Grice
e Geymonat: l’implicatura conversazionale del temperamento romano – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo. Grice: “I
like Geymonat – he calls himself a neo-rationalist, like Canova – whereas I go
for the real thing! Plato!” – Grice: “Geymonat has explored the origin of
infinity in the triangle of Tartaglia.” – Grice: “Geymonat has explored what he
calls ‘the images of man’ – Grice: “Geymonat has a curious essay on darkness
(‘tenebre’) – and a longer essay on ‘reason.’ – Grice: “Like me, Geymonat has
explored the philosophy of probability – from Latin ‘probare’ – and he was an
anti-fascista1” –Figlio di Giovanni Battista, un geometra liberale di origini
valdesi, e da Teresa Scarfiotti. Frequenta la scuola privata del Divin Cuore e
poi l'Istituto Sociale, un liceo classico torinese gestito dai gesuiti, dal
quale fu espulso l'ultimo anno di corso a causa di un tema su Giovanna d'Arco
non in linea con l'ortodossia e così conseguì la maturità nel Liceo classico
Cavour. Si laurea a Torino con “Il problema della conoscenza nel positivism”
sotto Pastore e sotto Fubini lcon “Sul teorema di Picard per le funzioni
trascendenti intere”. La sua scelta di unire, nella sua ricerca, filosofia e
logica, tenute separate in Italia dall'imperante cultura idealistica del tempo,
quella gentiliana che, con la sua riforma della scuola, privilegia la cultura
umanistica, e quella crociana, con la sua concezione svalutativa della scienza,
creatrice, ad avviso del filosofo abruzzese, di un “pseudo-concetto”, mostra
l'apertura europea delle prospettive di ricerca intravista allora da Geymonat e
la sua estraneità al provincialismo culturale italiano. Un rifiuto che egli
estese anche alla politica del regime allora dominante. Assistente di Analisi
algebrica nell'Torino ma avversario del fascismo, rifiutò l'iscrizione al
partito fascistacio è di prendere la cosiddetta tessera del pane vedendosi così
preclusa la possibilità di una carrier statale. Si avvicinò altresì a Martinetti, non tanto per comunanza di
prospettive filosofiche quanto per averlo riconosciuto un esempio di impegno
civile e morale, essendo stato tra i pochissimi filosofi a rifiutare il
giuramento di fedeltà al Fascismo. Come Ayer. Anda in Vienna per approfondire
la dottrina del Circolo di Schlick, e
pubblica “La filosofia della natura”
e “Nuovi indirizzi della filosofia.” e iscritto clandestinamente
al Partito comunista, si guadagna da vivere insegnando matematica nella scuola
privata «Giacomo Leopardi» di Torino, dove Pavese insegna italiano. Con il nome
di battaglia Luca fu partigiano in Piemonte nella 105ª Brigata Carlo Pisacane
e, dopo la Liberazione, assessore comunista al Comune di Torino, quando, vinto
il concorso a cattedra, e nominato professore a Cagliari. Insegna a Pavia e
Milano. Fonda il Centro di studi metodologici a Torino. Ebbe uno stile di
pensiero razionalista ateo. La sua filosofia può essere inquadrata nel filone
del neopositivismo (ebbe diversi contatti con il Circolo di Vienna), da lui ri-elaborato
nell'ottica del marxismo! Nell'evoluzione della sua filosofia, si possono
tracciare due fasi. Nella prima fase, approfondisce temi tipici del
positivismo. Nella seconda fase, si sforza di analizzare la realtà oggettiva ed
a questo scopo utilizza concetti caratteristici del materialismo
dialettico. Interpreta la concezione della matematica di Galilei come un strumento
d'interpretazione della realtà. Approfondisce alcuni temi teorici come quello
della causalità, il fondamento della probabilità, il continuo, l’intuizione,
centrali nell'epistemologia. Politicamente fu vicino inizialmente al Partito
Comunista Italiano, da cui si allontanò poi per aderire a Democrazia Proletaria
e successivamente ai movimenti che diedero vita al Partito della Rifondazione
Comunista. Nel corso di questo viaggio politico ha partecipato alla Fondazione,
a Roma, dell'Associazione Culturale Marxista e collabora nella rivista Marxismo
Oggi (editore Teti). Ha compiuto alcune ricerche sul teorema di Picard e
sul teorema di Carathéodory per le funzioni armoniche. In “Neo-razionalismo”,
spiega che un'indagine efficace della realtà, e svolta solamente tramite lo
strumento della ragione. Per fare
questo, propose di scarnificare la razionalità di ogni verità e da ogni sistema
di riferimento assoluti. Il neoilluminismo, capeggiato da Abbagnano e coinvolgente
numerosi altri filosofi italiani, rappresentò per Geymonat il suo corso del neo-razionalismo,
che avrebbe dovuto accogliere i metodi e i risultati della scienza, perseguendo
un duplice obiettivo: ummanizare la scienza e concretizzare la filosofia – e
l'utilizare un'impostazione storicistica al posto di quella metafisica. Per
storicismo, intese l'analisi storica della struttura di un modello scientifico. Pur
condividendo inizialmente l'anti-idealismo di Popper, sostenne che vi era la più
manifesta e totale incompatibilità tra il marxismo e l'epistemologia
popperiana. Alle sue accuse di essere il filosofo ufficiale
dell'anti-comunismo, reo di difendere i regimi liberali, Popper gli rispose: “I
nostri intellettuali dicono che vivono in un inferno, mentre di fatto questo
mondo non è stato, fin da Babilonia, mai così vicino al paradiso come lo è ora
il mondo occidentale. Per contrasto, in Unione Sovietica, si dice alla gente
che vivono in paradiso, e tanti lo credono e sono moderatamente contenti; è
questo, credo, l'unico aspetto per il quale la società sovietica è migliore
della non-sovietica. Si deve a Geymonat l'introduzione in Italia di Kuhn.
Altre opera: “Il problema della conoscenza nel positivismo” (Torino, Bocca); La
nuova filosofia della natura in Germania, Torino, Bocca, “Per un nuovo
razionalismo, Torino, Chiantore, Neo-razionalismo. Torino, Einaudi, Galileo
Galilei, Collana Piccola Biblioteca Scientifica, Torino, Einaudi, La filosofia
della scienza, Feltrinelli, Milano); Filosofia nella storia della civiltà, con
Renato Tisato, Garzanti, Milano, Storia della filosofia, Garzanti, Milano, Il materialismo
dialettico, Editori Riuniti, Roma, Scienza e realismo, Feltrinelli, Milano); “Paradossi
e rivoluzioni. scienza e politica, Giulio Giorello e Marco Mondadori, Il
Saggiatore, Milano, La probabilita, con Feltrinelli, Milano, Kuhn e Popper,
Dedalo, Bari. Lineamenti di filosofia della scienza, Mondadori, Milan); “Le
ragioni della scienza” (Laterza, Roma-Bari, La libertà, Rusconi, Milano, La
società come milizia, Minazzi, I sentimenti, Rusconi, Milano, Filosofia,
scienza e verità, Rusconi, Milano, La Vienna dei paradossi. Controversie
filosofiche e scientifiche nel Wiener Kreis, Mario Quaranta, Il poligrafo,
Padova, Dialoghi sulla pace e la libertà, cCuen, Napoli, La ragione, con
Minazzi e Sini, Piemme, Casale Monferrato, Attualità del Marxismo. Quaderni di
Città Futura, Ancona); “Storia e filosofia dell'analisi infinitesimale, Bollati
Boringhieri, Torino. Emanuele Vinassa de Regny, «Corrado Mangione: breve storia
di una lunga amicizia», «AppendiceL'Associazone Culturale Marxista», in
Attualità del Marxismo. Filosofia e dintorni, Intellettuali non fate ideologia.
L'Occidente non è quest'inferno, Dario Antiseri, articolo su «Il Mattino di
Padova», lincei. Geymonat Mario Quaranta, Geymonat filosofo della contraddizione,
Sapere, Padova, Mangione, Scienza e filosofia. Saggi in onore di Geymonat,
Garzanti, Milano, Pasini, Rolando, Il neo-illuminismo italiano. Cronache di
filosofia, Il Saggiatore, Milano, Minazzi, Scienza e filosofia in Italia negli
anni Trenta: il contributo di Persico, Abbagnano e Geymonat. Norberto Bobbio,
Ricordo, "Rivista di Filosofia" Silvio Paolini Merlo, Consuntivo
storico e filosofico sul "Centro di Studi Metodologici" di Torino, Pantograf
(Cnr), Genova, Minazzi, “La passione
della ragione” Thélema Edizioni Milano-Mendrisio, Mario Quaranta, Una ragione
inquieta, Seam, Formello, Minazzi, Filosofia, scienza e vita civile inGeymonat,
La Città del Sole, Napoli, Fabio Minazzi, Contestare e creare. La lezione
epistemologico-civile di Geymonat, La Città del Sole, Napoli, Silvio Paolini
Merlo, Nuove prospettive sul "Centro di Studi Metodologici" di
Torino, in «Bollettino della Società Filosofica Italiana», Bruno Maiorca,Scritti
sardi. Saggi, Cagliari, Minazzi, Ludovico Geymonat, un Maestro del Novecento.
Il filosofo, Edizioni Unicopli, Milano, Pietro Rossi, Avventure e disavventure
della filosofia. Saggi sul pensiero italiano del Novecento, il Mulino, Bologna,
Minazzi, Geymonat epistemologo, Mimesis Edizioni, Milano Positivismo logico Circolo di Vienna Scuola
di Milano. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Geymonat,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Massimo Mugnai, Scienza e filosofia:
Geymonat e Preti, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero:
Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.Articoli della stampa italiana
su L. Geymonat, dal Sito Web Italiano per la Filosofia L'eredità intellettuale
di Ludovico Geymonat (C. Preve). La setta di Crotone rappresenta un movimento filosofico
di livello scientifico molto superiore a quello delli
precedenti. Per la verità non tutti lo storici della
filosofia italiana sono d'accordosu ciò. Taluni sostengono infatti che Pitagora (il quale non lascia
nulla di scritto) sia stato il fondatore di una setta analoga all'orfismo, che non di un vero e proprio
movimento di pensiero scientifico-filosofico come il di J. L.
Austin. Essi affermano che soltanto mezzo secolo dopo la morte del fondatore la setta comincia ad interssarsi di filosofia. Oggi però si ritiene dai più che l'interpretazione ora accennata sia eccessivamente
critica, e si preferisce ritornare all'interpretazione tradizionale, che attribuiva proprio a Pitagora la
maggior parte delle concezioni. La ricchezza del suo
sapere ci è del resto attestata d’Eraclito, che polemicamente lo define
polymathés, erudito. Anche noi dunque ci atterremo alla tradizione, pur riservandoci di trattare la reazione dei
Crotonesi ai Veliani rappresentata da Filolao.
Pitagora si trasfere nella “Magna Grecia”, e precisamente a Crotona in Calabria,
dove e fiorita un’ importante scuola di filosofi medici medic.
A Crotona fonda una setta che ha un notevole peso, essendo
legata al partito aristocratico. La setta e organizzata sulla base di regole
rigorosi che esigeno dagli scolari un lungo periodo di tirocinio
prima di essere ammessi ai segreti. Su questa base si crea
la divisione fra acusmatici od ascoltatori e matematici,
partecipi degl’insegnamenti che in seguito si accusarono a vicenda di non essere
i veri depositari delle dottrine del maestro. L'insegnamento di Pitagora e
circondato da grande rispetto, e si ripone in lui una fiducia illimitata, tanto che a lui
si rifere l’”ipse dixit” (autòs efa). Una sommossa provocata dal partito
della plebe caccia i filosofi da Crotona. Pitagora fugge
a Metaponto e muore. Sul grande filosofo sorsero numerose leggende,
alcune delle quali note ad Aristotele. Queste accentuano
il carattere religioso della sua figura, facendone poco meno che un semi-dio,
e sono particolarmente care a quella filosofia misticheggiante,
attraverso Numenio e Giamblico. La realtà accertata dagli storici
è che, dopo l'espulsione da Crotona, si organizzarono varie sette.
Esse hanno lunga vita e danno notevoli sviluppi. Le più celebri sono
la scuola di Filolao e quella d’Archita, che
fiore a Taranto, dominando anche la città.
Di Filolao ci sono pervenuti frammenti,
che dopo lunghe discussioni vengono oggi ritenuti autentici,
e che costituiscono la base per ricostruire
la dottrina di Pitagora. Archita, uomo di
straordinaria va- stità di
interessi, fu legato da amicizia con Platone.
Platone ricorda Archita
affettuosamente nella VII Epistola, ed esercita per suo tramite gran
influenza sull'Accademia. Né l'influsso della setta di Crotona si limita alla filosofia ed alla scienza, ma si risente
fortemente in tutte le manifestazioni della filosofia.
All'acustica si possono far risalire molte delle teorie musicali tramandateci dagli Elementi armonici d’Aristosseno ed al pitagorismo
esplicitamente si richiama Policleto, amico
di Fidia, che nel Canon sviluppa una teoria artistica basata sulla
concezione del del corpo bello
come giusta proporzione delle parti. Legato a
Crotona e pure Ione di Chio. Questa dottrina si impernia su di un pensiero
fondamentale. El numero e il principio di tutto. Tutte le cose che si conoscono hanno numero.
Senza numero nulla e possibile pensare, né conoscere. Dovremo ora cercare, innanzi tutto, di comprendere il
significato filosofico di questo pensiero. Poi di svilupparne le conseguenze matematiche e fisiche.
Alla fine del capitolo accenneremo al
valore intrinseco della teoria, e al
significato della crisi scientifica formatasi
nella scuola prima ancora della
cacciata di Pitagora da Crotona. Pitagora prende forse le
mosse dalle ricerche ioniche sul principio
e in particolare dalla teoria dell'àpeiron
d’Anassimandro. Una più acuta sensibilità ai
problemi etico-religiosi (quali l'opposizione del
bene e del male nel mondo, la
vicenda della colpa e del riscatto),
stimolata probabilmente dall'incontro in Italia con
i culti misterici, e d'altro canto una
maggiore attenzione per le leggi formali
e modali della realtà, cui diedero
impulso le sue prime ri- cerche acustiche,
dovettero però fargli apparire inadeguato
il principio unico dei naturalisti ionici.
Per rendere conto di questi più
complessi problerill, Pitagora sdoppia
il principio in due opposti. Da una parte il principio del limitato, del finito, dell'unitario, che rappresenta
l'ordine, il cosmo, il bene; dall'altra
il principio dell'il- limitato,
dell'infinito, che raffigura
il disordine, il caos, il male. La sua grande intuizione consiste
nel vedere nel numerola chiave e
la struttura ultima di un assetto della
realtà. Col termine “numero” i crotonesi
intendeno soltanto il numero intero. Non fanno particolari
indagini sulla natura di queste unità,
limitandosi a rappresentarle con un punto,
circondato da uno spazio vuoto. Proprio
questa rappresentazione spaziale facilita il
passaggio, caratteristicamente arcaico, dalla
concezione del numero come chiave e
rapporto alla sua concezione come
costituente fisico elementare delle cose.
Il problema essenziale diventa allora, per
i crotonesi, quello di cogliere il
modo con cui dalla collezione di più
unità si generano tutti gl’esseri. Le
leggi della formazione dei numeri venne
considerate come leggi della formazione
delle cose, e. si ritene di poter
trovare in esse la vera ragione
esplicativa del mondo fisico e morale.
La più importante di tali leggi e
costituita - secondo i crotonesi - dal- l'opposta
struttura dei numeri dispari e di
quelli pari. L'antitesi dispari-pari venne cosi
assunta a principio di una serie di
altre opposizioni, che spezzano il mondo
in due: limitato-illimitato (opposizione che
e stata il problema iniziale, ma puo
ora venir spiegata sulla base dell
'antitesi precedente); uno-molti; destra-sinistra;
luce-tenebre; buono-cattivo; immobile-mobile;
retto-curvo; quadrato-rettangolo. Alcune di
queste opposizioni hanno palesemente un carattere
fisico (quella per esempio di luce e
tenebre; da essa scaturiva la
raffigurazione del cosmo come costituito da
un fuoco centrale, immerso in un'estensione
illimitata di nebbia); altre invece un
preciso carattere morale. Questa presenza
di significati multipli finiva con
l'infondere ai numeri in generale, e
a certuni di essi in particolare, un
vero e proprio valore magico-simbolico.
Così “V” veniva assunto a rappresentare il
matrimonio, essendo la
somma del primo numero dispari, il III,
con il primo numero pari, il II
(l'I veniva considerato come « parìmpari
»servendo a generare sia i numeri
pari che i dispari); il IV e il
IX venivano presi come
simboli della giustizia; il VII
dell'opportunità; e così via. Di
derivazione crotonesi è un trattato di
medicina intitolato “Sul numero sette,” “Peri
hebdomadon,” che cerca appunto nei rapporti
settenari la spiegazione della struttura
dell'organismo e delle sue affezioni. Qualcuna
di queste concezioni è pervenuta fino
a noi, onde si attribuisce per
esempio a VII un significato speciale etico
e fisico (VII sono i ·vizi capitali,
sette le opere di misericordia, in
varie malattie si ha la «settima»,
ecc.). La purificazione religiosa, che forma -
almeno in un primo tempo il fine
principale dell'insegnamento pitagorico, era
cercata essa pure attraverso la
contemplazione dei numeri. Questa venne
pertanto a possedere un doppio aspetto: filosofico
e mistico. La peculiare nobiltà dell'ascesi
pitagorica consisteva appunto nel fatto che
a ogni sua tappa doveva corrispondere
la conquista di un più alto gradino
del sapere. Il carattere mistico delle
ricerche matematiche costituì per molto
tempo un notevole impulso al loro
sviluppo, e insieme un im- pedimento al
loro caratterizzarsi come ricerche puramente
scientifiche. In particolare, la concezione
ora spiegata spinse i pitagorici a
studiare la geometria per via aritmetica.
