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Saturday, April 6, 2024

GRICE E DORIA: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA

 

Grice e Doria: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Filosofo italiano. Grice: “I love Doria: a nobleman who should be sailing off Portofino, is writing a ‘progetto di metafisica’ after discussing the ‘filosofia degl’antichi’ – you HAVE to love him! Plus, he philosophised WHILE sailing!” Figlio di Giacomo e Maria Cecilia Spinola, appartenente alla nobile casata dei Doria Lamba dalla quale provennero ben quattro dogi della repubblica di Genova, ha un'infanzia travagliata segnata a cinque anni dalla morte del padre. L'uscita dalla famiglia delle tre sorelle lo fa rimanere solo con la madre che influenza negativamente il suo carattere melanconico ma vivace, il suo desiderio di virtù e Gloria. La madre, che egli accusa esser stata de' miei errori la prima e principal cagione, si era disinteressata del figlio limitandosi ad affidarne l'educazione a filosofi bigotti che lo fano crescere con la paura delle malattie e della morte, che gli viene indicata dai suoi educatori gesuiti come un positivo castigo all’uomino re. Divenne quindi vivace e grazioso nelle conversazioni affabile con tutti, facile e condiscendente con gli amici e allo stesso tempo pieno di sé e fatuo divenendo un Petit Maitre disinvolo e alla moda, e prende per idea di virtù vera ed esistenta ogni vanità e molte volte prende con l’idea di virtù il vizio ancora! Pieno di sé e fatuo. Compì con la madre il “grand tour” – Firenze, Capri, Girgentu -- dei ‘viri’ ben nato dal quale ne usce libero dall’inibizione religiosa, ma con un nuovo abito di un anima viziosa, la quale lo fa mirare come idea di virtù la rilassatezza nel senso, la prepotenza con i deboli e la vendetta. Tornato a Genova, la trovò bombardata dal mare dalle navi di Luigi XIV. In quell'occasione conosce il conte di Melgar che l’avvia nell’arte militare e lo introduce nel giro del patriziato mondano. Innamoratosi fortemente di una meritevole donna che muore poco tempo dopo, cadde in depressione e per distrarsi dal dolore riprese i suoi dispendiosi viaggi. Ridotto in ristrettezze economiche si reca a Napoli per recuperare certi suoi crediti ma dove lottare per districarsi dalla palude di leggi e cavillose procedure al punto che si mise a studiare filosofia con un certo profitto per ottenere dal tribunale quanto gli spetta.  La sua fama di spadaccino gli fa guadagnare la simpatia del patriziato napoletano che ritiene massime di cavagliero che fusse atto di disonore e di vergogna il non punire un uomo a sé inferiore quando si ha da quello qualche offesa ricevuto, e che il perdonare generosamente fusse vergogna. Ma poscia era massima d'estrema vergogna il non chiamare a duello un nobile a sé uguale quando da quello si era qualche offesa ricevuta. Si diede quindi a duellare per qualsiasi puntiglio cavalleresco tanto da essere messo in prigione aumentando così la sua fama di duellista e vendicativo presso la nobiltà locale. Comincia a disgustarsi di questa sua vita fatua e falsa trasformandosi in filosofo metafisico ed entrando nella cerchia degli intellettuali cartesiani e gassendisti che caddero sotto l'attacco della Chiesa preoccupata che il loro sensismo approdasse a un conclamato materialismo. La posizione della Chiesa fu esplicitata dal grande processo contro gl’ateisti, quegli intellettuali che si erano illusi di poter modernizzare la dottrina cattolica.  