Grice
e Giovanni: l’implicatura conversazionale della civetta di Minerva – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “The Italians love ‘divenire’ as in
‘being and becoming’ – but if I say Mary is becoming a princess, ain’t Mary
being?” Grice: “I like Giovanni; only in Italy, you write an essay on Marx on
cooperation and on Kelsen; and then of course an Italian philosopher HAS to
philosophise on Vico: ‘divvenire della ragione,’ Giovanni calls what I would
call a critique of conversational reason!” Ha aderito successivamente alla Rosa
nel Pugno. Simpatizzò per la monarchia e
l'11 giugno 1946 fu tra coloro che presero parte agli scontri che causarono la
strage di via Medina; in seguito avrebbe spiegato la sua partecipazione con
queste parole: “Già leggevo Hegel ero monarchico perché credevo all'unita dello
Stato.” “Scappai quando la situazione s'incanaglì». Si laurea a Napoli con la
tesi “Vico: natura e ius.” Insegna a Bari.
Direttore di “Il Centauro. Rivista di filosofia". Altre saggi: “L'esperienza
come oggettivazione: alle origini della scienza”; “Il concetto di classe
sociale in Cicerone”; “La borghesia italiana”; “Il concetto di prassi”; “Marx
dopo Marx” (cf. Luigi Speranza, “Grice
dopo Grice.” Impilcature: Not Grice! --; “La nottola di Minerva”; -- il guffo
di Minerva – la civetta di Minerva -- “Dopo il comunismo”; il comune -- “L'ambigua
potenza dell'Europa”; “Da un secolo all'altro: politica e istituzioni” –
istituzione istituzionalismo istituismo “La filosofia e l'Europa”; “Sul partito
democratico. Aristocrazia, democrazia crazia cratos concetto di potere -- -- Opinioni
a confronto”; “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” “Elogio della
sovranità politica, -- il sovrano – lo stato sovrano – Machiavelli -- Editoriale scientifica, “Le Forme e la storia.
Scritti in onore di Giovanni, Napoli, Bibliopolis, La parabola di Giovanni. Il dibattito
Un saggio di de Giovanni paragona Severino al filosofo del fascismo. Ma a tutte
le sue obiezioni è possibile rispondere È Gentile il profeta della civiltà
tecnica Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire
è eterna di EMANUELE SEVERINO Giovanni Gentile fu assassinato per- ché era la
voce più autorevole e con- vincente del fascismo. Ep- pure la sua filosofia è
la ne- gazione più radicale di ciò che il fascismo ha inteso essere. Non solo.
Essa è tra le forme più potenti — non è esagerato dire la più potente — del
pen- siero del nostro tempo. Di tale potenza lo stesso Lenin si era accorto —
forse gli assassini di Gen- tile non lo sapevano neppure. Tanto meno lo sa la
cultura filosofica oggi dominante, che mai rico- noscerebbe a un italiano un
così alto rilievo. Non solo. Contrariamente agli stereotipi che vedono in
Gentile un avversario della scienza, l’attuali- smo gentiliano è l’autentica
filosofia della civiltà della tecnica: rende possibile il dominio planeta- rio
della tecno-scienza, ancora frenato dai valori della tradizione. Altrove ho
mostrato il fonda- mento di queste affermazioni. Il recente libro di Biagio de
Giovanni Disputa sul divenire. Gentile e Severino (Editoriale Scientifica,
2013) è un grande e suggestivo contributo al loro approfon- dimento — come
d’altronde c’era da attendersi dalla statura culturale e sociale dell’autore.
Va facendosi largo nel mondo la convinzione che l’uomo non possa mai
raggiungere una verità assolutamente innegabile; che, prima o poi, ogni verità
siffatta resti travolta da altri modi di pensa- re, da altri costumi, cioè si
trasformi, muoia: di- venga. Travolta, anche la certezza che esistano le cose
che ci stanno attorno; essa è innegabile solo fino a che esse non vanno
distrutte: era innegabi- le solo provvisoriamente. Esser convinti dell’ine-
sistenza di ogni verità assoluta è quindi, insieme, esser convinti
dell’inesistenza di ogni Essere im- mutabile ed eterno. «Dio è morto», si dice.
La negazione di ogni verità assoluta e innega- bile non investe dunque
l’esistenza del divenire del mondo. Anzi, proprio perché si fa largo la
convinzione che il divenire di ogni cosa e di ogni stato sia assolutamente
innegabile (ed eterno), proprio per questo è inevitabile che ci si convinca
dell’impossibilità di ogni altro innegabile e di ogni altro eterno. Gentile lo
mostra nel modo più rigoroso (mentre il fascismo, come ogni assoluti- smo
politico, intendeva essere la configurazione inamovibile dello Stato). Ma è
appunto per quell’estremo rigore che de Giovanni rileva, a ragione,
l’incolmabile contra- sto tra il pensiero di Gentile e il tema centrale dei
miei scritti, l’affermazione cioè che la verità asso- lutamente innegabile
esiste e che tutto ciò che esiste (nel presente, nel passato, nel futuro) è
eterno, ossia non esiste alcunché che esca dal proprio esser stato nulla e che
sia travolto nel nulla. Certo, la più sconcertante delle affermazio- ni. Che
però de Giovanni considera fondata con altrettanto rigore. Infatti, mi sembra,
egli è inte-ressato al contrasto Gentile-Severino perché vede in ogni forma di
contrasto una conferma della propria prospettiva di fondo, per la quale l’esi-
stenza umana è, da ultimo, un contrasto insana- bile tra il desiderio
dell’uomo, finito, di esser sal- vato dall’Infinito e la problematicità del
rapporto finito-Infinito. Quindi, a suo avviso, per quanto rigorose possano
essere la posizione filosofica di Gentile e la mia, ci dev’essere in entrambe
un vi- zio o più vizi di fondo che non possono venir estirpati. Attraverso una
finissima procedura in- terpretativa de Giovanni lo fa capire rivolgendo
domande, obiezioni sotto forma di domande. So- prattutto a me. Provo a
rispondere ad una soltan- to. In modo adeguato risponderò in altra sede. Ma
prima rivolgo anch’io una domanda a de Giovanni. La sua prospettiva — qui sopra
richia- mata in modo molto sommario — intende essere una verità assolutamente
innegabile o una pro- posta dove non si esclude che la verità innegabile esista
da qualche parte? Propendo per la prima alternativa. Mi sembra infatti che
anche per de Giovanni l’unica verità indiscutibile sia la «stori- cità» del
reale, cioè il divenire che travolge ogni altra presunta verità. La sua
distanza da Gentile tende così a vanificarsi nonostante le obiezioni, che a
questo punto hanno un carattere subordi- nato. E infatti de Giovanni mi chiede
se non ci sia «qualcosa di ineluttabile» «nella condizione mortale dell’uomo»,
se la morte non sia «la prova inconfutabile», l’«irrefutabile cogenza» che
«l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla» — e anzi, lasciando da parte il
domandare, afferma che il mio discorso «si scontra con il fatto che l’uomo
muore» (pp. 83-84, corsivo mio). Il conte- sto in cui de Giovanni avanza queste
domande- affermazioni è incommensurabilmente lontano dall’ingenuità con cui a
volte queste domande mi vengono rivolte. Ma in questa sede può essere opportuno
richiamare — ancora una volta — che i miei scritti, ovviamente, non hanno mai
negato che l’uomo muoia e come muoia e resti il suo ca- davere, ma hanno sempre
negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la
morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che questo
andirivieni non è un «fatto». Provo a chiarire. Che il dolore, l’agonia, la
morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un «fatto» si-
gnifica che se ne fa esperienza. Certo: si fa espe- rienza dell’orrore della
morte — che è sempre la morte altrui. Ma chi crede che la morte sia un an- dare
nel nulla non crede (è impossibile che cre- da) che l’uomo vada nel nulla ma,
insieme, conti- nui ad essere un «fatto» che appartiene al conte- nuto
dell’esperienza: gli appartenga nello stesso modo in cui gli apparteneva prima
di annientar- si. Nell’esperienza rimane il ricordo di coloro che sono andati
nel nulla, e il ricordo è un «fatto»; ma non rimane il fatto in cui consisteva
il loro es- ser vivi, non si fa più esperienza del loro esser stati vivi. Chi,
dunque, crede che la morte sia an nientamento crede che — pur avendo avuto espe-
rienza dell’agonia e del cadavere — ciò che è di- ventato niente sia diventato
anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, che non è un fatto. Ma
allora è impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è
uscito dall’espe- rienza, e quindi mostri che esso è diventato nien- te. Di
questa sorte l’esperienza non può che tace- re. Cioè l’annientamento non può
essere un «fat- to». (E se il cadavere viene bruciato e, come si di- ce,
«diventa cenere»; allora anch’esso, come tutta la vita passata di chi è morto,
esce dall’esperienza —anche se ne rimane il ricordo. Daccapo: che es- so,
diventando cenere, sia diventato niente non può essere l’esperienza ad
attestarlo). Ci si convince dunque che la morte è annienta- mento non sulla
base dell’esperienza, ma sulla ba- se di teorie più o meno consistenti.
All’inizio i vivi si fermano atterriti di fronte alle configurazioni orrende
della morte dei loro simili e restano col- piti dalla loro assenza; i morti non
ritornano, vivi, come invece il sole torna a risplendere al mattino. Anche su
questa base, quando si fa avanti la rifles- sione filosofica sul nulla, si
pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di sperimen-tarne
l’annientamento. Gentile sta al culmine di tale fede e, con la propria «teoria
generale dello spirito», dimostra nel modo più radicale l’impos- sibilità di
ogni realtà esterna all’esperienza, sì che l’uscire dall’esperienza è per ciò
stesso l’andare nel niente. Ma, appunto, si tratta di una dimostra- zione, di una
«teoria», non della constatazione di un fatto. Dunque, la sconcertante
affermazione, al cen- tro dei miei scritti, che tutto ciò che esiste è eter-
no, non è un «paradosso» che «si scontra» con l’esperienza, cioè «con il fatto
che l’uomo muo- re». All’opposto, a scontrasi con l’esperienza sono coloro che
— affermando la sua capacità di atte- stare l’annientamento degli uomini e
delle cose — vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci. Sono
molti, moltissimi? Non importa. An- che quando qualcuno ebbe a mostrare che è
la Terra a girare attorno al sole e non viceversa, tutti gli altri lo negavano,
sconcertati. A questo punto de Giovanni deve mostrare per- ché (una volta
escluso lo «scontro con il fatto») non accetta la fondazione che di quella sconcer-
tante affermazione ho indicato nei miei scritti. At- tendo. Ma anche tutte le
altre sue domande atten- dono la mia risposta.Il tramonto del principe:
"Fin dall'inizio della sua attività Biagio de Giovanni ha accompagnato al
suo discorso teorico e politico una notevole attività di carattere
storico-filosofico. Si può dire, anzi, che per certi versi questi sono tre
aspetti di una medesima ricerca che, secondo una tipica 'tradizione' italiana,
ha intrecciato, in modo consapevole, filosofia, storiografia e politica. Ma
questa è una considerazione preliminare, di carattere generale. Ciò che
distingue la posizione di de Giovanni è il modo con cui ha istituito questo
intreccio - il suo 'punto di vista' - e i risultati che è riuscito a
conseguire." (dalla prefazione di Michele Ciliberto). Con una postfazione
sulla storia de "Il centauro" di Dario GentiliBiagio di Giovanni. Giovanni.
Keywords: essere/divenire – dall’essere al divenire -- divenire della ragione
conversazionale: Vico, Hegel, Marx, nottola di Minerva; monarchia – stato -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giovanni: il divennire della ragione conversazionale”
– The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.


No comments:
Post a Comment