal ceppo comune? Il che solo accenno, pur non volendovi
troppo insistere, perchè non paia amor di sistema. E, lasciando omai
d' altri rapporti di minore impor- tanza, pure del tutto formali, come,
per ciò che attiensi alla salute, la definizione del morbo, di habitus
cor- poris contra naturam (Sab., fr. 1 §. 9 D. 21,1 e in Gellio,
Noci. Att^lY, 2. cfr. fehris: Giul., fr. 60 D. 42,1) evi- dentemente
tolta dallo stoicismo; il concetto del furiosus, che, come privo di mente,
stoicamente è detto suus fion est (Ulp., fr. 7 §. 9 D. 42,4), passiamo
senz'altro alle cose e ai diritti su di esse. La triplico
partizione delle cose, che ci riferisce Pomponio nel lib. 30 ad Sah. (fr. 30 D.
41,3): F una comprendente quod contìnetur uno spirita, graece yivwjxsvov;
l'altra che abbraccia qiiod ex contingentihus hoc est j)ÌU' rihus interse
coherentibus constat, quod atiVTQjAjjievov, e una terza dei corpora pUira
non solata^ ma uni nomini suhiecta, resultanti ex disfantibiis, b T
applicazione precisa e genuina della distinzione del Portico. Al
frammento di Pomponio fauno riscontro testi di Plutarco, Fraec. coniug.,
34 ; di Sesto Empirico, Adi\ Math,, VII, 102; IX, 7S; di Seneca
J^at. qiiaest., II, 2 ; Epist., 102,6 ; e di Achille Tazio, Isag, in
plten. Arati, 14. Che dunque per essa i giuristi abbiano formalmente
attinto dai filosofi non v' ha dubbio. Il ricordo formale dei filosofi si
ha persino nella esemplificazione consueta nei giuristi delle cose
appartenenti a ciascuna di quelle tre categorie. Ma se ci facciamo a
ricercarne le pratiche applicazioni, tosto ci avvediamo come altri
principi, del tutto indipendenti da essa, inteivengano. E, invero, il diverso
modo con cui si ammette il possesso e l'usucapione, segnatamente
per le res comiexae e le universitates ex distantibus. La regola
che il possesso di una res connexa implica il possesso delle cose singole
da cui risulta composta, come parti, non come cose a se stanti, e
distinte individualmente, si spiega col concetto tutto romano del
requisito A^' animus nel possesso. Il quale, dovendosi rivolgere alla res
connexa nella sua essenza, non si concepiva che contemporaneamente si
rivolgesse alle parti singole di quella; onde appunto la inammissibilità di un
contemporaneo possesso dell' intiero e delle parti, e la impossibilità di
acquistare un diritto sulle parti, in forza del possesso della res
conmxa resultante dalla loro unione. Il che ha segnatamente ef-
fetti importanti per la teoria deirusucapione. Mentre poi, per quanto tocca
in ispecie le regole del possesso e deirusucapione dei tigna onde resulta
composto un edifizio, concorre anche il riguardo tutto civile che
inspirava la lex (le Ugno iuncto (Venuleio, fr. 8 D. 43,24; GiAVOLENO,
fr. 23 pr. D. 41,3; Gaio, fr. 7 §. 11 D. 41,1; Paolo, fr. 23 §. 7 D. 6,1;
Ulp., fr. 7 §. 1 D. 10,4) (21). Meno ancora può trarsi dalla
distinzione fatta dai giuristi delle cose corporali e incorporali. Se per
questa, fra il concetto dei giuristi e quello dei filosofi, può esservi
somiglianza, essa è del tutto apparente. Le cose incorporali dei
filosofi, come essenzialmente il tempo e il vacuo, non hanno nulla di
comune colle cose che son chiamate incorporali dai giuristi per la loro
funzione sociale e giuridica, e che hanno sempre in sé per contenuto cose
corporali, e ciò secondo un concetto che ci si presenta tradizionale
e risalente: in modo sopra tutto preciso e spiccato nella hereditas
(Pomponio, fr. 37 D. 29,2; fr. 119 D. 50,16; Gaio, Inst, II, 14; fr. 1 §.
