Grice e Colizzi: l'implicatura conversazionale – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Norcia).
Filosofo italiano. Grice: “By focusing on ‘desire,’ focuses Collizi on Thales
who famously, for fixing on the stars, de-fixed from the ground!” -- Grice: “If I had to chose one philosophical
word I adore is ‘desideratum,’ and Collizi tells it right – while Short and
Lewis doubt it, to desire is like to consider – and the ‘sidus’ is involved!”
Compone il saggio “De amore fundamenta mundis ac ethicae”. Colizzi si è appreso
attraverso i riferimenti in Bruno e Mersenne. Il nucleo centrale dela sua
filosofia consiste nell'unione dell'idea di dio come amore con uno spunto,
totalmente ri-adattato, di derivazione platonica, secondo cui il reale è
emanazione, a partire da livelli di purezza e deità più elevati. Facendo
dell'amore la caratteristica principale di dio – IVS PATER, arriva a dire che
il reale coincide con l'amore, in forme più o meno degradate. Da questo
concetto fa derivare una forte istanza di svelamento. Nonostante l'apparente
neutralità emotiva del reale, il vero fondamento divino, e quindi
dell'universo, è l'amore. Il vero si consegue quindi applicando questo
principio ad una apparenza fenomenica, in modo da svelarne il vero essere, cioè
il principio di amore – Grice: “Not to be confused with my principle of
conversational self-love!” -Il suo passo più celebre, tuttavia, riguarda
l'etimologia della parola “de-sider-ium”, che collega all'espressione “de
sidera”. Come una stella, infatti, un de-sider-io e qualcosa che percepiamo con
i sensi, ma senza potere esperire direttamente l'amore che da loro scaturisce,
così il “de-siderio” è mera APPARENZA sotto la quale si cela un bisogno. Il
“de-siderio,” questo tendere all'apparenza, scompare completamente solo una
volta compreso fino in fondo il fondamento dell'essere, nella “mystica
copulatio” raggiungibile attraverso la filosofia. La sua filosofia quindi,
sembra unire una forte istanza metafisica a un'altrettanto forte istanza etica,
cercando nel reale una fondamentale armonia di senso che è compito di ogni
uomo, scopertala, riprodurre e preservare.
Cf. G. Bruno, “De l'infinito, universo e mondi,” G. Bruno, “Praxis
descensus seu applicatio entis,” D.Cantimori, “Storia ereticale” (G. Laterza).
F. Bolgiani, “Ortodossia ed eresia: il problema storiografico nella storia e la
situazione ortodossia-eresia agli inizi della storia (CELID). A
compimento di questo settimo Libro ed
in osservanza alla regola fin qui
seguita, rimanci di far menzione di
que' nostri Concittadini , che in
questo secolo XVII per meriti di
santità, o per dottrina, ovvero per
singolare valore nelle scien- ze, se ne resero
meritevoli. E primo ci si presenta
il Ven. Fr. Agostino da Norcia della
famiglia Colizzi, emulo delle virtù del
suo zio Fr. Giustino da noi ricordato
al Capi- tolo XXIII. De gl’eroici furori di Giordano
Bruno Letteratura italiana Einaudi Edizione di riferimento:
Giordano Bruno Nolano, De gli eroici furori. Parigi, appresso Antonio Baio
l’anno 1585, in Dialoghi filosofici italiani, a cura di Michele Ciliberto,
Mondadori, Milano 2000 Letteratura italiana Einaudi Sommario
Argomento del Nolano 2 Avertimento a’ lettori 20 Iscusazion del Nolano 22 Prima
parte de gli Eroici Furori Dialogo primo 24 Dialogo secondo 38 Dialogo terzo
Dialogo quarto 62 Dialogo quinto Seconda parte de gli Eroici Furori Dialogo
primo Dialogo secondo Dialogo terzo Dialogo quarto Letteratura italiana
Einaudi Al molto illustre et eccellente cavalliero Signor Filippo
Sidneo Letteratura italiana Einaudi 1 Giordano Bruno - De gli eroici
furori ARGOMENTO DEL NOLANO sopra GLI EROICI FURORI: scritto al molto illustre
SIGNOR FILIPPO SIDNEO È cosa veramente, o generosissimo Cavalliero, da bas- so,
bruto e sporco ingegno, d’essersi fatto constante- mente studioso, et aver
affisso un curioso pensiero circa o sopra la bellezza d’un corpo femenile. Che
spettacolo (o Dio buono) più vile et ignobile può presentarsi ad un occhio di
terso sentimento, che un uomo cogitabundo, afflitto, tormentato, triste,
maninconioso: per dovenir or freddo, or caldo, or fervente, or tremante, or
pallido, or rosso, or in mina di perplesso, or in atto di risoluto; un che
spende il meglior intervallo di tempo, e gli più scelti frutti di sua vita
corrente, destillando l’elixir del cervello con mettere in concetto, scritto, e
sigillar in publichi monumenti, quelle continue torture, que’ gravi tormen- ti,
que’ razionali discorsi, que’ faticosi pensieri, e quelli amarissimi studi
destinati sotto la tirannide d’una inde- gna, imbecille, stolta e sozza
sporcaria? Che tragicomedia? che atto, dico, degno più di com- passione e riso
può esserne ripresentato in questo teatro del mondo, in questa scena delle
nostre conscienze, che di tali e tanto numerosi suppositi fatti penserosi, con-
templativi, constanti, fermi, fideli, amanti, coltori, ado- ratori e servi di
cosa senza fede, priva d’ogni costanza, destituta d’ogni ingegno, vacua d’ogni
merito, senza ri- conoscenza e gratitudine alcuna, dove non può capir più
senso, intelletto e bontade, che trovarsi possa in una statua, o imagine
depinta al muro? e dove è più super- bia, arroganza, protervia, orgoglio, ira,
sdegno, falsitade, libidine, avarizia, ingratitudine et altri crimi exiziali,
che avessero possuto uscir veneni et instrumenti di morte Letteratura italiana
Einaudi 2 Giordano Bruno - De gli eroici furori dal vascello di
Pandora, per aver pur troppo largo ricet- to dentro il cervello di mostro tale?
Ecco vergato in car- te, rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi, et
intonato a gli orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d’inse- gne,
d’imprese, de motti, d’epistole, de sonetti, d’epi- grammi, de libri, de
prolissi scartafazzi, de sudori estre- mi, de vite consumate, con strida
ch’assordiscon gli astri, lamenti che fanno ribombar gli antri infernali, do-
glie che fanno stupefar l’anime viventi, suspiri da far exinanire e compatir
gli dèi, per quegli occhi, per quelle guance, per quel busto, per quel bianco,
per quel vermi- glio, per quella lingua, per quel dente, per quel labro, quel
crine, quella veste, quel manto, quel guanto, quella scarpetta, quella
pianella, quella parsimonia, quel riset- to, quel sdegnosetto, quella vedova
fenestra, quell’eclis- sato sole, quel martello; quel schifo, quel puzzo, quel
se- polcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febre quartana,
quella estrema ingiuria e torto di natura: che con una superficie, un’ombra, un
fantasma, un so- gno, un circeo incantesimo ordinato al serviggio della
generazione, ne inganna in specie di bellezza. La quale insieme insieme viene e
passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce; et è bella cossì un pochettino a
l’esterno, che nel suo intrinseco vera e stabilmente è contenuto un na- vilio,
una bottega, una dogana, un mercato de quante sporcarie, tossichi e veneni
abbia possuti produre la no- stra madrigna natura; la quale dopo aver riscosso
quel seme di cui la si serva, ne viene sovente a paga d’un lez- zo, d’un
pentimento, d’una tristizia, d’una fiacchezza, d’un dolor di capo, d’una
lassitudine, d’altri et altri ma- lanni che son manifesti a tutto il mondo; a
fin che ama- ramente dolga, dove suavemente proriva. Ma che fo io? che penso?
son forse nemico della gene- razione? ho forse in odio il sole? Rincrescemi
forse il mio et altrui essere messo al mondo? Voglio forse ridur gli uomini a
non raccòrre quel più dolce pomo che può pro- Letteratura italiana Einaudi
3 Giordano Bruno - De gli eroici furori dur l’orto del nostro
terrestre paradiso? Son forse io per impedir l’instituto santo della natura?
Debbo tentare di suttrarmi io o altro dal dolce amaro giogo che n’ha messo al
collo la divina providenza? Ho forse da persuader a me et ad altri, che gli
nostri predecessori sieno nati per noi, e noi non siamo nati per gli nostri
successori? Non voglia, non voglia Dio che questo giamai abbia possuto cadermi
nel pensiero. Anzi aggiongo che per quanti re- gni e beatitudini mi s’abbiano
possuti proporre e nomi- nare, mai fui tanto savio o buono che mi potesse venir
voglia de castrarmi o dovenir eunuco. Anzi mi vergogna- rei se cossì come mi
trovo in apparenza, volesse cedere pur un pelo a qualsivoglia che mangia
degnamente il pa- ne per servire alla natura e Dio benedetto. E se alla buo- na
volontà soccorrer possano o soccorrano gl’instrumen- ti e gli lavori, lo lascio
considerar solo a chi ne può far giudicio e donar sentenza. Io non credo
d’esser legato: perché son certo che non bastarebbono tutte le stringhe e tutti
gli lacci che abbian saputo e sappian mai intessere et annodare quanti furo e
sono stringari e lacciaiuoli, (non so se posso dir) se fusse con essi la morte
istessa, che volessero maleficiarmi. Né credo d’esser freddo, se a refrigerar
il mio caldo non penso che bastarebbono le nevi del monte Caucaso o Rifeo. Or
vedete dumque se è la raggione o qualche difetto che mi fa parlare. Che dumque
voglio dire? che voglio conchiudere? che voglio determinare? Quel che voglio
conchiudere e dire, o Cavalliero illustre, è che quel ch’è di Cesare sia donato
a Cesare, e quel ch’è de Dio, sia renduto a Dio. Voglio dire che a le donne,
benché talvolta non bastino gli onori et ossequii divini, non perciò se gli
denno ono- ri et ossequii divini. Voglio che le donne siano cossì ono- rate et
amate, come denno essere amate et onorate le donne; per tal causa dico, e per
tanto, per quanto si deve a quel poco, a quel tempo e quella occasione, se non
hanno altra virtù che naturale, cioè di quella bellezza, di Letteratura
italiana Einaudi 4 Giordano Bruno - De gli eroici furori quel
splendore, di quel serviggio: senza il quale denno esser stimate più vanamente
nate al mondo che un mor- boso fungo, qual con pregiudicio de meglior piante
oc- cupa la terra; e più noiosamente che qualsivoglia napello o vipera che
caccia il capo fuor di quella. Voglio dire che tutte le cose de l’universo,
perché possano aver fer- mezza e consistenza, hanno gli suoi pondi, numeri,
ordi- ni e misure, a fin che siano dispensate e governate con ogni giustizia e
raggione. Là onde Sileno, Bacco, Pomo- na, Vertunno, il dio di Lampsaco, et altri
simili che son dèi da tinello, da cervosa forte e vino rinversato, come non
siedeno in cielo a bever nettare e gustar ambrosia nella mensa di Giove,
Saturno, Pallade, Febo et altri si- mili: cossì gli lor fani, tempii,
sacrificio e culti denno es- sere differenti da quelli de costoro. Voglio
finalmente dire che questi furori eroici otte- gnono suggetto et oggetto
eroico: e però non ponno più cadere in stima d’amori volgari e naturaleschi,
che veder si possano delfini su gli alberi de le selve, e porci cinghia- li
sotto gli marini scogli. Però per liberare tutti da tal su- spizione, avevo
pensato prima di donar a questo libro un titolo simile a quello di Salomone, il
quale sotto la scorza d’amori et affetti ordinaria, contiene similmente divini
et eroici furori, come interpretano gli mistici e cabalisti dot- tori: volevo
(per dirla) chiamarlo Cantica. Ma per più caggioni mi sono astenuto al fine: de
le quali ne voglio re- ferir due sole. L’una per il timor ch’ho conceputo dal
ri- goroso supercilio de certi farisei, che cossì mi stimarebo- no profano per
usurpar in mio naturale e fisico discorso titoli sacri e sopranaturali; come
essi sceleratissimi e mi- nistri d’ogni ribaldaria si usurpano più altamente
che dir si possa gli titoli de sacri, de santi, de divini oratori, de fi- gli
de Dio, de sacerdoti, de regi: stante che stiamo aspet- tando quel giudicio
divino che farà manifesta la lor mali- gna ignoranza et altrui dottrina, la
nostra simplice libertà e l’altrui maliciose regole, censure et instituzioni.
L’altra Letteratura italiana Einaudi 5 Giordano Bruno - De gli
eroici furori per la grande dissimilitudine che si vede fra il volto di questa
opra e quella, quantunque medesimo misterio e sustanza d’anima sia compreso
sotto l’ombra dell’una e l’altra: stante che là nessuno dubita che il primo
instituto del sapiente fusse più tosto di figurar cose divine che di presentar
altro; perché ivi le figure sono aperta e manife- stamente figure, et il senso
metaforico è conosciuto di sorte che non può esser negato per metaforico: dove
odi quelli occhi di colombe, quel collo di torre, quella lingua di latte,
quella fragranzia d’incenso, que’ denti che paio- no greggi de pecore che
descendono dal lavatoio, que’ capelli che sembrano le capre che vegnono giù da
la montagna di Galaad. Ma in questo poema non si scorge volto che cossì al vivo
ti spinga a cercar latente et occolto sentimento: atteso che per l’ordinario
modo di parlare e de similitudini più accomodate a gli sensi communi, che
ordinariamente fanno gli accorti amanti, e soglion mette- re in versi e rime
gli usati poeti, son simili a i sentimenti de coloro che parlarono a Citereida,
a Licori, a Dori, a Cinzia, a Lesbia, a Corinna, a Laura et altre simili: onde
facilmente ogn’uno potrebbe esser persuaso che la fon- damentale e prima
intenzion mia sia stata addirizzata da ordinario amore, che m’abbia dettati
concetti tali; il qua- le appresso per forza de sdegno s’abbia improntate l’ali
e dovenuto eroico; come è possibile di convertir qualsivo- glia fola, romanzo, sogno
e profetico enigma, e transfe- rirle in virtù di metafora e pretesto
d’allegoria a significar tutto quello che piace a chi più comodamente è atto a
sti- racchiar gli sentimenti: e far cossì tutto di tutto, come tutto essere in
tutto disse il profondo Anaxagora. Ma pensi chi vuol quel che gli pare e piace,
ch’alfine o voglia o non, per giustizia la deve ognuno intendere e definire
come l’intendo e definisco io, non io come l’intende e definisce lui: perché
come gli furori di quel sapiente Ebreo hanno gli proprii modi ordini e titolo
che nessuno ha possuto intendere e potrebbe meglio dichiarar che lui
Letteratura italiana Einaudi 6 Giordano Bruno - De gli eroici
furori se fusse presente; cossì questi Cantici hanno il proprio ti- tolo ordine
e modo che nessun può meglio dechiarar et intendere che io medesimo quando non
sono absente. D’una cosa voglio che sia certo il mondo: che quello per il che
io mi essagito in questo proemiale argomento, dove singularmente parlo a voi
eccellente Signore, e ne gli Dialogi formati sopra gli seguenti articoli,
sonetti e stanze, è ch’io voglio ch’ogn’un sappia ch’io mi stimarei molto
vituperoso e bestialaccio, se con molto pensiero, studio e fatica mi fusse mai
delettato o delettasse de imi- tar (come dicono) un Orfeo circa il culto d’una
donna in vita, e dopo morte, se possibil fia, ricovrarla da l’inferno: se a
pena la stimarei degna, senza arrossir il volto, d’amarla sul naturale di
quell’istante del fiore della sua beltade, e facultà di far figlioli alla
natura e dio; tanto manca che vorrei parer simile a certi poeti e versificanti
in far trionfo d’una perpetua perseveranza di tale amore, come d’una cossì
pertinace pazzia, la qual sicuramente può competere con tutte l’altre specie
che possano far residenza in un cervello umano: tanto, dico, son lontano da
quella vanissima, vilissima e vituperosissima gloria, che non posso credere
ch’un uomo che si trova un gra- nello di senso e spirito, possa spendere più
amore in co- sa simile che io abbia speso al passato e possa spendere al
presente. E per mia fede, se io voglio adattarmi a de- fendere per nobile
l’ingegno di quel tosco poeta che si mostrò tanto spasimare alle rive di Sorga
per una di Val- clusa, e non voglio dire che sia stato un pazzo da catene,
donarommi a credere, e forzarommi di persuader ad al- tri, che lui per non aver
ingegno atto a cose megliori, volse studiosamente nodrir quella melancolia, per
cele- brar non meno il proprio ingegno su quella matassa, con esplicar gli
affetti d’un ostinato amor volgare, animale e bestiale, ch’abbiano fatto gli
altri ch’han parlato delle lodi della mosca, del scarafone, de l’asino, de
Sileno, de Priapo, scimie de quali son coloro ch’han poetato a’ no- Letteratura
italiana Einaudi 7 Giordano Bruno - De gli eroici furori stri tempi
delle lodi de gli orinali, de la piva, della fava, del letto, delle bugie, del
disonore, del forno, del martel- lo, della caristia, de la peste; le quali non
meno forse sen denno gir altere e superbe per la celebre bocca de can- zonieri
suoi, che debbano e possano le prefate et altre dame per gli suoi. Or (perché
non si faccia errore) qua [non] voglio che sia tassata la dignità di quelle che
son state e sono de- gnamente lodate e lodabili: non quelle che possono es-
sere e sono particolarmente in questo paese Britannico, a cui doviamo la
fideltà et amore ospitale: perché dove si biasimasse tutto l’orbe, non si
biasima questo che in tal proposito non è orbe, né parte d’orbe: ma diviso da
quello in tutto, come sapete; dove si raggionasse de tut- to il sesso femenile,
non si deve né può intendere de al- cune vostre, che non denno esser stimate
parte di quel sesso: perché non son femine, non son donne, ma (in si-
militudine di quelle) son nimfe, son dive, son di sustan- za celeste; tra le
quali è lecito di contemplar quell’unica Diana, che in questo numero e
proposito non voglio no- minare. Comprendasi dumque il geno ordinario. E di
quello ancora indegna et ingiustamente perseguitarci le persone: perciò che a
nessuna particolare deve essere impreparato l’imbecillità e condizion del
sesso, come né il difetto e vizio di complessione: atteso che se in ciò è fallo
et errore, deve essere attribuito per la specie alla natura, e non per
particolare a gl’individui. Certamente quello che circa tai supposti abomino è
quel studioso e disordinato amor venereo che sogliono alcuni spender- vi, de
maniera che se gli fanno servi con l’ingegno, e vi vegnono a cattivar le
potenze et atti più nobili de l’ani- ma intellettiva. Il qual intento essendo
considerato, non sarà donna casta et onesta che voglia per nostro naturale e
veridico discorso contrastarsi e farmisi più tosto irata, che sottoscrivendomi
amarmi di vantaggio, vituperando passivamente quell’amor nelle donne verso gli
uomini, Letteratura italiana Einaudi 8 Giordano Bruno - De gli
eroici furori che io attivamente riprovo ne gli uomini verso le donne. Tal
dumque essendo il mio animo, ingegno, parere e de- terminazione, mi protesto
che il mio primo e principale, mezzano et accessorio, ultimo e finale intento in
questa tessitura fu et è d’apportare contemplazion divina, e metter avanti a
gli occhi et orecchie altrui furori non de volgari, ma eroici amori, impiegati
in due parti: de le quali ciascuna è divisa in cinque dialogi. argomento de’
cinque dialogi de la prima parte Nel Primo dialogo della prima parte son cinque
arti- coli, dove per ordine: nel primo si mostrano le cause e principiii motivi
intrinseci sotto nome e figura del mon- te, e del fiume, e de muse che si
dechiarano presenti, non perché chiamate, invocate e cercate, ma più tosto come
quelle che più volte importunamente si sono offerte: on- de vegna significato
che la divina luce è sempre presente; s’offre sempre, sempre chiama e batte a
le porte de nostri sensi et altre potenze cognoscitive et apprensive: come pure
è significato nella Cantica di Salomone dove si dice: «En ipse stat post
parietem nostrum, respiciens per cancel- los, et prospiciens per fenestras». La
qual spesso per varie occasioni et impedimenti avvien che rimagna esclusa fuori
e trattenuta. Nel secondo articolo si mostra quali sieno que’ suggetti,
oggetti, affetti, instrumenti et effetti per li quali s’introduce, si mostra e
prende il possesso nell’anima questa divina luce: perché la inalze e la con-
verta in Dio. Nel terzo il proponimento, definizione e de- terminazione che fa
l’anima ben informata circa l’uno, perfetto et ultimo fine. Nel quarto la
guerra civile che sé- guita e si discuopre contra il spirito dopo tal proponi-
mento; onde disse la Cantica: «Noli mirari quia nigra sum: decoloravit enim me
sol, quia fratres mei pugnave- runt contro me, quam posuerunt custodem in
vineis». Là Letteratura italiana Einaudi 9 Giordano Bruno - De gli
eroici furori sono esplicati solamente come quattro antesignani: l’Af- fetto,
l’Appulso fatale, la Specie del bene, et il Rimorso; che son seguitati da tante
coorte militari de tante, contra- rie, varie e diverse potenze, con gli lor
ministri, mezzi et organi che sono in questo composto. Nel quinto s’ispiega una
naturale contemplazione in cui si mostra che ogni contrarietà si riduce a
l’amicizia: o per vittoria de l’uno de’ contrarii, o per armonia e
contemperamento, o per qualch’altra raggione di vicissitudine; ogni lite alla
con- cordia, ogni diversità a l’unità: la qual dottrina è stata da noi distesa
ne gli discorsi d’altri dialogi. Nel Secondo dialogo viene più esplicatamente
de- scritto l’ordine et atto della milizia che si ritrova nella sustanza di
questa composizione del furioso; et ivi: nel primo articolo si mostrano tre
sorte di contrarietà: la prima d’un affetto et atto contra l’altro, come dove
son le speranze fredde e gli desideri caldi; la seconda de me- desimi affetti
et atti in se stessi, non solo in diversi, ma et in medesimi tempi; come quando
ciascuno non si con- tenta di sé, ma attende ad altro: et insieme insieme ama
et odia; la terza tra la potenza che séguita et aspira, e l’oggetto che fugge e
si suttrae. Nel secondo articolo si manifesta la contrarietà ch’è come di doi
contrari appul- si in generale; alli quali si rapportano tutte le particolari e
subalternate contrarietadi, mentre come a doi luoghi e sedie contrarie si monta
o scende: anzi il composto tutto per la diversità de le inclinazioni che son
nelle diverse parti, e varietà de disposizioni che accade nelle medesi- me,
viene insieme insieme a salire et abbassare, a farsi avanti et adietro, ad
allontanarsi da sé e tenersi ristretto in sé. Nel terzo articolo si discorre
circa la conseguenza da tal contrarietade. Nel Terzo dialogo si fa aperto
quanta forza abbia la volontarie in questa milizia, come quella a cui sola ap-
partiene ordinare, cominciare, exeguire e compire; cui vien intonato nella
Cantica: «Surge, propera, columba mea, et veni: iam enim hiems transiit, imber
abiit, flores apparuerunt in terra nostra; tempus putationis advenit». Questa
somministra forza ad altri in molte maniere, et a se medesima specialmente
quando si reflette in se stessa, e si radoppia; all’or che vuol volere, e gli
piace che vo- glia quel che vuole; o si ritratta, all’or che non vuol quel che
vuole, e gli dispiace che voglia quel che vuole: cossì in tutto e per tutto
approva quel ch’è bene e quel tanto che la natural legge e giustizia gli
definisce: e mai affatto approva quel che è altrimente. E questo è quanto si
esplica nel primo e secondo articolo. Nel terzo si vede il gemino frutto di tal
efficacia, secondo che (per conse- quenza de l’affetto che le attira e rapisce)
le cose alte si fanno basse, e le basse dovegnono alte; come per forza de
vertiginoso appulso e vicissitudinal successo dicono che la fiamma s’inspessa
in aere, vapore et acqua; e l’ac- qua s’assottiglia in vapore, aere e fiamma.
In sette articoli del Quarto dialogo si contempla l’im- peto e vigor de
l’intelletto, che rapisce l’affetto seco, et il progresso de pensieri del
furioso composto, e delle pas- sioni de l’anima che si trova al governo di
questa Repu- blica cossì turbulenta. Là non è oscuro chi sia il caccia- tore,
l’ucellatore, la fiera, gli cagnuoli, gli pulcini, la tana, il nido, la rocca,
la preda, il compimento de tante fatiche, la pace, riposo e bramato fine de sì
travaglioso conflitto. Nel Quinto dialogo si descrive il stato del furioso in
questo mentre, et è mostro l’ordine, raggione e condi- zion de studii e
fortune. Nel primo articolo per quanto appartiene a perseguitar l’oggetto che
si fa scarso di sé. Nel secondo quanto al continuo e non remittente con- corso
de gli affetti. Nel terzo quanto a gli alti e caldi, benché vani proponimenti.
Nel quarto quanto al volon- tario volere. Nel quinto quanto a gli pronti e
forti ripari e soccorsi. Ne gli seguenti si mostra variamente la condi- zion di
sua fortuna, studio e stato, con la raggione e convenienza di quelli, per le
antitesi, similitudini e compa- razioni espresse in ciascuno di essi articoli.
argomento de’ cinque dialogi della seconda parte Nel Primo dialogo della
seconda parte s’adduce un seminario delle maniere e raggioni del stato
dell’eroico furioso. Ove nel primo sonetto vien descritto il stato di quello
sotto la ruota del tempo. Nel secondo viene ad iscusarsi dalla stima d’ignobile
occupazione et indegna iattura della angustia e brevità del tempo. Nel terzo
ac- cusa l’impotenza de suoi studi gli quali quantunque all’interno sieno
illustrati dall’eccellenza de l’oggetto, questo per l’incontro viene ad essere
offoscato et annu- volato da quelli. Nel quarto è il compianto del sforzo senza
profitto delle facultadi de l’anima mentre cerca ri- sorgere con l’imparità de
le potenze a quel stato che pre- tende e mira. Nel quinto vien rammentata la
contrarietà e domestico conflitto che si trova in un suggetto, onde non possa
intieramente appigliarsi ad un termine o fine. Nel sesto vien espresso
l’affetto aspirante. Nel settimo vien messa in considerazione la mala
corrispondenza che si trova tra colui ch’aspira, e quello a cui s’aspira.
Nell’ottavo è messa avanti gli occhi la distrazzion dell’anima, conseguente
della contrarietà de cose ester- ne et interne tra loro, e de le cose interne
in se stesse, e de le cose esterne in se medesime. Nel nono è ispiegata l’etate
et il tempo del corso de la vita ordinaria all’atto de l’alta e profonda
contemplazione: per quel che non vi conturba il flusso o reflusso della
complessione vegetan- te, ma l’anima si trova, in condizione stazionaria e come
quieta. Nel decimo l’ordine e maniera in cui l’eroico amore tal’or ne assale,
fere e sveglia. Nell’undecimo la moltitudine delle specie et idee particolari
che mostrano l’eccellenza della marca dell’unico fonte di quelle, me-
Letteratura italiana Einaudi 12 Giordano Bruno - De gli eroici furori
diante le quali vien incitato l’affetto verso alto. Nel duo- decimo s’esprime
la condizion del studio umano verso le divine imprese, perché molto si presume
prima che vi s’entri, e nell’entrare istesso: ma quando poi s’ingolfa e vassi
più verso il profondo, viene ad essere smorzato il fervido spirito di
presunzione, vegnono relassati i nervi, dismessi gli ordegni, inviliti gli
pensieri, svaniti tutti dis- segni, e riman l’animo confuso, vinto et
exinanito. Al qual proposito fu detto dal sapiente: «qui scrutator est maiestatis,
opprimetur a gloria». Nell’ultimo è più mani- festamente espresso quello che
nel duodecimo è mostra- to in similitudine e figura. Nel Secondo dialogo è in
un sonetto, et un discorso dialogale sopra di quello, specificato il primo
motivo che domò il forte, ramollò il duro, et il rese sotto l’amo- roso imperio
di Cupidine superiore, con celebrar tal vi- gilanza, studio, elezzione e scopo.
Nel Terzo dialogo in quattro proposte e quattro ri- sposte del core a gli
occhi, e de gli occhi al core, è di- chiarato l’essere e modo delle potenze
cognoscitive et appetitive. Là si manifesta qualmente la volontà è risve-
gliata, addirizzata, mossa e condotta dalla cognizione; e reciprocamente la
cognizione è suscitata, formata e rav- vivata dalla volontade, procedendo or
l’una da l’altra, or l’altra da l’una. Là si fa dubio se l’intelletto o
general- mente la potenza conoscitiva, o pur l’atto della cognizio- ne, sia
maggior de la volontà o generalmente della po- tenza appetitiva, o pur de
l’affetto: se non si può amare più che intendere, e tutto quello ch’in certo
modo si de- sidera, in certo modo ancora si conosce, e per il roverso; onde è
consueto di chiamar l’appetito “cognizione”, perché veggiamo che gli
Peripatetici nella dottrina de quali siamo allievati e nodriti in gioventù, sin
a l’appeti- to in potenza et atto naturale chiamano “cognizione”; onde tutti
effetti, fini e mezzi, principii, cause et elemen- ti distingueno in prima,
media, et ultimamente noti secondo la natura: nella quale fanno in conclusione con-
correre l’appetito e la cognizione. Là si propone infinita la potenza della
materia, et il soccorso dell’atto che non fa essere la potenza vana. Laonde
cossì non è terminato l’atto della volontà circa il bene, come è infinito et
inter- minabile l’atto della cognizione circa il vero: onde “en- te”, “vero” e
“buono” son presi per medesimo signifi- cante, circa medesima cosa significata.
Nel Quarto dialogo son figurate et alcunamente ispie- gate le nove raggioni
della inabilità, improporzionalità e difetto dell’umano sguardo e potenza
apprensiva de co- se divine. Dove nel primo cieco, che è da natività, è no-
tata la raggione ch’è per la natura che ne umilia et ab- bassa. Nel secondo
cieco per il tossico della gelosia è notata quella ch’è per l’irascibile e
concupiscibile che ne diverte e desvia. Nel terzo cieco per repentino appari-
mento d’intensa luce si mostra quella che procede dalla chiarezza de l’oggetto
che ne abbaglia. Nel quarto, allie- vato e nodrito a lungo a l’aspetto del
sole, quella che da troppo alta contemplazione de l’unità, che ne fura alla
moltitudine. Nel quinto, che sempre mai ha gli occhi colmi de spesse lacrime, è
designata l’improporzionalità de mezzi tra la potenza et oggetto che ne
impedisce. Nel sesto che per molto lacrimar have svanito l’umor organi- co
visivo, è figurato il mancamento de la vera pastura in- tellettuale che ne
indebolisce. Nel settimo cui gli occhi sono inceneriti da l’ardor del core, è
notato l’ardente af- fetto che disperge, attenua e divora tal volta la potenza
discretiva. Nell’ottavo, orbo per la ferita d’una punta di strale, quello che
proviene dall’istesso atto dell’unione della specie de l’oggetto; la qual
vince, altera e corrompe la potenza apprensiva, che è suppressa dal peso, e
cade sotto l’impeto de la presenza di quello; onde non senza raggion talvolta
la sua vista è figurata per l’aspetto di fol- gore penetrativo. Nel nono, che
per esser mutolo non può ispiegar la causa della sua cecitade, vien significata
Letteratura italiana Einaudi 14 Giordano Bruno - De gli eroici
furori la raggion de le raggioni, la quale è l’occolto giudicio di- vino che a
gli uomini ha donato questo studio e pensiero d’investigare, de sorte che non
possa mai gionger più al- to che alla cognizione della sua cecità et ignoranza,
e sti- mar più degno il silenzio ch’il parlare. Dal che non vien iscusata né
favorita l’ordinaria ignoranza; perché è dop- piamente cieco chi non vede la
sua cecità: e questa è la differenza tra gli profettivamente studiosi, e gli
ociosi in- sipienti: che questi son sepolti nel letargo della privazion del
giudicio di suo non vedere, e quelli sono accorti, sve- gliati e prudenti
giudici della sua cecità; e però son nell’inquisizione, e nelle porte de
l’acquisizione della lu- ce: delle quali son lungamente banditi gli altri.
argomento et allegoria del quinto dialogo Nel Quinto dialogo, perché vi sono
introdotte due donne, alle quali (secondo la consuetudine del mio pae- se) non
sta bene di commentare, argumentare, descife- rare, saper molto et esser
dottoresse per usurparsi uffi- cio d’insegnare e donar instituzione, regola e
dottrina a gli uomini; ma ben de divinar e profetar qualche volta che si
trovano il spirito in corpo: però gli ha bastato de farsi solamente recitatrici
della figura lasciando a qual- che maschio ingegno il pensiero e negocio di
chiarir la cosa significata. Al quale (per alleviar overamente tòrgli la
fatica) fo intendere qualmente questi nove ciechi, co- me in forma d’ufficio e
cause esterne, cossì con molte al- tre differenze suggettive correno con altra
significazio- ne, che gli nove del dialogo precedente: atteso che secondo la
volgare imaginazione delle nove sfere, mo- strano il numero, ordine e diversità
de tutte le cose che sono subsistenti infra unità absoluta, nelle quali e sopra
le quali tutte sono ordinate le proprie intelligenze che secondo certa
similitudine analogale dependono dalla prima et unica. Queste da Cabalisti, da
Caldei, da Ma- ghi, da Platonici e da cristiani teologi son distinte in no- ve
ordini per la perfezzione del numero che domina nell’università de le cose, et
in certa maniera formaliza il tutto: e però con semplice raggione fanno che si
signifi- che la divinità, e secondo la reflessione e quadratura in se stesso,
il numero e la sustanza de tutte le cose depen- denti. Tutti gli contemplatori
più illustri, o sieno filosofi, o siano teologi, o parlino per raggione e
proprio lume, o parlino per fede e lume superiore, intendano in queste
intelligenze il circolo di ascenso e descenso. Quindi di- cono gli Platonici che
per certa conversione accade che quelle che son sopra il fato si facciano sotto
il fato del tempo e mutazione, e da qua montano altre al luogo di quelle.
Medesima conversione è significata dal pitagori- co poeta, dove dice: Has omnes
ubi mille rotam volvere per annos Lethaeum ad fluvium deus evocat agmine magno:
rursus ut incipiant in corpora velle reverti. Questo (dicono alcuni) è
significato dove è detto in revelazione che il drago starà avvinto nelle catene
per mille anni, e passati quelli sarà disciolto. A cotal signifi- cazione
voglion che mirino molti altri luoghi dove il mil- lenario ora è espresso, ora
è significato per uno anno, ora per una etade, ora per un cubito, ora per una
et un’altra maniera. Oltre che certo il millenario istesso non si prende
secondo le rivoluzioni definite da gli anni del sole, ma secondo le diverse
raggioni delle diverse mi- sure et ordini con li quali son dispensate diverse
cose: perché cossì son differenti gli anni de gli astri, come le specie de
particolari non son medesime. Or quanto al fatto della rivoluzione, è divolgato
appresso gli cristiani teologi, che da ciascuno de’ nove ordini de spiriti
sieno trabalzate le moltitudini de legioni a queste basse et Letteratura
italiana Einaudi 16 Giordano Bruno - De gli eroici furori oscure
regioni; e che per non esser quelle sedie vacanti, vuole la divina providenza
che di queste anime che vivo- no in corpi umani siano assumpte a quella
eminenza. Ma tra filosofi Plotino solo ho visto dire espressamente come tutti
teologi grandi, che cotal rivoluzione non è de tutti, né sempre: ma una volta.
E tra teologi Origene so- lamente come tutti filosofi grandi, dopo gli
Saduchini et altri molti riprovati, have ardito de dire che la revoluzio- ne è
vicissitudinale e sempiterna; e che tutto quel mede- simo che ascende ha da
ricalar a basso: come si vede in tutti gli elementi e cose che sono nella
superficie, grem- bo e ventre de la natura. Et io per mia fede dico e con-
fermo per convenientissimo, con gli teologi e color che versano su le leggi et
instituzioni de popoli, quel senso loro: come non manco d’affirmare et accettar
questo senso di quei che parlano secondo la raggion naturale tra’ pochi, buoni
e sapienti. L’opinion de quali degna- mente è stata riprovata per esser
divolgata a gli occhi della moltitudine; la quale se a gran pena può essere re-
frenata da vizii e spronata ad atti virtuosi per la fede de pene sempiterne,
che sarrebe se la si persuadesse qual- che più leggiera condizione in premiar
gli eroici et uma- ni gesti, e castigare gli delitti e sceleragini? Ma per
veni- re alla conclusione di questo mio progresso: dico che da qua si prende la
raggione e discorso della cecità e luce di questi nove, or vedenti, or ciechi,
or illuminati; quali son rivali ora nell’ombre e vestigii della divina beltade,
or sono al tutto orbi, ora nella più aperta luce pacificamen- te si godeno.
All’or che sono nella prima condizione, son ridutti alla stanza di Circe, la
qual significa la omni- parente materia, et è detta figlia del sole, perché da
quel padre de le forme ha l’eredità e possesso di tutte quelle le quali con
l’aspersion de le acqui, cioè con l’atto della generazione, per forza
d’incanto, cioè d’occolta armoni- ca raggione, cangia il tutto, facendo dovenir
ciechi quel- li che vedeno: perché la generazione e corrozzione è Letteratura
italiana Einaudi 17 Giordano Bruno - De gli eroici furori causa
d’oblio e cecità, come esplicano gli antichi con la figura de le anime che si
bagnano et inebriano di Lete. Quindi dove gli ciechi si lamentano dicendo:
«Figlia e madre di tenebre et orrore», è significata la conturba- zion e
contristazion de l’anima che ha perse l’ali, la qua- le se gli mitiga all’or
che è messa in speranza di ricovrar- le. Dove Circe dice: «Prendete un altro
mio vase fatale», è significato che seco portano il decreto e destino del suo
cangiamento, il qual però è detto essergli porgiuto dalla medesima Circe;
perché un contrario è original- mente nell’altro, quantunque non vi sia
effettualmente: onde disse lei, che sua medesima mano non vale aprirlo, ma
commetterlo. Significa ancora che son due sorte d’acqui: inferiori sotto il
firmamento che acciecano, e superiori, sopra il firmamento che illuminano:
quelle che sono significate da Pitagorici e Platonici nel descen- so da un
tropico et ascenso da un altro. Là dove dice «Per largo e per profondo
peregrinate il mondo, cercate tutti gli numerosi regni», significa che non è
progresso immediato da una forma contraria a l’altra, né regresso immediato da
una forma a la medesima: però bisogna trascorrere, se non tutte le forme che
sono nella ruota delle specie naturali, certamente molte e molte di quelle. Là
s’intendeno illuminati da la vista de l’oggetto, in cui concorre il ternario
delle perfezzioni, che sono beltà, sa- pienza e verità, per l’aspersion de
l’acqui che negli sacri libri son dette acqui de sapienza, fiumi d’acqua di
vita etema. Queste non si trovano nel continente del mondo, ma penitus toto
divisim ab orbe, nel seno dell’Oceano, dell’Amfitrite, della divinità, dove è
quel fiume che ap- parve revelato procedente dalla sedia divina, che have altro
flusso che ordinario naturale. Ivi son le Ninfe, cioè le beate e divine
intelligenze che assistenti et ammini- strano alla prima intelligenza, la quale
è come la Diana tra le nimfe de gli deserti. Quella sola tra tutte l’altre è
per la triplicata virtude, potente ad aprir ogni sigillo, asciòrre ogni nodo, a
discuoprir ogni secreto, e disserrar qualsivoglia cosa rinchiusa. Quella con la
sua sola pre- senza e gemino splendore del bene e vero, di bontà e bellezza
appaga le volontadi e gl’intelletti tutti: asper- gendoli con l’acqui
salutifere di ripurgazione. Qua è conseguente il canto e suono, dove son nove
intelligen- ze, nove muse, secondo l’ordine de nove sfere; dove pri- ma si
contempla l’armonia di ciascuna, che è continuata con l’armonia de l’altra;
perché il fine et ultimo della su- periore è principio e capo dell’inferiore,
perché non sia mezzo e vacuo tra l’una et altra: e l’ultimo de l’ultima per via
de circolazione concorre con il principio della prima. Perché medesimo è più
chiaro e più occolto, principio e fine, altissima luce e profondissimo abisso,
infinita potenza et infinito atto, secondo le raggioni e modi esplicati da noi
in altri luoghi. Appresso si con- templa l’armonia e consonanza de tutte le
sfere, intelli- genze, muse et instrumenti insieme; dove il cielo, il moto de’
mondi, l’opre della natura, il discorso de gl’intelletti, la contemplazion
della mente, il decreto della divina providenza, tutti d’accordo celebrano
l’alta e magnifica vicissitudine che agguaglia l’acqui inferiori alle superio-
ri, cangia la notte col giorno, et il giorno con la notte, a fin che la
divinità sia in tutto, nel modo con cui tutto è capace di tutto, e l’infinita
bontà infinitamente si com- muniche secondo tutta la capacità de le cose.
Questi son que’ discorsi, gli quali a nessuno son parsi più convenevoli ad
essere addirizzati e raccomandati che a voi, Signor eccellente: a fin ch’io non
vegna a fare, come penso aver fatto alcuna volta per poca advertenza, e molti
altri fanno quasi per ordinario, come colui che presenta la lira ad un sordo et
il specchio ad un cieco. A voi dumque si presentano, perché l’Italiano raggioni
con chi l’intende; gli versi sien sotto la censura e protezzion d’un poeta; la
filosofia si mostre ignuda ad un sì terso in- gegno come il vostro; le cose
eroiche siano addirizzate Letteratura italiana Einaudi 19 Giordano
Bruno - De gli eroici furori ad un eroico e generoso animo, di qual vi mostrate
dota- to; gli officii s’offrano ad un suggetto sì grato, e gli osse- quii ad un
signor talmente degno qualmente vi siete ma- nifestato per sempre. E nel mio
particolare vi scorgo quello che con maggior magnanimità m’avete prevenuto ne
gli officii, che alcuni altri con riconoscenza m’abbia- no seguitato. vale.
avertimento a’ lettori Amico lettore, m’occorre al fine da obviare al rigore
d’alcuno a cui piacesse che tre de’ sonetti che si trovano nel primo dialogo
della seconda parte de’ Furori eroici, siano in forma simili a gli altri, che
sono nel medesimo dialogo: voglio che vi piaccia d’aggiongere a tutti tre gli
suoi tornelli. A quello che comincia Quel ch’il mio cor, giongete in fine: Onde
di me si diche: costui or ch’hav’affissi gli occhi al sole, che fu rival
d’Endimion si duole. A quello che comincia Se da gli eroi, giongete in fine:
Ciel, terr’, orco s’opponi; s’ella mi splend’e accende et èmmi a lato, farammi
illustre, potente e beato. A quello che comincia Avida di trovar, giongete al
fine: Lasso, que’ giorni lieti troncommi l’efficacia d’un instante, che lemmi a
lungo infortunato amante. Letteratura italiana Einaudi 20 Giordano
Bruno - De gli eroici furori alcuni errori di stampa piùurgenti Piacciavi,
benigno lettore, prima che leggere di corre- gere. Da A in sino a Q significano
gli quinterni; il nume- ro seguente quella lettera, significa la carta; f
significa la faccia prima o seconda; l significa la linea. A 1, f 2, l 2:
correte a’ miei dolori; A 2, f 1, li 12: rite- nendolo da cose; f 2, li 30:
homerica poesia; A 4, f 1, li 15: illustre mentre canto di morte cipressi et
inferni; A 7, f 1, li 4: la gelosia sconsola; li 11: di regione; B 1, f 2, li
7: potran ben soli con sua diva corte; C 2, f 1, li 2: sappia certo che se
quei; lin 4: seguite che parlino; li 23: son di- vini; C 7, f 2, l 15:
suspicientes in; D 8, f 1, [l 26]: Alti, profondi; f 2, l 10, compagni del mio
core; E 6, f 1, l 21: intrattiene in quel essere; F 1, f 1, li 16: dice
quell’altez- za; G 8, f 1, l 2: che fa volgar; I 2, f 1, li 17: per quanto mi
si diè; K 5, f 2, li 19: Del gratioso sguardo apri le por- te; L 6, f 2, li 21:
XII, Cesa; L 7, f 1, l 10: da cure mole- ste; M 4, f 1, li 15: ergo; Cor.; N 5,
f 1, lin penultima: Deucalion; O 3, f 1, li 14: hammi si crudament’ il spirto
infetto; O 4, f 2, li 10: Il Nil d’ogn’altro suon; O 5, f 2, li 13: intromettea
la luce; O 7, f 1, li 6: Aspra ferit’ empio ardor; li 13: appresso Dite; f 2,
li ultima: in quello aspira per certo più; O 8, f 2, li ultima: alli quali si
mostra, non proviene con misura di moto et tempo, come accade nelle; P 6, f 1,
li antepenultima: quale chiumque have in- gegno; P 7, f 1, li 12: Siam nove
spirti che molt’anni; Q 1, f 1, li 10: Ch’io possa esprimere. Q 4, f 1, l 1: De
le di- more alterne. Letteratura italiana Einaudi 21 Giordano Bruno
- De gli eroici furori ISCUSAZION DEL NOLANO alle più virituose e leggiadre
dame De l’Inghilterra o vaghe Ninfe e Belle, non voi ha nostro spirt’ in
schif’, e sdegna; né per mettervi giù suo stil s’ingegna, se non convien che
femine v’appelle. Né computar, né eccettuar da quelle, son certo che voi dive
mi convegna: se l’influsso commun in voi non regna, e siete in terra quel ch’in
ciel le stelle. De voi, o Dame, la beltà sovrana nostro rigor né morder può, né
vuole, che non fa mira a specie sopr’umana. Lungi arsenico tal quindi s’invole,
dove si scorge l’unica Diana, qual è tra voi quel che tra gli astri il sole.
