Grice
e Latini: l’implicatura conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e
Cicerone -- implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor;
Hardie mine!” -- Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real
‘filosofo’ behind Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’
‘Aristotele,’ and the rest of them.” «Poi
si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la
campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde»
(Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente
ad una nobile famiglia. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi
testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come
egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di
Alfonso X per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la
notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse all'esilio in Francia. I cambiamenti politici
conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto
subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed
onorato dai suoi concittadini. La sua influenza divenne tale che a
partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico
importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla
riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di
Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la
rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di
dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa
frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli
arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV
dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella
natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano
su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono.
Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non
nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella
Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre
opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare
fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto”
è presente già nei manoscritti più antichi,
presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”.
Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si
perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte
nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la
composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si
interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per
spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal
romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una
parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia,
Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta
durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata
più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e
risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono
stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo
libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono
un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento
alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia,
geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una
delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della
sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù,
attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda
principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il
romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un
altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e
commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre
orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss,
Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal
"Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune
riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura
italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni”
(Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia
della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti,
Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici
delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del
Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del
volgarizzamento toscano. La colonna
posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou
Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio & fratelli da Sabbio, ad instanza di N.
Garanta & Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del
Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla
ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I.
Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia
pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche:
Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia
dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari,
Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op
Varese, L. Frati, Brunetto Latini
speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini,
Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti
dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV
dell'Inferno dantesco"). P. Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto
Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura",
Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura
e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e
Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV
dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R.
Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il
sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni
capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e
delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il
Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta
Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal, su florin.ms. G. Orto, Brunetto
Latini. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto da: Perché non
possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Milano, Concordanze
del libro del Tesoretto, su classicis tranieri, Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe
Chabaille, Paris M. Giacomelli. La rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di
rettorica, lo quale è ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti
filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è
il testo di Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia
il prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia
del DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male
agl’uomini et alle città. Però che quando considero li dannaggii del
nostro comune e raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle
grandissime città, veggio che non picciola parte di danni v’è messa per
uomini molto parlanti sanza sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe
SCIENZA di due manière. Una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel
suo saggio. L’altra insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne
trattò cosi del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel
processo del saggio, in suo luogo e tempo come si converrà. Rettorica s'
insegna in due modi, altressì come l’altre scienzie, cioè di fuori e
dentro.Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che
generazione, e quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo
suo propio strumento e la fine e lo suo artifice. Ed in questo modo
tratta BOEZIO nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si
dimostra che sia da fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò
viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE
PARTI DELLA DICIERIA o della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in
ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in
perciò che Tulio non dimostra che sia rettorica né quale è '1 suo
artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e
l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI BENE DIRE, ciò è rettorica quella
scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE dire e dittare. Inn altra guisa è
così diffinita. Rettorica è scienzia di ben dire sopra la causa proposta,
cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta.
Anco àe una più piena difiìnizione in questo modo. Rettorica è scienza d'usare
piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle publiche cause e nelle private. Ciò
viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e
perfettamente nelle publiche e nelle private questioni. E certo
quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette
parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle
nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna città o comunanza di genti.
Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale
persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste
parole sopra '1 dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal
puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere
le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere
dittare. Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice.
Dico che è doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è
quelli che 'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti
dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa
in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li
buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale
perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e
dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo
buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle
cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del
suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando
l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di
questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e
la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à
questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti
i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo
ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più
sapientissimo de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di
Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e
chiarire ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio
appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e
de' filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più
quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio,
sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua
intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si
mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione
proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di Tulio di tutte le
parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento di
ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo che
sono nel secondo saggio che Tulio fa ad Erennio suo amico, sopra le quali il
conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio è
fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale fue
traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte
guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e
sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue
vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua
parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande
senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo
porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era
parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi
aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale
era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di
rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il
testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua
scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di
questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che
comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione
apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al
propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che
CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al
suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi,
nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO
nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima
purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre
cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso
la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e
che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI
DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza
d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza
parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE
purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima
dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza.
Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più.
Nella terza parte dice tre cose. In prima , dice che pare a lui di
sapienzia; apresso dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare
a lui di sapienza ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì
mette le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che
noi dovemo studiare in rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali
muovono d' onesto e d' utile e lo possibile e necessario. Nella quinta
parte mostra di che e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel
suo cuminciamento dice come molte fiate e lungo tempo pensa del bene e
del male che fosse advenuto, immantenente dice del male
per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si ricordano più d'uno
nuovo male che di molti beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non
ricordarsi delli antichi beni, s' infigne di biasraare questa scienzia per
potere più di sicuro lodare e difendere. E per le sue propie parole che
sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in
queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenza sono advenuti e
che non si possono celare, in quelle medesime la difende abassando e
menimando la malizia. Che là dove dice dannaggi si suona che siano lievi
danni de' quali poco cura la gente. E là dove dice del nostro comune
altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del
comune; e dicendo NOSTRO comune intendo ROMA, però che Cicerone e cittadino di
Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì
alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua parola, e fue al tempo
di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per lo bene della terra fue al
tutto contrario a Catellina. Et poi nella guerra di Pompeio e di Giulio
Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti ' savi eh' amano lo stato
di Roma. E forse l'appella nostro comune però che ROMA èe capo del
mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice l'antiche adversitadi
altressì abassa il male, acciò che delli antichi danni poco curiamo. Et
là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1 male, però che,
sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto alle
grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime cose
rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che
viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per
nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende
rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne'
quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che
dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male
nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed
accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE,
O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il
conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo
pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella
quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando
ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane
dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza
congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto
conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte
battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone
divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA
PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente
acciò che prima si raunaro gli uomini in- sieme a vivere ad una ragione
et a buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti
ricchi montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie.
Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero
compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a
ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice
e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole
di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico
e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole
lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è
cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione;
onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè
siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a
vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per
alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi
dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono
fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita
si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che
alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e
però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non
sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele
i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/
aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono — Af ad
avere una ragione, m "al avere una medesima ragione M l'uno, -If'
fuor {cfr. Tesor., vii, 54) — il' montò loro M-m parlando anno attutato -
le guerre — il.' M forme amicitio, »» forme d'amie— i^:mdichono— i^.- m
dimostrare quello — io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/' volle
intralasciare de genti — V-m raccolti - SI: m rachollì - 25: M son — S7 :
M-m che è coiiipannia — M' si i> — 28 : .V ad un altro — 3U' por- ciò
— 31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et con
quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per
utili- tade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manife-
mente che quella amistade eh' è per utilitade e per dilet- tamento nonn è
verace, ma partesi da che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è
sajoiemia. Sapienzia è comprendere la verità delle cose si come elle
sono. Che è eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole
guernite di buone sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente
pensante la ragione stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che
sapienzia sanza eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia
sanza sapienza è spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la
qual cosa, se alcuno in- l.ó. tralascia li dirittissimi et
onestissimi studii di ragione e d'officio e consuma tutta sua opera in
usare sola parladura, cert' elli èe citta- dino inutile al sé e
periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli il quale s' arma sie
d'eloquenzia che non possa guerriere contra il bene del paese, ma possa
per esso pugnare, questo mi pare uomo e 20. cittadino utilissimo et
amicissimo alle sue (>) et alle publiche ragioni. Lo
sponitore. I. Poi che Tulio avea dette le prime due parti del
suo prologo, si comincia la terza parte, nella quale dice tre cose.
Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25. dice : «
Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale dice che
pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il quale s'
arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a llui
dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om. e — 4:
M- pdesi — m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1 diloclo — 8-9:
.»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia.... sapienza — i-J : M' om. molto
^ i5: M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi) — IG: M-m sola la
parlatura — 18: 3l-m sama — .)/ giuriare, m ingiuriare — Ì9-20.- .1/
luiomo cittadino, »i mi pare cittadino — .V-»i a' suoi — .?3 • .1/
conincìa — S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr. Tcsnr.. xi, 1074) — So:
yr-ìii dice jiarla — M-m qui - 26: M insino — m là dove —M-m la (|ual
dice. (1) Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile
a ssè et al suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere
avac- ciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene
avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è
tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia
parlatore, dal quale se noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe
tosto cosìe come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante
inmantenente ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che
dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio,
intendo là dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio »
intendo le vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le
quali anno officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e
bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e
studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto
che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui
avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie
utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che
conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a
ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per
sapienzia intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo
da' nemici e colla forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia
difendemo noi la nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia
ne sostenemo (2) di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in
questa parte è detta la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae
il conto alla quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto
da- vanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica
i : M Lande — M' avacciatamente, ma L avacciamente — S: m si cci
conv. — 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»; cos'i tosto M' credibile
quello, m di quello — .)/' disse — 10: .Vi om. il 2' & — 12: .»/' et
altro — 13: .»f' che non siano — i4.- .V-m dall'altre ver- tufli — 15:m
adiviene — 16 : jn a lini : solo L nelle
; (jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -- 19: M Adunque che colui — 22:
M-m torma — M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo — 23: il l'armi - 23-24:
Af difendo — m così altresì la eloquenzia difendo noi dal nostro
aversario la nostra cliausa — 25: m om. ne; S non sostenemo — 26: m a noi
potesse ave- jjire (li danno, .V che noi potessimo tenere danno — 28-29:
m dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione
nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un
sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci
asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal
Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò
reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere,
e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa
pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in
lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sot- tile secondo
la forma del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi
volemo considerare il principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in
uomo per arte o per studio o per usanza lo. per forza dì natura,
noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso
d'ottima ragione, (e. li) Acciò che fue un tempo che in tutte parti
isvagavano gli uomini per li campi in guisa di bestie e conduceano lor
vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per forza di
corpo e non per ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la
divina religione né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno
uomo avea veduto le- gittimo managio, nessuno avea connosciuti certi
figliuoli, né aveano pensato che utilitade fosse mantenere ragione et
agguallianza. E così per errore e per nescìtade la cieca e folle ardita
signorìa dell'animo, cioè la cupìditade, per mettere in opera sé medesima
misusava le forze del corpo con aiuto dì pessimi seguitatori.
Lo sponitore. 1. In questa quarta parte del prologo
vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e muove jper
cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì dice come in
alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e
del- 3: ìl-m tale — .1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili
dovere così essere-, .1/' de pur essere — .5 J/ ' la spositione — 9-tO:
.»/' o per l'orca di natura o per usanca — H: m d'ottime chagioni 7
ragione — 12: il-m in tempo — 13: it^ lor vita per li campi in modo de
bestie 7 de fiere — 14: i/' om. e [non p. r.| —M maritaggio — M iihylosofi, m
lilo- safi — 18: M j gualianoa - 19: il^-L ignoranza, m necessitade —
.»A' la cieca la folle 7 ardita — 20: M-m per mette — M-m (fuivi
susavano, l. masusavano — 21:31' seguitori — 23: M-1U nm. quarta — 24: m
om. e per ragione — 26: il' nefa, m noscii. l'uomo dicono li filosofi, e
la santa scrittura il conferma, che egli è fermamento di corpo e d' anima
razionale, la quale anima per la ragione eh' è in lei àe intero
conoscimento delle cose. 2. Onde dice Vittorino: Sì come menoma la
forza 5. del vino per la propietade del vasello nel quale è messo,
cosie r anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a
cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal di- sposto e
compressionato di mali homori, la anima per gra- vezza del corpo perde la
conoscenza delle cose, sì che 10. appena puote discernere bene da
male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano
agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et
indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le
forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol- 15. liendo le cose
per forza e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o
proprii figliuoli né avendo legittime mogli. 3. Ma tuttavolta la natura,
cioè la divina disposi- zione, non avea sparta quella bestialitade in
tutti gli uo- mini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello
dici- 20. tore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a
ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina conno- scenza,
cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo sponi- tore dicerà per
innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo di sopra che
eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime cagioni e
dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che sanza ciò l'
umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo che gli uomini
isvaga- vano per li campi intendo che non aveano case né luogo,
1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) — M' sucra — S : M' eh
ehi ì\ l'ormato — 3: in- tero è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito —
4: M Ondee — 7 : m al (|uale — 8: M-m mali hiiomini — 9: m per la
gravezza — .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il bone dal male — il:
M'-L animo — .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali orano aggravati — i2: W
del peso de corpi, L de' pesi del corpo V in lor medesimo — 14: lU-m Ivi
susavano — 18: M-m nonn ào — M bestilitade — 10: M' oiii. savio o — SI: W
tralloro — 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S ha cornine. — 26-27: »l'
non averla durata, L non avrìa durato — i« K colà. (1) È
lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali si cambiò facilmente
in li quali (o i quali) per effetto del molti che precedeva, e da li quali,
natural- mente, venne in M'-L anche il maschile angraoati invece di
aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da tutto il periodo, e
in particolare dallo parole - la anima per gravezza del corpo ».
ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice che viveano
come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude et altri cibi
come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi faceauo per forza e
non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che non faceano però
tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per
senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi muovono
dall' animo. 7. Et là dove dice che divina religione non era reverita
intendo che non sapeano che Dio (D fosse. 10. 8. Et là dove dice
dell' umano ofiìcio intendo che non sa- peano vivere a buoni costumi e
non conosceano prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. 9. Et là dove
dice che non mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia,
della quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e
15. ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione. IO. Et
là dove dice « aguaglianza » intendo quella ragione che dae igual i)ena
al grande et al piccolo sopra li eguali fatti. Et là doye dice «
cupiditade » intendo quel vizio eh' è contrario di temperanza; e questo
vizio ne -conduce 20. a disidei-are alcuna cosa la quale noi non
dovemo volere, et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale
noi permette rifrenare da' rei movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade
» intendo eh' è nnone connoscere utile et inutile; e però dice eh' è
cupidità cieca per lo non sapere, 25. e che non conosce il prode e
'1 danno. 13. Et là dove dice « folle ardita » intendo che folli arditi
sono uomini matti e ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là
dove dice « misusava le forze del corpo » intendo misusare cioè
i-2: M-m om. Et là.... come licre — 3 : M erbi ciiiili, .1/' 7
erbe crude — 4-6: m l'a- ceano quasi per forza; poi, saltando al 2°
forza, continua: ma al([uanle ecc. — 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne
faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi,
ma alquante ne faceano M' che muovono — 9: M-m chi idio — 11: .1/' ne
prudenza — 14: m' de legge — 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà — /": .1/
egual — 18: M' mìsfacti — M lae — .V quello e poi rasura su cui
altra mano scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V
om. noi - 22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non
conosce il prode ol danno ~ m intendo che non è — m dal danno — 27: .M-m
e tratti, L orati — 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano — .u misusere, .V'
misure, L misusare — m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ».
Così mi par preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente
spiegabile da un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le
ragioni paleografiche varrebbero anche per il caso inverso.
- 16 - usare in mala parte ; che dice Vittorino che forza di
corpo ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma
coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto lo sponi- tore sopra '1
testo di Tulio le cagioni per le quali elo- 5- quenzia cominciò a parere.
Omai dicerae in che modo appario e come si trasse innanzi. Nel quale
tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe che materia e quanto
aconciamento avea nelli animi delli 10. uomini a grandissime cose
chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti. Donde costrinse
e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano sparti per le campora
e partiti per le nascosaglie silvestre ; et inducendo loro a ssapere le
cose utili et oneste, tutto che alla prima paresse loro gravi per loro
disusanza, poi T udirò 15. studiosamente per la ragione e per bel
dire; e ssì Ili arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà
che aveano. Lo sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole
Tulio dimostrare da cui e come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è
la tema cotale 20. In quel tempo che Ila gente vivea così
malamente, fue un uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il
quale cognobbe che materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé
naturalmente per la quale puote l' uomo intendere e ragio nare, e
l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a 25. ttenere i)ace
et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e cittadi, castella e magioni e bel
costume, et a ttenere iustitia et a vivere ordinatamente se fosse chi Ili
potesse dirizzare, cioè ritrarre da bestiale vita, e mellioi-are per
comanda- menti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che Ili
2: M' om. ci — 3-4: M-iii Or o della la sposilione — 5: M-m
loninciò (hi coro). 7 pare — M' oggimai — 6: M-m apparve — 8: il' uno
buono — iO: 31' adrinure — 12: M-m per campora — 12-13: M-w le nascose
selve 13: M-m et facciendo loro as- sapere — 14: M' grave - L'i: M' si Hi
recò — 16: M' crudelilà — 23: M-m nm. l'uomo — 24 : M-m el lo
ncomincianiento, L el chominciamenlo — 25: M'el ad amare ~ 26: M'
7datener — 27: M' chi le polesse adrifrure - m om. potesse — 28: M' enirare da
b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che
potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non
erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione
dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3.
Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si
voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1
savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle
ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare
mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro
e patiero d'udire le sue parole. Et elli in- segnava loro le cose utili
dicendo: « State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e
forti; fate cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo :
« Il pic- 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre
» etc. 4. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestial-
mente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò
eh' elli erano liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a
signoraggio, poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e
considerando per ragione che larga e li- bera licenzia di mal fare
ritornava in lor gi"ave destruzione et in periglio de l'umana
generazione, udirò e miser cura a intendere lui. Et in questa maniera il
savio uomo li ri- trasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice «
fierezza » perciò che viveano come fiere; e dice « crudeltade » perciò
che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro
- e feceli umili e mansueti, cioè vo- lontarosi di ragioni e di virtudi e
partitori (2) dal male. 1 : m rafrenasse, S affrenassono —
J/ " Et acade, L e ecci una (\. — 2 : il poneno (cerio per falsa
lettura di potieno; cfr. Wiese in Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m
il' poteano — 4: m dunque — 6: it-iii om. che i — 9: W l'utilitade — i^l'
metendo '1 suo - 10: m mangiare cene e desinari 19: il sottomettere —
20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo — 23-24: m si ritrassono
— 24: il lore fier., M' lor fior, — me dalloro crud. — 24-25: H-m om. e
dice.... crudeltade — 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo) - 28: il'
partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe preferibile la
lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i mss. abbiano
il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune, basta pensare
che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e statuti » siano con-
siderati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere al singolare
(p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro passo di
Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze, 17.S0),
p. 225. (2) Senza ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la
lezione di M inten- dendo « partitore » in senso riflessivo : « colui che
si parte, che si allontana ». Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi
cominciò eloquenzia et intra cui e come; or dicerà per che ragione, eanza
la quale non potea ciò fare. Tullio. Per la qual
cosa pare a me che Ha sapienzia tacita e povera di parole non
arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero quelli uomini
dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in diverse ragioni di
vita. Lo sponitore. 10. 1. In questa parte dice Tulio
la ragione sanza la quale non si potea fare ciò che fece '1 savio
uomo; e dice « sa- pienzia tacita » quella di coloro che non danno
insegna- mento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et
dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno non 15. sanno
addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar credere ad altri il
suo parere. Et per questo potemo in- tendere che picciola forza è quella
di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere
che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia.
20. 2. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello
savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapien- zia, ma non
cosi avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e
sapienzia. (i) Et là dove dice « in di- verse ragioni di vita » intendo
che uno fece cavalieri, un 25. altro fece cherico, e così fece
d'altri mistieri. Tullio. 7. Et così, poi che Ile
cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uomini aver fede, tener
giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a
sofferire pena et affanno non solamente 2 : M-m om. e come —
sanza (luale — 5: M-m Per ((ualcosa - 7 : M' luioniiiii quelli — 13: M' i
romiti, m li romiti — 14: M-m alloro senno, L in loro senno — i7: M-m om.
che — i9: M' giunta — 22: Af' si avaccio — 23: M-m om. e sapienzia — 28: m ad
avere lede 7 tenere.... adusarsi — M l'uno a l'altro. A qualcuno e
sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma siccome non è
inutile, preferisco mantenerlo. per la comune utilitade, ma voler morire
per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe potuta fare d) se gli
uomini non avessor po- tuto dimostrare e fare credere per parole, cioè
per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia. 8. Et certo
chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla patito divenire
pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata
e soave parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale
era tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in
natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo 10. e
mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uo- mini
nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore. I. In
questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe messo in
compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia
eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli
uomini raunati et inse- gnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però
fecero cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad
avere fede. 2. Di questa parola intendo che coloro anno fede che
20. non ingannano altrui e che non vogliono che lite né di- scordia
sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come
dice un savio, è Ila speranza della cosa promessa; e dice la legge che
fede è quella che promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo
dice in un 25. altro libro delli offici che fede è fondamento di
giiistizia, veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa
ée quella virtude eh' é appellata lealtade. 3. E così sommata-
mente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che 2:
ilf'-£ potuto - M' om. non — 4: Jlf> Certo — 5: M-m vinavea charebbono
potuto divenire paii — 6: M-m chelli poteano, M^-L cui potea — M-m santa
— 7: M^-L allegrezza — 8-9 : M era converita la loro natura, m era
convertila in loro natura — 9 : m onde — 14-15: M^ il fece in compagnia
d'eloquentia.... si ò cotale —M-m detto oe dinanci 19: 3/' fede, 7 di q.
p. — PO : M^ om. e o discordia — 21-22: M-m in pace et in fede — m om. è
- 23: M^ quello, ma L quella — 26: M-m et intermezza — M' de- lenpromesse
— 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII, 15) — M somatamente, m
asommatam. congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger
così, e non sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere
presso gli antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi
nella sua ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in
Bullett. della Soc. Bant., N. S., XXI, 67-68. Lo stesso si dica per
s'areb- hono del commento, sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono
potute met- tere in compimento, e dice che poi àe molto de ben
fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti
i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o
di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bi- sogna la nostra
rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono
mantenere. Tullio. 9. Ma poi che Ili uomini, malamente
seguendo la vìrtude sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di
parlare, usaro et inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che
convenne che ile cittadi sine gua- stassero e li uomini si comprendessero
di quella ruggine, (e. Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del
bene, contiamo come cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea
detto davanti i beni che sono advenuti per eloquenzia, in questa parte
dice i mali che sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò
che Ila sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male
20. a coloro che Ila misusano e non a Ilei. 2. Et sopra ciò la tema
è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li quali, vegga ndo che
alquanti erano in grande onoranza e montati in alto stato per lo bell.o
parlare ch'usavano se- condo li comandamenti di questa arte, sì studiaroO
solo in parlare e tralasciare lo studio di sapienzia, e divennero sì
copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare sanza condimento
di senno, che (2) cumìnciaro a mettere cioè — 2: M-in che
poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto — -J: M om. duri stali — i 1 : M
conviene, M' conveiiia — IS: M-m om. e li uomini si compren- dessero —
13: M \a cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento — 16: m ave...
dinanzi — 18: M^ dopo advenuti ripete per eloquenlia in quesUi
parte (ma ri son trticiie di etpun- zione) — 19: m om. elli — 20: M El
perciii — 24: M' il comandamento.... studiavano — 25 : ilf
intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto — m om. elio. (1)
Invece di si studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come
già si è trovato, 3, § 4: « e studia puro in dire le parole *.
(2) Sintatticamente questo che ò pleonastico; ma ò attestato da ambedue
le famiglie di codici e non costituisce una rarità per il nostro volgare
antico (anzi, per Brunetto stesso, cfr. IO, 1: « avegna che... ma tutta
volta»). sedizione e distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et
a corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però ch'ellino
aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale erano tutti nudi e
vani. 3. Et dice Vittorino che eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista
», perciò che ella fae parere che sapienzia sia in coloro ne' quali ella
non fae dimoro. Et queste sono quelle persone che per avere li onori e F
utti- litadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene; così
turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. 10. 4. Et poi
dice Tulio: Da che noi avemo contato '1 principio del bene, cioè de' beni
che avenuti erano per eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la
'ncumincianza del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo
: Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per
eloquenzia. 10. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo
gli uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usa-
vano tramettersi delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi
parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò 20.
fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso
che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le
picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie
adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incon- tra la
verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì
che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che'
maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue
bisogne; e così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola
eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che
avea eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro
ciltadi — M' om. et a corr.... uomini — 2: m avenia — 3 kelli aveano
sombianca de giusta sap. — 4: m om. Et — 6: M' li quali — 7: M' questi — 10: m
om. Et — 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il cominciamento — i3: Jlf
chende seguita, j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M
meno di savi, m ch'erano meno che savi — 17-18: M-m non sapeano, L non
osavano — M-m om. e — 19: Jlf sin- trametteano dele cose — 21: M-m om.
uomini — M verrali — 3f' vennero — 22: M' om. delle pr.... controversie —
23: M-m om. spessamente — 24: M' il persev. - 26: M' aiutasse m adornasse
— 29: M' giunta. (1) Un costrutto più regolare si avrebbe
sopprimendo il che o inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per
questo conservo' il che, non sembrando proba- bile che un copista volesse
complicare di suo. Questa maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a
che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere
(i) degno di reggiere le publiche cose. 12. E certo non
ingiustamente, poi che' folli arditi impronti pervennero ad avere
reggimenti delle comunanze, grandissime e 5. miserissime tempestanze
adveniano molto sovente; per la qual cosa cadde eloquenzia in tanto odio
et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno, quasi per scampare di
torbida tempestade in sicuro porto, così fuggiendo la discordiosa e
tumultuosa vita si ritrassero ad al- cuno altro queto studio {").
Per la qual cosa pare che per la loro posa 10. li altri dritti et
onesti studii molto perseverati vennero in onore. 13. Ma questo studio di
rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in
tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più
studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la
presumptione e l'ardire de' folli impronti mani- 15. mettea e guastava
la cosa onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune,
allora era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della
qual cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro
discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini
era sovrana virtude et 20 altoritade acresciuta per la loro sovrana
virtude; sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et
aiuto e mantenimento della comunanza. Lo sponitore.
1. In questa parte divisa Tulio come divennero quelli 25. due mali,
cioè turbare il buono stato delle cittadi e cor- rompere la buona vita e
costumanza delli uomini; et avegna che '1 suo testo sia recato in sie
piane parole che molto fae da intendere tutti, ma tutta volta lo
sponitore dirae alcune parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale:
La elo- 1 : M-m avogiia — 2: M per essoi-o degno d'essere 7
di reggiere, M' paresse degno de reggere — 3: M' poi ke fuor iaiditi in
pronti, m enpronti — 4-5 : M' pervennero i reggìm. — 7 de miserissime
tempeste — spessamente — 7 : M' lempcstande — * : M-m la discordia (m
echontumulosa) — 9 : Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa — i i : itf '
do tutto loro " i4: M dì [olii — 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i
G. n. d'AII'ricano — Jlf' erano sovrane vertudi — 26: M' la vita 7 la
buona costumanca - 27: M< suo stato — m in se — 28: itf' om. tutti, ma
— M' alcuna parola — S9: Af' Et la tema 6 cotale. De la el. ecc.
(1) È possibile tanto la lezione di Af quanto quella di m; ma proferisco
questa perchè corrisponde alle parole del commento, § 6: « pareano essere
degni». (2) Il testo latino ha studium aliquod quieUtm. Lo scambio
di queto por questo era facilissimo, e forse risalo r.llo iirimo
copio. - 23 - quenzia mise in sì alto stato i
parladori savi e guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e
le comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li
onori e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private,
cioè 5. delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere
(i) né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere:
l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sa- pienzia, ma
erano gridatori e favellatori molto grandi; e questi non si trametteano
delle cose publiche, cioè delle 10. signorie e delli officii e
delle grandi cose del comune, ma impigliavansi a trattare le picciole
cose delle private per- sone, cioè delli speciali uomini. 3. Intra' quali
furono alcuni calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che
in loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia-; e questi
15. s' ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire
parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone, montare in
ardimento e presero audacia di favellare in guisa d'eloquenzia tanto e sì
malamente che teneano la menzogna e la fallacia ferma contra la veritade.
4. Onde, 20. per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne
che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi cose,
venissero et abassassero a trattare le picciole vicende di speciali
persone, per difendere i loro amici e per conta- stare a quelli arditi.
Et nota che arditi sono di due ma- 25. niere : l' una che pigliano
a fifare di grandi cose con prove- dimento di ragione, e questi sono
savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di
ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i
buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non
aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano
e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire
torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e
talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s.
t. d. cause — 5: M-m ont.aò — 6: m odaltre p. o. — 7 M< parliei-i — iO: M' de comuni dele
piccole cose cioè che jier la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero
sapienlia— lo.- 3f< pei' la molta — 17: M^ presero baldanza — 19: M'
con- tro alla verità — 20: A/' ohi. che d. e. adveniano — m avenia savi e
parladori — m le cittadi — 23: M' appilgliano a taro le g. e. — 26: M^
om. di ragione — L l'altra — 27: L provedimento — 31-32: Me dire,moHi.
mentire e di — 33:M' talocta m. visi che p.s (1) Cosi leggo
con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a lavareria,
il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo, la quale è
sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza di sé
medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare le
publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli
5. officii et onori delle comunanze. 6. Et poi che cciò avenne, non fue
meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime tempestadi.
Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro lungamente,
e dice « mise- rissime » per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose
chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza » per
similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e
talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade
per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé
medesime e patono distruzione. 7. « Per la qual cosa elo- 15.
quenzia cadde in tanto odio et invidia »... Et nota che odio non é altro
se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano stati lungamente irosi,
veggiendo i folli arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione
che omo àe per altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per
coloro ch'erano 20. segnori delle grandi cose et erano in onore. 8.
Et perciò li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose
ad altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro
porto. Et nota: là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh'
arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero
furo bene da ripren- dere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l'
altre scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine
cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le
costumanze; et appellali « queti studii » che non trat- 30. tano di
parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti dal remore delle
genti. Et appella « vita tumultuosa » che 2: Jl/i per ragione
~ 4: M furoro, M^ fuoro — 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano, m
duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade — 14: M'
medesimo ~ 15: m om. Et — 16: m buoni e savi — 18: m om. Et — m i'uomo...
l'al- trui — SO: M> et in lionore erano — m ad altre — M-m questi, M'
certi —om. Et noia la dove — 25 : M-m non fecero — 26 : Tutti i mss questi — 27
: M de trattare — 28: M-m sicome dice che l. — 29: M^ appellasi, L
appellansi — mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma forse dopo crescono è
andato perduto un sog- getto, richiesto dal senso o dalla sintassi, come
i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le due famiglie di
codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non sarebbe
impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le fortune.
- 25 - spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in
cittade coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar
lo studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè
pre- giata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro
in grande onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior
questo a quel tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male
che faceano i folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa
onestis- sima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle
10. cose oneste e diritte. U. Dalla qual cosa non fugio il nostro
Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il co- mune et aveano
senno e parlatura; ma dimoraro fermi a consigliare et a difendere il
comune da'garritori folli ar- diti; e però montaro in onore et in istato
sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che
in loro era autoritade, che autoritade èe una dignitade degna d'
onore e di temenza. 12. Ma da questo si muove il conto e ritorna a
conchiudere per ragioni utili et oneste e pos- sibili e necessare che
dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. Tullio
conclude che sia da studiare in rettorica. 14. Per la qual cosa, al
mio animo, non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti
la misusano in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi
non abbiano troppo di 25. podere con grave danno de' buoni e con
generale distruzione di tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che
rettorica è una cosa la quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche
e private, e per essa diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda;
e per essa medesima molte utilitadi avengono in comune se fia presta la
modonatrice di tutte 30. cose, cioè sapienzia; e per lei medesima
abonda a coloro che H'acqui- stano lode, onore, dignitade; e per essa
medesima anno li amici certissimo e sicurissimo aiutorio.
1: M-m spesse volte — 2: m tralassaro — 8: m le chose honestissime — 10:
M (Iride, m diritte — 3f' Dela q. e. — 11: M' dirittamente, m om. — 12:
M' dimorato y f.: M 7 folli arditi, £ e da f. a. — 14: M^ J montaro
perciò — 18: m e torna, M 7 condoura tornerà per ragioni, L e mosterrà
per rag. — Jlf-;» honesti ~ 19: M -m ne- cessarie— 20: m lodarla — ^3: M*
misuna, corretto poi misusa — 27: M' molto pertièno devegna — 28: M> y
hon. 7 illustra 7 gioconia, m illustra — 29: M sia — 31: M^-m 7 honore 7
dignitade. La tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se
alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto
che 11' uomo non debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per
mia sentenza), acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a'
buoni né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che di-
strutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in ricchezza e
poi divennero in tanta miseria che vanno men- 10. dicando. 2. Et
poi dice le lode di rettorica, come tocca al comune et al diviso, e come
per lei diviene l'uomo sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare
le cause, et ap- pena troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice
chende diviene la vita « onesta », cioè laudato intra coloro che '1
15. cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani; e
dice « ioconda », cioè vita piacevole, però che ' savi par- lieri molto
piacciono ad sé et altrui. 3. Et altressi molto bene n'aviene alle
comunanze jier eloquenzia, a questa con- dizione : se sapienzia sia
presta, cioè se ella sia adiunta con 20. eloquenzia. Et dice che
sapienzia è amodenatrice di tutte cose però che ella sae antivedere e
porre a tutte cose certo modo e certo fine. 4. Et poi dice che questi che
anno elo- quenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et
amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo,
però che appena fie chi Ili sappia contrastare, poiché sanno parlare a
compimento di senno. Et dice « cer- tissimo » però che '1 buono e '1
savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema de questo è
cotale — 3: M' aliijuanti — 6: M' de fare male — 7: m om. nota — 9: il'
divegnono — 11: M huomo siguro — 13: M' troverà — 14: M-m laudata.... che
cognoscono — 15: M' illustra, L illustro — 17: A/' ad altri — M-m nm. Et
altressi e n— 19: Hin presta — M' giunta — 21 :M siae ad intivedere, m a
ad antivedere — 22: m om. Et — 23: M^ 7 temuti — 25: m Tia chelli sappia,
M' fie chelli il sappia — 37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è
possibile, ma forse nacque da un accomodamento arbitrario del testo già
corrotto. Invece quella di M' è spiegabilissima collomis- sione della
parola testo (la somiglianza con questo rese più facile l' errore) e
riceve conforma dal principio del capitolo seguente, con quell'uniformità
di espressione che è caratteristica di tutto il commento. (2)
Troverai è preferibile come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M'
po- trebbe trattarsi non di troverà, ma troverà'. corrompere per
amore ne per prezzo né per altra simile cosa. Et qui si parte il conto e
fae nn' ultima conclusione in questo modo: Tullio conclude in
somma. Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose
sono minori e più fievoli che Ile bestie, in questa una cosa
l'avan- zano, che possono parlare ; e donque pare che colui conquista
cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella
me- desima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie. La tema
in questo testo è cotale : La veritade è che gli uomini in molte cose
sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che sanza fallo il
leofante e molti altri ani- mali sono più grandi del corpo che nonn è
l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della
persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi
sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo
lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e
la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare,
e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le
bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene
la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae
alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà-
16. Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista
solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte
altressi. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i
quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi
S: il-m un'altra condictione — 7 : M' costui — il-m conquesta — 8: M-m la
quale; om. li — 9 : )» om. cosa e gli uomini — 11: il' de questo t. M'
molti huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie — 15: U-m om. altre
— 16: M' che tucti — 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore, M']j lavoltoio
delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et l'avoltoio del
nasare et d'odorare — M-M' 7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a
ra- gnolo — M'-L ne! toccare — 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma
cfr. ^ \) — 27 : M' per la natura — 2S: M-m nm. d'arte — 29: m
certi. che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia
a trattare del genere d' essa arte e del suo officio e della fine e
della materia e delle sue parti; imperochè sapute e cognosciute
queste cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di
ciascuno 5. considerare la ragione e ia via dell'arte. Lo
sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era
soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia
nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro. 10.
Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo di ciascuno sia
più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al suo prolago e viene
al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il prolago, e comincia a
dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la quale richiede et
è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una grande et
ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica.
Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che Ila
scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo
da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte
del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in
quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia,
cioè della scienzia delle cittadi. Lo sponitore.
I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are 25.
ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del pro- lago. Et
primamente comincia a dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho
sponitore vada innanzi sì vuole fare intendere che è genere, perchè l'
altre parole siano meglio intese. 2. Ogne cosa quasi o è generale, sicché
comprende 30. molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde
questa 1-2: M' (la tratto, poi corr. da trattar.; — 3: M-m
generalmente della decta- arte — 3: m però che - 4: M-m più diligente, M'
nm. più — 8: M A rinconincia — 11 : M' (luelle, ma L quello — 14-13: M'-L
richiede molte cose grandi — 16: M-m cai ver diro — 18: M-m abbiano — 30:
M-m [lorromo quel genero — SG: m quella — S8: M-m y perchè — 29: M ìì
quasi generale, m è quasi geu. — 30: M onde jvirte quella gen. parola,
cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti, cioè Piero e
Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A questa
somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere cioè la
schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro di
quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una
parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica
sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila
natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il
reggimento e Ila vita del co- mune e delle speciali persone, richiede
molte e grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In
fatti è la ra- gione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de'
sartori, de' pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi.
In 15. detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in
parlare. Adonque la scienza del covernamento delle cittadi è cosa
generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte del bene
parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più in- nanzi, pensando che Ha
scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che muove di filosofia,
sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per provare la nobilitade e
l'altezza della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò
ssi pruova l'altezza di rettorica. 6. Filosofia è quella sovrana
cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome
composto di due nomi greci : il primo nome si è phylos, e vale
tanto a dire quanto « amore », il secondo nome è sophya, e
vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde « filosofia » tanto
vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa
neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh'
elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad
avere (2) intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì-
/ M-m cioè che comprende — 2: Af' nm. o J cioè Piero — 5: M' ovi. chi
— 4-6: m om. tutto il passo da che « quella schiatla — 8: m om. per
— 9: M^ demostrare — 10: jU' i reggimenti — 12: M-m om. che b — 13: Af '
l'arti (ma anche L l'arto) — m e de'pan- nali, .)/ 7 de sartori de panni
— 16-17: m o parte d'un altro generale — 1M' de ben p. — 20: M in podio —
22: m om. della scienzia, 3/' niii. della scienzia l'al- tezza — 25: M
sotto di sé — 26: m fue fdos, .W filis — 27 : m om. nome — 29: M^ de la
scienza — 31: M-m tuote l'altre — J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare —' M'
Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in
Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito
segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e
ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si
riduce. - 30 - nizione di filosofia : ch'ella è
inquisizione delle naturali cose e connoscimento delle divine et umane
cose, quanto a uomo è possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che
filosofia è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza
della 5. morte e spregio del secolo. Et sappie che diflfinizione
d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, (i) per tali parole che non si
convegnano ad un' altra cosa, e che se tu le rivolvi tuttavia
signiffichino quella cosa. Per bene chiarire sia questo l'exemplo nella
diffinizione dell'uomo, la quale 10. è questa: « L'uomo è animale
razionale mortale ». Certo queste parole si convegnono sì all'uomo che
non si puote intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di
pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le
parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ? * 15.
certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. 8. Or è vero che
anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle
quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni
si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse
l'uomo 20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che
ra- gione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza
quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che
le questioni fuoro tre, sì convenne che' savi filosofi (2) partissero
filosofia in tre scienzie, cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si
come dimostra questo arbore. i: M inquistione, m
inquestione, L inqulslione — 2: M^ quando — 3: M enpossib'ile — (5: Mss.
quella cosa 7 per t. p. — 8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi — il' el per bene
— .9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo — 16: m necessità, M'
neccssiladc — 16-17: .¥' luiomini in esse (L messe) — 18: sospeso, cnrr.
sopresse — 19: .1/' liuomo — 20: m la seconda che lasciare — 20-21: lU-m
om. la 2" quistione — 22.: M-m om. quistione — M-iii la natura — m
tutte le oliose - 23: M-m Et però quelle quistioni furono tre — 23-24 : M
si convenne i savi phylosoi)hy che partissero — jf > si conviene -^ 23: M
mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione più regolare
ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella cosa, e per
tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a codici di ambedue le
famiglie, e perciò la pre- ferisco a quella di M, che pure si può
difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi filosofi come
complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per
dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciai'e.
La seconda scienzia, cioè logica, è per di- mostrare la seconda
quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello altro
lasciare. 10. Et questa scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè
dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e
disputare l'uno coli' altro, e questa è dialetica; la seconda insegna
provare il detto del- l' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e
questa èe efi- dica; la terza insegna provare il detto dell'uno e
dell'altro per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è
sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia,
cioè teorica, si è per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le
quali nature sono tre; 15. e però conviene che questa una scienza, cioè
teorica, sia pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e
Mate- matica, sì come dimostra questo arbore. 4: m
cioè la ragione — 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica (un'altra mano
aggiunse sotìslicha) — 7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e
dell'altro — i 1 : if infinite — M' argomenti frodolenti 7 jier infinita
pruova — 12: m apare. (1) Conservo invece di e, comune a quasi
tutti i codici, appunto per la sua singolarità e perchè sembra indicare
una differenza tra l'efldica e la sofistica- la prima dimostra la verità
di una delle due parti, la seconda pretende dimo- strare l'una e l'altra
parte. Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia, la quale
è appellata divinitade, si tratta la natura delle cose incorporali le
quali non conversano in traile corpora, sì come Dio e le divine cose. La
seconda scienzia, cioè 5. fisica, sì tratta le nature delle cose
corporali, si come sono animali e He cose che anno corpo; e di questa
scienzia fue ritratta l'.arte di medicina, che, poi che fue connosciuta
la natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe e
delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la sa- io, nezza e
curare la malizia. La terza scienzia, cioè matema- tica, sì tratta le
nature de le cose incorporali le quali sono intorno le corpora; e queste
nature sono quattro, e perciò conviene che matematica sia partita in
quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica, geometria et astronomia,
sì come 15. appare in questo arbore: La prima scienzia, cioè
arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come l'abaco e più
fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci
e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni.
La IV scienza, cioè astronomia, tratta della disposizione del cielo e
delle stelle. Or si torna il conto dello sponitore di questo libro
alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente ta- ciuto, e
dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica, 25. che pervegna
a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue detto già indietro, questa
pratica è quella scienza che dimostra che ssia da ffare e che da
lasciare, e questo è di 3:m traile corpora — 7: #' dela
mudicina — 9: M' assai poteo bone argomentare isani — 10-13 : M-m mltnno
da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si e) — 16: m om. scien-
7.ia — 17: M' noveri — 18: M [a musica — SO: M astorlomia — M' tracta Io
sponilore — 22: Af' si ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro
alla prima p. — 33: m ae, Jtf' oo — 24: m della prima parte — 25: m
perverrà. tre maniere: i>erciò conviene che di questa una
siano tre scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come
mostra la figura di questo arbore : 15. La prima di queste,
cioè etica, sì è insegnamento di 5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento
delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per
assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iusti- zia, fortitudo
e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira,
avarizia, gula e luxuria; e così dimo- io, stra etica clie sia da tenere
e che da lasciai-e jier vivere virtuosamente. 16. La seconda scienza,
cioè iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per
covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. 17. La terza
scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere 15. le
cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è pro- vato, è in due
guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore:
18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magi-
sterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li
1 : M-m però clic convion(3 — 3.m am. la ligura — ;>: Af'
accostumatamente M' om. ira — 10: M^ da necnto — 1 1: m virtmliosamonte — 13: m
avere, la patria e la famiglia — 14: m fare, mantenere 7 r. — 16: M-M' 7
in due guise — M' in detti. 18: m om. tutto il g 18 — M' 7 mestieri — 19
: M che cittadini fanno (lì Si rimane incerti fra le due lezioni,
perchè il senso è il medesimo e anclie paleograficamente la differenza è
lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i) cittadini'! Adot- tiamo la lezione
un po' più diffìcile. altri artieri, sanza i quali la
cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in detti è quella scien^ia che
ss' adopera colla lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze,
ciò sono Grramatica, Dialettica, Rettorica, si come dimostra 5.
questo altro albore: Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che
gra- matica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et
insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè per parole
propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe
alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì
pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole;
e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mo- stri ragioni
per che, sicché le sue parole abbiano provanza Ib. in tal guisa che
Ili uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza S(!Ìenza
ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia,
per le quali l'udi- tore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a
volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a
20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che
'1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì
propie parole che sia inteso, e questo fae gra- matica; e dee le sue
parole provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici
sanza quali le cittadi non potrebbero durare — 3: M^ ] questa si con-
tiene — 6: m Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia — 7: M' l'arti liberali
— 9: M- m om. e sanza sologismo; t-S silogismo — 10: M' om. alcuno — I-i:
M ragione si che le s. p. — pruova — i7 : M-m advoncnti — 18-19 : M' per
bisogno al parliere et al dicta- tore — S3: M-m mostrare con ragiono, L
mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di
distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la
forma esatta solecismo; la stranezza della pa- rola spiega pure
l'omissione di M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la
giusta lezione è confermato dal § precedente, 1.16 («ra- gioni per che »)
; e si noti che mostrare con ragione o per ragione equivarrebbe a
provare. e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il
suo dire che, i)oi che 11' uditore crede, che stia contento e
faccia quello eh' e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore
che Ha civile scienza, cioè la covernatrice delle cit- 5. tadi, la quale
èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite e l'altra sanza lite.
Quella co llite si è quella che sisi fa do- mandando e rispondendo, si
come dialetica, rettoi'ica e lege; quella eh' è sanza lite si fa
domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per dare alla gente
insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i detti de' poeti
che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e
l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. 22. Altressì quella
civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una
artifi- ciosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale
15. il parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della
materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in
dialetica et in rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella
quale si recano argomenti pur per altoritade, si come legge, sopra la
quale non si reca neuna 2'^ pruova né ragione per che, se non tanto
l' altoritade dello 'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è
artificiale dice Boezio nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte
di ragione. 23. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte
della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella 25. parola dice
che rettorica è la maggiore parte della civile scienzia; e dice «
maggiore » per lo grande effetto di lei, che certo per rettorica potemo
noi muovere tutto '1 popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1
figliuolo, l'amico centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a
benevoglienza. Or è detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello
oflfizio di rettorica e del fine. 1: M ordinare, m e
iliraeltero e ordinare lo siidire — 3: M^ cliolll stea — 5: M-m si vede
in due — 7: M' y reclorica — 9: M' a. lo genti — i 1 : m-M in iscripto — M'
7 le g. b. 7 altro vicende — IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta
civ. — 13-14: mchS l'ima e art. 7 l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra
none art. (X non art.) — 16: m su argomenti che crede ohe si chenvieno, S
secóndo la cosa — 19: M sopralla quale — 21 : J/' di que- sta non
artificiosa — S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto — S8 : m M' contro al f. —
wchontro all'amico, M' contra amico. — 29: m li reca, Af' recalgli a pace
7 benev., L-S recarli a p. Q n h. — 80 : m M' oggimai. (1)
Con libertà non nuova alla nostra ling'.ia antica, si può sottintendere
il soggetto, « rettorica », dalle parole « per rettorica » che precedono.
La lezione ? ecarli, appunto perchè piii semplice e chiara, mi par da
scartare : non si vedrebbe CICERONE dice che è l'ufficio di questa
arte. 18. Officio di questa arte pare che sia dicere
appostatamente per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra
11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che nell'officio si
considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine si considera
quello che conviene al- l'officio. Come noi dicemo l'ufficio del medico
curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le
medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che
noi dicemo fine in- tenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare
il parliere, e 10. dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili
dice. Lo sponitore. 1. In questa parte àe detto Tulio
che è l'officio di que- sta arte e che è lo suo fine; e perciò che '1
testo è molto aperto, sì sine passerà lo spouitore brevemente. Et
dice 15. cotale diffinizione : officio è dicere appostatamente per
fare credere. Et nota che dice « appostatamente », cioè ornare
parole di buone sentenze dette secondo che comanda que- st'arte; e questo
dice per divisare il parlare di questo di- citore dal parlare de'
gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice « per far
credere », cioè dicere sì composta- mente che ir uditore creda ciò che
ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più
di dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del
fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi 25.
considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo 'ntendimento
del parliere è di far credere le sue parole all'uditore. Donque questo è
la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O — 3: M-M'
7 lar — M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale
ilivisumento che no l'ollicio — M 7 è colalo — 0: m il' e curare — 9: t
in- tenderemo cli6 olicio è quello ecc. — m om. e — JO: il ella, mi e la
— i3 : .tf' et che il lino — 15: il apostamonle — M-m saltano dal l'ai ^
apposlatanicnto. — 10: .tf-m-.l/' or- nate — 20: m diro si ornatamente et
cliom))ost. — 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m che farle credere -
24: M-m per 1 udire — 23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la
ragione per cui fu mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia
derivata da recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante
di ìi reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la
cosiddetta legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc.
Dani., N. S., XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò
eli' è detto si rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1
dicitore intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine
di que- sta arte è doppio, uno nel parladore et un altro
nell'uditore. 5. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che
dica bene e che sia tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è
questo fine: che '1 dicitore a questo intende, che nell'udi- tore sia
cotale fine che creda quello che dice; e questo fine non desidera sempre IL
PARLATORE sì come quello di sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che
è l' officio e che è il fine e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì
dice Tulio che officio è quello che '1 parliere de' fare nel suo
parlamento secondo lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per
cui cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa ca-
15. gione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che
. dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che Ilo
officio del medico è medicare compostamente per guerire r
amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo
medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di
rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di
questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere
che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi 25. dicemo che Ile malizie e
le fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne
medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa
arte et il savere eh' è appreso (2) dell'arte sono materia di rettorica;
le quali cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si
involve, M^-L si muove — S : M' quello olio. — 9 : M-m considera —
10: M' om. l)ene — 15: M-m non ae altro — m se none a faro — 16: Af ' in ciò
— 17-18 : M Olii, è medicare.... del medico — 19: M-m Già ae d. s. (mi s.
d.) — 20: M' del fine — ogimai procederà Tulio a dire — S,4: m e
tutta l'arte — Jlf ' e sapere — S3: M-m le malizie, cioè le malattie
(glossa) — 87: M e savere — tulli i inss, apresso (1) Questa è
senza dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni
paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il
sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di
Mi L. Invece di « si rivolve lo suo animo » (soggetto) si può anche
intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo animo », ma forse l'espressione
riesce meno naturale. (2) La correzione è suggerita dalle parole
precedenti : « lo savere che dell'arte s'apprende». Il testo latino ha
facuUas oratoria. fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO,
che fue quasi il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL
PARLATORE puo molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a
questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede
a questa 5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE
sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e
giudiciale. Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che
materia di rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati
e trovati li co- mandamenti di questa arte, e per cui cagione
s'adoperala scienzia clie 11' uomo apprende per quelli
comandamenti. Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli ado-
peramenti per le infertadi e per le ferute; et insomma 15. quella è
Ila materia sopr' alla quale conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata
questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che Ila materia
richiede e per fare che ir uditore creda. 2. Et di questo è stata
diiferenzia tra' savi : che molti furo che diceano che materia
puote 20. essere ogne cosa sopr' alla quale convenisse parlare. Et
se questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine, che
non puote essere; e di questi fue uno savio, Gorgias Leontino,
antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'ap- pella antichissimo sì
dimostra che non sia da credere. 25. 3. Ma Aristotile, a cui è
molto da credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa
arte in perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della
parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e
catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo-
30. strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti
apiiare : 2: m cliel parlaro — 3: M-m che (loggia (w dohbia)
aiiiiistare — 6: M' generi — 7: M-m giiulicalivo - IS: M-m et per (incili
comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per qiialnni|ue com. (t
bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo inf. — M' fedito —
15: m. M'-L sopra la quale — 19: M' dissero — ?0: m sopra la ipiale
l'uomo chonviene parlare, M' sopra la (pialo — SS: M-m di questo — S3-S4: M' 1
aix.'l- lava — S6: M-m (lice molti aiuti — M' in ciò che, m però che —
S7: Mdinvctione, hi d'in- votione - S8: M-m materie — M' de cosa {ma L S
di cose) — M^ ciasouna — 30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a
questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta
l'arte di rettorica. 4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo
punto fanno divisamente intra dire e dittare; che pare che Ila materia di
dittare sia si generale 5. che quasi sopra ogne cosa si possa fare
pistola, cioè man- dare lettera. Ma dire non si puote per modo di
rettorica se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca
tutta la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione
è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote
sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè
per propietadi del fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa
diceria che fie proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco
Tulio Cicero no, che davanti (i) al popolo di Roma fece anegare
15. molti romani a tempo che '1 comune era in dubbio? In questa
proposta à due parti, una del sì et un'altra del no. Quella del sì è
cotale : « Cicero è da sbandire, perciò che à fatta la cotale cosa *.
Quella del no è cotale: « Non è da sbandire, che ricordando pure lo nome
signififica buona cosa 20. et isbandire et exìlio (2) sìgnifBca
mala cosa, e non è da cre- dere che buono uomo faccia quello che ssia da
sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto che è la materia di
quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et però che elli
l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì quelle 25. tre maniere sì
compiutamente che per lui e per lo sponì- 1 : m sachosta —
2: Mi tucta — 3:m tra dire od. — 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote — 6:
M' lectoro — 7 : 3f ' se non le docte — om. perciò — m tutta rettorica — 9: M'
ov'a — il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti — m cioè i)roiiietadi —
12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m om. Cicero — M^ Cicerone che
davanti il p. — 15: M' al tempo — 16: M imposta — 19: M' il suo nome ò
buona cosa — 20: M' in exilio — 21-22: m dongno da sb., M' dengno di
sbandire in oxilio — 24: J/' la conferma
Non e' è dubbio sul testo, in cui la tradizione manoscritta è
concorde; quanto all'interpretazione cfr. Maggini, La Rettorica italiana
di B. L., ediz. cit., p. 34. Che et e non in sia la lezione
originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da M< in
exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà quelli
per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e la
natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo
trattato e di Con- noscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti
non po- trebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima
del dimostrativo. Del dimostr amento. 20.
Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio d'una certa
personale. In questa parte dice CICERONE che, con ciò sia cosa che Ile
cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda indella quale l'uno afferma e
l'altro niega siano di tre maniere, sì inse- gna Tulio avanti quale causa
è dimostrativa. Ma lo sponi- 15. tore non lascerà intanto che non
dica la natura e Ila radice di tutte e tre, oltx'e che dice il testo di
Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la
causa, e dicerà che è il fatto della causa. La persona del par-
liere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo 20. suo
fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o che ssi crede
ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto noll'abbia; altressì
intendo «fatto» quello che fece o che ssi crede ragionevolemente che elli
abbia fatto, avegna che fatto non sia. 3. Il fatto della causa è quel
detto o quel fatto per 25. lo quale alcuno viene in causa e
questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: « Tu
fai tra- 1: in poUà collii —è: M' c\ inovini. ~ 5: .W
Jioooia, L ilice ora — 6: i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo — 8:
S si moslra — 13-14: il' sia in ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio
inprima — M-m cosa — il' sia doni. — 13: m oni. e la radice - lS-19: il-m
Persona del ]). 7 quella — 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo
dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli
(nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello — S4 : il' ijucl
detto — SS- il' et in ipiest., m. ohi. — L siae -- 41
- dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: « Non
fo ». In questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone
de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradi- mento » — « Non fo »; e
chiamasi causa però che 11' uno ap- 5. pone e dice parole contra l'altro
e mettelo in lite. 4. Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che
èe dimostra- mento e che deliberazione e che iudicamento, e così
sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento. —
5. Dimostramento è una maniera di 10. cause tale che per sua
propietade il parliere dimostra ch'al- cuna cosa sia onesta o disonèsta,
e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e questa causa
dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote
partire. 6. La speciale dimostrativa è quella nella quale i
parlieri 15. si sforzano di provare una cosa essere onesta o
disonesta, non nominando alcuna certa persona; et intendo certa
per- sona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e
di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo
dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della 20.
luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa
speciale dimostrativa sia cotale exemplo : « Il forte uomo è da laudare
». Dice l'altro: « Non è, anzi è da vituperare ». E di questo nasce
quistione, se '1 forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa,
ma 25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La
causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i
parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o diso- nesta nominando
certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E
di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et
questa quistione comprende due tempi : presente e pre- terito. Che al ver
dire di ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato biasmato, et altressì
di ciò che fece ne' tempi pas- sati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche
storie di Roma che 35. questa causa dimostrativa si solca trattare
in Campo Marzio, 5: 3/' perciò maggioro — 7 : ìlt' cheo...
cheo (ma L clie... che) - saprà che è — 10: M' per sue propietadi il
parladore — 14: M' i parladori — m spellale o dimostrativa — 16: M' nm.
et intendo certa persona, vi om. et — 17: M' et dele ciltadi — 18: m
cliase diterminate — 19: M-m et della gr. — 20: m non apartiene — ^i :?» om.
speciale — M-m dimostrata — M k cotale lessemplo - So: M-m om. è — 27: M'
alcuna persona essere M-m di tre
tempi — m pres., preter. e luturo — 32: M-m Et al ver dire — 33 : M-m om.
di - 42 - nel quale s'asemblava la comunanza a
llodare alcuna per- sona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a
bia- smare quella che non era degna. E già è ben detto della causa
dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deli- 5. berativa.
Del diliber amento. 21. Diiiberativo è quello il quale, messo
(^' a contendere et a dimandare tra' cittadini, riceve detto per
sentenzia. Lo sponitore. 10. 1. In questa parte dice
Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a'
cittadini a contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che
nne sentono; e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè
alla fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di
15. causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà
delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare
sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua
sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in
ciò sia questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare
oste in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano
qual sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si
considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future
prende l'uomo consiglio e dili- 25. bera che ssia da fare e che
noe. 4. Et questa causa dilibe- rativa è doppia: una speciale et un'altra
che non si puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera
d'ai cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando
1-3: M alcuno cli'era dengno — om. e signoria.... degna — 6: Tutti
i mss. omesso, S è messo — H : M-m che in essa - m M' i loro pareri, L
illoro pareri — 12: M' da loro - 13: M-m dicono — 14: M-m lo migliore —
15: M-m cassare (M 7 quello) — 16: M-m raunavano — 17: M-m non
daffare — 20: M' ressom])ro — M-m che pone -22: M' il migliore — 24: m
nel tempo futuro — ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m Questa ì;
causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia — m una e
spetiale — M-m om. che — 27: M-m alcuna cosa — 28: M-m om. sellò (1)
Il testo latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a
tutti i codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la
rendeva facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma
preferisco quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del §
2. alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace
è da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce
causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. 6. L'altra che
non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare
e' alcuna cosa sia utile o dan- nosa, nominando certe persone, in questo
modo: Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi ». Dice
l'al- tro: «Non è». 7. Et già è detto della causa diliberativa;
omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto 10. a
ciascuno, che Ila propietade della diliberazione èe mo- strare che ssia
utile e che dannoso in alcuno convenentre. Et questa diliberativa si
solca trattare nel senato, e prima diliberavano li savi privatamente che
era utile e che no e poi si recava il loro consiglio in parlamento e
quivi si 15. fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea
un'altra migliore. Del iudiciale. 22. Judiciale è
quello il quale, posto In iudicio, à in sé accu- sazione e difensione o
petizione e recusazione. 20. Lo sponitore. l. La natura
di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore per
cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per
mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo :
che uno ac- 25. cusa un altro e 11' accusato si difende elli
medesimo o un altro per lui; overo che uno fa sua petizione e
domanda guidardone per alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un
altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta dice : « Anzi è
degno di pena ». 2. Et questa causa si pone 30. in iudicio, cioè in
corte davante a' indici, acciò eh' elli in- dichino tra Ile parti quale
àe iustizia; e questo si fae in corte palese in saputa delle genti, acciò
che Ila pena del S. in Iva — 3: M-m e so la p. — 4: M'
L'altra la quale — 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e li crem. — M-m
l'altro dice — *: J/ E già detto — U-m cosa — 9 : M ' oggi- mai dicera
del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno — m e damostrare — 12: m ohe
prima 14: m om. e — m M' in loro consiglio (ma L illoro cons.) — 14-15:
A/' in loro sententia si fermava — 18: Tuttiimss. e [tosto — i9: m
accnsatione, difensione, pctitiono — Tutta mas. recusatione {ma cfr.
testo latino) — 24: m chontro a iust. — m om. che — 25: .V e me- desimo,
L elli med. — 27: m fatta bene — 28: m om. e dice — 32: m traile genti.
malfattore dia exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia
exemplo agli altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: «
I buoni si guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si
guardano 5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale
dop- pia: una speciale et un' altra che non si puote partire.
Speciale è quella nella quale il pai'lierc si sforza di mo- strare alcuna
cosa che ssia insta o iniusta, non nominando certa persona; in questo
modo: « Il ladro èe da 'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice
l'altro: « Non è ». 4. Quella che non si puote partire è quella nella
quale il parliere si sforza di mostrare una cosa essere iusta o no,
nominando certa persona; in questo modo: « È da impendere Guido eh'
à fatto furto, o no? » Od « E da guidardonare Julio 15. Cesare eh'
à conquistata Francia, o no? » 5. Et tutte que ste cause iudiciali si
considerano sopra '1 tempo preterito, perciò che di ciò che 11' uomo à
fatto in arrietro è guidar- donato o punito. Tullio dice la
sua sentenzia della materia di rettorica, 20. riprende quella d'
Ermagoras. 23. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del
parliere (0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre.
(cai). VI) Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice
ne attenda C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di
questa arte in causa 25. et in questione. 1 : VI
exempro allo genti — -V far malo — M il guidardone — S: M' tini benfacloro
— m om. VA — 4: M' o li malvagi seno guardano — 6: U' et una che — 7: il'
il dicitore - 9: M-m om. modo — m è da mpichare — 10: M' un altro —
12-15: M-m om. ila nominando alla fine del paragrafo — i6: il-m om. si —
i7: m per adietro — i8:m pulito SI : M-m parlare, M' parladore, L
parlatore —M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra non tanto la
variante di M' quanto, spe- cialmente, il trovare nel § 1 del commento lo
stesso errore di Mm di fronte a parliere di M'. Conservo, coi
codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia nel primo caso
attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo dunque in-
tenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe spiegabilissima.
Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una prova della
somiglianza sostan- ziale per l'autore fra attendere e intendere si ha
nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi sono
invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea,
nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea ». Poi elle Tulio
àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come fue
oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia
d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la
senten- zia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del par-
liere è di due partite, cioè causa e quistione. 2. Ma certo e' dovea così
riprendere coloro che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto
e disconfortamento e consola- lo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente
perciò ch'elli era più novello e però dovea elli essere più sottile, e
ri- prendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte; e
riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che Tulio CICERONE non
disfina (D lo riprendimento delli altri, si vuole lo sponitore chiarire il
loro fallimento, e dice così: 3. Vero è che, si come mostrato è qua in
adietro, l' officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere,
e questo far credere è sopra quelle cose che sono in lite, e'
ancora non sono pervenute all' anima ; ma chi vuole considerai e il
vero, e' troverà che confortameuto e disconfortamento sono solamente
sopra quelle cose che già sono pervenute all' anima. Verbigrazia : Lo
sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo
intralasciava; onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare
('-) per confortameuto, e questo conforto viene sopra cosa la quale era
già pervenuta all'anima, cioè la negli- genzia. 4. Et se alcuno
disconforta un altro che avea pro- posto di malfare, tanto che ssinde
rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era già pervenuta
all' anima. 30. Adunque è provato che conforto né disconforto non
pos- 1 : m dinanzi — 3: L dico e conferma — 4: M-m la
sciencia — 6-7 : M-m parlaro — 10: M'-L non mattamente —li: M-m om. elli
— 14: m diffina (o anche disfina), ilf'-/y non examina delli altri — m
om. si — 16: M^ in qua dietro — m del parlare — 17: M-m om. si — 18: M'
et che ancora, m e anchora — SO: M' et trovare — 21: m om. già - S3 : L
pensato, S per pensato — 23: M lo tralassava, m lo lasciava — 24: M' bene
ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi sconforta — 30: M-m
sconforto Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por «
dichiarare », che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non
mancano esempii (cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa
parola in senso di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss.
altì- sono essere materia di questa arte. 5. Ma
consolamento puote anzi essere materia del parliere, perciò che
puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta all' anima.
Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare dolorosa vita per la
morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose. Ma un savio lo consola,
tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora pervenuta
all'anima. Ma perciò che in questo consolamento non ha lite, perciò che
'1 consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore,
non puote essere ma- teria di questa arte. 6. Or è ben vero che altri
dissen che dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia
di poete, però eh' a' poete s' apartiene di lodare e di vituperare
altrui. Et avegna che CICERONE no Ili riprenda nominatamente, assai si puote
intendere la riprensione di loro in ciò eh' e' conferma la sentenza
d'Aristotile che disse che dimostrazione e deliberazione e iudicazione
sono materia di questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione
per- tiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi : che '
poeti 20. lodano e biasmano sanza lite, che non è chi dica
contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice contra
il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Erma- goras intendesse
quello che dicea, né che considerasse quello che prometea, dicendo che
tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica. Or dicerà
Tulio le rii)rensioni d' Ermagoras sopra causa e sopra questione. Tullio
seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che ssìa quella cosa nella
quale abbia contro- versia posta in dicere con interposizione di certe
persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è materia dell' arte e, sì
come detto avemo dinanzi, che sono tre parti : iudiciale, dimostrativo e
deliberativo. 2: M' innanzi — del parlatore — 3: m non 6
jiervenuta — 5-6: M ellamava — 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto
sì clid iiropone — 8: M-m che questo cons. — .9: in e non allega — i3: m di
poota.... a poeti, M' de poeti... ali poeti — M' o di vit. — i-i: M
nelle, m non le, M' non gli — i6: M' elicgli conferma — 17: m dim., dilib.
et iiivochationo — 19: M' ali poeti et ali pailadori— 5i : M II parlieri,
»i 11 parlieri?, 3/« E! parladore — m pero che è chi dicha chontro al suo
dire — S-1: A/' chelgli prom. — 26: m e questione, M' sopra questioni —
30: m nm. medesimo — itf' nm. o Sponitore. 1. Poi che
Tulio avea detto che Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e
questione sono materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che
Ermagoras 5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa
della quale molti sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente
uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché
sopr' a cciò contendono di parole met- tendo e nominando alcuna certa
persona, che non si possa 10. partire e che propiamente e
determinatamente si partenga alle civili questioni. 3. Et di questo dice
Tulio che ss' ac- corda co llui, che ciò àe elli detto davanti per sé e
per Aristotile; ma dicerà omai com' elli errò in questione.
Qtd rijivende Tullio Ermagoì as-
Questione apella quella che àe in se controversia posta in dicere
sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene fuori
d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo? Chente è
la grandezza del sole? Le quali questioni inten- demo tutti leggiermente
essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande
mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose
quelle nelle quali noi troviamo essere con- sumata la somma dello 'ngegno
de' filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora
dice Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la
quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole
l'uno contra l'altro non no- 5 M diceva - m ch'era chausa —
7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na {sic) trae, m ne atrae — 8:
M-m contendemo — 10: M' nominatamente — m sautenga — 13: Jf' oggimai —
15: M' la quale ae — 16-17: M' che ben — M-iii li senni vari — M' om. h —
M-m la l'ama — 19: M-m del parlare — 20: M-m oiii. raaltozza, ilf ' om. e
for- seneria — JZ-w parlare, M' parladore — SI: l/Tiusta,//i in vista— 24
^/-w appella- lo: M' era questione — m tra molti — 26: M ne
contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna
anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel
francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse
alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene
fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' fi- losofi qual fosse
il sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e
questi fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e
questi sono epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò
che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia
oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. 4. Altressì 10. fue questione
della forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è
tondo, altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì
era questione della gran- dezza del sole, che alcuni dicono che '1 sole è
otto tanti che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si
sforza- lo, vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra,
e per essa misura ritraeano quella del sole. 6. Et perciò mostra Tulio
che Ermagoras non intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente
s'intende che queste cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere.
Et nota che dice « officio » 20. però che ben potrebbe essere che '1
parliere fosse filosofo, e così toccherebbe bene a lini trattare di
quelle questioni, ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di
filosofia. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli
che dice che '1 parliere possa o debbia trattare di queste que- 25.
stioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano i filosofi. 7.
Or à provato Tulio che Ermagoras non intese quello che disse. Ornai
proverà come non attese quello che promise, in ciò che promettea di
trattare per rettorica ogne causa et ogne questione. 8. Et ciò fae a
guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3: M-m fuori con
lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori d'hon. — .W grande (juostione
— mi traili lilosali — -I : m «m. et — 5 : .V diceano hon. — M-m OHI.
questi fuoro — il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici — 6: il' diceano
volontade (S ugg. cioè piacere) — 7: M-m se songni - 8: M' chel ricalco —
9: S il nostro senti- mento — iO: il perciò — id: il' diceano — IS: il
Hangolo ('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo — m quadro
— i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a —16: m ritraevano la
misura d. s. — 17: il' che elgli diceva. Kt assai ecc. — S3: M' Dunque
ben — M' chi dice — 24: M' debbia parlare — 25: M' et faticano — S7: il-m
non inteso — 28: M-m perche (> rectorica — 29: M-m di savi (1)
La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata da quella di S
che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male interpretato come
abbre- viatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo. Il commento
di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di
ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49 —
quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad
alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse
trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la
quale non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando
per argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di
Tulio. Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che
se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per
istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando 10. la sua
scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non
avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è
quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto retto- rica che
no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del
tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate 15.
cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti,
et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire del- l'arte
sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la qual cosa
noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare a noi che
materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della 20. quale
noi avemo detto qua indietro. In questa parte dice CICERONE che se Ermagoras
fosse stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le
cause, parrebbe eh' avesse detto falso, cioè che avesse dato 25. al
parliere quello officio che nonn é suo; e così non avrebbe mostrata la
forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua. 2. «Ma ora è quella forza
nell'uomo», cioè tal fue questo Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e'
non sappia retto- rica no-lli concederae che ssia filosofo. 3. « Ma
perciò l'arte 1 : 3f siila pongono — 3: m trattare una q. —
4-5: M' per la quale non si porla provare — M' om. per argomenti — 9: M^
o \)ev insegnamento parendo— 10: »i ordinato — M-m del parlare — 11 : M-m
non avesse posto (»m in et n.) — M' ([nello puote — 13: M' che fece nolli
cono. — 14-15: M-m messe, A/' in esse — M-m ^ locate le cose («4 nm. le
cose) 7 lecte — 17: M dell'arti, in delle urti — itf' grandissimo — 18: Jl/
potea, M' ]jotero — 19: ni sia quella — 20: M' qua in adietro — S4: M-m
ciò — M' cavesse detto — 25: Af a parliere — 28: M' ch'olii — 28-29: S che
non lu veruno che dicesse ch'elli non sappia retorica non dirà giù che
egli sia philosopho (1) Il testo latino ha in ea.
che fece non pare in tutto rea ». In questa parola il cuo- pre (1)
Tulio e dimostra eh' elli avrebbe bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non
è del tutto rea » perciò eh' elli àe messo nel suo libro con molta
diligenzia e con ingegno li 5. comandamenti delli altri maestri di questa
arte, et alcuna cosa nuova v' agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là
ove il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte
d' altri maestri fece il suo libro. 4. « Ma molto è picciola cosa dire
dell' arte », ciò viene a dire eh' al parliere non 10. s'apartiene
dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Er- magoras, ma apartiensi a
llui in tutte guise parlare secondo li 'nsegnamenti e comandamenti
dell" arte, la qual cosa non seppe fare esso. 5. Adonque è da tenere
la sentenzia d'Ari- stotile, che dice che materia di questa arte è
dimostrativo, 15. deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto
sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell'
officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue
parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le
parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più
dicono: Inventio, di- spositio, elocutio, memoria e
pronuntiatio. Lo sponitore. ì. Cinque parti dice
Tulio che sono et assegna ragione per che, e quella ragione metterà
lo sponitore in suo luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne
mostra Boezio nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di
queste cin- 1-2: S scuopre — 4: M' con non molto.... ingegni
i com. — 6: J/' vi giiingnesse — i>f-»i la dove — 7:M* fosse ladro — m
poro che dello dette scritte - 8-9: M' delli altri — om. Ma... arte — m
cosa a dire — 10: M-m a dire — 12 : m egli noi seppe fare — 14 : m dice
materia — 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento detto del genere, dell'
officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà l'autore déle sue parti — M
sulficientemcnte dilig. — m ora dirà — 20;mLLQ parti di rettoriclia — M'
inveutione, dispositione, ccc — 24: S questa — M-m che dico se
alcuna Cioè «lo difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre
letto iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di
dimostra. que ijarti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se
queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo l'arte di
rettorica vi fie altressì. 2. Un'altra ragione n'ase- giia Boezio: che
però sono sue parti perchè esse la 'nfor- 5. mano et ordinano e la fanno
tutta essere, altressì come '1 fondamento, la i)ai'ete e '1 tetto sono
parti d'una casa sì che la fanno essere, e s' alcuna ne fallisse non
sarebbe la casa compiuta. 3. Et dice Tulio che queste sono le parti
di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo alcuni che diceano che
memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri
diceano che dispositio non è parte d' essa arte. Et così va oltre Cicerone
e dicerà di ciascuna parte perse, e primieramente dicerà della
'uven- zione, sì come di piti degna; e veramente è più degna, però
15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non
possono essere sanza lei. Tullio dice della
invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili
le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione
è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè
argomenti necessarii - e nota « necessarii », cioè a dire che conviene
che pure cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti
ac- 25. conci a provare che così sia, per li quali argomenti
veri e verisimili si possa provare e fare credere il detto o '1
fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica in- contro ad un'
altra. 2. E questo puote così intendere il porto dello sponitore.
Verbigrazia: Aviene una materia 30. sopra la quale conviene dire
parole, o difendendo 1' una i: .W manca — 3: m vi (ia, M' vi
l'u - 3-4: M' dice Boelius, che poroiù — 5: m fannola tutta essere, Af'
li fanno essere tutto alti-essi ecc. — 6: M' son parte — 8 : m om. Et —
10: m non era ~ 11: M^ dispositlone — 12: M-m dell'arte — 13: m primamente
- 16: m essere o stare — 18: M' invontione (e coù semiire) — m pensamento
— il' overo simili — 19: il-m la cosa — S3: SI' om. a dire — 23-24: m
pure che cos'i sia. E sap- piano — 25: M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto
- 27-28: m chontro ad un altra - 52 - parte o
dicendo centra l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si
conviene dittare in lettera. Non sia don- que la lingua pronta a parlare
né la mano presta alla penna, ma consideri che '1 savio mette alla
bilancia le sue parole 5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn
iscritta. 3. Con- sideri ancora che '1 buono difficiatore e maestro poi
che propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta le
mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel
suo extimare come la casa sia migliore; e poi 10. eh' elli àe tutto
questo trovato per lo suo pensamento, sì comincia lo suo lavorio. Tutto
altressi dee fare il buono rettorico: pensare diligentemente la natura
della sua ma- teria, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili
sì che possa provare e fare credere ciò che dice. 4. Et già
15. é detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire
quello che è dispositio. Dice Tullio de dispositio.
29. Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine.
Sponitore. 20. 1. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR
CREDERE il suo dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine,
cioè mettere ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene,
per più affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2.
E dice eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare
li argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti
nel principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si
possa contrastare lievemente, nella fine. 3. Cosi fae il difficatore
della casa, che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m
chontro all'altra - 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano
alla penna - 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in
iscriptura — 6-S:.il diliciatore prima che metta lo mani a lare — mr=.)/,
ma o maestro - 9: m Poi - 10: M' U suo la- voro — i3: M-m si veri che
possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' om- quello - M-m Ora
procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a
dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -
,W-»i ohi. i, m om. argo- pienti — 27: M' ali (piali
nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo che ssi
conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e camere e caminate, et
a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è dispositio; or diceva il
conto che è elocutio. 5. Tullio dice della locuzione.
30. Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti alla
invenzione. Sponitore. I. Perciò che neente vale
trovare od ordinare chi non 10. sae ornare lo suo dire e mettere
parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi conviene alla
materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella
scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di parole e di
sentenze a quello che noi avemo trovato et 15. ordinato. 2. E nota
che ornamento di parole èe una digni- tade la quale proviene per alcuna
delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende.
Verbigrazia: « Il grande valore che in voi regna mi dà grande speranza
del vostro aiuto ». Certo questa parola, cioè « regna », fa tutte
20. risplendere l'altre parole che ivi sono. 3. Altressì nota che
ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene di ciò che in una
diceria si giugne una sentenza con un'al- tra con piacevole dilettamente.
Verbigrazia : in queste pa- role di Salamene (1): «Melliori sono le
ferite dell'amico che' 25. frodosi basci del nemico». 4. Et già è
detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di sentenzie che
facciano la di- ceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie.
Omai pro- cederà il conto alla quarta parte di retto rica, cioè
memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo....
l'ascia, charaere3: M^ cam- minate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. —
0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche S intenliono) — 9: M om. od — 10:
M' sa adornare il suo dire — 15: m om. E - 16: M dignità della quale, m
M' dignità la quale pervieneSO: M' vi sono — SI m ,»f' perviene — 22 .-
M-m om. Ai — M un'altra seutenfa con un altro, m in un'altra diceria si giungne
un'altra sententia chon un altro piacevole dil. — 23: M-m dice Salamene —
25: M' li frodolenli basci — m om. Et — 26-27: M om. e di sentenzie, m om.
piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono
possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in
dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il
verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice
Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e
delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale
trovare, ordinare o acon- ciare le parole, se noi nolle ritenemo
nella memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice
Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una
naturale et un'altra artificiale. 2. La naturale è quella forza dell'anima
per la quale noi sapemo ritenere a memo- ria quello che noi aprendemo per
alcuno senno del corpo.Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per
in- segnamenti delli filosofi, per li quali bene impresi noi possiamo
ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate 15. o aprese
per alcuno de' senni del corpo; e di questa memo- ria artificiale dice
Tulio eh' è parte di rettorica. 4. Et dice che memoria è quella scienzia
per la quale noi fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo
trovate et ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire.
Et già é 20. detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et
ultima parte di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della
pronunziagione. 32. Pronuntiatio è avenimento della persona e della
voce se- condo la dignitade delle cose e delle parole. 25.
Sponitore. 1. Et al ver dire poco vale trovare, ordinare,
ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere e dicere le
sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice Tulio 5:
*' Però che niente — ot acconciai-e — 7: w» cene, Af' cine — M volere —
9:mom, et — il: M' senso — IS: M' quella memoria — i-i: J»/' udito — i5:
4f' sensi — 16-, m nnu Et — i8 : m olle parole — i9: M' noi vegnamo a
dire — SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto la quinta jiarte, .W"
il maestro - S6 : m o ornare — 27: in a chi non sae prollbrere o
diro -òs- che è pronuntiatio; e dice eh' è quella
scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare
et accordare la voce e '1 portamento della persona e delle mem- bra
secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione 5. della diceria.
2. Che chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel
corpo parlando di dolore che di letizia, et altro di pace che di guerra,
('he '1 parliere che vuole somuovere il populo a guerra dee parlare
ad alta voce per franche parole e vittoriose, et avere argoglioso
advenimento di persona e niquitosa ciera contra ' ne- mici. 3. Et se Ila
condizione richiede che debbia parlamen- tare a cavallo, si dee elli
avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il segnore parla il suo
cavallo gridi et ana- trisca e razzi la terra col piede e levi la polvere
e soffi per 15. le nari e faccia tutta romire la piazza, sicché
paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo
punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per
mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. 4. Tutto
altrimenti dee in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera
amorevole, la voce soave, la parola paceffica, le mani chete; e '1 suo
cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di
soavitade che sopr'a llui non si muova un sol pelo, ma elli medesimo
paia factore della pace. 5. Et così in letizia de' 1 parlatore 25.
tenere la testa levata, il viso allegro e tutte sue parole e viste
significhino allegrezza. Ma parlando in dolore sia la testa inchinata, il
viso triste e li occhi pieni di lagrime e tutte sue parole e viste
dolorose, sicché ciascuno sem- biante per sé e ciascuno motto per sé
muova l'animo del- 30. r uditore a piangere et a dolore. 6.- Et già
é detto delle cinque parti sustanziali di rettorica interamente
secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare
meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scu- sare sé medesimo
di ciò che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~
5: M' che a chi vuole — 0: M' noia boce — 7 : M' parlare, m Il parliere —
8: m smuovere — i/' om. il populo — 11 : M parlantare, m p-are — 12: m
mn. elli — 14-15: M' delle nari, vi sozzi le anari — 16: il' incominci — 17:
M-m om. per — 19-20: M' humili avenimenti — m nel chorpo — 21 : M' le
parole pacefiche — 22 : L di tanta jwssa — 24 : M' om. Et — mss. del
parlatore — 25 : M-m levata in suso - il' le sue parole — 26: il-m e
signilichino — 27: m chinata, il' inchina, L inchinata — 28 : M-m parole
iuste e dolorose — 29: il' muove — 30: m piangerò a dolore. Ora è detto —
31 : il' sustanziali parti — 32: M' il puote — 56 —
quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe
fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio
dice che tratterà della materia e delle parti. 33. Oramai dette
brievemente queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le
quali noi potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di
quest'arte, però che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera
a mostrare la propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che
scrive l'arte rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre
due, cioè della ma- io teria e delle parti. E io perciò voglio trattare
della materia e delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare
più intentivamente chente in tutti generi delle cause debbia essere
inventio, la quale è principessa di tutte le parti.
