Grice
e Giannone: l’implicatura conversazionale della terza Roma – e l’implicatura
ligure – filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella).
Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He
philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial
city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their
collectivity, to apes, even if ingenious ones!” “Non solo i corpi, ma, quel che è più, anche
le anime, i cuori e gli spiriti de' sudditi si sottoposero a' suoi piedi e
strinse fra ceppi e catene.” Esponente di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente
da una famiglia di avvocati (anche se il padre era uno speziale), lasciò il
paese natale per intraprendere gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben
presto in contatto con filosofi vicini a Vico. Fu praticante presso Argento,
che disponeva di una vasta biblioteca, la frequentazione della quale fu
essenziale per la sua formazione. I suoi interessi non si limitarono
soltanto al diritto ed alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici
e dedicandosi alla stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria
civile del regno di Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la
Chiesa per il suo contenuto. Costretto a riparare a Vienna, ottenne
protezione e sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire
indisturbato i suoi studi filosofici. Il suo tentativo di rientrare in
patria fu ostacolato dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo
di Napoli recatosi a Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a
trasferirsi a Venezia dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città,
rifiutò sia la cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso
la Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo
sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue
idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato
Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico. Dopo aver vagato per
l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un
altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il
regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione
delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio
della Savoia, ove fu attirato con un tranello. Rimasto nelle prigioni
sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la
libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei
suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della
Cittadella di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme
fortuna mentre la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri
proibiti, comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a
riparare all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi
riferimenti giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado
civile del Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante
della Curia romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle
nostre leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel
Triregno, opera aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta
la religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno
papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche
a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del
male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso
un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale
raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno
Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante
un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una
forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come
fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti
scolastici, tra cui lo storico Liceo classico Pietro Giannone di Caserta,
quello di Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis. Nel Capitolo settimo della Storia della
colonna infame, Manzoni dedica al Giannone ampio spazio elencandone i
numerosissimi plagi e gli errori che anche Voltaire gli rimprovera. Inizia
paragonandolo a Muratori e indicandolo come "scrittore più rinomato di
lui", poi aggiunge un lungo elenco (e raffronto) delle opere plagiate e
degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo e Summonte:
"...e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire
chi ne facesse ricerca". E conclude che se non si sa se fosse
"pigrizia o sterilità di mente", fu certo "raro il
coraggio". Altre opera: Autobiografia: i suoi tempi, la sua
prigionia, appendici, note e documenti inediti, Augusto Pierantoni, Roma, E.
Perino, I discorsi storici sopra gli Annali di Tito Livio, Apologia dei teologi
scolastici Istoria del pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria
civile del Regno di Napoli. 1, Napoli, Giovanni Gravier); Pietro Giannone,
Istoria civile del Regno di Napoli. 2, Napoli, Giovanni Gravier, Pietro
Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli. 3, Napoli, Giovanni Gravier, Pietro
Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli. 4, Napoli, Giovanni Gravier, Pietro
Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli. 5, Napoli, Giovanni Gravier, aprile. Note
Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Capolago,
Tipografia Elvetica, l Ibidem, note da 80 a 89 Fausto Nicolini, La fortuna di Pietro
Giannone: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il giannonismo (Bari,
Laterza). Vigezzi, PGiannone riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, 1Giannoniana:
autografi, manoscritti e documenti della fortuna di Giannone, Sergio Bertelli,
Milano-Napoli, Ricciardi, Giuseppe Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa
di Giannone., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole degli
antichi. Ebraismo e cultura europea nel pensiero religioso di Giannone,
Firenze, Le Lettere, Giuseppe Ricuperati, La città terrena di Pietro Giannone:
un itinerario tra crisi della coscienza europea e illuminismo radicale,
Firenze, Olschki, TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, testo in versione digitale
della Biblioteca Italiana, 2003.//filosofico.net/giannone.htm. De'Liguri
duri e forti:loro estensioneinItalia;e come sopra tutti gli altri popoli
tenesseró esercitati i Romani nella disciplinamilitare,sicchèfosserogliultimiad
essersog. giogati. Livio in più occasioni parlando de'liguri,confessa che niuna
provincia esercitò cotanto i romani nella virtù e disciplina m i litare, quanto
la Liguria, poichè dura nelle armi, bellicosa amica di fatiche e di travagli, e
di riposo impazienle , nelle sueguerrenon tostoerada’romani vintachesorgevapiùani
mosae forte d iprima:ishostis,velutnatus ad continendam inter magnorum
intervalla bellorum romanis militarem discipli nam , erat : nec alia provincia
militem magis ad virtutem acue bat(1).Nonabitavanoiliguri(eciòanche
contribuivaalla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed ameni e sotto
temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a sè gli
abitatori ; m a all'incontro occupando essi quella occidental parte d'Italiache
ha per confine laGalliaNarbonense,vivendo in regioni montuose aspre ed
inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed insidie;
non temevano di numerosi eserciti, nè d'istromenti bellici , nè di macchine o
d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti.E
perciò essi militavano senza molto apparecchio mi cidiale:nihil,dice
Livio,præter arma etviros,omnem spem inarmis habentes,erat, Gli antichi liguri
erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennin o in molti popoli o s i
e n o comunità, non altrimenti di ciòche si èdeltodegli antichi etruschi, ed
occupavano va stissime regioni. Le alpimarittime e gran parte delle medi
terraneeeranodaessipopolate.Dilà dellealpiipiù celebri furono i liguri salii, i
deceali e gli oxibi; di qua furono i vedianzi, ivagienni, glistatielli,imagelli,gli
eburiati, (1)Dec. IV,lib.9, inprinc. i veliati , i tigulii, gl'ingauni ,
i salassi , i libici, i lau riniedaltri.Livio,oltrequestipopolida
Pliniorapportati fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chia
mati Apuani, i quali vinsero i romani e debellarono un eser cito consolare
sotto Q. Marzin console , e nota che il luogo della sconfitta fino a'suoi tempi
chiamavasi perciò il campo Marziano: fa memoria ancora
dialtriliguridilàdell'appen nino ch'egli chiama ligurifrisinati. Questi popoli
aveano più città o vichi, dove dimoravano ciascuno nel proprio distretto ; e
fra le città son da considerarsi alcune antiche ed illustri le quali, secondo
la divisione dell'Italia fatta poi da Augusto in undici regioni, formavan parte
della XI. Nella Liguria rivoltaal mare inferiorediquà delfiume Varo, che divide
l'Italia dalla Gallia Narbonense , la prima città marit
timaches'incontravaerade'ligurivedianzi chiamata Cime lion. Prossima a questa i
massiliesi edificarono Nicea , oggi detta Nizza, alle radici delle alpi
marittime, non lontana dalle foci del fiume Varo, che poi crebbe dalle ruine di
Cimelio , cittàantichissima,la quale ebbe vescovi prima che da Costan tino
Magno fosse stata la religione cristiana fatta ricevere nel l'imperio.
