Grice e Jerocades: l'implicatura conversazionale della filosofia della massoneria – filosofia italiana – Luigi Speranza (Parghelia). Filosofo
italiano. Grice: “I would consider Jerocades more of a poet than a philosopher,
but then he was a priest and a Mason!” Essential Italian philosopher. Scrisse
il saggio “Dell'umano sapere”, di stampo illuministico, che verrà
successivamente pubblicato a Napoli, e “La partenza delle Muse”, edito na
Messina. Si trasferì a Napoli. Dietro
raccomandazione di Genovesi, col quale era entrato in corrispondenza, venne
assunto al "Collegio Tuziano" di Sora come maestro d' “ideologia”. Frequenta
gli ambienti massonici. Secondo il clero sorano, tuttavia, quelle opere non si
attagliavano ai giovani del collegio, tant'è che prima della rappresentazione
di “Il ritorno di Ulisse” -- che conteneva alcuni intermezzi ridicoli e di
stampo anticlericale, in particolare il Pulcinella da Quacquero, il vescovo emise
un editto di censura: ne seguì un processo per eresia e sedizione, con la
reclusione di Jerocades nel carcere vescovile. Scarcerato dopo sette mesi, lasciò
Sora per tornare a Napoli, dove divenne popolare come poeta improvvisatore. Fu
in Calabria: qui si dedicò alla composizione delle raccolte Quaresimale poetico
e La lira focense, testimonianza di un «illuminismo massonico». Insegna a
Napoli. Fonda la Società Patriottica Napoletana, coagulo dei principali
esponenti del giacobinismo e dell'antigiurisdizionalismo partenopeo (ovvero che
miravano a costituire una repubblica), cosa che determinò la sua incarcerazione
a Castel dell'Ovo e il processo per apostasia, ma riebbe presto la libertà,
avendo deciso di ritrattare. Anche per il conflitto interiore causato da una
siffatta scelta, sostenne attivamente le idee rivoluzionarie, che però, in
seguito alla breve esperienza della Repubblica Napoletana, gli costarono
nuovamente il carcere, e quindi l'esilio a Marsiglia. Ritornato a Napoli razie
all'amnistia prevista dalla pace di Firenze compose l'elogio di suo padre e di
suo fratello, motivo che indusse a farlo rinchiudere nel convento dei Liguorini
di Tropea. Saggi: “Esercizii spirituali in compendio ossia il filosofo in
solitudine” Napoli); “Il Paolo, o sia l'umanità liberata poema” (Napoli: presso
Giuseppe Maria Porcelli, Inni di Orfeo esposti in versi volgari, Napoli, La
gigantomachia, ovvero La disfatta de' giganti, Napoli: La lira focense, Napoli:
si vende da Gennaro Fonzo, strada Forcella, Olinto e Sofronia, dedic. Orazione
per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio, Napoli, Orazione recitata
ne' funerali solenni di Marcello Accorinti morto in Messina nel terremoto.
Napoli, Fedro, “Esopo alla moda, ovvero delle favole di Fedro, Parafrasi
Italiana” (Napoli: Porsile, Orazio); “Le odi di Orazi esposte in versi volgari”
(Napoli); “Le odi di Pindaro tradotte ed esposte in versi volgari” (Napoli: Russo);
Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, D. Martuscelli, Gervasi,
Napoli B. Croce, La rivoluzione napoletana Biografie, storie, racconti,
Laterza, Bari L. Alonzi, Il giacobinismo
napoletano, in Idem, Il Vescovo-prefetto. La diocesi di Sora nel periodo
napoleonico, Sora, A. Piromalli, Illuminismo massonico, La letteratura
calabrese, I, Pellegrino editore, Cosenza,
B. Croce, D. Ambrasi, Il clero a Napoli tra rivoluzione e reazione, in A.
Cestaro A. Lerra, Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l'età giacobina e il
Decennio francese, Atti del Convegno, Maratea, I, Venosa, Croce, La rivoluzione
napoletana, Biografie, Racconti, Ricerche, Bari, Laterza, Saggio dell'umano
sapere, D. Scafoglio, Vibo Valentia, Sistema Bibliotecario Vibonese,A.
Jerocades, La lira focenseː un abate poeta in loggia, A. Piromalli e G.
Bravetti, Foggia, Bastogi. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. 1. T) Indaro , figliuolo
di Diifanto,e di Mirto, J» nacque in Tebe , città capitale della Beozia. Mono
il padre , eh’ era sonator di tibie , la ma- dre , eh’ era ancor sonatrice
sposò Scopelino , e , quindi , dopo la morte di lui , sposò Pagonida , ambi
professori di musica. Di qui è,ché al no- stro Poeta si danno tre padri , de'
quali due nel vero sono patrigni . Or questa sua sorte fece la sua virtù;
imperciocché nacque, visse, e morì tra le Muse, le quali a quel t&mpo erano
e ric- che, e nobili ,ed onorate. I suoi primi studj fu- rono la musica, e la
poesia, che apprese da Laso Ermìoneo, e che peifezionò sotto Simonide , ed
Eschilo i quali' fiorivano in quella età. Indi , , dato l'animo allo studio
delle scienze, seguì la , tutta la sua v»ta al modello della pietà . Tra gii
altri numi venerava spezialmente Pane, Rea, e Febo e siccome la sua casetta era
vicina al tempio ; , propagata per la Beozia , e non la scuola Italica J mica ;
onde fu scolare di Pittagora , e non di Talete. La sua dottrina dunque divenne
sacra, e tnis ica in modo , che pieno di queste idee, formò di Rea , egli era o
uno de' sacerdoti , o almeno il compagno e il partecipe de' sacri misteri. , a.
La sua dotta e saggia pietà fu P ornaménto, e'1 retaggio della sua industre e
faticosa famiglia. Imperciocché , ricevuti da Timossena , sua consor- te , un
maschio , chiamato Diofanto', e due fem- mine, per nome Protomache , e Polimeri
trasfu- , se col sangue la sua virtù per modo ne’ figli che gli mandava il
giorno e la notte al tempio dej padre, e della madre de’ numi. La sua casetr A9
me • #- , §a medesima era un tempietto dtvoto, in cui con vi- cenda soave si
passava dai coro alla mensa , e dalla cetra atta tazza , cioè dal travaglio al
riposo, e dal - ripeso al travaglio. Non senza ragione gli Spartani prima, e
qnndi i Macedoni, liberarono dall'in- cendio comune l'albergo di lui riguardato
qual ,, saero asilo delle Muse , e di Febo . Di fatti la faina di Pindaro era
sparsa per tutta la Grecia , e al di là della Europa; già che Serse nella sua famosa
spedizione n' ebbe ancor del rispetto , co- me dipoi n’ ebbe Alessandro gloria
del re della Persia» 3. Or qual si fu la vita civile di Pindaro? Ap* plicato
alla poesia , e alla musica , non cantava , che numi , ed eroi . L'antichità
vide e lodò i suoi carmi , Inni , Ditirambi , Treni , Peani , ed altri Lirici,e
Melici componimenti, rapportati da Sm- ela , che non vinsero la forza vorace
dell' igno- ranza, dell'invidia, e del tempo, e de' quali so- lo si mostrano
alcuni frammenti, da Stefano va- riamente, e con diligenza raccolti , Restano
dunque eli lui quattro libri de’ Vincitori Olitnpj , Pizj , Ne- mei , ed
istmici , de' quali Aristofane . grammatico di gran nome , ne fece una raccolta
, ordinata a suo modo, e chiamata Periodo. Ed egli è qui da notarsi , che tra
le opere di Esiodo si è serbata la Teogonia , e si è perduta 1’ Erogonia ; ma
tra quellf di Pindaro al contrario si sono serbati gl' Inni degli Eroi , e gl*
Inni degli Dei si sono perdu- ti . Queste opere f.inno la vita del nostro
Poeta, siccome le guerre, e i viaggi fanno la vita d’A- chille^ d' Uhsse. Ma
benché Pindaro per forma- re i suoi carmi divini dovea menar i giorni nella
pace , nel silenzio , e nell’ozio, e vivere con se stesso , col mondo , e co’
numi ; non potea di- spensarsi dal viaggio > e dal cvmraercio co’ Prmci- ,1
, quasi emulando la Dìgitized by Google 5 pi del suo tempo, e dal
conoscimento di varj po- poli , e di varj costumi senza i quali so'corsi ; non
si può essere, nè si può fare il Poeta. Ol- tre il viaggio di rutto e quanto il
mediterra- neo (eh* eia il viaggio alla moda in quel secolo) e’ vide Coma ,
Siracusa , e Cirene , e familiarmen- te u ò de’ Re e con confidenza trattò
nelle Corti. , Nelle giostre festive fu più volte e spettatore, e spettacolo ,
e sceso al paragone con Corinna , pian- se la v.irtù della Musa vinta dalla
beltà del- la Musa. In mezzo all’ armonia dunque il Teba- no cantore visse la
sua vita dividendo le ore fra , lo s'adio,ei! teatro, le due scuole dell’antica
vir- tù : e così finalmente morì , cadendo nelle brac- cia di Teosseno
giovanetto di Tenedo, dopo , avere ascoltato con sommo piacere una festa
teatra- le, ed armonica. N.ito nell' Olirne. 65. morì nell’ Olimp.36. di anni
84.,bìochè altri narrino altri- menti e la vita, e la morte di lui. La vita de*
saggi , sempre disputata , non è il corso di peri- gliose avventure gravi di
speciosi e nobili avve- 1 nimenti. Ella si legge ne loro libri , e tutti i qua-
dri d’ un Poeta formano il quadro di lui . E qui si offre il nome eh’ e' diede
a’ suoi carmi di qua- , dri . E’ chiamò ogni sua Canzone siSog, immagi- ne ,
simulacro , o per la varia sorte de’ versi Li- tici ; o perchè tal è la poesia,
cioè pittura, e ri- tratto o perchè siccome ad ogni vincitore si al- $, zava
una statua col nome dell'eroe, della pa- tria, e del giuoco $ e’ gliene voleva
alzar un’altra di versi , di quella più perenne ed eterna . E' fece u- so del
dialetto Dorico che più confassi con lo sti- , le sublime. Ma quello, che più
distingue Pinda- ro dag i altri Poeti si è P uso smoderato degli , Episodj
imitato non sempre felicemente , da ,, {'lacco .Lo stile delle sue poesie à
Lirico-tragico, A3 e tal % e tal volta Lirico-comico; imperciocché ,
siccome in Omero ci ha favole, e favolette , co>l in Pindaro ci ha canzoni,
e canzonette. Per questa ragione nel tradurle , ed esporle si è tenuta una
maniera diversa, secondo che oggi è fuso d’ Europa. Di fatti oggi in Europa è
in pregio solamente la poe- sia , e la musica Lirica , e questa è o tragica
detta altrimenti Pindarica , e Alcaica ; o comica , altrimenti detta
Anacreontica, e Saffica. Ne' tea- tri si unisce l'uno e l’altro stile Lirico ,
onde so- no i recitativi, come si dicono, e le arie. Ma l’Epica, e la
Drammatica , tanto tragica quanto , comica , è poesia disgiunta oggidì dalla
musica , ed *’sì deono rispettare le superbe vicende del seco- li . Ecco la
ragione, onde ho tradotte ed espo- ste le Odi di Pindaro all' uso del Guidi ; e
tal volta , ma di raro , all’ uso delle cantate da sce- na. Nèmisi
parlidistrofe, d'antistrofe, ed’ epodo ? di ternioni quaternioni , e
quinternioni ,j che oggi sono più che vecchie monete . Chi ha voluto tener le
usanze antiche , si ha dato una legge importuna, che poi ha dovuto pagare col
prezzo di tante gloriose fatiche. Chi non esalta il merito di Adimari , e
Gauter ? E pochi sono , che apprezzano le loro Erculee imprese ; e spesso hanno
errato per necessità di consiglio . Or la- sciando a tutti e traduttori , e
cementatori di Pindaro la gloria immortale del nome; io ho ardito d’
incominciare ad uso mio questo faticoso lavoro, e ho ardito ancor di compirlo a
mio mo- do. Se questa è una lode , io la confesso ; poiché mi è grato un onore,
che mi venga dal merito. Sog- giungo ancora d'aver letta, a quest’ uopo ,
Plutar- co , Eliano , Pausania , Clemente , Stobeo , Euse- bio Quintiliano,
Orazio, fra gli antichi ; Suida, , GiraJdi , Motóri , ">• Baile ,
Fabbiicio , Schmid io , A\ Be, , 6 Digitized by Google 1 Pindaro,
il quale, quando è gustato, è conosciu- to • |o confesso ancora di aver vinto
la causa , di cui la questione si fu: Se gl’inni Cristiani so- no da più , o da
meno, degl* Inni Pagani ? Io proposi, son già molti anni passati, che sono da
più ; e per dimostrarne l'assunto col fatto, tra- dussi ed esposi gl’inni
Cristiani , e gl'inni Paga- ni, e lasciai la causa alla fede, e alla ragione
de* - giudici. Pubblicati gl’inni d’ Orfeo e di altri e ,, quindi le Odi d’
Orazio, non restavano, che gli Inni di Pindaro al compimento dell’opera. Ecco
la iuta fede legata già sciolta. Chi legge , se ha sénno vegga e conosca la 4;
,, verità . A non voler dir altro , basta il dire che , negl'inni Pagani o
manca la persona, o rrnnca il soggetto, eh’ è la virtù., E se dicesi, che ap-
presso i Pagani tal era la persona reale , e tale il soggetto dell* inno; io
dico che cangiate le idee, , dubbiamo venerare le nostre. Ma le Liturgie, per
una sorte comune sono ignorate da chi le , adora, e conosciute da chi le
disprezza. Quindi è , che questa causa spetta al giudi ciò de’ posteri come
accenna nella Od. i. Olimp. il nostro poe- ta. Nel resto non può negarsi,
essere oscura e confusa 1 antichità, e chiara e distinta h nostra età, in cui
quel che si legge, si vede, e quel che si vede , s’ intende . Per me m’inebbrio
di gioja quando canto nel coro un inno de' nostri; e. nel cantare un inno
Pagano , sia superbo e pomposo, non mi sento nel petto un senso di dolce pietà.
£ non abbiamo noi i nostri agonistì, i campio- ni» -gli atleti r , gli atlanti,
gli aicidi di Cristo? Altro che kcorsa f , e Ja lotta, sono le virtù del- Benedetti,
Aditimi, Stefano, Gaìitefj ed altri fra i moderni e di averne tratto profitto
ma , di. aver sempre apprezzato sovra di tutti lo stesso la Chiesa . Si
legga solo F inno di Venanzio gio- , vanetto, e santo deli’ Umbria, e si vegga,
quai sono in vero gii eroi. E’ non vi ha dubbio, che iti Pindaro vi sono le più
belle sentenze e mo- , lali, e politiche che il suo stile spesso è orien- ;
tale, come lo stile liturgico di Asaflfo, d' Orfeo d’Omero, e di Ossian; ma
queste bellezze, che di rodo si ammirano ne' poeti Pagani, ne’ nostri sono e
profuse, e neglette. 5. Mi resta a dir due parole su i Giuochi, che formano F
argomento dell’ opera • I Giuochi , dette ancora feste giostre certami agojii ,
con- (,,, trasti ) erano o ginnici , o musici . I musici eran prode del conto,
del suono, della poesia, della storia, e della eloquenza; e tal volta erano
dispu- te circolari da scuoia. Questi si davano d' ordina- rio neU’Odèo, nel
Musèo, nel Licèo, nel Teatrone di rado assai nello Stadio, infra il romor delia
turba, il vincitore avea la corona, la sta- tua, e il soldo pubblico,e forse
Finno della vit- toria. Mi questi giuochi non eran molto famosi. I Giuochi
ginnici erano o sacri , o profani . £ profanieranolascherma,ei!
bersaglio,edaltri, destinati col tempo alle pene de’ rei., I sacri &
solenni eran cinque, la corsa , la lotta, la pugna , la danza , la palla ,
detti in generale Pentatlo da' Greci , da* Latini Qoinquerzio , e tal volta
Pan- crazio , benché il Pancrazio comprendea solamene te;la pugna, e la lotta* La
corsa era a piedi, a nudo', o armato a cavallo , o frenato , o senza ; freno ;
e col carro , tirato da due.> o da quattro cavalli £ Il premio della ,virtù
eia kt stessa virtù; o pure una corona di olivo f di lauro , d’ apio , di rame
, o di ferro ; una statua col nome so»* della patria, del giuoco; e un inno di
lode, ond’ era accom- pagnato* litornapdo' in trionfo, alia patria* 11
Digitized by , 1 luogo di questi Giuochi era lo Stadio , in tre
par-* t» diviso, e distinto con tre colonnette. Vi prese* devanoi pubblicimagistrati
cometestimoni egiu- ,, dici delle contese. Tali feste, instituite da Ercole, da
Pelope , da Enomao da Ifito e p;ù volte tralasciare , e più volte riprese si
celebravano , nel principio d' ogni cinque anni piade non era diversa dal Lustro,
che fu la gran festa degli antichi Romani. Questa città, eh’ è stata sempre la
madre degl randó altre insegne e divise , onde vivano ignoti al mondo, e noti
solo a se stessi. Vivi fra * morti , e mprti fra i vivi , passano in pace la
vira e fanno il lor nome risonare nel silenzio , della virtù. Fra molti, che io
venero, ha luogo Gaetano Ancora Napoletano giovane d’ alti ta- ,, lenti , e di
aurei costumi . E’ rubando agli alti , affari politici, e al vigor giovanile, e
alle ombre notturne poche ore del tempo le consacra a quel ,, profondo studio ,
che da' primi anni coltivò , d* una maschia e robusta Letteratura, Ebrea Greca,
, e Latina , e va di quando in quando esponendo una parte di quella Sapienza
vera, che nel tesoro delia età vetusta si serba come un sacro depost- , ,,
<5. Molte, e varie notizie si sono d'america vate 11 da Pausania , da Natale
de Conti , e da saggi scrittori delle Greche antichità , Ma disperando di
poterne qui dare un Saggio compiuto che ser- , visse di scorta alla legione di
Pindaro, ho prega- to il mio doke amico, e maestro Gaetano Anco- ra y il quale,
tra le gravi cure della Corte, cori va . con applauso universale i più severi
studj della Letteratura, oggimai quasi moribonda e spirante.- 1 ingegni , e la
scuola di tutte le Muse non ar- , 1 disce più di onorare il nome de suoi gran
figli col titolo di saggi e di dotti e va lor proccu- ,, , onde T Olim-
JO to della umani , e divina ragione . Quindi la Repubblica delle lettere gode
di tante dissertazioni dilui, chesonodiraro, diutile, edifestivo argomento , e
che raccolte si daranno a. suo tem- po al'a luce. Or egli piegandosi
gentilmente al- , le mie premurose preghiere, ha scritto un Saggio tu i Giuochi
solenni di Grecia, il quale, stampa- to alla fine del libro la erudizione
comune , serve al- e al rischiaramento delle ©ni di Pindaro. Perciò son io
contento delle mie fatiche , le quali con questo lume compariranno , come spero
, meno oscure , e meno importune $ e la Musa Dircèa sarà più sacra, e più
venerata. A vero dire non deve un Poeta ri sublime , e sì sacro , come colui ,
che canta da eroe le virtù degli eroi giacersi nell' ingrato obblìo d' una fa-
, cile indifferenza , o d' una criminosa ignoranza? eseiohofattosì, cheil
suonomesiatranoi p ù conosciuto , ed imitato almeno nelle sentenze, se non si
può-nello stile, ^Sublimi feriam sidera Tropea. Palazzo Sant'Anna.
odierna sede del Municipio ed ex Collegio dei Gesuiti. Jerocades visse da filosofo
inquieto una esistenza drammatica. Pur affascinato dalle idee di libertà di cui
si è fatto assertore e promotore, non smise mai di produrre opere di natura
religiosa e devozionale, anche pervase di amore e tenerezza, soprattutto verso
la Vergine Maria. E' un ecclesiastico che non sovrappone il livello della
politica a quello della fede, ma tenta piuttosto un equilibrio che apparirà
fortemente precario e non convincerà nè il potere politico nè il potere
religioso. Dall'una e dall'altra parte fu perseguitato per tutta la vita,
tuttavia non sconfessò mai la sua fede cristiana, nè resistette fermamente al
tiranno fino alla morte. Quest'uomo che le istituzioni hanno più volte
punito secondo i loro statuti con il carcere e con l'esilio fu un 'uomo
contro', ma non aveva la vocazione al martirio. Io mi fermerò a
considerare l'ultima prigionia dell'abate Jerocades. Fu la conclusione di una
vita oltremodo inquieta. A Tropea, nel collegio dei Padri Redentoristi, il 19
novembre 1803, non si chiudeva solamente una vita, si spegneva il tentativo di
conciliazione di un credente massone e giacobino con il mondo moderno. UNA VITA
ESAUSTA L'abate Jerocades non aveva la vocazione al martirio e tuttavia
la sua vita inquieta è stata vissuta nella lotta, una opposizione ideologica
contro i potenti e una tuonante avversione al mondo clericale. Il terremoto
del Capo, questa operetta indiavolata, come la definisce Tigani Sava, ci dà la
misura di quanti fossero i suoi nemici, ma anche di quanto egli sapesse usare
la lingua e la parola per colpire, offendere, insultare. La parola fu la
grande arma che Jerocades usò per illuminare le menti, per eccitare i cuori,
per aggredire chi lo contrastava, per lottare i suoi numerosi nemici.
Dotato di grande facilità di parola, scriveva e verseggiava con facilità e
spesso dava alle stampe i suoi scritti senza rileggerli. L'ultima
prigionia a Tropea, nella casa dei Redentoristi, fa pensare a Daniele nella
fossa dei leoni. Ma l'accostamento biblico ci richiama anche altri protagonisti
calabresi di utopie religiose e politiche: penso a Fiore, a Campanella, profeti
perseguitati per i loro sogni di libertà. Con uno spessore certamente diverso,
ma con un'ansia di fondo che ha una matrice comune nella natura rivoluzionaria
del cristianesimo. Credo sia opportuna una riflessione sulla condizione
ecclesiastica di Antonio Jerocades e sulla sua formazione, perchè ci consente
di cogliere elementi di approfondimento in lui come anche nelle figure più
rilevanti del giansenismo, del protestantesimo, del giacobinismo, della
massoneria: tutti più o meno di provenienza culturale e ambientale non solo
cattolica, ma specificamente ecclesiastica (si pensi a Salvi, Aracri, Serrao,
Padula, Angherà, Nudi o altri meno noti). Il valore culturale, etico,
sociale di queste personalità e della loro opera in Calabria e fuori, osserva
Mariotti, e stato messo in rilievo da studi seri ed accurati, "che
tuttavia non sempre superano del tutto la tendenza ad interpretare
illuministicamente l'aspetto contestativo soprattutto in chiave di apertura
alle novità, al progresso contro l'ignoranza, l'arretratezza, il bigottismo
degli am bienti ecclesiastici. Pare sia più maturo un ripensamento, almeno
su alcune complesse personalità: anche per capire meglio il dramma umano,
religioso, morale di questi uomini, spesso condizionati dal disagio di una
vocazione non autentica, talora esasperati da situazioni realmente invivibili;
e per cogliere, al di qua dell'asprezza delle manifestazioni, la radice
autenticamente cristiana e cattolica di certe esigenze e critiche, nello
spirito in cui oggi leggiamo e accettiamo i rilievi al loro tempo sospetti, di
Muratori sulla Regolata devozione dei cristiani, di SERBATTI su Le cinque
piaghe della chiesa." Penso che, leggendo l'ancora inedita Orazione
per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio nell'Università di Napoli,
detta da Antonio Jerocades, questa riflessione si riveli quanto mai opportuna.
Egli, rievocando gli anni della giovinezza, ricorda: "... Nato in un
ignoto villaggio dell'estrema Calabria da parenti oscurissimi, applicati alla
pesca, alla navigazione, al commercio, respirai le prime aure di vita, tra i
remi e le reti, nè mi sentia fremer d'intorno di altro il linguaggio che del
dolore, dell'opera, della fatica, i tre compagni primieri de' dolenti, operosi
e travagliati mortali, nè di altre immagini la mia mente bambina poteva
ricolmarsi giammai, che di povertà libera e di libertà bisognosa... piacque a
mio padre di ascrivermi tra l'ordine clericale e gà cominciai pur io, e ben per
tempo, a menar la vita tra i Salmi e gli Inni, imparando, ed insegnando ogni
giorno le Christiane dottrine... Chiuso il Seminario vidi e conobbi i primi
elementi dell'umano e divino sapere, e mosso dalla fama del Martorelli e del
Genovesi venni a Napoli ad ammirare quei due valenti e in filologia e in
filosofia, e con essi loro mi strinsi in familiare e soave
amicizia." E' altrettanto importante annotare che la preoccupazione
per il seminario rappresenta per i vescovi calabresi nella seconda metà del
'700 la volenterosa disponibilità di attuare una delle poche veramente
innovative prescrizioni tridentine. Ma in realtà molti seminari furono semplici
convitti, che potevano influire su una percentuale ristretta del clero, in
quanto spesso surrogavano i collegi per i laici, mentre i chierici in genere
erano formati con un'infarinatura di morale e di cerimonie dai parroci di
campagna. Una circolare del 3.XI.1802 per la diocesi di Tropea ritiene validi
10 giorni di ritiro come preparazione all'ordinazione sacerdotale di coloro che
erano stati presentati dai parroci. Si trattava di una preparazione intensiva,
che era tutto ed era poco! Il clero che proveniva dai seminari invece si
qualificò più per gli aspetti culturali che per quelli pastorali. Per
molti lo stato ecclesiastico rappresentava soltanto una carriera ambita. In un
ambito di cristianità il prete era il notabile, circondato da uno steccato di
privilegi. La vocazione era pertanto nella linea delle pressioni sociali.
Moltissimi erano i preti al di fuori di ogni quadro pastorale: gli abati
oziosi, i preti altaristi, i pedagoghi, gli eruditi, i commercianti, i sensali,
i selvaggi, i preti coniugati, gli eremiti. I sinodi sono pieni di richiami
agli abusi di questo clero che, privo di forti ideali, dopo aver
"strapazzato" la messa e l'ufficio, si dava all'ozio, agli
spettacoli, al cicisbeismo. Del resto va notato che il Concilio di Trento
aveva obbligato i vescovi a fondare i seminari, non i candidati agli ordini ad
entrarvi. La cura animarum suprema lex era molto disattesa, pur essendo
un principio fondamentale del Tridentino che aveva posto come capisaldi della
vita diocesana le visite pastorali, i sinodi e i seminari. Ma anche i sinodi
nel '700 diventano sempre più radi: a Tropea l'ultimo sinodo celebrato è stato
di Ibanez nel 1702: nessun altro sinodo verrà celebrato nel corso del settecento
e fino al vescovo Vaccari nel 1883. La preoccupazione per il seminario
appare sempre viva e addirittura appare quasi ossessiva in un vescovo latitante
come Gerardo Gregorio Mele nella corrispondenza col suo vicario don A.
Meligrana. Questo vescovo fu l'ultimo a reggere la diocesi di Tropea prima
della sua unione con Nicotera. Durante il suo episcopato avvennero fenomeni che
hanno cambiato il corso della storia, ma egli riuscì (e non fu per nulla il
solo!) a rimanere fermamente legato alla tradizione; durante il suo episcopato
morì a Tropea Antonio Jerocades. Sugli anni compresi sembra prevalere un
grande silenzio su Jerocades nei documenti vescovili o comunque tropeani.
Mentre il Martuscelli, primo biografo del Jerocades, ci riporta con alquanta
dovizia di particolari l'ultimo periodo di vita dell'abate (cfr. Accatatis,
Uomini illustri della Calabria, Cosenza, 1877), le notizie che abbiamo di lui
dai contemporanei locali sono molto scarne e tendenziose (Vito Capialbi,
Memorie per servire alla storia della santa chiesa tropeana, Napoli, 1852;
Michele Paladini, Notizie storiche sulla città di Tropea, Catania 1930 - ed.
anastatica a cura di S. Di Bella). Quasi irreperibili nell'archivio vescovile
di Tropea. Quello che ci lascia interdetti è la mancanza di fonti 'tropeane',
degli uomini di cultura suoi contemporanei o quasi: Galluppi, ad esempio, o
Politi, o Scrugli, o Melograni... Gli archivi locali, sia quelli
ecclesiastici che quelli privati, sono molto avari di notizie. Nell'archivio
vescovile di Tropea è assente il suo nome, se si eccettua un documento di
dispensa dall'età canonica per l'ordinazione sacerdotale e di annotazioni sulla
sua assenza da Parghelia nelle visite pastorali: Visita Paù: nell'elenco
dei preti di Parghelia manca Jerocades; 17.03.1794 - Visita Monteforte:
adsunt extra patriam... D. A. Jerocadi; 09.09.1795 - Visita Monforte:
absens...: A. Jerocadi; Visita Mele: D. Antonius Jerocadi absens.
Negli archivi privati si è trovata qualche piccola traccia del suo passaggio
nell'archivio Meligrana di Parghelia: una lettera di Vito Capialbi, datata
Monteleone 8 Nov. 1837 a Don Giuseppe Meligrana ricorda che "le cose di
Jerocades [per lui trascritte] non sono che ordinarissime composizioni, ma di
un autore così celebre ogni cosuccia è buona". E più avanti ricorda ancora
di aver avuto in regalo dal nipote di Jerocades (Raffaele) "un autografo
in francese e in italiano di suo zio". Da Parghelia, attraverso don G.
Meligrana, Vito Capialbi ha avuto molti testi di Jerocades, che dice di
conservare nella sua biblioteca (Cfr. Memorie, cit.). L'archivio più
fornito dovrebbe essere quello dei Jerocades-Colace che allo stato attuale
risulta pittosto disperso, diversamente da come era stato rilevato da Tigani
Sava, relativamente alla produzione di Jerocades (Cfr. il contributo
bibliografico più completo - pur se con qualche piccola carenza - di Francesco
Tagani Sava in La Calabria dalle riforme alla restaurazione, S. E.
Meridionale. Il silenzio delle fonti tropeane del periodo che corrisponde
agli ultimi anni di vita di Jerocades sta ad indicare la sua emarginazione,
dovuta a una avversione profonda, soprattutto da parte del clero tropeano, che,
nel Terremoto del Capo, era stato oggetto di derisione e di gravi accuse di
immoralità, ma anche del mondo laico che non condivideva le idee giacobine
dell'abate, anche se alle logge massoniche da lui fondate, o che, come dice
Gaetano Cingari, certamente influenzò, a Parghelia e a Tropea, in molti avevano
dato la loro adesione. Tanto meno fanno menzione di lui gli accademici degli
Affaticati. Jerocades viene ignorato, sia perchè è scomodo, sia perchè è ostile
e pericoloso politicamente, sia infine perchè ha usato la parola come arma che
ha colpito duramente. Forse non e esagerato pensare che si aspettava il
momento giusto per presentargli il conto. LA SOLITUDINE DELLA MORTE
Il Martuscelli racconta con dovizia di particolari gli ultimi anni della vita
di Antonio Jerocades e la sua morte. "Nel 1799 fu mandato in
Francia", egli scrive: in realtà, più precisamente, fu esiliato con altri
500, mentre Colace e Mazzitelli erano stati uccisi. Il Jerocades figura tra gli
esiliati a Marsiglia per i fatti del 1799 e, nell'elenco dei condannati dalla
Suprema Giunta di Stato, si fa anche una descrizione fisica dell'abate. A
Marsiglia scrive tra l'altro l'orazione funebre per Vincenzo suo fratello. Nel
mese di agosto 1801, dopo la pace di Firenze, rientra in Italia a Civitavecchia
con la nave e da lì a Roma dove 'si ammalò mortalmente'; riavutosi andò a
Napoli e da lì giunse a Parghelia il 4 Novembre 1801. Dopo dieci mesi
(settembre 1802) "fu mandato nella casa del PP. Liguorini di Tropea, e
dissesi che ciò fu per correggerlo di quanto avea scritto nell'elogio funebre
di suo fratello Vincenzo", denunziato da Giuseppe Costanzo per vilipendio
in quanto nella detta orazione aveva parlato male del cardinale Ruffo.
L'ordine era di tenerlo segregato. E all'inizio l'abate "viveva nella
quiete", scrive il Paladini, che fu testimone oculare della sua prigionia;
il quale aggiunge che, cominciando (il Jerocades) al suo solito a satirizzare,
perdè la confidenza dei religiosi". In realtà la situazione appare
più complessa, come risulta dalla lettera di Migliaccio, successore del
Pappaona, inviata a Mele e conservata a Tropea nell'archivio Francia:
Ecc. Rev.ma con ven.ta carta del dì 21 del passato giugno V. E. Rev.ma
partecipò al mio antecessore che il sig. Preside della Provincia, col parere
del sig. Av.to F.te D. Luigi Calenda le avea scritto che il superiore di questa
casa, quante volte i medici ne conoscano la necessità, potrà far uscire a
camminare il sac. D. Antonio Jerocadi di Reale ordine qui detenuto, in
compagnia degli individui di questa Comunità. E' il detto mio antecessore
subito, con più di buon core che di considerazione, le risposte che
avrebb'eseguiti gli ordini. Ora io mi dò l'onore di rappresentarle, che essendo
nei principi del passato luglio venuto da quella di Catanzaro a governar questa
Casa, ho trovato che non si era potuto eseguire quanto di buon cuore si era
mostrato di voler eseguire; imperciocchè essendo qui una piccola Comunità, e
vivendosi, come si vive tra noi, ritirati nelle proprie stanze, ci parliamo un
poco dopo pranzo e dopo cena; e quando poi si esce un po' a camminare, ch'è un
par di volte la settimana, allora ci comunichiamo insieme i nostri sentimenti o
il nostro approfittamento nelle lettere, o nello spirito; e sarebbe anzi una
noia uscire in compagnia di persona, con cui non si ha confidenza. Ma questo è
poco. I Reali ordini rispetto al predetto sacerdote sono di non farlo uscire,
nè trattare con nessuno; e di ciò il Sig. Ud.re Perrotta ne volle firmato un
obbligo dal passato Superiore. Ormai il Sig. Preside dice: quante volte i
medici conoscano la necessità di farlo uscire, il superiore potrà permetterlo,
ma in compagnia degl'individui di casa. Resterebbe dunque a carico del
superiore la verità della cognizione dei Medici, e la necessità del Jerocadi.
Cotesta risponsabilità non si vuol'aver'affatto. Risponderà ogn'individuo della
propria condotta; ma non potrà rispondere di quella degli altri. Il superiore
passato non dovea pur firmare quell'obbligo; ch'egli non era fatto castellano
nè carceriere. La M.S. si confidava della di lui religione; ed egli, ed ogni
successore si facea un pregio di custodirlo, e di rappresentare subito ogni
trasgressione, che mai ci fossa stata. Per le quali ragioni, e per altre, che
non è necessario di esporre, non è eseguibile di farlo uscire in compagnia
degl'individui di casa. All'incontro il Jerocadi fa delle premure presso di me,
rappresentando i suoi mali, e 'l male dei mali, ch'è la sua vecchiaia, o amara
decrepitezza. Ma io non vedo altra via da poter'esser'abilitato, se non che, se
il Sig. Preside, per compassione dei mali di questo infelice, si assicuri egli
della cognizione dei medici e delle necessità del Jerocadei, e così lo abiliti
a uscire a camminare in compagnia di altro sacerdote secolare ben visto
all'E.V.Rev:ma. E pien di rispetto le bacio le sacre mani, e chiedo la paterna
benedizione. Collegio di Tropea 3 Agosto 1803 U.mo e obblg.mo
servitor vero e suddito Giacomo Migliaccio del S.mo Red.re Di
V.E.Rev.ma Mons. Mele Vescovo di Tropea "In quel soggiorno -
scrive ancora il Martuscelli - molto si indebolì la sua salute - pur nondimeno
scrisse molte cantate, sonetti, molte orazioni sacre, novene di alcuni santi,
tradusse il salterio. Finalmente logoro dai disagi e dalla improba applicazione
allo studio munito dei santi sacramenti nei sensi della vera pietà rese l'anima
a Dio... Da colà fu il suo corpo trasportato nella patria, e depositato nella
sepoltura dei sacerdoti". Muore il 19 Nov. 1803 e non il 18 nov.
1805 come scrive il Martuscelli e dopo di lui tutti gli studiosi di
Jerocades. L'atto di morte si conserva nel registro della parrocchia di
S. Demetrio di Tropea ed è stato trascritto anche in quello della parrocchia di
Parghelia. Li riporto entrambi, oltre che per precisare e definire la
data di morte, anche per farvi notare delle coincidenze e delle
differenze: Anno 1803 - Parghelia - Parrocchia di S. Andrea Apostolo
Atto di morte Rev. Sacerdos D. Antonius Jerocades, annum sextum ac
sexagesimum cum attigisset, sacramentis opportunis rite munitus, die decima
nona dicti novembris obiit Tropeae, in domo Patrum SS.mi Redemptoris; cuius
cadaver in hoc casale delatum in Eccl.ia Archipresbiterali S. Andreae Ap.li in
sepultura sacerdotum tumulatum fuit. A. arch. Taccone
TROPEA - Parrocchia di S. Demetrio - Anno 1803 Atto di morte
Sacerdos Antonius Jerocades casalis Pargheliae hujus Diocesis utriusque juris
atque sac. Theologiae Doctor. Professor publicus in Universitate Neapolis,
sexaginta quatuor fere annis natus, munitus sacramentis poenitentiae et
Eucharistiae postea subita morte peremptus, animam exspiravit, eiusque cadaver
in ecclesia archipresbiterali casalis Pargheliae tumulatum fuit.
Franciscus Antonius Grillo Vito Capialbi, precisando che Jerocades fu
sacerdote, che "dopo varie, che diresti romanzesche vicissitudini,
involuto nelle tristissime vicende dal 1793 al 1799, e fino al 1802 andonne
ramingo in Francia, ed in altri Regni d'Europa; e già era rientrato nella
patria in seguito del trattato di Firenze del 1802. Finalmente, stando nella
casa de' PP del SS. Redentore di Tropea, morissi ai 18 novembre
1805". Per concludere che "più copiose notizie di questo vasto,
e stravagante ingegno si riferiranno nelle nostre Centurie degli scrittori
calabresi". Di questo periodo della vita esausta dell'abate
Jerocades sono state dette certamente delle esagerazioni (il tetro carcere - la
cella - le punizioni - le torture... il veleno - cfr Didier), non suffragate da
alcuna documentazione, ma solo ampiando voci e dicerie, ma tante altre cose
sono state taciute. Stupisce però che il vescovo Mele, nella visita ad
limina del 1804, presenti una visione idilliaca del clero e della diocesi,
mentre nella visita pastorale del 1808 e in altri documenti conservati
nell'Archivio storico di Tropea tuoni contro la disobbedienza e
l'ingovernabilità del clero e contro l'immoralità dilagante: nessuna nota
abbiamo potuto rintracciare relativa al caso Jerocades, tranne tracce indirette
nell'Archivio Meligrana di Parghelia e la lettera del P. Migliaccio al vescovo
Mele... Nell'archivio dei PP Redentoristi della casa provinciale spero
possa essere trovato del materiale documentario che già lascia intravvedere il
P. Giuseppe Orlandi, storico dell'ordine, il quale in Specimen Historicum
CSSR-A.XLII.1994.FI "I Redentoristi napoletani tra ricoluzione e
restaurazione" dedica pagine interessanti all'abate Jerocades. Era comune
che le autorità inviassero dei condannati al soggiorno abbligato a scontare la
loro pena in qualcuna delle case della Congregazione. "Per quelle
calabresi - scrive Orlandi - si trattava di un compito assegnatogli dal
dispaccio regio del 22 marzo 1790: 'Qualora i vescovi diocesani o vicini
per correzione volessero mandare dei preti o chierici a fare gli esercisi
spirituali nelle loro case, dovranno sempre riceverli, con esigere anche per
compensare del loro incommodo quell'oblazione che non venga eccedere il tarino
al giorno, pel tempo della dimora che da quei preti o chierici si sia fatta
presso di loro' "". L'ordine reale veniva poi eseguito dai
vescoli. Pertanto i Redentoristi "si trovavano nell'impossibilità di
sottrarsi a questo forzato esercizio dell'ospitalità, che tra l'altro non era
sempre immune da rischi, come nel caso Jerocades." Nella lettera del
P. Migliaccio si afferma con forza: " Il superiore passato non dovea pure
firmare quell'obbligo, ch'egli non era fatto castellano, o
carceriero". Il Padre Giuseppe Orlandi, storico dei Redentoristi,
riporta un passo di Giuseppe Capasso (Un abate massone del secolo XVIII, Parma,
1884). "Che in questa nuova relegazione il Jerocades abbia
continuato a mostrarsi secondo i casi massone e rivoluzionario, si può facilmente
ammettere, anche perchè è certo che non cessò mai dallo scrivere ed
improvvisare al modo antico. Ma l'esilio, quantunque raddolcito dalle cure di
chi l'assisteva, diè l'ultimo crollo al suo cervello, di già a bastanza
indebolito". Naturalmente, se a Jerocades era sgradito soggiornare a
Tropea, ai Redentoristi lo era ancor più il doverlo ospitare:
"Durava da un anno quello stato di cose, quando il Ierocades ottenne di
poter passeggiare fuori clausura, accompagnato da uno di quei frati. Ma, proprio
il giorno in cui cominciava a fruire di tale concessione, intavolato col
compagno una discussione di teologia, non essendo contento delle risposte
dell'altro, passò dagli argomenti alle impertinenze, e poi "usando
dell'estro poetico", sepellì il frate sotto una valanga di contumelie.
Ricorse perfino al bastone, e buon per il frate che riuscì a
scansarlo". La lettera del padre Migliaccio sopra riportata conferma
quanto scrive il Capasso. Il padre Orlandi conclude che "invano i
Redentoristi ricorsero ripetutamente alla corte per essere liberati dalla
sgradita presenza di Jerocades che rimase a Tropea fino alla morte".
Il teologo Raffaele Paladini ci lascia una testimonianza di prima mano. Dopo un
giudizio fortemente negativo: "Fiorì soprattutto a' suoi tempi [del vescovo
Monforte] D. Antonio Jerocades di Parghelia noto nella repubblica letteraria
per talenti e cognizioni; non sempre tuttavia seppe scriver bene soprattutto
nella prosa; volle poi trovare per tutto i delirii massonici; e fu traditore
degli stessi sedotti da lui; in breve il suo stile fu imperfetto, la sua
scienza non retta, la sua morale non buona". Il teologo ci lascia questo
racconto della morte di Jerocades: "Morì ai suoi tempi [del vescovo Mele]
D. Antonio Jerocades. Questi, ritornato dalla Francia dov'era stato in
esilio dopo il 1799, fu denunziato da Giuseppe Costanzo, da Parghelia quale
autore di autore di una orazione funebre di un suo fratello, dove parlava male
del Cardinale Ruffa ricuperatore di questo regno; quindi fu chiuso dal Ministro
Pirrotta tra i Padri del Santissimo Redentore di Tropea sotto il rettore
Pappaona. Ivi sulle prime viveva nella quiete, ma, cominciando al suo
solito a satirizzare, perdé la confidenza de' religiosi. Caduto infine in
delirio malinconico, e dubitandosi di sua vita, il Vescovo delegò tre membri
del Capitolo, cioè l'Arciprete e il Penitenziere Mazzitelli e il Teologo
Paladini a ricevere la sua professione di fede. Egli, invitato a ciò, diè
segno di approvazione, come il diè in tutta la lettura di detta professione.
Richiesto a sottoscrivere, prese la penna, e scrisse le due prime lettere del
suo nome A ed n, ma poi invece di seguire a scrivere il t col resto, scrisse g.
Allora il padre Migliaccio gli rimproverò forte ch'ei volea dirsi Angelus, con
fargli altresì delle minacce per questa e per quella vita: per lo contrario il
Teologo disse: o egli in questo momento è nel delirio, ed a chi parliamo noi? o
è in retta ragione e sarebbe meglio prima indurlo al dovere con convincerlo,
con pregarlo ecc. Intanto l'ammalato proseguì la sottoscrizione col rimaner
sempre il g, ma col fare il r e tutt'altro, come gli dettarono i tre delegati.
Munito poi de' sacramenti dal Parroco, morì e fu trasportato ad essere
seppellito in Parghelia." Questo racconto ci fa intravedere quali
fossero le preoccupazioni del vescovo Mele (solo formali e... di salvare
un'anima!) e quali fossero i sentimenti del Paladini, il cui zio Gaetano
l'abate aveva fortemente fustigato e vilipeso nel Terremoto del Capo. Sul
versante laico il racconto di Charles Didier (1805-1864) in L'Italie
pittoresque, Pigoreau, Paris, 1835, appare assai ricco di anticlericalismo e di
spirito romantico: Jerocades, autore della Lira focense "fu crudelmente
perseguitato. Relagato nella sua città natale nel 1815 (sic!), ebbe per
prigione un convento in cui i monaci, razza fanatica, ritenendolo ateo e
giocobino, si resero compiacenti esecutori delle vendette reazionarie dei
Borboni di Napoli. Investiti da questo ministero poco cristiano, l'esercitarono
con una barbarie meticolosa e veramente monacale. Non vi sono torture che essi
non inflissero al carbonaro poeta: il povero prigioniero morì presto, e colui
che gridava, in uno slancio di benedizione, "Vita, dono del ciel, sei
bella, ti amo. Perchè ti so...", vide i suoi giorni spegnersi nella
prigionia oscura, silenziosa d'un chiostro fanatico e persecutore. La salma del
martire riposa a Tropea in attesa del Pantheon riparatore che riunirà in un
solo altare tutti i martiri dispersi della libertà italiana. La terra sia
loro leggera fino al giorno prossimo delle riabilitazioni!" La fonte
del Didier era certamente legata allo spirito patriottico che aveva bisogno di
creare i martiri. Questo spiega anche la data errata del 1815 e il riferimento
alla salma che riposa a Tropea mentre sappiamo che Jerocades fu seppellito a
Parghelia. Nella prefazione alla Lira Focense pubblicata a Cosenza nel
1812, Francesco Migliaccio accentua il carattere persecutorio: "fu dalle
calunnie, dalle persecuzioni e da mille disastri assalito ed oppresso. Credette
farsi schermo e difese [...] negli occulti recessi della sua patria. Ma per la
malvagità dei tempi... fu nella sua veneranda vecchiezza rinchiuso nella casa
di Missionarj di Tropea. Quivi nella indigenza, schiacciato dalla ferrea mano
che l'oprimeva chiuse i suoi giorni". A parte i comprensibili toni
romantici del Didier e di Francesco Migliaccio, l'abate Jerocades chiuse i suoi
giorni nell'abbandono e nella solitudine, senza un'ombra di affetto o di pietà.
Neppure la visita del Pepe a Tropea potè dare ristoro al vecchio poeta, che non
trovava più motivi al suo canto. La sua voce, un tempo bellissima e
ammirata, adesso era solo il lamento di un uomo finito che vedeva stroncarsi
senza rimedio il suo cocente anelito alla libertà. La morte improvvisa che lo
colse dopo aver ricevuto i sacramenti della penitenza e dell'Eucarestia ha
trovato un uomo distrutto e che nelle parole del salmo 50 da lui amato ha
trovato l'ultimo motivo per affidare alla forza della parola l'anelito del
cuore. UN DIGNITOSO CONGEDO Non fu una morte normale quella di
Jerocades: nella sua inquietudine non bastò la famiglia dei liberi muratori,
non soccorse l'avventura giacobina, diede sofferenza la chiesa alla quale
apparteneva. Nella post-fazione dedicatoria l'abate Jerocades ricorda che
alcune poesie che formano la Lira focense sono sacre e ricavate dai libri
cristiani e ne dà una spiegazione storica; ma a me sembra che egli voglia darci
atto di non aver mai abbandonato la certezza cristiana come in questa Salve
piena di affetto e di fiducia. O Regina, il Ciel ti salvi. Di Dio
madre, e sposa, e figlia, Volgi, ah volgi a noi le ciglia, Bella
madre di pietà. Mostra vita, e nostro bene, Nostra speme, e nostro
amore, Volgi a noi quel tuo bel core, Ch'è la stessa carità.
Figli di Eva, abbandonati, Dell'esiglio a' lunghi affanni, Dal
furor dei rei tiranni Chi ci salvi, oh Dio! non c'è. Senti il
grido, ascolta il pianto Di chi giace in ree catene, Bella Madre,
in tante pene Ci volgiamo afflitti a te. Dunque o nostra
Protettrice, Volgi a noi quel tuo bel ciglio; Mostra a noi quel tuo
bel figlio, Quando ha fine il lungo error. Tu sei madre assai
pietosa, Bella Vergine Maria; Tu sei dolce, e tu sei pia,
Tutta pace, e tutta amor. E mi appare persino commovente la
Novena alla Madonna di Portosalvo, che l'abate Jerocades dedica a Raffaele suo
nipote, figlio del fratello Vincenzo: "Nel Castello dell'Ovo, villa
un dì di Lucullo, ove fui tre anni prigioniero di stato dopo tre anni di esilio
e in altri prigioni e in altri esili, dopo Dio non ho altro obbiettivo delle
nie cure e delle mie preci che la Madre di Dio. Serbando fede alla
patria, l'ho sempre invocata col nome di Madonna di Porto Salvo, e questo
conveniva ancora al mio stato perchè nelle tempeste si cerca un porto e nelle
battaglie si cerca un asilo, impaziente di altra dimora: "Ch'io son
vivo al desir, morto alla spema". Gravato d'anni e d'affanni, ho
scritto questa Novena che a voi, caro nipote, offro e consacro qual dono e qual
debito. Io ve la consacro qual dono poichè è frutto dei miei studi e dei
miei talenti. Sono povero di fortuna e quel che mi ha dato la natura, spetta
anche a voi quando non disdegnaste di dirvi mio nipote". A me
quest'ultima frase appare commovente per la carica emotiva che sottende. Ma c'è
dell'altro che Antonio Jerocades dice ancora come credente e come
sacerdote: "Chi sono i testimoni della fede? I vecchi. Io, che
vecchio pur sono, così presbitero, qual attestato maggiore di questo donarvi
della religione e fede di Cristo? A te, Raffaele, e all'eredità del padre
e dell'avo aggiungerete la mia. A te, e nella Chiesa di Porto Salvo fra i
suoi monumenti della pietà dell'avo e del padre appenderete ancora s'è degna
questa Novena, in cui leggerete le grazie e le glorie di Maria, da noi venerata
sotto il nome di Madonna di Porto Salvo". Il senso di verecondia che
traspare da queste parole non ci rivela forse il dramma di un uomo, di un
credente, di un sacerdote che, guardando indietro alla sua vita tormentata fa
un bilancio coraggioso e definitivo? "Dopo Dio non ho altro obietto
delle mie cure e delle mie preci che la Madre di Dio" Antonio Jerocades. Jerocades. Keywords:
filosofia della massoneria, Esopo in Italia, lira focense, giaccobinismo, ‘repubblica romana” “repubblica partenopea”le
odi di pindaro – Grice on Plato’s Republic.


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