Sponitore. 15. 1. In questa parte dice Tulio che non vuole
ora pro- vare perchè quello sia genere di i-ettorica che detto
è davante, né Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie
parole e non sono di molto frutto, e però l' atermina nel- r altro libro
nel quale tratta sopr' a cciò; et in questo 20. presente libro
tratta della materia, cioè dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et
altressì tratta delle pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio,
memoria e pronuntiatio. 2. Et di tutte queste tratterà insieme e
comunemente. Ma però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE
chente ella dee essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi
dovemo trovare quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia
deliberativa, e quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che
mosterrà come sia da trovare in catuna di queste cause, e come
30. ordinare e come ornare la diceria, e come tenere a me- moria e
come profferere le sue parole. 1 : M-m quella — 4 : M'
Ogimai — 7 : M admostrare, ni a dimostrare — M' le pro- picladi — 9: M-m
che convenga - iO-H : M-m om. K io.... congiuntamente — IS: M-m chente e
— i3: Af' do tutte l'arti — 16: M-m quella, M -L quel — M' detto davanti
— 18: M' lo termina — 20: M-m dimostrative — 23: M' congiuntamente; m om.
e — 24: M-m om. SI dicerà Tulio — i'S : M' om. sia — congiuntamente — S9:
Af' come iu e. d. q. e. sa da trovare — 30: iii nm. e come ornare
Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi
ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui
piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in
conno- 5. scere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che
sono- il fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per
innanzi, eh' elli intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono
aprendimento e per lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell'
arte, il libro e lo sponitore ne riceve- JO. ranno perpetua laude.
Della constitnzione e delle quattro sue parti. 34. (e.
Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna controversia in diceria o in questione
contiene in se questione di fatto o di nome di genere o d'azione; e noi quella
questione delia quale nasce 15. la causa apelliamo constituzione. E
constitnzione è quella eh' è prima pugna delle cause, la quale muove dal
contastamento della intenzione in questo modo : « Facesti » - « Non feci
» o « Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di mostrare e trattare
della invenzione e della materia insieme, sì mostra lo
sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore chia-
rezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste parole,
cioè causa, controversia, constituzione e stato. 25. 2. Causa vale
tanto a dire quanto il detto o '1 fatto d' al- cuno, per lo quale è messo
in lite, ed è appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra
parte. Et appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando
al prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo:
3: M-m di darli l'animo — 7-10: M^ chel baono — ben dire — per tua laude,
M-m dello sponitore, M ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf
' om. contiene in se questione — 14 : M-m di quella — 15: M^
constitutione ò la prima pugna — 21 : M' om. insieme — M' mosterra, ma L
mostra — SS : M delinventia, m della inventia, M^ della inventione — 23:
m tutto innanzi — Af' mi. si prendono — S7 : M' dell'una parte 7 del-
l'altra — 28: M-m la 'nlentione — M' dal prol. - 58 -
« La mia causa è giusta » cioè « la mia parte è giusta >. 3.
Controversia vale a dire tanto come causa, e viene a dire controversare
cioè usare l'uno coli' altro di diverse ragioni e contrarie. 4. Questione
tant' è a dire come '1 primo detto 5. di colui che comincia contra un
altro e '1 secondo detto di colui che ssi difende. Et appellasi quistione
una diceria nella quale àe due parti messe in guisa di dubitazione,
et appellasi questione per l'una e per l'altra parte della que-
stione. 5. Constituzione si prende et intende in quelle me- 10.
desime significazioni che sono dette davanti. 6. Stato è ap- pellato il
detto e '1 fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare
quel detto o quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione
perciò che '1 parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua
parte di quel detto o di 15. quel fatto. Et per ciò è appellato
controversia che diversi diversamente sentono di quel detto o di quel
fatto. Qui dice lo sponitore come Tullio tratterà della
Invenzione. 7. Et poi che Ilo sponitore àe dette le significazioni di
que- ste parole, dicerà in chente ordine Tulio tratta della 'nvenzione.
Et certo primieramente insegna invenire e trovare quelle questioni le
quale trattano i parlieri, et appellale constituzioni e dice la
proprietade di constituzione e divi- dela in parti. 8. Nel secondo luogo
mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual sia composta,
cioè di 25. quattro o di più. 9. Nel terzo luogo mostra qual
contra- versia sia in scritta e quale in dicere. 10. Nel quarto
luogo mostra quelle cose che nascono di constituzione, cioè la
diceria nella quale àe due divisioni e ragioni, e Ila giudi- cazione e '1
fermamento. 11. Nel quinto luogo mostra in 30. che guisa si debbono
trattare le parti della diceria secondo rettorica. 12. Nel sesto luogo
mostra quante sono esse parti e quali e che sia da ffare in ciascuna. 13.
Et disponesi cosi 2 : Af' vale quasi tanto — 3: M'
controversia — centra l'altro diverse ragioni — 4:M' k tanto a dire — M-m
come primo — 5: m e secondo — 7: M-m parti in essere — M dn- bitatione
sanfa dubitatione — 9: M' i s'intende — 10: m dinanzi — J8: m om. VA- IO:
M' sì dicerà oggimai — 20: L a trovare — 23: m In quattro parti — M-m
dimostra - M qual cosa, m ciualo luogho — 26 : M-m sia scripta - 28 :
M'-L e la ragiono el iu- dicamento el fermamente — 29: m dimostra — 31: M
luorao (tic) .— 32: M' ciascuno M Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et
dispone Ci aspetteremmo o 'l fatto, anche per uniformità colle
frasi seguenti ; ma la concordia dei codici per e lascia incerti sulla
conesiione, che non è neppure indispensabile per il senso.
— 59 — il testo di Tulio per fare intendere onde procedono le
qui- stioni che toccano al parliere di questa ai'te.
Sponitore. - 14. Ogne cosa la quale àe in sé controversia, cioè
della quale i diversi diversamente sentono sicché al- 5. cuna cosa dicono
sopr' a cciò con inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è
vera o falsa, sì à' in sé que- stione di fatto, cioè questione la quale
muove di ciò che alcun fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno
con- tra l'altro: « Tu mettesti fuoco nel Campidoglio »; et esso
10. risponde: « Non misi ». Di questo nasce una cotale que- stione, se
elli fece questo fatto o no, et è appellata que- stione di fatto per
quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome, cioè che
11' una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte n'appone un
altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo o altra
cosa che non sia sagrata. Dice 1' una parte contra lui : « Tu ài commesso
sacrilegio ». Dice l'altro: « Non sacrile- gio, ma furto ». Et nota che
sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette
sacrilegio che fura 20. cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di
questo nasce una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere
nome furto sacrilegio, e però è appellata questione del nome. Od è
questione del genere, cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che 11'
una parte appone a quel fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia :
Dice F uno : « Questi uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea
morto il suo padre» - Dice l'altro: « Non è vero, ma iniustamente
l'à fatto»; e di ciò nasce cotal questione di questa qualitade: se
l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò è appel- 30. lata
questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di che maniera
sia. 17. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che contiene
questione la quale procede di ciò, - e' alcuna azione si muta d' un
luogo ad altro e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra
un altro : « Tu m' ài 4: M' diversi — 6: M' se l'una parte —
8: 3f' un facto — 8-9: M' uno contra un altro — M' Elgli, mie— 12-13: m
che 6 allui aposto, il/' perche il facto che allui e e apposto da
questione ecc. — M-m Onde questione — i4 : M-m in nome o in facto, M'
ialla dal 1° al 2° appone — 18: m M' oin. Et — M' peggio — 20: m Onde — 21:
M' del nome del facto — 22: m di nome — 23: M-m Onde — m di genere — 25:
M-m l'altro — 28: iW' OHI. e — 29: M-m om. se l'à fatto — 30: M' o di che
m. - 31 : M-m Onde — mcioò che viene — 32-34: M' dico calcuna ad un altro
— om. e.... ad altro — uno a un altro (1) È lezione congetturale,
ma sicura, come dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un
cavallo »; et esso risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo
tempo, perciò che ttu se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o
perciò eh' io non debbo rispon- derti in questa corte, ma in quella della
mia terra >. Onde di questo procede una questione, la quale Tulio dice
che è d'azione, cioè se colui dee rispondere o no. 18. Et dice
Tulio che tutte le quistioni che sono dette davanti sono appellate
constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice che constituzione è la
prima pugna delle cause, cioè 10. quello sopra che da prima
contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto dell'altro, e
questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il nascimento, cioè
che muove del contrastamento della intenzione, cioè del detto di
colui che ssi difende contra le parole dell'accusatore. Onde contastamento
è appellato el primo detto del difen- sore e intentione è appellata il
primo detto dello accusa- tore. Et pare che il nascimento della
constituzione vegna della difensione ch'è della accusa, non che nasca
della di- fensione, ma perciò che del detto del difenditore si
puote 20. cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di
ge- nere o di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che
sono messi davanti. 20. Et omai dicerà Tulio le nomora e Ile divisioni e
Ile proprietadi e He cagioni di tutte le dette questioni. 25.
Del fatto, et è detto congettìirale. 35. Quando la controversia è
di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture, sì à nome
constituzione congetturale. Sponitore. 1. In
questa parte dice Tulio che quando la conten- 30. zione è per
alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì come davanti si dice, sì
conviene eh' ella sia provata per con- 1 : M' 0(1 cigli, VI
et e — 3: m e però ch'io — M' rispondere — 6 : M' se quelli — m OHI. Et —
10: M i parliero, vi quello dello quale contendono da prima — 14: M di-
fontu — 15: m M' il primo — 16: M' appellato - 17: M-m che nascimento — 19: M'
owi. del — 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le detto | cagioni I
(piestioni — SS: Moni. è — 26-27: M-vi om. è — per cometlere — 30: M'
apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per presunzioni.
Verbigrazia: Dice uno contra un altro: « Veramente tu uccidesti
Aiaces, ch'io ti trovai e vidi traiere il coltello del suo corpo ».
2. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che a
provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'al- tressì ferme ragioni
si possono inducere per 1' una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto
della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di nome.
Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. 10. 36. Quando
è la controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si
conviene diffinire per parole, sì è nominata diffi- nitiva.
Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che quando la
conten- 15 zione è del nome del fatto, cioè come quel fatto eh' è
ap- posto altrui abbia nome, quella questione si è diffinitiva
perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella parola e di quel
nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispia- nare che viene a dire e
che significa, non per exempli ma 20. per parole brevi e chiare et
intendevole. 2. Verbigrazia : Un uomo è accusato che tolse uno calice d'
uno luogo sa- crato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si
difende dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa con-
troversia si è tutta la questione per lo nome di questo fatto: 25.
è sacrilegio o furto? 3. Onde per sapere la veritade si con- viene
diffinire l'uno nome e 11' altro, cioè dire la signiffi- cazione e Ilo
'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie chiarito per le parole
quello che '1 nome significa, assai bene si potrà intendere e provai*e
qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi eh' è detto del nome,
sì dicerà Tulio del genere. 3: m e viJili trarre, M'
ol ti vidi trarre — 5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se
ne possono — 7: in ora. E — *: m om. sì — W: M' la controversia è — ii:
M'-L appellata — 13: M-m om. è — 3f ' 7 ilei facto — 16: M' om sì — 17:M'
che ella airorca — M-m a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro — 23:
M' ma e furto — 24-25: AT» se questo facto è sacrilegio furto — 26: m
l'altro — M-m dare - 28: M-m che nome — 30: m om. Ei e si
62 Dice Tullio del genere, et è appellato
generale. 37. Quando è quistione della cosa qual sia, perciò clie
Ila. controversia è della forza e del genere del fatto, sì è vocata
con- stituzione generale. 5. Lo sponitore.
1. In questa parte dice Tulio che quando è questione della cosa
quale ella sia, perciò che Ila controversia è della forza del fatto, cioè
della quantitade, e della comparazione et altressì del genere, cioè della
qualitade d'esso fatto, si è 10. vocata constituzione generale. 2.
Verbigrazia : La quanti- tade del fatto si è cotale questione : se uno à
fatto tanto quanto un altro, si come fue questione se Tulio avea
tanto servito al comune di Homa quanto Catone. 3. La compa- razione
del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia migliore, 15. si
come fue questione quando i Romani presono Cartagine qual era il meglio
tra disfarla o lasciarla. 4. 11 genere del fatto si è questione della
qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se colui che
fece il fatto fece iustamente o iniustamente. 20. Dice
Tullio dell'azione, et è appellata translativa. 38. Ma quando la
causa pende di ciò che non pare che quella persona che ssi conviene muova
la questione, o non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro
che ssi conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege
o di quel peccato o di quella 25. pena che ssi conviene, quella
constituzione à nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere
translazione e tramutamento. 8: M-m o decta forfa — 9: M-m
sia — M' aiiiiellala — H : M-m senno - 14. m do fatto — i7: M-m qualità —
2'1: A/' l'accusa — 24: M convenne, M-m nm. o non (1) La frase o
non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma si ricava
dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In questa parte
dice CICERONE della controversia del- l'azione, che quando sopr'acciò è
Ila questione e' si conviene che U'azione si tramuti in tutto o in parte,
e perciò à nome 5. translativa, cioè trarautativa- Et questo è o puote
essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel testo, cioè:
2. Quando non muove la questione quella persona a cui la conviene di
muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro : « Tu se'
venuto troppo tardi a scuola ». Et 10. esso dice: « A te no'nde
rispondo, che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi
al nostro mae- stro ». 3. O non muove la questione contra quella
persona che ssi conviene. Verbigrazia : Fue trovato che in Roma si
trattava tradimento e fue alcuno che ll'aponea contra 15. lulio
Cesare, et esso dicea : « Contra me non si conviene muovere di ciò
questione, ma contra Catellina che 11' àe fatto e fa tutta fiata ». 4.
non muove la questione appo coloro che ssi conviene, cioè davanti a
quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue accusato il vescovo di simonia
da- 20. vanti al re di Navarra. Il vescovo dice: « Tu non
m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son bene
tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico ». 5. O non muove la
quistione in quel tempo che ssi conviene. Ver bigrazia : Uno fue accusato
il giorno di Pasqua ; esso di- 25. cea : « Non rispondo ora di
questo, perciò che oggi non è tempo d' attendere (1) a cotali
convenenti». 6. non muove questione a quella lege che ssi conviene.
Verbigrazia : Uno cittadino di Roma era in Parigi e volea piatire contra
uno francesco secondo la legge di Roma; ma quel francesco dice
3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. — 5: Af 7 puote, m e questo
puole essere — M' in sette m. — 7-8: m si conviene — M' in contro a un
altro — 9-iO: M' Ed elgli, m et elli — M-m om. ti — 12: M-m muovere, M'
muove questione — i4: Af alcuna —16: m questione di ciò, M' di ciò non si
conv. m. q. — ' 17: m tuttavia — M-m contra coloro — 18-19: M' che si
dee.... Il vescovo fu acc. — 21: M davante a giudici, m /> davanti a
giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua — egli — 25: M' non ti
rispondo ora di ciò — 26: m M' da rispondere — 29: M' la legge romana — m
il Francesco (1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si
trova una valida ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle
due famiglie di codici sembri risul- tare un da rispondere: sarà stato
determinato dal rispondo con cui comincia la frase. che non dee
rispondere a quella legge ma a quella di Francia. O non muove la
questione di quel peccato che ssi conviene. Verbigrazia : Fue accusato
uno, che non avea il membro masculino, ch'avesse corrotta una vergine;
esso 5. dice: «Io non risponderò di questo peccato» non muove
questione di quella pena che ssi conviene. Verbigrazia. Fue uno accusato
ch'avea morto uno gallo et erali apposto che perciò dovea perdere la
testa; esso dicea: « Non rispondo a questa pena, perciò che non tocca a
questo peccato. Donde tutte queste questioni sono translative, cioè che
ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata in tutto e tal fiata in
parte, si come appare nelli exempli di sopra. Dice
Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non sarebbe
causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne ma- niera
di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella
non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta
causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et
àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole
Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o
del nome o della qua- 25. lità del tramutare l'azione, non è intra
parlieri, certo intra loro non puote essere controversia ; e poi che
'ntra loro non à controversia, certo il fatto sopra il quale
dicessero parole non sarebbe causa, e così non sarebbe materia di
questa arte, cioè che non sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2.
Et provando questo sì dimostra Tulio i: i non si dee — 4-5:
m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo uno — 8: M' nm_ perciò - m egli
dice — M' non li lispondo — 9: M' non tocclia (piosto peccato — ti: M' in
altro slato, m om. e stalo - J2:M' paro — 16: M' luna de ipicste sia - 17: M
tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m provare
Tulio - S3-S6: M-m om. ^ — m tralloro - 30: m quando ([U'-sto
che Ile predette cose in questa arte sono si congiunte in- sieme
che qualuuiiue causa è dimostrativa o deliberativa o iudiciale sì
conviene che sia constituzione o del fatto o del nome o della qualitade o
dell' azione, et e converso che 5. qualunque constituzione è del fatto o
del nome o della qualità o dell'azione sì conviene che sia dimostrativa
o deliberativa o iudiciale. Et omai perseverra Tulio sua ma- teria
per dicere di ciascuna parte per sé. Del fatto.
1(». 40. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti
tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo
modo: « Ulixes uccise Aiace o no ?» Et puotesi fare questione che ssi
fa ora, in questo modo : « Sono i Fregelliani in buono animo verso
lo comune o no ? » Et puotesi fare questione che ssi farà, in questo
15. modo : « Se noi lasciamo Cartagine intera, everranne bene al
comune no? ». In questa pai'te dice CICERONE che Ila
controversia la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la
quale 20. àe nome constituzione congetturale sì come fue detto
in adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè
preterito, presente e futuro. 2. Nel preterito pone Tulio r exemplo della
morte d' Aiaces, che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto
il buon Achilles, 25. et apresso la sua morte fue grande questione
delle sue armi intra Ulixes et Aiaces. 3. Et certo Ulixes fue, secondo
che contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor
parliere, sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene
dire niettea in compimento le grandi vicende, 30. alle quali altre
non sapea pervenire, e perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per
lo suo senno che non fecero 2: M dimoslraliva — 3: M'
constitutione del facto — 4-6: M-m om. ot e conweiso.... dell'azione — 7
: M' Et oggimai perseguita — 10: M' in dui tempi — 11: m clie exututo —
13: M* de buono animo — 14: m om. che ssi farà — 15: M-m, L in terra — ikf'
aver- ranne, m e veramente bene — S3 : M' Tulio la morto — 24: M* a Troia
— 26-27: M' secondo che recitano le storie, fue M-m et niilior — 29: M*
per .ben dire — 30: Mie quali, m le quali oltre non sapeano — M adopio 7,
m adoppio più, M' adopero elgli M' in
contro a — la non fé, L non fece quasi tutta l'oste per
arme, et alla fine si parve uianife- stameute, eh' elli fue trovatore del
cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita; ma veramente in guerra
non si 5. fatigava molto con arme e non era di gran prodezza, ma
tuttavolta dimandava che Ili fossono concedute l’armi d'Achille, e dicea
che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta l'opera perchè etc
4. Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e prode all'arme,
di gran 10. guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza molto**
(D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e perciò
domandava l'armi d'Achilles e dicea che non si conveniano ad ULISSE. Onde
alla fine l'armi furono concedute ad Ulixes, per la qual cosa montò tra
lloro tanta invidia che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo
tempo fue morto Aiaces e fue della sua morte accusato Ulixes, et
esso si difendea e negava ; e di questo sì era questione di fatto in
preterito, cioè che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo
mette Tulio l' exemplo de' Fragel- 20. lani, che furo una gente i
quali fui'ono accusati in Roma eh' elli aveano male animo contra il
comune. Et elli si di- fendeano e diceano che 11' aveano buono e dritto ;
e di ciò si era questione di fatto presente, cioè se sono ora
presen- temente di buono animo o no. Nel futuro mette CICERONE l’exemplo
di Cartagine, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più
poderose del mondo, e tenne guerra contro a Roma, sì eh' alla fine i
Romani vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila
cittade si di- sfacesse per lo bene di Roma, et altri consigliaro del
no, 30. perciò che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella
rimanesse intera, e di ciò è questione del tempo futuro, cioè se
bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse intera o s'ella si
disfacesse. 8. Ma poi che Tulio à detto della controversia del fatto, sì
dicerà di quella del nome in questo modo. i: M' ne non era.
— 6: M' ben dengno — 7 : M' ben l'opera perchè, L bene adope- rato perchè
— 9: m orti, e sanza molto — 10: M-m provale — 14: m iim. mezzo — 15 : m
7 dela sua morte fue aco. — 16-17 : M-m onde di questo era già (piestione... in
perciò che già ecc. (vi om. in perciò) — 18: M' Fregiani — 19: M' che
fuoro accusati — SO: SI' comune de Roma — 22 : m om. si — S6: M incontra
— S7 : m om. e — M' vollero (ma L voleano) — 28: m om. et — M' di no m pero che meglo ne potrebbe loro
intervenire M-m, L in terra — Af' e
questo nel tempo futuro — M-m che bene — 31: M, L'in terra (1) Così
hanno i mss. e perfino la stampa, ma evidentemente manca qualche parola
(anzi itf " dopo molto lascia uno spazio bianco), come dire o parlare.
Basti averlo notato, senza pretendere d' indovinare. Del nome-
Ai. Controversia del nome è quando lo fatto è conceduto, ma è questione
di quello eh' è fatto in che nome sia appellato; et in questo conviene
che sia controversia del nome, perciò che non 5. s'accordano della cosa;
non che del fatto non sia bene certo, ma che quello ch'è fatto non pare
all'uno quello eh' all' altro, e perciò l'uno l'appella d'un nome e
l'altro d'un altro. Per la qual cosa in questa maniera la cosa dee essere
diffinita per parole e breve- mente discritta, come se alcuno à tolta una
cosa sacrata d'uno luogo 10. privato, se dee essere giudicato furo o
sacrilego, che certo in essa questione conviene difinire l'uno e l'altro,
che sia furo e che sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa
conviene avere altro nome che quello che dicono li aversarii. In
questa parte dice CICERONE della controversia del nome ; e perciò
che di questo è molto detto davanti, sì siue trapassa lo sponitore
brevemente, dicendo solamente la tema del testo, sopra '1 quale il caso è
cotale: 2. Roberto accusa Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa
sa- 20. crata, si come uno calice o altra simile cosa la quale
sia diputata a' divini mistieri, e dice che Ila tolse d'uno luogo
privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non sacrato. Viene l'accusato e
confessa il fatto. Dice l'accusatore: « Tu ài fatto sacrilegio ». Dice
l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma furto. Et così sono in concordia
del fatto, ma non della cosa, cioè della proprietade per la quale si possa
sapere che nome abbia questo fatto, perciò eh' all' accusatore pare una,
che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato pare un' altra, che dice eh' è FURTO.
Onde in questa maniera di CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che
dice sopra questa materia dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE
3 : it 7 (li questo — 9 : M-m distrecta —10: M- sacrato — M-m per
furto o per sacrilegio, L furto sacrilegio —11: M-m con l'altro — m furto — 12:
M-m che sacrilegio, A/' che sia sacrilego — il/' scriptione — 16:Mom.
detto — M' nm. si — 18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto — 19 : m
cosa simile — SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere) — 23-24: M il
l'atto. Et dice laccusato — m Non o, ma furto — 27-28: m però
chellachusatorc... una diosa — 2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò — 30:
jV' jjarladore — 3t: M' didinita - G8 - che cosa
è SACRILEGIO e che è FURTO; e così dee mostrare come questo fatto non à
quel nome che dice l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome;
omai dicerà Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo :
5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è
quando il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma
è questione della quantitade del fatto o del modo o della
qualitade, in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e
tutte cose nelle quali è questione chente sia quel fatto. Lo
sponitore. in questa parte dice Tulio CICERONE della questione del
genere, e di questa è tanto detto dinanzi che 'n poche parole di-
morerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è del 15.
genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in con- cordia coir
accusatore del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade
del fatto, cioè se grande o pic- colo o molto o poco. Verbigrazia. Un
gran romano quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato
eh' ha fatto danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e
'1 nome del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO.
Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o
piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì
come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la
migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del
fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e
accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à
morta giustamente, ma bene con- OM, 8:
M'in modo della qualitndo — 9: m o non giusto — 12: M' tracia — i3: M-m
detto — VI di questo — M die poclie p. — m dimora, Af' <limorra - 16-17: M'
ohi. ma sono.... del fatto — 20: M-m t>m. e male — S3: M-m nm. Ed —
So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M' nm. si - 27 : M' o disfare - 2S :
M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di ((uestl , M-vi dotesles — 30-.il :
m nm. ot esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea
- 69 — fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in
discordia della qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O
INGIUSTAMENTE. Ben è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della
quàntitade nel testo, né della comparazione, se non solamente della
5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne vien tra Ile mani
che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte cose nelle quali si
confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è questione della qualità
d'esso fatto, sì è controversia del genere. E poi che Tullio CICERONE à
detto di questa questione del genere secondo il suo parimento, sì procede
immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa
controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono
DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo
fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in breve,
perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo
seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò, paia che
noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e
dimostramento sono generi delle cause, non possono essere diritte parti
d'alcuno genere di causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere
genere d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere
d'una me- desima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera
delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale
sola- mente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che
non sia alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice
che Ile cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande
for- seneria. Un genere, cioè pur iudiciale solamente, non puote
essere, acciò che diliberamento e dimostramento non sono simili intra
lloro e molto si discordano dal genere iudiciale, e ciascuno à suo
fine al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti e tre son
ge- neri delle cause, e così deliberamento e dimostramento non possono
4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le mani — iO: m om.
secondo il suo pari- mente — M mantenente — 13: M-m II (juale lue — i7 :
3/' nm. i)erciò — cene passas- simo — 18: m stessomo - 19: M' dimora, m
imped. 7 dimoro — 20: M-m dim. — 22 : m M' causa — M-m genere 7 parte d'
una medesima - 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale. — 26: M-m om. e
deliberativo — 27: M' ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti — 28-29 : M
7 grandi; fors (?), m 7 grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere. — .12
: M 7 certo — 3:i : M' de cause... dimost. 7 del. essere a
diritto tenute parti d'alcuno genere dì causa. Dunque ma- lamente disse
ch'elli fossero parte della constituzione del genere. 46. (e. X) Et
s'elle non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, molto
meno fien tenute parti della diritta parte della causa; e parte della
causa è ogne constituzione; donde no la causa alla constituzione, ma la
constituzione s'acconcia alla causa. Ma dimostramento e diliberamento non
possono essere tenute diritte parti della causa del genere, perciò che
sono generi: donque molto meno debbono essere tenuti parte di quello
ch'esso dice. 46. Ap- 10. presso ciò, se Ila constituzione et essa
e ciascuna parte della con- stituzione è difensione contra quello eh' è
apposto, conviene che quella che no è difensione non sia constituzione ne
parte di constituzione. Et certo deliberamento e dimostramento non sono
constituzione. Dunque se constituzione et ella e la sua parte è
difensione contra quello eh' è apposto, il dimostramento e '1
diliberamento non è constituzione ne parte di constituzione. Ma piace a
Itui che ssia difensione. Dunque conviene che Ili piaccia che non sia
constituzione, né parte di constituzione. Et in altrettale isconvenevile
fie condotto, se esso dica che constituzione sia la prima confermazione
dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ; e così
seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa
congettu- rale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un
mede- simo genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la
diffinitiva causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere
diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di
constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che
ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si
prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza
della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una
medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione
congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e
talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di
constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa
dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi,
cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti d'alcuna
constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute parte — 5:
M-tn om. parto delln causa ì- — vi om. no - 7: JV' tenuti — 9 : m tenute
parti, il/' im. tenuti — M-m cliossi dice — iO: M-m chella const. — 11:
M-m ? difensione — M' (piella - IS: M-m non sia la constitutione — 13: m
om. Et — 14: M 1 dunque le const., m Dunque la const. — 15: M' nm. e '1
dilibera- mento — 16-18: m om. i due periodi — ^0 : m seguiteranno - l' 1
: M-m si convenevoli - 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf. — 25 : M-m om. e
translativa - 26: M-m om. nk - M' ne te- nere — 2S: m il novero — il/ sic
radoppia — 31: m coniotturalc generale — 32: i wim. illusori
— (i Lo sponitore. I. In questa parte dice
Tulio che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro
parti sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e
negoziale; della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra
molte ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova
manifestamente per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento
sono generi delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché
sono generi, cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere
parte delle cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e
parte di quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli
argomenti conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi se-
guentemente dice la sua sentenza : quali sono le parti della 15.
constituzione del genere, cioè della quantitade e del modo e della
qualitade del fatto, sì come qui dinanzi fue detto. Et in ciò incomincia
la sentenzia di Tullio in questo modo : Le parti della
constituzione generale. 20. ^S. (e. XI) Questa constituzione del
genere pare a noi ch'ab- bia due parti : Iudiciale e
negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio àe ripresa
l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua sentenza e
dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che dicea
Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua sen-
tenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e
dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M'
dimostrativo, deliberativo ecc. — 6: M-m provava — 9: m genero — 10: M el
acciò — 11 : M-m tiicta — 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere — 17 : il/'
comincia — 23 : m ripreso — 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m
che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella
quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di
guiderdone o di pena. Sponitore. 5. 1. La iudiciale
coustituzioue è quella nella quale per diritto, cioè per ragione
provenuta per usanza e per igual- lianza, cioè per ragione naturale o per
ragione scritta, si questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione
o sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto
o ingiusto o buono o reo. 2. Altressì è iudiciale quella nella quale è
questione d'alcuno per sapere s'egli è degno di pena o di merito.
