Grice e Ciliberto: l'implicatura conversazionale del principe -- il suo principato– filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo italiano. Grice: “I like Cilberto; he philosophised on Machiavelli –
in an interesting way: confronting his ‘reason’ with the ‘irrational’; myself,
I have not explored the irrational, too much – but I suppose Strawson might
implicate that everything I say ON reason is an implicature on the irrational –
Ciliberto uses the vernacular for the ‘irratinal,’ to wit: pazzia!” – Uno dei
massimi esperti del pensiero di Bruno. Si laurea a Firenze sotto Garin con
“Machiavelli”. “Lessico Intellettuale Europeo”. Insegna a Trieste, Pisa.
Istituto di Studi sul Rinascimento, Firenze. Presidente di I. R. I. S. A. Associazione
di Biblioteche Storico-Artistiche e Umanistiche di Firenze. Lince. Al centro
della sua filosofia sono tre problemi: il rinascimento con speciale attenzione
a Bruno e Machiavelli, la ‘tradizione’ no-analitica, no-continntale, ma la
‘tradizione italiana’ (Gramsci, Croce, Gentile, Cantimori, Garin); e la
filosofia politica e in maniera specifica la crisi della democrazia
rappresentativa. Altre opere: “Il rinascimento. Storia di un dibattito” (Firenze,
La Nuova Italia); “Intellettuali e fascismo” (Bari, De Donato); “Lessico di
Bruno” (Roma, Edizioni dell'Ateneo & Bizzarri); “Come lavora Gramsci. Varianti
vichiane, Livorno); “Filosofia e politica nel Novecento italiano. Da Labriola a
«Società», Bari, De Donato); “La ruota del tempo. Interpretazione di Bruno,
Roma, Editori Riuniti); Bruno, Roma-Bari, Laterza); Bruno, Roma-Bari, Laterza);
“Umbra profunda” (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “Implicatura in
chiaroscuro” Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “Il dialogo recitato” “Preliminari
a una nuova edizione del Bruno volgare, Firenze, Olschki); “La morte di
Atteone”(Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “I contrari”; “Disincanto e
utopia nel Rinascimento” (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura); “Il teatro
della vita” (Milano, Mondadori); “Il laico” “Il libero” dell'Italia moderna,
Roma-Bari, Laterza); “Democrazia dispotica” – etimologia di dispotismo –
(Roma-Bari, Laterza); “Intellettuale nel Novecento, Roma-Bari, Laterza),
“Parola, immagine, concetto” (Edizioni della Normale, Pisa); “Croce e Gentile”
“La cultura italiana e l'Europa, (direzione) Istituto dell'Enciclopedia
italiana Treccani,. Rinascimento, Pisa, Edizioni della Normale; Il nuovo
Umanesimo, neo-classicismo, neo-umanesimo”, classicism, neo-classicismo come
ironia” (Roma-Bari, Laterza); “Pazzia e ragione” (Roma-Bari, Laterza); “Il
sapiente furore” (Collana gli Adelphi, Milano, Adelphi) Michele Ciliberto,
Lessico di Giordano Bruno. Preludio al Machiavelli * Mre a dh
e im h ol Un TT “‘i 0 annunciato da Imola — dalle legioni chiavelli
‘Tri T n J | d0n ° d ‘- Una Spada COn inciso U motto di Ma ’ 1 Cum parole
non si mantengono li Stati”. Ciò troncò gli ndugi e determino senz
altro la scelta del tema che oggi sottopongo ? 0tre !, chi 7 an ?f
l0 Commento dell’anno 1924 \l Pnncipe di Machiavelli, al libro che io
vorrei cHamare Vade ZldlZtfìl U °™° dt g0 u m0 * Debbo inoltre ' P
er debito di °nestà Slfia ’ a . 8glU f? e ? e cbe ? uesto mio Wo ha una
scarsa biblio- ftreTdJI VCdra “3 r 8UÌt0 f H ° rilett ° attentame nte il
Principe loe7olnf »Z P ? e dd 8rande S , e8r f tari °’ ma mi è
mancat0 tem - po e voionta per leggere tutto ciò che si è scritto in
Italia e nel Ma chiavelli.Ho voluto mettere il minor numero possi-
velh ^ mt0rmedlari vecchl e nn °vi, italiani e stranieri, tra il Machia-
dottrin, e’l^ non .8 uastare la di contatto diretta fra la sua
dottrina e la mia vita vissuta, fra le sue e le mie osservazioni di
n0mmi , e f° Se ’ ^ 3 SU f C k mia pratica di governo. Quella che
mi )t0 ,\ le Z 8e ™ no « f q uind i una fredda dissertazione
scolastica irta di citaziom altrui, è piuttosto un dramma, se può
considerarsi come io credo, m un certo senso drammatico il tentativo di
gettare NorL d te^fo: abisso deUe genera2ioni ° ^ cveuti
La domanda si pone: a quattro secoli di distanza che cosa c’è an-
cora di vivo nel Prmcipe? I consigli del MachiaveUi potrebbero ave- *
Da “Gerarchia”, . I ,i . •>\fruzione del regime i. iniit t|ualsiasi utilità anche per i
reggitori degli Stati moderni? II tl.iic del sistema politico del
Principe è circoscritto all’epoca in > 111 1 11 scritto il
volume, quindi necessariamente limitato e in parte > I.luco, o
non è invece universale e attuale? Specialmente attuale? I i inin
tesi risponde a queste domande. Io affermo che la dottrina • li
Machiavelli è viva oggi piu di quattro secoli fa, poiché se gli nnpctti
esteriori della nostra vita sono grandemente cangiati, non si h« i(io
vcrificate profonde varia^ioni nello spirito degli individui e dei
itopoli. >. ln politica è l’arte di governare gli uomini, cioè
di orientare, uti- li znre, educare le loro passioni, i loro egoismi, i
loro interessi in < nin di scopi d’ordine generale che trascendono
quasi sempre la i'iin individuale perché si proiettano nel futuro, se
questa è la poli- lioi, non v’è dubbio che l’elemento fondamentale di
essa arte, è l’iiomo. Di qui bisogna partire. Che cosa sono gli uomini
nel siste- inn politico di Machiavelli? Che cosa pensa Machiavelli degli
uomi- nl? E egli ottimista o pessimista? E dicendo “uomini”
dobbiamo Inlcrpretare la parola nel senso ristretto degli uomini, cioè
degli Ilnliani che Machiavelli conosceva e pesava come suoi
contempora- nci o nel senso degli uomini al di là del tempo e dello
spazio o pcr dirla in gergo acquisito “sotto la specie della eternità”?
Mi pare ilic prima di procedere a un piu analitico esame del sistema di
po- lllica machiavellica, così come ci appare condensato nel
Principe, oecorra esattamente stabilire quale concetto avesse Machiavelli
de- gli uomini in genere e, forse, degli italiani in particolare.
Orbene, t|iicl che risulta manifesto, anche da una superficiale lettura
del Vrincipe, è l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti
della nntura umana. Come tutti coloro che hanno avuto occasione di
continuo e vasto commercio coi propri simili, Machiavelli è uno
Kpregiatore degli uomini e ama presentarceli, come verrò fra poco
documentando, nei loro aspetti piu negativi e mortificanti. (,li
uomini, secondo Machiavelli, sono tristi, piu affezionati alle cose chc
al loro stesso sangue, pronti a cambiare sentimenti e passioni. A1
capitolo XVII del Principe, Machiavelli così si esprime: IVrché
delli uomini si può dire questo generalmente: che siano ingrati, volubili
.imulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno e mentre fai loro
bene, ->uno tutti tuoi, offerenti il sangue, la roba, la vita, i
figlioli, come di sopra dissi, .piando el bisogno è discosto, ma quando
ti si appressa, e’ si rivoltano... E quel l>rincipe che si è tutto
fondato sulle parole loro, trovandosi nudo di altre prepa- rn/ioni,
rovina. Li uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia
mnnre, che uno che si faccia temere, perché l’Amore è tenuto da uno vincolo
di obbligo, il quale per essere li uomini tristi, da ogni occasione di
propria utilità (• rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena che
non abbandona mai. Scritti politici di Benito Mussolini
Per quanto concerne gli egoismi umani, trovo fra le Carte varie
quanto segue: Gli uomini si dolgono piu di un podere che sia loro
tolto, che di uno fratello o padre che fosse loro morto, perché la morte
si dimentica qualche volta, la roba mai. La ragione ò pronta; perche
ognuno sa che per la mutazione di uno stato, uno fratello non può
risuscitare, ma e’ può bene riavere il suo podere. E al capitolo
terzo dei Discorsi: Come dimostrano tutti coloro che ragionano del
vivere civile e come ne è prenia di esempii ogni storia, è necessario a
chi dispone una Repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti
gli uomini essere cattivi e che li abbiano sempre a usare la malignità
dell’animo loro, qualunque volta ne abbino libera occasione... Gli uomini
non operano mai nulla bene se non per necessità, ma dove la libertà
abbonda e che vi può essere licenzia si riempie subito ogni cosa di
confusione e di disordine. Le citazioni potrebbero continuare,
ma non è necessario. I brani riportati sono sufficienti per dimostrare
cbe il giudizio negativo su- gli uomini, non è incidentale, ma
fondamentale nello spirito di Ma- chiavelli. È in tutte le sue opere.
Rappresenta una meritata e scon- solata convinzione. Di questo punto
iniziale ed essenziale bisogna tener conto, per seguire tutti i
successivi sviluppi dei pensiero di Machiavelli. È anche evidente che il
Machiavelli, giudicando come giudicava gli uomini, non si riferiva
soltanto a quelli del suo tem- po, ai fiorentini, toscani, italiani che
vissero a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ma agli uomini senza
limitazione di spazio e di tem- P 0 * pi tempo ne e passato, ma se mi
fosse lecito giudicare i miei simili e contemporanei, io non potrei in
alcun modo attenuare il giudizio di Machiavelli. Dovrei, forse,
aggravarlo. Machiavelli non si illude e non illude il Principe.
L’antitesi fra Principe e popolo, fra Stato e individuo è nel concetto di
Machiavelli fatale. Quello che fu chiamato utilitarismo, pragmatismo,
cinismo machiavellico scaturisce logicamente da questa posizione
iniziale. La parola Prin- cipe deve intendersi come Stato. Nel concetto
di Machiavelli il Prin- cipe è lo Stato. Mentre gli individui tendono,
sospinti dai loro egoismi, aH’atonismo sociale, lo Stato rappresenta una
organizza- zione e una limitazione. L’individuo tende a evadere
continuamente. Tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a
non fare la guerra. Pochi sono coloro — eroi o santi — che sacrificano
il proprio io sull altare dello Stato. Tutti gli altri sono in istato di
ri- volta potenziale contro lo Stato. Le rivoluzioni dei secoli XVII
e XVIII hanno tentato di risolvere questo dissidio che è alla base
di ogni organizzazione sociale statale, facendo sorgere il potere
come hii.i enianazione della
libera volontà del popolo. C’è una finzione .• tma illusione di piu.
Prima di tutto il popolo non fu mai definito. I una entità
meramente astratta, come entità politica. Non si sa iltivc cominci
esattamente, né dove finisca. L’aggettivo di sovrano •ipplicato al popolo
è una tragica burla. II popolo tutto al piu, de- lcga, ma non può certo
esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappre- M-ntativi appartengono più
alla meccanica che alla morale. Anche nci paesi dove questi meccanismi
sono in più alto uso da secoli e necoli, giungono ore solenni in cui non
si domanda piu nulla al popolo, perché si sente che la risposta sarebbe
fatale; gli si strap- pnno le corone cartacee della sovranità — buone per
i tempi nor- mali — e gli si ordina senz’altro o di accettare una
Rivoluzione o una pace o di marciare verso l’ignoto di una guerra. A1
popolo non rcsta che un monosillabo per affermare e obbedire. Voi vedete
che la sovranità elargita graziosamente al popolo gli viene sottratta
nei momenti in cui potrebbe sentirne il bisogno. Gli viene lasciata
solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di
ordinaria ainministrazione. Vi immaginate voi una guerra proclamata per
refe- rrndum ? II referendum va benissimo quando si tratta di
scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del villaggio,
ma quan- do gli interessi supremi di un popolo sono in giuoco, anche i
Go- vcrni ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio
del popolo stesso. V’è dunque immanente, anche nei regimi quali ci
sono stati confezionati dalla Enciclopedia — che peccava, attraverso
Rous- seau, di un eccesso incommensurabile di ottimismo — il dissidio
fra forza organizzata dello Stato e il frammentarismo dei singoli e
dei gruppi. Regimi esclusivamente consensuali non sono mai
esistiti, non esistono, non esisteranno probabilmente mai. Ben prima del
mio oramai famoso articolo Forza e consenso, Machiavelli scriveva
nel Principe , pagina 32: Di qui nacque che tutti i profeti
armati vincono e li disarmati ruinarono. Perché la natura dei
popoli è varia ed è facile persuadere loro una cosa, ma è difficile
fermarli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in
modo, che quando non credono piu si possa far credere loro per forza.
Moise, Ciro, Teseo, Romolo non avrebbero potuto fare osservare lungamente
le loro costituzioni, se fussino stati disarmati. IL SINGOLARE SAGGIO
SU MACHIAVELLI DI MUSSOLINI. "PRELUDIO" DI MUSSOLINI POI
"FORZA E CONSENSO" + NOTA DE SANCTIS POI UN ARTICOLO SU
MACHIAVELLI DI FUSARO UN LINK CON UN ARTICOLO -- Pellegrino/Prof.ssa
M.Mangieri ED INFINE ANCHE IL TESTO INTEGRALE DE "IL PRINCIPE"
PREMESSA: Nell'Europa dei secc. XVI e XVII è strettamente connessa
con alcuni nodi centrali della storia del pensiero politico. A parte una serie
di revisioni critiche dei giudizi tradizionali fatti da dotti fiorentini nel
periodo (1789-1790) del granduca Leopoldo, un grosso contributo del movimento
riformatore e una rivalutazione del grande fiorentino, lo si deve a G.M.
Galanti, autore di un "Elogio di Niccolò Machiavelli". Galanti faceva
propria quell'interpretazione repubblicana di Machiavelli che già era stata
consacrata nell'articolo "machiavelisme" dell'"Encyclopededie"
(scritto attribuito a Diderot) e nel "Contratto sociale" di Rousseau
("Fingendo di dare lezioni ai re, egli ne ha date di importanti ai popoli.
Il Principe di Machiavelli è il libro dei repubblicani"). Nè fu da meno il
Foscolo con i suoi famosi versi in "Dei sepolcri". Contro
questa interpretazione Vincenzo Cuoco, con trasparente riferimento alle
condizioni dell'Italia napoleonica, mise in luce il realismo politico di
Machiavelli, che aveva indicato in una monarchia o Stato forte, l'unica prospettiva
di superamento delle lotte tra i partiti. Fuori dall'Italia, Fichte e
Hegel interpretavano le tesi machiavelliche come risposta a una particolare
situazione storica e, al tempo stesso, vedevano nell'autore del Principe un
precursore dello stato etico che doveva godere di lunga fortuna nello
storicismo tedesco. In Italia nell'età risorgimentale l'interpretazione
continuò a oscillare tra la condanna dell'"immoralità" di Machiavelli
e la sua "esaltazione" come profeta della riscossa nazionale.
Il superamento di tali posizioni si possono considerare le pagine appassionate
di F. De Sanctis(saggio che fra breve riporteremo qui integralmente - e che
come diremo più avanti fu poi molto (pretestuosamente) utile a Mussolini -
leggendolo capiremo perchè). A De Sanctis, Machiavelli appariva non solo
come il profeta dell'idea di nazione ma come "fondatore dei tempi
moderni", come interprete lucido e impietoso della crisi degli istituti e
delle concezioni medievali, e autore di una rivoluzione copernicana nelle
considerazioni dell'uomo, che "ha in terra la sua serietà, il suo scopo e
i suoi mezzi". Poi anche per Benedetto Croce scrisse che l'autore del
Principe è lo scopritore della politica come attività autonoma dello
spirito. Entrammo poi nel "Ventennio" fascista e qui una
facile strumentalizzazione di Machiavelli e del suo mito fu fatta da Benito
Mussolini che prima un suo articolo - nel '23 - lo scrisse su
"Gerarchia", poi nel '24 - curò la prefazione (che chiamò
"PRELUDIO") di una nuova edizione del Principe (adornandola
opportunisticamente con il saggio - citato sopra - del De Sanctis). In
queste pagine su Machiavelli, è piuttosto singolare che per fornire una
comprensione al machiavellismo, andiamo a scomodare Mussolini. Ma
singolare non lo è affatto, perchè riusciremo a capire meglio l'opera di
Machiavelli ma anche lo stesso Mussolini e il suo Fascismo. In queste tre
paginette del preludio, c'è tutto il Mussolini, e c'è anche tutta l'essenza del
suo fascismo. Ovvero l'idea di una educazione del popolo a un nuovo fascismo !!
(prima fin dal 1883 ve n'erano stati molti di "Fasci", creati dai
socialisti violenti, che incitavano a ribellarsi con i vari scioperi i
lavoratori e i contadini). Il curioso, raro e singolare libretto (che
possediamo) lo riportiamo integralmente, perchè all'interno Mussolini fa alcune
singolari affermazioni (tutte fascistiche): sulla dubbia validità del potere
esercitato dalla "sovranità popolare", e sulla stessa utopica
"democrazia popolare". Per Mussolini il Principe del suo tempo è
lo Stato. E lo Stato è il Principe, cioè - nei tempi moderni - (che dopo aver
preso il potere nel '22 - doveva essere Lui e solo Lui. (Siamo lontani da
quando (1905) - prima come anarchico poi come socialista - lui esaltava il
proletariato come futura classe dominante, e faceva l'apologia della
"rivoluzione violenta" indicata dalla dottrina di Hengel che
presentava nella sua teoria la "morte dello Stato" - E
nell'organizzare gli scioperi, lui era un vero e proprio "fascista
socialista violento " (così chiamavano - abbiamo detto sopra - fin dai
primi fasci del 1883 i socialisti violenti. ( ampie note di quei tempi
(1883-1919) sono QUI in Togliatti E nel farli gli scioperi Mussolini, prima
della 1ma G.M. anche lui era un "violento socialista", e andò più
volte anche in galera come sovversivo. Poi improvvisamente nel '15 lui diventa
"interventista" nei confronti dei suoi ex socialisti che come
"anti-interventisti" si opponevano a quella guerra che dicevano
voluta dalla più becera Borghesia con nessun vataggio per il popolo analfabeta
chiamato solo a dare il suo sangue. Seguì la famosa rottura di
Mussolini con i suoi ex socialisti, - uscendo dal giornale "Avanti"
che dirigeva - e fu poi perfino cacciato dal Partito Socialista. Poi
durante e dopo la guerra - soprattutto per come finì il conflitto per l'Italia
- lui va a fondare i suoi "fasci", cercando di riunire tutti gli
scontenti, gli ex soldati, i lavoratori e anche una certa (nuova) borghesia,
che ora guardavano a lui che mirava a un "Socialismo Sociale" e non a
quell' eterno conflitto sviluppatisi fra operai e industriali (soprattutto
nelle sciagurate "Settimane Rosse" del '20 e '21. Dove o per i loro
scioperi, o per le serrate degli industriali, a pagare erano gli operai sempre
più a spasso, ovviamente senza stipendi e a fare la fame. "La
sovranità, al popolo - affermava Mussolini - gli viene lasciata tutto al più
solo quando è innocua (es. quando deve scegliere il luogo dove collocare la
fontana del villaggio). Mentre quando gli interessi supremi sono in gioco,
anche i governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio
del popolo. La sovranità applicata al popolo é una loro tragica burla. Il
popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna".
Mussolini inizia a guardare proprio alla "forza" (che prima era usata
dagli inconcludenti socialisti, proseguita poi in peggio anche dai nuovi
comunisti (sorti nel '21). Ci vediamo in questo suo Preludio su Machivelli un
opportunistico utilizzo di Mussolini del Principe; e come detto sopra, appoggiandosi
pure al saggio di De Sanctis. Abbiamo detto utilizzo, perchè Machiavelli
è stato l'uomo che aveva intuito una nuova forma di filosofia umana che supera
la concezione dell'individuo per inserirlo nella collettività, nello Stato, il
quale così diventa uno Stato "etico"; è evidente quindi che in tal
modo lo Stato non può che far appello alla rinuncia del singolo individuo al
proprio utile per l'utile generale dello Stato, concezione questa che viene a
giustificare tutti i mezzi utili allo Stato stesso (es. "usare la forza"),
dando origine a quel mito del "machiavellismo" che è stato via via da
alcuni esaltato, mentre da altri ritenuto infamante appunto per questo suo
voler annullare la personalità del singolo uomo. Insomma Mussolini fece del
Principe il suo vademecum. Sbagliando però. La sua storia fu poi infatti molto
diversa. Lui stesso - nel fidarsi troppo di quella gente che lo circondava -
finì molto male e sbagliò proprio sul popolo (che alcune volte nella storia con
la sua vituperata irrazionalità "fa quello che vuole"). E suona
dunque privo d’effetto quel volerci ricordare Mussolini una massima di
Machiavelli: "quando non credono più, bisogna ricorrere alla
forza". Era questo sì l'espediente del suo Fascismo, forse fin dalla
sua nascita, ma poi sarà perdente. Perchè la sua forza iniziò a farla con i
suoi imbelli gerarchi e a dire lui solo tante parole, parole, parole, seguite
da riti, proclami, dottrine, vangeli (oltre ...le pagliacciate di Starace). Lui
- in questo Preludio - citava due frasi di Machiavelli, ma non ne seppe
coglierne l'essenza. "Cum parole non si mantengono li Stati"
"Quel Principe che si é tutto fondato sulle parole, trovandosi nudo,
rovina". (che profezia!!!) E Mussolini nudo si ritrovò prima in quel
famoso 25 luglio. ( Lui si aspettava una reazione al suo arresto. Ma fu una
realtà molto amara.... "Ma come - disse preoccupato - mi hanno abbandonato
anche i 150.000 arditi (di assoluta provata fede) ?" - "Si
eccellenza, tutti uccel di bosco - anzi i loro comandanti hanno telefonato a
Badoglio mettendosi e mettendoli a sua disposizione". Lo aveva abbandonato
perfino suo genero: Ciano. Ma poi - perso per strada anche gli altri
"amici", andò ancora peggio il 27 aprile del '45, quando il popolo (o
una parte di esso, irrazionalmente) nel fare "quello che voleva" lo
appese a un distributore a Piazzale Loreto. "Non sono affatto
abnormi e inutili tutti i comportamenti umani che non hanno una razionalità.. E
per fortuna che ogni tanto nella grande storia dell'umanità ci sono anche
queste contraddizioni. E sono del resto queste che ci distinguono dagli animali
e soprattutto dal capo branco che - illudendosi - li vorrebbe guidare come
belanti pecore". "I meccanismi politico-sociali ed economici
realistici degli Uomini, non sono uguali a quelli delle formiche, perchè
altrimenti si vaneggia, e non si conoscono bene nè le formiche nè gli
uomini. "L'individuo umano ha sempre rappresentato un costoso
investimento di studio e di cultura, ma giacchè è possibile al potente di turno
disfarsi dell'enorme vantaggio dell'istruzione e servirsi di altro materiale
per organizzare lo "Stato" delle formiche, questo dio che si crede
onnipotente, si rende responsabile di una degradazione della natura stessa
dell'uomo e che se un essere umano è condannato a svolgere le funzioni limitate
della formica, non soltanto cesserà di essere un uomo ma non sara' neppure una
buona formica". E ancora ("non sempre nell'asservimento (l'azione),
la retroazione è controllabile"). Questo non è il ragionamento di un filosofo,
ma del Padre della Cibernetica moderna (Teorie dell'informazione): Norbert
Wiener - Mussolini usò tante parole. "Ma quale fortuna
(Mussolini) se alle virtù oratorie avesse accompagnato la civile prudenza
machiavellica !!!. Ma non dimentichiamo anche il grande Napoleone: "qual
fortuna per lui se alle virtù militari avesse accompagnata la civil prudenza
machiavellica" Paradossalmente proprio su Napoleone, Mussolini aveva
dato un impietoso giudizio: "lui fallì miseramente perchè aveva creduto
troppo negli uomini". Solo lui credeva di aver capito gli uomini,
credendolo "suo il popolo": "devono solo Credere, Obbedire,
Combattere". e "Quando mancasse il consenso, c'è la forza"
..."Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà,
metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito
di patriottismo o subirli". (Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7
marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82 E pensare che un Mussolini più razionale
aveva scritto un giorno "Io grande? Io forte? Io potente? basta un titolo
su un giornale e ti ritrovi nella polvere". A Piazzale Loreto andò peggio!