Ne sorse una disciplina che, per il
suo doppio ca- rattere, e chiamata «
aritmo-geometria ». Essa e fondata sulla
convinzione che da un lato. fosse
possibile ricavare le principali caratteristiche
delle figure a partire dal numero dei
punti (supposto, in ogni caso, finito)
che le compongono, e dall'altro fosse possibile-
viceversa- ricorrere alla forma delle figure
per illustrare le più recondite proprietà
dei nu- meri. Di qui la distinzione
dei numeri in vari tipi. Per esempio:
triangolari polig6nali quadrati c~ bici. Al
numero triangolare X venne attribuita
un'importanza speciale, come somma dei
primi quattro numeri naturali. I dispari venneno
chiamati « gnomoni», per la possibilità
di rappresentarli informa di gnomone (cioè
squadra). Questa rappresentazione permise di
scoprire che ogni numero dispari è la
differenza di due quadrati; per esempio:
• • • • • • • • • • • • • • • • 7 = 42-32 Varie testimonianze
·- tra cui quella di Proclo ·- ci
dicono che Pitagora e il primo a
comprendere la validità generale del
teorema che ancor oggi porta il suo
nome, e che, per taluni casi particolari
(per esempio quando i cateti valgono III e IV,
e l'ipotenusa V), era noto già prima
di lui. Non sappiamo però quale
ragionamento servisse a Pitagora per
provare l'importante teorema. Certamente la
dimostrazione riferita negl’ “Elementi” d’Euclide non
fu ideata dal filosofo di Crotone. IV
La dottrina che i numeri sono il
principio di tutte le cose » trovò
pure conferma negli studi di acustica.
Stando alla più antica tradizione dobbiamo
infatti ammettere che Pitagora riuscì a
scoprire i principali intervalli musicali.
Sarebbe giunto a questa notevolissima
scoperta dallo studio sperimentale delle
corde sonore, e dalla constatazione che
nei principali accordi il rapporto fra
le loro lunghezze è espresso da numeri
interi molto semplici. L'acustica venne in
tal modo a costituire una specie di«
aritmetica applicata», come l'astronomia
costituiva una «geometria applicata». Il
quadro delle ricerche scientifiche risultò
pertanto suddiviso in quattro rami
fondamentali: aritmetica, musica, geometria,
astronomia. 1 L'astronomia pitagorica - - parte
dall'ammissione di un fuoco centrale
immerso in una sconfinata nebbia di
tenebre. Intorno a tale fuoco si
pensava ruotassero dieci corpi (notiamo
l'intervento del numero 10): la Terra,
l'Antiterra (invisibile), la Luna, il Sole,
i cinque pianeti allora conosciuti, e il
cielo delle stelle fisse. I movimenti
ciclici di questi corpi produrrebbero -
secondo Pitagora - una meravigliosa armonia,
che noi però non riusciamo a
percepire a causa della sua continuità.
La loro ciclicità sarebbe la causa
del ritorno periodico di tutte le
cose. Questa ripartizione costituisce il
lontano antecedente del celebre « quadrivio », che
starà alla base dell'istruzione nelle
scuole del medioevo. successivi l'astronomia
pitagorica portò a concezioni di grande interesse
scien- tifico; degna di particolare menzione l
'ipotesi eliocentrica, ideata per la prima
volta da Aristarco di Samo. Ricordiamo
infine la teoria secondo cui tutto il
cosmo sarebbe sorto dal fuoco centrale
e ritornato in esso per poi nascere
un'altra volta. Con riferimento ad essa, i
pitagorici chiamavano «anno cosmico» l'intervallo
di tempo impiegato dal cosmo per
nascere e ritornare nel fuoco. La
teoria pitagorica dell'anima, malgrado la
sua ambiguità, ebbe notevoli riflessi sui
filosofi posteriori. Da un lato alcune
testimonianze ci dicono che l'anima veniva
concepita dai pitagorici come «armonia» del
corpo, nel preciso senso in cui si
parla di ar- monia dei suoni emessi
da uno strumento musicale. Secondo questa
interpreta- zione, l'anima doveva venire
necessariamente pensata come mortale, poiché -
spezzato lo strumento - anche l'armonia
viene a cessare. D'altro lato sappiamo
però che uno dei cardini della
filosofia pitagorica era costituito dalla
trasmigrazione delle anime (metempsicosi), e
questa suppone ovviamente che l'anima non
muoia con il corpo che la ospita.
Un frammento del medico Alcmeone (che
visse a Crotone e fu legato ai
circoli pitagorici) afferma che l'« anima
è immortale per la sua somiglianza
con le cose immortali ... la luna,
il sole, gli astri ». 1 Come
risolvere l'apparente contraddizione? Probabilmente
bisogna ritenere che i pitagorici
ammettessero due specie di anime: una
costituita dal tempera- mento psichi co,
legato indissolubilmente al corpo e
destinato a morire con esso;
l'altra da un principio immortale o «
anima-dèmone ». In ogni vita si
avrebbe una stretta rispondenza tra le
due anime; questa rispondenza verrebbe però
a cessare coll'uscita dell'anima-dèmone dal
corpo. Tale uscita sarebbe da lei de-
siderata per raggiungere la purezza di
una vita interamente spirituale. A tali
dottrine si ispirava il « modo di
vita pitagorico », altamente lodato da
Platone per la sua unione di teoresi
e di ascesi; la metempsicosi in
particolare determi- nava il più famoso dei
divieti rituali pitagorici, quello di
mangiare la carne di certi animali,
nei quali potrebbe essersi incarnata
un'anima. Anche dio veniva concepito dai
pitagorici come anima; e precisamente come «
anima del mondo » che circola
continuamente in esso e perciò è
presente in ogni luogo. Il rapporto
dio-mondo restò tuttavia molto incerto
nella filosofia pitagorica, sicché non
possiamo cercare in essa un vero e
proprio sistema teolo- gico. Ad Alcmeone si deve
la notevolissima sco- perta che il centro
della vita organica e mentale va
localizzato nel cervello. Quanto abbiamo
finora riferito basta per farci comprendere
la complessità dell'insegnamento pitagorico. Se
in taluni punti esso può apparirci
ingenuo, in altri casi contraddittorio, ciò
non deve farci sottovalutare l'importanza
dei temi ivi abbozzati, che ricompariranno
ampliati e sviluppati nei più diversi
indirizzi filosofici e scientifici. Notiamo,
per esempio, che l'idea di cercare nei
numeri, cioè nella matematica, la
spiegazione di tutti i fenomeni,
ricomparirà potenziata nell'epoca moderna e
formerà per molto tempo la « spina
dorsale » di tutta la ricerca
scientifica. Vi è chi sostiene, esagerando
forse le cose, che le più celebri
teorie della fisica-ma- tematica moderna (per
esempio la teoria della relatività
generale) non costituirebbero altro che il
proseguimento del programma pitagorico. Ma,
a parte ciò, noi troviamo nella
matematica di Pitagora un carattere
speciale che la differenzia notevolmente da
molte altre concezioni posteriori, pur esse
accentratesi sulla ricerca matematica. Il
carattere cui voglio riferirmi, suol venire
indicato col termine «discontinuità». Si
dice che la scienza di Pi- tagora è
una matematica del discontinuo, perché essa
si fonda esclusivamente sui numeri interi
e su ciò che può venire espresso
con i numeri interi (per esem- pio
sulle frazioni ordinarie, e non, invece,
sui numeri irrazionali). Secondo essa,
l'accrescimento di una grandezza procede
per «salti discontinui», essendo im- possibile
aggiungere qualcosa che sia minore
dell'unità. Taluno giunge a riconoscere
nelle teorie quantistiche moderne una soprav-
vivenza dell'antica eredità pitagorica sotto
forma dì concezione discontinua dell'energia.
Lasciando da parte le reminiscenze
pitagoriche presenti nella fisica moderna,
va detto però ben chiaramente che
l'aritmo-geometria di Pitagora non ebbe
vita lunga nella scienza greca. La
sua fine fu provocata, per l'appunto,
dalla crisi di quell'idea di discontinuità
che costituiva - come s'è detto - uno
dei suoi cardini fondamentali. La grande
crisi fu causata dalla scoperta che
le figure geometriche sono co- stituite non
da un numero finito, ma da una
infinità di punti. (Le teorie moderne,
che tornano ad un'idea rinnovata di
discontinuità, sosterranno implicitamente che la
geometria classica - proprio perché parla
di una infinità di punti - non trova
esatta applicazione nella realtà.) Il primo
« fatto geometrico » che costrinse i
pitagorici a riconoscere che le figure sono
costituite da infiniti punti, è proprio
connesso a quel medesimoteorema che porta
il nome di Pitagora. Ed infatti,
applicando detto teorema ad uno dei
due triangoli isosceli in cui è
diviso un quadrato, si dimostra facil-
mente che il lato e la diagonale
di tale quadrato non possono avere
alcun sot- tomultiplo comune, cioè sono
incommensurabili. Orbene proviamo a supporre
che un segmento sia generato
dall'accostamento di una serie finita di
punti (pic- coli ma non nulli, e
tutti eguali fra loro, come allora si
immaginava): ne se- guirebbe che uno
qualunque di questi punti risulterebbe
contenuto un numero intero, e finito,
di volte (per esempio m volte) nel
lato e un altro numero in- tero, e finito,
di volte (per esempio n volte) nella
diagonale. Lato e diagonale avreb- bero
dunque un sottomultiplo comune, e non
sarebbero - come si era dimo- strato -
incommensurabili. La loro incommensurabilità
esige pertanto che es- si siano costituiti
da una infinità di punti. La leggenda
racconta che il fatto scandaloso, ora riferito,
fu gelosamente custodito per vari anni
tra i segreti più pericolosi della
setta. Esso fu rivelato fuori della
scuola pitagorica da Ippaso di Metaponto,
una delle figure più notevoli dell'antico
pitagorismo. Pastosi a capo degli
acusmatici per la moderna irre- quietezza
del suo ingegno che mal tollerava il
dogmatismo della setta, egli sarebbe stato
vicino ad Eraclito per l'idea che il
fuoco è il principio di tutte le
cose, e si sarebbe schierato dalla
parte dei democratici nei moti che
condussero alla cacciata dei pitagorici da
Crotone. Per avere rivelato la natura
delle grandezze incommen- surabili, Ippaso
sarebbe stato cacciato ignominiosamente dalla
scuola, ed a lui anzi i pitagorici
avrebbero eretto una tomba come ad un
morto. Secondo la tra- dizione su di
lui sarebbe caduta anche l'ira di
Giove, il quale lo fece perire in
un naufragio; la sua triste morte non
impedì tuttavia che lo scandalo si
diffondesse rapidamente tra i cultori di
matematica e finisse per scuotere dalle
fondamenta l'intera concezione
pitagorica. Questa crisi verrà resa ancor
più acuta dalla
scoperta delle antinomie di Zenone sul
movimento e sulla divisibilità. Per uscire
da essa, i maggiori scienziati greci
non troveranno altra via se non
quella di scindere completamente la
geometria dall'aritmetica, interpretando la prima
come studio del continuo e la seconda
come studio del discontinuo. Il rapporto
tra continuo e discontinuo resterà, per
tutta la storia del pensiero umano,
un problema molto difficile e molto
dibattuto; verrà, anzi, considerato come
uno dei più astrusi «labirinti» della
ragione. L'averne intuito l'esistenza e la
difficoltà va dunque considerato come un
merito, e molto notevole, dello spirito
greco. Il primo passo della ragione
umana si compie, in ogni ricerca, col
porre a nudo le difficoltà ivi
esistenti, per gravi che esse siano,
non col nasconderle. Solo chi le
conosce, non chi le ignora, può
sentirsi spinto a cercare i mezzi
indispensabili per risolverle o, comunque,
dominarle; e questa ricerca è la
molla più decisiva del progresso scientifico.
Oggi si riconosce quale autentico fondatore
della scuola eleatica il grande Parmenide,
nato ad Elea. Parmenide scrive un poema
allegorico, “Sulla natura,” “Perì physeos,” di cui
ci sono pervenuti alcuni interessantissimi
frammenti che, integrati da varie
testimonianze, ci permettono di ricostruire
con sufficiente sicurezza il suo pensiero.
Data la vicinanza di Elea ai maggiori
centri del pitagorismo, è indubitato che
Parmenide subì, in forma più o meno
diretta, l'influenza di questo indirizzo di
pensiero. Taluni storici, accentuando questo
legame, giunsero a presentarcelo come un
pitagorico, distaccatosi
dalla scuola di provenienza per divergenze
di ordine filosofico. Tale interpretazione
ci costringerebbe a vedere in gran parte
degli argomenti eleatici, come ad esempio
nelle aporie di Zenone, un intento
polemico soprattutto antipitagorico. La gravità
di questa conseguenza lascia tuttavia perplessi
molti autorevoli critici. Si ritiene oggi
piuttosto che la critica di Parmenide
fosse rivolta in generale contro tutte
le filosofie ioniche ed italiche del
molteplice e del divenire, di cui egli
rilevava acutamente la contraddittorietà: nel
tentativo di spiegare razionalmente la realtà,
e di modellare la ragione sui dati
dell'esperienza, tali filosofie dovevano
ammettere una serie di opposizioni e
di alterità di cui però si assumeva
la coesi- stenza. Ora - osserva Parmenide - se
di una qualsiasi cosa si dice o si
pensa che « è », di ciò che
è diverso od opposto ad essa si
dovrà dire o pensare che «non è»:
e com'è possibile riconoscere realtà alcuna
a ciò che non è, se non si
vogliono violare le leggi immutabili del
discorso e del pensiero? La grandezza
della filosofia di Parmenide, quella
grandezza che costituì un fecondo punto
di partenza per il pensiero successivo
e anche un difficile problema la cui
soluzione era tuttavia indispensabile per
poter progredire, sta proprio qui:
nell'aver cioè individuato nella sua radice
filosofica l'ambiguità della speculazione ionica
edita- lica, e nell'aver posto in primo
piano il problema della verità del
linguaggio e del pensiero, il problema
della « via », cioè del metodo,
che linguaggio e pensiero dovevano
percorrere per giungere alla realtà. Il
metodo vero costruisce cono- scitivamente la
realtà, l'essere, perché elimina gradualmente
dal pensiero tutti i contrassegni di
irrealtà, di non-essere, che vi si
erano infiltrati: la molteplicità nello
spazio, intesa come differenziazione di
parti, la molteplicità nel tempo, intesa
come differenziazione di momenti, il vuoto
inteso come assenza di realtà, la
generazione e la distruzione intese come
limiti dell'essere. Partito dal riconosci- mento
logico e metodologico delle esigenze del
pensiero e del discorso, Parme- nide giunge
al culmine della via a dichiarare
l'impensabilità, l'inesprimibilità e l'inesistenza
del non-essere, e la parimenti assoluta
esistenza dell'essere, che condiziona la possibilità
di pensare e di dire il vero.
All'essere non potrà venir riferito - sempre
per l'opposizione or ora ac- cennata -
alcun attributo, che possa in qualche
modo diminuirne la positività, assimilandolo
al non-essere. Ci si dovrà limitare a
dire che esso è uno, invaria- bile,
immobile, eterno. Qualche critico moderno
però (come Untersteiner) ha ritenuto che
Parmenide avesse concepito l'essere come
«totalità>> e non come «unità».
L'erronea interpretazione del suo pensiero
sarebbe dovuta alla falsa testimonianza di
Teofrasto che attribuisce a Parmenide il
sillogismo: « Quello che è oltre
l'essere non esiste; quello che non
esiste è nulla; dunque l'essere è
uno.» L'attributo dell'unità, con cui
polemizzò Aristotele, risalirebbe solo a
Melissa. Come possiamo conciliare la
concezione parmenidea dell'essere col fatto
incontrovertibile che l'esperienza ci presenta
ad ogni piè sospinto degli esseri
molteplici, variabili, temporanei? Di fronte
a questo stato di cose - risponde
Parmenide - non vi è altro da fare
che respingere la nostra spontanea fiducia
nell'esperienza, riconoscendo che essa
costituisce per l'uomo una via di
conoscenza fallace e illusoria. Al mondo
dell'esperienza è appunto dedicata la
seconda parte del poema di Parmenide.
Confutate « le opinioni dei mortali
», quali si erano espresse nelle
precedenti cosmologie naturalistiche basate sul
divenire, Parmenide non rinuncia tuttavia a
costruire una propria spiegazione di questo
mondo, di cui aveva di- chiarato la
radicale inconsistenza di fronte all'assoluto
essere. Molto si è discusso fra gli
studiosi sul significato da attribuire a
questo sconcertante aspetto del pen- siero
parmenideo: fra le più recenti, le
due posizioni estreme sono quella del
Raven, secondo cui l'eleata, impegnato
nella polemica contro l'indebita confu- sione
di razionale e di empirico tipica dei
suoi predecessori, avrebbe voluto costrui- re
una cosmologia a base puramente empirica,
da affiancare alla dottrina logico- razionale
dell'essere in modo da isolare ancor
più chiaramente i due momenti; e
quella dell'Untersteiner, che ritiene che
il mondo dell'essere e il mondo del-
l'esperienza siano unificati nel pensiero
di Parmenide dal medesimo metodo ra-
zionale, in grado di individuare il
fondamento di realtà presente anche nel se-
condo: una realtà, tuttavia, che si
differenzia da quella assoluta in quanto
immersa nel tempo, e che ne
costituisce perciò soltanto una immagine.
