Grice
e Doria: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova).
Filosofo italiano. Grice: “I love Doria: a nobleman who should be sailing off
Portofino, is writing a ‘progetto di metafisica’ after discussing the
‘filosofia degl’antichi’ – you HAVE to love him! Plus, he philosophised WHILE
sailing!” Figlio di Giacomo e Maria Cecilia Spinola, appartenente alla nobile
casata dei Doria Lamba dalla quale provennero ben quattro dogi della repubblica
di Genova, ha un'infanzia travagliata segnata a cinque anni dalla morte del
padre. L'uscita dalla famiglia delle tre sorelle lo fa rimanere solo con la
madre che influenza negativamente il suo carattere melanconico ma vivace, il
suo desiderio di virtù e Gloria. La madre, che egli accusa esser stata de' miei
errori la prima e principal cagione, si era disinteressata del figlio
limitandosi ad affidarne l'educazione a filosofi bigotti che lo fano crescere
con la paura delle malattie e della morte, che gli viene indicata dai suoi
educatori gesuiti come un positivo castigo all’uomino re. Divenne quindi vivace
e grazioso nelle conversazioni affabile con tutti, facile e condiscendente con
gli amici e allo stesso tempo pieno di sé e fatuo divenendo un Petit Maitre
disinvolo e alla moda, e prende per idea di virtù vera ed esistenta ogni vanità
e molte volte prende con l’idea di virtù il vizio ancora! Pieno di sé e fatuo.
Compì con la madre il “grand tour” – Firenze, Capri, Girgentu -- dei ‘viri’ ben
nato dal quale ne usce libero dall’inibizione religiosa, ma con un nuovo abito
di un anima viziosa, la quale lo fa mirare come idea di virtù la rilassatezza
nel senso, la prepotenza con i deboli e la vendetta. Tornato a Genova, la trovò
bombardata dal mare dalle navi di Luigi XIV. In quell'occasione conosce il conte
di Melgar che l’avvia nell’arte militare e lo introduce nel giro del patriziato
mondano. Innamoratosi fortemente di una meritevole donna che muore poco
tempo dopo, cadde in depressione e per distrarsi dal dolore riprese i suoi
dispendiosi viaggi. Ridotto in ristrettezze economiche si reca a Napoli per
recuperare certi suoi crediti ma dove lottare per districarsi dalla palude di
leggi e cavillose procedure al punto che si mise a studiare filosofia con un
certo profitto per ottenere dal tribunale quanto gli spetta. La sua fama
di spadaccino gli fa guadagnare la simpatia del patriziato napoletano che
ritiene massime di cavagliero che fusse atto di disonore e di vergogna il non
punire un uomo a sé inferiore quando si ha da quello qualche offesa ricevuto, e
che il perdonare generosamente fusse vergogna. Ma poscia era massima d'estrema
vergogna il non chiamare a duello un nobile a sé uguale quando da quello
si era qualche offesa ricevuta. Si diede quindi a duellare per qualsiasi
puntiglio cavalleresco tanto da essere messo in prigione aumentando così la sua
fama di duellista e vendicativo presso la nobiltà locale. Comincia a
disgustarsi di questa sua vita fatua e falsa trasformandosi in filosofo
metafisico ed entrando nella cerchia degli intellettuali cartesiani e
gassendisti che caddero sotto l'attacco della Chiesa preoccupata che il loro
sensismo approdasse a un conclamato materialismo. La posizione della Chiesa fu
esplicitata dal grande processo contro gl’ateisti, quegli intellettuali che si
erano illusi di poter modernizzare la dottrina cattolica. Si schierò con
questi frequentando il salotto filosofico Caravita che si era già battuto
contro l'Inquisizione e che era divenuto il centro di diffusione della
filosofia cartesiana. Qui il Doria ebbe modo di conoscere il protetto di
Caravita, quel Giambattista Vico che scriverà del genovese che «fu il primo con
cui poté cominciare a ragionar di metafisica» nella quale si intravedevano
«lumi sfolgoranti di platonica divinità. Per organizzarsi contro le polemiche