Fu un cattivo profeta di se stesso. * ecco qui sotto il
"preludio" di Mussolini * subito dopo il saggio di F. De Sanctis
(datato ma ancora molto attuale) * seguono alcune note sulla vita, le opere e
il contesto storico di Machiavelli. Mussolini: " Accadde che
un giorno mi fu annunciato da Imola - dalle legioni nere di Imola - il dono di
una spada con inciso il motto di Machiavelli "Cum parole non si mantengono
li Stati". Ciò troncò gli indugi e determinò senz'altro la scelta del tema
che oggi sottopongo ai vostri suffragi. Potrei chiamarlo un "Commento
dell'anno 1924, al «Principe» di Machiavelli, al libro che io vorrei chiamare:
Vademecum per l'uomo di governo". Debbo inoltre, per debito di onestà
intellettuale, aggiungere che questo mio lavoro ha una scarsa bibliografia,
come si vedrà in seguito. Ho riletto attentamente il Principe e il resto delle
opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per leggere tutto
ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli. Ho voluto mettere il
minor numero possibile di intermediari vecchi o nuovi, italiani e stranieri,
tra il Machiavelli e me, per non guastare la presa di contatto diretta fra la
sua dottrina e la mia vita vissuta, fra le sue e le mie osservazioni di uomini
e cose, fra la sua e la mia pratica di governo. Quella che mi onoro
di leggervi non é quindi una fredda dissertazione scolastica, irta di citazioni
altrui, é piuttosto un dramma, se può considerarsi, come io credo, in un certo
senso drammatico il tentativo di gettare il ponte dello spirito sull'abisso
delle generazioni e degli eventi. Non dirò nulla di nuovo. La domanda si
pone: A quattro secoli di distanza che cosa c'è ancora di vivo nel Principe? I
consigli del Machiavelli potrebbero avere una qualsiasi utilità anche per i
reggitori degli Stati moderni? Il valore del sistema politico del Principe é
circoscritto all'epoca in cui fu scritto il volume, quindi necessariamente limitato
e in parte caduco, o non é invece universale e attuale? Specialmente attuale?
La mia tesi risponde a queste domande. Io affermo che la dottrina di
Machiavelli é viva oggi più di quattro secoli fa, poiché se gli aspetti
esteriori della nostra vita sono grandemente cangiati, non si sono verificate
profonde le variazioni nello spirito degli individui e dei popoli. Se la
politica é l'arte di governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare,
educare le loro passioni, i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi
d'ordine generale che trascendono quasi sempre la vita individuale perché si
proiettano nel futuro, se questa è la politica, non v'è dubbio che l'elemento
fondamentale di essa arte, é l'uomo. Di qui bisogna partire. Che cosa
sono gli uomini nel sistema politico di Machiavelli? Che cosa pensa Machiavelli
degli uomini? È egli ottimista o pessimista? E dicendo «uomini » dobbiamo
interpretare la parola nel senso ristretto degli uomini, cioè degli italiani
che Machiavelli conosceva e pensava come suoi contemporanei o nel senso degli
uomini al di là del tempo e dello spazio o per dirla in gergo acquisito
"sotto la specie della eternità" ? Mi pare che prima di
procedere a un più analitico esame del sistema di politica machiavellica, così
come ci appare condensato nel Principe, occorra esattamente stabilire quale
concetto avesse Machiavelli degli uomini in genere e, forse, degli italiani in
particolare. Orbene, quel che risulta manifesto, anche da una
superficiale lettura del Principe, é l'acuto pessimismo del Machiavelli nei
confronti della natura umana. Come tutti coloro che hanno avuto occasione di
continuo e vasto commercio coi propri simili, Machiavelli é uno spregiatore
degli uomini e ama presentarceli - come verrò fra poco documentando - nei loro
aspetti più negativi e mortificanti. Gli uomini, secondo Machiavelli,
sono tristi, più affezionati alle cose che al loro stesso sangue, pronti a
cambiare sentimenti e passioni. Al Capitolo XVII del Principe, Machiavelli così
si esprime: "Perchè delli uomini si può dire questo generalmente: che
siano ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno
e mentre fai loro bene, sono tutti tuoi, offerenti il sangue, la roba, la vita,
i figlioli, come di sopra dissi quando el bisogno é discosto, ma quando ti si
appressa, e' (essi) si rivoltano... E quel principe che si é tutto fondato
sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. Li uomini
hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia amare, che uno che si faccia temere,
perché l'Amore é tenuto da un vincolo di obbligo, il quale per essere li uomini
tristi, da ogni occasione di propria utilità é rotto, ma il timore é tenuto da
una paura di pena che non abbandona mai". Per quanto concerne gli egoismi
umani, trovo fra le Carte varie, quanto segue: "Gli uomini si dolgono più
di un podere che sia loro tolto, che di uno fratello o padre che fosse loro
morto, perché la morte si dimentica qualche volta, la roba mai. La ragione é
pronta, perché ognuno sa che per la mutazione di uno stato, uno fratello non
può risuscitare, ma e' (egli) può bene riavere il suo podere".
E al Capitolo III dei Discorsi: "Come dimostrano tutti coloro che
ragionano del vivere civile e come ne é prenia di esempi ogni storia, é necessario
a chi dispone una Repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli
uomini essere cattivi e che li abbino sempre a usare la malignità dell'animo
loro, qualunque volta ne abbino libera occasione... Gli uomini non operano mai
nulla bene se non per necessità, ma dove la libertà abbonda e che vi può essere
licenzia si riempie subito ogni cosa di confusioni e di disordine ». Le
citazioni potrebbero continuare, ma !ion é necessario. I brani riportati sono
sufficienti per dimostrare che il giudizio negativo sugli uomini, non è
incidentale, ma fondamentale nello spirito di Machiavelli. È in tutte le sue
opere. Rappresenta una meritata e sconsolata convinzione. Di questo punto
iniziale ed essenziale bisogna tener conto, per seguire tutti i successivi
sviluppi del pensiero di Machiavelli. E' anche evidente che il
Machiavelli, giudicando come giudicava gli uomini, non si riferiva soltanto a
quelli del suo tempo, ai fiorentini, toscani, italiani che vissero a cavallo
fra il XV e il XVI secolo, ma agli uomini senza limitazione di spazio e di
tempo. Di tempo ne é passato, ma se mi fosse lecito giudicare i miei simili e
contemporanei, io non potrei in alcun modo attenuare il giudizio di
Machiavelli. Dovrei, forse, aggravarlo. Machiavelli non si illude e
non illude il Principe. L'antitesi fra Principe e popolo, fra Stato e individuo
é nel concetto di Machiavelli fatale. Quello che fu chiamato utilitarismo,
pragmatismo, cinismo machiavellico scaturisce logicamente da questa posizione
iniziale. La parola Principe deve intendersi come Stato. Nel
concetto di Machiavelli il Principe é lo Stato. Mentre gli individui tendono,
sospinti dai loro egoismi, all'atonismo sociale, lo Stato rappresenta una
organizzazione e una limitazione. L'individuo tende a evadere continuamente.
Tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a non fare la
guerra. Pochi sono coloro -eroi o santi - che sacrificano il
proprio io sull'altare dello Stato. Tutti gli altri sono in istato di rivolta
potenziale contro lo Stato. Le Rivoluzioni dei secoli XVII eXVIII hanno tentato
di risolvere questo dissidio che é alla base di ogni organizzazione sociale
statale, facendo sorgere il potere come una emanazione della libera volontà del
popolo. C'é una finzione e una illusione di più. Prima di tutto il popolo
non fu mai definito. E' una entità meramente astratta, come entità politica.
Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano
applicato al popolo é una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non
può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi
appartengono più alla meccanica che alla morale. Anche nei paesi dove questi
meccanismi sono in più alto uso da secoli e secoli, giungono ore solenni in cui
non si domanda più nulla al popolo, perché si sente che la risposta sarebbe
fatale; gli si strappano le corone cartacce delle sovranità - buone per i tempi
normali - e gli si ordina senz'altro o di accettare una Rivoluzione o una pace
o di marciare verso l'ignoto di una guerra. Al popolo non resta che
un monosillabo per affermare e obbedire. Voi vedete che la sovranità elargita
graziosamente al popolo gli viene sottratta nei momenti in cui potrebbe
sentirne il bisogno. Gli viene lasciata solo quando è innocua o é reputata
tale, cioè nei momenti diordinaria amministrazione. Vi immaginate
voi una guerra proclamata per referendum? Il referendum va benissimo quando si
tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del
villaggio, ma quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i
governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo
stesso. V'è dunque immanente, anche nei regimi quali ci sono stati confezionati
dalla Enciclopedia - che peccava, attraverso Rousseau, di un eccesso incommensurabile
di ottimismo - il dissidio fra forza organizzata dello Stato e frammentarismo
dei singoli e dei gruppi. Regimi esclusivamente consensuali non sono mai
esistiti, non esistono, non esisteranno probabilmente mai. Ben
prima del mio ormai famoso articolo "Forza e consenso" (vedi subito
sotto) Machiavelli scriveva nel Principe, pagina 32: "Di qui nacque che
tutti i profeti armati vincono e li disarmati ruinarono. Perché la natura dei
popoli é varia ed é facile persuadere loro una cosa, ma é difficile fermarli in
quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo, che quando non
credono più, si possa far credere loro per forza. Moise, Ciro, Teseo, Romolo
non avrebbero potuto fare osservare lungamente le loro costituzioni, se lussino
(fossero) stati disarmati". POCHI MESI PRIMA DI QUESTO ARTICOLO SU
MACHIAVELLI E SEMPRE SU "GERARCHIA" MUSSOLINI NEL '23 L'ARTICOLO
"FORZA E CONSENSO" E MERITA DI LEGGERE ANCHE QUESTO ACCENNO CHE LUI
FA SU MACHIAVELLI Mussolini, da Gerarchia. Forza e consenso. Certo
liberalismo italiano, che si ritiene unico depositario degli autentici,
immortali principi, rassomiglia straordinariamente al socialismo mezzo defunto,
poiché anche esso, come quest'ultimo, crede di possedere
"scientificamente" una verità indiscutibile, buona per tutti i tempi,
luoghi e situazioni. Qui é l'assurdo. Il liberalismo non é l'ultima parola, non
rappresenta la definitiva formula, in tema di arte di governo. Non c'è in
quest'arte difficile e delicata, che lavora la piú refrattaria delle materie e
in stato di movimento, poiché lavora sui vivi e non sui morti; non c'è
nell'arte politica l'unità aristotelica del tempo, del luogo,
dell'azione. Gli uomini sono stati piú o meno fortunatamente
governati, in mille modi diversi. Il liberalismo é il portato e il metodo del
XIX secolo, che non é stupido, come opina Daudet, poiché non ci sono secoli
stupidi o secoli intelligenti, ma ci sono intelligenza e stupidità alternata,
in maggiori o minori proporzioni, in ogni secolo. Non é detto che il
liberalismo, metodo di governo, buono per il secolo XIX, per un secolo, cioè,
dominato da due fenomeni essenziali come lo sviluppo del capitalismo e
l'affermarsi del sentimento di nazionalità, debba necessariamente essere adatto
al secolo XX, che si annuncia già con caratteri assai diversi da quelli che
individuarono il secolo precedente. Il fatto vale piú del libro; l'esperienza
piú della dottrina. Ora le piú grandi esperienze del dopoguerra, quelle
che sono in stato di movimento sotto i nostri occhi, segnano la sconfitta del
liberalismo. In Russia e in Italia si é dimostrato che si può governare al di
fuori, al disopra e contro tutta la ideologia liberale. Il comunismo e il
fascismo sono al di fuori del liberalismo. Ma insomma, in che cosa
consiste questo liberalismo per il quale piú o meno obliquamente si infiammano
oggi tutti i nemici del fascismo? Significa il Liberalismo suffragio universale
e generi affini? Significa tenere aperta in permanenza la Camera, perché offra
l'indecente spettacolo che aveva sollevato la nausea generale? Significa in
nome della libertà lasciare ai pochi la libertà di uccidere la libertà di
tutti? Significa fare largo a coloro che dichiarano la loro ostilità allo
Stato e lavorano attivamente per demolirlo? E' questo il liberalismo?
Ebbene, se questo è il liberalismo, esso é una teoria e una pratica di
abiezione e di rovina. La libertà non é un fine; è un mezzo. Come mezzo deve
essere controllato e dominato. Qui cade il discorso della
"forza". I signori liberali sono pregati di dirmi se mai nella storia
vi fu governo che si basasse esclusivamente sul consenso dei popoli e
rinunciasse a qualsiasi impiego della forza. Un governo siffatto non c'è mai
stato, non ci sarà mai. Il consenso é mutevole come le formazioni della sabbia
in riva al mare. Non ci può essere sempre. Né mai può essere totale. Nessun
governo é mai esistito che abbia reso felici tutti i suoi governati. Qualunque
soluzione vi accada di dare a qualsiasi problema, voi - e foste anche partecipi
della saggezza divina! - creerete inevitabilmente una categoria di malcontenti.
Se finora non c'è arrivata la geometria, la politica meno ancora é riuscita a
quadrare il circolo. Posto come assiomatico che qualsiasi
provvedimento di governo crea dei malcontenti, come eviterete che questo
malcontento dilaghi e costituisca un pericolo per la solidità dello Stato? Lo
eviterete colla forza. Coll'impiegare questa forza, inesorabilmente, quando si
renda necessario. Togliete a un Governo qualsiasi la forza - e si intende forza
fisica, forza armata - e lasciategli soltanto i suoi immortali principi, e quel
Governo sarà alla mercé del primo gruppo organizzato e deciso ad
abbatterlo. Ora il fascismo getta al macero queste teorie antivitali.
Quando un gruppo o un partito é al potere, esso ha l'obbligo di fortificarvisi
e di difendersi contro tutti. La verità palese oramai agli occhi di chiunque
non li abbia bendati dal dogmatismo, é che gli uomini sono forse stanchi di
libertà. Ne hanno fatto un'orgia. La libertà non é oggi piú la vergine
casta e severa per la quale combatterono e morirono le generazioni della prima
metà del secolo scorso. Per le giovinezze intrepide, inquiete ed aspre che si
affacciano al crepuscolo mattinale della nuova storia ci sono altre parole che
esercitano un fascino molto maggiore, e sono: ordine, gerarchia,
disciplina. Questo povero liberalismo italiano, che va gemendo e
battagliando per una piú grande libertà, è singolarmente in ritardo. È
completamente al di fuori di ogni comprensione e possibilità. Si parla di semi
che ritroveranno la primavera. Facezie! Certi semi muoiono sotto la coltre
invernale. Il fascismo, che non ha temuto di chiamarsi reazionario
quando molti dei liberali odierni erano proni davanti alla bestia trionfante,
non ha oggi ritegno alcuno di dichiararsi illiberale e antiliberale. Il
fascismo non cade vittima di certi trucchi dozzinali. Si sappia dunque,
una volta per tutte, che il fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è
già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul
corpo piú o meno decomposto della Dea Libertà". Benito Mussolini, da
Gerarchia. SAGGIO DI DESANCTIS CHE MUSSOLINI VOLLE INCLUDERE scrivendo la
nuova edizione de "IL PRINCIPE" Testo integrale originale (che è
comunque un ottimo saggio, proprio utile per capire il ns. passato) DE
SANCTIS: "Dicesi che Machiavelli fosse in Roma quando, il 1515, uscì in
luce l'Orlando furioso. Lodò il poema, ma non celò il suo dispiacere di essere
dimenticato dall'Ariosto nella lunga lista, ch'egli stese nell'ultimo canto,
dei poeti italiani. Questi due grandi uomini, che dovevano rappresentare il
secolo nella sua doppia faccia, ancorchè contemporanei e conoscenti, sembrano
ignoti l'uno all'altro. Niccolò Machiavelli, ne' suoi tratti apparenti, è una
fisionomia essenzialmente fiorentina ed ha molta somiglianza con Lorenzo de'
Medici. Era un piacevolone, che se la spassava ben volentieri tra le
confraternite e le liete brigate, verseggiando e motteggiando, con quello
spirito arguto e beffardo che vede nel Boccaccio e nel Sacchetti e nel Pulce e
in Lorenzo e nel Berni. Poco agiato nei beni della fortuna, nel
corso ordinario delle cose sarebbe riuscito un letterato fra i tanti
stipendiati a Roma o a Firenze, e dello stesso stampo. Ma, caduti i Medici,
restaurata la repubblica e nominato segretario, ebbe parte principalissima
nelle pubbliche faccende, esercitò molte legazioni in Italia e fuori,
acquistando esperienza degli uomini e delle cose, e si affezionò alla
repubblica, per la quale non gli parve molto il sostenere le torture, poiché
tornarono i Medici. In quegli uffici e in quelle lotte si raffermò le sue
tempra e si formò il suo spirito. Tolto alle pubbliche faccende, nel suo ozio
di San Casciano meditò sui fati dell'antica Roma e sulle sorti di Firenze, anzi
d'Italia. Ebbe chiarissimo il concetto che l'Italia non potesse mentenere le
sue indipendenza se non fosse unita, tutta o gran parte, sotto un solo
principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare
l'imprese. Sperò pure che volesse accettare i suoi servigi e trarlo di ozio e
di miserie. All'ultimo, poco e male adoperato dei Medici, finì la vita
tristemente, lasciando non altra eredità ai figliuoli che il nome. Di lui fu
scritto: "Tanto nomini nullum par elogium". I suoi Decennali,
arida cronaca delle « fatiche d'Italia di dieci anni », scritte in quindici dì;
i suoi otto capitoli dell'Asino d'oro, sotto nome di bestie satira dei degeneri
fiorentini; gli altri suoi capitoli dell'Occasione, delle Fortuna,
dell'Ingratitudine, dell'Ambizione; i suoi canti carnascialeschi, alcune sue
stanze, o serenate, o sonetti, o canzoni, sono lavori letterari sui quali è
impressa le fisionomia di quel tempo: alcuni tra il licenzioso e il beffardo,
altri allegorici o sentenziosi, sempre aridi. Il verso rasenta le prose; il
colorito è sobrio e spesso monco; scarse e comuni sono le immagini. Ma in
questo fondo comune e sgraziato appaiono le vestigie di un nuovo essere, una
profondità insolita di giudizio e di osservazione. Manca l'immaginativa:
sovrabbonda lo spirito. C è il critico: non c è il poeta, non c è l'uomo nello
stato di spontaneità che compone e fantastica, come era Ludovico Ariosto. C è
l'uomo che si osserva anche soffrendo, e sentenzia sulle sorti sue e
dell'universo con tranquillità filosofica: il suo poetare è un discorrere: Io
spero, e lo sperar cresce il tormento; io piango, e il pianger ciba il lasso
core; io rido, e il rider mio non passa drento; io ardo, e l'arsion non
par di fuore; io temo ciò ch'io veggo e ciò ch'io sento; ogni cosa
mi dà nuovo dolore: così sperando piango, rido e ardo, e paura ho
di ciò ch'i' odo o guardo. Tali sono pure le sue osservazioni sul variare delle
cose mondane nel capitolo della Fortuna. Delle sue poesie cosa è rimasto?
Qualche verso ingegnoso, come nei Decennali: la voce d'un Cappon tra cento
Galli, .....e qualche sentenza o concetto profondo, come nel canto De' diavoli
o de' romiti. Il suo capolavoro è il capitolo dell'Occasione, massime la
chiusa, che ti colpisce d'improvviso e ti fa pensoso. Nel poeta si sente la
scrittore del Principe e dei Discorsi. Anche in prosa Machiavelli ebbe
pretensioni letterarie, secondo le idee che correvano in quella età. Talora si
mette la giornea e boccacceggia, come nelle sue prediche alle confraternite,
nella descrizione della peste e ne' discorsi che mette in bocca ai suoi
personaggi storici. Vedi ad esempio il suo incontro con una donna in chiesa al
tempo della peste, dove abbondano i lenocini della retorica e gli artifici
dello stile; ciò che si chiamava "eleganza". Ma nel Principe, nei
Discorsi, nelle lettere, nelle Relazioni, nei Dialoghi sulla milizia, nelle
Storie, Machiavelli scrive come gli viene, tutto inteso alle cose, e con l'aria
di chi reputi indegno della sua gravità correre appresso alle parole e ai'
periodi. Dove non pensò alla forma riuscì maestro della forma. E senza cercarla
trovò la prosa italiana. E' visibile in Niccolò Machiavelli lo spirito
incredulo e beffardo di Lorenzo, impresso sulla fronte della borghesia italiana
in quel tempo. E aver pure quel senso pratico, quella intelligenza degli uomini
e delle cose, che rese Lorenzo eminente fra i principi, e che troviamo
generalmente negli statisti italiani a Venezia, a Firenze, a Roma, a Milano, a
Napoli, quando viveva Ferdinando d'Aragona, Alessandro sesto, Ludovico il moro,
e gli ambasciatori veneziani scrivevano ritratti così vivi e sagaci delle corti
presso le quali dimoravano. C' era l'arte: mancava la scienza. Lorenzo era
l'artista: Machiavelli doveva essere il critico. Firenze era ancora il cuore
d'Italia: lì c' erano ancora i lineamenti di un popolo, c' era l'immagine della
patria. La libertà non voleva ancora morire. L'idea ghibellina e guelfa era
spenta, ma c' era invece l'idea repubblicana alla romana, effetto della coltura
classica, che, fortificata dall'amore tradizionale del viver libero e dalle
memorie gloriose del passato, resisteva ai Medici. L'uso della libertà e le
lotte politiche mantenevano salda la tempra dell'animo, e rendevano possibile
Savonarola, Capponi, Michelangelo, Ferruccio e l'immortale resistenza agli
eserciti papali-imperiali. L'indipendenza e la gloria della patria e l'amore
della libertà erano forze morali, tra quella corruzione medicea rese ancora più
acute e vivaci dal contrasto. Machiavelli, per la sua coltura letteraria, per
la vita licenziosa, per lo spirito beffardo e motteggevole e comico, si lega al
Boccaccio, a Lorenzo e a tutta la nuova letteratura. Non crede a nessuna
religione, e perciò le accetta tutte, e, magnificando la morale in astratto, vi
passa sopra nella pratica della vita. Ma ha l'animo fortemente temprato e
rinvigorito negli uffici e nelle lotte politiche, aguzzato negli ozi ingrati e
solitari. E la sua coscienza non è vuota. C è lì dentro la libertà e
l'indipendenza della patria. Il suo ingegno superiore e pratico non gli
consentiva le illusioni, e lo teneva ne' limiti del possibile. E quando vide
perduta la libertà, pensò all'indipendenza e cercò negli stessi Medici lo
strumento della salvezza. Certo, anche questa era un'utopia o una illusione,
un'ultima tavola alla quale si afferra il misero nell'inevitabile naufragio; ma
un'utopia che rivelava la forza e la giovinezza della sua anima e la vivacità
della sua fede. Se Francesco Guicciardini vide più giusto e con più
esatto sentimento delle condizioni d'Italia, è che la sua coscienza era già
vuota e petrificata. L'immagine del Machiavelli è giunta ai posteri simpatica e
circondata di una aureola poetica per la forte tempra e la sincerità del
patriottismo e l'elevatezza del linguaggio, e per quella sua aria di virilità e
di dignità fra tanta folla di letterati venderecci. La sua influenza non fu
pari al suo merito. Era tenuto uomo di penna e di tavolino, come si direbbe
oggi, più che uomo di Stato e di azione. E la sua povertà, la vita scorretta,
le "abitudini plebee e fuori della regola", come gli rimproverava il
correttissimo Guicciardini, non gli aumentavano reputazione. Consapevole della
sua grandezza, disprezzava quelle esteriorità delle forme e quei mezzi
artificiali di farsi via nel mondo, che sono sì familiari e sì facili ai
mediocri. Ma la sua influenza è stata grandissima nella posterità, e la sua
fama si è ita sempre ingrandendo tra gli odii degli uni e le glorificazioni
degli altri. Il suo nome è rimasto la bandiera intorno alla quale hanno
battagliato le nuove generazioni, nel loro contraddittorio movimento ora
indietro ora innanzi. C è un piccolo libro del Machiavelli, tradotto in tutte
le lingue, il Principe, che ha gettato nell'ombra le altre sue opere. L'autore
è stato giudicato da questo libro, e questo libro è stato giudicato non nel suo
valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. E hanno trovato che
questo libro è un codice della tirannia, fondato sulla turpe massima che il
fine giustifica i mezzi e il successo loda l'opera. E hanno chiamato
"machiavellismo" questa dottrina. Molte difese si sono fatte di
questo libro, ingegnosissime, attribuendosi all'autore questa o quella
intenzione più o meno lodevole. Così n'è uscita una discussione limitata e un
Machiavelli rimpiccinito. Questa critica non è che una pedanteria. Ed è
anche una meschinità porre la grandezza di quell'uomo nella sua utopia italica,
oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l'immagine, e cercarvi i
fondamenti della sua grandezza. Niccolò Machiavelli è innanzi tutto la
coscienza chiara e seria di tutto quel movimento, che, nella sua spontaneità,
dal Petrarca e dal Boccaccio si stende sino alla seconda metà del Cinquecento.