L’ingegno, le parole e ’l mio (qualumque sia) vergar di carte
faranv’ossequios’il studio e l’arte.
PRIMA PARTE DE GLI EROICI FURORI Letteratura italiana Einaudi 23
Giordano Bruno - De gli eroici furori DIALOGO PRIMO interlocutori
Tansillo, Cicada. tansillo Gli furori dumque, atti più ad esser qua pri-
mieramente locati e considerati, son questi che ti pono avanti secondo l’ordine
a me parso più conveniente. cicada Cominciate pur a leggerli. tansillo [1] Muse
che tante volte ributtai, importune correte a’ miei dolori, per consolarmi sole
ne’ miei guai con tai versi, tai rime e tai furori, con quali ad altri vi
mostraste mai, che de mirti si vantan et allori; (2) or sia appo voi mia aura,
àncora e porto, se non mi lice altrov’ir a diporto. (3) O monte, o dive, o
fonte ov’abito, converso e mi nodrisco; dove quieto imparo et imbellisco; alzo,
avviv’, orno, il cor, il spirto e fronte: morte, cipressi, inferni cangiate in
vita, in lauri, in astri eterni. 1. È da credere che più volte e per più
caggioni le ributtasse, tra le quali possono esser queste. Prima perché, come
deve il sacerdote de le muse, non ha possut’esser ocioso: perché l’ocio non può
trovarsi là dove si combatte contra gli ministri e servi de l’invi- dia,
ignoranza e malignitade. Secondo, per non assi- stergli degni protectori e
difensori che l’assicurassero, iuxta quello: Letteratura italiana Einaudi
24 Giordano Bruno - De gli eroici furori Non mancaranno, o Flacco,
gli Maroni, se penuria non è de Mecenati. Appresso, per trovarsi ubligato alla
contemplazion, e studi de filosofia: li quali se non son più maturi, denno però
come parenti de le Muse esser predecessori a quelle. Oltre perché traendolo da
un canto la tragica Melpomene con più materia che vena, e la comica Ta- lia con
più vena che materia da l’altro, accadeva che l’una suffurandolo a l’altra, lui
rimanesse in mezzo più tosto neutrale e sfacendato, che comunmente negocio- so.
Finalmente per l’autorità de censori che ritenendo- lo da cose più degne et
alte alle quali era naturalmente inchinato, cattivavano il suo ingegno: perché
da libero sotto la virtù lo rendesser cattivo sott’una vilissima e stolta
ipocrisia. Al fine, nel maggior fervor de fastidi nelli quali incorse, è
avvenuto che non avend’altronde da consolarsi, accettasse l’invito di costoro,
che son dette inebriarlo de tai furori, versi e rime, con quali non si mostraro
ad altri: perché in quest’opra più rilu- ce d’invenzione che d’imitazione.
cicada Dite: che intende per quei che si vantano de mirti et allori? tansillo
Si vantano e possono vantarsi de mirto quei che cantano d’amori: alli quali (se
nobilmente si por- tano) tocca la corona di tal pianta consecrata a Vene- re,
dalla quale riconoscono il furore. Possono vantarsi d’allori quei che
degnamente cantano cose eroiche, instituendo gli animi eroici per la filosofia
speculativa e morale, overamente celebrandoli e mettendoli per specchio
exemplare a gli gesti politici e civili. cicada Dumque son più specie de poeti
e de corone? tansillo Non solamente quante son le muse, ma e di gran numero di
vantaggio: perché quantunque sieno certi geni, non possono però esser
determinate certe specie e modi d’ingegni umani. Letteratura italiana Einaudi
25 Giordano Bruno - De gli eroici furori cicada Son certi regolisti
de poesia che a gran pena passano per poeta Omero, riponendo Vergilio, Ovi-
dio, Marziale, Exiodo, Lucrezio et altri molti in nu- mero de versificatori,
esaminandoli per le regole de la Poetica d’Aristotele. tansillo Sappi certo,
fratel mio, che questi son vere bestie: perché non considerano quelle regole
princi- palmente servir per pittura dell’omerica poesia o altra simile in
particolare; e son per mostrar tal volta un poeta eroico tal qual fu Omero, e
non per instituir al- tri che potrebbero essere, con altre vene, arti e furori,
equali, simili e maggiori, de diversi geni. cicada Sì che come Omero nel suo
geno non fu poeta che pendesse da regole, ma è causa delle regole che serveno a
coloro che son più atti ad imitare che ad in- ventare; e son state raccolte da
colui che non era poe- ta di sorte alcuna, ma che seppe raccogliere le regole
di quell’una sorte, cioè dell’omerica poesia, in servig- gio di qualch’uno che
volesse doventar non un altro poeta, ma un come Omero: non di propria musa, ma
scimia de la musa altrui. tansillo Conchiudi bene, che la poesia non nasce da
le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le re- gole derivano da le
poesie: e però tanti son geni e spe- cie de vere regole, quanti son geni e
specie de veri poeti. cicada Or come dumque saranno conosciuti gli vera- mente
poeti? tansillo Dal cantar de versi: con questo, che cantan- do o vegnano a
delettare, o vegnano a giovare, o a giovare e delettare insieme. cicada A chi
dumque serveno le regole d’Aristotele? tansillo A chi non potesse come Omero,
Exiodo, Orfeo et altri poetare senza le regole d’Aristotele; e che per non aver
propria musa, vuolesse far l’amore con quella d’Omero. Letteratura italiana
Einaudi 26 Giordano Bruno - De gli eroici furori cicada Dumque han
torto certi pedantacci de tempi nostri, che excludeno dal numero de poeti
alcuni, o perché non apportino favole e metafore conformi, o perché non hanno
principii de libri e canti conformi a quei d’Omero e Vergilio, o perché non
osservano la consuetudine di far l’invocazione, o perché intesseno una istoria
o favola con l’altra, o perché [non] finisco- no gli canti epilogando di quel
ch’è detto e proponen- do per quel ch’è da dire; e per mille altre maniere
d’examine, per censure e regole in virtù di quel testo. Onde par che vogliano
conchiudere che essi loro a un proposito (se gli venesse de fantasia) sarrebono
gli ve- ri poeti, et arrivarebbono là, dove questi si forzano: e poi in fatto
non son altro che vermi che non san far cosa di buono, ma son nati solamente
per rodere, in- sporcare e stercorar gli altrui studi e fatiche; e non
possendosi render celebri per propria virtude et inge- gno, cercano di mettersi
avanti o a dritto o a torto, per altrui vizio et errore. tansillo Or per tornar
là donde l’affezzione n’ha fat- to alquanto a lungo digredire: dico che sono e
posso- no essere tante sorte de poeti, quante possono essere e sono maniere de
sentimenti et invenzioni umane, al- li quali son possibili d’adattarsi
ghirlande non solo da tutti geni e specie de piante, ma et oltre d’altri geni e
specie di materie. Però corone a’ poeti non si fanno solamente de mirti e
lauri: ma anco de pampino per versi fescennini, d’edera per baccanali, d’oliva
per sa- crifici e leggi; di pioppa, olmo e spighe per l’agricol- tura; de
cipresso per funerali: e d’altre innumerabili per altre tante occasioni. E se
vi piacesse anco di quel- la materia che mostrò un galantuomo quando disse: O
fra Porro poeta da scazzate, ch’a Milano t’affibbi la ghirlanda di boldoni,
busecche e cervellate. Letteratura italiana Einaudi 27 Giordano
Bruno - De gli eroici furori cicada [2] Or dumque sicuramente costui per di-
verse vene che mostra in diversi propositi e sensi, po- trà infrascarsi de rami
de diverse piante, e potrà de- gnamente parlar con le “Muse”: perché sia appo
loro sua “aura” con cui si conforte, “ancora” in cui si su- stegna, e “porto”
al qual si retire nel tempo de fati- che, exagitazioni e tempeste. [3] Onde dice:
O “mon- te” Parnaso dove “abito”, Muse con le quali “converso”, “fonte”
cliconio o altro dove mi “nodri- sco”, monte che mi doni quieto aroggiamento,
Muse che m’inspirate profonda dottrina, fonte che mi fai ri- polito e terso;
monte dove ascendendo “inalzo” il co- re; Muse con le quali versando “avvivo”
il “spirito”; fonte sotto li cui arbori poggiando adorno la “fron- te”;
“cangiate” la mia “morte” in “vita”, gli miei “ci- pressi” in “lauri”, e gli
miei “inferni” in cieli: cioè de- stinatemi immortale, fatemi poeta, rendetemi
illustre, mentre canto di morte, cipressi et inferni. tansillo Bene, perché a
color che son favoriti dal cie- lo, gli più gran mali si converteno in beni
tanto mag- giori: perché le necessitadi parturiscono le fatiche e studi, e
questi per il più de le volte la gloria d’immor- tal splendore. cicada E la
morte d’un secolo, fa vivo in tutti gli altri. Séguita. tansillo Dice appresso:
[1] In luogo e forma di Parnaso ho ’l core, dove per scampo mio convien ch’io
monte; son mie muse i pensier ch’a tutte l’ore mi fan presenti le bellezze
conte; onde sovente versan gli occhi fore lacrime molte, ho l’Eliconio fonte:
per tai montagne, per tai ninfe et acqui, com’ha piaciut’al ciel poeta nacqui.
(2) Or non alcun de reggi, Letteratura italiana Einaudi 28 Giordano
Bruno - De gli eroici furori non favorevol man d’imperatore, non sommo
sacerdot’, e gran pastore, mi dien tai grazie, onori e privileggi; ma di lauro
m’infronde mio cor, gli miei pensieri, e le mie onde. 1. Qua dechiara: prima
qual sia il suo monte, dicen- do esser l’alto affetto del suo “core”; secondo,
quai sieno le sue “muse”, dicendo esser le “bellezze” e prorogative del suo
oggetto; terzo, quai sieno gli fon- ti, e questi dice esser le “lacrime”. In
quel monte s’ac- cende l’affetto; da quelle bellezze si concepe il furore; e da
quelle lacrime il furioso affetto si dimostra. 2. Cossì se stima di non posser
essere meno illustre- mente coronato per via del suo core, pensieri e lacri-
me, che altri per man de “regi”, imperadori e papi. cicada Dechiarami quel
ch’intende per ciò che dice: “il core in forma di Parnaso”. tansillo Perché
cossì il cuor umano ha doi capi che vanno a terminarsi a una radice, e
spiritualmente da uno affetto del core procede l’odio et amore di doi
contrarii; come have sotto due teste una base il monte Parnaso. cicada A
l’altro. tansillo Dice: (1) Chiama per suon di tromb’ il capitano tutti gli
suoi guerrier sott’un’insegna; dove s’avvien che per alcun in vano udir si
faccia, perché pronto vegna, qual nemico l’uccide, o a qual insano gli dona
bando dal suo camp’e ’l sdegna: cossì l’alm’i dissegni non accolti sott’un
stendardo, o gli vuol morti, o tolti. (2) Un oggetto riguardo, chi la mente
m’ingombr’, è un sol viso, Letteratura italiana Einaudi 29 Giordano
Bruno - De gli eroici furori ad una beltà sola io resto affiso, chi sì m’ha
punt’il cor è un sol dardo, per un sol fuoco m’ardo, e non conosco più ch’un
paradiso. 1. Questo “capitano” è la voluntade umana che sie- de in poppa de
l’anima, con un picciol temone de la raggione governando gli affetti d’alcune
potenze inte- riori, contra l’onde de gli émpiti naturali. Egli con il “suono
de la tromba”, cioè della determinata elezzio- ne, chiama “tutti gli
guerrieri”, cioè provoca tutte le potenze (le quali s’appellano guerriere per
esserno in continua ripugnanza e contrasto) o pur gli effetti di quelle, che
son gli contrariia pensieri; de quali altri verso l’una, altri verso l’altra
parte inchinano: e cerca constituirgli tutti “sott’un’insegna” d’un determinato
fine. Dove s’accade ch’alcun d’essi vegna chiamato in vano a farsi prontamente
vedere ossequioso (massime quei che procedono dalle potenze naturali quali o
nullamente o poco ubediscono alla raggione), al me- no forzandosi d’impedir gli
loro atti, e dannar quei che non possono essere impediti, viene a mostrarsi
come uccidesse quelli, e donasse bando a questi: pro- cedendo contra gli altri
con la spada de l’ira, et altri con la sferza del sdegno. 2. Qua un “oggetto
riguarda”, a cui è volto con l’in- tenzione. Per “un viso”, con cui s’appaga
“ingombra la mente”. “In una sola beltade” si diletta e compiace; e dicesi
“restarvi affiso”, perché l’opra d’intelligenza non è operazion di moto, ma di
quiete. E da là sola- mente concepe quel “dardo” che l’uccide, cioè che gli
constituisce l’ultimo fine di perfezione. “Arde per un sol fuoco”, cioè
dolcemente si consuma in uno amore. cicada Perché l’amore è significato per il
fuoco? tansillo Lascio molte altre caggioni, bastiti per ora questa: perché
cossì la cosa amata l’amore converte Letteratura italiana Einaudi 30
Giordano Bruno - De gli eroici furori ne l’amante, come il fuoco tra
tutti gli elementi attivis- simo è potente a convertire tutti quell’altri
semplici e composti in se stesso. cicada Or séguita. tansillo “Conosce un
paradiso”: cioè un fine princi- pale, perché paradiso comunmente significa il
fine, il qual si distingue in quello ch’è absoluto, in verità et essenza, e
l’altro che è in similitudine, ombra e parti- cipazione. Del primo modo non può
essere più che uno, come non è più che uno l’ultimo et il primo be- ne. Del
secondo modo sono infiniti. Amor, sorte, l’oggetto e gelosia m’appaga, affanna,
content’e sconsola; il putto irrazional, la cieca e ria, l’alta bellezza, la
mia morte sola: mi mostr’il paradis’, il toglie via, ogni ben mi presenta, me
l’invola; tanto ch’il cor, la mente, il spirto, l’alma ha gioia, ha noia, ha
refrigerio, ha salma. Chi mi terrà di guerra? Chi mi farà fruir mio ben in
pace? Chi quel ch’annoia e quel che sì mi piacefarà lungi disgionti, per gradir
le mie fiamme e gli miei fonti? Mostra la caggion et origine onde si concepe il
furore e nasce l’entusiasmo, per solcar il campo de le muse, spargendo il seme
de suoi pensieri, aspirando a l’amo- rosa messe, scorgendo in sé il fervor de
gli affetti in vece del sole, e l’umor de gli occhi in luogo de le piogge.
Mette quattro cose avanti: l’“amore”, la “sor- te”, l’“oggetto”, la “gelosia”.
Dove l’amore non è un basso, ignobile et indegno motore, ma un eroico si- gnor
e duce de lui; la sorte non è altro che la disposi- Letteratura italiana
Einaudi 31 Giordano Bruno - De gli eroici furori zion fatale et
ordine d’accidenti, alli quali è suggetto per il suo destino; l’oggetto è la
cosa amabile, et il correlativo de l’amante; la gelosia è chiaro che sia un
zelo de l’amante circa la cosa amata, il quale non biso- gna donarlo a
intendere a chi ha gustato amore, et in vano ne forzaremo dechiararlo ad altri.
L’amore “ap- paga”: perché a chi ama, piace l’amare; e colui che ve- ramente
ama non vorrebbe non amare. Onde non vo- glio lasciar de referire quel che ne
mostrai in questo mio sonetto: Cara, soave et onorata piaga del più bel dardo
che mai scelse amore; alto, leggiadro e precioso ardore, che gir fai l’alma di
sempr’arder vaga: qual forza d’erba e virtù d’arte maga ti torrà mai dal centro
del mio core, se chi vi porge ogn’or fresco vigore quanto più mi tormenta, più
m’appaga? Dolce mio duol, novo nel mond’e raro, quando del peso tuo girò mai
scarco, s’il rimedio m’è noia, e ’l mal diretto? Occhi, del mio signor facelle
et arco, doppiate fiamme a l’alma e strali al petto, poich’il languir m’è dolce
e l’ardor caro. La sorte “affanna” per non felici e non bramati suc- cessi, o
perché faccia stimar il suggetto men degno de la fruizion de l’oggetto, e men
proporzionato a la di- gnità di quello; o perché non faccia reciproca correla-
zione, o per altre caggioni et impedimenti che s’attra- versano. L’oggetto
“contenta” il suggetto, che non si pasce d’altro, altro non cerca, non s’occupa
in altro, e per quello bandisce ogni altro pensiero. La gelosia “sconsola”,
perché quantunque sia figlia dell’amore da cui deriva, compagna di quello con
cui va sempre Letteratura italiana Einaudi 32 Giordano Bruno - De
gli eroici furori insieme, segno del medesimo, perché quello s’intende per
necessaria conseguenza dove lei si dimostra (co- me sen può far esperienza
nelle generazioni intiere, che per freddezza di regione, e tardezza d’ingegno,
meno apprendono, poco amano, e niente hanno di gelosia), tutta volta con la sua
figliolanza, compagnia e significazione vien a perturbar et attossicare tutto
quel che si trova di bello e buono nell’amore. Là onde dissi in un altro mio
sonetto: O d’invidia et amor figlia sì ria, che le gioie del padre volgi in
pene, caut’Argo al male, e cieca talpa al bene, ministra di tormento, Gelosia;
Tisifone infernal fetid’Arpia, che l’altrui dolce rapi et avvelene, austro
crudel per cui languir conviene il più bel fior de la speranza mia; fiera da te
medesma disamata, augel di duol non d’altro mai presago, pena, ch’entri nel cor
per mille porte: se si potesse a te chiuder l’entrata, tant’il regno d’amor
saria più vago, quant’il mondo senz’odio e senza morte. Giongi a quel ch’è
detto che la Gelosia non sol tal volta è la morte e ruina de l’amante, ma per
le spesse volte uccide l’istesso amore, massime quando parturi- sce il sdegno:
percioché viene ad essere talmente dal suo figlio affetta, che spinge l’amore e
mette in di- spreggio l’oggetto, anzi non lo fa più essere oggetto. cicada
Dechiara ora l’altre particole che siegueno, cioè perché l’amore si dice putto
irrazionale? tansillo Dirò tutto. “Putto irrazionale” si dice l’amo- re non
perché egli per sé sia tale; ma per ciò, che per il più fa tali suggetti, et è
in sugetti tali: atteso che in Letteratura italiana Einaudi 33
Giordano Bruno - De gli eroici furori qualumque è più intellettuale e
speculativo, inalza più l’ingegno e più purifica l’intelletto, facendolo
sveglia- to, studioso e circonspetto, promovendolo ad un’ani- mositate eroica
et emulazion di virtudi e grandezza, per il desio di piacere e farsi degno
della cosa amata. In altri poi (che son la massima parte) s’intende pazzo e
stolto, perché le fa uscir de proprii sentimenti, e le precipita a far delle
extravaganze, perché ritrova il spirito, anima e corpo mal complessionati, et
inetti a considerar e distinguere quel che gli è decente da quel che le rende
più sconci: facendoli suggetto di di- spreggio, riso e vituperio. cicada Dicono
volgarmente e per proverbio, che l’amor fa dovenir gli vecchi pazzi, e gli giovani
savii. tansillo Questo inconveniente non accade a tutti vecchi, né quel
conveniente a tutti giovani; ma è vero de quelli ben complessionati, e de mal
complessionati quest’altri. E con questo è certo, che chi è avezzo nel- la
gioventù d’amar circonspettamente, amarà vecchio senza straviare. Ma il spasso
e riso è di quelli alli quali nella matura etade l’amor mette l’alfabeto in
mano. cicada Ditemi adesso, perché cieca e ria se dice la sor- te o fato?
tansillo “Cieca” e “ria” si dice la sorte ancora, non per sé, perché è
l’istesso ordine de numeri e misure de l’universo; ma per raggion de suggetti
si dice et è cieca: perché le rende ciechi al suo riguardo, per esser ella
incertissima. È detta similmente ria, perché nullo de mortali è che in qualche
maniera lamentandosi e querelandosi di lei, non la incolpe. Onde disse il pu-
gliese poeta: Che vuol dir, Mecenate, che nessuno al mondo appar contento de la
sorte, che gli ha porgiuta la raggion o cielo? Letteratura italiana Einaudi
34 Giordano Bruno - De gli eroici furori Cossì chiama l’oggetto
“alta bellezza”, perché a lui è unico e più eminente, et efficace per tirarlo a
sé; e però lo stima più degno, più nobile, e però sel sente predominante e
superiore: come lui gli vien fatto sud- dito e cattivo. “La mia morte sola”
dice de la gelosia, perché come l’amore non ha più stretta compagna che costei,
cossì anco non ha senso di maggior nemi- ca: come nessuna cosa è più nemica al
ferro che la ruggine, che nasce da lui medesimo. cicada Or poi ch’hai cominciato
a far cossì, séguita a mostrar parte per parte quel che resta. tansillo Cossì
farò. Dice appresso de l’amore: “Mi mostra il paradiso”; onde fa veder che
l’amore non è cieco in sé, e per sé non rende ciechi alcuni amanti, ma per
l’ignobili disposizioni del suggetto: qualmente avviene che gli ucelli notturni
dovegnon ciechi per la presenza del sole. Quanto a sé dumque l’amore illu-
stra, chiarisce, apre l’intelletto e fa penetrar il tutto e suscita miracolosi
effetti. cicada Molto mi par che questo il Nolano lo dimostre in un altro suo
sonetto: Amor per cui tant’alto il ver discerno, ch’apre le porte di diamante
nere, per gli occhi entra il mio nume, e per vedere nasce, vive, si nutre, ha
regno eterno; fa scorger quant’ha ’l ciel, terr’, et inferno; fa presenti
d’absenti effiggie vere, repiglia forze, e col trar dritto, fere; e impiaga
sempr’il cor, scuopre l’interno. O dumque, volgo vile, al vero attendi, porgi
l’orecchio al mio dir non fallace, apri, apri, se puoi, gli occhi, insano e
bieco: fanciullo il credi perché poco intendi, perché ratto ti cangi ei par
fugace, per esser orbo tu lo chiami cieco. Letteratura italiana Einaudi
35 Giordano Bruno - De gli eroici furori Mostra dumque il paradiso
amore, per far intendere, capire et effettuar cose altissime; o perché fa
grandi almeno in apparenza le cose amate. “Il toglie via”, di- ce de la sorte:
perché questa sovente, a mal grado de l’amante, non concede quel tanto che
l’amor dimo- stra, e quel che vede e brama, gli è lontano et adversa- rio. “Ogni
ben mi presenta”, dice de l’oggetto: perché questo che vien dimostrato da
l’indice de l’amore, gli par la cosa unica, principale, et il tutto. “Me
l’invola”, dice della Gelosia, non già per non farlo presente to- gliendolo
d’avanti gli occhi; ma in far ch’il bene non sia bene, ma un angoscioso male;
il dolce non sia dol- ce, ma un angoscioso languire. “Tanto ch’il cor”, cioè la
volontà, “ha gioia” nel suo volere per forza d’amo- re, qualunque sia il
successo. “La mente”, cioè la par- te intellettuale, ha “noia”, per l’apprension
de la sor- te, qual non aggradisce l’amante. “Il spirito”, cioè l’affetto
naturale, ha “refrigerio”, per esser rapito da quell’oggetto che dà gioia al
core, e potrebbe aggradir la mente. “L’alma”, cioè la sustanza passibile e
sensi- tiva, “ha salma”, cioè si trova oppressa dal grave peso de la gelosia
che la tormenta. Appresso la considera- zion del stato suo, soggionge il
lacrimoso lamento, e dice: “Chi mi torrà di guerra”, e metterammi in pace; o
chi disunirà quel che m’annoia e danna, da quel che sì mi piace et apremi le
porte de cielo, perché gradite sieno le fervide fiamme del mio core, e
fortunati i fon- ti de gli occhi miei? Appresso continuando il suo pro- posito,
soggionge: Premi (oimè) gli altri, o mia nemica sorte; vatten via, Gelosia, dal
mondo fore: potran ben soli con sua diva corte far tutto nobil faccia e vago
amore. Lui mi tolga de vita, lei de morte; lei me l’impenne, lui brugge il mio
core; Letteratura italiana Einaudi 36 Giordano Bruno - De gli
eroici furori lui me l’ancide, lei ravvive l’alma; lei mio sustegno, lui mia
grieve salma. Ma che dic’io d’amore? se lui e lei son un suggetto o forma, se
con medesm’imperio et una norma fann’un vestigio al centro del mio core? Non
son doi dumque: è una che fa gioconda e triste mia fortuna. Quattro principii
et estremi de due contrarietadi vuol ridurre a doi principii et una
contrarietade. Dice dumque: “Premi (oimè) gli altri”, cioè basti a te, o mia
sorte, d’avermi sin a tanto oppresso, e (perché non puoi essere senza il tuo
essercizio) volta altrove il tuo sdegno. E “vatten via fuori del mondo”, tu,
Gelo- sia: perché uno di que’ doi altri che rimagnono potrà supplire alle
vostre vicende et offici; se pur tu, mia sorte, non sei altro ch’il mio Amore,
e tu Gelosia, non sei estranea dalla sustanza del medesimo. Reste dum- que lui
per privarmi de vita, per bruggiarmi, per do- narmi la morte, e per salma de le
mie ossa: con questo che lei mi tolga di morte, mi impenne, mi avvive e mi
sustente. Appresso, doi principii et una contrarietade riduce ad un principio
et una efficacia, dicendo: “Ma che dich’io d’Amore”? Se questa faccia, questo
ogget- to è l’imperio suo, e non par altro che l’imperio de l’amore; la norma
de l’amore è la sua medesima nor- ma; l’impression d’amore ch’appare nella
sustanza del cor mio, non è certo altra impression che la sua: per- ché dumque
dopo aver detto “nobil faccia”, replico dicendo “vago amore”? tansillo Or qua
comincia il furioso a mostrar gli af- fetti suoi e discuoprir le piaghe che
sono per segno nel corpo, et in sustanza o in essenza nell’anima, e di- ce
cossì: Io che porto d’amor l’alto vessillo, gelate ho spene, e gli desir
cuocenti: a un tempo triemo, agghiaccio, ardo e sfavillo, son muto, e colmo il
ciel de strida ardenti; dal cor scintill’, e da gli occhi acqua stillo; e vivo
e muoio, e fo ris’e lamenti: son vive l’acqui, e l’incendio non more, ch’a gli
occhi ho Teti, et ho Vulcan al core, altr’amo, odio me stesso: ma s’io
m’impiumo, altri si cangia in sasso; poggi’altr’al ciel, s’io mi ripogno al
basso; sempr’altri fugge, s’io seguir non cesso; s’io chiamo, non risponde: e
quant’io cerco più, più mi s’asconde. A proposito di questo voglio seguitar
quel che poco avanti ti dicevo: che non bisogna affatigarsi per pro- vare quel
che tanto manifestamente si vede, cioè che nessuna cosa è pura e schetta (onde
diceano alcuni, nessuna cosa composta esser vero ente: come l’oro composto non
è vero oro, il vino composto non è pu- ro vero e mero vino); appresso, tutte le
cose constano de contrarii: da onde avviene che gli successi de li no- stri
affetti per la composizione ch’è nelle cose, non hanno mai delettazion alcuna
senza qualch’amaro; anzi dico, e noto di più, che se non fusse l’amaro nelle
cose, non sarrebe la delettazione, atteso che la fatica fa che troviamo delettazione
nel riposo; la separazio- Letteratura italiana Einaudi 38 Giordano
Bruno - De gli eroici furori ne è causa che troviamo piacere nella
congiunzione: e generalmente essaminando, si trovarà sempre che un contrario è
caggione che l’altro contrario sia bramato e piaccia. cicada Non è dumque
delettazione senza contrarietà? tansillo Certo non, come senza contrarietà non
è do- lore, qualmente manifesta quel pitagorico poeta quando dice: Hinc metuunt
cupiuntque, dolent gaudentque, nec auras respiciunt, clausae tenebris et
carcere caeco. Ecco dumque quel che caggiona la composizion de le cose. Quindi
aviene che nessuno s’appaga del stato suo, eccetto qualch’insensato e stolto, e
tanto più quanto più si ritrova nel maggior grado del fosco inter- vallo de la sua
pazzia: all’ora ha poca o nulla appren- sion del suo male, gode l’esser
presente senza temer del futuro; gioisce di quel ch’è e per quello in che si
trova, e non ha rimorso o cura di quel ch’è o può essere, et in fine non ha
senso della contrarietade la quale è figurata per l’arbore della scienza del
bene e del male. cicada Da qua si vede che l’ignoranza è madre della felicità e
beatitudine sensuale, e questa medesima è l’orto del paradiso de gli animali;
come si fa chiaro nelli dialogi de la Cabala del cavallo Pegaseo e per quel che
dice il sapiente Salomone: «chi aumenta sa- pienza, aumenta dolore». tansillo
Da qua avviene che l’amore eroico è un tor- mento, perché non gode del presente
come il brutale amore; ma e del futuro e de l’absente; e del contrario sente
l’ambizione, emulazione, suspetto e timore. In- di dicendo una sera dopo cena
un certo de nostri vici- ni: «Giamai fui tanto allegro quanto sono adesso» gli
rispose Gioan Bruno, padre del Nolano: «Mai fuste più pazzo che adesso».
Letteratura italiana Einaudi 39 Giordano Bruno - De gli eroici
furori cicada Volete dumque che colui che è triste sia savio, e quell’altro
ch’è più triste, sia più savio? tansillo Non, anzi intendo in questi essere
un’altra specie di pazzia, et oltre peggiore. cicada Chi dumque sarà savio, se
pazzo è colui ch’è contento, e pazzo è colui ch’è triste? tansillo Quel che non
è contento né triste. cicada Chi? quel che dome? quel ch’è privo di senti-
mento? quel ch’è morto? tansillo No: ma quel ch’è vivo, vegghia et intende; il
quale considerando il male et il bene, stimando l’uno e l’altro come cosa
variabile e consistente in moto, mutazione e vicissitudine (di sorte ch’il fine
d’un con- trario è principio de l’altro, e l’estremo de l’uno è co- minciamento
de l’altro), non si dismette, né si gonfia di spirito, vien continente
nell’inclinazioni e tempera- to nelle voluptadi: stante ch’a lui il piacere non
è pia- cere, per aver come presente il suo fine. Parimente la pena non gli è
pena, perché con la forza della consi- derazione ha presente il termine di
quella. Cossì il sa- piente ha tutte le cose mutabili come cose che non so- no,
et afferma quelle non esser altro che vanità et un niente: perché il tempo a
l’eternità ha proporzione come il punto a la linea. cicada Sì che mai possiamo
tener proposito d’esser contenti o mal contenti, senza tener proposito de la
nostra pazzia, la qual espressamente confessiamo; là onde nessun che ne
raggiona, e per conseguenza nes- sun che n’è partecipe, sarà savio: et infine
tutti gli omini saran pazzi. tansillo Non tendo ad inferir questo, perché dirò
mas- sime savio colui che potesse veramente dire talvolta il contrario di quel
che quell’altro: «Giamai fui men alle- gro che adesso» over: «Giamai fui men
triste che ora». cicada Come non fai due contrarie qualitadi dove son doi
affetti contrarii? perché, dico, intendi come due Letteratura italiana Einaudi
40 Giordano Bruno - De gli eroici furori virtudi, e non come un
vizio et una virtude, l’esser mi- nimamente allegro, e l’esser minimamente triste?
tansillo Perché ambi doi li contrarii in eccesso (cioè per quanto vanno a dar
su quel più) son vizii, perché passano la linea; e gli medesimi in quanto vanno
a dar sul meno, vegnono ad esser virtude, perché si conte- gnono e rinchiudono
intra gli termini. cicada Come l’esser men contento e l’esser men triste non
son una virtù et uno vizio, ma son due virtudi? tansillo Anzi dico che son una
e medesima virtude: perché il vizio è là dove è la contrarietade; la contrarie-
tade è massime là dove è l’estremo; la contrarietà mag- giore è la più vicina
all’estremo; la minima o nulla è nel mezzo, dove gli contrarii convegnono e son
uno et in- differente: come tra il freddissimo e caldissimo è il più caldo et
il più freddo; e nel mezzo puntuale è quello che puoi dire o caldo e freddo, o
né caldo né freddo, senza contrarietade. In cotal modo chi è minimamente con-
tento e minimamente triste, è nel grado della indifferen- za, si trova nella
casa della temperanza, e là dove consi- ste la virtude e condizion d’un animo
forte, che non vien piegato da l’Austro né da l’Aquilone. Ecco dum- que (per
venir al proposito) come questo furor eroico, che si chiarisce nella presente
parte, è differente da gli altri furori più bassi, non come virtù dal vizio: ma
come un vizio ch’è in un suggetto più divino o divinamente, da un vizio ch’è in
un suggetto più ferino o ferinamente. Di maniera che la differenza è secondo
gli suggetti e modi differenti, e non secondo la forma de l’esser vizio. cicada
Molto ben posso da quel ch’avete detto, con- chiudere la condizion di questo
eroico furore che di- ce “gelate ho spene, e li desir cuocenti”; perché non è
nella temperanza della mediocrità, ma nell’eccesso delle contrarietadi ha
l’anima discordevole: se triema nelle gelate speranze, arde negli cuocenti
desiri; è per l’avidità «stridolo», «mutolo» per il timore; «Sfavilla
Letteratura italiana Einaudi 41 Giordano Bruno - De gli eroici
furori dal core per cura d’altrui», e per compassion sé versa lacrime da gli
occhi; muore ne l’altrui risa, vive ne’ proprii lamenti; e (come colui che non
è più suo) altri ama, odia se stesso: perché la materia (come dicono gli
fisici) con quella misura ch’ama la forma absente, odia la presente. E cossì
conclude nell’ottava la guer- ra ch’ha l’anima in se stessa; e poi quando dice
ne la sestina “ma s’io m’impiumo, altri si cangia in sasso” e quel che séguita,
mostra le sue passioni per la guerra ch’essercita con li contrarii esterni. Mi
ricordo aver letto in Iamblico, dove tratta de gli Egizii misterii, questa sentenza:
«Impius animam dissidentem habet: unde nec secum ipse convenire potest neque
cum aliis». tansillo Or odi un altro sonetto di senso consequen- te al detto:
Ahi, qual condizioni natura, o sorte: in viva morte morta vita vivo. Amor m’ha
morto (ahi lasso) di tal morte, che son di vit’insiem’e morte privo. Voto di
spene, d’inferno a le porte, e colmo di desio al ciel arrivo: talché suggetto a
doi contrarii eterno, bandito son dal ciel e da l’inferno. Non han mie pene
triegua, perch’in mezzo di due scorrenti ruote, de quai qua l’una, là l’altra
mi scuote, qual Ixion convien mi fugga e siegua: perché al dubbio discorso dan
lezzion contraria il sprone e ’l morso. Mostra qualmente patisca quel disquarto
e distrazio- ne in se medesimo: mentre l’affetto, lasciando il mez- zo e meta
de la temperanza, tende a l’uno e l’altro estremo; e talmente si trasporta alto
o a destra, che anco si trasporta a basso et a sinistra. Letteratura italiana
Einaudi 42 Giordano Bruno - De gli eroici furori cicada Come con
questo che non è proprio de l’uno né de l’altro estremo, non viene ad essere in
stato o termine di virtude? tansillo All’ora è in stato di virtude, quando si
tiene al mezzo declinando da l’uno e l’altro contrario: ma quando tende a gli
estremi inchinando a l’uno e l’altr di quelli, tanto gli manca de esser
virtude, che è dop- pio vizio, il qual consiste in questo che la cosa recede
dalla sua natura, la perfezzion della quale consiste nell’unità: e là dove
convegnono gli contrarii, consta la composizione, e consiste la virtude. Ecco
dumque come è morto vivente, o vivo moriente; là onde dice: “in viva morte
morta vita vivo”. Non è morto, perché vive ne l’oggetto; non è vivo, perché è
morto in se stesso: privo di morte, perché parturisce pensieri in quello; privo
di vita, perché non vegeta o sente in se medesimo. Appresso è bassissimo per la
considera- zion de l’alto intelligibile e la compresa imbecillità della
potenza; è altissimo per l’aspirazione dell’eroico desio che trapassa di gran
lunga gli suoi termini, et è altissimo per l’appetito intellettuale che non ha
modo e fine di gionger numero a numero; è bassissimo per la violenza fattagli
dal contrario sensuale che verso l’inferno impiomba. Onde trovandosi talmente
pog- giar e descendere, sente ne l’alma il più gran dissidio che sentir si
possa; e confuso rimane per la ribellion del senso, che lo sprona là d’onde la
raggion l’affrena, e per il contrario. – Il medesimo affatto si dimostra nella
seguente sentenza dove la raggione in nome de Filenio dimanda, et il furioso risponde
in nome di Pa- store, che alla cura del gregge o armento de suoi pen- sieri si
travaglia; quai pasce in ossequio e serviggio de la sua ninfa, ch’è
l’affezzione di quell’oggetto alla cui osservanza è fatto cattivo: fileno
Pastor. pastore Che vuoi? Letteratura italiana Einaudi 43 fileno
pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno
pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno
pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno
pastore fileno pastore fileno pastore fileno Che fai? Doglio. Perché? Perché
non m’ha per suo vita, né morte. Chi fallo? Amor. Quel rio? Quel rio. Dov’è?
Nel centro del mio cor se tien sì forte. Che fa? Fere. Chi? Me. Te? Sì. Con
che? Con gli occhi de l’inferno e del ciel porte. Speri? Spero. Mercé? Mercé.
