Grice ed Enriques: l’implicatura conversazionale
arimmetica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Livorno). Filosofo italiano. Grice:
“I like Enriques; of course his “Problemi della scienza’ implicates that
philosophy does not have any!” Il Dipartimento "Federigo
Enriques" di Matematica dell'Università degli Studi di Milano, via
Saldini, Milano. Nato in una famiglia ebrea, si trasferì a Pisa. Suo fratello
Paolo Enriques, uno zoologo, fu padre di Enzo Enriques Agnoletti e Anna Maria
Enriques Agnoletti. Dopo gli studi liceali, compì gli studi universitari a Pisa
e la Scuola Normale Superiore. Si laurea. Frequenta in seguito un anno di
perfezionamento a Pisa e uno a Roma, dove ebbe modo di incontrare e collaborare
con Castelnuovo. Inizia inoltre a collaborare con Cremona, Segre e Amaldi.
Lincei. Insegna a Bologna. Fu invitato presso l'Roma, per occupare la
cattedra di matematiche superiori e di geometria superiore. Venne invitato da Neurath
a divenire un collaboratore dell'Encyclopaedia of Unified Science, la cui
pubblicazione era stata individuata come lo strumento per lo sviluppo del
movimento per l'unità della scienza (cf. Grice, “Einheit des Wissenschaft”).
Quando però furono promulgate le leggi razziali anti-ebraiche, e espulso
dall'insegnamento e da qualsiasi altra occupazione legata all'attività
culturale. Durante l'occupazione tedesca fu dapprima nascosto in casa di Frajese e poi a San Giovanni in Laterano. Insegna
a Roma nella scuola ebraica clandestina fondata da Castelnuovo per i giovani
ebrei estromessi dalle università italiane, e riusce a pubblicare alcuni
articoli in forma anonima sul Periodico delle Matematiche, di cui era stato
direttore. Torna a insegnare. Tra i fondatori della scuola italiana di
geometria algebrica, allarga gli orizzonti del dibattito scientifico
occupandosi di filosofia, storia e didattica della matematica. Fonda la Società
filosofica italiana (di cui fu presidente), assieme a Bruni, Dionisi, Rignano e
Giardina fonda la rivista internazionale Rivista di Scienza ed e nominato
direttore del Periodico di matematiche, organo della Mathesis. Diresse, tra
l'altro, la sezione di matematica dell'Enciclopedia Italiana. Fu un
filosofo di notevole livello e la sua fama fu internazionalmente riconosciuta.
I suoi contributi allo sviluppo della geometria algebrica furono rilevanti, per
importanza e originalità. Il periodo in cui si trova a vivere era un periodo di
cambiamenti epocali, cambiamenti che interessarono anche i concetti base della
matematica e della fisica. Enriques recepì immediatamente la portata delle
novità introdotte dalle opere di Einstein, che fu da lui invitato a tenere una
conferenza a Bologna. Nel campo dei fondamenti della matematica si ricordano i
testi scolastici di grande diffusione, rivolto all'insegnamento nei licei e
scuole superiori, nei quali la geometria euclidea, l'algebra elementare e la
trigonometria vengono presentate con il metodo razionale deduttivo. Fra le sue
opere più diffuse di matematica elementare si ricordano: Questioni
riguardanti le matematiche elementare, Questioni riguardanti la geometria elementare,
Bologna Zanichelli); Elementi di Geometria ad uso delle scuole superiori (con
U. Amaldi), Zanichelli Bologna e successive edizioni e ristampe); Nozioni di matematica ad uso dei licei moderni
(con U. Amaldi), Zanichelli Bologna); Gli elementi di Euclide e la critica
antica e moderna (Roma e Bologna, Le matematiche nella storia e nella cultura,
Bologna. Come opere principali di matematica superiore si ricordano in
particolare: Lezioni di geometria proiettiva, (it, de). Lezioni di geometria
descrittiva, Bologna, Lezioni sulla teoria geometrica delle equazioni e delle
funzioni algebriche. Bologna. Lezioni di geometria descrittiva, Le superficie
algebriche, Oltre alla sua attività come matematico, sviluppa significative
ricerche di epistemologia, storia della scienza e filosofia della scienza.
Questo suo impegno per il rinnovamento della cultura, avvenne in un periodo non
facile, sia per gli eventi bellici, sia per la cultura dominante nella prima
metà del Novecento, caratterizzata dalla filosofia idealistica e dal ridotto
interesse verso la cultura scientifica. Fra le sue numerose saggi in queste
materie si ricordano: Problemi della scienza” (Zanichelli, Bologna); “Razionalismo
e storicismo in "Rivista di Scienza", Zanichelli, Bologna, Il
pragmatismo in "Scientia", Zanichelli, Bologna); “Scienza e
razionalismo, Zanichelli, Bologna. Matematiche e teoria della conoscenza in
"Scientia", Zanichelli, Bologna); “Per la storia della logica,
Zanichelli, Bologna. Storia del pensiero scientifico, Bologna, scritta con G.
Santillana. Il significato della storia del pensiero scientifico, Bologna, ripubblicato
da Barbieri, La teoria della conoscenza scientifica da Kant ai nostri giorni,
Bologna. Le dottrine di Democrito d'Abdera. Testi e commenti, con M. Mazziotti,
ripubblicato per Edizioni immanenza. Sviluppò una corrente di pensiero vicina
al razionalismo. Assieme a Peano si può considerare uno dei principali filosofi
italiani che si sono dedicati allo studio della logica e della filosofia della
scienza nella prima metà del Novecento. Ha messo in luce due aspetti
fondamentali del pensiero scientifico nella prima metà del sec XX: la sempre
maggiore specializzazione delle discipline fisiche, tecniche, ecc. e la
tendenza al rinnovamento che si è avuta sia nei fondamenti della matematica,
sia nella fisica moderna. Assieme a Bruni, Dionisi, Giardina e Rignano,
fonda la rivista di ricerca e divulgazione scientifica Rivista di scienza
(rinominata successivamente Scientia), con l'obiettivo dichiarato di superare
le divisioni disciplinari in nome dell'unità del sapere e contro l'eccessiva
specializzazione accademica. Contro codesti criterii ristretti intende reagire
soprattutto il movimento nuovo di pensiero verso la sintesi; una Filosofia
libera da legami diretti coi sistemi tradizionali, sorge appunto a promuovere
la coordinazione del lavoro, la critica dei metodi e delle teorie, e ad
affermare un apprezzamento più largo dei problemi della Scienza. Pel quale il
particolarismo stesso viene compreso in un aspetto più adeguato nella interezza
del processo scientifico. (Programma, Rivista di Scienza). Condusse la rivista,
quando un articolo di Rignano sulle cause della guerra lo costrinse a
rassegnare le dimissioni. Torna alla direzione alla morte di quest'ultimo e
sotto sua esplicita richiesta fino al’anno delle leggi razziali. Abbandonato
ogni incarico, ritorna infine alla guida di Scientia a due anni dalla morte. Il
primo saggio significativo dedicato da Enriques a questioni di metodo e
filosofia della conoscenza è l'opera Problemi della scienza nella quale compie
un'analisi articolata delle varie discipline della matematica, della geometria,
della meccanica, della fisica edella chimica alla fine del XIX secolo. Mette in
evidenza l'importanza che lo scienziato deve analizzare con la massima
attenzione, sia i fondamenti logici e sperimentali delle diverse
discipline, sia il contesto storico e le situazioni in cui i principi
scientifici sono stati scoperti. In quest'opera Enriques indica che una
visione dinamica della scienza, porta naturalmente nel terreno della storia. I
fondamenti della scienza quindi non possono essere capiti completamente se non
si analizza anche il contesto storico e culturale nel quale sono stati
formulati. L'opera ebbe maggiore fortuna e diffusione all'estero, che non in
Italia, dominata agli inizi del Novecento dalla cultura letteraria e della
filosofia idealistica. Il suo pensiero trova riscontro nelle teorie
elaborate dai massimi epistemologi filosofi fra cui Popper, Lakatos e Kuhn. In
particolare nel pensiero di Lakatos e di Kuhn viene sviluppata la concezione
della formazione storica dei concetti scientifici, come opera di più autori e
ricercatori, che in un determinato periodo storico elaborano una serie di
principi-base sui quali viene sviluppata una teoria ipotetico-deduttiva e le
successive verifiche sperimentali. Importante è anche la presa di
posizione sia rispetto alla filosofie idealistiche del ‘900, che hanno
tralasciato gli aspetti della filosofia della scienza, sia la sua posizione
critica rispetto alla filosofia di Kant. In particolare, critica il concetto di
giudizio sintetico a priori di Kant (Critica della ragion pura). Secondo
Enriques, i principi fondamentali delle scienze sono elaborazioni razionali
derivate per induzione dall'esperienza e dalla percezione sensoriale e non sono
giudizi sintetici a priori. In questo saggio porta alcuni esempio fondamentali.
I postulati della geometria sono generalizzazioni, per astrazione, di semplici
esperienze geometriche, che ogni allievo compie fin dalle prime osservazioni
razionali del mondo esterno, svolte anche in ambito scolastico. I principi
della geometria sono generalizzazioni di esperienze sensoriali concrete.
Allo stesso modo anche i principi della Fisica e della Chimica derivano
direttamente da generalizzazioni di esperimenti reali. Ad esempio la Legge di
conservazione della massa dovuta a Lavoisier non è un giudizio sintetico a
priori, come crede Kant. È noto infatti che deriva da semplici esperimenti
fisici, svolti pesando i composti chimici prima e dopo una reazione
chimica. La nuova impostazione razionalistica e storica fu avviata in
Italia da Enriques, in Francia da Duhem e in Austria da Mach e da altri autori
riunitisi intorno al Circolo di Vienna. Fu poi sviluppata ulteriormente in
Italia da Geymonat e dalla sua scuola milanese che ha ripreso gli studi di
Enriques, sviluppando i temi di storia della scienza e di filosofia della scienza.
Un'altro saggio fondamentale è Per la storia della logica che mette in evidenza
l'importanza della deduzione, della induzione e gli altri aspetti
interpretativi ed epistemologici della logica. Il saggio ha un approccio
storico e descrittivo della logica è ricco di citazioni originali, e affronta
questo difficile argomento anche con una certa ironia ed eleganza letteraria.
Nell'opera, sono illustrati in modo semplice e sintetico i contributi portati a
questa disciplina dai vari filosofi nelle varie epoche. Si può considerare uno
dei pochi testi in cui la materia è esposta in modo chiaro, essenziale e
interessante. Di notevole interesse per le fonti storiche citate e per la
narrazione della genesi dei concetti scientifici sono la serie di opere
dedicate alla storia della scienza. Il primo saggio fu la “Storia del pensiero
scientifico” scritto in collaborazione con G. Santilana. Quest'opera ripercorre
la storia delle scienze matematiche, geometriche, astronomiche, meccaniche e
fisiche dall'antica Grecia fino ai giorni nostri, con numerose citazioni e
fonti storiche degli autori originari. A esso seguirono altri testi di
approfondimento, fra cui, “Il significato della storia del pensiero scientifico
e La teoria della conoscenza scientifica da Kant ai nostri giorni; Lineamenti
di filosofia della scienza. Dei numerosi saggi dedicati agli aspetti filosofici
della scienza si desumono i principali lineamenti del suo pensiero
razionalista, che, a titolo orientativo si possono cercare di sintetizzare nei
seguenti punti: Equilibrio fra intuizione e ragionamento logico. Nelle
opere scientifiche gli argomenti sono esposti in modo intuitivo, evidenziando i
motivi sperimentali e oggettivi alla base di alcuni concetti astratti. Dopo la
descrizione dei suoi principi, si sviluppa poi la materia con criteri logici,
deducendo razionalmente le principali leggi, teoremi e applicazioni. Questo
carattere, comune anche ai grandi scienziati del passato (Galilei, Cartesio,
Newton, Eulero, Coulomb, ecc.) contraddistingue il metodo di Enriques, rispetto
agli indirizzi formalisti che si sono avuti nella logica e nella
matematica del XX secolo. Problema della specializzazione delle scienze: ha
colto questo aspetto critico delle numerose edeterogenee discipline
scientifiche nel XIX e XX secolo. Per superare il problema della eccessiva
frammentazione del sapere ha proposto di ripensare i concetti fondamentali
della fisica, della geometria, della matematica e delle altre scienze naturali
con criteri unitari, approfondendone il significato intuitivo, sperimentale e
la sua genesi storica. Approccio storico alla conoscenza scientifica. Questo
aspetto caratterizza il metodo di Enriques, che ha sviluppato con passione e
impegno moltissimi aspetti di storia della scienza. La storia della scienza fa
parte della scienza stessa. Per capire veramente un teorema non è sufficiente
capire solo la sua dimostrazione, ma anche il contesto storico nel quale è
stato formulato, quali sono stati i problemi tecnici che hanno portato alla sua
formulazione e come sono stati risolti tali problemi con l'applicazione delle
teorie scientifiche. Sviluppato in Italia il nuovo approccio di storia della
scienza avviato da Mach e da Duhem, precursori del gruppo di filosofi e
scienziati Professore del Circolo di Vienna. Valenza fisica dei concetti
geometrici. La geometria può essere considerata come il primo capitolo della
fisica, diversamente dai matematici e filosofici formalisti che la considerano
una scienza astratta. L'orientamento formalista nella geometria è stato
delineato da Kant (Critica della ragion pura) per il quale i postulati
geometrici non derivano solo dall'esperienza visiva, ma sono giudizi sintetici
a priori di carattere soggettivo e indipendenti dalle percezioni sensoriali. La
tesi di Kant è stata discussa dai massimi esperti di filosofia teoretica con
orientamenti contrastanti. Nel XIX secolo in opposizione a Kant si è delineato
un approccio fisico-sperimentale ai principi geometrici, al quale hanno aderito
molti storici e filosofi della scienza. Ha contribuito alla riscoperta del
significato più autentico, di carattere storico, intuitivo e sperimentale alla
base della geometria, della matematica e delle scienze fisiche. Contributi su
Scientia Articoli “Eredità ed evoluzione” su amshistorica.cib.unibo. “I numeri
e l'infinito” su amshistorica.cib.unibo. “Il pragmatismo” su
amshistorica.cib.unibo. “Il principio di ragion sufficiente” su amshistorica.cib.unibo.
“Il problema della realtà” su amshistorica.cib.unibo. “Il significato della
critica dei principii nello sviluppo delle matematiche” su
amshistorica.cib.unibo. “Importanza della storia del pensiero scientifico nella
cultura nazionale” su amshistorica.cib.unibo. su amshistorica.cib.unibo. “L'infinito
nella storia del pensiero” su amshistorica.cib.unibo. La filosofia positiva e
la classificazione delle scienze, I motivi della filosofia di Eugenio Rignano,
su amshistorica.cib.unibo. Recensioni (in francese) Ailly (D'),Imago mundi, Aliotta, A. L'esperienza
nella scienza, nella religione e nella morale, su amshistorica.cib.unibo. Archibald, R. C. Outline of the History of
Mathematics, su amshistorica.cib.unibo.
Bignone, E. L'Aristotele perduto
e la formazione filosofica di Epicuro, su amshistorica.cib.unibo. Blanche, R. Le rationalisme de Wewell, su
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l'art d'ecrire un traite: a propos d'un traite de mathematiques, su
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amshistorica.cib.unibo. Tannery, P.Puor
l'histoire de la science hellène, su amshistorica.cib.unibo. Wind, E. Das Experiment und die Metaphysik,
su amshistorica.cib.unibo. Wolf, A. A
History of Science, Technology and Philosophy in the 16 and 17 Centuries, su
amshistorica.cib.unibo.L'autore ha curato una decina di manuali didattici di
geometria e algebra elementare e oltre 20 trattati di matematica superiore. Ha
inoltre pubblicato un'ampia serie di testi di storia e di filosofia della
scienza e numerosi articoli specializzati. L'elenco completo delle sue opere
comprende oltre 300 titoli, fra saggi, articoli e trattati
scientifici. Questo testo proviene
da Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di
Storia della Scienza di Firenze Spoglio di articoli e recensioni disponibile
sul Catalogo Italiano dei Periodici (ACNP). Informazioni sulla storia
editoriale di Scientia. Silvia Haia Antonucci e Giuliana Piperno Beer, Sapere
ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nell’università, Roma,
Gangemi editore, Collana Roma ebraica-7,
Tina Nastasi,Federico Enriquez e la civetta di Atena, ed plus,Pisa, Comunità
ebraica di Livorno. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. E. / Federigo Enriques (altra
versione), in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Federigo Enriques, su MacTutor, University
of St Andrews, Scotland. Federigo Enriques, su Mathematics Genealogy Project,
North Dakota State University. Opere di
Federigo Enriques, su Liber Liber. Opere
di Federigo Enriques, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Federigo
Enriques, Gaspare Polizzi, ENRIQUES, Federigo, in Il contributo italiano alla
storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Edizione
nazionale delle opere. Digitalizzazione completa di Scientia e Rivista di
Scienza su AMS Historica. Sito ufficiale del Centro Studi Enriques di Livorno.
"Le Armonie Nascoste", un recente documentario su Enriques su
lalimonaia.pisa. Coloro che s'immergono
nella dialettica, dice Aristone di Chio, fanno come i mangiatori di gamberi:
per un boccone di polpa perdono il loro tempo sopra un mucchio di scaglie. Ma Hamilton,
riportando il motto, vi aggiunge un’osservazione che non sembra aver perduto
valore ai nostri giorni. Da noi, dice, il filosofo perde il tempo senza nemmeno
gustare un boccone di polpa. Infatti il filosofo che ha percorso gli studi
romani antichi classici, domanderebbe invano alla dialettica che gli fu
insegnata, un concetto adeguato di quello che è l’ordinamento di un calcolo
deduttiva come la geometria, nonché una spiegazione del significato e del
valore dei principi che s’incontrano in la geometria. Che cosa e una
definizione, un’assioma, un postulato? Che posto occupano nell’organismo della
teoria dialettica? Quali sono i criteri che presiedono alla loro scelta o che
permettono di giudicare della loro accettabilità? Tutte queste domande rimangono
senza risposta, pel filosofo, se pure ad esse si alluse vagamente da qualche
oscura dottrina del concetto. Certo esse non ricevono lume dalle minute
classificazioni sillogistiche, per mezzo delle quali egli vien abilitato,
quando mai, a verificare ciò che non ha alcun bisogno di verifica, cioè la
coerenza formale di una dimostrazione geometrica. Ora è essenziale rilevare che
il filosofo, ponendosi il problema dell’ordinamento della propria disciplina, si
ritrova in faccia alla dialettica nella posizione stessa dei filosofi che hanno
lavorato a costruirne l’edifizio, giacche lo sviluppo della dottrina del ragionamento
procede appunto dalla critica dei filosofi che hanno riflettuto intorno alla
natura e all’ordine della consequenza logica. Come padre della dialettica viene
designato Aristotele. Ma Aristotele non può essere ritenuto se non raccoglitore
e sistematore di ciò che nella dialettica e elaborato prima di lui, qualunque
sia il contributo originale che può aver recato al sistema. L'affermazione
precedente apparirà tosto giustificata quando si ricordi che le matematiche
avevano raggiunto, già all’epoca di Platone, uno sviluppo assai elevato, [Il
vanto che Aristotele dà a sè stesso (al termine degli Elenchi Sophistici) di
aver creato una nuova scienza, appare, a chi legga tutto il paragrafo,
riferirsi in modo stretto alla scienza della discussione o dialettica o
collequenza e ad ogni modo non prova nulla contro il nostro asserto. La logica
degli anlichi fiacche — a partire da Ippocrate di Chio — si cominciò a scrivere
trattazioni dei suoi Elementi. Anche, che anzi, proprio all'epoca di Platone, ed
in più o meno stretta connessione coll’accademia da cui pure usce Aristotele,
alcune teorie aritmetiche furono oggetto di una profonda elaborazione critica
(Eudosso, Teeteto...), che costituisce il precedente storico degli Elementi
d'Euclide. Anche, che, d’altra parte, la dialettica aveva ricevuto uno
straordinario sviluppo nelle discussioni dei Sofisti, sia presso i primi
insegnanti salariati che presero tal nome, filosofi — come Protagora dì Abdera
— sostenitori dell’ empirismo avverso il razionalismo metafisico del circolo di
Velia, sia, più specialmente, presso i Megarici ed altri pensatori affini, che,
in connessione coi circoli socratici, ripresero e svolsero in un modo
formalistico la veduta veliatica. La finezza di alcuni sofismi attribuiti a
filosofi di Velia, basterebbe da sola a testimoniare della profondità dell’analisi
da essi ragggiunta, di fronte a cui fanno talora meschina figura le spiegazioni
o confutazioni d’Aristotele negli Elenchi Sophistici. Aggiungasi che le stesse
polemiche aristoteliche contro avversari non nominati (per esempio, intorno
alla necessità e al carattere dei principi negli Analytica posteriora) valgono
ad indicare che il problema logico dell’ordinamento di un calcolo
analitico-deduttivo si dibatte secondo vedute diverse, alcune delle quali si
riveleranno — ad un esame approfondito — più vicine alle vedute moderne, in
confronto a quelle adottate dal filosofo di Stagira. I trattati d’Aristotele,
che furono raccolti sotto il nome comprensivo di Organo, manifestano la doppia
origine, dalla critica dell’aritmetica e dalla pratica della colloquenza.