1 D. 1,8; Apric, fr. 208 D. 50,16; Papin., fr. 50 pr. D. 5,3; Ulp., fr.
178 §. 1 D. 50,16; fr. 3 §. 1 D. 37,1; Paolo, fr. 4 D. 5,3): e
segnatamente, con mirabile evidenza, nel concetto e nelle regole
delF^^t*- capio prò herede (Gaio, II, 54). E di questo concetto
àeìVheredifas, res corporaUs, che ha per contenuto normale appunto cose
corporali, è assai notevole come un filosofo del Portico parli come di
inutile sotigliezza, deridendo i giuristi che raccolsero (Seneca, De
h&n. VI, 5): e offrendoci con ciò, come fu avvertito, ricordo
certo e perenne della differenza sostanziale che correva, a proposito di
quella partizione, fra il pensiero dei filosofi e quello dei
giuristi. Certo, fra i cor para, la distinzione di quelli che ratione vel
anima carente da quelli che careni ratione non anima o di entrambe, è
rivestita di forma del Portico. Ma è necessario ch'io soggiunga che sotto
di essa sta un concetto tanto primitivo, che davvero non occorreva
rivestirlo del lusso d' una veste filosofica ? Un tema, sul quale
insistettero con particolare predilezione tutti i sostenitori dell'influenza del
Portico, è quello che riguarda, tra i modi d' acquisto della proprietà,
la specificazione. L'opera diretta che qui esercitò, pel riconoscimento
del lavoro umano di fronte alla materia, la scuola dei ProculeiaDÌ, porse pure
argomento per ravvisare una particolare inclinazione di quella verso lo
stoicismo: in contrapposto anche qui alla scuola de' Sabioiani. Quasiché,
a spiegare il riconoscimento del lavoro umano non dovesse bastare una
considerazione positiva di natura tutta economica: la normale preminenza di
valore della nuova specie sopra la materia prima, preminenza che doveva
imporsi al concetto proculeiano, ognora così acuto e vivo e libero,
di fronte all'ossequio tradizionale della proprietà, che pur continua un
preminente riguardo al proprietario della materia. Le fonti, a cui ci si
richiama, pel rapporto inverso alla specificazione, appunto la riduzione
della species alla materia, confortano questo concetto. Si riferiscono invero
per consueto due testi d'Ulpiano, nei quali questi asserisce sembrar
scomparsa la cosa, di cui sia mutata la forma, benché ne duri la materia
(fr. 13 §. 1 D. 50,16), e mutata forma prope interemit suhsiantia rei (fr. 10
§. 9 D. 10,4). Espressamente ciò giustificandosi da Ulpiano stesso,
proprio col criterio economico qmniam plerumque plus est in manu prctio
qtuim in re. E Paolo soggiunge, adducendo l’opinione e di Labeone e di
Sabino, che abest la tabula picta quando ne sia rasa la pittura, o il vestito
quando è scucito, perché appunto earuni rerum pretium non in substantia
sed in arte sit positum (Paolo, fr. 14 pr. D. 50,16). E, partendo da tal
concetto, ben s'intende come, all'inversa, si considerasse economicamente
del tutto nuova la cosa formata per mezzo del lavoro sopra materia già
esistente, e come Proculo e Nerva potesser dire, secondo quello che
Gaio ricorda, che dopo subita l'opera dello specificatore, essa non
potesse più considerarsi come appartenente al proprietario della materia (Gaio,
fr. 7 §. 7 D. 41,1; cfr. Paolo, fr. 3 §. 21 D. 41,2 (24). Né in tema
di materia o sabstantia e species, per r efrore che intervenga su questa
o su quella nel con- tratto di compra vendita, parmi che molto si possa
trarre dalle fonti, per un'essenziale influenza del Portico. Nel
noto passo d' Ulpiano ( fr. 9 §. 2 D. 18,1 ) si riferisce come Marcello
ritenesse sussistente la compra vendita, anche quando, per errore, si
fosse dato aceto, invece del vino dedotto in contratto e rame per oro e
piombo per argento. Ciò giustificandosi da Marcello stesso colla ragione che
sul corpus intervenne il consenso, ed errore vi fu solo nella
materia. Ulpiano consente per l’aceto, perchè qui la sostanza, r oùjta (appunto
secondo il linguaggio del Portico) è quella dedotta in contratto. Mentre
vi ha scambio sostanziale di tale oùjt'a nel caso del rame dato per oro e
del piombo per argento. Talché la preoccupazione erronea che nel
concetto di Marcello sembra ingenerare la reminiscenza del Portico,
scompare in Ulpiano, che ne prescinde recisamente, applicando nel modo
più concetto le regole sull' eiTore nell’oggetto del contratto, non importa poi
ch'esso errore verta in corpore o invece in stibstantia. Lo stesso
testo vivissimo d' Alfeno ( fr. 76 D. 5,1) che riproduce, secondo la
fisica e dell’Orto (Lucrezio, Nat. rer. V) e del Portico (Seneca, Ep. 58
; Plut. Comm. nat. 39; Antonino, II, 17; V, 33), la mutazione
continua della materia, ricordando come il corpo formato da questa sia
sempre lo stesso, per quanto si vengano ognora mutando via via le particelle
che lo compongono, e applica questo principio air organismo di un