Si schierò con questi frequentando il salotto filosofico Caravita che si era già battuto contro l'Inquisizione e che era divenuto il centro di diffusione della filosofia cartesiana. Qui il Doria ebbe modo di conoscere il protetto di Caravita, quel Giambattista Vico che scriverà del genovese che «fu il primo con cui poté cominciare a ragionar di metafisica» nella quale si intravedevano «lumi sfolgoranti di platonica divinità. Per organizzarsi contro le polemiche dei tradizionalisti, sostenuti dalla Chiesa cattolica, il Caravita pensò di fondare un'associazione di intellettuali modernisti che, dopo diverse difficoltà, finalmente vide la luce col nome di Accademia Palatina e che annoverava fra i 18 soci fondatori anche Doria che pronunzia in quella sede lezioni concernenti la teoria politica (Sopra la vita di Claudio imperadore) dove sostene la superiorità della nobiltà per virtù e non per nascita, e dove contestava la base valoriale dell'aristocrazia fondata sull'uso delle armi (Dell'arte militare, Del conduttor degl'eserciti, Del governatore di piazza, Della scherma). La guerra, scriveva Doria, non e un privilegio della nobiltà di spada ma un'attività che richiede l'applicazione di una tecnica e il comando affidato a ufficiali competenti nel dirigere l'animo umano (Il capitano filosofo, Napoli)  Pubblica la Vita civile e l'educazione del principe, criticata da alcuni per alcuni fraintendimenti sul pensiero di Cartesio. Non ha inteso il Cartesio, o  ad arte ne tronca o perverte il senso. Critica la politica di Tacito e Machiavelli sostenendo che questa va basata non sopra l'idea degli uomini quali sono ma sulla virtù, il giusto e l'onesto». Lo Stato anda guidato, come dettava l'insegnamento platonico, dal filosofo facendosi così sostenitore, secondo le nuove idee riformatrici che cominciavano a circolare in Europa, di un assolutismo moderato nel Regno di Napoli. Doria cominciò ad interessarsi a temi scientifici mandando alle stampe le sue Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de' corpi insensibili (Augusta) e una Giunta d iM. Doria al suo libro del Moto e della Meccanica. Opere queste, dove si critica il metodo di Galilei e si mette in discussione la distinzione cartesiana fra res extensa e res cogitans in nome del principio neo-platonico dell'Uno immateriale, che non ebbero il successo sperato e vennero anzi aspramente criticate da più parti. Divenne un personaggio ambito da nobili e femmes savantes che lo invitavano nei loro circoli culturali dove riceve numerosi attestati di stima. Per ricambiare le nobili dame, sue discepole, pubblica i Ragionamenti ne' quali si dimostra la donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere all'uomo inferior. La donna ha gli stessi diritti naturali dell’uomo e puo governare e fondare grandi imperi ma non e adatte fisiologicamente a formulare leggi per le quali occorre una sapienza storica e filosofica. Cartesio infatti aveva errato nel credere che Dio avesse dato a tutti eguale abilità per intender le scienze, mentre iddio non ha ugualmente a tutti gli uomini distribuito e perciò vediamo che molti non son capaci nelle scienze. Quindi la donna che egli ammirava moltissimo e che lo ricambiavano con tante lodi, deve tuttavia accontentarsi di poter dirigere lo stato ma non puo essere legislatrice. Un rapporto questo con l'altro sesso che rimase problematico per Doria che non volle mai sposarsi ritenendo il matrimonio una legge dura che non trova precisa corrispondenza nella teologia. Si considera ormai un filosofo metafisico e mattematico che adottando il platonismo ha pressoché distrutto li saggi di filosofia del signor Giovanni Locke ed in parte ancora la filosofia di Renato Des-Cartes. Compiva un capovolgimento delle sue convinzioni moderniste passando nel campo degli antichi quando il suo Nuovo metodo geometrico (Augusta) e i Dialoghi ne' quali s'insegna l'arte di esaminare una dimostrazione geometrica, e di dedurre dalla geometria sintetica la conoscenza del vero e del falso (Amsterdam), furono aspramente criticati da parte della rivista Acta eruditorum. Ancora più aspre le contestazioni ricevute a Napoli che gli costarono un sonetto denigratorio che così recitava. Di rispondere a te nessun si sogna /de' nostri, e strano è assai che Lipsia mandi/ risposta a un uom che 'l matto ognun lo noma.  