Grice e Cornello: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Sorrento). Filosofo
italiano. La sua opera più importante è la Gerusalemme liberate, in cui vengono
cantati gli scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata,
culminanti nella presa cristiana di Gerusalemme. Ultimo dei tre figli di
Bernardo Tasso, letterato e cortigiano nato a Venezia, ma di antica nobiltà
bergamasca, poi al servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino del
regno di Napoli, compreso nella monarchia spagnola, e di Porzia de' Rossi,
nobildonna napoletana di origini toscane, pistoiesi da parte paterna e pisane
da parte materna. La primogenita Cornelia era venuta alla luce nel 1537.
Di Sorrento e della «dolce terra natìa» il poeta conserverà sempre un magnifico
ricordo, rimpiangendo «... le piagge di Campagna amene, pompa maggior de
la natura, e i colli che vagheggia il Tirren fertili e molli.»
(Gerusalemme liberata, I, 390-92) Quando Torquato era ancora bambino, il
principe di Salerno fu bandito dal regno e Bernardo seguì il suo protettore.
All'età di 6 anni si recò in Sicilia e dalla fine del 1550 fu con la famiglia a
Napoli, dove lo seguì il precettore privato Giovanni d'Angeluzzo. Frequentò per
due anni la scuola dei Gesuiti appena istituita e conobbe Ettore Thesorieri con
il quale poi restò in corrispondenza epistolare. Ebbe un'educazione
cattolica e da giovane frequentò spesso il monastero benedettino di Cava de'
Tirreni (dove si trovava la tomba di Urbano II, il papa che aveva indetto la
prima crociata), e ricevette il sacramento dell'Eucaristia quando «non avea
anco forse i nov'anni», come scrisse egli stesso. Due anni dopo la sorella
Cornelia, che nel frattempo si era sposata con il nobile sorrentino Marzio
Sersale, rischiò di essere rapita durante un'incursione ottomana a Sorrento, e
questo rimase impresso nella sua memoria. Guidobaldo II Della
Rovere. Rimase a Napoli fino ai dieci anni, poi seguì il padre a Roma,
abbandonando con grande dolore la madre che fu costretta a rimanere nella città
partenopea perché i suoi fratelli «rifiutavano di sborsarle la dote». Nella
città pontificia fu Bernardo a educare privatamente il figlio, ed entrambi
subirono un grave trauma quando nel febbraio 1556 vennero a sapere della
morte di Porzia, probabilmente avvelenata dai fratelli per motivi
d'interesse. La situazione politica a Roma subì però uno sviluppo che
preoccupò Bernardo: era scoppiato un dissidio tra Filippo II e Paolo IV e gli
spagnoli sembravano sul punto di attaccare l'Urbe. Mandò allora Torquato a
Bergamo presso Palazzo Tasso e la Villa dei Tasso da alcuni parenti e si
rifugiò presso la corte urbinate di Guidobaldo II Della Rovere, dove fu
raggiunto dal figlio pochi mesi dopo. A Urbino Torquato studiò assieme a
Francesco Maria II Della Rovere, figlio di Guidobaldo, e aMonte, poi illustre
matematico. In questo periodo ebbe maestri di assoluto livello quali il
poligrafo Girolamo Muzio, il poeta locale Antonio Galli e il matematico
Federico Commandino. Torquato passava a Urbino solo l'estate, dal momento che
la corte trascorreva l'inverno a Pesaro, dove Tasso entrò in contatto con il
poeta Bernardo Cappello e con Dionigi Atanagi, e scrisse il primo componimento
a noi noto: un sonetto in lode della corte. Bernardo si sposta
intanto a Venezia, indiscussa capitale dell'editoria, per occuparsi della
pubblicazione del suo Amadigi. Poco tempo dopo, quindi, anche il figlio cambiò
una volta di più città, stabilendosi in laguna. Sembra che proprio a Venezia,
non ancora sedicenne, abbia cominciato a mettere mano al poema sulla prima
crociata e al Rinaldo. Il Libro I del Gierusalemme (conservato dal Codice
vaticano-urbinate 413) fu scritto dietro consiglio di Giovanni Maria
Verdizzotti e Danese Cataneo, due poeti mediocri che allora frequentava e che
già avevano scorto nel Tasso un talento straordinario. Si iscrisse per
volere paterno alla facoltà di legge dello Studio patavino, raccomandato a
Sperone Speroni, la cui casa frequentò più delle aule universitarie,
affascinato dalla vastissima cultura dell'autore della Canace. Tasso non amava
la giurisprudenza, tanto che attendeva più alla produzione poetica che allo
studio del diritto. Così, dopo il primo anno ottenne dal padre il consenso per
frequentare i corsi di filosofia ed eloquenza con illustri professori tra cui
spicca il nome di Carlo Sigonio. Quest'ultimo rimarrà un modello costante per
le dissertazioni teoriche tassesche futureprime fra tutte quelle dei Discorsi
dell'arte poetica, in cui si nota anche l'influsso dello Speronie lo avvicinò
allo studio della Poetica aristotelica. È in quest'epoca che si colloca
il primo innamoramento del ragazzo, già molto sensibile e sognatore. Il padre
era stato introdotto nella corte del cardinale Luigi d'Este, e nel settembre
1561 si era recato col figlio a fare la conoscenza dei familiari del suo
protettore. Conobbe nell'occasione Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este,
sorella di Luigi. Lucrezia, quindicenne, era molto bella ed eccelleva nel
canto, anche se era piuttosto frivola. Avendo notato un interessamento della fanciulla,
Tasso cominciò a dedicarle rime petrarcheggianti, ma dovette presto essere
ricondotto alla realtà, poiché nel febbraio 1562 scoprì che la ragazza era
promessa sposa al conte Baldassarre Macchiavelli. Non si arrese, continuando a
cantarla in poesia, ma dopo le nozze si lasciò andare al risentimento e alla
delusione. Intanto, l'entourage cominciava ad avvedersi del talento
del Tassino (come veniva chiamato per essere distinto dal padre), e gli furono
commissionate delle rime per alcuni funerali. Confluendo in due raccolte,
furono le prime poesie pubblicate da Torquato. Ancora più notevoli erano
gli sforzi prodigati per il Rinaldo, composto in soli dieci mesi e dedicato a
Luigi d'Este. Il poema epico cavalleresco, incentrato sulle avventure del
cugino di Orlando, fu stampato a Venezia nel 1562 e contribuì a diffondere il
nome di Tasso, che aveva ancora soltanto diciotto anni. Il padre intanto
lo aveva messo nel 1561 al servizio del nobile Annibale Di Capua, e il duca
d'Urbino gli aveva procurato una borsa di studio di cinquanta scudi annui per
permettergli di continuare i corsi universitari. Dopo due anni a Padova, Tasso
proseguì gli studi all'Bologna, ma durante il secondo anno di permanenza nella
città felsinea, nel gennaio 1564, fu accusato di essere l'autore di un testo
che attaccava pesantemente, con una satira sferzante, alcuni studenti e
professori dello Studio. Espulso e privato della borsa di studio, fu costretto
a ritornare a Padova, dove poté beneficiare dell'ospitalità di Scipione
Gonzaga, che gli fornì il necessario per continuare il percorso di
formazione. Ritrovò tra i maestri Francesco Piccolomini e seguì le
lezioni di Federico Pendasio. In casa del principe Gonzaga era appena stata
istituita l'Accademia degli Eterei, ritrovo di seguaci dello Speroni che
miravano alla perfezione della forma, non senza scadere nell'artificiosità.
Tasso vi entrò assumendo il nome di Pentito e leggendovi molti componimenti,
tra cui quelli scritti per Lucrezia Bendidio e per una donna che la critica ha
per lungo tempo identificato in Laura Peperara. Secondo questa
versione Torquato conobbe Laura nell'estate del 1563, quando aveva raggiunto a
Mantova Bernardo, nel frattempo messosi al servizio del duca Guglielmo Gonzaga.
La delicatezza nei modi della giovane fece dimenticare presto al Nostro le
ancor fresche pene amorose per Lucrezia Bendidio. Lo spirito del Petrarca
rivisse allora nelle liriche del ragazzo nuovamente innamorato. L'anno dopo,
rivedendola, fu però deluso, e pur continuando a cantarla dovette ben presto
rassegnarsi al secondo scacco. Ricerche recenti hanno tuttavia collocato
la nascita della Peperara nel 1563, rendendo quindi impossibile che fosse lei
la seconda musa del Tasso. I due canzonieri amorosi andarono in parte a
finire tra le Rime degli Accademici Eterei, stampate a Padova nel 1567, assieme
ad alcune che scriverà nel primo anno ferrarese. Si legò anche
all'Accademia degli Infiammati. A Ferrara Torquato Tasso all'eta di
22 anni ritratto da Jacopo Bassano. Giunse a Ferrara in occasione del secondo
matrimonio (quello con Barbara d'Austria) del duca Alfonso II d'Este, al
servizio del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca, spesato di vitto e
alloggio, mentre dal 1572 sarà al servizio del duca stesso. I primi dieci
anni ferraresi furono il periodo più felice della vita di Tasso, in cui il
poeta visse apprezzato dalle dame e dai gentiluomini per le sue doti poetiche e
per l'eleganza mondana. Il cardinale lasciò al Nostro la possibilità di
attendere solamente all'attività poetica, e Tasso poté così continuare il poema
maggiore. Rapporti particolarmente intensi intercorsero con le due sorelle del
duca, Lucrezia e Leonora. La prima era uno spirito libero e incarnava ideali di
vivacità e vitalità, mentre la seconda, malata e fragile, fuggiva la vita mondana
e conduceva un'esistenza ritirata. Per quanto Tasso fosse attratto da entrambe
e per quanto si sia avallata l'ipotesi di una relazione amorosa con Leonora, la
critica tassesca ha concluso che non si andò al di là di forti simpatie.
La ricchezza culturale della corte estense costituì per lui un importante
stimolo; ebbe infatti modo di conoscere Battista Guarini, Giovan Battista Pigna
e altri intellettuali dell'epoca. In questo periodo riprese il poema sulla
prima crociata, dandogli il nome di Gottifredo. Nel 1566 i canti erano già sei,
e aumenteranno negli anni appresso. Nel 1568 diede alle stampe le
Considerazioni sopra tre canzoni diPigna, dove emerge la concezione platonica e
stilnovistica che il Tasso aveva dell'amore, con alcune note però affatto peculiari,
che lo portavano a ravvisare il divino in tutto ciò che è bello, e a definire
di matrice soprannaturale anche l'amore puramente fisico. I concetti vennero
ribaditi nelle cinquanta Conclusioni amorose pubblicate due anni più
tardi. Compose anche i quattro Discorsi dell'arte poetica e in
particolare sopra il poema eroico, anche se videro la luce solo nel 1587 a
Venezia, per i tipi di Licino. Nell'ottobre 1570 partì per la Francia al
seguito del cardinale e, temendo gli potesse accadere qualche disgrazia nel
lungo e pericoloso viaggio, volle dettare le proprie volontà all'amico Ercole
Rondinelli, richiedendo la pubblicazione dei sonetti amorosi e dei madrigali,
mentre precisava che «gli altri, o amorosi o in altra materia, c'ho fatti per
servizio di alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco», ad
eccezione di Or che l'aura mia dolce altrove spira. Per il Gottifredo
afferma di voler far conoscere «i sei ultimi canti, e de' due primi quelle
stanze che saranno giudicate men ree», il che prova che il numero dei canti era
salito almeno a otto. Intanto, sempre nel 1570, Lucrezia d'Este sposò
Francesco Maria II Della Rovere, compagno di studi di Torquato nel periodo
urbinate. Il soggiorno transalpino fu di sei mesi, ma, siccome Luigi
aveva messo a disposizione del poeta poco denaro, questi trascorse il periodo
francese sostanzialmente nell'ombra, con il solo onore di essere ricevuto da
Caterina de' Medici, la moglie di Enrico II. Di ritorno a Ferrara, il 12 aprile
1571 decise di lasciare il seguito del cardinale. Credeva incorrere in
miglior fortuna presso Ippolito II, e scese pertanto a Roma. Anche il cardinale
di villa d'Este però lo deluse, e Tasso decise di risalire la penisola,
facendosi ospitare qualche tempo da Lucrezia e Francesco a Urbino, prima di
entrare al servizio di Alfonso II. In questo periodo continuò ad
attendere al capolavoro, ma si diede anche al teatro, e scrisse l'Aminta,
celebre favola pastorale che rientrava nei gusti delle corti cinquecentesche.
Rappresentata con ogni probabilità all'isola di Belvedere, dov'era una delle
«delizie» estensi, ebbe un grande successo e fu richiesta anche da Lucrezia
d'Este a Urbino l'anno successivo. Nell'euforia del successo, scrive una
tragedia, Galealto re di Norvegia, ma la abbandona all'inizio del secondo atto, salvo rimettervi
mano molto più tardi trasformandola nel Re Torrismondo. Il capolavoro e
la revisione L'impegno principale rimaneva comunque il poema epico, per il
quale l'autore non aveva ancora stabilito un titolo. Nel novembre '74 l'opera
era quasi completa, visto che «io aveva comincio quest'agosto l'ultimo canto»,
ma si deve aspettare per avere l'annuncio del completamento del testo, quando
in una lettera al cardinale Giovan Girolamo Albano leggiamo: «Sappia dunque
Vostra Signoria illustrissima, che dopo una fastidiosa quartana sono ora
per la Dio grazia assai sano, e dopo lunghe vigilie ho condotto finalmente al
fine il poema di Goffredo». Completato quindi il poema maggiore, si apre
il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro non
gradito all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità estrema (il concilio
di Trento si era concluso da soli dodici anni). Da una lettera emerge
l'inquietudine del poeta: «Qui va pur intorno questo benedetto romore de la
proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna di vero.
Scipione Gonzaga Tasso sottopose il testo al giudizio di cinque autorevoli
personaggi romanigaranzia di validi consigli concernenti l'estetica e la
moralenevroticamente insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma
principalmente preoccupato, come s'è visto, dalle questioni religiose. I
cinque erano il maestro ed erudito Speroni, il principe e cardinale Gonzaga, il
cardinale Antoniano, il poeta Bargeo e il grecista Nobili. Cndivise in
parte i consigli degli illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di
stampo moralistico, ma talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive
quasi quotidiane che mettono in luce un autore intimamente travagliato e
continuamente bisognoso di dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non
trasgredire principi di poetica né tanto meno di fede. Ossessivo
nell'apportare modifiche al testo, era continuamente combattuto e incerto sul
da farsi, al punto che nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a
questao condotto finalmente al fine il poema di Goffredo. Completato quindi il
poema maggiore, si aprì per Tasso il periodo della nevrosi e del terrore di
aver portato a termine un lavoro non gradito all'Inquisizione, allora in una
fase di rigidità estrema (il concilio di Trento si era concluso da soli dodici
anni). Da una lettera emerge l'inquietudine del poeta. Qui va pur intorno
questo benedetto romore de la proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve
n'è cosa alcuna di vero. Tasso sottopose il testo al giudizio di cinque
autorevoli personaggi romanigaranzia di validi consigli concernenti l'estetica
e la moralenevroticamente insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma
principalmente preoccupato, come s'è visto, dalle questioni religiose. I
cinque erano il maestro ed erudito Sperone Speroni, il principe e cardinale
Scipione Gonzaga, il cardinale Silvio Antoniano, il poeta Pier Angelio Bargeo e
il grecista Flaminio de' Nobili. Torquato condivise in parte i consigli
degli illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di stampo
moralistico, ma talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive quasi
quotidiane che mettono in luce un autore intimamente travagliato e
continuamente bisognoso di dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non
trasgredire principi di poetica né tanto meno di fede. Ossessivo
nell'apportare modifiche al testo, era continuamente combattuto e incerto sul
da farsi, al punto che nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a questa particolare
istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho
avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de' tempi presenti. E le giuro
che se le condizioni del mio stato non m'astringessero a questo, ch'io non farei
stampare il mio poema né così tosto, né per alcun anno, né forse in vita mia;
tanto dubito de la sua riuscita».[26] Nemmeno l'entusiastica ammirazione di
Lucrezia d'Este cui leggeva il poema ogni giorno «molte ore in secretis»[27],
né l'essere venuto a conoscenza del grande piacere con cui da più parti l'opera
veniva letta, poterono placare le sue angosce. Scrive “Allegoria”, con cui
rivisitava tutto il poema in chiave allegorica cercando di emanciparsi dalle
possibili accuse di immoralità. Ma non bastava: gli scrupoli di carattere
religioso assunsero la forma di vere e proprie manie di persecuzione. Per
mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana si sottopose
spontaneamente al giudizio dell'Inquisizione di Ferrara, ricevendo due sentenze
di assoluzione.[29] Barbara Sanseverino Disagi presso la corte
estense e fughe Due belle signore, giunte alla corte nel 1575 e protrattesi
presso il duca fino all'anno dopo, costituirono un intermezzo piacevoleforse
l'ultimoin mezzo a tante preoccupazioni. Per loro, la contessa di Sala Barbara
Sanseverino e la contessa di Scandiano Leonora Sanvitale, cantò gioiosamente in
alcune rime amorose, che, com'era accaduto per Lucrezia e Leonora d'Este,
obbediscono alle conventions de genre e non rivelano altro che una sincera
amicizia. Ma il Tasso si era stancato anche di Alfonso, e sognava diandare a
Firenze, presso la corte medicea. Non è chiaro perché volesse abbandonare
Ferrara, ma i motivi adducibili sono vari e variamente intriganti, e tutti
hanno in loro almeno una parte di verità. «Ch'io desideri sommamente di mutar
paese, e ch'io abbia intenzione di farlo, assai per se stesso può essere
manifesto, a chi considera le condizioni del mio stato», scrive a
Gonzaga. Le «condizioni del mio stato» possono avere una valenza
materiale: Tasso riceveva dal duca solo cinquantotto lire marchesane mensili,
che sommate alle centocinquanta percepite in qualità di lettore all'Università
(carica che ricopriva per i soli giorni festivi) danno una cifra sicuramente
bassa che a un poeta ormai affermato doveva parere stretta, anche solo per una
questione di dignità, senza voler pensare a motivazioni di pretta bramosia
L'espressione tassesca può assumere però anche una connotazione morale e
psicologica: si erano in effetti verificati alcuni episodi spiacevoli presso la
corte estense. Ha una lite con il cortigiano Ercole Fucci. Provocato, aveva
rifilato uno schiaffo al Fucci, che in risposta lo colpì più volte con un
bastone. Un servo aveva inoltre rivelato al Tasso che, durante una sua
assenza, un altro cortigiano, Ascanio Giraldini, aveva fatto forzare la porta
della sua camera, nel tentativo di appropriarsi di alcuni manoscritti. Tasso
sarebbe anche riuscito a rintracciare il magnano ottenendone una confessione,
come risulta da un'altra lettera al Gonzaga, in cui si ipotizzano altre trame
ordite alle sue spalle, anche se «io non me ne posso accertare».[33] A
far precipitare il rapporto con il duca e la corte furono però gli scrupoli
religiosi del poeta. Si autoaccusò presso l'Inquisizione ferrarese (dopo
l'autoaccusa presso il tribunale bolognese avvenuta due anni prima), attaccando
inoltre influenti personaggi di corte. Si cercò allora di far desistere il
poeta dall'intenzione di confermare le sue affermazioni negli interrogatori
successivi, senza risparmiargli punizioni corporali che non riuscirono afar
cambiare idea al Tasso, che si presentò altre due volte davanti
all'inquisitore.[35] Le accuseerano rivolte in particolare contro
Montecatini, il segretario ducale. Siccome Torquato voleva recarsi a deporre
presso il Tribunale capitolino, l'inquisitore ferrarese, conscio del fatto che
una simile azione poteva mettere a repentaglio i rapporti con la Santa
Sede,vitali per casa d'Esteinformò immediatamente il duca con una missiva del 7
giugno. Alfonso mise il poeta sotto sorveglianza, e il 17 giugno Tasso,
ritenendosi spiato da un servo, gli scagliò contro un coltello. Il
Castello Estense Tasso rimase nella prigione del Castello fino all'11 luglio,
quando Alfonso lo fece liberare e lo accolse presso la villeggiatura di
Belriguardo, dove però rimase pochi giorni, venendo rimandato a Ferrara per
essere consegnato ai frati del convento di S. Francesco.[37] Il poeta
supplicò allora i cardinali dell'Inquisizione romana affinché lo sollevassero
da una situazione ormai insopportabile trovandogli una sistemazione nell'Urbe,
e nel contempo si lamentava con Scipione Gonzaga per il trattamento ricevuto,
ma pochi giorni dopo si ritrovò nuovamente nella prigione del Castello. Tentò
quindi un'altra via e chiese invano perdono al suo signore. E indubbiamente
provato dalle fatiche della Gerusalemme, e le lettere del periodo rivelano un
animo inquieto e agitato, spesso preoccupato di smentire chi voleva vedere in
lui i germi della pazzia. Le manie di persecuzione e l'instabilità si erano
impadronite di lui, ma fino a qual punto? Fino a qual punto invece certe
manifestazioni del poeta, che mantiene nelle missive una lucidità pressoché
completa, funsero da pretesto per emarginare un personaggio divenuto pericoloso?
Su questo punto i critici non sono mai riusciti a trovare un accordo.
Intanto la prigionia el Castello si prolungava, e non restava che la fuga:
nella notte tra il 26 e il 27 luglio si travestì da contadino e fuggì nei
campi. Raggiunta Bologna, proseguì fino a Sorrento, dove, ancora sotto mentite
spoglie e fisicamente distrutto, si recò dalla sorella, annunciandole la
propria morte, così da vedere la sua reazione, e svelandole la sua vera
identità solo dopo aver osservato la reazione realmente addolorata della
donna.[39] A Sorrento rimase parecchi mesi ma, volendo riprendere parte
alla vita di corte, fece inviare da Cornelia una supplica al duca, in data 4
dicembre 1577, chiedendo di essere riammesso alle sue dipendenze, in un testo
che fu certamente dettato, almeno in parte, dal poeta stesso: «La maggior colpa
che io credo sia in lui, è la poca sicurezza, che ha mostrata d'avere nella
parola di V.A., e il molto diffidarsi della sua benignità».[40] Così,
nell'aprile 1578 ritornò a Ferrara, ma, tempo tre mesi, era di nuovo in fuga;
Mantova, Padova, Venezia. Presa la via di Pesaro, da Cattolica mandò ad Alfonso
una missiva in cui cerca di spiegare i motivi dell'abbandono, che restano,
anche nella testimonianza diretta del Tasso, criptici: «ora me ne dono partito.
per non consentire a quello, a che non dee consentire uomo, che faccia alcuna
professione d'onore, o ch'abbia nell'animo alcuno spirito di nobiltà. Paura,
instabilità? Quello che è certo è che nello stesso mese le parole di
Maffio Venierche lo aveva incontrato a Veneziasembrano far perdere credibilità
alle ipotesi di follia: «sebbene si può dire che egli non sia di sano
intelletto, scuopre tuttavia più tosto segni di afflizione che pazzia». Anche
gli scambi epistolari intrattenuti con Francesco Maria Della Rovere paiono
rivelare una personalità afflitta e agitata più che folle. Il Leitmotiv, adesso
più che mai, è il dolore. Il dolore si fa allora poiesis, creazione. È proprio
questo il periodo in cui vengono composti i versi dell'incompiuta canzone Al
Metauro, tra i più citati e famosi dell'opera tassesca. Qui, in una
rievocazione della propria vita sub specie doloris[44], affiorano i ricordi
delle proprie sofferenze e della morte dei genitori. Il poeta è un esiliato,
concretamente e metaforicamente, sin da quando bambino dovette lasciare il
luogo natìo: «In aspro esiglio e 'n dura povertà crebbi in quei sì mesti
errori; intempestivo senso ebbi a gli affanni: ch'anzi stagion, matura
l'acerbità de' casi e de' dolori in me rendé l'acerbità degli anni»
Intanto continuava a vagare. Percorse a piedi il tratto che separa Urbino da
Torino, ma non sarebbe riuscito a entrare nella cittàera stato respinto
dai doganieri perché in stato pietosose Angelo Ingegneri, amico di Torquato da
alcuni anni, non lo avesse riconosciuto e aiutato a entrare. A Torino ricevette
l'ospitalità del marchese Filippo d'Este, genero del duca di Savoia[45], e
godette di una certa tranquillità che gli permise di comporre poesie e iniziare
tre dialoghi, la Nobiltà, la Dignità e la Precedenza. In seguito a nuovi
pentimenti e nuove nostalgie della corte ferrarese, il poeta si adoperò ancora
una volta per il rientro nella città ducale, facendo leva sulle intercessioni
del cardinale Albano e di Maurizio Cataneo, e infine riguadagnò la capitale
estense tra il 21 e il 22 febbraio, proprio mentre fervevano i preparativi per
le terze nozze di Alfonso, quelle con Margherita Gonzaga, figlia del duca di
Mantova Guglielmo. Fu ospitato da Luigi d'Este, ma nessuno badava a lui:
«Ora le fo sapere, che io qui ho trovato quelle difficoltà che m'imaginava, non
superate né dal favore di monsignor illustrissimo, né da alcuna sorte d'umanità
ch'io abbia saputo usare», scrisse a Maurizio Cataneo. In una missiva al
cardinale Albano, recante la data, Tasso chiede almeno gli si faccia riottenere
lo stipendio precedente.[47] A questo punto i fatti precipitano: «Iersera
l'altra si mandò il povero Tasso a Sant'Anna, per le insolenti pazzie ch'avea
fatte intorno alle donne del Signor Cornelio, e che era poi venuto a fare con
le Dame di Sua Altezza, quali, per quanto m'è stato rifferto, furono così
brutte e disoneste, che indussero il Signor Duca a quella risoluzione».[48] Non
è chiaro quando accadesse esattamente il fatto, si oscilla tma è certo che in
quest'ultima data il poeta fosse già stato recluso nella prigione di
Sant'Anna.[ Pare sicuro anche che le parole offensive pronunciate in preda
all'ira si siano indirizzate poi in modo esplicito allo stesso duca, ed è
probabile che si trattasse di gravi accuse (forse legate ancora una volta alla
vicenda dell'Inquisizione) che, fatte in pubblico, chiedevano una risoluzione
drastica. Il duca Alfonso II rinchiuse quindi Tasso nell'Ospedale
Sant'Anna, nella celebre cella detta poi "del Tasso", dove rimase per
sette anni. Qui, alle manie di persecuzione, si aggiunsero tendenze
autopunitive. Delacroix: Tasso all'ospedale di Sant'Anna
Nell'Ospedale veniva trattato alla stregua dei «forsennati», ricevendo poche
razioni di cibo scadente, privato di ogni comodità materiale e di ogni conforto
spirituale, visto che il cappellano, «se ben io ne l'ho pregato, non ha voluto
mai o confessarmi o comunicarmi».[50] È vero che dopo nove mesi ci fu un
miglioramento del vitto, ma dovette trattarsi di ben poca cosa, e i primi tre
anni coincisero con una sorta di isolamento. Scrisse comunque
ininterrottamente a principi, prelati, signori e intellettuali pregandoli di
liberarlo e difendere la propria persona. Le suppliche erano rivolte al solito
Gonzaga, alla mai dimenticata Lucrezia d'Este, a Francesco Panigarola (che
sarebbe divenuto vescovo di Asti), a Ercole Tasso e molti altri. I primi anni
di reclusione non impedirono a Torquato di scrivere; anzi, le tre canzoni del
periodo rivelano una poesia essenziale, magistrale nella gestione delle armonie,
simbolo di un'ormai indiscussa maturità e dimostrazione, una volta di più, di
come le facoltà mentali del poeta fossero ancora intatte. Ecco quindi A
Lucrezia e Leonora, con la celebre invocazione alle «figlie di Renata», in una
nostalgico ricordo dei tempi sereni trascorsi a corte, messo in contrasto con
la durezza del tempo presente, ecco Ad Alfonso, nuova supplica al duca che,
rimasta inascoltata, diventò un inno Alla Pietà nell'omonima canzone. Le
condizioni mutarono con gli anni: gli fu permesso di uscire qualche volta e di
ricevere visite, il vitto migliorò ulteriormente, mentre poté lasciare
Sant'Anna più volte alla settimana, «accompagnato da gentiluomini e qualche
volta fu condotto anche a corte».[52] Tuttavia il trattamento rimaneva molto
duro e, a distanza di secoli, pare spropositato se il motivo dovesse ridursi
alla pazzia o a delle offese personali. Certo, il Tasso soffriva di turbe
psichiche. A questo proposito è illuminante la lettera di aiuto che indirizzò
il 28 giugno 1583 al celebre medico forlivese Girolamo Mercuriale. Qui
troviamo un elenco e una descrizione dei mali che affliggono il poeta:
«rodimento d'intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli
orecchi e ne la testa, imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli:
la qual mi perturba in modo ch'io non posso applicar la mente a gli studi per
un sestodecimo d'ora», fino alla sensazione che gli oggetti inanimati si
mettano a parlare. È da notare tuttavia come tutte queste sofferenze non
l'abbiano reso «inetto al comporre. Si può poi ammettere che «il Tasso non fu
semplicemente un melanconico, ma di tratto in tratto veniva sorpreso da eccessi
di mania, da riescire pericoloso a sé ed agli altri»[54], ma, anche se questi
squilibri dovessero essersi manifestati realmente, essi non giustificano né la
tesi della pazzia né la necessità di allontanare il Tasso dalla corte per un
periodo così lungo. Con buone probabilità, quindi, la ragione principale deve
essere riallacciata ancora una volta ai tentativi tasseschi di ricorrere
all'Inquisizione romana, e l'imprigionamento era il solo modo per non
compromettere il rapporto con lo Stato Pontificio. Dopo l'edizione
veneziana "pirata" e mutila di Celio Malespini, sempre durante la
prigionia, vennero pubblicatenel tentativo di porre rimedio alla sciagurata
operazionea Parma e Casalmaggiore, ancora senza il suo consenso, due edizioni
del poema iniziato all'età di quindici anni. Il titolo di Gerusalemme liberata
fu scelto dal curatore di queste ultime versioni, Angelo Ingegneri, senza
l'avallo dell'autore. L'opera ebbe un grande successo. Siccome anche le
stampe dell'Ingegneri presentavano delle imperfezioni e la Gerusalemme era
ormai di dominio pubblico, bisognava approntare la versione migliore possibile,
ma per far questo era necessaria l'autorizzazione e la collaborazione del
Tasso. Così, seppur riluttante, il poeta diede il proprio consenso a Febo
Bonnà, che diede alla luce la Gerusalemme liberata il 24 giugno 1581 a Ferrara,
restituendola in modo ancora più preciso pochi mesi dopo. Queste traversie
editoriali addolorarono il Tasso, che avrebbe voluto mettere mano al poema in
modo da renderlo conforme alla propria volontà. All'amarezza per le
pubblicazioni seguì ben presto quella che gli fu causata dallapolemica con la neonata
Accademia della Crusca. La diatriba non fu scatenata, per la verità, né
dal poeta né dall'Accademia. La sua origine va ricercata nel dialogo Il
Carrafa, o vero della epica poesia, che il poeta capuano Camillo Pellegrino
stampò presso l'editore fiorentino Sermartelli. Nel dialogo Torquato viene
esaltato assieme alla sua opera, in quanto fautore di una poesia etica e fedele
ai dettami aristotelici, mentre l'Ariosto viene duramente condannato a causa
della leggerezza, delle fantasiose invenzioni e dell'eccessiva dispersione che
si possono riscontrare nell'Orlando Furioso. Il testo provocò la reazione
dell'Accademia, che rispose nel febbraio dell'anno seguente con la Difesa
dell'Orlando Furioso degli Accademici della Crusca, stroncando il Tasso ed
esaltando invece «il palagio perfettissimo di modello, magnificentissimo,
ricchissimo, e ornatissimo» che era il Furioso. La Difesa fu fondamentalmente
opera di Leonardo Salviati e di Bastiano de' Rossi. Tasso decise di scendere in
campo con l'Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata, edita a Ferrara dal
Licino il 20 luglio. Rivendicando la necessità di un'invenzione che si fondi
sulla storia, il poeta si opponeva alle opinioni dei paladini del volgare
fiorentino, e respingeva le accuse di un lessico intriso di barbarismi e poco
chiaro. La polemica continuò, visto che il Salviati replicò in settembre con la
Risposta all'Apologia di Torquato Tasso (testo noto anche come Infarinato
primo), cui seguirono un nuovo opuscolo di Pellegrino e un Discorso del Nostro,
dopo di chese si esclude un ulteriore scritto del Salviati, l'Infarinato
secondo per qualche tempo le acque si calmarono, ma la querelle tra ariosteschi
e tasseschi proseguì fino al secolo successivo, e fu una delle più infiammate
della storia della letteratura italiana. Durante la reclusione Tasso
scrisse principalmente discorsi e dialoghi. Fra i primi quello Della gelosia,
Dell'amor vicendevole tra 'l padre e 'l figliuolo, Della virtù eroica e della
carità, Della virtù femminile e donnesca, “Dell'arte del dialogo”; “Il
Secretario” cui si deve aggiungere il Discorso intorno alla sedizione nata nel
regno di Francia e il Trattato della Dignità, già iniziato a Torino, come si è
visto.[61] Queste opere sviluppano tematiche morali, psicologiche o
strettamente religiose. La virtù cristiana è proclamata come superiore alla pur
nobile virtù eroica, si afferma la comune origine di amore e gelosia, si
valutano i talenti specifici della donna, il tutto arricchito dal racconto di
esperienze personali che giustificano l'opinione dell'autore. Vengono
affrontate anche questioni politiche, in special modo nel Secretario, diviso in
due parti, la prima dedicata a Cesare d'Este, la seconda ad Antonio Costantini.
Qui, nella descrizione del principe ideale, si enucleano alcune caratteristiche
come la clemenza (chiaro il riferimento alla propria condizione), l'esser
filosofo, e soprattutto «un gentiluomo a la cui fede ed al cui sapere si
possono confidare gli Stati e la vita e l'onor del principe». Più copiosa
ancora fu la composizione di dialoghi, scritti sotto il nume ideale di Platone,
ma paragonabili più obiettivamente a quelli del sedicesimo secolo. Quasi ogni
tematica morale viene sviscerata in una serie davvero lunga di opere più o meno
prolisse e più o meno felici. Tasso scrisse, nell'ordine, Il Forno, o
vero de la Nobiltà, il Gonzaga, o vero del Piacer onesto, in seguito rivisto e
stampato con il titolo Il Nifo, o vero del piacere; Il Messaggero. Qui immaginò
di interagire amichevolmente con il folletto da cui si credeva perseguitato
nella realtà. Questo dialogo ispirò la celebre operetta morale leopardiana
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare), con una seconda lezione.
Il padre di famiglia (ispirato a un gentiluomo che lo ospitò a Borgo Sesia
prima dell'arrivo a Torino); Il cavalier amante e la gentildonna amata (con
dedica a Giulio Mosti, giovane ammiratore del poeta); Romeo o vero del giuoco,
rivisto e dato alle stampe con titolo Il Gonzaga secondo, o vero del
giuoco; La Molza, o vero de l'Amore (prende spunto dalla conoscenza che il
Tasso fece della celebre poetessa Tarquinia Molza a Modena, dedicato a Marfisa
d'Este); Il Malpiglio, o vero della corte (con riferimento al gentiluomo
ferrarese Lorenzo Malpiglio); Il Malpiglio secondo o vero del fuggir la moltitudine;
Il Beltramo, overo de la Cortesia; Il Rangone, o vero de la Pace (in risposta a
uno scritto di Fabio Albergati); Il Ghirlinzone, o vero l'Epitafio. Il
Forestiero napolitano, o vero de la Gelosia; Il Cataneo, o vero de gli Idoli,
e, infine, La Cavalletta, o vero de la poesia toscana. In tutto questo non
aveva dimenticato l'opera principe, dimostrando di avere al riguardo idee
piuttosto lontane da quella che sarà la realizzazione finale. A Lorenzo
Malpiglio espose intenzioni sostanzialmente opposte agli interventi che avrebbe
apportato negli anni successivi: parla di portare la Liberata da venti a
ventiquattro canti (secondo l'idea originaria) e di accrescere il numero delle
stanze, tagliando anche dei passaggi ma con il risultato che «la diminuzione sarà
molto minor de l'accrescimento. Qualche segnale, magari anche dettato da
semplice interesse, lasciava intravedere un astio meno severo nei confronti del
Nostro. Prima della reclusione a
Comacchio era stata rappresentata una commedia tassesca alla presenza della
corte. Ora Virginia de' Medici voleva che il testo fosse perfezionato e
completato per essere interpretato durante i festeggiamenti del suo matrimonio
con Cesare d'Este. Tasso si mise al lavoro ed esaudì la richiesta. L'opera
fu poi pubblicata e ricevette il titolo “Gli intrichi d'amor” edal Perini, uno
degli attori dell'Accademia di Caprarola, che aveva messo in scena la commedia.
L'opera, ricolma di intrecci amorosi e di agnizioni secondo il costume
dell'epoca, è sofisticata e inverosimile, ma non mancano pagine vivaci ed
episodi ispirati all'Aminta. Vi si possono inoltre vedere alcuni elementi che
confluiranno nella commedia dell'arte: il personaggio del Napoletano, parlando
in dialetto e «profondendosi in spiritosaggini sbardellate», richiama alla
mente la futura maschera di Pulcinella. La critica è stata piuttosto concorde
nel ritenerla infelice, tutta una goffaggine pedantesca e superficiale, nel
giudizio di Francesco D'Ovidio. F. Pourbus: Vincenzo Gonzaga Dopo la prigionia:
le delusioni, le sofferenze, le peregrinazioni. Finì la prigionia. Venne
affidato a Vincenzo Gonzaga, che lo volle alla sua corte di Mantova. Nelle
intenzioni di Alfonso, Tasso doveva restare presso il figlio di Guglielmo
Gonzaga solo per un breve periodo, ma di fatto il poeta non tornò più a
Ferrara, e restò presso Vincenzo, in un ambiente in cui conobbe Ascanio de'
Mori da Ceno, diventandone amico. A Mantova ritrova qualche barlume di
tranquillità; riprese in mano il Galealto re di Norvegia, la tragedia che aveva
lasciato interrotta alla seconda scena del secondo attoe che aveva frattanto
avuto un'edizione nel 1582 -, e la trasformò nel Re Torrismondo, conglobando
nei primi due atti quanto aveva precedentemente scritto ma cambiando i nomi, e
procedendo alla stesura dei tre atti successivi in modo da arrivare ai cinque
canonici. Quando nell'agosto si recò a Bergamo, ritrovando amici e parenti, si
mise subito in azione per dare alle stampe la tragedia, e l'opera uscì, a cura
del Licino e per i tipi del Comin Ventura, con dedica a Vincenzo Gonzaga, nuovo
duca di Mantova. Si trattava comunque di una "libertà vigilata", e i
fatti lo dimostrano chiaramente. Dopo essere tornato a Mantova, deluso e
preoccupato di una possibile venuta di Alfonso, Tasso andò a Bologna e a
Roma senza chiedere al Gonzaga l'autorizzazione e questi, sotto la pressione
del duca di Ferrara, tentò in ogni modo di farlo tornare indietro. Antonio
Costantini, sedicente amico del poeta che metteva al primo posto l'ambizione e
l'obiettivo di essere tenuto in onore presso la corte mantovana, e Scipione
Gonzaga si mobilitarono, ma Torquato capì la situazione e rifiutò di ritornare,
rendendo impossibile qualsiasi mossa, dal momento che un intervento che lo
riportasse nel ducato mantovano con la forza non sarebbe mai stato tollerato
dal Pontefice. Il fatto che nessuno impedisse il viaggio a Bergamo mentre ci
fosse una mobilitazione generale per allontanare il poeta dall'Urbe rimane
comunque un segnale che pare ulteriormente ridimensionare il peso della
presunta follia di Torquato nelle preoccupazioni dei duchi del
settentrione. Il santuario di Loreto in un'incisione di Francisco de
Hollanda (prima meta del sec. XVI) Nel corso del tragitto Tasso passò da
Loreto, raccogliendosi in preghiera nel santuario e concependo quella canzone
«a la gloriosa Vergine» che può forse richiamare il Petrarca della Canzone alla
Vergine in qualche scelta lessicale, ma, in mezzo alla lode e alla supplica, è
tanto più intessuta di travaglio e sofferenza: «Vedi, che fra' peccati
egro rimango, qual destrier, che si volve nell'alta polve, e nel tenace
fango.» Torquato fu a Roma. L'irrequietudine era di nuovo alle stelle: le
lettere registrano le sue richieste di denaro e le lamentele per la propria
condizione di salute. Il poeta è ormai disilluso, e fa meno affidamento sulla
possibilità che gli altri lo aiutino. Come scrisse alla sorella in una lettera
del 14 novembre, gli uomini «non hanno voluto sanarmi, ma ammaliarmi. Tuttavia,
il Nostro è in preda al bisogno materiale e continua ad autoumiliarsi,
scrivendo versi encomiastici per Scipione Gonzaga, divenuto cardinale, senza
ottenere alcunché. Anche la speranza di essere ricevuto dal papa Sisto V viene
delusa, nonostante le lodi che Tasso rivolge al pontefice in varie poesie,
confluite assieme ad altre del periodo in un volumetto del 1589, stampato a
Venezia. Vista l'inutilità del soggiorno romano, il peregrinante poeta pensò
trovare maggior fortuna nell'amata Napoli. Così, ritorna nella città vesuviana
fortemente intenzionato a risolvere a proprio favore le cause contro i parenti
per il recupero della dote paterna e di quella materna. Benché potesse contare
su amici e congiunti, e sulle conoscenze altolocate partenopee, tra cui i
Carafa (o Carrafa) di Nocera, i Gesualdo, i Caracciolo di Avellino, i Manso,
preferì accettare l'ospitalità di un convento di frati olivetani. Qui conobbe
l'amico più caro degli ultimi anni: Giovan Battista Manso, signore di Bisaccia
e primo entusiasta biografo dell'autore dopo la sua morte. Il clima
amichevole in cui fu accolto, la stima di amici e letterati, e il conforto di
una «bellissima città, la quale è quasi una medicina al mio dolore, riuscirono
a risollevare per un breve periodol'infelice animo tassiano. Per ringraziare i
monaci scrisse il poemetto, rimasto incompiuto, Monte Oliveto, in riferimento
al convento in cui sorgeva il complesso monastico che attualmente ospita la
caserma dei carabinieri (resta visitabile la chiesa Sant'Anna dei Lombardi).
L'operaun resoconto encomiastico delle principali tappe esistenziali e delle
principali virtù di Bernardo Tolomei, il fondatore della Congregazioneè
fortemente intessuta di spirito cristiano, in un severo richiamo ad una vita
sobria, lontana dalle vanità del mondo. Dedicata al cardinale Antonio Carafa,
si interrompe alla centoduesima ottava. Al pari del Re Torrismondo e di molta
parte dell'ultima produzione tassesca, il Monte Oliveto non ha goduto dei
favori della critica. Guido Mazzoni vi vide più una predica che un poema,
mentre Eugenio Donadoni utilizzò quasi le medesime parole che gli erano servite
per stroncare il Torrismondo (v. Re Torrismondo): questa è «l'opera non più di
un poeta, ma di un letterato, che cerca di dare forma e tono epico a una
convenzionale vita di santo».[78] Come per la tragedia nordica, la rivalutazione
è arrivata con l'analisi di Luigi Tonelli e di alcuni studiosi più
recenti. In ogni caso, anche questo periodo napoletano si rivelò
problematico per Tasso, a causa delle precarie condizioni di salute e delle
ristrettezze economiche, a cui si aggiunsero anche nuove polemiche letterarie e
religiose sulla Gerusalemme liberata. Spostatosi a Bisaccia, Tasso poté vivere
un periodo di maggiore tranquillità. Manso ricorda un episodio curioso: mentre
sedeva con l'amico davanti al fuoco, questi disse di vedere uno «Spirito, col
quale entrò in ragionamenti così grandi e meravigliosi per l'altissime cose in
essi contenute, e per un certo modo non usato di favellare, ch'io rimaso da
nuovo stupore sopra me inalzato, non ardiva interrompergli». Alla fine della visione,
Manso confessò di non aver visto nulla, ma il poeta gli si rivolse sorridendo:
«Assai più veduto hai tu, di quello che forse... E qui si tacque».[79] Viste le
rare manifestazioni allucinatorie di cui abbiamo notizia, (si ricordino quelle
che erano state descritte nel dialogo Il messaggero, in cui è descritto uno
spirito amoroso che appare a Tasso sotto la figura di un giovanetto dagli occhi
azzurri, simili a quelli che Omero alla dea d'Atene attribuisce), la risposta
del Nostro assume una valenza indubbiamente ambigua, e non può escludersi che
avesse voluto mettere alla prova il Manso per vedere se anche lui lo avrebbe
considerato un "folle". A dicembre era di nuovo a Roma, dove
giunse nella speranza di poter essere ospitato dal Papa in Vaticano, confidando
negli illusori pareri di alcuni amici.[80] Ad ospitare Tasso fu invece Scipione
Gonzaga, e il poeta si sentì di nuovo «più infelice che mai». Ricominciava la
routine: richieste d'aiuto a destra e a sinistra, con l'obiettivo di ricevere i
cento scudi che gli erano stati promessi per la stampa delle sue opere: «vorrei
in tutti i modi trovar questi cento ducati, per dar principio a la stampa,
avendo ferma opinione che di sì gran volume se ne ritrarrebbero molto più»,
scrisse ad Antonio Costantini.[82] I destinatari erano ancora una volta i più
disparati: il principe di Molfetta, il Costantini, il duca di Mantova Vincenzo
Gonzaga, gli editori. Il Nostro si umiliò per l'ennesima volta anche con
Alfonso, cui chiese nuovamente perdono, mentre al Granduca di Toscana
Ferdinando I domandò l'intercessione del cardinal Del Monte, lo stesso che
prenderà sotto la propria protezione Caravaggio. Tutte le speranze, però,
furono disattese. Al tempo stesso anche le missive ai medici si rifecero
intense. Tuttavia, in mezzo a tante delusioni e a tanto affanno non venne meno
la verve creativa: oltre ad aver raccolto le Rime in tre volumi, e avervi
scritto il commento, Tasso compose anche un poema pastorale che riprende, anche
se solo nel nome, alcuni personaggi dell'Aminta. È Il rogo di Corinna, dedicato
a Fabio Orsino. La prima pubblicazione dell'opera fu postuma. Per quanto
Grazioso Graziosi, agente del duca di Urbino, dicesse al suo signore del modo
eccellente in cui il Tasso era trattato presso il cardinale Gonzaga, egli rilevava
al contempo le infermità fisiche e mentali di Torquato, che privavano la sua
età «del maggior ingegno che abbian prodotto molte delle passate. Tuttavia, è
bene diffidare della prima quanto della seconda affermazione. Se «il povero
Signor Tasso è veramente degno di molta pietà per le infelicità della sua
fortuna»[85], come si legge in una missiva del Graziosi di due settimane dopo,
perché cacciare il poeta in malo modo, mentre Scipione Gonzaga non era
presente, e costringerlo a una nuova situazione di bisogno? In aiuto del Tasso
vennero ancora i monaci della Congregazione del Tolomei, che lo ospitarono a
Santa Maria Nuova degli Olivetani.[86] Gli ultimi anni del Tasso, però,
non conobbero pace duratura: le sofferenze psichiche si acuirono nuovamente,
certo per le nuove delusioni derivanti da richieste di denaro non esaudite,
dall'obbligo di piegarsi alla composizione di poesie a pagamento, e il poeta fu
costretto a farsi ricoverare nell'Ospedale dei Pazzarelli, adiacente alla
chiesa dei Santi Bartolomeo e Alessandro dei Bergamaschi, la cui
costruzione era appena stata ultimata. Il dolore emerge in modo chiaro in una
lettera inviata il primo dicembre 1589 ad Antonio Costantini, divenuto ormai
suo confidente. Ritornò presso Scipione Gonzaga, sempre lamentandosi per la
scarsa considerazione in cui era tenuto e sempre scrivendo della propria
infelicità.[88] Tasso premeva, come già più volte in passato, per essere
accolto a Firenze dal Granduca di Toscana, e accettò quindi con gioia l'invito
di Ferdinando de' Medici. A Firenze giunse in aprile, ospite prima dei fidati
Olivetani, poi di ricchi e illustri cittadini quali Pannucci e Gherardi. Alla
tranquillità necessaria per rivedere la Gerusalemme si aggiunsero anche
relative soddisfazioni economiche (sempre comunque in cambio di versi
encomiastici): dal Granduca ricevette centocinquanta scudi[89], da Giovanni III
di Ventimiglia, marchese di Geraci, sembrerebbe, duecento scudi.[90] Il
motivo di gioia principale era tuttavia un altro, era l'avvicinarsi dell'evento
più ambito da chi si sentiva, sopra ogni cosa, poeta: «Penso a la mia
coronazione, la qual dovrebbe esser più felice per me, che quella de' principi,
perché non chiedo altra corona per acquetarmi». Non ci fu nessuna
incoronazione. C'è chi ha asserito che questa lettera contenesse solo una
bislacca speranza del Tasso, senza alcun legame con la realtà.[92] Tuttavia, la
sicurezza con cui l'evento viene ormai dato per certo lascia pensare che le
illusioni del Nostro avessero un fondamento, e non fossero una pura
chimera. Un nuovo evento lo indusse all'ennesimo spostamento: papa Urbano
VII era succeduto a Sisto V, incoraggiando il Tasso a fare nuovamente
affidamento sugli aiuti pontifici. Tasso scese così a Roma, accolto dagli
Olivetani di Santa Maria del Popolo. Giovanni Battista Castagna morì tredici
giorni dopo l'elezione, lasciando il posto a Gregorio XIV. Anche questa volta
le lettere del poeta registrano un amaro scacco: «Ho perduto tutti gli appoggi;
m'hanno abbandonato tutti gli amici, e tutte le promesse ingannato», confidò,
sempre più afflitto, a Niccolò degli Oddi. L'autore della Gerusalemme è ogni
giorno che passa più confuso, sballottato qua e là dagli eventi come una barca
in mezzo al mare. Tutto questo riflette la condizione interiore di una persona
disincantata ma al tempo stesso ancora ingenuamente pronta a fidarsi delle
fallaci promesse che giungono dal mondo intorno, riflette un'instabilità ormai
cronica. È vero che la fede andò radicandosi sempre più in Tasso, ma il fatto
che al duca di Mantova scrivesse di volersi ritirare in un monastero e pochi
giorni dopo accettasse il suo invito a tornare a corte è l'evidente
manifestazione di un'anima senza pace.[94] Ritornato quindi sul Mincio
(marzo 1591), accolto con tutti gli onori, poté dedicarsi totalmente al lavoro
letterario, e in particolare alla revisione del capolavoro. La missiva a
Maurizio Cataneo del 4 luglio ci informa del fatto che il poeta era già a buon
punto, e illustra le linee direttrici della propria opera correttrice: «sono al
fine del penultimo libro; e ne l'ultimo mi serviranno molte di quelle stanze
che si leggono nello stampeato. Desidero che la riputazione di questo mio
accresciuto ed illustrato e quasi riformato poema toglia il credito a l'altro,
datogli dalla pazzia de gli uomini più tosto che dal mio giudicio».[95] Sono
parole che possono parere sciagurate, ma riflettono gli scrupoli religiosi
sempre più pressanti. Non si era comunque concentrato solo sul poema:
aveva raccolto le Rime in quattro volumi, e con l'editore veneziano
Giolito parlava della possibilità di stampare tutte le opere (esclusa la
Gerusalemme) in sei libri. A tutto questo va aggiunto un nuovo lavoro che aveva
intrapreso, lasciandolo poi incompiuto. La genealogia di Casa Gonzaga, con
dedica a Vincenzo, si interruppe dopo centodiciannove ottave, per essere
pubblicato solo nel 1666, tra le Opere non più stampate dell'edizione romana
Dragondelli.[96] Il poemetto è sicuramente trascurabile, fatto di una
versificazione fredda, appesantita da nozioni e nomi. Tra le fonti il ruolo
principale è stato svolto da un regesto di Cesare Campana, Arbori delle
famiglie... e principalmente della Gonzaga, uscito a Mantova l'anno prima, e
dall'Historia sui temporis di Paolo Giovio, accanto a cui va ricordata la
tradizione orale legata alla battaglia del Taro.[97] La calma, tuttavia,
era ormai un ricordo di gioventù, e ogni soggiorno diventava insopportabile
dopo un certo numero di mesi. Così, ridiscese la penisola, con l'intenzione di
raggiungere nuovamente Roma. Il viaggio fu travagliato e appesantito dal fatto
che Tasso si ammalò più volte durante il tragitto, costretto a sostare in varie
località, fra cui Firenze. Giunto nell'Urbe il 5 dicembre 1591, ricevette
l'ospitalità di Maurizio Cataneo. Poche settimane dopo era ancora in viaggio,
diretto a Napoli A questo punto,
inaspettatamente, ci fu spazio per qualche luce e qualche reale soddisfazione.
Il soggiorno napoletano non tradì, né per quanto riguarda l'accoglienza
ricevuta (fu ospitato dal principe di Conca Matteo di Capua e poi da Manso con
grandi onori e affetto), né sulle questioni letterarie, né su quelle relative
alla salute dell'artista. In effetti, in virtù della «purità dell'aria,
comincia a sentirsi meglio, e di conseguenza poté dedicarsi in modo più
proficuo alle proprie attività. In questi mesi completò la Conquistata, e,
sempre durante il soggiorno partenopeo, mise mano all'ultima opera
significativa, Le sette giornate del Mondo creato. Gli ultimi tre anni di vita
lo videro prevalentemente a Roma. L'elezione al soglio pontificio di Clemente
VIII lo fece venire nell'Urbe, e anche qui ebbe un trattamento decisamente
migliore rispetto alle recenti esperienze. Poté infatti alloggiare nel palazzo
dei nipoti del Papa, Pietro e CinzioAldobrandini, in procinto di diventare
cardinali. Cinzio sarà di fatto il vero mecenate dell'ultimo periodo. La
produzione letteraria ebbe nuovi sussulti, consacrandosi ormai quasi
esclusivamente agli argomenti sacri: compose i Discorsi del poema eroico e
altri Dialoghi, carmi latini e rime religiose. Addolorato per la morte di
Scipione Gonzaga, gli dedicò, nel marzo 1593, Le lagrime di Maria Vergine e Le
lagrime di Gesù Cristo.Tasso aveva intanto finito di rivedere il poema, e
sempre nel 1593 vide la luce a Roma, per i tipi di Guglielmo Facciotti, la
Gerusalemme conquistata. Esistono inoltre chiare testimonianze del fatto
che ci fosse l'intenzione di incoronare Tasso in Campidoglio, nonostante alcuni
studiosi si siano osti negarlo e a considerarla un'invenzione del poeta. È
veramente degno il Signor Torquato Tasso di esser celebrato in questi medesimi
tempi come raro per la sua poesia, ed è parimente degno della grandezza
dell'animo del Signor Cinzio Aldobrandini di erigergli una statua laureata, con
mill'altre cerimonie e specie, come dicono che tosto si vedrà, e dargli luogo
in Campidoglio fra le più degne ed antiche cerimonie [...]», rivela Matteo
Parisetti in una lettera ad Alfonso II, risalente all'agosto del Lo stesso
Tasso è esplicito al riguardo: «Qui in Roma mi voglion coronar di lauro»,
scrive al Granduca di Toscana il 20 dicembre 1594, «o d'altra foglia».
Sennonché, pur essendo ancora bisognoso di soldi e continuando a fare richiesta
per ottenerli, il poeta sentiva sempre più lontane le preoccupazioni del mondo,
e sempre meno si curava della vanità e dei successi terreni. La salute, dopo la
parentesi napoletana, andava aggravandosi nuovamente, e Torquato cominciava a
capire che la fine non era lontana. Per questo ritornò alle falde del Vesuvio,
per concludere rapidamente in proprio favore la questione legata all'eredità
materna: il risultato fu soddisfacente, acconsentendo il principe di Avellino a
versargli duecento ducati all'anno, ai quali vanno aggiunti cento ducati annui
che il Papa si risolverà a dargli a partire dal febbraio 1595. A Napoli
rimase dal giugno al novembre del 1594, alloggiato al monastero benedettino di
san Severino, sempre più votato alla vita monastica e attratto ancora dalla
letteratura agiografica. Fu probabilmente nei mesi trascorsi presso i benedettini
che Tasso abbozzò l'incompiuta Vita di San Benedetto. Alla fine dell'anno
ritornò a Roma. Cambiò città per l'ultima volta: la fine era dietro
l'angolo. Riconosciuta la definitiva infermità che gli rendeva ormai
impossibile scrivere e correggere, non sentì più che un ultimo bisogno,
tralasciando tutto il resto, il bisogno della «fuga dal mondo». Entra al
monastero di S. Onofrio, sul Gianicolo, senza più nemmeno curarsi del fatto che
il Mondo creato non era stato ancora rivisto. Tutto svaniva, di fronte all'importanza
di prepararsi al trapasso: «Che dirà il mio signor Antonio, quando udirà la
morte del suo Tasso? E per mio avviso non tarderà molto la novella, perch'io mi
sento al fine de la mia vita. Non è più tempo ch'io parli de la mia ostinata
fortuna, per non dire de l'ingratitudine del mondo». Tutto perdeva importanza,
a fronte della dolcezza della «conversazione di questi divoti padri», che
cominciava «la mia conversazione in cielo. Monumento in Sant'Onofrio Il 25
aprile, all'«undecima ora». Tasso muore. E una morte serena, ricevuta con tutti
i conforti dei sacramenti.La morte del Tasso è stata accompagnata da
una particolar grazia di Dio benedetto, perché in questi ultimi giorni le
duplicate confessioni, le lagrime e insegnamenti spirituali pieni di pietà e di
giudizio, mostrarono che fosse affatto guarito dall'umor malinconico, e che
quasi uno spirito gli avesse accostato al naso l'ampolle del suo cervello.
Venne sepolto nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo. Presso il
monastero, accanto alla strada è ancora visibile la rampa della quercia, dove
si trova il tronco nero di una quercia secolare sostenuto da un sopporto
metallico. Secondo la tradizione locale si tratta della cosiddetta quercia del
Tasso, l'albero alla cui ombra il poeta spesso sedeva per riposarsi.
Albero genealogico Reinerius de Tassis SconosciutaOmedeo Tasso (1290)[110]
SconosciutaRuggero Tasso SconosciutaBenedetto Tasso SconosciutaPalazzo de
Tassis Tonola de Magnasco, Pasimo (o Paxio) de Tassis. SconosciutaPietro Tasso.
SconosciutaGiovanni Tasso Catalina de
Tassi Gabriel Tasso Porzia de RossiBernardo Tasso Torquato Tasso Opere Un
ritratto a Sorrento. Gerusalemme Scritto quando egli aveva solo 15 anni il
Gierusalemme rappresenta il primissimo tentativo di Tasso di maneggiare il
genere epico nonché il suo primo impegno letterario di rilievo. Se ne
possiedono soltanto centosedici stanze del canto I. Oltre a condividere con la
Liberata l'argomento (la prima Crociata), si notano pure alcune somiglianze tra
il proemio di questo esordio poetico giovanile e quello del capolavoro della
maturità. Rinaldo All'età di diciotto anni Tasso riprese la materia del
romanzo cavalleresco e pubblicò il Rinaldo, poema in ottave che narra in dodici
canti (circa 8000 versi) la giovinezza del paladino della tradizione carolingia
e le sue imprese di armi e di amori. Nella prefazione al poema Tasso dichiara
di voler imitare in parte gli "antichi" (Omero e Virgilio), in parte
i "moderni" (Ariosto). Si concentra però su un unico protagonista,
secondo le esigenze di unità proposte dall'aristotelismo. Si tratta di un'opera
tipicamente giovanile, ancora priva di originalità, ma compaiono già alcuni
temi e toni fondamentali che caratterizzeranno il Tasso maturo e formato
culturalmente. Rime Torquato Tasso compose un gran numero di poesie
liriche, lungo l'arco di tutta la sua vita. Le prime furono pubblicate col
titolo di Rime degli Accademici Eterei. Uscirono Rime e prose. Tasso lavorò
fino al 1593 ad un riordino complessivo dei testi, distinguendo rime amorose e rime
encomiastiche. Previde poi una terza sezione, dedicata alle rime religiose e
una quarta di rime per musica, ma non realizzò il progetto. Nelle Rime
amorose è ben riconoscibile l'influenza della poesia petrarchesca e della vasta
produzione petrarchistica del Quattrocento e Cinquecento; contemporaneamente,
però, il gusto per le preziosità linguistiche e l'intensa sensualità rivelano
l'evoluzione verso un linguaggio nuovo che maturerà nel Seicento. L'uso
frequente di forme metriche poco usate dai poeti precedenti, come il madrigale,
e la raffinata musicalità dei versi fecero sì che molti di essi fossero
musicati da grandi autori come Claudio Monteverdi e Gesualdo da
Venosa. Più solenni e classicheggianti le Rime encomiastiche,
dedicate alle figure e alle famiglie signorili che ebbero rilievo nella vita
del poeta. Per la loro creazione si ispira a Pindaro, Orazio e al celebre
Monsignor della Casa. Fra tutte, la più famosa è la Canzone al Metauro,
intessuta di elementi autobiografici. Le Rime religiose sono caratterizzate
dal tono cupo e plumbeo, forse dovuto al fatto che le scrisse negli ultimi anni
di vita. Qui il poeta manifesta il desiderio di sconfiggere l'ansia
esistenziale e il tormentoso senso del peccato attraverso la fede e
l'espiazione. Discorsi dell'arte poetica Attorno alla metà degli Anni
Sessanta scrisse i quattro libri dei Discorsi dell'arte poetica ed in
particolare sopra il poema eroico, letti all'Accademia Ferrarese e pubblicati
molto più tardi, nel 1587, dal Licino. Il testo fornisce una chiara visione
della concezione tassesca del poema eroico, piuttosto distante da quella
ariostesca, che dava la prevalenza all'invenzione e all'intrattenimento del
pubblico. Perché possa essere giudicato di buon livello, deve basarsi su
un evento storico, da rielaborare in modo inedito. Infatti, «la novità del
poema non consiste principalmente in questo, cioè che la materia sia finta, e
non più udita; ma consiste nella novità del nodo e dello scioglimento della
favola. Al verosimile deve essere unito il meraviglioso, e Tasso trova l'unione
perfetta di queste due componenti nella religione cristiana. Intiera, l'opera
deve essere una, ossia prevedere l'unità d'azione, ma senza schemi rigidi: ci
può essere largo spazio per la varietà, e per la creazione di numerosi racconti
nel racconto, e in questo senso la Gerusalemme liberata costituisce una piena
realizzazione delle idee dell'autore. Lo stile, infine, deve adeguarsi alla
materia, e variare tra il sublime e il mediocre a seconda dei casi.
Aminta Magnifying glass icon mgx2.svg Aminta (Tasso). Le sofferenze di
Aminta, dipinto di Bartolomeo Cavarozzi «L'Aminta non è un dramma pastorale e
neppure un dramma. Sotto nomi pastorali e sotto forma drammatica è un poemetto
lirico, narrazione drammatizzata, anzi che vera rappresentazione, com'erano le
tragedie e le commedie e i così detti drammi pastorali in Italia … Essa è in
fondo una novella allargata a commedia, di quel carattere romanzesco che
dominava nell'immaginazione italiana, aggiuntavi la parte del buffone, che è il
Ruffo, la cui volgarità fa contrasto con la natura cavalleresca de' due
protagonisti, Virginia e il principe di Salerno. Gli avvenimenti più strani si
accavallano con magica rapidità, appena abbozzati, e quasi semplice occasione a
monologhi e capitoli, dove paion fuori i sentimenti dei personaggi misti alla
narrazione … L'Aminta è un'azione fuori del teatro, narrata da testimoni o da
partecipi con le impressioni e le passioni in loro suscitate. L'interesse è
tutto nella narrazione sviluppata liricamente e intramessa di cori, il cui
concetto è l'apoteosi della vita pastorale e dell'amore: "s'ei piace, ei
lice". Il motivo è lirico, sviluppo di sentimenti idillici, anzi che di
caratteri e di avvenimenti. Abbondano descrizioni vivaci, soliloqui, comparazioni,
sentenze, movimenti appassionati. Vi penetra una mollezza musicale, piena di
grazia e delicatezza, che rende voluttuosa anche la lacrima. Semplicità molta è
nell'ordito, e anche nello stile, che senza perder di eleganza guadagna di
naturalezza, con una sprezzatura che pare negligenza ed è artificio finissimo.
Ed è perciò semplicità meccanica e manifatturata, che dà un'apparenza pastorale
a un mondo tutto vezzi e tutto concetti. È un mondo raffinato, e la stessa
semplicità è un raffinamento. A' contemporanei parve un miracolo di perfezione,
e certo non ci è opera d'arte così finamente lavorata.» (De Sanctis)
L'Aminta è una favola pastorale. Presenta un prologo, 5 atti, un coro. Ogni
canto si conclude a lieto fine. Ha ispirato la composizione della favola
pastorale Flori di Maddalena Campiglia lodata dallo stesso Tasso. Sulle
ali dell'entusiasmo per il successo dell'Aminta Tasso incominciò una tragedia,
Galealto re di Norvegia, che però interruppe alla seconda scena del secondo
atto. Il poeta la riprese e la completò a Mantova, subito dopo la liberazione
dall'Ospedale di Sant'Anna cambiando però il titolo, diventato Re Torrismondo,
e il nome del protagonista. L'ambientazione è nordica: in essa sono frequenti
le immagini di distese boschive. In questo, il Tasso mostra la sua forte
curiosità per le leggende nordiche, come ad esempio mostra la lettura
dell'Historia de gentibus septentrionalibus di Olao Magno. L'editio
princeps è quella bergamasca del 1587; seguirono a ruota le edizioni di
Mantova, Ferrara, Venezia e Torino, ma poi ci fu un lungo silenzio. L'opera fu
rappresentata per la prima volta soltanto al Teatro Olimpico di Vicenza.
Trama Torrismondo è intimamente segnato dal conflitto tra amore e amicizia: il
sovrano (d'una ignota regione nordica, non di Norvegia) ama Alvida, che a causa
di un debito passato (Germondo aveva salvato la vita a Torrismondo) deve
sposarsi con l'amico Germondo, re di Svezia, regno nemico a quello di Alvida
poiché Germondo stesso era stato accusato di omicidio del fratello di Alvida.
Germondo dunque non può sposarsi con la donna amata poiché il padre di
quest'ultima lo odia. Germondo decide allora che Torrismondo per sdebitarsi
avrebbe dovuto chiedere la mano di Alvida e al momento delle nozze avrebbe
dovuto scambiare la sposa. Ottenuta da Torrismondo la mano di Alvida i due
consumano l'amore. La storia prenderà un'altra china quando Torrismondo
scoprirà che la donna amata non è altri che la sorella, la situazione culminerà
nel suicidio dei due. Il Re Torrismondo è molto importante perché anticipa le
tragedie barocche, nelle quali si riprendono alcune caratteristiche
fondamentali delle tragedie senecane: la meditatio mortis (il Memento mori) e
il gusto dell'orrido. Nel Tasso, però, ciò che compare fortemente e
caratterizza le sue tragedie è il conflitto intimo che dilania l'animo dei
personaggi: l'uomo si sente intrappolato dal fato, poiché impossibilitato
all'agire, a modificare il corso degli eventi ormai già predisposti.
Tuttavia, la critica non si è espressa positivamente in merito all'opera:
Angelo Solerti e Francesco D'Ovidio si sono mostrati ostili verso il
Torrismondo come lo erano stati nei confronti degli Intrichi d'amore, e severo
si è dimostrato anche Umberto Renda, che alla tragedia ha dedicato una
monografia. Ancora più duro il giudizio
di Eugenio Donadoni, che arrivò a parlare di «opera di un ex-poeta, non più di
un poeta, e nemmeno Giosuè Carducci, pur
apprezzando lo sforzo di unire elementi pagani e religiosi, classici ed esotici,
ha ritenuto il dramma degno dell'ingegno tassesco. Solo Tonelli fa presente che
superava pur sempre «la maggior parte delle tragedie cinquecentesche e
rivaleggiava con le migliori del tempo. Gerusalemme liberata Gerusalemme
liberata. Tasso con la sua Gerusalemme liberata La Gerusalemme liberata è
considerata il capolavoro di Tasso. Il poema tratta di un avvenimento realmente
accaduto, ossia la prima crociata. Tasso iniziò a scrivere l'opera con il
titolo di Gierusalemme durante il soggiorno a Venezia. L'opera fu pubblicata
integralmente con il titolo di Gerusalemme liberata. In seguito alla
pubblicazione del poema il poeta rimise mano all'opera e la riscrisse
eliminando tutte le scene amorose e accentuando il tono religioso ed epico
della trama. Cambiò anche il titolo in Gerusalemme conquistata. In realtà la
Conquistata fu immediatamente dimenticata e la redazione che continuò ad avere
grande successo e ad essere ristampata, in Italia e nei paesi stranieri, fu la
Liberata. Trama Goffredo di Buglione nel sesto anno di guerra raduna i
crociati, viene eletto comandante supremo e stringe d'assedio Gerusalemme. Uno
dei guerrieri musulmani decide di sfidare a duello il crociato Tancredi. Chi
vince il duello vince la guerra. Il duello però viene sospeso per il
sopraggiungere della notte e rinviato. I diavoli decidono di aiutare i
musulmani a vincere la guerra. Uno strumento di Satana è la maga Armida che con
uno stratagemma riesce a rinchiudere tutti i migliori eroi cristiani, tra cui
Tancredi, in un castello incantato. L'eroe Rinaldo per aver ucciso un altro
crociato che lo aveva offeso viene cacciato via dal campo. Il giorno del duello
arriva e poiché Tancredi è scomparso viene sostituito da un altro crociato
aiutato da un angelo. I diavoli aiutano il musulmano e trasformano il duello in
battaglia generale. I crociati sembrano perdere la guerra quando arrivano gli
eroi imprigionati liberati da Rinaldo che rovesciano la situazione e fanno
vincere la battaglia ai cristiani. Goffredo ordina ai suoi di costruire una
torre per dare l'assalto a Gerusalemme ma Argante e Clorinda (di cui Tancredi è
innamorato) la incendiano di notte. Clorinda non riesce a entrare nelle mura e
viene uccisa in duello proprio da colui che l'ama, Tancredi, che non l'aveva
riconosciuta. Tancredi è addolorato per aver ucciso la donna che amava e solo
l'apparizione in sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Il mago Ismeno
lancia un incantesimo sul bosco in modo che i crociati non possano ricostruire
la torre. L'unico in grado di spezzare l'incantesimo è Rinaldo, prigioniero della
maga Armida. Due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e alla fine
lo trovano e lo liberano. Rinaldo vince gli incantesimi della selva e permette
ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme. I Dialoghi La stesura di
prose dialogiche impegnò Tasso fin dal 1578, anno della composizione del Forno
overo de la Nobiltà. La dialogistica tassiana è stata da sempre relegata
al margine dalla critica: De Sanctis accenna soltanto al Minturo overo della
Bellezza, limitandosi ad asserire che Tasso da giovane fu “infetto dalla peste
filosofica”. Un giudizio a dir poco sminuente se si considera che il poeta
compose venticinque dialoghi (e questa è solo la cifra canonica; non si fa
riferimento, infatti, agli abbozzi e ai rimaneggiamenti) e vi pose il suo
impegno fino alla morte. Una valutazione più precisa è fornita da
Donadoni: lo studioso dedica un intero capitolo della sua monografia ai
Dialoghi indagandone trame, fonti e suggestioni. La prima edizione moderna
del corpus dialogico tassiano è quella di Guasti, il quale, però, non riuscendo
a reperire tutti i manoscritti dei Dialoghi si basa sui testimoni a stampa,
dando vita ad un’edizione, che presenta corruttele da far rabbrividire i
moderni filologi. Un grande passo in avanti nella fortuna dei Dialoghi è
rappresentato dall’edizione critica di Ezio Raimondi pubblicata nel 1958, di
capitale importanza per gli studiosi tassiani i quali, ancora oggi, continuano
a considerarla punto di riferimento. Raimondi considerò i Dialoghi tassiani
come opere postume, scegliendo la versione più attendibile fra manoscritti e
stampe in base alla loro storia individuale. Questo criterio non è stato
accettato da Stefano Prandi e Carlo Ossola, i quali hanno proposto un’edizione
storica dei Dialoghi che tenesse conto dei testi effettivamente circolanti
all’epoca dello scrittore. L’edizione in realtà non ha mai visto la luce e si è
fermata al 1996 ad uno specimen che avrebbe dovuto anticipare una successiva
edizione completa. Negli ultimi anni gli studiosi della prosa tassiana
sono aumentati: si è posta attenzione al Tasso politico, con due edizioni
commentate della Risposta di Roma a Plutarco e al Tasso egittologo di cui si è
occupato Bruno Basile. Non mancano letture dei singoli dialoghi: Basile e
Arnaldo Di Benedetto si sono occupati del Padre di Famiglia (rispettivamente,
Fonti culturali e invenzione letteraria nel «Padre di famiglia» di Torquato
Tasso; e Torquato Tasso, «Il padre di famiglia»); Emilio Russo del Manso (Amore
e elezione nel "Manso" di Tasso), Massimo Rossi del Malpiglio Secondo
e del Rangone (Io come filosofo era stato dubbio. La retorica dei
"Dialoghi" di Tasso); Maiko Favaro, dopo la monografia di
Prandi/Ossola, ha offerto una puntuale lettura del Forno, premiata con il
premio Tasso (Le virtù del tiranno e le
passioni dell’eroe. Il “Forno overo de la Nobiltà” e la trattatistica sulla
virtù eroica); Angelo Chiarelli si è, invece, occupato del Malpiglio overo de
la corte (Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi di
aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana), preceduto dal contributo di Massimo Lucarelli sullo stesso argomento
(Il nuovo «Libro del Cortegiano»: una lettura del «Malpiglio» di Tasso) e del
Costante («Questa concordia è sempre nelle cose vere». Note per una
contestualizzazione de «Il Costante overo de la clemenza» di Tasso).
L'edizione critica di Raimondi fornisce il testo dei venticinque dialoghi
tassiani, con un'appendice che ci permette di conoscere i manoscritti
superstiti e le stampe. Questo il titolo dei vari dialoghi: Il Forno
overo de la Nobiltà; Il Beltramo overo de la cortesia; Il Forestiero Napoletano
overo de la gelosia; Il N. overo de la pietà; Il Nifo overo del piacere; Il
messaggiero; Il padre di famiglia; De la dignità; Il Gonzaga secondo overo del
giuoco; Dialogo; Il Rangone overo de la pace; Il Malpiglio overo de la corte;
Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine; La Cavalletta overo de la
poesia toscana; Il Gianluca overo de le maschere; Il Cataneo overo de gli
idoli; Il Ghirlinzone overo l'epitaffio; La Molza overo de l'amore; Il Costante
overo de la clemenza; Il Cataneo overo de le conclusioni amorose; Il Manso
overo de l'amicizia; Il Ficino overo de l'arte; Il Minturno overo de la
bellezza; Il Porzio overo de le virtù; Il Conte overo de le imprese. Le sette
giornate del mondo creato È un poema in endecasillabi sciolti, accanto ad altre
opere di contenuto religioso di impronta chiaramente controriformistica. Il
poema venne pubblicato postumo. Si fonda sul racconto biblico della creazione
ed è suddiviso in sette parti, corrispondenti come dice il titolo ai sette
giorni nei quali Dio creò il mondo, e presenta una continua esaltazione
della grandezza divina della quale la realtà terrena è un pallido riflesso.
Le lacrime di Maria Vergine e Le lacrime di Gesù Cristo Si tratta, come nel
caso de Le sette giornate del mondo creato, di due scritti facenti parte delle
cosiddette "opere devote" del Tasso. Nello specifico, sono due
poemetti in ottave che riprendono la tradizione della "poesia delle
lacrime", in voga nella seconda metà del Cinquecento, appena qualche anno
prima della morte. Influenze culturali Statua di Tasso a Sorrento
La figura del Tasso, anche per la sua pazzia, divenne subito popolare. La
lucidità delle opere scritte durante il periodo di prigionia nell'Ospedale di
Sant'Anna fece diffondere la leggenda secondo cui il poeta non era veramente
pazzo ma fu fatto passare per tale dal duca Alfonso che voleva punirlo per aver
avuto una relazione con sua sorella, imprigionandolo (anche se, come si è
visto, è assai più probabile che la vera ragione della reclusione consistesse
nell'autoaccusa del poeta di fronte al tribunale dell'Inquisizione). Questa
leggenda si diffuse rapidamente e rese particolarmente popolare la figura del
Tasso, fino a ispirare a Goethe il dramma Torquato Tasso (1790)[129]. In
età romantica il poeta divenne il simbolo del conflitto individuo-società, del
genio incompreso e perseguitato da tutti coloro che non sono in grado di
comprendere il suo talento straordinario. In particolare Giacomo Leopardi, che
quando si recò a Roma il giorno venerdì 15 febbraio del 1823 pianse sul
sepolcro del Poeta in S. Onofrio (commentando in una lettera che quella
esperienza era stata per lui "il primo e l'unico piacere che ho provato in
Roma"), considerava Torquato Tasso come un fratello spirituale,
ricordandolo in numerosi passi dei propri scritti (tra cui quello citato) e nel
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (una delle Operette morali).
Molta parte della poesia recanatese è impregnata di stile tassesco: i notturni
di alcuni canti, come La sera del dì di festa o Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia, richiamano quelli della Gerusalemme, mentre nella canzone Ad
Angelo Mai Leopardi crea una forte empatia con il «misero Torquato, spirito
fraterno «concepito come un alter ego. I due nomi femminili più celebri
presenti nei Canti, Silvia e Nerina, furono ripresi dall'Aminta. In
generale, l'attenzione si spostò dai personaggi della Liberata al dramma
esistenziale vissuto dal suo autore. Ferretti scrisse le parole del Torquato
Tasso, melodramma in tre atti musicato da Gaetano Donizetti e rappresentato per
la prima volta al Teatro Valle. Il "mito" conquistò anche Franz Liszt:
era quando l'apostolo del Romanticismo metteva in musica l'opera byroniana Il
lamento del Tasso, dando vita al poema sinfonico Tasso. Lamento e
Trionfo. Il poeta vicentino ottocentesco Jacopo Cabianca ha dedicato al
Tasso un poema in dodici canti intitolato appunto Il Torquato Tasso. Nei
primi anni del ventesimo secolo il compositore catanese Pietro Moro si
concentrò sugli ultimi momenti di vita del poeta con Ultime ore di Torquato
Tasso, carme in un atto sulle parole di Giovanni Prati (riviste per l'occasione
da Rojobe Fogo). Torquato Tasso nel cinema Torquato Tasso, regia di Luigi
Maggi, Torquato Tasso, regia di Roberto Danesi. Adattamenti cinematografici de
La Gerusalemme liberata Il primo regista a girare un film sull'opera fu Enrico
Guazzoni. Ne farà due remake; Gerusalemme liberata, di Enrico Guazzoni;
La Gerusalemme liberata, di E. Guazzoni); La Gerusalemme liberata, di Carlo
Ludovico Bragaglia; I due crociati, parodia di Giuseppe Orlandini con Franco e
Ciccio. Alitalia gli ha dedicato uno dei suoi Airbus, Laurea poetica nastrino
per uniforme ordinariaLaurea poetica (postuma) — Roma. Giovan Pietro
D'Alessandro, Vita di Torquato Tasso, ed. da C. Gigante, in «Giornale storico
della Letteratura Italiana», Giovan Battista Manso, Vita di Torquato Tasso, B.
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Trattati, raccolte epistolari, vite paradigmatiche, ovvero come essere un buon
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organizzato dal Gruppo di Studio sul Cinquecento francese, Verona, Rosanna
Gorris Camos, Fasano, Schena, Umberto Lorenzetti, Cristina Belli Montanari,
L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Tradizione e rinnovamento
all'alba del Terzo Millennio, Fano Sulle Rime Arnaldo Di Benedetto, Fra
petrarchismo e Barocco: le «Rime» di Torquato Tasso, «A me versato il mio dolor
sia tutto», Lo sguardo di Armida (Un'icona della «Gerusalemme liberata»), Per
un anonimo in meno: l'autore del dialogo «Il Tasso», in Tra Rinascimento e
Barocco. Dal petrarchismo a Torquato Tasso, Firenze, Società Editrice
Fiorentina, Massimo Colella, «Parmi ne’ sogni di veder Diana». Emersioni
seleniche nelle Rime di Torquato Tasso, in «Griseldaonline», 1Sull'«Aminta»
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Filologico e Letterario dei Dialoghi di T. Tasso, in Rinascimento Inquieto,
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Tecnica dei «Dialoghi» Tassiani, in «Italianistica, Rivista di Letteratura
Italiana», Baldassarri Guido, L’arte del dialogo in Torquato Tasso, in «Studi
Tassiani», Guido Armellini e Adriano
Colombo, Torquato TassoL'uomo, in Letteratura italianaGuida storica: Dal
Duecento al Cinquecento, Zanichelli Editore, Luperini, Cataldi, Marchiani, La
scrittura e l'interpretazione, Palumbo, L. Tonelli, Tasso, Torino); Lettere di
Torquato Tasso (Firenze, Le Monnier); L. Tonelli, G. Natali, Torquato Tasso,
Roma, G. Natali, cA. Solerti, Vita di Torquato Tasso, Torino. Altri pensano
invece che queste sperimentazioni risalgano al periodo patavino o addirittura a
quello bolognese. G. Natali, cit., Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e
l'interpretazione, Palumbo, G. Natali, cG. Natali, cit.20 L. Tonelli, cit.68 G. Natali,
L. Tonelli, cit.60 E. Durante, A.
Martellotti, «Giovinetta Peregrina». La vera storia di Laura Peperara e
Torquato Tasso, Firenze, Olschki, W.
Moretti, Torquato Tasso, Roma-Bari Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria, Dal testo
alla storia. Dalla storia al testo, Milano: Paravia, L. Tonelli, cil rapporto amoroso è stato
ipotizzato in particolare da Angelo de Gubernatis in T. Tasso, Roma, Tipografia
popolare, L. Tonelli, c Lettere, cit., I22
L. Tonelli, cit.89 L. Tonelli,
cit., 99-100 Lettere, cit., I49 Secondo Maria Luisa Doglio la data non è
casuale e si inserirebbe nella tradizione petrarchesca. Petrarca avrebbe
infatti visto per l'unica volta Laura, cfr. M. L. Doglio, Origini e icone del
mito di Torquato Tasso, Roma Lettere, c Lettere, Lettere, cit., I114 Si tratta di un'epistola al Gonzaga del
luglio 1575; Lettere, cit., L. Tonelli
S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario, Milano, Principato, L.
Tonelli, Lettere, Si trattava comunque
di uno stipendio oggettivamente basso, che a una persona comune avrebbe
garantito a stento la sopravvivenza; L. Tonelli, cit.172 Lettere, L. Chiappini, Gli Estensi, Milano,
Dall'Oglio, A. Solerti, cA. Solerti, cit., II,
120-121 A. Solerti, L. Tonelli,
cit. G. B. Manso, Vita del Tasso, in Opere del Tasso, Firenze, M. Vattasso, Di
un gruppo sconosciuto di preziosi codici tasseschi, Torino, M. Vattasso, cA.
Solerti, L. Tonelli, c M. L. Doglio, I. De Bernardi, F. Lanza, G. Barbero,
Letteratura Italiana, 2, SEI, Torino,
1987 Lettere, cit., I298 Lettere, cit., I299 A. Solerti, ccosì scrive al cardinale Luigi
un suo informatore L. Tonelli, Lettere, cit., II89 L. Tonelli, cit.187 A. Solerti,
Lettere, Cesare Guasti, Napoli, Rondinella, A. Corradi, Delle infermità di Torquato
Tasso, Regio Instituto Lombardo548 L.
Tonelli, M. L. Doglio, cit., 41 e ss. Opere di Torquato Tasso, Firenze, Tartini e
Franchi, L. Tonelli, cInfarinato era il nome accademico assunto dal
Salviati Tra parentesi sono indicate le
date di pubblicazione L. Tonelli, Opere,
cit., II276 Tra parentesi si indicano
due date, quella di composizione e quella di pubblicazione Lettere, cit., II56 La prima versione di quelli che saranno Gli
intrichi d'amore non ci è pervenuta L.
Tonelli, L. Tonelli, F. D'Ovidio, Saggi critici, Napoli, Morano, Non fu più
tenero il Solerti; L. Chiappini, c L. Tonelli, cit.188 L.Tonelli,
247-248 A. Solerti, cLettere, L.
Tonelli, cit., 266-267 Lettere, c L. Tonelli, cG. Mazzoni, Del Monte
Oliveto e del Mondo creato di Torquato Tasso, in Opere minori in versi di
Torquato Tasso, Bologna, Zanichelli, E.
Donadoni, Torquato Tasso, Firenze, Battistelli,
G. B. Manso, Vita di T. Tasso, in Opere di Torquato Tasso, Firenze;
Lettere, Così al Costantini; Lettere,
Lettere, L. Tonelli, cit.275 Passo riportato in A. Solerti, A.
Solerti, L. Tonelli, Lettere, Lettere, cit.,Lettere, cit., Lettere, A niuno
sono più obligato che a Vostra Eccellenza, ed a niuno vorrei essere
maggiormente; perché è cosa da animo grato l'esser capace de le grazie e de gli
oblighi. Laonde non ho voluto più lungamente ricusare il secondo suo dono
di cento scudi, bench'io non abbia mostrato ancora alcuna gratitudine del
primo; ma la conservo ne l'animo, e ne le scritture: e ne l'uno sarà forse
eterna, e ne l'altre durerà tanto, quanto la memoria de le mie fatiche. Niuno
de' presenti o de' posteri saprà chi mi sia, che non sappia insieme quant'io
sia debitore a la cortesia di Vostra Eccellenza, ed a la sua liberalità; con la
quale supera tutti coloro che possono superar la fortuna." Così scrive il
Tasso al marchese Giovanni Ventimiglia da Firenze nella primavera del 1590.
Soltanto nello stesso 1590, il Tasso dedicherà al marchese due composizioni
encomiastiche, non portando però a compimento il promessogli poema Tancredi
normando. Lettera a Scipione Gonzaga,
Lettere. E. Rossi, Il Tasso in Campidoglio, in Cultura, Lettere, cit., V6 L. Tonelli, cit.278 Lettere, cit., V62 L. Tonelli, cit., 278-279
C. Cipolla, Le fonti storiche della «Genealogia di Casa Gonzaga», in
Opere minori in versi di Torquato Tasso, cit.,
I L. Tonelli, G. B. Manso,
L.Tonelli, L. Tonelli, E. Rossi, c A. Solerti, cit., II
Lettere, cit., V194 Lettere,
cLettera ad Antonio Costantini, in Lettere, Lettera di Maurizio Cataneo a
Ercole Tasso, 29 aprile 1595; A. Solerti, cit., II363 Lettera di monsignor Quarenghi a Giovan
Battista Strozzi, A. Solerti, cAlmanach du gotha, de J.-H. de Randeck, Les plus
anciennes familles du monde: répertoire encyclopédique des 1.400 plus anciennes
familles du monde, encore existantes, originaires d'Europe, de Karl Hopf, Historisch-genealogischer
Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit, de A. M. H. J. Stokvis, Manuel
d'histoire: Les états de Europe et leurs colonies, de Pierantonio Serassi, La
vita de Torquato Tasso8. de Niccolò
Morelli di Gregorio, Della vita di Torquato Tasso, de Pierantonio Serassi, La
vita di Torquato Tasso10. (DE) de Karl
Hopf, Historisch-genealogischer Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit,
de Heinrich Léo Dochez, Histoire d'Italie pendant le Moyen-âge T. Tasso,
Discorsi dell'arte poetica, I, 12 in Le prose diverse di Torquato Tasso (C.
Guasti), Firenze, Le Monnier, 1875
Discorsi dell'arte poetica, cit., I, 15
A. Solerti, F. D'Ovidio, Saggi critici, Napoli, Morano, U. Renda, Il
Torrismondo di Torquato Tasso e la tecnica tragica nel Cinquecento, Teramo, E.
Donadoni, G. Carducci, Il Torrismondo, testo premesso all'ed. Solerti delle
Opere minori in versi di Torquato Tasso, L. Tonelli, cit.253 Torquato Tasso, Risposta di Roma a Plutarco,
Res, Risposta di Roma a Plutarco e marginalia | Edizioni di Storia e
Letteratura, su storiaeletteratura. Angelo Chiarelli, Una «congregazione di
uomini raccolti per onore». Tentativi di aggiornamento della teoria cortigiana
nella dialogistica e nella prosa tassiana, in «La Rassegna della letteratura
italiana»,, 121, n°1, 34-43.. 12 agosto. «Questa concordia è sempre
nelle cose vere». Note per una contestualizzazione de «Il Costante overo de la
clemenza» di Tasso, in «Filologia e Critica», Sul muro esterno della Chiesa di
S. Onofrio, a Roma, una tavola con iscrizione tedesca ricorda il soggiorno di
Goethe e l'ispirazione che lo portò a scrivere il dramma, dopo aver veduto la
tomba del poeta custodita all'interno dell'edificio sacro Ad Angelo Mai, v. 124 G. Baldi, S. Giusso, M. Razetti, G. Zaccaria,
Dal testo alla storia dalla storia al testo, Milano, Paravia, S. E. Failla,
Ante Musicam Musica. Torquato Tasso nell'Ottocento musicale italiano,
Acireale-Roma, Bonanno, Emersioni seleniche nelle Rime di Torquato Tasso |
Massimo Colella | Griselda Online, su griseldaonline. 2Torquato Tasso, commedia
goldoniana Tasso, dramma di Goethe, Torquato Tasso, opera di Gaetano Donizetti
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, dalle Operette morali di
Giacomo Leopardi Thurn und Taxis, ramo austriaco della famiglia Tasso di
Bergamo, fondatori delle prime poste europee Museo tassiano, museo dedicato a
Torquato Tasso Accademia dei Catenati Cella del Tasso, attuale ubicazione a
Ferrara. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Torquato Tasso, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Torquato Tasso, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. To Tasso, su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere di Torquato Tasso, su
Liber Liber. Opere di Torquato Tasso, su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Torquato Tasso,. Opere Progetto
Gutenberg. LibriVox. Torquato Tasso, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton
Company. Spartiti o libretti di Torquato Tasso, su International Music Score
Library Project, Project Petrucci Tasso, su Internet Movie Database,
IMDb.com. Torquato Tasso Testi completi
e cronologia delle opere. Opere integrali in più volumi dalla collana
digitalizzata "Scrittori d'Italia" Laterza Opere di Torquato Tasso,
testi con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza Due
segregazioni: il Cantico spirituale di Giovanni della Croce e Il Re Torrismondo
di Torquato Tasso, su midesa. 2 luglio 2009 19 maggio ). Opere di Torquato
Tasso colle controversie sulla Gerusalemme poste in migliore ordine, ricorrette
sull'edizione fiorentina, ed. illustrate dal professore Gio. Rosini, Pisa,
presso Niccolò Capurro, Le lettere di Torquato Tasso disposte per ordine di
tempo e illustrate da Cesare Giusti, 5 voll., Firenze, Felice Le Monnier, I
dialoghi, Cesare Guasti, Firenze, Felice Le Monnier, Le rime di Torquato Tasso.
Edizione critica su i manoscritti e le antiche stampe Angelo Solerti, 4 voll.,
Bologna, presso Romagnoli-Dall'Acqua, Opere di Torquato. DELL'ARTE DEL
DIALOGO. Voi mi pregate, pad* molto reverendo, nelle vostre lettere, eh' io
vo- glia darvi alcuno ammaestramento: e i chiedete, se non
m'inganno, dello scrivere i dialoghi, perchè son quelle medesime nelle
quali m'av- visate d' aver ricevuti quelli della poesia toscana e della
pace. E se propriamente ragionale, io non posso compiacervi, perchè tanto
a me disdioevol sarebbe la persona di maestro, quanto a voi quella di
sco- lare: né rifiutandola io temo di poterne esser biasimato, come
Giotto, perch'agli ricusò convenevole onore: io non accetto ufficio non
conve- niente. Bla se volete onorarmi con questo nome, e
ammaestramento chiamate l' opinione» io la scriverò; perchè niuna cosa
debbo tenervi ce- lata, la qual possa giovar agli altri, oppure a me
stesso'; ed allora sti- merò buone le mie ragioni» che dal vostro
giudicjo saran confermate. E se -delle regola avviene quel che delie
leggi : siccome altre leggi hanno i Genovesi diverse da quelle oV
Veneziani o de/ Ragusei, oasi potreb- bero avere altri precetti
nell'artificio del bene scrivere» Ma io non gli voglio dar questo nome,
nò voi gliele scrivete in fronte ; perciocché io l'ho raccolte in
un'operetta assai breve per assomigliar alcuni dottori cortigiani, i
quali' non potendo sostener persona così grave, vestono di corto. E a' in
questo abito potranno sensa fastidio esser lette dagli amid ' e da
parenti, non v' incresca di leggere.Nell'imitazione o s'imitano l' azioni degli
uomini o i ragionamenti: e quantunque poche operazioni si facciano alla mutola,
e pochi discorsi senza operazione, almeno dell' intelletto, nondimeno
assai diverse giu- dico quelle da questi : e degli speculativi è proprio
il discorrere, sicco- me degli attivi l'operare. Due sàran dunque i primi
generi dell'imi- tazione: l'un dell'azione, nel quale son rassomigliati
gli operanti: l' altro delle parole, nel quale sono introdotti i
ragionanti. E. 1 primo genere si divide in altri, che sono la tragedia e
la commedia, ciascuna delle quali patisce alcune divisioni: e '1 secondo
si può divider pari- mente. Ed Aristide un de' più famosi Greci, i quali
scrissero e non parlarono, così parve che gli dividesse, dicendo che
Platone avea comi- camente rappresentato Ippia, Prodico, Protagora,
Gorgia, Eutedemo, Bonisidoro, Agatone, Cinesia e gli altri: e ch'egli
medesimo chiama le sue leggi tragedia, e si confessa ottimo tragico. Ma
tra' moderni v*è chi gli divide altramente, facendone tre specie: l'una
delle quali può montare in palco, e si può nominare rappresentativa,
perciocché in essa vi siano persone introdotte a ragionare cioè in
alto, com' è usanza di farsi nelle commedie e nelle tragedie: e
simil maniera è tenuta da Platone nei suoi Ragionamenti, e da Luciano ne'
suoi; ma un'altra ce n' è, che non può montare in palco, perciocché
conservando- 1' autore la" sua persona, come isterico narra quel che
disse il tale e '1 cotale: e questi due ragionamenti si possono domandare
istorici o narrativi, e tali sono per- lo più quelli di Cicerone. E c'è
ancora la terza maniera ed è di quelli, che son mescolati della prima e
della seconda maniera, conservando l'autore la sua prima persona, e
narrando come istorio): e poi introducendo a favellar tyafiarix&s
come s'usa <fi far nelle tra- gedie e nelle commedie: e può e non
montare in palco, cioè non può montarvi, in quanto l' autore conserva la
sua persona ed è come 1* isto- rico: e può montarvi in quanto
s'introducono le persone rappresenta- tivamente a favellare: e Cicerone
fece alcuni ragionamenti sì fatti. E quantunque questa- divisione sia
tolta dagli antichi e paia diversa dal- l' altra, nondimeno l'intenzione
forse è l'istessa; perchè la tragedia si divide in quella che si dice
tragedia propriamente, e nell'altra nella qual parla il poeta: e tragedia
sì fatta compose Omero. E questa divi- stone perchè è fatta in due
membri, è più perfetta; nondimeno i àia- Ioghi sono stati detti tragici e
comici per similitudine, perchè le trage- die e le commedie propriamente
sono l'imitazione dell'azione; però tragici si posson chiamar sopra tutti
gli altri il Critone e 1 Fedone: Dell' un de' quali Socrate condannato
alla morte, ricusa di f uggirsene con gli amici: nell'altro dopo lunga
deputazione dell' immortalità del- l'anima bee il veleno. E comico è il
convito nel quale Aristofane è impedito dal rutto nel favellare; ed
Alcibiade ubriaco si mescola fra i convitati. Ma il Menesseno par misto
di queste due specie: perciocché Socrate battuto dalla maestra Aspasia è
persona comica; ma lodando i morti ateniesi innalza il dialogo all'
altezza della tragedia. Pur questi medesimi dialoghi non son vere
tragedie, ovvero commedie; perchè nell' une e nelT altre le quistioai e i
ragionamenti son descritti per l'azione; ma ne' dialoghi l'azione è quasi
giunta de' ragionamenti : e 8' altri la rimovesse, il dialogo non
perderebbe la sua l'orma. Dunque in lui queste differenze sono
accidentali piuttosto che • altramente ; ma le proprie si terranno dal
ragionamento jslesso e da' problemi in lui contenuti, cioè dalle cose
ragionate, non sol dal modo di ragionare. Per eh' i ragionamenti sono o
di cose che appartengono alla contempla- zione, oppur di quelle che son
convenevoli all' azione * e negli uni sono i problemi intenti all'
elezione e alla fuga, negli altri quelli che riguar- dano la scienza, e
là verità; laonde alcuni dialoghi debbono esser detti civili e
costumati,, altri speculativi. E '1 soggetto degli uni e degli altri; o
sarà la quistione infinita, come se la virtù si possa insegnare; o la
finita che debba far Socrate condannato alla morte. E perciocché gran
parte de' platonici dialoghi sono speculativi e quasi in tutti la
quistione è infinita, non pare che lor si convenga la scena in modo
alcuno, né meno agli altri che son de' costumi, perchè son pieni d'
altissime spe- culazioni. Anzi piuttosto non si conviene ad alcun
dialogo, se non forse per rispetto dell'elocuzione, la quale alcuna volta
pare istrionica, sic- come disse il Falereo, awengachè nella scena si
rappresenti l'azione o atto dal quale son denominate le favole e le
rappresentazioni dramma-* tiche. Ma nel dialogo principalmente s' imita
il ^ragionamento il qual non ha bisogno di palco: e quantunque vi fosse
recitato qualche dia- logo di Platone, l'usanza fu ritrovata dopo lui
senza necessità. Perchè se in alcuni luoghi l'elocuzione pare accomodata
all'istrione, come nell'Eri- demo, può leggersi dallo scrittore medesimo,
ed aiutarsi colla pronuncia. Né egli conviene ancora il verso, come hanno
detto, mala prosa ; perciocché la prosa è parlar conveniente allo
speculativo e all' uomo civile, il qual ra- gioni degli uffici e delle
virtù. E i sillogismi, e l'induzioni, e gli entimemi e gli esempi non
potrebbono esser convenevolmente fatti in versi. E se leggiamo alcun
dialogo in versi, come è l'amicizia bandita di Ciro predentissimo, non
stimeremo lodevole per questa cagione, ma per al* tra: e diremo, che il
dialogo- sia imitazione di ragionamento scritto in prosa senza
rappresentazione per giovamento degli uomini civili e spe- culativi : e
ne porremo due specie, 1' una contemplativa, e Y altra co- stumata : e 1
soggetto nella prima specie sarà la quistione infinita o la finita : e
quale è la invola nel poema, tale è nel dialogo la qui- stione : e dico
la sua forma, e quasi Y anima. Però se una è la favola, uno dovrebbe
essere il soggetto, del quale si propongono i problemi. E nel dialogo
sono oltre di ciò T altre parti, cioè la sentenza^ e '1 costume ,* e Y
elocuzione ; ma trattiamo prima della prima. Dico adunque, che la
quistione si forma della dimanda e della risposta; e perchè 1 dimandare
s'appartiene particolarmente al dialettico, par, che lo scrivere il
dialogo sia impresa di lui : ma '1 dia- lettico non dee richieder più
cose d' uno, oppur una cosa di molti ; perchè se altri rispondesse non
sarebbe una V affermitene o la ne- gazione: e non chiamo una cosa quella,
ch'ha un nome solo se non si fa una cosa di quelle: come l'uomo è animai
con dne piedi e mansueto : ma di tutte questo si fa una sola cosa ; ma
del- l' esser bianco e dell'essere uomo e del camminare, come dice
Ari- stotile, non se ne fa uno; però s' alcuno affermasse qualche
cosa, non sarebbe, una affermazione ; ma una voce, e molte l'
affermazio- ni. Se dunque l'interrogazione dialettica ò una dimanda della
ri- sposta, ovvero della proposizione, ovvero dell'altra parto della
con- tradizione: e la proposizione è una parte della contradizione , a
que- ste cose non sarà una risposta, né una dimanda. Ma se al
dimostrativo non s' appartiene il dimandare, a lui non converrà di
scriver dialo- go. E par, che Aristotile assai chiaramente faccia questa
differenza nel primo delle prime risoluzioni fra la proposizkm
dimostrativa e la dialettica, dicendo, che la dimostrativa prende l'altra
parte della contradizione; perciocché 'colui, il qual dimostra, non
dimanda, ma piglia ; ma la dialettica è dimanda della contradlzione.
Nondimeno nel primo delle posteriori egli dice, che s' è il medesimo l'
interro- gazione sillogistica e la proposizione : e le proposizioni si
fanno in cia- scuna scienza, ancora si posson fare le dimando. Laonde io
raccolgo, che si posson fare i dialoghi nell'aritmetica, nella geometria,
nella musica e nell' astronomia e nella morale e nella naturale e
netta divina filosofia, e in tutte F arti e in tutte le scienze si posson
fu le richieste e conseguentemente i dialoghi. E se oggi fossero in
looe dell'arte del dialogo 395 i dialoghi
scritti da Aristotile, non ce ne sarebbe perawentura dubbio alcuno. Ma
leggendo quei di Platone, i quali son pieni di proposi- zioni
appartenenti a tutte le scienze, potremo chiaramente conoscere lMstcsso;
nondimeno siccome il dimandare è 'proprio al dialettico, così a lui si
conviene il dialogo più; che a tutti gli altri. Laonde Aristotele nel-
capitolo seguente . pare, che faccia differenza fra le ma- tematiche e ì
dialoghi, dicendo, che se fosse impossibile mostrar dal falso il vero,
'sarebbe facile il risolvere, perchè, si convertirebbono di necessità ;
ma si convertono più quelle, che son nelle matemati- che, perchè non
ricevono alcuno accidente, e in ciò son differenti da quelle, che son ne'
dialoghi : e dialoghi chiama i parlari dialetti- ci, i quali son composti
della dimanda e della risposta. Al dialet- tico dunque converrà
principalmente di scrivere il dialogo, o a co- lui, che vuol
rassomigliarsi. E '1 dialogo sarà imitazione d' una di- sputa dialettica.
Va perchè quattro sono i generi delle dispute, il dottrinale, il
dialettico, il tentativo e il contenzioso, l'altre dispute ancora si possono
imitare ne' dialoghi : e forse in quelli d' Aristotele erano tutte
quattro; ma in quelli di Platone si troverebbono simil- mente, perchè
Socrate per via d' ammaestramento e d' esortazione parla con Alcibiade,
con Fedro e con Fedone : e come dialettico disputa con Zenone, e con
Parmenide;. e come tale riprova Ippia, Gorgia, Trasimaco e gli altri
sofisti e talora gli tenta ; mq i sofisti son contenutosi, e vaghi di
gloria, come appare nell' Eutiemo, detto altramente il Litigioso.
Nondimeno questi quattro generi non sono così partitamente distinti dagli
interpreti di Platone i quali pongono tre mdftUre di dialoghi ; l' una,
nella quale Socrate esorta i giova- netti * nelP altra riprova i sofisti
; la terza è mescolata dell' una e dell' altra, la qua! senza dubbio è
più soave per la mescolanza. Ma chi volesse scriver dialoghi secondo la
dottrina ó? Aristotele e arric- chir di questo ornamento le scuole
peripatetiche, potrebbe scriverli in tutte quattro le maniere. Ma
principalmente son lodevoli le due prime, la dottrinale e la dialettica,
l'artificio della quale consiste principalmente nella dimanda usata con
mollo artificio di Socrate ne* libri di Platone, come appare nel primo
dialogo nel quale Socrate richiede ad Ipparco quel, che sia la cupidigia
del guadagno ; e in tutti gli altri simiglianlt, non eccettuando quelli,
ne' quali sotto la persona di forestiero ateniese dà le nuove leggi d’una
città: e 'n quelli di Senofonte ancora con arte molto simile Socrate
chiede a Critobulo 396 dell'arte del dialogo se
l'economia è nome di scienza, come la medicina e l'architettura. E nel
Tirreno Simonide a Jerone, che differenza aia fra la vita reale e la
privata: e dalla risposta, eh' è fatta, prendono occasione d'in- segnare.
Ma da questo artificio si dipartì M. Tullio, Il quale nelle partizioni
oratorie pone la dimanda in bocca, non di quel, eh' insegna, ma di colui,
ch'impara: ed egli medesimo ci dimostra la diversità fra i Romani in
quelle parole di CICERONE: figlinolo, tuo) dunque eh' io ti dimandi
scambievolmente in lingua Latina di quelle cose medesime, delle quali tu
mi suoli addomandare nella Greca or- dinatamente ? Laonde pare, che la
dimanda, fatta dal discepolo, 6ia derivata da CICERONE, e l' artificio
sia proprio de’ ROMANI, il quale s' usò dal Possevino e da altri nella
dottrina peripatetica, perchè forse è più facile ; ma è non così
lodevole, né fu, eh' io mi ricordi, usata dagli antichi. E per questa
ragione M. Tullio nelle Quistioni Tuscalane più s' avvicina all' arte de' Greci
; perciocch' egli comandava, che alcun de' suoi famigliari ponesse
quello, che gli pareva, ed egli contraddiceva alla conclusione in questo
modo. Auditore. La morte mi pare esser male. M. A quelli che son morti o
a quelli eh' han da morire P La quale è vecchia e Socratica ragione di
disputar cantra l' altrui opinione. Tuttavolta il por la conclusione ha
dello scolasti- co: e però dice d'aver poste ne' cinque libri le scuole
de' cinque gior- ni. Tanto potè l' amor della filosofia in un vecchio senator
romano, padre della patria, il qual quistionava secondo il costume de'
Greci forse per ingannar se stesso in questo modo e consolarsi nella
servi- tù. Ma non si dimenticò ne' libri dell' oratore di quel, eh' era
con- venevole a' romani Senatori ; laonde CRASSO e MARC’ANTONIO in altra
maniera introduce a favellare. Ma fra tutti i dialoghi Greci,
lodevorrssimi sono que' di Platone ; perciocché superano gli altri
d'arte, di sottilità, d'acume, e d'eleganza e di varietà di concetti e
d'ornamento di parole. E pel secando- luogo son quei di Senofonte; e quei
di Luciano nel terso. Ma Cicerone è primo fra' Latini, il quale volle
forse assomigliarsi a Platone: nondi- meno nelle quistioni, e nelle
dispute alcuna volta è più simile agli ora- tori, che a' dialettici; ma
nel secondo luogo non so, che se gli avvicini, o chi possa paragonare a' Greci.
E nella nostra lingua coloro, che hanno scritto dialoghi, per la maggior
parte hanno seguita la ma- niera meno artificiosa : nella quale dimanda
quegli, che vuole Impa- rare, non quel, che riprova. E se alcuno s'è
dipartito da questo modo di scrivere, merita lode maggiore: e tanto basti
della prima parie, dell'arte del dialogo 397 che
è la quistione. Ma perchè, come abbianv detto, il dialogo è imi- tazione
del ragionamento, e il dialogo dialettico imitazione della disputa, è
necessario, che i ragionanti e i disputanti abbiano qualche opinione
delle cose disputate, e qualche costume, il qual si manifesta alcuna
volta nel disputare. Da quelli derivano l'altre due parti nel dialogo, io
dico la sentenza, e il costume: e lo scrittore del dialogo deve imitarlo
non altramente, che faccia il poeta ; perchè egli è quasi mezzo fra il
poeta e ri dialettico. E niun meglio l'imitò, e meglio l'espresse di
Platone, che, descrisse nella persona di Socrate il costu- me d'un uomo
dabbene, che ammaestra la gioventù, e risveglia gli ingegni taidl e
raffrena i precipitosi, e richiama gli erranti, e riprova la falsità de' sofisti,
e confonde l'insolenza e la vanità, amator del giusto e del vero,
magnanimo, non che. mansueto nel tollerar l'in- giurie, intrepido nella
guerra, costante nella morte. Ma in quella d'Ippia, e di GORGIA DI LEONZIO, e
d'Eutidemo, e degli altri sì fatti si descrivono gli avari, e ambiziosi,
e amatori di gloria, i quali non hanno vera scienza d'alcuna cosa, ma
parlano per opinione. In quella di Menoue e di Grifone descrive il buon
padre e il buon amico: e in quella d'Alcibiade, di Fedro, e di Carmide i
costumi de' nobili giovani son de- scritti maravigliosamente. Oltra
queste parti del dialogo ci sono le di- gressioni, come nel poema gli
episodj : e tale è quella d' Eaco, e di Minos, e di Radamanto nel Gorgia
, e quella di Teut demone degli Egizi nel Fedro, d'Ero Panfilio ne'
dialoghi della Repubblica. Ma per- chè abbastanza s'è ragionato del
soggetto del dialogo, e della sentenza, e de' costumi di coloro, che sono
introdotti a favellare; resta, che parliamo dell'ultima parte, la quale è
l'elocuzione: e se crediamo ad Artemone, che ricopiò l'epistole
d'Aristotele, bisogna scriver col medesimo stilo il dialogo e l'epìstola,
perchè il dialogo è quasi una sua parte. Ma Demetrio Falereo dice, che il
dialogo è imitazione "del ragionare all'improvviso; ma l'epistola si
scrive, e si manda in dono in qualche modo ; però dee esser fatta e
polita con maggiore studio. Tultavolta nò Platone, ne M. Tullio pare, che
sempre avessero que- sta considerazione; perchè ne' dialoghi l'elocuzione
dell'uno e del- l'altro non è meno ornata, che quella dell'epistole: e in
tutti gli altri ornamenti i dialoghi paiono superiori. E ciò non par
fatto senza molta ragione ; conciossiacosaché i dialoghi di Platone e di
M. Tullio sono imi- tazione de' migliori: e nell'imitazioni sì fatte, le
persone e le cose imi- tate debbono piuttosto accrescere che diminuire,
come ci insegna Demetrio medesimo, il qual vuole, che la magnificenza sia nelle
cose, se il parlare è del cielo o della terra. Oltre di ciò laddov/egli
parla od periodo ne fa tre generi : il primo isterico, il secondo
dialogico» il teno oratorio: e vuole, che ristorico sia nel meno dell'uno
e dell'altro, non molto ritondo, né molto rimesso: ma la forma
dell'oratorio sia contorta e circolare: e quella del dialogico più
semplice dell'istoria) in guisa che appena dimostri d' esser periodo. I
quali ammaestramenti sono stati meglio osservati da' Greci, che, da M.
Tullio, che imitò Platone solamente; perchè egli così nel periodo, come in
tiascun'-altra parte, ricercò la grandezza più dr Senofonte e degli
altri. Laonde usa le metafore pericolosamente in luogo delle Immagini,
che sono osate da Senofonte: e somiglia colui, 11 quale cammina in luogo,
dove è peri- colo di Bdrucciolare, compiacendo a se medesimo, e avendo
molto ar- dire, siccome è proprio delle nature sublimi ; talché fu detto
di lai, ch'egli molto s'innalzava sovra il parlar pedestre: e che il suo
par- lare non era in tutto, simile al verso, né in tutto simile alla
prosa : e ch'egli usava l'ingegno non altramente, che i re facciano la
podestà: e insomma niun ornamento di parole, niun color rettorico, ninn
lume d'orazione par, che sia rifiutato da Platone. Ma s’in alcuna parte
del dialogo dobbiamo aver risguardo agli avvertimenti di Demetrio, è
in quella, nella qual si disputa , perchè in lei si conviene la purità, e
la simplicità dell'elocuzione, e '1 soverchio ornamento par che impedisca
gli argomenti, e che rintuzzi, per così dire, l'acume, e la sottilità.
Ma l' altre parti debbono essere ornate con maggior diligenza : e dovendo
lo scrittore del dialogo assomigliare i poeti nell'espressione, e nel per
le cose innanzi agli occhi, Platone meglio di ciascuno ce le fa quasi
vedere, il qual nel Protagora parlando d'Ippocrate, che s' era arrossito,
essendo ancora di notte, soggiunge: Già appariva la luce, onde il color
pareva esser veduto e la chiarezza, die evidenza è chiamata dai La- tini,
nasce dalla cura usata nel parlare, essersi ricordato, che Ippo- crate
era da lui veduto di notte. E nel medesimo dialogo leggiamo con maraviglioso
diletto, che l'eunuco portinaio, perchè i sofisti gli erano venuti a
noia, serra con ambe le mani la porta a Socrate e al com- pagno : e
appena l' apre, udendo, che non erano di loro. E ci piace il passeggiar
di Protagora e degli altri, che passeggiando con tanto or- dine
ascoltavano il ragionare : e ci par vedere lppia seder nel trono, e
Prodico giacere avviluppato. E con piacer incredibile leggiamo simil-
mente che due giovanetti appoggiati sovra il gomito descrivessero ccr-3!i, e
altre inclinazioni della sfera : e che Socrate pur col gomito, di-
mandasse, di chi ragionavano. Né con minor espressione ci pone in- nanzi
agli occhi Garmide e gli amici : e quasi veggiamo gli estremi, che
sedevano da questa parte e da quella, l'uno cadere e l'altro es- ser
costretto a levarsi. Ma sopra tutte le cose c'empie di compassione e di
maraviglia il venir di Garmide alla prigione innanzi al giorno, e
l'aspettar, che si destasse Socrate, condannato alla morte: e poi, che il
medesimo raccolga la gamba, la quale era stata legata, e grattandosi discorra
del dolore e del piacere, l'estremità de' quali son con- giunte insieme :
e distendendosi, e postosi a sedere sovra la lettiera dia principio a
maggiore e più alta contemplazione. E nel medesimo dialogo tempera il
dolore, quando scherza colle belle chiome di Fedone, le quali dovevano il
giorno tagliarsi : e nella descrizione parimente è maravi- glioso. E se
leggiamo i ragionamenti di Socrate sotto il platano, e quelli del
forestiero ateniese all'ombra degli alberi frondosi, mentre col La-
cedemonio e col Gandiano vanno all'antro di Giove, ci par di vedere, e
ascoltare quello, che leggiamo. Queste son le perfezioni di Platone,
veramente maravigliose: le quali, sebben saranno considerate, non ci
rimarrà dubbio alcuno, che lo scrittore del dialogo non sia imitatore, o
quasi mezzo fra il poeta e il dialettico. Àbbiam dunque, che IL DIALOGO sia
imitazione di ragionamento , fatto in prosa per giovamento de- gli uomini
civili e speculativi, per la qual cagione egli non ha bisogno di scena o
di palco : e che due sian le specie, l' una nel soggetto della quale sono
i problemi, che risguardano l'elezione e la fuga: l'altra speculativa, la
qual prende per subietto quistione, jche appartiene alla verità e alla
scienza; e nell'una e nell'altra non imita splamente la disputa, ma il
costume di coloro, che disputano, con elocuzioni in alcune parti piene di
ornamento, in altre di purità, come par, che si convenga alla materia. Tasso.
Tasso. Cornello. Keywords: l’arte del dialogo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Tasso”, “Grice e Cornello” – The Swimming-Pool Library.


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