jiidicium, che rimane il medesimo col mutarsi de' suoi membri, ritrae in
sostanza un concetto eh' e genetico in Roma, essenzialmente per la
persona giuridica del “populus.” E la fisica del Portico si riduce dunque solo
ad illustrare con veste scientifica ciò che ben prima s'era nella pratica
ravvisato. Influenza del Portico si sostenne in un preteso sfavore
alle usure, che si volle dedune da parole di Papiniano che usura non
natura pervenif ( fr. 62 pr. D. 6,1 ). Quasiché non fosse risalente e
tradizionale il concetto che distiogue dai frutti naturali i frutti
civili, e in materia d'usura non si avesse in Roma, fin da antico,
un'assidua, quanto sterile attività legislativa. Ma basti
ornai anche sul tema delle cose, intorno al quale però non voglio
astenermi dall' offrirvi esempio di taluna di quelle aberrazioni, alle
quali accennai essere pervenuti scrittori egregi, per passione ch'essi posero
nell'esame di questo tema. Scelgo la teoria del Laferrière, secondo
la quale la regola che richiede i due requisiti dell' animus e del
corpus per l'acquisto del possesso e della proprietà per occupazione,
riuscirebbe determinata dal concetto fondamentale del Portico, che distingue
nell' uomo 1' elemento spirituale dall' elemento corporeo. Come analogapaente
sarebbe determinata da questo la necessità della tradizione pel
trasferimento della proprietà. E d'altre taccio, già essendo queste esempio
eloquente, come presentantesi sotto un nome scientificamente
onorato e sotto l'insegna gloriosa dell'Istituto di Francia. Dovrei
ora, accennarvi a tutto il sistema romano delle obbligazioni, al
mutamento eh' esso più specialmente subisce dal rigoroso formalesimo, verso 1'
applicazione più agile e diretta della volontà. Mentre pur tutto il
diritto vien ravvivato da raffronti e adattamenti vitali di elementi
nuovi ed estranei coi prischi ed indigeni, e ricordare come questo sia una
conseguenza immediata de' nuovi orizzonti' che omai ha la vita e il
commercio di Roma e delle influenze straniere così continue e
multiformi? E come, a sua volta, il moto potente e continuo di Roma
verso l'universalità, e 1'alito vivificatore che ne deriva sul diritto,
consegua direttamente dalle nuove condizioni politiche ed economiche? Che
questo moto grandioso e continuo corrispondesse alle dottrine stoiche,
per le quali tutto il mondo è una grande città, non può negarsi. Che per
quello riuscisse ad esse più agevole l'aver diffusione è pur certo. Ne
che per tal modo esse abbiano anche cooperato con quello, talora
forse per via inconscia, allo svolgimento di taluni istituti e l'apporti
, come ad esempio dello schiavo , di rapporti relativi alla religiosità e
simili, non vorrei disdire. Ma chi penserebbe sul serio, solo per
un istante, che il moto di Roma verso l’universalità derivi dal Portico,
da alcun'altra delle scuole filosofiche? E che però da filosofie consegua
mediatamente tutta la trasformazione del diritto? Non però se parmi
di dover negare ogni influenza essenziale della filosofia, e in ispecie il
Portico, sullo sviluppo della giurisprudenza romana, air infuori di quelle influenze
concomitanti con altri elementi che teste toccammo, sopra singoli
rapporti, e delle influenze formali che si vennero annoverando sin qui , voglio
io disdire 1' efficacia che la conoscenza della filosofia ebbe dal secolo
di CICERONE in poi, sempre formalmente, ma pur in campo più generale e
importante, nel dar struttura di ars al itis civile («quae rem dissolutam
divulsamque conglutinaret et ratione quadam constringeret »: Cic, de orat I,
42) (26). Imprimendo con ciò nuova forza e nuovo sviluppo a facoltà e a
tendenze ch'erano in Roma native. che non tolse tuttavia che, ricevuto tale
avviamento nella costruzione logica, la giurisprudenza procedesse poi
da sé, indipendente dalla filosofia, elaborando essenzialmente i
rapporti pratici della vita, aborrente da ideali astrazioni. E dove la
reminiscenza filosofica, cessando d'essere formale intacca la sostanza
giuridica, si ha un fluttuar vago d'idee incerte e confuse, un'
indeterminatezza di linee, che fa eloquente contrasto colla precisione
perfetta, sicura, ond'è in Roma esempio mirabile tutto l'organismo del
diritto. Voi intendete ch'io accénno al im naturale. Fra il concetto
d'Ulpiano che lo designa emanazione della ragione diffusa neir universo, e
quello di Paolo che vi ravvisa un' ideale tendenza verso l’ “aequwn bonum”, o
quello di Gaio che lo riaccosta al “ius gentium”, quale dettato
dalla universa ratio; fra i più diversi significati ed applicazioni
di naturalis ratio, di naturalis, di ìiaturaìiter, che occorrono nelle
fonti, o connessi ad uno di quei tre concetti, od oscillanti fra l’uno e l’altro,