Da chi? Da chi sì mi martóra nott’e dì. Hanne? Non so. Sei folle. Che, se cotal
follia a l’alma piace? Promette? Non. Niega? Nemeno. Tace? Sì, perché ardir
tant’onestà mi tolle. Vaneggi. In che? Nei stenti. Giordano Bruno - De gli
eroici furori Letteratura italiana Einaudi 44 Giordano Bruno - De
gli eroici furori pastore Temo il suo sdegno, più che miei tormenti. Qua dice
che spasma: lamentasi dell’amore, non già perché ami (atteso che a nessuno
veramente amante dispiace l’amare), ma perché infelicemente ami: men- tre
escono que’ strali che son gli raggi di quei lumi, che medesimi secondo che son
protervi e ritrosi, ove- ramente benigni e graziosi, vegnono ad esser porte che
guidano al cielo, overamente a l’inferno. Con questo vien mantenuto in speranza
di futura et incer- ta mercé, et in effetto di presente e certo martìre. E
quantunque molto apertamente vegga la sua follia, non per tanto avvien che in
punto alcuno si correga, o che almen possa conciperne dispiacere; perché tanto
ne manca, che più tosto in essa si compiace, come mostra dove dice: Mai fia che
dell’amor io mi lamente, senza del qual non vogli’esser felice. Appresso,
mostra un’altra specie di furore parturita da qualche lume di raggione, la qual
suscita il timore, e supprime la già detta, a fin che non proceda a fatto, che
possa inasprir o sdegnar la cosa amata. Dice dum- que la speranza esser fondata
sul futuro, senza che co- sa alcuna se gli prometta o nieghe: per che lui tace,
e non dimanda, per téma d’offender l’onestade. Non ardisce esplicarsi e
proporsi, onde fia o con ripudio escluso, overamente con promessa accettato:
perché nel suo pensiero più contrapesa quel che potrebbe es- ser di male in un
caso, che bene in un altro. Mostrasi dumque disposto di suffrir più presto per
sempre il proprio tormento, che di poter aprir la porta a l’occa- sione per la
quale la cosa amata si turbe e contriste. cicada Con questo dimostra l’amor suo
esser vera- mente eroico: perché si propone per più principal fi- ne la grazia
del spirito e la inclinazion de l’affetto, che Letteratura italiana Einaudi
45 Giordano Bruno - De gli eroici furori la bellezza del corpo, in
cui si termina quell’amor ch’ha del divino. tansillo Sai bene che il rapto
platonico è di tre spe- cie, de quali l’uno tende alla vita contemplativa o
spe- culativa, l’altro a l’attiva morale, l’altro a l’ociosa e vo- luptuaria:
cossì son tre specie d’amori; de quali l’uno dall’aspetto della forma corporale
s’inalza alla consi- derazione della spirituale e divina; l’altro solamente
persevera nella delettazion del vedere e conversare; l’altro dal vedere va a
precipitarsi nella concupiscenza del toccare. Di questi tre modi si componenti
altri, se- condo che o il primo s’accompagna col secondo, o che s’accompagna
col terzo, o che con correno tutti tre modi insieme: de li quali ciascuno e
tutti oltre si moltiplicano in altri, secondo gli affetti de furiosi che
tendeno o più verso l’obietto spirituale, o più verso l’obietto corporale, o
equalmente verso l’uno e l’altro. Onde avviene che di quei che si ritrovano in
questa milizia e son compresi nelle reti d’amore, altri tende- no a fin del
gusto che si prende dal raccòrre le poma da l’arbore de la corporal bellezza,
senz’il qual otten- to (o speranza al meno) stimano degno di riso e vano
ogn’amoroso studio: et in cotal modo corrono tutti quei che son di barbaro
ingegno, che non possono né cercano magnificarsi amando cose degne, aspirando a
cose illustri, e più alto a cose divine accomodando gli suoi studi e gesti, a i
quali non è chi possa più ricca e commodamente suppeditar l’ali, che l’eroico
amore. Altri si fanno avanti a fin del frutto della delettazione che prendeno
da l’aspetto della bellezza e grazia del spirito che risplende e riluce nella leggiadria
del cor- po; e de tali alcuni benché amino il corpo e bramino assai d’esser
uniti a quello, della cui lontananza si la- gnano, e disunion s’attristano,
tutta volta temeno che presumendo in questo non vegnan privi di quell’affa-
bilità, conversazione, amicizia et accordo che gli è più Letteratura italiana
Einaudi 46 Giordano Bruno - De gli eroici furori principale:
essendo e dal tentare non più può aver si- curezza di successo grato, che gran
téma di cader da quella grazia qual come cosa tanto gloriosa e degna gli versa
avanti gli occhi del pensiero. cicada È cosa degna, o Tansillo, per molte
virtudi e perfezzioni che quindi derivano nell’umano ingegno, cercar, accettar,
nodrire e conservar un simile amore: ma si deve ancora aver gran cura di non
abbattersi ad ubligarsi ad un oggetto indegno e basso, a fin che non vegna a
farsi partecipe della bassezza et indignità del medesimo; in proposito de quali
intendo il consiglio del poeta ferrarese: Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ali. tansillo A dir il vero, l’oggetto
ch’oltre la bellezza del corpo non hav’altro splendore, non è degno d’esser
amato ad altro fine che di far (come dicono) la razza: e mi par cosa da porco o
da cavallo di tormentarvici su; et io (per me) mai fui più fascinato da cosa
simile, che potesse al presente esser fascinato da qualche sta- tua o pittura,
dalle quali mi pare indifferente. Sarebbe dumque un vituperio grande ad un
animo generoso, se d’un sporco, vile, bardo et ignobile ingegno (quan- tunque
sotto eccellente figura venesse ricuoperto) di- ca: “Temo il suo sdegno più
ch’il mio tormento”. tansillo Poneno, e
sono più specie de furori, li quali tutti si riducono a doi geni: secondo che
altri non mo- strano che cecità, stupidità et impeto irrazionale, che tende al
ferino insensato; altri consistono in certa di- vina abstrazzione per cui
dovegnono alcuni megliori in fatto che uomini ordinarii. E questi sono de due
specie perché: altri per esserno fatti stanza de dèi o spiriti divini, dicono
et operano cose mirabile senza che di quelle essi o altri intendano la
raggione; e tali per l’ordinario sono promossi a questo da l’esser stati prima
indisciplinati et ignoranti, nelli quali come vòti di proprio spirito e senso,
come in una stanza purga- ta, s’intrude il senso e spirto divino; il qual meno
può aver luogo e mostrarsi in quei che son colmi de pro- pria raggione e senso,
perché tal volta vuole ch’il mondo sappia certo che se quei non parlano per
pro- prio studio et esperienza come è manifesto, séguite che parlino et oprino
per intelligenza superiore: e con questo la moltitudine de gli uomini in tali
degnamen- te ha maggior admirazion e fede. Altri, per essere avezzi o abili
alla contemplazione, e per aver innato un spirito lucido et intellettuale, da
uno interno sti- molo e fervor naturale suscitato da l’amor della divi- nitate,
della giustizia, della veritade, della gloria, dal fuoco del desio e soffio
dell’intenzione acuiscono gli sensi, e nel solfro della cogitativa facultade
accendo- no il lume razionale con cui veggono più che ordina- riamente: e
questi non vegnono al fine a parlar et ope- rar come vasi et instrumenti, ma
come principali artefici et efficienti. cicada Di questi doi geni quali stimi
megliori? tansillo Gli primi hanno più dignità, potestà et effi- cacia in sé:
perché hanno la divinità. Gli secondi seri Letteratura italiana Einaudi
48 Giordano Bruno - De gli eroici furori essi più degni, più
potenti et efficaci, e son divini. Gli primi son degni come l’asino che porta
li sacramenti: gli secondi come una cosa sacra. Nelli primi si consi- dera e
vede in effetto la divinità e quella s’admira, adora et obedisce. Ne gli
secondi si considera e vede l’eccellenza della propria umanitade. – Or venemo
al proposito. Questi furori de quali noi raggioniamo, e che veggiamo messi in
esecuzione in queste sentenze, non son oblio, ma una memoria; non son
negligenze di se stesso, ma amori e brame del bello e buono con cui si procure
farsi perfetto con transformarsi et asso- migliarsi a quello. Non è un
raptamento sotto le leggi d’un fato indegno, con gli lacci de ferine
affezzioni: ma un impeto razionale che siegue l’apprension intel- lettuale del
buono e bello che conosce; a cui vorrebbe conformandosi parimente piacere, di
sorte che della nobiltà e luce di quello viene ad accendersi, et inve- stirsi
de qualitade e condizione per cui appaia illustre e degno. Doviene un dio dal
contatto intellettuale di quel nume oggetto; e d’altro non ha pensiero che de
cose divine, e mostrasi insensibile et impassibile in quelle cose che
comunmente massime senteno, e da le quali più vegnon altri tormentati; niente
teme, e per amor della divinitade spreggia gli altri piaceri, e non fa pensiero
alcuno de la vita. Non è furor d’atra bile che fuor di consiglio, raggione et
atti di prudenza lo faccia vagare guidato dal caso e rapito dalla disordi- nata
tempesta; come quei ch’avendo prevaricato da certa legge de la divina Adrastia
vegnono condannati sotto la carnificina de le Furie: acciò sieno essagitati da
una dissonanza tanto corporale per sedizioni, rui- ne e morbi, quanto
spirituale per la iattura dell’armo- nia delle potenze cognoscitive et
appetitive. Ma è un calor acceso dal sole intelligenziale ne l’anima et im-
peto divino che gl’impronta l’ali: onde più e più avvi- cinandosi al sole
intelligenziale, rigettando la ruggine de le umane cure, dovien un oro probato
e puro, ha sentimento della divina et interna armonia, concorda gli suoi
pensieri e gesti con la simmetria della legge insita in tutte le cose. Non come
inebriato da le tazze di Circe va cespitando et urtando or in questo, or in
quell’altro fosso, or a questo or a quell’altro scoglio; o come un Proteo vago
or in questa or in quell’altra fac- cia cangiandosi, giamai ritrova loco, modo,
né mate- ria di fermarsi e stabilirsi. Ma senza distemprar l’ar- monia vince e
supera gli orrendi mostri; e per tanto che vegna a dechinare, facilmente
ritorna al sesto con quelli intimi instinti, che come nove muse saltano e
cantano circa il splender dell’universale Apolline: e sotto l’imagini sensibili
e cose materiali va compren- dendo divini ordini e consegli. È vero che tal
volta avendo per fida scorta l’amore, ch’è gemino, e perché tal volta per
occorrenti impedimenti si vede defrauda- to dal suo sforzo, all’ora come insano
e furioso mette in precipizio l’amor di quello che non può compren- dere: onde
confuso da l’abisso della divinità tal volta dismette le mani, e poi ritorna
pure a forzarsi con la voluntade verso là dove non può arrivare con l’intel-
letto. È vero pure che ordinariamente va spasseggian- do, et or più in una, or
più in un’altra forma del gemi- no Cupido si trasporta; perché la lezzion
principale che gli dona Amore è che in ombra contempla (quan- do non puote in
specchio) la divina beltate: e come gli proci di Penelope s’intrattegna con le
fante quando non gli lice conversar con la padrona. Or dumque, per conchiudere,
possete da quel ch’è detto compren- dere qual sia questo furioso di cui
l’imagine ne vien messa avanti, quando si dice: Se la farfalla al suo splendor
ameno vola, non sa cb’è fiamm’al fin discara; se quand’il cervio per sete vien
meno, Letteratura italiana Einaudi 50 Giordano Bruno - De gli
eroici furori al rio va, non sa della freccia amara; s’il lioncorno corre al
casto seno non vede il laccio che se gli prepara: i’al lum’, al font’, al
grembo del mio bene, veggio le fiamme, i strali e le catene. S’è dolce il mio
languire, perché quell’alta face sì m’appaga, perché l’arco divin sì dolce
impiaga, perché in quel nodo è avolto il mio desire: mi sien eterni impacci
fiamme al cor, strali al petto, a l’alma lacci. Dove dimostra l’amor suo non
esser come de la farfal- la, del cervio e del lioncorno, che fuggirebono
s’aves- ser giudizio del fuoco, della saetta e de gli lacci, e che non han
senso d’altro che del piacere: ma vien guida- to da un sensatissimo e pur
troppo oculato furore, che gli fa amare più quel fuoco che altro refrigerio,
più quella piaga che altra sanità, più que’ legami che altra libertade. Perché
questo male non è absoluta- mente male: ma per certo rispetto al bene secondo
l’opinione, e falso; quale il vecchio Saturno ha per condimento nel devorar che
fa de proprii figli. Perché questo male absolutamente ne l’occhio de
l’eternitade è compreso o per bene, o per guida che ne conduce a quello; atteso
che questo fuoco è l’ardente desio de le cose divine, questa saetta è
l’impression del raggio della beltade della superna luce, questi lacci son le
specie del vero che uniscono la nostra mente alla pri- ma verità: e le specie
del bene che ne fanno uniti e gionti al primo e sommo bene. A quel senso io
m’ac- costai quando dissi: D’un sì bel fuoco e d’un sì nobil laccio beltà
m’accende, et onestà m’annoda, ch’in fiamm’e servitù convien ch’io goda,
Letteratura italiana Einaudi 51 Giordano Bruno - De gli eroici
furori fugga la libertade e tema il ghiaccio; l’incendio è tal ch’io m’ard’e
non mi sfaccio, el nodo è tal ch’il mondo meco il loda, né mi gela timor, né
duol mi snoda; ma tranquill’è l’ardor, dolce l’impaccio. Scorgo tant’alto il
lume che m’infiamma, el laccio ordito di sì ricco stame, che nascend’il
pensier, more il desio. Poiché mi splend’al cor sì bella fiamma, e mi stringe
il voler sì bel legame, sia serva l’ombra, et arda il cener mio. Tutti gli
amori (se sono eroici e non son puri animali, che chiamano naturali e cattivi
alla generazione, come instrumenti de la natura in certo modo) hanno per
oggetto la divinità, tendeno alla divina bellezza, la quale prima si comunica
all’anime e risplende in quel- le, e da quelle poi o (per dir meglio) per
quelle poi si comunica alli corpi: onde è che l’affetto ben formato ama gli
corpi o la corporal bellezza, per quel che è in- dice della bellezza del
spirito. Anzi quello che n’inna- mora del corpo è una certa spiritualità che
veggiamo in esso, la qual si chiama bellezza; la qual non consiste nelle
dimensioni maggiori o minori, non nelli deter- minati colori o forme, ma in
certa armonia e conso- nanza de membri e colori . Questa mostra certa sensi-
bile affinità col spirito a gli sensi più acuti e penetrativi: onde séguita che
tali più facilmente et in- tensamente s’innamorano, et anco più facilmente si
disamorano, e più intensamente si sdegnano, con quella facilità et intensione,
che potrebbe essere nel cangiamento del spirito brutto, che in qualche gesto et
espressa intenzione si faccia aperto: di sorte che tal bruttezza trascorre da
l’anima al corpo, a farlo non apparir oltre come gli apparia bello. La beltà
dumque del corpo ha forza d’accendere; ma non già di legare e far che l’amante
non possa fuggire, se la grazia che si richiede nel spirito non soccorre, come
la onestà, la gratitudine, la cortesia, l’accortezza: però dissi bello quel
fuoco che m’accese, perché ancor fu nobile il laccio che m’annodava. cicada Non
creder sempre cossì, Tansillo; perché qualche volta quantunque discuopriamo
vizioso il spirito non lasciamo però di rimaner accesi et allac- ciati: di
maniera che quantunque la raggion veda il male et indignità di tale amore, non
ha però efficacia di alienar il disordinato appetito. Nella qual disposi- zion
credo che fusse il Nolano quando disse: Oimè che son constretto dal furore
d’appigliarmi al mio male, ch’apparir fammi un sommo ben Amore. Lasso, a l’alma
non cale ch’a contrarii consigli umqua ritenti; e del fero tiranno, che mi
nodrisce in stenti, e poté pormi da me stess’in bando, più che di libertad’ i’
son contento. Spiego le vele al vento, che mi suttraga a l’odioso bene: e
tempestoso al dolce danno amene. tansillo Questo accade, quando l’uno e l’altro
spirto è vizioso, e son tinti come di medesimo inchiostro, at- teso che dalla
conformità si suscita, accende e si con- firma l’amore. Cossì gli viziosi
facilmente concordano in atti di medesimo vizio. E non voglio lasciar de dire
ancora quel che per esperienza conosco, che quan- tunque in un animo abbia
discuoperti vizii molto abominati da me, com’è dire una sporca avarizia, una
vilissima ingordiggia sul danaio, irreconoscenza di ri- cevuti favori e
cortesie, un amor di persone al tutto Letteratura italiana Einaudi 53
Giordano Bruno - De gli eroici furori vili (de quali vizii questo ultimo
massime dispiace perché toglie la speranza a l’amante che per esser egli, o
farsi più degno, possa da lei esser più accettato), tutta volta non mancava
ch’io ardesse per la beltà cor- porale. Ma che? io l’amavo senza buona volontà,
es- sendo che non per questo m’arrei più contristato che allegrato delle sue
disgrazie et infortunii. cicada Però è molto propria et a proposito quella di-
stinzion che fanno intra l’amare e voler bene. tansillo È vero, perché a molti
vogliamo bene, cioè desideramo che siano savii e giusti: ma non le amia- mo,
perché sono iniqui et ignoranti; molti amiamo perché son belli, ma non gli
vogliamo bene, perché non meritano: e tra l’altre cose che stima l’amante
quello non meritare, la prima è d’essere amato; e però benché non possa
astenersi d’amare, niente di meno gli ne rincresce e mostra il suo
rincrescimento: come costui che diceva, «Oimè ch’io son costretto dal furo- re
d’appigliarmi al mio male». In contraria disposizio- ne fu, o per altro oggetto
corporale in similitudine, o per suggetto divino in verità, quando disse:
Bench’a tanti martir mi fai suggetto, pur ti ringrazio, e assai ti deggio,
Amore, che con sì nobil piaga apriste il petto, e tal impadroniste del mio
core, per cui fia ver ch’un divo e viv’oggetto, de Dio più bella imago ’n terra
adore; pensi chi vuol ch’il mio destin sia rio, ch’uccid’in speme, e fa viv’in
desio. Pascomi in alta impresa; e bench’il fin bramato non consegua, e ’n tanto
studio l’alma si dilegua, basta che sia sì nobilment’ accesa: basta ch’alto mi
tolsi, e da l’ignobil numero mi sciolsi. Letteratura italiana Einaudi 54
Giordano Bruno - De gli eroici furori L’amor suo qua è a fatto eroico e
divino, e per tale voglio intenderlo: benché per esso si dica suggetto a tanti
martìri; perché ogni amante ch’è disunito e se- parato da la cosa amata (alla
quale com’è congionto con l’affetto, vorrebe essere con l’effetto) si trova in
cordoglio e pena, si crucia e si tormenta: non già per- ché ami, atteso che
degnissima e nobilissimamente sente impiegato l’amore; ma perché è privo di
quella fruizione la quale ottenerebbe se fusse gionto a quel termine al qual
tende: non dole per il desio che ravvi- va, ma per la difficultà del studio
ch’il martora. Sti- minlo dumque altri a sua posta infelice per questa ap-
parenza de rio destino, come che l’abbia condannato a cotai pene: perché egli
non lasciarà per tanto de ri- conoscer l’obligo ch’have ad Amore, e rendergli
gra- zie, perché gli abbia presentato avanti gli occhi de la mente una specie
intelligibile, nella quale in questa terrena vita (rinchiuso in questa
priggione de la car- ne, et avvinto da questi nervi, e confirmato da queste
ossa) li sia lecito di contemplar più altamente la divi- nitade, che se altra
specie e similitudine di quella si fusse offerta. cicada Il “divo” dumque “e
vivo oggetto”, ch’ei dice, è la specie intelligibile più alta che egli s’abbia
possu- to formar della divinità; e non è qualche corporal bel- lezza che gli
adombrasse il pensiero come appare in superficie del senso? tansillo Vero:
perché nessuna cosa sensibile, né spe- cie di quella, può inalzarsi a tanta
dignitade. cicada Come dumque fa menzione di quella specie per oggetto, se
(come mi pare) il vero oggetto è la di- vinità istessa? tansillo La è oggetto
finale, ultimo e perfettissimo; non già in questo stato dove non possemo veder
Dio se non come in ombra e specchio, e però non ne può esser oggetto se non in
qualche similitudine; non tale Lequal possa esser abstratta et acquistata da
bellezza et eccellenza corporea per virtù del senso: ma qual può esser formata
nella mente per virtù de l’intelletto. Nel qual stato ritrovandosi, viene a
perder l’amore et af- fezzion d’ogni altra cosa tanto sensibile quanto intelli-
gibile; perché questa congionta a quel lume dovien lume essa ancora, e per
conseguenza si fa un Dio: per- ché contrae la divinità in sé essendo ella in
Dio per la intenzione con cui penetra nella divinità (per quanto si può), et
essendo Dio in ella, per quanto dopo aver penetrato viene a conciperla e (per
quanto si può) a ricettarla e comprenderla nel suo concetto. Or di queste
specie e similitudini si pasce l’intelletto umano da questo mondo inferiore,
sin tanto che non gli sia lecito de mirar con più puri occhi la bellezza della
di- vinitade: come accade a colui che è gionto a qualch’edificio
eccellentissimo et ornatissimo, mentre va considerando cosa per cosa in quello,
si aggrada, si contenta, si pasce d’una nobil maraviglia; ma se av- verà poi che
vegga il signor di quelle imagini, di bel- lezza incomparabilmente maggiore,
lasciata ogni cura e pensiero di esse, tutto è volto et intento a considerar
quell’uno. Ecco dumque come è differenza in questo stato dove veggiamo la
divina bellezza in specie intel- ligibili tolte da gli effetti, opre,
magisteri, ombre e si- militudini di quella, et in quell’altro stato dove sia
le- cito di vederla in propria presenza. – Dice appresso: “Pascomi
d’alt’impresa”, perché (come notano gli Pi- tagorici) cossì l’anima si versa e
muove circa Dio, co- me il corpo circa l’anima. cicada Dumque il corpo non è
luogo de l’anima? tansillo Non: perché l’anima non è nel corpo local- mente, ma
come forma intrinseca e formatore estrin- seco; come quella che fa gli membri,
e figura il com- posto da dentro e da fuori. Il corpo dumque è ne l’anima,
l’anima nella mente, la mente o è Dio, o è in Letteratura italiana Einaudi
56 Giordano Bruno - De gli eroici furori Dio, come disse Plotino:
cossì come per essenza è in Dio che è la sua vita, similmente per l’operazione
in- tellettuale e la voluntà conseguente dopo tale opera- zione, si riferisce
alla sua luce e beatifico oggetto. De- gnamente dumque questo affetto del
eroico furore si pasce de sì alta impresa. Né per questo che l’obietto è
infinito, in atto simplicissimo, e la nostra potenza in- tellettiva non può
apprendere l’infinito se non in di- scorso, o in certa maniera de discorso,
com’è dire in certa raggione potenziale o aptitudinale, è come colui che
s’amena a la consecuzion de l’immenso onde ve- gna a constituirse un fine dove
non è fine. cicada Degnamente, perché l’ultimo fine non deve aver fine, atteso
che non sarebe ultimo. È dumque in- finito in intenzione, in perfezzione, in
essenza et in qualsivoglia altra maniera d’esser fine. [tansillo] Dici il vero.
Or in questa vita tal pastura è di maniera tale, che più accende, che possa
appagar il desio, come ben mostra quel divino poeta che disse: «Bramando è
lassa l’alma a Dio vivente», et in altro luogo: «Attenuati sunt oculi mei
suspicientes in excel- sum». Però dice: «E bench’il fin bramato non conse- gua,
E ’n tanto studio l’alma si dilegua, Basta che sia sì nobilmente accesa»: vuol
dire ch’in tanto l’anima si consola e riceve tutta la gloria che può ricevere
in co- tal stato, e che sia partecipe di quel ultimo furor de l’uomo in quanto
uomo di questa condizione, nella qual si trova adesso, e come ne veggiamo.
cicada Mi par che gli peripatetici (come esplicò Aver- roe) vogliano intender
questo quando dicono la som- ma felicità de l’uomo consistere nella perfezzione
per le scienze speculative. tansillo È vero, e dicono molto bene: perché noi in
questo stato nel qual ne ritroviamo, non possiamo de- siderar né ottener
maggior perfezzione che quella in cui siamo quando il nostro intelletto
mediante qual- Letteratura italiana Einaudi 57 Giordano Bruno - De
gli eroici furori che nobil specie intelligibile s’unisce o alle sustanze
seperate, come dicono costoro, o a la divina mente, come è modo de dir de
Platonici. Lascio per ora di raggionar de l’anima o uomo in altro stato e modo
di essere che possa trovarsi o credersi. cicada Ma che perfezzione o
satisfazzione può trovar l’uomo in quella cognizione la quale non è perfetta?
tansillo Non sarà mai perfetta per quanto l’altissimo oggetto possa esser
capito, ma per quanto l’intelletto nostro possa capire: basta che in questo et
altro stato gli sia presente la divina bellezza per quanto s’estende l’orizonte
della vista sua. cicada Ma de gli uomini non tutti possono giongere a quello
dove può arrivar uno o doi. tansillo Basta che tutti corrano; assai è ch’ognun
fac- cia il suo possibile; perché l’eroico ingegno si conten- ta più tosto di
cascar o mancar degnamente e nell’alte imprese, dove mostre la dignità del suo
ingegno, che riuscir a perfezzione in cose men nobili e basse. cicada Certo che
meglio è una degna et eroica morte, che un indegno e vil trionfo. tansillo A
cotal proposito feci questo sonetto: Poi che spiegat’ho l’ali al bel desio,
quanto più sott’il piè l’aria mi scorgo, più le veloci penne al vento porgo: e
spreggio il mondo, e vers’il ciel m’invio. Né del figliuol di Dedalo il fin rio
fa che giù pieghi, anzi via più risorgo; ch’i’cadrò morto a terra ben
m’accorgo: ma qual vita pareggia al morir mio? La voce del mio cor per l’aria
sento: «Ove mi porti, temerario? china, che raro è senza duol tropp’ardimento»;
«Non temer (respond’io) l’alta ruina. Fendi sicur le nubi, e muor contento:
s’il ciel sì illustre morte ne destina». Letteratura italiana Einaudi 58
Giordano Bruno - De gli eroici furori cicada Io intendo quel che dice:
“basta ch’alto mi tol- si”; ma non quando dice: “e da l’ignobil numero mi
sciolsi”, s’egli non intende d’esser uscito fuor de l’an- tro platonico,
rimosso dalla condizion della sciocca et ignobilissima moltitudine; essendo che
quei che pro- fittano in questa contemplazione non possono esser molti e
numerosi. tansillo Intendi molto bene; oltre, per “l’ignobil nu- mero” può
intendere il corpo e sensual cognizione dalla quale bisogna alzarsi e disciòrsi
chi vuol unirsi alla natura di contrario geno. cicada Dicono gli Platonici due
sorte de nodi con gli quali l’anima è legata al corpo. L’uno è certo atto vivi-
fico che da l’anima come un raggio scende nel corpo; l’altro è certa qualità
vitale che da quell’atto resulta nel corpo. Or questo numero nobilissimo
movente ch’è l’anima, come intendete che sia disciolto da l’ignobil numero ch’è
il corpo? tansillo Certo non s’intendeva secondo alcun modo di questi: ma
secondo quel modo con cui le potenze che non son comprese e cattivate nel
grembo de la materia, e qualche volta come sopite et inebriate si trovano quasi
ancora esse occupate nella formazion della materia e vivificazion del corpo;
tal’or come ri- svegliate e ricordate di se stesse riconoscendo il suo
principio e geno, si voltano alle cose superiori, si for- zano al mondo
intelligibile come al natio soggiorno; quali tal volta da là per la conversione
alle cose infe- riori, si son trabalsate sotto il fato e termini della ge-
nerazione. Questi doi appolsi son figurati nelle due specie de metamorfosi
espresse nel presente articolo che dice: Quel dio che scuot’il folgore sonoro,
Asterie vedde furtivo aquilone, Mnemosine pastor, Danae oro, Alcmena sposo,
Antiopa caprone; fu di Cadmo a le suore bianco toro, a Leda cigno, a Dolida
dragane: io per l’altezza de l’oggetto mio da suggetto più vil dovegno un dio.
Fu cavallo Saturno, Nettun delfin, e vitello si tenne Ibi, e pastor Mercurio
dovenne, un’uva Bacco, Apollo un corvo furno: et io (mercé d’amore) mi cangio
in dio da cosa inferiore. Nella natura è una revoluzione et un circolo per cui,
per l’altrui perfezzione e soccorso, le cose superiori s’inchinano
all’inferiori, e per la propria eccellenza e felicitade le cose inferiori
s’inalzano alle superiori. Però vogliono i Pitagorici e Platonici esser donato
a l’anima ch’a certi tempi non solo per spontanea vo- luntà, la qual le rivolta
alla comprension de le nature, ma et anco della necessità d’una legge interna
scritta e registrata dal decreto fatale vanno a trovar la propria sorte
giustamente determinata. E dicono che l’anime non tanto per certa
determinazione e proprio volere come ribelle declinano dalla divinità, quanto
per cer- to ordine per cui vegnono affette verso la materia: on- de non come
per libera intenzione, ma come per certa occolta conseguenza vegnono a cadere;
e questa è l’inclinazion ch’hanno alla generazione, come a certo minor bene.
(Minor bene dico per quanto appartiene a quella natura particolare, non già per
quanto appar- tiene alla natura universale dove niente accade senza ottimo fine
che dispone il tutto secondo la giustizia.) Nella qual generazione ritrovandosi
(per la conversio- ne che vicissitudinalmente succede) de nuovo ritorna- no a
gli abiti superiori. cicada Sì che vogliono costoro che l’anime sieno spin- te
dalla necessità del fato, e non hanno proprio consi- glio che le guide a fatto?
tansillo Necessità, fato, natura, consiglio, voluntà, nelle cose giustamente e
senza errore ordinate, tutti concorrenti in uno. Oltre che (come riferisce
Ploti- no) vogliono alcuni che certe anime possono fuggir quel proprio male, le
quali prima che se gli confirme l’abito corporale, conoscendo il periglio
rifuggono alla mente. Perché la mente l’inalza alle cose sublimi, come
l’imaginazion l’abbassa alle cose inferiori: la mente le mantiene nel stato et
identità come l’imagi- nazione nel moto e diversità; la mente sempre inten- de
uno, come l’imaginazione sempre vassi fingendo varie imagini. In mezzo è la
facultà razionale la quale è composta de tutto, come quella in cui concorre
l’uno con la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto col stato,
l’inferiore col superiore. – Or questa conversione e vicissitudine è figurata
nella ruota del- le metamorfosi, dove siede l’uomo nella parte emi- nente,
giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende dalla
sinistra, et un mezzo be- stia e mezzo uomo ascende da la destra. Questa con-
versione si mostra dove Giove, secondo la diversità de affetti e maniere di
quelli verso le cose inferiori, s’investisce de diverse figure dovenendo in
forma de bestie; e cossi gli altri dèi transmigrano in forme bas- se et aliene.
E per il contrario, per sentimento della propria nobiltà, ripigliano la propria
e divina forma: come il furioso eroico inalzandosi per la conceputa specie
della divina beltà e bontade, con l’ali de l’in- telletto e voluntade
intellettiva s’inalza alla divinitade lasciando la forma de suggetto più basso.
E però dis- se: “Da suggetto più vil dovegno un Dio, Mi cangio in Dio da cosa
inferiore”. tansillo Cossì si descrive
il discorso de l’amor eroico per quanto tende al proprio oggetto ch’è il sommo
bene; e l’eroico intelletto che gionger si studia al pro- prio oggetto che è il
primo vero o la verità absoluta. Or nel primo discorso apporta tutta la somma
di que- sto, e l’intenzione: l’ordine della quale vien descritto in cinque
altri seguenti. Dice dumque: Alle selve i mastini e i veltri slaccia il giovan
Atteon, quand’il destino gli drizz’il dubio et incauto camino, di boscareccie
fiere appo la traccia. Ecco tra l’acqui il più bel busto e faccia che veder
poss’il mortal e divino, in ostro et alabastro et oro fino vedde: e ’l gran
cacciator dovenne caccia. Il cervio ch’a’ più folti luoghi drizzav’i passi più
leggieri, ratto voraro i suoi gran cani e molti. I’allargo i miei pensieri ad
alta preda, et essi a me rivolti morte mi dan con morsi crudi e fieri. Atteone
significa l’intelletto intento alla caccia della divina sapienza,
all’apprension della beltà divina. Costui slaccia “i mastini et i veltri”: de
quai questi son più veloci, quelli più forti. Perché l’operazion de
l’intelletto precede l’operazion della voluntade; ma questa è più vigorosa et
efficace che quella: atteso che a l’intelletto umano è più amabile che compren-
sibile la bontade e bellezza divina, oltre che l’amore è quello che muove e
spinge l’intelletto acciò che lo preceda come lanterna. “Alle selve”, luoghi
inculti e Letteratura italiana Einaudi 62 Giordano Bruno - De gli
eroici furori solitarii, visitati e perlustrati da pochissimi, e però dove non
son impresse l’orme de molti uomini, “il giovane” poco esperto e prattico, come
quello di cui la vita è breve et instabile il furore, “nel dubio cami- no” de
l’incerta et ancipite raggione et affetto desi- gnato nel carattere di
Pitagora, dove si vede più spi- noso, inculto e deserto il destro et arduo
camino, e per dove costui slaccia i veltri e mastini appo la trac- cia di
boscareccie fiere che sono le specie intelligibili de concetti ideali, che sono
occolte, perseguitate da pochi, visitate da rarissimi, e che non s’offreno a
tutti quelli che le cercano: “Ecco tra l’acqui”, cioè nel specchio de le
similitudini, nell’opre dove riluce l’ef- ficacia della bontade e splender
divino: le quali opre vegnon significate per il suggetto de l’acqui superiori et
inferiori, che son sotto e sopra il firmamento; “ve- de il più bel busto e
faccia”, cioè potenza et opera- zion esterna che vedersi possa per abito et
atto di contemplazione et applicazion di mente mortal o di- vina, d’uomo o dio
alcuno. cicada Credo che non faccia comparazione, e pena come in medesimo geno
la divina et umana appren- sione quanto al modo di comprendere, il quale è di-
versissimo, ma quanto al suggetto che è medesimo. tansillo Cossì è. Dice “in
ostro, alabastro et oro”, perché quello che in figura nella corporal bellezza è
vermiglio, bianco e biondo, nella divinità significa l’ostro della divina
vigorosa potenza, l’oro della divi- na sapienza, l’alabastro della beltade
divina, nella contemplazion della quale gli Pitagorici, Caldei, Pla- tonici et
altri al meglior modo che possono, s’inge- gnano d’inalzarsi. “Vedde il gran
cacciator”: com- prese quanto è possibile, e “dovenne caccia”: andava per
predare e rimase preda, questo cacciator per l’operazion de l’intelletto con
cui converte le cose ap- prese in sé.
(cicada Intendo, perché forma le specie intelligibili a suo modo e le
proporziona alla sua capacità, perché son ricevute a modo de chi le riceve.
tansillo) E questa caccia per l’operazion della volunta- de, per atto della
quale lui si converte nell’oggetto. cicada Intendo: perché lo amore transforma
e conver- te nella cosa amata. tansillo Sai bene che l’intelletto apprende le
cose in- telligibilmente, idest secondo il suo modo; e la vo- luntà perseguita
le cose naturalmente, cioè secondo la raggione con la quale sono in sé. Cossì
Atteone con que’ pensieri, que’ cani che cercavano estra di sé il be- ne, la
sapienza, la beltade, la fiera boscareccia, et in quel modo che giunse alla
presenza di quella, rapito fuor di sé da tanta bellezza, dovenne preda, veddesi
convertito in quel che cercava; e s’accorse che de gli suoi cani, de gli suoi
pensieri egli medesimo venea ad essere la bramata preda, perché già avendola
contrat- ta in sé, non era necessario di cercare fuor di sé la di- vinità.
cicada Però ben si dice il regno de Dio esser in noi, e la divinitade abitar in
noi per forza del riformato in- telletto e voluntade. tansillo Cossì è: ecco
dumque come l’Atteone, mes- so in preda de suoi cani, perseguitato da proprii
pen- sieri, corre e drizza i novi passi: è rinovato a procede- re divinamente e
più leggermente, cioè con maggior facilità e con una più efficace lena a’
luoghi più folti, alli deserti, alla reggion de cose incomprensibili; da quel
ch’era un uom volgare e commune, dovien raro et eroico, ha costumi e concetti
rari, e fa estraordina- ria vita. “Qua gli dan morte i suoi gran cani e molti”:
qua finisce la sua vita secondo il mondo pazzo, sen- suale, cieco e fantastico;
e comincia a vivere intellet- tualmente: vive vita de dèi, pascesi d’ambrosia
et ine- briasi di nettare. – Appresso sotto forma d’un’altra similitudine
descrive la maniera con cui s’arma alla ottenzion de l’oggetto, e dice: Mio
pàssar solitario, a quella parte ch’adombr’ e ingombra tutt’il mio pensiero,
tosto t’annida: ivi ogni tuo mestiero rafferma, ivi l’industria spendi, e
l’arte. Rinasci là, là su vogli allevarte gli tuoi vaghi pulcini omai ch’il
fiero destin hav’espedit’il cors’intiero contra l’impres’, onde solea ritrarte.
Và, più nobil ricetto bramo ti godi, e arai per guida un dio che da chi nulla
vede, è cieco detto. Và, ti sia sempre pio ogni nume di quest’ampio architetto,
e non tornar a me se non sei mio. Il progresso sopra significato per il
cacciator che agita gli suoi cani, vien qua ad esser figurato per un cuor
alato, che è inviato da la gabbia in cui si stava ocioso e quieto, ad annidarsi
alto, ad allievar gli pulcini suoi pensieri, essendo venuto il tempo in cui
cessano gli impedimenti che da fuori mille occasioni, e da dentro la natural
imbecillità subministravano. Licenzialo dumque per fargli più magnifica
condizione, appli- candolo a più alto proposito et intento, or che son più
fermamente impiumate quelle potenze de l’anima si- gnificate anco da Platonici
per le due ali. E gli com- mette per guida quel dio che dal cieco volgo è
stimato insano e cieco, cioè l’amore: il qual per mercé e favor del cielo è
potente di trasformarlo come in quell’altra natura alla quale aspira o quel
stato dal quale va pere- grinando bandito. Onde disse: “E non tornar a me che
non sei mio”, di sorte che non con indignità possa io dire con quell’altro:
Letteratura italiana Einaudi 65 Giordano Bruno - De gli eroici
furori Lasciato m’hai, cuor mio, e lume d’occhi miei non sei più meco. Appresso
descrive la morte de l’anima, che da Cabali- sti è chiamata “morte di bacio”
figurata nella Cantica di Salomone dove l’amica dice: Che mi bacie col bacio de
sua bocca, perché col suo ferire un troppo crudo amor mi fa languire. Da altri
è chiamata “sonno”, dove dice il Salmista: S’avverrà, ch’io dia sonno a gli
occhi miei, e le palpebre mie dormitaransi, arrò ’n colui pacifico riposo. Dice
dumque cossì l’alma, come languida per esser morta in sé, e viva ne l’oggetto:
Abiate cur’ o furiosi al core: ché tropp’ il mio da me fatto lontano, condotto
in crud’e dispietata mano, lieto soggiorn’ove si spasma e muore. Co i pensier
mel richiamo a tutte l’ore: et ei rubello qual girfalco insano, non più conosce
quell’amica mano, onde per non tornar è uscito fore. Bella fera, ch’in pene
tante contenti, il cor, spirt’, alma annodi con tue punte, tuoi vampi e tue
catene, de sguardi, accenti e modi; quel che languisc’et arde, e non riviene,
chi fia che saldi, refrigere e snodi? Ivi l’anima dolente non già per vera
discontentezza, ma con affetto di certo amoroso martìre parla come Letteratura
italiana Einaudi 66 Giordano Bruno - De gli eroici furori drizzando
il suo sermone a gli similmente appassiona- ti: come se non a felice suo grado
abbia donato con- gedo al core, che corre dove non può arrivare, si sten- de
dove non può giongere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere; e con
ciò perché in vano s’allontana da lei, mai sempre più e più va accenden- dosi
verso l’infinito. cicada Onde procede, o Tansillo, che l’animo in tal progresso
s’appaga del suo tormento? onde procede quel sprone ch’il stimola sempre oltre
quel che pos- siede? tansillo Da questo che ti dirò adesso. Essendo l’in-
telletto divenuto all’apprension d’una certa e definita forma intelligibile, e
la volontà all’affezzione com- mensurata a tale apprensione, l’intelletto non
si ferma là: perché dal proprio lume è promosso a pensare a quello che contiene
in sé ogni geno de intelligibile et appetibile, sin che vegna ad apprendere con
l’intellet- to l’eminenza del fonte de l’idee, oceano d’ogni verità e bontade.
Indi aviene che qualunque specie gli vegna presentata e da lei vegna compresa:
da questo che è presentata e compresa, giudica che sopra essa è altra maggiore
e maggiore, con ciò sempre ritrovandosi in discorso e moto in certa maniera.
Perché sempre vede che quel tutto che possiede è cosa misurata, e però non può
essere bastante per sé, non buono da per sé, non bello da per sé; perché non è
l’universo, non è l’ente absoluto: ma contratto ad esser questa natura, ad
esser questa specie, questa forma rapresentata a l’intelletto e presente a
l’animo. Sempre dumque dal bello compreso, e per conseguenza misurato, e conse-
guentemente bello per participazione, fa progresso verso quello che è veramente
bello, che non ha margi- ne e circonscrizzione alcuna. cicada Questa
prosecuzione mi par vana. tansillo Anzi non, atteso che non è cosa naturale né tansillo
cicada tansillo conveniente che l’infinito sia compreso, né esso può donarsi
finito: percioché non sarrebe infinito; ma è conveniente e naturale che
l’infinito per essere infini- to sia infinitamente perseguitato (in quel modo
di persecuzione il quale non ha raggion di moto fisico, ma di certo moto
metafisica; et il quale non è da im- perfetto al perfetto: ma va circuendo per
gli gradi del- la perfezzione, per giongere a quel centro infinito il quale non
è formato né forma). cicada Vorrei sapere come circuendo si puo arrivare al
centro. Non posso saperlo. Perché lo dici? Perché posso dirlo, e lasciarvel
considerare. Se non volete dire che quel che perséguita l’in- finito, è come
colui che discorrendo per la circonfe- renza cerca il centro, io non so quel
che vogliate dire. tansillo Altro. cicada Or se non vuoi dechiararti, io non
voglio inten- derti. Ma dimmi, se ti piace: che intende per quel che di- ce il
core esser condotto “in cruda e dispietata mano”? tansillo Intende una
similitudine o metafora tolta da quel, che comunmente si dice crudele chi non
si lascia fruire o non pienamente fruire, e che è più in desio che in
possessione; onde per quel che possiede alcu- no, non al tutto lieto soggiorna,
perché brama, si spa- sma e muore. cicada Quali son quei pensieri che il
richiamano a dietro, per ritrarlo da sì generosa impresa? tansillo Gli affetti
sensitivi et altri naturali che guar- dano al regimento del corpo. cicada Che
hanno a far quelli di questo che in modo alcuno non può aggiutargli, né
favorirgli? tansillo Non hanno a far di lui, ma de l’anima: la quale essendo
troppo intenta ad una opra o studio, dovien remissa e poco sollecita ne
l’altra. Letteratura italiana Einaudi 68 cicada tansillo cicada
sanno. Perché lo chiama “qual insano”? Perché soprasape. Sogliono esser
chiamati insani quei che men tansillo Anzi insani son chiamati quelli che non
san- no secondo l’ordinario, o che tendano più basso per aver men senso, o che
tendano più alto per aver più intelletto. cicada M’accorgo che dici il vero. Or
dimmi appres- so: quai sono le “punte”, gli “vampi” e le “catene”? tansillo
Punte son quelle nuove che stimulano e ri- svegliano l’affetto perché attenda;
vampi son gli raggi della bellezza presente che accende quel che gli atten- de;
catene son le parti e circonstanze che tegnono fis- si gli occhi de
l’attenzione et uniti insieme gli oggetti e le potenze. cicada Che son gli
“sguardi, accenti e modi”? tansillo Sguardi son le raggioni con le quali
l’oggetto (come ne mirasse) ci si fa presente; accenti son le rag- gioni con le
quali ci inspira et informa; modi son le circonstanze con le quali ci piace
sempre et aggrada. Di sorte ch’il cor che dolcemente languisce, suave- mente
arde e constantemente nell’opra persevera; te- me che la sua ferita si salde,
ch’il suo incendio si smorze e che si sciolga il suo laccio. cicada Or recita
quel che seguita. tansillo ch’uscir volete da materne fasce de l’afflitt’alma,
e siete acconci arcieri per tirar al versagli’ onde vi nasce l’alto concetto:
in questi erti sentieri scontrarvi a cruda fier’il ciel non lasce. Sovvengav’il
tornar, e richiamate il cor ch’in man di dea selvaggia late. Armatevi d’amore
Letteratura italiana Einaudi 69 Giordano Bruno - De gli eroici
furori di domestiche fiamme, et il vedere reprimete sì forte, che straniere non
vi rendan compagni del mio core. Al men portate nuova di quel ch’a lui tanto
diletta e giova. Qua descrive la natural sollecitudine de l’anima atten- ta
circa la generazione per l’amicizia ch’ha contratta con la materia. Ispedisce
gli armati pensieri che solle- citati e spinti dalla querela della natura
inferiore, son inviati a richiamar il core. L’anima l’instruisce come si
debbano portare perché invaghiti et attratti dal ogget- to non facilmente
vegnano anch’essi sedotti a rimaner cattivi e compagni del core. Dice dumque
che s’armi- no d’amore: di quello amore che accende con dome- stiche fiamme,
cioè quello che è amico della genera- zione alla quale son ubligati, e nella
cui legazione, ministerio e milizia si ritrovano. Appresso li dà ordine che
reprimano il vedere chiudendo gli occhi, perché non mirino altra beltade o
bontade che quella qual gli è presente, amica e madre. E conchiude al fine che
se per altro ufficio non vogliono farsi rivedere, rivegna- no al manco per
donargli saggio delle raggioni e stato del suo core. cicada Prima che
procediate ad altro, vorrei intender da voi che è quello che intende l’anima
quando dice a gli pensieri: “il vedere reprimete sì forte”. tansillo Ti dirò.
Ogni amore procede dal vedere: l’amore intelligibile dal vedere
intelligibilmente; il sensibile dal vedere sensibilmente. Or questo vedere ha
due significazioni: perché o significa la potenza vi- siva, cioè la vista, che
è l’intelletto, overamente senso; o significa l’atto di quella potenza, cioè
quell’applica- zione che fa l’occhio o l’intelletto a l’oggetto materia- le o
intellettuale. Quando dumque si consegliano gli pensieri di reprimere il vedere,
non s’intende del pri- Letteratura italiana Einaudi 70 Giordano
Bruno - De gli eroici furori mo modo, ma del secondo; perché questo è il padre
della seguente affezzione del appetito sensitivo o in- tellettivo. cicada
Questo è quello ch’io volevo udir da voi. Or se l’atto della potenza visiva è
causa del male o bene che procede dal vedere, onde avviene che amiamo e desi-
deramo di vedere? Et onde avviene che nelle cose di- vine abbiamo più amore che
notizia? tansillo Desideriamo il vedere, perché in qualche modo veggiamo la
bontà del vedere; perché siamo informati che per l’atto del vedere le cose
belle s’of- freno: però desiderano quell’atto, perché desideriamo le cose
belle. cicada Desideriamo il bello e buono; ma il vedere non è bello, né buono,
anzi più tosto quello è parangone o luce per cui veggiamo non solamente il
bello e buono, ma anco il rio e brutto. Però mi pare ch’il vedere tan- to può
esser bello o buono, quanto la vista può esser bianco o nero: se dumque la
vista (la quale è atto) non è bello né buono, come può cadere in desiderio?
tansillo Se non per sé, certamente per altro è deside- rata, essendo che
l’apprension di quell’altro senza lei non si faccia. cicada Che dirai se
quell’altro non è in notizia di sen- so né d’intelletto? come, dico, può esser
desiderato almanco d’esser visto, se di esso non è notizia alcuna, se verso
quello né l’intelletto né il senso ha esercitato atto alcuno, anzi è in dubio
se sia intelligibile o sensi- bile, se sia cosa corporea o incorporea, se sia
uno o doi o più, d’una o d’un’altra maniera? tansillo Rispondo che nel senso e
l’intelletto è un ap- petito et appulso al sensibile in generale; perché l’in-
telletto vuol intender tutto il vero, perché s’apprenda poi tutto quello che è
bello o buono intelligibile: la potenza sensitiva vuol informarsi de tutto il
sensibile, per che s’apprenda poi quanto è buono o bello sensi- Letteratura
italiana Einaudi 71 Giordano Bruno - De gli eroici furori bile.
Indi aviene che non meno desiderano vedere le cose ignote e mai viste, che le
cose conosciute e viste. E da questo non séguita ch’il desiderio non proceda da
la cognizione, e che qualche cosa desideriamo che non è conosciuta; ma dico che
sta pur raro e fermo che non desideriamo cose incognite. Perché se sono occorre
quanto all’esser particulare, non sono occolte quanto a l’esser generale: come
in tutta la potenza vi- siva si trova tutto il visibile in attitudine, nella
intellet- tiva tutto l’intelligibile. Però come ne l’attitudine è
l’inclinazione a l’atto, aviene che l’una e l’altra poten- za è inchinata a
l’atto in universale, come a cosa natu- ralmente appresa per buona. Non parlava
dumque a sordi o ciechi l’anima, quando consultava con suoi pensieri de
reprimere il vedere, il quale quantunque non sia causa prossima del volere, è
però causa prima e principale. cicada Che intendete per questo ultimamente
detto? tansillo Intendo che non è la figura o la specie sensi- bilmente o
intelligibilmente representata, la quale per sé muove: perché mentre alcuno sta
mirando la figura manifesta a gli occhi, non viene ancora ad amare; ma da
quello instante che l’animo concipe in se stesso quella figurata non più
visibile ma cogitabile, non più dividua ma individua, non più sotto specie di
cosa, ma sotto specie di buono o bello, all’ora subito nasce l’amore. Or questo
è quel vedere dal quale l’anima vorrebbe divertir gli occhi de suoi pensieri.
Qua la vi- sta suole promuovere l’affetto ad amar più che non è quel che vede;
perché, come poco fa ho detto, sempre considera (per la notizia universale che
tiene del bello e buono) che oltre li gradi della compresa specie de buono e
bello, sono altri et altri in infinito. cicada Onde procede che dopo che siamo
informati de la specie del bello la quale è conceputa nell’animo, pure
desideriamo di pascere la vista esteriore? Letteratura italiana Einaudi
72 Giordano Bruno - De gli eroici furori tansillo Da quel, che
l’animo vorrebbe sempre ama- re quel che ama, vuol sempre vedere quel che vede.
Però vuole che quella specie che gli è stata parturita dal vedere non vegna ad
attenuarsi, snervarsi e per- dersi. Vuol dumque sempre oltre et oltre vedere,
per- ché quello che potrebe oscurarsi nell’affetto interiore, vegna spesso
illustrato dall’aspetto esteriore: il quale come è principio de l’essere, bisogna
che sia principio del conservare. Proporzionalmente accade ne l’atto del
intendere e considerare: perché come la vista si ri- ferisce alle cose
visibili, cossì l’intelletto alle cose in- telligibili. Credo dumque
ch’intendiate a che fine et in che modo l’anima intenda quando dice: «repri-
met’il vedere». cicada Intendo molto bene. Or seguitate a riportar quel
ch’avvenne di questi pensieri. tansillo Séguita la querela de la madre contra
gli det- ti figli li quali, per aver contra l’ordinazion sua aperti gli occhi
et affissigli al splendor de l’oggetto, erano ri- masi in compagnia del core.
