Grice
e Gioberti: l’implicatura conversazionale del bello – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Torino). Filosofo italiano. Grice: “I
like Gioberti; he published ‘Del bene, del bello,’ suggesting they are
etymologically connected, and they are: BONUS alternates with BENE in Roman,
and the dimintuvie, BENETULUS, gives ‘bellus’ – So the Roman implicature is
that the ‘bello’ is a ‘little’ ‘bene’ – or gracious, comfortable, and
proportionate, rather than having to do with ‘bene’ itself. – “like bene” – and
affectionate diminutive, one hopes!” – Laureato, e parzialmente influenzato da
Mazzini, lo scopo principale della sua vita divenne l'unificazione dell'Italia
sotto un unico regime: la sua emancipazione, non solo dai signori stranieri, ma
anche da concetti reputati alieni al suo genio e sprezzanti del primato morale
e civile degli italiani. Questo primato era associato alla supremazia del Papa,
anche se inteso in un modo più letterario che politico. Carlo Alberto di
Savoia lo nomina suo cappellano. La sua popolarità e l'influenza in campo
privato, tuttavia, erano ragioni sufficienti per il partito della corona per
costringerlo all'esilio; non era uno di loro e non poteva dipendervi. Sapendo
questo, si ritirò dal suo incarico ma fu arrestato con l'accusa di complotto e bandito
dal Regno sabaudo senza processo. Andò a Parigi e Bruxelles per insegnare
filosofia. Nonostante ciò, trovò il tempo per filosofare con particolare
riferimento al suo paese e alla sua posizione. Essendo stata dichiarata
un'amnistia da Carlo Alberto, divenne
libero di tornare in patria. Al suo ritorno a Torino, fu ricevuto con il più
grande entusiasmo. Rifiutò la dignità di senatore che Carlo Alberto gli aveva
offerto, preferendo rappresentare la sua città natale nella Camera dei deputati,
della quale fu presto eletto presidente. Cadde il governo. Il re nominò
Gioberti nuovo presidente del Consiglio. Il suo governo terminò. Con la salita
al trono di Vittorio Emanuele II lla sua vita politica giunse alla fine. Ebbe
un posto nel consiglio dei ministri, anche se senza portafoglio, ma un diverbio
irriconciliabile non tardò a maturare. Fu allontanato da Torino con
l'affidamento di una missione diplomatica a Parigi, da cui non fece più
ritorno. Rifiutò la pensione che gli era stata offerta e ogni promozione
ecclesiastica, visse in povertà e passò il resto dei suoi giorni a Bruxelles,
dove si trasferì dedicandosi agli studi filosofici. I primi due licei istituiti
a Torino celebrarono uno l'opera diplomatica di Cavour (il Liceo classico
Cavour) e l'altro il pensiero, anche politico, di Gioberti (il Liceo classico
Vincenzo Gioberti). Gli scritti sono più importanti della sua carriera
politica; come le speculazioni di Rosmini-Serbati, contro cui scrisse, sono
state definite l'ultima propaggine del pensiero medievale. Anche il sistema di
Gioberti, conosciuto come “ontologismo”, più nello specifico nelle sue più
importanti opere iniziali, non è connesso con le moderne scuole di pensiero.
Mostra un'armonia con la fede che spinse Victor Cousin a sostenere che la
filosofia italiana era ancora fra i lacci della teologia e che Gioberti non e
un filosofo. Il metodo per lui è uno strumento sintetico, soggettivo e
psicologico. Ricostruisce, come afferma, l'ontologia e comincia con la formula
ideale, per cui l'Ens crea l'esistente ex nihilo. Dio è l'unico ente Ens. Tutto
il resto sono pure esistenze. Dio è l'origine di tutta la conoscenza umana (le
idee), che è una e diciamo che si rispecchia in Dio stesso. È intuita
direttamente dalla ragione, ma per essere utile vi si deve riflettere, e questo
avviene tramite i mezzi del linguaggio. Una conoscenza dell'ente e delle
esistenze (concrete, non astratte) e le loro relazioni reciproche, sono
necessarie per l'inizio della filosofia. Gioberti è, da un certo punto di
vista, un platonico. Identifica la religione con la civiltà e nel suo trattato
Del primato morale e civile degli Italiani giunge alla conclusione che la
chiesa è l'asse su cui il benessere della vita umana si fonda. In questo
afferma che l'idea della supremazia dell'Italia, apportata dalla restaurazione
del papato come dominio morale, è fondata sulla religione e sull'opinione
pubblica. Tale opera e la base teorica del neoguelfismo. In “Rinnovamento e
Protologia” si dice che abbia spostato il suo campo sull'influenza degli
eventi. La sua prima opera aveva una ragione personale per la sua
esistenza. Un amico, avendo molti dubbi e sfortune per la realtà della
rivelazione e della vita futura, lo ispirò alla stesura de “La teorica del
sovrannaturale”. Dopo questa, sono
passati in rapida successione dei trattati filosofici. La “Teorica” è seguita
dalla “Filosofia”, dove afferma le ragioni per richiedere un nuovo metodo e una
nuova terminologia. Qui riporta la dottrina per cui la religione è la diretta
espressione dell'idea in questa vita ed è un unicum con la vera civiltà nella
storia. La Civiltà è una tendenza alla perfezione mediata e condizionata, alla
quale la religione è il completamento finale se portato a termine. È la fine
del secondo ciclo espresso dalla seconda formula, l'ente redime gli
esistenti. I saggi “Del bello” e “Del buono hanno” seguito
l'introduzione. Del primato morale e civile degl'Italiani e Prolegomeni sulla
stessa e a breve trionfante esposizione dei Gesuiti, Il Gesuita moderno,
pubblicato clandestinamente a Losanna da Bonamici, ha senza dubbio accelerato
il trasferimento di ruolo dalle mani religiose a quelle civili. È stata la
popolarità di queste opere semi-politiche, aumentata da altri articoli politici
occasionali e dal suo Rinnovamento civile d'Italia, che lo ha portato ad essere
acclamato con entusiasmo al ritorno nel suo paese natio. Tutte queste opere
sono state perfettamente ortodosse e hanno contribuito ad attirare l'attenzione
del clero liberale nel movimento che è sfociato, sin dai suoi tempi,
nell'unificazione italiana. I Gesuiti, tuttavia, si sono raduttorno al Papa più
fermamente dopo il suo ritorno a Roma e alla fine gli scritti di Gioberti
furono messi all'indice. I resti delle sue opere, specialmente “La filosofia
della rivelazione” e la Prolologia espongono i suoi punti di vista maturi in
molte parti. Tutti gli scritti giobertiani, tra cui quelli lasciati nei
manoscritti, sono stati pubblicati daMassari (Torino). Il Ministero dei beni
culturali ha affidato la redazione dell'edizione nazionale all'Istituto di
Studi Filosofici "Enrico Castelli", presso l'Università La Sapienza di
Roma. Altre opera: Prolegomeni del Primato morale e civile degli italiani,
Enrico Castelli; Primato morale e civile degli italiani, Ugo Redanò; Introduzione
allo studio della filosofia, Alessandro Cortese; Teorica del sovrannaturale,
Alessandro Cortese; Del rinnovamento civile d'Italia; Vincenzo Gioberti, Del
rinnovamento civile d'Italia, Del rinnovamento civile d'Italia, Scrittori
d'Italia Bari, Laterza. Cfr. lettera di V. Gioberti a G. Leopardi in Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi
dalle carte napoletane, Firenze, Successori Le Monnier. Gioberti visse in Rue
des marais S. Germain, hotel du Pont des Arts n° 3. In lingua latina: "dal nulla", vedi
anche la locuzione Ex nihilo nihil fit di Lucrezio. Antonio, su Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Istituto Castelli-Roma
in. Anteprima disponibile su Anteprima della II edizione disponibile su
books.google. Giuseppe Massari, Vita di
Gioberti, Firenze, Antonio Rosmini Serbati, Gioberti e il panteismo, Milano, Spaventa,
La Filosofia di Gioberti, Napoli, Achille Mauri, Della vita e delle opere di
Gioberti, Genova, Giuseppe Prisco, Gioberti e l'ontologismo, Napoli, Pietro
Luciani, Gioberti e la filosofia nuova italiana, Napoli, Domenico Berti,
Di Gioberti, Firenze, Giorgio Rumi, Gioberti,
Bologna, Il mulino, Mario Sancipriano, Gioberti: progetti etico-politici nel Risorgimento,
Roma, Studium, Francesco Traniello, Da
Gioberti a Moro: percorsi di una cultura politica, Milano, Angeli, Gianluca
Cuozzo, Rivelazione ed ermeneutica. Un'interpretazione di Gioberti, Milano,
Mursia, Mustè, La scienza ideale. Filosofia e politica in Gioberti, Soveria
Mannelli, Rubbettino, Mustè, Il governo federativo, Roma, Gangemi, Alessio
Leggiero, Il Gioberti Frainteso. Sulle tracce della condanna, Roma, Aracne, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Gioberti attuale – Il Popolo d’Italia -- Non
bisogna cedere alla facile tentazione erudita di dare troppi precursori al
fascismo, come si è fatto da taluno in questi ultimi tempi. Il fascismo ha
molti precursori e e non ne ha nessuno. Non ne ha nessuno se alla parola «
precursore » si dà un significato strettissimo o letterale, ne ha molti se la
stessa parola viene interpretata in un senso più lato. ln quest'ultima
categorià può esser posto Vincenzo Gioberti. Ecco un autore che appare oggi «
attuale » più di quanto non fosse fra il 1840 e il 1850 o anche semplicemente
venti anni fa. Ci sono nelle pagine dei suoi libri notazioni, istruzioni, moniti,
previsioni che il tempo ha confermato. Si vuole oggi, dal fascismo, una
gioventù studiosa, che sia forte nel corpo come nello spirito. Or ecco come il
Gioberti, a proposito della necessità dell'educazione fisica giovanile, si
esprimeva nel suo Primato: « I giovani indurino il corpo avvezzandolo al sole,
allenandolo alla corsa e ai ginnici esercizì, rompendolo alle operose veglie e
alle utili fatiche, costringendolo a nutrirsi di cibi frugali, a posare su dura
coltrice e assoggettandolo in ogni cosa allo imperio dell'animo, il quale col
domare i sensi; si rende libero e franco e si dispone ai nobili affetti, ai
vasti e magnifici pensieri ». Il fascismo ha battuto sempre in breccia certi
persistenti snobismi linguaioli, che sono ormai superstiti soltanto in piccoli
gruppi. Vedete come Gioberti flagellava gli esotismi del tempo che facevano
preferire le lingue straniere all'italiana, l'abietto « forestierume », come,
con parola di scherno supremo, diceva il Gioberti: « Riscuotano dunque se
stessi da ogni ombra di forestierume, non solo nelle cose gravi ma anco nelle
leggere, perché queste concorrono a informare il costume, che in opera di
mutazioni morali è la somma del tutto. E non lieve faccenda, ma gravissima e
importantissima è la lingua nazionale così per la stretta ed intima congiuntura
dei pensieri con le voci, onde gli uni tanto valgono quanto l'espressione che
li veste (dal che segue che le parole non sono pur parole, ma eziandio cose)
come perché essendo ·la favella lo specchio più compito e più vivo delle
specialità morali e intellettive di un popolo, chi la trascura e disprezza non
può essere veramente libero, né aver cara l'indipendenza e la libertà della
patria. Perciò indizio grave di servilità e di declinazione civile e prova non
dubbia di poco amore verso il luogo natìo, è il trasandare la propria loquela e
il vezzo di parlare o di scrivere senza bisogno di lingua forestiera. Tale
indegno costume è altresì basso e vile! ». Pochi scrittori hanno, più del
grande pensatore torinese, posto in rilievo la somma importanza della lingua
nella vita di un popolo e i pericoli insiti nel trascurarla o avvilirla.
L'ostracismo che il regime ha dato agli eccessivi dialçttismi e ai tentativi di
creare su basi regionali delle letterature dialettali, trova la sua più alta
giustificazione in questo superbo brano ,di prosa giobertiana. E da ricordare
che il Gioberti definisce la italiana come « la più bella delle lingue vive ».
« Lo stile, dice Giorgio Buffon, è l'uomo; lo stile e la lingua, dico io, sono
il cittadino. La lingua e la nazionalità procedono di pari passo, perché quella
è uno dei principi fattivi e dei caratteri principali di questa, anzi il più
intimo e fondamentale di tutti, come il più spirituale, quando la
consanguineità e la coabitanza poco servirebbero ad unire i popoli unigeneri e
compaesani, senza il vincolo morale della comune favella. E però il Giordani
insegna che "la vita interiore e la pubblica di un popolo si sentono nella
sua lingua", la quale "è l'effige vera e viva, il ritratto di tutte le
mutazioni successive, la più chiara e indubitata storia dei costumi di
qualunque nazione e quasi un amplissimo specchio in cui mira ciascuno
l'immagine ·della mente di tutto e tutti di ciascuno". E il Leopardi non
dubitò di affermare che "la lingua e l'uomo e le nazioni per poco non sono
la stessa cosa" ». Parole queste che non saranno mai abbastanza meditate.
Quanto alla missione di Roma nella storia italiana e in quella europea e
universale, ecco alcune citazioni di Gioberti che hanno un sapore attualissimo.
« Il genio orientale affine a quello dell'Italia, se non altro perché Roma fu
una volta e sarà forse di nuovo un giorno, se posso così esprimermi, l'oriente
dell'Oriente ». « Roma in effetto, nel bene come nel male, nei tempi antichi
come nei moderni, è arbitra suprema e norma delle genti italiche ». La figura
di Gioberti, quale filosofo e patriota, ci è giunta un poco deformata dalle
polemiche del tempo. Ma bastano le citazioni di cui sopra per far vedere che la
portata educatrice del pensiero giobertiano, non è diminuita con le vicende del
tempo. Gioberti è « attuale », anche e soprattutto oggi, nell'Italia del
Littorio. The next day in “Il Popolo d’Italia” by Scrittore Fascista. Ancora
Gioberti (Pubblicato in « Il Popolo d'Italia », 11 febbraio 1934) di Scrittore fascista La prosa giobectiana è ricca di parole
asprigne, saporose e di neologismi indovinati. Si incontrano parole come
queste: schifiltà, infemminire nell'ozio, forestierume, perennare, sfasciume,
smanceroso, attillature, disviticchiare, mollizie, delicature, uomini
faticanti, laicocrazia, fogliettisti, ecc. Ma più importanti sono sempre i
pensieri del filosofo torinese. In tutte le questioni egli ha un punto di
vista, che rappresentando le verità fondamentali, vale, oggi, come nel 1850.
Ecco con quali termini il Gioberti stabilisce i compiti e i doveri di
un'aristocrazia degna di questo nome. Si tratta dell'educazione da impartire ai
figli degli aristocratici. « Imprimano in essi la semplicità dei modi, la
grandezza dell'animo, l'austerità del costume, la tolleranza nelle fatiche, la
fermezza nelle risoluzioni, J'intrepidità nei pericoli, la generosità nei
travagli; li assuefacciano a contentarsi del poco, a fuggire gli agi e le
pompe, a tenersi per depositari anziché padroni della loro ampia fortuna, come
di un tesoro da dispensarsi in opere di beneficenza e in imprese di utilità
pubblica ». Nel Gioberti si trova l'incentivo e la giustificazione delle opere
di ripristino archeologico, alle quali il regime si è particolarmente consacrato,
non soltanto a Roma, ma in ogni parte d'Italia. Se Vincenzo Gioberti potesse
vedere lo spettacolo meraviglioso della Roma di oggi, dovrebbe fare
constatazioni diverse da quelle del suo tempo. Gli scavi, la esumazione e la
restaurazione degli antichi monumenti, non giovano soltanto a documentare al
mondo la nostra gloriosa storia trimillenaria, ma sono anche fonti di
ricchezza, per il richiamo che essi esercitano su tutte le ·genti del mondo
civile. Le poche decine di milioni spese per creare quei capolavori che sono la
via dell'Impero, la via dei Trionfi, la via del Mare, sono già stati recuperati
almeno cento volte, attraverso l'affluire ìnces.sante degli stranieri. Ma
Gioberti insisteva sul lato educativo e morale delle ricerche archeologiche
così esprimendosi: « Egli è doloroso a pensare che così pochi siano al dl
d'oggi gli italiani solleciti di conoscere e studiare le patrie rovine e che
tale inchiesta si abbandoni, come inutile, all'ozio erudito di qualche
antiquario. L'archeologia non meno della filologia, ben !ungi dall'essere una
scienza sterile e morta, è viva e fecondissima, perché oltre a rinnovare il
passato, giova a preparare l'avvenire delle nazioni. Imperocché la risurre2ione
erudita dei monumenti nazionali porta seco il ristauro delle idee patrie,
congiunge le età trascorse colle future, serve di tessera esterna e di taglia
ricordatrice ai popoli risorgituri, destandone ed alimentandone le speranze
colla voglia e con l'esca delle memorie ». Tutta la storia d'Italia passa in
rapide sintesi potenti nelle meditazioni di Gioberti. I periodi di grandezza e
di miseria, gli alti e bassi del nostro popolo, trovano nel Gioberti un
indagatore e un illustratore vigoroso e penetrante. Egli « sente » la storia e
come s'inorgoglisce parlando dei periodi di splendore, è amaro e violento
quando trae a descrivere le epoche di decadenza. Nella citazione che segue sono
condensati tre secoli della nostra storia, i quali dal punto di vista politico
sono stati oscuri, perché furono secoli di divisione e di servitù. « Le ultime
faville di virtù e di carità patria perirono in Italia colla repubblica di
Firenze; spenta la quale dalla truce e schifosa progenie dei secondi Medici,
l'ingegno secolaresco, costretto a menar vita privata ed umbratile, non ebbe
più altro campo dove esercitarsi che quello degli studi: in cui rifulsero
ancora tre sommi laici, il Tasso, il Galilei, il Vico, che nel culto della
sapienza poetica, naturale, filosofica, andarono innanzi a tutti, e risposero
in un certo modo alla triade clericale e monachile del Bruno, del Campanella e
del Sarpi. Ma il rinnovamento del ceto civile nella penisola e la creazione
dell'Italia laicale è dovuta a Vittorio Alfieri, che, nuovo Dante, fu il vero
secolarizzatore del genio italico nell'età più vicina e diede agli spiriti quel
forte impulso che ancora dura e porterà quando che sia i suoi frutti ». Questa
profezia del Primato si è avverata. L'impulso dato da Alfieri diede i suoi
frutti col Risorgimento. Dopo una eclissi, tale impulso è lo stesso che scatenò
il maggio radioso del '15 e la marcia di ottobre del '22. È l'impulso che fece
vincere la guerra e trionfare la rivoluzione. Non ancora un secolo è passato e
già queste parole del Primato giobertiano fiammeggiano nei cuori delle
generazioni littorie. « Italiani - diceva Gioberti - qualunque siano le vostre
miserie, ricordatevi che siete nati principi e destinati a regnare moralmente
sul mondo! ». GIOBERTI, Vincenzo. - Nacque a Torino il 5 apr. 1801 da Giuseppe,
impiegato, e da Marianna Capra. Un dissesto finanziario del padre, morto
prematuramente, rese molto precarie le condizioni economiche della famiglia.
Formatosi nelle scuole dei padri oratoriani, rivelò precoci interessi per la
letteratura e per gli studi filosofici e teologici, e annoverò tra i suoi
maestri e guide spirituali G.G. Sineo, poi ricordato come "il solo vero
prete moderno" che avesse incontrato. Tuttavia il G. fu essenzialmente un
autodidatta, che, nonostante la malferma salute, si dedicò con inaudita
intensità alle più disparate letture, toccando anche il settore linguistico,
storico, naturalistico, geografico, politico (con una precoce passione per N.
Machiavelli), e lasciandone traccia in una congerie sterminata di appunti e di
pensieri: in uno dei quali rivelava di essere stato "reso anti-monarchico
dalla lettura dell'Alfieri, irreligioso, ma per poco, da Rousseau, pirronista
dagli altri filosofi" (Meditazionifilosofiche inedite, p. 45). Tali
frammenti provano come il giovanissimo G. accumulasse una rilevante cultura
filosofica, in parte di tipo manualistico, ma in parte notevole ricavata da
letture di prima mano (sebbene non sempre nella lingua originale) concernenti
in special modo le opere di Platone, s. Agostino, F. Bacon, J.-B. Bossuet, G.
Vico, G.W. von Leibniz, N. de Malebranche, G.S. Gerdil, J.-J. Rousseau e I.
Kant. Quest'ultimo, unitamente alla "scuola scozzese" di Th. Reid,
appariva al G. il filosofo che aveva riportato "nel campo
dell'osservazione quel principio pensante, che molti aveano a tal segno obliato
da confonderlo coi sensi e colla materia" (ibid., p. 167). Alla linea di
pensiero che il G. definiva allora idealistica si affiancò il confronto
ravvicinato, ma costellato di dissensi, con il tradizionalismo cattolico di J.
de Maistre, L.-G.-A. de Bonald, F.-A.-R. de Chateaubriand, P.-S. Ballanche e
delle prime opere di F.-R. de La Mennais. È da osservare che il G. conosceva
bene il francese, appreso dalla madre, e, ovviamente, il latino, ma non il
greco, mentre nel 1821 aveva iniziato, senza però approfondirlo, lo studio
dell'ebraico e del tedesco. In linea generale, prevalse nel giovane
G. un orientamento eclettico, considerato peculiare dei "cristiani
filosofi" e apertamente professato in opposizione allo "spirito
esclusivo" dei sistemi, pur in un quadro teorico segnato dalla polemica
antisensistica e dalla ricerca, non priva di momenti laceranti, di un punto di
equilibrio tra una persistente venatura scettica e l'ancoraggio, punteggiato
peraltro da corrosivi spunti anticlericali, alla religione cattolica, assunta
come deposito di verità oggettive, attingibili per via razionale solo in
maniera parziale e frammentaria. Oltre che sul piano teoretico, la necessità
della rivelazione cristiana s'imponeva per il giovane G. sul piano pratico e
politico, essendo "una religione rivelata e positiva l'organo
indispensabile della morale nella società", ovvero anche
"un'obbligazione sociale", chiamata a integrare "il mantenimento
e l'accrescimento dei diritti", indicati come fine della politica. La
ragionevolezza dell'adesione alle verità dogmatiche della fede cattolica,
tenute distinte da quanto nella società religiosa vi è di accidentale e di
transeunte, sostituiva, nel giovane G., l'idea di religione naturale d'impronta
deistica, facendo salvi, da un lato, il principio di una rivelazione soprannaturale
depositata nella Chiesa cattolica e, dall'altro, il concetto di un suo
progressivo dispiegamento nella storia umana. Membro dell'accademia
ecclesiastica fondata dal Sineo e di quella dall'abate L. Solaro, il G. risentì
dell'impronta - probabiliorista in campo morale e cautamente giurisdizionalista
in campo ecclesiastico - della facoltà teologica torinese, da cui trasse
alimento il suo vivace antigesuitismo. Addottorato in teologia il 9 genn. 1823,
fu aggregato alla facoltà teologica l'11 ag. 1825, con la discussione di tre
tesi: De Deo et naturali religione, notevole per la padronanza della relativa
letteratura sei-settecentesca, De antiquo foedere, De christiana religione et
theologicis virtutibus, la cui edizione accademica restò per quattordici anni
l'unica opera del G. data alle stampe. Poco prima, il 19 marzo 1825, era stato
ordinato sacerdote, dopo che la curia torinese e forse lo stesso arcivescovo C.
Chiaverotti erano intervenuti per vincere la sua ritrosia all'ordinazione. Nel
gennaio 1826 fu nominato cappellano di corte con uno stipendio annuo di 480
lire. Notevoli zone d'ombra caratterizzano la fase successiva della sua
biografia. La stessa renitenza del G. a tradurre in pubblicazioni l'immenso
materiale accumulato, nonostante la notorietà acquisita negli ambienti colti e
l'attività svolta in alcuni circoli filosofici e letterari, appare indicativa
sia di una persistente fluidità del suo pensiero, sia della percezione di un
sempre più chiuso clima intellettuale e politico, che il G. tendeva ad
attribuire, sul fronte ecclesiastico, alle mene dei gesuiti e della
"frateria" - da lui personalmente contrastati in occasione della
vicenda che aveva coinvolto il teologo G.M. Dettori, allontanato dalla cattedra
universitaria nel 1829 con l'accusa di giansenismo - e, sul versante politico,
all'involuzione autoritaria del governo sabaudo. Tra il 1826 e il 1833 la
riflessione del G. sui rapporti tra religione e filosofia e tra religione e
vita sociale seguì un percorso non lineare. Ne sono documento eloquente le
lettere indirizzate a G. Leopardi (personalmente conosciuto nel 1828 a Firenze,
durante un viaggio per l'Italia in cui il G. ebbe modo di incontrare anche A.
Manzoni), le lettere al giovane amico e discepolo C. Verga e una lettura
accademica sull'accordo della religione cattolica coi progressi della società
civile (Ricordi biografici e carteggio, a cura di G. Massari, I, pp.
116-126). Scrivendo al Leopardi da Torino il 2 apr. 1830, il G.
confessava di aver professato nel passato "un puro teismo", e di aver
mutato idea in seguito a nuove indagini sulla "verità del Cristianesimo (e
quindi del Cattolicismo che è la sola forma invariabile di quello) come sistema
dottrinale e come fatto storico", e di essere approdato a una "adesione
intima, schietta, profonda alla religione cattolica", che gli aveva
consentito di vincere "i fastidi, le amaritudini, i terrori, la
malinconia" che fin allora lo avevano tormentato (Epistolario, I, pp.
41-44). Due anni dopo, reduce dall'aver "letto a furia" Le mie
prigioni di S. Pellico, scriveva al Verga una lettera in cui, opposto "il
cristianesimo di Silvio" a quello dei gesuiti, dei "nemici della
filosofia e della civiltà", rivelava di essere divenuto assertore di una
religione filosofica: cioè di una religione "immedesimata" e non solo
conciliata con la filosofia, fondamento di una morale austera,
"ispiratrice di azioni grandi e generose, e dell'oblio di se medesimo per
intendere unicamente al bene della patria" (ibid., pp. 131-133). Nei
primi anni Trenta, anche in seguito alla lettura del Nuovo saggio sull'origine
delle idee di A. Rosmini Serbati, il G. enunciò in modo più stringente e
sistematico l'idea di una diretta connessione tra risorgimento filosofico e
risorgimento nazionale, appellandosi a una tradizione filosofica autoctona,
dispiegata genealogicamente da Pitagora al Rosmini, attraverso la scuola
eleatica, la patristica latina, l'umanesimo e G. Vico (lettera a C. Verga, 23
dic. 1831, ibid., pp. 69-73). Dichiarandosi continuatore di questa linea
ideale, il G. manifestò una speciale consonanza con il pensiero di Giordano
Bruno, facendo a più riprese, in parallelo con l'evoluzione delle proprie idee
politiche, professione di panteismo. Tale collegamento è attestato da una
lunga lettera, scritta probabilmente nella primavera-estate del 1833 ai
compilatori della Giovine Italia e ivi pubblicata sotto lo pseudonimo di
Demofilo nel 1834. Il G. vi esaltava il panteismo come la sola filosofia
"destinata a fiorire un giorno col voto unanime dei buoni ingegni",
affermando di avvertire nelle dottrine politiche professate dai mazziniani
"un'applicazione di questi dettati" (ibid., II, pp. 5-25; cfr. anche
lettera al Verga del 9 apr. 1833, ibid., I, pp. 167-172). La lettera,
ripubblicata con intenti antigiobertiani nel 1849 non da G. Mazzini, come a
lungo si credette, ma probabilmente da C. Cattaneo, col titolo Della repubblica
e del cristianesimo, era rivelatrice di una radicalizzazione delle convinzioni
del G., coinvolto in una serie di vicende destinate a mutare il corso della sua
esistenza: vi si proclamava la necessità di una religione civile finalizzata
alla liberazione dei popoli, ma, contemporaneamente, l'impossibilità di dar
vita a "una religione veramente nuova […], tanto che i filosofi, e gli
uomini universalmente cominciano a persuadersi, che fuori del Cristianesimo non
v'ha religione"; e vi si accennava a una lettura escatologica, ma non solo
ultraterrena, dell'idea cristiana di salvezza e di redenzione, implicante una
sua dilatazione dalla sfera individuale a quella sociale, prefigurata nella
promessa di un regno "da aspettarsi eziandio in questo mondo".
Nell'accezione giobertiana, ispirata ora a un messianismo politico-sociale in
vesti cristiane cui non erano estranei gli echi delle dottrine sansimoniane, il
motto mazziniano "Dio e il popolo" diventava così il presupposto di
una "cristianità novella", l'annunzio di un'epoca imminente in cui
"Iddio sarà umanato non nel figliuolo dell'uomo, ma nel popolo", e
destinato non alla croce, ma a un "regno stabile, a una pace perpetua,
all'immortalità e alla gloria". L'abito di prudenza e di
riservatezza adottato dal G. non impedì che le sue idee destassero diffusi
sospetti di ateismo anche presso i suoi superiori. Ciò lo indusse il 9 maggio
1833 a lasciare la carica di cappellano e a rinunciare al relativo stipendio.
Nel frattempo si era affiliato a una società segreta, detta dei Circoli, e poi
ad altra associazione patriottica di dubbia identificazione, forse i Veri
Italiani; non sembra che mai entrasse nella Giovine Italia, sebbene coltivasse
intimi rapporti con alcuni suoi affiliati, come l'abate P. Pallia. In seguito a
delazione, fu quindi coinvolto nella repressione prodotta in Piemonte dalla
scoperta della congiura mazziniana del 1833, arrestato con pesantissime accuse
il 31 maggio e tenuto in carcere, senza processo, fino al settembre. Qui lo
raggiunse un provvedimento immediatamente esecutivo che lo esiliava senza
permettergli di incontrare alcuno dei suoi amici. Per poco più di un
anno, dall'ottobre 1833 alla fine del 1834, il G. visse a Parigi in una
situazione assai precaria, che lo induceva ad autorappresentarsi nei panni di
uno "sdottorato" e uno "spretato" (era privo di celebret
per la messa), di uno che aveva "perduto tutto". Nonostante le
relazioni intrecciate con i molti italiani insediati stabilmente o
temporaneamente nella capitale francese, come il matematico G. Libri, A.
Peyron, T. Mamiani, C. Botta, e con esponenti di primo piano del mondo
accademico francese, come V. Cousin e J.-J. Champollion, visse in relativo
isolamento, in una città che considerava il "microcosmo d'Europa" ma
non amava, ascoltando le lezioni accademiche di C. Fauriel e di Th.-S.
Jouffroy, impartendo per vivere lezioni private d'italiano e progettando, senza
realizzarli, lavori di argomento filosofico o di polemica politica sulla
sanguinosa repressione seguita alla congiura del 1833 e al tentativo mazziniano
del 1834. Nella febbrile atmosfera intellettuale della monarchia di luglio il
G. avvertì come sintomi di una crisi epocale, ma senza condividerne appieno i
contenuti, i messaggi di rinnovamento sociale espressi dalla tarda scuola
sansimoniana, da Ph.-J.-B. Buchez, dalle Paroles d'un croyant di F.-R. de La
Mennais. Lo scenario parigino, che gli appariva connotato dalla totale
estinzione del culto e della pratica cattolica, fornì nuovo alimento alla
venatura apocalittica del suo pensiero, che gli faceva presagire come prossima
la "fine del mondo; ma del mondo antico, donde sorgerà il nuovo", nel
quale "gli ordini morali di Cristo" sarebbero diventati "gli
ordini civili delle nazioni", compenetrando lo Stato sino a produrre
"una società di uomini, retta da sé medesima, sotto la legge universale,
una, libera, fiorente, morigerata, santa, ed esprimente la concordia del cielo
colla terra" (lettera all'abate P. Unia, 14 maggio 1834, ibid., I, pp.
134-139). Per altro verso, si approfondiva sino a divenire inconciliabile il
dissenso del G. nei riguardi della linea mazziniana e verso i movimenti
insurrezionali, cui attribuiva la responsabilità di aver "impedita o
spenta una metà almeno di quel civile progresso che altrimenti or sarebbe in
Italia". Ne discendeva un caldo invito, rivolto ai suoi numerosi
corrispondenti piemontesi, all'accorta prudenza e a un lavoro di lunga lena
finalizzato a un apostolato politico basato sull'aperta propaganda delle idee
patriottiche. Dall'insieme delle posizioni giobertiane dell'esilio parigino
trasparivano una sostanziale sfiducia nel grado di maturazione raggiunto dalla
coscienza nazionale del popolo italiano, "languido, diviso e inerte",
un'attenuazione delle antecedenti pregiudiziali repubblicane e l'abbandono
delle convinzioni panteistiche. Sul piano politico, il G. inquadrava ora la
questione nazionale nella riapertura, ritenuta certa, del ciclo rivoluzionario
in Francia e nella susseguente esplosione di una guerra europea, condizioni
determinanti della liberazione dell'Italia dall'Austria e della cacciata
definitiva dei "nostri tiranni". Nel dicembre 1834 accettò,
anche per ragioni economiche, l'offerta di assumere l'insegnamento di storia e
filosofia nel collegio fondato a Bruxelles da P. Gaggia (un ex sacerdote
italiano convertitosi al protestantesimo), che ospitava un centinaio di giovani
cattolici ed evangelici. Forse anche in relazione alla più pacata atmosfera
politica del Belgio, dove i cattolici erano parte attiva del sistema
costituzionale sortito dalla rivoluzione del 1830, il G. proseguì nella
revisione ideologica già profilatasi nel periodo parigino, prospettando più
lucidamente che nel passato un'esigenza di conciliazione, che non implicasse
identificazione, tra dogmatica religiosa e idee filosofiche e tra ordine
soprannaturale e ordine civile. Dichiarava in proposito che, mentre in
precedenza aveva immedesimato i dogmi cristiani colle idee, ora li disgiungeva,
evitando di ridurre il cristianesimo a una simbolica filosofia, ma
considerandolo invece "il compimento della filosofia medesima" (a
P.D. Pinelli, 15 apr. 1835, ibid., II, pp. 239-243). Ne conseguì la decisione
di produrre finalmente delle opere a stampa. Ai primi del 1838 vide infatti la
luce a Bruxelles una sua "dissertazione religiosa" intitolata Teorica
del soprannaturale, o sia Discorso sulle convenienze della religione rivelata
colla mente umana e col progresso civile delle nazioni, composta in poco più di
un mese sul finire del 1837 e stampata a spese dell'autore; cui seguirono, in
rapida successione, l'Introduzione allo studio della filosofia (Bruxelles
1839-40), che ebbe una circolazione superiore a quella, inizialmente
limitatissima, della Teorica, sebbene di entrambe le opere venisse interdetta
l'introduzione nel Regno sardo; la Lettre sur les doctrines philosophiques et
politiques de m. de Lamennais (dapprima anonima, nel Supplement à la Gazette de
France dell'8 genn. 1841, poi con firma e con titolo leggermente mutato a
Parigi-Lovanio, 1841); il saggio Del bello, composto come voce
dell'Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione (Venezia) diretta
da A.F. Falconetti, e pubblicato anche come volume a sé nell'autunno del 1841,
prima opera del G. edita in Italia, che doveva essere seguita da un altro testo
destinato alla stessa sede, Del buono, uscito invece in forma autonoma a
Bruxelles nel 1843; e le dieci lettere Degli errori filosofici di Antonio
Rosmini (Bruxelles 1841; la seconda edizione, del 1843-44, portava a 12 il
numero delle lettere e comprendeva altri scritti giobertiani). Nella
Teorica il G. faceva i conti con il proprio antecedente itinerario
intellettuale e con le tendenze filosofico-religiose del suo tempo. L'opera,
imperniata sull'analisi delle relazioni tra ordine religioso e ordine civile
osservate sotto un'angolatura gnoseologica, etica e storica, aveva come
principale obiettivo polemico la riduzione monistica della sfera religiosa a
quella civile o viceversa, operata, secondo il G., dalle teorie razionalistiche
e panteistiche, dal "cristianesimo politico" dei sansimoniani alla
Buchez, dal tradizionalismo antimoderno di Maistre, Bonald e del primo La
Mennais. Dalle dottrine tradizionalistiche, tuttavia, il G. prendeva,
rielaborandola, l'idea di una rivelazione primitiva cui veniva fatta risalire
sia l'attivazione (mediante il dono soprannaturale del linguaggio) della
facoltà di conoscere e di volere e quindi l'origine della civiltà, sia
l'infusione nella mente umana di verità sovraintellegibili, percepite come
misteri, analizzabili razionalmente solo per via analogica, e fondanti l'ordine
religioso. Ne discendeva una storia parallela, basata sul principio di
distinzione e di interrelazione, della civiltà e della rivelazione religiosa,
anch'essa rappresentata come progressiva, fino al suo compimento nella
rivelazione cristiana, custodita integralmente e infallibilmente dalla Chiesa
cattolica. Il tracciato di questo duplice cammino era per il G. contrassegnato
dal progressivo incremento del ruolo della religione come "causa e
stromento" di civiltà, e dal graduale accostamento degli ordini politici
al modello di società organizzata costituito dalla Chiesa (visibile tra l'altro
nell'applicazione alla sfera politica del sistema elettivo proprio degli ordini
ecclesiastici). Emergevano pertanto dalle pagine della Teorica i lineamenti di
una rilettura cattolica della genesi della civiltà moderna, in opposizione alla
tesi delle sue origini protestanti, e una riaffermazione del primato della
religione sulla civiltà e della Chiesa sullo Stato, che si traduceva nella
confutazione dei sistemi politici, assoluti o democratici che fossero, i quali
implicassero una subordinazione della religione alla volontà del sovrano. Si
trattava, in definitiva, di un'apologia del cattolicesimo in senso civile, che
nello scorcio conclusivo dell'opera assumeva una marcata impronta
nazionale. Tale impronta era ancora più forte nell'Introduzione allo
studio della filosofia. L'opera era infatti imperniata sull'idea che toccasse
all'Italia, dopo un lungo periodo di oscuramento della sua tradizione
filosofica determinato dalla perdita dell'"indipendenza civile",
promuovere la restaurazione della "vera filosofia", scomparsa
dall'orizzonte europeo in seguito all'espulsione dell'"idea di Dio dallo
scibile umano", e porre rimedio agli effetti devastanti prodotti sul piano
politico dalla diffusione di falsi principî filosofici, generatori delle due
contrapposte tirannidi prevalenti nel mondo moderno, quella dei despoti e
quella del popoli, dipendenti "dallo stesso principio, e aventi uno scopo
unico, cioè il predominio della forza sul diritto". L'Introduzione
intendeva porre le basi di un organico sistema filosofico (inteso in senso
molto estensivo), in grado di contrapporsi alle deviazioni psicologistiche,
soggettivistiche o panteistiche della filosofia moderna generate
principalmente, sul piano speculativo, dal pensiero e dal metodo analitico di
Cartesio e, su quello religioso, dalla Riforma: un sistema imperniato
sull'Idea, intesa, a suo dire, in un'accezione totalmente diversa da quella
utilizzata dai sensisti, dagli idéologues e dai panteisti moderni (tra cui
G.W.F. Hegel), e analoga invece a quella platonica e malebranchiana. Il
riferimento all'Idea, intuita dalla mente umana come oggetto reale e in atto
che esiste indipendentemente dal soggetto, cioè come Ente o principio
ontologico e non solo gnoseologico, si realizza nel giudizio sintetico a priori
o formula ideale "l'Ente crea l'esistente", che pone nell'atto
creativo l'origine del mondo, e da cui scaturisce, in ragione dell'identica
matrice della realtà generata e del pensiero, l'intera enciclopedia filosofica
sul piano speculativo. Il principio contenuto nella formula ideale si esplica
infatti in un secondo ciclo creativo che procede, a differenza del primo,
dall'esistente all'Ente, e del quale è partecipe, come causa seconda, l'azione
dell'uomo in quanto dotato di intelligenza e di libero arbitrio, che lo rende
"in un certo modo creatore" e simile a Dio. Mentre il primo ciclo è
il principale oggetto dell'ontologia, scienza dei principî, il secondo ciclo,
nel quale si esplica la "vita attiva", è l'oggetto dell'etica,
scienza dei fini. Tra le molteplici applicazioni della formula ideale
abbozzate nell'Introduzione assumevano un rilievo particolare quella
concernente il rapporto tra religione e civiltà secondo lo schema relazionale
già profilato nella Teorica, e quella riguardante la sfera della sovranità. In
argomento il G., ponendo nell'Idea l'origine della sovranità, ne confutava sia
il fondamento contrattualistico (visto come prodotto delle deviazioni
soggettivistiche e sensistiche della filosofia moderna), sia l'identificazione
con il potere assoluto di un principe. Definendo la sovranità come un processo
discendente dall'Idea, ma nello stesso tempo partecipativo, il G. perveniva
alla enunciazione di una formula politica (modellata sulla formula ideale), per
la quale "il sovrano fa il popolo" ma "il popolo diventa
sovrano", mediante "la trasformazione lenta, graduata e sicura del
Demo in patriziato". Ciò si traduceva in un'apologia della monarchia
civile o rappresentativa generata dal cristianesimo e già prefigurata negli
ordinamenti medievali, vista come sintesi tra un potere tradizionale e
un'"aristocrazia elettiva" chiamata a estendersi col progredire
dell'incivilimento. Inoltre, distinguendo il diritto sovrano dal diritto del
principe, il G. finiva per recuperare come "unico giure assoluto,
essenziale, irrepugnabile" l'idea di sovranità nazionale, trasferendo alla
nazione (una volta istituita come corpo politico) il carattere di primazia che
i fautori dell'assolutismo attribuivano al principe: sino a proclamare non solo
il diritto di resistenza nei confronti del principe assoluto, ma financo, in
casi estremi, la legittimità della rivoluzione. Il progetto di cui
la Teorica e l'Introduzionecostituivano una prima cornice speculativa era
sintetizzato in una lettera a T. Mamiani del 15 ott. 1840 (Epistolario, III,
pp. 66-69), dove il G. esprimeva la convinzione che il solo modo di giovare
all'Italia fosse quello di "creare una scuola di libertà temperata,
morale, religiosa, italiana, una scuola di civiltà tanto aliena dal sentire dei
demagoghi quanto da quello dei despoti"; indicava l'obiettivo di far della
religione "una insegna nazionale" immedesimandola "col genio
dell'Italia, come nazione", facendone "una di quelle idee madri che
seggono in cima al pensiero degli uomini e signoreggiano ogni parte del vivere
civile". Con l'aggiunta che, distinguendo "nella religione cattolica
la credenza dall'istituzione" e insistendo sulla seconda, non sarebbe
stato difficile convincere gli increduli che "il cattolicesimo, anche
umanamente considerato, sia il migliore degli istituti religiosi
possibili". Un programma di così ambiziosa portata prefigurava un
disegno in qualche misura egemonico sul piano culturale e induceva il G. non
solo a entrare in diretta polemica con le opere di autorevoli esponenti del
coevo pensiero europeo, come Cousin (in uno scritto concepito come appendice
dell'Introduzione, ma pubblicato inizialmente a parte, a Bruxelles nel 1840, le
Considerazioni sopra le dottrine religiose di Vittorio Cousin), e come
Lamennais (in un opuscolo duramente critico verso le sue ultime opere
filosofiche e politiche), ma soprattutto a competere con l'altro pensatore
italiano, Rosmini, che aveva intrapreso a propria volta, con intenti non meno
ambiziosi, un programma di edificazione di una filosofia cristiana capace di
misurarsi con il pensiero moderno. Il dissenso nei suoi confronti si era già
manifestato nell'Introduzione, dove alla dottrina rosminiana dell'Essere ideale
era mossa la critica di perdurante e invalicabile psicologismo e perciò di
soggettivismo e finanche di sensismo mascherato. Tale iniziale dissenso si tradusse
in acre e prolungata polemica, specialmente in ragione dei successivi
interventi dei seguaci del Rosmini, come M. Tarditi, l'abate L. Gastaldi,
futuro arcivescovo di Torino, G. di Cavour, secondo i quali le tesi giobertiane
menavano dritto al panteismo. Il G. ribatté colpo su colpo, incominciando dalla
già citata alluvionale opera Degli errori filosofici di A. Rosmini, importante
soprattutto per il fatto che l'autore vi tracciava il processo teorico
attraverso cui era pervenuto alla formula ideale. Nella polemica il G. fu
affiancato e sostenuto dai suoi amici e seguaci, come P. De Rossi di Santarosa,
mentre risultò vano l'intervento pacificatore di N. Tommaseo. Nella
primavera del 1843, sempre a Bruxelles, il G. diede alle stampe l'opera che
doveva dargli la celebrità, Del primato morale e civile degli Italiani, tirato
nella prima edizione in 1500 esemplari. Concepito inizialmente come
"un'operetta di non molte pagine", "un discorsetto non solo sul
Papa ma sull'Italia", il Primato divenne strada facendo un ponderoso
lavoro in due grossi volumi, la cui scrittura, iniziata nel 1842, procedette in
parallelo con la stampa fino al maggio dell'anno successivo. L'opera,
dalla struttura sovrabbondante e magmatica, colma di formule apodittiche e di
scarti lessicali, aveva tuttavia un suo asse portante nel tentativo di definire
i caratteri originali e permanenti della nazionalità italiana sintetizzati in
quello che il G. chiamava "genio nazionale". Plasmato da fattori
naturali, come il sito geografico e la feconda mescolanza di stirpi pelasgiche
ed etrusche, connotato dalla preminenza di elementi sacerdotali e
aristocratici, dotato di un suo particolare "genio federativo"
espresso dalla "società di popoli" realizzata dalla repubblica romana
(poi tralignata in signoria imperiale), riflesso culturalmente da
un'ininterrotta tradizione filosofica autoctona, il genio italico aveva
trovato, secondo il G., una sua configurazione effettivamente nazionale per
opera del Papato, che lungo il Medioevo gli aveva dato stabile forma avviando
la traduzione in "ordini civili" dei dettati religiosi e morali del
cristianesimo. Il tratto costitutivo della nazione italiana veniva così
reperito in un principio ideale, convalidato tuttavia da fattori naturali di
tipo etnico e confermato dalla storia: nell'essere l'Italia "nazione
religiosa per eccellenza", dotata di un primato religioso determinato dal
trapianto in Roma dell'Evangelo e dall'elezione provvidenziale della sede
romana a sede apostolica, che si riverberava in un primato dell'Italia
nell'ordine morale e civile, da cui traeva il carattere di "creatrice,
conservatrice e redentrice" della civiltà europea. Il ruolo o la missione
religioso-civile, che faceva degli Italiani "il nuovo Israele" e
dell'Italia una "nazione sacerdotale", veniva perciò raffigurato dal
G. come indivisibile da quello del Papato: il quale, mediante l'esercizio della
potestà civile connaturata alla sua primazia religiosa, non solo aveva
costituito la nazionalità italiana, ma le aveva altresì impresso i tratti suoi
propri di nazione guelfa. Per converso, il declino della potestà civile dei
pontefici, iniziato nel tardo Medioevo e culminato nell'Età moderna, si era
tradotto nella decadenza, nell'asservimento politico, nella subordinazione
culturale dell'Italia e nella frammentazione politico-religiosa dell'Europa. Il
risorgimento italiano, concepito dal G. sullo sfondo di una riunificazione
religiosa europea, veniva dunque a raccordarsi strettamente con la
restaurazione della "scaduta potestà civile del Papa in modo conforme e
proporzionato all'indole e ai bisogni del secolo". Tale formula conteneva
il nocciolo della tesi centrale del Primato: posto che, secondo il G.,
l'esercizio della potestà civile pontificia, perno della più ampia potestà
civile della Chiesa, era per sua natura suscettibile di assumere modalità
variabili in relazione al cammino della civiltà in senso secolare, essa era
chiamata a evolversi in maniera vieppiù adeguata alla propria originaria
legittimazione religiosa e alla progressiva acquisizione di "indipendenza
civile" e di "capacità nazionale" da parte dei popoli, assumendo
le forme preminenti della forza morale, della persuasione, dell'influenza
pacifica e pacificatrice. L'itinerario della potestà civile pontificia tracciato
dal G. procedeva dunque dalla "dittatura", consona alle età
barbariche, verso un "potere arbitrale", delimitato dal fatto di non
"avere alcun effetto civile che non sia consentito alla libera [cioè
liberamente] dalle parti gareggianti e deliberanti". Si realizzava così la
saldatura tra la restaurazione-riforma del potere civile del Papato e il
Risorgimento italiano: nel senso che la ridefinizione del primo avrebbe reso
possibile l'esercizio effettivo da parte del pontefice del ruolo, mai assunto
nel passato, di capo civile della nazione sotto forma presidenziale (o dogale)
- un ruolo, dunque, istituzionale, analogo ma più forte di quello arbitrale -,
e la contemporanea trasformazione in unità "nazionale e politica"
della preesistente, ma virtuale, unità italiana senza che ne venissero toccati
i legittimi poteri dei sovrani. Quest'ultimo aspetto costituiva un altro
snodo del Primato, che consentiva al G. di tracciare una via consensuale,
pacifica e aliena da fratture rivoluzionarie per la costruzione dello Stato
nazionale. Scartate come estranee alla natura e alla storia del genio italico
le forme del dispotismo e della democrazia "demagogica" fondata
sull'idea della sovranità popolare, e assumendo come punto di riferimento il
riformismo settecentesco, in specie di Pietro Leopoldo e di Benedetto XIV, il
G. raffigurava l'erigenda entità politica nazionale come una confederazione dei
maggiori Stati italiani, retti a monarchia "consultiva" sotto la
presidenza moderatrice del pontefice elettivo. La formula della monarchia
consultativa veniva preferita a quella della monarchia rappresentativa per il
fatto di non frammentare la sovranità, e di permettere ugualmente ai sovrani di
governare secondo il voto della nazione, raccolto e filtrato da un corpo
vitalizio di "veri ottimati" tratto da un'aristocrazia selezionata
dal merito e dall'ingegno più che dal sangue nobiliare, agente come canale di
collegamento con l'opinione pubblica. Un'attenzione particolare era dedicata
dal Primato al potere dell'opinione negli Stati moderni, alle condizioni
necessarie del suo sviluppo, al ruolo che il clero era chiamato a esercitarvi
nel rispetto del "principio sacrosanto della libertà delle
coscienze", alla funzione modernizzatrice delle élitesintellettuali.