Rimangono ancora le vestigia de'suoi ruderi ed il nome di Cimelio: l'anticasua
cattedra fu unita a quella di Nicea, la quale non si appartiene già al la
Gallia Narbonense , siccomealcunicredeltero,ma secondoPlinio,Tolomeoedaltri
geografi antichi, alla nostra Italia, c o m e quella che è costrutta di qua del
fiume Varo.Antipoli fondata pure da'massiliesi si appartienealla
GalliaNarbonense,perchèerettadilàdelfiume: essa lungo tempo fu sotto i
massiliesi loro fondatori, ed ora sotto ire di Francia è chiamata Antibo.
Appresso Nicea nel mar li gustico siegue Monaco detta dagli antichi Porto di
Ercole, indi AlbioInlemelio,Albingauno,Savona,Genua,Porto Delfino Tigulia, e
più in dentro Segesta città de'liguri tigulii. Chiude questo confine il fiume
Macra che da questa parte divide la Liguria dall'Etruria. Dall'altra
parte mediterranea ove si erge l'appennino ,ampio monte il quale con gioghi
perpetui e continuali fino allo stretto Siciliano divide l'Italia per mezzo , avevano
i liguri di qua e di là d e l monte medesim o 'nobilissime città; especialmente
da un lalo del Po Libarna, Dertona , Iria , Barderate , Industria , Polentia,
Potentia, Valentia,ed Augusta de'liguri vagienni. Quest'ultima città posta alle
radici delle Alpi Cozie , non molto lontana dal monte Vesulo d'onde ilPo ha sua
origine, fu dappoi resa colonia de'romani. Non ci rimane ora di essa alcun ve
stigio, ma insua vece surse al luogo stesso ne'secoli da noi men lontani la
città di Saluzzo sede un tempo di principi e capo del famoso 'marchesato di
Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò esser decorate delladignità episcopale.
Ma sopra queste s'innalzarono nella Liguria tre città non meno antiche che
illustri,Alba Pompeia,Asta,ed Aqui cittàde'liguristatielli. Alba posta nella
Liguria montuosa presso l'Appennino nellarivadelfiume
Tanarofudagliantichigeografichiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degli
Elvii posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. Pompeo rifatta e la
sciati ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ebbe vescovi antichissimi, poichè
rapportasi ilprimo tra questi essere stato nell'anno 350 S. Dionigi discepolo
di S. Eusebio, poi innal zato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti
vi se dettero due uomini insigni che la illustrarono, uno per la pru denza
civile,e fu Lazarino Fieschi de'Conti di Lavagna , al quale la regina di Napoli
Giovanna contessa di Provenza nel 1350 commise il governodelPiemonte,daluiquindiammi
nistratoconsomma lode commendazione; l'altropersapienza é somma dottrina ed
erudizione, qual fu il famoso Girolamo
Vida,quelchiarissimopoetalatinochecilasciò l'incompara bilesua Cristeideedisuoidotti
dialoghi De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del
Piemonte di là del Tanaro ,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa
edificatada’liguri statielli popoli potentissimi della Asla posta nella
Liguria mediterranea non lontana dal Tanaro furesacoloniade'romani,edun
tempofuseded’unodeglian tichi duchi longobardi. Ebbe anch'essa antichissimi
vescovi,i quali quando l'imperio di Occidente passò a'germani , furono dagli
imperatori molto favoriti ed a sommi onori innalzati; e non poco splendore recò
a quella città aver seduto nella sua cat tedra vescovileilfamoso
Panigarola,chiaroalmondo eloquenza e per tanti monumenti che lasciò di sua
dottrina. > per lasua montuosa Liguria. Fu detta Acqui dalle
acque calde che quivi scaturiscono assai salutifere , siccome oltre la
testimonianza diPlinio, l'istessaesperienza dimostra:efuchiamataAcqui de'liguri
statielli, per distinguerla dalla Acqui sestia de' Salii posta nella provincia
Narbonense . Fu anche sede di uno de'Duchi longobardi; ma la sua cattedra non è
cotanto an tica quanto le due precedenti come quella che prende sua ori gine
da'longobardi che furonoi primi ad erigerla. I liguri si stendevano anche di là
del Po , é molte città le qualisecondoladivisioned'ItaliafattadaAugusto sono
col locate nella XI regione alle radici delle Alpi , anche da'liguri traggon
l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e Secusia, oggi detta Susa ,
le quali furon poi mutate in due colonie romane.Anche Torino Plinio fa derivare
dall'antica stirpede’liguri;antiquaLigurum stirpe,egliscrisse(1)edisse il vero,
poichè coloro che la fan derivare da'massiliesi , sica come Nicea ed Antipoli,
vengono a togliere a questa città molto della sua antichità. Non è dubbio che i
liguri sieno popoli d'Italiatantoantichi,chediessinon sisal'origine,onde
sicredono indigeni del paese, nè mischiati con altrefore stiere nazioni , non
altrimenti che Tacito credette de' ger mani : all'incontro de'massiliesi si sa
l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide navigando nel mare
inferiore e cercando nuove sedi,si fermarorro ne'lidi della Gallia Nar bonense
innanzi detta Bracata. Ciò avvenne , secondo la te stimonianza di Livio (2),
mentre in Roma regnava Tarquinio Prisco,quando laprima voltaigallipassaronole Alpi,iquali
dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano loro lo sbarco,
se ne calaron pe' monti Taurini dalle Alpi Giulie nell'Insubria ,
discacciandone gli etruschi. Livio stesso ri ferisce che a'medesimi tempi i
salluvii avendo passate le Alpi , si posarono intorno al fiume Ticino vicino a
’ liguri levi , anticagenteed indigenadique'luoghi.Salluvii, e'dice,qui, præter
antiquam gentem Levos ligures, incolentes citra Ticinum amnem , expulere. Se
dunque i liguri, chiamati da Livio gente antiea, quando i massiliesi poser
piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi ; più antica sarà
l'origine di T o rino derivandola da’liguriche da'massiliesi, iqualisiccome
molti e molti anni dappoi che furono stabiliti in Massiglia fon darono Antipoli
e Nicea , molto maggior tempo appresso avreb ber dovuto fondare Torino più
lungi che quelle.Si aggiunge che quando Anoibale calò per le Alpi in Italia ,
secondo rapporta Livio (1),Torino eragià metropoli degli antichi popoli
Taurini,i quali reggendosi per se slessi aveano allora mossa guerra agl’in
subri, ericusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli coraggiosamente il
passo, che egli sforzò a gran fatica.Inoltre Livio stesso rende testimonianza
che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’liguri fu per occasione
che questi depredavano i campi di Nicea e di Antipoli , ciltà de'massiliesi
soci de’ro mani ,e non già i campi di Torino, la qual città perciò non era
de'massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Furono questi popoli chiamati
Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa è posta
furono anche detti Taurini, a cagione che dagli antichi i gioghi de monti erano
chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle schiene
di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente
dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri
antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per
chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dottipoiquesti
popoliliguri sottolasoggezionede'romani, Augusto ingrandi la città, che perciò
venne poi detta Augusta Taurinorum , non altrimenti che Lutetia Parisiorum