Infatti, i primi due saggi (Categoriae e De Interpretatione) si riferiscono
alla classificazione o tassonomia delle espressione isolate e della
proposizione, formando quasi una introduzione a tutta l’opera. I due saggi successivi
(Analytica priora e Analytica posteriora) svolgono appunto la colloquenza come
calcolo, quale risulta dall’analisi del ragionamento. Invece i due saggi
(Topica ed Elenchi Sophistici) concernono l’arte della colloquenza o argomentare,
mirante — non all’analitico ma soltanto al ‘desirabile’ ed al ‘credibile’ o ‘probabile’
in rapporto alla pratica della colloquenza. Aristotele ritiene per quest’arte
il nome eleatico-platonico di ‘colloquenza’, mentre distingue col nome di
propedeutica analitica – lo studio dell’analitico -- l’esame del procedimento
della scienza dimostrativa, in cui dalla possibilità della scienza si desumono
le condizioni del suo ordinamento questo senso è stato ripreso da Kant in
quella parte della Critica della ragion pura che costituisce l’Analitica
trascendentale. L’espressione ‘logicus’ è usato dal nostro per designare
procedimenti del discorso che, non partendo da principi, non hanno valore dimostrativo.
Ma quest’espressione s'incontra, già prima, [Quest’osservazione è fatta da
Pranll, Geschichte der Logik. La logica degli antichi nel titolo di un saggio
di Democrito d’Abdera: rtepi Xoytxwv i)
xavwv. E nella misura in cui si può ammettere che Aristotele ne abbia
conservato il ‘significato’, rivelerebbe una diversa cocezione (più relativa e
formale) del ragionamento: la quale s’incontra di fatto dopo Aristotele, e spalmente
presso gli Stoici. Ora questi filosofi, appunto a partire da Zenone Cizio, designano
come “to logikón” quella parte della filosofia che ha relazione al “logo” o discorso,
e che comprende questioni attinenti al ragionamento e questioni rettoriche o di
grammatical della profundita; mentre la scuola contemporanea di Epicuro ha
tratto sicuramente da Democrito il nome di canonica, con cui designa le regole
del metodo. Siffatte osservazioni, tendono a mostrare che l’influenza della vasta
opera aristotelica sui successori, non fu così esclusiva come di solito si
ammette, e c’inviterà a ricercare in questi stessi successori il riflesso delle
opinioni più antiche, ed in particolare di quelle del maestro d’Abdera. Per
formarsi un concetto dell’origine della logica, sarebbe interessante di
ricercare se e quali ([Diels, Die Fragmente der Vorsokraliker: Dem.A 33, B.
10^. Diog. Laert. VII, 33 (In Arnim, Diogenes, 16). CO Aggiungeremo che Prantl opina
che il nome proprio vj, come appellativo della scienza del ragionamento, o come
nome comprensivo di esso e della rettorica, introduca piuttosto dai tardi
peripatetici che dagli stoici] rapporti sieno interceduti fra la critica dei
matematici e le sottili disquisizioni e implicature dei sofisti. Clairaut, per
spiegare il rigore del ragionamento di Euclide, notta: ce geomètre avait à
convaincre des Sophistes obstinés qui se faisaient une gioire de se lefuser aux
vérités le plus évidentes. Houel ripette che la forma dogmatica d’Euclide è
dovuta a “sa préoccupation de fermer avant tout la bouche à des sophistes que
la Grece avait le tori de prendre au sérieux.” “De là,” egli aggiunge, “son
habitude de demontrer toujours qu' une chose ne peul pas ótre au lieu de
demontrer qu’ elle est.” Queste affermazioni sono state frequentemente contestate,
giacche è difficile riconoscere che i sofisti abbiano esercitato un'influenza
diretta, non dico sopra Euclide, ma nemmeno sopra i geometri, suoi predecessori,
che hanno elaborato criticamente la scienza matematica. Tuttavia si può citare,
a questo proposito, qualche accenno ad una polemica antimatematica di Protagora
e di Antifonte tendente a restituire (avverso la filosofia razionalistica) il
carattere empirico (alla Mills, i. e., sintetico, non analitico) ai concetti
della geometria: argomenti dello [Elementi de geometrie, Parigi] [Essai
critique sur les Principes fondamenlaux de la Géométrie” Parigi] Nondimeno i
rapporti amichevoli di Protagora col matematico Teodoro di Cirene sono
attestati da Platone: Teeteto 161 b 162 a. (Aristotele, Met. II, 2. (20). Cfr.
Simplicio in Aristotele Phys.: Diels B. 13. La logica degli antichi] stesso
genere vedonsi comunemente ripetuti dagli empiristi» e — per quanto concerne
l'antichità — si trovano raccolti da Sesto Empirico (‘). Ma, qualunque veduta
si abbia intorno alle idee espresse da Clairaut e da Hoiiel (che sono errate
almeno per quel che concerne la svalutazione del movimento sofistico I), un
altro nesso, più importante, appare fra la critica logica dei matematici e la
dialettica dei sofisti, poiché l’una e l’altra sono generate insieme dalla
filosofia di Velia. Infatti Zenone di Velia, è additato, dallo stesso
Aristotele, come inventore di quell’arte litigiosa che è la dialettica e,
d’altra parte, l’analisi penetrante di Tannery e di Zeuthen sui celebri
argomenti intorno al moto (la dicotomia, l’Achille, la freccia, ecc.), ha messo
in evidenza il loro significato e valore matematico, sicché il sottile
dialettico in cui la tradizione non ha veduto che un ragionatore ‘paradossale’,
si scopre ai nostri occhi come iniziatore di quell’ ordine di considerazioni
che costituisce l'analisi infinitesimale. Ed é sommamente istruttivo
riconoscere che proprio dalle considerazioni infinitesimali — in cui il
pensiero i trova esposto a non sospettate fallacie — trae origine la critica
del ragionamento, onde ne esce fuori la sco¬ perta del principio di contraddizione
e il procedimento [Adversus Aialhcmaticos, I. III. (2 ) Cfr. Diog., L., Vili,
57; Sesto Adv., Math., VII, 6 (in Diels, Zenone, A, IO); Aristotele ed. Didot]
di riduzione all'assurdo, o eliminazione della negazione. Democrito che
spingerà innanzi l’analisi infinitesimale, scoprendo il volume della piramide,
viene parimente ricordato da Diogene Laerzio come prosecutore della dialettica
zenoniana. Ma importa spiegare, sia pure con brevità, come le origini
dell’analisi infinitesimale si riattacchino ad un critica dei principi della
geometria, a cui pertanto viene a connettersi lo sviluppo della logica. La dimostrazione
delle cose che qui asseriamo si troverà nei lavori degli storici sopra citati, ed
anche in altri nostri scritti, in cui abbiamo trattato più particoiar-mente
questo soggetto. Secondo le notizie che ci vengono fornite da Proclo, nel
commento al primo libro dell' Euclide, le principali teorie geometriche che
costituiscono gli Elementi furono elaborate dai pitagorici e ricevettero già a
Crotone uno sviluppo dimostrativo. Zeuthen suppone che il punto di partenza di
questo sviluppo sia stato il tentativo di stabilire in generale la relazione
fra i quadrati dell’ipotenusa e dei cateti del triangolo rettangolo, nota sotto
il nome di teorema di Pitagora. D’altronde vi sono numerosi indizi che la
geometria pitagorica avesse come fondamento una teoria delle proporzioni (symmetria,
o della misura o analogia), basata sopra un concetto EMPIRICO del punto-esteso,
preso come [Cfr. Enriques, Il procedimento di riduzione all'assurdo, Bollettino
della Mathesis ».Cfr. in ispecie Tannery, Pour la Science hellcne, cap. X. La
logica degli antichi] elemento unitario di tutte le cose (monade). Così l’affermazione
pitagorica che le cose sono numeri è da interpretare nel senso che un corpo, o
una figura geometrica, che in questo stadio della filosofia si pensa in maniera
concreta, e un aggregato di punti, cioè unità aventi posizione. Ma l’ipotesi monadica
traeva con se la commensurabilità (simmetria) di due segmenti qualsiansi, che
appunto rendeva senz' altro possibile la misura, e questa conseguenza doveva
urtarsi — nel stesso circolo pitagorico— colla scoperta che la diagonale e il
lato del quadrato sono incommensurabili. Ora, mentre i pitagorici si
affaticavano intorno a questa difficoltà, altri filosofi che del resto sono usciti
dai medesimi circoli, iniziano la critica dei concetti geometrici, riconoscendo
che un ragionamento, il quale voglia mantenersi immune da contraddizioni, deve
riguardare il punto come privo di estensione, la linea come lunghezza senza
larghezza, la superficie senza spessore, e di qui vengoo naturalmente condotti
alle prime considerazioni infinitesimali. Questi critici razionalisti sono i
filosofi di Velia: Parmenide e il suo discepolo, l’italiano Zenone. La loro
speculazione segna un punto decisivo nella storia della filosofìa, perocché
essa proclama nettamente, per la prima volta, i diritti della ragione: il ragionamento
coerente viene assunto [Parmenide è annoverato fra i pitagorici nel catalogo di
Giarablico (Diels, Pyth, 45, A.) e delle sue relazioni con altri pitagorici ci
viene attestato da Diogene Laerzio. Senz’ altro a misura della verità, cioè
dell' esistenza metafisica, distinta e contrapposta all’ opinione probabile che
si riferisce alla realtà sensibile. Da questo razionalismo, per cui il pensiero
non esita a staccarsi dalle apparenze fenomeniche per serbare rigida fede ai
suoi principi, nasce — come si è detto — il metodo dialettico, che è il germe
della logica. La quale ebbe a svilupparsi di poi, mentre fervevano le
controversie fra empiristi e razionalisti, e — per opera di questi — si
proseguiva lo sviluppo dell analisi infinitesimale (Democrito), e se ne indagava
criticamente i principi (Eudosso). Ma, poiché questa critica — toccando alla
teoria fondamentale degli incommensurabili e delle proporzioni — veniva ad
involgere l’intiero problema dell’assetto rigoroso della geometria, la ricerca
logica non poteva limitarsi all’ analisi dei sottili procedimenti implicaturali
della deduzione, anzi doveva naturalmente estendersi all’ordinamento della
scienza e alla valutazione dei suoi principi. In rapporto a ciò che precede
riescono sommamente espressivi ed interessanti i giudizii di Plato ne, sebbene
forse, si sia esagerata dallo Zeuthen l’influenza che il filosofo ateniese può.
“Sur la riforme qu' a subie la malhématique de Platon à Euclide et gràce à
laquelle elle est devenue Science raisonnée, “Memorie dell’ Accademia di
Copenhagen”)] avere esercitato su pensatori matematici quali Eudosso Teeteto,
allorché designa il movimento critico el tempo col nome di riforma platonica
dèlle matematiche. Riferiamo alcuni passi della Republica 510. Quelli che si
occupano di geometria e di aritmetica ecc. assumono il “pari” ed il “dispari”,
e le figure e tre specie di angoli, e altri simili supposti nelle dimostrazioni;
e come avendone certa scienza questi supposti li prendono per base, e quasi
fossero evidenti non pensano affato a darne alcuna ragione, nè a se stessi, nè
agli altri; anzi, di qui partendo, ordinatamente dimostrano lutto il resto
giungendo infine a ciò che si proponevano di dimostrare. Essi si valgono, per
ciò, di figure visibili, e ragionano su di esse, non ad esse pensando, ma a
quelle di cui queste sono l’immagine, ragionando sul quadrato in se stesso e
sulla sua diagonale, anziché su quello o quella che disegnano; e cosìutte le
figure che formano o disegnano (quasi ombre o immagini specchiate dall' acqua),
tutte le adoperano come rappresentazioni, cercando di vedere attraverso di esse
i loro originali, che non sono visibili se nndall’intelligenza (5:cV3ix).... ».
(511). Questa specie invero io la dicevo intelligibile, e intendevo dire che
l’anima nell’ investigazione di essa, è costretta a valersi di remesse. Ci
valiamo dell’ed. Didot e della trad. it. edita da Laterza, che riportiamo con
lievi modificazioni. non procede al principio, perchè non è in grado di andare
oltre alle premesse, ma si vale, come d’ immagini, degli originali appartenenti
al mondo di quaggiù, da esse imitali, valutandoli e stimandoli come eidenti di
fronte a quelle,” mentre “il ragionamento che usa la forza della dialettica,
considerando le remesse non come principi ma soltanto come pre¬ esse — quasi
punti d’ appoggio e di partenza — giunge a ciò che più non ha premesse, cioè al
principio universale, e raggiuntolo e tenendosi fermo alle conseguenze che ne
derivano, perviene al fine senza far uso di nessun sensibile, cioè procede
dalle idee stesse alle idee attraverso le idee, per finire alle idee. Di qui la
distinzione posta fra la ragione del dialettico (vo’jc, vóy}oic) e
l’intelligenza del geometra (3:xvo:s() che sta di mezzo fra l’opinione e la
ragione”. La stessa distinzione ritorna in: Rep. (533c,...): la geometria e le
scienze affini sognano rispetto all’ essere, ma è imposibile che lo vedano ad
occhi aperti, intanto che si valgono di postulati e li tengon fermi, mentre non
sanno renderne conto. Veramente la disciplina, che ignora il suo principio, e
che ha la fine e il mezzo legato a ciò che non sa, come si potrebbe chiamarla
scienza?... ».Vi è qualche difficoltà a comprendere queste vedute. Anzitutto
giova respingere l’ interpretazione più comune, che stabilisce una differenza
radicale fra la ragione del dialettico e l’intelligenza del geometra, giacché
non si riesce a dare alcun significato alle idee platoniche, se non ammettendo
che esse esistano nello stesso modo in cui si afferma l’esistenza di rapporti o
di forme matematiche nella natura. L' apparente contraddizione fra questo modo
d'intendere la dottrina e le parole del testo sopra accennato, si toglie
ammettendo che il posto inferiore attribuito alle matematiche di fronte alla
dialettica, si riferisca non tanto alle matematiche pure, costruibili come
scienze (pafW’yiJ.aT*) secondo l’ideale del nostro, quanto alle matematiche
considerate come arti (zl'/yy.:). Ed in appoggio a tale veduta si possono
citare altri passi dello stesso dialogo, p. es.: Rep. (527) anche coloro che sono poco profondi in
geometria, non metteranno in dubbio che questa scienza è tutto il contrario di
quanto parrebbe dalla terminologia che usano quelli che la professano. È una
terminologia troppo ridicola e misera, perchè — quasi si trattasse di scopo
pratico — parlano sempre di quadrare, di prolungare o di aggiungere. Invece
tutta la scienza si coltiva collo scopo di conoscere”. Ma qual’ è l’ordinamento
della geometria vagheggiato da Platone? su che base vorrebbe egli edificarne i
principi? I passi citati indicano assai chiaramente che per conferire alla
scienza un valore razionale, il filosofo [Cfr. G. Milhaud: Les philosophes
géometres de la Grece. Parigi, Alcan; Enriques: Scienza e razionalismo,
Bologna, Zanichelli] vorrebbe eliminare quelle domande che si pongono a
fondamento delle dimostrazioni, sotto il nome di postulati (axioma), mercè cui
si assume la possibilità di certe costruzioni, facendo appello ad operazioni
pratiche sopra modelli sensibili. La base della geometria, edificata secondo i
criteri della dialettica, consisterebbe duue in pure definizioni (il procedimento
dialettico ha appunto come scopo di definire i concetti !) o in principi
evidenti — quali gli assiomi — che Platone riguarderebbe come conoscenze innate,
giusta la teoria della reminiscenza (annamnesis) esposta nel Menone. In tal
guisa le proprietà elementari che una figure visibile ha porto occasione di
riconoscere, merce 1 intelligenza ideahzzatrice (dianoia), apparirebbero
fondate sulla pura ragione (nous). Rivolgendoci agli Analytica di Aristotele,
vi troveremo notizie più precise sui criteri adottati dai geometri nell
ordinamento logico della scienza, criteri che sara interessante di raffrontare
a quelli che appaiono, in atto, negli Elementi euclidei. Già al principio degli
Analytica priora, l’autore definisce il concetto della scienza di cui imprende
lo studio. Anzitutto e da dire il soggetto e lo scopo di questo studio: il
soggetto è la dimostrazione e lo scopo è la scienza dimostrativa (à~:a~y.tirj
à7to8sM~:xf/). Quindi, negli stessi Analytica priora, viene a stabilire la
teoria del sillogismo (teorico o aletico, e pratico o volitivo), e passa poi ad
esaminare — nei posteriora — l’ordinamento delle scienze deduttive, riferendosi
perciò continuamente alle matematiche. Quest’ ultimo trattato, che qui occorre
specialmente esaminare, si apre coll’ enunciato che ogni conoscenza razionale,
sia insegnata, sia acquistata, deriva sempre da conoscenze anteriori. L'osservazione
mostra che ciò è vero di tutte le scienze. Infatti questo è il procedimento
delle matematiche e, senza eccezione, di tutte le altre arti. Ora dal concetto
stesso del sapere segue necessariamente che la scienza dimostrativa procede da
principi veri, da principi immediati, più noti che la conclusione, di cui sono
la causa ed a cui precedono. Aristotele (ibidem, 1, 3) esamina e respinge le
obiezioni di due specie di avversari di questa dottrina, i quali pretendono o
che non vi sieno principi e però che la dimostrazione riesca impossibile, dando
luogo ad un regresso all’ infinito; o, all' opposto, che il procedimento della
dimostrazione sia affatto relativo, sicché i principi possano provarsi partendo
dalle conclusioni, così come le conclusioni dai principi: ciò che egli dice dar
luogo ad un circolo vizioso. Sarebbe assai interessante conoscere gli avversari
[Cfr. Enriques: Il concetto della Logica dimostrativa secondo Aristotele in «
Rivista di filosofia ») An. post. I, 2 (6). a cui il nostro si riferisce. Forse
la prima obiezione apparteneva alla polemica antimatematica di filosofi
empiristi, mentre la seconda potrebbe essersi presentata nei circoli megarici
(imbevuti del relativismo veliatico) ovvero a Democrito o ad altri matematici,
critici dei principi della scienza. Ad ogni modo, della veduta qui espressa —
che è solo apparentemente illogica — ci colpisce l'analogia che essa presenta
con talune vedute moderne. Aristotele combatte questo relativismo, poiché tutta
la sua metafisica, ispirata alla dottrina platonica delle idee, e soggiacente
alla sua logica, reagisce appunto alle tendenze relativistiche delle speculazioni,
che dalla scienza presocratica erano passate nel dominio del costume e delle
credenze religiose, in guisa da minacciare le condizioni della vita sociale nel
mondo ellenico. Il parallelismo che i veleiatici avevano scorto fra il logo o
ragione e l’essere, e che i sofisti (avversari e prosecutori) avevano
interpretato nel modo di proiettare nella realtà l’arbitrario che è proprio
della libera critica, riceve, nella dottrina socratico-platonica, una
interpretazione inversa. Infattim la
teoria ontologica delle idee, suppone un ordine assoluto di consistenza che
stanno di fronte alla ragione come dati, sopra cui esso ha da modellare
l’ordine della propria scienza. Così dunque Platone vede nella classificazione
delle forme geometriche un modello della gerarchia delle specie naturali, la
quale si rispecchia nquel procedimento più generale di “divisione” (diaresis) e
di definizione (horismos) che costituisce la dialettica. Ed analogamente per
Aristotele, il rapporto necessario ed irrversibile fra causa ed effetto,
offerto dalla natura, si riflette nel rapporto fa premesse (p) e conseguenze (q)
della scienza dimostrativa (p implicat q); la quale perciò possiede un ordine
naturale che non può essere invertito, onde i suoi principi appariscno
assolutamente indimostrabili, An. post. I, 2 (9): Bisogna che i principi da cui
si parte sieno indimostrabili. Altrimenti, non possedendone la dimostrazione,
on potrebbero ritenersi noti, poiché sapere in modo non accidentale le cose di
cui la dimostrazione è posibile, è possederne la dimostrazione, Ora,
proseguendo l’esame degli Analityca posteriora, veniamo istruiti più
precisamente che i principi della scienza, si lasciano distinguere in più
specie. Primo, i Termini o definizioni (3 poi), cioè supposizioni del ‘significato’
(semiosis,segno) dell’espressione (in linguaggio moderno: assunzioni di
concetti primitivi non definiti) e definizione propriamente detta. Secondo, Supposizioni
d’esistenza del genere e delle sue modificazioni, cioè delle cose designate dai
termini. Terzo, Proposizioni immediate che occorre necessariamente [La teoria
logica della definizione è trattata da Aristotele in An. post. II, e specie nei
Capi 9 e 12: dove si pscrive la regola di restringere successivamente l’estensione
del genere aggiungendo — nell’ordine naturale — la differenza specifica che lo
delimitano, fino a che esse circoscrivano, nel loro insieme, l’estensione del soggetto
da definire] riamete conoscere per apprendere qualsiasi cosa, le quali vengono
chiamate assiomi (ófiwpaTsc) giacché vi sono proposizioni di tal natura e ad
esse si riserva abitualmente questo nome. Infine anche ipotesi o postulati
(odr^i-istra), che s'introducono effettivamente nell’ insegnameto delle
matematiche (o anche nella discussione) domandando al discente di ammettere
l'esistenza di qualche cosa di cui egli non abbia alcuna idea, ovvero abbia
un’idea contraria. Qui d concetto d Aristotele riesce alquantscuro, iacché da
una parte egli sembra ammettere (come Platone) che un postulato potrebbe essere
eliminato * postulato... e ciò che si pone senza dimostrazione, quantunque
potrebbe dimostrarsi, e di cui ci si serve senz’ averlo dimostrato » (I, 10 (8)
); e d’ altra parte (riferendo evidentemente le vedute dei geometri) egli
avverte che una definizione non e un’ ipotesi perchè non dice se la cosa
definita esista oppur no. Ma probabilmente il suo pensiero è che il sapere
dovrebbe edificarsi su quelle sole supposizioni d'esistenza che hanno carattere
di necessità, essendo vere di per sé stesse (xaO’ alili), le quali non si
possono considerare come ipotesi o postulati.. (1, 10(7)), imperocché la
dimostrazione si rivolge non alla parola esteriore, ma alla parola interiore
dell’animo. Con ciò il Nostro fa appello a quel sentimento d’evidenza del
pensiero che Platone. Usalo dai pitagorici secondo Giamblico (in Diels, D, 6). ha
rappresentato come intima sincerità nel Teeteto, servendosi quasi delle stesse
parole. Tuttavia Aristotele critica la teoria platonica della reminiscenza, negando
che vi siano conoscenze innate. La conoscenza universale dei principi viene per
lui acquisita indubbiamente dalla sensazione. Essa si produce mercè l’unità
dell’ esperienza che sussiste nell' anima, nonostante la molteplicità degli
oggetti, in forza della facoltà di fissare ciò che vi è di simile o d’identico
nei particolari e di riconoscerlo come dato del pensiero. (An. post. 11, 15
(5,6, 7)). Ciò non toglie all’ assoluta verità che l'intelligenza idealizzatrice
(òtavaa), fondamento della scienza, conferisce ai suoi principi (II, 1-5 (8)). Alle
dottrine d’Aristotele giova paragonare quelle che appariscono nell’ ordinamento
degli Elementi di Euclide: Il ragionare è un discorso che l'anima rivolge a sè
stessa, per sè, intorno alle cose che consideri nemmeno in sogno hai ardito
dire a te stesso che il dispari è pari, o altra simile cosa. An. priora II, 21 (7)
e An. post. I, I (7). Heiberg, Euclidis opera omnia, Teubner, Lipsia, Secondo
le indicazioni del commentatore Proclo di Bisanziom Euclide sarebbe vissuto in
Alessandria al tempo del re Tolomeo. Le opere di Aristotele che conosciamo sembrano
appartenere all’ultimo decennio della sua vita. Nei quali si trovano tre specie
di principi: 1) termini o definizioni (Spot): 2) postulati 3) nozioni comuni
(y.otvof Ivvoiat). Non è qui il luogo per sottoporre ad un’analisi appiofondita
queste premesse, che — a dir vero — sono lungi dall’apparire soddisfacenti,
tanto che da Tannery si è perfino messo in dubbio la loro autenticità; solo,
riferendoci alla critica che ne ha fatto lo Zeuthen, Limiteremo ad alcune
osservazioni logiche. Ma anzitutto vogliamo arrestarci un momento sopra una
questione di parole. Non pochi si meravigliano che Euclide usa l’espressione
‘nozione comune’ per designare quelli che Aristotele chiama (coi matematici
pitagorici) * assiomi», tanto più che — si dice — l’espressione « evvow »
compare solo più tardi nel linguaggio degli Stoici. Ora non è fuor di luogo
rilevare che la stessa espressione si trova pure in Democrito. Il rilievo
assume interesse per la circostanza che Democrito compose, circa cent’anni
prima d’ Euclide, degli Elementi, che non sono annoverati nel sunto storico di
Proclo, ma di cui Trasillo ci ha conservato i titoli (:J ); tanto più che
questi lasciano (*) Clr. Hisloire dea malhimallquea traci, dal danese di Mascari
(Parigi, Gauthier-Villars): n. 14, 69 94. Cfr. Sesto in Diels, A, III. (3 )
rsti>|isi?t>t(óv (A, li?), Api0|io£, IIspl à/.dyfev Ypxfijitòv stai
vxowùv A, li (cfr. Diels B, II", II 0, I |P)] scorgere un ordinamento
della materia simile a quello adottato dallo stesso Euclide. Non sembra fuor di
luogo congetturare che nella terminologia democritea gli assiomi venissero
appunto designati come nozione o nozione comune, e che il geometra
alessandrino, imprendendo a sistemare la stessa materia, in rapporto ai
progressi critici del secolo, abbia conservato la denominazione del suo
illustre predecessore: al quale di preferenza doveva guardare. Diciamo ora che
la distinzione fra le nozioni comuni o gli assiomi, e i postulati, viene spiegata
da Gemino in Proclo come analoga a quella fra teoremi e problemi, o fra
identità e equazioni, in quanto i primi porgono delle relazioni, per cui certe
proprietà resultano conciute come conseguenza di altre date, laddove i secondi
assegnano costruzioni elementari, ciò che, nel concetto dei antichi, significa
affermare l’ esistenza di enti particolari cui s’impongono certe condizioni. Questo
carattere costruttivo sembra mancare soltanto al post. 4 (tutti gli ngoli retti
sono uguali fra loro); ma Zeulhen spiega come in tale affermazione debba
vedersi un complemento del post. 2, nel modo di affermare che il prolungamento
di una retta è unico. In appoggio della nostra veduta può valere, forse, un
passo del noto commento. Prodi Diadoclii in primum Euclidis Elemenorum librato
commentarii (ed. Friedlein), in cui sembra che Proclo alluda all'uso dei
geometri di chiamare nozione comune ciò che Aristotele chiama assioma. Cfr.