o indipendenti da ognuno, lo studioso procede incertamente. Né certo sta
a me, ne io presumo di portar giudizio sulle varie costruzioni che
modernamente si tentarono del “ifàs naturale”, concepito, o conforme alle
dottrine elaborate in Boma dalla filosofia accademica e del Portico, come
coscienza insita nella umana natura di un diritto universale, e però del tutto
distinto dal ius geniium. O, invece, obiettivamente, come ordine naturale
contrapposto air ordine civile, come dettato dalla ratio. O, di nuovo
subbiettivamente, quale concezione dovuta all' idea del diritto dettato dalla
ragione naturale a tutto il genere umano, atteggiatasi in Roma sul “ius
gentium” e fusasi poi con esso, per esplicarsi poi praticamente
n^Waequita^, che è la forza che s'avanza via via nell'editto pretorio e
gradatamente vi prevale. O invece senz' altro come derivazione e sviluppo dello
stesso ius gentium. A me basta notare sol questo. Quanto d'indeterminato
e d'incerto rimanga tuttavia in ciascuna di quelle costruzioni, e come, s' io
non erro, non sia riuscito ad alcuno, benché ingegni forti e coltissimi
vi si accingessero, di dimostrare che il concetto vago ed astratto del
ius naturOfle scese ad applicazioni pratiche e concrete. Né certo
maggior pregio di linee precise e spiccate o d' importanza diretta e
sostanziale per 1'organico sviluppo del diritto ci presentano nel titolo
de “iustitia” et iure le definizioni astratte, tolte a prestito dal
Portico, di giustizia e di giurisprudenza, e i tre famosi precetti del diritto. L'
artificiosa inutilità di tali concetti, tratti più o meno fedelmente dalla
filosofìa, spicca in guisa vivissima nelle definizioni del concetto di “legge”;
nelle quali, attraverso a vaghe reminiscenze di Demostene e di Crisippo,
ricompare il concetto, romanamente vero, di coìnmwiìs rei ptiblicae sponsio. La
gloria del diritto e dunque riserbata a Roma; la quale, per opera
secolare ed esclusiva del suo genio, affida ai venturi, con eccellenza
insuperata, le leggi eterne dell'umana vita giuridica. Se v'
ha ricordo che debba infiammare e scuotere i diretti continuatori del
sangue e del pensiero latino, è il ricordo di quella gloria. In questa
Università che ha tradizioni nobili e antiche, proseguite degnamente
dal maestro provetto, cui circonda qui da olti-e cinque lustri
reverenza aifettuosa di discepoli, e dall'altro insegnante che coi lavori
acuti e geniali, come coir insegnamento ef- ficace, onora in Italia le
discipline romanistiche, quella gloria infiammi e riscuota noi pure, o
compagni. E com'essa ravviva e ravvivei-à ognora in me le deboli forze,
altrettanto sia come fuoco sacro ai vostri giovani e ardimentosi
intelletti. Cattanei. P erozzi. Un elenco molto accurato dei
lavori appositi scritti sul nostro tema trovasi nella classica opera
deli' Hildenbband, “Gesch. u. System der Rechts und Siaatsphilos.”,
Leipzig. Lo riporto qui, con alcune
aggiunte e avvertenze bibliografiche, che contrassegno collocandole fra
parentesi. Indico con asterisco i lavori che non potei procacciarmi:
Malquytius, De vera non simnìnL<i iurisc, phiL, Paris., 1626
[ristampalo nella Triga ìibelL rariss., Halae Magdeburg]; Paìjaninus
Gaudextius, .2>^ j>/i27o«. ap. Bom. in. et progr. Pisis, 1643, e.
42-3^ pagg. 104-6; | Buaxdes 7->e, vera non simulata iurisc. phih,
Francof. 1626; opuscolo che noto benché certamente privo di valore, solo
per amor di completezza, e seguendo in ciò V e- sempio dello stesso
Hildenbrand, che giustamente tien conto nel suo elenco anche di lavori
senza pregio, come p. e. quelli compresi nella raccolta dello Slevogt] ;
Scuilier, Manud. pliilos. moraliii ad ver, nec simnl. pini., len.,
1696;BonMER, Dephilos, iurisc, stoica^ Halle, 1701 [ristampato nel volume
J)e sectis et philos. iurisc. opusc.^ coli, recogn. et praef. et elog.
Ictor. rem. ac progr. de disp. fori aiixit Slevootius, lenae, 1724];
Buddeus, De errar, stoic, negli Anal. Imt. phiL, Hai., 170G; Voss, De
falsis Ictor. ratiocin. ex parte occas. philos. stoicae enntis, Harderov.,
1709; Ev. Otto, De stoica vet. Ictor. philos.: Id , De vera non simulata
philosoph. Ictor. j nel voi. cit. dello Slevogt; Herjng, De stoica velt.
Roman, philos., ibidem; [Kunholt, Semicenturid comparai, verae et
simul. iurisc. phil., Lipsiae, 1718, che trovo citato dall' Eckardt,
Herm. duriSj *Lips., 1750, cap. 4]; Slevogt, De sectis et philosophia
Icforunif len., 1724; *£ggerde8. De stole, Ictor. roman. eìusqiie
historia et ratioìie, Kostoch, 1727: Hofscaxn, De diàUctica vett, Ictor.,
Francof., 1735, ne' suoi Melemata ad pandectas; Schaumburg, De
iurisprud. ceti. Ictor. stoica tractatiis, hoc est succincta demotutr.