da'parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitavano. Ebbero i liguri
salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone ,
Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria (ora detta Aosta) per distinguerla
dall'altra Augusla de'liguri vagienni già menzionata : è posta frà le due facce
delle Alpi Graie e Pennine . Furon le prime dette da' greci Graie per lo
passaggio di Ercole (nisi de Hercule fabulis credere libet,comesaviamentedicePlinio),eleseconde
(siccome volgarmente si crede) dal passaggio di Annibale co’ suoi
cartaginesi furon chiamate Poenine, secondoavvisòanchePlinio, benchèLivione
dubiti.Checchèsiadiciò,èda osservarsi che da questa Augusta Prætoria , essendo
per la sua situazione laprima cittàd'Italia,gliantichigeometriprendevanlamisura
della lunghezza di questo nostro paese , tirando una linea per Capua fino a
Reggio, ultima città sullo stretto siciliano (1). Fu dessa ancora città famosa
ed illustre a'tempi de're longo bardi, quando questi tennero il regno
d'Italia.Ad Eporedia , città posta nella stessa regione all'imbocco della Valle
Augustana edalleradicidelleAlpi,oggi dellaIvrea, Pliniodà,senon così
anticaorigine,nulladimenounaassaipiù illustre,scrivendo che fu da”romani
fondata per impulso degli dei, secondo che da'librisibillinierastatolor mostrato:Oppidum
Eporediam, e'dice,SybillinislibrisaPopuloRomano condijussum(2).Fu antica
colonia romana ,e perciò cotanto memorata da Cicerone, Strabone, Tacilo e da
altri romani scrittori. Vercelli anche secondo Plinio dee riconoscere la sua
origine da'liguri sallii poichè egli scrive: Vercelle Libicorum ex Salliis
ortæ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio Catone, Novara anche da’li guri
ebbe origine, quantunque in ciò Plinio discordi, facendola derivare da'
vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'aptica Liguria che
occupava tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal
tempo che cangia emuta inomi,ilinguaggi,icostumi,iconfinietutto,sorti altre
divisioni e nuovi domini . Furon poi queste regioni chia mateLanga,Monferrato,l'Astegiana,Piemontesuperiore,Mar
chesato di Saluzzo, Piemonte inferiore ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese
e Biellese. Molti tra vagli i romani sopportarono per sottoporre tanti popoli
liguri, poichè questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si
mantenner liberi, nè prima degli ultimi tempi della romana repubblica furono ad
essa soltomessi. I romani cominciarono a sperimenlarli nelle armi dopo che si
erangiàresiformidabili inItaliaedaltrove,dopocheebbervinto Pirro re di Epiro e
lui costretto a ritirarsi nel suo regno , e dopo che nella prima guerra punica
il console C. Lutazio diede > ! (1) Plin., Hist. nat.lib. II , cap. 5.
(2)Plin.lib.I,cap.17. 270 a'cartaginesi quella terribile rotta
nelle isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a'romani.
Allora , finita questaguerra, i vincitoricominciaronoamuovere learmicontro i
liguri intorno alla metà del sesto secolo di Roma. Livio, nella seconda sua
deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe certamente fatto conoscere le minute
circostanze,ma questa deca interamente ci manca .L. Floro nell’Epitome ne
rammenta ilprincipio dicendo: Adversus ligurestuncprimum exercitus promotus
est. Ma da altri scrittori romani e da ciò che Livio stesso scrisse nella III e
IV deca,lequali per buona sorte ciri mangono, è facile il conoscere che fin qui
i romani non profittarono niente sopra i liguri, poichè è anche fuor di dubbio
che nel principio della seconda guerra punica quando Annibale passò le Alpi,iliguri
gli prestaronoaiutocontroiromani; e Livio nel primo libro della III deca parra,
che col loro fa. vore prese Annibale per insidie due questori romani con due
tribuni de'soldati e cinque figliuoli de'sanniti dell'ordine eque stre. Nè dopo
scacciatoAnnibale d'Italiasi perderonodianimo, sicchè non tenessero
continuamente esercitati i romani nelle armi. Declinando il sesto secolo di
Roma, ambi duei consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani (i
quali scorre fino ne’ campi Pisani e Bolognesi), e M . Emilio contro
glialtriliguridiqua dell'Appennino, furono destinati con due eserciti consolari
a soggiogarli: e sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non
mancaron quelli di risorger poi più animosi e forti che prima , sicchè fu
d'uopo nel s e guenteannoa'successoriconsoliQ. MarzioePostumio,dopoche questi
sispacciarono dalle inquisizioni de'baccanali, riprender la guerra, la quale a
Q. Marzio riusci pur troppo infelice , poichè colto ilsuo esercito da'liguri
apuanifraluoghistreltie dificili,fudissipatoinguisache,siccomescriveLivio(1),qua
tuormillia militum amissa, et legiunis secundæ signatria, undecim vexilla
sociorum ac Latini nominis in potestatem hostium venerunt, et arma multa,quæ
quia impedimento fugientibusper silvestres semitas erant, passim jactabantur:
prius sequendi Ligures finem quam fugæ Romani fecerunt. Marzio fuggi dunque col
residuo (1)Dec.IV,lib.9. - 271
delsuoesercito:nonlamen,soggiunge Livio,obliterarefa mam
reimalegestepotuit;nam saltus,undeeumLiguresfu gaverant,Martiusestappellatus.Nè
minori furonogli sforzi ne'seguenti anni de'consoli successori, Sempronio che
pugnò contro iliguri apuani ed Ap.Claudio controiliguriingauni.
Inbreve,diceLivio(1),eragiàridottoincostume"non de
cretarsia'consolialtraprovinciasenon quellade'ligurionde erano quelli spesso
intenti a formare nuove legioni per poter abbattere sì valorosi inimici;laqual
cosa non ebbe effetto se non sotto L. Emilio Paolo il quale (essendogli stata
proro gata la consolare potestà) con potente esercito spedito contro i liguri
ingauni ottenne su questi piena viltoria, siccome più tardi M. Bebio l'ottenne
su’liguri apuani .E finalmente soltanto verso la fine del secolo, insieme con
gl'istri, co' galli cisalpini e con le genti alpine, furono i liguri sottomessi
a'romani (2): de’liguri in fatti primieramente trionfo C. Claudio console
l'apno 578 , e ne'posteriori anni furono quelli poscia del tutto
debellati(3).Di questa costanzae dabito de'ligurialle fatiche della milizia ed
a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il quale passate le Alpi,
nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro popolo e più che
ne'cartaginesi stessi,poseogni fiduciane'liguride'quali sivalse.E quando
profugo da Cartagine ricovrossisotto Antioco re della Siria, il quale allora
avea guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe pole dare,
siccome Livio scrisse (4), fu che dovesse attaccare in due parti i romani
dividendo in due classi lanumerosasuaarmata,eduna,dellaqualefossestato An tioco
stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per discacciarne i
romani , l'altra, dellả quale egli stesso A n nibale sarebbe stato il capitano
supremo , dopo avere stretta lega co'cartaginesi, con le navi di questi inviare
nel mar li gustico; poichè pensava che sbarcata la sua gente nella Li guria,
egli fidando mollo nel coraggio e valore de'liguri osti nati difensori della
loro libertà contro i romani , bene avrebbe . 272 (1)Dec.