Illustrazione alla recensione pubblicata sugli Acta Eruditorum al Capitano filosofo. Gl’Oziosi, dove profuse tutte le sue energie nel criticare i moderni, seguaci del pensiero filosofico di Locke, dell'Accademia delle scienze di Celestino Galiani che aveva detto di lui «il Doria ha ristampato tutte in un corpo le sue coglionerie. Con l'avvento del re riformista Carlo III di Borbone nel Regno di Napoli, si trova completamente isolato col suo platonismo pratticabil che continua a difendere scrivendo “Il Politico alla moda”. Si rendeva ormai conto di come fosse irrealizzabile il suo ideale di un governo ad opera del concetto di “sovrano virtuoso” e di “filosofe legislatore.” Il magistrato, il capitano, il sacerdote e tutti gli ordini che governano hanno diviso la filosofia dalla politica per unire alla politica la sola prattica; ormai i principi scriveva vogliono governare lo stato colla politica del mercadante, e non con la politica del filosofo. Constatava come vi fosse ormai una generale crisi dei valori perché in questo nostro tempo si corre dietro solamente alla perniciosa filosofia di Locke e di Newton e si pratica solamente la politica mercantile. Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale, Doria malato e in difficoltà economiche muore indicando nel suo testamento la volontà che fosse pubblicata a spese di un suo cugino, a saldo di un debito da questi contratto, l'opera “Idea di una perfetta repubblica”. Quando il saggio e infine edito fu condannato dai revisori ad essere bruciato per il suo contenuto contro Dio, la religione e la monarchia. In realtà contesta il celibato ecclesiastico, l'indissolubilità del matrimonio, la castita, l'eternità delle pene inflitte ai dannati e l'ideologia etico-politica dei gesuiti.  Il governo perfetto doveva essere a imitazione di quello della Roma repubblicana, perché posto il governo in mano agli uomini, è forza che sia moderato da un magistrato ordinato alla difesa del popolo contro la tirannia. Gli unici a esecrare il rogo del saggio furono proprio i giuristi napoletani difendendo i libri di quel savio e cordato vecchio di Doria, di cui s'infama la venerata memoria. E al centro del saggio “La distruzione della fiducia e le sue conseguenze economiche a Napoli”. Si argumenta che il governo nell'azione di depredazione del Regno di Napoli ha spogliato i loro sudditi della virtù e della ricchezza, introducendo al posto loro ignoranza, infamia, divisione e infelicità. Altra azione, che si rivelerà in seguito disastrosa per la società napoletana e in genere per il Mezzogiorno, fu lo smantellamento dei rapporti inter-personali di fiducia tra le diverse classi, necessari per lo sviluppo dei commerci e dell'iniziativa privata e l'introduzione di una cultura dell'onore attraverso l'infoltimento dei ranghi nobiliari, il rafforzamento dell'Inquisizione, l'inasprimento della segretezza dell'attività di governo, l'incremento delle cerimonie religiose e di devozione ritualizzata, l'aumento della diseguaglianza davanti alla legge e infine l'indebolimento apertamente perseguito del rapporto armonioso che si era creato in passato tra i diversi ordini del Regno: tutto ciò al fine di scoraggiare, minando la fede pubblica, l'ascesa di una classe imprenditoriale-commerciale che avanzasse i propri diritti e rompesse l'equilibrio dei poteri tra la corte e il patriziato locale che gli spagnoli intendevano mantenere. Tutti questi fattori, lesivi di quel rapporto di fiducia tra le classi necessario per l'avvio e il consolidamento dell'attività di co-operazione e di intrapresa economica, non tarderanno a produrre effetti duraturi sulla società meridionale, non solo a livello mentale-culturale, e di converso a livello economico, costituendo uno dei fattori prodromici dell'arretratezza socio-economico-culturale del Mezzogiorno d'Italia.  