Grice
e Girotti: l’implicatura conversazionale della curva – la filosofia nella
storia d’Italia – il caso Gentile -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Adria). Filosofo. Grice: “I like Girotti; for one, he has explored the idea of
‘beauty,’ which Sibley should, but did not!” Si laurea a Padova, sotto Santinello
e Berti. Pubblica “Filosofia” (La Scuola, Brescia). Pubblica: “Gouhier e la sua
storia storica della filosofia” (Unipress, Padova). “Comunicazione filosofica”
“Società Filosofica Italiana.” Altre saggi: “Aristotele, dal platonismo all’autonomi”
(Polaris, Faenza); “Modelli di razionalità nella filosofia”, Sapere, Padova; Discorso
sui metodi, Pensa, Lecce; Medioevo vs oggi: tra tabula rasa e innatismo,
Sapere, Padova; Riforma Gelmini e filosofia Sapere, Padova; Essere e volere,
Pensa multimedia, Lecce; Siamo completamente liberi di volere ciò che
vogliamo?, Il Giardino dei Pensieri, Bologna); Bellezza e responsabilità,
Diogene Multimedia, Bologna; Cercasi anima disperatamente, Diogene Multimedia,
Bologna; Giovanni Gentile; Diogene Multimedia, Bologna); “Il fico proibito
dell’Eden e la giustificazione del male, Diogene Bologna; Un viaggio intorno
all’io: Da Atene a Delfi dialogando, Diogene, Bologna; Sul permesso di morire,
Diogene Bologna; Comunità di ricerca, Gouhier in Enciclopedia Filosofica
Bompiani, La collana si chiama Briciole
di Filosofia “una storia storica che si fermi all’esibizione dei dati diventa
semplice una ‘cronaca’; infatti, nel momento in cui si espone la filosofia di
Grice, per poter abbracciare l'oggettività si dovrebbe rimanere all’interno di
un'asettica descrizione, quella che Girotti definisce como “fenomenologia dello
spirito metafisico.”Girotti distingue “la fenomenologia” (come metodo) e “lo
spirito metafisico” (come oggetto). Seguendo il metodo della fenomenologia, il
filosofo-storiografo sarebbe invitato a fermarsi alla lettura del dato per descrivere
ciò che esso mostra. Seguendo “lo spirito metafisico”, il filosofo- storiografo
ritroverebbe l'”oggetto” (topico) della sua ricerca, cioè il “fatto
spirituale.” È su questo “fatto
spirituale” che Girotti refina Gouhier in quanto trova che Gouhier, quando ha
messo le vesti dello “storico” della “storia storica” della filosofia, sia
scivolato in una loro descrizione bergsoniana, ammessa anche da Gouhier. Cf.
Grice on the longitudinal history of philosophy. “We should treat those who are
dead and great as if they were great and living – it’s a matter of introjecting
into his shoes, or sandals!” -- “La distillazione filosofica” GENTILE ,
Giovanni. - Nacque a Castelvetrano, provincia di Trapani, il 29 maggio
1875, ottavo di dieci fratelli, due dei quali erano già morti quando egli vide
la luce. Suo padre, che si chiamava anche lui Giovanni, era farmacista; sua
madre, Teresa Curti, maestra elementare. Da quel poco, o non molto, di
autobiografico che, sempre restio alla confidenza e all'effusione dell'animo,
pur si deduce dagli scritti e, in particolare, dai carteggi con i suoi maestri
pisani, Donato Jaja e Alessandro D'Ancona, risulta che il rapporto con i
genitori fu intenso, nutrito di forti affetti; sebbene, per altro verso,
travagliato, a causa soprattutto, oltre che della morte del fratello Gaetano,
delle disavventure professionali del padre. Le quali derivarono dal forte e
alquanto anarchico convincimento di non dover sottostare, nella gestione della
farmacia di cui era proprietario e titolare, alle nuove regole introdotte dalla
legge sanitaria emanata dal governo di F. Crispi; e dalla sua decisione di
chiudere perciò la farmacia, che si trovava a Campobello, e ritirarsi con la
famiglia nella vicina Castelvetrano, quindi di riaprirla, nel 1897, tornando da
solo là dove quella si trovava e subendo un nuovo processo per il reiterato suo
rifiuto di sottostare alle nuove regole. È probabile che nell'animo
sensibile, e più impressionabile forse di quanto il G. fosse disposto ad
ammettere, del giovinetto che intanto attendeva agli studi scolastici, si formassero,
nei confronti della terra siciliana, ossia di un luogo così fortemente segnato
da dolori e umiliazioni, sentimenti contrastanti. Non che per le sofferenze che
involontariamente aveva inflitto al padre, egli prendesse allora a odiare, o
anche soltanto a disistimare, il siciliano Crispi, al quale sempre invece
guardò come a un grande personaggio, l'unico degno di rappresentare sul serio,
nella decadente Italia di fine secolo, lo spirito autentico del Risorgimento,
nelle cui battaglie era stato protagonista. Ma nei confronti della
piccola, e pur amata, patria siciliana, i suoi sentimenti furono in effetti
misti; e abbastanza presto si sublimarono, assumendo forma intellettuale, in
quelli che, se lo si legge con attenzione, si colgono al fondo del libro che,
quando era professore a Pisa e insegnava dalla cattedra che era stata del suo
maestro Jaja, egli dedicò a Il tramonto della cultura siciliana (Bologna 1918).
Libro singolare, in effetti; che, riboccante di passione e di affetti, concerne
un "tramonto" atteso e auspicato di "cose" che,
profondamente radicate nella storia e nelle tradizioni dell'isola, meritavano,
a suo giudizio, di "tramontare" per sempre risolvendosi in assai più
ampio e comprensivo orizzonte di pensieri e di cultura. Nella Sicilia
"moderna", con poche eccezioni, il G. non coglieva infatti se non
materialismo, illuminismo astratto, anticlericalismo estrinseco, e niente
romanticismo, niente idealismo, nessun serio sentimento della vita vissuta nel
segno di più alte idealità. E con questi "caratteri" spiegava le
difficoltà che l'isola aveva opposto al Risorgimento nazionale e, quindi, alla
vera cultura idealistica. Quando perciò, divenuto nel 1906 professore di storia
della filosofia nell'Università di Palermo, il G. dette inizio all'insegnamento
che doveva condurlo alla prima sistemazione del suo pensiero nell'idealismo
attuale, c'era nel suo impegno filosofico qualcosa di missionario, quasi che
nel fondo di sé sentisse di operare in partibus infidelium e il suo compito
consistesse nel riscattare nel suo idealismo gli assai diversi principî ai
quali la Sicilia era rimasta ferma. Nell'isola il G. non rimase se non il
tempo necessario al conseguimento dei primi traguardi scolastici; e quando,
finalmente, ottenuta, nel 1893, un anno prima della naturale scadenza, la
licenza liceale presso il liceo Ximenes di Trapani, fu ammesso, avendo vinto il
relativo concorso, a frequentare la Scuola normale superiore di Pisa, era uno
studente critico bensì di molti aspetti della cultura siciliana quello che approdava
alla sponda toscana, ma recante tuttavia in sé non pochi segni di quella. Il
positivismo che, colorandosi sotto l'influsso di R. Schiattarella di
materialismo e anticlericalismo, largamente dominava la cultura siciliana non
era passato sul suo animo e sulla sua mente senza lasciare qualche traccia; e
se non vi era passato intero, in parte almeno vi era passato: il che spiega
l'intransigenza con la quale, compiuta la sua più autentica formazione alla
scuola pisana dello Jaja, egli si impegnò a cancellarne, nel suo pensiero, ogni
possibile traccia. Nel componimento scolastico consacrato a U. Foscolo
con il quale ottenne la licenza liceale colpiscono in effetti le due tonalità
che lo caratterizzano: quella civile, che sarebbe poi rimasta, attraverso la trasfigurazione
risorgimentale, al centro dei suoi sentimenti e interessi, e l'altra,
antiromantica, appresa alla scuola del suo professore di italiano, V.
Pappalardo, e ribadita attraverso lo studio della Storia della letteratura
italiana di P. Emiliani Giudici. E si può e si deve, del resto, andare anche
oltre. Fu forse allora, infatti, negli anni in cui fu studente in Sicilia, che
il G. venne positivamente in contatto con la questione del "fatto";
che certo, nel corso del suo pensiero, subì, rispetto al punto di partenza,
trasformazioni così profonde da rendere questo quasi irriconoscibile nel
risultato conseguito. Quasi, tuttavia, e non del tutto: perché, assunto nella
prospettiva dell'atto, il "fatto" è bensì l'astratto che quello,
l'atto, perennemente supera conseguendo e conquistando la sua concretezza, ma,
oltre a esser anche la sua "determinatezza", si rivela altresì, nel
processo costitutivo dell'atto, indispensabile e necessario: con la conseguenza
che, nell'idealismo attuale, la sua è bensì una morte, caratterizzata tuttavia
nel senso, piuttosto, della "trasfigurazione". Non s'insisterà
mai abbastanza sull'importanza che, proprio per queste ragioni, la Scuola
normale ebbe, con i professori che vi insegnavano, lo Jaja e il D'Ancona, in
primo luogo, ma anche A. Crivellucci, nella formazione del giovane allievo
siciliano. E ai professori debbono aggiungersi i compagni che egli allora
v'incontrò, G. Volpe e F. Pintor, U. Congedo, A. Salza, G. Lombardo
Radice. Anche qui, per altro, avrebbe torto chi semplicemente ritenesse
che al fuoco dell'idealismo professato dallo Jaja il G. bruciasse ogni scoria
positivista e rapidamente acquistasse la fisionomia che in seguito sarebbe
stata la sua. È vero invece che la dicotomia determinatasi in lui quando, in
Sicilia, per un verso si accendeva di entusiasmo per il Foscolo e i valori
civili da lui rappresentati e per un altro si piegava al culto reverente dei
fatti, in qualche modo si ripropose anche a Pisa. Ed egli dovette subirla anche
qui perché alla filosofia senza storia né arte che gli veniva insegnata da Jaja
corrispondevano la storia e la letteratura senza filosofia che gli provenivano
dall'esempio di D'Ancona e di Crivellucci. Il che, naturalmente, non deve
sorprendere, perché a predominare, anche a Pisa, era allora il positivismo con
il congiunto metodo storico; e con il suo idealismo di derivazione spaventiana
Jaja costituiva, in quell'ambiente, piuttosto l'eccezione che non la
regola. La produzione scientifica in cui, senza abbandonare la rivista Helios,
che si pubblicava in Sicilia, a Castelvetrano, e alla quale seguitò infatti a
non far mancare la sua collaborazione, allora si impegnò appare nettamente
scissa fra l'erudizione pura, da una parte, e la filosofia, altrettanto pura,
da un'altra (anche se, nel ricercare e commentare i testi di quest'ultima, il
giovane G. mostrava chiari i segni del metodo che aveva appreso dal D'Ancona e
dal Crivellucci, e che dette del resto chiara prova di sé nella dissertazione
accademica Delle commedie di Antonfrancesco Grazzini, detto il Lasca,
pubblicata negli Annali della Scuola normale superiore di Pisa, XII [1897]). Le
cose più notevoli uscite tuttavia dalla sua penna a conclusione del suo periodo
pisano sono, com'è noto, la tesi su Rosmini e Gioberti (1898), discussa con
Jaja e quindi, discussa anch'essa con quest'ultimo, la più breve indagine su La
filosofia di Marx (1899). Di questi due libri, il primo costituisce il
documento, altrettanto precoce che maturo, di un'indagine condotta nel segno di
Bertrando Spaventa e della sua idea relativa alla relazione intercorrente fra
il pensiero italiano e quello europeo, fra A. Rosmini e V. Gioberti, da una
parte, I. Kant e G.W.F. Hegel da un'altra. Il secondo è invece il documento