IV,lib.10,inprinc. (2)Dec. IV,lib.10,et Dec. V, lib.2. (3)Florus
Epit.,lib.7,Dec. V. (4)Dec. IV. > 273 . potuto unendo le armi
liguri alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio
fino alle mura di Roma istessa ; m a quello stolto e vano re non appigliandosi
a questo sano consiglio e volendo piuttosto seguire leadulazionide'suoi propricapitani,die'cagionealletantesue
perditeesconfitte ed alla sua totale rovina. Ma
riguardandosia'secolipiùanoivicini,non dovrà ta cersi un pregio che rese la
ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere
state avventurose madri di eroi e di semidei. Si celebrano cotanto presso i
greci e le nazioni tutte del mondo Alcide , Bacco ed Ulisse per le lunghe loro
peregrinazioni, per aver debellato i mostri ,
verteignoteterreescorsiincognitimari.Ma Ercolestesso Chi fu colui che rese
isegni diErcolefavolavile a'naviganti industri? Chi fu colui che rese
navigabili quelli che prima erano inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi
ai noi regni non meno sconosciuli che vasti ? Chi fu colui che spiegando le
fortunate sue antenne ad un nuovo polo , oscurò la fama di Alcide e di Bacco ,
se non il ligure Colombo ? Quanto ben gli si adattano, e con quanta maggiore
proprietà e ragione con vengono à lui quelle lodi che Lucrezio diede al suo
Epicuro , e che dal nostro incomparabile Torquato assai più acconcia mente
furono attribuite al coraggio ed alla grandezza d'animo del Colombo, quando di
lui canto : Unuom dellaLiguriaavràardimento All'incognito corso esporsi in
prima: Nè ilminaccevol fremito del vento, Nè l'inospitomar,nèildubbioclima, Nè
s'altro di periglio o di spavento Più grave e formidabile or si stima, Faran
che il generoso entro a'divieti D'Abila angusti l'alta mente accheti (1).
(1)Ger.lib.c.XV. GIANNONE, Pietro. - Nacque il 7 maggio 1676 a Ischitella
(Foggia), piccolo centro del Gargano, da Scipione (1646-1725), speziale, e
Lucrezia Micaglia (1653-1709). Ebbe quattro fratelli: Francesca (n. 1680),
Vittoria (1685-1735), Carlo (1688-1755) e Teresa (n. 1691). Dopo aver
compiuto i primi studi sotto la guida dell'arciprete del paese, Gaetano Serra,
dal 1691 il G. studiò per due anni filosofia con un frate francescano. Fu
inizialmente destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia mutò parere e
ai primi di marzo del 1694 il G. si trasferì a Napoli, dove, grazie all'aiuto
del prozio materno, Carlo Sabatelli, iniziò a studiare diritto presso il
procuratore Giovan Battista Comparelli. Nel 1696 divenne allievo di Domenico
Aulisio, sotto la cui guida studiò diritto civile e canonico; iniziò poi gli
studi storici nella Biblioteca Brancacciana e in quella del cardinale Gerolamo
Seripando. Negli stessi anni il poeta leccese Filippo De Angelis lo introdusse
alla filosofia di P. Gassendi e ai classici latini, greci e italiani.
Laureatosi il 4 sett. 1698 all'Università di Napoli, dallo stesso anno il G.
iniziò a frequentare (anche se marginalmente) l'Accademia di Medinacoeli, in
cui conobbe alcune delle maggiori figure della cultura napoletana, fra cui il
giurista e poeta Nicola Capasso, il medico Luca Antonio Porzio, il filosofo
Gregorio Caloprese e il medico Nicola Cirillo sotto il cui influsso abbandonò
la filosofia gassendiana per abbracciare quella di Cartesio. Morto
improvvisamente il Sabatelli nel 1700, il G. iniziò l'attività d'avvocato,
conducendo il suo apprendistato presso Giovanni Musto, ma, insoddisfatto della
sistemazione, si trasferì (su consiglio di don Giovanni Spinelli, che già lo
aveva presentato all'Aulisio) presso Gaetano Argento. Per la formazione
culturale del G. l'incontro con Argento si rivelò fondamentale, poiché a casa di
questo, dal 1702, iniziò a riunirsi l'Accademia de' Saggi, che, proseguendo
l'esperienza della Medinacoeli, riuniva un gruppo di giovani giuristi destinati
a divenire il nerbo del governo napoletano durante il viceregno austriaco. Fu
in quell'Accademia che maturò il progetto d'una nuova storia del Regno, cui il
G. diede il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile del Regno di
Napoli. Grazie alla sua attività di avvocato, il G. si garantì un agiato
tenore di vita che gli permise di chiamare a Napoli il fratello minore Carlo e
l'ormai anziano padre. Il G. aveva nel frattempo iniziato una relazione con la
popolana Elisabetta Angela Castelli, da cui ebbe due figli: Giovanni (1715) e
Carmina Fortunata (1721). Anno decisivo per la sua carriera forense fu il 1715,
quando divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa
intentata contro il vescovo di Lecce Fabrizio Pignatelli intorno alla questione
delle decime. In risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del
vescovo, il G. pubblicò la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo
di San Pietro in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo
intorno all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il
Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la
marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per
gli ampi riferimenti che il G. faceva alla storia del Regno, provocarono una
forte e vivace discussione e possono considerarsi i suoi primi importanti
lavori. Molto scalpore suscitò nel 1719 la causa in difesa del nipote
dell'Aulisio, Nicolò Ferrara, arrestato due anni prima con l'accusa di avere
avvelenato lo zio. Vinta la causa, come compenso il G. ottenne dal suo
assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei quali avrebbe poi curato
l'edizione. Nel 1718 a Napoli il G. aveva pubblicato intanto, sotto lo
pseudonimo di Giano Perontino (anagramma del nome del G.), la Lettera scritta
da Giano Perontino ad un suo amico che lo richiedea onde avvenisse che nelle
due cime del Vesuvio in quella che butta fiamme ed è più bassa la neve
lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e intera non duri
che pochi giorni. Il breve scritto era frutto degli interessi scientifici che
il G. aveva coltivato sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le
opere sino a quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato
nell'autobiografia, s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi
giuridici e storici. Infatti il G., pur impiegando gran parte del suo
tempo nell'attività forense, lavorava alacremente all'Istoria civile. Fu
proprio per potervi attendere con più tranquillità che, nel 1718, comprò e
restaurò una villa presso Posillipo, detta Dueporte perché si riteneva fosse
appartenuta ai fratelli Giovan Battista e Niccolò Della Porta. Nei cinque anni
successivi la stesura dell'Istoria lo assorbì sempre di più, tanto che i suoi
continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico soprannome di "solitario
Piero". Alla fine del 1720, l'Istoria civile era ormai pressoché
completata; il G. fece allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella
villa che il suo amico Ottavio Vitagliano aveva a Posillipo, vicino a Dueporte,
e all'inizio del 1721 cominciò la stampa. Poiché, nonostante l'istruzione
ricevuta, era più avvezzo al linguaggio giuridico (e al dialetto napoletano)
che non all'italiano letterario, il G. chiese allora all'amico Francesco Mela
di rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. Nel marzo
1723 l'Istoria civile del Regno di Napoli vedeva finalmente la luce, in
un'edizione di 1100 esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta
reale). Scritta con lo scopo principale di difendere i diritti e le
prerogative dello Stato contro la Curia romana, l'Istoria civile non intendeva
tanto apportare nuovi contributi documentari alla storia del Regno, quanto
offrirne una nuova interpretazione, esaminandone l'evoluzione dalla
disgregazione dell'Impero romano sino al Viceregno austriaco. Il G. non
raccolse (se non per i primi libri) la documentazione direttamente dalle fonti,
ma organizzò quella reperibile in altre opere, in particolare nell'Istoria del
Regno di Napoli di A. Di Costanzo (L'Aquila, Cacchi, 1581), nell'Historia della
città e Regno di Napoli di G.A. Summonte (Napoli 1601-43), nella Historia della
Repubblica veneta di B. Nani (Venezia 1662) e nel Teatro eroico e politico de'
governi de' viceré del Regno di Napoli di D. Parrino (Napoli 1692-94). Il
procedimento gli causò, in seguito, l'accusa di plagio da parte di A. Manzoni
nel capitolo VII della Storia della colonna infame, e poi da tutta la
storiografia neoguelfa, rappresentata, tra gli altri, da G. Bonacci e C.
