Grice e Cuoco: l'implicatura conversazionale di Platone in Italia -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Civitacampomarano). Filosofo italiano. Vincenzo Cuoco. Litografia
di Vincenzo Cuoco del 1840 Direttore del Tesoro del Regno di Napoli Durata
mandato28 febbraio 1812 – 1815 MonarcaGioacchino Murat Dati generali Partito
politicoMurattiani ProfessioneGiurista, economista. Targa posta sulla casa
natìa di Vincenzo Cuoco a Civitacampomarano Cuoco nacque a Civitacampomarano,
un piccolo borgo del Contado di Molise, nel Regno di Napoli (attualmente in
provincia di Campobasso), figlio di Michelangelo Cuoco, un avvocato e studioso
di economia, appartenente ad una famiglia della locale borghesia di provincia,
e di Colomba de Marinis. Ricevuta una prima istruzione nel vivace
ambiente illuministico del paese natìo, animato dalla famiglia Pepe, a cui era
imparentato (tra i parenti ebbe come cugino Gabriele Pepe), nel 1787 si recò a
Napoli per studiarvi diritto e fu allievo privato di Ignazio Falconieri. Non
terminò gli studi di legge, ma a partire da questo periodo si interessò di
questioni economiche, sociali, culturali, filosofiche e politiche, materie che
resteranno sempre al centro della sua attività e dei suoi interessi.
Nell'ambiente culturale napoletano conobbe ed entrò in contatto con
intellettuali illuminati del Sud, tra i quali anche il conterraneo Galanti, che
in una lettera del 4 settembre del 1790 al padre Michelangelo, descrive
Vincenzo: «capace, di molta abilità e di molto talento», ma «trascurato» e
«indolente», forse non soddisfatto appieno della collaborazione di Vincenzo
alla stesura della sua Descrizione geografica e politica delle Sicilie.
Partecipò attivamente alla costituzione della Repubblica Napoletana nel 1799 ed
alle sue vicissitudini, ricoprendovi le cariche di segretario del suo ex docente
Ignazio Falconieri (che ricopriva la carica di comandante militare del
Dipartimento del Volturno) e di organizzatore del Dipartimento del
Volturno. In seguito alla capitolazione della Repubblica per mano delle
truppe sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo ed al susseguente ritorno al
potere dei Borboni, conobbe il carcere per alcuni mesi, venendo inoltre
condannato alla confisca dei beni e quindi costretto all'esilio, dapprima a
Parigi e poi a Milano, dove già nel 1801 pubblicò il suo capolavoro, il Saggio
storico sulla rivoluzione napoletana, poi ampliato nella successiva edizione
del 1806. Sempre a Milano, tra il 1802 ed il 1804 diresse il Giornale
Italiano, dando un'impronta economica di rilievo al periodico e svolgendo una
vivace attività pubblicistica, che proseguirà anche a Napoli con la sua
collaborazione al Monitore delle Sicilie. Nel 1806 pubblicò il suo
Platone in Italia, originale romanzo utopistico proposto in forma epistolare, e
quindi rientrò nel Regno di Napoli governato da Giuseppe Bonaparte,
ricoprendovi importanti incarichi pubblici, prima come Consigliere di
Cassazione e poi Direttore del Tesoro, dove si distinse inoltre come uno dei
più importanti consiglieri del governo di Gioacchino Murat. In questo
ambito preparò nel 1809 un Progetto per l'ordinamento della pubblica istruzione
nel Regno di Napoli, nel quale l'istruzione pubblica è vista come
indispensabile strumento per la formazione di una coscienza nazional popolare.
Seguace del Pestalozzi, Cuoco prospetta «un'istruzione generale, pubblica ed
uniforme». [1] Dal 1810 ebbe l'incarico di Capo del Consiglio Provinciale
del Molise e, durante la durata di tale impiego, scrisse nel 1812 Viaggio in
Molise, opera storico-descrittiva sulla sua regione natale a cui restò legato
grazie anche alla stretta parentela con la famiglia Pepe (Gabriele Pepe),
presso la quale si conservano ancora suoi scritti e ritratti. Gli ultimi
suoi anni furono funestati dalla follia, che lo colpì a partire dal 1816 (forse
anche a causa del travaglio interiore scatenato dalla Restaurazione),
spingendolo alla distruzione di molti suoi manoscritti, rimasti dunque inediti,
e costringendolo a ridurre progressivamente le sue attività sino alla morte,
avvenuta a Napoli nel 1823, per le conseguenze di una frattura del femore,
riportata in seguito a una caduta. Opere Studioso di letteratura,
giurisprudenza e filosofia, Vincenzo Cuoco si segnala, oltre che per la sua
attività pubblicistica, per il Platone in Italia, originale romanzo utopistico
in forma epistolare e, soprattutto, per il Saggio storico sulla rivoluzione
napoletana del 1799, opera di fondamentale importanza nella nostra
storiografia, forse non studiata e conosciuta quanto meriterebbe. Lavorò ad
altri saggi e opere letterarie, rimaste in gran parte incompiute (salvo il
saggio Viaggio nel Molise, scritto nel 1812) e da lui stesso distrutte nel
corso delle crisi nervose causate dalla malattia che lo accompagnò nei suoi
ultimi anni. Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 «Tutte
le volte che in quest'opera si parla di "nome", di
"opinione", di "grado", s'intende sempre di quel grado, di
quella opinione, di quel nome che influiscono sul popolo, che è il grande, il
solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni.» (V. Cuoco -
Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Prefazione alla seconda
edizione) Il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 fu
scritto durante l'esilio a Parigi e pubblicato a Milano in forma anonima nel
1801. L'opera narra gli eventi occorsi a Napoli tra il dicembre del 1798
(fuga di re Ferdinando IV di Borbone in Sicilia) e la caduta della Repubblica
Napoletana, comprese le rappresaglie che ne seguirono la fine. Il saggio
conobbe un vasto successo (fu presto tradotto anche in tedesco) e andò
abbastanza rapidamente esaurito, tanto da spingere l'autore - anche per
scoraggiare i tentativi di ristampa abusiva - a porre mano ad una nuova
edizione ampliata, che vide la luce nel 1806. Nel 1807 il saggio fu tradotto
anche in francese (quasi contemporaneamente ad analoga traduzione del Platone
in Italia). Accanto alla dimensione puramente storiografica, attraverso
la quale vengono ripercorsi gli eventi che condussero alla nascita e alla
rapida fine dell'effimero esperimento repubblicano (inquadrati dall'autore nel
burrascoso contesto delle invasioni napoleoniche in Italia), l'opera si propone
come un commento storico e mira a delineare una lettura critica della vicenda
rivoluzionaria. Il racconto degli accadimenti viene proposto sotto forma
di indagine rigorosa dei fatti e investe l'esposizione dei principi teorici che
mossero gli artefici della rivoluzione napoletana. Senza indulgere in
enfasi e retorica, viene in tal modo offerto al lettore uno spaccato della
vivace e avanzata cultura filosofica e politica d'inizio secolo nella capitale
del Sud d'Italia (all'epoca in Europa seconda solo a Parigi per estensione),
ove gli insegnamenti di Mario Pagano (1748-1799), di Antonio Genovesi, di
Gaetano Filangieri (1752-1788), e di Giambattista Vico confluiscono a filtrare
e aggiornare la lettura sempre valida de Il Principe di Niccolò
Machiavelli. «I Francesi furono costretti a dedurre i princìpi loro dalla
più astrusa metafisica, e caddero nell'errore nel qual cadono per l'ordinario
gli uomini che seguono idee soverchiamente astratte, che è quello di confonder
le proprie idee con le leggi della natura.» (V. Cuoco - Saggio storico
sulla rivoluzione napoletana del 1799, cap. VII) Poste a confronto la
Rivoluzione francese e quella partenopea, Vincenzo Cuoco indaga le ragioni del
fallimento di quest'ultima e ne individua con lucidità e senza pregiudizi le
cause: ispirata e poi di fatto imposta dagli stranieri, la rivoluzione
coinvolge a Napoli solo un’élite molto limitata numericamente (e largamente
impreparata alla difficile arte del governo), senza penetrare nella coscienza
popolare e senza tenere in alcun conto le peculiarità, tradizioni, necessità
reali e aspirazioni più autentiche che caratterizzavano le genti
napoletane: «Se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la
costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui
bisogni e sugli usi del popolo; se un'autorità, che il popolo credeva legittima
e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva,
gli avesse procurato de' beni reali, e liberato lo avesse da que' mali che
soffriva; forse… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria
desolata e degna di una sorte migliore.» (V. Cuoco - Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana del 1799, cap.XV) Se da un lato, secondo Cuoco, il
governo rivoluzionario cadde vittima - prima di tutto - della sua stessa
imperizia tecnico-politica, dall'altro l'esperimento era votato in partenza al
fallimento in quanto mirava ad applicare ciecamente il modello della
Rivoluzione francese, tal quale, senza minimamente preoccuparsi di adattarlo
alla realtà napoletana e alle sue peculiarità. D'altra parte, osserva
Cuoco con spirito squisitamente moderno e rara acutezza, si pretendeva che il
popolo aderisse ciecamente a una rivoluzione della quale non poteva capire né i
valori, né le ragioni: "«Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema»…
Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua
felicità?" (Saggio..., cap. XIX) La Rivoluzione fu dunque imposta al
popolo, piuttosto che proposta o sorta dalle sue istanze più autentiche e
profonde, determinando pertanto una profonda e insanabile frattura tra gli
intellettuali che la guidarono e la popolazione che se ne sentì sostanzialmente
estranea e che spontaneamente seppe riconoscerla per quel che certo essa era a
livello geopolitico: un regime imposto dall'interesse di una potenza
straniera. L'acuta e onesta critica di Cuoco - sempre sostenuto nella sua
opera da un raro attaccamento al realismo e da una logica incalzante - nel
condannare la cieca fiducia delle élite in teorie generali che non tengono nel
giusto conto la storia e la cultura più profonde e vere dei popoli, individua
dunque già all'alba del XIX secolo nella frattura tra classi dirigenti e istanze
popolari quello che sarà forse il più grave dramma dell'intera avventura
risorgimentale italiana e che tanto dovrà pesare sulla storia dell'Italia
unita, sino ai giorni nostri. Critiche al saggio storico L'opera di
Vincenzo Cuoco ricevette aspre critiche per la sua documentazione
storiografica. Al di là delle convinzioni politiche, gli è stata rimproverata
una certa parzialità nella ricerca storiografica. L'abate Domenico Sacchinelli,
segretario del cardinale Fabrizio Ruffo, fondatore e comandante dell'Esercito
della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, principale responsabile della
sanguinaria caduta della Repubblica e della restaurazione dei Borboni al trono,
criticò aspramente la sua opera. Al fine di far conoscere la sua versione
dei fatti, Domenico Sacchinelli pubblicò un'opera intitolata Memorie storiche
sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo (1836), scritta nove anni dopo la morte
di Fabrizio Ruffo nella quale, essendo stato segretario del cardinale e
possedendo dei documenti del periodo, contestava molte delle notizie su Ruffo e
sui sanfedisti. Sacchinelli, nella prefazione, asserisce che Cuoco, a sua
differenza, non poteva sapere quello che l'esercito della Santa Fede aveva
fatto per filo e per segno, in quali paesi era stato e quali paesi aveva
saccheggiato o incendiato.[2] Per contro, Benedetto Croce la segnalò
quale "[...] prima vigorosa manifestazione del pensiero vichiano,
antiastrattista e storico, e l'inizio della nuova storiografìa, fondata sul
concetto dello svolgimento organico dei popoli, e della nuova politica, la
politica del liberalismo nazionale, rivoluzionario e moderato insieme."