Dice dumque: E voi ancor a me figli crudeli, per più inasprir mia doglia, mi
lasciaste; e perché senza fin più mi quereli, ogni mia spene con voi
n’amenaste. A che il senso riman, o avari cieli? a che queste potenze tronche e
guaste, se non per farmi materia et essempio de sì grave martir, sì lungo
scempio? Deh (per dio) cari figli, lasciate pur mio fuoco alato in preda, e
fate ch’io di voi alcun riveda tornato a me da que’ tenaci artigli. Lassa,
nessun riviene per tardo refrigerio de mie pene. Letteratura italiana Einaudi
73 Giordano Bruno - De gli eroici furori Eccomi misera priva del
core, abandonata da gli pen- sieri, lasciata da la speranza, la qual tutta
avevo fissa in essi; altro non mi rimane che il senso della mia po- vertà,
infelicità e miseria. E perché non son oltre la- sciata da questo? perché non
mi soccorre la morte, ora che son priva de la vita? A che mi trovo le potenze
na- turali prive de gli atti suoi? Come potrò io sol pascer- mi di specie
intelligibili, come di pane intellettuale, se la sustanza di questo supposito è
composta? Come potrò io trattenirmi nella domestichezza di queste amiche e care
membra, che m’ho intessute in circa, contemprandole con la simmetria de le
qualitadi ele- mentari, se mi abandonano gli miei pensieri tutti et af- fetti,
intenti verso la cura del pane immateriale e divi- no? Su su, o miei fugaci
pensieri, o mio rubelle cuore: viva il senso di cose sensibili e l’intelletto
de cose intel- ligibili. Soccorrasi al corpo con la materia e suggetto
corporeo, e l’intelletto con gli suoi oggetti s’appaghe: a fin che conste
questa composizione, non si dissolva questa machina, dove per mezzo del spirito
l’anima è unita al corpo. Come, misera, per opra domestica più tosto che per
esterna violenza ho da veder quest’orri- bil divorzio ne le mie parti e membra?
Perché l’intel- letto s’impaccia di donar legge al senso e privarlo de suoi
cibi? e questo per il contrario resiste a quello, vo- lendo vivere secondo gli
proprii e non secondo l’altrui statuti? perché questi e non quelli possono
mantener- lo e bearlo, percioché deve essere attento alla sua co- moditade e
vita, non a l’altrui. Non è armonia e con- cordia dove è unità, dove un essere
vuol assorbir tutto l’essere; ma dove è ordine et analogia di cose diverse;
dove ogni cosa serva la sua natura. Pascasi dumque il senso secondo la sua
legge de cose sensibili, la carne serva alla legge de la carne, il spirito alla
legge del spi- rito, la raggione a la legge de la raggione: non si confondano,
non si conturbino. Basta che uno non Letteratura italiana Einaudi 74
Giordano Bruno - De gli eroici furori guaste o pregiudiche alla legge de
l’altro, se non è giu- sto che il senso oltragge alla legge della raggione. È
pur cosa vituperosa che quella tirannegge su la legge di questo, massime dove
l’intelletto è più peregrino e straniero, et il senso è più domestico e come in
propria patria. – Ecco dumque, o miei pensieri, come di voi, altri son ubligati
di rimanere alla cura di casa, et altri possono andar a procacciare altrove.
Questa è legge di natura, questa per conseguenza è legge dell’autore e
principio della natura. Peccate dumque or che tutti se- dotti dalla vaghezza de
l’intelletto lasciate al periglio de la morte l’altra parte di me. Onde vi è
nato questo malencolico e perverso umore di rompere le certe e naturali leggi
de la vita vera che sta nelle vostre mani, per una incerta e che non è se non
in ombra oltre gli li- miti del fantastico pensiero? Vi par cosa naturale che
non vivano animale et umanamente, ma divina, se elli non sono dèi ma uomini et
animali? È legge del fato e della natura che ogni cosa s’adopre secondo la
condi- zion de l’esser suo: per che dumque mentre persegui- tate il nettare avaro
de gli dèi, perdete il vostro presen- te e proprio, affligendovi forse sotto la
vana speranza de l’altrui? Credete che non si debba sdegnar la natu- ra di
donarvi l’altro bene, se quello che presentanear- nente v’offre tanto
stoltamente dispreggiate? Sdegnarà il ciel dar il secondo bene a chi ’l
primiero don caro non tiene. Con queste e simili raggioni l’anima prendendo la
causa de la parte più inferma, cerca de richiamar gli pensieri alla cura del
corpo. Ma quelli (benché al tar- di) vegnono a mostrarsegli non già di quella
forma con cui si partiro, ma sol per dichiarargli la sua ribel- lione, e
forzarla tutta a seguitarli. Là onde in questa forma si lagna la dolente:
Letteratura italiana Einaudi 75 Giordano Bruno - De gli eroici
furori Ahi cani d’Atteon, o fiere ingrate, che drizzai al ricetto de mia diva,
e vòti di speranza mi tornate; anzi venendo a la materna riva, tropp’infelice
fio mi riportate: mi sbranate, e volete ch’i’ non viva. Lasciami, vita, ch’al
mio sol rimonte, fatta gemino rio senz’il mio fonte. Quand’il mio pondo greve
converrà che natura mi disciolga? Quand’avverrà ch’anch’io da qua mi tolga, e
ratt’a l’alt’oggetto mi sulleve; e insieme col mio core e i communi pulcini ivi
dimore? Vogliono gli Platonici che l’anima, quanto alla parte superiore, sempre
consista ne l’intelletto, dove ha rag- gione d’intelligenza più che de anima:
atteso che ani- ma è nomata per quanto vivifica il corpo e lo sustenta. Cossì
qua la medesima essenza che nodrisce e mantie- ne li pensieri in alto insieme col
magnificato cuore, se induce dalla parte inferiore contrastarsi e richiamar
quelli come ribelli. cicada Sì che non sono due essenze contrarie, ma una
suggetta a doi termini di contrarietade? tansillo Cossì è a punto; come il
raggio del sole il quale quindi tocca la terra et è gionto a cose inferiori et
oscure che illustra, vivifica et accende, indi è gionto a l’elemento del fuoco,
cioè a la stella da cui procede, ha principio, è diffuso, et in cui ha propria
et origina- le sussistenza: cossì l’anima ch’è nell’orizonte della natura
corporea et incorporea, ha con che s’inalze alle cose superiori, et inchine a
cose inferiori. E ciò puoi vedere non accadere per raggion et ordine di moto
lo- cale, ma solamente per appulso d’una e d’un’altra po- tenza o facultade.
Come quando il senso monta Letteratura italiana Einaudi 76 Giordano
Bruno - De gli eroici furori all’imaginazione, l’imaginazione alla raggione, la
rag- gione a l’intelletto, l’intelletto a la mente, all’ora l’ani- ma tutta si
converte in Dio, et abita il mondo intelligi- bile. Onde per il contrario
descende per conversion al mondo sensibile per via de l’intelletto, raggione,
ima- ginazione, senso, vegetazione. cicada È vero ch’ho inteso che per trovarsi
l’anima nell’ultimo grado de cose divine, meritamente de- scende nel corpo
mortale, e da questo risale di nuovo alli divini gradi; e che son tre gradi
d’intelligenze: per- ché son altre nelle quali l’intellettuale supera l’anima-
le, quali dicono essere l’intelligenze celesti; altre nelle quali l’animale supera
l’intellettuale, quali son l’intel- ligenze umane; altre sono nelle quali l’uno
e l’altro si portano ugualmente, come quelle de demoni o eroi. tansillo
Nell’apprender dumque che fa la mente, non può desiderare se non quanto gli è
vicino, prossi- mo, noto e familiare. Cossì il porco non può deside- rar esser
uomo, né quelle cose che son convenienti all’appetito umano. Ama più
d’isvoltarsi per la luta che per un letto de bissino; ama d’unirsi ad una scro-
fa, non a la più bella donna che produca la natura: perché l’affetto séguita la
raggion della specie (e tra gli uomini si può vedere il simile, secondo che
altri son più simili a una specie de bruti animali, altri ad un’altra: questi
hanno del quadrupede, quelli [del] volatile; e forse hanno qualche vicinanza,
la qual non voglio dire, per cui si son trovati quei che sono affetti a certe
sorte di bestie). Or a la mente (che trovasi op- pressa dalla material
congionzione de l’anima) se fia lecito di alzarsi alla contemplazione d’un
altro stato in cui l’anima può arrivare, potrà certo far differenza da questo a
quello, e per il futuro spreggiar il presen- te. Come se una bestia avesse
senso della differenza che è tra le sue condizioni e quelle de l’uomo, e
l’ignobiltà del stato suo dalla nobiltà del stato umano, Letteratura italiana
Einaudi 77 Giordano Bruno - De gli eroici furori al quale non
stimasse impossibile di poter pervenire; amarebbe più la morte che li donasse
quel camino et ispedizione, che la vita quale l’intrattiene in quel es- sere
presente. Qua dumque quando l’anima si lagna dicendo “O cani d’Atteon”, viene
introdotta come cosa che consta di potenze inferiori solamente, e da cui la
mente è ribellata con aver menato seco il core, cioè gl’intieri affetti, con
tutto l’exercito de pensieri: là onde per apprension del stato presente et
ignoran- za d’ogni altro stato, il quale non più lo stima essere, che da lei
possa esser conosciuto, si lamenta de pen- sieri li quali al tardi
convertendosi a lei vegnono per tirarla su più tosto che a farsi ricettar da
lei. E qua per la distrazzione che patisce dal commune amore della materia e di
cose intelligibili, si sente lacerare e sbranare di sorte che bisogna al fine
di cedere a l’ap- pulso più vigoroso e forte. Qua se per virtù di con-
templazione ascende o è rapita sopra l’orizonte de gli affetti naturali, onde
con più puro occhio apprenda la differenza de l’una e l’altra vita, all’ora
vinta da gli alti pensieri, come morta al corpo, aspira ad alto; e benché viva
nel corpo, vi vegeta come morta, e vi è presente in atto de animazione et
absente in atto d’operazioni; non perché non vi operi mentre il cor- po è vivo,
ma perché l’operazioni del composto sono rimesse, fiacche e come dispenserate.
cicada Cossì un certo Teologo, che si disse rapito sin al terzo cielo,
invaghito da la vista di quello, disse che desiderava la dissoluzione dal suo
corpo. tansillo In questo modo, dove prima si lamentava del core e querelavasi
de pensieri, ora desidera d’al- zarsi con quelli in alto, e mostra il
rincrescimento suo per la communicazione e familiarità contratta con la materia
corporale, e dice: “Lasciami vita” corporale, e non m’impacciar “ch’io rimonti”
al mio più natio al- bergo, “al mio sole”: lasciami ormai che più non verse
Letteratura italiana Einaudi 78 Giordano Bruno - De gli eroici
furori pianto da gli occhi miei, o perché mal posso soccor- rerli, o perché
rimagno divisa dal mio bene; lasciami, che non è decente né possibile che
questi doi rivi scorrano “senza il suo fonte”, cioè senza il core: non bisogna
(dico), che io faccia dei fiumi de lacrime qua basso, se il mio core il quale è
fonte de tai fiumi, se n’è volato ad alto con le sue ninfe, che son gli miei
pen- sieri. Cossì a poco a poco, da quel disamore e rincre- scimento procede a
l’odio de cose inferiori; come quasi dimostra dicendo: “Quand’il mio pondo
greve converrà che natura mi disciolga?” e quel che seguita appresso. cicada
Intendo molto bene questo, e quello che per questo volete inferire a proposito
della principale in- tenzione: cioè che son gli gradi de gli amori, affezzio-
ni e furori, secondo gli gradi di maggior o minore lu- me di cognizione et
intelligenza. tansillo Intendi bene. Da qua devi apprendere quel- la dottrina
che comunmente, tolta da’ Pitagorici e Platonici vuole che l’anima fa gli doi
progressi d’ascenso e descenso, per la cura ch’ha di sé e de la materia; per
quel ch’è mossa dal proprio appetito del bene, e per quel ch’è spinta da la
providenza del fato. cicada Ma di grazia dimmi brevemente quel che in- tendi de
l’anima del mondo: se ella ancora non può ascendere né descendere? tansillo Se
tu dimandi del mondo secondo la volgar significazione, cioè in quanto significa
l’universo, dico che quello per essere infinito e senza dimensione o misura,
viene a essere inmobile et inanimato et infor- me, quantunque sia luogo de
mondi infiniti mobili in esso, et abbia spacio infinito, dove son tanti animali
grandi che son chiamati astri. Se dimandi secondo la significazione che tiene
appresso gli veri filosofi, cioè in quanto significa ogni globo, ogni astro,
come è questa terra, il corpo del sole, luna et altri, dico che Letteratura
italiana Einaudi 79 Giordano Bruno - De gli eroici furori tal anima
non ascende né descende, ma si volta in cir- colo. Cossì essendo composta de
potenze superiori et inferiori, con le superiori versa circa la divinitade, con
l’inferiori circa la mole la qual viene da essa vivificata e mantenuta intra
gli tropici della generazione e cor- rozzione de le cose viventi in essi mondi,
servando la propria vita eternamente: perché l’atto della divina providenza
sempre con misura et ordine medesimo, con divino calore e lume le conserva
nell’ordinario e medesimo essere. cicada Mi basta aver udito questo a tal
proposito. tansillo Come dumque accade che queste anime par- ticolari diversamente
secondo diversi gradi d’ascenso e descenso vegnono affette quanto a gli abiti
et incli- nazioni, cossì vegnono a mostrar diverse maniere et ordini de furori,
amori e sensi: non solamente nella scala de la natura, secondo gli ordini de
diverse vite che prende l’anima in diversi corpi, come vogliono espressamente
gli Pitagorici, Saduchimi et altri, et im- plicitamente Platone et alcuni che
più profondano in esso; ma ancora nella scala de gli affetti umani, la qua- le
è cossì numerosa de gradi come la scala della natu- ra, atteso che l’uomo in
tutte le sue potenze mostra tutte le specie de lo ente. cicada Però da le
affezzioni si possono conoscer gli animi, se vanno alto o basso, o se vegnono
da alto o da basso, se procedono ad esser bestie o pur ad essere divini,
secondo lo essere specifico come intesero gli Pitagorici, o secondo la
similitudine de gli affetti sola- mente come comunmente si crede: non dovendo
la anima umana posser essere anima di bruto, come ben disse Plotino, et altri
Platonici secondo la sentenza del suo principe. tansillo Bene. Or per venire al
proposito, da furor animale questa anima descritta è promossa a furor eroico,
se la dice: “Quando averrà ch’al alto oggetto Letteratura italiana Einaudi
80 Giordano Bruno - De gli eroici furori mi sulleve, et ivi dimore
in compagnia del mio core e miei e suoi pulcini?” Questo medesimo proposito
continova quando dice: Destin, quando sarà ch’io monte monte, qual per bearm’a
l’alte porte porte, che fan quelle bellezze conte, conte, e ’l tenace dolor
conforte forte chi fe’ le membra me disgionte, gionte, né lascia mie potenze
smorte morte? Mio spirto più ch’il suo rivale vale, s’ove l’error non più
l’assale, sale. Se dove attende, tende, e là ’ve l’alto oggett’ascende,
ascende: e se quel ben ch’un sol comprende, prende, per cui convien che tante
emende mende; esser felice lice, come chi sol tutto predice dice. “O destino”,
o fato, o divina immutabile providenza, “quando sarà ch’io monte a quel monte”,
cioè ch’io vegna a tanta altezza di mente, che mi faccia toccar transportandomi
quegli alti aditi e penetrali, che mi fanno evidenti e come comprese e numerate
quelle “conte”, cioè rare “bellezze”? Quando sarà, che “for- te” et
efficacemente “conforte il mio dolore” (scio- gliendomi da gli strettissimi
lacci de le cure, nelle quali mi trovo) “colui che fe’ gionte” et unite “le mie
membra”, ch’erano disunite e “sgionte”: cioè l’amore che ha unito insieme
queste corporee parti, ch’erano divise quanto un contrario è diviso da l’altro,
e che ancora queste “potenze” intellettuali, quali ne gli atti suoi son
“smorte”, non le “lascia” a fatto “morte”, fa- cendole alquanto respirando
aspirar in alto? Quan- do, dico, mi confortarà a pieno, donando a queste li-
bero et ispedito il volo, per cui possa la mia sustanza tutta annidarsi là dove
forzandomi convien ch’io emende tutte le mende mie; dove pervenendo il “mio
spirito”, “vale più ch’il rivale”, perché non v’è oltrag- gio che li resista,
non è contrarietà ch’il vinca, non v’è error che l’assaglia? Oh se “tende” et
arriva là dove forzandosi “attende”; et ascende e perviene a quell’altezza,
dove “ascende”, vuol star montato, alto et elevato il suo oggetto: se fia che
prenda quel bene che non può esser compreso da altro che da uno, cioè da se
stesso (atteso che ogn’altro l’have in misura del- la propria capacità; e quel
“solo” in tutta pienezza): all’ora avverrammi l’esser felice in quel modo che
“dice chi tutto predice”, cioè dice quella altezza nella quale il dire tutto e
far tutto è la medesima cosa; in quel modo che “dice” o fa chi tutto “predice”,
cioè chi è de tutte cose efficiente e principio: di cui il dire [e] preordinare
è il vero fare e principiare. Ecco co- me per la scala de cose superiori et
inferiori procede l’affetto de l’amore, come l’intelletto o sentimento procede
da questi oggetti intelligibili o conoscibili a quelli; o da quelli a questi.
cicada Cossì vogliono la più gran parte de sapienti la natura compiacersi in
questa vicissitudinale circola- zione che si vede ne la vertigine de la sua
ruota. cicada Fate pure ch’io veda,
perché da me stesso potrò considerar le condizioni di questi furori, per quel
ch’appare esplicato nell’ordine (in questa mili- zia) qua descritto. Giordano
Bruno - De gli eroici furori tansillo Vedi come portano l’insegne de gli suoi
af- fetti o fortune. Lasciamo di considerar su gli lor nomi et abiti; basta che
stiamo su la significazion de l’im- prese et intelligenza de la scrittura,
tanto quella che è messa per forma del corpo de la imagine, quanto l’al- tra
ch’è messa per il più de le volte a dechiarazion de l’impresa. cicada Cossì
farremo. Or ecco qua il primo che porta un scudo distinto in quattro colori,
dove nel cimiero è depinta la fiamma sotto la testa di bronzo, da gli fora- mi
della quale esce a gran forza un fumoso vento, e vi è scritto in circa At regna
senserunt tria. tansillo Per dichiarazion di questo direi che per essere ivi il
fuoco che per quel che si vede scalda il globo, dentro il quale è l’acqua,
avviene che questo umido ele- mento essendo rarefatto et attenuato per la virtù
del calore, e per conseguenza risoluto in vapore, richieda molto maggior spacio
per esser contenuto: là onde se non trova facile exito, va con grandissima
forza, strepi- to e ruina a crepare il vase. Ma se vi è loco o facile exito d’onde
possa evaporare, indi esce con violenza minore a poco a poco; e secondo la
misura con cui l’acqua se risolve in vapore, soffiando svapora in aria. Qua
vien significato il cor del furioso, dove come in esca ben di- sposta essendo
attaccato l’amoroso foco, accade che della sustanza vitale altro sfaville in
fuoco, altro si veda in forma de lacrimoso pianto boglier nel petto, altro per
l’exito di ventosi suspiri accender l’aria. – E però dice «At regna senserunt
tria». Dove quello “At” ha Letteratura italiana Einaudi 83 II.
tansillo Appresso è designato un che ha nel suo scudo parimente destinto in
quattro colori, il cimiero, dove è un sole che distende gli raggi nel dorso de
la terra; e vi è una nota che dice Idem semper ubique to- tum. Giordano Bruno -
De gli eroici furori virtù di supponere differenza, o diversità, o contra-
rietà: quasi dicesse che altro è che potrebbe aver senso del medesimo, e non
l’have. Il che è molto bene espli- cato ne le rime seguenti sotto la figura:
Dal mio gemino lume, io poca terra soglio non parco umor porgere al mare; da
quel che dentr’il petto mi si serra spirto non scarso accolgon l’aure avare; e
’l vampo che dal cor mi si disserra si può senza scemars’al ciel alzare: con
lacrime, suspiri et ardor mio a l’acqua, a l’aria, al fuoco rendo il fio.
Accogli’acqu’, aria, foco qualche parte di me: ma la mia dea si dimostra
cotant’iniqua e rea, che né mio pianto appo lei trova loco, né la mia voce
ascolta, né piatos’al mi’ardor umqua si volta. Qua la suggetta materia
significata per la “terra” è la sustanza del furioso; versa dal “gemino lume”,
cioè da gli occhi, copiose lacrime che fluiscono al mare; manda dal petto la
grandezza e moltitudine de suspiri a l’aria capacissimo; et il vampo del suo
core non come piccio- la favilla o debil fiamma nel camino de l’aria
s’intepidi- sce, infuma e trasmigra in altro essere: ma come poten- te e
vigoroso (più tosto acquistando de l’altrui che perdendo del proprio) gionge
alla congenea sfera. cicada Ho ben compreso il tutto. A l’altro. Letteratura italiana
Einaudi 84 Giordano Bruno - De gli eroici furori cicada Vedo che
non può esser facile l’interpretazione. tansillo Tanto il senso è più
eccellente, quanto è men volgare: il qual vedrete essere solo, unico e non
stiracchiato. Dovete considerare che il sole benché al rispetto de diverse
regioni de la terra, per ciascuna, sia diverso, a tempi a tempi, a loco a loco,
a parte a parte; al riguardo però del globo tutto, come medesi- mo, sempre et
in cadaun loco fa tutto: atteso che, in qualunque punto de l’eclittica ch’egli
si trove, viene a far l’inverno, l’estade, l’autunno e la primavera; e
l’universal globo de la terra a ricevere in sé le dette quattro tempeste.
Perché mai è caldo a una parte che non sia freddo a l’altra; come quando fia a
noi nel tro- pico del Cancro caldissimo, è freddissimo al tropico del
Capricorno; di sorte che è a medesima raggione l’inverno a quella parte, con
cui a questa è l’estade, et a quelli che son nel mezzo è temperato, secondo la
di- sposizion vernale o autumnale. Cossì la terra sempre sente le piogge, li
venti, gli calori, gli freddi; anzi non sarebbe umida qua, se non disseccasse
in un’altra par- te, e non la scalderebe da questo lato il sole, se non avesse
lasciato d’iscaldarla da quell’altro. cicada Prima che finisci ad conchiudere,
io intendo quel che volete dire. Intendeva egli che come il sole sempre dona
tutte le impressioni a la terra, e questa sempre le riceve intiere e tutte:
cossì l’oggetto del fu- rioso col suo splendore attivamente lo fa suggetto
passivo de lacrime, che son l’acqui; de ardori, che son gl’incendii; e de
suspiri quai son certi vapori, che son mezzi che parteno dal fuoco e vanno a
l’acqui, o par- tono da l’acqui e vanno al fuoco. tansillo Assai bene s’esplica
appresso: Quando declin’il sol al Capricorno, fan più ricco le piogge ogni
torrente; se va per l’equinozzio o fa ritorno, Letteratura italiana Einaudi
85 Giordano Bruno - De gli eroici furori ogni postiglion d’Eolo più
si sente; e scalda più col più prolisso giorno, nel tempo che rimonta al Cancro
ardente: non van miei pianti, sospiri et ardori con tai freddi, temperie e
calori. Sempre equalmente in pianto, quantumqu’intensi sien suspiri e fiamme. E
benché troppo m’inacqui et infiamme, mai avvien ch’io suspire men che tanto:
infinito mi scaldo, equalment’a i suspiri e pianger saldo. cicada Questo non
tanto dechiara il senso de la divisa come il precedente discorso faceva: quanto
più tosto dice la conseguenza di quello, o l’accompagna. tansillo Dite
megliore, che la figura è latente ne la prima parte, et il motto è molto
esplicato ne la secon- da; come l’uno e l’altro è molto propriamente signifi-
cato nel tipo del sole e de la terra. cicada Passamo al terzo. III. tansillo Il
terzo nel scudo porta un fanciullo ignudo disteso sul verde prato, e che
appoggia la testa sollevata sul braccio con gli occhi rivoltati verso il cie-
lo a certi edificii de stanze, torri, giardini et orti che son sopra le nuvole,
e vi è un castello di cui la materia è fuoco; et in mezzo è la nota che dice
Mutuo fulcimur. cicada Che vuol dir questo? tansillo Intendi quel furioso
significato per il fan- ciullo ignudo come semplice, puro et esposto a tutti
gli accidenti di natura e di fortuna, qualmente con la forza del pensiero
edifica castegli in aria, e tra l’altre cose una torre di cui l’architettore è
l’amore, la mate- ria l’amoroso foco, et il fabricatore egli medesimo, che dice
«Mutuo fulcimu»: cioè io vi edifico e vi suste- gno là con il pensiero, e voi
mi sustenete qua con la Letteratura italiana Einaudi 86 Giordano Bruno
- De gli eroici furori speranza: voi non sareste in essere se non fusse l’ima-
ginazione et il pensiero con cui vi formo e sustegno, et io non sarrei in vita
se non fusse il refrigerio e conforto che per vostro mezzo ricevo. cicada È
vero che non è cosa tanto vana e tanto chi- merica fantasia, che non sia più
reale e vera medicina d’un furioso cuore, che qualsivoglia erba, pietra, oglio,
o altra specie che produca la natura. tansillo Più possono far gli maghi per
mezzo della fede, che gli medici per via de la verità: e ne gli più gravi morbi
più vegnono giovati gl’infermi con crede- re quel tanto che quelli dicono, che
con intendere quel tanto che questi facciono. Or legansi le rime: Sopra de
nubi, a l’eminente loco, quando tal volta vaneggiando avvampo, per di mio
spirto refrigerio e scampo, tal formo a l’aria castel de mio foco: s’il mio
destin fatale china un poco, a fin ch’intenda l’alta grazia il vampo in cui mi
muoio, e non si sdegn’ o adire, o felice mia pena e mio morire. Quella de
fiamme e lacci tuoi, o garzon, che gli uomini e gli divi fan suspirar, e
soglion far cattivi, l’ardor non sente, né prova gl’impacci: ma può ’ntrodurt’,
o Amore, man di pietà, se mostri il mio dolore. cicada Mostra che quel che lo
pasce in fantasia, e gli fomenta il spirito, è che (essendo lui tanto privo
d’ar- dire d’esplicarsi a far conoscere la sua pena, quanto profondamente
suggetto a tal martìre), se avvenisse ch’il fato rigido e rubelle chinasse un
poco (perché voglia il destino al fin rasserenargli il volto), con far che
senza sdegno o ira de l’alto oggetto gli venesse Letteratura italiana Einaudi
87 Giordano Bruno - De gli eroici furori manifesto, non stima egli
gioia tanto felice, né vita tanto beata, quanto per tal successo lui stime
felice la sua pena, e beato il suo morire. tansillo E con questo viene a
dichiarar a l’Amore che la raggion per cui possa aver adito in quel petto, non
è quell’ordinaria de le armi con le quali suol cattivar uomini e dèi; ma
solamente con fargli aperto il cuor focoso et il travagliato spirito de lui; a
la vista del qua- le fia necessario che la compassion possa aprirgli il passo
et introdurlo a quella difficil stanza. IV. cicada Che significa qua quella
mosca che vola circa la fiamma e sta quasi quasi per bruggiarsi, e che vuol dir
quel motto: Hostis non hostis? tansillo Non è molto difficile la significazione
de la farfalla, che sedotta dalla vaghezza del splendore, in- nocente et amica
va ad incorrere nelle mortifere fiam- me: onde “hostis” sta scritto per
l’effetto del fuoco, “non hostis” per l’affetto de la mosca. “Hostis” la mo-
sca passivamente, “non hostis” attivamente. “Hostis” la fiamma per l’ardore,
“non hostis” per il splendore. cicada Or che è quel che sta scritto nella
tabella? tansillo Mai fia che de l’amor io mi lamente, senza del qual non
vogli’ esser felice; sia pur ver che per lui penoso stente, non vo’ non voler
quel che si me lice; sia chiar o fosch’il ciel, fredd’o ardente, sempr’un sarò
ver l’unica fenice. Mal può disfar altro destin o sorte quel nodo che non può sciòrre
la morte. Al cor, al spirt’, a l’alma non è piacer, o libertad’, o vita, qual
tanto arrida, giove e sia gradita, qual più sia dolce, graziosa et alma,
Letteratura italiana Einaudi 88 Giordano Bruno - De gli eroici
furori ch’il stento, giogo e morte, ch’ho per natura, voluntade e sorte. Qua
nella figura mostra la similitudine che ha il furio- so con la farfalla affetta
verso la sua luce; ne gli carmi poi mostra più differenza e dissimilitudine che
altro: essendo che comunmente si crede che se quella mo- sca prevedesse la sua
ruina non tanto ora séguita la lu- ce quanto all’ora la fuggirebbe, stimando
male di per- der l’esser proprio risolvendosi in quel fuoco nemico. Ma a costui
non men piace svanir nelle fiamme de l’amoroso ardore, che essere abstratto a
contemplar la beltà di quel raro splendore, sotto il qual per inclina- zion di
natura, per elezzion di voluntade e disposizion del fato, stenta, serve e
muore: più gaio, più risoluto e più gagliardo, che sotto qualsivogli’altro
piacer che s’offra al core, libertà che si conceda al spirito, e vita che si
ritrove ne l’alma. cicada Dimmi, perché dice: “sempr’un sarò”? tansillo Perché
gli par degno d’apportar raggione della sua constanza, atteso che il sapiente
si muta con la luna, il stolto si muta come la luna. Cossì questo è unico con
la fenice unica. V. cicada Bene; ma che significa quella frasca di palma, circa
la quale è il motto: Caesar adest? tansillo Senza molto discorrere, tutto
potrassi inten- dere per quel che è scritto nella tavola: Trionfator invitto di
Farsaglia, essendo quasi estinti i tuoi guerrieri, al vederti, fortissimi ’n
battaglia sorser, e vinser suoi nemici altieri. Tal il mio ben, ch’al ben del
ciel s’agguaglia, fatto a la vista de gli miei pensieri, ch’eran da l’alma
disdegnosa spenti, Letteratura italiana Einaudi 89 Giordano Bruno -
De gli eroici furori le fa tornar più che l’amor possenti. La sua sola
presenza, o memoria di lei, sì le ravviva, che con imperio e potestade diva
dóman ogni contraria violenza. La mi governa in pace; né fa cessar quel laccio
e quella tace. Tal volta le potenze de l’anima inferiori, come un ga- gliardo e
nemico essercito che si trova nel proprio paese, prattico, esperto et
accomodato, insorge con- tra il peregrino adversario che dal monte de la intelli-
genza scende a frenar gli popoli de le valli e palustri pianure. Dove dal rigor
della presenza de nemici e difficultà de precipitosi fossi vansi perdendo, e
perde- riansi a fatto, se non fusse certa conversione al splen- dor de la
specie intelligibile mediante l’atto della con- templazione: mentre da gli
gradi inferiori si converte a gli gradi superiori. cicada Che gradi son questi?
tansillo Li gradi della contemplazione son come li gradi della luce, la quale
nullamente è nelle tenebre; alcunamente è ne l’ombra; megliormente è ne gli co-
lori secondo gli suoi ordini da l’un contrario ch’è il nero a l’altro che è il
bianco; più efficacemente è nel splendor diffuso su gli corpi tersi e
trasparenti, come nel specchio o nella luna; più vivamente ne gli raggi sparsi
dal sole; altissima e principalissimamente nel sole istesso. Or essendo cossì
ordinate le potenze ap- prensive et affettive de le quali sempre la prossima
conseguente have affinità con la prossima anteceden- te, e per la conversione a
quella che la sulleva, viene a rinforzarsi contra l’inferior che la deprime
(come la raggione per la conversione a l’intelletto non è sedot- ta o vinta
dalla notizia o apprensione et affetto sensiti- vo, ma più tosto secondo la
legge di quello viene a do- Letteratura italiana Einaudi 90
Giordano Bruno - De gli eroici furori mar e correger questo), accade che
quando l’appetito razionale contrasta con la concupiscenza sensuale, se a
quello per atto di conversione si presente a gli occhi la luce intelligenziale,
viene a repigliar la smarrita vir- tude, rinforzar i nervi, spaventa e mette in
rotta gli nemici. cicada In che maniera intendete che si faccia cotal
conversione? tansillo Con tre preparazioni che nota il contempla- tivo Plotino
nel libro Della bellezza intelligibile: de le quali «la prima è proporsi de
conformarsi d’una simi- litudine divina», divertendo la vista da cose che sono
infra la propria perfezzione, e commune alle specie uguali et inferiori;
«secondo è l’applicarsi con tutta l’intenzione et attenzione alle specie
superiori; terzo il cattivar tutta la voluntade et affetto a Dio». Perché da
qua avverrà che senza dubio gl’influisca la divinità la qual da per tutto è
presente e pronta ad ingerirsi a chi se gli volta con l’atto de l’intelletto,
et aperto se gli espone con l’affetto de la voluntade. cicada Non è dumque
corporal bellezza quella che in- vaghisce costui? tansillo Non certo, perché la
non è vera né constante bellezza, e però non può caggionar vero né constante
amore: la bellezza che si vede ne gli corpi è una cosa accidentale et umbratile
e come l’altre che sono assor- bite, alterate e guaste per la mutazione del
suggetto, il quale sovente da bello si fa brutto senza che altera- zion veruna
si faccia ne l’anima. La raggion dumque apprende il più vero bello per
conversione a quello che fa la beltade nel corpo, e viene a formarlo bello: e
questa è l’anima che l’ha talmente fabricato e infigu- rato. Appresso
l’intelletto s’inalza più, et apprende bene che l’anima è incomparabilmente
bella sopra la bellezza che possa esser ne gli corpi; ma non si per- suade che
sia bella da per sé e primitivamente: atteso Letteratura italiana Einaudi
91 Giordano Bruno - De gli eroici furori che non accaderebbe quella
differenza che si vede nel geno de le anime, onde altre son savie, amabili e
belle; altre stolte, odiose e brutte. Bisogna dumque alzarsi a quello
intelletto superiore il quale da per sé è bello e da per sé è buono. Questo è
quell’unico e supremo capitano, qual solo messo alla presenza de gli occhi de
militanti pensieri, le illustra, incoraggia, rinforza e rende vittoriosi sul
dispreggio d’ogn’altra bellezza e ripudio di qualsivogli’altro bene. Questa
dumque è la presenza che fa superar ogni difficultà e vincere ogni violenza.
cicada Intendo tutto. Ma che vuol dire “La mi gover- na in pace, Né fa cessar
quel laccio e quella face”? tansillo Intende e prova, che qualsivoglia sorte
d’amore quanto ha maggior imperio e più certo domìno, tanto fa sentir più
stretti i lacci, più fermo il giogo, e più ardenti le fiamme. Al contrario de
gli or- dinarii prencipi e tiranni, che usano maggior strettez- za e forza,
dove veggono aver minore imperio. cicada Passa oltre. VI. tansillo Appresso
veggio descritta la fantasia d’una fenice volante, alla quale è volto un
fanciullo che bruggia in mezzo le fiamme, e vi è il motto: Fata obstant. Ma
perché s’intenda meglior, leggasi la tavo- letta: Unico augel del sol, vaga
Fenice, ch’appareggi col mondo gli anni tui, quai colmi ne l’Arabia felice: tu
sei chi fuste, io son quel che non fui; io per caldo d’amor muoio infelice; ma
te ravviv’il sol co’ raggi sui; tu bruggi ’n un, et io in ogni loco; io da
Cupido, hai tu da Febo il foco. Hai termini prefissi Letteratura italiana
Einaudi 92 Giordano Bruno - De gli eroici furori di lunga vita, et
io ho breve fine, che pronto s’offre per mille ruine, né so quel che vivrò, né
quel che vissi. Me cieco fato adduce, tu certo torni a riveder tua luce. Dal
senso de gli versi si vede che nella figura si dise- gna l’antitesi de la sorte
de la fenice e del furioso; e che il motto “Fata obstant”, non è per significar
che gli fati siano contrarii o al fanciullo, o a la fenice, o a l’uno e
l’altro; ma che non son medesimi, ma diversi et oppositi gli decreti fatali de
l’uno e gli fatali decreti de l’altro: perché la fenice è quel che fu,
essendoché la medesima materia per il fuoco si rinova ad esser corpo di fenice,
e medesimo spirito et anima viene ad informarla; il furioso è quel che non fu,
perché il sug- getto che è d’uomo, prima fu di qualch’altra specie secondo
innumerabili differenze. Di sorte che si sa quel che fu la fenice, e si sa quel
che sarà: ma questo suggetto non può tornar se non per molti et incerti mezzi
ad investirsi de medesima o simil forma natura- le. Appresso, la fenice al
cospetto del sole cangia la morte con la vita; e questo nel cospetto d’amore
muta la vita con la morte. Oltre, quella su l’aromatico altare accende il foco;
e questo il trova e mena seco, ovum- que va. Quella ancora ha certi termini di
lunga vita; ma costui per infinite differenze di tempo et innume- rabili
caggioni de circonstanze, ha di breve vita termi- ni incerti. Quella s’accende
con certezza, questo con dubio de riveder il sole. cicada Che cosa credete voi
che possa figurar questo? tansillo La differenza ch’è tra l’intelletto
inferiore, che chiamano intelletto di potenza o possibile o passi- bile, il
quale è incerto, moltivario e moltiforme; e l’intelletto superiore, forse quale
è quel che da Peri- patetici è detto infima de l’intelligenze, e che
immediatamente influisce sopra tutti gl’individui dell’umana specie, e dicesi
intelletto agente et attuan- te. Questo intelletto unico specifico umano che ha
in- fluenza in tutti li individui, è come la luna, la quale non prende altra
specie che quella unica, la qual sem- pre se rinova per la conversion che fa al
sole che è la prima et universale intelligenza: ma l’intelletto umano
individuale e numeroso viene come gli occhi a voltar- si ad innumerabili e
diversissimi oggetti, onde secon- do infiniti gradi che son secondo tutte le
forme natu- rali viene informato. Là onde accade che sia furioso, vago et
incerto questo intelletto particolare; come quello universale è quieto, stabile
e certo, cossì secon- do l’appetito come secondo l’apprensione. O pur quindi
(come da per te stesso puoi facilmente descife- rare) vien significata la
natura dell’apprensione et ap- petito vario, vago, inconstante et incerto del
senso, e del concetto et appetito definito, fermo e stabile de l’intelligenza;
la differenza de l’amor sensuale che non ha certezza né discrezion de oggetti,
da l’amor intel- lettivo il qual ha mira ad un certo e solo, a cui si volta, da
cui è illuminato nel concetto, onde è acceso ne l’af- fetto, s’infiamma,
s’illustra et è mantenuto nell’unità, identità e stato. VII. cicada Ma che vuol
significare quell’imagine del sole con un circolo dentro, et un altro da fuori,
con il motto Circuit? tansillo La significazion di questo son certo che mai
arrei compresa, se non fusse che l’ho intesa dal mede- simo figuratone: or è da
sapere che quel “circuit” si referisce al moto del sole che fa per quel
circolo, il quale gli vien descritto dentro e fuori; a significare che quel
moto insieme insieme si fa et è fatto: onde per consequenza il sole viene
sempre ad ritrovarsi in tutti gli punti di quello. Perché s’egli si muove in
uno Letteratura italiana Einaudi 94 Giordano Bruno - De gli eroici
furori instante, séguita che insieme si muove et è mosso, e che è per tutta la
circonferenza del circolo equalmen- te, e che in esso convegna in uno il moto e
la quiete. cicada Questo ho compreso nelli dialogi De l’infinito, universo e
mondi innumerabili, e dove si dechiara co- me la divina sapienza è mobilissima
(come disse Salo- mone) e che la medesima sia stabilissima, come è det- to et
inteso da tutti quelli che intendono. Or séguita a farmi comprendere il
proposito. tansillo Vuol dire che il suo sole non è come questo, che (come
comunmente si crede) circuisce la terra col moto diurno in ventiquattro ore, e
col moto planetare in dodeci mesi; laonde fa distinti gli quattro tempi de
l’anno, secondo che a termini di quello si trova in quattro punti cardinali del
Zodiaco; ma è tale, che (per essere la eternità istessa e conseguentemente una
possessione insieme tutta e compita) insieme insieme comprende l’inverno, la
primavera, l’estade, l’autun- no, insieme insieme il giorno e la notte: perché
è tutto per tutti et in tutti gli punti e luoghi. cicada Or applicate quel che
dite alla figura. tansillo Qua, perché non è possibile designar il sol tutto in
tutti gli punti del circolo, vi son delineati doi circoli: l’un che ’l
comprenda per significar che si muove per quello; l’altro che sia da lui
compreso per mostrar che è mosso per quello. cicada Ma questa dimostrazione non
è troppo aperta e propria. tansillo Basta che sia la più aperta e propria che
lui abbia possuta fare: se voi la possete far megliore vi si dà autorità di
toglier quella e mettervi quell’altra; per- ché questa è stata messa solo a fin
che l’anima non fusse senza corpo. cicada Che dite di quel “Circuit”? tansillo
Quel motto, secondo tutta la sua significa- zione, significa la cosa quanto può
essere significato; Letteratura italiana Einaudi 95 Giordano Bruno
- De gli eroici furori atteso che significa che volta e che è voltato: cioè il moto
presente e perfetto. cicada Eccellentemente: e però que’ circoli li quali
malamente significano la circonstanza del moto e quiete tale, possiamo dire che
son messi a significar la sola circolazione. E cossì vegno contento del
suggetto e de la forma de l’impresa eroica. Or legansi le rime. tansillo Sol
che dal Tauro fai temprati lumi, e dal Leon tutto maturi e scaldi, e quando dal
pungente Scorpio allumi, de l’ardente vigor non poco faldi; poscia dal fier
Deucalion consumi tutto col fredd’, e i corp’umidi saldi: de primavera, estade,
autunno, inverno mi scald’ accend’ ard’ avvamp’in eterno. Ho sì caldo il desio,
che facilment’ a remirar m’accendo quell’alt’oggetto, per cui tant’ardendo, fo
sfavillar a gli astri il vampo mio: non han momento gli anni, che vegga variar
miei sordi affanni. Qua nota che gli quattro tempi de l’anno son signifi- cati
non per quattro segni mobili che son Ariete, Can- cro, Libra e Capricorno, ma
per gli quattro che chia- mano fissi, cioè Tauro, Leone, Scorpione et Aquario:
per significare la perfezzione, stato e fervor di quelle tempeste. Nota
appresso che in virtù di quelle apo- strofi che son nel verso ottavo, possete
leggere “mi scaldo, accendo, ardo, avampo”; over, “scaldi, accen- di, ardi,
avampi”; over “scalda, accende, arde, avvam- pa”. Hai oltre da considerare che
questi non son quattro sinonimi, ma quattro termini diversi che si- gnificano
tanti gradi de gli effetti del fuoco. Il qual Letteratura italiana Einaudi
96 Giordano Bruno - De gli eroici furori prima scalda, secondo
accende, terzo bruggia, quarto infiamma o invampa quel ch’ha scaldato, acceso e
bruggiato. E cossì son denotate nel furioso il desio, l’attenzione, il studio,
l’affezzione, le quali in nessun momento sente variare. cicada Perché le mette
sotto titolo d’affanni? tansillo Perché l’oggetto, ch’è la divina luce, in que-
sta vita è più in laborioso voto che in quieta fruizione: perché la nostra
mente verso quella è come gli occhi de gli uccelli notturni al sole. cicada
Passa, perché ora da quel ch’è detto posso comprender tutto. VIII. tansillo Nel
cimiero seguente vi sta depinta una luna piena col motto Talis mihi semper et
astro. Vuol dir che a l’astro, cioè al Sole, et a lui sempre è ta- le, come si
mostra qua piena e lucida nella circonferen- za intiera del circolo: il che
acciò che meglio forse in- tendi, voglio farti udire quel ch’è scritto nella
tavoletta. Lun’inconstante, luna varia, quale con corna or vere e tal’or piene
svalli, or l’orbe tuo bianc’or fosco risale, or Bora e de’ Rifei monti le valli
fai lustre, or torni per tue trite scale a chiarir l’Austro, e di Libia le
spalli. La luna mia per mia continua pena mai sempre è ferma, ci è mai sempre
piena. È tale la mia stella, che sempre mi si togli’ e mai si rende, che sempre
tanto bruggia e tanto splende, sempre tanto crudele e tanto bella: questa mia
nobil face sempre sì mi martora, e sì mi piace. Mi par che voglia dire che la
sua intelligenza particu- lare alla intelligenza universale è sempre “tale”:
cioè Letteratura italiana Einaudi 97 Giordano Bruno - De gli eroici
furori da quella viene eternamente illuminata in tutto l’emi- sfero; benché
alle potenze inferiori e secondo gl’in- flussi de gli atti suoi or viene
oscura, or più e meno lu- cida. O forse vuol significare che l’intelletto suo
speculativo (il quale è sempre in atto invariabilmente) è sempre volto et
affetto verso l’intelligenza umana si- gnificata per la “luna”, perché come
questa è detta in- fima de tutti gli astri et è più vicina a noi, cossì
l’intel- ligenza illuminatrice de tutti noi (in questo stato) è l’ultima in
ordine de l’altre intelligenze, come nota Averroe et altri più sottili
Peripatetici. Quella a l’in- telletto in potenza or tramonta, per quanto non è
in atto alcuno, or come “svallasse”, cioè sorgesse dal basso de l’occolto
emispero, si mostra or vacua or piena secondo che dona più o meno lume
d’intelli- genza; or ha “l’orbe oscuro or bianco”, perché talvol- ta mostra per
ombra, similitudine e vestigio, tal volta più e più apertamente; or declina a
l’“Austro”, or monta a “Borea”, cioè or ne si va più e più allonta- nando, or
più e più s’avvicina. Ma l’intelletto in atto con sua continua pena (percioché
questo non è per natura e condizione umana in cui si trova cossì trava- glioso,
combattuto, invitato, sollecitato, distratto e come lacerato dalle potenze
inferiori) sempre vede il suo oggetto fermo, fisso e constante, e sempre pieno
e nel medesimo splendor di bellezza. Cossì sempre se gli “toglie” per quanto
non se gli concede, sempre se gli “rende” per quanto se gli concede. “Sempre tanto
lo bruggia” ne l’affetto, come sempre “tanto gli splen- de” nel pensiero;
“sempre è tanto crudele” in suttrar- si per quel che si suttrae, come sempre è
“tanto bello” in comunicarsi per quel che gli se presenta. “Sempre lo martòra”,
perciò che è diviso per differenza locale da lui, come sempre gli “piace”,
percioché gli è con- gionto con l’affetto. cicada Or applicate l’intelligenza
al motto. Letteratura italiana Einaudi 98 Giordano Bruno - De gli
eroici furori tansillo Dice dumque“Talis mihi semper”, cioè per la mia continua
applicazione secondo l’intelletto, me- moria e volontarie (perché non voglio
altro rallentare, intendere, né desiderare) sempre mi è tale, e per quanto
posso capirla, al tutto presente, e non m’è di- visa per distrazzion de pensiero,
né me si fa più oscu- ra per difetto d’attenzione, perché non è pensiero che mi
divertisca da quella luce, e non è necessità di natu- ra qual m’oblighi perché
meno attenda. “Talis mihi semper” dal canto suo, perché la è invariabile in su-
stanza, in virtù, in bellezza et in effetto verso quelle cose che sono
constanti et invariabili verso lei. Dice appresso “ut astro”, perché al
rispetto del sole illumi- nator de quella sempre è ugualmente luminosa, essen-
do che sempre ugualmente gli è volta, e quello sem- pre parimente diffonde gli
suoi raggi: come fisicamente questa luna che veggiamo con gli occhi, quantunque
verso la terra or appaia tenebrosa or lu- cente, or più or meno illustrata et
illustrante, sempre però dal sole vien lei ugualmente illuminata; perché sempre
piglia gli raggi di quello al meno nel dorso del suo emispero intiero. Come
anco questa terra sempre è illuminata nell’emisfero equalmente; quantunque da
l’acquosa superficie cossì inequalmente a volte a volte mande il suo splendore
alla luna (qual come molti altri astri innumerabili stimiamo un’altra terra)
come aviene che quella mande a lei: atteso la vicissitu- dine ch’hanno insieme
de ritrovarsi or l’una or l’altra più vicina al sole. cicada Come questa
intelligenza è significata per la lu- na che luce per l’emisfero? tansillo
Tutte l’intelligenze son significate per la luna, in quanto che son partecipi
d’atto e di potenza, per quanto dico che hanno la luce materialmente, e secon-
do participazione, ricevendola da altro; dico non es- sendo luci per sé e per
sua natura: ma per risguardo Letteratura italiana Einaudi 99
Giordano Bruno - De gli eroici furori del sole ch’è la prima
intelligenza, la quale è pura et absoluta luce come anco è puro et absoluto
atto. cicada Tutte dumque le cose che hanno dependenza, e che non sono il primo
atto e causa, sono composte come di luce e tenebra, come di materia e forma, di
potenza et atto? tansillo Cossì è. Oltre, l’anima nostra secondo tutta la
sustanza è significata per la luna la quale splende per l’emispero delle
potenze superiori, onde è volta alla luce del mondo intelligibile, et è oscura
per le po- tenze inferiori, onde è occupata al governo della ma- teria. IX.