dei tradizionalisti, sostenuti dalla Chiesa cattolica, il Caravita pensò di
fondare un'associazione di intellettuali modernisti che, dopo diverse
difficoltà, finalmente vide la luce col nome di Accademia Palatina e che
annoverava fra i 18 soci fondatori anche Doria che pronunzia in quella sede
lezioni concernenti la teoria politica (Sopra la vita di Claudio imperadore)
dove sostene la superiorità della nobiltà per virtù e non per nascita, e dove
contestava la base valoriale dell'aristocrazia fondata sull'uso delle armi
(Dell'arte militare, Del conduttor degl'eserciti, Del governatore di piazza,
Della scherma). La guerra, scriveva Doria, non e un privilegio della nobiltà di
spada ma un'attività che richiede l'applicazione di una tecnica e il comando
affidato a ufficiali competenti nel dirigere l'animo umano (Il capitano
filosofo, Napoli) Pubblica la Vita civile e l'educazione del principe,
criticata da alcuni per alcuni fraintendimenti sul pensiero di Cartesio. Non ha
inteso il Cartesio, o ad arte ne tronca
o perverte il senso. Critica la politica di Tacito e Machiavelli sostenendo che
questa va basata non sopra l'idea degli uomini quali sono ma sulla virtù, il giusto
e l'onesto». Lo Stato anda guidato, come dettava l'insegnamento platonico, dal
filosofo facendosi così sostenitore, secondo le nuove idee riformatrici che
cominciavano a circolare in Europa, di un assolutismo moderato nel Regno di
Napoli. Doria cominciò ad interessarsi a temi scientifici mandando alle stampe
le sue Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de'
corpi insensibili (Augusta) e una Giunta d iM. Doria al suo libro del Moto e
della Meccanica. Opere queste, dove si critica il metodo di Galilei e si mette
in discussione la distinzione cartesiana fra res extensa e res cogitans in nome
del principio neo-platonico dell'Uno immateriale, che non ebbero il successo
sperato e vennero anzi aspramente criticate da più parti. Divenne un
personaggio ambito da nobili e femmes savantes che lo invitavano nei loro
circoli culturali dove riceve numerosi attestati di stima. Per ricambiare le
nobili dame, sue discepole, pubblica i Ragionamenti ne' quali si dimostra la
donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere all'uomo inferior. La
donna ha gli stessi diritti naturali dell’uomo e puo governare e fondare grandi
imperi ma non e adatte fisiologicamente a formulare leggi per le quali occorre
una sapienza storica e filosofica. Cartesio infatti aveva errato nel credere
che Dio avesse dato a tutti eguale abilità per intender le scienze, mentre iddio
non ha ugualmente a tutti gli uomini distribuito e perciò vediamo che molti non
son capaci nelle scienze. Quindi la donna che egli ammirava moltissimo e che lo
ricambiavano con tante lodi, deve tuttavia accontentarsi di poter dirigere lo
stato ma non puo essere legislatrice. Un rapporto questo con l'altro sesso che
rimase problematico per Doria che non volle mai sposarsi ritenendo il
matrimonio una legge dura che non trova precisa corrispondenza nella teologia.
Si considera ormai un filosofo metafisico e mattematico che adottando il
platonismo ha pressoché distrutto li saggi di filosofia del signor Giovanni
Locke ed in parte ancora la filosofia di Renato Des-Cartes. Compiva un
capovolgimento delle sue convinzioni moderniste passando nel campo degli
antichi quando il suo Nuovo metodo geometrico (Augusta) e i Dialoghi ne' quali s'insegna
l'arte di esaminare una dimostrazione geometrica, e di dedurre dalla geometria
sintetica la conoscenza del vero e del falso (Amsterdam), furono aspramente criticati
da parte della rivista Acta eruditorum. Ancora più aspre le contestazioni
ricevute a Napoli che gli costarono un sonetto denigratorio che così recitava. Di
rispondere a te nessun si sogna /de' nostri, e strano è assai che Lipsia mandi/
risposta a un uom che 'l matto ognun lo noma.
Illustrazione alla recensione pubblicata sugli Acta Eruditorum al
Capitano filosofo. Gl’Oziosi, dove profuse tutte le sue energie nel criticare i
moderni, seguaci del pensiero filosofico di Locke, dell'Accademia delle scienze
di Celestino Galiani che aveva detto di lui «il Doria ha ristampato tutte in un
corpo le sue coglionerie. Con l'avvento del re riformista Carlo III di Borbone
nel Regno di Napoli, si trova completamente isolato col suo platonismo
pratticabil che continua a difendere scrivendo “Il Politico alla moda”. Si
rendeva ormai conto di come fosse irrealizzabile il suo ideale di un governo ad
opera del concetto di “sovrano virtuoso” e di “filosofe legislatore.” Il
magistrato, il capitano, il sacerdote e tutti gli ordini che governano hanno
diviso la filosofia dalla politica per unire alla politica la sola prattica;
ormai i principi scriveva vogliono governare lo stato colla politica del
mercadante, e non con la politica del filosofo. Constatava come vi fosse ormai
una generale crisi dei valori perché in questo nostro tempo si corre dietro
solamente alla perniciosa filosofia di Locke e di Newton e si pratica solamente
la politica mercantile. Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale,
Doria malato e in difficoltà economiche muore indicando nel suo testamento la
volontà che fosse pubblicata a spese di un suo cugino, a saldo di un debito da
questi contratto, l'opera “Idea di una perfetta repubblica”. Quando il saggio e
infine edito fu condannato dai revisori ad essere bruciato per il suo contenuto
contro Dio, la religione e la monarchia. In realtà contesta il celibato
ecclesiastico, l'indissolubilità del matrimonio, la castita, l'eternità delle
pene inflitte ai dannati e l'ideologia etico-politica dei gesuiti. Il
governo perfetto doveva essere a imitazione di quello della Roma repubblicana, perché
posto il governo in mano agli uomini, è forza che sia moderato da un magistrato
ordinato alla difesa del popolo contro la tirannia. Gli unici a esecrare il
rogo del saggio furono proprio i giuristi napoletani difendendo i libri di quel
savio e cordato vecchio di Doria, di cui s'infama la venerata memoria. E al
centro del saggio “La distruzione della fiducia e le sue conseguenze economiche
a Napoli”. Si argumenta che il governo nell'azione di depredazione del Regno di
Napoli ha spogliato i loro sudditi della virtù e della ricchezza, introducendo
al posto loro ignoranza, infamia, divisione e infelicità. Altra azione, che si
rivelerà in seguito disastrosa per la società napoletana e in genere per il
Mezzogiorno, fu lo smantellamento dei rapporti inter-personali di fiducia tra
le diverse classi, necessari per lo sviluppo dei commerci e dell'iniziativa
privata e l'introduzione di una cultura dell'onore attraverso l'infoltimento
dei ranghi nobiliari, il rafforzamento dell'Inquisizione, l'inasprimento della
segretezza dell'attività di governo, l'incremento delle cerimonie religiose e
di devozione ritualizzata, l'aumento della diseguaglianza davanti alla legge e
infine l'indebolimento apertamente perseguito del rapporto armonioso che si era
creato in passato tra i diversi ordini del Regno: tutto ciò al fine di
scoraggiare, minando la fede pubblica, l'ascesa di una classe
imprenditoriale-commerciale che avanzasse i propri diritti e rompesse
l'equilibrio dei poteri tra la corte e il patriziato locale che gli spagnoli
intendevano mantenere. Tutti questi fattori, lesivi di quel rapporto di fiducia
tra le classi necessario per l'avvio e il consolidamento dell'attività di co-operazione
e di intrapresa economica, non tarderanno a produrre effetti duraturi sulla
società meridionale, non solo a livello mentale-culturale, e di converso a
livello economico, costituendo uno dei fattori prodromici dell'arretratezza
socio-economico-culturale del Mezzogiorno d'Italia. Altre opere: “Considerazioni
sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili, In
Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper); “Considerazioni sopra il moto e la
meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili. Giunta, In Augusta
[i.e. Napoli?, Daniello Hopper; Dialoghi, Amsterdam, Esercitazioni geometriche,
In Pariggi, Duplicationis cubi demonstration” (Venezia); “Discorso apologetico”
(Venezia); “Soluzione del problema della trisezione dell'angolo” (Venezia);
“Vita civile” (Napoli, Angelo Vocola. Pierluigi Rovito, Dizionario Biografico
degli Italiani. “L’arte di conoscer se
stesso, in De Fabrizio, Manoscritti napoletani. Autobiografia, in Cristofolini,
Opere filosofiche, R. Ajello, Diritto ed economia, Vita civile, ed. Augusta, S.
Rotta in Politici ed economisti del primo Settecento. Dal Muratori al
Cesarotti, V, Milano-Napoli, L'arte di conoscere se stesso. Eugenio Di Rienzo,
GALIANI, Celestino in Dizionario Biografico degli Italiani, V. Ferrone, Scienza
natura religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento,
Napoli, Manoscritti, La Politica mercantile, Manoscritti, Idea di una perfetta
repubblica "accorato" Ajello. Segnatamente: Del commercio del Regno
di Napoli, in E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti
inediti, Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma; Della vita civile,
Torino; Massime del governo spagnolo di Napoli, V. Conti, Guida, Napoli Contenuto
nel volume miscellaneo Diego Gambetta, Le strategie della fiducia, Einaudi,
Torino, D. Gambetta, Pierluigi Rovito, «DORIA, Paolo Mattia», in Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roberto
Scazzieri, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero Economia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Giulia Belgioioso, Il Contributo italiano
alla storia del PensieroFilosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.
E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti inediti,
Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma. Fondatore di Roma e primo re de'
romani. Romolo fu il primo re de’ romani e padre della romana republica. Uomo
primieramente d’ardentissimo animo e per le armi grande. E così
fatto certamente l'aveva disposto la fortuna a quello che dovea seguire.
Per la cui opera, in tratante minaccie di vicini , di spinose
montagnie surgesse il fondamento dello’mperio che dovea crescere infino al
cielo. Perchè non si potea porre sicuramente tanta grandezza in
debole fondamento. Sì gran cosa richiedea terra salda e duca d’alto
animo. E così e, che dove prima a pena e assai erba per lo armento d’Ercole,
e dove prima a pena solea essere assai fronde per le capre di
Faustulo, in quello luogo puose la fortezza di tutte le terre e la somma
signoria delli uomini. Dunque costui CON REMO SUO FRATELLO (e insieme con
Rea Silvia, la quale e chiamata Ilia, madre senza dubio) creduto o fitto FIGLIUOLO
DI MARTE, incontanente com’elio nacque prova la crudeltà di Amulio, re
dell’albani , e non solamente contro alla madre, ma eziandio contro
a sé e CONTRO AL SUO FRATELLO. Dal quale Amulio e comandato eh' ellino fossero
gittati NEL TEVERE. E a caso elli sono liberati, o che fosse per divina
provedenzia, la qual cosa è lecito di credere dello imperio che
dovea essere sì grande, quella provedenzia apparecchiante non
sperato cominciamenlo alle grandissime cose. Soperchiando il fiume a caso
le ripe e non potendosi andare a quello, furono gittati quelli
fanciulli presso alla ripa; e, partendosi li famigliari del re, i quali li
avevano gittati, rimasono salvi. A questo luogo, TRATTA DAL PIANTO DI
QUESTI FANCIULLI, venne una lupa (o eh' ella fosse vera o ch'ella
fosse cosa finta, dell'una e dell' altra è nominanza), e , com’ella
avesse compassione, venne a questo luogo, del cui latte elli sono nutricati ,
traendo con li labri il latte delle tette della detta fiera,
infino che furono trovati da Faustulo pastore del re, il quale di sopra
avemo nominato, e la lupa similmente, essendo discresciuto il fiume; e
in fino agli anni della pubertà coli' amore del padre sono
nutricati. Ma allora più di dì in dì il suo vigore si mostrava e per
effetto diventava Famoso. Già sono cari da ogni parte e ampiamente sono terribili,
ogni cosa ardivano; già il suo notricatore, per le opere informato,
comincia a fermarsi in quella openione ch'egli aveva pensalo, cioè quelli
essere figliuoli del re. Questo celato per alcuno tempò, finalmente
apparve: preso Remo da' famigli del re e datogli pena, per consolare
la ingiuria fu dato a NUMITORE suo avolo per parte di madre, nel cui
terreno tramendue i frategli avevano fatte correrie. Il quale veduto, non
mosso ad ira, com'è usanza, per l' ingiuria ricevuta, ma mosso verso di
quello con una nascosa dolciezza, e udito ch'elli sono due, considerato da
l'una parte l'etade di quelli, da l'altra l'aspetto nobile e non
di pastori, vennegli a memoria i suoi nipoti; e , dimandando
pianamente delle circostanzie, trova poco meno che costui e l' uno
de' suoi nipoti, e di questo non dubita. Però elio il tene in più
libertà, e non come preso ma come suo , come veramente elio e. E questa e
più diritta via a distruzione del re, perchè manifestato a Romolo non
solamente la condizione del presente stato del fratello, ma la nazione di
tramendue nascosta infino a quello tempo; ammonendoli colui, ch'e tenuto
padre, ch'elli non sono suoi figliuoli ma sono di schiatta reale; e,
spostali per ordine l’ingiuria di quegli e con questa l’ingiuria di
suo avolo e di sua madre, fatto Romolo più animoso , conosciuto il fatto
, dispuosesi non solamente a LIBERARE IL FRATELLO, ma vendicare sé
e '1 fratello e l'avolo e la madre, non manifestamente perchè era
dispari in possanza , ma pianamente mandati alcuni giovani di qua e di là,
i quali si trovassono a una ora nella casa del re. Così disposti gl’agguati,
e a tempo accorrendo Remo, corsono contra Amulio, il quale non si
guarda e non pensa sì fatto pericolo. Morto Amulio, NUMITORE fratello di
quello, e innanzi cacciato da lui, fu ristituito nel regno, essendo
allegro, non meno per la condizione de'trovati nipoti, che per avere
acquistato il nonne sperato regnio. Da poi, perchè elli erano di grande
animo, e '1 regno di suo avolo gli paree picciolo, lassano Alba all'avolo.
E, amando il luogo della sua puerizia ovvero del suo pericolo,
procurarono di fondare nuova terra in quello luogo. E così, per buono
agurio, edificarono aspera e, acciò ch'io dica più propriamente,
pastorale casa in SUL MONTE PALATINO. E fu posto alla terra il nome di Romolo
solamente, essendo vinto il fratello nello agurio: il quale nome e
temuto poi al mondo da li popoli e dai re. Poi, o che tra
quelli fosse nata discordia, o che fosse perchè egli avesse dispregiato il
comandamento del fratello, Remo, avendo passato il nuovo muro, E MORTO. O
che e per cupidità della signoria, o per rigore di giustizia, la
credenza è varia nelle cose antiche. Romolo, avendo presa la
signoria, ordina sacrifici della patria e forestieri, e prende abito di
re e ornamenti, e ordina XII littori, e compone la legge. Solo a
fermezza del popolo e fondamento di pace e di concordia tre cose
sommamente li pare di provedere : il consiglio , e io accrescere della
cominciata città, e la durabilità; perchè era in picciola terra pochi abitatori.