Altre opere: “Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili, In Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper); “Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili. Giunta, In Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper; Dialoghi, Amsterdam, Esercitazioni geometriche, In Pariggi, Duplicationis cubi demonstration” (Venezia); “Discorso apologetico” (Venezia); “Soluzione del problema della trisezione dell'angolo” (Venezia); “Vita civile” (Napoli, Angelo Vocola. Pierluigi Rovito, Dizionario Biografico degli Italiani.  “L’arte di conoscer se stesso, in De Fabrizio, Manoscritti napoletani. Autobiografia, in Cristofolini, Opere filosofiche, R. Ajello, Diritto ed economia, Vita civile, ed. Augusta, S. Rotta in Politici ed economisti del primo Settecento. Dal Muratori al Cesarotti, V, Milano-Napoli, L'arte di conoscere se stesso. Eugenio Di Rienzo, GALIANI, Celestino in Dizionario Biografico degli Italiani, V. Ferrone, Scienza natura religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli, Manoscritti, La Politica mercantile, Manoscritti, Idea di una perfetta repubblica  "accorato"  Ajello. Segnatamente: Del commercio del Regno di Napoli, in E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti inediti, Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma; Della vita civile, Torino; Massime del governo spagnolo di Napoli, V. Conti, Guida, Napoli Contenuto nel volume miscellaneo Diego Gambetta, Le strategie della fiducia, Einaudi, Torino, D. Gambetta, Pierluigi Rovito, «DORIA, Paolo Mattia», in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roberto Scazzieri, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero Economia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Giulia Belgioioso, Il Contributo italiano alla storia del PensieroFilosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti inediti, Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma. Fondatore di Roma e primo re de' romani. Romolo fu il primo re de’ romani e padre della romana republica. Uomo primieramente d’ardentissimo animo e per le armi grande. E così fatto certamente l'aveva disposto la fortuna a quello che dovea seguire. Per  la cui opera, in tratante minaccie di vicini , di spinose montagnie surgesse il fondamento dello’mperio che dovea crescere infino al cielo. Perchè  non si potea porre sicuramente tanta  grandezza in debole fondamento. Sì  gran cosa richiedea terra salda e duca  d’alto animo. E così e, che dove  prima a pena e assai erba per lo armento d’Ercole, e dove prima a pena solea essere assai fronde per le capre di Faustulo, in quello luogo puose la fortezza di tutte le terre e  la somma signoria delli uomini. Dunque costui CON REMO SUO FRATELLO (e  insieme con Rea Silvia, la quale e chiamata Ilia, madre senza dubio)  creduto o fitto FIGLIUOLO DI MARTE, incontanente com’elio nacque prova la  crudeltà di Amulio, re dell’albani , e  non solamente contro alla madre, ma  eziandio contro a sé e CONTRO AL SUO FRATELLO. Dal quale Amulio e comandato eh' ellino fossero gittati NEL TEVERE. E a caso elli sono liberati, o che fosse per divina provedenzia, la  qual cosa è lecito di credere dello  imperio che dovea essere sì grande, quella provedenzia apparecchiante non  sperato cominciamenlo alle grandissime cose. Soperchiando il fiume a  caso le ripe e non potendosi andare  a quello, furono gittati quelli fanciulli presso alla