Grice
e Giudice: l’implicatura conversazionale di Bruno – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Filosofo. Grice: Grice: “Giudice amply proves my trust
in the worth of the longitudinal unity of philosophy, for Giudice has unearthed
some philosophical minutiae in Bruno – like his tract to Sir Philip Sidney on
‘Atteone,’ which are jewels of implicature!” -- “For Italian philosophy, Bruno
is interesting: it’s not all saints like Aquinas; they had hereetics, too – and
usually the heretics had a better philosophical background – into what the
Italians called the lovely ‘hermetic tradition’ – we used to have one at Oxford
in pre-lib days!” -- Grice: “If I am a Griceian, Giudice is a Brunoian – the
Italians prefer ‘brunista’ or ‘bruniano,’ but I follow Katz is respecting the
full surname – if it is ‘bruno,’ you add things, you don’t substract things!” Essential Italian philosopherwho has studied in depth
the origin of philosophy in the Eleatic school. Guido del Giudice (Napoli), filosofo. Si
laurea a Napoli e studia Bruno e la filosofia del rinascimento. Fonda la
Societa Giordano Bruno. Altre opera: “Bruno” (Marotta e Cafiero Editori,
Napoli); “La coincidenza degli opposti” (Di Renzo Editore, Roma); “Bruno,
Rabelais e Apollonio di Tiana, Di Renzo Editore, Roma); “Due Orazioni. Oratio
Valedictoria e Oratio Consolatoria, Di Renzo Editore, Roma, “La disputa di
Cambrai. Camoeracensis acrotismus, Di Renzo Editore, Roma); “Il Dio dei
Geometri” quattro dialoghi, Di Renzo Editore, Roma); “Somma dei termini
metafisici”; “Tra alchimisti e Rosacroce, Di Renzo Editore,Roma, “Io dirò la
verità. Intervista a Giordano Bruno, Di Renzo Editore, Roma, “Contro i
matematici, Di Renzo Editore, Roma, “Il profeta dell'universo finite” – “Epistole
latine, Fondazione Mario Luzi,. Scintille d'infinito” (Di Renzo Editore). BRUNO,
Giordano (Philippus Brunus Nolanus; Iordanus Brunus Nolanus, il Nolano). -
Nacque a Nola, nel Regno di Napoli, nel gennaio o febbraio 1548, figlio di
Giovanni Bruno, uomo d'arme, e di Fraulisa Savolino: fu battezzato con il nome
Filippo. Della città natale, dove trascorse l'infanzia e iniziò i primi studi,
conservò poi sempre un ricordo nostalgico. Nel 1562 si recò a Napoli per
studiare lettere, logica e dialettica: in quello Studio ebbe come maestri il
Sarnese (Giovan Vincenzo Colle), filosofo di tendenze averroiste, e fra'
Teofilo da Vairano, agostiniano, da lui ricordato in seguito con sincera
ammirazione. La lettura di uno scritto di Pietro Ravennate suscitò fin da
allora in lui l'interesse per la mnemotecnica. Il 15 luglio 1565, a
diciassette anni compiuti e con una incipiente formazione laica, entrò come chierico
nel convento napoletano di S. Domenico Maggiore, dove assunse il nome Giordano
(forse in onore del domenicano fra' Giordano Crispo, maestro allo Studio) e
quel nome ritenne poi sempre, salvo che per una breve parentesi. Mal
compatibile, per carattere e prima formazione, con la regola conventuale, tra
il 1566 e il 1567 incorse nelle prime infrazioni per aver spregiato il culto di
Maria, nonché quello dei santi (una denuncia contro di lui venne allora
stracciata dal maestro dei novizi). Con cautela va accolta la notizia da
lui in seguito fornita (Doc. parigini, V) di un invito a Roma per mostrare la
propria abilità mnemonica a Pio V (viaggio che lo Spampanato pone tra il 1568 e
il 1569):va però notato che allo stesso pontefice il B. dichiarò di aver
dedicato L'arca di Noè,operetta smarrita di argomento morale (Dialoghi
italiani, p. 842). Ordinato suddiacono (principio del 1570) e poi diacono
(principio del 1571), venne consacrato sacerdote dopo aver compiuto i
ventiquattro anni, e celebrò la prima messa nella chiesa del convento
domenicano di S. Bartolomeo a Campagna, presso Salerno. Nella seconda metà del
1572, dopo aver soggiornato in altri conventi del Napoletano, fece ritorno allo
Studio di S. Domenico Maggiore in Napoli come studente formale di teologia: il
curriculum quadriennale comprendeva un corso speculativo (prima e terza parte
della Summa tomista) e un corso morale (seconda parte della Summa,alternabile
con il quarto libro delle Sentenze di Pietro Lombardo esposte da fra' Giovanni
Capreolo). È da ritenere che il B. abbia superato gli esami annuali, e nel
luglio 1575 quelli di licenza, per cui sostenne le tesi "Verum est
quicquid dicit D. Thomas in Summa contra Gentiles" e "Verum est
quicquid dicit Magister Sententiarum" (Doc.parigini, II). Tali
studi, se da una parte suscitarono in lui una non mai smentita ammirazione per
l'opera di s. Tommaso, d'altra parte dovettero ingenerargli quel fastidio per
"les subtilitez des scholastiques, des Sacrements et mesmement de l'Eucharistie"
(Doc. parigini,II), con il conseguente disinteresse per la problematica
teologica manifestato in seguito nelle proprie opere come pure, più tardi, in
sede processuale. Fin dagli anni conventuali mostrò per contro interesse per
opere estranee al curriculum, nonché decisamente vietate, quali i "libri
delle opere di S. Grisostomo e di S. Ieronimo con li scolii di Erasmo"
(Doc. veneti, XIII).Ciò che, unitamente all'espressione dei propri dubbi circa
il dogma della Trinità durante una discussione sulla eresia ariana, portò
all'istruzione di un processo a suo carico da parte del padre provinciale (con
l'occasione venne ricostruito anche il precedente atto d'accusa già distrutto):
in una scrittura smarrita inviata a Roma egli doveva figurare come sospetto di
eresia. Mentre il processo veniva iniziato, il B. non esitò ad
abbandonare il convento e la città, probabilmente nel febbraio 1576, e nello
stesso mese dové giungere a Roma, dove prese alloggio nel convento di S. Maria
sopra Minerva, confidando forse che il proprio caso passasse ignorato tra i
disordini che turbavano la città. Egli stesso venne però coinvolto in tali
disordini e imputato di "aver gettato in Tevere chi l'accusò, o chi
credette lui che l'avesse accusato a l'inquisizione" (Doc. veneti, I):
imputazione infondata (come è mostrato dal mancato riferimento ad essa nelle
successive vicende processuali), con tutto che un secondo processo contro di
lui venne istruito nel 1576 dall'Ordine dei predicatori. Dopo i primi mesi di
quell'anno, saputo che i propri libri erasmiani erano stati rintracciati a
Napoli, il B., deposto l'abito, abbandonò Roma, raggiunse Genova (circa 15
aprile) e si trattenne a Noli fino al principio del 1577 "insegnando la
grammatica a figliuoli e leggendo la Sfera a certi gentilomini" (Doc.
veneti, IX). Da Noli passò a Savona e quindi a Torino; di lì, non avendovi
trovato "trattenimento a sua satisfazione", si recò a Venezia, dove
si trattenne non più di due mesi, facendovi stampare, allo scopo di guadagnare
qualcosa, "un certo libretto intitolato De' segni de' tempi", da lui
fatto esaminare dal domenicano Remigio Nannini: opera pur questa smarrita. A
Padova fu persuaso da alcuni domenicani a indossare l'abito pur quando non
avesse voluto rientrare nell'Ordine: ciò che il B. fece dopo essersi recato,
per Brescia, a Bergamo. Toccata Milano, nel 1578 lasciò l'Italia attraverso la
Savoia, diretto a Lione: giunto a Chambéry e avvertito dai domenicani locali
dell'ostilità che avrebbe incontrato nella regione, si trasferì a Ginevra, dove
fin dal 1552 una comunità evangelica italiana era stata fondata dal marchese
Gian Galeazzo Caracciolo di Vico. A Ginevra, dimesso nuovamente l'abito,
il B. si guadagnò da vivere come correttore di bozze tipografiche. Risulta
tuttavia che egli aderì formalmente al calvinismo, come provato non tanto dalla
immatricolazione universitaria autografa del 20 maggio 1579, quanto da un
processo per diffamazione ai danni del titolare di filosofia Antoine de la
Faye, istruito contro di lui dal concistoro nell'agosto 1579: il giorno 13 il B.
