Grice
e Landucci: l’implicatura conversazionale -- i misteri del delitto Gentile e le
bestie senza stato di Vespucci – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Sarzana). Filosofo italiano. Grice: “If I had in Hardie a wonderful mentor to
Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si laurea a Pisa con
Luporini. Insegna a Firenze. Saggi: “Cultura e ideologia in Sanctis” (Milano,
Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza); “L’origine della
scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la storia” (Firenze, Nuova
Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea” (Napoli,
Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS), Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente
in Cartesio, Milano, F. Angeli, I
filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e
fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista,
"Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice:
“Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of
the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI
SERGIO LANDUCCI – I MISTERI DEL DELITTO GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68
IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI
RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN LIBRO SULLA DEMENZA SENILE CHE STA
ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE DICE: "GRANDEZZA È CIÒ
CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE L' ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli
per Robinson-la Repubblica landucci LANDUCCI Per molto tempo
il suo nome è rimasto associato a un grande libro che quando apparve nei primi
anni Settanta fu come una meteora, tanto sembrò strano nel panorama delle cose
che allora si pubblicavano. Sto parlando de I filosofi e i selvaggi (uscì allora
per l' editore Laterza ed è stato ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa
da Einaudi). La sua lettura mi colpì allora e mi rimanda all' oggi con i
"selvaggi", sempre meno variopinti ed esotici, spinti dalla
disperazione ad abbandonare le loro terre martoriate. Il paragone turba Sergio
Landucci. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua faccia triste. Sono venuto
a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si scusa per il fastidio che mi
avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso, gentile ma altresì con un
retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è stato allievo di Luporini, ha
insegnato all' università di Firenze, subendone, dice, tutti i contraccolpi
politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente percepii un generale clima
di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità incredibile la facoltà di
filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero avanti a passo di carica
gli analfabeti, i carichi didattici furono alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho
vissuto tremendamente male gli anni dell' insegnamento e nel 2002 decisi per la
pensione anticipate. È stato così frustrante il lavoro universitario? «Lo
è stato certamente per uno come me. Mi consideravo, come si diceva allora, un "cane
sciolto". Mi stupì constatare che la facoltà si era ridotta a una grande
cellula del Pci, su cui si incistò dopo il '68 la contestazione
studentesca». I punti di riferimento furono però due grandi personalità
di sinistra: Garin e Luporini. «Maestri indiscussi. Mi chiedo
tuttavia quanto sia stata acuta la loro vista politica. Garin fu il grande
interprete di una filosofia come sapere storico, il suo storicismo era
totalmente in sintonia con le posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c'
era un inquietudine ben maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con
le ragioni degli studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo
moltissimo, sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il
sopravvento. Era lo spirito del tempo. « Ne facevo parte anch' io, ma
senza tessere o bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi
all' Università di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da
Luporini. Quali erano i vostri rapporti? E mio professore a Pisa e
con lui mi laureai. Mi affascinava quest' uomo che nel 1930 andò in Germania a
occuparsi di esistenzialismo e seguì i corsi di Heidegger». Credo sia
stato uno dei pochi italiani a frequentarne i seminari. C' è un episodio
rivelatore del rapporto con HEIDEGGER Quando il filosofo tedesco pronuncial il
famigerato discorso con cui si insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato
da quell' adesione al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò
che lascia Friburgo per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che
era interessato ai corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico
"tanti auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio
lupo, così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i
dettagli dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche
particolare? « C' è innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe
con Gentile, il quale lo chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione
di Oscar Kristeller, ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi
razziali. GENTILE aiuta Kristeller, come pure tanti antifascisti che si
rifugiarono alla Treccani e all' Università, fornendogli soldi e assistenza.
Poi chiama Luporini alle due di notte dicendogli di decidere in fretta perché
altrimenti sarebbe venuto qualcuno dalla Germania, quasi certamente un
insegnante di fede nazista».Questo è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando
la situazione precipita. Luporini va a casa di Gentile e lo scongiura di non
entrare nella Repubblica Sociale. Gli dice. Professore c' è gente che non
aspetta altro per ucciderla. GENTILE aderisce alla Rsi e viene ucciso in un
attentato. Si è detto che Luporini conosce i mandanti e gl’esecutori dell'
omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa nulla, o almeno nulla di
diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal senso, ma credo e il
frutto di un fraintendimento. La frase di L. e questa: Cose che forse non
si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e frutto di equivoco? Il
fatto che accreditasse la versione offerta da Mattei, che sull' argomento cambia
più volte opinione. Fino a sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI.
Mai uno straccio di prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare
al commando gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è
la testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi
disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del
tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità? «
La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo
l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della
signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l'
ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo
sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione
radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella
frase».E lui? « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi
un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava? «Tra le
persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO. Di quest' ultimo
divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il
modo di fare lezione e interrogare. «A me, che non sono stato suo
scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica
piuttosto travagliata? « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo
non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero
liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal
potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne
poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa
intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del
Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia
diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per
essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare
a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton
per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare
lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.
«Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera
universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una
certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della
professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con
le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli
ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non
seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va
dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il
rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la
riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella
lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi
chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per
lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così
incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un ambiente
che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua famiglia com'
era? « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un impiego modesto.
Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre anziano e la mamma che
gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio fratello, per paura che lo
scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di altri tempi. Anche nel
lessico ricordava la belle époque. Invece di autista diceva chauffeur, vis à
vis a posto di specchio e quando chiedeva l' asciugamano diceva passami il
Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo fu mia madre.
Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più di quanto
non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU Dà l'
impressione di un uomo provato dalla vita. «Sono molto amareggiato dalla
mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di entrare
nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato dalla
vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata la
mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha
consentito di vivere». Non è vero, il suo libro sui "
Filosofi e i selvaggi" è un grande libro. «Non diciamo sciocchezze,
troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile
erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Furio Diaz.
Scriverlo, fu un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo
che mi appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del
selvaggio e a prenderne le difese. « Non è il primo, ma in qualche modo
rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle
bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon
selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni,
non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che
soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà? «È solo una
tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la
violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che
culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la
mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau. «Fino a
un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non
conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è
sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze
questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di
Montaigne». Hobbes parla di uno "stato di natura".
firenze FIRENZE ' «Dove tutti si fanno
la guerra e dove la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine
di questa condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che nel
Cinquecento vengono fatte dei selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente
fin dall' antichità si sia servito di questo mito con le peggiori
intenzioni? « È passata l' idea, con qualche eccezione, che fossero
troppo diversi da noi per ogni ipotetica assimilazione». Al punto che
ancora oggi questa diversità è vissuta come una minaccia di contagio e
sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino parlato di "uomo
bianco" in pericolo di estinzione. «Nelle fasi di grave
fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto della
vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di trionfare.
Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce ahimè ai
miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna giustificazione al
male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la teodicea, mi piacerebbe
scriverne uno sulla demenza senile che sta attanagliando l'
Occidente. Ma non credo di averne più la forza. Mi resta questa infelicità
che è come un che sovrasta le mie parole che non so più maneggiare con
delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal vecchio
Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non siamo".
Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio ancora,
dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the
‘barbarian’. It all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake
philosophical position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy,
and they have no state! Vespucci moe or less thought the same, but for
different reasons. Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a
savage!” -- Landucci. Keywords: i misteri del delitto Gentile. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.


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