Caristia. Il giudizio non coglieva l'importanza dell'Istoria civile, che non
stava nella ricostruzione erudita degli eventi del Regno, ma nell'affermazione
del principio dell'autonomia dello Stato. In effetti, se dagli storici
napoletani il G. traeva le notizie necessarie, i modelli storiografici erano
però altri, italiani ed europei. Fra i primi Guicciardini, Sarpi e,
soprattutto, il Machiavelli delle Istorie fiorentine: come quest'ultimo aveva
attribuito alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai Longobardi la
realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così il G. accusava Roma
di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo l'esperienza
normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei confronti
degli Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile: alla dinastia
francese il G. imputava di avere diminuito il potere regio, accresciuto quello
baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno come
feudo della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, il Meridione
avrebbe consumato il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le
dinastie regnanti contrastavano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli
stranieri che avevano ispirato il G. erano J.-A. de Thou e U. Grozio, da cui il
G. riprendeva la rivalutazione dei barbari, e in particolare dei Longobardi,
visti come signori nazionali, nemici di Roma e di Bisanzio. Tanto il G. era
avverso agli Angioini quanto mostrava simpatia per gli Aragonesi, i quali, pur
fra incertezze e contraddizioni, avevano tentato di restituire al Regno
l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio spagnolo si era concluso
tale tentativo e per questo il G. era fortemente critico verso Madrid,
sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del Regno. L'Istoria
civile si concludeva con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel quale il
ceto civile riponeva le proprie speranze. L'Istoria era dunque un'opera
collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente sostenevano i
nemici del G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e organizzava le esigenze
del ceto civile" (Ricuperati, 1970, p. 163). Con l'Istoria civile il G. si
era proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia
meridionale e in vista di ciò aveva dedicato ampio spazio all'epoca longobarda
(l'unica per cui il G. ricorresse direttamente alle fonti). Per dimostrare
soprusi e sopraffazioni della Chiesa sul Regno, il G. ricostruiva l'evoluzione
politica del Papato, respingendone implicitamente l'origine divina; questo
atteggiamento verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente
politica, rendeva l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico
europeo ma motivava anche l'ostilità di Roma verso il Giannone. Il 17
marzo 1723 il Consiglio municipale di Napoli (gli Eletti) concesse al G. una
regalia di 195 ducati e lo nominò avvocato generale della città. Mentre copie
dell'Istoria erano inviate a Vienna, a Napoli divampavano le polemiche. Le
autorità ecclesiastiche protestarono perché l'opera non aveva ottenuto la
licenza del tribunale vescovile (il G., in effetti, non l'aveva chiesta,
ritenendola superflua poiché riteneva che l'opera non trattasse argomenti di
giurisdizione ecclesiastica) e alcuni religiosi iniziarono a tenere prediche
contro il Giannone. In seguito a ciò, il potere civile mutò atteggiamento: il
viceré austriaco Friedrich Michael von Althann, che alla fine del 1722 aveva
concesso al G. la licenza necessaria per la pubblicazione dell'opera, il 12
aprile, in una riunione del Consiglio del Collaterale, biasimò apertamente gli
Eletti, i quali, peraltro, sin dal 7 aprile avevano congelato i provvedimenti a
favore del G., nominando una commissione per valutare l'opera. Nello stesso
tempo, il Collaterale ordinò la sospensione delle prediche contro il G. e la
vendita dell'Istoria. La situazione volse al peggio al momento del rito
di s. Gennaro: poiché il sangue tardava a sciogliersi, il clero napoletano
cominciò a sostenere che il santo fosse adirato con i Napoletani per la
pubblicazione dell'Istoria civile. Contro il G. si diffusero allora in tutta la
città poesie e libelli (diversi dei quali sono oggi conservati in un codice
della Biblioteca nazionale di Napoli), mentre la curia arcivescovile si
preparava a scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita del G., il
quale, spinto anche dagli amici, decise di recarsi a Vienna per chiedere la
protezione dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, il 1° maggio il G.
lasciò Napoli per quella che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe
stata una partenza senza ritorno. Raggiunta in incognito Manfredonia, da lì si
trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una villa del fratello di
Niccolò Fraggianni; nel frattempo a Napoli il sangue di s. Gennaro si
scioglieva. Trovata una nave su cui imbarcarsi, il 25 maggio 1723 era a
Trieste, il 27 a Lubiana e ai primi di giugno giungeva a Vienna. In
questa città il G. prese subito contatto con alcuni esponenti della numerosa
comunità italiana, fra cui Alessandro Riccardi, Niccolò Forlosia e il medico e
bibliotecario di corte Pio Niccolò Garelli, che portò una copia dell'Istoria
all'imperatore Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica
lanciatagli dalla curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice
dell'Istoria civile (1° luglio), il G. ricominciò a scrivere. Dapprima ritornò
sul trattato Del concubinato de' Romani ritenuto nell'Impero dopo la
conversione alla fede di Cristo, già iniziato a Napoli, poi scrisse due nuovi
trattati: De' rimedi contro le proposizioni de' libri che si decretano in Roma
e della potestà de' principi in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi
contro le scommuniche invalide e delle potestà de' principi intorno a' modi di
farle cassare ed abolire (che confluì nell'Apologia dell'Istoria civile). Negli
ultimi mesi dell'anno la posizione del G. sembrò migliorare. Il 22 ottobre, in
seguito alle pressioni viennesi, la scomunica fu revocata e in dicembre il G.
ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione
annuale "sopra i diritti della Secreteria di Sicilia". Egli non
riuscì, però, a ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli
permettesse di tornare a Napoli in una posizione sicura. Decise quindi di
fermarsi a Vienna e nel 1726 si stabilì nel palazzo della baronessa Therese
Leichsenhoffen von Linzwal, con la sorella minore della quale, Ernestine, aveva
stretto una forte amicizia. Nel frattempo, in Italia apparivano diverse
confutazioni dell'Istoria civile. Nel 1724 fu pubblicata a Roma l'Apologia di
quanto l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni
ecclesiastici della sua diocesidell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta
Ottavio Ignazio Vitagliano pubblicò a Napoli, nel 1727, una Difesa della real
giurisdizione intorno a' regi diritti su la chiesa collegiata appellata di S.