Vailati, Scritti, Proclo osserva pure che gli assiomi e i postulati
differiscono anche per essere: questi, principi particolari della geometria, e
quelli, principi comuni alle varie scienze; infatti si tratta qui delle
proprietà generali dell uguaglianza e diseguaglianza fra grandezze. Infine la
distinzione fra le due specie di principi si accorda anche col criterio
d'Aristotele, che riconosce negli assiomi delle verità cessarie ed indimostrabili,
perchè evidenti di per se (xocS' èx jvx), e nei postulati delle verità —
partecipanti ad un’ altra specie di evidenza (sensibile) — che non risultano
ugualmente dviyxw dal significato dei termini che vi figurano: la natura del principio,
enunciato da Euclide come nozione comune, sembra infatti rispondere a questo
criterio. Ma se taluni geometri (al dire dello stesso Proclo) recusavano di
distinguere assioma e postulato, mancano tuttavia indizi per affermare che essi
respingessero il significato che Aristotele e probabilmente altri ancora
(secondo la metafisica del senso comune) attaccavano a codesta distinzione,
così come lo respinge la critica moderna, che per tale motivo appunto —
considera ugualmente le proposizioni primitive della scienza quali postulati,
da ricevere, in una qualsiasi teoria deduttiva, come dati anteriori allo
sviluppo della teoria stessa. Un piccolo lume ci è recato in tali questioni dal
riferimento dello stesso Proclo circa un tentativo di dimostrare l'assioma I
(cose uguali ad una terza sono uguali fra loro), che sarebbe stato fatto da
Apollonio. Infatti della tentata dimostrazione viene porto il seguente cenno. Sia
a uguale a b, e b uguale a c; dico che a è uguale a c. Invero a occupa Io
stesso luogo (córto;) di b, e così b occupa lo stesso luogo di c; quindi anche
a occupa lo stesso luogo di c. Questo ragionamento indicherebbe forse che
Apollonio voleva ricondurre il concetto euclideo di ‘eguaglianza’ geometrica al
caso della sovrapponibilità delle figure, facendo appello ad esperienze ideali
di movimento, mercè cui poteva iludersi di ridurre ad una pura proposizione
identica la proprietà transitiva di quella relazione. Mentre il ricorso a
siffatte esperienze ci avverte appunto (con Helmholtz e Stolz) che il detto
assioma 1 ha un significato o carattere sintetico e non può ritenersi come una
semplice proposizione analitica (vera per definizione). Comunque il rifermento
accennato lascia presumere che la critica dei principi sia stata spinta innanzi
da Apollonio, dopo Euclide, con quella penetrazione di cui volentieri siamo
disposti ad accreditare il grande geometra iPerga. Ritorniamo all' Euclide per
esaminare, in breve, i principi eh' egli ha designato col nome horós: termine o
definizione. Se essi vengono considerati come definizione, non si può a meno di
rilevarne la manchevolezza, poiché non offrono, spesso, che descrizioni atte a
indicare la genesi psicologica dei concetti. Così, p. es., in 3 e 3, dove si
dice che gli estremi di una linea sono punti, e che gli estremi di una
superficie sono linee. Ma, verosimilmente, queste ed altre spiegazioni sono da
considerare in rapporto alla tradizione storica precedente, come un richiamo
dei caratteri per cui gli enti delia geometria razionale appaiono idealizzazioni
dell'esperienza: p. es. le I, 2, 5 stanno a ricordare che — secondo il risultato
della critica veliatica il punto è inesteso, la linea è lunghezza senza
larghezza, e la superficie non ha spessore. Anche quelle che si presentano come
definizioni propriamente dette, non ottemperano sempre al criterio fondamentale
enunciato da Aristotele, che l’insieme degli attributi restringa l’estensione
del genere in guisa da non appartenere ad alcun concetto più esteso. Per questo
motivo sembra insufficiente la def. 4, inea retta è quella che e posta ugualmente
rispetto ai suoi punti. Imperocché, se s interpreta come si usa comunemente, retta
è quella linea che è divisa in due parti uguali da qualsiasi uo punto’, si
enuncia una proprietà non caratteristica della retta, che appartiene anche
all’elica (cfr. Apollonio in Proclo: 105, 5). Ora conviene aggiungere che
Euclide, non soltanto suppone l’esistenza di ciò che viene immediatamente
designato da alcuni termini, ma sembra anche introdurre surrettiziamente alcune
ipotesi esistenziali, per mezzo di definizioni, laddove — per analogia coi
criteri seguiti in altri casi — si sarebbe aspettata l'esplicita introduzione
di un postulato. Ciò accade, in ispecie, per quel che riguarda le intersezioni
di rette e circoli, le assunoni adoperate nelle prop. I, 12, 22 sembrando giustificarsi
(secondo che osserva ) Cfr. Proclo 1. linea II] Zeuthen) mediante la
definizione (15) del circolo come figura piana compresa da una sola linea. Ma
non giova insistere su tali difetti, che apparten¬ gono all’esecuzione e non
modificano i criteri logici del disegno. Restando nell’ordine d’idee euclideo,
avremmo soltanto da completare i postulati coll’ enunciare esplicitamente i
casi d'esistenza delle interse¬ zioni di rette e cerchi o di due cerchi, che si
offrono nelle costruzioni elementari. Interessa piuttosto di rile¬ vare come
queste ipotesi esistenziali, che la geometria antica introduceva nei singoli
casi, mercè appropriate costruzioni, oggi si lasciano dedurre da un unico principio
generale di continuità, onde l'affermazione d’esistenza si libera dalla ricerca
dei mezzi costruttivi, complicantisi colla natura del problema. E questo un
progresso conforme all'indirizzo preconizzato da Platone, che— come si è visto
— repugnava appunto da ciò che sa di pratico o di meccanico nella formu¬
lazione dei postulati. Nota. A complemento di quel che si è detto intorno alla
geometria euclidea, aggiungeremo che Archimede (5) sembra classificare e
distinguere i principi in modo diverso, poiché (in una lettera a (Cfr. p. e*.
I* art. 5° di G. Vii a li nelle Questioni riguardanti le matematiche elementari
raccolte e coordinate daF. Enriques Voi. J, Bologna, Zahelli. De sphaera et
cilindro in « Archiinedis opera omnia cum commentari^ Eutocii », ed. Heiberg.
Lipsia, 1910. Cfr. The Work* of Archimedes, e. Heath, Cambridge, Capitolo I
Dositeo) chima «assiomi» (à^:ih\i.xTx) le definizioni accompagnate da
supposizioni d’esistenza: p. es. esi¬ stono linee piane che giacciono tutte da
una parte ecc., e queste si dicono concave; mentre poi dà il nome di *
assunzioni » (Aa|l3*V0;xsva) a taluni principi (teoremi precednemente stabiliti
o postulati, assai eleganti) da cui muove la sua trattazione: p. es. la retta è
la linea più breve tra due punti. Il commento d’Eutocio restituisce agli
àfjuojtara archimedei il nome di opy. ConsiderazioSe ora, riguardando
soprattutto ai secondi Analitici d’Aristotele e agli Elementi d’Euclide,
cerchiamo di esprimere le nostre impressioni in un giudizio sintetico sulla
logica degli antichi, domandandoci fino a che punto i loro criteri ci sembrino
accettabili o esaurienti, siamo condotti alle seguenti riflessioni. La logica
dei antichi suppone un ingenuo realismo per cui il pensiero appare come la
copia o la visione di una natura esterna. Così il numero dai pitagorici e lo
spazio continuo dagli eleati, sono pensati in concreto, ad imitazione di quella
sostanza cosmica che viene figurata costituire il sostrato naturale (la epa:;)
di tutte le cose. La supposizione realistica è tipicamente espresa nella teoria
delle idee di Platone, che (orma infine la metafisica soggiacente alla logica
d'Aristotele. Da essa deriva il carat¬ tere di necessità dei principi, e quindi
la pretesa di un ordine naturale della scienza, facente capo a pre- messe
assolutamente indimostrabili; la qual pretesa viene corretta, almeno in parte,
nelle vedute dei geometri. Ma dallo
stesso realismo, ha origine la radicale manchevolezza della teoria della
definizione. Poiché le oscunta del trattato di Aristotele e le imperfezioni
dell’Euclide, in enere gli errori della critica che si riscontrano in tali
opere, si possono riattaccare a codesto presupposto, quasi a comune radice. Si
ammette infatti che le parole rispondano ad enti di un mondo intelligibile
trascendente il soggetto, che si tratta di fissare univocament Di qui il
criterio che la deduzione logica debba tener presenti, non soltanto le premesse
esplicitamente enunciate come assiomi o postulati, bensì anche il significato
dei termini su cui si ragiona, vedendo, attraverso di essi, quella realtà
(geometrica ecc.) che è oggetto del pensiero. Ma ciò significa autorizzare nel
ragionamento inconfessati appelli all' intuizione, che, dichiarati, si
tradurrebbero in nuovi assiomi. Ora, se l'intuizione (o visione del
significato) rimane sempre presupposta nel ragionamento, quando mai potremo
assicurarci che gli assiomi formino un sistema completo? A stretto rigore di
tale domanda non si riesce neanche a definire il senso ! E quindi non si
comprende perchè si senta il bisogno di enunciare — a preferenza di altri —
alcuni fra gli assiomi, che pure sono dichiarati evidenti, necessari ecc. ecc. Aggiungiamo
che anche l’analisi aristotelica del ragionamento, facente capo alla teoria del
sillogismo (An. priora) sta pure in relazione col presup¬ posto metafisico
della logica. E specialmente colla circostanza che i Greci, in generale,
immaginarono la realtà intelligibile rappresentata dalla scienza, sul tipo statico
della classificazione delle forme geome¬ triche: tale è infatti il carattere
dell’ ontologia eleatica, che imprime il suo suggello sulla dottrina platonica
non superata veramente da Aristotele. Soltanto Democrito, come diremo più
avanti, si solleva al concetto di una scienza razionale del moto, ma le sue
vedute filosofiche non trovano adeguato sviluppo se non due mila anni più
tardi, all epoca della Rinascita. Qui conviene rilevare che le critiche mosse
alla teoria sillogistica dagli empiristi inglesi (da Bacone a Mill), opponenti
alla deduzione 1 induzione generahzzatrice dell’esperienza, hanno fatto perder
di vista ciò che manca all’ analisi aristotelica del ragionamento, pur
riguardato nelle forme rigorose, che sole appartengono — secondo il concetto
del filosofo greco alla logica dimostrativa propriamente detta. Infatti i brevi
cenni che Aristotele dedica all’induzione (completa), negli Analylica priora,
non suppliscono certo all’analisi delle operazioni logiche costruttive
(significate da particelle come « e », o » ecc.) che accanto al sillogismo
ricorrono nello sviluppo delle dimostrazioni matematiche. La quale lacuna torna
a (i) Cfr. Cli. Werner, Aristotele et V ideallsme plalonicien, Alcan, Parigi]
riflettersi sulla teoria delle definizioni, che appunto esprimono codesto lavoro
costruttivo del pensiero. Infine giova rilevare che l’anzidetto realismo si
riflette in una concezione ingenua del linguaggio: la filosofia greca — sia che
abbia ammesso l'origine naturale della lingua (come Platone nel Cratilo), sia
che abbia rilevato ciò che vi è di convenzionale nelle parole (come Democrito e
Aristotele) — non riesce a scorgere la varietà essenziale delle lingue, che
tiene ai diversi modi di rappresentazione delle cose ed esprimendo la libera attività
del soggetto, dà origine all'intraducibilità. Dice infatti Aristotele: De
Inlerpretatione, 1. Una espressione e una l'immagine delle modificazioni
dell'anima. L’espressioni differiscono fra loro. Ma una modificazione
dell’anima, di cui l’espressione e i SEGNO immediato, e identica per tutti gli
uomini, come sono identiche per tutti le cose che quelle modificazioni
esattamente rappresentano. E chiaro come una siffatta dottrina spieghi quella
confusione fra analisi logica e analisi del linguaggio, Proclo, nel commento al “Cratilo”, riferisce
appunto questa opinione di Democrito, basata auiromonimia e la sinonimia di una
espressione E1 e una espressione E2, sul cambiamento dei nomi e sul difetto di
analogia nella formazione di certe espressioni verbali. (Cfr. le note al Cratilo
di Cousin). De Interpretatione, 2 (1), che culmina nel concetto aristotelico di
trarre dalla forma o materia dell’espressione grammaticale una classificazione o tassonomia di questa o
quella categoria. In ciò che precede ci siamo fermati a studiare il pensiero
degli antichi traverso le sistemazioni scientifiche che sono a noi pervenute.
Ma, per l’intelligenza dello sviluppo ulteriore che la logica riceve nelle
scuole filosofiche dopo Aristotele, conviene tener conto dell'influsso che i
predecessori del Stagirita sembrano aver esercitato sul movimento delle idee.
Infatti codesto sviluppo si lascia definire, nlle sue linee generali, come
tendente a liberare il pensiero dall ontologismo, che pure sopravvive in
qualche modo alla ideologia platonico-aristotelica, nella misura in cui tale
filosofia esprime la metafisica del senso comune. E l’anzidetta tendenza
liberatrice si esplica in un progresso verso il formalismo logico, che procede
dallo studio degli schemi discorsivi, formante oggetto degli Analytica priora.
Questo progresso si avverte già nei primi paripatetici, come Eudemo, lo
scrittore di una storia delle matematiche, e Teofrasto il raccoglitore delle
opinioni dei fisici, ma più largamente ancora negli Stoici, in cui è pure
passata 1 eredita dei dialettici megarici. Questo progresso si avverte anchein
una revisione dei principi della teoria della conoscenza, che ha per oggetto
l’origine e il valore dei concetto generale da cui muove la scienza dimostrativa:
qui soprattutto vengono in luce delle vedute che debbono essere riattaccate ai
grandi predecessori di Platone e di Aristotele; sulle quali l’interesse della
questione c invita a fermarci. Ora, se ci volgiamo a riostruire induttivamente
le idee di codesti predecessori, la figura di Democrito d'Abdera, deve
attirare, sovra ogni altra, la nostra attenzione. Democrito, vissuto 40 anni
dopo Anassagora e 25 anni dopo il suo concittadino Protagora che è il maggiore
rappresentante della sofistica), deve esser considerato come un contemporaneo di
Platone. Così, soltanto i pregiudizii dominanti la ricostruzione della storia
della filosofia greco-romana nel secolo decimonono, hanno impedito di stdare
più da vicino i rapporti fra Democrito e Platone, relegando Democrito tra i pre-socratici
e perfino tra i pre-sofisti, in onta alla cronologia. Democrito è il ande
fondatore dell’atomismo, in cui ha tuttavia come precursore Leucippo, e che fu
svolta da lui come una teoria cinetica cosmologica. Attraverso questa dottrina
Democrito agiunse ad una rigorosa concezione del determinismo meccanico, e
verosimilmente he alla scoperta di principi (massa, inerzia) chalileo. Fanno eccezione
Windelband e Burnel, che restituiscono airAbderita il suo posto cronologico, ma
che tuttavia non sembrano arne un apprezzamento proporzionato all' importanza
del suo lavoro scientifico] ha riostruito due mil’ anni più tardi, riprendendo
le intuizioni fondamentali del lontano predecessore. Per il suo rigido
meccanicismo, con esclusione di ogni teleologia, Democrito viene considerato
come il padre del materialismo, e da ciò appunto ha origine il pregiudizio da
cui in ispecie la storia svoltasi sotto l’nfluenza hegeliana, nel secolo
decimonono, non ha saputo mai emanciparsi completamente. Quantunque un esame
accurato avrebbe permesso di riconoscere ello stesso Democrito anche il padre
dello spiritualismo (così come Leibniz sembra avere intuito!) e forse anche di
far risalire a lui l’argomento per l’immortalita dell’anima basato sulla sua
semplicità o in-divis-ibilità, che s'incontra nel Fedone 78, b, c. Le opere di
Democrito, di cui ci sono trasmessi i titoli da Trasillo, formano una mole
imponente e si riferiscono ai più svariati argomenti, dalle matematiche alla fisica,
alle scienze naturali, all’agricoltura, alla teoria dei segno e
dell’espressione, la dialettica, la grammatica, alla poetica, alla teoria della
conoscenza ecc. ecc.; fra i frammenti più belli sono da annoverare quelli
morali, conservatici da Stobeo. La posizione filosofica di Democrito, per ciò
che concerne la teoria della conoscenza, resulta dalla testimonianza di Sesto
Empirico, laddove egli parla di Democrito e Platone sostenitori della verità
degli intelligibili (ià vorjra) in contraddizione con Protagora [Di ciò mi
propongo fornire altrove la prova col confront dei testi aristotelici] aora. Si
tratta dunque di un razionalismo, che si contrappone all’ empirismo protagoreo.