In lui comincia veramente la prosa, cioè a dire la coscienza e la riflessione
della vita. Anche lui è in mezzo a quel movimento, e vi piglia parte, ne ha le
passioni e le tendenze. Ma, passato il momento dell'azione, ridotto in
solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito, ha la forza di
staccarsi dalla sua società e interrogarla: - Cosa sei? dove vai? -
L'Italia aveva ancora il suo orgoglio tradizionale, e guardava l'Europa con
l'occhio di Dante e del Petrarca, giudicando barbare tutte le nazioni oltre le
Alpi. Il suo modello era il mondo greco e romano, che si studiava di assimilarsi.
Sovrastava per coltura, per industrie, per ricchezze, per opere d'arti e
d'ingegno: teneva senza contrasto il primato intellettivo in Europa.
Grave fu lo sgomento negl'italiani quando ebbero gli stranieri in casa;
ma vi si abituarono e trescarono con quelli, confidando di cacciarli via tutti
con la superiorità dell'ingegno. Spettacolo pieno di ammaestramento è vedere,
tra lanzi, svizzeri, tedeschi e francesi e spagnoli, l'alto e spensierato riso
di letterati, artisti, latinisti, novellieri e buffoni nelle eleganti corti
italiane. Fin nei campi i sonettisti assediavano i principi: Giovanni de'
Medici cadeva tra i lazzi di Pietro Aretino. Gli stranieri guardavano
attoniti le meraviglie di Firenze, di Venezia, di Roma e tanti miracoli
dell'ingegno; e i loro principi regalavano e corteggiavano i letterati, che con
la stessa indifferenza celebravano Francesco primo e Carlo quinto. L'Italia era
inchinata e studiata dai suoi devastatori, come la Grecia fu dai romani.
Fra tanto fiore di civiltà e in tanta apparenza di forza e di grandezza mise lo
sguardo acuto Niccolò Machiavelli, e vide la malattia dove altri vedevano la
più prospera salute. Quello che oggi diciamo « decadenza » egli disse «
corruttela », e base di tutte le sue speculazioni fu questo fatto: la
corruttela della razza italiana, anzi latina, e la sanità della germanica. La
forma più grossolana di questa corruttela era la licenza de' costumi e del
linguaggio, massime nel clero: corruttela che già destò l'ira di Dante e di
Caterina, ed ora messa in mostra nei dipinti e negli scritti, penetrata in
tutte le classi della società e in tutte le forme della letteratura, divenuta
come una salsa piccante che dava sapore alla vita. La licenza,
accompagnata con l'empietà e l'incredulità, aveva a suo principal centro la
corte romana, protagonisti Alessandro sesto e Leone decimo. Fu la vista di
quella corte che infiammò le ire di Savonarola e stimolò alla separazione
Lutero e i suoi concittadini. Nondimeno il clero per abito tradizionale
tuonava dal pergamo contro quella licenza. Il Vangelo rimaneva sempre un ideale
non contrastato, salvo a non tenerne alcun conto nella vita pratica: il
pensiero non era più la parola, e la parola non era più l'azione; non c'era
armonia nella vita. In questa disarmonia era il principale motivo comico del
Boccaccio e degli altri scrittori di commedie, di novelle e di capitoli. Nessun
italiano, parlando in astratto, poteva trovar lodevole quella licenza, ai cui
allettamenti pur non sapeva resistere. Altra era la teoria, altra la pratica. E
nessuno poteva , non desiderare una riforma de' costumi, una restaurazione
della coscienza. Sentimenti e desideri vani, affogati nel rumore di quei
baccanali. Non c' era il tempo di piegarsi in sé, di considerare la vita
seriamente. Pure erano sentimenti e desideri che più tardi fruttificarono e
agevolarono l'opera del concilio di Trento e la reazione cattolica.
Rifare il medioevo e ottenere la riforma de' costumi e delle coscienze con una
ristaurazione religiosa e morale, era stato il concetto di Geronimo Savonarola,
ripreso poi e purgato nel concilio di Trento. Era il concetto più accessibile
alle moltitudini e più facile a presentarsi. I volghi cercano la medicina a'
loro mali nel passato. Machiavelli, pensoso e inquieto in mezzo a quel carnevale
italiano, giudicava quella corruttela da un punto di vista più alto. Essa era
non altro che lo stesso medio evo in putrefazione, morto già nella coscienza,
vivo ancora nelle forme e nelle istituzioni. E perciò, non che pensasse di
ricondurre indietro l'Italia e di restaurare. il medio evo, concorse alla sua
demolizione. L'altro mondo, la cavalleria, l'amore platonico sono i tre
concetti fondamentali, intorno ai quali si aggira la letteratura nel medio evo,
de' quali la nuova letteratura è la parodia più o meno consapevole. Anche
nella faccia del Machiavelli sorprendi un momento ironico quando parla del
medio evo, sopratutto allora che affetta maggior serietà. La misura del
linguaggio rende più terribili i suoi colpi. Nella sua opera demolitiva è visibile
la sua parentela col Boccaccio e col Magnifico. Il suo Belfegor è della stessa
razza dalla quale era uscito Astarotte. Ma la sua negazione non è pura
buffoneria, puro effetto comico, uscito da coscienza vuota. In quella negazione
c'è un'affermazione, un altro mondo sorto nella sua coscienza. E perciò la sua
negazione è seria ed eloquente. Papato e impero, guelfismo e ghibellinismo,
ordini feudali e comunali, tutte queste istituzioni sono demolite nel suo
spirito. E sono demolite, perchè nel suo spirito è sorto un nuovo edificio
sociale e politico. Le idee che generarono quelle istituzioni sono morte,
non hanno più efficacia di sorta sulla coscienza, rimasta vuota. E in
quest'ozio interno è la radice della corruttela italiana. Questo popolo non si
può rinnovare se non rifacendosi una coscienza. Ed è a questo che attende
Machiavelli. Con una mano distrugge, con l'altra edifica. Da lui comincia, in
mezzo alla negazione universale e vuota, la ricostruzione. Non è
possibile seguire la sua dottrina nel particolare. Basti qui accennare la idea
fondamentale. Il medio evo riposa sopra questa base: che il peccato è
attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale, e la virtù è negazione della
vita terrena e contemplazione dell'altra; che questa vita non è la realtà o la
verità, ma ombra e apparenza; e che la realtà è non quello che è, ma quello che
deve essere, e perciò il suo vero contenuto è l'altro mondo, l'inferno, il
purgatorio, il paradiso, il mondo conforme alla verità e alla giustizia. Da
questo concetto della vita, teologico-etico, uscì la Divina commedia e tutta la
letteratura del Duecento e del Trecento. Il simbolismo e lo scolasticismo
sono le forme naturali di questo concetto. La realtà terrena è simbolica:
Beatrice è un simbolo, l'amore è un simbolo. E l'uomo e la natura hanno la loro
spiegazione e la loro radice negli enti o nelle universali, forze estramondane,
che sono la maggiore del sillogismo, l'universale da cui esce il particolare.
Tutto questo, forma e concetto, era già dal Boccaccio in qua negato, caricato,
parodiato, materia di sollazzo e di passatempo: pura negazione nella sua forma
cinica e licenziosa, che aveva a base la glorificazione della carne o del
peccato, la voluttà, l'epicureismo, reazione all'ascetismo. Andavano insieme
teologi e astrologi e poeti, tutti visionari: conclusione geniale della
Maccaronea, ispirata al Folengo dal mondo della luna ariostesco. In teoria c'
era una piena indifferenza, e in pratica una piena licenza. Machiavelli vive in
questo mondo e vi partecipa. La stessa licenza nella vita e la stessa
indifferenza nella teoria. La sua coltura non è straordinaria: molti a quel
tempo avanzavano lui e l'Ariosto di dottrina e di erudizione. Di speculazioni
filosofiche sembra così digiuno come di enunciazioni scolastiche e teologiche.
E, a ogni modo, non se ne cura. Il suo spirito è tutto nella vita
pratica. Nelle scienze naturali non sembra sia molto avanti, quando
vediamo che in alcuni casi accenna all'influsso delle stelle. Battista Alberti
avea certo una coltura più vasta e più compiuta. Niccolò non è filosofo della
natura: è filosofo dell'uomo. Ma il suo ingegno oltrepassa l'argomento e
prepara Galileo. L'uomo, come Machiavelli lo concepisce, non ha la faccia
estatica e contemplativa del medio evo e non ha la faccia tranquilla e idillica
del Risorgimento. Ha la faccia moderna dell'uomo che opera e lavora intorno ad
uno scopo. Ciascun uomo ha la sua missione su questa terra, secondo le sue
attitudini. La vita non è un giuoco d'immaginazione e non è contemplazione. Non
è teologia e non è neppure arte. Essa ha in terra la sua serietà, il suo scopo
e i suoi mezzi. Riabilitare la vita terrena, darle uno scopo,
rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, restituire l'uomo nella sua
serietà e nella sua attività : questo è lo spirito che aleggia in tutte le
opere del Machiavelli. E' negazione del medio evo, e insieme negazione del
Risorgimento. La contemplazione divina lo soddisfa così poco come la
contemplazione artistica. La coltura e l'arte gli paiono cose belle, non tali però
che debbano e possano costituire lo scopo della vita. Combatte
l'immaginazione come il nemico più pericoloso, e quel veder le cose in
immaginazione e non in realtà gli par proprio esser la malattia che si ha da
curare. Ripete ad ogni tratto che bisogna giudicar le cose come sono e non come
debbono essere. Quel «dover essere», a cui tende il contenuto nel medio
evo e la forma nel Risorgimento, deve far luogo all' « essere » o, com'egli
dice, alla verità « effettuale ». Subordinare il mondo dell'immaginazione, come
religione e come arte, al mondo reale, quale ci è posto dall'esperienza e
dall'osservazione: questa è la base del Machiavelli. Risecati tutti gli
elementi sopraumani e soprannaturali, pone a fondamento della vita la patria.
La missione dell'uomo su questa terra, il suo primo dovere è il patriottismo,
la gloria, la grandezza, la libertà della patria. Nel medio evo non c' era il
concetto di patria: c' era il concetto di fedeltà e di sudditanza. Gli uomini
nascevano tutti sudditi del papa e dell'imperatore, rappresentanti di Dio:
l'uno era lo spirito, l'altro il corpo della società. Intorno a questi due «
Soli » stavano gli astri minori: re, principi, duchi, baroni, a cui stavano di
contro in antagonismo naturale i comuni liberi. Ma la libertà era privilegio
papale e imperiale, e i comuni esistevano anch'essi per la grazia di Dio, e
perciò del papa o dell'imperatore, e spesso imploravano legati apostolici o
imperiali a tutela e pacificazione. Savonarola proclamò re di Firenze Gesù
Cristo, ben inteso lasciando a sè il diritto di rappresentarlo e interpretarlo.
E' un tratto che illumina tutte le idee di quel tempo. C'era ancora il
papa e c'era l'imperatore; ma l'opinione, sulla quale si fondava la loro
potenza, non c'era più nelle classi colte d'Italia. Il papa stesso e
l'imperatore avevano smesso l'antico linguaggio: il papa ingrandito di
territorio, diminuito di autorità; l'imperatore, debole e impacciato a casa. Di
papato e d'impero, di guelfi e ghibellini non si parlava in Italia che per riderne,
a quel modo che della cavalleria e di tutte le altre istituzioni. Di quel mondo
rimanevano avanzi, in Italia, il papa, i gentiluomini e gli avventurieri o
mercenari. Il Machiavelli vede nel papato temporale non solo un sistema di
governo assurdo e ignobile, ma il principale pericolo dell'Italia. Combatte il
concetto di un governo stretto, e tratta assai aspramente i gentiluomini,
reminiscenze feudali. E vede ne' mercenari o avventurieri la prima cagione
della debolezza italiana incontro allo straniero, e propone e svolge largamente
il concetto di una milizia nazionale. Nel papato temporale, nei gentiluomini,
negli avventurieri combatte gli ultimi vestigi del medio evo. La «patria» del
Machiavelli è naturalmente il Comune libero, libero per sua virtù e non per
grazia del papa e dell'imperatore, governo di tutti nell'interesse di tutti.
Ma, osservatore sagace, non gli può sfuggire il fenomeno storico de' grandi
Stati che si erano formati in Europa, e come il Comune era destinato anch'esso
a sparire con tutte le altre istituzioni del medio evo. Il suo Comune gli par
cosa troppo piccola e non possibile a durare davanti a quelle potenti
agglomerazioni delle stirpi, che si chiamavano "Stati" o
"Nazioni". Già Lorenzo, mosso dallo stesso pensiero, avea
tentato una grande lega italica, che assicurasse l' « equilibrio » tra i vari
Stati e la mutua difesa, e che pure non riuscì ad impedire l'invasione di Carlo
ottavo. Niccolò propone addirittura la costituzione di un grande Stato
italiano, che sia baluardo d'Italia contro lo straniero. Il concetto di patria
gli si allarga. Patria non è solo il piccolo comune, ma è tutta la nazione.
L'Italia nell'utopia dantesca è il «giardino dell'impero»; nell'utopia del
Machiavelli è la « patria », nazione autonoma e indipendente. La « patria
» del Machiavelli è una divinità, superiore anche alla moralità e alla legge. A
quel modo che il Dio degli ascetici assorbiva in sè l'individuo, e in nome di
Dio gl'inquisitori bruciavano gli eretici; per la patria tutto era lecito, e le
azioni, che nella vita privata sono delitti, diventavano magnanime nella vita
pubblica. «Ragion di Stato» e «salute pubblica» erano le formule volgari, nelle
quali si esprimeva questo diritto della patria, superiore ad ogni diritto. La
divinità era scesa di cielo in terra e si chiamava la « patria », ed era non
meno terribile. La sua volontà e il suo interesse era «suprema lex». Era sempre
l'individuo assorbito nell'essere collettivo. E quando questo essere collettivo
era assorbito a sua volta nella volontà di un solo o di pochi, avevi la
servitù. Libertà era la partecipazione più o meno larga de' cittadini
alla cosa pubblica. I dritti dell'uomo non entravano ancora nel codice della
libertà. L'uomo non era un essere autonomo e di fine a se stesso: era lo strumento
della patria o, ciò che è peggio, dello Stato: parola generica, sotto la quale
si comprendeva ogni specie di governo, anche il dispotico, fondato
sull'arbitrio di uno solo. PATRIA era dove tutti concorrevano più o
meno al governo e, se tutti ubbidivano, tutti comandavano: ciò dicevasi
"repubblica". E dicevasi "principato" dove uno comandava e
tutti ubbidivano. Ma, repubblica o principato, patria o Stato, il concetto era
sempre l'individuo assorbito nella società o, come fu detto poi, l'onnipotenza
dello Stato. Queste idee sono enunciate dal Machiavelli non come da lui
trovate e analizzate, ma come già per lunga tradizione ammesse e fortificate
dalla coltura classica. C è lì dentro lo spirito dell'antica Roma, che con la
sua immagine di gloria e di libertà attirava tutte le immaginazioni, e si
porgeva alle menti modello non solo nell'arte e nella letteratura, ma ancora
nello Stato. La patria assorbe anche una religione. Uno Stato non può vivere
senza una religione. E se il Machiavelli si duole della corte romana, non è
solo perchè a difesa del suo dominio temporale è costretta a chiamar gli
stranieri, ma ancora perché coi suoi costumi disordinati e licenziosi ha
diminuita nel popolo l'autorità della religione. Ma egli vuole una
religione di Stato, che sia in mano del principe un mezzo di governo. Della
religione si era perduto il senso, ed era arte presso i letterati e istrumento
politico negli statisti. Anche la moralità gli piace, e loda la generosità, la
clemenza, l'osservanza della fede, la sincerità e le altre virtù, ma a patto
che ne venga bene alla patria; e se le incontra sulla sua via non come
istrumenti ma come ostacoli, li spezza. Leggi spesso lodi magnifiche della
religione e delle altre virtù de' buoni principi; ma c è un po' odore di
rettorica, che spicca più in quel fondo ignudo della sua prosa. Non è in lui e
non è in nessuno de' suoi contemporanei un sentimento religioso e morale
schietto e semplice. Noi, che vediamo le cose di lontano, troviamo in queste
dottrine lo Stato laico, che si emancipa dalla teocrazia e diviene a sua volta
invadente. Ma allora la lotta era ancor viva, e 'una esagerazione portava
l'altra. Togliendo le esagerazioni, ciò che esce dalla lotta è l'autonomia e
l'indipendenza del potere civile, che ha la sua legittimità in se stesso,
sciolto ogni vincolo di vassallaggio e di subordinazione a Roma. Nel
Machiavelli non c è alcun vestigio di diritto divino. Il fondamento delle
repubbliche è «vox populi», il consenso di tutti. E il fondamento de'
principati è la forza, o la conquista legittima assicurata dal buon governo. Un
po' di cielo e un po' di papa c'entra pure, ma come forze atte a mantenere i
popoli nell'ubbidienza e nell'osservanza delle leggi. Stabilito il centro della
vita in terra e attorno alla patria, al Machiavelli non possono piacere le
virtù monacali dell'umiltà e della pazienza, che hanno « disarmato il cielo ed
effeminato il mondo » e che rendono l'uomo più atto a « sopportare le ingiurie
che a vendicarle». « Agere et pati fortia romanum est ». Il cattolicesimo,
male interpretato, rende l'uomo più atto a patire che a fare. Il Machiavelli
attribuisce a questa educazione ascetica e contemplativa la fiacchezza del
corpo e dell'animo, che rende gl'italiani inetti a cacciar via gli stranieri e
a fondare la libertà e l'indipendenza della patria. La virtù è da lui
intesa nel senso romano, e significa « forza », « energia », che renda gli
uomini atti ai grandi sacrifici e alle grandi imprese. Non è che agl'italiani
manchi il valore; anzi ne' singolari incontri riescono spesso vittoriosì: manca
l'educazione o la disciplina o, come egli dice, « i buoni ordini e le buone
armi », che fanno gagliardi e liberi i popoli. Alla virtù premio è la gloria.
«Patria», « virtù », « gloria », sono le tre parole sacre, la triplice base di
questo mondo. Come gl'individui hanno la loro missione in terra, così anche le
nazioni. Gl'individui senza patria, senza virtù, senza gloria sono atomi
perduti, «numerus fruges consumere nati». E parimente ci sono nazioni oziose e
vuote, che non lasciano alcun vestigio di sè nel mondo. Nazioni storiche sono
quelle che hanno adempiuto un ufficio nell'umanità o, come dicevasi allora, nel
« genere umano », come Assiria, Persia, Grecia e Roma. Ciò che rende grandi le
nazioni è la virtù o la tempra, gagliardia intellettuale e corporale, che forma
il carattere o la forza morale. Ma, come gl'individui, così le nazioni hanno la
loro vecchiezza, quando le idee che le hanno costituite s'indeboliscono nella
coscienza e la tempra si fiacca. E l'indirizzo del mondo fugge loro dalle mani
e' passa ad altre nazioni. Il mondo non è regolato da forze soprannaturali o
casuali, ma dallo spirito umano, che procede secondo le sue leggi organiche e
perciò fatali. Il fato storico non è la provvidenza e non è la fortuna, ma la «
forza delle cose », determinata dalle leggi dello spirito e della na tura. Lo
spirito è immutabile nelle sue facoltà ed immortale nella sua produzione.
Perciò la storia non è accozzamento di fatti fortuiti o provvidenziali, ma
concatenazione necessaria di cause e di effetti, il risultato delle forze messe
in moto dalle opinioni, dalle passioni e dagl'interessi degli uomini. La
politica o l'arte del governare ha per suo campo non un mondo etico,
determinato dalle leggi ideali della moralità, ma il mondo reale, come si trova
nel tal luogo e nel tal tempo. Governare è intendere e regolare le forze che
muovono il mondo. Uomo di Stato è colui che sa calcolare e maneggiare queste
forze e volgerle a' suoi fini. La grandezza e la caduta delle nazioni non
sono dunque accidenti o miracoli, ma sono effetti necessari, che hanno le loro
cause nella qualità delle forze che le muovono. E quando queste forze sono in
tutto logore, esse muoiono. E a governare, quelli che stanno solo a fare i
leoni, non se ne intendono. Ci vuole anche la volpe o la prudenza, cioè
l'intelligenza, il calcolo e il maneggio delle forze che muovono gli Stati.