(B. Croce, Storia della storiografia italiana, Volume primo, Laterza,
1921) Platone in Italia Platone in Italia, 1916 «Se l'arte
dell'eloquenza è l'arte di persuadere, non vi è altra eloquenza che quella di
dire sempre il vero, il solo vero, il nudo vero. Le parole, onde è necessità di
nostra inferma natura di rivestire il pensiero, saranno tanto più potenti,
quanto più atte al fine, cioè quanto più nudo lasceranno il vero, che è nel
pensiero.» (V. Cuoco - Platone in Italia) Il Platone in Italia,
diviso in due volumi, è un originale esempio di romanzo storico scritto in
forma epistolare che l'autore finge di aver tradotto dal greco. L'opera,
scritta prima del suo rientro a Napoli nel 1806 (e pubblicata nello stesso
anno), è dedicata alla celebrazione del mito di un'immaginata "Italia
pitagorica", intesa come antico e mitico luogo della saggezza. Nel
racconto immaginario di Cuoco si descrive il viaggio intrapreso dal giovane
Cleobolo, discepolo di Platone, in visita nella Magna Grecia in compagnia del
suo maestro: il viaggio fornisce lo spunto per esaltare l'originalità e la
natura primigenia della civiltà italiana, vista da Cuoco come più antica di
quella ellenica: è nell'Italia meridionale che quelle popolazioni raggiungono
per prime l'apice sia nel campo delle istituzioni civili, sia nelle scienze e
nelle arti. Anche in quest'opera è chiaramente rintracciabile l'influsso
di Vico e del suo De antiquissima Italorum sapientia, laddove Cuoco ne coglie
non solo la dimensione storica, ma anche quella filosofica. Importante
dal punto di vista ideologico, l'opera intende affermare la supremazia
culturale italiana rispetto alla Francia e al resto d'Europa e può essere
considerata un preannuncio della corrente d'orgoglio nazionale che si
svilupperà in tutto il primo Ottocento e che culminerà nel celebre Del primato
morale e civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti. A tratti disorganica
e monotona, l'opera non rende giustizia al suo autore da un punto di vista
squisitamente letterario, specie se confrontata con lo stile straordinariamente
persuasivo, agile ed efficace del Saggio sulla rivoluzione napoletana.
Opere Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, in Scrittori
d'Italia 43, Bari, Laterza, 1913. Platone in Italia, in Scrittori d'Italia 74,
vol. 1, 2ª ed., Bari, Laterza, 1928. Platone in Italia, in Scrittori d'Italia
92, vol. 2, Bari, Laterza, 1924. Scritti vari, in Scrittori d'Italia 93, vol.
1, Bari, Laterza, 1924. Scritti vari, in Scrittori d'Italia 94, vol. 2, Bari,
Laterza, 1924. Note ^ Rapporto al re Gioacchino Marat e Progetto di decreto per
l'ordinamento della Pubblica Istruzione nel Regno di Napoli, vedi Carlo
Salinari Carlo Ricci, Storia della letteratura italiana, Volume terzo, Parte
prima, Edizioni Laterza, Bari 1981. p 11 ^ sacchinelli-memorie, prefazione.
Bibliografia Fulvio Tessitore, Lo storicismo di Vincenzo Cuoco, Morano editore,
Napoli, 1965 Fulvio Tessitore, Vincenzo Cuoco tra illuminismo e storicismo,
Libreria Scientifica Editore, Napoli, 1971. Fulvio Tessitore, Vincenzo Cuoco,
in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia , Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, 2012. Dario De Salvo, la Pedagogia del
Reale di Vincenzo Cuoco, PensaMultimedia, Lecce-rovato, 2016. A. Boroli e
AA.VV., Universo - la grande enciclopedia per tutti, Istituto Geografico De
Agostini S.p.A., Novara, 1970; AA.VV., l'Enciclopedia, UTET Torino - Istituto
Geografico De Agostini S.p.A., Novara - Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A.,
Roma, 2003; Mario Themelly, «CUOCO, Vincenzo», in Dizionario Biografico degli
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Felice Battaglia, «CUOCO, Vincenzo», la voce nella Enciclopedia Italiana,
Volume 12, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931. Fausto Moriani,
Esoterismi e storie: Platone nell'interpretazione di Vincenzo Cuoco, in Le vie
della ricerca. Studi in onore di Francesco Adorno, Olschki, Firenze, 1996, pp.
677–688. Domenico Sacchinelli, Sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo (PDF),
Tipografia di Carlo Calanco, 1836. Altri progetti Collabora a Wikisource
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Collegamenti esterni Cuòco, Vincenzo, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Felice Battaglia,
CUOCO, Vincenzo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
1931. Modifica su Wikidata Cuoco, Vincenzo, in Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata Cuòco, Vincènzo, su
sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Vincenzo Cuoco, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata
Mario Themelly, CUOCO, Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, vol.
31, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1985. Modifica su Wikidata Opere di
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ottobreMorti il 14 dicembreNati a CivitacampomaranoMorti a NapoliEconomisti
italiani del XVIII secoloEconomisti italiani del XIX secoloPersonalità del
RisorgimentoPersonalità della Repubblica Napoletana (1799)[altre] L'opera
filosofica di Cuoco nella Repubblica e nel Regno italico non si esaurisce nei
molte plici articoli del “Giornale italiano”. La filosofia italica di Cuoco si
continua nel “Platone in Italia”, nuova ed alta testimonianza di quello spirito
che vediamo in opera ininterrottamente dai frammenti agli scritti del foglio
milanese. Questo sentimento nazionalistico, che ha il suo centro sol nello
spirito e non fuori di esso, è la gran trovata, il punto fermo del molisano, e
compenetra il suo Platone. Quello stesso uomo, nota giustamente Hazard, che
scrive che “ama di morir per la sua patria,” con la sua Napoli, “poichè essa
più non esiste”, mentre Cuoco vive
ancora, ed aggiungeva che ad essa ha consacrati tutti i suoi pensieri. Ora
consapevole sempre di più di quanto nel saggio storico ha pur detto, cioè che
l'amore di patria nasce dalla pubblica educazione. Ora scrive un saggio il cui
solo fine è sempre lo stesso: creare lo spirito nazionale, e crearlo,
presentando quanto più spesso si possa le memorie dei tempi gloriosi. Che
questo e lo scopo del suo “Platone in Italia” nessun dubbio. E Cuoco stesso che
ce lo dice. Il Platone dice Cuoco, in una lettera al vicerè Eugenio è “diretto
a formar la morale pubblica degl'italiani, ed ispirar loro quello spirito d’unione,
quell’amor di patria, quell’amor della milizia che finora non hanno avuto.” Il
“Platone in Italia” di Cuoco perciò è un romanzo a tesi, o, se volete, un
romanzo didattico, se con ciò noi vogliamo riferirci al suo fine, lasciando
impregiudicata assolutamente l'ulteriore valutazione filosofica. E chi lo legge
con cura non può non accorgersi di questo scopo, estrinseco sì all'arte, ma non
allo scrittore, di questo scopo che Cuoco persegue, e per il quale solo sembra
vivere. La trama del “Platone in Italia” in sè è tenuissima, tanto tenue che
Cuoco quasi non se ne accorge, onde appena l'abbozza per tosto sorvolarla. Un
greco, Cleobolo, fa un viaggio culturale nella Magna Grecia con il suo tutore,
Platone. Platone e il suo scolaro visitano le più importanti città d'Italia:
Crotone, Taranto, Metaponto, Eraclea, Turio, Sibari, Locri, Reggio, ecc., e
conosce direttamente o indirettamente i più fieri popoli della pe [ROBERTI,
Lettere inedite di G. Botta, U. Foscolo e V. Cuoco, in Giornale storico della
letteratura italiana. La lettera del Cuoco è ora ri prodotta in Scritti vari.
Cuoco, Saggio storico. BUTTI, Una lettera di V. Cuoco al Vicerè Eugenio nella
miscellanea Da Dante al Leopardi, per Nozze Scherillo -Negri, Milano, Hoepli.
La lettera è ora ripro. dotta in Scritti vari] pennisola, i sanniti e i romani,
ammira le opere d'arte, disputa di filosofia, si innamora di Mnesilla. Cleobolo
stringe con Mnesilla un bel nodo d'amore. La trama è questa. Ma vien meno
dinanzi all'urgere d'un contenuto didascalico svariatissimo, che la spezza, la
frantuma, e in fine ce la fa dimenticare. Nè il “Platone in Italia” è sotto
questo riguardo un romanzo originale. Anzi ha i suoi bravi antecedenti, tra cui
sopra tutti importante quel “Voyage du jeune Anacharsis en Grèce,” che ha una
grande diffusione in Francia e fuori, che ovunque ebbe ammira tori ed
imitatori. Ma nella maggior parte de' casi, come nota il Sanctis, il viaggio di
Platone e Cleobolo è “un semplice mezzo, con un altro scopo ed un altro
contenuto,” che non sia quello vero e proprio di descrivere paesaggi e
monumenti. Lo scopo non è più il viaggio. Lo scopo e l'espressione di certe
idee e sentimenti, fatta più agevole, con questo mezzo. I secoli XVIII e XIX
amarono il romanzo viaggio, come del resto anche il romanzo-epistolario, perchè
col suo meccanismo si piega ad ogni finalità. Il “Platone in Italia” di Cuoco
anzi è nello stesso tempo viaggio ed epistolario, è un insieme di lettere
spedite visitando l'una dopo l'altra le varie città d' Italia. Il viaggio, come
forma letteraria, può servire a qua lunque scopo ed avere qualunque contenuto.