iuriscon- sultos roman. non vita solum sed etiam doc trina stoicam
philoso- phiam esse profes>ios, lenae, 1745; *Pauli, De utilitatibus
quas attulit philos. ad iurisprud. ronianani, Lips., 1753; Meister,
De plùìos. Ictor. Roman, stoica in doctrina de corpor. eorumque
par- tibus, Gott., 1756 [e neW Opusc. Syll., I, n, 10]; VanHoogwerf,
De car. tur. Boni, partibus stoam redolentibus, Traj ad Bhen.,
1760, e nell'OsLRiCH, Thes. noe. voi. Ili, tom. 2, pagg. 63 e segg. ;
Boers^ De antropoì. Ictor. Roman, quatenus stoica est, Lugd. Bat. ,
1766 [*Terpstra, De philos., cet. iurtsc, Francof., 1767, che trovo
citato dall*HoLT, Hist. tur. rom. lineam., Leod., 1830] *Ortloff,
Ueber den Eiufluss der stoischen Philosophie auf das
rom.Recht.,^ìàng., 1797; *Vax Vollenhoven, De exigua vi quam philosophia
graeca habuìt in effórmanda iurisprudentia romana, Amstelod.; Ea-
TJEN, Hat die stoische Philos. bedeutenden Einfluss auf die rom.
juristischen Schriften gehabt? Kiel, 1839, ristampato nei lahrb. di Sell,
in, pagg. 66 e segg.; [Trevisani, Lo stoicismo coìisìderato in relazione
colla gìurisprud.'» roìnana, nella Gazzetta dei tribunali, VI, 1851,
pagg. 821 e segg.; VII, 1852, pagg. 7 e segg. ]; Voigt, lus natur. bon.
ti. Aequum, Leipzig, 1856-75, I '^§. 49-51 pagg. 250-66; [Xaferrière,
Memoire concernant V influence du stoicisme sur la doctrine des iurisc.
romains, nelle Mevi. de V Acad. des scienc. mor. et politiques, X, 1860,
pagg. 579-685. Fra noi usciva nel 1876 il lavoro dottissimo del MoRIA^'I,
La filosofia del diritto nel pensiero dei giureconsulti romani, Firenze,
1876. Sono ancora a no- tarsi, benché tocchino solo punti speciali del
tema: Eherton, sulla terminologia stoica nel dir. romano, nella Quaterly
RevieWj III, n. 9, 1887, di cui dà un sunto G. Pacciiìoxj, néìV Ardi,
ginr., XXXVTII, fase. 1-2; Lecrivain, Le terme stoicien verecundia dans
la langue des Dig., nella Nouvelle revue hist. de droit frane, et drang.,
XIV, 1890, pagg. 487-9]. Trattano pure del nostro argomento,
benché non di proposito, i seguenti: [Hopperus, lur. civil. lib. sex,
Lovan., 1555, pagg. 554 e segg.] CuiAcio, Observ.y 56,40; Merillio,
Obsero.,\, 8; Turnebo, Advers., Aurei., 1604, Vili, 20, pag. 151;
Lipsius, Manud. ad stoic. philos..^ nelle Opera.^ Antverpiae, 1737, IV,
473; Io., Physiol. stoic., nelle Opera, IV, 542; Kamos, Tribonianus,
Lugd. Bat., 1728, pag. 249 e segg. [Bodeus, Observat. et elem. phil.
instrumentalis, Halae Sax., 1732, cap. II §. 27, pag. 308, cap. IV g. 14,
pag. 470]; Ma- 'Jìp: SCOTIO, De sectis Sahinian et
Proculeian, in iure civili, [ Lipsiae^ 1728], Alld., 1740; Eokhardt,
Ilerm. luris, Lips., 1750, e. 4; Walch, Opp.^ I, p. 237 [Gravina, De ortu
et progr, iur. civ., Napoli, 1757, I, 35-6; Brucker, Hist. crii, philos.,
Lipsiae, 1766, II, pagg. 15 e segg.; G. B. Bon, praef. al Leibnitz,
Opusc. ad iur. peri., nel Leib- NiTZ, Oper«, Genevae, 1768, IV, p. d,
pag. 5, n. 1; Eineccio, Antiq. rom., Venet., 1792, lib. 2 e 3, pagg. 17,
30-1, 191 e segg.] ; Vico, Scienza nova, cap. 4; *Welcker, Die letzten
Grilnde von Recht Staat u. Stafe, Giessen, 1813, pag. 492, 500, 522, 578;
*Id., Uni- versa! u. Jurist. poh Encyclopadie, Stuttgart, 1829, pagg. 70
e segg., 556 e segg.; Veder, Hist, phil. jur. ap. veti,, 319; Zimmern,
Gesch. des rum. Privatr. I^ pagg. 23 e segg.; Pcchta, Cursus der Instit,
2 Aufl., pagg. 472 e segg.; Ahrens, Iur. Encyclop., pag. 303, n. 2; 360,
n. 1; [Girard, Hist, du droit rom., Paris Aix, 1841, pagg. 180 e
segg.; OzANAM, Il paganesimo e il cristianesimo nel quinto secolo, trad.