In ogni caso se ne può concludere
che per Parmenide solo la ragione è
un mezzo di conoscenza veramente efficace;
solo essa, rompendo la crosta delle ap-
parenze, può farci cogliere l'unità
profonda del reale. L'opposizione tra razio-
nalismo ed empirismo, che tanti sviluppi avrà
nella storia della filosofia, trova proprio
qui la sua prima radice. L'essere di
Parmenide è stato interpretato da taluni
in senso idealistico, da talaltri in
senso materialistico. Enttrambe queste
interpretazioni svisano, però, il pensiero
del grande eleata, non tenendo conto
che esso antecede, in realtà, ogni
consapevole distinzione tra idealismo e
materialismo. L'affermazione di Parme- nide che
più si presta ad una interpretazione
materialistica è quella che ci presenta
l'essere come sferico (cioè come una
sfera piena). Evidentemente Parmenide pensa alla
sfera, perché la superficie sferica non
è limitata da alcun perimetro né inter-
rotta da alcuno spigolo. Non si può
tuttavia negare che la sfericità ora
accennata vada accolta con la massima
cautela; se infatti la interpretassimo alla
lettera, ca- dremmo in contraddizione con
tutto l'insegnamento di Parmenide, perché sa-
remmo costretti ad ammettere l'esistenza di
un non-essere (o vuoto), che è al di
là dell'essere sferico, e lo limita. Essa
va intesa invece come identità e assolutezza
dell'essere lungo tutte le direzioni; come
è stato recentemente osservato, la sfera
di Parmenide è più simile allo spazio
curvo einsteiniano che al solido euclideo
che siamo portati a raffigurarci.
L'interpretazione idealistica è d'altra parte
esclusa perché se il pensiero scopre
l'essere, certamente non lo crea; anzi
è piuttosto l'esistenza dell'essere a
rappresentare la possibilità e la
condizione del pensiero, che in esso
culmina e con esso deve identificarsi. Parmenide ha
due grandi discepoli: Zenone e Melisso. Il
contributo da essi arrecato all'affinamento
del pensiero del maestro assicura loro
un posto assai ragguardevole nella storia
della filosofia. Entrambi si adoperarono a
difenderne le tesi sia pure svolgendo
in direzioni opposte la tensione che
vi era implicita: Zenone cioè approfondendo
la problematica dellogos nella sua
crescente autono- mia, Melisso invece sviluppando
il tema dell'essere nella sua assolutezza
sostanziale. Zenone di Elea e un ingegno
acuto, sottile, e vigorosamente polemico. Per gl’argomenti
ideati a difesa dell'unità (intesa come
omogeneità e con- tinuità non divisibile in
parti) ed immobilità dell'essere, e per il
suo metodo di discussione, Aristotele, che
li discusse a lungo nella “Fisica”,
lo considera il fondatore della dialettica. L'originalità
del suo metodo consiste nell'assumere a punto
di partenza la tesi da confutare e
nel dedurne rigorosamente tutte le logiche
conseguenze, per mostrarne la contraddittorietà
e di conseguenza l'assurdità della tesi. Si
occupa di politica e contribue notevolmente
al buon governo di Elea. Muore con
grande fierezza per aver cospirato contro
il tiranno della città (Nearco o
Diomedonte). Sullà sua fine si tramandano
vari particolari che ne confermano
l'eccezionale coraggio. I celebri argomenti di
Zenone a difesa della filosofia di
Parmenide mirano a provarci che, se la
negazione del movimento e della molteplicità
può a prima vista apparire assurda,
l'ammissione di essi conduce tuttavia ad
assurdità ancor più gravi, nascoste, ma
non risolte, dal linguaggio ordinario. Il
perno di tali argomenti consiste nella
dimostrazione che, sia nella nozione di
movimento, sia in quella di pluralità,
si annida il delicato concetto .di
infinito. Immaginiamo che un mobile debba
spostarsi da un estremo all'altro di
un I Ecco, per esempio, una versione
dei suoi ultimi istanti: « Antistene,
nelle Successioni, rac- conta che Zenone,
dopo aver denunziato come cospiratori gl’amici
del tiranno, fu da questi in- terrogato
se c'era qualche altro complice. Egli rispose:
" Tu, la rovina della città.
" E poi, rivolto ai presenti,
esclamò: "Mi meraviglio della vostra
viltà, se siete servi della tirannide
per timore di questo che ora io
sopporto." Da ultimo, mozza- tasi coi denti
la lingua, gliela sputò addosso. I
cittadini allora, incitati da questo
esempio abbatte- rono il tiranno. »dato
segmento: prima di aver percorso. tutto
il segmento, dovrà averne percorso la
metà; prima di questa, la metà della
metà, e cosl via all'infinito. In
modo ana- logo, se il «piè veloce»
Achille vuole raggiungere la lentissima
tartaruga, che lo precede di un
tratto s, egli dovrà percorrere: innanzi
tutto quella distanza s, poi il
tratto s' percorso dalla tartaruga mentre
Achille percorreva s, poi il tratto
s" percorso dalla tartaruga mentre
Achille percorreva s', e così via
all'infinito. Nel- l'un esempio come nell'altro,
il fatto- in apparenza semplicissimo - del mo-
vimento, si frantuma dunque in infiniti
moti, sia pure sempre più piccoli ma
non mai nulli. Proprio questa loro
infinità è causa di profonde difficoltà
concettuali, che non possono non rendere
perplesso qualsiasi uomo disposto al
ragionamento. Quanto all'argomentazione di Zenone
contro la molteplicità, essa si svolgeva
così: supponiamo che esistano due entità
A e B distinte; per il fatto di
essere distinte, queste due entità devono
risultare separate da uno spazio intermedio
C. Ma C è distinto tanto da A
quanto da B, e quindi esisteranno altri
d).le elementi D ed E che separano
rispettivamente C da A e da B,
ecc. Poiché ciò può venir ri- petuto
all'infinito, se ne conclude che l'ammissione
di due entità distinte conduce di
necessità all'ammissione di infinite entità.
Al fine di porre luce sulle
difficoltà logiche di quest'ammissione, Zenone
passava poi a dimostrare come, partendo da
essa, si debba giungere a negare l'esi-
stenza di qualsiasi lunghezza finita. Ed
infatti- così ragionava- se gli elementi che
costituiscono un segmento AB sono infiniti,
o essi sono nulli, o non sono
nulli; nel primo caso la lunghezza del
segmento non può essere che nulla
(perché la somma di infiniti zeri è
zero); nel secondo non può che essere
infinita (per- ché a suo parere la
somma di infinite quantità diverse da
zero sarebbe infinita). É ingiusto
considerare questi ragionamenti zenoniani
(e gli altri che, per brevità, siamo costretti a
tralasciare) quali semplici sofismi o pseudoragionamenti.
In realtà, essi attirano efficacemente la
nostra attenzione su talune gravissime
difficoltà dei due concetti di movimento
e di lunghezza, dovute all'inevitabile in-
troduzione dell'infinito, sia allorché si
scompone un intervallo di tempo (o il
moto attuantesi in qtJ.esto tempo), sia
allorché si scompone un segmento. Questi
argomenti - che venivano ad aggiungersi
alle difficoltà già ricordate nell'ultimo
paragrafo del capitolo III, connesse alla
scoperta delle grandezze incommensurabili - suscitarono
presso i greci una tale diffidenza
nei confronti dell'infinito, da persuaderli
a compiere qualunque sforzo pur di
escludere tale concetto- per lo meno nella
forma di « infinito attuale » 1 -
da ogni seria
costru-I Si dice che una grandezza
variabile costi- tuisce un infinito potenziale quando,
pur as- s~mendo sempre valori finiti, essa
può crescere al di là ~i ?gni
limite; se per esempio immaginiamo di
suddividere un dato segmento con successivi
di- mezzamenti, il risultato ottenuto sarà
un infinito pot~nziale perché il numero
delle parti a cui per- ventamo, pur
essendo in ogni caso finito, può
crescere ad arbitrio. Si parla invece
di infinito attuale quando ci si
riferisce ad un ben determi- nato insieme,
effettivamente costituito di un nume- ro
illimitato di elementi; se per esempio
immagi- niamo di avere scomposto un
segmento in tutti i suoi punti, ci
troveremo di fronte a un infinito
attuale perché non esiste alcun numero
finito che riesca a misurare la
totalità di questi punti. zione scientifica. Oggi
noi abbiamo imparato, con l'analisi
infinitesimale e con la teoria degli
insiemi, a trattare con disinvoltura
l'infinito matematico (sia l'infi- nito
potenziale sia quello attuale); proprio
perciò tuttavia ci rendiamo conto che
le difficoltà incontrate dai greci erano
effettive, non artificiose, e possiamo affer-
mare con piena consapevolezza che non
erano certo dovute a volgari errori
di logica, non erano dei « sofismi
» nel senso usuale del termine. Dal
punto di vista dell'eleatismo, il metodo
scelto da Zenone per difendere le
posizioni di Parmenide poneva tuttavia la
premessa di una loro crisi e di
un loro superamento. Lo spregiudicato uso
logico-matematico che egli faceva del logos
non si muoveva più sulla via di
una identificazione del logos stesso
all'essere, del riconoscimento di una
realtà scoperta dal pensiero ma in
cui il pensiero doveva confondersi; Zenone
poneva piuttosto le premesse per uno
svincolamento del discorso logico-matematico
dalla realtà, e lavorava quindi
oggettivamente alla rottura di quella unità
discorso-pensiero-essere che caratterizzava la
«vera via» proposta dal grande maestro
di Elea. La figura di Melisso è
assai diversa da quella di Zenone.
Nato a Samo quasi contemporaneamente a
Zenone, egli trascorse tutta la vita
nella propria isola, ove ricoprì importanti
cariche politico-militari. Basti ricordare che
fu capo della flotta con cui Samo
sconfisse gli ateniesi. La sua permanenza
a Samo co- stituì, in certo modo, il
ponte ideale attraverso cui l'insegnamento
eleatico per- venne dalla Magna Grecia
nell'Asia Minore. La lunga lotta fra
Mileto e Samo può del resto
contribuire a spiegare l'abban- dono melisseo
della tradizione ionica; una tradizione,
tuttavia, che continuò ad operare
indirettamente nel suo pensiero condizionando
in senso realistico la sua riforma
dell'eleatismo, in contrapposizione all'indirizzo
prevalentemente logico che quest'ultimo aveva
assunto in Zenone. Più che alla
difesa delle teorie del maestro, Melissa
si dedicò infatti al loro sviluppo e
alla loro integrazione. Abbandonatane l'iniziale
carica logico-verbale e metodica, Melissa
si propose una più coerente deduzione
dei caratteri sostanziali e antologici
dell'essere. Egli fu il primo ad insistere
sul suo carattere di unità, che
rappresentava più adeguata- mente in senso
spaziale e temporale la «totalità»
dell'essere parmenideo, e so- prattutto sulla
sua infinità. Melissa afferma in proposito
che non è possibile interpretarlo come
sferico (per le difficoltà accennate alla
fine del paragrafo n) bensì lo si
deve concepire come infinito o illimitato
sia nello spazio sia nel tempo. Per
analoghe ragioni egli negò che si potesse
ammettere,. nell'uno, una qualsiasi sofferenza
o dolore o altra passione, perché ciò
provocherebbe in lui una specie di
perturbazione e quindi ne diminuirebbe
l'unità e immobilità. Quest'ultimo argomento
sembra mostrare come Melissa, sulla traccia
della teologia di Senofane e della
tradizione ionica, dovette interpretare l
'unico essere come dotato di vita:
una vita, probabilmente, identica al
pensiero, secondo l'equa- zione parmenidea che
abbiamo già esposto. Secondo la tradizione,
Melissa avrebbeanche definito l'essere come
incorporeo, il che contrasta con la sua
infinita esten- sione spaziale e con la
negazione eleatica del vuoto : ciò
mette a nudo in realtà una profonda
contraddizione dell'eleatismo, che non poteva concepire
la realtà come puramente intelligibile ed
incorporea, ma tuttavia tentava di
attribuirle tutte le caratteristiche di
pura intelligibilità richieste da un
pensiero filosofico ormai maturo. L'incorporeità
dell'uno melisseo significava dunque soltanto
che esso era invisibile e illimitato
da qualsiasi forma o corpo tangibile;
e significava al tempo stesso il
portare al limite una contraddizione già
implicita in Parmenide del cui superamento
avrebbe grandemente beneficiato il pensiero
posteriore. L'avere reso l'essere infinito
nello spazio e nel tempo impediva a
Melissa di accettare la bipartizione
parmenidea tra realtà atemporale e mondo
sensibile temporale: a quest'ultimo doveva
venir negata qualunque sia pur secondaria
sussistenza, ed è infatti alla negazione
dell'esistenza e della concepibilità delle cose
sensibili che Melissa dedica alcune delle
sue argomentazioni più suggestive. Perché
una cosa qualsiasi, egli dice, possa
essere conosciuta, pensata ed esistere,
essa dovrebbe essere sempre identica a
se stessa, assolutamet?-te immobile ed immuta-
bile nello spazio e nel tempo,
giacché una minima modificazione ne farebbe
una cosa diversa e così via
all'infinito; dovrebbe dunque avere le
stesse caratteristiche dell'uno. Proprio questo
argomento, che egli intendeva come una
sfida contro il pluralismo, sarebbe stato
rovesciato e raccolto dalla corrente
estrema del plura- lismo, quella atomistica:
si può dire infatti che l'atomismo
attribuì alle sue in- finite unità fisiche
proprio tutte le caratteristiche dell'uno
melisseo, ad eccezione dell'immobilità che
non era più necessaria dato il
riconoscimento del vuoto. Con Zenone e
con Melissa, l'arco dell'eleatismo si
conclu<i.e così, sia sotto la spinta
di contrapposte esigenze logiche e
naturalistiche che esso aveva cercato di
stringere in una compatta unità, sia
per l'insorgere di problemi che esso stesso
aveva per la prima volta portato in
luce e chiarito, ma che non potevano
essere risolti nel suo ambito. L'eleatismo
era comunque destinato a restare una
pietra miliare nel pensiero greco, un
imperativo richiamo alla soluzione di
alcuni fra i più profondi problemi
filosofici. La sua importanza fu enorme
anche nella storia del pensiero scientifico,
soprattutto - come abbiamo più sopra
spiegato - per quanto riguarda l'affi- namento
delle esigenze logiche. Vale la pena
ricordare le parole con cui questo
contributo degli eleati è sottolineato in
una recente, autorevolissima, storia della
matematica, Eléments d' histoire des
mathématiques del gruppo Bourbaki: Il tenore degli scritti filosofici subisce un
brusco cambiamento : i filosofi affermano o
preconizzano (o tutt'al più abbozzano vaghi
ragionamenti, fondati su altrettanto vaghe
analogie), a partire da Parmenide e so-
prattutto da Zenone essi " argomentano
" e cercano di ricavare dei
principi generali che possano servire di
base alla loro dialettica: appunto in
Parmenide si trova la prima affermazione
del principio del " terzo escluso
"; e le dimostrazioni " per
assurdo " di Zenone di Elea sono
rimaste celebri. » Anzi, il richiamo so-
pra ricordato di Aristotele a Zenone
come fondatore della dialettica, sembra
appunto riferirsi all'attribuzione all'eleate
della scoperta e dell'impiego della
reductio ad impossibile in metafisica
(suggerito peraltro a Zenone, probabil- mente, dall'impiego
che di tale forma di ragionamento
veniva fatto dai mate- matici pitagorici. Nato
ad Agrigento intorno al49o e morto
verso H 430, Empedocle riassunse nella
propria vita tanto la ricchezza di
umori della sua terra natale, quanto
la grandezza e l'ambiguità del suo
pensiero. L'entusiasmo per la natura e
la varietà dei suoi fenomeni, il
profondo senso religioso che connetteva
uomini, dei e fysis in intimi legami;
la violenza delle passioni politiche,
l'ansia della salvezza e il senso del
tragico: di questi caratteri della Sicilia
greca Empedocle fu, prima che interprete,
pienamente partecipe. Capeggiò la fazione
democratica della sua città; esiliato nel
Peloponneso, si recò in seguito ad
assistere alla fondazione di Turi, dove poté
probabilmente incontrare Protagora, Erodoto ed
Ippodamo; non è da escludere un suo
contatto diretto con gli eleati. Seguendo
l'uso ar- caico, scrisse in versi; uno
dei suoi poemi, Sulla natura (Perì
Jjseos), trattava argo- menti cosmologici e
naturalistici, l'altro, le Puriftcazioni
(Katharmoi), aveva ca- ratteristiche spiccatamente
mistico-religiose. Il rapporto cronologico fra
queste opere e quelle di Melissa e
di Anassagora è incerto; sembra tuttavia
che egli le abbia composte prima di
quest'ultimo. La tensione fra i due
aspetti della perso- nalità di Empedocle -
tuttavia, come vedremo, profondamente interrelati
- ap- pare già dall'argomento dei suoi due
poemi; e si riflette in quanto ci
è noto della sua vita, pur attraverso
le molte leggende di cui fu ben
presto ammantata. Stu- dioso di fysis,
amava presentarsi come profeta e capo
religioso, e vagava per le città di
Sicilia seguito da turbe di seguaci
entusiasti; teorico di biologia e di
micina - anzi fondatore di una scuola
di medicina scientifica - si considerava
però guaritore e iatromante alla stregua
di Apollo, e vantava la capacità di
ope- rare miracoli; conoscitore attento ed
esperto delle technai, si atteggiava
tuttavia a mago. Interessante è il
caso del suo intervento a Selinunte:
la città soffriva di un'epidemia, dovuta
alle acque infette del suo fiume, che
veniva attribuita agli dei; accorsovi,
Empedocle risanò la città con incantagioni
e magia (di fatto rea- lizzando la
confluenza di altri due fiumi a monte
di Selinunte per purificare le acque
del primo). «Sciocchi! giacché non hanno
pensieri di larga veduta; essi credono
che possa nascere ciò che prima non
era o che qualcosa possa perire e
andar del tutto distrutta ... E
un'altra cosa ti dirò: non c'è nascita
alcuna di tutte le cose mortali, né
alcuna fine di morte funesta; ma solo
mescolanza e cangiamento di cose commiste,
e nascita si chiama fra gli uomini.