della capacità dimostrata dal giovane studioso di cogliere il carattere, che a
lui sembrava nel fondo idealistico, della filosofia di K. Marx, e altresì di
entrare con autorevolezza in uno dei dibattiti - quello concernente la
"crisi" del marxismo - fra i più vivi che allora si accendessero
nella cultura dell'Europa contemporanea. Lo studio dedicato a Rosmini e
Gioberti, e alla loro polemica fu steso per il conseguimento della laurea in
filosofia, che il G. ottenne nel luglio del 1897 con il massimo dei voti e il
diritto alla stampa. Quello dedicato a Marx fu composto per la tesi di
abilitazione all'insegnamento che egli conseguì l'anno successivo e gli dette
la possibilità di un ulteriore periodo di perfezionamento da trascorrere presso
l'Istituto di studi superiori di Firenze, dove fu per un anno e dove ebbe modo
di entrare in contatto con gli illustri professori che allora vi insegnavano e
che, fra gli altri, si chiamavano P. Villari, G. Vitelli, P. Rajna. Fra questi
era anche il professore di filosofia, il neokantiano F. Tocco, con il quale i
rapporti non furono né semplici né facili, ma con il quale comunque conseguì un
nuovo titolo, discutendo una tesi sulla filosofia italiana del periodo che da
A. Genovesi va fino a P. Galluppi, e che poi divenne un volume, pubblicato,
nelle edizioni de La Critica, da Benedetto Croce (Dal Genovesi al Galluppi:
ricerche storiche, Napoli 1903). Fu, anche quello trascorso a Firenze, un
periodo importante; e se il rapporto con il Tocco fu, malgrado asprezze e
incomprensioni, proficuo perché lo mise comunque in contatto con un Kant
diverso da quello di Bertrando Spaventa mediatogli dall'insegnamento di Jaja;
se quello con Villari fu alquanto burrascoso, dei grandi filologi, classico il
primo, romanzo il secondo, Vitelli e Rajna dovette conservare per sempre un grato
ricordo, se è vero che ancora negli ultimi anni progettò di ristampare, del
secondo, il libro su Le fonti dell'Orlando furioso, ossia uno dei monumenti più
insigni della vecchia scuola del metodo storico. Con l'anno trascorso a
Firenze, nell'estate 1898 i suoi Lehrjahre avevano termine; e gli anni che
seguirono furono non facili; anzi decisamente difficili, perché l'esigenza per
lui imperiosa di trovare un lavoro, e perciò un posto nell'insegnamento medio,
era pari a quella che egli avvertiva non meno viva e urgente di non
interrompere gli studi filosofici, nei quali aveva già realizzato un'impresa
notevole, con quei tre lavori, così ricchi di dottrina e di idee. Ma l'esigenza
di proseguire senza nocive interruzioni la intrapresa carriera dello studioso
implicava l'altra che l'eventuale sede non fosse dispersa nella lontana
provincia meridionale e lontana perciò dai centri vivi della cultura nazionale,
dalle università e dalla biblioteche. E la preoccupazione principale del G. fu
allora, in particolar modo, di non essere costretto a far ritorno nell'isola
dalla quale era partito anni innanzi: sì che quando, nell'ottobre 1898, ebbe la
sede di Campobasso, con l'incarico di filosofia al liceo Mario Pagano, non poté
dirsene del tutto scontento, perché di lì poteva raggiungere di tanto in tanto
Napoli, dove la frequentazione del filosofo hegeliano S. Maturi, professore al
liceo Umberto e, sopra tutto, di Benedetto Croce, con il quale era entrato in
contatto quando ancora era studente del terz'anno, largamente lo compensavano
dalla solitudine alla quale era invece, per il resto del tempo,
costretto. Del resto, non fu quello di Campobasso un periodo che si
protrasse nel tempo. E già nel novembre 1900 la fortuna girò in suo favore,
perché il G. poté ottenere un posto presso il liceo Vittorio Emanuele di
Napoli: il che gli dette la possibilità di rendere veramente intrinseci i
legami intellettuali con Croce, ossia con il già illustre studioso che, in
quello stesso anno, concluso il periodo degli studi soltanto eruditi, giunto al
termine della discussione intrapresa con i testi di Marx e dei marxisti, era
tornato alla filosofia e aveva dato all'estetica la sua prima
sistemazione. A ragione, e del resto non è un'osservazione peregrina, è
stato detto che, se senza Croce non s'intende il G., altrettanto è vero per
l'inverso. Ma ancor meglio potrebbe dirsi e ripetersi che, se si prescindesse
dalla collaborazione, stretta, intensa e anche conflittuale, che subito si
stabilì fra il libero studioso Benedetto Croce e il giovane ex normalista
siciliano, poco o niente si capirebbe della cultura italiana che nel bene
(secondo alcuni), nel male (secondo altri) per circa mezzo secolo fu dominata
dalle loro personalità e dalle loro opere, spesso intrecciate le une alle altre
nel segno prima della concordia discors e poi dell'aperta polemica. È difficile
decidere chi fra i due, se il più vecchio o il più giovane, giovasse all'altro
nella forma più decisiva. E forse, posta così, la questione è posta male,
perché, se è vero che dal G. Croce ricevette impulsi a cogliere nel pensiero
che si veniva formando in lui le difficoltà che ne nascevano e ad affrontarle
nel segno dell'unità, se è vero, d'altra parte, che la collaborazione prestata
dal giovane studioso alla formazione della "filosofia dello spirito"
non avvenne senza che egli ne traesse grande giovamento per le tante idee con
le quali veniva in contatto e la non comune dottrina storica e letteraria con
il cui carattere venivano al mondo, anche è vero che in questi "bilanci"
del dare e dell'avere c'è sempre qualcosa di angusto, di gretto, di meschino: e
conviene perciò, dalle parole "generali", passare di volta in volta
ai "fatti" determinati. Sta comunque di fatto che, mentre il
carteggio fra i due si faceva tanto intenso e frequente che non c'era, si può
dire, giorno senza che uno scambio intervenisse a proporre osservazioni,
suggerimenti, informazioni e, magari, contrasti; mentre l'amicizia si
approfondiva nella collaborazione, la diversa indole dei due ingegni ne
riusciva non soffocata, ma in qualche modo persino potenziata. E, come si è
detto, c'erano, meno infrequenti di quanto non si pensi, anche i contrasti,
anche le polemiche, garbate, amichevoli, ma ferme. Se, per esempio, nella
questione concernente il materialismo storico (una filosofia, per il G., e non,
come per Croce, un semplice "canone empirico": una filosofia della
storia, fondata per altro sullo scambio del trascendentale e dell'empirico), il
dissenso rimase senza soluzione, la discussione, che in buona parte si svolse
per lettera, su "forma" e "contenuto" nell'estetica
condusse i due filosofi a un accordo sempre più stretto; e anche qui è, non
solo alquanto meschino, ma sopra tutto difficile chiedersi, e quindi rispondere
al quesito, se a condurre il gioco fosse piuttosto il G., o se invece fosse
Croce che, via via che veniva impadronendosi dell'intero territorio
dell'estetica, suggeriva il tema e controllava lo svolgimento. Intanto,
nel 1903, la realizzazione del progetto di una rivista letteraria, storica e
filosofica, che si chiamò La Critica (il primo numero uscì il 20 gennaio),
dette a Croce, e al G., lo strumento attraverso il quale la loro collaborazione
potesse rendersi visibile e concreta in risultati specifici, attraendo altresì
su di sé, fra consensi e dissensi, l'attenzione del mondo culturale italiano e
non soltanto italiano, perché l'anno precedente era uscita la prima edizione
dell'Estetica crociana e il successo travolgente del libro, andato al di là di
ogni previsione, non poteva non ripercuotere sulla rivista appena agli inizi la
sua positività. La Critica divenne così, velocemente, un severo luogo di
ricerche, di studi, e anche, spesso, di impietosi esami critici; e, con il
diverso accento caratterizzante lo stile del direttore e del suo principale
collaboratore, svolse un'opera della quale sarebbe vano voler disconoscere
l'importanza. L'oggetto della "critica" era costituito dalla cultura
positivistica, che era bensì in declino quando la rivista iniziò la sua
battaglia, ma non tanto, tuttavia, che se quell'urto violento e sistematico non
si fosse prodotto, avrebbe trovato così presto la via della sua risoluzione. Al
contrario, si direbbe: perché, malgrado la non eccelsa qualità dei suoi
pensatori, e certa loro tendenza a dividersi fra un alquanto volgare materialismo
e vacue accensioni mistiche e "spiritualistiche", il positivismo
aveva, nella sua forma di "metodo storico", non soltanto prodotto
alcune opere egregie e importanti, ma era penetrato in profondità nella cultura
e nel costume dei professori e della classe dirigente del paese. E
"positivista" era in sostanza il pensiero democratico e altresì,
malgrado il marxismo, quello socialista; positivisti altresì, con maggiore o
minore intensità, erano stati, e per qualche tratto ancora erano, gli stessi
Croce e G., che in quella tradizione, e non in un'altra, avevano compiuto i
primi passi. Con la conseguenza che quella loro battaglia antipositivistica,
esaltata, enfatizzata e mitizzata da alcuni, deprezzata e magari deplorata da
altri, fu, con le sue luci e le sue ombre, anche una battaglia che giorno dopo
giorno i due filosofi amici condussero contro quel loro "sé stesso"
che di essere emendato nel senso della nuova filosofia avesse avuto necessità.
E molte cose della vecchia "fede" certamente furono lasciate cadere,
che qui non occorre elencare. Ma alcune no; e, per fare qualche esempio, certo
si deve anche alla severa disciplina erudita appresa alla scuola dei maestri
del metodo storico se, come nessun altro ai suoi tempi, Croce esplorò gli
angoli più riposti della "regione" seicentesca, e, nel 1911, scrisse
il saggio su La novella di Andreuccio da Perugia (Bari), e il G. non disdegnò
le minute ricerche rinascimentali che sottese e affiancò ai grandi quadri
d'insieme, e rievocò le ombre dei suoi maestri toscani per scrivere il bel
libro dedicato a Gino Capponi e la cultura toscana nel secolo decimonono
(1922). Il soggiorno a Napoli fu, nel rapporto con Croce, quale non
poteva non essere: importante, fondamentale perché ebbe per conseguenza di renderlo
sempre più stretto, sempre più profondo e, perciò, più stimolante. Il che,
trattandosi del rapporto di due pensatori che in quello impegnavano la parte
più delicata del loro essere, significa altresì che, per ciò stesso che toccava
il profondo, scopriva le differenze mentre celebrava le affinità e persino le
identità, e potenzialmente conteneva in sé il germe del suo rovesciamento
nell'inimicizia. La polemica sul marxismo contribuì a far meglio conoscere a
entrambi le rispettive, e diverse, fisionomie intellettuali; e i due ne
uscirono, sebbene avessero ciascuno mantenuto il proprio punto di vista,
rafforzati nell'amicizia. Ma nel 1907 la polemica epistolare, e rimasta perciò
privata, sulla questione della filosofia e della storia della filosofia, aveva
già, sotterraneamente, impresso qualche preoccupante vibrazione alla struttura
portante dell'edificio; perché a Croce, sebbene avesse alla fine dato il suo
consenso alla tesi del G., era anche sembrato di cogliervi qualche tratto di
vecchio hegelismo, il cui Idealtypus era rappresentato allora a Napoli da S.