Maria della Cattolica della città di Reggio, in cui, pur volendo difendere il
G., finiva invece con il criticarlo. Il G. fu allora costretto a reagire con un
proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta. Nel 1728 apparvero a Roma
le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del Regno di
Napolidel gesuita Giuseppe Sanfelice: rispetto all'opera dell'Anastasio si
trattava di un lavoro ben più articolato e problematico, tanto che il G. in un
primo tempo aveva deciso di non replicare, ma durante la villeggiatura a
Perchtoldsdorf (nei dintorni di Vienna) scrisse la Professione di fede. L'opera
conobbe una vasta fortuna, testimoniata da un'imponente circolazione
manoscritta, e segnò la definitiva rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta
del G. fece seguito alla pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra il nono
libro dell'Istoria civile di Napoli(Napoli 1732) del padre Sebastiano Paoli,
scritte con l'aiuto dell'erudito e antiquario Matteo Egizio, esponente della
parte più moderata del giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la
lezione del Giannone. Fallite le speranze di ottenere un incarico a
Vienna, il G. riprese l'attività forense; oltre a diverse allegazioni per
clienti viennesi e napoletani, nel 1725 scrisse il Ragionamento per il signor
don Leopoldo Pilati, in cui difendeva i diritti di quest'ultimo alla nomina
(poi non avvenuta) a vescovo di Trento dopo la morte di Giovanni Benedetto
Gentilotti e, nell'autunno del 1727, il trattato De' veri e legittimi titoli
delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano nel Tribunale detto della
Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale della Monarchia di Sicilia.
Al 1731 risalgono due lavori di rilievo: la Breve relazione de' Consigli e
dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Domenico
Castelli, e le Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado
beneventano… sia… sottoposto al regio exequatur, come tutti gli altri
arcivescovadi del Regno, opera scritta su incarico della Città di Napoli.
Nel frattempo, con l'apparizione della traduzione inglese dell'Istoria civile
(The civil history of the Kingdom of Naples, London 1729-31) iniziava la
fortuna europea del G. e dell'Istoria. Sin dal 1728 il G. aveva cominciato a
corrispondere regolarmente con gli eruditi tedeschi Siegmund Liebe e Johann
Burckard Mencke, e con il figlio di questo, Friedrich Otto, iniziando la
collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Nel 1729 scrisse la
Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis
nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni
creduta coniata in Napoli l'anno 1502, che, tradotta in latino, uscì a Londra
nel 1733 in un'edizione degli Historiarum sui temporis libri XXIV di J.-A. de Thou.
All'inizio degli anni Trenta, il G. era ormai un intellettuale inserito nel
contesto europeo, per i rapporti di collaborazione stretti con esponenti della
cultura inglese e tedesca e per la sua conoscenza, maturata in quel periodo,
delle opere che meglio rappresentavano quelle culture. In tal senso, un ruolo
fondamentale aveva avuto la frequentazione con il principe Eugenio di Savoia,
nella cui ricchissima biblioteca il G. aveva letto i più importanti testi del
pensiero libertino e radicale europeo. Da queste sue fertili frequentazioni nei
primi anni dell'esilio viennese derivò il progetto della sua opera principale,
il Triregno, iniziata nell'estate del 1731, durante una villeggiatura a
Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi,
nel 1733. Il Triregno si articola in tre parti: nella prima, il Regno
terreno, il G. studia la religione ebraica e sottolinea come in essa non si
conoscesse un aldilà, in quanto al popolo ebraico si prometteva esclusivamente
il dominio sugli altri popoli senza alcun riferimento a mondi ultraterreni.
Quello che Dio aveva promesso all'uomo nella Genesi era, dunque, esclusivamente
un regno terreno. Nel successivo Regno celeste l'attenzione del G. si sposta al
cristianesimo delle origini: studiando i testi neotestamentari, mette in
evidenza come fosse stato il cristianesimo a introdurre l'idea di un mondo
ultraterreno cui i fedeli erano destinati dopo essere stati giudicati sulla
base delle loro azioni mondane. Il Regno papale, l'ultima parte, riprende il
discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del Papato: dopo
i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento evangelico, i
pontefici, approfittando della decadenza del potere imperiale dopo Costantino,
costituirono il loro Regno sul principio della superiorità rispetto agli Stati
mondani. Nella composizione del Triregnoconcorrevano diverse tradizioni:
la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con cui il G. era entrato
in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana, per influenza
dell'Aulisio, dal quale il G. comprese l'importanza della storia ebraica. Molti
temi delle Scuole sacre - l'opera di Aulisio uscita postuma nel 1723, pochi
mesi dopo l'Istoria civile - ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati
dalle conoscenze acquisite a Vienna: la storiografia protestante tedesca
(particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle
Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae di Joseph Bingham e delle
Observationes sacrae di Salomon Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo
postspinoziano. In questo senso importante era stato il rapporto con gli
scritti di John Toland (in particolare le Lettere a Serena, Origines Iudaicae e
Nazarenus), dai quali il G. trasse la tesi secondo cui gli ebrei credevano
nella mortalità dell'anima e non avevano idea di un mondo ultraterreno, e con
la storiografia che con questi si era misurata criticamente (come le Vindiciae
antiquae Christianorum disciplinae del luterano Johann Laurenz Mosheim).
Il Triregno non era, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria civile. La
matrice giurisdizionalista era evidente soprattutto nell'incompiuto Regno
papale, dove il G. riprendeva il problema delle origini del potere
ecclesiastico, affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia
protestante: non più "istoria civile" del Regno di Napoli, ma di
tutto l'Occidente cristiano. Di qui la persecuzione che la Curia romana mosse
contro di lui, riuscendo, infine, non solo a farlo arrestare, ma a entrare
anche in possesso dell'autografo del Triregno. Si impedì così la
pubblicazione dell'opera, ma non ne fu, tuttavia, impedita completamente la
diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli
archivi romani in cui l'originale era custodito). Nel secondo Settecento
diversi codici del Triregnocircolarono in Italia e in Europa, e negli anni
Sessanta sembrò addirittura imminente una sua pubblicazione, poi non avvenuta,
ad Amsterdam. La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di
Borbone determinò la dispersione della comunità napoletana di Vienna.