cicada E mi par che a quel ch’ora è detto abbia certa conseguenza e simbolo
l’impresa ch’io veggio nel seguente scudo, dove è una ruvida e ramosa quer- cia
piantata, contra la quale è un vento che soffia, et ha circonscritto il motto
Ut robori robur. Et appresso è affissa la tavola che dice: Annosa quercia, che
gli rami spandi a l’aria, e fermi le radici ’n terra: né terra smossa, né gli
spirti grandi che da l’aspro Aquilon il ciel disserra, né quanto fia ch’il
vern’orrido mandi, dal luog’ove stai salda mai ti sferra; mostri della mia fé
ritratto vero qual smossa mai stran’accidenti féro. Tu medesmo terreno mai
sempr’abbracci, fai colto e comprendi, e di lui per le viscere distendi radici
grate al generoso seno: i’ ad un sol oggetto ho fiss’il spirt’, il sens’e
l’intelletto. [tansillo] Il motto è aperto, per cui si vanta il furio- so
d’aver forza e robustezza, come la rovere; e come Letteratura italiana Einaudi
100 Giordano Bruno - De gli eroici furori quell’altro, essere
sempre uno al riguardo da l’unica fenice; e come il prossimo precedente
conformarsi a quella luna che sempre tanto splende, e tanto è bella; o pur non
assomigliarsi a questa antictona tra la no- stra terra et il sole in quanto
ch’è varia a’ nostri oc- chi: ma in quanto sempre riceve ugual porzion del
splendor solare in se stessa. E per ciò cossì rimaner constante e fermo contra
gli Aquiloni e tempestosi inverni per la fermezza ch’ha nel suo astro in cui è
piantato con l’affetto et intenzione, come la detta ra- dicosa pianta tiene
intessute le sue radici con le vene de la terra. cicada Più stimo io l’essere
in tranquillità e fuor di molestia che trovarsi in una sì forte toleranza.
tansillo È sentenza d’Epicurei la qual se sarà bene intesa, non sarà giudicata
tanto profana quanto la sti- mano gli ignoranti; atteso che non toglie che quel
ch’io ho detto sia virtù, né pregiudica alla perfezzione della constanza, ma
più tosto aggionge a quella per- fezzione che intendeno gli volgari: perché lui
non sti- ma vera e compita virtù di fortezza e constanza quella che sente e
comporta gl’incommodi: ma quella che non sentendoli le porta; non stima compìto
amor di- vino et eroico quello che sente il sprone, freno o ri- morso o pena
per altro amore, ma quello ch’a fatto non ha senso de gli altri affetti: onde
talmente è gion- to ad un piacere, che non è potente dispiacere alcuno a
distorlo o far cespitare in punto. E questo è toccar la somma beatitudine in
questo stato, l’aver la voluptà e non aver senso di dolore. cicada La volgare
opinione non crede questo senso d’Epicuro. tansillo Perché non leggono gli suoi
libri, né quelli che senza invidia apportano le sue sentenze, al con- trario di
color che leggono il corso de sua vita et il ter- mine de la sua morte. Dove
con queste paroli dettò il X. tansillo Guarda in quest’altro ch’ha la
fantasia di quella incudine e martello, circa la quale è il motto Ab Aetna. Ma
prima che la consideriamo, leggemo la stanza. Qua s’introduce di Vulcano la
prosopopea: Or non al monte mio siciliano torn’, ove tempri i folgori di Giove;
Giordano Bruno - De gli eroici furori principio del suo testamento: «Essendo ne
l’ultimo e medesimo felicissimo giorno de nostra vita, abbiamo ordinato questo
con mente quieta, sana e tranquilla; perché quantunque grandissimo dolor de
pietra ne tormentasse da un canto, quel tormento tutto venea assorbito dal
piacere de le nostre invenzioni e la con- siderazion del fine». Et è cosa
manifesta che non po- nea felicità più che dolore nel mangiare, bere, posare e
generare, ma in non sentir fame, né sete, né fatica, né libidine. Da qua
considera qual sia secondo noi la perfezzion de la constanza: non già in questo
che l’ar- bore non si fracasse, rompa o pieghe; ma in questo che né manco si
muova: alla cui similitudine costui tien fisso il spirto, senso et intelletto,
là dove non ha sentimento di tempestosi insulti. cicada Volete dumque che sia
cosa desiderabile il comportar de tormenti, perché è cosa da forte? tansillo
Questo che dite “comportare” è parte di constanza, e non è la virtude intiera;
ma questo che dico “fortemente comportare” et Epicuro disse “non sentire”. La
qual privazion di senso è caggionata da quel che tutto è stato absorto dalla
cura della virtude, vero bene e felicitade. Qualmente Regolo non ebbe senso de
l’arca, Lucrezia del pugnale, Socrate del ve- leno, Anaxarco de la pila,
Scevola del fuoco, Cocle de la voragine, et altri virtuosi d’altre cose che
massime tormentano e danno orrore a persone ordinarie e vili. cicada Or passate
oltre. Letteratura italiana Einaudi 102 Giordano Bruno - De gli
eroici furori qua mi rimagno scabroso Vulcano: qua più superbo gigante si
smuove, che contr’il ciel s’infiamm’e stizz’in vano, tentando nuovi studii e
varie prove; qua trovo meglior fabri e Mongibello, meglior fucina, incudine e
martello. Dov’un pett’ha suspiri che quai mantici avvivan la fornace, u’
l’alm’a tante scosse sottoghiace di que’ sì lunghi scempii e gran martìri; e
manda quel concento che fa volgar sì aspr’e rio tormento. Qua si mostrano le
pene et incomodi che son ne l’amore, massime nell’amor volgare, il quale non è
al- tro che l’officina di Vulcano: quel fabro che forma i folgori de Giove che
tormentano l’anime delinquenti. Perché il disordinato amore ha in sé il
principio della sua pena; attesoché Dio è vicino, è nosco, è dentro di noi. Si
trova in noi certa sacrata mente et intelligenza, cui subministra un proprio
affetto che ha il suo vendi- catore, che col rimorso di certa sinderesi al
meno, co- me con certo rigido martello flagella il spirito prevari- cante.
Quella osserva le nostre azzioni et affetti, e come è trattata da noi fa che
noi vengamo trattati da lei. In tutti gli amanti, dico, è questo fabro Vulcano:
come non è uomo che non abbia Dio in sé, non è amante che non abbia questo dio.
In tutti è Dio cer- tissimamente, ma qual dio sia in ciascuno non si sa cossì
facilmente; e se pur se può esaminare e distin- guere, altro non potrei credere
che possa chiarirlo che l’amore: come quello che spinge gli remi, gonfia la
vela e modera questo composto, onde vegna bene o malamente affetto. – Dico bene
o malamente affetto quanto a quel che mette in esecuzione per l’azzioni morali
e contemplazione; perché del resto tutti gli Letteratura italiana Einaudi
103 Giordano Bruno - De gli eroici furori amanti comunmente senteno
qualch’incomodo: es- sendoché come le cose son miste, non essendo bene alcuno
sotto concetto et affetto a cui non sia gionto o opposto il male, come né alcun
vero a cui non sia ap- posto e gionto il falso; cossì non è amore senza timo-
re, zelo, gelosia, rancore et altre passioni che proce- dono dal contrario che
ne perturba, se l’altro contrario ne appaga. Talmente venendo l’anima in
pensiero di ricovrar la bellezza naturale, studia pur- garsi, sanarsi,
riformarsi: e però adopra il fuoco, per- ché essendo come oro trameschiato a la
terra et infor- me, con certo rigor vuol liberarsi da impurità; il che
s’effettua quando l’intelletto vero fabro di Giove vi mette le mani
essercitandovi gli atti dell’intellettive potenze. cicada A questo mi par che
si riferisca quel che si tro- va nel Convito di Platone, dove dice che l’Amore
da la madre Penìa ha ereditato l’esser arido, magro, palli- do, discalzo,
summisso, senza letto e senza tetto: per le quali circonstanze vien significato
il tormento ch’ha l’anima travagliata da gli contrarii affetti. tansillo Cossì
è, perché il spirito affetto di tal furore viene da profondi pensieri
distratto, martellato da cu- re urgenti, scaldato da ferventi desii, insoffiato
da spesse occasioni: onde trovandosi l’anima suspesa, necessariamente viene ad
essere men diligente et ope- rosa al governo del corpo per gli atti della
potenza ve- getativa. Quindi il corpo è macilento, mal nodrito, estenuato, ha
difetto de sangue, copia di malancolici umori, li quali se non saranno
instrumenti de l’anima disciplinata o pure d’un spirito chiaro e lucido, mena-
no ad insania, stoltizia e furor brutale; o al meno a certa poca cura di sé e
dispreggio del esser proprio, il qual vien significato da Platone per gli piedi
discalzi. Va summisso l’amore e vola come rependo per la ter- ra, quando è
attaccato a cose basse; vola alto quando Letteratura italiana Einaudi 104
Giordano Bruno - De gli eroici furori vien intento a più generose
imprese. In conclusione et a proposito: qualunque sia l’amore, sempre è trava-
gliato e tormentato di sorte che non possa mancar d’esser materia nelle focine
di Vulcano; perché l’ani- ma essendo cosa divina, e naturalmente non serva, ma
signora della materia corporale, viene a conturbarsi ancor in quel che
volontariamente serve al corpo, do- ve non trova cosa che la contente. E
quantumque fis- sa nella cosa amata, sempre gli aviene che altretanto vegna ad
essagitarsi e fluttuar in mezzo gli soffii de le speranze, timori, dubii, zeli,
conscienze, rimorsi, osti- nazioni, pentimenti, et altri manigoldi che son gli
mantici, gli carboni, l’incudini, gli martelli, le tena- glie, et altri stormenti
che si ritrovano nella bottega di questo sordido e sporco consorte di Venere.
cicada Or assai è stato detto a questo proposito: piac- ciavi di veder che cosa
séguita appresso. XI. tansillo Qua è un pomo d’oro ricchissimamen- te, con
diverse preciosissime specie, smaltato. Et ha il motto in circa che dice
Pulchriori detur. cicada La allusione al fatto delle tre dee che si sotto-
posero al giudicio de Paride, è molto volgare: ma leg- gansi le rime che più
specificatamente ne facciano ca- paci de l’intenzione del furioso presente.
tansillo Venere, dea del terzo ciel, e madre del cieco arciero, domator
d’ogn’uno; l’altra, ch’ha ’l capo giovial per padre, e di Giove la mogli’
altera Giuno; il troiano pastor chiaman, che squadre de chi de lor più bell’è
l’aureo muno: se la mia diva al paragon s’appone, non di Venere, Pallad’, o
Giunone. Per belle membra è vaga Letteratura italiana Einaudi 105
Giordano Bruno - De gli eroici furori la cipria dea, Minerva per
l’ingegno, e la Saturnia piace con quel degno splendor d’altezza, ch’il Tonante
appaga; ma quest’ha quanto aggrade di bel, d’intelligenza, e maestade. Ecco
qualmente fa comparazione dal suo oggetto il quale contiene tutte le
circonstanze, condizioni e spe- cie di bellezza come in un suggetto, ad altri
che non ne mostrano più che una per ciascuno; e tutte poi per di- versi
suppositi: come avvenne nel geno solo della cor- poral bellezza di cui le
condizioni tutte non le poté ap- provare Apelle in una, ma in più vergini. Or
qua dove son tre geni di beltade, benché avvegna che tutti si tro- veno in
ciascuna de le tre dee, perché a Venere non manca sapienza e maestade, in
Giunone non è difetto di vaghezza e sapienza, et in Pallade è pur notata la
maestà con la vaghezza: tutta volta aviene che l’una condizione supera le
altre, onde quella viene ad esser stimata come proprietà, e l’altre come
accidenti com- muni, atteso che di que’ tre doni l’uno predomina in una, e
viene ad mostrarla et intitularla sovrana de l’al- tre. E la caggion di cotal
differenza è lo aver queste raggioni non per essenza e primitivamente, ma per
participazione e derivativamente. Come in tutte le co- se dependenti sono le
perfezzioni secondo gli gradi de maggiore e minore, più e meno. – Ma nella
simplicità della divina essenza è tutto totalmente, e non secondo misura: e
però non è più sapienza che bellezza, e mae- stade, non è più bontà che
fortezza: ma tutti gli attri- buti sono non solamente uguali, ma ancora
medesimi et una istessa cosa. Come nella sfera tutte le dimensio- ni sono non
solamente uguali (essendo tanta la lun- ghezza quanta è la profondità e
larghezza) ma anco medesime: atteso che quel che chiami profondo, me- desimo
puoi chiamar lungo e largo della sfera. Cossì è Letteratura italiana Einaudi
106 Giordano Bruno - De gli eroici furori nell’altezza de la
sapienza divina, la quale è medesimo che la profondità de la potenza, e
latitudine de la bon- tade. Tutte queste perfezzioni sono uguali perché so- no
infinite. Percioché necessariamente l’una è secondo la grandezza de l’altra,
atteso che dove queste cose son finite, avviene che sia più savio che bello e
buono, più buono e bello che savio, più savio e buono che poten- te, e più
potente che buono e savio. Ma dove è infinita sapienza, non può essere se non
infinita potenza: per- ché altrimenti non potrebbe saper infinitamente. Do- ve
è infinita bontà, bisogna infinita sapienza: perché altrimenti non saprebbe
essere infinitamente buono. Dove è infinita potenza, bisogna che sia infinita
bontà e sapienza, perché tanto ben si possa sapere e si sappia possere. Or
dumque vedi come l’oggetto di questo fu- rioso, quasi inebriato di bevanda de
dèi, sia più alto incomparabilmente che gli altri diversi da quello. Co- me,
voglio dire, la specie intelligibile della divina es- senza comprende la perfezzione
de tutte l’altre specie altissimamente, di sorte che, secondo il grado che può
esser partecipe di quella forma, potrà intender tutto e far tutto, et esser
cossì amico d’una, che vegna ad aver a dispreggio e tedio ogn’altra bellezza.
Però a quella si deve esser consecrato il sferico pomo, come chi è tutto in
tutto. Non a Venere bella che da Minerva è supera- ta in sapienza, e da Giunone
in maestà. Non a Pallade di cui Venere è più bella, e l’altra più magnifica.
Non a Giunone, che non è la dea dell’intelligenza et amore ancora. cicada Certo
come son gli gradi delle nature et essenze, cossì proporzionalmente son gli
gradi delle specie in- telligibili, e magnificenze de gli amorosi affetti e
furori. XII. cicada Il seguente porta una testa, ch’ha quat- tro faccia che
soffiano verso gli quattro angoli del cie- lo; e son quattro venti in un
suggetto, alli quali sopra- Letteratura italiana Einaudi 107
Giordano Bruno - De gli eroici furori stanno due stelle, et in mezzo il
motto che dice Novae ortae Aeoliae; vorrei sapere che cosa vegna significata.
tansillo Mi pare ch’il senso di questa divisa è conse- guente di quello de la
prossima superiore. Perché co- me là è predicata una infinita bellezza per
oggetto, qua vien protestata una tanta aspirazione, studio, af- fetto e desio;
percioch’io credo che questi venti son messi a significar gli suspiri; il che
conosceremo, se verremo a leggere la stanza: Figli d’Astreo Titan e de
l’Aurora, che conturbate il ciel, il mar e terra, quai spinti fuste dal Litigio
fuora, perché facessi a’ dèi superba guerra: non più a l’Eolie spelunche dimora
fate, ov’imperio mio vi fren’e serra: ma rinchiusi vi siet’entra’a quel petto
ch’i’ veggo a tanto sospirar costretto. Voi socii turbulenti de le tempeste
d’un et altro mare, altro non è che vagli’ asserenare, che que’omicidi lumi et
innocenti: quelli apert’et ascosi vi renderan tranquilli et orgogliosi. Aperto
si vede ch’è introdotto Eolo parlar a i venti, quali non più dice esser da lui
moderati nell’Eolie ca- verne: ma da due stelle nel petto di questo furioso.
Qua le due stelle non significano gli doi occhi che son ne la bella fronte: ma
le due specie apprensibili della divina bellezza e bontade di quell’infinito
splendore, che talmente influiscono nel desio intellettuale e ra- zionale, che
lo fanno venire ad aspirar infinitamente, secondo il modo con cui infinitamente
grande, bello e buono apprende quell’eccellente lume. Perché l’amo- re mentre
sarà finito, appagato, e fisso a certa misura, Letteratura italiana Einaudi
108 tansillo cicada tansillo Giordano Bruno - De gli eroici furori
non sarà circa le specie della divina bellezza: ma altra formata; ma mentre
verrà sempre oltre et oltre aspi- rando, potrassi dire che versa circa
l’infinito. cicada Come comodamente l’aspirare è significato per il spirare?
che simbolo hanno i venti col deside- rio? tansillo Chi de noi in questo stato
aspira, quello su- spira, quello medesimo spira. E però la vehemenza
dell’aspirare è notata per quell’ieroglifico del forte spirare. cicada Ma è
differenza tra il sospirare e spirare. tansillo Però non vien significato l’uno
per l’altro co- me medesimo per il medesimo: ma come simile per il Simile.
cicada Seguitate dumque il vostro proposito. tansillo L’infinita aspirazion
dumque mostrata per gli suspiri, e significata per gli venti, è sotto il
governo non d’Eolo nell’Eolie, ma di detti doi lumi; li quali non solo
innocente, ma e benignissimamente uccido- no il furioso, facendolo per il
studioso affetto morire al riguardo d’ogn’altra cosa: con ciò che quelli che
chiusi et ascosi lo rendono tempestoso, aperti lo ren- deran tranquillo; atteso
che nella staggione che di nu- voloso velo adombra gli occhi de l’umana mente
in questo corpo, aviene che l’alma con tal studio vegna più tosto turbata e
travagliata: come essendo quello stracciato e spinto, doverrà tant’altamente
quieta, quanto baste ad appagar la condizion di sua natura. cicada Come
l’intelletto nostro finito può seguitar l’oggetto infinito? Con l’infinita
potenza ch’egli ha. Questa è vana, se mai sarrà in effetto. Sarrebe vana, se
fusse circa atto finito, dove l’infinita potenza sarrebe privativa; ma non già
circa l’atto infinito, dove l’infinita potenza è positiva per- fezzione.
Letteratura italiana Einaudi 109 Giordano Bruno - De gli eroici furori
cicada Se l’intelletto umano è una natura et atto fini- to, come e perché ha
potenza infinita? tansillo Perché è eterno, et acciò sempre si dilette, e non
abbia fine né misura la sua felicità; e perché come è finito in sé, cossì sia
infinito nell’oggetto. cicada Che differenza è tra la infinità de l’oggetto et
infinità della potenza? tansillo Questa è finitamente infinita, quello
infinita- mente infinito. Ma torniamo a noi. Dice dumque là il motto “Novae
partae Aeoliae”, perché par si possa credere che tutti gli venti (che son negli
antri voragi- nosi d’Eolo) sieno convertiti in suspiri, se vogliamo numerar
quelli che procedono da l’affetto che senza fine aspira al sommo bene et
infinita beltade. XIII. cicada Veggiamo appresso la significazione di quella
face ardente, circa la quale è scritto Ad vitam, non ad horam. tansillo La
perseveranza in tal amore et ardente desio del vero bene, in cui arde in questo
stato temporale il furioso. Questo credo che mostra la seguente tavola: Partesi
da la stanz’il contadino, quando il sen d’Oriente il giorno sgombra; e quand’il
sol ne fere più vicino, stanc’e cotto da caldo sied’a l’ombra; lavora poi, e
s’affatica insino ch’atra caligo l’emisfer ingombra; indi si posa: io sto a
continue botte mattina, mezo giorno, sera e notte. Questi focosi rai ch’escon
da que’ dei archi del mio sole, de l’alma mia (com’il mio destin vuole) dal
orizonte non si parton mai: bruggiand’a tutte l’ore dal suo meridian l’afflitto
core.cicada Questa tavola più vera che propriamente espli- ca il senso de la
figura. tansillo Non ho d’affaticarmi a farvi veder queste proprietadi, dove il
vedere non merita altro che più attenta considerazione. Gli “rai del sole” son
le rag- gioni con le quali la divina beltade e bontade si mani- festa a noi. E
son “focosi”, perché non possono essere appresi da l’intelletto, senza che
conseguentemente scaldeno l’affetto. “Doi archi del sole” son le due spe- cie
di revelazione che gli scolastici teologi chiamano «matutina» e «vespertina»;
onde l’intelligenza illumi- natrice di noi, come aere mediante, ne adduce
quella specie o in virtù che la admira in se stessa, o in effica- cia che la
contempla ne gli effetti. L’orizonte de l’al- ma in questo luogo è la parte
delle potenze superiori, dove a l’apprensione gagliarda de l’intelletto
soccorre il vigoroso appulso de l’affetto, significato per il core, che
“bruggiando a tutte l’ore” s’afflige; perché tutti gli frutti d’amore che
possiamo raccòrre in questo sta- to non son sì dolci che non siano più gionti a
certa af- flizzione, quella almeno che procede da l’apprension di non piena
fruizione. Come specialmente accade ne gli frutti de l’amor naturale, la
condizion de gli quali non saprei meglio esprimere, che come fe’ il poeta
epicureo: Ex hominis vero facie pulchroque colore nil datur in corpus praeter
simulacra fruendum tenuia, quae vento spes captat saepe misella. Ut bibere in
somnis sitiens cum quaerit, et humor non datur, ardorem in membris qui
stinguere possit; sed laticum simulacra petit frustraque laborat, in medioque
sitit torrenti flumine potans: sic in amore Venus simulacris ludit amantis, nec
satiare queunt spectando corpora coram, nec manibus quicquam teneris abradere
membris Letteratura italiana Einaudi 111 Giordano Bruno - De gli
eroici furori possunt, errantes incerti corpore toto. Denique cum membris
conlatis flore fruuntur aetatis; dum iam praesagit gaudia corpus, atque in eo
est Venus, ut muliebria conserat arva, adfigunt avide corpus iunguntque salivas
oris, et inspirant pressantes dentibus ora, nequicquam, quoniam nibil inde
abradere possunt, nec penetrare et abire in corpus corpore toto. Similmente
giudica nel geno del gusto che qua possia- mo aver de cose divine: mentre a
quelle ne forziamo penetrare et unirci, troviamo aver più afflizzione nel desio
che piacer nel concetto. E per questo può aver detto quel savio Ebreo, che chi
aggionge scienza ag- gionge dolore, perché dalla maggior apprensione na- sce
maggior e più alto desio, e da questo séguita mag- gior dispetto e doglia per
la privazione della cosa desiderata; là onde l’epicureo che séguita la più
tran- quilla vita, disse in proposito de l’amor volgare: Sed fugitare decet
simulacra, et pabula amoris abstergere sibi, atque alio convertere mentem, nec
servare sibi curam certumque dolorem: ulcus enim virescit el inveterascit
alendo, inque dies gliscit furor, atque erumna gravescit. Nec Veneris fructu
sarei is qui vitat amorem, sed potius quaes sunt sine paena commoda sumit.
cicada Che intende per il “meridiano del core”? tansillo La parte o region più
alta e più eminente de la volontà, dove più illustre, forte, efficace e retta-
mente è riscaldata. Intende che tale affetto non è co- me in principio che si
muova, né come in fine che si quiete, ma come al mezzo dove s’infervora. XIV.
cicada Ma che significa quel strale infocato che ha le fiamme in luogo di
ferrigna punta, circa il quale è avolto un laccio, et ha il motto Amor instat
ut instans? Dite che ne intendete. tansillo Mi par che voglia dire che l’amor
mai lo la- scia, e che eterno parimente l’affliga. cicada Vedo bene laccio,
strale e fuoco; intendo quel che sta scritto: “Amor instat”; ma quel che
séguita, non posso capirlo, cioè che l’amor come istante o in- sistente, inste:
che ha medesima penuria di proposito, che se uno dicesse: «questa impresa
costui la ha finta come finta, la porta come la porta, la intendo come la
intendo, la vale come la vale, la stimo come un che la stima». tansillo Più
facilmente determina e condanna chi manco considera. Quello “instans” non
significa adiettivamente dal verbo instare, ma è nome sustanti- vo preso per
l’instante del tempo. cicada Or che vuol dir che l’amor insta come l’instante?
tansillo Che vuol dire Aristotele nel suo libro Del tempo, quando dice che
l’eternità è uno instante, e che in tutto il tempo non è che uno instante?
cicada Come questo può essere se non è tanto mini- mo tempo che non abbia più
instanti? Vuol egli forse che in uno instante sia il diluvio, la guerra di
Troia, e noi che siamo adesso? Vorrei sapere come questo in- stante se divide
in tanti secoli et anni; e se per medesi- ma proporzione non possiamo dire che
la linea sia un punto. tansillo Sì come il tempo è uno, ma è in diversi sug-
getti temporali, cossì l’instante è uno in diverse e tutte le parti del tempo.
Come io son medesimo che fui, so- no e sarò; io medesimo son qua in casa, nel
tempio, nel campo e per tutto dove sono. cicada Perché volete che l’instante
sia tutto il tempo? tansillo Perché se non fusse l’instante, non sarrebe il
tempo: però il tempo in essenza e sustanza non è altro che instante. E questo
baste se l’intendi (perché non Letteratura italiana Einaudi 113
Giordano Bruno - De gli eroici furori ho da pedanteggiar sul quarto de la
Fisica); onde comprendi che voglia dire, che l’amor gli assista non meno che il
tempo tutto: perché questo “instans” non significa punto del tempo. cicada
Bisogna che questa significazione sia specifica- ta in qualche maniera, se non
vogliamo far che sia il motto vicioso in equivocazione, onde possiamo libe-
ramente intendere ch’egli voglia dire che l’amor suo sia d’uno instante, idest
d’un atomo di tempo e d’un niente: o che voglia dire che sia (come voi
interpreta- te) sempre. tansillo Certo se vi fussero inplicati questi doi sensi
contrarii, il motto sarrebe una baia. Ma non è cossì, se ben consideri, atteso
che in uno instante che è atomo o punto, che l’amore inste o insista non può
essere: ma bisogna necessariamente intendere l’instante in al- tra
significazione. E per uscir di scuola, leggasi la stanza: Un tempo sparge, et
un tempo raccoglie; un edifica, un strugge; un piange, un ride: un tempo ha
triste, un tempo ha liete voglie; un s’affatica, un posa; un stassi, un side:
un tempo porge, un tempo si ritoglie; un muove, un ferm’; un fa viv’, un
occide: in tutti gli anni, mesi, giorni et ore m’attende, fere, accend’e lega
amore. Continuo mi disperge, sempre mi strugg’e mi ritien in pianto, è mio
triste languir ogn’or pur tanto, in ogni tempo mi travagli’ et erge; tropp’in
rubbarmi è forte, mai non mi scuote, mai non mi dà morte. cicada Assai bene ho
compreso il senso: e confesso che tutte le cose accordano molto bene. Però mi
par tempo di procedere a l’altro. Letteratura italiana Einaudi 114
Giordano Bruno - De gli eroici furori XV. tansillo Qua vedi un serpe ch’a
la neve langui- sce dove l’avea gittato un zappatore; et un fanciullo ignudo
acceso in mezzo al fuoco, con certe altre minute e circonstanze, con il motto
che dice Idem, itidem, non idem. Questo mi par più presto enigma che altro,
però non mi confido d’esplicarlo a fatto: pur crederei che vo- glia significar
medesimo fato molesto, che medesima- mente tormenta l’uno e l’altro (cioè
inentissimamente, senza misericordia, a morte) con diversi instrumenti o
contrarii principio, mostrandosi medesimo freddo e caldo. Ma questo mi par che
richieda più lunga e distin- ta considerazione. cicada Un’altra volta. Leggete
la rima. [tansillo] Languida serpe, a quell’umor sì denso ti rintorci, contrai,
sullevi, inondi; e per temprar il tuo doler intenso, al fredd’or quest’or
quella parte ascondi; s’il ghiaccio avesse per udirti senso, tu voce che
propona o che rispondi, credo ch’areste efficaci’ argumento per renderlo
piatoso al tuo tormento. Io ne l’eterno foco mi dibatto, mi struggo, scaldo,
avvampo; e al ghiaccio de mia diva per mio scampo né amor di me, né pietà trova
loco: lasso, per che non sente quant’è il rigor de la mia fiamma ardente. Angue
cerchi fuggir, sei impotente; ritenti a la tua buca, ell’è disciolta; proprie
forze richiami, elle son spente; attendi al sol, l’asconde nebbia folta; mercé
chiedi al villan, odia ’l tuo dente; fortuna invochi, non t’ode la stolta.
Fuga, luogo, vigor, astro, uom o sorte Letteratura italiana Einaudi 115
Giordano Bruno - De gli eroici furori non è per darti scampo da la morte.
Tu addensi, io liquefaccio; io miro al rigor tuo, tu a l’ardor mio; tu brami
questo mal, io quel desio; n’io posso te, né tu me tòr d’impaccio. Or chiariti
a bastanza del fato rio, lasciamo ogni speranza. cicada Andiamone, perché per
il camino vedremo di snodar questo intrico, se si può. tansillo Bene. interlocutori Cesarino, Maricondo. cesarino
Cossì dicono che le cose megliori e più eccellenti sono nel mondo quando tutto
l’universo da ogni parte risponde eccellentemente: e questo stima- no allor che
tutti gli pianeti ottegnono l’Ariete, essen- do che quello de l’ottava sfera
ancora ottegna quello del firmamento invisibile e superiore dove è l’altro
zodiaco; le cose peggiori e più basse vogliono che ab- biano loco quando domina
la contraria disposizione et ordine: però per forza di vicissitudine accadeno
le eccessive mutazioni, dal simile al dissimile, dal con- trario a l’altro. La
revoluzion dumque et anno grande del mondo, è quel spacio di tempo in cui da
abiti et effetti diversissimi per gli oppositi mezzi e contraria si ritorna al
medesimo: come veggiamo ne gli anni parti- colari, qual è quello del sole, dove
il principio d’una disposizione contraria è fine de l’altra, et il fine di
questa è principio di quella: però ora che siamo stati nella feccia delle
scienze, che hanno parturita la feccia delle opinioni, le quali son causa della
feccia de gli co- stumi et opre, possiamo certo aspettare de ritornare a
meglior stati. Giordano Bruno - De gl’eroici furori maricondo Sappi, fratel
mio, che questa successione et ordine de le cose è verissima e certissima: ma
al no- stro riguardo sempre, in qualsivoglia stato ordinario, il presente più
ne afflige che il passato, et ambi doi in- sieme manco possono appagarne che il
futuro, il qua- le è sempre in aspettazione e speranza, come ben puoi veder
designato in questa figura la quale è tolta dall’antiquità de gli Egizzii, che
fêrno cotal statua che Letteratura italiana Einaudi 118 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori sopra un busto simile a tutti tre puosero tre
teste, l’una di lupo che remirava a dietro, l’altra di leone che avea la faccia
volta in mezzo, e la terza di cane che guardava innanzi; per significare che le
cose passate affligono col pensiero, ma non tanto quanto le cose presenti che
in effetto ne tormentano: ma sempre per l’avenire ne promettemo meglio. Però là
è il lupo che urla, qua il leon che rugge, appresso il cane che ap- plaude.
cesarino Che contiene quel motto ch’è sopra scritto? maricondo Vedi che sopra
il lupo è Iam, sopra il leo- ne Modo, sopra il cane Praeterea, che son dizzioni
che significano le tre parti del tempo. cesarino Or leggete quel ch’è nella
tavola. maricondo Cossì farò. Un alan, un leon, un can appare a l’auror, al di
chiar, al vespr’oscuro quel che spesi, ritegno, e mi procuro, per quanto mi si
die’, si dà, può dare. Per quel che feci, faccio et ho da fare al passat’, al
presente et al futuro, mi pento, mi tormento, m’assicuro, nel perso, nel
soffrir, nell’aspettare. Con l’agro, con l’amaro, con il dolce l’esperienza, i
frutti, la speranza mi minacciò, m’affligono, mi molce. L’età che vissi, che
vivo, ch’avanza mi fa tremante, mi scuote, mi folce, in absenza, presenza, e
lontananza. Assai, troppo, a bastanza quel di già, quel di ora, quel d’appresso
m’hann’in timor, martir, e spene messo. cesarino Questa a punto è la testa d’un
furioso aman- te; quantunque sia de quasi tutti gli mortali in qualun-
Letteratura italiana Einaudi 119 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori que maniera e modo siano malamente affetti; perché non doviamo né
possiamo dire che questo quadre a tutti stati in generale, ma a quelli che
furono e sono travagliosi: atteso che ad un ch’ha cercato un regno et ora il
possiede, conviene il timor di perderlo; ad un ch’ha lavorato per acquistar gli
frutti de il amore, co- me è la particular grazia de la cosa amata, conviene il
morso della gelosia e suspizione. E quanto a gli stati del mondo, quando ne
ritroviamo nelle tenebre e ma- le, possiamo sicuramente profetizar la luce e
prospe- ritade; quando siamo nella felicità e disciplina, senza dubio possiamo
aspettar il successo de l’ignoranze e travagli: come avvenne a Mercurio
Trimigisto che per veder l’Egitto in tanto splender de scienze e divina- zioni,
per le quali egli stimava gli uomini consorti de gli demoni e dèi, e per
conseguenza religiosissimi, fe- ce quel profetico lamento ad Asclepio, dicendo
che doveano succedere le tenebre de nove religioni e cul- ti, e de cose
presenti non dover rimaner altro che fa- vole e materia di condannazione. Cossì
gli Ebrei quando erano schiavi nell’Egitto e banditi nelli deser- ti, erano
confortati da lor profeti con l’aspettazione de libertà et acquisto di patria.
Quando furono in sta- to di domìno e tranquillità, erano minacciati de di-
spersione e cattività. Oggi che non è male né vitupe- rio a cui non siano
suggetti, non è bene né onore che non si promettano. Similmente accade a tutte
l’altre generazioni e stati: li quali se durano e non sono an- nihilati a
fatto, per forza della vicissitudine delle cose, è necessario da ’l male
vegnano al bene, dal bene al male, dalla bassezza a l’altezza, da l’altezza
alla bas- sezza, da le oscuritadi al splendore, dal splendor alle oscuritadi.
Perché questo comporta l’ordine naturale: oltre il qual ordine, se si ritrova
altro che lo guaste o corregga, io lo credo, e non ho da disputarne, perché non
raggiono con altro spirito che naturale. Letteratura italiana Einaudi 120
Giordano Bruno - De gl’eroici furori maricondo Sappiamo che non fate il
teologo ma filo- sofo e che trattate filosofia non teologia. cesarino Cossì è.
Ma veggiamo quel che séguita. II. cesarino Veggio appresso un fumante turribolo
che è sostenuto da un braccio, et il motto che dice Il- lius aram; et appresso
l’articolo seguente: Or chi quell’aura de mia nobil brama d’un ossequio divin
credrà men degna s’in diverse tabelle ornata vegna da voti miei nel tempio de
la fama? Perch’altr’impres’eroica mi richiama, chi pensarà giamai che men
convegna ch’al suo culto cattivo mi ritegna quella ch’il ciel onora tanto et
ama? Lasciatemi, lasciate, altri desiri, importuni pensier, datemi pace. Perché
volete voi ch’io mi ritiri da l’aspetto del sol che sì mi piace? Dite di me
piatosi: «Perché miri quel, che per remirar si ti disface? perché di quella
face sei vago sì?» «Perché mi fa contento più ch’ogn’altro piacer, questo
tormento». maricondo A proposito di questo io ti dicevo che quantunque un
rimagna fisso su una corporal bellez- za e culto esterno, può onorevolmente e
degnamente trattenirsi: purché dalla bellezza materiale la quale è un raggio e
splender della forma, et atto spirituale, di cui è vestigio et ombra, vegna ad
inalzarsi alla consi- derazion e culto della divina bellezza, luce e maesta-
de: di maniera che da queste cose visibili vegna a ma- gnificar il core verso
quelle che son tanto più eccellenti in sé e grate a l’animo ripurgato, quanto
son più rimosse da la materia e senso. Oimè (dirà) se una bellezza umbratde,
fosca, corrente, depinta nella su- perficie de la materia corporale, tanto mi
piace e tan- to mi commuove l’affetto, m’imprime nel spirito non so che
riverenza di maestade, mi si cattiva, e tanto dolcemente mi lega e mi s’attira,
ch’io non trovo cosa che mi vegna messa avanti da gli sensi che tanto m’ap-
paghe: che sarà di quello che sustanzialmente, origi- nalmente, primitivamente
è bello; che sarà de l’anima mia, dell’intelletto divino, della regola de la
natura? Conviene dumque che la contemplazione di questo vestigio di luce mi
amene mediante la ripurgazion de l’animo mio all’imitazione, conformità e
participazio- ne di quella più degna et alta, in cui mi transforme et a cui mi
unisca: perché son certo che la natura che mi ha messa questa bellezza avanti
gli occhi, e mi ha do- tato di senso interiore, per cui posso argomentar bel-
lezza più profonda et incomparabilmente maggiore, voglia ch’io da qua basso
vegna promosso a l’altezza et eminenza di specie più eccellenti. Né credo che
il mio vero nume come me si mostra in vestigio et ima- gine, voglia sdegnarsi
che in imagine e vestigio vegna ad onorarlo, a sacrificargli, con questo ch’il
mio core et affetto sempre sia ordinato, e rimirare più alto: at- teso che chi
può esser quello che possa onorarlo in es- senza e propria sustanza, se in tal
maniera non può comprenderlo? cesarino Molto ben dimostri come a gli uomini di
eroico spirito tutte le cose si converteno in bene, e si sanno servire della
cattività in frutto di maggior liber- tade, e l’esser vinto una volta
convertiscono in occa- sione di maggior vittoria. Ben sai che l’amor di bellez-
za corporale a color che son ben disposti non solamente non apporta
ritardamento da imprese mag- giori, ma più tosto viene ad improntargli l’ali
per veni- re a quelle: allor che la necessità de l’amore è converti-
Letteratura italiana Einaudi 122 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori ta in virtuoso studio per cui l’amante si forza di venire a termine nel
quale sia degno della cosa amata, e forse di cosa maggiore, megliore e più
bella ancora; onde sia o che vegna contento d’aver guadagnato quel che bra- ma,
o sodisfatto dalla sua propria bellezza, per cui de- gnamente possa spregiar
l’altrui che viene ad esser da lui vinta e superata: onde o si ferma quieto, o
si volta ad aspirare ad oggetti più eccellenti e magnifichi. E cossì sempre
verrà tentando il spirito eroico, sin tanto che non si vede inalzato al
desiderio della divina bel- lezza in se stessa, senza similitudine, figura,
imagine e specie, se sia possibile: e più se sa arrivare a tanto. maricondo
Vedi dumque, Cesarino, come ha raggio- ne questo furioso di risentirsi contra
coloro che lo ri- prendono come cattivo de bassa bellezza a cui sparga voti et
appenda tabelle; di maniera che quindi non viene rubelle dalle voci che lo
richiamano a più alte imprese: essendo che come queste basse cose deriva- no da
quelle et hanno dipendenza, cossì da queste si può aver accesso a quelle come
per proprii gradi. Queste se non son Dio son cose divine, sono imagini sue
vive: nelle quali non si sente offeso se si vede ado- rare: perché abbiamo
ordine dal superno spirito che dice «Adorate scabellum pedum eius». Et altrove
disse un divino imbasciatore: «Adorabimus ubi steterunt pedes eius». cesarino
Dio, la divina bellezza e splendore riluce et è in tutte le cose; però non mi
pare errore d’admirarlo in tutte le cose secondo il modo che si comunica a
quelle: errore sarà certo se noi donaremo ad altri l’onor che tocca a lui solo.
Ma che vuol dir quando dice “Lasciatemi, lasciate, altri desiri”? maricondo
Bandisce da sé gli pensieri, che gli appresen- tano altri oggetti che non hanno
forza di commoverlo tanto; e che gli vogliono involar l’aspetto del sole, il qual
può presentarsegli da questa fenestra più che da l’altre. Letteratura italiana
Einaudi 123 Giordano Bruno - De gl’eroici furori cesarino Come
importunato da pensieri si sta con- stante a remirar quel splendor che lo
disface, e non lo fa di maniera contento che ancora non vegna forte- mente a
tormentarlo? maricondo Perché tutti gli nostri conforti in questo stato di
controversia non sono senza gli suoi di- sconforti cossì grandi come magnifici
son gli conforti. Come più grande è il timore d’un re che consiste su la
perdita d’un regno, che di un mendico che consiste sul periglio di perdere
dieci danaii; è più urgente la cura d’un prencipe sopra una republica, che d’un
ru- stico sopra un grege de porci: come gli piaceri e deli- cie di quelli forse
son più grandi che le delicie e piace- ri di questi. Però l’amare et aspirar
più alto, mena seco maggior gloria e maestà con maggior cura, pen- siero e
doglia: intendo in questo stato dove l’un con- trario sempre è congionto a
l’altro, trovandosi la mas- sima contrarietade sempre nel medesimo geno, e per
conseguenza circa medesimo suggetto, quantunque gli contraria non possano
essere insieme. E cossì pro- porzionalmente nell’amor di Cupido superiore, come
dechiarò l’epicureo poeta nel cupidinesco volgare e animale, quando disse:
Fluctuat incertis erroribus ardor amantum, nec constat quid primum oculis
manibusque fruantur: quod petiere premunit arte, faciuntque dolorem corporis,
et dentes inlidunt saepe labellis osculaque adfigunt, quia non est pura
voluptas, et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum, quodcumque est,
rabies, unde illa haec germina surgunt. Sed leviter paenas frangit Venus inter
amorem, blandaque refraenat morsus admixta voluptas, namque in eo spes est,
unde est ardoris origo, restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.