Come gl'individui, così le nazioni hanno legami tra loro, diritti e doveri. E
come c è un diritto privato, così c è un diritto pubblico o diritto delle
genti, o, come dicesi oggi, diritto internazionale. Anche la guerra ha le sue
leggi. Le nazioni muoiono. Ma lo spirito umano non muore mai. Eternamente
giovane; passa da una nazione a un'altra, e continua secondo le sue leggi
organiche la storia del genere umano. C'è dunque non solo la storia di questa o
quella nazione, ma la storia del mondo, anch'essa fatale o logica, determinata
nel suo corso dalle leggi organiche dello spirito. La storia del genere umano
non è che la storia dello spirito o del pensiero. Di qui esce ciò che poi fu
detto « filosofia della storia ». Di questa filosofia della storia e di un
dritto delle genti non c è nel Machiavelli che la semplice base scientifica, un
punto di partenza segnato con chiarezza e indicato a' suoi successori. Il suo
campo chiuso è la politica e la storia. Questi concetti non sono nuovi. I
concetti filosofici, come i poetici, suppongono una lunga elaborazione. Ci si
vede qui dentro le conseguenze naturali di quel grande movimento, sotto forme
classiche realista, ch'era in fondo l'emancipazione dell'uomo dagli elementi
soprannaturali e fantastici, e la conoscenza e il possesso di se stesso. E ai
contemporanei non parvero nuovi nè audaci, vedendo ivi formulato quello che in
tutti era sentimento vago. L'influenza del mondo pagano è visibile anche nel
medio evo: anche in Dante Roma è presente allo spirito. Ma lì è Roma
provvidenziale e imperiale, la Roma di Cesare; e qui è Roma repubblicana, e
Cesare vi è severamente giudicato. Dante chiama le gloriose imprese della
repubblica « miracoli della provvidenza », come preparazione all'impero: dove
per il Machiavelli non ci sono miracoli, o i miracoli sono i buoni ordini; e se
alcuna parte dà alla fortuna, la dà principalmente alla virtù. Di lui è questo
motto profondo: « I buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna
nacquero i felici successi delle imprese ». Il classicismo dunque era la
semplice scorza, sotto alla quale le due età inviluppavano le loro tendenze.
Sotto al classicismo di Dante c'è il misticismo, il ghibellinismo: la corteccia
è c lassica, il nocciolo è medievale. E sotto al classicismo del
Machiavelli c' è lo spirito moderno che ivi cerca e trova se stesso. Ammira
Roma, quando biasima i suoi tempi, dove « non è cosa alcuna che gli ricomperi di
ogni estrema miseria, infamia vituperio, e non vi è osservanza di religione,
non di leggi e non di milizia, ma sono maculati di ogni ragione bruttura
». Crede con gli ordini e i costumi di Roma antica di poter rifare
quella grandezza e ritemprare i suoi tempi, e in molte proposte e in molte
sentenze senti le vestigia di quell'antica sapienza. Da Roma gli viene anche la
nobiltà dell'ispirazione e una certa elevatezza morale. Talora ti pare un
romano avvolto nel pallio, in quella sua gravità; ma guardalo bene, e ci
troverai il borghese del Risorgimento, con quel suo risolino equivoco.
Savonarola è una reminiscenza del medio evo, profeta e apostolo a modo
dantesco; Machiavelli in quella sua veste romana è vero borghese moderno, sceso
dal piedistallo, uguale tra uguali, che ti parla alla buona e al naturale. E'
in lui lo spirito ironico del Risorgimento con lineamenti molto precisi de'
tempi moderni. Il medio evo qui crolla in tutte le sue basi: religiosa,
morale, politica, intellettuale. E non è solo negazione vuota. E' affermazione,
è il verbo. Di contro a ciascuna negazione sorge un' affermazione. Non è la
caduta del mondo: è il suo rinnovamento. Dirimpetto alla teocrazia sorge
l'autonomia e l'indipendenza dello Stato. Tra l'impero e la città o il feudo,
le due unità politiche del medio evo, sorge un nuovo ente, la nazione, alla
quale il Machiavelli assegna i suoi caratteri distintivi; la razza, la lingua,
la storia, i confini. Tra le repubbliche e i principati spunta già
una specie di governo medio o misto, che riunisca i vantaggi delle une e degli
altri e assicuri a un tempo la libertà e la stabilità: governo che è un
presentimento dei nostri ordini costituzionali, e di cui il Machiavelli dà i
primi lineamenti nel suo progetto per la riforma degli ordini politici in
Firenze. E' tutto un nuovo mondo politico che appare. Si veda, fra l'altro,
dove il Machiavelli parla della formazione de' grandi Stati, e sopratutto della
Francia. Anche la base religiosa è mutata. Il Machiavelli vuole recisa dalla
religione ogni temporalità e, come Dante, combatte la confusione de' due
reggimenti, e fa una descrizione de' principati ecclesiastici, notabile per la
profondità dell'ironia. La religione, ricondotta nella sua sfera
spirituale, è da lui considerata, non meno che l'educazione e l'istruzione,
come strumento di grandezza nazionale. E' in fondo l'idea di una Chiesa
nazionale, dipendente dallo Stato e accomodata ai fini e agli interessi della
nazione. Altra è pure la base morale. Il fine etico del medio evo è la santificazione
dell'anima, e il mezzo è la mortificazione della carne. Il Machiavelli, se
biasima la licenza de' costumi invalsa al suo tempo, non è meno severo verso
l'educazione ascetica. La sua dea non è Rachele, ma è Lia : non è la vita
contemplativa, ma la vita attiva. E perciò la virtù è per lui la vita
attiva, vita di azione e in servizio della patria. I suoi santi sono più simili
agli eroi dell'antica Roma che agl'iscritti nel calendario romano. O, per dir
meglio, il nuovo tipo morale non è il santo, ma è il patriota. E si rinnova
pure la base intellettuale. Secondo il gergo di allora, il Machiavelli non
combatte la verità della fede, ma la lascia da parte, non se ne occupa, e,
quando vi s'incontra, ne parla con un'aria equivoca di rispetto. Risecata dal
suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale, vi mette a base
l'immutabilità e l'immortalità del pensiero o dello spirito umano, fattore
della storia. Questo è già tutta una rivoluzione. E' il famoso «cogito », nel
quale s'inizia la scienza moderna. E' l'uomo emancipato dal mondo
soprannaturale e sopraumano, che, come lo Stato, proclama la sua autonomia e la
sua indipendenza e prende possesso del mondo. E si rinnova il metodo. Il
Machiavelli non riconosce verità a priori e princìpi astratti, e non riconosce
autorità di nessuno come criterio del vero. Di teologia e di filosofia e di
etica fa stima uguale: mondi d'immaginazione, fuori della realtà. La verità è
la cosa effettuale; e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata
con l'osservazione, lo studio intelligente dei fatti. Tutto il formolario
scolastico va giù. A quel vuoto meccanismo fondato sulle combinazioni astratte
dell'intelletto, incardinate nella pretesa esistenza degli universali,
sostituisce la forma ordinaria del parlare diritta e naturale. Le proposizioni
generali, le « maggiori » del sillogismo, sono capovolte, e compaiono in ultimo
come risultati di una esperienza illuminata dalla riflessione. In luogo del
sillogismo hai la «serie », cioè a dire concatenazione di fatti, che sono
insieme causa ed effetto, come si vede in questo esempio: Avendo la città di
Firenze... perduta parte di terre del suo imperio, come Pisa e altre terre, fu
necessitata a fare guerra a coloro che le occupavano, e perché chi le occupava
era potente, ne seguiva che si spendeva molto nella guerra senza alcun
risultato: dallo spendere molto ne risultava molte imposte, imposte infinite,
insofferenze del popolo; e poichè questa guerra era amministrata da una
magistratura di dieci cittadini... la moltitudine cominciò ad arrabbiarsi con
loro come se fossero cagione e della guerra e delle spese di essa. Qui i fatti
sono schierati in modo che si appoggiano e si spiegano a vicenda: sono una
doppia serie, l'una complicata, che ti dà le cause vere, visibile solo all'uomo
intelligente; l'altra semplicissima, che ti dà la causa apparente e
superficiale, e che pure è quella che trascina ad opere inconsulte
l'universale, con una serietà ed una sicurezza che rende profondamente ironica
la conclusione. I fatti saltan fuori a quel modo stesso che si sviluppano nella
natura e nell'uomo : non vi senti alcuno artificio. Ma è un'apparenza. Essi
sono legati, subordinati, coordinati dalla riflessione, sì che ciascuno ha il
suo posto, ha il suo valore di causa e di effetto, ha il suo ufficio in tutta
la catena: il fatto non è solo fatto o accidente, ma è ragione, considerazione:
sotto la narrazione si cela l'argomentazione. Così l'autore ha potuto in poche
pagine condensare tutta la storia del medio evo e farne magnifico vestibulo
alla sua storia di Firenze. I suoi ragionamenti sono anche essi fatti
intellettuali, e perciò l'autore si contenta di enunciare e non dimostra
nulla. Sono fatti cavati dalla storia, dall'esperienza del mondo, da
un'acuta osservazione, e presentati con semplicità pari all'energia. Molti di
questi fatti intellettuali sono rimasti anche oggi popolari nella bocca di
tutti, com'è quel « ritirare le cose ai loro princìpi », o quell'ironia de' «
profeti disarmati », o « gli uomini si stuccano del bene, e del male si
affliggono », o « gli uomini bisogna carezzarli o spegnerli ». Di queste
sentenze o pensieri ce ne sono molte raccolte. E sono un intero arsenale, dove
hanno attinto gli scrittori, vestiti delle sue spoglie. Come
esempio di questi fatti intellettuali usciti da una mente elevata e peregrina,
ricordo la famosa dedica de' suoi Discorsi. Con la forma scolastica rovina la
forma letteraria, fondata sul periodo. Ne' lavori didascalici il periodo era
una forma sillogistica dissimulata, una proposizione corteggiata dalla sua
«maggiore» e dalle sue idee medie: ciò che dicevasi «dimostrazione », se la
materia era intellettuale, o « descrizione », se la materia era di puri fatti.
Machiavelli ti dà semplici proposizioni, ripudiato ogni corteggio: non descrive
e non dimostra; narra o enuncia, e perciò non ha artificio di periodo. Non solo
uccide la forma letteraria, ma uccide la forma stessa come forma; e fa questo
nel secolo della forma, la sola divinità riconosciuta. Appunto
perchè ha piena la coscienza di un nuovo contenuto, per lui il contenuto è
tutto e la forma è nulla. O, per dire più corretto, la forma è essa medesima la
cosa nella sua verità effettuale, cioè nella sua esistenza intellettuale o
materiale. Ciò che a lui importa, non è che la cosa sia ragionevole o morale o
bella, ma che la sia. Il mondo è così e così; e si vuol pigliarlo com'è, ed è
inutile cercare se possa o debba essere altrimenti. La base della vita, e
perciò del sapere, è il « Nosce te ipsum », la conoscenza del mondo nella sua
realtà. Il fantasticare, il dimostrare, il descrivere, il moralizzare
sono frutto d'intelletti collocati fuori della vita e abbandonati
all'immaginazione. Perciò il Machiavelli purga la sua prosa di ogni elemento
astratto, etico e poetico. Guardando il mondo con uno sguardo superiore, il suo
motto è: « Nil admirari ». Non si meraviglia e non si appassiona, perchè
comprende; come non dimostra e non descrive, perchè vede e tocca. Investe la
cosa direttamente, e fugge le perifrasi, le circonlocuzioni, le amplificazioni,
le argomentazioni, le frasi e le figure, i periodi e gli ornamenti, come
ostacoli e indugi alla visione. Sceglie la via più breve, e perciò la diritta:
non si distrae e non distrae. Ti dà una serie stretta e rapida di
proposizioni e di fatti, soppresse tutte le idee medie, tutti gli accidenti e
tutti gli episodi. Ha l'aria del pretore, che «non curat de minimis », di un
uomo occupato in cose gravi, che non ha tempo nè voglia di guardarsi attorno.
Quella sua rapidità, quel suo condensare non è un artificio, come talora è in
Tacito e sempre è nel Davanzati; ma è naturale chiarezza di visione, che gli
rende inutili tutte quelle idee medie, di cui gli spiriti mediocri hanno
bisogno per giungere faticosamente ad una conseguenza, ed è insieme pienezza di
cose, che non gli fa sentire necessità di riempiere gli spazi vuoti con
belletti e impolpature, che tanto piacciono a' cervelli oziosi. La sua
semplicità talora è negligenza, la sua sobrietà talora è magrezza: difetti
delle sue qualità. E sono pedanti quelli che cercano il pel nell'uovo, e
gonfiano le gote in aria di pedagoghi, quando in quella divina prosa trovino
latinismi, slegature, scorrezioni e simili negligenze. La prosa del
Trecento manca di organismo, e perciò non ha ossatura, non interna coesione vi
abbonda l'affetto e l'immaginativa, vi scarseggia l'intelletto. Nella prosa del
Cinquecento hai l'apparenza, anzi l'affettazione dell'ossatura, la cui
espressione è il periodo. Ma l'ossatura non è che esteriore, e quel lusso di
congiunzioni e di membri e d'incisi mal dissimula il vuoto e la dissoluzione
interna. Il vuoto non è nell'intelletto, ma nella coscienza, indifferente e
scettica. Perciò il lavoro intellettivo è tutto al di fuori, frasche e fiori.
Gli argomenti più frivoli sono trattati con la stessa serietà degli argomenti
gravi, perchè la coscienza è indifferente ad ogni specie di argomento, grave o
frivolo. Ma la serietà è apparente, è tutta formale e perciò retorica: l'animo
vi rimane profondamente indifferente. Monsignor della Casa scrive l'orazione a
Carlo quinto con lo stesso animo che scrive il capitolo sul forno: salvo che
qui è nella sua natura e ti riesce cinico, lì è fuori della sua natura e ti
riesce falso. Il Galateo e il Cortigiano sono le due migliori prose di quel
tempo, come rappresentazione di una società pulita ed elegante, tutta al di
fuori, in mezzo alla quale vivevano il Casa e il Castiglione, e che poneva la
principale importanza della vita ne' costumi e ne' modi. Anche
l'intelletto, in quella sua virilità oziosa, poneva la principale importanza
della composizione ne' costumi e ne' modi ovvero nell'abito.
Quell'abbigliamento boccaccevole e ciceroniano divenne in breve convenzionale,
un meccanismo tutto d'imitazione, a cui l'intelletto stesso rimaneva estraneo.
I filosofi non avevano ancora smesse le loro forme scolastiche; i poeti
petrarcheggiavano; i prosatori usavano un genere bastardo, poetico e retorico,
con l'imitazione esteriore del Boccaccio: la malattia era una, la passività o
indifferenza dell'intelletto, del cuore, dell'immaginazione, cioè a dire di
tutta l'anima. C' era lo scrittore, non c' era l'uomo. E fin d'allora fu
considerato lo scrivere come un mestiere, consistente in un meccanismo che
dicevasi « forma letteraria », nella piena indifferenza dell'animo: divorzio
compiuto tra l'uomo e lo scrittore. Fra tanto infuriare di prose
rettoriche e poetiche, comparve la prosa del Machiavelli, presentimento della
prosa moderna. Qui l'uomo è tutto, e non c è lo scrittore, o c è solo in quanto
uomo. Il Machiavelli sembra quasi ignori che ci sia un'arte dello scrivere,
ammessa generalmente e divenuta moda o convenzione. Talora ci si prova e ci
riesce maestro; ed è, quando vuol fare il letterato, anche lui. L'uomo è in lui
tutto. Quello che scrive è - una produzione immediata del suo cervello, esce
caldo caldo dal di dentro: cose e impressioni, spesso condensate in una parola.
Perché è un uomo che pensa e sente, distrugge e crea, osserva e riflette, con
lo spirito sempre attivo e presente. Cerca la cosa, non il suo colore: pure la
cosa vien fuori insieme con le impressioni fatte nel suo cervello, perciò
naturalmente colorita, traversata d'ironia, di malinconia, di indignazione, di
dignità, ma principalmente lei nella sua chiarezza plastica. Quella prosa è
chiara e piena come un marmo, ma un marmo qua è là venato. E' la grande maniera
di Dante che vive là dentro. Parlando dei mutamenti introdotti dal
medio evo nei nomi delle cose e degli uomini, finisce così: «Gli uomini ancora,
di Cesari e Pompei, Pieri, Giovanni e Mattei diventarono ». Qui non c è che il
marmo, la cosa ignuda; ma quante vene in questo marmo! Ci senti tutte le
impressioni fatte da quell'immagine nel suo cervello, l'ammirazione per quei
Cesari e Pompei il disprezzo per quei Pieri e Mattei, lo sdegno di quel mutamento;
e lo vedi alla scelta caratteristica dei nomi, al loro collocamento in
contrasto come nemici, e a quell'ultimo ed energico "diventarono",
che accenna a mutamenti non solo di nomi ma di animi. Questa prosa,
asciutta, precisa e concisa, tutta pensiero e tutta cose, annunzia l'intelletto
già adulto, emancipato da elementi mistici, etici e poetici, e divenuto il
supremo regolatore del mondo: la logica o la forza delle cose, il fato moderno.
Questo è in effetti il senso intimo del mondo, come il Machiavelli lo
concepisce. Lasciando da parte le sue origini, il mondo è quello che è: un
attrito di forze umane e naturali, dotate di leggi proprie. Ciò che dicesi
«fato», non è altro che la logica, il risultato necessario di queste forze,
appetiti, istinti, passioni, opinioni, fantasie, interessi, mosse e regolate da
una forza superiore, lo spirito umano, il pensiero, l'intelletto. Il Dio di
Dante è l'amore, forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era
sapienza. Il Dio di Machiavelli è l'intelletto, l'intelligenza e la regola
delle forze mondane: il risultato è scienza. - Bisogna amare - dice Dante. -
Bisogna intendere - dice Machiavelli. L'anima del mondo dantesco è il cuore,
l'anima del mondo machiavellico è il cervello. Quel mondo è essenzialmente
mistico ed etico: questo è essenzialmente umano e logico. La virtù muta il suo
significato: non è sentimento morale, ma è semplicemente forzao energia, la
tempra dell'animo; e Cesare Borgia è virtuoso perchè avea la forza di operare
secondo logica, cioè di accettare i mezzi quando aveva accettato lo scopo. Se
l'anima del mondo è il cervello, hai una prosa che è tutta e sola
cervello. Ora possiamo comprendere il Machiavelli nelle sue applicazioni.
La storia di Firenze sotto forma narrativa è una logica degli avvenimenti. Dino
scrive col cuore commosso, con l'immaginazione colpita: tutto gli par nuovo,
tutto offende il suo senso morale. Vi domina il sentimento etico, come in
Dante, nel Mussato, in tutti i trecentisti. Ma ciò che interessa il Machiavelli
è la spiegazione de' fatti nelle forze motrici degli uomini, e narra calmo e
meditativo, a modo di filosofo che ti dia l'interpretazione del mondo. I
personaggi non sono còlti nel caldo dell'affetto e nel tumulto dell'azione: non
è una storia drammatica. L'autore non è sulla scena nè dietro la scena,
ma è nella sua camera, e, mentre i fatti gli sfilano avanti, cerca afferrarne i
motivi. La sua apatia non è che preoccupazione di filosofo, inteso a spiegare e
tutto raccolto in questo lavoro intellettivo, non distratto da emozioni e
impressioni. E' l'apatia dell'ingegno superiore, che guarda con compassione a'
moti convulsi e nervosi delle passioni. Ne' Discorsi ci è maggior vita
intellettuale. L'intelletto si stacca da' fatti, e vi torna per attingervi lena
e ispirazione. I fatti sono il punto fermo intorno a cui gira. Narra breve,
come chi ricordi quello che tutti sanno ed ha fretta di uscirne. Ma, appena
finito il racconto, comincia il discorso. L'intelletto, come rinvigorito a
quella fonte, se ne spicca tutto pieno d'ispirazioni originali, sorpreso e
contento insieme. Senti lì il piacere di quell'esercizio intellettuale e di
quella originalità, di quel dir cose che a' volgari sembrano paradossi.
Quei pensieri sono come una schiera ben serrata, dove non penetra niente dal di
fuori a turbarvi l'ordine. Non è una mente agitata nel calore della produzione,
tra quel flutto d'immaginazioni e di emozioni che ti annunzia la fermentazione,
come avviene talora anche ai più grandi pensatori. E' l'intelletto pieno di gioventù
e di freschezza, tranquillo nella sua forza e in sospetto di tutto ciò che non
è lui. Digressioni, immagini, effetti, paragoni, giri viziosi, perplessità di
posizioni: tutto è bandito in queste serie disciplinate d'idee, mobili e
generative, venute fuori da un vigor d'analisi insolito e legate da una logica
inflessibile. Tutto è profondo, ed è così chiaro e semplice che ti pare
superficiale. Il fondamento dei' Discorsi è questo: che gli uomini « non
sanno essere nè in tutto buoni nè in tutto tristi », e perciò non hanno tempra
logica, non hanno virtù. Hanno velleità, non hanno volontà. Immaginazioni,
paure, speranze, vane cogitazioni, superstizioni tolgono loro la risolutezza.
Perciò « stanno » volentieri «in sull'ambiguo», e scelgono le «vie di mezzo», e
«seguono le apparenze ». C è nello spirito umano uno stimolo o appetito
insaziabile, che lo tiene in continua opera e produce il progresso storico.
Ond'è che gli uomini non sono tranquilli e salgono di un'ambizione a un'altra,
e prima si difendono e poi offendono, e più uno ha, più desidera. Sicchè negli
scopi gli uomini sono infiniti, e ne' mezzi sono perplessi e incerti. Quello
che degli individui, si può dire anche dell'uomo collettivo, come famiglia o
classe. Nella società non c' è in fondo che due sole classi: degli « abbienti »
e de' «non abbienti», de' ricchi e de' poveri. E la storia non è se non
l'eterna lotta tra chi ha e chi non ha. Gli ordini politici sono
mezzi di equilibrio tra le classi. E sono liberi quando hanno a fondamento l' «
equalità ». Perciò libertà non può essere dove sono « gentiluomini » o classi
privilegiate. E' chiaro che una scienza o arte politica non è possibile quando
non abbia per base la conoscenza della materia su che si ha a esercitare, cioè
dell'uomo come individuo e come classe. Perciò una gran parte di questi
Discorsi sono ritratti sociali delle moltitudini o delle plebi, degli ottimati
o gentiluomini, de' principi, de' francesi, de' tedeschi, degli spagnoli,
d'individui e di popoli. Sono ritratti finissimi per originalità di
osservazione ed evidenza di esposizione, ne' quali vien fuori il « carattere »,
cioè quelle forze che muovono individui e popoli o classi ad operare così o
così. Le sue osservazioni sono frutto di una esperienza propria e immediata, e
perciò freschissime e vive anche oggi. Poiché il carattere umano ha
questa base comune, che i desidèri o appetiti sono infiniti, e debole ed
esitante è la virtù di conseguirli, hai sproporzione tra lo scopo e i mezzi;
onde nascono le oscillazioni e i disordini della storia. Perciò la scienza
politica o l'arte di condurre e governare gli uomini ha per base la precisione
dello scopo e la virtù de' mezzi; e in questa consonanza è quella energia
intellettuale, che fa grandi gli uomini e le nazioni. La logica governa il
mondo. Questo punto di vista logico, preponderante nella storia, comunica
all'esposizione una calma intellettuale piena di forza e di sicurezza, come di
uomo che sa e vuole. Il cuore dell'uomo s'ingrandisce col cervello. Più uno sa
e più osa. Quando la tempra è fiacca, di' pure che l'intelletto è oscuro.
L'uomo allora non sa quello che vuole, tirato in qua e in là dalla sua
immaginazione e dalle sue passioni, com'è proprio del volgo. Un'applicazione di
questa implacabile logica è il Principe. Machiavelli biasima i principi che per
frode o per forza tolgono la libertà ai popoli. Ma, avuto lo Stato, indica loro
con quali mezzi debbano mantenerlo. Lo scopo non è qui la difesa della patria,
ma la conservazione del principe: se non che il principe provvede a se stesso,
provvedendo allo Stato. L'interesse pubblico è il suo interesse. Libertà non
può dare, ma può dare buone leggi che assicurino l'onore, la vita, là sostanza
de' cittadini. Deve mirare a procacciarsi il favore e la grazia del popolo,
tenendo in freno i gentiluomini e gli uomini turbolenti. Governi i sudditi, non
ammazzandoli, ma studiandoli e comprendendoli: «non ingannato da loro, ma
ingannando loro». Come stanno alle apparenze, il principe deve darsi tutte le
buone apparenze, e, non volendo essere, parere almeno religioso, buono,
clemente, protettore delle arti e degl'ingegni. Nè tema d'essere scoperto;
perchè gli uomini sono naturalmente semplici e creduli. Ciò che in loro ha più
efficacia è la paura: perciò il principe miri a farsi temere più che amare.
