Grice
e Giudice: l’implicatura conversazionale di Telesio – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucera). Filosofo. Grice: “Riccardo del Giudice is a
philosopher; he wrote an essay on Telesio.” Allievo e collaboratore di Gentile, si laurea
in filosofia, rivelando i suoi vasti e solidi interessi culturali, che, insieme
ad una rara volontà di studio e ad una seria attività politica formarono il suo
principale merito. Apprezzato per le doti oratorie e l'accuratezza nella
scrittura, fu parlamentare di chiara fama nella
Camera dei Deputati. Di profonda ed esemplare preparazione filosofica.
Insegna a Roma. Del Giudice Riccardo Lucera (Foggia) 1900 lug. 16 - Roma 1985
feb. 16 Intestazioni: Del Giudice, Riccardo, filosofo, sindacalista,
politico, SIUSA. Iscrittosi al movimento nazionalista mentre frequenta
nell'ateneo romano i corsi di Gentile. Si tessera al Partito fascista, del
quale apprezza l'interesse per le questioni sindacali. E' appunto
nell'organizzazione fascista dei lavoratori, diretta da Rossoni, che muove i
primi passi nella politica militante. Nominato responsabile dei sindacati in
provincia di Foggia, distinguendosi per la dura opposizione nei confronti
dell'apparato del Pnf guidato dal conservatore Giuseppe Caradonna. Espulso dal
partito viene nominato da Rossoni Segretario della Federazione sindacale di
Torino. Passato nella Federazione di Bari si oppone allo
"sbloccamento" dei sindacati. Si occupa di studi sulla legislazione
del lavoro e sul corporativismo, partecipando attivamente alle riunioni del
Consiglio nazionale delle corporazioni e viene nominato Presidente della
Confederazione fascista dei lavoratori del commercio. Dopo una intensa attività
nel settore sindacale - celebri le sue polemiche con Spirito sul rapporto tra
sindacato e corporazione - è nominato Sottosegretario al Ministero
dell'educazione nazionale, allora retto da Giuseppe Bottai. Si occupa
soprattutto di sviluppare i rapporti tra la scuola e il mondo del lavoro,
seguendo le indicazioni contenute nella Carta della scuola di Bottai. Lasciato
il ministero in seguito alla sostituzione del ministro Bottai con Biggini, è
nominato Presidente dell'Ente Nazionale per l'Oganizzazione Scientifica del
lavoro (Enios). Non aderisce alla Rsi e viene arrestato dagl’alleati e inviato
nel campo di concentramento di Padula dove scrive le "Memorie".
Epurato dall'insegnamento universitario, vi ritorna come docente prima di
Diritto della navigazione, poi di Diritto del lavoro, presso l'ateneo
romano. Complessi archivistici prodotti: Del Giudice Riccardo
(fondo) Bibliografia: G. PARLATO, Il sindacalismo fascista. IDalla
"grande crisi" alla caduta del regime, Roma, Bonacci. 1989 G.
PARLATO, Riccardo Del Giudice: dal sindacato al governo, Roma, Fondazione Ugo
Spirito, G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato,
Bologna, Il Mulino. Wikipedia Ricerca Sindacalismo fascista Lingua Segui
Modifica Ulteriori informazioni La neutralità di questa voce o sezione sugli
argomenti fascismo e politica è stata messa in dubbio. Con sindacalismo
fascista si intende quel settore del sindacalismo improntato sui principi della
dottrina fascista del lavoro. StoriaModifica Filippo Corridoni con
Benito Mussolini durante una manifestazione interventista del 1915 a Milano. I
primordiModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Sindacalismo rivoluzionario. Fontana sulla cui lapide marmorea
era scolpito il discorso che Benito Mussolini pronunciò il 20 marzo 1919 presso
lo stabilimento di Dalmine, in occasione dell'autogestione operaia. Il sindacalismo
fascista ha i suoi primordi nel magma del movimentismo sindacale dei primi due
decenni del XX secolo: in particolare esso trova i suoi riferimenti culturali
prima nella componente rivoluzionaria del sindacalismo socialista, che portò
alla dirigenza del partito diversi esponenti e Benito Mussolini alla direzione
dell'Avanti!, poi nelle sezioni più agguerrite del sindacalismo interventista,
in particolare l'attivissima sezione milanese retta da Filippo Corridoni, nate
in seno all'Unione Sindacale Italiana[1]ma da cui saranno espulse già nel 1915,
per incompatibilità con i principi antimilitaristi e antistatalisti
dell'USI[2]. Numerosi, pur con alcuni bassi, sono gli scioperi, le
manifestazioni di piazza, gli scontri ed i comizi cui parteciparono Mussolini
ed i dirigenti del fascismo a fianco, o anche in qualità stessa, di
sindacalisti rivoluzionari.[3] «In Italia non sarà possibile nessuna
forma di sindacalismo fino a quando il Partito Socialistanon sarà
abbattuto.» (Filippo Corridoni a Curzio Malaparte a Milano poco prima di
partire per il Carso, giugno 1915[4]) Un altro forte legame fu, dal 1915-1916 e
fino al 1919-1920, quello con la Unione Italiana del Lavoro (UIL)[5], da essi
creata e di ispirazione sindacalista rivoluzionaria, diretta inizialmente da
Edmondo Rossoni.[6] La nuova formazione sindacale, nel fermento
dell'interventismo nei confronti della Grande Guerra, tentò di operare una
prima sintesi all'interno dell'immenso magma rivoluzionario italiano,
combattuto ormai da anni tra le esigenze sociali e quelle nazionaliste del
popolo. In particolare si verificò una congiunzione con le teorie di
imperialismo operaiodi Enrico Corradini (Associazione Nazionalista Italiana) e
lo sviluppo del produttivismo nazionale, grazie anche al Popolo d'Italia di Benito
Mussolini[7], pervenendo all'idea non tanto di negare la lotta di classe per
difendere gli interessi di categoria, quanto di ricomporli tutti all'interno
del comune interesse superiore nazionale. Al suo interno la UIL portava però
già i sintomi di quella che fu una battaglia destinata a concludersi più tardi,
durante il sindacalismo fascista vero e proprio: quella tra la visione di un
sindacalismo legato all'azione politica, appoggiata principalmente da Edmondo
Rossoni, e quella "indipendentista" di Alceste De Ambris.[6][8]
Primo sfogo di queste evoluzioni avvenne il 16 marzo 1919 al Dalmine, dove si
verificò la prima occupazionecon autogestione operaia della storia italiana,
organizzata dai sindacalisti rivoluzionari. Il fatto eclatante che destò