E per questo gli e speranza di brevissimo tempo, mancando la
cagione del generare de' figliuoli. Dunque primieramente furono eletti C
antichi al Senato, chiamando questo ordine dalla etade, perchè il
nome de' padri e detto dallo amore e da la cura della republica. Secondo,
intra due boschi fu posto uno tempio chiamano asilo -- i greci il
chiamano santo -- il quale stando aperto, grande turba incontanente venne
di vicini paesi; la terza cosa parea che si dove fare con matrimoni -- perchè
soli i maschi non poteano durare se non una etade -- ; la qual cosa
, perchè e negata da' vicini superbamente e vituperosamente, si fa per forza e
per ingegnio. Perchè in questo mezzo, non mostrando l'ira e il
dolore d'essere rifiutato, il re apparecchiò di fare solenni giuochi a Nettunno
, e comanda di fare dinunziare il dì per li popoli vicini. II quale poi che
sopravenne, molti maschi e femmine delle terre vicine a Roma vennero per
vedere i giuochi, e non meno per cupidità di vedere quella nuova terra
quasi nata di subito. Nel mezzo de’ giuochi, essendo ogni uomo attento
con gli occhi e con l'animo, diliberatamente SONO PRESE TUTTE LE FANCIULLE,
non a fine di sua vergognia, ma di tenerle per mogliere e per avere
figliuoli. Dunque confortate con buone parole, tra lo isdegno e le
lacrime, pelle lusinghe di quegli li quali l'aveano prese, prima Romolo,
e poi gli altri , una per uno ne tolseno per moglie: e questo e cagione e
cominciamento di molte battaglie. I padri e i parenti di queste
fanciulle, lamentatisi della forza e della malvagità de' suoi osti, dai
quali ellino, invitati a giuochi, sono stati offesi per gravissima
ingiuria, incontanente uscirono fuori della terra e tornarono a
casa; e, moltiplicando le lamentanze, aggravarono l'offesa, e pigliarono
l'arme e apparecchiaronsi di fare la vendetta. E di lutti i popoli
si fece una raunanza a Tito Tazio re de' sabini, perchè questi avevano più
possanza e aveano ricevuto più ingiuria. Ma perchè la presuntuosa ira non
può indugiare né ricevere consiglio, e perchè l'apparecchiamento alla
guerra pare pigro per rispetto dello ardore dell'animo, ciascheduno, non
aspettando l'uno l'altro, andarono alla battaglia. E innanzi a tutti i
ceninesi con l' oste corsero nel terreno de' romani : contro ai quali
venendo Romolo, mise in rotta i nimici, e UCCIDE ACRONE, re di
quelli, venuto alle mani con lui in singolare battaglia; e, con lieve
assalto, prende la terra di quelli, la quale era impaurita per la morte
del re e per la fuga del popolo. E, tornando a Roma vincitore, porta
in Campidoglio l'armi del re ed edifica lo primo tempio in Roma e
sacrificollo sotto il nome di GIOVE Feretrio -- dove i capitani de'
romani non portano, quando sono vincitori, se non la preda de'
capitani vinti in singolare battaglia, la quale elli chiamano
grassa robarìa. Dunque in quello luogo egli appicca l'armi del
morto re, per esempio del tempo da venire, rado ma grande dono di
quelli che venieno dietro. I secondi che corsono nel terreno
de'romani furono gli atennati; e questi sono vinti e perderono la terra. Ma per
prieghi di Ersilia, moglie di Romolo, la quale e una di quelle sforzate che
porta a gli orecchi del re i prieghi e i desideri dell'altre, ricevuti a
misericordia, venneno ad abitare a Roma. Da poi i crustumini, movendo
elli la guerra, sono vinti leggiermente, crescendo ogni dì la virtù
di Romolo; e, venuti a Roma quelli chi sono vinti, crescendo Roma per li
danni de'nimici. E più a fare colli sabini, i quali quanto
più tardi tanto più maturamente si moveano: presa la rocca di
Campidoglio, per tradimento d'una donzella figliuola di Spurio Tarpeo, il
quale era castellano della delta rocca, dal quale ancora è nominato
quel monte in mezzo di Roma, e dubiosa battaglia, combattendo
quelli dal luogo di sopra. Nella quale battaglia mancando Osto Ostilio,
il quale e arditamente per la parte de' romani infino ch'elio puo, la
gente de' romani tutta si cessò in dietro, cacciando indietro eziandio
Romolo il quale li contrasta. E elli, non sperando già più della forza