Maturi; e questo il G. non l'aveva gradito. L'amicizia per allora rimase
salda, e anzi, via via, si approfondì, perché in realtà non solo la filosofia e
la scienza riguardava, ma anche le cose dell'anima e dell'esistenza, che nella
battaglia culturale non potevano, del resto, non essere coinvolte. E poiché
nella Critica il G. sistematicamente svolgeva il compito che si era assunto di
ricostruire le origini della filosofia contemporanea in Italia e intanto, al
margine, scriveva note e recensioni per lo più molto polemiche nell'atto stesso
in cui, su un altro fronte, conduceva la sua aspra battaglia, in nome della
filosofia che non può non essere immanentismo assoluto, contro quello che
perciò sembrava a lui l'equivoco del modernismo cattolico: delle eventuali
dispute che intanto i due filosofi svolgessero in privato la rivista non
risentì e non mostrò il segno. La collaborazione che essi vi svolgevano e
realizzavano fu perciò, per anni e anni, vista e avvertita come se i due
fossero quasi una sola persona che, di volta in volta, faceva prevalere il
rigore filosofico e l'eleganza letteraria, nutrita anch'essa di rigore. Si
aggiunga che allora, fra il 1902 e il 1909, Croce fu impegnato, fuori della
Critica, nella costruzione della Filosofia come scienza dello spirito; e che,
per parte sua, mentre svolgeva il suo lavoro e si impegnava a seguire i
progressi filosofici del suo amico, sul piano teoretico il G. mostrò in quei
primi anni la tendenza a restare in disparte. Avvertiva, e in una lettera
del 1908 inviata al Maturi lo scrisse anche in modo esplicito, che se avesse
dovuto esprimere intero il pensiero che intanto gli urgeva dentro con Croce
sarebbe giunto allo scontro, e avrebbe dovuto combatterlo. Sapeva, o riteneva di
sapere, che, svolto con rigore, il tratto spaventiano del suo pensiero avrebbe
dato luogo a conseguenze diverse da quelle che Croce stava allora ricavando
dalle sue premesse, e sistemando nei suoi libri; e della migliore qualità
filosofica di quelle era altrettanto convinto come della necessità che per
allora non convenisse mettere in crisi una collaborazione dalla quale frutti
copiosi la cultura italiana poteva ancora attendersi. Del resto, la cautela del
G. e la sua decisione di lavorare per, e non contro, l'alleanza con Croce non
potevano esser tali da impedire che, talvolta anche in pubblico, sebbene non
dichiarate, le differenze emergessero; e fu quel che puntualmente avvenne già
nel 1903, quando il G. scrisse (e per allora non pubblicò) la prolusione al suo
corso libero di filosofia teoretica nell'Università di Napoli. Da Napoli,
dove nell'insieme trascorse un sereno periodo (il 9 maggio 1901 aveva sposato
Erminia Nudi, una giovane maestra conosciuta a Campobasso), quasi per intero
consacrato all'insegnamento - nel 1902 aveva ottenuto la libera docenza che
esercitava nel corso libero di filosofia teoretica presso l'Università e dal
1904 aveva assunto anche un incarico di filosofia e pedagogia presso l'Istituto
superiore di magistero Suor Orsola Benincasa -, alla riflessione filosofica,
allo studio, nel 1906 il G. passò a Palermo, perché nel frattempo - dopo che un
primo concorso per la filosofia teoretica lo aveva visto soccombere per
l'ostilità dimostratagli da Tocco, e anche a causa della debole difesa fattane
da A. Labriola, gravemente ammalato e quasi impossibilitato a parlare - aveva
vinto la cattedra di storia della filosofia per quella Università. Così, senza
averlo sul serio desiderato, era di nuovo approdato alla sponda siciliana; e
meno che mai lo aveva desiderato Croce, che non solo vedeva interrotta una
consuetudine di vita, di collaborazione e di lavoro che doveva a ogni costo
essere difesa, ma anche temeva che il nuovo ambiente potesse distrarre in vario
modo l'amico e, sotto diversi punti di vista, allontanarlo da lui. Il
timore di Croce non aveva allora nessun altro fondamento che sé stesso e
l'intuizione di cui si alimentava. Era infatti qualcosa come una congettura,
una supposizione. Ma la congettura, la supposizione, e il timore, non si rivelarono
tuttavia per intero infondati; perché, come forse era inevitabile, nel nuovo
ambiente il G. non poteva non ottenere la posizione preminente e da
protagonista che non solo il prestigio di cui godeva, ma anche e sopra tutto la
forte personalità della quale era dotato, non potevano non assicurargli. La sua
posizione divenne preminente nell'Università e, quindi, nella Biblioteca
filosofica che, per le iniziative di G. Amato Pojero che ne aveva la cura
principale, divenne un centro vivo di dibattiti, nel quale l'idealismo attuale
definì per la prima volta sé stesso e vide la luce. Anticipato in modo più che
parziale con il breve saggio che nel 1909 il G. dedicò a Le forme assolute
dello spirito e, senza presentarlo in altra sede, incluse nel volume su Il
modernismo e i rapporti tra religione e filosofia (1909) come sua ideale
premessa (e conclusione), l'idealismo attuale trovò la sua prima espressione
nella memoria, letta presso la Biblioteca filosofica nel dicembre del 1911, su
L'atto del pensare come atto puro (Palermo 1912), quindi nell'altra su Il
metodo dell'immanenza, e ancora nelle pagine consacrate a La riforma della
dialettica hegeliana (1913) e a Bertrando Spaventa che l'aveva avviata, nonché
nel Sommario di pedagogia come scienza filosofica, il cui primo volume (1913)
contiene in effetti una sorta di teoria generale dello spirito sotto specie
pedagogica. Un volume, questo, che quando lo lesse in bozze Croce giudicò
con qualche severità, perché gli parve che non solo il G. si fosse espresso con
nettezza contro la possibilità che tra le forme dello spirito potesse darsi la
"distinzione", ma anche che, senza nominarlo e perciò con tanta
maggiore asprezza, avesse polemizzato proprio con lui che nella distinzione
aveva fatto e stava facendo consistere il criterio supremo dell'intelligenza
della realtà. Da queste dichiarazioni di autonomia e di indipendenza, che,
implicitamente (ma in modo per altro trasparente), contenevano qualcosa come
una sfida, Croce non poteva non essere preoccupato; e tanto più in quanto il
senso di indipendenza e di autonomia era confermato da quel che scrivevano gli
allievi siciliani del G.: V. Fazio-Allmayer e A. Omodeo, A. Saitta e F.
Albeggiani; e anche G. De Ruggiero, che siciliano e residente in Sicilia non
era, ma attualista sì, anzi ultrattualista, come ci teneva a dichiararsi e come
aveva del resto dimostrato con la memoria, pubblicata anch'essa nell'Annuario
della Biblioteca filosofica, su La scienza come esperienza assoluta
(1913). La pubblicazione degli scritti attualisti del G. e le varie
manifestazioni che allora innegabilmente si ebbero del formarsi di una
"scuola" che in quella forma d'idealismo riconosceva l'unica rigorosa
e, perciò, possibile, non potevano non provocare prima o poi la reazione di Croce.
Il quale aveva bensì, fra il 1908 e il 1909, fatto il possibile perché il G.
tornasse a Napoli come professore nell'Università, convinto che in tal modo la
collaborazione sarebbe tornata alle vecchie forme senza le perturbazioni
provocate dalla "scuola" e dagli spiriti non sempre positivi che, in
effetti, vi si formano o tendono a formarvisi. Ma il suo tentativo non ebbe,
com'è noto, successo, perché forti e insormontabili furono le resistenze che
l'ambiente accademico napoletano dimostrò all'accettazione della sua proposta.
E così accadde che, persa quella battaglia nella quale aveva speso molto del
suo prestigio e delle sue energie, quando una grave sciagura privata gli dette
il senso che tutto ormai, nella sua vita dovesse giungere all'estremo
chiarimento, Croce decidesse di rendere pubblico il "dissidio"
filosofico che lo divideva dall'idealismo attuale; e scrisse, per la Voce di G.
Prezzolini, un articolo in forma di lettera (ottobre 1913), nel quale i termini
del dissenso erano definiti con amichevole fermezza. La scelta della Voce
significava, nelle intenzioni crociane, che la disputa non riguardava
LaCritica, ossia il luogo della loro comune opera culturale; e si svolgeva, per
così dire, al margine di questa. Ma la decisione di mettere in piazza il loro
dissenso ferì in modo particolare il G.: anche se, decisa nella sostanza e
orientata non a sanare, bensì a ulteriormente precisare, il dissenso, la
replica che anche lui affidò alla Voce, si presentasse come la risposta
amichevole a un'amichevole richiesta di chiarimenti teoretici. Il dissenso era
comunque stato dichiarato; e non mancò di suscitare molta impressione: tanto
più che, replicando a sua volta (dicembre 1913), con fermezza, Croce prese atto
di un divario che concerneva non la periferia, ma il centro stesso delle loro
filosofie. Il periodo siciliano fu comunque fecondo di molto lavoro. E
oltre ad aver gettato le basi dell'idealismo attuale, il G. svolse infatti e
approfondì alcuni essenziali aspetti della scolastica e del Rinascimento; e
scrisse di G. Bruno, di Bernardino Telesio, di G. Vico, mentre la
collaborazione alla Criticacontinuava con il consueto ritmo e, dopo la tempesta
teoretica del 1913, nei rapporti con Croce era tornata la calma. Deve anzi
dirsi che, malgrado varie traversie di natura familiare e qualche apprensione
per la sua salute, fu quello un periodo nella sostanza sereno, sebbene non
possa escludersi che egli lo considerasse provvisorio e in cuor suo non
desiderasse una sede diversa e migliore. Quando infatti, nel 1913, a Napoli e a
Roma si liberarono due cattedre, la prima università fu subito scartata, perché
vivo era ancora il ricordo della sconfitta patitavi quattro anni prima, ma la
seconda no; e fu invece presa in seria considerazione. Il G. riteneva infatti
che l'opposizione di G. Barzellotti, titolare della cattedra di storia della
filosofia, potesse essere in qualche modo aggirata e vinta. Ma il calcolo
risultò errato: a Roma per allora non fu chiamato; e dopo un tentativo,
esperito senza troppa convinzione, di essere chiamato a Torino, città molto
amata da Croce, che non avrebbe visto male un suo trasferimento colà, ma assai
meno da lui, che la considerava lontana, fredda ed estranea ai suoi gusti e
alle sue abitudini, scelse infine di andare a Pisa, dove sarebbe succeduto a D.
Jaja e, con l'atmosfera della giovinezza, anche avrebbe ritrovato la Scuola
normale, luogo e fonte inesausta di cari e intensi ricordi. A Pisa tornò
con un piglio e una convinzione ben diversi da quelli con i quali vi era
approdato, giovane e sperduto studente siciliano, tanti anni prima. Vi approdò
con il piglio del pensatore che, ormai sicuro di sé e delle sue forze, sente di
dover svolgere una missione non solo filosofica, ma anche, lato sensu, civile e
politica. La forte accentuazione teoretica che nei precedenti anni aveva
conferito alle sue pagine, anche di storia della filosofia, non aveva mai
spento in lui, se mai aveva rafforzata, la convinzione spaventiana che
ricostruire la filosofia italiana nella sua storia significasse in realtà
contribuire, con le armi della cultura, alla prosecuzione del Risorgimento,
riaccenderne negli animi la consapevolezza, battersi contro la corruzione
letteraria che in Italia si era per secoli fatalmente intrecciata con lo
splendore delle arti. Egli faceva insomma vibrare e risuonare un corda che a
Jaja era rimasta sostanzialmente estranea, ma non a D'Ancona, ebreo e fervente
patriota risorgimentale, e nemmeno, nei suoi modi particolari, al Crivellucci.
Del resto, la prolusione pisana è del 1914; e con gli avvenimenti che lo
caratterizzarono e con quelli che ne sarebbero seguiti, quell'anno fatale
avrebbe ben presto provveduto a trasformare dal di dentro atteggiamenti,
abitudini, costumi, ad accelerare il ritmo delle passioni, talvolta in
superficie, altre volte in profondità, a rendere esplicito e visibile quel che
per l'innanzi fosse rimasto chiuso nel segreto delle coscienze. A Pisa,
per altro, il G. non stette a lungo, perché già nel 1918 egli passava
all'Università di Roma per ricoprirvi la cattedra di storia della filosofia,
dalla quale, sempre nella stessa Università, sarebbe passato, nel 1925, a
quella di filosofia teoretica, lasciata libera da Bernardino Varisco. Ma,
a parte le passioni e anche le incertezze e le angosce politiche che li
caratterizzarono, quelli pisani furono anni importanti: per i risultati
filosofici innanzi tutto, che il G. vi conseguì. Fu allora, infatti, che, dopo
averne offerto un primo saggio nel Sommario di pedagogia, e quindi nelle
memorie palermitane, egli procedette senz'altro a tracciare le linee della
Teoria generale dello spirito come atto puro, nata dalla scuola nel 1916 e
pubblicata la prima volta quello stesso anno: così come dalla scuola nacquero
in quel medesimo tempo i Fondamenti della filosofia del diritto, nei quali, espressione
suprema dell'unità, e unità esso stesso, l'atto era indagato nella sua
dimensione, oltre che teoretica, pratica, senza che fra l'una e l'altra potesse
operarsi la distinzione per la quale, in Croce, i distinti erano i distinti. Ma
a Pisa il G. avviò anche la composizione del Sistema di logica come teoria del
conoscere, la sua opera in ogni senso più rilevante: della quale scrisse il
primo volume che, nato anch'esso dalla scuola, vide la luce nel 1917 e dovette
attendere fino al 1923 per avere il suo compimento nel secondo volume, dedicato
alla logica del concreto. Agli anni di Pisa appartiene anche, con
sicurezza, Il tramonto della cultura siciliana, un libro del quale si è già
avuto modo di accennare come presenti un duplice carattere, di condanna della
cultura siciliana positivistica, materialistica e, deteriori sensu,
illuministica; e di speranza: la speranza che nel segno dell'idealismo attuale,
nato nell'isola per virtù di un siciliano, quella si riscattasse ed entrasse a
pieno titolo nella civiltà moderna. Gli anni pisani furono quelli del
primo conflitto mondiale, di quel dramma, anzi di quella tragedia, dopo la cui
conclusione niente sarebbe più stato come prima. Il G. li visse con passione,
fra esaltazioni e depressioni, come ogni altro italiano del suo ceto, della sua
condizione e della sua cultura; ma anche con il sempre più netto convincimento
che, all'inizio, non era stato scevro di dubbi anche forti, che quella di
entrare in guerra a fianco della Francia e della Gran Bretagna contro gli Imperi
centrali fosse stata una giusta decisione, una sorta di chiamata del destino
risorgimentale della nazione. Il G. non era nazionalista, e meno che mai era
disposto a vedere nell'evento bellico la manifestazione delle forze sanamente
irrazionali che spezzano l'ordine stabilito dalla logica, sconvolgendo i suoi
concetti. Dalle deteriori manifestazioni di misticismo e vario sensualismo,
così frequenti allora nella "cultura" italiana e non soltanto
italiana, si tenne sempre discosto. Ma quando gli indugi diplomatici furono
rotti e la guerra fu dichiarata, egli scoprì in sé l'interventista che
all'inizio non era stato, e progressivamente venne intensificando e
attualizzando le critiche che nei confronti dell'Italia e dell'assetto politico
e morale che si era dato dopo la conclusione del Risorgimento erano già in lui,
allo stato potenziale e, in qualche caso, più che potenziale. Le essenzializzò
e attualizzò perché, senza con ciò diventare nazionalista e seguitando anzi a
oppugnare ogni idea della nazione che attingesse a concezioni naturalistiche o,
peggio, razzistiche, il suo principio, gli parve tuttavia che la prova
terribile alla quale l'Italia aveva deciso di sottoporsi richiedeva che di lì
in avanti i piccoli pensieri cedessero a pensieri grandi e che quel che s'era
ottenuto sui campi di battaglia non fosse poi amministrato dai politici di
sempre, maestri non di drammi, ma di mediocri commedie. Di qui, anche in
questo campo così pericolosamente esposto ai venti violenti delle passioni,
delle "cupidigie", per dirla con il poeta, e dei "brividi",
la ragione profonda dell'ulteriore distacco che allora, giorno dopo giorno, si
venne compiendo da Croce. Il quale, come si sa, non solo era stato contrario
alla guerra, condividendo le realistiche preoccupazioni di G. Giolitti e di
quanti, come lui, erano persuasi che, vinta o persa, la guerra avrebbe comunque
rappresentato per l'Italia un troppo grave rischio. Ma anche aveva dichiarato
che avrebbe considerato una grave onta per il popolo italiano se all'improvviso
i suoi governanti avessero stracciati i trattati e si fossero schierati dalla
parte di coloro contro i quali avrebbero, semmai, dovuto combattere. Anche nei
confronti della guerra che, quando fu dichiarata, li vide entrambi consapevoli
che il loro posto non potesse essere se non quello che l'Italia aveva scelto
per sé, l'atteggiamento dei due filosofi fu, nella sostanza, assai diverso. E
Croce considerava la guerra alla stregua di un evento irresistibile della
natura, ne vedeva la trama violentemente economica e utilitaria, così che
sempre il suo monito fu che non si sottomettesse alla sua particolare logica la
logica dei superiori valori della verità e della cultura, del pensiero e
dell'arte. Diverso fu, invece l'atteggiamento del Gentile. Senza che perciò
si inducesse a passare il segno e a "farsi", come Croce diceva,
"l'animo di guerra", egli la considerò tuttavia come una grande
occasione rigeneratrice, come un evento assoluto, recante in sé il segno di una
tal quale superiore provvidenzialità. Mentre Croce confidava, o quanto meno
sperava, che nell'Europa di domani il meglio dell'Europa di ieri fosse
conservato e potenziato, e nella religione degli studi, nella civiltà dei
rapporti intellettuali, nell'universalità delle idee, gli odi nazionali si
placassero e depurassero, il G. inclinava viceversa, lui che nazionalista non
era mai stato e nemmeno a rigore era diventato, verso i toni dell'esaltazione
nazionale. E fu allora che, per la forza di queste sue convinzioni e passioni,
si preparò la sua futura adesione al fascismo, nel quale, mettendo come fra
parentesi le molte cose che certo non appartenevano al suo costume, egli
credette di scorgere, e in questo convincimento fu poi irremovibile, lo
strumento del riscatto "risorgimentale" dell'Italia. Il sistema
filosofico che fino a quel punto il G. aveva elaborato negli scritti dei quali
qui sopra si è detto era per intero incentrato su questo concetto: che, come la
filosofia antica e quella medievale e moderna (che non riusciva perciò a esser
tale), era rimasta ferma, anche nelle sue dimensioni idealistiche, a un
concetto intellettualistico e soltanto descrittivo del concetto, del soggetto e
della sua attività, con la conseguenza che il concetto non era autoconcetto, e
cioè la sua eterna autogenerazione e autoproduzione, nell'idealismo invece, che
per questa ragione meritava di essere definito "attuale", questo
proprio avveniva. E il concetto era autoconcetto, il soggetto, soggetto, e non
concetto (astratto) del soggetto: non era una sorta di res naturalis che il
concetto appunto si limiti a contemplare, a descrivere nel suo astratto
organismo logico, e non a produrre nell'atto del suo atto. Di qui la tesi,
caratteristica di questo idealismo, che nella sua concretezza e attualità,
l'atto non può trascendere il suo atto, questa trascendenza dell'atto non
potendo essere se non, essa stessa, atto; e l'altra tesi secondo cui la teoria
che dell'atto intendesse darsi è perciò una teoria vera (secondo il G.) ma
astratta: una teoria astratta del concreto (vero anch'esso, naturalmente: e a
fortiori). E di qui l'interna, forte tensione di questa filosofia; che, per un
verso (e sopra tutto nelle sue prime formulazioni) era orientata a svalutare e
criticare ogni teoria che, in quanto soltanto contemplativa e descrittiva, fosse
perciò incapace di cogliere l'atto se non come un "fatto", e dunque
come il suo opposto, falsità ed errore, se l'atto era viceversa verità e
concretezza. Ma per un verso (e questo accade sopra tutto nel secondo volume
del Sistema di logica, non senza che per tale via il G. provasse a rispondere
al rilievo di ineffabilità e misticismo rivoltogli da Croce fin dal 1913) la
questione dell'astratto e del fatto assumeva un altro volto, e l'atto era bensì
celebrato nella sua non obiettivabile attualità, ma il fatto e l'astratto gli
si rivelavano a loro volta indispensabili, erano (per dirla in modo tecnico) il
suo opposto, ma anche il suo diverso, un grado attraverso il quale, sia pure
dissolvendolo, il concreto era, nel e per il suo costituirsi, costretto a idealmente
passare. Il punto critico di questa filosofia sta qui: nel suo essere, non,
come tante volte si è detto, misticismo e indistinzione, ma nel porsi come una
sintesi, attuale e intrascendibile, di opposti, senza poter rinunziare - donde
l'ambiguità - a trattare gli opposti come "gradi", e cioè come
"diversi" o "distinti": nell'essere insomma una teoria
dell'unità che in eterno supera la distinzione, e della distinzione che,
proprio perché è in eterno superata, non può veramente uscire dal quadro e si
rivela come la condizione insostituibile della sua possibilità. Verità
del concreto, dunque: ma anche dell'astratto; che nelle opere del secondo
attualismo, e cioè nel Sistema di logica e oltre, si rivela non, quale
all'inizio era, come natura, immobilità, impenetrabile assenza di coscienza, ma
come circolo e mediazione, punto semovente che parte da sé e per fare ritorno a
sé: come circolo, e perché no, dunque, come esso stesso logo concreto? Come
logo concreto; e perché no, dunque, come logo astratto, se questo è mediazione
e coscienza, e niente più di questo il logo concreto può essere? A Pisa,
negli anni della Grande Guerra, il G. rivelò a sé stesso la passione politica
che gli stava dentro come assopita; e assunse perciò una dimensione che non era
più soltanto quella del professore che parla dalla cattedra e magari fa
conferenze, ma era bensì quella dell'"intellettuale" militante, che
si rivela al grande pubblico attraverso i giornali quotidiani. Ai quali in
effetti, assumendo una consuetudine che avrebbe, con diversa intensità (nel
tempo), mantenuta fino alla fine della sua vita, il G. allora prese a
collaborare: tanto che quando, a guerra finita, raccolse in un volume che
intitolò Guerra e fede (Napoli 1919) quanto aveva scritto durante il suo corso,
il libro risultò tutt'altro che smilzo, e comunque più consistente di quello
che lo seguì, e nel quale, con il titolo Dopo la vittoria (Roma 1920), sistemò
gli articoli composti nei due anni iniziali dell'agitato, inquieto, drammatico
dopoguerra. Un periodo, quest'ultimo, nel quale sempre più decisamente il G.
cercò la sua parte e venne via via inasprendo la sua posizione, perché l'idea
natagli nei passati anni, durante le sue meditazioni sulla storia d'Italia e
sulla fatale dicotomia che nell'età del Rinascimento si era prodotta fra lo
splendore artistico e la decadenza politica e morale, quest'idea doveva ora
essere messa alla prova della realtà, doveva diventare uno strumento forte e
tagliente di lotta e di azione politica. Il che implicava che, pur seguitando a
dichiararsi liberale, sempre più egli sentiva di doversi opporre al liberalismo
quale si era riflesso nel costume politico italiano, nella degenerazione dei
metodi parlamentari, nell'arte del compromesso e del perenne rinvio delle
decisioni: un'arte nella quale maestro insuperabile gli sembrava fosse il
Giolitti, che per lui fu allora non il ministro, come G. Salvemini l'aveva in
precedenza definito, della "malavita", ma l'artista di ogni cosa che
fosse mediocre, si contentasse della mediocrità e rinunziasse a volare alto nei
cieli della grande politica. Furono, questi, mesi drammatici, che egli
visse in uno stato d'animo teso e agitato, e nel segno di un'attività senza
soste, che dette a tratti l'impressione di essersi risolta in frenetico attivismo.
Che certo non si placò quando nel 1920 Croce fu chiamato da Giolitti a
ricoprire nel governo la carica di ministro dell'Istruzione pubblica e dette la
sua opera alla riforma della scuola media e introdusse sia l'esame di Stato,
sia l'insegnamento della religione. Alle cose della scuola il G. aveva, per
parte sua, cominciato a interessarsi da molto tempo: ossia fin da quando,
giovane professore nel liceo di Campobasso, s'era reso conto di quante
manchevolezze l'affliggessero. E poi nel 1913 aveva pubblicato il Sommario di
pedagogia, così che a giusto titolo era, in quel campo, considerato
un'autorità; che, divenuto ministro, Croce non tardò a riconoscere, chiamandolo
a presiedere "la commissione per lo studio dell'autonomia universitaria e
dell'esame di Stato", nonché "a far parte di quella per la riforma
dei programmi presieduta da Vitelli", nominandolo commissario
dell'Istituto femminile superiore di magistero di Roma e confermandolo, nel
1921, nel Consiglio superiore dell'istruzione pubblica (Turi, p. 294). A
Croce, del resto, il G. non fece mancare il suo appoggio, pieno e
incondizionato. Almeno nei risultati da raggiungere, e nelle conseguenze che
occorreva trarre da alcune generali premesse, i due filosofi amici concordavano
senza riserve. E nel sostenere, per esempio, la tesi che la religione dovesse
costituire materia d'insegnamento, il suo pensiero non differiva da quello di
Croce se non per il "modo" e per la diversa posizione che alla
religione egli riserva nel sistema dello spirito. La sua idea era insomma che,
come per pervenire alla pienezza del suo sé nella filosofia, lo spirito passa
attraverso le fasi ideali, e contrapposte, dell'arte (soggetto) e della
religione (oggetto), così anche nella scuola questo ritmo dovesse trovare una
sorta di trascrizione temporale o fenomenologica, quasi che, per giungere alla
filosofia, anche lì si dovesse percorrere la regione del mito di cui le
religioni s'interessano. Ma la religione della quale il progetto ministeriale
prevedeva l'insegnamento era quella cristiana e cattolica, la più perfetta, per
il G., di tutte le religioni quando, appunto, proprio nella forma assunta dal
cattolicesimo la si fosse considerata. Era, questa, della perfezione cattolica,
un'idea che il G. aveva sostenuto quando, nei primi anni del secolo
vigorosamente aveva polemizzato con i modernisti cattolici. E, per questo
riguardo (oltre che per quello concernente la struttura dello spirito), il suo
accordo con Croce era piuttosto sulle conclusioni che non sul
"metodo". Che è poi quello stesso che si dà a vedere nell'idea che
presiedette all'introduzione dell'esame di Stato, perché se, nel propugnarlo,
il G. vi implicava il concetto secondo cui in esso lo Stato realizzava una
delle dimensioni della sua "eticità", Croce non vi vedeva se non uno
strumento di controllo e a questa luce ne interpretava la necessità. La
cosa più singolare fu allora che, nell'atto in cui più stretto si rivelava il
legame dei due filosofi impegnati in una importante impresa pratica, il loro
dissenso filosofico tornò invece a farsi acuto e a complicarsi con quello
politico generale, perché nei confronti del fascismo la reazione di Croce fu
bensì, agli inizi, cauta e anche esitante, ma certo in quel movimento egli non
vide nemmeno una piccola parte delle idealità che il G. riteneva gli fossero
intrinseche e immanenti. Del resto, nel 1920, dopo due anni che era
salito sulla cattedra romana, il G. fondò, assumendone la direzione, il
Giornale critico della filosofia italiana: una rivista di sola filosofia che
anche per questo suo carattere non si contrapponeva in ogni senso alla Critica,
ma in un certo senso sì, anche perché nella nuova rivista gli scolari che
subito si erano stretti intorno al nuovo professore, e in lui vedevano il sole
della filosofia mondiale, riconobbero l'organo della scuola. E questo, come si
sa, era il punto che Croce meno apprezzava ed era disposto a perdonare.
Il momento decisivo della vita del G. venne quando, caduto il governo del
Giolitti nel quale Croce aveva ricoperto l'incarico di ministro, e succedutogli
uno presieduto da I. Bonomi con O.M. Corbino all'Istruzione pubblica, egli ebbe
modo di riflettere sulle mille difficoltà che dal mondo politico e parlamentare
sempre sarebbero state opposte a ogni tentativo che si fosse fatto d'introdurre
nella scuola una seria riforma. La disistima che, in linea generale, già da
molto tempo il G. nutriva nei confronti della classe dirigente italiana trovava
così, nella recente esperienza fatta quando Croce era al governo con Giolitti,
nuovo alimento. E può ben darsi che anche da questo egli fosse indotto a
guardare con sempre più grande favore al movimento fascista e a considerare con
politica indulgenza la violenza e le illegalità di cui nutriva la sua
azione. I documenti necessari a rendere certezza questa, che è solo una
congettura, mancano, che si sappia. Ma non è improbabile che, appunto,
riflettendo sulle recenti esperienze, il G. allora si persuadesse che, nella
questione della scuola come, in generale, in quella concernente il governo del
paese, il regime parlamentare dovesse cedere il campo a un sistema politico
diverso, fondato sulla rapidità delle decisioni e sulla forza necessaria a
tradurle nella realtà. E altresì deve aggiungersi che, nel pensare così e
nell'orientare in questa direzione le sue scelte politiche, come molti altri
egli fu forse tratto in inganno dalla scarsa esperienza che, nel complesso,
aveva non solo della politica, ma anche della storia; che, se gli fosse stata
meglio nota, gli avrebbe con ogni probabilità in segnato che la politica è
un'arte difficile, complessa e insidiosa, non in quanto si svolga in un
Parlamento e da questo attenda il consenso, ma perché è politica, e ha a che
fare con le passioni e gli interessi, nonché con il loro governo. Come
che sia, l'occasione di mettere alla prova i convincimenti che via via gli si
erano formati dentro venne quando, avendo ricevuto dal sovrano l'incarico di
formare il suo governo, che succedeva così a quello per breve tempo presieduto
da L. Facta, Benito Mussolini scelse infine come ministro della Pubblica
Istruzione proprio il Gentile. È stato detto da taluni che, entrando in quel
governo come indipendente e soltanto per le sue competenze non politiche ma
tecniche, il G. accettava da Mussolini quel che avrebbe benissimo potuto
accettare da Giolitti e da chiunque gli avesse offerto un'analoga occasione.
Ma, sebbene egli non avesse ancora dichiarato il suo consenso esplicito al
fascismo, e fascista ancora non potesse perciò essere detto, è pur vero che
quel che pensava di Giolitti e della tradizionale classe politica italiana non
gli avrebbe forse consentito di collaborare nel governo con uomini per i quali
nutriva disprezzo, e non stima. Nel governo in cui entrava il G. poteva infatti
contare sugli ampi poteri che, nel dargli fiducia, il Parlamento aveva concesso
a Mussolini, che governò infatti soprattutto con i decreti legge e con facilità
poteva aggirare le opposizioni; e di questo, che considerava un vantaggio, egli
si giovò con larghezza e altrettanta fermezza, perché, appunto, al governo era
andato con l'idea di realizzare comunque la riforma; e a realizzarla era
deciso. Non è possibile, in poco spazio, raccontare le vicende complesse
e intricate alle quali il progetto gentiliano della riforma dette luogo. E
basteranno due rilievi: uno rivolto a ricordare la struttura a cui la riforma
tendeva e alla quale infine mise capo, l'altro diretto a rievocare le fiere
critiche che essa suscitò, non solo nel mondo politico, ma anche in quello
della scuola. La struttura della scuola riformata prevedeva una scuola
elementare obbligatoria per tutti, nella quale il senso della tradizione
nazionale, della religione e della letteratura tenessero il centro e
costituissero il criterio per la formazione del giovane, al quale certo non
sarebbero mancate le nozioni elementari dell'aritmetica e della scienza.
Accanto al ginnasio-liceo, destinato a formare le future élites dirigenti e,
comunque, gli strati più alti della popolazione, la scuola riformata prevedeva
quattro indirizzi fondamentali a cui, come ha scritto S. Romano,
corrispondevano "quattro distinti ruoli sociali" (p. 174); e altresì
prevedeva che l'educazione impartita nelle elementari sarebbe stata completata,
per i figli del popolo, con tre anni di complementare, mentre una scuola industriale
e tecnico-commerciale, integrata da un istituto tecnico per chi avesse inteso
proseguire nello studio, avrebbe corrisposto alle esigenze formative di queste
professioni, insieme con una scuola magistrale, proseguibile in un magistero
universitario, per certe parti analogo alla facoltà di lettere e
filosofia. Le critiche che a questo modello di scuola, qui sommariamente
descritto, furono rivolte posero subito in rilievo il carattere conservatore,
statico e anche classista di una struttura a cui faceva in effetti riscontro
l'idea di una società immodificabile nei suoi equilibri politici ed economici.
E forti furono subito, da parte di non pochi, le riserve avanzate circa il
ruolo riservato al ginnasio-liceo, nel quale lo studio delle due lingue
classiche, il latino e il greco, prevaleva su quello delle lingue moderne e,
nel complesso, la parte riservata alle lettere appariva rispetto a quella fatta
alle scienze naturali, predominante. Si aggiungano le critiche rivolte
all'abbinamento, nel liceo, della filosofia e della storia, e anche della
matematica e della fisica; e sopra tutto al primo, che sconvolgeva antiche
abitudini sia degli storici, sia dei filosofi, alquanto astrattamente dedotto
da una teoria e che in concreto non aveva, e non ebbe, il potere di rendere
filosofi gli storici, e storici i filosofi. E infine non si dimentichi che la
riforma non piacque a molti cattolici, scontenti del potere che lo Stato veniva
a esercitare sulle scuole private, e a non pochi laici, scontenti essi pure che
la religione cattolica fosse diventata materia obbligatoria per tutti i giovani
cittadini dello Stato italiano. Accanto alle molte critiche, occorre
tuttavia anche ricordare e sottolineare che la riforma gentiliana nasceva da
una visione coerentemente unitaria, e certo non era la veste di Arlecchino che
altrimenti (e come poi è accaduto) avrebbe rischiato di essere: tante idee di
diversa provenienza mal combinate e peggio tenute insieme dallo spirito
deteriore del compromesso politico. Per quanto concerne il rilievo (certo non
infondato) di elitismo e persino di classismo, conviene dimenticare il
"nodo" che, per parafrasare Dante, tiene al di qua di ogni
ragionevole traguardo chi, ripugnando all'idea di fare delle classi economiche
più forti le vere destinatarie dell'alta cultura, intesa perciò come strumento
di conservazione e di trasmissione del potere, con alquanta semplicità di
spirito ritenga che la difficile questione si risolva col
"democratizzare" la cultura, ossia con l'estenderne l'ambito e abbassarne
il livello. L'esigenza che il G. (e questo non può essere negato) cercava di
realizzare, e che per alcuni versi si traduceva in istituti didattici
inadeguati, era diretta a far entrare nelle menti che "cultura"
significa, in primo luogo, la grande difficoltà che s'incontra nel tentativo
che si faccia di conseguirla: un tentativo che va a buon segno soltanto se ci
si impegna nell'acquisizione degli strumenti tecnici, storici, linguistici,
filosofici, scientifici, senza i quali il mondo del sapere non dischiude i suoi
tesori. Ma qui, su questo difficile problema, che tende a tornare insoluto
dinanzi a chi pur lavori nel tentativo di risolverlo, occorre non
insistere. Nel maggio 1923, all'apparenza con una decisione improvvisa,
che non fu comunicata se non a Mussolini, che doveva essere informato, e della
quale nemmeno Croce fu messo al corrente, il G. si iscriveva al Partito
nazionale fascista. E sulle ragioni che lo indussero, mentre era ministro, a
compiere questo passo, che certo non era privo di gravi conseguenze, si è molto
discusso; e da alcuni si è avanzata l'ipotesi che a prendere questa decisione,
che rese contenti i suoi allievi romani, ma non altri che ne rimasero invece
alquanto sgomenti, egli fosse indotto da due diverse, ma convergenti,
persuasioni. La prima, che quello fosse l'esito necessario non
tanto dell'idealismo attuale, che con il fascismo in quanto tale poco aveva in
comune, quanto piuttosto della riflessione da lui condotta nei passati anni
sulla storia d'Italia e sulla possibilità che ora il fascismo aveva nelle mani
di reintegrarne in unità le secolari scissioni e lacerazioni, la politica
imbelle e la letteratura vuota, compiendo il Risorgimento. L'altra,
immediatamente pratica e politica, che la riforma sarebbe stata meglio difesa,
e altrimenti non potesse esserlo, se il liberale che egli era, ed era
considerato, avesse mostrato di condividere senza riserve la convinzione
mussoliniana e fascista e avesse così posto termine, o almeno un freno, alle
critiche che gli si muovevano e alle diffidenze da cui era circondato. In
ogni caso, il passo che doveva decidere il destino del G. era compiuto. Ed è
quanto meno dubbio che, se lo compì anche per salvare la riforma dalle forze
che l'avversavano e minacciavano di impedirne l'attuazione, quel passo servisse
veramente allo scopo. I mesi che precedettero l'assassinio di G. Matteotti,
avvenuto il 10 giugno 1924 e che videro quattro giorni dopo le sue dimissioni
dal governo, furono drammaticamente segnati da gravi difficoltà, a superare le
quali non bastarono né il tattico appoggio datogli dal capo del governo, né gli
inviti alla resistenza provenienti dai suoi scolari e amici romani, né il
sostegno deciso di Croce che, malgrado il sempre più netto incrinarsi dei loro
rapporti e la frattura che entrambi sapevano, in cuor loro, inevitabile, non
glielo fece mancare e, nella sua impresa di ministro, lo sostenne. Le
dimissioni dal governo non furono un atto di autonomia, di distacco dal
fascismo che si era macchiato di un gravissimo delitto, di opposizione alla sua
politica. Furono, infatti, da lui motivate con pure ragioni di opportunità
politica e nell'interesse sia del governo, sia di colui che lo presiedeva:
ossia con l'argomento secondo cui le opposizioni delle quali la sua riforma era
da tempo l'oggetto potessero diventare un pretesto per colpire Mussolini o
avessero comunque, pretesto o no, a indebolire la posizione politica di lui
che, all'improvviso, era venuto a trovarsi in una situazione obiettivamente
molto difficile. Accusato apertamente dalle opposizioni di essere il
responsabile e il materiale mandante del delitto, Mussolini era allora non solo
in pericolo, ma sembrava altresì aver perduto la sicurezza e la
spregiudicatezza che, in momenti non altrettanto gravi, erano sembrate la dote
precipua del suo essere un politico nuovo, estraneo alle astuzie deteriori e
alle infinite mediazioni della prassi parlamentare. E, proprio perché
sull'indecisione dimostrata da Mussolini egli ebbe allora, in lettere private,
a formulare critiche precise - nonché il timore che quello smarrisse la via e
naufragasse -, proprio per questo il proposito di rendergli il più possibile
sgombro di ostacoli il cammino dovette sembrargli l'unico che un seguace fedele
dovesse preoccuparsi di tradurre in comportamenti conseguenti. Al
fascismo, dunque, con quel gesto il G. non tolse il suo consenso, ma piuttosto
lo rinnovò in un momento in cui non mancarono, fra i suoi allievi, quelli che,
delusi dall'indecisione mussoliniana, lo esortavano a prender lui la guida
effettiva, e cioè politica, del fascismo in crisi. Furono quelle settimane
drammatiche, perché, oltre gli elementi obiettivi che rendevano tale la crisi,
a coloro che, nel campo fascista, lo spingevano verso posizioni estreme si
contrapponevano gli amici che, o antifascisti o in via di diventar tali, gli
davano il consiglio opposto: non di rimanere nel partito di Mussolini, ma,
decisamente, di uscirne, mettendo in salvo una volta per tutte il suo
"nome onorato". Drammatiche sono, in questo senso, le lettere che
allora gli scrissero G. Lombardo Radice, collaboratore fedele e amico fraterno,
e A. Omodeo, uno degli allievi prediletti della scuola palermitana. Furono
giorni, settimane, mesi molto difficili anche perché il dissidio con Croce,
che, come si è detto, mai si era sul serio ricomposto e, come il fuoco la
cenere, sempre aveva seguitato a sottendere i loro rapporti, giunse allora,
finalmente, alla sua definitiva espressione. E quali, a determinare la rottura
che in sostanza si consumò alla fine dell'ottobre 1924, possano essere stati
gli episodi e le circostanze specifiche, sta di fatto che era la logica delle
cose a rendere grave ogni episodio, ogni circostanza che, se tale logica non
fosse appunto stata così forte e imperiosa, avrebbero, con ogni probabilità,
potuto avere un esito diverso. Sulle ragioni profonde che la
determinarono e misero fine a un sodalizio durato quasi trent'anni, molte cose
si dissero allora, molte sono state dette poi, quando parve che il distacco
cronologico consentisse la serenità necessaria alla formulazione del giudizio.
E questa non è la sede dove la questione possa essere analizzata in ciascuno
dei suoi aspetti, filosofici, politici, psicologici; e si può ben dire che, per
quanto attiene al suo concreto e determinato delinearsi e decidersi nel tardo autunno
del 1924, essa risulti definita dalle due lettere che il G. e Croce si
scambiarono: essendo tuttavia quest'ultimo che, di fronte alla dolorosa
meraviglia espressa dall'altro nell'apprendere che certi suoi comportamenti
avevano seriamente messo in pericolo la prosecuzione, non solo del loro
sodalizio scientifico, ma, addirittura, della loro amicizia, obiettò che al
dissidio mentale nel quale da tempo si trovavano se n'era aggiunto un altro, di
natura pratica e politica; e che le cose dovevano perciò fare il loro corso
necessario, fino alle estreme conseguenze. Le dimissioni che il G.
presentò e che Mussolini accettò, nominando al suo posto il liberale, e grande
amico di Croce, A. Casati, segnarono nella sua vita una svolta importante.
Nella sua vita, s'intende dire, pubblica e politica; e non nei suoi sentimenti
e convincimenti politici che, a quanto risulta, fino all'ultimo dei suoi giorni
rimasero quelli che nel 1923 lo avevano indotto a chiedere la tessera del
partito fascista. Non nei sentimenti e nei convincimenti, dunque. Ma nella vita
pubblica e politica, sì. Al governo infatti il G. non tornò più. E alla
politica del paese partecipò bensì, nei primi tempi, come presidente della
Commissione dei quindici (divenuta poi dei diciotto), il cui compito fu di
svolgere una revisione costituzionale in senso autoritario dello Stato.
Partecipò bensì come vicepresidente del Consiglio superiore della pubblica
istruzione: una carica importante, questa, che gli consentiva di vegliare
sull'integrità della riforma, proteggendola da quanti avevano interesse a
intervenirvi per alterarla e stravolgerla. Ma, intesa in senso stretto, dalla
politica, in sostanza, egli allora uscì. E la sua partecipazione alla vita del
regime fascista si realizzò nelle istituzioni culturali (per esempio,
l'Istituto nazionale fascista di cultura, poi di cultura fascista) delle quali
ebbe la cura e che presiedette; e se nei giornali e nelle riviste politiche
alle quali normalmente collaborava non perse occasione per dire il suo parere
su ciò che più da vicino lo toccava, l'argomento prescelto fu quasi sempre
culturale, anche se mai egli mancò di collocarlo nel quadro costituito della
sua fede fascista e della sua fedeltà al regime mussoliniano. Almeno su
due episodi occorre tuttavia, non essendo possibile in questa sede un più largo
discorso, soffermarsi. E di questi uno era bensì di natura anche filosofica e
culturale, perché implicava in modo preminente l'idea che da anni ormai egli
aveva elaborato della filosofia e dello Stato che, identico alla filosofia,
rappresenta il vertice stesso dell'autocoscienza; ma anche era di natura
politica, e persino diplomatica, coinvolgendo direttamente l'azione del governo
e del suo capo. Si allude al concordato con la S. Sede dell'11 febbr. 1929. E
il G. lo avversò in un pubblico discorso, che non ebbe conseguenze pratiche
perché sulla via concordataria Mussolini era deciso ad andare fino in fondo, e
l'opposizione del filosofo formalmente rientrò: sebbene quell'episodio dovesse
seguitare ad agire dentro di lui che, forse anche per questo, quasi volesse
rinverdire dentro di sé quel gesto di autonomia non andato a segno, per tutta
la vita polemizzò con i filosofi cattolici e, in modo particolare, con gli
ambienti dell'Università cattolica del S. Cuore di Milano, in primis con padre
A. Gemelli, che egli trattò con la mano rude che riservava a certe sue
battaglie culturali e filosofiche. L'altro episodio è costituito dalla
battaglia che egli sostenne perché ai professori universitari fosse imposto il
giuramento di fedeltà al regime fascista. E a parte le modalità con le quali e
attraverso le quali si svolse; a parte il nesso con le vicende della replica
che, per iniziativa di G. Amendola, e a nome di tanti e tanti intellettuali,
Croce dette al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto dal G.; a parte
le tragiche ferite che questa imposizione apriva nella coscienza di tanti che
innanzi a sé videro o la prospettiva della miseria o quella dell'abdicazione ai
dettami dell'etica, c'è qualcosa che a questo riguardo merita di essere notato.
E questo è il singolare concetto della "concordia" a cui, com'era
accaduto persino nei giorni cupi della crisi aperta dell'assassinio Matteotti
(e come ancora sarebbe accaduto vent'anni dopo nei mesi della Repubblica sociale),
anche in quel caso il G. si appellò per sostenere che, se l'opposizione resa
evidente e, anzi, drammatizzata dal conflitto dei due manifesti, il suo e
quello di Croce, fosse stata superata da un formale atto di fedeltà al regime,
l'unità sarebbe stata ristabilita e nessuna discriminazione avrebbe più avuto
alcuna ragione d'essere nei confronti di dissenzienti che non erano, ormai, più
tali. E la cosa singolare è che, nell'argomentare così, non solo egli mostrava
di credere che, se il giuramento fosse stato dato, le ragioni del dissidio
politico che ai suoi occhi lo aveva reso necessario sarebbero venute meno; ma
addirittura riteneva che potesse essere e definirsi unità autentica quella che
fosse stata conseguita per la via della coercizione e non per quella, da lui
tante volte definita come l'unica possibile, della libertà, mediante la quale
lo spirito costituisce sé stesso. Quella dell'Enciclopedia Italiana fu
l'impresa alla quale, fra il 1925 e il 1943, il G. dedicò la parte più viva
della sua energia di grande organizzatore culturale. La parte più viva, e anche
la più grande, la più impegnata e costante, quella con la quale il suo
"tutto" quasi per intero giunse a coincidere. Quasi per intero;
perché, accanto all'opera dell'Enciclopedia, occorre non dimenticare l'altro
grande suo impegno, che fu costituito dalla Scuola normale superiore di Pisa,
della quale fu, dal 1928, commissario, quindi, dal 1932, direttore, e che nella
sua stessa persona difese, nel 1935, dall'attacco mosso da C.M. De Vecchi di
Val Cismon che, divenuto ministro dell'Educazione nazionale (gennaio 1935), gli
mostrò intera la sua ostilità, giungendo anche a destituirlo (giugno 1936). Il
provvedimento del ministro fu presto ritirato perché, sollecitato dal G., nella
controversia intervenne direttamente il capo del governo, che rimise al suo
posto il filosofo; che poté così continuare la sua opera di potenziamento e di
ammodernamento della Scuola, e rendere assai più agevole il soggiorno, e
migliori le condizioni di studio, agli studenti interni. Dai quali, sopra tutto
negli anni Trenta e Quaranta, dovette sopportare non poche manifestazioni di
antifascismo, perché, fra La Sapienza e la Normale, per opera di alcuni giovani
professori, e in primo luogo di G. Calogero, Pisa era diventata un centro assai
vivo di opposizione al regime fascista. Il consenso del quale questo
aveva goduto fin verso la metà degli anni Trenta era andato impallidendo
quando, con la guerra di Spagna e poi, nel 1938, con le leggi razziali, si ebbe
netta l'impressione che l'allineamento alla Germania nazionalsocialista avrebbe
avuto per conseguenza la tragedia di una seconda guerra europea e mondiale. E,
ancora una volta, il G. si trovò a dover affrontare un conflitto, difficile e
penoso, con i giovani che, direttamente o no, erano anche suoi allievi e non
poco, comunque, avevano ricevuto da lui. Le testimonianze, scritte e anche
orali, che rimangono di quegli anni pisani dicono di un suo atteggiamento
incerto fra paternalismo e autoritarismo, fra benevole indulgenze e improvvise
durezze. Un atteggiamento, questo, tipico di un uomo generoso e, nello stesso
tempo, incapace di comprendere le ragioni del dissenso; e che, su un piano di
ben altra drammaticità, si ripeté quando, avendo accolto e cercato di
"sistemare" alcuni intellettuali tedeschi che, dopo il 1933, avevano
dovuto lasciare la loro terra perché ebrei (P.O. Kristeller, K. Löwith, N.
Rubinstein, per citarne solo tre), la medesima questione gli si presentò, per
gli ebrei italiani, in seguito alla promulgazione delle già ricordate leggi
razziali del 1938. Anche in questo caso, infatti, quanto fu benevolo e
comprensivo nei confronti dei perseguitati, altrettanto il suo atteggiamento fu
debole nei confronti di chi di quella persecuzione si era reso responsabile. E
se niente egli disse in quegli anni in difesa di provvedimenti che non potevano
non ripugnargli profondamente, in pubblico non se ne dissociò. Ma si
diceva dell'Enciclopedia, nell'organizzare la quale, nel dirigerla,
nell'avviarla alla sua realizzazione, il G. seppe altresì formare, nella sede
romana di piazza Paganica, un luogo di lavoro affatto particolare, segnato in
profondità dalla sua energia, ma anche dal suo vivo senso della libertà della
scienza, che in sostanza, tenendosi in difficile equilibrio fra il censore
ecclesiastico e quello politico, egli seppe per lo più garantire agli studiosi
che vi collaboravano e che, se non certo in maggioranza, in buon numero erano
antifascisti o non fascisti. Si pensi, per fare qualche nome, a G. De
Sanctis, che all'Enciclopedia seguitò a collaborare anche dopo che, per non
aver voluto prestare il giuramento di fedeltà al regime, aveva dovuto
rinunziare alla cattedra romana. Si pensi a G. Calogero, a W. Giusti, a U. La
Malfa, a C. Antoni, e ad altri che, se, come si è detto, non erano propriamente
ostili al fascismo, nemmeno gli erano amici incondizionati; e qui si possono,
per esempio, fare i nomi di F. Chabod, di E. Sestan, di W. Maturi. A
proposito dell'Enciclopedia sono state poste, tra le altre, due questioni: se
il G. la concepisse come un grande monumento, fascista, da innalzare al
fascismo, o se da questa idea si tenesse tanto lontano quanto per contro era
convinto che quello dovesse essere un monumento italiano, frutto e documento
dell'unica, ossia della più alta, cultura italiana; e, inoltre, se
l'Enciclopedia, quale il G. la concepì e disegnò, abbia patito la conseguenza
della chiusura e dell'angustia della cultura idealistica e fosse perciò poco
disposta a concedere alle scienze naturali, fisiche e matematiche, lo spazio
che queste avrebbero richiesto e, beninteso, meritato. Alla prima deve
rispondersi che, certo, nata in quegli anni e resa possibile dal fascismo,
l'Enciclopedia appartiene al numero delle opere che allora si produssero. Ma
"fascista" non fu nella concezione, perché esplicitamente il G.
sostenne il suo carattere in primo luogo scientifico, culturale e non politico.
E "fascista" non fu nel contenuto, perché, oltre a essere
"scritta" da molti che fascisti non erano, e anzi al regime erano
avversi, anche gli studiosi che aderivano al regime vi scrissero per lo più da
studiosi e non da fascisti. Sì che, al riguardo, occorre distinguere e
mantenere le distinzioni: aggiungendo (e con questo si passa all'altra
questione) che, come non fu fascista nella concezione, così nemmeno fu
"idealistica" nel senso vulgato, per il quale si dice
"idealismo" e s'intende qualcosa come un oltraggio recato alla
scienza. In realtà, come accanto a studiosi idealisti tanti altri vi scrissero
che idealisti non erano affatto, così non sarebbe giusto dire che in generale
le scienze vi fossero depresse, e che le relative voci non fossero affidate a
studiosi di provato e, spesso, di grande valore. Il lavoro svolto nelle
Università di Roma e di Pisa, l'Enciclopedia, e quindi l'Università Bocconi di
Milano, l'Istituto per il Medio e l'Estremo Oriente, il Centro nazionale di
studi manzoniani (di cui il G. era stato nominato commissario nel 1937, e che
fu affidato alle cure sapienti di M. Barbi e del suo collaboratore F.
Ghisalberti) non resero però meno intensa la sua attività di studioso. Certo,
dopo il 1920-21, venne meno nel G. la possibilità e, con questa, anche
l'interesse, di coltivare la ricerca storica nelle forme che questa aveva
assunto, presso di lui, negli anni precedenti. Ma nel 1931, rielaborazione di
un corso tenuto nel 1927-28 nell'Università di Roma, dove (come già si è
ricordato) era succeduto al Varisco sulla cattedra di filosofia teoretica, il
G. pubblicava La filosofia dell'arte, documento di aspra polemica anticrociana,
ma anche, nello stesso tempo, rielaborazione dell'idealismo attuale dal punto
di vista del sentimento, interpretato ora come una sorta di grande Grundakkord,
presentante tratti di essenzialità e precategorialità della stessa vita
spirituale. E quindi pubblicava l'Introduzione alla filosofia (1933), raccolta
di scritti concernenti l'esame dei concetti fondamentali della filosofia,
studiati e prospettati dal punto di vista conseguito dall'idealismo attuale. E
senza la pretesa di ricordare tutti i tanti scritti, spesso di varia occasione,
che egli allora compose e con i quali fu presente nel dibattito e nella vita
culturale del paese, converrà tuttavia far menzione degli scritti dedicati ai
poeti, e cioè, in pratica, a Dante (La profezia di Dante, Roma 1933; Il canto
VI del Purgatorio, Firenze 1940), a Manzoni e infine a Leopardi, il più amato,
e quello altresì al quale dette forse il contributo, in questo campo della
critica letteraria, più notevole (Manzoni e Leopardi, Milano 1928;
Commemorazione di G. Leopardi, Roma 1937; Poesia e filosofia di G. Leopardi,
Firenze 1939). Se la si osserva dall'alto, e la si scruta nel non breve
periodo seguito alle battaglie per la riforma della scuola, contro il
concordato, per l'istituzione del giuramento da imporre ai professori delle
università, la vita del G. sembra, come si è detto, svolgersi prevalentemente
all'interno delle istituzioni culturali delle quali ebbe la cura. E qui, fra le
luci e le ombre di queste molteplici attività, che lo condussero anche all'acquisto
nel 1936 della casa editrice Sansoni, si ha quasi l'impressione che il
personaggio sfugga a una definizione; che, malgrado la sua spesso ingombrante
presenza, ci fosse in lui qualcosa di segreto, di irriducibile, con il quale
egli era forse il primo a non voler prendere, fino in fondo, contatto.
L'uomo era orgoglioso, sicuro di sé: tollerante, come si è detto, ma anche
deciso e prepotente. E non avrebbe mai consentito che qualcuno spingesse, o
provasse a spingere, lo sguardo per andare al di là di quella spessa corazza
attivistica, dietro la quale si muovevano forse più cose di quante amici,
nemici, egli stesso supponessero. Mentre impediva che altri penetrasse nel suo
animo, non era certo lui quello che fosse disposto ad aprirlo perché egli
stesso vi guardasse dentro. Un contributo gentiliano alla "critica"
di sé stesso sembra, francamente inconcepibile. Non senza perciò che un moto di
stupore si determinasse nell'ambito di chi vi conduceva qualche ricerca, dal
suo archivio sono emersi alcuni inediti dedicati alla questione della morte,
ossia a un tema, per il teorico dell'idealismo attuale, insidioso fin quasi al
limite dello "scandalo" (filosofico). Da qualche altro indizio
documentario può desumersi che se la fedeltà che lo legava al fascismo non
venne meno e intatta rimase l'ammirazione per Mussolini e inconcussa la fiducia
in lui, nei confronti del razzistico nazionalsocialismo il G. mostrò tutt'altro
che inclinazione o simpatia. Il che peraltro non gli impedì di accettare senza
discussione alcuna la guerra che, scoppiata nel settembre 1939, coinvolse
tragicamente, nel giugno del successivo anno, anche l'Italia. Nei tre anni
successivi, dal 10 giugno 1940 all'8 sett. 1943 - in quei tre anni così gravi
di disastri, di distruzioni, di sconfitte, e anche di dolorosi lutti familiari,
mentre il nesso che aveva unito le coscienze alla patria si spezzava, perché la
difesa di questa non s'identificava più, per molti, con la difesa della
libertà, da vent'anni perduta -, in questi tre anni il G. scelse il silenzio; che
fu rotto solo in poche occasioni: nel 1942, quando esaltò in un articolo il
Giappone guerriero, che, nei modi noti era entrato in guerra attaccando gli
Stati Uniti d'America; e quindi con il famoso discorso agli Italiani del 24
giugno 1943. È difficile dire come, dentro di sé, il G. valutasse il
dissenso politico sempre più vivo nei confronti del regime, e che egli non
poteva non cogliere nei giovani con i quali, a Roma e a Pisa, aveva frequente
contatto: anche se è indiscutibile che di quel dissenso, di quell'avversione,
del progressivo distacco dal fascismo di molti che pure in questo avevano
creduto e riposto speranze, egli non partecipò, chiuso nel suo sentimento di
fedeltà come in una fortezza della quale convenisse non abbassare, bensì,
piuttosto, tenere ben alzati i ponti levatoi. Fu questa, come si sa, la
ragione per la quale egli accettò l'invito rivoltogli dal segretario del
partito fascista, C. Scorza, di pronunziare dal Campidoglio un discorso che si
rivolgesse agli Italiani, impegnati nella terribile prova della guerra e che,
da qualche settimana avevano ormai il nemico in casa, fortemente attestato
nella terra siciliana. Accettò l'invito che altri, interpellati prima di lui,
avevano declinato. Salì sul Campidoglio, e pronunziò il suo discorso, che
alcuni lodarono per il coraggio che aveva dimostrato e per il rischio al quale
aveva in tal modo esposto la sua persona, e altri invece fortemente deplorarono
e criticarono, cogliendovi come il segno della sua perdizione, del suo ribadito
essersi reso estraneo a quel suo più profondo "sé stesso" dal quale
non pochi avevano tratto una lezione di libertà. Certo, con quel suo discorso,
così teso, così eloquente e così, politicamente, ingenuo, il G. mostrò intero
il dramma, anzi rivelò la tragedia nella quale, forse al di là della sua stessa
consapevolezza, si dibatteva. Poi vennero il 25 luglio, la caduta di
Mussolini e del fascismo, le umiliazioni che egli dovette subire quando il suo
antico segretario al ministero della Pubblica Istruzione, L. Severi, divenuto a
sua volta ministro nel governo formato da P. Badoglio, rese, senza alcuna seria
ragione, pubbliche tre lettere che gli erano state da lui privatamente
indirizzate a proposito, sopra tutto, di questioni concernenti la Scuola
normale superiore di Pisa. Il che provocò giudizi aspri su di lui sia da parte
dei fascisti che lo ritennero pronto a mettersi al servizio dei nuovi
governanti, sia da parte di non pochi antifascisti uniti ai primi, in questo
caso, da un non diverso giudizio. Poi venne l'8 settembre, la cui notizia
il G. apprese mentre si trovava a Roma, dove si era recato uno o due giorni
prima, per affari personali, da Troghi, un piccolo paese sito a pochi
chilometri da Firenze, nel quale, in una casa di campagna messa a disposizione
sua e della sua famiglia dall'amico G. Casoni, aveva trascorso i mesi estivi,
occupato a scrivere Genesi e struttura della società, il suo ultimo libro,
estremo frutto di un corso di lezioni tenute all'Università di Roma. E le
settimane successive furono quelle in cui, liberato Mussolini, e formatosi, con
la proclamazione della Repubblica sociale, un governo fascista con sede a Salò,
egli ricevette, tramite C.A. Biggini, divenuto ministro dell'Educazione
nazionale, l'invito a recarsi al Nord per un incontro con il capo del governo,
il "vecchio amico" al quale, ancora una volta, non poté non concedere
quel che quello gli chiedeva. Così fu nominato presidente dell'Accademia
d'Italia, trasferita da Roma a Firenze, dove fu sistemata a palazzo Serristori.
E qui, dopo che il "commovente" incontro con il "vecchio
amico" Mussolini aveva come riacceso in lui il desiderio di non starsene
in disparte e, invece, di combattere la sua ultima battaglia, egli riprese il
lavoro, cercando di riorganizzare l'Accademia e lavorando con i pochi soci che
vi si recavano, assumendo la direzione della Nuova Antologia, cercando di
riprendere contatti, e rapporti, per avviare nuove imprese. Ridette vita e
autonomia, e questa è una circostanza singolare, la cui genesi richiederebbe
qualche studio e attenzione, all'Accademia dei Lincei che infine era stata in
parte assorbita nell'Accademia d'Italia, e quindi soppressa. E riprese ancora a
collaborare ai giornali, perché, mentre gli eserciti alleati risalivano la
penisola e alla guerra che investiva le città e le campagne un'altra si
aggiungeva, di Italiani contro Italiani, gli sembrò che non si potesse non far
di nuovo risuonare il tema della concordia e dell'unità. Era un suo
vecchio tema, una sua convinzione tenace che, nel livido e tragico teatro che
era allora l'Italia, fu qual era stata durante la crisi seguita all'assassinio
di Matteotti, e quindi al tempo del giuramento fascista imposto ai professori
universitari, anche se, risuonando nella solitudine e nel gelo che circondavano
la sua persona, il suo accento risultasse ancora più livido, ancora più
tragico. Il G. riprese quel tema nel fosco crepuscolo dell'Italia fascista,
forte lui della convinzione che gli Italiani sarebbero tornati a esistere come
soggetti politici solo se fossero retroceduti al di qua delle ideologie e qui,
in questo luogo ideale, avessero ritrovato la loro unità e identità di
Italiani. Era una convinzione nutrita di illusione; e che fosse tale, si
comprende non solo se le sue parole siano ripensate nel clima di quel tragico
inverno, ma anche se si riflette sullo scambio logico sul quale, ancora una
volta, si fondavano, e che si rivela non appena si consideri che per un verso
sembrava che la conciliazione, la concordia, la ritrovata unità e identità
dovessero realizzarsi in un luogo ideale, irraggiungibile dalle ideologie, dal
fascismo, dunque, e dall'antifascismo, mentre per un altro era la Repubblica
sociale a rappresentare, nel segno dell'italianità, quel luogo ideale.
Ancora una volta le diverse componenti della sua anima, quelle che, nel loro
contrasto, conferiscono alla sua personalità un'inconfondibile dimensione
tragica, urtarono violentemente l'una contro l'altra. E la fedeltà mantenuta
usque ad mortem al fascismo si accompagnò alla protesta che egli più volte elevò
contro le atrocità alle quali intanto si dava luogo, da parte dei fascisti, con
torture, uccisioni, gravi violenze. La sua morte, avvenuta per mano di un
commando partigiano comunista, che lo attese nei pressi della Villa Montalto al
Salviatino, sulle colline di Firenze dalla parte di Fiesole, nella tarda
mattina del 15 apr. 1944, al suo ritorno a casa dopo la mattina trascorsa al
lavoro a palazzo Serristori, fu perciò anch'essa una morte violenta. E suscitò
molta emozione, anche fra coloro che lo avevano combattuto e mai avevano
perdonato a lui, filosofo dell'atto e della sua assoluta libertà, la scelta
fascista, cui era rimasto fedele. Due domande, semplici, ovvie e
altrettanto inevitabili, si pongono, e sono state poste, a proposito della sua
ultima scelta politica e sulle ragioni che determinarono la decisione di
ucciderlo. E la risposta non è, per quanto concerne la seconda, altrettanto
semplice di quella che può e deve darsi alla prima. Alla Repubblica sociale il
G. aderì per le ragioni da lui stesso addotte; perché si trattava non di
scegliere di nuovo, ma di ribadire, nel momento del supremo pericolo, la scelta
fatta vent'anni innanzi. E non c'era calcolo politico che bastasse a mettere in
crisi questa decisione, perché l'intero universo si concentra e vive nell'atto
puro, e quel che resta fuori non è se non calcolo, astuzia: ossia, a rigore,
niente. Alla seconda domanda rispondere si potrà in modo adeguato quando nuovi
documenti interverranno a far luce nelle molte zone oscure che tuttora impediscono
di vedere tutta la verità; che emergerà quando e se emergerà: e allora si vedrà
fino a che punto nella decisione di uccidere il G. che aveva rinnovato il suo
legame con il fascismo e con Mussolini siano entrate anche valutazioni
politiche non direttamente note a quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono
il filo della sua vita. Qui basterà ricordare che nella chiesa di S. Croce, in
Firenze, il nome del G. indica, sul pavimento, il luogo della sua
sepoltura. Opere. Le opere complete del G., raccolte via via durante la
vita dell'autore, prima da Laterza (Bari), poi da Treves-Tumminelli (Milano e
Roma), quindi da Sansoni (Firenze), furono riprogettate e stampate dopo la
morte del G. e la fine della guerra mondiale da questo medesimo editore, al
quale subentrò negli ultimi anni, ma senza alcuna mutazione di veste
tipografica e di caratteri, l'editrice Le Lettere, sempre di Firenze.
L'edizione definitiva rispetta fondamentalmente le partizioni già previste dal
G., e cioè: I, Opere sistematiche; II, Opere storiche; III, Opere varie alle
quali due si aggiungono, una IV, Frammenti, e una V, Epistolari. A queste
cinque partizioni si è unita di recente, una VI di Scritti inediti e vari,
nella quale sono apparsi fin qui Eraclito. Vita e frammenti (con il facsimile
del manoscritto della traduzione di H. Diels), a cura di H.A. Cavallera,
premessa di F. Adorno, Firenze 1996, e La filosofia della storia. Saggi e
inediti, a cura di A. Schinaia, premessa di E. Garin, ibid. 1996. A parte
questi due ultimi, i volumi fin qui pubblicati delle Opere complete sono
quarantanove, perché ancora in preparazione risulta il XXIX, dedicato a B.
Spaventa; e aumenteranno, negli anni a venire, nella sezione comprendente i
Carteggi, alcuni dei quali sono già in lavorazione, come quello con G.
Calogero, a cura di C. Farnetti, e l'altro con G. Chiavacci, a cura di M.
Simoncelli. Qui converrà ricordare in quanto inserite nel testo
della voce le principali opere del G.: Rosmini e Gioberti, Pisa 1898; La
filosofia di Marx, ibid. 1899; Il modernismo e i rapporti tra religione e
filosofia, Bari 1909; I problemi della scolastica e il pensiero italiano, ibid.
1913; La riforma della dialettica hegeliana, Messina 1913; Sommario di
pedagogia come scienza filosofica, I, Pedagogia generale, Bari 1913; II,
Didattica, ibid. 1914; Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa 1916;
I fondamenti della filosofia del diritto, ibid. 1916; Sistema di logica come
teoria del conoscere, I, La logica dell'astratto, ibid. 1917; II, La logica del
concreto, Bari 1923; Le origini della filosofia contemporanea in Italia, I-IV,
Messina 1917-23; Gino Capponi e la cultura toscana nel secolo decimonono,
Firenze 1922; La filosofia dell'arte, Milano 1931; Introduzione alla filosofia,
ibid. 1933; Genesi e struttura della società, Firenze 1944. Fra i
carteggi, quello con Croce, comprendente le sole lettere del G., è raccolto in
Lettere a B. Croce, I-V, a cura di S. Giannantoni, Firenze 1972-90 (il testo di
riferimento è B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile, a cura di A. Croce, con
introd. di G. Sasso, Milano 1980). Ma sono anche usciti: G. Gentile - D. Jaja,
Carteggio, a cura di M. Sandirocco, I-II, Firenze 1969; G. Gentile - A. Omodeo,
Carteggio, a cura di S. Giannantoni, ibid. 1974; G. Gentile - S. Maturi,
Carteggio, a cura di A. Schinaia, ibid. 1987; G. Gentile - F. Pintor,
Carteggio, a cura di E. Campochiaro, ibid. 1993. Fonti e Bibl.: Tre sono
le biografie fin qui dedicate al G.: M. Di Lalla, Vita di G. G., Firenze 1975;
S. Romano, G. G.: la filosofia al potere, Milano 1984; G. Turi, G. G.: una
biografia, Firenze 1995. Si aggiungano i ricordi e le testimonianze di B.
Gentile: G. G.: dal Discorso agli Italiani alla morte (24 giugno 1943 - 15
aprile 1944), Firenze 1954; Ricordi e affetti, Firenze 1988. Sulla uccisione del
G., v. L. Canfora, La sentenza. C. Marchesi e G. G., Palermo 1985, dove si
troverà l'indicazione della precedente bibliografia relativa a questa pagina
non ancora definitivamente scritta. Cfr. anche G. Sasso, La fedeltà e
l'esperimento, Bologna 1993, pp. 73-117. La bibliografia sul G. è assai ampia:
per gli scritti del G. ci si deve ancora servire della Bibliografia degli
scritti di G. G., a cura di V.A. Bellezza, in G. G.: la vita e il pensiero,
III, Firenze 1950, e anche di Il pensiero di G. Gentile. Atti del Convegno
1976-1977, Roma 1977, II, pp. 903-1011. Per gli scritti dal 1980 al 1993, si
veda: S. Bonechi, B. Croce - G. G.: bibliografia 1980-1993, in Giornale critico
della filosofia italiana, LXXV (1994), pp. 632-660. In questo ambito per un
primo orientamento si può innanzi tutto cercar di distinguere fra quanto di e
sul G. è stato scritto dai principali discepoli delle sue due scuole, la
palermitana e la romana, e cioè da V. Fazio-Allmayer, da A. Omodeo, F.
Albeggiani, il giovane G. De Ruggiero, e quindi U. Spirito, A. e L. Volpicelli,
G. Calogero, G. Chiavacci, lo stesso A. Carlini, ecc. in ciascuna delle loro
opere, e quanto invece al pensatore siciliano è stato dedicato con esplicita
intenzione storiografica. Non sempre agevole da rispettare, la distinzione può
tuttavia essere di qualche utilità; e qui si indicheranno gli scritti
appartenenti alla seconda classe (mentre per la storia "filosofica"
dell'attualismo, può vedersi A. Negri, G. G., I-II, Firenze 1975; cfr. anche A.
Lo Schiavo, Introduzione a G., Bari 1974). Sono, innanzi tutto, da tener
presenti gli studi raccolti nei quattordici volumi della serie G. G.: la vita e
il pensiero, Firenze 1948-72. Si veda quindi: G. De Ruggiero, La filosofia
contemporanea, Bari 1912; U. Spirito, Il nuovo idealismo italiano, Roma 1923;
Id., L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze 1930; V. La Via,
L'idealismo attuale di G. G., Trani 1925; F. De Sarlo, G. e Croce. Lettere
filosofiche di un superato, Firenze 1925; G. Calogero, Il neohegelismo nel
pensiero contemporaneo, in Nuova Antologia, 16 ag. 1930, pp. 3-20; R.W. Holmes,
The idealism of G. G., New York 1937; P. Carabellese, L'idealismo italiano,
Roma 1938; A. Guzzo, Sguardi sulla filosofia contemporanea, Roma 1940; M.
Ciardo, Un fallito tentativo di riforma dello hegelismo: l'idealismo attuale,
Bari 1949; E. Garin, Cronache di filosofia italiana (1900-1943), Bari 1955;
H.S. Harris, The special philosophy of G. G., Urbana, IL, 1960; A. Guzzo,
Cinquant'anni di esperienza idealistica in Italia, Padova 1964; U. Spirito, G.
G., Firenze 1969; A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Milano 1978; V.A.
Bellezza, La problematica gentiliana della storia, Roma 1983; A. Del Noce, G.
G.: per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna
1990; A. Negri, L'inquietudine del divenire. G. G., Firenze 1992; G. Sasso,
Filosofia e idealismo, II, G. G., Napoli 1995.Armando Girotti. Girotti. Keywords:
la curva, la curva della bellezza, la linea, la linea della bellezza, storia
storica, non filosofica – unita longitudinale – longamiranza, distillizione
filosofica – Gentile, il Gentile di Girotti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Girotti” – The Swimming-Pool Library.


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