ripa; e, partendosi li famigliari del re, i quali li avevano gittati, rimasono salvi. A questo luogo,  TRATTA DAL PIANTO DI QUESTI FANCIULLI,  venne una lupa (o eh' ella fosse vera o ch'ella fosse cosa finta, dell'una  e dell' altra è nominanza), e , com’ella avesse compassione, venne a questo luogo, del cui latte elli sono nutricati , traendo con li labri il latte delle tette della detta fiera, infino che furono trovati da Faustulo pastore del re, il quale di sopra avemo nominato, e la lupa similmente,  essendo discresciuto il fiume; e in fino agli anni della pubertà coli' amore  del padre sono nutricati. Ma allora  più di dì in dì il suo vigore si mostrava e per effetto diventava Famoso. Già sono cari da ogni parte e ampiamente sono terribili, ogni cosa ardivano; già il suo notricatore, per le  opere informato, comincia a fermarsi in quella openione ch'egli aveva  pensalo, cioè quelli essere figliuoli  del re. Questo celato per alcuno tempò, finalmente apparve: preso Remo da' famigli del re e datogli pena, per  consolare la ingiuria fu dato a NUMITORE suo avolo per parte di madre,  nel cui terreno tramendue i frategli  avevano fatte correrie. Il quale veduto, non mosso ad ira, com'è usanza, per l' ingiuria ricevuta, ma mosso verso di quello con una nascosa dolciezza, e udito ch'elli sono due, considerato da l'una parte l'etade di quelli,  da l'altra l'aspetto nobile e non di pastori, vennegli a memoria i suoi  nipoti; e , dimandando pianamente  delle circostanzie, trova poco  meno che costui e l' uno de' suoi  nipoti, e di questo non dubita. Però  elio il tene in più libertà, e non  come preso ma come suo , come veramente elio e. E questa e più  diritta via a distruzione del re, perchè manifestato a Romolo non solamente la condizione del presente stato  del fratello, ma la nazione di tramendue nascosta infino a quello tempo;  ammonendoli colui, ch'e tenuto padre, ch'elli non sono suoi figliuoli  ma sono di schiatta reale; e, spostali  per ordine l’ingiuria di quegli e con  questa l’ingiuria di suo avolo e di  sua madre, fatto Romolo più animoso , conosciuto il fatto , dispuosesi non  solamente a LIBERARE IL FRATELLO, ma  vendicare sé e '1 fratello e l'avolo e  la madre, non manifestamente perchè  era dispari in possanza , ma pianamente mandati alcuni giovani di qua e di là, i quali si trovassono a una ora nella casa del re. Così disposti gl’agguati, e a tempo accorrendo Remo, corsono contra Amulio, il quale non  si guarda e non pensa sì fatto  pericolo. Morto Amulio, NUMITORE fratello di quello, e innanzi cacciato da  lui, fu ristituito nel regno, essendo  allegro, non meno per la condizione  de'trovati nipoti, che per avere acquistato il nonne sperato regnio. Da poi,  perchè elli erano di grande animo, e '1 regno di suo avolo gli paree picciolo, lassano Alba all'avolo. E, amando il luogo della sua puerizia ovvero  del suo pericolo, procurarono di fondare nuova terra in quello luogo. E  così, per buono agurio, edificarono  aspera e, acciò ch'io dica più propriamente, pastorale casa in SUL MONTE PALATINO. E fu posto alla terra il nome di Romolo solamente, essendo vinto il fratello nello agurio: il quale  nome e temuto poi al mondo da li  popoli e dai re. Poi, o che tra quelli fosse nata discordia, o che fosse perchè egli avesse dispregiato il comandamento del fratello, Remo, avendo  passato il nuovo muro, E MORTO. O  che e per cupidità della signoria, o per rigore di giustizia, la credenza  è varia nelle cose antiche. Romolo,  avendo presa la signoria, ordina sacrifici della patria e forestieri, e prende  abito di re e ornamenti, e ordina  XII littori, e compone la legge.  