venne riconosciuto colpevole e virtualmente scomunicato. Dopo un debole
tentativo di difesa, egli si riconobbe colpevole, pregò di essere riammesso
alla cena, e il giorno 27 venne prosciolto dalla scomunica. Tale episodio (che
avrebbe lasciato tracce durevoli nelle sue opere mediante la propria polemica
anticalvinista) determinò la sua partenza da Ginevra. Recatosi questa
volta a Lione, non avendovi trovato modo di sostentarsi, vi si trattenne solo
un mese (forse tra il settembre e l'ottobre 1579) e si recò quindi a Tolosa,
che era proprio in quel tempo uno dei baluardi della ortodossia cattolica: ciò
che dimostra la portata della sua reazione anticalvinista, confermata anche dal
tentativo che allora fece di ottenere l'assoluzione da un padre gesuita. La
mancata assoluzione, "per esser apostata" (Doc. veneti, XII), non gli
impedì di essere invitato "a legger a diversi scolari la Sfera, la qual
lesse con altre lezioni de filosofia forse sei mesi" (Doc. veneti, IX),
nonché di conseguire il titolo di magister artium: ed ottenere per concorso il
posto allora vacante di lettore ordinario di filosofia: onde lesse, "doi
anni continui, il testo de Aristotele De anima ed altre lezioni de
filosofia". Da accenni fatti più tardi dallo stesso B., è dato inferire
che il suo insegnamento incluse lezioni di fisica, matematica e lulliane.
Risale a quest'epoca la composizione della Clavis magna, trattato
mnemotecnico-lulliano rimasto inedito e smarrito. Nell'estate del 1581 si
delineò una ripresa della lotta tra cattolici e ugonotti, e il B. dové lasciare
Tolosa "a causa delle guerre civili" (Doc. veneti, IX). Trasferitosi
a Parigi, vi intraprese "una lezion straordinaria", cioè un corso di
trenta lezioni su altrettanti "attributi divini, tolti da S. Tommaso dalla
prima parte", che alcuni vogliono costituisse l'operetta inedita e
smarrita "di Dio, per la deduzion di certi suoi predicati universali"
(Doc. veneti, I). A Parigi non poté accettare un lettorato ordinario per
l'obbligo - che, come apostata, non volle assumersi - di frequentare la messa;
tuttavia conseguì tale rinomanza mediante il lettorato straordinario, che, come
ebbe a dichiarare egli stesso, "il re Enrico terzo mi fece chiamare un
giorno, ricercandomi se la memoria che avevo e che professava, era naturale o
pur per arte magica; al qual diedi sodisfazione; e con quello che li dissi e
feci provare a lui medesimo, conobbe che non era per arte magica ma per
scienza" (Doc. veneti, IX): episodio che ben si comprende tenendo conto
del fatto che la corte francese era frequentata da intellettuali come J. D. du
Perron e Pontus de Tyard di cui sono noti gli interessi per il sapere
enciclopedico e l'arte della memoria come strumenti per un piano di riforma
culturale. Tuttavia i rapporti del B. con la corte - che sarebbero durati, direttamente
o indirettamente, per circa un quinquennio - si spiegano altresì sul piano
ideologico-politico, ove si tenga conto dell'analogia tra l'equidistanza
bruniana dal rigorismo cattolico e da quello protestante, e la posizione
mediana dei politiques, che controllavano la corte, tra l'estremismo cattolico
dei ligueurs e quello protestante degli ugonotti. Durante questo primo
soggiorno parigino apparvero a stampa le prime operette bruniane a noi
pervenute: il Deumbris idearumcon raggiunta dell'Arsmemoriae, opera
mnemotecnica e lulliana stampata da E. Gourbin nel 1582, dal B. dedicata ad
Enrico III, il quale "con questa occasione lo fece lettor straordinario e
provisionato" (Doc. veneti, IX: egli venne cioè a far parte del gruppo dei
lecteurs royaux, tendenzialmente contrari al conformismo aristotelico della
Sorbonne); seguì, nello stesso anno, il Cantus circaeus, operetta mnemotecnica
stampata da E. Gilles e dedicata, per conto del B., da J. Regnault a Henri
d'Angoulême, fratello naturale del re, essendo il B. stesso "gravioribus
negociis intentus" (Opera, II, 1, p. 182); quindi il De compendiosa
architectura et complemento Artis Lullii (Gourbin, 1582) dedicata dal B.
all'ambasciatore veneto Giovanni Moro. La prima parte del De umbris rielabora
materiale lulliano e mnemotecnico ai fini di una ricerca gnoseologica che
presuppone, platonicamente, una corrispondenza tra mondo fisico e mondo ideale;
la seconda e terza parte costituiscono un manuale mnemotecnico per cui il B.
attinge in particolare al ravennate (l'impostazione didascalica è ripresa
nell'Ars memoriae, in cui elementi della tradizione astrologico-ermetica si
inseriscono nella elaborazione lulliana e mnemotecnica, fermo restando
l'intento gnoseologico). Il Cantus circaeus, in due dialoghi, presenta un'applicazione
concreta dell'ars esposta nel De umbris, non senza un'intenzione satirica che
sarà poi sviluppata nello Spaccio. Il De compendiosa architecturarielabora gli
elementi tecnici del lullismo allo scopo di offrire uno strumento gnoseologico
per cui l'ordine universale risulta riflesso nello schema simbolico.