umana, dirizzando al cielo le armate mani, chiamando Giove com' elio e
presente, pregando o che gli togliesse la vergogaia del fuggire vilmente, o eh'
elli fortificasse gli abbattuti animi de' suoi con celestiale
aiutorio, fa voto di fare in Roma uno secondo tempio a GIOVE
STATORE, secondo che piace agli scrittori; e, quasi ricevuta la
promissione dal cielo, fatto più ardito ristoroe con sollecita mano la
battaglia già caduta, dicendo a'suoi chiaramente che Giove comanda
così. Per questo la sua gente, seguendo lo esempio del suo re e il
comandamento di Giove, torna contro a'nimici, da' quali non speravasi
ch'egli tornassino; e combattendo innanzi a gli altri aspramente Romolo,
essendo già mutata la condizione della battaglia, quelli che
incalzavano cominciarono a fuggire. Intra i quali MEZIO CURZIO, secondo
dopo il re de' sabini , uomo famosissimo e in quello di 'nanzi a tutti
gli altri in fatti e in virtù molto ardito, non sostenne il furore. Una
palude, ch'era presso, e pericolo e salute a lui, nella quale
spaurito il suo cavallo furiosamente salta con grande paura de' suoi, ma
confortandolo elli e mostrandogli la via, usce fuori. E di questo
nacque il nome di quella palude, cioè, lago Curzio. Uscitone fuori
costui, gli animi crebbono a' suoi, e ancora, bene che con
varia fortuna contro a' sabini, corsono insieme. E, sendo in questo
stato, la pietà trova via di non sperata pace. Combattendo dall'una
parte i mariti, da l'altra parte i padri, vennero tra questi quelle
eh' erano state sforzate; e, non considerando sé essere femmine , non
temendo il pericolo, con prieghi pieni di lagrime e misero abito,
pregarono che fosse posto fine alla guerra. E se voleano pure
andare dietro, volgessono le spade più tosto contro a quelle, le
quali erano cagione della guerra , che, uccidendosi insieme, bruttassono
se di presente e per lo tempo a venire bruttassero li figliuoli di
quelle -- dall'una parte essendo i figliuoli, dall'altra essendo i
nipoti --- e dessono eterna infamia a quelli che ancora non poteano
peccare. Dall' una parte e dall' altra si piegano gli animi e l'ira s'abbattè
e, che maraviglia è a dire, subitamente nell'una oste e nell'altra
fu arrestato il romore dell'armi e il gridare de’ combattitori, sì umile
ammirazione e intrata per quelle rabbiose menti! E non potè
lungamente stare nascosta: le affezioni mutate incontanente uscirono
fuori, e lo riposo segue a la pietà , e la pace segue al silenzio; la
concordia e fatta toccandosi i re le mani, e Roma maravigliosamente crescette
per lo venire de' sabini. E non meno crebbe Y amore dell'una parte e
dell'altra verso di quelle valenti donne, e innanzi a gli altri di
Romolo, il quale rendè loro grandi e debiti onori. Ancora
restano due guerre. L'una colli fìdenati li quali, temendo la
potenzia della signoria di Roma, la quale cresce, e avendola sospetta ,
per sé fecero la pruova che gli altri aveano fatta. Entrando elli nel
terreno de'romani come nimici, Romolo li anda incontro, e puose il
campo non lungi dalla terra de' nimici; e, mostrando maliziosamente
temere, conduce i nimici nelli agguati, e di questo e una non proveduta
paura e uno subito fuggire, in tanto che , mischiati insieme i
vinti e i vincitori, le guardie delle porte appena discerneano i
suoi cittadini da’ nimici; e, entrati dentro, e presa la terra. L'altra
guerra e con quelli da Veio, li quali si mossono per amore de’ fìdenati
e per odio de’ romani, e questi, vinti in campo, e guasto il paese,
dimandando pace, fecero triegua per cento anni, perdendo parte del suo
terreno. Questi furono i cominciamenti di Romolo, questo e il corso di
sua vita e l’ordine de’ suoi fatti; per li quali, appresso quella salvarla
generazione d' uomini e non ancora assai ammaestrati animi del
vulgo, egli merita essere creduto avere alcuna divinità per lo padre e
per se. Uomo al quale non manca animo né ingegnio, in battaglia
glorioso, in casa savio: ordina centurie del popolo e di cavaglieri,
acciò che in ogni tempo di pace e di guerra elio e niuno nega
ch'elio non e inolio amato. Le opinioni di questa cosa sono varie.