E cera, che può ricevere ogni specie d'impressione; marmo, che può configurarsi
secondo il capriccio dello scultore. È difficile trovare una forma più libera,
più pieghevole al vostro volere. Passate da una città in un'altra: nessun
limite trovate al vostro pensiero. Potete incontrarvi con gli uomini che vi
piace; immaginare ogni specie d'accidenti; saltare dalla natura ai costumi, da'
costumi al l'anima; visitare, qua e colà, come vi torna meglio; rin chiudervi,
tutto solo, nella vostra stanza, e fantasticare, filosofare, poetare, mescere,
a vostro grado, sogni, ghiri bizzi e ragionamenti, dialoghi e soliloqui,
visioni e rac conti. Se voi vi proponete uno scopo particolare, questo v ' impone
il tal contenuto, il tale ordine, la tal proporzione: insomma v’impone un
limite, che non procede dal mezzo liberissimo di cui vi valete, ma dal fine che
avete in mente. Ma se voi leggete l'opera del Barthélemy e la raffron tate con
l'opera cuochiana, una differenza vi balzerà su bito agl’occhi, nell'alto fine
che il nostro scrittore s'è proposto e che nel francese, naturalmente, manca
del tutto. È il fine, quello che interessa il Cuoco, e che da lungo tempo egli
persegue ne' più vari modi. Il Giornale italiano, a questo proposito, ci mostra
come l'idea d'un viaggio educativo nei vari reami della storia si sia al
molisano altre volte presentata. Tra tante opere che ci si dànno ogni giorno,
buone, mediocri, cattive quella descrivente un viaggio, per esempio, nel secolo
di Leone X, non sa rebbe certamente la meno utile per la nostra istruzione e
per la nostra gloria ». Così scrive, e di questo viaggio ideale, di cui
immagina che un suo amico conservi l'an tico manoscritto d'un suo maggiore, dà
un saggio in quel colloquio col Machiavelli che abbiamo a più riprese ve duto
(2 ). Il fine dunque è quello che occupa l'animo del nostro, e questo domina
tutto, soffoca, purtroppo, ogni intendimento che pedagogico non sia [Il
romanziere cerca di scusare questa deficienza di trama, che si risolve in una
deficienza fantastica e quindi in una deficienza artistica, e nella prefazione
scrive che la sua storia e rinvenuta in un antico manoscritto, autentico,
perchè ritrovato da suo nonno proprio fra le fondamenta d'una sua casa,
ergentesi sovra quel suolo ove un dì superba e Eraclea, manoscritto che è
lacerato in varî punti e perciò lacunoso, onde varje situazioni, prima
accennate, non sono poi svolte e tanto meno condotte a fine: ma questa è una
scusa che non scusa nulla, poichè tutti sanno che il manoscritto non è se non
nell'immaginazione del Cuoco, nè più nè meno come l'anonimo ma [DÉ SANCTIS,
Saggi critici, v. III, pag. 290 e seg. (2 ) Giorn. ital., 1804; 21, 23, 25
gennaio; n. 9, 10, 11, pp. 35-36, pp. 39-40, pp. 43-44: Varietà (vedi p. 163
del nostro lavoro ). (3) L. SETTEMBRINI] -noscritto dei Promessi Sposi è
nell'immaginazione di Don Alessandro. Perciò l'esiguità della trama si deve
unicamente al sopravvento di fini estrinseci all'arte, pedagogici e
didascalici. E gli stessi personaggi, che la piccola trama lega, sono e non
sono. Noi li vediamo e non li vediamo. Soprattutto, noi non li vediamo mai in
azione, in atto, con i loro caratteri e con le loro passioni. A rigore possiamo
dire che non sono protagonisti di nessun dramma, poichè ci – Platone e il suo
scolaro italiano -- appaiono, se mai, nella stessa funzione del prologo in
certi antichi componimenti teatrali, che si limita ad annunciare ciò che fu o
sarà e fa alcune sue considerazioni. Essi hanno perciò un nome, come ne
potrebbero avere un altro. Non sono essi quelli che contano, conta quel che
dicono, o che per essi dice Cuoco. Da questa condizion di cose, è evidente,
scaturisce un dissidio insanabile tra quello che è arte, e che perciò non ha nè
può avere un fine estrinseco a sè stessa, e lo scopo stesso dichiarato
dall'autore: il rammentare agl’italiani che essi furono una volta virtuosi,
potenti, felici, he furono un giorno gl'inventori di quasi tutte le cognizioni
che adornano lo spirito umano. Come il Vico nel “De antiquissima italorum
sapiential” si pone dinanzi il fine di dimostrare qual filosofia si debba
trarre dalle origini della lingua latina, quella filosofia che in antico dovè
certo essere professata dai sapienti italiani. Così il Cuoco si propone di dimostrare
che, nel pas sato più remoto, tra i popoli, che abitarono la nostra penisola,
ve ne furono di civilissimi, popoli, la cui civiltà fu persino anteriore alla
civiltà ellenica, che dalla prima riceve luce, e non viceversa. E come chi
voglia intendere il ”De antiquissima” non deve tenere nessun conto del suo
titolo e del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua e là, vi
ricorrono dei riposti con cetti, che, secondo Vico supporrebbero talune voci
latine, per considerare unicamente in sè stessa questa dottrina che Cuoco
pretende rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente e dell’anima
italica, e che non è altro che una dottrina modernissima, quale puo essere
costruita da esso Vico. Così chi voglia comprendere il vero spirito del “Platone
in Italia” di Cuoco deve prescindere dall'esil nucleo romantico, come dalla
faticosa ricostruzione archeologica, e considerarlo nella sua attualità. Esso
non esprime i pensieri nè di Archita nè di Cleobolo, ma i pensieri del Cuoco,
scrittore del Regno italico, meditante sulle proprie personali esperienze, e
non sulle esperienze di venticinque secoli avanti. All'anno di grazia vanno,
per esempio, riferite tutte le abbondanti considerazioni sulle leggi, sulla
religione, sulle istituzioni, sulle rivoluzioni, Ma l'opera di Vico è un'opera
dottrinale, filosofica, per cui lo sforzo di superamento temporale è facile.
L’opera del Cuoco è un romanzo che vuol pure essere consi derato dal punto di
vista dell'arte. Da ciò un insormontabile dualismo, onde noi veniamo risospinti
dall'Italia del VI secolo di Roma all'Italia del secolo XIX di Cristo, da
Platone a Vico, da Archita a Napoleone, dai filoneisti di Taranto ai giacobini
di Francia, da Alcistenide e Nicorio a Monti. E in questo urto di due visioni
opposte e con trastanti l'arte fugge via, e noi non sappiamo ove finisca la
finzione e cominci la realtà. La funzione è troppo evidente, perchè noi
possiamo ingannarci. V'è troppa erudizione, troppi richiami di testi classici,
e non solo greci, ma anche latini, medievali, moderni, perchè la fantasia possa
godere d’una pura contemplazione. E chi è quella Mnesilla, che disputa così
bene d'arte e di musica, se non un'estetica moderna, che conosce Vico? E chi è
quel Cleobolo, che cita opinioni del Filangieri e del Pagano, e parafrasa
persino versi del Petrarca? [GENTILE, Studi vichiani, p. 95. (2 ) L.
SETTEMBRINI, In una lettera che Cleobolo scrive all'amata è detto. Così,
passando di pensiero in pensiero e dimonte in monte, spesso sopraggiunge la
sera; e, mentre par che tutta la natura dorma, solo il mio cuore veglia,
innalzandosi col pensiero fino a quegli astri eternamente lucenti che [ E chi è
quel Platone, che non ignora i princípi della nazionalità e con Archita disputa
di filosofia moderna! La contaminazione è troppo evidente, e la filosofia
pitagorica e platonica si mesce in uno strano viluppo con quella vichiana. Da
ciò, notiamo, scaturisce non solo, come abbiam detto una deficienza grande
nell'opera d'arte, ma anche nell'importanza filosofica del Platone in Italia. È
questo un'opera d'arte? Un lavoro filosofico? Uno scritto politico? Nulla di
tutto ciò, e pure tutto ciò misto in una unità singolare. Non scritto storico,
perchè, a parte il valore molto discutibile del suo metodo, che egli si propone
di ragionare e giustificare più tardi, con una di quelle dilazioni, che svelano
appunto l'incertezza del pensiero e l'oscurità da vincere, Cuoco è troppo
preoccupato da fini estrinseci alla storia, artistici ed educativi] non
filosofia, perchè Cuoco non segue un indirizzo unico, ma si trova costretto dal
l'imbastitura della narrazione a mescere quel che è patrimonio dell'antichità
con quella vigile coscienza tutta moderna e vichiana della spiritualità del
reale. Non opera d'arte per ragioni sovradette, poichè Cuoco non riesce mai a
trovare in sè quell'assoluta pacatezza della fantasia, che sola può generare
creature vive. L'arte «non c'è principalmente nota » il Gentile « perchè Cuoco
non si dimentica abbastanza in questa visione confortante, che a un tratto gli
sorge nell'animo, di un'Italia grande per virtù private e pubbliche, perchè
retta da una saggia filosofia. E corre a ogni po' col pensiero all'Italia per
cui scrive, all'Italia presente, piccola, inferma, senza spirito pubblico,
senza amor di grandezza, senza orgoglio di nazione, senza forze vive: e
ondeggia tra la statua brillano sul mio capo; e, dopoaverli riguardati ad uno
ad uno, il mio occhio si ferma in quella fascia immensa, la quale pare che
tutto circondi l'universo. Di là si dice che le nostre anime sien discese, ed
ivi ritorneranno e rimarranno unite per sempre! [G. GENTILE, Studi vichiani, p.
