Grice
e Giorgi: l’implicatura conversazionale della fiducia nella fiducia – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Vernole). Filosofo. Grice: “Giorgi discovered a phenomenon I often
overlooked: meta-trust: ‘la fiducia nella fiducia e, alla Parsons, la fiducia
di ego con alter, e alter con ego. Grice: “I love Giorgi, for various reasons;
unlike Sir Geoffrey Warnock, or me, who base our Kantian-type morality on
trust, Giorgi recognises a very apt distinction between trust and ‘meta-trust’
– fiduccia nella fiduccia: fiduccia nell’altro!” Insegna a Salento. Si laurea a
Roma con “il giuridico e il deontico” – Fonda il Centro Studi sul Rischio a Lecce.
Studia i sistemi sociali. Altre opera: “Sociologia del diritto” Manuale di
diritto del lavoro e legislazione sociale” “Azione e imputazione” “La società”;
“Diritto e legittimazione” “Mondi della società” o, con Stefano Magnolo” “Filosofia
del diritto” “Futuri passati” Fiducia è un meccanismo, un dispositivo di
riduzione della complessità. Fiducia non è un valore positivo dell'agire o
dell'esperienza; non rappresenta una preferenza rispetto al suo opposto, non ha
valore morale di preferibilità. Fiducia e sfiducia sono grandezze non
convertibili. Dare fiducia ad altri o suscitare fiducia in altri non sono
qualità morali, disposizioni buone, né preferibili o migliori in assoluto. Il
riscontro della loro preferibilità è la situazione, la conferma della validità
dell'orientamento alla fiducia può essere reperita solo nella dimensione
temporale, l'accertamento dell'opportunità può essere dato solo dal futuro. La
funzione della fiducia, infatti, si dispiega nella tensione fra presente e futuro.
In questa tensione si proietta nel presente il dramma dell'incertezza e il
rischio del non sapere. Il sapere, infatti, esclude il rischio e rende inutile
la fiducia. Il non sapere, invece, impone al singolo, al sistema personale o
sociale, la necessità di reperire un dispositivo di assorbimento
dell'incertezza che rischia di paralizzare l'agire. Il problema, allora, è il
tempo; lo spazio di questo tempo è il presente, una estensione temporale della
cui durata ci si rende conto soltanto quando è finita, cioè quando è già
diventata un passato. Lo spazio della fiducia è questo. Solo in questo spazio
si può avere fiducia. In esso cioè si può costruire, sviluppare, mettere alla
prova quella inevitabile avventura che è l'anticipazione delle aspettative
dell'altro. Fiducia non è altro che questa anticipazione che orienta l'agire e
l'esperire. Ma è un'avventura del presente che anticipa il futuro nella
rappresentazione di colui che ha fiducia, perché si serve solo delle risorse di
una propria prestazione effettuata in anticipo e costruita su una propria
rappresentazione del mondo. Una risorsa esterna, una certezza, renderebbe
inutile dare fiducia [...]. La fiducia costituisce una mediazione tra la
complessità del mondo e l'attualità dell'esperienza. Una mediazione drammatica,
rischiosa, che si sostiene sul sapere di non sapere, che produce da sé le
risorse che investe e con le quali si espone al futuro anticipandolo e
all'altro rappresentandosi le sue aspettative [...]. Fiducia non è affidamento
all'altro. Fiducia non è il racconto dell'altro. Non ci sarebbe il dramma, non
ci sarebbe neppure la possibilità di raccontare l'altro, se fiducia avesse a
che fare immediatamente con l'altro. Fiducia ha a che fare con la propria
rappresentazione dell'altro; essa è affidamento alle proprie aspettative
dell'altro. Fiducia è esposizione del sé. Fiducia è abbandono al sé, per questo
c'è il rischio, il dramma, la tensione. (R. De Giorgi, Presentazione
dell'edizione italiana, in N. Luhmann, La fiducia, Bologna, il Mulino, Riferimenti
Bibliografici - P. Berger, T. Luckmann, La realtà come costruzione
sociale, Bologna, 1969;* - N. Luhmann, Illuminismo sociologico, Milano, 1983;*
- A. Schütz, La fenomenologia del mondo sociale, Bologna, 1974.*La semantica
del rischio Decisione razionale e azione sociale Raffaele De Giorgi
Docente di Filosofia del diritto - Università di Lecce venerdì 22 gennaio
1999 - 17,30 Centro Culturale. Sulla situazione delle scienze sociali Se
si osserva il panorama delle scienze sociali oggi, si può affermare che esse
sono alla ricerca di temi attuali riferiti alla società, ma che per questo non
dispongono ancora di una struttura teorica adeguata, in particolare non sono
pervenute ancora a una adeguata descrizione della società moderna. Le
discussioni teoriche vengono effettuate in relazione ad autori, in particolare
in relazione a classici. Questo comporta, nel modo di porre i problemi, la
presenza di un sovraccarico di vecchie prospettive e l’implicito orientamento
ad una società che in virtù del suo ottimismo sul progresso aveva raggiunto i
suoi limiti, ma poteva tener presente solo in misura limitata le conseguenze
della società moderna e le poteva trattare solo come problemi della
distribuzione del benessere. Le acquisizioni alle quali si è pervenuti sono date
da un atteggiamento scettico verso l’organizzazione e la razionalità (M. Weber)
o da una critica della struttura di classe della società moderna. Di queste
acquisizioni vive ancora oggi la discussione teorica. La società moderna
ha reso urgenti problemi completamente diversi: il problema dell’ecologia, il
problema delle conseguenze che derivano dalle nuove tecnologie, dalla ricerca
biologica e genetica: ma anche il problema delle conseguenze legate a
determinate politiche di investimento o quello relativo al rapporto tra uso del
denaro per fini speculativi o per fini produttivi. Si tratta solo di alcuni
indici degli ambiti problematici con i quali continuamente si confronta la
società contemporanea e rispetto ai quali la soglia di attenzione, e quindi di
preoccupazione, sembra essere più alta. Negli anni più recenti è sembrato
che la scienza sociale riuscisse ad andare oltre la discussione sui classici:
si è elaborato così un orientamento problematico che può essere descritto
mediante concetti quali complessità, problemi del controllo e guida,
possibilità dell’azione ed altri ancora. Così la società viene descritta dalla
prospettiva dell’agire politico e quindi dalla prospettiva della
pianificazione, la quale ha davanti a sé campi di realtà altamente complessi,
in cui tutte le azioni scatenano “conseguenze perverse” e producono problemi
che danno motivo a nuove forme dell’agire. Tuttavia anche questa discussione ha
raggiunto in modo incontestabile i suoi limiti, non dispone di potenziale
esplicativo dell’agire reale e ripropone ormai solo l’originaria formulazione
dei problemi. All’ottimismo del progresso si è sostituita la paura del futuro,
all’ansia della pianificazione e del controllo, la rassegnazione verso le
conseguenze perverse dell’agire che, non potendo essere previste, vengono rese
oggetto di analisi empirica: un motivo ulteriore per considerare il presente
con disappunto e per tentare di risolvere mediante il ricorso alla morale ciò
che sembrava impossibile risolvere mediante la razionalità. Non si
può affatto prevedere che nel prossimo futuro la scienza sociale riuscirà a
colmare il deficit teorico che la caratterizza e a pervenire ad una convincente
descrizione della società moderna. E’ possibile però isolare temi speciali, che
in questa direzione sono fruttuosi e possono essere utilizzati perché le
ricerche si concentrino su di essi. Il tema rischio può costituire un tema
cosiffatto. Esso è un tema nuovo rispetto alla discussione sui classici e
mantiene considerevole distanza rispetto alle teorie sulla decisione razionale
o sulla pianificazione razionale. Esso attualizza la dimensione del tempo, una
dimensione centrale per la società moderna da tutte le prospettive. Esso
altresì ha particolare riferimento rispetto ai temi che nell’opinione pubblica
hanno acquistato un significato considerevole e che, gradualmente, diventano
dominanti. Esso ha quindi tutte le chances di fornire un contributo rilevante
alla comprensione delle condizioni sociali nelle quali oggi inevitabilmente
viviamo e delle quali in un qualunque modo dobbiamo tener conto. 2. Stato
della ricerca. Negli ultimi vent’anni il tema rischio ha stimolato una
mole immensa di ricerche ed ha raccolto una letteratura che ormai non è più
possibile controllare. Nella letteratura meno recente il tema si è sviluppato
prevalentemente sotto la voce: insicurezza. La ricerca però si è concentrata su
alcuni punti cruciali e non è pervenuta all’elaborazione di una chiara
concettualità teoretica. Da una parte è dato di trovare ricerche
sulla valutazione delle conseguenze prodotte dalle nuove tecnologie; queste
ricerche presentano ramificazioni molto concrete: ad esempio la valutazione
degli effetti cancerogeni che derivano da alcuni prodotti chimici o la
valutazione delle possibilità che si verifichino eventi particolarmente
improbabili ed insieme altamente catastrofici. Questa letteratura è orientata
nel senso delle teorie della casualità o nel senso della statistica: essa ha
prodotto a sua volta altra letteratura che si occupa della posizione e del ruolo
degli esperti rispetto alla politica e che di conseguenza individua una perdita
di prestigio e di credibilità della scienza e degli esperti nelle diverse
tecnologie, qualora questi, sotto la pressione e l’urgenza delle decisioni
siano costretti a rendere manifeste le loro insicurezze o le controversie
interne alla scienza stessa. Si tratta di una letteratura e di un
insieme di ricerche che tematizzano i problemi della sicurezza rispetto a
situazioni di pericolo oggettivo, ma che non riguardano la prospettiva di chi,
nell’agire concreto, deve decidere se rischiare o non rischiare e a quali
costi. Accanto a queste ricerche è dato di trovarne altre che sono
orientate in misura crescente in senso psicologico e che indagano i modi in cui
i singoli si comportano in situazioni di rischio. Risultato di queste ricerche
è una distinzione di variabili che influenzano il comportamento, come ad
esempio l’influsso della fiducia di sé o del controllo di sé sulla
disponibilità di colui che agisce verso il rischio. Un altro
orientamento di ricerca si occupa dei deficit di razionalità e degli “errori”
statistici che è possibile individuare nel comportamento decisionale
quotidiano. La disponibilità al rischio dipende, secondo queste ricerche, non
da ultimo dal modo in cui colui che decide pone il problema col quale deve
misurarsi. Questi orientamenti ai quali si sostiene la ricerca sul
rischio permettono di comprendere perché gli esperti che si occupano della
percezione e valutazione del rischio e delle strategie del suo trattamento,
siano essenzialmente studiosi di scienze naturali, di statistica, di economia
(in particolare per i settori relativi alle teorie della scelta razionale, del
calcolo dell’utilità, ecc.) o di psicologia. Persino il tema “comunicazione sul
rischio” viene trattato da specialisti che hanno questa formazione. La
sociologia si è occupata fino ad ora prevalentemente degli aspetti limitati dei
nuovi movimenti che si formano nella società a seguito della accresciuta
percezione del rischio. La scienza politica ha manifestato scarsa attenzione
per i problemi che derivano dal fatto che le questioni legate al rischio
sovraccaricano gli interessi politici. Accanto alla medicina si è stabilizzata
un’etica che si occupa dei modi in cui la morale dovrebbe affrontare questioni
che sembrano sottrarsi al calcolo razionale. Nonostante la sua ampiezza,
l’attuale ricerca sul rischio non riesce a pervenire a risultati utili sia alla
descrizione dell’agire decisionale che alla determinazione di possibilità ulteriori
degli stessi ambiti decisionali, perché è legata da vincoli che derivano dal
modo stesso in cui il problema del rischio viene tematizzato. Questi vincoli
sono definiti dai modelli derivati dalle teorie della decisione razionale e
dalle teorie psicologico-individualistiche. 3. Integrazione
teorica. Tanto dal panorama delle ricerche quanto dall’eterogeneità dei
diversi approcci scaturisce un considerevole bisogno di integrazione teorica.
Le prestazioni innovative che è possibile effettuare in rapporto allo stato
attuale della ricerca dipendono dal fatto che si riesca ad elaborare e a
rendere disponibile una concettualità teorica capace di rendere possibili
questi riferimenti. Il concetto di rischio è stato definito
essenzialmente in relazione agli ambiti della relazione razionale, per così
dire, come concetto per la elaborazione dei problemi del calcolo razionale. Da
qui derivano considerevoli difficoltà di delimitarne significato e contenuto.