Sopratutto eviti di rendersi odioso o spregevole. Chi legge il trattato De
regimine principum di Egidio Colonna, vi troverà un magnifico mondo etico,
senza alcun riscontro con la vita reale. Chi legge questo Principe del
Machiavelli, vi troverà un crudele mondo logico, fondato sullo studio dell'uomo
e della vita. L'uomo vi è, come natura, sottoposto nella sua azione a leggi
immutabili, non secondo criteri morali, ma secondo criteri logici. Ciò che gli
si deve domandare non è se quello che egli fa sia buono o bello, ma se sia
ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra i mezzi e lo scopo. Il mondo non è
governato dalla forza come forza, ma dalla forza come intelligenza.
L'Italia non ti poteva dare più un mondo divino ed etico: ti dà un mondo logico.
Ciò che era in lei ancora intatto era l'intelletto; e il Machiavelli ti dà il
mondo dell'intelletto, purgato dalle passioni e dalle immaginazioni.
Machiavelli bisogna giudicarlo da quest'alto punto di vista. Ciò a cui mira è
la serietà intellettuale, cioè la precisione dello scopo, e la virtù di andarvi
diritto senza guardare a destra e a manca e lasciarsi indugiare o traviare da
riguardi accessorii o estranei. La chiarezza dell'intelletto, non
intorbidito da elementi soprannaturali o fantastici o sentimentali, è il suo
ideale. E il suo eroe è il domatore dell'uomo e della natura, colui che
comprende e regola le forze naturali e umane, e le fa suoi istrumenti. Lo scopo
può essere lodevole o biasimevole; e se è degno di biasimo, è lui il primo ad
alzare la voce e protestare in nome del genere umano.Vedasi il capitolo decimo,
una delle proteste più eloquenti che siano uscite da un gran cuore, Ma, posto
lo scopo, la sua ammirazione è senza misura per colui che ha voluto e saputo
conseguirlo. La responsabilità morale è nello scopo, non è nei mezzi. Quanto ai
mezzi, la responsabilità è nel non sapere o nel non volere, nell'ignoranza o
nella fiacchezza. Ammette il terribile; non ammette l'odioso o lo spregevole.
L'odioso è il male fatto per libidine o per passione o per fanatismo, senza
scopo. Lo spregevole è la debolezza della tempra, che non ti fa andare là dove
l'intelletto ti dice che pur bisogna andare. Quando Machiavelli
scriveva queste cose, l'Italia si trastullava nei romanzi e nelle novelle, con
lo straniero in casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato.
La tempra era rotta. Tutti volevano cacciare lo straniero, a tutti «puzzava il
barbaro dominio»; ma erano solo velleità. E si comprende come il
Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra, attaccando il male nella
sua radice. Senza tempra, moralità, religione, libertà, virtù sono frasi. Al
contrario, quando la tempra si rifà, si rifà tutto l'altro. E Machiavelli
glorifica la tempra anche del male. Innanzi a lui è più uomo Cesare Borgia,
intelletto chiaro e animo fermo, ancorachè destituito d'ogni senso morale, che
il buon Pier Soderini, cima di galantuomo, ma. «anima sciocca», che per la sua
incapacità e la sua fiacchezza perdette la repubblica. Ma, se in Italia
la tempra era infiacchita, lo spirito era integro. Se da una parte Machiavelli
poneva a base della vita l'essere « uomo », iniziando l"età virile della
forza intelligente, d'altra parte il motivo principale comico dello spirito
italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente, cioè
a dire indisciplinata e senza scopo. Il tipo cavalleresco, com'era concepito in
Italia, era ridicolo per questo: che si presentava all'immaginazione come un
esercizio incomposto di una forza gigantesca, senza serietà di scopo e di
mezzi, la forza come forza, e tutta la forza nei fini più seri e più frivoli:
ciò che rende così comici Morgane, Mandricardo, Fracassa. C' erano certo i fini
cavallereschi, come la tutela delle donne, la difesa degli oppressi; ma che
parevano a quel pubblico intelligente e scettico comici non altrimenti che
quegli effetti straordinari di forza corporale. Si può dire, di quei cavalieri
foggiati dallo spirito italiano, quello che Doralice dicea a Mandricardo,
quando lo vedea intestato a fare per una spada e uno scudo quello che aveva
fatto per impossessarsi di lei: - Non fu amore che ti mosse: « fu naturale
ferità di core ». - Lo spirito italiano dunque da una parte metteva in
caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze, e dall'altra
gettava la base di una nuova età su questo principio virile: che la forza è
intelligenza, serietà di scopo e di mezzi. Ciò che l'Italia distruggeva, ciò
che creava, rivelava una potenza intellettuale, che precorreva l'Europa di un
secolo. Ma in Italia c'era l'intelligenza e non c'era la forza. E si
credeva con la superiorità intellettuale di potere cacciar gli stranieri. Era
una intelligenza adulta, svegliatissima ma astratta, una logica formale nella
piena indifferenza dello scopo. Era la scienza per la scienza, come l'arte per
l'arte. Nella coscienza non c'era più uno scopo nè un contenuto. E quando la
coscienza è vuota, il cuore è freddo, e la tempra è fiacca, anche nella
maggiore virilità dell'intelletto. Il movimento dello spirito era stato assolutamente
negativo e comico. Agl'italiani era più facile ridere delle forze
indisciplinate che disciplinarsi, e più facile ridere degli stranieri che
mandarli via. Il frizzo era l'attestato della loro superiorità intellettuale e
della loro decadenza morale. Mancava non la forza fisica e non il coraggio che
ne è la conseguenza, ma la forza morale, che ci tenga stretti intorno ad una
idea e risoluti a vivere e a morire per quella. Machiavelli ebbe una
coscienza chiarissima di questa decadenza o, com'egli diceva, «corruttela»: Qui
- scrive - è virtù grande nelle membra, quando la non mancasse nei capi.
Specchiatevi nei duelli e nei congressi de' pochi, quanto gl'italiani siano
superiori con le forze, con la destrezza, con l'ingegno. Pure l'Italia
era corrotta, perchè difettava di forze morali, e perciò di un degno scopo che
riempisse di sè la coscienza nazionale. Di lui è questo grande concetto: che il
nerbo della guerra non sono i danari nè le fortezze nè i soldati, ma le forze
morali o, com'egli dice, il patriottismo e la disciplina. Di quella corruzione
italiana la principal causa era il pervertimento religioso. Abbiamo di lui
queste memorabili parole, di cui Lutero era il comento: "La... religione,
se nei principi della repubblica cristiana si fusse mantenuta secondo che dal
datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più unite e
più felici assai ch'elle non sono. Nè si può fare altra maggiore congettura
della declinazione d'essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui
alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi
considerasse i fondamenti suoi e vedesse l'uso presente quanto è diverso da
quelli, giudicherebbe esser propinquo senza dubbio o la rovina o il
flagello". Certo, non è ufficio grato dire dolorose verità al proprio
paese, ma è un dovere di cui l'illustre uomo sente tutta la grandezza:
"Chi nasce in Italia e in Grecia, e non sia divenuto in Italia
oltramontano e in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi".
Per lui è questo una sacra missione, un atto di patriottismo. Il suo sguardo
abbraccia tutta la storia del mondo. Vede tanta gloria in Assiria, in Media, in
Persia, in Grecia, in Italia e Roma. Celebra il regno de' franchi, il regno de'
turchi, quello del soldano, e le geste della « setta saracina », e le virtù «
de' popoli della Magna » al tempo suo. Lo spirito umano, immutabile e
immortale, passa di gente in gente e vi mostra la sua virtù. E quando getta
l'occhio sull'Italia, il paragone lo strazia. Le sue più belle pagine storiche
sono dove narra la decadenza di Genova, di Venezia, di altre città italiane, in
tanto fiorire degli Stati europei. Non adulare il suo paese, ma dirgli il vero,
fargli sentire la propria decadenza, perchè ne abbia vergogna e stimolo,
descrivere la malattia e notare i rimedi, gli pare ufficio di uomo dabbene.
Questo sentimento del dovere dà alle sue parole una grande elevatezza morale:
"Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora regna non fussero più
chiari che il sole, andrei col parlare più rattenuto. Ma, essendo la cosa così
manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che
intenderò di quelli e di questi tempi, acciocchè gli animi de' giovani, che
questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi e prepararsi ad imitar
quelli... Perchè gli è ufficio d'uomo buono quel bene, che per la malignità de'
tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri,
acciocchè, essendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa
operarlo". Queste parole sono un monumento. Ci si sente dentro lo spirito
di Dante. Machiavelli tiene la sua promessa. Giudica con severità uomini e
cose. Del papato tutti sanno quello che ha scritto. Nè è più indulgente verso i
principi: "Questi nostri principi, che erano stati molti anni nel
principato loro, per averlo dipoi perso non accusino la fortuna, ma l'ignavia
loro; perchè, non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possano mutarsi...
quando poi vennero i tempi avversi, pensarono a fuggirsi e non a difendersi".
Degli avventurieri De Sanctis scrive: "Il fine della loro virtù è
stato che (Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da
Ferrando e vituperata dai svizzeri;... tanto che essi hanno condotta Italia
schiava e vituperata". Ne è meno severo verso i gentiluomini, avanzi
feudali, rimasti vivi ed eterni in questa maravigliosa pittura "
"Gentiluomini" sono chiamati quelli che oziosi vivono dei proventi
delle loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna cura o di coltivare
o di alcun'altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniciosi in
ogni repubblica ed in ogni provincia : ma più perniciosi sono quelli che, oltre
alle predette fortune, comandano a castella ed hanno sudditi che ubbidiscono a
loro. Di queste due sorti di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, terra di
Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è mai
stata alcuna repubblica nè alcuno vivere politico, perchè tali generazioni
d'uomini sono nemici di ogni civiltà". Degna di nota è qui l'idea, tutta
moderna, che il fine dell'uomo è il lavoro e che il maggior nemico della
civiltà è l'ozio: principio che ha gettato giù i conventi ed ha rovinato dalla
radice non solo il sistema ascetico o contemplativo, ma anche il sistema
feudale, fondato su questo fatto: che l'ozio dei pochi viveva del lavoro dei
molti. Un uomo, che con una sagacia pari alla franchezza nota tutte le cause
della decadenza italiana, poteva ben dire, accennando a Savonarola: "Ond'è
che a Carlo, re di Francia, fu lecito pigliare Italia col gesso; e chi diceva
come di questo ne erano cagione i peccati nostri, diceva il vero; ma non erano
già quelli che credeva, ma questi ch'io ho narrati". Gli oziosi sono
fatalisti. Spiegano tutto con la fortuna o la sfortuna. Anche allora dei mali
d'Italia accusavano la mala sorte. Machiavelli scrive: "La fortuna...
dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi rivolge
i suoi impeti dove sa che sono fatti gli argini e i ripari a tenerla. E se voi
considererete l'Italia, che è la sede di queste variazioni e quella che ha dato
loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun
riparo". Essendo l'Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca
un redentore, un principe italiano, che, come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo, la
riordini, persuaso che a riordinare uno Stato si richieda l'opera di uno solo,
a governarlo l'opera di tutti. Ne' grandi pericoli i romani nominavano un
dittatore: nell'estremo della corruzione Machiavelli non vede altro scampo che
nella dittatura: "Cercando un principe la gloria del mondo, dovrebbe
desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto, come
Cesare, ma per riordinarla, come Romolo". Di Cesare -scrive un giudizio
originale rimasto celebre: "Nè sia alcuno che s'inganni per la gloria di
Cesare, sentendo le massime celebrate dagli scrittori; perchè questi che lo
laudano sono corrotti dalla fortuna sua e spauriti dalla lunghezza
dell'imperio, il quale, reggendosi sotto quel nome, non permetteva che gli
scrittori parlassero liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli
scrittori liberi ne direbbero, veda quello che dicono di Catilina. E tanto è
più detestabile Cesare, quanto è più da biasimare quello che ha fatto che
quello che ha voluto fare un male. Vedasi pure con quante laudi celebrano
Bruto; talchè, non potendo biasimare quello per la sua potenza, essi celebrano
il nemico suo... E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma, Italia e il
mondo abbia con Cesare". Machiavelli promette, a chi prende lo Stato con
la forza, non solo l'amnistia, ma la gloria, quando sappia ordinarlo:
"Considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione, come sono loro
proposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte lì rende
gloriosi; l'altra li fa vivere in continue angustie, e dopo la morte lasciare
di sè una sempiterna infamia". Invoca egli dunque un qualche amato dal
cielo, che sani l'Italia dalle sue ferite, «e ponga fine... a' sacchi di
Lombardia, alle espilazioni e taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di
quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite » E' l'idea tradizionale del
redentore o del messia. Anche Dante invocava un messia politico, il
veltro. Se non che, il salvatore di Dante ghibellino era Arrigo di
Lussemburgo, perchè la sua Italia era il giardino dell'impero: dove il
salvatore di Machiavelli doveva essere un principe italiano, perchè la sua
Italia era nazione autonoma, e tutto ciò che era fuori di essa era straniero,
barbaro, «oltramontano ». Chi vuol vedere il progresso dello spirito italiano
da Dante a Machiavelli, paragoni la mistica e scolastica Monarchia dell'uno col
Principe dell'altro, così moderno ne' concetti e nella forma. L'idea del
Machiavelli riuscì un'utopia, non meno che l'idea di Dante. Ed oggi è facile
assegnarne le ragioni. « Patria », « libertà », « Italia », « buoni ordini », «
buone armi », erano parole per le moltitudini, dove non era penetrato alcun
raggio d'istruzione e di educazione. Le classi colte, ritiratesi da lungo
tempo nella vita privata, tra ozi idillici e letterari, erano cosmopolite,
animate dagli interessi generali dell'arte e della scienza, che non hanno
patria. Quell'Italia di letterati corteggiati e cortigiani perdeva la sua
indipendenza, e non aveva quasi aria di accorgersene. Gli stranieri prima la
spaventarono con la ferocia degli atti e dei modi; poi la vinsero con le moine,
inchinandola e celebrando la sua sapienza. E per lungo tempo gl'italiani,
perduta libertà e indipendenza, continuarono a vantarsi, per bocca dei' loro
poeti, signori del mondo e a ricordare le avite glorie. Odio contro gli
stranieri ce n' era, ed anche buona volontà di liberarsene. Ma c'era così poca
fibra, che di una redenzione italica non ci fu neppure il tentativo. Nello
stesso Machiavelli fu una idea, e non sappiamo che abbia fatto altro di serio,
per giungere alla sua attuazione, che di scrivere un magnifico capitolo, in un
linguaggio rettorico e poetico fuori del suo solito, e che testimonia più le
aspirazioni di un nobile cuore che la calma persuasione di un uomo politico.
Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' di traverso dai suoi desidèri. Il suo
onore, come cittadino, è di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria, come
pensatore, è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli
della società moderna e della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un
avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via. Le illusioni del
presente erano la verità del futuro. Non è meraviglia che il Machiavelli, con
tanta esperienza del mondo, con tanta sagacia d'osservazione, abbia avuto
illusioni, perchè nella sua natura c'è entrato molto del poetico. Vedilo
nell'osteria giocare con l'oste, con un mugnaio, con due fornaciari a « picca »
e a « trie trac »: "E... nascono mille contese e mille dispetti di parole
ingiuriose, e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti
nondimanco gridare da San Casciano". Questo non è che plebeo, ma
diviene profondamente poetico nel comento appostovi: "Rinvolto in quella
viltà, traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte,
sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne
vergognasse". Vedilo tutto solo per il bosco, con un Petrarca o con un
Dante, « libertineggiare » con lo spirito, fantasticare, abbandonalo alle onde
dell'immaginazione: "Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio
scrittoio; ed in sull'uscio mi spoglio quella vesta contadina piena di fango e
di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito decentemente entro nelle
antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi
pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi
vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni, ed essi
per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna
noia, e dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la
morte: tutto mi trasferisco in loro". Quel « trasferirsi in loro », quel «
libertineggiare » sono frasi energiche di uno spirito contemplativo, estatico,
entusiastico. C'è una parentela tra Dante e Machiavelli. Ma è un Dante nato
dopo Lorenzo de' Medici, nutrito dello spirito del Boccaccio, che si beffa
della « divina commedia » e cerca la commedia in questo mondo. Nella sua utopia
è visibile una esaltazione dello spirito, poetica e divinatrice. Ecco il
principe leva la bandiera, grida : - Fuori i barbari! --- a modo di Giulio. Il
poeta è lì; assiste allo spettacolo della sua immaginazione: Quali porte se gli
serrerebbero? quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? quale invidia se gli
opporrebbe? quale italiano gli negherebbe l'ossequio? E finisce co' versi del
Petrarca "Virtù contro al Furore prenderà l'arme, e fia il combatter
corto : chè l'antico valore negl'italici cuor non è ancor morto". Ma
furono brevi illusioni. C'era nel suo spirito la bella immagine di un mondo
morale e civile e di un popolo virtuoso e disciplinato, ispirata dall'antica
Roma: ciò che lo fa eloquente ne' suoi biasimi e nelle sue lodi. Ma era un
mondo poetico troppo disforme alla realtà, ed egli medesimo è troppo lontano da
quel tipo, troppo simile per molte parti ai suoi contemporanei. Ond'è che la
sua vera musa non è l'entusiasmo: è l'ironia. La sua aria beffarda, congiunta
con la sagacia dell'osservazione, lo chiariscono uomo del Risorgimento. De'
principi ecclesiastici scrive: "Costoro soli hanno Stati e non li
difendono, hanno sudditi e non li governano, e gli Stati per essere indifesi
non sono loro tolti, e i sudditi per non essere governati non se ne curano, nè
pensano nè possono alienarsi da loro... Essendo quelli retti da cagione
superiore, alla quale la mente umana non aggiugne, lascerò il parlarne; perchè,
essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe ufficio d'uomo presuntuoso e
temerario il discorrerne". In tanta riverenza di parole, non è difficile
sorprendere sulle labbra di chi scrive quel piglio ironico che trovi nei
contemporanei. Famosi sono i suoi ritratti per l'originalità e vivacità dell'
osservazione. Dei francesi e spagnuoli scrive: "Il francese ruberia con lo
alito, per mangiarselo e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo ha
rubato. Natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai ne vedi
niente". Da questo profondo ed originale talento di osservazione, da
questo spirito ironico uscì la Mandragola: l'alto riso nel quale finirono le
sue illusioni e i suoi disinganni. Dopo i primi tentativi idillici, la
commedia si era chiusa nelle forme di Plauto e di Terenzio. L'Ariosto scriveva
per la corte di Ferrara; il Cardinale di Bibbiena scriveva per le corti di
Urbino e di Roma. Vi si rappresentavano anche con molta magnificenza traduzioni
dal latino. Talora gli attori erano fanciulli. "Fu pur troppo nuova cosa -
scrive il Castiglione - vedere vecchiettini lunghi un palmo servare quella
gravità, quelli gesti così severi, [simular] parassiti e ciò che fece mai
Menandro". Accompagnamento alla commedia era la musica, e intermezzi o
intromesse erano le «moresche», balli mimici. Le decorazioni magnifiche.
"Nella rappresentazione della Calandria in Urbino vedevi un tempio...
tanto ben finito - dice il Castiglione, - che... non saria possibile a credere
che fosse fatto in quattro mesi: tutto lavorato di stucco, con istorie
bellissime: finte le finestre d'alabastro: tutti gli architravi e le cornici
d'oro fino e azzurro oltramarino...: figure intorno tonde finte di marmo...:
colonnette lavorate... Da un de' capi era un arco trionfale... Era finta di
marmo, ma era pittura, la istoria delli tre Orazi, bellissima... In cima
dell'arco era una figura equestre bellissima, tutta tonda, armata, con un bello
atto, che feria con un'asta un nudo che gli era a' piedi". L'Italia
si vagheggiava colà in tutta la pompa delle sue arti: architettura, scultura,
pittura. Musiche bizzarre, tutte nascoste e in diversi luoghi. Quattro
intromesse, una «moresca di Iasòn» o Giasone, un carro di Venere, un carro di
Nettuno, un carro di Giunone. La prima intromessa è così descritta dal
Castiglione: "La prima fu una moresca di Iasòn, il quale comparse nella
scena da un capo ballando, armato all'antica, bello, con la spada e una targa
bellissima; dall'altro furon visti in un tratto due tori, tanto simili al vero
che alcuni pensaron che fosser veri, che gittavano fuoco dalla bocca, ecc. A
questi s'accostò il buon Iasòn, e feceli arare, posto loro il giogo e l'aratro;
e poi seminò i denti del dracone: e nacquero appoco appoco, del palco, uomini
armati all'antica, tanto bene quanto credo io che si possa. E questi ballarono
una fiera moresca, per ammazzar Iasòn; e poi, quando furono all'entrare,
s'ammazzavano ad uno ad uno, ma non si vedeano morire. Dietro ad essi se
n'entrò Iasòn, e subito uscì col vello d'oro alle spalle, ballando
eccellentissimamente. E questo era il Moro, e questa fu la prima intromessa.
Finita la commedia nacque sul palco all'improvvisto un amorino, che dichiarò
con alcune stanze il significato delle intromesse. Poi s'udì una musica nascosa
di quattro viole, e poi quattro voci con le viole, che cantarono una stanza con
un bello aere di musica, quasi una orazione ad Amore; e così fu finita la
festa, con grande satisfazione e piacere di chi la vide"; .....dice
sempre il Castiglione, l'autore del Cortigiano, che ci ebbe non piccola parte
ad ordinarla. Cosa era questa Calandria, nella cui rappresentazione Urbino e
poi Roma sfoggiarono tanto lusso ed eleganza? Il protagonista è Calandro, un
facsimile di Calandrino, il marito sciocco: motivo comico del Decamerone,
rimasto proverbiale in tutte le commedie e novelle. Non vi manca il negromante
o l'astrologo che vive a spese de' gonzi. L'intreccio nasce da un fratello e
una sorella similissimi di figura, che, vestiti or da uomo or da donna,
generano equivoci curiosissimi. Dov'è lo sciocco c' è anche il furbo, e il
furbo è Fessenio, licenzioso, arguto, cinico, che fa il mezzano al padrone, il
cui pedagogo ci perde le sue lezioni. Molto bella è una scena tra il pedagogo e
Fessenio: il pedagogo che moralizza, e Fessenio che gli dà la baia. Come
si vede, l'argomento è di Plauto e il pensiero è del Boccaccio. La tela è antica,
lo spirito è moderno. Assisti ad una rappresentazione di una delle più ciniche
novelle del Decamerone. Caratteri, costumi, lingua e stile, tutto è vivo e
fresco: ci senti la scuola fiorentina del Berni e del Lasca, l'alito di Lorenzo
de' Medici. E' uno sguardo allegro e superficiale gettato sul mondo. I
caratteri vi sono appena sbozzati; domina il caso e il capriccio; gli accidenti
più strani si addossano gli uni sugli altri, crudi, senza sviluppo, più simili
a' balli mimici delle intromesse che a vere e serie rappresentazioni. Pare che
quegli uomini non avessero tempo di pensare e non di sentire, e che tutta la
loro vita fosse esteriore, come la vita teatrale in certi tempi è stata tutta
nelle gole dei cantanti e nelle gambe delle ballerine. Queste erano le commedie
dette « d'intreccio », sullo stesso stampo delle novelle. A prima vista, ti
pare qualcosa di simile la Mandragola. Anche qui vi è grande varietà
d'intreccio, con accidenti i più comici e più strani. Ma niente è lasciato al
caso. Machiavelli concepisce la commedia come ha concepito la storia. Il suo
mondo comico è un gioco di forze, dotate ciascuna di qualità proprie, che
debbono condurre inevitabilmente al tale risultato. L'interesse è perciò tutto
nei caratteri e nel loro sviluppo. Il protagonista è il solito marito sciocco.