375. 235 che avrebbe da animare, e sè stesso che egli quasi non crede da tanto;
e gli trema la mano ». Non c'è l'opera d'arte, ma il lavoro non è cosa del
tutto morta e caduca. Ci sono parti molto belle, in cui realmente l'animo si
placa in una commossa visione d'amore, o in un paesaggio italico, ricco di
tinte forti calde sfumanti (1 ); poi c'è una sempre vigile volontà, tesa in un
fine, che, se è estrinseco all'arte, non è mai fuori dall'autore, ma pur sempre
in lui, e l'accende di sano amore di patria e d'alto nazionalismo. C'è in somma
una matura attività dello spirito, che, sia che [Per dare un esempio dell'arte
del “Platone in Italia” di Cuoco, trascrivo un brano, che già al RUGGIERI
apparve degno d'attenzione: è una lettera di Cleobolo. Ieri sera sedevamo in
quel poggio il quale tu sai che domina il mare e Taranto. È il sito più
delizioso della villa ch'ella tiene nell'Aulone. E noi non sedevamo
propriamente sulla sommità, ma in mezzo della falda, come in una valletta, la
quale, ren dendo più ristretto l'orizzonte, par che renda più ristretti e più
forti i sensi del cuore. Il sole tramontava; spirava dal l'occidente il fresco
venticello della sera, che scendeva a noi turbinosetto per l'opposta falda del
colle. Eravamo soli, io ed ella, e nessuno di noi due parlava, assorti ambedue
in quella languida estasi che ispira il soave profumo de' fiori di primavera,
forse più grave la sera che la mattina ne' luoghi frequenti di alberi. Di tempo
in tempo io rivolgevo i miei occhi a lei, ma un istante dipoi li abbassava;
ella li abbassava come per non incontrarsi coi miei, ma un istante dipoi li
rial zava, quasi dolendole di non averli incontrati.... Vedi quel l'arboscello
di cotogno? — mi disse (e di fatti ve ne era uno a dieci passi da me) — vedi
come il vento, che si rompe in faccia agli annosi ulivi ed ai duri peri, pare
che sfoghi tutta la sua prepotenza contro quel debole ed elegante arboscello?
Quanta verità è in quei versi di Ibico: Il mio cuore è simile al cotogno
fiorito, che il vento della primavera afferra per la chioma e ne con torce
tutti i teneri rami!... Tu non hai detti tutti i versi di Ibico; no escləmai io
tu non li hai detti tutti.... Esso è stato nudrito colla fresca onda del
ruscello che gli scorre vicino; ma nel mio cuore un vento secco, simile al
soffio del vento di Tra cia, divora.... Io voleva continuare; ma ella mi guardò
e le vossi.... Qual potere era mai in quel guardo, in quell'atto?... Io non lo
so; so che tacqui, mi levai e ritornai in casa, se guendola sempre un passo
indietro, senza poter mai più alzar gli occhi dal suolo.”] eccesso e analizzi
le antiche istituzioni del Sannio; sia che valuti i germi della futura
grandezza di Roma, sia che da questi discenda ai fatti moderni, e
indirettamente dica della rivoluzione francese e de' popoli, che tra un l'altro
amano posarsi nelle opinioni medie o magari tro vare la pace in un Napoleone,
tiranno restauratore del l'ordine, rivela pur sempre un uomo d'alta coscienza,
con sapevole di sè e del suo posto nel suo popolo. Noi dimentichiamo l'artista
mal riuscito, il metafisico contaminato, lo storico poco sicuro, ma ammiriamo
il pedagogo, che dai dati concreti della storia umana trae un non perituro
insegnamento. Cuoco parla non a sè stesso, poi che non si pone dal rigido punto
di vista subiettivo proprio dell'arti sta, ma a noi, a noi italiani; e per noi
vibra, per noi di sputa, per noi parla. Platone non parla al suo discepolo
Cleobolo. Archita non parla ai suoi tarantini. Ponzio non parla ai suoi
sanniti. Ma tutti e tre, attraverso il Cuoco, si rivolgono a noi, e il loro
insegnamento mira a formare una più sicura anima italica. Certo questa
posizione è un po' monotona, e riporta l'autore ad insistere su punti già precedentemente
esposti nel Saggio, nei Frammenti, nel Giornale italiano, ma, se guardiamo
l'arduità dello scopo, la difficoltà d'attingerlo, le ripetizioni non
appariranno mai soverchie. Da noi non si tratta, dice il Cuoco, di conservare
lo spirito pubblico, ma di crearlo, e la creazione è opera lunga, spesso do
lorosa. La tesi principale del ”Platone in Italia”, che del resto non è una
novità cuochiana, ma una trovata del Vico, è che nella nostra penisola vi sia
stata una civiltà, come ho detto, anteriore alla greca, quella etrusca, che per
il mondo ha diffuso luce di sapere filosofico e splendore d'arte, della quale
civiltà quella ellenica e pitagorea è un posteriore riverbero. L'opinione, sia
essa tramontata, come pretendono alcuni, per cui le origini greche del
pitagorismo sono indubbie, sia essa vera, come sostengono altri, per cui
l'autonomia della civiltà etrusca e delle susseguenti civiltà italiche è
parimenti comprovata, è profondamente radicata nel Cuoco, la di cui serietà
scientifica non può essere posta in dubbio. Il Cuoco è fortemente compenetrato
di essa, e, laddove crede di vederla comprovata dai fatti, l'animo suo trema
d'intima com mozione e di passionata esaltazione. Al tempo del viaggio di
Platone, la Magna Grecia è in decadenza. Molte città, che già furono grandi,
vennero nelle civili dissensioni rase al suolo. Altre, che un dì dominarono
molte terre, sono ridotte a piccoli borghi. Stirpi, che hanno un passato
glorioso, fiere delle loro milizie e dei loro trionfi, ora languono nell'ozio e
nella effemina tezza. Ma, ovunque, a chi mira intimamente le cose s'appalesano
i segni dell'antica grandezza e dell'antica forza, diffusi ne' monumenti
architettonici, vivi negli ordini civili, parlanti nelle costruzioni
filosofiche del pensiero e dell'arte. “Io credo, dunque,” dice Ponzio a
Cleobolo, “ciò che dicono i nostri sapienti, i quali dan per certo che ne'
tempi antichissimi l'Italia tutta fioriva per leggi, per agricoltura, per armi
e per commercio. Quando questo sia stato, io non saprei dirtelo. Troverai però
facilmente altri che te lo saprà dire meglio di me. Questo solamente posso
dirti io: che allora tutti gl'italiani formavano un popolo solo, ed il loro
imperio chiamavasi etrusco. Mentre la Grecia è ancor giovane, l'Italia è assai
antica e sul suo vecchio suolo già due epoche s'avvicendano: l'una è scomparsa,
l'altra è in isviluppo, e solo esteriormente potrà dirsi ellenica, nelle
innegabili im migrazioni dei greci. Nel suo spirito è italica, erede della
prim. Pitagora, che la impersona, null'altro è che un mito, ma un mito italico,
una sintesi concettosa della sapienza, ma una sintesi tutta italica. Come nella
natura vi sono terribili sconvolgimenti fisici, per cui la faccia della terra è
alterata, i monti si fendono ed aprono larghe valli, in cui scorrono nuovi
fiumi che prima non erano, mentre i vecchi veggono alterato il loro corso, così
nella storia antiche catastrofi hanno distrutto una fiorttura senza pari e
modificato organismi civili possenti. Sappi dunque, dice Cleobolo a Platone,
riferendo un colloquio che egli ha avuto con un sacerdote di Pesto, che un
tempo tutta l'Italia è stata abitata da un popolo solo, che chiamavasi etrusco.