Ritenendo, con ragione, che fosse in pericolo la sua pensione, basata su
rendite siciliane, anche il G. decise, allora, di partire. Lasciò Vienna il 28
ag. 1734, e giunse a Venezia il 14 settembre. Doveva essere solo un punto di
passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli rifiutarono il
passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le trattative per il
riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale veneziano si
rivelò, comunque, ricco di stimoli per il G., che strinse amicizia con il
senatore Angelo Pisani, con il principe milanese Alessandro Teodoro Trivulzio,
con l'abate Antonio Conti, con l'avvocato Giuseppe Terzi e con il libraio
Francesco Pitteri. Con quest'ultimo, in particolare, si accordò per una nuova
edizione dell'Istoria civile, per la quale approntò, come quinto tomo,
quell'Apologia dell'Istoria civile cui lavorava da tempo e in cui confluirono i
tre trattati composti a Vienna. In realtà, anche a Venezia il G. non mancava
certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo, Domenico Pasqualigo gli aveva offerto
la cattedra di diritto civile all'Università di Padova, ma la Curia romana era
riuscita a fare sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia,
Iacopo Oddi, faceva pressioni sul governo della Serenissima perché il G. fosse
cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per screditare il G. venne
diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica veneziana in alcune
pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi: la Risposta a tale
accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile. Alla fine del marzo
1735 il G. si stabilì nell'abitazione del Pisani e un mese più tardi fu
raggiunto a Venezia dal figlio Giovanni, che aveva lasciato a Napoli dodici
anni prima. Riprese, allora, la stesura del Triregno, discutendone con i suoi
amici veneziani. Fu nella villa del Pisani a Rovere di Crè (presso Rovigo) che,
nel luglio 1735, il G. scrisse la Prefazione al Triregno. Anche questa volta,
tuttavia, la tranquillità doveva rivelarsi effimera. Dopo oltre un anno
di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato sperato: la
notte del 13 sett. 1735, poco dopo aver lasciato, insieme con l'abate Conti, la
casa dell'avvocato Terzi, il G. fu catturato da agenti del S. Uffizio, caricato
a forza su un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio
pontificio. Riuscì quindi fortunosamente a raggiungere Modena e vi restò
nascosto per circa un mese, sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto,
fra gli altri, anche da L.A. Muratori. Iniziò, allora, la stesura del
Ragguaglio dell'improvviso e violento ratto praticato in Venezia ad istigazione
de' gesuiti e della corte di Roma. Raggiunto, infine, dal figlio, il G. si recò
a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove sperava nell'aiuto della
famiglia del principe Trivulzio. Il 16 nov. 1735 fu ricevuto dal marchese
Giorgio Olivazzi, gran cancelliere, il quale gli consigliò di scrivere a Carlo
Vincenzo Ferrero marchese d'Ormea, ministro di Carlo Emanuele III di Savoia,
per offrirsi come storico di corte. Quel che Olivazzi non poteva sapere era che
l'Ormea s'era già accordato con il cardinale Alessandro Albani, offrendogli
l'arresto del G. come contropartita per la concessione di un concordato
favorevole allo Stato sabaudo al fine di chiudere lo scontro - aperto un
ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino partì
quindi l'ordine di arresto del G., che però nel frattempo aveva già lasciato
Milano per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un
rifugio sicuro dopo l'esperienza veneziana, il G. aveva deciso di andare a
Ginevra, dove era in contatto con l'editore Marc-Michel Bousquet (che sin dal
1729 aveva annunciato la sua intenzione di pubblicare una traduzione francese
dell'Istoria civile). Mentre dava l'ordine di arrestarlo a Milano, l'Ormea non
poteva immaginare che il G. fosse proprio a Torino, dove si fermò il 27 e il 28
nov. 1735. Giunse a Ginevra il 5 dicembre, dove, pur rifiutando di convertirsi
al calvinismo, strinse amicizia con i teologi protestanti Jean-Alphonse
Turretini e Jacob Vernet. A causa delle sue precarie condizioni
economiche, decise di pubblicare la traduzione francese dell'Istoria civile,
per la quale s'era accordato già da tempo con il Bousquet. Questi, però, aveva
sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore J.-A. Pellissari, e si
era trasferito in Olanda. Fu solo grazie all'aiuto di Vernet che il G. poté
trovare un nuovo finanziatore nel libraio Jacques Barillot, ma, quando,
all'inizio del marzo 1736, tutto era pronto per la nuova edizione dell'Istoria,
il G. fu attirato fraudolentemente in territorio sabaudo e arrestato. Sin
dal 10 dic. 1735 il marchese d'Ormea aveva dato disposizioni per l'arresto al
governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del
rapimento è stata raccontata dal G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine
esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli aveva preso alloggio
presso il sarto Charles Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale
Giuseppe Gastaldi, il cui fratello era aiutante di campo del conte Piccon.
Dapprima Gastaldi si guadagnò la simpatia di Giovanni, il figlio del G.,
invitandolo spesso a Vésenaz (il piccolo centro savoiardo di fronte a Ginevra,
dov'era la dogana) insieme con Chénevé. In questo modo egli venne a conoscenza
dei movimenti del G. a Ginevra, informandone Piccon. Dopo aver rifiutato gli
inviti del Gastaldi per tutto l'inverno, il G. accettò di assistere alla messa
della domenica delle Palme nella chiesa di Vésenaz. Sabato 24 marzo 1736 si
trasferì con il figlio a casa di Gastaldi. Questi, presi con sé alcuni soldati,
irruppe di notte nella stanza del G. e arrestò lui e il figlio; il giorno dopo,
Gastaldi si mise in marcia verso Chambéry. Il G. racconta la gioia del
doganiere il quale, tenendo in mano un suo ritratto (probabilmente una copia
dell'incisione fatta a Vienna da Jacob Sedelmayer) andava di paese in paese
urlando di aver catturato "un grand'uomo". Giunto a Chambéry la
sera del 26 marzo 1736, Gastaldi consegnò i prigionieri al conte Piccon, il
quale, il 7 aprile, ne dispose il trasferimento nella fortezza di Miolans,
tradizionalmente deputata ad accogliere i prigionieri di Stato (quarant'anni
dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il marchese de Sade). Ricevuta notizia
dell'arresto, l'Ormea ne informò il cardinale Albani, al quale riferì anche
l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare il G. a Roma, ma di
impegnarsi a tenerlo in carcere "perpetuamente". Per quanto la corte
di Roma avrebbe preferito giudicare direttamente il G., il 5 maggio Clemente
XII ringraziò il sovrano sabaudo per l'arresto del "sedizioso". Ormea
e Albani si accordavano, intanto, perché il G. fosse processato dal S. Uffizio piemontese
e costretto ad abiurare. Durante la sua prigionia a Miolans (aprile 1736
- settembre 1737) il G. scrisse l'autobiografia (Vita di Pietro Giannone
scritta da lui medesimo) e iniziò, aiutato dal figlio, una prima versione dei
Discorsi sopra gli Annali di Tito Livio, un'opera che intendeva offrire a Carlo
Emanuele III per l'educazione del principe di Piemonte, il futuro Vittorio
Amedeo III. Nello stesso periodo l'Ormea riuscì, grazie al conte Piccon e ad
altri agenti sabaudi, a entrare in possesso dei manoscritti delle opere del G.
(compreso quello del Triregno), che, dopo esser stati esaminati da Giovanni
Antonio Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico di corte, furono
inviati a Roma. Il 15 sett. 1737 il G., separato dal figlio Giovanni (che fece ritorno
a Napoli), fu trasferito a Torino (nelle carceri di Porta Po, prima, e nella
cittadella, poi). Qui fu affidato alla cura spirituale del padre filippino
Giovan Battista Prever. Nel marzo del 1738 prestò formale abiura dei suoi
errori di fronte al vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano. Il testo
dell'abiura non era quello che la Curia romana si attendeva, tanto che -
contrariamente alla prima intenzione - si decise di non renderlo pubblico. A
convincere il G. ad abiurare era stata la speranza di poter tornare presto in
libertà, ma il 15 giugno 1738 fu trasferito al forte di Ceva, dove sarebbe
rimasto sei anni. Le istruzioni impartite al conte Giuseppe Amedeo De
Magistris, governatore del forte, erano per la migliore sistemazione possibile
nel castello (il G. fu rinchiuso nella prigione detta "la speranza":
due stanze e un anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta
di pietra). Gli era permessa qualche ora d'aria al giorno (purché non parlasse
con nessuno, tranne il governatore e il confessore del forte) e poteva leggere
e scrivere (purché le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino).