L'utopia della confederazione italiana (tale la definiva lo stesso G.) si
traduceva in una forma politica composita, che richiamava in certa misura
l'ordinamento ecclesiastico, caratterizzata dalla presidenza conciliatrice del
pontefice, da un insieme di "aristocrazie civili e consultative, ciascuna
sotto un capo ereditario investito del supremo comando", e finalizzata
all'unione, all'indipendenza e alla realizzazione della libertà civile, tenuta
distinta da quella politica, cioè costituzionale. Scritto come libro
"moderatissimo" per non "irritare gli animi" e consentirgli
di circolare per tutta la penisola (il che accadde, nonostante gli interdetti
dell'Austria e il divieto di smercio nello Stato pontificio), con l'esplicita
intenzione di raccogliere i più ampi consensi, il Primato lasciava deliberatamente
da parte argomenti di più immediata rilevanza politica, che pure il G.
affermava di aver originariamente previsto, quali il predominio dell'Austria o
la laicizzazione del governo dello Stato pontificio. Il Primatosegnava inoltre
un ripiegamento rispetto ad alcune delle tesi sviluppate nell'Introduzioneallo
studio della filosofia e conteneva positivi apprezzamenti nei riguardi della
Compagnia di Gesù. Accolto con favore in ambienti laici ed ecclesiastici,
compresi quelli gesuitici, ma stroncato da G. Ferrari nel quadro della polemica
antigiobertiana che percorreva il suo saggio La philosophie catholique en
Italie (uscito in due puntate sulla Revue des deux mondes nel marzo-maggio
1844, cui il G. rispose con una lettera pubblicata in appendice alla seconda
edizione di Degli errori filosofici di A. Rosmini), il libro contribuì in modo
rilevante alla formazione dell'opinione nazionale, pur a prezzo o forse in
ragione delle sue reticenze e dissimulazioni, trovando una naturale
collocazione nel contesto del riformismo moderato degli anni Quaranta,
specialmente in Piemonte, grazie anche all'apologia, presente in certe sue
pagine, della missione nazionale riservata allo Stato sabaudo sotto il profilo
militare, e all'esaltazione del riformismo carloalbertino: temi subito ripresi
e sviluppati, in senso più marcatamente sabaudista ma anche meno proclive
all'idea del primato italiano, nelle Speranze degli Italiani di C. Balbo (che
sul finire del 1844 ebbe parte principale nella nomina del G. a socio nazionale
non residente dell'Accademia delle scienze di Torino). Di segno opposto furono
le accoglienze riservate al Primato da G. Mazzini e dai neoghibellini. La prima
edizione del Primato - la cui lettura era resa ancora più ardua dalla mancanza
di un indice analitico - andò rapidamente esaurita, e il G. provvide tra il
1844 e il 1845 ad allestirne una seconda corretta, stampata dallo stesso
tipografo belga, e comprendente un lungo testo introduttivo, che venne tirato a
parte in 2000 copie col titolo di Prolegomeni del Primato. Qui il G.
abbandonava alcune delle originarie cautele, con un pronunciamento a favore
della monarchia rappresentativa e con un'acre denuncia degli orientamenti
settari attivi nella Chiesa e identificati in particolare nell'Ordine gesuitico
o, per meglio dire, nel "gesuitismo" inteso come categoria morale
contrapposta al "cattolicismo" e incompatibile con la civiltà moderna
e i suoi valori nazionali. Ciò innescava un'aspra controversia, destinata ad
aggravarsi e a prolungarsi nel tempo, con eminenti scrittori della Compagnia,
segnatamente con F. Pellico, fratello di Silvio, e C.M. Curci, non senza il
sostegno e l'incoraggiamento del padre generale J. Roothaan. I
Prolegomeni segnavano una prima sterzata rispetto alle tonalità ecumeniche del
Primato, e il riaffiorare nel G. di una virulenta vena polemica che trovò un
successivo sfogo nella pubblicazione del Gesuita moderno, apparso a Losanna nel
1846-47. Una parte non trascurabile nella vicenda ebbe il passaggio del G. da
Bruxelles a Parigi (1845), reso possibile dall'autonomia finanziaria
assicuratagli dalla buona riuscita della sottoscrizione promossa a Torino da
P.D. Pinelli per una nuova edizione delle sue opere complete. A Parigi, ove
rinsaldò l'amicizia con G. Massari (divenuto nel frattempo suo discepolo e
ammiratore), il G. si trovò nel pieno dello scontro sulle scuole delle
congregazioni e nel cuore delle controversie sulla Compagnia di Gesù innescate
dai corsi tenuti al Collège de France da E. Quinet e da J. Michelet.
Soprattutto, suscitò grande eco nell'animo del G., che ne avrebbe tratto a più
riprese corrosivi spunti antigesuitici, il coinvolgimento della Compagnia nei
coevi conflitti politico-religiosi della Svizzera, sfociati poi nella guerra
del Sonderbund. Impostato come una replica alle critiche dei padri
Pellico e Curci, Il gesuita moderno si trasformò strada facendo in un
farraginoso lavoro in cinque volumi (l'ultimo dei quali di documenti) scritto
dal G. in uno stato di tensione e di inquietudine che lo induceva a sospettare
di una sistematica opera di spionaggio messo in atto da emissari della
Compagnia nei suoi confronti. L'opera era un concentrato di argomenti
antigesuitici ricavati dalla storia e collegati dall'idea dominante già
abbozzata nei Prolegomeni: la radicale e irrimediabile ostilità dello spirito
gesuitico, in quanto pervaso da misticismo, lassismo morale e autoritarismo, a
un cattolicesimo civile, ispiratore del movimento nazionale. Nel rappresentare
il gesuitismo come il principale e più subdolo nemico del Risorgimento, il G.
prendeva anche in considerazione, in un'appendice al quinto volume, le tesi
enunciate dal p. L. Taparelli d'Azeglio nel saggio Della nazionalità (1846),
dove si affermava non essere l'indipendenza politica un attributo necessario
della nazionalità, e veniva definito inammissibile il perseguimento di uno
Stato nazionale se in conflitto con i diritti dei sovrani. Il G. vi
contrapponeva un'idea di nazionalità come "creatrice di diritti",
fattore sostanziale e incoercibile di identità di un popolo, in tal modo
proclamando non solo l'incomponibile divaricazione tra due idee di nazionalità,
ma anche prendendo definitivo congedo dalle sfumature legittimistiche del
Primato. Gli eccessi polemici del Gesuita moderno, singolarmente
contrastanti con la moderazione del Primato, gli valsero un'accoglienza
controversa e suscitarono non poche critiche anche da parte di cattolici
liberali come Balbo, Rosmini e Tommaseo; ma assicurarono ulteriore udienza e
popolarità all'autore e un'ampia circolazione, superiore a quella del Primato,
all'opera, che non era stata interdetta dalla censura ecclesiastica ed era
venuta a cadere in una fase in cui il vento antigesuitico spirava forte negli
Stati europei (la seconda edizione, del 1847, fu tirata in 12.000 copie).
I cambiamenti avvenuti nella Chiesa e nella situazione italiana con l'elezione
di Pio IX e l'accelerazione del movimento riformatore, gli atteggiamenti assai
cauti, se non riguardosi, del nuovo papa, già lettore del Primato, nei
confronti del G., e, viceversa, il moltiplicarsi delle critiche al Gesuita
modernoin Italia e più ancora in Francia, specialmente per mano dell'archeologo
Ch. Lenormant, indussero il G., sul finire del 1847, a porre mano a un nuovo
lavoro, l'Apologia del libro intitolato "Il gesuita moderno", con
alcune considerazioni intorno al Risorgimento italiano (Bruxelles e Livorno
1848). Qui la rinnovata battaglia contro il gesuitismo, estesa ora al partito
francese dei "laici ipercattolici" capeggiato da Ch. de Montalembert,
veniva a connettersi più direttamente con i progressi compiuti nel frattempo
dal movimento nazionale e interpretati dal G. come una totale convalida delle
proprie tesi. Sennonché, tra l'inizio della stesura e della stampa, progredita
assai lentamente, e la conclusione del lavoro, compiuto nell'aprile 1848, erano
intervenuti il sovvertimento della scena politica europea con la rivoluzione
parigina del febbraio (direttamente osservata e idealmente difesa dal G.), la
concessione degli statuti da parte dei maggiori sovrani italiani, la rivoluzione
di Vienna e la crisi dell'Impero austriaco, l'insurrezione milanese, l'avvio
della guerra in Italia. Inoltre la Compagnia di Gesù era stata espulsa da molti
Stati, tra cui quello sabaudo, tanto da far pensare al G. che i gesuiti, dei
quali aveva auspicato in lettere private l'espulsione, fossero "morti
politicamente", pur continuando a sopravvivere "i loro spiriti".
Tutto questo impose un rifacimento del capitolo finale dell'opera, più legato
all'attualità, e la stesura di un lungo proemio, datato Parigi 8 apr. 1848, in
cui i fatti italiani, a partire dalla rivoluzione siciliana del gennaio,
entravano prepotentemente nella sua analisi, rendendo il libro ancor più
eterogeneo nei suoi contenuti e il suo titolo ancor più inadeguato, ma
accrescendone pure di molto l'interesse. L'opera vide finalmente la luce, in
quattro edizioni quasi contemporanee, quando il G. era ormai ritornato a
Torino. Molteplici elementi imprimevano all'Apologiail tono di un
manifesto programmatico, in linea con i numerosi interventi avviati dal G. su
alcuni giornali liberali come la Patria di Firenze, l'Italia di Pisa, il
Risorgimento e soprattutto la Concordia di Torino, diretta da L. Valerio: in
primo luogo, l'esaltazione, condotta con toni volutamente forzati, dell'azione
riformatrice di Pio IX, nel quale il G. indicava l'incarnazione provvidenziale
del pontefice da lui stesso preconizzato, guida del Risorgimento nazionale
interpretato come "un evento religioso, europeo, universale",
promotore di "una rivoluzione fondamentale negli ordini umani del
cattolicesimo" e di una metamorfosi del Papato da "aristocratico e
monarcale" a "popolano e democratico come nelle sue origini"; in
secondo luogo, la perorazione per la sollecita creazione di un regno costituzionale
dell'Alta Italia sotto la dinastia dei Savoia, accompagnata dalla confutazione
dei programmi municipalisti e repubblicani. Per altro verso, l'Apologia portò
allo scoperto, sotto la sollecitazione degli eventi, venature del pensiero
giobertiano in precedenza tenute in ombra, riflettendone gli approdi più
recenti. Il libro era tutto attraversato dal tema della democrazia, non tanto
intesa come ordinamento politico, ma quale prorompente e benefica
"rivoluzione, che per la mole, l'estensione, la natura, l'importanza, la
durata, non si può comparare a niuna di quelle che la precedettero, la quale
avrà per ultimo esito di conferire al popolo la piena signoria delle cose
umane"; rivalutava, rifacendosi alle opere di A. de Lamartine e di J.
Michelet, l'opera dei giacobini nella Rivoluzione francese; assegnava a meta
conclusiva del movimento nazionale, dopo la necessaria fase federativa, la
costituzione di uno Stato unitario, accennando a una sua futura trasformazione
in senso repubblicano; individuava il solo modo di perpetuare la monarchia
pontificia in una riforma costituzionale dello Stato della Chiesa, che
consentisse al papa, in quanto principe temporale, di regnare senza governare e
di realizzare la "separazione assoluta del governo spirituale dal
temporale". Quando rientrò a Torino, il 29 apr. 1848, dopo oltre
quattordici anni di esilio e accolto da entusiastiche manifestazioni, il G. era
reduce da una prima cocente delusione politica, determinata dall'annuncio
confidenziale, pervenutogli a Parigi e seguito da immediata smentita, della sua
nomina a ministro dell'Istruzione nel gabinetto Balbo, fatta cadere dal veto di
Carlo Alberto, che gli era e gli restò ostilissimo. In compenso, in un collegio
torinese e in uno genovese era appena stato eletto a sua insaputa alla Camera
subalpina, che alla metà di maggio lo proclamò proprio presidente. Fino alla
fine di luglio, tuttavia, il G. non mise piede in Parlamento, perché ai primi
di maggio, accompagnato da don G. Baracco, già era partito per una lunga
peregrinazione politica, che lo avrebbe portato a Milano (dove ebbe un incontro
col Mazzini), al quartier generale piemontese di Sommacampagna (dove fu
ricevuto da Carlo Alberto), poi, attraverso la Lombardia e l'Emilia, a Genova,
a Livorno, a Roma (dove soggiornò due settimane e fu ricevuto in tre diverse
udienze da Pio IX), e infine, per l'Umbria e le Marche, a Bologna e a Firenze,
donde rientrò, via Genova, nella capitale sabauda. Il viaggio per l'Italia,
avvenuto in una fase in cui la guerra federale contro l'Austria aveva ricevuto
un colpo letale dall'allocuzione di Pio IX il 29 aprile - il cui significato il
G. tentò invano di minimizzare - e dalla reazione borbonica di maggio, fu tanto
indicativo dei vertici raggiunti dalla popolarità del G., ovunque fatto oggetto
di accoglienze trionfali e talora deliranti, e tanto ricco d'incontri con i più
vari circoli politici, quanto povero di durevoli risultati. Nel corso di tale
viaggio, affrontato con lena missionaria, il G. propagandò fervidamente alcune
idee-guida: in nome della concordia nazionale combatté a spada tratta le
ipotesi repubblicane di ogni genere, i movimenti da lui tacciati di
municipalismo, i progetti per un'assemblea costituente, che finì tuttavia per
ritenere inevitabile e non pericolosa a certe condizioni; invocò il pronto accoglimento
dei voti di unione al Regno sabaudo del Lombardo-Veneto e la proclamazione di
un forte regno dell'Italia settentrionale; tentò con la medesima energia di
rilanciare la soluzione federale, contro i riaffioranti particolarismi statali
e dinastici, non esclusi quelli del Piemonte; si adoperò per un consolidamento
del sistema costituzionale a Roma, utilizzando anche i propri rapporti di
amicizia con il ministro T. Mamiani. Analoghi programmi il G. sostenne
durante la breve vita del gabinetto Casati, al quale fu aggregato dal 29
luglio, giusto all'indomani del disastro di Custoza, in qualità di ministro
senza portafoglio e poi dell'Istruzione, facendosi personalmente promotore
della missione del Rosmini presso Pio IX, finalizzata alla stipulazione di un
trattato confederale e di un nuovo concordato. Ma la firma dell'armistizio
Salasco (9 ag. 1848) e l'interruzione della guerra con l'Austria lo colsero di
sorpresa. Di fronte alla svolta che portò alle dimissioni del governo Casati,
il G. abbracciò posizioni assai impopolari presso i moderati, dapprima
avversando e poi perorando una richiesta di aiuto militare alla Repubblica
francese, combattendo a spada tratta la richiesta di una mediazione diplomatica
franco-inglese, schierandosi per una ripresa della guerra in una cornice
federativa quanto mai inattuale. Le ombrosità e le ambizioni del G., che
aspirava alla presidenza del Consiglio, ebbero modo di tradursi in aperto
dissenso politico in occasione della formazione del governo presieduto da C.
Alfieri di Sostegno (poi da E. Perrone di San Martino), che pure includeva tre
amici del G. come il Pinelli, in posizione preminente, F. Merlo e Santarosa. Al
nuovo ministero il G. dichiarò guerra aperta con un opuscolo dai toni
aggressivi, I due programmi del ministero Sostegno (Torino 1848). Accusato il
nuovo governo di spirito municipalista, cioè di disinteresse per le sorti degli
altri Stati italiani, il G., che aveva lasciato il seggio parlamentare in
occasione della sua nomina ministeriale, tentò, facendo appello all'opinione
pubblica nazionale, di promuovere una politica alternativa basata sull'idea di
una Costituente federativa con mandato limitato, da contrapporre sia
all'inerzia del governo piemontese in carica, sia ai programmi di Costituente
agitati dai gruppi democratici radicali. Fu quindi coinvolto nella fondazione
della Società nazionale per la confederazione italiana, che tenne in ottobre a
Torino il suo primo e unico congresso. Preceduto da un suo infiammato indirizzo
"ai popoli italici" (dov'erano tra l'altro adombrati gli irreparabili
guasti religiosi di un eventuale "funesto scisma d'Italia e di Roma")
e aperto da un discorso introduttivo in cui il G. denunciò le colpe dei
"repubblicani pratici" e le "disorbitanze dei democratici
schietti e dei comunisti", il congresso si concluse con la faticosa
elaborazione di un progetto di Costituente federativa e con la proclamazione
del carattere irrevocabile della fusione delle regioni settentrionali nel Regno
dell'Alta Italia. Rieletto alla Camera nella tornata suppletiva del 30
settembre e nuovamente asceso alla presidenza dell'Assemblea, dopo le
dimissioni del governo da lui accanitamente avversato il G. ebbe a metà
dicembre l'incarico di presiedere il nuovo ministero, in cui assunse anche il
dicastero degli Esteri. Salito alla presidenza del Consiglio non più come
simbolo di unità e di concordia ma come esponente di maggior spicco
dell'opposizione, nel discorso programmatico del 16 dicembre definì il proprio
ministero con l'appellativo di democratico, cioè, come disse, volto a innalzare
la plebe "a dignità di popolo", a serbare rigidamente l'uguaglianza
dei cittadini di fronte alla legge comune, a provvedere agli interessi delle
province, con implicito riferimento alla difficile situazione genovese, a
"corredare il principato d'istituzioni popolane, accordando con gli
spiriti di queste i civili provvedimenti"; manifestò inoltre l'intenzione
di riprendere la guerra interrotta, di promuovere una Costituente federativa
italiana, e proclamò il diritto degli Stati italiani - di fatto, il diritto
dello Stato sabaudo, cui attribuiva apertamente una funzione egemonica - di
intervenire negli altri Stati della penisola per evitare sommovimenti
rivoluzionari o interventi militari stranieri. Il G. s'inoltrò pertanto in una
politica nazionale alquanto avventurosa, seppur coerente con il principio,
carico di valore ideale ma povero di forza normativa e da lui ribadito in
documenti ufficiali, per il quale egli affermava la sussistenza di un diritto
della nazionalità, preminente sulle vigenti istituzioni politiche e imperativo
nelle relazioni tra gli Stati italiani. Venne così progettando invii di truppe
sarde nei punti critici della penisola e si propose come indesiderato mediatore
tra i sovrani italiani e i loro popoli. Del tutto vani si rivelarono i suoi
insistiti tentativi di intermediazione tra Pio IX, rifugiatosi a Gaeta, e la
commissione provvisoria di governo di Roma, intesi a ricondurre il pontefice
nel suo Stato con l'appoggio di truppe piemontesi subordinato al mantenimento
degli ordini costituzionali; e volti nel contempo a impedire l'ingresso del
Mazzini in Roma e la convocazione della Costituente italiana. Sul finire
dell'anno il G. chiese e ottenne dal sovrano lo scioglimento della Camera e
l'indizione per il 22 genn. 1849 di nuove elezioni, che videro il suo personale
successo in dieci collegi del Regno, ma produssero un'Assemblea decisamente
sbilanciata sulla Sinistra democratica. Poco attento agli equilibri
parlamentari, che considerava con un certo disdegno, abbandonate le velleità di
convincere Ferdinando di Borbone e gli indipendentisti siciliani ad affidare
alla Costituente federativa la composizione del loro prolungato conflitto,
s'addentrò in un'avventura militare che doveva riuscirgli fatale. Dopo aver lungamente
tentato, grazie anche ai suoi buoni rapporti con G. Montanelli, di indurre il
governo democratico toscano a più moderati consigli circa i ventilati progetti
di Assemblea costituente, posto di fronte alla traduzione di tali progetti in
legge operativa e alla successiva fuga di Leopoldo II, il G. predispose in gran
segretezza un intervento armato piemontese in Toscana, per riportare il
granduca sul trono preservando il sistema costituzionale. La conoscenza del
disegno, rivolto contro un governo di orientamento marcatamente democratico, e
degli atti compiuti per realizzarlo, provocò la sollevazione del Parlamento
sardo, una frattura profonda nella compagine ministeriale e le dimissioni del
presidente del Consiglio, accolte di buon grado il 21 febbraio dal sovrano,
pronto a sostituirlo con il generale A. Chiodo. Per sostenere le ragioni della
propria politica, invisa ormai alla maggioranza dei gruppi parlamentari di ogni
orientamento, il G. dette vita, in marzo, a un giornale politico, il
Saggiatore, sul quale intervenne il 17 marzo per invocare l'unità degli spiriti
in occasione della ripresa della guerra con l'Austria, da lui perorata ma ora
altamente disapprovata per i modi in cui era avvenuta. Dopo Novara
l'abdicazione di Carlo Alberto e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II, il
G., su invito del Pinelli, accettò di entrare come ministro senza portafoglio
nel nuovo gabinetto presieduto da G. De Launay, nonostante il solco profondo
che lo divideva dal primo ministro e dai suoi orientamenti conservatori, e di
assumere l'incarico di inviato straordinario del Regno sardo a Parigi.
L'indeterminatezza del compito affidatogli e gli atti poco amichevoli compiuti
dal governo piemontese nei suoi confron ti non appena giunto a
destinazione, indicavano che il vero significato della missione era quello di
togliere di mezzo l'incomodo personaggio, anche per favorire le trattative di
pace con l'Austria. Il G., che aveva preso a tessere relazioni con vari
personaggi della vita politica francese e inglese, tra cui A. de Tocqueville,
reagì con la consueta irruenza, troncò ogni rapporto ufficiale con il Regno
sardo dimettendosi da deputato, da ministro e da inviato straordinario,
manifestò a chiare lettere il suo pessimismo sulla situazione italiana,
espresse il suo distacco dal Piemonte anche con la decisione di restituire le
somme pervenutegli per l'edizione delle sue opere, e si ritirò in un secondo,
volontario esilio. Si aprì per il G. un altro periodo operosissimo sul
piano intellettuale e di riflessione, non certo distaccata, sugli eventi di cui
era stato protagonista. Nella corrispondenza privata, tutta intessuta di
riferimenti alla situazione italiana, francese ed europea, ebbe modo di
reagire, con sarcasmo misto ad amarezza, alla condanna comminata il 30 maggio
1849 dalla congregazione dell'Indice al suo Gesuita moderno, adottando
pubblicamente la linea del silenzio anziché quella della sottomissione. Sul
piano politico espresse a più riprese la convinzione che le idee repubblicane,
colorate di socialismo, fossero in fase di inarrestabile ascesa, affermando, in
una lettera del 1851, di vedere all'opera una Provvidenza tinta di rosso
"perché ordina tutto al trionfo vicino o lontano di questo colore".
Si dichiarava altresì fautore di un ordinamento scolastico saldamente nelle
mani dello Stato, in quanto promotore e responsabile dell'"educazione
nazionale", della gratuità dell'istruzione primaria, dell'assistenza
pubblica ai vecchi, agli ammalati e "alla povertà che non trova da
lavorare". Mentre nella primavera del 1851 usciva a Capolago, per
iniziativa e con un'introduzione del Massari, una raccolta di lettere,
interventi e discorsi dalla fine del 1847 all'inizio del 1849, con il titolo di
Operette politiche, il G. riprese in mano i propri lavori di argomento
filosofico e religioso, editi e inediti, ma soprattutto si dedicò alacremente
alla stesura di una nuova opera di ampio respiro che volle si stampasse a
Parigi sotto la sua sorveglianza, pur affidandone la pubblicazione all'editore
torinese Bocca: era Del rinnovamento civile d'Italia, che vide la luce nel
novembre del 1851, in due volumi, il secondo dei quali contenente anche una
nutrita parte documentaria. Il Rinnovamento si presentava come una
riflessione politica che, prendendo spunto dalla ricostruzione critica e
storica degli eventi del '48, affrontava il tema generale delle mutate
condizioni interne e internazionali in cui l'unificazione nazionale avrebbe
ripreso il suo cammino. Il libro proclamava la fine della fase del Risorgimento
e l'inizio della fase del rinnovamento, concepito come parte integrante
"di un moto comune a quasi tutta l'Europa": il primo si era mosso
nella logica di una trasformazione graduale delle cose, il secondo avrebbe
assunto "aspetto e qualità di rivoluzione"; il primo era stato
movimento autonomo, governato dalle condizioni dell'Italia, il secondo sarebbe
dipeso "in gran parte dai fatti esterni"; il primo aveva dovuto
limitarsi all'obiettivo di un sistema federale "perché non ve n'era altro
possibile", il secondo non poteva escludere una possibile, e benefica,
accelerazione storica verso l'unificazione politica. Su questa falsariga il G.
affrontava dettagliatamente, traendo lezione dagli errori che a suo giudizio
erano stati commessi da tutte le forze nazionali, una serie di argomenti di
grande impegno: l'insostenibilità del potere temporale dei papi, "la
maggiore anticaglia superstite dell'età nostra", dannoso all'Italia,
all'Europa e soprattutto al cattolicesimo come causa di subordinazione del
Papato alle forze della reazione interne ed esterne; il posto e la natura del
partito conservatore e del partito democratico nella "politica
nazionale"; le condizioni alle quali il Piemonte, "il paese più
scarso di spiriti italici", dominato da una classe politica di patrizi e
di avvocati "inclinati al municipalismo", guidato da una dinastia
"stata finora impropizia all'ingegno, aristocratica e municipale", e
nondimeno l'unico ad aver preservato gli ordinamenti costituzionali, poteva
svolgere quel ruolo egemonico su scala nazionale che solo avrebbe salvato la
monarchia sabauda da un fatale declino. Un argomento che l'autore adduceva a
convalida delle proprie tesi, e che, diversamente dal Primato, implicava
l'attribuzione al Regno sardo di un ruolo anche morale (pur rimanendo una futura
"Roma laicale e civile […] il principio ideale della risurrezione
italica"), era la politica ecclesiastica inaugurata dalle leggi Siccardi:
un passo verso la "separazione assoluta tra le due giurisdizioni", la
temporale e la spirituale, costituente "la prima base della libertà
religiosa, che tanto è cara ai popoli civili", cornice necessaria alla
formazione di un clero "liberale e sapiente", capace di purgare la
religione "dagli errori e dagli abusi che la guastano". Ma il
Rinnovamento era pure un discorso di "scienza civile", secondo la
definizione giobertiana, intessuto di riferimenti a Machiavelli, ma condotto
sulla base dei "bisogni principali dell'età nostra, il predominio del
pensiero, l'autonomia delle nazioni e il riscatto della plebe": a soddisfare
i quali il G. poneva come condizioni l'esistenza di governi liberi, la
costituzione di Stati a misura nazionale, il funzionamento di ordini civili
atti a promuovere l'innalzamento della plebe a popolo. Per tale aspetto una
funzione determinante veniva attribuita, da un lato, all'"ingegno",
cioè alle élites intellettuali, chiamate a imprimere unità e coesione alla
"sciolta moltitudine", e a impedire che sotto il simulacro della
democrazia trionfasse invece la demagogia dei numeri e delle masse; dall'altro
lato, alle riforme economiche, "unico riparo al comunismo politico",
se volte a ripartire e a regolare le ricchezze (anche con l'imposta
progressiva) e non a inaridire le sue fonti. Il Rinnovamento, percorso tra
l'altro da fremiti antiborghesi, rifletteva una visione del movimento nazionale
quale luogo d'incontro e d'interazione tra le "aristocrazie
dell'ingegno", tratte dal popolo e da questo riconosciute, e le plebi
anelanti al proprio riscatto sociale, garantite da una monarchia non solo
costituzionale, ma anche schiettamente popolare. Nel pubblicare il
Rinnovamento il G. era convinto che l'opera sarebbe incorsa nell'interdetto
della Chiesa; quando apprese che il S. Uffizio, con decreto del 14 genn. 1852,
aveva condannato tutte le sue opere, in qualunque lingua pubblicate, si consolò
col rilevare che, "involgendo nella proscrizione anche quegli scritti che
furono conosciuti da tutti per irreprensibili", si erano meglio
manifestati il puntiglio di Pio IX e la vendetta dei gesuiti. I pesanti
giudizi su figure eminenti della classe politica subalpina di cui il
Rinnovamentoera cosparso, provocarono una tempesta di polemiche, cui il G.
rispose con due opuscoli del 1852, il primo dei quali conteneva una risposta
(che non cambiava, ma semmai aggravava la sostanza di quei giudizi) alle
risentite reazioni di U. Rattazzi, di F.A. Gualterio e del generale G.
Dabormida; il secondo intitolato Ultima replica ai municipali, aveva
soprattutto di mira il Pinelli e C. Bon Compagni, schieratosi a difesa del
vecchio amico del G. e ormai divenuto uno dei suoi bersagli preferiti, il quale
si era ammalato gravemente nel bel mezzo della diatriba. La morte del Pinelli,
sopravvenuta quando già l'opuscolo era stampato, creò grande imbarazzo al G.,
che stese a tamburo battente un Preambolo in cui rendeva giustizia sul piano
personale alla figura del defunto, decidendo in seguito, dopo vari
tentennamenti, di far distruggere le oltre 1200 copie già stampate dell'Ultima
replica - di cui restò un solo esemplare - e di mettere in circolazione
esclusivamente il Preambolo (Parigi e Torino 1852). Fu l'ultima opera
edita lui vivente: in assoluta solitudine il G. morì infatti improvvisamente,
nel suo modesto appartamento di Parigi, il 26 ott. 1852. Tra le sue carte
rimase una mole imponente di frammenti manoscritti e di opere incompiute e
inedite, costituenti nel loro insieme una specie di continente sommerso, non
meno rilevante, per la conoscenza del suo pensiero, degli scritti da lui dati
alle stampe. Questo materiale manoscritto fu in parte pubblicato postumo, con
scarso rigore, dal Massari che, nel quadro di un'edizione delle opere inedite
giobertiane, di cui uscirono a Torino 10 volumi, diede alle stampe nel 1856 i
frammenti Della riforma cattolica della Chiesa e la Filosofia della
Rivelazione, seguiti nel 1857 dalla Protologia, forse la maggior opera
filosofica del G. maturo, che ne aveva incominciato la stesura negli anni
Quaranta. Nel 1910, a cura di E. Solmi, furono editi, con criteri non meno
discutibili, i frammenti della Libertà cattolica e della Teorica della mente
umana, insieme con il dialogo Rosmini e i rosminiani. In seguito La riforma
cattolica e La libertà cattolica furono ripubblicate, in modo più corretto, da
G. Balsamo Crivelli nel 1924, e da G. Bonafede, insieme con la Filosofia della Rivelazione,
nel 1977 e, lo stesso anno, nell'edizione nazionale delle opere, da C. Vasale.
Appartenenti per la maggior parte alla produzione che il G. aveva definito
"acroamatica", le opere postume, pur nel loro stato di incompiutezza,
rivelano un G. che si confrontava in maniera più diretta con la critica della
religione sviluppata dalla cultura primo-ottocentesca, anche nelle sue
espressioni radicali. L'obiettivo di questi lavori era la dimostrazione
dell'adeguatezza del cattolicesimo, liberato dalle sue deformazioni
temporalistiche, autoritarie e "iper-mistiche", nel rispondere ai
bisogni intellettuali e morali dell'uomo moderno. A questo fine il G. assumeva
come fondamento del suo rinnovato discorso religioso-filosofico la nozione
cattolica di tradizione, facendone il criterio ermeneutico dell'evoluzione
storica delle forme religiose e dello sviluppo del cristianesimo in senso
secolare. Ne derivava un'interpretazione molto audace per la sua epoca del
rapporto tra libertà e autorità in materia religiosa e, in generale, della
dogmatica cattolica. Tali opere dimostrano che il pensiero giobertiano in
materia religiosa si era vieppiù spostato dall'asse della riforma ecclesiastica
o politica a quella della riforma religiosa. Ciò spiega anche la riscoperta del
G. in epoca modernistica; senza trascurare tuttavia che una parte molto
consistente della cultura dell'Ottocento e del Novecento si è misurata con
l'eredità giobertiana, dall'idealismo al federalismo (specialmente
meridionale), dal gentilianesimo al nazionalismo e quindi al fascismo, dal
popolarismo di L. Sturzo alla cultura democratico-cristiana. Fonti e
Bibl.: La principale raccolta di manoscritti giobertiani è quella giunta dopo
varie vicende in possesso della Bibl. civica di Torino, che li conserva in 55
voll., 54 dei quali rilegati nel 1912 in maniera alquanto arbitraria e
classificati in un indice sommario: si tratta di carte che il G. aveva con sé
al momento della morte, riguardanti i frammenti miscellanei giovanili, appunti
ed estratti di lavoro, e gli autografi delle opere più tardive, pubblicate
postume. Alla stessa biblioteca sono anche pervenute una parte della biblioteca
personale del G. (il cui principale nucleo fu peraltro venduto all'incanto dopo
la sua morte), poche decine di sue lettere autografe e circa 2500 lettere di
corrispondenti, il cui indice è stato pubblicato nel 1928 col titolo Le carte
giobertiane della Bibl. civica di Torino da G. Balsamo Crivelli, al quale
risale anche La fortuna postuma delle carte e dei manoscritti di V. G. ora depositati
nella Bibl. civica di Torino, in Il Risorgimento italiano, IX (1916), pp.
665-694; cfr. anche P.A. Menzio, Cenni sulle carte e sui manoscritti
giobertiani, in Atti della R. Accad. delle scienze di Torino, LI (1915-16), pp.