Grandi e per terra e per mare eran le di lui forze; e, de' due mari che, a modo
d'isola, cingon l'Italia, uno chiamossi, dal nome co mune del popolo, Etrusco;
l'altro, dal nome di una di lui colonia, Adriatico. Antichissima è l'origine di
questi etruschi.. Le memorie della sua gloria si confondono con quella de'
vostri iddii e de ' vostri eroi. Ma chi potrebbe dirti tutto ciò che gli
etrusci opra rono nell’età de' vostri eroi e de' vostri iddii? Oscurità e
favole coprono le memorie di que' tempi. Posso dirti però che gl’etrusci
estendevano il loro commercio fino all'Asia. Gl’etruschi signoreggiavano tutte
le isole che sono nel Mediterraneo, ed anche quelle che sono vicinissime alla
Grecia. Dall'ampiezza dell'impero giudica dell'antichità. Quest'impero però era
troppo grande e poco omogeneo, più federazione di città che stato unitario,
onde esso avea in sè stesso il germe della dissoluzione. Non mai si era pensato
a render forte il vincolo che ne univa le varie parti. Ciascun popolo ha
ritenuto il proprio nome: era il nome della regione che abitava, era quello
della città principale. Che importa saper qual mai fosse? Non era il nome
“etrusco”. Ciascun popolo ha governo, leggi e magistrati diversi. Non vi e nè
consiglio, nè magistrato comune se non per far la guerra. Da ciò trassero
origine grandi mali che distrussero ogni organizzazione: La corruzione de'
costumi produce la corruzione delle arti, le quali sono de' costumi ed
istrumenti ed effetti, e poi generò la corruzione della religione, la quale,
corrotta, accelera la morte delle città. Perciò l'Etruria, o Italia, si sfasciò
per legge naturale di cose. Così cade, o Cleobolo, commenta il pellegrino
Platone, qualunque altro impero ove non è unità. Così cade la Grecia,, se non
cessa la disunione tra le varie città che la compongono, tra gl’uomini che
abitano ciascuna città. Imperciocchè, ovunque è sapienza, ivi si tende al
l'unità. All'unità si tende ovunque è virtù, il fine della quale è di render i
cittadini concordi e simili. Nè possono. esserlo se non son buoni. La vita
istessa di tutti gl’esseri non è se non lo sforzo degl’elementi, che li
compongono, verso l'unità. Ovunque non vi è unità, ivi non è più nè sapienza,
nè virtù, nè vita, e si corre a gran giornate alla morte. Ma la morte non è mai
interamente morte, bensì tra sformazione, cioè riduzione in nuove forme di
vita, forme nuove, che della prima vita mantengono alcuni elementi originari ed
altri novelli acquistano. Così l'Italia, divenuta deserto nella ruina, tosto si
ripopola di genti, di città, si organizza, si riabbellisce, e si ri presenta
composta all'ammirazione universa. Ma la civiltà italica, che possiamo dire
pitagorea, nella sua essenza è pur essa autoctona, se pure apparentemente
ellenistica. Quando le colonie si sono stabilite in Italia, le stirpi indigene
dalle montagne eran discese al piano, e due civiltà s'erano espresse. Noi
disputiamo, osserva un italico a Cleobolo, per sapere se i ellenici abbian
popolata l'Italia o gl'italiani abbian popolata la Grecia. Ed intanto è l'una e
l'altra regione sono state forse popolate da un popolo – l’ario --, il padre
comune degl’elleni e degl'italiani. Comune è perciò l'origine dei due popoli,
ma, stanziatisi in diverse sedi, gl’italiani hanno avuta una fioritura più
precoce che non gl’ellenici, che pure ai tempi di cui trattiamo, sembrano i più
civili, i maestri degl’italiani in ogni campo dell'umana attività. L'antico
primato italico però ancor si conserva, trasformato sì, ma sempre attivo, e si
manifesta. Su questo primato italico il Cuoco insiste, insiste, insiste
calorosamente. E la sua tesi nucleare. La pittura e in Italia già vecchia ed
evoluta, allorquando Panco, fratello di Fidia, «ipinse ne' portici di Atene la
battaglia di Maratona, riempiendo di stupore i suoi concittadini per la
rassomiglianza che seppe mettere nelle immagini dei duci greci e dei capitani
nemici [Furono gl'italiani che primi danno opera alle matematiche, e ne fecero
un istrumento principale della loro filosofia. Prima che Teodoro reca
agl’elleni la scienza degli italiani, in Grecia, le idee geometriche sono
puerili, frivole, con traddittorie. Invece, gl'italiani, potenti per un istrumento
di filosofia tanto efficace, fanno delle scoperte ammirabili in tutte quelle
parti delle nostre cognizioni che versano sulla quantità: nella geometria,
nella astronomia, nella meccanica, nella musica; ed hanno spinte al punto più
sublime e più lontano dai sensi tutte quelle altre che versan sulla qualità. La
stessa arte della guerra e delle milizie in Italia si perde nella remotezza de'
secoli, onde ancora ai tempi di Platone gl’italici mantengono indiscussa la
loro superiorità. La guerra presso gl’elleni ancora è duello, scienza
rudimentale. Presso gl’italiani l’arte della guerra è savio urto di masse e
organica distribuzione di manipoli. La stessa legge, che regola la convivenza
nella penisola, e originaria e nazionale, frutto di una intima esperienza
sociale, e perciò nel loro complesso immuni da contaminazioni eterogenee. Le
romane XII tavole quindi non sono mai derivate, come alcune storie vogliono, da
Atene, poiché Atene nulla poteva dare a un popolo, come il romano, discendente
da popoli dell’ateniese più antichi. Vedete dunque, dice Cleobolo ad alcuni
legati di Roma, che una parte delle vostre leggi è più antica della città
vostra. Un'altra è sicuramente più antica di quei dieci che voi dite aver
imitate le leggi d’Atene. Voi mi avete recitate le leggi de’ dieci e quelle dei
re, le quali dite esser state raccolte da Sesto Papirio sotto il regno del buon
Servio Tullio. Alcune, che voi recitate tra quelle, le ripetete anche tra
queste. Tali sono tutte quelle che regolano gl’auspici, l’assemblee del popolo,
il diritto di giudicar della vita di un cittadino, e che so io! Queste dunque
già esistevano in Roma; ed e superfluo correr tanti stadi e valicare un mare
tempestosissimo per prenderle da un popolo che non le ha. Tre quarti dunque del
vostro diritto non ha potuto esser imitato da noi. Vi rimane una quarta parte,
ed è quella appunto nella quale può aver luogo l’imitazione, perchè può stare,
senza sconcio alcuno, ed in un modo ed in un altro. Tali sono le leggi sulla
patria potestà, sulle nozze, sulle eredità, sulle tutele. Ma queste cose sono
dalle vostre leggi ordinate in un modo tanto diverso dal nostro, che, se mai è
vero che i vostri maggiori abbiano inviati de' legati in Atene, è forza dire
che ve li abbian spediti per imparare, non ciò che volevano, ma ciò che non
volevano fare. Passando nel campo delle arti belle, tra gl’elleni la poesia
drammatica è meno antica che tra gl'italiani. Ben poche olimpiadi, dice un
comico italiano, Alesside, a Platone e Cleobolo, contate dalla morte di Tespi e
di Frinico, padri della vostra tragedia. Quando il siciliano Epicarmo si ha già
meritato quel titolo di principe della commedia, che, più di un secolo dopo,
gli ha dato il principe de’ vostri filosofi, Magnete d'Icaria appena balbutiva
tra voi un dialogo goffo e villano, che tutta ancor oliva la rusticità del
villaggio ove era nato. Quando la commedia tra voi nasceva, tra noi era già
adulta. I poemi omerici stessi nel loro nucleo fondamentale sono stati
elaborati in Italia, poichè di favole omeriche gl’italiani ne hanno più
degl’elleni, e quelle elleniche cominciano ove le italiche finiscono. In tutto
ciò noi non possiamo non notare il partito preso, la volontà di dimostrare ad
ogni costo quel che il Cuoco a priori afferma, l'originario primato italico. Ma
lo scopo nobilissimo, che ha dinanzi, vale a fare perdonarelo varie
inesattezze. Nel tempo in cui Platone e Cleobolo iniziano il loro viaggio per
l'Italia, la Magna Grecia è in dissoluzione. I vari popoli hanno fra loro
relazioni saltuarie ed estrinseche. Non si sentono fratelli animati da un'unica
missione. Guerre, dissensioni, lotte sono frequenti, donde scaturisce una
condizione di perpetua incertezza. Vedi, da una parte, l'Italia simile a vasto
edificio rovinato dal tempo, dalla forza delle acque, dall'impeto del
terremoto. Là un immenso pilastro ancora torreggia intero, qua un portico si
conserva ancora per metà. In tutto il rimanente dell'area, mucchi di
calcinacci, di colonne, di pietre, avanzi preziosi, antichi, ma che oggi non
sono altro che rovine. Ben si conosce che tali materiali han formato un tempo
un nobile edificio, e che lo potrebbero formare un'altra volta. Ma l'antico non
è più, ed il nuovo dev'essere ancora. È l'unità che si è infranta, per cui alla
primigenia unitaria forza statale è sottentrata la debolezza della
molteplicità, mal celata dall' invadente forza belligera di alcune stirpi, come
i sanniti, o dal fasto di altre, come i tarentini. Ma questa molteplicità tende
quasi per fatale legge di natura all'unità, e dall'indistinto pullulare delle
genti dove pur sorgere chi di esse fa una sola gente, un nome unico: ‘Italia.’
Pure, se tu osservi attentamente e con costanza, ti avvedrai che le pietre, le
quali formano quei mucchi di rovine, cangiano ogni giorno di sito; non le
ritrovi oggi ove le avevi lasciate ieri. E mi par di riconoscere un certo quasi
fermento intestino e la mano d'un architetto ignoto che lavora ad innalzare un
edificio no vello. È la gran fede del
Cuoco. Da questa unità o da questa frammentarietà dipende l'avvenire della
penisola. Tutta l'Italia, dice Cleobolo, riunisce tanta varietà di siti e di
cielo e di caratteri, e nel tempo istesso sono questi caratteri tanto marcati e
forti, che per essi mi par che non siavi via di mezzo. Da ranno gl'italiani
nella storia, come han dato finora, gl’esempi di tutti gl’estremi, di vizi e di
virtù, di forza e di debolezza. Se saranno divisi, si faranno la guerra fino
alla distruzione. Tu conti più città distrutte in Italia in pochi anni, che in
Grecia in molti secoli. Se saranno uniti, daranno leggi all'universo. Cuoco
però ha fede che questo suo ideale non resterà mero ideale. Questo ideale si
concreta in una entità statale, in un impero, che all'itala gente dalle molte
vite darà organizzazione e potenza. Cuoco dice che questo ideale non è nuovo,
ma quasi conformandosi ad un antico vero, il dominio etrusco, è risorto e di
continuo risorge nelle più elette menti. Lo stesso Pitagora concepì l'ardito
disegno di ristabilir la pace e la virtù, senzadi cui la pace non può durare.
Pitagora volea far dell'Italia una sola città; onde l’energia di ciascun
cittadino ha un campo più vasto per esercitarsi, senza essere costretta a
cozzare continuamente con coloro, che la vicinanza, la lingua, il costume
facean nascer suoi fratelli e la divisione degl’ordini politici ne costringeva
ad odiar come nemici. E l'energia di tutti non logorata da domestiche gare,
potesse più vigorosamente difender la patria comune dalle offese de’ barbari.
Egli dava il nome di barbari a tutti coloro che s’intromettono armati in un paese
che non è loro patria, e chiama poi barbari e pazzi quegl’altri, i quali,
parlando una stessa lingua, non sanno vivere in pace tra loro ed invocano nelle
loro contese l'aiuto degli stranieri. Egli sole dire agl'italiani quello stesso
che Socrate ripete agl’elleni. Tra voi non vi può nè vi deve essere guerra:
ciò, che voi chiamate guerra, è sedizione, di cui, se amassivo veracemente la
patria, dovreste arrossire. Sia stato Pitagora un essere umano di fatto
vissuto, sia egli invece un'idea, un mito elaborato dalla fantasia delle stirpi
indigene, nel quale esse han fatto confluire i risultati ultimi di tutte le
loro secolari esperienze, ciò dimostra l'antica radice, le remote propaggini
nella co scienza collettiva del problema unitario. Ma come attingere l'unità?