Letteratura italiana Einaudi 124 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori Ecco dumque con quali condimenti il magistero et arte della natura fa
che un si strugga sul piacer di quel che lo disface, e vegna contento in mezzo
del tormento, e tormentato in mezzo de tutte le conten- tezze: atteso che nulla
si fa assolutamente da un paci- fico principio, ma tutto da contrarii principii
per vit- toria e domìno d’una parte della contrarietade; e non è piacere di
generazione da un canto, senza dispiace- re di corrozzione da l’altro: e dove
queste cose che si generano e corrompono sono congionte e come in medesimo
suggetto composto, si trova il senso di de- lettazione e tristizia insieme. Di
sorte che vegna no- minata più presto delettazione che tristizia, se aviene che
la sia predominante, e con maggior forza possa sollecitare il senso. III.
cesarino Or consideriamo sopra questa imagine seguente, ch’è d’una fenice che
arde al sole, e con il suo fumo va quasi a oscurar il splender di quello, dal
cui calore vien infiammata et èvvi la nota che dice: Neque simile, nec par.
maricondo Leggasi l’articolo prima: Questa fenice ch’al bel sol s’accende, e a
dramm’a dramma consumando vassi, mentre di splender cint’ardendo stassi,
contrario fio al suo pianeta rende: perché quel che da lei al ciel ascende
tepido fumo et atra nebbia fassi, ond’i raggi a’ nostri occhi occolti lassi e
quello avvele, per cui arde e splende. Tal il mio spirto (ch’il divin splendore
accende e illustra) mentre va spiegando quel che tanto riluce nel pensiero,
manda da l’alto suo concetto fore rima, ch’il vago sol vad’oscurando, mentre mi
struggo e liquefaccio intiero. Oimè! questo adro e nero nuvol di foco infosca
col suo stile quel ch’aggrandir vorrebb’, e ’l rend’umile. cesarino Dice dumque
costui che come questa le nice venendo dal splendor del sole accesa, et
abituata d lu- ce e di fiamma, vien ella poi ad inviar al cielo quel fu- mo che
oscura quello che l’ha resa lucente: cossì egli infiammato et illuminato
furioso per quel che fa in lo- de d tanto illustre suggetto che gli have acceso
il core e gli splende nel pensiero, viene più tosto ad oscurarlo, che
ritribuirgli luce per luce, procedendo quel fumo, effetto di fiamme in cui si
risolve la sustanza di lui. maricondo Io senza che metta in bilancio e compara-
zione gli studi di costui, torno a dire quel che ti dice- vo l’altr’ieri, che
la lode è uno de gli più gran sacrificii che possa far un affetto umano ad un
oggetto. E per lasciar da parte il proposito del divino, ditemi: chi co-
noscerebbe Achille, Ulisse e tanti altri greci e troiani capitani, chi arrebe
notizia de tanti grandi soldati, sa- pienti et eroi de la terra, se non fussero
stati messi alle stelle e deificati per il sacrificio de laude, che nell’alta-
re del cor de illustri poeti et altri recitatori have acce- so il fuoco, con
questo che comunmente montasse al cielo il sacrificatore, la vittima et il
canonizato divo, per mano e voto di legitimo e degno sacerdote? cesarino Ben
dici di degno e legitimo sacerdote; per- ché de gli appostici n’è pieno oggi il
mondo, li quali come sono per ordinario indegni essi loro, cossì ve- gnono
sempre a celebrar altri indegni, di sorte che asini asinos fricant. Ma la
previdenza vuole che in luo- go d’andar gli uni e gli altri al cielo, sen vanno
gionta- mente alle tenebre de l’Orco: onde fia vana e la gloria di quel che
celebra, e di quel ch’è celebrato; perché l’uno ha intessuta una statua di
paglia, o insculpito un tronco di legno, o messo in getto un pezzo di calcina;
e l’altro idolo d’infamia e vituperio non sa che non gli bisogna aspettar gli
denti de l’evo e la falce di Saturno per esser messo giù: stante che dal suo
encomico me- desimo vien sepolto vivo all’ora all’ora propria che vien lodato,
salutato, nominato, presentato. Come per il contrario è accaduto alla prudenza
di quel tanto ce- lebrato Mecenate, il quale se non avesse avuto altro
splendore che de l’animo inchinato alla protezzione e favor delle Muse, sol per
questo meritò che gl’ingegni de tanti illustri poeti gli dovenessero ossequiosi
a met- terlo nel numero de più famosi eroi che abbiano cal- pestrato il dorso
de la terra. Gli proprii studii et il proprio splendore l’han reso chiaro e
nobilissimo, e non l’esser nato d’atavi regi, non l’esser gran segreta- rio e
consegliero d’Augusto. Quello dico che l’ha fat- to illustrissimo, è l’aversi
fatto degno dell’execuzion della promessa di quel poeta che disse: Fortunati
ambo, si quid mea carmina possuni, nulla dies unquam memori vos eximet aevo,
dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet, imperiumque pater Romanus
habebit. maricondo Mi sovviene di quel che dice Seneca in certa epistola dove
riferisce le paroli d’Epicuro ad un suo amico, che son queste: «Se amor di
gloria ti tocca il petto, più noto e chiaro ti renderanno le mie lettere che
tutte quest’altre cose che tu onori, e dalle quali sei onorato, e per le quali
ti puoi vantare». Similmen- te arria possuto dire Omero se si gli fusse
presentato avanti Achille o Ulisse, Vergilio a Enea et alla sua progenia;
perciò che, come ben suggionse quel filo- sofo morale, «è più conosciuto
Domenea per le lette- re d’Epicuro che tutti gli megistani satrapi e regi, dal-
li quali pendeva il titolo [di] Domenea, e la memoria Letteratura italiana
Einaudi 127 Giordano Bruno - De gl’eroici furori de gli quali venea
suppressa dall’alte tenebre de l’oblio. Non vive Attico per essere genero
d’Agrippa e progenero de Tiberio, ma per l’epistole de Tullio. Druso pronepote
di Cesare non si troverebbe nel nu- mero de nomi tanto grandi, se non vi
l’avesse inserito Cicerone. Oh che ne sopraviene al capo una profon- da altezza
di tempo, sopra la quale non molti ingegni rizzaranno il capo». Or per venire
al proposito di questo furioso il quale vedendo una fenice accesa al sole, si
rammenta del proprio studio, e duolsi che co- me quella per luce et incendio
che riceve, gli rimanda oscuro e tepido fumo di lode dall’olocausto della sua
liquefatta sustanza. Qualmente giamai possiamo non sol raggionare, ma e né men
pensare di cose divine, che non vengamo a detraergli più tosto che aggion-
gergli di gloria: di sorte che la maggior cosa che far si possa al riguardo di
quelle, è che l’uomo in presenza de gli altri uomini vegna più tosto a
magnificar se stesso per il studio et ardire, che donar splendore ad altro per
qualche compita e perfetta azzione. Atteso che cotale non può aspettarsi dove
si fa progresso all’infinito, dove l’unità et infinità son la medesima cosa; e
non possono essere perseguitate dal altro nu- mero, perché non è unità, né da
altra unità perché non è numero, né da altro numero et unità: perché non sono
medesimo absoluto et infinito. Là onde ben disse un teologo che essendo che il
fonte della luce non solamente gli nostri intelletti, ma ancora gli divini di
gran lunga sopraavanza, è cosa conveniente che non con discorsi e paroli, ma
con silenzio vegna ad esser celebrata. cesarino Non già col silenzio de gli
animali bruti et altri che sono ad imagine e similitudine d’uomini: ma di
quelli, il silenzio de quali è più illustre che tutti gli eridi, rumori e
strepiti di costoro che possano esser uditi. Letteratura italiana Einaudi
128 Giordano Bruno - De gl’eroici furori IV. maricondo Ma
procediamo oltre a vedere quel che significa il resto. cesarino Dite se avete
prima considerato e visto quel che voglia dir questo fuoco in forma di core con
quat- tro ali, de le quali due hanno gli occhi, dove tutto il composto è cinto
de luminosi raggi, et hassi in circa scritta la questione: Nitimur in cassum?
maricondo Mi ricordo ben che significa il stato de la mente, core, spirito et
occhi del furioso; ma leggiamo l’articolo: Questa mente ch’aspira al splendor
santo, tant’alti studi disvelar non ponno; il cor, che recrear que’ pensier
vonno, da guai non può ritrarsi più che tanto; il spirto che devria posarsi
alquanto, d’un moment’al piacer non si fa donno; gli occhi ch’esser derrian
chiusi dal sonno tutta la notte son aperti al pianto. Oimè miei lumi con qual
studio et arti tranquillar posso i travagliati sensi? Spirto mio, in qual tempo
et in quai parti mitigarò gli tuoi dolori intensi? E tu, mio cor, come potrò
appagarti di quel ch’al grave tuo suffrir compensi? Quand’i debiti censi
daratti l’alma, o travagliata mente, col cor, col spirto e con gli occhi
dolente? Perché la mente aspira al splendor divino, fugge il consorzio de la
turba, si ritira dalla commune opinio- ne: non solo dico e tanto s’allontana
dalla moltitudine di suggetti, quanto dalla communità de studii, opinio- ni e
sentenze; atteso che per contraer vizii et ignoran- ze tanto è maggior periglio,
quanto è maggior il popo- lo a cui s’aggionge: «Nelli publici spettacoli» disse
il Letteratura italiana Einaudi 129 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori filosofo morale, «mediante il piacere più facilmente gli vizii
s’ingeriscono». Se aspira al splendor alto, riti- resi quanto può all’unità,
contrahasi quanto è possibi- le in se stesso, di sorte che non sia simile a
molti, per- ché son molti; e non sia nemico de molti, perché son dissimili, se
possibil fia serbar l’uno e l’altro bene: al- trimenti s’appiglie a quel che
gli par megliore. – Con- versa con quelli gli quali o lui possa far megliori, o
da gli quali lui possa essere fatto megliore: per splendor che possa donar a
quelli, o da quelli possa ricever lui. Contentesi più d’uno idoneo che de l’inetta
moltitu- dine; né stimarà d’aver acquistato poco quando è do- venuto a tale che
sia savio per sé, sovvenendogli quel che dice Democrito: «Unus mihi pro populo
est, et po- pulus pro uno»; e che disse Epicuro ad un consorte de suoi studii
scrivendo: «Haec tibi, non multis; satis enim magnum alter alteri theatrum
sumus». – La men- te dumque ch’aspira alto, per la prima lascia la cura della
moltitudine, considerando che quella luce spreggia la fatica, e non si trova se
non dove è l’intelli- genza; e non dove è ogni intelligenza: ma quella che è,
tra le poche, principali e prime, la prima, principale et una. cesarino Come
intendi che la mente aspira alto? ver- bigrazia con guardar alle stelle? al
cielo empireo? so- pra il cristallino? maricondo Non certo, ma procedendo al
profondo della mente per cui non fia mistiero massime aprir gli occhi al cielo,
alzar alto le mani, menar i passi al tem- pio, intonar l’orecchie de simulacri,
onde più si ve- gna exaudito: ma venir al più intimo di sé, conside- rando che Dio
è vicino, con sé e dentro di sé, più ch’egli medesimo esser non si possa; come
quello ch’è anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze: atteso
poi che quello che vedi alto o basso, o in circa (come ti piace dire) de gli
astri, son corpi, Letteratura italiana Einaudi 130 Giordano Bruno -
De gl’eroici furori son fatture simili a questo globo in cui siamo noi, e nelli
quali non più né meno è la divinità presente che in questo nostro, o in noi
medesimi. Ecco dumque come bisogna fare primeramente de ritrarsi dalla
moltitudine in se stesso. Appresso deve dovenir a ta- le che non stime ma
spreggie ogni fatica, di sorte che quanto più gli affetti e vizii combattono da
dentro, e gli viziosi nemici contrastano di fuori, tanto più deve respirar e
risorgere, e con uno spirito (se possibil fia) superar questo clivoso monte.
Qua non bisognano altre armi e scudi che la grandezza d’un animo invit- to, e
toleranza de spirito che mantiene l’equalità e te- nor della vita, che procede
dalla scienza, et è regolato da l’arte di specolar le cose alte e basse, divine
et umane, dove consiste quel sommo bene. Per cui dis- se un filosofo morale che
scrisse a Lucilio: «non biso- gna tranar le Scille, le Cariddi, penetrar gli
deserti de Candavia et Apennini, o lasciarsi a dietro le Sirti: perché il
camino è tanto sicuro e giocondo quanto la natura medesima abbia possuto
ordinare. Non è» di- ce egli «l’oro et argento che faccia simile a Dio, per-
ché non fa tesori simili; non gli vestimenti, perché Dio è nudo; non la ostentazione
e fama, perché si mostra a pochissimi, e forse che nessuno lo conosce, e certo
molti, e più che molti hanno mala opinion de lui»; non tante e tante altre
condizioni de cose che noi ordinariamente admiriamo: perché non queste cose
delle quali si desidera la copia ne rendeno tal- mente ricchi, ma il dispreggio
di quelle. cesarino Bene: ma dimmi appresso in qual maniera costui
“Tranquillarà gli sensi”, “mitigarà gli dolori del spirito”, “appagarà il core”
e “darà gli proprii censi a la mente”, di sorte che con questo suo aspirare e
stu- dii non debba dire «Nitimur in cassum»? maricondo Talmente trovandosi
presente al corpo che con la meglior parte di sé sia da quello absente,
Letteratura italiana Einaudi 131 Giordano Bruno - De gl’eroici furori
farsi come con indissolubil sacramento congionto et alligato alle cose divine,
di sorte che non senta amor né odio di cose mortali, considerando d’esser
maggio- re che esser debba servo e schiavo del suo corpo: al quale non deve
altrimente riguardare che come carce- re che tien rinchiusa la sua libertade,
vischio che tiene impaniate le sue penne, catena che tien strette le sue mani,
ceppi che han fissi gli suo piedi, velo che gli tien abbagliata la vista. Ma
con ciò no sia servo, catti- vo, invecchiato, incatenato, discioperato, saldo e
cie- co: perché il corpo non gli può più tiranneggiare ch’egli medesimo si
lasce; atteso che cossì il spirito proporzionalmente gli è preposto, come il
mondo corporeo e materia è suggetta alla divinitade et a la natura. Cossì farassi
forte contra la fortuna, magnani- mo contra l’ingiurie, intrepido contra la
povertà, morbi e persecuzioni. cesarino Bene instituito il furioso eroico. V.
cesarino Appresso veggasi quel che seguita. Ec- co la ruota del tempo affissa,
che si muove circa il centro proprio: e vi è il motto: Manens moveor; che
intendete per quella? maricondo Questo vuol dire che si muove in circolo: dove
il moto concorre con la quiete, atteso che nel moto orbiculare sopra il proprio
asse e circa il pro- prio mezzo si comprende la quiete e fermezza secon- do il
moto retto; over quiete del tutto, e moto secon- do le parti; e da le parti che
si muoveno in circolo si apprendeno due differenze di Nazione, in quanto che
successivamente altre parti montano alla sommità, al- tre dalla sommità
descendeno al basso; altre ottegno- no le differenze medianti, altre tegnono
l’estremo dell’alto e del fondo. E questo tutto mi par che como- damente viene
a significare quel tanto che s’esplica nel seguente articolo: Letteratura
italiana Einaudi 132 Giordano Bruno - De gl’eroici furori Quel
ch’il mio cor aperto e ascoso tiene, beltà m’imprime et onestà mi cassa; zelo
ritiemmi, altra cura mi passa per là d’ond’ogni studio a l’alma viene: quando
penso suttrarmi da le pene, speme sustienmi, altrui rigor mi lassa; amor
m’inalz’e riverenz’abbassa allor ch’aspiro a l’alt’e sommo bene. Alto pensier,
pia voglia, studio intenso de l’ingegno, del cor, de le fatiche, a l’ogetto
inmortal, divin, inmenso fate ch’aggionga, m’appiglie e nodriche; né più la
mente, la raggion, il senso in altro attenda, discorra, s’intriche. Onde di me
si diche: costui or ch’hav’affissi gli occhi al sole, che fu rival d’Endimion
si duole. Cossì come il continuo moto d’una parte suppone e mena seco il moto
del tutto, di maniera che dal ribut- tar le parti anteriori sia conseguente il
tirar de le parti posteriori: cossì il motivo de le parti superiori resulta
necessariamente nell’inferiori, e dal poggiar d’una po- tenza opposita seguita
l’abbassar de l’altra opposita. Quindi viene il cor (che significa tutti
l’affetti in gene- rale) ad essere ascoso et aperto; ritenuto dal zelo, sol-
levato da magnifico pensiero; rinforzato da la speran- za, indebolito dal
timore. Et in questo stato e condizione si vederà sempre che trovarassi sotto il
fa- to della generazione. VI. cesarino Tutto va bene; vengamo a quel che sé-
guita. Veggio una nave inchinata su il onde; et ha le sarte attaccate a lido et
ha il motto: Fluctuat in portu. Argumentate quel che può significare: e se ne
siete ri- soluto, esplicate. Letteratura italiana Einaudi 133
Giordano Bruno - De gl’eroici furori maricondo E la figura et il motto ha
certa parentela col precedente motto e figura, come si può facilmente
comprendere se alquanto si considera. Ma leggiamo l’articolo: Se da gli eroi,
da gli dèi, da le genti assicurato son che non desperi; né téma, né dolor, né
impedimenti de la morte, del corpo, de piaceri fia ch’oltre apprendi, che
soffrisca e senti; e perché chiari vegga i miei sentieri, faccian dubio, dolor,
tristezza spenti speranza, gioia e gli diletti intieri. Ma se mirasse, facesse,
ascoltasse miei pensier, miei desii e mie raggioni, chi le rende sì ’ncerti,
ardenti e casse, sì graditi concetti, atti, sermoni, non sa, non fa, non ha
qualumque stassi de l’orto, vita e morte a le maggioni. Ciel, terr’, orco
s’opponi; s’ella mi splend’, e accend’, et emmi a lato, farammi illustre,
potente e beato. Da quel che ne gli precedenti discorsi abbiamo consi- derato e
detto si può comprendere il sentimento di ciò, massime dove si è dimostrato che
il senso di cose basse è attenuato et annullato dove le potenze supe- riori
sono gagliardamente intente ad oggetto più ma- gnifico et eroico. E tanta la
virtù della contemplazio- ne (come nota lamblice) che accade tal volta non solo
che l’anima ripose da gli atti inferiori, ma et oltre la- scie il corpo a
fatto. Il che non voglio intendere altri- menti che in tante maniere quali sono
esplicate nel li- bro De’ trenta sigilli, dove son prodotti tanti modi di
contrazzione. De quali alcune vituperosa, altre eroica- mente fanno che non
s’apprenda téma di morte, non Letteratura italiana Einaudi 134
Giordano Bruno - De gl’eroici furori si soffrisca dolor di corpo, non si
sentano impedimen- ti di piaceri: onde la speranza, la gioia, e gli diletti del
spirto superiore siano di tal sorte intenti, che faccian spente le passioni
tutte che possano aver origine da dubbio, dolore e tristezza alcuna. cesarino
Ma che cosa è quella da cui richiede che mi- re a que’ pensieri ch’ha resi
cossì incerti, compisca gli suoi desii che fa sì ardenti, et ascolte le sue
raggioni che rende sì casse? maricondo Intende l’oggetto il quale allora il
mira, quando esso se gli fa presente; atteso che veder la di- vinità è l’esser
visto da quella, come vedere il sole concorre con l’esser visto dal sole;
parimente essere ascoltato dalla divinità è a punto ascoltar quella, et es- ser
favorito da quella è il medesimo esporsegli; dalla quale una medesima et
immobile procedono pensieri incerti e certi, desii ardenti et appagati, e raggioni
exaudite e casse: secondo che degna, o indegnamente l’uomo se gli presenta con
l’intelletto, affetto et azzio- ni. Come il medesimo nocchiero vien detto
caggione della summersione o salute della nave, per quanto che o è a quella
presente, overo da quella trovasi absente; eccetto che il nocchiero per suo
diffetto o compimen- to ruina e salva la nave: ma la divina potenza che è tutta
in tutto, non si porge o suttrae se non per altrui conversione o aversione.
VII. maricondo Con questa dumque mi par ch’abbia gran concatenazione e
conseguenza la figura seguen- te, dove son due stelle in forma de doi occhi
radianti con il suo motto che dice: Mors et vita. cesarino Leggete dumque
l’articolo. maricondo Cossì farò: Per man d’amor scritto veder potreste nel
volto mio l’istoria de mie pene; Letteratura italiana Einaudi 135
Giordano Bruno - De gl’eroici furori ma tu perché il tuo orgoglio non si
affrene et io infelice eternamente reste, a le palpebre belle a me moleste
asconder fai le luci tant’amene, ond’il turbato ciel non s’asserene, né caggian
le nemiche ombre funeste. Per la bellezza tua, per l’amor mio, ch’a quella
(benché tanta) è forse uguale, rèndite a la pietà (diva) per dio. Non prolongar
il troppo intenso male, ch’è del mio tanto amar indegno fio: non sia tanto
rigor con splender tale. Se ch’io viva ti cale, del grazioso sguardo apri le
porte: mirami, o bella, se vuoi darmi morte. Qua il “volto in cui riluce
l’istoria de sue pene”, è l’anima, in quanto che è esposta alla recepzion de
do- ni superiori, al riguardo de quali è in potenza et atti- tudine, senza
compimento di perfezzione et atto: il qual aspetta la ruggiada divina. Onde ben
fu detto: «Anima mea sicut terra sine aqua tibi». Et altrove: «Os meum aperui
et attraxi spiritum, quia mandata tua de- siderabam». Appresso, l’“orgoglio che
non s’affrena” è detto per metafora e similitudine (come de Dio tal volta si
dice gelosia, ira, sonno): e quello significa la difficultà con la quale egli
fa copia di far veder al me- no le sue spalli, che è il farsi conoscere
mediante le cose posteriori, et effetti. Cossì copre le luci con le palpebre,
non asserena il turbato cielo de la mente umana, per toglier via l’ombra de gli
enigmi e simili- tudini. – Oltre (perché non crede che tutto quel che non è non
possa essere) priega la divina luce che “per la sua bellezza” la quale non deve
essere a tutti occol- ta, almeno secondo la capacità de chi la mira, e “per il
suo amore che forse a tanta bellezza è uguale” (uguale Letteratura italiana
Einaudi 136 Giordano Bruno - De gl’eroici furori intende de la
beltade in quanto che la se gli può far comprensibile), che “si renda alla
pietà”, cioè che fac- cia come quelli che son piatosi, quali da ritrosi e schi-
vi si fanno graziosi et affabili: e che “non prolonghe il male” che avviene da
quella privazione; e non per- metta che il suo “splendor” per cui è desiderata,
ap- paia maggiore che il suo amore con cui si communi- che: stante che tutte le
perfezzioni in lei non solamente sono uguali, ma ancor medesime. – Al fine la
ripriega che non oltre l’attriste con la privazione; perché potrà ucciderlo con
la luce de suoi sguardi, e con que’medesimi donargli vita: e però non lo lasce
a la morte con ciò che le amene luci siano ascose da le palpebre. cesarino Vuol
dire quella morte de amanti che proce- de da somma gioia, chiamata da Cabalisti
mors oscu- ri? la qual medesima è vita eterna, che l’uomo può aver in
disposizione in questo tempo, et in effetto nell’eternità? maricondo Cossì è.
VIII. cesarino Ma è tempo di procedere a conside- rar il seguente dissegno
simile a questi prossimi avan- ti rapportati, con li quali ha certa
conseguenza. Vi è un’aquila che con due ali s’appiglia al cielo; ma non so come
e quanto vien ritardata dal pondo d’una pie- tra che tien legata a un piede. Et
èvvi il motto: Scindi- tur incertum. E certo significa la moltitudine, numero e
volgo delle potenze de l’anima; alla significazion della quale è preso quel
verso: Scinditur incertum studia in contraria vulgus. Il qual volgo tutto
generalmente è diviso in due faz- zioni (quantumque subordinate a queste non
manca- no de l’altre), de le quali altre invitano a l’alto dell’in- Letteratura
italiana Einaudi 137 Giordano Bruno - De gl’eroici furori
telligenza e splendore di giustizia; altre allettano, inci- tano e forzano in
certa maniera al basso, alle sporcizie delle voluttadi, e compiacimenti de
voglie naturali. Onde dice l’articolo: Bene far voglio, e non mi vien permesso;
meco il mio sol non è, bench’io sia seco, che per esser con lui, non son più
meco, ma da me lungi, quanto a lui più presso. Per goder una volta, piango
spesso; cercando gioia, afflizzion mi reco; perché veggio tropp’alto, son sì
cieco; per acquistar mio ben, perdo me stesso. Per amaro diletto, e dolce pena,
impiombo al centro, e vers’il ciel m’appiglio; necessità mi tien, bontà mi
mena; sorte m’affonda, m’inalza il consiglio; desio mi sprona, et il timor
m’affrena; cura m’accende, e fa tard’il periglio. Qual dritto o divertiglio mi
darà pace, e mi terrà de lite, s’avvien ch’un sì mi scacce, e l’altro invite?
L’ascenso procede nell’anima dalla facultà et appulso ch’è nell’ali, che son
l’intelletto et intellettiva volonta- de, per le quali essa naturalmente si
riferisce et ha la sua mira a Dio come a sommo bene e primo vero, co- me
all’absoluta bontà e bellezza. Cossì come ogni co- sa naturalmente ha impeto
verso il suo principio re- gressivamente, e progressivamente verso il suo fine
e perfezzione, come ben disse Empedocle; da la cui sentenza mi par che si possa
inferire quel che disse il Nolano in questa ottava: Convien ch’il sol d’onde
parte raggiri, e al suo principio i discorrenti lumi; Letteratura italiana
Einaudi 138 Giordano Bruno - De gl’eroici furori e ’l ch’è di
terra, a terra si retiri, e al mar corran dal mar partiti fiumi, et ond’han
spirto e nascon i desiri aspiren come a venerandi numi: cossì dalla mia diva
ogni pensiero nato, che torne a mia diva è mistiero. La potenza intellettiva
mai si quieta, mai s’appaga in verità compresa, se non sempre oltre et oltre
procede alla verità incomprensibile: cossì la volontà che ségui- ta
l’apprensione, veggiamo che mai s’appaga per cosa finita. Onde per conseguenza
non si riferisce l’essenza de l’anima ad altro termine che al fonte della sua
su- stanza et entità. Per le potenze poi naturali, per le quali è convertita al
favore e governo della materia, viene a referirse et aver appulso, a giovare et
a comu- nicar de la sua perfezzione a cose inferiori, per la si- militudine che
ha con la divinità, che per la sua bon- tade si comunica o infinitamente producendo,
idest communicando l’essere a l’universo infinito, e mondi innumerabili in
quello; o finitamente, producendo so- lo questo universo suggetto alli nostri
occhi e comun raggione. Essendo dumque che nella essenza unica de l’anima se
ritrovano questi doi geni de potenze, se- condo che è ordinata et al proprio e
l’altrui bene, ac- cade che si depinga con un paio d’ali, mediante le quali è
potente verso l’oggetto delle prime et immate- riali potenze; e con un greve
sasso, per cui è atta et ef- ficace verso gli oggetti delle seconde e materiali
po- tenze. Là onde procede che l’affetto intiero del furioso sia ancipite,
diviso, travaglioso, e messo in fa- cilità de inchinare più al basso, che di
forzarsi ad alto: atteso che l’anima si trova nel paese basso e nemico, et
ottiene la regione lontana dal suo albergo più natu- rale, dove le sue forze
son più sceme. cesarino Credi che a questa difficultà si possa riparare?
Letteratura italiana Einaudi 139 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori maricondo Molto bene; ma il principio è durissimo, e secondo che si fa
più e più fruttifero progresso di contemplazione, si doviene a maggiore e
maggior fa- cilità. Come avviene a chi vola in alto, che quanto più s’estoglie
da la terra, vien ad aver più aria sotto che lo sustenta, e conseguentemente
meno vien fastidito dal- la gravità; anzi tanto può volar alto, che senza
fatica de divider l’aria non può tornar al basso, quantunque giudicasi che più
facil sia divider l’aria profondo ver- so la terra, che alto verso l’altre stelle.
cesarino Tanto che col progresso in questo geno, s’acquista sempre maggiore e
maggiore facilità di montare in alto? maricondo Cossì è; onde ben disse il
Tansillo: Quanto più sott’il pie l’aria mi scorgo, più le veloci penne al vento
porgo: e spreggio il mondo, e verso il ciel m’invio. Come ogni parte de corpi e
detti elementi quanto più s’avvicina al suo luogo naturale, tanto con maggior
impeto e forza va, sin tanto che al fine (o voglia o non) bisogna che vi
pervegna. Qualmente dumque veggiam nelle parti de corpi a gli proprii corpi,
cossì doviam giudicare de le cose intellettive verso gli pro- prii oggetti,
come proprii luoghi, patrie e fini. Da qua facilmente possete comprendere il
senso intiero signi- ficato per la figura, per il motto e per gli carmi.
cesarino Di sorte che quanto vi s’aggiongesse, tanto mi parrebe soverchio. IX.
cesarino Vedasi ora quel che vien presentato per quelle due saette radianti
sopra una targa, circa la quale è scritto Vicit instans. maricondo La guerra
continua tra l’anima del furioso la qual gran tempo per la maggior familiarità
che avea Letteratura italiana Einaudi 140 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori con la materia, era più dura et inetta ad esser penetra- ta da
gli raggi del splendor della divina intelligenza e spezie della divina bontade;
per il qual spacio dice ch’il cor smaltato de diamante, cioè l’affetto duro et
inetto ad esser riscaldato e penetrato, ha fatto riparo a gli colpi d’amore che
aportavano gli assalti da parti innumerabili. Vuol dire non ha sentito impiagarsi
da quelle piaghe de vita eterna de le quali parla la Canti- ca quando dice:
«Vulnerasti cor meum, o dilecta, vul- nerasti cor meum». Le quali piaghe non
son di ferro, o d’altra materia, per vigor e forza de nervi; ma son freccie de
Diana o di Febo: cioè o della dea de gli de- serti della contemplazione de la
Veritade, cioè della Diana che è l’ordine di seconde intelligenze che ri-
portano il splender ricevuto dalla prima, per comuni- carlo a gli altri che son
privi de più aperta visione; o pur del nume più principale Apollo, che con il
pro- prio e non improntato splendore manda le sue saette, cioè gli suoi raggi,
da parti innumerabili tali e tante che son tutte le specie delle cose, le quali
son indica- trici della divina bontà, intelligenza, beltade e sapien- za,
secondo diversi ordini dall’apprension dovenir fu- riosi amanti, percioché
l’adamantino suggetto non ripercuota dalla sua superficie il lume impresso: ma
rammollato e domato dal calore e lume, vegna a farsi tutto in sustanza
luminoso, tutto luce, con ciò che ve- gna penetrato entro l’affetto e concetto.
Questo non è subito nel principio della generazione quando l’anima di fresco
esce ad esser inebriata di Lete et imbibita de l’onde de l’oblio e confusione:
onde il spirito vien più cattivato al corpo e messo in essercizio della vegeta-
zione, et a poco a poco si va digerendo per esser atto a gli atti della
sensitiva facultade, sin tanto che per la razionale e discorsiva vegna a più
pura intellettiva, onde può introdursi a la mente e non più sentirsi an-
nubilata per le fumositadi di quell’umore che per Letteratura italiana Einaudi
141 Giordano Bruno - De gl’eroici furori l’exercizio di
contemplazione non s’è putrefatto nel stomaco, ma è maturamente digesto. –
Nella qual di- sposizione il presente furioso mostra aver durato “sei lustri”,
nel discorso de quali non era venuto a quella purità di concetto che potesse
farsi capace abitazione delle specie peregrine, che offrendosi a tutte ugual-
mente batteno sempre alla porta de l’intelligenza. Al fine l’amore che da
diverse parti et in diverse volte l’avea assaltato come in vano (qualmente il
sole in va- no se dice lucere e scaldare a quelli che son nelle vi- scere de la
terra et opaco profondo), per essersi “ac- campato in quelle luci sante”, cioè
per aver mostrato per due specie intelligibili la divina bellezza, la quale con
la raggione di verità gli legò l’intelletto e con la raggione di bontà
scaldògli l’affetto, vennero superari gli “studi” materiali e sensitivi che
altre volte soleano come trionfare, rimanendo (a mal grado de l’eccellen- za de
l’anima) intatti; perché quelle luci che facea pre- sente l’intelletto agente
illuminatore e sole d’intelli- genza, ebbero “facile entrata” per le sue luci
(quella della verità per la porta de la potenza intellettiva, quella della
bontà per la porta della potenza appetiti- va) “al core”, cioè alla sustanza
del generale affetto. Questo fu “quel doppio strale che venne” come “da man de
guerriero irato”, cioè più pronto, più efficace, più ardito, che per tanto
tempo innanzi s’era dimo- strato come più debole o negligente. Allora quando
primieramente fu sì scaldato et illuminato nel concet- to, fu quello vittorioso
punto e momento, per cui è detto: “Vicit instans”. Indi possete intendere il
senso della proposta figura, motto, et articolo che dice: Forte a i colpi
d’amor feci riparo quand’assalti da parti varie e tante soffers’il cor smaltato
di diamante; ond’i miei studi de suoi trionfare. Letteratura italiana Einaudi
142 Giordano Bruno - De gl’eroici furori Al fin (come gli cieli
destinaro) un dì accampossi in quelle luci sante, che per le mie sole tra tutte
quante facil entrata al cor mio ritrovare. Indi mi s’avventò quel doppio
strale, che da man di guerrier irato venne, qual sei lustri assalir mi seppe male:
notò quel luogo, e forte vi si tenne, piantò ’l trofeo di me là d’onde vale
tener ristrette mie fugaci penne. Indi con più sollenne apparecchio, mai
cessano ferire mio cor, del mio dolce nemico l’ire. Singular instante fu il
termine del cominciamento e perfezzione della vittoria. Singulari gemine specie
fu- ron quelle, che sole tra tutte quante trovaro facile en- trata; atteso che
quelle contegnono in sé l’efficacia e virtù de tutte l’altre: atteso che qual
forma megliore e più eccellente può presentarsi che di quella bellezza, bontà e
verità, la quale è il fonte d’ogn’altra verità, bontà, beltade? “Notò quel
luogo”, prese possessione de l’affetto, rimarcollo, impressevi il carattere di
sé; “e forte vi si tenne”, e se l’ha confirmato, stabilito, sancito di sorte
che non possa più perderlo: percio- ché è impossibile che uno possa voltarsi ad
amar altra cosa quando una volta ha compreso nel concetto la bellezza divina.
Et è impossibile che possa far di non amarla, come è impossibile che
nell’appetito cada al- tro che bene o specie di bene. E però massimamente deve
convenire l’appetenzia del sommo bene. Cossì “ristrette” son le “penne” che
soleano esser “fugaci” concorrendo giù col pondo della materia. Cossì da là
“mai cessano ferire”, sollecitando l’affetto e risve- gliando il pensiero, le
“dolci ire”, che son gli efficaci assalti del grazioso nemico, già tanto tempo
ritenuto Letteratura italiana Einaudi 143 X. escluso, straniero e
peregrino. È ora unico et intiero possessore e disponitor de l’anima; perché
ella non vuole, né vuol volere altro; né gli piace, né vuol che gli piaccia
altro, onde sovente dica: Dolci ire, guerra dolce, dolci dardi, dolci mie
piaghe, miei dolci dolori. cesarino Non mi par che rimagna cosa da consi- derar
oltre in proposito di questo. Veggiamo ora que- sta faretra et arco d’amore,
come mostrano le faville che sono in circa, et il nodo del laccio che pende:
con il motto che è, Subito, clam. Giordano Bruno - De gl’eroici furori
maricondo Assai mi ricordo d’averlo veduto espresso ne l’articolo; però
leggiamolo prima: Avida di trovar bramato pasto, l’aquila vers’il ciel ispiega
l’ali, facend’accorti tutti gli animali, ch’al terzo volo s’apparecchia al
guasto. E del fiero leon ruggito vasto fa da l’alta spelunca orror mortali,
onde le belve presentando i mali fuggon a gli antri il famelico impasto. E ’l
ceto quando assalir vuol l’armento muto di Proteo da gli antri di Teti, pria fa
sentir quel spruzzo violento. Aquile ’n ciel, leoni in terr’e i ceti signor’ in
mar, non vanno a tradimento: ma gli assalti d’amor vegnon secreti. Lasso, que’
giorni lieti troncommi l’efficacia d’un instante, che femmi a lungo infortunato
amante. Tre sono le regioni de gli animanti composti de più elementi: la terra,
l’acqua, l’aria. Tre son gli geni de Letteratura italiana Einaudi 144
Giordano Bruno - De gl’eroici furori quelli: fiere, pesci et ucelli. In
tre specie sono gli prìn- cipi conceduti e definiti dalla natura: ne l’aria
l’aquila, ne la terra il leone, ne l’acqua il ceto: de quali ciascu- no come
dimostra più forza et imperio che gli altri, viene anco a far aperto atto di
magnanimità, o simile alla magnanimità. Percioché è osservato che il leone,
prima che esca a la caccia, manda un ruggito forte che fa rintonar tutta la
selva, come de l’erinnico cacciato- re nota il poetico detto: At saeva e
speculis tempus dea nacta nocendi, ardua testa petit, stabuli et de culmine
summo pastorale canit signum, cornuque recurvo tartaream intendit vocem, qua
protinus omne contremuit nemus, et silvae intonuere profundae. De l’aquila
ancora si sa che volendo procedere alla sua venazione, prima s’alza per dritto
dal nido per li- nea perpendicolare in alto, e quasi per l’ordinario la terza
volta si balza da alto con maggior impeto e pre- stezza che se volasse per
linea piana; onde dal tempo in cui cerca il vantaggio della velocità del volo,
pren- de anco comodità di specular da lungi la preda, della quale o despera o
si risolve dopo fatte tre remirate. cesarino Potremmo conietturare per qual
caggione, se alla prima si presentasse a gli occhi la preda, non viene subito a
lanciarsegli sopra? maricondo Non certo. Ma forse che ella sin tanto di-
stingue se si gli possa presentar megliore o più como- da preda. Oltre non
credo che ciò sia sempre, ma per il più ordinario. Or venemo a noi. Del ceto o
balena è cosa aperta che per essere un machinoso animale non può divider
l’acqui se non con far che la sua presenza sia presentita dal ributto de
l’onde: senza questo, che si trovano assai specie di questo pesce che con il
moto e respirar che fanno, egurgitano una ventosa tempesta Letteratura italiana
Einaudi 145 Giordano Bruno - De gl’eroici furori di spruzzo
acquoso. Da tutte dumque le tre specie de principi animali hanno facultà di
prender tempo di scampo gli animali inferiori: di sorte che non proce- dono
come subdoli e traditori. Ma l’Amor che è più forte e più grande, e che ha
domìno supremo in cielo, in terra et in mare, e che per similitudine di questi
forse derrebe mostrar tanto più eccellente magnani- mità quanto ha più forza, niente
di manco assalta e fe- re a l’improvisto e subito. Labitur totas furor in
medullas, igne furtivo populante venas, nec habet latam data plaga frontem; sed
vorat tectas penitus medullas, virginum ignoto ferit igne pectus. Come vedete,
questo tragico poeta lo chiama “furtivo fuoco”, “ignote fiamme”; Salomone lo
chiama “acqui furtive”, Samuele lo nomò “sibilo d’aura sottile”. Li quali tre
significano con qual dolcezza, lenità et astu- zia, in mare, in terra, in
cielo, viene costui a (come) ti- ranneggiar l’universo. cesarino Non è più
grande imperio, non è tirannide peggiore, non è meglior domino, non è potestà
più necessaria, non è cosa più dolce e suave, non si trova cibo che sia più
austero et amaro, non si vede nume più violento, non è dio più piacevole, non
agente più traditore e finto, non autor più regale e fidele, e (per finirla) mi
par che l’amor sia tutto, e faccia tutto; e de lui si possa dir tutto, e tutto
possa attribuirsi a lui. maricondo Voi dite molto bene. L’amor dumque (come
quello che opra massime per la vista, la quale è spiritua- lissimo de tutti gli
sensi, per che subito monta sin alli appresi margini del mondo, e senza
dilazion di tempo si porge a tutto l’orizonte della visibilità) viene ad esser
presto, furtivo, improvisto e subito. Oltre è da conside- Letteratura italiana
Einaudi 146 Giordano Bruno - De gl’eroici furori rare quel che
dicono gli antichi, che l’amor precede tut- ti gli altri dèi; però non fia
mestiero de fingere che Sa- turno gli mostre il camino, se non con seguitarlo.
Ap- presso, che bisogna cercar se l’amore appaia e facciasi prevedere di fuori,
se il suo alloggiamento è l’anima me- desima, il suo letto è l’istesso core, e
consiste nella me- desima composizione de nostra sustanza, nel medesimo appulso
de nostre potenze? Finalmente ogni cosa natu- ralmente appete il bello e buono,
e però non vi bisogna argumentare e discorrere perché l’affetto si informe e
conferme; ma subito et in uno instante l’appetito s’ag- gionge a l’appetibile,
come la vista al visibile. XI. cesarino Veggiamo appresso che voglia dir quella
ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova plaga loco?.
Dechiarate che luogo cerca que- sta per ferire. maricondo Non bisogna far altro
che leggere l’artico- lo, che dice cossì: Che la bogliente Puglia o Libia mieta
tante spiche, et areste tante a i venti commetta, e mande tanti rai lucenti da
sua circonferenza il gran pianeta, quanti a gravi doler quest’alma lieta (che
sì triste si gode in dolci stenti) accoglie da due stelle strali ardenti, ogni
senso e raggion creder mi vieta. Che tenti più, dolce nemico, Amore? qual
studio a me ferir oltre ti muove, or ch’una piaga è fatto tutto il core? Poiché
né tu, né altro ha un punto, dove per stampar cosa nuova, o punga, o fóre,
volta volta sicur or l’arco altrove. Non perder qua tue prove, per che, o bel
dio, se non in vano, a torto oltre tenti amazzar colui ch’è morto. Letteratura
italiana Einaudi 147 Giordano Bruno - De gl’eroici furori Tutto
questo senso è metaforico come gli altri, e può es- ser inteso per il
sentimento di quelli. Qua la moltitudine de strali che hanno ferito e feriscono
il core significa gl’innumerabili individui e specie de cose, nelle quali ri-
luce il splendor della divina beltade, secondo gli gradi di quelle, et onde ne
scalda l’affetto del proposto et ap- preso bene. De quali l’un e l’altro per le
raggioni de po- tenzia et atto, de possibilità et effetto, e cruciano e con-
solano, e donano senso di dolce e fanno sentir l’amaro. Ma dove l’affetto
intiero è tutto convertito a Dio, cioè all’idea de le idee, dal lume de cose
intelligibili la mente viene exaltata alla unità super essenziale, è tutta
amore, tutta una, non viene ad sentirsi sollecitata da diversi og- getti che la
distrahano: ma è una sola piaga, nella quale concorre tutto l’affetto, e che
viene ad essere la sua me- desima affezzione. Allora non è amore o appetito di
co- sa particolare che possa sollecitare, né almeno farsi in- nanzi a la
voluntade, perché non è cosa più retta ch’il dritto, non è cosa più bella che
la bellezza, non è più buono che la bontà, non si trova più grande che la gran-
dezza, né cosa più lucida che quella luce, la quale con la sua presenza oscura
e cassa gli lumi tutti. cesarino Al perfetto, se è perfetto, non è cosa che si
possa aggiongere: però la volontà non è capace d’al- tro appetito, quando
fiagli presente quello ch’è del perfetto, sommo, e massimo. Intendere dumque
pos- so la conclusione, dove dice a l’amore: “Non perder qua tue prove; perché,
se non in vano, a torto” (si di- ce per certa similitudine e metafora) “tenti
ammazzar colui ch’è morto”. Cioè quello che non ha più vita né senso circa
altri oggetti, onde da quelli possa esser “punto” o “forato”; a che oltre viene
ad essere espo- sto ad altre specie? e questo lamento accade a colui che, avendo
gusto de l’optima unità, vorrebe essere al tutto exempto et abstratto dalla
moltitudine. maricondo Intendete molto bene. Letteratura italiana Einaudi
148 Giordano Bruno - De gl’eroici furori XII. cesarino Or ecco
appresso un fanciullo dentro un battello che sta ad ora ad ora per essere
assorbito, da l’onde tempestose, che languido e lasso ha aban- donati gli remi.