Nell'agosto del 1582 il B. terminava la composizione dell'unica sua commedia,
il Candelaio, stampata prima della fine dell'anno (anteriormente forse al De
compendiosaarchitectura) da Guillaume Julien figlio. Sul frontespizio l'autore
si definiva "Academico di nulla Academia, detto il Fastidito, in tristitia
hilaris, in hilaritate tristis. Il Candelaio, scritto in un volgare
popolaresco ricco di napoletanismi plebei, ma non senza echi della tradizione
burlesca rinascimentale (Aretino, Berni, ecc.) accanto a moduli parodici della
retorica classica, riflette sul piano morale il momento di rottura con
l'Ordine, né è da escludere che la composizione ne fosse stata iniziata prima
dell'allontanamento dall'Italia. Dedicata Alla signora Morgana B., personaggio
napoletano di non sicura identificazione, la commedia, di ambientazione appunto
napoletana - la cui azione si svolge nel 1576, "vicino al seggio di
Nilo" - investe satiricamente "tre materie principali" e
"l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedanteria di
Manfurio", in una sorta di applicazione alla vita morale del principio
bruniano della corrispondenza e identificazione dei distinti nell'uno. Fin dalle
pagine preliminari si notano del resto motivi che, riallacciandosi alla base
teoretica dell'elaborazione lulliana e mnemotecnica delle operette latine,
anticipano alcuni presupposti dei più tardi dialoghi filosofici ("Il tempo
tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che
non può mutarsi..."). Dalla dedica del Candelaio si sono desunti due
titoli di presunte opere smarrite del B. (Gli pensier gai e Il troncod'acqua
viva), mentre nell'atto I, scena II, si trova citata un'ottava ("Don'a'
rapidi fiumi in su ritorno") di un "poema" inedito e smarrito,
cui appartiene forse anche l'ottava "Convien ch'il sol, donde parte,
raggiri" citata tre anni dopo negli Eroici furori. Il 28 marzo 1583
l'ambasciatore inglese a Parigi, H. Cobham, inviava un preoccupato messaggio al
primo segretario del Regno d'Inghilterra, F. Walsingham, informandolo
dell'intenzione del B. di passare in Inghilterra: la preoccupazione concerneva
l'ambigua posizione bruniana in fatto di religione. L'arrivo del B. in
Inghilterra, con lettere di raccomandazione di Enrico III per il proprio
ambasciatore presso Elisabetta - il tollerante Michel de Castelnau (cui era
affidato il compito delicato di sostenere la causa di Maria di Scozia presso la
regina) -, è da porre nell'aprile. Da una parte il B. poté essere indotto a
lasciare Parigi "per li tumulti che nacquero" (Doc. veneti, IX) - o
più esattamente per il delinearsi di quella reazione cattolica che due anni più
tardi avrebbe indotto il re a revocare gli editti di pacificazione con i protestanti
-; d'altra parte non è da escludere che il suo viaggio in Inghilterra potesse
rientrare in un piano dei moderati francesi inteso a mobilitare la corrente
politique inglese ai fini di una distensione politico-religiosa in Europa. Ma
non è certo da trascurare la personale urgenza bruniana per una sua
affermazione sul piano accademico-speculativo dopo i tentativi compiuti a
Tolosa e a Parigi. Al suo arrivo in Inghilterra il B. prese dimora nella
casa del Castelnau, a Butcher Row, dove "non faceva altro, se non che
stava per suo gentilomo" (Doc.veneti, IX). Tra il 10 e il 13 giugno 1583
fece una prima visita a Oxford, al seguito del conte palatino polacco Alberto
Laski: in tale occasione, pur non facendo parte degli oratori designati,
sostenne un pubblico dibattito con i dottori oxoniensi, in particolare con il
teologo John Underhill, richiamandosi alla logica aristotelica in polemica con
le posizioni ramiste. Rientrato a Londra, è da ritenere che indirizzasse allora
la sua pomposa lettera Ad excellentissimum Oxoniensis Academiae
Procancellarium,clarissimos doctores atque celeberrimos magistros (allegata ad
alcuni esemplari della Explicatio triginta sigillorum), con la quale faceva
istanza per l'ottenimento di una lettura a Oxford. Sebbene dai registri
universitari non risulti che il B. abbia tenuto un corso formale in quella
sede, la sua stessa testimonianza di avervi tenuto "pubbliche letture, e
quelle de immortalitate animae, e quelle de quintuplici sphaera" (Dialoghi
italiani, p. 134: vedi Doc. parigini, I, e Opera, II, 2, p. 232), risulta
confermata dalla pur ostile testimonianza di George Abbot (cfr. McNulty), il
futuro arcivescovo di Canterbury, allora membro del Balliol College, da cui si
apprende che, dopo la prima visita a Oxford, il B. vi tornò nel corso della
stessa estate e vi iniziò un corso in latino sostenendo, tra l'altro, la teoria
copernicana del movimento della Terra e della immobilità dei cieli: anticipando
quindi pubblicamente quanto da lui elaborato nei dialoghi londinesi stampati
l'anno seguente. Così il B. come l'Abbot concordano nell'affermare che tale
corso venne interrotto per pressioni esterne (stando all'Abbot, il medico
Martin Culpepper, guardiano di New College, e Tobie Matthew, decano di Christ
Church, avrebbero rilevato un plagio bruniano nei confronti del ficiniano De
vita coelitus comparanda: ciò che può essere inteso con riferimento ai prestiti
ficiniani nella terminologia bruniana). Interrotto il corso dopo la terza
lezione, rientrò a Londra, presso il Castelnau, ribadendo il proprio atteggiamento
antiaccademico, in direzione quindi antiaristotelica e insieme
antiumanistica. A Londra il B. condusse la propria polemica culturale e
speculativa sia in discussioni nell'ambito dei circoli paraccademici di corte,
sia mediante la divulgazione a stampa delle proprie teorie già respinte dal
pubblico universitario inglese. La prima opera pubblicata a Londra, nel 1583, è
un volumetto contenente l'Ars reminiscendi, l'Explicatio triginta sigillorum
(preceduta in alcuni esemplari dalla già citata lettera agli Oxoniensi) e il
Sigillus sigillorum. Solo per l'Explicatio e per la lettera è possibile
precisare l'officina tipografica, che è quella di John Charlewood, dalla quale
sarebbero uscite tutte le rimanenti opere londinesi. L'Ars reminiscendi
è, con lievi varianti, una riproduzione dell'ultima parte del Cantus circaeus.
Gli scritti che seguono portano la dedica all'ambasciatore francese, con parole
di riconoscenza per la familiare ospitalità. L'elencazione dei "triginta
sigilli" mostra che questi rappresentano la sintesi formale dei segni
ovvero ombre delle cose e delle idee. Dalla Triginta sigillorum explicatio
appare manifesto il presupposto gnoseologico del complesso simbolismo
mnemotecnico bruniano. Nel Sigillus sigillorum si manifesta la fede del B.
nell'unità del processo conoscitivo, cui corrisponde, sul piano ontologico, la
fondamentale unità dell'universo. Alla innegabile utilizzazione di elementi
propri alla tradizione platonico-alchimistica, fa qui riscontro l'assenza di
preoccupazioni e tendenze d'ordine mistico-religioso: il carattere
"speculativo" del Sigillusfa di quest'opera il legittimo antecedente
della serie dialogica italiana. Il 14 febbraio del 1584, mercoledì delle
Ceneri, il B. venne invitato a illustrare la propria teoria sul moto della
Terra nella "onorata stanza" di sir Fulke Greville, a Whitehall, in
compagnia di Giovanni Florio e del medico gallese Matthew Gwinne, essendo
presenti due dottori oxoniensi sostenitori del sistema geocentrico e un cavaliere
di nome Brown (in sede processuale tale riunione venne dichiarata come avvenuta
invece in casa del Castelnau). La conversazione degenerò presto in un diverbio
causato dalla intolleranza dei due dottori oxoniensi: sdegnato, il B. si
licenziò dall'ospite e di lì a qualche giorno iniziò la stesura della Cena de
le Ceneri (stampata nello stesso anno). Tramite il resoconto della
sfortunata discussione, il B. enuncia in questi dialoghi la propria
cosmografia: movendo dall'eliocentrismo copernicano, egli approda intuitivamente
a una concezione originale dell'universo che per molti rispetti sembra
anticipare i postulati della scienza moderna. Già prima dell'arrivo del B. in
Inghilterra, la corrente scientifica distaccatasi dalle università e sostenuta
dalla corte elisabettiana (Robert Recorde, John Dee, John Field, Thomas Digges)
aveva mostrato un certo interesse per le teorie copernicane: è in questa
corrente appunto che si inserisce ormai l'attività inglese del B., sia per le
istanze "scientifiche" (elaborazione di una moderna teoria astronomica),
sia per quelle letterarie (ripudio del latino e adozione del volgare per
trattazioni scientifico-speculative) e perfino politiche (adesione alla
moderata fazione puritana capeggiata da Robert Dudley, conte di Leicester, nei
contrasti tra questo e il tesoriere elisabettiano William Cecil: ciò che ci è
rivelato dal confronto tra la prima e la seconda redazione del dialogo II della
Cena). Suddivisa in cinque dialoghi, dedicati all'ambasciatore francese,
la Cena è in sostanza un'opera cosmografica che, se da una parte contrasta il
geocentrismo aristotelico e tolemaico, d'altra parte trascende l'eliocentrismo
copernicano con l'affermazione della pluralità dei mondi nell'universo infinito
(non senza la suggestione implicita della definizione ermetica di Dio, come
sfera infinita il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non si trova in
alcun luogo): sul piano teologico ne deriva l'affermazione dell'infinito
effetto della causa infinita, nonché l'interpretazione prammatica di quei passi
delle Scritture che concordano con la concezione vulgata dell'universo.
L'impostazione polemica dell'opera investe, nel dialogo II, tutti gli strati
della contemporanea società inglese mediante una rappresentazione vivacemente
realistica. Il B., pur adottando la forma dialogica della tradizione
speculativa rinascimentale, la piega alle esigenze della propria polemica,
accostandosi non di rado alla maniera parodica della tradizione aretiniana:
onde non manca la satira della pedanteria grammaticale oltre che di quella peripatetica.