Ritorniamo a posizioni che noi già sappiamo. Il problema è un problema etico e
pedagogico insieme. A questa meta non si può pervenire senza virtù e senza
ottimi ordini civili. Onde non vi sia chi voglia e chi possa comprar la patria,
chi voglia e chi possa venderla. Ma l'ambizione di ciascuno, vedendosi tutte
chiuse le vie della viltà e del vizio, sia quasi co stretta a prender quella
della virtù. È necessario istruir il popolo. Un popolo ignorante è simile
all'atabulo, che diserta le campagne: spirando con minor forza il vento delle
montagne lucane, porta sulle ali i vapori che le rinfrescano e le fecondano. È
necessario istruir coloro che devono reggerlo. Un popolo con centomila piedi ha
sempre bisogno di una mente per camminare, e, con centomila braccia, non ha una
mente per agire. Ma quest'educazione pubblica, che occorre diffondere, non deve
essere per sua natura uniforme, uguale per tutti, bensì multiforme, varia,
secondante le infinite varietà che la natura umana ci offre: deve essere
educazione vera, cioè deve parlare agl’spiriti, e perciò deve essere in essi, e
non fuori di essi. Diversa perciò l'educazione della classe dirigente da quella
delle classi povere, diversa però non nell'intima qualità. L'una e l'altra si
volgono alla stessa natura umana e alle stesse potenze dello spirito. Un
popolo, dicono alcuni, il quale conoscesse le vere cagioni delle cose, sarebbe
il più saggio ed il più virtuoso de'popoli. Non è invero così. Riunite i saggi
di tutta la terra, e formatene tante famiglie. Riunite queste famiglie, e
formatene una città: qual città potrà dirsi eguale a questa! Nessuna, risponde
il Cuoco o Archita per lui. Essa non meriterebbe neanche il nome di città,
perchè le mancherebbe quello che solo cangia un'unione di uo mini in unione di
cittadini. La vicendevole dipendenza tra di loro per tutto ciò che rende agiata
e sicura la vita e la perfetta indipendenza dagli stranieri. È necessario
perciò ai fini dello stato che gl'indotti coesistano accanto ai dotti, come i
poveri accanto ai ricchi, perché si realizzi quell’armonica convergenza di
forze distinte che è la vita. Ciò, che veramente è neces sario in una città, è
che ciascuno stia al suo luogo, cioè che sappia lavorare e che ami l'ordine. Ad
ottener l'uno e l'altro, sono necessarie egualmente la scienza e la
subordinazione. Diversa sarà l'educazione dei poveri da quella dei dirigenti.
Ma una educazione per i primi deve pur esservi. E per istruirli bisogna avere
la loro stima. Non perdete la stima del popolo, se volete istruirlo. Il popolo
non ode coloro che disprezza. Di rado egli può conoscer le dottrine, ma giudica
severissimamente i maestri, e li giudica da quelle cose che sembrano spesso
frivole, ma che son quelle sole che il popolo vede. Che vale il dire che il
popolo è ingiusto? Quando si tratta d'istruirlo, tutt'i diritti sono suoi.
Tutt’i doveri son nostri, e nostre tutte le colpe. Al popolo occorre insegnare
tutto ciò che è necessario per agire, tutto ciò che può rendergli o più facile
o più utile il lavoro, più costante e più dolce la virtù. Al savio, invece, è
necessaria la conoscenza delle cagioni vere, perchè sol col mezzo della
medesima può render più chiara, più ampia e più sicura la conoscenza delle
stesse cose. Al volgo conoscer le vere cagioni è inutile, perchè non potrebbe farne
quell'uso che ne fanno i savi. È necessario però che ne conosca una, in cui la
sua mente si acqueti. E questa necessità è tanto imperiosa, che, se voi non gli
direte una cagione, se la farneticherà egli stesso. Errano perciò i filosofi
che credono opportuno divulgare la filosofia è mettere il popolo a contatto con
i sublimi princípi della vita. Del resto ben diversa è la natura del dotto
filosofo e del popolano. Laddove il savio è ragione, il popolano è tutto senso
e fantasia. Il popolo è un eterno fanciullo che ha sempre più cuore che mente,
più sensi che ragione. E quindi ad esso bisogna parlare con quello stesso
linguaggio che s'usa con il fanciullo, dan dogli in un certo qual modo cose e
massime già fatte. Bisogna parlare al popolo dei suoi cari interessi, e
parlarne con il linguaggio che a lui più si conviene, con parabole e proverbi.
Se è vero che gl’esempi muovon più dei precetti, le parabole, le quali non sono
altro che esempi, debbon muovere più degli argomenti. I proverbi, che a noi
possono sembrare inintelligibili, perchè ignoriamo i veri costumi dei popoli
per i quali furono immaginati, sono nella rude concettosità adattissimi per lo
scopo prefissoci. La stessa virtù non la si può inculcare al popolo se non con
mezzi diversi di quelli che ci si offrono nella filosofia. La virtù è saviezza:
la saviezza ha bisogno di ragione, e la ragione ha bisogno di tempo. I
pregiudizi, gl’errori, i vizi che nella fantasia de' popoli vanno e vengono
come le onde del nostro Jonio, riempi rebbero sempre di nuova arena quel
bacino, che tu vuoi scavare a poco a poco per formarne un porto. È necessità
piantare con mano potente una diga, che freni la violenza delle onde sempre
mobili. Prima di avvezzare il popolo a ragionare, convien comandargli di
credere. E, per convincerlo che il vero sia quello che tu gli dici, convien per
suadergli, prima, che non possa essere vero quello che tu non dici. Non
cerchiamo l'uomo che abbia detto più verità, ma quello che ha persuase verità
più utili. E, se talora la necessità ha mossi i grandi uomini ad illudere il
popolo, cerchiamo solo se l'hanno utilmente illuso. Sono queste conclusioni che
già sono implicite nel saggio storico, ma riescono sempre interessanti, sia per
il loro intrinseco valore, sia per la forma con la quale l'autore ce le
prospetta. Questa educazione che mira a far sentire l'interesse comune alla
virtù, e quindi a radicarla in eterno, deve precedere la stessa attività
legislativa, se non si vuole che essa cada nel vuoto. Quando tu avrai incise le
leggi della tua città sulle tavole di bronzo, nulla potrai dir di aver fatto,
se non avrai anche scolpita la virtù ne' cuori de' suoi cittadini. La legge e
la costume sono i principali oggetti di tutta la scienza politica. La prima
risponde all'ordine eterno che è nelle cose, sempre perciò buono e vero; i se
condi invece presentano estreme varietà, e, nella maggior parte dei casi, ci si
presentano anzi che come correttivo delle prime, come deviazione da esse; onde
coloro, che traggono da una corrotta natura de' popoli le norme obiettive del
vivere, invece di evitare il male, spesso lo sancisce, e la sua opera
pedagogica manca. La legge è sempre una, perchè la natura dell'intelligenza è
immutabile. Mutabile è la natura della materia, di cui gli uomini sono in gran
parte composti; e quindi è che il costume inclina sempre ad allontanarsi dalla
legge. È necessità, dunque, conoscere del pari la natura sempre mobile di
questo fango di cui siamo formati, onde sapere per quali cagioni i nostri
costumi si allontanano dalle leggi, per quali modi, per quali arti possano
riavvicinarsi alle medesime; il che forma l'oggetto di tutta la scienza
dell’educazione. Nn di quella educazione che le balie soglion dare ai nostri
fanciulli, ma di quell'altra che Licurgo e Minosse seppero dare una volta agli
spartani ed ai cretesi. La ignoranza di una di queste due scienze ha
moltiplicati sulla terra i funesti esempi di quei legisla tori, i quali,
volendo tentare riforme di popoli, hanno o cagionata o accellerata la loro
ruina. Imperciocchè, pieni la mente delle sole idee intellettuali delle leggi
ed ignoranti de' costumi de ' popoli, li hanno spinti ad una meta a cui non
potevan pervenire, perdendo in tal modo il buono che poteano ottenere, per
avere un ottimo che era follia sperare; o, conoscendo solo i costumi ed igno
rando il vero bene ed il vero male, hanno sancito i me desimi, ed han fatto
come quel nocchiero, il quale, non conoscendo il porto in cui dovea entrare, e
servendo ai venti ed all'onde, ha rotto miseramente il suo legno tra gli
scogli. La legge però resterà sempre un
astratto, se gl’uomini non ne intenderanno la sua necessarietà e, quel che più
conta, la sua utilità. È d'uopo a ciò che essa sia accom pagnata non solo da
pene, onde possa con efficacia di storre gli animi dai vizî, ma eziandio da
premi, onde possa allettare alla virtù. Occorre parlare agli uomini un lin
guaggio utilitario ed edonistico, se si vuole essere seguiti da essi. E questa
scienza, che si occupa dei premî e delle pene, è difficilissima, perchè inutili
sono senza premî e pene le leggi, e arduo è calcolare l'adeguato rapporto so
pra tutto delle pene con i costumi dei popoli. Il crimi nalista perciò deve
studiare non tanto i rapporti giuri dici, di per sé astratti, ma i soggetti di
essi rapporti, entità concrete e viventi, e rispetto a questi porsi piut tosto
in veste d’educatore, anzi che di carceriere, e peg gio di boia. « La scienza
delle pene e de' premî » dice il Cuoco con perfetta sicurezza « appartiene alla
pubblica educazione. La legge, date alla città, hanno necessità di uomini atti
ad eseguirle, che veglino alla loro esecuzione. Le leggi, ho detto, sono
nell'ordine eterno delle cose, onde la filosofia a lungo le ha ritenute
provenienti dalla divi nità. Perciò il primo dovere degli esecutori è di
comandare ne' limiti di esse, sovra la loro base, poichè solo così si adempie
l'universa volontà di Dio, o meglio, s'attua l'ar monia immanente nelle cose. «
Ora, ordinate le leggi di una città, per qual modo ritroveremo noi gli uomini
degni di eseguirle? Questa èla parte più difficile della scienza della
legislazione: perchè, da una parte, le buone leggi senza il buon governo sono
inutili; e, dall'altra, sulla natura del migliore de’governi gli uomini son più
discordi che su quella delle buone leggi. Anche questo secondo problema è di
natura spirituale e pedagogica: la preparazione della classe dirigente, la sua
natura, ecc. non possono non rientrare in quella scienza, di cui abbiamo visto