Alcuni dicono ch'elio e portato in cielo e posto nel concilio delli dei.
Ma questo è gran salto a uno uomo armato e gravato di peccati,
bagniato di sangue e ignorante del vero Iddio e della via del cielo. Ma
lo ardente e non temperato amore sì fa credere ogni cosa. Dunque,
achetata la tempesta, essendo risposto da' senatori -- eh' erano stati
d'intorno -- al popolo -- disideroso di vedere il suo re e a pruova
cercandolo -- eh' elio e andato in cielo, affermando uno eh' e' lo ha
veduto, e creduto. E quello e
GIULIO PROCULO, uomo di grande nominanza appresso a' suoi, secondo
che si trova, e di grande santitade e, che manifesto è, di gran nobilitade,
come colui che, nato di re albani, venne a Roma con Romolo ed e cominciamento
della giente de’ Giuli -- il quale, ardito di venire in palese, da parola
d'allegrezza al popolo eh' e in tristizia , dicendo che in quello
medesimo dì Romolo, discéso da cielo in abito più che d'uomo, e stato con lui,
affermando eh' ha comandato a lui, con grande tremore non ardito di
guardare la sua facia, questo,
cioè eh' egli dicesse a' suoi cittadini che onorassino l'arti delle
battaglie, essendo certi che ogni potenzia umana è diseguale alla
sua in fatti d'arme; e che la sua città, così piace alli dei, sarà
capo e donna di tutte le terre. E, dette queste parole, levatosi da
gli occhi monta in cielo. E queste cose sono credute a GIULIO il quale le
conta e giura, e lo dolore della morte e mitigato con lo consolamento
della divinità, e l'ira, la quale il popolo ha concetta per la
morte di sì caro re, e umiliata: così ogni uomo crede leggiermente quello
ch'elli desidera. Ma altri pensano che e morto da' senatori, veduto il
buon destro per la tempesta del tempo, e ch'elli il nascosono
nel pantano della palude, acciò CHE NON APARE ALCUNO SEGNIO DELLA SUA
MORTE. Questa, chente dice Livio, è oscura fama, ma, come piace a
chiarissimi scrittori, certamente è vera; bene che, come dice quello nel
medesimo luogo, quell' altra fu nobile per l'ammirazione dell'uomo
e per la presente paura. Puossi forse credere ancora quello che alcuni
hanno pensato, eh' elio non e portato per divinità in cielo né in
terra morto come uomo, ma eh' elio fu morto per la lempestade e per
lo furore della saetta -- la cui forza è ineffabile, e l' operazione
è nascosa --. E questo essere avvenuto a tutti quegli sono con lui, i quali,
quanto elli sono più presso, tanto sono smarriti più e impauriti. E
la libertà è di molte mani nelle cose dubbiose, ma la verità è una sola,
e questa è profondamente nascosta della morte di Romolo come in
molte altre cose. Paolo Mattia Doria. Doria. Keywords: co-operazione,
duelo – duel, the duelists, cooperation – il sensismo, roma repubblicana, la
aristocrazia romana, Romo, Romolo, aristocrazia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Doria” – The
Swimming-Pool Library.


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