Et èvvi circa lo motto Fronti nulla fi- des. Non è dubio che questo significhe
che lui dal se- reno aspetto de l’acqui fu invitato a solcar il mare infido; il
quale a l’improviso avendo inturbidato il volto, per estremo e mortal spavento,
e per impotenza di romper l’impeto, gli ha fatto dismetter il capo, braccia, e
la speranza. Ma veggiamo il resto: Gentil garzon che dal lido scioglieste la
pargoletta barca, e al remo frale, vago del mar l’indotta man porgeste, or sei
repente accorto del tuo male. Vedi del traditor l’onde funeste la prora tua,
ch’o troppo scend’o sale; né l’alma vinta da cure moleste, contra gli obliqui e
gonfii flutti vale. Cedi gli remi al tuo fero nemico, e con minor pensier la
morte aspetti, che per non la veder gli occhi ti chiudi. Se non è presto alcun
soccorso amico, sentirai certo or or gli ultimi effetti de tuoi si rozzi e
curiosi studi. Son gli miei fati crudi simili a’ tuoi, perché vago d’Amore
sento il rigor del più gran traditore. In qual maniera e perché l’amore sia
traditore e frodu- lento l’abbiamo poco avanti veduto: ma perché veggio il
seguente senza imagine e motto, credo che abbia con- seguenza con il presente;
però continuano leggendolo: Lasciato il porto per prova e per poco, feriando da
studi più maturi, Letteratura italiana Einaudi 149 Giordano Bruno -
De gl’eroici furori ero messo a mirar quasi per gioco: quando viddi repente i
fati duri. Quei sì m’han fatto violento il foco, ch’in van ritento a i lidi più
sicuri, in van per scampo man piatosa invoco, perché al nemico mio ratto mi
furi. Impotent’a suttrarmi, roco e lasso io cedo al mio destino, e non più
tento di far vani ripari a la mia morte: facciami pur d’ogni altra vita casso,
e non più tarde l’ultimo tormento, che m’ha prescritto la mia fera sorte. Tipo
di mio mal forte è quel che si commese per trastullo al sen nemico, improvido
fanciullo. Qua non mi confido de intendere o determinar tutto quel che
significa il furioso: pure è molto espressa una strana condizione d’un animo
dismesso dall’appren- sion della difficultà de l’opra, grandezza della fatica,
vastità del lavoro da un canto; e da un altro, l’igno- ranza, privazion de
l’arte, debolezza de nervi, e peri- glio di morte. Non ha consiglio atto al
negocio; non si sa d’onde e dove debba voltarsi, non si mostra luogo di fuga o
di rifugio; essendo che da ogni parte minac- ciano l’onde de l’impeto
spaventoso e mortale. «Igno- ranti portum, nullus suus ventus est». Vede colui
che molto e pur troppo s’è commesso a cose fortuite, s’aver edificato la
perturbazione, il carcere, la ruina, la summersione. Vede come la fortuna si
gioca di noi; la qual ciò che ne mette con gentilezza in mano, o lo fa rompere
facendolo versar da le mani istesse, o fa che da l’altrui violenza ne sia
tolto, o fa che ne suffo- che et avvelene, o ne sollecita con la suspizione,
timo- re e gelosia, a gran danno e ruina del possessore. “Fortunae an ulla
putatis dona carere dolis?” Or, per- Letteratura italiana Einaudi 150
Giordano Bruno - De gl’eroici furori ché la fortezza che non può far
esperienza di sé, è cas- sa; la magnanimità che non può prevalere, è nulla, et
è vano il studio senza frutto; vede gli effetti del timore del male, il quale è
peggio ch’il male istesso: “Peior est morte timor ipse mortis”. Già col timore
patisce tutto quel che teme de patire, orror ne le membra, imbecil- lità ne gli
nervi, tremor del corpo, anxia del spirito; e si fa presente quel che non gli è
sopragionto ancora, et è certo peggiore che sopragiongere gli possa: che cosa
più stolta che dolere per cosa futura, absente, e la qual presente non si
sente? Queste son considera- zioni su la superficie e l’istoriale de la figura.
Ma il proposito del furioso eroico penso che verse circa l’imbecillità de
l’ingegno umano il quale attento a la divina impresa in un subito talvolta si
trova ingolfato nell’abisso della eccellenza incomprensibile, onde il senso et
imaginazione vien confusa et assorbita, che non sapendo passar avanti, né
tornar a dietro, né do- ve voltarsi, svanisce e perde l’esser suo non
altrimenti che una stilla d’acqua che svanisce nel mare, o un pic- ciol spirito
che s’attenua perdendo la propria sustan- za nell’aere spacioso et inmenso. maricondo
Bene: ma andiamone discorrendo verso la stanza, perché è notte. fine del primo
dialogo Letteratura italiana Einaudi mariconda Qua vedete un giogo
fiammeggiante et avolto de lacci, circa il quale è scritto Levius aura; che
vuol significar come l’amor divino non aggreva, non trasporta il suo servo,
cattivo e schiavo al basso, al fondo: ma l’inalza, lo sulleva, il magnifica
sopra qual- sivoglia libertade. cesarino Priegovi leggiamo presto l’articolo,
perché con più ordine, proprietà e brevità possiamo conside- rar il senso, se
pur in quello non si trova altro. mariconda Dice cossì: Chi femmi ad alt’amor
la mente desta, chi fammi ogn’altra diva e vile e vana, in cui beltad’ e la
bontà sovrana unicamente più si manifesta; quell’è ch’io viddi uscir da la foresta,
cacciatrice di me la mia Diana, tra belle ninfe su l’aura Campana, per cui
dissi ad Amor: «Mi rendo a questa»; et egli a me: «O fortunato amante, o dal
tuo fato gradito consorte: che colei sola che tra tante e tante, quai ha nel
grembo la vit’e la morte, più adorna il mondo con le grazie sante, ottenesti
per studio e per sorte, ne l’amorosa corte sì altamente felice cattivo, che non
invidii a sciolt’ altr’uomo o divo». Vedi quanto sia contento sotto tal giogo,
tal coniugio, tal soma che l’ha cattivato a quella che vedde uscir da la
foresta, dal deserto, da la selva; cioè da parti rimos- se dalla moltitudine,
dalla conversazione, dal volgo, le Letteratura italiana Einaudi 152
Giordano Bruno - De gl’eroici furori quali son lustrate da pochi. Diana
splendor di specie intelligibili, è cacciatrice di sé, perché con la sua bel-
lezza e grazia l’ha ferito prima, e se l’ha legato poi; e tienio sotto il suo
imperio più contento che mai altri- menti avesse potuto essere. Questa dice
“tra belle nimfe”, cioè tra la moltitudine d’altre specie, forme et idee; e “su
l’aura Campana”, cioè quello ingegno e spirito che si mostrò a Nola, che giace
al piano del orizonte campano. A quella si rese, quella più ch’altra gli venne
lodata da l’amore, che per lei vuol che si te- gna tanto fortunato, come quella
che, tra tutte quante si fanno presenti et absenti da gli occhi de mortali, più
altamente adorna il mondo, fa l’uomo glorioso e bello. Quindi dice aver sì
“desta la mente” ad eccel- lente amore, che apprende “ogni altra diva”, cioè
cu- ra et osservanza d’ogni altra specie, “vile e vana”. – Or in questo che
dice aver desta la mente ad amor al- to, ne porge essempio de magnificar tanto
alto il core per gli pensieri, studii et opre, quanto più possibil fia, e non
intrattenerci a cose basse e messe sotto la nostra facultade: come accade a
coloro che o per avarizia, o per negligenza, o pur altra dapocagine rimagnono
in questo breve spacio de vita attaccati a cose indegne. cesarino Bisogna che
siano arteggiani, meccanici, agricoltori, servitori, pedoni, ignobili, vili,
poveri, pe- danti et altri simili: perché altrimenti non potrebono essere
filosofi, contemplativi, coltori degli animi, pa- droni, capitani, nobili,
illustri, ricchi, sapienti, et altri che siano eroici simili a gli dèi. Però a
che doviamo forzarci di corrompere il stato della natura il quale ha distinto
l’universo in cose maggiori e minori, superio- ri et inferiori, illustri et
oscure, degne et indegne, non solo fuor di noi, ma et ancora dentro di noi,
nella no- stra sustanza medesima, sin a quella parte di sustanza che s’afferma
inmateriale? Come delle intelligenze al- tre son suggette, altre preminenti,
altre serveno et Letteratura italiana Einaudi 153 Giordano Bruno -
De gl’eroici furori ubediscono, altre comandano e governano. Però io crederei
che questo non deve esser messo per essem- pio a fin che li sudditi volendo
essere superiori, e gl’ignobili uguali a gli nobili, non vegna a pervertirsi e
confondersi l’ordine delle cose, che al fine succeda certa neutralità e
bestiale equalità, quale si ritrova in certe deserte et inculte republiche. Non
vedete oltre in quanta iattura siano venute le scienze per questa caggione che
gli pedanti hanno voluto essere filosofi, trattar cose naturali, intromettersi
a determinar di co- se divine? Chi non vede quanto male è accaduto et accade
per averno simili fatte “ad alti amori le menti deste”? Chi ha buon senso, e
non vede del profitto che fe’ Aristotele, che era maestro de lettere umane ad
Alessandro, quando applicò alto il suo spirito a contrastare e muover guerra a
la dottrina pitagorica e quella de filosofi naturali, volendo con il suo
racioci- nio logicale ponere diffinizioni, nozioni, certe quinte entitadi et
altri parti et aborsi de fantastica cogitazio- ne per principio e sustanza di
cose, studioso più della fede del volgo e sciocca moltitudine, che viene più
in- caminata e guidata con sofismi et apparenze che si trovano nella superficie
delle cose, che della verità che è occolta nella sustanza di quelle, et è la
sustanza medesima loro? Fece egli la mente desta non a farsi contemplatore, ma
giudice e sentenziatore di cose che non avea studiate mai, né bene intese.
Cossì a’ tempi nostri quel tanto di buono ch’egli apporta e singolare di
raggione inventiva, iudicativa e di metafisica, per ministerio d’altri pedanti
che lavorano col medesimo “sursum corda”, vegnono instituite nove dialettiche e
modi di formar la raggione: tanto più vili di quello d’Aristotele quanto forse
la filosofia d’Aristotele è in- comparabilmente più vile di quella de gli
antichi. Il che è pure avvenuto da quel che certi grammatisti do- po che sono
invecchiati nelle culine de fanciulli e no- Letteratura italiana Einaudi
154 Giordano Bruno - De gl’eroici furori tomie de frasi e de
vocaboli, ban voluto destar la mente a far nuove logiche e metafisiche,
giudicando e sentenziando quelle che mai studiorno et ora non in- tendono: là
onde cossì questi col favore della ignoran- te moltitudine (al cui ingegno son
più conformi), po- tranno cossì bene donar il crollo alle umanitadi e
raziocinio d’Aristotele, come questo fu carnefice delle altrui divine
filosofie. Vedi dumque a che suol pro- movere questo consiglio, se tutti
aspireno al splendor santo, et abbiano altre imprese vili e vane. mariconda
Ride si sapis, o puella, ride, pelignus (puto) dixerat poeta; sed non dixerat
omnibus puellis: et si dixerit omnibus puellis, non dixit tibi. Tu puella non
es. Cossì il “sursum corda” non è intonato a tutti, ma a quelli ch’hanno l’ali.
Veggiamo bene che mai la pe- dantaria è stata più in esaltazione per governare
il mondo, che a’ tempi nostri; la quale fa tanti camini de vere specie
intelligibili et oggetti de l’unica veritade infallibile, quanti possano essere
individui pedanti. Però a questo tempo massime denno esser isvegliati gli ben
nati spiriti armati dalla verità et illustrati dalla divina intelligenza, di
prender l’armi contra la fosca ignoranza, montando su l’alta rocca et eminente
torre della contemplazione. A costoro conviene d’aver ogni altra impresa per
vile e vana. Questi non denno in co- se leggieri e vane spendere il tempo, la
cui velocità è infinita: essendo che sì mirabilmente precipitoso scorra il
presente, e con la medesima prestezza s’acco- ste il futuro. Quel che abbiamo
vissuto è nulla, quel che viviamo è un punto, quel ch’abbiamo a vivere non è
ancora un punto, ma può essere un punto, il Letteratura italiana Einaudi
155 Giordano Bruno - De gl’eroici furori quale insieme sarà e sarà
stato. E tra tanto questo s’in- tesse la memoria di genealogie, quello attende
a desci- ferar scritture, quell’altro sta occupato a moltiplicar sofismi da
fanciulli. Vedrai verbigrazia un volume pieno di: “Cor” est fons vite, “nix”
est alba: ergo “cornix” est fons vitae alba. Quell’altro garrisce se il nome fu
prima o il verbo, l’altro se il mare o gli fonti, l’altro vuol rinovare gli vo-
caboli absoleti che per esserno venuti una volta in uso e proposito d’un
scrittore antico, ora de nuovo le vuol far montar a gli astri; l’altro sta su
la falsa e vera orto- grafia, altri et altri sono sopra altre et altre simili
fra- scarie, le quali molto più degnamente son spreggiate che intese. Qua
diggiunano, qua ismagriscono, qua intisichiscono, qua arrugano la pelle, qua
allungano la barba, qua marciscono, qua poneno l’àncora del som- mo bene. Con
questo spreggiano la fortuna, con que- sto fan riparo e poneno il scudo contra
le lanciate del fato. Con tali e simili vilissimi pensieri credeno mon- tar a
gli astri, esser pari a gli dei, e comprendere il bel- lo e buono che promette
la filosofia. cesarino È gran cosa certo che il tempo che non può bastarci
manco alle cose necessarie, quantunque dili- gentissimamente guardato, viene
per la maggior parte ad esser speso in cose superflue, anzi cose vili e vergo-
gnose. – Non è da ridere di quello che fa lodabile Ar- chimede o altro appresso
alcuni, che a tempo che la cittade andava sottosopra, tutto era in ruina, era
acce- so il fuoco ne la sua stanza, gli nemici gli erano dentro la camera a le
spalli, nella discrezzion et arbitrio de quali consisteva de fargli perdere
l’arte, il cervello e la vita; e lui tra tanto avea perso il senso e proposito
di Letteratura italiana Einaudi 156 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori salvar la vita, per averlo lasciato a dietro a perseguitar forse la proporzione
de la curva a la retta, del diame- tro al circolo o altre simili matesi, tanto
degne per giovanotti quanto indegne d’uno che (se posseva) de- vrebbe essere
invecchiato et attento a cose più degne d’esser messe per fine de l’umano
studio. mariconda In proposito di questo mi piace quello che voi medesimo poco
avanti dicesti, che bisogna ch’il mondo sia pieno de tutte sorte de persone, e
che il numero de gl’imperfetti, brutti, poveri, indegni e sce- lerati sia
maggiore: et in conclusione non debba esse- re altrimenti che come è. La età
lunga e vechiaia d’Ar- chimede, Euclide, di Prisciano, di Donato et altri che
da la morte son stati trovati occupati sopra li numeri, le linee, le dizzioni,
le concordanze, scritture, dialecti, sillogismi formali, metodi, modi de
scienze, organi et altre isagogie, è stata ordinata al servizio della gio-
ventù e de’ fanciulli, gli quali apprender possano e ri- cevere gli frutti
della matura età di quelli, come con- viene che siano mangiati da questi nella
lor verde etade: a fin che più adulti vegnano senza impedimen- to atti e pronti
a cose maggiori. cesarino Io non son fuor del proposito che poco avanti ho
mosso: essendo in proposito di quei che fanno studio d’involar la fama e luogo
de gli antichi con far nove opre o peggiori, o non megliori de le già fatte, e
spendeno la vita su le considerazioni da mette- re avanti la lana di capra o
l’ombra de l’asino; et altri che in tutto il tempo de la vita studiano di farsi
esqui- siti in que’ studii che convegnono alla fanciullezza, e per la massima
parte il fanno senza proprio et altrui profitto. mariconda Or assai è detto
circa quelli che non pos- sono né debbono ardire d’aver “ad alt’amor la mente
desta”. Venemo ora a considerare della volontaria cattività, e dell’ameno giogo
sotto l’imperio de la det- Letteratura italiana Einaudi 157
Giordano Bruno - De gl’eroici furori ta Diana: quel giogo, dico, senza il
quale l’anima è im- potente de rimontar a quella altezza da la qual cadìo,
percioché la rende più leggiera et agile; e gli lacci la fanno più ispedita e
sciolta. cesarino Discorrete dumque. mariconda Per cominciar, continuar e
conchiudere con ordine, considero che tutto quel che vive, in quel modo che
vive, conviene che in qualche maniera si nodrisca, si pasca. Però a la natura
intellettuale non quadra altra pastura che intellettuale, come al corpo non
altra che corporale: atteso che il nodrimento non si prende per altro fine
eccetto perché vada in sustan- za de chi si nodrisce. Come dumque il corpo non
si trasmuta in spirito, né il spirito si trasmuta in corpo (perché ogni
trasmutazione si fa quando la materia che era sotto la forma de uno viene ad
essere sotto la forma de l’altro), cossì il spirito et il corpo non hanno
materia commune, di sorte che quello che era sogget- to a uno possa dovenire ad
essere soggetto de l’altro. cesarino Certo se l’anima se nodrisse de corpo si
portarebe meglio dove è la fecondità della materia (come argumenta Iamblico),
di sorte che quando ne si fa presente un corpo grasso e grosso, potremmo
credere che sia vase d’un animo gagliardo, fermo, pronto, eroico, e dire: «O
anima grassa, o fecondo spirito, o bello ingegno, o divina intelligenza, o men-
te illustre, o benedetta ipostasi da far un convito a gli leoni, over un
banchetto a i dogs». Cossì un vecchio, come appare marcido, debole e diminuito
de forze, debba esser stimato de poco sale, discorso e raggio- ne. Ma
seguitate. mariconda Or l’esca de la mente bisogna dire che sia quella sola che
sempre da lei è bramata, cercata, ab- bracciata, e volentieri più ch’altra cosa
gustata, per cui s’empie, s’appaga, ha prò e dovien megliore: cioè la verità
alla quale in ogni tempo, in ogni etade et in Letteratura italiana Einaudi
158 Giordano Bruno - De gl’eroici furori qualsivoglia stato che si
trove l’uomo, sempre aspira, e per cui suol spreggiar qualsivoglia fatica,
tentar ogni studio, non far caso del corpo, et aver in odio questa vita. Perché
la verità è cosa incorporea; per- ché nessuna, o sia fisica, o sia metafisica,
o sia mate- matica, si trova nel corpo; perché vedete che l’eterna essenza
umana non è ne gl’individui li quali nascono e muoiono. È la unità specifica
(disse Platone) non la moltitudine numerale che comporta la sustanza de le
cose; però chiamò l’idea uno e molti, stabile e mobi- le: perché come specie
incorrottibile, è cosa intelligi- bile et una, e come si communica alla materia
et è sotto il moto e generazione, è cosa sensibile e molti. In questo secondo
modo ha più de non ente che di ente: atteso che sempre è altro et altro, e
corre eterno per la privazione; nel primo modo è ente e vero. Ve- dete appresso
che gli matematici hanno per concedu- to che le vere figure non si trovano ne
gli corpi natu- rali, né vi possono essere per forza di natura né di arte.
Sapete ancora che la verità de sustanze soprana- turali è sopra la materia. –
Conchiudesi dumque che a chi cerca il vero, bisogna montar sopra la raggione de
cose corporee. Oltre di ciò è da considerare che tutto quel che si pasce, ha
certa mente e memoria na- turale del suo cibo, e sempre (massime quando fia più
necessario) ha presente la similitudine e specie di quello, tanto più
altamente, quanto è più alto e glo- rioso chi ambisce, e quello che si cerca.
Da questo, che ogni cosa ha innata la intelligenza de quelle cose che
appartegnono alla conservazione de l’individuo e specie, et oltre alla
perfezion sua finale, depende la industria di cercare il suo pasto per qualche
specie di venazione. – Conviene dumque che l’anima umana abbia il lume,
l’ingegno e gl’instrumenti atti alla sua caccia. Qua soccorre la
contemplazione, qua viene in uso la logica, altissimo organo alla venazione
della Letteratura italiana Einaudi 159 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori verità, per distinguere, trovare e giudicare. Quindi si va
lustrando la selva de le cose naturali dove son tan- ti oggetti sotto l’ombra e
manto, e come in spessa, densa e deserta solitudine la verità suol aver gli
antri e cavernosi ricetti; fatti intessuti de spine, conchiusi de boscose,
ruvide e frondose piante: dove con le raggioni più degne et eccellenti
maggiormente s’asconde, s’avvela e si profonda con diligenza mag- giore, come
noi sogliamo gli tesori più grandi celare con maggior diligenza e cura,
accioché dalla moltitu- dine e varietà de cacciatori (de quali altri son più
ex- quisiti et exercitati, altri meno) non vegna senza gran fatica discuoperta.
Qua andò Pitagora cercandola per le sue orme e vestigii impressi nelle cose
naturali, che son gli numeri li quali mostrano il suo progresso, raggioni, modi
et operazioni in certo modo: perché in numero de moltitudine, numero de misure,
e nu- mero de momento o pende, la verità e l’essere si tro- va in tutte le
cose. Qua andò Anaxagora et Empedo- cle che considerando che la omnipotente et
omniparente divinità empie il tutto, non trovavano cosa tanto minima che non
volessero che sotto quella fusse occolta secondo tutte le raggioni, benché pro-
cedessero sempre vèr là dove era predominante et espressa secondo raggion più
magnifica et alta. Qua gli Caldei la cercavano per via di suttrazzione non sa-
pendo che cosa di quella affirmare: e procedevano senza cani de dimostrazioni e
sillogismi; ma solamen- te si forzaro di profondare rimovendo, zappando,
isboscando per forza di negazione de tutte specie e predicati comprensibili e
secreti. Qua Platone anda- va como isvoltando, spastinando e piantando ripari:
perché le specie labili e fugaci rimanessero come nel- la rete, e trattenute da
le siepe de le definizioni, con- siderando le cose superiori essere
participativamen- te, e secondo similitudine speculare nelle cose Letteratura
italiana Einaudi 160 Giordano Bruno - De gl’eroici furori
inferiori, e queste in quelle secondo maggior dignità et eccellenza; e la
verità essere ne l’une e l’altre se- condo certa analogia, ordine e scala,
nella quale sem- pre l’infimo de l’ordine superiore conviene con il su- premo
de l’ordine inferiore. E cossì si dava progresso dal infimo della natura al
supremo come dal male al bene, dalle tenebre alla luce, dalla pura potenza al
puro atto, per gli mezzi. Qua Aristotele si vanta pure da le orme e vestigii
impressi di posser pervenire alla desiderata preda, mentre da gli effetti vuol
amenarsi a le cause. Benché egli per il più (massime che tutti gli altri
ch’hanno occupato il studio a questa venazio- ne) abbia smarrito il camino, per
non saper a pena distinguere de le pedate. – Qua alcuni teologi nodriti in
alcune de le sette cercano la verità della natura in tutte le forme naturali
specifiche, nelle quali conside- rano l’essenza eterna e specifico sustantifico
perpe- tuator della sempiterna generazione e vicissitudine de le cose, che son
chiamate dèi conditori e fabrica- tori, sopra gli quali soprasiede la forma de
le forme, il fonte de la luce, verità de le veritadi, dio de gli dèi, per cui
tutto è pieno de divinità, verità, entità, bontà. Questa verità è cercata come
cosa inaccessibile, come oggetto inobiettabile, non sol che incomprensibile:
però a nessun pare possibile de vedere il sole, l’uni- versale Apolline e luce
absoluta per specie suprema et eccellentissima; ma sì bene la sua ombra, la sua
Diana, il mondo, l’universo, la natura che è nelle co- se, la luce che è
nell’opacità della materia: cioè quella in quanto splende nelle tenebre. De
molti dumque, che per dette vie et altre assai discorreno in questa deserta
selva, pochissimi son quelli che s’abbattono al fonte de Diana. Molti rimagnono
contenti de cac- cia de fiere selvatiche e meno illustri, e la massima parte
non trova da comprendere avendo tese le reti al vento, e trovandosi le mani
piene di mosche. Rarissi- Letteratura italiana Einaudi 161 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori mi dico son gli Atteoni alli quali sia dato dal
destino di posser contemplar la Diana ignuda: e dovenir a ta- le che dalla
bella disposizione del corpo della natura invaghiti in tanto, e scorti da que’
doi lumi del gemi- no splendor de divina bontà e bellezza, vegnano tra-
sformati in cervio, per quanto non siano più caccia- tori ma caccia. Perché il
fine ultimo e finale di questa venazione è de venire allo acquisto di quella
fugace e selvaggia preda, per cui il predator dovegna preda, il cacciator
doventi caccia; perché in tutte le altre spe- cie di venaggione che si fa de
cose particolari, il cac- ciatore viene a cattivare a sé l’altre cose,
assorbendo quelle con la bocca de l’intelligenza propria; ma in quella divina
et universale viene talmente ad appren- dere che resta necessariamente ancora
compreso, as- sorbito, unito: onde da volgare, ordinario, civile e populare,
doviene selvatico come cervio, et incola del deserto; vive divamente sotto quella
procerità di selva, vive nelle stanze non artificiose di cavernosi monti, dove
admira gli capi de gli gran fiumi, dove vegeta intatto e puro da ordinarie
cupiditadi, dove più liberamente conversa la divinità, alla quale aspi- rando
tanti uomini che in terra hanno volsuto gustar vita celeste, dissero con una
voce: «Ecce elongavi fu- giens, et mansi in solitudine». Cossì gli cani,
pensieri de cose divine, vorano questo Atteone, facendolo morto al volgo, alla
moltitudine, sciolto dalli nodi de perturbati sensi, libero dal carnal carcere
della mate- ria; onde non più vegga come per forami e per fene- stre la sua
Diana, ma avendo gittate le muraglia a ter- ra, è tutto occhio a l’aspetto de
tutto l’orizonte. Di sorte che tutto guarda come uno, non vede più per
distinzioni e numeri, che secondo la diversità de sen- si, come de diverse rime
fanno veder et apprendere in confusione. Vede l’Amfitrite, il fonte de tutti
nu- meri, de tutte specie, de tutte raggioni, che è la Mo- Letteratura italiana
Einaudi 162 Giordano Bruno - De gl’eroici furori nade, vera essenza
de l’essere de tutti; e se non la ve- de in sua essenza, in absoluta luce, la
vede nella sua genitura che gli è simile, che è la sua imagine: perché dalla
monade che è la divinitade, procede questa mo- nade che è la natura,
l’universo, il mondo; dove si contempla e specchia come il sole nella luna, me-
diante la quale ne illumina trovandosi egli nell’emi- sfero delle sustanze
intellettuali. Questa è la Diana, quello uno che è l’istesso ente, quello ente
che è l’istesso vero, quello vero che è la natura comprensi- bile, in cui
influisce il sole et il splendor della natura superiore secondo che la unità è
destinta nella gene- rata e generante, o producente e prodotta. Cossì da voi
medesimo potrete conchiudere il modo, la di- gnità, et il successo più degno
del cacciatore e de la caccia: onde il furioso si vanta d’esser preda della
Diana, a cui si rese, per cui si stima gradito consorte, e più felice cattivo e
suggiogato, che invidiar possa ad altro uomo che non ne può aver ch’altretanto,
o ad altro divo che ne have in tal specie quale è impos- sibile d’essere
ottenuta da natura inferiore, e per conseguenza non è conveniente d’essere
desiata, né meno può cadere in appetito. cesarino Ho ben compreso quanto avete
detto, e m’avete più che mediocremente satisfatto. Or è tem- po di ritornar a
casa. mariconda Bene. fine del secondo dialogo Letteratura italiana Einaudi
163 Giordano Bruno - De gl’eroici furori DIALOGO TERZO
interlocutori Liberio, Laodonio. liberio Posando sotto l’ombra d’un cipresso il
furio- so, e trovandosi l’alma intermíttente da gli altri pen- sieri (cosa
mirabile), avvenne che (come fussero ani- mali e sustanze de distinte raggioni
e sensi) si parlassero insíeme il core e gli occhi: l’uno de l’altro
lamentandosi come quello che era principio di quel faticoso tormento che
consumava l’alma. laodonio Dite, se vi ricordate, le raggioni e le paroli.
liberio Cominciò il dialogo il core, il qual facendosi udir dal petto proruppe
in questi accenti: Prima proposta del core a gli occhi Come, occhi miei, sì
forte mi tormenta quel che da voi deriva ardente foco, ch’al mio mortal
suggetto mai allenta di serbar tal incendio, ch’ho per poco l’umor de l’Oceàn e
di più lenta artica stella il più gelato loco, perché ivi in punto si reprima
il vampo, o al men mi si prometta ombra di scampo? Voi mi féste cattivo d’una
man che mi tiene, e non mi vuole; per voi son entro al corpo, e fuor col sole,
son principio de vita, e non son vivo: non so quel che mi sia ch’appartegno a
quest’alma, e non è mia. laodonio Veramente l’intendere, il vedere, il conosce-
re è quel che accende il desio, e per conseguenza, per Letteratura italiana
Einaudi 164 Giordano Bruno - De gl’eroici furori ministerio de gli
occhi, vien infiammato il core: e quanto a quelli fia presente più alto e degno
oggetto, tanto più forte è il foco e più vivaci son le fiamme. Or qual esser
deve quella specie per cui tanto si sente ac- ceso il core, che non spera che
temprar possa il suo ardore tanto più fredda quanto più lenta stella che sia
conchiusa nell’artico cerchio, né rallentar il vampo l’umor intiero de
l’Occano? Quanta deve essere l’ec- cellenza di quello oggetto che l’ha reso
nemico de l’esser suo, rubello a l’alma propria, e contento di tal ribellione e
nemicicia, quantunque sia cattivo d’una man che ’l dispreggia e non lo vuole?
Ma fatemi udire se gli occhi risposero e che cosa dissero. liberio Quelli per
il contrario si lagnavano del core, come quello che era principio e caggione
per cui ver- sassero tante lacrime. Però a l’incontro gli proposero in questo
tenore: Prima proposta de gli occhi al core Come da te sorgon tant’acqui, o
core, da quante mai Nereidi alzar la fronte ch’ogni giorn’al bel sol rinasce e
muore? A par de l’Amfitrite il doppio fonte versar può sì gran fiumi al mondo
fore, che puoi dir che l’umor tanto surmonte, che gli fia picciol rio chi
Egitto inonda scorrend’al mar per sette doppia sponda. Die’ natura doi lumi a
questo picciol mondo per governo; tu perversor di quell’ordin eterno, le
convertiste in sempiterni fiumi. E questo il ciel non cura, ch’il natìo passa,
el violento dura. laodonio Certo ch’il cor acceso e compunto fa sorger lacrime
da gli occhi, onde come quelli accendono le Letteratura italiana Einaudi
165 Giordano Bruno - De gl’eroici furori fiamme in questo,
quest’altro viene a rigar quelli d’umore. Ma mi meraviglio de sì forte
exaggerazione per cui dicono che le Nereidi non alzano tanto bagna- ta fronte a
l’oriente sole, quanta possa appareggiar queste acqui; et oltre agguagliansi
all’Oceano, non perché versino, ma perché versar possano questi doi fonti,
fiumi tali e tanti, che computato a loro il Nilo apparirebbe una picciola lava
distinta in sette canali. liberio Non ti meravigliar della forte exaggerazione
e di quella potenza priva de l’atto; perché tutto inten- derete dopo intesa la
conchiusione de raggionamenti loro. Or odi come prima il core risponde alla
propo- sta de gli occhi. laodonio Priegovi fatemi intendere. liberio Prima
risposta del core a gli occhi Occhi, s’in me fiamma immortal s’alluma, et altro
non son io che fuoco ardente, se quel ch’a me s’avvicina, s’infuma, e veggio
per mio incendio il ciel fervente; come il gran vampo mio non vi consuma, ma
l’effetto contrario in voi si sente? Come vi bagno, e più tosto non cuoco, se
non umor, ma è mia sustanza fuoco? Credete ciechi voi che da sì ardente
incendio derivi el doppio varco, e que’ doi fonti vivi da Vulcan abbian gli
elementi suoi, come tal volt’acquista forza un contrario, se l’altro resista?
Vede come non possea persuadersi il core di posser da contraria causa e
principio procedere forza di con- trario effetto, sin a questo che non vuol
affirmare il Letteratura italiana Einaudi 166 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori modo possibile, quando per via d’antiperistasi, che si-
gnifica il vigor che acquista il contrario da quel che fuggendo l’altro viene
ad unirsi, inspessarsi, inglobar- si e concentrarsi verso l’individuo della sua
virtude, la qual quanto più s’allontana dalle dimensioni, tanto si rende efficace
di vantaggio. laodonio Dite ora come gli occhi risposero al core. liberio Prima
risposta de gli occhi al core Ahi, cor, tua passion sì ti confonde, ch’hai
smarito il sentier di tutt’il vero. Quanto si vede in noi, quanto s’asconde, è
semenza de mari, onde l’intero Nettun potrà ricovrar non altronde, se per sorte
perdesse il grand’impero; come da noi deriva fiamma ardente, che siam del mare
il gemino parente? Sei sì privo di senso, che per noi credi la fiamma trapasse,
e tant’umide porte a dietro lasse, per far sentir a te l’arder immenso? Come
splender per vetri, crederai forse che per noi penétri? Qua non voglio
filosofare circa la coincidenza de contrarii, de la quale ho studiato nel libro
De princi- pio et uno; e voglio supponere quello che comun- mente si suppone,
che gli contraria nel medesimo ge- no son distantissimi, onde vegna più
facilmente appreso il sentimento di questa risposta, dove gli oc- chi si dicono
semi o fonti, nella virtual potenza de quali è il mare: di sorte che se Nettuno
perdesse tutte l’acqui, le potrebbe richiamar in atto dalla potenza loro, dove
sono come in principio agente e materiale. Letteratura italiana Einaudi
167 Giordano Bruno - De gl’eroici furori Però non metteno urgente
necessità quando dicono non posser essere che la fiamma per la lor stanza e
cortile trapasse al core con lasciarsi tant’acqui a die- tro, per due caggioni:
prima perché tal impedimento in atto non può essere se non posti in atto tali
oltrag- giosi ripari; secondo perché per quanto l’acqui sono attualmente ne gli
occhi, possono donar via al calore come alla luce: essendo che l’esperienza
dimostra che senza scaldar il specchio viene il luminoso raggio ad accendere
per via di reflessione qualche materia che gli vegna opposta; e per un vetro,
cristallo, o altro va- se pieno d’acqua, passa il raggio ad accendere una cosa
sottoposta senza che scalde il spesso corpo tra- mezzante: come è verisimile et
anco vero che caggio- ne secche et aduste impressioni nelle concavitadi del
profondo mare. Talmente per certa similitudine, se non per raggioni di medesimo
geno, si può conside- rare come fia possibile che per il senso lubrico et
oscuro de gli occhi possa esser scaldato et acceso di quella luce l’affetto, la
quale secondo medesima rag- gione non può essere nel mezzo. Come la luce del
so- le secondo altra raggione è nell’aria tramezzante, al- tra nel senso
vicino, et altra nel senso commune, et altra ne l’intelletto: quantunque da un
modo proceda l’altro modo di essere. laodonio Sonvi altri discorsi? liberio Sì,
perché l’uno e l’altro tentano di saper con qual modo quello contegna tante
fiamme, e quelli tante acqui. Fa dumque il core la seconda proposta: Seconda
proposta del core S’al mar spumoso fan concorso i fiumi, e da fiumi del mar il
cieco varco vien impregnato, ond’è che da voi lumi non è doppio torrente al
mondo scarco Letteratura italiana Einaudi 168 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori che cresca il regno a gli marini numi, scemando ad altri il
glorioso incarco? Perché non fia che si vegga quel giorno, ch’a i monti fa
Deucalion ritorno? Dove gli rivi sparsi? Dove il torrente che mia fiamma
smorze, o per ciò non posser più la rinforze? Goccia non scende a terra ad
inglobarsi, per cui fia ch’io non pensi che sia cossì, come mostrano i sensi?
Dimanda qual potenza è questa che non si pone in at- to; se tante son l’acqui,
perché Nettuno non viene a tiranneggiar su l’imperio de gli altri elementi? Ove
son gli inondanti rivi? Ove chi dia refrigerio al fuoco ardente? Dove è una
stilla onde io possa affirmar de gli occhi quel tanto che niegano i sensi? Ma
gli occhi di pari fanno un’altra dimanda: Seconda proposta de gli occhi al core
Se la materia convertita in foco acquista il moto di lieve elemento, e se ne
sale a l’eminente loco, onde avvien che veloce più che vento, tu ch’incendio
d’amor senti non poco, non ti fai gionto al sole in un momento? per che
soggiorni peregrino al basso, non t’aprendo per noi e l’aria il passo? Favilla
non si scorge uscir a l’aria aperto da quel busto, né corpo appar incenerit’o
adusto, né lacrimoso fumo ad alto sorge: tutt’è nel proprio intiero, né di
fiamma è raggion, sens’, o pensiero. Letteratura italiana Einaudi 169
Giordano Bruno - De gl’eroici furori laodonio Non ha più né meno
efficacia questa che quell’altra proposta: ma vengasi presto alle risposte, se
vi sono. liberio Vi son certamente e piene di succhio; udite: Seconda risposta
del core a gli occhi Sciocco è colui che sol per quanto appare al senso, et
oltre a la raggion non crede: il fuoco mio non puote alto volare, e l’infinito
incendio non si vede, perché de gli occhi ban sopraposto il mare, e un infinito
l’altro non eccede: la natura non vuol ch’il tutto pera, se basta tanto fuoco a
tanta sfera. Ditemi, occhi, per dio, qual mai partito prenderemo noi, onde far
possa aperto o io, o voi, per scampo suo, de l’alma il fato rio, se l’un e
l’altro ascoso mai potrà fargli il bel nume piatoso? laodonio Se non è vero, è
molto ben trovato: se non è cossì, è molto bene iscusato l’uno per l’altro, se
stante che dove son due forze de quali l’una non è maggior de l’altra, bisogna
che cesse l’operazion di questa e quella: essendo che tanto questa può
resistere quanto quella insistere; non meno quella ripugna, che possa oppugnar
questa. Se dumque è infinito il mare et in- mensa la forza de le lacrime che
sono ne gli occhi, non faranno giamai ch’apparir possa Cavillando o isvampando
l’impeto del fuoco ascoso nel petto; né quelli mandar potranno il gemino
torrente al mare, se con altretanto di vigore gli fa riparo il core: però acca-
de che il bel nume per apparenza di lacrima che stile Letteratura italiana
Einaudi 170 Giordano Bruno - De gl’eroici furori da gli occhi, o
favilla che si spicche dal petto, non possa esser invitato ad esser piatoso a
l’alma afflitta. [liberio] Or notate la conseguente risposta de gli oc- chi:
Seconda risposta de gli occhi al core Ahi per versar a l’elemento ondoso,
l’émpito de noi fonti al tutt’è casso; che contraria potenza il tien ascoso,
acciò non mande a rotilon per basso. L’infinito vigor del cor focoso a i pur
tropp’alti fiumi niega il passo; quindi gemino varco al mar non corre, ch’il
coperto terren natura aborre. Or dinne, afflitto core, che puoi opporti a noi
con altretanto vigor: chi fia giamai che porte il vanto d’esser precon di sì
’nfelice amore, s’il tuo e nostro male quant’è più grande, men mostrarsi vale?
Per essere infinito l’un e l’altro male, come doi ugual- mente vigorosi
contraria si ritegnono, si supprimeno; e non potrebbe esser cossì, se l’uno e
l’altro fosse fini- to, atteso che non si dà equalità puntuale nelle cose
naturali, né ancora sarebbe cossì se l’uno fusse finito e l’altro infinito: ma
certo questo assorbirebbe quello, et avverrebe che si mostrarebbono ambi doi, o
al men l’uno per l’altro. Sotto queste sentenze la filosofia na- turale et
etica che vi sta occolta, lascio cercarla, consi- derarla e comprenderla a chi
vuole e puote. Sol que- sto non voglio lasciare, che non senza raggione
l’affezzion del core è detta infinito mare dall’appren- sion de gli occhi:
perché essendo infinito l’oggetto de la mente, et a l’intelletto non essendo
definito oggetto Letteratura italiana Einaudi 171 Giordano Bruno -
De gl’eroici furori proposto, non può essere la volontarie appagata de fi- nito
bene; ma se oltre a quello si ritrova altro, il bra- ma, il cerca, perché (come
è detto commune) il sum- mo della specie inferiore è infimo e principio della
specie superiore, o si prendano gli gradi secondo le forme le quali non
possiamo stimar che siano infinite, o secondo gli modi e raggioni di quelle,
nella qual ma- niera per essere infinito il sommo bene, infinitamente credemo
che si comunica secondo la condizione delle cose alle quali si diffonde: però
non è specie definita a l’universo (parlo secondo la figura e mole), non è spe-
cie definita a l’intelletto, non è definita la specie de l’affetto. laodonio
Dumque queste due potenze de l’anima mai sono, né essere possono perfette per
l’oggetto, se infi- nitamente si riferiscono a quello. liberio Cossì sarrebe se
questo infinito fusse per pri- vazion negativa o negazion privativa de fine,
come è per più positiva affirmazione de fine infinito et inter- minato.
laodonio Volete dir dumque due specie d’infinità: l’una privativa la qual può
essere verso qualche cosa che è potenza, come infinite son le tenebre, il fine
del- le quali è posizione di luce; l’altra perfettiva la quale è circa l’atto e
perfezzione, come infinita è la luce, il fi- ne della quale sarebbe privazione
e tenebre. In questo dumque che l’intelletto concepe la luce, il bene, il bel-
lo, per quanto s’estende l’orizonte della sua capacità, e l’anima che beve del
nettare divino e de la fonte de vita eterna, per quanto comporta il vase
proprio; si vede che la luce è oltre la circonferenza del suo ori- zonte dove
può andar sempre più e più penetrando; et il nettare e fonte d’acqua viva è
infinitamente fe- condo, onde possa sempre oltre et oltre inebriarsi. [liberio]
Da qua non séguita imperfezzione nell’oggetto né poca satisfazzione nella
potenza; ma che la potenza Letteratura italiana Einaudi 172 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori sia compresa da l’oggetto e beatificamente
assorbita da quello. Qua gli occhi imprimeno nel core, cioè nell’intelligenza,
suscitano nella volontà un infinito tormento di suave amore, dove non è pena,
perché non s’abbia quel che si desidera: ma è felicità, perché sempre vi si
trova quel che si cerca; et in tanto non vi è sazietà, per quanto sempre
s’abbia appetito, e per conseguenza gusto: acciò non sia come nelli cibi del
corpo il quale con la sazietà perde il gusto, e non ha felicità prima che
guste, né dopo ch’ha gustato, ma nel gustar solamente: dove se passa certo
termine e fi- ne, viene ad aver fastidio e nausea. – Vedi dumque in certa
similitudine qualmente il sommo bene deve es- sere infinito, e l’appulso de
l’affetto verso e circa quello esser deggia anco infinito, acciò non vegna tal-
volta a non esser bene: come il cibo che è buono al corpo, se non ha modo,
viene ad essere veleno. Ecco come l’umor de l’Oceano non estingue quel vampo,
et il rigor de l’Artico cerchio non tempra quell’ardo- re. Cossì è cattivo
d’una mano che il tiene e non lo vuole: il tiene perché l’ha per suo, non lo
vuole per- ché (come lo fuggesse) tanto più se gli fa alto quanto più ascende a
quella, quanto più la séguita tanto più se gli mostra lontana per raggion de
eminentissima eccellenza, secondo quel detto: «Accedet homo ad cor altum, et
exaltabitur Deus». – Cotal felicità d’affetto comincia da questa vita, et in
questo stato ha il suo modo d’essere: onde può dire il core d’essere entro con
il corpo, e fuori col sole, in quanto che l’anima con la gemina facultade mette
in esecuzione doi uffi- ci: l’uno de vivificare et attuare il corpo animabile,
l’altro de contemplare le cose superiori; perché cossì lei è in potenza
receptiva da sopra, come è verso sotto al corpo in potenza attiva. Il corpo è
come morto e cosa privativa a l’anima la quale è sua vita e perfezzio- ne; e
l’anima è come morta e cosa privativa alla supe- Letteratura italiana Einaudi
173 Giordano Bruno - De gl’eroici furori riore illuminatrice
intelligenza da cui l’intelletto è re- so in abito e formato in atto. Quindi si
dice il core es- sere prencipe de vita, e non esser vivo; si dice appar- tenere
a l’alma animante, e quella non appartenergli: perché è infocato da l’amor
divino, è convertito final- mente in fuoco, che può accendere quello che si gli
avicina: atteso che avendo contratta in sé la divinita- de, è fatto divo, e
conseguentemente con la sua specie può innamorar altri: come nella luna può
essere ad- mirato e magnificato il splendor del sole. Per quel poi
ch’appartiene al considerar de gli occhi, sapete che nel presente discorso
hanno doi ufficii: l’uno de im- primere nel core, l’altro de ricevere
l’impressione dal core; come anco questo ha doi ufficii: l’uno de riceve- re
l’impressioni da gli occhi, l’altro di imprimere in quelli. Gli occhi
apprendono le specie e le proponeno al core, il core le brama et il suo bramare
presenta a gli occhi: quelli concepeno la luce, la diffondano, et accendono il
fuoco in questo; questo scaldato et acce- so invia il suo umore a quelli,
perché lo digeriscano. Cossì primieramente la cognizione muove l’affetto, et
appresso l’affetto muove la cognizione. Gli occhi quando moveno sono asciutti,
perché fanno ufficio di specchio e di ripresentatore; quando poi son mossi, son
turbati et alterati; perché fanno ufficio de studio- so executore: atteso che
con l’intelletto speculativo prima si vede il bello e buono, poi la voluntà
l’appeti- sce, et appresso l’intelletto industrioso lo procura, sé- guita e
cerca. Gli occhi lacrimosi significano la diffi- cultà de la separazione della
cosa bramata dal bramante, la quale acciò non sazie, non fastidisca, si porge
come per studio infinito, il quale sempre ha e sempre cerca: atteso che la
felicità de dèi è descritta per il bevere non per l’aver bevuto il nettare, per
il gustare non per aver gustato l’ambrosia, con aver continuo affetto al cibo
et alla bevanda, e non con es- Letteratura italiana Einaudi 174
Giordano Bruno - De gl’eroici furori ser satolli e senza desio de quelli.