i caratteri e le forme. In quanto al problema subordinato se sia da accogliere
il governo di un solo, di pochi, o di molti; il governo ereditario o
l'elettivo; e tra quest'ultimo quello regolato dalla nascita, dagli averi,
dalla sorte, questo è un pro blema essenzialmente relativo e che del resto
abbiamo già storicamente esaminato in altra parte di questo la voro. La
risoluzione è offerta dal Cuoco in poche parole che giova riportare. « Noi
diremo il miglior de' governi esser quello che non è affidato ad uno solo,
perchè un solo può aver delle debolezze; non a tutti, perchè tra tutti il maggior
numero è di stolti; ma a pochi, perchè pochi sempre sono gli ottimi. E questi
pochi avranno obbligo di render ragione delle opere loro, onde la spe ranza
dell'impunità non li spinga o ad obbliare per negligenza le leggi o a
conculcarle per ambizione; e perciò divideremo il pubblico potere in modo che
le diverse parti del medesimo si temperino e bilancino a vicenda, e, dando a
ciascuna classe di cittadini quella parte a cui pare per natura più atta,
riuniremo i beni del governo di uno solo, di pochi e di tutti. Ma piuttosto
altre considerazioni occorre fare, che ci riportano ad un punto troppo caro al
Cuoco perchè noi possiamo dimenticarcelo: le considerazioni intorno alla
religione. Abbiamo già visto i rapporti tra autorità reli giosa ed autorità
statale, il posto che la religione deve occupare nello Stato, e lo abbiamo
visto da un punto essenzialmente storico, cioè in rapporto ai tempi del mo
lisano: ora dobbiamo esaminare lo stesso problema da un diverso punto,
osservando quale posto può occupare la religione nella formazione spirituale
dei popoli. La religione è un fatto spirituale dal quale non si può
prescindere. « Quindi è che erran egualmente e coloro i quali credon poter
tutto ottenere colle sole leggi civili, e coloro che credono poter colla religione
e coi costumi supplire alle medesime. Questi renderanno le vite dei cittadini e
le loro sostanze dubbie, incerte; quelli rende ranno vacillante lo stato
dell'intera città. È necessità che vi sieno egualmente costumi, religione e
leggi: uno che manchi, la città, o presto o tardi, ruina. Il bisogno della
religione per il Cuoco non si basa tanto su ragioni ideali quanto su ragioni
pratiche. Lo Stato, che assorbe in sè la religione, s'eleva agli occhi
de'singoli e acquista maggiore rispetto. Nè è a dire che esso con ciò menomi la
religione, in quanto vita dello spirito, poi che esso assorbe quel che può
assorbire, infine il lato estrinseco e mondano della religione, lasciando
intatto il dommatico. I paesi, in cui i patrizi conservano autorità, sono
quelli in cui essi esercitano il sacerdozio, e in questi paesi la religione può
moltissimo sui costumi. « E forse queste due cose [ religione e costumi, Stato
e Chiesa) sono naturalmente inseparabili tra loro; perchè nè mai religione emen
derà utilmente i costumi se non sarà dipendente dal go verno; nè mai religione,
che non emendi i costumi e non ispiri l'amor della patria, potrà esser utile
allo Stato » (1 ). Ora concepite in questa maniera le due classi dei ricchi e
dei poveri, dei savi e degli stolti, il Cuoco riguarda la vita pubblica come
una loro armonizzazione continua, in una evoluzione ininterrotta. Ricco non
vuol dire a priori savio, ma è certo che il ricco, coeteris paribus, può pro
curarsi un'educazione superiore, che il povero non può procacciarsi che in casi
eccezionali, onde quasi sempre, nella sua indigenza, resterà ignorante e spesso
stolto. L'opposizione tra savi e stolti si può in linea generalis sima
presentare come opposizione tra patrizi e plebei, op posizione delucidata anche
dal fatto che i patrizi, cioè coloro che nelle epoche primitive s'affermano
negli Stati e perpetuano la loro posizione dirigente per eredità di sangue e di
censo, sono, per lunga consuetudine e pratica pubblica, i più atti al
reggimento civile, mentre i plebei, gente nova, spesso portata su da súbiti
guadagni, sono di solito inesperti e fiacchi, perchè ignari del nuovo go verno
della cosa statale. Il segreto della varia vita delle città è nella saggia ar
monia di queste due forze, l'esperienza matura dei patres e la giovinezza
audace delle classi nuove. Quelle nelle quali i primi furono troppo fieri
difensori dei loro diritti lan guirono: i patres non vollero essere giusti,
preferirono es sere i più forti, onde fu mestieri che divenissero tirannici ed
oppressori: conservarono i loro privilegi, ma il prezzo di questi privilegi fu
la debolezza dello Stato, che al primo urto divenne preda dell' inimico. Quelle
altre, in cui la plebe per atto rivoluzionario acquisì d'un tratto i suoi
diritti, ebbero sempre costituzioni ispirate più dalla vendetta che dalla
sapienza, e poterono durare, per lo più, breve tempo, per turbolenze e
dissensioni interne. Ben diversa è la vita degli Stati, ove si giunge ad una
reciproca graduale integrazione de' due opposti in una vitale sintesi. È nell'ordine
eterno delle cose che « le idee non possano mai retrocedere », ed hanno vita
felice soltanto « quelle città nelle quali e la plebe ed i grandi vengono tra
loro ad eque transazioni. Ma pur tuttavia il Cuoco. concepisce la lotta di
classe non solo come un utile spediente, purché mantenuta ne' limiti della
legge per giungere ad un buono e durevole reggimento politico, ma come
necessità di vita: e qui è un punto fermo della sua dottrina politica, che nel
suo saggio storico non appare, e che nel ‘romanzo’, “Platone in Italia,” si
rivela nella sua luminosa chiarezza. Or vedi tu questa lotta eterna tra gli
ottimati e la plebe, tra i ricchi ed i poveri? In essa sta la vita non solo di
Roma, di Atene, di Sparta, ma di tutte le città. Ove essa non è, ivi non è vita:
ivi un giogo di ferro impo sto al cittadino ha estinte tutte le passioni
dell'uomo e, con esse, il germe di tutte le virtù, lo stimolo a tutte le più
grandi imprese. Al cospetto del gran re, nessun uomo emula più l'altro: e che
invidierebbe, se son tutti nulla? Quanto dura la vera vita di una città? Tanto
quanto dura la disputa. Tutti popoli hanno un periodo di vita certo e quasi
diresti fatale, il quale incomincia dall'estrema barbarie, cioè dall'estrema
ignoranza ed op pressione, e finisce nell'estrema licenza di ordini, di co
stumi, di idee. Nella prima età i padri han tutto, sanno tutto, fanno tutto,
posseggon tutto. Se le cose si rima nessero sempre così, la città sarebbe
sempre barbara, cioè sempre fanciulla. È necessario che si ceda alla plebe, poco
a poco, ed in modo che non se le dia ne meno nè più di quello che le bisogna:
l'uno e l'altro ec cesso porta seco o pericolosa sedizione o languore più
funesto della sedizione istessa. È necessario che il popolo prosperi sempre e
che abbia sempre nuovi bisogni, per chè questo è il segno più certo della sua
prosperità. Guai a quella città in cui il popolo non ha nulla ! Ma due volte ma
guai a quell'altra, in cui, non avendo nulla, nulla chiede ! È segno che la
miseria gli abbia tolto non solo, come dice Omero, la metà dell'anima, ma anche
l'ultimo spirito di vita che ci rimane nelle afflizioni, e che consiste nel la
gnarsi. È necessario però che il popolo e pretenda con modestia, e riceva con
gratitudine, e non cessi mai di sperare » (1 ). Da queste considerazioni il
molisano trae una impor tante conclusione. Se la vita è molteplicità, ma molte
plicità non inorganizzata, bensì tendente ad unità, la molteplicità è pur
necessaria per attingere quella diffe renziazione di funzioni, il cui
convergere forma la felicità dello Stato. La vita di questo perciò è varietà, e
non può essere diversamente: l'uguaglianza assoluta è un'u topia, anzi
un'utopia dannosa. « Vi saranno sempre pa trizi e plebei, perchè vi saranno
sempre i pochi ed i molti; pochi ricchi e molti poveri; pochi industriosi e
molti scioperati; pochissimi savi e moltissimi stolti. I partigiani de' primi
si diran sempre patrizi, quelli de'se condi sempre plebei. Allorquando la plebe
avrà tutto il potere pubblico, e i patrizi nulla più avranno a cedere, allora,
« dopo aver eguagliati a poco a poco gli ordini, si vorranno eguagliare anche
gli uomini; dopo aver eguagliati i diritti, si vorrà l'eguaglianza anco dei
beni: e sorgeranno da ciò dispute eterne e pericolose. Eterne, perchè la
ragione delle dispute sussisterà sempre: vi saranno sempre poveri, vi saranno
sempre uomini da poco, i quali pretenderanno e crede ranno di meritar molto.
Pericolose, perchè tali dispute moveranno sempre la parte più numerosa del
popolo: i poveri, gli scioperati, i viziosi, tutti coloro i quali, nulla avendo
che perdere, non ricusan qualunque modo si of fra a guadagnare.... Le assemblee
diventeranno più tu multuose, le decisioni meno prudenti. I cittadini dalle
sedizioni civili passeranno alla guerra. Fra tanti partiti nascerà la necessità
che ciascuno abbia un capo; tra tanti capi uno rimarrà vincitore di tutti. Ed
avrà fine così la lite e la vita della città. Da ciò scaturisce un'altra
conclusione, che è una ri prova di precedenti nostre osservazioni circa la
politica cuochiana: i più adatti al pubblico reggimento non sono nè i ricchi,
pochi e tirannici, nè i poveri, molti e ti rannici in senso inverso dei ricchi,
ma bensì quel ceto medio, che con forme diverse e diversi aspetti, secondo i
vari tempi e la mutevole realtà storica, è nello stato. I migliori ordini
pubblici sono inutili se non vengono affidati ai migliori cittadini. Quelli
sono, in parole ed in fatti, ottimi tra gli ordini, i quali fan sì che la somma
delle cose sia sempre in mano degli uomini ottimi. Ma dove sono gli uomini
ottimi? Essi non son mai per l'ordinario nè tra i massimi, corrotti sempre
dalle ric chezze, nè tra i minimi di una città, avviliti sempre dalla miseria.
Ecco qui ritornare il concetto da noi già esaminato di un governo temperato,
equilibrio di forze opposte, e perciò armonia e giustizia, la quale giustizia
null'altro è se non obiettiva elisione d'ogni antagonismo e d'ogni dissension.