Car- raresi, Firenze, 1857, 1, pagg. 163 e segg.; Voigt, Aeìius und
Sabinus- sijst , pagg.' 19 e segg.; Ianet, Hist. de la science polit., 2
ed., Paris, 1872, I, pag. 281 ; Sumner Maine, Ancien droit, .trad. frane
, Paris, 1874, cap. 3 pagg. 51-5, 64, cap. 4, pagg. 70 e sogg. ; Conti,
Storia della fdosofia^ Firenze, 1876, I, pagg. 401 e segg. ; Renan,
Marc Aurèle, 2 ed., Paris, 1882, pagg. 22-3 ; Gregorovius, Der
Kaiser Hadrian, 2 Aufl., Stuttgart, 1884, pagg. 296 e segg.; Hofmann,
Der Verfall der rom. Rechtswiss., nei Krit. stud. im róm. Bechte,
Wien, 1885, pag. 9; Ferrini, Storia delle fonti del dir. rom., Milano,
1885, pagg. 30-1, 100-1 ; Id., note al Gluck, trad. italiana, voi. I,
pagg. 64-5. ; Krììgeii, Gesch. der Quell. u. Litteratur des rom.
Rechts, Leipzig, 1888, pagg. 45 e segg., 127 e segg.; Carle, La vita del
di- ritto, 2 ed., Torino, 1890, pagg. 153 e segg.]. (2)
Padelletti^ Roma nella storta del diritto, neir Arch. gim\, XII, nota 2
pagg. 210 e segg. (3) Per la storia della filosofia in Roma, e per
ciò che riguarda in ispecie le sue attinenze al diritto, cfr.
principalmente: Hildenbrand, op. cit. I, pagg. 523 e segg.
(4) Cfr. sulla filosofia di Cicerone: Ritter, Hist. de la philos,
trad. frane. Tissot, IV, pagg. 121 e segg.; Hildenbrand, op. cit., I,
pagg. 537 e segg., Branbis, Gesch. der Entiv. der griech. Philos, Berlin,
1862-4, II, pagg. 249 e segg ; Boissusr, La relig. romaine d* Auguste aux
Antonins, Paris, 1878, I, pagg. 4 e segg. (5) BoissiER, op. cit.,
I, pagg. 14 e segg. (6) Leggenda, alla quale porsero principale
argomento i punti di contatto che le dottrine di Seneca presentano con
quelle cristiane, in, ispecie Ruir immortalità dell' anima, sulla
provvidenza, e sui doveri di 3^) NOTE carità
(punti toccati con molta diligenza da Fleury, S. Paul et Se- nèque,
Paris, 1853). Altro argomento estrinseco è la simpatia che mo- strano per
Seneca i Padri della chiesa: Seiuca noster: Tertull., De ,an,, 20;
Hieron., De vir. ili, 12; Io., Adv. lovin., 1,49; Lxct. , Inst. div.y IV,
24. E S. Agostino nota che Seneca non nominò forse i cri- stiani per non
lodarli « cantra suae patriae veterem consuetudine tn », né riprenderli «
cantra propriam forsan volunlatem »: Auc, De civ. dei, VI, 11. Il tèrzo
argomento dell' amicizia di Seneca con S. Paolo si fondava sopra una
grossolana falsificazione delle Kpistolae Senecae ad Paullum.
Ricca è la letteratura riguardante questo argomento, che ha
un'importanza assai notevole pel tema che tocca direttamente dei rap-
porti della morale stoica colla cristiana. Cfr. principalmente, oltre
Topera or accennata del Fleury: Boissier, op. cit., II, pagg. 46 e segg.,
e nella Revue des deux mondes, XCII (1871) pagg. 40-71; Aubkrtjn,
Senèque et Si. Paul^ Paris, 1869; Bau», Seneca ti, Paulus: das VerMltn.
des Stoiciwius zum Ghriat. n. den Schrift. Senecas, neWHe't- delherg.
Zeitschr. f. iviss. Theol, I, 1858 p. 161-246; 441-70; e Abh. zur
(reseli, d. alt. PhiL, heratisg. v. Zeller, Leipzig, 1876, pagg. 377-480;
'Westerburg, Der Ursprung der Saga das Seneca^ christì. gewes. sei,
Berlin 1881. Tutto il contrario si sostenne dall'EcKHARD in un curioso
opuscolo, di cui basta riportare il titolo perchè se ne com- prenda lo
scopo: Obserc. sistens L. A, Senecam in relig. Christian, iniuriosum,
mella Misceli. Lipsiens., Lipsiae, 1706-22, IX, p. 90-107. (7)
GuEGOROvius, op. cit j pagg. 315-7; Renan, op. cit., pag. 35. (8) I
rapporti che verrò enumerando furono notati, quali dall'uno quali
dall'altro degli scrittori che s'occuparono del nostro tema: quali in uno
quali in altro senso. Io non ho creduto di dover per ciascuno di essi
avvertire da chi fu notato, da chi omesso. Saiebbe inutile pel lettore,
al quale ciò che preme sopratutto si è di aver qui, come in un quadro, il
risultato complessivo delle questioni: quadro eh' io mi studiai di
delineare colla maggior cura e fedeltà che mi fu possibile. (9)
Otto a Boekelen, op. cit., pagg. 24 e segg. Contrariamente Eckhard, op.
cit.,; Merillio, obs. I, 27 pag. 260. (10) Brini, Delle due sette
dei giureconsulti romani^ Bologna, 1890, pag. 19. (11)
Malquytius, op. cit.y pagg. 54-5; Gibbon, Hist. de la dee. de Temp. rom.,
I, pagg. 128-31; Eckhard, op, cit., pag. 245; Laperrière, op. cit, pagg.