Indi, hanno la sa- zietà come in moto et apprensione, non come in quie- te e
comprensione, non son satolli senza appetito, né sono appetenti senza essere in
certa maniera satolli. laodonio liberio laodonio Esuries satiata satietas esuriens.
Cossì a punto. Da qua posso intendere come senza biasimo ma con gran verità et
intelletto è stato detto che il di- vino amore piange con gemiti inenarrabili,
perché con questo che ha tutto ama tutto, e con questo che ama tutto ha tutto.
liberio Ma vi bisognano molte glose se volessimo in- tendere de l’amor divino
che è la istessa deità; e facil- mente s’intende de l’amor divino per quanto si
trova ne gli effetti e nella subalternata natura; non (dico) quello che dalla
divinità si diffonde alle cose: ma quello delle cose che aspira alla divinità.
laodonio Or di questo et altro raggionaremo a più ag- gio appresso. Andiamone.
fine del terzo dialogo Letteratura italiana Einaudi 175 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori DIALOGO QUARTO interlocutori Severino, Minutolo.
severino Vedrete dumque la raggione de nove ciechi, li quali apportano nove
principii e cause particolari de sua cecità, benché tutti convegnano in una
causa generale d’un comun furore. minutolo Cominciate dal primo. severino Il
primo di questi benché per natura sia cie- co, nulladimeno per amore si
lamenta, dicendo a gli altri che non può persuadersi la natura esser stata più
discortese a essi che a lui; stante che quantunque non veggono, hanno però
provato il vedere, e sono esperti della dignità del senso e de l’eccellenza del
sensibile, onde son dovenuti orbi: ma egli è venuto come talpa al mondo a esser
visto e non vedere, a bramar quello che mai vedde. minutolo Si son trovati
molti innamorati per sola fama. severino Essi (dice egli) aver pur questa
felicità de ri- tener quella imagine divina nel conspetto de la mente, de
maniera, che quantunque ciechi, hanno pure in fantasia quel che lui non puote
avere. Poi nella sestina si volta alla sua guida, pregandola che lo mene in
qualche precipizio, a fin che non sia oltre orrido spet- tacolo del sdegno di
natura. Dice dumque: Parla [il] primo cieco Felici che talvolta visto avete,
voi per la persa luce ora dolenti compagni che dei lumi conoscete. Questi
accesi non furo, né son spenti; Letteratura italiana Einaudi 176
Giordano Bruno - De gl’eroici furori però più grieve mal che non credete
è il mio, e degno de più gran lamenti: perché, che fusse torva la natura più a
voi ch’a me, non è chi m’assicura. Al precipizio, o duce, conducime, se vòi
darmi contento, perché trove rimedio il mio tormento, ch’ad esser visto, e non
veder la luce, qual talpa uscivi al mondo, e per esser di terra inutil pondo.
Appresso séguita l’altro che morsicato dal serpe de la gelosia, è venuto
infetto nell’organo visuale. Va senza guida, se pur non ha la gelosia per
scorta: priega al- cun de circonstanti che se non è rimedio del suo ma- le,
faccia per pietà che non oltre aver possa senso del suo male; facendo cossì lui
occolto a se medesimo, co- me se gli è fatta occolta la sua luce: con sepelir
lui col proprio male. Dice dumque: Parla il secondo cieco Da la tremenda chioma
ha svèlto Aletto l’infernal verme, che col fiero morso hammi sì crudament’il
spirto infetto, ch’a tòrmi il senso principal è corso, privando de sua guida
l’intelletto: ch’in vano l’alma chiede altrui soccorso, sì cespitar mi fa per
ogni via quel rabido rancor di gelosia. Se non magico incanto, né sacra pianta,
né virtù de pietra, né soccorso divin scampo m’impetra, un di voi sia (per dio)
piatoso in tanto, che a me mi faccia occolto: con far meco il mio mal tosto
sepolto. Letteratura italiana Einaudi 177 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori Succede l’altro il qual dice esser dovenuto cieco per essere
repentinamente promosso dalle tenebre a ve- der una gran luce; atteso che
essendo avezzo de mirar bellezze ordinarie, venne subito a presentarsegli avan-
ti gli occhi una beltà celeste, un divo sole: onde non altrimente si gli è
stemprata la vista e smorzatosegli il lume gemino che splende in prora a l’alma
(perché gli occhi son come doi fanali che guidano la nave) ch’ac- cader suole a
un allievato nelle oscuritadi cimmerie, se subito immediatamente affiga gli
occhi a sole. E nella sestina priega che gli sia donato libero passagio a
l’inferno, perché non altro che tenebre convegnono ad un supposito tenebroso.
Dice dumque cossì: Parla il terzo cieco S’appaia il gran pianeta di repente a
un uom nodrito in tenebre profonde, o sott’il ciel de la cimmeria gente, onde
lungi suoi rai il sol diffonde; gli spenge il lume gemino splendente in prora a
l’alma, e nemico s’asconde: cossì stemprate fur mie luci avezze a mirar
ordinarie bellezze. Fatemi a l’orco andare: perché morto discorro tra le genti?
perché ceppo infernal tra voi viventi misto men vo? Perché l’aure discare sorbisco,
in tante pene messo per aver visto il sommo bene? Fassi innanzi il quarto cieco
per simile, ma non già per medesima caggione orbo, con cui si mostra il primo:
perché come quello per repentino sguardo della luce, cossì questo con spesso e
frequente remi- rare, o pur per avervi troppo fissati gli occhi, ha per-
Letteratura italiana Einaudi 178 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori so il senso de tutte l’altre luci, e non si dice cieco per conseguenza
al risguardo di quella unica che l’ha oc- cecato; e dice il simile del senso de
la vista a quello ch’aviene al senso dell’udito, essendo che coloro che han
fatte l’orecchie a gran strepiti e rumori, non odeno gli strepiti minori: come
è cosa famosa de gli popoli cataduppici che son là d’onde il gran fiume Nilo da
una altissima montagna scende precipitoso alla pianura. minutolo Cossì tutti
color ch’hanno avezzo il corpo, l’animo a cose più difficili e grandi, non
sogliono sen- tir fastidio dalle difficultadi minori. E costui non deve essere
discontento della sua cecità. severino Non certo. Ma si dice volontario orbo, a
cui piace che ogn’altra cosa gli sia ascosa, come l’attedia col divertirlo da
mirar quello che vuol unicamente mirare. – Et in questo mentre priega gli
viandanti che si degnino de non farlo capitar male per qualche mal rancontro,
mentre va sì attento e cattivato ad un og- getto principale. minutolo Riferite
le sue paroli. severino Parla il quarto cieco Precipitoso d’alto al gran
profondo, il Nil d’ogn’altro suon il senso ha spento de Cataduppi al popolo
ingiocondo; cossì stand’io col spirto intiero attento alla più viva luce
ch’abbia il mondo, tutti i minor splendori umqua non sento: or mentr’ella gli
splende, l’altre cose sien pur a l’orbo volontario ascose. Priegovi, da le
scosse di qualche sasso, o fiera irrazionale, fatemi accorto, e se si scende o
sale: Letteratura italiana Einaudi 179 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori perché non caggian queste misere osse in luogo cavo e basso,
mentre privo de guida meno il passo. Al cieco che séguita, per il molto
lacrimare accade che siano talmente appannati gli occhi, che non si può
stendere il raggio visuale a compararsi le specie visibili, e principalmente
per riveder quel lume ch’a suo mal grado, per raggion di tante doglie una volta
vedde. Oltre che si stima la sua cecità non esser più disposizionale ma
abituale, et al tutto privativa; per- ché il fuoco luminoso che accende l’alma
nella pupil- la, troppo gran tempo e molto gagliardamente è stato riprimuto et
oppresso dal contrario umore: de manie- ra che quantunque cessasse il
lacrimare, non si per- suade che per ciò conseguisca il bramato vedere. Et
udirete quel che dice appresso alle brigate, perché lo facessero oltrepassare:
Parla il quinto cieco Occhi miei d’acqui sempremai pregnanti, quando fia che
del raggio visuale la scintilla se spicche fuor de tanti e sì densi ripari, e
vegna tale, che possa riveder que’ lumi santi, che fur principio del mio dolce
male? Lasso: credo che sia al tutto estinta, sì a lungo dal contrario oppressa
e vinta. Fate passar il cieco, e voltate vostr’occhi a questi fonti che vincon
gli altri tutti uniti e gionti; e s’è chi ardisce disputarne meco, è chi certo
lo rende ch’un de miei occhi un Oceàn comprende. Letteratura italiana Einaudi
180 Giordano Bruno - De gl’eroici furori Il sesto orbo è cieco,
perché per il soverchio pianto ha mandate tante lacrime che non gli è rimasto
umore, fin al ghiacio et umor per cui come per mezzo diafano il raggio visuale
era transmesso, e s’intromettea la luce esterna e specie visibile, di sorte che
talmente fu com- punto il core che tutta l’umida sustanza (il cui ufficio è de
tener unite ancora le diverse varie e contrarie) è digerita; e gli è rimasta
l’amorosa affezzione senza l’effetto de le lacrime, perché l’organo è stemprato
per la vittoria de gli altri elementi, et è rimasto conse- quentemente senza
vedere e senza constanza de le parti del corpo insieme. Poi propone a gli
circonstan- ti quel che intenderete: Parla il sesto cieco Occhi non occhi;
fonti, non più fonti, avete sparso già l’intiero umore, che tenne il corpo, il
spirto e l’alma gionti. E tu visual ghiaccio che di fore facevi tanti oggetti a
l’alma conti, sei digerito dal piagato core: cossì vèr l’infernale ombroso
speco vo menando i miei passi, arido cieco. Deh non mi siate scarsi a farmi
pronto andar, di me piatosi, che tanti fiumi a i giorni tenebrosi sol de mio
pianto m’appagando ho sparsi: or ch’ogni umor è casso, vers’il profondo oblio
datemi il passo. Sopragionge il seguente che ha perduta la vista dal in- tenso
vampo che procedendo dal core è andato prima a consumar gli occhi, et appresso
a leccar tutto il ri- manente umore de la sustanza de l’amante, de manie- ra
che tutto incinerito e messo in fiamma non è più Letteratura italiana Einaudi
181 Giordano Bruno - De gl’eroici furori lui: perché dal fuoco la
cui virtù è de dissolvere gli corpi tutti ne gli loro atomi, è convertito in
polve non compaginabili, se per virtù de l’acqua sola gli atomi d’altri corpi
se inspessano e congiongono a far un subsistente composto. Con tutto ciò non è
privo del senso de l’intensissime fiamme; però nella sestina con questo vuol
farsi dar largo da passare: ché se qual- ch’uno venesse tócco da le fiamme sue,
dovenerebbe a tale che non arrebe più senso delle fiamme infernali come di cosa
calda, che come di fredda neve. Dice dumque: Parla il settimo cieco La beltà
che per gli occhi scorse al core formò nel petto mio l’alta fornace ch’assorbì
prima il visuale umore, sgorgand’in alt’il suo vampo tenace; e poi vorando
ogn’altro mio liquore, per metter l’elemento secco in pace, m’ha reso non
compaginabil polve, chi ne gli atomi suoi tutto dissolve. Se d’infinito male
avete orror, datemi piazza, o gente; guardatevi dal mio fuoco cuocente; che se
contagion di quel v’assale, crederete che inverno sia, ritrovars’al fuoco de
l’inferno. Succede l’ottavo, la cecità del quale vien caggionata dalla saetta
che Amore gli ha fatto penetrare da gli oc- chi al core. Onde si lagna non
solamente come cieco, ma et oltre come ferito, et arso tanto altamente, quan- to
non crede ch’altro esser possa. Il cui senso è facil- mente espresso in questa
sentenza: Letteratura italiana Einaudi 182 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori Parla l’ottavo cieco Assalto vil, ria pugna, iniqua palma,
punt’acuta, esca edace, forte nervo, aspra ferit’, empio ardor, cruda salma,
stral, fuoco e laccio di quel dio protervo, che puns’ gli occhi, arse il cor,
legò l’alma, e femmi a un punto cieco, amante e servo: talché orbo de mia
piaga, incendio e nodo, ho ’l senso in ogni tempo, loco e modo. Uomini, eroi e
dèi, che siete in terra, o appresso Dite o Giove, dite (vi priego) quando, come
e dove provaste, udiste o vedeste umqua omei medesmi, o tali, o tanti tra
oppressi, tra dannati, tra gli amanti? Viene al fine l’ultimo, il quale è ancor
muto: perché non possendo (per non aver ardire) dir quello che massime vorrebe
senza offendere o provocar sdegno, è privo di parlar di qualsivogli’altra cosa.
Però non parla lui, ma la sua guida produce la raggione circa la quale, per
esser facile, non discorro, ma solamente apporto la sentenza: Parla la guida
del nono cieco Fortunati voi altri ciechi amanti, che la caggion del vostro mal
spiegate: esser possete, per merto de pianti, graditi d’accoglienze caste e
grate; di quel ch’io guido, qual tra tutti quanti più altamente spasma, il
vampo late, muto forse per falta d’ardimento di far chiaro a sua diva il suo
tormento. Aprite, aprite il passo, Letteratura italiana Einaudi 183
Giordano Bruno - De gl’eroici furori siate benigni a questo vacuo volto de
tristi impedimenti, o popol folto, mentre ch’il busto travagliato e lasso va
picchiando le porte di men penosa e più profonda morte. Qua son significate
nove caggioni per le quali accade che l’umana mente sia cieca verso il divino
oggetto, perché non possa fissar gli occhi a quello. De le quali: La prima,
allegorizata per il primo cieco, è la natura della propria specie, che per
quanto comporta il gra- do in cui si trova, in quello aspira per certo più alto
che apprender possa. minutolo Perché nessun desiderio naturale è vano, possiamo
certificarci de stato più eccellente che con- viene a l’anima fuor di questo
corpo in cui gli fia pos- sibile d’unirsi o avvicinarsi più altamente al suo
og- getto. severino Dici molto bene che nessuna potenza et ap- pulso naturale è
senza gran raggione, anzi è l’istessa regola di natura la quale ordina le cose:
per tanto è cosa verissima e certissima a ben disposti ingegni, che l’animo
umano (qualunque si mostre mentre è nel corpo) per quel medesimo che fa
apparire in questo stato, fa espresso il suo esser peregrino in questa re-
gione, perché aspira alla verità e bene universale, e non si contenta di quello
che viene a proposito e pro- fitto della sua specie. La seconda, figurata per
il secondo cieco, procede da qualche perturbata affezzione, come in proposito
de l’amore è la gelosia, la quale è come tarlo che ha me- desimo suggetto,
nemico e padre, cioè che rode il panno o legno di cui è generato. Letteratura
italiana Einaudi 184 Giordano Bruno - De gl’eroici furori minutolo
Questa non mi par ch’abbia luogo nell’amor eroico. severino Vero, secondo
medesima raggione che vedesi nell’amor volgare: ma io intendo secondo altra
raggio- ne proporzionale a quella la quale accade in color che amano la verità
e bontà; e si mostra quando s’adirano tanto contra quelli che la vogliono
adulterare, guastare, corrompere, o che in altro modo indegnamente voglio- no
trattarla: come son trovati di quelli che si son ridutti sino alla morte, alle
pene et esser ignominiosamente trattati da gli popoli ignoranti e sette
volgari. minutolo Certo nessuno ama veramente il vero e buono che non sia
iracondo contra la moltitudine: co- me nessuno volgarmente ama, che non sia
geloso e ti- mido per la cosa amata. severino E con questo vien ad esser cieco
in molte co- se veramente, et affatto affatto secondo l’opinion commune è
stolto e pazzo. minutolo Ho notato un luogo che dice esser stolti e pazzi tutti
quelli che hanno senso fuor et estravagante dal senso universale de gli altri
uomini; ma cotal estravaganza è di due maniere, secondo che si va estra o con
ascender più alto che tutti e la maggior parte sa- gliano o salir possano: e
questi son gli inspirati de di- vino furore; o con descendere più basso dove si
trova- no coloro che hanno difetto di senso e di raggione più che aver possano
gli molti, gli più, e gli ordinaria: et in cotal specie di pazzia, insensazione
e cecità non si trovarà eroico geloso. severino Quantumque gli vegna detto che
le molte lettere lo fanno pazzo, non gli si può dire ingiuria da dovero. La terza,
figurata nel terzo cieco, procede da che la divina verità, secondo raggione
sopra naturale, detta metafisica, mostrandosi a que’ pochi alli quali si mo-
Letteratura italiana Einaudi 185 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori stra, non proviene con misura di moto e tempo, come accade nelle scienze
fisiche (cioè quelle che s’acqui- stano per lume naturale, le quali discorrendo
da una cosa nota secondo il senso o la raggione, procedono alla notizia d’altra
cosa ignota: il qual discorso è chia- mato argumentazione), ma subito e
repentinamente secondo il modo che conviene a tale efficiente. Onde disse un
divino: «Attenuati sunt oculi mei suspicientes in excelsum». Onde non è
richiesto van discorso di tempo, fatica de studio, et atto d’inquisizione per
averla: ma cossì prestamente s’ingerisce come propor- zionalmente il lume
solare senza dimora si fa presente a chi se gli volta e se gli apre. minutolo
Volete dumque che gli studiosi e filosofi non siano più atti a questa luce che
gli quantunque ignoranti? severino In certo modo non, et in certo modo sì. Non
è differenza quando la divina mente per sua provi- denza viene a comunicarsi
senza disposizione del sug- getto: voglio dire quando si communica, perché ella
cerca et eligge il suggetto; ma è gran differenza quan- do aspetta e vuol esser
cercata, e poi secondo il suo bene placito vuol farsi ritrovare. In questo modo
non appare a tutti, né può apparir ad altri che a color che la cercano. Onde è
detto: «Qui quaerunt me invenient me»; et in altro loco: «Qui sitit, veniat, et
bibat». minutolo Non si può negare che l’apprensione del secondo modo si faccia
in tempo. severino Voi non distinguete tra la disposizione alla divina luce, e
la apprensione di quella. Certo non nie- go che al disporsi bisogna tempo,
discorso, studio e fatica: ma come diciamo che la alterazione si fa in tempo, e
la generazione in instante; e come veggiamo che con tempo s’aprono le fenestre,
et il sole entra in un momento: cossì accade proporzionalmente al pro- posito.
Letteratura italiana Einaudi 186 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori La quarta, significata nel seguente, non è veramente indegna, come
quella che proviene dalla consuetudi- ne di credere a false opinioni del volgo
il quale è mol- to rimosso dalle opinioni de filosofi: opur deriva dal studio
de filosofie volgari le quali son dalla moltitudi- ne tanto più stimate vere,
quanto più accostano al senso commune. E questa consuetudine è uno de
grandissimi e fortissimi inconvenienti che trovar si possano: perché (come
exemplificò Alcazele et Aver- roe) similmente accade a essi, che come a color
che da puerizia e gioventù sono consueti a mangiar veneno, quai son dovenuti a
tale, che se gli è convertito in sua- ve e proprio nutrimento; e per il
contrario abominano le cose veramente buone e dolci secondo la comun natura. Ma
è dignissima, perché è fondata sopra la consuetudine de mirar la vera luce (la
qual consuetu- dine non può venir in uso alla moltitudine come è detto). Questa
cecità è eroica, et è tale, per quale de- gnamente contentare si possa il
presente furioso cie- co, il qual tanto manca che si cure di quella, che viene
veramente a spreggiare ogni altro vedere, e da la co- munità non vorrebe
impetrar altro che libero passa- gio e progresso di contemplazione: come per
ordina- rio suole patir insidie, e se gli sogliono opporre intoppi mortali. La
quinta, significata nel quinto, procede dalla im- proporzionalità delli mezzi
de nostra cognizione al cognoscibile; essendo che per contemplar le cose di-
vine, bisogna aprir gli occhi per mezzo de figure, si- militudini et altre
raggioni che gli Peripatetici com- prendono sotto il nome de fantasmi; o per
mezzo de l’essere procedere alla speculazion de l’essenza: per via de gli
effetti alla notizia della causa; gli quali mezzi tanto manca che vagliano per
l’assecuzion di cotal fi- ne, che più tosto è da credere che siano impedimenti,
Letteratura italiana Einaudi 187 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori se credere vogliamo che la più alta e profonda cogni- zion de cose
divine sia per negazione e non per affir- mazione, conoscendo che la divina
beltà e bontà non sia quello che può cader e cade sotto il nostro concet- to:
ma quello che è oltre et oltre incomprensibile; massime in questo stato detto
“speculator de fanta- smi” dal filosofo, e dal teologo “vision per similitudi-
ne speculare et enigma”; perché veggiamo non gli ef- fetti veramente, e le vere
specie de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre, vestigii e simulacri
de quelle, come color che son dentro l’antro et hanno da natività le spalli
volte da l’entrata della luce, e la faccia opposta al fondo: dove non vedeno
quel che è veramente, ma le ombre de ciò che fuor de l’antro su- stanzialmente
si trova. – Però per la aperta visione la quale ha persa, e conosce aver persa,
un spirito simile o meglior di quel di Platone piange desiderando l’exi- to da
l’antro, onde non per riflessione, ma per “imme- diata conversione” possa
riveder sua luce. minutolo Parmi che questo cieco non versa circa la difficultà
che procede dalla vista riflessiva: ma da quella che è caggionata dal mezzo tra
la potenza visi- va e l’oggetto. severino Questi doi modi quantunque siano
distinti nella cognizion sensitiva o vision oculare, tutta volta però
concorrenti in uno nella cognizione razionale o intellettiva. minutolo Parmi
aver inteso e letto che in ogni visione si richiede il mezzo over intermedio
tra la potenza et oggetto. Perché come per mezzo della luce diffusa ne l’aere e
la similitudine della cosa che in certa maniera procede da quel che è visto a
quel che vede, si mette in effetto l’atto del vedere: cossì nella regione
intellet- tuale dove splende il sole dell’intelletto agente me- diante la
specie intelligibile formata e come proce- dente da l’oggetto, viene a
comprendere de la divinità Letteratura italiana Einaudi 188
Giordano Bruno - De gl’eroici furori l’intelletto nostro o altro
inferiore a quella. Perché co- me l’occhio nostro (quando veggiamo) non riceve
la luce del foco et oro in sustanza, ma in similitudine: cossì l’intelletto in
qualunque stato che si trove, non riceve sustanzialmente la divinità, onde
sieno sostan- zialmente tanti dèi quante sono intelligenze, ma in si-
militudine; per cui non formalmente son dèi, ma de- nominativamente divini,
rimanendo la divinità e divina bellezza una et exaltata sopra le cose tutte.
severino Voi dite bene; ma per vostro dire bene non è mistiero ch’io mi
ritratte, perché non ho detto il contrario: ma bisogna che io dechiare et
expliche. Però prima dechiaro che la visione immediata, detta da noi et intesa,
non toglie quella sorte di mezzo che è la specie intelligibile, né quella che è
la luce; ma quel- la che è proporzionale alla spessezza e densità del dia-
fano, o pur corpo al tutto opaco tramezzante: come aviene a colui che vede per
mezzo de le acqui più e meno turbide, o aria nimboso e nebbioso; il quale
s’intenderebbe veder come senza mezzo quando gli venesse concesso de mirar per
l’aria puro, lucido e terso. Il che tutto avete come esplicato dove si dice:
“Spicche fuor di tanti e sì densi ripari”. Ma ritornia- mo al nostro
principale. La sesta, significata nel sequente, non è altrimenti caggionata che
dalla imbecillità et insubsistenza del corpo, il quale è in continuo moto,
mutazione et alte- razione; e le operazioni del quale bisogna che seguiti- no
la condizione della sua facultà, la quale è conse- quente dalla condizione
della natura et essere. Come volete voi che la immobilità, la sussistenza, la
entità, la verità sia compresa da quello che è sempre altro et al- tro, e
sempre fa et è fatto altri et altrimenti? Che ve- rità, che ritratto può star
depinto et impresso dove le pupille de gli occhi si dispergono in acqui,
l’acqui in Letteratura italiana Einaudi 189 Giordano Bruno - De
gl’eroici furori vapore, il vapore in fiamma, la fiamma in aura, e que- sta in
altro et altro, senza fine discorrendo il suggetto del senso e cognizione per
la ruota delle mutazioni in infinito? minutolo Il moto è alterità, quel che si
muove sempre è altro et altro, quel che è tale, sempre altri et altri- mente si
porta et opra, per che il concetto et affetto séguita la raggione e condizione
del suggetto. E quel- lo che altro et altro, altri et altrimenti mira, bisogna
necessariamente che sia a fatto cieco al riguardo di quella bellezza che è
sempre una et unicamente, et è l’istessa unità et entità, identità. severino
Cossì è. La settima, contenuta allegoricamente nel sentimento del settimo
cieco, deriva dal fuoco dell’affezzione, on- de alcuni si fanno impotenti et
inabili ad apprendere il vero, con far che l’affetto precorra a l’intelletto.
Questi son coloro che prima hanno l’amare che l’in- tendere: onde gli avviene
che tutte le cose gli appaia- no secondo il colore della sua affezzione; stante
che chi vuole apprendere il vero per via di contemplazio- ne deve essere
ripurgatissimo nel pensiero. minutolo In verità si vede che sì come è diversità
de contemplatori et inquisitori per quel che altri (secon- do gli abiti de loro
prime e fondamentali discipline) procedeno per via de numeri, altri per via de
figure, altri per via de ordini o disordini, altri per via di com- posizione e
divisione, altri per via di separazione e congregazione, altri per via de
inquisizion e dubita- zione, altri per via de discorso e definizione, altri per
via de interpretazioni e desciferazion de voci, vocabo- li e dialecti: onde
altri son filosofi matematici, altri metafisici, altri logici, altri
grammatici; cossì è diver- sità de contemplatori che con diverse affezzioni si
metteno ad studiare et applicar l’intenzione alle sen- Letteratura italiana
Einaudi 190 Giordano Bruno - De gl’eroici furori tenze scritte:
onde si doviene sin a questo che medesi- ma luce di verità espressa in un
medesimo libro per medesime paroli, viene a servire al proposito di sette tanto
numerose, diverse e contrarie. severino Per questo è da dire che gli affetti
molto so- no potenti per impedir l’apprension del vero, quan- tumque gli
pazienti non se ne possano accorrere: qualmente aviene ad un stupido ammalato
che non dice il suo gusto amaricato, ma il cibo amaro. – Or tal specie de
cecità è notata per costui, gli occhi del qua- le son alterati e privi dal suo
naturale, per quel che dal core è stato inviato et impresso, potente non solo
ad alterar il senso, ma et oltre l’altre tutte facultadi de l’alma, come la
presente figura dimostra. Al significato per l’ottavo, cossì l’eccellente
intelligi- bile oggetto have occecato l’intelletto, come l’eccel- lente
sopraposto sensibile a costui ha corrotto il sen- so. Cossì avviene a chi vede
Giove in maestà, che perde la vita, e per conseguenza perde il senso. Cossì
avviene che chi alto guarda tal volta vegna oppresso da la maestà. Oltre quando
viene a penetrar la specie divina, la passa come strale: onde dicono gli
teologi il verbo divino essere più penetrativo che qualsivoglia punta di spada
o di coltello. Indi deriva la formazione et impressione del proprio vestigio,
sopra il quale al- tro non è che possa essere impresso o sigillato; là on- de
essendo tal forma ivi confirmata, e non possendo succedere la peregrina e nova,
senza che questa cieda, conseguentemente può dire che non ha più facultà di
prendere altro, se ha chi la riempie, o la disgrega per la necessaria
improporzionalitade. La nona caggione è notata per il nono che è cieco per
inconfidenza, per deiezzion de spirito, la quale è ad- ministrata e caggionata
pure da grande amore, perché Letteratura italiana Einaudi 191
Giordano Bruno - De gl’eroici furori con lo ardire teme de offendere;
onde disse la Canti- ca: «Averte oculos tuos a me, quia ipsi me avolare fece-
re». E cossì supprime gli occhi da non vedere quel che massime desidera e gode
di vedere; come raffrena la lingua da non parlare con chi massime brama di
parlare, per téma che difetto di sguardo o difettosa parola non lo avvilisca, o
per qualche modo non lo metta in disgrazia: e questo suol procedere da l’ap-
prensione de l’excellenza de l’oggetto sopra de la sua facultà potenziale, onde
gli più profondi e divini teo- logi dicono che più si onora et ama Dio per
silenzio, che per parola; come si vede più per chiuder gli occhi alle specie
representate, che per aprirli: onde è tanto celebre la teologia negativa de
Pitagora e Dionisio, sopra quella demostrativa de Aristotele e scolastici
dottori. minutolo Andiamone raggionando per il camino. severino Come ti piace.
fine del quarto dialogo Letteratura italiana Einaudi 192 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori DIALOGO QUINTO interlocutori Laodomia, Giulia.
laodomia Un’altra volta, o sorella, intenderai quel che apporta tutto il
successo di questi nove ciechi, quali eran prima nove bellissimi et amorosi
giovani, che essendo tanto ardenti della vaghezza del vostro viso, e non avendo
speranza de ricevere il bramato frutto de l’amore, e temendo che tal
disperazione le riducesse a qualche final ruina, partironsi dal terreno della
Campania felice, e d’accordo (quei che prima erano rivali) per la tua beltade
giuròrno di non la- sciarsi mai sin che avessero tentato tutto il possibile per
ritrovar cosa più de voi bella, o simile al meno; con ciò che scuoprir si
potesse in lei accompagnata quella mercé e pietade che non si trovava nel
vostro petto armato di fierezza: perché questo giudicavano unico rimedio che
divertir le potesse da quella cruda cattivitade. Il terzo giorno dopo la lor
sollenne parti- ta, passando vicini al monte Circeo, gli piacque d’an- dar a
veder quelle antiquitadi de gli antri e fani di quella dea. Dove essendo
gionti, dalla maestà del luogo ermo, de le ventose, eminenti e fragose rupi,
del mormorìo de l’onde maritime che vanno a fran- gersi in quelle cavitadi, e
di molte altre circonstanze che mostrava il luogo e la staggione, vennero tutti
co- me inspiritati; tra’ quali un (che ti dirò), più ardito espresse queste
paroli: «Oh se piacesse al cielo che a questi tempi ne si fesse presente, come
fu in altri se- coli più felici, qualche saga Circe che con le piante,
minerali, veneficii et incanti era potente di mettere come il freno alla
natura: certo crederei che ella, Letteratura italiana Einaudi 193
Giordano Bruno - De gl’eroici furori quantunque fiera, piatosa pur sarebbe
al nostro ma- le. Ella molto sollecitata da nostri supplichevoli la- menti,
condiscenderebbe o a darne rimedio, o ver a concederne grata vendetta contra la
crudeltà di no- stra nemica». A pena avea finito di proferir queste paroli, che
a tutti si presentò visibile un palaggio, il quale chiumque have ingegno di
cose umane, possea facdmente comprendere che non era manifattura d’uomo, né di
natura: de la figura e descrizzion de la quale ti dirò un’altra volta. Onde
percossi da gran maraviglia, e tòcchi da qualche speranza che qualche propizio
nume (il qual ciò gli mise avanti) volesse de- finire il stato de la lor
fortuna, dissero ad una voce che peggio non posseano incorrere che il morire,
il quale stimavano minor male che vivere in tale e tanta passione. Però vi entraro
dentro non trovando porta che fermata gli fosse, o portinaio che gli domandasse
raggione; sin che si ritrovano in una richissima et or- natissima sala, dove in
quella regia maestade (che puoi dire che Apolline fusse stato ritrovato da
Feton- te) apparve quella ch’è chiamata sua figlia; con l’ap- parir de la quale
veddero sparire le imagini de molti altri numi che gli administravano. Là con
grazioso volto accettati e confortati, si fero avanti: e vinti dal splendor di
quella maestade, piegaro le ginocchia in terra, e tutti insieme con quella
diversità de note che gli dettava il diverso ingegno, esposero gli lor voti al-
la dea. Dalla quale in conclusione furono talmente trattati, che ciechi,
raminghi et infortunatamente la- boriosi hanno varcati tutti mari, passati
tutti fiumi, superati tutti monti, discorse tutte pianure, per spa- cio de
diece anni; al termine de quali entrati sotto quel temperato cielo de l’isola
britannica, gionti al conspetto de le belle e graziose ninfe del padre Ta-
mesi, dopoi aver essi fatti gli atti di conveniente umil- tade, et accettati da
quelle con gesti d’onestissima Letteratura italiana Einaudi 194
Giordano Bruno - De gl’eroici furori cortesia, uno tra loro, il
principale, che altre volte ti sarà nomato, con tragico e lamentevole accento
espo- se la causa commune in questo modo: Di que’, madonne, che col chiuso vase
si fan presenti, et han trafitt’il core, non per commesso da natur’ errore, ma
d’una cruda sorte ch’in sì vivace morte le tien astretti, ogn’un cieco rimase. Siam
nove spirti che molt’anni, erranti, per brama di saper, molti paesi abbiam
discorsi, e fummo un dì surpresi d’un rigid’accidente, per cui (se siete
attente) direte: «O degni, et o infelici amanti». Un’empia Circe, che si don’il
vanto d’aver questo bel sol progenitore, ne accolse dopo vario e lungo errore;
e un certo vase aperse, de le cui acqui insperse noi tutti, et a quel far
giunse l’incanto. Noi aspettand’il fine di tal opra, eravam con silenzio muto
attenti, sin al punto che disse: «O voi dolenti, itene ciechi in tutto;
raccogliete quel frutto, che trovan troppo attenti al che gli è sopra». «Figlia
e madre di tenebre et orrore – diss’ogn’un fatto cieco di repente, – dumque ti
piacque cossì fieramente trattar miseri amanti, che ti si fero avanti, facili
forse a consecrart’il core?» Ma poi ch’a i lassi fu sedato alquanto quel subito
furor, ch’il novo caso Letteratura italiana Einaudi 195 Giordano
Bruno - De gl’eroici furori porse, ciascun più accolto in sé rimaso, mentr’ira
al dolor cede, voltossi alla mercede, con tali accenti accompagnand’il pianto:
«Or dumque s’a voi piace, o nobil maga, che zel di gloria forse il cor ti
punga, o liquor di pietà il lenisca et unga, farti piatosa a noi co’ medicami
tuoi, saldand’al nostro cuor l’impressa piaga; se la man bella è di soccorrer
vaga, deh non sia tanto la dimora lunga, che di noi triste alcun a morte giunga
pria che per gesti tuoi possiam unqua dir noi: tanto ne tormentò, ma più ne
appaga». E lei soggiunse: «O curiosi ingegni, prendete un altro mio vase
fatale, che mia mano medesma aprir non vale; per largo e per profondo
peregrinate il mondo, cercate tutti i numerosi regni: perché vuol il destin che
discuoperto mai vegna, se non quando alta saggezza e nobil castità giunte a
bellezza v’applicaran le mani; d’altri i studi son vani per far questo liquor
al ciel aperto. All’or, s’avvien ch’aspergan le man belle chiumque a lor per
remedio s’avicina, provar potrete la virtù divina: ch’a mirabil contento
cangiand’il rio tormento, vedrete due più vaghe al mondo stelle. Tra tanto
alcun di voi non si contriste, quantumque a lungo in tenebre profonde
Letteratura italiana Einaudi 196 Giordano Bruno - De gl’eroici
furori quant’è sul firmamento se gli asconde: perché cotanto bene per
quantunque gran pene mai degnamente avverrà che s’acquiste. Per quell’a cui
cecità vi conduce, dovete aver a vil ogn’altro avere, e stimar tutti strazii un
gran piacere; che sperando mirare tai grazie uniche o rare, ben potrete
spreggiar ogni altra luce». Lassi, è troppo gran tempo che raminghe per tutt’il
terren globo nostre membra son ite, sì ch’al fine a tutti sembra che la fiera
sagace di speranza fallace il petto n’ingombrò con sue lusinghe. Miseri, ormai
siam (bench’al tardi) avisti ch’a quella maga, per più nostro male, tenerci a bada
eternamente cale; certo perché lei crede che donna non si vede sott’il manto
del ciel con tanti acquisti. Or benché sappiam vana ogni speranza, cedemo al
destin nostr’e siam contenti di non ritrarci da penosi stenti, e mai fermando i
passi (benché trepidi e lassi) languir tutta la vita che n’avanza. Leggiadre
Nimfe, ch’a l’erbose sponde del Tamesi gentil fate soggiorno, deh, per dio, non
abiate (o belle) a scorno tentar voi anco in vano con vostra bianca mano di
scuoprir quel ch’il nostro vase asconde. Chi sa? forse che in queste spiaggie,
dove con le Nereidi sue questo torrente Letteratura italiana Einaudi 197
Giordano Bruno - De gl’eroici furori si vede che cossì rapidamente da
basso in su rimonte riserpendo al suo fonte, ha destinat’il ciel ch’ella si
trove. Prese una de le Ninfe il vase in mano, e senza altro tentare, offrillo
ad una per una, di sorte che non si trovò chi ardisse provar prima: ma tutte de
commun consentimento, dopo averlo solamente remirato, il ri- ferivano e
proponevano per rispetto e riverenza ad una sola; la quale finalmente non tanto
per far perico- lo di sua gloria, quanto per pietà e desìo di tentar il
soccorso di questi infelici, mentre dubbia lo contratta- va, come
spontaneamente s’aperse da se stesso. Che volete ch’io vi referisca quanto
fusse e quale l’applau- so de le Nimfe? Come possete credere ch’io possa
esprimere l’estrema allegrezza de nove ciechi, quando udiro del vase aperto, si
sentiro aspergere dell’acqui bramate, apriro gli occhi e veddero gli doi soli;
e tro- varono aver doppia felicitade: l’una della ricovrata già persa luce,
l’altra della nuovamente discuoperta, che sola possea mostrargli l’imagine del
sommo bene in terra? Come, dico, volete ch’io possa esprimere quella allegrezza
e tripudio de voci, di spirto e di corpo, che lor medesimi tutti insieme non
posseano esplicare? Fu per un pezzo il veder tanti furiosi debaccanti, in senso
di color che credono sognare, et in vista di quelli che non credeno quello che
apertamente veggono: sin tan- to che tranquillato essendo alquanto l’impeto del
furo- re, se misero in ordine di ruota, dove: Il primo cantava e sonava la
citara in questo tenore: O rupi, o fossi, o spine, o sterpi, o sassi, o monti,
o piani, o valli, o fiumi, o mari, quanto vi discuoprite grati e cari, ché
mercé vostra e merto n’ha fatt’il ciel aperto: o fortunatamente spesi passi. Il
secondo con la mandòra sua sonò e cantò: O fortunatamente spesi passi, o diva
Circe, o gloriosi affanni; o quanti n’affligeste mesi et anni, tante grazie
divine, se tal è nostro fine dopo che tanto travagliati e lassi. Il terzo con
la lira sonò e cantò. Dopo che tanto travagliati e lassi, se tal porto han
prescritto le tempeste, non fia ch’altro da far oltre ne reste che ringraziar
il cielo ch’oppose a gli occhi il velo, per cui presente al fin tal luce fassi.
Il quarto con la viola cantò: Per cui present’al fin tal luce fassi, cecità
degna più ch’altro vedere, cure suavi più ch’altro piacere; ch’a la più degna
luce vi siete fatte duce: con far men degni oggetti a l’alma cassi. Il quinto
con un timpano d’Ispagna cantò: Con far men degni oggetti a l’alma cassi, con
condir di speranza alto pensiero, fu chi ne spinse a l’unico sentiero, per cui
a noi si scuopra Letteratura italiana Einaudi 199 Giordano Bruno -
De gl’eroici furori de Dio la più bell’opra: cessi fato benigno a mostrar
vassi. Il sesto con un laùto cantò: Cossì fato benigno a mostrar vassi; perché
non vuol ch’il ben succeda al bene, o presagio di pene sien le pene; ma
svoltando la ruota, or inalze, ora scuota: com’a vicenda il dì e la notte
dassi. Il settimo con l’arpa d’Ibernia: Come a vicenda, il dì e la notte dassi,
mentr’il gran manto de faci notturne scolora il carro de fiamme diurne:
talmente chi governa con legge sempiterna supprime gli eminenti, e inalz’ i bassi.
L’ottavo con la viola ad arco: Supprime gli eminenti, e inalza i bassi, chi
l’infinite machini sustenta: e con veloce, mediocre e lenta vertigine dispensa
in questa mole immensa quant’occolto si rende e aperto stassi. Il nono con una
rebecchina: Quant’occolto si rend’e aperto stassi, o non nieghi, o confermi che
prevagli l’incomparabil fine a gli travagli campestri e montanari Letteratura
italiana Einaudi 200 Giordano Bruno - De gl’eroici furori de
stagni, fiumi, mari, de rupi, fossi, spine, sterpi, sassi. Dopo che ciascuno in
questa forma singularmente sonando il suo instrumento ebbe cantata la sua
sesti- na, tutti insieme ballando in ruota e sonando in lode de l’unica Nimfa
con un soavissimo concento canta- rono una canzona, la quale non so se bene mi
verrà a la memoria. giulia Non mancar (ti priego, sorella) di farmi udire quel
tanto che ti potrà sovvenire. laodomia Canzone de gl’illuminati «Non oltre
invidio, o Giove, al firmamento,» dice il padre Oceàn col ciglio altero, «se
tanto son contento per quel che godo nel proprio impero»; «Che superbia è la
tua?» Giove risponde, alle ricchezze tue che cosa è gionta? o dio de le
insan’onde, perché il tuo folle ardir tanto surmonta?» «Hai,» disse il dio de
l’acqui, «in tuo potere il fiammeggiante ciel, dov’è l’ardente zon’, in cui
l’eminente coro de tuoi pianeti puoi vedere. Tra quelli tutt’il mondo admira il
sole, qual ti so dir che tanto non risplende quanto lei che mi rende più
glorioso dio de la gran mole. Et io comprendo nel mio vasto seno tra gli altri
quel paese, ove il felice Tamesi veder lice, ch’ha de più vaghe ninfe il coro
ameno. Tra quelle ottegno tal fra tutte belle, i per far del mar più che del
ciel amante te Giove altitonante, cui tanto il sol non splende tra le stelle»;
Giove responde: «O dio d’ondosi mari, ch’altro si trove più di me beato non lo
permetta il fato; ma miei tesori e tuoi corrano al pari. Vagl’il sol tra tue
ninfe per costei; e per vigor de leggi sempiterne, de le dimore alterne, costei
vaglia per sol tra gli astri miei». Credo averla riportata interamente tutta.
giulia Il puoi conoscere, perché non vi manca senten- za che possa appartener
alla perfezzion del proposito; né rima che si richieda per compimento de le
stanze. Or io, se per grazia del cielo ottenni d’esser bella, maggior grazia e
favor credo che mi sia gionto: perché qualumque fusse la mia beltadel è stata
in qualche maniera principio per far discuoprir quell’unica e di- vina.
Ringrazio gli dèi, perché in quel tempo che io fui sì verde, che le amorose
fiamme non si posseano accendere nel petto mio, mediante la mia tanto restia
quanto semplice et innocente crudeltade, han preso mezzo per concedere
incomparabilmente grazie mag- giori a’ miei amanti, che altrimenti avessero
possute ottenere per quantunque grande mia benignitade. laodomia Quanto a gli
animi di quelli amanti, io ti as- sicuro ancora, che come non sono ingrati alla
sua ma- ga Circe, fosca cecitade, calamitosi pensieri et aspri travagli, per
mezzo de quali son gionti a tanto bene: cossì non potranno di te esser poco ben
riconoscenti. giulia Cossì desidero, e spero. Grice: “Agostino da Norcia used
to quote from Benedetto da Norcia’s emblematic maxim, praise the lord AND WORK
– it rymes in Italian: ORA e LABORA --.
Not to be confused with “Benedetto da Norcia”. Agostino da Perugia. Agostino
da Norcia. Norcia. Agostino Colizzi. Giovanni Colizzi. Colizzi. Keywords:
implicatura, “De amore fundamenta mundis ac ethicae”, eretici italiani,
ortodossi italiani, dell’infinito,
universo e mondi, praxis descensus application entis, amore – l’amore come
fondamento del mondo, l’amore come fondamento dalla morale -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Colizzi” – The Swimming-Pool Library.
Sunday, April 7, 2024
GRICE E COLLIZI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA
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