Ove avvien che siavi un ordine scelto, ma nel tempo istesso la facoltà a tutti
d'entrarvi, tostochè per le loro azioni ne sien divenuti degni, ivi tu eviti
gli scogli del l'oligarchia e della democrazia. Il popolo non permetterà che i
grandi, per gelosia di ordine, trascurino il merito; i grandi non soffriranno
che altri si elevi per via di viltà e di corruzione: per opra de’secondi
eviterai quella dissi pazione che ne' tempi di pace dissolve le città popolari;
per opra de' primi eviterai quella viltà per cui le città oligarchiche temono i
pericoli, e quel livore col quale si oppongono ad ogni pensiero nobile ed ardito,
e che vien dal timore dei grandi di dover ricorrere al merito di un uomo il
quale non appartenga al loro numero. Queste città così temperate sono quelle
che fanno più grandi cose delle altre, perchè non vi manca mai nè chi le pro
ponga nè chi le esegua. Soltanto attraverso questa coscienza politica dei diri
genti, attraverso quest'educazione dei poveri, attraverso questa organizzazione
di classi, sarà possibile realizzare quell’unione che è nel pensiero del Cuoco:
fare delle varie stirpi italiche un popolo unico. Come nelle singole città è
possibile un contemperamento di interessi e di volontà singole, così nella più
vasta Italia è possibile un armo nizzamento di stirpi, di genti, d' ideali
diversi. Ma, mentre nelle città il processo d’unità procede dal l'interno
all'esterno, poichè una tirannia imposta estrin secamente è sempre nociva e
deleteria; nell'Italia il processo unitario può essere affrettato dalla
conquista e poi cementato dall'opera pubblica e pedagogica, dalla religione
unica e dalla legge unica. Il primo effetto della filosofia, dice il Cuoco, è
quello di avvezzar gli uomini a considerar la conquista non come un mezzo di
distrug gersi, ma di difendersi. E e, aggiungiamo noi, si di fende spesso più
validamente colui, che, essendo forte impone la sua ragion civile, la sua legge
agli altri, e non si assopisce in una pace senza parentesi d'attività belli
gera, assopimento che può diventare anche sonno e poi ancora morte. La
conquista perciò non deve rimanere mera conquista, cioè estrinseca forza, ma
deve conver tirsi in attività pubblica, imporsi alle volontà, plasmarle di sè,
unificarle nel nome d'un superiore verbo, il diritto. Questa, ammonisce il
Cuoco, è la missione d’un popolo tra i tanti popoli della penisola, che Platone
e Cleobolo nel loro viaggio incontrano, missione divina, missione il cui
spiegamento d'altra parte è nell'attualità della storia. Certo Platone e
Cleobolo, nel frammentarismo italico del V secolo, non avrebbero mai potuto
dire quel che Vincenzo pone in bocca loro; ma le loro osservazioni, per quanto
il nostro spirito critico le riferisca all'autore del romanzo, non possono non
commoverci, e la commozione è in noi com'è nel molisano. In una prima età,
scrive Platone all'amico Archita, le città vivono pacificamente, e perciò s ' ignorano;
ma in un secondo tempo si conoscono, e quindi si fanno guerra, o con le armi o
con le sottigliezze del commercio; ma questa conoscenza e questa guerra non
sono mai distruzione, ma reciproca integrazione: « da questa vicendevole
guerra, sia d'armi, sia d'industria, io veggo un'irresistibile ten denza di
tutte le nazioni a riunirsi; e, siccome ciascuna di esse ama aver le altre
piuttosto serve che amiche..., così veggo che, ad impedire la servitù del
genere umano ed a conservar più lungamente la pace sulla terra, il miglior
consiglio è sempre quello di accrescer coll' unione di molte città il numero
de' cittadini, prima e principal parte di quella forza, contro la quale la
virtù può bene insegnare a morire, ma la sola cieca e non calcolabile fortuna
può dar talora la vittoria ». « Non pare a te » continua il filosofo antico
caldo ne' suoi accenti e attraverso lui il magnanimo Cuoco « che la natura,
colle diramazioni de' monti e de' fiumi, col circolo de' mari, colla varietà
delle produzioni del suolo e della temperatura de'cieli, da cui dipende la
diversità de' nostri bisogni e de' costumi nostri, e colla varia mo dificazione
degli accenti di quel linguaggio primitivo ed unico che gli uomini hanno
appreso dalla veemenza de gli affetti interni e dall'imitazione de’vari suoni
esterni; non ti pare, amico, ch'essa abbia in tal modo detto agli abitanti di
ciascuna regione: — Voi siete tutti fratelli: voi dovete formare una nazione
sola? Da ciò scaturisce la necessità
della conquista come mezzo per affrettare dall'esterno un processo naturale:
chi si assume questa missione, diviene arbitro e stru mento della Provvidenza,
Provvidenza che per il Cuoco, come del resto per Giambattista Vico, è
nell'immanenza della storia, piuttosto che nella celeste trascendenza del
divino posto fuori di noi: questo l'intimo concetto, se pur qualche volta
tradito dall'esteriorità delle parole e dei simboli, nonchè da una certa
oscillanza di pensiero. In Italia, intuisce Platone, un solo popolo sarà di ciò
capace, il romano, che sovra la fiera rudezza dei san niti, sovra la
imbecillità effeminata dei greci del mez zodì, sovra la volubilità dei galli
del Nord imporrà la sua legge, il suo diritto, strumento d’universale civiltà,
e che, in un lontano avvenire, venuto a contatto con i cartaginesi e poi con i
greci, non solo li debellerà come entità politiche, ma solo s'assiderà
dominatore del Me diterraneo e del mondo. Rimarrà un solo popolo dominatore di
tutta la terra, innanzi al di cui cospetto tutto il genere umano tacerà; ed i superbi
vincitori, pieni di vizi e di orgoglio, rivolge ranno nelle proprie viscere il
pugnale ancor fumante del sangue del genere umano; e quando tutte le idee
liberali degli uomini saranno schiacciate ed estinte sotto l'im menso potere
che è necessario a dominar l'universo, e le virtù di tutte le nazioni prive di
vicendevole emula zione rimarranno arrugginite, ed i vizi di un sol popolo e
talora di un sol uomo saran divenuti, per la comune schiavitù, vizi comuni,
sarà consumata allora la vendetta degli dèi, i quali si servono delle grandi
crisi della natura per distruggere, e dell'ignoranza istessa degli uomini per
emendare la loro indocile razza. Grande sogno questo, in cui vibra tutto
l'animo nostro in uno con quello del Cuoco, ma che noi critici non dob biamo
lasciare nel passato inerte e perciò morto, come quello che non ritornerà più,
ma trasportare nel presente del Cuoco, cioè nel presente del 1806, che noi
vediamo e pensiamo tale, quando in un' Italia scissa e menomata da straniere
superfetazioni, sia pur benigne come quelle napoleoniche, l'unità era davvero
un sogno; nel nostro presente, nella nostra vita, che non è stasi, ma divenire,
e perciò slancio, espansione, conquista prima di noi stessi, della nostra
maggiore unità, e poi del vario mondo dei commerci e delle genti, che noi non
vogliamo lasciare fuori di noi, inerte grandezza da contemplare taciti am
miranti, ma rendere nostre, per la nostra civiltà, che è civiltà latina.
Considerato da questo punto di vista altamente poli tico, prescindendo da ogni
considerazione artistica o filo sofica, il Platone in Italia riacquista una
grandissima importanza, « riacquista » come ben dice il Gentile « tutto il suo
valore, ed è la più grande battaglia, combattuta dal Cuoco, per il suo ideale
della formazione dello spirito pubblico italiano. È l'animato ricordo d'un
tempo che fu e d'una grandezza, che sta a noi rinnovel lare, in cui tutta
l'Italia si pose maestra di civiltà tra i popoli, che da essa appresero le cose
belle della vita, la poesia, il teatro, la musica, la scultura, la pittura, che
da essa intesero i primi precetti del vivere e le norme de ' savi reggimenti;
in cui l'Italia ebbe un'egemonia indi scussa, che nella storia non si
ripresenterà più se non forse nel Rinascimento: ma, oltre che ricordo, è nello
stesso tempo vivo presente, perchè molte considerazioni che si fanno
riferendosi all'Impero etrusco, alla Magna Grecia, a Roma calzano nella loro
semplicità, s'adattano alla nostra travagliata vita moderna: ciò fa del Platone
un libro, la cui importanza trascende la sua deficienza artistica, il suo
ibridismo filosofico. Perciò un solo raffronto legittimo, quello tra il Platone
e un altro grande libro, il Primato morale e civile degli italiani, come quelli
il cui obietto è uno solo, e la materia alfine è pur essa comune: un'alta
nazionale pedagogia politica. Questo parallelismo fu prima accennato dal
Gentile (2 ), ma poi sbozzato da un francese, acuto studioso del Cuoco, al
quale nel nostro studio abbiamo frequentemente cennato, Paul Hazard (3 ). ac (1
) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 386, (2 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 387.
(3 ) P. HAZARD, op. cit., p. 246. Anche P. ROMANO, op. cit., p. 5 raffronta il
Cuoco e il Gioberti e dice che il “Platone in Italia” è la preparazione del
Primato morale e civile degli Italiani. Il principio genetico dei due libri è
lo stesso: una na zione non può esplicare le forze vere, che sono in essa in
potenza, nè può di esse usare, se non ha la coscienza d'avere queste forze, o
almeno la coscienza di poterle sviluppare, e quindi dispiegare nella storia:
perciò bi sogna nutrire un orgoglio nazionale, che, basato sulla concreta
realtà, è legittimo, non arbitrario. Ma, d'altra parte, laddove il Primato
giobertiano, pur riannodan dosi, attraverso le glorie romane, alle remote genti
italo pelasgiche, trova il suo asse, il suo fulcro nel Papato, espressione di
purità religiosa e d'originaria sapienza, e si rinnoverà, se il presente sarà a
sufficienza legato al passato, cioè alla tradizione medievale- cattolica; il
Cuoco, pur mantenendo ferma la remotissima storia italo -pela sgica ed estrusca
e poi ancora romana, pur riconoscendo l'alta missione civilizzatrice della
Chiesa nel Medio Evo, questo primato vuol rinnovellare solo nel gioco delle li
bere forze, espresse da quella tragica crisi che è la rivo luzione francese ed
italiana, nel loro sviluppo, e nello spiegamento della loro maggior coscienza;
nello Stato laico, insomma, che afferrni sì la religione, come luce alla plebi,
ma affermi pure una sua intima naturale ra gione, che con la religione non ha
nulla a che fare. E in quest'accettamento delle nuove forze popolaresche, alle
quali bisogna parlare, perchè la volontà di nazione sia realmente nazione, e la
volontà di Stato realmente Stato, Vincenzo Cuoco si lega ad un altro grande, Mazzini,
tanto diverso da Gioberti, ma pur con questi entusiasta caldo nella visione del
futuro popolo dell'Italia re denta. CAPITOLO VII. L'educazione nazionale nel
pensiero cuochiano. Il popolo e la scuola. Cuoco.


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