Grice
e Genovese: l’implicatura conversazionale della tribù – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “I
like Genovese; for one, he has explored the philosophy of ‘vincoli,’ which is
all that my theory of communication is about!” Grice: “Genovese has explored
the etymology of ‘tribe,’ as originating with Romolo!” Gricce: “Genovese has
punned on Kant’s silly ‘pure reason,’ surely what Kant meant was a pure
critique of reason – since ‘pure’ is hardly synonymous with ‘theoretical,’
which the treatise is all about! When Kant goes on to write Part II, he
qualifies ‘reason,’ as ‘practical,’ HARDLY impure!” – Studia a Pisa e Parigi
sotto Foucault al Collège de France. Interessato alla teoria dei sistemi, entra
in contatto con Luhmann. La teoria sociologica costituirà da allora una parte
importante della sua riflessione. Membro della Fondazione per la critica
sociale, fa parte della redazione della rivista La società degli individui e
lascia la redazione di Il Ponte per contrasti sulla direzione della
rivista. Formatosi in una prospettiva hegelo-marxista vicina alla Scuola
di Francoforte, se ne allontana progressivamente (come si può osservare già in
“Dell’ideologia inconsapevole. attraverso Schopenhauer, Nietzsche, Adorno”
(Napoli, Liguori), assumendo sempre più nettamente una postura
scettico-relativista con un’attenzione alle scienze sociali e, in esse, alla
funzione, appunto relativistica, svolta dall’antropologia culturale. Indicativo
di questo passaggio è l’articolo su “Hume e la filosofia antropologica” in “Tra
scetticismo e nichilismo” (Pisa, Ets), in cui nel contempo si nota l’interesse
per la teoria dei sistemi. La forma
compiuta dell’evoluzione della sua filosofia si trova in “La tribù
occidentale”, “Per una nuova teoria critica” (Torino, Bollati Boringhieri), e:Un
illuminismo autocritico. La tribù occidentale e il caos planetario” (Torino,
Rosenberg e Sellier), in cui, nella presa di distanze dalla soluzione di
Habermas (v. Speranza, “Grice e Habermas”), si profila una logica
dell’ibridazione e del paradosso come fuoriuscita dalla dialettica di marca
hegeliana. Questa linea è approfondita,
in senso più strettamente politico con il rilancio di un’idea di socialismo,
nel successivo “Convivenza difficile” (Milano, Feltrinelli), “L’Occidente tra declino
e utopia” (Milano, Feltrinelli), e soprattutto, facendo i conti finali con la
teoria dei sistemi, nel “Trattato dei vincoli. Conoscenza, comunicazione,
potere” (Napoli, Cronopio), a tutt’oggi
la sua opera teoricamente più significativa. Si è dedicato in modo particolare
ai temi politici e civili con “Che cos’è il berlusconismo” (Roma, Manifesto); “Il
destino dell’intellettuale” (Roma, Manifesto), “Totalitarismi e populismi”
(Roma, Manifesto) -- tutti pubblicati dalla casa editrice Manifesto di Roma, e
intervenendo regolarmente in rete nel sito “Le parole e le cose” e in quello
della rivista Il Ponte. I suoi interessi estetico-letterari si esprimono
dapprima con “Teoria di Lulu. L’immagine femminile e la scena intersoggettiva”
– keywords: scena intersoggetiva – (Napoli, Liguori), in cui, nel rivisitare il
mitico personaggio teatrale, e poi anche filmico, creato da Wedekind, affronta
il tema della cosiddetta lotta dei sessi, ripreso con un romanzo breve in forma
epistolare (“L’anti-eros”, Firenze, Ponte alle Grazie) in cui sono presenti sia
una chiara vena satirica sia il tentativo di fare filosofia in altro modo, in
una vaga ispirazione kierkegaardiana. Seguono i libri di viaggio, o
apparentemente tali nella miscela di finzione narrativa e saggismo, Falso
diario e Tango italiano (Torino, Bollati Boringhieri); “L’Occidente (“Roma,
Manifestolibri), e ancora quello che probabilmente è il suo libro più sofferto,
insieme documento di una crisi e stravolta autobiografia visionaria, “Ci sono
le fate a Stoccolma. Dal diario dell'esilio mentale” (Reggio Emilia, Diabasis).
Altre opere: “Modi di attribuzione” (Napoli,
Liguori); “Figure del paradosso” (Napoli, Liguori); “Critica della ragione
impure” (Milano, Bruno Mondadori); “Gli attrezzi del filosofo” (Roma, Manifesto).
“L'idea, o forse dovrei dire il gesto, mi sembra felice: invece di scrivere un
saggio su x (ideologico, politico, storico) scrivere di sé come turista a
disagio che vorrebbe scrivere un libro su x», G. Bollati a R. Genovese, leGiulio
Bollati. Lo studioso, l'editore, Torino, Bollati Boringhieri, A. Tricomi, La
Repubblica delle Lettere, Macerata, Quodlibet. “Genovese è quasi costretto non
semplicemente ad alternare, ma addirittura a sovrapporre, ad arricchire l'uno
con le peculiarità degli altri, e infine a rendere, più che reversibili,
indistinguibili, registri argomentativi e stilistici tra loro assai diversi. Ci
sono le fate a Stoccolma diventa perciò il libro di un filosofo, senza che mai si possano individuare
luoghi del testo in cui una delle anime che lo ispirano prenda nettamente il
sopravvento». I.Ledueleggendetroianaeromulea.– I.Ilprimopopolo,ossia
iRamni,iTiziieiLuceri.– IV.Laplebe. Dopo la rivoluzione portata nella storia
tradizionale romana dal l'olandese Perizonio, con le sue Animadversiones
historicae, e dal Beaufort con la sua famosa Dissertation sur l'incertitude des
cinq premiers siècles de l'histoire romaine, lavori che si succedettero alla
distanza di mezzo secolo (1), la critica, che era rimasta ne gletta nell'evo
antico e nel medio, perchè riguardata o inutile o incapace di produrre frutti
fecondi, comparve un elemento neces sario nello studio di quella storia
tradizionale. E di quei due critici va detto ciò che in una pubblicazione
recentissima. La prima edizione delle Animadversiones venne in luce ad
Amsterdam nel 1685,equelladella Dis sertation beaufortiana ad Utrecht. Storia
di Roma narrate da R . Bonghi, Manifesto
di Brioschi, Giorgini e
Minghetti.QuestitresignorirecanoilseguentegiudiziosullaStoriaRomanadiB.G.NIEBUHR:
Amalgama felice di erudizione e di critica, l'opera del Niebhur (sic) era fatta
col sentimento che vi domina, non tanto per dare una nuova direzione allo
studio delle antichità, quanto per ispirarne l'amore ». Questo giudizio
dimostra che gli autori del Manifesto non sono storici. Ma appunto perchè non
sono tali, avreb bero potuto astenersi dal profferire sul fondatore della
critica storica moderna un giudizio che dilàdelle Alpi fará un'impressione
tutt'altro che lusinghiera per noi. Al giudiziodegli scrittori del Manifesto,
con trapponiamo quello del Savigny e dello Schwegler, la cui competenza insiffatto
argomento non èscono sciatadaalcuno. Savigny, ne'suoi “Vermischte-Schriften”, così
parla della storia romana del Niebuhr:«L'opera del Niebuhr ha impresso alla trattazione
della storia dell'antichità un carattere affatto nuovo (Niebuhrs Werk hat der
Behandlung der Geschichte des Alterthums einen ganz neuen Charakter verliehen
-- Essa ha inalzato l’ideale della storiografia e fissato l'indirizzo di ogni
ricerca nel campo Rivista di Storia Italiana. Origini Romane. 13 I. I critici:
loro scuole: Niebuhr, Schwegler, Mommsen , Bonghi. I. ragione, aparernostro,
del Niebuhr; che, cioè, questisi propo nesse più d'inspirare l'amore allo studio