659-675. Manoscritti autografi riguardanti Il Rinnovamento sono conservati
nella Bibl. nazionale di Napoli e presso l'Istituto per la storia del
Risorgimento italiano di Roma, quasi integralmente pubblicati a cura di L.
Quattrocchi nel III volume (Inediti) del Rinnovamento, ed. nazionale, Roma
1969. L'Epistolario, a cura di G. Gentile - G. Balsamo Crivelli, I-XI,
Firenze 1927-37, è lungi dall'essere esaustivo; le lettere sono riprese, salvo
rari casi, da precedenti edizioni a stampa come: V. Gioberti, Ricordi
biografici e carteggio, a cura di G. Massari, I-III, Torino 1860-63; Il
Piemonte nel 1850-51-52. Lettere di V. Gioberti e G. Pallavicino, a cura di
B.E. Maineri, Milano 1875; D. Berti, Di V. G. riformatore politico e ministro
con sue lettere inedite a P. Riberi e G. Baracco, Firenze 1881; Lettere inedite
di V. Gioberti e saggio di una bibliografia dell'epistolario, a cura di G.
Gentile, Palermo 1910; Lettere di V. Gioberti a P.D. Pinelli, a cura di V.
Cian, Torino 1913; G. - Massari. Carteggio (1838-52), a cura di G. Balsamo Crivelli,
Torino 1920; Carteggio Lambruschini - Gioberti, a cura di A. Gambaro, in
Levana, III (1924), pp. 277-409. Un numero cospicuo di lettere al G. fu
pubblicato col titolo di Carteggio di V. Gioberti, I-VI, Roma 1935-38, in
un'edizione che comprende lettere di P.D. Pinelli (a cura di V. Cian), di I.
Petitti di Roreto (a cura di A. Colombo), di G. Baracco (a cura di L. Madaro),
di G. Bertinatti (a cura di A. Colombo), di "illustri italiani" e di
"illustri stranieri", a cura di L. Madaro. L'Edizione nazionale delle
opere edite e inedite, avviata nel 1938 con la riedizione dei Prolegomeni del
Primato, a cura di E. Castelli e affidata nel tempo a tre editori diversi, è
giunta al vol. XXXVIII, con il secondo tomo dei Pensieri numerati, a cura di G.
Bonafede, Padova 1995: comprende ormai tutte le principali opere del G.,
pubblicate con criteri non omogenei. Materiale giobertiano continua peraltro a
venire alla luce: per es., Appunti inediti di V. Gioberti su R. Cartesio. La
storia della filosofia, a cura di E. Bocca - G. Tognon, Firenze 1981. Le
principali bibliografie giobertiane sono quelle di A. Bruers, G., Roma 1924,
che comprende circa 1400 titoli, fino al 1923, e di G. Talamo, in Bibliografia
dell'età del Risorgimentoin onore di A.M. Ghisalberti, I, Roma 1971, pp.
168-172. Tra le voci enciclopediche: G., V., di G. Saitta, in Enc. Italiana,
XVII; di L. Stefanini, in Enc. Cattolica, VI; di C. Mazzantini, in Enc.
Filosofica, III; di F. Traniello, in Dict. d'hist. et de géogr.
ecclésiastiques, XX. Per una sintesi delle interpretazioni: G. Bonafede, G. e
la critica, Palermo 1950. Tra le opere più recenti: E. Passerin d'Entrèves,
Ideologie del Risorgimento, in Storia della letteratura italiana (Garzanti),
VII, L'Ottocento, Milano 1969, pp. 333-364; A. Del Noce, Gentile e la poligonia
giobertiana, in Giornale critico della filosofia italiana, IL (1969), pp.
222-285; G. Derossi, La teorica giobertiana del linguaggio come dono divino e
il suo significato storico e speculativo, Milano 1970; F. Traniello,
Cattolicesimo conciliatorista. Religione e cultura nella tradizione rosminiana
lombardo-piemontese (1825-1870), Milano 1970, pp. 31-51 e passim; E. Pignoloni,
G. e il pensiero moderno, in Rivista rosminiana, LXIV (1970), Id., Le postume
giobertiane nel giudizio della critica, ibid., LXV (1971), pp. 167-186; G.
Martina, Pio IX (1846-1850), Roma 1974, pp. 64-70, 180-189 e passim; C. Vasale,
L'ultimo G. fra politica e filosofia. Appunti sulle origini ottocentesche
dell'ideologia in Italia, in Storia e politica, XV (1976), pp. 201-261; R.
Romeo, Cavour e il suo tempo, II, Roma-Bari 1977, pp. 238-245, 338-341, 362-368
e passim; A. Galimberti, G., Gentile, Rosmini, in Giornale critico della
filosofia italiana, LVIII (1978), pp. 172-187; C. Vasale, Riforma e rivoluzione
nel G. postumo, in Storia e politica, XVIII (1979), pp. 395-441, 621-665; A.
Rigobello, V. G., in Christliche Philosophie im katholischen Denken des 19. und
20. Jahrhunderts, a cura di E. Coreth, I, Graz-Wien-Köln 1987, pp. 619-642; S.
La Salvia, Il moderatismo in Italia, in Istituzioni e ideologie in Italia e in
Germania tra le rivoluzioni, a cura di U. Corsini - R. Lill, Bologna 1987, pp.
169-310; F. Traniello, La polemica G. - Taparelli sull'idea di nazione e sul
rapporto tra religione e nazionalità, in Id., Da G. a Moro. Percorsi di una
cultura politica, Milano 1990, pp. 43-62; Id., Il cattolicesimo riformato di V.
G., in Storia illustrata di Torino, a cura di V. Castronovo, Milano 1992, IV,
pp. 1101-1120; G.P. Romagnani, V. G., A. Chiodo, G. De Launay, M. d'Azeglio,
Roma 1992; C. Vasale, Il significato del federalismo giobertiano nella storia
d'Italia, in Stato unitario e federalismo nel pensiero cattolico del
Risorgimento, a cura di G. Pellegrino, Stresa-Milazzo 1994, pp. 215-245; L.
Pesce, Peyron e i suoi corrispondenti. Da un carteggio inedito, TrevisoG. Rumi,
G., Bologna 1999; G. Cuozzo, Rivelazione ed ermeneutica. Un'interpretazione del
pensiero filosofico di V. G. alla luce delle opere postume, Milano 1999.
La sovrintelligenza Sezione seconda.ConceTTO,METODO E DIVISIONE DELLA FILOSOFIA
(Dommatismo) Sezione prima .COSTRUZIONE DEL PRIMO TERMINE DELLA FORMOLA (l'Ente
).Definizione del Primo.Distinzione del Primo psicologicoe del Primo ontologico
. Il Primo filosofico. Caratteristica del Primo filosofico Giobertiano. Polemica
contro Rosmini . Il P r i moèl'Entereale.Cosasialarealtà.Giob.nonar riva a
dirlo chiaramente. Difello e pregio del suo concello della reallà (del
concreto:unità del positivo e del negativo).pag.158-164. CAP. 3. Deduzione
della realià dell'Ente dal concetto dell'Ente. 164-185 D. I. Dal giudizio
l'Ente è non si deduce la realtà del. L'intuito . pag . 1-99 . O ľ Ente.
Sicontradiceall'ontologismo.- Sicon 100-119 Sezionc prima.LA CONOSCENZALa
riflessione psicologica CAP. 3. La riflessione ontologica Cap.4.Laparola.
.COSTRUZIONE DELLA FORMOLA IDEALE fonde la realtà col puro essere
Personificazione dell'Ente Abbozzo della vera via di dedurre la realtà
dell'Ente. Realtàosussistenza= intelligibilitàoidealità.Giob. non
adempiequestaesigenza. RelazionetraEnte edEsistente.Processoaprioriea
posteriori.(Causa ed Effetto) . II.Prova dell'intuito (Identità dei due ordini
,onlo logico e psicologico.Verità dell'atto creativo).pag. 206-246. - S.III.
L'intuito come prova dell'atto creativo.Dommatismo.Gioberti,Platone,Schelling
ed Hegel.Prove indirelte dell'intuito 248-253.- $. I. Lo spirito è produzione
di sè stesso.pag. 253-260. – S. III.Intuito dell'intuito.
$.II.Falsoconcellodellalibertàenecessilàdel pen 242-247 CAP. 4.
Conseguenze della dottrina dell'intuito. OntologismoePsicologismo.pag.200-206.-
S. S.I.Epilogo:mancanza didialettica.pag.272-274- o 272-282 CAP. 2. L'intuito
come conoscenza dell'atto creativo .L'intuito immediato è la conoscenza
empirica. Confusione del(primo)pensabile edel(pri mo )conoscibile. . 266-272
Cap. 2. Falso concello del pensiero speculative. Duplice ordine psicologico:
intuitivo e riflessivo. chiusione di tutta questa Sezione pag.184-185. Sezione
seconda.COSTRUZIONE DEL SECONDO E TERMINE DELLA FORMOLA . Gioberti e
Rosmini.Insussistenza delle ragioni re c a t e d a Gioberti per difendere il p
r i m o ordine come condizione del secondo : il concetto dell'infinito
condizione del concelto del finito (concello dell'Ente condizione del concetto
dell'esistente).La relazione ei suoi termini. L'ordine intuitivo come
cognizione nonèchelascienza.pag.220-234.- S.I.Nuova instanza di Gioberti:
concello del Necessario e del contingente. pag.235-241.- $.III,L'intuito del
l'atto creativo è lo stesso processo a posteriori pag. pag.260-264. Sezione (
il Noo ) . terza,L'INTUITOSPECULATIVO O IL PENSIERO PURO $.I.Prima
prova delloSpinozismogiobertiano.pag. Cap. 5. Epilogo sulla identità e
differenza tra Spinoza e Gio berti. Sezione terza,L'INTELLIGIBILITA'. Identilà
di crcazione e illustrazione.La vera i m m a 372-381 381-390 397-415 324
349 . LA FORMOLA Seconda prova. Si considera di nuovo
l'intuilo.Caralleristica. (Contenutodell'altocreativo)(Dio-Quantilà). Caralleri
dello Spinozismo:loro contradizione.Concello
generaledelladifferenzatraSpinozaeGioberti. 350-356 Cap.2.
Anticipazionedelconcello diDiocomerelazioneasso lula.Confradizione. Doppio
concello dell'esislenic (ediDio) CAP . 3. Dio Quantità. Lo spirito :
contradizione. La vera dili 356-364 collà . Cap. 4. Soluzione: Dio come
Sviluppo. (Prima di Kant e dopo 364-372 Kant) nenza.Difetto
delloSpinozismo.Doppia intelligibi. lità delle cose.pag.398-402.-
S.II.Difficoltà con tro la immanenza nel sensibile.Paragone della co "
gnizione colla visione.Meccanismo nello spirito.Con cello dello spirito (del
conoscere ).Kant; l'empirismo. prova. siero.Confusionedell'lilea CAP.1.
FalsoSpinozismo(Diosemplicesostanza,noncausa).317-323 CAP. 2. Vero Spinozismo
(Diosostanza causa). 317-349 e della rappresentazione.Relazione del pensiero
puro coll'esperienza . 2.Il Noo passive èilsenso 301-306 CAP, 5. L'Innatismo .
IDELAE (Spinozismo). Sezioneprima.SPINOZISMO(forma dell'alto creali
vo:meccanismo) DIFFERENZA TRA GIOBERTI E SPINOZA. Intelligibile assoluto
Intelligibile relativo.Fondamento della soluzione del problema Gioberti
riunisce idue difetti. Rispostaalla difficoltàprecedente, everoconcetto
dell'intelligibilerelativo.COGNIZIONE DELLA REALTÀ DE CORPI, E ORIGINE DELLE
IDEE, COME PROVE INDIRETTE DELLA FORMOLA .PASSAGGIO AL MISTICISMO. COGNIZIONE DELLA
REALTA' DE' CORPI. .Gioberti non ammette la prova,ma l'inluito della realtà dei
corpi . . 426-429.S.II.Ragioni del realismopag.429.- S. III.Necessità di un
principio superiore: cos'è. Galluppi:criticatodaGioberti.pag.Certezza e
verità.Fede e Scienza.Certezza e ve denza metafisica,efisica.Critica.
pag.456-467. Sezione seconda.Origine delle idee.pag.
precedenti,especialmentediRosmini.La generazio La dipendenza logica.a
)Distinzione delSovrintelligibile edell'Intelligibile.Significato e conseguenza
di questa distinzione.Ragionee So Idealismo e Realismo ( i m p e r f e t
t i ): i d e a l i s m o assoluto; certezza ed evidenza .. Ragioni
dell'idealismo;e suo difello.Rosmini.pag. . . . Significato generale della
quistione.Critica de'filosofi . .479-526 S. I. Distinzione de'concelli in
assoluti e relativi.pag. . ritàdelmondo Dottrina propria di Gioberti sulla
cognizione de'corpi; 542 e certezza ed evidenza di questa cognizione. Significato
e difficoltà del problema . 2. solu zione:l'Individuazione
(creazione:creareèindivi d u a r e ) . G i o b . p o n e be n e il problema , m
a n o n l o r i solve.Anzifaimpossibileogni soluzione;incono scibilità
dell'alto creativo nella sua essenza.Perples silàdiGioberti3.Critica.Certezza
dellacognizione de'corpi.1. Distinzione della certezza in fisica e metafisica.
2. L'evidenza come fondamento della certezza in generale.3. Evi ne ideale
(analisi e sintesi )La produzione ideale giobertiana : attività sintetica ori
ginaria. Critica di questa dottrina vraragione ( Ente cd Essenza );
dipendenza logica e generazione.Contradizioni.Doppio sovrintelligibile: Unità
delle delerminazioni razionali , e Trinilà divi na.c)L'ldea come pura ragione o
unilà delle deter minazioni razionali. Moltiplicilà astralla e unilà a stratla
( pura sintesi o dipendenza logica,e pura a nalisi ).Vera unità: unità della
sintesi e dell'analisi; lamoltiplicitàcome momento dell'unità;unità- pro
cessoassoluto.pag.489-509. -S.Ill.Larelazione del concello relativo coll'Ente (
creazione ). a ) D u e ipotesi:generazione,e creazione.Risultato ;assur dilà
dell'allo creativo come punto di passaggio tra l'Ente e l'esistente.La
creazione è l'aulogenesi dello spirito. b).La creazione è in sè generazione.
Conse guenze di questa dolirina pag.509-526. C A P . 3. Risultato
generale deila doitrina di Gioberti sulla p r o duzioneideale.—
PassaggioalMisticismo Elenco di Opere di Vincenzo Gioberti possedute dalla
Biblioteca Nazionale di Torino (*) De Deo et naturali religione, de antiquo
foedere, etc. Taurini, Bianco, 1825, in-8°. Teoricadelsovrannaturale.Brusselle,Hayez,1838,in-8°.
La stessa. Torino, Ferrerò e Franco, 1849, in-8°. La stessa. Accresciuta d’un
discorso preliminare e inedito intorno alle calunnie di un nuovo critico.
Capolago, Tip. Elvetica, 1850, 2 tomi in 1 voi., in-8°. Degli errori filosofici
di Antonio Rosmini. Brusselle, Hayez, 1841, in-8°. La stessa. Brusselle,
Meline, 1843, 3 voi. in-8°. La stessa. Capolago, Tip. Elvetica, 1846, 3 voi.
in-8°. Del primato morale e civile degli Italiani. Brusselle, Meline, 1843, 2
voi. in-8°. (i) Elenco favorito con gentile premura al Comitato Editore dal
Prefetto della Biblioteca Nazionale Cav. Avv. Francesco Carta. 284
La stessa. Capolago, Tip. Elvetica, Prolegomeni del primato morale e civile
degli Italiani. Brusselle, Meline, 1846, in-12°. Introduzioneallostudiodellafilosofia.Brusselle,Hayez,
1840, 2 tomi in 3 voi., in-8°. Lastessa.Secondaediz.,Brusselle,Meline,1844,4vo¬
lumi in-8° Considerazioni sopra le dottrine religiose di Vittorio Cousin.
Brusselle, Meline, 1844, in-8°. Il Gesuita moderno. Losanna, Bonamici, 1846, 5
vo¬ lumi in-8°. Lastessa. Torino, Fontana, 1848, 5 tomi in 3 voi., in-8°.
Lastessa.Capolago,Tip.Elvetica,1847,7voi.in-16\ Apologia del libro intitolato «
Il Gesuita moderno », con alcune considerazioni intorno al risorgimento italiano.
Parteprima.Parigi,Renouard,1848,in-8\ DelBuono.Brusselle, Meline,1843,in-8°: La
stessa. Capolago, Tip. Elvetica, 1845, in-16°. Essai sur le Beau, ou éléments
de philosophie esthétique, traduìtde l’italien par Joseph Bertinatti.
Brusselle, Meline, 1843, in-8°. Del Bello. Firenze, Bucci, 1845, in-8°.
Allocuzione di un filosofo cattolico a Pio IX. Torino, 1847, in-12°.
285 Discorso pronunziato nell’adunanza generale per l’aper¬ tura del
Congresso nazionale federativo la sera del 15 ot¬ tobre1848nelTeatroNazionale.Torino,
G.PombaeC., 1848, in-8°. IdueprogrammidelMinisteroSostegno.Torino,Fontana,
1848, in-8°. Antiprimato papale e l’automatismo romano distrutto dal
VangeloedaiSantiPadri.Torino,1850,in-16°. Lettre sur les doctrines
philosophiques et Politiques de Lamennais.Capolago,Tip.Elvetica,1850,in-8°.
Delrinnovamentociviled’Italia.Parigi, Crapelet,1851, 2 voi. in-8°. Operette
politiche. In « Documenti della guerra santa d’Italia », voi. VII. Capolago,
Tip. Elvetica, 1851. Preambolo dell’ultima replica ai Municipali. Parigi, Mar-
tinet, 1852, in-8°. Risposta a Urbano Rattazzi. Sopra alcune avvertenze di
Filippo Gualterio. Al Generale Dabormida. Torino, Ferrerò e Franco, 1852,
in-8°. Della filosofia e della rivelazione, pubblicata per cura di GiuseppeMassari.Torino,ErediBotta,1856,in-8°.
Pensieri e giudizi sulla letteratura italiana e straniera, raccolti ed ordinati
da Filippo Ugolini. Firenze, Barbèra, 1856, in-12°. Della protologia,
pubblicata per cura di G. Massari. Torino, Eredi Botta, 1857, 2 voi. in~8°.
286 Profezie politiche intorno agli odierni avvenimenti d'Italia. Torino,
1859, in~l2°. Pensieri, Miscellanee. Torino, Eredi Botta, 1859, 2 voi. in-8°.
Ricordi biografici e carteggio, raccolti per cura di Giu¬ seppe Massari.
Torino, Eredi Botta, 1860-62, 2 vo- lumi, in-8°. Studi filologici desunti da
manoscritti di lui autografi ed mediti fatti di pubblica ragione per cura
dell’avvo¬ catoDomenicoFissore.Torino,Tip.Torinese,1867, in-8u gr. Una lettera
a Terenzio Mamiani in data del 28 maggio 1834, pubblicatadaVincenzoDiGiovanni.Roma,Tip.delle
Terme, di a. Balbi, 1894, in-8°. Lettera sugli errori politico-religiosi di
Lamennais. Vincenzo Gioberti e Giordano Bruno. Due lettere inedite,
pubblicatedaG.0.Molineri.Torino, L.Kourt:eC. 1889, in-8°. Vincenzo Gioberti e
Giorgio Paìlavicino. Lettere per cura di B. K. Maineri. (Piemonte (II) negli
anni 1850-51-52). Milano,FratelliRechiedei,1875,in-l&'. METAFISICA
ONTOLOGIA Dell'Enle, come concreto e reale. PARAGRAFO 2. Dell'Ente, come
astratto ed ideale, CATEGORIA I. 86 CATEGORIA 4 . I. Dell'atto creativo. TEOLOGIA RAZIONALE
velazione e della Civiltà colla Reli . 161 'ART. 3. D. Primo Storico CATEGORIA
2CATEGORIA 6 Del tempo e dello spazio. Delle convenienze della ragione colla R
i COSMOLOGIA , 3& 120 ivi LOGICA fato,della fortuna e del
destino,dell'ac cidente e della necessità. PARTE SPECIALE Della
sovrintelligenza e del desiderio Della
diffinizione e della divisione. 269 271 ART. 5. Del metodo. 284 , 253 pag. 193 • 204 221 227 234
gressisti , Della volontà umana . 212 2Dellefacoltàdellospiritoumano. ART. 4.
Det raziocinio e delle sue forme esteriori. 273 A r t . 6 . Dell'arte
critica.Ciclo generativo e Cosmogonico ART. 3, della forzacosmica.. 216 • 26
278 266 ART . i. Della proprietà delle parole. .Delle proprietà dell'uomo . Dei
giudiziie delleproposizioni. Prima di
esporre la filosofia acroamatica si compie il ritratto della vita dell'autore-
Giobertisiritiranellavitaprivata- come eiparla disè stesso cercadirompereognilegamenonpurecolGoverno,
macogliuomini-comesostienelavita– lapovertàdiluidàoccasione
adunattogenerosodelRosmini— pertenersiprontoastampareal cuna opera utile
all'Italia non vuole dettare un Discorso sull'Alfie ri-
qualieranoicasiimprovisichepoteanoindurloastampare— perchè opinava più
probabile che la repubblica francese non ca desse — concetto che egli avea di
Luigi Napoleone - i n che fu fal laceilsuo giudiziosullaFrancia— nellametà
del51 pone inlucc il Rinnovamenlo – intento di questo libro : sua convenienza e
diffe renzacolPrimato– censuratuttietuttocoll'intendimentochefae cia pro
nell'avvenire - - -rottura col Pinelli e coi municipali - pole micaconesi—
mortedelPinelli--sibrucianolecopiedel'opu scoloUltimareplicaaimunicipali—
l'autorelascialapoliticaeri volge il suo animo tutto al le opere nuove da
pubblicare — forse la troppatensionedimenteglinocque- morteimprovisaedoloreuni
versale— quantodannofuallascienzaeallareligione– vocazione
diGiobertinonmancataperlamorteintempestiva— leoperepostu me– quando furono
scritteprimaodopoil48?- ilconcettoeil titolo di esse furon suggerito dalle
circostanze o ne sono indipen denti?–
Tuttociòcheoraèstampatoappartenevaadessesecondo l'intendimento dell'autore ? -
- c quale fu quest intendimento ? - gli scritti postumi sono solo l'apparecchio
e imateriali delle opere che volevadarealaluce-
ildisegnoperòv'apparisce:qual'èdesso?- CAPITOLO PRIMO ragioni
che rendono difficile a cogliere la connessione e la verita della dottrina
contenuta nei detti scritti---apparente antinomia di cssa dottrina -come ho
proceduto io per afferrarne l'unità e la germanaintenzione
inqualformamisonrisolutodiesporla-fu
benecheilMassaricurasselapubblicazionediessiscritti– pote
vanoperòesseremeglioordinatidariuscirepiùintelligibili– ladot trina del
Gioberti è più difficile di quella dell'Hegel. CAPITOLO SECONDO PRELIMINARI La
filosofia acroamatica non è contraddittoria all'essoterica , ma solo tanto
diversa - nesso tra l'una e l'altra — differenze della cognizione
direttaospontaneadelRosmini,edelCousindalpensiero imma nentedel Gioberti
Doppiostatodelpensieroumano caratteri dellostatoriflessivoedellostatoimmanente–
l'intuitodell'ente differisce da quello dell'esistente — in che consiste la
strellezza spe cialedell'enteintelligibilecolpensieroimmanente -comel'attività
dello spirito coesiste coll'Ente senza che questo sia subbiettivato condizioni
proprie dello stato immanente - si rimuove una obbiezio nc-dell'attivitàumana
-suodoppiostatoedifferenzedell'unostato dal l'altro- - della personalità — l a
penetrazione del pensiero nello slalo immanente è diversa dalla compenetrazione
dello stato successivo triplice proprietà del pensiero immanente analoga a tre
momenti dell'ente- lospiritosebbeneunapersonanelpensieroimmanente non
subbicttivizza la cognizione - l'ordine psicologico è proprio della riflessione:
suofondamentoontologico– anchepropriodellarifles sione è l'ordine cronologico -
che fa il tempo -- onde nasce il ripie gamento della intuizione sovra se
stessa— falso modo d'intendere la visioneideale
cheèlavitaanterioredescrittadaPlatonenelFe d r o - d i f f i c o l t à d i c o
g l i e r e il p e n s i e r o i m m a n e n t e - - - l a d i s t i n z i o n
e b e n nelladellaintuizionedallariflessionecorreggeladottrinaplatonica-
obiezione del Grote - come vi si risponde - - dei giudizii – doppio giul.
dizioobiettivo- lospiritoescedallostatoimmanente coll'affermare
eglil'Ente-comesiafferrailpensicroimmanente- delmodocome 502 3.42
possediamo le idee - le quali nascono per via didisgregazione, non di
generazione— deigiudiziianaliticiesintetici- sichiarisceundub bio-delraziocinio
dellafilosofia:suadefinizione--filosofiaprima qual'è;sua
distinzionedall'ontologia-obiezione contro laProtologia: risposta
-dellacircuminsessionedeiveri:suaradice -criteriodelve ro - onde nasce
l'evidenza e la certezza scientifica— che è un siste m a scientifico - in che
senso i principii dipendono e sono illustrati dalle conseguenze — le une non
sono affatto eguali in valore agli al
tri--dell'ipotesi,deipostulati,edegliassiomi- seiprincipiisono astratti , onde
si trae la concretezza , senza di che la scienza non avrebbevalore?-
IlPrimodellascienzaèlaFormola ideale-c0 me siprova che è ilPrimo -mutua
collegazione e dipendenza delle verità secondarie e primato relativo della
formola -- l'unità scienti fica deve salire e fondamentarsi nell'unità ideale
trasparente all'in tuito - il processo non fa la scienza perfetta - questa
risulta dalla in tima
unionedellacognizioneriflessivacollaintuitiva--dell'Ultimo della scienza – la
parola è il passaggio dal pensiero inimanente al s u c cessivo - onde si cava
la necessità della parola per l'uso del pensiero riflesso - origine del
linguaggio : tre opinioni - - -sentenza dell'aulo re-
comepuòdirsicheilsegnodellinguaggioèunitoal'Idea unità della dottrina di
Gioberti su questa materia . DOTTRINA DELL'ENTE C o m e l'unità e semplicità di
Dio si accorda colla moltiplicità degli a l tributi - dell'unione dei
contraddittorii in Dio - - trasformazione dia letticadeidiviniattributi—
Hegelcontuttiipanteisticonfondeil processopsicologicocol'ontologico-l'antropomorfismoéopera
del l'imaginazionenondellaragione dellafuturizionedivina-Iddioè insieme
sovrintelligibile e intelligibile- negatività di Dio- come co
nosciamol'Assoluto?— Dioèpersonale:obiezioni,risposte— Dio produttività
infinita-lapotenzialitàel'attualitàsonodiverseinDio enellecreature-
Dioèliberoenecessario- èbuono- l'esistenza di Dio è verità intuitiva pel
pensiero immanente , dimostrativa pel DOTTRINA DELLA CREAZIONE
L'ideadicreazioneportasecoperduerispettil'ideadinulla—delcan 95-124 successivo-
laprovadimostrativamiglioretraggesidallanozione dell'infinito-
processoprotologicoedesplicativodelleattribuzioni dell'Ente - attribuzioni
esterne ed interne- doppia eptate - dell'in finito;onden'abbiamol'idea-
èdeterminato;mas'intendenonsi comprendedella presunzione divina dell'infinito
potenziale nel suo atto — antinomie rislessive:ipanteisti frantendono l'idea
dell'infi nito - assurdità dell'infinito nunerico - distinzione dell'infinito
pos sibile o potenziale dall'attuale - due infiniti: ilrelativo e l'assoluto
dell'infinito aritmeticomonadico. giamento-l'atlocreativoèunoinsè
anchenell'estrinsecoéper fetto-puossiconsiderarepertrerispetticomeinfinito–
l'infinità potenziale del finitosuppone ilpossesso attuale,benchè finito, del
l'infinitàattuale-incheconsistesiffattopossesso— l'attocreativo
intervieneintutto— ècausachel'unitàdell'Ideasisparpagliain molteidee-
igenerisonovari-lavarietàspecificadellecosede riva dalla maggiore o minore
intensità dell'atto creativo zioneèdivisioneemoltiplicazione-
rispettoall'esistentel'attocrea tiyo è sintetico e analitico - differenza della
causalità finita dall'in finita-cheèilcronotopo--suaunità-
comedall'unitàdell'istante edelpuntosibiforcailtempoelospazio—
l'intervalloèuno-5e nesidelcronotopo- doppiovaloredelpuntoedell'istante-
dell'in ternitàedell'esternità- l'unitàdelcontinuosirappresentainordine
lospazioeiltempohannouncentro al discreto sotto tre aspetti— del passato ,
sintesi del continuo e del discreto nei modi del tempo -- del presente e del
futuro- l'eternità non cresce — doppio continuo , attualeepotenziale
-infinitazionedelcronotopo-inchesensoilmon do è cterno - ogni epoca e stato
mondiale è una palingenesia verso il p a s s a t o , e u n a c r e a z i o n e
v e r s o l ' a v v e n i r e - il c r o n o t o p o e l ' u n i v e r
soinfinitisonorealicomeintelligibili– l'indivisibilitàdelcronotopo dal pensiero
colto dal Kant- del pensiero divino e umano-- interio la crea
DOTTRINA DELL'ESISTENTE debbonsidiresull'esistente-
questosomigliaall'entepereffettodella creazione- incheconsistel'improntadell'entecheportainsèl'esi
stente diversosensodatodall'autoreallevocimetessiemimesi quale è il senso che
in quest'opera si dà alla prima -- distinzione dellapotenzaedell'atto-
metessipotenziale,intermedia,eattuale l a m i m e s i - e s s e n z i a l e a l
l e f o r z e c r e a t e è il c o n c r e a r e e il g e n e r a r e : prove-
carattere del primo momento dello sviluppo dinamico -- due 64 125-166 505
Difficoltà di esporre la materia-nesso delle cose dette con quelle che ritàeesterioritàdelpensieroumano
irrazionalitàdelvero nella s u a c o n c r e t e z z a - c o m e il p e n s i e
r o u m a n o c o n o s c e il c o n t i n u o - l ' i m
manenzadell'eternodatocidalpensiero— l'estensioneeladurata esprimono
ilimitidell'esistente — Dialettica;ildiverso,ladualità,
lamoltiplicitàappartengonoall'essenzadellacreazione- incheversa
ladialetticaeondetraeilnome duedialettiche:realeeideale che forma il moto o
vita dialettica- la dialettica consta di due m o menti,sebbene sembra che
constidi tre- glieterogenei,cioè idi versi ed opposti,non sono
contraddittorii---differenza della eteroge neità dalla contraddizione –secondo
un certo rispetto l'eterogeneità
èinDio-l'opposizioneriguardailnegativodellecose- ilcontrap
postoèdiversodall'opposizione- glieterogeneiimportanogliomoge
neieviceversa-cheèilterzoarmonicoodialettico come mai il conflitto dialettico
pruduce l'armonia — uell'unione dell'omogeneo ed eterogeneo quale prevale— ciò
che è l'opposto in natura è l'antino mianellascienza– dellaantinomiarealeedell'apparente–
della guerra- lapolemicaèlaguerranell'ordinedelpensiero- delloscet ticismo - lo
scetticismo obbiettivo non è sofistico -che sono l'errore e la colpa - due
periodi distinti della storia della filosofia - - -divisione eriunioneèilprocessouniversaleedialettico-
diversitàdiprocesso delladialetticadell'Enteediquelladell'esistente
dellaschemato logia - - -della sofistica - - - il moltiplice e il conflitto son
ridotto ad unità ed armonia mediante la mediazione dell'infinito.
ciclidellavirtùconcreativadelleesistenze realtàd'unaintelli
gibilitàrelativa- ilsensibileèlafugadell'intelligibilerelativoda
sèstesso,lasuamoltiplicazione,diversificazioneerottura-prove causa
percuil'intelligibilecreatosimanifestacomesolosensibile negliordinideltempo
differenzadellanostradottrinadaquelladei sensisti — nozioni che racchiude
l'idea del sensibile- la successiva distruzioneerinnovazione delle forme
sensibilièilnisusdiessoa diventareintelligibili-
ilsensibileconsisteessenzialmentenelare lazione tra l'uomo intelligente e la
natura intelligibile - del sensibile interno ed esterno - se il sensibile può o
no conoscersi- si chiarisce ilsignificatodellaparolasensibile-
ilsensibileschiettononsipuò pensare- prova che la sensazione non è
lacognizione- qual'èl'og getto della cognizione del sensibile - - come si
risolve l’antinomia ap
parenteditrovareinescogitabileilsensibileepurepoterlopensare la dottrina nostra
è la sintesi delle diverse dottrine precedenti Galluppi,Rosmini,Platone-
nelladottrinadiGiobertinonbisogna confondere l'intelligibile
assoluto,l'intelligibilerelativoeilsensi bile- la teorica dell'intelligibile
relativo non annienta ilsovrintelli gibile—
siviendivisandopiùparticolarmentelamimesi—mimesi
prevalente-esteriorità,apparenza,fenomeno,conflitto,passaggio, metamorfosi-la
gerarchiamimeticadeglienticonsistenellavarietà
deigradiconativi-sinotanoiprincipali dellaluce-lamaggiore intelligibilità nella
natura corporea si manifesta mediante la finalità ,
dell'uomo;ilcorpo,chiloforma —delsonnoedeisogni—l'istinto l'anima e il corpo in
parte diversi , in parte uni - doppio stato del la
vita;latenteeinanilesta—duevitedell'uomo- dellepassioni:la
gloria,lamalinconia,lanoia- facoltàdell'animo:ilsenso,l'imagi
nazione,lamemoria,laragione— lescoperteeitrovatiapparten gono allo sviluppo
metessico del Cosmo -- che cosa è la scienza- lo spirito creato è l'anima del
mondo , lo spirito uniano è l'anima della lerra-
gl'intelligibiliintelligentirelativinonsonogiàdellosteso generedue
speciedimentalità -cheèilpensiero- inchesifonda l'identitàdelmondo-
metessiprevalente:suadefinizione-doppia u n i t à , la d i v i n a d e l l ' a
t t o c r e a t i v o , e l ' u n i t à m e t e s s i c a e c o n c r e a t i v
a dellarelazione;essasovrastaaiterminichelacostituiscono- due relazioni--natura
speciale della relazione che corre tra l'Ente e l'esi Del progresso : che
n'è il tipo e il principio – il progresso considerato 167-250 507 stente—
l'azione finita è reciproca , quindi inseparabile dalla passio
no:l'unitàloroèlarelazione,larelazioneinfinitaè unamla rela
zioneèilveraceassoluto cherappresentalarelazione essaè l'appicco del finito
coll'infinito - riscontro del vero col mondo - le relazioni sono nelle
cose,enon solo nello spiritonostro,enella mente divina -- falsità della
dottrina dell'Hegel che pone l'assoluto e il concreto nelle sole relazioni - la
specie non è un'astrattezza la specie non è l'idea specifica-metessicamente non
si distingue il tutto dalle parti- come raffigurarci la concretezza della
potenza - dellecontagionimoraliemateriali- l'armoniadellamimesierumpe
sempreerisiedesostanzialmentenellametessiiniziale diversità della metessi
mimetica dalla finale -dell'implicazione e dell'inter nitàdellecose-
qual'èilprogressometessico- v'èunapermanenza metessica di ciò che passa
mimeticamente- Idea,metessie mimesi -
ilpassaggiodellamimesiècreazioneeannientamente- accordodi dueopinioniopposte-
trecondizionimondiali— vanitàdellecose umane inquantopassanoesiannullano-
delladottrinadiProtago ra- scienzamimeticaemetessica--Comemaiilrealepuòrassomi gliarsiall'ideale?-
Comemaiilfinito,ilrelativoecontingentepuò
rassomigliareilnecessario,l'assolutol'infinito? Comemailecose materiali possono
rassomigliare il pensiero ? in riguardo alla metessi iniziale, alla mimesi ,e
alla metessi linale lamimesièprogressivaneiparticolari,soloregressivanel genera
le- ilregressoèleggedelprogresso– l'andamentocosmicosial terna di progressi e
di regressi— la vita è la sintesi e il dialettismo del progresso e del
regressoma conferma di ciò si trova nell'esame dell'uomo,dellareligione,dell'arteedellascienza-
ilprogressoquan do è passato diventa regresso - accordo dei progressisti e dei
regres sisti-delaperiodicità– ècircolareeregressivadisuanatura— ha luogo nelle
parti dell'universo, non nel tutto - la forza rallenta 508
tricenecessariaallasocietàcomeallanatura seilprogressosia reale o apparente ---
la periodicità perfetta è sola apparente - corso migliorativodituttol'universo-
ilprogresso nascedall'intreccio deltempocollospazio-
Individuoegenere--processoestrinseco dell'atto creativo- l'evoluzione è nelle
idee , nella metessi , non già nell'Idea—checosaèlagenerazione-
essenzialeallagenerazione è l'idea di specie, la quale non è astratta soltanto-
la generazione è l'estrinsecazione più viva della metessi specifica delle
cose,eap partieneallamimesi -dellasessualità—dov'èilprincipiogenerativo se
nello sperma o nell'uovo- della donna e dell'uomo - la sessualità
riscontratacolladialettica dellafemminilitàedellavirilità–del conjugio —
dell'individuo compiuto e in che consiste la sua essenza e valore --
l'individuo e l'Idea sono nell'ordine attuale idue estre midellarealtà—
influenzadelpensieroneglieffettidellagenera zione la generazione e la
nutrizione sono le principali azioni tantodelcorpoquantodellospirito—
altreconsonanzetrailcorpo e l'anima - del psicologismo e dell'ontologismo -
come ci può essere concretamente insegnata l'attinenza del genere
coll'individuo -due classi d'individui- - se l'individuo è sparito dinanzi alle
masse - che cosaèlaplebe- relazionedell'ingegnocollamoltitudine -comepuò
affermarsi che nell'ingegno v’abbia qualcosa del divino - Dell'amo r e , d o v
' è il s u o t i p o , e q u a l e n ' è l ' e s s e n z a - l ' a m o r e a s
s o l u t o e i n finito è l'identità --ch'è l'amore rispetto all'esistente
nello stato m i mctico dell'amoreattivoedelpassivo- delpuroe corrollo Ca gione
dello scisma tra l'amor del cuore e quello dei sensi — che è
l'idealedell'amore--delmaritaggio- deldivorzio– l'amorecorro
traidissimiliarmonici-universalitàdell'amore--parenteladell'amo recolBelloecolBuono--delBelo--originedelmalc-
duemorale, p a r t i c o l a r e e u n i v e r s a l e – o t t i m i s m o r e
l a t i v o n o n a s s o l u t o - il m a l morale è impossibile nell'etica
divina e universale - l'antinomia a p parente della natura seco stessa si
risolve mediante la necessità de gli ordini --contraddizione della natura nello
stato presente --dell'in felicità umana--scopodellavitaterrestre--della
virtùedellalibertà umana— l'uomoèpotenzialmenteonnispecie,puòsalireescendere
nella gerarchia cosmica - la giustizia cosmica procede per ragione geometrica -
dell'abito- è verso l'anima ciò che l'accrescimento e >
509 la nutrizione verso il corpo - la virtù è sforzo , è la
trasformazione dellamimesiinmetessi-ed ilsagrifiziodell'individuoalaspecie- La
Società ha un fondamento metessico e idealee logico-lapolizia è una metessi
iniziale - la polizia dell'uomo comincia coi primi prin cipii della sua vita—
individualità e polizia principiano e crescono di conserva--unitàdinamichedellanostraspecie–
divisionedelgenere umanoingenericheespecifiche– dellanazionalitànaturaleearti
ficiale- lamisuradell'ampliazionedell'unitàèiltermometrodella
civiltà-doppiaunificazionedeipopoli--autorità morale— ilpotere sovrano è
fontalmente l'Idea— formazione primordiale della socie tà-
unitàprogressivadeivaricetidellasocietà— dellaplebeedel l'ingegno - intento
della riforma politica moderna - nel mondo tutto
èordinatoallosvolgimentodelpensiero— ciòcheaccadeorainEu ropa è in certa guisa
una ripetizione di ciò che accadde in Grecia dellademagogia:dominiodellaRussia
—unitàsovrannazionale- unità intermediatralasovrannazionaleelanazionale-
l'egemoniamo dernadoverisiede-delPrimato,assolutoerelativo- alcunititoli del
primato italiano- il Cielo che rappresenta alla mente umana - della causa e
dell'effetto negli ordini finiti- attinenza della terra col c i e l o - i v a r
i m o n d i f a n n o u n s o l o u n i v e r s o - il m o n d o n o n è s o l
o u n aggregato, ma un aggregante - da che è prodotto l'individualità nei corpi-
gerarchiadegliesseri--dellaNuidità -ilprincipioeilfine si somigliano e
differiscono - della materia in astratto e in concreto --
lapotenzagenerativaessenzialeaogniforzacreata- dellapreesi
stenzadeigermi--dellaleggecentripetainorganogenia- ilcentri fugismo non è la
stessa cosa dell'ipotesi della preesistenza dei ger mi
—laforzaprimitivaquandoerumpenell'attocominciacolladualità
ocollamoltiplicità?-gradidellaforzacreatauniversalmente- dei cinque gran regni
della natura - della mutazione delle specie- sunto delladottrinadell'autore-
dueleggidell'esistente:leggedietero geneità,eleggediomogeneità— dellapolarità–
infinitonumerico solo possibile nello stato di metessi - due soluzioni di esso
- infinito aritmeticomonadico - l'infinitoèilsovrannaturale-due errorisul
mondodell'ottimismo— infinitàpotenzialedellacreatura -delfu infinito e del sarà
infinito. CICLO CREATIVO Palingenesia Del secondo ciclo creativo ;
ritorno del'esistente al l'ente – è solo per approssimazione -- la creazione
non ebbe prima, perchè fu un Pri ilsecondociclocreativoèumanoedivino-
comeilprincipio e il fine sono finiti e infiniti -- che cosa è specificatamente
la palia genesia--come siamcerticheesiste– lapalingenesiaèobietiva
esubiettiva,cosmicaeindividuale— delprogressorelativoedel progressoassolutodellecose
comesideeintenderechelostato palingenesiacosiamentalitàpura— dellamorte–
dell'immortali tà--l'esistenzaeinamissibile- lamorteèunsaltoegradosecondo
chesiguardaildiscretooilcontinuo— futuritàparticolaredel l'anima— la
palingenesia consiste nell'acquistare la coscienza che nonsiha-
èilcolmodellacoscienza– duepresunzionidel'infi nitopotenziale–
delliberoarbitrio- ilprocessopalingenesiacoè unprocessogenerativo- due
metamorfosi:mondaneeoltramonda ne–
obiezionecontrolarealtàdellapalingenesia:risposta– igno riamol'avvenire–
haancheunabasenell'esperienza--nelapa lingenesial'internitàsaràesternata-
divarioerassomiglianzatrala cosmogoniaelapalingenesia-
inchesensolanegazionedell'im mortalità umana è vera - unità dello stato
palingenesiaco - comuni cazionedell'intelligenzaedell'amorecoll'infinito
dellafelicitàe beatitudineassoluta-l'uomonellapalingenesiaopera- ideadelpro
gressopalingenesiaco– larivelazionepalingenesiacanonescluderà ogni elemento
misterioso. RELAZIONE DELLA PROTOLOGIA COLLA RIVELAZIONE Il Gioberti prima
cercò verificare psicologicamente l'idea di mistero
poisiproposedimostrarlaontologicamente infineporgerneuna 511 prova
universaleeprotologica- lametessièilsovrannaturale- unione dialettica del
naturale e sovrannaturale nell'atto creatico - ilsovrannaturale
èuniversale;ènelprincipionelmezzo enel fiue- la natura senza la sovrannatura è
in contraddizione seco stessa- la dottrina del nostro autore toglie
l'opposizione tra il naturalismo e il sovrannaturalismoesagerati-
ilsovrannaturaledell'ordineattuale è la metessi anticipata nel seno della
mimesi -nel sovrannaturale e
nelsovrintelligibilev'haunelementonaturaleeintelligibile~-due spe
ciedisovrannaturale— differenzatrailsovrannaturaleel'oltrena
turale--ideadellareligione- religioneperfettaèlarivelata— ari velazione è
l'apice della cognizione- necessaria ad accordare la ri flessionecoll'intuito
duerivelazioni- larivelazioneimmanenteè virtuale— la potenza primitiva delle
due rivelazioni è l'intuito- la rivelazione sovrannaturale spiega le potenze dell'intuito
rimase in fecondepermancodiparolaacconcia- larivelazioneesterioredi
vieneinteriore- treconseguenzcimportanti- intentodelGioberti- nel suo sistema
la ragione e la fede entrano l'una nell'altra – l'idea d e l
l'infinitoèilvincolotrailsovrintelligibileel'intelligibile- essenzadel
mistero:misteriteologici,antropologici,e teoantropologici- imi
steririvelatinonsonoeffetto,ma principiodiragione-esempidella
feconditàrazionaledeimisteririvelati- ilmisteropertieneallara gione e la supera
ad un tempo — tre membri della formola, tre es
senze,tremisteri-veradottrinadelGioberti- nellavitaterrenail sovrintelligibile
non diventa mai intelligibile- il vero sovrintelligi bilenoniscema-
delmiracolo:sesipensa,èpossibile-checosa èilmiracolo- ogniprodigioimportaunfattoobbiettivoeunfatto
subbiettivo--ilmiracoloeladisposizioneeattitudineacrederlo si
corrispondononell'unitàmetessica- ilfattomiracolosononènelco smo,ma
nellapalingenesia- imiracolidecrescono— lanatura(mi mesi ) e mito e simbolo del
sovrannaturale (metessi, palingenesia) il cristianesimo importa un nuovo atto
creativo, ciò come avviene ? - perchè si tralasciano di esporre partitamente i
dogmi religiosi attinenze della rivelazione colla scienza,e della religione
colla filo sofia Perchè mi son risoluto
a tessere questa conclusione-- il lettore non ri - 512 cordando più le
cose lette negli altri volumi non avrebbe potuto giudi care quest'ultimo - m'è
piaciuto altresi di dare uno sguardo su tutto ciòdamepensatoescritto—
occasionedell'opera- caratteredela maggiorpartedegliegeliani—come
èdeltatoillibrodelprof.Spa ventasullafilosofiadiGioberti- lemieConsiderazioni—
suiaspra menteripreso- soliloquio- neiprimivolumimostraiunpo'diri sentimento -
l'esposizione della seconda parte si fa con modi dice voliallascienza- checosamihafattoperseverarelungamentein
questa opera , perchè l'idea di essa non si era prima incarnata l'Italia al la
stregua della filosofia dominante oltrealpi - perchè era nomala terra dei
morti— lotta interiore del pensiero di Gioberti ragione del suo tardi stampare—
la lotta cessa nel 1835 : creazione
d'unanuovadottrina--lacuipellegrinitàstanelnessodellareligione collafilosofia
-perquattroannisecostessoesaminalabontàeve rità del nuovo sistema - tre stadi
del suo processo intellettuale- le nazionicoesistonoinsiemecsigiovanoscambievolmente-
lanuova vitad'Italianecessariaalprogressoumano- ciòchehannocompiuto nel mondo i
Francesi e i Tedeschi — difetto della civiltà da essi pro dotta—
scopodellarinascenzaitalica— caratteredellavitaitaliana dall'AlfieriaGioberti
nelqualeciòcheeravirtualeeastratto divieneconcretoeeffettivo—
chiudeunepocaenecominciaun'al tra - medesimezza dell'idea individuale che
costituisce l'eccellenza di Gioberti coll'idea sostanziale che costituisce
ilgenio nuovo na zionale - rifà in sè tutto il processo anteriore dello spirito
u m a n o quando acquistò il suo spirito intera coscienza di se medesimo - sti
mò che iconcetti natigli in mente erano stati indirizzali ad un alto
linedallaProvvidenza– siapparecchiaadeseguireildisegnodivi no- moto dall'individuo
alla nazione e alla specie- come nel divul gare la sua dottrina e farla
fruttare si mostrasse tradizionale e n o vatore ad un tempo --procedette per
l'antagonismo degli estremi per 1 l 513 meglio far spiccare
l'armonia del mezzo—dissimulò una parte del suo pensiero -- la filosofia la
religione e la nazionalità italica sono unite e connesse subbiettivamente e
obbiettivamente mosse dal l'idea al fatto, dai principi al metodo di
esposizione -carattere delle opereessotericheedelleacroamatiche-
Giobertipossedevauna dottrina ben divisata e armonica , di cui avea piena
consapevolezza – ciòsinegadaicritici- sidiscutelalorosentenza -sigiungeaduna
conclusionc lutta opposto alla loro con solo l'esame dei fat ti -- si cerca
allrcsi la dottrina intrinsecamente e logicamente e si ha lo
stessorisultamento, perchéquasituttiicriticihanfranteso trinadiGioberti-
ilmedesimo ladot è accaduto al Prof. Spaventa - qua
l'èilconcellonuovoch'ioneporgo- essoèstatoignotofin'ora; nelle scuole d'Italia
s'è insegnato solo la parte essoterica- di questa ècontrappostol'Hegelianismo-
venutoiltempochesistudiaecol liva la parte acroamatica che contenendo la
sintesi ed armonia di questoediquella,delpresenteedelpassato apre la via alla
spe culazioneavvenire- nellacontroversiaintornoaGiobertibisogna
separarelatesistorica,dallafilosofica— caratterichedistinguono, la dottrina di
Gioberti da quella di Hegel , e il moto civile d'Italia daquellodiGermania-
solo l'Italiahaoggiunaveramissionestori ca,ilcuidelineamento
trovasidegliscrittideltorinese—riscontri tra le parti in cui fu divisa la
dottrina c i vari periodi del rinnova - mentonazionale–
comel'egemoniapiemontesehaprodottoisuoi frutti, così li produrrà il Primato –
il primato è tutt'uno colla riu novazione del pensiero italiano- ogni nazione
ha da natura un sito intellettivo- - che dee cavare dal suo l'Italia- oggello
della scienza sulural'idealitàinfinita– riformareligiosacnuovavitadelcattoli
cismo - senza una filosofia e leologia infinitesimale ogni ristorazione
religiosaèindarno-provailrecentemotodiGermania- ilDöllin ger non ha ragione di
biasimare gli italiani- i vecchi cattolici sono oppostosofisticodeiGesuiti–
quindicontinuanolasofisticareli giosa che travaglia la nostra età-diseltano
d'una teologia veramente nuova e proporzionata al bisogno- mentre coi loro
ciechi colpi con tro il papismo gesuitico ne han mostrato più che mai la
necessità— senza di quella non si può distinguere l'essenziale dall'accessorio
nella religione, nè accordare ildivino coll'umano-carattere della 63
nuovateologia- modocomedeeprocederelariformacattolica- l'entratura di
essa appartiene al laicato,e in ispezieltà all'italiano così lagerarchia non
sarà annientata,nè scossa,ma condotta a ri formarsidasè—
ilmoloitalicoristabiliràperfezionatal'unitàmora le e civile d'Europa – esso
perciò è indirizzato ad una meta più alta diquellaacuiègiuntalaGermania—
iforestierimalintendonoe mal giudicano l'Italia ; in parte ne han colpa i
fautori della coltura tedesca
-ragionedell'imitazionetedescatranoi--devecessareedar luogo alla produzione
paesana nell'ordine dei pensieri ,dei senti menti e delle azioni.La teorica
della conoscenza nel Gioberti . Esposizione e critica.
In uno degli ultimi scritti, — certo V ultimo scritto filosofico, —
pubblicato pochi mesi prima di chiudere la sua lunga e intensa operosità,
Antonio Rosmini, discorrendo della necessità speculativa di tener
distinta nell' essere la forma ideale dalla reale, usciva in queste solenni
parole: ' L'esperienza tuttavia e la storia della fi- losofìa dimostrano,
che e' è una somma diMcoltà a distinguere e mantenere costantenftnte
distinta nella mente la forma ideale ed obbiettiva dell'essere, dalla
forma reale, e me ne somministrò non ha guati la prova quel facondo e
immaginoso scrittore che diede a me biasimo e mala voce d'aver proposta e
stabilita una tale distinzione, dettando tre volumi col titolo de' miei
errori. Laonde con tutto lo zelo e la fidanza egli si pose di contro a
me, quasi abbarrandomi il passo, e si dichiarò perfetto realista:
incolpando gli stessi scolastici realisti, di non essere stati tali
abbastanza, ec- cetto alcuni pochi. Ma pace a quell'anima ardente: e
torniamo alla storia *) ,. Si sa che gli avvenimenti politici
del quarant' otto avevano rav- vicinato i due grandi avversar], smorzato
perfin le ire implacate e sospettose del torinese, che faceva pubblica
ammenda della vivacità frequente delle sue polemiche, dichiarando che,
appena conosciuto di persona il Rosmini, aveva cominciato anche lui
" a venerare ') RoiKiNi, Ariat. esposto ed esaminato,
Torino, 1857, pre&z. p. 36. La prefazione di quest'opera postuma era
Btnta pubblicata dal Bosmìnì Hteeao nella Riviìta contemporanea di
Torino, au, ir, voi. II, fase. 17» e 18', decembre 1854 egenoaio 1855;
riprodotta poi nella Poliantea Caffo^ca di Hilauo, an. IV, 1855.
Digitizcdby Google Rosmini e CHoberH 247
con tutta Italia tanta sapienza e tanta virtù , ^). — Quanto al Rosmini,
benché l' animo suo non si fosse mai inasprito, i fatti del ' 48 lo
conciliarono di più col Gioberti, e non è questo il luogo dì ricordare le
belle prove da lui date de' suoi sentimenti verso il filosofo esule per
la seconda volta '), e poi quando fa morto, e quando prima, nel ' 49,
ebbe a G-aeta a difenderne calorosamente la fama a l' ing^no contro le
insinuazioni e le malignazioni d' un gran gesuita ^). Ebbene,
tutto ciò e il tempo corso in mezzo e il cammino in- tanto fatto nella
scienza, non lo rimossero fino al termine, come s' è visto dall' ultimo
suo scritto dianzi citato, dalla posizione già tenuta di contro al
Gioberti. E questi, dal canto suo, ìn quel di- scorso che premise alla
seconda edizione della sua Teorica del sovrannaturale, e che si può
considerare come Y ultima sua scrit- tura di genere puramente filosofico,
rimaneva anche lui al suo posto, nonostante l' om^gio quivi reso alle
virtù e alla sapienza dell' av-_ versarlo; poiché scrìveva: *U Rosmini ed
io siamo d'accordo nel recare alla riflessione la possibilità
dell'errore, e il suo rimedio all'intuito che la precede. Ma dissentiamo
intorno al contenuto di tale intuito ; il quale al parere dell' illustre
Roveretano, non ci poi^e che un ente astratto, iniziale, destituito di
sussistenza ; laddove, al ')■ Discorso preliminare tìiU 2'
Bàìz.ifiìla Teorica del sovran7iaturide(i850] I, ^ n. Vedi pure ciò ohe,
quasi nel tempo atesBo, ne scriveva nobìlmeate nel Rinnovamento àvUs,
lib. I, cap. XIII; ediz. Napoli, Morano, 1864, 1, 285 e aegg. !)
Vedi quel che HCTisae Q. Uassuii, nella bua Bitiista pdiHca del 15 luglio
1855 nel Cimento di Torino (voi. VL B. 3", p. 86) commemoiando il
Ro- smini. Sono due pagine dimenticate, e che hanno tuttavia molta importansa
per le opinioni politiche e per la biografia del Rosmini; T. pure
Tommaseo, A. Ro- smini, (in Rimala Contemporanea dal 1855, voi. IV) §.
28, ') H Liberatore. — Chi fu presente al colloquio e ne scriveva
poi a Baff. De Ceaare.attesta che le parole «eloquenti dette dalBosmini
in quella occasione lìaHciiono il più autorevole e più meraviglioso
elogio del Gtiobeiti >. Tedi Db CssAaB, Dopo la wndanna del S.
Uffi,ziOt in N. Antologìa, 16 luglio 1888, p. 205.
.dbyGoosle 348 G. Gentile mio, ci dà un
concreto effettivo, che nel primo de' suoi termini è assoluto e
apodittico. Or qual'è il miglior fondamento del vero? ^ l'astratto
o il concreto? T insusaistente o il reale? l'incoato o l'as- l
soluto?, '). I due filosofi, adunque, compiono la loro carriera
filosofica con opposta sentenza intomo al principio della loro dottrina,
nonostante la polemica vigorosa per dottrina e dialettica che s' era in
propo- sito dibattuta; talché si direbbe che essa non abbia avuta
nessuna efficacia sulle dottrine de' due filosofi. Questo però è appunto
quello che ci rimane ancor da vedere. f~^ Come il Rosmini
abbia introdotto V. Gioberti nel campo della ' moderna filosofia,
cioè della filosofia kantiana, l'abhiam veduto e dimostrato nel terzo
capitolo della prima parte del presente studio; coachiudendo, che già
nella Teorica del sovrannaturale egli ci ap- parisce sì un rosminiano, ma
un rosminiano il quale vuole andare avanti al Rosmini. Neil' opera che
seguì immediatamente dopo, V Introduzione aUo studio della Filosofia, si
delinea ben nettamente la nuova posizione speculativa del Gioberti ; e si
vede quali essen- ziali modificazioni, secondo lui, debbono subire le
dottrine del filo- sofo roveretano. Ma prima di studiare
cotali modificazioni, vediamo come si muove in questa nuova opera il
pensiero dell'autore. / La concezione della storia filosofica qui è
l'es^erazloae di quella donde sì rifa nel Nuovo Saggio il Rosmini; ma
certamente è mo- dellata sovra di essa. Pel Rosmini, come s'è notato,
v'ha sistemi che peccano per eccesso e sistemi che peccano per difetto di
apriori nella spiegazione del fatto del conoscere : da una parte falsi
idea- *) Op. cit, I, 2K. Cfr. Errori filoaqfiei di A.
Bosmini, II, 126-134. — L'ultima parola venunente à nel Rmnovat>ieato
civile, dove al lib. n, oap. 7*, (voi. II, pag. 191), è detto ancora uoa
volta « Cosi, per cagion d'esempio, il divorzio introdotto da un chiaro
nostro psicologo tra il reale e l'ideale, non si puA comporre stando nei
termini della psicologia sola; e se si muove da questo dato pei salir più
alto, si riesce di necessità al panteismo dell'Hegel e de' suoi seguaci
>. DigitizcdbyGOOgle Jtosmitii e
Gioberti 249 iiami, e dall'altra falsi empirismi. Ma
nell'idealismo, oltre l'errore di ammettere più elementi a priori che non
ne siano richiesti a quella spiegazione (Platone, Aristotele, Leibniz)
può esservi un più grave difetto : quello di far soggettivo, come avviene
in Kant, Va priori ricercato in seno alla conoscenza, la quale, se vuol
essere vera e certa, dev'essere invece oggettiva. Onde pel Rosmini Ì
sistemi sbagliati si riducono al postutto al sensismo o all'idealismo
sog- gettivo, cfae è una specie di scetticismo mascherato ; dacché il
pla- tonismo, a parte l'eccesso dell' a priori che va corretto, trova
grazia appo lui per l'assoluta separazione posta fra cotesto a priori e
il soggetto umano che conosce. E contro il sensismo e l' idealismo
soggettivo e si può dire (poiché pel Rosmini il senso era la fa- coltà
soggettiva per eccellenza) in genere, contro il soggettivismo ei si
proponeva di scendere in campo col Numo Saggio. Contro questo
soggettivismo insorge parimenti la filoso&a del Gioberti; il quale
raddoppiando d'ardore per le dottrine platoniche riconosciute pure in
fondo al contenuto filosofico delle dottrine cristiane, tutti gli opposti
sistemi involge in una comune condanna con quel sensismo, che ormai,
quando usciva il suo libro, era già morto e sepolto cosi in Italia come
in Francia; talché dimostrare sensistica una teorica, era lo stesso che
averla giudicata senza appello. E sensistica, a parere del
Gioberti, è tutta la filosofia moderna in Europa; a cominciare da Renato
Cartesio; il quale, del resto, non fece se non applicare alla filosofia
il metodo che aveva già fatto ben trista prova con Lutero, nella
Protesta, proclamando la j intimità autonoma della fede religiosa. .
-J Cartesio sensista? " Parrà strano, scrive il Gioberti, a
dire che il sensismo sia conforme ai principii cartesiani, e che il
Locke, il Condillac, il Diderot, con tutta la loro numerosa ed infelice
pro- genie, siano figliuoli legittimi del Descartes; quando questi
pre- tese nlle sue dottrine un teismo purissimo al sembiante, e
volle stabilire sopra uua salda base la spiritualità degli animi
umani. Ma il teismo del Descartes é puerilmente paralogistico. Il suo
dubbio .dbyGoosle 250 Q. OmHk
metodico e assoluto, e il riporre eh' egli fa nel fatto del senso
in- timo la base di tutto lo scibile, conducono necessariamente
alla negazione di ogni realtà materiale e sensibile , *). E che altro
è il sensismo? ' Spogliato dalle contraddizioni de' suoi partigiani,
e ridotto al suo vero essere dalla logica severa di Davide Hume,
riuscendo a un giuoco aubbiettivo dello spirito, che, rimossa ogni
realtà, è costretto s trastullarsi colle apparenze, è propriamente
scettico e si manifesta come l' ultimo esito di ogni dottrina, che
_, metta nel sentimeuto dell'animo proprio i princlpii del sapere .
*). 1 II Descartes, adunque, è uu sensista, e a lui si deve tutta
la serie di errori di cui è iutessuta la storia della filosofia
moderna ; egli è l'iniziatore, purtroppo, fortunato del moderno sensismo
psi- cologico, poiché pone come principio della filosofia un fatto,
che come tale non può essere se non un sensibile ^). Insomma
il Locke e il Gondillac sono cartesiani. " Né rileva che i
successori di Locke facciano caso della sensazione sola, e non del
sentimento interiore, imperocché questo e quello convengono nell'essere
forme sensitive, destituite di obbiettività assoluta , *). \ Il
Gioberti, insomma, intendeva parlare di soggettivismo, e di- COTa
sensismo, che è pure una direzione speculativa molto diversa. La colpa
bensì non è propriamente sua, perchè risale al Galluppi ; il quale nella
sua teoria della sensazione (che qui il Gioberti ripete) aveva con essa
confusa la percezione o rappresentazione e la coscienza, introducendo nel
seno stesso di quella le distinzioni che sorgono ') Introdwi.,
lìb. 1, c&p. l" (ediE. di Firenze, Poligrafia italiana, 1846)
I, m. ») Ibid., p. m-12. 3) «... E certameiite la
seoteiiEa ; io penso, dunqm sono, equivale a questa: io sento di oaeere
pensante ... e più concisamente : io sento, dunque sono . . . n pensiero
conosciuto per via della liflesaione, ò un meco fatto della coscienia,
cbe appartiene al senso interiore; onde il Cartesianismo che muove da
quella, colloca in un fenomeno della facoltà sensitiva la base della
scienza >. Tntrod., lib. I, oap. 3" (n, T7 e segg.).
*) Op. àt., n, 78. n 2&1
invece per cotesti fatti ulteriori della psiche '). Del resto, il
Gio- berti risente presto l' iDcooTeuiente che deriva dal fare un
sensista delio stesso Cartesio, pel quale il fatto della coscienza,
invece che un sensibile (donde, secondo il Gioberti, stesso non può
derivarsi mai l'essere) era una cosa stessa con l'essere, e quindi noD
un semplice principio psicologico '), ma una inscindibile unità del
prin- cipio psicologico e dell' ontol<^Ìco, che se fosse stata
fecondata, avrebbe già fatto procedere di molto la filosofia moderna.
Infatti, quando ai accinge a classificare tutte le scuole filosofiche
figliate dal sensismo cartesiano, comprendendo nella seconda categoria i
se- guaci del lochiamo, egli è costretto a porre &a i caratteri di
questo * il ripudio della ontologia cartesiana, come ripugnante ai
principii e al metodo del Descartes, e troppo simile all'antica,
dichiarata dal francese filosofo insuMciente e buttata fra le ciarpe ; e
l'ommis- sione e lo sfratto implicito e tacito di ogni ontologia ,
'). E già da questa medesima classificazione de' sistemi
resulta cbiaro che il nemico preso di mira è precisamente quello
stesso del Rosmini: cioè il soggettivismo, il falso so^ettìvismo, che
ri- pete le sue origini da Cartesio, anzi {ed ecco l'intreccio
significan- tissimo della filosofia eterodossa con la falsa filosofia!)
da Lutero. Nelle cinque categorie, in cui dovrebbesi, secondo il
Gioberti, par- tire tutta la storia della filosofia moderna, così vengono
distribuiti i vai^ indirizzi: nella 1" Cartesio e la sua scuola:
nella 2' Locke; nella 3' Spinoza, i panteisti tedeschi e in parte Giorgio
Berheley^; ') Eppure il Gioberti stesao aveva combattuta questa
teorica galluppiaaa, nella n. 3* della Teorica (II, 319 e segg.)
imputando al filosofo di Tropea < di Bveie considerato come semplice e
indivisibile ciù che è ancora composto, Bocomunando per tal modo elsmenti
svariatisaimi con una sola voce >. *) < Il paicologiamo ed il
BcnHÌaino sono identici : l' uno è il Henstsma ap- plicato al metodo,
l'altro è il psicologismo adattato ai principii »- — Introd., I. 30 (il,
83 e eegg.)- Gtt- p. 83 e segg. e 3^ e segg. Ha < Cartesio è sen-
sista nei principii e nel metodo * p. 83. 3) Op. cit., voi. Sf p.
85. .dbyGoosle 252 a. Gentile
nella i* Kant e i sensisti francesi dal Condillac in poi *) ; '
infine nell'ultima classe si debbono collocare gli scettici assoluti,
che giunsero al dubbio universale, mediante i principii del
sensismo, aiutati da una logica s^^ce ed inesorabile; ... il cui principe
è Davide Hume , *). CapOTolgimenti, come si vede, ce n'è piti
d' uno; e come va che il Gioberti confonde il fenomenismo del Berkeley
con l'idealismo assoluto di Fichte, dì Schelling e di Hegel, e
l'idealismo trascenden- tale di Kant col sensismo di CondillacPEcco:
secondo lui, " l'asso- luto dei filosofi tedeschi non è l'idea
schietta, ma bensì l'idea mista di elementi sensitivi, e per dir meglio
un concetto, un astratto, un fantasma, frammescolato di elementi ideali ,
(p. 85); insomma è un assoluto fantasticato dalla mente umana ; e cosi il
Kant con- verrebbe coi sensisti ' nel dare alla cognizione la proprietà
del senso, facendone una facoltà aubbiettiva, e quindi considerando
il vero, come relativo , (p, 86). — È chiaro che la causa della
con- fosione nel primo e nel secondo caso è la medesima; per
Gioberti, r a priori di Kant e de' suoi successori è falso perchè
contraddit- torio: è posto come a priori, perchè necessario ed
universale; e intanto lo si fa subbiettivo, e quindi particolare
all'individuo che conosce, e come esso contingente. Questa
falsa maniera d' intendere il nuovo soggettivismo, che cominciava con la
teoria della sintesi a priori dal negare definiti- vamente quello
scetticismo, cui fin allora il so^ettivismo era sempre stato come
equivalente, — è un'eredità che il Gioberti raccoglie dal Rosmini, e
rivolge subito, come or ora vedremo, contro di lui. E già si può
dire, che l'avesse raccolta nella Teorica del so- vrannaturale, quando, a
proposito dell'eclettismo francese, aveva ') E petcbè
esclndecne ì materìaliati del aec. XVIII, le cui open, come ricorda
opportunamente il Imnge, precedettero i libri e le dottrine del Con-
dillao? ') Op. dt, p. 86. parlato dì un * razionalismo imperfetto
, che consente col sensismo ' nel so^ettivare interamente e parzialmente
la conoscenza „ ^), e meglio altrove, discorrendo dell' egoismo
psicologicor cui avreb- bero appartenuto Cartesio, Reid e Kant, e del
quale * l'egoismo ontologico metafisico di un celebre filosofo tedesco,
che im sima r ente stesso coll'esistenza individuale, sarebbe la
nect conseguenza , *). I! Gioberti, invero, come il Rosmini,
non conosce altn gettìvismo che il falso antropometrismo individualistico
goreo, il soggettivismo, che il Rosmini combatteva in Em. Pel
soggettivismo, a parer del Oioberti, tot capita, tot senti donde, secondo
il principio di Lutero, tanti cristianesimi cristàani, e ' tante
filosofìe quanti sono i filosofanti, se et Descartes, rinnovatore della
verità subbiettiva, immaginata di già e da Protagora , ^. Di guisa che è
un errore, dice Ìl I^ paragonare la riforma cartesiana a quella socratica
; avendo 8 presentito la teorica delle idee assolute, che venne poscia
es] da Platone, e dovendosi quindi interpetrare il suo vvia^i •
quasi — contempla e studia te stesso nella idea divina. In breve:
la salvezza della scienza è nel platonismo, nella razione dell'idea dal
soggetto, nella oggettività della conos E si deve anche far forza alla
storia e in Socrate trovare PI se in Socrate si vuol trovare un principio
di sana filosofia, menti del maestro di Platone non si fa che una
ripetizione d tagora, come sono Cartesio e Kant, — il famoso "
sofista i nisberga , ! Questa falsa interpetrazione della
storia, in gran parte fondamentalmente rosminiana, non pone del resto, il
Oioberti bene egli sei creda, fuori del criticismo kantiano, come non
ne escluso il Rosmini. Ed è davvero curioso a vedere il gran
') NotaXH; n, 329. *) Nota XVn i n. 338. ») Introd., I, 3»;
H, 76. Q. Gentik glìere invano che tutti i
filosofi italiani della prima metà del secolo fanno tra loro, accusandosi
TicendeTolmente di kantismo e di so^ettivismo, intanto che ognun d'essi,
senza accoi^erseae, vi rimane impigliato. Galluppì accusa Rosmini; Testa,
Galluppi e Rosmini; De Grazia, Galluppi e Rosmini egualmente; Gioberti
e Mamiani, Rosmini; e questi, il Gioberti. — Così, il Rosmini era
persuaso che tutta la sua attività filosofica fosse una guerra con- tinua
contro il sensismo e il soggettivismo. Ebbene, vien fuori Ìl Gioberti a
proclamare che ancora il sensismo è la dottrina filo- sofica predominante
in Europa; dacché non tutti i razionalisti si potesser dire immuni dal
comun vizio, avendosi a distinguere uu razionalismo ontologico e un
razionalismo psicologico; ìl secondo de' quali separa bensì, come non fa
il sensismo, l' intelligenza dal senso, ma a quella non dà altro
fondamento che il soggetto, lo stesso fondamento, in fine, del senso,
senza perciò poter conferire alla cognizione veruna certezza oggettiva. E
in questo razionalismo psicologico o psicologismo, che vogliasi dire, con
Kant e Reid e Stewart, va, secondo il Gioberti, annoverato anche il
Rosmini, non correndo alcun mezzo possibile Ira Io psicologismo e
l'ontologi- smo, che anche lui, il roveretano, rifiuta; sebbene né il
filosofo italiano né i due Scozzesi possano propriamente rientrare nel
quadro della quÌntnplÌG« classificazione del sensismo cartesiano, ossia
della moderna filosofia. '"~ Oi certo il falso criterio onde
il Rosmini aveva delineato una storia della filosofia, passato al
Gioberti, era agevole rivolgerlo contro lo stesso Rosmini. Sennonché, quel
che importa rilevare è l'esigenza che l'uno e l'altro afiFermavano,
ribellandosi a quel cotale soggettivismo, in cerca di uno stabile e certo
oggettivismo. Il Rosmini, come s' è veduto, vuole introdurre nella
cognizione un elemento necessario ed universale, che sia veramente tale,
e dì cui ammette un intuito costitutivo dell'intelletto, un intuito
che, secondo una critica n^ionevole, devesì interpetrare come una
sem- plice aflfermazìone della universalità e necessità (trascendenza,
e quindi — pare — opposizione all'individuo contingente) AeWa^Hori
della cognìzioDe. E il Gioberti prende la stessa posizione di
contro all'empirismo, pur senza ripetere una critica che era stata
fatta, ma accettandone benal il resultato. ' Oggi si tiene
per certo, egli scrive nell' Introduzione, che il Toler derivare con
Locke i concetti razionali dalla sensazione e dalla riflessione, ovvero
col Condillac e co' suoi seguaci, dalla sen- sazione sola, è un assunto
d'impossibile riuscimento; e che, sì come il necessario non può nascere
dal contingente, né l' oggetto' dal soggetto (ecco l'unica concezione
rosminiana d'oc/petto e soggetto: oggetto = necessario: soggetto =
contìngente), così i sensibili od este- riori non possono partorire
l'intelligibile , •). — Pel Gioberti la questione stessa dell'origine
dell' intelligibile, di cotesta idea, in- volge una repugnanza; giacché,
essendo essa oggetto immediato ed eterno, come necessario ed universale
della cognizione, non ha nn principio né una genesi. Potevasi senza
dubbio osservare al- l' autore, che appunto la definizione stessa che
egli dà della idea, inchìnde il teorema, che gli avversarj volevan
dimostrato. Comunque ciò sìa, egli ammette bensì un' altra
questione, che è la vera questione della ideologia rosminiana ; la quale
è volta a indiare " se derivando la cognizione dell'Idea da una
facoltà spe- ciale, che dicesi mente o intelletto o ragione, ella è
acquisita od in- genita; cioè, se l'uomo può su^atere, eziandio pure un
piccolissimo spazio di tempo, come spirito pensante, ed esercitare la
facoltà cogi- tativa, senz'avere l'Idea presente; e quindi ne va in cerca
e se la procaccia; ovvero, se ella gli apparisce simultaneamente col
primo esercizio della mente, tantoché il menomo atto pensatìvo e
l'Idea siano inseparabili , *). E tal quistione, che brevemente si può
espri- mere, se l'Idea sia o no innata (nel senso kantiano di forma
si- multanea alla esperienza) ei la risolve affermativamente, come
il Rosmini, dichiarando che a suo avviso ( * per rispetto nostro ,
) non si può assegnare altra origine all'Idea, che l'origine
medesima dell' esercizio intellettivo. «)Iiib. I, oap.
3»j n, 6. *) le .dbyGoosle m
266 O. Gentile Questa apparizione dell'Idea simultanea al
primo esercizio della mente corrisponde per l'appunto a quello che il
Rosmini avrebbe detto propriamente nozione) dell'idea dell'essere. Anche
pel Gio- berti cotesta nozione è la stessa intelligibilità, la evidenza
stessa; anche per lui " non arguisce nulla di subbiettivo, oè
risulta dalla struttura dello spirito umano, secondo i canoni della
filosofia cri- tica , *) ; anche per lui è " l' ometto della
cognizione razionale in se stesso, aggiuntovi però una relazione al
nostro conoscimento , *). L' intuito di cotesta idea è dal Gioberti
stabilito con breve di- samina del procedimento del conoscere, e benché
egli non se ne rimetta al Rosmini, è chiaro che psicologicamente la
lacuna, che egli stesso poi riconobbe in questa parte della sua teorica,
devesi alla grande efficacia esercitata sulla sua mente dallo studio di
Ro- smini ; talché, scrivendo quasi di getto, come fece, l'
Introduzione, non avrà pensato che ci volesse molta discussione a
solidare già muorevasi la mente iegazione del
conoscere. nella esposizione, del Ione fece il Massari
nel un'ipotesi, la quale, per l' indirizzo per cui ^
sua, era assolutamente necessaria alla spie Si accorse di poi del
mancamento ; e lo v resto tanto piaciutali, che AeW Introdtizio
Progresso di I^apoli, quando già l' intrapresa polemica col Rosmini
cominciava a fargli guardare più attentamente ogni parte della
costruzione filosofica, cui aveva posto mano. B al Massari, ai 17 giugno
del 42, scriveva: "Ho riletto quel poco che ho detto del- l'intuito
iLviW Introduzione e l'ho trovato ancor più scarso che non credevo; tanto
che la critica che vi ho fatta di non esservi steso davvantaggio e con
nu^giore precisione su questo punto manca affatto di fondamento , *) ; e
a' 20 lugho tornava a scrivergli : * Non ') < Nozione io
chiamo un'idea considerata sotto questa relazione, in quanto doè ella mi
serve, a rendermi note le cose >; Bosuini, Prindpj di acietua mo-
rale, in Optre, ed. Bstelli, TX, 2 n. ») Inirod., I. 3"; II,
8. ') Ibid., p. 5. *) Cart, n, 375. Il MAasÀBi aveva
fatto una analisi dell' Introduzione ( la 1* ohe ne faue fatta in Italia)
in tie puntate del Frogreeso del i841. Bosmmi e Gioberti
257 è come vi ho detto che uDa iBcuoa, proreniente dal mio testo
del- l' Introduzione; ODde può parere che l'intuito sia una facoltà
mi- steriosa conforme all'inspirazione dei mistici; laddove no la
cognizioae umana e ordinaria, spogliata però del repli riflessivo. L'ho
definito, credo, nel libro degli i/rrori , '). - questa definizione
dell'intuito corrisponde evidentemente i trina già esposta del Rosmini,
che l'intuito dell'idea si rit un lavorio riflessivo sulla cognizione
ordinaria, mediante cesso d' astrazione. Nel Gioberti non s'
incontra una teoria compiuta del f noscitivo, come si trova nel Bosmini.
Ma qualche accennc qua e là, basta a dimostrarci che, sebbene l'autore
sia de che la psicologia, per dirla con la parola sua, non debb
fondamento né propedeutica alla ontologìa, della quale egli trattare
specialmente, tuttavia l' ideologia rosminiana giace alla sua dottrina.
Egli ammette un' ' attività intima e s< sima, che rampolla dall'unità
sostanziale deWanimo, e con primo raggia intorno a sé le molteplici
potenze, donde na varie modificazioni di esso animo , *); ripetizione,
anzi de d'un punto del rosminianismo, da noi già messo in rilii
L'intelletto, la facoltà dell'intuito secondo il Rosmini, presso il
Gioberti una " energia contemplativa „ che venir meno, ossia non può
cessar d' intuire il suo termine, se durre,in grazia di quell'unità
sostanziale dello spirito, la ce simultanea dell'esercizio deliamente^);
come nel Rosmii •) Cart, n, 381 e aegg.
^Infrod., I, 2° (1, 135). Animo dice il Gioberti; per castigatezz
tuna di lingua, lovece di anima, spirito. ') < Tutte le potenze
dell' aaimo amano esseDdo collegate inBieme dosi a vicenda, è
inverosimile il aupporre che l'energia contemplat eoir meno, «enza che le
altre facoltà a proporzione se ne riaentan cap. 5° (1, 138). Altrove dice
che t l'intelletto è ti mezzo, con cui I prende la manifestazione
naturale del verbo ; 1, 2° (1, 196). Ma egli no a questo propoailo, una
terminologia costante. .dbyGoosle 258 G.
Gentile dell'intelletto vedemmo esser necessario non solo alla
costituzione dell'intelletto, ma anche, per l'unità del soggetto, a tutta
la fun- zione del conoscere. Né pel Gioberti l' intuito ha un
valore diverso da quello indi- cato nella teoria del filosofo roveretano;
come sarà agevole accor- gersene esaminando con la brevità necessaria la
teoria giobertìana della riflessione. L'iatuito rosminiano
vedemmo essere non vera e propria cogni- rjone, ma condizione di ogni
conoscenza, e però un vero a priori kantiano, una pura forma dell'
intelletto, che come tale distruggeva l'antica concezione di oggetto
opposto e separato dal soggetto, — avendo dimostrato che il nuovo oggetto
non esisteva per sé, fuor della sintesi, essenzialmente soggettiva, co'
dati offerti dal senso ed elaborati nel soggetto. E il Gioberti scrive:
'Egli è vero che l'in- tuito diretto della mente non basta a fare la
scienza, ma ci vuol di pili quella ridessione che ho denominata
ontologica dall'obbietto in cui ella si adopera. La quale arreca nel suo
oggetto quella di- stinzione, chiarezza e delineazione mentale, che senza
alterarne r intima natura, lo fanno scendere, per così dire, dalla sua
altezza inaccessibile, e accomodarsi all'umana apprensiva... Se
l'intuito fosse solo, l'uomo assorbito dall'idea non potrebbe
conoscerla, perchè ogni conoscenza importa la compenetrazione del
proprio intuito, e la coscienza di noi medesimi , ; vale a dire la
coscienza dell'intuito e la coscienza del soggetto, che in fondo sono una
me- desima coscienza; dacché, anche pel Gioberti, l'intuito è
costitutivo del soggetto, e non v'ha soggetto senza l'intuizione
immanente dell'Idea. Sicché l' intuito giobertiano neanch'esso fornisce
una ef- fettiva conoscenza, ne è bensì anch'esso la pura condizione, la
pura forma a priori, la quale ha bisogno, come qui dice l' autore,
della riflessione *). Orbene, che è questa riflessione, e
qual'è l'ufficio suo? Essa *) «La riflesBione pertanto dee
accompagnue l'intuito primitivo >; I, 30, (H 107).
'l, è
come un intuito secODdario, cioè un replicamento cosciente del- l'atto
coatemplativo della Idea; ma, appuoto perchè cosciente, non è più puro
intuito, non è più condizione, ma atto di coscienza: essa è già
coscienza. — La riflessione importa quindi una determinazione soggettiva
e però una modificazione pur soggettiva; poiché l'intuito è vago e
indeterminato, mentre ogni atto di conoscenza è essen- zialmente
determinazione ed unità; elementi che all'intuito non possono essere
aggiunti dall'oggetto suo, che non ha in sé né de- terminazione, . né
principio veruno di determinazione. ' Nel primo intuito la cognizione è
vaga, indeterminata, confusa, si disperge, si sparpaglia in varie parti,
senza che lo spirito possa fermarla, appropriarsela veramente, e averne
distinta coscienza... L'intuito secondario, cioè la rimessione, chiarifica
l'Idea, determinandola; e la determina, unificandola, cioè comunicandole
quella unità finita, che è propria, non già di essa Idea, ma dello
spirito creato , *). La riflessione, adunque, si deve considerare
come una funzione determinatrìce dell'intuito, o vogliam dire dell'»
priori; funzione fondata sull' unità del soggetto, di quell'attività
intima e sempli- cissima, che dianzi rilevammo. — Ma in che modo avviene
la de- terminazione? " Ciò succede, mediante l'uniOne mirabile
dell'Idea colla parola. La parola ferma e circoscrive l'Idea , ^); unione
mira- bile e ' misteriosa ,, donde s'inizia la conoscenza, come lo era
quella percezione intellettiva, per la quale Rosmini faceva sviluppare
l'atto del conoscere; ma unione necessaria, unione, come s'è visto,
senza la quale non v'ha umana conoscenza^). E alla percezione
intellettiva l'atto prodotto per la riflessione si riconnette anche per
la natura della parola, che si sostituisce in esso alla sensazione
rosminiana. Il Gioberti infatti, definendo la ») Introd., I,
3°, (II, 11). «) Op. cit, l. e. 3) iLa parola, easendo
il priocipio determinativo dell'Idea à altreai una condizione neoeBjacia
della esistenza e della certezza rlfleasiva» I, 3°; n, 12.
2d0 0. Gentile
parola, come ogni segno, per un sensibile, osserva: * Se adunque
ella BÌ richiede per ripensare l'Idea, ne segue che il sensibile è neces-
sario per poter riflettere e conoscere distintamente l'intelligibile •).
II cbe consuona con la doppia natura dell'uomo composto di corpo e
d'animo, e annulla quel falso spiritualismo, che vorrebbe con- siderar
gli organi e i sensi, come un accessorio e un accidente della nostra
natura „ . Sulle quali parole è bene cbe meditino quanti sono che
l'intuito giobertiano sogliono appaiare con quello del Malebranche. Anche
il Gioberti, come il Rosmini fa ricorso al sen- sibile e Io ritiene
necessario alla formazione dell'Idea; e il senso anche lui fa costitutivo
dell' oi^anismo unico dello spirito. Sennonché, sulla natura di
questo nuovo sensibile proposto dal Gioberti solvono varie difficoltà,
sulle quali non è pcasibile sor- volare, volendo fornire una idea non
troppo manchevole della sua teorica della cognizione. Vedemmo
altrove (part. I, cap. 3") come già fin nelle Miscel- lanee, che sono
sì prezioso documento della formazione della mente del Gioberti, si
accettasse e si lodasse la teoria bonaldiana del lin- ' S^^SS^°- ^^^
1"' nsll^ Introduzione è detto: ' Parecchi scrittori mo- derni assai
noti, fra' quali il Bonald merita un luogo particolare, hanno avvertita
la necessità del linguaggio per l'esercizio del pen- siero , *}. Ed è
senza dubbio dal Bonald eh' egli ha mutuato la sua dottrina, che ha, pel
modo come sorse, una grave ragione storica. È noto che l' empirismo
inglese e il sensismo francese sì pro- ponevano di spiegare il linguaggio
umano, come una invenzione dell'uomo, Tommaso Reid per primo, (poiché le
profonde intui- zioni del Vico passarono inosservate), nelle sue Ricerche
stdl' in- tendimento (1763), dimostrò che il linguaggio nel suo più
ampio ') Cfr. Teor. Sovr-, II, 35 < Senaa la contezia di
qualche aenaibile, le idee non aorebbeia acceBsibili alla mente nostra*.
Teoria che bÌ conferma e ai de- fiaiace meglio nella Protoloffia, per la
qaale cfr. i Inoghi dUti dallo Spàtbhti., nella FUoa. di Oiob., p. 53
n. *j Introd., nota S' del voi. II, p. 213.
Digitizcdby Google Bosmini e Qioberti 261
significato è naturale prima che artificiale. Definiva egli Ìl lin-
guaggio, — definizione, ai badi, espressamente citata e accolta dal
nostro Gioberti, '■) — ' tutti i segni onde gli uomini fanno uso per
comunicarsi reciprocamente i loro pensieri, le loro conoscenze, le loro
intenzioni, i loro disegni e i loro desiderj , *}. Pel Reid v' ba due
specie di lingu^gio : un linguaggio naturale, formato da quei vocaboli,
che non hanno un significato convenzionale, ma ne hanno uno che tutti
intendono naturalmente e per istinto; e un linguaggio artificiale,
costituito dei vocaboli non aventi altra significazione se non quella
attribuita loro convenzionalmente dagli uomini. Che vi sia un lii^uaggio
naturale è innegabile: e l'attestala sopravvi- venza stessa di esso al
linguaggio artificiale: le modulazioni della voce, ì gesti, i tratti del
viso o la fisonomia, — mezzi tutti onde l'uomo esprime naturalmente i
pensieri, — sono per l'appunto le tre classi alle quali riduce il Reid
tutti gli elementi di cotesto lin- guaggio. Ora è ovvio
dedurre, siccome fa appunto il filosofo scozzese, che il linguaggio
artificiale presuppone ÌI naturale, senza di cui gli uomini non avrebbero
potuto intendersi per convenire nei signi- ficati di quei vocaboli onde
resulta Ìl loro linguaggio artificiale. Di modo che se, come vuole
l'empirismo, il linguaggio fosse dovuto solver per un'invenzione umana,
come la scrittura o la stampa, tutte le nazioni, dice il Beid, sarebbero
ancora mute, come i bruti. Né meno stringente è la critica dal
Bonald opposta alla teo- rica del Gondillac ') nelle sue Eicerche filosofiche.
Secondo il Bonald il linguaggio ci è dato primitivamente con la prima
conoscenza; a causa della necessaria simultaneità della idea con la sua
espras- *) < Le parole sono i segni principkli, ma non i soli
Bagni, come sa oiaaouuo; tntti i sentimeati sodo veri segni deUe cose,
secondo la bella e profonda dottrina di Tommaso Eeid >; Introd., nota
l' al voi. II, p. 211. *) Rech. sur V entendemenf humain, trad.
Jouffro;, oliap. IV, sect. 2 in OtMvres (Paria 1828), H, 88.
') Combatte la teoria com'era stata formulata da) CoDdiUac; ma tiene
por conto delld OBservazioni di Hobbe» di Locke e di tutti i
Bensisti. Digitizcdby Google aione
(espressione, si noti, anche semplicemente * mentale « )■ S contro i
sostenitori dell'opposta sentenza, osserva che essi comin- ciano dal
supporre, contro ogni autorità ed ogni ragione, l'uomo in uno stato
primitivo bruto e insociale, e a tal grado di barbarie, da essere perfino
privato della facoltà di conoscere e comunicare i proprj pensieri, per attribuirgli
nello stesso stato i pensieri, i sen- timenti, le affezioni, le
intenzioni, i bisogni, Io spirito d' invenzione e d'industria dell'uomo
sociale e civilizzato , '). Lo critica del Bonald è in fondo
identica a quella del Reid. Si presuppone nell'uomo sfornito tuttavia del
linguaggio, cbe gli tocca inventare, qualità o attitudini necessarie
all'invenzione; le quali non possono non equivalere al possesso del
linguaggio che vien negato, comecché in una forma primordiale e
naturalmente rozza. E questa ingenua teoria del vecchio empirismo che
fon- dava la società io un contratto, la religione su un arbitrio
dì legislatori, e Ìl linguaggio in una invenzione convenzionale, è
stata anche in quest' ultimo campo, sconfitta dalla moderna scienza
della linguistica comparata; la quale se tra Max MuUer e il Witney
discorda intorno alia necessità delle relazioni che intercedono fra il
pensiero e la parola, ha però definitivamente e concordemente stabilito
che il linguaggio è un fatto speciale, primitivo e naturale dell'uomo,
non essendovi alcuna società, per quanto barbara e selvaggia, che non ne
sia fornita; del pari che la sociologia e la scienza delle religioni
comparate hanno provato l' originarietà, cioè l'apriorismo, del fatto
sociale e del religioso. Ed è appunto merito della scuola teologica
francese, come osserva giustamente il Janet ^), di aver dimostrato contro
i filo- sofi francesi del sec. XVTII la vanità delle teorie intorno
all'o- rigine fattizia e riflessa di tutti i fatti i più importanti
dell'uomo sociale. Al Bonald poi spetta particolarmente la lode per quel
che è del linguaf^io; e a lui specialmente volgeremo l'attenzione,
giacché ') lUeherches phiioaophiquea, ohap. Il, in Oeuvres (
Paria 1858 ) p. 107. *) La ph&os. de LamtnnaU, p. 18.
Digitizcdby Google Bosmini e Oioberii 263
egli connette questa teorìa con quella della rivelazione neceasaria
per l'umana conoscenza, siccome fece tra noi il Oiobeiii. II
Bonald, con l' Histoire comparée del Degerando alla mano, rileva che la
filosofia non è riuscita peranco a fissare un punto fermo, un criterio
sicuro di certezza e di verità, anzi per tutti i sistemi è finita nello
scetticismo e nel soggettivismo; e si chiede quindi se non fosse
possibile " trovare nei fatti sociali un fonda- mento alle dottrine
filosofiche piìl solido di quello che s' è cercato fin qui nelle opinioni
personali , ') ; e questo fondamento gli pare appunto di trovarlo nel
linguaggio, che, dimostrato non potersi in- ventare dagli uomini, deve
(non essendovi, secondo lui, altra via) essere stato comunicato da Dio
alla società umana, e in questa appresa via via dagli individui.
Si direbbe che il criterio del Bonald riesce sottosopra a quello
altrove rilevato dal Lamennais; che questa parola, che possiamo accettare
come saldo fondamento di certezza, data da Dio all'umano consorzio, è
precisamente la rivelazione. Ma quel che v'ha di ori- ginale nel Bonald,
e prova che il Gioberti ne dipende io modo spe- ciale, è la teoria della
parola coma atto o strumento necessario del pensiero; vale a dire che,
dato che il linguaggio, tutto il linguaggio aia rivelazione divina, il
pensiero dì cui il Bonald dice che la parola è il corpo, è esso stesso
tutto una rivelazione, cioè ha tutto per se stesso un fondamento di
certezza obbiettiva o sovrumana, nel senso di universale. La quale è
appunto la teoria del Gioberti, che ammette bensì una conservazione, ma
anche una alterazione della forraola ( = contenuto della rivelazione,
coni' è contenuto dell' intuito) ; e fa che il pensiero che rimane, anche
al- teratasi la rivelazione, possa tuttavia cogliere il vero. Di
guisa che la rivelazione (l'elemento sensibile della conoscenza) non è
ac- cidentale ed esterno al pensiero, ma necesaario e quindi
costitutivo di esso ; sicché, essendo il pensiero un fatto, cotesto
elemento sen- sibile, ne dipende e gli è strettamente connesso.
*) BecA., p. 42.- .dbyGoosle 264 O.
Gentile Questa rivelazione, adunque, ha ud valore tutto speciale,
in quanto è qualcosa d' intrìnseco al pensiero stesso, tale perciò
che il ricorrervi non sia per quello un esautorarsi o uà apprendere
dal di fuori, ma bensì uno sviluppare se stesso; laddove, presso il
Ijameanais del Saggio suW Indifferenza, il pensiero infermo per se
medesimo e incapace d' attingere il vero, si dee abbandonare, quasi per
chiederle conforto, alla rivelazione esteriore. Pel Gioberti la
rivelazione va cercata nella vita stessa del pensiero, equivalendo alla
parola, che è tale a sua volta, che senza di essa, come aveva osservato
il Bonald, il pensiero non esisterebbe. Chi rigetta la rivelazione, viene
a rigettare secondo il Gioberti, la parola, ossia lo strumento necessario
alla cognizione riflessiva dell'Idea; epperò non può attinger questa,
senza la quale — lo vedemmo già eoi Kosmini — il pensiero cessa di essere
'■). La necessità dì questo è pertanto la stessa necessità della
rivelazione, considerata unica- mente per rispetto a quell' ufììcio che
dee compiere nel fatto della conoscenza. Sennonché, cosi
considerata, a che si riduce la rivelazione? Essa ci deve offrire la
parola, ossia i segni delle cose, Ìl dato sensibile che circoscrive
l'idea dell'essere e le dà attuale esistenza di cono- scere; e, come dice
l'autore, ' una successione di sensibili, per cui essa Idea rivela se
medesima all' intuito riflessivo dello spirito umano, e compie l'intuito
diretto, che li porge da sé *). Non è del nostro tema trattare
ampiamente di questo punto della filosofia del Gioberti, che
richiederebbe una troppo lunga di- samina. E bisognerebbe sovrattutto
discuterla, — come in parte ha fatto, da quel gran maestro che era, lo
Spaventa — nelle opere postume, una delle quali è appunto dedicata alla
filosofia della ') B il QiOBBBTi dice: «Il ripudio assoluto
della tradizione religiosa e Bcientifica si trae dietro neceasariacoente
quello della parola. Ora, siccome l'aiuto della parola è neceaaarìo per
conoscere riflessivamente l'Idea, chi lo rifiuta dee eziandio dismetteie
e gittar da sé ogni cognizione ideale. Ha tolta l' Idea, che rimane?
Nulla ».-- /«(roA, I. 3»; II, 51. ») Op. «(., I, 3"; n,
107. .dbyGoosle Sosmini e Gioberti
265 rivelazione. Ma esse furono tutte scritte dopo la polemica col
Elo- amÌDÌ, e sarebbe perciò inopportuno il prenderle come un punto
di partenza, volendo discorrer di quella. Gì basta notare,
che nella stessa Introduzione la teoria della parola va messa in
relazione con le dottrine del Reid e del Bonald, dalle quali deriva, e
co' principj rosminiani già adottati nella Teo- rica del soEiannaturale ;
che deve intendersi {secondo la distinzione di parola naturale e
artificiale, ripetuta dallo stesso Gioberti) '), come parola naturale,
cioè come segno della cosa, o sua rappre- senlanions, il che corrisponde
appuntino alla teoria rosminiana della sensazione, per la quale si
determina e circoscrive l'ente indeter- minato. Infatti, secondo il
Gioberti, la parola artificiale non può esprimere se non le idee già
espresse, e presuppone quindi la pa- rola naturale, la rappresentazione
*). Ora, se anche pel Gioberti ogni concetto si forma per una
de- terminazione che si fa per la parola dell' essere indeterminato
del- l'intuito, ciò avviene, come s'è visto, per opera della
riflessione; la quale richiamerebbe perciò, secondo s'è pur notato, la
percezione intellettiva del Rosmini. — Ma il Gioberti, come ha mutato la
parola, ha mutato anche, o crede d'aver mutato, il concetto. Alla sua
fìlo- 'J 4 La potenza dell'intuito per attuarsi ha d'uopo della
parola, cioè del sensibile! La parola è di due specie: naturale e
artificiale. Questo è il lin- guaggio elle non può eaprimere che le idee
già espresse. Il linguaggio del- l'arte è sempre una traduzione del
linguaggio della natura; è verso di esso db che la scrittura verso In
parola artificiale >. Kioi d. Rivela):., Toriao, Botta, i8o6, p.
89. ') Meglio potremmo solidare questa interpetrazione discutendo
le difficoltà che fa insorgere la teoria della parola cori com' è esposta
uell' Introduzùtne, o prima facie par che quivi debba intendersi,
esaminando la critica fattane dal Tbsta nelle sue Considerazioni aopra l'
InlrodtiziorK aUo st. ddla JHo*. di V. Q., Piacenza, Del Majno, 1845,
part. n, p. 32 e segg. Ma non ist htc locus. Con la critica del Testa
consuona in alcuni punti quella di V. Db Gbaziì, ne' suoi Discorsi au la
logica di Hegel e su la Filos. speculativa { Napoli, Tip. de' Gemelli,
1350) 2' rass.; e mutuata dal Testa pare l'obbiezione che il critico
calabrese muove all'ipotesi dell'intuito (iTÌ,p. 100) nel Gioberti.
aee O. Gentile sofìa, che per la
spi^azìone della conosceoza ha bisogno del fatto della rivelazione egli
coutrappone la filosofla eterodossa, la quale, rifìutaodo lo strumento
della rivelazione, non può ammettere una riflessione che rifaccia T
intuito e conduca perciò al possesso del- l'Idea; e deve quindi
rinunciare alla Idea, appigliandosi alla per- cezione del sensibile, il
quale può essere l'oggetto del senso esterno, come dell'interno, ossìa
materiale ed estrinseco, o spirituale ed intrinsepo. Donde, doppia
eterodossia, sensismo da una parte e psi- cologismo dall'altra; e in ambo
i casi ' la sostituzione del sensi- bile all'intelligibile, come
principio, onde muove la filosofia , '); ossia un metodo il quale, come
vedemmo, conduce direttamente al soggettivismo, allo scetticismo, al
nullismo, dacché è vano lo sforzo dei sensisti e de' psicologisti, di
trarre dal sensibile l'in- telligibile. La filosolia
eterodossa, dunque, ammette bensì anch' essa la riflessione; ma la sua
rifiessione si differenzia essenzialmente dalla riflessione della
filosofìa ortodossa, in quanto, non servendosi di quel mezzo che solo
mette in grado di tornare, dopo il primo in- tuito, fìno al termine di
questo, si deve necessariamente fermare al fatto della mente (per parlare
dello psicologismo che c'inte- ressa) e rimaner quindi semplice
riflessione psicologica, in luogo di pervenire all'Ente intuito
immediatamente e farsi, come dovrebbe, ontologica. ' Lo
strumento, onde lo spirito umano si vale in psicologia, è la riflessione
psicologica, per cui il pensiero si ripiega sovra se stessO; e afferma,
non già la propria sostanza, ma le proprie ope- razioni solamente.
All'incontro nell'ontologia lo strumento è la contemplazione, la quale si
divide in due parti, cioè in uu intuito primitivo, diretto, immediato, e
in un intuito riflesso, che chiamar si può riflessione contemplativa e
ontologica , >). Cosicché la ri- flessione psicologica è una
operazione semplice ; l' ontologica una ') Introd., I,
3"; II, Bi e segg. *) Introd., I, 3»; II, 104 e aegg.
Boamini e Gioberti 267 operaziooe duplice; quella si
esercita sopra il prodotto soggettivo di una precedente operazione
(l'intuito)-; questa sopra l'oggetto stesso della operazione precedente,
che rifa maturandola. Si potrebbe dire perciò, che la riflessione
ontologica sia la stessa riflessione psicologica aggiuntavi la
ripetizione dell'intuito. Infatti * nell'ontologia lo spirito,
ripensando, si rifa sull'oggetto imme- diato dell'intuito stesso.. . Ma,
egli è vero che nella riflessione contemplativa •}, la mente rivolgendosi
all'oggetto ideale, si ripiega pure di necessità sull' intuito proprio,
che lo apprende direttamente ; onde il tenor psicologico del rìpensare
accompagna sempre l'altro modo di riflettere; tuttavia queste due
operazioni, benché simul- tanee, sono distinte, perchè hanno il loro
termine in uu oggetto di- verso , *). Una critica non molto
difficile qui può sorgere conti'o questa dottrina della riflessione
ontologica. Se l'intuito lascia uno stato speciale nella mente, un fatto,
tal che sia possibile coglierlo con la riflessione psicologica, due casi
si posson dare: o in esso v'ha uno specchio fedele dell'oggetto proprio
dell'intuito, e allora la riflessione psicologica è fondamento di una
conoscenza oggettiva per eccellenza, e non soggettiva, come pretende il
Gioberti; o non si riflette affatto (ovvero, che è lo stesso, non si
riflette fedelmente) il termine dell' intuito, e in tal caso questo primo
intuito è per- fettamente inutile. Il dilemma ci pare senza
uscita. La riflessione ontologica del Gioberti sarebbe davvero un secondo
intuito, se potesse traspor- tare la determinazione sopravvenuta con la
parola (dato sensìbile) dall'interno del soggetto, dove interviene, nello
stesso oggetto; il che è impossibile, perchè secondo la sua teoria la
parola è un sen- sibile. E perchè dovrebbe potervela
trasportare, cotesta determina- *) Cobi è par detta dal
Oìobei-ti la riflesBione ontologica; mentre la psico- logica è pur detta
osservaHva (p. 105). «) latroduz.. l, 3", II, 104. G. Qmiile zionep Perchè,
avvenendo la determinazione nella riflessione, es- sendo questa
ontologica, il sensibile, principio della determinazione, dovrebbe
ripensarsi coli' intelligibile, e come questo (poiché si tratta di un
secondo intuito), fuori del soggetto; il che, ripetiamo, è im-
possibile. Di certo la riflessione ontologica è l' espressione,
benché non esatta, d'una giusta esigenza del pensiero, come or ora
vedremo; ma contrapposta, com'è dal Gioberti, a una riflessione
psicologica, fallisce al suo scopo, non potendo sfuggire alle conseguenze
dello accennato dilemma. Sennonché, il Gioberti ci dice: ' La
rifles- sione psicologica non ha per termine diretto il pensiero, come
pen- siero, ma il pensiero come sensibile intemo, cioè come atto
dello spirito, e quindi non riguarda direttamente l'Intelligibile, che
si congiunge col pensiero e lo illustra. Egli è vero che la riflessione
del psicologo si connette per indiretto coli' Intelligibile ; ma cì6 non
prova nulla in favore dei psicologisti; imperocché non ne partecipa, se
non mediante quell'intuito mentale, che, al parer mio, è il vero e
necessario strumento dell' ontologo , •}• L'equivoco qui è
evidente: la riflessione psicologica non coglie il pensiero come
pensiero, cioè in quanto intuisce l'Idea^, ma lo coglie, secondo
Gioberti, come un sensibile intemo ; dunque la riflessione ontologica non
fa altro che cogliere il pensiero come pensiero. Ora, se la
riflessione psicologica presuppone anch'essa un intuito, e (poiché,
parlando contro il psicologismo, il Gioberti si riferisce specialmente al
Rosmini) un intuito, che, come vedemmo nella esposizione della teorica
rosminiana, è costitutivo del pensiero, é ») Introi., I, 3» i U,
109. ') Nella FUoB. iella Uivdaz., il Qioberti scrive : < Una
meate aeiiEa idee, e in igtato di tavola rasa perfetta è una
contraddizione. La facoltà con cui la meate creata afferra questa
rivelaiione [la riveUsioae imuaQente, virtuale, che diventerà attuala pei
opera della riflessione; v. ivi, p. 87] che fa, la sua assensa, è
l'intuito»; p. 88 Né pia uè raeao di ci6 che dell'intuito aveva detto il
Rosmini. Rosmini e QvAerii 369 la sua propria essenza, — come può
fare a ritornare sovra un pensiero ehe non siasi già appropriato
l'Intelligibile, e Io abbia ancora fiiori di sé, e sia ancora in atto
d'intuirlo? Insomma sì può concepire un intuito immediato
dell'Intelligibile come essenza del pensiero, che pur lasci il pensiero
sempre al puro stato di tcAida rasa, sempre in atto di guardare
l'Intelligibile, senza mai vederìo? Il pensiero pel Rosmini intanto è
pensiero, in quanto ha un intelletto costituito dall'intuito
dell'intelligibile; non può quindi riflettersi su se stesso, senza
trovare in sé non già Ìl semplice atto astratto dell'intuito, ma sì
l'atto concreto, ossia l'atto terminante nell'Intelligibile: la forma, in
una parola, dell'intelletto. E l'equi- voco propriamente consiste in ciò
: nel concepire l' intuito imme- diato come una pura dualità; dove, al
pari della visione corporea, da cui immaginosamente è desunta, non può
essere se non un'unità sintetica, di soggetto ed oggetto. L' intuito ond'
è fornito l' intel- letto è una nozione, in cui Ìl soggetto e l'oggetto,
come nel pro- dotto della sensazione, sono affatto indistinti. Ora se la
nozione è qualcosa di perfettamente uno, ripiegandosi sovra di essa, lo
spi- rito non può non coglierne il contenuto, che è per l'appunto
l'Intel- ligibile. — SI' equivoco si fa manifesto quando l' autore
soggiunge che questo scambiamento di metodi (psicologico ed ontologico)
gli ' riesce un trovato cosi bello, come l'assunto di chi adoperasse
le dita e le orecchie, per apprender la luce e distinguere ì colori
in essa racchiusi „ (p. 105). Qui sì immaginano la luce e ì colori
come oggetti o segni esterni e indipendenti dell'organismo sensi- tivo,
in che si rappresentano; per modo che a noi, sapendoli lì ad aspettare di
esser da noi sentiti, sia dato scegliere lo strumento più acconcio alla
bisogna. Laddove fìa dal 1834, quando fu pub- blicato il celebre Manuale
di fisiologia di Giovanni Mailer, si sa da tutti che non v'ha nulla di
più falso. Quello che not sentiamo e diciamo luce e colori, non è se non
per la nostra sensazione e nella nostra sensazione. Ma il Oioberti
ignorava questo concetto della soggettività della sensazione, comecché
avesse già appreso dagli scozzesi quella teoria della percezione
esteriore, per la quale ve- 0. Oentile nivano
per sempre seppellite le vecchie idee imniagiiii, che solo la leggerezza
filosofica di Ippolito Taine doveva più tardi esumare nella sua
haldanzosa quanto vana guerriglia contro la filosofia classica francese
in genere, e per questo punto contro il Royer- Collard >).
Or, come è uno shaglio credere che il colore che diciamo di vedere
con l'occhio, sia fuori dell'occhio, talché se si avesse modo di
riflettere sulla visione, si rifletterebbe sul semplice atto del ve-
derlo, ma non propriamente sul colore; così soltanto un equivoco può far
pensare che nella nozione rosminiana fornita dall' intuito
dell'Intelligibile, non siavi altroché l'atto dell'intuire; di guisa che
la riflessione sovra di essa pervenga soltanto indirettamente
all'oggetto, sul quale cotesto atto si esercita. L'oggetto qui è una cosa
stessa con l' atto, siccome vedemmo altrove discorrendo dell'intuito;
oggetto ed atto sono una cosa sola nell'intuito in- tellettivo, che è
atto insieme e forma dì esso, secondo la teoria del Rosmini.
E questa è la vera ragione che il Tarditi avrebbe dovuto op- porre
al Gioberti, per dimostrargli infondata, come tentò di fare nella prima e
nella seconda delle sue famose lettere, la distinzione fra le due
riflessioni psicologica ed ontologica *). Le quali si po- ')
Convengo pienamente nella controcritica oppostagli dal Janet nel primo
de' suoi scrìtti en La crke phUoaopMques, Paris, 1865, p. 26 e segg. Li
teoria scczzcBe toRlienda l'inutile intermediario dell'immagine tra
l'oggetto sensibile e il soggetto sensitivo, fece di certo un primo passo
verso quell'unità del tatto della sensazione, che non poteva d'altronde
concepirai senza i nuovi prin- cipj del kantismo, di cui giustamente la
psicologia genetica tedesca si con- sidera come un fedele compimento. —
Vedi in proposito gli scritti del TabÌktino in Giom Napdet. di FUob. e
Lett. del 1880 e 81 e del Cm*p- PELLi, ivi. QnelH del primo bqu pure
raccolti nei Saggi fUoeofici, Napoli, Morano, 1885, pp. 37-128. — Dopo la
pubblicazione di quwto votame il Chiappelli tornò sull'argomento nella
Filosofiti delle Scude Italiane, voi. XXSI (1885), in un art. sulle
Attinenze fra il criticiamo kantiano e la pri- coloffia inglese e
tedesca. ') « Siccome, osservava il Tarditi, noi non possiamo
riflettere su ne»aa Rosmini e Gioberti 271 trebberò ira
loro distinguere solamente pel dÌTerso oggetto (e a questo soltanto s'è
appellato come a ragion distintiva in un passo deìV Introduzione già
citato il Gioberti); talché se l'una noa ha, né può avere un oggetto
diverao dall' altra, è chiaro che la distin- zione non possa più
farsi. n Gioberti, veramente, negava più tardi che la distinzione
si desuma soltanto dall' oggetto ; e voleva che si fondi anche sul
metodo {Errori, I, 151 e segg.); e dava sulla voce al Tarditi, che ciò
non aveva saputo vedere •). Ma come sosteneva la sua sen- tenza ?
' La diversità dei metodi in ogni ordine di ricerche consiste . . .
in quella del veicolo, che si dee scegliere per conseguire l'oggetto
ricercato; e la natura del veicolo è determinata da quella dell'og- getto
medesimo, considerata non in sé semplicemente, ma nelle sue attinenze con
le facoltà e le condizioni del cercatore , *). E più in là: ' Il punto, a
cui si vuol giungere, determina l'indirizzo che si dee tenere;
l'intervallo che s'ha da correre, insegna le ope- razioni da farsi, per
superare gli ostacoli e toccare la mèta , '). Ora^ senza dire dei
caratteri differenziali che il Gioberti poi indica nei due processi che
vuol distinti, basta notare che la sua deduzione avrebbe un valore
soltanto nel caso eh' ei avesse dimo- strato essere realmente distinti i
due pretesi oggetti di riflessione, poiché, a confessione dello stesso
Gioberti, la natura del metodo oggetto se Doa quanto da noi
o intuito se ideale, o percepito se reftle; pad la riflesBÌoDe passare
egualmente dall' oggetto atl' intuito, e dn questo a quello; anzi ta
rìfleasioue sull'intuito non puA essero completa, imparziale, quale s'ad-
dice al filosofa, se non coasidera l'intuito, e nel soggetto di cui è atto, e
nel- V oggetto in cui termina, e dal quale Sformalo*; Leti, d'un
Sosminiano, Z\ p. 38 ; e si riferisce alla teorìa della rytesiione
filosofica del Rosmini ; cfr. p. S e segg. Or se si distìngue e separa,
come fa il Tarditi, atta da oggetto, il Gioberti ha cagione. H vero è ohe
essi non sono afiatto distinti. ') Leti, eit, I, 19-20.
•) Errori. I, 153. 3) Op. eit., I, .158. G.
Omtile è determinata dalla natura dell' oggetto. Contro il Tarditi
che ammetteva un atto di intuire distinto attualmente da un oggetto
intuito, egli aveva ragione; perchè se vi sono due termini di di- versa
natura, noi non possiamo giungere a ciascuno di essi con un medesimo
processo. Ma conviene prima provare quella distin- zione di atto e di
oggetto nell'intuito; la quale è, pift che altro, presupposta dal nostro
autore. E peccando il suo ragionamento di una siffatta petizion
di principio, né potendosi altrimenti che per astrazione
distinguere r atto dall' oggetto, il Gioberti non può dire nemmeno che la
re- plicazione dell'intuito, cioè la riflessione, si differenzi! per
l'oggetto e pel metodo; poiché il metodo potrebbe esser diverso solo
allof che fosse differente l' ometto. E se il metodo trae i suoi caratteri
specifici dall'oggetto, e se l'oggetto è uno e inscindibile, come si può
distinguere una riflessione psicologica e una riflessione onto-
logica? Il pensiero non si può riflettere se non sopra di sé, come
pensiero; e siccome è costituito tale dall'intuito dell'essere, che gli
dà l'idea dì questo, la riflessione non può non comprendere
direttamente questa idea dell' essere, che è oggetto dell' intuito.
Che se l'intuito si considera nel suo intimo e profondo signi-
ficato, secondo la critica da noi fattane, cioè io quanto esprime
l'oggettività vera (non la falsa oggettività fantasticata, con la im-
maginaria opposizione, a risolver la quale # ricercato l'intuito), e però
la vera soggettività, vedasi quanta ragione più si abbia di volere una
riflessione che, a differenza della riflessione suU' intuito, faccia
riflettere lo spirito sullo stesso oggetto dell'intuito. — E a questo
punto noi volevamo arrivare. — Perchè Gioberti distingue una riflessione
ontologica dalla riflessione dei psicologisti ? Qnesta, egli dice, si
ferma a un fatto dello spirito ; quella ci conduce fino allo stesso
oggetto ; e quella è però da preferirsi, se si vuole evitare il
soggettivismo. Or si veda che fedele rosminiano è fin nell'afferma- zione
di questa esigenza il Gioberti ! La critica sbagliata Fatta dal Kosmini
delle forme kantiane, ecco che egli la rivolge una seconda
Jìosmini 6 QwberH 27 Tolta contro il Rosmini medesimo.
Gioberti, infatti, si accorge ( l'intuito rosminiano è una pura e
semplice forma dell'intellet ne più né meno delle forme di Kant; se ne
accorge e gli pare, dìei l'insegnamento del Itosmini, di vedersi
risorgere innanzi il fosco fs tasma del soggettivismo. Quindi non gli
basta un intuito, coi bastava al Iio3mÌDÌ, onde salvare l'oggettività,
cioèl'universal e la necessità della scienza, e gliene vogliono due, un
doppio ìntu intuito riflesso o secondario, o veramente una riflessione
oni logica. Bisogna davvero che questa Idea stia fuori del soggel
umano, stia da sé, e bisogna cbe si vada sempre fino a lei, ti per un
semplice intuito (potenza o virtualità di conoscere), vi per un intuito
riflesso, reale ed effettivo conoscere. Ma il guajo è che se
l'intuito, l'intuito scempio, sul quale esercita la " riflessione
eunuca , ^) del Rosmini, è un semplice s< sibilo interno, o meglio, un
semplice dato soggettivo (che pel G: berti quel termine ha questo
significato) — opperò individuali contingente, — non c'è modo di provare che
non sia un sempl dato soggettivo anche lo stesso intuito doppio, che gli
si vuol ( stituire. À rigor di logica, infatti, la critica stessa che il
Qiobe muove al Rosmini, si può muovere a lui, e si può continuare
l'infinito contro chi intenda l'oggettività, cioè l'universalitì necessità
delle forme di cognizione, come opposizione al sogge conoscitore. Giacché
l' intuito è sempre la stessa operazione, ed i plica sempre la medesima
relazione tra soggetto ed oggetto, che si eserciti una sola volta, sia
che si eserciti due volte, riflessione ontologica rifa l'intuito
circoscrìvendone l'oggetto dato sensibile, offerto dalla parola. Ora, se
il prìmo^intuito i era bastato a cogliere l'intelligibile, perchè e come
deve potè cogliere il secondo ? — L'aveva evolto, dirà il Gioberti; ma appui
perciò bisogna ripeterlo, quando si vuol predicare del dato sensil quella
intelligibilità, e formare il concetto. — Ma anche a v' ha risposta;
cioè, l'intuito non è, come s' è visto un precedei *) Errori, I,
144. G. Gentile cronologico della percezione intellettiva,
dell'atto (che il Gioberti dice riflessione) della determinazione
dell'Idea, del differenzia- mento della primitiva identità. E se non
precede cronologicamente, come non deve, né può, poiché non v'ha
l'identico senza la diffe- renza, né l'universale fuori del particolare,
né l'uno fuori del vario, é falso i! concetto d'un replìcamento
dell'intuito nella percezione intellettiva o nella riflessione; perchè il
replicaraento presuppor- rebbe l'intuito come un precedente anche
cronologico, oltre che logico ; con che si tornerebbe al vecchio concetto
dell' a priori. La riflessione ontologica, adunque, non può
intendersi come in- tuito riflesso, cioè come doppio intuito, nonostante
l' esigenza che r Intelligibile aia intuito nell' occasione stessa della
percezione sen- sitiva, oltre che solo; per la semplice ragione che da
solo non è mai intuito, se non come presupposto logico, come un quid
trascendente il fatto della conoscenza. D'altronde, il secondo intuito
che si com- prende in cotesta riflessione ontologica, non è né più né
meno che una ripetizione del primo ; talché, insuMciente il primo, non
pub non essere, e il Gioberti non dice perchè né come non debba es-
sere insufficiente il secondo, E perciò, rifiutato il primo, egli non
aveva nessuna ragione di tenersi contento al secondo, come aveva avuto
torto, a fil di logica, il Rosmini, rifiutando le forme kan- tiane, a
contentarsi di quel suo primo intuito. Ma come l'errore del Rosmini
risguardava la sua interpetrazione di Kant, ma non, ci pare, la sua
teorica, ed anzi era prova, come s' è più volte notato, delia buona
esigenza da lui avvertita di una perfetta universalità e necessità nel
conoscere; così, con la sua teoria della riflessione ontologica, il Gioberti,
se crede a torto di correggere il "Rosmini e con esso anche il Kant,
dimostra anche lui di avere avuto il giusto concetto dei bisogni
essenziali della scienza. E v' ha di più nel Gioberti. Questi sente
più forte una esigenza, che non si può dire sia stata trascurata dal
Rosmini, comecché in lui non sembrasse pienamente soddisfatta ; vale a
dire l' esigenza dell' unità non pure come compimento della dualità della
sintesi, ma altresì come sua base, fondamento ed inìzio. Rosmmi e Oioberti 275
Infatti, con la riflessione ontologica 8Ì ritrae la differenza nel
seno stesso delU identità; perchè la parola, principio determina- tivo,
aiceome è una rivelazione dell'Idea, così è strumento di quella
riflessione, che risale fino all'Idea stessa, a guisa d'un quadro, in cui
s' incornicia la vaga Idea sconfinata, tanto per lasciarsi vedere dal
finito spìrito umano. Ma quadro e Idea sono una medesima cosa; tanto che
la parola è detta rivelazione dell'Idea, ed è propria- mente parola dell'
Idea medesima. Sicché la differenza qui scatu- risce dal fondo stesso
dell'identità, dall'Idea; e la funzione dello spirito, per cui si
apprende insieme l' identico e il diverso, è pre- cisamente la
riflessione ontologica, che si rifa dal centro stesso dell' identico ;
laddove, secondo il Gioberti, la riflessione psicologica non si rifaceva
se non dall' atto stesso dell'intuito di cotesto iden- tico, cioè da un
fatto sensibile, epperò da un diverso; il quale, d'al- tronde, se pure
era un identico relativamente all' ordine dei cono- scibili, non
conteneva però in sé il principio della differenza. Il Gioberti,
adunque, senza riuscire a dimostrare l' insufficienza della riflessione
rosminiana, con la critica di questa e col volervi sostituire una
riflessione più compiuta, mirava a porre su più solido fondamento la
oggettività del conoscere, e a giustificare più sicu- ramente quella vera
sintesi a priori che per questa via accettava, attraverso il Rosmini, da
Em. Kant; fondandola su quell'unità indis- solubile di identico e di
diverso, di uno e di moltepUce, di uni- versale e di particolare, di
necessario e di contingente, nella quale è la vita e la spiegazione del
pensiero e del mondo ; unità, del resto, di cui sentì pure il bisogno
Rosmini, come in parte s'è visto e meglio si vedrà nel capitolo ohe
s^ue. E per conchiudere intanto su questo punto, diremo che la
ri- flessione ontologica non è una operazione differente dalla
riflessione psicologica, che il Gioberti attribuisce al Rosmini; non
potendone differire pel metodo, poiché non ne differisce per l'oggetto, e
non potendo per questo differirne, poiché non esiste quella duplicità
di c^getto, che è presupposta dal Gioberti, e che ne sarebbe condi-
zione necessaria e sufficiente. L'immediatezza dell'intuito, come
.dbyGoosle 378 0. OmHle forma del
conosoere, esclude essa appunto ogni distinzione tra atto d'intuire e
oggetto intuito, siccome distrugge l'opposizione, che pur presuppone col
suo letterale significato, fra soggetto ed oggetto. Della proprietà delle
parole. La parola , prima che fosse scrilla,è parlata : la parola parlata fu
inventata da Dio,come abbiamo detto di sopra,elascritlurafuun
trovatodell'uomo,einspeciedel sacerdozio , secondo l'opinione del Gioberti, La
parola artificiale, come espressione dell'Idea, non è già ilVerbo ereatore, m a
l'immagine del Verbo, cioè il vero Verbo dellamente umana;e
quindiilveromedialoreidealetra lo spirito e l'Idea.Se adunque lo spirito
contempla l'Idea a traverso della parola, egli è chiaro, che la parola dee yelare
appena e non coprire l'Idea,come terso cristallo corpi sottostanti ; quindi
ella dee essere trasparente, e in ciò consiste la sua semplicità e perfezione,
Dalla sempli cilà dellaparola nasce la proprietàdellevoci,lapuritàe l'eleganza
dei vocaboli ; le quali doli della parola si tra yasano nelle frasi,che
esprimono l'unione armonica delle yuci mediante i concetti ; e per via delle
frasiriverberano quindi nello stile, e generano la bellezza del discorso. I m
perocchè il discorso è bello allora quando le voci,le frasi, e quindi lo stile
che ne deriva, sono semplici,proprie, pure ed eleganti. Infatti la parola è
semplice, quando vela a p pena ilconcetto,e non lo copre dinanzi all'occhio
della mente, nel qual caso la parola è per l'opposto materialé, e oscura.L a
parola è propria , se è un ritratto fedele del concetto che esprime ; ed è
sempre tale , ogniqualvolta 266 linguaggio ; della precisione dei
concetti mediante le dif finizioni ,e della loro partizione mediante le
divisioni dell'organismo dei concelti mediante i giudizii ; delle pruove delle
verità seconde mediante i raziocinii';.e in fine del processo della mente
secondo il lenore obbieltivo delle idee mediante ilmetodo. Ma poichè in
tuttequeste operazioni della mente si può cadere inerrore,ogni qual volta non
si fa buon uso dei canoni logici e dellaloro applicazione , quindi entra
innanzi la critica a giudicar dell'uso che si è fatto dei canoni logicali ,
mediante il giudicatorio supremo dei principii che sovraslano alle stes.
seleggi.Diche noidividiamoluttalamateriadiquesto capitolo in tanti distinti
articoli . conserva la suasemplicità. Quando la parola è propria mantiene a
capello la corrispondenza perfetta tra l'Idea e il suo segno sensibile, se ella
siguilica l' Idea increata, cioè l'Ente ;'e se ella esprime l'idea creata,cioè
l'esistente è anche propria , oġniqualvolta conserva la corrispon. denza tra
lamimesi e lametessi.Quindi è,che la lingua primitiva, la quale ebbe due parti,
l'una divina,e l'altra umana, fu eminentemente propria ; imperocchè la parte
divina di quella lingua consisiente nella rivelazione dei verbi originali
manteóne,perchè divina,la corrispondenza tra l'Idea e il segno,e la parte
umana,consistente nel l'invenzione dei nomi primilivi,mantenne ancora la cor
rispondenza tra la mimesi e la metessi , perchè A d a m o pernominare
isensibilicoiloroproprii nomi, lidedusse dagl' intelligibili, cioè dalla loro
radice melessica. Quindi è,ancora , che nelladivisione delle lingue avvenuta
pel fatto diBabelen,on re,che non abbia più o meno perdule e guaste molte pri.
milive sue forme ; che non costi di n o m i e verbi anomali, eteroclili,
difettivi, e di molte altre irregolarità di linguag gio , sicchè ogni lingua
compare una rovinadel primitivo idioma. Quindi è finalmente,che gli scrillori
autichiper che erano studiosissimi della proprietà delle voci c dello stile
(onde le loro distinzioni dei varii generi di stile,te nué, mezzano, sublime )
perciò sono appellati classici, e sono isoli che abbianobuona scuola,cioè
ispirano e pro ducono altri scrittorigrandi. 267 2. Abbiamo detto che
dalla proprietà nasce la purità l'cleganza e la bellezza della lingua e dello
stile;e quindi del discorso.E infattilavoce proprio nella lingua italiana
importa il concelto di identità, cioè della medesimezza di una cosa con seco
stessa:importa pureilpossessoche una cosa ha di sè medesima,perchè la
cosaposseduta èquasi parte è in certo modo faltura eziandio del possidente.
Quindi il vocabolo proprietà è spesso sinonimo di m e desimezia ;cosìl' amor
proprio è l'amor di sè; è desso an, cora sinonimo di possessione ; così gli
attributi specifici di una cosa,iqualine sono leproprietà,sono la cosa stessa,
perchè le qualià e i modi degli esseri sono la sostanza m o
dificata,valquantodirelamimesidella metessi.Adunque laproprietàdelparlarealtronon
èchelacorrispondenza della mimesi colla melessi del discorso; la quale
corrispoc 3. M a se la proprietà del linguaggio è la fonte di tulti
i pregi del parlare e dello scrivere, la improprielà del parlare poi è una
delle cause principali degli errori ontologici e logici, che producono la
declinazionedellafilosofia,como avvertimino nella prima parte di questo corso.
L'errore in generale altro non è che lo sviamento dell'intelletto nella
cognizione della verità ; e come tale si distingue dall'igno, ranza , la quale
non importa la cognizione alterata del vero,ma bensìla privazione assolutadella
cognizione,E poichè al vero si oppone il falso; perciò siccome il vero si
gnisica, in quanto è desso l'essere, così il falso n o n si goifica, secondo la
bella espressione del Tasso, perchè € desso ilnon essere 268 denza
costituisce la dialettica del linguaggio, e quindi la improprietà ne è la
sofistica. Ora la purità delparlare i m porta la sua pulitezza, la quale è una
speciedi proprietà; imperocchè la pulitezza,mostrando la cosa nella sua forma
nativa, fa che la cosa sia identica a se stessa, yalquantodire che l'apparenza
risponda allasostanza"; ilche importa in altri termini che la cosa abbia
possesso di sè medesima. E poichè la politezza importa la scelta di ciò che
costiluisce l'orpamento degli oggelti maleriali; cosi nella lingua l'ele ganza
è inseparabile dalla purità delle voei.E siccome alla pulitezza si oppone
l'immondezza, che illaidisce edeforma gli oggetti, così all'eleganza si oppone
la vanità che li al. teraedeformacome sefosseunamaschera straniera:al.
treltanto succede nella lingua e nello stile.Dalla stessa fonte della proprietà
e semplicità del linguaggio scaturisce la bellezza dello stile e del
discorso.Imperocchè quando il lin guaggio vela appena e non appanna l'idea o il
concetto, se ne rende allora ilritratto fedele, come abbiamo detto di sopra ;
nel quale caso l'idea increata o creata manifesta n a turalmente e senza
ostacolo la sua luce diretta o riflessa nella parola . Ora il bello essendo lo
splendore dell'intelligibile, sia assoluto,sia relativo, che sirivela a
trayerso il sensibile, cosi quando la parola è semplice e propria, è a n cora
bella necessariamente ; e quindi la bellezza del di scorso in sè raccoglie
tulle le qualilà della parola e dello stile, cioè la semplicila e la propriela
, la purità e l'ele ganza. > cio è il nulla c h e n o n h a , n è può a .
vere virtù di significare. Ora le cause degli errori sirie ducono a due
principali, onde le altre derivano, cioè ally limitazione dell'uomo
, e quindi delle su e facoltà , e a l l' a l terazione della parola,come
espressione dell'Idea;ben'in leso però, che anche questa seconda dipende dalla
prima , siccome dicemmo nella prima parte di questa Istituzione. Dalla
limitazione dell'uomo e delle sue facoltà nacque lo sviamento del libero
arbitrio in ordine alla legge, e quindi l'esistenza del male morale ; il quale
fu cagione del male intelletsuale, inquanto fucagione del predominio del sen
sibilesuil'intelligibilee dellepassioni sullaragione,onde deriva l'alterazione
dell' Idea, e quindi l'esistenza del'l e r rore.Ma
qualunquesia,diceilGioberti,lacausadellacor ruzione egli è indubitalo, che in
origine l'alterarsi dell'Idea è congiunto equasi coetaneo a
quellodellaparola;laddove in appresso,e nelcommercio tradizionale,ildisordine
tra passa nei pensieri dai segni ; sicchè l'improprietà della parola è la
causa, e l'errore èl'effetto. Imperocchè,quando Ja parola è impropria , siccome
ella non mantiene più la perfettacorrispondenzatra l'Ideaeilsegnochelaesprime,
cosi i concetti ideali sono travisati dai concetti sensibili in. chiusi nella
parola, e l'Idea viene adulterala dalla metafora o dalla etimologia . Nel quale
caso i concelti ideali si c o r rompono proporzionatamente,se giả , come
avvertimmo altrove,una nuovarivelazione, o un magisterioesteriore, organato
dall'Idea istessa , ñón impedisce tali corruzioni della parola, serbando
incorrolta quellagenuina e originale corrispondenza fral'Ideà eilsuo segno
esteriore.Idea gtnerale dell'opera, e tua diritieue in due libri. — La tloria
delle religioni appar- tiene a snella della Blotofia. — Si ritolrono alcune
obbieiioni in contrario. — Perpe- tuità della Blotofia. — Del metodo critico
aegailo dall’ autore nelle rirerebe aloriebe. — Si liepolide ai nemici delle
eonpilatìoni. — Del metodo dottrinale, oaaerralo dall' auto- re; perebd egli
anteponga la. linloti all’ analisi. — Cenni sopra nn’ opera precedente.—
Prorotsione cattolica dell’ autore. — RUpoala a ehi te aoeuta di eiaer troppo ratlolico.
•— La moderazione' nelle dottrine non è oggi di moda. — Via {utile e
compendiosa, per giungere alla gloria. <—In che senso l’ antere sìa sago del
progresso. —Sua pro- trata, intorno alle persone generalmente; agli scritlori
risi ed ai morti, in itpeeio. — Di Giorgio Byron. — Dei sentimenti , che
mosiero l' auloro a scrirere. — Contro la sella degP Italogalli. — Funesti
influssi della Francia. — Della eterodosna moderna in generale, e della
filosofia germanica in particolare. — Gl’Italiani debbono filosofare da sé. —
Dello stile filosofico. — Importanza della lingua in ordine alle cose. — {.odi
ifi An- tonio Cesari. — Contro i cattisi amatori d’idee. — Dei parolai. —
Contro la barbarie dello scrirere, che domina in Italia. — Della cbiaretxa,
bresild, semplicità, precisione, c purezza del dettalo. — Esempi italiani di
elocuzione filosofica perfette. — Del modo, con cui si può inoorar nella
lingua. — Scusa dell' autore , intorno alla lingua e allo alile da lui
adoperato. — Eaorlazioue ai giorani italiani. — L’Iililà della sera filosofia.
— Elsa non dee sparenlare i buoni goreroi, né i buoni principi. — Sua
opportunità, Gioberti Inlrud. Voi. I. 21 Digitized by Google r lG-2
per ristorare la religione. — La Gloa^fia dee cucre collìfaU specialmente dai
cbicrici. — Lodi del chiericato italiano. - Del sacerdoiio frnncese ; sua
antica dottrina, e suo virtù io ogni tempo. — Del modo, eoo <ui li coltivano
le lettere da oleum chierìci franoesi. ~Della parlecipasìonc dei chierici olla
vita sociulo» —Della liberti cattolica nel culto delle dottrine. » Che il clero
catiolico dee essere emìnenle anche nelle scìen* se profun<’, per sortire
picnamt nte rt-netlo del suo o>ini^te/io. — Di certe sette politi* che, che
nocciono alla religione. ~ Dei ti elogi laici, che ioondcAO la Francia: loro
tracotanza. ^ Al'eanza della filosofia colla religione. La dottrina cattolica é
la sola dottrina religiosa, che abbia un valore acientifico. — Come la novità
si accordi coli*anti« chità nello cose filosoticlic. — Si concbiude, esortando
gl* lioliaui a I. barare le sc cuse ipecuialve dai nuovi barbari. DELLE
DOTTBLNE C.4P1T0L0 PU1.M0 Della dcelinaztone delle scienze spcculalive in
generale. Cunirapposlo fra- lo sla o fìorcnle delle matetnatiche e fi*ichr, e
lo s(|uallure della fihtsofìa ai ili nostri. » Sue cagioni gencr-chc. —
Cobsidenuioui a <ju sia propos to sul'o stalo delia filosofia nelle varie
parli d'Europa. —D.vario, che corre Ira le duii'ine fiancesi o U’de.-che, nato
dalle loro diverse attinenze colla religione. — Di Renalo Descartes. ^ 1
semi'li moderni sono suoi d’srepoli assai piu legiilmi del Malebranche, e di
altri antichi cartisiani. Dd panteismo germanico; temperalo dalle tr iduioni
religiosa: l*idea «i è oscurata, non eslin a del tutto. ^ Di Emanuele Kant.
Perelié t Tedeschi prot<‘Slanti furono io filosofia più a ioni dall'
eaipielà, che i Francesi rallo(ici. ^ Dtver* sita d«‘ir ingegno spcculat vo,
presso i Francesi e i Tedeschi. — Se ne cerca la causa nella storia, e nelle
origÌr>i di queste due nazirni. — Delia tilosofia inglese : sue difie* n’nte
dalla francese, e dalli germanica. — Dei fìloSvfi ftaìiaiii del secolo
quiiidcciao, c del seguente. — Di Glambaitisla Vico : sue lodi. ~ Epiio{:o d.-I
quadro. Della dedinazione degli eludi specidatici, in ordine al soggetto.
lufeiiurilà speculaliia e rnoralo dei popoli modcToi, verso gli antichi. — La
no-a speciale dciruoQio moJeroo è Ir frivoUzza. — La cagione di questo vizio è
la debolezza della faiol.à volihva. — Inlluruza dtl voli re nella cogoiziouv, e
oelf ingegno delP uomo. — La modioiriià letteraria dui moderni nasce dalle
hggcrizza dei loto animi. — Esempi S 2»S * Digitized by Googic es»e bi
chiude il capitolo. . - Note. Aula prima. Siti diltflanti tpleoJ Jì c Itiili,
elle h fanno Ja m.eilri. 71 1 1 ptincipii dal Ufi Clw il inftoilo El<w>fict> »i J>e
di durre dai principi!, e non I metodo. Il ig. Coiaio «.elude la «tiri» delle
religioni da quella dtlU Bloiplia. Del cullo reciproco de’ moderni Rfillofi
ff.nceii. Di una iKioea Enciclopedia. Sopr. OD* «poitigi. recefllo di Giorgio
Djroa. 117 l'i. 1 lit 125 125 129 i6. 13t) 131 132 ii, i6. IM ii, Ai nemici
delle wItiglieMf. Sullo lingua e luU' eluguenia francese. Sul primato della
Fraocia. L'.terodomia modarna non i fono ancora al «uo fine. Della periiia di
Paolo Luigi Cuarier nella lingua a negli icrillori italiani, Paw dal Letiinj;
mila lobrielA « ammauralega degli antichi tceitlofi. Sull'uli-iU dei buoni
giiirnali «ccletiailici. Pmm del Leibnu «olla libertà cattolica dcKii
«eritteri, Querela del tig. Cousin eoutro il clero ffauceee. P«Mu del Leibnii
contro i dùaipatori delle antiche dotUine. Sull' apoilaiia lU alconi prelati
ruwù Delle cagioni della H>rorma. Che la tinceritA di Renato Denartei nel
proretiani cattolico è per lo meno dubbia.- Il Malebranche non è earleeiano
intorno al primo principio dellalua filoaoCa. 143 Clia il «ig. Coutin ha ao
concetto mollo ineaatio dello Spinci.Mio. 144 Pawo del Courier tuH'iitiulo
aotTilo dei moderni. 1^ ^ ; iò 5, 163 rcceoli e ìuliani di una Tolontà
forte : Napoleooet e Vittorio Alfieri. — Lodi deli’ Al> fieli. — La fursa
della volontà dipende in gran parte dall* educasioae. ^ Cbe co a sia r
educatione. — Saa oeceuilA. — Delle varie forme, che prese 1’ educazione,
tecoodo il ccM’to dei tempi e la varieii di'! popoli. — Po pubblica presso gli
antichi ; qoasi pub- bloa nei basti tempi. » OelP opera dei chierici nell'
iostitusione dei giovani. —> L’cdu* catione diveone pnvate, piesso i
moderni. —Cagioni di ciò: false teorirlie in politica e IO pedagogia, inglesi e
francesi. — Di G angiacomo Rousseau. — Errori del suo Emito. — Delle doUrìne
poi tieba snlla liberti dell' ednratione. — Falsili loro. L’e* ducaaioQ^ manca
quasi alTatto nello stato presente di Europa. » Difetti dei metodi vi* genti
dell* insegnare. L’ias«gnameoto pubblico dee < ssere uno, forte, e
dipendente dal* lo stalo. — Frivolezza dell' insegoamenlo cattedratico, quale
si usa oggidì nei paesi più civili. » Dei giornali. — Diretti, e danni dei
giornali, come per lo piò si scrìvono in Francia. *— Nuocono al'e lettere e al e
sciente dalia parte di chi scrive, e di chi leg* ge. — Necessità dell’
iniìtiiuzione pubblica, e di un supremo poto<e educativo. — Quella non
lìpugna ai costumi, oè questa alla libertà politica dei moderni. —> Che M»sa
sia r iagfgiiu spccuUtivu. — D<2 tla setta dei sofisti moderni, e deg'ì
artefici di parole. ^ Quàlìià loto. — Si chiamano a rtssrgoa le prìneipai diti
diU’ ingegno sfeeulativo, e con Pano d«l
Leibnii tull’abbierion» morale JcrU onioi moderni. Sulla patria di Napoleone.
Pano dfl tig. Cuusin mila balta«lia di Waterloo. Pel gioiliiio, che il tilt.
Villeoiain ha recato mll' AlCeii. Sugli errori della pueriiia. ^ Sull* uUbU di
tre clasii di gioroali. Soll’aliBio Jei generali. Lodi di alcuni illmiri
eruditi fraaceii. Pano del Malebraoche augi’ iugegni friToli. In che modo il
genio naiionale poeta imprimere la ma forma nelle icieate «peculatiee. Sull'
indola morale, e lugli ulUnii UUmli del Goèlhc. Diuu. Pag-
SCDU bill' iCTOKI. Le lodi d'ililia nim sana oggi
pericolose per la sua modcslio. — Sano opportune, e perchè. — Scopo del
preienle dilcorsa. — L'aifluiui di CMO non t per ilcaa Ter» iiigiiiriUD
agli tlnnieri. — L* doUriiu del primalo itili IBO è necetMtfai per
rÙHltun- ziuie delle sci une flloMBclie neita pcniioli. PASTE
nanu. Dell' Hlonooiia uwlnUi e rdtlin In genere. — Di qidia cbe
con. peti (He uDoni in paiticoUrc — Lt isdice dell' tiatononùi è
neDi virtù creatrice, — L'Italia è anlmMina peraccdiema; rau- lonomia i
la boM della mi* nMggionma. — DeOnitionE del pri- mato italiano in
noiTerale,— La petùxria per It ina poitora è il centro monte del nondo
civile. — Convenienu geogniGehe dell' lUUa coir India e colla HeMpoUmia.
-^-La religione b flprtndpal / S)ndimeiito.del primato italiano. —
II principio calttdieo è Ime- panbile dal genio narionile d'Italia. —
Opinione dei ghibellini e del flloioll nominali a questo propoaiUi, e aun
falsiln. — Del Hachiavelli , del Sarpi e <li Amalitii ih ìlmcm. — Ln
xt» iIiiL- Irina naiionnle d'Italia i quella dei rufIIì e dei realisti. —
ì!,s\iii- cattolicismo e dall' Italia. — L'Italia è la nniiuuc
creatrice: Suo ing^DO inventivo, c sul) liuiilà delle sue opere. - Essa c
pure la naiione redentrice degli altri popoli, e non puA essere
redenta per open loro. —I papi non (nrono ! caoM della
divisione iT ita- lia, and lì mottnrono benemeriti In ogni tempo ddroniU
iu- liana ed enropea. — ObUeiionl e liipoile. — .Dei don nemici
perpetui dellt penisela. — Fati perpelui e glorie di Roma in ósni tempo.
— L'Italia non dee invidiare alle altre Milani la gran- dena e la potenia
disgiunte dalla gìnitliia. — Vino a qual segno i coiHiuisU e II dominio
temporale dell' antieo imperio romano ' sinno stati legitUini.— Gmdeiie
supcnliti della modema BÓma. — Della PMpapnda c ddle mitiioni. — Puagone
del SiTerlo e dd Boonaparte.— L^Iialia/itaempTB la più co9inopoK(Ìca
delle nanoni. — li auo principato si Tonda Mrratlutto nella
religione, j la quale di sua natura suvrasla a ogui cosa umnoa. — L'
Italia tal ' in si lultc le cuii<ii£i<iiii ilei ^un nai
limale c politica risorgimento, \ sema ricorrere «Ilo somniossc
iiilcsthie, alle imitaiioai e inva- j sioni Farcsilere. — Dell' umane
ÌUliaoa. — Essa non può uUenersi colio rivoluiioiii, — [l principio dcU'
unità il.iliani è il Pajia; il quale jiiiii unilìenrc h penisola,
mediante una confeclemiinne ilc'suui principi, — Vanlnggi di una lega
ilaliana. — Il governo folemlivo è connalurale all' llalia, e il pili
imturale ili lutti i goterni. — Danni della centralità cccessita. — La
sicoreiia e la prosperità d'iLalia non sì possono conseguire altrimenti
che con un' alleaniB italica. — 1 lUrcslieri non possono impedire
i]uett' alleanza, e non che opporvisì , debbono deiideratlo. — Semi
dell' autore se entra a iliscorrcrc ili caie dì stato. — L'opinione
nasce Ida pìccoli principii , ma dee essere edncato dai senno della
ni- liane, — Dna province (oprattutlo debbom cooperare a ^TOfjr
l'opim'aue Hi-iriiiatì"imieiiVTlnnii « ti Piwnnnl>. _ ^Bìj^^ )jj
\f Itoma pei popoli, e sua imparzialità fra i pedali ed i prindpi.
— I L'onilA italica sareblie di grande utilità iWti religione cattolica ,
. loro'genio. — Deli.i (]d.s;i ili S^ii.iia e luili. — .l[lincnzc c
cor- risponderne delle famiglie regnatrid tugl' incrementi civili
dei popoli. — itrfi^ nnn^^ ^pip rtr il Piemonte, n delle sorti c he
le Mno^reDiral|e ^\]f Ptnuy^fjm. — Delta concordia fra T'popoli 0 i
principi italiani. — D difetto di osa ta la cauta principale del c)iM:atlinicnla
d' Italia. — Errore ili chi .illribuÌKe tal decadi nHMi lo nib qualità
della stirpe o alla religione. — ti'in- forlunia ilcgl' llaliaiii aiiehe
pur quvsta parte iiarque dai fores- tieri. — Frincipii di risurgiiiienlo
nel secalo passala , e rili^nu cìtIIì (alte dai ptiaeipi ooslrali. —
Inlerratte dgfla rivolaiioiKi rranceM , ora è il tempo opporUum di
ripigiUrte. — Necessitai di ordinare la pubblici opìaione. — Dne modi con
cni quesla ai ap- I>alc9a ; lit parola dei tmi e la alampa. — Della
monarehia con- ullatiia, e del Consiglio civile. — La Btarapa non dee
essere MTva , iiv liceniiusa. — La sala via per evitare amenduc gli
ccccs^ , ilà neir affidarne l'iodlriuo a un caniiglio censorio". —
nella iniportwii* della iiuapa per la civUU. — UtlliU della signoria
indivlH p« riRmnata gli siali. — Si esortai» I prineipi ilaliani a
toDdare l'amona d' Italia.— Del dirello delle rìibnne nriii lane a
leniate in Italia , dorante il secolo scorso. — Decli- ii.ii e
siitcessiva del genio iiaiiunale della penisola. — Iliscre-
iiiiiiii: 111 uiieslo genio da quello dei Francesi. — Critica del
galli- canìsmo. — Di Benigna Bassuel : censura riverente dell'
ing^u e itelle opere di qncslo gran teologo. —1 II sacardoiia
primflivo eUw dna poteri, l'ODO reHgloM e l'alln drile. — Pormola so-
ciale : La («roonui* erta MÌl gli ordini civili, — U ncerdoiio è il Primo
politico. — Ciisto rinnovA a compimenlo il sacerdoiio primigenio. —
Necessità del potere civile nel sacerdoiio cria- liiino. — ( Lode dei
Gesuiti del Paiaguai. — Il polerc civile della Chiesa non toglie la
dislùuione, che corre rra lo «lato civile e il lacerdoiio. — Dea toma,
par mi pam il poleniàTile dal Mce^ doxio, cioè la dillaliaa e
failiitralo, canispondenli ai due cfcU civili delle nazioni. —
Legittimiti della dittatura ejerdiala dai Poniclici del medio evo. — Il
ciclo dittatorio Gniscc quando c |jerioilo della dtilti'i lefulare
il'lulia < crKiirops, — Dell'arbì- tr.ilo, iraliiiso ilal sacerdoitn.
— Il l'.ipa c l'unico [iiiocip io dell' guerra. — La dittatura
pontiScale non lurna inulìle in alcun Icinpo ; MU
applicaiiane presenle e foUin. — 11 I^pa è U prin- cipio dell' anioDe d'
lUlia. — Il polcn civile del Mnrdouo non è contrario ali* ipirìlualiU e
HnUU dclb rai indole e del suo nìtuslerìD. -I Del (HtiiHiiùnm. — Crilict
de'snoi prÌDcipii in- tono tU* cotUluiiom della Cb'ma e al dogma
caUolico. — Dei doveri delle varie ciani dei dUadini, in ordine
all'aoioDe d'IU' lia, -/Danni cbe nascono dalle dottrine esagerate di
libertii. — Esortaiioneagli esuli ilalìaiii. —- Del dcbilo che linririu
gl'llnliani gli adalatoridei pririi'ipi. — l>i^i wihili, -- M
ji.il ri/Min i' i!i[licil- menle srilabilc nelle soeiclà civili. — Due
specie iJi palriilalo; fendala t civile. — U primo è im^nevole, Oioesto e
vitupe- ralo. — 0 secondo pnì euer lodevole e ntik, quando venga
ac- compagnalo da eerte condiuoni. — I cattivi nobili tono la
rovina delle nontrcbie. — Dei chierici secolari. — In che modo essi
pouano partecipare alle cose politiche. — I^i del chicrieala Italiano. —
Perch6 l' episcopato dì alcune province cattoliche sia stalo Ulvolla per
l'addielro men ragguardevole degli altri ordini derieali. —(Del frati. —
Apologia del m(MMchÌ«no. — Suoi benefiri rÌq)«llo alla drilU etirqiei. —
Quando traligna ai miri rìfonnare, non abolire. — Dd moMchlinwwientalee
delPocci- dcntale. — Como ijueila si poiH rendere fmtluoio al nodro
inri- vilimento. — Danni che nascono dai diìoiirì degeneri. — In
cbs modo irrati possano influire salutarmeate nella politica ecotqM
rare ai progresai civili. — Essi debbono mettere ndl' opinione il
precipuo fondamento della loro vHa. — D colto ddle iciauie e dèlie
lettere in generale, ma i^edalinenie della aiosoBa, ddia po- litica e
dell'istoria si addice al loro minislerìo. — La scienia ideale i
inoiiaslìca [ter ecccllcnia. — Esurlaiionc ai venerandi alunni dei
chiu;lru ilaliaiio. — Della digniu'i clericale. — Gli ec- ctcsiaslici
debbunu guardarsi cautamenle dall' impicciolire o avvi- lire le co» della
rclìgiuiic. — Si uLbiclla che Ì popoli moderni sono men grandi degli
antichi. — Risposta. — Ddla lollerann cristiana. — Perche nei tempi
addietro violala In alcuni paeii- — Tali viotaiioDÌ non si possono
imputare alla Cbieta cattolica. —
Delk àoleeiia, |)ru(1enia e risi:rva clericali: nel dtspularr a
nei conversare. — Si rancluitc moslrando che il risorgimento
d'ilalia I non pai iver luogo , sa non ri rimetlono in onora gl'ingegni
pri- I vileglati, e non «i soUrae rindiiiuo delle cose ri TOlgo
degli j nomini oiediocrì. nn HL TONO PIIMO.
S&SlOSS La riflessione ontologica ferma, circoscrive,
determina , chia- rifica l’Idea, cioè Dio: ma nella parola si rannicchia,
s'incarna, si compie l’ Idea : la parola porge l’idea cosi rannicchiata ed
incorni- ciata ed incarnata e compiuta alla riflessione. Qui covano , pare ,
molte contraddizioni. Se la riflessione, che chiarifica e ferma l'Idea; qual
bisogno ch’essa Idea si rannicchi c si restringa nella parola? qual bisogno che
la parola compia l’Idea, se la riflessione arreca distinzione, chiarezza, delineazione
nella medesima? Se quel che fa la parola, fa la riflessione altresì, una delle
due è superflua: am- metter l’una c l'altra, è metter luna in contraddizione
dell’altra : supporre cioè che l’una non basti, senza l'altra, a ciò a che
basta veramente. Mavia: prendiamol’una e l’altra perdelerminalricidel- l'Idea,
cioè di Dio. 11 Gioberti diceva che nell'intuito l’uomo è as- sorbito
dall’Idea, non la conosce neppure. Siccome dall'altra parte diceva eziandio,
che « lo spirito trova se stesso in Dio e il mon- do in se medesimo »; ne viene
che anche la riflessione è in Dio as- sorbita collo spirito : che il mondo lo è
pure: e col mondo la pa- rola, parte di esso. In cotale assorbimento dell'uomo,
della rifles- sione, della parola ; assorbimento che toglie ogni cognizione ,
non è assurdo c contraddittorio il dire che la riflessione e la parola , o
tulle due insieme, servano a svegliare lo spirito assopito , esse assopite;
servano a chiarire e determinare, esse confuse e indeter- minate nella
universale confusione ed indeterminazione del Ciclo e della terra, del Creatore
c delle creature ? n) Inlrod. li. p. 136-137. b) lìti pillilo rhe li'ga. e)
Errori l. p. 201. Digitized by Google ) 55 Cosa sarebbe l'intuito
Gioberliano ? a) la visione -di I)io crean- te; cioè della natura divina,
dell’atto creativo, de’ termini di code- sto atto. Cos'è la parola? un segno
creato b). L’intuito dunque do- vrebbe pure vedere la parola: la parola sarebbe
parte della formu- la, intuita per natura da tutti gli uomini; chi* l'Ente creante
non può essere veduto senza gli effetti del suo operare. Ma se nell’og- getto
dell’intuito è la parola, è la riflessione altresì, come cosa creata anch’essa;
se l’Idea col creare illustra c), e quindi deter- mina; illustra la parola
altresì e la riflessione. Ecco nuova contrad- dizione e circolo nel dire che la
riflessione e la parola servono a delincare all’intuito ciò ch’egli ha ad
oggetto delincalo dalla natu- ra: illustrare ciò onde vengono esse illustrate.
La quale contraddizione o circolo risulta da molte altre sen- tenze del
Giebcrli applicabili al proposito presente. Sentenza sua è. di frequente, che i
sensibili sono per sè inconoscibili; e solo per l’intelligibile, cioè per
l’Idea, siano conosciuti. « L’apprensione sen- si sitiva non è un elemento
intellettivo » </). 11 sensibile non può « essere pensalo altrimenti, che
nell’intelligibile » r) « L’intelli- « gibile rischiara appunto i sensibili,
perché li produce, come l’En- « te e i sensibili sono illustrali dall'
Intelligibile, perché ne deri- « vano, come esistenze » Avca detto prima «
l’Eute è altresì « l’Intelligibile, c le esistenze sono i sensibili ». Le
creature so- no per sè inintelligibili, nè s’intendono che « in virtù
dcU’intcl- g Errori i. p. 56. h) Errori li. p. 141. v) Ivi p. 163. l) Ivi p.
159-160. m) lntrod. ii. p. 14. n) Errori n. p. 45. un vero sensibile >.
Errori i. p. 257. g) « Il sensibile è subbiedivo è inconosci- f). « ligibililà
assoluta » n bile di sua natura » A): « è per se stesso inconoscibile e sub- ii
bieltivo, non intellettuale, nè obbiettivo,. è rispetto alla nostra co- se
gnizione un pretto nulla » i). « L'intelligibile (l’Idea, l’Ente) ii inonda lo
spirito di un continuo chiarore, e gli rende conosci- li bili tutte le cose »
l). Ora « La parola come ogni segno, è un , <i sensibile » m). Dunque per sé
inconoscibile-, inintelligibile. Solo l’Idea, l’Intelligibile la rischiara, la
illustra, la Ja intelligibile all’uomo. « Tanto è lungi, che la parola provi
l'Idea razionale, che anzi que- ll sta dimostra l'autorità di quella. » n). «
Questa (la parola) e la a) Dico sarebbe, perché il Gioberti stesso Io distrugge
in mille maniere, come vedemmo, e vediamo rontimitinenle. t) Siccome it
sensibile appartiene alla categoria delle esistenze, e queste pro- cedono
dall'atto creativo, la parola b di tua natura un effetto della c reazione.
L’idea -« crea «I segno che l’esprime . Primato, il. p. 15. e) Errori li. p.
352-353. ri) lntrod. n. p, 165. e) Ivi p. 166. f) Ivi p. 562. Qui de» esserci
corso errore di stampa, o nella sostituzione deila voce Iati ad esistenti; o
nella punteggiatura. Perche l'Eulc non deriva dall'Intelligi- bile come
esistenza. Dovrà leggersi, crrdo, il periodo: « I.’ Intelligibile rischiara ap-
« punto i sensibili, perché li produce, come l’Ènte; e i sensibili ccc. »
Digitized by Google 56 « riflessione stessa ripugnano, se non sono
antivenute o guidate da « un lume intellettivo, da cui, (e non dalla parola che
per se stcs- « sa 6 un mero sensibile) l’evidenza e la certezza provengono »
a). Come pertanto può dirsi che la parola « si richiede per ripensare « l’Idea
»; che « il sensibile è necessario per poter riflettere, e « conoscere
distintamente l'intelligibile »? b). Una cosa inconosci- bile per sé, non
conoscibile che per l’Idea; come potrà servire ad illustrare, a chinrirc
l’Idea, da cui riceve lutto il chiarore che pos- siede? L'idea illumina la
parola; la parola illumina l’Idea? Non v’ha circolo qui c contraddizione? Che
se amiamo trarne Inora qualciin'aitra, il modo non man- ca. Il Gioberti scrive
talora, che « l’idea, incarnandosi in una for- * ma sensata, scade sempre dalla
propria altezza » c). L’idea dun- que, se s'incarnasse nella parola, veramente
scadrebbe secondo quel testo; perderebbe di sua perfezione. Come può stare
pertanto che la parola, determini, illustri l'Idea, la compia, cioè la
perfezioni? come può stare che l’Idea per compiersi c perfezionarsi s'incarni
in un sensibile, che la guasta e la rende imperfetta ? La parola ch’è detta in
un luogo dal Gioberti « un sensibile in « cui s'incarna Vintelligihile »;
diventa in un altro « una copia mon- « diale, contingente e linita del modello
divino, necessario e infi- « nilo, c un individuamenlo dell’idea eterna » d).
Siccome questo modello c idea eterna è l'Intelligibile stesso, Dio; quindi la
parola è una copia, un individuamenlo di Dio nel quale s’incarna Dio. E notate,
che « tante sorti di parole create si trovano, quante sono « le specie della
esistenza »; una parola matematica meccanica ed idraulica, che sono i numeri ,
le figure, i movimenti; una parola fisica, cioè i fenomeni di natura; una
parola estetica c sono i ti- pi fantastici; una parola storica, c sono i fatti
transitori o perma- nenti degli uomini, gli eventi ed i monumenti; una parola
sovran- naturale, e sono gli avvenimenti ffrodigiosi e sensibili; una parola
liturgica « ordita di emblemi e simboli; c infine una parola grani- li
malicale, parlata c scritta, ma per se stessa arbitraria , c però « diversa
dalle specie anteriori, che sono tutte naturali e) la (piale « serve ad esprimere
i concetti dell’animo e quindi a tradurre ogni « altro genere di favella » /).
Di tutte pertanto le cose create dee dirsi ciò che della parola grammaticale:
sono sensibili in cui s'in- carna Iddio; sono altrettanti individuamenti di
lui; che lo compio- no, lo determinano, lo fermano, lo circoscrivono, lo
illustrano: quan- tunque siffatta incarnazione lo umilii veramente , sconci. a)
Errori i. p. 208. b) Inlvofl. u. ii. li. e) Ges. Moti, tv: p. li. d) Prima!-»
li. p. 10. e) Anche la parola sovrtwnnfurtile ? fi Ivi. lo abbassi , lo r
Digitized by Google 57 Nasce però curiosità di sapere, perchè mai
nella parola s’in» carni l'Intelligibile; ina nou « in quanto rispleude
aU’intuilo ><: *ib- bene « in quanto riverbera (cioè ridette) sulla
riflessione » in quel punto famoso di contatto che lega Dio coll’uomo ? La
riflessione, si è detto, che mediante la parola circoscriveva , compiva l’idea
o) ; quindi la parola preceder dovrebbe la riflessione. Ma se la parola
contiene l’Idea in quanto riflette mila riflessione dell'uomo ; la ri-
flessione sarà preceduta alla parola: così la riflessione va innanzi alla
parola; e la parola va innauzi alla riflessione nella stesso tem- po. Eccoci di
nuovo ucU’uno via uno. Se la dottrina della riflessione determinatrice e illustratrice
deU'iuluito fosse vera, dovrebbe dirsi che la riflessione guida per mano
l'intuito, lo signoreggia. Or bene di ciò fa le risa il Gio- berti contro i
psicologisti: « lo aveva credulo finora che la cecità « sia la causa principale
per cui non si scorgouo gli oggetti: ora « siccome l'intuito, non che esser
cieco, è la fonte della risiane, e v la riflessione non cede, se non in quanto
partecipa alla luce intui- « tira, dovremmo dire, alla stregua dei
psicologisti, che tocca al « cieco il guidar per mano, non mica gli altri
ciechi, (il che sa- « rebbe già degno di considerazione), ma chi 6 veggente in
mo- ie do perfetto; cosa per vero singolarissima ». h) Bene slà. Ma quel- li
l’Ontologo, che pone per una parte l'intuito del Sole stesso Eter- no Divino; e
immagina dall’altra una riflessione e un inondo di pa- role che sono necessarie
a determinare, fermare, ed illustrare il so- le, da che sono esse creale ed
illustrate; quegli è che s'introniBtte di far guidare i veggenti
perfettissimamcnle da’ ciechi; che si pensa di accendere il sole di mezzogiorno
colle tenebre della mezzanotte. 11 Gioberti consuona al Rosmini nel riconoscere
la necessità della parola per la riflessione. Differisce però dal medesimo nel-
l’asscgnarne la ragione : per dir meglio: il Rosmini ne dà ragione,
('impossibilità di spiegar altrimenti la formazione delle idee astrai- le: il
Gioberti non ne porge nessuna, c). Imperocché non sembra- mi prova quel dire
che « il punto indivisibile , di cui abbiamo « discorso di sopra, » (il punto
che lega Dio e l’uomo combacian- tisi), « non può esser termine del
ripiegamento riflessivo, se non ve- « stendo una forma sensibile. E siccome non
è sensibile per se stes- ti so, siccome versa in una mera relazione
intelligibile, l’unico mo- ti ilo, con cui possa rendersi sensato, consiste
nell'incorporazione « mentale d) di un segno, cioè della parola » e). Ma perchè
quel o) I.a rbiama perciò . un semplice insinimentn necessario per mettere la
ri- flessione in commercio colf intuito »; Errori i. p. 200, « Strumento
riflessilo * p. 215. « Semplice segno insidine male » p. 2t9. » stimolo per mi
rumineia «I al- « luorsi (l'iiniiiio umano), e il polline ette lo feconda »;
Primato, II. p. 15: « occs- • sione, cagione, inslrnnirntale del lero ».
Necessità della parola. Bello p. 137. 6) Introd. il. p. 134. e) Rosmini, S.
Saggio, sezione V. p. 2. e. 4. a. I. Filo». Polii. Voi. p. 151-153. d)
Incorporazione spirituale. c) Errori i. p. 201. Digitized by Google 58
punto, rhY' puro relaziono intelligibile, ohe anzi è la cagnizinne, ro- llio
vedemmo , perché « non può esser termine del ripiegamento « riflessivo, se non
vestendo una forma sensibile, se non renden- ti dosi sensato, se non
incorporandosi in un segno »? Il Gioberti noi dice. Altri osserverà nondimeno che
non solo noi dice ma nem- meno può dirlo nel suo sistema: che perciò é
impossibile al Gio- berti di provare la necessità della parola. Egli afferma,
che « l’uo- « ino nou può meglio nel suo stalo attuale riflettere senza parola,
« che favellar senza lingua, vedere senz’occhi, c pensare senza cor- « vello.
Senza il linguaggio l'uomo ha ragione; ma non uso di ra- ti gione, ha la
riflessione in potenza, non in atto » a). Il che dice essere « applicazione
speciale ili una legge generale dello spirito. La qual legge si è, che la
riflessione universalmente non si può cser- « citare, se non mediante il
concorso del sensibile coirintelligibile » l). Ora di quale dell»* due
riflessioni, già distinte da lui, parla il no- stro autore? Dell’ontologica:
perchè dell’altra confessa che « il sen- sibile è l’oggetto medesimo dell'alto
riflesso, onde la parola non en- ti Ira necessariamente nel suo esercizio, se
non in quanto tal ri- ti flessione si connette colla riflessione ontologica;
imperocché il sen- " sibilo per essere pensato non ha d’uopo di un altro
sensibile, che « lo vesta e lo rappresenti » c). lo nè ammetto nè ripudio tale
ra- gione: ma l'ammette il Gioberti certamente. Dunque a sola la ri- flessione
ontologica è la parola necessaria. Perché? perchè « in os- ti sa il sensibile
non è somministrato daH'oggello dell’operazione « il quale è il stdo
intelligibile i d). Sla codesto e falso: è falso che oggetto dell’ ontologica
riflessione sia il solo intelligibile, se- condo il Gioberti. Non ci ha egli
appreso che « la riflessione on- « tologica, tramezzando fra le due altre
operazioni (intuito e rides- ti sione psicologica), abbraccia congiuntamente il
soggetto e l 'oggetto « c li contempla con un allo unico? » c); che nella
riflessione Oli- ti tologica lo spirito si ripiega sovra di sé in quel punto
indivisi- « bile, in cui il soggetto tocca l’oggetto , c abbraccia quindi l’og-
« getto medesimo , come intuito dal soggetto? » f). Dunque non è
l'intelligibile solo, l’oggetto della riflessione ontologica; ma è il soggetto
eziandio, cioè il sensibile, oggetto della psicologica. Ma se questo non ha ili
bisogno di sensibile, di parola, per essere ripen- salo; se non n'ha bisogno l’
intelligibile, Dio, intelligibile per se stes- so: come n'avrà bisogno il punto
in che si congiungono si legano si toccano si combaciano Dio e l’uomo ? l’nione
di due termini, l’uno intelligibile per sé, l’altro per l'intelligibile, unione
di' è relazione intelligibile', perchè avrà d'uopo di sensibili, di segni, ad
esser og- getto di riflessione ? n’ Krrnri i. p. '20 fi. JThi|I. 201). r\ hi p.
ini. di Iti. e Krrori t. p. 136, [) Iti p. 201. ,. Digitized by
Google 59 Che se « prima di credere alla parola, bisogna intenderla
» a); la parola a nulla servirà se non in quanto sia già in quel punto, unione,
unità, eh e la cognizione. £ se altronde la cognizione dovrà esser vestila
della parola , per diventar riflessione ; la veste dovrà insieme essere il
vestito, perché riflessione si ottenga, cioè cogni- zione vera , come la chiama
il Gioberti. Questa è una di quelle « soluzioni ed avvertenze » di cui non v’
ha « il menomo vesti- li gio » in altri sistemi prima del Giobcrliano li). Il
che niuno vorrà negareDella unicertalilà ecientifica dellafarmolu ideale.
Aimcoio punto. Prtamiolo. — L* formolo roiionale dee contenere I* organismo
degli eie- menti ideali.—Per conoscere questa organizzazione, bisogna
riscontrare essa forinola 1 coll albero enciclopedico.^-L’enciclopedia si
compone di tre parti , filosofia, fisica e matematica, cko corrispondono alle
tre membra della iormola.—Della filosofia in ispe- cicr si stende per tutta la
formolo.—Dell* ontologia, psicologia , logica, etica e ma- tematica ; come si
connettano coi rari termini di quella. — Tavola rappresentativa deiralbero
enciclopedico, conforme alC organismo ideale.—Spiegazione generica del- la
tavola. —Dello scienza ideale. —Della teologia rivelata e della
filosofia.—Princi- pato universale della prima.—Maggioranza della seconda sulle
altre scienze. — Primato dell'ontologia fra le varie discipline filosofiche ;
necessario, acciò queste siano in fio- re. —Della teologia universale. . 7
Digitized by Google Articolo secondo. Delia matematica. — La
matematica tiene un lnogo mezzano tra la fi- losofìa e |a fìsica —Insufficienza
della filosofia moderna, per dare una teorica soddi- sfacente del tempo c dello
spazio. — Dichiarazione di queste due idee, c dell* oggetto loro, mediante la
forinola ideale. 14 Articolo terzo. Della logica e (Iella morale. —Queste due
scienze hanno ciò di comu- ne, che appartengono al termine medio della formolo.
—Della logica in particolare, c delle varie sue parti — Dell* etica in
ispccicr. — Dei due cicli creativi, e dei loro riscontri. — Convenienze, che
corrono fra loro. — Della legge morale. — Dell* impe- rativo. — Del dovere, e del
diritto. — Dei tre momenti dell’ imperativo. — Del mal morale, e del mal
fisico, che ne conseguita. —Della pena eterna. 17 Articolo quarto. Della
cosmologia. — Versa nel terzo membro della formolo. — Dei duo cicli generativi.
—- Varie sintesi, di Cui si compongono. — Dell' ordine dell* universo. — Del
concetto teleologico. — L* idea di fine ci è somministrata dal ciclo creativo.
26 Articolo quinto. DelCestetica. —Del sublime e del bello, t-Delle varie loro
specie, e del modo in cui si connettono colla formolo. —Del inaraviglioso. 29
Articolo sesto. Della politica. — La politica moderna deriva dal psicologismo
cartesia- no. — Quindi i suoi tizi. — Gli stateti odierni, non hanno veri
principii, perché man- cano della cognizione ideale. — 1 difetti della teorica
hanno luogo del pari nella pratica. —La civiltà moderna dee fondarsi su quella
dei bassi tempi. —Dell* apof- tegma del Machiavelli, che le instituzioni si
debbono filirare veto i loro principii. —In che senso sia vero..—Benefici
influssi del Papato nella civiltà delle nazioni.— Di Cesare, institufore della
tirannide imperiale. — Connessila della licenza colle dottrine di Lutero e del
Descartes. — Della idealità delle nazioni. — L* Idea é fonte del diritto.
—Attinenze del dovere col diritto, c delle varie specie loro. —Della sovranità.
— La sovranità assoluta è 1* Idea. — Della sovranità relativa c ministeriale. —
Non si trova in separato nel governo o nel popolo. —La società non è d’
instituzione umana, ma divina. —Cosi anche il potere sovrano. —Due doti
essenziali di questo potere , intorno al modo, con cui si tramanda e perpetua
di generazione in generazione. — For- inola della politica. —Assurdità del
suffragio universale. —La capacità dee,accompa- gnare il potere sovrano; ma non
basta a costituirlo. — Il potere sovrano dee essere indi- pendente dai sudditi.
—La perfezione della sovranità consisto nell* unioqe del potere tradizionale
colla sufficienza elettiva. — Il sovrano non può mai farsi da sé in nessun ca-
so. — Ogni potere sovrano è divino. — Inviolabilità del potere sovrano. — Delle
rivolu- zioni, e dello con’rarivoluzioni: che cosa si debba intendere sotto
questi nomi. —Laverà rivoluzione, essendo 1* attentato contro una sovranità
legittima, è sempre, illecita. — Lo stato politico di un popolo dee
corrispondere a’ suoi ordini primitivi c anticati. —La mo- narchia é necessaria
al di d* oggi alla libortà europea. — L' investitura della sovranità in una
famiglia é inviolabile, corno il dominio privato. — Il potere ereditario, c la
capacità elettiva importano del pari alla civiltà dei popoli. — Conformità
della nostra sentenza colla dottrina cattolica intorno all* inviolabilità del
potere sovrano. —1 fautori del- la licenza invertono la formula politica. 31
Asticolo settimo. Epilogo. —L* idea divina ó la suprema forinola
enciclopedica'. — Universalità dell’ idea divina. — L* ontologismo non é un
metodo ipotetico, corno quello dei psicologisti. — Iddio è 1* Intelligibile: é
1* alfa e 1* omega della scienza. —Si termina, riandando il primato dell’ idea
divina nelle varie parti della filosofìa. Si
Dtll'a conservazione dellaforinola ideale. La conservazione della
forinola è opera della rivelazione. — Definizione di questa. — Suoi diversi
periodi. — La confusione della filosofia colla religione nocquc in ogni tempo
ab- la scienza ideale. —Analogia dei moderni razionalisti cogli antichi —Del
razionali- amo teologico fiorente al di d’oggi. — Si divide in due parti. —
Suoi fondatori. La cri- tica storica dei ra/ionalisti pecca per difetto di
canonica. —Il razionalismo confondo insieme i rari ordini di fatti e di veri. —
Sua vecchiezza. — Dei Doceti. — Il raziona- lismo è un vero naturalismo, i— Del
sovrannaturale : sua definizione. — Necessità di esso, per l’ integrità dell’
Idea. — Possibilità e convenienza morale del miracolo. — Universalità dell’
ordino sovrannaturale. — L’Idea cristiana è universale, come l'Idea della
ragione. — Nullità sintetica o filosofica dei moderni razionalisti. — Il
Cristianesi- mo é la religione universale. — Non si può mettere in ischicra
cogli altri culti. — Sua singolarità. —Le false religioni non distruggono l’
universalità del Cristianesimo. — Accordo di questo colla civiltà crescente di
ogni tempo. -—Si confuta una sentenza del- lo Strausse. — Le false religioni
sono lo sole, che debbano temere dei progressi civili. — Il Cristianesimo
sovrasta, e non Sottostà alla coltura più squisita. — La civiltà moder- na, che
lo combatte, è una barbarie attillata Delle prove interne della .rivelazione. —
Sua medesimezza coll’ Idea perfetta. — La Chiesa è la parola esterna dell’
Idea. — La divinità della Bibbia risulta dalla perfezione dell' Idea, chfe vi è
rappresentata. — O- scurità della Bibbia in alcune parti. — Sua mirabile
semplicità, e sua differenza dai la- vori sincrctici dell' ingegno umano. —
Concorso c predominio delle prove esterne od interne della rivelazione, secondo
le varie ragioni. — Della inspirazione dei libri sacri. — Sua definizione,
natura, estensione. — Si risolvono alcune obbiezioni dei razionali- sti. — L’
ermeneutica di questi si fonda in un falso metodo. — Etnografia della rivela-
zione. — Della predestinazione degl’ individuile dei popoli. — Eccellenza delle
nazioni e delle lingue semitiche. Dei popoli giapctici : loro divario dai
Semiti. — Delle na- zioni madri. — Degl’Israeliti; conservatori dell’Idea
perfetta, prima di Cristo. — Dei fati -del popolo ebreo. — Della scienza
acroamatica ed essoterica. — Fondamento natu- rale, o universalità di questa
distinzione. — Della ordinazione civile e religiosa degl' Israe- liti. — Oltre
la dottrina pubblica, essi avevano una scienza secreta, acroamatica c tra-
dizionale. — Ragioni, in cui si fondava questa 'distinzione presso il popolo
eletto. — Il Cristianesimo rese essoterica la scienza acroamatica degl'
Israeliti. — L’alternativa dcl- racroaraatismo c dclf essoterismo èia sola
variazione, che si trovi nella storia dell' Idea rivelata. — Perchè Mosé non
abbia insegnata espressamente i’ immortalità degli animi umani. — Gli Ebrei non
tolsero dagli stranieri la loro angelologia e il dogma della ri- surrezione. —
Del sensismo proprio dei razionalisti.’— Falsità del loro metodo nel cer- care
1’ origine delle idee e delle credenze. — Attinenze reciproche della dottrina
esso- terica. — Differenze, che correvano, per questo rispetto, fra gl'
Israeliti c i Gentili. — Del fìguralismo ebraico. — Non è un trovato recente
degl’ Israeliti ellenisti. — Falso concetto dato dal sig. Salvador delle
iustituzioni mosaichc. — La furinola idea- le e il telegramma , erano il nesso
della scienza acroamatica ed essoterica presso gl* Israeliti.Dell' alterazione
dellaformolo ideale. La barbarie non fu lo stato primitivo dogli uomini.*—La
storia delle religioni tion comincia dal sensismo, — Per quali cagioni
diminuisse, o si spegnesse presso molti popoli la cultura primitiva. —Vicende
civili delle nazioni. —Del patriarcato. —- Dello stato castale : sua origine. —
Del predominio dei sacerdoti : sua legittimità. — Genio religioso delle società
costituite sotto 1’ imperio ieratico. —'I sacerdoti autori principali della
civiltà risorgente. —Effetti salutari della loro influenza nelle colonie
antiche e moderne. —Il sacerdozio conservò le reliquie dell’ antica dottrina
acroamatica ; fondò 1* essoterica. — In che modo la mitologia .é la simbolica
potessero esser- opera della moltitudine. — La riforma ieratica dell’
acroamatismo produsse la filosofìa. — Vari indirizzi della fi- losofìa
gentilesca.—Riscontri . dell’antico c del nuovo paganesimo. —Vari gradi, per
cui passò l' alterazione della forinola ideale', oscurità, confusione,
dimezzamento e disorga- nazione.— Cagioni dell’ alteramente : predominio del
senso e della fantasia; influenza del linguaggio sull’idea, e dell’ essoterismo
sull’ acroamatismo ; dispersione dei popoli, perdita dell’unità universale. —
Del culto dei fetissi. Di un doppio moto contrario, re- gressivo e progressivo,
delle instituzioni religiose.—Esempi.—Quattro epoche della co- gnizione ideale:
intuitiva, immaginativa, sensitiva e oslrattiva.-»-Se nel vario e succes- sivo
alterarsi della forinola, si mantengano i suoi tre membri, e come? Tavola delle
trasformazioniontologichedellafòrmolaideale, corrispondentiaivaristatipsicolo-
gici dello spirito umano. —Dichiarazione della tavola. —Dell’ epoca intuitiva;
corno 1' uomo ne sia scaduto. —Il mal morale consisto nella negazione del
secondo ciclo crea- tivo.— Dei mezzi sovrannaturali per conservare lo stato
intuitivo. —L'essoterismo fu l’oc- casione della perdita di esso. — Dell’ epoca
immaginativa. — Del naturalismo fanta- stico c dell’ cinanatismo propri di
questa epoca. — Indole poco scientifica dell’ ema- natismo. — Sua forinola. —w
Due sorti d’ emanatismo : psicologico e cosmologico. — Dottrina dinamica degli
cmanatisti. — Della loro dualità primordiale, e delle dualità successive. —
Dell’ androginismo , e delle dee madri ; loro connessione coll’ emanati- smo. I
fautori di questo sistema confondono la teogonia colla cosmogonia. — Del
Kincrctisino emanatistico. — Dei due cicli di tal dottrina: 1’ emanazione. *—
Del ciclo remanativo: sua natura. —Corrompe la morale, c introduce il
pessimismo. —Delle varie età cosmiche, secondo i miti di molti popoli Gentili.
— come 1’ ottimismo c il pessimismo si accozzino insieme nel sistema degli
em&ftatisti. —Degli aratori, della teofanie o logofanie permanenti e
successive, e delle apoteosi. —Come il sovrintelli- gibile si trovi alterato
fra queste favole. —Del politeismo; nato dall’ emanatismo. Sua indole, e sue
varie forine. —Tutti i popoli politeisti conservano una reminiscen- za della
unità ideale. — Dell’ idolatria : sua natura. — Del panteismo: ò una riforma
ieratica dell’ emanatismo. —Il panteismo scientifico non potè essere il primo
sistema nella via dell’ errore. — 1/ emanatismo e il panteismo sono
sostanzialmente una mede- sima dottrina, l’uno sotto una forma fantastica e
poetica, l’altro sotto una forma scientifica. —Proprietà speciali del
panteismo. —Universalità del panteismo nel re* gnu dell’ errore. —Tutti i falsi
sistemi vi si riferiscono. —Qual sorta di progresso possa avero Terrore. —Varie
forme del panteismo* —Della condizione del sacerdozio i —— 201 Digitized
by Google dopo la rovina dello stato castale. —Dei Misteri, da cui
uscì la filosofia laicale.— Dell’ateismo. —Questo sistema non potò essere
anteriore al secondo periodo della fi- losofia secolaresca. —Si rigetta l!
opinione di un ateismo indico antichissimo —Del sovrintelligibile. —Serbato in
parte dai sacerdoti, o perduto affatto da' laici filosofan- ti, salvoclié dalle
tre scuole mezzo ieratiche dell’ Italia e della Grecia. —Dei tentati- vi antichi
c moderni, per riedificare umanamente il sovrintelligibile. —Si conchiude,
accomando brevemente il tenia del secondo libro NOTE. IQS Nota prima. Sulle
denominazioni moderne dell* Io e del Me. Di alcune dottrine erronee sulla bontà
e pravità degli atti umani. 166 Errori di un giornalista francese sull’ amor di
Dio. Del tempo e dello spazio, secondo il processo ontologico. Passi del
Leibniz e del Malebranche sul tempo e sullo spazio. Della importanza, che la
religione dà alla vita temporale. Degli attributi divini ontologicamente
considerati. L Influenza della colpa primitiva in tutte le parti del pensiero e
dell'aziono umana. 172. Dei vari sistemi sulla natura delle esistenze. IL
Sull*infinità del mondo. 173 Sugli assiomi di finalità o di causalità. 174 Se
l'abolizione della schiavitù e del servaggio si debba attribuire al Cristia-
nesimo? Sull’origine della sovranità in alcuni casi particolari. Dell'orgoglio
civile. Sui diversi modi, con cui si può dimostrare l’esistenza di Dio. L'idea
di Dio non è solamente negativa. bit. Sulla voce rivelazione. Di varie spezie
del razionalismo teologico. Dei miracoli posteriori allo stabilimento del
Cristianesimo. Passo del Malebranche sull’idealità del Cristianesimo. Passo del
Leibniz sulla rivelazione. . Sulla credenza antichissima dei Samaritani nella
risurrezione dei morti. Si esamina la dottrina filosofica dello Schleiermacher
c dello Strausse sull’ esi- stenza degli angeli. I razionalisti confondono la
dottrina acroamatica colla essoterica. Sul fatto di Babele. . Del sincretismo
dei falsi culli, doma, mito e simbolo zendico, ISci culti barbari l’ Idea è
esclusa dalla religione, c non dalla scienza umana. . 32. 33. 1/antropomorfismo
e il psicologismo essoterico. 194 Del panteismo di Ulrico Zuinglio. 195 Passi
dello Spinoza conformi alle dottrine del razionalismo teologico. 19ti Sul
psicologismo degli eretici. Ib. Convenienze della dottrina pclagiana col
sensismo, col psicologismo e col fa- talismo.DELLA DECLIAAZIOSE DAGLI SITUI
SPECl'LATIV I, I* OHUISE ALL' UGGETTO. Della Idea. — È primitiva,
indimostrabile, evidente, e certa per sé stessa. — Necessità della parola . per
determinare c ripensare l'Idea. — 1 progressi della cognizione ideale
rispondono alla per- fezione dello strumento, con cui si lavora, cioè della parola.
— Il linguaggio fu inventato dall' Idea, clic parlò sè stessa. — 1/ evi- denza
c la certezza riflessiva abbisognano della parola. — Il sen- sibile è
necessario per poter ripensare l’intelligibile. — L'Idea è l’unità organica, la
forza motrice, e la legge governatriec del genere umano. — L'Idea è l’anima
delle anime, l'anima della società universale. — Ella può oscurarsi, ma non
ispegnersi affatto. — Del suo primo oscuramento, e degli effetti, clic ne
seguirono. — Perdita dell’ unità ideale , c morte morale del genere umano. —
Diversità delle stirpi. — Dell’ instaurazione sovrannaturale dell’ unità
primitiva. — Del genere umano secondo l'elezione, sostituito al genere umano,
secondo la natura. — La Chiesa è la riordinazionc elettiva c successiva del genere
umano. — Vicende storiche della Chiesa. — Colla perdita dell’ unità ideale
venne meno al genere umano la sua infallibilità,chepassònellaChiesa.—Quandoil
genereumano riacquisterà questo privilegio. — Chi è fuori della Chiesa, è fuori
del genere umano. — Composizione organica della Chiesa. — Chiesa c
conservatrice e propagalrice dell’ Idea : unisce il prin- cipio della quiete a
quello del molo. — Delle forinole definitive della Chiesa. — Della scienza
ideale, razionale e rivelata. — Attinenze reciproche di queste due parti. — La
scienza razio- nale, o sia la filosofia, si distingue in due grandi epoche,
ciascuna delle quali corrisponde a una rivelazione. — Il nesso fra la
rivelazione e la filosofia è la tradizione. — I.’ alteramente della tradizione,
e quindi della verità, fu nella sua origine una confusione delle lingue. — L*
effetto di questa confusione fu il gentilesimo. — L’organizzazione
ecclesiastica è la sola via, con cui si possa conservare intatta la tradizione.
— Della Chiesa giudaica, c della sua diversità dalla cristiana. — La filosofia
gentilesca avea colla rivelazione primitiva una relazione diversa da quella,
che corre tra la filosofia cristiana c la rivelazione evan- gelica. — Due
tradizioni, religiosa c scientifica. — Due classi di sistemi filosofici; gli
uni tradizionali e ortodossi; gli altri anli- tradizionali ed eterodossi. — I
primi suddividonsi in progressivi, cregressivi.—Qualitàprincipali,percuii
sistemieterodossisi distinguono dagli ortodossi. — La filosofia ortodossa è
perpetua. — Vari modi, con cui i sistemi eterodossi possono rompere il filo
della tradizione. —Tre.età della filosofia cristiana. —Dell’età
moderna.—Delpsicologismo: definizionediesso,edell'onto- logismo, che gli è
contrario. — Il psicologismo è l'eterodos- sia moderna delle scienze
filosofiche. — Renato Descartes è il suo fondatore ; gran matematico ,
meschinissimo filosofo. — Paralogismi puerili del suo metodo. — Presunzione
intollerabile del suo assunto e delle sue promesse. — Cagioni, per cui il Car-
tesianismo invalse, ed ebbe una certa voga. — Due dottrine c due letterature in
cospetto P una dell’altra, tra il secolo decimoquiuto c il sedicesimo. — Abusi
e disordini, che allora regnavano. — Necessità di una riforma’ cattolica. — Tre
riforme eterodosse ; due religiose, la terza filosofica. — Il tedesco Lutero, e
l'italiano ocino, autori delle due prime; il francese Descartes, della terza. —
Vizi della Scolastica, che prepararono gli errori più moderni. — Analogia del
metodo protestante col metodo cartesiano. — Il Descartes non liberò la
filosofìa, come oggi si crede, ma la ridusse
WS in scrvilu. —Contraddizioni ridicole della sua dottrina. —Il
Descartes non somiglia a Socrate pel metodo, ne a Platone per la
teoricadelleideeinnate.—Vizidelpronunziatocartesiano: io pento, dunque tono. —
Il sensismo nc è la conseguenza. — Assur- dità del sensismo. — Il predominio
del sensismo ha impicciolita — la filosofia moderna. — Danni recati da esso
agli studi storici. — La religione è la chiave della storia. — La filosofia
nata dal ('.ar- tesianismo si divide in cinque scuole. — Del razionalismo
psico- logico diverso dall’ ontologico. — Due classi di filosofi francesi. — Di
alcuni eclettici francesi in particolare. — Si annoverano i diversi vizi e
inconvenienti dell' eclettismo, e quelli del psicolo- gismo. — Obbiezioni dei
psicologisti : risposta. — Del senso ontologico. — L'ontologismo è conforme
all’ indole e al processo del Cristianesimo. — llicpilogazioue delle cose dette
in questo capitolo. DELLA FOIJIOLA IDEALI. I Che cosa s’intende per forinola
ideale. — Metodo, che l’autore si propone di tenere in questa ricerca. — Del
Primo psicologico ontologico c filosofico. Il Primo filosofico abbraccia i due
altri. — Varie dottrine sul Primo psicologico e ontologico. — Teorica di
Antonio Rosmini intorno al concetto dell’ente consideralo, come Primo
psicologico : si riduce a quattro capi. — Critica del sistema rosminiano : il
Primo filosofico è l’Ente reale. — L'Ente reale è astratto e concreto, generale
e particolare, individuale e universale nello stesso tempo. — La filosofia
moderna erra spesso, mutando il concreto in astratto. — Vari generi di
astrazione c di compo- — sizione. — Il Primo filosofico contiene un giudizio. —
Doti spe- ciali di questo giudizio : 1° consta di un solo concetto, che si
replica su se stesso ; 2° è obbiettivo, autonomo e divino, vale a dire, che il
giudicante è identico al giudicalo. — Il giudizio divino essendo il primo
anello della filosofia, questa è una scienza divina e non umana nel suo
principio. — Il giudizio divino, con- tenuto nel Primo filosofico , non basta a
costituire la forinola ideale. — Ricerca di un altro concetto per compiere la
formola. — Della nozione di esistenza : analisi del concetto e della parola. —
Egli è impossibile il salire logicamente dal concetto dell’ esis- tenza a
quello dell' Ente. — Bisogna adunque discendere dal con- cetto dell' Ente a
quello di esistenza.— Necessità di un concetto in- termedio per effettuar
questo transito nel processo discensivo. — L’idea di creazione è il legame tra
le due altre. — Obbiezioni controdiessa:
risposta.—IIprocessopsicologicocorrispondeall’ ^ontologico. — Lo spirito umano
è spettatore continuo, diretto e immediato della creazione. — L'idea di
creazione contiene un fatto primitivo c divino, che è il primo anello delle
scienze fisiche e psicologiche; quindi tutta l’ umana enciclopedia è divina nel
suo principio. — Compimento della formola ideale. —- Altro giudizio contenuto
in essa formola. — Distinzione c inseparabilità psico- logica dell’Ente e dell’esistente.
— Del vero ideale e del fatto ideale.—Obbiezionecontroil
nostroprocessoideale:risposta. — Dell’ organismo ideale. — Problemi metafisici,
che non si pos- sono risolvere , se non colla nostra formola , e ne confermano
la verità. — 1° Del necessario c del contingente. — 2“ Dell’ intelli- gibile. —
3° Dell’ esistenza dei corpi. — Cattivo metodo di molti filosofi nel combattere
l’idealismo. — 1° Dell’ individuazione. — !i° Dell’ evidenza c della certezza.
— Possibilità del miracolo provata a priori. — Nuove obbiezioni contro la
formula ideale : risposta. — 6° Dell’ origine delle idee. — Vari sistemi dei
filosofi su questo punto. — Critica della dottrina rosiniuiana, che tulle le
idee nascano da quella dell’Ente, per via di generazione. Esposizione sommaria
della nostra dottrina sull’origine delle idee : si riduce a tre capi. —
Convenienza della nostra dottrina con un pronunzialo del Vico. — 7° Dei giudizi
analitici c sinte- tici. — Esposizione della nostra dottrina sulle varie classi
di giu- dizi sintetici. — 8° Della natura del raziocinio. — Cenni su altre
quislioni, che si attengono alla nostra formola. — L’aver dis- messa o
trascurata l’idea di creazione è la causa principale degli orrori filosofici. —
Vane promesse ilei moderni eclettici, c flebo- — lezza della filosofia
presente. — Per ristorarla, bisogna abolire il psicologismo. — Il Cristianesimo
rinnovò la forinola ideale. — Ili santo Agostino : sue lodi : fondò la scienza
ideale. — Della scienza ideale cattolica : sue prerogative. — Degli Scolastici
: loro difetti. — Del nominalismo e sua influenza sinistra nel rea- lismo. — In
che consista il perfetto realismo. — Si critica il principio fondamentale di
Cartesio colla scorta della formola ideale. — Di Benedetto Spinoza. — Tre
epoche della filosofia te- desca. — L’ontologismo dei panteisti tedeschi è solo
apparente. — Critica del loro sistema. — Vizi del panteismo in generale. —
Convenienze del panteismo coll' eterodossia religiosa, e in ispecie colle
opinioni ilei protestanti, c con quelle degli Ebrei, dopo la divina abrogazione
del loro culto. 1 44» prima.. Le
sensazioni sono segni delle cose. Passo del Leibniz sul nesso del pensiero
colla parola. 279 Sulla base ontologica della veracità. 281 Indivisibilità morale
ilei Papa c della Chiesa. 282 Sullamutabilitàdelvero,secondoi panteisti. 283
Sulla universalità logica dell’errore. 285 Passo dello Spinoza sull’
ontologismo. 283 Passo del sig. Cousin sul psicologismo del Descartes. 28(1
Giudizio del Leibniz su Cartesio c sulla sua dottrina. 287 Del valore del
Descartes nelle scienze fisiche. 28S Parere di Cartesio sulla speculativa dei
matematici. 292 Passo del Mcujot su Cartesio. Ih. Dei furti letterari del
Descartes. 293 Esame dello scetticismo cartesiano. 293 Passo dell' Aucillon
sullo stile del Descartes. 29!) Della presunzione e dell’ arroganza del
Descartes. Sopra una sentenza del Vico. .706 A che e (Trito i capi della
Riforma scemassero il sovrin- telligibile rivelalo. 307 Che gl’italiani hanno
l’ingegno scultorio. Ib. Divario tra i Sociniani e i moderni razionalisti. Ib.
Esamedell’opinionediCartesiointornoalsuorogito. 308 Sul IVo di Lutero. 328 Sul
circolo vizioso del Descartes. 329 Esame dell’opinione cartesiana, che Iddio
possa mu- tare le essenze delle cose. 333 Vera idea della filosofia socratica c
platonica. 314 Sulle idee innate del Descartes. 343 Sopra una sentenza del
Thomas. 316 Passo del Leibniz sul Cogito di Cartesio. 317 Il secolo attuale
continua il precedente. Ib. Passo dello Stewart sulle sciocchezze dei filosofi.
348 Passo del sig. Cousin sugli studi forti. Ib. Sulla religione di Napoleone.
349 Critica di due opinioni del sig. Jouffroy. 331 Il sig. Cousin non conosce
il sistema del Malebranche. 361 Quando nacque la filosofia moderna , secondo il
sig. Cousin. 366 Dell’ ontologismo cristiano. 367 Vari passi del Malebranche
sulla visione ideale. 369 Si esamina la dottrina del Rosmini sulla visione
ideale. 377 Capitolo primo. L’ente ideale del Rosmini è insussis- tente, benché
non sia subbiellivo. Capitolo secondo. L’ente ideale del Rosmini è obbiet- tivo
c assoluto, benché si distingua da Dio. Tassi di san Bonaventura c di Gersonc
sulla visione ideale. 444 Medesimezza del concreto c dell’astratto,
dell'indivi- dualeedelgeneralenell’ordinedellecoseassolute. 132 Passi del
Malebranche e ilei Leibniz sull’ eloquio ideale.Sulla confusione dell’ essere
coll’ esistere. 4556 13. / l’asso del Vico sul divario, che corre fra le voci 4
I I essere ed esistere, e sull’ uso improprio, che ne fa il Descartes. tb.
Passi del Descartes, in cui questo filosofo sinonimo l ’ essere coll’ esistere.
437 Sulla voce esistenze adoperata nella formula. 439 Sulle nozioni del
necessario, del possibile, del con- tingente, e sui principii, che ne derivano.
Ib. Della dualità ideale. 462 Passo del Malebranche sulla impossibilità di di-
mostrare l’esistenza dei corpi. 463 Sulle convenienze del sistema cartesiano
collo Spi- nozisrno. 464 Passo del Leibniz sullo stesso proposito. 468 Sopra
due obbiezioni del Paulus contro il sistema dello Spinoza. Ib. Cenno sulle
tradizioni panteistiche dei Rabbini. 471 Di una opinione dell' Hegel tolta dal
Leibniz.DELIA LNIAERSALITA SCIENTIFICA DELI A FORMULA IDEALE. Articolo primo.
Preambolo. — La forinola razionale dee contenere l'organismo degli clementi
ideali. — l’er conoscere questa orga- nizzazione, bisogna riscontrare essa
forinola coll'albero enciclo- pedico. — L'enciclopedia si compone di tre parti,
filosofìa, fìsica e matematica, che corrispondono alle tre membra della
forinola. — Della filosofia in ispecie : si stende per tutta la forinola. —
Dell’ ontologia, psicologia, logica, elica c inaleinatica ; coinè si connettano
coi vari termini di quella. — Tarala rappresenlalira dell’ albero
enciclopedico, confórme all’ organismo ideale. — Spiegazione generica della
tavola. — Della scienza ideale. — Della teologia rivelata e della filosofia. —
Principato universale della prima. — Maggioranza della seconda sulle altre
scienze. — Pri- mato dell’ontologia fra le varie discipline fìlusoGchc;
necessario, acciò queste siano in fiore. — Della teologia universale. I
Articolo secondo. Della malemalica. — La inatcmalica tiene un luogo mezzano tra
la filosofia c la fisica.— Insufficienza della filo- sofia moderna, per dare
una teorica soddisfacente del tempo e dello spazio. — Dichiarazione di queste due
idee, c dell’ oggetto loro, mediante la furinola ideale. 17 Articolo terzo.
Della logica c della morale. — Queste due scienze
hannociòdicomune,cheappartengonoal terminemediodella forinola. — Della logica
in particolare, e delle varie sue parti. — Dell’ etica in ispccie. — Dei due
cicli creativi, e dei loro riscon- tri. — Convenienze, ebe corrono fra loro. —
Della legge morale. — Dell’ imperativo. — Del dovere, e del diritto. — Dei tre
mo- menti dell’ imperativo. — Del mal morale, e del mal lisico, che ne conseguita.
— Della pena eterna. 23 Articolo qlarto. Della cosmologia. — Versa nel terzo
membro della forinola. — Dei due cicli generativi. — Varie sintesi, di cui si
compongono. — Dell’ordine dell’ universo — Del concetto te- leologico. — L’
idea di fine ci è somministrata dal ciclo creativo. 43 Articolo qlirto. Dell'
estetica. — Del sublime e del bello. — Delle varie loro specie, c del modo, in
cui si connettono colla for- inola. — Del maraviglioso. 32 Articolo sesto.
Della politica. — La politica moderna deriva dal psicologismo cartesiano.
—Quindi i suoi vizi. —Gli statisti odierni non hanno veri principii, perchè
mancano della cogni- zione ideale. — I difetti della teorica hanno luogo del
pari nella pratica. — Del governo rappresentativo. — Originato dal Cristia-
nesimo; vizialo dall’eresia e dai cattivi filosofi. — Due sistemi
dilibertàpolitica: l’unoeterodosso,cl’altroortodosso.—Suc- cessione storica del
sistema ortodosso. — La libertà licenziosa e il dispotismo sono due dottrine
recenti c sorelle. — Gloriose me- morie della seconda epoca del medio evo. — La
civiltà moderna dee fondarsi su quella dei liassi tempi. — Dell’ apoftegma del
Ma- chiavelli,chele«istituzionisidebbonoritirareversoi loroprin- cipii. — In
che senso sia vero, — Rendici influssi del Papato nella civiltà delle nazioni.
— Danni fatti alla medesima dall’ Imperio. — Di Cesare, institutore della
tirannide imperiale. — Conuessità della licenza c del dispotismo colle dottrine
di Lutero e del Des- cartes. — Della idealità delle nazioni. — L’ Idea è fonte
del di- ritto. — Attinenze del dovere col diritto, e delle varie specie loro. —
Della sovranità. — La sovranità assoluta è l’Idea. — Della sovranità relativa e
ministeriale. — Non si trova in sepa- rato nel governo o nel popolo. — La
società non è d’ «istituzione umana, ma divina. — liosì anche il potere
sovrano. Due doti essenziali di questo potere, intorno al modo, con cui si
tramanda c perpetua di generazione in
generazione. — Forinola della poli- tica. — l.a Immissione della sovranità dee
essere proporzionala alla partecipazione della scienza ideale. — Se tutti i
cittadini pos- sano partecipare ai diritti politici? Assurdità del suffragio
uni- versale. — l.a capacità dee accompagnare il potere sovrano; ma non basta a
costituirlo. — Il potere sovrano dee essere indipen- dente dai sudditi. — l.a
perfezione della sovranità consiste nell' unione del potere tradizionale colla
sufficienza elettiva. —Dei due cicli generativi della politica. — 11 sovrano
non può inai farsi da se in nessun caso. — Della distribuzione della sovranità
fra i cittadini. — Ogni potere sovrano è divino. — Nello stato primitivo delle
nazioni la sovranità non è mai posseduta da uno
opochissimiindividui,nèpareggialafratullii cittadini.—In- violabilità del
potere sovrano. — Delle rivoluzioni, e delle con- trarivoluzioni:
checosasidebbaintenderesottoquestinomi.— La vera rivoluzione, essendo
l’attentato contro una sovranità le- gittima, è sempre illecita. — La vera
contrarivoluzione c onesta, se non è violenta c tumultuaria. — Lo stato
politico di un popolo dee corrispondere a’ suoi ordini primitivi e anticali. —
La mo- narchia è necessaria al dì d'oggi alla libertà europea. — L'inves-
titura della sovranità in una famiglia è subordinata alla salute pubblica. — È
inviolabile, come il dominio privato. — Il potere ereditario, e la capacità
elettiva importano del pari alla civiltà dei popoli. — Delle corti. —
Conformità della nostra sentenza colla dottrina cattolica intorno all’
inviolabilità del potere sovrano. — 1 fautori della licenza c del dispotismo
invertono le due forinole politiche corrispondenti ai due cicli ideali. !56
Articolo settimo. Epilogo. — L’idea divina è la suprema forinola enciclopedica.
— Universalità dell’ idea divina. — L’ontologismo non è un metodo ipotetico,
come quello dei psicologisti. — Iddio è l'Intelligibile : è l’alfa e l’omega
della scienza. —Si termina, riandando il primato dell’ idea divina nelle varie
parti della filo- sofia. de.i.la
ccmsEavAziosz deli,a rutmm.A ideale. La conservazione della forinola è opera
della rivelazione. — Defini- zione di questa. — Suoi diversi periodi. — La
confusione della filosofia colla religione nocque in ogni tempo alla scienza
ideale. — Analogia dei moderni razionalisti cogli antichi. — Del razio- nalismo
teologico fiorente al di d’oggi. —Si divide in due parti. — Suoi fondatori. La
critica storica dei razionalisti pecca per di- fetto di canonica. — Il
razionalismo confonde insieme i vari or- dini di fatti e di veri. — Sua
vecchiezza. — Dei Doceti. — Il razionalismoèunveronaturalismo.—Delsovrannaturale:
sua definizione. — Necessità di esso, per l’integrità dell’ Idea. — Pos-
sibilità e convenienza morale del miracolo. — Universalità dell’ ordine
sovrannaturale. — L’Idea cristiana è universale, come l’Idea della ragione. —
Nullità sintetica c filosofica dei moderni razionalisti. — Il Cristianesimo è
la religione universale. — Non si può mettere in ischiera cogli altri culti. —
Sua singolarità. — Le false religioni non distruggono l’universalità del
Cristiane- simo. — Accordo di questo colla civiltà crescente di ogni tempo. —
Si confuta una sentenza dello Strausse. — Le false religioni sono le sole, che
debbano temere dei progressi civili. — Il Cris- tianesimo sovrasta, e non
sottoslà alla coltura più squisita. — La civiltà moderna, che lo combatte, è
una barbarie attillata. — Delle prove interne della rivelazione. — Sua
medesimezza coll’ Idea perfetta. — La Chiesa è la parola esterna dell’ Idea. —
La divinità della Bibbia risulta dalla perfezione deli’ Idea, che vi è
rappresentata. — Oscurità della Bibbia in alcune parti. — Sua mirabile
semplicità, e sua differenza dai lavori smerdici dell’ in- gegno umano. —
Concorso c predominio delle prove esterne od interne della rivelazione, secondo
le varie ragioni. — Della inspi- razione dei libri sacri. — Sua definizione,
natura, estensione. — Si risolvono alcune obbiezioni dei razionalisti. — L’
ermeneutica di questi si fonda in un falso metodo. — Etnografia della rivela-
zione. — Della predestinazione degl’ individui c dei popoli. — Eccellenza delle
nazioni e delle lingue semitiche. — Dei popoli giapetici : loro divario dai
Semiti. — Delle nazioni madri. — Degl’ Israeliti ; conservatori dell' Idea
perfetta, prima di Cristo. — Dei fati del popolo ebreo. — Della scienza
acroamatica ed esso- terica. — Fondamento naturale, e universalità di questa
distin- zione.—Della ordinazione civile e religiosa degl’ Israeliti. — Oltre la
dottrina pubblica, essi avevano una scienza secreta, acroamatica e
tradizionale. — Ragioni, in cui si fondava questa distinzione presso il popolo
eletto. — Il Cristianesimo rese esso- terica la scienza acroamatica degl’
Israeliti. — L’ alternativa dell’ acroamatismo e dell' essoterismo è la sola
variazione, che si trovi nella storia dell’ Idea rivelata. — Perchè Mosè non abbia
inse- gnata espressamente l’ immortalità degli animi umani.—Gli Ebrei non
tolsero dagli stranieri la loro angelologia, e il dogma della ri- surrezione. —
Del sensismo proprio dei razionalisti. — Falsità del loro metodo nel cercare
l’origine delle idee e delle credenze. — Attinenze reciproche della dottrina
essoterica. — Differenze, che correvano, per questo rispetto, fra gl' Israeliti
e i Gentili. — Del figuralismo ebraico. — Non è un trovato recente degl’
Israeliti ellenisti. — Falso concetto dato dal sig. Salvador delle institu-
zioni mosaiche. — I,a formola ideale e il letragramma, erano il nesso della
scienza acroamatica ed essoterica presso gl’ Israeliti. DELL’ALTERAZIONE (IELLA EOREOLA IDEALE. lai
barbarie non fu lo stato primitivo degli uomini. — La storia delle religioni
non comincia dal sensismo. — Per quali cagioni diminuisse, o si spegnesse
presso molti popoli la cultura primi- tiva. — Vicende civili delle nazioni. —
Cinque forme successive di stato e di reggimento politico. — Anomalie storiche
nell’ effet- luazione di esse. — Del
patriarcato. — Dello stato castale : sua origine. — Del predominio dei
sacerdoti : sua legittimità. — Genio religioso delle società costituite sotto
l'imperio ieratico. — I sacerdoti autori principali della civiltà risorgente. —
Effetti salutari della loro influenza nelle colonie antiche e moderne. — Il
sacerdozio conservò le reliquie dell’antica dottrina acroamatica fondò
l’essoterica. — In che modo la mitologia e la simbolica po- tessero esser opera
della moltitudine. — La riforma ieratica dell’ acroamatismo produsse la
filosofìa. — Vari indirizzi della filoso- fìa gentilesca. — Riscontri dell'
antico e del nuovo paganesimo. — Vari gradi, per cui passò l’alterazione della
formola ideale : oscurità , confusione , dimezzamento e disorganazione. — Ca-
gioni dell' alteramente : predominio del senso e della fantasia ; influenza del
linguaggio sull’idea, c dell’ essoterismo sull' acroa- matismo ; dispersione
dei popoli, e perdita dell’ unità universale. — Del culto dei felissi. — Di un
doppio moto contrario, regres- sivo e progressivo, delle instituzioni
religiose. —Esempi. — Quattroepochedellacognizioneideale:
intuitiva,immaginativa, sensitiva e astrattiva. — Se nel vario e successivo
alterarsi della formola, si mantengano i suoi tre membri, c come?— Tavola delle
trasformazioni ontologiche della formolo ideale, corfispondenti ai rari stati
psicologici dello spirito umano. — Dichiarazione della tavola. — Dell'epoca
intuitiva; come l’uomo ne sia sca- duto. — Il mal morale consiste nella
negazione del secondo ciclo creativo. — Dei mezzi sovrannaturali per conservare
Io stato in- tuitivo. — L’essoterismo fu l’occasione della perdita di esso. —
Dell’ epoca immaginativa. — Del naturalismo fantastico c dell’ emanatismo
propri di questa epoca. —Indole poco scientifica dell’ emanatismo. — Sua
formola. — Due sorti d’ emanatismo : psicologico e cosmologico. — Dottrina
dinamica degli emanatisti. — Della loro dualità primordiale, c delle dualità
successive. — Dell’ androginismo, e delle dee madri ; loro connessione coll’
ema- natismo. — I fautori di questo sistema confondono la teogonia colla
cosmogonia. — Del sincretismo emanatistico. — Dei due cicliditaldottrina:
l’emanazione.—Delcicloremanativo: sua natura. — Corrompe la morale, e introduce
il pessimismo. — Pelle varie età cosmiche, secondo i inili di molti popoli
Gentili. — Come l’ ottimismo e il pessimismo si accozzino insieme nel sistema
degli emanalisti. —Degli «talari, delle teofanie o logo- fanie permanenti e
successive, e delle apoteosi. — Come il sovrin - telligibile si trovi alterato
fra queste favole. — Del politeismo; nato dall'emanatismo. — Sua indole, e sue
varie forme. — Tutti i
popolipoliteisticonservanounareminiscenzadellaunitàideale. — Dell' idolatria :
sua natura. — Pel panteismo : è una riforma ieratica dell’ einanatismo. — Il
panteismo scientifico non poli- essere il primo sistema nella via dell’ errore.
— L’emanatismo e il panteismo sono sostanzialmente una medesima dottrina, l’uno
sotto una forma fantastica e poetica, l’altro sotto una forma scientifica. —
Proprietà speciali del panteismo. — Universalità del panteismo nel regno
dell’errore. — Tutti i falsi sistemi vi si riferiscono. — Qual sorta di
progresso possa avere Terrore, — Varie forme del panteismo. — Della condizione
del sacerdozio dopo la rovina dello stato castale. — Dei Misteri, da cui usci
la filosofia laicale. — Dell’ ateismo. — Questo sistema non potè es- sere
anteriore al secondo periodo della filosofia secolaresca. — Si rigetta l’
opinione di un ateismo indico antichissimo. — Pel so- vrintelligibile. —
Serbato in parte dai sacerdoti, c perduto affatto da' laici filosofanti,
salvocliè dalle tre scuole mezzo ieratiche dell’ Italia c della Grecia. — Pei
tentativi antichi c moderni, per rie- dificare umanamente il sovrintelligibile.
— Si conchiude, accen - nando brevemente il tema del secondo libro. 239 NOTE.