scalpore fu però soprattutto la continuazione della produzione, d'accordo con
l'ottica produttivista che aveva acquisito il movimento: gli operai
autorganizzati continuarono infatti il lavoro, issando sulla fabbrica il
tricolore nazionale.[9][10] Due giorni dopo lo stesso Mussolini fu in visita
agli stabilimenti: «Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto
l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa
intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il
suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve
diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria
libera e grande oltre i confini» (Benito Mussolini, Discorso del Dalmine,
20 marzo 1919, in "Tutti i discorsi - anno 1919") In un primo momento
la posizione di De Ambris e della sua UIL fu la più apprezzata da Mussolini,
aprendo nel periodo 1919-1920 una forte convergenza tra i due, con il secondo
che sostenne apertamente la UIL dalle colonne de Il Popolo d'Italia[11] ed il
primo che dette un apporto considerevole al programma dei Fasci Italiani di
Combattimento, costituiti il 23 marzo 1919 e dai quali prenderà spunto il
fascismo durante la fase governativa.[12] Il nucleo iniziale Modifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Sansepolcrismoe Squadrismo. Benito
Mussolini a Dalmine con gli operai dello stabilimento autogestito. Dino
Grandi. È da questo connubio che, infatti, si costituisce in maniera
strutturata il sindacalismo fascista, i cui protagonisti, dapprima immersi nei
movimenti sindacalisti di varia estrazione sopra descritti, andarono a creare
l'ossatura del nuovo movimento insieme agli interventisti futuristi, ad Arditi
e reduci di guerra, nazionalisti e squadristi.[12] Fra i maggiori
esponenti di questo "sindacalismo squadrista", che affiancò i
sindacalisti "puri", a cavallo tra gli anni dieci e venti Italo
Balbo, Michele Bianchi, Gino Baroncini ma, soprattutto, Dino Grandi e lo
squadrismo bolognese vicino agli ambienti de "L'Assalto", portatori
di uno dei più genuini tratti del fascismo di sinistra, basato particolarmente
(a Bologna) sulle rivendicazioni contadine, l'allargamento della piccola
proprietà agricola ed al concetto de "la terra a chi la
lavora".[13] Alla fine del 1920 l'armonia tra sindacalismo
rivoluzionario e fascismo sansepolcrista si spezzò quando, in conseguenza della
grave sconfitta elettorale della fine del 1919, Mussolini operò la strategia
della virata a destra per aprirsi maggiori spazi politici e, staccandoli dalla
UIL, creò i Sindacati economici, che nel gennaio 1922 diventeranno poi la
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacalifasciste dirette da
Rossoni.[14] La crisi tra i due movimenti si attuò essenzialmente sul
nodo della concezione del rapporto tra economia e politica. Da una parte il
fascismo, che riteneva fondamentale che ogni dinamica attraverso la nazione sia
controllata dallo Stato, dall'altra i sindacalisti rivoluzionari, che vedevano
questa posizione come antitetica ai propri canoni libertari ed autonomisti[15],
concependo la nazione come identità e sostanza storica di un popolo, ma lo
Stato come sistema di potere di una classe esclusiva.[16] «Il
sindacalismo rivoluzionario, portando il suo contributo decisivo alla determinazione
dell'Italia per l'intervento nella guerra, salvò l'onore dei lavoratori
italiani e gettò le premesse in virtù delle quali l'organizzazione del lavoro è
oggi, su piede di uguaglianza con tutte le altre forze economiche, elemento
fondamentale dello Stato Corporativo. In questo senso soltanto può essere
affermata la derivazione del movimento sindacale fascista dal vecchio
sindacalismo rivoluzionario.» (Tullio Masotti[17]) Rossoni e la
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fascisteModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Confederazione
nazionale delle corporazioni sindacali. Edmondo Rossoni. I
quadrumviri e Benito Mussolini(da sinistra a destra: Emilio De Bono, Michele
Bianchi, Mussolini, Cesare Maria De Vecchi e Italo Balbo). Il primo, il terzo
ed il quinto furono sindacalisti. Nel gennaio 1922 si tenne il I Convegno
sindacale di Bologna, in cui si scontrarono le due visioni principali, già
emerse in passato, riguardanti il grado di dipendenza dei sindacati nei
confronti della politica e, in questo caso, del neocostituito Partito Nazionale
Fascista (PNF). Si scontrarono quindi la visione "autonomista" di
Edmondo Rossoni e di Dino Grandi e quella "politica" di Massimo Rocca
e Michele Bianchi, tra le quali sarà vincente la seconda[18]. A Bologna
vennero inoltre affermati i principi basilari della politica corporativa, con
la conferma del superamento della lotta di classe nei confronti della
collaborazione e dell'interesse nazionale su quello individuale o di settore, e
la nascita della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali[1], una
nuova formazione antisocialista ed anticattolica, costituita nella forma di
sindacati autonomi formati da cinque Corporazioni suddivise per categorie
lavorative e non ancora (lo saranno nel 1934) sindacati misti lavoratori-datori
di lavoro. Come nel sindacalismo rivoluzionario, inoltre, le corporazioni
dovevano riunire tutte le attività professionali che identificavano la loro
"elevazione morale e economica (...) con il dovere imprescindibile del
cittadino verso la Nazione".[11] «La nazione, sintesi superiore di
tutti i valori materiali e spirituali della razza, è al di sopra degli
individui, dei gruppi e delle classi. Individui, gruppi e classi sono gli
strumenti di cui la nazione si serve per migliorare le proprie condizioni. Gli
interessi individuali e di gruppo acquistano legittimità a condizione che si
realizzino nell'ambito dei superiori interessi nazionali.» (Articolo 4
della Carta dei principi delle corporazioni[19]) Sulla Confederazione si
svilupparono polemiche anche negli ambienti del sindacalismo internazionale: la
sinistra operaia internazionale, in sede di Organizzazione Internazionale del
Lavoro (ILO), contestava il titolo alla rappresentanza operaia alle
corporazioni fasciste e, quindi, la possibilità di partecipare all'assemblea.
La polemica non venne però accettata, e l'ILO permise alle Corporazioni di
partecipare alle sedute senza interruzioni nel rinnovo del mandato.[20]
In sede congressuale Rossoni dichiarò l'esistenza di una linea di continuità
tra il sindacalismo rivoluzionario, il sindacalismo fascista ed il
corporativismo: per il sindacalismo fascista, infatti, l'ultimo era legato al
primo sia per il comune intendimento del concetto di "rivoluzione"
che, al di là dell'aspetto della rivolta popolare, in ambito lavorativo
ritenevano rivestisse il significato di "sopravvento di superiori capacità
produttive"; inoltre, ugualmente, avevano l'obbiettivo di innalzare il "proletario"
(nell'accezione negativa del termine) al rango di "lavoratore"
inserito a pieno titolo nella vita nazionale.[21] «Il sindacalismo deve
essere nazionale ma non può essere nazionale per metà: esso deve comprendere
capitale e lavoro (...) e sostituire al vecchio termine proletariato, quello di
lavoratore ed all'altro, di padrone, la parola dirigente, che più alta, più
intellettuale, più grande.» (Edmondo Rossoni, 18 gennaio 1926, Congresso
dei Sindacati intellettuali fascisti.[22]) Nei mesi successivi, in concomitanza
con il termine del biennio rosso e l'avanzata dell'offensiva militare del
fascismo imperniata sulle squadre d'azione, ebbe luogo lo sfondamento politico
in campo sindacale, con il passaggio di interi settori operai dalle strutture
del Partito Socialista Italiano e della CGdL al fascismo. Tanto che,
nell'estate del 1922, la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali
contava 800.000 iscritti.[23] Ciò evidenziava il successo dei progetti di
Rossoni, che aveva pensato di creare da una parte una base contadina potente ed
affidabile che appoggiasse e facesse da riserva strategica allo squadrismo,
dall'altra di fare del sindacalismo una delle pietre angolari dello Stato
fascista.[24] Con la Marcia su Roma, l'affermazione del sindacalismo
fascista fu quasi definitiva[25] e l'inizio della costruzione del nuovo Stato
portò quindi una relativa tranquillità nell'ambiente del sindacalismo stesso
che, con il termine degli scontri e delle tensioni politiche, poté incentrarsi
sul proprio sviluppo culturale e la propria evoluzione politica.[1] Emondo
Rossoni così ne spiega definizione e scopo principale: «(...) la
salvaguardia della salute spirituale del popolo (...) Sindacato vuol dire:
unione di interessi omogenei. Sindacalismo: azione che deve disciplinare e tutelare
gli interessi omogenei (...) Noi rivendichiamo la concezione italiana del
Sindacalismo alle corporazioni italianissime che sono nate ancor prima che la
parola 'sindacalismo' fosse pronunciata.» (Edmondo Rossoni, La Marcia su
Roma e il compito dei sindacati, Napoli, 1922[26]) Caratteristiche principali,
che evidenziavano la differenza del sindacalismo fascista rispetto a quello
socialista, furono anche la mancanza di dogmatismo, teologismo e perseguimento
di finalità remote, come ad esempio il prefiggersi in anticipo un determinato
tipo di obbiettivo finale, come il tipo di economia da instaurare, ma tentando
sempre di adeguarsi alla realtà del mondo.[27] Questo clima non portò
fine al dibattito interno, che anzi aumentò decisamente, tanto che gli stessi
vecchi sindacalisti rivoluzionari come Edmondo Rossoni, Agostino Lanzillo,
Sergio Panunzio e Angelo Oliviero Olivetti, discutevano e si dividevano spesso
e volentieri tra loro.[28] In tutti però[29] un'evoluzione era avvenuta: il
sindacalismo non era più considerato propulsore del libero mercato ma, aderendo
al concetto di nazione come unità organica d'intenti, ritenevano che il
sindacato - come gli imprenditori - dovesse trovare il suo limite nel superiore
interesse della patria, rigettando il concetto di libero mercato stesso e
giungendo al tal punto da definire che "la nazione è il più grande
sindacato".[30] Le prime forti tensioni con i conservatori ed il
padronatoModifica Roberto Farinacci nel 1925. Renato Ricci con la
sua squadra d'azione carrarese impegnata a S. Terenzio nello sgombero delle
macerie del forte di Falconara 1922 Immediatamente dopo l'apice della Marcia su
Roma si accese però lo scontro tra il fascismo di sinistra ed i settori più
conservatori dello Stato. Tra il 1921 ed il 1923 avvennero alcuni episodi
chiave: la creazione dei gruppi di competenza,[31] da parte di Massimo
Rocca, limitanti lo spazio sindacale della Confederazione nazionale delle
corporazioni sindacali[32]; il tentativo di bloccare il corporativismo da parte
di Confindustria e Confagricoltura, contrapposti alla minaccia di Rossoni di
assalti, scontri ed occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori
fascisti[32]; l'appoggio diretto al sindacalismo fascista da parte di tutta la
sinistra fascista nazionale, compresi Michele Bianchi e Roberto Farinacci[33];
il lancio del sindacalismo integrale (1923) da parte di Rossoni, che puntava ad
inglobare nelle corporazioni Confindustria e Confagricoltura (ossia le
rappresentanze sindacali dei datori di lavoro)[34]; la creazione della
Federazione italiana dei sindacati agricoltori (FISA) e della Corporazione
dell'Industria e del Commercio da parte di Rossoni; i primi tentativi di
trasformare le organizzazioni sindacali da associazioni di fatto in organi di
diritto pubblico da parte di Armando Casalini[35]; il patto siglato tra
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali e Confindustria nel
dicembre del 1923 a Palazzo Chigi, in ottica di limitazione dei conflitti di
classe[13]. «(Sia il Capitale sia il Lavoro, ndr) devono essere disciplinati.
L'appetito all'infinito è malefico e assurdo. Per queste ragioni il
sindacalismo fascista è per la collaborazione (...) ma con gli industriali che
si impuntano e dicono comandiamo noi, occorre lottare decisamente per dare ai
lavoratori il posto degno nella vita della nazione» (Edmondo Rossoni,
adunata al Teatro Regio di Torino, 16 gennaio 1926[36]) In questo periodo di
tensioni tra industriali e sindacati fascisti, difficile per l'attecchimento
della collaborazione di classe vagheggiata dal fascismo per il mondo del
lavoro, assurgono agli onori del sindacalismo fascista le personalità di Mario
Gianpaoli, sindacalista e federale del PNF di Milano, e di Domenico Bagnasco,
segretario dei sindacati fascisti di Torino. Organizzatore e combattente di
piazza, Bagnasco fu deciso a prendere di petto gli industriali, accusando il
padronato di "spietata intransigenza antioperaia". Spesso i
sindacalisti fascisti di questo periodo pagarono con la fine della propria
carriera politica l'attivismo sfrenato, a causa di un fascismo ancora non
abbastanza forte da poter far fronte ad uno scontro con la grande industria,
appoggiata dai molti uomini del precedente regime ancora posizionati nelle
istituzioni dello Stato. Essi ebbero però il merito di infondere risolutezza in
molti sindacalisti di periferia.[37] La seconda fase del sindacalismo
fascistaModifica Monumento a Luigi Razza. Enrico Corradini. Si
entra quindi in quella che viene chiamata "la seconda fase del
sindacalismo fascista"[38], durante la quale il sindacalismo e tutte le
componenti della sinistra fascista tornarono all'attivismo ed alla tensione del
periodo rivoluzionario. Sergio Panunzio ricominciò a tuonare a favore della
ripresa dell'anima rivoluzionaria del fascismo e del recupero del programma del
'19[39], esprimendosi per la creazione di una Camera sindacale e del lavoro e
di un Senato politico.[40] Nel febbraio 1924 cadde la Confagricoltura,
inglobata dalla fascista Federazione italiana sindacati agricoli, riunendo in
un'unica corporazione i lavoratori con i grandi e piccoli proprietari
agricoli.[34] Il nuovo spostamento a sinistra dello schieramento
fascista, questa volta apertamente appoggiato da Mussolini stesso, portò ad un
conseguente irrigidimento degli industriali sulle tradizionali posizioni
reazionarie, decretando l'inizio di un'escalation. Si verificò quindi anche la
ripresa militante dello squadrismo in appoggio all'azione sindacale fascista,
dando luogo ad un'ondata di scioperi su tutto il territorio nazionale, i più
infuocati dei quali in Valdarno, Lunigiana e ad Orbetello. In Valdarno lo
sciopero venne organizzato dal dirigente Bramante Cucini, seguace di Sergio
Panunzio, e finanziato direttamente dai Comuni amministrati dal Partito
Nazionale Fascistae da uno stanziamento apposito del Direttorio generale del
PNF, con la pubblica approvazione di Mussolini.[41] Al termine dello sciopero
si ebbe perfino la nomina statale di una commissione straordinaria di
lavoratori per gestire le miniere, destando comprensibile spavento tra il
padronato.[42] Nel novembre del 1924 si tenne a Roma il II Congresso
nazionale delle corporazioni. Qui venne messa momentaneamente da parte la
strada della collaborazione di classe, per riprendere quella della lotta in
difesa dell'unità dei lavoratori e dell'istituzionalizzazione delle
corporazioni, quest'ultimo aspetto chiesto a gran voce durante tutto il
congresso dalla maggioranza degli esponenti, soprattutto quelli rappresentanti
i sindacati agricoli provinciali, come Mario Racheli.[32] «Nei riflessi
della politica economica non v'è chi non afferri l'utilità nazionale di rendere
responsabili le organizzazioni sindacali e di creare discipline contrattuali
garantite dalla legge.» (Edmondo Rossoni, intervento al II Congresso
nazionale delle corporazioni.[43]) In questo quadro ha luogo, come in altri
casi era avvenuto, un'avversione crescente nei confronti dell'inerzia e
dell'inattivismo di Mussolini verso la situazione generale, legato alla fase ed
alle operazioni di consolidamento del potere del fascismo all'interno della
formazione statale. Ciò generò, in diversi casi, il concepimento e la presa di
decisioni autonome da parte dei capisquadra, dei leader sindacali e dell'ala
movimentista[44][45] e la messa in evidenza della natura anticapitalista che permeava
il fascismo provinciale nei confronti di quello cittadino, dove il movimentismo
si scontrava coi circoli conservatori. Questa natura emerse visibilmente e
prepotentemente con lo sciopero carrarese organizzato da Renato Ricci, capo
delle squadre d'azione della Lunigiana. In tale frangente lo sciopero fascista
(autunno-inverno del 1924) portò ad una radicalizzazione estrema dello scontro
con "i baroni del marmo", imperanti nel carrarese, da portare
all'occupazione ed all'autogestione delle cave e delle industrie di
lavorazione, ma soprattutto (dato che lo sciopero non si risolse con una vera e
propria vittoria) a divenire una delle cause fondamentali della nascita di una
corrente di dissidenti all'interno del fascismo
"ufficiale".[46][47] Il 3 gennaio 1925 ha luogo il discorso
alla Camera con cui Mussolini si prende carico della responsabilità politica
della vicenda Matteotti. L'8 gennaio il Direttorio delle corporazioni e
quello del Partito Nazionale Fascista si riuniscono congiuntamente studiando
una serie di problemi da risolvere per valorizzare il ruolo delle classi
lavoratrici ed il loro inserimento a pieno titolo nella vita nazionale,
producendo poi un ordine del giorno in cui si autorizzavano i sindacati
fascisti a ricorrere alla "lotta economica" contro industriali e
capitalisti, rei di "colpevole incomprensione" dei fini e della
prospettiva sociale e nazionale del fascismo. Ciò determina, insieme
all'entusiasmo per l'intransigenza insita nel discorso di Mussolini, l'instaurazione
di un clima da "seconda ondata", rimettendo nuovamente in moto la
rivoluzione da sinistra e accendendo nuovamente l'entusiasmo del fascismo
movimentista.[32] Nel marzo del 1925 avviene quindi l'ultima grande
azione di forza della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali,
che scavalcò le vertenze sindacali in corso tra la O.M. di Brescia e la
FIOMindicendo uno sciopero a sorpresa, scatenato da una serie di multe e
licenziamenti inflitti agli operai fascisti che, per protesta, abbandonarono i
posti di lavoro. Le agitazioni ottennero l'appoggio di Roberto Farinacci, in
quel periodo segretario nazionale del Partito, e, di contrasto, gli appelli
alla moderazione di Mussolini, che consigliò cautela a Rossoni per non ripetere
le vittorie di Pirro degli scioperi valdarnesi e carraresi.[32]Le agitazioni
dei metallurgici riuscirono però ad allargarsi fino a Milano, dove gli operai
socialisti e comunisti vennero invitati ad aderire; le attività di
contestazione cominciarono poi ad interessare anche carovita ed altri argomenti,
estendendosi a tutta la Lombardia ed assumendo, soprattutto con il
sindacalfascista Luigi Razza caratteri indipendenti dal governo e di aperta
minaccia e violenza nei confronti degli industriali, terrorizzati dalla
possibilità di combinazioni politiche unitarie impreviste.[48] Dopo lunghe
trattative le agitazioni rientrarono, decretando un grosso insuccesso per gli
industriali, che dovettero fare buone concessioni, sebbene non totali, agli
operai tramite i sindacati fascisti, e l'emarginazione completa della FIOM, i
cui rappresentati si spostarono in massa nelle Corporazioni.[1] «Per ben
tre anni l'esistenza di un sindacalismo fascista, cioè di un movimento
sindacale guidato da fascisti e orientato verso le idee del fascismo, fu
ostinatamente negata. Ci voleva, per dissuggellare gli occhi dei ciechi
volontari e fanatici, il fatto clamoroso: lo sciopero che mettesse in campo le
forze sindacali del fascismo e che desse in pari tempo allo stesso sindacalismo
fascista una più risoluta nozione della sua forza e delle sue possibilità di
azione.» (Benito Mussolini, Fascismo e sindacalismo, a seguito degli
scioperi metallurgici organizzati dai sindacati fascisti in Nord
Italia[27][49]) Altro commento che rivela il momento infuocato fu quello di
Corradini, sindacalista nazionale: «Il superamento del socialismo, non la
dispersione, non la distruzione dell'opera socialista. Questo è buono
affermare, in occasione dello sciopero dei sindacati fascisti (...) Vi è fra
socialismo e fascismo un nesso storico, oso dire una continuazione storica
(...) Il fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti dell'opera
socialista e secondo la sua propria legge, quando occorra, tale opera
continua» (Enrico Corradini, su Il Popolo d'Italia[41]) La trasformazione
in organi di diritto pubblicoModifica Edmondo Rossoni in Piazza del
Popolo (Roma) annuncia la promulgazione della Carta del Lavoro. Ugo
Spirito. La conseguenza principale di questi avvenimenti furono però gli
accordi di Palazzo Vidoni (2 ottobre 1925), in cui venne riconosciuto dalla
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali e da Confindustria la
reciproca esclusività di rappresentanza di lavoratori e datori di lavoro, con
l'impegno al conseguimento prioritario dell'interesse nazionale.[1] Va però
evidenziata soprattutto la legge del 3 aprile 1926: con questa legge vennero
infatti, tra l'altro, realizzata l'istituzionalizzazione dei sindacati fascisti
e legalizzato il loro monopolio per la rappresentanza dei lavoratori con la
nascita della contrattazione collettiva del lavoro. Ciò andava a significare
che le Corporazioni divennero organi di diritto pubblico dell'amministrazione
statale, con "funzioni di conciliazione, di coordinamento ed
organizzazione della produzione". All'interno di questa legge era inoltre
presente l'articolo 42, che prevedeva una direzione comune tra le associazioni
di categoria delle due parti, contenendo in nuce il progetto corporativo a
sindacato misto che verrà realizzato negli anni trenta.[50] Dopo questa vittoria,
per Rossoni si ebbe la redazione della Carta del Lavoro (1927), testo
fondamentale della politica sociale fascista in ottica di eliminazione della
dicotomia tra le classi sociali[51] ma, dall'anno successivo, con Farinacci non
più alla segreteria nazionale del PNF, ebbero sfogo gli attacchi alla
Conferenza nazionale delle corporazioni sindacali, che venne smembrata dai
circoli conservatori (novembre 1928), capeggiati da Giuseppe Bottai
(sottosegretario al Ministero delle corporazioni) ed Augusto Turati(nuovo segretario
del partito), in sei separate confederazioni di sindacati, facendo diminuire il
potere contrattuale dell'organismo, disperdendolo in strutture più piccole e
limitate.[52] Il secondo Convegno di Studi sindacali e
corporativiModifica Nel periodo che intercorse da questo momento alla legge del
5 febbraio 1934, istitutiva delle corporazioni, si ebbe uno blocco totale
dell'azione nel settore, in cui intervenne positivamente soltanto il II
Convegno di Studi sindacali e corporativi, tenutosi a Ferrara nel maggio del
1932, nel quale emerse il concetto di corporazione proprietaria proposta da Ugo
Spirito[53], nei confronti della quale il sindacalismo fascista si trovò su
posizioni contrastanti a causa di un arroccamento di tipo ideologico: rimasti
su posizioni classiste nel passaggio dal socialismo eterodosso al fascismo,
molti degli esponenti pre-rivoluzionari del sindacalismo fascista (Lanzillo,
Giampaoli, Bagnasco, ecc.) videro il progetto di annullare il sindacalismo nel
corporativismo come un progetto reazionario, rimanendo ancorati alla concezione
della lotta di classe come uno scontro benefico per gli interessi individuali e
nazionali.[54] L'incapacità di accettare la proposta di Spirito da parte
dei primi sindacalisti fascisti, ma anche i "nuovi" come Luigi Razza
e Pietro Capoferri, fu dovuta quindi essenzialmente al rigetto totale della
visione statalista che andava formandosi nel fascismo ed al cui finalismo erano
sempre stati avversi: per loro "la corporazione è il sindacato, e dire
Stato corporativo è come dire Stato sindacale"[54][55] L'esaurimento
del sindacalismo fascista nelle CorporazioniModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Corporativismo. Sede dell'Opera
Nazionale Dopolavoro. Nel 1934 viene approvata la creazione dello Stato
corporativo che, con le nomine dall'alto al posto delle cariche elettive e
l'abolizione (fino al 1939) del fiduciario di fabbrica, aveva dato tra l'altro
alle corporazioni, divenute veri e propri sindacati formati dai rappresentanti
dei lavoratori e dei datori di lavoro ed istituzionalizzati nello Stato, la
facoltà di stipulare i contratti collettivi di lavoro.[27][56] In ogni
caso il cambiamento di assetto istituzionale e la rivoluzione nel mondo del
lavoro, non pregiudicarono i risultati effettivi che il sindacalismo fascista
aveva ottenuto negli anni. Tra le più importanti si possono elencare:
ferie pagate; indennità di licenziamento; conservazione del posto in caso di
malattia; divieto di licenziamento in caso di maternità; assegni familiari;
diffusione delle casse mutue aziendali; assistenza sociale dell'Opera Nazionale
Dopolavoro(ad es. centri ricreativi, viaggi collettivi a prezzo simbolico,
manifestazioni teatrali, etc).Il 21 aprile 1930 fu Mussolini stesso a
rivendicare alle corporazioni la funzione di esaurire in sé il compito del
sindacalismo fascista, superando ed andando oltre al sindacalismo stesso,
inserendosi nel solco della Rivoluzione continua: «È nella corporazione
che il sindacalismo fascista trova infatti la sua meta. Il sindacalismo, di
ogni scuola, ha un decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i metodi:
s'incomincia con l'educazione dei singoli alla vita associativa; si continua
con la stipulazione dei contratti collettivi; si attua la solidarietà
assistenziale o mutualistica; si perfeziona l'abilità professionale. Ma mentre
il sindacalismo socialista, per la strada della lotta di classe, sfocia sul
terreno politico, avente a programma finale la soppressione della proprietà
privata e dell'iniziativa individuale, il sindacalismo fascista, attraverso la
collaborazione di classe, sbocca nella corporazione, che tale collaborazione
deve rendere sistematica e armonica, salvaguardando la proprietà, ma elevandola
a funzione sociale, rispettando l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della
vita e dell'economia della Nazione. Il sindacalismo non può essere fine a sé
stesso: o si esaurisce nel socialismo politico o nella corporazione fascista. È
solo nella corporazione che si realizza l'unità economica nei suoi diversi
elementi: capitale, lavoro, tecnica; è solo attraverso la corporazione, cioè
attraverso la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine, che
la vitalità del sindacalismo è assicurata.» (Benito Mussolini, discorso
inaugurale del Consiglio Nazionale delle corporazioni[57]) Maggiori esponenti
ed ispiratori Modifica Filippo Corridoni
Enrico Corradini Alceste De Ambris Sergio Panunzio Angelo Oliviero Olivetti
Ottavio Dinale Agostino Lanzillo Dino Grandi Luigi Fontanelli Riccardo Del
Giudice Michele Bianchi Gino Baroncini Tullio Cianetti Edmondo Rossoni Luigi
Razza Mario Racheli Domenico Bagnasco Bramante Cucini Pietro Capoferri Giuseppe
Landi Alcide Aimi RivisteModifica La Stirpe Il Lavoro Fascista (poi organo
ufficiale del Partito Fascista Repubblicano) Il Lavoro d'Italia Cultura
Sindacale Rivista del Lavoro L'Idea Sindacalista Il Lavoro I Problemi del
Lavoro NoteModifica ^ a b c d e Francesco Perfetti, Il sindacalismo fascista.
Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo (1919-1930), vol. 1,
Bonacci, Roma, 1988. ^ Breve storia dell'Usi di Ugo Fedeli ^ Ivano Granata, La
nascita del sindacato fascista. L'esperienza di Milano, De Donato, Bari, 1981.
^ Curzio Malaparte e Edda Ronchi Suckert, Malaparte, vol. 1, Ponte delle
Grazie, 1991. ^ operante tra il 1918 ed il 1925 e senza legami con la UIL
attuale. ^ a b Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Roma e
Bari, 1974; ristampa Firenze, La Nuova Italia, 1990. ISBN 88-221-0774-8 ^ Nel
cui sottotitolo cambiava, in questo periodo, la dicitura da quotidiano
socialista in quotidiano dei produttori ^ Francesco Perfetti, Dal sindacalismo
rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma, 1984. ^ Renzo de Felice,
Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 2005. ^ Filippo Corridoni (a cura
di Andrea Benzi), ...come per andare più avanti ancora - gli scritti, Milano,
Seb, 2001 ^ a b Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Rubbettino, Roma, 2003. ^ a b Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario,
Torino, Einaudi, 2005. ^ a b Renzo De Felice, Mussolini il fascista, I, La
conquista del potere. 1921-1925, Torino, Einaudi, 2005. ^ Italo Mario Sacco,
Storia del sindacalismo, Torino, 1947. ^ Angelo Olivero Olivetti Dal sindacalismo
rivoluzionario al corporativismo, op. cit., p. 72-73 ^ Francesco Perfetti, Dal
sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Roma, Bonacci, 1984. ^ in
Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, pag. 76 ^ Anche per via del
cambiamento di schieramento di Grandi: Renzo De Felice, Mussolini il fascista,
I, La conquista del potere. 1921-1925, Torino, Einaudi, 2005. ^ Carmen Haider,
Capital and Labour under Fascism, Columbia University Press, New York, 1930. ^
R. Allio, La polemica Joubaux-Rossoni e la rappresentanza delle corporazioni
fasciste nell'ILO, "Storia contemporanea", Bologna, 1973, anno IV, n.
3 ^ Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Marginalismo e socialismo
nell'Italia liberale (1870-1925), Feltrinelli, Milano, 2001 ^ "Il Giornale
d'Italia", 19 gennaio 1926; "Il Mondo", 19 gennaio 1926. ^ Renzo
De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 2005. ^ Ferdinando
Cordova, Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, 1980. ^ Ancora forti
rimanevano i sindacati socialisti (CGdL) e comunisti soprattutto tra
metallurgici e metalmeccanici del nord-ovest e lo rimarranno fino allo sciopero
fascista della OM di Brescia, espansosi poi in tutto il nord Italia, del 1925.
In Luca Leonello Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Edizioni Settimo Sigillo,
Roma, 1989. ^ Le idee della ricostruzione. Discorsi sul sindacalismo fascista,
Bemporad, Firenze, 1924. ^ a b c Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito
Mussolini, La Fenice, Firenze. ^ Giuseppe Parlato, Il sindacalismo fascista.
Dalla grande crisi alla vigilia dello Stato corporativo (1930-1943), Bonacci,
Roma, 1989. ^ Con l'eccezione di Lanzillo, che continuò pericolosamente a
portare avanti idee liberiste anche durante il regime. ^ Angelo Oliviero
Olivetti, Bolscevismo, comunismo e sindacalismo, Editrice Rivista Nazionale,
Milano, 1919. ^ Deliberazione congiunta del 6 luglio 1922 del PNF e del Gruppo
parlamentare del partito ^ a b c d e Ferdinando Cordova, Le origini dei
sindacati fascisti, Laterza, 1974. ^ Espressosi esplicitamente, in particolare,
nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 15 marzo 1923, occupatasi
dell'analisi dei problemi sindacali. In questo ambito Michele Bianchi definì
"dittatoriale" la "procedura introdotta dal sindacalismo
fascista", mentre il sindacalista nazionale Maraviglia ribadì che "la
doppia organizzazione, cioè quella dei datori di lavoro e quella dei
lavoratori, allontana ogni pericolo che anche il Fascismo, per le pressioni e
l'influenza delle organizzazioni sindacali, possa diventare un partito di classe".
In Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, Milano, 1972. ^ a b
Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, 2000. ^ Luca
Leonello Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Edizioni Settimo Sigillo, Roma,
1989 ^ Corriere della Sera, 18 gennaio 1926 ^ AA. VV., Uomini e volti del
fascismo, Bulzoni, Roma, 1980. ^ "(...) contrassegnata da un parziale
ritorno alla teoria e alla pratica del conflitto di classe", in Adrian
Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza,
Bari, 1974 ^ "Il fascismo è una dottrina, una fede, una civiltà nuova.
Riemerge ora l'anima rivoluzionaria del Fascismo. Il Fascismo deve
immediatamente tornare, non per opportunismo, ma per necessità storica, al
programma del '19 (...) L'anima del Fascismo è, ricordiamolo sempre, il
Sindacalismo Nazionale, la cui formula Mussolini lanciò prima del 1918, prima
di Vittorio Veneto". In Sergio Panunzio, La méta del Fascismo, in Il
Popolo d'Italia, 22 giugno 1924 ^ Attilio Tamaro, Venti anni di storia,
Editrice Tiber, Roma, 1953. ^ a b Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo
fascista, Mursia, Milano, 1972. ^ Il Mondo, 1924 ^ Rossoni stava, nel suo
intervento, illustrando le future battaglie del sindacalismo fascista sui
contratti collettivi di lavoro. In Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati
fascisti, Laterza, 1974. ^ "In questo periodo - fine '24 - continuarono ad
affiorare, in seno al sindacalismo fascista, tendenze centrifughe verso
Mussolini e il partito, la cui sorte pareva a molti gravemente
compromessa" in Alberto Acquarone, La politica sindacale del fascismo ^
Alberto Aquarone e Maurizio Vernassa, Il regime fascista, Il Mulino, Bologna,
1974. ^ Che rientrò poi in breve tempo nell'alveo della sinistra fascista
ufficiale. ^ Sandro Setta, Renato Ricci: dallo squadrismo alla Repubblica
sociale italiana, Il Mulino, 1986. ^ Bruno Uva, La nascita dello stato
corporativo e sindacale fascista, Carucci, Assisi-Roma, 1974. ^ Gerarchia n° 5,
maggio 1925 ^ a b Alberto Acquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario,
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dell'Impero, su "L'Italia", Milano, 21 aprile 1937 ^ Renzo De Felice,
Mussolini il fascista. Vol. 2: L'organizzazione dello Stato fascista (1925-1929),
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^ a b Silvio Lanaro, Appunti sul fascismo di sinistra - La dottrina corporativa
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Edoardo e Duilio Susmel Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze.
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Rosa e Malgeri, Landi, San Giovanni Valdarno, 1980. Alberto Aquarone, La politica
sindacale del fascismo. Alberto Aquarone e Maurizio Vernassa (a cura di), Il
regime fascista, Il Mulino, Bologna, 1974. Alberto Aquarone, L'organizzazione
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Giuseppe Parlato, Ugo Spirito e il sindacalismo fascista, in AA. VV., Il
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1988. Giuseppe Parlato, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla
caduta del regime, Bonacci, Roma, 1989. Francesco Perfetti, Il sindacalismo
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corporativismo, Bonacci, Roma, 1984. Italo Mario Sacco, Storia del
sindacalismo, Torino, 1947. Gaetano Salvemini, Scritti sul fascismo, Vol. 3,
Feltrinelli, 1961. Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia,
Milano, 1972. Sandro Setta, Renato Ricci: dallo squadrismo alla Repubblica sociale
italiana, Il Mulino, 1986. Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito
Mussolini, La Fenice, Firenze. Francesca Tacchi, Storia illustrata del
fascismo, Giunti, Firenze, 2000. Attilio Tamaro, Venti anni di storia, Editrice
Tiber, Roma, 1953. Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Rubbettino, Roma, 2003. Testi in lingua stranieraModifica (EN) Carmen Haider,
Capital and Labour under Fascism, Columbia University Press, New York, Lowell
Field, The Syndacal and Corporative Institutions of Italian Fascism, Columbia
University Press, New York, 1938. (EN) David D. Roberts, The Syndacalist
Tradition and Italian Fascism, University of North Carolina Press, Chapel Hill,
1979.Camera dei fasci e delle corporazioni Carta del Lavoro Corporativismo
Corporazione proprietaria Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali
Collaborazione di classe Fasci Italiani di Combattimento Interventismo Leggi
fascistissime Politica economica fascista Politica sociale (fascismo) Dalmine
Rivoluzione fascista Squadrismo Sindacalismo rivoluzionario Sindacato fascista
dei giornalisti Portale Fascismo Portale Politica
Portale Storia d'Italia Edmondo Rossoni sindacalista, giornalista e
politico italiano Angelo Oliviero Olivetti politico, politologo e
giornalista italiano Confederazione nazionale delle corporazioni
sindacali WikipediaRiccardo Del Giudice. Giudice. Keywords: l’implicatura di
Telesio, Telesio, polemica con Spirito su la distinzione tra sindacato e
corporazione, le corporazione nell aroma papale, I diritti dello stato
pontificio, il diritto della navegazione, contratto, gentile, la scuola al
lavoro – ‘dottrina e prassi corporativa” -- – la tesi di telesio – consiglio nazionale
delle corporazioni. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giudice: l’implicatura di Telesio” -- The Swimming-Pool
Library.


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