Solo a fermezza del popolo e fondamento di pace e di concordia tre cose  sommamente li pare di provedere :  il consiglio , e io accrescere della cominciata città, e la durabilità; perchè era in picciola terra pochi abitatori. E per questo gli e speranza  di brevissimo tempo, mancando la  cagione del generare de' figliuoli. Dunque primieramente furono eletti C  antichi al Senato, chiamando questo  ordine dalla etade, perchè il nome  de' padri e detto dallo amore e da la  cura della republica. Secondo, intra  due boschi fu posto uno tempio chiamano asilo -- i greci il chiamano santo -- il quale stando aperto, grande  turba incontanente venne di vicini  paesi; la terza cosa parea che si dove fare con matrimoni -- perchè soli  i maschi non poteano durare se non  una etade -- ; la qual cosa , perchè e negata da' vicini superbamente e vituperosamente, si fa per forza e per  ingegnio. Perchè in questo mezzo,  non mostrando l'ira e il dolore d'essere rifiutato, il re apparecchiò di fare solenni giuochi a Nettunno , e comanda di fare dinunziare il dì per li popoli vicini. II quale poi che sopravenne, molti maschi e femmine delle  terre vicine a Roma vennero per vedere i giuochi, e non meno per cupidità di vedere quella nuova terra  quasi nata di subito. Nel mezzo de’ giuochi, essendo ogni uomo attento  con gli occhi e con l'animo, diliberatamente SONO PRESE TUTTE LE FANCIULLE,  non a fine di sua vergognia, ma di  tenerle per mogliere e per avere figliuoli. Dunque confortate con buone  parole, tra lo isdegno e le lacrime, pelle lusinghe di quegli li quali l'aveano  prese, prima Romolo, e poi gli altri , una per uno ne tolseno per moglie: e questo e cagione e cominciamento di molte battaglie. I padri e  i parenti di queste fanciulle, lamentatisi della forza e della malvagità de'  suoi osti, dai quali ellino, invitati a  giuochi, sono stati offesi per gravissima ingiuria, incontanente uscirono fuori della terra e tornarono a casa;  e, moltiplicando le lamentanze, aggravarono l'offesa, e pigliarono l'arme  e apparecchiaronsi di fare la vendetta.  E di lutti i popoli si fece una raunanza a Tito Tazio re de' sabini, perchè questi avevano più possanza e  aveano ricevuto più ingiuria. Ma perchè la presuntuosa ira non può indugiare né ricevere consiglio, e perchè  l'apparecchiamento alla guerra pare pigro per rispetto dello ardore dell'animo, ciascheduno, non aspettando l'uno l'altro, andarono alla battaglia. E innanzi a tutti i ceninesi con l' oste corsero nel terreno de' romani : contro  ai quali venendo Romolo, mise in  rotta i nimici, e UCCIDE ACRONE, re  di quelli, venuto alle mani con lui in  singolare battaglia; e, con lieve assalto, prende la terra di quelli, la quale  era impaurita per la morte del re e  per la fuga del popolo. E, tornando  a Roma vincitore, porta in Campidoglio l'armi del re ed edifica lo primo tempio in Roma e sacrificollo sotto il nome di GIOVE Feretrio -- dove  i capitani de' romani non portano,  quando sono vincitori, se non la  preda de' capitani vinti in singolare  battaglia, la quale elli chiamano  grassa robarìa. Dunque in quello  luogo egli appicca l'armi del morto re, per esempio del tempo da venire,  rado ma grande dono di quelli che  venieno dietro. I secondi che corsono nel terreno de'romani furono gli atennati; e questi sono vinti e perderono la terra. Ma per prieghi di Ersilia, moglie di Romolo, la quale e una di quelle sforzate che porta a  gli orecchi del re i prieghi e i desideri dell'altre, ricevuti a misericordia, venneno ad abitare a Roma. Da  poi i crustumini, movendo elli la  guerra, sono vinti leggiermente,  crescendo ogni dì la virtù di Romolo; e, venuti a Roma quelli chi sono vinti, crescendo Roma per li danni  de'nimici. E più a fare colli sabini,   i quali quanto più tardi tanto più  maturamente si moveano: presa la  rocca di Campidoglio, per tradimento  d'una donzella figliuola di Spurio