606-7; Renan, op. cit., pag. 605; Wjllelms, Droit pubi, rom., 5 ed.,
Paris, 1884, pag. 136. (12) Pernice, M. A. Labeo, Halle, 1873-8, I,
pagg. 113 e segg. Cfr. anche Padelletti noWArch. giur., XIF, pag.
213. (13) PucHTA, Inst. l
212, II, pag. 83. (14) Lafehiuère, op. cit.t pagg. 613 e
segg. (15) Cfr. SciALOJA, nel Bull. deìVist. di dir. rom., 1890,
III, pagg. 176-7; BoNFANTE, L'origine deìVìiereditas e dei legati nel
dir. sìACcess. romano, Del cit. Bullettino, IV, 1891, pagg. 97-144.
(16) Lafeuuièue, op. city pagg. 621-8. (17) Il Trevisani, op.
cit., nella Gazz. dei 2'rib., VI, 821 e segg. sostiene che i romani
ebbero ognora in gran sfavore il soicidio. Ri- corda che costituiva vizio
redibitorio per lo schiavo il suo tentativo di suicidio, anteriore alla
vendita; ma davvero non occorre osservare come ciò sia spiegato
chiaramente dalla considerazione economica verso il padrone (fr. 1 l 1,
fr. 23 l 3 D. 21,1). E il. tentativo di suicidio punito per rescr. di
Adriano nel soldato, non è spiegato ab- bastanza da considerazioni di
ordine pubblico e dalle necessità della disciplina militare? Cfr. in
questo senso: Ferii ini, Dir. pen. rom., nel 'Tratt. teor. prat. del
Cogliolo, I, 18f^8, pagg. 28-9. (18) Ferrini, Teoria dei leg. e
fedecomm,, Milano, 1889, p. 346-9. T:oiT(xioLi yi] T:XaYYjvat
TrpoxaXijaiTO. Cfr. Keller, Die philos. der Griechen in ihr.
geschichll. En- tivicklung, 4 Aufl., Leipzig, 1876-9, I, pag. 503.
(20) Ravaisson, Mem. sur le stoicisme, nelle Meni, des inst. imper.
de France ; Acad. des inscr. et beli, lettr.^ XXI, 1857, pag. 29 ;
GorpERT, Ueber einheitl. zusammeìvgesetz. u. gesammt. Sachen, Halle,
1871, pagg. 7-13. (21) Fu oggetto di dispute gravi il fr. 30 §. 1
D. 41,3: Pomp., 30 ad Sab.: Labeo lìbris epistularuui ait si is, cui ad
tegularum vel columnarum usucapionem decem dies superessent, in
aedifìcium eas coniecisset, nihilo minus cum usucapturum, si aedifìcium
possedisset. quid ergo in bis quae non quidem implicantur rebus soli, sed
mobilia permanent, ut in anulo gemma? in quo veruni est et aurum et
gem- mam possideri et usucapì, cum utrumque maneat integrum.
In esso alcuni scrittori ravvisarono un' eccezione utilitatis causa
alla regola generale formulata nei testi succitati, per la quale ecce-
zione si ammetterebbe il proseguimento deirusucapione delle tegole e
delle colonne, anche pel tempo in cui perdono la loro individua na- tura,
coir entrare a far parte della res connexa^ edifizio. Così Wind- scheid,
Pand , 6 Aufl., Pampaloni, La legge delle XII Tav. de tigno iunclo,
Bologna, 1883, estr. dair^rc^. giur., Altri, invece, si sforzò di
ricercarvi lo stesso senso dei testi citati^ col dare al nihilominus il
sifirnifìcato di non. Così Kjeiiulf, Civilr., pagg. 276 e segg ;
Uxterholzxkii. Verjà'hrungfilehre hearh. v, Schirmer, I, 153 »ì segg.;
SINTE^'Is, uell' Arcìi, f. civiì, Prax., XX, pagg. 75 e segg., e System,
I, pagg. 449-52. Altri ancora cercò in vario modo di togliere al
testo valore sre- nerale, limitandone la i)ortata alla specialità in esso
contemplata. E però, intese che vi si trattasse di tegole e di colonne
non incorporato ' solidamente alFedifìzio: (Savigny, Besitz, pag. 269;
Randa, Besitz, pag. 429); che la regola formulata nel testo valesse
soltanto pel caso in cui l'incorporazione delle tegole e delle colonne
nell'edifizio avvenisse quando questo già era compiuto, quando cioè, per
tal modo, Teventual^ distacco di esse non urta contro la ratio della
legge de tigno iuncta « ne urbe ruinis deformetur » (Scheurl, Ziir Lelire
vom rum. B'e^ sitZf §. 23); oppure valesse solo trattandosi di mobili
incorporati al- Tedifizio, ma non parti essenziali di questo ( Ruggieri,
Il possesso). Sempre in questa tendenza di limitare il valore del testo,
negando ad esso portata generale, altri scrittori intesero restrittiva-
mente il termine dei decem dies, in esso formulato, in applicazione della
massima romana di non tener conto dei minima ( Thibaut nel- YArch, f.