Il suo Calandrino o Calandro è il dottor Nicia, uomo istruito e che sa di
latino, gabbato facilmente da uomini, che hanno minor dottrina dì lui ma più
pratica del mondo. C è già qui un concetto assai più profondo che non in
Calandro: si sente il grande pensatore. L'obbiettivo dell'azione comica è la
moglie, virtuosissima e prudentissima donna, vera Lucrezia. E si tratta di
vincerla non con la forza, ma con l'astuzia. Gli antecedenti sono simili a
quelli della Lucrezia romana. Callimaco, come Sesto, sente vantar la sua
bellezza, e lascia Parigi e torna a Firenze sua patria, risoluto di farla sua.
La tragedia romana si trasforma nella commedia fiorentina. Il mondo è mutato e
rimpiccinito, Collatino è divenuto Nicia. Come Machiavelli ha potuto esercitare
il suo ingegno a scriver commedie? Scusatelo con questo: che
s'ingegna con questi van pensieri fare il suo tristo tempo più
soave, perchè altrove non ave dove voltare il viso; chè gli è
stato interciso mostrar con altre imprese altre virtue, non sendo premio
alle fatiche sue. Cattivi versi, ma strazianti. Il suo riso è frutto di
malinconia. Mentre Carlo ottavo correva Italia, Piero de' Medici e Federigo
d'Aragona si scrivevano i loro intrighi d'amore; il cardinale da Bibbiena, «
assassinato di amore », e il Bembo esalavano in lettere i loro sospiri, e l'uno
scrivea gli Asolanie l'altro la Calandria; e Machiavelli parlava al deserto,
ammonendo, consigliando; e non udito e non curato, fece come gli altri: scrisse
commedie, ed ebbe l'onore di far ridere molto il papa e i cardinali. Callimaco,
l'innamorato di Lucrezia, si associa all'impresa Ligurio, un parassito che
usava in casa Nicia. Lo sciocco è Nicia: il furbo è Ligurio, l'amico di casa,
come si direbbe oggi. Ligurio tiene le fila in mano, e fa muovere tutti gli
attori a suo gusto, perchè conosce il loro carattere, ciò che li muove. Ligurio
è un essere destituito d'ogni senso morale e che per un buon boccone tradirebbe
Cristo. Non ha bisogno di essere Jago, perchè Nicia non è Otello. E' un volgare
mariuolo, che con un po' più di spirito farebbe ridere. Riesce odioso e
spregevole, il peggior tipo di uomo che abbia nel Principe concepito
Machiavelli. Fessenio è più allegro e più spiritoso, perciò più tollerabile.
Ciò che muove Ligurio e gli aguzza lo spirito è la pancia: finisce le sue geste
in cantina. Ma questo suo lato comico è appena indicato, e questa figura ti
riesce volgare e fredda. Un altro associato di Callimaco è il suo servo Siro.
Costui ha poca parte, ma è assai ben disegnato. Ode tutto, vede tutto, capisce
tutto; ed ha aria di non udire, non vedere e non capire: fa l'asino in mezzo
ai' suoni. Ma questo lato comico è poco sviluppato, e ti riesce anche lui
freddo: ciò che non guasta nulla, essendo una parte secondaria. Colui, che è
dietro la scena e fa ballare i suoi figurini, è Ligurio. E sembra che
l'ambizione di questo furfante sia di nascondere sè e mettere in vista tutto il
suo mondo. Poco interessante per se stesso, lo ammiri nella sua opera e perdi
lui di vista. Callimaco è un innamorato: per aver la sua bella farebbe monete
false. La parte odiosa è riversata sul capo di Ligurio. A lui le smanie e i
deliri. Non è amore petrarchesco e non è cinica volgarità: è vero amor naturale
coi colori suoi, rappresentato con una esagerazione e una bonomia che lo rende
comico "... Mi fo di buon cuore, ma io ci sto poco su; perchè d'ogni parte
mi assalta tanto desio d'essere una volta con costei, che io mi sento dalle
piante dei piè al capo tutto alterare : le gambe tremano, le viscere si
commuovono, il cuore mi si sbarba del petto, le braccia si abbandonano, la
lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira". Ma
queste sono figure secondarie. L'interesse è tutto intorno al dottor Nicia, il
marito sciocco, sì sciocco che diviene istrumento inconsapevole dell'innamorato
e lo conduce lui stesso al letto nuziale. L'autore, molto sobrio intorno alle
figure accessorie, concentra il suo spirito comico attorno a costui e lo situa
ne' modi più acconci a metterlo in lume. La sua semplicità è accompagnata con
tanta presunzione di saviezza e con tanta sicurezza di condotta, che l'effetto
comico se ne accresce. E Ligurio non solo lo gabba, ma ci si spassa, e gli
tiene sempre la candela sul viso per farlo ben vedere agli spettatori. Nelle
ultime scene c' è una forza e originalità comica che ha pochi riscontri nel
teatro antico e moderno. Il difficile non era gabbare Nicia, ma persuadere
Lucrezia. L'azione, così comica per rispetto a Nicia, qui s'illumina di una
luce fosca e ti rivela inesplorate profondità. Gli strumenti adoperati a vincer
Lucrezia sono il confessore e la madre, la venalità dell'uno, l'ignoranza
superstiziosa dell'altra. E Machiavelli, non che voglia palliare, qui è
terribilmente ignudo: scopre senza pietà quel putridume. Sostrata, la madre, in
poche pennellate è ammirabilmente dipinta. E' una brava donna, ma di poco
criterio, e avvezza a pensare col cervello del suo confessore. Alle
ragioni della figliuola risponde: - « Io non ti so dir tante cose, figliuola
mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu
dipoi sarai consigliata da lui, da noi e da chi ti vuol bene». - E non si parte
mai di là: è la sua idea fissa, la sua sola idea: - « Io t'ho detto e ridicoti
che, se fra Timoteo ti dice che non ci sia carico di coscienza, che tu lo
faccia senza pensarvi ». - Il confessore sa perfettamente che madre è questa. -
« ... E'... una bestia - dice - e mi sarà un grande aiuto a condurla (Lucrezia)
alle mie voglie ». Il carattere più interessante è fra Timoteo,
precursore di Tartufo: meno artificiale, anzi tutto naturale. Fa bottega della
chiesa, della Madonna, del purgatorio. Ma gli uomini non ci credono più, e la
bottega redde poco. E lui aguzza l'ingegno. Se la prende co' frati, che non
sanno mantenere la reputazione all'immagine miracolosa della Madonna: "Io
dissi il matutino, lessi una Vita de' santi padri, andai in chiesa, ed accesi
una lampada ch'era spenta, mutai il velo ad una Madonna che fa miracoli. Quante
volte ho io detto a questi frati che la tengano pulita? E si meravigliano poi
se la devozione manca... Oh quanto poco cervello è in questi miei frati!"
Il suo primo ingresso sulla scena è pieno di significato: colto sul fatto in un
dialogo con una sua penitente: pittura di costumi profonda della sua
semplicità. Sta spesso in chiesa, perché "in chiesa vale più la sua
mercanzia". E' di mediocre levatura, buono a uccellar donne: "
...Madonna Lucrezia è savia e buona. Ma io la giungerò in su la bontà, e tutte
le donne hanno poco cervello; e come n'è una che sappia dire due parole, e' se
de predica; perché in terra di ciechi chi ha un occhio è signore". Conosce
bene i suoi polli: "Le più caritative persone che ci siano son le donne, e
le più fastidiose. Chi le scaccia, fugge i fastidi e l'utile; chi le
intrattiene, ha l'utile e i fastidi insieme. Ed è il vero che non c è il miele
senza le mosche". Biascica paternostri e avemarie, e usa i modi e il
linguaggio del mestiere con la facilità indifferente e meccanica
dell'abitudine. A Ligurio, che, promettendo larga lemosina, gli richiede che
procuri un aborto, risponde: - « Sia col nome di Dio, si faccia ciò che volete,
e per Dio e per carità sia fatta ogni cosa... Datemi... cotesti denari, da
poter cominciare a far qualche bene ». - Parla spesso solo, e sì fa il
suo esame, e si dà l'assoluzione, sempre che gliene venga utile: " Messer
Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno per diversi rispetti sono per
trarre assai. La cosa conviene che sia segreta, perchè l'importa così a loro
dirla come a me. Sia come si voglia, io non me ne pento". Se mostra
inquietudine, è per paura che si sappia "Dio sa ch'io non pensava a
ingiuriare persona: stavami nella mia cella, diceva il mio officio,
intratteneva i miei devoti. Mi capitò innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi
fece intíngere il dito in un errore, donde io vi ho messo il braccio e tutta la
persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforto che,
quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura". Questo è l'uomo
a cui la madre conduce la figliuola. Il frate impiega tutta la sua industria a
persuaderla, e non si fa coscienza di adoperarvi quel poco che sa del Vangelo e
della storia sacra: "Io son contenta - conclude Lucrezia; - ma non credo
mai esser viva domattina". E il frate risponde: "Non dubitare,
figliuola mia, io pregherò Dio per te, io dirò l'orazione dell'angiol
Raffaello, che t'accompagni. Andate in buon'ora, e preparatevi a questo
misterio, chè si fa sera". "Rimanete in pace, padre" - dice la
madre; e la povera Lucrezia, che non è ben persuasa, sospira "Dio m'aiuti
e la Nostra Donna ch'io non càpiti male". Quel fatto il frate lo chiama un
« misterio », e il mezzano è l'« angiol Raffaello » ! Queste cose movevano
indignazione in Germania e provocavano la Riforma. In Italia faceva invece
ridere. E il primo a ridere era il papa. Quando un male diviene così sparso
dappertutto e così ordinario che se ne ride, è cancrena e non vi è rimedio.
Tutti ridevano. Ma il riso di tutti era buffoneria, passatempo. Nel riso del
Machiavelli c'è alcunchè di tristo e di serio, che oltrepassa la caricatura e
nuoce all'arte. Evidentemente, il poeta non piglia confidenza con Timoteo, non
lo situa come fa di Nicia, non ci si spassa, se ne sta lontano, quasi abbia
ribrezzo. Timoteo è anima secca, volgare e stupida, senz'immaginazione e senza
spirito: non è abbastanza idealizzato, ha colori troppo crudi e cinici. Lo
stile, nudo e naturale, ha aria più di discorso che di dialogo. Senti meno il
poeta che il critico, il grande osservatore e ritrattista. Appunto perciò
la Mandragola è una commedia che ha fatto il suo tempo. E' troppo incorporata
in quella società, in ciò ch'ella ha di più reale e particolare. Quei
sentimenti e quelle impressioni, che la ispirarono, non li trovi oggi più. La depravazione
del prete e la sua terribile influenza sulla donna e sulla famiglia appare a
noi un argomento pieno di sangue non possiamo farne una commedia. Machiavelli
stesso, che trova tanti lazzi nella pittura di Nicia, qui perde il suo buon
umore e la sua grazia, e mi assomiglia piuttosto un anatomico che snuda le
carni e mostra i nervi e i tendini. Nella sua immaginazione non c'è il
riso e non c'è l'indignazione al cospetto di Timoteo: c'è quella spaventevole
freddezza con la quale ritrae il principe o l'avventuriero o il gentiluomo.
Sono come animali strani, che, curioso osservatore, egli analizza e descrive,
quasi faccia uno studio, estraneo alle emozioni e alle impressioni. La
Mandragola è la base di tutta una nuova letteratura. E' un mondo mobile e
vivace, che ha varietà, sveltezza, curiosità, come un mondo governato dal caso.
Ma sotto queste apparenze frivole si nascondono le più profonde combinazioni
della vita interiore. L'impulso dell'azione viene da forze spirituali,
inevitabili come il fato. Basta conoscere i personaggi per indovinare la fine.
Il mondo è rappresentato come una conseguenza, le cui premesse sono nello
spirito o nel carattere, nelle forze che lo movono. E chi meglio sa calcolarle,
colui vince. Il soprannaturale, il meraviglioso, il caso sono detronizzati.
Succede il carattere. Quello, che Machiavelli è nella storia e nella politica,
è ancora nell'arte. Si distinsero due specie di commedie : «d'intrecci» e di
caratter». «Commedia d'intrecci» fu detta dove l'interesse nasce dagli sviluppi
dell'azione, come erano tutte le commedie e novelle di quel tempo e anche
tragedie. Si cercava l'effetto nella stranezza e nella complicazione degli
accidenti. « Commedia di carattere » fu detta dove l'azione è mezzo a mettere
in mostra un carattere. E sono definizioni viziose. Hai da una parte commedie
sbardellate per troppo cumulo d'intrighi, dall'altra commedie scarne per troppa
povertà d'azione. Machiavelli riunisce le due qualità. La sua commedia è una
vera e propria azione, vivacissima di movimenti e di situazioni, animata da
forze interiori, che ci stanno come forze o istrumenti e non come fini o
risultati. Il carattere è messo in vista vivo, come forza operante, non come
qualità astratta. Ciò che di più profondo ha il pensiero esce fuori sotto le
forme più allegre e più corpulente, fino della più volgare e cinica buffoneria,
come è il « don Cuccù », e la « palla di aloè ». C'è lì tutto Machiavelli,
l'uomo che giocava all'osteria e l'uomo che meditava allo scrittoio. Di
ogni scrittore muore una parte. E anche del Machiavelli una parte è morta:
quella per la quale è venuto a triste celebrità. E' la sua parte più
grossolana, è la sua scoria quella che ordinariamente è tenuta parte sua
vitale, così vitale che è stata detta il «machiavellismo». Anche oggi,
quando uno straniero vuol dire un complimento all'Italia, la chiama «patria di
Dante e di Savonarola», e tace di Machiavelli. Noi stessi non osiamo chiamarci
«figli di Machiavelli». Tra il grande uomo e noi c'è il machiavellismo.
E' una parola, ma una parola consacrata dal tempo, che parla all'immaginazione
e ti spaventa come fosse l'orco. Del Machiavelli è avvenuto quello che del
Petrarca. Si è chiamato «petrarchismo » quello che in lui è un incidente ed è
il tutto ne' suoi imitatori. E si è chiamato «machiavellismo » quello che nella
sua dottrina è accessorio e relativo, e si è dimenticato quello che vi è di
assoluto e di permanente. Così è nato un Machiavelli di convenzione, veduto da
un lato solo e dal meno interessante. E' tempo di rintegrare l'immagine.
C'è nel Machiavelli una logica formale e c'è un contenuto. La sua logica
ha per base la serietà dello scopo, ciò ch'egli chiama « virtù »: Proporti uno
scopo quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina. «Essere uomo» significa
«marciare allo scopo». Ma nella loro marcia gli uomini errano spesso, perchè
hanno l'intelletto e la volontà intorbidata da fantasmi e da sentimenti, e
giudicano secondo le apparenze. Sono spiriti fiacchi e deboli quelli che
stimano le cose come le paiono e non come le sono, a quel modo che fa la
plebe. Cacciar via dunque tutte le vane apparenze e andare allo scopo con
lucidità di mente e fermezza di volontà, questo è essere un uomo, aver la
stoffa d'uomo. Quest'uomo può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o
un tristo. Ciò è fuori dell'argomento, è un altro aspetto dell'uomo. Ciò che
riguarda Machiavelli è di vedere se è un uomo: ciò che mira è rifare le radici
alla pianta « uomo », in declinazione. In questa sua logica la virtù è il
carattere o la tempra, e il vizio è l'incoerenza, la paura, l'oscillazione. Si
comprende che in questa generalità c'è lezioni per tutti, per ibuoni e per i
birbanti, e che lo stesso libro sembra agli uni il codice dei tiranni e agli
altri il codice degli uomini liberi. Ciò che vi s'impara è di essere un
uomo, come base di tutto il resto. Vi s'impara che la storia, come la natura,
non è regolata dal caso, ma da forze intelligenti e calcolabili, fondate sulla
concordanza dello scopo e de' mezzi; e che l'uomo, come essere collettivo o
individuo, non è degno di questo nome se non sia anche esso una forza
intelligente, coerenza di scopo e di mezzi. Da questa base esce l'età virile
del mondo, sottratta possibilmente all'influsso dell'immaginazione e delle
passioni, con uno scopo chiaro e serio e con mezzi precisi. Questo è il
concetto fondamentale, l'obbiettivo del Machiavelli. Ma non è principio
astratto e ozioso: c'è un contenuto, che abbiamo già delineato ne' tratti
essenziali. La serietà della vita terrestre col suo strumento, il lavoro;
col suo obbiettivo, la patria; col suo principio, l'eguaglianza e la libertà;
col suo vincolo morale, la nazione; col suo fattore, lo spirito o il pensiero
umano, immutabile ed immortale; col suo organismo, lo Stato, autonomo e
indipendente; con la disciplina delle forze; con l'equilibrio degl'interessi:
ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo del Machiavelli, a cui
è di corona la gloria, cioè l'approvazione del genere umano, ed è di base la
virtù o il carattere: « altere et pati fortia ». Il fondamento scientifico di
questo mondo è la cosa effettuale, come te la porge l'esperienza e
l'osservazione. L'immaginazione, il sentimento, l'astrazione sono così
perniciosi nella scienza come nella vita. Muore la scolastica : nasce la scienza.
Questo è il vero machiavellismo, vivo, anzi giovane ancora. E' il programma del
mondo moderno, sviluppato, corretto, ampliato, più o meno realizzato. E sono
grandi le nazioni che più vi si avvicinano. Siano dunque alteri del nostro
Machiavelli. Gloria a lui quando crolla alcuna parte dell'antico edificio, e
gloria a lui quando si fabbrica alcuna parte del nuovo ! In questo momento che
scrivo (1870), le campane suonano a distesa e annunziano l'entrata
degl'italiani a Roma. Il potere temporale crolla, e si grida il «viva »
all'unità d'Italia. Sia gloria al Machiavelli ! Scrittore non solo profondo, ma
simpatico. Perchè nelle sue transazioni politiche discerni sempre le sue vere
inclinazioni. Antipapale, antifeudale, civile, moderno. E quando, stretto dal suo
scopo, propone certi mezzi, non di rado s'interrompe, protesta, ha quasi aria
di chiederti scusa e di dirti: - Guarda che siamo in tempi corrotti; e se i
mezzi son questi e il mondo è fatto così, la colpa non è mia. Ciò che è
morto del Machiavelli non e il sistema, è la sua esagerazione. La sua «patria»
mi rassomiglia troppo l'antica divinità, e assorbe in sè religione, moralità,
individualità. Il suo « Stato » non è contento di essere esso autonomo, ma
toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i dritti dello Stato: mancano
i dritti dell'uomo. La « ragione di Stato » ebbe le sue forche, come
l'Inquisizione ebbe i suoi roghi, e la «salute pubblica» le sue mannaie.
Fu Stato di guerra, e in quel furore di lotte religiose e politiche ebbe
la sua culla sanguinosa il mondo moderno. Dalla forza uscì la giustizia. Da
quelle lotte uscì la libertà di coscienza, l'indipendenza del potere civile e
più tardi la libertà e la nazionalità. E se chiamate «machiavellismo» quei
mezzi, vogliate chiamare «machiavellismo» quei fini. Ma i mezzi sono relativi e
si trasformano, sono la parte che muore: i fini rimangono eterni. Gloria
del Machiavelli è il suo programma; e non è sua colpa che l'intelletto gli
abbia indicati de' mezzi, i quali la storia posteriore dimostrò conformi alla
logica del mondo. Fu più facile il biasimarli che sceglierne altri. «Dura lex,
sed ita lex ». Certo, oggi il mondo è migliorato in questo aspetto. Certi mezzi
non sarebbero più tollerati e produrrebbero un effetto opposto a quello che se
ne attendeva Machiavelli: allontanerebbero dallo scopo. L'assassinio politico,
il tradimento, la frode, le sètte, le congiure sono mezzi che tendono a
scomparire. Presentiamo già tempi più umani e civili, dove non sono più
possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di Stato
e la salute pubblica. Sarà l'età dell'oro. Le nazioni saranno confederate, e
non ci sarà altra gara che d'industrie, di commerci e di studi. E' un bel
programma. E quantunque sembri un'utopia, non dispero. Ciò che lo spirito
concepisce, presto o tardi viene a maturità. Ho fede nel progresso e
nell'avvenire. Ma siamo ben lontani dal Machiavelli. E anche dai nostri tempi.
E non è con i criteri di un mondo nascosto ancora nelle ombre dell'avvenire che
possiamo giudicare e condannare Machiavelli. Anche oggi siamo costretti a dire:
- Crudele è la logica della storia; ma quella è. Nel machiavellismo c'è
una parte variabile nella qualità e nella quantità, relativa al tempo, al
luogo, allo stato della coltura, alle condizioni morali de' popoli. Questa
parte, che riguarda i mezzi, è molto mutata, e muterà in tutto, quando la
società sarà radicalmente rinnovata. Ma la teoria de' mezzi è assoluta ed
eterna, perchè fondata sulle qualità immutabili della natura umana. Il principio,
dal quale si sviluppa quella teoria, è questo: che i mezzi debbono avere per
base l'intelligenza e il calcolo delle forze che muovono gli uomini. E' chiaro
che in queste forze c'è l'assoluto e il relativo; e il torto del Machiavelli,
comunissimo a tutti i grandi pensatori, è di avere espresso in modo assoluto
tutto, anche ciò che è essenzialmente relativo e variabile. Il
machiavellismo, in ciò che ha di assoluto o di sostanziale, è l'uomo
considerato come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua
natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua
grandezza e della sua decadenza, come uomo e come società. Su questa base
sorgono la storia, la politica, e tutte le scienze sociali. Gli inizi della
scienza sono ritratti, discorsi, osservazioni di uomo che alla coltura classica
unisca esperienza grande e un intelletto chiaro e libero. Questo è il
machiavellismo, come scienza e come metodo. Ivi il pensiero moderno trova la
sua base e il suo linguaggio. Come contenuto, il machiavellismo sui rottami del
medio evo abbozza un mondo intenzionale, visibile tra le transazioni e i
vacillamenti dell'uomo politico: un mondo fondato sulla patria, sulla
nazionalità, sulla libertà, sull'uguaglianza, sul lavoro, sulla virilità e serietà
dell'uomo. In letteratura, l'effetto immediato del machiavellismo è la storia e
la politica emancipate da elementi fantastici, etici, sentimentali, e condotte
in forma razionale; è il pensiero volto agli studi positivi dell'uomo e della
natura, messe da parte le speculazioni teologiche e ontologiche; è il
linguaggio purificato della scoria scolastica e del meccanismo classico, e
ridotto nella forma spedita e naturale della conversazione e del discorso. E'
l'ultimo e più maturo frutto del genio toscano. Su questa via incontriamo prima
Francesco Guicciardini, con tutti gli scrittori politici della scuola
fiorentina e veneta; poi Galileo Galilei, con la sua illustre coorte di
naturalisti. Francesco Guicciardini, di pochi anni più giovane di Machiavelli e
di Michelangelo, già non sembra della stessa generazione. Senti in lui il
precursore di una generazione più fiacca e più corrotta, della quale egli ha
scritto il vangelo ne' suoi Ricordi. Ha le stesse aspirazioni del Machiavelli.