delle antichità romane,che di dare a quello studio un indirizzo nuovo. L'opera
del Niebuhr mirasoprattuttoaquesto secondoscopo;quantoall'altro,delde stare
l'interesse per lo studio delle antichità,esso rampollava natu ralmente dal
primo ; mentre la critica del PERIZONIO e del Beaufort, pel suo carattere
negativo, non poteva prefiggersi che quest'ultimo scopo. Sebbene però
ilconcorsodellacritica fosse, dopolacomparsadel l'opera del Perizonio, generalmente
ammesso,esso non fu usato da tutti secondo l'ufficio suo. E se i più se ne
giovarono per ret tificare od anche per abbattere del tutto la tradizione
romana, non mancarono anche coloro che se ne servissero in senso op posto, che
è a dire, in difesa di essa tradizione. Fra
questi ultimi vanno segnalati Kobbe (“Römische Geschichte”), Gerlach e
Bachhofen (“Geschichte der Römer), Newmann (“Royal Rome,” ecc.) e Duruy (“Histoire
des Romains”). Gli altri scrittori, e sono il maggior numero, si divisero in
due scuole:all'una vanno ascritti iseguaci del NIEBUHR, all'altraisuoi
correttori. Oggi il campo è tenuto dai secondi , in mezzo ai quali spiccano le
due splendide figure di Schwegler e di Mommsen. Costoro sono pure campioni di
due metodi diversi nel l'applicazione della critica alla storia tradizionale
romana. Il metodo dello Schwegler è severamente analitico. Egli espone prima la
tra dizione in tutti i suoi minuti particolari e con le sue variant. Poi, nel
paragrafo successivo, assoggetta la tradizione ad un rigoroso esame critico,
diretto a scovrirne la genesi,e ilcarattere degli ele menti che concorsero a
crearla. In questa diagnosi spicca, colla potenza di acume dello scrittore, la
sua meravigliosa erudizione. Dopo di avere ben fermato il concetto della
leggenda e del mito, e fissate del secondo le categorie diverse (mito
etiologico, etimologico, ecc.), egli procede a classificare geneticamente i
singoli elementi della tradizione romana, e ci dice quali debbano ascriversi
delleantichità romane -- Schwegler (Röm. Gesch.) aggiunge:« La Storia Romana del
Niebuhr, opera sotto ogni rispetto classica, non solo diede una nuova direzione
allo studio dell'antichità fatto sinora, ma è ancora il punto di partenza e il
fondamento a tutte le ricerche future, alle quali egli segnò l'indirizzo e diede
il più fecondo impulso (Seinerömische Geschichte,eingrossartiges,injeder
Beziehung classisches Werk,ist nicht nur der Brennpankt und Abschluss der
bisherigen, sondern auch der Ausganzspunkt und die Grundlage aller spätern
Forschungen, zu denen es den Anstoss und die fruchtbarste Anregung gegeben
hat). alla leggenda, quali all'una o all'altra forma del mito, e quali deb
bano aversi in conto di storici. Non oseremmo asserire che in questa minuta
classificazione Schwegler cogliesse sempre nelsegno. Ma dobbiamo pur dichiarare
che in essa nulla apparisce mai di co scientemente arbitrario; di maniera che
si potrà dissentire da una data sua opinione, perchè faccian difetto gli
argomenti con cui c o m provarla, non già perchè gli argomenti siano stati usati
a sproposito. L'opera di Schwegler, comparsa or fanno 30 anni, è rimasta, a
parer nostro, fino ad oggi insuperata. Il metodo delMommsen
ètuttol'oppostodiquello dello Schwegler. Qua il racconto tradizionale è preso
in esame capo per capo ; là di esso non è fatto nemmen parola. In luogo della
tradizione, abbiamo un racconto ricostruito dalla critica, senza però che
estrinsecamente apparisca traccia di siffatto lavoro.Non vi è dubbio che questo
m e todo presenti maggiori attrattive dell'altro,perocchè escluda ogni processo
dimostrativo; ma appunto perciò porta anche maggiore responsabilità a chi lo
segue ; e offre più largo campo alle censure. La Storia romana del Mommsen ne
incontro difatti di vive ed acerbe, sebbene il valore generale della sua opera
fosse da tutti rico nosciuto. La polemica suscitata da essa torna poi a grande
profitto della critica storica, perchè essa diè occasione al Mommsen di
lumeggiare alcuni luoghi oscuri della Storia romana, mercè una serie di
monografie storico-critiche, che egli raccolse col titolo di “Ricerche romane” –
“Römische Forschungen.” Il metodo di Schwegler trova in questi ultimi giorni un
am plificatore fra noi,in Ruggiero Bonghi.La sua Storia di Roma, da molti anni
aspettata, ha cominciato ora a comparire in luce col primo volume. Il
chiarissimo autore premette ad esso una lettera in risposta al manifesto dei
triumviri che aveano promosso la pub blicazione della sua opera.In questa
lettera egli dice, che « gli pa reva strano e vergognoso che una storia tutta
nostra non avesse mai ritrovato in Italia chi dopo gli antichi avesse
intrapreso di narrarla.Veramente, gli storici nazionali di Roma antica non
mancano, come non mancarono i critici, e da Lorenzo Valla ad Atto Vannucci
trovasi una schiera numerosa di dotti che a quello studio applicarono l'ingegno
e la dottrina. In questa schiera spiccano i nomi di ORIOLI, di UCCELLI, di ROSSI,
di CANAL, di CANINA, le cui opere dimostrano, che noi non ci eravamo
con tentati, come afferma il Bonghi, di tradurre prima Rollin, poi Niebuhr
e Mommsen . E se la letteratura nostra mancasse pure di codeste opere, non
basterebbero le pagine inspirate che sulla storia romana dettarono il MACHIAVELLI
e il VICO, per ismentire il basso concetto che il Bonghi reca della
storiografia italiana? Il volume che abbiamo davanti non contiene sufficiente
materia, perchè si possa dire fin d'ora in quale misura l'aspettazione
dell'opera sia stata soddisfatta. Perché l'autore, amplificando, come si è
detto, il metodo dello Schwegler , premette alla critica storica la critica
letteraria della tradizione. All'esame di ciò che vi può es sere di storico
nella tradizione e della genesi sua, egli manda innanzi la ricerca della sua
forma primigenia. Per ora non abbiamo che la sua dichiarazione di avere
scoverto « in una selva selvaggia ed aspra e forte di dissensi, di congetture,
di questioni d'ogni fatta qualche sentiero non ancora battuto »; lo che acuisce
il desiderio di averesott'occhi la seconda parte del volume, che avrebbedo vuto
comparire insieme con la prima , con la quale ha comune il subbietto, e della
quale è l'anima. L'autore stesso riconosce che lo scompagnare le due parti,
come si è fatto, « avrebbe reso meno facile ai lettori di comprendere il suo
disegno. E così appunto è avvenuto. Ed io devo confessare che questa difficoltà
è nata anche in me, sebbene il lungo esercizio mi abbia reso in certo modo fa
migliare questo studio. Dopo illavoro diligentissimo di Schwegler, a me era
parsa meno necessaria quest'opera di gran pazienza e fatica, come l’autore
stesso chiama e con ragione,l'esameminu tissimo cui sottopose la tradizione.E
perchè a ciò solo non si rimane l'opera sua nel volume pubblicato,ma qua
elàeglifuindottodallo sviluppo della sua analisi, ad entrare nel merito storico
della tradizione, la separazione della seconda parte dalla prima è ancor più
deplorata.Senza di essa noi avremmo,per esempio,chiaritosubito la teorica, con
la quale l'autore chiude il suo discorso sulla leggenda di ROMOLO, e che messa fuoriamo
di assioma storico,anoi è parsa mancante della necessaria chiarezza, per
poterci risolvere ad accettarla. Eccola con le parole stesse dell'Autore : «
Del rima nente,ènecessario,dic'egli, tenere ben distinte queste tre dimande. Prima,
se una leggenda contenga elementi storici. Seconda, quale sebbene pero
l'Italia abbia fatto il dover suo in questo impor tante studio, ciò non iscema
l'interesse che desta nei dotti la com parsa di un'opera, dettata da una mente
che della sua grande potenza avea dato saggi copiosissimi nelle discipline più
svariate. la storia sia stata. Terza, come la leggenda sia nata. Noi
abbiamo obbligo di rispondere di no alla prima dimanda,se ci si prova che debba
essere negativa, pur quando non abbiam modo - e moltissime volte anche a tempi
molto più vicini ai nostri, che non sono quelli della fondazione di ROMA, non ne
abbiamo il modo — di rispondere nè in tutto nè in parte alla seconda ed alla
terza ». Come si vede, questo giudizio riesce alquanto oscuro, particolarmente
perché gli manca una dichiarazione di termini, senza la quale non se ne può
misurare il valore. Che cosa intende BONGHI per leggenda? Ciò che noi chiamiamo
leggenda, i Tedeschi chiamano Sage, ma la differenza sta tutta nella forma,
mentre un solo ne è il concetto. Ora il concetto della leggenda è questo. Cioè,
il ricordo di un evento notevole trasmesso oralmente, soprattutto per mezzo di
canti popolari, dall'una all'altra generazione, e colorito dalla fantasia per
modo da imprimere ad esso un carattere prodigioso. Il nucleo della
leggendaèadunque storico. Il mito, invece, è tutt'altra cosa. In luogo del
fatto storico che costituisce l'essenza della leggenda, nel mito abbiamo come
elemento essenziale e come motivo genetico una data idea, resa concreta e
sensibile per mezzo di un intreccio di fatti immaginarii. Ora, nella tradizione
romana leggenda e mito trovansi mescolati insieme, e il lavoro della critica
consiste in cio appunto, di sceverare l'una dall'altro, e liberare entrambi
dagli invo lucri che hanno impresso a ciascuno il carattere proprio. Questo
lavoro, che non è meno improbo, e per la storia è assai più utile di quello
fatto dal BONGHI nel primo volume della sua opera, e già tentato da molti. Ed è
in esso che apparirà nel vero valor suo l'opera dell'illustre storico. Il
presente volume si chiude all'anno 283 della fondazione di Roma. Ed ecco la
ragione che BONGHI dà di questa fermata. -- Succede, dice BONGHI, non
addirittura il primo fatto certo della storia interna di ROMA, ma quello
de'suoi fatti certi più antichi da cui tutta la sua storia anteriore è
spiegata, e tutta la sua storia posteriore,è,se mi si permette la parola,
preformata. L’elezione dei tribuni nei comizii tribute. Per ciò che riguarda la
certezza del fatto accennato, notiamo che esso, tanto rispetto alla sua
cronologia, quanto rispetto al suo stesso contenuto, è tutt'altro che
sicuro.Fatti certi dei primi secoli di Roma non ponno chiamarsi che quelli i
quali sono attestati da documenti autentici. Ed essi sono : la fondazione del
tempio federale di Diana sull'AVENTINO, avvenuta sotto il regno di Servio
Tullio : il trattato federale stipulato da Tarquinio il Juniore coi
Sabini : il primo trat tato di navigazione e commercio conchiuso da Roma con
Cartagine subito dopo il bando di quel re. E il patto federale conchiuso da
Roma colle città latine sotto il secondo consolato di Spurio Cassio. Questi
sonoifatti,chesiponno chiamarcerti,perchèqualcunodegli storici maggiori
dichiarò di avere visto il documento originale in cui erano consacrati. Tale
qualifica non può essere data alla lex Publilia, il cui contenuto forma ancor
oggi obbietto di disputazioni fra i critici. Il Bonghi ci dice fin d'ora
com'egli spieghi il tenore di quella legge, ed io sono curioso di sentire con
quali nuovi ar gomenti egli suffragherà una opinione,che oggi è abbandonata dai
più; e cioè, che prima della lex Publilia i tribuni della plebe fos sero eletti
in altra sede fuorchè nei comizii tributi.Nei nostri Saggi critici noi
esprimemmo il nostro avviso sul tenore della lex Publilia, e rimandiamo il
lettore a quel nostro libro, non essendo il caso di
ripeterquiciòchescrivemmoaltrove.— Un'ultima osservazione. BONGHI dice, che il
fatto del 283 è quello dei fatti certi più antichi di Roma, che spiega tutta la
sua storia anteriore.Aspetto di avere la dimostrazione di questo asserto prima
di giudicarlo. Per ora, la mia opinione, è che al disopra di quel fatto (badisi
che qui si parla di fatti interni) ci stia l'altro della creazione del
tribunato della plebe, da cui tanto la lex Publilia, quanto le successive leges
tribuniciae e manarono come prodotti necessarii di un fattore comune. Il primo
problema che si affaccia alla critica nello studio delle romane origini, è come
avvenisse l'innesto della leggenda troiana nella leggenda romulea, perchè è
fuor d'ogni dubbio che l'una e l'altra traessero origine da fonti diverse. E
mentre la romulea è creazione paesana, nata sui luoghi stessi che sono la scena
del suo racconto, la troiana è indubbiamente importazione straniera. Però non
tutti gli elementi di questa seconda leggenda sono nati di fuori. Dal momento
che l'eroe troiano ha posto piede nel Lazio, la leggenda lo mette in relazione
con le popolazioni indigene, facendogli imprendere una serie di guerre coi
Latini, Sabini ed Etruschi.Ora, se tolgasi il protagonista che è un personaggio
favoloso, il racconto di quelle guerre racchiude indubbiamente elementi
storici, che la sciati inavvertiti da CATONE e da Dionisio, furono segnalati e
lumeggiati dall'autore dell’ “Eneide.” Infatti,mentre presso idue primi,le
lotte combattute da Enea si presentano come guerre dinastiche, nelle quali i
popoli appariscono come stromento delle ambizioni di questo o di quel principe.
Presso VIRGILIO quelle lotte assumono fin da principio la proporzione di una
guerra di stirpi italiche,in cui sono adombrati gli sconvolgimenti
politico-sociali onde il Lazio fu teatro nella età pre-romana. Quel Turno che
negli altri racconti figura come capo dei Rutuli, nell’ “Eneide” comparisce
come duce di una intera confederazione di città italiche e di popoli di diversa
stirpe. Alla sua chiamata accorrono iguerrieri di Laurento,Ardea, An tenne,
Crustumerio, Tiburi, Atina, Preneste, Gabii, Anagnia, e con essi gli Aurunci,i
Volsci,i Sabini, i Falisci. Per tener fronte a tanta oste, Enea, seguendo il
consiglio d’Evandro, rivolgesi ai Tirreni,iquali eransidirecenteliberatidal
tirannoMezenzio, divenuto ora alleato di Turno. E col loro ausilio, conquista
Laurento. Ora, levando da questo racconto la parte leggendaria che è la
intromessa di Enea, chiaro apparisce il contenuto storico di esso.Ivi troviamo
adombrati, da un lato,iprogressi della conquista etrusca nella valle inferiore
del Tevere, e dall'altro, gli sforzi operati dai popoli del Lazio per redimere
il paese dalla servitù straniera.Alla quale impresa i latini trovano ausiliarii
non pure nelle città fini time del Lazio, ma ancora in un popolo di stirpe
sabellica che la primavera sacra ha già portato sulla frontiera latina, e a cui
la parte avuta nella liberazione del Lazio frutta una stanza nel Set timonzio.
Così per mezzo di VIRGILIO noi siamo posti in grado di spiegare la presenza dei
Sabini sul Quirinale e sul Capitolino, comple tando la tradizione romana, il
cui contenuto storico, purificato da gl’innesti leggendarii,consiste nel
presentarciidue popoli,latinoe sabino, viventi già l'uno presso l'altro sul
Settimonzio, e riusciti a pacificarsi e ad unirsi insieme dopo di essere stati
lungamente in guerra fra loro. Ancora nei tempi storici, noi troviamo gl’etruschi
imperanti nella Campania ; prima di arrivare nella valle del Vol turno, essi
aveano dovuto trarre in loro potere la valle inferiore del Tevere, che è a dire
, il LAZIO. Senza l'Eneide non sapremmo come questo paese ricuperata avesse la
sua libertà.L'Eneide ci apprende che ricuperolla per mezzo di una insurrezione
popolare capitanata da un eroe. Quest'eroe è TURNO. Enea gli ha strappato dal capo
il lauro dei prodi. Ma l’Eneaitalicoèunmito;Turno invece è persona rimasta viva
nella tradizione di un popolo. Ed è singolare, che dal gran cantore d’Enea la
critica storica sia stata messa sulla via di riconoscere in TURNO un EROE
ITALICO, e di rendergli la sua corona. Dopo questa digressione, che non c'èparsafuoridiluogo,ve
niamo ora a risolvere il problema della confusione avvenuta di due
leggende,tanto diverse l'una dall'altra, sia perla fonte da cui emanano, sia
pel loro contenuto. La tradizione romana nella sua forma più antica, non --
Ennius dicit Iliam fuisse filiam Aeneae,quod si est,Aeneas arus est Romuli »
Servio,ad Æn.,VI,778. sa nulla nè dell'una nè dell'altra leggenda. Prima che la
boria destata dalla potenza di Roma, introducesse il troiano Enea nelle romane origini,
a che nascesse il bisogno di spiegare riflessivamente l'origine nomi, di
instituti e di consuetudini di antiche che si trovavano esistenti da tempo
immemorabile, senza che fosse stato riferito ab antiquo come fossero nate,la
fondazione di Roma erasi spiegata in quel modo semplice, in cui l'antichità si
figura la origine di tutte le città greco-italiche, vale a dire,per mezzo di un
fondatore epo n i m o . Una città che no ma vasi Roma, dove a a dunque, secondo
il concetto dell'antichità, avere avuto per fondatore un Romo, progenie divina
al pari di tutti i fondatori eponimi. Ed a noi fu serbata questa tradizione
semplice della origine di Roma, la quale biamente la più antica. Ne dobbiamo è
indub la conoscenza al grammatico FESTO, che la tolse dallo storico Antigono. «
Antigonus, italicae historiae scriptor, ait, RHOMUM quemdam nomine, Jove
conceptum urbem condidisse in Palatio , ,Romae eiquededissenomen».Così Festo
all'articolo Romam . La tradizione romulea, nella quale l'eponimo ROMO diventa
ROMOLO e gli è dato Remo per fratello,e l'uno e l'altro sono aggregati alla
dinastia dei Silvii che regnava ad Alba Lunga e ripeteva la sua origine da
Enea; questa tradizione era dunque ignota all'antichità.Lo stesso ENNIO non la conosce
che in uno stato ancora embrionale, giacchè ENNIO dà alla madre di Romolo, Ilia,
Enea per padre. Pero , il concetto inspiratore della leggenda è già nato col
poeta rudiese, come è nato l'intrecciamento delle due leggende Ora come avvenne
questa sovrapposizione . della leggenda troiana alla romulea? La ragione
psicologica del fatto fu data già da VICO in quella boria delle nazioni, le
quali appena son pervenute leggenda ad un alto grado di potenza, non sdegnano
loro origini oscure, e aspirano a fastose e insigni. VICO accenna anche la
capitale cagione che indusse i romani, quando andarono in cerca di origini
fastose, a fissare la mente sulla leggenda di Enea.Ei laattribuisce alla fama
strepitosa che ebbe per lo mondo la guerra di Troia, a cagione del poema di
Omero e della introduzione dell'Occidente nel ciclo troiano, dovuta alla via
che si fece percorrere al reduce Ulisse. Però se la boria nazionale fu la causa
inspiratrice della fusione delle due leggende, a questa non mancarono altri
impulsi. Quando il Senato romano, verso la fine della prima guerra punica,
inter venne nella contesa fra gl’etoli e gl’acarnani, e giustifica la sua
intromessa in favore dei secondi, osservando che gli Acarnani erano il solo
popolo greco, il quale non avesse partecipato alla guerra contro i Troiani
progenitori dei Romani , era l'orgoglio nazionale che ispirava quella
dichiarazione. Similmente, quando il senato accetta l'amicizia offerta dal re
Seleuco, ponendovi per condizione che liberasse i Troiani da ogni tributo ; e
quando Flaminino , nel pre sentareidonativideiRomani
aiDioscurieadApollo,chiamòisuoi concittadini col nome di Eneadi, è sempre
l'orgoglio nazionale che inspira la fusione delle due leggende. Ma allorquando
la politica militare di Roma ebbe prodotto in seno Altri fattori vanno
considerati. E , soprattutto, la parte che nella propagazione della leggenda di
Enea in Italia ebbero le numerose colonie greche dell'Italia meridionale, e più
specialmente Cuma, che oltre ad essere la più antica e la più vicina al Lazio,
era di pro venienza diretta dall'Asia Minore, e precisamente dalla Misia, luogo
finitimo alla Troade. E come le colonie greco-italiche divennero al trettanti
centri propagatori del culto di Afrodite Alveias, dea dei naviganti, con cui la
leggenda di Enea è intimamente collegata, cosi l'oracolo della Sibilla cumana
divenne ilcentro propagatore dei fausti vaticinii, onde la religione della
dardanica Afrodite confor tava nel suo esilio la famiglia degli Eneadi. Già
nell’ “Iliade” è fatta allusione a quei vaticinii, dicendosi che la famiglia di
Enea era serbata ad un nuovo e splendido avvenire, mentre quella di Priamo era
stata destinata alla perdizione. Ora , in questa promessa di un glorioso
avvenire serbato alla progenie di Enea giace il motivo riflesso dell'amalgama
delle due leggende troiana e romulea. Roma costitui se stessa obbietto dei
vaticinii sibillini, e dichiarò avvenute in se stessa le promesse fatte ai
discendenti di Enea. Già ENNIO presenta in questo modo il fatto, dicendo che
Troia era risorta in Roma, e non andrà guari che la repubblica innalza a domma
nazionale l'origine troiana della potente metropoli. alla
Repubblica i suoi effetti liberticidi, e la maestà quiritaria che era in bocca
a tutte le nazioni straniere, ed era oggetto di terrore e di riverenza
universale, scomparve dal popolo per riassumersi in un uomo, l'orgoglio
nazionale passò in seconda linea per cedere il primo posto all'interesse
dinastico creato da un usurpatore.Il grande anello di congiunzione fra la
leggenda di Enea e la dinastia dei Cesari è quel famoso Julo, che comparisce
nella genealogia degli Eneadi, or quale figlio, or quale nipote di Enea. E cosi
nell'uno,come nell'altro grado, sembra siavi stato introdotto dai Giulii
stessi, dopo che fu sorto il giorno di loro grande fortuna. Infatti, gli
scrittori più an tichi della leggenda non conoscono quel nome , sebbene più
nomi attribuiscano al presunto figlio di Enea,chiamandolo ora Eurileone, ora
Ascanio, ora Ilo. Forse quest'ultimo nome, che ricorda quello della patria
Ilio,suggerì l'idea della finzione genetica,ed Ilo diventò facilmente Julo
progenitore degli Julii. Ciò spiegherebbe il fatto del comparir di quel nome
per la prima volta negli scrittori cesarei. C o m un quesia dell'origine sua,
venne un giorno che il popolo romano apprese per bocca di Caio GIULIO CESARE,
ch'esso avea nel suo seno una progenie di celesti, e che dalla morte di Romolo
in poi essa avea camminato fuori del diritto divino, nel cui sentiero era ora
chia mato a ritornare. Il giorno in cui Cesare, essendo questore,recitò dalla
tribuna del Foro il panegirico di sua zia Giulia, fu decisivo per le sorti di
Roma e del mondo. E là che egli annunzia al popolo stupito, che la sua famiglia
eraaduntempoprogeniedidèiedire.«Amitae meae Juliae maternum genus ab regibus
ortum,paternum cum Diis immortalibus conjunctum est.Nam ab Anco Marcio sunt
Marcii reges, quo nomine fuit mater, a Venere Julii, cujus gentis familia est
nostra. Est ergo in genere et sanctitas regum qui plurimum inter homines
pollent, et caerimonias deorum, quorum ipsi in pote state sunt reges » (1).
Quando GIULIO CESARE recita questa orazione non avea che 32 anni di età , e non
avea fatto ancora il suo ingresso nella politica militante, comecchè avesse già
coperto parecchie magistrature.Ma l'uomo che avea osato fare pubblicamente
l'apologia della regia potestà e pro clamare la origine divina della sua
famiglia, avea già intuito il futuro e divisato di rivolgerne a suo profitto il
realizzamento. Nel seguente anno , infatti, lo vediamo stretto in lega con
Pompeo , e SVETONIO, Caes ., avviato a compiere il cammino trionfale che da
Farsaglia lo condurrà a Munda, e metterà nelle sue mani l'impero del mondo.
Riassumendo per tanto le cose in sinquidette, notamo che se la leggenda romulea
è anteriore alla troiana, all'una e all'altra so vrasta per antichità la
leggenda semplice,riferitada Antigono,che Roma avesse avuto per fondatore un
eroe eponimo progenie di celesti, e cioè, che fosse nata nello stesso modo in
cui l'antichità si figura l'origine di tutte le città greco-italiche: che la
leggenda ro mulea, sebbene nata sul suolo romano, mostrasi nelle sue parti es
senziali come il prodotto di una invenzione riflessa, avente in mira di
spiegare sistematicamente le origini di nomi, d'instituti e di consuetudini
antiche che si trovavano esistenti da tempo immemorabile, senza che fosse stato
riferito come avessero avuto nascimento : che la leggenda troiana, divulgata in
Occidente per mezzo delle colonie italiche e degli oracoli sibillini, fu introdotta
nella leggenda romulea, quando la boria destata nei Romani dalla loro potenza
li obbligo ad andare in cerca di origini fastose da sostituire alla ori gine
volgare trasmessa loro dai maggiori. E come la discendenza di Enea era stata
creata per soddisfare l'orgoglio di un popolo conquistatore, cosi essa e
scaltramente usufruita da GIULIO CESARE per legittimare la sua opera
liberticida. Un altro problema non meno interessante della fusione delle due
leggende troiana e romulea,per mezzo della quale si spiegò l'ori gine della
città di Roma,è quello che concerne la formazione del suo primo popolo. La
tradizione romana spiega questa formazione in un modo semplicissimo. Romolo,
dopo che ebbe per la morte di Tito Tazio raccolta nelle sue mani la sovranità
sui socii Sabini del Settimonzio, parti il popolo in tre tribù, e pose a
ciascuna il nome del duce che aveala capitanata. Ai suoi pose pertanto il nome
di Ramnenses ; ai seguaci di Tazio il nome di Titienses, e a quelli
diLucumone,cheavealoaiutatonellaguerra contro i Sabini,il nome di Lucerenses.
Quanto alla nazionalità, la tradizione ne at tribuisce una propria a ciascuna
tribù.I Ramnenses di Romolo sono per lei Latini ; i Titienses di Tazio sono
Sabini, e iLucerenses di Lucumone sono Etruschi. Però, se la tradizione è
concorde ri spetto alla origine dei due primi nomi, non lo è rispetto a
quella III. del terzo. Il Lucumone di CICERONE diventa presso
Plutarco illucus asyli, e presso Paolo Diacono il titolo dignitario e il nome
topico si trasformano in una persona, in Lucero re di Ardea. Queste va rianti
attestano per se stesse la mal ferma base su cui riposa co desta tradizione.
Livio se la sbriga, dicendo il nome dei Luceri di incerta origine. Ma se lo
storico maggiore di Roma qualifica d'in certezza l'origine dei Luceri , la
filologia dichiara impossibile la derivazione dei Ramni da Romolo, avendo
questi due nomi radicali affatto diverse. Pure la origine dei nomi sarebbe cosa
di poco interesse, quando ad essi non si annettesse la origine della nazionalità.
Il Lucumone o il re Lucero da cui si è derivato il nome della terza tribù ro
mana, si è prodotto come testimonio della origine etrusca di questa tribù, e da
ciò si trasse la conclusione, che la nazione romana uscisse fuori da tre
elementi etnici, il latino, il sabino e l'etrusco, e fosse quindi una nazione
mista. Diciamo subito che questa opinione è oggi abbandonata, e che la critica
moderna, dopo di avere impugnato la provenienza etrusca deiLuceri,non
arrestandosiaquestoresultamentonegativo,hapur risoluto positivamente la
questione, dimostrando che iLuceri devono essere
tenutiincontodiunaschiattalatina;ondelanazionero mana sarebbe stata composta di
due elementi etnici omogenei , il latino e il sabino, ramificazioni entrambi
del gran ceppo italico,chePrima della pubblicazione della Storia Romana di
SCHWEGLER ,l'origine etrusca dei Luceri era ammessa dalla maggior parte degli
storici. Tra i fautori di essa vanno ricordati: Feodor Eago, Untergang der
Naturstaaton,WACHSMUTH, Aeltere Geschichte des römischen Staats, GÖTTLING, Geschichte
der römischen Staatsverfassung, USCHOLD, Geschichte des trojanischen Krieges. KORTÜm,Römische
Geschichte, BECKER, Handbuch der römischen alterthümer, WALTER, Geschichte des
römischen Rechts, SCHÖMANN, De Tullo Hostilio,PUCCELLI, Altreviste sugl’antichi
popoli italiani, Cortona, VANNUCCI, Storia dell'Italia antica, Fir., L'origine latina,
anzi albana, dei Luceri è ammessa da Niebun, Römische Geschichte, da SCHWEOLER,
Römische Geschichte, –da NIEMEYER, De equitibus romanis, BREDA, Centurie-Verfassung
des Servius Tullius da KLAUSEN, Aeneas und die Penaten dal Römische Alterthümer,
Mommsen si limita ad osservare, non esseircvhinailcchutns ostacolo ad ammettere
la origine latina dei Luceri (Ueber die Herkunft der Lucerer lässtzu erklären),
sagen,als das nichts in Wege steht die gleich den Ramnern für eine
latinischeque Glelmaeidnidaendare in cerca Röm. Gesch. Ihne invece è scettico, e
dice che è fatica sprecata dall'ag del vero su una questione nella quale le fonti
ci lasciano al buio, e che non si gu2a0d.agna nulla giugnere un'opinione nuova
a quella degl’antichi, Röm. Gesch., Leipzig, dal LANGE, parer nostro, che Ihne
non ha bene studiato la quistione, altrimenti troverebbe che si guadagna
qualche cosa da questa aggiunta. Il primo guadagno che si fa è quello di avere
chiarito il significato del nome di questa terza tribù. Lucere vuol dire
risplendere; Luceri equivarrebbe adunque ad illustres. E questo appellativo ben
si addice alla nobiltà di Alba, la quale, dopo la distruzione della loro
patria, fu trasferita nel Settimonzio ed ebbe per sua stanza il Celio. Cid
dimostra,a immigro in Italia dopo iljapigicoe prima dei Raseni. Noi
diremo gli argomenti coi quali si impugna la origine etrusca dei Luceri ; indi
ci faremo a dire quelli coi quali si dimostró la loro origine latina, e la loro
provenienza da Alba Longa. Prima di tutto, vuolsi avere presente, che la
origine etrusca dei Luceri non è che una mera presunzione, mancante di una
tradizione positiva, e desunta da dati estrinseci ed accidentali, che pas sati
sotto il crogiuolo della critica, non danno alcun frutto. L'uno di questi dati
fu somministrato da certa analogia che si riscontra fra il nome della terza
tribù e quello di Lucumone , che è titolo gentilizio e dignitario presso gl’etruschi.
E come il nome del colle Celio si è voluto spiegare derivandolo da un duce
etrusco per nome Cele Vibenna,ilquale,secondo alcuni (Varrone),altempo di
Romolo, secondo altri (Tacito), al tempo di Tarquinio Prisco, sarebbesi sta
bilito con una grossa schiera dei suoi connazionali nel Settimonzio; cosi il
nome Luceri che portavano gli abitanti del Celio si spiego per mezzo del titolo
di Lucumone che portava il Vibenna. L'altro dato è ancor più arbitrario, in
quanto che fu desunto dalla ubicazione geografica di Roma,quasicheilfattodeltrovarsiRoma
in mezzo a tre schiatte diverse, generar dovesse necessariamente l'ef fetto,
che essa componesse la sua cittadinanza con ciascuna delle tre schiatte, per
modo che esse vi fossero rappresentate tutte pro porzionalmente. A questo
concetto subbiettivo si contrappone vitto riosamente per ciò che riguarda il
contingente etrusco, il famoso motto del trans Tiberim vendere, e del senso
latissimo che esso acquisto e mantenne per lungo volgere di secoli, anche dopo
che gli Etruschi erano caduti sotto la dipendenza di Roma, ed il Tevere cessa
di essere un confine politico. In verità,che se gli Etruschi avessero dato a
Roma un contingente proporzionale della sua cittadinanza, quel motto diverrebbe
uno strano enimma. Perchè esso non si riferisce tanto alla divisione politica
dei due stati, romano ed etrusco, quanto alla differenza di nazionalità, avvertita
e vivamente sentita nella lingua, nelle istituzioni politiche e civili, e nei
costumi dei Romani. Ma se i dati estrinseci su cui fu eretta l'ipotesi della
origine etrusca dei Luceri non giustificano siffatta conghiettura, le prove
intrinseche dimostrano addirittura la sua falsità. Queste prove si de sumono
dalla lingua e dalla religione dei Romani. È ovvio,che se gli Etruschi avessero
dato un proprio contributo alla formazione del popolo romano, in tal caso la
lingua latina dovrebbe somministrare la chiave per decifrare le inscrizioni
etrusche, ed essa stessado vrebbe contenere tale copia di voci etrusche da
assumere il carat tere di una lingua mista, ossia, di una lingua formata di due
diversi organismi ; ma nè il latino aiuta a spiegare l'etrusco, nè nella co
stituzione organica della lingua del Lazio apparisce alcun vestigio di miscele
eterogenee;chè,anzi,la caratteristica peculiare della lingua latina è la
straordinaria uniformità della sua struttura; lo che attesta la uniformità
della sua formazione. Alla stessa conclusione conduce l'esame delle istituzioni
religiose di Roma. Se i Luceri fosserostatiunatribù etrusca,lareligione romana
conterrebbe traccie di divinità e di culti etruschi,come ne presenta di
divinità sabine. Imperocchè il pareggiamento successivo della terza tribù alle
due prime dovesse avere per effetto la mutua comunicazione dei rispettivi
culti, come cið era avvenuto prima fra i Ramni e i Tizii, ossia fra Latini e
Sabini. Ora, la religione ro mana non presenta una sola divinità e un solo
culto che vesta un carattere etrusco. Anche lo stato d'inferiorità, in
che,rispetto alla tribù dei ramni e dei tizii, trovasi la tribù dei
Luceri,portato al grado da tenere costoro fino al tempo di Tarquinio Prisco
esclusi dal Senato, contraddice alla ipotesi che i Luceri entrassero fin dal
l'origine di Roma a formar parte del primo popolo, e compissero di questo la
compagine etnica recando nel suo seno l'elemento etrusco. Questo stato
d'inferiorità si spiega invece in modo semplice e na turale, quando ammettasi
che la tribù dei Luceri fosse costituita dai nobili d'Alba tramutati a Roma, e che
quindi entrasse più tardi a formar parte del primo popolo. Alla posteriore
aggregazione dei Luceri alle due primitive tribù, e allo stato d'inferiorità
dei primi rispetto alle seconde accenna il verso di Properzio. Hinc Taties Ramnesque
viri, Luceresque coloni. Non mancano poi le prove dirette, dimostranti che i
Luceri , oltre ad essere e n trati posteriormente nel consorzio dei Romani e
dei Tizii,sono pure di origine albana. Tito Livio (II, 33), parlando degli
stanziamenti condotti dal re Anco Marcio sul colle Aventino, osserva che egli
assegn ai vinti Latini per sede quel colle, perché gli altri quattro, il
Palatino, il Capitolino, il Quirinale e il Celio (il Viminale e l'Esquilino
furono aggiunti alla città solo dal tempo di Servio Tullio) erano già popolati
; e cioè, il colle Palatino dai Romani primitivi, ossia dai Ramni. E il
Capitolino e il Quirinale dai Sabini, e il Celio dagl’Albani. Ora, se questi
ultimi ebbero per loro stanza il Celio, non saprebbesi davvero dove collocare
iLuceri,quando non siammettesse che i Luceri e gli Albani fossero la stessa
cosa. La critica adunque negando la origine etrusca dei Luceri, ha messo in
sodo il fatto che la nazione romana venne composta di due elementi
etnici,anzichè di tre,il latino,cioè,e ilsabino.Questa composizione spiega il
carattere che distingue la nazione romana dalle altre na zioni italiche. Questo
carattere è il prodotto della fusione di due stirpi che parevano fatte apposta
per completarsi a vicenda. Dall'e lemento sabino il popolo romano riceverà la frugalità,
lo spirito religioso, la severità dei costumi, il principio della
patriapotestas lasciata senza freno dalle leggi. Sono la base di granito e il
duro cemento che i sabini apportano all'edifizio romano (1). Se nel sabino
prevale lo spirito di conservazione, nel latino predomina lo spirito di
sviluppo. Ma come il primo non è inflessibile, così il se condo non è radicale.
E dal contrasto fra la mobilità latina e la stabilità sabina derivò quel lento,
ma pur continuo e sicuro sviluppo della costituzione romana, che formd di essa
la più grande creazione politica della civiltà antica. Ma le tribù dei Ramni,
dei Tizii e dei Luceri non formano tutto il popolo romano. Accanto a loro
comparisce, come parte costitutiva di esso popolo,la plebe,la quale,dopo di
essere rimasta a lungo in uno stato di semi-dipendenza dal primo popolo , ossia
dal patriziato, fini col prevalere su di esso, ed obbligarlo a seguire la sua
via. Ora, come sorse questo ceto sociale? Ecco il terzo problema che ci
proponiamo di risolvere in questo breve nostro lavoro. I Romani non erano
ignari di questo prezioso patrimonio che avevano ricevuto dai Sabini. Ce lo
attesta Catone per bocca di SERVIO. Sabinorum mores populum romanum secutum CANOTE
dici SERVIO ad En. Vedi Devaux, Études politiquessur les principaux événements del'histoire
romaine, Paris. La quistione dell'origine della plebe e studiata
particolarmente da STRESSER,Versuch über die römischen Plebejer der ältesten
Zeit, Elberfeld, PELLEGRINO, Ueber den ursprünglichen Religionsunterschiedder Patricier
und Plebejer, Leipzig, lune, Forschungen auf dem Gebieteder römischen Verfassungsgeschichte,
Frankfurta. KRUSZYNSKI, Die römische Plebs in ihrer politischen Entwickelung vom
Ursprunge bis zur völligen Gleichstellunng mit den Patriciern, Lemberg, SCHWEGLER,
Römische Geschichte. TOPHOFF, De plebe romana, Essen. WALLINDER, De statu
plebejorum Romanorum ante primam inmontem sacrum secessionem quaestiones, Upsaliae.
Lange, Verbindung der plebs mit dem patricischen Staate nei Römische
Alterthümer, Berlin. Gli storici antichi erano affatto all'oscuro intorno il
fatto della origine del ceto plebeo di Roma. La sola cosa che essi sapessero
era che la plebe erasi trovata sempre in uno stato d'antagonismo verso il
patriziato. Da ciò la definizione negativa che essi davano della plebe,
chiamandola il ceto in cui gentes civium patriciae non
insunt.Perqualviapoil'antagonismo fossenato,oinaltriter mini, come la plebe
avesse avuto origine,ciò essi riguardavano come una quistione oziosa,
imperocchè a loro paresse assurda l'idea che fossemai esistito uno Stato romano
senza plebe;onde per loro era un assioma, che patriziato e plebe fossero nati e
cresciuti insieme collo Stato romano. Contro questa presunzione stava però il
fatto, non considerato, della condizione giuridica diversa in che trovavansi
due ceti sociali all'infuori del patriziato, la quale attestava che essi non
erano nati insieme nè allo stesso modo. Accanto alla plebe,trovasi, cioè, nei primi
tempi dello Stato romano, la clientela, caratterizzata e distinta dalla plebe
dalla forma speciale della sua dipendenza. Mentre la dipendenza della plebe
avea un carattere impersonale e comprendeva ilceto nella sua generalità,quelladellaclientelaimpe
gnava giuridicamente l'individuo come persona e non come consorte, ed appunto
perciò esso nomavasi “cliente” -- da cluere, klúeiv, dipendere -- in quanto che
fosse ascritto alla gente di un patrono,e da questo dipendesse. Che se nel
giure politico plebei e clienti trovansi originariamente costituiti nella
stessa condizione negative. Nel giure privato, la condizione loro era assai
diversa. Il cliente nè possedeva del proprio, nè poteva stare in giudizio;
mentre ilplebeo possedeva su questo campo piena personalità giuridica (civitas
sine suffragio); di guisa che, quando per la costituzione di Servio Tullio, il
censo divenne il fattore del diritto di suffragio,questo diritto iplebei
conseguirono, mentre i clienti ne rimasero orbi come per il passato. Ora,
questa differenza esistente fra i due ceti inferiori non si pud altrimente
spiegare fuorché ritenendo,che l'origine loro fosse,rispetto al tempo e al
modo, diversa. La clientela deve certamente avere preceduto la plebe, e
l'inferiorità della prima rispetto alla seconda dimostra che la forza, che creò
la sottomissione dei due ceti, eser citò sui vinti ridotti in clientela un impero
più assoluto che su quelli ridotti in istato di plebeità. Perchè il cliente
conseguire potesse iljus suffragii faceva mestieri che il dominium ,che egli te
nevacome peculium,glifosse assegnatocomeliberaproprietàexjure
Quiritium.Ilqualeattoequiva leva in certo modo ad una manumissio censu. Ora, se
l'istituzione della clientela è più antica che quella della plebe, è forza
cercarne l'origine nella prima conquista che frutto ai Ramni edaiTiziiil dominio
del Settimonzio. Gli abitanti primitivi di quella regione devono avere formato
il nucleo della clientela romana, che le ulteriori conquiste vennero via via
ingrossando. Ma tra la prima e le ulteriori conquiste, corse, rispetto agli ef
fetti sociali, forte differenza. Se la prima non produsse che dei clienti e
degli schiavi, le successive produssero particolarmente dei plebei. Già
l'interesse politico consigliava i conquistatori a tempe rare verso i nuovi
vinti il rigore dell'antico jus gentium ; e noi non abbiamo memoria della piena
applicazione di quel diritto che verso la città di Collazia. E se alle famiglie
imperanti fosse pur piaciuto di partire i novelli sudditi fra le genti romane,
traducen dole sotto la loro clientela, la monarchia dovea opporsi a questo uso
della conquista che avrebbe con pregiudizio della regia potestà accresciuto in
modo esorbitante la potenza dell'aristocrazia. E chi erano poi questi vinti?
Erano Latini : appartenevano, cioè, a quella stirpe che avea coi ramni formato
il nucleo della cittadi nanza romana ; erano dunque connazionali dei Romani.
Che se co storo aveano avuto pei vinti Albani tale riguardo, da ammetterli nel
loro consorzio religioso e politico, perchè vorrassi ammettere che verso gl’altri
popoli latini, sottomessi pure colle armi, applicassero in tutto il suo rigore
il diritto della guerra? E ove pure si ammettesse che questo rigore fosse
usato, come ci renderemmo ra gione del sorgere di questa plebe e della
importanza sociale che venne improvvisamente acquistando, così da presentarsi
come un potente appoggio della monarchia, e da ricevere da questa servigi e
beneficî che schiuderanno all'avvenir suo il più vasto orizzonte? Non
dimentichiamo che questi plebei son Latini. La tradizione stessa ci dice quando
e per opera di chi i popoli del Lazio caddero sotto ladizionediRoma.La
distruzionediAlbaLonga,eiltramuta mento dei nobili Albani nel Settimonzio ,
portarono per effetto lo scoppio di ostilità fra le città latine, erettesi a
vindici della loro antica metropoli, e Roma che pretende, come conquistatrice
di Alba Longa, di essere riconosciuta anche come erede della sua [Livio ci ha
trasmessa la formula deditionis di Collazio, che egli attinse verisimilmente
dai C o m mentarii Pontificum : « Rex interrogavit: dedistisne vos populumque
Con latinum, urbem, agros, aquam, terminos, delubra, utensilia, divina
humanaque omnia in meam populique romani dicionem? Dedimus ». Livio, I, 38. La domanda
del re è rivolta ai deputati di Collazia. Rivista di Storia Italiana.] egemonia
sulla confederazione latina. La grossa guerra scoppia sotto Anco Marcio. Non è dubbio
che questi, prima di scendere in campo, approfittasse delle gelosie esistenti
fra l'una e l'altra città latina, e che sono effetto di ogni confederazione a
base ristretta, per rompere il fascio con promesse e lusinghe date a tempo e a
luogo. Senza ciò, non potremmo avere ragione della sua facile e completa
vittoria.Ora che cosa fece Anco Marcio di questi nuovi vinti? Gli storici
antichi ce lo apprendono in modo chiaro : « Ancus Marcius, dice CICERONE, quum
Latinos bello devicisset, adscivit eos in ci vitatem. E LIVIO, completando il racconto
di CICERONE, osserva che Anco segui rispetto ai vinti Latini il costume regum
priorum , onde anche allora parecchie migliaia di Latini furono introdotti
nellacittadinanzaromana: «tum quoque multis millibus Latinorum in civitatem
acceptis. Non cicuriamo del racconto tradizionale , che fa materialmente introdurredaAncoinRoma
questivinti, eas segnare ad essi per sede il colle Aventino e la valle Murcia .
In questo racconto, la prolessi storica è manifesta: che sappiamo in modo in
contestabile, chefinoallafinedelIII°secolodiRoma,l'Aventino fu disabitato. Ma
lasciando da parte questo particolare, ciò che va considerato nel racconto
tradizionale è il fatto della cittadinanza concessa d’Anco Marcio ai vinti
Latini. E perchè, nè questa era la prima guerra combattuta vittoriosamente da
Roma contro i Latini, e nemmeno era la prima volta che della vittoria fosse
fatto quest'uso; ne emerge,e Livio avvalora l'induzione nostra,che se la conquista
d’Anco da il maggior contingente al ceto plebeo, essa non ne inizio la
formazione, come suppone Niebuhr, seguito in cio da Schwegler, da Lange e d’altri.
Bonghi, per ora si limita a dire, che non credechela plebedovesse lasuaorigine
adAnco,e promette, che procurerà altrove di esporre donde sia nata l'opinione
di una condotta rispetto a'vintinei re di Roma, cosi diversa da quella che per
molto tempo appare propria della città nel seguito della sua storia ».E perchè
insin d'ora egli dichiara esposta a molti e gravi dubbii cosi larga concessione
di cittadinanza, il desiderio di sapere quale opinione l'insigne storico porti
sul gravissimo tema della ori [Lo fece abitare la “les Icilia de Aventino
publicando”. Il tenore di questa legge ci è dato da Dionisio, il quale attesta
di aver letto il testo originale di essa inciso in una colonna di bronzo che
sorgeva nel tempio di Diana sull'Aventino. Drox ., X , DeRep., Liv.] gine della
plebe romana rimane più fortemente sentito.Comunque sia perd dell'opinione del
Bonghi su ciò, noi rimaniamo saldi nella nostra, laquale, oltre ad avere il suffragio
delle fonti, ha pure in suo favore la condizione sociale da cui la romana plebe
fu costituita. Il plebeo romano è agricoltore. Egli non è nè commerciante nè
indu striale;queste arti,che nell'antichità erano assai meno considerate
dell'agricoltura, sono professate in Roma peculiarmente daiclientie dai
liberti. Codesta condizione sociale della plebe romana è attestata dalla tradizione
in più modi. Ora, essa ci dice che Servio Tullio, per poter avere l'appoggio
della plebe alla sua esaltazione al trono, chiamòincittà i rurali, e per bocca di
CATONE ci dice che gl’agricoltori formavano il nerbo della fanteria romana.. Ma
un testi monio che serve per tutti, è l'antica istituzione che le adunanze
plebee, ossia i comizii tributi,non sipotessero tenere cheneigiorni di mercato
(nundines), e che ogni proposta di legge dovesse pubbli carsi tre giorni di
mercato (trinundines) prima di essere messa a partito Anche la condotta tenuta
dalla plebe nella sua lotta col patriziato conferma questa condizione sua. Gli
storici qualificano siffatta condotta colle parole modestia, verecundia e
patientia. Sono doti codeste che appariscono più proprie di coloro che attendono
alla col tura dei campi, che di coloro che praticano l'industria e il
commercio. E se le contese sociali di Roma non degenerarono in « Ex agricolis viri
fortissimi et milites strenuissi migignuntur -- Catone, De re rustica , Praef.,
MACROBIO TEODOSIO, Saturnalia. Rutilius scribit Romanos instituisse nundinas,
ut octo quidem diebus in agris rustici opus facerent,nono autem die intermisso
rure ad mercatum legesque acci piendas Romam venirent,et ut scita atque
consultafrequentiore populo referrentur,quae trinundino die proposito a
singulis atque universis facile poscebantur. Ci sia permesso di riportare su
l'influenza educativa dell'agricoltura un brano di una conferenza che tenemmo
all'Esposizione Nazionale di Milano, col titolo : L'industria nei suoi rapporti
colla civilta. Gli economisti, dicevamo, sogliono distinguere due specie di lavoro.
Quello che agisce sulle cose, e quello che agisce sugl’uomini. Questa
distinzione non è esatta. Se tolgasi il lavoro puramente intellet tuale,ogni
altro agisce ad un tempo su gli uomini e su le cose. Questa duplice azione
viene esercitata sopratutto dall'agricoltura e dall'industria. Dal raffronto
fra queste due arti ritrarremo la ragione psicologica del nesso intimo che
esiste fra l'industria e la libertà. « L'agricoltore riguarda la terra come
fonte unica della ricchezza ; essa è per lui una provvidenza e un mistero ad un
tempo. Perciò noi lo vediamo affezionato al suo suolo, ivi fissato in istabile
sede, ed unito in pacifico consorzio co' suoi conterranei. Da questo legame
contratto dall'uomo colla terra che lo nutre nacque ilprimo concetto di
patria,come dai consorziigeneratidall'agricolturaebberooriginoiprimi stati. Ma
la terra non è per l'agricoltore solo una provvidenza, essa è per lui anche un
mistero. E questo lato misterioso sarà una sorgente feconda di superstizioni,
che egli porterà facilmente anche nei negozi civili, o nelle maggiori
contingenze della vita pubblica. Quei soldati di Nicia e Demostene, che una notte
ricusarono di levare il campo da Siracusaerifugiarsia [Livio, CICERONE, de
Rep. Riassumendo pertanto le cose dette intorno la formazione della plebe
romana, diremo,che sebbene la genesi di quel ceto non possa essere chiarita in tutti
i suoi particolari, tuttavia hannosi dati positivi, I quali rilevano di che
elementi fosse formato, e la ragione po litica che indusse i vincitori a
trattare i vinti con una generosità di cui non si ha esempio nella storia
dell'antichità. Questi dati ci dimostrano ancora che la istituzione della
clientela precedette quella della plebe, e ci spiegano il diverso trattamento
avuto dai primi vinti rispetto ai secondi. Catania, perchè quella notte
comparve in cielo un ecclisse lunare, erano agricoltori dell'Attica. E l'es
sere essi rimasti in quel luogo portò per effetto lo sterminio della flotta e
dell'esercito ateniese, e la ro vina di Atene. Del resto, non è da
meravigliarsi che l'agricoltore sia superstizioso. Quel grano che egli consegna
alla terra per riceverlo moltiplicato, non gli dice come sia avvenuto il fatto della
moltiplicazione sua mentre questo evento che ogni anno si rinnova gli stordisce
l'intelletto, altri fenomeni del mondo fisico, dinaturadeleteria, gli riempiono
l'animo disgomento e di terrore. L'uragano cheglidevastailcampo; la grandine
che gli distrugge le messi, gli appariscono mandatarii di forze arcane che gli
fanno la dallo stesso principio che aveva dato nascimento alle gerarchie
ipercosiniche ebbero origine le gerarchie sociali, trasformate ben presto in
tirannidi. Il despota non è un uomo come un altro. Egli è il mandatario di un
ente superiore che gli affida l'incarico d'imperare in suo nome. E
l'agricoltore subisce rassegnato il suo imperio, e comprende nel suo culto
mandatario e mandante, dai quali altro non impetra che la sua pace.Quanto diverso
è il magistero civile che si consegue dall'industria ! Anche l'industriale
ritrae dalla natura fisica la materia del suo lavoro. Ma questa materia in luogo
di essere per luiunmistero,èinvece una rivelazione. Essa gli rivela che egli
coll'opera della sua intelligenza non solo può trasformare i pro dotti della
natura e adattarli a'suoi bisogni,ma può anche sorprendere i segreti di essa e
svelarli. Si, l'intelligenza gl'insegna ch'egli può perfino combattere contro
la natura,ora congiungendo mari da lei divisi, ora atterrando baluardi da lei
inalzati fra l'una e l'altra regione, ora sopprimendo colla vaporiera e
coll'elettrico le distanze. Se l'agricoltore può chiamarsi servo della natura,
l'industriale può dirsi suo ribelle. Ed è mai possibile che quest'uomo, al
quale l'impero della natura è troppo grave, possa rassegnarsi a sopportare
l'impero di un suo simile ? » guerre civili, come avvenne in tutti gli
altri Stati dell'antichità conjattura della loro libertà, cio e particolarmente
dovuto al carattere longanimeepaziente della plebe romana, la quale, convinta
del suo diritto, lascia che il tempo ne facesse maturare la coscienza anche nei
suoi avversarii, e transigette sopra uno scacco patito oggi per essere più
sicura della vittoria domani. guerra , e contro le quali egli non sa
difendersi. Da ciò il suo ricorso ad una tutela che lo educherà alla sommes
sione per prepararlo alla servitù. In questi misteri del mondo fisico è riposta
quindi la genesi tanto delle religioni, quanto delle teocrazie. Le due specie
divine, l'una delle quali risiede in cielo in mezzo alla luce, l'altra negli abissi
del tartaro, sono emanazioni antropomorfe delle forze benefiche e malefiche
della na tura.Createlespecie, e facile creare una simbolica, per mezzo della quale
spiegare i diversi fenomeni e momenti della natura fisica. In questa simbolica
vediamo attribuita una importanza affatto speciale al fenomeno della
fecondazione terrestre. I latini simboleggiarono quel fenomeno in una festa
nuziale divina chesirinnovava ognianno nel mese di dicembre, quando la natura si
raccoglie in sè, e serba in istato latente le sue forze per ispiegarle
rigogliose tra poco. Così ebbero origine in Roma i saturnali, la più popolare
delle feste romane, durante la quale era concesso anche agli schiavi di
ricordarsi di essere uomini. La chiesa cristiana sostituì ai Saturnali la
nascita del Cristo, e non poteva collocare in migliore luogo la comparsa
dell'uomo che veniva ad insegnare, essere tutti gli uomini eguali davanti a
Dio. La clientela sorse colla conquista del Settimonzio, ossia, colla for
mazione del primo stato. E clienti diventarono i prischi abitatori di quella
contrada. La plebe surse invece col primo sviluppo che con seguì lo stato
romano fuori del Settimonzio, nelle altre contrade del Lazio. Una eccezione fu
fatta cogli Albani, e fu eccezione di privilegio dovuta al primato che Alba
Longa possedeva verso le città della lega latina. Sia la riverenza che tributar
si volle all'antica metropoli; sial'interesse político,che
consigliavalalarghezzaverso i vinti Albani, per poter più facilmente ridurre le
città latine ad accomodarsi alla nuova padronanza. E l'una e l'altra ragione
portano per effetto, che gli Albani venissero dai vincitori accolti nel loro
consorzio religioso e politico,e costituiti in una nuova tribù. Questa
larghezza non poteva essere usata verso le altre città la tine, e cið per più
ragioni. Prima di tutto, va considerato il carattere d'inferiorità che,
rispetto alla loro importanza, si manifesta fra esse città e Roma. Se
eccettuisi Alba Longa, che ha una posi zione privilegiata rispetto alle città
latine confederate, queste son tutte sul piede di una piena eguaglianza
vicendevole. E però, nessuna di esse puo invocare dal vincitore un trattamento
eccezio nale accampando privilegi anteriori che non erano stati posseduti.
Però, se la eguaglianza delle città vinte fra loro non dava luogo a sperare che
iljus gentium non sarebbe stato applicato verso di esse in tutto il suo rigore,
vi erano altre ragioni che creavano questa speranza, la quale ebbe poi nel
fatto sua piena conferma. L'una di queste ragioni era riposta nella
connazionalità esistente tra vinti e vincitori, Roma, dovesse la sua origine
all'atto geniale di un fondatore, o alla deliberazione di un'assemblea, non
poteva dimenticare che dal Lazio erano partiti i suoi primi fondatori, i Ramni;
e che dal Lazio , essa avea tolto i suoi costumi e le sue primitive
istituzioni. Dopo il tramutamento in Roma dei vinti Albani, la latinità di Roma
ebbe rafforzato il suo contingente, onde avvenne che i rapporti morali fra lei
ed il Lazio si facessero più forti e più sentiti. I quali rapporti non poterono
rimanere senza influenza il giorno in cui la vittoria trasse le città latine
sotto la dipendenza di Roma. Anche l'interesse monarchico concorse a mitigare
la sorte dei vinti. Importa ai re di rivolgere a loro profitto questa novella
forza che ora introducevasi nello Stato, per potere col mezzo di essa mettere
un freno alle tendenze invaditrici del patriziato. Cosi, pel concorso di due
circostanze, che apparentemente contraddiceansi, i vinti Latini ebbero pur
essi da Roma un trattamento eccezionale. Non furono ascritti nel consorzio
gentilizio come i nobili Albani , ma non vennero nemmeno degradati allo stato
di clientela. Diven tarono invece plebe, che vuol dire massa disorganizzata (da
pleo, plenus). Ma non e lontano il giorno, che essa conseguirà pure un
organismo suo ; e allora il nome non rappresentando più la cosa, non le rimarrà
che come ricordo storico. E sarà il giorno, in cui, per opera di Servio Tullio,
al principio teocratico che cinge in nome del diritto divino di una cerchia di
ferro i privilegi del patriziato, si sostituirà il principio timocratico, che
aprirà quella cerchia per attribuire il privilegio al censo. Fu questa la prima
breccia aperta nella cittadella del patriziato; dopo di essa,la espugnazione
della fortezza diventava quistione di arte strategica, che è a dire, qui stione
di tempo. Bologna, giugno. Ma se la plebe nel suo nascere non avesse posseduta
la persona litàgiuridicacheimplicavailjus commercii,essanonavrebbe po tuto
pervenire per mezzo del diritto di proprietà a quello del suf fragio, e la
riforma di Servio Tullio sarebbe rimasta sterile per lei, come sarebbe mancata
la ragione politica di crearla.Rino Genovese. Genovese. Keywords: tribù, attribution,
self-ascription, ascription, labelling, power, language, illuminism, critical
illuminism, critical theory, critica della ragione impura; tribu occidentale; Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Genovese” – The Swimming-Pool Library.
Thursday, April 4, 2024
GRICE E GENOVESE: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE DELLA TRIBÙ -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA
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