Grice
e Gruppi: l'implicatura conversazionale della via italiana al socialismo – filosofia italiana – Luigi Speranza
-- (Torino). Filosofo italiano. Grice: “Gruppi is an Italian
philosopher; at Oxford, someone who writes only on politics is not considered
usually one!” -- Il concetto di egemonia in Gramsci Incipit Antonio Gramsci è
senza alcun dubbio quello che, tra i teorici del marxismo, ha maggiormente
insistito sul concetto di egemonia; e lo ha fatto in modo particolare
richiamandosi a Lenin. Anzi, direi che, se vogliamo vedere il punto di contatto
più costante, più scavato, di Gramsci con Lenin, questo mi pare essere il
concetto di egemonia. L'egemonia è il punto di approccio di Gramsci con
Lenin. Citazioni La scienza si ha quando
si supera il dato immediato, l'apparenza; si ha con un salto dialettico. In
tutte le analisi che Gramsci conduce, io trovo la presenza di un filo rosso che
le guida, presente in tutti i Quaderni. Luciano Gruppi, Il concetto di egemonia
in Gramsci, Riuniti, Roma. Gramsci è senza dubbio quello che allaccia, se
così si può dire, congiunge il movimento operaio italiano agli insegnamenti di
Lenin, è giustamente il primo bolscevico italiano, come disse Togliatti, il
primo leniniano del nostro Paese. Attraverso un processo che fu complicato e
che parte dalla sua comprensione non completa, ma sostanzialmente giusta del
valore della rivoluzione d'Ottobre, arriva ad affermare che la rivoluzione
d'Ottobre è una rivoluzione contro Il Capitale di Carlo Marx, cioè contro
un'interpretazione meccanica, schematica del Capitale, secondo cui bisognava
aspettare lo sviluppo delle forze produttive del capitalismo, ecc. ecc. Già
coglie l'importanza dell'elemento soggettivo, della funzione del partito come
guida dei processi rivoluzionari. Gramsci sempre più si avvicina ad una
comprensione del pensiero di Lenin con un processo che va dal '19 sino al
'25-26 e che anche nei Quaderni del carcere è un approfondimento del pensiero
di Lenin. Gramsci si aggancia direttamente al concetto di dittatura del
proletariato come si trova in Lenin, individuando nella dittatura del
proletariato, non solo un profondo mutamento della struttura economica e
politica del paese, ma una profonda rivoluzione culturale, una profonda
trasformazione del modo di pensare degli uomini non solo in Russia, ma in tutto
il mondo. Il pensiero degli uomini non può più essere la stessa cosa dopo
l'instaurazione della dittatura del proletariato in Russia. La dittatura
non è soltanto un fatto politico, ma di cultura e di pensiero, secondo quello
stretto nesso che Gramsci stabilisce tra politica e filosofia affermando che la
filosofia vera di ciascuno sta nel suo modo di agire, sta nella sua politica
più che nelle dichiarazioni teoriche. Da questo egli ricava che il principio
teorico-pratico dell' egemonia (e qui egemonia significa dittatura del
proletariato) ha anch'esso una portata gnoseologica, cioè di conoscenza, e
pertanto in questo campo è da ricercare l'apporto teorico massimo di Lenin alla
filosofia della prassi, cioè al marxismo. Lenin avrebbe fatto progredire
la filosofia come filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica
politica. C'è stretto nesso, quindi, tra i due elementi. In un altro
punto dei Quaderni dice: «Tutto è politico, anche la filosofia o le filosofie.
La sola filosofia è la storia in atto, cioè è la vita stessa. In questo senso
si può interpretare la tesi del proletariato tedesco erede della filosofia
classica tedesca, come aveva detto Engels, e si può affermare che la
teorizzazione e la realizzazione dell'egemonia fatta da Ilic [Lenin], è stato
anche un grande avvenimento metafisico, cioè nel senso di pensiero generale,
non nel senso negativo di filosofia astratta». Il processo attraverso cui
Gramsci nei Quaderni arriva a queste conclusioni è complesso. Gramsci al tempo
dell'Ordine nuovo, già nel '19, parte da una riflessione sullo Stato che non è
una riflessione sullo Stato in generale, ma sullo Stato borghese italiano, una
individuazione della sua specificità. In un articolo dell'Ordine nuovo,
del febbraio del '20, scrive: «Lo Stato italiano che - secondo un parlamentare
- starebbe alla repubblica dei Soviet come la città all'orda barbarica, non ha
mai neppure tentato di mascherare la natura spietata della classe
proprietaria. Si può dire che lo «Statuto albertino» sia servito ad un
solo fine preciso: a legare fortemente le sorti della corona alle sorti della
proprietà privata. I soli freni che funzionano nella macchina statale per
limitare gli arbitri del governo dei ministri del re sono quelli che
interessano la proprietà privata del capitale. Soltanto qui si pongono limiti
all'esercizio del potere per garantire la proprietà, la libera iniziativa.
Lo «Statuto albertino » non ha creato nessun istituto che presidi almeno
formalmente le grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la libertà
di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione, mentre negli
altri Stati democratico-borghesi almeno una garanzia, almeno formale, esiste,
in Italia non c'è neanche la garanzia formale. Negli Stati capitalistici
che si chiamano liberal-democratici l'istituto massimo di presidio delle
libertà popolari è il potere giudiziario. Nello Stato italiano la giustizia non
è un potere, è uno strumento del potere esecutivo, è uno strumento della corona
e della classe proprietaria, cioè è agli ordini del ministro della Giustizia.
Si pensi che ancor oggi la nomina del Pubblico ministero avviene ad opera del
ministro della giustizia. La direzione generale delle carceri, le direzioni
particolari, gli agenti della pubblica sicurezza, tutto l'apparato repressivo
dello Stato dipendono dal ministero degli Interni, si capisce perché in Italia
il presidente del consiglio si riservi sempre il ministero degli Interni, come
era tipico nello Stato prefascista, in modo che tutto l'apparato di forza
armata del paese sia completamente nelle sue mani. Il presidente del
consiglio è l'uomo di fiducia della classe proprietaria - alla sua scelta
collaborano le grandi banche, i grandi industriali, i grandi proprietari
terrieri e lo Stato maggiore. Egli si prepara a conquistare la maggioranza
parlamentare con la frode e con la corruzione; il suo potere è illimitato non
solo di fatto - come è indubbiamente in tutti i paesi capitalistici - ma anche
di diritto, il presidente del consiglio è l'unico potere dello Stato
italiano. La classe dominante italiana non ha avuto neppure l'ipocrisia
di mascherare la sua dittatura, il popolo lavoratore è stato da essa
considerato un popolo di razza inferiore che si può governare senza
complimenti, come una colonia africana. Il Paese è sottoposto ad un permanente
regime di stato d'assedio: in ogni ora del giorno e della notte un ordine del ministro
dell'interno ai prefetti può fare entrare in movimento l'amministrazione
poliziesca, gli agenti vengono sguinzagliati nelle case, nei locali di
riunione, senza mandato dei giudici, che sono passivi. In pura via
amministrativa la libertà individuale e di domicilio è violata, i cittadini
sono ammanettati, confusi coi delinquenti comuni in carceri luride e
nauseabonde, la loro integrità fisiologica è in difesa contro la brutalità ed i
contatti, i loro affari sono interrotti o rovinati. Per il semplice ordine di
un commissario di polizia un locale di riunione viene invaso e perquisito, una
riunione viene sciolta, per il semplice ordine del prefetto un censore cancella
uno scritto il cui contenuto non rientra affatto nelle proibizioni contemplate
dai decreti generali [c'era la censura sulla stampa] per il semplice ordine di
un prefetto i dirigenti di un sindacato vengono arrestati, cioè si tenta di
sciogliere un'associazione, ecc.». È un'analisi spietata dei limiti
liberali e democratici dello Stato liberale italiano, della sovrapposizione del
potere esecutivo sul potere legislativo, sul potere giudiziario, è una
descrizione di questo ordinamento che discende dall'esecutivo ai prefetti, ai
questori e sospende in qualsiasi momento ogni libertà. Ora a questa
visione, a questa definizione, a questa analisi dello Stato italiano, Gramsci
ne contrappone un'altra che nasce dal movimento reale. Anche per lui, come per
Lenin, la conquista dello Stato non è puramente un momento negativo, di
distruzione, ma è il processo di crescita di un nuovo tipo di Stato, che si
organizza sin da prima della conquista dello Stato. E la rivoluzione, come per
Lenin, viene concepita come un processo, non come un atto subitaneo che si
compie in un determinato momento. La domanda infatti, che egli si pone
nel ' 19, la domanda da cui parte con tutto il lavoro del giornale, dell'Ordine
nuovo, è precisamente questa: se ci sia in Italia, a Torino, un embrione di
Soviet, un inizio di Soviet, e la risposta è: sì, sono le commissioni interne. E
aggiunge: bisogna trasformare le commissioni interne in qualche cosa di piu,
bisogna far nascere dalle commissioni interne, cioè dall'esistenza dei Consigli
di fabbrica eletti da tutti i lavoratori indipendentemente o meno dalla loro
iscrizione al sindacato. Con rappresentanti quindi per reparti, per officina,
per mestieri, e cosi via, in modo che il Consiglio di fabbrica sia il momento
non solo della difesa dei diritti sindacali o delle conquiste sindacali, ma un
organismo attraverso cui gli operai si impadroniscono del processo della
produzione, della organizzazione del lavoro, intervengono sul processo della
produzione, stabiliscono un potere nella fabbrica, un potere democratico della
fabbrica e un potere che poi dalla fabbrica si irradi alle campagne e salga a
diventare potere nella società e nello Stato. indice I consigli di
fabbrica Gramsci dice che questo trasforma l'operaio da semplice
salariato - schiavo del capitale, non cosciente della funzione storica della
propria classe - in produttore (egli prende da Sorel questo termine), ma esso è
presente anche in Marx quando parla della Comune come l'autogoverno dei
produttori e non più degli operai salariati, cioè dell'operaio che ha superato
ogni limite corporativo, che non ragiona più come mentalità di categoria, di
classe sociale chiusa in sé, intesa solo alla difesa dei propri interessi
immediati di classe, ma che si sente come produttore, protagonista e interprete
degli interessi generali della società e quindi come componente essenziale,
forza dirigente del nuovo Stato che si vuole costruire. Egli scrive
nell'Ordine nuovo: l'officina con le sue commissioni interne, i circoli
socialisti e le comunità contadine sono i centri di vita proletaria nei quali
occorre direttamente lavorare, le commissioni interne sono organi di democrazia
operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e ai
quali occorre infondere vita nuova ed energia. Oggi le commissioni interne
limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di
arbitraggio e di disciplina, sviluppate ed arricchite dovranno essere domani
come organi del potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le
sue funzioni utili di direzione e di amministrazione. Cioè bisogna imparare
prima a dirigere le fabbriche se vogliamo abolire il capitalismo. Fin
d'ora gli operai dovrebbero procedere già all'elezione di vaste assemblee di
delegati scelti tra i migliori e più consapevoli compagni sulla parola
d'ordine: «tutto il potere all'officina, ai comitati d'officina », coordinata
all'altra: «tutto il potere dello Stato ai consigli operai e contadini».
Vi è, quindi, un tentativo di risposta alla domanda: come facciamo in Italia a
fare come in Russia, dove ci sono i Soviet? E i Soviet li inventa Gramsci: li
va a cercare nel movimento reale, li va a cercare in quello che già esiste,
cioè le commissioni operaie da sviluppare in organismi con molto più potere e
molta più capacità rappresentativa. A questa concezione di elevamento
della funzione dirigente della classe operaia prima della conquista del potere,
come condizione della conquista del potere, qui Gramsci ragiona già alla
leniniana, a questa sua concezione si contrappone un'obiezione di Bordiga e del
suo giornale, Il Soviet, sul quale egli dice: è illusorio, utopico pensare che
la classe operaia possa avere una funzione dirigente nella fabbrica prima della
conquista del potere, fino ad allora resta subalterna ai capitalisti, solo
quando la classe operaia prenderà il potere essa potrà esercitare il potere nella
fabbrica. Ma Bordiga non risponde alla domanda: il potere come lo prendi?
Questo perché Bordiga vede il processo sociale come il processo di crescenti
contraddizioni dell'economia capitalistica, finché si arriva alla grande crisi
che è il momento fatale della rivoluzione proletaria, a cui il proletariato e
il Partito comunista devono prepararsi mantenendosi puri, intatti, non
contaminando si in alleanze, in compromessi e in cose del genere. Vi è cioè in
Bordiga una visione meccanicistica, di materialismo volgare, meccanicistico del
processo rivoluzionario che ignora la funzione del soggetto, del partito.
Non a caso Bordiga dice che non bisogna partecipare alle elezioni parlamentari.
Il Parlamento è borghese e quindi non interessa il proletariato. Riprende cioè
una tesi di Bakunin e degli anarchici contro cui già Marx ed Engels avevano
polemizzato, come Lenin polemizza inEstremismo malattia infantile del comunismo
contro queste posizioni di Bordiga. Per Gramsci, invece, ripeto, la
rivoluzione è intesa come processo. Non sto ad illustrare tutte le vicende
dell'Ordine nuovo, le grandi lotte del ' 19, lo sciopero dell'aprile del '20,
detto lo «sciopero delle lancette », che poneva proprio la questione
dell'autorità e del potere dei consigli di fabbrica perché il padronato decise
di passare dall'ora legale, usata in guerra, all'ora solare senza avvertire i
consigli di fabbrica. Gli operai arrivarono in fabbrica e trovarono le
lancette dell'orologio spostate e fu lo sciopero. Era in gioco una questione di
principio: il potere democratico del consiglio di fabbrica. L'ingenuità fu il
non aver unito alla questione altre rivendicazioni piu sostanziose che
potessero legare a questa lotta le masse operaie. Fu solo una lotta di
principio che poi fini con una sconfitta grave, dopo di che la classe padronale
passò all'attacco e l'occupazione delle fabbriche fu, è vero, il momento più
avanzato della lotta, ma un momento di difesa. Funzionarono, però, i
consigli di fabbrica, diressero la produzione, tennero la disciplina, ma
nell'occupazione delle fabbriche appare chiaramente un elemento cioè il
movimento dei consigli fallisce per essere rimasto troppo torinese, non essersi
esteso alle altre regioni italiane, per essere rimasto chiuso all'interno della
fabbrica, e anche per una debolezza nel vedere un'alleanza con i contadini e
soprattutto una grave debolezza nel vedere l'alleanza con i ceti medi, tipico
limite dell'Ordine nuovo. Dalla sconfitta, quindi, del movimento dei
consigli con l'occupazione delle fabbriche si pone l'esigenza del partito, come
momento unificante di tutto il movimento a livello nazionale, cosa che Gramsci
aveva visto, ma in modo incompleto, e aveva privilegiato un movimento, aveva
privilegiato i consigli rispetto alla questione del partito stesso.
indice Necessità della ricognizione nazionale La riflessione
di Gramsci, però, va oltre e nel '23, in un articolo: Che fare? scritto per una
rivista di studenti comunisti, si pone l'interrogativo: perché siamo stati
sconfitti? Siamo stati sconfitti perché il movimento operaio non conosce
il proprio Paese, non conosce l'Italia, non è uscito fino ad oggi un libro
sulle stratificazioni sociali, sulle classi in Italia, sulla storia delle
classi, non è uscito un libro sulla storia dei partiti italiani, c'è un'infinità
di domande a cui non sappiamo rispondere: perché in Sicilia i contadini sono
autonomisti e in Sardegna no, mentre in Sardegna sono autonomisti i
latifondisti e in Sicilia non altrettanto, perché dove son forti gli anarchici
sono forti i repubblicani? e così via. Non sappiamo rispondere perché non
conosciamo il nostro Paese. Eppure abbiamo un metodo, il marxismo, che Marx ed
Engels hanno impiegato per conoscere la realtà concreta. Ecco l'esigenza di
usare il marxismo non come strumento di propaganda, ma come strumento di
analisi, di comprensione della realtà. Certo, spiegare la sconfitta del
'20-21 col fatto che non si conoscesse bene l'Italia è insufficiente, è
unilaterale, è polemico, però è senza dubbio uno degli elementi della verità.
Il gruppo dell'Ordine nuovo, alla testa del partito col '24, cercherà di
arrivare ad un'analisi dell'Italia, ad una conoscenza del processo storico
italiano. Le tesi del terzo Congresso di Lione sono un'analisi del processo
attraverso cui si è formato lo Stato unitario italiano per individuare da
questa analisi concreta, storica, le forze motrici della rivoluzione nella
classe operaia del Nord e nei contadini del Mezzogiorno e delle Isole. Si veda
il saggio sulla Questione meridionale, contemporaneo alle Tesi di Lione.
Gramsci riprende un concetto di egemonia che nel '25 aveva già usato in
polemica contro Bordiga dicendo: Bordiga non ha capito il concetto leniniano
dell'egemonia, dell'alleanza della classe operaia con gli altri ceti e
soprattutto con i contadini e si è attenuto ad una posizione astratta per cui
la classe operaia deve restare chiusa in se stessa, ha temuto che ogni alleanza
fosse una contaminazione piccoloborghese della classe operaia, per questo non
ha capito l'essenziale di quello che è il leninismo, alleanza operai contadini,
costruzione dell'egemonia. Nella Questione meridionale inoltre Gramsci
pone non solo la questione meridionale come elemento nazionale decisivo e
quindi chiave della egemonia della classe operaia, ma entra in una definizione
pili precisa della egemonia. Che la questione meridionale sia elemento decisivo
della egemonia è un momento molto importante, perché non aver capito questo
aveva reso il movimento socialista subalterno alla politica della borghesia e
di Giolitti, cioè aveva accettato la politica di Giolitti assai limitata, da un
lato, e, dall'altro, riformistica senza riforme in un certo senso, che però
faceva concessioni alle cooperative del Nord, al diritto di associazione, alla
funzione dei sindacati, non interveniva come Stato nei conflitti del lavoro,
ecc., facendo pagare tutto questo al Mezzogiorno. Nel Mezzogiorno faceva la
politica della camorra, degli «ascari», cioè dei deputati che andavano in
Parlamento per votare sempre « Sì », reclutati attraverso le clientele, ecc. Il
modo in cui si spezza l'egemonia della borghesia è il modo in cui si rompe
questo blocco industriale e agrario tra la borghesia capitalistica del Nord e i
grandi proprietari terrieri, latifondisti del Sud, e si salva l'alleanza classe
operaia del Nord e contadini del Sud. A questo proposito Gramsci dice: il
proletariato può diventare classe dirigente e dominante, nella misura in cui
riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare
contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione
lavoratrice, il che significa in Italia (nei reali rapporti di classe esistenti
in Italia): nella misura in cui riesce a ottenere il consenso delle larghe
masse contadine. La questione delle alleanze, quindi, è vista come
questione decisiva per conquistare il dominio e la direzione, e la questione
contadina viene vista come essenziale. Ma non la questione contadina in
generale (tra l'altro non esiste). La questione contadina in Italia è
storicamente determinata, non è la questione contadina ed agraria in generale,
in Italia la questione contadina ha, dice Gramsci, per la tradizione italiana,
per il determinato sviluppo della storia italiana, assunto due forme tipiche e
peculiari: la questione meridionale e la questione vaticana, cioè il rapporto
con i contadini del Sud e con i contadini legati alla Chiesa cattolica, di
ispirazione cattolica. Ora che cosa si può dire in proposito? Si può dire
che c'è un altro passo in cui egli si richiama alla dittatura del proletariato,
che l'egemonia viene vista come una direzione che si conquista nella società
civile e la dittatura del proletariato è concepita come la forma statale,
politica dell'egemonia, anzi essenzialmente come la forma. statale.
Inserisce qui una distinzione tra società civile e Stato. Nella società civile
l'egemonia, nello Stato la dittatura del proletariato, che però in Gramsci non
è così schematica. I due momenti sono fusi e Gramsci, nei Quaderni, avverte che
la distinzione tra Stato e società civile, società politica e società civile è
una distinzione puramente di metodo, metodologica, non organica, perché in
realtà questi due elementi sono fusi. Società civile e Stato non SI separano
nella realtà. Come è noto la parola egemonia deriva da un verbo greco che
significa dirigere, guidare, condurre. Gramsci usa il termine egemonia non nel
significato tradizionale che sottolinea soprattutto il « dominio », ma nel
senso originario, etimologico, greco: «direzione », «guida ». Trae questo
termine da Lenin, perché Lenin l'aveva impiegato nel 1905 proprio per indicare
la funzione dirigente della classe operaia nella rivoluzione
democratico-borghese; Lenin non lo usa più nel 1917, quando usa ormai il
concetto di dittatura del proletariato. Ma non c'è dubbio che la capacità dirigente
della classe operaia nel processo rivoluzionario congiunge nel '17 strettamente
la rivoluzione democratica alla rivoluzione proletaria, in modo che la
dittatura del proletariato si assume gli obiettivi della rivoluzione
democratica, quegli obiettivi che la borghesia non sa realizzare, e nella
dittatura del proletariato vengono infatti indicati, come obiettivi primi,
obiettivi democratici e non obiettivi socialisti: la terra ai contadini, la
nazionalizzazione delle banche e cose di questo tipo. indice Egemonia e blocco
storico Gramsci riprende nei Quaderni il concetto di dittatura del
proletariato, ma riferendosi alla dittatura del proletariato teorizzata e
realizzata da Lenin. Poiché l'egemonia della classe operaia nella rivoluzione
del 1905 fu sconfitta, significa che Gramsci usa il termine di egemonia nel
senso di dittatura del proletariato, quella teorizzata e realizzata. Ora
Gramsci sa bene che nella dittatura del proletariato c'è il dominio e il
consenso, la coercizione e la persuasione, ma perché la chiama egemonia?
La chiama egemonia perché vuole sottolineare nella dittatura del proletariato
la funzione dirigente, la conquista del consenso, l'azione di tipo culturale e
ideale che l'egemonia deve compiere, non c'è altra spiegazione a questo diverso
uso dei termini. Sottolinea questo elemento, nella dittatura del proletariato,
sia perché era quello rimasto più in ombra, quello che si era capito di meno
(si era sempre intesa la dittatura soprattutto come violenza, limitazione delle
libertà, e non come l'essenziale capacità dirigente, come Lenin aveva sempre
più sottolineato, man mano che veniva avanti la costruzione del regime
sovietico negli ultimi anni della sua vita). Gramsci usa questo termine, la
egemonia, perché egli conduce una riflessione sulle esperienze del '19-20-21 e
si pone ancora la famosa domanda: perché non abbiamo vinto? Non abbiamo
vinto, dice Gramsci, perché bisogna capire le differenze che esistono tra una
società e un potere politico come quello russo, zarista, e un potere politico
in una società come esiste in Italia e nei paesi capitalisticamente sviluppati.
La domanda - si poteva fare la rivoluzione nel '19 o nel '20? c'erano le
condizioni oggettive? non c'erano? cosa è mancato? - trova in realtà una
risposta in questa analisi di Gramsci. Gramsci dice: in Oriente, cioè in
Russia, lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatina sa
(ecco il punto); nell'occidente tra Stato e società civile c'è un giusto
rapporto e nel tremoli o dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura
della società civile, lo Stato era solo una trincea avanzata dietro a cui stava
una robusta catena di fortezze, di casematte (più o meno diversa da Stato a
Stato) ma questo richiedeva un'accurata ricognizione di carattere nazionale.
Ecco la grande differenza: in Russia lo Stato era tutto, ed era indubbiamente
casi, in una società molto fluida, gelatinosa, non articolata, non robusta, una
enorme burocrazia zarista gestiva ogni momento della vita statale per cui
quando lo Stato andava in crisi o in sfacelo a causa ovviamente della disfatta
militare e durante la guerra del '14-18, dietro allo Stato non c'era più niente
che resisteva. In Occidente è diverso, dietro al tremolio dello Stato, e
lo Stato italiano tremò fortemente nel '19 e '20, c'era però la robusta
struttura della società civile, c'era l'apporto del capitalismo, le sue
organizzazioni, la sua tenuta culturale e cosi via. Questo, secondo me, è
un tentativo di risposta di Gramsci al perché nel '19-20 siamo stati sconfitti,
ma è al tempo stesso una riflessione molto più generale sul modo in cui si pone
il problema della rivoluzione in Paesi capitalisticamente sviluppati. Di
qui egli trae la necessità di una diversa strategia rivoluzionaria, dice in
altre pagine . Mentre in Russia la società civile era fluida ed embrionale,
gelatinosa, era possibile la guerra manovrata, cioè lo scontro di classe
rapidamente risolutivo, in Occidente è necessaria la guerra di posizione, che
qui non significa stare fermi. 'è un altro passo in cui con guerra di posizione
Gramsci indica una relativa staticità dei processi sociali e politici, qui non
significa questo, qui guerra di posizione è la guerra di trincea, per cui vai
all'assalto delle trincee, delle fortezze, delle casematte, cioè individui i gangli
essenziali della vita sociale e statale e conduci quindi una politica
(attualizzando un po') che investe la totalità della società e che tiene conto
di tutte le complesse articolazioni della società. Cioè Gramsci pone l'esigenza
di una nuova strategia rivoluzionaria, di un modo nuovo di concepire la
rivoluzione. Questo è l'enorme passo che egli ha fatto partendo
dall'Ordine Nuovodel '19-20, attraverso La questione meridionale per arrivare
ai Quaderni, perché il problema dell'Ordine Nuovo era: come facciamo a fare
anche in Italia come in Russia? Ma il problema era fare come in Russia partendo
dal movimento reale, non astrattamente. Nel '26 già individuiamo che cosa
distingue la questione contadina in Italia dalla questione contadina in Russia.
Come noi risolviamo questo problema decisivo della egemonia proletaria che
Lenin risolse in Russia con l'alleanza con i contadini? Qui che cosa è
l'alleanza con i contadini? Qui è questione meridionale, qui è questione
vaticana che l'origina. Nei Quaderni del carcere Gramsci pone l'esigenza
di una strategia, cioè dice: non possiamo fare come in Russia, abbiamo bisogno
di una ricognizione del terreno nazionale, cioè di una analisi concreta della
situazione concreta italiana, di calarci nel processo storico, nella originalità
dei processi sociali, politici e culturali del nostro Paese.
L'interessante è, però, che egli si riferisca a Lenin quando dice: «mi pare che
Ilic [Lenin] avesse compreso che occorreva un mutamento della guerra manovrata)
applicata vittoriosamente in Oriente nel )17) alla guerra di posizione che era
la sola possibile in Occidente», cioè Gramsci attribuisce alla tattica del
fronte unico della classe operaia, proposta dai bolscevichi, da Lenin alla
Terza Internazionale, al suo Quarto congresso del 1922, la individuazione di un
tipo diverso di lotta rivoluzionaria, di lotta di posizione. Fa dire a Lenin, a
mio parere, molto di più di quanto Lenin non volesse dire, forza il suo
pensiero, lo porta oltre. Lo porta oltre però partendo da intuizioni che
in Lenin ci sono, perché vi sono scritti di Lenin che forse Gramsci nemmeno
conosceva in cui Lenin dice: in Occidente tutti i lavoratori sono organizzati,
non è come in Russia dove non c'erano sindacati, dove i partiti avevano scarse
radici, non avevano avuto una vita legale, ci sono cooperative, sindacati,
partiti, municipi, ecc. Cioè Lenin dice: « in Occidente tutti i cittadini
partecipano in qualche modo alla democrazia, non è come in Russia », quindi
Lenin intuisce delle diversità in Occidente e propone una tattica, non una
strategia, diversa, cioè il fronte unico. Gramsci parte da questa
intuizione di Lenin e la porta, secondo me, molto oltre e sottolinea fortemente
la necessità di una ricognizione del terreno nazionale: una classe di carattere
internazionale, cioè il proletariato, in quanto guida strati sociali
strettamente nazionali e anzi spesso meno ancora che nazionali,
particolaristici e municipalistici, come i contadini, deve nazionalizzarsi in
un certo senso, cioè deve calarsi profondamente nella realtà nazionale se è
internazionalista, in quanto è internazionalista, se vuole dirigere i
contadini, gli intellettuali, ecc., deve individuare la specificità del
processo rivoluzionario. Dove si vede che l'egemonia è impensabile al di fuori
della ricognizione nazionale, la egemonia è proprio la capacità di individuare
la specificità nazionale, i caratteri specifici di una determinata società,
l'egemonia è conoscenza, oltre che azione, e quindi è conquista di un nuovo
livello di cultura, scoperta di cose che non si conoscevano. Questo
nazionalizzarsi, questo calarsi nella realtà nazionale e la conquista
dell'egemonia sono in Gramsci strettamente congiunti. L'egemonia è
individuazione della tattica e della strategia nuove che si devono usare in
determinate situazioni. Come nasce in Gramsci l'idea dell'egemonia? Marx
aveva detto nella Ideologia tedesca, del 1845, che le idee dominanti in una
società sono le idee della classe dominante, cioè la classe dominante diffonde
le sue idee, la sua cultura, la sua ideologia in tutta la società. più
esattamente Marx dirà nella prefazione a Per la critica dell'economia politica
del '59, che sono i rapporti di produzione, quindi il modo di proprietà
prevalente, che determinano non solo le istituzioni politiche e statali, ma il
modo di pensare, la coscienza. Il modo di produzione però - i rapporti di
produzione e il loro nesso con le forze produttive - è contraddittorio e quindi
questa contraddizione, la contraddizione che esiste nel modo di produzione
capitalistico, tra classe operaia e capitalisti per esempio, pone in
discussione non solo la politica economica, le questioni sindacali immediate,
ma anche la politica e la cultura delle idee della classe dominante. Non
appena la classe antagonistica nel sistema capitalistico, il proletariato,
assume coscienza del suo antagonismo al sistema capitalistico, elabora non
soltanto delle lotte sindacali immediate, ma anche una linea politica e una
concezione del mondo, il marxismo, l'ideale socialista, una nuova morale che contrappone
ai valori ed alla morale della società dominante. Attraverso un processo
enormemente faticoso, attraverso una piccola avanguardia, poco alla volta,
cerca di strappare all'egemonia ideale e politica della classe dominante una
parte sempre più grande della classe operaia e dei suoi alleati, contadini,
ceti medi, cerca di conquistare gli intellettuali. Ora Gramsci si chiede
come si tiene insieme una determinata società, cioè un determinato «blocco
storico», un nesso di forze politiche e sociali, come si tiene insieme questo
rapporto tra la struttura economica, i rapporti di produzione e di scambio, e
lo Stato, come si può spiegare insomma che un determinato Stato, una
determinata classe dominante tenga insieme e abbia il consenso di forze i cui
interessi sono opposti. Questo «blocco storico» trova il consenso tra gli
operai, tra i contadini, i cui interessi sono opposti a quelli della società
capitalistica, non solo con l'influenza politica, dice Gramsci, ma con
l'ideologia. È l'ideologia che tiene insieme il blocco storico, che lo salda,
che consente di tenere insieme classi sociali non solo di tipo differente, ma
con interessi addirittura opposti, antagonistici. L'ideologia è il grande
cemento del blocco storico, ed è momento della sua edificazione, che non è solo
ideologica, è culturale, è politica in primo luogo, ma non può essere
dissociata dal momento dell'ideologia e delle idee. Noi allora abbiamo un
processo per cui le classi, antagoniste per interessi, sono subalterne
all'origine, Cloe non hanno una propria concezione del mondo, una propria
cultura, ma hanno assorbito la cultura delle classi dominanti, in un modo
eterogeneo, disorganico, passivo. Cosicché, il modo di pensare delle classi
subalterne è privo di organicità, di capacità critica. Le classi subalterne
sono però spinte alla ribellione, ma tale ribellione è un sussulto che non
riesce ad organizzarsi in una politica perché c'è subalternità ideale,
culturale. È necessario tutto un processo perché le classi subalterne
diventino autonome, si diano un partito, una linea politica, una concezione
culturale, e allora da autonome lottano per diventare egemoni, dirigenti. Già
prima della conquista del potere possono diventare egemoni, cioè. diffondere la
propria concezione non solo politica, ma culturale, in tutta la società.
L'egemonia si conquista prima della conquista del potere ed è una condizione
essenziale per la conquista del potere. Il processo di egemonia è quindi
un processo di unificazione del pensiero e dell' azione perché - quando le classi
sono subalterne - può esserci per esempio una insurrezione contadina unita
all'affermazione che i proprietari della terra ci sono sempre stati, e magari
sempre ci saranno, un'insurrezione che spera nel re per sistemare le cose. Può
accadere che gli operai di Pietroburgo, nel 1905, vadano in corteo al palazzo
dello zar perché lo zar intervenga e faccia finire le ingiustizie. E lo zar
pensa bene di farli mitragliare e allora gli operai cambiano idea. Prima erano
subalterni, pensavano che lo zar fosse un «piccolo padre », il padre della
chiesa ortodossa, che la soluzione delle ingiustizie dipendesse da lui.
Gramsci allora dice: c'è nelle classi subalterne una filosofia reale che è
quella della loro azione, del loro comportamento. C'è una filosofia dichiarata
che vive nella coscienza, che è in contraddizione con la filosofia reale.
Bisogna sogna congiungere questi due elementi attraverso un processo di
educazione critica per cui la filosofia reale di ciascuno, la sua politica,
diventi anche la filosofia cosciente, la filosofia dichiarata. Per giungere a
quel processo di unificazione di teoria e pratica, di costruzione di una
cultura nuova, rivoluzionaria, di riforma intellettuale e morale. Le due cose
sono strettamente congiunte per Gramsci. Gramsci riprende questo concetto
di riforma intellettuale e morale ancora una volta da Sorel, ma cambiandone
completamente i contenuti. Riprende anche un tema tipico della cultura italiana
del suo tempo che si ritrova nella destra, in Alfredo Oriani, per esempio, come
nella sinistra, in Gobetti: l'idea cioè che all'Italia sia mancato qualcosa di
simile alla riforma protestante, cioè una riforma della concezione del mondo e
morale che arrivasse in profondità, nel popolo. In Italia c'è stata invece la
controriforma, il distacco della Chiesa dal popolo, la sovrapposizione del
dogma, l'irrigidimento gerarchico della Chiesa, la limitazione della libertà
scientifica, di espressione artistica, c'è stata l'Inquisizione, l'ipocrisia,
che ha viziato profondamente il carattere degli italiani, ne ha fatto dei
cortigiani, ne ha fatto dei servi. È mancata una riforma protestante.
Gramsci dice che non solo è mancata una riforma protestante, ma è mancato
qualche cosa ben di più della riforma protestante; qualche cosa di analogo
all'illuminismo francese del settecento che preparò la rivoluzione francese,
qualche cosa di simile alla rivoluzione democratico-borghese. indice La nozione
di intellettuale Gramsci aggiunge: in Italia i laici hanno fallito il loro
compito che era di diffondere una nuova concezione culturale, un nuovo
umanesimo :fino agli strati più profondi e più incolti del popolo. Come era
necessario fare. Gli intellettuali democratici laici non l'hanno fatto perché
si sono mantenuti come una casta separata, con un suo linguaggio separato, con
una sua vita culturale separata. È mancato l'elemento essenziale della
costruzione democratica e di una riforma intellettuale e morale nel nostro
Paese, cosa che solo la classe operaia può fare, non la Chiesa cattolica,
perché la Chiesa cattolica tiene separati gli intellettuali e i semplici, parla
due linguaggi, uno per gli intellettuali ed un altro per i semplici, ma sta
bene attenta che gli intellettuali non rompano il rapporto con i semplici al
tempo stesso. Gli idealisti, Benedetto Croce, Gentile, hanno fatto una
riforma intellettuale per i grandi intellettuali, non per il popolo. Al popolo
lasciano la religione che è la filosofia di quelli che non hanno filosofia
cosciente. Questo processo di unificazione tra intellettuali e semplici
lo può fare la classe operaia guidata dal marxismo, grazie al marxismo, e
creando nuovi quadri intellettuali, organici alla classe operaia, che sono i
suoi quadri, i suoi dirigenti. Qui muta completamente la nozione di
intellettuale, l'intellettuale non è chi sa il latino o il greco, lo scrittore
o cose del genere, l'intellettuale è il dirigente della società, il quadro
sociale. Un caporale dell'esercito anche se analfabeta è un intellettuale,
secondo Gramsci, perché dirige i soldati, un intellettuale è il capo-lega
bracciante, anche se analfabeta, come tanti lo erano al tempo di Gramsci,
perché organizza i braccianti, perché li guida, perché li educa. Questi sono
gli intellettuali secondo Gramsci, il tessuto connettivo del blocco storico,
gli elaboratori della egemonia della classe dominante la quale senza gli
intellettuali non potrebbe essere egemone, dirigente: sarebbe solo dominante e
oppressiva e le mancherebbe la base di massa, il consenso necessario per
esercitare il suo dominio. La cosa interessante è che Gramsci elabora
queste idee attraverso un'analisi del processo storico italiano. C'è sempre
concretezza nel suo pensiero. Ad esempio analizza come si sia formata in Italia
l'egemonia dei liberali, come i liberali con un'azione molecolare ed empirica abbiano
assimilato, isterilito le forze repubblicane, mazziniane, ecc., e disgregato il
blocco opposto con un'opera, egli dice, di direzione intellettuale e morale.
Gramsci sottolinea l'importanza di questo momento ideale e morale nella
direzione dei liberali moderati. Ed è qui che egli introduce il concetto
di supremazia. Un gruppo sociale, una classe ha una supremazia in quanto ha la
direzione e il dominio, la classe che è all'opposizione non ha ancora il
dominio, ma deve conquistare la direzione, cioè l'egemonia, se vuole
conquistare anche il dominio e una volta conquistato il dominio deve mantenere
la direzione. Come si presenta, quindi, per Gramsci la rivoluzione? La
rivoluzione si presenta in realtà come una c risi di egemonia, cioè come una
crisi di capacità dirigente da parte di coloro che hanno il dominio perché non
riescono più a risolvere i problemi del Paese, non riescono più a tenerlo
insieme con l'ideologia. Pensate ai processi che oggi si sono compiuti. Lo
spostamento a sinistra degli studenti, pur caotico ed anche pericoloso che sia,
contiene molti elementi di individualismo borghese esasperato - e quindi resta
nel quadro dell' egemonia culturale borghese molto più di quanto non si pensi
-, ma è anche il segno della disgregazione di questa egemonia culturale, una
disgregazione che non riesce ad uscire da se stessa, che si rigira e si
tormenta intorno a se stessa. Ma che è il segno di questa crisi. Basta vedere
come le idee del marxismo si sono diffuse e si diffondono. Qui c'è un
allargamento della nozione di rivoluzione. Marx aveva detto: la
rivoluzione si ha quando le forze produttive entrano in una contraddizione
incontenibile con i rapporti di produzione. (Gramsci parte di qui, ma vede la
totalità sociale). Lenin aveva detto: la rivoluzione si ha quando la classe
dominante non riesce più a dominare, quando le classi oppresse non accettano
più di essere dirette e oppresse alla vecchia maniera e abbiamo una grande
ribellione di massa. Gramsci, in modo più preciso, la definisce la crisi di
egemonia, come uno scollarsi tra dominio e direzione, come il venir meno della
direzione, quindi come una crisi che investe tutta la totalità sociale, in cui
il momento culturale, morale, ideale ha un'enorme importanza. Noi stiamo
vivendo un momento di questo genere. Si è rotto il vecchio blocco di potere che
aveva come asse la Democrazia cristiana, è venuta meno la capacità dirigente
del vecchio blocco di potere (che è sempre stata molto limitata del resto), non
si è ancora costruito un nuovo blocco di potere che possa portare ad un nuovo
blocco storico. Blocco di potere è un'espressione che Gramsci non usa, la usa
Togliatti, intendendo la fase di preparazione di un nuovo blocco storico e di
una nuova società, di una nuova base sociale, di un nuovo tipo di Stato, di un
nuovo rapporto tra base sociale e Stato. Il momento di questa crisi di
egemonia è dunque un momento anche di crisi ideale, di crisi culturale, di
crisi morale. Gramsci dà grande valore al momento del soggetto, della
coscienza, delle idee nel processo rivoluzionario. L'egemonia è iniziativa, è
intervento sul processo e guida del proletariato, come già Lenin aveva detto
nel 1905, quando rimproverava ai menscevichi di alterare il materialismo
storico, di deformarlo perché non capivano la funzione dei partiti i quali,
avendo individuato e compreso la realtà oggettiva, intervengono nel processo
per condur1o in una determinata direzione. Lenin diceva: i menscevichi non
hanno capito la prima tesi su Feuerbach, la funzione del rapporto
soggetto-oggetto. Non è a caso che Gramsci chiama il marxismo «filosofia della
prassi», usando una terminologia che fu usata da Gentile. Però Gramsci l'usa in
tutt'altro senso; non la prassi dell'intelletto, come intendeva Gentile, ma la
prassi trasformatrice, rivoluzionaria, unità di soggetto-oggetto, intervento
del soggetto sulla realtà. Attenzione però. Gramsci parla sempre di
egemonia della classe operaia, non del partito, perché Gramsci non ha mai
rinnegato l'esperienza dei consigli di fabbrica e ritiene che la classe operaia
debba darsi una molteplicità di organizzazioni per conquistare il potere. Mai
Gramsci ha pensato che la classe operaia conquisti il potere solo col partito,
essa deve avere altri collegamenti, altre organizzazioni, deve essere presente
nelle istituzioni statali oltre che di massa. Inoltre Gramsci non
mortifica mai il movimento, dice che l'elemento cosciente deve saper depurare
il movimento spontaneo da quanto c'è in esso di contraddittorio, di arretrato,
di reazionario anche, deve depurarlo e portarlo al livello della scienza
moderna, cioè del marxismo. Ma non si deve né disprezzare, né trascurare la
spontaneità, che bisogna però aiutare. Bisogna partire da quello che egli
chiama il senso comune e vedere quanto c'è di sano in questo senso comune,
nelle sue contraddizioni, nelle sue superstizioni, nelle sue posizioni
arretrate. indice Il partito, moderno «Principe» È compito del
partito cogliere questo elemento sano, tirarlo fuori dal guscio (il nocciolo
razionale, direbbe Marx) e portarlo al livello di una coscienza scientifica
della realtà. Il partito è il momento decisivo della formazione dell'egemonia
della classe operaia; non è possibile egemonia della classe operaia senza il
partito, perché esso è l'unificatore dell'azione e del pensiero, della filosofia
istintiva, non consapevole, presente nell'azione, e della filosofia consapevole
che bisogna fare acquisire, dando la prospettiva, dando la visione
dell'insieme. In questo senso egli chiama il partito il moderno principe,
riferendosi al Machiavelli e valorizzando enormemente Machiavelli. Un principe
moderno non più come individuo, perché nella società moderna questo non è più
possibile, ma come intelligenza e volontà collettiva, personificazione di una
grande volontà collettiva: il partito è il moderno principe. Del partito
Gramsci mette molto in rilievo l'elemento della coscienza e della direzione. In
ogni partito, secondo Gramsci, ci sono tre strati: uno di dirigenti, molto
ristretto, a livello nazionale, uno di base che aderisce soprattutto per
entusiasmo o per fede, e uno intermedio che collega questi due elementi. Senza
questi tre elementi il partito non c'è, però Gramsci dice: attenzione, con
l'elemento di base voi non formerete nulla, non formerete mai il partito;
occorre l'elemento dirigente. Ovvero, un esercito non forma il capitano, ma
alcuni capitani formano l'esercito. Per Gramsci la formazione del partito va
dall'alto in basso, come per Lenin, cioè parte dal congresso, parte dal punto
più alto della consapevolezza, il che non è una visione burocratica, ma è una
visione di intervento della coscienza, della direzione sul movimento spontaneo.
Educazione del movimento spontaneo, perché tutta la concezione pedagogica di
Gramsci, dell'educazione come sforzo, come disciplina, dello studio anche come
fatica, ci dice chiaramente come egli intenda la direzione. Il partito è
il grande riformatore intellettuale e morale, quello che supera la vecchia
concezione e ne costruisce una nuova. C'è in Gramsci il superamento del
meccanicismo materialistico tipico di Bordiga, di tutto il movimento socialista
da cui lui veniva. Il suo ragionamento sul blocco storico è un ragionamento
sulla totalità sociale, su gli elementi sociali, politici e culturali:
l'egemonia costruisce un determinato blocco storico e il blocco storico si
tiene insieme grazie all'egemonia, grazie alla direzione. L'egemonia è il
momento di saldatura. Ecco quindi un'egemonia che rompe il precedente
blocco storico. Rompe il vecchio tipo di totalità sociale ormai in crisi e
costruisce un nuovo tipo di totalità sociale, anzi, direi, sociale, politica e
culturale. Dicevo che Gramsci pone l'esigenza di una nuova strategia, non
di più. A mio parere di più non poteva fare negli anni trenta: ha smesso di
scrivere i Quaderni nel '35, quando la sua malattia si era tanto aggravata da
togliergli la forza fisica di scrivere. In questa elaborazione noi siamo
andati avanti, cercando di dare una risposta a che cosa è la strategia
rivoluzionaria in paesi capitalisticamente sviluppati. L'abbiamo cominciato a
fare durante la guerra di Liberazione, parlando di democrazia progressiva, di
democrazia di tipo nuovo, come diceva Togliatti. Secondo Togliatti non ci
si poteva più rifare al modello russo della rivoluzione perché la rivoluzione
ha modi e scadenze diverse a seconda dei paesi, non c'è un unico modello. La
ricerca del nuovo modello avrebbe potuto avvenire attraverso l'azione dei CLN
(Comitati di Liberazione Nazionale) che Togliatti valorizza quando dice:
avremmo preso una strada più rapida e più sicura se avessimo potuto mantenere
in piedi i CLN. Lo afferma al quinto congresso del PCI. Lavorando su
questa indicazione di Gramsci, e non solo, lavorando sulla realtà oggettiva,
riprendendo l'esperienza della guerra di liberazione, siamo venuti costruendo
quella strategia che è, che chiamiamo la via italiana al socialismo. Questa
strategia non può grettamente rinchiudersi in una sola nazione, deve per forza
avere delle convergenze con la strategia di altri partiti, del movimento
operaio in altri paesi capitalistici. Quello che gli altri chiamano
euro-comunismo è fatto di accordi tra noi e il partito comunista francese, il
partito spagnolo ed altri partiti. Abbiamo naturalmente esteso il
concetto di egemonia.Per noi l'egemonia, la capacità dirigente della classe operaia
è capacità di realizzare tutte quelle alleanze che sono indispensabili affinché
la classe operaia abbia accesso al potere in una società di capitalismo
monopolistico e di capitalismo monopolistico statale. Perciò la classe operaia
deve andare al di là dell'alleanza operai-contadini poveri (tra l'altro i
contadini oggi sono solo il 15% della popolazione, comprendendo anche quelli
ricchi), ma deve arrivare ai ceti medi delle città e delle campagne, deve
arrivare al settore della piccola e media industria. Si tratta di un sistema di
alleanze assai articolate e, badate bene, contraddittorio. perché, tra gli
operai della piccola e media industria e il proprietario della piccola e media
industria c'è indubbiamente una contraddizione, una contraddizione che noi
dobbiamo indirizzare verso la contraddizione principale, come direbbe
Mao-Tse-Tung, ovvero contro il capitalismo monopolistico. Ora alleanze
sociali cosi ampie non possono che esprimersi a livello politico, cioè in
partiti politici. Questa è una cosa che Gramsci non aveva presente, per lui un
partito solo faceva la rivoluzione: il Partito comunista. Al Partito socialista
bisognava tagliare le radici. Gramsci non arrivava a questa visione cosi ampia
delle alleanze, non ci poteva arrivare. indice Quale
pluralismo Per noi invece questa visione si esprime in una pluralità di
partiti, e d'altra parte le democrazie popolari ci danno un esempio di
pluralità di partiti. In Polonia, nella RDT, vi sono partiti che hanno una
scarsa autonomia forse, ma esistono realmente. Come mandare oltre questa
esperienza? Sviluppando un sistema di alleanze, anche a livello politico, che è
fatto di contrasto, che è fatto di confronto, che è fatto di lotta. Ad
'esempio, la nostra alleanza col partito socialista è anche lotta, è anche
discussione non priva di asprezze, naturalmente. Questo sistema lo possiamo
chiamare pluralismo, pluralismo sociale e politico, assumendo un termine che
non è nostro, che è estraneo al marxismo, ma che viene dalla sociologia
cattolica e dalla sociologia americana. La sociologia cattolica intende
per pluralismo una pluralità di istituzioni che si equilibrano l'uno con
l'altra: la famiglia, la Chiesa, lo Stato, la scuola e cosi via. Il suo
pluralismo è fondato sull'interclassismo, cioè sulla collaborazione tra classe
operaia e capitalisti e sul superamento della contraddizione tra l'una e gli
altri. La sociologia americana dice: il pluralismo è una pluralità di
istituti che impedisce a una sola forza di avere l'egemonia, il dominio, la prevalenza.
Per noi il pluralismo è invece un'ampiezza di alleanze sociali e politiche tale
da isolare il grande capitale monopolistico, la sua logica e la logica da cui
oggi è dominato il capitalismo di Stato in questa società, 1ìno a sconfiggerlo.
Cosi si realizza il vero pluralismo, perché noi diciamo che fino a quando
esiste il grande capitale il pluralismo reale nella società non ci sarà mai,
sarà sempre apparente. La nostra Costituzione è pluralistica, ma il
pluralismo reale della nostra vita è apparente. Invece vi è il monopolio dei
mezzi di informazione, dell'economia e cosi via. Ad esempio il pluralismo
della società americana nasconde la realtà di una società in cui il potere
economico e politico è al massimo grado concentrato, e la partecipazione democratica
dei cittadini è puramente formale. In realtà, devono votare per due partiti che
si confondo l'un con l'altro, che si mescolano, non si sa bene che differenza
ci sia tra democratici e repubblicani. A volte i democratici su certe cose sono
d'accordo con i repubblicani, su altre sono d'accordo solo con certi
repubblicani. Si può dire che negli Usa ci sia un pieno trasformismo. Un reale
pluralismo si ha quanto più si batte il capitalismo, quanto più si avviano
forme di autogoverno della società, di partecipazione. Il nostro pluralismo è
anche statale, di istituzioni statali e sociali. L'autonomia del sindacato,
poi, è un momento decisivo. Quando diciamo pluralismo delle istituzioni statali
intendiamo parlamento, regioni, comuni autonomi, comprensori, consigli di quartiere
o di circoscrizione, sino ad arrivare ai consigli di fabbrica che non sono un
istituto statale, ma sono sanciti dai contratti e riconosciuti dallo Statuto
dei lavoratori. Perciò pluralità di istituzioni sociali e politiche.
Inoltrel'autonomia dei sindacati significa che il pluralismo è già dentro la
classe operaia, che esso non caratterizza semplicemente il rapporto della
classe operaia con forze sociali non proletarie e il rapporto del Partito
comunista con partiti non proletari, ma che vive nella classe operaia. Infatti
nella classe operaia ci sono i comunisti, ci sono i socialisti, ci sono anche i
democristiani, c'è anche il sindacato autonomo, c'è il consiglio di fabbrica,
che ha anche esso una sua dialettica nei rapporti col sindacato e coi partiti.
Il pluralismo vive nella classe operaia e per questo può attuarsi nella
società. Egemonia nel pluralismo, dunque, e non: egemonia e pluralismo, come
diceva bene Ingrao, e fra i due termini c'è un rapporto dialettico. Più
egemonia c'è, e più c'è pluralismo, non come confusione di forze, ma come forma
di lotta, la più ampia, la più acuta, la più caratterizzata dal punto di vista
di classe oggi. D'altra parte, senza pluralismo non si ha egemonia, ma
isolamento della classe operaia e suo ritorno a posizioni subalterne. Di tale
nesso dialettica tra i due termini i nostri avversari ovviamente non capiscono
nulla, e dicono: se parlate di egemonia non potete parlare di pluralismo, e
viceversa. Dal punto di vista della sociologia cattolica e americana
hanno ragione, ma noi usiamo questo termine con tutt'altro significato. Legato
a questo si pone anche il tema della dittatura del proletariato. Come ci
collochiamo? Quando i socialdemocratici escludevano la dittatura del
proletariato, e anche Kautsky la escluse dopo la rivoluzione d'Ottobre, in
realtà dilatavano una concezione della democrazia tale per cui nell'esercizio
della democrazia si arriva al socialismo, ma smarrivano la questione
dell'autonomia e dell'egemonia della classe operaia, concepivano il processo
come puramente elettorale e non come un'egemonia che rompe il blocco
avversario, che aggrega e costruisce un nuovo fronte, quindi un'egemonia
fondata sull'iniziativa e sulla lotta. Noi abbiamo parlato di dittatura
del proletariato nella Dichiarazione programmatica del nostro VIII congresso,
nel '56, per sottolineare come cambino le forme della dittatura del
proletariato a seconda dei paesi. Abbiamo mantenuto il concetto, ma abbiamo
sottolineato questo elemento: cambiano le forme. Abbiamo ripreso questo
concetto al decimo congresso, nel '62, per sottolineare che della dittatura del
proletariato emerge sempre di più l'elemento della direzione e del consenso. In
seguito non abbiamo più ripreso questa nozione, l'abbiamo lasciata
cadere. Mi chiedo se sia compito dei documenti del partito affrontare
questa questione tipicamente teorica o se invece non si debba sviluppare la
discussione e il dibattito a livello teorico su questo problema. Ad ogni
modo la mia opinione, che altri possono naturalmente confutare, è che la
nozione della dittatura del proletariato è nella situazione italiana
dialetticamente superata, il che può voler dire assunta ad un livello
superiore. Cosa significa? Significa che la classe operaia deve, at·
traverso tutto un processo (oggi un accordo programmatico, poi un governo
unitario), costruire un nuovo blocco di potere in cui essa sappia avere una
funzione dirigente. D'altra parte, un nuovo blocco di potere o si
costituisce sotto la direzione della classe operaia o non si costituisce.
Blocco di potere certamente contraddittorio dal punto di vista sociale e
politico che dovrà saper risolvere le sue stesse contraddizioni in modo
progressivo se ne sarà capace. L'egemonia si conquista, la direzione si
conquista ogni giorno. Ecco allora che è il blocco di potere ad
esercitare la coercizione sulla società attraverso la legalità dello Stato.
L'elemento della coercizione non può essere eliminato, non si costruisce il
socialismo senza coercizione, anche dura, ma essa viene esercitata dal blocco del
potere, non direttamente dalla classe operaia. Del resto anche nella
concezione di Lenin e nella realtà, la classe operaia ha esercitato la
coercizione contro i nemici di classe e non verso i contadini poveri, non verso
gli intellettuali. Lenin diceva: gli specialisti li dobbiamo conquistare, qui
la coercizione non serve, li dobbiamo convincere a lavorare per noi, bisogna
pagarli molto, ecc. ecc. Anche allora nel blocco di potere c'è un elemento di
consenso e un elemento di costrizione. Se si allarga il blocco di potere,
come da noi deve allargarsi, si allarga anche la sfera del consenso, ma di un
consenso molto travagliato, ottenuto con le lotte, tra contrasti, anche,
tutt'altro che scontato. L'altro elemento è che non solo la classe operaia non
esercita direttamente la coercizione, ma non impone nemmeno il suo modello di
Stato a tutta la società. Nella rivoluzione russa è avvenuto questo: i Soviet,
che sono un istituto tipicamente operaio, nato dal movimento operaio russo, si
sono estesi ai contadini e ai soldati, e poi son diventati l'istituto statale.
La classe operaia ha creato cioè la società a sua immagine e somiglianza, per
riprendere una frase biblica, cioè ha impresso la sua visione statale su tutta
la società. Noi questo non lo facciamo e non lo proponiamo, noi assumiamo
il parlamento dalla storia della democrazia ateniese, noi assumiamo i comuni,
le stesse regioni derivano da una tradizione non nostra, e introduciamo, come
elementi nostri invece, i consigli di fabbrica, il decentramento nei quartieri
e cosi via, i quali sono gli elementi di una democrazia diretta che supera il
parlamentarismo. In questo senso allora mi pare che non si possa parlare
di dittatura del proletariato, perché della dittatura del proletariato cade un
elemento: la coercizione esercitata direttamente dalla classe operaia nelle sue
forme e nei suoi modi. La coercizione resta ma è di tutto il blocco di potere
che esercita anche la direzione sulla società, non sola la coercizione.
Inoltre all'interno del blocco di potere la classe operaia deve sapere
esercitare la sua funzione dirigente per costruire lo stesso blocco di potere,
per tenerlo insieme, per trasformarlo in senso progressivo. Mano a mano che si
va avanti nel senso del socialismo, anche il blocco di potere si trasforma e
diventa più avanzato, più omogeneo dal punto di vista di classe e cosi
via. Allora si mantiene della dittatura del proletariato questo elemento
essenziale: l'autonomia e l'egemonia o direzione della classe operaia,
superando l'altro elemento, lo elemento della coercizione inquadrandolo in un
ambito più ampio. Questa è soltanto la mia opinione in proposito. “C’è
in molti giovani comunisti uno stile di serietà riflessiva, di maturità e di
chiarezza responsabile, che stupisce, se confrontato al tono un pò vacuo,
avventato o ciondolone, che è tradizionale di molta gioventù italiana. Sono
giovani che, usciti dalla dura scuola che i tempi impartiscono – sia pur con
diverso profitto – a ciascuno, son passati alla scuola del Partito, e diventano
in breve dirigenti : acquistano quel piglio, quel polso, quella quadratura,
quasi non avessero fatto altro da molti anni, o come se tutto in loro da tempo
tendesse a farne dei quadri comunisti, o non altro. Un dirigente di questo tipo
è Gruppi, segretario della Federazione di Torino. Laureato in filosofia, e
questa è una delle chiavi della sua personalità, ma proprio in un senso che
smentisce nel modo più assoluto il concetto che dei filosofi s’ha volgarmente.
Tutto in Gruppi è esattezza logica, ragionamento filato, rigore razionale: un
matematico, potrebbe anche essere, se i numeri non fossero entità troppo
astratte per il suo bisogno di concretezza.” Così Italo Calvino, dalle
pagine de l’Unità piemontese, descriveva Gruppi. Mi sembra giusto rendere
onore ad un grande compagno, anche se non ho avuto la fortuna di conoscere se
non attraverso i suoi scritti. Gruppi è stato per lungo tempo il
responsabile della Sezione culturale del PCI e successivamente direttore
dell’Istituto di studi comunisti “Palmiro Togliatti”, la famosa scuola di
Frattocchie. Pubblicato numerosissimi articoli su Rinascita, su l’Unità, su
Critica marxista (di cui è stato vicedirettore), assieme ad altre
pubblicazioni. Il suo lavoro, nel Partito ed all’Istituto, è stato
fondamentale nel costruire quadri e militanti e nello sviluppare quella teoria
rivoluzionaria che a noi, comunisti del XXI secolo, così manca. Una
testimonianza diretta da mio padre Marco. “Conobbi Gruppi alla scuola di
Partito di Frattocchie/ In quel periodo il partito si era impegnato molto nella
formazione dei gruppi dirigenti. Io insieme ad altri giovani compagni della
gloriosa Federbraccianti delle varie regioni d’Italia, fra i venti e i
trent’anni avevamo partecipato, orgogliosamente, a quella settimana di studi e
approfondimenti sulla questione agraria e economica del Mezzogiorno. Ci
colpi’ molto la preparazione e la competenza di Gruppi, ma soprattutto il suo
linguaggio e la sua dialettica, coerentemente alineata a sani principi
etico-morali. E uno che volava alto, ogni tanto si lasciava andare in
ragionamenti filosofici che a noi, ancora politicamente acerbi, sembravano un
pò difficili. Una settimana intensa e ricca che ci forni strumenti di analisi,
di critica e di proposta.” Qualche cenno biografico per i compagni che
non lo conoscono, dal sito biografico gestito dalla moglie Tilde Bonavoglia e
da suo nipote Andrea Bonavoglia http://digilander.libero.it/lucianogruppi/
: Iscritto al Partito comunista italiano. Partecipa alla Resistenza. Dopo
la Liberazione è membro della Segreteria e responsabile della Commissione
giovanile della Federazione di Torino. Responsabile della Commissione
giovanile, poi della Sezione di stampa e propaganda, membro della Segreteria
della Federazione di Milano. Responsabile della Sezione d’organizzazione
e vicesegretario della Federazione di Torino. Segretario della Federazione di
Torino. Fa parte della Segreteria regionale del Piemonte. Membro della
segreteria del Consiglio mondiale del Movimento dei partigiani della pace a
Praga e a Vienna. Vice responsabile della Sezione di stampa e propaganda
del Comitato centrale del PCI. Fa parte della segreteria della Federazione di
Torino ed è capogruppo consiliare al Comune di Torino. Rappresentante del
PCI nel Comitato di redazione della rivista internazionale Problemi della pace
e del socialismo, a Praga. Vice responsabile della Sezione culturale del
Comitato centrale del PCI. Dal ’64 al ’66 responsabile della Sezione per
le scuole di partito. Dal ’66 al ’73 vice responsabile della Sezione
culturale del Comitato centrale del PCI. Vicedirettore della rivista
Critica marxista. Direttore dell’Istituto di studi comunisti Palmiro
Togliatti (Frattocchie). Presidente dello stesso istituto. Membro
del Comitato centrale, Membro della Commissione centrale di controllo. Al
congresso ha chiesto di non essere riproposto per organismi dirigenti del
PCI; Ha restituito la tessera dei Democratici di Sinistra; Iscritto
al Partito della Rifondazione Comunista; Nello stesso sito è possibile
trovare l’importantissimo “La concezione marxista dello Stato”, che riunisce le
lezioni tenute presso Frattocchie. http://digilander.libero.it/ lucianogruppi/concezionedellostato/
la_concezione_dello_ stato.html Per finire, la commemorazione su
“L’Ernesto” https://www.marx21.it/rivista/
5142- marx-dalla- democrazia-radicale-al-comunismo-rivoluzionario.html Un
breve estratto da quest’ultimo articolo, ancora oggi attualissimo, di Bianca
Bracci Torsi e Fosco Giannini, che mi sento di condividere in pieno :
“Due propensioni, quella dello studio teorico e della formazione, quanto mai
necessarie ed attuali oggi, in questa fase caratterizzata sia dalla povertà
teorica che segna di sé una parte significativa del movimento comunista che
dalla grave sottovalutazione del valore della formazione politico-teorica ( la
“scuola quadri”) che si manifesta anche in Rifondazione comunista.
Luciano Gruppi, dunque, non solo nel ricordo: ma per il lavoro futuro, come è
destino dei grandi. “Luciano Gruppi. Gruppi. Keyword: la via italiana al
socialismo, egemonia della filosofia del linguaggio ordinario -- Refs.: Luigi
Speranza: Grice e Gruppi” – The Swimming-Pool Library.
Wednesday, April 3, 2024
GRICE E GRUPPI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE DELLA VIA ITALIANA AL SOCIALISMO -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA
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