Nei sei anni di prigionia cebana il G. terminò i Discorsi sopra gli Annali di
Tito Livio (conclusi nel maggio 1738) e scrisse altre tre opere: l'Apologia de'
teologi scolastici (1739-41), l'Istoria del pontificato di s. Gregorio
Magno(1741-42) e L'ape ingegnosa (1743-44). In esse riaffioravano molti temi
del Triregno, soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove
l'autorità dei Padri della Chiesa era sottoposta a una vera e propria
demolizione -, e nell'Istoria del pontificato di s. Gregorio Magno.
Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione dell'Apologia, era una
vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno papale una vasta parte
doveva essere dedicata a tale pontefice. Temi tipici degli autori libertini, in
particolare del Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis historiadi
Plinio il Vecchio, tornavano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa, vasto e complesso
zibaldone, come recita il titolo, di "varie osservazioni sopra le opere di
natura e dell'arte", denso di spunti autobiografici. Nonostante la
prigionia, la fortuna europea del G. continuava: nel 1738 ad Amsterdam era
apparsa la traduzione francese dei libri sulla "politia
ecclesiastica" (Anecdotes ecclésiastiques contenant la police et la
discipline de l'Église chrétienne depuis son établissement jusqu'au XIe
siècle), nel 1742 l'intera Istoria civile era stata tradotta in francese da
C.-G. Loys de Bochat e G. Bentivoglio e pubblicata a Ginevra (ma con la falsa
indicazione dell'Aja). Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane
preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva il G. entrava in contatto con
esponenti della nobiltà locale, che lo incaricarono della stesura di alcune
allegazioni forensi. Nell'estate del 1744, a causa dell'avanzata delle
truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte nella Guerra di
successione austriaca, il G. fu trasferito a Torino, dove giunse il 3 settembre.
In un primo tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono
assai più dure: il governatore Ercole Tomaso Roero di Cortanze non aveva avuto,
come invece il De Magistris, ordini particolari per il prigioniero, il cui
trattamento non fu inizialmente dissimile a quello riservato ai molti
prigionieri che affluivano nella capitale da tutto il Piemonte. La situazione
fu aggravata dalla morte del marchese d'Ormea (maggio 1745), tanto che il 14
maggio 1746 il G. inviò al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio
stato e sulle angherie cui lo sottoponeva il maggiore della cittadella, il
conte Giovan Battista Caramelli. Da allora le condizioni della sua detenzione
migliorarono sensibilmente. Il suo ritorno a Torino non era passato inosservato;
in pochi mesi il G. entrò in relazione con personaggi della corte e della
cultura, come i bibliotecari dell'Università Paolo Ricolvi e Antonio
Rivautella, e, soprattutto, con il residente inglese, Arthur Villettes, il
quale gli fece avere diversi libri della propria biblioteca, grazie ai quali,
oltre a quelli avuti dalla Biblioteca reale tramite Roero di Cortanze, il G.
poté aggiungere nuovi capitoli all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare
una nuova versione, rimasta incompiuta, dei Discorsi. Il nuovo interesse
destato dal G. suscitò la reazione delle autorità ecclesiastiche: il nunzio a
Torino, mons. Ludovico Merlini, protestò presso il sovrano, il quale gli
assicurò che le condizioni del prigioniero sarebbero divenute più severe.
In realtà il G. continuò a scrivere e a ricevere libri da Villettes e da
Roero di Cortanze sino alla morte, sopraggiunta il 17 marzo 1748. Il
desiderio del G., formulato in una lettera all'Ormea nel marzo 1741, che sulla
sua tomba fosse posta un'iscrizione da lui appositamente composta non fu
esaudito: il suo corpo fu sepolto nella fossa comune dei prigionieri della
chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa fu distrutta
intorno al 1860. Opere: Opere di Pietro Giannone, a cura di S. Bertelli -
G. Ricuperati, Milano-Napoli 1971 (con un'accuratissima bibliografia), in cui
sono comprese la Vitascritta da se medesimo, pagine scelte dell'Istoria civile,
del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre opere del carcere e alcune
lettere; Istoria civile, a cura di A. Marongiu, Milano 1970; Triregno, a cura
di A. Parente, Bari 1940; Dopo la "Giannoniana": problemi di
edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del
"Triregno", a cura di G. Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e
Restaurazione.Studi in onore di Furio Diaz, a cura di P. Alatri, Roma 1993, pp.
43-88; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato pubblicato in Un testo
inedito di P. G., a cura di A. Denis, in Archivio storico italiano, Delle altre
opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è L'ape
ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura e
dell'arte, a cura di A. Merlotti, Roma 1993 (con bibliografia Per le lettere:
P. Giannone, Epistolario, a cura di P. Minervino, Fasano 1983; Lettere
autografe, a cura di P. Minervino, ibid. 1990 (in entrambi i casi l'edizione
non è del tutto affidabile, cfr. la rec. di G. Di Rienzo, in Bollettino
storico-bibliogr. subalpino, Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica,
Manoscritti di Giannone(inventario a cura di G. Ricuperati, Le carte torinesi
di P. G., in Memorie dell'Acc. delle scienze di Torino, classe di scienze
morali, storiche e filologiche, s. 4, IV [1962]): nel 1992 il fondo è stato
arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi
austriaco e veneziano; F. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di P. Giannone.
Ricerche bibliografiche, Bari 1913; L. Marini, P. G. e il giannonismo a Napoli
nel Settecento, Bari 1950; B. Vigezzi, P. G. riformatore e storico, Milano
1961; S. Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e documenti della
fortuna di P. G., Napoli 1968; G. Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa
di P. G., Milano-Napoli 1970; G. e il suo tempo, a cura di R. Ajello, Napoli
1980; A. Merlotti, Settecento e "Risorgimento ghibellino": Giuseppe
Ferrari lettore di P. G., in Annali della Fondazione Einaudi,Id., Negli archivi
del Re. La lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo (1748-1848),
in Riv. stor. italiana,G. Ricuperati, P. G.: an itinerary in European
free-thinking, in Transactions of the Ninth International Congress on the
Enlightenment, Oxford 1996, pp. 242-245; H. Trevor-Roper, P. G. and Great
Britain, in The Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno
di Napoli" di P. G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche
storiche, Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea
nel pensiero religioso di P. G., Firenze 1999.Grice: “One good thing about the
Roman Church (you know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was
rendered an ‘impious’ by the Church and imprisoned to death. This allowed him
to philosophise on the Liguri – and he did!” Pietro Giannone. Giannone. Keywords:
la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico, Giannone, Genovesi – Liguria –
commento su Livio – regno terreno, regno celeste, regno papale --. Storia di
roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannone” – The
Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment