Grice e Cordeschi: l'implicatura conversazionale della logica della
guerra – filosofia italiana – Luigi Speranza (L’Aquila).
Filosofo italiano. Grice: “Cordeschi is fine if you are into how we can model a
pirot from an automaton – Descartes’s old idea!” -- Roberto Cordeschi
(L'Aquila) filosofo. Si laurea a Roma sotto
Somenzi. Si appassiona subito alla storia della cibernetica, di cui Somenzi fu
tra i primi studiosi e contributori in Italia. Con la co-supervisione di Radice
discute una tesi sui Teoremi di incompletezza di Gödel. Insegna a Morino,
Avezzano, Torino, Roma, e Saerno. Altre opere: “Turing” – homo mechanicus (Alan
Mathison); “Turing’s homo mechanicus” (Pisa: Edizioni della Normale); “La
cibernetica in Italia” (Roma: Scienze, Istituto della Enciclopedia Italiana); “Un
padrino per l’Intelligenza Artificiale. Sapere; “L’intelligenza meccanica”;
Alfabeta; “Dalla cibernetica a internet: etica e politica tra mondo reale e
mondo virtuale; “Dal corpo bionico al corpo sintetico. Roma: Carocci);
“Somenzi. testimonianze. Mantova: Fondazione Banca Agricola Mantovana); “Natura,
machina, cervello e conoscenza”; “Autonomia delle macchine: dalla cibernetica
alla robotica bellica” (Roma: Armando); “Rap-resentare il concetto: filosofia e
modello computazionale”. Sistemi Intelligenti, “Fare a meno delle metafore: il
metodo sintetico e la scienza cognitive” (Milano: Franco Angeli). Nuove
prospettive nell’Intelligenza Artificiale, XXI SecoloNorme e idee. Roma:
Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani), “Quale coscienza artificiale?
Sistemi intelligenti, “Adattamento” e “selezione” nel mondo della natura”
(Milano: Franco Angeli); “Computazionalismo sotto attacco” (Padova: CLEUP); Premessa
al Documento di Dartmouth, Sistemi Intelligenti, “Psicologia, fisicalismo e
Intelligenza Artificiale. Teorie e Modelli; “Forme e strutture della
comunicazione linguistica. Intersezioni. Filosofia dell’intelligenza
artificiale. In Floridi L., a cura di. Linee di ricerca, SWIF. Una lezione per
la scienza cognitiva. Sistemi Intelligenti, Funzionalismo e modelli nella Scienza
Cognitiva. Forum SWIF. CVecchi problemi filosofici per la nuova Intelligenza
Artificiale. Networks. Rivista di Filosofia dell’Intelligenza Artificiale e
Scienze Cognitive, In ricordo di Vittorio Somenzi Quaderno Filosofi e Classici
SWIF; Intelligenza artificiale. Manuale per le discipline della comunicazione.
Roma: Carocci. L’intelligenza Artificiale: la storia e le idee. Roma: Carocci);
“Naturale e artificiale” (Bari: Edizioni Laterza); La scoperta
dell’artificiale. Psicologia, filosofia e macchine intorno alla cibernetica.
Milano-Bologna: Dunod-Zanichelli); “Pensiero meccanico” e giochi
dell’imitazione. Sistemi Intelligenti; Prospettive della Logica e della
Filosofia della scienza. Atti del Convegno SILFS. Pisa: ETS. I modelli della
vita mentale, oggi e domani. Giornale Italiano di Psicologia, Filosofia della
mente. Quaderni di Le Scienze, L’intelligenza artificiale. In: Bellone, E.,
Mangione, C., a cura di. Geymonat L., Storia del pensiero scientifico. Il
Novecento, 3, Milano: Garzanti); Somenzi,
V., La filosofia degli automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino:
Bollati Boringhieri); Indagini meccanicistiche sulla mente: la cibernetica e
l’intelligenza artificiale. In: Somenzi, V., Cordeschi, R., a cura di. La
filosofia degli automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino: Bollati
Boringhieri: Qualche problema per l’IA classica e connessionista. Lettera
matematica PRISTEM, Una macchina protoconnessionista. Pisa: ETS: Le radici
moderne del recupero scientifico della teologia. Nuova Civiltà Delle Macchine);
Scienza e filosofia della scienza; La mente nuova dell’imperatore. La mente, i
computer, le leggi della fisica. Milano. Wiener. In: Negri, A., a cura di.
Novecento Filosofico e Scientifico. Protagonisti, 5, Milano: Marzorati, Turing. In: Negri, A., a
cura di. Novecento Filosofico e Scientifico. Protagonisti, 5, Milano: Marzorati: Significato e
creatività: un problema per l’intelligenza artificiale. L’Automa spirituale:
Menti, Cervelli e Computer, Cervello, mente e calcolatori: précis storico
dell’intelligenza artificiale. In: Corsi, P., a cura di. La fabbrica del
pensiero. Dall’arte della memoria alle neuroscienze, Milano: Electa: L’intelligenza
artificiale tra psicologia e filosofia. Nuova Civiltà delle Macchine, Mente,
linguaggio e realtà. Milano: Adelphi. Linguaggio mentalistico e modelli
meccanici della mente. Osservazioni sulla relazione di Margaret Boden.
L’evoluzione dei calcolatori e l’intelligenza artificiale. Manuscript; La psicologia
meccanicistica, Storia e critica della psicologia, La teoria dell’elaborazione
umana dell’informazione. Aspetti critici e problemi metodologici. Roma: Editori
Riuniti); Dal comportamentismo alla simulazione del comportamento. Storia e
Critica della Psicologia, I sillogismi di Lullo. Atti del Convegno
Internazionale di Storia della Logica. San Gimignano: Il duro lavoro del
concetto: il neoidealismo e la razionalità scientifica. Giornale critico della
Filosofia Italiana; La psicologia come scienza autonoma: Croce, De Sarlo e gli
“sperimentalisti”. Per un’analisi storica e critica della Psicologia, 2Dietro
una recensione crociana di Couturat. Quaderni di Matematica, Metodi per la
risoluzione dei problemi nell’intelligenza artificiale, Per un’analisi storica
e critica della psicologia, 2. Manuscript. La psicologia tra scienze della
natura e scienze dello spirito: Croce e De Sarlo. In: Cimino G., Dazzi N.
(1980), a cura di. Gli studi di psicologia in Italia: Aspetti teorici
scientifici e ideologici, Quaderni di storia critica della scienza. Nuova
serie. 9, Pisa: Domus Galileana); Una critica del naturalismo: note sulla
concezione crociana delle scienze. Critica marxista; Introduzione alla logica.
Roma: Editori Riuniti. Predicati. In: CIntroduzione alla logica. Roma: Editori
Riuniti. Elementi di logica matematica. Roma: Editori Riuniti); Bilancio
dell’empirismo contemporaneo. Scientia; La filosofia di Leibniz: esposizione
critica con un’appendice antologica. Roma: Newton Compton Italiana); Filosofia
e informazione. Padova: La Cultura; Validità e reiezione nella logica
aristotelica. Il problema della decisione. Report: Storia della Filosofia
Antica. Istituto di Filosofia, Roma. Manuscript. In generale, nella implicatura
robotica c’è la tendenza a ricorrere al vocabolario delle rappresentazioni solo
quando, per così dire, non se ne può fare a meno, ovvero, più precisamente,
quando si lascia il livello puramente reattivo nel quale il lessico delle
rappresentazioni sarebbe banale, per passare a quello topologico e, a maggior
ragione, a quello metrico o delle mappe cognitive. Due robot puramente reattivi
sono capaci di risolvere alcuni compiti per i quali, nella ricerca su animali
(la squarrel Toby di Grice), si erano invocate rappresentazioni complesse come
le mappe cognitive. Questi stessi robot reattivi, man mano che si riducono le
restrizioni sull’ambiente, diventano sempre meno abili nell’affrontare quegli
stessi compiti, che possono essere risolti solo da agenti dotati di stati
interni (attitudine psicologica) ai quali essi riconoscono lo status di
rappresentazioni. La massima sarebbe in questi casi quella di esaminare tutti i
modi possibili di spremere l’ultima goccia di informazione dal livello reattivo
prima di parlare dell’influenza della rappresentazione, modello del mondo o
mappa sul comportamento intelligente. Circa la natura delle rappresentazioni,
una volta ammesse, le opinioni sono contrastanti, e riflettono la varietà dei
punti di vista ormai usuale in intelligenza artifiziale e intelligenza
naturale, classica o nouvelle che sia. Si può parlare di rappresentazione anche
per i pattern connessionisti, a patto di distinguere la relativa computazione.
La rappresentazione e solo simbolica, quale che sia la loro complessità, e un
pattern connessionista, non essendo considerato simbolico, non e una
rappresentazione. Si parla di una rappresentazione che possono essere di
diversa complessità e accuratezza, esplicita (spliegatura) o implicita
(impiegatura), metrica o topologica, centralizzata o distribuita. E in generale
si parla di ra-presentazione simbolica quando si è in presenza di un costrutto
dotato di proprietà ritenuta analoga a quella del segno. Ricorrenti valutazioni
polemiche da parte di alcune tendenze dell’IA nouvelle identificano
nell’Ipotesi del Sistema Fisico di Simboli il paradigma linguistico per
eccellenza dell’IA classica. Tuttavia, un confronto di qualche anno fa tra sostenitori
e critici di questa ipotesi mostra come questa interpretazione sia quanto meno
opinabile. Sarebbe opportuno tenerne conto, per evitare di porre in un modo
troppo sbrigativo l’identificazione tra simbolo e il concetto piu generale di segno in IA
classica e per affrontare senza pregiudizi i difficili problemi che stanno alla
base della costruzione di un modello di conversazione, tra i quali quello della
natura della rappresentazione. Mi riferisco all’interpretazione in termini di un
sistema di elaborazione simbolica dell’informazione (dunque in termini di un
sistema fisico materiale di simboli) di sistemi tradizionalmente non considerati
tali, come quelli proposti dai teorici dell’azione situata. L’idea di simbolo
che sta alla base di questa ipotesi è che un simbolo è un pattern che denota, e
la nozione di denotazione è quella che dà al simbolo la sua capacità
rappresentazionale. Il pattern puo denotare altro pattern, sia interni al Si
veda per una formulazione particolarmente esplicita (Gallistel 1999). 12 Detto
in breve, tali proprietà riguardano, tra l’altro, la produttività, ovvero la
capacità di generare e capire un insieme illimitato di frasi, e la
sistematicità, ovvero la capacità di capire ad esempio tanto aRb quanto bRa.
