Grice
e Genovesi: l’implicatura conversazionale della logica pei giovanetti –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Castiglione del
Genovese). Filosofo. Grice: “I like Genovesi.” Grice: “Genovesi is a good’un –
he reminds me of Oxford – his treatise on logic he called ‘per gli giovenetti,’
which is, as Piaget would say, as it would.” Grice: “Genovesi reminds me of
Strawson, or rather of myself teaching logic to Strawson back in that infamous
term of 1938!” – Grice: “I like Genovesi; I don’t think Socrates taught logic
to Alcebiades; he couldn’t teach since the ‘dialogue’ is hardly the way to do
it; and then Socrates did not teach logic to Plato; Plato did not teach logic
to Aristotle, since the dialogue is not the way to go – so it is possibly
Aristotle who first ‘taught’ logic to Alexander – this would indicate that he
felt the need to change the form from silly dialogical exchanges to actual
propositions that Alexander could swallow – “Sign” is what stands for something
– a word is the sign of an idea – the idea is the sign for a thing.” – and so
on. “Some things imply others; others IMPLICATE others.” – Grice: “Genovesi has
an interesting bunch of things to say about logic, but then any writer of a
‘tractatulus’ in logic would: so he explores the natural/conventional
distinction as applied to signs, and then the affirmation and negation, and
pragmatic concerns with obscurity and ambiguity – and sophismata – and complex
‘causal’ propositions, -- quite a genius – and if a palaeo-Griceian, if I may
myself say so!” Figlio di Salvatore, calzolaio e piccolo imprenditore, e di
Adriana Alfinito di San Mango. Il padre lo indirizza in tenera età verso gli
studi. E affidato agli insegnamenti di Niccolò Genovese, un congiunto, medico
tornato da Napoli, il quale lo istruì in filosofia peripatetica per due anni e
in quella cartesiana per un anno. Nel corso degli studi filosofici, si innamora
di Angela Dragone. Questo amore non trovò l'approvazione del severissimo
genitore il quale condusse immediatamente il figlio a Buccino, dove abitavano
alcuni parenti, presso il convento dei Padri Agostiniani dove seguì gli
insegnamenti filosofici di Abbamonte, appassionandosi al latino di Catone e
Varrone. Insegna retorica a Salerno dove incontra Doti, dal quale riceve lezioni
di perfezionamento nel latino.Si trasferì a Napoli, dove intraprese dapprima la
carriera forense, che lasciò presto. Fonda una scuola privata di metafisica e
teologia. A Napoli fu in contatto con Vico e ottenne la cattedra di metafisica.
Alcune sue posizione contenute in “Elementa Metaphysicae” furono dai suoi
nemici considerate eretiche, e dovette servirsi dell'intervento
dell'arcivescovo di Taranto Celestino Galiani, e di Benedetto XIV per
conservare l'abito talare. In seguito a queste denunce lascia l'insegnamento
della metafisica a Napoli, per passare all'etica, cattedra che era stata tenuta
in passato da Vico. L'evoluzione dalla metafisica- all'etica prosegue con
il passaggio all' “economia” quando si compì la trasformazione 'da metafisico a
mercante', come egli stesso ebbe a scrivere nella sua autobiografia. Insegna'commercio
e meccanica, con fondi privati da Intieri, la prima cattedra di economia di cui
si abbia traccia in Europa, se non consideriamo cattedre di economia quelle
istituite negli anni venti Professorei n Prussia nell'ambito della tradizione
camerale. Il suo lavoro come economista è stato quello più fecondo, tanto che
Genovesi divenne un autore fondamentale. Si diffondevano in quel tempo i primi
accenni di rivolta allo spirito e al costume della Contro-Riforma: gli spunti
di polemica antigesuitica e anticlericale, la ripresa della lotta in difesa
dell'autonomia di un sato laico contro ogni interferenza del cattolicesimo, ai
primi elementi di una teoria delle monarchie illuminate e del regime
paternalistico, nonché, sul piano letterario, l'avvento di una poetica e di una
critica più aperte e coraggiose. In pratica, fu l'inizio della vera
rivoluzione culturale che si attuò nella seconda metà del Settecento sotto il
segno dell'Illuminismo caratterizzata dalla necessità di trasformare integralmente
i cardini dciviltà in tutte le sue manifestazioni. In questo ambito, la
filosofia politica di Genovesi e decisamente di tipo riformatore, un anglofilo
sotto spoglie francesi. Nella sua filosofia, persegue un compromesso tra
idealismo ed empirismo, cercando ad ogni costo di salvare gli essenziali valori
religiosi della filosofia cristiana. Riceve l'influenza del nuovo panorama
culturale italiano, con la voglia di cercare con studi ed esperimenti il
concetto della pubblica felicità, consistente nel far uscire l'uomo dallo stato
di "oscurità" (Illuminismo, che in Francia era già in atto: Les
Lumières). Prese coscienza della decadenza culturale, materiale e spirituale
dopo il periodo d'oro del Napoletano e, quindi, si rese conto della necessità
di intervenire per riportare le arti, il commercio e l'agricoltura a nuovi
splendori. “Io, che era cominciato a tediarmi di questi intrighi teologici
e che cominciava ad avere in orrore studi si turbolenti, e spesso sanguinosi,
feci di più: mi ripresi i miei manoscritti, e deliberai permanentemente di non
pensare più a queste materie.» Per tale motivo, abbandona la metafisica e
si dedica all’economia affermando tra le altre cose, che l’economia deve
servire ai governi per alimentare la ricchezza e la potenza del stato. Ritiene
che per favorire il benessere “sociale” sia necessario promuovere la cultura e
la civiltà, per questo motivo è il primo cattedratico ad impartire le sue
lezioni in italiano. Docente di economia politica, occupa una cattedra
istituita appositamente per lui di “commercio e meccanica” a Napoli da Intieri.
Soggiorna più volte nel palazzo proprio di Intieri a Massaquano per lunghi
periodi dove si rifugiava per trovare "la musa ispiratrice" e lì
infatti scrisse alcune sue opere. Sostiene che anche le donne e i
contadini abbiano diritti alla cultura poiché questa è uno strumento
fondamentale per realizzare l'ordine e l'economia nelle famiglie, e di
conseguenza nella società, è inoltre importante anche l'educazione degli uomini
e in particolar modo lo sviluppo delle arti e delle scienze, contrapponendosi
all'idea di Rousseau per il quale il progresso costituisce la fonte di tutti i
mali. Denuncia anche la presenza di un numero eccessivo di persone che vivono
esclusivamente di rendita e affronta tematiche importanti come problemi di
debito pubblico, inflazione e circolazione monetaria. Il suo pensiero economico
è espresso in Lezioni di commercio o sia di economia civile e considerate una delle prime opere di
filosofia economica. Cerca, così, di indicare la via per alcune riforme
fondamentali: dell'istruzione, dell'agricoltura, della proprietà fondiaria, del
protezionismo governativo su commerci e industrie. Tenne sempre le sue lezioni
in italiano grazie alla sua passione per il civile: viene ricordato per essere
stato il primo docente a esprimersi in italiano durante i suoi corsi e per
essere stato tra i primi a scrivere trattati di metafisica e di logica in
italiano. Così operò, anche e soprattutto, per diffondere lo studio
dell'Economia e delle scienze nel popolo: in questo atteggiamento Genovesi è
ancora una volta in piena continuità con gli umanisti, giudicando anche questo
un mezzo di incivilimento. Altre opera: Lezioni di commercio (Milano,
Fondazione Mansutti). Altre opera: Elementa metaphysicae mathematicum in morem
adornata, Napoli; Elementorum artis logicae-criticae libri quinque Gli elementi
dell'arto logico-critica, Venezia) Meditazioni filosofiche; Lettere
filosofiche; Lettere Accademiche;
Memorie Autobiografiche; Lezioni di commercio o sia d'economia civile; Della
diceosina o sia della Filosofia del Giusto e dell'Onesto; Delle Scienze
Metafisiche per li giovanetti 1767; Altre opere da ricordare sono La logica per
i giovanetti, Istituzioni di Metafisica per Principianti e Lettere familiari,
che testimoniano l'intensa corrispondenza epistolare tra l'abate e il letterato
dell'epoca Ferrante de Gemmis, uno dei pochi testimoni dell'illuminismo
pugliese. Corpaci, F., Antonio Genovesi; note sul pensiero politico,
Giuffrè, Peter Jones, Reception of David Hume in Europe, Continuum, Palatano,
Rosario; Genovesi, Antonio. Antonio Genovesi: teoria del commercio, LUISS University
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Lucio Villari, Il pensiero economico di Antonio Genovesi, Le Monnier, Chines,
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Luigino Bruni, Voce "Antonio Genovesi" in Il Pensiero Economico
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Genovese, Contro le "Penelopi della filosofia". Note sulle Lettere
accademiche di Antonio Genovesi, L'acropoli, G. Genovese, Tra Vico e Rousseau:
le autobiografie di Antonio Genovesi, L'acropoli, D. Ippolito, Antonio Genovesi
lettore di Beccaria, Materiali per una storia della cultura giuridica, C.
Passetti, Una fragile armonia: felicità e sapere nel pensiero di Antonio
Genovesi, Rivista storica italiana, M.L.Perna, Eluggero Pii e l'edizione delle
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nell'edizione di Eluggero Pii, Il pensiero politico: rivista di storia delle
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Opere di Antonio Genovesi / Antonio Genovesi (altra versione), su
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Antonio, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. 13 novembre. Corrado Barbagallo, Antonio
Genovesi, Estratto da: Rassegna Storica Salernitana. Antonio Genovesi 1 2
non è uno di quei filosofi, che fanno compiere un passo innanzi al
pensiero filosofico. A paragone del grande Giambattista Vico, che si
gloria di aver avuto maestro e la cui Scienza Nuova cita nelle sue
opere con profondo rispetto : , il Genovesi apparisce come uno di quei
mille ammiratori, più o meno sinceri, che il Vico ebbe tra i suoi
contemporanei e tra gli uomini più illuminati delle generazioni
successive; i quali ebbero un certo sentore di alcune teorie di lui,
concordanti o no con dottrine congeneri di altri pensatori e da annoverare
tra le parti accessorie del suo sistema, ma pei quali i problemi
originali posti e risoluti dal Vico, si può dire, non ebbero senso. Se
pertanto nella storia del pensiero il Vico rappresenta quello che egli
rappresenta a’ nostri occhi di storici che han penetrato il significato
di quei problemi, il Genovesi dopo di lui è un arresto o una de¬
viazione. Quella vena speculativa altissima nello scolaro Discorso tenuto
al Teatro Verdi di Salerno, il 17 gennaio 1932, ì n occasione del
monumento inaugurato lo stesso giorno a Castiglione del
Genovesi. L’illustre Vico, uno de’ fu miei maestri, uomo d’immortai
fama per la sua Scienza Nuova » (Lez. di Comm., Napoli, Il nostro Vico
nella Scienza Nuova, libro maraviglioso e uno dei pochi che in queste
ma¬ terie [su Omero] facciano onore all’ Italia » (Logica e Metafisica,
Mi¬ lano, Classici italiani, ALBORI DELLA NUOVA ITALIA è
inaridita. Il pensiero ha cambiato strada, abbandonando gli ardui
argomenti con cui s’era cimentato. Ma il paragone col Vico
storicamente non è giusto. I due pensatori in verità appartengono a
due piani storici, da uno dei quali non si passa all’altro
direttamente. Se il Genovesi non ebbe occhi per vedere i problemi
del Vico, neanche il Vico, dalla parte sua, ebbe occhi per vedere
quelli del Genovesi. Uomini di tempra diversa, con diversi interessi
spirituali, si può dire che il maestro abbia pensato sempre al cielo, e
lo scolaro alla terra. L’uno non si guarda mai attorno se non come
uomo privato, che, quando dai pensieri ordinari si rivolge alla sua
scienza e alle cure più nobili del suo intelletto, vi si assorbe tutto,
estraniandosi affatto dai pensieri, dalle gioie e dai dolori della vita
quotidiana. Dove non sono in verità gli attori del dramma che egli ama
studiare e nel cui studio concentra infatti le energie più potenti
della sua intelligenza. Passa perciò tra i suoi e tra i coe¬ tanei come
l’uomo astratto, il filosofo, l’uomo che non è di questo mondo.
Quantunque il suo animo, propria¬ mente, sia a questo mondo legato così
strettamente come nessun altro mai, e di questo mondo, scrutato con
sguardo penetrante fino al profondo, aspiri appassionatamente a
intendere il significato, e in questo mondo appunto agogni con titanico
sforzo a conquistarsi razionalmente, col pensiero, un suo posto. Ma
questo mondo egli vuol vederlo sub specie aeterni, come mondo che è
sempre lo stesso, in ogni luogo e tempo; e che assume bensì aspetti
sempre diversi, ma per l’interna virtù che lo muove con immutabile
legge. L’altro invece è tutto occhi pel mondo che si agita
intorno a lui, nella scuola e fuori della scuola; nelle città e nelle
campagne; nello Stato e nella Chiesa; a Napoli, per tutta Italia, e di là
dalle Alpi. L’istruzione del popolo e l’educazione dei giovani;
l’agricoltura e il commercio; l’economia del Regno, e i problemi della
feudalità e della manomorta; il problema della moltitudine degli
ecclesiastici eccessiva in rapporto alla popolazione; e poi la questione
giurisdizionale e l’ardente lotta anticuria- lista in difesa dei diritti
dello Stato; e via via tutte le questioni che erano all’ordine del giorno
nella Napoli del tempo, o che uno spirito alacre ricavava da quelle a
cui la pubblica opinione s’interessava. E poiché i paesi allora
alla testa della cultura europea erano insieme Inghilterra e Francia, e i
libri che si pubblicavano in quelle lingue i più letti, celebrati e
discussi, ecco quelle lingue, insieme con le classiche, a cui il Vico si
era limitato, studiate e possedute con animo pronto a seguire il
movi¬ mento della letteratura straniera in ogni campo di ri¬ cerche
filosofiche e sociali. Allargato quindi enormemente l’orizzonte. Non più
quel carattere antiquato e accade¬ mico della scienza tradizionale, nel
cui cerchio si muove ancora il Vico, modernissimo per la sostanza de’
suoi problemi, arcaico per la forma (lingua ed erudizione) E la
modernità segna la fine di quel chiuso provincia¬ lismo, onde lo
scrittore napoletano si era sentito sempre cittadino di Napoli. Genovesi
guarda più in là del Garigliano e del Tronto. Egli si sente italiano; e
come italiano, partecipe dell’unica società europea della cultura.
Italiano e moderno, si lascia alle spalle il vecchio mondo tradizionale
dell’accademia fratesca e teologizzante e dell’angusta provincia, e
respira largo, apre le finestre della scuola della letteratura e del
pensiero, e vive nel tempo suo e si sforza d’interessare gli uomini,
tutti, al sapere e al lavoro dell’ intelligenza. Siamo, come
dicevo, in un piano diverso da quello della pura filosofia. Qui si può
dire che la filosofia ri- nunzii alla sua propria forma, e quasi si
annulli per risorgere in forma più adeguata alle sue esigenze più
profonde. Ciò che è tante volte avvenuto nella storia; e avviene
continuamente nella vita. Il pensiero sale, sale, si purifica, si libera
dal rappresentare fantastico e corpulento, e si libra da ultimo in
un’astrazione diafana, per ridiscendere tosto al concreto della realtà
che con quell’astrazione ha cercato di definire e più perfetta¬
mente possedere: alla realtà che è corpo e fantasma, e passione e
sentire, e quell’oscuro misterioso impeto dell’essere che tende a
realizzarsi, scaturigine ascosa di ogni esistenza e di ogni luce. Il
progresso è pur sempre in certo modo regresso; e se si volesse andare
avanti, avanti sempre, si finirebbe col precipitare nel vuoto.
Bisogna a volta a volta rifarsi da capo. Bisogna toccare la terra per
rialzarsi. Toccare la terra, s’intende, come l’Anteo della favola, da
gigante che ha già la forza per rialzarsi: che ha, in altri termini, un
certo grado di co¬ scienza filosofica. Vogliamo sentire dallo
stesso Genovesi qual fosse il suo ideale di cultura ? Basta leggere un
suo Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, che
pubblicò innanzi a un Ragionamento sopra i mezzi più necessari per
far rifiorire Vagricoltura dell’abate Montelatici, quasi per giustificare
la nuova via per cui egli si metteva, dopo aver anche lui pubblicato i
suoi libri di Logica, di Me¬ tafisica e di Teologia in lingua latina. In
questi stessi libri, per altro non è difficile scorgere le tendenze
innova¬ trici del Genovesi e il carattere dominante del suo pen¬
siero filosofico, del quale ci proveremo qui appresso a dare un sommario
cenno ; ma ancora non è avvenuta la radicale conversione per cui la mente
dello scrittore, dopo che ebbe trovato negli studi economici e sociali
una ma¬ teria più adatta al suo genio, raggiunse la sua forma
storica, e ritrovò propriamente se stesso. In questo Discorso il
Genovesi propugna una sorta di filosofia « reale », com’egli dice, e cioè
pratica ed applicativa: come dire una filosofia non propriamente specu¬
lativa e filosofica; e prende a partito tutti i più celebrati filosofi
della tradizione e le loro dottrine. Esalta bensì la ragione come quella
che << più di tutte le nostre doti ci rassomiglia a Dio », « la
sola cosa, per cui l’uomo si solleva sopra tutto ciò ch’è in terra»: la
ragione, «arte universale » governatrice di tutte le arti e strumenti
onde l’uman genere arricchisce la vita e viene ogni dì perfe¬
zionando il sistema dei mezzi diretti ad accrescerne il benessere. Ma ne
addita nelle astratte speculazioni e schernisce i deviamenti già nell’antichità
derivati appunto dall’abuso che l’uomo fa della ragione in questioni
oziose, sottili, astruse e atte nondimeno a suscitare la stima e
l’ammirazione dei semplici e a procacciare una riputazione fallace.
« Poiché gli uomini quanto son più semplici, tanto so¬ gliono più
stimare quel che meno intendono, i dialettici ed i metafisici. I don
Chisciotti della repubblica delle lettere, combattenti con gli
indistruttibili giganti delle chimere, per la gloria vanissima di
sottilissimo ingegno, loro Dulcinea del Toboso, salirono in alta stima,
ed usur¬ parono il premio doTTito al vero sapere; ciò che fu l’esca
fatale, che riempì ne’ vecchi tempi d’indiscreti sofisti la Grecia, e ne’
secoli assai più vicini buona parte del- 1 ’ Europa ».
Eppure, la prima e più antica filosofia era stata una « filosofia
tutta cose ». I più antichi filosofi erano stati i legislatori, i padri,
i sacerdoti delle nazioni, studiosi di etica, economica, politica;
persuasi anch’essi, al pari di tutti i buoni cittadini, che, « come
partecipavano a’ comodi della società, così dovevano aver parte alle cure
e alle fatiche » pel bene pubblico e domestico. Vennero dopo i
tempi di corruzione, in cui prevalse la massima che l’ozio fosse un
nobile e onorato mestiere. E quindi la genia infi¬ nita di coloro che
sono «peste del vero sapere e della virtù»; «i quali si credettero nati o
per garrire inutil¬ mente, o per disputare di cose inintelligibili, o per
met¬ tere empiamente in ridicolo le sante ed utili cognizioni, le leggi
ed i precetti della giustizia e dell’onestà ». Ven¬ nero i grammatici
(oggi diremmo i critici) « interpreti de’ sogni dei poeti, o mercanti de’
propri»; vennero i metafisici, «Penelopi della filosofia, implicati in
disciorre quelle tele, che eransi tessute colle loro mani » ;
verniero i dialettici, che « tendevano indissolubili lacciuoli alla
ragione istessa per cui andavan fastosi, e come seppie gittavan del
negro, sotto cui il vero e il falso prendesse un sol volto ». Socrate, —
il gran Socrate, di cui fu detto che richiamò la filosofia dal cielo in
terra e a cui infatti gli uomini devono di sapere che tutto quello che si
vuole intendere essi non lo possono cercare se non nel pensiero,
cioè in se medesimi, — dal Genovesi non è ricordato qui se non come colui
che insegnò la più ricca e la più bella possessione dell’uomo essere
l’ozio. Dei suoi scolari non gli giova menzionare altri che Aristippo e
Diogene il Cinico, corruttori del costume. Di Pitagora a scherno
ricorda la monade e il binario; e l’uno di Parmenide; e l’omeomeria di
Anassagora, e le astratte forme di Platone e le entelechie di Aristotele;
ed altre cosiffatte «bambole di ragione » degli altri più celebrati
filosofi. Che dire poi della filosofia medievale ? Non si può
leggerne la storia « senza aver pietà della debolezza del- l’ingegno
umano ». Poveri scolastici ! «Vestono corazze di carta, che stimano del
più fino metallo; e combattono con i mulini a vento, come con i Giganti
distruttori del- l’uman genere. Un estro ignoto gli rapisce fuor del
nostro mondo. Sembra che sieno i maestri di ogni altra cosa, fuor
che di ciò che ci appartiene o c’ interessa ». In questa caricatura
della storia della filosofia super¬ fluo avvertire lo strazio che il
Genovesi fa delle più im¬ portanti dottrine dei maggiori pensatori.
Voglio solo riferire in proposito un altro periodo, tipico documento
degli stravolgimenti storici di questa invettiva, e insieme dello spirito
che la moveva:«La materia prima, che Aristotele fantasticò, animata dal
fuoco dagli Arabi, fu di sì vivi e vaghi colori arricchita in mano di
Abelardo, e di alcuni altri, che divenne una Divinità, la quale poi
il più empio e il più freddo de’ filosofi del passato secolo, si studiò
di adornare con un sistema geometrico ». Allu¬ sione a Spinoza, che pure
Genovesi aveva studiato con grande interesse ’. « Alle quali
cose quante volte io penso », conchiude il nostro filosofo, « forte mi
meraviglio, come gli agricoltori, i pastori e tutti gli altri coltivatori
delle arti per cui l'uman genere si sostiene, abbian potuto tollerare in
pace una razza di uomini, i quali, lungi di dar loro il menomo ri¬
schiaramento e aiuto nel tempo medesimo che de’ frutti della loro
industria godevano, pare che si ridessero delle loro fatighe, o che gli
riguardassero come animali di altra specie, fatti da Dio in forma umana
per servire a’ loro piaceri ». Lode a Bacone, che proclamò la
necessità di ristaura- zione dalle fondamenta tutto il sapere, e dimostrò
che « si poteva essere filosofo con assai gloria, senza essere peso
inutile agli altri uomini ». Lo studio della natura, l’esperienza, « gran
maestra delle utili cognizioni », la geometria « nutrice di tutte le arti
» vennero in grande onore. L’ Europa cambiò faccia. Ogni nazione ebbe il
suo Ercole, uccisore dei mostri che la infestavano. L'Italia ebbe
Galileo. Napoli, sì, rimase lungo tempo chiusa a questa nuova scienza,
forse perché con maggior vigore questa potesse irrompervi a rendere più
glorioso il rin- 1 Cfr. la sua lettera a R. Sterlich; dove
racconta come potè studiare, quando aveva 28 anni, 1 ’Etica di Spinoza:
Leti, fam., ed. Napoli, novamento che il Regno, ristaurato dal primo dei
Bor¬ boni, doveva promuovere. Genovesi ha qui un concetto che
rammenta l’hegeliano spirito del mondo. « Egli è veramente un certo
Genio, che discorre per le nazioni, e che in dati intervalli le anima, e
le raccende, quello che o primamente mena, o estinte ravviva le lettere
e le belle arti ». Ma questo Genio, secondo il Genovesi, «
vuol essere sempre accarezzato, sollecitato e alimen¬ tato. Può dirsi che
la curiosità, la più utile molla del- l’animo umano, il dischiuda dal suo
guscio, la gloria l’animi e gli dia della grandezza, l’emulazione
l’aguzzi e ’l rinforzi: ma certamente il premio il sostiene e
l’ali¬ menta ». Insomma, il rinnovamento del pensiero richie¬ deva
a Napoli le più propizie condizioni create dalla nuova vita impressa allo
Stato dal nuovo Regno. Grande infatti il progresso già avvenuto in
Napoli, delle arti, delle scienze, della ragione che le alimenta.
Ma « un certo lezzo dell’antica barbarie » (prisci vestigia ruris) è
rimasto tuttavia attaccato agli scrittori. La ragione non è pervenuta
ancora alla sua maturità: è ancora tutta nell’ intelletto, e deve passare
nel cuore e nelle mani. È bella, non è operatrice; adorna, non
utile. Bisogna che diventi pratica e realtà; come può solamente
quando « tutta si è così diffusa nel costume e nelle arti, che noi
l’adoperiamo come sovrana regola, quasi senza accorgercene » : come
accade alle bestie, in cui « la cogni¬ zione è tutta uso, perché è l’arte
di Dio lavorante su la materia, ed in Dio non ci sono Enti di
ragione»: cioè le astrattezze che si annidano nel cervello dei
filosofi. I dotti napoletani hanno bensì coltivato lo studio delle
leggi; ma vi hanno portato le argutezze dei dialettici: questioni
sottili, speciose, aliene dalla pratica e dalla vita. Tutta una forma di
sapere, in cui, insomma, secondo il Genovesi, c’è forza bensì e
intelligenza; ma non c’è cuore; e c’è cattivo gusto. Manca, diremmo oggi,
il senso scientifico; e gl'ingegni si credono più grandi quando sono
ammirati come incomprensibili, che quando stimati come utili.
La pratica dell' insegnamento (insegnava già egli da sedici anni)
aveva dimostrato al Genovesi che Napoli era un semenzaio di nobili e
glandi ingegni ; ma i migliori ingoiavano avidamente la nuova filosofia
prima di di¬ gerir la vecchia. Avvezzi alle sottigliezze vane e
alla « ciarleria », troppo ancora se ne compiacevano per fare il
debito onore alle scienze sode, feconde, che avevano già trasformato la
cultura inglese, francese, olandese. Sacrifichiamo dunque « una volta la
seduttrice e vana gloria dell’astratta speculazione al giusto desiderio
della parte più grande degli uomini, i quali ci vogliono men
contemplanti e più attivi. Dio ha fatto a tutti il divin dono della
ragione perché intendiamo, che il vero sapere non è di sì gelosa natura
che voglia essere di pochi ». Esso deve giungere al popolo. Il quale ha
bisogno di essere illu¬ minato, e non seguito nella sua naturale ritrosia
alle novità, ancorché utili, e nel suo attaccamento tenace alla
tradizione. Deve essere indotto a profittare delle osservazioni e delle
invenzioni dei dotti. Deve essere in¬ gentilito, rianimato, spronato ad
elevarsi. E si deve quindi operare su di esso non con le leggi che non
cambiano gli uomini, sì con la « savia educazione e coltura di
questa sì preziosa derrata dell'uomo, da che egli comincia a
sbucciare dal suo guscio ». Curare l'educazione. È uno degli
articoli principali dell’apostolato del Genovesi 1 ; poiché i
contemporanei, a suo giudizio, curavano più i « testi di fiori » e le
piante 1 Sulla educazione e istruzione popolare vedi Lez. di
Comm., parte I, cc. VI e Vili; e Logica, Senza educazione «oltre¬
ché non è possibile, che la popolazione si aumenti.... ma, pure dove
avviene che cresca, la repubblica si potrà ben dire aumentata di semi¬
uomini, ma non di forze» (Lez. di Comm., peregrine che avevano per avventura
ne’ loro giardini, che non i figli. E raccomandava la massima
diligenza nella scelta dei maestri, poiché molto, a suo giudizio,
mancava per questa parte il Regno di Napoli. Bisogna sentire il ritratto
vivo che ce ne ha lasciato: « I maestri di scuola pongono poca cura
a studiar l’urbanità e l’aria nobile, piena di verecondia e de’ tratti
d’onore: sovente i loro moti, gesti, tuono di voce e tutto il lor volto,
che suol esser lo specchio dei ragazzi, spira tutt’altra cosa che
gentilezza: la loro lingua è più fre¬ quentemente un gergo corrotto de’
vari dialetti del nostro Regno, che la bella e nobile della pulitissima
Italia: final¬ mente, dirò io che il lor costume sia sempre il più
puro e il più santo ? Inoltre, quasi tutti si studiano di coltivar
assai più la memoria de’ loro allievi che la ragione e il cuore. Un
solecismo o barbarismo in lingua latina è da loro più severamente punito,
che molti a’ gentiluomini sconvenevoli barbarismi e irragionevolissimi
solecismi di ragione e di costume. Si adirano anche spesso, gridano
e fanno dei schiamazzi in testa a’ loro allievi; gli battono senza
misericordia, e gli trattano più da servi, che da figli: tutte cose più
atte a fare o stupidi o villani o zotici e feroci i ragazzi, che ad
allevargli nel sapere, nelle virtù, nella nobiltà. Questi medesimi
difetti trovansi ben anche spesso ne’ padri o nelle madri di famiglia. Io
ho sentito dire a molti di coloro un proverbio, che fa disonore
agli esseri ragionevoli : che i fanciulli si curan colle
mazze». 3. — Un filosofo che parla questo linguaggio umano,
familiare, e che pensa come s’è veduto, dei filosofi e dei loro sistemi,
evidentemente non è un filosofo di professione. Sarà un filosofo che avrà
qualche cosa da dire più e meglio dei filosofi di professione; ma non
potrà facilmente an¬ dare d’accordo con questi. Così poco rispettoso di
quelle Si che sono le idee e le maniere per loro più
rispettabili e venerande, con così scarso interesse, anzi con tanto
fa¬ stidio verso le questioni che formano il nutrimento e il vanto
dei loro cervelli, certo potrà, per caso, trovarsi in mezzo ad essi: ma
vi starà a disagio, e se ne trarrà fuori, spontaneamente o per necessità,
appena se ne presenti l’occasione. L’abate Genovesi, nato
nella terra di Castiglione 1 ’ Ognissanti, fu avviato quattordicenne agli studi
di filosofia da un suo stretto congiunto, che gli insegnò per due
anni filosofia scolastica e per un terzo anno filosofìa cartesiana
(filosofìa di moda allora nel Napoletano); quindi, poiché il padre lo
volle ecclesiastico, obbligato ad apprendere Canoni e Teologia, e ammesso
agli ordini minori nel 1730, promosso suddiacono nel settembre '35.
Chiamato questo anno a insegnar rettorica nel seminario di Salerno, vi rimane
due anni, studiando per suo conto con gran fervore ; finché nel '37 sarà
ordinato prete J'e un’eredità allora conseguita gli consentirà di recarsi
l’anno appresso a Napoli, per appagare in quella Università e nella
consuetudine degli illustri letterati della metropoli la sua sete
ardentissima di sapere. A Napoli frequentò molti corsi; tra gli altri,
fino al *41, quello di Giambattista Vico; di cui, ci racconta un anonimo
biografo, aveva già da un anno letta la Scienza Nuova : « Il perché corse
ad ascoltarlo; a cui avendo dedicato la sua servitù, ebbe l’onore della
sua amicizia » Insoddisfatto della filosofìa che s’insegnava, disegnò
programmi suoi, e aprì una sua scuola privata; finché nel '41 il
Cappellano Maggiore monsignor Galiani, che era l’uomo che poteva
intenderlo, gli affidò l’incarico d’insegnare nell’ Università
Metafìsica. Aveva letto Malebranche, Locke, studiato Spinoza 1
Note di A. Cutolo alle Memorie autobiogr. del G., in Ardi. stor. nap.,
1924, p. 261. 2 Cutolo, Noie cit. e Leibniz; e dettava agli alunni,
come volevano i rego¬ lamenti del tempo, le sue lezioni in latino. Ne
nacquero gli Elementi di Metafisica in lingua latina, in cinque tomi;
il primo dei quali pubblicato nel '43, pel metodo geometrico con
cui la dottrina era esposta (metodo, si sussurrava, caro ai protestanti),
per le novità che conteneva, per le con¬ cessioni che faceva al
razionalismo, per quello scetticismo moderato che vi dominava, procurò
all’autore ire e per¬ secuzioni dei censori ecclesiastici, aprendo una
serie di contestazioni teologiche, che alienarono sempre più il suo
animo dagli studi che rimanevano in Italia, e sopratutto nel Mezzogiorno,
monopolio quasi esclusivo dei frati. Ma ecco che nel '44 il
Galiani gli viene in aiuto pas¬ sandolo dall’ incarico di Metafisica alla
cattedra ordinaria di Etica : insegnamento più conforme all’ ingegno
del Genovesi, e da lui infatti tenuto per un decennio con grande
efficacia per l’eloquenza delle sue lezioni, la mo¬ dernità della dottrina,
la ricchezza e praticità delle que¬ stioni trattate. Pure alla Metafìsica
nel '45 s’aggiungeva in cinque libri un'Arte logico-critica, anch’essa in
latino. E queste opere si ristampavano e si diffondevano in Italia
e fuori d’Italia. Nondimeno l’autore nel '65 poteva scrivere a un amico :
« La Metafìsica (mia) fatta pei teo¬ logi e frati, non può piacere ai
fìsici e ai matematici, come neppure piace a me. E con tutto ciò, la
Logica e la Meta¬ fìsica s’insegna in molti collegi di Francia, e in quasi
tutte le scuole di Germania» '. Avevano fortuna; poiché questi libri
rispondevano al bisogno delle scuole, e nel loro andamento eclettico e
largamente informativo ben s’adattavano alla tendenza media degli
studiosi non risolutamente moderni ma neppur ciecamente chiusi nella
tradizione, e disposti quindi a conciliare nova et vetera 1 Leti,
jam., II, 67. e farsi una filosofia senza compromettersi; ma, come
si vede, non finivano di contentare l’autore stesso. Anche i due libri De
iure et officiis eran nati dalla scuola e per la scuola (in usum tironum)
; e del pari altri due brevi compendii latini di Logica ('5 2) e di
Metafisica. Ma quando al Genovesi sarà possibile avere una scuola a modo
suo, intorno a materie nuove, indirizzate a pub¬ blica utilità, non
contemplate nei vecchi quadri, egli non scriverà più latino. Che gioia
quando fu istituita per lui, nell’ Università, la cattedra di « Commercio
e Economia », fondata dal suo vecchio amico, facoltoso e
autorevole, il fiorentino Bartolomeo Intieri, studioso di macchine
agricole e di questioni economiche: ingegno pratico alla toscana, avverso
a ogni oziosità speculativa ! Allora il Genovesi si sentì davvero
maestro, e veramente filosofo. Grande l’attesa nel pubblico per il
nuovo insegnamento ; ma potente altresì l’estro del nuovo insegnante e
l’im¬ peto e il calore della sua eloquenza. Quando il 5 novembre
del ’54 tenne la sua prima lezione, fu un avvenimento nella vita del
Genovesi e nella storia non soltanto della cultura napoletana ma della
scienza europea. Poiché que¬ sta del Genovesi fu la prima cattedra
istituita in Europa di Economia politica: dovuta, s’intende, non al
semplice intuito d’un privato ma al movimento degli studi che la
situazione economica del Regno di Napoli aveva prodotto. In una lettera
dello stesso mese il Genovesi scriveva a un amico 1 : « Nel dì 5 corrente
feci il mio discorso pre¬ liminare, 0 sia l'apertura alla nuova Cattedra
del Com¬ mercio con uno straordinario concorso, tuttoché io non
avessi fatto invito. Parlai un’ora, non solo senza niente aver mandato a
memoria, ma senza aver niente scritto di quello che dissi. Con tutto ciò
il discorso fu ricevuto con applauso, e subito diffuso per tutta la
città. È stata Leu. falli., I, 108. bella !
Alcuni volevano copiarselo, e io non ho potuto lor dire, che dopo averlo
letto n’aveva perduto anche l’originale.... Il giorno seguente cominciai
a dettare. Grande fu la meraviglia in sentir dettare italiano ;
sicché, essendomene accorto, nello incominciare la spiegazione
dovetti cominciare dai pregi della lingua italiana, e urtar di fronte il
pregiudizio delle scuole d’Italia.... La scuola è stata sempre piena in
guisa che molti non ci hanno trovato luogo ; ma la maggior parte sono
uditori di barba, e di vari ceti. Gli scriventi sono circa cento.... Gran
moto è nato da queste lezioni nella città, e tutti i ceti domanda¬
vano libri di economia, di commercio, di arti, di agri¬ coltura ; e
questo è buon principio ». Da questo corso, che il Genovesi
proseguì finché le forze gli bastarono (morì il 23 settembre 1769, ma
un anno prima per malattia aveva dovuto lasciare la cat¬ tedra),
trassero origine le belle Lezioni di Commercio ossia di Economia civile
in due volumi, che rimarranno tra le opere classiche della nuova scienza:
opera riboccante d’ingegno, di erudizione, di brio e di amore del
pubblico interesse, dall’agricoltura alla pubblica istru¬ zione. Ma uscì
prima la traduzione della Storia del com¬ mercio della Gran Bretagna di
John Cary con un Ragio¬ namento del Commercio in universale e lunghe e
impor¬ tanti annotazioni del Genovesi sul commercio del Regno, e
altri scritti minori. In questi stessi anni il laborioso scrittore
riprese bensì in italiano gli argomenti delle sue opere latine. Sono del
'58 le sue Meditazioni filosofiche, che arieggiano quelle di Cartesio; ed
ebbero l’ammira¬ zione del Baretti 1 ; e del '59 le Lettere filosofiche ;
come 1 Da leggere l'articolo che gli dedicò nel 2 0 numero della
Frusta Letteraria: dove il Baretti giudica il libro con questi
termini di alto elogio (ed. Piccioni, Bari, Fra le tante migliaia e migliaia di
libri scritti nella nostra lingua, io non ne conosco assolutamente neppur
uno, dopo quelli del Galileo, del '64 le Lettere accademiche. Imprende a
scrivere in italiano un Corso di filosofia. E volle scriverlo per i
giovani (com’egli stesso faceva sapere a un amico) « che son curiosi di
sapere se le scienze potessero così parlare italiano come una volta
parlarono greco e latino. Il mo¬ tivo che mi muove, è una massima, che
può stare che sia falsa, ma 1’ ho nondimeno per vera, cioè che ogni
nazione che non ha molti libri di scienze e di arti nella sua lingua è
barbara ». Perciò in Francia nell’età di Luigi XIV s’era cominciato a
scrivere di filosofia in francese. Perciò aveva seguito l'esempio
l’Inghilterra. E altrettanto si cominciava a fare in Germania. Dove
non si scrive nella propria lingua, dice il Genovesi, si accenderà magari
mi lume grande e brillantissimo, ma questo resterà « nondimeno sepolto in
que’ lanternoni da antiquari d’onde non tralucono che pochi
tenebrosi raggi. E nelle stesse Lezioni di Commercio inculcava come
che sia tanto pregno di pensamento e di vera scienza quanto è
questo primo tomo di questo nostro ampio, sublime ed aggiustatissimo
pen¬ satore Antonio Genovesi ». Al Baretti non andava lo
stile del Genovesi, seguace della scuola toscaneggiante del Di Capua:
«Una cosa però disapprovo in lui asso¬ lutamente, e questo è lo stile
suo.... perché troppo a studio intralciato e rigirato si, che non poche
volte abbuia il pensiero. — Com' è pos¬ sibile, ho detto tra me stesso
mille volte leggendo queste sue tanto stimabili meditazioni, — com’è
possibile che un uomo il quale è una aquila quando si tratta di pensare,
si mostri poi un pollo quando si tratta di esprimere i suoi pensieri ?
Come mai un Genovesi ha potuto avvilirsi tanto da seguire i meschini voli
terra terra di certi secchi e tisici uccellacci di Toscana ? Eh, Genovesi
mio, adopera gli abbin¬ dolati stili del Boccaccio, del Bembo e del Casa
quando ti verrà ghi¬ ribizzo di scrivere qualche accademica diceria,
qualche cicalata, qualche insulsa tiritera al modo fiorentino antico e
moderno; ma quando scrivi le tue sublimi Meditazioni, lascia scorrere
velocemente la penna....; e lascia nelle Frammette e negli Asolani e ne’
Galatei, e in altri tali spre¬ gevolissimi libercoli i tuoi tanti
conciossiacosacché e i perocché.... e tutte quell’altre cacherie e
smorfie di lingua, che tanti nostri muffati gram- maticuzzi vorrebbero
tuttavia far credere il non plus ultra dello scri¬ vere ». 1
Cfr. la pref. alla Logica italiana. certissimo assioma politico » che una
nazione non sarà mai perfettamente culta nelle scienze, nelle arti,
nelle maniere, « se non abbia le leggi, le scienze, le scuole e i
libri di arti parlanti la propria lingua; perché ella dovrà dipendere da
una lingua forestiera; la quale, non essendo intesa che da una
picciolissima parte del popolo, tutto il resto sarà fuori della sfera del
lume delle lettere.... Le lingue sono come vasi, che contengono le nostre
idee e la nostra ragione. Or qual pazzia è pretendere di essere in
un paese uomini, e aver la ragione in un altro ? Finché in un paese le scienze
saranno in un gergo stra¬ niero alla maggior parte del popolo, avremo
sempre, dice il Genovesi -, « molte scuole inutili, molto tempo
perduto, molti cervelli stupiditi; e mancheremo delle necessarie,
né ha possibile di avere delle buone teste ». Con questo ideale di
una scienza che penetri il popolo per svegliarne e metterne in moto tutte
le forze morali ed economiche, il Genovesi voleva scuole e quando
furono da Napoli espulsi i Gesuiti e riordinata la pubblica istruzione ed
egli a tal fine invitato a scrivere un Piano di riforme 3, non dimenticò
nelle sue proposte le scuole del popolo —; voleva metodi razionali e
semplici perché fossero efficaci gl’ insegnamenti accostati al popolo c
ai giovinetti; voleva accademie, che, abbandonando la vec¬ chia
letteratura e le discussioni vane della filosofia in¬ feconda, si
rivolgessero alle ricerche sperimentali e alle arti più necessarie alla
vita; e voleva, come sè visto, libri in italiano, attraenti e di facile
lettura. Ma aveva pure il suo ideale di una dottrina che, liberando il
popolo dalle superstizioni e dai pregiudizi, e rinvigorendo nelle
coscienze i convincimenti morali e la fede religiosa che ne Per questo
Piano, vedi gli appunti che ne pubblico G. M. galanti, Elogio stor. di A.
Genovesi, Firenze, è sempre il fondamento, potesse aprire la strada a
quel rinnovamento che egli auspicava: potesse infondere negli
uomini e nelle nazioni la fede nella ragione, di cui egli era l’apostolo.
Tutto il suo sistema riformatore era in¬ somma ispirato a una
filosofia. Della qual filosofia nelle Meditazioni e nei trattati
di Logica e di Metafisica, che, bene accolti dai contempo¬ ranei e
più volte ristampati (è almeno da ricordare 1 edi¬ zione che della Logica
volle curare, nel 1832, il Romagnosi), sono entrati a far parte della
letteratura filosofica nazionale, si scorgono i lineamenti anche da chi
non ri¬ cerchi i ponderosi volumi latini, che li precedettero e
prepararono. Il Genovesi è un empirista t , ma non e un sensista,
e tanto meno un materialista. Combatte le idee innate, ma
cartesianamente mette il pensiero a capo di tutto, e la ragione, che
l’uomo che medita trova in se stesso come attività sovrana, libera,
signoreggiatrice, col suo giudizio, dell’universo, vede conforme a una
ragione creatrice universale, divina L’uomo per essa è immor¬ tale.
Per essa destinato a vincere il dolore, a superare ogni difficoltà, a
viver felice. Questa ragione infatti non è fredda astratta intelligenza.
Essa è energia ( energetico , dice Genovesi) perché è anche passione,
cuore i. Non 1 Come empirista, Genovesi, pur non ripudiando ogni
metafisica, insiste sempre sulla necessità di limitare le ricerche
speculative alle questioni essenziali per una concezione sana e morale
della vita. Insi¬ stenza che ha fatto pensare al criticismo kantiano.
Vedi Gentile, Stona della filos. ital. dal Genovesi al Galluppi, Milano,
Treves, ’ dov'è particolarmente studiata la dottrina della conoscenza di
Genovesi. Oltre i luoghi ivi citati (voi. I, p. xm), e le frequenti di¬
chiarazioni che ricorrono nelle Lettere familiari circa 1 infecondità
delle più astruse ricerche metafisiche e teologiche, vedi Logica, Notevole in
special modo la lett. del 2 aprile 1763 a P. Saffiotti. Vedi Meditazioni
filosofiche, Milano, Silvestri, Logica, Vedi Logica, distrugge la passione; una
passione infatti si combatte con un’altra passione. E poiché ogni essere
è ragione, e soffre e aspira a godere, essa, non essendo
individuale, ma comune e universale, stringe in un vincolo di amore
gli uomini. Intuizione ottimistica, che s’inquadra in una
concezione leibnizianamente spiritualistica del mondo. Poiché anche
per Genovesi i corpi, scomposti negli elementi semplici di cui sono
formati, si riducono a sostanze spirituali, attive. E tutte le qualità
sensibili dei corpi non sono altro che fenomeni, nostre sensazioni.
Lo spirito è attività : è quella stessa forza che è in tutte le
cose che sono in natura, e che tende ad espandersi. In noi questa forza
si svela nella ragione, che è prima di tutto coscienza, affermazione di
sé. Questa forza è attiva e tende perciò a svilupparsi, ad estendere il
suo dominio, a trionfare. Il mondo non è, infine, se non questo
svol¬ gimento della ragione, che nel suo progressivo prevalere è
cultura sempre più intensa e sempre più diffusa; è benessere in cui lo
spirito viene ritrovando e procuran¬ dosi le condizioni più favorevoli al
suo sviluppo ; è amore degli altri, insieme coi quali ogni uomo viene
adempiendo in comune il destino della sua natura, la libera vita
della ragione. Questa la fede del Genovesi. Questa la
sorgente dell’en¬ tusiasmo col quale egli attese con ferventissimo zelo
dalla cattedra e cogli scritti, malgrado la sua malferma salute,
infaticabilmente alla sua opera di apostolato. Questo il segreto della
potente azione da lui esercitata sul suo tempo, promovendo nuovi studi,
animando i giovani alla lotta contro il vecchio mondo: contro la
feudalità in fa¬ vore dei lavoratori della terra e della nascente
borghesia; contro la Curia per lo Stato autonomo e laico; contro il
pregiudizio per la critica; contro la superstizione per la religione;
contro tutto ciò che nel pensiero e nelle istituzioni impedisse 0 ostacolasse
il libero sviluppo del lavoro, della civiltà, della ragione.
Antonio Genovesi non fu un rivoluzionario; ma fu un educatore di
rivoluzionari, che quando scoppierà in Francia la grande Rivoluzione, o
crederanno di obbe¬ dire alla voce del vecchio maestro accogliendone
una scintilla anche a Napoli, e quindi suscitando il glorioso
incendio della Repubblica Partenopea, celebrazione di una grande fede
idealistica ancorché astrattamente gia¬ cobina, santificata dal martirio
0, uomini di grande accorgimento ed equilibrio, come Galanti e Cuoco,
con più profonda intelligenza dell’ insegnamento del Genovesi, ne
trarranno argomento a una più realistica concezione politica della
libertà necessaria al popolo napoletano: poiché vedranno come il maestro
aveva veduto, che questa libertà non poteva essere vitale, se non era
forte della forza di uno Stato ben ordinato e potente: di uno Stato
infine in cui tutta l’Italia, prima o poi, doveva unirsi tutta in un
corpo solo tra l’Alpi e il mare. Questa idea di un’ Italia
unificata dal Galanti, il più fido dei discepoli del Genovesi, passò al
Cuoco, e dal Cuoco, come oggi sappiamo, passerà al Mazzini; ma era
stata preconizzata a Napoli dal Genovesi. La cui com¬ memorazione io non
potrei meglio concludere che rileg¬ gendo una sua pagina del 1757, a
proposito della sicurezza necessaria al commercio, e impossibile senza
una fiotta militare adeguata. Impossibile perciò allo stesso Regno
di Napoli, che era tuttavia il maggiore e più potente Stato d’Italia:
«Vorrei io», scriveva nel detto anno il Genovesi, «in questo luogo dire
un pensiero, che ho sempre meco d’intorno all’animo avuto, ed hollo
tut¬ tavia; ma io temo ch’egli non sia per incontrar male 1
Sulla scuola del Genovesi e la sua importanza storica, A. Simioni, Le
origini del Risorgimento politico dell' Italia meridionale, voi. I, Mes¬
sina, Principato, presso coloro, che niuno amore hanno e niun zelo nutri¬
scono per l’Italia, come madre nostra. Ma il dirò pure in qualunque parte
sia per prendersi da chi non guarda più in là del proprio utile.
« A voler considerare l’Italia nostra, e dalla parte del suo sito,
e da quella degl’ ingegni, e per quello che ha ella altre volte fatto e
fa eziandio, tuttoché divisa e come dilacerata, si converrà di leggieri,
ch'ella tra tutte le na¬ zioni di Europa sia fatta a dominare; perocché
il suo clima non può esser più bello, né più acconcio il suo sito
rispetto alle terre e al mare che la circondano, né più perspicaci e
accorti e destri e capaci di scienze e di arti e duranti di gran fatiche,
e oltre a ciò più amanti della vera gloria, i suoi popoli, di quel
ch’essi sono. Ond’ è dunque, ch’ella sia non solo rimasta tanto addietro
al- l’altre nazioni in tutto ciò, che par suo proprio, ma dive¬
nuta in certo modo serva di tutte quelle che il vogliono ? Ella non è
stata di ciò causa la sola mollezza, che le con¬ quiste de’ Romani
v’apportarono; perocché questa mor¬ bidezza, che le ricchezze e la pace
v’avevano introdotta, non durò lungo tempo; ma la vera cagione del suo
avvi¬ limento è stata quell’averla i suoi figli medesimi in tante e
sì piccole parti smembrata, ch’ella n’ ha perduto il suo primo nome e
l’antico suo vigore. « Gran cagione è questa della ruma delle
nazioni. Pur nondimeno, ella potrebbe meno nuocerci, se quei tanti
principati, deposta ormai la non necessaria gelosia, la quale hanno
spesse volte, e più ch’essi non vorrebbero, sperimentata e al comune
d’Italia e a se medesimi fu¬ nesta, volessero meglio considerare i propri
e i comuni interessi, e in qualche forma di concordia e di unità
ri¬ dursi. Questa sarebbe la sola maniera di veder rifiorire il
vigore degl’ Italiani. « Potrebbe per questa via aver l’Italia
nostra delle formidabili armate navali, e di tante truppe
terrestri. che la facessero stimare e rispettare non che dalle po¬
tenze d’oltremare, che pure spesso l'infestano, ma dalle più riguardevoli
che sono in Europa. Ella non vorrebbe ambire altro imperio, che quello
che la natura le ha cir¬ coscritto: ma ella dovrebbe, e potrebbe
difendersi il suo. Potrebbe veder rinascere in tutti i suoi angoli le
arti e le industrie, dilatarsi il suo commercio, e tutte le sue
parti nuovo abito e la pristina bellezza prendere. Se questi sensi
s’ispirassero ai pastori di tutte le sue parti, forse che non sarebbe
questo un voto platonico. E mi pare che i principati d’Italia non siano
sì gli uni degli altri gelosi, che per massime vecchie che son passate ai
posteri più per costume che per sode ragioni. Non son ora i tempi
ch'erano: e quelle cagioni di reciproci timori, che pote¬ vano una volta
essere ragionevoli, sono ora non solo vane, ma nocevoli e al tutto e alle
parti, se ben si considerano. Egli è per lo meno certo, ch’ella non può,
come le cose sono al presente, sperare altronde la sua salute, che
dalla concordia e dall’unione de' suoi principi. Il comune e vero
interesse suol riunire anche i nemici: non avrà egli forza da riunire i
gelosi ? Rettor del Cielo, io chieggo Che la pietà che ti
condusse in terra. Ti volga al tuo diletto almo paese » ».
Al Genovesi dunque, il più filosofo dei grandi riforma¬ tori
italiani del Settecento, spetta il merito di essere stato il più italiano
di tutti. Egli scosse il petto dei giovani, e vi infuse una fede nella
civiltà che è scienza ed è libertà. Egli indicò agl’ Italiani 1 * Italia,
che non c’era, ma co- 1 Carv, Storia del Comm. della Gran
Bretagna, Napoli, 1757, II, p. 35. Pagina celebre dacché il Carducci
l’ebbe inclusa nelle sue Letture del Risorgimento Italiano.minciava a
presentirsi, ed egli l’annunziò, insegnando come le si potesse preparare
la via. E la sua voce si riper¬ cosse di generazione in generazione,
finché l’Italia venne. E venne per la via che egli aveva aperta:
riavvicinando la letteratura alla vita, la filosofia all'uomo,
ammaz¬ zando l’accademia e l’ozio ancorché dotto ed elegante,
educando il popolo a credere nella cultura, a servire l’ideale, andando
incontro per esso anche alla morte. Fulgido esempio i martiri del '99.
Stato laico e veramente sovrano, religione tutta rivolta alla vita dello
spirito, libera da ogni cupidigia e pretesa mondana; libera la
ragione, rispettata come cosa sacra la scienza, e la scuola che la
promuove. E di là dal breve confine della provincia, per l’Italiano,
l’Italia grande, laboriosa, armata, consa¬ pevole di una sua missione
civile. Questa la scuola del Genovesi. Perciò gl’ Italiani devono
ricordare il suo nome; perciò devono annoverare Antonio Genovesi, lui
così modesto, così riservato e chiuso tra la scuola e i libri, tra
i padri della patria. E nella scuola italiana particolar¬ mente deve
esser ricordato come esempio ed ammonimento contro la pseudoscienza
astratta dalla vita sempre rina¬ scente. Poiché i frati, che
punzecchiarono in vita Antonio Genovesi e furono perseguitati dalla sua
dialettica e dal suo frizzo, hanno cambiato veste, e non natura. E
contro di essi bisogna ancora combattere, ancora difendersi. Perciò
Genovesi è vivo. GENOVESI, Antonio. - Nacque il 1° nov. 1713 a
Castiglione (ora Castiglione del Genovesi), piccolo paese dell'Appennino
campano a pochi chilometri da Salerno, primogenito dei quattro figli di
Salvatore e di Adriana Alfenito. La famiglia, un tempo benestante, era decaduta
da "civile" in "basso" stato, e viveva con i modesti
proventi del lavoro del padre calzolaio e di una piccola proprietà. Allo sforzo
di recuperare una condizione economicamente più solida e socialmente più prestigiosa,
nonché alle strategie familiari in uso nella società del tempo e della zona, si
deve la precoce destinazione del G. alla carriera ecclesiastica,
realisticamente accettata dal ragazzo come unica strada percorribile per
accedere agli studi superiori e a una professione intellettuale, per la quale
si sentiva particolarmente tagliato, poi vissuta sempre con autentica adesione
a una religiosità profondamente sentita. Affidato a parenti membri del clero
locale, il G. compì i primi studi nel paese natio, praticamente da autodidatta,
completando il corso di lettere latine a tredici anni. Seguirono tre anni
dedicati alla filosofia, dapprima quella scolastica, per la quale maturò un
rapido rifiuto, poi quella cartesiana, sotto la guida di un medico suo parente,
Niccolò Genovesi, a sua volta allievo del medico cartesiano napoletano N.
Cirillo. Le due autobiografie redatte dal G. e rimaste incompiute e inedite in
vita (la prima si ferma al 1748: Autobiografia I, in P. Zambelli, La
formazione, pp. 797-916; la seconda al 1755: Vita di A. G., in Illuministi
italiani, pp. 47-83) ci trasmettono il ritratto di un adolescente vivace,
intelligente e ricettivo, fortemente motivato allo studio per curiosità
intellettuale e desiderio di primeggiare, ambizioso e abile nella dialettica.
Nello stesso tempo fu iniziato al gusto della letteratura dai consigli di un
altro amico del luogo, S. Parrilli; gliene derivò una passione, che durò tutta
la vita, per i poemi cavallereschi, per Dante e Petrarca, alla quale seguì il
nascere di un altrettanto intenso interesse per la storia. Ma il padre
sorvegliava attentamente che il ragazzo non si concedesse distrazioni. La
rigidezza paterna ebbe modo di manifestarsi più duramente quando il giovane si
innamorò, ricambiato, di una giovane compaesana, Angela Dragone. Per impedire
che questo amore cambiasse i programmi di vita del giovane, il padre gli impose
il trasferimento a Buccino (sempre non lontano da Salerno), in casa di parenti,
mentre la ragazza fu costretta al matrimonio con un pastore. Il G., pur
profondamente addolorato e deluso, trovò conforto nella maggiore apertura e
possibilità di contatti che il nuovo ambiente, sempre provinciale ma più aperto
e animato, gli offriva, e nell'amicizia con l'arciprete G. Abbamonte, che
migliorò la sua preparazione classica e stimolò l'interesse per la teologia e
il diritto civile e canonico. Prende gli ordini minori. Nel frattempo,
spinto dalla necessità di rendersi indipendente economicamente, con l'appoggio
dell'arcivescovo di Salerno G.F. Di Capua, che ne aveva apprezzato le doti
esaminandolo per il diaconato, ottenne l'insegnamento di retorica presso il
seminario della città, dove rimase due anni. Ordinato sacerdote nel Natale del
1737, l'anno seguente, fornito del modesto capitale di 600 ducati ereditato da
uno zio materno, insieme con il fratello Pietro, destinato alla carriera
forense, si trasferì nella capitale del Regno, dove avrebbe trascorso tutto il
resto della vita, allontanandosene solo per brevi periodi di villeggiatura.
Abbandonato rapidamente il progetto di intraprendere anche la professione
forense, che gli parve avere "poca conformità […] con le massime del puro
cristianesimo" (Vita, p. 53), insofferente del formalismo giuridico e
dell'ambiente del foro, scelse definitivamente gli studi filosofici. Frequentò
le lezioni di N. De Martino e dell'ormai anziano Vico - di cui già conosceva la
Scienza nuova -, conobbe P.M. Doria, si legò di amicizia con Appiano Buonafede,
che lo descrive, in quei primi anni napoletani, in un acuto ed efficace profilo
(Ritratti poetici, storici e critici di vari uomini di lettere, Venezia 1788,
p. 266). Lasciò inattuato il progetto di un'opera ispirata a Platone, La
repubblica divina, per rivolgersi avidamente alla cultura anglo-olandese, ai
neoplatonici di Cambridge, a J. Le Clerc, a Newton, a Locke (progettando una
traduzione dal francese del Cristianesimo ragionevole), al giusnaturalismo. Nel
1739 aprì una scuola privata, in cui insegnare i suoi "nuovi piani di
filosofia e di teologia", in particolare il "piano di un'etica"
(Vita), frutto delle riflessioni di quegli anni. Cominciò a maturare in
quest'esperienza - che durerà tutta la vita - la vocazione pedagogica che
caratterizzerà tutta l'attività del G. e che si realizzerà in un metodo
d'insegnamento dinamico, in cui l'ampliarsi dell'orizzonte culturale del
docente sollecitava e promuoveva l'apprendimento in interazione costante con i
giovani. Il carattere innovativo e il successo della scuola gli procurarono
l'amicizia e la protezione di M. Cusano, di G. Orlandi e, soprattutto, del cappellano
maggiore C. Galiani, autentico iniziatore della nuova cultura newtoniana a
Napoli, fondatore dell'Accademia delle scienze e promotore della riforma
universitaria, da poco avviata. Attraverso il Galiani, il G. ottenne il
primo incarico universitario, come professore straordinario di materie
metafisiche, e cominciò a insegnare nel novembre 1745. Era nel frattempo
approdato a una visione filosofica fondata su un "eclettismo
programmatico", che tendeva alla serena composizione di un costante
atteggiamento apologetico con la più totale disponibilità verso i portati della
cultura innovatrice, di cui si appropriava con onnivora curiosità. Ne dette la
prima dimostrazione nel manuale degli Elementa metaphysicae (Napoli 1743),
prima tappa dell'ambizioso progetto di un corso completo di filosofia. Proprio
per queste caratteristiche, nonostante la sostanziale ortodossia e
l'approvazione del revisore regio G. Orlandi, l'opera fu duramente attaccata
dagli ambienti ecclesiastici. La protezione del Galiani e la disponibilità ad
accettare di chiarire le proprie posizioni in una Appendix pubblicata nel 1744
salvarono il G. dalla denuncia al S. Uffizio. La polemica però accrebbe la sua
notorietà a Napoli e fuori del Regno; divenne abituale frequentatore del
salotto letterario di M. Di Sarno, bibliotecario di José Joaquín marchese di
Montealegre (duca di Salas), primo segretario di Stato. Le tesi esposte nella
Metafisica attirarono l'attenzione di A. Conti, con il quale il G. avviò uno
scambio di lettere filosofiche sulla natura delle idee, stampate nel 1746 (poi
in Letterefamiliari, Venezia. Passa alla cattedra di etica, con buon successo
per la rinnovata affluenza di studenti. Nello stesso anno pubblicò, in
collaborazione con G. Orlandi, cui si devono le note scientifiche, gli Elementa
physicae di P. van Musschenbroek, ai quali premise una Disputatio
physico-historica de rerum corporearum origine et constitutione, agile e
precisa sintesi delle idee scientifiche dall'antichità al presente. La
manifesta adesione al newtonismo si colloca tuttavia ancora all'interno di una
visione spiritualizzante e ortodossa, che connette la visione del cosmo di
Newton al vitalismo di Cardano e di Campanella e con la platonica anima mundi.
L'opera ebbe grande fortuna, come pure il contemporaneo manuale di logica
Elementorum artis logico-criticae libri V(Napoli), che gli procurò gli elogi di
L.A. Muratori, con il quale avviò un carteggio, quasi totalmente perduto,
destinato a durare fino alla morte del modenese. Ma altri e più pericolosi attacchi
si andavano preparando nel clima di scontro determinatosi a Napoli a causa del
tentativo, peraltro fallito, di introdurre il tribunale dell'Inquisizione,
messo in atto dall'arcivescovo cardinale G. Spinelli. Pubblica la seconda
parte della Metafisica, dedicandola a Benedetto XIV con l'evidente scopo di
garantirsi un'autorevole tutela, e nel contempo portava a compimento la stesura
del manuale di teologia cui attendeva dai primi anni Quaranta: gli Universae
theologiae elementa. Quando, nel 1748, si rese vacante la cattedra di tale
disciplina, il G. ritenne di avere giusto titolo per concorrervi con buone
probabilità di successo. Ma la sua candidatura provocò violente opposizioni. In
base alla denuncia di un altro concorrente, l'abate I. Molinari, la Curia
romana volle esaminare il manoscritto, mentre la corte di Napoli ne affida la
revisione a Barba. Nonostante i suoi timori, anche questa volta G. riusce a
evitare la denuncia per eresia, soprattutto in virtù dell'appoggio dei gesuiti,
ostili all'arcivescovo Spinelli, della sua personale amicizia con il padre
provinciale della Compagnia e del fatto che, sul piano dottrinale, si definiva
mezzo molinista in materia di grazia. Ma in questa occasione fu assai tiepido
l'appoggio del Galiani, che gli impose la rinuncia non solo alla cattedra, ma
anche all'insegnamento privato della teologia e alla pubblicazione degli
Universae theologiae elementa, provocando la decisione del G. di abbandonare
"studi sì turbolenti e spesso sanguinosi" (Vita). Il G.
continuò a insegnare etica fino al 1753, mentre proseguiva il completamento
della Metafisica con un quarto volume, dedicato al giusnaturalismo.
Reinterpretando Grozio e soprattutto Pufendorf, G. vede nel giusnaturalismo le
basi per rinnovare un'etica razionalmente e scientificamente fondabile, in
grado di definire il quadro di valori di una società mercantile, i cui problemi
si venivano ormai collocando al centro dei suoi interessi. La persecuzione di
cui era stato oggetto, oltre ad allargare la cerchia delle sue frequentazioni
amichevoli a personaggi come Raimondo di Sangro principe di Sansevero e Felice,
gli aveva offerto infatti l'occasione di entrare a far parte del cenacolo che
in quegli anni si era venuto a creare intorno a INTIERI. Ormai avanzato
nell'età, questo abile e fortunato imprenditore toscano, amico di C. Galiani e
cofondatore dell'Accademia delle scienze, ritiratosi a poco a poco dalle sue
multiformi attività, aveva raccolto intorno a sé vecchi e soprattutto nuovi
esponenti dell'intellettualità napoletana, come RINUCCINI, ORLANDI, GALIANI,
con i quali aveva avviato una fruttuosa consuetudine di discussione, tesa a
stimolare non solo la circolazione delle idee in rapporto con la cultura
internazionale, ma anche l'attività di collaboratori più giovani e la loro
concreta azione nel contesto politico e sociale del Regno. Il cenacolo
dell'Intieri fu infatti tra i primi a leggere e commentare l'Esprit des loisdi
Montesquieu. Dalle opere e dai carteggi di quegli anni emerge con chiarezza
l'auto-rappresentazione di questo gruppo di intellettuali come forza operante
nel nuovo contesto politico: la ritrovata indipendenza del Regno, che appare
loro come conditio sine qua non per l'avvio di un processo di cambiamento e di
modernizzazione. Vero e proprio manifesto del programma riformatore del
gruppo, incentrato sull'ineludibile nesso teoria-prassi, che ne costituì la
novità immediatamente percepita dai contemporanei, fu il Discorso sopra il vero
fine delle lettere e delle scienze, maturato durante la villeggiatura nella
villa intieriana di Massa Equana, e pubblicato all'inizio dell'anno seguente a
Napoli insieme con il Ragionamento sopra i mezzi più necessari per far
rifiorire l'agricoltura di U. Montelatici e con la Relazione dell'erba
orobanche di P.A. Micheli. Il G. operava così la sua scelta di campo,
presentandosi come l'interprete più convinto di quel programma e il più
attivamente impegnato nella sua realizzazione. Requisito indispensabile
per il progetto di riforma era la diffusione di una nuova cultura scientifica,
economica, tecnologica, posta al centro degli interessi di una intellettualità
nuova. A essa, come campo di indagine, ma anche di azione, doveva rivolgersi la
"studiosa gioventù" del Regno, distolta dagli studi forensi e da
speculazioni astratte, e avviata da un lato a una conoscenza cosmopolita di
idee e linguaggi, dall'altro a sviluppare capacità di osservazione e di studio
dei fenomeni naturali e sociali della realtà in cui viveva. A questa
istanza della cultura intieriana corrispose il progetto che meglio ne
rappresentò la realizzazione istituzionale: la costituzione presso l'Università
di Napoli di una cattedra di meccanica e commercio- cioè la prima di economia
politica in Europa -, che Intieri volle finanziare con un lascito di 7500
ducati che garantisse una rendita di 300 ducati annui, a condizione che essa
venisse affidata al G., che l'insegnamento fosse svolto in lingua italiana e
che anche in futuro ne fossero esclusi rappresentanti del clero regolare. La
nuova cattedra fu inaugurata il 5 nov. 1754, con grande affluenza di pubblico.
Il G. presentò il nuovo corso con una prolusione che avrebbe poi sviluppato nel
ragionamento sul commercio in universale, pubblicato in estratto e poi in
apertura della Storia del commercio della Gran Brettagna scritta da John Cary
(Napoli). Questo grosso centone in tre volumi conteneva pure la
traduzione dell'Essai sur le commerce d'Angleterre di V. de Gournay e G.-M.
Butel-Dumont (Paris), i quali avevano a loro volta tradotto e aggiornato
l'Essay on the state of England di J. Cary (Bristol 1695), e la
traduzione-rifacimento genovesiana dell'England's treasure of commerce di T.
Mun (London), corredate dalle ampie e ricche annotazioni dello stesso G. e da
altri suoi saggi (Ragionamento filosofico sulle forze e gli effetti delle gran
ricchezze e Ragionamento sulla fede pubblica) destinati a ricomparire negli
Elementi del commercio e nelle posteriori Lezioni di commercio o sia di
economia civile. Contemporaneamente G. procedeva alla stesura del suo
corso biennale di Elementi del commercio, che anche nel titolo riecheggiavano
gli Eléments du commerce di F.-L. Véron de Fortbonnais. Ambedue le opere
avevano un palese carattere propedeutico, non solo per i destinatari, ma in
certo modo per lo stesso autore, che nel suo sforzo di informazione e
acquisizione di nuove competenze sembra lavorare in parallelo con i suoi
allievi e lettori. Il discorso genovesiano assolveva a una duplice funzione:
definire contenuti e linguaggi della nuova cultura economica; tracciare le
linee di un programma di politica economica per il governo, nel quadro
dell'assolutismo illuminato, che viene considerato come la garanzia
istituzionale delle riforme. Esso si articola sulla polarizzazione tra il
cosmopolitismo culturale, perseguito con la consueta ampiezza e tempestività di
letture, e il patriottismo, consistente nell'attenzione alle specifiche
condizioni del Regno, su cui misurare l'effettiva validità degli interventi.
Sul primo versante i termini di confronto scelti da G. furono la Spagna e
l'Inghilterra. L'una, studiata attraverso le opere di G. Uztáriz e B. de Ulloa,
per le evidenti analogie con la situazione del Regno; l'altra, proposta come il
modello più avanzato di economia mercantile, nel quale erano ormai operanti le
strutture della moderna circolazione di merci, monete e idee. Su di essa G. si
documentava con ostinata puntualità, trovando la referenza più significativa
nei Political discourses di D. Hume. L'elemento di mediazione culturale,
approdo dei riformatori napoletani alla koinè illuministica degli anni
Sessanta, era costituito dalle opere e dai dibattiti francesi, da J.-F. Melon a
Fortbonnais, a Plumard de Dangeul. Sull'altro versante, il G. articolava una
serie di proposte operative per una conoscenza sperimentalmente e
statisticamente fondata delle reali condizioni del Regno (andamento
demografico, natura e produttività dei terreni, configurazione della proprietà
attraverso il catasto, strade e comunicazioni ecc.), cui dovevano collaborare
gentiluomini e parroci, intellettuali e proprietari, creando una rete di
società agrarie e scientifiche diffuse sul territorio e radicate nella società
provinciale. La politica economica di un paese povero di materie prime e del
tutto marginale nel commercio internazionale doveva puntare allo sviluppo
qualitativo e quantitativo della produzione agricola, destinata al mercato reso
libero dai vincoli interni. L'adesione piena del G. alla liberalizzazione
del commercio interno dei grani si manifestò, in concomitanza con la grave
carestia che colpì il Regno nel 1764, attraverso la pubblicazione
dell'Agricoltore sperimentato di TRINCI (Napoli) e delle Riflessioni
sull'economia generale de' grani (Napoli; traduzione della Police des grains di
C. Herbert, Berlin 1755), da lui prefati e commentati. La fiducia nella
possibilità di realizzare le riforme si scontrava, tuttavia, con la crescente
consapevolezza della natura strutturale degli ostacoli che vi si opponevano. La
concentrazione delle terre nelle mani di una nobiltà feudale ancora detentrice
di poteri giurisdizionali e di un clero numericamente eccessivo, attaccato ai
propri privilegi, impediva la formazione di una proprietà contadina, che ormai
appariva a G. la condizione necessaria perché si sviluppasse non solo
l'iniziativa economica, ma pure l'auspicata mobilità sociale. Sono quindi i
problemi della società civile quelli cui il G. guarda con maggiore attenzione
nell'ultimo quinquennio della sua vita, che rappresenta un'ulteriore scansione
della sua attività. Tra il 1764 e il 1769 il suo impegno politico e
culturale si caratterizzava per una sempre più accentuata polivalenza di
funzioni, legata alla sua ormai consolidata posizione di maître à penser.
All'insegnamento universitario e privato si aggiunsero infatti le consulenze
per Tanucci e per la giunta degli Abusi, sui problemi più scottanti del
momento: dalla liberalizzazione del commercio dei grani ai trattati di
commercio, dalla monetazione alla redazione dei nuovi piani di studio per le
scuole ex gesuitiche (nel quadro di una vigorosa ripresa della battaglia
giurisdizionalistica per l'abolizione della cattedra delle decretali); per
l'istituzione di nuove cariche in difesa delle prerogative regie, per la lotta
alla manomorta. Si intensificò soprattutto l'attività editoriale, relativa alla
pubblicazione di opere proprie e altrui, che investì tutti gli aspetti della
sua attività di studioso e di insegnante. Ne fece parte un corso completo di
"istituzioni filosofiche per i giovanetti", in italiano, articolato
nella Logica (Napoli), nella Diceosina, osia della filosofia del giusto e
dell'onesto (Napoli), nelle Scienze metafisiche(ibid. 1767).
Contemporaneamente, il G. stendeva i Dialoghi morali e le note all'Esprit des
lois (pubblicate postume nel 1777). In questo contesto si collocano le
tre edizioni delle Lezioni di commercio o sia di economia civile, cui il G.
lavorò direttamente: le due napoletane, rispettivamente 1765-67 e 1768-70 e
quella intermedia del 1768, promossa a Milano dall'allievo T. Odazi. Alle
Lezionifanno da contrappunto, su un tema specifico carissimo al G., le due
edizioni delle Lettere accademiche sulla questione se sieno più felici gli
scienziati o gl'ignoranti, in cui la ripresa della polemica con Rousseau si
amplia a un riesame critico dello sviluppo delle società umana. I testi che nascono
da questa attività multidisciplinare rappresentano l'espressione più compiuta
di un modusoperandi già sperimentato, fondato su una memoria interna,
attraverso la quale il G. riutilizza e riorganizza continuamente i materiali
della sua riflessione, in uno sforzo onnicomprensivo che tende a coagulare in
una sintesi complessa, pur se talvolta ridondante, tutte le tensioni
intellettuali e politiche degli ultimi anni di vita. Le ampie varianti
recepiscono anche le spinte di circostanze esterne: per queste caratteristiche,
le Lezioni si presentano come l'autentica summa del pensiero genovesiano, un
vero e proprio work in progress di letteratura militante. Il G. colloca
le problematiche dell'economia in un più ampio quadro di considerazioni sulla
società, sulle sue dinamiche, esaminate negli aspetti antropologici e
psicologici, secondo una linea storicizzante alla quale contribuisce con una
sua versione della teoria stadiale, per approdare a un più ampio affresco della
situazione del Regno. Il confronto tra gli Elementi e le tre edizioni delle
Lezioni mette in luce l'evoluzione del suo pensiero sui temi più
caratterizzanti, dalla popolazione al lusso alla tassazione, e l'intensificarsi
della polemica antifeudale e anticuriale. Diventa centrale il problema della
comunicazione, elemento caratterizzante della società e del vivere civile e di
conseguenza della lingua, alla quale dedica anche una riflessione teorica nella
Logica, e dei mezzi, delle sedi, delle modalità attraverso le quali essa può
realizzarsi e costituire l'asse portante della formazione dell'opinione
pubblica. La morte lo colse a Napoli il 12 sett. 1769. Negli
anni seguenti la sua opera fu oggetto di aspri attacchi e di appassionate
difese, culminate nell'elogio storico dedicatogli dall'allievo G.M. Galanti
(Napoli 1772). Larga ma diversificata fu l'eco della sua opera nelle altre aree
d'Italia e di Europa. Nonostante la fortuna dell'edizione milanese delle
Lezioni, sulla quale furono esemplate tutte le successive ristampe, in realtà
l'opera genovesiana non venne apprezzata nella Lombardia asburgica, proiettata
verso la fisiocrazia, perché considerata troppo farraginosa e legata ai
problemi di una società sottosviluppata. In Francia l'annunciato progetto di PINGERON
di tradurre le Lezioni non ebbe seguito. In Germania, invece, vennero tradotti
sia la Storia del commercio(Leipzig 1788), sia le Lezioni (ibid. 1776), a cura
rispettivamente di A. Witzmann e di C.A. Wichmann. Molto più ampia fu invece la
diffusione dell'opera genovesiana, sia filosofica sia economica, nella penisola
iberica. In Spagna, infatti, apparve una traduzione in castigliano delle
Lezioni (1785-86), a cura di V. de Villava, mentre nei paesi di lingua
portoghese i suoi corsi di filosofia costituirono la base dell'insegnamento universitario
per tutto l'ottocento. Edizioni: Illuministi italiani, V, Riformatori
napoletani, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli 1962, pp. 3-330; Autobiografia,
lettere e altri scritti, a cura di G. Savarese, Milano 1962; Della Diceosina o
sia della filosofia del giusto e dell'onesto, a cura di F. Arata, Milano 1973;
Scritti, a cura di F. Venturi, Torino 1977; Delle lezioni di commercio o sia di
economia civile, Varese 1977 (rist. anast. dell'ed. Milano 1768); Scritti
economici, a cura di M.L. Perna, Napoli 1984; Se sieno più felici gl'ignoranti
che gli scienziati. Lettere accademiche, a cura di G. Gaspari, Carnago 1993;
Lezioni di commercio o sia di economia civile con gli "Elementi del
commercio", a cura di M.L. Perna, Napoli 1998; Dialoghi e altri scritti.
Intorno alle "Lezioni di commercio", a cura di E. Pii, Napoli. Fonti
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nazionale, ms. XIII.B.39; ms. XIII.B.92; ms. XIV.B.53; Arch. di Stato di
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di Stato di Milano, Piani di economia pubblica, Autografi, 164; Arch. segr.
Vaticano, Nunziatura di Napoli, Arch. di Stato di Torino, Materie economiche.
Zecche e monete, n. 9. Inoltre, copie manoscritte della Theologia sono
conservate a Bari, Biblioteca nazionale, ms. III.16; Ibid., Biblioteca
provinciale De Gemmis, Fondo De Gemmis; Fano, Biblioteca civica Federiciana,
Fondo Collegio Nolfi, ms. 9; Macerata, Biblioteca comunale Mozzi Borgetti, ms.;
Napoli, Biblioteca oratoriana dei gerolamini, ms. Varie lettere sono conservate
a: Firenze, Arch. stor. dell'Accademia dei Georgofili, Carteggio, b. 23; Ibid.,
Biblioteca nazionale, Autografi Gonnelli; Forlì, Biblioteca comunale, Autografi
Piancastelli; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss. Beccaria, B.231; Modena,
Biblioteca Estense, MC.103.1; Ibid., ArchivioMuratoriano, filza 65; Ibid.,
Autografoteca Campori; Torino, Biblioteca civica, Collezione Nomis di Cossilla;
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autografe inedite alla "Logica" di A. G., in Atti dell'Accademia di
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L'universo comunicativo di A. G., in Atti del Convegno Editoria e cultura a
Napoli nel XVIII secolo, Napoli. Antonio Genovesi. Genovesi. Keywords: logica
per gli giovanetti, critica della ragione economica, scambio conversazionale
--. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Genovesi: critica della ragione economica” -- per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.


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