Odia i preti. Odia lo straniero. Vuole l'Italia unita. Vuole anche la libertà,
concepita a modo suo, con una immagine di governo stretto e temperato, che si
avvicina ai presenti ordini costituzionali o misti. Ma sono semplici desidèri,
e non metterebbe un dito a realizzarli. "Tre cose - scrive -
desidero vedere innanzi alla mia morte; ma dubito che io viva molto, da non
vederne alcuna: uno vivere in una repubblica bene ordinata nella città nostra;
l'Italia liberata da tutti i barbari; e liberato il mondo della tirannide di
questi scellerati preti". Una libertà bene ordinata, l'indipendenza e
l'autonomia delle nazioni, l'affrancamento del laicato: ecco il programma del
Machiavelli, divenuto il testamento del Guicciardini, e che oggi è ancora la
bandiera di tutta la parte civile europea. Si può credere che questi fossero i
desidèri anche delle classi colte. Ma erano amori platonici, senza influsso
nella pratica della vita. Il ritratto di quella società è il Guicciardini, che
scrive: « Conoscere non è mettere in atto ». Altro è desiderare, altro è fare.
La teoria non è la pratica. Pensa come vuoi, ma fai come ti torna. La regola
della vita è « l'interesse proprio », «il tuo particulare ». Il Guicciardini
biasima « l'ambizione, l'avarizia e la mollezza de' preti » e il dominio
temporale ecclesiastico; ama Martino Lutero, per vedere ridurre « questa
caterva di scellerati ai tempi debiti, a restare o senza vizi o senza autorità
» ; ma «per il suo particulare » è necessitato amare la grandezza de' pontefici
e servire ai preti e al dominio temporale. Vuole emendata la religione in
molte parti; ma non ci si mescola, lui, « non combatte con la religione nè con
le cose che pare che dipendono da Dio, perchè questo ha troppa forza nella
mente delli sciocchi ». Ama la gloria e desidera di fare «cose grandi ed
eccelse », ma a patto che non sia «con suo danno o incomodità ». Ama la patria,
e, se perisce, gliene duole, non per lei, perchè « così ha a essere », ma per
sè, « nato in tempi di tanta infelicità ». E' zelante del ben pubblico, ma «
non s'ingolfa tanto nello Stato » da mettere in quello tutta la sua fortuna.
Vuole la libertà, ma, quando la sia perduta, non è bene fare mutazioni, perchè
« mutano i visi delle persone, non le cose, e non puoi fare fondamento sul
popolo », e, quando la vada male, ti tocca « la vita spregiata del fuoruscito
». Miglior consiglio è portarsi in modo che quelli che « governano non ti
abbiano in sospetto e neppure ti pongano fra' malcontenti». Quelli che
altrimenti fanno sono uomini « leggeri ». Molti, è vero, gridano « libertà »,
ma « in quasi tutti prepondera il rispetto dell'interesse suo ». Essendo il
mondo fatto così, devi pigliare il mondo com'è, e far in modo che non te ne
venga danno, anzi la maggiore comodità possibile. Così fanno gli uomini « savi
». La corruttela italiana era appunto in questo: che la coscienza era
vuota e mancava ogni degno scopo alla vita. Machiavelli ti addita in fondo al
cammino della vita terrestre la patria, la nazione, la libertà. Non c'è più il
cielo per lui, ma c'è ancora la terra. Il Guicciardini ammette anche lui
questi fini, come cose belle e buone e desiderabili; ma li ammette sub
conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo « particulare », come dice,
cioè col tuo interesse personale. Non crede alla virtù, alla generosità, al patriottismo,
al sacrificio, al disinteresse. Ne' più prepondera l'interesse proprio, e mette
sè francamente tra questi più, che sono i «savi »; gli altri li chiama « pazzi
», come furono i fiorentini, che « vollero contro ogni ragione opporsi »,
quando « i savi di Firenze avrebbono ceduto alla tempesta », e intende
dell'assedio di Firenze, illustrato dall'eroica resistenza di quei pazzi, tra'
quali erano Michelangelo e Ferruccio. Machiavelli combatte la corruttela
italiana e non dispera del suo paese. Ha le illusioni di un nobile cuore.
Appartiene a quella generazione di patrioti fiorentini, che in tanta rovina
cercavano i rimedi, e non si rassegnavano, e illustrarono l'Italia con la loro
caduta. Nel Guicciardini compare una generazione già rassegnata. Non ha illusioni.
E perché non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure e ne fa
la sua saviezza e la sua aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana
codificata e innalzata a regola della vita. Il Dio del Guicciardini è il suo
particolare. Ed è un Dio non meno assorbente che il Dio degli ascetici o lo
Stato del Machiavelli. Tutti gl'ideali scompaiono. Ogni vincolo religioso,
morale, politico, che tiene insieme un popolo, è spezzato. Non rimane sulla
scena del mondo che l'individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti. Questo
non è più corruzione, contro la quale si gridi: è saviezza, è dottrina
predicata e inculcata, è l'arte della vita. Il Guicciardini si crede più savio
del Machiavelli, perché non ha le sue illusioni. Quel venir fuori sempre con
l'antica Roma lo infastidisce, e rompe in questo motto sanguinoso: "Quanto
si ingannano coloro che ad ogni parola allegano e' romani! Bisognerebbe avere
una città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello
esemplo: il quale a chi ha le qualità disproporzionali è tanto
disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facesse il corso di un
cavallo". In questo concetto della vita il Guicciardini è di così
buona fede, che non sente rimorso e non mostra la minima esitazione, e guarda
con un'aria di superiorità sprezzante gli uomini che fanno altrimenti. Il che
avviene, a suo avviso, non per virtù o altezza d'animo, ma « per debolezza di
cervello », avendo offuscato lo spirito dalle apparenze, dalle impressioni,
dalle vane immaginazioni e dalle passioni. Ci si vede l'ultimo risultato a cui
giunge lo spirito italiano, già adulto e progredito, che caccia via
l'immaginazione e l'affetto e la fede, ed è tutto e solo cervello o, come dice
il Guicciardini, « ingegno positivo». Perché l'ingegno sia positivo si richiede
la « prudenza naturale », la « dottrina » che dà le regole, l' « esperienza »
che dà gli esempli, e il « naturale buono », tale cioè che stia al reale e non
abbia illusioni. E non basta. Si richiede anche la « discrezione »
o il discernimento, perché è « grande errore parlare delle cose del mondo
indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola, perché quasi
tutte hanno distinzione e eccezione, e queste distinzioni e eccezioni non si
trovano scritte in su' libri, ma bisogna le insegni la discrezione ». Il vero
libro della vita è dunque « il libro della discrezione », a leggere il quale si
richiede da natura « buono e perspicace occhio ». La dottrina sola non basta, e
non è bene « stare al giudicio di quelli che scrivono, e in ogni cosa volere
vedere ognuno che scrive: così quello tempo che s'arebbe a mettere in
speculare, si consuma a leggere libri con stracchezza d'animo e di corpo, in
modo che l'ha quasi più similitudine a una fatica di facchini che di dotti».
L'uomo positivo vede il mondo diverso da quello che « ai volgari » pare. Non
crede agli astrologi, ai teologi, ai filosofi e a tutti quelli che scrivono le
cose sopra natura o che non si vedono « e dicono mille pazzie » : perchè in
effetti gli uomini sono al buio delle cose, e questa indagine ha servito e
serve più a esercitare gli ingegni che a trovare la verità. Questa base
intellettuale è quella medesima del Machiavelli: l'esperienza e l'osservazione,
il fatto e lo « speculare » o l'osservare. Nè altro è il sistema. Il
Guicciardini nega tutto quello che il Machiavelli nega, e in forma anche più
recisa; e ammette quello che il Machiavelli ammette. Ma è più logico e più
conseguente. Poichè la base è il mondo com'è, crede un illusione a volerlo
riformare, e volergli dare le gambe di cavallo quando esso le ha di asino; e lo
piglia com'è, e vi si acconcia, e ne fa la sua regola e il suo istrumento.
Conoscere non è mettere in atto. Ciò che è nella tua mente e nella tua
coscienza non può essere di regola alla tua vita. Vivere è conoscere il mondo e
voltarlo a benefizio tuo. Tienti bene con tutti, perchè « gli uomini si
riscontrano ». Stai con chi vince, perchè « te ne viene parte di lode e di
premio ». «Abbi appetito della roba », perchè la ti dà reputazione, e la
povertà è spregiata. Sii schietto, perchè, « quando sia il caso di simulare,
più facilmente acquisti fede ». Sii stretto nello spendere, perchè « più onore
ti fa uno ducato che tu hai in borsa, che dieci che tu ne hai spesi ». Studia
di « parer buono », perchè « il buon nome vale più che molte ricchezze ». Non
meritarti nome di sospettoso; ma, perchè più sono i cattivi che i buoni, «
credi poco e fidati poco ». Questo è il succo dell'arte della vita
seguita da' più, ancorchè con qualche ipocrisia, come se ne vergognassero. Ma
il Guicciardini ne fa un codice, fondato sul divorzio tra l'uomo e la coscienza
e sull'interesse individuale. E' il codice di quella borghesia italiana,
tranquilla, scettica, intelligente, e positiva, succeduto ai codici d'amore e alle
regole della cavalleria. Ma il Guicciardini, con tutta la sua saggezza, trovò
un altro più saggio di lui, e, volendo usare Cosimo a benefizio suo, avvenne
che fu lui istrumento di Cosimo. Così finì la vita, come il Machiavelli, nella
solitudine e nell'abbandono. Ebbe anche lui le sue illusioni e i suoi
disinganni, meno nobili, meno degni della posterità, perchè si riferivano al
suo particolare. Ritirato nella sua villa d'Arcetri, il Guicciardini usò gli
ozi a scrivere la Storia d'Italia. Se guardiamo alla potenza
intellettuale, è il lavoro più importante che sia uscito da da mente italiana.
Ciò che lo interessa non è la scena, la parte teatrale o poetica, sulla quale
facevano i loro esercizi rettorici il Giovio, il Varchi, il Giambullari e gli altri
storici. I fatti più meravigliosi o commoventi sono da lui raccontati con una
certa sprezzatura, come di uomo che ne ha viste assai e non si maraviglia e non
si commuove più di nulla. Non ha simpatie o antipatie, non ha tenerezze e
indignazioni, e neppure ha programmi o preconcetti intorno ai risultati
generali dei fatti e alle sorti del suo paese. Il suo intelletto chiaro e
tranquillo è chiuso in sè, e non vi entra nulla dal di fuori che lo turbi o lo
svii. E' l'intelletto positivo, con quelle qualità che abbiamo notate e che in
lui sono egregie: la prudenza naturale, la dottrina, l'esperienza, il naturale
buono e la discrezione. Meravigliosa è soprattutto la sua
discrezione nel non riconoscere principi nè regole assolute, e giudicare caso
per caso, guardando in ciascun fatto la sua individualità, quel complesso di
circostanze sue proprie, che lo fanno esser quello e non un altro; dov'è la
vera distinzione tra il pedante e l'uomo d'ingegno. Con queste disposizioni, è
naturale che lo interessa meno la scena che il dietroscena, dove penetra con
sicurezza il suo occhio perspicace. Ha comune col Machiavelli il disprezzo
della superficie, di ciò che si vede e si dice il parere; e lo studio
dell'essere, di ciò che è al di sotto e che non si vede. Hai innanzi non la
sola descrizione de' fatti, ma la loro genesi e la loro preparazione: li vedi
nascere e svilupparsi. I motivi più occulti e vergognosi sono rivelati con la
stessa calma di spirito che i motivi più nobili. Ciò che l'interessa non è il
carattere etico o morale di quelli, ma la loro azione sui fatti. Il motivo
determinante è l'interesse, ed è sagacissimo nell'indagine non meno
degl'interessi privati che degl'interessi detti pubblici, e sono interessi di
re e di corti. Ma gl'interessi hanno la loro ipocrisia, e si nascondono
sotto il manto di fini più nobili, come la gloria, l'onore, la libertà,
l'indipendenza: fini che escono in mezzo quando si vuol cattivare i popoli o
gli eserciti. Di che nasce, massime nelle concioni, una specie di rettorica ad
usum delphini, voglio dire ad uso dei volgari, che non guardano nel fondo e si
lasciano trarre alle belle apparenze. I popoli e gli eserciti vi stanno come
strumenti, e i veri e principali attori sono pochi uomini, che li muovono con
la violenza e con l'astuzia, e li usano ai fini loro. Lo storico avea
intenzioni letterarie. La sua prosa, massime nei Ricordi, ha la precisione
lapidaria di Machiavelli, con quella rapidità e semplicità e perfetta evidenza
che l'avvicina agli esempli più finiti della prosa francese, senza che ne abbia
i difetti. Lo stile e la lingua in questi due scrittori giunge per vigore
intellettuale ad un grado di perfezione che non è stato più raggiunto. Ma il
Guicciardini, di un giudizio così sano nell'andamento de' fatti umani, aveva
de' preconcetti in letteratura: opinioni ammesse senza esame, solo perchè
ammesse da tutti. Lo scrivere è per lui, come per i letterati di quel tempo, la
tradizione del parlare e del discorso naturale in un certo meccanismo molto
complicato e a lui faticoso, quasi vi facesse allora per la prima volta le sue
prove. Molti uomini mediocri, quali il Casa e il Castiglione e il
Salviati e lo Speroni, vi riescono con minore difficoltà, come disciplinati ed
educati a quella forma. La sua chiarezza intellettuale e la sua rapida
percezione è in visibile contrasto con quei giri avviluppati e affannosi del
suo periodo. Li diresti quasi artifici diplomatici per inviluppare in quelle
pieghe i suoi concetti e le sue intenzioni, se non fosse manifesta la sua
franchezza spinta sino al cinismo. Sono artifici puramente letterari e
rettorici. E sono rettorica le sue circonlocuzioni, le sue descrizioni, le sue
orazioni, le sue sentenze morali, un certo calore d'immaginazione e di
sentimento, una certa solennità di tuono. Al di sotto di questi splendori
artificiali trovi un mondo di una ossatura solida e di un perfetto organismo,
freddo come la logica ed esatto come la meccanica, e che non è forse in fondo
se non un corso di forze e d'interessi seguiti nei loro più intimi recessi da
un intelletto superiore. La Storia d'Italia è in venti libri e si stende dal
1494 al 1534. Comincia con la calata di Carlo ottavo: finisce con la caduta di
Firenze. Appare in ultimo, come un funebre annunzio di tempi peggiori, Paolo
terzo, il papa della Inquisizione e del concilio di Trento. Questo periodo
storico si può chiamare la « tragedia italiana », perchè in questo spazio di
tempo l'Italia dopo un vano dibattersi passa in potestà dello straniero.
Ma lo storico non ha pur sentore dell'unità e del significato di questa
tragedia; e il protagonista non è l'Italia e non è il popolo italiano. La
tragedia c'è, e sono le grandi calamità che colpiscono gl'individui: le
arcioni, le prede, gli stupri, tutti i mali della guerra. Avvolto fra tanti «
atrocissimi accidenti », sagacissimo a indagarne i più riposti motivi nel
carattere degli attori e nelle loro forze, l'insieme gli fugge. La
Riforma, la calata di Carlo, la lotta tra Carlo quinto e Francesco primo, la
trasformazione del papato, la caduta di Firenze, e l'Italia bilanciata di
Lorenzo divenuta un'Italia definitivamente smembrata e soggetta: questi fatti
generali preoccupano meno lo storico che l'assedio di Pisa e i più oscuri
pettegolezzi tra' principi. Sembra un naturalista, che studi e classifichi
erbe, piante e minerali, e indaghi la loro struttura interna e la loro
fisiologia, che li fa essere così o così. L'uomo vi appare come un essere
naturale, che operi così fatalmente come un animale, determinato all'azione da
passioni, opinioni, interessi, dalla sua natura o carattere, con la stessa
necessità che l'animale è determinato da' suoi istinti e qualunque essere
vivente dalle sue leggi costitutive. Considerando l'uomo a questo
modo, lo storico conserva quella calma dell'intelletto, quell'apatia e indifferenza
che ha un filosofo nella spiegazione de' fenomeni naturali. Ferruccio e
Malatesta gl'ispirano lo stesso interesse; anzi Malatesta è più interessante,
perchè la sua azione è meno spiegabile e attira più la sua attenzione
intellettuale. Di che si stacca questo concetto della storia: che l'uomo,
ancora che sembri nelle sue azioni libero, è determinato da motivi interni o
dal suo carattere, e si può calcolare quello che farà e come riuscirà, quasi
con quella sicurezza che si ha nella storia naturale. Perciò chi perde ha
sempre torto, dovendo recarne la causa a se stesso, che ha mal calcolato le sue
forze e quelle degli altri. Questa specie di fisica storica non oltrepassa
gl'individui, i quali ci appaiono qui come una specie di macchinette,
maravigliose, anzi miracolose alla plebe: a noi poco interessanti, perchè
sappiamo il segreto, conosciamo l'ingegno da cui escono quei miracoli, e tutto
il nostro interesse è concentrato nello studio dell'ingegno. Il
Machiavelli va più in là. Egli intravede una specie di fisica sociale, come si
direbbe oggi, un complesso di leggi che regolano non solo gli individui, ma la
società e il genere umano. Perciò patria, libertà, nazione, umanità, classi
sociali sono per lui fatti non meno interessanti che le passioni, gli interessi,
le opinioni, le forze che muovono gl'individui. E se vogliamo trovare lo
spirito o il significato di questa epoca, molto abbiamo da imparare nelle sue
opere. Indi è che, come carattere morale, il segretario fiorentino ispira
anche oggi vive simpatie in tutti gl'intelletti elevati, che sanno mirare al di
là della scorza nel fondo delle sue dottrine; e, come forza intellettuale,
unisce alla profonda analisi del Guicciardini una virtù sintetica, una
larghezza di vedute, che manca in quello. E' un punto di partenza nella storia,
destinato a svilupparsi. Francesco De Sanctis. Nel 1512 quando ormai aveva più
di quarant'anni (era nato a Firenze il 3 maggio 1469, da antica e nobile
famiglia) Niccolò Machiavelli veniva privato del suo ufficio e veniva inviato
al confino per un anno. Il provvedimento era abbastanza logico perchè tutta
l'attività diplomatica e politica di Machiavelli si era svolta al servizio del
regime repubblicano di Firenze e la sua continuazione non poteva riuscire
gradita ai Medici che rientravano nella loro città al seguito delle vittoriose
truppe spagnole. Machiavelli, dopo una giovinezza ( tra i grandi scrittori
italiani dedicata in parte agli studi e in parte agli svaghi, aveva iniziato la
sua attività pubblica nel maggio del 1498 (quando si era conclusa col rogo
l'avventura savonaroliana) , ottenendo l'incarico di segretario della seconda
Cancelleria . Tale attività non aveva mai avuto un grande rilievo sul piano
della politica pratica, ma aveva permesso al segretario fiorentino di
acquistare esperienza diretta degli avvenimenti e dei rivolgimenti politici di quegli
anni tumultuosi che videro il crollo del sistema di stati italiani e della
nostra indipendenza e lo scontro , sul nostro territorio , delle due nuove
potenze europee, la Francia e la Spagna. E in Francia Machiavelli si recò
numerose volte (nel 1500, nel 1504 , nel 10 e nell'11 ), tanto da conoscere
molto bene la struttura di questo stato e da poter analizzare con precisione le
ragioni della forza e del prestigio dei Francesi e, insieme , le cause dei loro
insuccessi. Ma non meno importanti furono le esperienze che egli potè fare
presso Cesare Borgia , l'inquieto spregiudicato e ambizioso figlio naturale del
papa Alessandro VI , che aspirava alla creazione di un forte stato nell'Italia
centrale e minacciava direttamente e indirettamente Firenze. Presso
il Valentino (così era chiamato il Borgia) Machiavelli si recò due volte nel
giugno e nell'ottobre del 1502 in occasione della ribellione della Valle di
Chiana contro il dominio fiorentino ( ribellione fomentata dal Valentino stesso
) e da tali legazioni potè trarre argomento di ammirazione per l'energia,
l'audacia, le capacità diplomatiche di questo signore "molto splendido e
magnifico" che diverrà poi quasi l'incarnazione del suo principe. D'altra
parte egli non fu solo testimone della fortuna del Valentino, ma anche del
crollo di tutte le sue ambizioni , perchè, dopo l'improvvisa morte di
Alessandro VI e il brevissimo pontificato di Pio III , fu inviato dal governo
fiorentino a Roma per seguire il conclave e potè assistere all'elezione di
Giulio II, nemico di Cesare Borgia e sua " ultima ruina " . In quella
occasione , e in una successiva legazione nel 1506 , il Machiavelli potè anche
rendersi conto del temperamento del nuovo papa , dell'energia e del "
furore " che lo misero al centro degli avvenimenti politici di quegli anni
. Se si aggiunge che il 1507 il nostro segretario si recò in Germania presso la
corte imperiale ( rimanendovi per oltre sei mesi ) , che nel 1509 assistette
alla resa di Pisa e soprattutto, alla disfatta della maggiore potenza italiana,
Venezia, e che , dal 1506 in poi , negli intervalli fra una legazione e
l'altra, fu incaricato di arruolare e istruire un corpo di truppa cittadina, si
vedrà quanto varia e complessa fosse l'esperienza di Machiavelli. I
problemi di fondo della politica europea gli si erano così progressivamente
chiariti: la necessità di uno stato unitario moderno, la necessità di truppe
non mercenarie, il dramma della divisione italiana e della inettitudine della
nostra classe dirigente. Questi problemi egli era già venuto elaborando in una
serie di scritti minori : Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello
ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca
di Gravina Orsini; Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati;
Parole da dire sopra la provvisione del denaio fatto in loco di pèroemio e di
scusa; Discorso dell'ordinare lo stato di Firenze in armi; Discorso sopra
l'ordinanza e la milizia fiorentina; Ritratto delle cose della Magna; Ritratto
delle cose di Francia; il Decennale primo e il Decennale secondo . E' del tutto
comprensibile il cruccio del Machiavelli vedendosi mettere da parte proprio nel
momento in cui era giunto alla sua completa maturità e poteva guardare le cose
dall' alto di una ricchissima esperienza . Ma i Medici furono inflessibili : in
un primo tempo addirittura lo imprigionarono ( e lo torturarono pure ) ,
sospettando che avesse partecipato alla congiura del Boscoli , poi lo tennero
inoperoso per quasi otto anni , sino al 1520 , e infine gli assegnarono qualche
incarico minore : di esprimere un parere a riguardo della costituzione
fiorentina ( e lui scrisse il Discorso sopra il riformare lo stato di Firenze )
, di narrare la storia della città ( di qui le Istorie fiorentine ) , di andare
come ambasciatore presso la " repubblica degli Zoccoli " , cioè
presso il capitolo dei Frati minori di Carpi . Solo nel 1526 gli
venne affidato un incarico importante : quello di cancelliere dei Procuratori
delle mura , preposti alla difesa di Firenze . Ma i Medici vennero di nuovo
scacciati e Machiavelli, sospettato anche dal regime repubblicano, fu lasciato
da parte. Morì tra il 20 e 22 giugno 1527. Durante gli anni del suo ozio
forzato, Machiavelli si ritirò in una villa presso San Casciano. Qui egli
passava la giornata a caccia di uccelli, o nella lettura dei poeti latini, o
imbestialendosi nel giocare a tric-trac con l'oste, il mugnaio, il beccaio, o
infine standosene sulla porta dell'osteria e scambiando impressioni e notizie
coi passanti. Ma la sera si ritirava nel suo studio e leggeva le antiche storie
e interrogava gli antichi scrittori: "e non sento per quattro ore di tempo
alcuna noia, dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la
morte; tutto mi trasferisco in loro". E' dalle meditazioni che ispira
questa frequentazione con i vivi e con i morti, coi passanti e i loro
"vari gusti e diverse fantasie e coi grandi uomini dell'antichità, che
nascono quasi d'un sol getto (fra il 1512 e il 1520) le grandi opere machiavelliane:
il Principe, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, i dialoghi Dell'arte
della guerra, la Vita di Castruccio Castracani, La Mandragola.