Gli attacchi contenuti nella Cena alla università di Oxford e alla società
inglese suscitarono una forte reazione negli ambienti accademici e cittadini:
reazione che coincise con una serie di offese, anche materiali, del pubblico
londinese contro gli addetti all'ambasciata francese e contro, la stessa sede
diplomatica. Nell'emozione del momento il B. poté ritenersi oggetto diretto di
quella reazione anticattolica: è certo tuttavia che la pubblicazione della Cena
gli fece perdere molte di quelle simpatie che era riuscito ad accattivarsi a
Londra. Di qui l'esigenza di premettere ai già composti quattro dialoghi
speculativi De la causa, principio et uno, un dialogo "apologetico"
che si risolse però, caratteristicamente, in un ribadimento della propria
polemica, salvo un riconoscimento esplicito della validità della tradizione
speculativa oxoniense anteriore alla Riforma e la lode di alcuni personaggi
conosciuti a Oxford (in particolare Martin Culpepper e Tobie Matthew). La
pubblicazione dei nuovi dialoghi, dedicati anch'essi al Castelnau, seguì di
poco quella della Cena. Il primo dialogo della Causa si distingue dai
rimanenti quattro anche per i diversi interlocutori (tra questi
"Elitropio" è G. Florio, mentre "Armesso" sembra
identificabile con M. Gwinne); notevole, tra gli interlocutori dei rimanenti
dialoghi, lo scozzese Alexander Dicson "Arelio" (nativo di Errol),
discepolo londinese del B. e autore di un'opera mnemotecnica, De umbra rationis
et iudicii (1584) ispirata al De umbris bruniano: l'opera era stata attaccata
da William Perkins, ramista di Cambridge, il quale non mancò di accomunare i
nomi del B. e del Dicson nella sua riprovazione del metodo mnemonico classico
considerato in opposizione a quello ramista. La presenza di questo interlocutore,
insieme con l'attacco frontale a Ramo nel dialogo III, può valere a farci
considerare la Causa come opera di letteratura militante nell'ambito della
contemporanea polemica ramista (per l'aspetto politico non va dimenticato che
l'attività del Dicson era in linea con il programma politique). I quattro
dialoghi più propriamente speculativi della Causa concernono la definizione dei
tre termini enunciati nel titolo: "causa" e "principio"
sono intesi, rispettivamente, come la "forma" e la
"materia" che, indissolubilmente unite, costituiscono
l'"uno", cioè il "tutto". Movendo dalla critica dei
postulati della tradizione aristotelica, e non senza ricorso alle formulazioni
di stampo neoplatonico ed ermetico, il B. giunge in tal modo a fornire una
originale base teoretica alla propria cosmologia già in parte enunciata nella
Cena e di lì a poco elaborata nei dialoghi De l'infinito. Il motivo della
satira antipedantesca si accentua nella Causa con una aderenza polemica alle
posizioni culturali delle due università inglesi. Il ritmo serrato con
cui alla pubblicazione della Cena e della Causa seguì, sempre nel 1584, quella
dei dialoghi De l'infinito, universo e mondi e dello Spaccio de la bestia
trionfante si spiega tenendo conto del fatto che già nell'estate del 1583 il B.
doveva aver elaborato buona parte del materiale confluito poi nei tre dialoghi
cosmologici. Anche l'Infinito porta la dedica al Castelnau, mentre lo Spaccio è
dedicato a sir Philip Sidney, nipote del Leicester, mostrandoci in tal modo la
portata dei contatti letterari, oltre che politici, dal B. avuti in
Inghilterra. Nei cinque dialoghi De l'infinito, in polemica con la fisica
aristotelica, il B. rigetta la teoria della divisibilità all'infinito e
ribadisce la propria teoria della infinità dell'universo e della pluralità dei
mondi. In questa opera risulta enunciato il pensiero bruniano sul rapporto tra
filosofia e religione conforme alla teoria averroista esposta dal Pomponazzi.
Tra gli interlocutori figura Girolamo Fracastoro, tracce delle cui dottrine
sono reperibili nel dialogo III; discutibile rimane l'identificazione di
"Albertino" con Alberigo Gentili (dal B. certamente incontrato a
Oxford): potrebbe trattarsi invece di personaggio nolano. La nuova
concezione dell'universo esposta nei tre dialoghi cosmologici si riflette sul
piano etico con la trilogia dei dialoghi tradizionalmente definiti
"morali", a cominciare dallo Spaccio, il cui tono satirico ravviva
un'invenzione che risale, letterariamente, ai dialoghi "piacevoli" di
Niccolò Franco. Lo Spaccio espone un piano di riforma morale che implica
la critica all'etica cristiana delle Chiese riformate non meno che di quella
cattolica, in nome di un attivismo umanistico contrapposto al tradizionale
umanesimo misticheggiante e retorico. L'ispirazione acristiana dell'etica
bruniana sembra trovare conferma nella critica - metaforicamente condotta -
della duplice natura della persona del Cristo. Non è escluso che questa opera
sia da identificare con il Purgatorio de l'inferno,titolo fornito dal B. nella
Cena. Le allusioni politiche contenute nello Spaccio sono compatibili con
l'orientamento brumano favorevole ai politiques e che risale al suo soggiorno
parigino: c'è chi pur oggi continua a ritenere che la "bestia
trionfante" spodestata nello Spaccio sia da identificare con
l'intransigente Sisto V. Ma, a parte la cronologia, sembrerebbe contrastare
all'interpretazione il quadro tracciato nella Cabala del cavallo pegaseo, con
l'aggiunta dell'Asino cillenico (pubbl. 1585), in cui l'"asino", identificabile
con la "bestia" dello Spaccio, riassume il suo posto nel cielo: né
sembra possibile supporre che la Cabala sia posteriore al 21 sett. 1585, data
della bolla con cui Sisto V scomunicò il re di Navarra. Al di là del
possibile significato politico-religioso, la Cabala interessa sia per
l'accentuata satira morale rispetto allo Spaccio,sia per gli spunti speculativi
(quali il problema del rapporto tra le anime individuali e l'anima universale,
risolventesi nella negazione dell'assoluta individualità delle anime) che
valgono a meglio illuminare questa fase del pensiero bruniano. L'operetta
è scherzosamente dedicata a un personaggio nolano, don Sabatino Savolino, della
stessa famiglia materna del B. cui pure appartiene l'interlocutore
"Saulino" presente già nello Spaccio. Il B.ebbe a dichiarare in
seguito, di aver soppresso questa opera in quanto non piacque al volgo e ai
sapienti "propter sinistrum sensum": essa è infatti la più rara tra
le superstiti opere a stampa di Bruno. Il soggiorno inglese del B. non
poteva concludersi in maniera più degna che con la pubblicazione dei dialoghi
De gli eroici furori (1585), dedicati al Sidney, in cui risultano poeticamente
esaltati i principî fondamentali della filosofia bruniana esposti nei tre
dialoghi cosmologici, mentre vi si sviluppa e precisa la portata della satira
morale contenuta nei due dialoghi etici. I dieci dialoghi De gli eroici
furori hanno come tema il conseguimento della consapevolezza dell'unione con
l'Uno infinito da parte dell'anima umana. La terminologia di estrazione
ficiniana (risalente a Platone, Plotino, Dionigi l'Areopagita, lamblico,
Proclo, ecc.) rischia di far perdere di vista il carattere "naturale e
fisico" del discorso bruniano, quale dall'autore stesso enunciato nella
dedicatoria. La stessa adozione dei moduli platonici ("ente, vero e buono
son presi per medesimo significante circa medesima cosa significata") va
in realtà ricondotta a una sfera etica in cui si risolve ogni apparente residuo
di trascendenza: infatti "le cause e principii motivi" sono
"intrinseci" e la "divina luce è sempre presente";
"ogni contrarietà si riduce a l'amicizia", "le cose alte si
fanno basse, e le basse dovegnono alte". Notevole nei Furori l'esposizione
della poetica bruniana che, movendo dalla critica delle poetiche rinascimentali
nella loro interpretazione normativa della poetica aristotelica, approda a una
concezione della poesia come letteratura applicata: di qui il ripudio della
tradizione lirica petrarchesca, pur nell'adozione prammatica di rime intonate al
gusto del tardo petrarchismo (ivi inclusi prestiti dal Tansillo e dalla Cecaria
di M. A. Epicuro). Gli interlocutori sono tutti nolani, ovvero, come il
Tansillo, amici della famiglia del Bruno. Notevole, come dato biografico
dell'infanzia, la presenza di due figure femminili: Laodamia e Giulia.
Nell'ottobre del 1585 il B. rientrava in Francia al seguito dell'ambasciatore
Castelnau: il quale ai primi di novembre si trovava già a Parigi; durante il
viaggio la comitiva era stata vittima di una grassazione. Al suo rientro a
Parigi il B. veniva a trovare un clima politico mutato (nel luglio Enrico III
aveva revocato gli editti di pacificazione e nel settembre era stata pubblicata
la bolla contro il re di Navarra): di qui forse il suo tentativo infruttuoso
"de ritornar nella religione" (Doc. veneti, XII) tramite il nunzio
apostolico Girolamo Ragazzoni. Dedicò al filonavarrese P. Del Bene, abate di
Belleville, la Figuratio Aristotelici physici auditus (1586), esposizione
mnemonico-mitologica del pensiero aristotelico; entrò in contatto con gli
italiani di Parigi, tra i quali Giovanni Botero, stringendo amicizia con Iacopo
Corbinelli che lo definì "piacevol compagnietto, epicuro per la vita"
(cfr. Yates), e dal 6 dic. 1585 prese a frequentare l'abbazia di St. Victor,
dove quel giorno prese a prestito l'edizione di Lucrezio curata da H. van
Giffen e confidò al bibliotecario Guillaume Cotin (il cui diario ci conserva le
notizie fornitegli dal B.) l'intenzione di pubblicare l'Arbor philosophorum,
del quale nulla sappiamo a parte il titolo lulliano. Due episodi
clamorosi neutralizzarono in quel tempo il residuo d'appoggio in cui il B.
poteva ancora sperare presso il partito politique. Dopo aver assistito a una
pubblica dimostrazione del compasso di riduzione inventato dal geometra
salernitano Fabrizio Mordente, uomo senza lettere, il B. acconsentì a divulgare
in latino la scoperta - parendogli atta a dimostrare il limite fisico della
divisibilità, conforme alla propria incipiente monadologia -: pubblicò infatti,
prima del 14 apr. 1586, i Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope
divina adinventione (seguiti dall'Insomnium), presso P. Chevillot: opera
ambiguamente laudatoria che irritò il Mordente, alla cui polemica verbale il B.
rispose con i sarcastici dialoghi Idiota triumphans e De somnii
interpretatione,dedicati al Del Bene e fatti stampare prima del 6 giugno
insieme con i due precedenti dialoghi mordentiani. Il B. veniva così ad
attaccare apertamente un cattolico fautore dei Guisa, reclamando per sé l'ormai
vacillante protezione politique. Atale imprudenza si aggiunse una disputa dal
B. tenuta il 28 maggio al Collège de Cambrai, in presenza dei lecteurs royaux,
sulla base di Centum et viginti articuli de naturaet mundo adversus
peripateticos: programma da lui fatto stampare sotto il nome del discepolo J.
Hennequin. Secondo il Cotin il B. non avrebbe preso la parola, neppur dopo che
allo Hennequin ebbe risposto R. Callier, giovane avvocato politique (il B.
venne dunque sconfessato dal suo stesso partito), e, riconosciutosi battuto,
avrebbe abbandonato Parigi. Secondo Corbinelli, il B. "s'andò con Dio per
paura di qualche affronto, tanto haveva lavato il capo al povero
Aristotele", mentre il Mordente decideva di ricorrere al Guisa.
Lasciata Parigi, il B. giunse in Germania nel giugno 1586;toccata Magonza e
Wiesbaden, il 25 luglio veniva immatricolato all'università di Marburgo come
"theologiae doctor romanensis" (Doc. tedeschi, I). L'insegnamento
bruniano si dovette mostrare incompatibile con l'aristotelismo ramista di
quella università: gli fu infatti negato il permesso di leggere pubblicamente;
a una protesta formale il B. fece seguire le proprie dimissioni. Nella stessa
estate passò a Wittenberg, nella cui università venne introdotto da A. Gentili e
immatricolato (20 agosto) come "doctor italus" (Doc. tedeschi,II).Per
circa due anni poté insegnare indisturbato (lesse, tra l'altro, l'Organon di
Aristotele) e fece stampare il De lampade combinatoria lulliana (1587) -
commentario dell'Arsmagna - cui premise una lettera alle autorità accademiche
mostrandosi riconoscente per la liberale accoglienza. Seguì la pubblicazione
del De progressu et lampade venatoria logicorum, sorta di compendio della
Topica aristotelica, dedicato a G. Mylins, cancelliere dell'università. Allo
stesso anno risale il suo corso privato sulla Rhetorica adAlexandrum (pubbl.
post. da H. Alstedt: Artificium perorandi, Francofurti 1612), come il frammento
delle Animadversiones circa lampadem lullianam e la Lampas triginta statuarum,
amplificazione dell'Arsmagna lulliana (post.: negli Opera: 1890, 1891), con cui
si conclude la trilogia delle "lampade". L'anno seguente, per i tipi
di Zaccaria Cratone, uscì nella stessa città una seconda edizione dei Centum et
viginti articuli (ridotti a ottanta, con le relative rationes), con un discorso
apologetico di J. Hennequin: Iordani Bruni Nolani Camoeracensis Acrotismus.
Allostesso periodo, sembra, risalgono i commentari aristotelici ai primi cinque
libri della Fisica, al De generatione et corruptione e al quarto libro
Meteorologicon (pubblicati negli Opera postumi: Libri physicorum Aristotelis
explanati, 1891). L'8 marzo 1588 ilB. si accomiatava dall'università con una
Oratio valedictoria stampata dal Cratone: va notato che il vecchio duca Augusto
era morto prima dell'arrivo del B., e che il successore Cristiano I favorì
progressivamente il calvinismo, giungendo a proibire, nel 1588, ogni polemica a
questo contraria; di qui la rinnovata precarietà della posizione di
Bruno. Partito da Wittenberg, il B. giunse a Praga nella primavera del
1588e vi si trattenne fino al principio dell'autunno, attrattovi forse dal
mecenatismo dell'imperatore Rodolfo II, il cui cattolicesimo moderato poté
sembrargli incoraggiante; non sappiamo comunque se fu registrato all'università.
A Praga il B. ripubblicò, presso G. Nigrinus, il De lampade combinatoria R.
Lullii preceduto dal De lulliano specierum scrutinio: nuovo commentario
dell'Arsmagna dedicato all'ambasciatore spagnolo don Guglielmo de Haro; con
dedica all'imperatore, presso G. Daczicenus, gli Articuli centum et sexaginta
adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, in cui riprendeva la
propria polemica contro l'interpretazione meccanica della natura (già
anticipata nei dialoghi mordentiani e poi svolta nel De minimo):notevole, nella
dedicatoria, la dichiarazione della religio bruniana, interpretabile come
teoria della tolleranza religiosa e speculativa. Ricevuta in dono
dall'imperatore la somma di "trecento talari" (Doc. veneti, IX), al
principio d'autunno del 1588 ilB. si recò a Helmstedt, attrattovi dalla
"Academia Iulia" (fondata dal duca protestante Giulio di Brunswick),
dove fu registrato il 13 genn. 1589, e dove il 1º luglio lesse l'Oratio
consolatoria (stampata da Iacobus Lucius) per la morte del duca avvenuta il 3
maggio. Il B. fu remunerato dal nuovo duca, Enrico Giulio, con "ottanta
scudi de quelle parti" (Doc. veneti, IX), ma non gli mancarono seri
fastidi: fu infatti scomunicato dal sovrintendente della locale Chiesa
luterana, Gilbert Voët, per motivi che il B. definì di natura privata in una
sua lettera di protesta alle autorità accademiche, ma che avranno avuto
giustificazione formale per sospetto filocalvinismo (è comunque significativo
che alla originaria scomunica cattolica e a quella calvinista ginevrina si
aggiungesse ora la scomunica luterana). Il B. rimase tuttavia nella città fino
almeno all'aprile 1590. Durante l'anno e mezzo ivi trascorso lavorò alle opere
poi stampate a Francoforte e compose il gruppo di opere "magiche"
stampate postume negli Opera (1891), De magia e Theses de magia (concernenti la
magia naturale), De magia mathematica (parzialmente tuttora inedita nel
"codice di Mosca"), De rerum principiis et elementis et
causis;trattati tutti che tendono a dimostrare la possibilità dell'utilizzazione
pratica delle forze naturali occulte. Il 10 aprile intervenne a una disputa
tenuta dal dottor Heidenreich e il 13 - avendo riscossi a Wolfenbüttel 50
fiorini assegnatigli dal duca - si accomiatò dall'università con l'intenzione
di passare per Magdeburgo (dove risiedeva W. Zeileisen, zio del discepolo
norimberghese Girolamo Besler, di cui si era servito come copista) allo scopo
di farvi stampare qualcosa di suo in onore del duca. La partenza fu ritardata
fin oltre il 22: ed è probabile che il B. si recasse direttamente a Francoforte
sul Meno (allo scopo di farvi stampare la trilogia poetica latina, sua opera di
maggior rilievo dopo i dialoghi londinesi), dove giunse al più tardi nel
giugno. Il 2 luglio il Senato della città rigettò una sua richiesta di poter
alloggiare presso lo stampatore J. Wechel, il quale tuttavia gli procurò
alloggio presso il convento dei carmelitani. Il B. attese soprattutto alla
pubblicazione dei tre poemi: i Detriplici minimo et mensura... libri V e il De
monade, numero et figura liber unito ai De innumerabilibus, immenso et
infigurabili... libri octo, opere dedicate al duca di Brunswick, per le quali
il B. curò la stampa e intagliò i legni, salvo che per l'ultimo foglio del De
minimo a causa di un repentino allontanamento dalla città (per cui la dedica
relativa fu composta dal Wechel). Stampati con la data del 1591, ilDe minimo fu
posto in vendita nella primavera; il De monade con il De
immenso,nell'autunno. Nei poemi francofortesi - composti alla maniera di
Lucrezio - il B. sviluppa in senso decisamente atomistico la propria concezione
della materia già esposta nei dialoghi londinesi. Nel De minimo sicontiene la
definizione dell'atomo bruniano: pars ultimadella materia, minimum fisico
assoluto, sostrato di tutti i corpi, impenetrabile. La discontinuità degli
atomi lascia aperto il problema dello spazio tramezzante (con tutto che il B.
riconosce l'esigenza di una materia che "agglutina" gli atomi). Se
l'"atomo" è l'elemento materiale insecabile, il "minimo" è
l'essere o la figura minima in un dato genere, mentre la "monade" è
l'unità di un genere determinato: l'atomo, che è di forma sferica, è anche
minimo e monade. Gli atomi sono infiniti essendo infinita la materia. In tale
concezione non v'è posto per una forza esteriore che regoli o determini le
combinazioni materiali. Nel De monade il B. dà una spiegazione aritmologica
delle diverse qualità degli oggetti sensibili, i cui elementi vengono mossi -
come già sostenuto nella Causa rispetto alla materia infinita - da un principio
intrinseco. Così l'atomismo dei poemi francofortesi si riallaccia all'animismo
dei dialoghi londinesi, dei quali il De immenso riprende esplicitamente
l'esposizione cosmologica, con una aderenza a tratti letterale (tanto che il
Fiorentino fu indotto a riportare al periodo inglese l'inizio della
composizione del poema). In quest'ultimo il B. ripercorre il cammino della
propria speculazione, rinnovandone la polemica contro la fisica aristotelica e
ribadendone il superamento intuitivo dell'eliocentrismo copernicano.
Applicato l'ordine di estradizione del Senato francofortese poco prima del 13
febbr. 1591, il B. riparò a Zurigo, dove tenne lezioni di filosofia scolastica
raccolte e pubblicate poi da Raphael Egli (la Summa terminorum metaphysicorum a
Zurigo nel 1595; la Summa con la Praxis descensus seu applicatio entis a
Marburgo nel 1609). Ritornato per breve tempo a Francoforte, il B. pubblicò
presso il Wechel i De imaginum,signorum,et idearum compositione ad omnia
inventionum,dispositionum et memoriae genera libri tres (1591), dedicati a J.
H. Heinzel, patrizio di Augusta da lui conosciuto a Zurigo. Durante il secondo
soggiorno francofortese il B. fu raggiunto da lettere del patrizio veneziano
Giovanni Mocenigo, il quale, letto il De minimo, lo invitava a Venezia affinché
gli "insegnasse l'arte della memoria ed inventiva" (Doc. veneti
VIII). Il B. giunse a Venezia prima della fine d'agosto del 1591. I
motivi soggettivi dell'imprudente rientro in Italia sono stati variamente
definiti: imponderabile è la componente nostalgica, mentre è ormai da escludere
il proposito di una azione di riforma religiosa con l'ausilio delle proprie
nozioni magiche (con tutto che l'accessione del Borbone al trono di Francia e
la presenza del mite Gregorio XIV sul soglio pontificio ravvivavano allora le
speranze conciliatrici in Europa); sul piano contingente, più che
dell'occasionale invito del Mocenigo, va tenuto conto delle aspirazioni
magistrali dal B. non mai dimesse nel corso dei suoi soggiorni francesi,
inglese e tedesco. Infatti, soffermatosi qualche giorno a Venezia "a
camera locanda" (Doc. veneti, VII), il B. proseguì per Padova, dove già si
trovava al principio di settembre e dove si trattenne, con brevi interruzioni,
per almeno tre mesi. Qui impartì lezioni "a certi scolari tedeschi",
tra i quali sarà da includere Girolamo Besler, che era allora procuratore degli
studenti tedeschi (il Besler gli trascrisse, tra il 1º settembre e il 21
ottobre, la Lampas triginta statuarum composta nel 1587, il De vinculis in
genere, abbozzato l'anno precedente, e il non bruniano De sigillis Hermetis,
inedito e smarrito). All'insegnamento patavino vanno riferite le Praelectiones
geometricae e l'Ars deformationum, lezioni, rinvenute solo nel 1962, in cui il
B. illustra geometricamente postulati ed enunciazioni del De minimo. L'attività
del B. a Padova induce a ritenere che, con l'appoggio del Besler, egli mirasse
alla vacante cattedra di matematica, che fu assegnata l'anno seguente a
Galileo. Rivelatosi infruttuoso l'insegnamento padovano, al principio
dell'inverno il B. si trasferì a Venezia, prendendo dimora, almeno dal marzo
1592, in contrada S. Samuele, presso il Mocenigo. Incominciò a frequentare il
"ridotto" Morosini, sul Canal Grande, dove, in un clima di
"civile e libera creanza", si disputava di cose che avevano "per
fine la cognizione della verità" (F. Micanzio, Vita di Paolo Sarpi, Leida
1646). Verso la metà di maggio 1592, nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo,
confidò al domenicano fra' Domenico da Nocera il proprio desiderio di "quetarsi"
e di comporre un libro da offrire al neoeletto Clemente VIII, con lo scopo
ultimo di trasferirsi a Roma, ed ivi "accapare forsi alcuna lettura"
(Doc. veneti, X): programma illusorio, suggeritogli forse dalla politica papale
e dalla contemporanea esperienza di Francesco Patrizi. Il 21 maggio, allo scopo
di far stampare a Francoforte alcune sue opere, inedite e smarrite, "delle
sette arte liberali e sette altre inventive, e dedicar queste... al Papa"
(Doc. veneti, XVII), il B. chiese licenza al Mocenigo. Costui, deluso
dall'insegnamento ricevuto, la notte del 22lo fece arrestare dai suoi e il
giorn 23 presentò una denuncia per eresia (allegando tre libri a stampa del B.
e l'autografo della smarrita operetta "di Dio, per la deduzion di certi
suoi predicati universali", nonché i nomi di due contesti: i librai G. B.