» In queste parole Empedocle esprime
limpidamente la misura della sua
accettazione dell'eleatismo e insieme le
prospettive della sua soluzione. L'impossibilità
che ciò che è derivi da ciò che
non è o vi si dissolva si
impone al filosofo di Girgenti come il
requisito fondamentale della realtà e della
pensabilità del mondo; e perciò egli
non può considerare se non come
follia il pensiero pre-eleatico. Tuttavia,
proprio in Melisso egli trovava la chiave
del riconoscimento della molteplicità del
mondo; giacché bastava riconoscere i caratteri
dell' «uno» melisseo -l'identità nello
spazio e la permanenza temporale - a
un certo numero di realtà distinte,
perché da esse si potesse dedurre
l'intera varietà del molteplice. Certo,
tale soluzione cozzava pur sempre contro
gli imperativi logico-metodici di Parmenide;
ma, come si è visto, Melisso aveva
già avviato la loro ontologizzazione, cioè
la loro trasformazione in realtà
spazio-temporale: aveva insomma avviato, nel
linguaggio dell'epoca, la trasformazione
dell'essere in «pieno». Da questa
prospettiva melissea prendeva propriamente le
mosse Empedocle - come ha messo in
luce il Calogero - giacché essa
corrispondeva alla sua esigenza di dar conto
del mondo, nella sua varietà quale si
offre ai sensi, nella sua segreta
unità quale è colto dall'anima, nella
sua realtà cui il pensiero non può
rifiutarsi. Nel suo presentarsi alla nostra
osservazione, la realtà appare indefinitamente
diversa eppure connessa da ritmi, da
cicli, da permanenze che ne formano
la struttura unitaria; così come accade
per l'organismo vivente, mutevole eppure uno,
la realtà appare un tessuto variegato
di poche sostanze semplici, un divenire
scandito dal ciclo delle stagioni, della
generazione, degli astri. Fedele per
istinto alla verità dell'osservazione, Empedocle
concepiva dunque il mondo come un
organismo unitario vivente e senziente, del
quale nessuna parte poteva venire arbitrariamente
amputata e tutte dovevano avere una
loro profonda giustifica- zione. Se questo
punto di vista ilozoico doveva trovare
una spiegazione non mitica, una più
universale razionalizzazione, occorreva infondervi
i requisiti melissei del vero; occorreva,
una volta reso molteplice l'« uno»,
trovare un'armonia tra questo vero
molteplice e la molteplicità dell'esperito.
Da questa esigenza nasce il sistema
cosmico di Empedocle, una delle più
potenti sintesi teoriche del pensiero
greco. Alla base del sistema stanno i
quattro elementi, o piuttosto « radici
» come li chiama Empedocle stesso con
un termine che meglio corrisponde alla
sua vi- sione vitalistica del mondo: la
terra, l'acqua, il fuoco, l'aria (o
meglio l'etere). Tali elementi non sono nuovi
nella filosofia presocratica: si pensi
all'acqua di Talete, al fuoco di
Eraclito e così via. In tutti
questi pensatori il processo era consistito
nell'assumere una zona dell'osservazione empirica
alla funzione pri- vilegiata di principio o
arché di .fJ'Sis; nel rendere quindi
assoluti alcuni dati dell'esperienza per
usarli come chiave di comprensione e
di spiegazione dell'e- sperienza nella sua
totalità. Identico è l'approccio fondamentale
di Empedocle: un'analisi dell'osservazione lo
porta a scoprire in ciò che è
osservato alcune costanti fondamentali, che
una volta generalizzate e rese assolute,
valgono a spiegare l'osservato - di cui
sono costituenti essenziali - e l'osservazione
stessa - di cui sono canoni imprescindibili.
Merito specifico di Empedocle è tuttavia
quello di aver isolato, sia
dall'osservazione diretta sia dalla precedente
riflessione naturalistica, tutte e solo
quelle costanti che potessero valere da ra-
dici, senza che si fosse costretti,
contro l'imperativo eleatico, a postulare
il mu- tamento di una radice in
qualcosa diverso da sé (come avevano
dovuto fare i monisti ionici), né ad
immaginarne un numero eccessivo, che
avrebbe ostacolato la semplificazione e
quindi la possibilità di comprensione
dell'esperienza. Ad ognuna delle quattro
radici Empedocle attribuiva dunque lo
status del- l'« uno» melisseo: l'infinità e
l'immutabilità nello spazio e nel tempo,
l'essere ingenerati e imperituri, e di
conseguenza l'assoluta realtà e intelligibilità.
Ciò non significava tuttavia negare la
realtà degli infiniti altri oggetti
dell'esperienza: ogni singolo ente è il
risultato di una mescolanza delle radici,
la sua nascita è la formazione della
mescolanza e la sua morte ne è
lo scioglimento; benché in tali mescolanze
le radici entrino sotto forma di
porzioni frazionali, neppure nella minima
di esse perdono alcuna delle loro
proprietà. L'individualità specifica di ogni
composto gli deriva dalla diversa
proporzione dei componenti (così ad esempio
le ossa sono formate da due parti
di acqua, due di terra, quattro di
fuo- co; il sangue dal miscuglio perfetto
I :I :I :I). Si è visto in
questa dottrina di Em- pedocle un'anticipazione
della chimica, il che può anche
essere accettato qualora non si dimentichi,
però, che le radici empedoclee non
solo erano concepite come viventi ma
anche come divinità creatrici, in stretto
rapporto con la cosmogonia orfica. Se
le quattro radici potevano spiegare, nel
loro vario comporsi, la molte- plicità del
mondo, esse non davano tuttavia conto
del suo infinito divenire, del formarsi
e dello sciogliersi dei composti;
unificavano cioè il reale in senso sin-
cronico ma non diacronico. Empedocle introdusse
quindi altri due principi, questpiù
spiccatamente dinamici: « amicizia» e «
discordia». Come le quattro radici
rappresentavano una generalizzazione dell'osservazione
naturale, così queste due «forze»
rappresentano una generalizzazione dell'esperienza
psichica, e perciò allargano a tale settore
la capacità di comprensione e di
spiegazione del sistema. Nel mondo di
Empedocle non era tuttavia pensabile una
distinzione radicale delle due sfere, come
abbiamo osservato in sede introduttiva, ma
piuttosto una diversa funzionalità della
medesima realtà: come le radici sono
a loro volta viventi, così « amicizia
» e « discordia » sono coestese
e coeterne ad esse, e dunque non
meno di esse «reali». «Amicizia·»
simbolizza nel sistema l'attrazione del dissimile,
cioè l'impulso che spinge le diverse
radici a fondersi reciprocamente dando
luogo a composti sempre più stabili;
«discordia» rappresenta invece l'attrazione del
si- mile, cioè la forza che spinge
ogni radice a restare coesa a se
stessa, sciogliendo qualsi.asi composto. Questi
due principi sono stati interpretati come
cause in senso aristotelico e anche,
modernamente, come le forze elettromagnetiche di
attrazione e repulsione. Benché anche questi
siano possibili sviluppi del pensiero
empedocleo, va ribadito che nel suo
quadro «amicizia» e « discordia» rappre-
sentavano soprattutto le funzioni essenziali
di una realtà vivente, in cui causa
e causato, forza e materia non
potevano essere distinte se non in
modo simbolico, non erano che aspetti
profondamente connessi di un unico mondo;
mentre poi esse rappresentavano l'aggancio
più immediato, come vedremo, alle vedute
religiose e morali, che a quel mondo
non potevano certo essere eterogenee.
Funzione primaria delle forze nel sistema
era comunque quella di promuovere il
divenire. Poiché tale divenire non poteva
dar luogo ad alcun mutamento dei suoi
contenuti fondamentali, secondo il divieto eleatico,
esso non poteva pre- sentarsi che come
ciclo: solo nel ciclo si dà infatti
ripetizione perpetua dei me- desimi eventi
e delle medesime strutture, solo il
ciclo concilia le sembianze del divenire
(l'esperienza umana non può carpirne che
una piccola frazione e ha dunque
l'impressione del mutamento) con la verità
del permanere, rivelata a chi penetri
nell'intimo della natura. Nel periodo
cosmico di assoluta prevalenza di
«amicizia», ognuna delle radici è così
strettamente congiunta alle altre che
nessun singolo ente sussiste di per
sé: «Non v'è discordia né infausta contesa
nelle sue membra ... Non più si
distinguono in esso le agili membra
del sole, né la forza villosa della
terra, né il mare, tanto fortemente
sta legato nei fitti segreti del-
l'armonia, d'ogni parte uguale e per
tutto infinito," sfero "rotondo che
gode della sua solitudine circolare. » Nello
« sfero » è facile individuare l'«
uno» eleatico, non tuttavia visto come
unico possibile assetto della realtà, ma
conquistato dalla vittoria di un'armonia di
schietta derivazione pitagorica; qui emerge
anche il valore religioso e morale di
«amicizia», che significa concordia e pace
nel cosmo e fra gli uomini. Agli antipodi sta il trionfo
di « discordia», che vede ognuna delle
radici ritratta in se stessa e ostile
alle altre, il che parimenti significa
la fine del mondo quale noi lo
esperiamo e comporta la negazione dei
valori etico-religiosiFra i due opposti regni,
stanno le vaste regioni in cui «discordia»
viene prevalendo su «amicizia», e quindi
scioglie le radici dal loro complesso senza
tuttavia contrap- porle del tutto; qui si
situa una prima generazione del molteplice;
e l'altra dove «amicizia» si a.dopera
a ricomporre l'unità senza poter ancora
scacciare del tutto «discordia», sicché il
processo di unificazione è ancora frammentato
in una mol- teplicità di enti: ed è
questa la seconda generazione del mondo
che noi osser- viamo. Va detto che
mentre il ciclo nel suo insieme è
determinato dalla neces- sità (ananke), la
formazione dei singoli composti è affidata
al caso (ryche) e che quindi la
natura che noi esperiamo consta della
sintesi di necessità e di caso.
Questa veduta è importante per la
comprensione di molte posizioni della
scienza naturale greca. Come si articoli
concretamente il ciclo nelle due fasi
intermedie è mostrato più chiaramente da
Empedocle a proposito degli organismi viventi,
cui andava il suo prevalente interesse
(non a caso è possibile paragonare
l'intera vita cosmica alle sistole e
diastole del cuore, e lo « sfero
» appare assai vicino all'« uovo »
origi- nario presente nel culto orfico ).
All'inizio del ciclo di «amicizia», in
un mondo ancora dominato da «
discordia», si venivano formando membra ed
arti separati: « Sulla terra spuntarono
teste senza colli, ed erravano braccia
nude prive di spal- le, vagavano occhi
soli sprovvisti di fronti»; poi queste
membra si congiungono a caso dando
luogo a mostri d'ogni specie: «e
molti esseri nascere con doppie facce
e petti, e buoi con facce d'uomini,
o invece sorgere busti umani con
teste bovine, e forme miste di maschi
e di femmine, provviste di membra
villose. » Ma la gran parte di
queste forme viventi perivano, sopravvivendo solo
quelle più adatte alle condizioni di
vita perché meglio organizzate nella
propria strut- tura. È interessante notare
che in questo processo è assente
qualsiasi idea di finalismo preordinato; i
viventi si aggregano a caso, ed è
la selezione naturale che decide della
sopravvivenza di alcuni di essi.
Nell'opposto processo di «di- scordia», che
viene disgregando l'unità cui «amicizia»
era finalmente giunta, si formano dapprima
creature complete, omogenee; ma una separazione
successiva dà luogo alle creature del
mondo in cui viviamo, differenziate per
sessi e per la prevalenza in esse
di una delle radici (così nella
costituzione dei pesci prevale l'acqua,
ecc.). Abbiamo già visto come la
struttura del nostro organismo fosse
interpretata da Empedocle mediante la
composizione delle radici in diverse
proporzioni. A spiegare la compenetrazione
reciproca delle radici, e i maggiori
fenomeni vitali, quali la respirazione 1
e il movimento del sangue, Empedocle
concepiva I Il resoconto della respirazione
va ripor- tato per la sua originalità
e tipicità. Il sangue si muove entro pori
i cui fori terminali sono abba- stanza
piccoli da non permettergli di fuoriuscire,
sufficienti però per lasciar entrare l
'aria nel corpo. !utta la spiegazione
è costruita per analogia con ti
funzionamento della clessidra o pipetta per
il travaso dei liquidi da un
recipiente all'altro. Al- lorché il sangue si
ritrae dai pori, esso attira l'aria
che irrompe nel vuoto così formatosi:
si ha così l'inspirazione. Quando il
sangue torna ad af- fluire, esso espelle
l'aria dando luogo all'espira- zione l'organismo
come percorso da una fitta rete di
pori o canaletti (una teoria in parte
derivata da Alcmeone), la cui struttura e
le cui dimensioni giocavano altresì una
parte importante nel meccanismo della sensazione.
Esso è spiegato dal filosofo di Agrigento
mediante gli efflussi materiali che ogni
corpo emette e che, giungendo a
contatto del senziente, possono o meno
penetrare attraverso i pori nel suo
organismo a seconda delle reciproche dimen-
sioni; g~i efflussi sono determinati
dall'attrazione del simile, che spinge le
radici a ricongiungersi attraverso la
varietà dei singoli enti. La spiegazione è
da un lato meccanicistica, dall'altro
vitalistica perché appunto fondata
sull'intrinseca «ani- mazione » del corporeo;
di conseguenza Empedocle attribuiva la
sensazione, sia pure in gradi diversi,
a qualsiasi ente, perché ognuno, anche
quelli ai nostri occhi inanimati, era
in qualche misura partecipe della grande
vita del cosmo. Il pensiero non è
per Empedocle qualitativamente diverso dalla
sensazione. Contro le scoperte alcmeoniche, ed
introducendo una veduta destinata ad eserci-
tare profonda influenza, egli pose la
sede del pensiero e dell'attività razionale
nel sangue, esattamente in quello più puro,
prossimo al cuore che ne è la fonte.
Poiché il sangue, come si è visto,
consta di una mescolanza perfetta delle
radici, esso è il più atto a
riflettere la struttura del mondo,
essendole più omogeneo. Non v'è ovviamente
per Empedocle opposizione tra pensiero e
sensi, giacché entrambi convogliano, con
meccanismi fondamentalmente analoghi, il messaggio
profondo di una natura che non può
essere fallace in alcuna delle sue
manifestazioni. Poiché l'uomo è omogeneo al
mondo, la verità della sua conoscenza del
mondo non di- pende né dai metodi né
dai linguaggi che egli impiega; in
tal senso, sparisce il problema della
«via» parmenidea e del suo sempre
difficile rapporto con il reale. L'uomo è
generato dalle stesse radici e animato
dalle stesse forze che generano e
animano il mondo nella sua totalità;
egli riflette il mondo in se stesso,
lo « com- prende» proprio perché ne
ritrova dentro di sé l'immagine
rimpicciolita. Il san- gue è pensiero perché
il sangue è principio vitale e secondo
Empedocle conoscere è propriamente vivere fino
in fondo la vita dell'universo,
sperimentarne la molte- plicità e l'unità,
l'eternità ciclica, gli intimi legami che
tutto quanto lo connettono. Sparita così la
tensione tra vero e reale, tra uomo e
mondo, tra mondo e divi- nità, sparisce
anche la presunta contraddizione tra i
due aspetti della personalità di Empedocle,
quello « fisico » e quello « magico
». Ragione e mito non sono che due
forme di un identico conoscere, due
funzioni di un'unica realtà. La conoscenza
razionale è esposizione discorsiva ed analitica
della molteplidtà del mondo quale essa
risulta dall'azione di« discordia?> e ci è
rivelata dai sensi; ma il suo scopo
è quello di rivelarci la verità di
questa molteplicità dando conto dell'unità
che la informa e della necessità che
la domina. D'altra parte, la conoscenza
mitica è penetrazione intensiva di questa
unità e necessità, è il porsi per
così dire dal punto di vista dello
« sfero » che simbolizza l'unità da
un punto di vista sia fisico, sia
religioso, sia morale; è drammatica
consapevolezza, tuttavia, della necessità del
ci-do e dd molteplice, nel loro
decadere dall'età aurea e nel loro fatale
tornarvi. 1 Di qui le « purificazioni
», di qui la dottrina pitagorizzante
della metempsicosi che adegua la sorte
dell'anima al ciclo cosmico. E la via
alla purificazione etico-reli- giosa è ancora una
volta, per Empedocle, quella di vivere
fino in fondo la vicenda -per il singolo
uomo, il dramma- dell'uno e dei molti, del
tempo e dell'eterno, della necessità e del
caso; la via della purificazione è quella
che conduce nel cuore profondo della
natura che sola giustifica l'uomo e
il suo destino, che sola gli. concede
conoscenza e potenza nel tempo, salvazione
nell'eternità. Sicché la leg- genda della
morte del filosofo sparito nella voragine
dell'Etna bene esprime, sotto questo
aspetto, la vocazione del pensiero
empedocleo. Si intende così anche il senso
dell'ambiguo atteggiamento di Empedocle verso
le technai, e del suo interesse profondo
per quelle che consentissero un immediato
controllo della natura (la. medicina, le
tecniche manifatturiere, la fisica; mentre
la matematica gli doveva sembrare irrimediabilmente
lontana dal mondo della vita e quindi
sterile). Non v'è nulla di più
ingiusto dell'immagine trasmessaci dalla tradizione
di un Empedocle abile medico e
tecnologo che ciarlatanescamente am- mantava di
magia i suoi successi per guadagnarne
in prestigio. In realtà, l'oppo- sizione
fra technai e magia sarebbe sembrata
assurda ai suoi occhi. Al culmine
della sua capacità di penetrazione e
di controllo, la techne aderisce così
compiutamente all'intima vita del mondo da
diventarne, dall'interno, una forza agente:
il «mi- racolo» è una possibilità di
fysis che techne porta alla luce (non
troppo diverse dovevano essere le vedute
degli alchimisti rinascimentali). Techne si
situa dunque al crocevia di conoscenza
razionale-discorsiva e conoscenza mitico-intensiva;
come il problema del rapporto tra
uomo e mondo, tra conoscenza e realtà
s'era tendenzialmente annullato nell'unità della vita del cosmo,
così a techne, allorché muova dalla
consapevolezza della struttura del reale, basta foggiarsi via via
ad immagine e simiglianza della natura per poter
penetrare sempre più profonda- mente in
essa, per paterne acquisire un sempre
maggiore controllo. Disvelandosi all'osservazione
dell'uomo, la natura gli aveva donato
la conoscenza; offrendosi ad una techne
che ne sappia comprendere i segreti,
essa gli concede l'accesso alla potenza:
sicché alla fine, nel volgere del
ciclo, l 'uomo diviene « profeta,
bardo, medico e principe », pari agli
dei immortali, come Empedocle proclamava di
se stesso. Data la natura della
conoscenza e delle technai, è chiaro come
per il filosofo di 1 «V'è un oracolo
del fato, antico decreto degli dei,
suggellato da larghi giuramenti: se mai
alcuno dei demoni (anime) che ebbero
in sorte lunga vita, macchi le sue
membra di sangue col- pevole, o seguendo la
"discordia" empio spergiuri, vada
errando tre volte diecimila anni !ungi
dai beati, nascendo nel corso del
tempo sotto tutte le forme mortali,
permutando i penosi sentieri della vita
... Uno di essi sono anch'io,
fuggiasco dagli dei ed errante, perché
fidai nella folle "di- scordia" ...
Da quale onore e da quale ampiezza
di felicità, così bandito mi aggiro
fra i mortali! » (La traduzione di
questi frammenti, come di quasi tutti
quelli empedoclei citati, è del Mondolfo.)
Ma v'è la via del ritorno: « Ma
alla fine essi vengono sulla terra
fra gli uomini come profeti, bardi, me-
dici e principi, e poi assurgono al
rango di dei degni d'onore ... Io
vengo nelle vostre città quale un dio
eterno, non certo mortale, coperto d'ogni
onore. Agrigento non si ponesse il problema
della logica e del metodo. Il metodo
che egli in effetti usa va era
essenzialmente analogico: acute inferenze
dall'osservazione quotidiana, sia biologica (il
palpito del cuore, lo sviluppo dell'uovo,
il meccani- smo della respirazione), sia fisica
1 (la riflessione, l'evaporazione, il ciclo
stagiona- le), sia tecnica (il travaso dei
liquidi, la manifattura dei vasi, la
miscelazione dei colori), gli offrivano lo
spunto per audaci generalizzazioni cosmiche.
Tuttavia ai suoi occhi queste estensioni
non avevano nulla di arbitrario, basate
com'erano sulla certezza di una
fondamentale unità e significatività di
tutte le manifestazioni della natura (una
certezza, come abbiamo visto all'inizio, a
sua volta ricavata dall'esperienza immediata,
sia sensoriale sia psichica). Allo stesso
modo, l'espres- sione linguistica di Empedocle
non poteva che tentare di riprodurre, grazie
ad una poesia potentemente sintetica e
visualizzante, la vita del mondo nella sua
ricchezza; anche qui, l'immagine poetica
(la trasvalutazione delle radici in
divinità o in «membra» del mondo,
l'affiorare ovunque dello psichico, del
vivente, dell'orga- nico) riposava sulla profonda
verità che per questa via si tentava
di rivelare. Tale dunque la risposta
empedoclea al nodo di problemi che si
sono esposti in sede introduttiva: una
delle più grandiose sintesi mai elaborate
dal pensiero greco ed anche una delle
più affascinanti ipotesi scientifiche. Il
rischio che Empe- docle si assumeva era
d'altro canto totale quanto il suo
sistema: o quest'ultimo si rivelava davvero
capace di spiegare l'intero universo, o
sarebbe crollato tutto quanto, perché
l'agrigentino non offriva - né, date le
sue premesse, avrebbe potuto farlo - alcuna
regola di pensiero e di metodo
esterna al sistema ed atta a
modificarlo, a criticarlo, a renderlo più
comprensivo. La potenza del genio di
Empedocle, in tutta la sua ambiguità,
si esercitò sul pensiero greco ed
oltre; e « dinanzi a lui, » ha
osservato il Bignone, « le prospettive
del mondo greco si scompongono stranamente:
è già un antico rispetto a Tucidide,
che è di pochi lu- stri più giovane
di lui; e sarà, dopo più secoli,
quasi un contemporaneo rispetto a Platino
e Porfirio ». Subito rifiutato dal
miglior pensiero filosofico-scientifico del v
secolo, da Anassagora ad Ippocrate, che
vedeva nel dogmatismo dell'esperienza, nel
vitali- smo mistico, nel rifiuto di ogni
strumento razionale di tipo logico-metodologico
il più mortale pericolo per un libero
progresso della ricerca, il sistema di Empedo-
cle apparve tuttavia a lungo come
l'unico che potesse garantire una sicura
base speculativa alle scienze nascenti,
dalla biologia alla fisica, l'unico che
ne assicurasse l'universalità. Così all'inizio
del rv secolo la dottrina dei quattro
elementi, la con- cezione organicistica
dell'universo (che presto significò anche
visione finalistica), il prevalere della
qualità sulla quantità, finirono per
trionfare della scienza ionica e passarono
in gran parte al platonismo del
Timeo, all'aristotelismo, alla medicina I
Il sole è il luogo dove l'emisfero
terrestre, che agisce come una lente,
riflette e concentra il fuoco emesso
dall'emisfero etereo; il mare è il
«sudore» della terra: sotto l'azione del
calore; la terra stessa è stata
disseccata dal calore al pari di un
vaso d'argilla; e così via. siciliana di
Filistione. Tramite questi canali, e sia
pure con aggiustamenti progres- sivi, tali
vedute percorsero un lunghissimo cammino,
fino ad affacciarsi al rinasci- mento e
alle soglie dell'età moderna. Qui tornarono
a scontrarsi con il meccanici- smo di tipo
democriteo, e risultarono questa volta
soccombenti senza però lasciar del tutto il
passo. Poco sappiamo della vita di
Filolao: nato a Crotone attorno alla
metà del v secolo, e ivi formatosi in
ambiente pitagorico, egli si trasferì a
Te be dove sul finire del secolo
lo troviamo a capo di una fiorente
scuola pitagorica, in rapporto con il
gruppo socratico-platonico ad Atene. Questa
presenza di Filolao a Tebe, congiun-
tamente all'esilio peloponnesiaco di Empedocle,
ci rivela un rifluire della filosofia
italica nella madrepatria greca, localizzato
non a caso nelle poleis che combattevano
Atene nella guerra del Peloponneso: il
pensiero ionico-attico si trovava così in
qualche modo circondato non meno di
quanto lo fosse, in senso
politico-militare, la sua metropoli. Come
abbiamo già avvertito, i frammenti di
Filolao sono stati a lungo con- testati
per vari motivi filologici, alla cui
base stava tuttavia la constatazione che
essi anticipavano un importante aspetto del
platonismo, e dunque la preoccu- pazione
che questo potesse risultarne sminuito
nella sua originalità. L'autenticità dei
frammenti è stata per fortuna rivendicata
dal Mondolfo e dalla Timpanaro- Cardini; ed
è chiaro, secondo una più corretta
visione storiografica, che il genio di Platone
risulta tutt'altro che diminuito dalla
consapevolezza che egli seppe fondere in
una sintesi critica gran parte dei
risultati del pensiero filosofico-scienti- fico
del v secolo, pur conferendo ad essi
la propria originalissima impronta. D'al- tra
parte, già questa considerazione impone di
dare alla figura di Filolao il posto
che gli compete fra i protagonisti della
filosofia preplatonica. Il problema centrale
di Filolao è analogo a quello di
Empedocle, ma i suoi punti di riferimento
speculativi sono meglio definiti, e il suo
approccio alla realtà è più chiaramente
delimitato dall'eredità pitagorica di cui egli si
faceva portatore. Certo, il pitagorismo
originario era stato travolto, in campo
matematico, dalla crisi degli irrazionali,
in campo fisico-filosofico, dalla critica
parmenidea al molte- plice e dalla sua
incapacità a soddisfare i nuovi requisiti
logico-metodici. Vedremo all'inizio del capitolo xn
come si svolse, attraverso il v
secolo e fino ad Archita, il processo
ricostruttivo delle matematiche pitagoriche, al
quale Filolao stesso diede un importante
contributo. Qui ci interessa piuttosto il
suo sforzo di ricostruzione del pitagorismo
come sistema globale del mondo, compiuto
innestando sul tronco di quella tradizione
la più matura consapevolezza posteleatica.
Si trattava innanzitutto di salvare
entrambi i termini della diade costitutiva
di uno e molteplice, di limite e
illimitato, dove il primo termine
assicurava la verità e l'intelligibilità del
secondo ma dove il secondo garantiva
l'estensibilità del primo al mondo del
reale, la sua presa sull'esperienza,
conferendogli quindi una concretezza e una
funzionalità sepza le quali esso sarebbe
stato confinato alla sfera delle
aspirazioni etico-religiose. Ma non bastava
più, dopo Parmenide, con- trapporre la
serie dell'uno e del limite alla serie
dei molti e dell'illimitato; giac- ché su
quest'ultima sarebbe poi gravata la
dichiarazione di assurdità e di irrealtà,
che avrebbe vanificato la tensione insita
nella diade. Il problema di Filolao
era dunque quello di calare il
principio di unificazione e di verità
profondamente all'interno della struttura
molteplice dell'esperienza, in modo da
garantirne con ciò stesso la realtà;
era di trasformare i termini della
diade in modalità e struttura intima
di un unico mondo, di cui essi
potessero dar conto nella sua to- talità.
La chiave più ovvia per la soluzione
del problema era, agli occhi di
Filolao, quella offerta dal numero.
Generato dall' «uno», e governato da leggi
che sempre all' «uno» potevano riportarsi
senza contraddizione, il numero era
tuttavia atto a fungere da limite al
molteplice perché ne rifletteva in sé
la struttura; ma la riflet- teva in
modo tale da renderla omogenea all'«
uno» e alla sua legge. Si consideri
ad esempio la decade (il numero
dieci): secondo l'analisi di Filolao, essa
comprende in sé tutti i possibili rapporti
aritmo-geometriciche si originano a partire dall'unità
ed è perciò stesso atta a comprendere
e ad organizzare il molteplice.! Ma
Filolao non poteva più arrestarsi alla
generica veduta pitagorica del nu- mero
come natura delle cose. Occorreva che
fosse davvero possibile, leggendo il libro
della natura, scoprirne i caratteri
aritmo-geometrici; da un punto di vista
complementare, occorreva dare una più precisa
dimensione spaziale al numero e concretarla
di una sussistenza corporea. Perciò,
partendo dall'assioma aritmo-geo- metrico secondo
cui l 'unità rappresenta il punto, il due
la linea, il tre la superficie, il quattro
il solido, Filolao diede un impulso
originale e deciso alla geometria so- lida,
giungendo a costruire un certo numero di
figure semplici che si potevano age- volmente
riportare alle modalità fondamentali dei numeri.
Queste figure si assicu- ravano una prima
realizzazione grazie alla loro applicabilità ai
movimenti e alla con- figurazione degli astri, e,
tramite l'astrologia pitagorica, allo stesso
assetto del divino. x Più efficaci di
ogni spiegazione critica sono le parole
di Filolao sulla decade: «L'essenza e
le opere del numero devono essere
giudicate in rap- porto alla potenza insita
nella decade; grande è in- fatti la
potenza (del numero) e tutto opera e
com- pie, principio e guida della vita
divina e celeste e di quella umana,
in quanto partecipa della po- tenza della
decade; senza questa, tutto sarebbe in-
terminato, incerto ed oscuro. Conoscitiva è
la na- tura del numero, e direttrice e
maestra per ognuno, in ogni cosa che
gli sia dubbia o sconosciuta. Per- ciò
nessuna delle cose sarebbe chiara ad
alcuno, né per se stessa, né in
rapporto alle altre, se non ci fosse
il numero e la sua essenza. Ora
questo, 74 armonizzando tutte le cose
con la sensazione nel- l'interno dell'anima,
le rende conoscibili e tra loro commensurabili
secondo la natura dello gnomone, in
quanto compone o scompone i singoli
termini delle cose, così delle interminate
come delle ter- minanti. Né solo nei
fatti demonici e divini tu puoi
vedere la natura del numero e la sua
potenza dominatrice, ma anche in tutte, e
sempre, le opere e parole umane, sia
che riguardino le attività tecniche in
generale, sia propriamente la musica»
(trad. Timpanaro-Cardini). Da varie testimo-
nianze risultano le ingegnose deduzioni di
natura sia aritmetica e geometrica, sia
fisica, dalle quali Filolao traeva conferma
al dominio della decade. A questo punto
tuttavia Filolao avvertiva l'esigenza di
una semplificazione del mondo fisico che
era assente nella tradizione pitagorica, e
riconosceva nel si- stema empedocleo il più
potente strumento in questo senso. È
propriamente nel- l'assunzione che ne fece
Filolao che le radici di Empedocle si
trasformarono in «elementi», avulsi ormai
dalla vita del cosmo ed inseriti su
di una più fredda strut- tura
numerico-geometrica. Nei quattro elementi, infatti,
e nello « sfero » che li
riassumeva, Filolao vide il veicolo ideale
per la conquista del mondo fisico da
parte dei suoi solidi geometrici. Per
via analogica, il cubo trovò il suo
equivalente nella terra; il tetraedro nel
fuoco; l'ottaedro nell'aria; l'icosaedro
nell'acqua; il dodecaedro, infine, nello « sfero
». Da un altro punto di vista,
ciò equivale a dire che gli elementi
trovarono il proprio limite, la propria
forma, la propria armonia, infine la
propria razionalità nelle rispettive figure.
I molteplici oggetti dell'espe- rienza e le
loro mutazioni si presentavano ormai come
aggregati degli elementi e dunque come
composizione di forme geometriche semplici;
ma, imbrigliati dal limite, armonizzati
dalla figura, il loro variare nulla
più aveva di misterioso o di
irrazionale, sempre riconducibile com'era, sia
pure per vie complesse e non tutte
esplorate, alla legge del numero. Filolao
giungeva dunque a modificare così l
'assioma pitagorico che i numeri sono
le cose: « Tutte le cose hanno un
numero; senza questo, nulla sarebbe
possibile pensare, né conoscere. » Le
cose hanno un numero perché, come in
un universo cristallografico, hanno una
figura-forma che le delimita e che è
riconducibile a rapporti numerici; 1 e
perché sono inserite in un'armonia cosmica
che ne ritma il divenire e che è
anch'essa riconducibile al rapporto (logos)
numerico. Nel frammento che abbiamo ora
citato Filolao compie un'altra fondamentale
deduzione: poiché la nostra conoscenza, se
vuol essere ve- ra, non può che
muoversi dall'« uno» e seguirne la legge,
poiché il nostro pensiero non può che
essere -e di fatto, nella tradizione
pitagorica, è -logos mathematikòs, ecco che
il numero instaura la sua suprema
armonia fra pensiero e realtà, fra uomo
e mondo; ecco che il linguaggio
dell'uomo è identico al linguaggio di
fysis, e basterà affinarlo nel medesimo
senso per decifrare fysis tutta intiera.
Così egli ristrutturava il pitagorismo in
modo da adeguarlo alle esigenze
posteleatiche e insieme ne allargava
l'orizzonte fino a includervi le necessità
di spiegazione naturalistica. Più rigoroso,
sebbene meno ricco di quello empedo- cleo,
il suo sistema si prestava a
brillanti deduzioni cosmologiche, ma, posto
a confronto con i problemi del
significato e della vita, era spesso
costretto a sce- I È interessante a
questo proposito la fi- gura di Eurito,
un pitagorico del v secolo spesso
associato a Filolao. Eurito era famoso
fra i suoi contemporanei perché, assegnato
a qualsiasi og- getto reale un determinato
numero (non sappiamo come lo ottenesse),
egli dimostrava in un modo caratteristico
la necessità naturale del rapporto fra
l'uno e l'altro: si provvedeva di un
pari numero di sassolini, tracciava la
figura dell'oggetto in que- stione e
incastr11va lungo il suo perimetro tali
75 sassolini (il numero atto a
definire la figura del- l'uomo era per
esempio 250). Variando le dimen- sioni
dell'oggetto, il numero di sassolini, che
ne esprimevano i rapporti essenziali, non
cambiava. In tal modo Eurito voleva
stabilire visivamente la relazione, tipica
anche del pensiero di Filolao, tra
numero e forma limitante gli enti
reali: il nu- mero, tradotto in forma,
era quindi il principio di individuazione e
anche di intelligibilità della na· tura.
gliere la via del superamento mistico
alla maniera del primo pitagorismo; oscil-
lazione riconoscibile lungo tutto l'arco
della riflessione naturalistica di Filolao.
L'« uno», ipostatizzato fisicamente nel
«fuoco», sta al centro del cosmo; dal
suo rapporto con l 'infinito circostante- un
rapporto paragona bile al processo del- la
inspirazione ed espirazione - si è generato
tutto quanto il cosmo, che, come ab- biamo
visto, consta di una sintesi inscindibile
di « uno » e molti, di
limitante e illi- mitato. Rinnovando la meccanica
celeste della tradizione pitagorica, spinto
a un tempo dall'esigenza astronomica di spiegare
le eclissi e da quella mistica di
asse- gnare all'« uno-fuoco» il posto
centrale dell'universo, Filolao fece audacemente
della Terra un pianeta eccentrico e
mobile come gli altri, anticipando così
di se- coli la veduta di Aristarco.
La medesima ambiguità si riscontra
nell'ipotesi di un decimo pianeta, l'
Antiterra, in aggiunta ai nove conosciuti:
si trattava, da un lato, di costruire
un modello di meccanica celeste atto a
spiegare fenomeni quali la maggior
frequenza, in uno stesso luogo, delle
eclissi di luna rispetto a quelle di
sole; e, dall'altro, di trovare un
'ulteriore conferma al valore universale
della decade. Analogamente ad Empedocle,
Filolao riteneva poi il sole percepito
dai nostri sensi un semplice riflesso
focalizzato del «fuoco » centrale. Filolao
fu anche attento cultore di biologia e
di medicina: operando nel solco della
tradizione alcmeonica, egli accoglieva da
un lato alcune posizioni del sistema
vitalistico di Empedocle, dall'altro, grazie
proprio a quella tradizione, appariva più
vicino all'empirismo esprimentesi nella medicina
cnidia; né poteva riuscirgli agevole la
trasposizione dei punti di vista
aritmo-geometrici al campo della vita.
Proprio per questa complessità di
approccio, appaiono nel filosofo di Crotone
germi interessanti di teoria medica; essi
passeranno in Platone e in alcune
opere del Corpus hippocraticum, e per
un altro verso nella scuola siciliana
di medicina, ma non troveranno una
diretta continuazione per il progressivo
abbandono, da parte del successivo
pitagorismo, delle ricerche più propriamente
naturalistiche. Un primo movimento analogico
permette a Filolao di ravvisare nel ritmo
della vita organica una stretta affinità
cosmogonica. Principio costitutivo della vita
è lo sperma, il calore originario;
principio del corpo è dunque il calore,
così come il «fuoco» lo era del
cosmo. D'altra parte la respirazione
introduce nel corpo l'ele- mento freddo
necessario ad equilibrare tale calore,
proprio come l'inalazione del- l'illimitato
circostante da parte dell'« uno» originava
l'universo. Gli stessi organi principali
del corpo sono racchiusi in uno
schema quaternario analogo a quello degli
elementi, ed essi sono visti come
rispettivamente egemonici nelle varie classi
di viventi. Il cervello, cui corrisponde
il pensiero, è così egemonico nel- l'uomo
(qui è chiara l'eredità alcmeonica); il
cuore, cui corrisponde il principio della
vita sensibile, è egemonico negli animali
(prevalendo qui l'ispirazione empe- doclea);
l'ombelico, che presiede alla crescita
dell'embrione e alla vita vegetati va,
contrassegna la classe delle piante; i
genitali, infine, da cui proviene il seme
fecon- dante, individuano tutti i viventi
in quanto tali. In senso più
propriamente medicFilolao costruì un'eziologia in
cui i maggiori agenti patogeni, di
derivazione cni- dia, erano la bile (vista
come siero delle carni), il sangue e
il flegma o catarro che si originava
dalle urine ed era comunque il
prodotto di una infiammazione. I fattori
scatenanti i processi morbosi erano poi
ravvisati, alla stregua della dottrina
alcmeonica, nell'eccesso o nella scarsità
di alimenti, di esercizio fisico, dei
fattori ambientali necessari alla vita
dell'uomo. La teoria dell'anima era in
Filolao strettamente connessa alla concezione
del- l'organismo: l'anima rappresentava infatti
da un lato il respiro vitale, il
principio di refrigerazione che temperava
il calore corporeo e dava luogo alla
vita; dall'al- tro essa era l'armonia che
scaturiva dalla tensione degli opposti
elementi fisici - come dalle corde di
uno strumento musicale - e li teneva
connessi nel miracoloso equilibrio della
vita. L'anima era dunque la presenza
dell'armonia universale nel corpo vivente,
e d'altro canto l'espressione intrinseca
dei diversi fattori che si componevano
armonicamente a dar luogo alla vita
stessa. Così strettamente legata all'equilibrio
transeunte della vita organica, l'anima
individuale non poteva sopravvivere al
dissolversi nella morte degli elementi
corporei che essa armo- nizzava; ancora una
volta, per giustificarne l'immortalità secondo
il dettame pitagorico, Filolao era
costretto ad un trascendimento religioso
della propria dottrina. Al contrario di
Empedocle, Filolao veniva così offrendo al
pensiero sia filo- sofico sia tecnico-scientifico
uno strumento d'indagine dotato di una
enorme po- tenzialità: quello cioè dell'analisi
formale e modale della realtà, e
della sua tradu- zione nei termini della
logica aritmo-geometrica. In questo senso,
era fondamentale il suo apporto allo
sviluppo della matema- tica, che poteva
ormai procedere sulla via della specializzazione
arricchita della certezza che qualsiasi sua
scoperta avrebbe comportato oggettivamente una
più vasta e profonda comprensione della
realtà, avrebbe comunque rivestito un signi-
ficato universale. E parimenti fondamentale -
anche se destinato ad un meno im-
mediato successo - era il suo contributo
alla fisica, che per la via della
matematiz- zazione era avviata ad una
intelligibilità, ad un rigore nuovi; un
rigore persino superiore a quello della
fisica atomistica, che, come ha osservato
il Rey, avrebbe dovuto basarsi sulla
meccanica, una disciplina molto meno
progredita nel pensie- ro greco di quanto
non lo fosse l'aritmo-geometria pitagorica.
Se in epoca moderna matematizzazione e
concezione atomica della fisica erano
destinate a riunirsi, dando luogo al «
sistema del mondo » proprio della
scienza a partire dal Seicento, nel
mondo greco pitagorismo ed atomismo
restarono però a lungo contrapposti. Ciò
è dovuto anche all'ambiguità che abbiamo
visto sottendersi a tutta la speculazione
di Filolao. Il logos mathematikòs non
era soltanto, e non tanto, un metodo
del pensiero quanto la struttura
essenziale, garantita, dell'universo; il numero
non era tanto uno strumento euristico
dell'uomo quanto una realtà originaria,
primale, che garantiva la validità della
scienza, ma soprattutto la condizionava al
riconoscimento di sé, principio dogmatico
del conoscibile prima che del conoscere.
Già per la matematica, questa natura
del numero creava una situa- zione di
privilegio necessariamente ambigua: giacché essa
veniva trasvalutata in una sorta di
teologia razionale, secondo un processo che
sarà comune a Platone vecchio e a
tutto il successivo pitagorismo, sempre più
alieno dalla ricerca empi- rica, sempre più
portato a rifiutare il contatto così
fecondo tra la matematica stessa e le
discipline tecniche e naturalistiche. Nel
senso di Filolao, assolutizza- zione delle
matematiche voleva dire dunque anche loro
isterilimento sul piano scientifico-tecnico, e
contemporaneamente condanna ad uno status
non scientifi- co delle technai di
controllo della natura, dalla meccanica
alla biologia. L'accen- tuarsi della natura
mistica del numero - che all'origine aveva
anche significato l~ preoccupazione di una
saldatura tra uomo e mondo, tra
conoscenza e realtà - avrebbe scavato un
solco sempre più profondo tra il
pitagorismo e le tendenze più vive del
pensiero, conducendo da ultimo alla fusione
tra un pitagorismo teologiz- zante ed un
parimenti infiacchito platonismo. Filolao, con
tutta la sua ricchezza di interessi
metodici .e scientifici, era certamente
lontanissimo da tali esiti. Ma la sua
impossibilità di liberarsi da talune
ambiguità di fondo lo poneva già, nono-
stante tutto, su questa via. Gorgia nacque a Lentini.
La tradizione ci raccontà che e discepolo
vuoi dei pi- tagorici vuoi di Empedocle.
Senza dubbio riuscì a conquistarsi la
stima dei suoi concittadini, tanto è
vero che fu da essi inviato come ambasciatore
ad Atene per chiedere aiuto contro
Siracusa. Viaggiò per tutta la Grecia,
facendo ovunque sfoggio della sua
sottilissima arte dialettica che era basata
su una tecnica analoga a quella di
Zenone. Scrisse varie opere, fra le
quali ci limitiamo a ricordare l'Elena e
il trattatello Intorno al non ente o
intorno alla natura (Perì tou me
ontos é perì Jjseos). Nella prima viene
svolta, con molta abilità, la paradossale
difesa della celebre eroina, scagionata da
ogni colpa per l'abbandono della casa
del marito, e viene intessuto l'elogio
dell'onnipotenza della parola, specie quando
essa è guidata dalla retorica: « La
parola è un gran dominatore, che con
piccolissimo corpo e invisi- bilissimo, divinissime
cose sa compiere; riesce infatti a
calmar la paura, e a eli- minare il
dolore, e a suscitare la gioia, e
ad aumentare la pietà.» Nell'altra opera
Gorgia espone, una triplice tesi: a)
nulla è; b) se anche qualcosa fosse,
non sa- rebbe conoscibile; c) se poi
fosse conoscibile, non sarebbe esprimibile,
«poiché il mezzo con cui ci
esprimiamo, è la parola; e la parola
non è l'oggetto, ciò che è realmente;
non dunque realtà esistente noi esprimiamo
al nostro vicino, ma solo parola che
è altro dall'oggetto». La critica della
vecchia filosofi di Parmenide è qui
evidente; essa si fonda sull'equivocità del
termine « essere» usato ora nel senso
di « esistere» ora invece nel senso
puramente copulativo. Ma più ancora di
questa critica è impor- tante la chiarezza
con cui si pongono i problemi della
conoscibilità e dell'espri- mibilità (cioè i
problemi se tutto ciò che esiste
possa, per il solo fatto di esistere,
venire conosciuto e venire espresso).
Abbiamo parlato, a proposito sia di
Protagora sia di Gorgia, di critica al-
l'eleatismo. Tale critica investì certamente
il tentativo dell'eleatismo di stringere in
una rigida unità l'ordine del pensiero
e del linguaggio con quello della realtà
percepita e vissuta, e vi contrappose
la relativa autonomia di questi due
momenti. Ciò premesso, la critica moderna
tende tuttavia a non sottovalutarei legami
che connessero i maggiori sofisti
all'eleatismo, e non solo nel senso
che la situazione di crisi creata da
quest'ultimo rappresentò il loro punto di
partenza. Nell'ordine logico, i sofisti
accettarono infatti i requisiti di verità
imposti dall'eleatismo, quali l'identità
tautologica (di cui la orthoépeia
protagorea sarebbe una versione raffinata)
e la pregnanza di significati esistenziali
e copulativi del verbo «essere». La
rivendicata autonomia dell'esperienza vissuta si
tradurrebbe pertanto in una sizioni
professionali variano da individuo ad in-
dividuo, sicché ognuno, possedendone alcune,
è privo delle altre, la capacità di
contribuire a con- 93 servare e
perfezionare l'organismo sociale deve essere
considerata presente in tutti gli individui
normali. rinuncia a controllarla con strumenti
logici, e in un suo abbandono alla
psico- logia dell'individuo a sua volta
stratificato nella convenzione sociale. Questo
atteggiamento si tradusse, da un lato,
in una certa incapacità della sofistica di
comprendere l'originale rapporto di logica
ed esperienza che si veniva realiz- zando
nella scienza contemporanea (di qui la
polemica di Protagora e di Gorgia
contro la geometria, la fisica e,
indirettamente, contro la medicina); dall'altro,
nella tendenza a considerare il momento
irrazionale del profitto e della forza come
primario nell'ordine sociale, trascurandone le
esigenze etico-storiche. Questo non toglie
nulla alla fecondità dell'atteggiamento critico
della sofistica, ma certamente sottolinea
la vastità del compito di ricostruzione
scientifica, filosofica e storico- sociale che
spetterà al pensiero greco dopo il fallimento
eleatico, l'esaurimento della filosofia della
natura e la critica sofistica. Non
sappiamo se a Crotone, quando vi
approdò Callifonte, l'asclepiade di Cnido,
cui abbiamo fatto cenno nel secondo
paragrafo, già esistesse una scuola di
medicina o se la sua fondazione si
debba a questo scienziato venuto dall'Orien- te.
È certo, tuttavia, che la scuola
conobbe una rapidissima fioritura. Già il
figlio di Callifonte, Democede, si guadagnò
la fama di miglior chirurgo del mondo
greco, e, fatto ritorno alla nativa
costa ionica, impose alla corte del
re di Persia la supremazia della
nuova scuola ellenica su quella
tradizionale d 'Egitto. Toccò al crotoniate
Alcmeone, nato verso il 540, di
portare la scuola al suo massimo
livello scientifico. E soprattutto toccò ad
Alcmeqne -che il Wellmann ha definito
a buon diritto pater medicinae grecae -
di rinnovare profondamente il pensiero
scientifico ellenico, condizionandone lo
svolgimento lungo tutto il v secolo.
A contatto attraverso la sua scuola
con le esperienze maturate dalla historle
ionica nel VI secolo, egli entrò
d'altro canto in relazione con le
filosofie i tali che che sullo scorcio di
quel secolo si sviluppavano rapidamente: il
pensiero di Senofane da un lato, il
pitagorismo dall'altro. Dalla critica senofanea
al sapere umano, Alcmeone derivò la
consapevolezza, via via affinatasi, che
l'osservazione empirica non può immediatamente
offrire la chiave della conoscenza, che
la verità non si rivela tutt'intera a
chi si limiti a descrivere la natura.
Con il pitagorismo, Alcmeone mantenne
rapporti su di una base di autonomia,
da scuola a scuola; insofferente del
carattere settario, dogmatico, della dottrina
e della prassi pitago- rica, egli rivolse
contro di esse la sua critica teorica
e la sua azione politica demo- cratica. Fu
tuttavia profondamente interessato non solo
dai progressi che i pi- tagorici facevano
compiere alle. scienze naturali, ma soprattutto
dal loro tentativo di scoprire leggi
dell'esperienza che fungessero da principio
di organizzazione e di interpretazione dei
fenomeni osservati. Ecco dunque che sul
tronco dell'empirismo ionico, cui per altro
restava solidamente ancorato, Alcmeone veniva
innestando una problematica e una
consapevolezza nuove, la cui carenza aveva
sempre frenato, come s'è visto, i
progressi di quell'empirismo. Proprio con
la dichiarazione di questa acquisita
consapevolezza si apre l'opera di Alcmeone:
«Delle cose invisibili, delle cose mortali
gli dei hanno immediata certezza, ma
agli uomini tocca procedere per indizi (tekmdiresthai).
» Bastava un tale punto di vista
gnoseologico ad infrangere l'illusione
dell'immediata trasparenza dell'esperienza, ad
aprire la via ad una osservazione
critica dei fenomeni e ad un più
attivo intervento dello scienziato nella
loro interpretazione. Alcmeone si valeva
del principio così scoperto nel vivo
della propria ricerca scientifica, e
d'altra parte era la ricerca stessa,
divenuta criticamente più vigile, a
confermargliene la validità. Nel campo dei
fenomeni naturali egli non vedeva più
alcun « elemento »alcuna coppia di
contrari, alcuna arché che di per sé
valessero a spiegare la natura e la
vita. Da biologo, egli riconosceva
piuttosto nell'empirico una indefinita
molteplicità di principi attivi o «
qualità », vale a dire di stimoli
capaci di de- terminare nell'organismo una
certa reazione fisiologica (l'amaro, il
freddo e così via); di conseguenza,
non v'era continuità fra organismo
senziente e il suo ambiente, ma il
rapporto fra l'uno e l'altro era
quello di stimolo e reazione (questo
è il significato della « sensazione
per contrari » attribuita ad Alcmeone,
in contrasto con la «sensazione per simili»
che, come s'è visto, fu tipica di
Empedocle). Parallelamente, Alcmeone scopriva,
grazie alla pratica coraggiosa- mente scientifica
della dissezione, che la funzione del
percepire è nell'uomo bensì diffusa nei
vari organi di senso, ma che essa
viene poi coordinata da un organo
centrale, e precisamente dal cervello. Con
questa scoperta Alcmeone non solo compiva
un progresso di fondamentale importanza per
tutta la biologia greca, ma trovava
altresì una decisiva conferma al proprio
punto di vista gno- seologico: la funzione
del cervello spezzava di fatto il
legame immediato fra uo- mo e mondo,
fra conoscenza e realtà. Ed Alcmeone rendeva
esplicita questa con- seguenza dichiarando che,
se la «sensibilità» è una proprietà
di tutti gli organi- smi viventi, la
funzione del « comprendere », cioè
del ridurre a sintesi significa- tiva
l'esperienza, e del «prender coscienza»
della sensibilità stessa è propria esclusivamente
dell'uomo. Il valore di queste asserzioni
si po.trà intendere appie- no ove si
ricordi che ancora una generazione più
tardi la dottrina della centralità del
cuore conduceva Empedocle a conclusioni
estremamente antitetiche. In ogni modo,
profondo era il solco così apertosi
fra l'uomo e la realtà che egli
vuol comprendere e trasformare. Il mondo
dell'esperienza riacquistava la sua concretezza,
e l'esperienza stessa veniva riconosciuta incapace
di dare spontaneamente conto di sé.
Così, lo scienziato riconquistava un'autonomia e
una possibilità di comprensione e di
controllo sul mondo, scoprendo un punto
di vista ad esso eterogeneo. Ma
Alcmeone si avvide di una conseguenza
decisiva di questa situazione: la realtà
si faceva a un tratto opaca agli
occhi dello scienziato; la sapienza, intesa
come perfetta trasparenza di tutto il
mondo all'uomo, restava ormai solo una
proprietà degli dei. In termini di
metodo scientifico, la sapienza doveva
allora venir sostituita dall'indagine, la
rivelazione dalla congettura, l'os- servazione e
le analogie che essa sembrava offrire
dovevano essere integrate dal metodo
dell'indizio e della prova. Quando Alcmeone
poneva il tekmdiresthai, il proceder appunto
per indizi, congetture e prove, come
metodo tipico della conoscenza umana, egli
conferiva una consapevolezza teorica alla
prassi della me- dicina, che doveva
interpretare l'esperienza per ritrovare in
essa un significato, un valore di
sintomo, e risalire così all'unità della
malattia e delle sue cause: una
consapevolezza che, come s'è visto, fece
sempre difetto ai cnidi. Sulla base
di queste prospettive teoriche, Alcmeone
poté anche offrire alla medicina una
dottrina fisio-patologica e un'eziologia unitaria
cui i cnidi non avevano potuto pervenire.
Le infinite «qualità» (4Jnàmeis) agenti
nell'organismo, formano nel loro stato
normale un composto (krasis) omogeneo ed
armonico (isonomia). La malattia nasce
dalla rottura di tale equilibrio e
dal prevalere patolo- gico (monarchia) di
uno solo di questi principi, oltre
che per l'azione di una mol- teplicità
di fattori ambientali. È importante notare,
per l'influenza che questa veduta ebbe
su Ippocrate, che Alcmeone lasciò
indefinito il numero delle 4Jndmeis, senza
irrigidirle né nello schema quaternario
degli elementi proprio della scuola
empedoclea, né in quello degli «
umori » sviluppatosi nella tarda scuola
di Cos. Queste determinazioni negative, le
uniche che ci restano delle 4Jndmeis
alcmeoniche, sono tuttavia importanti, perché
gettano il seme di una embrionale chimica
fisiologica, consapevole della molteplicità degli
elementi e dei composti (come ribadirà
anche Anassagora) e attenta soprattutto
alla loro sempre variabile funzionalità
nelle sintesi organiche. D'altra parte,
rompendo anche qui con tutta la
tradizione della_bsiologia, Alcmeone affermava
l'irreversi- bilità dei processi biologici e
dunque l 'impossibilità del ciclo: « Gli
uomini per ciò periscono, che non
possono congiungere il principio con la
fine. » Troppo innovatrici erano tuttavia
le sue intuizioni, perché Alcmeone ne
potesse trarre tutte le conseguenze. La
via del metodo scientifico era stata
indicata, ma un lungo cammino doveva
essere ancora percorso perché quel metodo
potesse essere sviluppato e consolidato. Il
problema del rapporto fra pensiero e
realtà, fra teoria ed esperienza era
stato posto senza che le strutture di
quel rapporto potessero essere compiutamente
analizzate e rese esplicite. Questa
mancanza di una chiara elaborazione teorica
spiega come l'eredità alcmeonica si sia
suddivisa in due filoni diversi e
contrastanti. Da un lato, infatti, essa
fu riassorbita dalla fysiologia italica e
siciliana, che utilizzò alcune delle sue
conquiste scientifiche contestandone altre e
soprattutto annullandone via via la carica
innovatrice dal punto di vista del
metodo. Attraverso Empedocle, questo filone
dell'eredità alcmeonica passò, sul finire
del v secolo, alla scuola italica di
medicina, di cui diremo più ampiamente
al capitolo xr. L'altro filone ci
interessa qui più da vicino: tramite
l'autonoma ricerca medico-biologica, esso rifluì
nell'ambiente scientifico ionico-attico, e dunque
nel suo crogiuolo ateniese, destandovi
immediatamente l'interesse delle più vive
correnti di pensiero. Ad Anassagora la
lezione alcmeonica apportava la veduta
dell'alterità del conoscere rispetto al
conosciuto, dell'inesauribile concretezza del
mondo empirico, del tekmdiresthai come
metodo della conoscenza; agli scienziati che
si raccoglievano intorno al filosofo, ai
medici come lppocrate, Alcmeone insegnava
l'importanza metodica del sintomo, la
centralità del cervello, le basi fisiologiche
della patologia; agli uomini di cultura,
agli storici come Tucidide, egli
trasmetteva analoghi spunti metodici, e
ancora il suo rifiuto della ciclicità, la
sua concezio"ne - così suggestivamente
trasferibile alle vicende umane- dell'armonia
come salute, della monarchia come sua
rottura patologica Seguendo questo secondo filone
dell'eredità alcmeonica, occorrerà quindi tornare
nell'Atene della metà del v secolo,
dove si venivano intrecciando i nodi
di tutto il pensiero scientifico greco
e grazie a ciò si ponevano le
premesse per le sue conquiste più
alte.Nel seguire al capitolo vn il
filone alcmeonico che si svolgeva
attraverso Anassagora e culminava in
Ippocrate, accennammo anche al permanere di
una scuola medica in Magna Grecia e
in Sicilia, nella quale l'eredità di
Alcmeone doveva però esser ben presto
sopraffatta dal prepotente influsso della
fysiologia di Empedocle. Quest'ultima era
in effetti tale da condizionare sia
nelle premesse sia nei metodi la
ricerca medico-biologica, promuovendone a un
tempo lo svi- luppo e indirizzandolo verso
esiti estremamente insidiosi. La concezione
del inondo come un organismo vivente
pareva infatti assicurare la fondazione più
universale e più valida alle scienze
biologiche; e la riduzione del mondo
stesso a quattro elementi primari, o
archai, sembrava a sua volta offrire
uno strumento decisivo per la comprensione
della struttura del corpo e delle sue
affezioni. La metodica da porre in
opera era pure esemplificata da Empedocle:
si trattava di battere la via
dell'analogia tra microcosmo e macrocosmo,
di riportare cioè co- stantemente i fenomeni
organici alla struttura di fondo del
corpo e la struttura del corpo a
quella dell'universo, ritrovando in quest'ultima
una garanzia di ve- rità e una
premessa per ulteriori spiegazioni. Entro
tale orizzonte la scuola italica si
sviluppò lungo la seconda metà del v
secolo, finché sullo scorcio di quello
stesso secolo e nei primi decenni del
IV, Filistione di Locri la condusse
al suo definitivo assetto dottrinale e
metodico. Importante in senso dottrinale
l'elaborazione della teoria del pneuma o
«respiro», principio vitale che animava la
struttura elementare sia del corpo sia
del cosmo, e che valeva a spiegare molti
fenomeni patologici quando la sua
circolazione or- ganica risultasse anomala. Ma
soprattutto importante, dal punto di vista
metodico, era la traduzione in senso
biologico degli elementi empedoclei, che
certamente Filistione derivava dalla scuola
ma cui egli conferì una forma
destinata a domi- nare per lunghi secoli
il pensiero naturalistico. Non immemore
della lettera al- meno dell'insegnamento
alcmeonico, e impegnato più direttamente di
Empedo- cle nell'osservazione dei fenomeni
organici, Filistione trasformò gli elementi
in « qualità » o principi organici
attivi (c!Jndmeis): così la terra veniva
espressa dalla djnamis «secco», l'acqua
dall'« umido», il fuoco dal« caldo», l'aria
dal« fred- do »: queste c!Jndmeis erano
secondo Filistione la forma specifica con
la quale la struttura elementare
dell'universo si manifesta nell'organismo umano;
grazie tuttavia alloro legame univoco con
gli elementi, esse non potevano diventare,
come in Anassagora ed in Ippocrate,
stati relativi e mutevoli degli oggetti em-
pirici, bensì restavano principi stabili e
necessari dell'empirico stesso. Il processo
analogico con il quale Filistione giungeva
alle quattro qualità era strettamente
affine alla deduzione empedoclea degli
elementi, e non occorrerà tornare a descri-
verlo; e la sua critica più pertinente,
dal punto di vista del metodo della medicina
empirica, fu del resto anticipata dallo
stesso Ippocrate in Antica medicina, come
si è visto al capitolo vn.
L'importanza storica della rielaborazione di
Filistione e la ragione del suo duraturo
successo stanno da un lato nell'aver
offerto alla biolo- gia uno strumento di
spiegazione e di semplificazione dei
fenomeni pur sempre dogmatico ma tuttavia
assai più riconoscibile nella concretezza
dei processi or- ganici di quanto lo
fossero gli elementi empedoclei (ad esempio
il «calore vitale» e il suo eccesso
patologico rappresentato dalle febbri si
spiegano meglio con le vicende della
qualità« caldo» che con la materia
«fuoco»); d'altro lato, toglien- do dalla
fysiologia empedoclea quanto vi era di materialistico
e in fondo di mec- canicistico, Filistione
ne troncava i pur possibili legami
con l'atomismo e la ren- deva assai meglio
accetta al prevalente indirizzo qualitativo del
pensiero platonico e soprattutto aristotelico.
Un'altra importante evoluzione egli faceva
poi subire all'organicismo del filosofo di
Agrigento. Mentre quest'ultimo non aveva
mai compiuto esplicita- mente il passo che
portava dalla concezione vitalistica del
mondo al ricono.sci- mento di un finalismo
in esso operante, Filistione trovava, ad
esito delle sue ri- cerche anatomiche
sull'organismo, proprio questo grande principio
esplicativo: che la natura, e soprattutto
la natura vivente, è organizzata in
funzione di un si- stema di fini, che
questa organizzazione si ritrova allivello
di .tutti gli organi, e che dunque
l'indagine biologica non deve vertere tanto
sul « che cosa » e sul «come»,
quanto sul «perché» finale dell'assetto dei
fenomeni studiati. Nel trattato sul Cuore
(Perì kardies) - dove tra l'altro,
nonostante la sua grande dottrina anatomica,
egli rifiuta Alcmeone per Empedocle e
pone l'intelli- genza nel cuore stesso -
Filistione concepisce quest'organo come la
costru- zione mirabile di un « buon
artefice », che tutto ha predisposto
affinché la vita potesse aver luogo
nel migliore dei modi. L'incontro di
queste dottrine con il platonismo,
concretatosi in quello fra Filistione e
Platone avvenuto in Sicilia ver- so il
36o e dunque all'inizio del periodo
di elaborazione del Timeo, doveva ave- re
conseguenze incalcolabili per la scienza
della natura greca. Attraverso Platone,
passarono infatti ad Aristotele, che le
adottò ancor più risolutamente del maestro,
e grazie a lui conquistarono una
egemonia per lungo tempo quasi
incontrastata. Ma prima che tutto questo
avesse luogo, le posizioni della scuola
italica fa- cevano sentire la loro
pressione sulla stessa scuola di Cos
postippocratica, e oc- correrà ora seguire
gli estremi tentativi di quest'ultima di salvare
la techne, «l'an- tica medicina », da
così agguerriti avversari. Già si parlò nel
capitolo v dell'opera di Filolao,; qui
vogliamo ancora accen- nare ai progressi
compiuti, nell'ambito della matematica, dal
filosofo e scienziato Archita, vissuto a
Taranto tra la fine del v secolo
e la prima metà del IV, ultima
figura di statista pitagorico. Egli resse
per lungo tempo la sua città incrementan-
done la prosperità e la potenza
militare, facendone la prima della Magna
Grecia. Si ritiene che Archita abbia
applicato la propria dottrina matematica
alla mecca- nica militare, e, poiché
sappiamo pure che fece uso di
strumenti meccanici per ri- solvere problemi
geometrici, si può dire che per primo
(e sfortunatamente con pochi imitatori per
molto tempo) egli intuì la fecondità
teorica e pratica di una rela- zione
fra matematica e meccanica. Profonda fu
l'impressione che la personalità di Archita
suscitò in Platone in occasione del
suo soggiorno a Taranto nel 3 89.
In campo matematico, Archita riprese il
problema di Delo secondo le linee
tracciate da Ippocrate di Chio, e lo
portò a soluzione mediante la rappresenta-
zione strumentale di figure geometriche in
movimento. La soluzione di Archita è
troppo complessa per essere qui riportata:
da essa risulta comunque che egli era
familiare con i processi mediante cui
si generano cilindri, coni e altri
solidi di rivoluzione, e che fu il
primo ad usare consapevolmente il concetto
di luogo geometrico. In questo modo,
Archita offriva il primo esempio di
applicazione della geometria dello spazio
alla soluzione dei problemi di geometria
piana, e insieme dava inizio alle
ricerche che concluderanno alla teoria
delle coniche. Ma quello che va messo
in maggiore rilievo, è lo spregiudicato
coraggio con il quale Archita faceva
ricorso - nonostante la polemica·platonica - a
tutti i metodi e gli strumenti che
permettessero di far progredire la ricerca.
Parimenti ardite le sue impostazioni in
aritmetica e in acustica: quanto alla
prima, egli contribuì a sviluppare il
concetto che il numero è essenzialmente
un rapporto, perciò in- dipendente dalle
condizioni di commensurabilità e razionalità,
e poté quindi tor- nare a rivendicare la
supremazia dell'aritmetica fra le scienze
matematiche; quanto alla seconda, egli
scoprì che il suono è dovuto al
movimento e all'urto dei corpi, e che
l'aria è un corpo atto a ricevere
la vibrazione e a propagarla La tradizione,
che fa di Archita uno dei maestri di
Eudosso, anche se dubbia, vale certamente a
simboleggiare la funzione del tarantino nel
passaggio dalla ma- tematica del v secolo
alla grande fioritura che ebbe luogo
nel IV. I filosofi romani, prevalentemente agricoltori e guerrieri, non si occupsno affatto
né di problemi speculative. Il loro interesse
si concentra tutto sul problema giuridico,
per l'evidente importanza del diritto nella costruzione di uno stato efficiente.
La conquista romana della Macedonia li porta a contatto immediato
colla filosofia. Questo t tutt'altro che armónico. La penetrazione in Roma della filosofia infatti costituie un pericolo per lo stato romano,
minacciando di alterarne quei caratteri che costituie la base stessa del suo successo come
civilizazione.. Gl’elementi conservatori, come Catone, se ne avvidero immediatamente e cercano
di opporre una seria resistenza. Un senatoconsulto
ordina che i filosofi emmigrati a Roma come esuli della
Macedonia, fossero cacciati da Roma. Atene invia
a Roma una missione diplomatica, formata da tre
filosofi (Critolao, rappresentando il Liceo, Diogene
di Babilonia, il Portico, e Carneade, l’Accademia).
Essi approfittarono di questo soggiorno per esporre nel
Campidoglio le proprie dottrine sullo giusto. Ottennero un enorme successo, soprattutto Carneade, la cui oratoria, ricca di sottili argomentazioni dialettiche, riusce
a conquistare la parte più intelligente dell’elite
romana. Famoso è rimasto il discorso di Carneade sul contrasto fra
il giusto e il vero, dimostrato proprio con l'esempio di
Roma, che fonda la propria potenza sul territorio
strappato con la violenza ad altri. Questa non e l'ultima ragione per cui I
filosofi ateniesi, conclusa la loro missione, furono ordinati a lasciare
Roma. È noto che questi due ostacoli non riuscirono a
fermare il processo iniziato. Nel corso di pochi decenni,
la situazione muta radicalmente. I membri delle migliori famiglie romane accorrono sempre più numerosi a
studiare filosofia dagli schiavi che frequentano I circoli d’influenti
personalità politiche. A Roma e per oltre
un decennio Panezio, rappresentanti del Portico. Panezio
si lega particolarmente al circolo di Scipione Emiliano,
detto L’Affricano minore. Questo circolo – il primo circolo filosofico
romano -- comprende oltre allo storico Polibio,
i maggiori rappresentanti della. cultura
romana del tempo: Terenzio, Lucilio, Caio Lelio,
Quinto Elio Tuberone, ecc. Roma comincia
a diventare un centro culturale di notevole importanza. E
erroneo tuttavia ritenere che la filosofia,
con i successi ora ricordati, sia
effettivamente riuscita a imporre a Roma la
propria stampa.
Che non sia stato così ce lo dimostra il
fatto semplicissimo. Mentre il greco si e
rapidamente diffusa in tutto il mondo
mediterraneo orientale (per esempio in
Egitto), tanto da diventarvi l'unico mezzo
di comunicazione della cultura, nulla di
simile accadde a Roma. Nel campo linguistico, la
resistenza del gran Catone riporta piena vittoria. I
romani ‘filosofano’ in latino, arricchizzendo
il vocabolario. La civiltà mediterranea finì
a poco a poco per diventare latina. Nel
campo della filosofia le qualità più
caratteristiche del temperamento indigeno romano -
buone o cattive che fossero - non
andarono sommerse. La ripugnanza per la speculazione
astratta (‘scolastica’), l'interesse volto più alla conclusion
pratica che alla premessa, la spiccata attitudine
del filosofo romano all’azione, fanno sentire il
peso della loro influenza. I notevoli riflessi
di questo temperamento caratteristico dei
romani hanno conseguenze nell'ambito della ‘filosofia romana.’
Ora può essere opportuno - per dimostrare
l'immediata efficacia che tale spirito ha sugli
stessi studiosi premettere qualche cenno intorno a filosofi
partico- larmente significativi: Polibio e
Strabone. Polibio fu invia,to a Roma
come ostaggio dalla lega achea e vi
rimase per oltre sedici anni, nei
quali ebbe modo di assimilare profon- damente
lo spirito di quel popolo. Scrisse in
greco le Storie (in quaranta libri)
sulle imprese di Roma; opera solitamente
considerata come un grande trattato,
oltreché di storia, anche di geografia
descrittiva, per l'enorme ricchezza di
notizie riferite sugli usi e costumi dei
vari popoli presi in esame. Orbene il
modo con cui è concepita quest'opera
è una prova evidente che Polibio intende
la ricerca scien- tifica in maniera
.completamente diversa dai suoi connazionali.
Proprio nulla, infatti, lo interessano le
teorie generali e tanto meno le
ipotesi sulle zone lontane e mal note
del mondo; esse non meritano la sua
attenzione, perché prive di im- mediata
utilità. Secondo lui, ogni indagine seria deve
essere giustificata da un ben preciso
scopo pratico. Il compito, per esempio,
che egli si propone è quello di
istruire i romani intorno al mondo
mediterraneo in cui hanno svolto e svolge-
ranno le loro conquiste: tutto ciò,
dunque, che fuoriesce da questo programma
non può che apparirgli privo di senso
e dannoso allo sviluppo della ricerca.
Da un punto di vista metodologico
merita di venire notato che la storiogra-
fia di Poli bio presenta alcune
affinità con quella di Tucidide: la
ricerca tenace della certezza, l'analogia- da
lui resa esplicita- con il metodo della
medicina, la rinuncia ad ogni abbellimento
retorico. Ancora più profonde sono tuttavia
le differenze che lo separano dal
grande ateniese. Polibio credeva nella
diretta fruibilità della storiografia come
magistra vitae, nella autonoma significatività
delle informazioni riferite quanto più
possibilfedelmente, e si ricollegava in tal
modo alle teorie sia di Isocrate sia
di Teofrasto. Gli era ignoto lo
sforzo di com- penetrazione tra ragione e
fatti che Tucidide aveva cercato di
attuate nel suo me- todo storiografico,
convinto com'era che solo da esso
potesse scaturire quella essenziale verità
della storia la cui «utilità» era
certamente meno immediata ma più fondata
e più generalmente feconda. In tal
senso la storiografia di Polibio sta
a quella tucididea esattamente come la
filosofia ellenistica sta a quella del
v e del rv secolo. Strabone visse
un secolo e mezzo dopo (63 a.C.-25
d.C.). Nato ad Amasea nel Ponto da
una famiglia di sangue misto
greco-asiatico, fu anch'egli fortemente
influenzato dallo spirito romano (come ce
lo dimostra la decisione con cui so-
stenne il dominio politico di Roma).
Compì lunghi viaggi e scrisse una
Geografia (Geograftkd), ampio trattato in
diciassette libri. Ebbene, questo trattato
dimostra, non meno della storia di
Polibio, il nuovo tipo di interessi
che anima il suo autore: brevissima è
la parte dedicata all'aspetto matematico della
geografia; ricchissimeLa filosofia postaristotelica
e diffuse sono invece le notizie
sugli usi, le istituzioni, la storia
dei paesi via via presi in esame. La
differenza fra l'indagine di Strabone e
quella compiuta dai geo- grafi alessandrini
di qualche secolo prima non potrebbe
essere maggiore. L'og- getto di studio ha
conservato lo stesso nome, ma il modo
con cui è condotta la ricerca dimostra
che il significato stesso della scienza
è completamente mutato. L'espressione più
caratteristica dell'interesse prevalentemente pratico
del filosofo romano nell'ambito delle ricerche, è
l'eclettismo. Non che esso sia nato
per opera del filosofo romano, né che tutti
i filosofi romani sono direttamente o
indirettamente legati ad esso. Ma nell'ambiente
culturale di Roma, l’ecclettismo trova le ragioni
del suo successo. Il
suo più illustre sostenitore e Cicerone. Per
trovare un esempio di filosofo romano che
non ha compiuto alcuna concessione
all'eclettismo, bisogna riferirsi a Lucrezio. La particolare posizione di Lucrezio non è
che la conseguenza logica della sua
adesione a un sistema o dottrina. Già sappiamo, infatti,
che una dottrinapuo essere un unico indirizzo
dmantenutosi costantemente fedele alla propria
concezione teoretica, e. g. del giardino, senza
evoluzioni interne, e questa sua stessa
staticità esclude che abbiano potuto
sorgere seri tentativi di conciliazione fra
esso e gli indirizzi avversari.
A parte Lucrezio, però, è difficile scoprire
filosofi romani che non mostrino qualche venatura
di eclettismo (forse Catone il minore, il perfetto stoico). Espli-
citamente eclettico è l'amico del avvocato Cicerone, ma
anche del genio militare Marco Terenzio Varrone; atteggia-
menti eclettici caratterizzeranno i grandi filosofi
romani rappresentanti del Portico e del Cinargo, e del Liceo e l’Accademia.
del periodo del principato. Un po' di
eclettismo, mescolato con molto della “Scesi”, puo
venire
ritrovato quasi dovunque tra gli uomini più rappresentativi e
gli spiriti più raffinati della filosofia romana,
come per esempio in Orazio, che riusce ad esten-
dere la propria concezione eclettica fino ad includervi anche molte dottrine filosofiche
caratteristiche degli epicurei. L’eclettismo ebbe
le sue prime affermazioni nella cosidetta Accademia
e nel Portico. Esso rappresenta
un tentativo di soluzione della crisi che la
filosofia stav attraversando a Roma, e rispecchiò una
diminuita fiducia da parte di ciascuna delle
sette - nei propri principi..
Da questo punto di vista possiamo giustamente
sostenere che l’ecceltismo esprime un rilassamento del
rigore e la gravitas dello spirito filosofico, una
profonda stanchezza e una mancanza di
originalità. Esprime anche, però,
la raffinata consapevolezza dei pericoli cui va incontro qualsiasisistema filosofico coerente, e la convinzione
di poter
trovare, su di un piano meno rigido che quello dei principi
generali, la via per una comprensione e per una
soluzione a un problema più interessanti per il filosofo romano concreto. Da
student, Cicerone ascolta
con molto interesse le lezioni di filosofi
che,come Filone nell'Accademia e Posidonio nel
Portico, sostenneno la necessità di
un'evoluzione filosofica in senso eclettico,
e si lascia da essi facilmente
convincere che qualcosa di buono si
trova di fatto in varie dottrine,
specialmente nei loro precetti d'ordine
pratico, che
il più delle volte coincidono,
pur venendo fatti derivare da pri11cipi molto diversi
e in apparenza quasi antitetici. La
adesione del avvocato Cicerone all'eclettismo fu dunque immediata e totale, sembrandogli che esso dovesse costituire il frutto più maturo dell'ormai plurisecolare travaglio filosofico. Proprio questo atteggiamento largamente comprensivo gli consente
di studiare con sincero interesse tutta
la storia della filosofia romana,
sforzandosi con impegno e intelligenza di renderla
accessibile ai romani. Il suo perfetto possesso della
eloquenza latina permitte a Cicerone in particolare, di
trovare espressioni eleganti e so-brie per
le più difficili formulazioni tecniche. La filosofia, dice
nelle Tusculanae
disputationes, è rimasta fino ad oggi negletta,
e su di essa le lettere nostre, non ha portato nessuna luce.Ma io debbo illuminarla ed esaltarla, così che, se io sono stato di qualche utilità ai miei concittadini romani
nelle faccende attive della vita, puo esserlo
anche, se mi riuscirà, standomene ozioso. Se Cicerone ha il torto di dimenticare, in queste parole, il
contributo dato alla filosofia romana da Lucrezio,egli riesce tut-
tavia
ad esprimerci molto bene l'animo con cui si
accinge a scrivere questo o quello saggio o dialogo di
filosofia. È un dovere che Cicerone compie per colmare un
gravissimo vuoto nelle letttere romane. Cicerone sente che,
se anche non introduce Nessun concetto originale,
il semplice riuscire a mettere in
circolazione, tra I suoi amici, un patrimonio così
serio come lo e la filosofia costituie un merito di cui
i concittadini dovranno
essergli grati. E di fatto gliene saranno grati non solo i concitta-
dini, ma tutta la cosidetta civiliazione occidentale (senza
gallilei) anche i posteri, poiché i suoi
scritti rappresenteranno per molti secoli
una delle principali fonti per la
conoscenza del pensiero filosofico.Tra
le principali saggi e dialogi di
Cicerone ricordiamo, oltre le Tusculanae (Le Tusculane),
il “Delle leggi”, “Le deffinizioni del bene e del male,
“La natura degli dei,” “Sui uffizi), il
Sogno di Scipione e la sua fonte, La repubblica, Ortensio,
(un'esortazione alla filosofia che influenza profondamente
Agostino, e che era un'imi- tazione del
Protrettico di Aristotele), ecc. E callunniante asseverare
che Cicerone si limita a presentare le filosofie altrui senza apportarvi nulla di suo.
Cicerone le ri-pensa dal suo punto di vista,
le espone in modo tale da poterle
utilizzare a favore della concezione
eclettica. Ora utilizza Platone, ora Aristotele,
ora invece la Scessi o ilPortico e conclude.Qui si accenna al fatto che Cicerone si accinse a scrivere opere filosofiche solo quando venne escluso
dalla vita politica per l'affermarsi del primo triumvirato e, in seguito, per il trionfo di Cesare.
Proprio Cicerone aveva pubblicato, postumo, il
poema di Lucrezio, e tale dimenticanza
è dovuta probabilmente alla posizione
dichiaratamente anti-giardino da lui assunta in
sede filosofica.
con un generico probabilismo, che ammette proprio come unico criterio di verità il consenso dei filosofi (prova evidente -secondo Cicerone
-
che esistono delle idee innate, a tutti comuni). In queste molteplici
discussioni, non
prive talvolta di incoerenze l'una rispetto all'altra, nel difficile ecomplesso lavorio di selezione e
coordinamento delle tesi,
una preoccupazione appare costantemente presente
in Cicerone: quella di rendere ogni romano consapevole
dell'immenso valore della filosofia.
Solo la filosofia, infatti, può farci cogliere
il valore esatto di essere umano, delle nostre conoscenze;
solo la filosofia ci insegna a
guardare con effettiva serenità la vita, mostrandoci con chiarezza ove risiede
la vera felicità . Non v'è dubbio che,
per il senso pratico dei romani, questa
capacità della filosofia dialettica costituie la
sua più seria giustificazione: unica
giustificazione – il pro e il contra -- veramente sicura e
da tutti accettabile Marc’Aurelio Antonino nacque
a Roma . Salì al trono imperiale alla
morte di Antonino Pio di cui era
figlio adottivo; E convertito al portico dalla
lettura di Epitteto. Scrisse il “ad seipsum,” una
delle più interessan i opere filosofiche
della sua epoca: Colloqui con se
stesso (Ta eis heaut6n), ordinariamente
nota col titolo di Ricordi (in dodici
libri). Le note dominanti della sua filosofia-
nella quale emergono sempre più chiari i
caratteri dell'ultima Stoa - sono un disprezzo
ascetico di tutti i beni esteriori e
una profonda religiosità. L'essere divino
non è semplice fato, ma è soprattutto
provvidenza universale. Il rapporto dell'uomo
con dio è un rapporto di effettiva
parentela, che di conseguenza viene a
legare fra loro tutti gli uomini.
Oltre ai caratteri ora accennati, è
tuttavia presente in Marco Aurelio un
carattere nuovo, evidentemente connesso proprio
al tipo di vita attiva, gravida di responsabilità, che gli tocca in
sorte come capo dello stato. Non a caso - egli pensa l'uomo occupa la propria
carica, ma perché espressamente postovi dalla provvidenza dl divino. L'uomo ha
quindi il dovere di agire con tutta la necessaria energia, di non sottrarsi ai
compiti -- per quanto difficili e ingrati affidatigli da tale provvidenza. È la
forma mentis del cittadino romano che si inserisce in quella del filosofo del
portico. Né fra le due sorge alcun contrasto. Anzi, esse riescono a fondersi in
una mirabile armonia, permeate entrambe da un senso di vivissima religiosità.
Neanche il filosofo romano, malgrado il loro indiscusso spirito pratico, sa
sviluppare a fondo la preziosa eredità degl’ingegneri. Essi rivelarono senza
dubbio grandi capacità nella costruzione di strade, di acquedotti, di fastosi
edifici, ma non riuscea a comprendere l'interesse della vera e propria
ingegneria meccanica, né avvertirono l'importanza pratica di ricerche
direttamente o indirettamente rivolte alla scoperta di nuove fonti di energia.
Il fatto appare tanto più singular quando si pensi che proprio risale la
massima invenzione tecnologica dell'antichità: il mulino idraulico.È un fatto
che non sembra spiegabile se non facendo appello alla difficoltà di comprendere
i vantaggi che avrebbero potuto provenire dallo sfruttamento sistematico delle
varie forme di energia naturale, mentre esse apparivano. Assai più costose
dell'energia umana (schiavi) e animale. Per quanto riguarda lo scarso interesse
dimostrato dal filosofo romano verso gl’ artificiosi congegni esposti negli
Pneumatikd di Erone, va inoltre osservato che la via da percorrere, onde
giungere ad una lorutilizzazione su vasta scala, non puo non apparire troppo
lunga e difficile al filosofo romano - come appunto gl’ingegneri romani --
direttamente impegnati nelle realizzazioni pratiche immediate. L'abbandono di
tale atteggiamento richiederà una profonda trasformazione sociale e culturale,
che ha inizio solo parecchi secoli più tardi. Fra gli filosofi romani che
scriveno saggi di ingegneria di qualche pregio, il più importante è
Vitruvio, ingegnere militare di Giulio Cesare e Ottaviano. Il suo saggio
principale, “De architectura", reca evidenti gl’ultimi sviluppi
della matematica e dell'astronomia e le tracce dell'influenza degl’ingegneri.
Vitruvio ricorda infatti esplicitamente Ctesibio,
riferendoci parecchie sue invenzioni (la pompa, una balestra ad
aria compressa, l'argano idraulico, ecc.). Il
voluminoso trattato di Vitruvio s’articola in libri che esaminano una gamma
assai vasta di argomenti: dalla preparazione filosofica richiesta
all'architetto ai problemi specifici concernenti la costruzione di edifici pubblici
e privati, all'idraulica, alle macchine da guerra. È inoltre ricco di richiami
storici, di indicazioni giuridiche, di massime morali, e costituisce una
preziosa fonte per studiare la cultura tecnologica, e in generale i
costumi dell'epoca. In essa sono tuttavia riscontrabili alcuni non lievi
difetti. Pur sforzandosi di risultare tecnicamente chiaro e cercando ove
necessario d’introdurre nuove espressioni adatti al linguaggio tecnico,Vitruvio
non può nascondere talune pretese stilistiche, che spesso rendono oscura la
dizione, ove accanto a volgarismi e plebeismi si trovano espressioni ampollose
e ricercate. Inoltre Vitruvio non è padrone sicuro della materia di cui tratta,
onde non solo non riesce a portare contributi nuovi, ma spesso suscita anzi
l'impressie di non comprendere bene, egli stesso, le ricerche che si sforza di
esporre. Gli è che la vera tecnica non si identifica con la pura e semplice
pratica; essa è scienza applicata, e, come tale, richiede dai suoi cultori una
profonda preparazione scientifica. Ma questa non poteva essere presente in chi
aveva manifestamente studiato troppo poca
matematica. Più che di ingegneria la
cultura romana si era occupata di agricoltura, su cui ci sono giunti i trattati
di Catone, di Varrone e di Columella. Fu proprio una disciplina
tecnicoscientifica parallela all'agricoltura ad avere in Roma gli
sviluppi più originali: l 'agrimensura,
detta gromatica dalla groma, lo strumento
che gli agrimensori romani usavano
nellamisurazione dei terreni. Il codice Arceriano ci ha conservato una
parte delle opere degl’agrimensori da cui si possono ricavare i vari interessi
dei agrornatici ed i loro importanti compiti. Ad essi e ffidato il compito di
costruire gl’accampamenti, fondare le città e le colonie, misurare l’altezze
dei monti e le larghezze dei fiumi nelle campagne militari, far applicare le
leggi agrarie e stabilire le confische ed i tributi. Apposite scuole erano
istituite nel principato romano per istruire questi funzionari imperiali
nella geometria, intesa nel suo aspetto pratico, nel diritto, nell'arte militare
e nei rituali religiosi che accompagnavano le
loro opere. Fra i maggiori autori agromatici possiamo ricordare
Balbo, famoso per aver condotto a termine l'opera di misurazione di tutta
l’Italia che era stata iniziata con Cesare, Igino, e infine Sesto Giulio
Frontino, una volta console sotto Vespasiano e Traiano, autore anche di
un'opera di arte militare sugli Stratagemmi e di un'opera
sugl’acquedotti di Roma, “De aquis urbis Romae”. Grice:
“Geymonat, for some reason, is obsessed with science as we at Oxford are not.
Indeed, he wrote a LOOONG history of “THOUGHT”, which is a word we don’t use at
Oxford. The French and Latin types in general use it – pensée – the idea is
something like science, mathematics, philosophy, you name it. So, his remarks
about how the ignorant Romans started philosophy is interesting. According to
Geymonat it was a generational thing. Catone did not want to do anything with
it – for reasons of ‘state’, Geymonat says, i. e. philosophy would be
subversive, as it indeed is. The odd thing is that it attracted the knock knock
it’s the youngest generation knock knock knocking at the door. The Senate
forbade philosophers in 161 and five years later Carneade and two more arrived
and that changed things. Geymonat makes two comments. For one, the best youth –
I figli delle migliore famiglie romane – would have something like the
Americans call a Rhosdes – they would go to Athens as a ‘finishing school’. But
what was interesting is that Scipione Emiliano started a club in his palazzo –
more like a villa – where Polibio Terenzio, Cirilio, Tiburone, Elio, Celio
attended --. The third terribly interesting comment Geymonat makes is twofold.
For one, those Greek slaves who called themselves philosophers (Strabone and
Polibio, are the only two he quotes) did write, respectively, history and
geography, but ‘tuned to the Roman ear’. Geymonat speaks of ‘il temperament
romano’ which he characterizes in a fourtfold way: concretto, interested in the
conclusions – conclusive, rather than the premises – prattico --. So the
history by Polibio is only one that may interest a Roman, a far cry from
Thucydides philosophical prose! And the geography of Strabone has no
information on calculus and measures – only bits about institutions of people
the Romans might conquer – nothing about foreign distant lands! The second most
notable remark is then that Scipione Emiliano paid lip service to the Hellens –
Catone’s ‘resistenza’ won in the end – as is seen by the mere fact that Latin
was retained as the lingua romana – in romano – unlike the Empire of the East
where Greek was adopted – So with the fall of the Eastern Empire, the West
became bilingual. The rough tongue of the Latins survived this fashion for things
Hellenic! – Geymonat spends enough time on what Cuoco calls ‘filosofia italica
antica’ – it starts with Crotone and Metoponto – where Pythagoras settled. With
his theorem he underwent a crisis, and philospophy traveled to VELIA with
Parmenide and his lover, Zenone, and Melisso – reductio ad absurdum, and
tertium exclusum. Then there was Girgenti, and that crazy one, Empedocle, who
however wrote some witty things about the four elements (in verse! Like
Parmenide). Then there’s Filolao, educated at Crotone under Pyhathogras but
himself from Taranto, and himself teacher of Archita of Taranto. Then there is
the sophistical movement started with Gorgia of Lentini – and Siracusa – So,
‘philosophy’, as we know it, had an Italic origin, and is molded in the language
of the conquering Romans! Ludovico Geymonat. Geymonat. Keywords: ragione -- temperamento
romano – concretto – pratico – Catone – il trionfo di Catone con la lingua
latina – la gioventu romana entusiasta con Carneade – I Scipioni ellenisante –
la gioventu delle megliore familie – grand tour a Grecia! -- il teorema di
Picard, il teorema di Caratheodory per le funzione armoniche. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Geymonat” – The Swimming-Pool Library.


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