Fodor ne ha fatto la base per la sua controversa ipotesi del “linguaggio del
pensiero” Per una introduzione all’argomento, si veda (Di Francesco 2002). 13 Per
pattern si intende, come sarà più chiaro nel seguito, una struttura fisica,
biologica o inor- ganica, che può essere oggetto di processi
computazionali—codifica, decodifica, registrazione, cancellazione, cambiamento,
confronto—i quali occorrono in sistemi diversi, in un calcolatore e nel sistema
nervoso, anche se in quest’ultimo caso non sappiamo nei dettagli come. Questa
tesi provocò diverse reazioni (si vedano i volumi 17 e 18 di Cognitive
Science). Si noti che nelle intenzioni di Simon e Vera la tesi non comporta che
ogni pattern sia dotato di meccanismo sistema che esterni ad esso (nel
mondo reale), e anche stimoli sensoriali e azioni motorie. Processi tanto
biologici quanto inorganici possono essere simbolici in questo senso e, dal
punto di vista sostenuto da Simon e Vera, i relativi sistemi sono sempre
sistemi fisici di simboli, ma a diversi livelli di complessità. Per esempio,
nel caso più semplice che riguarda gli organismi, anche l’azione riflessa
(subcorticale) è un processo simbolico: la codifica di un simbolo provocata da
un ingresso sensoriale, poniamo la bruciatura di una mano, dà luogo alla
codifica di un simbolo motorio, con la conseguente rapida effettuazione
dell’azione, in questo caso il ritirare la mano. Più precisamente, l’idea è che
“il sistema nervoso non trasmette certo la bruciatura, ma ne comunica
l’occorrenza. Il simbolo che denota l’evento [la brucia- tura] viene trasmesso
al midollo spinale, che a sua volta trasmette un simbolo ai mu- scoli, i quali
esercitano la contrazione che consente di ritirare la mano.” Nel caso degli
artefatti, già il solito termostato è un sistema fisico di sim- boli, sebbene
particolarmente semplice: il suo livello di tensione è un simbolo che denota
uno stato del mondo esterno. Come ho ricordato, anche Brooks ha finito per
riconoscere alle rappresentazioni un loro ruolo nel comportamento dei suoi
robot, se non altro alle rappresentazioni “relati- ve al particolare compito
per il quale sono usate” (i “modelli parziali del mondo”), quali potrebbero
essere, a diversi livelli di complessità, quelle usate da agenti naturali come
Cataglyphis o da agenti artificiali come Toto o il solutore di labirinti sopra
ri- cordato. Simon e Vera considererebbero senz’altro agenti del genere come
sistemi fisici di simboli, dotati di un’attività rappresentazionale molto
sofisticata, anche se specializzata a un compito particolare. Ma essi includono
tra i sistemi fisici di simboli anche artefatti molto più semplici, come il
ricordato termostato, e agenti robotici pu- ramente reattivi o collocabili al
livello del taxon system (che, seguendo Prescott, era stato definito come una
catena di associazioni consistenti in coppie <stimolo, risponsa>).
Secondo i due autori, i primi robot alla Brooks sono (un tipo relativamente
sem- plice di) sistemi fisici di simboli: anche l’interazione senso-motoria
diretta di un agen- te con l’ambiente nella misura in cui dà luogo a un
comportamento coerente alle rego- larità dell’ambiente, non può essere
considerata se non come manipolazione simboli- ca. Ho ricordato sopra il
semplice comportamento reattivo di Allen, che tramite sonar evita ostacoli
presenti in un ambiente reale. In questo caso, i suoi ingressi sensoriali danno
luogo a un processo di codifica, e i costrutti in gioco (i simboli, secondo la
definizione sopra ricordata) che risultano da tale interazione sensoriale, e
poi motoria, dell’agente con l’ambiente sono rappresentazioni interne (degli
ostacoli esterni da evitare) in un senso non banale: l’informazione sensoriale
captata dal robot è converti- ta in simboli, i quali sono manipolati al fine di
determinare gli appropriati simboli motori che evocano o modificano un certo
comportamento. L’assenza di memoria in questo tipo di agente comporta che
l’azione sia eseguita senza una rappresentazione esplicita del piano e
dell’obiettivo che orienta l’azione stessa (senza pianificazione), ma non che
non ci sia attività rappresentazionale simbolica. Qual è la natura di questi
simboli, di queste rappresentazioni simboliche? denotazionale, cosa che
evidentemente renderebbe banale questa definizione di simbolo: ci sono pattern
che non denotano, tanto naturali quanto artificiali. Sulla sufficienza della
denotazione per caratterizzare la nozione di simbolo (come di rappresen-
tazione) si è molto discusso. Nel caso degli artefatti più semplici si tratta
di rappresentazioni analogiche che stabiliscono e mantengono la relazione
funzionale del sistema con l’ambiente. Questo, si è visto, è già vero per il
solito termostato. Nel caso di (come pure di certi sistemi connessionisti, o
che includono sistemi connessioni- sti), tali rappresentazioni (analogiche)
hanno carattere temporaneo (senza intervento di memoria) e distribuito (non
sono sottoposte a controllo centralizzato). In questi casi, una rappresentazione
certo imprecisa ma sufficientemente efficace è fornita da un sonar sotto forma
di un pattern interno fisico (un pattern di nodi della rete, nel caso di un
sistema connessionista): essa denota o rappresenta per il robot un ostacolo o
una certa curvatura di una parete o di un percorso. Una volta che tale pattern
venga comu- nicato a uno sterzo, esso determina l’angolo della ruota sterzante
del carrello del ro- bot. Per quanto diversa a seconda dei casi, è sempre
presente un processo di codifica- elaborazione-decodifica non banale, che
stabilisce una ben precisa relazione funziona- le tra il sistema e l’ambiente,
e spiega il comportamento coerente dell’agente nell’interazione con il mondo.
Non parlare di rappresentazioni interne, e limitarsi a dire che un agente
“intrattiene certe relazioni causali con il mondo, non spiega come tali
relazioni vengano mantenute. E’ del tutto ragionevole sostenere che un agente
mantiene l’orientamento verso un oggetto tramite una relazione causale (Grice,
“La teoria causale della percezione”) con esso e che tale relazione è un
pattern di interazione, ma non ha senso pensare che tale pattern venga prodotto
per magia, senza un corrispondente cambiamento di stato rappresenta- zionale
dell’agente, ovvero che esso possa aver luogo senza una rappresentazione
interna fosse pur minima.” Rappresentazioni più complesse, che sono alla base
di un’attività non semplicemente percettiva diretta, sono presenti in altri
casi, quando entrano in gioco la me- moria, l’apprendimento, il riconoscimento
di oggetti e l’elaborazione di concetti, la formulazione esplicita di una mappa
o di piani alternativi, sotto forma di rappresentazioni off-line, e ancora. In
molte di queste attività “alte” intervengono rappresentazioni esplicite,
linguistiche e metriche, ma se si riconosce che la cognizione richiede questo
tipo di rappresentazioni, è difficile mettere in dubbio che tali attività non
condividono con attività più “basse” come la percezione, sulle quali esse
vengono elaborate, il meccanismo denotazionale, sia pure in una forma minimale.
A meno di restringere arbitrariamente la nozione di rappresentazione e di simbolo,
non c’è ragione di riservarla esclusivamente a pattern linguistici, o ai
costrutti della semantica denotazionale (variabili da vincolare ecc.). Penso si
possa sottoscrivere questa conclusione di Bechtel: “la nozione base [di
rappresentazione] è effettivamente minimale, tale da rende- re le
rappresentazioni più o meno ubique. Esse sono presenti in ogni sistema organiz-
zato che si è evoluto o è stato progettato in modo da coordinare il suo
comportamento con le caratteristiche dell’ambiente. Ci sono dunque rappresentazioni
nel regolatore, nei sistemi biochimici e nei sistemi cognitivi”. Il riferimento
di Bechtel al regolatore di Watt è polemico nei confronti di van Gelder, che ne
faceva il prototipo della sua concezione non computazionale e non simbolica
della co- gnizione. In realtà questo tipo di artefatti analogici (sistemi a
feedback negativo e servomecca- nismi) erano stati interpretati come sistemi
rappresentazionali già all’epoca della cibernetica, in primo luogo da Craik,
che ne aveva fatto la base per una “teoria simbolica del pensie- ro”, come egli
la chiamava, per la quale “il sistema nervoso è visto come una macchina
calcola- trice capace di costruire un modello o un parallelo della realtà”. Non
entriamo in questa sede sui diversi problemi relativi al contenuto delle Simon
e Vera distinguono il livello della modellizzazione simbolica da quello della
realizzazione fisica (sia biologica che inorganica) di un agente.
Nell’interazione con l’ambiente, un agente ha un’attività rappresentazionale
che è data dalle caratteri- stiche specifiche del suo apparato fisico di
codifica-elaborazione-decodifica di simboli. Si pensi ancora alla codifica,
molto approssimativa ma generalmente efficace, at- traverso sonar degli
ostacoli da parte di un robot reattivo, e alla relativa decodifica che si
conclude in un ben determinato movimento. La modellizzazione simbolica di
questa capacità non appare in linea di principio diversa da quella “alta” sopra
ricordata. L’idea è che tutti questi tipi o livelli di rappresentazioni, da
quelli legati alla percezio- ne a quelli più alti della “ricognizione”, possono
essere opportunamente modellizzati attraverso regole di produzione, come
livello di descrizione di un sistema fisico di simboli. Un robot basato
sull’architettura della sussunzione non fa eccezione. Ad esempio, il
funzionamento di un modulo reattivo al livello più basso dell’architettura, che
con- trolla la reazione di evitamento di ostacoli, potrebbe essere reso da
un’unica regola di produzione del tipo “se c’è un ostacolo rilevato attraverso
sonar e bussola allora fermati”. Questa possibilità sembra essere stata presa
in considerazione dallo stesso Brooks, che però la respingeva in questi
termini: “Un sistema di produzione standard in realtà è qualcosa di più [di un
robot behavior-based], perché ha una base di regole dalla quale se ne seleziona
una attraverso il confronto tra la precondizione di ogni regola e una certa
base di dati. Le precondizioni possono contenere variabili che de- vono essere
confrontate con costanti nella base di dati. I livelli dell’architettura della
sussunzione funzionano in parallelo e non ci sono variabili né c’è bisogno di
tale confronto. Piuttosto, vengono estratti aspetti del mondo, che evocano o
modificano direttamente certi comportamenti a quel livello. Tuttavia, se
distinguiamo il livello della realizzazione fisica da quello della sua
modellizzazione, quella che Brooks chiama l’estrazione degli “aspetti del
mondo” rilevanti per l’azione è descritta in modo adeguato da un opportuno
sistema di regole di produzione, e tramite tale sistema un certo comportamento
di una sua creatura può essere evocato o modificato nell’interazione con
l’ambiente. E questo modello (a regole di produzione) delle regolarità
comportamentali di diversi livelli dell’architettura della sussunzione può
essere implementata in un dispositivo che, grazie all’elevato grado di
parallelismo, presenta doti di adattività, robustezza e rispo- sta in tempo
reale paragonabili a quelle di un dispositivo behavior-based. In questo senso,
le regole di descrizione danno una modellizza- zione adeguata del comportamento
di un agente situato. Oltre alle risposte automatiche, che nel caso dell’azione
riflessa o “innata” e di quella reattiva possono essere rese attraverso un’unica
regola di produzione (qualcosa che corrisponda a una relazione comportamentista
S→R), esistono le azioni automa- rappresentazioni, al ruolo dell’utente degli
artefatti e alla natura della spiegazione cognitiva. L’articolo di Bechtel
contiene una disanima efficace di questi problemi, rispetto a posizioni diverse
come quella sostenuta da Clancey contro la tesi di Vera e Simon. In breve, le
regole di produzione hanno la forma “se... allora”, o CONDIZIONE → AZIONE. La
memoria a lungo termine di un sistema fisico di simboli è costituita da tali
regole: gli antecendenti CONDIZIONE permettono l’accesso ai dati in memoria,
codificati dai conseguenti AZIONE. tizzate a seguito dell’apprendimento,
quando cioè le regolarità relative a un certo comportamento sono state
memorizzate, o quelle che comportano una relazione “di- retta” con il mondo
tramite le affordance alla Gibson. Un esempio sono le risposte immediate che
fanno seguito a sollecitazioni improvvise o impreviste provenienti
dall’ambiente Ora i teorici dell’azione situata (e, come si è visto, i nuovi
robotici) insistono sul fatto che questi casi di interazione diretta con
l’ambiente si svolgono in tempo reale, senza cioè che sia possibile quella
presa di decisione, diciamo così, meditata che ri- chiede la manipolazione di
rappresentazioni e la pianificazione dell’azione. Si pensi all’esempio di
Winograd e Flores dell’automobilista che, guidando, affronta una curva a
sinistra. In primo luogo, secondo i due autori, non è necessario che egli
faccia continuamente riferimento a conoscenze codificate sotto forma di regole
di produzione—non è necessario riconoscere una strada per accorgersi che è
“percorribi- le” (la “percorribilità”, questa è la tesi, è colta nella
relazione diretta agente- ambiente). In secondo luogo, la decisione è presa
dall’agente, per così dire, senza pensarci (senza pensare di posizionare le
mani, di contrarre i muscoli, di girare lo sterzo in modo che le ruote vadano a
sinistra ecc.). Tutto ciò avviene automaticamente e immediatamente, dunque
senza applicare qualcosa come una successione di regole di produzione “se p, q”.