Nella letteratura si scambiano e si utilizzano come equivalenti e fungibili con
il concetto di rischio formulazioni quali pericolo, danger, hazard, insicurezza
e simili. Proprio per questo, sul piano metodologico è necessario mettere in
chiaro nel contesto di quali distinzioni il rischio acquista il suo contenuto e
significato proprio. La distinzione tra rischio e sicurezza sembra
inutilizzabile. Sicurezza in quanto opposta a rischio, indica solo un posto
vuoto che non può certo essere riempito empiricamente. Sicurezza, nello schema
rischio-sicurezza, indica solo un concetto riflessivo: esso esibisce solo la
posizione dalla quale tutte le decisioni possono essere analizzate dal punto di
vista del loro rischio. Sicurezza, in questo senso, universalizza solo la
coscienza del rischio; d’altra parte non è un caso se, a partire dal XVII
secolo, tematiche della sicurezza e tematiche del rischio si sviluppano
insieme. Per questo sarebbe necessario provare se sia possibile
intendere il concetto di rischio utilizzando le prospettive fornite dalla
teoria attributiva. Nel generale contesto di una insicurezza rispetto al futuro
e di un danno possibile, si potrebbe parlare di rischio quando un qualche danno
venga imputato ad una decisione, cioè quando questo danno debba essere trattato
come conseguenza di una decisione (o da colui che decide o da altri). Il
concetto opposto sarebbe allora il concetto di pericolo, che è applicabile
quando danni possibili vengano imputati all’esterno. Una tale
concettualizzazione permetterebbe di utilizzare la problematica
dell’attribuzione che si è rivelata fruttuosa e saldamente sperimentata. La
concettualizzazione proposta dà insieme plausibilità al fatto che nella società
moderna la maggiore coscienza del rischio sia correlata all’accrescimento delle
possibilità di decisione. Riferimenti Bibliografici - Ulrich
Beck, Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Frankfurt a.M.,
1986;* - Ulrich Beck (Ed.), Politik in der Risikogesellschaft. Essays und
Analysen, Frankfurt a.M., 1991; - Vincent T. Covello, J. Mumpower, Environmental
Impact Assessment, Technology Assessment, and Risk Analysis, NATO ASI Series,
Berlin-Heidelberg, 1985; - Mary Douglas, Come percepiamo il pericolo.
Antropologia del rischio, Milano, 1992;* - Mary Douglas, Aaron Wildavsky, Risk
and Culture. An Essay on the Selection of Technological and Environmental
Dangers, California UP, 1983;* - Adalbert Evers, Helga Nowotny (Eds), Über den
Umgang mit Unsicherheit. Die Entdeckung der Gestaltbarkeit von Gesellschaft,
Frankfurt a.M., 1987; - Anthony Giddens, The Consequences of Modernity,
Stanford UP, 1990;* - Alois Hahn, Willy H. Eirmbter, Rüdiger Jacob, Le Sida:
savoir ordinaire et insécurité, «Actes de la recherche en sciences sociales»,
104, pp. 81-89, 1994; - Toru Hijikata, Armin Nassehi (Eds), Riskante
Strategien. Beiträge zur Soziologie des Risikos, Opladen, 1997; - B.B. Johnson,
Vincent A. Covello (Eds), The Social and Cultural Construction of Risk,
Dordrecht, 1987; - Franz-Xaver Kaufmann, Sicherheit als soziologisches und
sozialpolitisches Problem. Eine Untersuchung zu einer Wertidee
hochdifferenzierter Gesellschaften, Stuttgart, 1970; - Roswita Königswieser,
Matthias Haller, Peter Maas, Heinz Jarmai (Eds), Risiko-Dialog, Köln, 1996; -
Georg Krücken, Risikotransformation. Die politische Regulierung
technisch-ökologischer Gefahren in der Risikogesellschaft, Opladen, 1997; -
Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Milano, 1996;* - Charles Perrow, Normal
Accidents. Living with High-Risk Technologies, New York, 1984; - Aaron
Wildavsky, Searching for Safety, New Brunswick-London, 1988. (*) I titoli
contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione,
per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione
Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19) Presso la sede della Biblioteca, dopo
una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la
registrazione.Grice: “Giorgi understands trustworthiness perfectly. However, he
does not seem to care to provide a moral background for it, which is okay with
me, since being trustworthy and expecting others to be trustworthy is what an
honest chap does! It’s different with PERJURY, and Giorgi has shed light on the
notion of legitimacy – an oath of trustworthiness becomes a LEGAL BOND – not
just moral. It is however better to consider the moral trustworthiness as PRIOR
conceptually to the legal trustworthiness – even if conceptual priority can go
both ways. EPISTEMICALLY, to have a law that condemns perjury may be the best
way NOT to have faith in faith (fiducia nella fiducia) but PRESUPPOSE that the other
has a moral-legal bond to be trustworthy. The perjury figure in Roman law has
to be considered historically, since if there was something the Italians are
good at is Roman law!” -- Raffaele De Giorgi. Giorgi. Keywords: fiducia nella
fiducia, il giuridico, il deontico, imputazione, azione, fiduzia nella fiducia.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Thursday, April 4, 2024
GRICE E GIORGI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE DELLA FIDUCIA NELLA FIDUCIA -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA
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