Nota prima. Sulle denominazioni moderne dell’ lo c del Ile. 379 2. 3. ut. Del
tempo c dello spazio, secondo il processo ontolo- gico. 380 Tassi del Leibniz e
del Malebranche sul tempo e sullo spazio Della importanza, che la religione dà
alla vita tempo- rale. .188 Degli attributi divini ontologicamente considerati.
190 Di alcune dottrine erronee sulla bontà e pravità degli atti umani. .191
Errori di un giornalista francese sull’ amor di Dio. 393 influenza della colpa
primitiva in tutte le parti del pensiero e dell’ azione umana. 405 Dei vari
sistemi sulla natura delle esistenze. 4M Sull’ infinità del mondo. 406 Sugli
assiomi di finalità e di causalilà. 407 Del traffico degli schiavi negli Stali
Uniti. 412 Se l’ abolizione della schiavitù e del servaggio si debba attribuire
al Cristianesimo? 413 Sull’ origine della sovranità in alcuni casi particolari.
410 Dell’ orgoglio civile. 418 Sui diversi modi, con cui si può dimostrare
l’esistenza di Dio. 430 L’idea di Dio non è solamente negativa. Ih. Sulla voce
ritelazionc. 423 Di varie spezie del razionalismo teologico. 424 miracoli
posteriori Dei allo stabilimento del Cristiane- 433 simo. Passo del Malehranchc
sull'idealità del Cristianesimo. 429 l’asso del Leibniz sulla rivelazione. 430
Sulla credenza antichissima dei Samaritani nella ri- surrezione dei morti. 431
Si esamina la dottrina filosofica dello Schleiermacher c dello Strausse sull’
esistenza degli angeli. Ib. 1 razionalisti confondono la dottrina acroamaliea
colla essoterica. 444 Sul fatto di Babele. Ib. Del sincretismo dei falsi culti,
-toma, mito e simbolo zcndico. 445 Nei culli barbari l’Idea è esclusa dalla
religione, e non L’antropomorfismo è il psicologismo essoterico. 446 Del
panteismo ili Ulrico Zuinglio. Ih. Passi dello Spinoza conformi alle dottrine
del raziona- lismo teologico. Sul psicologismo degli eretici. Convenienze della
dottrina pclagiana col sensismo, col psicologismo e col fatalismo. 4DELIA
LNIAERSALITA SCIENTIFICA DELI A FORMULA IDEALE. La forinola razionale dee
contenere l'organismo degli clementi ideali. — l’er conoscere questa orga-
nizzazione, bisogna riscontrare essa forinola coll'albero enciclo- pedico. —
L'enciclopedia si compone di tre parti, filosofìa, fìsica e matematica, che
corrispondono alle tre membra della forinola. — Della filosofia in ispecie : si
stende per tutta la forinola. — Dell’ ontologia, psicologia, logica, elica c
inaleinatica ; coinè si connettano coi vari termini di quella. — Tarala
rappresenlalira dell’ albero enciclopedico, confórme all’ organismo ideale. —
Spiegazione generica della tavola. — Della scienza ideale. — Della teologia
rivelata e della filosofia. — Principato universale della prima. — Maggioranza
della seconda sulle altre scienze. — Pri- mato dell’ontologia fra le varie
discipline fìlusoGchc; necessario, acciò queste siano in fiore. — Della
teologia universale. I Articolo secondo. Della malemalica. — La inatcmalica
tiene un luogo mezzano tra la filosofia c la fisica.— Insufficienza della filo-
sofia moderna, per dare una teorica soddisfacente del tempo e dello spazio. —
Dichiarazione di queste due idee, c dell’ oggetto loro, mediante la furinola
ideale. 17 Articolo terzo. Della logica c della morale. — Queste due scienze
hannociòdicomune,cheappartengonoal terminemediodella forinola. — Della logica in particolare, e
delle varie sue parti. — Dell’ etica in ispccie. — Dei due cicli creativi, e
dei loro riscon- tri. — Convenienze, ebe corrono fra loro. — Della legge
morale. — Dell’ imperativo. — Del dovere, e del diritto. — Dei tre mo- menti
dell’ imperativo. — Del mal morale, e del mal lisico, che ne conseguita. —
Della pena eterna. 23 Articolo qlarto. Della cosmologia. — Versa nel terzo
membro della forinola. — Dei due cicli generativi. — Varie sintesi, di cui si
compongono. — Dell’ordine dell’ universo — Del concetto te- leologico. — L’
idea di fine ci è somministrata dal ciclo creativo. 43 Articolo qlirto. Dell'
estetica. — Del sublime e del bello. — Delle varie loro specie, c del modo, in
cui si connettono colla for- inola. — Del maraviglioso. 32 Articolo sesto.
Della politica. — La politica moderna deriva dal psicologismo cartesiano.
—Quindi i suoi vizi. —Gli statisti odierni non hanno veri principii, perchè
mancano della cogni- zione ideale. — I difetti della teorica hanno luogo del
pari nella pratica. — Del governo rappresentativo. — Originato dal Cristia-
nesimo; vizialo dall’eresia e dai cattivi filosofi. — Due sistemi
dilibertàpolitica: l’unoeterodosso,cl’altroortodosso.—Suc- cessione storica del
sistema ortodosso. — La libertà licenziosa e il dispotismo sono due dottrine
recenti c sorelle. — Gloriose me- morie della seconda epoca del medio evo. — La
civiltà moderna dee fondarsi su quella dei liassi tempi. — Dell’ apoftegma del
Ma- chiavelli,chele«istituzionisidebbonoritirareversoi loroprin- cipii. — In
che senso sia vero, — Rendici influssi del Papato nella civiltà delle nazioni.
— Danni fatti alla medesima dall’ Imperio. — Di Cesare, institutore della
tirannide imperiale. — Conuessità della licenza c del dispotismo colle dottrine
di Lutero e del Des- cartes. — Della idealità delle nazioni. — L’ Idea è fonte
del di- ritto. — Attinenze del dovere col diritto, e delle varie specie loro. —
Della sovranità. — La sovranità assoluta è l’Idea. — Della sovranità relativa e
ministeriale. — Non si trova in sepa- rato nel governo o nel popolo. — La
società non è d’ «istituzione umana, ma divina. — liosì anche il potere
sovrano. Due doti essenziali di questo potere, intorno al modo, con cui si
tramanda c perpetua di generazione in
generazione. — Forinola della poli- tica. — l.a Immissione della sovranità dee
essere proporzionala alla partecipazione della scienza ideale. — Se tutti i
cittadini pos- sano partecipare ai diritti politici? Assurdità del suffragio
uni- versale. — l.a capacità dee accompagnare il potere sovrano; ma non basta a
costituirlo. — Il potere sovrano dee essere indipen- dente dai sudditi. — l.a
perfezione della sovranità consiste nell' unione del potere tradizionale colla
sufficienza elettiva. —Dei due cicli generativi della politica. — 11 sovrano
non può inai farsi da se in nessun caso. — Della distribuzione della sovranità
fra i cittadini. — Ogni potere sovrano è divino. — Nello stato primitivo delle
nazioni la sovranità non è mai posseduta da uno
opochissimiindividui,nèpareggialafratullii cittadini.—In- violabilità del
potere sovrano. — Delle rivoluzioni, e delle con- trarivoluzioni:
checosasidebbaintenderesottoquestinomi.— La vera rivoluzione, essendo
l’attentato contro una sovranità le- gittima, è sempre illecita. — La vera
contrarivoluzione c onesta, se non è violenta c tumultuaria. — Lo stato
politico di un popolo dee corrispondere a’ suoi ordini primitivi e anticali. —
La mo- narchia è necessaria al dì d'oggi alla libertà europea. — L'inves-
titura della sovranità in una famiglia è subordinata alla salute pubblica. — È
inviolabile, come il dominio privato. — Il potere ereditario, e la capacità
elettiva importano del pari alla civiltà dei popoli. — Delle corti. —
Conformità della nostra sentenza colla dottrina cattolica intorno all’
inviolabilità del potere sovrano. — 1 fautori della licenza c del dispotismo
invertono le due forinole politiche corrispondenti ai due cicli ideali. !56
Articolo settimo. Epilogo. — L’idea divina è la suprema forinola enciclopedica.
— Universalità dell’ idea divina. — L’ontologismo non è un metodo ipotetico,
come quello dei psicologisti. — Iddio è l'Intelligibile : è l’alfa e l’omega
della scienza. —Si termina, riandando il primato dell’ idea divina nelle varie
parti della filo- sofia. de.i.la ccmsEavAziosz deli,a rutmm.A ideale. La
conservazione della forinola è opera della rivelazione. — Defini- zione di
questa. — Suoi diversi periodi. — La confusione della filosofia colla religione
nocque in ogni tempo alla scienza ideale. — Analogia dei moderni razionalisti
cogli antichi. — Del razio- nalismo teologico fiorente al di d’oggi. —Si divide
in due parti. — Suoi fondatori. La critica storica dei razionalisti pecca per
di- fetto di canonica. — Il razionalismo confonde insieme i vari or- dini di
fatti e di veri. — Sua vecchiezza. — Dei Doceti. — Il
razionalismoèunveronaturalismo.—Delsovrannaturale: sua definizione. — Necessità
di esso, per l’integrità dell’ Idea. — Pos- sibilità e convenienza morale del
miracolo. — Universalità dell’ ordine sovrannaturale. — L’Idea cristiana è
universale, come l’Idea della ragione. — Nullità sintetica c filosofica dei
moderni razionalisti. — Il Cristianesimo è la religione universale. — Non si
può mettere in ischiera cogli altri culti. — Sua singolarità. — Le false
religioni non distruggono l’universalità del Cristiane- simo. — Accordo di
questo colla civiltà crescente di ogni tempo. — Si confuta una sentenza dello
Strausse. — Le false religioni sono le sole, che debbano temere dei progressi
civili. — Il Cris- tianesimo sovrasta, e non sottoslà alla coltura più
squisita. — La civiltà moderna, che lo combatte, è una barbarie attillata. —
Delle prove interne della rivelazione. — Sua medesimezza coll’ Idea perfetta. —
La Chiesa è la parola esterna dell’ Idea. — La divinità della Bibbia risulta
dalla perfezione deli’ Idea, che vi è rappresentata. — Oscurità della Bibbia in
alcune parti. — Sua mirabile semplicità, e sua differenza dai lavori smerdici
dell’ in- gegno umano. — Concorso c predominio delle prove esterne od interne
della rivelazione, secondo le varie ragioni. — Della inspi- razione dei libri
sacri. — Sua definizione, natura, estensione. — Si risolvono alcune obbiezioni
dei razionalisti. — L’ ermeneutica di
questi si fonda in un falso metodo. — Etnografia della rivela- zione. — Della
predestinazione degl’ individui c dei popoli. — Eccellenza delle nazioni e
delle lingue semitiche. — Dei popoli giapetici : loro divario dai Semiti. —
Delle nazioni madri. — Degl’ Israeliti ; conservatori dell' Idea perfetta,
prima di Cristo. — Dei fati del popolo ebreo. — Della scienza acroamatica ed
esso- terica. — Fondamento naturale, e universalità di questa distin-
zione.—Della ordinazione civile e religiosa degl’ Israeliti. — Oltre la
dottrina pubblica, essi avevano una scienza secreta, acroamatica e
tradizionale. — Ragioni, in cui si fondava questa distinzione presso il popolo
eletto. — Il Cristianesimo rese esso- terica la scienza acroamatica degl’
Israeliti. — L’ alternativa dell’ acroamatismo e dell' essoterismo è la sola
variazione, che si trovi nella storia dell’ Idea rivelata. — Perchè Mosè non
abbia inse- gnata espressamente l’ immortalità degli animi umani.—Gli Ebrei non
tolsero dagli stranieri la loro angelologia, e il dogma della ri- surrezione. —
Del sensismo proprio dei razionalisti. — Falsità del loro metodo nel cercare
l’origine delle idee e delle credenze. — Attinenze reciproche della dottrina
essoterica. — Differenze, che correvano, per questo rispetto, fra gl' Israeliti
e i Gentili. — Del figuralismo ebraico. — Non è un trovato recente degl’
Israeliti ellenisti. — Falso concetto dato dal sig. Salvador delle institu-
zioni mosaiche. — I,a formola ideale e il letragramma, erano il nesso della
scienza acroamatica ed essoterica presso gl’ Israeliti. 1ì>5 CAPITOLO
SETTIMO. OEll’ ALTERAZIONE (IELLA EOREOLA IDEALE. lai barbarie non fu lo stato
primitivo degli uomini. — La storia delle religioni non comincia dal sensismo.
— Per quali cagioni diminuisse, o si spegnesse presso molti popoli la cultura
primi- tiva. — Vicende civili delle nazioni. — Cinque forme successive di stato
e di reggimento politico. — Anomalie storiche nell’ effet- luazione di esse. —
Del patriarcato. — Dello stato castale : sua origine. — Del predominio dei
sacerdoti : sua legittimità. — Genio religioso delle società costituite sotto
l'imperio ieratico. — I sacerdoti autori principali della civiltà risorgente. —
Effetti salutari della loro influenza nelle colonie antiche e moderne. — Il
sacerdozio conservò le reliquie dell’antica dottrina acroamatica fondò
l’essoterica. — In che modo la mitologia e la simbolica po- tessero esser opera
della moltitudine. — La riforma ieratica dell’ acroamatismo produsse la
filosofìa. — Vari indirizzi della filoso- fìa gentilesca. — Riscontri dell'
antico e del nuovo paganesimo. — Vari gradi, per cui passò l’alterazione della
formola ideale : oscurità , confusione , dimezzamento e disorganazione. — Ca-
gioni dell' alteramente : predominio del senso e della fantasia ; influenza del
linguaggio sull’idea, c dell’ essoterismo sull' acroa- matismo ; dispersione
dei popoli, e perdita dell’ unità universale. — Del culto dei felissi. — Di un
doppio moto contrario, regres- sivo e progressivo, delle instituzioni
religiose. —Esempi. — Quattroepochedellacognizioneideale:
intuitiva,immaginativa, sensitiva e astrattiva. — Se nel vario e successivo
alterarsi della formola, si mantengano i suoi tre membri, c come?— Tavola delle
trasformazioni ontologiche della formolo ideale, corfispondenti ai rari stati
psicologici dello spirito umano. — Dichiarazione della tavola. — Dell'epoca
intuitiva; come l’uomo ne sia sca- duto. — Il mal morale consiste nella
negazione del secondo ciclo creativo. — Dei mezzi sovrannaturali per conservare
Io stato in- tuitivo. — L’essoterismo fu l’occasione della perdita di esso. —
Dell’ epoca immaginativa. — Del naturalismo fantastico c dell’ emanatismo
propri di questa epoca. —Indole poco scientifica dell’ emanatismo. — Sua
formola. — Due sorti d’ emanatismo : psicologico e cosmologico. — Dottrina
dinamica degli emanatisti. — Della loro dualità primordiale, c delle dualità
successive. — Dell’ androginismo, e delle dee madri ; loro connessione coll’
ema- natismo. — I fautori di questo sistema confondono la teogonia colla
cosmogonia. — Del sincretismo emanatistico. — Dei due cicliditaldottrina:
l’emanazione.—Delcicloremanativo: sua natura. — Corrompe la morale, e introduce
il pessimismo. — ; Pelle varie età
cosmiche, secondo i inili di molti popoli Gentili. — Come l’ ottimismo e il
pessimismo si accozzino insieme nel sistema degli emanalisti. —Degli «talari,
delle teofanie o logo- fanie permanenti e successive, e delle apoteosi. — Come
il sovrin - telligibile si trovi alterato fra queste favole. — Del politeismo;
nato dall'emanatismo. — Sua indole, e sue varie forme. — Tutti i
popolipoliteisticonservanounareminiscenzadellaunitàideale. — Dell' idolatria :
sua natura. — Pel panteismo : è una riforma ieratica dell’ einanatismo. — Il
panteismo scientifico non poli- essere il primo sistema nella via dell’ errore.
— L’emanatismo e il panteismo sono sostanzialmente una medesima dottrina, l’uno
sotto una forma fantastica e poetica, l’altro sotto una forma scientifica. —
Proprietà speciali del panteismo. — Universalità del panteismo nel regno
dell’errore. — Tutti i falsi sistemi vi si riferiscono. — Qual sorta di
progresso possa avere Terrore, — Varie forme del panteismo. — Della condizione
del sacerdozio dopo la rovina dello stato castale. — Dei Misteri, da cui usci
la filosofia laicale. — Dell’ ateismo. — Questo sistema non potè es- sere
anteriore al secondo periodo della filosofia secolaresca. — Si rigetta l’
opinione di un ateismo indico antichissimo. — Pel so- vrintelligibile. —
Serbato in parte dai sacerdoti, c perduto affatto da' laici filosofanti,
salvocliè dalle tre scuole mezzo ieratiche dell’ Italia c della Grecia. — Pei
tentativi antichi c moderni, per rie- dificare umanamente il sovrintelligibile.
— Si conchiude, accen - nando brevemente il tema del secondo libro. Sulle
denominazioni moderne dell’ lo c del Ile. 379 2. 3. ut. Del tempo c dello
spazio, secondo il processo ontolo- gico. 380 Tassi del Leibniz e del
Malebranche sul tempo e sullo spazio. Della importanza, che la religione dà
alla vita tempo- rale. .188 Degli attributi divini ontologicamente considerati.
190 Di alcune dottrine erronee sulla bontà e pravità degli atti umani. .191
Errori di un giornalista francese sull’ amor di Dio. 393 influenza della colpa
primitiva in tutte le parti del pensiero e dell’ azione umana. 405 Dei vari sistemi
sulla natura delle esistenze. 4M Sull’ infinità del mondo. 406 Sugli assiomi di
finalità e di causalilà. 407 Del traffico degli schiavi negli Stali Uniti. 412
Se l’ abolizione della schiavitù e del servaggio si debba attribuire al
Cristianesimo? 413 Sull’ origine della sovranità in alcuni casi particolari.
410 Dell’ orgoglio civile. 418 Sui diversi modi, con cui si può dimostrare
l’esistenza di Dio. 430 L’idea di Dio non è solamente negativa. Ih. Sulla voce
ritelazionc. 423 Di varie spezie del razionalismo teologico. 424 miracoli
posteriori Dei allo stabilimento del Cristiane- 433 simo. Passo del Malehranchc
sull'idealità del Cristianesimo. 429 l’asso del Leibniz sulla rivelazione. 430
Sulla credenza antichissima dei Samaritani nella ri- surrezione dei morti. 431
Si esamina la dottrina filosofica dello Schleiermacher c dello Strausse sull’
esistenza degli angeli. Ib. 1 razionalisti confondono la dottrina acroamaliea
colla essoterica. 444 Sul fatto di Babele. Ib. Del sincretismo dei falsi culti,
-toma, mito e simbolo zcndico. 445 Nei culli barbari l’Idea è esclusa dalla
religione, e non L’antropomorfismo è il
psicologismo essoterico. 446 Del panteismo ili Ulrico Zuinglio. Ih. Passi dello
Spinoza conformi alle dottrine del raziona- lismo teologico. Sul psicologismo
degli eretici. Convenienze della dottrina pclagiana col sensismo, col
psicologismo e col fatalismo. 4SI 4SS AMDELIA LNIAERSALITA SCIENTIFICA DELI A
FORMULA IDEALE. La forinola razionale dee contenere l'organismo degli clementi
ideali. — l’er conoscere questa orga- nizzazione, bisogna riscontrare essa
forinola coll'albero enciclo- pedico. — L'enciclopedia si compone di tre parti,
filosofìa, fìsica e matematica, che corrispondono alle tre membra della
forinola. — Della filosofia in ispecie : si stende per tutta la forinola. —
Dell’ ontologia, psicologia, logica, elica c inaleinatica ; coinè si connettano
coi vari termini di quella. — Tarala rappresenlalira dell’ albero
enciclopedico, confórme all’ organismo ideale. — Spiegazione generica della
tavola. — Della scienza ideale. — Della teologia rivelata e della filosofia. —
Principato universale della prima. — Maggioranza della seconda sulle altre
scienze. — Pri- mato dell’ontologia fra le varie discipline fìlusoGchc;
necessario, acciò queste siano in fiore. — Della teologia universale. I
Articolo secondo. Della malemalica. — La inatcmalica tiene un luogo mezzano tra
la filosofia c la fisica.— Insufficienza della filo- sofia moderna, per dare
una teorica soddisfacente del tempo e dello spazio. — Dichiarazione di queste
due idee, c dell’ oggetto loro, mediante la furinola ideale. 17 Articolo terzo.
Della logica c della morale. — Queste due scienze
hannociòdicomune,cheappartengonoal terminemediodella forinola. — Della logica in particolare, e
delle varie sue parti. — Dell’ etica in ispccie. — Dei due cicli creativi, e
dei loro riscon- tri. — Convenienze, ebe corrono fra loro. — Della legge
morale. — Dell’ imperativo. — Del dovere, e del diritto. — Dei tre mo- menti
dell’ imperativo. — Del mal morale, e del mal lisico, che ne conseguita. —
Della pena eterna. 23 Articolo qlarto. Della cosmologia. — Versa nel terzo
membro della forinola. — Dei due cicli generativi. — Varie sintesi, di cui si
compongono. — Dell’ordine dell’ universo — Del concetto te- leologico. — L’
idea di fine ci è somministrata dal ciclo creativo. 43 Articolo qlirto. Dell'
estetica. — Del sublime e del bello. — Delle varie loro specie, c del modo, in
cui si connettono colla for- inola. — Del maraviglioso. 32 Articolo sesto.
Della politica. — La politica moderna deriva dal psicologismo cartesiano.
—Quindi i suoi vizi. —Gli statisti odierni non hanno veri principii, perchè
mancano della cogni- zione ideale. — I difetti della teorica hanno luogo del
pari nella pratica. — Del governo rappresentativo. — Originato dal Cristia-
nesimo; vizialo dall’eresia e dai cattivi filosofi. — Due sistemi
dilibertàpolitica: l’unoeterodosso,cl’altroortodosso.—Suc- cessione storica del
sistema ortodosso. — La libertà licenziosa e il dispotismo sono due dottrine
recenti c sorelle. — Gloriose me- morie della seconda epoca del medio evo. — La
civiltà moderna dee fondarsi su quella dei liassi tempi. — Dell’ apoftegma del
Ma- chiavelli,chele«istituzionisidebbonoritirareversoi loroprin- cipii. — In
che senso sia vero, — Rendici influssi del Papato nella civiltà delle nazioni.
— Danni fatti alla medesima dall’ Imperio. — Di Cesare, institutore della
tirannide imperiale. — Conuessità della licenza c del dispotismo colle dottrine
di Lutero e del Des- cartes. — Della idealità delle nazioni. — L’ Idea è fonte
del di- ritto. — Attinenze del dovere col diritto, e delle varie specie loro. —
Della sovranità. — La sovranità assoluta è l’Idea. — Della sovranità relativa e
ministeriale. — Non si trova in sepa- rato nel governo o nel popolo. — La
società non è d’ «istituzione umana, ma divina. — liosì anche il potere
sovrano. Due doti essenziali di questo potere, intorno al modo, con cui si
tramanda 461 c perpetua di generazione in generazione. — Forinola della poli-
tica. — l.a Immissione della sovranità dee essere proporzionala alla
partecipazione della scienza ideale. — Se tutti i cittadini pos- sano
partecipare ai diritti politici? Assurdità del suffragio uni- versale. — l.a
capacità dee accompagnare il potere sovrano; ma non basta a costituirlo. — Il
potere sovrano dee essere indipen- dente dai sudditi. — l.a perfezione della
sovranità consiste nell' unione del potere tradizionale colla sufficienza
elettiva. —Dei due cicli generativi della politica. — 11 sovrano non può inai
farsi da se in nessun caso. — Della distribuzione della sovranità fra i
cittadini. — Ogni potere sovrano è divino. — Nello stato primitivo delle
nazioni la sovranità non è mai posseduta da uno
opochissimiindividui,nèpareggialafratullii cittadini.—In- violabilità del potere
sovrano. — Delle rivoluzioni, e delle con- trarivoluzioni:
checosasidebbaintenderesottoquestinomi.— La vera rivoluzione, essendo
l’attentato contro una sovranità le- gittima, è sempre illecita. — La vera
contrarivoluzione c onesta, se non è violenta c tumultuaria. — Lo stato
politico di un popolo dee corrispondere a’ suoi ordini primitivi e anticali. —
La mo- narchia è necessaria al dì d'oggi alla libertà europea. — L'inves-
titura della sovranità in una famiglia è subordinata alla salute pubblica. — È
inviolabile, come il dominio privato. — Il potere ereditario, e la capacità
elettiva importano del pari alla civiltà dei popoli. — Delle corti. —
Conformità della nostra sentenza colla dottrina cattolica intorno all’
inviolabilità del potere sovrano. — 1 fautori della licenza c del dispotismo
invertono le due forinole politiche corrispondenti ai due cicli ideali. !56
Articolo settimo. Epilogo. — L’idea divina è la suprema forinola enciclopedica.
— Universalità dell’ idea divina. — L’ontologismo non è un metodo ipotetico,
come quello dei psicologisti. — Iddio è l'Intelligibile : è l’alfa e l’omega
della scienza. —Si termina, riandando il primato dell’ idea divina nelle varie
parti della filo- sofia. . de.i.la ccmsEavAziosz deli,a rutmm.A ideale. La
conservazione della forinola è opera della rivelazione. — Defini- zione di
questa. — Suoi diversi periodi. — La confusione della filosofia colla religione
nocque in ogni tempo alla scienza ideale. — Analogia dei moderni razionalisti
cogli antichi. — Del razio- nalismo teologico fiorente al di d’oggi. —Si divide
in due parti. — Suoi fondatori. La critica storica dei razionalisti pecca per
di- fetto di canonica. — Il razionalismo confonde insieme i vari or- dini di
fatti e di veri. — Sua vecchiezza. — Dei Doceti. — Il razionalismoèunveronaturalismo.—Delsovrannaturale:
sua definizione. — Necessità di esso, per l’integrità dell’ Idea. — Pos-
sibilità e convenienza morale del miracolo. — Universalità dell’ ordine
sovrannaturale. — L’Idea cristiana è universale, come l’Idea della ragione. —
Nullità sintetica c filosofica dei moderni razionalisti. — Il Cristianesimo è
la religione universale. — Non si può mettere in ischiera cogli altri culti. —
Sua singolarità. — Le false religioni non distruggono l’universalità del Cristiane-
simo. — Accordo di questo colla civiltà crescente di ogni tempo. — Si confuta
una sentenza dello Strausse. — Le false religioni sono le sole, che debbano
temere dei progressi civili. — Il Cris- tianesimo sovrasta, e non sottoslà alla
coltura più squisita. — La civiltà moderna, che lo combatte, è una barbarie
attillata. — Delle prove interne della rivelazione. — Sua medesimezza coll’
Idea perfetta. — La Chiesa è la parola esterna dell’ Idea. — La divinità della
Bibbia risulta dalla perfezione deli’ Idea, che vi è rappresentata. — Oscurità
della Bibbia in alcune parti. — Sua mirabile semplicità, e sua differenza dai
lavori smerdici dell’ in- gegno umano. — Concorso c predominio delle prove
esterne od interne della rivelazione, secondo le varie ragioni. — Della inspi-
razione dei libri sacri. — Sua definizione, natura, estensione. — Si risolvono
alcune obbiezioni dei razionalisti. — L’ ermeneutica di questi si fonda in un
falso metodo. — Etnografia della rivela- zione. — Della predestinazione degl’
individui c dei popoli. — Eccellenza delle nazioni e delle lingue semitiche. —
Dei popoli giapetici : loro divario dai Semiti. — Delle nazioni madri. — Degl’
Israeliti ; conservatori dell' Idea perfetta, prima di Cristo. — Dei fati del
popolo ebreo. — Della scienza acroamatica ed esso- terica. — Fondamento
naturale, e universalità di questa distin- zione.—Della ordinazione civile e
religiosa degl’ Israeliti. — Oltre la dottrina pubblica, essi avevano una
scienza secreta, acroamatica e tradizionale. — Ragioni, in cui si fondava
questa distinzione presso il popolo eletto. — Il Cristianesimo rese esso-
terica la scienza acroamatica degl’ Israeliti. — L’ alternativa dell’
acroamatismo e dell' essoterismo è la sola variazione, che si trovi nella
storia dell’ Idea rivelata. — Perchè Mosè non abbia inse- gnata espressamente
l’ immortalità degli animi umani.—Gli Ebrei non tolsero dagli stranieri la loro
angelologia, e il dogma della ri- surrezione. — Del sensismo proprio dei
razionalisti. — Falsità del loro metodo nel cercare l’origine delle idee e
delle credenze. — Attinenze reciproche della dottrina essoterica. — Differenze,
che correvano, per questo rispetto, fra gl' Israeliti e i Gentili. — Del
figuralismo ebraico. — Non è un trovato recente degl’ Israeliti ellenisti. — Falso
concetto dato dal sig. Salvador delle institu- zioni mosaiche. — I,a formola
ideale e il letragramma, erano il nesso della scienza acroamatica ed essoterica
presso gl’ Israeliti. 1ì>5 lai barbarie non fu lo stato primitivo degli
uomini. — La storia delle religioni non comincia dal sensismo. — Per quali
cagioni diminuisse, o si spegnesse presso molti popoli la cultura primi- tiva.
— Vicende civili delle nazioni. — Cinque forme successive di stato e di
reggimento politico. — Anomalie storiche nell’ effet- luazione di esse. — Del
patriarcato. — Dello stato castale : sua origine. — Del predominio dei
sacerdoti : sua legittimità. — Genio religioso delle società costituite sotto
l'imperio ieratico. — I sacerdoti autori principali della civiltà risorgente. —
Effetti salutari della loro influenza nelle colonie antiche e moderne. — Il
sacerdozio conservò le reliquie dell’antica dottrina acroamatica fondò
l’essoterica. — In che modo la mitologia e la simbolica po- tessero esser opera
della moltitudine. — La riforma ieratica dell’ acroamatismo produsse la
filosofìa. — Vari indirizzi della filoso- fìa gentilesca. — Riscontri dell'
antico e del nuovo paganesimo. — Vari gradi, per cui passò l’alterazione della
formola ideale : oscurità , confusione , dimezzamento e disorganazione. — Ca-
gioni dell' alteramente : predominio del senso e della fantasia ; influenza del
linguaggio sull’idea, c dell’ essoterismo sull' acroa- matismo ; dispersione
dei popoli, e perdita dell’ unità universale. — Del culto dei felissi. — Di un
doppio moto contrario, regres- sivo e progressivo, delle instituzioni
religiose. —Esempi. — Quattroepochedellacognizioneideale:
intuitiva,immaginativa, sensitiva e astrattiva. — Se nel vario e successivo
alterarsi della formola, si mantengano i suoi tre membri, c come?— Tavola delle
trasformazioni ontologiche della formolo ideale, corfispondenti ai rari stati
psicologici dello spirito umano. — Dichiarazione della tavola. — Dell'epoca
intuitiva; come l’uomo ne sia sca- duto. — Il mal morale consiste nella negazione
del secondo ciclo creativo. — Dei mezzi sovrannaturali per conservare Io stato
in- tuitivo. — L’essoterismo fu l’occasione della perdita di esso. — Dell’
epoca immaginativa. — Del naturalismo fantastico c dell’ emanatismo propri di
questa epoca. —Indole poco scientifica dell’ emanatismo. — Sua formola. — Due
sorti d’ emanatismo : psicologico e cosmologico. — Dottrina dinamica degli
emanatisti. — Della loro dualità primordiale, c delle dualità successive. —
Dell’ androginismo, e delle dee madri ; loro connessione coll’ ema- natismo. —
I fautori di questo sistema confondono la teogonia colla cosmogonia. — Del
sincretismo emanatistico. — Dei due cicliditaldottrina:
l’emanazione.—Delcicloremanativo: sua natura. — Corrompe la morale, e introduce
il pessimismo. — ; Pelle varie età cosmiche, secondo i inili di molti
popoli Gentili. — Come l’ ottimismo e il pessimismo si accozzino insieme nel
sistema degli emanalisti. —Degli «talari, delle teofanie o logo- fanie
permanenti e successive, e delle apoteosi. — Come il sovrin - telligibile si
trovi alterato fra queste favole. — Del politeismo; nato dall'emanatismo. — Sua
indole, e sue varie forme. — Tutti i
popolipoliteisticonservanounareminiscenzadellaunitàideale. — Dell' idolatria :
sua natura. — Pel panteismo : è una riforma ieratica dell’ einanatismo. — Il
panteismo scientifico non poli- essere il primo sistema nella via dell’ errore.
— L’emanatismo e il panteismo sono sostanzialmente una medesima dottrina, l’uno
sotto una forma fantastica e poetica, l’altro sotto una forma scientifica. —
Proprietà speciali del panteismo. — Universalità del panteismo nel regno
dell’errore. — Tutti i falsi sistemi vi si riferiscono. — Qual sorta di
progresso possa avere Terrore, — Varie forme del panteismo. — Della condizione
del sacerdozio dopo la rovina dello stato castale. — Dei Misteri, da cui usci
la filosofia laicale. — Dell’ ateismo. — Questo sistema non potè es- sere
anteriore al secondo periodo della filosofia secolaresca. — Si rigetta l’
opinione di un ateismo indico antichissimo. — Pel so- vrintelligibile. —
Serbato in parte dai sacerdoti, c perduto affatto da' laici filosofanti,
salvocliè dalle tre scuole mezzo ieratiche dell’ Italia c della Grecia. — Pei
tentativi antichi c moderni, per rie- dificare umanamente il sovrintelligibile.
— Si conchiude, accen - nando brevemente il tema del secondo libro. 239 NOTE.
Nota prima. Sulle denominazioni moderne dell’ lo c del Ile. 379 2. 3. ut. Del
tempo c dello spazio, secondo il processo ontolo- gico. 380 Tassi del Leibniz e
del Malebranche sul tempo e sullo spazio.
Della importanza, che la religione dà alla vita tempo- rale. .188 Degli
attributi divini ontologicamente considerati. 190 Di alcune dottrine erronee
sulla bontà e pravità degli atti umani. .191 Errori di un giornalista francese
sull’ amor di Dio. 393 influenza della colpa primitiva in tutte le parti del
pensiero e dell’ azione umana. 405 Dei vari sistemi sulla natura delle
esistenze. 4M Sull’ infinità del mondo. 406 Sugli assiomi di finalità e di
causalilà. 407 Del traffico degli schiavi negli Stali Uniti. 412 Se l’
abolizione della schiavitù e del servaggio si debba attribuire al
Cristianesimo? 413 Sull’ origine della sovranità in alcuni casi particolari.
410 Dell’ orgoglio civile. 418 Sui diversi modi, con cui si può dimostrare
l’esistenza di Dio. 430 L’idea di Dio non è solamente negativa. Ih. Sulla voce
ritelazionc. 423 Di varie spezie del razionalismo teologico. 424 miracoli
posteriori Dei allo stabilimento del Cristiane- 433 simo. Passo del Malehranchc
sull'idealità del Cristianesimo. 429 l’asso del Leibniz sulla rivelazione. 430
Sulla credenza antichissima dei Samaritani nella ri- surrezione dei morti. 431
Si esamina la dottrina filosofica dello Schleiermacher c dello Strausse sull’
esistenza degli angeli. Ib. 1 razionalisti confondono la dottrina acroamaliea
colla essoterica. 444 Sul fatto di Babele. Ib. Del sincretismo dei falsi culti,
-toma, mito e simbolo zcndico. 445 Nei culli barbari l’Idea è esclusa dalla
religione, e non L’antropomorfismo è il
psicologismo essoterico. 446 Del panteismo ili Ulrico Zuinglio. Ih. Passi dello
Spinoza conformi alle dottrine del raziona- lismo teologico. Sul psicologismo
degli eretici. Convenienze della dottrina pclagiana col sensismo, col psicologismo
e col fatalismo. DELLE CONVENIENZE DELLA FORIOLA IDEALE COLLA RELIGIONE
RIVELATA. Scusa dell’ autore. — Il sovrintelligibile e il sovrannaturale sono i
due perni della religione. Analisi del primo. Si escludono le false origini,
che si possono assegnare al concetto, che Io rap- presenta. — Della
sovrintelligenza. — In che consista la natura speciale di questa facolti. — Sua
analogia coll’istinto. — Del sen- timento, che l’uomo ha delle sue potenze non
esplicate. — Defi- nizione delia sovrintelligenza. — Come il concetto negativo
del sovrintelligibile nasca da questa facoltà. — Obbiettività del so-
vrintelligibile ; adombrata dalla filosofia orientale. — Analogia del
sovrintelligibile col numeno di Emanuele Kant : sbaglio del criticismo. — Dei
sovrintelligibili naturali. — Attinenze del so- vrintelligibile cogl’
intelligibili. — Come il sovrintelligibile debba essere riconosciuto e
rispettato dalla filosofia. — Dei sovrintelli- gibili rivelati. — Loro
importanza, e armonia coi dogmi razio- nali. — I sovrintelligibili della
rivelazione hanno un margine indeterminato. — Del sovrannaturale. — In che
consista, e sue attinenze colla formula. — Connessione del suo concetto colla
magia dei popoli pagani. — Varie spezie di sovrannaturale. — Necessità dell’
idea di sovrannaturale per la filosofia della storia : sua importanza per la
filosofia in genere. — Il sovrannaturale appartiene al secondo ciclo creativo :
sue relazioni con esso. — Dimostrazione a priori della realtà dell' ordine
sovrannaturale. L’ alterazione di quest' ordine costituisce il regresso. —
Della forinola sovrannaturale : sua corrispondenza colla
razionale. — Del ciclo cristiano : sua risoluzione. — Della Chiesa ; com' ella
sia il perno dell’ incivilimento. — Del sincretismo delle sette cris- tiane
eterodosse, e della idolatria rinnovala per opera loro. — Confutazione di un
passo del sig. Guizot sull’ unità religiosa. — Della superstizione : in che
consista. — Del processo a priori della fede cattolica. — Due cicli rivelativi
corrispondenti ai due cicli creativi. — Necessità della fede per ben
filosofare. — La fede sola colloca l’uomo nel suo stato naturale.
—Ragionevolezza della disciplina cattolica. L’ educazione ideale è impossibile
fuori di essa. — Lo scetticismo esclude la vera grandezza, anche umana, dell’
ingegno. — La fede è libera, e in ciò consiste il suo
merito.—Tredotidellafedecattolica, utilissimeall'uomoeal filosofo. — Efficacia
di questa virtù, per avvalorare l' ingegno on- tologico. — Quanto all’ abito
ontologico conferisca la credenza del sovrannaturale. — Tutte le virtù
teologali influiscono profit- tevolmente nell’ uomo pensante e operatore. —
Della vera misti- cità, e sue differenze dalla falsa. — Empietà dell’ autonomia
razionale. — Necessità della fede per la conservazione dei princi- pii ideali.
— L’ incredulità moderna è la cagione precipua della debolezza degli animi c
degl’ingegni. — Utilità dei misteri in genere per l’abito filosofico. — Si
considerano, per questo ris- petto, alcuni misteri in particolare. — Della
predestinazione, e della eternità delle pene. Della inviolabilità scientifica
della teologia. — Di certi novellini teologi, e della temerità loro. —
L’invenzione nelle cose ideali è impossibile. — Della giovinezza perpetua del
Cristianesimo cattolico. — Di una certa classe di gementi, che credono morta o
moriente la religione : si combat- tono i loro timori. — Della larghezza dell’
Idea cattolica : sua utilità per le scienze in generale. — Necessità della
filosofia per far fiorire la teologia, come scienza. La teologia e la filosofia
hanno bisogno l’una dell’altra. — Delle cagioni, per cui la teo- logia
cattolica c scaduta dal suo antico splendore. — Il clero cat- tolico dee essere
un concilio di sapienti. — Dee coltivare special- mente le scienze filosofiche.
Dell’ acroamatismo ieratico, ch'egli si dee proporre. — I laici, che coltivano
la filosofia, debbono incominciare una nuova era razionale, sotto la sovranità
intellet- tiva della Chiesa. La filosofia eterodossa, che regnò finora, è morta
per sempre. Si concbiude il capitolo e il primo libro, esortando gl' Italiani a
intraprendere l’ instaurazione delle scienze speculative. Sulla voce essenza. Del sovrintelligibile
presso i filosofi eterodossi. Attinenze del sovrannaturale col
sovrintelligibile. 16£ Del sovrannaturale iniziale c finale del Cristianesimo.
Del sovrannaturale transitorio o continuo. Su alcuni passi del sig. Guizot.
Sopra un cenno teologico del sig. Nisard. Sul fatto morale della
giustificazione. Sulle varie epoche filosofiche della storia. Delle idee
pure.Sul valore teologico dei razionalisti tedeschi. Il decadimento della
filosofia prova la verità del cat- tolicismo.Grice: “Italians find it harder
than the Germans to conceal their nationalism. Hegel is studied everywhere, but
Gioberti is felt to be TOO Italian, and he is. There are not two sentences in
Gioberti that do not mention Italy! Hegel could philosophise on being (the
absolute being is the King of Prussia) – but philosophers elsewhere took his
remarks in a generalized way, not a German way. Unlike with Gioberti, who
cannot hide his ‘italianita’. The fact that Mussolini wrote on him did not
help. And that, along with Gentile, and the Italian mainstream intelligentsia,
the Italian risorgimento is only a stone’s throw away from Fascism!” Grice:
“Lorenzo Giusso, whom I like, wrote a bio of Gioberti which I thought the best,
it’s in Vita e Pensiero, and in the series, “UOMINI DEL RISORGIMENTO” Gives him
sense!” -- Vincenzo Gioberti. Gioberti. Keywords: del bello, estetico, il
bello, metessi, implicatura metessica – mimesi – Plato on mimesis and metexis,
protologia, ontologismo, statua all’aperto, Milano – nella serie uomini del
risorgimento, bruno, gentile. -- Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Gioberti," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia


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