In conclusione, la tesi è che non è possibile modellizzare questo aspetto della
presa di decisione istantanea, o in tempo reale, attraverso un dispositivo che
comporta codifica-elaborazione-decodifica di simboli, dunque computazioni,
regole di produzione e così via. L’obiettivo della critica di Winograd e Flores
è la teoria della presa di decisione nello spazio del problema, con il quale ha
a che fare l’agente a razionalità limitata di Simon. Ora, se prendiamo sul
serio la teoria di Simon, va detto che alla base del carat- tere limitato della
razionalità dell’agente sta la complessità dell’ambiente non meno dei limiti
interni dell’agente stesso (limiti di memoria, di conoscenza della situazione
ecc.). Nel prendere la decisione, quest’ultimo, secondo la teoria di Simon, in
generale non è in grado di considerare, come spazio delle alternative
pertinenti, lo spazio di tutte le possibilità, ma solo una parte più o meno
piccola di esso, e questa selezione avviene sulla base delle sue conoscenze,
aspettative ed esperienze precedenti. Ora una presa di decisione istantanea,
non meno di una presa di decisione meditata, è condi- zionata da questi
elementi, i quali, una volta che abbiano indotto, poniamo attraverso
l’apprendimento, la formazione di schemi automatici di comportamento (di
risposte motorie, nell’esempio di sopra), finiscono per determinare
l’esclusione immediata di certe alternative possibili (come, nell’esempio della
guida, innestare la marcia indietro) a vantaggio di altre (come scalare marcia,
frenare ecc.), e tra queste altre quelle suggerite dalla conoscenza
dell’ambiente stesso (fondo strada bagnato ecc.) e dalle Le affordance, nella
terminologia di Gibson (1986) sono invarianti dell’ambiente che vengo- no
“colte” (picked up) dall’agente “direttamente” nella sua interazione con
l’ambiente stesso, e “direttamente” viene interpretato come: senza la
mediazione di rappresentazioni e di computa- zioni su esse. Un esempio sono i
movimenti dell’agente in un ambiente nel quale deve evitare oggetti o seguirne
la sagomatura e così via: un po’ quello che fanno i robot reattivi di cui ho
parlato. L’esempio del termostato è ricorrente in scienza cognitiva e in
filosofia della mente dai tempi della cibernetica. E’ evidente che definire
sistemi fisici di simboli artefatti di questo tipo (e del tipo dei robot di
Brooks, come vedremo) comporta rinunciare al requisito dell’universalità per
tali sistemi (sul quale si veda Newell 1980). aspettative pertinenti.17
Secondo le stesse parole di Simon “il solutore di problemi non percepisce mai
Dinge an sich, ma solo stimoli esterni filtrati attraverso i propri pre-
concetti” (Simon). Di norma, dunque, l’informazione considerata dall’agente non
è collocata in uno spazio bene ordinato di alternative, generato dalla
formulazione del problema: tale informazione è generalmente incompleta, ma è
pur sempre sostenuta dalla conoscenza della situazione da parte dell’agente. La
proposta è, dunque, che la modellizzazione a regole di produzione di un’azione
del genere, e in generale di una affordance, è un simbolo che, via il sistema
percettivo di codifica, raggiunge la memoria del sistema per soddisfare la
CONDIZIONE di una regola di produzione esplicita. In questo modo, soddisfatta
la CONDIZIONE, si attiva la regola, e la produzione (la decodifica) del simbolo
di AZIONE avvia la risposta motoria. Da questo punto di vista, le affordance
sono rappresentazioni di pattern del mondo esterno, ma con una particolarità:
quella di essere codificate in un modo particolar- mente semplice. Nell’esempio
di sopra, una volta che si sia imparato a guidare, la regola è qualcosa come:
“se la curva è a sinistra allora gira a sinistra”. Questa regola rappresenta la
situazione al livello funzionale più alto nel quale la rappresentazione che
entra in gioco è “minima”. Un termine del genere, a proposito delle
rappresentazioni, lo abbiamo visto usato da Gallistel, ma per Simon e Vera il
termine rimanda alla forma della regola indicata, che può essere rapidamente
applicata: in questo caso, cioè, non c’è bisogno di evocare i livelli “bassi” o
soggiacenti, quelli coinvolti con l’analisi dettagliata dello spazio del
problema e con l’applicazione delle opportune strategie di soluzione, che
comportano computazioni generalmente complesse, sotto forma di successioni di
regole di produzione. Questi livelli intervengono nelle fasi dell’apprendimento
(quando si impara come affrontare le curve), e possono essere evocati
dall’agente quando la situazione si fa complicata (si pensi a una curva a
raggio variabile, che rivela la complessità dell’interazione codi- fica
percettiva-decodifica motoria). E tanto un apprendimento imperfetto quanto una
carenza, per i più svariati motivi, dell’informazione percettiva rilevante
possono anche ostacolare l’accesso ai livelli soggiacenti che potrebbero dare
luogo alla risposta cor- retta (non tutti coloro che hanno imparato a guidare
riescono ad affrontare tutte le curve con pieno successo in ogni situazione
possibile). Insomma, in questa interpretazione di Simon e Vera l’interazione in
tempo reale dell’agente con l’ambiente è data non dal fatto di essere non simbolica
e di non poter essere modellizzata mediante regole di produzione, ma dal fatto
di non dover accede- re, per dare la risposta corretta, alla complessità delle
procedure di elaborazione sim- bolica dei livelli soggiacenti a quello alto. E’
nell’attività cognitiva ai livelli soggiacenti, allorché si elaborano piani e
strategie di soluzione di problemi, che viene evidenziata la consapevolezza
dell’agente. Simon e Vera ponevano infine un problema che riguarda i limiti
degli approcci reattivi, sul quale mi sono già soffermato, e che mi sembra
condivisibile: “E’ tuttora dubbio se questo approccio behavior-based si possa
estendere alla soluzione di pro- blemi più complessi. Le rappresentazioni non
centralizzate e le azioni non pianificate possono funzionare bene nel caso di
creature insettoidi, ma possono risultare insuffi- cienti per la soluzione di
problemi più complessi. Certo, la formica di Simon non ha 17 Su questo tipo di
comportamento, che può essere visto in termini di “percezione attesa”, si veda bisogno
di una rappresentazione centralizzata e stabile del suo ambiente. Per tornare
al nido zigzagando essa non usa una rappresentazione della collocazione di
ciascun gra- nello di sabbia in relazione alla meta. Ma gli organismi superiori
sembrano lavo- rare su una rappresentazione del mondo più robusta, [...] una
rappresentazione più complessa di quella di una formica, più stabile e tale da
poter essere manipolata per astrarre nuova informazione”. La successiva
evoluzione della robotica sembra confermare questa osservazione. Wikipedia
Ricerca Entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale Dichiarazione di
guerra dell'Italia verso gli alleati nella seconda guerra mondiale Lingua Segui
Modifica 1leftarrow blue.svg Voce principale: Storia del Regno d'Italia. Il 1º
settembre 1939, a seguito dell'attacco tedesco contro la Polonia, il capo del
governo Benito Mussolini, nonostante un patto di alleanza con la Germania,
dichiarò la non belligeranza italiana. L'entrata dell'Italia nella seconda
guerra mondiale avvenne con una serie di atti formali e diplomatici solo dopo
nove mesi, il 10 giugno 1940, e fu annunciata da Mussolini stesso con un
celebre discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Durante i nove mesi di
incertezza operativa, il Duce, impressionato dalle folgoranti vittorie
tedesche, ma conscio della grave impreparazione militare italiana, restò a
lungo dubbioso fra diverse alternative, a volte contrastanti fra loro,
oscillando tra la fedeltà all'amicizia con Adolf Hitler, l'impulso a rinnegarne
la soffocante alleanza, la voglia di indipendenza tattica e strategica, il
desiderio di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere ago
della bilancia nello scacchiere della diplomazia europea. Benito
Mussolini, il 10 giugno 1940, annuncia la dichiarazione di guerra dal balcone
di Palazzo Venezia a Roma AntefattiModifica Gli attriti con la Francia e
l'avvicinamento alla GermaniaModifica L'ambasciatore francese in Italia
André François-Poncet Il 28 ottobre 1938 il ministro degli esteri tedesco
Joachim von Ribbentrop incontrò a Roma Benito Mussolini e il ministro degli
esteri italiano Galeazzo Ciano.[1] Durante il colloquio, Ribbentrop parlò di un
possibile patto di alleanza fra Germania e Italia, argomentando che, forse nel
giro di tre o quattro anni, un confronto armato contro Francia e Regno
Unitosarebbe stato inevitabile.[2] Alle molte domande di Mussolini, il ministro
degli esteri tedesco spiegò che esisteva un'alleanza fra inglesi e francesi, i
quali avrebbero cominciato insieme a riarmarsi, che esisteva un patto di
assistenza reciproca fra sovietici e francesi, che gli Stati Uniti d'America
non erano nelle condizioni di intromettersi in prima persona e che la Germania
era in ottimi rapporti con il Giappone, concludendo che «tutto il nostro
dinamismo può dirigersi contro le democrazie occidentali. Questa la ragione
fondamentale per cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso
tempestivo».[3] Il Duce non sembrava convinto e iniziò a tergiversare, ma
Ribbentrop catturò la sua attenzione affermando che il mar Mediterraneo, nelle
intenzioni di Adolf Hitler, sarebbe stato posto sotto il totale dominio
italiano, aggiungendo che l'Italia aveva in passato dimostrato la sua amicizia
verso la Germania e che adesso era «la volta dell'Italia di profittare
dell'aiuto tedesco».[3]L'obiettivo di Hitler, cogliendo l'importanza strategica
di avere Roma dalla propria parte, consisteva nel ridurre il numero dei
potenziali nemici in una futura guerra, scongiurando l'eventuale avvicinamento
dell'Italia a Francia e Regno Unito, il che avrebbe significato il ritorno al
vecchio schieramento della prima guerra mondiale e al blocco marittimo che
aveva contribuito a piegare l'Impero tedesco di Guglielmo II. L'incontro fra
Ribbentrop, Mussolini e Ciano, però, si concluse con un momentaneo nulla di
fatto. Dopo la conferenza di Monaco del 1938 la Francia si era
riavvicinata all'Italia, inviando a Roma un suo ambasciatore nella persona di
André François-Poncet, e Mussolini ritenne di poter approfittare del periodo di
buoni rapporti per farle tre richieste riguardanti il mantenimento della
particolare condizione degli italiani in Tunisia, l'ottenimento di alcuni posti
nel consiglio di amministrazione della compagnia del Canale di Suez e un
arrangiamento relativo alla città di Gibuti, che era il terminale dell'unica
ferrovia esistente per Addis Abeba, all'epoca capitale dell'Africa Orientale
Italiana.[4] Almeno fino alla primavera del 1940, infatti, gli obiettivi del
Duce non comprendevano la conquista di territori europei.[5] Il 23
novembre 1938 il primo ministro inglese Neville Chamberlain e il suo ministro
degli esteri, lord Halifax, si recarono a Parigi e ultimarono i dettagli per la
collaborazione militare tra Francia e Regno Unito, mentre i rapporti fra Italia
e Francia iniziavano a deteriorarsi. Il successivo 30 novembre, durante un
discorso alla Camera dei fasci e delle corporazioni, il ministro degli esteri
Ciano pronunciò un discorso durante il quale, accennando alle rivendicazioni
irredentistiche italiane, venne interrotto dalle acclamazioni Nizza!, Savoia!,
Corsica!, partite da una trentina di deputati. In quel momento, nella tribuna
diplomatica, assisteva alla seduta anche l'ambasciatore francese André
François-Poncet, arrivato a Roma da appena una settimana. Una manifestazione
simile si verificò il giorno stesso in piazza di Monte Citorio, dove un
centinaio di dimostranti esternò le stesse acclamazioni.[6] Nonostante la
parvenza di spontaneità, si era trattato di iniziative organizzate da Ciano e
da Achille Starace, i quali, chiedendo molto di più delle tre richieste di
Mussolini per poi fingere di accontentarsi del poco ottenuto per via
negoziale,[7] avevano inscenato le manifestazioni per impressionare
François-Poncet, il quale infatti avvisò immediatamente Parigi dell'accaduto.[8]
Il governo francese gli ordinò allora di chiedere spiegazioni e arrivò alla
conclusione che, se la situazione era quella, una futura guerra contro l'Italia
sarebbe stata inevitabile.[9] La sera stessa, durante una seduta del Gran
consiglio del fascismo, Mussolini prese però le distanze da quanto accaduto in
aula, dato che l'Italia aveva da poco ripreso buone relazioni con la Francia e
che la protesta era stata intrapresa a sua insaputa.[6] Il 2 dicembre
1938 François-Poncet chiese a Ciano se le grida dei deputati potevano
rappresentare gli orientamenti della politica estera italiana e se l'Italia
riteneva ancora in vigore l'accordo franco-italiano del 1935.[10] Ciano,
dissimulando la propria paternità su quanto accaduto, rispose che il Governo
non poteva assumersi la responsabilità delle affermazioni dei singoli, ma che
le riteneva un chiaro campanello d'allarme del sentire comune nazionale, e che
era auspicabile, secondo la sua opinione, una revisione dell'accordo del
1935.[4] Di fronte a risposte così poco rassicuranti, la Francia iniziò ad
aspettarsi un attacco italiano. Tuttavia, lo stato d'animo dei vertici militari
d'oltralpe era improntato all'ottimismo: il generale Henri Giraud affermò
infatti che un eventuale conflitto sarebbe stato, per le truppe francesi, «una
semplice passeggiata nella pianura del Po», mentre altri ufficiali parlavano di
un'azione militare «facile come infilare un coltello nel burro».[11] Il primo
ministro francese Édouard Daladier, irrigidendo la propria posizione nei
confronti dell'Italia, affermò che non avrebbe mai ceduto ad alcuna pretesa
straniera, facendo così sfumare anche la speranza di accoglimento delle tre
richieste del Duce su Tunisia, Suez e Gibuti. Lo Stato Maggiore francese, fin
dal 1931, aveva disposto dei piani per l'invasione militare dell'Italia,
ampliandoli nel 1935, nel 1937 e nel 1938, ma il generale Alphonse Georges fece
notare che nessuna azione sarebbe stata possibile contro l'Italia se, sulla
Francia, fosse pesata una minaccia tedesca.[11] Mussolini, il 2 gennaio
1939, decise di aderire al patto italo-germanico, comunicando a Ribbentrop il
proprio impegno.[12] Secondo Ciano, il Duce si convinse ad accettare la
proposta tedesca a causa della comprovata alleanza militare tra Francia e Regno
Unito, dell'orientamento ostile del governo francese nei confronti dell'Italia
e dell'atteggiamento ambiguo degli Stati Uniti d'America, che mantenevano una
posizione defilata, ma che sarebbero stati pronti a rifornire di armamenti
Londra e Parigi.[13] Il successivo 26 gennaio il maresciallo Pietro Badoglio,
ribadendo la linea mussoliniana tracciata l'anno precedente, riferì allo Stato
Maggiore Generale il contenuto di un suo colloquio avuto con il Duce due giorni
prima, durante il quale «il Capo del Governo mi ha dichiarato che, nelle
rivendicazioni verso la Francia, non intende affatto parlare di Corsica, Nizza
e Savoia. Queste sono iniziative prese da singoli, le quali non entrano nel suo
piano di azione. Mi ha dichiarato, inoltre, che non intende porre domande di
cessioni territoriali alla Francia perché è convinto che essa non ne può fare:
quindi si metterebbe nella situazione o di ritirare una eventuale richiesta (e
ciò non sarebbe dignitoso) o di fare la guerra (e ciò non è nelle sue
intenzioni)».[14] Gli sforzi sostenuti per la guerra d'Etiopia del 1935-36 e
per il supporto alla guerra civile spagnola del 1936-39avevano comportato spese
eccezionali per l'Italia, le quali, unite alla limitata capacità produttiva
dell'industria, alla lentezza del riarmo e alla scarsa preparazione
dell'esercito, spinsero il Duce ad annunciare al Gran consiglio del fascismo,
il 4 febbraio 1939, che il Paese non avrebbe potuto partecipare a un nuovo
conflitto prima del 1943.[15] La firma del Patto d'AcciaioModifica
La firma del Patto d'Acciaio fra Italia e Germania il 22 maggio 1939 Il 22
maggio 1939 Italia e Germania, rappresentate rispettivamente dai ministri degli
esteri Ciano e Ribbentrop, concretizzarono la proposta tedesca dell'anno
precedente e firmarono a Berlino un'alleanza difensiva-offensiva, che Mussolini
aveva inizialmente pensato di battezzare Patto di Sangue, ma che poi aveva più
prudentemente chiamato Patto d'Acciaio. Il testo dell'accordo prevedeva che le
due parti contraenti fossero obbligate a fornirsi reciproco aiuto politico e
diplomatico in caso di situazioni internazionali che mettessero a rischio i
propri interessi vitali. Questo aiuto sarebbe stato esteso anche al piano
militare qualora si fosse scatenata una guerra. I due Paesi si impegnavano,
inoltre, a consultarsi permanentemente sulle questioni internazionali e, in
caso di conflitti, a non firmare eventuali trattati di pace
separatamente.[16] Pochi giorni prima, Ciano aveva incontrato Ribbentrop
per chiarire alcuni punti del trattato prima di firmarlo. In particolare la
parte italiana, conscia della propria impreparazione militare, voleva
rassicurazioni sul fatto che i tedeschi non avessero intenzione di iniziare a
breve una nuova guerra europea. Il ministro Ribbentrop tranquillizzò Ciano,
dicendo che «la Germania è convinta della necessità di un periodo di pace che
dovrebbe essere non inferiore ai 4 o 5 anni»[17] e che le divergenze con la
Polonia per il controllo del Corridoio di Danzica sarebbero state appianate «su
una strada di conciliazione». Siccome la rassicurazione di nessun conflitto
armato per quattro o cinque anni faceva arrivare al 1943 o al 1944e, quindi,
coincideva con la previsione di Mussolini del 4 febbraio 1939 di essere
militarmente pronto per il 1943, il Duce diede il suo assenso definitivo per la
firma dell'alleanza.[17] Vittorio Emanuele III, nonostante la decisione di
Mussolini, continuò a manifestare i propri sentimenti antigermanici e il
successivo 25 maggio, al ritorno di Ciano da Berlino, commentò che «i tedeschi
finché avran bisogno di noi saranno cortesi e magari servili. Ma alla prima
occasione, si riveleranno quei mascalzoni che sono».[18] Dal 27 al 30
maggio il Duce fu impegnato nella stesura di un testo indirizzato ad Hitler,
successivamente passato alla storia come memoriale Cavallero dal nome del
generale che glielo consegnò ai primi di giugno, nel quale venivano inserite
alcune interpretazioni italiane del Patto da poco stipulato. Nello specifico,
Mussolini, nonostante ritenesse inevitabile una futura «guerra fra le nazioni
plutocratiche e quindi egoisticamente conservatrici e le nazioni popolose e
povere», ribadì che Italia e Germania avevano «bisogno di un periodo di pace di
durata non inferiore ai tre anni» allo scopo di completare la propria
preparazione militare, e che un eventuale sforzo bellico avrebbe potuto avere
successo solo a partire dal 1943.[19] Il successivo 12 agosto Galeazzo Ciano si
recò al Berghof, vicino Berchtesgaden, per un colloquio con Hitler.
Quest'ultimo, parlando del Corridoio di Danzica, prospettò un eventuale
confronto armato circoscritto a Germania e Polonia qualora Varsavia avesse
rifiutato le trattative proposte dai tedeschi, specificando che, in base alle
informazioni in suo possesso, né Parigi né Londra sarebbero intervenute.
Inoltre, il Cancelliere tedesco accennò a delle trattative segrete in corso con
l'Unione Sovietica per un'alleanza. Ciano ricordò che era stato definito, alla
firma del Patto d'Acciaio, di far passare alcuni anni prima di intraprendere
azioni belliche, ma il Führer lo interruppe dicendo che «li avrebbe attesi,
secondo quanto era stato concordato. Ma le provocazioni della Polonia e
l'aggravarsi della situazione» avevano «reso urgente l'azione tedesca. Azione
però che non provocherà un conflitto generale».[20] Il 25 agosto Hitler
chiese al Capo del Governo italiano di quali mezzi e di quali materie prime
avesse bisogno per riuscire a prendere parte a un'eventuale nuova guerra. Nella
speranza che il Paese ne fosse esonerato, il 26 agosto il Duce rispose con una
lunghissima lista appositamente abnorme e impossibile da soddisfare, talmente
esagerata da essere definita da Galeazzo Ciano «tale da uccidere un toro».[21]
L'elenco - soprannominato Lista del molibdeno a causa delle 600 tonnellate
richieste di questo materiale - comprendeva, fra petrolio, acciaio, piombo e
numerosi altri materiali, un totale di quasi diciassette milioni di tonnellate
di rifornimenti e specificava che, senza tali forniture da ricevere subito,
l'Italia non avrebbe potuto assolutamente partecipare a una nuova guerra.[22]
Il Führer, nonostante il sospetto che Mussolini lo stesse ingannando, rispose
dicendo che comprendeva la precaria situazione italiana e che poteva inviare
una piccola parte del materiale, ma che gli era impossibile soddisfare per intero
le richieste nostrane.[21] Il 30 agosto la Germania inviò alla Polonia un
ultimatum per la cessione del Corridoio di Danzica e la Polonia ordinò la
mobilitazione generale. La mattina del giorno successivo, nonostante la
situazione fosse già disperata, Mussolini si offrì come mediatore presso Hitler
affinché la Polonia cedesse pacificamente Danzica alla Germania, ma il ministro
degli esteri inglese Halifax rispose che tale soluzione era inaccettabile.
Appresa la notizia, nel pomeriggio dello stesso giorno il Duce propose allora a
Francia e Regno Unito una conferenza per il successivo 5 settembre, «con lo
scopo di rivedere quelle clausole del trattato di Versaglia che turbano la vita
europea».[23] Mussolini, precedentemente, aveva già tentato di instradare
la situazione nell'alveo di una soluzione diplomatica. Ciano, nel suo diario,
in più momenti annotò che il Duce «è d'avviso che una coalizione di tutte le
altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l'espansione germanica»;[24] «Il
Duce [...] sottolinea la necessità di una politica di pace»;[25] «[...] si
potrebbe parlare col Führer di lanciare una proposta di conferenza
internazionale»;[26] «Il Duce tiene molto a che io provi ai tedeschi [...] che
lo scatenare una guerra adesso sarebbe una follia [...] Mussolini ha sempre in
mente l'idea di una conferenza internazionale»;[27] «Il Duce [...] raccomanda
ancora ch'io faccia presente ai tedeschi che bisogna evitare il conflitto con
la Polonia [...] il Duce ha parlato con calore e senza riserve della necessità
della pace»;[28]«Vedo nuovamente il Duce. Tentativo estremo: proporre a Francia
e Inghilterra una conferenza per il 5 settembre»;[29] «[...] facciamo cenno a
Berlino della possibilità di una conferenza».[30] Durante la sera del 31
agosto, però, Mussolini venne informato che Londra aveva tagliato le
comunicazioni con l'Italia.[29] Lo scoppio della guerra in EuropaModifica
La scelta della non belligeranzaModifica Truppe tedesche, il 1º settembre
1939, rimuovono una sbarra di confine tra Germania e Polonia All'alba del 1º
settembre le forze armate tedesche, utilizzando come casus belli l'incidente di
Gleiwitz, diedero inizio alla campagna di Polonia, varcandone il confine alla
volta di Varsavia. Mussolini, avendo firmato solo tre mesi prima l'alleanza con
il Reich, fu messo di fronte alla scelta se scendere o meno in campo a fianco
di Hitler. Ricevuta notizia dell'attacco tedesco e conscio dell'impreparazione
italiana, la mattina dello stesso giorno il Duce telefonò subito
all'ambasciatore italiano a Berlino, Bernardo Attolico, chiedendo che Hitler
gli mandasse un telegramma per sganciarlo dagli obblighi del Patto, in modo da
non passare per traditore agli occhi dell'opinione pubblica.[31] Il
Führer rispose immediatamente, in modo molto cortese, accogliendo senza
problemi la posizione dell'Italia, dicendo che ringraziava Mussolini per
l'appoggio morale e politico e rassicurandolo sul fatto che non aspettava il
sostegno militare italiano.[31] Il telegramma, però, probabilmente per punire
la beffa italiana della Lista del molibdeno, non venne pubblicato da alcun
quotidiano del Reich e non venne trasmesso alla radio, facendo successivamente
nascere, nell'opinione pubblica tedesca, una crescente ostilità nei confronti
degli italiani, percepiti come inaffidabili e traditori del Patto.[32] Galeazzo
Ciano riferì che Mussolini, avendo percepito questa crescente avversione,
ancora il 10 marzo 1940 disse a Ribbentrop di essere «molto riconoscente al
Führer per il telegramma nel quale questi ha dichiarato che non aveva bisogno
dell'aiuto militare italiano per la campagna contro la Polonia», ma che sarebbe
stato meglio «se questo telegramma fosse stato pubblicato anche in
Germania».[33] Non potendo scegliere la neutralità per non tradire
l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri delle 15:00 del
1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione di non
belligeranza.[34]La mancata consultazione dell'Italia da parte della Germania
prima dell'invasione della Polonia e prima della firma del patto
Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica,
comunque, secondo l'interpretazione italiana erano violazioni dei tedeschi
dell'obbligo di consultazione fra i due Paesi, previsto dal testo del Patto
d'Acciaio, consentendo perciò a Mussolini di dichiarare la non belligeranza
senza formalmente venir meno ai patti sottoscritti. Il 2 settembre
Mussolini ripropose l'idea di una conferenza internazionale: inaspettatamente,
Hitler rispose dichiarandosi disposto a fermare l'avanzata tedesca e a
intervenire in una conferenza di pace cui avrebbero partecipato Germania,
Italia, Francia, Regno Unito, Polonia e Unione Sovietica. Gli inglesi,
tuttavia, posero come condizione inderogabile che i tedeschi abbandonassero
immediatamente i territori polacchi occupati il giorno prima. Galeazzo Ciano
riportò nel suo diario che «non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a
Hitler, che lo respingerebbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò ad
Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, e infine telefono a Berlino che, salvo
avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L'ultima
luce di speranza si è spenta».[30] Secondo lo storico Renzo De Felice: «Così,
nelle prime ore tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell'intransigenza inglese
forse più che su quelle dell'intransigenza tedesca [...], naufragò la navicella
della mediazione italiana».[35] Il 3 settembre Regno Unito e Francia, in virtù
di un trattato di alleanza con la Polonia, dichiararono guerra alla Germania.
Il 10 settembre l'ambasciatore Bernardo Attolico, facendo riferimento
all'accordo fra Hitler e Mussolini per una non immediata entrata in guerra
dell'Italia e al telegramma di conferma di Hitler, comunicò che nel Reich «le
grandi masse popolari, ignare dell'accaduto, cominciano già a dar segno di una
crescente ostilità. Le parole tradimento e spergiuro ricorrono con
frequenza».[36] Il successivo 24 settembre, a conferma
dell'impreparazione italiana, il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di
Guerra sondò il grado di approntamento delle Forze Armate, ricevendo come
risposta dagli Stati Maggiori che, salvo imprevisti, la Regia Aeronautica
sarebbe riuscita a ripianare sufficientemente le proprie carenze entro la metà
del 1942, la Regia Marina alla fine del 1943 e il Regio Esercito alla fine del
1944.[37] Inoltre l'economia italiana risultava fortemente danneggiata dal
blocco navale alle esportazioni tedesche di carbone, imposto da Regno Unito e
Francia nell'autunno 1939,[38] e dall'applicazione del diritto di angheria, il
quale prevedeva che Londra e Parigi potessero non solo attaccare il naviglio
nemico, ma anche controllare il naviglio neutrale (o non belligerante) e porre
sotto sequestro merci e navi neutrali (o non belligeranti) provenienti da una
nazione nemica o dirette verso di essa. Dall'agosto al dicembre 1939, infatti,
gli inglesi fermarono a Gibilterra e a Suez, con vari pretesti, 847 navi
mercantili e passeggeri italiane (cifra poi salita a 1.347 navi al 25 maggio
1940), rallentando fortemente i traffici di qualsiasi merce nel Mar
Mediterraneo, arrecando grave danno alla produttività nazionale e peggiorando i
rapporti fra Roma e Londra.[39] Durante l'inverno il Regno Unito fece
sapere di essere disposto a vendere carbone all'Italia, ma ad un prezzo
stabilito unilateralmente da Londra, senza garanzia sulle tempistiche di
consegna e a patto che l'Italia rifornisse di armamenti pesanti Regno Unito e
Francia.[40] Siccome l'accettazione di una simile proposta avrebbe comportato
il crollo delle relazioni fra Italia e Germania e una sicura reazione di
Hitler, Galeazzo Ciano comunicò il rifiuto del governo italiano. La cronica
mancanza di carbone e di approvvigionamenti causata dal blocco navale
anglo-francese, però, minava fortemente la stabilità nazionale e rischiava di
portare il Paese all'asfissia economica. La Germania intervenne, rifornendo
l'Italia del carbone necessario e rendendola così ancora più dipendente da
Berlino, anche se la fornitura era molto rallentata perché, per aggirare il
blocco marittimo, doveva obbligatoriamente avvenire via rotaie dal passo del
Brennero. Per i generi di prima necessità, invece, l'Italia sopperì
parzialmente mediante l'estensione delle politiche autarchiche adottate ai
tempi della guerra d'Etiopia.[41] Gli esorbitanti costi di gestione dell'Africa
Orientale Italiana, uniti ai suoi magri guadagni, stavano però rivelando che la
conquista dell'impero era stata più un aggravio che un beneficio per le casse
dello Stato.[42] Per quanto riguarda le risorse umane, le truppe italiane risultavano
impreparate sotto ogni aspetto: nonostante le «otto milioni di baionette»
millantate da Mussolini, la stragrande maggioranza dei soldati italiani non era
motivata da alcun odio contro inglesi e francesi, non era addestrata a impieghi
specifici come l'assalto a opere fortificate o l'aviotrasporto ed era cronica
la mancanza di munizioni, mezzi motorizzati e indumenti adatti.[43] Il
Duce, a conoscenza della crescente ostilità dei tedeschi nei confronti degli
italiani,[32] aveva paura di una possibile ritorsione di Hitler vincitore e si
era posto il problema di quale sorte, in caso di vittoria tedesca, il Führer
avrebbe riservato all'Italia qualora questa si fosse sottratta ai suoi doveri
di alleata.[44] Il generale Emilio Faldella, infatti, testimoniò che «più si
profilava l'eventualità della vittoria germanica, più Mussolini temeva la
vendetta di Hitler».[45] Sulla situazione, poi, pesava la questione dell'Alto
Adige, una zona di territorio italiano popolata prevalentemente da abitanti di
lingua e cultura tedesca che, nonostante le rassicurazioni sull'inviolabilità
dei confini, Hitler avrebbe potuto sfruttare come casus belli, nell'ottica
pangermanista di unificare tutte le popolazioni di stirpe germanica, per
annettere quel territorio al Reich e per invadere militarmente l'Italia
settentrionale.[46]Addirittura, il Duce fu anche sfiorato dall'idea che
convenisse cambiare campo e schierarsi con gli anglo-francesi. Il 30 settembre
1939, infatti, alludendo alla scarsità delle riserve di carburante necessarie
per la guerra, commentò che, senza tali scorte, non sarebbe stato possibile
impegnarsi «né col gruppo A né col gruppo B», facendo perciò supporre che,
almeno in linea teorica, il Duce non escludeva a priori un ribaltamento delle
alleanze.[47] Spaventato dalla situazione, diffidente nei confronti dei
tedeschi e preoccupato da una loro eventuale calata nella Penisola, il
successivo 21 novembre Mussolini ordinò il prolungamento difensivo del Vallo
Alpino del Littorioanche sul confine con il Reich, nonostante l'alleanza fra
Italia e Germania, creando il Vallo Alpino in Alto Adige. La zona,
massicciamente fortificata a tempo di record, venne poi soprannominata dalla
popolazione locale "Linea non mi fido", con evidente riferimento
ironico alla Linea Sigfrido.[48] Il problema della non
belligeranzaModifica La bandiera da guerra tedesca e la bandiera italiana
sventolano insieme Gli esiti della campagna di Polonia, contraddistinta da una
serie di impressionanti e fulminee vittorie dei tedeschi, contrastavano con la
condizione di non belligeranza italiana, mettendo implicitamente in risalto il
fallimento della politica militarista che Mussolini aveva condotto durante
tutto il suo governo e dando l'inaccettabile impressione che l'Italia potesse
essere considerata, in sede internazionale, come un Paese debole, ininfluente,
secondario o codardo.[49] Il Duce era infatti convinto che, nonostante
l'insufficienza militare nostrana, l'Italia non avrebbe potuto astenersi dalla
guerra. Secondo il cosiddetto Promemoria segretissimo 328 del 31 marzo 1940,[N
1][50] infatti, l'Italia non poteva restare non belligerante «senza
dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di
una Svizzera moltiplicata per dieci». Il problema, secondo Mussolini, non consisteva
nel decidere se il Paese avrebbe partecipato o no al conflitto, «perché
l'Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di
sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile,
compatibilmente con l'onore e la dignità, la nostra entrata in guerra».[49]
Nello stesso testo, il Duce tornò a riflettere sull'opportunità di denunciare
il Patto d'Acciaio e di schierarsi al fianco di Londra e Parigi, concludendo
però che si trattava di una strada non praticabile e che, anche «se l'Italia
cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non
eviterebbe la guerra immediata colla Germania», ritenendo uno scontro con il
Reich un'eventualità più disastrosa di un conflitto contro Francia e Regno Unito.[49]
Nonostante ciò Mussolini stesso covava la speranza, ormai flebile, di riuscire
ancora a riportare la situazione nell'alveo delle trattative diplomatiche,
credendo possibile una sorta di ripetizione della conferenza di Monaco del
1938. Per alcuni mesi il Duce restò infatti dubbioso fra tre possibili
alternative:[51] fungere da mediatore in una riconciliazione per via negoziale
fra tedeschi e anglo-francesi, in modo da ottenere da tutti qualche sorta di
ricompensa, oppure rischiare e scendere in guerra al fianco della Germania (ma
solo quando quest'ultima sarebbe stata a un passo dalla vittoria finale),
oppure condurre una sorta di guerra parallela a quella della Germania, in piena
autonomia da Hitler e con obiettivi limitati ed esclusivamente italiani, che
gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo dei vincitori e di raccogliere
qualche guadagno con il minimo sforzo, essendo costretto a centellinare le
poche risorse disponibili,[52] e senza perdere la faccia.[53] Scartata la
prima ipotesi, dal momento che le richieste di trattative avanzate da Hitler
erano state respinte, Mussolini si orientò allora sulla seconda e sulla terza,
in realtà strettamente interconnesse fra loro, maturando questa convinzione
almeno già dal 3 gennaio 1940, quando scrisse una lettera al Führer per
comunicargli che l'Italia avrebbe preso parte al conflitto, ma solo nel momento
che avrebbe ritenuto più favorevole:[54] non troppo presto per evitare una
guerra logorante, e non troppo tardi da arrivare ormai a cose fatte.[55] Nella
stessa lettera, però, nonostante l'impegno a entrare in guerra, Mussolini
dimostrò di nuovo la propria titubanza, suggerendo contraddittoriamente a
Hitler di trovare un accomodamento pacifico con Parigi e Londra, in quanto «non
è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli alleati franco-inglesi senza
sacrifici sproporzionati agli obiettivi».[56] Il 10 marzo 1940, dopo un
incontro con il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop, il Duce confermò
questa linea, come risulta dal contenuto di una sua telefonata con Claretta
Petacci intercettata dagli stenografi del Servizio Speciale Riservato.[N 2]
Nella telefonata, Mussolini parlò dell'eventuale entrata dell'Italia in guerra
come di un fatto ineludibile, senza però precisare come e quando.[57] I
dubbi sul da farsiModifica Mussolini e Hitler nel 1940 Il 18 marzo
Mussolini e Hitler si incontrarono per un colloquio al passo del Brennero.
Secondo Galeazzo Ciano, l'obiettivo del Duce era dissuadere il Führer dal
proposito di iniziare un'offensiva terrestre contro l'Europa occidentale.[58]
L'incontro, invece, finì in un lunghissimo monologo del Cancelliere tedesco,
con il Duce che a stento riuscì ad aprire bocca. Fra marzo e aprile Hitler
intensificò la sua pressione psicologica su Mussolini, mentre il fronte antitedesco
sembrava crollare in una serrata sequenza di vittorie germaniche. Le Forze
Armate del Reich, mettendo in atto l'efficace tattica del Blitzkrieg,
travolsero infatti la Danimarca (9 aprile), la Norvegia (9 aprile-10 giugno), i
Paesi Bassi (10-17 maggio), il Lussemburgo (10 maggio), il Belgio (10-28
maggio) e iniziarono l'attacco alla Francia. I vertici militari italiani
prevedevano, secondo il generale Paolo Puntoni, la «liquidazione della Francia
entro giugno e dell'Inghilterra entro luglio». Le folgoranti vittorie tedesche,
unite alle risposte tardive e inefficaci di inglesi e francesi,[59]fecero
rimanere gli italiani col fiato sospeso, tutti più o meno consapevoli che dal
conflitto sarebbero dipese le sorti dell'Europa e dell'Italia, e causarono in
Mussolini una serie di reazioni contrastanti che, «con gli alti e bassi tipici
del suo carattere», continuarono ad accavallarsi, rendendolo incapace di
prendere una decisione che sapeva di dover prendere, ma alla quale cercava di
sottrarsi.[60] A chi gli chiedeva un parere sull'eventualità che l'Italia
restasse fuori dal conflitto, Mussolini, riferendosi all'attacco tedesco in
corso in quei mesi, rispondeva che: «se gli inglesi e i francesi reggono il
colpo ci faranno pagare non una, ma venti volte, Etiopia, Spagna e Albania, ci
faranno restituire tutto con gli interessi».[61] Il 28 aprile papa Pio
XII inviò un messaggio al Duce per convincerlo a restare fuori dal conflitto.
Galeazzo Ciano, riferendosi al messaggio, annotò sul suo diario che: «l'accoglienza
di Mussolini è stata fredda, scettica, sarcastica».[62] Il 6 maggio il re
Vittorio Emanuele III, accennando alla «macchina militare ancora debolissima»,
sconsigliò l'entrata in guerra, raccomandando al Duce di rimanere nella
posizione di non belligeranza il più a lungo possibile.[63]Contemporaneamente
la diplomazia europea si impegnò per evitare che Mussolini scendesse in campo
al fianco della Germania: per impreparata che fosse l'Italia, il suo apporto
rischiava di essere decisivo per piegare la resistenza francese e avrebbe
potuto creare grosse difficoltà anche al Regno Unito. Il 14 maggio, su
insistenza francese, il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano
Rooseveltindirizzò al Duce un messaggio dai toni concilianti, il quarto da
gennaio, per dissuaderlo dall'entrare in guerra. Due giorni dopo anche il primo
ministro inglese Winston Churchill seguì l'esempio, ma con un messaggio più
intransigente, in cui avvertiva che il Regno Unito non si sarebbe sottratto
alla lotta, qualunque fosse stato l'esito della battaglia sul continente. Il 26
maggio partì un quinto messaggio di Roosevelt al Duce.[64] Tutte le
risposte di Mussolini confermarono che voleva rimanere fedele all'alleanza con
la Germania e agli "obblighi d'onore" che essa comportava, ma
privatamente non aveva ancora raggiunto la certezza sul da farsi.[65] Pur
parlando continuamente di guerra con Galeazzo Ciano e con gli altri suoi
collaboratori,[66] ed essendo profondamente colpito dai successi tedeschi,
almeno fino al 27-28 maggio (se si esclude un'improvvisa convocazione dei tre
sottosegretari militari la mattina del 10 maggio) non risulta che il numero dei
colloqui con i responsabili delle Forze Armate avesse avuto alcun incremento, e
nulla faceva presagire un intervento a breve.[67] Mentre i francesi si
aspettavano un lento avanzare della fanteria tedesca attraverso il Belgio, o al
massimo un improbabile attacco frontale contro le fortificazioni della Linea
Maginot, circa 2.500 carri armati tedeschi penetrarono in Francia dopo aver attraversato
in modo fulmineo la foresta delle Ardenne, una regione collinare caratterizzata
da profonde vallate e da fitti arbusti che Parigi riteneva, fino a quel
momento, del tutto inadatta a essere attraversata da carri armati. Alla
sorpresa di un'azione tatticamente così brillante seguì il rapido e totale
collasso delle Forze Armate francesi, che fece nascere la convinzione, nei
vertici militari italiani, che il Regno Unito non sarebbe stato in grado di
fronteggiare da solo un attacco tedesco e che sarebbe stato costretto a
scendere a patti con Berlino e che gli Stati Uniti non avrebbero avuto la
volontà né il tempo utile di impegnarsi direttamente nel conflitto, dato che
non lo avevano fatto neanche per salvare la Francia e per servirsi di essa come
una testa di ponte sul continente europeo.[68] Inoltre, la maggioranza
dell'opinione pubblica statunitense era contraria alla guerra e Franklin Delano
Roosevelt, impegnato nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali
del 1940, non poteva non tenerne conto.[69] Il direttore dell'OVRA, Guido
Leto, dispose la raccolta di indiscrezioni, informazioni riservate e
intercettazioni telefoniche per sondare i sentimenti degli italiani nei
confronti della guerra, allo scopo di creare uno spaccato il più aderente
possibile alla realtà da sottoporre al Duce, che chiedeva un quadro completo
della situazione.[70] Secondo tali relazioni, «i nostri informatori
segnalarono, prima sporadicamente, poi con maggiore frequenza ed ampiezza, uno
stato di timore - che andava diffondendosi rapidamente - che la Germania fosse
sul punto di riuscire a chiudere assai brillantemente e da sola la tremenda
partita e che, di conseguenza, noi - se pure ideologicamente alleati - saremmo
rimasti privi di ogni beneficio per quanto aveva tratto colle nostre
aspirazioni nazionali. Che, a causa della nostra prudenza - di cui veniva
attribuita la responsabilità a Mussolini - saremmo stati, forse, anche puniti
dal tedesco e che, quindi, se ancora in tempo, bisognava bruciare le tappe ed
entrare subito in guerra».[71] Leto, inoltre, aggiunse che «pochissime voci, e
non certo di politicanti delle due parti avverse e con debolissimi echi nel
paese, si levarono ad ammonire sulle tremende incognite che la situazione
presentava».[71] In questo clima, perciò, anche Mussolini si convinse che
l'Italia potesse «arrivare tardi», in quanto era opinione comune[72] che il
Regno Unito avesse i giorni contati e che la conclusione della guerra fosse
ormai prossima.[73] A nulla servirono le opposizioni del re e di Pietro
Badoglio, motivate dall'impreparazione del Regio Esercito e da un giudizio
prudente sulle vittorie tedesche in Francia.[74] Il sovrano, inoltre, pose
l'accento sull'importanza che avrebbe potuto avere nel conflitto un eventuale
intervento armato statunitense, che sarebbe stato foriero di numerose
incognite.[75] Dello stesso avviso era anche il principe ereditario Umberto di
Savoia. Galeazzo Ciano scrisse nel suo diario: «Vedo il Principe di Piemonte. È
molto antitedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. Scettico,
impressionantemente scettico sulle possibilità effettive dell'esercito nelle
attuali condizioni, che giudica pietose, di armamento».[76] Secondo
Mussolini, invece, le rapide vittorie tedesche erano il presagio dell'imminente
fine della guerra, per cui l'insufficienza effettiva delle Forze Armate
italiane assumeva ormai un'importanza trascurabile.[77]Accanto al suo timore
che l'Italia non avrebbe ricevuto alcun beneficio nella futura conferenza di
pace qualora il conflitto fosse terminato prima dell'intervento nostrano,[61]
nacque in Mussolini la convinzione che gli fosse necessario «solo un pugno di
morti»[78] per potersi sedere al tavolo dei vincitori e per avere diritto a
reclamare parte dei guadagni, senza la necessità di un esercito preparato e
adeguatamente equipaggiato in una guerra che, secondo l'opinione pubblica nella
tarda primavera del 1940,[59] sarebbe durata ancora solo poche settimane e il
cui destino era già scritto in favore della Germania.[75][79] L'entrata
in guerra dell'ItaliaModifica Ultimi tentativi di mediazioneModifica Il
presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt A fine maggio, nei giorni in
cui i tedeschi vincevano la battaglia di Dunkerque contro gli anglo-francesi e
il re del Belgio Leopoldo III firmava la resa del proprio paese, il Duce si
convinse che fosse arrivato il «momento più favorevole» che attendeva da
gennaio ed ebbe una decisiva virata verso l'intervento: il 26 ricevette una
lettera dal Führer che lo sollecitava a intervenire e, contemporaneamente, un
rapporto inviato a Roma dall'ambasciatore italiano a Berlino Dino Alfieri, che
era succeduto a Bernardo Attolico, su un suo colloquio con Hermann Göring.
Quest'ultimo aveva suggerito all'Italia di entrare in guerra quando i tedeschi
avessero «liquidata la sacca anglo-franco-belga», situazione che si stava
verificando proprio in quei giorni. Entrambi produssero nel dittatore una forte
impressione, tanto che Ciano annotò nel proprio diario che Mussolini «si
propone di scrivere una lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la
seconda decade di giugno». Ogni settimana, di fronte all'ampiezza della
vittoria tedesca, poteva essere quella decisiva per la fine della guerra e
l'Italia, secondo Mussolini, non poteva farsi trovare non in armi.[80] Lo
stesso giorno, in un estremo tentativo di scongiurare la partecipazione
italiana al conflitto, il primo ministro inglese Winston Churchill aveva,
previo accordo con il suo omologo francese Paul Reynaud, inviato al presidente
degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt la bozza di un accordo, che
quest'ultimo avrebbe dovuto successivamente trasmettere al Duce. Secondo tale
documento, conservato presso i National Archives di Londra con il nome
Suggested Approach to Signor Mussolini, Regno Unito e Francia ipotizzavano la
vittoria finale della Germania e chiedevano a Mussolini di moderare le future
richieste di Hitler.[81] Nello specifico, secondo questa proposta di accordo,
Londra e Parigi promettevano di non aprire alcun negoziato con Hitler qualora quest'ultimo
non avesse ammesso il Duce, nonostante la mancata partecipazione italiana al
conflitto, alla futura conferenza di pace in posizione uguale a quella dei
belligeranti.[81] Inoltre, Churchill e Reynaud si impegnavano a non
ostacolare le pretese italiane alla fine della guerra (che principalmente
consistevano, in quel momento, nell'internazionalizzazione di Gibilterra, nella
partecipazione italiana al controllo del Canale di Sueze in acquisizioni
territoriali nell'Africa francese).[81]Mussolini, però, in cambio avrebbe
dovuto garantire di non aumentare successivamente le proprie richieste, avrebbe
dovuto salvaguardare Londra e Parigi frenando le pretese di Hitler vincitore,
avrebbe dovuto revocare la non belligeranza e dichiarare la neutralitàitaliana
e avrebbe dovuto mantenere tale neutralità per tutta la durata del conflitto.
Roosevelt si dichiarò personalmente garante per il futuro rispetto di tale
accordo.[82] Il 27 maggio l'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, William
Phillips, recò a Galeazzo Ciano la missiva, indirizzata a Mussolini, con il
testo dell'accordo.[83] Lo stesso giorno il governo di Parigi, per rendere la
proposta di Roosevelt ancora più allettante, mediante l'ambasciatore francese
in ItaliaAndré François-Poncet fece sapere al Duce di essere disponibile a
trattare «sulla Tunisia e forse anche sull'Algeria».[81] Secondo lo
storico Ciro Paoletti, «Roosevelt prometteva per un futuro incerto e lontano.
Sarebbe stato in grado di mantenere? E se per allora non fosse stato più presidente?
L'Italia aveva già avuto in passato, nel 1915 e negli anni seguenti, delle
notevoli promesse, poi non mantenute a Versailles nel 1919, come ci si poteva
fidare? Mussolini doveva scegliere fra le promesse a lunga scadenza, fatte per
di più da un presidente che di lì a sei mesi doveva presentarsi alla
rielezione, e le possibilità vicine, concrete, date da una Francia al collasso,
da un'Inghilterra allo stremo e dalla paura di cosa avrebbe potuto fargli
subito dopo la ormai certa vittoria in Francia - e assai prima di qualsiasi
intervento americano - una Germania trionfante».[82] Secondo gli storici Emilio
Gin ed Eugenio Di Rienzo, inoltre, il Duce non avrebbe mai accettato di sedersi
al futuro tavolo delle trattative di pace, accanto a un Hitler trionfante, solo
"per concessione" degli Alleati, senza aver combattuto, in quanto la
sua figura in sede internazionale ne sarebbe uscita debolissima e la sua
autorità, paragonata a quella del Führer, sarebbe stata del tutto
irrilevante.[81]Galeazzo Ciano, nel suo diario, alla data del 27 maggio riportò
infatti che Mussolini «se pacificamente potesse avere anche il doppio di quanto
reclama, rifiuterebbe».[84] La risposta a William Phillips, infatti, fu
negativa.[83] Gli atti formali e l'annuncio pubblicoModifica La
folla, radunata di fronte a Palazzo Venezia, assiste al discorso sulla
dichiarazione di guerra dell'Italia a Francia e Gran Bretagna Il 28 maggio il
Duce comunicò a Pietro Badoglio la decisione di intervenire contro la Francia
e, la mattina successiva, si riunirono a Palazzo Venezia i quattro vertici
delle Forze Armate, Badoglio e i tre capi di Stato Maggiore (Rodolfo Graziani,
Domenico Cavagnari e Francesco Pricolo): in mezz'ora tutto fu definitivo.
Mussolini comunicò ad Alfieri la sua decisione[85] e il 30 maggio annunciò
ufficialmente a Hitler che l'Italia sarebbe entrata in guerra mercoledì 5
giugno.[86] Mesi prima, in realtà, il Duce aveva ipotizzato un'entrata in
guerra per la primavera 1941, data poi avvicinata al settembre 1940 dopo la
conquista tedesca di Norvegia e Danimarca e ulteriormente accorciata dopo
l'invasione della Francia, fatto che faceva presagire un'ormai imminente fine
del conflitto.[55] Il 1º giugno il Führer rispose, chiedendo di posticipare di
qualche giorno l'intervento per non costringere l'esercito tedesco a modificare
i piani in corso di attuazione in Francia.[87]Il Duce si mostrò d'accordo,
anche perché il rinvio gli permetteva di completare gli ultimi preparativi. In
un messaggio del 2 giugno, però, l'ambasciatore tedesco a Roma Hans Georg von
Mackensen comunicò a Mussolini che la richiesta di posticipare l'azione era
stata ritirata e, anzi, la Germania avrebbe gradito un anticipo.[88] Il
Duce, tramite il generale Ubaldo Soddu, chiese a Vittorio Emanuele III che gli
venisse ceduto il comando supremo delle forze armate che, in base allo Statuto
Albertino, era detenuto dal sovrano. Secondo Galeazzo Ciano il re avrebbe
opposto notevole resistenza, finendo con il concordare una formula di
compromesso: il comando supremo sarebbe rimasto in capo a Vittorio Emanuele
III, ma Mussolini lo avrebbe gestito in delega. Il 6 giugno il Duce, scontento
di questa soluzione e irritato dalla difesa del sovrano delle proprie
prerogative statutarie, sbottò: «Alla fine della guerra dirò a Hitler di far
fuori tutti questi assurdi anacronismi che sono le monarchie».[89] Volendo
evitare l'entrata in guerra venerdì 7 giugno, data che era stata
superstiziosamente considerata di cattivo auspicio,[90]si giunse a lunedì 10
giugno. Galeazzo Ciano fece convocare per le 16:30 a Palazzo Chigi
l'ambasciatore francese André François-Poncet e, secondo la prassi diplomatica,
gli lesse la dichiarazione di guerra, il cui testo recitava: «Sua Maestà il Re
e Imperatore dichiara che l'Italia si considera in stato di guerra con la
Francia a partire da domani 11 giugno». Alle 16:45 dello stesso giorno venne
ricevuto da Ciano l'ambasciatore britannico Percy Loraine, che ascoltò la
lettura del testo: «Sua Maestà il Re e Imperatore dichiara che l'Italia si
considera in stato di guerra con la Gran Bretagna a partire da domani 11
giugno».[91] Entrambi gli incontri si svolsero, secondo i diari di
Galeazzo Ciano, in un clima formale, ma di reciproca cortesia. L'ambasciatore
francese avrebbe detto che considerava la dichiarazione di guerra come un colpo
di pugnale a un uomo già a terra, ma che si aspettava una tale situazione già
da due anni, dopo la firma del Patto d'Acciaio fra Italia e Germania, e che
comunque nutriva stima personale per Ciano e non poteva considerare gli italiani
come nemici.[N 3][92]L'ambasciatore inglese, invece, sempre secondo Ciano
avrebbe partecipato all'incontro restando imperturbabile, limitandosi a
domandare educatamente se quella che stava ricevendo dovesse essere considerata
un preavviso o la vera e propria dichiarazione di guerra.[93] Preceduto
dal vicesegretario del Partito Nazionale Fascista Pietro Capoferri, che ordinò
alla folla il saluto al Duce, alle 18:00 dello stesso giorno Mussolini,
indossando l'uniforme da primo caporale d'onore della Milizia Volontaria per la
Sicurezza Nazionale, di fronte alla folla radunatasi in Piazza Venezia,
annunciò, con un lungo discorso trasmesso anche via radio nelle principali
città italiane, che «l'ora delle decisioni irrevocabili» era scoccata, mettendo
al corrente il popolo italiano delle avvenute dichiarazioni di
guerra.[94] Di seguito, l'incipit e explicit del discorso: «Combattenti
di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno d'Albania. Ascoltate! Un'ora,
segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni
irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli
ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. [...] La parola d'ordine è una
sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori
dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un
lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. Popolo
italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo
valore!».[95] Le reazioni dell'opinione pubblicaModifica La prima
pagina de Il Popolo d'Italia dell'11 giugno 1940 La notizia fu accolta con
entusiasmo dai gruppi industriali italiani, che vedevano l'inizio del conflitto
come un'occasione per aumentare la produzione e la vendita di armi e
macchinari, e da una buona parte dei vertici fascisti, nonostante le più alte
personalità del regime avessero in precedenza espresso scetticismo sull'intervento
italiano e avessero abbracciato la linea di condotta tracciata da Mussolini il
31 marzo 1940, che prevedeva di entrare in guerra il più tardi possibile allo
scopo di evitare un conflitto lungo e insopportabile per il Paese. In ogni
caso, fra le personalità che avevano espresso dubbi - se non veri e propri
atteggiamenti ostili - sull'intervento militare italiano, nessuna palesò
pubblicamente la propria opposizione al conflitto e sulla scrivania del Capo
del Governo non vennero recapitate lettere di dimissioni. La stampa
italiana, condizionata da censura e controllo imposti dal regime fascista,
diede la notizia con grande enfasi, utilizzando titoli a caratteri cubitali che
facevano uso entusiasta di citazioni del discorso e manifestavano completa
adesione alle decisioni prese:[96] «Corriere della Sera: Folgorante
annunzio del Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Il Popolo
d'Italia: POPOLO ITALIANO CORRI ALLE ARMI! Il Resto del Carlino: Viva il Duce
Fondatore dell'Impero. GUERRA FASCISTA. L'Italia in armi contro Francia e
Inghilterra. Il Gazzettino: Il Duce chiama il popolo alle armi per spezzare le
catene del Mare nostro. L'Italia: I dadi sono gettati. L'ITALIA È IN GUERRA. La
Stampa: Il Duce ha parlato. La dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia.
Bertoldo: Londra non sarà piena di tedeschi, ma fra poco sarà piena di
italiani.» L'unica voce critica che si levò, oltre ai giornali
clandestini, fu quella de L'Osservatore Romano: «E il duce (abbagliato) salì
sul treno in corsa». Questo titolo fu accolto con grande disappunto dai vertici
italiani, tanto che Roberto Farinacci, segretario del partito fascista, in un
commento alla stampa affermò che: «La Chiesa è stata la costante nemica
dell'Italia».[96] Il capo dell'OVRA, Guido Leto, prendendo atto della
reazione dell'opinione pubblica italiana, riferì che: «Come nell'agosto del
1939 la polizia rilevò e riferì il quasi unanime dissenso del paese verso
un'avventura bellica, così nella primavera del 1940 essa segnalò il
rovesciamento della pubblica opinione presa da un ossessionante timore di
arrivare tardi. E nel primo e nel secondo tempo operò come un termometro: non
determinò, né influenzò, né menomamente alterò la temperatura del paese, ma
semplicemente la misurò».[71] Hitler, venuto a conoscenza dell'annuncio
pubblico, inviò immediatamente due telegrammi di solidarietà e ringraziamento,
uno indirizzato a Mussolini e uno a Vittorio Emanuele III, anche se,
privatamente, espresse delusione per le scelte del Duce, in quanto avrebbe
preferito che l'Italia attaccasse a sorpresa Malta e altre importanti posizioni
strategiche inglesi anziché dichiarare guerra a una Francia già sconfitta.[N
4][95] In sede internazionale l'intervento italiano contro la Francia fu
visto come un gesto vile, al pari di una pugnalata alle spalle,[97] in quanto
l'esercito francese era già stato messo in ginocchio dai tedeschi e il suo
comandante supremo, il generale Maxime Weygand, aveva già impartito ai
comandanti delle forze superstiti l'ordine di ritirarsi per mettere in salvo il
maggior numero possibile di unità.[98] Il giudizio di Churchillsull'ingresso
dell'Italia nel conflitto bellico e sull'operato di Mussolini fu affidato al
commento pronunciato a Radio Londra:[99] «Questa è la tragedia della storia
italiana. E questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e
vergogna». Quando venne raggiunto dalla notizia dell'intervento italiano contro
un nemico ormai sconfitto, il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano
Roosevelt rilasciò a Charlottesville una dura dichiarazione
radiofonica:[100]«In questo 10 giugno, la mano che teneva il pugnale l'ha
affondato nella schiena del suo vicino». Piani di guerraModifica
L'entrata in guerra fu la notizia principale su tutti i quotidiani italiani
dell'11 giugno 1940 I preparativi bellici italiani erano stati delineati dallo
Stato Maggiore dell'esercito nel febbraio 1940 e prevedevano una condotta
strettamente difensiva sulle Alpi Occidentali ed eventuali azioni offensive (da
iniziare solamente in condizioni favorevoli) in Jugoslavia, Egitto, Somalia
francese e Somalia britannica. Si trattava di indicazioni di massima per la
dislocazione delle forze disponibili, non di piani operativi, per i quali
veniva lasciata al Duce piena libertà di improvvisazione.[101] I vertici militari
riconobbero l'inadeguatezza del Paese ad affrontare una guerra ma, allo stesso
tempo, non presero posizione dinanzi all'intervento, ribadendo la loro totale
fiducia in Mussolini.[102] L'approccio del Duce al conflitto appena iniziato
dall'Italia si concretizzò in direttive più o meno frammentarie, che egli
indirizzava ai vertici militari: furono formulate richieste di operazioni nei
teatri più disparati, mai trasformatesi in scelte precise e piani concreti.
Venivano a mancare, in questo quadro, una strategia complessiva e di ampio
respiro, obiettivi reali e un'organizzazione razionale della guerra.[102]
Ciò fu evidente fin da subito, quando, il 7 giugno, lo Stato Maggiore Generale
notificò che: «A conferma di quanto comunicato nella riunione dei Capi di Stato
Maggiore tenuta il giorno 5 ripeto che l'idea precisa del Duce è la seguente:
tenere contegno assolutamente difensivo verso la Francia sia in terra che in
aria. In mare: se si incontrano forze francesi miste a forze inglesi, si
considerino tutte forze nemiche da attaccare; se si incontrano solo forze
francesi, prendere norma dal loro contegno e non essere i primi ad attaccare, a
meno che ciò ponga in condizioni sfavorevoli». In base a quest'ordine la Regia
Aeronautica ordinò di non effettuare alcuna azione offensiva, ma solo di
compiere ricognizioni aeree mantenendosi in territorio nazionale,[103] e
altrettanto fecero il Regio Esercito e la Regia Marina, la quale non aveva
intenzione di uscire dalle acque nazionali salvo per il controllo del canale di
Sicilia, ma senza garantire le comunicazioni con la Libia.[104] Come
preannunciato nella corrispondenza con il governo tedesco,[105] dall'11 giugno
le truppe italiane cominciarono le operazioni militari al confine francese in
vista della pianificata occupazione delle Alpi occidentali ed effettuarono
bombardamenti aerei, di carattere puramente dimostrativo, su Porto Sudan, Aden
e sulla base navale inglese di Malta. L'alto comando delle operazioni venne
affidato al generale Rodolfo Graziani, un ufficiale esperto in guerre coloniali
contro nemici inferiori per numero e per mezzi, che non aveva mai avuto il
comando su un fronte europeo[106] e che non aveva alcuna familiarità con la
frontiera occidentale.[107] I vertici militari italiani, costretti a centellinare
le poche risorse disponibili, decisero di muovere le truppe solo in
concomitanza con i movimenti dei tedeschi:[108]l'aggressione alla Francia
avvenne infatti solo quando la Germania l'aveva già praticamente sconfitta, poi
ci fu un periodo di inattività italiana contemporaneo all'inattività tedesca
nell'estate 1940, poi le azioni italiane ripresero quando la Germania iniziò la
pianificazione dell'aggressione al Regno Unito. Secondo lo storico Ciro
Paoletti: «Ogni volta che i Tedeschi si muovevano poteva essere quella decisiva
per la fine vittoriosa del conflitto; e l'Italia doveva farsi trovare impegnata
quel tanto che bastasse a dire che anch'essa aveva combattuto lealmente e
godeva il diritto di sedersi al tavolo dei vincitori».[109]L'atteggiamento
dell'Italia, che «entrava in guerra senza essere attaccata» né sapeva dove
attaccare,[110] e che «addensava le truppe alla frontiera francese perché non
aveva altri obiettivi»,[110] venne sintetizzato dal generale Quirino Armellini
con la massima: «Intanto entriamo in guerra, poi si vedrà».[111]
NoteModifica Note al testo ^ Il Promemoria segretissimo 328 era una relazione,
stilata da Mussolini il 31 marzo 1940, con destinatari Vittorio Emanuele III,
Galeazzo Ciano, Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Domenico Cavagnari,
Francesco Pricolo, Attilio Teruzzi, Ettore Muti e Ubaldo Soddu. cfr. Il
«promemoria segretissimo» relativo ai piani di guerra redatto da Benito
Mussolini, su larchivio.com. URL consultato il 28 dicembre 2018. ^ Il Servizio
Speciale Riservato era un organo, istituito ai tempi di Giovanni Giolitti, per
tenere sotto controllo le principali personalità del Paese. ^ Diversa, invece,
la versione su toni e parole data dall'ambasciatore francese: «E così, avete
aspettato di vederci in ginocchio, per accoltellarci alle spalle. Se fossi in
voi non ne sarei affatto orgoglioso», e Ciano avrebbe risposto, arrossendo:
«Mio caro Poncet, tutto questo durerà l'espace d'un matin. Ben presto ci
ritroveremo tutti davanti a un tavolo verde», riferendosi a un futuro tavolo
delle trattative al termine del conflitto. cfr. Niente pugnale alla schiena
Archiviato il 15 settembre 2016 in Internet Archive., in Il Tempo, 10 giugno
2009. URL consultato il 28 dicembre 2018. ^ Di seguito i testi dei due
telegrammi, qui fedelmente riportati secondo le fonti reperibili. cfr. La
Dichiarazione di Guerra di Mussolini, su storiaxxisecolo. URL consultato il 30
dicembre 2018. Berlino, 10/6/40, telegramma di Hitler al Re
La provvidenza ha voluto che noi fossimo costretti contro i nostri stessi
propositi a difendere la libertà e l'avvenire dei nostri popoli in
combattimento contro Inghilterra e Francia. In quest'ora storica nella quale i
nostri eserciti si uniscono in fedele fratellanza d'armi, sento il bisogno
d'inviare a Vostra Maestà i miei più cordiali saluti. Io sono della ferma
convinzione che la potente forza dell'ITALIA e della GERMANIA otterrà la
vittoria sui nostri nemici. I diritti di vita dei nostri due popoli saranno
quindi assicurati per tutti i tempi. Berlino, 10/6/40, telegramma
di Hitler a Mussolini Duce, la decisione storica che Voi avete oggi proclamato
mi ha commosso profondamente. Tutto il popolo tedesco pensa in questo momento a
Voi e al vostro Paese. Le forze armate germaniche gioiscono di poter essere in
lotta al lato dei camerati italiani. Nel settembre dell'anno scorso i dirigenti
britannici dichiararono al Reich la guerra senza un motivo. Essi respinsero
ogni offerta di un regolamento pacifico. Anche la Vostra proposta di mediazione
si ebbe una risposta negativa. Il crescente sprezzo dei diritti nazionali
dell'ITALIA da parte dei dirigenti di Londra e di Parigi ha condotto noi, che
siamo stati sempre legati nel modo più stretto attraverso le nostre Rivoluzioni
e politicamente per mezzo dei trattati, a questa grande lotta per la libertà e
per l'avvenire dei nostri popoli. Fonti ^ Ciano, Ciano, 1948, pp. 373-378. ^ a
b Ciano, 1948, p. 375. ^ a b Ciano, 1948, p. 383. ^ Paoletti, p. 31. ^ a b
Acerbo, p. 451. ^ Paoletti, pp. 36-37. ^ Paoletti, p. 139. ^ Le Moan, op. cit.
^ Ciano, 1948, pp. 386-387. ^ a b Schiavon, op. cit. ^ Ciano, 1948, p. 392. ^
Ciano, 1948, pp. 393-394. ^ Corpo di Stato Maggiore, 1983, p. 2. ^ Candeloro,
pp. 50-52. ^ Paoletti, pp. 56-58. ^ a b Paoletti, pp. 53-54. ^ Ciano, 1990, p.
301. ^ Collotti, pp. 220-221. ^ Ciano, 1948, p. 457. ^ a b Paoletti, p. 61. ^
Bocca, pp. 63-64. ^ Costa Bona, p. 22. ^ Ciano, 1990, nota del 16 marzo 1939. ^
Ciano, 1990, nota del 4 maggio 1939. ^ Ciano, 1990, nota del 19 luglio 1940. ^
Ciano, 1990, nota del 9 agosto 1940. ^ Ciano, 1990, nota del 10 agosto 1940. ^
a b Ciano, 1990, nota del 31 agosto 1940. ^ a b Ciano, 1990, nota del 2
settembre 1940. ^ a b Ciano, 1990, p. 340. ^ a b Paoletti, p. 80. ^ Ciano,
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Bottai, p. 165. ^ Bernasconi e Muran, p. 15. ^ a b c Rochat, p. 239. ^ Il
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(2011). Dino Grandial Duce il 21 aprile 1940: «Questo è il momento di astenersi
dalla guerra». Rivista di Studi Politici Internazionali, 78(4 (312)), 594-599.
^ De Felice, p. 804. ^ De Felice, pp. 805-807. ^ Paoletti, p. 94. ^ Paoletti,
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mente, homo mechanicus, Turing, Craik, artificiale e naturale, filosofia,
rappresentare il concetto, logica matematica, reiezione in Aristotele,
predicate, significato, communicazione, creativita, informazione. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Cordeschi” – The Swimming-Pool Library.


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