civ. Prax., VII, pagg. 79 e segg.; Puchta, KÌ, civ. Schrift.Pape, Zeitschr. f.
CiviJr. ii, Proc. N. F. XIV, p. 211); spiegarono la sentenza del testo
colla impossibilità dell' ir- surpatio dei materiali nei 10 giorni
mancanti, per la ragione chf , oc- correndo un termine di almeno 10
giorni dalla editio actionis per giungere alla litis contestatio^ se si
agiva qando mancavano 10 soli giorni ad usucapire, la ì'ei vindicatio non
serviva a rendere innocua r usucapione ( Savigny, Besitz, Eisele, lahrh.
/I Bogrn., N. F. o finalmente
intesero che nel testo fosse contemplato il solo caso di unione delle
tegole e delle co- lonne ad un edificio incompiuto e che la legge de
tigno iuncto non impedisse di staccamele, per essere 1' unione recente di
10 giorni (Meischeider, Besitz u. Besilzschntz,Codeste varie
interpretazioni e spiegazioni sono riassunte dal WiNDSCHEiD, c, più
complctamento, dal Pe rozzi, Sui possesso di parti di cosa^ negli Studi
giur. e stor.per VVIII cenfen. delV Università di Bologna, Roma., il
qualo confuta ciascuna di esse, per giungere alla conclusione che le
tegole e le colonne incorporate all'edifizio sì posseggono e
s'usucapiscono non perse, a parte, ma solo in conseguenza del possesso e
dell'usucapione dell'intero, a differenza della gemma e dell' anello che
si posseggono e s'usucapiscono per se. Hering; Eckhaud, La-
rERiuÈRE, op. cit., pagg. 63-5; Moriani, op. cit., pagg. 54 e segg.
(24) Cfr. Trevisani, op. cit., nella Gazz. dei trib., Laperrière, op.
cit,, pagg. 635 e segg. (26) DiRKSEN, Ueheì' Cicero' s unlergegangene
Schri/t: De iure civili in arte redigendo, nelle philol. u. Philos.
Ahhandl. der k. Aka- demie der Wissensch. zu Berlin, Hjljen- BRAND,
Voigt, Aelivs und Sa- hinussìjst.., pagg- 19 e segg. Si
connette a questa influenza formale d' ordine generale la ri- cerca delle
etimologie, comune ai giuristi, segnatamente dopo Labeone. Qui
Timitazione degli stoici fu riconosciuta quasi da tutti che ebbero ad
occuparsi del nostro tema. Cfr. da ultimo Lersch, Die Sprach- philosoph,
der Alien, parte 3. Senonchè, nonostante gli sforzi di un re- cente
accurato lavoro (Ceci, Le etimologie dei' giureconsulti romani, Torino,
1892 ) persisto nel credere che suU' indole e sul valore delle ricerche
etimologiche dei giuristi rimanga saldo tuttavia il giudizio severo
ch'ebbe a formularne il Pernice, M. A. Laheo, Si veggano i testi raccolti ed
elaborati, non occorre dire con quale diligenza- e acutezza, dal Voigt,
Ius. natur, MoRiANi, op. cit., pagg. 80 e segg. (29) Ratio derivazione
dall'indiano rita e ratum, ordinamento dell'universo e della natura
terrestre, comprese le cose umane. Così Leist, Civ. Stad., Ka-
turalis ratio und Natur der Saclie, 1860; Civ. Stud, Gracco ital. Rechtsgesch.,
Iena, SuMNER Maine, Ancien droit, Etudes sur Vane, droit., pagg. 162-3.
(31) HiLDENBRAND, Cfr. da ultimo l'acuta ricostruzione del Brini, Ius
naturale, Bologna. La condizione patrimoniale del coniage
superstite nel diritto romano classico^ Bologna, Fava e Gara-
gnani, L. 4 Il diritto privato romano nelle comedie di Plauto
j Torino, Fratelli Bocca, 1890 » 10 Le azioni
exercitoria e institoria nel diritto romano, Parma, Battei, 1892 »
3 l' . Guido Ceronetti. Keywords: la lanterna, la
lantern di Diogene, poesia latina, Catullo, Marziale, Orazio, Giovenale, il
filosofo ignoto, la pazienza del … --. Aforismi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Ceronetti” – The Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment