Grice
e Ghezzi: l’implicatura conversazionale dei tordi ubriachi – diritto artificiale
– filosofia italiana -- Luigi Speranza – (Milano).
Filosofo. Grice: “I love Ghezzi: he has explored ‘turdus,’ as in ‘sturdy,’
‘drunk as a thrush’ – but also a count who was condemned by the church; he has
explored the history of masonry – in Italy it started in Calabria – from a
semiotic point of view, ‘il segno del compassso,’ – and he has explored on
Ayax’s ‘nichilismo razioale’ – among many other topics – also an ‘epistemology
of willing’ – epissttemologia della volonta --.” Grice: “Typically of Italian
philosophers, he has explored Italian
history, ‘ceneri del diritto,’ and a confrontation between people and
‘stato’. Si laurea a Milano sotto Bobbio con “La Filosofia del Diritto.” Gran
Maestro Onorario del Grande Oriente d'Italia. Marginalità e Società, ell'Università degli Studi dell'Insubria (sede
di Como). Sociologia della Devianza. Studia il positivism giuridico dal punto
di vista del concetto di diritto. Affrontato il tema del pluralismo dei valori
e degli ordinamenti giuridici, del federalismo, criminalità, devianza,
marginalità e pluralismo nell'ambito della Sociologia del Diritto Penale, sulla
giustizia e sulla legittimità degli ordinamenti giuridici, con particolare
riferimento alla figura del "deviante giuridico", introducendo i
concetti che porteranno alle teorie della "divergenza” sociale, marginalità,
Si rileva essersi principalmente dedicato al tema del nichilismo giuridico,
proponendo una visione nichilista, definite come “l’assenza del valore” -- del
tutto neutra circa la potenzialità “regolatrice” e la potenzialita ordinatrice
di una norma. L’approfondimento del nihilismo assiologico o valuativo risulta
essersi svolto attraverso il confronto con filosofi contemporanei di questo
ambito, tra cui Ferrari, Severino, e Giorello. Scetticismo. La Rivoluzione del
Diritto come Estetica, in estensione del suo libro Il Diritto come Estetica. Nel
volume è stata inclusa, come Appendice, una Raccolta di diversi saggi di
filosofi contenenti riflessioni ed approfondimenti interamente riferiti a
Ghezzi. Altre opera: “Socialismo e sociologia giuridica: "Centro lombardo
studi socialisti, Milano, “Devianza tra fatto e valore nella sociologia del
diritto” (Giuffrè, Milano); “Federalismo,
I e II, Patera Palermo Editore, Diversità e pluralismo. La sociologia del
diritto penale nello studio di devianza e criminalità, Raffaello Cortina,
Milano, “Il segno del compasso. La massoneria e i suoi persecutori attraverso
simboli, idee, fatti e processi, Mimesis, Milano. “Le Ceneri del Diritto. La
dissoluzione dello Stato democratico in Italia, Mimesis, Milano. Le lacrime di
Hiram. Autobiografia incompleta di un Libero Muratore, Edizioni della
Confraternita Sufi Jerrahi Halveti in Italia, Milano “La Scienza del dubbio.
Volti e temi di sociologia del diritto, Mimesis, Milano Federalismo laico e democratico, Mimesis,
Milano; “I tordi ubriachi” Un viaggio iniziatico, Mimesis, Milano, Sociologia giuridica del lavoro, Mimesis,
Milano, Il Diritto come Estetica. Epistemologia della conoscenza e della
volontà: il nichilismo/nihilismo del dubbio, Mimesis, Milano Della vita e della
morte. Vulnerant omnes ultima necat, Mimesis, Milano; “Nichilismo razionale e
mistico. Indicazioni per il nuovo mondo, Mimesis, Milano); “Stranieri, ospiti,
alieni, alienati e pluralismo culturale” (Mimesis, Milano); “Nichilismo come
valore senza valori, Mimesis, Milano); “Abusi di stato: Risarcimento del danno
al cittadino, Mimesis, Milano); In ricordo di Riccardo Bauer, di Ghezzi e Arduino,
C.R.E.A., Milano; “Educare alla democrazia e alla pace. Bauer. Scritti scelti, L.I.D.U.,
edizioni Raccolto, Alle origini
dell'Umanitaria, Ghezzi e Canavero Raccolta Edizioni-Umanitaria, L'immagine
pubblica della Magistratura italiana, di Ghezzi Giuffrè, Milano Curatele. “Etica
contro politica”; Morris L. Ghezzi, edizione Iesi, Ferrari, Ghezzi,‘’Diritto,
cultura e libertà. Atti del convegno in memoria di Renato Treves’’ (Milan),
Giuffrè, Milano, Studi preliminari di sociologia del dirittoTheodor Geiger,
Morris L. Ghezzi, Nicoletta Bersier Ladavac e Michele Marzulli, traduzioni di
Leonie Schröder, Mimesis, Milano); “Criminologia” (Mimesis, Milan). Pubblica
amministrazione. Diritto penale. Criminalità organizzata, Osservatorio
permanente sulla criminalità organizzata, Carola Parano, Giuffrè Editore, Stefano
Carluccio, In ricordo di Morris Ghezzi, anima della Società Umanitaria, su
CriticaSociale.net. 1 Dei delitti e delle pene. Rivista dell'Agenzia del
territorio, L'Agenzia, rif. Archivio Università degli Studi dell’Insubria. Cura
“Studi preliminari di sociologia del diritto” (Mimesis, Milano); “Socialismo e sociologia
giuridica: introduzione Arduino, Centro lombardo studi socialisti); La scienza
del dubbio. Volti e temi di sociologia del diritto, Legge di Hume e tesi
giusnaturalistica: un’antitesi teorica nel pensiero di Norberto Bobbio, su
dialettica e filosofia. Etica contro
politica, di Elias Diaz, Ghezzi, edizione Iesi,
L' immigrato extracomunitario non marginale. Una ricerca empirica sul
territorio Milanese, in ‘’Marginalità e Società’ Berzano, Renzo Gallini,
Giovani E “Violenza: Comportamenti Collettivi in Area Metropolitana, Ananke, con
richiamo ad art. Di Ghezzi in “Marginalità e Società, II”. Le ceneri del diritto. La dissoluzione dello
Stato democratico in Italia, Mimesis, Milano, al Ghezzi fa riferimento Rosario
Minna in Crimini associati, norme penali e politica del diritto: aspetti
storici, Giuffrè Editore, Morris L. Ghezzi, Federalismo Laico e Democratico,
Mimesis, Milano Arturo Colombo, Franco Della Peruta “et al.”, in Carlo
Cattaneo: i temi e le sfide, Ed. Casagrande, Milano, Con riferimento al
Federalismo del Ghezzi: “mentre ci sarà chicome Ghezzi pur con tagli molto
diversi, collegherà la prospettiva degli Stati Uniti d'Europa con l’altra
formula cattaneana degli Stati Uniti d’Italia.»
Edmondo Bruti Liberati in "PostfazionePotere e Giustizia",
richiama Morris L. Ghezzi 3 in: Governo dei giudici. La Magistratura tra
diritto e politica, E. Bruti Liberati et al., Ed. Feltrinelli, Berzano,
Gallini, cita di Ghezzi “Alle origini della labelling theory e del concetto di
devianza”, da Marginalità e società, Ghezzi e Simonetta Balboni, Mimesis,
Milano, Cirus Rinaldi fa suo il concetto di Devianza di Ghezzi. “come sostiene
Ghezzi essa svolge un ruolo euristico [empirico] non solo nella spiegazione di
fenomeni di stigmatizzazione di intere categorie, ma anche penetrando
nella marginalizzazione, che agisce all’interno delle categorie” in Devianze e
crimine. Antologia ragionata di teorie classiche e contemporanee, Cirus Rinaldi
e Pietro Saitta, PM edizioni, Scrive M. Marzulli, BRÜCKE als sein Ordinamento
sociale come ponte tra tradizione e futuro nella descrizione del diritto come
estetica, in Ermeneutica del "Ponte". Materiali per una ricerca,
Silvio Bolognini, Mimesis, Ferrari, in Ciò che resta. Le ultime parole diGhezzi,
in Sociologia del Diritto, Fascicolo gennaio, ed. F. Angeli, Emanuele Severino, nel capitolo 4 di Dispute
sulla verità e la morte (Rizzoli) prende a riferimento un libro di Ghezzi (Il
Diritto come Estetica) e s’intrattiene lungamente sul pensiero
dell’autore. Giulio Giorello si
intrattiene sul testo del Ghezzi (“Il Diritto come Estetica”), lo commenta, ne
riporta il pensiero, secondo cui « "la morale non è altro che una forma
dell’estetica"» e ricorda la figura "nihilista" dell'autore. Da
"Introduzione" di Giorello, Piacere, Diritto e Burocrazia. In ricordo
di Morris Ghezzi, inGhezzi. Ciò che resta. La rivoluzione del diritto come
estetica, Furio S. Ghezzi e Simonetta Balboni, Mimesis, Milano, Il Diritto come
Estetica. Epistemologia della conoscenza e della volontà: il nichilismo/nihilismo
del dubbio, Ghezzi. Ciò che resta. La rivoluzione del diritto come estetica
(Domenico Mazzullo, ‘’Prefazione’’, “Appendice“: saggi di: Isabella Merzagora,
Riflessioni di una criminologa prestata alla filosofia del diritto, Claudia
Roxana Dorado, El devenir del derecho: reflexiones acerca de las concepciones
jurídicas de Ghezzi, Il futuro del
diritto: riflessioni sulle concezioni giuridiche di Ghezzi, Metodo di ricerca sul rischio sociale, Marco A. Quiroz Vitale, Esistenzialismo e Nihilismo come confini
aperti del Giurispositivismo; Enrico Damiani di Vergata Franzetti, Il Diritto
come Estetica, Emanuele Severino,
Dispute sulla verità e la morte, Rizzoli, Ghezzi. Ciò che resta. La rivoluzione
del diritto come estetica, Simonetta Balboni e Furio S. Ghezzi, Mimesis, Milano,
“Prefazione” di Domenico Mazzullo, “Introduzione” di Giulio Giorello, In
“Appendice” saggi di: Isabella Merzagora, Claudia Roxana Dorado, Marco A.
Quiroz Vitale, Damiani di Vergata Franzetti. Michele Marzulli, "BRÜCKE als
sein” Ordinamento sociale come ponte tra tradizione e futuro nella descrizione
del diritto come estetica." in Ermeneutica del "Ponte".
Materiali per una ricerca, Silvio Bolognini, Mimesis, Vincenzo Ferrari, Ciò che resta. Le ultime
parole diGhezzi, in Sociologia del Diritto, Fascicolo, ed. F. Angeli, Cirus
Rinaldi e Pietro Saitta (a cura) in Devianze e crimine, Antologia ragionata di
teorie classiche e contemporanee, a cura di, PM edizioni,,Rosario Minna,
Crimini associati, norme penali e politica del diritto: aspetti storici,
Giuffrè Editore, Sociologia del diritto
Filosofia del diritto Criminologia. zi Le doverosità statutarie
ritualirischianoc, on il passaredel tempo, di perderela loro dimensione
rilevanza originaria, per trasformarsi in meri adempi mentrio utinari, prividi
quella dimensione creativa, costruttiva, propositiva che ne aveva motivato l a
nascita. Dunque, anche per quanto riguarda la nostra relazione morale si
rischia di far scivolar e lentamente nell’oblio le istanze storiche, che nei
accomandarono I'introduzione, per affronter la comeuna incombenza, neppure moltopiacevolee,
comunque retoricamente orientata riempire semplicsi paziscenograficei non ad
essere strumento di autoriflession inedividuale di riflessione collettiva per
la fratellanza tutta sul passato, nonché potente strumentodi stimolo creativo per
affrontare con consapevolezzale realtà future. Pur troppopiù che un rischio tale
situazione si e negliuliimi tempi manifesta t ac o m e avvenimento. Conseguentement
pea r e necessario, prima di entrare direttamente nella sostanza delle questionsiulle
quali riflettere, ricordare brevemente il significatto tradizional e profondo
della relazione morale propria della libera moratoria del Grande Oriente d'ltalia.
Per comprendere tale significato è necessario conoscere funzioni e competenze di
chi e preposto alla sua stesura; ossia del Grande Oratore Rituali, Costituzione
Regolament di el Grande Oriente d'ltalia come ognuno di noi, al calice divinoe
assoggettar ma il volere del destino. JohannWolfgang Goethe
assegnano al Grande Oratore competenze in campo iniziatico, culturale e giuridico
(ex art. 119 Reg.). In oltre il Grande Oratore, in quanto Oratore e, competente
as volgere queste stesse funzion ainche ex art. 36 Reg., funzione i competenze che,
per altro, salvo le elencazionei semplificativ reiportateda quest'ultim aorticolo,
nella sostanza della materia disciplinatta endonoa coincidere. Pertanto la
relazion e morale da discutere in Gran Loggia ex art. 28, letter ad, Cost., in
quanto assegnata nella sua stesura al Grande Oratore e previament esaminata (ex
art. 38, lettera f, Cost.) in riunione di Giunta del Grande Oriented'ltalia, non
può che consistere in un sistematico espletamenta onalitico e propositivdo elle
funzionei delle competenze del Grande Oratore. Risalendo, poi, alla tradizione storica
all'interno della quale nacque l’Istituto delle relazioni morali, e facile comprender
ceome esso fosse, al contempou, nasorta di biiancio criticodelle attivita svoltee,
soprattutto, della loro incisivita sia all'interno, sia all'esterno dell'lstituzione,
nonché un programma ed un impegno di attività per il futuro. Dunque, da un
lato, il Grande Oratoree tenuto nella propriarelazionemoralea richiamare l'attenzione
della Comunione sui temi, che repute maggiormente rilevantpi er la stessa, privilegiando
nael meno uno,e, dall'altra parte, ad analizzare la moralità interna, dei suoi
componenti, dei fratelli tutti nelloro insieme, per evidenziarne a correttezza caomportamentale,
che non può essere intesa come mera correttezza giuridica. Conseguentemente la presente
relazione morale verrà idealmente divisa in due parti, l’una riguardante la
situazione morale e giuridica della nostra comunione, e de credo, a tutti
evidente quanto sia necessario un generale richiamo in questa direzionem, entre
l'altra rivolta aite mitrattatei da trattare in ambito iniziatico, FILOSOFICO, culturale,
sociale. Per meglio svolgere soprattutto questa seconda parte della relazione morale
ho reputato opportuno non far scaturire i contenutti e matic di a u n mero
lavoro solitario dell'ufficio del Grande Oratore, confortato al più dalle
riflessioni della Giunta, ma mi e parso opportune, oltre che maggiormente
proficuoai fini dell'individuazion dei un corretto quadro di attivitae di
aspettative in materia, rivolgermi direttamenta ei fratelli della Comunione impegnatsiul
territorio nazionale nel campo dell'elaborazione de,lla proposizione dell'organizzaziod
nelle iniziative iniziatico, culturali, che sono proprie della nostra tradizione.
A tale fine, organizzo un incontro aperto a tutti i Fratelli che avessero desiderio
di partecipar vai, Massa Marittima presso la R. L. Vetuloniae colgo questa
occasione per ringraziare i Fratelli della R. L. Vetulonia per la loro calorosa
accoglienza, nonché tutti i partecipanti all'incontro per i preziosi contribut
fiorn i t i alla discussione. L'incontro ha visto la partecipazione numerosa di
molti Fratelli come singolic, ome rappresentandti associazion ciol legate alla nostra
lstituzione e come operatori culturali. I lavori sono stati pienamente soddisfacent
pier tuttii partecipantei d,in particolare per me, in quanto mi hanno fornito numerose
ed utili indicazionpi er la presente relazione morale. Nel ringraziara encora, dunque,
tutti i Fratelli, che hanno contribuita olla buona riuscita dell'iniziativa,
posso sin da ora comunicare che intendo continuare su questa strada anche in future
ed auspico una partecipazion sempre piue stesaa questo modello di incontro.
L'immagine sterna della Libera Muratoria L'immagine profana della Libera Muratoria
per lunghi anni, soprattutto in Italia, e stata offuscata dai pregiudizi, dalle
calunniee, talvolta, anche dalla congiura del silenzio perpetrate contro di noi
dai nostri nemici storici, ossia dai seguaci di integralis meidi totalitarism piolitici,
religiose, i FILOSOFICHE dii ogni colore. Tutta via, pur troppo, però, troppo spesso
per insipienz ai gnoranza o d’invidia la calunnia e dil disprezzo sono nati anche
dal nostro stesso seno e si sono diffuse nel mondo profane grazie ad un
masochistico cupio dissolvoi adun diffuso atteggiament poassivo ed autocommiserativo,
peggio ancora, ad una profanità penetrate tra le nostre colonne ad opera di
fratelli, che erano e sono rimasti p i e tragrezza. Fortunatamente questi
fenomeni, sebbene ancora presenti, soprattutto ad opera di fratelli inveterat
di a lunghi anno negli antichi vizii, come giustamente ha piu volte ricordato il
nostroVenerabilissimo Gran Maestro, tendon a non avere più presa sull'opinione pubblica
profana grazie soprattutto alla decennale politica di chiarezza, di trasparenze
a di impegno civile intra pres daall'attual Gran Maestranza. Se cosi si puo
dire, la battaglia per I'affermazione della nostra legittima presenza nella
società democratica italianae per la costruzione di una nostra imagine pubblica
positive è stata vinta. Oggi i mass-media distinguono quasi sempre con rigor etra
Grande Oriente d'Italiae massoneri e irregolaroi deviate, riportano fedelmente,
anche se ancora con non sufficiente frequenza, le nostre opinioni e le nostre
iniziative ci riconoscono uno spazio nell'informazione, che, sebbene da
estendere, ha tuttavia gia il carattere della correttezza. Anche le istituzion piubbliche
hanno mutato atteggiamentnoei nostril confronti, riconoscendo cin taluni
ambiti, che storicamente ci appartengono, come interlocutori qualificati
(partecipaziona ecommissioni, comitati pubblici, etc.); i messagg di elle massime
Autorità dello Stato alle nostre manifestazion si ono ormai diventa te una
felice consuetudine, sempre piu frequentemente politici ed amministrator piubblici
partecipano alle nostre iniziative culturali e le Comunioni massoniche estere
guardano alla nostra realtà con rispetto ed ammirazione. In sintesi, la società
civile ci ha restituito il ruolo che storicamenti en ltalia e
sempre stato nostro. Poiché, però, nessuna Conquista nella storia umana e
definitiva e quandoci si ferma a contemplare compiaciuti risultatir aggiuntisi
rischiadi perdere quanto si è faticosamente conquistato, non solo è necessario perseverare
nell'impegno sino ad ora profuse nella costruzione della nostra imagine pubblica,
ma e altre sì indispensabili entensifica ruelteriormente in modo operare attraverso
un radicamento sempre piu profondo sempr epiù rigoroso tale impegno e,
soprattutto, della nostra imagine nell'azione sociale effettiva, nella nostra reale
presenza storica, nelle azioniche quotidiana menctei ascuno di noi deve compiere
per essere degno della maestranza cui appartiene. Nelle attuali societa postmodern
e l'immagine è molto, talvolta quasi tutto, ma non è tutto. Oltre all'immagin
serve anche la sostanza da cui tale imagine dovrebbe derivare. In particolare, proprio
nella via iniziatica liberormuratori all’immagine non dovrebbe essere il vuoto
simulacro di irrealistiche aspiraziono i diabiliingannim, a la Fedele icona della
realtà, di cio che vogliamo esseree siamo come Liberi Muratori e come appartenenatil
Grande Oriente d'ltalia. Pertantole azioni di markefrng sono senza dubbio necessarie
in una societa come la nostra, per corsa da apparenze sempre più invasive m, a eproprio
la nostra natura iniziatica e tradizionala e imporcdi i essere cio che desideriama
opparire P. erraggiunger qeuesto obiettivoe indispensabil perogettared, a bravi
architetti, una fattiva presenza nella società in cui viviamo; una presenza che
sia significativa, ttraverso le nostre opere.dei valori che da sempre rappresentiamo
T.arepresenza avrà la prevalente componente individuale, ciascun Libero Muratore
e chiamatoa fare come singolo la propria parte di lavoro, a dare con il proprio
comportamento il buon esempio, ma dovrà essere accompagnat ea sor r e t t a anche
dalla presenza dell'lstituzione liberomuratoria nel suo insieme per risultare
maggiormente incisivae persistente nel tempo: il mondo modernoe sempre più
istituzionalizzato ed anche noi dobbiamo adeguarci a questa tendenza sociologica
d, el resto, la tradizione altro non è che una istituzion liazzazion deeisingoil
comportamenti. La situazione interna della nostra Comunione si presentaa, d una
analisai pprofonditas, ostanzialmente positive e ricca di prospettive per il
futuro, anchese le fastidiose turbolenze profane di taluni fratelli, più animat
di a spirito di riva l s ache di collaborazion pe o, tre b b ef a r pensare il
contrario. Fortunatamen ti erisultati concret ci onsegui tpiarlano più e meglio
di qual sia s pi e t t e golezzo o d i quals i a s si composto dissenso. La
Comunion es i present ai n costante quantitativa, crescita sia sia qualitativea
segna I'affermarsdii un deciso ringiovanimendto eisuoiaderenti Quest'ultimdo atonon
deve essere trascurato non soloe non tanto perch eil futuroe dei giovani ma
soprattutto perche sono le vecchie generazioni che manifestanmo aggiori
difficoltà ad abbandonaruen modello di Libera Muratoria non consononé alla nostra
tradizione iniziatica ne alla realtà storica attualment esistente. Nel generale
panorama, non solo nazionale, di diffusa disaffezion veersoI'impegno associazionistico
(Rotary Club, Lions, partiti politici, chiese, etc.) ed, in particolare, verso quello
liberomuratorio conforta constatare come il Grande Oriente d'ltalia si ponga in
contro tendenzae riescaa catalizzare I'interesse l'adesione di notevolei
qualificate forze giovanili. O. vivamente tali adesionsi ollecitanuon
rinnovatoi mpegno per garantire al nostro interno un ambiente semprepiù
favorevole ad una crescita iniziatica comune. Le adesioni scatur i sconod a
aspettative e l e aspettative piu diffuse sono proprio quelle che hanno
caratterizzato la nostra storia: una elevate qualità iniziatico-esoterica
qrande unita ad una capacita di presenza sociale. Simbolicament pearlandop,
urtroppole note iniziatich deel Flauto Magico di Wolfgang Amadeus Mozart sono troppo
frequentement pero fanate dall'irromperneella Comunione di comportamen atinimati
dalla tipica profanità deitre Compagndi 'Artecheuccisero Hiram. La Libera Muratorianon
puo essere né la camera di compensazione delle frustrazion pi rofanee neppure
un campo di futili contese di natura condominiale l;a Libera Muratoria è una
scuola di perfezionament ion dividua l e finalizza t oa l b e n e dell'Umanita
d; i questa nostra caratteristica non possiamo mai smarr i r nel a memoria a
pena d i negare la nostra stessa natura. Per questo motive e necessario stigmatizzare
negativamente quei comportamentci he, nascendo da uno smisurato narcisismo personale
p, ongono il proprio io in posizione assolutae tentano di imporre il proprio
modo di vedere come I'unico corretto.Tali comportamentni on solo contrastano con
il nostro basilare principio di tolleranza, manche con quella visione relativam,
olteplice, checi e propriada sempre. Non meno deprecabil si ono quei profani
comportamenti che mercanteggiancoarriere, grembiulie riconoscimenti, prescindend
do a capacità, convinzioni i d, e e e progettoi perativi. Deve risultar eb e n
chiaro a tutti che le funzion iniziatich ed organizzative, chesi ricoprono in
Loggia e nell'lstituzionien, genere, sono servizi prestati alla comunitàe non
orpelli, gerarchieo privilege di a esibire, se non ancheda ostentare.
esibizionei d ostentazionsi i configurano come veri e propriabusi delie
funzioni ricoperte. Se vissute correttamente tali funzioni debbono essere intese
comeonerie, per tanto, non dovrebbero da readito ad alcun litigio in sedeelettoraleo
di nomina alle medesimen; onvi dovrebbei,n fattie, ssere Nessun interesse
personale a ricoprire qualsiasi una funzione l;'unicointeresse lecito e
quellodi servire la comunità. stratificatea cumulativadella verità, Ulteriorniegativitcài
giungonop,oi, dallaormainval sabitudindeiesternarien sedeprofanai conflitti
interni alla nostra Comunione. Questo comportament o c , ertamente favorito dai
moderni mezzi di comunicazion dei massa (lnternet, e-mails, ms, etc.) , induce
prendere posizione, il proprio pensier so enz a inte r porr pe rima una giusta
pausa di riflessiones o: no veramente convinto di quello ch-escrivo? Rispondaelveroquantoaffermo?
E'opportunaoffermarloF? Accioilbene della nostra Comunità affermandolo? Etc. L'azione
dello scrivere costaormai così pocafatica ed è così immediatcaheprecede il
pensiero stessos: i agiscesenzauna sufficien t reiflessioneI . danni d'immagin peernoi
tutti, pot,a causa dell'impulsi virtà razional deeipochis, i diffondono
profani, trai che leggono iunquele nostresternazioni, spesso anche senza riuscirea
capirle, ma sempre comprendend cohe siamoco involt in scontri completamenp terofania,nche
peggiori dlquellpi roprdi ella normale profanità. Particolarmenr tieprovevolaeppare,
poi, I'uso ormai diffusodi giuridicizzarie contenziosi . -giuridica, interni,
abbandonand lao noslra tradizionme orale i,niziatice a ritual p, iùche e di in asprirei
tonidegli scontrbi e noltrequanto dovrebbesserelecito tr aFratelli
nell'lniziazion Sé. Emprepiù spessoI, nottret, ali conflitti non si fermano all'interno
della nostra giustizia massonica, ma fuoriescono, per'approoare direttamenatei
Tribunadliella Repubbliclataliana D. ella illegittimiatà nche giuridicadi tali comportamenst
ii diràinseguitop, erorabasti sottolineari le degrade moralede-lltaradizionme-uratoria,
l comportamen dtei scritti sono decisament reiprovevoli come esempio Luminoso I.nfattic,
on estrema algradodi Apprendist Laibero Muratorre icordal recipiendario: ll. secondo
dovere è di praticarela virtù, di soccorrere i vostri Fratelli d, i prevenirele
loro necessità, d i a lleviar e le l o r o disgrazie e d i assiste r l ci o n i
vostri consigli e co l v ostro affetto . e u e s t e virtù, che nel mondo
profane sono considerate qualità rare, sonotra ioi soltanto il compimento di un
dovere gradito. ll terzo dovere è quello di conformarvai lte leggi dell'Ordinedei
Liberi Muratorie ai Regolamentdii questa Loggia, La nostra Comunione non dovrebbe
rappresentarueno spaccato della nostrasocietà, ma raccogere solo ilmeglio c,he inessagiàvive,
pe riniziareun percorsodisempre crescent peerfezionamento. ll Libero Muratore non
può rappresentare il cittadino medio,ma deve aspirare ad essere l'élite della
società. Fortunatamenltae maggioranz daella nostra comunioneè composta da fratelli
meravigliosi, che si distinguono per profondità iniziatica e generosità civile.
Poche piete gîezzenon possono rovinare quantoi più hanno levigato. La giornata di
Massa Marittimhaa evidenziat Io'esigenzdai rifletterien torno ad
unanumerosaseriedi temi, chepaionocrucial pierla nostra Comunionien quésto particolare
momentostorico C. ertamentie temi individua eticheo raverrannoes postni
onsononuo viallanostra Tradizione, ppure sembranonon ancora completamenpteadro neggiati
da tutti. In convergenz caonleistanzechedapiirparti della Comunion leibero muratorisailevanol,
apresente Gran Loggia è dedicate all'Etica della libertà ed all'etica della
responsabilità. Non può sfuggire soprattutti onunambito come ilnostroc, henon
dovrebbe riprodurrie vizi della società profanam, a proporsi chiaîezzi al
rituale di iniziazione I'ispirazion weeberiana, che animaquestotema. MaxWeber fu,forse,
il più illustre sociologioedesco della prima metà del secolopassato efucertamente
-postindustriale un acuto osservatore critic dellasocietà e burocraticac'hein
quegli annisi stave formando all'ombra della minaccia dellegrandi dittatur europee,
allora nascentlil. Messaggido ell'illustrse ociologeo videnziava, primo poterec'hetendevanao
spersonalizzare le decision piolitichien dividuali e lerelatrvseceltem,
asubitodopo richiamav Ia'attenziona enchesullasolitudinde ell'esserue mano di fronte
alcrescent peoliieismdoei valori del mondo modernop;oliteismo, chetuttorain esorabilmente
organizzazionsiociali.Tuttaviaa fronte di un politeismo dilagantenell'estremo soggettivismo,
Weber concentrl a apropr i a analis si u l comportam e n r t ao zional e e sul
momento etico, per m a t é i i a lizzar e dei valoriun comportamento orientato ad
un relativismo operativoi ,spirato a à u n a org a nizzazione tutta umana e democraticda
ellèsocietà W. eberaf frontail tema fondante delle societàmoder Àec:omepossano
funziona rele società industriali di massanel rispetto delleindividualit pàersonaluimane?
E',dunque,in questo quadroche I'etica dellalibertàr, i volta allatuteladel
singolo essereumano, deve coordinarsei conciliars cion I'etica della responsabilità,
fìnalizzata gli interessci ollettiveid istituzionalNi. ulladi più attuales,
oprattuttoa, llalucedei present pi roblemdi i sviluppo economico sostenibile di
benessereo, t tutela dellelibertà individuaeli di sicurezzad, i partecipazione
democraticea di esigenze di governo p,er citare solo pochi esempi. Aldilà,. comunqued,eg
Lsipecificciontenut ciulturalieberianiiil sempiice richiamao questo Autores primeunelementfoondanie
dellaTradizion leiberomuratoria: a a parlare da trasmettere cheessi rivetano.
in luogo,i mèccanismi burocratic diel incalzae rischiadi sprofon darnel nichilismlo
e dalnulla I'impegno civile e sociale sostenuto da un'etica
radicata nella nostra cultura iniziatica, ossia individuale, personale, propriadi
ciascun LiberoMuratore. La nostraTradizione iniziatica ci assiste ed accompagna
nelle impegnative prove, che I'attuale realta storicaci presenta e, noi, peressere
all'altezzadita leTradizioned, obbiamo essere capacidi re interpretarla a l
presente, non d i ripeterla al passato. La Tradizione e t a l e perc h e s i
pon e fuor i dalla storia in un a perenn e attualitan, onin un richiamo cristallizzato
ad un singolo attimo del tempo passato. La centralitaeticadel nostrolevigarela
pietra grezza di noi stessisi impianta sulle due colonne DI UNA PROFONDA
CONOSCENZA FILOSOFICA e di una altrettanto profonda consapevolezza morale. lgrandi
insegnamenti che ci giungo nodai simboli, dai riti, dalla sapienzae dai lavori dei
nostri Fratelli passatae dalla nostra lstituzione HANNO NATURA EMINENTEMENTE
FILOSOFICA e morale. Dunque, ciascunodi noi devecostruirsciome un attento conoscitoredei
nostri insegnamentim, a anche come un ferreo e rigoro soportatoredi
comportamentisi pirati alla nostrapiu rigida moralità.Troppo spessosi sentono talun
i Fratelli vantarsidi conoscenz esoteriche, poi, il loro comportamenteo
paragonabilae quello dei peggior pi rofani.Troppo spesosi assiste alleiamente ledi
talunifratellpi erl'assenzad insegnamenti poi, massonci, e loro persistenta essenza
non solo a dibattitei convegnim, aanchee soprattutto agli stessi lavori di Loggia.
Troppo spesso sia scoltano taluni fratellli amentarsdii quelloche non ottengono
dalla Libera Muratoriae non domanda rsciosaessidanno allaLiberaMuratoriaT. Uttiquesti
comportamenti rivelanounaassenzadi vera e profond amorale libero muratori a D.
e l l ' assen z da i conoscenza non e n e p pure il caso di parlare.
Fortunatamen ta ef r o n t ed i queste degenerazio nl ai gran parte dei
Fratellsi i distingu epe r i mpegn oe serietà nel percorrere la via iniziatict a
radizional deella Libera Muratoria. Per favorire la crescita della nostra lstituzione
necessario in, una societa dimassa, giuocare suigrandi numerie, quindi, selezionare
dai grandi numerii migliori uomini, per inserirlai l nostro interno. Se si
raffrontano quantitativamenite Massoni dell'ottocentiotalianoa quelli attualied
entrambi alla rispettiva dimensione numerica dellasocietà, nellaqualeviviamoe
vivevanoc, i si accorgeche oggi noi siamo molto sotto dimensiona Nt i o. n c r
e d o che si poss a pensa r ec h egl i i tali a n di i oggi siano peggior di i
quelli d i ieri, forse , come sembra no testimoni artealunenostre realtainterne
al Grande Oriente è, vero il contrario E.dallorae nostra carenza non dare la
possibilitai migliori di entrare nella nostril stituzione. questa Su
comunicazion è ecentral e e molto s i e fatto in tale direzione s , i a
attraverso incontr pi ubblici, sia grazie ad un a ricca pubblicistica, sia, in
fine , attraverso la presenza s u i mass media. Non si deve r a l lenta r s l '
impegni on queste direzioni, ma tale impegnopotrebbetrovarefattoridi
moltiplicazionaettraversoun sistematico coordinament noazionaledegliinterventiI.
noltreil moltiplicarscio ordinatodi una rete associazionistica sul territorio nazionalepotrebbedivenireun
utile strumentoa, l contempod, i diffusione dei nostril principei di
informazion ientornoallenostre iniziative, ma anchedi selezione di coloro cheintendono
avvicinarsai noi. A questa selezion esternadeibussantdi eveanche corrisponderuena
selezioneinterna dei Fratelli. Non casualmentegli insegnament liberomuratorvi
engonoim partitsi u tre gradi (Apprendista, Compagno d'Arte, Maestro) p,
ertantonon puo essere il mero trascorrere del tempo a determinarei passaggdi i
grado. Solola conoscenzadelgradonelqualesi lavorapuodaredirittoad aumentdi i
salarioc, omebene esprime la nostra Tradizione e, la conoscenza s ca t u r i s
c e dalla somma del lavoro individuale con quello di Loggia. Pertantola
selezione non puoche avvenirea seguito di una costantepresenza in Loggiae di un
sistematico lavoro personale di ricerca. Le Logge dovrebbero lavorarein tuttii
gradi, nonsoloin quello di Apprendista e ,d, in particolare, i lavori in terzo grado
dovrebberoessere valorizzati, affinchesi possaconstata reche il Grande Orientee
composto da Maestri c, he lavoranonel loro gradoe non in gradodi Apprendistal.l
grado di Maestro e il vertice della nostril stituzione, pertantod , eve
informarela maggioranza dei lavori ritualidi Loggia per evitare che le
ritualitadi altri gradi prendano il sopravvento, snaturando nlea forza iniziaticail:
avorida Apprendistra estano per Apprendi satinchese fattida Maestri. ln questi ultimi
anni il Grande Oriented' ltaliaha promosso una crescent organizzazion deella
Comunio neal fine di potenziar nela presenza socialee la capacita internadi
creicita qualitativae quantitative In.fattis, emprepiùnumerosei culturalmente
rilevantsionostatii convegnil, etavolerotondee gli i n cont r si i a pubblic si
i apri v a t i ; l a nostra p resenz a sul territorio e s t a t a r a î forzata
da consistent i impegni per fornire a i fratell s i e di dign i t o s e m; a
necessi t a ancor a s i a una maggiore partecipazi o n i e n t erna a i lavor i
della Comuniones,iaunapiu adeguata organizzazione storiche. Rispettoal tema
della partecipazione ai lavoridi Loggianon mi sembrasi debba insisteremoltoper
costituzionalech, e megliorappresentlei attuali esigenze evidenziarnela
doverositaolt realla necessità T. uttaviapare opportune ribadire come la
radiceprofonda della Libera Muratori ari s i e d a n e i tre gradi dell'Ordine
e non negl i ulterior gir a di dei Riti , i qu a l i , a l massimo , possono essereconsiderati
delle articolazionsi pecificheD. unque, nessuna camera rituale puo sostituire
sopperi realla carenzadi lavori nei primitre gradi. Questa riflessione dovrebbe
convincere tutti i Maestri Venerabi la i promuovere un consistente incrementodi
lavoriin cameradi Maestro,al fine di espandere pienamentele potenzialita
iniziatichdei dettacamera. Riguardo , poi , alla nostra organizzazione costituziona
l ei nterna , pa r e necessario constatare com egli episod i cei d occasio n a
li in terven tdi i riforma normative, sovrappos tai d un tessuto già di
disposizioni spes Ào si constatala stradala contraddittorio
carente, abbianoormairesa evidente la necessitàdi una organicae completari scrittura
della nostra Costituzionee deinostrRi egolamenti. Infattir, isultasubitochiaroa
chiunque studila nostril stituzionceome alla struttura iniziatic (aLogge, Gran Loggiae,
tc.) della nostra Comunion sei sovrappongaper dalla nostra appartenenza precisa
ad una realtà storicau, nasovra struttuar associazionistica di inevitabile
sapore profanoP. oichenone possibil peorsfiuori dalle esigenz seloriche dalla societàc,
uisiappartienae pieno titolo,la struttura iniziatica deveper necessità coordinarsci
on l'oîganizzazion perofanal associazioni, società commerciaolib, blighfiscalei
. di pubblica sicurezzaq, uoteas sociativelo, cazionimi moòiliari, etc.) dalmo delloconfederale
originarivo ersoun modello federale piùo meno centralizzaìo. neirecentpi
rowedimendti adegua menatolle normative fiscali mposte allealsociazioni
civiles, i a d ella Liber a Muratoria , siadelrapportocheintercorre pertanto
traquestedue realtàstoriche. Dobbiamo stupircci heancheil
nostroapparatonormativo, quello conseguentemennteo, nscambinoi gradi percarriere,
grembiuli i peronorifìcenzee le norme per strumenti di prevaricazion Lea. Libera
Muratorisaialimentadiidealie di spirito diserviziofraterno. In ultimo, ma nonultimo.
A chiusuradi questa relazionme oralemi sembra opportuno
ricordardeuespecifichtematiche, sono dovuteaffrontarein
questoprimoannodellanuova Gran Maestranza. prima intorno allatroppoeslesacontenziosigtàrudiziaria
ed al degradocomportamentale, derivato e, me r s i i n occasion ed e l r i n n
o v odelle cariche di é i u n t a e continua tpi e r v i c a c e mente anchenel
Corso delcorrenteanno. La seconda investe irapporttira Ordine Corpi Ritualei
dhaportato allastesuradi nuovi Protocoldli' lntesa. Procediamco on ordine. ll
primotemaaffronta I'ormadi iffuso mal costum dei ricorrerealla giustizia
ordinaria perpresuntedisarmonie in materia libero muratoria, prima anche di esperire
il foro domesticeo di cercare concordiafraterna,come dovrebbe essere nostro dovere
fare. Inolt;e, tali scontrigiudiziarisi connote naoncheper la violenza, la
ripetitivite à la caparbiareiteraziondei atti,citazionei,sposti, richiest de i
accertamentin via preventivaed in via risarcitoria, querele,richiestedi
prowedimentiourgenzae quant'altro consenta I'articolato ordinamentgoiudiziario
si sommaancheun corrispondente di massa (giornalil,eúere,siti internet,
esigenze socialei giuridichdeipendenti etc.)ai e giuridic armonicae,ntrola
qualesvolgereinostri architettonici finedi costituireunaunitàistituzionale
lavori D' el resto tale problemaha naturaTradizional peo, ichenon nasceoggrm,
aciaccompagna storicdi el compagno naggeio della Massoneri OaDerativa. La
Tradizione costituzionale della Muratoria Universale, Infattil, e Loggesovranesiunisconoc,
onservandlaopropriasovranitàp,erformareuna Gran Loggiam, ail sistemaè
lentamentsecivolato, lnoltre,ha naturaevidentemente federale. comeperaltroè
awenuio anchenellecostituziosntiatal (iSvizzera, U.S.A., In sintesis, i è
materialealla Costituzion feormaleorigtnariaC.iòha sovrappost uana, cosìdetta dai
giuristi C, osîituzione prodottoincertezzeinterpretativea,d esempiointorno all'autonomidaelle
Logge, comebenesi e evidenziato dallo Stato ltaliano. Maanchea
presclnderdealleantinomied, allelacunee dalle oscuritàdeinostritestinormativil,tempo,
comeè notoai giuristiè, nemicodelleleggie: ssocorrementrele leggirestanofermec,
ristallizzate nellaloro immobilitàIn. Questi ultimai nniabbiamo assistit aollerapidetrasfor,
Àazioanni,coraínfieri,siade a società n o n adeguarsai lle nuove esigenze. Owlamente
I'adeguamento deve esserefatto in modo organtcoe sistematictoe, nendo anche conto
delle dimension ci rescendtiella nostral stituzioned, elle regolamentazioni,
che si sonodate le altre Massonerie stranieree, delle normative degli ordinamengtiii
ridici statalie sovranazionali. .. Una ultima riflessjonmei portaaricordaraetuttiiFratelliche,comunquela,LiberaMuratorinaonpuò
divenireuna organizzazion perofana. Essa è e deve restareuna
lstituzioneTradizionaleIniziaticaper il perfezionamento dell'essere umano. CiÒ,
erò,presuppone non iniziatico, simbolico e rituale, debb a ancheche i Fratelli avivanoinquestospiritoe,
italianoP. eraltroall'iperattivismgioudiziariJprofano fenomenodi comunicazione
e-mails, ms, etc.), perlo più anonimo, tendentea screditare la nostra lstituzionaédín,
particolaie, alcunsi uoi esponendtii verticeN. onparenecessarisooffermarsui
llaprofaniteà, spessoa, ncheilliceitàgiuridicdaitali
comportamenstie,mbra,inveceo, pportuno sotlolineare comeessirendanodi dominio pubúicole
nostre c o n t e s ei n terne, violando non certo il segreto massonico p, o i c
h én o n viè nu l l ad i segre i oi n simili miserie umane,ma umiliandoil
buongusto,il dirittodei fratellai d una immaginepubblica internodistesoed alla
riservatezzadelle proprieproblematiche f,ositiva, di fàmiglia. La litigiosità
ed ancor più I'accanimenntoel la litigiosità -una sono pessimbi igliettdi a
visitae forniscono immagine Oriente d'ltalia. finedi evidenziar
qeualidebbanoessere i comportamenti correùiinialematerianella nostra Comunioneln.
Nostra lstituzioneT.utti possono percepire idanniche questsi considerati Poiché
il Grande Oratore traipropricompitiistituzionali quello haanche di interpretare
e di custodirle leggiho reputatomio precisidoverecompiereun lavorodi
esegesigiuridicasullenostrefontinormativea, l chesi La riguardala riflessione chène
è connessoe deteiioratdaella comportamenairirecanaol Grande daitempi ad un
clima breve, risultaevidenteche la nostraTradizione non consente un
facile ricorso alle giustizie or6inariein materia liberomuratorie, comunquen,
on tollera una eccessiv animosita neldifenderàl" proprie presunte ragioni.
Se non e possible parlare dell'esistenzna el nostro ordinamento giuridicodi una
vera e propria clausolacorx promissorai assimilabil ae quelletipichedell'associazionism
proófanoe, tuttavia evidente come il ricorso alla grustizia ordinaria venga costantementv
eistoe vissuto comeun comportament poatologicoe talvolta anchecomeuna vera e
propria colpa massonica L.asituazionesi aggravaper I'attoiequalorail giudizt o
massonico o anche solo quello profano di a a lui torto; poiche in tàle caso si
evidenzia senza equivocei d incertezzeun comportamentnoonfraternoneiconfrcntdi
elconvenuto. Al fine dichiarirei l più possible tali tematiche ho provveduto ad
una analisi delle nostre fonti di diritto, analisiche gia evidenzia quantosopraesposto,
ma che raccomandapiù puntualmi odifiche normativenei nostril regola menta il
fine di rendere esplicita a, nche sul piano associazionistico,
nostroordinamentgoiuridicodi unaclausola compromissoria. ll pareresulle fonti
del diritto libero muratorio del Grande Oriente d'ltaliae sul vincolodei
Fratellai limitarsni
eicontenziosaillagiustiziadomesticavieneriportatonell'allegato n.1. ll
secondorilevantetemaaffrontatoin questoanno massonicori guardai Protocoldl i'lntesatra
il Grande O r i e n t ed’Italiae di Corpi Ritual ai desso aderenti Pur troppo
anche i comportamenti che hanno costretto ad affrontaretaletematicanon sono
certo commendevolei rivelanoilmaisopitotentativo delle arganizzazioni
ritual di i costituirsciomeuna MassonerianellaMassoneria, come un livello
superiore di controllò dell'Ordine Libero Muratorio dei primi ed unici tre
gradi, contravvenendo in tale modo alle regole massoniche internazional mentrei
conosciute. Pertantoi nuovi Protocollid'lntesasi sono rigorotamenteispirati
all'applicazion delle normative internazionali in materia ed hanno inteso
pericolosa, correggerela anchese tra Ordinee CorpiRituali
nuoviProtocolldi'lntesasifondanosuquattro
forseinconsapevoltee,ndenzaegemonicadei Corpi Ritualsi ull'Ordine. Al finedi
ristabilirIe'equilibrio principbi enprecisi: L'Ordineo, ssia il Grande Oriented'ltalia,
svolgeuna indiscutibiled originaria'funzionieniziaticamente fondantee
giuridicamente legittimante regolarizzantreispettoai Corpi Rituali. | Corpi Ritualihannotuttiparidignitadi
fronteal Grande Oriented'ltaliae, pertantoi, Protocolli, specifiche peculiarit
daovutead oggettive differenze storiches, onougualipertuttii Corpi Rituali.
Ordinee Corpi Ritual gi odono della più assolutae reciproc autonomiaE. ',
quindi, fattoobbligoai Corpi Ritualdi i astenersdi a qualsiastiipodi
interferenzaedingerenzadirettaod indirettanellavita dell'Ordine ed in modo
particolare nei momenti istituzionadlii sceltae di rinnovodegliorganiinternidi
governo dell'Ordinestesso.A tale fine è parso necessarioritenere incompatibili
dell'Ordine de I Corpi Rituali. l-e normative interne dei Corpi Rituali devono
essere conformi alle normative massoniche internazionalmenrtie conosciute
particolare, ed, in a quelle proprie del Grande Oriente d'ltalia,nonche,
ovviamentea,nchealledisposizioni di leggedellaRepubblicaltaliana. La bozzadei
Protocoll di 'lntesatra Grande Oriente d'ltaliae Corpi Rituali viene riportata
per esteso nell'alleganto. A conclusion dei questa relazione morale sia lecito ricordare
con profondo doloree fraterno rimpianto il Fratello Bent Parodi di Belsito gia
Grande Oratore Aggiunto che nelle imminenze del Solstizio d'inverno e passato
all'Oriente Eterno. La sua immensaculturasi univaad una profondadedizioneagli
idealilibero muratori,ma soprattuttocoloroche hanno avutoil privilegiodi
conoscerloda vicinohannopotutoapprezzare quanta nobilta generosita e d amore
fraterno albergasserno el suo animo. Nel rimpianto di un fratello ed
amicoscomparsovoglio dedicareal suo ricordoquestemie brevi
riflessiondiiuntempogiovanileormaiperduto: RINTOCHI Se le campanesuonanos,
egnando il miofato; seilgiornoe lanottecircolarmente si avvicendano; Conil triplice
fraterno saluto. se il mare arrotolacadenzatriicciolbi ianchi; se i
montiforzanolavoltadelcielo, lo ridoe piangoe bevoe negoildomani. L'orizzonte
guida alla madre, ma tu sei un rigido segmento. IL GRANDE ORATORE. Prima di
formulare alcune precisazioni intorno alle principali critiche rivolte,
soprattutto in sede di postfazione, al mio scritto, voglio ribadire che sono
infinitamente grato ad Emanuele Severino, ad Agostino Carrino ed a don Paolo
Renner per l’attenzione, che generosamente hanno voluto de- dicare al mio
lavoro. Le obiezioni, infatti, che mi sono state rivolte hanno arricchito la
ricerca con contributi seri e proficui per la conoscenza umana; conoscenza che
non può che scaturire da serrate critiche, severe obiezioni, profondi dissensi,
diversità metodologiche ed euristiche, divergenti punti di vista e ripensamenti
vari. Ma senza indugiare oltre è tempo di commen- tare queste critiche. Ogni
affermazione presuppone anche la propria negazione: luce e tene- bre, dritto e
curvo, finito e infinito, piace non piace, etc.. La dialettica degli opposti
appare una fenomenologia, per così dire ontologica, ossia propria della
struttura mentale dell’essere umano. Ciò non significa che il dualismo sia
dotato di un fondamento maggiore o minore del monismo, ma sem- plicemente, che
né l’uno, né l’altro sono dotati di alcun fondamento non dogmatico, non assiomatico.
Conseguentemente fidare in un paganesimo monista di dei, semidei, eroi ed
uomini divinizzati, come propone Carrino, o in un dualismo giudaico-cristiano,
che separa il divino dall’umano, è scelta meramente arbitraria e priva di un
solido sostegno logico od em- pirico, nonché, meno che mai, metafisico o
religioso. Probabilmente nel pensiero o, meglio, nella rivelazione cristiana la
sintesi teologica, il ponte tra fisico e metafisico avviene attraverso la
figura del Cristo, che viene considerato vero uomo, ma, al contempo,
espressione della trinità divina. Afferma, infatti, Massimo Cacciari,
commentando Emo: Lo sforzo teologico di Emo consiste, dunque, nell’intuire
nella Croce stessa (non oltre la Croce o dopo la Croce) la Resurrezione1. Si
tratta, tuttavia di una Resurrezione/rivelazione di natura puramente spirituale
e, conseguentemente soggettiva, poiché tale rivelazione di pas- sione e di
morte nulla ha mutato nella realtà empirica del mondo, se non il modo di
pensare e di credere dei fedeli e solo dei fedeli: si continua a nascere,
soffrire, morire, fare violenza e guerra, elargire misericordia ed amore
esattamente come nell’era precristiana. Del resto neppure la diviniz- zazione
dell’’essere umano (pagana o meno), con buona pace dell’amico Carrino, nulla ha
mutato nel panorama delle sciagure e delle piacevolezze empiriche, se non la
superbia dell’approccio, basti pensare alla tragedia greca. Inoltre anch’essa
si presenta come una conoscenza di fede (leggasi scelta arbitraria) Le
affermazioni del presente saggio, per essere correttamente comprese, devono
essere considerate solo come ipotesi scettiche di riflessione, tut- te
possibili, ma nessuna fondabile su solide basi conoscitive, e non come
asserzioni sostenibili alla luce di baluardi inconfutabili; ciò sarebbe in
evidente contraddizione con il presupposto fondante tutte le ipotesi che hanno
natura nihilista/nichilista. Ė ovvio che alla luce di tali presupposti teorici
qualsiasi critica si voglia muovere al saggio non può che avere na- tura
esterna; infatti una critica interna affonderebbe inesorabilmente nelle sabbie
mobili di posizioni incerte, si velerebbe nella nebbia di affermazioni tutte
possibili e nessuna certa. L’empiria vorrebbe imporre come certezze le
affermazioni della perce- zione umana, ma tali percezioni derivano dalla
struttura organica dell’es- sere umano, propria del mondo, che noi crediamo di
conoscere e, comun- que, nel quale viviamo; ma di tale mondo nulla si conosce,
salvo il nostro percepito ed il nostro percepito è presupposto di se stesso,
pertanto non testabile a sua volta empiricamente. Il reale, ammesso che esista
un qual- che referente empirico da attribuire a tale termine, potrebbe essere
anche molto diverso e maggiormente composito, come dimostrano altre forme di
percezione animale ed ulteriori possibili modalità ipotetiche percettive, da 1
M. Cacciari, “Prefazione” ad A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici
1925-1981, cit., p. VIII. M. L. Ghezzi - P.S. Trappola senza uscita: una
riflessione sulle critiche ricevute 139 come viene immaginato dall’essere
umano. In altre parole, il saggio, pro- blematizzando il fondamento euristico
del metodo empirico, problematizza proprio anche l’a priori kantiano e dubita
delle sue categorie. Ciò tende a porre la ricerca empirica sul medesimo piano
di quella metafisica in quanto entrambe fondate su un a priori indimostrabile.
Infatti, giustamente Ema- nuele Severino parla di una struttura originaria, che
implica per necessità l’eternità, ed è proprio e soltanto a questa struttura,
che si può chiedere il fondamento dell’esistenza del soggetto e dell’empiria.
In termini religiosi il problema non muta: il divino intende permeare l’umano
in modo empi- ricamente comprensibile, trasformandolo? Pare che ciò sino ad ora
non sia mai avvenuto. In termini filosofici si ripete il medesimo quesito: il
meta- fisico riesce ad entrare nel fisico, trasformandolo dialetticamente?
Anche in questo caso la risposta sembra sino ad ora essere negativa. Dunque il
dualismo non può tramontare, almeno come ipotesi. Ovviamente a questi dubbi
mostra il fianco anche l’indiscutibile visione morale di Kant: non fondabile
teoreticamente a priori e per necessità re- lativa nella sua comportamentalità
pratica umana; infatti l’illustre filosofo cerca di fondarla, pur fugacemente
ed in modo quasi silente, nell’antropo- logia umana del mi piace,
nell’estetica, che appare essere la dimensione più originaria (strutturale?
ontologica?) dell’essere umano. Ma un macigno an- cora più grande e pesante
ostruisce la strada dell’etica, della morale (kan- tiana e non kantiana) e del
diritto: il tema del libero arbitrio. L’eventuale assenza di libero arbitrio
nell’essere umano cancella d’un solo colpo ogni dover essere ed ogni
prospettiva teleologica. Certo non si può asserire l’as- senza del libero
arbitrio, ma purtroppo non è neppure possibile affermare la sua presenza. Nel
dubbio, e scommettendo, fideisticamente, sulla possibile esistenza del libero
arbitrio, ciascuno può scegliere la propria convinzione e, quindi, la propria
strada da percorrere, ma dovrebbe anche avere ben chiaro che la sua scelta non
ha alcun fondamento euristico, ma solo esteti- co, ossia soggettivo e,
pertanto, è esclusivamente riferibile e vincolante per il solo soggetto, che ha
compiuto tale scelta. Il tema diviene centrale nel mondo del diritto, se si
attribuisce a quest’ultimo, come nella prospettiva di Carrino, una dimensione
teleologica; ma il telos (τέλος) è un fine, ossia un valore, una scelta ed è
proprio dell’assenza di fondamento etico o di qual- siasi altro tipo dei
valori, delle scelte, che si sta discutendo in questa sede. Di fronte al tema
teleologico del diritto pendono almeno due interrogativi, una di natura
prevalentemente politica e l’altra di natura eminentemente teoretica: Cui
prodest; a chi giova, a vantaggio di chi va la scelta compiuta? E, con
affermazione ancora più radicale: per quale motivo si dovrebbe re- putare
superiore, più auspicabile in assoluto il Cosmos, l’ordine rispetto
al Caos, il disordine, quando, come dimostra il pur discusso, in sede di
scien- za fisica, principio di entropia, è quest’ultimo quello verso cui si
muove il nostro universo? Sono mere preferenze soggettive, estetiche, appunto.
Il diritto è ideologia e l’ideologia è arbitrio personale o collettivo.
Riguardo, in fine, all’interpretazione data da Renner delle affermazioni di
Emo, penso che vi sia stato un fraintendimento, cosa, per altro, non stu-
pefacente data la generale oscurità e frammentarietà dell’opera di questo
Autore. Emo si muove nello spirito del Deus absconditus di Nicolò Cu- sano e,
soprattutto, nel solco dell’attualismo gentiliano, pertanto compie una sorta di
rovesciamento lessicale nel significato delle parole: ciò che afferma come
negativo viene ad esprimere una positività, ciò che è invi- sibile assume il ruolo
di realtà visibile, al contrario, il visibile si annienta, ciò che è nulla è il
vero essere e ciò che appare essere è nulla, etc.. Per- tanto tra fede e
scienza prevale euristicamente la fede, in quanto, negando l’apparente realtà
dell’essere può accedere alla realtà reale del nulla, che si presenta come il
vero essere, perché privo di presenza in quanto assoluto. A conferma di questa
pur complessa interpretazione testimoniano alcune affermazioni di Emo:
“L’incoscienza dei vegetali, delle specie viventi, è la loro unità panica col
tutto, che è appunto il paradiso terrestre, il giardino dell’Eden. Il dramma
della coscienza, che è il dramma della Presenza, è la cacciata dal paradiso
dell’unità panica, è il dramma della separazione, della negazione; ma appunto
perché la separazione è negazione, noi, mediante la negazione, possiamo
ritornare all’unità. La fede è fede nella potenza, nella sacralità della
negazione. La nostra colpa è la trasgressione e la sepa- razione; separazione
cioè negazione.”2. Ed ancora: “Il Dio nascosto, il Dio negativo, è già
implicito nel cristianesimo, religione antichissima che ha origine insieme
all’uomo; religione del Dio sacrificato che, per la logica stessa della sua
situazione, diviene religione del Dio che si sacrifica, cioè si nega. Il Dio la
cui attualità ed atto e realtà è il negarsi. Ed a sua immagine e somiglianza
sono gli uomini e il mondo.”3. Per quanto poi riguarda l’interpretazione che
Renner attribuisce al mio concetto di estetica (mi piace/non mi piace) debbo
dire che riflette esatta- mente quanto desideravo esporre. Infatti, con
estetica non intendo né un fugace capriccio, né una ludica superficialità e
neppure una occasionale propensione, bensì un profondo appagamento, un convinto
compiacimento dell’animo, un radicato benessere spirituale, una persistente
pace con se stessi. In sintesi, è un concetto che si avvicina molto al kalos
kai agathòs 2 A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, cit., p.
30. 3 A. Emo, op. cit., p.39. M. L. Ghezzi - P.S. Trappola senza uscita:
una riflessione sulle critiche ricevute 141 (καλòς καì αγαθός) degli antichi
greci, nel quale ciò che era bello aveva buone probabilità di essere anche
buono. A mero titolo esemplificativo penso possa essere utile
all’interpretazio- ne fornire da parte mia uno scenario concettuale per meglio
comprendere i dubbi, che permeano le affermazioni empiriche, ma anche quelle
metafi- siche, che agitano questo lavoro. Naturalmente tale scenario è ispirato
ad alcune convinzioni proprie di chi scrive, che, ovviamente, si presentano ar-
bitrarie, soggettive, relative, come quelle avanzate da qualsiasi altra perso-
na. Procedendo con ordine, pare doveroso iniziare il discorso da ciò che si
crede di percepire vivendo: un continuo movimento, oscuro nel significato, ma
soprattutto, senza fondamenti di certezza non solo sulla sua origine e
direzione, ma addirittura anche sulla sua stessa esistenza. Il treno della vita
non consente discese ai passeggeri: non possiede porte d’uscita e le finestre
sono sigillate; non compie fermate; non avvertì del- la partenza, ma neppure
prevede stazioni d’arrivo. I passeggeri ignorano come sia loro capitato di
salirvi; non conoscono il luogo nel quale si tro- vano e non sanno neppure
nulla di se stessi: come funzionino, siano solo il percepito o si sdoppino in
soggetto ed oggetto; siano Tutto, un terminale del Tutto o parte tra parti.
Sentono, ma non hanno accesso alle fonti del sentire. La fonte si localizza,
oscillando tra spazi successivi, ed immagina le successioni, il tempo. Eppure
non vi è ancora forma, ma puro sentire senza immagine: chi sente? Chi o cosa
fornisce l’immagine, quando si presenta? Tuttavia una qualche forma di immagine
deve pur esistere come riferimento sia del sog- getto, sia dell’oggetto,
affinché anch’essi possano assumere una propria immagine. La forza, l’energia
oscilla senza sosta tra se stessa ed una qualche forma, modulando la propria
vibrazione, ma la forma è instabile e si liquefa con- tinuamente nella forza,
come ghiaccio nell’acqua. Se la forza osserva vede la forma, che non esiste in
se stessa, se non è osservata. Il mondo sembra un osservatorio permanete, che
osserva se stesso in un circolo tautologico, che esiste nell’osservarsi e
l’osservarsi è il solo esiste- re. Forza e forma, due volti del medesimo
fenomeno. La forma si dissolve nelle metamorfosi e la forza persiste, ma non
esiste come massa senza alienarsi nella forma. Tra i due enti si instaura un
vizioso legame mutualistico indissolubile, nel quale il soggetto crea
l’oggetto, ma l’oggetto modifica a sua volta il soggetto. L’incontro dei due
enti produce il fenomeno della consapevolezza, che è solo consapevolezza di se
stessi, ossia del soggetto/oggetto. Un se stesso, oscillante tra tutto e parte,
tra onda e particella, tra forza e forma, tra energia e massa, che non ha
identità fissa. Un soggetto indeterminato come l’oggetto privo di
osservatore, che è sog- getto di se stesso. Soggetto ed oggetto sono due
indeterminazioni, che si determinano reciprocamente, dando vita al percepire da
parte sia dell’uno che dell’altro. Il senso è la selezione dei fenomeni, che
costruisce oggetti e soggetti. Il tavolo si occulta sotto la tovaglia, ma la
tovaglia è materiale coprente men- tre significa pasto per l’essere umano, ma
l’essere umano è entità bipede senza piume, se avesse le piume sarebbe un capo
indiano o un uccello, ma un capo indiano o un uccello esistono, il primo sia in
India sia in America il secondo nel cielo, ma India, America e cielo sono solo
terra ed aria e terra ed aria sono composti di elementi chimici, ma gli
elementi chimici sono energia e massa, ma energia e massa sono vibrazioni. Le
forme si dissolvono. La trappola è l’apparire di un ente, che fugge oltre le
quinte (forse ver- gognandosi della propria oscenità – fuori dalla scena) di un
essere, il quale esiste nell’oscillare del nulla, al di là dell’essere e del
nulla (“[...] è nel determinato essente che il Nulla è Essere”4).
L’indeterminato si determina, sentendo se stesso, ma torna indeterminato appena
cessa di sentire; ecco perché non ha senso, perché è e resta indeterminato,
salvo che per se stesso per un breve lampo di sensazione, non di senso.L’arco
del cielo è sorretto da due colonne. Dal lato destro, la metafisica fornisce
abissale profondità a stelle, galassie e mondi; dal lato sinistro, l’empiria
avvicina l’abisso, presupponendone il fondo anche senza poterlo raggiungere.
L’empiria ci accompagna quotidianamente, nella vita di tutti i giorni,
fornendoci informazioni intorno all’ambiente, nel quale viviamo, ed a noi
stessi, alla nostra nascita, vita e morte. Informazioni che, quasi sem- pre,
non soddisfano per la loro oscurità ed incompletezza. L’essere umano possiede
un corpo, di cui manca il libretto d’istruzioni per l’uso. I problemi del
dolore e del senso dell’esistenza non trovano risposta certa e, forse, non
possono neppure trovarla in quanto argomenti sottratti alla ricerca em- pirica.
Non è possibile verificare/falsificare il valore di un biologico, che si
decompone progressivamente e diviene nutrimento di altro biologico. Il proprio
e l’altrui si fronteggiano fieramente come anelli di una catena, che li tiene
separati, ma strettamente legati; come componenti, appunto, di una catena, di
cui non si conosce né l’origine, né il fine e neppure il senso del suo
esistere. Di fronte al mistero l’empiria si arrende e si asserraglia nelle sue
deboli certezze pratiche, tecniche e strumentali, ma l’essere umano non demorde
e cerca risposte con o senza verificabilità/falsificabilità empirica. Si apre a
questo punto il mundus imaginalis1, ma anche l’Universo dell’i- deazione, della
creatività, della fantasia umana, la cui immaterialità è un suo elemento
costitutivo, proprio per sfuggire ai dubbi dell’empiria, non 1 L’espressione è
usata da Henry Corbin per indicare una realtà intermedia tra fisica e
metafisica, tra materia e spirito, una sorta di sintesi tra i due termini, che
non relega il trascendente nell’ambito dell’inesistenza. 16 Il diritto
come estetica un inconveniente. Purtroppo anche questa via si trova ostruita
per l’essere umano, in quanto diretta o verso una conoscenza superiore ed
incompati- bile con quella umana o verso una conoscenza individuale, soggettiva
e, quindi, incerta, relativa e prospettica. In sintesi, sia l’empiria, sia la
metafi- sica svelano l’unica conoscenza umana possibile, quella propria di
Socrate e narrata da Platone nell’Apologia: so di non sapere2. Può la
psicologia umana accettare un verdetto tanto duro sul senso della propria vita?
Evidentemente no ed, infatti, le elaborazioni metafisiche si sono moltiplicate,
articolate e complicate nel tempo, mentre gli studi em- pirici hanno continuato
il loro corso senza aspirazione di completezza e di assolutezza. Il fondamento
di qualsiasi discorso continua a sfuggire e le affermazioni fisiche e
metafisiche restano come appese nel vuoto e da nulla sorrette. Forse è proprio
questa loro collocazione priva di alto e di basso, che ne impedisce la
definitiva caduta o, forse addirittura, che rende priva di senso la domanda
stessa sul fondamento. Un dato empirico tuttavia è certo: la psicologia umana
tende verso la certezza anche a costo di rinunziare al mondo dei cinque sensi.
Dunque, il metafisico è, in qualche misura, conna- turato con l’essere umano
come il fisico; è una componente, per così dire, strutturale dell’antropologia.
Nel mondo dell’etica, cui il diritto sino ad ora è appartenuto, queste medesime
problematiche hanno dato corpo all’ideologia ed all’utopia, alla norma morale
ed a quella giuridica, al diritto naturale ed al diritto positivo, alla
giustizia ed alla legalità, alla validità ed all’efficacia del diritto, al do-
ver essere ed al mi piace/non mi piace. Tutte queste alternative esprimono la
tensione tra il vissuto reale e le aspirazioni, i desideri del soggetto. In
particolare, l’ultima alternativa ricordata apre la strada, che conduce dal
diritto come obbligo al diritto come estetica. Lo smascheramento del dover
essere avviene con la constatazione empirica, che le scelte umane sono 2
“Infatti, operando con una logica (quella apofatica) che nega ogni proposizione
assertiva (ed esaustiva) in merito alla verità di qualsiasi ente – ma invece
proponendovi l’inclusione di ogni possibilità – si giunge a questo risultato
che auspicava Nicolò Cusano con il suo De docta ignorantia. Si giunge a un
non-sapere che include ogni sapere e viceversa: allo stesso modo in cui
l’Essere-Uno – che non è un essere specifico – include in sé tutti gli esseri a
cui conferisce l’esistenza. Ma questo sapere non è, gerarchicamente, estraneo e
al di sopra dell’uomo – che ne verrebbe in qualche modo dominato e esautorato –
ma assolutamente intrinseco all’uomo stesso che ne è, pienamente, partecipe,
pur essendone abissalmente lontano. Così come il molteplice è l’espressione
ontologica dell’Uno di cui è la manifestazione teofanica”. C. Bonvecchio, Le
meditazioni abissali di Henry Corbin, in H. Corbin, Il paradosso del
monoteismo, Mimesis, Milano-Udine 2011, pp. 14-15.Premessa 17 guidate dal
piacere e non dal dovere, anche se talvolta i due termini coinci- dono. Dover
essere e piacere divengono i due poli reali del disagio esisten- ziale umano e,
contemporaneamente, anche il tentativo di risolverlo. Solo di un tentativo
purtroppo si tratta. Il diritto come estetica non esclude, e non può escludere,
la dimensione metafisica, ma rafforza la descrittività empirica del
comportamento umano, consiglia maggiore consapevolezza psicologica dei limiti
conoscitivi uma- ni ed apre nuove prospettive di regolamentazione sociale. Ogni
demistificazione è un atto di liberazione della conoscenza, ma non è possibile
illudersi di poter superare gli ostacoli ultimi, che oscurano una visione sia
assoluta, sia relativa del mondo, cui apparteniamo. La dea Ananke (Aνάγκη), la
dea Tyche (Τύχη), le Parche, il Fato, il Destino, la Divina Provvidenza intanto
sorridono, interrogandosi intorno al determini- smo ed all’indeterminismo.
Ringraziamenti Al termine di questo mio lavoro voglio rivolgere un particolare
ringra- ziamento ad Emanuele Severino per la sua grande cortesia e
disponibilità ad ascoltare le mie riflessioni; ad Agostino Carrino per il
fraterno impegno con il quale ha setacciato i concetti del mio scritto,
evidenziando proble- matiche a me sfuggite, ed a Don Paolo Renner, che, tra i
moltissimi suoi impegni di misericordia, ha voluto aggiungere, con antica
amicizia, anche quello verso il mio scritto. Capo di Ponte, 11 novembre 2015La
frase, come risulta dalla lettera, riguarda esclusivamente l’Albero della
scienza, della conoscenza del bene e del male, non anche l’Albero della vita,
che pure era presente nel Giardino dell’Eden2. Di quest’ultimo, dunque, Adamo
ed Eva erano legittimati a mangiarne i frutti. Per ora la no- tazione può
apparire irrilevante, ma in seguito risulterà determinante, poi- ché evidenzia
che nel Paradiso terreste i nostri progenitori erano immortali ed, infatti,
compartecipavano della conoscenza divina. La prima evidenza che colpisce il
giurista nella narrazione biblica della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso
terrestre, dall’Eden è il concetto di colpa, la quale, per necessità logica,
presuppone ed è indissolubilmente legata ai concetti di conoscenza e di
responsabilità. Se l’albero, del quale mangiano il frutto, è l’albero della
conoscenza del bene e del male, ossia della consapevolezza morale del proprio
comportamento, non si compren- de come sia possibile emettere da parte di una
divinità come da parte di un essere umano un verdetto, una sentenza di condanna
per azioni commesse 1 Genesi, 2, 15-17. 2 “Ora il Signore Dio sin da principio
aveva piantato un paradiso di delizia; ivi pose l’uomo da lui formato. Produsse
il Signore Dio dalla terra ogni albero bello a vedersi e buono a mangiarsi;
inoltre, l’albero della vita nel mezzo del paradiso, e l’albero della scienza
del bene e del male”. Genesi, 2, 8-9. da esseri inconsapevoli, per così
dire, innocenti dal punto di vista sia del- la volontà, sia della conoscenza,
in quanto, appunto, ignari dell’esistenza stessa del contenuto dei concetti di
bene e di male: disobbedire poteva essere sia bene, sia male. Se la ragione, da
cui la teoria giusnaturalistica ritiene di dedurre le norme giuste, è la
ragione divina nell’uomo e non la ragione empirica, questa dottrina non può
essere definita come razionalistica. [...]. Se è la ragione conoscitiva a
statuire norme, su cui si fonda il valore del bene e quindi il disvalore del
male, allora la distinzione fra bene e male è una funzione della conoscenza che
statuisce norme, cioè della ragion pratica. [...]. In questa versione, il
concetto risale fino al mito dell’albero della conoscenza: è infatti la
conoscenza del bene e del male data a chi gusta i frutti di quell’albero.
[...]. L’essenza di Dio è nel fatto di sapere ciò che è bene e ciò che è male;
sapendolo, egli vuole anche che si faccia il bene e di ometta il male. Il suo
sapere coincide con il suo volere e la sua ragione è una ragion pratica: è
questa la ragione divina di cui l’uomo si appropria col peccato originale3. Ma
è proprio questa la ragione di cui si appropria, mangiando la mela, l’essere
umano o, piuttosto, esistono due diverse ragioni, quella divina, universale, e
quella umana, particolare, ed è della conquista di quest’ul- tima, che il mito
dell’Albero della conoscenza del bene e del male parla? Probabilmente
l’interpretazione della simbologia biblica deve spingersi oltre, più in
profondità, del concetto di acquisizione della responsabilità (conoscenza del
bene e del male) attraverso la colpa: un colpa che non pre- suppone
apparentemente l’esistenza di alcuna responsabilità e scaturisce da una
disobbedienza ad un comando. Forse, è proprio la nostra cultura, ormai
atavicamente assuefatta ad una eteronomia incentrata su divieti e sanzioni, a
condurci sulla strada di una interpretazione colpevolizzante del mito della
mela. Forse, il peccato originale altro non è che il nostro stesso esistere
come esseri umani e non divini e la metafora della mela, intesa come
nutrimento, atto tipico e specifico dell’essere vivente, sembra richia- mare
simbolicamente questa interpretazione. Probabilmente il senso esoterico del
brano biblico nasconde significati, che non sono meramente giuridici, ma
sconfinano nella riflessione filosofi- ca e nella materia teologica. Ogni
condanna prevede una responsabilità, che scaturisce direttamente dalla
consapevolezza e dalla conoscenza sia dell’azione che si compie, sia della
norma, che la vieta: so ciò che faccio e conosco ciò che si può fare e 3 H.
Kelsen, Il problema della giustizia, Einaudi, Torino 1975, pp. 90-91. ciò
che non si può fare; ciò che si può fare è bene, ciò che non si può fare è
male. Ma bene e male possiedono almeno due diverse dimensioni: quella assoluta
del bene e del male universale e quella relativa del bene e del male propria di
colui che agisce, del suo modo di sentire, di vedere, di giudicare gli eventi
ed i comportamenti. Dio disse di non mangiare: sembra un comando eteronomo e,
quindi, in quanto tale, pare contrapporre un divieto divino ad un giudizio e
compor- tamento umano. Questa interpretazione, per altro condivisa anche da Alf
Ross (1899-1979)4, viene rafforzata dalla presunta sanzione comminata: se ne
mangerai morirai. Ma si tratta effettivamente di una norma giuridica o morale
dotata di sanzione oppure si tratta di un mero avvertimento, della descrizione
di una sorta di legge naturale, come quelle che derivano da teorie scientifiche
e che prevedono, ad esempio, il moto degli astri? In altre parole si tratta di
un comando o di una descrizione? Per rispondere alla domanda è necessario
risalire alla situazione di Adamo ed Eva rispetto a Dio nell’Eden. Non era una
situazione di separazione, ma di unione; non vi era individualità, ma
comunione; conseguentemente, l’unica conoscen- za esistente era quella divina,
che permeava, proveniente da Dio, anche Adamo ed Eva. Conoscere e volere,
dunque, erano la stessa cosa non solo per Dio, ma anche per Adamo ed Eva ed in
una tale situazione un comando eteronomo è del tutto privo di senso; in primo
luogo, perché non può essere eteronomo, in quanto vi è comunione, ed, in
secondo luogo, perché un co- mando comporta volontà diverse, mentre, in questo
caso, come vi era una sola conoscenza così vi era anche una sola volontà.
Desiderando il frutto dell’albero, torniamo alla realtà del sospetto, cioè allo
svincolare la conoscenza dall’amore e ad impiegarla ai fini dell’autoafferma-
zione dell’individualità. Una conoscenza contemplativa è una conoscenza del
buono, del bello e del vero. La conoscenza contemplativa è una conoscenza della
pace, perché è la conoscenza del riconoscimento dell’altro, dunque non può
essere a fin di male. La conoscenza contemplativa che Dio propone all’uo- mo,
sua immagine, è una conoscenza sapienziale, che ha in sé una dimensione
assiologia, cioè di valutazione del bene e del male. Ma l’uomo ha questa co-
noscenza già in quanto amico di Dio, sua immagine, e può sempre contem- 4 “Il
peccato nacque quando l’uomo violò il divieto, assolutamente arbitrario e
irragionevole, di Dio di mangiare il frutto di un certo albero che gli avrebbe
dato una conoscenza che era di Dio stesso. Peccato significa dunque
disobbedienza, pura e semplice volontà propria, autodecisione e per questo
peccato Adamo ed Eva e la loro discendenza venivano puniti in eterno nel modo
più crudele. Tutti dovevano subire l’ira di Dio ed essere affetti dal peccato
originale”. A. Ross, Colpa, responsabilità e pena, Giuffrè, Milano 1972, p.
19. plarla nell’albero della conoscenza del bene e del male. Il bene e il
male sono conosciuti dall’uomo insieme a Dio, suo Creatore, e in lui. Anzi,
l’unica giusta conoscenza del bene e del male è quella che l’uomo contempla in
Dio. È con gli occhi di Dio che l’uomo vede il bene ed il male. Ma guardare con
gli occhi di un altro e gioire di questa intimità è proprio delle persone che
si amano. Nell’a- more è la tendenza a conoscere attraverso l’amore dell’altro
e con il suo amore. Proprio nel fatto che l’uomo può guardare l’albero della
conoscenza del bene e del male, perché proprio lì in qualche maniera si
incrociano gli sguar- di tra Dio e l’uomo, c’è la possibilità dell’idolatria,
quindi di una tentazione. Guardare può diventare desiderare, e desiderare
prendere5. Il rapporto tra Dio e l’essere umano in quella dimensione di
equilibrio creazionistico, tutto racchiuso nello spazio/tempo divino dell’Eden,
era di completa compartecipazione, e non proprio di identità (a sua immagine e
somiglianza). L’identità dell’immagine non appartiene ad un semplice fenomeno
visivo, ma si estende anche alla dimensione cognitiva, sebbene non in modo
completo (somiglianza). Il derivato non partecipa a pieno titolo di tutti i
caratteri del derivante, ma certo ne incarna una rilevante porzione.
Conseguentemente Adamo ed Eva non erano privi di conoscenza e, quindi, anche di
responsabilità, ma partecipavano della medesima cono- scenza divina, della
conoscenza propria dell’Uno e del Tutto. L’uomo abbandonerà Dio e la proposta
della tentazione acquisterà sempre più un aspetto di verità [...]. Poiché
l’uomo non è più nella contemplazione dell’albero della conoscenza, ma è ormai
scivolato nella logica della posses- sione, gli rimane solo il male, ossia la
necessità di possedere. Sganciandosi dall’amore, da quella intimità con Dio
nella quale ha potuto conoscere che cosa è bene e che cosa è male per lui,
finisce essenzialmente posseduto dalla necessità di possedere per salvarsi6. La
conoscenza divina, della quale erano compartecipi nell’Eden Adamo ed Eva, era
universale, assoluta, non prospettica, ma posseduta a tutto ton- do nella
dimensione della totalità degli eventi di un Essere, che racchiude in sé ogni
evento7. Il comando, dunque, di non mangiare la mela, la proibi- zione non si
presenta come un atto di volontà eteronoma rispetto ad Adamo 5 M.I. Rupnik,
Dire l’uomo. Persona, cultura della Pasqua, Lipa, Roma 2011, vol. I, pp.
227-228. 6 M.I. Rupnik , op cit., p. 230. 7 “Il Dio degli Dei, lo Spirito
assoluto, permane in eterno, al di là della conoscenza che può averne la
religione in questo mondo. La storia non è il luogo del divenire della
coscienza divina suprema”. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, cit., p.
74. ed Eva, ma come una informazione, un avvertimento, una descrizione di
ciò che avviene quando dall’unità si passa alla molteplicità, quando l’asso-
luto cede il passo al relativo. Né vi è sanzione nel monito di Dio; ciò che
appare come condanna altro non è se non descrizione di ciò che accade nel
relativo, di ciò che produce, di ciò che è il relativo, ossia l’umano. La mela
è un frutto commestibile, che allieta e nutre il palato umano, quindi potrebbe
simboleggiare quella conoscenza tutta umana e relativa, richiamata anche dalla
leggendaria mela di Isaac Newton (1642-1727), in contrapposizione ad una
conoscenza divina ed assoluta. Adamo ed Eva, mangiando la mela, decidono di
abbandonare l’unione con il divino, per vivere una propria vita separata,
individuale ed autonoma, dotata, quindi, di una propria conoscenza soggettiva e
prospettica, non più oggettiva e completa. Nel racconto del peccato originale,
la tentazione spinge l’uomo a spostare l’attenzione da Dio all’albero – cioè
dalla persona all’oggetto – e a fissarsi sull’oggetto. Prima l’uomo parlava con
Dio e a Dio, poi comincia a contrat- tare con la tentazione, per finire col
ritrovarsi a desiderare l’oggetto – l’albero – come se fosse la sua salvezza.
L’interlocutore ontologico dell’uomo non è più un principio agapico assoluto,
ma una realtà oggettuale. L’uomo diventa ciò che contempla. Come è il suo
interlocutore fondamentale, così è l’uomo. Poiché l’uomo è una realtà
dialogica, non può fare a meno del dialogo, ma tutto dipende da chi è
l’interlocutore di questo dialogo. Se è un oggetto, l’uomo diventerà sempre più
un oggetto. Percepirà se stesso come un oggetto e si rela- zionerà agli altri
come ad oggetti. Anzi, li considererà come suoi oggetti. Ogni peccato commesso
dopo il peccato originale sarà un passo ulteriore in questa reificazione
spersonalizzante dell’uomo8. La ribellione al comando divino (meglio, l’avere
ignorato la descrizio- ne divina) non consiste nell’infrangere un divieto, ma
nel desiderare una propria personalità individuale, separata dal Tutto,
soggettiva, ma questa soggettività si trasforma in oggetto del Tutto; abbandonata
la soggettività del Tutto ciò che resta, come parte, è una soggettività
relativa, ossia una reificazione rispetto al Tutto: il peccato originale,
infatti, si presenta come separazione, rottura del Tutto nelle sue molteplici
parti, come oggetti della soggettività universale. Una prima rottura nel creato
(diversa la rottura dell’Uno prodotta dalla creazione, poiché essa fu anche
rottura, salto qualitativo, di sostanze: so- miglianza con Dio, non identità)
era già avvenuta con la comparsa di Eva: 8 M.I. Rupnik, Dire l’uomo. Persona,
cultura della Pasqua, cit., pp. 233-234. Mandò dunque il Signore Dio ad
Adamo un sonno profondo; ed essendosi egli addormentato, gli tolse una delle
coste, e ne riempì il luogo con della carne. E con la costa che aveva tolta ad
Adamo, formò il Signore Dio una donna, e gliela presentò. E disse Adamo: “Ecco,
questo è un osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa sarà chiamata
virago, perché è stata tratta dall’uomo. Perciò l’uomo lascerà il padre e la
madre, e si stringerà alla sua moglie, e saranno due in un corpo solo”9. Tale
rottura, tuttavia, non si manifesta come irrimediabile, poiché frutto di una
medesima sostanza, la costola di Adamo appunto, che riconduce ad unità ciò che
appare altro, diverso, separato (saranno due in un corpo solo; rebis di
alchemica ispirazione). Ed, infatti, è proprio questo diverso, separato in
apparenza, ma pur sempre composto della medesima sostanza, a patrocinare ed ad
attivare la rottura: è il due che rompe l’unità e la rompe per attrattiva verso
l’individualità, una individualità nuova, il due, appun- to. Il serpente sembra
rappresentare questa attrazione verso il particolare, verso la separazione
(diavolo da diabolos, διάβαλος, colui che divide). La massa della materia (il
serpente) si separa nelle sue parti, forme e qualità dall’energia omogenea e
priva di forme (la Divinità) o, se si preferisce, i corpi si separano dallo
spirito universale. Pare di vivere nel mito l’equa- zione di Albert Einstein
(1879-1955) della conversione, dell’oscillazione, della compresenza (tra?) di
energia e massa in un sistema fisico, che ha su- perato la visione propria di
un materialismo legato solo al visibile, all’og- gettivato: E=mc2. Henry Corbin
(1903-1978) ben sintetizza il tema dell’individualizzazio- ne,
dell’oggettivizzazione nel paradosso (ossimoro?) dell’unità molteplice: 9
È la visione della molteplicità nell’unità. [...]. È la visione dell’unità
nella molteplicità. Le due interpretazioni si completano l’un l’altra
necessariamen- te: l’ontologia integrale presuppone nel perfetto Saggio la
visione simultanea dell’unità nella pluralità e della pluralità nell’unità. È
attraverso questa simul- taneità che si effettua la differenziazione seconda,
quella stessa in forza della Genesi, 2, 21-24. quale il pluralismo
metafisico si trova fondato a partire dall’Uno – senza di esso non vi sarebbero
i molti, ma caos e indifferenziazione10. I nostri simbolici progenitori, Adamo
ed Eva, nell’abbandonare la cono- scenza divina, assumono, come loro conoscenza
specifica, quella umana e, dunque, divengono prigionieri di tale conoscenza
limitata, che comporta anche la comparsa di fatiche, dolori e morte. La
separazione è un divenire altro dal Tutto, conseguentemente, all’immutabilità
dell’Essere subentra il divenire con le sue opposizioni, polarizzazioni: essere
e non essere, fatica e riposo, dolore e piacere, morte e vita, etc.. Il
divenire non può esistere senza l’alternarsi di manifestazioni diverse, ossia,
soprattutto, non può esi- stere senza la morte, intesa come termine di una
manifestazione ed inizio di una nuova manifestazione. La morte, dunque, come
nell’ammonimento di Dio, è indissolubilmente legata alla conoscenza umana,
simbolicamente rappresentata dal cibarsi della mela. A questo punto risulta
ormai eviden- te che Adamo ed Eva non potranno più cibarsi dei frutti
dell’altro albero presente nell’Eden, dell’Albero della vita, dei quali sino a
quel momento potevano godere. I frutti dell’Albero della vita donano la vita
eterna, ma la conoscenza ed il divenire umani impediscono l’eternità, ciò che è
eterno non conosce solo la parte, ma conosce direttamente il Tutto, e non
diviene, ma permane sempre immutato uguale a se stesso. La parte, in quanto
limi- tata non può sfuggire alla morte. Particolarmente penetrante si presenta
la puntualizzazione di Friedrich W. Nietzsche (1844-1900): L’albero della
conoscenza. – Verosimiglianza, ma non verità: parvenza di libertà – è per
questi due frutti che l’albero della conoscenza non può venir scambiato per
l’albero della vita11. Alle considerazioni mitologico-religiose sino a questo
punto svolte pos- sono ora essere aggiunte altre ed ulteriori considerazioni di
natura più stret- tamente filosofica. Se il divenire condanna, prima, la parte
a distinguersi da un’altra parte e, successivamente, la stessa parte ad essere
se stessa e, poi, a trasformarsi in altro, allora il divenire appare come un
alternarsi di essere e di non essere. Il tema è antico e vide già contrapposti
il pensiero di Eraclito (535 a.C.-476 a.C.), con il suo tutto scorre, panta rei
(πάντα ρει), a quello di Parmenide (544 a.C.-459 a.C.), sostenitore di un
Essere che non può non essere. Effettivamente anche nella realtà empiricamente
rilevabile il non 10 H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, cit., p. 39. 11 F.
Nietzsche, Umano, troppo umano II, in Opere 1870/1881, Newton, Roma 1993, p.
797. essere è di problematica individuazione. Rilevabile, invece,
con estrema facilità è l’essere e l’essere altro come espressione del divenire.
Ma a livel- lo logico, secondo il principio di identità, l’essere è solo se
stesso e l’essere altro non è continuità dell’essere iniziale, ma un diverso
essere a sua volta uguale solo a se stesso. La logica parmenidea, ampiamente
sviluppata ai nostri giorni da Emanuele Severino12, nega nella sostanza il
divenire e co- struisce una logica di identità degli eterni, che si separa e
distingue dalla logica dialettica del divenire. La logica degli eterni si
addice ad un mondo metafisico, proprio del divino; mentre la logica dialettica,
empiricamente verificabile/falsificabile, pare tipica degli esseri umani.
Commentando Corbin, Claudio Bonvecchio in proposito ricorda: [...] oltre che
teologica – la modalità catafatica [affermativa n.d.r.] di rap- portarsi al
divino ha costruito una vera e propria logica (di ascendenza aristote-
lico-scientifica). Anzi, si può affermare che si è affermata come la base
stessa della logica occidentale in quanto sostiene (apoditticamente oltre che
dogmati- camente) – nella costruzione del discorso – la possibilità di affermare
in manie- ra indiscutibile le caratteristiche di un ente. Caratteristiche che
ne esprimono la verità che si ritiene assoluta, se si ottemperano determinate
condizioni logico- razionali (principio di non contraddizione, principio del
terzo escluso, etc.). Tuttavia, questa verità [...] non consente mai un
rapporto partecipativo con l’Essere. Infatti, esclude dal discorso [...] la
dimensione dell’Essere che è l’u- nica che fa di un ente un ente esistente13.
Ciò che conta tuttavia, ai fini delle presenti riflessioni non è tanto l’af-
fermarsi nella storia umana dell’una o dell’altra logica, quanto piuttosto la
constatazione che anche a livello filosofico emerge la possibilità di un
dualismo logico non dissimile da quello evidenziato nell’episodio biblico del
Giardino dell’Eden. Sul piano filosofico il legame tra l’Albero della
conoscenza del bene e del male e quello della vita appare ancora più
indissolubile che nel testo bi- blico. Infatti, è la stessa logica conoscitiva
umana del divenire, che trascina con sé, come compagna inseparabile, la morte.
Ciò che diviene possiede un inizio ed una fine, prima non esiste, poi esiste,
quindi torna nel nulla. Non è questa la logica conoscitiva del divino, nella
quale ciò che è, lo è per sempre, dall’eternità e nell’eternità. Scrive Massimo
Donà: 12 Cfr. E. Severino, Immortalità e destino, Rizzoli, Milano 2006. Ed
anche del medesimo Autore: L’identità del destino, Rizzoli, Milano 2009. 13 C.
Bonvecchio, Le meditazioni abissali di Henry Corbin, in H. Corbin, Il paradosso
del monoteismo, cit., p. 12.
[...], nel testo biblico l’Albero della Vita o delle vite, al plurale,
come dice in verità l’Antico Testamento – a indicare, molto probabilmente,
l’infinito distin- guersi del principio – allude ad una verità che solo
l’Albero della Conoscenza avrebbe potuto spingerci a ridire. Facendoci
innanzitutto tradire quel senso di infinita apertura verso un futuro sempre
ancora possibile che caratterizza ap- punto l’Albero della Vita. Ossia, la
speranza in una rigenerazione in grado di negare la definitività connessa ad
ogni supposto improbabile compimento; in primis quello costituito dalla morte.
Ecco perché l’Albero della Conoscenza avrebbe reso mortale il soggetto che
avesse voluto cibarsi dei suoi frutti. Perché il logos umano, troppo umano, da
quest’ultimo (dall’Albero della Conoscenza) rappresentato, è costitutivamente
portato a credere nell’intrascendibilità delle distinzioni e dunque a fare
dello stesso distinguersi in quanto tale il principio incontrovertibile
dell’esistere. Per questo, proprio dicendo tale intrascendibilità, il logos
avrebbe dovuto comunque riconoscere il limite costitutivamente caratterizzante
il suo stesso orizzonte, concependo anche quest’ultimo come essenzialmente
limitato – os- sia, distinto. Finendo così per negare finanche la sua stessa
intrascendibilità. Ed instituendo l’impossibile per eccellenza: ossia un nulla
posto di là dalla po- sitività di tutto quel che è – un nulla concepito, esso
medesimo, dunque come positivo. E perciò valevole come perfetta metafora del
male assoluto14. Dunque, non solo la riflessione religiosa, si potrebbe dire
teologica, ri- leva la presenza, almeno potenziale, nell’essere umano di ben
due diverse logiche, ma anche l’analisi filosofica giunge alla medesima
conclusione. Alla logica dell’Essere Assoluto si giustappone la logica del
divenire, dell’essere altro. La prima si presenta meramente razionale, priva di
possi- bilità empiriche di verifica/falsificazione, tutta dispiegata intorno a
principi considerati indiscutibilmente veri ed evidenti senza ulteriori
necessità di- mostrative; principi che nella terminologia kantiana possono
essere definiti a priori. La seconda, invece, completamente costruita a
posteriori, grazie alla percezione empirica del divenire, alla rilevazione, si
potrebbe dire, sempre in terminologia kantiana, categoriale degli eventi.
Quest’ultima lo- gica si limita a descrivere una realtà fenomenologica umana e,
come tale, relativa, quindi, senza pretese di accesso conoscitivo ad ipotetiche
realtà assolute e metafisiche. L’indissolubile legame, sostenuto dalla logica
dell’Assoluto, tra l’Albe- ro della Conoscenza e la realtà di separazione
sembra ribadito dalla Bibbia anche nell’episodio simbolico della costruzione e
del crollo della Torre di Babele. L’unione tra terra e cielo, già simboleggiata
dall’albero, qualsiasi albero (Yggdrasil, l’albero di Natale, etc.), viene
ricercata, in questo caso, 14 M. Donà (a cura di), Parmenide. Dell’essere e del
nulla, Albo Versorio, Milano 2012, pp. 94-95.attraverso un’opera di
architettura, che sfida altezza e forza di gravità, ma nel crollo di questo
asse umano-divino si dissolve l’universalità della pa- rola, intesa anche nella
sua accezione più estesa di logos, la sua capacità creatrice e comunicatrice
universale. La terra era tutta d’una sola lingua e d’una sola parlata. [...].
Ma il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli di Adamo
stavano edificando, e disse: “Ecco, è un popolo solo, ed ha una lingua sola per
tutti; hanno cominciato a far questo lavoro, né desisteranno dal loro pensiero
sinché non l’abbiano condotto a termine. Andiamo dunque, discendiamo, e
confondiamo ivi le loro lingue, così che nessuno più comprenda la parola del
prossimo suo”15. Il Tutto diviso in parti si differenzia e perde di unitarietà.
Ciascuno divie- ne consapevole di sé, ma solo di se stesso; gli altri mutano in
esseri ignoti, estranei. La metafora della confusione delle lingue, ancora una
volta, non suona come condanna divina, ma come descrizione delle conseguenze
de- rivate dalla separazione delle parti dal Tutto16. L’essere umano, in quanto
parte del Tutto, non ha né colpe, né meriti, ma solo caratteri suoi propri, che
si separano e divergono da quelli divini: 15 Genesi, 11, 1 e 5-7. 16 “Diventare
un solo popolo, sotto una istituzione – la lingua sola – è qui, chiaramente,
l’espressione della hýbris degli uomini, del loro istinto auto- idolatrico:
così chiaramente che non viene nemmeno detto, ma sottinteso. Ma la questione
più interessante, sulla quale ha richiamato l’attenzione Stefano Levi della
Torre nel suo splendido e illuminante Zone di turbolenza, è se la misura presa
da Dio – la dispersione su tutta la terra e la confusione delle lingue – sia la
punizione per un grande male (come nel caso di Caino reso ramingo e fuggiasco)
o la garanzia di un grande bene. L’interpretazione di Stefano Levi, in breve, è
che la distruzione della città dell’onnipotenza, la moltiplicazione delle
lingue, rese incomprensibili l’una all’altra, e la dispersione dei popoli in
lungo e in largo sulla terra, tutto ciò è una moltiplicazione delle culture e
delle istituzioni, un antidoto all’idolatria del pensiero e del potere unico,
una garanzia di pluralità delle visioni del mondo e del modo di vivere nel
mondo. Secondo questa profonda interpretazione, la civitas maxima non è altro
che idolatria”. G. Zagrebelschy, La virtù del dubbio, Editori Laterza,
Roma-Bari 2007, pp. 134-135. è relativo e non assoluto; è finito e non
infinito; possiede una conoscenza limitata e non universale. In conseguenza di
queste considerazioni risulta chiaro che gli avvenimenti drammatici, che videro
come scenario il Para- diso terreste, non possono essere incasellati nella
concatenazione di eventi, che accomuna il diritto e la morale: alla colpa
consegue la responsabilità del soggetto agente, al quale, proprio in quanto
responsabile, viene appli- cata la pena. Questi concetti vengono chiaramente
espressi a livello sia morale che giuridico da Alf Ross (1899-1979): L’idea che
esista una responsabilità morale, è identica all’idea della respon- sabilità
giuridica, è l’espressione di una prescrizione normativa per cui la colpa viene
collegata con le conseguenze della colpa, cioè con la pena che qui si chiama
riprovazione17. Ed ancora in modo più esplicito: Quando si fa valere una
responsabilità, ciò avviene sempre con la motiva- zione che qualcosa fu
commessa che, secondo un determinato ordinamento normativo, non sarebbe dovuta
accadere, qualcosa di riprovevole o proibito che, di conseguenza, dà motivo a
quella reazione che consiste nel far valere la responsabilità18. Nel caso
dell’Eden, come si è detto, non pare che ci si trovi in questa situazione, non
solo perché viene meno l’uso tecnico della terminologia giuridica (colpa,
responsabilità), ma anche, e soprattutto, perché manca la norma vincolante, il
divieto. Infatti, l’interdetto pronunziato da Dio, proprio per il suo carattere
che unisce conoscenza e volontà, non può essere considerato un comando, ossia
una norma, ma più semplicemente una informazione, un avvertimento, al massimo,
un consiglio. Si tratta cioè di una frase ipotetica (se mangi la mela divieni
mortale) tesa a de- scrivere gli avvenimenti conseguenti all’azione segnalata
come perico- losa. Del resto, come avrebbe potuto Dio formulare un comando a
dei soggetti che, prima dello strappo, della rottura, partecipavano della sua
stessa conoscenza e volontà? Dunque, se non vi fu comando, norma, non vi fu
neppure colpa, in quanto mancò la violazione, la disobbedienza. Vi fu, invece,
responsabilità per l’azione compiuta, ma la natura umana di Adamo ed Eva
avrebbe potuto consentire loro di compiere una scelta diversa? La risposta deve
essere rinviata, in quanto strettamente dipen- 17 A. Ross, Colpa,
responsabilità e pena, cit., p. 49. 18 A. Ross, op. cit., p. 29. dente
dalle convinzioni intorno all’esistenza o meno del libero arbitrio. Ovviamente,
se non vi fu colpa non è neppure possibile reputare la tri- ste condizione
umana come una pena inflitta dal Creatore alle proprie creature. Piuttosto si
tratta di considerare la stessa natura umana come caratterizzata, nei propri
intrinseci limiti, in quanto parte di un Tutto mol- teplice e differenziato,
appunto, anche in qualità diverse. Per fornire un paragone pur imperfetto:
rispetto alla media statistica degli esseri umani il fenomeno dell’albinismo è
minoritario ed, in quanto tale, appare come uno svantaggio genetico, ma può
veramente essere considerato sempli- cemente uno svantaggio esistenziale o
potrebbe anche essere visto come una articolazione qualitativa del genere umano,
dotata a propria volta di taluni vantaggi soggettivi, sui quali tendiamo a non
soffermarci per pigrizia culturale? L’interpretazione di comando (norma), di
colpa e di, conseguente, punizione (pena) divina pare prodotta da una cultura
umana troppo governata da una autoflagellazione di natura, prima, etica e, poi,
giuridica; del resto, questa interpretazione prevalente punitiva della cac-
ciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre ed anche della distruzione della
Torre di Babele e relativa confusione delle lingue non può stupire in un mondo
sempre più giuridicizzato, quale è il mondo attuale. Che la parte ed il tutto
siano distinguibili sia teoreticamente, sia empi- ricamente è nozione
inconfutabile anche, ad esempio, a livello geometri- co; così come è inconfutabile
che la parte, almeno quella umana, possieda una consapevolezza, più o meno
veritiera, del proprio esistere (cogito ergo sum) e non certo solo per
l’autorità di René Descartes (1596-1650); altra e ben diversa questione è
comprendere se esista e che caratteri manifesti la consapevolezza di se stesso
propria del Tutto. Certo la parte partecipa del Tutto e, quindi, pare arduo
pensare che ad una limitata consapevolezza della parte non corrisponda una
illimitata consapevolezza del Tutto, pur tuttavia nulla può essere escluso
senza l’evidenza di prove comprensibili alla mente umana ed, inoltre, resta
comunque impregiudicato il tema della qualità, delle caratteristiche di questa
eventuale consapevolezza. Lo Spirito, Dio, l’Energia sicuramente non possiedono
un carattere di autocoscienza, di consapevolezza uguale a quello proprio
dell’essere uma- no, ma neppure la massa (materia individualizzata) possiede
livelli omo- genei di autocoscienza, di consapevolezza, almeno per quanto si
conosce attualmente, nelle sue molteplici articolazioni, nelle sue diverse
parti. I minerali, i vegetali, gli animali e l’animale umano percepiscono se
stessi ed il mondo a loro presupposto esterno in modi molto diversi ed in modi
altrettanto diversi reagiscono, interagiscono con l’ambiente circostante. Il
Tutto, come somma di tutte le singole parti o come entità ulteriore, può,
e secondo quali modalità, percepire se stesso? Una possibile risposta
passa attraverso il concetto di Spirito o di Energia che, permeando ogni cosa,
ogni fenomeno, pur in quantità e, forse, anche in qualità diversa, consente
questa generale, universale consapevolezza eterna di sé; una sorta di anima
individuale, ma universale (sembra un ossimoro, ma è solo prospettiva di-
versa), di anima mundi. Bene e male rappresentano una dualità, che acquista
significato solo in un mondo scisso, a sua volta, in un bipolarismo oscillante
tra un polo, espressione di assoluto, ed un secondo polo, espressione di
relativo, il qua- le subisce il giudizio del primo: buono o cattivo, appunto,
rispettivamente nelle sue singole e molteplici manifestazioni comportamentali.
Quest’ulti- mo bipolarismo non riguarda solo la distinzione tra dover essere ed
essere, ma si articola ulteriormente in quel dualismo del dover essere
perennemen- te in tensione tra valori assoluti e valori relativi: i primi
frutto della dimen- sione assoluta del Tutto ed i secondi propri della
dimensione relativa delle parti del Tutto. La dimensione relativa della
bipolarità etica consente solo l’espressione di formule valoriali a contenuto
soggettivo, cioè proprie del soggetto, della parte che le esprime; del resto
anche la dimensione assoluta non riesce a fornire un contenuto etico certo, ma
si limita a proporre for- mule o dogmatiche oppure vuote di contenuto, prive di
precise indicazioni comportamentali, come, ad esempio, il noto broccardo del
diritto romano intorno alla giustizia: unicuique suum tribuere. Il problema
irrisolto riguar- da il significato, cosa si intenda per suum, oltre,
ovviamente alla discutibi- lità del principio generale, che potrebbe anche
consistere nell’attribuire a ciascuno l’altrui e non il proprio o, addirittura
non riconoscere l’esistenza di un proprio. Il problema può essere superato solo
distinguendo la cono- scenza umana, cui si riferiscono queste aporie, dalla
conoscenza divina, che, in quanto assoluta, non può incorrere in esse. Certo
tale conoscenza non può competere all’essere umano se non per fede o per
rivelazione, ma qui il tema si complica, poiché nella storia della cultura
umana spesso l’e- sistenza stessa dell’Assoluto, del metafisico, in quanto non
empiricamente percepibile e, quindi, problematico per la conoscenza umana, è
stata messa in discussione. Pertanto questo argomento si è sviluppato secondo
due di- versi percorsi culturali, l’uno monista e l’altro dualista; il primo
sostenitore di una realtà unitaria, nella quale fisica e metafisica si
sintetizzano o si escludono a vicenda, ed il secondo portatore di una visione
separata dei due piani del reale, anche se in qualche modo comunicanti tra
loro; ma di ciò si tratterà tra poco. Oltre alla possibilità alternativa
dell’esistenza di una logica divina e di una umana si presenta anche l’ipotesi
di una vera e propria assenza di logica, come risultato dell’inconoscibilità
dell’Assoluto; un Assoluto che è solo silenzio, oscuramento della conoscenza
umana, come suggerisce Ni- colò Cusano (1401-1464) con l’ipotesi del Dio
nascosto (absconditus): Né ha nome, né non ha nome, né ha nome e non nome. Ma
quanto può dirsi disgiuntamente e copulativamente, per accordo o disaccordo,
non gli conviene, per incommensurabilità di sua infinità, perché è principio
uno, anteriore ad ogni concetto su esso formulabile19. Abbandonato il Paradiso
terrestre da parte di Adamo ed Eva, non solo subentra la logica umana, il
divenire e la morte al posto dell’unione con il divino, l’eternità statica e la
vita eterna, ma la rottura porta con se stessa anche l’estraneazione
dall’Assoluto, che assume una dimensione impe- netrabile, misteriosa.
L’Assoluto creatore si pone prima di ogni creato e di ogni creatura e, quindi,
anche prima di qualsiasi logica e razionalità. L’Increato non appartiene al
mondo empirico, ma neppure al metafisico pensato od al metafisico alienato
nella creazione. Esso appartiene solo a se stesso ed all’insondabile abisso,
che separa l’Assoluto dal relativo, il Tutto dalle sue parti. 19 N.
Cusano, Il Dio nascosto, Mimesis, Milano-Udine 2010, p. 37. Carcharias Taurus è
il nome scientifico del meglio conosciuto squalo toro, il quale possiede una
caratteristica, che può farlo assurgere ad icona, ad emblema della natura
biologica. Lo squalo toro, infatti, è noto per prati- care il cannibalismo
intrauterino; ossia l’embrione dominante si nutre delle uova e degli altri
embrioni presenti nell’utero materno. Tale pratica non può stupire nel mondo
biologico, giacché il biologico si nutre solo di altro biologico (salvo la
fotosintesi clorofilliana). La vita è, dunque, indissolu- bilmente legata alla
morte in un perenne solve et coagula, nel quale vige la locuzione latina mors
tua vita mea. La fine di un essere vivente costituisce la possibilità di
sopravvivenza per un altro essere vivente. Talvolta, poi, il ciclo vitale si
esaurisce direttamente con la procreazione, evidenziando in tale modo
l’irrilevanza della vita del singolo individuo e la sua funziona- lità
esclusivamente orientata alla continuazione della specie. Lo scenario di morte,
nel quale viene ambientata la vita biologica, si completa anche con la lotta
per la vita, che pervade, permea ogni entità vivente. La lotta si dispiega
all’esterno dei corpi per l’approvvigionamento di cibo, che si concretizza in
una forma di dominio del più forte sul più debole, ma anche al loro interno,
poiché miliardi di microorganismi (batteri, virus, funghi e parassiti vari)
combattono continuamente, senza sosta contro le difese immunitarie dei corpi,
che li contengono, per la propria sopravvivenza. Talvolta, pur nelle loro
ridottissime dimensioni, riescono ad avere il so- pravvento, dimostrandosi più
forti del loro ospite, ma, più frequentemente, soccombono, eppure non si
estinguono, se non raramente, grazie alla loro facilità riproduttiva e
sovrabbondanza numerica. Cannibalismo e lotta si presentano, dunque, come la
struttura (si po- trebbe usare anche il termine ontologia se non fosse troppo
compromesso con visioni metafisiche) profonda della natura del biologico. Non
si creda, poi, di sfuggire a questa struttura con facili moralismi legati a
forme, più o meno radicali, di alimentazione vegetariana o vegana, poiché anche
il mondo vegetale, come quello animale è vivente e, come non si comprende la
discriminazione etica tra animali sacrificabili e non sacrificabili, così non
si comprende la sacrificabilità a fini eduli della vita vegetale, ma non di
quella animale. Potrebbe esservi una spiegazione solo in una ipotetica
gerarchia delle esistenze biologiche, che ponga l’essere umano al vertice e il
vegetale alla base, ma allora non si giustifica perché tale gerarchia debba
saltare un gradino, quello animale, appunto, nella scala delle sacrificabilità
gerarchiche. Lo stato permanente di guerra, che caratterizza il mondo
biologico, è aggravato dalla precarietà programmata della sua esistenza, la
quale si deteriora e consuma progressivamente lungo tutto il corso dello
sviluppo della vita. L’adagio latino, che indica l’inesorabile trascorrere
delle ore, vulnerant omnes, ultima necat, ben descrive l’itinerario tra la
nascita e la morte, funestato non solo dalla ricerca cannibalesca del cibo e
dalle insidie date da malattie ed infortuni vari, ma, soprattutto, dal decorso
del tempo e dal disgregarsi dei corpi, che accompagnano l’essere biologico
verso la sua estinzione, la sua fine. Per sintetizzare l’orizzonte esistenziale
del bio- logico basti ricordare la locuzione latina attribuita ad Agostino
d’Ippona (354-430), ma molto più probabilmente di Bernardo da Chiaravalle
(1090- 1153), con la quale si descrive la nascita dell’essere umano: inter
faeces et urinam nascimur. La nascita, dalla cellula all’essere umano, è una
cruenta rottura dell’individualità, una separazione di materiale organico, una
fuo- riuscita di un ente da un altro ente, il numero uno che produce un altro
uno, dando il via con il numero due alla catena dei molti. Quanto, poi, alla
morte basta visitare ospedali, case di riposo per anziani e cimiteri per
chiarirsi le idee intorno al dolore, al decadimento psico-fisico ed...
all’approvvigiona- mento alimentare di microorganismi, vermi ed insetti vari,
messi in fuga solo dal fuoco liberatore della cremazione. Il tragico
disvelamento della triste condizione del biologico, in genera- le, ed umana, in
particolare, è presente in quasi tutte le religioni, le quali, infatti, tendono
a costruire speranze in un mondo non più biologico ed a porre al centro dei
vari culti il concetto di sacrificio: sacrificio, in epoche arcaiche, non solo
animale e vegetale, ma anche umano, a favore del divi- no. Il Cristianesimo,
con ulteriore lucidità intorno alla condizione umana, poi, ha addirittura
capovolto i termini del mistero sacrificale, rovesciando ed integrando il
sacrificio umano nei confronto della divinità con il sacrifi- cio divino in
favore dell’essere umano. Nell’Eucarestia rivive svelata l’on- tologia del
biologico umano e la sua speranza di redenzione, liberazione attraverso il
sacrificio del Cristo1. Il fedele cristiano, infatti, beve il sangue 1 “Ma se
Cristo ha ripristinato il sacrificio umano e il cibarsi della vittima, questo è
accaduto a lui e non a un fratello, perché Cristo ha instaurato la suprema
legge e mangia il corpo del Redentore; si nutre del divino per sfuggire
all’orrore del biologico, per aspirare ad una vita priva di dolore ed eterna in
Dio2. Il Cristo dovrebbe risanare la frattura tra divino ed umano, ricostruire
il ponte crollato, riportare la riconciliazione e l’unione tra le parti ed il
Tutto. La struttura del nostro mondo è stata descritta con estremo realismo da
Baruch Spinoza (1632-1677): Per diritto e istituto naturale, non intendo altro
che le regole della natura di ciascun individuo, in ordine alle quali
concepiamo che ciascuno è naturalmente determinato a esistere e a operare in un
certo modo. Così, per esempio, i pesci sono dalla natura determinati a nuotare e
i grandi mangiano i più piccoli, onde diciamo che di pieno diritto naturale i
pesci sono padroni dell’acqua e i grandi mangiano i più piccoli. È infatti
certo che la natura, assolutamente considerata, ha pieno diritto a tutto ciò
che è in suo potere, e cioè che il diritto della natura si estende fin là dove
si estende la sua potenza, essendo la potenza della natura la potenza di Dio,
il quale ha pieno diritto ad ogni cosa: ma, poiché la potenza universale
dell’intera natura non è se non la potenza complessiva di tutti gli individui,
ne segue che ciascun individuo ha pieno diritto a tutto ciò che è in suo
potere, ossia che il diritto di ciascuno si estende fin là dove si estende la
sua determinata potenza. E, poiché è legge suprema di natura che ciascuna cosa
si sforzi di persistere per quanto può nel proprio stato, e ciò non in ragione
di altra cosa, ma soltanto di se stessa, ne segue che ciascun individuo ha a
pieno diritto, e cioè, come ho detto, ad esistere e a operare così come è
naturalmente determinato. E qui noi non riconosciamo alcuna differenza tra gli
uomini e tutti gli altri individui della natura, né tra gli uomini dotati di
ragione e gli altri che ignorano la vera ragione, né tra i deficienti, i pazzi
e i sani. Tutto ciò, infatti, che ciascuna cosa fa secondo le leggi della sua
natura, questo fa di pieno diritto, dell’amore, per cui nessuno dei fratelli ne
ha riportato danno, ma tutti hanno potuto gioire di questa restituzione.
Succedevano le stesse cose dei tempi antichi, ma sotto la legge dell’amore. Per
cui, se non hai un profondo rispetto di ciò che è stato compiuto, distruggerai
la legge dell’amore. Che cosa quindi accadrà di te? Sarai costretto a
ripristinare ciò che c’era prima, ossia atti di violenza, assassini, azioni
illecite e disprezzo per il fratello”. C.G. Jung, Il libro rosso. Liber novus,
Bollati Boringhieri, Torino 2013, p. 225. 2 Il sangue, la carne, il vino, il
pane, l’acqua, il cielo sono simboli magici sino dai tempi più antichi: “Se
avviene che io sia sopraffatto, quando bevi acqua o mangi pane, l’acqua
assumerà il colore del sangue davanti a te, e il pane prenderà davanti a te il
colore della carne, e il cielo prenderà davanti a te il colore del sangue. Horo
figlio dell’Etiope stabilì dunque questi segni tra sé e la madre; poi si recò
in Egitto, essendo pieno di magie”. E. Bresciani (a cura di), Testi religiosi
dell’antico Egitto, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001, p. 397. Il testo è
ambientato ai tempi del faraone Ramesse II, XIX dinastia, 1293-1190 a. C.. Cfr.
anche. J.G. Frazer, La crocifissione del Cristo, Quodlibet, Macerata 2007; S.
Peverada, Il sacrificio del Dio Bambino. Edipo e l’essenza del tragico,
Mimesis, Milano 2004. in quanto agisce nel modo a cui è determinata dalla
natura, né può comportarsi altrimenti3. Non sempre la potenza coincide con la
grandezza, come dimostrano i microorganismi, tuttavia il senso di Spinoza è
chiaro: ciascuno è per natura se stesso e si comporta secondo la propria
natura; la gazzella è gazzella ed il leone è leone (preda e predatore), ma
anche l’essere umano è tale ed il pazzo od il criminale altro non sono che una
particolare espressione di essere umano. La struttura della natura assegna a
ciascuno caratteri ben precisi, tutti equivalenti nell’articolazione molteplice
della natura, ma ta- luni dotati di una potenza maggiore di altri ed i più
potenti prevalgono sui meno nel breve periodo della conquista del nutrimento,
per, poi, comunque soccombere anch’essi sotto i colpi dell’invecchiamento,
dell’indebolimen- to, delle malattie e della morte. Ovviamente dietro questa
visione si agita un fiero determinismo, di cui ci occuperemo in seguito, per
ora interessa notare che la natura non si presenta benigna ai nostri occhi, ma
la sua strut- tura ci appare profondamente malevola, matrigna. Questa però è la
mera visione propria della prospettiva umana, alla quale manca, come si è detto
in precedenza, la prospettiva globale, quella divina, e, soprattutto, è viziata
da un ragionare antropocentrico di fronte al Tutto, all’universale. Sarebbe
facile ironia sbeffeggiare, dal punto di vista etico, il diritto naturale alla
luce dell’empiria del nostro mondo biologico, ma, forse, è proprio la vi- sione
etica, che dovrà essere messa in discussione nel rapporto tra visione monista e
dualista del reale. In questo senso appaiono particolarmente il- luminanti le
parole di Giacomo Leopardi (1798-1837) nel Dialogo della natura e di un
islandese: Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo
è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di
ma- niera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione
del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe
parimen- ti in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in
lui cosa alcuna libera di patimento. Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare
a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che
distrugge, non gode, e a poco andare è di- strutto medesimamente; dimmi quello
che nessun filosofo mi sa dire: a chi pia- ce o a chi giova cotesta vita
infelicissima dell’universo, conservata con danno e morte di tutte le cose che
lo compongono?4. 3 B. Spinoza, Trattato teologico-politico, Einaudi, Torino
1980, pp. 377-378. 4 G. Leopardi, Operette morali, Rizzoli, Milano 2008, p.
288. La visione del mondo di Spinoza e le domande di Leopardi hanno il
grande pregio di rappresentare un limpido, inequivocabile e coerente esem- pio
di monismo immanentista del reale (Deus sive Natura). Nel pensiero monista non
si tratta, per lo più, di eliminare uno dei due termini dell’al- ternativa, ma
di ridurli entrambe ad unità, di sintetizzarli entro un unico termine. Tale
unico termine può relegare il mondo empirico all’ambito del- la pura illusione
(Velo di Maya, espressione con la quale Arthur Schopen- hauer – 1788-1860 – si
richiama alla religione induista), all’ambito di un sogno che potrebbe
appartenere anche solo al soggetto che lo percepisce; il mondo esterno potrebbe
esistere solo nell’esperienza di chi lo vive (sogget- tivismo filosofico: esse
est percipi). Spinoza esprime l’indiscutibile merito di unificare il mondo
senza sacrificare la sua dimensione empirica, ma am- pliandolo ad un Tutto, che
tutto comprende, seppure nell’incertezza di non riuscirne a descrivere ogni
specificità, ogni particolarità, ogni individualità. Infatti, poiché la virtù e
la potenza di Dio, e le leggi e regole della natura sono i decreti stessi di
Dio, si deve senz’altro credere che la potenza della na- tura è infinita e che
le sue leggi sono tanto ampie da estendersi a tutte le cose concepite dallo
stesso intelletto divino5. L’intelletto umano, ma soprattutto il suo
sentimento, di fronte ad uno scenario tanto deludente e tragico della vita si è
posto la domanda del senso, del significato di tanto dolore. Poiché nel mondo
del percepibile attraverso i sensi non fu, e non lo è tuttora, possibile
trovare risposte sod- disfacenti, la ricerca si è avviata verso l’immateriale,
verso un reale imma- ginato solo nella mente, ma non soggetto a verifica/falsificazione
empirica. L’operazione si è fondata su un modello dualista di negazione del
sensibile e di contemporanea affermazione del suo esatto contrario: soffro la
morte ed allora affermo l’esistenza della vita eterna, a mero titolo d’esempio.
Una approfondita descrizione ed analisi di tale operazione, applicata alla
religione ed, in particolare, al Cristianesimo, la si può trovare nell’opera di
Ludwig Feuerbach (1804-1872)6. Ragione e fede7 si sono contese questo mondo
astratto dell’immagina- rio, che ha duplicato l’universo, spiegando il senso
del percepibile senso- rialmente attraverso il non percepibile sensorialmente.
5 B. Spinoza, Trattato teologico-politico, cit., p. 153. 6 Cfr. L. Feuerbach,
L’essenza della religione, Einaudi, Torino 1972; del medesimo Autore, L’essenza
del Cristianesimo, Feltrinelli, Milano 1971. 7 Cfr. J. Habermas, Tra scienza e
fede, Laterza, Roma-Bari 2006. Sul piano razionale sono stati elaborati
assiomi, principi primi imme- diatamente evidenti, ma non dimostrabili,
concetti a priori, ossia ancora non dimostrabili, ed operazioni logiche, teorie
e teoremi, ossia descrizioni di una qualche realtà esistente, validi solo se
vengono accolti i presup- posti non empirici, dai quali prendono le mosse. Del
resto, è ormai noto dai teoremi di incompletezza di Kurt Gödel (1906-1978), che
è possibile definire formule logiche, che negano la propria dimostrabilità,
cioè siano autoreferenziate. Si tratta di teoremi di logica, che hanno prodotto
notevoli conseguenza in ambito matematico e geometrico, ma che possono essere
estesi a qualsiasi sistema formale. Particolarmente significativo ai fini delle
riflessioni qui svolte sembra essere il secondo teorema di Gödel, quello
relativo alla indimostrabilità di un sistema coerente attraverso la sua stessa
coerenza, ossia la coerenza si presenta come una sorta di petitio pricipii (le
premesse già contengono ciò che si deve dimostrare) e/o di tautologia (af-
fermazione vera per definizione) indimostrabile, appunto. Sull’argomento sono
interessanti anche le parole di Bertrand Russell (1872-1970): I grandi scandali
della filosofia della scienza sono sempre stati, dopo Hume, la causalità e
l’induzione. Ad ambedue tutti ci crediamo, ma Hume mostrò che la nostra
credenza è una fede cieca che non poggia su alcuna prova raziona- le. [...]. Se
noi sottolineiamo il fatto che la nostra credenza nella causalità e
nell’induzione è irrazionale, dobbiamo inferire che non sappiamo se la scienza
sia vera, e che da un momento all’altro essa potrebbe anche cessare di darci
quel controllo sul nostro ambiente per amor del quale essa ci piace8. La
ragione, dunque, duplica il mondo secondo il modello proprio di René Descartes
tra res extensa e res cogitans: la prima riferibile ai cor- pi fisici e la
seconda al pensiero dell’essere umano. La distinzione pare speculare a quella
tra materia e spirito, ma ne diverge perché, mentre la distinzione cartesiana
potrebbe sussistere anche all’interno di un sistema immanentista monistico,
tutto incentrato sull’essere umano come modello di unificazione, nel quale i
due termini tendano rispettivamente ad identifi- carsi con l’alternativa
concreto/astratto, la separazione tra materia e spirito, invece, è per
necessità dualista, in quanto le due realtà si escludono vicen- devolmente come
espressione di mondi diversi: fisico e metafisico. Martin Heidegger (1899-1976)
va oltre nella critica e sottolinea come Descartes dualizzi il mondo,
presupponendo, ma non dimostrando, il trascendente: 8 B. Russell, Saggi
scettici, Longanesi &C, Milano 1975, pp. 37-38. Cartesio non si fa
offrire il modo d’essere dell’ente intramondano da questo ente, bensì, in base
a un’idea di essere non disoccultata nella sua origine e non dimostrata nel suo
diritto (essere = esser-stabilmente-sottomano), prescrive per così dire al
mondo il suo essere autentico. Non è dunque primariamente il ricor- so a una
scienza, guarda caso particolarmente apprezzata, come la matematica, a
determinare l’ontologia del mondo, bensì l’orientazione fondamentalmente
ontologica verso l’essere inteso come esser-stabilmente-sottomano, alla quale
la conoscenza matematica soddisfa in modo eccezionale. Cartesio opera così
filosoficamente in modo esplicito la commutazione degli esiti dell’ontologia
tradizionale sulla fisica matematica moderna e sui suoi fondamenti trascen-
dentali9. Del resto anche Werner Heisenberg (1901-1976) rileva la problematici-
tà euristica della divisione cartesiana soprattutto alla luce del principio di
indeterminazione. In realtà non erano in gioco soltanto degli esperimenti
fisici, ma autentiche posizioni filosofiche. Qui la vecchia concezione,
radicata fin da Cartesio, del- la divisione tra un mondo oggettivo, svolgentesi
nello spazio e nel tempo, e un’anima da esso separata, in cui esso si
rispecchia, entrava in conflitto con le nuove vedute, alla cui luce non era più
possibile compiere quella divisione nel rudimentale modo precedente10. Oltre la
ragione, meglio, prescindendo dalla ragione, però, si è presenta- ta all’essere
umano, come via d’uscita dalla sua malasorte e dalle incertez- ze del
quotidiano vivere anche un altro strumento mentale: la fede, spesso
interpretata più come un dono divino che come una conquista personale11.
Nell’ambito della fede il campo sembra apparentemente occupato in modo completo
dalle religioni, ma non è possibile tacere che anche talune con- vinzioni
filosofiche (paradosso di Zenone, negazione del divenire di Ema- nuele
Severino) od anche scientifiche (teoria delle stringhe, delle brane, 9 M.
Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano 2011, p. 143. 10 W. Heisenberg, Lo
sfondo filosofico della fisica moderna, Sellerio Editore, Palermo 1999, p. 95.
11 “La fede essenzialmente una negazione implicita o violenta di una realtà o
della realtà. La realtà è per tutti una prigione: ma, fortunatamente, una
prigione male custodita. Ora, la fede insegna a negare queste muraglie, insegna
il modo di fuggirle, ecc. La scienza è invece una affermazione di questa
realtà; il modo che essa ci insegna di liberarci della realtà è appunto quello
di affermare la realtà. La fede invece vuole insegnarci a fuggire la realtà,
insegnando a negarla. La scienza appare come superiore alla fede, appunto
perché essa è una liberazione dalla negazione”. A. Emo, Il Dio negativo.
Scritti teorici 1925 -1981, Marsilio, Venezia 1989, p. 5. degli universi
paralleli e multidimensionali) sono sorrette più da dogmi, da assiomi logici,
da teorie indimostrabili e da convinzioni personali che da prove empiriche.
Esempio tipico di dualismo è rappresentato dal sistema filosofico di Pla- tone
(428 a.C.-348 a.C.). Il mondo empirico si presenta come l’ombra di una realtà
metafisica ideale, nella quale la perfezione dei modelli informa di sé le copie
degradate della realtà in cui vive l’essere umano. Gli arche- tipi, le idee
delle qualità e degli Enti emanano perfezione, immutabilità ed eternità e sono
questi a presentarsi come la vera ontologia del mondo, che nelle forme terrene
manifesta tutta la propria imperfezione e provvisorie- tà. Il mondo fisico,
come brutta copia del mondo iperuranico, metafisico, spirituale, privo di
spazio e di tempo, posto oltre la volta celeste e sede delle idee, produce una
duplicazione consolatoria, sottraendo il concetto di verità alla percezione dei
sensi ed attribuendolo all’elaborazione razionale. Questo sopraceleste sito
nessuno dei poeti di quaggiù ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo
ne è il modo, perché bisogna pure avere il co- raggio di dire la verità
soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora
quella essenza incolore, informe ed intangibile, contem- plabile solo
dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigi- ne della
vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura
scienza, così anche il pensiero di ogni altra anima cui prema di attingere ciò
che le è proprio; per cui, quando finalmente esso mira l’essere, ne gode, e
con- templando la verità si nutre e sta bene, fino a che la rivoluzione
circolare non riconduca l’anima al medesimo punto. Durante questo periplo essa
contempla la giustizia in sé, vede la temperanza, e contempla la scienza, ma
non quella che è legata al divenire, né quella che varia nei diversi enti che
noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che è nell’essere che veramente è12. Il
mito della caverna e delle sue ombre, proiettate sulla roccia, descrive una
conoscenza limitata, tutta ed esclusivamente umana, che può presen- tarsi
completa solo nel momento in cui riesce ad uscire all’aperto e con- quistare la
luce delle idee pure: una conoscenza, dunque, non empirica è quella sostenuta
da Platone, poiché quest’ultima altro non sarebbe che una falsa conoscenza.
Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla
luce [...], pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciul- li,
incatenati gambe e collo, [...]. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce
d‘un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo
questa 12 Platone, Fedro, in Tutto Platone, Laterza, Bari 1967, vol. I, p.
755. pensa di vedere costruito un murricciolo, come quegli schermi
che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi
i burattini. [...]. Immagina di vedere uomini che portano lungo il murricciolo
oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, [...]. Strana immagine è la tua,
disse, e strani sono questi prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che
tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le
ombre proiettate dal fuo- co sulla parete della caverna che sta loro di
fronte?13. Come si è già fatto cenno, il pensiero religioso presuppone già di
per se stesso un dualismo del reale: la realtà divina crea la realtà umana ed
esse vivono separate nella costante tensione di quest’ultima verso la prima: il
ritorno alla casa del Padre. Esempio particolarmente significativo in questo
senso è il pensiero gnostico. Sono molteplici le correnti gnostiche, alcune
risalgono al mondo antico ed altre fioriscono nell’alveo del Cristianesimo, ma
comunque tutte hanno in comune alcuni caratteri identificativi. In pri- mo
luogo, il mondo umano rappresenta un degrado rispetto a quello divino. In
secondo luogo, lo spirito, la scintilla divina che alberga in ciascun essere
umano è racchiusa, come in una prigione, dal corpo fisico, ossia nella ma- teria.
In terzo luogo, è aspirazione comune di tutte le scintille racchiuse nei corpi
umani di risalire al cielo per ricongiungersi con la perfezione eterna del
divino. La dottrina di Simon Mago (I secolo d.C.), descritta con spirito
critico cristiano da Ireneo (130 d.C.-202 d.C.) sembra particolarmente utile
per rilevare gli elementi gnostici più caratterizzanti di questo pensiero: Se
infatti alcuni caratteri presentano chiara impronta gnostica (ostilità degli
angeli [= arconti] verso Dio e verso l’uomo, imprigionamento dell’elemento
divino nel corpo umano), altri sembrano estranei a questa esperienza: diviniz-
zazione di Simone, cioè del capostipite della setta, e di Elena, e la loro
pretesa immortalità; mancanza di una specifica colpa che spieghi l’imprigionamento
dell’elemento divino nel corpo; redenzione del credente solo grazie alla cono-
scenza della natura divina di Simone, mentre nell’esperienza gnostica è fon-
damentale il riconoscimento dell’elemento divino che ogni gnostico reca in sé;
assenza del Demiurgo, creatore del mondo, e della componente giudaica in
genere: il personaggio femminile non è Sophia ma ha nomi greci, Ennoia ed
Elena. Anche tenuto conto che la notizia di Ireneo presenta una dottrina che
appare influenzata da tratti tipicamente cristiani e perciò non è di facile
apprezzamento, si ha l’impressione che con Simone siamo sulla via che porta
allo gnosticismo vero e proprio, senza esserci ancora giunti14. 13 Platone,
Repubblica, in Tutto Platone, cit., vol. II, p. 339. 14 M. Simonetti (a cura
di), Testi Gnostici in lingua greca e latina, Arnoldo Mondadori Editore, Milano
2001, pp. 6-7. Ovviamente anche il Cristianesimo dualizza il mondo
nell’attesa di una sua riunificazione alla fine dei tempi. Il non senso del
mondo empirico cer- ca, dunque, spiegazione in un dualismo astratto, ma non per
questo meno probabile del monismo empirico o soggettivistico. Comunque se i
dualismi concreto/astratto e fisico/metafisico rappresentano probabilmente
l’origine del concetto stesso di dualismo del reale, molti altri dualismi
percorrono sia le visioni dualiste che moniste del mondo. Si pensi alle coppie
luce/tenebre, finito/infinito, eternità/tempo, perfetto/ imperfetto, che per il
loro stesso carattere simbolico aprono le porte alla via metafisica, poiché in
esse è già insito, sottointeso un mondo migliore che si contrappone ad uno
peggiore, ma anche la coppia vita/morte prepara a problematiche di rottura o di
continuità dell’essere umano, ossia ancora a problematiche filosofiche e
religiose. Del resto, è la stessa razionalità nu- merica, che indica il nascere
del dualismo con la presenza del numero due dopo il numero uno; tale presenza
consente l’emergere di tutti gli altri nu- meri ed, in effetti, rotta l’unicità
dell’Essere, il dualismo muta rapidamente in pluralismo e nel mondo empirico
prende il via il divenire e lo scorrere del tempo; lo si è già visto in
precedenza nella vicenda gnoseologica del Giardino dell’Eden. Tra i molti
dualismi esistenti, alcuni appena ricordati, ne emerge uno particolarmente significativo,
poiché favorisce la dualizzazione del reale, sebbene venga generalmente
considerato di natura metodologica e non on- tologica, quello tra giudizi di
fatto e giudizi di valore15. Si tratta della nota Grande Divisione di David
Hume (1771-1776), nella quale si distingue ciò che può essere predicato di
falsità o di verità attraverso la verifica empirica, sono i soli giudizi di
fatto, e ciò che può essere predicato di buono o di cat- tivo, di giusto o di
ingiusto, di bello o di brutto, in quanto non sottoponibile a verifica
empirica, sono i giudizi di valore. Il dualismo immediatamente evidente tra
oggettività empirica e soggettività umana, nasconde un altro dualismo ben più
rilevante per la visione dualistica del reale, quello tra valori relativi e
valori assoluti; infatti questi ultimi non possono che pre- supporre per avere
senso nella loro indiscutibile veridicità una dimensione a sua volta assoluta,
alla quale essi appartengono. Tale dimensione può essere anche meramente
razionale, ma più frequentemente ha natura tra- scendente e religiosa. Immanuel
Kant (1724-1804), infatti, accanto ad una ragion pura e pratica pone anche una
dimensione noumenica. 15 M.L. Ghezzi, La distinción entre hechos y valores en
el pensamiento de Norberto Bobbio, Universidad Externado de Colombia, Bogotá
2007. Nell’antinomia della ragion pura speculativa si trova un contrasto
simile [impossibilità del sommo bene secondo regole pratiche e, quindi
fantasiosità ed inutilità della legge morale, n.d.r.] fra necessità naturale, e
libertà nella cau- salità degli eventi del mondo. Esso fu tolto col dimostrare
che non c’è un vero contrasto se gli eventi, ed anche il mondo in cui essi
avvengono, si considerano (come appunto si deve fare) soltanto quali fenomeni;
perché un solo e medesimo essere, agente come fenomeno (anche davanti al
proprio senso interno), ha una causalità nel mondo sensibile, che è sempre
conforme al meccanismo naturale; ma rispetto allo stesso evento, in quanto la
persona agente si consideri nello stesso tempo come noumeno (come intelligenza
pura, nella sua esistenza non determinabile secondo il tempo), può contenere un
motivo determinante di quella causalità secondo leggi naturali, libero esso
stesso da ogni legge na- turale16. I valori assoluti conducono direttamente nel
mondo divino dell’igno- to, del noumenico, appunto17, mentre quelli relativi si
situano nel giudizio morale dell’individuo umano, che tuttavia, può essere a
sua volta conside- rato come una entità noumenica. Questi ultimi, dunque,
rivelano immedia- tamente la propria natura soggettiva, ossia legata al
pensiero del singolo essere umano, che solo una ottimistica visione illuminista
può reputare espressione di una razionalità universale e, quindi, omogenea. Il
sogget- tivismo valoriale apre la strada al nichilismo, ma di ciò si dirà più
oltre, per ora bisogna meglio comprendere la distinzione posta alla base della
separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore. Per quanto riguarda i
giudizi di fatto il problema si presenta di sempli- ce soluzione, giacché
possono definirsi tali solo quei giudizi sostenuti da percezione empirica.
Ovviamente esistono delle difficoltà anche sulla stra- da dell’empiria, poiché
sempre di giudizi trattasi, ossia di percezioni sog- gettive filtrate
attraverso la struttura categoriale propria della conoscenza umana, che
possiede almeno due caratteri limitanti la presunta oggettività esterna al
soggetto: quello biologico, anatomico, e quello culturale. Potreb- be
sussistere anche un terzo limite, quello psicologico, se si attribuisce una
propria autonomia individuale o collettiva alla mente come entità separata dal
cervello. Si pensi alla distinzione tra conscio, inconscio ed inconscio 16 I.
Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari1972, pp. 139-140. 17 “[...]
la realtà oggettiva della legge morale non può esser dimostrata mediante
nessuna deduzione, nonostante ogni sforzo della ragion teoretica, speculativa o
sostenuta empiricamente; e quindi, se anche si volesse rinunziare alla
conoscenza apodittica, quella realtà non potrebbe venire confermata mediante
l’esperienza e così dimostrata a posteriori; e tuttavia essa è stabile per se
stessa”. I. Kant, op. cit., p. 59. collettivo18. Una ulteriore difficoltà
è data dai limiti assoluti, non categoria- li, della percezione umana: le unità
di misura di Max Planck (1858-1947) ed, in particolare, il tempo (tp), la
lunghezza (lp) e la massa (mp) di Planck costituiscono l’attuale, e, forse,
definitivo limite di rilevazione empirica, al di sotto del quale è impossibile
o, ancora forse, anche privo di significato procedere19. Riguardo ai giudizi di
valore si presenta qualche ulteriore difficoltà. Tra- lasciando i valori
assoluti, in quanto appartenenti ad un mondo separato da quello umano, ad un
mondo umano assolutizzato o all’individuo sempre assolutizzato, pare opportuno
soffermarsi sulla natura dei giudizi di valore relativi, soggettivi. Questi
ultimi generalmente vengono identificati come un dover essere, ma cosa
significa dover essere a livello del singolo sogget- to? Parrebbe un impegno
inderogabile, morale, non motivato da particolari interessi personali. Eppure
la scelta di un qualche sistema etico e dei suoi 18 “[...] l’incosciente
razionalmente comprensibile [...] consiste per così dire di materiali
artificialmente incoscienti, è solo uno strato superficiale, e [...] sotto di
questo vi è ancora un incosciente assoluto, che non ha nulla a che fare colla
nostra personale esperienza, che dunque sarebbe un’attività psichica autonoma,
opposta all’anima cosciente e perfino agli strati superiori dell’incosciente,
non tocca – e forse non toccabile – dall’esperienza personale, una specie di
attività psichica superindividuale, un incosciente collettivo, come io l’ho
chiamato, in contrapposto con un incosciente superficiale, relativo o
personale”. Cfr. C.G. Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia
moderna, Einaudi, Torino 1971, p. 111. 19 “[...] la gravità quantistica è
proprio la scoperta che non esistono punti infinitamente piccoli. Esiste un
limite inferiore alla divisibilità dello spazio. L’Universo non può essere più
piccolo della scala di Planck, perché non esiste nulla che sia più piccolo
della scala di Planck”. C. Rovelli, La realtà non è come ci appare. La
struttura elementare della cosa, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014, p.
201. “Analogamente a come, secondo la teoria della relatività, non si può
parlare in modo sensato di velocità il cui valore superi quello della velocità
della luce, così non si può nemmeno parlare sensatamente di una indicazione di
posizione la cui imprecisione sia inferiore al valore di 0,5. 1013 cm”. W.
Heisenberg, Lo sfondo filosofico della fisica moderna, cit., p. 103. Ed ancora:
“Se partiamo dall’idea che le leggi della natura contengono realmente una terza
costante universale nella dimensione della lunghezza, e dell’ordine di 1013 cm,
allora dovremmo aspettarci di poter applicare i nostri concetti usuali soltanto
a regioni dello spazio e del tempo che siano grandi rispetto alla costante
universale. E dovremmo attenderci fenomeni di un carattere qualitativamente
diverso quando nei nostri esperimenti ci avviciniamo a regioni nello spazio e
nel tempo più piccole dei raggi nucleari. Il fenomeno dell’inversione
temporale, di cui si è discusso e che, fin qui, è risultato soltanto da
considerazioni teoriche come una possibilità matematica, potrebbe perciò
appartenere a queste minimissime regioni”. W. Heisenberg, Fisica e filosofia,
il Saggiatore, Milano 2015, p. 165. valori scaturisce da preferenze
personali, legate all’ambiente in cui il sog- getto è stato educato e/o vive
(consuetudinarietà del comportamento, etc.) e dalle proprie individuali
attitudini (propensioni caratteriali, gusti, etc.), non certo da timore di
ricevere punizioni o dal desiderio di ottenere utilità di qualche tipo per se
stesso o per qualcun altro, poiché, in tale caso, non si sarebbe in presenza di
un dover essere morale. Dunque, in concreto il dover essere consiste in una
scelta comportamentale, che appaga il sog- getto agente almeno da un punto di
vista morale. Potrebbe, infatti, in esso sussistere un conflitto tra un
appagamento contrario al dover essere morale e l’appagamento dell’ottemperanza
al medesimo. Ovviamente il conflitto interiore si risolverà in favore
dell’appagamento più forte, della tensione emotiva più potente. Ma se di
appagamento si tratta, il concetto di dover essere non presenta alcuna propria
autonomia di significato, poiché si iden- tifica semplicemente con il concetto
più immediatamente verificabile in via empirica di mi piace. Del resto, è lo
stesso Kant a fornire indicazioni in questa direzione: Invero, ogni
inclinazione e ogni impulso sensibile sono fondati sul senti- mento, e
l’effetto negativo sul sentimento (mediante il danno che avviene alle
inclinazioni) è anche sentimento. Quindi possiamo vedere a priori che la legge
morale, come motivo determinante della volontà, perché reca danno a tutte le
nostre inclinazioni, deve produrre un sentimento che può esser chiamato dolore;
e qui ora abbiamo il primo, e forse anche l’ultimo caso nel quale, con i concetti
a priori, possiamo determinare la relazione di una conoscenza (qui è conoscenza
di una ragion pura pratica) col sentimento del piacere o del di- spiacere20. Il
dover essere altro, dunque, non è che un mi piace, nobilitato dall’es- sere
riferito ad una forza od ad una entità esterna al soggetto. Si riferisce la
propria scelta ad un obbligo inderogabile esterno, radicato nella trascen-
denza della ragione, del metafisico o del divino. Si sdoppia il mondo per dare
oggettività anche alle scelte soggettive ed, in tale modo, tranquilliz- zare se
stessi della bontà della propria opzione e presentare agli altri tale opzione
non come un arbitrio, un capriccio personale, ma come una ogget- tiva necessità
etica, come un comando eteronomo irresistibile, in quanto doveroso, a pena di
riprovazione, disonore, colpa, peccato, rimorso, etc.. Esempio tipico di questo
processo è il concetto di obiezione di coscien- za, proprio di taluni
ordinamenti giuridici, che con tale motivazione esen- tano alcune persone dal
tenere, in una data situazione, il comportamento 20 I. Kant, Critica della
ragion pratica, cit., p. 90. prescritto per legge, ma contrario ai
convincimenti etici delle medesime. Ciò spiega anche il tentativo di taluni
autori21, che comunemente dai divi- sionisti viene definito con l’espressione
fallacia naturalistica, di superare la Grande Divisione di Hume, unificando i
due termini, fatti e valori, in un’unica entità di natura oggettiva. In questo
modo tutti i valori divengono assoluti, gli uni perché trascendenti e gli altri
perché immanenti ed empi- ricamente verificabili; l’essere soppianta il dover
essere, ma quest’ultimo, sotto le sembianze dell’essere, mantiene la propria
funzione di guida delle azioni umane e di giudizio morale. Un tale passaggio
diviene impossibile se si prende atto che il concetto di devo coincide,
semplicemente si identifi- ca, con quello di mi piace. Del resto, è Hume steso
ad indicare questa come la vera e profonda natura del dover essere: Ora, niente
accomuna il bello naturale e morale (entrambi causa di orgo- glio), se non
questo potere di produrre piacere22. Il piacere, quindi, è all’origine del
dover essere, ma, se questa è l’ori- gine, pare opportuno riportare un po’ di
ordine nel vocabolario e chiama- re i concetti col proprio nome senza tentativi
di mistificazione. L’etica, la morale, ma anche il diritto altro non sono che
articolazioni specialistiche dell’estetica; talune diversità le distinguono,
ma, in ultima analisi, sono semplicemente espressioni estetiche del soggetto
agente. Inoltre questa de- mistificazione non solo opera favorevolmente sul
piano pratico, in quanto, svelando la natura estetica, ossia soggettiva e
relativa delle scelte umane, ne mina anche l’arroganza integralista ed
intollerante, ma consente anche una migliore utilizzazione metodologica della
Grande Divisione. Infatti, sostituire ai dualismi buono/cattivo,
giusto/ingiusto il dualismo bello/brut- to significa conservare l’elemento
soggettivo del giudizio, anzi rafforzar- lo, ed inoltre radicarlo anche in una
realtà umana individuale o sociale empiricamente analizzabile. Si apre in
questo modo la strada allo studio delle strutture motivazionali dei soggetti,
alle psicologie individuali, all’e- ducazione, alla cultura ed alle tradizioni.
Tolti i valori dall’empireo della razionalità astratta, della religione, della
metafisica e ricollocati, come en- tità estetiche, all’interno del soggetto
agente e della società cui appartiene, divengono fondamentali gli studi
psicologici, antropologici e sociologici per spiegare le scelte
comportamentali. Il dualismo della Grande Divisione permane, ma non necessità
più di giustificazioni non empiriche (almeno in 21 Cfr. G. Carcaterra, Il
problema della fallacia naturalistica. La derivazione del dover essere
dall’essere, Giuffrè, Milano 1969. 22 D. Hume, Trattato sulla natura umana,
Bompiani, Milano 2001, p. 599. uno dei suoi due termini) e non produce
più neppure quello sdoppiamento del mondo, che faceva sospettare una sua natura
ontologica, e non mera- mente metodologica, proprio per l’ambiguità
oggettiva/soggettiva del do- ver essere, dei giudizi di valore. La Grande
Divisione, nella versione essere – mi piace/non mi piace l’essere, giudizi di
fatto e giudizi di estetica, riesce a separare, a distinguere con chiarezza il
primo temine come oggettivo ed il secondo come soggettivo; ossia, il primo,
come empiricamente sussi- stente all’esterno del soggetto giudicante ed, il
secondo, empiricamente sussistente all’interno del medesimo soggetto;
ovviamente la prova empi- rica dell’esistenza e della qualità di quest’ultimo
giudizio consisterà, sarà data proprio dalla espressione, dalla manifestazione
di piacere o di dolore esternata del soggetto. Alla luce di quanto detto sino a
questo punto pare chiaro che non esi- stano dimostrazioni affidabili per
propendere decisamente a favore della tesi di una realtà monista o di una
realtà dualista; d’altronde non è logico pretendere una dimostrazione empirica
dell’esistenza di un mondo che, per definizione, non è empirico, né
l’affermazione che il mondo empirico sia l’unica realtà esistente, in quanto
verificabile empiricamente, può essere considerata qualche cosa di diverso da
una tautologia. Forse, l’ontologia del mondo è e non è monista; è e non è
dualista, ma oscillano e coesistono contemporaneamente entrambe le realtà, come
sembra suggerire la fisica subatomica con la coppia particella/onda ed ancor
più con l’equazione, già ricordata, di Albert Einstein E=mc2, nella quale
energia e massa sembrano essere due aspetti della medesima realtà, come potrebbero
essere anche spirito e materia. Anche in questo contesto appare significativo
il fatto che, secondo la mec- canica quantistica, la conservazione dell’energia
da un lato, che esprime la sua esistenza atemporale, e il manifestarsi
dell’energia nello spazio e nel tempo dall’altro sono due aspetti opposti
(complementari) della realtà. In verità, essi sono sempre compresenti, ma in
concreto ora l’uno ora l’altro esplicano la loro azione in modo predominante23.
La riflessione di Wolfgang Pauli (1900-1958), sopra riportata, apre la strada
ad una visione non più oggettivizzata in modo statico del reale, ma, bensì,
oscillante in modo instabile, con frequenze diverse, sia in se stessa, sia tra
soggetto ed oggetto24. Se il mondo non fosse un fatto, ma una mera 23 W. Pauli,
Psiche e natura, Adelphi, Milano 2006, pp. 36-37. 24 “Laddove il vecchio tipo
di spiegazione della natura, partendo dal presupposto di un osservatore
indipendente, assumeva un decorso totalmente determinato dei possibilità
oscillante continuamente a pendolo tra dualismi indissolubili tra loro, quali
soggetto/oggetto, determinato/indeterminato, assoluto/relativo,
visibile/invisibile, finito/infinito, etc., allora neppure una logica
dialettica potrebbe rendere ragione degli eventi, poiché mancherebbe comunque
il momento di sintesi. Si aprirebbe, invece, una finestra su una visione del
mondo instabile, in pendolare mutazione perenne. Una sorta di metamor- fosi
continua, come nell’opera poetica di Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 18 d.C.):
Vi sono creature, o grandissimo eroe, il cui aspetto fu trasformato una sola
volta e per sempre rimase in questa trasformazione; ve ne sono altre, a cui è
data facoltà di mutarsi in più aspetti, come a te, o Proteo, abitatore del mare
che circonda la terra. Ti videro, infatti, ora quale giovane, ora quale leone;
ades- so eri irruente cinghiale, adesso un serpente, al cui contatto si provava
paura; alcune volte le corna ti fecero toro, spesso riuscivi ad apparire pietra
e spesso anche albero; talvolta, assumendo l’aspetto di acque fluenti, eri
fiume; talvolta, l’opposto delle acque, fuoco25. Ovviamente ad una tale visione
si accompagnerebbero inevitabilmente le domande intorno alla illimitata
variazione delle metamorfosi o alla loro natura evolutiva o non evolutiva oppure,
ancora, alla loro ripetitività cicli- ca secondo il principio dell’eterno
ritorno di nietzschiana memoria. Forse, il futuro ci riserva la necessità di
una profonda revisione dei no- stri processi logici, ad iniziare dal principio
stesso di identità. Per ora basti prendere atto almeno di quanto la conoscenza
scientifica ha ormai empiri- camente appurato: Con l’aiuto di queste particelle
[particelle α] Rutherford riuscì nel 1919, a trasmutare nuclei di elementi
leggeri; poté, per esempio, trasformare un nucleo di azoto in un nucleo di
ossigeno aggiungendo la particella α al nucleo d’azoto ed espellendone nello
stesso tempo un protone. Fu questo il primo esempio di processi su scala
nucleare che ricordassero quelli dei processi chimici ma con- dussero alla trasmutazione
artificiale degli elementi. Il successivo sostanziale fenomeni naturali, la
fisica odierna è giunta a un nuovo tipo di spiegazione della natura: è il caso
cieco, privo di finalità, la probabilità primaria che non può essere ricondotta
a leggi deterministiche. Secondo questa concezione la probabilità primaria
appare legata in modo essenziale al fatto che l’osservatore influenza i
fenomeni attraverso la scelta del dispositivo sperimentale, dal momento che la
misurazione comporta per legge di natura interazioni incontrollabili con
l’oggetto da misurare. Questa concezione sottolinea quindi con forza l’elemento
della libertà nei processi naturali”. W. Pauli, op. cit., p. 163. 25 Ovidio, Le
metamorfosi, Bompiani, Milano 1992, vol. I, p. 453. Monismo e dualismo
del mondo 51 progresso fu, come è ben noto, l’accelerazione artificiale dei
protoni per mezzo di congegni ad alta tensione ad energie sufficienti a
produrre la trasmutazione nucleare. Erano necessari a questo scopo voltaggi di
circa un milione di volt, e Cockcroft e Walton riuscirono nel loro esperimento
decisivo a trasmutare nuclei dell’elemento litio in quelli dell’elemento
elio26. Il sogno antico degli alchimisti diviene sempre più reale, contempora-
neamente, le forme si presentano oscillanti non solo a livello di particella e
di onda, appaiono sempre meno stabili e l’energia sembra giuocare contro il
principio d’identità.Il tema del libero arbitrio e del suo corrispondente
opposto, il servo ar- bitrio, tormenta da sempre, con un dubbio sino ad ora
irrisolto, i pensieri dell’essere umano e percorre tutta la storia della
filosofia1. Senza presun- zione di poter risolvere tale dubbio, conviene
tuttavia, per affrontare l’ar- gomento con sufficiente chiarezza, tentare
qualche definizione e qualche precisazione intorno ai concetti in discussione.
In via preliminare, dunque, pare opportuno prendere le mosse dal noto confronto
storico tra Erasmo da Rotterdam (1466-1536) e Martin Lutero (1483-1546),
rispettivamente sostenitori, il primo, dell’esistenza del libero arbitrio ed,
il secondo, della sua negazione. Erasmo formula una precisa definizione di
libero arbitrio: [...] noi qui definiremo il libero arbitrio come un potere
della volontà umana in virtù del quale l’uomo può sia applicarsi a tutto ciò che
lo conduce all’eterna salvezza, sia, al contrario, allontanarsene2. La
contestazione di Lutero non si fa attendere ed è completamente in- centrata
sulla salvezza operata esclusivamente dalla Grazia di Dio e non conquistata
attraverso le opere umane: 1 2 Innanzitutto Dio è onnipotente non solo
per il suo potere ma anche per la sua azione, altrimenti sarebbe un Dio
ridicolo. In secondo luogo sa tutto e prevede tutto, perciò non può né errare
né fallire. Se il nostro cuore e la nostra intelli- genza approvano pienamente
questi due punti, siamo obbligati ad ammettere, per una conseguenza
ineluttabile, che non siamo stati creati per nostra volontà, ma per necessità;
e perciò non facciamo ciò che ci piace in virtù del nostro Cfr. M. De Caro, M.
Mori, E. Spinelli (a cura di), Libero arbitrio. Storia di una controversia
filosofica, Carocci Editore, Roma 2014. E. da Rotterdam, Saggio o discussione
sul libero arbitrio, in F. De Michelis Pintacuda (a cura di), Libero arbitrio.
Servo arbitrio, cit., p. 57. libero arbitrio, ma ciò che Dio ha previsto
da ogni eternità e che fa accadere secondo il suo proponimento e il suo potere
infallibili ed immutabili3. Sia Erasmo che Lutero incentrano la questione
intorno alla salvezza spi- rituale ed alla Grazia di Dio, ossia si muovono in
ambito religioso, teolo- gico, tuttavia, mutando i nomi e sostituendo al nome
Dio quello di Natura, di scienza, di necessità causale, di assenza del divenire
o di inesistenza del tempo, i termini del problema non variano e continuano a
contrapporsi, anche se mascherate in Erasmo da formule religiose di stile,
proprie dell’e- poca, per evitare conseguenze repressive, le due medesime
posizioni: il monismo umano ed il dualismo divino. Mentre per Erasmo l’essere
umano può conoscere e decidere il proprio agire, per Lutero, invece, la
conoscenza non implica anche la volontà, la scelta. Una definizione estesa di
libero arbitrio potrebbe essere la seguente: es- sere soggetto
autoreferenziato, cioè giustificato nella propria esistenza da se stesso;
autonomo, ossia legislatore in proprio delle proprie regole di vita, e
detentore di una possibilità di volere e di agire incondizionata da fattori
esterni al soggetto medesimo. L’autoreferenzialità risponde all’esigenza di
fornire un’origine ed un senso in proprio della vita del soggetto. L’autono-
mia esprime il rifiuto di regole non condivise, provenienti da altri soggetti
(eteronomia). La libertà di volere e di agire intende descrive l’inesistenza di
condizionamenti sia psichici, mentali, sia fisici. La definizione deve per
necessità presentarsi radicale ed estrema, poiché nell’alternativa libero o
sevo arbitrio sembra impossibile prendere in considerazione posizioni in-
termedie, per così dire, moderate, in quanto o la libertà c’è o non c’è, una
libertà limitata corrisponde ad una non libertà, sicuramente almeno rispetto ai
limiti posti, ma anche in generale, poiché lede un principio, la libertà, che,
per la salvaguardia della dignità umana, non può che essere assoluto, come è
assoluto il soggetto individuale, unico ed irripetibile. Del resto,
l’assolutezza empirica del soggetto individuale è chiaramente palesata dal
fatto che è solo su di esso che si fonda ogni conoscenza del mondo ed è da esso
che si manifesta qualsiasi forma di azione, ogni agire. Naturalmente per
soggetto individuale non si intende esclusivamente l’essere umano, ma qualsiasi
entità esistente, capace in qualche modo di conoscere ed agire (minerali,
piante, animali, entità non visibili,...?). La definizione sopra illustrata
parrebbe far propendere, alla luce della percezione empirica del nostro
esistere, per l’inesistenza del libero arbi- 3 M. Lutero, Commento di Martin
Lutero al saggio di Erasmo, in F. De Michelis Pintacuda (a cura di),
trio. Infatti, l’essere umano è condizionato dal suo stesso vivere entro una
forma, una realtà corporea da lui non scelta, ad esempio non possiede ali per
volare, può non apprezzare il proprio aspetto fisico, rendersi conto di non
possedere talune abilità intellettive (difficoltà di apprendimento, scar- sa
fantasia, etc.) o funzionali (carenza di arti, difficoltà respiratorie, aller-
gie, etc.), etc., e l’elenco, è bene ricordarlo, si presenta come meramente
esemplificativo. Ma un colpo ancora maggiore alla libertà umana è dato
dall’impossibilità di scelta di quando, dove, da chi e se nascere, con il
conseguente condizionamento dato dall’ereditarietà del patrimonio gene- tico e
dalla casualità della condizione sociale dei genitori, inoltre neppure il
momento della propria morte è frutto di libera scelta (salvo il suicidio,
forse). Naturalmente tutto ciò alla sola luce della conoscenza umana, che non
può escludere qualsiasi cosa si possa immaginare nella duplicazione metafisica
del mondo, anche la libera scelta di nascere, si pensi alla dottrina della
reincarnazione e della metempsicosi, operanti nel pitagorismo, nel mito
platonico di Er, in talune sette gnostiche, nell’Induismo, nel Buddi- smo,
etc.4. Comunque, empiricamente parlando, le uniche certezze che si presentano
riguardano la nostra forma, il nostro inizio e la nostra fine5. Sia 4 “Secondo
costoro, che appartengono alla setta cui la ragione è più amica [aristotelici],
le anime beate, liberate da ogni contaminazione materiale possiedono il cielo.
Ma quelle che, sotto l’effetto di un segreto desiderio, da quella dimora
vertiginosa e da quella luce perpetua hanno gettato uno sguardo in basso verso
i corpi e verso ciò che chiamano quaggiù la vita si sono a poco a poco
trascinate verso le regioni inferiori, per il solo peso di questo pensiero
terreno. Quando abbandona lo stato di perfetta immaterialità, questa vestizione
del corpo fangoso non è tuttavia, per l’anima, improvvisa, ma graduale, ed essa
si impoverisce impercettibilmente e con lento degrado dalla sua purezza
uniforme e assoluta, mentre s’ingrossa con certi accrescimenti di sostanza
siderale. Infatti, in ciascuna delle sfere situate al di sotto del cielo,
l’anima si riveste di un involucro etereo, di modo che attraverso tali
involucri si adatta, progressivamente, ad unirsi a questo nostro rivestimento
di sostanza terrena e pertanto, per un numero di morti pari a quello delle
sfere che attraversa, l’anima perviene a quello stato che quaggiù in terra è
chiamato vita”. A.T. Macrobio, Commento al sogno di Scipione, Bompiani,, Milano
“I mortali sono gli uomini. Essi si chiamano i mortali perché possono morire.
Morire significa essere capaci di morte in quanto morte. Soltanto l’uomo muore.
L’animale cessa di vivere (verendet). Esso non ha la morte in quanto morte né
davanti a sé né dietro di sé. La morte è lo scrigno del nulla, vale a dire di
ciò che sotto tutti gli aspetti non è mai qualcosa di meramente essente, ma
che, nondimeno, è essenzialmente in quanto l’essere stesso. In quanto scrigno
del nulla, la morte è il riparo nascosto (Gebirg) dell’essere. Chiamiamo ora i
mortali i mortali, non perché la loro vita terrena cessi, bensì perché sono
capaci di morte, essendo essenzialmente nel riparo nascosto dell’essere. Essi
sono il rapporto lecito il paragone, siamo come una entità di forma
predeterminata, che, nel percorso della sua caduta dall’ultimo piano di un
grattacielo al marciapie- de sottostante, pensa di essere libera di poter fare
ciò che vuole. Ma esiste veramente questa libertà lungo il tragitto della
caduta (vita)? Per poter ri- spondere a questa domanda converrà ora
approfondire anche il concetto di servo arbitrio. Il determinismo
comportamentale o della volontà può presentarsi sotto diverse sembianze. Quando
si afferma di poter fare una certa cosa, di poter compiere una data azione si
possono intendere referenti empirici diversi, come bene illustra Ross,
individuando tre condizioni necessarie per la sus- sistenza dell’agire: L’agire
attuale richiede quindi il verificarsi di tre gruppi di condizioni: quel- le
costituzionali, quelle occasionali, e quelle motivazionali. Possiamo anche dire
che esso presuppone che l’agente abbia sia la capacità, sia l’occasione, sia la
volontà o il motivo per compiere l’atto6. Ad esempio, per poter nuotare è
necessario saper nuotare (capacità), disporre di uno specchio d’acqua (occasione)
e, finalmente anche, volere, decidere di nuotare (volontà, motivo). A rigore
solo quest’ultimo requisito riguarda direttamente il tema del libero arbitrio;
il tema deterministico, in- vece, coinvolge tutti e tre i gruppi di condizioni.
Infatti, il determinismo non riguarda solo la volontà, ma anche le condizioni
soggettive (capacità) ed oggettive (occasioni) dell’individuo. Comunque, per
semplificare un tema sin troppo arduo, conviene tralasciare queste ulteriori
condizioni e soffermarsi solo sulla volontà. La volontà può presentare almeno
tre forme di ipotesi di condizionamento: 1) la scelta non è riconducibile al
soggetto agente (volontà divina); 2) la scelta è condizionata da fattori
immateriali (cultura, educazione, morale, inconscio individuale o collettivo,
psicologia, etc.); 3) la scelta dipende dalla struttura biologica, biochimica
dell’essere umano (si pensi all’uomo macchina di Julien Offray de La Mettrie
(1709- 1751) ed agli studi medici intorno alla causalità chimica nella
struttura organica umana). È possibile ipotizzare anche altri fattori di
condizion- amento, ma, data la loro particolarità concettuale, sarà più
opportuno trat- tarli in seguito; ora è bene tornare al fattore di
condizionamento metafisico. L’esistenza di una volontà divina prevalente su
quella umana presup- pone l’accettazione di una visione dualista del mondo
(fisica e metafisica), essenzialmente essente con l’essere in quanto essere”.
M. Heidegger, La cosa, in A. Pinotti (a cura di), La questione della brocca,
Mimesis, Milano 2007, p. 63. 6 A. Ross, Colpa, responsabilità e pena, cit., p.
264. senza la quale l’esistenza del divino non è pensabile. Se Dio tutto
ha creato, quindi, tutto conosce e tutto vuole, allora la volontà umana in
altro non può consistere che nella volontà stessa di Dio. Tale posizione fu
compiu- tamente espressa dall’occasionalismo di Arnold Geulincx (1624-1669) e
di Nicolas Malebranche (1638-1715). L’occasionalismo, negando un qual- siasi
collegamento tra la res estensa e la res cogitans cartesiane, sosteneva che le
azioni umane altro non erano che occasioni della manifestazione della volontà
divina, l’unica ad essere libera. In questa visione le azioni umane e la
dimensione psichica si presentano come due orologi perfetta- mente
sincronizzati dalla volontà divina, ma indipendenti l’uno dall’altro. A rigore,
data l’evidente derivazione platonica di questo pensiero, il mondo umano
potrebbe essere anche inesistente oppure, seguendo la convinzione nella
onnipotenza creatrice di Dio, apparso solo in questo preciso istante in cui, tu
lettore, stai leggendo questo testo, con tutti i tuoi ricordi e le tue
sensazioni. L’unica certezza dell’esistenza di questo mondo deriva dalla
certezza della fede in Dio7. Ovviamente il determinismo appena descritto è strettamente
legato ad un pensiero religioso. Prendendo ora in considerazione il pensiero
immanentista, si presenta un determinismo tutto incentrato sulla concatenazione
degli eventi attra- verso il nesso di causa/effetto. La prima considerazione da
manifestare ri- guarda la natura di tale nesso e la sua stessa esistenza. Già
Auguste Comte (1798-1857) ne metteva in evidenza la natura metafisica e lo
sostituiva con delle leggi generali di comportamento degli eventi: Se, più
tardi cambia [l’essere umano, n.d.r.] le sue concezioni in proposito, è
unicamente perché, allontanato, attraverso l’esperienza e la riflessione, dalle
illusioni primitive, rinunzia assolutamente a penetrare il mistero del modo di
prodursi dei fenomeni, di cui la sua natura gli impedisce per sempre ogni cono-
scenza, per ridursi ad osservare le leggi effettive. Ed invero, se anche oggi,
con tutte le nozioni positive acquisite, volessimo, per il più semplice
fenomeno, 7 In termini moderni questo problema è stato affrontato sotto
l’aspetto dell’autoreferenzialità causale: “I fenomeni più elementari dal punto
di vista biologico, incluse le esperienze percettive, le intenzioni di fare
qualcosa e i ricordi, presentano nelle loro condizioni di soddisfazione una
struttura logica particolare. [...]. Le condizioni di soddisfazione del ricordo
non si limitano, se le esamino nei dettagli, all’occorrere effettivo
dell’evento, ma richiedono che il ricordo stesso, delle cui condizioni di
soddisfazione è parte l’occorenza dell’evento, sia stato causato da tale occorenza.
Possiamo esprimere la peculiarità di tale struttura dicendo che sia i ricordi
sia le intenzioni sia le esperienze percettive sono causalmente
autoreferenziali. Ciò significa che il contenuto dello stato stesso si
riferisce allo stato ponendo un requisito causale”. J.R. Searle, La mente,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2005, p. 154. tentare di concepire per
quale potere il fatto che chiamiamo causa generi quello che chiamiamo effetto,
saremmo inevitabilmente portati a realizzare immagini analoghe a quelle che
sono servite di base alle prime teorie umane8. Il nesso causale non viene
negato dalle leggi generali, ma semplicemente contenuto entro il limite del suo
significato di costanza, di ripetitività negli accoppiamenti temporali dei
fenomeni, senza indagare e pregiudicare il motivo, si potrebbe dire la causa,
di questo legame; ossia possiede natura meramente descrittiva e non anche
esplicativa: rileva il fenomeno, ma non ne spiega il senso. In altre parole, il
principio causale si presenta come il risultato del principio induttivo, sul
quale si fonda tutta la ricerca empirica, ma che, non essendo a sua volta
verificabile/falsificabile in via empirica, deve essere accolto a priori. Un
ulteriore affinamento del principio caus- ativo passa attraverso la dimensione
probabilistica delle rilevazioni em- piriche9. Conseguentemente le leggi
generali causali si sono trasformate negli studi scientifici in probabilità
statistiche di accoppiamento dei feno- meni, trasformando il nesso
causa/effetto in un mero nesso probabilistico a frequenza variabile. La potenza
di questo strumento metodologico (leggi generali causali) ha creato in un primo
tempo negli studiosi una baldanzosa presunzione di poter conoscere in anticipo
tutti gli eventi futuri e tale pre- sunzione ha indotto a pensare che un
generale determinismo governasse gli eventi10. Tuttavia ben presto il principio
probabilistico, in generale, ed, ancor più, in particolare, quello
fisico-quantistico di indeterminatezza di Heisenberg11 hanno, almeno in parte,
ridimensionato questa presunzione e riaperto il dibattito intorno al libero
arbitrio. 8 A. Comte, Opuscoli di filosofia sociale, Sansoni, Firenze 1969, pp.
182-183. 9 “Dobbiamo dire che generalmente i dati rendono il risultato
probabile. La causalità regge, diremo, in ogni esempio che abbiamo potuto
provare: perciò regge probabilmente anche in esempi non confermati. Ci sono
gravi difficoltà nel concetto della probabilità, ma per ora possiamo
trascurarle. Almeno finché è senza eccezione disponiamo così di un principio
logico”. B. Russell, La conoscenza del mondo esterno, Longanesi & C. Milano
1975, p. 38. 10 “Vi sono relazioni così invariabili tra eventi diversi avvenuti
nello stesso tempo o in tempi diversi che, dato lo stato di tutto l’universo in
un tempo finito, per quanto breve, ogni evento precedente o seguente può essere
determinato teoricamente in funzione degli eventi dati durante quel tempo”. B.
Russell, op. cit., p. 210. 11 “Al posto della precisione della posizione
subentra dunque in questa interpretazione l’immagine di una nuvola di materia,
il cui diametro sta nell’ordine di grandezza di 1013 cm e la cui densità
decresce dal centro verso l’esterno suppergiù al modo di una curva di Gauss”.
W. Heisenberg, Lo sfondo filosofico della fisica moderna, cit., p. 101.
Il nesso causa/effetto degli eventi è stato per lungo tempo centrale
nell’alternativa determinismo/indeterminismo, sino al punto da relegare il tema
della libertà del volere ed il relativo indeterminismo nell’ambito delle
questioni metafisiche e degli errori di logica. In proposito Nietzsche si
esprime in modo estremamente chiaro: La credenza originaria di ogni essere
organico è forse addirittura questa, che tutto il resto del mondo sia uno e
immobile. Da quel grado originario del pensiero logico è lontanissimo il
pensiero della causalità: anzi, ancora oggi, noi pensiamo in fondo che tutti i
sentimenti e le azioni siano atti della libera volontà: se un individuo
senziente si osserva, considera ogni sensazione, ogni mutamento come qualcosa
di isolato, ossia non condizionato, privo di senso, che affiora in noi senza
legami col prima e col dopo. [...]. Dunque, la fede nella libertà del volere è
un errore originario di ogni essere organico, che esiste sin da quando esistono
in esso gli stimoli del pensiero logico; e allo stesso modo è un errore
originario e ugualmente antico di ogni essere organico la fede in sostanze non
condizionate e in cose uguali. Ma, in quanto ogni metafisica si è occupata
prevalentemente di sostanza e di libertà del volere, la si può definire come la
scienza che tratta degli errori fondamentali dell’uomo – come se fos- sero però
verità fondamentali12. Estremamente interessanti in merito si presentano i più
recenti studi biochimici e neurologici. In particolare, poiché i neuroni per
scambiarsi scariche elettriche attraverso le connessioni sinaptiche necessitano
di ener- gia, che è loro fornita dal glucosio e dall’ossigeno trasportato dal
sangue, è possibile misurare l’attività cerebrale attraverso l’incremento
distrettuale di tale flusso. Ciò si ottiene grazie a metodologie di
esplorazione funziona- le del cervello quali la tomografia a emissione di
protoni per il consumo di glucosio (PET – positron emission tomography) e la
risonanza magnetica funzionale, per il flusso ematico (fMRI – functional
magnetic resonance imaging). Un esperimento specifico, condotto da Benjamin
Libet (1916-2007) e finalizzato a misurare il, così detto, potenziale di
prontezza (ossia il cam- biamento elettrico cerebrale del soggetto, ormai da
tempo dimostrato, in presenza di movimenti volontari) sembra giuocare a favore
di un determi- nismo inconscio. Infatti, il distretto cerebrale corrispondente
al movimento volontario in esame si attiva 550 msec prima dell’atto presupposto
volon- tario. Dunque, sembrerebbe che un impulso inconsapevole anticipi l’azio-
ne, ma la volontà di agire diviene consapevole 100-150 msec prima della
effettiva manifestazione nel mondo esterno dell’azione stessa. 12 F. Nietzsche,
Umano, troppo umano I, in Opere 1870/1881, cit., p. 529. Si può ritenere
che le azioni volontarie comincino con iniziative inconsce, che vengono
borbottate dal cervello. La volontà cosciente quindi selezione- rebbe quali di
queste iniziative possono proseguire per diventare un’azione, o quali devono
essere vietate e fatte abortire in modo che non compaia nessun atto motorio13.
Ciò comporta che l’esperimento consente anche di ipotizzare, in que- sti
istanti consapevoli, una attività di veto del soggetto nei confronti del
processo messo in atto per giungere all’azione ed il vietare è pur sempre
espressione di libero arbitrio, come il fare. Tuttavia è possibile obiettare,
non solo e non tanto, che il concetto di causa non coincide con quello di
correlazione, ma, soprattutto, che il concetto di conscio non si identifica con
quello di arbitrio. Infatti, è possibile essere consapevoli che la casa, nella
quale ci si trova, stia per crollare, ma ciò non comporta né che si pos- sa
agire sul crollo, né che si possa compiere liberamente la scelta di restare o
di fuggire. Il punto da dimostrare, in relazione al libero arbitrio, riguar- da
la scelta, ossia l’origine dell’eventuale veto, non la consapevolezza o meno
dell’azione. Del resto, tale dimostrazione scientifica pare logicamen- te
impossibile, poiché la verifica/falsificazione empirica può rilevare solo i
nessi, gli accoppiamenti causali, ma tali nessi possono essere considerati
pressoché infiniti, quindi non sottoponibili tutti ad una sistematica speri-
mentazione. Soprattutto non possono essere presi in considerazione, per ovvia
impossibilità, i nessi ignoti e non immaginati come possibili dallo scienziato.
Conseguentemente si può solo empiricamente affermare che l’eventuale veto
all’azione nei precedenti 100/150 msec all’azione stessa può essere libero, ma
può anche essere determinato da un nesso causale ignoto (l’assenza di nesso
causale è solo assenza di nesso noto o ipotizza- to come possibile); ciò
prescindendo da tutti i molteplici condizionamenti noti14. 13 B. Libet, Mind
time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina Editore, Milano
2007, p. 143. 14 “Nessuna libertà assoluta dunque, bensì uno spazio di manovra
limitato dalla nostra eredità biologica, dal luogo e dal tempo in cui ci siamo
trovati a nascere, dalle esperienze familiari, dalla banda criminale a cui
abbiamo voluto aggregarci, o dall’associazione differenziale a cui siamo stati
esposti, insomma: uno spazio di manovra limitato dalla nostra storia, nostra in
quanto in gran parte costruita da noi”. I. Merzagora Betsos, Colpevoli si
nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, Raffaello Cortina Editore,
Milano 2012, p. 101. Cfr. anche E. Soresi, Il cervello anarchico, UTET, Torino
2013. L’Autore affida lo studio delle relazioni intercorrenti tra mente e corpo
ad una nuova scienza, la psico-neuro- endocrino-immunologia (PNEI). Intorno a
detta scienza vedere anche P. Lissoni, Teologia della scienza, Editore Natur,
Milano 2003. Vi è poi un ulteriore impedimento logico alla
dimostrazione empirica dell’esistenza del libero arbitrio: quest’ultimo è
caratterizzato da assenza di nessi causativi estranei alla volontà stessa del
soggetto agente, ma ciò si- gnifica che la volontà dovrebbe essere indagata
prima della sua manifesta- zione empirica e ciò non è possibile per
definizione. L’assenza di fenomeni empirici non può essere studiata con
metodologia empirica; il nulla fisico non può essere né falsificato, né
verificato, ma solo rinviato o non rinviato a realtà trascendenti, immateriali,
metafisiche. Cercare la causa di una vo- lontà significa già presupporre il
determinismo, poiché la volontà è libera solo se priva di cause, salvo la
volontà stessa del soggetto agente (autore- ferenzialità ed autonomia), ma
nulla è privo di cause nel mondo fisico ed una volontà del tipo indicato non
può appartenere al mondo fisico; anche la scelta soggettiva, presupposta
libera, è ancorata all’essere soggettivo, alla sua psiche ed al suo corpo,
ossia ai condizionamenti culturali e materiali sia ambientali, sia personali.
L’indagine sul libero arbitrio è, dunque, una indagine sul nulla o sul
metafisico; non è possibile ipotizzare l’esistenza di un libero arbitrio senza
duplicare il reale in entità trascendenti la fisicità, si- ano esse divine o
meramente mentali astratte, non risiedenti comunque nel corpo dell’individuo
agente. La consolatoria conclusione di Libet in argo- mento pare indirettamente
confermare le considerazioni appena formulate: La mia conclusione sul libero
arbitrio – libero davvero, in senso non deter- ministico – è che la sua
esistenza è un’opinione scientifica altrettanto buona, se non migliore, della
sua negazione in base alla teoria deterministica delle leggi naturali. Data la
natura speculativa di entrambe le teorie, quella deterministica e quella non
deterministica, perché non adottare il punto di vista che abbiamo il libero
arbitrio, almeno finché non compaia – ammesso che compaia – qualche evidenza
che realmente lo contraddica? Questo ci permette, almeno, di proce- dere in un
modo che accetta e accoglie i nostri più profondi convincimenti e il comune
sentire, che ci dicono che il libero arbitrio lo possediamo15. Resta il
problema che solo il determinismo può essere assoggettato ad indagine empirica
e non anche l‘indeterminismo! Conseguentemente, con- scia o inconscia che sia
l’origine di un’azione, il tema da affrontare resta la presenza o l’assenza di
libertà nella dimensione sia conscia, sia incon- scia e questo tema rinvia, per
il libero arbitrio, ad un livello immateriale privo di quell’origine
deterministica propria del mondo fisico: il mondo si duplica necessariamente
per rispondere alla domanda, ma la necessità, in questo caso, ha natura logica,
non certo empirica. Il punto focale di questa 15 B. Libet, Mind time. Il
fattore temporale nella coscienza, cit., p. 160. discussione non sembra,
dunque, essere il nesso di causa ed effetto od an- che le leggi costanti e
generali di comportamento e neppure le probabilità statistiche di accoppiamento
dei fenomeni, ma, piuttosto, il fattore con- dizionante l’esistenza stessa del
concetto di scelta, ossia il fattore tempo: se scegliere significa generare
azioni successive in alternativa tra loro, le azioni di questo tipo si possono
produrre solo in un sistema in movimento, ossia condizionato dal tempo. I
sistemi acronici sono privi di movimento e, quindi, anche di scelte, ma di ciò
si parlerà più oltre. Al determinismo neuro-biologico, appena considerato, può
aggiungersi una ulteriore forma di determinismo, nel quale determinante non
appare il nesso causa/effetto, ma la totalità dell’essere con i propri caratteri
e le proprie qualità, già e per sempre dispiegate nelle sue parti specifiche ed
individuali. Questo determinismo si presenta espresso con rigore da Spi- noza,
come in parte si è già visto, nella sua sintetica espressione Deus sive Natura.
La totalità della Natura, governata dalle proprie naturali leggi,
determinazioni, assurge al ruolo di divinità impersonale. Il problema non
riguarda più tanto la catene causativa degli eventi, ma i caratteri peculiari,
con linguaggio moderno si potrebbe dire genetici, delle sue parti, i quali, per
necessità, non possono che estrinsecarsi nell’attività di queste sue parti,
nelle azioni, se si tratta di animali e di animali umani. Ognuno esiste per
sommo diritto di natura, e conseguentemente per sommo diritto di natura ognuno
fa quelle cose che seguono dalla necessità della sua natura; e perciò, per
sommo diritto di natura, ognuno giudica cosa sia bene e cosa sia male, e
provvede alla sua utilità secondo il suo giudizio, e si vendica, e si sforza di
conservare ciò che ama e di distruggere ciò che ha in odio16. Esponente di
questa tendenza deterministica di pensiero pare essere an- che Nietzsche, come
risulta con evidenza dal seguente brano: Che gli agnelli non amino i grandi
uccelli predatori non sorprende nessuno: ma non autorizza certo a rimproverare
i grandi predatori per il fatto di cacciare gli agnelli. E se gli agnelli
dicono tra loro: “Questi predatori sono malvagi; e chi è rapace il meno
possibile, anzi chi è addirittura l’opposto, un agnello cioè, non dovrebbe essere
buono?”, non possiamo certo biasimare questo criterio di edificazione ideale,
anche se i predatori stessi considereranno la cosa con un 16 B. Spinoza, Etica.
Dimostrata con metodo geometrico, Editori Riuniti, Roma “Infatti, alla natura
di una cosa non appartiene nulla se non ciò che segue dalla necessità della
natura della causa efficiente, e tutto ciò che segue dalla necessità della
natura della causa efficiente accade necessariamente”. certo scherno e si
diranno probabilmente: “Noi non li odiamo affatto, questi buoni agnelli, anzi
li amiamo, niente è più squisito di un tenero agnello”. – Pretendere dalla
forza che essa non si manifesti come forza, che essa non sia volontà di
sopraffazione, volontà di oppressione, di potere, che essa non sia sete di nemici
e di resistenze e di trionfi, è tanto assurdo come il pretendere dalla
debolezza che essa si manifesti come forza17. I rapaci e gli agnelli di
Nietzsche si sovrappongono idealmente ai pesci grandi ed a quelli piccoli di
Spinoza, nell’evidente tentativo di evitare, at- traverso il determinismo della
forza, della potenza insita in ciascuna entità vivente, il giudizio morale. Il
vivente si trasforma in un indifferenziato Tutto, nel quale minerali, vegetali,
animali ed umani rivestono ciascuno il proprio ruolo predeterminato ed
esplicano le diverse potenzialità volitive ed operative, che sono state loro
assegnate dalla loro stessa natura, senza poter sfuggire ai limiti imposti da
quest’ultima. La forza necessitante è consustanziale all’individualità: la pietra
non possiede organi riproduttivi e, quindi, non può riprodursi, ma si
moltiplica per frantumazione; la pianta non ha gambe per camminare e, dunque,
vive sempre nel medesimo luogo; la maggioranza degli animali non possono
opporre il dito pollice alle altre dita della medesima mano, conseguentemente
non possiedono manualità ed hanno sviluppato inevitabilmente attività
artigianali limitatissime; l’es- sere umano vive respirando ossigeno e muore se
respira anidride carboni- ca. A causa di questa particolarità può abitare
esclusivamente su pianeti simili, per caratteri atmosferici, alla Terra. Questo
determinismo sembra paragonabile all’opera di un tiranno, che imprigiona i
propri sudditi entro carceri diversi in qualità per ciascuna categoria di essi,
ma anche per cia- scun individuo di ciascuna categoria (ad esempio esseri umani
nati senza braccia o diabetici). L’unica differenza consiste nella fonte del
vincolo: mentre nel caso della Natura il determinismo si presenta autonomo,
cioè proprio della natura stessa, nel caso del tiranno esso è eteronomo, ossia
proveniente dall’esterno del soggetto agente. Per descrivere la diversità dei
due modelli attraverso la tripartizione sopra ricordata del significato di
poter fare qualcosa, proposta da Ross, si deve dire che il modello determi-
nista spinoziano non lascia spazio né all’occasione, né alla capacità, né alla
volontà, mentre il modello del tiranno inibisce solo l’occasione. Oltre a
questa ipotesi determinista è possibile formulare almeno altre due ipotesi. La
prima strettamente legata alla visione di un mondo governa- to da rigide leggi
causali in sviluppo cronologico progressivo, in sintesi, un 17 F. Nietzsche,
Genealogia della morale, Newton Compton Editori, Roma mondo programmato in via
di sviluppo; la seconda, invece, frutto della vi- sione di un mondo acronico,
privo di tempo. Non pare il caso di soffermarsi ulteriormente sulla prima
ipotesi, già trattata in precedenza, se non per dire che tale ipotesi può
essere presa in considerazione sia dal punto di vista della Totalità di un
Essere (realtà, mondo) in sviluppo determinato e pro- gressivo, ed è di questo
che qui si discute, sia dal punto di vista dei singoli gruppi, delle singole
catene di nessi causali, come l’ipotesi è stata discussa in precedenza e come è
usata in ambito strettamente scientifico. Il mondo in sviluppo causale conserva
la variabile tempo, mentre l’ulteriore ipotesi determinista, che si tratterà
ora, non prevede l’esistenza di tale variabile. Il tempo non esiste.
L’affermazione sembra forte, controintuitiva, ma anche falsificata
dall’evidenza empirica del divenire, eppure da Parmenide a Severino, molti
filosofi hanno percorso questa strada. La qualità non me- ramente logica delle
affermazioni di Heidegger, consiglia di orientarsi, per esemplificare il tema,
verso questo filosofo: Il tempo ha sempre funzionato come criterio ontologico
o, meglio, ontico nella distinzione ingenua delle diverse regioni dell’ente. Si
delimita qualcosa che è temporalmente (i processi della natura e gli accadimenti
della storia) rispetto a ciò che è non temporalmente (le relazioni spaziali e
numeriche). Si è soliti distinguere un senso a-temporale delle proposizioni
rispetto al decorso temporale delle enunciazioni. Infine si trova un abisso tra
l’ente temporale e l’eterno sovratemporale e ci si ingegna nel gettare fra essi
un ponte. Temporale equivale qui in entrambi i casi ad essente nel tempo, una
determinazione che, tra l’altro, è abbastanza oscura18. Il panorama del tempo
heideggeriano si presenta come una estensione spaziale, nella quale si
manifestano gli essenti, si illuminano, per poi scom- parire nuovamente dietro
il sipario del tempo. L’ente che reca il titolo di esser-ci è rischiarato. È
solo in base al ra- dicamento dell’esser-ci nella temporalità che diventa
intelligibile la possibilità esistenziale di quel fenomeno, che all’inizio
dell’analitica dell’esserci abbiamo contraddistinto come costituzione
fondamentale: l’essere-nel-tempo19. Il tempo sfuma e con esso si affievoliscono
anche le sue articolazioni in passato, presente e futuro. In fondo è solo la
memoria che consente una simile distinzione. Dunque, la principale prova
dell’esistenza del tempo ha natura psicologica: ricordo, quindi, ho vissuto il
passato, ma, a parte 18 M. Heidegger, Essere e tempo, Heidegger, op. cit., p.
492. De libero o de servo arbitrio? 65 l’ipotesi di Malebranche di un
mondo creato da Dio attimo dopo attimo, l’organizzazione cronologica degli
eventi potrebbe essere determinata dal- la forma categoriale, di kantiana
memoria, della nostra conoscenza: cono- sciamo attraverso la categoria del
tempo, che in questo caso risiederebbe in noi e non fuori di noi; avrebbe una
esistenza solamente gnoseologica, non anche ontologica. Russell avanza proprio
questo sospetto: La differenza che sentiamo [...] tra cause ed effetti è una
semplice con- fusione, dovuta al fatto che ricordiamo gli eventi passati ma non
ci capita di ricordare i futuri. L’indeterminatezza apparente del futuro su cui
fanno assegnamento alcuni sostenitori del libero arbitrio, è soltanto il
risultato della nostra ignoranza rela- tiva ad esso. Il libero arbitrio in ogni
significato importante deve essere compatibile con la conoscenza più completa. La
nostra conoscenza del passato non è basata interamente sulle deduzioni causali,
ma deriva in parte dalla memoria. È un puro caso se noi non abbiamo memoria del
futuro. Si deve ricordare che la previsione supposta non creerebbe il futuro
più di quanto la memoria non crei il passato20. Risulta evidente che Russell
costruisce il proprio ragionamento sulla indifferente reversibilità dei
fenomeni di causa e di effetto, proprietà che è tipica delle operazioni di
fisica teorica; inoltre, nell’accogliere questa ope- razione riduce
necessariamente la funzione tempo ad un indifferenziato presente. Probabilmente
la posizione privilegiata di un filosofo, che è stato al contempo anche un
insigne matematico, ha consentito a questo Autore di vivere pienamente le
suggestioni di fisica teorica, che i tempi agitavano. Se il mondo è privo di
divenire e di movimento, che rappresenta una delle possibili forme del
divenire, è anche privo di tempo, poiché non è pensabile divenire e movimento
senza tempo. Riappaiono i fantasmi del- la scuola eleatica e della formulazione
del principio di identità assoluta, ontologica: l’essere è e non può non
essere. Se l’identità non può essere nientificata nell’essere altro, ossia non
essere più se stessi allora il divenire è pura illusione psicologica. Queste
riflessioni di natura filosofica, nel se- colo passato hanno trovato sostegni e
conforto anche in campo scientifico: L’equazione di Wheeler-De Witt, secondo
l’interpretazione più diretta, ci dice che l’universo nella sua interezza è
simile a una enorme molecola in uno stato stazionario e che le diverse
configurazioni possibili di questa molecola mostruosa sono gli istanti di
tempo. La cosmologia quantistica diventa l’estre- Russell, La conoscenza del
mondo esterno, cit., pp. 224-225. ma estensione della teoria della
struttura atomica e, simultaneamente, com- prende il tempo. Domandiamoci di
nuovo quali conclusioni possiamo trarne in relazione al tempo. Le implicazioni
sono quanto mai profonde. Il tempo non esiste. Esiste soltanto la mobilia del
mondo che noi chiamiamo istanti di tempo21. L’equazione sopra richiamata, detta
anche di Einstein – Schrödinger, cerca di conciliare la meccanica quantistica,
che necessita di un tempo definito, con la relatività generale, che lo nega,
per descrivere la gravitazione quantistica. Johon Wheeler (1911-2008) e Bryce
De Witt (1923-2004) nel tentare questa difficile operazione, non ancora
completa- mente risolta, evidenziarono, forse anche in parte inconsapevolmente,
che la funzione tempo si presentava come problematica e lo stesso concetto di
tempo poteva essere messo in discussione. Del resto, già la teoria einstei-
niana della relatività, proponendo la relatività, rispetto all’osservatore, del
tempo, non poteva che presupporre non solo l’assenza di un tempo asso- luto, ma
anche l’irrilevanza conoscitiva di un prima e di un dopo (rispetto a cosa?), di
cui l’indifferenza di Russell per il passato ed il futuro ne sono una coerente
espressione. Ma se passato e futuro si propongono come in- differentemente
intercambiabili, la realtà nel suo insieme, il Tutto, non può che possedere
un’unica dimensione temporale: il presente. Dunque, è nel solo presente che si
può discutere del libero arbitrio in questa ipotesi deter- minista. Il solo
presente trasforma il tempo in una sorta di spazio (spazio/ tempo, appunto),
nel quale gli eventi non trascorrono, ma sono collocati, dispiegati, come tanti
libri in una libreria. Ciascuno può narrare la propria storia, ma sempre
quella, il cui finale è ben noto sin dall’inizio e, comun- que, immodificabile.
In questa ipotesi i fenomeni possono essere solo de- scritti, non anche voluti,
ed il libero arbitrio non viene meno né per catene causali predeterminate di
eventi biologici, biochimici, neurologici etc., né per la natura necessitante
dei caratteri e delle potenze dei singoli enti, ma semplicemente perché non esiste
il tempo ed il divenire, quindi non ha sen- so parlare di scelte libere o
condizionate, che siano. Il mondo si presenta come una pellicola
cinematografica, il cui movimento illusorio è dato dallo scorrere della
successione dei singoli fotogrammi, in se immobili, statici, o, se si
preferisce un paragone più naturalistico, come una prateria unifor- me, della
quale è possibile descrivere sassi, piante, animali ed umani, che vi
alloggiano, ma completamente priva di ogni arbitrio umano o divino 21 J. Barbour,
La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura, Einaudi, Torino. Cfr.
anche P. Yourgrau, Un modo senza tempo. L’eredità dimenticata di Gödel e
Einstein, il Saggiatore, Milano 2006. De libero o de servo arbitrio?
(salvo che divina non venga considerata la prateria stessa). Questa totale
assenza di arbitrio e ben descritta da Ross: Ognuno deve agire esattamente a
quel modo che è determinato ad agire. Il nocciolo del problema può chiarirsi
con la storiella del ladro, il quale si difendeva dicendo che, essendo egli
determinato ad agire così come aveva agito, e non avendo egli alcuna
possibilità di sfuggire alla necessità ineluttabile della legge della
causalità, sarebbe stato assurdo e ingiusto punirlo. E il giudice gli
rispondeva: sì, Lei ha ragione. Il Suo comportamento era determinato e Lei non
ha potuto sfuggire alla necessità che governa tutto l’universo. Lo stesso vale
però per la società e per me in quanto suo rappresentante. La società è
determi- nata a difendersi da aggressioni come la Sua e perciò io Le infliggo
una pena. Il contesto della storiella si colloca all’interno di un
condizionamento governato dalla catena causale, ma si adatta ancora meglio ad
un mondo privo di tempo, nel quale non ha neppure senso parlare di scelte e
tutti si manifestano per quelli che sono, collocati in quel luogo da sempre e
per sempre, in una eternità non data da un tempo infinito, ma da una completa
acronicità. Riguardo al libero o servo arbitrio ogni proposta di soluzione del
proble- ma non può che essere considerata una semplice ipotesi di lavoro,
poiché le eventuali soluzioni non si prestano ad una verifica empirica;
pertanto l’affermazione o la negazione del libero arbitrio deve essere
considerata una mera proposizione a priori. La verifica/falsificazione empirica
del determinismo o dell’indetermini- smo risulta metodologicamente impossibile
a causa, oltre a quanto prece- dentemente già sostenuto, anche per
l’irripetibilità dell’atto presunto voli- tivo. Infatti, se nel tempo to si
presenta l’alternativa tra il compiere l’azione A o l’azione B e si compie
l’azione A, nel tempo t1 si potrà forse anche compiere l’azione B, ma ciò non
dimostra che la si poteva compiere anche nel tempo to. Per poter raggiungere
questa dimostrazione si dovrebbe poter ripetere la scelta dell’azione, questa
volta B, nel tempo to, poiché la ripetiti- vità dell’esperimento in questo caso
non riguarda una serie di eventi simili (solo simili: ogni evento varia
rispetto ad un altro almeno per il tempo nel quale si realizza, oltre che per
la sua configurazione interattiva), ma la scel- ta stessa dell’evento da
mettere in essere. Poiché è la scelta, non l’oggetto della scelta, da
sottoporre a verifica/falsificazione empirica, dovrà essere possibile ripetere
l’atto dello scegliere, non ciò che si è scelto o non scelto, ma ciò risulta
impossibile per l’unidirezionalità presunta del tempo: dal 22 A. Ross, Colpa,
responsabilità e pena, cit., pp. 184-185. presente pare possibile accedere
solo al futuro ed impossibile tornare nel passato, almeno per una concezione
assoluta del tempo23. Il tempo in mo- vimento unidirezionale, dunque, impedisce
di trasformare il libero arbitrio da concetto a priori in concetto a
posteriori, condannandolo in tale modo alla dimensione metafisica. Oltre
all’impossibilità empirica di raggiungere certezze in questo cam- po, si
presenta anche un ulteriore impedimento, questa volta di natura lo- gica: se il
determinismo descrivesse, corrispondesse effettivamente alla realtà, alla
struttura del nostro mondo, allora essere monista o dualista ed, addirittura,
essere determinista o indeterminista sarebbe una condizione imposta
deterministicamente. Pertanto prima di affrontare il tema del com- portamento e
delle convinzioni individuali si dovrebbe descrivere e spie- gare il modello di
sistema, nel quale comportamenti e convinzioni sono collocati. Se il sistema è
deterministico saranno condizionate, non libere, anche le azioni e le
convinzioni, che in esso si agitano, ma, viceversa, se il sistema è
indeterministico le azioni e le convinzioni ad esso afferenti po- trebbero
essere anch’esse libere oppure vincolate da un determinismo cau- sativo interno
al sistema stesso (è il caso del principio di indeterminazione, che opera solo
a livello subatomico). Tuttavia, per sapere se un sistema è o non è
deterministico si devono analizzare empiricamente le azioni e le con- vinzioni
che lo compongono. Risulta evidente il corto circuito che si crea: per
conoscere del sistema si deve conoscere delle azioni e delle convinzio- ni che
lo compongono, ma per conoscere delle azioni e delle convinzioni che lo
compongono si deve conoscere il sistema. Si è in presenza di una evidente
petitio principi, che impedisce ulteriori conoscenze. 23 Questo esperimento
mentale risulta valido solo nella realtà a dimensione umana, ove il tempo è
assoluto (tempo assoluto newtoniano), a livello di fisica teorica, invece,
perde di validità o perché il tempo diviene relativo e consente viaggi almeno
nel futuro (teoria della relatività einsteiniana), o perché addirittura il tempo
è proprio considerato inesistente (teoria quantistica a loop). “A livello
fondamentale, il tempo non c’è. L’impressione del tempo che scorre è solo
un’approssimazione che ha valore solo per le nostre scale macroscopiche: deriva
dal fatto che osserviamo il mondo solo in modo grossolano”. C. Rovelli, La
realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello
Cortina, Milano. “Il tempo non è che un effetto del nostro trascurare i
microstati fisici delle cose. Il tempo è l’informazione che non abbiamo. Il
tempo è la nostra ignoranza”. DIRITTO ARTIFICIALE L’ambito culturale del
diritto presenta un ulteriore dualismo rispetto a quelli precedentemente
affrontati: il dualismo diritto naturale, diritto po- sitivo, meglio,
artificiale. Tale dualismo non si discosta dal modello di duplicazione del
mondo, ispirato ad una visione speculare, ma perfetta, della realtà empirica:
al concreto corrisponde l’astratto; al particolare il generale; al visibile
l’invisibile; al finito l’infinito; al relativo l’assoluto; al fisico il
metafisico; all’umano il divino. Questa specularità opera anche nel campo del
diritto e genera, a fronte del diritto positivo, imposto dalla forza degli
esseri umani dominanti, un diritto assolutamente giusto, detto natu- rale. Ovviamente,
il processo potrebbe essere interpretato anche in senso contrario: il diritto
naturale, per specularità, ispira la produzione del diritto positivo, che,
tuttavia, si presenta relativo ed imperfetto, ossia non necessa- riamente
giusto, ma solo valido ed efficace, rispetto al modello imitato. La differenza
tra i due diritti è tutta giuocata intorno ai concetti contrapposti di
assoluto/relativo e di giusto/ingiusto. Si tratta, dunque, di evidenziare
l’origine, la fonte di questi concetti, rispettivamente nei due tipi di
diritto. Il diritto naturale propone come propria fonte la dimensione assoluta
dell’Essere, sia esso Dio, la Ragione o la Natura. Non cambiano molto i
caratteri di queste tre denominazioni, che, sostanzialmente, esprimono il
medesimo referente; ciò che muta è solo il necessario dualismo del rea- le,
implicito nel concetto di Dio, a fronte della duplice compatibilità dei
concetti di Ragione e di Natura sia con la realtà dualista che con quella
monista. Infatti, la Ragione può appartenere solo al mondo fisico, può dua-
lizzarsi nella res cogitans e può anche risiedere nel mondo metafisico; la
medesima riflessione può essere svolta intono alla Natura, che può essere vista
come una realtà completamente immanente o come il corrispondente degradato di
una realtà trascendente. Non conviene addentrasi nella discussione intorno ad
una Natura me- tafisica, giacché non si avrebbe alcun strumento di riscontro
delle affer- mazioni, se non il proprio o l’altrui personale convincimento.
Conviene quindi appoggiarsi ad un concetto di Natura immanente e procedere
con lo strumento della constatazione empirica. In questo limitato ambito
si incontrano due diversi significati dell’espressione diritto naturale. Da un
lato, si intende descrivere la costanza di comportamento degli eventi na-
turali: la legge di gravità, le condizioni che fanno franare una montagna,
scoppiare un temporale, sollevare le maree, morire un essere vivente, etc.. In
questo significato l’espressione è semplicemente descrittiva di ciò che avviene.
Dall’altro lato, invece, la stessa espressione acquista una valenza
prescrittiva di comportamenti, che possono essere seguiti o violati a livello
umano (se si accoglie l’ipotesi dell’esistenza del libero arbitrio), ossia sono
relativi, ma che a livello dell’Assoluto si impongono come inderogabili,
necessitanti, poiché a tale livello conoscenza e volontà coincidono. Detta
inderogabilità si traduce nel mondo umano in valorialità assoluta sul piano
morale e, tuttavia, non necessitante su quello fisico come le leggi naturali,
descrittive di fenomeni. Ancora una volta la scriminante passa attraverso il
libero arbitrio: se esiste, la legge naturale non è necessitante, se non
esiste, lo è ed, in quest’ultimo caso, scompare la differenza tra i due
significati dell’espressione, che resta solo descrittiva. A livello empirico è
facilmente constatabile che i comportamenti umani non sono omogenei, uniformi,
ma divergono, anche profondamente, gli uni dagli altri (ciò che è bene per gli
uni è male per gli altri e viceversa) e tale constatazione è stata portata da
taluni autori come prova evidente dell’ine- sistenza del diritto naturale in
quanto prescrizione giuridica assoluta. Come una sgualdrina, la legge naturale
è a disposizione di tutti. Non esiste ideologia che non si possa difendere con
un appello alla legge naturale. E a ben vedere come potrebbe essere altrimenti,
dal momento che il fondamento ulti- mo di ogni diritto naturale risiede in una
immediata percezione privata, in una contemplazione evidente, in una intuizione?
Non può la mia intuizione essere buona quanto la vostra? L’evidenza, assunta a
criterio di verità, spiega il ca- rattere assolutamente arbitrario delle
affermazioni metafisiche. Essa le innalza sottraendole alla forza del controllo
intersoggettivo, aprendo completamente la porta alla libera fantasia e al
dogmatismo1. La prova empirica permane in tutta la sua validità, ma mostra il
proprio limite, ossia resta solo empirica, e come tale, non può escludere che
il diritto naturale non sia monolitico, ma, bensì, pluralista od, addirittura,
ni- chilista. In queste due ultime ipotesi la contraddittorietà dei diritti
naturali non dimostrerebbe la loro inesistenza, ma semplicemente il loro
carattere variabile in dipendenza da fattori a noi ignoti: tempo, luogo,
individui inte- 1 A. Ross, Diritto e giustizia, Einaudi, Torino 1965, p.
246. ressati (perché mai il diritto naturale dovrebbe essere egualitario
ed uguale per tutti?), etc.. L’empiria, tuttavia ci riconduce ad osservare la
realtà naturale, nella quale vive l’essere umano. Come si è già detto, il
panorama è desolante e fortemente immorale agli occhi della nostra attuale
cultura umana: il più forte vince sul debole, il cannibalismo governa tutto il
biologico, il com- portamento etico risulta indifferente alla buona o cattiva
sorte umana, al premio o alla pena e la morte trionfa su tutto e su tutti.
Sembra che nella natura e nella vita non vi sia alcun senso. Infatti già
Giobbe, il personaggio biblico, si interrogava: Perché mai fu data all’infelice
la luce, e la vita agli amareggiati d’animo? I quali anelano la morte – che pur
non viene – come si cerca un tesoro [nascosto]; i quali si rallegrano oltre
ogni dire, allorché hanno trovato un sepolcro? [Perché fu data la luce]
all’uomo, la cui via è nascosta, avendolo Dio circondato di tenebre?2. Il senso
lo si è dovuto trovare ancora una volta nello sdoppiamento del mondo, nella
dimensione metafisica, religiosa. Comunque, stando alle rile- vazioni
empiriche, non pare che vi sia molto da mutuare dal diritto naturale per la
vita umana. Anzi, è proprio l’orrore della natura che ha indotto l’es- sere
umano a cercare differenti modelli di comportamento, modelli artifi- ciali, non
naturali. Il diritto positivo rientra nel novero di questi modelli.
L’artificialità si è sostituita, per motivi forse deterministici, etici o forse
anche utilitaristici, alla naturalità. Il dibattito intorno alla natura benigna
o maligna di questo mondo appassionò in passato molti autori tra i qua- li è
possibile ricordare Leibniz, quale sostenitore dell’affermazione che questo è
il migliore dei mondi possibili in quanto creato da Dio, e François-Marie
Arouet, detto Voltaire, che contesta tale posizione da un punto di vista
filosofico. L’affermazione di Leibniz si presenta evidentemente metafisica e
teologica, ossia a priori, mentre la critica di Voltaire si muove in ambito
filosofico ed empirico, ossia a posteriori, tanto che quest’ultimo Autore la
affida anche ad un rac- conto satirico, Candide, ou l’Optimisme. 2 Giobbe, 3,
20-23. Signori – disse Cocambo – voi dunque pensate di mangiare un gesuita
oggi; molto bene, nulla è più gustoso del trattare così i propri nemici. In
effetti il diritto naturale ci insegna a uccidere il nostro prossimo, ed è così
che si agisce in tutto il mondo. Se non esercitiamo il diritto di mangiarlo, è
perché abbiamo altro per fare un buon pranzo; ma voi non avete le nostre stesse
risorse; certo è meglio mangiare i propri nemici anziché abbandonare il frutto
della propria vittoria a corvi e cornacchie. Ma signori, voi non vorreste
mangiare i vostri amici 3. Si ripresenta il solito dualismo ontologico,
umano/divino, e valoriale, bene/male, di cui il dualismo diritto
naturale/positivo ne è una diretta de- rivazione. In ambito immanentista
monistico il dualismo riesce ad essere risolto attraverso l’artificialità
dell’agire umano, attraverso l’homo artifex che crea sempre e solo, pur sotto
sembianze diverse, un diritto artificiale. Una delle principali caratteristiche
dell’essere umano è quella di creare artefatti materiali ed immateriali,
oggetti ed idee, ossia di essere un artefi- ce; è questa una sua particolarità
congenita, che lo distingue da altre entità naturali, in particolare animali.
Dunque, quando si tratta di esseri umani la naturalità coincide con
l’artificialità. È naturale per l’essere umano essere artificiale. La mano
impugnò prima il pugno, poi la spada e la pistola per difendere il proprio
corpo. La mente ideò il diritto per rendere più certi i rapporti
interpersonali. In questo modo nacque il diritto positivo, che è artificiale
per definizione, ma anche il diritto naturale, se espressione della creazione
umana di un modello ideale, è ugualmente artificiale e frutto di istanze etiche
tutte umane. La coscienza è un livello di sistema, una proprietà biologica pressoché
allo stesso modo in cui la digestione, o la crescita, o la secrezione della
bile sono livelli di sistema, proprietà biologiche. In quanto tale la coscienza
è una ca- ratteristica del cervello e perciò è parte del mondo fisico. La
tradizione contro cui mi batto dice che, essendo gli stati mentali
intrinsecamente mentali, non possono per ciò stesso essere fisici. Io sostengo
invece che, in quanto intrinse- camente mentali, essi sono un certo tipo di
stato biologico, e dunque a fortiori sono fisici4. La posizione di Johon R.
Searle è evidentemente materialista rispetto alla mens cogitans, pertanto
rispecchia un modello monista e immanentista del reale. Conseguentemente, in un
tale modello tutto il diritto è solo arti- ficiale, ossia umano e, quindi, relativo
alla cultura dei luoghi e dei tempi 3 Voltaire, Candido o l’ottimismo,
Publidue, Bolzano Novarese Searle, La mente, cit., p. 104. in cui sorge.
In tale visione il diritto naturale è frutto della mente umana esattamente come
il diritto positivo e, pertanto, entrambe possono essere definiti diritti
artificiali. Paradossalmente potrebbero essere anche definiti come naturali,
poiché l’artificialità è una componente naturale, congeni- ta dell’essere
umano5. È bene precisare che il carattere umano di artifex non coincide con
l’espressione latina homo faber fortunae suae, poiché quest’ultima presuppone
un libero arbitrio che la prima ignora: non è pre- cisabile sotto quale spinta
l’essere umano crei manufatti ed idee. Ciò detto, si tratta di evidenziare in
cosa si diversificano questi due tipi di diritto (naturale e positivo), che
manifestano la medesima origine, quella umana. Il diritto naturale esprime la
speranza, sempre viva nell’essere umano, di accedere ad un mondo perfetto ed
immutabile di giustizia; aspirazione che, per altro, come si è visto, ha
prodotto la duplicazione del mondo reale. In questo caso l’accento non viene
posto né sul carattere della perfezione, né su quello dell’immutabilità, bensì
sulla giustizia. Cosa è giusto? La ri- sposta risiede nell’origine stessa del
diritto naturale artificiale. Il giudizio del singolo essere umano determina il
contenuto concettuale del sostantivo giustizia. Esso, dunque, si manifesta come
soggettivo e trascina con sé la relatività propria dei giudizi soggettivi. Non
si tratta di un valore assolto, ma semplicemente dell’espressione di
un’opinione, di una preferenza; ciò spiega ampiamente il suo, già ricordato,
carattere variabile. Per approfon- dire ulteriormente il discorso, quindi, si
dovrà abbandonare il giudizio in se stesso, il suo contenuto, per rivolgere
l’attenzione verso il soggetto che lo ha espresso, verso i suoi interessi, i
suoi gusti, la sua cultura. Infatti, è nel soggetto ed esclusivamente nel
soggetto, che è possibile comprendere non solo la variabilità dei contenuti del
giudizio di giustizia, ma anche la qualità di questi contenuti. Storicamente
gli esseri umani hanno prodotto da sempre utopie sociali tranquillizzanti, che
potessero fungere da faro verso il quale rivolgere, di- rigere la vita in comunità.
Dalla Repubblica di Platone al De Civitate Dei di Sant’Agostino d’Ippona,
all’Utopia di Thomas More, alla Città del Sole di Tommaso Campanella
(1568-1639), alla Nuova Atlantide di Francis Bacon (1561-1626), alle Avventure
di Telemaco di François de Salignac de La Mothe-Fénelon, al Comunismo di Karl
Marx, al movimento New Age dell’Era dell’Acquario, e l’elenco è 5 Cfr. G.
Barsanti, Dalla storia naturale alla storia della natura. Saggio su Lamarck,
Feltrinelli, Milano 1979. Vedere anche M. Foucault, Le parole e le cose.
Un’archeologia delle scienze umane, Rizzoli Editore, Milano 1980. solo
esemplificativo, l’interesse per una società giusta si è sviluppato attra-
verso i secoli, chiedendo conforto ora all’assoluto metafisico ed ora al rela-
tivo immanente. In quest’ultimo caso l’accento è stato generalmente posto sui
valori della libertà e dell’eguaglianza, sia in alternativa, sia in equilibrio
instabile tra loro6. Il desiderio di far prevalere il valore della libertà o
quello dell’eguaglianza, come il cercare un equilibrio tra i due, è espressione
di precise situazioni sociali e personali indagabili empiricamente. Basti pen-
sare ai diversi interessi di potere ed economici, nonché agli altrettanto di-
versi gusti ideologici, culturali e religiosi, presenti nelle menti dei singoli
individui e nelle relative organizzazioni sociali. Ovviamente i singoli orga-
nizzati in gruppo dominante, più forte, tenderanno a far prevalere le proprie
visioni nell’ambito sociale e, per raggiungere più agevolmente tale scopo,
possono avvalersi non solo del diritto positivo, ma anche, in funzione di
sostegno, di quello naturale. Di contro, i singoli appartenenti al gruppo
dominato, recessivo, più debole, tenteranno di opporsi alle visioni valoriali
dominanti e, per fornire maggiore forza alle proprie idee, faranno appello ad
un ipotetico diritto naturale, giusto per definizione. Il diritto naturale,
dunque, può svolgere alternativamente una funzione sociale di rafforzamento
metafisico del diritto positivo vigente o di contral- tare, sempre metafisico,
al diritto positivo dominante. La contrapposizione tra gruppi sociali dominati
e recessivi si manifesta, quindi, già nella dua- lizzazione tra diritto
naturale e diritto positivo, ma si esprime in modo più evidente intorno ai concetti
di ideologia e di utopia, così come vengono espressi da Mannheim: [...] le
utopie trascendono la situazione sociale, in quanto orientano la con- dotta
verso elementi che la realtà presente non contiene affatto. Ma esse non sono
ideologie, non lo sono nella misura e fino a quando riescono a trasfor- mare
l’ordine esistente in uno più confacente con le proprie concezioni. Ad un
osservatore che abbia di esse un concetto relativamente estrinseco, questa
distinzione teoretica e del tutto formale tra ideologie e utopie sembra offrire
poche difficoltà. Determinare in concreto quale, in un certo caso, sia
l’ideologia e quale l’utopia è invece estremamente difficile. Noi ci troviamo
qui di fronte all’applicazione di un concetto che implica dei valori e dei modelli.
Per riuscire a questo, uno deve di necessità partecipare ai sentimenti e alle
finalità dei partiti in lotta per il potere su di una realtà storica7. In
sintesi, le ideologie esprimono prevalentemente l’opinione consoli- data dei
gruppi dominanti, mentre le utopie quella dei dominati; in questa 6 Cfr. C.
Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi, Torino Mannheim, Ideologia e utopia, il
Mulino, Bologna 1970, pp. 197-198. dualizzazione si manifesta all’incirca
il medesimo rapporto che intercorre tra diritto positivo e diritto naturale ed
anche in questo caso, sia l’ideologia che l’utopia sono realtà meramente umane,
relative, pur aspirando ad una dimensione assoluta. Ovviamente la distinzione è
solo indicativa, poiché non è sempre agevole individuare chi veramente domini e
chi sia vera- mente dominato ed in che misura. In ogni caso, il diritto
naturale, al pari dell’utopia, si presenta come una speranza, come una istanza
politica od etica; se si accoglie il dualismo fisica/metafisica, umano/divino,
come la voce, l’ombra empirica del metafisico, del divino. In questo modo il
diritto, in quanto organizzazione della forza fisica degli esseri umani nella
storia, si trasforma in forza anche morale attraverso un dover essere
eteronomo, la cui fonte è superiore a quella umana. Ma proprio quando viene
meno, si prosciuga, con lo svilupparsi del soggettivismo individualista, questa
fonte eteronoma ed il diritto aspira a divenire autonomo (democrazia o nichili-
smo, poco rileva), si indebolisce anche la sua forza morale ed il dover es-
sere perde di senso in favore del mi piace, come si dirà in seguito. A questa
perdita di senso corrisponde un progressivo evaporare del diritto naturale ed
una corrispondente identificazione del diritto positivo tout court con la
forza. Il diritto positivo, ma anche quello naturale, finalmente gettano la
maschera e si svelano come espressione della potenza dei gruppi sociali
dominanti, che possono agire, nel perseguimento dei propri fini, attraverso la
violenza, il convincimento od il condizionamento culturale. Sotto questo
profilo le differenze tra dittatura, monarchia, oligarchia e democrazia risul-
tano marginali, poiché anche quest’ultima, operando attraverso il principio
maggioritario, si distingue solo quantitativamente e non qualitativamente
dall’uso della sopraffazione sul singolo individuo dissenziente. Un ulteriore
tentativo mistificatorio trova espressione attraverso la se- parazione del
concetto di ordinamento giuridico da quello di Stato, come se un diritto
potesse esistere come fonte originaria di doveri, di obblighi, senza il
supporto coercitivo di uno Stato, e come se le regole imposte dallo Stato
potessero vivere di vita propria senza lo Stato che le ha generate. Si è ancora
in presenza di una duplicazione, che assegna al diritto una propria natura
trascendente rispetto all’immanenza dello Stato. Immanen- za e trascendenza
continuano ad essere i protagonisti di questo dilemma tra autonomia ed
eteronomia, tra relativo ed assoluto, tra umano e divino. Ma il dilemma è
destinato a restare tale, poiché la scelta non può avva- lersi di prove né
empiriche, né logico-razionali. Le prove empiriche sono impercorribili,
incompatibili con le realtà non empiriche e quelle logico- razionali non
possono descrivere un mondo governato da una logica e da una ragione diverse da
quelle umane. La scelta resta, dunque, arbitraria, affidata ad assiomi, a
fede, la cui origine risale sempre e solo al soggetto, alla sua personale
convinzione, illuminazione ed, in quanto tale, ad esso relativa. Più in generale,
tutto il mondo empirico si manifesta sempre e solo come relativo al soggetto
che lo percepisce. Lo stato di natura, come si è detto, consiste in una perenne
lotta per l’esistenza e la sopravvivenza, che genera una generale incertezza
nei sog- getti consapevoli intono alla propria sorte. Da ciò scaturisce
l’esigenza e, contemporaneamente, il desiderio di costruire una propria
sicurezza di rapporti, sicurezza in gradazione crescente dal mero impegno
morale al diritto. L’artificialità non si limita, dunque, all’ideazione del
diritto, ma lo organizza anche in istituzione, cioè in una entità astratta
permanente, che persiste nel tempo con il mutare dei soggetti umani che la
compongo- no. Esempi tipici di tale organizzazione sono l’ordinamento giuridico
e lo Stato, che nelle società contemporanee tendono praticamente a coincidere,
anche se, come si è visto sopra, originano da un tentativo mistificatorio di
duplicazione. In altre parole, il diritto, inteso come tecnica di trattamento
dei conflitti intersoggettivi umani, si organizza in un sistema burocratico
istituzionalizzato. Il diritto, quindi, diviene tecnica e si produce e si
applica attraverso pro- cedure burocratiche, a loro volta determinate dal
diritto stesso. Il diritto ge- nera se stesso attraverso procedure ed artifici
linguistici, quali i concetti di doverosità e di obbligo. In realtà, può dirsi
diritto solo quel comportamento concretamente messo in essere nella convinzione
del soggetto di adempie- re ad un dovere giuridico. Le procedure legislative sono
solo canali per convogliare o mediare il consenso dei soggetti intorno alle
proposizioni normative e queste ultime sono indicazioni, segnali per l’azione o
la non azione, ma la norma resta il fatto concretamente materializzato
dell’azione compiuta e non perseguita da sanzione. Si potrebbe dire che il
diritto altro non è che l’opinione giuridica del soggetto intorno ai
comportamenti da tenere. Il comportamento conseguente a tale opinione potrà
anche essere sanzionato, ma ciò non potrà cancellare la natura giuridica di
tale opinione e del conseguente comportamento. Ciò spiega anche come il diritto
natu- rale possa considerarsi diritto al pari di quello positivo, non solo in
quanto entrambe artificiali, ma anche perché entrambe soggettivi, esistenti
solo nella convinzione di obbligatorietà del soggetto agente. Tornando ora al
diritto come tecnica burocratica pare opportuno preci- sare che la burocrazia
si forma come strumento di garanzia della certezza e della velocizzazione delle
procedure, ossia come strumento il cui fine è il raggiungimento dei fini propri
dell’organizzazione, cui viene applicata. Nel nostro caso il fine dovrebbe
consistere nella realizzazione della giustizia, ma si è già detto che,
purtroppo, il concetto di giustizia resta di conte- nuto vago e, comunque,
relativo al pensiero dei singoli soggetti agenti. In queste condizioni la
burocrazia ha buon giuoco a fare quello che Severino denunzia essere la
tendenza di qualsiasi tecnica: il trasformarsi da mezzo in fine. Tanto il
capitalismo, quanto il diritto sono forme di volontà destinate a di- ventare,
da scopi, mezzi della tecnica. La tecnica è destinata a prevalere stori-
camente, e questo prevalere è appunto il rovesciamento in cui la tecnica – da
mezzo della volontà giuridica, o capitalistica, o democratica, o di ogni altra
forma di volontà – diventa lo scopo di tali forme; si che, anche per quanto ri-
guarda la volontà capitalistica e la volontà giuridica, non sarà più il
capitalismo a servirsi della tecnica (e della volontà giuridica) per incrementare
il profitto, e non sarà più (posto che lo sia stata) la volontà giuridica a
servirsi della tecnica (e del capitalismo) per realizzare un certo ordinamento
giuridico, ma sarà la tecnica a servirsi della volontà del profitto e della
volontà giuridica per incre- mentare all’infinito la propria potenza8. La
tecnica incrementa se stessa perseguendo obiettivi sempre più estesi ed
ambiziosi, sino al punto di dimenticare gli obiettivi stessi e di espandersi
per una propria logica di espansione. La burocrazia segue questo medesi- mo
modello espansionista e diviene la referente di se stessa. Natalino Irti, pur
sollevando vari dubbi intorno alla posizione di Severino, in particola- re
riguardo alla capacità di tenuta dei giuristi e della scienza giuridica, in
quanto detentori della decisione e della scelta (ritorna il libero arbitrio con
il diritto), riconosce il pericolo del pantecnicismo: Insomma, se l’Apparato
tecnico-scientifico è incremento indefinito della ca- pacità di raggiungere
scopi, chi decide, nel silenzio della politica e del diritto, i concreti e
determinati scopi, a cui quella capacità può dare soddisfazione? Non rischia
forse, quell’Apparato, di risuscitare gli antichi dei, i quali, risolvendo in
se stessi il tutto, non hanno bisogno degli effimeri scopi dell’uomo? Così il
cammino, aperto dal giusnaturalismo, si chiuderebbe nel giustecnicismo9. La
risposta alla prima domanda potrebbe essere: nessuno. Le decisioni potrebbero
estinguersi nel dominio di procedure, che, una volta decise, per- mangono per
sempre immutate, perpetuando se stesse. La seconda doman- da si limita a
proporre un inconveniente della tecnocrazia, la sua tendenza 8 E. Severino,
Atto secondo, in N. Irti, E. Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Edizioni
Laterza, Roma-Bari 2001, p. 80. 9 N. Irti, Atto primo, in N. Irti, E. Severino,
Dialogo su diritto e tecnica, cit., pp. 20-21. al metafisico, ma la
risposta giunge dal noto broccardo latino: adducere inconveniens non est
solvere argumentum. Lo sviluppo dei sistemi informatici, poi, moltiplica queste
tendenze espansioniste autoreferenziate a scapito dei fini, cui erano stati
preposti. Valga l’esempio dei sevizi bancari, che, svolti da persone fisiche,
forni- scono informazioni e prestazioni variabili; parzialmente sostituiti dai
ban- comat, ampliano il servizio sotto il profilo degli orari di apertura, ma
lo complicano con operazioni a computer autogestite dalla clientela e da co-
dici segreti; completamente sostituiti da sistemi informatici, obbligano la
clientela entro rigidi schemi e variabili predeterminate, vincolanti per la
prestazione del servizio, con limitato, se non inesistente, accesso ad un dia-
logo, ad una trattativa personale intorno alle condizioni di erogazione dei
sevizi medesimi. La tecnica ha cancellato il servizio in nome del suo stesso
sviluppo tecnologico. Ciò che vale per la tecnica, vale anche per il diritto,
in quanto tecnica: si estende senza sosta, occupando aree sociali sempre più
ampie; la giuridicizzazione del mondo moltiplica le controversie civili ed i
reati; si creano aspettative di certezza sempre nuove, ma sempre anche
frustrate dall’inevitabile varietà del mondo, che non conosce limiti. Inutil-
mente l’artificialità del diritto si affanna a prevedere futuri comportamen- ti
possibili da governare, i comportamenti continuano a moltiplicarsi alla stessa
velocità delle regole e l’unico risultato resta l’inflazione normativa, ossia
l’estendersi della tecnica giuridica. Da un lato, la tecnica giuridica tende a
soppiantare nella regolamentazione sociale tutte le altre tecniche. Dall’altro
lato, accoppiata ai modelli informatici, si disumanizza e fornisce vita ad un
nuovo diritto naturale, non più divino, ma pur sempre metafisico. L’essere
umano, per natura, pone domande, nei sistemi informatici deve solo fornire
risposte; le domande le pone il computer. I termini dei proble- mi li determina
il computer e le soluzioni pure. Non si è ancora completato questo processo di
disumanizzazione, ma con i ritmi di sviluppo attuali della tecnologia i tempi
della sua realizzazione probabilmente non saranno lunghi. La tecnica, dunque,
si assolutizza, prima, come alibi egualitarista di de- responsabilizzazione
decisionale umana, poi, come vera e propria delega di decisione autonoma, in
fine forse, come effettiva capacità decisionale autonoma. La regolamentazione,
che indirettamente viene generata dalle decisioni informatiche, diviene
diritto, un diritto completamente artificiale, che spodesta sia il diritto
positivo che quello naturale. Ma questo nuovo diritto, che si appresta a
nascere, ha i caratteri del suo genitore informati- co: immateriale,
trascendente l’essere umano, onnipotente, onnipresente ed assoluto.Il
metafisico sembra potersi materializzare su questa Terra attraverso
l’informatica ed il diritto naturale riconquistare la propria autonomia tra-
scendente attraverso una nuova dualizzazione: umano/informatico. Questa nuova
legge naturale è meramente descrittiva, come quella divina, poiché anche in
essa conoscenza e volontà coincidono: ci si deve attenere alla maschera dei
comandi e delle domande o non si ottiene risposta e servizio; in metafora, devi
nuotare se non vuoi affogare. Il dover essere del diritto naturale, per così
dire, di derivazione etica cede il passo al dover essere dei fenomeni naturali,
delle frane, delle inondazioni, della fisica e della chi- mica. Questo diritto
naturale informatico non manifesta doverosità etiche o giuridiche, ma necessità
empiriche. L’alienazione dell’umano avviene nella tecnica, ed in particolare in
quella informatica, attraverso una etero- nomia imposta per necessità e non più
per scelta. Il libero arbitrio viene negato nei fatti e nella loro
ineluttabilità. Forse, nella ciclicità delle alterne vicende del futuro potrà
rinascere un nuovo umanesimo, che dovrà portare con sé anche l’emergere di un
nuo- vo diritto positivo o, forse, la rinascita competerà ad una nuova fede
tra- scendente ed al relativo diritto naturale oppure, sempre forse, lo
strumento giuridico potrà non essere più considerato idoneo a gestire le
conflittualità umane, le incertezze prodotte dalla natura ed i suoi orrori.
Probabilmente il mutare della prospettiva potrà dipendere da un nuovo salto
culturale, da un nuovo paradigma, per usare una espressione di Thomas Kuhn
(1922- 1996)10. Del resto anche Foucault, nelle sue ricerche archeologiche
intorno al sapere, alla conoscenza umana ha individuato taluni di questi salti
cul- turali. Essa [la natura] si rivela omicida in quello stesso movimento che
la destina alla morte. Uccide perché vive. La natura non sa più essere buona.
Che la vita non potesse più essere separata dall’omicidio, la natura dal male,
e i desideri dalla contro-natura, era quanto Sade annunciava nel XVIII secolo,
del quale egli esauriva il linguaggio, e nell’età moderna, la quale volle
lungamente con- dannarlo al mutismo. Si perdoni l’insolenza (verso chi?): I 120
giorni sono il rovescio vellutato, meraviglioso, delle Lezioni d’anatomia
comparata. Co- munque sul calendario della nostra archeologia hanno la stessa
età11. 10 Cfr. Th. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Come
mutano le idee della scienza, Einaudi, Torino 1978. 11 M. Foucault, Le parole e
le cose. Un’archeologia delle scienze umane, cit., pp. 300-301.Anche il
concetto stesso di natura subisce le mutazioni culturali proprie del
soggettivismo e del relativismo umano: la natura ora appare madre ed ora
matrigna, ora si manifesta come benefica ed ora come malefica (indif- ferente
nell’ipotesi leopardiana), ora generatrice ed ora omicida, probabil- mente
perché possiede contemporaneamente tutti questi aspetti. Il giudizio dipende
dal punto di vista dal quale la si osserva, ossia non è possibile per l’essere
umano raggiungere una conoscenza complessiva, completa, universale, si potrebbe
dire olistica. La stagione, la temperie culturale delle varie società umane
consente, poi, il prevalere di una visione, di un con- vincimento, di una
interpretazione rispetto ad altre, diverse ma altrettanto possibili, secondo un
modello di trasformazione, di sviluppo non ancora ben identificato, secondo un
modello di salto culturale molto simile ai salti quantici propri della fisica
teorica. Le strade che conducono ad una posizione nichilista o nihilista (si
vedrà in seguito la differenza tra questi concetti) sono almeno due. L’una
provie- ne dal riconoscimento del pieno ed insindacabile soggettivismo delle
scelte umane e conduce al pluralismo, al relativismo dei valori. L’altra
origina nella convinzione del divenire della storia e della vita umana e porta
a quel trionfo logico del nulla, del non essere, che attualmente sembra
approdare ai lidi della tecnocrazia. Entrambe le strade, tuttavia, si aggirano
nel mede- simo panorama ambientale: la fine dell’Assoluto, dell’ episteme
(επιστήμη – ciò che si impone), del trascendente, dell’immutabile, dell’Essere
che non può non essere1. Questo panorama è stato descritto con estrema lucidità
da Nietzsche e sintetizzato nell’espressione: Dio è morto. Cerco Dio! Cerco
Dio! [...]. Dov’è andato Dio? – gridò – Ve lo dico io. L’abbiamo ucciso noi, –
voi ed io! Noi tutti siamo i suoi assassini. Ma come ab- biamo fatto? [...].
Che cosa abbiamo fatto, quando abbiamo svincolato questa terra dal suo sole?
[...]. Non vaghiamo attraverso un nulla infinito? Non avver- tiamo l’alito
dello spazio vuoto? [...]. Non sentiamo il frastuono dei becchini che stanno
seppellendo Dio? Non sentiamo ancora l’odore della putrefazione divina – anche
gli dei si putrefanno? Non è troppo grande per noi, la grandezza di questa
azione? Non dobbiamo divenire dei noi stessi, per essere degni di lei?2. 1 “Non
ci si ferma più soltanto al sentimento della mancanza di valore e di senso del
divenire, né a quello dell’irrealtà del divenire. Il nichilismo diventa ora
esplicita incredulità per qualcosa come un mondo eretto al di sopra del
sensibile e del divenire (del fisico), cioè metafisico. Questa incredulità per
la metafisica si vieta ogni sorta di via traversa per giungere a un mondo
dietro il mondo o a un sopramondo”. M. Heidegger, Il nichilismo europeo,
Adelphi, Milano 2010, p. 75. 2 F. Nietzsche, La gaia scienza, in Opere
1882-1895, Newton, Milano 1993, pp. 121-122. Già in passato, narra
Plutarco (46 d.C.-127 d.C.), all’epoca dell’impe- ratore romano Tiberio (42
a.C.-37 d.C.) correva la leggenda che un certo Thamus, capitano di una nave
sulla rotta dall’Egitto verso Roma, si fosse sentito chiamare da una voce
tonante, che alla sua risposta gli ingiunse di riferire a Tiberio che il Grande
Pan era morto. Fine di un’epoca? Simbo- logia astrale della precessione della
presunta stella fissa Sirio? Avvento del Cristianesimo al posto delle antiche
divinità? Altro? Poco importa la risposta; ciò che conta è il concetto di fine
di un mondo e delle sue certezze al subentrare di un altro. La morte cancella
il passato ed apre le porte al futuro: nuovi dogmi, nuovi concetti, nuovi
metodi di ricerca, nuove cre- denze, nuovi valori, nuove leggi. Si rinnovano le
basi della conoscenza umana e delle sue modalità esistenziali, individuali e
collettive. Dio è mor- to simboleggia la fine del mondo trascendente,
dell’assoluto, del divino e dell’eteronomia e prepara l’avvento di un nuovo
mondo immanente, rela- tivo, umano, autonomo. Il punto centrale da affrontare
riguardo alla fine del vecchio mondo ed alla nascita del nuovo, ossia
all’origine ed alla forma del nichilismo, è rap- presentato dal soggettivismo,
che Heidegger analizza nel suo sviluppo da Protagora (486 a.C.-411 a.C.) a
Descartes, sino a Nietzsche. Il soggettivi- smo genera un nuovo assoluto,
quello umano, sul quale fondare il senso e le scelte, ma tale assoluto si presenta
privo di certezze, di verità, poiché relativo; si è costretti dentro un
ossimoro tra metafisica del soggetto e fisica del soggetto oggettivato,
identificate entrambe nell’essere umano. L’alter- nativa è stringente: o si
accoglie una nuova metafisica o si rinunzia al senso ed alla verità
tradizionale e consolidata, per percorrere la via nichilista, sulla quale
trovare un nuovo senso privo di verità e di valori. Heidegger esprime con
evidenza questa difficoltà: La metafisica moderna, in balia della quale sta o
sembra inevitabilmente stare anche il nostro pensiero, in quanto metafisica
della soggettività fa passare per ovvia l’opinione che l’essenza della verità e
l’interpretazione dell’essere si determinino per l’opera dell’uomo in quanto è
il soggetto vero e proprio. A pensare in modo più essenziale, tuttavia, si vede
che la soggettività si de- termina partendo dall’essenza della verità come
certezza e dall’essere come rappresentazione. E prosegue in modo ancora più
esplicito: Ora, che l’uomo erri, dunque che non sia immediatamente e
costantemen- te in pieno possesso del vero, significa certamente una
limitazione alla sua essenza; di conseguenza, anche il soggetto – come tale
l’uomo funge nel rappresentare – è limitato, finito, condizionato da altro. L’uomo
non è in possesso della conoscenza assoluta, non è, pensando in termini
cristiani, Dio3. Se il soggettivismo si trasforma in un nuovo assolutismo della
verità, presupponendo a priori come veritiera ogni affermazione soggettiva, si
è solo costruita una nuova metafisica immanentista, ossia priva di dupli-
cazione trascendente. Ma una tale metafisica appare ancora più infondata di
quella trascendente. Infatti, l’immanentismo fisico possiede il carattere della
fattualità, ossia di poter essere sottoposto a verifica/falsificazione em-
pirica. La verifica empirica del soggettivismo narra solo posizioni e scelte
relative ai soggetti che le esprimono, pertanto un suo eventuale assoluti- smo
verrebbe falsificato proprio in via empirica. Ci si deve rassegnare; la via
soggettivista non può che avere come compagno di viaggio il dubbio e come meta
l’incertezza. Si tratta di capire se la psicologia umana è in grado di
sostenere un tale peso esistenziale e se è possibile organizzare una società
priva di verità e di valori assoluti. Se questa è la dimensione umana sarebbe
strano rispondere negativamente ai due precedenti quesiti. Tutta- via non
appare strano che il genere umano abbia tentato di evitare un tale salto nel
dubbio e nell’incertezza attraverso la duplicazione metafisica del mondo. Ma
questa duplicazione può trovare una qualche giustificazione ed, ancor più, un
fondamento, se non logico almeno antropologico. Ciò, in- vece, che è chiaro è
che con l’avvento del soggettivismo, inevitabilmente, viene meno anche l’Assoluto.
Infatti, l’Assoluto, creando il relativo, stacca una parte dal Tutto, genera
un’altra unità, che, sommata alla prima, l’uno, risulta due, la pluralità. In
tale modo, automaticamente, anche l’Assoluto diviene parte di quel Tutto
composto da Creatore e Creato. Il Tutto si esten- de, si diversifica e
l’Assoluto si relativizza; ossia muore. La scienza moderna esprime alle proprie
origini un principio metodo- logico, che passa sotto la denominazione di Rasoio
di Occam (novacula Occami) dal nome di William di Ockham. Questo principio ha
trovato varie formulazioni tra le quali la seguente pare la più adatta al tema
qui trattato: Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. In sintesi, si
tratta di scegliere tra due alternative, a parità di fattori, quella più
semplice, più immediata. La domanda, dunque, da porre potrebbe essere: è
necessario duplicare il mondo per spiegarlo? In una visione immanentista
sembrerebbe inutile la duplicazione, giacché i nessi causali e le leggi co-
stanti, universali, nonché probabilistiche, paiono poter rispondere ad ogni
quesito, salvo quello dell’origine del mondo stesso, dell’Essere; ma un tale 3
M. Heidegger, Il nichilismo europeo, cit., pp. 234 e 237. interrogativo
dalla duplicazione viene solo rinviato al metafisico e, quindi, privato di
risposta per non senso della domanda o, più semplicemente, per misteriosità
impenetrabile del metafisico. Le risposte causali e le regolarità
comportamentali, però, si limitano a descrivere i fenomeni, e non giusti-
ficano né la loro esistenza, né la loro finalità, ossia non riescono a fornire
senso, significato alla realtà immanente. Non è questo un difetto dell’em-
piria, ma la sua naturale caratteristica, che consiste nella mera descrittività
dei fenomeni osservati, i quali sono rilevati come privi di finalità nella loro
immediata dimensione dell’attimo presente. Dunque, in una visione imma-
nentista del mondo, a maggior ragione se priva di libero arbitrio, ma anche se
dotata del medesimo (l’empiria si limita a descrivere le scelte non a mo-
tivarle valorialmente), manca completamente il senso della vita, il motivo
dell’esistere: ciò che esiste, esiste perché esiste. Ovviamente una simile
carenza di senso non può soddisfare la presunzione umana e, tanto meno, placare
i timori dell’ignoto. L’essere umano aspira all’assoluto, all’infinito per se
stesso e teme la morte in quanto nulla. Per esorcizzare aspirazioni frustrate e
timori è necessario trovare un senso all’esistere e, possibilmen- te, anche una
sopravvivenza post mortem di questo esistere. Conseguente- mente la
duplicazione del mondo diviene necessaria per giustificare, per attribuire una
qualche finalità alla vita e per calmare le angosce esistenziali; è
antropologicamente e psicologicamente necessaria, non certo teoretica- mente,
come si è già visto. Al contrario, teoreticamente dovrebbe valere il principio
del Rasoio d’Occam e, quindi, reputare inutile, o almeno, poco probabile, la
duplicazione, in quanto operazione meramente mentale al pari di qualsiasi altro
sogno, credenza, ideologia o fantasia. Presa confidenza con il panorama,
conviene ora porre attenzione alla strada da percorrere. Max Weber (1864-1920)
indica la prima (pluralismo e relativismo dei valori). Si tratta di constatare
l’emergere nel mondo occi- dentale moderno di un politeismo di valori, che pone
fine all’unità ideolo- gica, che fu propria della Res publica christiana4. 4
“La Entzauberung der Welt sfocia nel politeismo dei valori, con cui Weber
certifica la destinale pluralizzazione degli ordinamenti della vita, ossia la
perdita di universalità della ragione occidentale. Quella di Weber è la
assunzione radicale della sentenza di Nietzsche Dio è morto, ossia la
consapevolezza di vivere in un mondo senza dei e senza profeti tipica di
un’epoca che ha mangiato all’albero della conoscenza. I valori supremi di
ordine religioso che avevano avviato il processo di razionalizzazione si
svalutano irrimediabilmente nell’epoca del compiuto disincanto, ossia del
nichilismo compiuto”. F. Fusillo, Nichilismo e sovranità, in R. Esposito, C.
Galli, V. Vitiello (a cura di), Nichilismo e politica, Editori Laterza,
Roma-Bari 2000, p. 188. Nichilismo e nihilismo 85 [...], respingendo come
cosa estranea e ostile ogni santità e ogni bene, ogni legalità etica o
estetica, ogni significatività della cultura o valutazione della personalità,
pretenderebbe [questa concezione n.d.r.] tuttavia, ed anzi proprio perciò, la
sua propria dignità immanente nel senso estremo della parola. Quale che possa
essere la nostra presa di posizione nei confronti di tale pretesa, in ogni caso
essa non può venire dimostrata o confutata con i mezzi di nessuna scienza. Ogni
considerazione empirica di questi argomenti condurrebbe, come ha osservato il
vecchio Stuart Mill, al riconoscimento di un politeismo assoluto come la sola
forma di metafisica ad essi corrispondente. [...]. Tra i valori, cioè, si
tratta in ultima analisi, ovunque e sempre, non già di semplici alternative, ma
di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra dio e il
demonio. [...]. Il frutto dell’albero della conoscenza, frutto inevitabile
anche se molesto per la comodità umana, non consiste in nient’altro che nel
dover cono- scere quell’antitesi e nel dover quindi considerare che ogni
importante azione singola, ed anzi la vita come un tutto – se essa non deve
procedere da sé come un evento naturale, bensì essere condotta consapevolmente
– rappresenta una concatenazione di ultime decisioni, mediante cui l’anima
(come per Platone) sceglie il suo proprio destino – e cioè il senso del suo
agire e del suo essere5. Il mondo sociologico weberiano è animato da una
pluralità di soggetti individuali e collettivi, che perseguono propri interessi
e proprie valuta- zioni, non richiamandosi necessariamente a legittimazioni
trascendenti, Anzi cercando nell’azione razionale, ossia umana, rispetto al
mezzo od al fine il senso, il significato dell’agire. Questo senso diviene in
tale modo meramente immanente e, quindi, patrimonio esclusivo del soggetto
agente. Il soggettivismo si impone come scelta politica e giuridica, ma anche
come procedura burocratica. In Weber si possono già leggere le prime avvisaglie
di quello che la burocrazia potrà generare come tecnica fine a se stessa; è
possibile intravedere il fantasma della tecnocrazia disumanizzante6. Ma ai fini
del nichilismo ciò che maggiormente interessa è il richiamo alla molte- plicità
degli interessi, delle prospettive e delle ideologie sociali, poiché da tale
molteplicità scaturisce anche il relativismo soggettivo delle stesse. Molti
valori non significano certo nessun valore, ma comunque incrinano 5 M. Weber,
Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino 1958, pp. 331-333. 6
“La burocrazia è di carattere razionale: la regola, lo scopo, il mezzo,
l’impersonalità oggettiva dominano la sua condotta. Il suo sorgere e la sua
espansione hanno perciò avuto ovunque un senso rivoluzionario – che rimane
ancora da esaminare – come di solito avviene per la penetrazione del
razionalismo in tutti i campi. Essa annientò le forme strutturali di potere che
non avevano un carattere razionale in questo senso specifico”. M. Weber,
Economia e società, Edizioni di Comunità Milano 1995, p. 101. il monolitismo
sociale e ne cancellano la legittimazione trascendente. Le società umane si
presentano molteplici come molteplici sono gli esseri umani. Severino
intraprende, invece, per giungere al nichilismo la strada del divenire che
nientifica l’Essere. L’Essere è immutabile quindi non divie- ne, ciò per
Severino non significa, come per Spinoza, che il movimento è illusione, ma che
il nulla non esiste; ciò comporta l’assenza di tempo nel pensiero spinoziano di
contro ad un emergere ed eclissarsi dell’Essere nel tempo, senza mai divenire
nulla, in quello severiniano. Questa posizione di Severino incide anche sul suo
concetto di libertà e di nichilismo. Il libero arbitrio dell’essere umano
immutabile si fonda sulle infinite vite che po- trebbero apparire e che non
sono apparse; ossia si fonda non sull’alternarsi del divenire tra essere e
nulla, ma sulla possibilità di manifestasi dell’Esse- re. La libertà è in
questo modo pura contingenza dell’apparire: La possibilità non è nell’essere,
ma nell’apparire dell’essere [...]. Se vivo eternamente tutte le vite che avrei
potuto vivere – se ho già da sempre deciso tutto ciò che avrei potuto decidere
– nell’apparire entra peraltro solamente que- sta vita che vivo. Ma entra
soltanto questa perché tutte le altre restano nascose, o perché non esiste
alcun’altra vita? O anche: esistono altre mie vite, oltre questa che appare? E
se esistono, sarebbero potute apparire invece di questa che appare? In tale
possibilità risiede il fondamento della libertà dell’uomo; che dunque può
essere libero, solo se è pensato come l’eterno vivere tutte le vite che
potrebbe vivere7. La natura non empirica dell’Essere di Severino appare
evidente, ma essa scaturisce non da una duplicazione del mondo, ma dalla
negazione, operata con gli strumenti della logica, del divenire, del passare
dall’essere al non essere nel tempo. La nozione di nichilismo esprime la medesima
esigenza di non dare realtà al nulla. Un Essere tutto pieno ed eterno in se
stesso non diviene, quindi può trovare disvalori solo nell’altro, ossia nel
nulla di sé. Siamo prossimi all’autoreferenzialità chiusa delle monadi di
Leibniz, ma in Severino l’accento non viene tanto posto sull’autoreferenzialità
di una molteplicità di Esseri, tutti equivalenti, di pari dignità e, quindi,
ingiudi- cabili nella loro autonomia, ma piuttosto sul divenire, che,
consentendo il nulla, relativizza appunto nel nulla qualsiasi affermazione,
qualsiasi scelta. 7 E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1995,
p. 165. Cfr., per una certa analogia di pensiero, C. Bruce, I conigli di
Schrödinger. Fisica quantistica e universi paralleli, Raffaello Cortina
Editore, Milano 2006. Nichilismo e nihilismo 87 Il nulla consente la
negazione dell’assoluto e rende tutto relativo, contin- gente, occasionale, in
breve, nichilista. Nichilismo significa affermare che le cose sono niente,
ossia che il non- niente è niente. Sin da Platone, la metafisica ha
identificato le cose al niente: affermando che escono e tornano ad essere
niente. Il mondo è la dimensione in cui il non-niente è niente, e ove Dio e
l’Uomo hanno la capacità di operare l’identificazione del non-niente e del niente.
Forza-cultura, religione-ateismo, cristianesimo-anticristianesimo, meta-
fisica-antimetafisica, materialismo-spiritualimo, moralismo-immoralismo,
assolutismo-democrazia, capitalismo-comunismo, servo-padrone, umanesimo-
tecnicismo formano i grandi contrasti che si svolgono all’interno della comune
alienazione nichilista dell’Occidente8. Severino è portatore di un monismo
immanentista non empirico, nel quale libero arbitrio e nichilismo si
identificano col problema del divenire e, quindi, giuocano la loro presenza o
assenza intorno all’impossibilità di esistere del non essere e
all’impossibilità di non esistere dell’essere; possi- bilità ed impossibilità
tutte logiche ed, appunto, non empiriche. Oltre il bivio nichilista tra la
strada di un pluralismo valoriale soggettivo e la negazione del divenire si
presenta un ulteriore bivio, quello tra l’eguale fondamento e dignità di
qualsiasi scelta, di qualsiasi valore e l’inesistenza stessa dei valori.
L’equivalenza di tutti i valori conserverà il nome di ni- chilismo, mentre la
vera e propria completa assenza concettuale di entità 8 E. Severino, op. cit.,
p. 137. In merito ai passi citati in testo, con una comunicazio- ne personale
del 6 marzo 2016 via mail, Emanuele Severino precisa quanto segue: “Lei
[Ghezzi] considera quanto si dice nel mio saggio Essenza del nichilismo intorno
al libero arbitrio. Ma in Destino della necessità (1980) mostro che questa
posizione è un residuo di nichilismo e va superata. Quando uso la parola essere
(quasi sempre o sempre con l’iniziale minuscola) intendo gli essenti, qualsiasi
essente, empirico o no. Mostrando che l’essere sè degli essenti (in quanto esso
è ciò la cui negazione è autonegazione, ossia in quanto è la struttura
originaria del destino della verità) implica l’eternità di ogni essente, si
mostra anche l’essere della dimensione non empirica degli essenti. Ma il
decisivo è che l’eternità non è un presupposto, ma è implicata con necessità
dalla struttura originaria; ed è questa necessità che si tratta di discutere.
Questa necessità esclude di essere relativizza- ta e messa accanto alle varie
posizioni filosofico-culturali. Il suo saggio afferma l’esistenza del soggetto
e del suo sentire. Ma la struttura originaria chiede in base a che cosa si
afferma tale esistenza (e l’esistenza del ricco panorama culturale espresso dal
suo saggio, e dunque l’esistenza del mondo) richieste analoghe, si intende,
vanno rivolte a tutta la cultura filosofica e scientifica”. Ulteriori precisa-
zioni in argomento sono presenti anche nella Presentazione di Emanuele Severino
a questo saggio. definibili come valori verrà chiamata nihilismo. La
distinzione potrà appa- rire più chiara se applicata al nichilismo giuridico.
Nella visione dualista del mondo al diritto positivo, come si è visto, si
contrappone una giustizia, la cui fonte si afferma superiore. L’Assoluto, come
analizza senza timore Irti, tuttavia, si è ritirato nelle sue varie forme (Dio,
la Natura, la Ragione) dalla conoscenza umana, conseguentemente, la volontà
dell’essere umano è stata abbandonata ad una completa solitudine. Solitudine
nelle scelte, soggettività delle medesime e relativismo dei valori perseguiti.
Irti constata questo fenomeno nel diritto e, quindi, ne mette in discussione la
capacità legittimante di comportamenti, che, privi di copertura giuridica, si
identifi- cano con la violenza e con la volontà di potenza del più forte. Gli
Dei si sono ritirati, e non offrono più al potere il fondamento di legitti-
mità. Il potere rimane affidato a se stesso, alla capacità di sostenersi e di
rea- lizzarsi. Il successo della volontà è, appunto, un succedere, un semplice
e nudo accadere, che trae fondamento dalla propria fatticità9. Il diritto
abbandona la dimensione di conoscenza, per divenire volontà, volontà di potenza
e quest’ultima risulta indistinguibile dalla forza, dalla violenza10. La
volontà di potenza non conosce altro imperativo che la pro- pria affermazione
ed espansione. Il dover essere morale e giuridico cede il passo al
confronto/scontro, alla lotta tra le diverse potenze, per determinare quale sia
la maggiore11. [...] il nichilista della volontà di potenza non può auspicare
alcun esito, avendo congedato la categoria del dover essere. Può solo aspettare
l’esito dello scontro storico delle volontà, e non potrà condannare alcunché12.
Una volta abbandonata la categoria del dover essere, il campo, da un punto di
vista pratico, fattuale resta a completa disposizione della forza, ma dal punto
di vista concettuale si deve affrontare il tema di come il dover 9 N. Irti,
Nichilismo giuridico, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. 49. 10 “Il falso
contrasto tra diritto e forza deriva da una concezione metafisica del diritto,
dal diritto inteso come un potere sovrannaturale, come un potere vincolante che
crea ed impone dei doveri. Questo potere vincolante superiore viene opposto
alla forza, cioè al potere concreto”. K. Olivecrona, Il diritto come fatto,
Giuffrè, Milano 1967, pp. 107-108. 11 “Sul rango decide il quantum di potenza
che sei; il resto è viltà”. F. Nietzsche, La volontà di potenza, in Opere
1882-1895, Newton, Milano 1993, p. 939. 12 V. Possenti, Nichilismo Giuridico.
L’ultima parola?, Rubettino, Savoria Mannelli 2012, p.
146. Nichilismo e nihilismo 89 essere viene meno e con cosa viene
sostituito. La risposta a quest’ultimo quesito verrà affrontata nel prossimo
capitolo, per ora basti concentrarsi sul primo. Il dover essere può
semplicemente perdere il proprio carattere assoluto o scomparire completamente,
come concetto inesistente o falso. Si è già visto come il soggettivismo renda
relativi i contenuti comportamentali del dover essere e, quindi, ne vanifichi
la forza vincolante, imperativa. Il dover essere resta in vita, ma persiste
come valore individuale, non generalizza- bile, non imponibile a terzi. Però è
dato anche il caso che il dover essere si dissolva come entità concettuale. E
può dissolversi come entità solo teorica od anche come entità pratica; come
affermazione priva di senso o come affermazione falsa. Il dover essere comunque
scompare, ma secondo mo- dalità differenti. Un esempio articolato ed eloquente
di queste tematiche è dato dalla dia- triba sviluppatasi tra la Scuola di
Uppsala, che annovera tra i propri mas- simi esponenti Alex Hägerström
(1868-1939) ed Karl Olivecrona (1897- 1980), e Theodor Geiger (1891-1952). La
prima osservazione che Geiger muove alla scuola di Uppsala riguar- da il
carattere solo teorico del nihilismo proposto. In questo caso si tratta di
nihilismo e non di nichilismo, poiché il presupposto risiede nell’inesisten- za
dei valori, non nella loro generale equivalenza, indifferenza. Chi è
criticamente illuminato è necessariamente un nihilista teorico dei va- lori.
Egli ha compreso che le idee di valore non sono altro che orientamenti emotivi
indebitamente oggettivati. Egli sa che i valori non appartengono alla realtà
temporale-spaziale, che i giudizi di valore non possono pertanto essere altro
che oggettivazioni errate di valutazioni primarie soggettive, traduzioni di
situazioni emotive in enunciazioni conoscitive teoriche13. Gaiger propugna un
nihilismo anche pratico, che cioè abbandoni l’uso dei giudizi di valore anche
nelle discussioni politiche intorno alle decisioni da prendere; non si tratta,
in breve, per questo Autore, solo di teorizzare la fine dei valori, ma anche di
operare senza l’uso giustificativo dei medesi- mi. In questo modo si potrà dare
vita a quello che da Geiger viene definito illuminismo critico e che, a sua
volta, può generare una democrazia sobria, ossia fondata esclusivamente su
discussioni e scelte intorno ai fatti e sulla base dei meri fatti. 13 Th.
Geiger, Saggi sulla società industriale, U.T.E.T., Torino 1970, pp. 553. Vedere
anche M.L. Ghezzi, Un precursore del nichilismo giuridico: Theodor Geiger e
l’antimetafisica sociale, in Sociologia del Diritto, 2007/3, pp. 5-46. [...] la
persona criticamente illuminata deve sapere su quali questioni non si può
sapere niente, quali siano i problemi sui quali non può esprimersi con la
pretesa di validità oggettiva, essa deve conoscere in breve i limiti naturali
posti al processo conoscitivo. Essa ha da mantenersi scettica dinanzi alle as-
serzioni altrui e rigettare tutte le asserzioni presentate con intenti
pragmatici. È pragmatica ogni asserzione che pretenda di motivare teoricamente
una finalità dell’agire (di dimostrarne l’esattezza), o suggerisca tacitamente
tali finalità14. La seconda osservazione riguarda la predicabilità o meno di
verità/falsi- tà dei giudizi di valore. Mentre Hägerström, ma soprattutto i
suoi discepoli e primo fra tutti Olivecrona, sostengono l’inesistenza di una teoria
che for- nisca significato alla domanda sulla veridicità/falsità dei valori e,
pertanto, la domanda risulta priva di senso, neppure formulabile; Geiger,
invece, afferma l’esistenza di senso della domanda, in quanto la teoria esiste,
ma è falsa e, quindi, anche la risposta risulta falsa. Chi asserisce la
veridicità di un valore non formula una proposizione priva di senso, ma intende
soste- nere l’esistenza concreta di ciò che afferma, cioè della fattualità dei
valori; pertanto, per Geiger, non si tratta di una proposizione priva di senso,
ma di una proposizione falsa, poiché ciò che afferma non esiste, è fantasia, è
desiderio soggettivo. Chi giudica non può esprimersi sulle qualità di valore
dei fenomeni, quando è dimostrato che i fenomeni non posseggono alcuna qualità
di valore. Valore e non-valore non sono inerenti all’oggetto stesso, ma gli
sono attribuiti dal soggetto dell’esperienza. [...]. Il giudizio di valore non
è che una esplosione emotiva rivestita della forma linguistica di una
enunciazione oggettiva15. È evidente che mentre Hägerström si muove su un piano
meramente logico, nel quale dovrebbero operare solo teorie verificabili e la
veridicità dei giudizi di valore non è verificabile, ossia su un piano sul
quale le teorie non falsificabili o falsificate sono già state scartate;
Geiger, invece, opera nel mondo empirico dove il primo passo da compiere è
proprio la verifica/ falsificazione delle ipotesi e delle relative teorie16.
Empiricamente la do- manda intorno alla veridicità dei giudizi di valore è
stata posta e continua 14 Th. Geiger, Saggi sulla società industriale, Geiger,
op. cit., p. 554. 16 “Ora una ideologia è per definizione qualcosa di
unilaterale perché è determinato dalla prospettiva particolare di colui che
pensa. Secondo questo si dovrebbe dire che tutte le ideologie sono false .
[...]. L’ideologia è determinata dalla prospettiva corrispondente alla
posizione sociale di colui che la pensa quindi è pensiero unilaterale. Essa non
soddisfa i requisiti dell’oggettività posti dalle scienze naturali e quindi è
teoricamente falsa”. Th. Geiger, op. cit., p. 142. Nichilismo e nihilismo
91 ad essere posta, pertanto si tratta di falsificare la teoria che la regge ed
è proprio questa la conclusione a cui giunge Geiger. La differenza appare minima,
ma non irrilevante e tutta impostata sul piano del discorso svolto e sui tempi
cui si riferisce l’affermazione (prima o dopo la verifica empiri- ca). Del
resto, il tema fu affrontato in senso generale anche da Heisenberg, riguardo
alla costruzione di teorie attraverso l’accoppiamento di simboli a fenomeni: Il
procedimento della scienza naturale è raffigurato come l’applicazione di
simboli a fenomeni. I simboli possono, come in matematica, essere combinati
secondo certe regole, in tal modo le affermazioni sui fenomeni possono essere
rappresentate da combinazioni di simboli. Perciò una combinazione di simboli in
disaccordo con le regole non è falsa ma priva di significato. L’ovvia
difficoltà di questo ragionamento è la mancanza di un criterio ge- nerale che
indichi quando una proposizione debba essere considerata priva di significato.
Una chiara decisione è possibile soltanto quando la proposizione appartiene ad
un sistema chiuso di concetti e di assiomi, il che nello sviluppo delle scienze
naturali costituisce piuttosto l’eccezione che la regola17. L’equivoco,
dipendente sia dalla difficoltà di definizione dei concetti, in quanto legati
alle teorie di cui sono figli, sia dall’impossibilità di verifi- ca empirica
degli assiomi su cui si fondano le teorie (concetti ed assiomi non chiusi), non
può stupire. Infatti, come afferma Michel Foucault (1926- 1984), le parole
(simboli) e le cose (fenomeni) non coincidono dal crollo della Torre di Babele
in poi: Nella sua forma originaria quando fu dato agli uomini da Dio stesso, il
lin- guaggio era un segno delle cose assolutamente certo e trasparente poiché
asso- migliava ad esse. I nomi erano deposti su ciò che indicavano, come la
forza è scritta nel corpo del leone, la regalità nello sguardo dell’aquila,
come l’influsso dei pianeti è stampato sulla fronte degli uomini: mediante la
forma della simi- litudine. Tale trasparenza fu distrutta a Babele per castigo
degli uomini. Le lin- gue furono separate le une dalle altre e rese
incompatibili solo nella misura in cui venne anzitutto cancellata la
somiglianza alle cose, la quale aveva costituito l’originaria ragione d’essere
del linguaggio. Tutte le lingue che conosciamo non vengono da noi parlate che
sullo sfondo di tale similitudine smarrita e nello spazio da essa lasciato vuoto18.
Riemerge il solito dualismo tra divino ed umano, tra conoscenza asso- luta e
conoscenza relativa, tra certezza e dubbio. Tuttavia, ritornando ora 17 W.
Heisenberg, Fisica e filosofia, cit., p. 90. 18 M. Foucault, Le parole e le
cose, cit., p. 50. alla polemica tra la Scuola di Uppsala e Geiger,
probabilmente essa ne sottointende un’altra ben più rilevante e di natura
politica; non è possibile, infatti, dimenticare le simpatie della Scuola di
Uppsala ed, in particolare, di Olivecrona per il nazismo di fronte alla
posizione social-democratica di Geiger, sostenitore della Repubblica di
Weimar19. In conclusione, il nichilismo come il nihilismo scaturiscono dalla
fine della credenza in verità assolute, siano esse trascendenti od immanenti,
ossia dalla fine della duplicazione del mondo. Questa fine può giungere
attraverso una relativizzazione dei giudizi di valore od una loro completa
soppressione, ma, in ogni caso, l’antica via eteronoma rispetto all’essere
umano non può più essere percorsa. Si tratta, quindi di costruire una nuova
strada autonoma, che tenga conto della fluidità, della varietà, dell’incer-
tezza, ma anche dell’arbitrarietà dei giudizi di valore. Si tratta di capire se
sono effettivamente necessari o, almeno, utili per la convivenza sociale e se
non possono essere sostituiti da altre e diverse entità in grado di guidare
l’agire umano, ammesso che esista la possibilità di guidarlo attraverso la
volontà umana. Tralasciando ora i dubbi intorno all’esistenza o meno del libero
arbitrio, chi scrive è convinto della possibilità di compiere questa
ricostruzione comportamentale anche senza i giudizi di valore in ambito sia
morale, sia giuridico, ma questo è argomento del prossimo capitolo. Cf.r.
K. Olivecrona, I problemi del tempo visti da uno svedese. Inghilterra o
Germania?, in Lo Stato, 3/2014, pp. 173-195. L’estetica è una disciplina
che studia, dal punto di vista trascendente, il bello in sé, mentre, dal punto
di vista immanente le sensazioni umane che si manifestano nell’alternativa bello/brutto.
Il bello in sé, il Sublime conduce subito verso il metafisico, la perfezione
delle idee, una realtà per- fetta non appartenente alla realtà umana. Il
semplice bello e brutto sono, invece, giudizi tutti umani intorno a ciò che
piace o non piace. Già Aristo- tele (384 a.C.-322 a.C.), nella Poetica
(ποίησις, poiesis, il cui significato è fare, creare) evidenziava come il
parametro attraverso il quale giudicare un’opera d’arte fosse la produzione o
meno nel soggetto di una percezione gradevole, di piacere. Sembra poi in
generale che la poesia l’abbia prodotta due cause, e tutte e due naturali.
Infatti è proprio della natura umana, sin dall’infanzia, l’istinto
dell’imitazione e che tutti godano innanzi ai suoi prodotti, e l’uomo
differisce specialmente dagli altri animali come quel genere che più sa
imitare, e questo è il mezzo con cui si procaccia le prime cognizioni. E che
ciò sia vero è mostrato dai fatti, perché mentre certi oggetti, così come sono
in natura, ci riescono sgradevoli, le loro riproduzioni invece, quanto più sono
esatte, ci danno diletto, come le forme degli animali più ripugnanti e dei
cadaveri1. Aristotele definisce l’arte come capacità di suscitare piacere
attraver- so l’imitazione, ossia attraverso il primo strumento umano di
conoscenza. Dunque, riporta al soggetto che conosce la decisione intorno al
bello ed al brutto. In particolare, sottolinea che una imitazione perfetta
dell’orrore naturale può risultare piacevole e questa sensazione pare essere il
fonda- mento del diritto positivo come estetica. Il diritto positivo è
decisamente disumanizzante in quanto generale ed astratto, mentre l’essere
umano è particolare e concreto, pertanto non può essere giudicato con canoni
stati- stici, medi, ma deve essere indagato in tutte le sue particolarità individuali,
personali, ammesso che ciò sia possibile, se si intende comprenderne vera- 1
Aristotele, La poetica, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1940, p.
10. mente il comportamento. Tutto vero; ma la natura, con il suo diritto
natu- rale, è ancora peggiore, poiché sembra colpire a caso, in modo
arbitrario, senza una qualsiasi giustificazione; giustificazione che, seppur
arbitraria, spesso anche ipocrita e sempre soggetta ad errore, il diritto
positivo tenta di fornire. Dunque, Aristotele ha ragione a sostenere che il
bello può scaturire anche dall’imitazione del brutto naturale; in questo senso
si indirizza anche un autore più recente quale Thomas De Quincey (1785-1859):
Ci asciughiamo le lacrime, e abbiamo forse la soddisfazione di scoprire che
un’azione disgustosa e indifendibile sotto il profilo morale si rivela, se
valutata secondo i criteri del gusto, un atto meritevole2. Non deve stupire il
divario tra dover essere ed estetica, perché il primo è frutto di una
duplicazione metafisica o razionale del tutto estranea (sal- vo che per il
concetto di Sublime) al secondo. Pertanto, abbandonata ogni duplicazione del
Mondo, il vero divario esistente, che tuttavia accomuna dover essere ed
estetica, riguarda la diversità che intercorre tra il sentito individuale, personale
ed il sentito indotto a qualche titolo (minaccia, edu- cazione, tradizione,
etc.) dall’ambiente circostante il soggetto. Ma si tratta di un divario più
apparente che sostanziale, poiché sussiste solo a livello individuale, infatti,
a livello collettivo, viene colmato dal gusto prevalente dei gruppi sociali,
che riescono ad assicurarsi il dominio sugli altri gruppi. [...] la situazione
nell’estetica non è dissimile da quella nell’etica. In en- trambe le sfere di
valori i criteri di valutazione del gruppo influenzano le nostre decisioni, in
entrambe sono stati interiorizzati nella voce della coscienza o in quello che
gli psicoanalisti chiamano il super-io. C’è una creatura ansiosa na- scosta in
noi che domanda posso fare questo?, oppure può piacermi questo?3. Questa
creatura è il nostro sdoppiamento, che non ci consente aperta- mente di porci
come unici giudici delle nostre azioni. È lo sdoppiamen- to dell’eteronomia. Si
cerca sicurezza in un parametro comportamentale esterno ed, in quanto tale, presupposto
oggettivo. L’autonomia non con- cede giustificazioni esterne all’agire; si
agisce palesemente per seguire il proprio gusto, sia che esso sia originario,
sia che sia stato indotto dall’am- biente o dal determinismo. Tuttavia lo
sdoppiamento appare più evidente 2 Thomas De Quincey, L’assassinio come una
delle belle arti, TEA, Milano 1990, p. 25. 3 E.H. Gombrich, Ideali ed idoli. I
valori nella storia e nell’arte, Einaudi, Torino 1986, p. 94.nella visione del
bello metafisico, del Sublime, espresso da Platone attra- verso l’esempio di un
letto inteso come mobile d’arredo, di un letto come quadro e dell’idea di
letto: Questi nostri letti si presentano sotto tre specie. Uno è quello che è
nella natura: potremmo dirlo, creato, creato dal dio. – Uno poi è quello
costruito dal falegname. – Sì, disse. – E uno quello foggiato dal pittore. Non
è vero? – Va bene. – Ora, pittore, costruttore di letti, dio sono tre e
sovrintendono a tre specie di letti. – Si, tre. – Ebbene, il dio, sia che non
l’abbia voluto sia che qualche necessità l’abbia costretto a non creare nella
natura più di un solo e unico letto, si è limitato comunque a fare, in un unico
esemplare, quel letto in sé, ossia ciò che è letto. Ma due o più letti di tal
genere il dio non li ha prodotti, e non c’è pericolo che li produca mai4.
L’idea del letto in sé o del bello in sé non si differenziano, sono entrambe
metafisiche, assolute e perfette, quindi rappresentano il corretto parametro
verso il quale rivolgere l’attenzione per sapere cosa è letto e, ciò che in
questa sede più interessa, cosa è bello. In questa prospettiva la dualizza-
zione del mondo si è compiuta completamente e l’eteronomia diviene un elemento
strutturale del sistema interpretativo del mondo, in generale, e di quello
umano, in particolare. L’ulteriore duplicazione, quella tra dover es- sere ed
estetica, si è probabilmente prodotta sia per contenere l’arbitrarietà evidente
del senso estetico, sia per quell’illusoria pausa che intercorre tra la
constatazione che una cosa piace e l’azione che ne segue. In questa pausa
potrebbe celarsi il libero arbitrio, che potrebbe far rinascere la distinzione
secondo il principio: ho agito in un modo che non mi piace perché era mio
dovere farlo! Purtroppo non abbiamo conoscenze idonee né per escludere che in
quel momento nel soggetto il dovere coincidesse con il piacere, ma neppure che
questa pausa concettuale tra sensazione ed azione esista e sia governata nella
libertà. Tralasciando ora i problemi metafisici legati al Sublime, in quanto
frutto della solita duplicazione del mondo già più volte discussa, pare
interessan- te approfondire il termine estetica, il cui significato deriva dal
sostantivo greco αίσθησις, che indica un sentire, una sensazione e dal verbo,
sempre greco, αισθάνομαι, che significa percepire attraverso la mediazione dei
sensi, ossia ricevere stimoli che producono sensazioni. L’essere umano
percepisce in continuazione sensazioni provenienti dal mondo esterno attraverso
i suoi cinque sensi fisici, ed è questa la base sulla quale si fonda il metodo
empirico di ricerca; ma percepisce anche sensa- 4 Platone, La Repubblica, in
Tutto Platone, Editori Laterza, Bari 1967, p. 427. zioni interiori,
sentimenti provenienti da precedenti esperienze, da ricordi, da pregiudizi, da
preconcetti, da convinzioni personali, da tutto ciò, in sin- tesi, che può
essere considerato il suo vissuto mentale. Queste due fonti di sensazioni non
sono e non possono essere rigorosamente separate, poiché insistono
sull’unitarietà del soggetto che percepisce. La percezione fisica viene
selezionata, filtrata e completata dalle propensioni della mente, sino al punto
di rendere indistinguibile la percezione fisica in quanto tale dal percepito e
vissuto mentale. La questione, poi, si complica ulteriormente, poiché la
percezione occupa anche il campo del sogno e del ricordo, con i loro stati
dubbi, incerti di realtà empirica. Le percezioni esterne presuppongono
l’esistenza di un ambito circostan- te il soggetto, dal quale partono gli
stimoli che colpiscono i sensi. Non si può, tuttavia, essere certi, che questo
ambito esterno esista veramente fuori dal soggetto, poiché ciò che si
percepisce altro non è che una immagine, una sensazione mentale. Del resto, non
è neppure possibile asserire con certezza l’inesistenza del mondo esterno,
sempre per il problema che a giu- dicare è una entità soggettiva non oggettiva.
L’oggettività nella percezione umana è impossibile, per la stessa natura umana
di soggetto. Si è già osservato che alla mente non si presentano che percezioni
[...]. Ora, siccome le percezioni si distinguono in due generi, impressioni e
idee, questa distinzione solleva una questione, con cui avvieremo la nostra
indagine sulla morale: è dovuto alle idee oppure alle impressioni il fatto che
noi distinguia- mo la virtù dal vizio, e dichiariamo un’azione biasimevole
oppure pregevole? Questo escluderà tutti i discorsi e le dichiarazioni
arbitrarie, riconducendoci a qualcosa di preciso e di esatto in merito al
presente argomento5. La percezione, dunque, è legata ai sensi, l’acqua fredda
produce una sensazione di freddo, mentre l’impressione esprime la
predisposizione, il giudizio del soggetto verso il percepito: il freddo mi
produce sollievo dall’afa estiva o mi disturba perché abbassa la temperatura
dell’ambiente. Conseguentemente l’Autore non esita nella sua risposta, come del
resto era prevedibile data la Grande Divisione di cui è artefice ed alla quale
ha fornito anche il nome: [...] è impossibile che la distinzione tra bene e
male morale possa essere compiuta dalla ragione; poiché quella distinzione ha
sulle nostre azioni un’in- fluenza di cui la sola ragione non è capace. La
ragione e il giudizio possono, infatti, essere la causa mediata di un’azione,
destando o guidando una passione: 5 D. Hume, Trattato sulla natura umana,
Bompiani, Milano 2001, p. 903. ma non bisogna pretendere che un giudizio
di questo genere, sia vero o sia fal- so, possa accompagnarsi alla virtù o al
vizio6. Hume non si limita a negare la predicabilità di vero/falso all’ambito
mo- rale, ma affronta anche la natura di questo ambito, di queste impressioni,
ed appare con evidenza che la sua analisi conduce direttamente al principio del
piacere come scriminante tra bene e male. La prossima domanda è: di quale
natura sono queste impressioni, e in che modo agiscono su di noi? È qui
impossibile non esitare, ma dobbiamo dichia- rare che l’impressione che sorge
dalla virtù deve essere gradevole, e quella che deriva dal vizio sgradevole. In
qualsiasi momento l’esperienza deve convin- cerci di questo. [...]. Una
rappresentazione teatrale o un romanzo bastano a darci esempi di questo
piacere, che la virtù ci procura; e del dolore, che nasce dal vizio7. Risulta
chiaro che sia l’alternativa buono/cattivo, sia quella bello/brutto dipendono
dalle impressioni umane, ossia sono legate alla percezione di piacere o di
dolore. Nell’essere umano la percezione è unitaria, non esisto- no due diverse
forme di percezione, come può dimostrare l’empiria, forse possono esistere due
diverse forme di impressioni, se elaborate nella mente e quindi non
sottoponibili, almeno per ora, a verifica/falsificazione empiri- ca. Dunque, se
non si desidera procedere ad una ulteriore duplicazione, pri- va in questo caso
di motivazione, che avrebbe un sapore formale incentrato sul mero linguaggio
(dover essere o mi piace) e non su fatti, tra percezioni e conseguenti
impressioni morali ed estetiche, si deve concludere che vi è un’unica
percezione ed i due ipotetici tipi di impressioni coincidono tra loro e sono un
solo ed unico tipo di impressione; ossia la morale altro non è che una forma
dell’estetica in quanto fondata, come l’estetica, sul piacere. In questo caso
la prova empirica è possibile poiché si tratta di impressioni prodotte da
percezioni, sensazioni empiriche, salvo sempre, ovviamente, la duplicazione
strutturale del mondo in fisico e metafisico. Se le percezioni esterne,
produttrici di impressioni esterne, provengono dalla presupposta esistenza di
un mondo esterno al soggetto percipiente, da dove provengono le sensazioni
interne, ammesso che abbiano natura diversa da quelle esterne? La risposta
potrebbe risiedere nella capacità del- la mente di apprendere, ricordare e
rielaborare il percepito ed il sentito, in qualunque modo venga percepito e
sentito: fisico o metafisico. Certa- 6 D. Hume, op. cit.., p. 915. 7 D. Hume,
op. cit., p. 931. mente la tradizione, l’educazione, le convinzioni
religiose e scientifiche dovrebbero giuocare un ruolo centrale nella
determinazione delle sensa- zioni interiori e nel giudizio su quelle esteriori.
Commozione, attaccamen- to, repulsione, amore, odio, etc. possono essere
conseguenze di precedenti esperienze: il fuoco mi ha scottato e provo una
repulsione nell’avvicinarlo. Ma anche preconcetti, superstizioni, credenze si
presentano come sensazio- ni interiori e possono avere un’origine culturale:
provo paura alla vista di un gatto nero, perché sono convinto che porti
sfortuna; provo gioia per aver trovato un quadrifoglio, perché penso che porti
fortuna. Searle affronta il tema immediatamente nel suo significato empirico;
le impressioni umane determinano il comportamento, in presenza del libero
arbitrio, attraverso le sensazioni di piacere o di dispiacere. Dunque, le
sensazioni di piacere o di dispiacere si collocano all’origine
dell’intenzionalità, che per sua stessa natura è sempre e solo cosciente;
pertanto la domanda da porre diviene la seguente: come funzionano nei
particolari gli stati intenzionali? L’Autore, pur reputando che resti un
mistero il funzionamento dell’intenzionalità, tuttavia fornisce alcune
interessanti riflessioni ed indicazioni in merito. [...] ogni stato cosciente
presenta un certo grado di piacere o dispiacere. Per meglio dire, occupa una
certa posizione sulla scala che include le nozioni ordi- narie di piacere e
dispiacere. Così, per ogni esperienza cosciente che qualcuno abbia, è sensato
chiedergli: È stato piacevole? È stato bello? Sei stato bene, male, ti sei
annoiato, ti sei divertito? È stato disgustoso, delizioso o deprimen- te? La
dimensione piacere/dispiacere si estende pervasivamente a tutti gli stati di
coscienza8. Si deve notare che la dimensione piacere/dispiacere ha natura
empiri- ca, ossia può essere sottoposta ad un processo di
verifica/falsificazione, pertanto passare da un giudizio di valore ad un
giudizio estetico comporta anche la reintroduzione della metodologia empirista.
Ovviamente non ri- guardo all’oggettività del giudizio, ma all’impressione
prodotta dalla sen- sazione percepita. Infatti, un giudizio morale, se non si
identifica con un giudizio estetico, se non è un giudizio estetico, non può
scaturire da una sensazione produttrice di impressioni di piacere/dispiacere,
non solo per Kant, ma per sua stessa definizione, in quanto il dover essere,
per essere morale, deve essere anche privo di interesse personale. In modo
diverso si presenta la doverosità giuridica, che può anche essere sostenuta da
un interesse personale, e, proprio per questo motivo, sembra appartenere più 8
J.R. Searle, La mente, cit., p. 128. al mondo dell’estetica che a quello
della morale. Ma è bene continuare con Searle, che precisa il concetto di
percezione: Dovremmo concepire la percezione non come qualcosa che crea la
coscien- za, ma come qualcosa che modifica un campo di coscienza preesistente9.
Siamo vicini concettualmente alla res cogitans di Descartes, ma lontani dalla
sua astrattezza; infatti in Searle tutto ruota intorno ad una sensazio- ne
rapportata ad una percezione non necessariamente autoreferenziata al soggetto
percipiente; in breve, soggetto ed oggetto vengono posti in cor- relazione, non
rigidamente separati. Pare un timido tentativo di riduzione del dualismo
soggetto/oggetto. Ma ciò che più conta riguarda direttamente lo stato mentale
cosciente, che altro non è che l’espressione delle proprie condizioni di
piacere/dispiacere. L’esser vera sta alla credenza come l’esser appagato sta al
desiderio o l’esser realizzata sta all’intenzione. Propongo di descrivere tale
fenomeno nel modo seguente: ogni stato intenzionale con direzione di
adattamento non nulla pos- siede condizioni di soddisfazione. Possiamo
considerare gli stati mentali come rappresentazioni delle proprie condizioni di
soddisfazione10. Searle è esplicito; la separazione fatti/valori comporta, per
i fatti, la pos- sibilità di rispondere a verificabilità empirica, mentre, per
i valori morali o estetici, negata questa possibilità, produce la mera
soddisfazione o insod- disfazione personale del soggetto agente. La Grande
Divisione persiste, ma ridimensionata entro un vocabolario, che meglio la
descrive. La sepa- razione tra giudizi di fatto e giudizi di valore non
esaurisce la serie delle possibili divisioni. Infatti, subito subentra anche la
sottodivisione giudizi di valore e giudizi di estetica, come si è già visto.
Tuttavia, mentre la pri- ma divisione regge alla prova empirica come scriminante
fra i due tipi di giudizio (solo i giudizi di fatto sono empiricamente
verificabili/falsifica- bili), la seconda suddivisione (giudizi etici/giudizi
estetici) non trova altra giustificazione che il tentativo di recuperare,
attraverso il giudizio etico, di 9 J.R. Searle, op. cit., p. 141. 10 J.R.
Searle, op. cit., p. 154. “Come è possibile che io abbia sete d’acqua?, vale a
dire che abbia un desiderio il cui contenuto è bere acqua. [...] la risposta si
fornisce mostrando la connessione essenziale tra intenzionalità e condizioni di
soddisfazione. Ciò che fa del mio desiderio il desiderio di bere acqua è che
sarà soddisfatto se e solo se berrò acqua. Non si tratta di un’osservazione
psicologica che predice cosa mi farà sentire bene, ma della definizione del contenuto
intenzionale pertinente”. Ibidem, p. 171.valore, un metafisico assoluto,
trascendente od anche solo razionale. Del resto, risulta chiaro che, rispetto
alla sua origine, il giudizio di valore non è altro che un giudizio estetico,
poiché scaturisce da condizioni di soddisfa- zione o, se si preferisce, da
sensazioni percepite e produttrici di impressioni (piacere/dispiacere). Le
sensazioni, dunque, producono dei giudizi estetici (impressioni), ri-
assumibili sinteticamente nell’alternativa mi piace/non mi piace. Si tratta ora
di vedere se questi giudizi estetici, oltre all’origine, possiedono anche i
medesimi caratteri dei giudizi di valore. Sia i giudizi estetici che i giudizi
di valore esprimono una dimensione meramente mentale, ma mentre i primi dovrebbero
essere finalizzati a manifestare un piacere personale, i secondi, invece,
dovrebbero svolgere la funzione di governo del comportamento. Ma il giudizio di
valore che cosa è? Vi è una sola alternativa possibile: o è un valore assoluto,
in qualche modo trascendente, che è giunto all’essere umano dal di fuori per
illuminazione, per rivelazione, per quant’altro di immaginabile; oppure è un
valore relativo, nato nella mente del soggetto agente e caratterizzato dalla
sue preferenze. Si tralasci ancora il primo caso, che resta indimostrabile
empiricamente e che, comunque, deriva sempre dalla duplicazione del mondo, e si
affronti il secondo caso. Esso non si distingue dal giudizio estetico: è
soggettivo nel medesimo modo; porta giu- stificazioni solo apparentemente
diverse alla propria adozione; infatti, al di là di giustificazioni autonome od
eteronome, funzionali, utilitaristiche, pietistiche, anagrafiche, culturali,
etc., la scelta finale altro non è che una preferenza personale, un equilibrio
tra le convinzioni e le scelte possibili, che soddisfi il soggetto, lasciandolo
emotivamente tranquillo. Il giudizio di valore è un giudizio estetico formulato
in modo diverso, poiché pone l’accento sul comportamento da tenere e non sul
piacere nel tenerlo, ma la forma non riesce a mascherare il piacere di fondo,
che si colloca all’origine delle scelte etiche; dunque, poco conta la forma
funzio- nale, ciò che importa è, invece, la matrice, la natura comune,
unitaria, che li caratterizza. Inoltre la loro sovrapponibilità perfetta è
anche confermata dal modo in cui se ne può venire a conoscenza: per sapere
quali siano i giudizi estetici e di valore di un soggetto non è possibile fare
altro che porre la domanda al soggetto medesimo od osservarne il comportamento,
pre- supponendo (sperando) che il pensiero sia coerente con l’azione. Tuttavia
i giudizi estetici presentano un vantaggio empirico su quelli di valore: il
giu- dizio estetico produce un immediato senso di piacere nel soggetto, piacere
che è empiricamente verificabile; al contrario, il giudizio di valore aspi-
rerebbe ad essere disinteressato e, quindi, il piacere non dovrebbe essere
percepibile nell’imperativo del dovere. Ciò ovviamente nasconde il
piacere originario della scelta etica, ma, soprattutto, lascia intendere
l’estraneità alla verifica/falsificazione empirica del giudizio di valore, in
quanto asso- luto, a priori, arbitrario. Anche il giudizio estetico è e resta
arbitrario, ma esso riconosce la propria origine empirica nel piacere e,
quindi, può essere studiato anche senza duplicare il mondo. Demistificare il
giudizio di valore significa svelarne l’egoismo e la volontà di potenza, che
nasconde. Il pathos dell’aristocrazia e della distanza [...] il duraturo e
dominante sen- timento totale e basilare di una specie superiore e dominante
nei confronti di una specie inferiore, di un sotto, questa è l’origine
dell’opposizione tra buono e cattivo. (Il diritto signorile di imporre nomi,
risale così indietro nel tempo, che si sarebbe autorizzati a ritenere l’origine
della lingua stessa come espressione di potenza di chi era al potere: essi
dicono questo è questo e questo e con un suono impongono il loro sigillo a cose
e avvenimenti e, così facendo, se ne impossessano)11. Il giudizio di valore ha
una lunga storia dietro le spalle di violenza, di persecuzioni, di soprusi, di
processi, di torture, di eresie, di condanne capi- tali proprio per questa sua
tendenza a porsi fuori dall’immediato giudizio umano individuale, per questa
sua costante aspirazione all’assoluto, anche quando si manifesta palesemente
come relativo, come appunto avviene nell’ambito del diritto. Infatti, quando il
giudizio di valore prende vera- mente atto della propria relatività, si apre il
capitolo del nichilismo e del nichilismo giuridico. Il giudizio estetico,
invece, non sembra manifestare questa tendenza: esso è relativo e tale resta,
almeno nella attuale cultura occidentale, eppure i due giudizi sono un medesimo
giudizio, che, più cor- rettamente dovrebbe essere definito solo giudizio
estetico12. Per continuare ora la marcia verso il diritto estetico si devono
svolgere alcune considerazioni intorno al diritto. Non si tratta certo di
aspirare ad una compiuta definizione di diritto, che ha affaticato vanamente
genera- zioni di giuristi, quanto piuttosto di estrarne alcuni caratteri, che
possono evidenziarne la natura. Kelsen individua chiaramente due aspetti
diversi, ma fondamentali, del diritto: la validità e l’efficacia. 11 F.
Nietzsche, Genealogia della morale, Newton Compton Editori, Roma 1988, p. 49.
12 “[...] quello che vale per i giudizi di valore sensoriali e estetici vale
anche per quelli morali, di cui fanno parte quelli politici e sociali”. Th.
Geiger, Saggi sulla società industriale, cit., pp. 452-453.La possibile
indipendenza della validità della singola norma giuridica dalla sua efficacia
indica nuovamente la necessità di distinguere con chiarezza fra i due
concetti13. La validità attiene alla vincolatività giuridica della norma,
l’efficacia, invece, alla sua capacità di manifestarsi nella realtà operativa
umana. La validità appartiene al mondo delle convinzioni, mentre l’efficacia a
quel- lo dell’empiria. Efficace è una norma che viene applicata da coloro cui è
diretta, rivolta; valida è una norma che viene considerata appartenente all’ordinamento
giuridico vigente, ossia in essere in un certo luogo e tempo (si tratta sempre
di convinzioni personali). In entrambe i caratteri la realtà, tuttavia, non può
essere tralasciata: è evidente per l’efficacia, ma è altret- tanto evidente
anche per la validità dell’ordinamento giuridico, che o si impone o non si
impone come efficace. Come è impossibile nella determinazione della validità di
astrarre dalla re- altà, così è anche impossibile di identificare la validità
con la realtà. [...]. Nel senso della teoria qui sviluppata il diritto è un
determinato ordinamento (od organizzazione) della forza14. Il diritto, dunque,
si presenta sia come valore (validità), sia come forza (efficacia), ma anche la
validità a livello di ordinamento giuridico, ossia di cambio di regime politico
o sociale, si riduce ad efficacia, in breve, a forza. Certo, la validità cerca
di pilotare l’attenzione verso il giudizio di valore, verso il dover essere,
verso la vincolatività, verso la doverosità, ma il depi- staggio non è sufficiente
a far scomparire la forza, la violenza (sanzione), come principale carattere
identificativo del diritto. È al vincitore che appartiene il vinto, con la sua
donna e i suoi figli, i suoi beni e il suo sangue. La violenza è il primo
fondamento del diritto, e non c’è diritto che nel suo fondamento, non sia
tracotanza, usurpazione, prepotenza15. La forza del diritto è, dunque, mera
forza bruta, mera violenza, alla qua- le è difficile resistere, senza subire
gravi danni materiali. Il mito dell’ob- bligo giuridico, della doverosità,
prima, morale e, poi, anche giuridica, non descrive fedelmente il fenomeno
diritto, ma lo cela dietro un immateriale velo di spontanea subordinazione, di
impegno interiore, che poco o nulla esprime del reale. Nel dover essere la fantasia
imperversa libera da qualsia- 13 H. Kelsen, Lineamenti di dottrina pura del
diritto, cit., p. 104. 14 H. Kelsen, op. cit., pp. 101-102. 15 F. Nietzsche,
Verità e Menzogna, Newton Compton Editori, Roma 1988, p. 103 si vincolo
empirico verso poli opposti di intensità, che vanno da una razio- nalità morale
dubbiosa, moderata e tollerante ad un integralismo fanatico ed intollerante, e
di qualità, di contenuto variegato e molteplice. Sia i giuristi che i filosofi
sono perfettamente consapevoli del fatto che la forza vincolante del diritto
non è un elemento del mondo spazio-temporale che li circonda, del mondo
empirico. L’ovvia conclusione a cui dovrebbe portare tale constatazione è che
la forza vincolante esiste soltanto nell’immaginazione degli uomini. Ma la
convinzione della sua esistenza reale è talmente radicata che una simile idea
non è stata quasi mai formulata. Al contrario la nozione di forza vincolante
intesa nel senso tradizionale ha continuato, e continua tutto- ra, a costituire
una della assunzioni fondamentali di tutte le teorie giuridiche correnti16. Il
diritto è l’organizzazione della forza operata dal gruppo sociale domi- nante,
sia esso politico, economico, etnico, religioso od anche solo mag- gioritario;
neppure la democrazia, infatti, è estranea a questo contenuto del diritto.
Pertanto, la burocrazia, come organizzatrice di questa forza, svolge un ruolo
dominante nel diritto, anzi, il diritto come procedura, come applicazione
procedurale e processuale è burocrazia, tecnica buro- cratica con tutti i
problemi disumanizzanti, che sono già stati evidenziati nel rovesciamento della
tecnica da mezzo a fine. Anche il diritto rischia e talvolta subisce tale
rovesciamento. Basti pensare al detto latino: Fiat ius et pereat mundus. Il
diritto, secondo questo broccardo, deve trionfare in quanto tale, costi quello
che costi; si presenta come un imperativo cate- gorico di kantiana memoria, che
ha perso la sua funzione di trattamento dei conflitti sociali17 e si è
trasformato in un valore assoluto, metafisico, da mezzo è diventato fine. Non
si tratta, dunque, di descrivere il diritto quale si vorrebbe che fosse, ma di
attenersi rigorosamente al diritto quale esso effettivamente è nella realtà
umana. In questa direzione il diritto si manifesta come l’espressione di una
preferenza individuale, che, sommata ad altre preferenze individuali omogenee,
riesce a raggiungere un punto critico di forza, a produrre una forza dominante,
sulla base della quale si impone nel contesto sociale e si organizza secondo il
modello burocratico. Questa scelta personale, spesso detta ideologica, altro
non è che una prefe- renza estetica del soggetto, che risponde alla domanda: mi
piace o non mi piace? L’organizzazione, che ne deriva, dunque, in nulla si
discosta dagli stili e dai canoni estetici, che hanno accompagnato l’essere
umano lungo 16 K. Olivecrona, Il diritto come fatto, Giuffrè, Milano 1967, pp.
9-10. 17 Cfr. V. Ferrari, Funzioni del diritto, Editori Laterza, Roma-Bari
1987. la storia nelle sue avventure culinarie, musicali, letterarie,
architettoniche, pittoriche, scultoree, etc.. Non casualmente, infatti, non
solo il nichilismo giuridico ha fatto la sua comparsa all’orizzonte delle
nostre società con- temporanee, ma anche i modelli, le regole, i canoni, gli
ordini estetici, con la modernità, sono precipitosamente tramontati. Il
nichilismo si converte, a parte subjecti, in solipsismo giuridico. Il diritto è
scelto da me; accettando l’inizio, anche accetto le procedure, con cui si
svolge l’intero ordine di norme. Scegliendo l’inizio di un regime democratico
accetto il criterio della maior pars, e procurerò di scendere nel conflitto e
di inserirmi in una od altra delle forze in campo18. Il solipsismo è l’essenza
stessa del nichilismo; la piena consapevolezza dell’autonomia individuale
umana19; il riconoscimento dell’irriducibilità del soggettivismo ad
oggettività; la constatazione che l’individuo è il referente ultimo ed
indiscutibile di qualsiasi scelta. L’individuo osserva se stesso e, senza la
duplicazione del mondo, resta solo con se stesso, con le proprie speranze, con
le proprie opinioni, con il proprio senso estetico, ma anche con le proprie
angosce e con un profondo senso di impotenza, che certo non riesce ad essere
compensata dalla volontà di potenza insita nel nichilismo. Non deve stupire che
il nichilismo ed ancor più il nihilismo dei valori terrorizzi i gruppi sociali
dominanti. Sono, infatti, essi che governano più facilmente, velando la forza
ed il potere con lo strumento del dover essere etico, morale e giuridico, che
riescono a meglio celare i propri interessi e le proprie preferenze estetiche
sotto una parvenza di universalità, di bene comune, di giustizia oggettiva.
[...] la teoria del nihilismo dei valori è altrettanto pericolosa quanto alcuni
secoli orsono lo è stata la nuova immagine astronomica del mondo, e cento anni
fa la teoria genetica e a suo tempo ogni rivoluzionamento delle rappre-
sentazioni abituali. A lungo andare tale pericolosa verità non potrà rimanere
celata; gradualmente si imporrà, e sarà pericolosa soltanto nella misura in cui
durante un periodo di transizione provocherà disorientamenti passeggeri. Con il
graduale adattamento degli atteggiamenti pratici di vita alla nuova visione
teorica il pericolo verrà superato. Per ciò che concerne in particolare
l’incom- bente pericolo del nihilismo dei valori, di una disgregazione morale,
io non riesco a vederlo. Nessun nihilismo dei valori potrà far sì che il nostro
standard 18 N. Irti, Nichilismo giuridico, cit., p. 139. 19 Cfr. V. Frosini,
L’ipotesi robinsoniana e l’individuo come ordinamento giuridico, in Sociologia
del Diritto, 2001/3, pp. 5-15. morale sia più disgregato di quanto già non lo
sia a causa dello scisma delle rappresentazioni morali20. La Grande Divisione
di Hume si trasforma, come si è visto preceden- temente, facendo cadere il
termine giudizi di valore e sostituendolo con il termine giudizi di estetica.
Ciò produce un certo vantaggio nel campo della tolleranza, poiché è a tutti
noto e da quasi tutti accettato che i gusti sono personali e non discutibili
(de gustibus non est disputandum), per- tanto non ha senso affaticarsi a
convincere gli altri della maggiore bontà dei propri gusti, della bontà
dell’arrosto piuttosto che dello stufato o del bollito, della bellezza dello
stile architettonico romanico piuttosto di quel- lo gotico o barocco. Il
soggettivismo appare in tutta la sua sfrontatezza e taglia la strada a
qualsiasi tentativo di oggettivizzazione. Ma ciò vale tanto per il prossimo,
quanto per il soggetto medesimo e questo fatto (si tratta di un fatto l’origine
personale dei giudizi) mina alla radice ogni presuntuosa pretesa di verità
assoluta. Solo l’ottusità cerebrale potrà consentire con- vinzioni personali
certe ed intolleranti delle, altrettanto possibili quanto le nostre, scelte e ragioni
estetiche altrui. Il nichilismo ha in parte contribuito a costruire questa
strada ed in altra parte ne è la conseguenza. Il nihilismo, poi, ne è lo
sviluppo logico più radicale, ma anche più concreto e coerente. L’inesistenza
fattuale, oggettiva dei valori non poteva più trovare pudica copertura
nell’ipotetica equivalenza di qualsiasi valore. Il soggettivismo non produce
tante oggettività diverse, non produce alcuna oggettività. Il soggettivismo, se
rende il soggetto consapevole dei propri limiti, dovreb- be guidarlo anche
verso una revisione critica delle proprie convinzioni, prima che verso la
censura delle convinzioni altrui. Il nihilismo non è né caos, né arbitrio
capriccioso, ma semplice consapevolezza dei propri limiti conoscitivi e questi
limiti, nella loro varietà, forniscono il panorama del multicolore teatro
umano. La pazzia è una forma particolare dello spirito e aderisce a tutte le
dottrine e le filosofie, ma ancor più alla vita di ogni giorno, poiché la vita
stessa è colma di follia ed è sostanzialmente irragionevole. L’uomo aspira alla
ragione solo per potersi creare delle regole per lui stesso. La vita in sé non
ha regole. Questo è il suo segreto, questa è la sua legge sconosciuta. Quello
che tu chiami cono- scenza è un tentativo di imporre alla vita qualcosa che
risulti comprensibile21. 20 Th. Geiger, Saggi sulla società industriale, cit.,
p. 559. 21 C.G. Jung, Il libro rosso. Liber novus, Bollati Boringhieri, Torino
2013, pp. 227-228. Il diritto come estetica La partita intorno al nihilismo
la si può giuocare solo se si considera fuorviante la duplicazione metafisica
del mondo; è, infatti, solo nell’ipotesi metafisica che i valori non sono
giudizi, ma fatti di una oggettività assoluta, tanto assoluta da essere
trascendente. Il dualismo cartesiano, razionale (res cogitans/res extensa),
potrebbe anche sussistere, giacché nulla impedisce in via teorica che le scelte
estetiche siano frutto di autonoma elaborazione mentale. Intorno al tema del
determinismo o dell’indeterminismo, poi, la caduta della categoria del dover
essere e della sua sostituzione con il giu- dizio estetico, non muta la
prospettiva, che resta come scelta necessaria nel primo caso e libera nel
secondo. Evidentemente si avranno due diversi giudizi estetici: l’uno
condizionato dal sistema e l’altro espressione della scelta, della preferenza
del soggetto singolo. Resta sempre aperto il proble- ma se il soggetto può
essere completamente libero da condizionamenti di qualsiasi tipo, a cominciare
da quelli culturali, ma questi condizionamenti potrebbero anche essere intesi
proprio come i limiti personali, individua- li della conoscenza. Deve risultare
ben chiaro che né le ipotesi trascen- denti, né quelle immanenti e neppure il
determinismo e l’indeterminismo possono essere sostenuti da
verifica/falsificazione empirica; al massimo è possibile affermare che ciò che
si verifica empiricamente è empiricamente verificabile: una tautologia, come è
evidente. Il nichilismo, tuttavia, viene visto da Nietzsche, e non solo da lui,
come un mostro incombente, come una sciagura del nostro mondo occidentale, ma
una tale visione negativa appare eccessiva a chi scrive: Pensiamo questo
pensiero nella sua forma più terribile: l’esistenza, così com’è, senza senso e
scopo, ma che ritorna ineluttabilmente senza finire nel nulla: l’eterno
ritorno. È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (il non senso)
eterno!22. È bene ripeterlo; il nichilista ed il nihilista dovrebbero mettere
in discus- sione le proprie scelte, non le altrui, che rispondono ad un soggettivismo
esterno ed estraneo al nostro e, quindi, si presentano insindacabili, in quan-
to autonome. L’educazione in questo ambito è destinata a trasformarsi in
autoeducazione, in autocontrollo, in autolimitazione, non certo in arbitrio
verso il prossimo, sul quale non si potrebbe vantare alcun titolo, come il
prossimo non può vantare alcun titolo verso il soggetto agente. Risulta
evidente che etica, morale, diritto, sinteticamente, dover essere, in questa
cornice risultano privi di senso, ma ciò non significa, che la vita 22 F.
Nietzsche, Il nichilismo europeo, Adelphi, Milano 2006, pp. 13-14. Il
diritto come estetica 107 umana sia priva di senso. Significa soltanto che il
senso non è dato, non può essere dato, da valori né morali, né giuridici, ma
solo dal soggetto stesso, ammesso che abbia senso interrogarsi intorno al senso
di un essere, di un esistere che si presenta come dato ineluttabile,
ineludibile, come un dato primo, come una singolarità, si potrebbe dire con
espressione propria della fisica teorica. Un diritto estetico è solo
espressione di una maggiore consapevolezza intorno alla realtà, non certo di un
imbarbarimento dei costumi. Se, infatti, il diritto estetico è mero frutto di
una descrizione, come pare che sia, e non di una scelta valoriale, allora già
esiste nei fatti, come sostiene chi scrive, e nulla muta nell’averlo
smascherato, se non una maggiore chiarezza sul- la natura e i limiti del
diritto. Il diritto estetico è un diritto positivo, che non si nasconde dietro
né la trascendenza universalistica dello Stato, né la doverosità metafisica
della norma, ma prende atto della propria origine arbitraria umana. Del resto è
interessante riflettere intorno al fatto che già in epoca romana si discuteva
sull’identificazione di ius come ars. L’idea di associare alle artes la
conoscenza del ius appare infatti, sia pure di fuggita e in modo
concettualmente marginale, in due testi di Tacito e di Gellio, entrambi,
curiosamente, riferiti a Labeone [...]. La connessione fra ius e ars era stata
infatti, tempo prima, una bandiera [...] degli studi giuridici di Cicerone.
Quando Celso scriveva non poteva pensare che a lui23. Naturalmente, all’epoca,
il termine ars non corrispondeva all’attuale si- gnificato di opera artistica,
tuttavia, nella interpretazione di Marco Tullio Cicerone (106 a. C.-43 a. C.)
esso descriveva l’elaborazione di un metodo, di una teoria tecnico-logica
universale, di una dottrina razionale. Tale dot- trina, frutto
dell’interpretazione giuridica, spostava sulla ragione umana il contenuto
normativo e, quindi, consapevolmente o inconsapevolmente il diritto, pur
sembrando trasformarsi in una forma di conoscenza e non di volontà, in realtà
diveniva una elaborazione dei giuristi, una scelta relativa, arbitraria,
soggettiva, come tutte le scelte umane. Nota infatti senza esitazioni Guido
Alpa: Un po’ di sano realismo consente di dissacrare i dogmi
dell’interpretazione, o, meglio, di strappare il velo dell’omertà su dogmi
interpretativi. Questi dog- 23 A. Schiavone, Ius. L’invenzione del diritto in
Occidente, Einaudi, Torino 2005, p. 385.Il diritto come estetica mi tacitando
le coscienze, restituiscono tranquillità al giudice, danno conforto al dottore.
Tutti questi schemi o espedienti possono essere considerati per l’appunto
schemi o espedienti da parte di altri interpreti, e quindi la linea del lecito
e dell’arbitrio tende a spostarsi o a non riconoscersi. Nella più parte di casi
essa coinciderà con la linea che la maggioranza degli interpreti dirà essere
collocata nella posizione corretta24. Il soggettivismo, di cui
l’interpretazione è un aspetto, esprime nel diritto estetico tutta la propria
potenzialità delegittimante di Stati, ordinamenti giuridici e norme giuridiche
non condivise, ma semplicemente subite. Poiché l’origine dell’autorità, la fondazione
o il fondamento, la posizione della legge possono per definizione appoggiarsi
alla fine solo su loro stessi, sono anch’essi una violenza senza fondamento. Il
che non vuol dire che siano ingiusti in sé, nel senso di illegali o
illegittimi. Non sono né legali né illegali nel loro momento fondatore.
Eccedono l’opposizione del fondato e del non fondato, come di ogni
fondazionalismo o di ogni antifondazionalismo. Anche se il successo di
performativi fondatori di un diritto (ad esempio, ed è più di un esempio, di
uno Stato come garante di diritto) suppongono delle condizioni e delle
convenzioni preliminari (ad esempio, nello spazio nazionale o interna-
zionale), lo stesso limite mistico risorgerà all’origine supposta delle
suddette condizioni, regole o convenzioni – e della loro interpretazione
dominante. [...] il diritto è essenzialmente decostruibile [...] perché il suo
ultimo fondamento per definizione non è fondato25. Ancora una volta per
discutere del fondamento si deve uscire sia dal soggettivismo, sia,
conseguentemente, anche dall’empiria, per entrare in una qualche forma di
duplicazione mistica del mondo. L’alternativa, sem- pre possibile resta il
nichilismo/nihilismo, ma anche del nichilismo/nihi- lismo si può avere una
versione metafisica ed una non metafisica legate alla sorte dell’Essere e
dell’Ente: inesistente, il primo, (metafisica come affermazione infondata); in
dissoluzione, il secondo, (come espressione empiricamente
verificabile/falsificabile). Se l’Essere è inesistente la me- tafisica diviene
priva di fondamento, mentre l’Ente, dissolvendosi nel non essere, appartiene al
mondo dell’empiria. Tuttavia la dimensione metafisi- ca può anche sopravvivere,
monoteisticamente, con un Essere molteplice, 24 G. Alpa, Interpretare il
diritto: dal realismo alle regole deontologiche, in J. Derrida, G. Vattimo (a
cura di), Diritto, Giustizia e Interpretazione, Laterza, Roma-Bari 1998, p.
210. 25 J. Derrida, Diritto alla giustizia, in J. Derrida, G. Vattimo (a cura
di), op. cit., pp. 16-17 Il diritto come estetica 109 ad esempio, nel
Cristianesimo, con una Divinità una e trina e, nella Gnosi, con il progressivo
alienarsi, decadere del divino nella materia, (in alterna- tiva politeista: con
una molteplicità di Esseri equivalenti) oppure con un Ente cristallizzato, che
si manifesta immutabile. Ma anche la negazione, il Nulla, se dotato di
esistenza, di presenza e non di assenza, vincola alla metafisica. Si sarà già
capito che il nichilismo rimane impigliato nella metafisica fino a che, anche
solo implicitamente, si pensa come la scoperta che là dove crede- vamo ci fosse
essere, c’è, in realtà, il nulla. Così, dove credevamo ci fossero principi
della legge c’è solo l’arbitrio del legislatore o dell’interprete, la de-
cisione infondata, e per questo essenzialmente violenta, che deve essere resa
accettabile dalla finzione delle affabulazioni, o da una accettazione motivata
misticamente (nella versione kierkegaardiana del nichilismo). Una definizio- ne
non metafisica del nichilismo si può invece formulare richiamandosi all’e-
spressione con cui Heidegger caratterizza la storia del nichilismo
nietzschiano: nichilismo è la vicenda nella quale dell’essere come tale non ne
è (più) nulla. Nichilismo, se non deve (e non può) intendersi come la scoperta
che al posto dell’essere c’è il nulla, non può che pensarsi come la storia
(senza fine – senza conclusione in uno stato in cui al posto dell’essere c’è il
nulla) in cui l’essere, asintoticamente, si consuma, si dissolve, si
indebolisce26. Il Nulla è entità metafisica al pari dell’Essere, tuttavia,
paradossalmente, tale negazione dell’Essere, del Principio può trasformarsi,
capovolgendosi, in affermazione a livello di teologia negativa. Scrive,
infatti, Andrea Emo (1901-1983): Il principio. Dobbiamo cominciare con un
principio. Ma, nessun principio è definibile od oggettivabile. Dobbiamo dunque
cominciare con la rinuncia ad un principio, il che equivale ad una negazione
del principio. Ed è appunto questa negazione che è il principio. Il cogito.
Come passare da questa negazione alla presenza. Dobbiamo contemplare l’origine
della negazione. L’assolutezza della presenza consiste in questo: che essa non
è presenza in quanto presenza di qualcosa, ma è presenza per sé, in quanto cioè
nega ogni cosa. Nega ogni cosa che non sia la presenza stessa. Il suo essere
pura presenza è un essere presenza di... che è un essere presenza di nulla,
quindi è un negarsi, appunto perché è un ridurre a presenza27. 26 G. Vattimo,
Fare giustizia del diritto, in J. Derrida, G. Vattimo (a cura di), op. cit., p.
286. 27 A. Emo, Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, cit., pp.
18-19110 Il diritto come estetica La negazione diviene, metafisicamente,
affermazione proprio per la sua alienazione da qualsiasi affermazione. Ma
questa affermazione negativa della metafisica si distingue dall’affermazione
positiva dell’empiria, poi- ché mentre quest’ultima è oggettivata,
individualizzata, è parte di un tutto, la prima, invece, è puro soggetto, privo
di specificazioni e qualità empiri- che, proprio perché le trascende come puro
Essere. In questa logica nega- tiva conoscenza e volontà, pur coincidendo, si
connotano come non cono- scenza e non volontà. Ovviamente, l’ipotesi si
capovolge nella metafisica positiva, nella quale conoscenza e volontà si
presentano come assolute, e scompare nell’empiria, ove la negazione è
metamorfosi, ove il nulla è essere altro. Tuttavia anche nella metafisica
negativa il nulla sembra sci- volare nell’altro, tanto altro da essere al di là
della fisica e della metafisica, ossia del pensiero umano, ma questo altro è a
sua volta nulla, almeno per la dimensione conoscitiva umana, che non riesce a
comprendere un altro non umano e fatica ad immaginare una nullità, una assenza
assoluta. Tornando ora in modo più stretto al tema del diritto, è possibile
riassu- mere quanto detto nel seguente modo: se conoscere e volere coincidono a
livello metafisico, nella realtà fisica possono sia coincidere (Spinoza), sia
non coincidere (volontà di potenza) e lasciare spazio a scelte soggettive. Il
diritto, inteso come estetica, consente di non rinunziare al diritto, pur rela-
tivizzandolo, e di affidare al singolo soggetto l’adesione o meno al diritto
dominante, che in questo modo non rappresenta più una obbligatorietà, ma
l’alternativa tra una vita omologata, ma sicura (forse), ed una vita origina-
le, deviante, ma pericolosa. La norma estetica può essere obbedita o disat-
tesa. Il disattenderla, senza possedere una potenza, una forza sufficiente a
piegarla alla propria volontà, significa soccombere alla forza dominante.
Disattendere il diritto diviene una scelta come tante altre, della quale si
possono subire le conseguenze, generalmente sgradevoli. Il determinismo o la
volontà di potenza governano comunque il sistema umano, ma almeno non
sopravvive l’inganno di un mitologico dover essere, frutto dell’ulterio- re
sdoppiamento nel soggetto che agisce e nel soggetto che guida l’azione.
Nichilismo/nihilismo, in sintesi, sono la demistificazione del mondo ed il
diritto estetico è ciò che resta del diritto dopo questa demistificazione, che,
tuttavia, è solo empirica e, quindi, non può fornire certezze assolute. Ma
l’incertezza, il dubbio sembrano proprio essere il sigillo della condizione
umana. Infatti, la duplicazione del mondo, dei piani della conoscenza e del- la
volontà si presenta come una possibile via di fuga dall’incertezza, dalla
solitudine angosciante dell’individuo; ma, al contempo, è anche la misura
fisiologica del biologico, della stirpe animale ed umana. La duplicazione,
dunque, si manifesta sia come una contromisura psicologica ed
artificiale Il diritto come estetica 111 alla condizione umana di assenza
di senso esistenziale, sia come naturale moltiplicarsi e perpetuarsi della
vita. La singola cellula aliena parte di se stessa, scindendosi in due cellule.
Dalla madre fuoriesce per espulsione viscerale la prole. Le scissioni, il
sacrificio di parte del proprio corpo per generare il corpo dell’altro è un
processo traumatico di riproduzione, che tendenzialmente volge verso
l’infinito, salvo eventi esterni ed imprevi- sti, che ne interrompono lo
sviluppo. Dall’uno scaturisce per rottura un secondo uno, il due, ed, una volta
iniziata la pluralità, automaticamente, sopraggiungono gli altri numeri (3, 4,
5, 6, ..., infinito). Anche l’infinito, come idea, è richiamato da questo
processo moltiplicativo, ma, come in matematica, è una duplicazione
(finito/infinito) espressione di un processo al limite, che mai si compie, che,
per sua stessa natura, non può compiersi, giungere al termine, altrimenti
cadrebbe la duplicazione stessa e resterebbe solo il finito. La vita propone la
tentazione dell’infinito, ma, subito, infligge la disil- lusione. Ogni
duplicazione si presenta come speranza e si accomiata come sconforto. Resta
solo un soggetto, della cui identità tutto o quasi si ignora (dell’oggetto,
poi, non vi è neppure certezza della sua stessa esistenza), con il proprio
sentire incomunicabile se non attraverso l’atto comportamentale. Un sentire
percorso da limiti organici, stimoli, motivazioni, giustificazioni, condizionamenti,
influssi misteriosi, comandi metafisici, etc., ma pur sem- pre riducibile ad
una semplice alternativa: mi piace/non mi piace. Nella solitudine dell’essere è
questa l’unica certezza; una certezza dal contenuto vario e variabile, come
vari e variabili sembrano essere i singoli soggetti; una certezza che può
essere definita estetica. Morris Lorenzo Ghezzi. Morris L. Ghezzi. Gezzi. Keywords:
i tordi ubriachi, i tordi, tordo, “drunk as a thrush/newt” turdus ubriacus –
sturdy – I tordi -- nihilism about values, Mackie, Inventing right and wrong,
Hare, emotivism, Grice, The conception of value, valitum – valore – axiology,
stato federale, federazione, fascismo, il fascismo e la autobiografia d’Italia
– Gobetti – statocentrale – diritto – diritto naturale e diritto artificiale –
assiologia, codice valoriale, fierezza, onore, massoni, bruno, Alighieri, conte
Cagliostro, bobbio, nihilism, nichilismo, pena e castigo, Beccaria, delitto,
delinquent, delinquenza, devianza, diritto come estetica. -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Ghezzi: l’implicatura del tordo” – The Swimming-Pool Library.


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