Ma, poichè a sua volta questo empirismo dei sofisti era sorto come una reazione
di caratere “positivistico” al razionalismo metafisico della scuola di Velia, è
naturale che Democrito avesse a tener conto dell’ esigenza fondamentale che i
sofisti avevano formulato. Democrito non posse semplicemente riprendere come
materia della scienza una Verità (£M)0s:a) indifferente rispetto all’opinione
(doxa) che si riferisce alle cose sensibili, ma doveva invece cercare una
razionalizzazione dell’empirico, cioè una verità atta a salvare i fenomeni
(ofttTe'.v ~ì 6|JtSV«); e siffatta veduta si poteva esprimere nel linguaggio
tecnico del tempo, dando per compito alla scienza l’opinione vera, o inverata
mediante il ragionamento. Appunto questa teoria della scienza come lii^x (isià
Xóyo'j, viene riferita e discussa da Platone nel “Teeteto”, ed una comparazione
analitica del testo con altri dello stesso Platone e di Aristotele, prova che
il riferimento deve essere attribuito a Democrito. Ma, poiché la spiegazione
razionale dei fenomeni suppone dei concetti, per mezzo dei quali si unifichi la
rappresentazione delle cose del mondo empirico, si può domandare su che
Democrito ne basasse il ossesso da parte dal soggeto percipiente. Qui soccorono
alcune indicazioni. /. ' (l ) Diel. A. 59 i eh. A. 114. (! ) Cfr. Enriques: La
teoria democritea delta scienza nel dialoghi di 'Platone, Rivista di Filosofia,
n. I. 1) Anzitutto Democrito viene additato da Aristotele come il primo a
trattare delle definizioni di cose fisiche, mentre ei ci dice che con Socrate
crebbe l'uso del definire e si estese soprattutto alle nozioni morali. Conviene
intendere che Democrito inizia quel modo di definire proprio della scuola socratica,
in cui si ricercano i caratteri comuni delle cose che rispondono al definito; è
più difficile dire se lo stesso Democrito, come Socrate, facesse anche appello
alla nozione comune che tutti gli uomini si formano in rapporto a dati oggetti;
e tuttavia questo criterio ei ben poteva derivare da Eraclito, cui lo stesso Socrate
sembra avere attinto. In un frammento della già citata opera logica di
Democrito rtsp: àoyrxtòv noi xzvwv che ci è statmandato da Sesto, vengono
distinte due speecie, di conoscenza, l’una relativa all’intelligenza (à7j;
Siavaas), l’altra alla sensazione (Ò:à rwv aìofi^oetov). Dice precisamente
Democrito: “Vi sono due forme della conoscenza: una conoscenza pura o legittima
(yvyjafyj) ed una adombrata spuria (av.v.ri). Appartengono a quest’ ultima
forma adombrata spuria le cinque sensi: la vista (visum), l’udito (uditum), il
gusto (gustatum), l’odorato (odoratum), il tattoo (tactum). Ma la conoscenza pura
è completamente distinta. Ed aggiunge ce questa conoscenza pura è relativa ad
un (') Mtt. I, 4, (3), De Partibus Animalium I, 1 (ed. Didot, t. IH, pag. 223,
2). (! ) In Diel» B. II) orbano di pensiero più raffinato che prende il posto
di un vedere o di un udire o gustare o odorre o tastare nel più piccolo
(mettendoci così in rapporto colla vera natura delle cose, cioè cogli atomi. Anche
in altri modi Democrito esprime la relazione fra le due forme del conoscere;
per esempio ove dice che « apparenza (vòptoi) il colore, apparenza il dolce,
apparenza l'amaro. In realtà soltanto gli atomi e il vuoto. Ma poi, facendo
parlare i sensi contro l’intelligenza, soggiunge povera me, prendendo da noi la
tua fede, tu vuoi confonderci; la tua vittoria è la tua caduta. Troviamo qui una
notizia estremamente interessante. Democrito, al pari di Platone e di
Aristotele, e prima di loro, dibatteva il problema dell'origine dell’idea.
Democrito non si fermava, come il filosofo ateniese alla supposizione della
conoscenze innata (teoria della reminiscenza -- anamnesis), anzi piuttosto
sembra derivare la idea dalla sensazione, sicché è lecito pensare che a lui
possa aver attinto Aristotele la veduta che gli abbiam visto esprimere in An.
Post. Il, 15. Ma, mentre in Aristotele non si vede come possa conciliarsi
questa dottrina colla dignità attribuita alla nozione induttivamente
acquistata, che debbe costituire le premesse necessarie della scienza dimostrativa,
ciò che sappiamo intorno alla teoria delle sensazione di Democrito (in rapporto
alla fondamentale (*) Galeno in Die!» B. 125; cfr. Sesto in Diels B. 9.] supposizione
atomica) e ben atto a sciogliere la difficoltà. Ammetteva infatti il Nostro, che la sensazione in generale derivassero da
piccole immagini (sKoiXa) emesse dai corpi e proprie ad impressionare gli
organi dei cinque sensi ed anche lo stesso pensiero in quella guisa in cui la
luce impressiona una lastra fotografica. L’immagini rispondente alla conoscenza
inteligibile partenti direttamente dagli atomi — sono di natura più fine. Si
comprende quindi che esse possano liberarsi dalla mescolanza colle immagini più
grossolane che colpiscono i cinque sensi, quando il confronto di sensazioni
ripetute, in rapporto ad una molteplicità di cose, permette di fissare i
caratteri comuni che definiscono il concetto. Che effettivamente Democrito riconoscesse
il valore logico del concetto, quasi come anticipazioni dell'esperienza,
resulta anche dalla testimonianza di Diotimo in Sesto (VII, 1401), che egli
assumeva come criterio della comprensione delle cose oscure il fenomeno, e come
criterio della ricerca'il concetto, èvvoia xpurr/pwv Z,r\vtpzwq. Qui è notevole
lo del termine. Ivvotoe che già notammo a proposto della designazione di
y.oiw.l Ivvs:% adoperata da Euclide per gli assiomi, giacche abbiam pur detto
che codesto termine non si trova nella [Cfr. p. et. Aetiui in Diel», A. 30. (2
) Diels, A. III. 37]letteratura filosofica di Platone ed Aristotele, ma invece,
più tardi, presso gli Stoici. Appunto ad un’opera di Crisippo 7tepì £?jT^7S(0£
sembra fare allusione Plutarco presso Olimpiodoro, dove dice che gli Stoici
allegano a causa di ciò (cioè della possibilità di arrivare a cose che non si
conoscono) le nozioni fisiche: tàj qjuaixà; èvvofa?. D’altronde Diogoene
Laerzio (VII, 54) (c’informa che Crisippo dice esservi DUE criteri della
verità, la sensazione e il concetto. Qui in cambio di svvoia viene adoperata
l’espressione TtpóXvjtjt:?, che ricorre anche presso gli Epicurei, designando
l’anticipazione dell’esperienza. Ora il significato preciso che gli Stoici
davano alle ÈVV 3 tati, si può rilevare, per esempio, da un passo del De
Civitate Dei di S. Agostino dove si parla di coloro che riposero la verità nei
sensi, cioè degli Epicurei e degli stessi Stoici. Qui cum vehementer aaerint
sollertiam disputando quam dialecticam nominant, a corporis sensibus eam
ducendam putarunt, hinc asseverantes animum concipere notiones, quas appellant
èvvo'st;, earum rerum scilicet quas definiendo explicant. Da questi riferimenti
sembra potersi dedurre che gli Stoici abbiano adottato, al pari di Aristotele,
la dottrina democritea dell’ origine sensibile dei concetti – nihil est in
intellectu quod prior non fuerit in sensi (l ) Cfr. Arnim, Stoicorum veterani
fragmenta. Voi. II, n. 104. Crisippo, discepolo di Zenone Cizio (280-209 a.
C.).In Arnim, op. c. 105. In Arnim, 106. (cui soltanto gli Epicurei
conservarono come fondamento l’ipotesi delle piccole immagini), ma spogliando i
concetti di quella dignità superiore che il razionalista cerca conferire agli
intelligibili; così, per loro, la dimostrazione scientifica (àiróSs:^;) viene
ridotta, per dirla con Cicerone, ad una “ratio, quae ex rebus perceptis ad id,
quod non percipiebatur, adducit.” In
corrispondenza di queste vedute, di carattere più empirico, è interessante
rilevare come si modifichi la dottrina democritea della scienza, che Zenone
Cizio dice essere una comprensione sicura e ferma e immutabile dalla ragione »
(à,u£-*sov ùttò Àóyo j /./.- ovvero anche un possesso immutabile dalla ragione,
nell’accoglienza delle rappresentazioni » (èv a>xvT5tTO)v r.ozz- a&o. Pertanto
gli Stoici non giunsero a quello schietto empirismo, che si vede accolto da
Epicuro, per cui è accettata sempre come vera ogni sensazione o apparenza:
richiesero anzi che all apparenza si aggiunga 1 assenso volontario dell animo, che
per il saggia ha motivo nell identità fra la ragione individuale e la Ragione o
logos universale. Così il concetto eracliteo del logos, che la scuola Arnim,
111. () Riferimenti di Sesto e Diogene Laerzio in Arnim: Zeno- Citius, n. 68.
(' ) Cfr. Sesto e Cicerone in Arnim: Zeno Citius, nn. 63 e 61. 3] stoica ha fatto proprio, doveva pur sempre
conservare al pensiero una certa dignità, e quindi facilitare il trapasso alla
veduta posteriore degli eclettici (Cicerone), per cui le commune notio vengono
ritenute non più come uniformità della natura bensì come idea innata,
attestanti la reminiscenza della vera origine divina dell' uomo, onde la teoria
stoica (ritornando in effetto a Platone) viene a fondersi colla neoplatonica.
Più direttamente degli Stoici (che pure ne derivarono il principio del
determinismo universale) si riattaccano a Democrito gli Epicurei, che ne adottarono
la teoria atomica, spogliata bensì del suo più profondo significato meccanico.
Ma, come abbiamo già accennato, Epicuro e lungi dal razionalismo del maestro
d’Abdera. La sua “Canonica” comprende poche regole di cui abbiamo chiaro riferimento
da Sesto Empirico, e che Gassendi ha ricostruito con precisione nella sua
Logica. Riferiamo la parte essenziale dei canoni epicurei così formulate.
Sensus nunquam fallitur. Opinio est consequens sensum, sensiomque superadiecta,
in quam veritas aut falsitas cadit. Opinio illa vera est, cui vel suffragata, vel
non refragatur sensus evidentia. Petri Gassendi Opera Omnia, Firenze. Pari 1,
De Logicae origine el varietale]. Omnis quae in mente est anticipatio, seu
prae-notio, dependet a sensibus, idque vel incursione, vel proportione, vel
similitudine, vel compositione. (Questo stesso modo di formazione dei concetti
appare negli Stoici). Anticipatio est ipsa rei nodo, sive definitio. Est
anticipatio in omni ratiocinadoe principium. Quod inevidens est, ex rei
evidenti anticipaticele demonstrari debet. Qui è notevole 1 appello
all’evidenza sensibile (ev%ex) che viene così assunta come criterio di verità.
Nonostante la modificazione subita, è facile riconoscervi lo stesso criterio di
Democrito che contrapponendo la conoscenza pura o legittima alla conoscenza
oscura, viene appunto a ritenere la chiarezza delle idee come segno del loro
valore: senonchè quella che per Democrito era chiarezza di concepimento,
diviene per Epicuro chiarezza sensibile. Toccherà poi a Descartes di ritornare
al criterio dell’evidenza (cf. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception) rispetto al pensiero, riguardando come vera la idea chiara e
distinta (l’aggiunta deriva dal Teeteto 209c-2l0). Dopo aver parlato degli
Stoici e degli Epicurei, ci convien dire degli [Notisi che già in Teofrasto si
applica il criterio dell’evidenza tanto all’intelligenza che al senso. (Cfr.
Sesto Adv. Malh.)] scettici i qual per verità non formano ugualmente una setta
o scuola chiusa, ma — a partire da Pirrone d’Elide e dal suo amico Timone —
ofno tuttavia una certa continuità di tradizione critica, mantenendo di fronte
alle filosofie dogmatiche un atteggiamento di dubbio metodico. No Diogene, ma Arcesilao
di Pitane e Carneade (che venne ambasciatore a Roma nel 155 a. C.), portarono
la filosofia scettica nella media Accademia – e che fascina a Scipione! Più
tardi incontriamo Enesidemo di Cnosso, Agrippa, e finalmente Sesto Empirico che
riassume tutto questo movimento nella sua opera pregevole, fonte cospicua di
notizie per la storia della filosofia romana. I rapporti esteriori che la
tradizione segnala fra Pirrone e qualche democriteo come Nausifane, nonché le
tendenze scettiche che si attribuiscono ad altri democritei (Metrodoro,
Anassarco) indicano già una certa dipendenza della scepsi da Democrito.
D’altronde il legame appare prima di tutto nel motivo morale che ispira la
riserva degli scettici di fronte alla vera natura delle cose, giacche la
sospensione del giudizio mirava a conquistare quella atarassia o
imperturbabilità dell' animo, che si riduce infine alla vittoria sulle
passioni, inculcata dall'Abderita. Ma il apporto teorico della scepsi con
Democrito resulta da ciò che questi aveva ridotto la realtà alla materia
indifferente degli atomi, negando le qualità sensibili; un passo ulteriore
della critica (riportantealla posizione di Protagora) doveva naturalmente
estendere il dubbio anche a quelle proprietà primarie in cui il grande atomista
aveva scorto l'oggetto intel¬ ligibile della conoscenza. E certo questo
sviluppo era suggerito dal contrasto fra le vedute dei due razio¬ nalisti,
sorti a combattere l’empirismo protagoreo: Democrito e Platone. Giacche questi
riteneva proprio come intelligibili quelle stesse qualità (ipostatizzate sotto
il nome di idea) che 1 altro aveva con¬ siderato vane apparenze. Inoltre, anche
nello stesso sistema democriteo, si può riconoscere 1 origine della critica che
investirà gli intelligibili, se — come siamo stati tratti induttivamente ad
ammettere — l’Abderita faceva pur nascere 1 intelligenza dai sensi. In tal
guisa il pensiero antico avrebbe percorso una via non lon¬ tana da quella per
cui il pensiero moderno giunse dalla posizione di Galileo, di Descartes e di
Locke (i quali ripresero la distinzione fra la qualità primaria e le qualità seconda)
alla critica di Berkeley, che — attraverso la teoria della visione - riusciva a
negare anche il significato trascendente di codesto sostrato geometrico della
materia. La teoria degli scettici, si noti, non nega affatto il mondo
fenomenico, bensì oppugna la pretesa dei dogmatici di affermare qualcosa della
verità o della natura delle cose in se stesse. La critica che essi svolgono a
tale scopo, rilevando ciò che vi è di relativo nei criterii della verità,
costituisce in gran parte un acquisto durevole per la dottrina della conoscenza:
lo La logica degli antichispirito che l’anima è affine a quello del positivismo
moderno, salvo il sentimento che la veduta di una scienza più progredita ispira
oggi ai critici della metafìsica. Ma per la storia della logica interessa
soprattutto esaminare gli argomenti di Carneade contro il concetto aristotelico
della dimostrazione: intorno ai quali siamo informati da Sesto Empirico. Ricompare
qui l’idea, già affacciata dai predecessori di Aristotele e da questi
oppugnata, che ogni prova dia luogo ad un regressus in infmitum, poiché ogni
premessa deve essere dedotta da un’altra premessa. E questo argo¬ mento prende
forza dalla negazione di ogni certezza immediata, alla quale gli scettici
pervengono (come si è accennato) mercè la veduta che i concetti su cui si
ragiona traggono pure origine dal senso, onde 1 incer¬ tezza della sensazione
si riflette anche sull intelligenza. Quindi viene presa in esame l'opinione che
sia lecito fondare la scienza sopra ipotesi, e che queste sieno fatte ferme e
valide dalla verità delle conseguenze che se ne deducono. Il passo di Sesto che
critica questa opinione non dice chi ne sia l’autore; ma resulta assai chiaro
che essa deve riferirsi particolar¬ mente ai fìsici matematici, e vi è forse
qualche motivo di attribuirla già a Democrito, che per primo propose alla
scienza il compito di spiegare razionalmente i feno¬ meni. Infatti abbiamo già
accennato che questi appunto (i) Adv. Math. VII, 159-189 e Vili in ispecie
367-463. (s ) Vili, 375] potesse essere preso di mira da Aristotele, ove
eicontesta che voler provare le premesse mediante le conclusioni costituisce un
circolo vizioso (*). Di nuovo Cameade riprende la tesi aristotelica, notando
che dal vero si può dedurre il falso; e certo l'argomento — in stretta logica —
non potrebbe essere confutato. Ma, per quanto o scettico sia portato a dare il
maggior peso a questa constatazione negativa, Cameade non vi si arresta. Dopo
aver negato l'esistenza di criteri assolutamente certi del vero e del falso,
egli accorda pure alla conoscenza un valore probabile; e questo valore lo
riconosce, in primo luogo, ad ogni rappresentazione dotata di sufficiente
evidenza, ma in grado più alto alle catene di rappresentazioni legate 1’una
all'altra in un sistema logico (ibidem, VII, 176 e seg.). Non diverso è, in
ultima analisi, il cri¬ terio positivo con cui anche oggi possiamo giudicare il
valore delle teorie scientifiche: soltanto appare, ai nostri tempi, un
atteggiamento più fiducioso, che è in rapporto collo sviluppo della trattazione
matematica della fisica; mentre il sentimento degli scettici risponde ad una
scienza meno evoluta, ed anche — piuttosto che alla mentalità di matematici — a
quella dei circoli medici, in cui Io scetticismo antico ebbe acco¬ glienza.
Effettivamente l’uso di ipotesi, il cui valore probabile viene desunto dalla
verifica sperimentale delle conseguenze che ne dipendono, caratterizza il
metodo deduttivo-sperimentale della scienza moderna. L. c. An. posi., I, 2] quale
si disegna in Kepler, Galileo e Descartes. L' esame intorno allo sviluppo della
logica post-aristotelica, in cui abbiamo cercato l'influsso delle idee di
qualche predecessore, ci ha mostrato che in verità il realismo logico di
Aristotele è stato superato dallo stesso pensiero greco; il quale ha toccato
posizioni affatto conformi alle più alte vedute moderne. Ma della critica
speciaente istituita dai geometri dopo Euclide, abbiamo notizie troppo scarse per
misurarne il significato; e secondo le apparenze dobbiamo ammettere che le fini
ricerche di Apollonio su questo soggetto non abbiano trovato prosecutori.
D’altra parte l’opera dei filosofi che hanno riflettuto sulla scienza, nella
filosofia romana, non aderendo propriamente ad uno sviluppo scientifico, e
tanto meno matematico, prese spesso quella forma negativa che nel modo più
raffinato ci presenta la dottrina scettica. Infatti per osservatori cui non sia
dato di riprendere e di proseguire il pensiero profondo dei più antichi filosofi
matematici, la confutazione di un ordine di verità necessario, quale è affermato
da Aristotele, deve apparire una confutazione dell stessa possibilità della
scienza. Resta nondimeno un esempio pieno d’interesse nella storia, quello che
ci viene offerto dalla scuola stoica, per cui la trattazione formale della
logica si associa ad una dottrina empirica della conoscenza. E, se codesto
sviluppo formale approda ad un arido schematismo (di fronte a cui comprendiamo
il disprezzo della dialettica manifestato dallo stoico Aristone di Chio),
tuttavia non si può disconoscere il valore dell’analisi logico-grammaticale
dell’espressione, mercè cui si riesce a scorgere in qualche modo nel
linguaggio, l’espressione di una attività costrittiva. Fino a che punto gli
stici sieno proceduti su questa via, non vogliamo qui esaminare. Ma certo si
scopre in essi quella distinzione fra subiettivo ed inter-soggettivo, che
riapparire agli inizii dell’epoca moderna, come fondamento della filosofia.
Dalla storia della filosofia romana si passa, senza indugiarci al movimento
delle idee che accompagna la rinascita della scienza, agli inizi dell’ Evo
moderno. Basta rilevare il carattere generale degli sviluppi che la dialettica riceve
nel periodo intermedio (medius aevus), arido se non del tutto infecondo. Diremo
per ciò come la logica aristotelico-stoica fu introdotta dal filosofo romano
Boezio presso i Romani. La traduzione di Boezio del greco al romano dei primi
due trattati dell’Organum (Categoriae e De Interpretatione – the only two that
Grice lectured on with J. L. Austin and P. F. Strawson), nonché dell’Isagoge di
Porfirio [arbor griceana], e i commenti con cui egli stesso ed altri scrittori
neo-platonici accompagnarono codesti scritti (nel senso della tecnica formale,
secondo la tradizione stoica), costituiscono il fondamento della cultura del
più antico (alto) Medio Evo. Del resto, la cultura generale sembra ^ppjesentata
da un certo numero di enciclopedie clella bassa antichità, come quella di Marciano
Capella, nelle quali si tratta delle sette artes liberales che, nel tirocinio
scolastico, formarono il trivio (I. grammatica, II. Rettorica, III. Dialettica)
ed il quadrivio (IV. Aritmetica. V. Geometria. VI. Astronomia. VII.