Ciotti e G. Britano) all'inquisitore veneto fra' Gabriele da Saluzzo: la sera
stessa il B. veniva prelevato dagli sbirri e condotto alle carceri di S.
Domenico di Castello. Si apriva così la fase veneta del processo, che si doveva
concludere nove mesi dopo con la sua estradizione a Roma. Gli episodi
principali del processo veneto sono i seguenti: 25 maggio 1592: seconda
denuncia del Mocenigo; 29 maggio: terza denuncia (il B. era complessivamente
accusato di disprezzare le religioni, di non ammettere la "distinzione in
Dio di persone", di avere opinioni blasfeme sul Cristo, di non
credere alla transustanziazione, di sostenere che il mondo è eterno e che vi
sono mondi infiniti, di credere alla metempsicosi, di attendere all'arte
divinatoria e magica, di negare la verginità di Maria, di disprezzare i dottori
della Chiesa, di ritenere che i peccati non vengano puniti, di essere già stato
processato a Roma, di indulgere al peccato della carne); 26maggio:
interrogatorio dei contesti (favorevoli al B.) e primo costituto del B.; 30
maggio: secondo costituto e ulteriore accusa (di aver soggiornato in paesi di
eretici vivendo alla loro maniera); 2, 3 e 4 giugno: interrogatorio sui capi
d'accusa (a proposito dei propri libri il B. dichiarò: "io ho sempre
diffinito filosoficamente e secondo li principii e lume naturale, non avendo
riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto...", Doc.
veneti, XI); 23 giugno: interrogatorio di Andrea Morosini e seconda deposizione
del Ciotti (favorevoli al B.); 30 luglio: ultimo costituto veneto del B.
(ammissione di dubbi marginali già dichiarati e sottomissione al tribunale) e
trasmissione del processo al card. di Santa Severina, inquisitore supremo in
Roma (il quale già prima dell'ultimo costituto interferiva nella causa);
12settembre: richiesta formale di avocazione della causa a Roma; 17 settembre:
consenso del tribunale veneto; 28settembre: trasmissione della richiesta romana
al Collegio presieduto dal doge; 3 ottobre: parere sfavorevole del Collegio
trasmesso al Senato; comunicata a Roma la risposta negativa; 22 dicembre:
rinnovata richiesta al Collegio motivata con precedenti; 9 genn. 1593:
comunicazione a Roma dell'approvazione del Senato.Il 19 febbr. 1593 il B.
usciva dal carcere veneziano e, fatto salpare per Ancona, il giorno 27 faceva
ingresso nel carcere del S . Uffizio di Roma da cui, dopo lungo e intermittente
processo, sarebbe uscito sette anni più tardi per subire l'orrendo
supplizio. Gli episodi noti e salienti del processo romano sono così
riassumibili: estate 1593: nuova grave denuncia da parte di fra' Celestino da
Verona, concarcerato a Venezia (imputazione di aver sostenuto che Cristo peccò
mortalmente, che l'inferno non esiste, che Caino fu migliore di Abele, che Mosè
era un mago e inventò la legge, che i profeti furono uomini astuti e ben
meritarono la morte, che i dogmi della Chiesa sono infondati, che il culto dei
santi è riprovevole, che il breviario è opera indegna; di aver bestemmiato; di
aver intenzioni sovversive ove fosse costretto a rientrare nell'Ordine);
interrogagatorio a Venezia dei contesti fra' Giulio da Salò, Francesco Vaia,
Matteo de Silvestris (attenuazione delle responsabilità bruniane e nuova
accusa: l'avere in spregio le sante reliquie); interrogatorio del conteste
Francesco Graziano (ribadimento della credenza bruniana nella pluralità dei
mondi e nuova accusa: riprovazione del culto delle immagini). Prima della fine
del 1593:otto costituti bruniani (dall'ottavo al quindicesimo dell'intero
processo) e conclusione del processo offensivo. Il B. mantenne la linea
difensiva già adottata a Venezia (attenuò la portata dei dubbi circa la
Trinità, disponendosi ad accettare il dogma; negò le accuse circa l'inferno,
Cristo, i propositi sovversivi, l'ateismo, le manifestazioni blasfeme; precisò
il significato di "magia" con riferimento a Mosè, e la propria
opinione, ritenuta "filosoficamente" e ipoteticamente, circa la
metempsicosi; negò l'opinione attribuitagli circa Caino, e precisò quella
relativa alla pluralità dei mondi; negò le pratiche superstiziose, precisando
il proprio interesse per l'astrologia). Gennaio-marzo 1594: a Venezia, esami
ripetitivi dei testi (Mocenigo, Ciotti, Graziano, De Silvestris): confermate
nel complesso le precedenti deposizioni, solo la sospetta integrità dei testi
poté far differire la conclusione del processo; giugno: supplemento di denuncia
da parte del Mocenigo (accusa di aver irriso il papa nel Cantus circaeus);
estate 1594: sedicesimo costituto (il B. si difese sull'ultima accusa, su
quella relativa ai Magi, e forse anche sull'altra relativa alla verginità di
Maria; sporse denunce contro il Graziano e Francesco Maria Vialardi
concarcerato a Roma); 20 dicembre: il B. presentò una difesa scritta, non pervenutaci.
Il 16 febbraio 1595si stabilì che una lista dei libri bruniani fosse presentata
al papa. Tra il maggio 1594 e i primi del 1595 il B. fu raggiunto nel
carcere da Francesco Pucci, Tommaso Campanella e Cola Antonio Stigliola. Il 18
sett. 1596 la Congregazione stabilì una commissione con lo scopo di censurare
le proposizioni eretiche contenute nei libri. Il 24 marzo 1597 il B. fu
ammonito di abbandonare la sua teoria della pluralità dei mondi; si stabilì
inoltre che egli fosse interrogato stricte (forse con applicazione della
tortura): ciò che avvenne con il diciassettesimo costituto, circa la Trinità e
l'incarnazione (il B. precisò il carattere speculativo dei dubbi passati),
nonché la pluralità dei mondi (che il B. persistette a sostenere). Nel corso
del 1597 ebbe luogo, forse oralmente, la risposta del B. alle censure, otto
delle quali sono rilevabili dal Sommario del processo: "circa rerum
generationem"; circa il principio che a causa infinita debba corrispondere
effetto infinito; circa il rapporto tra anima universale e anima individuale;
circa il principio che nulla si genera e nulla si corrompe; circa il moto della
terra; circa la definizione degli astri come angeli; circa l'attribuzione di
un'anima sensitiva e razionale alla terra; circa l'affermazione che l'anima non
è forma del corpo umano (due altre censure, rilevabili da una lettera di K.
Schopp [Doc. romani, XXX], concernono l'identificazione dello Spirito Santo con
l'animamundi, e la credenza nei preadamiti). Il 18 gennaio del 1599, a istanza
di Roberto Bellarmino, venivano sottoposte al B., per la sua dichiarazione di
abiura, otto proposizioni eretiche (ci è nota la prima, "de haeresi
Novatiana", e la settima, estratta dal De la causa, "ubi tractat an
anima sit in corpore sicut nauta in navi"). Il 15 febbraio (ventesimo
costituto) il B. si dichiarò disposto all'abiura incondizionata; ma il 24agosto
tornò a manifestare esitazioni sulla prima e la settima. Il 9 settembre, in
mancanza della prova giuridica della colpevolezza, i consultori si dichiararono
in favore dell'applicazione della tortura, che tuttavia non fu approvata da
Clemente VIII. Il 10 settembre il B. si dichiarò disposto all'abiura (21º
costituto), ma il 16, con un memoriale al papa, rimetteva in discussione le
proposizioni incriminate. Intanto al S. Uffizio di Vercelli perveniva una terza
delazione (dovuta, sembra, a un reduce dall'Inghilterra) con cui il B. era di
nuovo accusato di irriverenza verso il papa (lo Spaccio) e di aver lasciato
fama di ateo in Inghilterra. Settembre-ottobre 1599: il tribunale ordinò il
termine di quaranta giorni per il riconoscimento degli errori. Il 21 dicembre
(ventiduesimo costituto) il B. rifiutava la ritrattazione: vano fu l'intervento
del generale e del procuratore dei domenicani. Il 20 genn. 1600il papa ordinò
che il B. fosse sentenziato come eretico formale, impenitente e pertinace, e
consegnato al braccio secolare. Un estremo memoriale del B. al pontefice venne
aperto ma non letto dal tribunale. L'8 febbr. 1600 il B. veniva condotto
dal carcere del S. Uffizio al palazzo del cardinale Madruzzi, in piazza Navona,
dove la sentenza gli fu letta pubblicamente. Delle trenta o più imputazioni
contenute nella sentenza, risultano accertate quelle concernenti la
transustanziazione, la verginità di Maria, la vita eretica, lo Spaccio, la
pluralità dei mondi, la metempsicosi, l'anima umana, l'eternità del mondo,
Mosè, le Sacre Scritture, i preadamiti, Cristo, i profeti e gli apostoli.
Riconosciuto "eretico impenitente pertinace ed ostinato" (Doc.
romani, XXVI), il B. era condannato alla degradazione dagli ordini,
all'espulsione dal foro ecclesiastico e a essere consegnato alla corte secolare
per la debita punizione; i suoi libri dovevano essere bruciati in piazza S.
Pietro e le opere tutte incluse nell'Indice. Il B. ascoltò in ginocchio la
sentenza; quindi, levatosi in piedi, esclamò rivolto ai giudici: "Maiori
forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam" (Doc. romani,
XXX). Trasferito al carcere di Tor di Nona, e visitato ancora nei giorni seguenti
da teologi e confortatori, la mattina del giovedì 17 febbraio fu condotto a
Campo di Fiori, dove, "spogliato nudo e legato a un palo, fu bruciato vivo
(Doc. romani, XXIX). La portata speculativa della vicenda bruniana è
implicita nella storia del moderno pensiero europeo; per il lato culturale e
biografico, pur dopo ricerche secolari, quella vicenda è tuttora al vaglio
della filologia contemporanea. Fonti e Bibl.: Per la biografia bruniana
le fonti sono costituite dalle opere e da una serie di documenti coevi.
Edizioni complete delle opere: Iordani Bruni Nolani Opera Latine Conscripta:
Facsimile - Neudruck der Ausgabe von Fiorentino,Tocco und anderen,Neapel und
Florenz,1879-1891. Drei Bände in acht Teilen,Stuttgart-Bad Cannstatt 1962 (da
integrare con le seguenti pubblicazioni: V. P. Zubov, Rukopisnoe nasledie
Džordano Bruno,"MoskovskijKodeks" Gosudarstvennoj Biblioteki SSSR im.
V. I. Lenina, in Zapiski Otdela rukopisej, Moskva 1950, n. II, pp. 164-182; G.
Bruno, Due dialoghi sconosciuti e due dialoghi noti: "Idiota
triumphans", "De somnii interpretatione", "Mordentiu",
"De Mordentii circino", a cura di G. Aquilecchia, Roma 1957, con
Errata-corrige stampate a parte; Id., "Praelectiones geometricae" e
"Ars deformationum": Testi inediti, a cura di G. Aquilecchia, Roma
1964); Le opere italiane di G. B., a cura di P. de Lagarde, Gottinga 1888 (ma
1889), edizione paradiplomatica, per le opere italiane in edizione moderna: G.
Bruno, Candelaio: commedia, a cura di V. Spampanato, Bari 1923; Id., Dialoghi
italiani: "Dialoghi metafisici" e "Dialoghi morali"
nuovamente ristampati con note da G. Gentile, a cura di G. Aquilecchia, Firenze
1958; Id., Lacena de le ceneri, a cura di G. Aquilecchia, Torino 1955 (da
tenere presente R. Tissoni, Sulla redazione definitiva della "Cena de le
ceneri", in Giorn. stor. della letter. ital., CXXXVI [1959], pp. 558-563).
Pregevoli le sillogi antologiche in Opere di G. B. e di Tommaso Campanella, a
cura di A. Guzzo e R. Amerio, Milano - Napoli 1956, e in Scritti scelti di G.
B. e di T. Campanella, a cura di L. Firpo, Torino 1968. I documenti coevi
in V. Spampanato, Documenti della vita di G. B., Firenze 1933, suddivisi in sei
sezioni: I. Documenti napoletani, II. Documenti ginevrini, III.Documenti
parigini, IV. Documenti tedeschi, V.Documenti veneti, VI, Documenti romani (da
integrare con O. Elton, Modern Studies,London 1907, p. 334; G. Harvey,
Marginalia, a cura di G. G. Moore Smith, Stratford-upon-Avon 1913, p. 156; Chr.
Sigwart, Kleine Schriften, I, Freiburg i. B. 1899, p. 120; A. Mercati,
Ilsommario del processo di G. B., Città del Vaticano 1942; L. Firpo, Ilprocesso
di G. B., Napoli 1949; F. A. Yates, G. B.: some new documents, in Revue
internationale de philosophie, XVI [1951], 2, pp. 174-199; G. Aquilecchia, Un
autografo sconosciuto di G. B., in Giorn. stor. della letter. ital., CXXXIV
[1957], pp. 333-338; Id., Un nuovo documento del processo di G. B., ibid.,
CXXXVI [1959], pp. 91-96; R. McNulty, B. at Oxford, in Renaissance News,
XIII[1960], pp. 300-305; A. Nowicki, Un autografo inedito di G. B. in Polonia,
in Atti dell'Accademia di scienze morali e politiche... in Napoli, LXXVII
[1967], pp. 262-268; Id., Una poesia "Ad Iordanum: Brunum", in La
Ragione, LII [1970], 4, p. 2; J. Korzan, Praski Kra̢g humanistów wokóù Giordana
Bruna, in Euhemer, LXXI-LXXII [1969], 1-2, pp. 81-93). La biografia più
estesa, sebbene in parte invecchiata, rimane quella di V. Spampanato, Vita di
G. B. con documenti editi e inediti,Messina 1921. Biografie sintetiche recenti
sono dovute a E. Garin, B., Roma-Milano 1966, e a G. Aquilecchia, G. B., Roma
1971, da cui dipende la presente "voce". La bibliografia
bruniana è vastissima: fino al 1950 va fatto riferimento a V. Salvestrini,
Bibliografia di G. B. (1582-1950), a cura di L. Firpo, Firenze 1958: opera
monumentale di inestimabile utilità, aggiornata poi essenzialmente, Quanto ai
titoli, fino ai primi mesi del 1970 con l'appendice bibliografica alla citata
monografia di G. Aquilecchia. A questi due strumenti si fa qui riferimento,
rispettivamente, per opere critiche di tradizionale autorità (F. Tocco, E.
Troilo, G. Gentile, E. Namer, E. Garin, A. Corsano, ecc.), e per studi più
recenti, che propongono un ridimensionamento della problematica bruniana
conforme a diverse metodologie (N. Badaloni, P.-H. Michel, F. A. Yates, A. K.
Gorfunkel', A. Nowicki, F. Papi, ecc.).Guido del Giudice.
Giudice. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice, del Giudice, e la filosofia greco-romana," per il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Keywords:
l’implicatura di Giudice, universe finite, infinito, geometrici, alchimisti,
matematici – rinascimento – scintilla d’infinito” -- Refs: Luigi Speranza, “Grice e Giudice:
implicatura e scintilla” – The Swimming-Pool Library.


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