Verbigrazia : « Alobroges è degno d'avere merito di ciò che manifestò la
congiurazione di Catenina?» e questionasi del sì o del no. Et anche
questo 15. exemplo : « È Giraldo degno di pena di ciò che
commise furto ?» e questionasi del si o del no. 3. Et poi che à
detto Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra parte, cioè della
negoziale. Di negoziale. 20. 50. Negoziale è quella
nella quale si considera chente ragione sìa per usanza civile o per
equitade, sopra alla quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice
CICERONE che quella constituzione è appellata ne- 25. goziale nella
quale si considera per usanza civile, cioè per quella ragione la
quale i cittadini o paesani sono usati di tenere i-lloro uso o in
loi'o costuduti, o per equitade, cioè per legi scritte, chente
ragioni debbiano essere sopra quella 2: m quello nel (juale
— 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di merito — 6: m perve- nuta — 8.me
sopra la comp. — 9: m se questo giusto —il: M^ si questiona d'alcuno
selglie ecc. — 12-14: m o di morte — M-m o alabroges di Catenina et questionisi
del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo —16: m
quistionìsi... om. Et — A/ 7 del no — 16-17: M' Tulio a detto dela
giuridicialo — 20: M' Di negotiale — 26: M' om. paesani — 27 : M' i loro
costuduti m illoro chostuduli, M' in loro constituti — M-m equalitade —
S8 : M' cliente ragione debbia constituzione. 2. Et intra la
iudiciale e la negoziale àe co- tale differenzia : che Ila iudiciale
tratta sopra le cose pas- sate et intorno le leggi scritte e trovate ; ma
la negoziale intende intorno le presenti e future (1) et intorno le legi
et 5. usanze che saranno scritte e trovate. 3. Et questa è di molta
fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a provarla et a
formare nuove ragioni et usanze allegando in ciò ragioni da simile o da
contrario. Et questa questione si tratta davante a' savi di legge e di
ragione, ma in pro- 10. vare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila
ragione ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e
che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per meglio
dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell' Arte.
15. Di due parti di Iudiciale. 51. La iudiciale dividesi in
due parti, ciò sono assoluta et assuntiva. Sponitore.
1. In questa parte dice Tulio che quella questione la 20. quale è
iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due parti : una eh' è
appellata assoluta e l'altra la quale è ap- pellata assuntiva ; e dicerà
di catuna per sé. 3 : M interno — 4: i mss. futuro — M' il
presente — 8 : m in se ragioni — 9 : M assaivi, m si tratta da savi — 10:
M pur di quello — 16: M' si divido — 21 : M' luna la quale è appellata -
M-m e assunptiva (1) Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e
futuro) sembri ottima, prefe- risco ricorrere alla lieve correzione di
futuro in future.: M* ha tendenza a cam- biare, e quindi non è
improbabile che, trovando già l'errato futuro, abbia voluto accordare con
esso l'aggettivo precedente, le presenti. Non saprei invece come spiegare
un cambiamento inutile in M-m. Assoluta è quella che in sé stessa
contiene questione o di ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che
quella questione iudiciale del genere èe appellata assoluta la
quale in sé medesima è disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di
fuori contiene in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade
o sopra la comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce
10. s'egli é di ragione o d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o
ingiusto o buono o' reo, sì come in questo exemplo donde fue cotale
questione. 2. Verbigrazia : Fecero quelli da Teba giusto o ingiusto
quando per segnale della loro vittoria fe- cero un trofeo di metallo? Et
certo questo fatto, cioè fare 15. un trofeo di metallo per segnale
di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé contiene forza
della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Asuntiva-
53. Assuntiva è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa 20. a
difendere, ma di fuori prende alcuna difensione ; e le sue parti
sono quattro : concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato
e comparazione. S:M-m slesso — 7: M-m nm. ai — fi:
M-m «m. o sopra la (luantilude — 7 invece ili 0—9: M' in f|uel facto —
12: M-m Ino - »« di Teba — 14-13: m et cerio questo trofeo fatto faro per
sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo — 16: M' la forfa — 1
9 : M-m ohi. olio per sé non dà alcuna Cicerone dice che quella
constituzione è appellata as- suntiva della quale nasce questione, la
quale in sé non à fermezza per difendersi da quello peccato eli' è allui
appo- 5. sto, ma d'un altro fatto di fuori da quello prende argo-
mento da difendersi; si come nella questione d'Orestes, che fue accusato
eh' avea morta la sua madre, et elli dicea che ll'avea morta giustamente.
Et certo il suo dire parca crudel fatto, sì che queste parole per sé non
anno difensione 10. com'elli l'abbia fatto giustamente, ma prende
sua difen- sione d'un altro fatto di fuori e dice: « Io l'uccisi
giusta- mente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare
che con questa giunta piaccia la sua ragione. 2. Efc questa co-
tale questione assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15.
dicerà di catuna perfettamente per sé. Di concedere.
54. Concedere e concessione è quando l'accusato non difende quello
eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato ; e questa si divide in due
parti, ciò sono purgazione e preghiera. 20. Sponitore.
I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la questione assuntìva e
com' ella si divide in quattro parti, sì vuole di- cere di ciascuna per
sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più aperto. 2. Et
primieramente dice che é concedere, 25. e dice che quella
constituzione é appellata concessione quando l'accusato concede il
peccato e confessa d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e
questo puote es- sere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera,
e di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima 30.
della purgazione. 3: M> non àe in se — 5: M' di quello —
7 : M' Pt elli rispondea — 8-iO: M-m om. Kt certo.... giustamente — i4:
M' nm. assuntìva — 15: M' per se perfectamente — 17: M' o concessione -
18 : 3f ' domanda chelgli sia p. — m. 7 questo — 21 : m che e quale, M'
che 7 quale 6 — 23: m di chatuna — 24: M-m concede — 26: m confessa il
pechato d'averlo facto Purgazione è quando il fatto si concede ma
la colpa si ri- muove, e questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e
necessitade. Dice CICERONE che quella maniera di concedere la quale
è per purgazione sì è et aviene quando l'accusato confessa, ma
lievasi la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa ; e questo puote
fare in tre maniere, delle quali è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2.
Verbigrazia : Mercatanti 10. fiorentini passavano in nave per
andare oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in
pericolosa paura, per la quale si botaro che s' elli scampassero e per-
venissero a porto che elli offerrebboro delle loro cose a quello deo che
là fosse, et e' medesimi F adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto
nel quale era adorato Malco- metto ed era tenuto deo. Questi mercatanti
l' adoraro come idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati
ch'aveano fatto contra la legge ; la qual cosa bene confessavano, ma
allegavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò 20. diceano
che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se doveano essere puniti o
no. 3. La seconda maniera è caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che
non si puote fare quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante
caur- sino avea inprontato da uno francesco una quantità di pe-
25. cunia a pagare in Parigi a certo termine et a certa pena.
6: M-m om. b — 7 : M-m imi. non — 8: M' Kl puotesi l'art! — o In
prima — tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave — Jf
sopravenne — li: mi miseli, JV/' om. che — 14: M' edelgli medesimi — 15:
M' Macliometlo, m Maometto — 17: M' fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m
mii. Or — 19: M' noi sapeano — 21: m puliti — S4 : m inprontato moneta da
uno franeesclio Avenne che '1 debitore, portando la moneta,
trovò il fiume di Rodano si malamente cresciuto che non poteo
passare né essere al termine che era ordinato. Colui che dovea
avere domandava la pena, l' altro confessava bene eh' avea 5. fallito del
termine, ma non per sua colpa, se non che '1 caso era advenuto ch'avea
impedimentitotU la sua venuta, e però dicea che Ila pena non dovea
pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea pagare o no. La III maniera è
necessitade, cioè che conviene che ssia così et altro non potea
fare. 10. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che
qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò
che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che merca-
tanti genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico
d'avere. Convenne che per impeto di 15. tempo per forza di venti,
(2) centra' quali non si poteano pa- rare, pervennero nel porto e fue
presa la nave e le cose per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti
che Ila nave era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso
porto, e però diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò
20. era questione, se Ile doveano perdere o no. Tutto altressì i
Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano la nave o la valenza; i
mercatanti diceano che l'amenda non dovea es- sere domandata, perciò che
per necessitade e non per vo- lontade erano iti in quel porto. 5. Et poi'
che Tullio àe detto 25. della purgazione e delle sue parti, si
dicerà della preghiera. Della preghiera. 56. Preghiera
è quando l'accusato confessa ch'elli àe commesso quel peccato e confessa
che 11' àe fatto pensatamente, ma sì domanda che Ili sia perdonato, la
qual cosa molte rade fiate puote advenire. 1 : M-m avieno —
S : M-m polea — 3: M' a. termine ordinato — 5 : M' al termine - 5-6: M
impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita — il: M' nel
loro porto — 13: m una nave viniziana, 3/' una nave de Viniziani 7 passavano —
14-15: M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di
vento — 18: M^ in quel porlo — SO: M' ora la questione — m dovea — 22: M'
che por lamenda — 24 :m om. Et — 28-29: m domandasi — M' om. molto
(1) Questa lezione di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè
dall'altra fami- glia di codici. Lo scambio, avvenuto in M, con
impedimento era facilissimo e lo favoriva il fatto che il senso restava
quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto impedi- mento ^>.
Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è manifestamente guasto
(impedimento è correzione arbitraria), mentre l'espressione impeto di tempo,
ana- loga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può bene corrispondere alla
magna tempestas di cui parla l'esempio ciceroniano {De Inv., II, 98) sul
quale è modellato il nostro. Cicerone dimostra in questa picciola parte
del testo che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice
che allotta è questione di preghiera quando l'accusato confessa 5.
e dice che fece quel peccato che gli è aposto e ricognosce che ir à fatto
pensatamente, ma tutta volta domanda per- dono. 2. Onde nota che questa
preghiera puote essere in due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia :
In questo modo è la preghiera aperta : Dice l' accusato. Io
confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore e per
reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa è in questo
modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando che voi mi
perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande onore i' òe
fatto al 15. comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato
». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono adve- nire
rade volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege
sie che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo
'mperadore e '1 sanato avere prove- 20. denza in perdonare gravi
misfatti, sì come poteano li an- ziani del popolo di Firenze ch'aveano
podere di gravare e di disgravale secondo lo loro parimento. 4. Et poi
che Tullio àe detto della prima parte della constituzione as-
suntiva, cioè della concessione e che cosa è concedere, et à 25.
delle due maniere di concedere detto, cioè di purgazione e di preghiera,
sì dicerà della seconda parte, cioè rimuo- vere lo peccato.
Di rimuovere. 57. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si
sforza di 30. rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo
sopra un S : M' mostra — 5 : M' elicigli lece — 6' : M'
nppensatainentc — 8 : M' nascosa — 14: M' om. bene — 17 : M^ fiato (ma L
volte) — li ([uali sono — 18: M noniianno — 19: m prudenzia — SS: m
eclisgravare, M> 7 disgravare — ni lo loro parere, L illoro pa- rere,
S il loro piacimento — m om. Et — So: M' m e a detto delle duo maniere ecc.
- 30 : M' mettelo (ma L metterlo) (1) Conservo volte appunto
perchè questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non si può
considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sosti- tuito
per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per
forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o
mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la
cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e
per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un
altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è
rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è
accu- sato d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva
da ssè quel maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à
fatto, ma un altro cli'avea in lui forza e si- gnoria il costrinse a
ffare quel male ; e questo rimovimento del peccato dice Tullio che ssi
puote fare in due guise : l'una si mette la colpa e la cagione sopra un
altro, l'altra 15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la
colpa e la cagione si mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli
à fatto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e
signoria. Verbigrazia : Il comune di Firenze elesse ambasciadori e fue
loro comandato che prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro
dispensa et immantenente andas- sero alla presenzia di messer lo papa per
contradiare il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in
Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il paga-
mento e '1 signore no '1 fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la
pecunia, sicché li ambasciadori non andaro e' ca- valieri vennero. Della
qual cosa questi ambasciadori fuo- rono accusati, ma elli si levaro la
colpa e la cagione e 3: m la chosa — 7: Af' die e rimuovere
— 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette, M' l'una si e mettere — ^5: M'
si e mettere — m om. Kt - 20: Af inmanlenenente, it/' incontanente — 21 :
m cliontradire - 23: M-m domandano — 24: M m il segnore — m e il
chamarlengo — 25: m il nego di dare la pecliunia — 26:m li anbasciadori — 27 :M'
si levano miseria sopra '1 signore e sopra '1 camarlingo, i quali
aveano la forza e la seguoria e non fecero lo pagamento. 3. Mettere il
fatto sopr' altrui è quando l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e
non ebbe colpa né cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto
et ebbevi colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il
mette dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Ca-
tenina andavano da Roma a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a
cui Catellina portava grande maia- lo, voglienza per cagione della
coniurazione di Roma, e perciò in mezzo della via l'uccise; né Catone non
avea podere di difenderlo, perciò eh' era malato di suo corpo, ma
rimase intorno al morto per ordinare sua sopultura. Et Catellina si
n'andò inn altra parte molto avaccio e celatamente. In que- 15. sto mezzo
genti che passavano [per la via] per lo camino (i) trovaro il morto di
novello, e Catone intorno lui, sì pen- saro certamente che Catone avesse
fatto il malificio, e perciò fue esso accusato di quella morte; ond'elli
in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo che fatto nol-
20. l'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'era suo parente, e dicea che
noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era ma- lato di sua persona. Et
così recava il fatto e la colpa sopra Catellina, perciò che '1 dovea fare
come di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. 4.
Et poi 25. che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì
insegnerà in questa altra partita riferire il peccato.
Ttillio dice che è riferire il peccato. 58. Riferire il
peccato è quando si dice che ssia fatto per ragione, in perciò che alcuno
avea tutto avanti fatto a liuì 30. ingiuria. i : m 7
al chamai-lingo — 4-ò: M om. ch'egli... ma dice — m nel fare — 5 : Af ' che
un altro — 9: VI om. grande — 12 : m di suo corpo malato — 15: M^ gente —
J/' m om. per la via - 16: m il novello morto — 18 : M' tn fu elgli - 1!)
: M' chelgli facto — 20-Sl : m avea nel dovea fare — o?n. e dicea che —
Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli — 23: m pero chelli dovea fare — 25:
M-m om. si — M' insegna — 26: M' jxirte — M-m refre- nare (sempre) — : vi
pero che — da\anti (1) Le parole per la via sono con tutta
probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti mancano
in codici delle due famiglie. 81 Lo
sponitore. I. Dice Tullio che riferire il peccato è allora
quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che
elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria che
5. dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare neir exemplo
d' Orestes, che fue accusato della morte di sua madre, et esso dicea che
ll'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella fatta a llui
ingiuria, cioè ch'avea morto il padre d' Orestes; e di questo nasce
cotale que- 10. stione se Orestes fece quel fatto a ragione o no. 2. Et
poi che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai
che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è
quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi
che quello del quale è fatta la ripren- sione fue commesso perchè
quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella
questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto
20. quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un
altro fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel
più alto officio di Roma, sentìo che coniurazione si facea per lo male
del comune, ma non potea sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere
del comune in grande quantitade 25. ad una donna la qiiale avea
nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era
sapitore del tradimento ; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose
in tale ma- niera eh' elli difese la cittade e '1 comune della
molt'alta tradigione. 2. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo
ma- 2 : M' allocta — 4 : M' facla prima — 5 : M' prenderne
(ma L prendere) tale vendctla — pare — 6: M' dela sua madre — 8: m prima
— J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El — 14: M-m quanto un altro — 16:
M' per quell'altro - 18: JW in questa parte — 19: M-m che facto — 26: M^
ora parteDce — 28: M' dela mortalo — 82 -
lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé dicea
che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e diritto, cioè
per scampare la terra di tanta di- struzione, e quello scampamento non
potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del quale
elli è ripreso fue fatto per bene. 3. Et poi che Tullio àe detto
delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte
della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della con- stituzione
del genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la 10. questione
traslativa, della quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa
che là fue intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della
questione translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo
translativa, certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona
a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o
davante a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora
è controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi
che Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti antichi
parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori
20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero
in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti
l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in
pru- denzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per
invidia e per maltrattamento. 25. Sponitore. I.
Questo testo di Tullio è assai aperto in sé medesimo, e spezialmente
perciò che della questione o constituzione translativa è assai
sufficientemente trattato indietro in i : M' l'avere del
comune — 3:3/' diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare — 7: M< om.
assiintiva - 8: M' iuridiciale — //: M-m che ella l'uo translassala —
lS:M-m emargonis — 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn translativa) —
15-1 (!: M' davanti cui — M-m sanfa follia — 19: M' parladori — 23: M'
cambiano - S4 : M' per mal. (1) La traduzione non è esatta, poicliè
il testo latino dice: quos non tamim- prudentia falli indamus (res enim
perspìcua est) quam invidia atque óbtrectatione quadam inipediri. Si
potrebbe proporre per congettura non per imprudenzia ; ma non sembra
contraddirvi il 8 -3 del commento parlando di '' alquanti che non erano
bene savi ,, ? altra parte di questo libro, e là sono divisati
molti exempli per dimostrare come si tramuta 1' azione quando non
muove la questione quelli che dee, o centra cui dee, o in- nanzi cui dee,
o per la ragione che dee, o nel tempo che . 5. dee. Z.Sicchè al postutto
in(i) questa translativa conviene che sempre sia : o per tramutare l'
azione in tutto, come ap- pare indietro nell'exemplo di colui che
risponde all'aver- sario suo: « Io non ti risponderò di questo fatto né
ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione dell'aversario
etc. 10. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto,
si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aver- sario
suo : « Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non
davante a queste persone». 3. Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore
della translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro
constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da
alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento
contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento
è dicere male d'altrui. 20. Tullio dice che davanti diceva
exempli in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le
constituzioni e le loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera
parrà che noi possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di
ciascuno de' loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara
la ragione d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano
aconciare al genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del
suo libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che
dimo- 2: M-m si traclava — 3: M^ che dee conLra cui dee ~ 6:
M come pare — 8: M' non ti rispondo — iO: M-m Oo, M' Onde — M imparte — m
non in tutto — H : M' pare — 13 : Mi dinanzi a ([. — 14: M translatore, m
traslatotore — 15: M^ìa conto —17: 3f dal- quanti — 18 : M-m male
tractamento con altrui — 21: M-m construclioni — 22: M exposte le e. 7
loro parti — 24: Mi di loro argomenti — 25: M' de l'argomentare — 26:m della
cosa — 29: M ke detto, m che detto — Jlf ' dinanzi (1)
L'essere attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come
la sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere
dal periodo pre- cedente la parola questione : " conviene che sia
questione in questa transla- tiva „ ecc. strato à che sono le
constituzioni e le loro parti, ma in altra parte porrà certi exempli in
ciascuno genere delle cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e
nel iudiciale, quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da
cciò si parte il conto e torna a trattare secondo che ssi con-
viene all' ordine del libro per insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia
simpla e quale congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa,
ìmmantenente ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta.
Et s'ella 10. è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di
piusori questioni o d'alcuna comparazione. Lo
sponitore. 1. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato
tro- vare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare 1.5.
qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia con- giunta, cioè
di due o di più fatti, e quale sia congiunta d'alcuna comparazione, e di
ciascuna dice exemplo in questo modo : Della causa
simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione
assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro
di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è
pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente.
Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a Roma,
onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse 2 : M-m
om. parte — m delle cose — 4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7 accio
— 8: M mantenente, m inmantanento — 9: m simplice (sempre cos'i) M'
sedella — li: M-m compi^ratione — 13: M' il tractato — 15: M (|ualcosa,
«i quale chosa — /*: M< l'exeni- plo — 21: M' m (pielli — 25 : vi
iliinn chosa — SO : M-m <m. stava — A/' ali Romani loi-o di
mandare oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi
che causa simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della
causa congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella
nella quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È
Cartagine da disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn
altra parte loro abitamento ? » d). Lo sponitore.
10. 1. Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice della
congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale àe due
o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani vinsero a forza d'arme
la città di Cartagine, et erano alcuni che diceano che al postutto si
disfacesse; altri 1.5. diceano che Ila cittade fosse renduta agli
uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare di
quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa causa
è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa congiunta di
comparazione. Dì comparazione è quella nella quale contendendo si
que- stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in questo modo
: « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto a' com-
pagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti contra
Anibal ? ». 25. . Lo spoìdtore. 1. Poi che Tullio avea
detto della causa la quale è con- giunta di piusori questioni, sì dice di
quella causa eh' è congiunta di comparazione di due o di tre o di quattro
o i : M-m o fare — 2 : M^ om. Et — Jlf om. b — 5 : M' om.
questioni — 6 : m di più sore — 7 : M' da. rendere a Cartaginesi — 12 : m
due tre o quattro questioni — J3: m per forza — om. la cittade di — J4:
M' elio a! postutto diceano cliella si disfacesse — 17: M-m om. che — 18:
m essere coniunta di tre (luestioni dette — 21: 3/' o quale finis- simo —
22: M' incontro a Filippo — 28: M-m di due, di tre — m om. o di quattro
(1) Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia
deducatur. di più cose, nella quale si considera qual partito sia
il mi- gliore de' due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e
l'uno migliore che 11' altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il
sovrano di tutti. Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia
contrà Filippo re di quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano
alla guerra d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni
savi di Roma diceano che '1 migliore consiglio era mandare gente in
Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale 10. era in questa
contrada; altri diceano che maggior senno era di ritenere la gente in
Italia, per adunare grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano
qual fosse il mi- gliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la
gente. Della contraversia inn iscritto et in ragionamento.
15. 66. Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in
ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che
Tulio à dimostrato qual causa è sim- pla e quale è congiunta e quale di
comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce
et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento,
cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE
aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun
ponto di tutte le cause che possano inter- 25, venire ; e perciò
dicerà della scritta per sé e del ragiona- mento per sé, e di ciascuno
partitamente in questo modo : Della contraversia che nasce di cose
scritte. 67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna
qua- litade di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa
che 30. sono partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta
pare che Ile i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc. — il/' o Ire
o iiifi — •/: iV/' ohi. cion il sovrano — 5: M'-L (li i|iielli del
paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste — * : hi elio mogio — iO: m
J/i in ipiella contrada — il : M' om. di — m a rilenore gente — 12 : M
contra nibal, i» contro ad Anibal — 15: M-m e scripla, If' e in scriplo o
in ragionamento — /*' : M-m i|ual cosa — 19: m quale e — 22: M-m om. dire
e che non sono scritte — 23: M' mo- strare - 24: m possono — 25: M'E cosi
— 29: M da. questa — 30:M' dale constilutioni parole medesimo iU siano
discordanti dalla sentenzia dello scrittore ; e talvolta pare che due
legi o più discordino intra sé stesse; e talvolta pare che quello eh' è
scritto signiffichi due cose o più ; e talvolta pare che di quello ch'è
scritto si truovi altro che non è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi
questioni in che sia la forza della parola, quasi come in diffinitiva
constituzione. Per la qual cosa noi nominiamo la prima di queste maniere
di scritto e di sentenzia; il secondo appelliamo di legi contrarie, la
terza apelliamo dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta
apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE à dimostrato qual causa sia pur d' un
fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual con- traversia è in
scritta e quale in ragionamento; et in questo dice primieramente di
quella ch'è inn iscritto, cioè che 15. nasce d'alcuna scrittura. Et
questo puote essere in cinque modi. 1. Il primo modo è appellato di
scritto e di sentenza, pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare
che suonino come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse.
Verbi- grazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano
scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta della cittade di notte,
in tempo di guerra, sia punito nella testa ». Avenne che uno cavaliere
l'aperse per mettere dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a
Lucca, e perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la
legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che Ila sentenzia e lo
'ntendimento di colui che scrisse e fece la legge fue che chi aprisse la
porta per male fosse punito ; e cosi pare che Ile parole scritte non
siano accordanti alla sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce
controversia intra 30. loro, se si debbia tenere la scritta o la
sentenza. 2. La seconda maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò
che 1 : M' m medesime — m dalle sententie — 2: me téilora --
M' si discordino — 3: M' significa — 4: M-m o talvolta — M' che nono che
scripto — 6: M-m nm. in — A/' mdilTì- nitiva ([uestione — 11: M-m qual
cosa — 13: M-m e Sbripta - m e in ragionamento — 14 : m primamente — 18 :
M om. fue — 20: M ai)iira, m apira — 21 : M-m om. in tempo di guerra — M'
si sia punito della testa — 23: M' si difende — 30: m se si dee — M' lo
scritto — 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p. 46, 1. 30: nai
medesimo. — 88 - pare che due leggi o più
discordino intra sé stesse. Ver- bigrazia : Una legge era cotale, che
chiunque uccidesse il tiranno prendesse del senato cheunque merito
volesse. Et nota che tiranno è detto quelli che per forza di suo 5.
corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere. Un'altra
legge dice che, morto il tiranno, dovessero essere uccisi cinque de' pili
prossimani parenti. Or avenne che una femina uccide il suo marito, il
quale era tiranno, e domanda al senato per guidardone e per nierito un
suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA
MORTO. E così sono due leggi contrarie, e perciò nasce questione se alla
femina debbia essere renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La
terza maniera è apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh'
è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro fa testamento
nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia reda dia a
Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro
venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui
piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io vorrò. Et cosi di
quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere
del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra
loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh'
è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia
: Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il
crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si
truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non
era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva
d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello
ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che
pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i
: M' si discordino - M stesso — m tralloro - 5 : M^ di genti - 6-7: m L
essere morti - Jl/' om. de' — 7 : M'-L una femina il suo marito....
uccise — 9 : m e merito — 10: M' che le sia dato, l'altra leggie — iS: m
nasce controversia — Mm sella femina — 13: m se dee — 14-15: M' che lo
scritto — i6: Jtf' cos'i scrivere — 1 7 : M-m om. coUii eh' è — 18: M' i
quali — 19: M' cento vaselli d'oro — 20: J/' la rede. [o ti voglio dare -
m om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 :
M' San Piero — 38 : M-m om. Fue accusato - /. trovava — 29-30 : m alcuna
legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse — 32 :M'
che si conviene — Mm Martello — 89 — che quella
parola sia diffinita e dicasi il proprio intendi- mento di quella parola.
Verbigrazia : Dice una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna
di tempo ed un altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne
che una nave di Pisa venne in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte
tempesta nel mare, che '1 signore usce della nave et entra inn una
picciola barca. Un altro ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto
là entro che '1 mare torna in bonaccia, e la nave campa in terra. E
perciò dicea che la nave e sua secondo la legge, perciò che '1 segnore
l'abandona et esso l'avea difesa. Il segnore dicea che perch'elli entra
nella picciola barca non abandona perciò la nave ; e cosi era questione
intra loro sopra questa PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per
15. sapere LA FORZA d'essa parola conviene che ssi difinisca e
dicasi il proprio intendimento. 6. Già à detto Tullio di quella
contraversia la quale è in iscritta e delle sue cinque parti. Omai dicerà
di quella contraversia eh' è in ragio- namento. 20. Della
contraversia la quale nasce di ragionamento. 68. Ragionamento è
quando tutta la questione è inn alcuno argomento e non inn
ìscrittura. Quella è contraversia in ragionamento nella quale non si
considera alcuna cosa che ssia per scrittura, ma prendesi argomento e
pruova per parole FUORI DI SCRITTA a dimostrare che dee essere sopra quella
questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo che Italia è migliore paese che
Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò era questione ti'a lloro, e perciò
conviene recare argomenti in ragionando per mostrare che nne dee essere,
e questo senza scritta acciò che sopra questo no è legge né
scrittura. 3: m om. della nave — M' labandona — S : M' de
Pisani — M-m di Tunisi — 6 : M sovenne, m venne, L sopravenne — M^ di
mare — 7-8 : M' usci di fuori — un altro corse a governare la nave — 9: m
campo intera —11: m et egli — 12: m pichola nave — 13: 3f' non avoa abbandonata
perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande — 14: M' di questa
parola, m sopra questo abandono — 15: M-m la forma — m ripete conviene —
16: m dicha — 22: m e none — 24 : M' Qurlla controversia 6 in rag. — 28: M'
Anibal — 29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no — 31
: m 7 questo e senza scritta Delle IV parti della causa. Adunque,
poi che considerato è il genere della causa e cognosciuta la
constituzione et inteso quale è simpla e quale è con- giunta, e veduto
quale contraversia è di scritto e di ragionamento, 5. ornai fie da vedere
quale è la quistione e quale è la ragione e quale è il giudicamento e
quale è il fermamento della causa ; le quali cose tutte convengono
muovere della constituzione. In questa parte dice CICERONE che poi
ch'elli à insa- lo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo
e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè
e qual sia congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale
negoziale, et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè
qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual
contraversia è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti
questi insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo
inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE
procedere e dimostrare apertamente qual sia 20. la questione e la ragione
e '1 giudicamento e '1 fermamento della causa ; le quali cose tutte
muovono e nascono della constituzione, ciò viene a dire che la
constituzione è il cominciamento di queste cose. Della
qiiestione. 25. 70. Questione è quella contraversia la quale
s'ingenera del contastamento delle cause in questo modo : « Non
facesti a ragione - Io feci a ragione». Questo è contastamento delle
cause nella quaied) 2: m om. 6—3: m om. cognosciuta — M
intesto — Af' qual congiunta — 4: M-m quale conti'aversia <ii scripto
— m o di ragionamento — 5: A/' oggimai sarà — 5-6: M' ha sulo il primn b
— M-m il confermamento — 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv. -
9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo,
ilimostrativo — i2: in cioè qual sia — 13: M-m a facto cognoscere — 14: m
quale simplice - 17: M' amaeslra- menti — M paio sàdietro, Mi-L jiaiono
in adiotro — 18: M 7 tracio — 22: M-m um. ciò V. a d. e. la constituzione
— 25 : M -L Di (|uistione — m si genera — 26-27 : M' de cause — M-m om. a
— M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale (1)
Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei
spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto
da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta
traduzione del latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio
constai. è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi
ap- pelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o
no. Lo sponitore. 1. Nel testo il quale è detto davanti
insegna Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice
che questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò di
che le parti tencionano, e così s'ingenera del contasta- mento delle
parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro difende. Verbigrazia :
Dice la parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài fatta
i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi difende
risponde e dice : « Si, feci ra- gione Or è la causa ordinata, cioè che
ciascuna parte à detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è
ap- pellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se
15. n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio
appella questione. Dunque potemo intendere che quando le parti anno detto
e quando l'accusatore àe apposto in. contra l'aversario suo e l'accusato
àe risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata
; e però 20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè
viene a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci
innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi connosca se
Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando dice : « Io feci ragione »
conviensi trovare s' elli à fatto 25. ragione o no, e questa è
appellata questione. 3. Et perciò che la scusa dell'accusato, a dire pur
così semplicemente: « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra
ra- gione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che ragione
sia. 30. Di ragione. 71. Ragione è quella che contiene
la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in contraversia.
In questo modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri e
manifesto 4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella — m sopra quello
— 10: M' facto ragione — i5: M dopo ragione ripete che tu prendesti il
mio cavallo — 13: m luna luna — M' {(uesto — 15: M^ m facto — 15-16: M'
Et questo.... comune questione — 17: M-m posto — 19: M S l'accusa - SO:
M' m ciò viene a dire — SS: M-m om. sì — S4: M' facta — S5: M' e facta
questione — S6: M-m om. Et - l'accusa — S7 : M' m se non mostra — S8 : M'
si insegnerà — 31 : m se non fosse — 3S : M' non vi rim. — 33: M-m d'insegnare
leg- gere manifesto exemplo exemplo. Se Orestres fosse
accusato di matricidio et elli non dicesse: « Io il feci a ragione,
perciò eli' ella avea morto il mio padre », non avrebbe difensione; e se
non l'avesse non sarebbe contraversia. Dunque la ragione dì questa causa
è eh' ella uccise Agamenon. 5. Lo sponitore. 1. Si come
appare nel testo di Tulio, ragione è quella clie sostiene la causa in tal
modo che, chi non assegna e mostra la ragione della sua causa, certo non
sarà contro- versia, cioè non à difensione; e cosi la causa
dell'aversario IO. rimane ferma e non à contastamento. 2.
Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise Agamenon suo
marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per movi-
mento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue accusato
di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a ragione;
se non dice perchè e come, la sua difen- sione non vale neente, e se la
difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice
cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre »,
sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la
20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE
à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è
giudicamento. Del giudicamento. 72. Giudicamento è
quella contraversia la quale nasce de lo 'nde- 25. bolire e del
confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo exemplo della ragione
che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto il mio padre ». Dice
il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa madre fosse uccisa ;
perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza tuo perverso
adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della ragione nasce
quella somma controversia la quale noi appelliamo giudicamento, la quale
è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres uccidesse la madre, perciò
ch'ella avea morto il suo padre. i : m di martecidio — 2 :
M-m om. ella — 4 : M-ni chelluccise a ragione — 7-8 : M' mostra 7 assegna
ragione — 10: M' m 0111. Vero — 13: M' om. cioè.... di matricidio — 16:
M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) —19: m difesa
— 20: m om. El — 22: M-m dimostra — 24: M' om. quella — M-m ohi. nasce —
25: M-m in ciò a quel med. — 26: M' aveino dello — 27 : M' Dice
l'avversario — 2S: M-m si potrà — 29 : M' sanila il tuo p. — — 31 : M' se
fu Cicerone dice e insegna che è ragione; et perciò che
della ragione nasce il giudicamento, sì tratta egli del giudicamento per
dimostrare come e quando et in che 5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato
assegna ragione perchè fece quel fatto e conferma la sua difensa per
quella ra- gione. L'accusatore dice contra questa difensa et indebo-
lisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che conferma l'uno et
inforza la sua difensione e l'altro la infievolisce 10. e falla
debole, sì ne nasce una questione la quale è appel- lata giudicamento,
perciò che quando ella è provata si puote giudicare. 2. Et in ciò sia
quel medesimo exemplo di sopra : Orestres assegna la ragione per la quale
elli uccise Clitemesta sua madre: perciò ch'ella avea morto
15. Agamenon ; e così conferma la sua defensione. Ma contra lui
dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non con- venia ad te punirla
di ciò, ma altre la dovea e potea pu- nire sanza tua perversità, e sanza
tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere sua madre ». Et così
indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso abominio, e
sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo 'nde- bolimento
della ragione, nasce questione la quale è appel- lata giudicamento perciò
che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio che è questione e che
è ragione e che è 25. giudicamento ; sì dicerà che è
fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento è il
firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se Orestres
volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo padre,
quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra il
reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua familia,
sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei la pena.
2: M-m om. è — 3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento
por dimostrare ecc. — 5: M' om. sia — M' assegno —7:3/' quella — 3/
difesa — 8-10: M' che rimo con- ferma 7 inforfa la sua ragione.... fa
debole — M-m isforca — m la indebolisce — IS : m a quello med. — 13: M'
assegna ragione — 16: M 7 non convenia, m e non si convenia — 17: m 7
convenia punirla — 18-19: M' om. tua e del — m la sua madre — 21-22:
M< sopra confermamento dela ragione — 23: m om. Et — 24: M i ohe
ragione, m nm. — 27: M-m om. è — 30: M' \n serocchie.... l'altro
pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ra-
gione e giudicamento, sì dice in questa parte che è fer- mamento. E certo
lo 'nsegnamento suo è molto ordinata- 5. , mente : che
primieramente è questione intra Ile parti sopr'alcuna cosa la qual'è
aposta ad uno e detto sopra lui che non à fatto bene o ragione, et elli
in sua difesa dice ch'à fatto bene o ragione, e di questo nasce la
questione, cioè se esso à fatto ragione o no. Apresso dice l'accusato
10. la cagione per la quale elli avea ragione di fare ciò, e questa è
appellata ragione. Et quando l'accusato à detta la ragione, il suo
adversario dice contra quella ragione et indebolisce quello dove
l'accusato ferma la ragione, e questa è appellata giudicamento. 15
Fermamento. Poi che Ila questione del giudicamento è nata, si conviene
che ll'accusato tragga innanzi i fermissimi argo- menti bene apposti
contra il giudicamento. Verbigrazia : Orestres à detto che uccise la
madre perciò ch'ella avea morto il padre, e così assegna la ragione
perch'elli l'uccise; il suo adversario mettendolo in questione di
giudicamento dice c'a llui non si convenia ma ad altrui, e così
indebo- lisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica ma-
nifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25.
uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e
le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il
nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e
mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie
fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: «
Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m
ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) — 3: M' s\ dicerà (mn S dico) — 5: M-m
que- stioni — 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad uno 7 detto
contra lui — 8: Mhii om. ch'à fatto bene ragione — 9: M' se elgli, m
selli — M' a l'acto a ragione — H : M\ m* detto — i3;Jf fermava — i4: m
questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre — 18: M» appostati - i9: M'
clielgli uccise.... chella uccise — SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua —
JW i fermissimi argomenti — 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7 di
questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo
per effetto della parola precedente. avea pensato di fare
cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii
figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi
argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e
mali- 5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il
quale alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece ucci-
dendo il re Agamenon. Et quello è crudele fatto il quale alcuno adopera
contra' suoi, sì come quella fece contra la sua famiglia. Et quello è
malizioso fatto il quale è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra
naturale usanza ch'alcuna fe- mina uccida il suo marito e figliuoli e
distrugga un alto reame. 5. Onde questi fermissimi argomenti e' quali
l'ac- cusato mette davanti per confermare le sue ragioni et
incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è ap- 15.
pellato fei'mamento. In quale constiti izione non à gindicamento. Et
certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti a questo medesimo
modo ; ma nella congetturale constituzione, perciò che in essa non
s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si concede) 20. non puote
giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e però conviene che
questione sia quel medesimo che giudicamento: « fatto è, nonn è fatto, sé
fatto o no ». Che al vero dire, quante consti- tuzioni lor parti sono
nella causa, conviene che vi si truovino altrettante questioni, ragioni,
giudicamenti e fermamenti. 25. Lo sponitore. 1. In
questa parte del testo dice Tullio che, sì come per lui è stato detto
davanti, così si possono trovare giu- dicamenti inn ogne constituzione;
salvo che nella consti- tuzione congetturale, della quale è molto
trattato inn 30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn asegna (i)
neuna 1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade — 2: M nelle, ÌU-L lene
dessero — 3 : Mi lor- lissimi argomenti — 5: m nel quale — 7 : M Tde
agnzenò {sic), m i ro Agamenon — m ohi. è — 8: M' luomo adopera — 9: m
om. è ambedue le volte — il : A/ un altro — IS-i^-.M' om. et, 7» e contro
allo — i7 : M' ì giudicamenti — 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni
— 26 : m om. che — 28 : vi nella questione (1) Si potrebbe
anche leggere non n' asegna; ma in M' è scritto qui e qual- che riga più
sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n 6 frequente in M (cfr.
pag. seg., 1. 6, nonn abisogna). ragione, anzi niega, al postutto
non ne puote nascere giu- dicamento. 2. Verbigrazia : Uno accusò Ulixes
ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes : « Non feci » et cosi nega
quel fatto che gli è apposto. Et perciò non conviene che sopra '1
5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che nonn asegna ragione, il
suo adversario nonn abisogna d' indebolire la ragione dell'accusato.
Dunque nonde puote nascere giudi- camento ; e perciò conviene che in
queste constituzioni congetturali la questione e lo giudicamento siano ad
una 10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu uccidesti » et
Ulixes dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento fie sopi-a
questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che quante
constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ra- gioni e
giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. 75.
Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da consi- derare ciascuna
parte della causa ; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che
ssi dee dicere in prima ; perciò che se le parole che sono da dire in
prima tu vuoli inforzatamente congiungere 20. et adunare colla causa,
conviene che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi.
Sponitore. 1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce
la causa et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il
libro 25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la
quale convegna che dica, sì dee il buono parliere pensare con molta
diligenzia e considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte
le parti della sua causa insieme e non divise. Che s'elli pensasse in
prima pur quella che 4: m chelli fu aposto - 6: M' non a
bisogno, m non a ragione — 8: M-m om. e — 9: M-m la constituzione — i 1 :
M' sie sopra q., m fla — i3: M-m otn. v'à — 17: M-m e al ver dire — 18:
M' in prima quello — M-m om. dicere — S che è da dire inprlma — 19: M-m
om. in prima — M' tu le vuoigli — M isforcatamonte, m sforfatamenie
congiun- gnerle — 20: M' i raunaro — M-m elio esse medesime — S4: M'-L
tutto il titolo, i' tutto il telo (tic) — S8: i/' causa sua — S9: M' pur
quello che sia da dire (Z. aggiunge in prima) prima sia da dire e
non pensasse ch'elli dovesse dire poi, senza fallo il suo cominciamento
si discorderebbe dal mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene
le sue parole colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi con-
venga dire davanti e che poi, certo la comincianza fie tale che nne
nascerà ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono
drappiere, che non pensa prima pur della lana, ma considera tutto il
drappo insieme anzi che Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e
la grandezza del drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri,
e poi comincia e fae il drappo. Di VI parti della diceria. Per la
qual cosa, quando il giudicamento e quelli argo- menti che bisognano di
trovare al giudicamento saranno diligente- 15. mente trovati secondo
l'arte e trattati con cura e con cogitatione, ancora sono da ordinare
l'altre parti della diceria, le quali pare a nnoi ai tutto che siano sei
: Exordio, narrazione, partigione, confer- mamento, riprensione e
conclusione. Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che Tullio
sufficientemente à dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1
buono parliere innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare
il mezzo e la fine colla comincianza del suo dire, si che sia l'una
parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto
questo eh' è fatto,(3) e trovato il giudicamento della 1 :
M' che sia da dire poi —4: M' m om. in — 5 : M' la incomincianca, m il
comin- ciamento — 6: M' che nostera (corr. moslera), L mosterra, S mostra
— 7: if ' in prima — 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri — m
sono mestiere — 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L affare il s. d.
ordinatamente — 14 : M^ che si bisognano -17: M' che sono sei....
petitione invece di partigione — 20 : M^ a sofficientemente dem. — S3: M'
el Dne con la incomincianpa — M-m om. sì — 24: M om. nata — 25: M^-L
questo e facto (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può
esser nato facilmente dall'aver preso il de' per la preposizione di.
Tanto il senso quanto la sintassi sa- rebbero poco chiari leggendo e d'aver.
(2) Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola
ordinata- mente, che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia
sfuggita al copista. Forse l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW
ordinatamente di poche righe prima. (3) Cioè " dopo che tutto
questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p. 20, n. 2, p. 21, n. 1 e
qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si spiegano con quelle di
M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti
di ret- torica (i quali si convengono trattare con molto studio e
con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si con- vengojio
pensare l'altre parti della diceria, delle quali non 5. è detto neente, e
sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà il libro interamente.
Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra
questo punto, anzi che '1 conto vada più innanzi, piace allo sponitore di
pregare il suo porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza
grande afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo
'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente a intendere le parole che son
dette inn adietro e quelle che seguitano per innanzi, sì che sia, come
desidera, dittatore perfetto e 15. nobile parladore, della quale
scienzia questo libro è lu- miera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro
tratti pur sopra controversie et insegni parlare sopra le cose che sono
in tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e per
mettere exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac- 20.
cusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore che Tullio
parlasse delle piatora che sono in corte, e non d'altro. 4. Ma ben conosce
lo sponitore che '1 suo amico è guernito di tanto conoscimento ch'elli
intende e vede la propria intenzione del libro, e che Ile piatora
s'aparten- 25. gono a trattare ai segnori legisti ; e che rettorica
insegna dire appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa
no è pur di piatora né pur tra accusato et accusatore, ma é sopra l'altre
vicende, sì coinè di sapere dire inn amba- sciarie et in consigli de'
signori e delle comunanze et in 30. sapere componere una lettera
bene dittata. 5. Et se Tullio dice che nelle dicerie intra le parti sono
le constituzioni e questioni e ragioni e giudicamento e fermamento, ben
si dee pensare un buono intenditore che tuttodie ragionano le
1: M' Olii, vi — S: vi làlluro — 3: M liberalione - M ancora, m
aiicir — 4 : m le IKirli — 5: M-m oiii. per sé — 8-9: Mi cliel
maestro.... più avanti — iO: m questo libro — i3: m mii. clie son — M'
seguiranno — i4: in per lo innanzi — i8: vi insegni — o»n. o dinanzi a
per — i9:m exenpro — 20: M-vi 7 penserebbe — .?;: if' trattasse — S2:m ha
bene — 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì — M-m le giustitio — 26- M'
ap- postamento — M' in sapere — 2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi
delle co- munanze — 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni, e
l'ermamento — m ohi. si — 99 - genti insieme di
diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il suo parere
e dicelo in un suo modo e l'altro dice il contrario, sì che sono in
tencione ; e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che
appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che
difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è ap-
pellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di
questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che
niega elli l'à fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro
difende, sì è la causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la
constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a
ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le
sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel
trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del
fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li
exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in corte della morte di
sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non
avea fatto né bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un
altro dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e
questo è appellato nel libro accusato. De consiglieri. Così aviene
intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati
per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è
messa e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro
pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa, 30.
cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s'
elli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tullio appella
questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello
che llui ne pare, immante- 2 : M ndicc — M' di.cela — m in
suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m laltio appone
— M-m quel — 6: M quello che, m quello di che — 7-9: m om. al
postutto.... che nioga — M che quella cosa — M' selgli la facta — il : m
cominciata — M' intra loro 7 questa — 13: M-m è ragione - 16: M om. il
1" e 3° e, hì il 1" e S° - 20 : m tralloro — dicea chelli — 21
: m o ragione — 22: m ave fatto — 25: M' adiviene - mi tra cons. — 27:
M-m. e in essa — 28: m davanti a loro — M-m om. cosa et — 30: M'
lantentione — 31 : M-m selli alta consigliato —
m che allui nente assegna la ragione per la quale il suo
consiglio èe buono e diritto. Et questo è quello che Tullio appella
ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la cagione e la ra- gione per
che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno consigliasse o facesse il contrario
come sarebbe male e non diritto ; e così infievolisce la partita che è
contra il suo consiglio; e questo è quello che CICERONE lappella
GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la contraria parte, sì
raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni 10. che
puote trovare per più indebolire l'altra parte e per confermare la sua
ragione ; e questo è quello che Tullio appella fermamente. 12. Et certo
queste quattro parti, cioè questione, ragione, giudicamento e fermamento,
possono essere tutte nella diceria dell'uno de' parlatori, sì
come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et puote bene essere la sua
diceria pur dell'una, cioè pur infine alla questione, dicendo il suo
parere e non assegnando sopra ciò altra ragione. Et puote bene essere pur
di due, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che. Et
puote bene essere pur di tre, cioè dicendo il suo parere et
assegnando ragione per che et indebolendo la contraria parte. Et
puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di sopra.
13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à consigliato e
posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un altro
consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ; e così
è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la
tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce
questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione
perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il
detto e '1 con- siglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi
ricon- ferma il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che
può trovare. Adunque le predette quattro cose o parti possono essere nel
detto del primo parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno
parlamentare. 14. Cosie usata- 3-4: M' la ragione 7 la
cagione.... clie s'olciin — 6: M' a diriclo — m la parie — 8:m om Et -
i5: M-m cagione, ragione ecc. — i4: 3f' d'uno — y5:3f'pare— i 6 : 3f-m om.
cioè pur — 17: m pero — M' altre ragioni — 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in
suo parere as- sengnanJo perche — SO: M' il suo pare — 21 : M^ la
contraria partita - SS: m di tulli e q. — 25-26: Jlf' tutto il contrario
di colui ca detto davanti — 27 : M' lunlcntione — m la tencionc sopra —
S8: M' om. sono -- M 7 se colui — 31-32: in rilennu — 3/' il suo
consiglio — 33: M' ([uattro jiarti — 33: M' ciascuno che vuole
parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l'
uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn
altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione.
Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni
molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et
indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si
puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad
insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono
advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di
rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto
inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in
tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano
insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate
uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui (altressi
come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua donna, nella
quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é di ciò
riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore medesimo di
ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a dittare lettere,
le quali si co- stumano e bisognano più sovente et a più genti, che
non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi volesse
bene considerare la propietà d'una lettera o d'una can- zone, ben
potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende
ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro
~ 6: m slorza — 7 : m i molti — 9: m in insegnare - M' piatire — 10: M-m
neuno buono advocato possa essere perfetto— 11: M della rectorica — 13 :
«i intorno a (pielle — 15 : m chontendono — M' conlra.... 7 parebbo — 16:
Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda lettere a un
altro (ma ambedue nela (piale) — 17 : M che contenda tencioni — 18: 1/'
per amore, fa e, L uno che ama per amore fa e. — 19: m tra lui — 23: M-m
om. et — 24: m traile genti (1) Le parole inn altro,
che sembrano inutili, non possono essere un'ag- giunta di copisti, ai
quali invece doveva venir fatto di ometterle, come in M* e in i.Dando a
volgare il senso limitato di volgare italico, si intende l'altro per gli
altri linguaggi, specialmente il provenzale e il francese. Brunetto vuol
dire che la rettorica di CICERONE non serve solo ai legisti, quantunque
nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto meno perfetto, senza
averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla lezione di ilf • ; con
quella di M-m, più semplice a prima vista, non si spiega la relazione fra
buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la manda. Et questo
i)uote essere o pregando o domandando o comandando o minac- ciando
o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi puote quelli
a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi per alcuna
scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole ornate e
piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede poter
muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna scusa,
come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una tendone
tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni d'amore
in modo di ten- done o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice
manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di
rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo,
luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare
secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che
dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore
isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende- 20.
volemente che '1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra.
18. Et ecco Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria
o d'una lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e
queste parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e.
2 ^'Olii' /^M/ 25. Queste
sono le sei parti che Tullio mostra certamente che sono nella
diceria o nella pistola, specialmente in i: m per cholui che
la manda — 2: M' essere pregando — 3: M-m o in — 6: Jf' manda guernisce
la sua lederà d'ornati^ parole — il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o
clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m
inloruo al pr. - 14-15: M' o di tenciono o di non tencione — da quello
luogo innanci inforfa — 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^
insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia — 22 :
M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M indietro - 24: il' pare in ipiesto
albero - Nello gchetna M' ha l" l>roomio, 3» Divisione, ó"
Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola (ma c/r. l. 22) quelle
che sono tencionando, sì come appare nel detto dello sponitore qui
adietro ; e, sì come detto fue in altra parte di questo libro, Tullio
reca tutta la rettorica alle cause le quali sono in contraversia et in
tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile parole che non si dicono
per tencione d'una parte incontra un'altra non sono per forma né
per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola, cioè la lettera
dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di contendere, anzi è uno
presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente favella et é udito
colui che tace e di lontana terra dimanda et acquista la grazia, la
grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte cose mette inn iscritta
le quali si temerebbe e non saprebbe dire a lingua in presenzia; sì dirae
lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e della sua medesima in
quella parte di rettorica ch'apartene a dittare, si come promise al
co- minciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é un
dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente aconcio a
quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene
intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che dice «
dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una
lettera dit- tata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome
col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo
singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e
l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo
sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù
avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti
di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat- 30.
tamento » perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole
avenanti e piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si
richiede in tutte le i)arti di ret- torica, sì come fue detto inn adietro
sopra '1 testo di Tullio. 22. Et dice « trattamento di ciascuna cosa »
perciò che, 35. si come dice Boezio, ogne cosa proposta a dire
puote 1:M' pare — 4:M oin. sono — m le quali e In contr. e
tencione. Et dico — 5-6: M' non sodono — m om. per te.ncione — a un altro
— 8 : M'de tencione — iO : M' 7 ae udito —il: M' om. la grazia — 12-13: M
la gra — M' sinlorca — m/ molte cose — M' m in iscriptura — Mi non, ma L
e non — 14: m lo sponitore dira uno pocho — 16: M' om. di relto- rica —
19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a quella cosa aconcia — 23: M-m
adietro, M' a diricto — 24-25: M' m el mascolino (m il maschulino)col
leminino — 3/' el plurale el singulare — M-m pulare — 27 : m fia M' in
tutte parti — 33 : M-m nel lesto — 34 : m om. Et — 35 : m si puote
essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla
sentenzia di CICERONE, che dice che Ila materia del parliere non è se non
in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice «
convenevolemente aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore
asettare le parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore
dicere parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle
non fossero aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dit- tatore da
cciò che dice Tullio; e perciò di queste due 10. materie, cioè del
dire e del dittare, e dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà
l'amico dello sponitore prendere la dritta via. Et per questo divisamento
conviene che Ile parti della pistola si divisino da queste della diceria
che Tullio à detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione,
partizione, conferm amento, riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione
di Tullio che exordio sia la prima parte della diceria, il quale
apparecchia l'animo dell' uditore a l'altre parole che rimagnono a dire,
e questo è appellato prologo della gente. //. Et dice che narrazione è
quella 20. parte della diceria nella quale si dicono le cose che
sono essute o che non sono essute, come se essute fossoro ; e
questo è quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso ferma la forma
della sua diceria. E dice che è partigione quando IL PARILERE à narrato e
contato il fatto et 25. e' si viene partiendo la sua, ragione e
quella dell'aversario e dice : « Questo fue cosi, e quest'altro così » ;
et in questo modo acoglie quelle partite che sono a lini più utili e
pivi contrarie all'aversario, et afficcale all'animo dell' uditore
; et allora pare ch'ai tutto abbia detto tutto '1 fatto. IV. Et
30. dice che confermamento è quella parte della diceria nella quale
il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le quali agiugne fede
et altoritade alla sua causa. F. Et dice che riprensione (1) è quella
parte della diceria nella quale il 5: Mi agoisare — 6: m om.
Et — 7 : M' non varrebbe — 8: M' j cosi e divisato da ciò — 10: Jf
maniere — i3: M^ da quelle — i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Op-
pinione di Tulio e — M exordìa — 18: M rimagnono udite, m om. a dire — 21 : M
is- sate — 22: M 1 quando — M^ m l'uomo — om. esso 23 M' forma la sua diceria — 25 : M'
edesso viene partendo, m e viene ripetendo.... del chonpagno — 28 -. M7
nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle — 29: M' paro cabbia detto —
m detto il fatto - 30 : M' con- fermagione — 33: i mss. responsione — M-m
7 quella (1) Non esito a scostarmi dai codici per la concorde
lezione degli altri luoghi, che corrisponde al latino reprehensio. Il
passaggio da reprensione a responsione è facilissimo attraverso un
repensione. I)arliere reca cagioni e ragioni et argomenti
per li quali attuta e menoma et indebolisce il confermamento dell'aver-
sario. VI. Et dice che conclusione è Ila fine e '1 termine di tutta la
diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice 5. Tullio che sono e
debbono essere nella diceria; e di cia- scuna tratterà qua innanzi il
libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto puote uomo bene
intendere che queste sei medesime possono convenire inn una pistola, di
tal ma- teria puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque
materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la
pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella con-
clusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e reprensione,
possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella pistola. Tutto
altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene rimanere e non
avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè
«petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della
diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'ap- pena pare
che diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della
pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione
e conclusione, sì come ap- pare in questo arbore : 26.
Et se alcuno domandasse per qual cagione Tullio in- tralasciò la
salutazione e non ne trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne
renderà bene ragione in questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo
libro tratta delle dicerie che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni
— Jlf' l'aiingatore — wn. cagioni e — per li ifiiali allassa - M-m il
fermamente — 3 : 3/' il line — 4-5 : m Questo.... che Tulio dico che debbono
essere — 6 : M' m illibro qua innanzi — 7 : jn luomo -- Af ' om. bone — m
che tutte 7 queste sei — 8-9 : M tal maniera — M-m da qualunque, M^ de
([ualunque — li : 3f' in exordio — M' m 7 conclusione —12: M' om. tre e
soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al 2" aver luogo —
22: M' pare 'in questo albero — 24: ilf intrallassò, m lasciò — 25: Af'
ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia —
106 - fanno in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!)
il nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna di
mettere le nomora del mandante e del ricevente, c'altri- mente non si
puote sapere a certo né l'uno né l'altro. Apresso ciò, la salutazione
pare che sia dell'exordio ; che sanza fallo chi saluta altrui 'per
lettera già pare che co- minci suo exordio. Et Tullio trattòe dello
exordio com- piutamente, non curò di divisare della salutazione né distendere
il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi
tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò furo
alcuni che diceano che Ila salutazione non era parte della pistolaj
ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salu- tazione è porta
della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle
persone e l'affezione del mandante. Et nota che dice « porta, cioè
entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante
e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado e
l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles
cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice «
ordinata- mente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno
come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli manda al
ricevente salute o altra parola di bene, o per 25. aventura di
male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua volontade. 28.
Adunque pare manifestamente che Ila salutazione è così parte della
pistola come l' occhio del- l' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del
corpo dell'uomo, dunque la salutazione é nobile parte della pistola,
c'altressi 30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina
l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è
altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1
1 : M-m bisogna contare — S-3 : M' nome del dicitore — M-m bisogna
mettere - M 7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente — M-m
7 altrimente — 4: M' non si porrebbe — 7-9: M-m om. dello exordio — non
curo divisare salutalione 7 distemdere - ìli intorno alle salutationi —
10: M' om. et — 11-12: M' Et jìerciò funro — ciie saluta- lione — 15: m e
mèli — 16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè — S3 : M' om. di — 24
: M' 7 altra — 2,5 : M eirectione — m om. secondo la sua afTezione cioè — 26:
M' parte (ma t espunto) — 28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A
completo) — 29: iW' e la salutatione n. p. — m e altres'i — 32 : il/' ne
jiorta (1) La lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di
« conviene dire », mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire».
- Itì7 - corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla
chi dice che salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s'
in- chiude W e sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la
soprascritta di fuori, la quale dice a cui sia data la lettera. Ben dico
c'alcuna volta il mandante non scrive la salu- tazione, o per celare le
persone se Ila lettera pervenisse ad altrui o per alcun' altra cosa o
cagione. (2) Né non dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per
desiderio d'amore, o per solazzo, talora (3) si mandano altre parole
che 10. portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire
pur salute. Et a' maggiori non dee uomo mandare salute, ma altre
parole che significhino reverenzia e devozione; e tal- volta no scrivemo
a' nemici altro che Ile nomora e tacemo la salute, o per aventura mettemo
alcuna altra parola che 15. significa indegnamento o conforto di
ben fare o altra cosa; sì come fa il papa che scrivendo a' giudei o ad
altri uomini che non sono della nostra catholica fede o a' nemici
della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo
spirito di più sano consiglio o connoscere la via della veritade o
ahundare inn opera di pietade et altre simili cose. Adunque provedere dee
il buono dittatore che, si- milemente come saluta l'uno uomo l'antro
trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera mettendo et
ador- nando parole secondo che la condizione del ricevente richiede. Che
quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a
alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta
reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra
ginocchioni per basciare 2-3: M' anche — M-ìn si richiude —
M' ma titolo — M 7 \a. s. — 5 •m iscrive salu- tatione — 6-7: M' venisse
ilata altrui per alcuna cagione — Mo per cagione dalcunaltra cosa cagione
; m id., ma oiii. cagione — 8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s.
si man- dano, M-m per solazzo di loro si mandano — il: M' a maggiore —
M-m non debbono - 12: M* che significanza abbiano di revercntia 7 dev. —
13-14: M' a nomici non scrivemo — M-m 7 per aventura —16: M-m il papa
scrivendo... om. altri —19: M-m di chonnoscere — M' conoscere via de
veritade— 20: M' opere (mai opera) — om. altre — 21 il/' dee prevedere — 22 M' un huomo un altro— ^ó:ni Quando
luomo — 26:M' davanti imperadore od altro, >« davante a lom- j)eradore
— 27 : Jf certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in — M' ginocohione in
terra (1) S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo scambio
fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37, n. 1. (2) In 3f
e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo,
perchè la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore
nacque dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi
rimediare. (3) Scrivo così per avere un senso, ma non presumo
davvero di avere indo- vinato; potrebbe anche mancare qualche
parola. il piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo
dettatore nominare lo ricevente e la sua dignitade coij parole di sua
onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee nominare sé medesimo e la sua
dignitade, e poi dee scri- 5. vere la sua affezione, cioè quello che
desidera che venga a colui che riceve la lettera, sì come salute o altro
che sia avenante, tuttavolta guardando che questa affezione sia di
quella guisa e di quelle parole che ssi convegnono al man- dante et al
ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro
paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che ssiano
accordanti alle persone et allo stato loro. Et non pertanto eh' io
abbia detto che '1 nome del maggiore si de' mettere dinanzi e del
pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che grandi 15. principi e
signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori , mettono dinanzi il
nome di colui a cui mandano, e questo è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire
alcuna utilitade. Perciò sia il dittatore accorto et adveduto in fare la
saluta- zione avenante e convenevole d'ogne canto, sicché in essa
me- 20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del
ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et
bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore po- trebbe lungamente
dire e non sanza grande utilitade. Ma considerando che Ila subtilitade
perché '1 verbo non si mette 25. nella salutazione, e che "1 nome
del mandante si mette in terza persona per significamento di maggiore
umilitade, e che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del
nome, par che tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE, sene
passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere
dell'altre parti della diceria e di quelle della pistola, sì come porta
l'ordine. Et in questo luogo si parte il conto della salutazione, e dirà
dell' exordio in due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e
che i : M' y allomperudoi'o — S-3: M-m dignilailo corporale
di — m aggiunge di reve- renza 7 ^ 4: M^ nm. S" e — 3: M-m
oirectione — ([nella — 7 : m tuttavia — M' guani ino clic l'airectione —
9-10: M' ali maggiori — M-m ili nostro .grado — i2: M' alloro slato — M-m
om. ch'io abbia dolio — i3: in il nome — M' si debbia — 13-16: m sengnori
— M-m scrivono -- m e mellone — M' elgli mandano — 17: Af-w por sognile —
18: mom. et adveduto — 19: M' dongiii jìarle — 20: M-mnm.ìa grazia e —
21-SS: il/' dimoslor- remo, m dimostraiiio davanti — Af' m Et bene
cpiesta — 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che sotti! itude — 23: M<- in
salutalione 7 perche! nome — 26: M-m utilitade — 27: M' 7 per- che....
pur una lederà — m la prima — 28: m om. in Ialino — 31-32: L Et in questa
parte — ilf' dala salutalione — 33: M' om. ci6 — 109 -
pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi con- viene
ad una lettera dittata et ad una medesima diceria, oltre quello che porta
il testo di Tullio. Exordio. 5. 77. Et perciò che
exordio dee essere principe di tutti, e noi primieramente daremo
insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio
prima che dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe
dell'altre 10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che
ssi mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che
nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore
ad intendere tutto ciò che noi vo- lemo dire di poi. 15.
Dell' exordio. 78. (e. XV) Exordio è un detto el quale acquista
convene- volemente 1' animo dell' uditore all' altre parole che sono a
dire ; la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e
docile. Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad
lui 20. conviene diligentemente procedere e conoscere davanti la
qualitade della causa. Lo sponitore. 1. Poi che
Tullio avea contate le parti della diceria, sì vuole in questa
parte trattare di ciascuna per se divi- 25. satamente, e prima
dello exordio, del quale tratta in questo 2 : Af' e la diceria
medesima — 3: m oltre a quello — 5 : M-mom.e — 6: M' oxordii — iO: m nm.
tutte — M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione — 10-li M'
luna pei che, m luna che — M-m 7 davanti si dice — 13-14 : m quello die
noi poi volerne diro — M' dire poi — 18: m dolce (cosi sempre in seguito)
M' converrà — om. procedere e — 24 : M' divisamente, ma L
divisatamente Questa lezione è quella che spiega meglio le altre:
soppresso il de, nacque è ragione di M, che m, colla pretesa di
accomodare,' peggiorò in a ragione; la variante di L deriva certo dal non
aver inteso il significato di de ragione (= se- condo ragione).
- no - modo: Primieramente dice che è exordio,
mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio, cioè fare che 11'
udi- tore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et
intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5. conviene
connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo dire o
dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè
principio et « insinuatio », e mo- strane in qual convenentre noi dovemo
usare principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa
intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare
beni- voglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo
queste tre usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in
quello eh' è appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù
e' vizi dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno
adornamento di parole le quali il par- lieri e '1 dittatore propone
davanti nel cominciamento del suo dire in maniera di prolago, per lo
quale si sforza di dire e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso
lui, cioè che Ili piaccia esso e '1 suo parlamento, e procacciasi
di dire e di fare sì che l'uditore sia intento a llui et al suo
detto; similemente si studia di dire e di fai'e sì che l’uditore sia docile,
cioè che pi'enda et intenda la forza delle parole. 6. Et perciò dico che
immantenente che 11' uditore è docile sicché voglia intendere e
connoscere la natura 25. del fatto e la forza delle parole, sì è
elli intento ; ma perchè l' uditore sia intento a udire, puote bene
essere che non sia docile ad intendere. Et di ciascuno di questi tre dirà
il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma perciò che '1 par- liere
che non conosce dinanzi di che maniera e di cliente 30.
ingenerazione sia la sua causa non puote bene advenire alle tre cose che
sono dette inn adietro, cioè che 11' uditore sia benivolo, intento e
docile, si dicei'à Tullio quante e quali sono le generazioni delle cause,
in questo modo: 1 : m Prima — MM' nm. è — 2-3 : m liiditore
sia inverso noi benivolo intonlo 7 dolco a quello ecc. — 4-5: m ci
conviene — 7-8: m nm. et — e mostra — 9: M' nensegna, L insegna dove —
JO: M' potremo — ii: M' ,allenlione - 13: M nm. in — 15: m i parlieri, M'
il parladore —17: M' perla (piai cosa — 19: ni jiiaoci il suo p. —
procliac- cisi — 20 : M-m 7 fare sicché — m attento — 21 : M' 7 fare — 22
: il/' ciò che imprenda — «1 le parole — ^.5: hi nm. e la l'orza delle
i>arole - 26: m che non 0—27: M' ohi. tre — 28-29: M' vorrà suo luogo
— chel dicitore — 7 di che ìnjj. - Ili -
Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono
cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro.
Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le
qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le
dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che
esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le
qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et
or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, du- bitoso et
oscuro, io risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali
sie incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa
eh' è deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è dimostrativa
15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico della iudi-
ciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non onesta, e
quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico della vile e
della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi accidentali
che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre sono
substanziali che non si possono mutare. Dell'onesta.
80. Onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente, sanza
nostro exordio, piace all'animo dell'uditore. 25. Lo
sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale dicendo
parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore si
muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice sopra '1
convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa- 3: M'
dubbioso — 7 : M' m cholgli medesimo — 8: M-m om. elio - M^ li generi —
10: M' dubbioso — 1 1: m io rispondo che le prime tre — 13 -.M' puole — 13-14:
M-m ml- lann dal lo al S° deliberativa — 15 : M-m essere dimostrativa —
17 : L bone essere bene non mir. — 19: M-m om. queste — 23: M
incontenenlo — 27: M-m mantenente iole per acquistare la
benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade della causa l'à già
acquistata per sua di- gnitade, sì come nella causa di colui che accusa
il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le chiese. Mirabile
è quello dal quale è straniato l'animo di colui che de' audìre. Quella
causa è appellata mirabile la quale è di tale 10. convenente che dispiace
all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele operazione. Et perciò
l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato dalla nostra parte; et
in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì che l'uditore
intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo padre
15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che una medesima
causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una parte, cioè di
colui che difende il suo padre, mi- rabile dall'altra parte, cioè di
colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno exemplo
si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale
non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a
intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è
appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare
che ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad
intendere, sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco
valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che
30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M'
om. la — id: M' o l'uiiiino - i2: vi e straniato — i3: M' bisogna — 14:
M-m om. nella oanaa di colui c'avcsso morto — 15: M a facto, m a l'atto —
19: M\a sua iiropria madre — 26: M-m om. ne — 27 : M' non si maraviglia —
28: hi di jioclio valoro, Jt/' de piccolo valoro — 89: Mi nm. di l'are
si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la
causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera
benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale
l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia
alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la
sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella
avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò.
Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in
sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte
d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso- 15
nestade e perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O
d'un furo che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii
difenderlo in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender
lo padre, ma era diso- nesta quanto in difendere lo furo. 20.
Dell'oscuro. 84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o
per aventura la causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a
conoscere. Dice CICERONE che quella causa è appellata oscura nella
25. quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano
le parole del dicitore sì bene ne sì tosto come si conviene,
perciò che non è forse ben savio o forse eh' è fatigato per
2: M-m eia sentenzia — 3: M' in parte socca — 4: M-m o offensione — 7-8:
M' o in clie sententia torni ala fino 10: m il suo marito — li: M chel
deo apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile
comando — 13: M' quella parte dove parte — 16: M do fili?, *i demi?, Mi-L
dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 : m s\ sforza — 19:
M' lo furto — 24: ino oschura apellata — 23-26: 3f-»i portava — del
dicta- tore - M' om. nò, L e si tosto, m o si tosto ~ 27:M' om. il
1" forse — M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita
ài M e m porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale
abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di
M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome
proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per
aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e
malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio.
5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse,
sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in
ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due
parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore.
10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali-
tadi delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi
sì come detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì
conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque
modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla
qualitade so- pr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2,
Et vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio
è di due maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè
appellata « insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente.
E così dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno
parlieri o sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono:
onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et
sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè 25.
principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale apertamente et
in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o intento. Quella
maniera de exordio è appellata principio quando il parlieri o '1
dittatore quasi incontanente alla 1 : M^ parladori — 3: M'
mn. oscuro o — fi: m diversi, dispari — 7:m di cose — 8:M' cioè principio
7 insiniiatione (sempre) — / i : m dolio cose — M' dele qualitadi sono tante
divei-se -- Melo che sono— 13: M' coU'altro — i4-i5: M' si abbia s. m. in
fare — A/' «hi.cìò — 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una che
ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo ins.,7
di ciascuno — 21 : vi .ilchimo parlinre dice — M-m 7 sopra — M' dice alcuno
dictalon» — 22: M-m honesta - 23: M* jiare — 31 : M' il dicitore ol
dictatore — M-m incontenonte comincianza del suo dire, sanza
molte parole e sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori et
apertamente, fa l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua
causa, o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio par-
5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio Cesare, che
fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra parte
e combattemo per difendere la nostra ragione e del nostro comune, si
dovemo noi avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell'
insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento
parlando dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE
dice che quella maniera de exordio è apellata « insinuatio » quando il
parlieri o '1 dittatore fa dinanzi un lungo prolago di parole coverte,
infingendo di volere ciò che non vuole, o di non volere quello che dee
volere, e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo
dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come disse Sino
parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: «
Insin a oi"a v'ò io pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non
dimando se non la morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m'
avesse scam- pato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di
non 25. volere quello che volea, per venire in animo di loro che
Ilo scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie à
divisato il conto che è principio e che è «insinuatio»; omai dicerà quale
di questi due modi de exordio dovemo usare in ciascuno de' cinque modi
delle cause, cioè nell'onesto, 30. nel vile, nel mirabile, nel
dubitoso e nell' oscuro. i: M' alancomincianza — m sanza
alcliuno - 2-- M' om. et — 3: M' benivolente, m benivolo — M^ o ala sua
causa : m come fé — 5-6: M' a Romani parlando del convenente, — cotale —
9: M diede saranno — IS: m intorno — 15: M-m i parlieri, M' il parliere —
M o dictatore — 17 : m quello che non vuole — iW' in (juello che vuole —
20-21 : L Sitio — m teneano... gravi tormenti — 2S: M' oggimai non domando io
— 23: M' dati — wi dato chi — 26: m merco domandare — 27: M' a divisatoli
maestro — 28 : M-m (|uali — M' noi dovemo — 29: M' de cause, M in
ciascuno di delle causo, m in ciascheduna delle chause (1)
Per tutte le citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine
son molto frequenti, rimando al mio studio su La «Rettorica» italiana di
Brunetto Latini pp. 35-50; ivi son ricercate e discusse le fonti di
questi esempii, e così riesce anche piti facile rendersi conto della
costituzione del testo. Della mirabile. 88. Nella
mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse al tutto turbato
contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio. Ma s'ei
troppo malamente fosse straniato ver noi, allora 5. ne conviene
rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbri- gatamente pace
e benivoglienza dalle persone adirate non solamente non si truova, ma
cresce et infiamasi l'odio. Lo sponitore. 1. Inn
adietro è bene detto che quella causa è appel- lo, lata mirabile la quale
è di rea operazione, sicché pare che dispiaccia all'uditore. Et perciò
dice Tullio CICERONE che quando la nostra causa è mirabile puote bene
essere alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra
noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel
modo 15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un
breve prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse
adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene
ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insi- nuatio », e fare un bel
prologo di parole infinte e coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l'
animo suo et acquistare la sua benivolenza e ritornare in suo piacere.
Ch'ai ver dire, quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse
acqui- stare da llui pace così subitamente per poche et aperte
parole dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe, 25. ma
crescerebbe l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee andare dintorno
et entrarli sotto covertamente. Della causa vile. 89.
Nella causa la quale è di vile convenente, per cagione di trarrela di
vilanza e di dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della
mirabile — ?» e solluditoro — 3 : M^ del tutto — 4 : 3/' se — m se troppo
fosse crucciato — 5: Mi fuggire — m ci conviene.... chosi di presente - 7: m
crescesi — 9: M-m ubiamo detto — i2: M^ alcuna volta — 13: m crucciato —
14: M' potremo (ma L lìotemo) — 15: M-m in breve — 17 : M' iroso 7
crucciato verso noi, m adirato contra noi molto, — 18: m tornarne — M
alaltro modo —19: M-m nni. fare — converte — M iulì- nito — 20: M' otii.
la — SS: M^ cruccioso, m crucciato — S3: in per i)Oclie )iaroIo 7 aperte
— S6: M-m darò dintorno — M entrali, M' intrarli, wi rilrarlo sottilmente
sotto coverta — S8 : M e diviene convenente m udiviene e. — S9 : M'
trarla de viltanca 7 de dispregio Quando la nostra causa ella è
vile, cioè di piccolo convenente sicché l' uditore poco cura d'
intendere, allora ne conviene usare principio et in esso fare che 11'
uditore 5. sia intento alle nostre parole; e questo potenio ben fare
traendola di viltanza e facciendola grande et innalzandola, sì come fece
Virgilio volendo trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e
grandi delle picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella
dubbiosa qualità di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene
incominciare l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in
parte onesta e in parte disonesta si conviene acqui- stare benivolenzia,
sicché paia che tutta la causa ritorni in onesta qualitade. La causa
dubitosa, si come fue detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila
sentenzia è dubbia, sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due
ragioni e cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel
caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella
ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler pro-
vare, e per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1
convenente è dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte
disonesto, in quello caso dee il buono parlieri neir exordio acquistare la benivolenzia dell'
uditore per principio, sicché tutta la causa paia che sia onesta. 2:
M' m om. ella — m cioè di vile convenente 7 di picciolo — ,9: 3f'
-Ldelontendere — 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento — 6: m
vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f. g. — 7 : m tràre — 8: M' om. molto
— iO: M' Dela dubitosa — li: m cominciare — i2 : M-in om. è in parte
onesta — M' parte lionesla 7 parlo dis. — i7 : M-m cliella causa — hi
dub- biosa — i8: M> om. apare — cagioni 7 ragioni — m om. 7 cagioni —
19-20 : m in questo dovea elli com. — 21 : M' la (juale — 22: M-m 7 per
qua! (?;i om. 7) — M' sigli crede davere — 23: m om. sia — M'-L
honesta.... disonesta — 25: M' acquistare nelexordio benivolenca
daluditore — M libenivolentia — 26 : M-m om. che sia (1) Cioè «
fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità
della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa
onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo prin-
cipio, 0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla
legge, o d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne
piace usare principio, dovemo usare le parti di benivo- glienza per
accrescere quella che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene
dire è onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza
dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire
noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio
né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla nar-
razione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge
che tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo
argomento e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno
prologo, certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma
per crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro
20. principio dee essere in parole apropiate a benivolenza.
Della causa ohscura. (e.
XVI) Nella causa la quale è oscura conviene che nel nostro principio noi
facciamo che ir uditore sia docile. Lo sponitore. 25.
1. In adietro fue dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et
perciò dice Tullio che nella causa la quale sia 2 : M' m tia
— 3 : i« / Se ci paro — -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo — M o
alcuna, )/i adalcluina, Mi o dalcuna — 5: Miw paro, m non paro — 6 : il/i
om. che h - 9: M-m nm. certo - facto pro])io — iO: M-m sanja molto
ailorn. — i i : Mi j perciò — M noi doviamo a dire, m noi doviamo diro —
i2: m alchuno oxordio — 13-15: M-m no comin- ciare ~ M' 1 cominciare do
quella legge - M-m o a ([uolla ragione — 16: M' la (jualo sia — 18: M'
ben faro — 19: M-m il docto, M' in (juesto caso — 25: M' mostrato (|ualo
causa e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) — 26: M' la quale e (Cioè
«quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf e JVf ' ronde sicuro a
dire, e con questo si escludo la lezione, buona in apparenza, di m {doviamo
dire) come evidente accomodamento di M. oscura all' uditore a
intendere noi dovemo usare quella parte de exoi'dio la quale è appellata
principio, et in quello dovemo noi si dire che 11' uditore sia docile,
cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la natura del fatto, in que-
5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente la sustanzia del
fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi che noi vedremo che U'
uditore sia apparecchiato in via d' intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi
a dire la nostra ragione sì come si conviene al fatto. 10. Le
ragioni delle cose. 93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto
che ssi con- viene fare nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per
quali ra- gioni ciascuna cosa si possa fare. Sponito7-e.
Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto ciò che ssi
conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli àe detto in quale
exordio ed in qual causa ne conviene usare parole per acquistare
benivolenza, sì vuole elli da qui in- nanzi mostrare le ragioni come si
puote ciò fare ; e questo 20. insegnamento fa bene di sapere.
De' quattro luoghi della temperanza. 94. Benivolenza s'
acquista di quatro luogora : dalla nostra persona, da quella de' nostri
adversarii, da quella dell! giudici e dalla causa. Lo
sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare benivo-
lenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che ss'
apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono
dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om. all'uditore
a intendere — 2.M^As lexordio — 4: Af' chela intenda et senta - 5: m dopo
diremo r(pe(e in ([uesto modo — 6:m la natura — om. Et — 7-8: 3f'
apparecchiato intendere, m-L
appareccliiato a intendere — 12: m a mostrare — 15: M-m In ipiosto luogo
— om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu quale causa, i e in quale
causa — M-m luoghi, della nostra p. — 27-28: M' da quello... alla persona
(1) L' espressione certamente è ridondante {in via sembra quasi una
variante di apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta
alla forma pili sem- plice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una
errata lettura di a, che anche in quel codice ha una forma simile alla
nota tironiana. si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo.
Il secondo luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro
contra cui noi dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè
la persona (l) di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si
è la causa e '1 fatto e '1 conve- nente sopra '1 quale noi dicemo. E di
ciascuno di questi dicerà il conto ordinatamente e
sofficientemente. Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra
persona se noi dicemo sanza superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri
officii; e se noi ne leviamo le colpe che nne sono apposte e le disoneste
sospeccioni; e se noi contiamo i mali che nne sono advenuti et li
'ncrescimenti che nne sono pre- senti; e se noi usiamo preghiera o
scongiuramento umile et inclino. Sponitore. 1.
Conquistare benivolenza dalla nostra persona si è dicere della
persona nostra, o di coloro per cui noi dicemo, quelle pertenenze perle
quali l' uditore sia benivolo verso noi. Et sappie che certe cose s'
apartengono alle persone e certe alla causa; e di queste pertinenze
tratterà il conto 20. sofficientemente, e fie molto bella et utile
materia ad impren- dere. Et qui pone Tullio quattro modi d'acquistare
benivo- lenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo modo si è se noi
di- cemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' no- stri
fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25
quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per
movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii, si —
2: M-m om. luogo — m ohi. si — 5 : m om. si — J : M-in om. la jiersoiia —
Afiia coloro — m davanti a chui, il/' davanti cui — 5: M^ il facto — m
om. ól convonento — 6-7 : M' om. di questi — dioera lautore — m om. e soBìcientemento
— 9-10: M-m Alla nostra p. — di nostri faoti — Ai' lo nostre colpo — 12:
il/' che sono presenti — M' i
scongiura- mento — 16: M^ dola nostra persona 7 di coloro — 17: m
aparlenentle — 20: m om. suflicientementc — M-mom. materia — 22: m om.
moiio — 2-i:M-m intende, L intendo — 25: m diciamo per distretta — 26:
M-m dicendo didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò
a prima vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile
l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'. (2)
Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende,
potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la
desi- nenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza
degli uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione
colui eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io
udisse il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella
5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla distruzione di
Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè e pietade delle strane genti per
natura, non per distretta. Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo
per distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tullio che
dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza
superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi
et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono messe et
apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati che sono
apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boezio
eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale
pec- cato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per
sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la
froda delle quali sarebbe mani- 20. festamente paruta se noi
fossimo essuti alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste
sospeccioni sono le colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle
pone davante al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i
do- moni per desiderio d'avere le dignitadi; e questa sospeccione
25. si levò elli parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che
pensaro ch'io sozzasse la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento
de' mali spiriti). Ma tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio
animo ogne desiderio delle mortali cose ».• Et così parve che volesse
dire: « Poi che in me avea sapien- 30. zìa, non era da credere che
in me fosse così laido fallimento ». Tutto altressì Elena, voglìendosi
levare la sospeccione che '1 suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi
fida in me della vita, dubita per la mia biltade; ma cui assicura
pro- dezza non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza ». 6. Il terzo
1 : M' deluditore — 2: S m sicuro porto — 4: M' il suo nomo — Mìi
dica — m il roame mio — 5: A/' dela — 7: m M' 7 non — 0: m L ^ non por m.
— 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) — M' appellate.... apjioste — 16: M
\e lectoro — 17: M' elgli rimovca — ciò fu — 18: M' falsamente composte —
20-21 : M-m jiartita ....stati.... dellaccusato — 22: m centra un altro —
^f' appone — 25: m parlando olii — 25-27: M-m Mentita chi solcasse — om.
per sacrilegio.... spiriti — 28: cacciavi (il latino ha pellebas) è solo in
L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i aggiunto tra v e a, s caccia via —
29: M-m paro — 31 : m schusare 7 levare — 33: m della biltade mia
modo è se noi contiamo i mali elie sono advenuti e li 'ncre-
scimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò ch'ave- nuto era,
acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per guidardone della
verace vertude sofferò pene di falso incol- 5. pamento ». Et Dido,
dicendo i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la benivolenza
per la sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et abandono il mio
paese e Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in
caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di
10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare
i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Ce- sare,
guardate le catene e pensate che questa testa è presta a' ferri e' membri
a spezzamento». Altro modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento
umile et inclino, 15. cioè devotamente e con reverenza chiamare
merzede con grande umilitade. Et intendi che preghiera è appellata
sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi alla pugna della
mortai guerra di Cesare, confortando i suoi di battaglia disse: «Io vi
priego de' miei ultimi fatti 20. e delli anni della mia fine,
perchè non mi convenga essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di
segnoreggiare in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere talfiata
sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì
come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25. Eneas:
«Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere muovere;
ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero peno — 5 :
M-m Et dicio dicondo — 6-7: m dicendo — M-m chaccialo — 8: M el mio
marito, m om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio — 12-13 : itf'
epresso — li membri — M 7 membri, m 7 i membri — La sprezzamento — 14:
M-m 7 scongiura- mento — Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino - 13:
m om. cioè — chiamando — 19: m abattagla — 20: M delli anni ilelli amici
lino, m delli anni /siche — 21: M servo in vilezza la (piale, m servo 7
in vilczza il quale — 22-23: M-m om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata
— 24: M di diedi — 26: M' o perduto, m chio perduto (l) Il testo di
Lucano (Fars., VII, 380), da cui è tradotto questo esempio, ha ultima
fata deprecar, tutti i codici della Eettorica portano ultimi fatti. Non credo
che si possa pensare a uno sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come
fati (che del resto qui non sarebbe traduzione esatta) manca di ogni
probabilità in quel tempo; sarà dunque da risalire a un'alterazione
facilissima del latino, ultima facta, che certo riusciva più
intelligibile della frase poetica originale. Quanto al servo in
vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se po- tesse
supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia
nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea
di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del
corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili
». 8. Ma scongiura- mento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio
o per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5.
scongiurare, sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo
padre, per le lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni
che teco fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo
donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che
sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli
adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli
aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto.
Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de'
nostri ad- versarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per
le quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20.
malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le
pertenenze delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori;
il secondo che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto;
e di cia- scuno di questi tre modi dirà il testo bene et
interamente. 25. Tullio. 97. Inn odio saranno messi
dicendo com' ellino anno fatta alcuna cosa isnaturatamente o
superbiamente o crudelmente o ma- liziosamente. M om. a — 711 lo
chose vili 7 le i»arole — 4: M' o per parenti por avere — m oin. rli
scongiurare — 6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f.,
per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette de tuoi parianti 7
per li compagni - 8-0 : M' om. etc. — Et ora a detto il maestro — om. la
— Ì0:m dalla nostra parte — YS: 3i' odindispregio — 19: M-m om. a noi M'
deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia — m loro in invidia....
loro in dispetto — 26-27: M' comelgli anno alcuna cosa facta — vi 0»».
isnatur. e o maliziosamente Noi potemo i nostri
adversarii mettere ina odio del- l' uditore se noi dicemo eh' elli anno
alcuna cosa fatta isna- turalmeute, contra l'ordine di natura, si come
mangiare 5. .calane umana et altre simili cose delle quali lo
sponitore si tace presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian
fatto superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori né de'
maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli abbiano fatto
crudelmente, cioè non avendo pietà né mise- 10. ricordia de' suoi
minori né di persone povere, inferme o mi- sere. se noi dicemo ch'elli
abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e
contra buono uso. 2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO
dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA,
tagliando i parenti et uccidendo il fratello e sparando la madre.
Altressì fue malizioso fatto il qual racconta Euripide di Medea, che sta
scapigliata tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à
detto lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met-
20. tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza del- l'
uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo mettere in loro
invidia. Tullio. In invidia dicendo la loro forza, la
potenza, le ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera
maniera da non sofferire, e come più si confidano in queste cose che
nella loro causa. Sponitore. 1. Noi potemo conducere i
nostri adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se noi contiamo
la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla
stessa maria) — isnaluratamente contra online M' tace ora presentemente — m al
])rosonte — M-m 7 se noi dicemo che labian — 7-8: M tenendo M^ 7 non
venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori — M-m 3/' che-
labbiano — 9-10: m misericordia.... di persone M' 7 misero — M-m Et se
dicemo cliollabbiano — 12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata
contra b. u., m om. cosa — o disleale 7 contro a b. u. — 13: M' exemplo
avemo — lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido il fratello — M-m i fratelli
— 17 : S Euripide — M-m di medici — IS: M corresse moni- menti in
moUimenti — 20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca — 21-22: M Da ipii
- 3f' diceremo.... li potremo mettere loro in invidia — 24 : M-m om. In
—26: M' si lidano — 28-29: Af' i nostri avorsari conducere
....degliuditori Cfr. Magoini, La ReUorica italiana di B. L., pp.
Bl-52. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, et la
po- tenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè
servi, ancille e posessioni, e '1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e
parenti e seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et
argento, in cotal modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano
queste cose malamente et increscevolemente con male e con superbia, tanto
che sof- ferire non si puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani : « Ben
dico che Catenina è estratto d'alto lignaggio et à grande IO. forza
di cuore e di corpo, ma tutto suo podere usa in tra- dimenti e
distruzioni di terre e di genti ». Così disse Ca- tenina centra ' Romani
: « Appo loro sono li onori e le potenzie, ma a nnoi anno lasciati i
pericoli e le povertadi >. 3. Et ora è detto della invidia contra i
nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in
dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori saranno messi
dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie studiano in cose
disusate e sono oziosi in iuxuria. 20. Sponitore.
I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto degli
uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi diremo che sono
uomini nescii sanza arte e sanza senno, da neuno uopo e da neuna cosa; o
che sono neghettosì, 25. che tuttora si stanno e dormono e non sì
muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a tutte
cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno uso né d'alcuna
utilitade; o diremo che sono oziosi in Iu- xuria dando forza et opera in
troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici, in giuoco et in
taverne. 2. Et ora à detto il 2-5: Af' om. e le signorie,
poi continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 an- celle 7
possessioni. ¥A parentado... di genti, in cotal modo ecc. — 6: M' come i nostri
aversarii — 11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le gente,
m in tradimenti distructioni — 12: M-in a Romani — 13 : m lasciato — 14:
M iì detta — L'i : M' o»i noi — in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om.
degli uditori — 18: M disulate — 19: M octosi, m ottosi — 22: M' om.
degli uditori — 23: 3f' siano, m sieno — M' sanza sonno? sanza arte di
neuno huopo - 24: m om. da neuno uopo e — 25 : m si stanno, dormono - 26:
M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno — 27-28 : m alclumo uso — M ' 7
dicoremo — 29-30: M' de troppo mangiare .T ebriare. in puttane — m 7 in
bere — M in cliaverne M' a decto luditore come — )?t om. Et
- 126 — conto come noi potemo acqnistare la benivolienza
dell'udi- tore dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn
odio et in invidia et in dispetto, et à insegnato come si puote ciò
fare. Ornai tornerà alla materia per dire come s' acqui- 5. sta
benivolenzia dalla persona dell' uditore, e questo è il terzo
luogo. La benivolenza dell'uditore. lOO. Dalla persona
dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che tutte cose sono usati di
fare fortemente e saviamente e man- 10. suetamente, e dicendo quanto sia
di coloro onesta credenza e quanto sia attesa la sentenza e l'autoritade
loro. Lo sponitore, (i) ' 1. Noi potemo acquistare la
benivolenza delli uditori dicendo le buone pertenenze delle loro persone
e lodando 15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza,
per senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade, é dicendo come
la gente crede di loro tutto bene et one- stade, e come la gente aspetta
la loro sentenza sopra que- sto fatto, credendo fermamente che fie si
giusta e di tanta 20. autoritade che in perpetuo si debbia così
oservare nei si- mili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare
dicendo: « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre e sot-
toposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò e' medesimo
parlando di Marco Marcello: «Tu nell'ira, 25. la quale è molto
nemica di consellio, ti ritenesti a consel- lio ». Di mansueto fatto il
lodò Tulio dicendo: « Tu nella vittoria, la quale naturalmente adduce
superbia, ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio
in 2-3: M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in
odio, in invidia — M-m om. si — 8: Jf' m delludilore {ma il testo
auditorum) ~ 9: M' sono usi — M-m 7 suavomento {m nm. 7) 10 : i mss.,
ambedue le volte, quando — M' di loro — li: M-m intesa — 13: M-m om.
delli uditori — M^ deluditore — 14: M' dicendo che buone M-m om. e per fran- chezza — M' 7 per
senno — 17: m M' om. e — 19: Jtf' credendo che la loro sententia sia si
giusta — m che sia — SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili — 23-84: m e
lodo, M' il lodano 7 medesimo parlano — m marche metcllo M-m om. molto —
Af tu ritenesti a consellio, m tu ritenesti consiglio — 26: M ilio Tullio
tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria — 27 : M adato, m adato, L
odduce — 28: m om. credenza il lodò Tullio (1) In tutti 1 codici
l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né metterebbe conto
darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna fiata male a
Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non pertanto
Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea intendere
a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non li
5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me et alla
mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò m'avevi
lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè l'avea
ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D' attendere la
sua 10. buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco
Mar- cello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo con-
venente non tocca pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti,
perciò che quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri
per loro ». 7. Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle
persone delli uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle
cose. La benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode
innalzeremo la nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii
adversarii. 20. Sponitore. 1. Noi potemo avere la
benivolenza dell'uditori da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono
le dicerie, dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra
parte et in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse
25. Pompeio confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra
causa piena di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che
quella de' nemici, ne dà ferma spe- 4 : M' om. non — 6: M-m
la causa dm t. — i a me la mia primiera vila e liisanza — 7: tutti,
eccetto L, m'avea — M-m la sua insegna — 8 : M' 7 in questo (?«re i et ((uesto)
— 9: M' buona speranna — 10: M-m lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m
a) con- venire, M-L ma dee convenire - 14: Mt per lui — i5: 3f' dele
persone — i8:M-mom. so — L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel
latino manca) —19: M' m 7 per disp. — 21 : M' deluditofo, m delli uditori
— 24 : m nm. in dispetto — M-m om. idi — 25: M confer- mando la sua gente
— 26: m M'-L e piena — Lo pero chella — 27 : m forma speranza
(1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa
(come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella
seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un
futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -
128 — ranza d'avere Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à
divisato il conto le quattro luogora delle quali si coglie et
acquista la benivoglienza, molto apertamente et a compimento; sì
ritornerà a dire come noi potemo fare l'uditore intento. Di fare V uditore
intento. 102. Intenti li faremo dimostrando che in ciò che noi
diremo siano cose grandi o nuove o non credevoli, o che quelle cose
toc- cano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini
illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi
prof- 10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi
propor- remo la giudicazione, o le giudicazioni se sono
piusori. Avendo Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la
benivolenza di quelle persone davante cui noi 15. proponemo le
nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi et invìi in piacere di noi e
della nostra causa e che siano contrarii e malevoglienti a'nostri
adversarìi, sì vuole Tullio medesimo in questa parte del suo testo
insegnare come noi I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel
cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi odono, sì che
vogliano achetare i loro animi e stare a udire la nostra diceria; e di
questo potemo noi fare in molti modi de' quali sono specificati nel testo
dinanti, et in altri simili casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che
ciascuna per- 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel
mio comin- 1: m nm. Et — 3 : 3f' nm. la — hi odi. molto — 4: m alento —
8-9: A/' o aliquanlì.... o ali iilii imm. o a — M |)iQrRremo, vi
protreremo {lat. pollicebimur) — iO: M-m owi. bre- vemente — VI
proiroromo la giuil. — i3 •M-m Quamlo Tullio a dato — 14: — J/tlavento —
— 7/1 (lavante a cimi — 13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi — 17: vi malagevoli —
19: M' nel nostro exorilio — vi nm. nel coniiiiciamento — 21 : 3f' si che
noi vogliamo — 32-23: 3f ' Et questo.... i (jua'.i.... davanti — vi om.
el — 25: M-m sono noi mio com. (1) Cfr. Lucano, Phars., VII, 349:
" Causa iubet melior superos sperare secun- dos „. Solo la lezione
di M corrisponde anche per la forma sintattica. (2) Si rimano
alquanto in dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo e un
Quando la differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di
A con Q. Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più
difficilmente può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in
senso di " dopo che „ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra
continuamente la formula " Poi che Tullio ha detto „ "ha
insegnato ,, (S'intende clie l'inserzione di a davanti a dato diveniva
necessaria leggendo Quando). -ciamento dico eli' io voglia trattare di
cose grandi e d'alta materia, sì come fece il buono autore recitando la
storia d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento : « Io diviserò
e conterò così alto convenente come di colui che conquistò ó. il
mondo tutto e miselo in sua signoria ». 3. Altressì fie inteso s' io dico
eh' io voglia trattare di cose nuove e con- tare novelle e dire eh' è
avenuto o puote advenire per le novitadi che fatte sono, sì come disse
Catellina : « Poi che Ila forza del comune è divenuta alle mani della
minuta 10. gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi
(i) potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti vile
populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade ». 4. Altressì fie
intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì come
'1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta donna
la quale ingenerò e par- turio figliuolo essendo tuttavolta intera
vergine davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare
es- sere centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa
da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che 20. venisse
'n essa terra (2) a rapire Elena ». 5. Altressì fie intento s'io dico che
'1 convenente sopra '1 quale dee essere il mio parlamento a tutti tocca
od a coloro che 11' odono, sì come disse Gate parlando della
congiurazione di Catellina: « Con- giurato anno i nobilissimi cittadini
incendere e distruggere 1 : M traclai-e cose, m cliio voglia
di trattare chosa grande — 2 : M actoro, m attor.j — 4-5: M' recontcro....
conquise.... 7 mise — 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario no-
velle - 7: M' 7 puote — 9: M storca — m e venuta.... gente minuta — 10: m M'-L
non potenti — iy : J>f' noi a cui — 13: M Altre si — 14-15: M'-L
sicome disse il santo che disse - i II mio dotto — 16: M' partorie il
figluplo — M^ -j di. poi — M-m om. la quale.... natura — 19: M-m oni.
folle — m om. che venisse — SO: M nessa terra, m in essa terra, M'-L nela
nostra terra — M arape — 22: M' tocclia a tutti coloro -- 24: M' anno
nob. citt. dincendore (1) Nonostante l'accordo di tutti gli altri
codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di
Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque igno- biles „ ecc.
Brunetto non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità
delle persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno
dei primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla
negazione: non potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della
frase " noi nobili, noi potenti ,., mentre le parole " in
podere del populo grasso „ inducevano a considerare " non potenti „
i nobili. (•2) Intendo in essa terra (come scrive m), cioè "
nella patria stessa „ , in ipsa terra. Leggendo con 21f » nella nostra
terra si avrebbe lo stesso senso in forma più chiara; ma non saprei allora
spiegare la variante di M-m. È possibile che, omesso il nostra, un nella
sia stato letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece nulla di
più facile del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l.—
iso- la patria nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adun-
que dovete compensare clie voi dovete sentenziare de' cru- delissimi
cittadini che sono presi dentro nella cittade » Altressì fie intento s' io dico
clie Ila mia diceria tocca 5. ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di
grande pregio e d'alta nominanza in traile genti sì come disse
Pompeio parlando della battaglia civile: « Sappiate che l'arme de'
ne- mici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso sanato ». Altressì
fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano a'dei, 10. si come fue
detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo di fare cotanta
iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di sopra potrebbero ornai
trarre il populo delle sue mani » (2). Altressì fie intento s' io dico nel
principio di dire la mia causa brevemente et in poche parole, sì come
disse il poeta 15. per contare la storia di Troia: «Io dirò la
somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per solo
inganno fue presa et abattuta ». 9. Altressì fie intento s'io nel mio
exordio propongo la giudicazione una o più, cioè quella sopra che io
voglio fondare il mio dire e fermerò 20. la mia provanza, sì come
fece Orestes dicendo: « Io pro- verò che giustamente uccisi la mia madre,
imperciò che dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio
padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento potemo noi
coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per
Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor — M' ne sopra capo —
2-3 : m dovete pensare, Mi pensale — M-m esmarn {m esimare) de
nobilissimi citi. — M' ohe sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue,
m (la — 5-6: M' cioè de gr. — M-m 7 da tale nominanca — 7 : M-m che
latine —M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll anno
conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena ornai —3f'
nel cominciamento — 14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io dirò.... e come
Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra
che infomliiro il mio dire e fondata — m sopralla quale —M-m che io
ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7
perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a — M' parlando a lui Questo
periodo è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono palesi
accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la
ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla
di sentenziare (0 si tratterà di fmare, fermare?). Glie sia poi da
leggere crudelissimi cittadini ò con- fermato, oltre che dal senso, dalla
parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di Sallustio ; nobilissimi
ò derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta
accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il primo elli parve plurale,
e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne mali e portò con
sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino" mansuetudine
e cosi inaudita e non usata pietade e cosi incredebile e quasi divina
sapienzia in nessuno modo mi posso io(l) tacere nò sofferire ch'io non
dica». Et poi che Tullio à pienamente insegnato come per le nostre
parole 5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il
po- terne fare docile. Come l'uditore sia docile. Docili
faremo li uditori se noi proporremo apertamente e brevemente la
somma della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il
vuoti fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in però
che quelli è di grande guisa docile il quale è intentissimamente
apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso
io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio,
alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1
quale io dicerò, cioè brevemente et aper- tamente dicendo la somma della
causa, cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della
controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa
ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che
se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire
». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore
docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto
davanti. Et perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due
maniere exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato
M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine —L nm. lo e cosi. M
man- dila. M-m mi possono, M-L io posso — m om. Et. M' luditore intento,
M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo — iO: Af' Et credo quando
tu vuoli. m nm. è attentissimamente. m davanti a chui docile cioè intenditori de tutto il
facto M-m sarò nel mio ex. M'
incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria — m cominciamo 7 toccho Af' om.
dicendo nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M'
ti li- spondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che
posso io fu dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i
sostantivi che precedono parvero soggetti e non complementi og- getti ; e
vi dovè contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23,
seno per se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento.
ciò che ssi conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore
benivolo, docile et intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in
questo modo. Oramai pare che sia a dire come si conviene trattare
le insinuazioni. INSINUAZIONE è da usare quando la qualitade della causa
è mirabile, cioè, sì come detto avemo inn adietro, quando l'animo
dell'uditore è contrario a noi. E questo adiviene massimamente per tre cagioni:
o che nella causa è alcuna ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti
pare ch'abbiano alcuna cosa fatta credere al- l'uditore, se in quel tempo
si dà luogo alle parole, perciò che quelli cui conviene udire sono già
udendo fatigati; acciò che di questa una cosa, non meno che per le due
primiere, sovente s'of- fende l'animo dell'uditore. In adietro è
detto sofficientemente come noi potemo acquistare la benivolenza
dell" uditore e farlo docile et in- tento in quella maniera de
exordio la quale è appellata principio. Oramai è convenevole d' insegnare
queste mede- 20. sime cose nell'autra maniera de exordio la quale è
appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto qua indietro che « insinuatio
» è uno modo di dicere parole coverte e infinte in luogo di
prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo in- daurato dovemo
noi usare quando la nostra causa è laida 25. e disonesta inn alcuna
guisa, la qual causa è appellata mi- rabile, sì come pare in adietro là
dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta,
mirabile, vile, du- biosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne
potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile,
1 : M cioè — M' om. fare e — S : M-m om. s\ — 6: 3f ' della
ìnsinualiono — 7: m ohi. s'i — 8 • M-m 7 di questo diviene — iS: L Kt di
questa — Iti: M-m a detto — 20: W nella maniera — 2i : m Bono dotto — S3:
M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/' cotale prolagoS6: M-m nm. in
adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso, vin lo spazio fa supporre lo
slesso), M'-L qualitadi dolio cause M'
cioè nollamirabile Conservo la parola qualità attestata da ambedue
le tradizioni, tanto più Clio anche prima Brunetto usa lo stesso
vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente si tratta di una
sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel testo (a mono clie
non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene usare INSINUAZIONE
[IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has beautiful handwriting”]
per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere di lui ed in grazia quel
che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti e
quali casi la nostra causa puote essere mirabile, e poi vedere come noi
potemo contraparare a ciascuno. E sono tre casi. Primo caso si è quando
sie nella causa alcuna ladiezza per cagione di mala persona o di mala
cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo dell'uditore contra il reo
uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso è quando il parlieri ch'à
detto davanti à sie et in tal guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA
NELL’ANIMO dell'uditore e pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la
quale cosa r uditore, poi che comincia a credere alle parole che ir
una parte propone et extima che Ila sua causa sia vera, apena si puote
riducere a credere la causa dell'altra parte, anzi sine strana et allunga.
Il terzo caso è d'altra maniera che sovente aviene che quelle persone davanti
cui noi dovemo proporre la nostra causa e dire i nostri convenenti anno
lungamente udito e stati A INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima
di noi, DONDE L’ANIMO dell' uditore è fatigato sì che non vuole né agrada
lui d'intendere le nostre parole; e questa è una cagione che
offende l'animo dell'uditore non meno che 11' altre due Et perciò
conviene a buon parliere mettere rimedi di parole incontra ciascuno caso
contrario, secondo lo 'nsegnamento di Tulio. Della laidezza della
causa. Se la laidezza della causa mette l'offensione,
conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un altro uomo che
sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che
sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO dell'uditore
si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et infingerti di non
difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e così, poi che l’uditore
sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e dicere che quelle cose,
le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi paiono non degne. Et poi
che tu avrai allenito colui che ode, dei dimostrare che quelle cose non
pertiene atte neente, e negare che tu non dirai alcuna cosa dell'
aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente tu non danneggi coloro
che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puoi da
lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia d'altri in
somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita; et apresso
dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore minore. In
questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato contra noi per
cagione della causa nostra che sia o che paia laida per cagione di mala
persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE INSINUAZIONE NELLE NOSTRE
PAROLE in tal maniera che in luogo della persona contra cui pare CORUCCIATO
L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare un'altra persona amata e piacevole
all'uditore, sì che per cagione e per coverta della persona amata e buona
noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la
persona che lui semblava rea. Si come fece AIACE nella causa della
tendone che fue intra lui et ULISSE per l'arme eh' erano state d'Achille.
Et tutto fosse AIACE un valente uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente
né tenuto di buona maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui
regna, e molto amato. Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere
ricorda com' elli era NATO DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al
tempo del forte ERCOLE. E così mette la persona avanti amata e
graziosa in luogo di sé ed in suo aiuto, per piacerne alla gente e
per avere buona causa. E quando la causa è laida per cagione di mala
cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO PARLAMENTO un’altra cosa buona e
piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi della congiurazione che fa in ROMA,
che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo. Elli è stata mia
usanza di prendere ad atare li miseri nelle loro cause. Brunetto Latini. Latini.
Keywords: rettorica, le fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio
Vegezio, insinuazione, parlari, parlatore, controversia, auditore, animo
dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica
oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Latini” – The Swimming-Pool Library.


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