Musica). Specialmente degno di nota che
questa prima parte del Medio Evo non ha conosciuto, nè le altre opere (logiche,
fisiche ecc.) di Aristotile, nè le opere originali di Platone, fuori del “Timeo”,
tradotto in romano da Calcidio. Più tardi, il Rinascimento umanistico doveva
venir fecondato mercè una conoscenza diretta dei testi, in seguito alla caduta
dell’impero romano d'Oriente, che addusse numerosi profughi segnatamente in
Italia. Ora nella logica scolastica due aspetti sono degni di nota. Primo,la
progressiva elaborazione della tecnica formale, acuitasi mercè sottili
distinzioni. Secondo, la grande questione della realtà degli universali, di cui
a stento riusciamo a comprendere il carattere drammatico, traverso la forma
aridamente schematica delle discussioni. Sorvoleremo affatto sul primo punto,
sebbene sarebbe interessante per la storia della dialettica, di mostrare, per
esempio, in Buridano il riconoscimento della proprietà distributiva della
particella (adverbium) ‘non’ (~) rispetto a “et” (/\) e “vel” (\/). non (p et
q), ~ (p /\ q) ≡ non p vel non p (~p \/ q).
(notizia segnalatmi da Vacca) o di cercare simili analisi in Paolo
Veneto. Ma, quanto alla questione della realta degl’universale, diremo che si
tratta dell'antica questionollevata dalla ideologia platonico-aristotelica, se
all’idea generali corrisponde una realtà. La quale questione fu riaccesada un
passo dell’Isagoge di Porfirio (I, 3). “E anzitutto, per ciò che riguarda il
genero o la specie, io evito di ricercare se esiste di per sè, ovvero se esiste
soltanto come pure nozione; e — ammettendo che esista di per sè — se
apartengano alla cosa corporea o incorporee; e infine se abbiano esistenza
separata ovvero solo nella cosa corporea sensibile. E una questione troppo
profonda che esigerebbe uno studio differente da questo e troppo este. Nel
vasto intreccio della polemica medioevale appare che il nominalista (negante la
realtà dell’universale) rappresentano, in generale, le tendenze scientifiche,
avverso il misticismo platonizzante del realista. Ciò è vero soprattutto per
riguardo ai rinnovatori del nominalismo nel secolo come Guglielmo Occam e Giovanni
Buridano, rettore dell'Università di Parigi, ai quali è dovuta la teoria che ha
preso il nome di terminismo. Il terminista (che si accosta al concettualismo di
Abelardo) ritiene i concetto (o termino) come un segno intersoggettivo (signa)
della singola cose, o di una classe di cose, realmente esistenti. La dialettica
si riferisce soltanto alle reazione di questo segno della cose (Occam,
Quodlibeta V. 5). Occam avverte pue che l’espressione assume il suo proprio
significato nella proposizione, e spesso in unione a qualche altro termine. Terminus
conceptus est intentio seu passio animae aliquid NATURALITER SIGNIFICANSaut
consignificans, nata esse pars propositionis. Sifftta dottrina supera lo
stretto nominalismo e tuttavia nega il realismo: cioè nega che il ‘significato’
(o ‘signato’) dell’espressione sia da
cercare nella sua comprensione o connotazione, ossia nell’ insieme delle note o
attributi, di cui esso esprimerebbe l'unità sostanziale; e
si afferra invece all’estensione o denotazione (denotatum, relatum), cioè all’
insieme delle cose rappresentati dall’espressione (‘homo’), che — sotto la
specie di certe reali somiglianze — vengono vramente unificati. Al lume di
questa veduta, la definizione scolastica, discendente dal astratto generale universale
al concreto particulare individuo, e la logica stessa perdono importanza: onde
è fatto invito a volgersi dalla spiegazione dell’espressione al concreto della
esperienza. Ciò spiega abbastanza l’interesse appassionato della polemica
intorno agli universali che nel mondo sociale e morale deve rivendicare la
libertà dell'individuo soffocata dalla tirannia delle istituzioni e dall'autorità
delle credenze e dell’insegnamento tradizionale. Nulla sembra più proprio a
favorire un tale affrancamento degli spiriti, che abbattere alla radice
l’albero della deduzione infeconda, triviale, analitica, ricostruendo induttivamente
tutto il sapere. Onde la stessa tendenza si continua ed esplica nella reazione
anti-aristotelica (platonista) degli umanisti italiani purificatori della
logica dalla sottigliezza o implicatura scolastica (Valla, Agricola, Vives) e
si manifesta poi in nuove forme nella rinascita del movimento scientifico. Studio
storico preliminare SeaR Edizioni Quanto segue è, nella
sostanza, il contenuto di una conferenza tenuta a Palermo presso
ristituto Platone il 31 maggio 1986 e successivamente, verso la fine
di queiranno, riprodotto in un numero limitato di co¬ pie, con
aggiunte note critiche e documentarie, per le «Dispense di Arx» di
Messina, edite da Salvatore Ruta. Oggi il testo viene
ripresentato con maggiore digni¬ tà tipografica e tiratura, onde
favorirne la diffusione, con poche modifiche e aggiunte, in questa nuova
col¬ lana della Sear di Scandiano. Poiché è certamente la
prima volta che con una certa organicità viene affrontato questo
argomento, il presente scritto può a ben diritto definirsi una
novità. Tuttavia, dal momento che il nostro testo viene
presentato come uno «studio storico preliminare», il lettore potrà
dedurne che: a) i dati storici, biografici e letterari, le notizie
contenute ed ogni altra informa¬ zione non sono frutto di fantasia o di
illazioni avven¬ tate, ma desumibili nella loro grande maggioranza
da fonti documentarie (come dimostrato dai miei stessi
riferimenti); b) Tinsieme costituisce, d'altra parte, qualcosa di non
definitivo, in quanto suscettibile di essere ampliato ed ulteriormente
specificato da suc¬ cessive indagini e approfondimenti di maggior
respiro. Bisogna peraltro subito aggiungere che anche a molte
notizie documentarie non sarei pervenuto se non avessi tenuto conto, nel
corso di più anni, di indicazioni, suggerimenti, informazioni pervenutimi
per via amichevole o riservata. Quanto qui esposto, tuttavia, non fa
parte di alcun segreto esclusivo — come vorrebbero alcuni — bensì del
patrimonio sto¬ rico della nazione italica e come tale lo offriamo
alla meditazione di quei lettori che vorranno o sapranno trovarvi
spunto di interesse interiore, nonché agli sto¬ rici «laici», perché
almeno in questa occasione si ren¬ dano conto del tipo di dimensione occulta
che corre parallela e interferisce nelle vicende della storia:
nella fattispecie, prendano atto dell 'esistenza, sinora igno¬
rata, delle correnti esoteriche che tentarono di dare al fascismo
queiranima priva di compromessi che non fu capace di far sua.
Renato del Ponte Entrando il Sole nei Gemelli — Nella
prefazione da lui posta ad un recente lavoro dedicato soprattutto alla
cosiddetta «Nuova Dstra», il noto politologo Giorgio Galli, a cui si deve
senza dubbio riconoscere una notevole apertura mentale e un’intelligente
operazione culturale volta alla riscoperta di alcune tematiche proprie
della de¬ stra tradizionale, ha potuto osservare come alla «Nuova
Destra» sia mancata «precisamente una ri¬ lettura della componente
“magica” ed “esoterica” della cultura di destra». La «Nuova Destra» si
trove¬ rebbe anzi, attualmente, «in difficoltà sul piano pro¬
priamente politico forse anche perché ha trascurato l’analisi di fenomeni
ai quali si dimostrava sensibi¬ le (...) la destra tradizionalista
“esoterica’^): tale fal¬ limento, dunque, sarebbe implicito nel
«completo abbandono di un bagaglio culturale di indubbia ri¬
levanza» (1). Tale diagnosi ci pare esatta e le acute
osservazioni del Galli (al quale si debbono anche tentativi di pe¬
netrare nel mondo oggi ancor poco conosciuto, pro¬ prio perché poco
adeguatamente studiato, dell’eso- GALLI, prefaz. a: ZUCCHINALI, A
destra in Ita¬ lia, Sugarco Edizioni, Milano 1986, pp. 7-14. Tale lavoro
non merita, di per sé, alcuna annotazione di rilievo, essendo molto
superficiale e limi¬ tato nel settore dedicato alia «destra radicale» (e
in questo largamente superato da precedenti pubblicazioni, per quanto
decisamente a sini¬ stra, come La destra radicale, a cura di F.
Ferraresi, che è del 1984), ec¬ cessivamente ampio e parziale nei
confronti della cosiddetta «Nuova Destra», mentre la «destra
tradizionale» è pressoché inesistente. In so¬ stanza, ciò che dà rilievo
al libro, sono le poche notazioni preliminari del Galli, che peraltro
suonano da campana a morto per i profeti della fine del «mito
incapacitante»... terismo del III Reich), che ben difficilmente, del
resto, potrebbero essere recepite nella loro portata da quanto sopravvive
della «Nuova Destra», pro¬ prio per la sua impostazione profana e
modernista (per non parlare della destra «tecnocratica» missina,
per sua intrinseca natura da sempre impermeabile ad ogni discorso
«intelligente») (3), potranno ser- In una relazione sul tema tenuta
nel giugno 1984 a Torino (pare per la Fondazione Agnelli), il cui testo
abbiamo potuto leggere, il Galli osserva come «la storiografia ufficiale
e accademica abbia sempre esita¬ to a muoversi in questa direzione,
appunto per il timore di spostarsi dal piano della storia a quello della
fantasia». Ciononostante il Galli, che dunque sembra muoversi tra i primi
al di fuori di tale logica paralizzan¬ te, afferma come «vi siano
sufficienti elementi per una riflessione stori¬ ca organica sulla
componente esoterica soprattutto dei nazismo, mentre per quanto riguarda
il fascismo italiano questa riflessione potrebbe con¬ cernere
esclusivamente la personalità di Julius Evola». 11 presente volu¬ metto
dovrebbe dunque servire ad ampliare le prospettive conoscitive del Galli
e di quanti altri si interessino di tali tematiche proprio sull’ulti¬ mo
punto, quello concernente il fascismo. Circa poi le correnti esoteri¬ che
del nazismo, bisognerebbe intanto distinguere fra ciò che ha prece¬ duto
la sua presa del potere, le gerarchie ufficiali dello Stato ed alcuni
settori delle SS. In base a ricerche che stiamo effettuando, possiamo an¬
ticipare che tali correnti esoteriche poggiano su fondamenta assai fragi¬
li, contrariamente a quel che potrebbe pensare il Galli stesso, che in
que¬ sto caso pare essere rimasto vittima di alcune «ingenuità» propalate
sul¬ la scia del famigerato Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier. Per
un discorso preliminare su quanto andiamo dicendo, si veda ora il mio
sag¬ gio su La realtà storica della «Società Thule», in introduzione alla
pri¬ ma traduzione italiana di: Prima che Hitler venisse di Rudolf von
Se- bottendorff. Edizioni Delta-Arktos, Torino 1987. Su Evola e certi am¬
bienti delle SS, pubblicherò in seguito documenti provenienti dall’archi¬
vio di stato tedesco (Quartier Generale di Himmler), in cui tali temati¬
che saranno ulteriormente trattate. (3) In un recente articolo che
vuole costituire una sorta di recensione del libro della Zucchinali, un
anonimo missino cosi sintetizza gli interes- 14 virci
qui da spunto iniziale per una breve indagine preliminare,
necessariamente per ora limitata, su una corrente di pensiero
indubbiamente assai mino¬ ritaria, ieri ed oggi, in Italia, ma come è
stato di re¬ cente sottolineato, «nel contempo assolutamente ne¬
cessaria per l’Italia» (4), che ha svolto ed è destinata a svolgere
ancora una funzione molto importante, per non dire essenziale, per la
nostra nazione: quella della conservazione dtXV identità delle nostre
radici. Essa, se è stata opacizzata nelle masse e in una
classe dirigente sclerotizzata e corrotta per incapaci¬ tà e colpevole
negligenza, nondimeno persiste im¬ mutata, come presenze e immagini
primordiali, ne¬ gli archetipi divini che presiedono alle nostre
sorti. Il compito di tale minoranza, al di là della pura e semplice
azione conservativa, è stato quello di saper ridestare nei momenti
opportuni quelle immagini, sì che divenissero presenze vive ed operanti,
concretiz¬ zandole nelle nuove realtà della nazione italica.
Si tratta delle immagini primordiali e delle epifanie divine del Lazio e
dell 'Italia delle origini, ovvero della Saturnia tellus: quelle che
hanno reso possibile la manifestazione sul nostro suolo della
tradizione di Roma — che simboli, funzioni ed attribuzioni
si e i tentativi controcorrente del Galli: «A cosa ciò possa condurre in
concreto, è imprevedibile. Forse a nulla» (in «Proposta»).] Conventum Italicum,
comunicato anonimo in «Arthos»] hanno reso evidente essere emanazione
della Tradizione primordiale (5) — ed il suo rinnovellarsi attra¬ verso i
tempi. Il precedente riferimento del Galli all’esoterismo è,
nel nostro caso, più che pertinente, dal momento che la trasmissione e
perpetuazione della tradizione romana, almeno negli ultimi quindici
secoli, ha po¬ tuto avvenire, per motivi ben comprensibili, per via
segreta, cioè esoterica e di necessità sotto forme e vie anche molto
diverse. Se oggi si può parlare di «de¬stra» esoterica è soltanto perché, per
circostanze sto¬ riche particolari, in un ambito (peraltro, assai
ri¬ stretto) della destra del nostro secolo certe tematiche hanno
potuto trovare parziale ospitalità (6): va da sé — e non sarebbe il caso
di insistervi sopra — che la .tradizione di cui tali correnti sono
portatrici si situa ben al di là e al di sopra di ogni miserabile
dialettica fra destra e sinistra, termini e concetti di derivazione
parlamentare moderna e quindi del tutto inadeguati ad inquadrare forme di
realtà spirituali quali quelle a cui ci riferiamo. Tuttavia,
dal momento che il presente intende es¬ sere semplicemente uno «studio
storico» su tale cor- Per tali evidenziazioni, debbo rimandare ad
alcuni capitoli del mio Dèi e miti italici. Il ed., ECIG, Genova,
specialmente in con¬ nessione con le figure di Giano e Saturno (con il
ciclo a lui connesso). (6) Si deve peraltro notare che ad interessi
esoterici inerenti anche alla tradizione romana non furono aliene certe
personalità della «sinistra storica» e nel corso della nostra esposizione
non mancherà un esempio concreto. ] rente, dovremo fare solo
riferimenti indiretti e limi¬ tati al suo lato esoterico, quanto invece
insistere sui suoi riflessi politici, culturali e religiosi.
L’abbiamo definita «corrente tradizionalista romana» (7) nel Novecento:
un’élite che ha in ogni ca¬ so lasciato una sua impronta in una certa
epoca e che, nell’incertezza del «pensiero debole» attuale,
potrebbe ancora essere portatrice di un messaggio radicalmente
alternativo, poiché radicalmente (e qui l’espressione va intesa, con
coscienza di causa, nel suo pieno valore etimologico, a radicibus)
orientata contro gli pseudovalori che reggono la scena del mondo
moderno. Non è mio compito qui riassumere i termini della
questione intorno alla possibilità della trasmissione della sacralità e
della tradizione di Roma dall’epoca degli ultimi sapienti pagani sino ai
nostri giorni: è uno studio che, in riferimento soprattutto alle
gentes dei Simmachi, dei Nicomachi, dei Pretestati ed altri,
abbiamo da anni iniziato in varie riviste e pubblica- (7) Derivo
l’espressione di «corrente tradizionalista romana» dal po¬ deroso (e
ponderoso) lavoro di P. DI VONA, Evola e Guénon. Tradizio¬ ne e civiltà,
Napoli, in cui, nel VI cap., intitolato ap¬ punto Il tradizionalismo
romano, l’A. studia la «corrente romana del tradizionalismo, ad opera di
Reghini, Evola e De Giorgio». È evidente che col termine «corrente» noi
non intendiamo riferirci (se non in singo¬ li casi, che ben preciseremo)
ad una linea di pensiero omogenea, bene organizzata in un gruppo unitario
e compatto dalle caratteristiche co¬ muni, ideologicamente e
politicamente parlando, ma ad una tendenza che potè assumere aspetti e
sfaccettature diverse, come proprio i casi di Reghini, Evola e De Giorgio
(e non sono certo gli unici) sono a dimostrare. zioni (8) e che non
mancherà di ulteriori sviluppi. In questa sede sarà sufficiente
fare rapido riferimento a quell’epoca gravida di grandi e decisive trasformazioni
che fu il Rinascimento italiano. È soprattutto nel corso del XV secolo che
tradizioni occulte, sopravissute per secoli nel più grande segreto,
paiono ricevere nuova linfa e l’impulso ad una nuova manifestazione dal
contatto con personalità dell’Oriente europeo di altissima rilevanza
intellettuale, come quella di Giorgio Gemisto Pletone, il grande
rivitalizzatore della filosofia platonica negli ultimi anni dell’Impero
d’Oriente e fondatore di un cenacolo esoterico a Mistra, la medievale erede
dell’antica Sparta, all’interno del quale, oltre a conservare testi
dell’antichità pagana (come le opere dell’impe¬ ratore Giuliano, che vi
venivano trascritte), si cele¬ bravano veri e propri riti e si elevavano
inni in onore degli dèi olimpici (9). La figura e la funzione
di Giorgio Gemisto Pletone sono ancora troppo poco note in generale e, in
Italia, non ancora studiate (10). In genere, ci si limi- (8) Cfr.
ad esempio: R. DEL PONTE, Sulla continuità della tradizio¬ ne sacrale
romana, parti I e II, in «Arthos»] ; vedi anche: Q. AURELIO SIMMACO,
RelazionesuH’altare della Vitto¬ ria, con un’introduzione di R. del Ponte
su Simmaco e isuoi tempi. Edi¬ zioni del Basilisco, Genova. Si tenga
conto che nel sud del Peloponneso sono attestati, a livello popolare,
culti nei confronti degli dèi classici sino al IX secolo della no¬ stra
era. (10) In lingua italiana mancano ancora del tutto studi
approfonditi. 18 ta a citare, a proposito di lui, la
sua partecipazione al Concilio di Firenze e l’istituzione
dell’Accademia Platonica Fiorentina, che ebbe sede nella villa di
Ca- reggi (o «delle Cariti», o «Muse»), concepita da Cosimo il Vecchio e
realizzata da Lorenzo il Magnifico su suggestione del Pletone. Ma gli
effetti dovettero essere ancora più interessanti e gravidi di
conseguen¬ ze, se si considerino i legami, ad esempio, fra Gior¬
gio Gemisto Pletone e Sigismondo Pandolfo Mala- testa. Signore di Rimini:
colui che ne sottrarrà il ca¬ davere agli Ottomani (1464), i quali
avevano occu¬ pato Mistra nel 1460, onde deporlo pietosamente in
un’arca marmorea del suo famoso «Tempio Malate¬ stiano». Lo stesso
Malatesta dovette pure essere in rapporto con la ben nota «Accademia
Romana» di Pomponio Leto (11), propugnatore, scrive il von Pa-
stor, del «romanesimo nazionale antico». Il capo Ci si dovrà
pertanto limitare a rimandare a: B. KIESZKOWSKI, Studi sul platonismo del
Rinascimento in Italia (vedi soprattutto cap. II), Sansoni, Firenze 1936;
P. FENILI, Bisanzio e la corrente tradizionale del Rinascimento, in «Vie
della Tradizione» (ci viene comunicato ora, che a cura dello stesso P. Fenili è
in corso di stampa un’antologia di brani di Pletone, dal titolo
«Paganitas», lo squarcio nelle tenebre, per Basala Editore di Roma). Di
recente, ci è ca¬ pitato di leggere in un’insolita pubblicazione, una
rivistina satirica di si¬ nistra, un reportage da Mistra singolarmente
informato e documentato su Gemisto Pletone e la sua scuola (cfr. P.LO
SARDO, La repubblica dei Magi. Da Sparta alla Firenze del '400, in
«Frigidaire»] Per mezzo del Platina (definito da Pomponio pater
sanctissi- mus), 1 ’Accademia Romana intratteneva rapporti col Malatesta,
il quale dell’Accademia Romana, riporta il von Pastori
«spregiava la religione cristiana ed usciva in vio¬ lenti discorsi
contro i suoi seguaci... venerava il ge¬ nio della città di Roma.Quale
rappresentante di queU’umanesimo, che gravitava verso il pagane¬
simo, si schierarono ben presto attorno a Pompo¬ nio un certo numero di
giovani, spiriti liberi dalle idee e dai costumi mezzo pagani. (...) Gli
iniziati consideravano la loro dotta società come un vero collegio
sacerdotale alla foggia antica, con alla te¬ sta un pontefice massimo,
alla quale dignità fu elevato Pomponio Leto» (12). Si noti
che sembra certa l’adesione alla cerchia del Leto del principe Francesco
Colonna, Signore di Pa- lestrina, l’antica Praeneste, dai più ritenuto
l’autore della celeberrima Hypnerotomachia Poliphili, un te¬ sto
molto citato, ma molto poco letto e soprattutto compreso, dove, in ogni
modo, una sapienza ermeti¬ ca si sposa all’esaltazione, non tanto
filosofica. fu notoriamente nemico dei papi e ammiratore del
movimento pagano di Mistra (cfr. F. Masai, Pléthon et le platonisme de
Mistra, Paris 1956, p. 344, nota. L’opera del Masai è a tutt’oggi la più
completa esistente sulla dottrina e la figura di Giorgio Gemisto
Pletone). Si noti che il Pla¬ tina fu allievo a Firenze dell’Argiropulo,
discepolo di Pletone, e che un altro antico discepolo, il Cardinal
Bessarione, si prodigò per la liberazio¬ ne da Castel Sant’Angelo dei
membri dell’Accademia Romana nel 1468, dopo che furono accusati dal papa
Paolo II — non senza fondamento — di «paganesimo». 11 Masai (op. cit., p.
343) si domanda se l’Accade¬ mia Romana «non fosse in qualche modo una
filiale di quella di Mistra». (12) L. von PASTOR, Storia dei
Papi, voi. II, Roma] quanto mistica, del mondo della paganità romano¬
italica, culminante nella visione di Venere Genitrice. Se si
rifletta al fatto che Francesco Colonna, rea¬ lizzatore fra il 1490 e il
1500 del nuovo imponente palazzo gentilizio eretto sulle rovine del
tempio di Fortuna Primigenia (ancora oggi ben identificabili nelle
strutture originali), vantava discendenza diret¬ ta dalla gens Julia e
quindi da Venere (13), si potrà allora intravedere come l’apporto
vivificante della corrente sapienziale reintrodotta in Italia da
Gemi¬ sto Pletone si fosse incontrato col retaggio gentilizio di
una tradizione antichissima, gelosamente custodi¬ to nel silenzio dei
secoli col tramite di alcune fami¬ glie nobiliari italiane, in ispecie
laziali, generosa¬ mente fruttificando: nel senso di spingere ad un
rin¬ novamento tradizionale non solo l’Italia, ma persi¬ no, ad un
certo momento, lo stesso papato, se avventi 3) Risulterà forse sorprendente
apprendere come i Colonna posse¬ dessero ancora fino ai nostri giorni (è
documentato almeno sino al 1927) il «feudo» originale di Giulio Cesare,
Boville (Frattocchie d’Alba- no). Sempre era visibile nel giardino
Colonna al Quirinale l’aitare antico dedicato al Vediove della gens Julia
(notizie ricavate da: P. COLONNA, I Colonna, Roma 1927, pp. 5-6). Tolomeo
1 Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul excellentissimus e
Julia stirpe progenitus (cfr. P. FEDELE, s.v. Colonna, in «Enciclopedia
Italiana», X, 1931). Ha compiuto un’attenta analisi deWHypnerotomachia
Poli¬ phili (editio princeps nel 1499, presso Manuzio) come opera di
France¬ sco Colonna, M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma
1980. Si veda anche: OLIMPIA PELOSI, Il sogno di Polifilo: una quéte
del¬ l’umanesimo, ed. Palladio, s.l. 1978. A.C. Ambesi, in
considerazione della dimensione iniziatica dell’opera di Francesco
Colonna, la considera come un’anticipazione cifrata del movimento dei Rosacroce
(/ Rosa¬ croce, Milano). ne che poco mancò che salisse al soglio
pontificio quel cardinale Giuseppe Bassarione che fu discepolo
diretto di Giorgio Gemisto Pletone, da lui giudicato, come scrisse in una
lettera privata ai figli del mae¬ stro dopo la sua morte, «il più grande
dei Greci do¬ po Platone». Ma altri tempi tristi dovevano
giungere, tempi in cui sarebbe stato più prudente tacere, come dimostrò
il bagliore delle fiamme in Campo dei Fiori, avvolgenti nell’anno di Cristo
1600 il corpo, ma non l’animo, di Bruno, rivivificatore generoso,
ma impaziente, di dottrine orfico-pitagoriche, che trovavano analoga eco
— frutto di una linfa non mai del tutto estinta nell’Italia Meridionale —
nella poesia e nella prosa dell’irruente frate calabrese Tommaso
Campanella, lui pure oggetto di odiose persecuzioni.
Bisognerà giungere sino all’unità d’Italia, parzial¬ mente
realizzatasi nel 1870 con la fine della millenaria usurpazione temporale dei
papi, per trovare una situazione mutata. A questo punto bisogna
chiarire una volta per tutte, con la maggiore evidenza, che dal
punto di vista del tradizionalismo romano l’uni¬ tà d’Italia — indipendentemente
dai modi con cui (14) Si dovrà ricordare che il Bessarione
raccolse cum pietate nel suo studio le opere e i manoscritti del maestro,
in particolare alcuni frammenti apertamente pagani delle Leggi, dotandone poi
la Biblioteca Marciana da lui fondata, a Venezia. potè in
effetti verificarsi (modi spesso arbitrari e prevaricatori della dignità
e delle sacrosante autonomie di diverse popolazioni italiche) e dall’azione
di certe forze sospette (Carboneria, massoneria e sette varie) che
per i loro fini occulti poterono agevolarla — era e rimane condizione
imprescindibile e necessaria per ritornare alla realtà geopolitica dell’Italia
au- gustea (e dantesca): quindi per propiziare il rimanifestarsi nella
Saturnia tellus di quelle forze divine che ab origine a quella realtà
geografica — consacrata dalla volontà degli dèi indigeti — sono legate.
È un dato che si dovrà tenere ben presente, per meglio intendere
certi fatti che avremo modo di esporre in seguito. Intanto,
negli ultimi anni del XIX secolo è nell’a¬ ria qualcosa di nuovo e antico
insieme, che verrà avvertito dalle anime più sensibili. Fra queste,
il grande poeta Giovanni Pascoli, con un equilibrio ed una compostezza
veramente classi¬ ci, valendosi di una sensibilità non inferiore a
quella con cui in quegli stessi anni conduceva l’esegesi di certi
lati occulti della dantesca Commedia, con il seguente sonetto (e col
corrispondente testo in esame¬ tri latini, da noi non riprodotto)
celebrava in una semplice aula scolastica la solennità «L’aratro è fermo:
il toro d’arar sazio, leva il fumido muso ad una branca d’olmo; la
vacca mugge a lungo, stanca, e n’echeggia il frondifero Palazio.
Una mano sull’asta, una sull’anca del toro, l’arator guarda lo
spazio: sotto lui, verde acquitrinoso il Lazio; là, sul monte, una
lunga breccia bianca. È Alba. Passa l’Albula tranquilla,
sì che ognun ode un picchio che percuote nell’Argileto
l’acero sonoro. Sopra il Tarpeio un bosco al sole brilla,
come un incendio. Scende a larghe ruote l’aquila nera in un polverio
d’oro. Allo scadere del secolo, nel 1899, è un fatto nuovo di ordine
archeologico il punto di riferimento im¬ portante ed essenziale per il
secolo che sta per aprir¬ si: la scoperta nel Foro da parte
dell’archeologo Giacomo Boni (un nome che non dovremo scordare) del cippo
arcaico sotto il cosiddetto Lapis Niger, in cui l’iscrizione in caratteri
antichi del termi¬ ne RECHI ( = regi) attesta documentariamente l’effettiva
esistenza in Roma della monarchia e, con quanto ne consegue, la
sostanziale fondatezza della tradizione annalistica romana, trasmessa nel
corso di innumerevoli generazioni, dai primi Annales Ma¬ ximi dei
pontefici sino a Tito Livio e, al termine del- [PASCOLI, Antico
sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino, Zanichelli, Bologna. 11
lettore esperto potrà notare come in pochi versi il poeta abbia saputo
sapientemente concentrare particolari nomi evocativi di determinate
realtà primordiali dell’Urbe. ] l’Impero d’Occidente, alle ultime gentes
sacerdotali ed a quegli estremi devoti raccoglitori e trasmettitori
della sapienza delle origini, come poterono essere un Macrobio ed un
Marziano Capella nel V secolo. È come se, fisicamente, una parte di
tradizione ro¬ mana si esponesse improvvisamente alla luce del sole a
smentire l’incredulità e l’ipercriticismo della scuola tedesca, che, in
nome di un presunto realismo scientifico, aveva respinto in blocco le più
antiche memorie patrie, e soprattutto dei suoi squallidi se¬ guaci
italiani, come quell’Ettore Pais che nella sua Storia di Roma (ristampata
innumerevoli volte fino in piena epoca fascista) aveva negato ogni
tradizione da una parte, costruendo dall’altra fantastici castelli
in aria, senza alcuna base, né storica, né filologica. Risulta che
Giacomo Boni fu in corrispondenza con un altro principe romano, pioniere
degli studi islamici e deputato al parlamento nei banchi della
sinistra: Leone Caetani duca di Sermoneta, principe di Teano, marito di
una principessa Colonna. Suo nonno, Michelangelo Caetani, era stato
l’au¬ tore di un fortunato opuscolo di esegesi dantesca sin dal
1852, dove si sosteneva l’identità di Enea col dantesco «messo del cielo»
che apre le porte della Città di Dite con «l’aurea verghetta» degli
iniziati di Eieusi (16): quello stesso che nel 1870, già vecchio e
quasi cieco, fu il latore a Vittorio Emanuele II dei (16) Cfr. M.
CAETANI di SERMONETA, Tre chiose nella Divina Commedia di Dante
Alighieri, II ed., Lapi, Città di Castello risultati del plebiscito che sanciva
l’unione di Roma all’Italia. Proprio Leone Caetani sarebbe
stato l’autorevole tramite attraverso cui si sarebbero manifestate
al¬ l’interno della Fratellanza Terapeutica di Myriam (operativa
proprio negli anni della scoperta del Lapis Niger) fondata da Giuliano Kremmerz
(cioè Ciro Formisano di Portici) — che la definì talvolta come
Schola Italica — determinate influenze derivanti dall’antica tradizione
romano-italica se, come scrive l’esoterista Marco Daffi {alias il conte
Libero Ric- ciardelli) è lui il misterioso «Ottaviano» (altro
riferimento alla gens Julia!) autore nel 1910, nella ri¬ vista
«Commentarium» diretta dal Kremmerz, di un articolo sul dio Pan e di una
lettera di congedo dalla redazione in cui egli riafferma in tali termini
la pro¬ ti?) «Sotto tale pseudonimo si nascondeva persona
veramente auto¬ revole, autorevolissimo collega di ricerche ermetiche di
Kremmerz tanto da potere essere ritenuto portavoce di sede superiore
(...) Don Leone Caetani, Duca di Sermoneta, Principe di Teano» (M. DAFFI,
Giuliano Kremmerz e la Fr+Tr+ di Myriam, a cura di G.M.G., Alkaest,
Genova). Gli scritti firmati da «Ottaviano» in «.Commenta¬ rium» sono
tre: La divinazionepantéa (n. 1 del 25 luglio 1910), Per Giu¬ seppe Borri,
Gnosticismo e iniziazione (n. 8-10 di novembre-dicembre 1910). In quest’ultimo
scritto, con¬ sistente in una lettera di congedo come collaboratore della
rivista, si ri¬ manda all’opera di un altro personaggio che, come
«Ottaviano», doveva riconnettersi allo stesso ambiente iniziatico
gravitante alle spalle dell’or¬ ganismo kremmerziano: l’avvocato
Giustiniano Lebano, autore di un curioso libretto intitolato
Dell’Inferno: Cristo vi discese colla sola anima o anche col corpo? (Torre
Annunziata 1899), in cui nuovamente si accenna al «ramoscello dorato del
segreto, ossia la voce mistica di con¬ venzione» (p. 66) che Enea
presenta a Proscrpina. 26 pria fede pagana:
«... non sono che pagano e ammiratore del paga¬ nesimo e divido il
mondo in volgo e sapienti (...) volgo, che i miei antenati
simboleggiavano nel ca¬ ne e lo pingevano alla catena sul vestibolo del
Do- mus familiae con la nota scritta: Cave canem; ca¬ ne perché
latra, addenta e lacera» (18). In quegli stessi anni (a partire dal
1905) era co¬ minciata l’attività pubblicistica ed iniziatica di Reghini.
La sua importanza fra i più autorevoli esponenti europei della
Tradizione, e del filone romano-italico in particolare, risiede
cer¬ tamente non tanto nel tentativo, vano e fatalmente destinato
all’insuccesso, per quanto disinteressato, di rivitalizzare la massoneria
al suo interno (19), quanto nell’attenzione da lui portata allo studio
ed [OTTAVIANO, Gnosticismo e iniziazione, cit., p. 210. (19)
Tentativo che si concretizzò soprattutto con la creazione del Rito
Filosofico Italiano, fondato nel 1909 dal Reghini, Edoardo Frosini ed
altri (vi sarà accolto come membro onorario Aleister Crowley...), ma
dall’esistenza effimera, dal momento che si fuse con la massoneria di
Rito Scozzese Antico ed Accettato di Piazza del Gesù. 11 Reghini seguirà
le sorti e le direttive di Piazza del Gesù di Raoul Palermi, molto
favorevole nei confronti del fascismo, sino ai provvedimenti contro le
società segrete del 1925. Giovanni Papini ha de¬ dicato alcune pagine nel
contempo pungenti e commosse ad Arturo Re¬ ghini di cui fu amico negli
anni giovanili, cosi concludendo: Reghini visse, povero e solitario, una vita
di pensiero e di sogno: anch’e¬ gli difese e incarnò, a suo modo, il
“primato dello spirituale’’. Nessuno di quelli che lo conobbero potrà
dimenticarlo» (Passato remoto, ed. L’Arco, Firenze).alla riscoperta della
tradizione classica e romana, che gli era stato dato in compito di
rivitalizzare «in segreto», così come egli stesso si esprime in una
let¬ tera inviata ad Augusto Agabiti e pubblicata nel numero di aprile
1914 di «Ultra»: «sai bene come il nostro lavoro, puramente
meta¬ fisico e quindi naturalmente esoterico, sia rimasto sempre e
volontariamente segreto» (20). In tal modo il Reghini ben si
inseriva nel filone della corrente tradizionalista romana, in quella
sua variante che si può legittimamente definire orfico- pitagorica,
col contributo di numerosi scritti, soprattutto sulla numerologia
pitagorica, sparsi fra molti articoli e opere impegnative, come Per la
resti¬ tuzione della geometria pitagorica, I numeri sacri della
tradizione pitagorica massonica (postumo 1947; rist. 1978), Aritmosofia
(postumo REGHINI, La «tradizione italica», in «Ultra» Allo
stesso modo, di tradizione ermetica «egizio-ellenistica» si potrebbe
parlare per il filone essenzialmente seguito dalla corrente kremmerziana.
È chiaro come nessuna di queste correnti possa preten¬ dere di
identificarsi con il filone centrale deWa tradizione romana (come
vorrebbero, ad esempio, certi continuatori del Reghini dei nostri
giorni), rappresentandone, semmai, corollari concentrici ed espressioni
validis¬ sime, ma essenzialmente periferiche. Il nucleo della tradizione
romana è altra cosa: può includere tutto ciò, ma al tempo stesso ne è al
di sopra nella sua essenza originaria. Per cercare di comprendere la
cosa, si dovrà riflettere sul simbolismo e sulla funzione del dio Giano,
non per caso divinità unica e propria della sacra terra laziale.) ed il
tuttora inedito Dei numeri pitagorici. Con questa attività egli
avrebbe perseguito la mis¬ sione affidatagli da un’antica scuola
iniziatica di tradizione pitagorica della Magna Grecia (23) allorché,
ancora giovane e studente a Pisa, fu avvicinato da colui che sarebbe
divenuto il suo maestro spirituale: Amedeo Rocco Armentano (24),
calabrese, ufficiale dell’esercito all’epoca in cui lo conobbe il
Reghini. Ad Amedeo Armentano (1886-1966) apparteneva
(22) Di recente, per il quarantesimo anniversario della scomparsa del
Reghini, è stata edita una raccolta di suoi scritti vari: Paganesi¬ mo,
pitagorismo, massoneria, ed. Mantinea, Fumari 1986, a cura del¬
l’Associazione Pitagorica, un gruppo costituitosi solo nel giugno 1984
con un poco iniziatico «atto notarile» (sic), ma che vanta diretta
discen¬ denza dal gruppo del Reghini. La raccolta è stata purtroppo
eseguita con dilettantismo, senza criteri ed inquadramenti
storico-filologici e gli scritti reghiniani (uno addirittura incompleto)
non seguono nè un ordi¬ ne logico, nè cronologico. Il saggio suW
Interdizione pitagorica delle fa¬ ve si potrà leggere ora completo in
«Arthos» n. 30 (1986, ma stampato 1987). (23) DIOGENE LAERZIO
(Vili, 56) ricorda come il pensiero di Pitagora avesse trovato accoglienza
presso gli Italioti della Magna Grecia: «Come dice Alcidamante tutti
onorano i sapienti. Così i Pari onorano Archiloco, che pur era blasfemo,
e i Chii Omero, che era d’altra città e gli Italioti Pitagora» (Die fragmente
der Vorsokratiker, a cura di H. Diels-W. Kranz; trad. ital. Bari 1981, v.
I). Per alcune notizie su Armentano (ed una sua foto), cfr. R.
SE- STITO, A.R.A., il Maestro, in Ygieia, bollettino interno
dell’Associazione Pitagorica, Di Armentano si vedano le Massi¬ me di
scienza iniziatica, commentate dal Reghini in vari numeri di «Atanòr» ed
«Ignis» (1924-25). Negli anni Trenta Armentano lasciò l’I¬ talia per il
Brasile, dove morì. È sintomatico come anche «Ottaviano» in quel periodo
si sarebbe allontanato dall’Italia stanziandosi a Vancou¬ ver in Canada.]
quella misteriosa «torre in mezzo al mare. Una ve¬ detta diroccata,
su di uno scoglio deserto» (25) dove, con gran dispiacere di Sibilla
Aleramo, il giovane protagonista del romanzo Amo, dunque sono (Mon¬
dadori, Milano), «Luciano» {alias Giulio Pari¬ se), avrebbe dovuto
«diventare mago» in compagnia di un amico non nominato, vale a dire
proprio il Reghini. Fu proprio nella torre di Scalea, in
Calabria, che il Reghini rivide nell’estate 1926 il testo della
tradu¬ zione italiana deirOccw//flr Phylosophia di Agrippa, a cui
premise un ampio saggio di quasi duecento pagine su E.C. Agrippa e la sua
magia. Vi scriveva, fra l’altro: «E perciò, in noi, il senso
della romanità si fonde con quello aristocratico e iniziatico nel
renderci fieramente avversi a certe alleanze, acquiescenze e
deviazioni. Forse si avvicina il tempo in cui sarà possibile di rimettere
un po’ a posto le cose, e noi speriamo che ci venga consentito, una
qualche vol¬ ta, di riportare alla luce qualche segno dell’esoteri¬
smo romano. Quanto alla permanenza di una “tradizione romana”, si vorrà ammettere
che se una tradizione iniziatica romana pagana ha potu¬ to
perpetuarsi, non può averlo fatto che nel più as¬ soluto mistero. Non è
quindi il caso di interloquire con affermazioni e negazioni. ALERAMO,
Amo, dunque sono, cit., p. 15. Cfr. p. 50: «Luciano, Luciano, e tu vuoi essere
mago! M’hai detto d’aver già operato fantastiche cose, fantastiche a
narrarsi, ma realmente accadute». REGHINI, E.C. Agrippa e la sua magia,
in: E.C. AGRIPPA, Il 1914 è un anno molto importante, sotto diversi
aspetti, per i tentativi di rivivificazione della tradi¬ zione italica.
Nel numero di gennaio-febbraio 1914 di «Salamandra», in un articolo dal
titolo fortuna¬ to, poi ripreso da Evola, Imperialismo pagano, Reghini
coglieva occasione, scagliandosi contro il parlamentarismo ed il suffragio
universale che favoriva cattolici e socialisti, di riaffermare l’unità e
l’immutabilità della tradizione pagana in Italia, che, sempre ricollegata
nella sua visione al pitagorismo, si sarebbe trasmessa attraverso le figure di
alcuni grandi ini¬ ziati sino ai nostri giorni. In ottobre, dalle pagine
di «Ultra», precisava nello stesso tempo, in un importante articolo
dottrinario, che: «Il linguaggio e la razza non sono le cause
della superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al
suolo, all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si
manifesta anche storica¬ mente come una di queste regioni magnetiche della
terra. Se noi parleremo del mito aureo e so¬ lare in Egitto, Caldea e
Grecia prima di occuparci della sapienza romana, non è perché questa
derivi da quella, ché il meno non può dare il più» Lm Filosofia occulta o
la Magia, voi. I, rist. Mediterranee, Roma 1972, pp. XCIII-XClV,
nota. L’articolo fu poi ripubblicato in «Atanòr», I, 3 (marzo
1924), pp. 69-85 (oggi nella ristampa anastatica a cura dell’omonima casa
edi¬ trice di Roma). (28) A. REGHINI, Del simbolismo e della
filologia in rapporto alla sapienza metafisica, in «Ultra», Vili, 5
(ottobre 1914), p. 506.Intanto, nella notte del solstizio d’inverno del
1913, si era verificato un insolito episodio, gravido di future
conseguenze: in seguito a misteriose indi¬ cazioni, nei pressi di un
antico sepolcro sull’Appia Antica era stato rinvenuto, a cura di
«Ekatlos» (29), accuratamente celato e protetto da un involucro im¬
permeabile, uno scettro regale di arcaica fattura e i segni di un
rituale. «Ed il rito — riporta «Ekatlos» (30) — fu celebra¬
to per mesi e mesi, ogni notte, senza sosta. E noi sentimmo,
meravigliati, accorrervi forze di guerra e forze di vittoria; e vedemmo
balenar nella sua lu¬ ce le figure vetuste ed auguste degli “Eroi”
della razza nostra romana; e un “segno che non può fal¬ lire” fu
sigillo per il ponte di salda pietra che uo¬ mini sconosciuti costruivano
per essi nel silenzio profondo della notte, giorno per giorno».
«Il significato, le vere intenzioni e le origini di tali
(29) Lasciamo ogni responsabilità circa l’identificazione di «Eka¬ tlos»
con il principe Leone Caetani, già da noi incontrato, all’anonimo autore
(si tratta, peraltro, certamente di C. Mutti, fanatico integralista
islamico) di una postilla alla parziale traduzione francese della rivista
evoliana «Krur» (TRANSILVANUS 1984, A propos de l’article d’Eka- tlos,
seguito da una Note sur Leone Caetani, in: J. EVOLA, Tous les écrits de
«Ur» & «Krur», 111 [Krur 1929], Arché, Milano 1985, pp. 475- 486).
Ancor più lasciamo all’autore di tali tristi note (in cui ancora una
volta si dimostra come tra fanatismo religioso e via iniziatica esista un
divario invalicabile) la pesante responsabilità delle poco ragguardevoli
espressioni usate nei confronti del benemerito principe romano. (30)
EKATLOS, La «Grande Orma»: la scena e le quinte, in «Krur», oggi in: GRUPPO di
UR, Introdu¬ zione alla Magia, voi. Ili, Roma] riti pongono un problema»,
osserva il Di Vona (31), «ma il loro fine immediato fu esplicito, e come
tale è stato dichiarato. (...) Esso fu compiuto nel dovuto modo da
un gruppo che si propose di dirigere verso la vittoria italiana la I
Guerra Mondiale». Ma l’episodio ha un seguito: il 23 marzo
1919 (giorno in cui cade la festa romana del Tubilustrium, o
consacrazione delle trombe di guerra) fu fondato a Milano, nella famosa
riunione di Piazza Sansepol- cro, il primo Fascio di Combattimento (dal
1921 de¬ nominato Partito Nazionale Fascista). Fra gli astanti vi
fu chi, emanazione dello stesso gruppo che aveva riesumato l’antico
rituale, preannuncio a Benito Mussolini: «Voisarete Console d’Italia». E
fu la stes¬ sa persona che, qualche mese dopo la Marcia su Roma, vestita
di rosso, offrì al Capo del Governo un’arcaica ascia etrusca, con «le
dodici verghe di betulla secondo la prescrizione rituale le¬ gate
con strisce di cuoio rosso. Con tale atto dal sapore sacrale, come è
evidente. VONA, Evola e Guénon EKATLOS, art. cit., p. 382, nota.
La notizia è riportata con altri particolari nel «Piccolo» di Roma del
23-24 maggio 1923, p. 2 [cfr. Ap¬ pendice 1]. Particolare curioso: la
sera stessa del 23 maggio Mussolini parti in aereo alla volta di Udine,
onde potere inaugurare il giorno dopo, 24 maggio, anniversario dell
’entrata in guerra, il monumentale cimitero di Redipuglia, alla presenza
del Duca d’Aosta. La sera del 24, sulla via del ritorno verso Roma,
l’aereo fu costretto, da un inspiegabile guasto, ad un atterraggio di
fortuna nei pressi di Cerveteri, cioè l’antica etrusca Cere, donde forse
proveniva l’arcaico fascio.le correnti più occulte portatrici della tradizione
ro¬ mana avrebbero voluto propiziare una restaurazione in senso
«pagano» del fascismo. Altri episodi concomitanti concorrono a
rafforza¬ re questa supposizione. Dopo essere stata composta
proprio nel 1914, fra il 21 aprile ed il 6 maggio 1923 (altre
significative coincidenze di date), fu rappre¬ sentata sul Palatino la
tragedia Rumori: Romae sa- crae origines (il solo terzo atto), col
beneplacito e la presenza plaudente di Benito Mussolini. La
tragedia (o, meglio, alla latina, il Carmen solutum) risulta opera
di un certo «Ignis» (pseudonimo sotto cui si celerebbe l’avvocato Ruggero
Musmeci Ferrari Bravo), che risulta godere di appoggi assai influenti,
co¬ me quello di Ardengo Soffici [cfr. Appendice 11], e appare,
specialmente in quel terzo carmen che fu re¬ citato, più che una semplice
rappresentazione sceni¬ ca, un vero e proprio atto rituale: un rito di
consa¬ crazione, certamente denotante nell’autore, o nei gruppi
restati nell’ombra di cui egli era emanazione, una conoscenza non solo
filologica della tradizione romana (si pensi che in intermezzi scenici
vengono cantati, al suono di flauti, i versi ianuli e iunonii dei
Fratres Arvales), ma anche di certi suoi lati occulti, come lascia
intendere il rito di incisione su lamine auree dei nomi arcani deU’Urbe e
l’esegesi, voluta- mente incompleta, dei significati del nome di
Roma. Quest’azione, occulta e palese, sulle gerarchie fasciste
affinché i simboli da esse evocate, come l’aquila o il fascio, non restassero
puro orpello di facciata, continuerà sino al 1929, che è anche l’anno in
cui Rumon verrà pubblicata, in splendida edizione ufficiale, dalla
Libreria del Littorio, con i frontespizi ornati di caratteri arcaici romani,
disegnati appositamente nel 1923 da Giacomo Boni, lo scopritore del Lapis
Niger già da noi incontrato, il quale avrà il privilegio poco dopo, alla sua
morte, di essere inumato sul Palatino stesso. Ancora noteremo
come sintomatica l’uscita, nello stesso 1923, della Apologia del
paganesimo (Formig- gini, Roma) di Giovanni Costa, futuro
collaboratore delle iniziative pubblicistiche di Evola. Uscirono le due
riviste di studi iniziatici «Atanòr» ed «Ignis», dirette da Reghini, e in cui
iniziò una collaborazione il giovane Evola: affronteranno con un rigore
ed una serietà inconsuete, per l’eterogeneo ambiente spiritualista
dell’epoca, tematiche e discipline esoteriche di parti¬ colare interesse:
vi comparvero, per la prima volta in Italia, scritti di René Guénon, fra
cui a puntate, pri¬ ma ancora che in Francia, L'esoterismo di Dante.
È peraltro evidente come il contenuto di queste riviste non avesse
un valore puramente speculativo, come dimostrano gli scritti di «Luce»
suirO/7M5 magicum (Gli specchi - Le erbe) negli ultimi due numeri
di (33) Fu proprio Giacomo Boni che, risalendo ai modelli
d’origine, mi¬ se a punto il prototipo del fascio romano (oggi al Museo
dell’Impero) per il Regime Fascista: è quello che compare sulle monete da
due lire di quel periodo (cfr. V. BRACCO, L’archeologia del Regime,
Volpe, Roma «Ignis», che preludono a quelli del successivo Grup¬ po
di Ur. Ma intanto l’auspicata svolta in senso pagano da parte del fascismo
sperata dalla corrente tradizionalista romana non solo stenta a
verificarsi, anzi è messa pericolosamente in forse dalle mene degli
ambienti cattolici e clericali. In «Atanòr» Reghini con parole di fuoco depreca
alcune espressioni pronunciate da Mussolini in occasione del Natale di
Roma: «Il colle del Campidoglio, egli ha detto, "‘dopo
il Golgota, è certamente da secoli il più sacro alle genti civiir.
In questo modo l’On. Mussolini, invece di esaltare la romanità, perviene
piuttosto ad irriderla ed a vilipenderla. Noi ci rifiutiamo di
subordinare ad una collinetta asiatica il sacro colle del
Campidoglio». E nel n. 7 di luglio, dopo il delitto
Matteotti: «... ecco un clamoroso delitto politico viene a
sconvolgere la vita della nazione, ad agitare gli animi. Investito da popolari
e da ogni gradazione di democratici, a Mussolini non resterebbe che
battere la via dell’imperialismo ghibellino, se non esistesse un partito
che già lo sta esautorando... tengano ben presente i nostri nemici che,
nono¬ stante la loro enorme potenza e tutte le loro prodezze, esiste
ancor oggi, come è esistita in passato, traendo le sue radici da quelle
profondità interiori che il ferro e il fuoco non tangono, la stessa
catena iniziatica pagana e pitagorica, inutilmente e secolarmente
perseguitata». L’ordine del giorno Bodrero e le successive
leggi sulle società segrete tolgono ulteriore spazio all’attività
pubblicistica di Reghini, che peraltro confluisce nel «Gruppo di Ur», formalmente
diretto da Julius Evola. A noi qui non interessa tanto esaminare il
lavoro di ricerca esoterico svolto dal Gruppo di Ur, cui parteciparono,
come è noto, personalità appartenenti alle principali correnti esoteriche
operanti in quegli anni in Italia, dai pitagorici ai kremmerziani,
dagli steineriani (antroposofi) ai cattolici eterodossi come il De
Giorgio, quanto sottolineare come in quella sede dovesse essere stato, almeno
in parte, ripreso il programma di influenzare per via sottile le
gerarchie del fascismo, nel senso già voluto dal gruppo manifestatosi con
la testimonianza di «Ekatlos» (che, non lo si dimentichi, viene riportata
proprio nel terzo dei volumi che raccolgono le testimonianze di
tutto il gruppo — in apparenza slegata da esse — successivamente apparse
col titolo di Introduzione alla Magia). In un inserto per i lettori
comparso nel n. 11-12 di «Ur», Evola poteva scrivere: «... possiamo
dire che una Grande Forza, oggi più che mai, cerca un punto di sbocco in
seno a quella bar¬ barie, che è la cosidetta “civilizzazione” contemporanea
— e chi ci sostiene, collabora di fatto ad una opera che trascende di
certo ciascuna delle nostre stesse persone particolari». Del
resto, molti anni più tardi, Evola stesso di¬ chiarerà piuttosto
esplicitamente nella sua autobio¬ grafia spirituale che l’intento del
Gruppo era stato quello, oltre a «destare una forza superiore dr servire
d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno», di far sì che «su quella
specie di corpo psichico che si voleva creare, potesse innestarsi per
evocazione, una vera influenza dall’alto», sì che «non sarebbe stata
esclu sa la possibilità di esercitare, dietro le quinte, un’azione perfino
sulle forze predominanti nell’ambiente generale» (34). Un’indagine ben più
approfondita, come si vede, meriterebbe di essere svolta sugli evidenti
tentativi di rivitalizzazione, all’interno del Grupo di Ur, delle radici
esoteriche e dei conte¬ nuti iniziatici della tradizione romana: a parte
i contributi dello stesso Evola (che firmerà come «EA» e, pare, anche
come «AGARDA» e «lAGLA»), di cui ricordiamo l’importante saggio (nel HI
volume) Sul «sacro» nella tradizione romana, ancora una volta
fondamentale resta l’apporto del Reghini (che firma come «PIETRO NEGRI»):
egli, nella relazione Sul¬ la tradizione occidentale, sulla scorta di
un’attenta esegesi delle fonti antiche (soprattutto Macrobio) e di
personali acute intuizioni, nonché di probabili «trasmissioni»
iniziatiche, non esiterà ad indicare nel mito di Saturno il «luogo» ove è
racchiuso il senso e il massimo mistero iniziatico della tradizione
EVOLA, Il cammino del cinabro, Milano (li ed.), p. 88. Un
esame generale, storico-bibliografico, sul Gruppo di Ur è sta¬ to da me
compiuto in lingua tedesca, come studio introduttivo alla versione tedesca del
I volume di Introduzione alla Magia (Ansata Verlag, Interlaken 1985). Si
tratta del notevole ampliamento, riveduto e corret¬ to, di un mio
precedente studio già apparso in «Arthos» n. 4-5 (1973-74).
38 romana, un’indicazione utilizzata e sviluppata ulte¬
riormente nel nostro recente Dèi e miti italici. Intanto, nella
seconda metà del 1927, una serie di articoli polemici sui nuovi rapporti
tra fascismo e chiesa cattolica, che Evola aveva pubblicato in
«Cri¬ tica fascista» di Bottai e in «Vita Nova» di Leandro
Arpinati, e la successiva comparsa, nella primavera del 1928, di
Imperialismo pagano, che quegli articoli raccoglieva e sviluppava,
riversarono proprio sul Gruppo di Ur pesanti attacchi clericali, fra cui
è in¬ teressante segnalare quello particolarmente violento e
ambiguo, del futuro papa Paolo VI, Montini, allora assistente centrale
ecclesiastico della Federazione Universitari Cattolici Italiani
(F.U.C.I.), che aveva come organo culturale la rivista «Studium»
(redazione a Roma e a Brescia. Dalle pagine di «Studium» il Montini
accusava «i maghi» riuniti attorno a Evola di «abuso di pensiero e di
pa¬ rola (...) di aberrazioni retoriche, di rievocazioni fanatiche e di
superstiziose magie.. G.B.M., Filosofia: una nuova rivista, in «Studium».
Oltre che del futuro Paolo VI (certamente il più nefasto fra i papi di
questo secolo), apparvero in «Studium» anche gli attacchi del futuro
ministro democristiano del dopoguerra Gonella {Un difensore del paganesimo;
// nuovo colpo di testa di un filosofo pagano, cui Evola replicò — dopo
averlo definito «un tale il cui nome esprime felicemente che vesti gli si
confacciano più che non quelle della romana virilità» — nell'«Appendice
Polemica» di Imperialismo paga¬ no. Contro Imperialismo pagano (le nostre
citazioni sono tratte dalla ristampa, presso Ar di Padova) si scomodò
tutto Ventourage del giornalismo clericale, da «L’Osservatore Romano» a
«L’Avvenire», Imperialismo pagano fu l’ultimo deciso, inequivocabile e tragico
appello da parte di esponenti della «corrente tradizionalista romana»,
prima del triste compromesso del Concordato, affinché il fascismo,
come si esprimeva Evola, «cominciasse ad assumere la romanità
integralmente e a permearne tutta la co¬ scienza nazionale», così che il
terreno fosse «pronto per comprendere e realizzare ciò che, nella
gerarchia delle classi e degli esseri, sta più su: per comprendere
e realizzare il lato sacro, spirituale, iniziatico della Tradizione». A
questo scopo Evola non risparmiava taglienti critiche alle gerarchie del
Regime. Il fascismo è sorto dal basso, da esigenze confuse e da forze
brute scatenate dalla guerra europea. Il fascismo si è alimentato di
compromessi, si è ali¬ mentato di retorica, si è alimentato di piccole ambizioni
di piccole persone. L’organismo statale che ha costituito è spesso
incerto, maldestro, violento, non libero, non scevro da equivoci.
Di più: Evola prevedeva addirittura gli al «Cittadino» di
Genova, nonché tutta la pubblicistica fascista fautrice dell’intesa col
Vaticano, da «Educazione fascista» a «Bibliografia fasci¬ sta», sino alla
stessa bottaiana «Critica fascista» che aveva ospitato i primi articoli
evoliani.] esiti e gli sviluppi della Seconda Guerra Mondiale:
«L’Inghilterra e l’America, focolari temibili dei pericolo europeo,
dovrebbero essere le prime ad essere stroncate, ma non occorre di certo
spendere troppe parole per mostrare che esito avrebbe una simiie
avventura sulla base dell’attuale stato di fatto. Data la meccanizzazione della
guerra moderna, le sue possibilità si compenetrano strettamente con la
potenza industriale ed economica delle grandi nazioni.Era dunque
necessario che il fascismo, che «bene o male ha messo su un corpo. Ma...
non ha ancora un'anima» (p. 13), si rivolgesse senza esitazioni a
quella della Roma precristiana prima che fosse trop¬ po tardi, sì da
«eleggere l'Aquila e il fascio e non le due chiavi e la mitria a simbolo
della sua rivoluzione. Nostro Dio può essere quello aristocratico dei
Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che
si porta alla testa delle legioni vittoriose — non il patrono dei
miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso,
nella disfatta di tutto il proprio animo. Il governo di Mussolini firma a
nome del Re d’Italia, dal 1870 considerato dai papi un «usurpatore», il
cosiddetto Coneordato con la Chiesa Cattolica e nasceva il monstrum
giuri- (37) Che il cosiddetto Concordato abbia sortito un effetto
a dir poco nefasto sulle sorti, non solo dello stesso fascismo (come le
vicende stori- dico della Citta del Vaticano. Veniva con ciò tolta
ogni speranza residua di azione all’interno de¬ gli ambienti ufficiali,
sia da parte di Evola che di Re- ghini e di altri autorevoli esponenti,
restati per lo più in ombra, del «tradizionalismo romano»: alcuni
di loro, come già si è accennato in nota, abbandonaro¬ no per
sempre l’Italia per il Nuovo Continente nel corso degli anni
Trenta. Restava il «programma minimo» indicato ancora da
Evola in Imperialismo pagano, secondo cui il fa¬ scismo avrebbe
dovuto: «promuovere studi di critica e di storia, non parti-
giana, ma fredda, chirurgica, sull’essenza del cristianesimo. Contemporaneamente
dovrebbe promuovere studi, ricerche, divulgazioni sopra il lato
spirituale della paganità, sopra la sua visione vera della vita.].
che successive ben presto dimostrarono, avvalorando i timori di
Reghini e di Evola), ma della stessa Italia del dopoguerra, lo
sperimentiamo ancora oggi sulla nostra pelle, dopo che un quarantennale
dominio clericale-borghese ha provveduto, quasi in ogni campo, ad
addormenta¬ re la coscienza delle «masse» ed a stroncare, con un
autentico «terrorismo di Stato», qualsiasi velleità di reazione delle minoranze
coscienti della necessità di mutare uno stato di cose ormai
incancrenito. Mussolini non si era reso conto che prima di lui
uomini non so¬ lo autoritari, ma dal potere assoluto — gli Ottoni, gli
Svevi, perfino Carlo V ecc. — si erano dovuti pentire di ogni intesa,
patto e transazione con la Santa Sede. ogni intesa tra Santa Sede e Stato
italiano avrebbe significato unicamente il riconoscimento giuridico della
validità Chi avesse pensato che la Scuola di Mistica Fascista,
fondata significativamente poco dopo la «Conciliazione», nell’ambito
del G.U.F. di Milano per opera di Nicolò Giani, avrebbe svolto una
funzione del genere, avrebbe dovuto ben presto ricredersi amaramente. In
realtà, il sentimento religioso dichiarato di quella che avrebbe voluto
costituire Vélite politico-intellettuale del fascismo si configurava con
precisione come cattolico. Lo dichiara, in una maniera che non potrebbe essere
più esplicita, lo stesso fratello del «Duce», Arnaldo Mussolini, in
un discorso tenuto alla Scuola. La nostra esistenza deve essere inquadrata in
una marcia solida che sente la collaborazione della gente generosa
e audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi fissi in alto, perché ogni
cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contingente od eterna,
nasce e finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico che si chiama
talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio nostro
Signore, creatore del cielo e della terra, e del suo Figliolo che un
giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà,
speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra esistenza terrena.].
dei principii su cui si fonda l’ingerenza della Chiesa nelle questioni
del¬ lo Stato italiano» (N. SERVENTI, Dal potere temporale alla
repubblica conciliare. Volpe, Roma2). Cfr. «11 Popolo
d’Italia» del 1° dicembre 1931. Sulla «Scuola di Mistica Fascista», si
veda: D. MARCHESINI, La scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano. E il
filosofo Armando Carlini, discutendo della nuova mistica, ravvisava la
nota più originale del fascismo proprio nel suo presupposto «religioso,
anzi cristiano, anzi cattolico; perché «il Dio di Mussolini vuol
essere quello definito dai due dogmi fondamentali della nostra religione:
il dogma trinitario e quello cristologico. Quel programma che abbiamo
detto minimo cercherà Evola più tardi in parte di compiere con
l’organizzare il lavoro di alcuni suoi insigni collaboratori attorno al
«Diorama filosofico», la pagina speciale che, con uscita irregolare e
alterna, quindicinale e mensile, cura all’interno del quotidiano cremonese di
Farinacci, «11 Regime Fascista». La tematica della tradizione romana, esaminata
nei suo simboli, nei suoi miti, nella sua forza spirituale, ritorna qui
frequentemente negli scritti dello stesso Evola, di Giovanni Costa (già
da noi incontrato), di Massimo Scaligero e di diversi collaboratori
stranieri, come Edmund Dodsworth (appartenente alla famiglia reale
britan¬ nica) e lo storico tedesco Franz Altheim. Analoghe
collaborazioni sono fornite dall’allora giovane An¬ gelo Brelich, in
quell’epoca sconosciuto, ma destinato nel dopoguerra a ricoprire degnamente
l’impor- (40) A. CARLINI, Mistica fascista, in «Archivio di studi
corporativi». Saggio sul pensiero fUosofico e religoso del fascismo, Roma
tante cattedra, che fu del Pettazzoni, di Storia delle Religioni
nell’Università di Roma, e da Guido De Giorgio, già collaboratore di «Ur»
e di altre iniziative evoliane. Nel contesto della corrente da noi defi¬
nita del «tradizionalismo romano» il De Giorgio occupa una posizione piuttosto
anomala e tale che il Reghini avrebbe visto con sospetto: egli infatti
concepisce in Roma la sede eterna, geografica e storica, ma soprattutto
metafisica, in grado di unire in sé stessa la religione pagana e il
cristianesimo, tesi ela¬ borata soprattutto ne La tradizione romana.
D’altra parte, è lo stesso De Giorgio a ribadire con sorprendente
sicurezza la persistenza del culto di Vesta in un misterioso centro,
nascosto e inaccessibile: «Il fuoco di Vesta arde inaccessibilmente
nel Tempio nascosto ove nessuno sguardo profano sa- [L’uscita
alle stampe di questa edizione (presentata come Ed. Flamen, Milano) offre
contorni alquanto misteriosi. In ogni caso, il manoscritto dell’opera
sarebbe stato consegnato all’autore della nota introduttiva, «ASILAS»
(che corrisponderebbe ad uno degli ispiratori del «Gruppo dei Dioscuri» e
nel contempo autore di due dei fascicoli omonimi [si veda poi]), da un
antico componente del Gruppo di Ur, che noi sappiamo corrispondere al
«TAURULUS» , cioè Corallo Reginelli, tuttora vivente.
L’uscita della Tradizione romana, in ogni modo, è stata 1
’occasione per una salutare riflessione sul tema da parte dell’ambiente
tradizionalista nella prima metà degli anni Settanta, sia da parte cattolica
(si veda¬ no il bollettino «Il rogo», e la successiva rivista «Excalibur»),
sia da parte propriamente «pagana» (si veda la nostra recensione dell’opera del
De Giorgio, confortata da un parere di Evola, in «Arthos» n. 8:
essenziale come punto di ripresa del discorso sulle origini della
tradizione romana). prebbe penetrare e a lui deve l’Europa intera la sua
vita e il prolungamento della sua agonia. Da questo fuoco occulto partono
scintille che alimentano le crisi e risollevano periodicamente l’esigenza
del ritorno alla Romanità attraverso le varie vicende di cui s’intesse la
storia delle nazioni europee considerata geneticamente, internamente e non sul
piano li¬ mitatissimo della contingenza dei fatti e degli uomini. Queir
immane conflitto, già previsto da Evola nel 1928, e che anche il De
Giorgio giudicava del tutto inefficace, «se non addirittura letale per lo
spirito e il nome di Roma» (44), avrà in effetti come risultato più
manifesto, per i fini dello studio che qui andiamo conducendo, di occultare del
tutto le fila della corrente di pensiero di cui siamo andati ripercorrendo
la trama. Solo verso la fine degli anni Sessanta è proprio la
ristampa dell’evoliano Imperialismo pagano (e la scelta pare
significativa), curata nel 1968 dal «Centro Studi Ordine Nuovo» di Messina
(45), a tentare [ GIORGIO, (vedi anche L’edizione, ciclostilata, con
copertina stampata in azzurro, venne tolta subito dalla circolazione in
quanto non autorizzata da Evola: la si può considerare oggi una vera
rarità bibliografica. di riannodare i termini di un antico discorso:
«L’angoscioso grido d’allarme rivolto dall’Autore a Mussolini per
metterlo in guardia contro il ventilato proposito della cosiddetta
“Conciliazione’)) si afferma nell’anonima introduzione — «risuona oggi con
inusitata attualità e fa si che Imperialismo pagano venga guardato come un
oracolo». Ed è proprio provenendo dalle fila di «Ordine
Nuovo», un’organizzazione che lo stesso Evola ha tenuto in buona
considerazione — almeno fino a che
la sua ala borghese¬ modernista, condotta da Rauti, non confluì nel
MSI — che comincia ad agire, tra la fine
degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta, il «Gruppo dei
Dioscuri», con sede principale a Roma e diramazioni a Napoli e Messina. Pare
assodato che all’interno del «Gruppo dei Dioscuri» venissero riprese [EVOLA,
Il cammino del cinabro, cit., p. 212: «L’unico gruppo che dottrinalmente
ha tenuto fermo senza scendere in compro¬ messi è quello che si è
chiamato AeWOrdine Nuovo». L’interesse dei «tradizionalisti romani» nei
confronti di «Ordine Nuovo» si esaurisce sin dall’inizio degli anni
Settanta, allorché, da una parte, la frazione rautiana rientrata nei
ranghi del MSI si isterilì in fatui ed estenuanti «giochi di potere» all’interno
del partito e in declamazioni populistico-giovanilistiche (non a caso la
cosiddetta «Nuova Destra» proviene quasi esclusivamente da quell’ambiente
torpido ed ambiguamente compromissorio), dall’altra, la frazione
«movimentista» ed extraparlamentare condotta da Clemente Oraziani ed
altri si smarrì nelle velleità inconcludenti e pericolose della «lotta di
popolo», con conseguente ed inevitabile suo annientamento da parte del
Potere vero. tematiche e pratiche operative già in uso nel «Gruppo di Ur» ed è
perlomeno probabile che lo stesso Evola ne fosse al corrente.
Fatto sta che nei quattro «Fascicoli dei Dioscuri», usciti in quel
torno di tempo, l’idea di Roma da una parte e di un Centro nascosto
dall’altra, a cui il tra¬ dizionalismo dovrebbe far riferimento,
ritornano con grande evidenza. Per l’anonimo autore del primo
«Fascicolo dei Dioscuri», intitolato Rivoluzione tradizionale e sovversione
(Centro di Ordine Nuovo, Roma), il più grande dei meriti di Evola è
quello: «di avere rammentato il destino di Roma quale
portatrice dell’Impero Sacro Universale e di avere tratto da tale verità
le necessarie conseguenze in ordine alle idee-forza che devono essere
mobilitate per una vera rivoluzione tradizionale». Qualche anno
dopo, al termine del terzo «Fascicolo» intitolato Impeto della vera cultura, il
mito di Roma viene additato come l’unico che sia in grado di condur¬ re
ad una superiore unità gli sforzi di tutti i tradizionalisti italiani:
«a tutti i tradizionalisti, anziché proporre uno dei tanti miti
soggetti a rapido e facile logoramento, si può ricordare la presenza di
una forza spirituale perennemente viva e operante, quella stessa che il
mondo classico ed il medio-evo definirono l’AETERNITAS ROMAE» Il «Gruppo
dei Dioscuri» ebbe notevole importanza come cosciente riconnessione alle
precedenti esperienze sapienziali e come indicazione, per taluni
elementi particolarmente sensibili dell’area della de¬ stra radicale, di
possibili indirizzi e sbocchi futuri del «tradizionalismo romano», anche
se la particolare via operativa scelta e, soprattutto, la mancata
qualificazione di taluni componenti, porterà ben presto alla distruzione
dall’interno del Gruppo stesso, di cui non si sentirà più parlare già prima
della metà degli anni Settanta (ci viene detto che frange disperse
del gruppo continuerebbero a sussistere soprattutto a Napoli). È tuttavia da
supporre che alcuni dei gruppi periferici, sia pure trasformati, ne abbiano
continuato il retaggio se, ad esempio, a Messina, molto probabilmente
nell’ambito di alcuni dei vecchi membri del «Gruppo dei Dioscuri» viene
elaborato un testo dottrinale ed operativo, a circolazione interna, sotto
forma di «lezioni» di un maestro a un discepolo, piuttosto interessante.
La via romana degli dèi: «Diremo anzitutto dell’essenza della
tua religiosità, fornendo alla tua mente profonda gli argomenti per una serie
di esercizi di meditazione affinché con saldo cuore, tu possa prepararti
all’assolvimento del rito» [ La via romana degli dèi. Istituto di Psicologia
Superiore Operativa, Messina (ciclostilato ad uso interno),E certamente non
priva di connessioni genetiche col gruppo romano appare la sortita,
improvvisa, verso la fine degli anni Settanta, nella stessa Messi¬
na, del «Gruppo Arx», successivamente editore del periodico «La
Cittadella» e degli omonimi quaderni, in cui senza alcuna attenuazione i
possibili itinerari di approccio alla «via romana degli dèi» sono
indicati attraverso la cosciente riappropriazione del- Vanimus
romano-italico, rivissuto nel rito stesso, e nel rigetto, sostanziale e
formale, di ogni adesione a forme anche esteriori del culto
cristiano. Quanto segue è storia dei nostri giorni, dal mo¬
mento che proprio con l’inizio degli anni Ottanta vi è stata una nuova
cosciente ripresa del moderno «movimento tradizionalista romano», una cui
rimanifestazione «pubblica» si estrinsicherà in una data ed in un luogo
alquanto significativi. Infatti nel 1981, il 1° marzo (data in cui
iniziava l’anno sacro romano), a Cortona (donde in epoca
primordiale Dardano, figlio di Giove, si sarebbe mosso alla volta
della Troade) si tenne un importante Convegno di studi sulla Tradizione
italica e romana, che, a [Gli Atti sono stati pubblicati nel numero
speciale triplo di «Ar- thos» n. 22-24, daU’omonimo titolo, di pp. 192.
Per una sintetica analisi sulla diversa valenza del termine «italico» nei
vari interventi, cfr. R. DEL PONTE, Che cos’è la tradizione italical, in
«Vie della Tradizione» parte l’emergenza di differenti prese di posizone
dei tradizionalisti presenti, ebbe il merito di riproporre la
questione — non puramente dottrinale o formale — di una cosciente
riconnessione aWaurea catena Saturni della tradizione indigena da parte
di chi, pur in quest’epoca di totale dissoluzione di ogni valore,
intenda coscientemente riassumere il fardello delle proprie radici
etniche e spirituali. Successivamente ad un nuovo Convegno a Messina, sul
Sacro in Virgilio, la rielaborazione dottrinale e la ridefinizione concettuale
dei valori difesi dagli attuali esponenti del «tradizionalismo
romano» (di cui è parte cospicua anche l’apparire alle stampe di alcune
collane di libri specifiche) si è spostata su un piano più interiore, ma la
loro presenza è destinata a riaffiorare a livello di influen¬ za
sottile e indiretta di gruppi o ambienti eticamente sensibili di un’area
superante i limiti stessi del mon¬ do della «destra politica».
Il futuro dimostrerà se la funzione di questa mi¬ noranza (ben
cosciente di esserlo) si limiterà ad una [Gli Atti sono stati
pubblicati in buona parte nel numero speciale di «Arthos» ,
daH’omonimo titolo. [Ci limiteremo a ricordare la collana «1
Dioscuri» per le ECIG di Genova, in cui figurano L’oltretomba dei pagani
di C. Pascal, il mio Dèi e miti italici. La religiosità arcaica dell
’Eliade di N. D’Anna e Arcana Urbis di M. Baistrocchi (in stampa); o quella di
«Studi Pagani» del Basilisco di Genova, in cui sono comparsi testi di
antichi (Giuliano Augusto, Giamblico, Simmaco, Porfirio) e di moderni (Guidi,
De Angelis, Beghini, Evola ecc.). pura e semplice azione di
testimonianza, sia pure «scomoda» per molte cattive coscienze. Il «mito
capacitante» di Roma, come l’antica fenice, è destinato a risorgere
continuamente dalle sue ceneri, poiché riposa nella mente feconda degli
dèi archegeti di questa terra. Appendici
documentarie Da: «Il Piccolo» di Roma: Il Fascio littorio a
Mussolini» Il giorno 19 scorso, presentata dall’esimia prof.a
Regina Terrazzi, fu dall’on. Mussolini ricevuta la dott.a prof.a Cesarina
Ribulsi, che offriva al Presi¬ dente del Consiglio come augurio per la
data del XXIV Maggio un fascio littorio da lei esattamente
ricostruito secondo le indicazioni storiche e iconografiche.
L’ascia di bronzo è proveniente da una tomba etrusca bimillenaria
ed ha la forma sacra col foro per la legatura al manico: alcuni esemplari
simili so¬ no conservati nel nostro Museo Kircheriano. Le
dodici verghe di betulla, secondo la prescrizio¬ ne rituale, sono legate
con stringhe di cuoio rosso che formano al sommo un cappio per poter
appen¬ dere il fascio, come nel bassorilievo per la scala del
Palazzo Capitolino dei Conservatori. Il fascio ricomposto con
elementi antichissimi e nuovissimi è stato offerto al Duce come simbolo
della sua opera organica di ricostruzione dei valori del¬ la nostra
stirpe allacciando le vetuste origini alle fome più vibranti dell’attività
gagliarda e rinnovata che prende le mosse. La rudezza
espressiva del Fascio è ingentilita dal contrasto tra il verde della
patina bronzea e il rosso del cuoio che ricorda la stessa armonica
tonalità che producono le colonne di porfido presso la porta di
bronzo àcWheroon di Romolo, figlio di Massenzio, al Foro Romano.
L’offerta era accompagnata da una epigrafe latina dedicatoria
composta dall’offerente, la quale nell’Università Popolare fascista svolge una
fervida opera di propaganda di romanità viva. Il Duce gradì
l’augurio ed il voto accogliendoli colla sua consueta serena nobiltà, non
senza un segno della vivacità del sorridente suo spirito latino: «Lei mi
ha dato una lezione di storia» — osservò in tono scherzoso. Singolari
parole in bocca di chi dà e darà non poco a fare agli storici
futuri. (La notizia è riportata in una rubrica dedicata a «I
solenni riti del XXIV Maggio», senza indicazione di paternità). Da:
IGNIS, Rumori. Sacrae Romae origines, tragedia in cinque carmi. Editrice
Libreria del Littorio, Roma pag. non numerata, IV dopo il
frontespizio: LETTERA DI ARDENGO SOFFICI A S.E.
MUSSOLINI Mio caro Presidente, (...) permettimi ti dia,
scritte e sottoscritte anche da me, che ne resto garante, al¬ cune
prove di pregi eccezionali della tragedia, che, in fondo, in un vero
poema epico delle origini, è l’esal¬ tazione di oggi della nostra stirpe.
Comincio da un mio giudizio, già a te noto; Rumori è tragedia roma¬
na che può stare a paro col Giulio Cesare di Shakspeare (...) ti fo osservare
che il titolo di Poeta di Ro¬ ma, dato da Jean Carrère ad ignis, si è
dato solo a Virgilio e ad Orazio: Augusto, vive, oggi, tra noi tutti in
ispirito, più per questi due poeti, da lui protetti, che per la sua
politica imperiale. E tu vedi come Rumori sia stato giudicato,
prima ancora che esistessero l’idea e la forza fascista, tragedia degna
di Roma quando competenti — dai nostri a Carrère, ed a me che sono
l’ultimo al giudizio — corrono all’iperbolico per lodare Rumori di ignis
bisogna concludere che ci si trova da¬ vanti ad un’opera d’arte somma, e
per fortuna nostra, d’arte italiana — opera che è, anche per se stessa, di alto
significato politico, e di spirito fascista (...) Mi rileggo, e mi credo,
caro Presidente ed amico carissimo, di averti scritto una lettera
storica. Fai che non sia stata scritta invano, ma invece il tuo no¬
me vada unito a quello della tragedia Rumori, al poema di Roma e degno di
Roma: e di questo lega¬ me in avvenire, spero che tu possa essere un po’
gra¬ to al tuo affezionato amico e devoto ARDENGO
SOFFICI pag. successiva non numerata: IL MINISTERO
DEGLI AFFARI ESTERI Caro Soffici, bisogna assolutamente far
marciare Rumori. Il Governo appoggia fervidissimamente l’iniziativa
perché essa rientra nel grande quadro della rinascita nazionale.
Saluti fascisti e cordialissimi. f.to MUSSOLINI
Roma, AUGURE Manifesto è dunque: amor — essere — ROMA.
Se tutte move, ed incende, le create cose... legge si è — Amor —
dell’universo vita... così, un tanto Nome, a noi predice: dono di
regno e potestà sovra ogni terra, e dello spirito, e d’imperio.
Confirmato si è, per te, prodigioso il vaticinio. Non pronunciati
mai più sien i Nomi occulti... su la Città terribili chiamerebbero
fortune... Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai Pontefici.
Né mai più, tu, l’eccelso pronuncia Nome palese, se concluso non avrai,
prima, il solco sacro. Permesso e commesso mi è: Nunziare, allora,
in gran letizia, al Popolo... quel Nome che licito non più mi è
dire quando, già per tre volte, qui, in tre diversi suoni, de
la gran Madre nostra il Nome risonò. {Dispiega le dita della
sinistra, ad una ad una, per numerare i significati del nome). Di
significati cinque: È... ’l Nome palese, latore, con
l’occulto: Chiama la Città: Valentia... Ròbure... Virtù! e
ancor: Madre... Mamma... Alma Nutrice! Vostra — nei nomi vostri —
oh Re! suoi fondatori... Come del grande Rumon: URBE: la Città del
Fiume! {Pausa) Ammirate! se gli Dei saputo abbiano
addensare, in così breve Verbo, sì pieni... tanti arcani.
Mirifici! donando Nomi nove: in quattro occulti ed un — Medio
— palese, e quando, nove, siamo al Rito. Ili Da: COSTA,
Apologia del paganesimo, Formìggini. Il pagano è, per definizione, buono. Né un
greco, né un romano avrebbero concepito che l’uomo potesse esser qualcosa
di diverso da ciò, che in lui litigassero per così dire due nature, che la
manifestazione esterna fosse diversa dall’interna, che né nella vita
individuale, né in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni,
compromessi. Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale
supre¬ mo della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita
nelle cose umane. Egli vive quindi la vita interamente, dolorosamente,
gioiosamente a un tempo, con un pragmatismo sano e forte che non
ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente all’uomo
cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e
culturali che si sono formate a lui d’intorno, una distinzione ed
una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico, dal suo
essere apparente, esteriore, materiale. All’antico quando di questa scissione
apparve per un momento la possibilità, egli ne cacciò da sé l’idea, ne
biasimò perfino la concezione. La concezione pagana della vita ha
fatto perciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha affermato il carattere, ne ha
provocato 1 ’azione. Ecco perché la vita nel paganesimo ha avuto tutto il
suo massimo sviluppo ed è stata accettata non come un male, ma come
un bene che bisognava con interezza di carattere vivere interamente
e sanamente per sé e per gli altri : Per stabilire
l’equilibrio l’uomo deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si
è mostrato divina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma
paganesimo è sincerità e l’uomo deve ritornare ad essere sincero. Il cozzo a
cui l’ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire il
messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saper¬ lo
fare, deve risolversi in armonia se egli vuol sanare in sé l’eterno
dissidio. Lo spirito e la carne debbono avere il medesimo valore ed il
loro prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di
individuo, di momento e di luogo che l’uomo può intravvedere, non deve violare
con convinta testardaggine. L’equilibrio di queste forze, l’esteriore e
l’interiore, quindi, deve essere nella dottrina, come nella vita,
assoluto. Da: Im via romana degli dèi, ciclostilato anonimo,
Messina: L'immagine di un dio è lo stemma della Forza che
essa rappresenta. A tutti i fini pratici tali immagini sono personae,
perché qualsiasi cosa possano essere nella realtà esse sono state
personalizzate e forme di pensiero sono state proiettate su un altro
piano. Alcune di queste immagini e le loro attribuzioni sono così antiche
e sono state costruite con tanta ricchezza di lavoro sottile da essere
capaci di rico¬ struirsi da se stesse, durante l’eventuale lavoro
di meditazione, che l’allievo può fare su una divinità. Resta un
minimo «invito», un minimo stimolo, perché il meccanismo scatti e l’immagine si
ricompon¬ ga, sia pure su un piano semplicemente psichico. Così,
della limatura di ferro, dispersa su un piano, si raccoglie intorno ad un
magnete che venga posto in mezzo. Se il magnete è forte esso attirerà i
granelli anche se essi sono pochi e molto distanti. AMKDKO R(K ( () ARMKM
ANO (imda «Ygieia», Reghini Piscio littorio a Mussolini n
florno If »cor*o. pr^eniaU dalla tsl- bjU prof.» Rcidna Trmiizl. fa
rtalTon. Maa. aOltnl rlotwta la doti.» pmf.» Osarina RI- baiai cba
offriva al Proatdanta dr’. Conti¬ guo romo aufurln la data de) Mabfio «n
falcio littorio da lei eaattamcDte licoatndto lecoudo la lodicaslonl
atorictie e leooograflclia. l.‘aicla di bronra k prorenlenU
dm aoa tomba etmaca hlmtneoarta ed ba la forma aorra eoi foro per
la Vantura hi manico: alcool eaamplan slmili sono coosenrat: :.«!
nostro Ma.*«o Klrcberiamo. é La dodict verace di l>ctulla.
ascondo la prescrizione rit'iale. sono legala con tirisele cuoio rosso
cba formano al tonimo ua cappio per poter appendere fi fascio,
conta nel ba.MorUiero per la acala del Pa lazzo Capitolino dd
Conaenalori. Il fascio ricomposto con elementi antl- fhlHilmt
a nuoTltaUnl k stato offerto al Dora come simbolo della saa opera onrantea
di rieoatruztona del valori della no- Mra attrpa ,,,allacciando le
veia«ie origini alla fonn più vibranti dell'attività ga- giarda a
rinnovata cha prendo la mosse Là rudezza espressiva dal Fascio è ingantlHta
dal contrasto tra (I verde della patind bronsea e U rosso del molo che
ri¬ corda la stes.aa armonica tonalità che pm- doeono le colonne di
porfido presso la porta di bronzo deD'brroon di Itomdlo, figlio 41
Massenzio al foro romano. L'oflerla efa accompagnata da ani epl-
graia latina dedicatoria composta dall'orfarente. la quale nell'UntvcnUtà
Popolare faartsta avolga una fervida opera di pro- pafgada di
romani Ih viva. n Duca gradi raugorto a fi voto acro-
Mlaodoll colla sua consueta serena nobiltà. 2«m senza tm segno della vivacità
del sor> ridaots ano spirito latino: Let mi ba dato nna testone
di storiaosservò In tono aehanoao. Btngolart parole In bocca di
r.hl db a darà non poca a fare agli storici fu- tnrl
Riproduzione da «11 Piccolo. Grice: “Like Reghini, of the movimento
tradizionalista romano, Enriques was, for different reasons, all into
Pythagoras’s ‘arimmetica’!” -- Federigo Enriques. Enriques. Keywords: implicature
arimmetica, unity of science, history of logic, foundations of mathematics, the
synthetic a priori. Grice e Enriques su Peirce, l’arimmetica pitagorica,
Reghini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Enriques” – The Swimming-Pool
Library.


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