Frequentazione con i vivi e con i morti, abbiamo detto. Ed è questo che fa
grande il Machiavelli, che gli permette di essere la coscienza più alta del
Rinascimento e di rappresentarlo nei suoi elementi dinamici, nel suo dramma
profondo, e non soltanto - come accadeva al Castiglione e al Bembo - nei suoi
elementi grandiosi ma statici. Il fatto, cioè, che egli sa stabilire, nello stesso
tempo, un contatto diretto col mondo classico e con le persone che lo
circondano. Per lui, rivolgersi all'antico non significa evadere dal presente.
Anzi. I problemi che affronta Machiavelli non sono mai problemi astratti (anche
quando sembra che lo siano ), non sono mai problemi che si pongono sul piano
delle categorie universali (moralità, utilità, politicità, e così via), ma sono
problemi collegati alla valutazione e alla soluzione di una situazione
storico-politica concreta, quella dell'Italia nei primi decenni del sec. XVI
Per questo non è la scoperta della categoria dell'utile diversa e distinta
dalla categoria della morale l'elemento caratterizzante del pensiero
machiavelliano: Non già che il problema dell'autonomia della politica, rispetto
alla morale, non sia stato effettivamente da lui posto. Basterebbe pensare al
capitolo del principe dedicato a coloro "che per scelleranza sono venuti
al Principato" con gli esempi di Agatocle e di Oliverotto da Fermo,
all'esaltazione del Valentino - ammirato nella sua abilità politica
indipendentemente dai suoi delitti - o al capitolo XVIII della stessa opera
dove si pone il problema se i principi debbano mantenere gli impegni presi. E
se parlando di Agatocle il Machiavelli sembrava ancora oscillare non sentendosela
di identificare la "virtù" - sia pure nella particolare accezione in
cui egli usava questo termine di "energia" e "capacità" -
con le scelleratezze di Agatocle e di altri, qui egli non manifesta più
dubbi. La politica ha alcune leggi che non coincidono sempre con
con quella della morale: essere buono può sovente procurare la
"ruina" di un principe, al contrario, mancare di parola, ingannare,
assassinare spesso può salvare uno stato. Di qui l'accusa di immoralità che gli
venne presto rivolta, e la formula del "fine che giustifica i mezzi"
che gli viene attribuita. In realtà Machiavelli si limita a costatare
scientificamente le due sfere diverse in cui agiscono politica e morale. Si
rende conto con chiarezza dell'autonomia di una rispetto all'altra, non ne
individua il punto di congiunzione. Ma il secondo problema non lo interessava:
la "realtà effettuale" italiana non suggeriva certo un discorso sulla
morale. Per questo l'interesse del Principe si accentra tutto, invece, sulla
figura del "principe nuovo" come la sola che possa sciogliere
positivamente la complessa trama della crisi italiana: anzi fra l' elogio del
Valentino e la condanna di Cesare . Contraddizioni inesistenti se si considera
che Il principe poneva soprattutto il problema della creazione di uno stato
nuovo nella situazione italiana di quel periodo e i Discorsi pongono
soprattutto il problema del mantenimento dello stato , dei suoi ordinamenti
migliori . Per la stessa ragione nei Discorsi al popolo si dà un posto che non
ha mai nel Principe , fino all'affermazione che il popolo é " più prudente
, più stabile e di migliore giudizio che un principe " e che " se i
principi sono superiori a' popoli nello ordinare le leggi , formare vite civili
, ordinare statuti ed ordini nuovi , i popoli sono tanto superiori nel
mantenere le cose ordinate " . Così Machiavelli può arrivare a una
stupefacente scoperta che sembra preludere alle concezioni politiche moderne :
che cioè le lotte fra patrizi e plebei non indebolirono Roma , ma le permisero
di raggiungere ordinamenti sempre più perfetti . Insomma nei Discorsi l'
argomentazione é più distesa e distaccata e può , quindi , abbracciare un campo
più vasto anche se meno omogeneo . Così Machiavelli può riprendere il discorso
sulla religione non tanto considerandola uno strumento del potere costituito ,
quanto un costume morale che regola i rapporti civili fra i cittadini come
individui privati e , di conseguenza , rende più ordinati e stabiliti i
rapporti fra il cittadino e lo stato . Può riprendere anche il discorso sulle
milizie e sulla necessità di uno stato di ampliarsi , ripudiando in questo modo
definitivamente il concetto di città - stato e sostenendo la necessità di uno
stato con una larga base territoriale . Tale collegamento alle cose e il carattere
di ricerca della sua speculazione si rivelano pienamente " nella prosa e
nello stile stesso " del segretario fiorentino , in " questo tipo
nuovo e liberale di prosa " in cui la sintassi " é già consapevole
della sua libertà ed individualità " e il " ragionamento a piramide
degli scolastici " cede il posto al " ragionamento a catena "
della prosa scientifica moderna . Il lettore ha costantemente l' impressione di
assistere e di essere chiamato a partecipare a un laborioso processo di ricerca
, irto di dubbi e di contraddizioni . La prosa del Machiavelli non
assomiglia mai a quella del maestro che squaderna agli occhi del proprio
allievo una verità della quale egli solo era in possesso ; essa piuttosto
sollecita a provoca il lettore , cui si rivolge , di frequente , con un "
tu " perentorio e aggressivo , a farsi compagno e sodale del suo autore ,
lo immedesima nei dubbi e nelle incertezze di questo . In tal senso la prosa di
Machiavelli é eminentemente moderna . E quando d' improvviso il periodare
serrato e incalzante del segretario fiorentino s' impenna e si apre in una di
quelle rappresentazioni o formule condensate e chiarissime che sono tipiche
della sua opera , il lettore ha la sensazione di assistere al germinare di un'
intuizione nuova preparata e resa possibile da un lungo e penoso lavoro
intellettuale , si sente partecipe della gioia della scoperta e , al tempo
stesso , stupito della semplicità rivoluzionario della medesima . Insomma
Machiavelli ha di fronte a sè una realtà mortificante , la " ruina d'
Italia " , nelle sue istituzioni comunali o signorili , nei costumi dei
suoi principi , nell' avvilimento del popolo . Di qui il pessimismo della sua
intelligenza , quel contemplare distaccato e disgustare un mondo sordido e
canagliesco , impastato di bassi appetiti , di astuzie meschine , di stupidità
e di ingordigia che sta al fondo della Mandragola , il capolavoro del teatro
del '500 . Egli , però , ha compreso l' importanza delle grandi formazioni di
stati unitari verificatisi in Europa , sa che in questa direzione si muove la
storia e il progresso ed é consapevole che il grande patrimonio della civiltà
italiana potrebbe esprimere il principe capace di imprimere un suggello su
quella materia informe e corrotta . Machiavelli non è un puro teorico ,
inteso a costruire freddamente una teoria politica per così dire " in
laboratorio " : le sue concezioni scaturiscono dal rapporto diretto con la
realtà storica , in cui egli é impegnato in prima persona grazie agli incarichi
che ricopre nella Repubblica fiorentina , e mirano a loro volta ad incidere in
quella realtà , modificandola secondo determinate prospettive . Il suo pensiero
si presenta così come una stretta fusione di teoria e prassi : la teoria nasce
dalla prassi e tende a risolversi in essa . Alla base di tutta la riflessione
di Machiavelli vi é la coscienza lucida e sofferta della crisi che l' Italia
contemporanea sta attraversando : una crisi politica , in quanto l' Italia non
presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le maggiori
potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati regionali e
cittadini deboli e instabili ; crisi militare , in quanto si fonda ancora su
milizie mercenarie e compagnie di ventura , anzichè su eserciti "
cittadini " , che soli possono garantire la fedeltà , l' ubbidienza , la
serietà di impegno ; ma anche crisi morale , perchè sono scomparsi , o comunque
si sono molto affievoliti , tutti quei valori che danno fondamento saldo ad un
vivere civile , e che per Machiavelli sono rappresentati esemplarmente dall'
antica Roma , l' amore per la patria , il senso civico , lo spirito di
sacrificio e lo slancio eroico , l' orgoglio e il senso dell' onore , e sono
stati sostituiti da un atteggiamento scettico e rinunciatario , che induce ad
abbandonarsi fatalisticamente al capriccio mutevole della fortuna , senza
reagire e senza lottare . Perciò , come hanno dimostrato le guerre che si
sono succedute dopo la calata dei Francesi nel 1494 , gli Stati italiani sono
prossimi a perdere la loro indipendenza politica e a divenire satelliti delle
potenze europee che si stanno disputando il territorio della penisola .
Per Machiavelli l' unica via d' uscita da una così straordinaria "
gravità de' tempi " é un principe dalla straordinaria "virtù"
capace di organizzare le energie che potenzialmente ancora sussistono nelle
genti italiane e di costruire una compagine statale abbastanza forte da
contrastare le mire espansionistiche degli Stati vicini . A questo obiettivo
storicamente concreto é indirizzata tutta le teorizzazione politica di
Machiavelli , la quale perciò si riempie del calore passionale e dello slancio
di chi partecipa con fervore ad un momento decisivo della storia del proprio
paese . Ignorare queste radici pratiche immediate del pensiero machiavelliano porterebbe
a travisarne completamente il senso . Tuttavia quel pensiero non
resta limitato a quel campo così contingente , poichè altrimenti non avrebbe la
forza di sollecitare ancora tanto interesse : partendo da quella situazione
particolare , cercando di dare una risposta immediata ed efficace a quei
problemi di traumatica urgenza , Machiavelli elabora una teoria che aspira ad
avere una portata universale , a fondarsi su leggi valide in tutti i tempi e
tutti i luoghi . Le radici pratiche immediate danno al suo pensiero quel calore
, quella passione che lo rendono affascinante e che conferiscono alle sue opere
uno straordinario valore letterario , ma poi la sua speculazione assume anche
la fisionomia di una vera teoria scientifica . Concordemente Machiavelli
é stato definito come il fondatore della moderna scienza politica: innanzitutto
egli determina nettamente il campo di questa scienza , distinguendolo da quello
di altre discipline che si occupano ugualmente dell' agire dell' uomo , come l'
etica . Machiavelli , poi , rivendica vigorosamente l' autonomia del campo
dell' azione politica : essa possiede delle proprie leggi specifiche , e l'
agire degli uomini di Stato va studiato e valutato in base a tali leggi :
occorre cioè , nell' analisi dell' operato di un principe , valutare
esclusivamente se esso ha saputo raggiungere i fini che devono essere propri
della politica , rafforzare e mantenere lo Stato , garantire il bene dei
cittadini . Ogni altro criterio , se il sovrano sia stato giusto e mite o violento
e crudele , se sia stato fedele o abbia mancato alla parola data , non é
pertinente alla valutazione politica del suo operato . E' una teoria di
sconvolgente novità , veramente rivoluzionaria nel contesto della cultura
occidentale . Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che
avviene realmente nella politica , non di delineare degli Stati ideali "
che non si sono mai visti essere in vero " . Proclama infatti di voler
andar dietro alla " verità effettuale della cosa " anzichè all'
" immaginazione di essa " , proprio perchè non gli interessa mettere
insieme una bella costruzione teorica , ma scrivere un' opera " utile a
chi la intenda " , fornire uno strumento concettuale di immediata
applicabilità alla politica reale e di sicura efficacia . Oltre al campo
autonomo su cui applica la nuova scienza , Machiavelli ne delinea chiaramente
il metodo . Esso ha il suo principio fondamentale nell' aderenza alla "
verità effettuale " : proprio perchè vuole agire sulla realtà ne deve
tener conto e quindi per ogni sua costruzione teorica parte sempre dall'
indagine sulla realtà concreta , empiricamente verificabile , mai da assiomi
universali e astratti . Solo mettendo insieme tutte le varie esperienze si può
poi giungere a costruire principi generali . L' esperienza per Machiavelli può
essere di due tipi : quella diretta , ricavata dalla partecipazione personale
alle vicende presenti , e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi
. Machiavelli le definisce ( nella dedica del Principe ) rispettivamente
" esperienza delle cose moderne " e " lezione delle antique
" . In realtà si tratta solo apparentemente di due forme diverse perchè
studiare il comportamento di un politico contemporaneo o di uno vissuto cento
anni fa é la stessa cosa , cambia solo il veicolo della trasmissione dei dati ,
dell' informazione su cui lavorare , ma il contenuto é lo stesso . Alla base di
questo modo di accostarsi alla storia vi é una concezione tipicamente
naturalistica : Machiavelli é convinto che l' uomo sia un fenomeno naturale al
pari di altri e che quindi i suoi comportamenti non variino nel tempo , come
non variano il corso del sole e delle stelle . Per questo ha
fiducia nel fatto che , studiando il comportamento umano attraverso le fonti
storiche o l' esperienza diretta , si possa arrivare a formulare delle vere e
proprie leggi di validità universale . Proprio per questo la sua storia é
costellata di esempi tratti dalla storia antica : essi sono la prova che il
comportamento umano non varia e che quindi l' agire degli antichi può essere di
modello . Per lui gli uomini " camminano sempre per vie battute da altri
" , perciò propone il principio tipicamente rinascimentale dell'
imitazione : Machiavelli nota che ai suoi tempi l' imitazione degli antichi é
pratica costante nelle arti figurative , nella medicina , nel diritto e depreca
quindi che lo stesso non avvenga nella politica . Da questa visione
naturalistica scaturisce la fiducia di Machiavelli in una teoria razionale
dell' agire politico , che sappia individuare le leggi a cui i fatti politici
rispondono necessariamente e quindi sappia suggerire le sicure linee di
condotta statistica . Il punto di partenza per la formulazione di tali leggi é
una visione crudamente pessimistica dell' uomo come essere morale : l' uomo agli
occhi di Machiavelli é malvagio : non ne teorizza filosoficamente le cause ,
non indaga se lo sia per natura o in conseguenza ad una colpa originariamente
commessa , ma si limita a constatare empiricamente gli effetti della sua
malvagità sulla realtà . Gli uomini sono " ingrati , volubili , simulatori
e dissimulatori , fuggitori de' pericoli , cupidi di guadagno " e
dimenticano più facilmente l' uccisione del padre che la perdita del patrimonio
: la molla che li spinge é l' interesse materiale e non sono i valori
sentimentali disinteressati e nobili . Tra tanti uomini malvagi il principe non
deve nè può " fare in tutte le parti la professione di buono " perchè
andrebbe incontro alla rovina : deve anche sapere essere " non buono
" laddove lo richiedano le necessità dello Stato . Il vero politico agli
occhi di Machiavelli deve essere un centauro , ossia un essere metà uomo e metà
animale , deve cioè essere umano o feroce come una bestia a seconda delle
situazioni . Tuttavia Machiavelli sa bene come il venir meno alla
parola data o l' uccidere spietatamente i nemici per un principe siano cose
ripugnanti moralmente : tuttavia se il principe eticamente é malvagio in
politica diventa buono , perchè uccide per difendere lo Stato e le sue
istituzioni ; allo stesso modo i " buoni " moralmente sarebbero
" cattivi " politicamente perchè non uccidendo e non compiendo azioni
malvagie lascerebbe perire lo Stato . Machiavelli quindi non é il fondatore di
una nuova morale , anzi , moralmente parlando é un tradizionalista e considera
" cattivo " chi uccide o non mantiene la parola data ; egli
semplicemente individua un ordine di giudizi autonomi che si regolano su altri
criteri , non il bene o il male , ma l' utile o il danno politico . E'
interessante notare che Machiavelli distingue tra principi e tiranni : principe
é chi usa metodi riprovevoli a fin di bene , in favore dello Stato ; tiranno ,
invece , é chi li usa senza che ci sia necessità . E' solo lo Stato che può
costituire un rimedio alla malvagità dell' uomo , al suo egoismo che
disgregherebbe ogni comunità in un caos di spinte individualiste contrapposte
le une alle altre . Per quel che riguarda il rapporto con la religione ,
a Machiavelli non interessa nella sua prospettiva concettuale , come contenuto
di verità , nè tanto meno nella sua dimensione spirituale , come garanzia di
salvezza , ma solo ed esclusivamente come " instrumentum regni " ,
ossia come strumento di governo . La religione , in quanto fede in certi
principi comuni , obbliga i cittadini a rispettarsi reciprocamente e a
mantenere la parola data : questa era la funzione che la religione rivestiva
già ai tempi degli antichi Romani , secondo Machiavelli . Tuttavia nei Discorsi
Machiavelli muove anche un biasimo alla religione , accusandola di essere spesso
stata colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati , di far sì che essi
svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo . La forma di governo
che meglio compendia in sè l' idea di Stato per Machiavelli é quella
repubblicana , che argina e disciplina le forze anarchiche dell' uomo . Il
principato é per Machiavelli una forma d' eccezione e transitoria ,
indispensabile solo in certi momenti , come quello che l' Italia sta vivendo ai
suoi tempi , per costruire uno Stato sufficientemente saldo . La forma
repubblicana é la migliore perchè non si fonda su un solo uomo , ma ha
istituzioni stabili e durature. Dall' esilio dell' Albergaccio ,
Machiavelli annunciava all' amico Vettori di aver composto un " opuscolo
de principatibus " , in cui si trattava " che cosa é principato , di
quale spetie sono , come e' si mantengono , perchè e' si perdono " . L'
indicazione fissa il momento in cui l' opera può dirsi compiuta , ma lascia
aperti altri problemi di datazione : in quale periodo sia stata composta , se
sia stata scritta unitariamente o in fasi diverse e soprattutto quali siano i
rapporti che legano ai " Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio "
. Oggi gli studiosi tendono a collocare la composizione in una stesura di getto
, mentre si ritiene che posteriormente sia stata scritta la dedica a Lorenzo
de' Medici e probabilmente anche il capitolo finale che , nel suo carattere di
appassionata esortazione a liberare l' Italia dai " barbari " ,
sembra staccarsi dal tono lucidamente argomentativo del resto del trattato .
Per quanto riguarda i rapporti con I Discorsi si é pensato che la stesura di
tale opera sia iniziata precedentemente e sia stata interrotta nel luglio per
far posto alla composizione del trattatello , che rispondeva a bisogni di
maggiore urgenza , agganciandosi direttamente ai problemi attuali della
situazione italiana . Il Principe é un' operetta molto breve ,
scritta in forma concisa e incalzante , ma densissima di pensiero . Si articola
in 26 capitoli , di lunghezza variabile , che recano dei titoli in latino come
era usanza dell' epoca . La materia é divisa in diverse sezioni . I capitoli I
- XI esaminano i vari tipi di principato e mirano a individuare i mezzi che
consentono di conquistarlo e di mantenerlo , conferendogli forza e stabilità .
Machiavelli distingue tra principati ereditari ( a cui é dedicato il capitolo
II ) e nuovi ; questi ultimi a loro volta possono essere misti , aggiunti come
membri allo Stato ereditario di un principe o del tutto nuovi; a loro volta
questi possono essere conquistati con la virtù e con armi proprie ( capitoli IV
- V ) , oppure basandosi sulla fortuna e su armi altrui ( capitolo VII , in cui
si propone come esempio il duca Valentino ) . Il capitolo VIII tratta di coloro
che giungono al principato attraverso scelleratezze , e qui Machiavelli
distingue tra la crudeltà " bene e male usata " : la prima é quella
impiegata solo per stati di assoluta necessità e che si converte nella maggiore
utilità possibile per i sudditi ; male usata invece é quella che cresce con il
tempo anzichè cessare ed é compiuta per l' esclusivo vantaggio del tiranno
. Machiavelli affronta il principato " civile " , in cui cioè
il principe riceve potere dai cittadini stessi ; nel X si esamina come si
debbano misurare le forze dei principati e nell' XI si tratta dei principati
ecclesiastici , in cui il potere é detenuto dall' autorità religiosa , come nel
caso dello Stato della Chiesa . I capitoli XII - XIV sono dedicati al problema
delle milizie : Machiavelli giudica negativamente l' uso degli eserciti
mercenari ( cosa che per altro aveva fatto già Petrarca ) , abituale nell'
Italia del tempo , perchè essi combattendo solo per denaro sono infidi e
pertanto costituiscono una delle cause principali della debolezza degli Stati
italiani e delle pesanti sconfitte subite nelle recenti guerre ; di conseguenza
, per lui , la forza di uno Stato consiste soprattutto nel poter contare su
armi proprie , su un esercito composto dagli stessi cittadini in armi , che
combattano per difendere i loro averi e la loro vita stessa . Machiavelli tratta
dei modi di comportarsi del principe con i sudditi e con gli amici . E' questa
la parte in cui il rovesciamento degli schemi della trattatistica precedente é
più radicale e polemico , in cui Machiavelli , anzichè esibire il catalogo
delle virtù morali che sarebbero auspicabili in un principe va dietro alla
" verità effettuale della cosa " : poichè gli uomini sono malvagi ,
avidi , mancatori della fede e violenti , il principe che é costretto ad agire tra
loro non può seguire in tutto le leggi morali , ma deve imparare anche ad
essere " non buono " , dove le circostanze lo esigano ; deve guardare
al fine , che é vincere e mantenere lo Stato : i mezzi se vincerà saranno
sempre considerati onorevoli . Sono questi i capitoli che hanno immediatamente
suscitato più scalpore , ed hanno attirato per secoli su Machiavelli l'
esecrazione e la condanna . Il capitolo XXIV esamina le cause per cui i
principi italiani , nella crisi successiva al 1494 ( il crollo della libertà italiana
) hanno perso i loro Stati . La causa per lo scrittore é essenzialmente l'
" ignavia " dei principi , che nei tempi quieti non hanno saputo
prevedere la tempesta che si preparava ( solo Savonarola aveva avuto l'
intuizione ) e porvi i necessari ripari . Di qui scaturisce naturalmente l'
argomento del capitolo XXV , il rapporto tra virtù e fortuna , cioè la capacità
, che deve essere propria del politico , di porre argini alle variazioni della
fortuna , paragonata a un fiume in piena che quando straripa allaga le campagne
e devasta i raccolti e gli abitati . L' ultimo capitolo é , come accennato ,
un' appassionata esortazione ad un principe nuovo , accorto ed energico , che
sappia porsi a capo del popolo italiano e liberare l' Italia dai barbari .
(il testo sopra è di Diego Fusaro - visitate il suo sito di filosofia )
http://www.filosofico.net/filos1.html ANDIAMO ALL'ARTICOLO
DEL Prof. G.Pellegrino/Prof.ssa M.Mangieri IL PENSIERO
POLITICO DI MACHIAVELLI OPPURE SE L'AVETE GIA LETTA ANDIAMO ALLORA
DIRETTAMENTE ALL'OPERA INTEGRALE IL PRINCIPE > >
HOME PAGE STORIOLOGIAGrice: “When I created Deutero-Esperanto, I felt
like the principato senza il principe!” --. Michele Ciliberto. Keywords: il
principe, intelletuale fascista, lessico, lessico di Bruno, lessico di grice,
lessico filosofico europeo, umbra profunda, implicatura in chiaroscuro, i
contrari, il laico, il libero, despotismo, immagine e concetto, parola,
immagine, e concetto, il pazzo, il ragionato, istituto su studi sul
rinascimento, la tradizione italiana, la tradizione filosofica italiana,
democrazia rappresentativa, concetto di rappresentazione, Grice e Ciliberto
sulla rappresentazione. Il primo ministro britannico ripresenta suoi
costituenti. Il barone della camera alta del parlamento, parlamento ed
implicamento, il team di cricket rippresenta Inghilterra: fa per Inghilterra
quello che Inghilterra non puo fare: gioccare cricket. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Ciliberto” – The Swimming-Pool Library.


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