Tarpeo, il quale era castellano della delta  rocca, dal quale ancora è nominato  quel monte in mezzo di Roma, e  dubiosa battaglia, combattendo quelli  dal luogo di sopra. Nella quale battaglia mancando Osto Ostilio, il quale  e arditamente per la parte de' romani infino ch'elio puo, la gente de'  romani tutta si cessò in dietro, cacciando indietro eziandio Romolo il  quale li contrasta. E elli, non sperando già più della forza umana, dirizzando al cielo le armate mani, chiamando  Giove com' elio e presente, pregando o che gli togliesse la vergogaia del fuggire vilmente, o eh' elli  fortificasse gli abbattuti animi de' suoi  con celestiale aiutorio, fa voto di  fare in Roma uno secondo tempio a  GIOVE STATORE, secondo che piace agli  scrittori; e, quasi ricevuta la promissione dal cielo, fatto più ardito ristoroe con sollecita mano la battaglia  già caduta, dicendo a'suoi chiaramente  che Giove comanda così. Per questo  la sua gente, seguendo lo esempio  del suo re e il comandamento di Giove, torna contro a'nimici, da' quali  non speravasi ch'egli tornassino; e  combattendo innanzi a gli altri aspramente Romolo, essendo già mutata la  condizione della battaglia, quelli che  incalzavano cominciarono a fuggire.  Intra i quali MEZIO CURZIO, secondo  dopo il re de' sabini , uomo famosissimo e in quello di 'nanzi a tutti gli  altri in fatti e in virtù molto ardito, non sostenne il furore. Una palude,  ch'era presso, e pericolo e salute a  lui, nella quale spaurito il suo cavallo furiosamente salta con grande  paura de' suoi, ma confortandolo elli  e mostrandogli la via, usce fuori. E  di questo nacque il nome di quella  palude, cioè, lago Curzio. Uscitone  fuori costui, gli animi crebbono a'   suoi, e ancora, bene che con varia  fortuna contro a' sabini, corsono insieme. E, sendo in questo stato, la  pietà trova via di non sperata pace. Combattendo dall'una parte i mariti,  da l'altra parte i padri, vennero tra  questi quelle eh' erano state sforzate;  e, non considerando sé essere femmine , non temendo il pericolo, con prieghi pieni di lagrime e misero abito,  pregarono che fosse posto fine alla  guerra. E se voleano pure andare  dietro, volgessono le spade più tosto contro a quelle, le quali erano cagione della guerra , che, uccidendosi  insieme, bruttassono se di presente  e per lo tempo a venire bruttassero li figliuoli di quelle -- dall'una parte  essendo i figliuoli, dall'altra essendo  i nipoti --- e dessono eterna infamia a  quelli che ancora non poteano peccare. Dall' una parte e dall' altra si piegano gli animi e l'ira s'abbattè e,  che maraviglia è a dire, subitamente  nell'una oste e nell'altra fu arrestato il romore dell'armi e il gridare de’ combattitori, sì umile ammirazione e intrata per quelle rabbiose menti!  E non potè lungamente stare nascosta: le affezioni mutate incontanente  uscirono fuori, e lo riposo segue  a la pietà , e la pace segue al silenzio; la concordia e fatta toccandosi i re le mani, e Roma maravigliosamente crescette per lo venire  de' sabini. E non meno crebbe Y amore dell'una parte e dell'altra verso di  quelle valenti donne, e innanzi a gli  altri di Romolo, il quale rendè loro  grandi e debiti onori. Ancora restano due guerre. L'una colli fìdenati li  quali, temendo la potenzia della signoria di Roma, la quale cresce,  e avendola sospetta , per sé fecero la  pruova che gli altri aveano fatta. Entrando elli nel terreno de'romani come  nimici, Romolo li anda incontro, e  puose il campo non lungi dalla terra  de' nimici; e, mostrando maliziosamente temere, conduce i nimici nelli agguati, e di questo e una non proveduta paura e uno subito fuggire,  in tanto che , mischiati insieme i vinti  e i vincitori, le guardie delle porte appena discerneano i suoi cittadini da’ nimici; e, entrati dentro, e presa la  terra. L'altra guerra e con quelli da Veio, li quali si mossono per amore de’ fìdenati e per odio de’ romani, e  questi, vinti in campo, e guasto il  paese, dimandando pace, fecero triegua per cento anni, perdendo parte  del suo terreno. Questi furono i cominciamenti di Romolo, questo e il  corso di sua vita e l’ordine de’ suoi fatti; per li quali, appresso quella salvarla generazione d' uomini e non  ancora assai ammaestrati animi del  vulgo, egli merita essere creduto avere alcuna divinità per lo padre e per  se. Uomo al quale non manca animo né ingegnio, in battaglia glorioso, in  casa savio: ordina centurie del popolo e di cavaglieri, acciò che in ogni  tempo di pace e di guerra elio e   niuno nega ch'elio non e inolio  amato. Le opinioni di questa cosa sono varie. Alcuni dicono ch'elio e portato in cielo e posto nel concilio delli  dei. Ma questo è gran salto a uno  uomo armato e gravato di peccati,  bagniato di sangue e ignorante del  vero Iddio e della via del cielo. Ma  lo ardente e non temperato amore sì  fa credere ogni cosa. Dunque, achetata la tempesta, essendo risposto da'  senatori -- eh' erano stati d'intorno -- al  popolo -- disideroso di vedere il suo  re e a pruova cercandolo -- eh' elio e andato in cielo, affermando uno eh' e' lo ha veduto, e creduto. E  quello  e GIULIO PROCULO, uomo di  grande nominanza appresso a' suoi,  secondo che si trova, e di grande santitade e, che manifesto è, di gran nobilitade, come colui che, nato di re  albani, venne a Roma con Romolo ed e cominciamento della giente de’ Giuli -- il quale, ardito di venire in  palese, da parola d'allegrezza al popolo eh' e in tristizia , dicendo che in quello medesimo dì Romolo, discéso da cielo in abito più che d'uomo, e stato con lui, affermando eh'  ha comandato a lui, con grande tremore non ardito di guardare  la sua facia,  questo, cioè eh' egli  dicesse a' suoi cittadini che onorassino l'arti delle battaglie, essendo certi  che ogni potenzia umana è diseguale  alla sua in fatti d'arme; e che la sua  città, così piace alli dei, sarà capo  e donna di tutte le terre. E, dette  queste parole, levatosi da gli occhi  monta in cielo. E queste cose sono credute a GIULIO il quale le conta e giura, e lo dolore della morte e mitigato con lo consolamento della  divinità, e l'ira, la quale il popolo  ha concetta per la morte di sì caro  re, e umiliata: così ogni uomo crede leggiermente quello ch'elli desidera. Ma altri pensano che e morto  da' senatori, veduto il buon destro  per la tempesta del tempo, e ch'elli   il nascosono nel pantano della palude,  acciò CHE NON APARE ALCUNO SEGNIO DELLA SUA MORTE. Questa, chente dice  Livio, è oscura fama, ma, come  piace a chiarissimi scrittori, certamente è vera; bene che, come dice quello  nel medesimo luogo, quell' altra fu  nobile per l'ammirazione dell'uomo  e per la presente paura. Puossi forse  credere ancora quello che alcuni hanno  pensato, eh' elio non e portato per  divinità in cielo né in terra morto come uomo, ma eh' elio fu morto per  la lempestade e per lo furore della  saetta -- la cui forza è ineffabile, e  l' operazione è nascosa --. E questo essere avvenuto a tutti quegli sono con lui, i quali, quanto elli sono più  presso, tanto sono smarriti più e  impauriti. E la libertà è di molte mani nelle cose dubbiose, ma la verità  è una sola, e questa è profondamente  nascosta della morte di Romolo come  in molte altre cose. Paolo Mattia Doria. Doria. Keywords: co-operazione, duelo – duel, the duelists, cooperation – il sensismo, roma repubblicana, la aristocrazia romana, Romo, Romolo, aristocrazia.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Doria” – The Swimming-Pool Library.

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