Grice e Damocle – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide, a Pythagorean.
Grice e Damone: all’isola -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Damone was a Pythagorean.
According to Giamblico di Calcide, when Dionisio di Siracusa condemns Damon’s
friend Fintia di Siracusa to death, Fintia asked for time to arrange his
affairs, saying Damone would stand hostage for him while he is away. Dionisio
is amazed when Damone agrees to the arrangement, and even more amazed when
Fintia duly returned at the end of the day to accept his punishment. Dionisio
was impressed and asked to join their sect – but they turned him down.
Grice e Damostrato – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Damostrato, or Demostrato. Roman senator. He was a
historian as well as an authority on fish and fishing. He is said to have been
particularly interested in paradoxes and was regarded by some as a philosopher.
Grice e Damotage: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Grice e Dalmasso: l’implicatura
conversazionale della giustizia nel discorso – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Milano).
Filosofo italiano. Grice: “Dalmasso is what at Oxford we call a ‘derivative’
philosopher, and at Cambridge a ‘Derrideian’! But he’s written some original
work too, mostly as editor, as in “La passione della ragione” – he has also
explored ‘discourse’ in terms of ‘rationality’ and ‘fairness’ – In my model,
both conversationalists are symmetrical, so questions of unfairness do not
apply! I took the inspiration from Chomsky!” – Si laurea a Milano. Insegna a
Calabria, Roma, Pisa, e Bergamo. Membro della Societa Italiana di Filosofia
Teoretica. Studia Derrida, ha commentato “La voix et le phénomène” e “De la
grammatologie (Jaca Book). Comments on “L’offerta obliqua” e “Passioni” --Dai
problemi del soggetto del discorso e della genesi del segno nel dibattito sul
nichilismo i suoi interessi si sono rivolti alla ragione in rapporto all'etica
e Hegel. Pubbllica in Oltrecorrente, di Magazzino di Filosofia. Altre opere: Hegel,
probabilmente. Il movimento del vero (Milano: Jaca).Hegel e l'Aufhebung del
segno, Chi dice io. Chi dice noi (duale). L’implicatura del noi duale. Razionalità
e nichilismo, Jaca, Milano, La passione della ragione. Il pensiero in gabbia.
La politica dell’imaginario, la verita in effetti. La sovranita in legame.
Etica e ontologia: fatto, valore, soggetto, l’interosoggetivo. Il tra noi.
Di-segno – la giustizia nel discorso. Hegel e
l’Aufhebung del SEGNO. L'implicatura del noi duale. L’intreccio fra sapere
e ragione Il tema della filosofia di Dalmasso riguarda la domanda originaria.
Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin dall’inizio
della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo e di dominio
dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su sé stessi che
si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali e
più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’interiorità nella sofistica e in Platone, l’anima
(animatum) ha funzionato come principio originario in una forma diversa
che il dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie
non solo immediate e speculari, il logos (la ragione), il noein come conoscenza
e misura di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista
tutto il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero
tardo-antico, a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita
come il luogo e il venire a coscienza del rapporto con lo stesso “nous,”
cioè con il formularsi dell’originario (uno, bene o atto che
sia). Grice e Dalmasso scelgono di leggere Bradley e Hegel. Scelta motivata
da loro interessi di ricerca, ma anche, più ampiamente, dall’attualità
di un linguaggio che è in grado di riformulare questioni sull’assetto
moderno del sapere e sul soggetto – e l’intersoggetivo -- di tale sapere.
Su un ‘noi’ duale, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo di due anime. Sapere su di un noi duale è comunque
per Hegel un sapere sulle strutture di un noi duale chi, che sono in grado
di formulare una domanda originaria. Il testo, di cui Bradley
propone alcune note essenziali di commento, riguarda i paragrafi
dal 440 al 458 della “Psicologia razionale” sezione della Filosofia
dello Spirito contenuta nella edizione dell’Enciclopedia. A differenza
dell’“antropologia”, in cui due anime sono considerate come l’aspetto
immediato della vita dello spirito (le due anime considerate come il
sonno dello spirito, problemi del rapporto delle due anime con I due corpori,
questioni del sonno, della veglia, delle sensazioni ecc.) la Psicologia
non è scienza delle due anima, ma scienza del sapere intorno alle due
anime, cioè scienza veramente tale, nella sua portata concettuale.
Per Bradley e Hegel, ‘scienza’, Wissenschaft, ogni scienza, e soprattutto
quella scienza massimamente rigorosa che è la filosofia (‘regina
scientiarum) è scienza sempre di secondo grado: scienza che controlla e
che ha come oggetto la sua stessa genesi. La filosofia e la regina
scientiarum, la scienza che misura il negativo rispetto al suo assunto
e al suo stesso metodo, scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del
suo stesso sapere e di comprendere il rapporto dinamico, generativo
e mai astrattamente “speculare” o reflessivo delle due anime, in cui la inter-conoscenza
si costituisce. Così, nel caso del testo commentato da Bradley, i contenuti
della psicologia sono curiosamente tutti diversi da quelli che nell’assetto
della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si aspetterebbe da
una psicologia del tipo elaborato a Oxford dai Wilde lecturer in ‘mental
philosophy”: Stout, -- cf. Prichard – cit. da Grice, “Intention and
dispositions”. La psicologia filosofica o razionale non è scienza delle
leggi delle anime o psichai, ma del movimento generativo delle leggi
delle anime o delle psichai. I testi che sono oggetto del commento di
Bradley sono, come Bradley nota, estremamente difficili. Prima di cominciare
Bradley fa qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale
nella lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti
di vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”, nel
nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per i ‘tuttee’.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, due anime: mittente e recipiente. Questioni, dette altrimenti,
di sintonizzarsi con il testo che, per quanto riguarda il metodo
filosofico di Hegel, non può essere altro che ripercorrere l’elemento
generativo del significato di ciò che Hegel explicitamente communica.
Senza di questo incessante ripercorrimento a livello della genesi
del testo, il suo ‘segnato’ posse appare incomprensibile o appiattito.
Appiattito come su di una superficie, in modo che il gioco delle interpretazioni
del tutee, anche nel caso si tratti di studioso molto qualificato, tende
spesso a sbizzarrirsi in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere
ideologico-metafisico. Il minimo comun denominatore è la perdita
del nesso fra il segnato di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo
di tale segnato. Così si può separare perfino il concetto di negativo
dal concetto di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo
incomprensibili entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente,
anzi malessere spesso diffuso anche nel commento di Bradley. Iniziamo
la lettura partendo dalle prime righe del par. 440. Lo spirito si è
determinato divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè
la verità di quella totalità semplice e immediata e di questo sapere.
Adesso il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da
quel contenuto, non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è
sapere della totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva, ma
intersoggetiva. ll problema del rapporto fra il sapere e la ragione
inaugura qui il dibattito sulla scienza della psiche. L’intreccio fra
sapere e ragione inizia a dipanarsi nel paragrafo seguente:
L’anima è finita nella misura in cui è determinata immediatamente,
cioè determinata per natura. La coscienza è finita nella misura
in cui ha un oggetto. Lo spirito è invece finito, “insofern ist
endlich,” nella misura in cui esso, nel suo sapere (in seinem Wissen)
non ha più un oggetto, ma una determinatezza, nel senso che è finito
per via della sua immediatezza e — che è la stessa cosa — perché è soggettivo,
è cioè come il Concetto. Lo spirito è finito nella misura in cui esso,
nel suo sapere, non ha più un oggetto, ma una determinatezza. Lo spirito
sembra essere quell’attività in grado di contenere e controllare l’intreccio
fra la ragione e il sapere, anche se ora solo nella forma dell’immediatezza.
L’intreccio si organizza su due poli: la ragione e il sapere. Essi si
implicano reciprocamente. A seconda che si consideri come concetto
la ragione o il sapere. Qui è indifferente ciò che viene determinato
come concetto dello spirito e ciò che viene invece determinato come
realità o “Realität” di questo concetto. Se infatti la ragione assolutamente
infinita, oggettiva, viene posta come concetto dello spirito, allora
la realità è il sapere, cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a
essere considerato come il concetto, allora la realità del concetto
è questa ragione e la realizzazione (Realisierung) del sapere consiste
nell’appropriarsi della ragione. La finitezza dello spirito
pertanto consiste in ciò: il sapere non comprende l’Essere
in-sé-e-per-sé della sua ragione. In altri termini: la ragione non si
è manifestata pienamente nel sapere.4 C’è un dislivello dunque
strutturale con la ragione che funziona nel sapere. Dislivello
strutturale che per i greci era invece costituito dal rapporto fra il
sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata come realtà del sapere
o come realtà della ragione, si costituisce e funziona per Hegel come un
farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e verginità dell’origine
è introvabile. La questione di un sapere dello/sullo spirito si
articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere dello spirito
è sviluppo (“Entwicklung”) nella misura in cui la sua esistenza, il sapere,
ha entro se stessa l’essere — determinato in sé e per sé, cioè ha per
contenuto, “Gehalte,” e per fine, “Zweck” il razionale, “Vernunftige.”
L’attività di trasposizione è dunque puramente e soltanto il passaggio
formale nella manifestazione e, in questa, è ritorno entro sé,
“Rückkehr in sich.” Nella misura in cui il sapere, affetto dalla sua
prima determinatezza, è soltanto astratto, cioè formale, la meta
dello spirito è quella di produrre il ri-empimento oggettivo, “die
objective Erfüllung hervorzubringen,” e quindi, a un tempo, la libertà
del suo sapere. In questo testo il movimento del sapere e il suo saperne
si articola come questione della conoscenza dell’originario. Tale
questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà. L’avventura
dello spirito che è sempre un appropriarsi, un far proprio, qui, e secondo
la radicalità della sua struttura, funziona come appropriarsi del sapere
e coincide con l’avventura della libertà. Il cammino dello spirito
consiste pertanto nell’essere spirito teoretico, cioè nell’avere
a che fare con il razionale nella sua determinatezza immediata, e di
porlo adesso come il suo. Il cammino consiste innanzi tutto nel liberare
il sapere dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere
soggettiva la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e
per sé determinato come sapere entro sé, e poiché la determinatezza
è posta come la sua, quindi come intelligenza libera, il sapere
è volontà, spirito pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso
formale. Il sapere a un contenuto che è soltanto il suo. Esso vuole immediatamente,
e adesso libera la sua determinazione di volontà dalla soggettività e
l’intersoggetivita che la condiziona come forma unilaterale del proprio
contenuto. In tal modo gli spiriti divieneno come spiriti liberi,
nel quale è rimossa quella doppia unilateralità. Lo scorcio teorico fornito
in questo paragrafo merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza
accennato alla cornice della psicologia filosofica o razionale come progetto
scientifico: scienza delle anime che si pone come scienza dei fattori generativi
delle anime. Il percorso dei spiriti che si sforzano di conoscere
se stessi, che tentano di comprendere l’esperienza della lor libertà,
che nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come
storia, in queste pagine prende la via della psicologia come scienza
della libertà. Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi
di sé. La strategia hegeliana implica che l’originario, per i soggetti
(l’intersoggetivo) e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto
di questo appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e di suoi soggetti come etico, pratico, i soggetti del sapere
si dibatteno «in una bi-lateralità»: la rappresentazione che i soggetti
fano di sé come suoi e l’immediatezza di tale rappresentazione. Le
libertà dell’anime è pensabile come lo spiazzamento in cui i soggetti
del sapere conosceno il loro essere fatto, nonostante e attraverso
il loro co-fare (co-operare) impossibilitato a cogliere l’identità fra
sé e le loro immagini. Questa divisione e dislivello interno che è
l’impossibilità di cogliere l’origine del proprio costituirsi è per
Hegel l’Intelligenza (cf. H. L. A. Hart, su Holloway, “Language and
Intelligence” – Signs). Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione
e tale dislivello vanno ad occupare il posto della classica opposizione
fra il dentro e il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità
concreta dei due momenti — vale a dire, immediatamente, di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e di essere immersa
nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col proprio
ricordo —, è intuizione. Il cammino dell’Intelligenza sta proprio
nel battere in breccia l’opposizione fra il dentro e il fuori. Le
intelligenza, quando ricordano inizialmente l’intuizione, poneno
il contenuto del sentimento nella propria interiorità, nel loro proprio
spazio e nel loro proprio tempo. In tal modo il contenuto è immagine,
liberata dalla sua prima immediatezza e dalla dualità astratta rispetto
all’altro soggetto, in quanto essa è accolta nella dualità del noi. Questo
battere in breccia, visto dal punto di vista dell’intelligenza, è l’immagine.
L’intelligenza possiede dunque le immagini. L’intelligenza è il
Quando e il Dove dell’immagine. L’immagine è per sé “trans-eunte”,
nomade, da una anima ad altra anima, e
l’intelligenza stessa, in quanto attenzione, è il tempo e anche lo spazio,
il Quando e il Dove, dell’immagine. L’intelligenza però non è
soltanto la co-scienza e l’esserci delle proprie determinazioni,
bensì, in quanto tale, ne è anche i soggetti e l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza,
perciò, l’immagine non è più esistente, ma è conservata inconsciamente.
Nell’Anmerkung dello stesso paragrafo Hegel inaugura la metafora del
pozzo notturno per definire il funzionamento dell’intelligenza
come un luogo in cui sono conservate immagini e rappresentazioni che
l’intelligenza stessa non conosce. Hegel prosegue la sua indagine
attraverso una sorta di tiro incrociato fra intuizione ed immagine,
mettendo in azione uno stile agostiniano alla “De magistro” d’AGOSTINO.
Anche la nozione, classica, di “re-praesentatum,” il rappresentato, entra,
ricompresa e ripensata, come dall’interno, nel movimento produttivo
dell’intelligenza. La nozione di “memoria,” come stato
temporario totale, è anch’essa ripercorsa, nella sua struttura classica,
come movimento attivo e imprendibile, funzionante nell’intelligenza
e produttiva di essa, in una svolta decisiva del paragrafo. L’intelligenza
è la potenza che domina sulla riserva di immagini e IL RAPPRESENTATO che
le appartengono. Essa è quindi congiunzione e sussunzione libera
di questa riserva sotto il contenuto peculiare. L’intelligenza si
ricorda ed interiorizza in modo determinato entro quella riserva,
e la plasma immaginativamente secondo questo suo contenuto. Essa
è quindi fantasia, immaginazione SIMBOLIZZANTE, allegorizzante o
poetante. Questa formazione immaginativa più o meno concrete,
più o meno individualizzate, e ancora delle sintesi nella misura in
cui il materiale, in cui il contenuto inter-soggettivo conferisce
un esserci a IL RAPPRESENTATO , proviene dal trovato, “dem Gefundenen,”
dell’intuizione. Passività, evidenza, sorpresa di fonte al darsi originario
delle cose riguarda perciò per Hegel un movimento che ha come suo elemento
lo scenario dell’inte-rsoggetività. Il trovato dell’intuizione, incontro,
evidenza, accoglienza della realtà è pensabile in un registro che è
già una traduzione, un ‘trans-latum.” È nel registro di una traduzione (“trans-latum”)
che nel percorso di questo testo di Hegel, di una traduzione (trans-latum)
del fuori nel dentro e viceversa, che si può avvistare ciò in filosofia
si chiama realtà. Quando l’intelligenza, in quanto ragione,
parte dall’appropriazione dell’immediatezza trovata entro sé, cioè
la determina come un “universale”, ecco allora che la sua attività razionale
procede dal punto attuale, “dem nunmehrigen Punkte,” a determinare
come essente ciò che in essa si è sviluppato in auto-intuizione concreta,
procede cioè a rendere se stessa essere, cosa, il reale. L’intelligenza
stessa così si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Quando è attiva
in questa determinazione, l’intelligenza si estrinseca, “aussernd,”
produce, “produzierend,” intuizione. E fantasia che si esprime in un
“SEGNO” -- “ZIECHEN machende Phantasie,” token-making fantasy – fantasia
che fa SEGNO, fantasia che SEGNA.—L’intelligenza e fantasia che SIGNI-fica. L’intelligenza
esiste in quanto fantasi. Tesi non immediatamente prevedibile nel
dispositivo, intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui
pure spinge, con rigorosa necessità, questa analisi scientifica delle
anime. Una anima, A, SEGNA, l’altra, B, passivamente CAPISCE. Questo testo di Hegel innesca consapevolmente
una polemica ed anche una ri-formulazione metodologica radicale
nei confronti della tradizione empirista, dei sensisti, di Condillac
e degli ideologues. Attraverso le scorribande dell’intelligenza
fra sapere e “SEGNO” (ZEICHEN – inglese ‘TOKEN’ -- , la fantasia che fa SEGNO,
la fantasia che SEGNA –SIGNI-FICA), scienza e realtà, attraverso e al di là
della dialettica fra il positivo e il negativo, fra i soggetti e la
verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza è il suo atto. Esistere
non è l’immediatezza di un che rispetto a se stessi, ma è l’atto in
cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza si rapporta a se
stessa. La fantasia è il punto centrale in cui l’universale e
l’essere, il proprio e il trovato, l’interno e l’esterno – cf. Bradley,
relazione interna, relazione esterna -- sono perfettamente unificati. Le
sintesi precedenti dell’intuizione, del ricordo ecc., sono unificazioni
del medesimo momento, tuttavia si tratta pur sempre di sintesi. Solo
nella fantasia l’intelligenza non è più come il POZZO indeterminato
e come l’universale, bensì è come singolare, cioè come inter-soggettività
CONCRETA nella quale l’relazione è determinata sia come essere sia
come universale.L’intelligenza è inte-rsoggettività concreta solo nella
fantasia con-divisa. Tale questione è chiarita dal seguito della stessa
Anmerkung. Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del proprio e dell’interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determina a verità anche il contenuto. Nell’ “Anmerkung”
successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta decisiva nel
percorso che qui ci interessa: In particolare bisogna ancora
rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto interno
a immagine e a intuizione, e ciò viene espresso dicendo che essa lo determina
come essente, non deve sembrare sorprendente l’espressione secondo
cui l’intelligenza si fa essente, si fa cosa, si fa il reale. Il contenuto
dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e lo è altrettanto
la determinazione che essa gli conferisce. L’immagine prodotta
dalla fantasia è inter-soggettivamente intuitiva, mentre è NEL SEGNO
(ZEICHEN, inglese‘token’) che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità – “eigentliche Anschaulichkeit.” Nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’essere. L’immagine
solo nel “SEGNO” (Zeichen, token) è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente
è coglibile come “SEGNO” (Zeichen, token), non come dato, come dono. Dato e
dono non sono pensabili. Ma neppure sperimentabili nella forma della
presenza, cioè in un darsi -- che, in termini hegeliani, è la materia
dell’intuizione. Essi sono già trascritti nel contenuto interno dell’intelligenza,
cioè come un SEGNO (Zeichen, token). L’elemento imprendibile, enigmatico
della conoscenza è IL SEGNO (Zeichen, token) e non il dato, il dono. Nella
struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio, il non nostro
sovrasta e spiazza nella forma di IL SEGNO (Zeichen, token), non nella forma
del dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una RA-PRESENTAZIONE
-- rappresentazione autonoma -- “selb-ständiger Vorstellung,” e di
una intuizione, la materia dell’intuizione è certo innanzitutto un
qualcosa di accolto, di immediato e di dato – “ein aufgenommenes,
etwas unmittelbares oder gegebenes” -- per esempio il colore della
coccarda e affini. In questa identità però l’intuizione non ha il valore
di RA-PRESENTARE -- rappresentare positivamente e di rappresentare
se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro. Essa è un’IMMAGINE che
ha ricevuto entro sé una RA-PRESENTAZIONE -- rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, IL SUO SEGNATO. Questa
intuizione è il SEGNO (Zeichen, token). L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO (Zeichen, token). Tale forma ha una
struttura che coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza
sembra funzionare in una deriva di cui IL SEGNO (Zeichen, token) costituisce
una sorta di cerniera, snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata.
L’intuizione che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato
e di spaziale -- “gegebenes und raumliches” -- una volta IMPIEGATA COME
SEGNO (Zeichen, token) riceve la determinazione essenziale di essere
soltanto come intuizione rimossa. Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò
la figura più autentica dell’intuizione, che è un SEGNO (Zeichen,
token), è di essere un esserci nel tempo: un dileguare -- “Verschwinden”
-- dell’esserci mentre l’esser ci è. Inoltre, secondo la sua ulteriore
determinatezza esteriore, psichica, la figura più vera dell’intuizione
è un essere-posta dall’intelligenza, esser-posta che viene fuori dalla
naturalità propria, antropologica, dell’intelligenza stessa: è il
tono, “Ton,” cioè l’estrinsecazione riempita dell’interiorità annunciantesi.
Il “tono” che si articola ulteriormente in vista del rappresentato determinate
è il dis-corso –dis-cursus – general principles of rational discourse -- e un
sistema del discorso è la communicazione – CO-MUNIO. In questo ambito il
“tono” conferisce a una sensazione, una intuizione e un rappresentato
un *secondo* (duale) esserci, più
elevato dell’esserci immediato. In generale conferisce loro un’esistenza
che ha valore nel regno dell’attività rappresentativa – che RA-PRESENTA.
Questo progetto hegeliano di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore
radicale approccio alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione,
in quanto funzionante come SEGNO (Zeichen, token), riceve la determinazione
essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa – “ZU EINEM
ZEICHEN GEBRAUCHT WIRD, DIE WESENTLICHE BESTIMMUNG NUR ALS AUF-GEHOBENE ZU
ZEIN. In questo esser rimosso, tolto-conservato dell’intuizione sta
l’origine dell’intelligenza. La negatività di cui essa è fatta si intreccia
strutturalmente alla nozione di tempo. L’intuizione non è dominabile
da due soggetti se non nella forma del dopo, un dileguare dell’esserci
mentre esserci è. Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione,
l’intreccio fra il dentro e il fuori si esprime nel “tono,” suono articolato.
Il tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il
discorso --“Rede”, inglese ‘Read’ -- e il sistema del discorso è la lingua
-- Sprache, inglese ‘Speak’ -- e la communicazione – COM-MUNIO. A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato all’espressione, IL VERBUM – LA LOQUENZA --
la parola, al logos in quanto vivente pronunciato, DETTO -- dictum –
cf. indice, segnalato, segnato. Come nel “Cratilo” di Platone, anche in Hegel
l’espressione come SEGNO è centrale nella vita dell’intelligenza, ma di
una centralità che occupa il luogo di un movimento originario ed imprendibile. Per
un commento critico ed esplicativo dei paragrafi della «Psicologia»
nella sezione sullo «Spirito soggettivo», anche per ciò che concerne
le fonti di Hegel e la saggistica relativa, cfr. La «magia dello spirito»
e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia dello spirito
soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini e Associati.
Uso la recente traduzione di Cicero (Enciclopedia delle scienze filosofiche
in compendio, Milano, Rusconi) che ritengo puntuale ed avvertita
delle questioni poste dal testo, nonostante la discutibilità di alcune
soluzioni su cui per altro pesa in certa misura la resistenza ad abbandonare
traduzioni familiari e consolidate. “Hegel e l’Aufhebung del segno.” L’intreccio
fra sapere e ragione Il tema di questo colloquio riguarda la domanda
originaria. Domanda e origine sono problemi del pensiero che, fin
dall’inizio della filosofia, non costituiscono un approccio di controllo
e di dominio dell’esistenza, quanto piuttosto un ripiegamento su
sé stessi che si interroga sulla propria genesi. In termini meno esistenziali
e più antichi tale questione occupa il posto dell’anima. Dalla consapevolezza
dell’incombere della morte nel primo stasimo dell’Antigone al costituirsi,
per così dire, di un’«interiorità» nella Sofistica e in Platone, l’anima
ha funzionato come principio originario in una forma diversa che il
dominio. Principio che annoda e che manifesta, secondo vie non solo
immediate e speculari, il logos, il noein come conoscenza e misura
di un ordine. Quando il nous, attraverso Aristotele, acquista tutto
il suo sviluppo concettuale e strategico, nel pensiero tardo-antico,
a partire da Plotino, l’ anima rimane ed è ribadita come il luogo e il
venire a coscienza del rapporto con lo stesso nous, cioè con il formularsi
dell’originario (Uno, Bene o Atto che sia). Scelgo di leggere
Hegel. Scelta motivata da miei interessi attuali di ricerca, ma
anche, più ampiamente, dall’attualità di un linguaggio che è in grado di
riformulare questioni sull’assetto moderno del sapere e sul soggetto
di tale sapere. Su un io, che, nella esplicita strategia hegeliana, articola
e raddoppia il ruolo dell’anima. Sapere su di un io è comunque per
Hegel un sapere sulle strutture di un chi, che è in grado di formulare
una domanda originaria. Il testo, di cui intendo proporre alcune
note essenziali di commento, riguarda i paragrafi della “Psicologia”,
sezione della “Filosofia dello Spirito” contenuta nella edizione
dell’ “Enciclopedia.” A differenza dell’ “Antropologia”, in cui l’anima
è considerata come l’aspetto immediato della vita dello spirito
(anima considerata come il sonno dello spirito, problemi del rapporto
dell’anima con il corpo, questioni del sonno, della veglia, delle sensazioni
ecc.), la Psicologia non è scienza dell’anima, ma scienza del sapere
intorno all’anima, cioè scienza veramente tale, nella sua portata
concettuale. Per Hegel scienza – “Wissenschaft” -- ogni scienza, e soprattutto
quella scienza massimamente rigorosa che è la filosofia, è scienza
sempre di secondo grado: scienza che controlla e che ha come oggetto la
sua stessa genesi. Scienza che misura il negativo rispetto al suo assunto
e al suo stesso metodo, scienza che è in grado di smarcarsi dal piano del
suo stesso sapere e di comprendere il rapporto dinamico, generativo
e mai astrattamente speculare, in cui la conoscenza si costituisce.
Così, nel caso del testo che stiamo per commentare, i contenuti della
psicologia hegeliana sono curiosamente tutti diversi da quelli che
nell’assetto della fine dell’Ottocento e del primo Novecento ci si
aspetterebbe da una psicologia in senso moderno e scientifico. La
psicologia non è scienza delle leggi della psiche, ma del movimento generativo
delle leggi della psiche. I testi che sono oggetto del mio commento
sono, come è noto, estremamente difficili. Prima di cominciare vorrei
fare qualche rilievo sul problema della difficoltà in generale nella
lettura del testo di Hegel. La questione si pone secondo tre punti di
vista. Innanzi tutto come questione della natura e della destinazione
del testo. Ad esempio l’ “Enciclopedia delle scienze filosofiche”,
nel nostro caso, è pensata come un riassunto delle lezioni per gli studenti.
In secondo luogo il problema del significato espresso, del voler dire
del discorso hegeliano. In terzo luogo, che è quello decisivo, la questione
del metodo di composizione del testo di Hegel, metodo che riguarda,
d’un colpo solo, autore e lettore. Questioni, dette altrimenti, di sintonizzarsi
con il testo che, per quanto riguarda il metodo di lavoro di Hegel, non
può essere altro che ripercorrere l’elemento generativo del significato
di ciò che Hegel dice. Senza di questo incessante ripercorrimento a livello
della genesi del testo, il suo significato risulta inevitabilmente
incomprensibile o appiattito. Appiattito come su di una superficie,
in modo che il gioco delle interpretazioni del lettore, anche nel caso
si tratti di studioso molto qualificato, tende spesso a sbizzarrirsi
in grovigli di ipotesi filologiche o di carattere ideologico-metafisico.
Il minimo comun denominatore è la perdita del nesso fra il significato
di ciò che è detto nel testo con li movimento generativo di tale significato..
Così si può separare perfino il concetto di negativo dal concetto
di generazione sovrapponendo l’uno sull’altro e rendendo incomprensibili
entrambi. Questione che si pone in modo non infrequente, anzi malessere
spesso diffuso anche nei commenti «professionali». Iniziamo la
lettura partendo dalle prime righe del par. 440. Lo spirito si è determinato
divenendo la verità dell’anima e della coscienza, cioè la verità di
quella totalità semplice e immediata e di questo sapere. Adesso
il sapere, in quanto forma infinita, non è più limitato da quel contenuto,
non sta in rapporto con esso come con un oggetto, ma è sapere della
totalità sostanziale, né soggettiva né oggettiva. ll problema del
rapporto fra il sapere e la ragione inaugura qui il dibattito sulla
scienza della psiche. L’intreccio fra sapere e ragione inizia a dipanarsi
nel paragrafo seguente: L’anima è finita nella misura in cui è
determinata immediatamente, cioè determinata per natura.
La coscienza è finita nella misura in cui ha un oggetto. Lo spirito
è invece finito (insofern ist endlich) nella misura in cui esso, nel
suo sapere (in seinem Wissen) non ha più un oggetto, ma una determinatezza,
nel senso che è finito per via della sua immediatezza e — che è la stessa
cosa — perché è soggettivo, è cioè come il Concetto.3 Lo spirito è
finito nella misura in cui esso, nel suo sapere, non ha più un oggetto,
ma una determinatezza. Lo spirito sembra essere quell’attività in
grado di contenere e controllare l’intreccio fra la ragione e il sapere,
anche se ora solo nella forma dell’immediatezza. L’intreccio si organizza
su due poli: la ragione e il sapere. Essi si implicano reciprocamente
. A seconda che si consideri come concetto la ragione o il sapere.
Qui è indifferente ciò che viene determinato come concetto dello spirito
e ciò che viene invece determinato come realità – “Realität” -- di questo
concetto. Se infatti la ragione assolutamente infinita, oggettiva,
viene posta come concetto dello spirito, allora la realità è il sapere,
cioè l’intelligenza; se invece è il sapere a essere considerato
come il concetto, allora la realità del concetto è questa ragione e la
realizzazione (Realisierung) del sapere consiste nell’appropriarsi
della ragione. La finitezza dello spirito pertanto consiste in
ciò: il sapere non comprende l’Essere in-sé-e-per-sé della sua ragione.
In altri termini: la ragione non si è manifestata pienamente nel sapere.
C’è un dislivello dunque strutturale con la ragione che funziona nel
sapere. Dislivello strutturale che per i greci era invece costituito
dal rapporto fra il sapere e la verità. Comunque la realtà, considerata
come realtà del sapere o come realtà della ragione, si costituisce e funziona
per Hegel come un farsi che è un intreccio inestricabile. Una purità e
verginità dell’origine è introvabile. La questione di un sapere
dello/sullo spirito si articola ulteriormente nel paragrafo. Il procedere
dello spirito è sviluppo – “Entwicklung” -- nella misura in cui la sua
esistenza, il sapere, ha entro se stessa l’essere — determinato in
sé e per sé, cioè ha per contenuto – “Gehalte” -- e per fine – “Zweck
-- il razionale – “Vernunftige.”
L’attività di trasposizione è dunque puramente e soltanto il passaggio
formale nella manifestazione e, in questa, è ritorno entro sé – “Rückkehr
in sich.” Nella misura in cui il sapere, affetto dalla sua prima determinatezza,
è soltanto astratto, cioè formale, la meta dello spirito è quella di
produrre il riempimento oggettivo – “die objective Erfüllung hervorzubringen”
-- e quindi, a un tempo, la libertà del suo sapere. La via della psicologia
come scienza della libertà In questo testo il movimento del sapere e il
suo saperne si articola come questione della conoscenza dell’originario.
Tale questione, che ha la forma del ritorno, è pensabile come libertà.
L’avventura dello spirito che, hegelianamente, è sempre un appropriarsi,
un far proprio, qui, e secondo la radicalità della sua struttura, funziona
come appropriarsi del sapere e coincide con l’avventura della
libertà. Il cammino dello spirito consiste pertanto: nell’essere
spirito teoretico, cioè nell’avere a che fare con il Razionale nella
sua determinatezza immediata, e di porlo adesso come il Suo; in altre
parole: il cammino consiste innanzi tutto nel liberare il sapere
dal presupposto e, con ciò, dalla sua astrazione, e rendere soggettiva
la determinatezza. Poiché in tal modo il sapere è in sé e per sé determinato
come sapere entro sé, e poiché la determinatezza è posta come la sua,
quindi come intelligenza libera, il sapere è volontà, spirito
pratico, il quale innanzi tutto è anch’esso formale: ha un contenuto
che è soltanto il suo: esso vuole immediatamente, e adesso libera la
sua determinazione di volontà dalla soggettività che la condizionava
come forma unilaterale del proprio contenuto. In tal modo lo spirito
diviene come spirito libero, nel quale è rimossa quella doppia
unilateralità.6 Lo scorcio teorico fornito in questo paragrafo
merita una puntualizzazione. Abbiamo in precedenza accennato
alla cornice della Psicologia hegeliana come progetto scientifico:
scienza della psiche che si pone come scienza dei fattori generativi
della psiche. Il percorso dello spirito che si sforza di conoscere
se stesso, che tenta di comprendere l’esperienza della sua libertà, che
nella Fenomenologia dello spirito prende la via della morale come storia,
in queste pagine prende la via della psicologia come scienza della
libertà Che il sapere possa afferrare se stesso, possa appropriarsi di
sé: la strategia hegeliana implica che l’originario, per il soggetto
e per il sapere, funzioni e sia conoscibile come effetto di questo
appropriarsi che è etico, pratico. Se non si pensa il significato
del sapere e del suo soggetto come etico, pratico, il soggetto del sapere
si dibatte «in una doppia unilateralità»: la rappresentazione che il
soggetto fa di sé come suo e l’immediatezza di tale rappresentazione.
Anticipiamo. La libertà è pensabile come lo spiazzamento in cui il
soggetto del sapere conosce il suo essere fatto, nonostante e attraverso
il suo fare, impossibilitato a cogliere l’identità fra sé e la sua immagine.
Questa divisione e dislivello interno che è l’impossibilità di cogliere
l’origine del proprio costituirsi è per Hegel l’Intelligenza.
Nel montaggio linguistico di questo testo tale divisione e tale dislivello
vanno ad occupare il posto della classica opposizione fra il dentro e
il fuori. L’intelligenza, in quanto è questa unità concreta dei
due momenti — vale a dire, immediatamente, (1) di essere ricordata
entro sé in questo materiale esteriormente essente, e (2) di essere
immersa nell’essere fuori-di-sé mentre entro sé si interiorizza col
proprio ricordo —, è intuizione.7 3. La centralità della parola
nella vita dell’intelligenza Il cammino dell’Intelligenza sta proprio
nel battere in breccia l’opposizione fra il dentro e il fuori.
L’intelligenza, quando ricorda inizialmente l’intuizione, pone il
contenuto del sentimento nella propria interiorità, nel suo proprio spazio
e nel suo proprio tempo In tal modo il contenuto è immagine, liberata
dalla sua prima immediatezza e dalla singolarità astratta rispetto ad
altro, in quanto essa è accolta nella singolarità dell’Io in generale.8
Questo battere in breccia, visto dal punto di vista dell’intelligenza,
è ll’immagine. L’intelligenza possiede dunque le immagini. L’intelligenza
— dice Hegel — è il Quando e il Dove dell’immagine. L’immagine è
per sé transeunte, e l’intelligenza stessa, in quanto attenzione, è
il tempo e anche lo spazio — il Quando e il Dove — dell’immagine.
L’intelligenza però non è soltanto la coscienza e l’Esserci delle proprie
determinazioni, bensì, in quanto tale, ne è anche il soggetto e
l’In-sé. Ricordata nell’intelligenza, perciò, l’immagine non è più
esistente, ma è conservata inconsciamente. Nell’Anmerkung dello stesso
paragrafo Hegel inaugura la metafora del POZZO notturno per definire
il funzionamento dell’intelligenza come un luogo in cui sono conservate
immagini e rappresentazioni che l’intelligenza stessa non conosce.
Hegel prosegue la sua indagine attraverso una sorta di tiro incrociato
fra intuizione ed immagine, mettendo in azione uno stile agostiniano
alla “De magistro”. Anche la nozione, classica, di rappresentazione
entra, ricompresa e ripensata, come dall’interno, nel movimento produttivo
dell’intelligenza. La nozione di memoria è anch’essa ripercorsa,
nella sua struttura classica, come movimento attivo e imprendibile,
funzionante nell’intelligenza e produttiva di essa, in una svolta
decisiva del paragrafo 456. L’intelligenza è la potenza che
domina sulla riserva di immagini e rappresentazioni che le appartengono;
essa è quindi congiunzione e sussunzione libera di questa riserva
sotto il contenuto peculiare. L’intelligenza si ricorda ed interiorizza
in modo determinato entro quella riserva, e la plasma immaginativamente
secondo questo suo contenuto: essa è quindi fantasia, immaginazione
simbolizzante, allegorizzante o poetante. Questa formazioni
immaginative più o meno concrete, più o meno individualizzate,
sono ancora delle sintesi nella misura in cui il materiale, in cui il
contenuto soggettivo conferisce un Esserci alla rappresentazione,
proviene dal Trovato (dem Gefundenen) dell’intuizione.10
Passività, evidenza, sorpresa di fonte al darsi originario (?) delle
cose riguarda perciò per Hegel un movimento che ha come suo elemento lo
scenario dell’interiorità. Il trovato dell’intuizione, incontro, evidenza,
accoglienza della realtà è pensabile in un registro che è già una traduzione.
È nel registro di una traduzione che nel percorso di questo testo di
Hegel, di una traduzione del fuorinel dentro e viceversa, che si può avvistare
ciò in filosofia si chiama realtà. Quando l’intelligenza, in
quanto ragione, parte dall’appropriazione dell’immediatezza trovata
entro sé (par. 445; cfr. par. 455 Anm.), cioè la determina come Universale,
ecco allora che la sua attività razionale procede dal punto attuale
(dem nunmehrigen Punkte) a determinare come essente ciò che in essa
si è sviluppato in autointuizione concreta, procede cioè a rendere
se stessa Essere, Cosa. L’intelligenza stessa così si fa essente, si
fa Cosa. Quando è attiva in questa determinazione, l’intelligenza
si estrinseca (aussernd), produce (produzierend) intuizione: è fantasia
che si esprime in segni (Zeichen machende Phantasie).12 L’intelligenza
esiste in quanto fantasia… Tesi non immediatamente prevedibile nel
dispositivo, intricato, di questo percorso hegeliano. Tesi cui
pure spinge, con rigorosa necessità, questa analisi «scientifica»
della psiche. Questo testo di Hegel innesca consapevolmente una polemica
ed anche una riformulazione metodologica radicale nei confronti
della tradizione empirista, dei sensisti, di Condillac e degli ideologues.
Attraverso le scorribande dell’intelligenza fra sapere e segno,
scienza e realtà, attraverso e al di là della dialettica fra il positivo
e il negativo, fra il soggetto e la verità ecc, Hegel afferma che l’intelligenza
è il suo atto. Esistere non è l’immediatezza di un che rispetto a se
stessi, ma è l’atto in cui, in un contenuto determinato, l’intelligenza
si rapporta a se stessa. La fantasia è il punto centrale in cui
l’Universale e l’Essere, il Proprio e il Trovato, l’Interno e l’Esterno,
sono perfettamente unificati. Le sintesi precedenti dell’intuizione,
del ricordo ecc., sono unificazioni del medesimo momento, tuttavia
si tratta pur sempre di sintesi. Solo nella fantasia l’intelligenza
non è più come il pozzo indeterminato e come l’Universale, bensì è
come Singolare, cioè come soggettività concreta nella quale l’autorelazione
è determinata sia come Essere sia come Universalità.13 L’intelligenza
è intelligenza di un individuo, di un singolo, è soggettività concreta
solo nella fantasia. Tale questione è chiarita dal seguito della stessa
Anmerkung: Tutti riconoscono che le immagini della fantasia costituiscono
tali unificazioni del Proprio e dell’Interno dello spirito con l’elemento
intuitivo. Il loro contenuto ulteriormente determinato appartiene
ad altri ambiti, mentre qui questa fucina interna va intesa soltanto
secondo quel momento astratto. In quanto attività di questa unione,
la fantasia è ragione, ma è ragione formale, solo nella misura in cui
il contenuto in quanto tale della fantasia è indifferente. La ragione
in quanto tale, invece, determia a verità anche il contenuto.14
Nell’Anmerkung successiva nello stesso paragrafo Hegel opera la svolta
decisiva nel breve percorso che qui ci interessa: In particolare
bisogna ancora rilevare questo fatto. Poiché la fantasia porta il contenuto
interno a immagine e a intuizione — e ciò viene espresso dicendo che
essa lo determina come essente-, non deve sembrare sorprendente l’espressione
secondo cui l’intelligenza si farebbe essente, si farebbe Cosa. Il
contenuto dell’intelligenza, infatti, è l’intelligenza stessa, e
lo è altrettanto la determinazione che essa gli conferisce.
L’immagine prodotta dalla fantasia è solo soggettivamente intuitiva,
mentre è nel segno che la fantasia aggiunge a ciò l’autentica
intuibilità (eigentliche Anschaulichkeit); nella memoria meccanica,
poi essa completa in sé questa forma dell’Essere. L’immagine
solo nel segno è autentica intuibilità di ciò che è. L’essente è coglibile
come segno, non come dato, come dono. Dato e dono non sono pensabili, ma neppure
sperimentabili nella forma della presenza, cioè in un darsi (che, in termini
hegeliani, è la materia dell’intuizione). Essi sono già trascritti
nel contenuto interno dell’intelligenza, cioè come segni. L’elemento
imprendibile, enigmatico della conoscenza è il segno e non il dato,
il dono. Nella struttura di questo testo Hegel afferma che il non proprio,
il non mio sovrasta e spiazza nella forma del segno, non nella forma del
dono. In questa unità, procedente dall’intelligenza, di una rappresentazione
autonoma (selbständiger Vorstellung) e di una intuizione, la materia
dell’intuizione è certo innanzitutto un qualcosa di accolto, di immediato
e di dato (ein aufgenommenes, etwas unmittelbares oder gegebenes)
(per esempio il colore della coccarda e affini). In questa
identità però l’intuizione non ha il valore di rappresentare positivamente
e di rappresentare se stessa, bensì di rappresentare qualcos’altro.
Essa è un’immagine che ha ricevuto entro sé una rappresentazione autonoma
dell’intelligenza come anima, che ha ricevuto, cioè, il suo significato.
Questa intuizione è il segno. L’intuizione, rapportata scientificamente
alla sua origine, ha la forma del SEGNO. Tale forma ha una struttura che
coinvolge i termine stessi dell’intelligenza. L’intelligenza sembra
funzionare in una deriva di cui il segno costituisce una sorta di cerniera,
snodo in cui l’intelligenza stessa è tolta-conservata. L’intuizione
che immediatamente e inizialmente è qualcosa di dato e di spaziale
(gegebenes und raumliches) una volta impiegata come segno riceve la
determinazione essenziale di essere soltanto come intuizione rimossa.
Questa sua negatività è l’intelligenza. Perciò la figura più autentica
dell’intuizione, che è un SEGNO, è di essere un Esserci nel tempo: un
dileguare (Verschwinden) dell’Esserci mentre l’esserci è.
Inoltre, secondo la sua ulteriore determinatezza esteriore, psichica,
la figura più vera dell’intuizione è un essere-posta dall’intelligenza,
esser-posta che viene fuori dalla naturalità propria (antropologica) dell’intelligenza
stessa: è il tono (Ton), cioè l’estrinsecazione riempita
dell’interiorità annunciantesi. Il tono che si articola ulteriormente
in vista della RAPPRESENTAZIONE determinata è il discorso, e il sistema
del discorso è la lingua. In questo ambito il tono conferisce a sensazioni,
intuizioni e rappresentazioni un secondo Esserci, più elevato dell’Esserci
immediato: in generale conferisce loro un’esistenza che ha valore
nel regno dell’attività rappresentativa. Questo progetto hegeliano
di una scienza della psiche tenta qui un ulteriore radicale approccio
alla genesi dell’intelligenza. L’intuizione, in quanto funzionante
come segno, «riceve la determinazione essenziale di essere soltanto
come intuizione rimossa (zu einem Zeichen gebraucht wird, die wesentliche
Bestimmung nur als aufgehobene zu sein). In questo esser rimosso,
tolto-conservato dell’intuizione sta l’origine dell’intelligenza.
La negatività di cui essa è fatta si intreccia strutturalmente alla nozione
di tempo. L’intuizione non è dominabile da un soggetto se non nella
forma del dopo: «un dileguare dell’Esserci mentre Esserci è».
Quell’altro intreccio che costituisce l’intuizione, l’intreccio fra
il dentro e il fuori si esprime nel tono, suono articolato, “Ton”. Il
tono, visto in rapporto ad una rappresentazione determinata, è il discorso
(Rede) e il sistema del discorso è la lingua (Sprache). A questo
punto del suo percorso la strategia di Hegel si incontra con il privilegio
greco e platonico accordato alla parola, al logosin quanto vivente
pronunciato, detto. Come in Platone, anche in Hegel la parola è centrale
nella vita dell’intelligenza, ma di una centralità che occupa il luogo
di un movimento originario ed imprendibile. Per un commento
critico ed esplicativo dei paragrafi della psicologia nella sezione
sullo spirito soggettivo, anche per ciò che concerne le fonti di Hegel e
la saggistica relativa, cfr. Rossella Bonito Oliva, La «magia dello
spirito» e il «gioco del concetto». Considerazioni sulla filosofia
dello spirito soggettivo nell’Enciclopedia di Hegel, Milano, Guerini
e Associati. Uso la recente traduzione di Vincenzo Cicero (Enciclopedia
delle scienze filosofiche in compendio, ed. 1830, Milano, Rusconi,
1996) che ritengo puntuale ed avvertita delle questioni poste dal
testo, nonostante la discutibilità di alcune soluzioni su cui per altro
pesa in certa misura la resistenza ad abbandonare traduzioni familiari
e consolidate. Anmerkung. Anmerkung. Grice: “There’s something otiose
about the ‘faciendi signum’ of the Romans, why not just ‘signare’?” – Who or
what ‘makes’ the sign of a dark cloud (=> rain)?” “While it seems natural
enough to say that a dark cloud is a sign of rain,it or better, that a dark cloud signs *that* it
may rain, I wouldn’t say that the cloud “MAKES” anything --. Grice: “It’s sad
that Hegel’s Latin wasn’t that good – the Romans used ‘signare’ (Italian
‘segnare’) much more than they did use ‘significare’. “With all my love and
kisses” “You used to sign your letters ‘with all my love and kisses” – Sam
Browne --. Horatio Nicholls – aka as something else. Gianfranco Dalmasso.
Keywords: la giustizia nel discorso, sign-make, fare segno, fare segno a se –
zeichen Machen, to sign versus to signify -- Bradley, Hegel, io, noi,
intersoggetivo, Hegel on Zeichen, zeichen-machende fantasie” –
zeichen-interpretand fantasie” -- “l’implicatura del noi duale” “il tra noi” –
la prossimita del tra noi -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dalmasso” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Dandolo: l’implicatura
conversazionale della Roma pagana, filosofia romana – Carneade e compagnia --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Varese). Filosofo
italiano. Grice: “I love Dandolo; you know why? Because he was an amateur, not
a professional; I mean, he was a country gentleman and an earl, so if he
philosophised it wasn’t for the colour of the money! Plus, he owned a lovely
‘palazzo,’ which I would call ‘villa’! Neoguelfo. Figlio dal conte Vincenzo e Mariana
Grossi. Il padre era esponente della Municipalità di Venezia, ma dopo il trattato
di Campoformio, con il quale si sancì la fine della Repubblica, dovette esulare
in Francia. Venne in seguito nominato da Napoleone senatore del Regno italico e
conte. Fu anche governatore civile della Dalmazia. Passa quindi un'infanzia
assai agitata; fu cresciuto da una "cameriera disattenta" e poi
sballottato per vari collegi. Si laurea a Pavia. Passa alcuni anni girando per
l'Europa e conducendo una vita mondana. In questo periodo venne a contatto con
illustri personalità culturali politiche dell'epoca. Venne sospettato dal
governo austriaco di aver partecipato alle congiure degli anni precedenti, e
per questo fatto rientrare in modo coatto in Italia (senza tuttavia essere
perseguitato). In Italia, si dedica ampiamente alla filosofia, e sposa la
sorella di Bargnani; uno dei cospiratori mazziniani. Morta la sposa affida ad
un amico i figli. Sposa la contessa Ermellina Maselli, da cui ebbe altri due
figli. I primi due figli presero parte alle Cinque giornate e ad altre
operazioni belliche e lo stesso Tullio fu uno dei principali autori della
rivoluzione e capo della rivolta varesina (scoppiata in concomitanza con quella
di Milano), ma a Roma, durante la difesa della repubblica di Mazzini, Su figlio
muore e l’altro rimase gravemente ferito. Questo evento tocca molto Tullio che
tuttavia, pur dovendosi prendere cure molto onerose del superstite, continua
comunque i suoi studi di filosofia. Sui due figli raccolse un gran numero di
documenti, memorie e storie pubblicati in “Lo spirito della imitazione di Gesù
Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescent:
corrispondenze di lettere famigliari: riicordi biografici dell'adolescenza
d'Enrico e d'Emilio Dandolo, Milano). Un filosofo che fece delle critiche alla
sua attività fu Tommaseo, ma risultò essere piuttosto duro ed aspro, tanto da
scrivere. “Fin da giovane scarabocchiò librettucci compilati o piuttosto
arruffati. Né di quelli che scrisse dal venticinque al cinquantacinque sapresti
quale sia il più decrepito e il più puerile. Ma fece due opere buone, un
figliolo che morì valentemente in Roma assediata da Galli vendicatori delle
oche; e un altro figliolo che scrisse la storia, e direi quasi la vita della
Legione Lombarda capitanata da Manara, libro di senno virile e d'affetto pio.”
I suoi saggi trattano gli argomenti più vari: dalla pedagogia
all'autobiografia, da quelli di carattere storico a quelli religiosi. Molti di
essi sono schizzi letterari e filosofici o riguardano descrizioni di viaggi,
città e munomenti. Inoltre, scrisse molto intorno alla storia romana antica,
alla nascita del Cristianesimo, al Medioevo e al Rinascimento, pubblicando
anche molti discorsi e documenti inediti. Più che ad un contributo critico,
mira a dare un'informazione non faziosa per una migliore conoscenza del
passato. Questi suoi scritti storici sono molto diversi fra di loro. In alcuni
predilige uno stile aulico, mentre in altri un tono popolare e facile;
trattando ora gli argomenti con approssimazione ed ora dando al racconto la
coinvolgenza di un romanzo. Altre opere: “Roma”; “Napoli” (Milano);
“Firenze”; “Torino”; “La Svizzera”; “Il Cantone de' Grigioni” (Milano); “Prospetto
della Svizzera, ossia ragionamenti da servire d'introduzione alle lettere sulla
Svizzera); “La Svizzera considerata nelle sue vaghezze pittoresche, nella storia,
nelle leggi e ne' costume”; “Venezia”; “Il secolo di Pericle”; “Schizzi di
costume”, “Il secolo d'Augusto”; “Semplicità” (o rapidi cenni sulla letteratura
e sulle arti”; “Album storico poetico morale, compilato per cura di V. de
Castro” (Padova); “Reminiscenze e fantasie. Schizzi letterari, Peregrinazioni.
Schizzi artistici e filosofici (Torino); Roma e l'Impero sino a Marco Aurelio”
(Milano); “Firenze sino alla caduta della Repubblica”; “Il Medio Evo elvetico”;
“Racconti e leggende”; “La Svizzera pittoresca, o corse per le Alpi e pel Jura
a commentario del Medio Evo elvetico; “I secoli dei due sommi italiani Dante e Colombo;
“Il Settentrione dell'Europa e dell'America nel secolo passato; “L'Italia nel
secolo passato; Il Cristianesimo nascente; La Signora di Monza. Le streghe del
Tirolo. Processi famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavati
dalle filze originali, ibid. 1855 (rist. anast., Milano); Il pensiero pagano ai
giorni dell'Impero. Studii, Il pensiero cristiano ai giorni dell'Impero. Studii;
Il pensiero pagano e cristiano ai giorni dell'Impero. Studii; “Monachesimo e
leggende. Saggi storici; “Roma e i papi. Studi storici, filosofici, letterari
ed artistici, Il secolo di Leone Decimo. Studii, Lo spirito della imitazione di
Gesù Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli adolescenti
(corrispondenza di lettere famigliari). Ricordi biografici dell'adolescenza
d'Enrico e d'Emilio Dandolo, Milano); “La Francia nel secolo passato, “Corse
estive nel Golfo della Spezia; Il secolo decimosettimo, Ragionamenti
preliminari ed indici ragionati degli studi del conte Tullio Dandolo su Roma
pagana e Roma cristiana pubblicati ad annunzio e prospetto dell'opera, Assisi (estr. da Stella dell'Umbria); “Ricordi di
Tullio Dandolo”; “Lettera a D. Sensi. Indice della materia, Assisi); “Ricordi”;
“Ricordi inediti di G. Morone gran cancelliere dell'ultimo duca di Milano, a
cura di D., Milano; Alcuni brani delle storie patrie di Giuseppe Ripamonti per
la prima volta tradotti dall'originale latino dal conte T. Dandolo, Il potere
politico cristiano. Discorsi pronunciati dal Ventura di RaulicaR. P., a cura di
Dandolo, Milano); “Vicende memorabili narrate da Alessandro Verri precedute da
una vita del medesimo di G. A. Maggi, a cura di D., A. F. Roselly de Lorgues. Ricordi,
primo e secondo periodo, Assisi. di Roberto Guerri, direttore delle Civiche
raccolte storiche di Milano. Colloqui
col Manzoni, T. Lodi (Firenze). Treccani, Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiano. LA FILOSOFIA ROMANA. Nei primi secoli
della repubblica i romani non diedersi pensiero di filosofia. Appena ne
conobbero il nome. Intenti da principio a difendersi, poi a consolidare la loro
dominazione sui popoli vicini, la loro saviezza fu figlia della sperienza e
d'un ammirabile buon senso affinato dalle difficoltà esteriori in mezzo a cui
si trovarono collocati, e dal godimento di un'interiore libertà, le cui
procelle incessanti valevano ad elevare ed afforzare gli animi. Volle taluno
che le instituzioni del re Numa non andassero digiune di pitagorismo. Gli è da
credere piuttosto, avuto riguardo all'ordine cronologico, che Pitagora
attignesse nelle dottrine sacerdotali del secondo re di Roma qualcuna delle sue
teoriche intorno la religione. Allorchè i romani strinsero i primi legami
co' greci delle colonie italiche e siciliane, non credettero di ravvisare che
leggerezza mollezza e corruzione in que' popoli i quali a ricambio
qualificarono i romani di barbari. Sul finire della prima guerra punica fu resa
nota ai vincitori la letteratura drammatica de greci; e vedemmo Livio Andronico
avere per primo tradotto tragedie, le quali cacciarono di scanno i versi fescennini,
i giuochi scenici etruschi e le informi atellane. Ennio, oltre ai componimenti
poetici di cui facemmo menzione, voltò in latino la storia sacra di Evemero,
scritto ardito, inteso a dimostrare che gli dei della Grecia altro non erano
che antichi uomini dalla superstizione divinizzati. I romani non videro nelle
ipotesi del filosofo che un oggetto di mera curiosità. Non erano ombrosi come
gl’ateniesi, non avevano peranco sperimentato qualc’azione efficace la
filosofia esercitar potesse sulla religione. Accolsero del pari con
indifferenza la sposizione poetica che del sistema d'Epicuro loro presentò
Lucrezio. Germi erano questi gettati in terreno non preparato ancora à
riceverli. La conquista non tardò a dischiudere colla Grecia più facili
mezzi di comunicazione. I conquistatori trasportarono in patria schiavi tra’
quali vi avevano non filosofi, ma retori e grammatici; e loro fidarono
l'educazione de' proprii figli. L'introduzione degli studii filosofici in
Roma risale alla celebre ambasceria di Carneade accademico, Critolao
peripatetico, Diogene stoico. Avidi di brillare e lusingati dall'ammirazione
che destavano in un popolo non avvezzo a sottili investigazioni, quei tre
fecero pompa di tutta la profondità e desterità della loro dialettica ad abbagliare
la romana gioventù che loro s'affoltava intorno, incantata di scovrire usi
dianzi ignorati della parola. I magistrati s'adombrarono di cotesto subitano
commovimento. I vecchi Se. natori armaronsi di tutta l'autorità delle prische
costumanze per respingere studi speculativi, che teme vano come pericolosi e
disprezzavano come futili. Catone il censore ottenne che si allontanassero
tosto dalla romana gioventù i retori che davano opera a distruggere le più
venerate tradizioni e a smovere le fondamenta della morale. I sofismi di
Carneade, il quale faceva pompa della spregevole arte di sostenere a piacimento
le opinioni più contraddittorie, forne a Catone plausibili argomenti di
vituperarlo. Sicchè i primordi della filosofia furono contrassegnati in Roma da
sfavorevoli apparenze. Il rigido Censore non prevede che, un secolo dopo,
quella filosofia che aveva voluto proscrivere, meglio approfondita e meglio
conosciuta, sarebbe il solo rifugio del suo pronipote contro le ingiurie della
fortuna e la clemenza di Cesare. Non possiamo trattenerci dal simpatizzare con
que’ vecchioni, i quali opponevano al torrente da che avvisavano minacciata la
patria lor capegli canuti e la loro antica esperienza, evocando a respignere
pericolose novatrici dottrine la religione del passato e le tradizioni di
seicent anni di vittorie di libertà divirtù. Ma se a codesto spontaneo
sentimento tien dietro la riflessione, saremo costretti di
riconoscere che a rintuzzare il progresso della filosofia ed anco de
sofismi di Grecia, il senato mal si appose con quel suo violento procedere.
Tutto ciò che è pericoloso racchiude in sè un principio falso che è
sempre facil cosa scovrire. Affermare il contrario sarebbe muovere accusa
alla Divinità, quasi ch'ella con innestare il male nella conoscenza del
vero avesse teso un laccio all’umana intelligenza. Convien dunque
adoperarsi a dimostrare la falsità delle opinioni perniziose, non
proscriverle alla cieca, quasi rifuggendo esaminarle conscii
dell'impossibilità di confurtarle. Sì ardua impresa rispondere agli
ateniesi sofisti? o sì difficile dimostrare che quelle loro argomentazioni
pro e contra lo stesso principio di morale erano assurde? O sì
temerario lo appellarsene, ne' cuori romani, a’sentimenti innati del vero e del
giusto, il risvegliare in quelle anime ancor nuove sdegno e disprezzo per
teoriche, le quali, consistendo tutte in equivoci, dovevano vituperosamente
cadere dinanzi la più semplice analisi? Catone anda altero dell'ottenuta
vittoria. Gli ambasciadori ateniesi furono tosto rimandati. Per un secolo
ancora severi editti, frequentemente rinnovati, lottarono contro ogni nuova
dottrina. Ma l' impulso era dato, nè poteva fermarsi. I giovani romani
conservarono impresse nella memoria le dottrine dei sofisti. Era poi e
riguardarono la dialettica di Carneade non tanto come un sistema che conveniva
esaminare, quanto come una proprietà che stava bene difendere. Giunti ad età
provetta nel bivio d'abbandonare ogni speculazione filosofica o di disobbedire
alle leggi, furono tratti a disobbedire dalla loro inclinazione per le lettere,
passione la quale, dacchè è nata, va crescendo ogni dì, siccome quella che ha
riposte in sè medesima le proprie soddisfazioni. Gli uni tennero dietro alla
filosofia nel suo esiglio ad Atene. Altri mandarono colà i loro figli. I
capitani degli eserciti furono i primi a lasciarsi vincere apertamente da
questa tendenza generale degli spiriti. L'accademico Antioco fu compagno di
Lucullo. Catone il censore cedè egli stesso, a malgrado delle sue declamazioni,
alla seduzione dell'esempio, ed assistè alle lezioni del peripatetico Nearco.
Silla fece trasportare in Roma la biblioteca d'Apellico di Teo. Catone d'Utica
allorch'era tribuno militare in Macedonia peregrino in Asia a solo oggetto
d'ottenere che lo stoico Atenodoro abbandonasse il suo ritiro di Pergamo e si
conducesse a dimorare con lui. Pure gli spiriti che con siffatto
entusiasmo s'abbandonarono alle filosofiche investigazioni non trovavansi da
studii anteriori preparati ad astratte speculazioni. Ne avvenne che la filosofia
penetra in coteste menti dirò come in massa e nel suo insieme. Ma non
s'indentificò col rimanente delle loro opinione. La sua efficacia fu nel tempo
stesso più gagliarda e mento continua che in Grecia. Più gagliarda nelle circostanze
importanti nelle quali l'uomo trascinato fuori del circolo delle sue abitudini
cerca appoggi, motivi d'agire, conforti straordinarii. Meno continua perchè, se
niun evento tnrbava l'ordine abituale, ella ridiventava pe’ romani una scienza,
piuttostochè una regola di condotta applicata a tutti i casi della vita
sociale. Che se non iscorgiamo in Roma individui che a somiglianza dei sapienti
della Grecia consacrassero alla filosofia esclusivamente il loro tempo. Non ci
appare nè anche, ad eccezione di Socrate, che i greci abbiano saputo trarre
dalla filosofia quegli efficaci soccorsi che invigorivano gli illustri
cittadini di Roma in mezzo ai campi, nelle guerre civili, tra le proscrizioni,
allora suprema. I romani si divisero in sette. Effetto della maniera
d'insegnamento di cui i retori greci usavano con essi. Per la maggior parte
schiavi od affrancati, dovevano costoro, qualunque fosse il loro convincimento
o la loro preferenza per queste o quelle dottrine, studiarsi di piacere a' padroni;
ond'è che chiaritisi come una tale ipotesi respignesse colla sua severità o
stancasse colla sua sottigliezza, affrettavansi di sostituirne altra più
accetta. Tali sono i risultamenti della dipendenza. L’amore stesso del vero non
basta ad affrancare l'uomo dal giogo. S’egli non abjura le sue opinioni, ne
cangia le forme; se non rinnega i suoi principii, li sfigura. Allorchè a
questi retori schiavi succedettero i retori stipendiati, le dottrine diventarono
derrata di cui itanto per greci trafficarono, e della quale per
conseguenza lasciarono la scelta a' compratori. Le varie sette non trovarono
in Roma uguale favore. L'epicureismo benchè in bei versi esposto ed insegnato
da Lucrezio, vi fu dapprima respinto, non la sua morale di cui bene non si
conoscevano ancora i corollarii, quanto per la raccomandazione che faceva
d'attenersi ad una vita speculativa e ritirata, aliena non meno da fatiche che
da pericoli. Gli è questo difatti il principale rimprovero che fa Cicerone alla
filosofia epicurea. I cittadini d'uno stato libero non sanno concepire la
possibilità di porre in dimenticanza la patria, perciocchè ne posseggono una; e
considerano come colpevole debolezza quell'allontanamento da ogni carriera
attiva, che sotto il dispotismo diventa bisogno è virtù di tulli gli uomini
integri e generosi. L'epicureismo ebbesi per altro un illustre seguace; nè qui
vo' accennare d'Atlico, che senza principii senza opinioni fu bensì amico caldo
e fedele, ma cittadino indifferente e di funesto esempio, avvegnachè sotto
forme eleganti insegnò alla moltitudine ancora indecisa e vacillante come
chicchessia può accortamente isolarsi e tradire con decenza i proprii doveri
verso la patria. Il romano di cui intendo parlare è Cassio che fino
dall'infanzia si consacrò alla causa della libertà, e rinunziando ai piaceri
alle dolcezze della vita, non ebbe che un pensiero un interesse una passione,
la patria. Fu centro della cospirazione contro Cesare; e dolendosi di non potere
sperare in un'altra vita, muore dopo avere corso un arringo continuamente in
contraddizione colle sue dottrine. Le sette di Pitagora, di Aristotile, e
di Pirrone incontrarono a Roma ostacoli d'altra maniera. La prima, per una
naturale conseguenza del segreto in cui si avvolse fino dal suo nascere,
contrasse affinità con estranie superstizioni; perciocchè uno degli
inconvenienti del mistero, anche quando n'è pura l'intenzione primitiva, è di
fornire all' impostura facile mezzo d'impadronirsene. Nigido Figulo è il solo
pitagorico di qualche grido che abbia fiorito in Roma. L'oscurità aristotelica
ebbe poche attrattive per menti più curiose che meditative. L'esagerazione
pirronista per ultimo ripugna alla retta ragione de’ romani. Il platonismo che
ancor non era ciò che di. venne due secoli dopo per opera de' novelli
platonici. Lo scetticismo moderato della seconda accademia, e lo stoicismo
furono i sistemi adottati in Roma. Lucullo, Bruto, Varrone sono platonici. Cicerone,
a cui piacque porre a riscontro tutte le varie dottrine, inclina per
l'indecisione accademica. Lo stoicismo solo fu caro alla grand'anima di Catone
Uticense. “Non possum legere librum Ciceronis de Se. nectute, de
Amicitia, de Officiis, de Tusculanis Quæstionibus, quin aliquoties exosculer
codicem, ac venerer sanctum illud pectus aflatum celesti Qumine. ERASM.
in Conviv --. M. Tullio adotta egli per convinzione i sistemi filosofici della
nuova accademia, o diè loro la preferenza perchè più propizii all’oratore in
fornirgli arme con cui combattere i proprii avversarii! Corse grand' intervallo
tra un Cicerone ambizioso, e un Cicerone disingannato. Ciò che pel primo era
oggetto subordinato a speranze a divisamenti avvenire, diventa pel secondo un
bisogno del cuore, un'intensa occupazione della mente. Ei pose affetto alle
dottrine del platonismo riformato; e a quelle parti della morale in esse
contenuta di cui si tenne men soddisfatto, altre ne sostituì fornitegli dallo
stoicism. E propriamente ecclettico, od amatore del vero e del buono ovunque lo
riscontrava. Ad imitazione di Platone pose in dialoghi i suoi scritti
filosofici. Per eleganza di stile ed elevatezza di concetti non cede al
modello. Per chiarezza e per ordine lo vince. Ne cinque libri, De finibus,
intorno la natura del bene e del male si propose una meta sublime; la ricerca
cioè del bene supremo; in che cosa consista; come si consegna; ove dimori. Tu
cerchi però inutil mente in quelle pagine da cui traluce tanta sapienza
plausibile soluzione del quesito. Gli antichi ingolfandosi in cotali disamine
faceano ricerca di ciò che trovare non potevano; chè gli è impossibile che il
bene supremo rinvengasi in ordine di cose che necessariamente è imperfetto.Verità
che il Vangelo ci rese ovvia insegnandoci come la felicità sognata dai gentili
pel loro saggio non sia fatta per uomo mortale, essondechè stanza le è
riserbata imperibile sublime. In che cosa consiste il sommo bene? Ecco di
che venivano continuamente richiesti i filosofi. Epicuro ed Aristippo
rispondevano, nel piacere; Jeronimo, nell'assenza del dolore; Platone, nella
comprensione del vero, e nella virtù che ne è conseguenza; Aristotile, nel
vivere conformemente alla natura. Cicerone associa le sentenze di Platone e
d'Aristotile, e si appose meglio di quanti nell'arduo arringo l'avevano
preceduto. Dalle più elevate astrazioni sceso ad argomenti che si
collegano co' bisogni e co' vantaggi dell'uomo, M. Tullio si propose nelle
Tusculane di cercare i mezzi adducenti alla felicità. Cinque ne noverò; il
dispregio della morte; la pazienza ne' dolori; la fermezza nelle varie prove;
l'abitudine di combaltere le passioni, e finalmente la persuasione che la virtù
dee unicamente cercare premio in sè stessa: e la dimostrazione di cotesti
assiomi si fa vaga, sotto la penna del filosofo, di tutte le grazie
dell'eloquenza. All' Anima, egli scrive, tu cercheresti inutilmente un'origine
terrestre, perocchè nulla in sè accoglie di misto e concreto; non un atomo
d'aria d'acqua di fuoco. In cotesti elementi sapresti tu scorgere forza di
memoria d'intelligenza di pensiero, valevole a ricordare il passato a
provvedere al futuro ad abbracciare il presente? Prerogative divine sono queste,
nè troveresti mai da chi sieno state agli uomini largite, se non 'da Dio. È
l'anima pertanto informata di certa quale sua singolar forza e natura ben
diverse da quelle che reggono i corpi tutti a noi noti. Checchè dunque in noi
sia che sente intende vuole vive; divina cosa certo è cotesta; eterna quindi
necessariamente esser deve. Nè la divinità stessa, quale ce la figuriamo,
comprenderla in altra guisa possiamo, che come libera intelligenza scevra
d'ogni mortale contatto, che tutto sente e muove, d’eterno moto ella stessa
fornita. L’anima umana per genere e per natura somiglia a Dio. “Dubiterai
tu, a veder le meraviglie dell'universo, che tal opera stupenda non abbiasi (se
dal nulla fu tratta, come afferma Platone) un creatore; o se creata non fu,
come pensa Aristotile, che ad alcun possente moderatore non sia data in
custodia? Tu Dio non vedi; pur le opere sue tel rivelano: così ti si fa palese
dell'anima, comechè non vista, la divina vigoria, nelle operazioni della
memoria nel raziocinio nel santo amore della virtù.” I discepoli d'Epicuro,
commentando, esagerando ciò che vi avea d'incerto d'oscuro nei principii del
loro maestro. l'universo nato dal caso affermarono, negarono la provvidenza,
piegarono all'ateismo. Tullio si fa a combatterli nel suo libro Della natura
degli Dei. Le lettere antiche non inspiraronsi mai di più sublime
eloquenza. Vedi primamente la terra, collocata nel centro del mondo,
solida, rotonda, in sè stessa da ogni parte per interior forza ristrella; di fiori
d'erbe d'arbori di messi ammantarsi. Mira la perenne freschezza delle fonti, le
trasparenti acque de' fiumi, il verdeggiare vivacissimo delle rive, la
profondità delle cave spelonche, delle rupi l'asperità, delle strapiombanti
vette l’elevazione, delle pianure l'immensità, e quelle recon. dite vene d'oro
e d'argento, e quell' infinita possa di marmi. Quante svariate maniere
d'animali! quale aleggiare e gorgheggiar d'uccelli e pascere d'armenti, ed
inselvarsi di belve! E che cosa degli uomini dirò, che della terra costituiti
cultori non consentono alla ferina immanità di toruarla selvaggia, all’animalesca
stupidità di devastarla, sicchè per opera loro campi isole lidi mostransi vaghi
di case, popolati di città! Le quali cose se a quella guisa colla mente comprendere
potessimo, come le veggiamo cogli occhi; niune in gettare uno sguardo sulla
terra potrebbe dubitar più oltre che esista ia provvidenza divina. “Ed
infatti, come vago è il mare! come gioconda dell'universo la faccia! Qual moltitudine
e varietà d'isole é amenità di piani, e disparità d'animali, sommersi gli uni
nei gorghi, gnizzanti gli altri alla superficie, nati questi a rapido moto,
quelli all’imobi, lità delle loro conchiglie! E l'acre che col mare con: fina
qua diffuso e lieve s'innalza, là si condensa e accoglie in nugoli, e la terra
colle piove feconda; e ad ora ad ora pegli spazii trascorrendo ingencra i vento
ti, e fa che le stagioni subiscano dal freddo al caldo loro consuete mutazioni,
e le penne de' volatori sostiene, e gli animali mantien vivi.” 5 Giace ultimo
l'etere dalle nostre dimore disco. stissimo, che il cielo e tutte cose ricigne,
remoto confine del mondo; per entro al quale ignei corpi con maravigliosa
regolarità compiono il loro corso. Il sole, uno d'essi, che per mole vince di
gran volte la terra, intorno a questa s'aggira, col sorgere e il tramontare
segnando i confini del giorno e della notte; coll'avvicinarsi e il discostarsi
quelli delle stagioni; sicchè la terra, allorehè il benefico astro s'allontana,
da certa qual tristezza è conquisa; pare che invece insieme col ciclo ši
allegri allorchè torna. La luna, che a dire de matemateci, è più che una mezza
terra, trascorre pe' medesimi spazii del sole, ed ora facendoglisi incontro;
ora dipartendosi, que' raggi che da lui riceve a noi trasmette; ed avvengonle
mutazioni di luce; perciocchè talora postasi innanzi al sole lo splendore ne
oscura; talora nell'ombra della terra s'immerge e d'improvviso scompare. Per
quegli spazii medesimi le stelle che denominiamo vaganti girano intorno a noi e
sorgono e tramontano ad uno stessso modo; il moto delle quali ora è affrettato
ora s'allenta ora cessa; spettacolo di cui altro avere non vi può più
ammirando e più bello. Tiene dietro la moltitudine delle non vaganti stelle,
delle quali sì precisa è la reciproca giacitura, che si poterono ad esse
applicar nomi di determinate figure. “E tanta magnificenza d'astri, tanta
pompa di cielo, qual sano intelletto mai potrà figurarsele surte dal
raccozzarsi di corpi qua e là fortuitamente? Chi potrà credere che forze d'
intelligenza e di- ragione sprovvedute fossero state capaci di dar compimento a
tali opere delle quali, senza somma intelligenza e robusta ragione, ci
sforzeremmo inutilmente di comprendere, non dirò come si sieno fatte, ma solo
quali veramente sieno?” Dopo d'avere additato virtù e religione siccome
scaturigini del bene, maestre di felicità, dopo d'avere spaziato pegli immensi
campi d'un'alta e confortevole metafisica, dopo di avere falto tesoro negli
insegnamenti della greca filosofia di ciò ch'essa mise in luce di più puro e
sublime intorno l'anima e Dio; argomento degno della gran mente di Cicerone era
la felicità, non più studiata e ricercata pegli individui, ma per le nazioni;
ed a sì nobile soggetto consacrò i suoi trattati, in gran parte perduti, Della
repubblica e Delle leggi. Nei frammenti che ce ne restano scorgiamo essersi il
filosofo serbato fedele al suo assioma favorito: - nella giustizia divina
contenersi l'unica sanzione dell'umana giustizia. u Fondamento primo
d'ogni legislazione, egli scrive, sia un generale convincimento che gli
Dei sono di tutto arbitri, di tutto moderatori; che benefattori del. l'uman
genere scrutano che cosa è in sè stesso ogni uomo, che cosa fa, che cosa pensa,
con quale spirito pratica il culto; sicchè i buoni sanno discernere dagli
empii. Ecco di che gli animi voglionsi compene. trati, onde abbiano la coscienza
dell' utile e del vero.” Ma se M. Tullio della virtù della felicità delle leggi
ravvisava nella religione le scaturiggini, la religione voleva che santa e pura
fosse, onninamente sgombra dalle supestizioni dalle credulità, da che
vituperata miravala. A tal uopo dettò l'aureo trattato De divinatione, nel
quale usò d'un argomentare nel tempo stesso seyero e faceto, con abbandonarsi
in isferzare la credulità e la sciocchezza a'voli più opposti della sua
proteiforme eloquenza. Capolavoro di Cicerone è il libro Degli Officii,
ossia de' doveri morali degli uomini in qualunque condizione si trovino essi
collocati. I Greci ebbero costume di spaziare troppo ne' campi delle
filosofiche astrazioni; le loro dottrine trovarono meno facile applicazione a'
casi pratici della vita, perchè sovraccaricate di vane disputazioni, oppurtune
più spesso a trastullare l'imaginazione, che ad illuminare l'intelletto. Tullio
grande e saggio anche in questo volle spoglia la sua filosofia di quell'
ingombro, e ricondussela alla più semplice e precisa espressione degli
inculcati doveri. 6 Cicerone (scrive- a proposito del libro degli Officii un
critico tedesco) fu dotato di luminosa intelligenza di rello giudizio di
gran. de altività, doti opportunissime a coltivare la ragione, a fornirle
argomento d' incessanti meditazioni. Ma Cicerone non possedeva lo spirito
speculativo che si richiede a poter ben addentrarsi ne' primi principii delle
scienze: il tempo venivagli meno a minute indagini, la sua indole stessa fare
non gliele poteva famigliari. Uomo di stato più che filosofo, le scienze morali
lo interessavano per quel tanto che gli servivano a rischiarare le proprie idee
intorno ad argomenti politici. Vissulo in mezzo a rivoluzioni, quali traversie
non ebbe egli a sopportare ! Niun politico si trovò mai in situazione più
propizia per fare tesoro d'osservazioni intorno l'indole della civile società,
la diversità de' caratteri, l'influenza delle passioni. Pure cotesta situazione
sua stessa era poco alla a fornirgli opportunità d’approfondire idec astralte o
meditare sulla natura delle forze invisibili, i cui visibili risultamenti
s'appalesano nell' umano consorzio. La situazione politica in cui M.
Tullio si trovò collocato improntò la sua morale d'un carattere speciale. Gli
uomini dei quali ed a’ quali ragiona sono quasi sempre della classe a cui
spetla d'amministrare la repubblica: talora, ma più di rado, rivolgesi agli
studiosi delle lettere e delle scienze. Per la moltitudine de cittadini hannovi
bensì qua e là precetti generali comuni applicabili agli uomini tutti; ma
cercheresti inutilmente l'applicazione di que' precelli alle circostanze d'una
vita oscura e modestà. Caso invero singolare! Mentre le forme del
reggimento repubblicano raumiliavano l'orgoglio politico con dargli a base il
favore popolare, i pregiudizii dell'antica società alimentavano l'orgoglio
filosofico, con accordare il privilegio dell'istruzione unicamente a coloro che
per nascita o per fortune erano destinati a governare i loro simili. In
conseguenza di questo modo di vedere i precetti morali di Cicerone degenerarono
sovente in politici insegnamenti. Coi trattati “Dell' amicizia” e “Della
vecchiezza” M. Tullio a confortevoli meditazioni ebbe ricorso onde ricreare la
propria mente dalla tensione di più ardui studii e dagli insulti della fortuna.
E veramente che cosa avere vi può sulla terra di più dolce e santo d'una fedele
amicizia? Che cosa vi ha di più dignitoso e simpatico d'una vecchiezza onorata
e felice? Cice, rone in descrivere quelle pure e nobili dilettazioni consulto
il proprio cuore: beato chi trova in sè stesso l' inspirazione e la coscienza
della virtù!” -- Wikipedia Ricerca Mitologia romana narrazioni
mitologiche dell'antica Roma Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni
Questa voce o sezione sull'argomento mitologia romana non cita le fonti
necessarie o quelle presenti sono insufficienti. La mitologia romana riguarda
le narrazioni mitologiche della civiltà legata all'antica Roma, e può essere
suddivisa in tre parti: Periodo repubblicano: nata nei primi anni della
storia di Roma, si distingueva nettamente dalla tradizione greca ed etrusca,
soprattutto per quanto riguarda le modalità dei riti. Periodo imperiale
classico: spesso molto letteraria, consiste in estese adozioni della mitologia
greca ed etrusca. Periodo tardo-imperiale: consiste nell'assunzione di molte
divinità di origine orientale, tra le quali il Mitra persiano, sincretizzato
nel culto del Sol Invictus. Il mito di Romolo e Remo Natura dei primi
miti romaniModifica È possibile affermare che i primi romani avessero miti.
Detta in altro modo: finché i loro poeti non entrarono in contatto con gli
antichi greci verso la fine della Repubblica, i romani non ebbero storie sulle
loro divinità paragonabili al mito dei Titani o alla seduzione di Zeus da parte
di Era, ma ebbero miti propri come quelli di Marte e di Fauno. A
quell'epoca i romani già avevano: un sistema di rituali ed una gerarchia
sacerdotale ben definiti; un insieme molto ricco di leggende storiche sulla
fondazione e sviluppo della loro città che avevano per protagonisti degli umani
ma vedevano anche interventi divini. Prima mitologia sulle divinitàModifica Il
modello romano comportò un modo molto diverso di definire il concetto di
divinità rispetto a quello greco che ci è noto. Per esempio se avessimo chiesto
ad un antico greco chi fosse Demetra, avrebbe probabilmente risposto
raccontando la famosa leggenda del suo folle dolore per il rapimento della
figlia Persefone da parte di Ade. Al contrario un romano antico avrebbe
risposto che Cerere aveva un sacerdote ufficiale chiamato flamine, che era più
giovane dei flamini di Giove, Marte e Quirino (la Triade arcaica), ma più
anziano dei flamini di Flora e Pomona. Avrebbe anche potuto dire che era
inserita in una triade con altre due divinità agresti, Libero e Libera e
avrebbe anche potuto elencare tutte le divinità minori con funzioni specifiche
che la assistevano: Sarritor (il sarchiatore), Messor (il mietitore), Convector
(il carrista), Conditor (il magazziniere), Insitor (il seminatore) e altri
ancora. Così la mitologia romana arcaica, almeno per quello che riguardava gli
dei, era costituita non da storie, ma piuttosto da complesse interrelazioni
reciproche tra dei e uomini e all'interno della sfera umana, dall'una parte, e
della sfera divina dall'altra. La religione originaria dei primi romani
venne modificata in periodi successivi dall'aggiunta di numerose e conflittuali
credenze e dall'assimilazione di gran parte della mitologia greca. Quel poco
che sappiamo della religione romana arcaica lo conosciamo non attraverso fonti
contemporanee, ma grazie a scrittori tardi che cercarono di salvare le antiche
tradizioni dall'abbandono in cui erano cadute, come lo studioso del I secolo
a.C. Marco Terenzio Varrone. Altri scrittori classici, come il poeta Ovidio nei
suoi Fasti, furono fortemente influenzati dai modelli ellenistici e nei loro
lavori impiegarono spesso miti greci per riempire i vuoti della tradizione
romana. Prima mitologia sulla "storia" romanaModifica In
contrasto con la scarsità di materiale narrativo arrivatoci sugli dei, i Romani
avevano una ricca fornitura di leggende quasi storiche sulla fondazione e sulle
prime fasi dello sviluppo della loro città. I primi re di Roma come Romolo e
Numa avevano una natura quasi interamente mitica ed il materiale leggendario
può estendersi fino ai racconti della prima repubblica. In aggiunta a queste
tradizioni in gran parte indigene, fin dai tempi antichi materiale tratto da
leggende eroiche greche venne inserito in questo blocco originario, facendo
diventare, ad esempio, Enea un antenato di Romolo e Remo. L'Eneide e i primi
libri di Livio sono le migliori fonti esistenti per questa mitologia
umana. Divinità romaneModifica Ulteriori informazioni Si propone di
dividere questa pagina in due, creandone un'altra intitolata Divinità romane.
Dèi greci e romaniModifica La pratica rituale romana dei sacerdoti ufficiali
distingueva nettamente due classi di dèi, gli dèi indigeni (di indigetes) e i
nuovi dèi (di novensiles). Gli dei indigeni erano gli dèi originari dello
stato romano e i loro nomi e la loro natura erano rivelati dai titoli degli
antichi sacerdoti e dalle feste fissate sul calendario; trenta dèi di questo
tipo erano onorati con feste speciali. I nuovi dèi erano divinità più
tardi i cui culti vennero introdotti nella città in periodi storici, di solito
in una data conosciuta e in risposta a una specifica crisi o a una determinata
necessità. Le divinità romane arcaiche includevano, oltre agli dèi
indigeni, un insieme di dèi cosiddetti specialisti i cui nomi venivano invocati
nel corso di diverse attività, come la mietitura. Frammenti di antichi rituali
che accompagnano tali azioni come l'aratura o la semina rivelano che in ogni
fase delle operazioni veniva invocata una divinità specifica, il cui nome
derivava sempre dal verbo che identificava l'operazione stessa. Tali divinità
possono essere raggruppate sotto la definizione generale di dei assistenti o
ausiliari, che venivano invocati a fianco delle divinità più grandi. Il culto
romano arcaico, più che essere politeista, credeva a molte essenze di tipo
divino: degli esseri invocati i fedeli non conoscevano molto più che il nome e
le funzioni e il numen di questi esseri, ossia il loro potere, si manifestava
in modi altamente specializzati. Il carattere degli dèi indigeni e le
loro feste mostrano che i Romani arcaici non solo erano membri di una comunità
agreste, ma amavano anche combattere ed erano spesso impegnati in guerre. Gli
dei rappresentavano chiaramente le necessità pratiche della vita quotidiana,
secondo le esigenze della comunità romana a cui appartenevano. I loro riti
venivano celebrati scrupolosamente con offerte ritenute adatte. Così Giano e
Vesta custodivano la porta e il focolare, i Lari proteggevano i campi e la
casa, Pale il pascolo, Saturno la semina, Cerere la crescita del grano, Pomona
i frutti, Consus e Opi la mietitura. Tavola illustrata degli Acta
Eruditorum del 1739 raffigurante divinità romane Anche Giove supremo, il
signore degli dèi, era onorato perché recasse assistenza alle fattorie e ai
vigneti. In una accezione più vasta egli era considerato, grazie all'arma del fulmine,
il direttore delle attività umane e, per mezzo del suo dominio incontrastato,
il protettore dei Romani durante le campagne militari oltre i confini della
loro comunità. Rilevanti nei tempi arcaici furono gli dei Marte e Quirino, che
venivano spesso identificati. Marte era il dio dei giovani e specialmente dei
soldati; veniva onorato a marzo e a ottobre. Gli studiosi moderni ritengono che
Quirino fosse il protettore della comunità in armi. A capo del pantheon
originario vi era la triade composta da Giove, Marte e Quirino (i cui tre
sacerdoti, o flamini, appartenevano all'ordine più elevato), insieme a Giano e
Vesta. Questi dèi nei tempi arcaici avevano una individualità molto ridotta e
le loro storie personali non conoscevano matrimoni e genealogie. Diversamente
dagli dei Greci, si riteneva che non agissero come i mortali e così non
esistono molti racconti sulle loro imprese. Questo culto arcaico era associato
a Numa Pompilio, il secondo re di Roma, che si credeva avesse avuto come
consorte e consigliera la dea romana delle fontane e del parto, Egeria, spesso
considerata una ninfa nelle fonti letterarie successive. Tuttavia, nuovi
elementi vengono aggiunti in un periodo relativamente tardo. Alla casa reale
dei Tarquini la leggenda ascrive l'introduzione della grande triade capitolina
di Giove, Giunone e Minerva, che occupò il primo posto nella religione romana.
Altre aggiunte furono il culto di Diana sull'Aventino e l'introduzione dei
libri sibillini, profezie di storia mondiale, che, secondo la leggenda, vennero
acquistate da Tarquinio alla fine del VI secolo a.C. dalla Sibilla
cumana. Divinità straniereModifica L'assorbimento degli dèi dei popoli
vicini avvenne quando lo stato romano conquistò il territorio circostante. I
Romani generalmente garantivano agli dèi locali dei territori conquistati gli
stessi onori degli dèi caratteristici dello stato romano. In molti casi le
divinità di recente acquisizione venivano formalmente invitate a trasferire la
propria dimora nei nuovi santuari di Roma. Nel 203 a.C. l'oggetto di culto
rappresentante Cibele venne trasferito da Pessinos in Frigia e accolto con le
dovute cerimonie a Roma. Inoltre, lo sviluppo della città attraeva stranieri, a
cui era consentito mantenere il culto dei propri dèi. In questo modo Mitra
giunse a Roma e la sua popolarità tra le legioni ne fece diffondere il culto
fino in Britannia. Oltre a Castore e Polluce, gli insediamenti greci in Italia,
una volta conquistati, sembra che abbiano introdotto nel pantheon romano Diana,
Minerva, Ercole, Venere e altre divinità di rango inferiore, alcune delle quali
erano divinità italiche, altre derivavano originariamente dalla cultura della
Magna Grecia. Le divinità romane importanti venivano alla fine identificate con
gli dei e le dee greche che erano più antropomorfiche e assumevano molti dei
loro attributi e miti. Principali divinità romaneModifica AnimaliModifica
Lupo Picchio Sirena Strige Dèi e deeModifica Ulteriori informazioni Questa voce
o sezione sull'argomento mitologia è ritenuta da controllare. Abbondanza: personificazione
dell'abbondanza e della prosperità nonché la custode della cornucopia Abeona:
protettrice delle partenze, dei figli che lasciano per la prima volta la casa
dei genitori o che muovono i loro primi passi. Adeona: protettrice del ritorno,
in particolare di quello dei figli verso casa dei genitori. Aequitas:
l'origine, il principio ispiratore di matrice divina, del diritto. Aeracura:
dea ctonia e della fertilità Aesculanus: divinità romana protettrice dei
mercanti e preposta alla coniazione delle monete Aio Locuzio: dio
dell'avvertimento misterioso, avvisò Roma dell'invasione dei Galli nel 390 a.C
Alemonia: dea della fertilità per cui le si dedicavano dei sacrifici per avere
figli, ma era anche responsabile della salute del bimbo nel ventre materno. Era
infatti lei che si occupava del suo nutrimento mentre viveva nel corpo della
madre, garantendo quindi altresì la salute del corpo della madre Alma: colei
che portava la vita Angerona: dea del silenzio o dei piaceri, protettrice degli
amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla
tristezza Angizia: divinità ctonia adorata dai Marsi, dai Peligni e da altri
popoli osco-umbri, associata al culto dei serpenti Anguana: una creatura legata
all'acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa Anna
Perenna: dea che presiedeva il perpetuo rinnovarsi dell'anno Annona: un'antica
dea italica, dea dell'abbondanza e degli approvvigionamenti Antevorta: dea del
futuro, presiede alla nascita dei bambini quando sono in posizione cefalica
Attis: paredro di Cibele, il servitore autoeviratosi, che guida il carro della
dea. Aquilone: dio del vento del nord Aurora: dea dell'aurora Auster: dio del
vento del sud Averna: una dea della morte Bacco: dio della follia, delle feste,
del vino, dell'uva, dell'ebrezza e della vendemmia Barbatus: dio a cui si
rivolgevano i ragazzi non solo perchè facesse crescere copiosa la barba, ma
anche per non tagliarsi quando ci si liberava di essa con una lama piuttosto
affilata Bellona: dea che incarna la guerra Bona Dea: antica divinità laziale,
il cui nome non poteva essere pronunciato, dea della fertilità, della
guarigione, della verginità e delle donne Bonus Eventus: una delle dodici
divinità che presiedevano all'agricoltura e concetto di successo Bubona: dea
protettrice dei buoi Candelifera: dea romana della nascita Caligine: dea della
nebbiosa oscurità primordiale, generò dapprima Caos, poi, Notte, Giorno
(Emera), Erebo ed Etere Caos: dio del caos primordiale Cardea: dea della
salute, delle soglie e cardini della porta e delle maniglie, associata anche al
vento Carmenta (Carmentis): dea protettrice della gravidanza e della nascita e
patrona delle levatrici Carna: dea con il compito di proteggere gli organi
interni, in particolare dei bambini, e più in generale di assicurare il
benessere fisico all'uomo Cerere: divinità materna della terra,
dell'agricoltura, del grano, della fertilità, dei raccolti e della carestia
Cibele (Cibelis): dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici.
Clementia: dea della clemenza e della giustizia Cloacina: dea protettrice della
Cloaca Maxima, la parte più antica ed importante del sistema fognario di Roma
Concordia: spirito dell'armonia della comunità Conso: divinità del seme del
grano, dei depositi per la sua conservazione, dei granai e degli
approvvigionamenti Cupido: dio dell'amore divino, del desiderio sessuale,
dell'erotismo e della bellezza Cunina: dea della tenerezza, protettrice dei
lattanti, che veniva supplicata a lungo quando il pargolo era insonne e non faceva
dormire, o quando aveva la febbre, o male al pancino Cura: dea della vita e
dell'umanità Dea Tacita: dea degli inferi che personifica il silenzio Devera:
una delle tre divinità che insieme a Pilumnuse Intercidona proteggevano le
ostetriche e le donne in travaglio Diana: dea della Luna, delle selve, degli
animali selvatici, delle giovani fanciulle vergini e della caccia, custode
delle fonti e dei torrenti Disciplina: personificazione della disciplina
Discordia: dea della discordia, del caos e del male Dis Pater: dio del
sottosuolo Domidicus: dio che guida la casa sposa Domizio: dio che installa la
sposa Dria: dea che assicurava un buon flusso esente da dolori nelle
mestruazioni Edulica: dea spesso invocata perché alla madre non mancasse il
latte Edusa: dea che provvedeva a far provare al bambino il desiderio della
semplice acqua Egeria: dea romana delle fontane e del parto Epona: dea dei
cavalli e dei muli Ercole: dio del salvataggio Erebo: dio ancestrale
dell'oscurità, le cui nebbie circondavano il centro della Terra Esculapio: dio
della medicina Etere: dio dell'aria superiore che solo gli dei respirano
Fabulinus: dio che insegna ai bambini a parlare Falacer: dio del Cermalus
(un'altura del Palatino) Fama: personificazione della voce pubblica Fascinus: incarnazione
del divino fallo Fauno: dio dei pascoli, delle selve, delle foreste, della
natura, dei campi, dell'agricoltura, della campagna e della pastorizia Favonio:
dio del vento dell'ovest Febo o Apollo: dio del Sole, delle arti, della musica,
della profezia, della poesia, delle arti mediche, delle pestilenze e della
scienza Fecunditas: dea della fertilità Felicitas: divinità dell'abbondanza,
della ricchezza e del successo, presiedeva alla buona sorte Ferentina: dea
dell'acqua e della fertilità Feronia: una dea romana della fertilità di origine
italica, protettrice dei boschi e delle messi, celebrata dai malati e dagli
schiavi riusciti a liberarsi Febris: dea della Febbre, associata alla
guarigione dalla malaria Fides: personificazione della lealtà Flora: dea della
primavera e dei fiori Fontus o Fons: dio delle fonti Fornace: dea del forno in
cui si cuoce il pane Fortuna: dea del caso e del destino Furie:
personificazioni femminili della vendetta Furrina: dea delle acque Giano: dio
dei bivi, delle scelte, dell'inizio e della fine Giorno: dea del giorno Giove:
re degli dei, dio del fulmine e del tuono Giunone: regina degli dei, dea della
donne e del matrimonio Giustizia: personificazione della giustizia Giuturna:
dea dei corsi d'acqua dolce del Lazio Insitor: dio della protezione della
semina e degli innesti Inuus: dio del rapporto sessuale Iride: dea
dell'arcobaleno e messaggera degli dei Iuventas: dea della giovinezza
Jugatinus: dio che unisce la coppia in matrimonio Lari: spiriti protettori
degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon
andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale Laverna:
protettrice dei ladri e degli impostori Levana: dea protettrice dei neonati
riconosciuti dal padre Libero (Liber): dio italico della fecondità, del vino e
dei vizi Libertas: divinità romana della libertà Libitina: divinità arcaica
romana, incaricata di badare ai doveri ed ai riti che si tributavano ai morti e
che perciò presiedeva ai funerali Lua: dea a cui erano consacrate le armi dei
nemici sconfitti Lucina: dea del parto, salvaguardava inoltre le donne nel
lavoro Luna: personificazione della Luna Luperco: dio protettore della
fertilità Lympha: dea che influenzava l'approvvigionamento idrico Maia: dea
della fecondità e del risveglio della natura in primavera Mani: anime dei
defunti. Esse talvolta venivano identificate con le divinità dell'oltretomba
Manturna: dea che teneva la sposa a casa Marìca: divinità italica. Ninfa
dell'acqua e delle paludi, era signora degli animali e protettrice dei neonati
e della fecondità Marte: dio della guerra violenta Matres: divinità femminili
dell'abbondanza e della fertilità Mefite: dea delle acque, invocata per la
fertilità dei campi e per la fecondità femminile Mena (21°figlia di Giove): dea
della fertilità e delle mestruazioni Mors: personificazione della morte
Mercurio: messaggero degli dei, dio della velocità, dell'astuzia, delle strade,
del commercio, dei messaggi, dei viaggiatori, dei ladri, dell'eloquenza,
dell'atletica, delle trasformazioni di ogni tipo, della destrezza e della
farmacia, protettore dei messaggeri, dei ladri e dei viaggiatori Minerva: dea
dell'intelligenza, delle tattiche militari, della tessitura e delle arti
casalinghe Mitra (Mithra): dio delle legioni e dei guerrieri Muse: 9 divinità
delle arti Mutuno Tutuno: divinità matrimoniale fallica Nemesi: dea della
vendetta, dell'equilibrio e del castigo Nettuno: dio del mare, dei terremoti,
dei maremoti, delle piogge, del vento marino, delle tempeste e della siccità Notte:
dea della notte Numeria: dea italica della matematica, preposta al conto dei
mesi del parto Nundina: dea che si occupava della purificazione dei nuovi nati
Opi: dea della terra e dispensatrice dell'abbondanza agraria Orco: dio degli
Inferi Ore: dee delle ore Ossilao: dio che si doveva occupare che le ossa dei
bambini crescessero sane e robuste Palatua: dea del Palatino Pale: dio degli
allevatori e del bestiame Partula: dea del parto, che determina la durata di
ogni gravidanza Pax: dea della pace Pavenzia: dea che si occupava di proteggere
i bambini dagli spaventi improvvisi Pellonia: divinità che faceva scappare i
nemici Penati: spiriti protettori di una famiglia e della sua casa ed anche
dello Stato Pertuda: dea che consente la penetrazione sessuale Picumnus: dio
della fertilità, dell'agricoltura, del matrimonio, dei neonati e dei bambini
Pietas: dea del compimento del proprio dovere nei confronti dello Stato, delle
divinità e della famiglia Pilunno: dio protettore dei neonati nelle case contro
le malefatte di Silvano Plutone: dio della morte e degli inferi Pomona: dea dei
frutti Potina: dea che si occupava di accompagnare il bimbo nello svezzamento
Portuno: dio dei porti e delle porte Postvorta: dea del passato, presiede la
nascita dei bambini quando essi sono in posizione podalica Prema: dea che tiene
la sposa sul letto Priapo: dio della fertilità maschile Proserpina: dea dei
fiori e della primavera Providentia: personificazione divina dell'abilità di
prevedere il futuro Psiche: dea delle anime, personificazione dell'Anima
gemella, ossia l'amore umano e protettrice delle fanciulle Pudicizia: dea
romana della castità coniugale Quirino: dio delle curie e protettore delle
pacifiche attività degli uomini liberi Robigus: dio romano della ruggine del
grano Roma: dea della patria e della città di Roma Rumina: dea delle donne
allattanti Salacia: dea dell'acqua salata e custode delle profondità
dell'oceano Salus: personificazione dello stare bene, della salute e della
prosperità Sanco: dio protettore dei giuramenti Saturno: titano del tempo e
della fertilità Securitas: personificazione della sicurezza Silvano: dio dei
boschi Senectus: dio della vecchiaia Sogno: dio dei sogni Sole:
personificazione del Sole Sol Indiges: antica divinità solare Sol Invictus:
antica divinità solare Somnus: dio del sonno e padre dei sogni Soranus: dio
solare infero Speranza: dea della speranza Statano: divinità che aiutava i
bimbi ad avere forza sulle gambe e quindi a camminare speditamente Statulino:
dio che era accanto ai bambini nel muovere i primi passi perché non cadessero
donandogli la stabilità Sterculo: dio inventore della concimazione dei campi e
degli escrementi Stimula e Sentia: dee che, negli adolescenti, affinavano i
sensi ed i ragionamenti, curandone l’intelligenza ed il raziocinio, li
rendevano consapevoli e gli insegnavano da un lato l’indipendenza e dall'altro
l'onere dei loro doveri Strenia: simbolo del nuovo anno, di prosperità e buona
fortuna Subigus: dio che sottomette la sposa alla volontà del marito Summano:
dio dei tuoni e dei fenomeni atmosferici notturni Terminus: dio dei confini dei
poderi e delle pietre terminali Tellus: dea romana della Terra e protettrice
della fecondità, dei morti e contro i terremoti Tiberino: dio delle sorgenti e
del fiume Tevere Trivia: dea della magia, degli incroci, degli incantesimi,
degli spettri e protettrice degli incroci di tre strade ed era la potente
signora dell'oscurità, regnava sui demoni malvagi, sulla notte, sulla Luna, sui
fantasmi e sui morti, associata anche ai cicli lunari rappresentava la Luna
calante. Era invocata da chi praticava la magia nera e la necromanzia Uterina:
assistente alla puerpera nel momento delle doglie che aiutava a superare il
dolore delle doglie Vacuna: patrona del riposo dopo i lavori della campagna.
Divinità di ampio utilizzo, ma soprattutto riconosciuta e invocata per la
fertilità, legata alle fonti, alla caccia, e al riposo Vaticano: dio la cui
funzione era assistere i neonati nel loro primo vagito Veiove: protettore
dell'Asylum, il bosco sacro di rifugio che si trovava nella sella del
Campidoglio Venere: dea della bellezza, dell'amore e del desiderio Verità: dea
e personificazione della verità Vertumno: dio della nozione del mutamento di
stagione e presiedeva alla maturazione dei frutti Vesta: dea del focolare,
della casa e del cibo Vica Pota: dea della vittoria e della conquista Victoria:
dea della vittoria e dei giochi Viduus: dio minore, deputato a separare l'anima
dal corpo dopo la morte Virginiensis: dea che scioglie la cintura della sposa
Viriplaca: dea romana che "placa la rabbia dell'uomo" Virtus:
divinità del coraggio e della forza militare, la personificazione della virtus
(virtù, valore) romana Volturno: dio del fiume Volturno e patrono del vento
caldo di sud-est Volupta: personificazione del piacere sensuale Vulcano: dio
del fuoco, della metallurgia e dei vulcani, protettore dei fabbri Festività Modifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Festività romane.
Consualia Fontinalia Fornacalia Lupercalia Nettunalia Parentalia Saturnali
Primavera sacra Floralia Località -- Averno (lat.Avernus) Campidoglio Cariddi
Lete Palatino Stige (lat.Styx) Personaggi, eroi e demoniModifica Almone - eroe
Anteo - eroe Ascanio - eroe Caca - demone Caco - demone Camene - demoni Camerte
- eroe Caronte - demone Cidone e Clizio - eroi Clauso - eroe Clelia - eroe
Curiazi - eroe Didone - personaggio Egeria - demone Enea - eroe Ercole - eroe
Eurialo e Niso - eroi Evandro - eroe Fauna - demone Fauno - demone Feziali -
eroe Flamini - personaggi Galatea - demone Lamiro e Lamo - eroi Laride e Timbro
- eroi Lavinia - personaggio Lica - eroe Luca - eroe Marica - demone Messapo -
eroe Murrano - eroe Numa Pompilio - eroe Orazi - eroi Pallante - eroe Pico -
demone Pontefice massimo - personaggio Publio Cornelio Scipione Psiche -
personaggio Ramnete - eroe Rea Silvia - personaggio Remo - eroe Reto - soldato
Romolo e Remo - eroi Salii - personaggi Salio - eroe Serrano - eroe Sibilla -
personaggio Tagete - demone Tarquito - eroe Terone - eroe Tirro - personaggio
Turno - eroe Ufente - eroe Umbrone - eroe Venulo - eroe Vestali - personaggi
Volcente - eroe PopoliModifica Aborigeni Equi Latini Marsi Messapi Rutuli
Sabini Troiani Volsci. Ferro e Monteleone, Miti romani. Il racconto, Torino,
Einaudi, 2010. Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Torino, Utet, 1999. Voci
correlateModifica Religione romana Sacerdozio (religione romana) Numen
Mitologia Mitologia etrusca Mitologia greca Dodici dei (religione romana)
Quirino (divinità). Portale Antica Roma Portale Letteratura
Portale Mitologia Ultima modifica 5 ore fa di Pulciazzo PAGINE CORRELATE
Lista di divinità lista di un progetto Wikimedia Dèi Consenti dodici dèi
principali della mitologia romana Triade arcaica Wikipedia Il Conte
Tullio Dandolo. Tullio Dandolo. Dandolo. Keywords: storia della filosofia
romana – ambasceria di Carneade – e tutto il resto! -- “Il secolo di Augusto”;
“Roma e l’impero fino a Marc’Aurelio” “Corse estive nel Golfo della Spezia”;
roma pagana “indici ragionati degli studi del conte Tullio Dandolo su Roma
pagana” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dandolo” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Daniele: l’implicatura conversazionale numismatica
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Clemente). Filosofo italiano. Grice: “Daniele is
an interesting philosopher, if you are into numismatics, his pet topic!” Figlio
di Domenico e Vittoria De Angelis, studia a Napoli, dove frequenta gli intellettuali
della città. Entra in amicizia con vari studiosi tra cui Genovesi, Cirillo, ed
Egizio. Cura un'edizione delle opere di A. Telesio, illustre filosofo
cosentino, lavoro che gli procurò l'interesse di intellettuali di giornali
letterari dell'epoca, specialmente per l’epistola dedicatoria e la vita del
Telesio filosofo in purgato latino. Cura la pubblicazione le “Opuscoli” di Mondo,
che era stato il suo primo maestro, premettendovi una dotta prefazione di tutte
le veneri e la grazie pellegrine dell’idioma toscano, che merita gli elogi di
Zanotti. Pubblica le nuove “Orazioni” latine di Vico, ch’erano state lette da
quest’altissimo ingengno mentre filosofava sull’eloquenze e la colloquenza alla
Regia Univerista. Publicca la l’aureo romanzo de Longo – que sembra dettato
dall’amore, reso in volgare da Caro, con deliziosa e spontanea gracia, faciendo
un dono preziossimimo agli ananti della toscana favella – corredandolo di una
dotta prefazione escritta con ammirabile purita di lingua. A San Clemente cura le
proprietà della famiglia. Si dedica al studio dell’antico e agli studi della
classicità acquisendo documentazioni – collezione epigrafica -- e creando una
collezione di oggetti antichi legati al territorio di San Clemente. Pubblica una
critica ad alcuni studi sulle storia di Caserta (“Crescenzo Espersi Sacerdote
Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni, un ufficiale di artiglieria
napoletano”). Il marchese Domenico Caracciolo lo fa richiamare a Napoli dove
entra nella segreteria di Stato. Riordina la raccolta delle leggi e dei diplomi
dell'imperatore Federico II. E nominato "regio istoriografo", carica
che era stata di Vico e di Assemani. Alla carica era associato un sussidio
economico. Pubblicò Le Forche Caudine illustrate (Napoli), lavoro che gli
permise di entrare all'Accademia della Crusca. Ricoprì nella Reale Accademia di
Scienze e Belle Lettere, creata da Ferdinando IV, la carica di censore per le
memorie delle classi terza e quarta. Riceve l'incarico di sistemare la
biblioteca della Collezione Farnese, in seguito confluita nella Biblioteca di
Napoli. Divenne uno dei 15 soci dell'Accademia Ercolanese, dove cura la
pubblicazione degli studi su Ercolano e Pompei. Suo malgrado anzi fu coinvolto,
a causa della sua vicinanza con gli intellettuali vicini alla repubblica, nei
fatti che successero dopo la caduta della Repubblica partenopea. Perse tutti
gli incarichi e di conseguenza torna agli amati studi. Pubblicò un saggio di
numismatica, Monete antiche di Capua, con la descrizione delle monete capuane di
cui sei inedite. Sotto Bonaparte, riottenne le sue cariche e l'anno dopo
divenne segretario perpetuo dell’Accademia di storia e di antichità e fu
nominato direttore della Stamperia Reale. Fu anche socio dell'accademia
Cosentina, della Plautina di Napoli, e dell'Accademia Etrusca di Cortona. Altre
opere: “Antonii Thylesii Consentini Opera” (Napoli); “Crescenzo Esperti
Sacerdote Casertano al Signor Gennaro Ignazio Simeoni” (Napoli) – una lettera
sotto un falso nome in cui dimonstra la vera origine di Caserta --; “Le Forche Caudine illustrate” (Caserta) –
dove stabilisce il vero luogo ove furono piantati que’ gioghi sotto cui
passarono le vite legion romane, provando con compoisoa e ben adattata
erudizioone, chef u la Valle d’Arpaia, contro l’opinione di Cluvero, Olstenio,
e di altri eruditi di chiaro nome --; “I Regali Sepolcri del duomo di Palermo
riconosciuti et illustrate” (Napoli) – imprese anche ad illustrare le tombe de’
re di Sicilia. Rispende in questa la purita della lingua, e la ‘erudizione piu
estesa, che possa desiderarse tanto nella patria storia degli antichi tempi,,
quanto in quella del medio evo -- “Monete antiche di Capua” (Napoli) dove interpreta le antiche monete di Capua gia
pubblicate fino al numero di dodici, ne pubblica altre sei del tutto ignote
agli eruditi; e nel fine dell’opera tratta in un erudite discourse del culto di
Giove, di Diana, e di Ercole presso i Campani. Opera inedita: Ricerca storica,
diplomatica, e legalle sulla condizione feudale di Caserta; Vita e Legislazione
dell’Imperatore Federico II, “Codice Fridericiano” contenente tutta la
legislazione di Federico. Propurca l’onoro di iiverine region storiografico,
segretario perpetuo dell’accademia ercolanese e l’accademia della Crusca.– che
le merita membro della Crusca – Vita ed opuscoli di Camilo Pellegrino il
giovane; Topografia dell’antica Capua illustrate con antichi monumenti; Il
Museo Casertano. “Cronologia della famiglia Caracciolo di Francesco de Pietri”
(Napoli). Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Danilele epigrafista e l’epigrafe probabilmente sua
per la Reggia di Caserta,La collezione epigrafica del Daniele a Caserta; Una
pagina di storia dell’Anfiteatro Campano, Francesco Daniele: un itinerario
emblematico, in classica a Napoli, La famiglia Daniele e i suoi due palazzi in
San Clemente di Caserta: note genealogiche ed araldiche, descrizione degli
edifici superstiti e ipotesi e proposte per la loro corretta attribuzione”; Daniele
e lo studio del mondo antico” -- Lettere di Francesco Daniele al principe di
Torremuzza”; “Lettera di Francesco Daniele a Giovanni Paolo Schultesius”, Lettere
di Francesco Daniele al dottor Giovanni Bianchi di Rimini” Pseudonym:
‘Crescenzo Esperti’. Francesco Daniele.
Keywords: filosofia antica, roma antica, filosofia romana, l’antico in Roma
antica, l’antico, idea dell’antico, ercolano, pompei, collezione farnese,
palazzo Daniele, San Clemente, Caserta. Opera di Mondo, A. Telesio. “Regio
Istoriografo,” carica cheera state di Divo e di Assemani, Giove, Diana, Ercole,
Campania, le vinte legion legion romane, l’origine di Caserta, A. Telesio,
filosofo. Mondo, filosofo, opuscoli. Romanzo di Longo reso in volgare da Caro,
vita di Talesio, orazioni sull’eloquenza di Vico, valle d’Arpaia, gioghi, re di
Sicilia. Numismatica romana studio della monetazione romana Lingua Segui
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sinottico {{Coin image box 1 double}} La numismatica romana studia la
monetazione romana, cioè l'insieme delle monete emesse da Romae dal suo Impero
dalla prime emissioni di monete fuse, delle monete romano-campane sino alla
fine dell'Impero Romano. Articolazione della materiaModifica monetazione
romana repubblicana monetazione imperatoriale monetazione imperiale monetazione
provinciale La monetazione repubblicana comprende monete dalle prime emesse da
Roma a partire dal III secolo a.C. sino alla guerra civile che scoppia intorno
al 49 a.C. La monetazione imperatoriale comprende monete emesse nel
periodo delle guerre civili, dai vari generali in lotta in virtù dell'imperium
posseduto. Alcuni studiosi non accettano questa categoria ed includono queste
monete in quelle repubblicane. La monetazione imperiale romana comprende
monete emesse dalla nascita del principato fino alla fine dell'Impero
romano. La monetazione provinciale invece tratta di quelle monete che
sono state emesse da colonie ed alleati di Roma. Si tratta principalmente di
monete sussidiarie o di monete emesse dagli imperatori romani utilizzando tipi
che fossero meglio compresi da popolazioni di lingua greca. Spesso queste
monete sono indicate col termine di coloniali. Una volta erano anche chiamate
Greche imperiali. I punti più rilevanti nella monetazione romana sono
l'emissione del denario nel III secolo a.C., l'emissione dell'antoniniano verso
il 215 d.C. da parte di Caracallanonché lo studio del sesterzio vero e proprio
veicolo di propaganda dell'antichità. Sono anche fondamentali le riforme
monetarie di Augusto, Caracalla, Aureliano e Diocleziano. Classificazione
delle monete romane repubblicaneModifica Antonia 1; Syd. 742; Craw.
364/1b Pompeia 1; Syd. 461; Craw. 235/1a Per le monete repubblicane uno
dei riferimenti più usati è il testo di Ernest Babelon (Description historique
et chronologique des monnaies de la république romaine vulgairement appelées
monnaies consulaires) pubblicato in due volumi nel 1885-1886. Nel testo viene
utilizzata la suddivisione proposta da Eckhel: monete fuse monete
romano-campane monete anonime, senza cioè l'indicazione del magistrato
responsabile dell'emissione monete divise per gens. All'interno della gens le
monete sono catalogate in ordine cronologico. Le monete vengono quindi indicate
con l'indicazione delle gens ed un numero progressivo: ad es. Claudia 6,
Pomponia 1. La Description di Babelon è stata ristampata. Altri lavori
più moderni sono quello di Sydenham e quello di Michael H. Crawford, che
elencano le monete in ordine cronologico. Il lavoro di Crawford è il più
recente sulla monetazione repubblicana. Nell'elenco delle monete il primo
numero indica il monetario mentre il secondo numero indica la singola
moneta. Sydenham, E.A.: Coinage of the Roman Republic Crawford, M. H.:
Roman Republican Coinage. Quest'ultimo lavoro è considerato il migliore
attualmente esistente Bisogna anche citare due studi particolari:
Campana, Alberto: La monetazione degli insorti durante la guerra sociale (91-87
a.C., l'unico studio approfondito su questo tema, che riporta anche il corpus
completo e lo studio dei coni. Thurlow, B. - Vecchi I.: Italian Aes Grave and
Italian Aes Rude, Signatum, and the Aes Grave of Sicily, sulla monetazione fusa
in Italia e Sicilia. Classificazione delle monete romane imperiatorialiModifica
Non esistono pubblicazioni specifiche che classifichino le monete di questo
periodo. Si usano sia testi sulle monete repubblicane che testi sulle monete
imperiali. Alcuni dei testi sono già stati analizzati per le monete
repubblicane e sono: Babelon, E.: Monnaies de la République Romaine, che
usa la divisione per gens. Sydenham, E.A.: The Coinage of the Roman Republic,
che usa una suddivisione cronologica e si ferma grosso modo al 36 a.C. Crawford,
M. H.: Roman Republican Coinage, che arriva fino al ca. 30 a.C. Altri testi,
che riguardano anche la monetazione imperiale sono: Cohen H. Déscription
Historique..., un testo in otto volumi del 1880 che riguarda le monete
dell'Impero Romano e che il più usato per classificare le monete imperiali
R.I.C. Roman Imperial Coinage, vol. 1. (a cura di Harold Mattingly e Edward A.
Sydenham). Il primo volume di 9. A partire dal 29 a.C. Classificazione delle
monete romane imperialiModifica I testi di riferimento per la monetazione
imperiale sono i "Cohen" ed il RIC. Henry Cohen: Déscription
Historique des Monnaie frappées sous L'Empire Romain, comunemént appelées
Médailles Imperiales, un testo in otto volumi, tra il 1880 ed il 1982. Riguarda
le monete dell'Impero Romano e che il più usato per classificare le monete
imperiali. Ovviamente ormai molte delle informazioni contenute sono diventate
obsolete. Copre le monete emesse dal 49 a.C. fino al 476 d.C.Le monete sono
ordinate prima cronologicamente per Imperatore, poi per l'ordine alfabetico
della scritta al rovescio. Questo ordine, certamente poco scientifico, comunque
permette di identificare abbastanza rapidamente la moneta. È oggi disponibile
in rete. R.I.C. Roman Imperial Coinage, Nove volumi a cura di Mattingly e
Sydenham. Copre il periodo dal 29 a.C. al 395 ed è lo standard di riferimento
per le centinaia di libri e cataloghi di collezioni su questo periodo.
BibliografiaModifica GeneraliModifica Theodor Mommsen: Die Geschichte des
römische Münzwesen - Berlin 1860. Tr. fr.: Histoire de la monnaie romain. Paris
1865. (Ristampa Graz 1956. Ristampa Forni 1990) Andrew Burnett: Coinage in the
Roman World,London: Seaby, Sutherland, Roman Coins Harl: Coinage in the
Roman Economy Thomsen, Early Roman Coinage: a Study of the Chronology, 3 voll.,
Copenaghen, 1957-61. RepubblicaModifica Ernest Babelon, Description historique
et chronologique des monnaies de la République Romaine vulgairement appelées
monnaies consulaires, 2 voll., Paris, Rollin et Feuardent, 1885-86 (ristampato
da Forni). Alberto Banti, Corpus Nummorum Romanorum. Monetazione repubblicana,
9 voll., Firenze, Banti editore, 1980-82. Gian Guido Belloni, La moneta romana.
Società, politica, cultura, Firenze, NIS, 1993. Gian Guido Belloni (a cura di),
Le monete romane dell'età repubblicana. Catalogo delle raccolte numismatiche,
Milano, Comune di Milano, 1960. Michael H. Crawford, Roman Republican Coinage,
2 voll., London, Cambridge University press, 1974. Michael H. Crawford, Roman
Republican Coin Hoards, London, Royal Numismatic Society, 1969. E. A. Sydenham,
The Coinage of the Roman Republic, New York 1952 (ristampato da Durst, 1995).
ImperoModifica Alberto Banti, I grandi bronzi imperiali, 9 voll., Firenze,
Banti editore, 1983-87. Henry Cohen, Description des Monnaies frappées sous
l'Empire Romain, II ed. Paris, 1880-92 ed. digitale H. Mattingly - E.A.
Sydenham (et al.), Roman Imperial Coinage, Londra, 1936-84 Eupremio Montenegro,
Monete imperiali romane, Con valutazione e grado di rarità, Torino, Montenegro
edizioni numismatiche, 1988. Herbert Allen Seaby, Roman Silver Coins, Second
edition, 4 voll., London, B.A. Seaby, 1967-71. David R. Sear, Roman Coins and
their Values, Millennium edition, 3 voll., London, Spinx, Monetazione romana
Monetazione romana Monetazione fusa Monetazione romano-campana Monetazione
romana repubblicana Monetazione imperatoriale Monetazione imperiale Monetazione
provinciale Monetazione bizantina Monetazione italiana antica Collegamenti
esterniModifica Sito con le immagini delle monete repubblicane ed imperiali, su
wildwinds.com. Introduction to Roman Coins by The Museum of Antiquities on the
University of Saskatchewan, su usask.ca. Risorse numismatiche on line.
Università di Bologna, su numismatica.unibo.it. URL consultato il 14 aprile
2006 (archiviato dall' url originale il 7 maggio 2006). Rassegna degli
Strumenti Informatici per lo Studio dell'Antichità Classica: Fonti
numismatiche, su rassegna.unibo.it. Portale Antica Roma
Portale Numismatica Ultima modifica 2 anni fa di Messbot PAGINE CORRELATE
Numismatica studio della moneta e della sua storia Monetazione romana
repubblicana monetazione di Roma repubblicana Roman Imperial Coinage
catalogo britannico delle monete romane di età imperiale Wikipedia Il Daniele.
Keywords: implicatura numismatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Daniele” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Dati: l’implicatura conversazionale dell’ELEGANTIOLÆ
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Grice: “Dati is a good
one if you are into Ciceronian rhetoric as given a running commentary by an
unknown philosopher from Siena! – But mind, he also wrote, like Shropshire, on
the immortality of the soul!” Noto per il suo manuale di grammatica
Elegantiolae. Erasmo lo loda come uno dei maestri italiani di eloquenza. Nato
da una agiata famiglia senese, passò la maggior parte della sua vita a Siena. Studia
con Filelfo. Dopo aver insegnato per qualche tempo a Urbino, torna in patria e
insegna retorica. E nominato segretario di Siena. Altre opere: Elegantiolae. L'Isagogicus
libellus pro conficiendis epistolis et orationibus fu stampato per la prima
volta a Ferrara da Andrea Belfortis. Elegantiae minores; “Opusculum in
elegantiarum precepta cum Jodoci Clicthovei Neoportunensis et Jodoci Badii
Ascensii commentariis; “Ascensii in epistolarum compositionem compendium”;
“Sulpitii de epistolis componendis opusculum”; “Tabule in Augustino Datto
contentorum index”; “Francisci Nigri elegantie regularum elucidatio”;
“Magistratum Romanorum nominum declaratio”; “Ortographie regularum Ascensiana
traditio. De grecis dictionibus apex ex Tortellio depromptus.” “Augustini
Datii Senensis opera (Siena) – include diciassetteopusculi: I piu importanti
sono: “Oratium libri septem”, “Fragmenta senensium historiarium libris tribus;
“Isagogicus libellus pro conficiendis epistolis et orationibus” – ristampato
“Elegantiarum libellus”. Le Elegantiolae, ristampato ocon cari titoli, era
considerato "il manuale par excellence". Sirve da base per i “Rudimenta
grammatices” di Perotti. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, “Plumbinensis Historia”, Firenze, SismelEdizioni
del Galluzzo. Vedi Bandiera, “De laudibus eloquentiae A. Datii” – BOpSTr
. JULLgi I &
o=w zxt ri (yauM^ -zn j r J * cm
(jflV<3 VSTINI DttTI Senenfis Ifagogi? cus libellus in eloquftie
precepta/ab JPvnbrea b«= mini ctyriftof eri filium f eliciter
incipit/ 8 RebimugiambufeumaplcnfcKviiris i *
etiam bifertiflimis perfuafiitum be- v ' ,. .,.. t v t , „ v r ,
mum artem quepiam in bicebo non . ^*«,,. '<$•/ J nuliam abipifcu
y fi veteru fectatu vef 6 tigia/optia fibi quifcp feper ab imita
bum propofueriFTNecj^ eni qui biutius I.M» Ci= | ceronis lectione
veriatus fit,n5 m bicebo/et orna= ' t«s/et copiofus effe
poterit. Na et fjorribiora cre= i ,•.»>>- brius cofectati l ipfi
qucqp anbi ieiuni et inculti fi ant neceffe eft. 4jLectitati igitur
micfyi Ciceronis voJuminaCque eloquenhe parentem appellaueri) - j
pauca anotatioe bigna vifa fut. iquibus fi vtemur 41
vulctanufermoneaipernati/abeloquetiamrroxi i s i
mius.accebemus/ v ((TPrimum preceptum l
varietati/comutati^ onio^vtftubeamus/ t*Tl. d Seb cu ib
i primis quirc| abmouebus fiti quob rfyetor ille biligetittimus / et
inlignis abmobu ora* tor/fabius Quitilianus be oronis partibus
bicere cofueuit.JMeq; eni leges fut oratoru / quaba velu- .
tiiniu.atihjKceflitdtecoltitute; ncc roaaiignibus < L -v*
GI-NEVIEVM ;vt i&cm bicebat)plebifl ve fcitis.Tancta [vt ifta
pre cepta.feb vti in ftatuis/picturis pozmatibus ccte= rif^ita
quocgin exornaba viri eloquetis oratione plurimum feper roboris/ac vcnuftatis
r;abuit va= rietas . &tc$Cquob bici ibfet) tenenbu /cauenbucj —
illub eft antc omniainears vlla bicebi (u fieri po- teft) fTe vibeatur .
Hec igitur lex prima fit comu« tafionis/varietatiTaj/qua erubitoru aures
nobiffi cile iubicet. ilHoc iajtar iacto fubaireto /per* pauca
beitfps fcritan C 7>vnorea amicc fuauilhme) qae et fi ron femper^ vt
plurimi m tamen l;is ra= tionitus titi feruar.ba erunt t fcb iam nofiri
ialti' tuti ita nafcetur exorbium. (JBecunbum preceptum be fitu
fuppofiti/ verbi etappctti i oratione; ^Jplcrua; enim qui
oratorie artis fforibussc faleratis.vtaiuOveibisftufccntkotratnu
vulgataci gramaticorum confuetubinem bamna= tcsi quob in calce abiolute
orationis locari cofue= uitiib illi potms coaptantinicioi quob oir.ne
tibi exemplo erit manifeftms . £cis plena orationera
conltaretribuspartitus. qucbfuppofitun Cvte- orum ipforum vocabulis
vtar)quob verbu/ quob appcfitum vocant.Diciit igitur nramatici
{5cipia afiicanus telcu A l.aitf;£gin«ri, ciwticrie
vcro L r h
1 r * l eloquii bemines couerfo potius vtuntur
orbine. Al-*— a liarttjacune lcipio africanus &eleuft.illi.'M/r.Ci
&*—*-** cero vtitur famuiariter.p4cntulo.no8 vero.'p«le^ ^
**f'**T tulo.M.T.Cicerofarmliarir vtitur. Quib? tf^'J*t-r me
exeplis patere arbitror appofitum prirnu 1 owr^V^ * > tione/fuppofitu
mebiul nouiflmuiverolocu ver^^ bu tenere.([Seb et u quibCpro graraaticor5
«•*. A; re)poft appofitu fitum eriti ib iitio oratioms poi^J^
L-_/ Scncr^^. ras.Ligurgus
conbibit fancttflimas legcs lacebc* *~i awu^yfc. monis.
LacebemonisfanctillimasIecreB ligursr..^*- <*, e ~3 aus
conbibit.mulfag; cofimili ratione* ~pao„tfi^c , *~l'*-*_ i !_____.
*.l.*-«*«_i \--> k
igitur pieruncj principioappomturi hppoiitutnf^/ mebiojline vei bum.vtanopagu
folon. fclammuBf™ primu coftituit vbi granwtici bicut j fol5 primus
, coltituitanopasum. {[Ceterum biueriis orttmc * __ v feus i et
iocis tollocabe fut partes pro aunum iu*r7 " a ^ fW do j quob quibem
folo vfu coparatur» __.» ^ a*A *» (?Tertjum preceptum be abuerbioru
fitu ♦ *_^r * — ^ |*r^ lam vero be abuerbiisC que funt veluti
abiecjjftc*^»^*- "" verb?rum)5id poteft pauW vbi uia lpci
~ A effeivfei bemu aptius congruere vifa tuerint«mos bo in
principioJmobo in finelmobo intenecta m< ter vti ucg.qua in re
biligeti vtenbuin eft conhho* Seb prope verfcum f requetius per venuftam
reb«= bunt oratione. vt fabius maximus ante alios for- titer atcj
animofe pugnauit.C.lehus fcipioe fami hanfume vtebatur.Qementiflimus
ceiar l?umiti= teHcjngfcebat . Nunc vero ab rehqua . {jQuartu
preceptum be prepofitionu/et integrarum pferumaj
orationuiteriectioet inter fubftatiuum et abiectiuum; PR8POfitiones
pcrpulcf;rc intcr fobftafiua at q abiectiua nomina interiiciutur.vt
feraci in agro ornatiflimo in loco.maximas ab res.fyanc ob cau*
fam. iuftis be caufis . aliacji l;uiufmobi complura* Ncc
prcpofitionea folum ( kb alia pretcrea eiufc» mobi nuncfumemus
eyempla.Maxima i rep. bi* ligentia. magna in parentes pietas.increbibilis
m omnes ciues obferuantw.fummain l;oftes hbera ([Quintu
preceptum be fmedecticne genis fiuora iter buos nominatiuos/et
ecotra. 7Ktq etiarn pulcf;crriinu i iter buos cafus / puta no
minatiuoe buos/ahquib cotmue pomtur. Vt om »ia reip.iura coftates miljtum
ammi.macma fces < i» f
m leratorum fyominum flagitiaf Bcouerfo etia cofti
tuta ac trafpolita oratio piurimu exornah Vtl?u ius daritubo
viri.fyuius qmrites auctoritate locif Ci
Sextupreceptubeabiectiuorufituf Venufte etiam pieruqj precebit
abiectiuum nome fubft4tiuum*Vttuabigmtas«optimavirtus»biui
»u igemuin.exquifitaboctrina*Magni ehirefert/ quo ioco quecg
bictio iita fit. quob teftatur Boeti - us in iis comontariis l quos
in ariftotelis librum cofcripfit.vbi et Ciceronis et virgilii ponit
exepla Boetii autem ipfius fyec verba fut ♦ Sfenim c£tum
ab copofitionem orationisfpectaf/maximum bif- f ert l quo
vcrba et nom \ na pr ebicationis fue orbi- ne proferantur* Multum
enim itereft in eo quob f* A *
aitCicero^bb9ncteamctiamnaturapeperit-'vo> .T^T^> i \
lutas exercuit/fortuna fcruauit ♦' ita bixiffe vt biz J ;
ctum eft/an lta ab Ijanc te amentjam peperit naf u +4 £ j ^ raiexercuitvoluntasiieruauitfortuna*
jSicei'im>>' 4 * » minor elt fetentie magnitubo. minuf^ in
ealucet _^.^ v ib quob fi fic coponatur emmet i et fefe vel nolen?
., -^* » • * * tib«s i^ominum aunbus/aifqj patefacit « Rurius
quoqi bicit Virgduis pactqj iponere moremipo^ iuilfet
feruaffe metrum li ita bixifiet l moreq? im= ponere paciifeb elt
bebilior fonus* nec eo lctu ver fus ta preclare vt uhc compojitue
oiceretur* quod ibera non eft apub byalcticos . ljccBoetius . Nuc
aorciiqua; <J Septimu preceptu bc fitu ncgatiue
bictionisf Negatiua bictioapte i calceoratioms ponitur» Vt
preitanticrem te vibi nemi :em. Scipicne clario= re m
bellicis laubibus iuenies nemincm.Tua er= ga me beniuolentia.' tuo
in me aimo gratius e ni= cbil.gui tearoenti js amet.' fyabes
nemine* (jfpctauu preceptu be pouellcns ante pof=
fefnonem fitu/ S8D et polleffor ate poifeffione. Vt opti viri
bi* uitie. preftantis viri virtus.prubetifumi fyominis
confilium; dHonu prcceptu bc vlu gerunbiuorum
nominu pro gerunbus; CXVIQ vero pull?i-ms.'§ £i pro gerunbiis
que appellant vtamur gerubiuis nominibus. 7Kc trjs tu e
prifciani exempiu . Veni ca amabi virtutem/ vcni amabe virtutis caufa.gra
gerebi bella t geren= borum bellorum gratia.ab amplexaba virtute ma
gis.qi ab amplexabum virtute. Que vna preceps tio optima eft.crebraq?
cius apub.M.T.aLolqj c* loquetes viros tuit cbleruatio; {fPecimu
preceptu be congruentia nomi nis relatiui $kruq, cum
confequete/ l + *.
\ * Nunc aatem mu!ta confkiam. quc
li biligeter ab uertens ^mb pavu ornatus ktino cobucent elo=
quio.Seb ib micfci imprjmis aniabuertenbu vibe tur,'vtquom
tna luerint^antccebesJ cofeques/ et eorum mebiu relatiuu nomeifr
fitib confequens/ vel l?ominis / vel rci cuiulpiam propriu nome.'
re latiuu cofequeti femper cogruat.ftlioquin no la*
tina oratio f it ( fcb a boctiUimorum fyominu confu etubine
longe ahena , frhas poteft cum aiterutro conuenire fi ncn con
cquatur propi ium ncmen. Qua rem facile exempla beclaratiet
prifcoru au= ctoritafes coplures.M.Cicero primo tufculanaru
quefhonum.btubio fapietie que pl ia bicitur , Et fexto be
rep.contilia - cetuigj fycmmu mre fcciati; que dujtates
appellantur. Mq lteru i cx illis lem= piternis ignibus/ que
vcsfytera etfteliasnucus ett.s.Saluftii quoq; llluo tritum cft,
Eftiocus in carcere quob tullianu appellatur/inuncrabilia h
netufiis cobicibus ib genus iucnias.Hcc ib e ara= maticeartis
vitiumiquobquibam Ljnari littcraru arbitrantur.Seb et nos ahquio
exemplorum af fe ramus predarum eft ciceroms opus(qui cato ma
ior bicitur.nam quob Cato maior bicitur /non ia= tinc
profertur.Confiiniliter vrbis vifcenbus con ilcr.bu eft i qui iut
ciucs. pcrbiti vin cx vrbibus pellenbi funt /que eft ciuitatum pernities
♦' fentina Sebecoris.Plerunq* igitur relatiuum nomen cura eo
concors eft quob fequitur/ CjVnbccimu preceptum be cogruentia in
cafu ex trib^/eoru buoru que proximius iugutur^ Illub quoqj
fpectabum efttNam cum tria exiftant qaorum vnum relatiuum lit
nome;frequetihime coram buo in eiufbem cafus exitu conuemut/ na (vt
exempli caula bicam aliquib)Si quis l?unc fer monem protulerit l liber in
quo be virtutc agitur preclarus eft .'rectius atqj ornatiusbicitur;in
quo hbro be virtute agitur/predarus eft.Concorfcant nantj eobem
cafu ex tnbus buo llla que maion vi cinitatc iuncta funti ahub lterum
exemplum ^u^ iulcemobi fit* Qaias mifif*i htteras ab mc locubc f
jerunt.Sermoce queaubifas no eftmeustQua exiftirras bemoftI;eIs
orationem/cfcJ^ms elt. atq Ijuius fermonis crebru muenii e potens apub
ve- tercs vfum.M.T.officioru pricnoi quorum au* tcm offinorum
precepta trabutur / ea quancy p« tincant ab finem bonoriu Virgihus Maro m
ene ibc/ vrbcm quam ftatuo veftra eluTerentius in i bna/poltl^ac
quas faciet be integro comebi.s fpec tanbc an exigenbe funt vobis
prius.Ibem.popu* lo vt placcrcnt quag f ecilfet fabulas* Ibem,
quaa t : r * * creois cffc \)islno
funt vere nuptie. $tcj eiufrao bi fermo plurimum exornat;
(JDuobcc.mu preieplum t e auxefi potxti* ucrum cum per; 3D
c.ucxj oigmlfimu cft annotatu. vt quom pofi= tiud€<auger^ velimus
normnaivtnsper prepofi f um aecebdt.Gcero m cpjftola ab cunonemkui
z cai us eque fisiet teriocunbus . Ibcm be oratore p r;m o.perboati
quite frater ilhviben folet.Tere. in eunucr;o. perpulc^ra irebo bona
fyaub nof tns fi miha.nam pergratum vaibegratum fignifrcatM in
cratione Jepibe p crfonat; (jTrebecimu preceptum be fuperJatmis
cum multo/longe/et §; PST fupcrlatiuis/inulto/ioge/et qj abuerbia
pre ponimus ibqj fepenumero pei pulcl;ru viberi fo^ let. Vt longe
amatilfnnus veftri.mulfo ommu foituanllmus-St acjo tibi q-maxias
gratias (JJDerimumquai tum preceptum be com* parati uis cum
multo / aut longc . GOMPAratmis vero vel multo vel fonge p poni
Jblet. Vt mfticia multo predarior eft ceteris vir tutibus.8t focrates
loge aliis pfyis fapientioi } (jDecimuquitu preceptu be quibufba
noibus quc agrecis prpfecta/bccfinatiorie mutant, ({ILLVD nequacp
omifc;'imus,'q> quom nomina quepiam funt profccta a grecis tertie
fiex.onis d obiiquos cafus fjabentia qui rectum bperanttf» tini
oratores rrequentifume calibus ac.uf tiuis il= lorum quibufbam immutatis
fmgunt ahamm be dinationum nomina et genus feruant . qualiafut
poematum / entfymematum / oelpijims / elepbans tus / ctlampaba^aue a
plerifg? tertia flettione pro f erutur poema/entfymema/beipbin/ elepfyas
la- pas . fyanc tu obleruationem biligenter manba me morie/
-. (TDecimu fextu preceptu vteleganferoftebemus quippam
nobis eife/iocubu/ vtilc/ vell)Oneftu<et ettevaibgenus;
^JXuo aut volumus oftebere nobis aliquiD jocti bu/^oneftum/vtile
eftei batiuis cil verbo vtimur fum/es/elt fubltatiuoru/ quoru illa
abiectiua fut Mi(ne ab exeplis bilceba^quib aiiub iignif icat l?«e
res raicfy locunbitati eft JcJ bec res eft micfy iocu- bVlbemc$ l lpfe
micfyitue littete fuerut gaubio* quob elt ab gaubium vel gau&iu
micfyi attulerut. Predara vrbis ebificiaciuibusbecorifunt. Vitia
bsbecon ful viris Jibeft bebecus pariut viris . beq ceteriscolimriiratione;
([Decimufeptun preceptu be af ricio et af Fiaor»
<l * \ * '
k. m «#"» Vevbum
aftido Jet pulcfyru eft/et late patet.nam afficio te voluptate ibciit
tibi voluptate affero. M i icio te fyonore lbeft facio tibi Ijonoi em et
te fycno ro.aff <cio te laubibus l&efi tc laubo. affkio te
pro bro lbelt vitupero te . afficio te comobis lbeit tibi ccnioba
facio.afficio cabauera fepuftura lbcft caba uera icpelio.T^if icio
inimicos miuria tbeft facio i iunam mimicis, 7\tq fimihter affiaor bolore
lbe boleo.af ficior gaubio ibeft gaubeo. aificior vere? cubia ibelt
verecunbor. Latiilimacj eftlmius ver= bi vlurpatio.Nec tum lateat tc/af f
icerc bifponere ficjmficare.Hinc eft plauti iflub/ viua vos magis
arficit.Neq} cnim fme optimis caufis ta l&ta / tao; bilfula fit eius
verbi fignif icatio. feb be i?oc latis; CjPrecepf um be tum vel
et «jeminatis . (jxviii > Non eit aute ignoranbu cp i\
ouo/ aut plura buo* tusCquob perraro vfu velt)paritcr fe
l;abuennt.' vtri<$ tum bictiomm prepcnemus.Qoicb Iiqueat
exemplo.Par eftin.C. lelioboctrina/ ac virtus. qitacj dt eius viri
pvobitasitata quoc| ett eius fci= entia, tunc lf lenbibe / ac rccte
bixcrim . C. lcfius vir tum boitus e/t/ tum probus •Itibemcji magna
ineit.M.C.ieiiotum virtus/ tum etiam boctrina C« ivltus p..uMnu tu
iaute/tu reru icietia valet . \ OTub iterum exemplum»
tfyemiftocks tum con- filio polletin vrbams rebus/tui beliicss negociis
viribus atcg animi magnitubine f ioret . Stc eni ta* tum oftebit in rebus
vrbatiis effe cofiiium cjtj in beilicis magoif ubinem animi <$ tum
geminatum pofitu eft*Seb eanbem quoqj vim fyabet .jeminata et
coiuctiua Virgiliusi eneibe.MuItum xlle et ter tis iactatus et alto. ibe
profecto fignat.'eneas t tum pelagi /tum terrarum labores perpeffus
eft.7?vfri canus fuit figularis et vir et imper.ator l lbem Qy>
vult«africanus magnus extitit tum vir tuntfmpe i-ator ; (J Preceptu be cu
et tu ♦ (Jxix* Qi fi buo contra nequaty paria futi (eb aheru mi=
bus complechtur /alteru vero magisiita etficiens bum eft* vt quob leuius
exiftit locemue pnus/at= cj ei cum bictione preponamus.quob aute
graui- us valibmf$.'ib pofterius politum/ tu bictio pre=
cebat.Qoiob patefaciemus exemplis*G. ielius a- mat fcipionem propterea
<$ eu boctum cognouit fyominem/et fempzr virum optimum/ quob po*
Itremu vefyemSter ab amorem impellit. quare ita oratio eft
inftituenba«G.lelius amat lcipionem tu ob boctrina eius tu propter
virtute. ita virtus in fyac bemuoletia pius mometi fyabet. JPvtqj ibem
lta ubixerim.Gu oes. fortunati funj qui bene. viuwt» -I
*' tum perbeati qui omnia befetfit / et virtute iblaui
coplectuntur, Ijos na<$ pofteriores multo beatio= res elfe conltat.Si
quis fuperius mo aliatam pre* ccptiorem intellexerit.l;ec. M. Ciccro
lmpnmis i requeter vfurpat.£x quo iiiub.'cum cmnibus co fulenbum
eft/tum lllis qui armis politis ab lmpe ratoris fibem conf
ugiunt.Sigmficat enim fumc- tibus ab lmperatores/et lefe bebetibus multo
ma= gis confulenbum elle.$ttc| m catone maiorc nura ti fele aicbat
Iceuola.M. catonis cum ceteraru re= rum perfectam fapientiam/tum q>
nug> fuerit jlli feneaus gra uis . kb be f,flc re faiia/
(JVtquapia laubari aut vituperari oporteat, xx lam vcro explicanbum clt
qua ratione quapiam perfonam/ autlaubari/ aut vituperan oporteati
quob ab bccorem iermoms pertineat .riam it trj= f anam polfe f icri
coperimus ex monumehs litte-'- rarum.li cnim velim oftenbere.M.catonem
fjabe • remagnamvirtutemicum verbofum/es/elti ita comobiflime f
iet,Marcus cato vir eft magna virtu te, M.cato vir eft magne
virtutis.M.cato vir cft magnua virtute»popuio pfyilofoptus fuit
preftas igemo/vel preftatis igemi.'vel preftanti ingenio. mulier
eclara morib^/claroru moru. 1 claris mori b^wregregiojaiibc
egregie, iaufys egrcgia laube Se* iliub prius magig poetaru eft. poftremu
ve~ rofplenbibiffimum/et perpolitum,ffiriltoteUs clt fcietie copia
pbiioCoplug^exquifita boctrinai vir a ctrimo isenio ! Quob qu.beCvt
bifertfcus pri fcianus inquit )hcjmficatariftotele fcbentem fa-
cntie copiam* ac qui l?abeat esqaifitam ooctrmam cetcra cj confimiii
ratione. Cluob quibcm ttulus qelius confcntirc vibetur in noc, ac, bft
erura vjf fut befectio quebam ifeb ca ttifa / vforpat** ab elo
quentiffimis viris/ac darilhmis oratonbui. qut et vobis quocg vtenbum fit
; fTDc accufatiuis etablatmis participioru lo* cum tenentibus
infimtim verbi. <[xxi. flT& VI participioru cum accufatim calus
ie« pe tum ablatiuilocum tenet mfmitiui verbi. J?wt feluftianum
illub , nam et priufc* iopias colulfo* tt vbi coolulueris mature facto
opus elt.bt tere» tianu Mius gliceriumalioqueflamicam pamptjui lam
iam inquit muentum tibi curabo 1 ec abOujs* ^
tumtoumpamlpilum.Omnian5c|iUay colulto/; factoinuentuiabbuctu^cofulcreyfactre/luemre/
aooucere befignat. veru frequeter l?is ratiombus abltluoru cafibus
vtutur l accuktiorum perraro? 4jDe ijoc nomie opus cu variis cafibus.
.xxiiv %quomam*eMa»ne quo>eft©ou8 •«»»«**,
i • v metione iiteHigen&um elt /
opus eft micfyi ^ac re i fignif icare me egere Ijac re.feb ib variis
caubus m cu folet Nam etiam opus cft micfy tua opera/no- minabi
cafu«'et tue opere/et tuam operam/ et tua operaJeb ljoc poftrcmu ornatius
eft 'z totum ora torium.Cetens rationbus poete pctius / fyyftcris
•grap^icj vtuntur ,tloa autem queca precip imus vt cocrncfcamus a
veteribus vfurpata eifoecg vta* mur.quecam veroM cognofcamus
lolum.i^am rpus eft miclpi l;anc rcm/ nun§ oraior oicit i feb
fcacre? (Jpe comutafione abitctiui tt fubftantiuj'
in vqcc geuere et calu. ijxxiiii* O uib illub.^ncne
puldjerrirr.u cTt .' vt quom fcuo ncrowa alterum abiectiuum /alterii
lubftatiuu co bem cafus cxitu proferri cebenf)vtfrpe crcberri*
mccfCquocarno tertia abiecfiui nominis voce que cli neutra i vim iubitaf
j'ui trafferamus/et fubftan tiuu iliub prius cafu collccemus geitiuo.quob
vt Irequts e ciubitis atqs bifertis vir;s. ita quog erit excmplo
manileitiuB. Mam quom muitam vir lu tem bicturus fum i li «nultcm virtufis
loco eius 9 taiionis pofuero / multo protukrim vcouftius» «Multu
pecunie eni fignificatmulta pccunia.pl u* mmi &nm t f limmas
vra»quife anmi tltt 1 ■ qiiis aimus.quib
rei.'que res*quib caufe.' que cau fa.ftlia quocp lta permulta.Seb
amabuertenbum efl/q, fi genitiuus ille cafus fingularis
fuerit.'toti itera orationem fiogulariter exponere bebemus, Bi
pluralisipmraliter.Naqi (exempli caufa)mul tu pecunie ibcft multa pecunia
/ fingulari numero atconfcramultum pecuniarum figmfieat multas
pecuuias.Similis <* eft ct aliorum ratio. vt muls tum
roboris/fingularem^plurimum virium/plu rale quocj fabet fignif ication€ .
Et abuerbia quoc$ nonnulla eanbem vim retinenfc ♦ prefertim vero
buo l?ec/parum et fatis.Nam paru fepientie lbeft parua fapiifia.fatis
virium ibett fufficietes vires, 8t nifyil quog fiue nomen/ fiue abuerbium
ht . m canbem fepe obferuantiam eabit, Hec igitur ^ac^ Vt
gemioanbum eft epitl?eton fequentibus. ' fubftantiuis aut econtra» <£
xxiiii. Q.uonia aute figula fyc fere iueftigamusiib quo* a oignum
cognitione ctti vt cum buo meminen= nius nomina fubftantiua/ quorum
vtrio; ibem e* pitfyeton abicienbum efU vt abiectiuum ipfum pri
cipiocollocemus<et fequentibue fubftantiuis / vel
tumgeminatum/velbuplicatum^tpreponamus Bxempli vero caufa ef i
erantur» Giceroms verba. 3 $fricanus
figularis *t vir ct imperatori quob eft afrixanus ficujlaris vir z
figularis iperafor ♦.ppter magoa el boctoris auctoritatem/et vrbis/ eft
pro pter magnam auctorif ate ooctoris et propf er ma= gna
auctontafena vrbis^predarus/etrailesyet ci= uis iliuftns/tu vir/tu pfyus
optimus/tum pafrie foefefor/tum gubernatcr/iuftus/etrex/ etiubex»
Coniumliacj eobcnmobo fe fyabeot. Seb et fepe= numcro contra co&em
orbine vni fubftatiuo pre ; pcfito buo aoiectiua/aut plura
beferuiunt.8xcm= pia funt que nunc conftituam . Vir tum bonus fu
temperatus.imperator et callibus etfortis, iubex etiteger et foflers.
owamefa ciuifafis tum mulfa tum predara. alia fu ipfe coniecta. Non
nungj» ef buo lubftitiua ita fe r^bent vt alterum vim fuam
vbi$feruef actueaf ur/ alferum quafi qugbam ofc tineat abiectiui nommis
iocu/ ef eiusfugafur of= ficio.&uale eft illub Virgilianu primo eney,
mo lemqi et montes infuper altos impofuit. ac fi bicat molem
montuoiam impofuit ♦ Cauenbum eftne ab fyoneftate naturacj oilcebamus.'
ac ii bixerit ca uenbum ne a naturali Ijoneftate bifcebamus.
Scb tibi f)ec fatig finf/ (jpe extremis fupinis/pro
gerubiis accyfafjui eafus, xxv. -.^- iSzb m qotfi i;iftonam
texens biceborum fenem nectami lta quecg patefecerim vtlefemicfy
forte quabam obtulennt.Ceterum no ignoranbum effe vibetur ,vt ipfc
arbitror>xtrema fupina pleruncj ornate/ac peruenuite fignif icare
gerunbia accufa* tiui cafus ao bictione prepofita , Vt res biii
icilis crebitu ibeft ab crebenbum. miferabilis vifuibeft ab
vibenbum . iocunba aubitu ibeft ab aubienbum fuauis guftu ibeft ab
guftanbum .permulta fimili/ ac pari ratione fe fyabent/ - {£
De exafperatione orationis permutationem fuperlatiui cum abiectione
abuerbii fuperiafcjui ab mobum / vel in primis» {f.xxvi .
(fNec ib te amice lateatM quomfuerit fuperlas tiuum
quobpiamburius/afperiufcj et fuperiatiue fignificanbum fit l vt pro
fuperlatiuo poutiuum afferamus.' et ei aptum abuerbiuro
fuperlatiuum apponamus.Nam maxime memorabiie hciausi eft
memorabiliffimufacinus»Maxime rarum ge- nus fyoimieft ranflimu genus
fyominum»Seb ab mobum/et in primis / poiitiuis abiucta vi fermc
eabem retinet. Vt abmobu memorabile facinusi vel inprimis rarum genus
^ominum i ^Txxvii . vt quepiam mebiocritet «ut vetyementcr ia
ubabimus/ < * I Jb aute nequaqj filetio preterierim. Vt fi
que qui virtutcro fyabeat v lim mebiocriter faubare i bica (exempli
caufe) perides virtute preftas princeps erat atfyenisfvelmulta predara
gelferat. Trjcmis ftocles rebus geftisfloruit.Sin velim vefycmenttr
ac plurimu iaubare abiiuam gloria fiue faubem^z caufam laubatiois calu
genitiuo coftituta Perides (Vtibem exemplu aga)virtutis gloria preftans
a= tfyenis daruit.'tl)emiftodes geftarum rerum laube emicuit.
£ict{. M .antoniuS preffabat eloquentia mebiocriter huoatur ac fere
exditer. L . Craflus efoquetijgforia excelluit ve^emetiffime
laubatur Seb tu pro tui ingenii bcnitate oebucitof ([ xxvui.
CLuotiens figularis et plurahs numes rus connedutur* viciniori relpobebu
i ibecj Ht jn oiueriis generibus; QuotiesCquob ipfe
quot| teftatur gramaticus fer uius")Ggularis etpfuralis numerus
ccnnectutur/ refponbemus viciniori. Virgi.primo cnei,'r;ic il lius
arma V>ic currus fuit.no aute fuerut.Teren. in anbria J amatiu ire amoris
reintegratio e.xeno= pfyotis belitie mee fut.fyoftes eorucj exercitus
pro perabit.atcg ita frequlius obferuat*.ibe f it I biuer fis
gencribj.na fiue niafculinu" / fiuc f eininu e. vici no refpoDgmus.
vt vir atcy mlier optia ab me venit Intelligitur naq? optimu effe
viru et optima mut here que vemnt. Verum fi plurali numero ve.'i=
mus vtiteb mafculinu trifire nece fe eft. vt vit et mulier leti
properant.T^vlexaber et olipias clari es Ittterunt?
^TxxixToperepretium eft. Opereptetiu eftCquob peruenuftum
eJft)ficmif icat mo vtile efteimobo neceflanuimo locubu i
mobo laubabile.i^tq* \)is fignificationib^ ib nominis ve
teres vlurpant/ {J»xx.v.frui. Frui quapiam reieft
fructu/ fme vtilitate veJ vc^ luptatem percipere ex ea. vt cum bixerit
quis ocio fruor, {jxxxi^pre fe f erre. JPre f e f erre
ahquib eft verbis *ut ibiciif quibufba ib oftenbere/et quobamobo
confiteri/vt. M. cato pre fe f art gramatica.lelius pre le f ert
hberalitate fyz vuit oftenbere <$ i f fe fit iiberalis; ^Txxxii.Rat.one
fyabere. tiaticncm babere eft refpectu fyabere. feb(vt pla* nius
xpona)fyabere rationem alicuius rei eft rem conliberare. vt fyabeo
ratione temporum loci per fonaru eftea ratione oia coplecti / et
conhberve/ {JjTxxiii .Complector anuno» t Hanc r
em animo mcnteej complectcr l ibeft tflat rem conhbero et voluof
(Jxxxiiii.In animo eff ♦. In animo eft / lignihcat in animo
IjabeQ.a aimus mictyeft/ibeftvolojj ^Jxxxv.CeKtum micfyi
efti Certum eltmicf)i libelt beliberat»m ct oecrefum/ v«I
bejjberaui et becreui. {JxxxvuProfequor? Profequor te fyonore
ioeft te fconero» Profequbr te laube ibeft te laubo • profequor te probro
ibeff vifupero f e.profequor te amore ifceff amo te/
^lxxxvii.Benemereri; Eenemerltus [um be rep, ibeft beneficium i
illam confuli.benemereribearoicifl/eft cpnferrein arai cos
beneficia* «^sxxviu.eque» Eque pro ita.'ac pro vel/afc| pro vf vel quafi
orni tilfime ponutur.exemplum cft eque te laubo ac ci
ceronemj ^xxxix .Haub lecus ♦ Haub pro non/ fecu9 pro
aliter venufte in eabem oratione continue fe Ijabet vt feaub fecus fetio
atcj f u ibeft fentio ita ficut tu/ (l*h9* coparatioo Igcp
pofitiui* K 4 ■ I i MdnficJ et pulcljre
coparatiui prb pofitiuis ponu tur. Vtalexanber macebo corpus babebat
imbes cilliusiquobimbeciliufismficat.Satiriinlcele» vefyemetius
inuefyuntuWquob eft vefyemeter. {[xli ,Dar e rem vitio / vel laubi
. Do tibi fyanc rem vitio lbeft vitupero te be bac re. bo laubi
ibcft laubo.bo crimini ibelt crimmor; (jjdii.De fubiuctiuo loco
inbicatiui.'et illiua pro l)uius temporibus; Seb nec illub quibem
negligenbu elUfubiuctiuus mobus pro inbicauuoiz ujius tempora pro
i?uius temponbus interbu l?aub illepibe ponutur. vt ve Jim fepe pro
volo.et gercrem pro gerebam bilexe rim pro bilexi.feciuem pro feceram.
fuerit gratu pro gratum erit.feccris pro facies.Ib oim multo
ornatiffimui li cportunis locisagatur . quob vbi factitanbum fit. 7
peritorum aures facile ceiebunt. Quaobrem exercitatio abfybeba e non
mebiocris que omniu magiftroru precepta fuperat.Quob fi quis
nouerit grecas litterasiei quob mobo explis cauimus non bif f icile
perfuabetur ; (fxliii . Partim l>ominu et eius abuerbii
geminatione/ partim ^oruinu venerant perfepe bicitur.Et.^v. gelio
tefte eft ibem quob pars Ijominu ibeft quib»
Ijomincs^nampartiminfyocloco abuerbiunj elt neqj indinatur cafus fine.St
cum partim fyominu bici poteft lbeft cunVquifcuiba fyomimbus et
quafi cum quabam parte fyominu.Seb l?oc tame cft fple bibiuskum in
oratione iterum fuerit abbitum vt eft illub.M, T.in epiftolis.nam qui
iftinc veniut pirtim te fuperbum effe bicunt/quob nicfyl refpo
teas/partim cotumehcfuyqj malerefponbeas. 8t qui ciuitatibus perfunt
partim nobiles funt/par^ tim populares.quob elt aliqui nobilesfunt
aliqui populares]> ^TxJiiii.Decimus quifc|; (f
Xb ett optimum eognitu/ g» becimufquifcj} eft vnus ex numero benario .
ficut millefimufquifqs elt vnus ex numero millenario.fyinc cft illub
cefa ris in commentariis eognofcit no becimuquec| ee reliquu militem
fine vulncre.quo exeplo vti per= pulcljru eft vt vix becimufquifc$
remafit fme vul neremtaliconfjictuf ifxl v . Quotu fquifqj
; Q.uorufcquifqf I;omo eft ibelt quot fyomines. Quotufquifcg rrnleB
ibeft quot milites; /Txlvi.PercJ cu pofitiuo* Per§ vna bictio
bumtaxat puleljerrime pottiuis abiucutur nominib^ vt percj> boctus
pr/ilofopfyus \t p per $ bonus
amicuS/ ^Jxlvii^lias geminatu locom tcnet mobo
abuerbii» Cuibillub.^nunquiblepibiffime vfurpamus/vt i oratione
eabem iterum alias vfurpatum /locu ops tmeat mobo abuerbii.Quale pffet fi
quis Dicat oes l^omines eobem ferme nati fut ingenio.alias qui* bem
ribet/alias vero lacrimatur. omes item riues alias boni alias mali.nuq»
eifbe fut monbuaf {fxlviiulnire caftra. M. Tfaitrjonius iuit
i caftra multifariam bicitur.' M.Tfatfyonius caftra petiuit ♦' in caftra
profecrus thik ab caftra cotulit . fe in caftra recepitife ao ca«
ftra perbuxit» 4jxftx7Vim'nti annos natus| Hic fyabet viginti
annos. quob veteru cofuetubine bicitur cotra pebagogam opinionem/aliiftg
ratio* nibus bicitur.J;ic vixefimu anu attigit.agit /bec^it
vicefimu anu etatis. vigiti anos natus eft.3? ^oc poftremu magis oratori
couemtf {Q ♦ £loquetia laborare ♦ Cicero laborat eloqugtia.
Cicero in eloquetia tera pus cofumit . tempus in eloquetia coterit.in
elo- quetia operam pomt.ba^eloquentie operam.etate in eloquetia
cdiumit. In ftubiu incubit eloquetie. '5
£t> alia oe&uc pro tuo iuUciof
{TIi«Habeo/teneo I?anc rem memoria. Habeo ^anc rem memoria non
minus vfit ate bici tur ♦' q> fyabeofiue teneo Ijancrem
memorie.teneo ^ac re memoria /f;uius rei memoria fyabeo;
fljii . Voluptatis me capit obliuio . Obliuiff or voluptatis vel
cuiufcun^ alterius rei» vcluptatis me capit oMiuio.St ibem verbu cu
ce- teris iunctu nommibus fignificat biuerfa/cofimis h orbine ♦' vt
capit me facietas ciuitatis ibeft capit tne Jjoim obiu vel tebium;
dJui.Contineo me ruri/vel in vybe^ Virgilius incolit ciuitate l)cc
perpulct)re bicitut* cum teneo/ vel etiam cum cotineo verbo«vt
virgj* tuxtfc continet. Virgi.tenet fefe in vrbe; 41 liiii.Prefer
et pre venufte oftentaf aliquam rcm aliam anfeceifere. Si quis
velit offefare aliqua rem alia antecellere/ «t vltra illa valerc i
venufte ib bicitur / vei per ac* tufatim prepofita preter / vel cu pre
ablatiuo prc= polita. Vt cefar preter ceteros rebus bellicis polje
bat» vel pre cetcns pollebat; IjIvXelius efacili igenig vcl
facilff mis moribus natus. Lejios ftabs faciles mmsj ; vd f
acilcm naf uram/ I ornatiusbicitur Jelius
eftleui ingenio natus ( vel faciiimusnatusmoribus .
Scipionatusefttrifti ingenio.Stbereliquiscofimiiitcr; iTIvi.
Valeo/polleo cu ablatiuis. Valeo et polleo verba et fplenbiba fut.' et
latiffime patcnti x ablatiuo iuguntur.fyoc pacto, ;
7>vureliu& auguftinus plurimuingenio valuit. ijypocrateai
ingenii bonitate poUebat.Mitnbates memoria cb ruit vel poUuit.M.cato in
ciuitate plurimu aucto ntate pollebat;
(jlvii.Clareofpolfum. * Clareo et poffum verba eabe ferme r
atione fe ga* bent. cHgo apub bominum cefarem multum (iue poffum
fiue clareotomate et IplenbiOe bicitur^ a* pub bominum ceferem plurimum
mea ciaret au* ctoritas.fyortenfius rhultum poteftin fenatu* or* ;
natius/multum fyortenfii in fenatu poteit aurtori tas .que potj{fimu
jGgmficat eam opimonem que eftapub ijomines be alicuius viri preftantia .
que vulgo et trita cofuetubine reputatio nuncupatur* (Jjyiii
♦ Sum batiuo iunctfi tyabere fignificat.'et quobamo poffibere;
Geterum ib perbelium eft.Sft rnidji apub te fibea ibeft tu abfyibes
micfyi fibem. quob eft accuratius abuertenbum.nam plerumtj foiet fum es e
verbil " batiuo iuctu/ugnificare rjabere.' et
quobammobo pollibere. Vt e micfyi pecun/aiett cefari rnagna po
teltas liue pietas^ilJub befignatme pecuniam i^a= bere.fyoc rjabere
cefare magna poteftate. Cuius cq. Ititutiois crebra apub prifcos et
bilertos viros ct« leruatio cit. {Jlix.Recorbor fyanc
rera.fyec res micbi in mentem venit. Ejo recorbor r;ac rem potius §
l)uius rei bicitur. Jst ibem bicitur ljuius rei me fubit
recorbatio.fyec res micr;i ln mentem venit lbeft micr;i occurrit i
vel mict)i fuccurrit/quobpoltteinum minus vfi= tatebicitur?
{T Ix.Prefto antecelio aliquabo cu accu? fatiuo aliquanbo cum
ablatiuo.' Prefto et anf ecelloCque venuftefonant verba>li=
quabo batiuo aliquabo acculatiuo perpulcfyre iun guntur cum acceflione
ablatiuoru eius rei cuius e preftatia. Vt ego prefto tibi ingenii
acumine.flo. preceilit petru acumine ingenii.equus preltat afi= no
velocitate curfus? flhi. De frequetatiuis verbis loco
primitiuorum/ £>cpe numero f requetatiua verba que appellaf ur
pnijuuuorw verboru a quibus traxerunt origine" 14
fignificatione retinet.prefertim fi prima illa afpe* riora f uerit. vt
coiecto pro conutio.mafo pro ma* aeo.imperito proimpero . amplexor
proample* ctor. ct alia itcm pcnc inumcrabilia fi quabo etia verbi
arpcritas vlla cotingat ,'quob erubitorum iu bicio nunc berelinquimus?
lJlKii.De et bis mutant» Dc jttepofitio verbis abiccta pcrfepe cofraria
mu<= tat fignificationem vt prccor ct beprecor cotrana lut^ortor
ct befyortor , Nonuno) lbcm bie eff icit vt fuabeo biffuabeo Quauis in
iifoem vtfbto no* nu^ auget perpotius cj vim coinutetj
flixiii . Gx ct be aplificat* Sx ct 6e vejjementer ampiiticat, Vt
exoro .' quob ab ex ct oro bebuctu fignif uat ipetro ? Tere.in a%
gnatavtbetoro/vixc|ibexaro* . iQxiiii.Suaoco perfuabeotfacio
perficio, Sic et fuabco fignificat oratoris off icium quob I
benebico ,atc* perfuabco bencbixiffc fignif icat quii cft oratoris f
inis,ibeft impeteo atc$ obtineo , vnbe et crebro non folum fuabeo/ feb
etiam perfuabeo£ beb i acio etperficio explorata funt;
{fixv.De abuerfatiua bictione* Pfurimuetiam fermonem ac oratione
exornat ab uerfatiua bictio quag? ibicatiuo iucta, duob vbicj
M.Cicero feruauit aliiqs fcocfiffimi* feb I; uwe
cx cmplum fit.Qua§ tc ante I;ac tiJigeba.' nuc tame cbfmgnkrem
vir^ufem veI;emiterabmiror. J\)a tha funt que quobam fibi orbine luicem
iugutur. quoru prius ac leuius e biligere i pcftremum ab^
mkotlqixob ve!?en.es^ac precipuuiet eoru mebiu ofcleruo quoi> cft
vencror /et colo . cx quo obfer * uanfiam et reuerentiam fignificat.Seb
itcrum ali u5 exemplu quancp miclji fint omniu amicoru io* cunbe
iittreitue tame iocubiflime fuerut.Seb ct pro Umen polt §uis raro
collocamus. Vt qu*n§ micfji anfe ^ac carus eras,'feb ct nuc pi ofecto a
- riffimus^es; {jJxvuHonfolum y febetia* verurnetia/
verumquoq?» 7Kb fjec jll* buo orationem pcruenufta rebbut fibi
inuiccm correfponfcentia.quoi n alteru eft non fo lum/Cucnon mobo /fiue
nontantu l alteru efeb- etiam/ vel veruetia/vel loco etia pofito quoqj/
et aliquibusintenectis.quoru ommu exempla fub= necta* fyec miciji
res n^n folum grafa eft kb etiam iocubatMtAntonjus non rrtobo ciceronis
crat ini micus/vcruetiam Ijoftis patne*M*Catoncn folu ingenio
pollebatifeb etiam vurtute florcbat pluri* mu ♦ftlexanber no foium
reliqua vrbem iubegiti is veruquo? ipf u romanii iperiu
cogitabat attigere } /Tlxvii.Tametcji. £t fic etiam tam et $
fibi correfponbe-f . vt tam ca* ra micfy patria efMcj tibi iocuba vita (
ieb facile ttt te boc mteUijes r (Jlxviii.cgoipfe pro
erjomet? Pro eoautem <$ ceteri exprimere cofueuere pros
nominibu» abbentes vclteveimet fyllabicasao* icctiones . Cicero potius
lbem eiiicitljoc piono* mine ipfe/ipfa/ipfum; quob illarum fcre
abiecti* onu locu optinet. Vt egoipfe magis q> egomet.tf Ieipfe
1 nosipfiivt nucp lecus fenSbo U, {Jlxix.De mccum et mc cumf K\i*
<ft abiectio puldjra. Vt m?cum ipfe cogitafc fem.etfyoc vt mecum fit
vna bictio. Item me cum ipfeviccre.quombuefuntbictunes; {] Ixx. Vt
familiarinte couerlatione et (imiiw ornateexprimemns; Seb fi
tibibicebu «rt tu micfy familians es.'orna tius oicit* ego te vtor f
aiiianter ,Tu rnify amicus es .ego te amico vtor.Tu micty es magifter
iorna tius ego te vtor magiltro, 830 tecu f requeter ver
for.frequeT mify tecu e cofuetubo.que fepe couer= fatione fignif icat
Tecu magna amicitia ljabeo . ma gnamicfy tecu eft amicitia, 8t ita aiia
per murta. *v L Vtfit inicfyi cu
oib^ malis viris iimicitie.na recti= us bixcrimus iimicitic pluraii
numero/cp ficjfari. (Jjxxi .£3id)iJ cii cdparatiuis. Seb
neutra vox nid;il ac potiffimii in comparati = uis nominibus tu femim
rebbit oratione.tu ma= lcuiina. Vt nici;il cft J>oc fyomie melius/f
ere ibi | vt nulius jtjomo eit l;oc fyomine melior.Kityii l;ac
virgine eft formofius .' quaft nulla virgo fyec virgi ne e formoficr,£t i
ceteris aliquabo confimiliter; iflxxii,Munus pro officio/et coumiliter
partes; Munus pro officio ornatiffime bicitur , V t l?oc e nmici
munua ibdtamici officiu,Funa;or boni viri munere^ferme ibi cft facio boni
vin offjciu.Seb et partes plurali numero confimilem l;abet fcgnis
ficationem, vt mee partes lut lbeft officiu me vel perf inet ib
rae; (flxxiii»Caueo cum ablatiuo fignificaf pro
uibeo»cu accufatiuo vito ac f ugio . Caueo verbff etfi fepe
fignifccat prouibeo. vt tu eft lege perornate accuiatiuo iuctu pro
vitol fugio vfurpant eloquentes viri, vt turpis viri/ m genui
cauent mores/ "% (J Ixxiui , Memini cu accufatiuo/ fttqui et
memini rectius ac vfitatius iugitur accu fatiuo § gcuitiuo vt inenani
plaiocis fapiectiant» Virffi.inbuc.Stnumerosmemi fimeteverbai* ner«m
. nec miru f. in iis que funt potius folute orationis. Vir.ma.ois aff
eram teftimonium que" non folum poetam egregie erubitum* ieb et
rfceto hce artis vbic| obferuat.ffimu f mffe conftat. |TQv.Penitet
ibeft parum vioetur. Penitet me qmcquib f igmf icet notif umu" «f t
l feb et paru vibetur vfarpat auctores et t reftates boc=
trina vin» t ^ , , .. . {flxxvi, Vaco cum batiuo/attenbo cu
ablatiuo/ vacuumeffe. ( Scb ibem perfepe verbum vanis
coftructiombus cofitum/baub eabem retinet fignif icationis vrau
Vaco buic rei.'eft attenbo l?uic tei.vaco r,ac re.'eft W re fum vacuus I
et ornatilfimu eft, vt bom vin 4nt opera vt perturbatiombus vaceut ibeft
Iiberi et vacui fintr ; -• ■ iTlxxvii.Deaiabuertoetaiabuerfio.
flmiabuerto ibeft fore vibeo/et quobamobo mtel* Iicto Ht aiabuerto
coftructu cu acculatiuo m pre- sofita/ibemfibi vult <$ punio.Vt
pleutippus ai= abuertit in feruum platonis lbeft pumt platoms
(cruum.cix quo aiabuerfio pumtione quabam no nuq> l ^^ lii: p c
x<i fa Q c ^ oa tiuo et accufatie n cm mebiante ab. 7Ktc$ iterfi
ref ero tibi l)ac rem ibfft narro tibi fyac rem.feb refero ab fenatum/
refero ab popula Jtjac rem ibeft pono f?anc rcm confultationem
populi vel fenatus.Qui vfus verbi eius apub fyyftoriaru fcriptores
frequctiffime eft/ {JJxxix.Dare litteras tibi/vel ab te. Quib
varii quoq? cafus /eibem verbo fepe coniun= tii/nom magnam aclonge
biuerfam vim f>abeV Quale eft bo bibaculo ab cefarem litteras .
Nam bantur bibaculo beferenti / vt cefari rebbatab que mittuntur
littere.Sas igitur leQtt CeIar.Bibaca= fus quibem velut tat Ilarius
befert ♦ Na qui fert Iras/confueuit tabellarius appellari ♦ Verum
ne quib buius nunc ignores bare lras fignifkat fcri= feerefeu
mittere Jitteras/ <X Jx*x. Vuas/binas/trinas/Iras/pro vna
buabus t tribus ve epiftolis bicim us/ Nec tef ugiat q> pro
epiftola bicimus litteras plus rali numero.Necobftatpoetarum cofuetubo ♦
£t pro vna epiftola bidmus vnas litteras.Na ib no= me vnus.a.u -cu
iis que pluralit' folu Iflectuntnr plurale" quo<# retiet natura*
Vt vne nuptie vne bi geivaa menia .8tCvtabpropofitu rebea)pro bua
bf epiltolis bicitnus ite binas littcras ino aut buas
IV. ) pro tribus cpiftolis ternas i non autem trcs. pro
quatuor quaternas . £t que beinceps funt rehqua cofimili ratione
proferentur; (JJxkk i . inf mitiua oratio pro conc
iunctiua peruenufte ponitur. Inf initiua oratio pro
coiunctiua pergjpulcfyra eft, V t volo te ab me Icribere.cupio te
atfyeuas proh* cilci . £t ib teretianu quib facere te in fyac re
velim ficmif icat eni quib velim quob tu in f;ac re facias.
velim ciues omes vnanimes efle ibclt q> vnanimes fint et
cocorbes.Seb fjoc tibi fit cocinnius vt nul= lum fit ambigui iermonis
bifcrimen, neq? eni om ninorcctum iit/fi quis oicatvoio te me amare
« g> uis pleruqi lb fuppofitionis lccum r;abcat l quob 1
i lmtiuum veibu mimebiatius precellent. vt puto pyrrfyu
romanos vmcere poffe ibilt crebo cp roma ni poffot vincere
pyrrfjum, kb ib pro viribus ca= ueat orator.St quob mobo prcceptum
eratbe coniuctiua atcg mf initiua oratione precipue in abfola tis
verbis<vel vbi alteri calui i uerit abiecta propo {itio
feruanbum fit. vt vofo te amari a ine; {£ l.\xxn.£x vel £ pro a vel
ab. Ex vel e propofitiones pro a vei ab/et fepe et pers ©rnate
ponutur. vt aubiui ex maionbj nris pro i maiqnb$ nris.accepi ex patre tuo
vel e patre tuo*
Cluero ex te et a te.'quob eft te confulo/et te intsr
rogo.Quob abuerteiet vlui trabe* (£ixxxiii.De pro/Ioco in et
fecunbujm Pro ornate ponitur loco in et fecunbii . Vt pro ro
ftris .ibeft in roftris.pro tribunali ibelt in tribuna h. et
alia . pro viribus tuis ib eft fecunbum tuas vires.pro tui ingenii
bonitate.pro virili tua.et fi= milia/ __ (Jlxxxiiii ♦ Sub ia
compofitione aut dam/aut biminute fignificat/ Sub copofita aut clam
aut biminute fignif icat vt fubrnouit me permeno ibeftdam et
occulte.fubi^ rafcor tibi quob eft pauiulum irafcor» {Jlxxxv
. Mor emgererc complacere / obfequifignificat. Moremgerere
perornatum verbum complacere fignificat/atqj obfequi vnbe moriger a.um.
quob a morofo quob bif Lcilem fignificat i et a mojrato quob
inftitutu fignificat plurimu biff ert? 42 Ixxxvi.Confequor pro
exprimoj Confequor pro exprimo pulcfyemmum eft.Non poflu ego verbia
cofequi ibeft exprimere . Iitferis cofequi ibeft per lras
explicare; {fjxxxvn.Metuo timeo multis cafi- bu3
coniunguntur/ •*> "V* Metuoettimeo
verba aliquanbo tnultis cafibus ab.unguntur ,Metuit Cicero a.p.dobio fibi
extre mu periculum,Tim«omicl?iabfternortem Ncn nun$ abfolute
ponutur folo batiuo liicta . vt me= tui papl?iIo- papfyili vite timeo ,
kb fyc eft poUus poeticus^fus/ {]Txxxviii.8uabo pro
fio/et efficior. Suabo pro fio et ef i icior ornatum vfitatumcp
eft, Vt dcero euafit eloqu€tiffimus.ftriftoteles eua* fit fumus
pf;ilofopr;uB , cefar vero euafit inciitua imperator.St bz ahis quogj
fimiliterf {J lxvxix.Fore futurum cffe. Fore f utura femper
l?abet fignificationem . et eft ibem <$ futurum ee.M.G. be eratore
tertiolibro loquensbe fyortenfio, Que quibem eortfioo omis bus
iftia laubibusi quas tuaorationecomplexup es excelletiore fore.
8tcraffusforebicisinquit/ ego vero effe iam mbico; {£xc Quib
Iter bimibiu z bimibiatu itereft Quib inter bimibium et inter bimibiatum
inter fit nofce perutile e.Cum enim bimibiatu fit quafi in partes
buas biuifumi nifiaiiquibbiuiuim fit/ bimibiatum non
poteftbici.&imibiu veroappella tur no q> ipfu biuifu fit/feb q ex
bimibiato pars al tera eft .Hd jgitur recte bixerit quis pco
fetentta/ M.varronisCvtait.ft.gelius I noc.ae)bimibiulJ fcrum
Iegi.bioiibiam fabulam aubiui. feb bimibia tu libru i bimibiata fabula
recte quis bixerit. quia &imi:<iatumCex caufa)bigitum appellamus.
feb al terufram parte bimibiu.Quob eft accurate bilige^ tercg
afpicietibum . (jxci. Interfum et prefum quib bifferut;
Plurimii aute cobucit vcbis itelligcre que fut no= minu bif feretie/ac
verborum bilcrimma 8a quo- q res miru imobu oratione exornabat. Vt fi
quis nouent quib bifferut prefum/et ir terfum interfe verba.'puJcfjerrime
bicet.M.C.publicis negociis «on interf uit folum .'fcb pref uit . quoru
illub figni ficat comitem effe alicuius rei.fjoc vero buce>
^[xcii.Confiteor profiteor gratulor gaubio* Egonon folum
cofiteor/quob eft per vimifeb tti am profiteor quob qmbe eft fpote.St
apub Mar. Tulliu peifepe tibi gratulor.micfyi gaubeo. gau bemus
nobis* gratulamur aliis cj> abepti funtali qua bona/ ;
-4jxcui*#vgo ref ero fyabeo bebeo; Bt tibi ago gratia quob quibem
eft verbis.Refero gratias quob eft re et factis.Habeo gratiam quob
efti animo.Debeo gratia'vbialiqua obligationis vis ceroitur.Etite alias
opiniones Jjis fimries? -rf •
{Jxciiii«Hec res mi\)i cobucit.bono tc i;ac re. Optimu cft non ignorare
nominu bii i erentias vt ct vberior et ornatiot nra rebbatur oratio. l?cc
res micfji conbucit* elt lbcrn q> mic^i rcs fyec vtiiis eft St
quob ceten pleruqj bicunt/ bono tibi f>ac temi pulcfyrius bicitur ac
Iplebibius bono tc I>ac re* Vt miles nauali corona bonatus e!t«Sabinos
romani ciuitatebomuerut/quobeftciuesfecerunt ♦ quob ite bicut
labinos romani I ciuitate acceperuntf {£xcv* Prepofitio que iolet
abiungi nomini pulcfyrius vcrboabiungitur* Jnterbu vcro
prepofitio/que nominj ac cafui pre== ponitur l pulc^rius venuftiuicg
vcrbu preceltent in quibufba verbis ♦ Ooiale cTt Ii quis bicat co
ab Ul vt bicat potius abeo te. etloquor ab te/ potius afioquqr
te.Cebit bc vita.'becebit vita. ccbit ex Iju manisrebus' excebit
rebus fyumanis ♦ £t in aliis quibulbi cofimihter. ^Txcvi*Minus
abuerbium. Minus abuerbium quaq» fepc iiapii icat nonnu^ tame cu
pofitiuo iunctu cotrane fignifrcationis co paratiuu bemoftrat* Vt
Teretianu lllub p^ebria^ nemo fuitirinus incptus'pto prubentior.
etne^ aio elt tc minus formoius lbeft beformior 4 et fic be alus
coitmilibus; 2 o ^JxcviuQoiib inter becem annos./ et
becem annis intereft Quotiens multos aut bies autannos bicimus per
accufatiuuiitelligimusiuge teporis curriculu efife £ere cotinuu^Seb per
ablatiuu fignificatur anno- ru fiuebieruiteriectio/intermifiioi^ . Quare(
vt ait marcellus^optates rectms acculatio vtibebent fiquibem ab
fecuba fortuna attineat, In fereft jgi- tur ita li quis bixmtJbece anos i
re militari verfa tus (uia ltaibece annis bebi opera rebus bdlicis ;
4jxcviii»Corbi eft, Corbi l?cmo etia flexibiliteir corbi l;ominu(vt
pri fcianus Iquit, Dgificat iocubus fci.bo* ficut et fru= gi.Seb
iatiusUnca fetetia; Marcellus dpinatus e. Dicit eni corbi eft ibeft animo
febet* Nam fyec res mid^i corbi eft ibeft placet* Teren.in abria ^n ti
bi l?e nuptie fut corbi^M*Cicero be perfecto ora= tore flumealiis verboru
voiubihtas corbi eft . £t Lucilius probe beclarat cu iquit.St quob tibi
ma gnopere corbi eft* y micl?i vefyemeter bifplicet^ {[xcix.De
Tatifpei:. Tantifper qucb quafi eft tambiu Qrnaf e poft febepofcitbum»
quobfermeeftfconec ♦ Vtillub Terentianum in ^eauto.Tantiiper meum bici
te yolo.'bum qucbtebignumefaqias. i 8gotantiIper magna
voluptate afficior/ bu apub te viuo? {jC.quib Iter Delecto et
oblecto itercft. Tu micl?i earus es.ego te amo.tu mil?i iocunbus
es.ego te bclecto.feb belecto ct oblecto non fimilis ter ffruuntur» Nam
bicimus belect.it me rjec res. feb oblecto me ac re. belectabat Socrate
vite intes gritas.Pitfyicus fefe virtute/ et loctnna obiecta=
baUego me oblecio ruri/ ^JGuFero banc re facuVmo*
befte/moberate/equo animo Fero fyacre pacietor feu patienti
animo/fplebibiusr bicitur .'ego f>ac ref acilepafior .et mobefte
fero/z moberate/ct equo almo.Ecotra fignificatia abuer bia
grauiter/acerbe/egre/molefte/et iiquoaimo. Ijec micfyi iocuba rcs e.fyec
res placet micl;i,et que molefta eft/bifplicet; <£C.ii.be
Affero.et bolef micfji* ^ffero comunilTimu verbu ilet quo mulfis
locig vti poffumus.Secuba fortuna affert micf» vofup tate ibcft mc
bclectat. Tsbuerfa f ortuna af f ert mi= cf;i bolore ibeft bolet mitfyu
Nabicimus z fyec res milji bolet ibeft boleo fyac re.feb rebeo vnbe
bigref fus fu. liftere tue afferut micip abmiraeione lbeff eftitiut
vt abmirer. affcrsteftioniu ibeft teftifica= ris z ita bifperfa e z vaga
fjuius verbi fignif icatio/ _Ciiibe perinbe cu afcg
vel ac poftpofita* Pennbe omatiffime poftuiat poit fe ac / vel atqj
ct totu fimul perinbeae vei atqp fyabet eabem vnn quam vt tanquam, vt
CamiJlus perinbeatcp oim fapietiffimus.et cfjerea perinbeac foret
eunuci^us et be l?ac re fatis r;ec bicta fint fyactenusf
{7Ciiii.be Coco» Coeo nonlolum abfofutum cft/ feb nonnuqj
per= uenufte cafu fyabet accufatiuu . Coeo focietate tecu Et ijinc
cft lilub» 7K* gelii in noc aube pitagora/ beqf cius conforte ♦
quobouifcg familie pecunieq? Ijabebat / in mebium babant i et coibatur
focietas infepatabilts, Sebeobem cicero pacto aiiquanbo eft eo
verbo vfust — CLCv^De Mille fyoim in finguiari numero NiHe
fyominum fingulari numcro fignificat mifc le fyomines.mille militu
interiit fyoc eft mille mi- lites interierunt» mille militu vulneratum
eft ib cft millc vuinerati funt milites.ibcg ornatu/vfita=
tumqj eft}L_-_- {JjCvi.be Primis» Primas fignificat
etia orbinem quob nome fcqui tur fecubus et tcrcius.et beinceps alia
eiufbem or binis nomma.tame multociens fignificat pricipa le . vt
fyic eft noftre ciuitatis vnus omniu primus li
t per fe fignif icat optimu.,feb ib poftrenjij in caro e
vfuora torum* (Juvii*De interbico* Interbico fibi I?ac re; et
non fjanc rem»vt int«-bi= co tibi aqua et igni*plinius fecunbus in
epiftolis» caret rcge iure'quibus aqua et igni iterbictu eft/
{1 GviihCXue noia ornate fincopantur* Hunc vero ab reliqua neq; eni
iuitus omiferim q que nomina ab numeru fpectat in eoru plurahbs
genitiuis lincopa efficiunt«ibqj cum vfitatum eft/ tum ab exornabam
pertinet oronem»vt mille nu^ mum potius <$ mille numoru*mille benariu
mil- le aureum*et totmilia argentu . et ita be reliquia et in
ijenitruis omnium nom mu fecunbe beclmatj on>s frequenter eff
iciunt* IjGixyCitra cgtenariu ef poft vigemriugi minor
numerus maiorem eleganter precebit/mebiante coniunctionef Ssb prokm
fcribentes /et foluta orone in nomini fcus lolu numeru et mefura
[ignificanhbus l atqj in numeroru nominibus eam plerunq; feruarnus
cofuetubinem et citra cetenarrum numeru * ii qua bo poft vigenariu buo
numeri comemoranbi fut/ vt eoru minor precebat et maior fequatur ' vt
i)ic e vnu et virjinti annos natus»buos et tricjit^ anos .
iz viximus.tres et quabraginta anos nauigaui .
qua tuor et quiquagmta annoru confurrfi etatem, ieb vltra
ccntenariu/et citra vigenarium tritu ac vul garem Jeruamus morem et
fermonem . 4jGuob aute ficut buo be viginti nonnuqj» bicimus/ et
buo be triginta.'ita et buobeuigefimo > et buobetrigefi= n;o
nunif citu eit, feb no quibem eft in frequenti oratorum vlu/
4$Cx. Inbies et inoiem . Quib inbiss i none pulcfyerrimus fermo eV
ac fig nificat per lingulos bies/et quotibie i feb cu quo= bam
incremento, vt tua inbies accrefcit virtus.in= bies fyomines
fapiunt.ftultorum fjominum mbies accrelcit mfamiatfeb Qum bicitur inbiem
eft termi nus beputatus/ {Mpxi . Vt in ve* bis actione aut
paff ione Iignificatib^ vanetati ftubenbum. In vet bis tam
actior.em q> paffione figmficatibus confiberare bcbemus varias vocum
lnflectioncs / atcjj exitus . et mcbo fyns mo illis vti pro auriu
iu bicio.vt fuere pro fuerut.amaruntproamauerut vibere pro
viberiit.norim pro nouenm.triupfya= rantpro triupfyauerant.et be aliis quocj!
eobemo, 3eb ne quib fiat cotra gramatice artis preceptioes fyac via
prpwbcnbum eit; « '
,Xxii.oe Cluin. auin particula quomo increpet/ vel exortetur
i quom5 item confirmet et quomobo interroget iib fatis exploratum
eft . feb nos ea pulcfarrirne vti* mur.'cum bi cimus.'nonpoffu quin
gcftia.no pof fum quin boleam.no poffum quin abmirer. figni f icat
enim f ere me non pofle continere* g> non &> leam ,et ita be
cetens confimiliter. rftxiii.be Locus eft vel Multum aut
nicljil loci eft ljuic rei . Quib inWnone preelarum eft vfu.locus eft
l?uic rei.multum loci eft gaubio. plurimu loci eft trifc
quillitati.et terencianus bauus.nicfyl loci e fegni cie.'fignificant eni
fyec omniai vel oportere nos le tari/vel tranfqutflos effe* vel
voluptatibus afficii vel oo negligetes ac fegnes ee« et fic in i aliis
fyu* iulmobi<JOdiu.be Magnopere et fimmbus. NonnucJ verobuo
nominaCfiue prepofitione ab= bita/fiue non>nius abuerbii vim retinet.vt
mag nopere pro valbe. maximopere pro plurimu.m* iorem
lmobupromaximcmiruinmobu promi rabiliter.etjtem mirabu inmobum.
^Jpxv .be In primis et fimilibus. Seb ablatiui cafus / fme cum
comercio prepofitio nis fiue (tne eo vim Ijabent abuerbii ♦ vt in
primis fignificat zm precipue ac prefertim.et ib^vi gr cci
bicut)ibuerbiu ipfum(fi lta appellabu eft) peror- nate nomimbufiugitur.vf
in primis fapiens.ipri «ijs erubitus.Seb nc a propolito
bifgrebiar^pau* <is mterbu pro paucu/multis pro multumt Veru
J^ccaliojoco pportunius illo* ijCxvLbe ©ent cu noie magiffratus fiuc
iperii Ilic etiam rnobus optimus eft+vt li quis bicturus dt qucmpia
homine aliqucm ^abcrc magiftratunj vcJ i?qnore/feu ipcriu vt ex noie
l;onoris eiufmoi et gero geris verbo pulcljerrima coftituat ordne.
^oc pactoi^ic eft rome cSfuLrome cofulem gerit. ita cofimiliter
imperatorem gerif . principem ge* wt.pKetorem gerit et alia cofimiliter
*ab ijofcc eni viros remm cura et abminiftratio pertinet. ([
Cxviitbz intcrlcg«nbumyet fimilibus. Vfitata et perpulcijra eft fermois
oratio/vt geru^ bioruaccufatiuis prcpofita lterfignificct tempus
imperfectuinbicatiui vcl fubiunctiui mobi vel al terius ct bu par ticulam
.vtinterabuianbu ^oftes offenbi.'J?oc eltbum
ambulaKcm*interlcgcnbum vibebas t ibeft bu legeres . £t fic pro varictate
per * [onarum ita cxponenbum cft vti mobo explicaui^
mus.fcSicferuius in buc.vir.Interagenbum ib rft bum agis.l;onefta locutip
fi bicamus intercenabu \)oc
fum locutus ib eft bum cenare Ijoc locutus fu. 4jCxviii.De in pro
erga vef cotra. In pro erga ct c5tra pulcfyerrima e accufatio pree
pofita. Vt meusinte animus.mea mte beniuol.n tia.vbicj enim fignificat
erga . luucnalis muefyt in bomicianum .Ciccro ljabuit orationcm in
Cati linam.ibi eni contra fignificat. |£Gxix.Deappnme.
?7ypprime pro valbe recte apponitur noibus.que? abmobum be imprimis
fupenus bictum eft.vt Virgi.apprime nobiha res.appnme vtilis.St ita
beaiusfimilibus. 4j_QiKf Vt res apte coi ungitur abiectiuis
polielliuis. Rec nomen latum / bif i ufumc| eft. feb eo pulcijer rimcvtimur
cum abiectiuis poffefliuis nomini' biis/ et prefertim J?uiufmobi. vt cu
bicitur res bel Iica, res bomeftica.refpublica. res familiaris. re«
nwlitaris.Et be fimilibus paritct . 4Kxxi.De preftolor. Vt
aliq veluti fignanba mftituam preftolor vei" bum plerumcj poete
accufatiuo iungunt . Gicero connectit batiuo. Vt quem preftolariB.'*
preftoior iol?anni^___- :ii . J^vffentior ,tio .
Impartior .tio . 2V Multa funt verba quibus per eaoem
Cignif icantia et pafliua vtimur voce et actiua,et(vt omittam p e
nc innumerabilia; ciceio frequeter m r;is buobus mobo actiua mobo paffiua
voccm vFurpat. s£,enti or et affentioi vbicg eabem coftructicnis forma.
et impartior /et Ipartio.in ceteria autem ifc fii mult© unus.
dCxxiii . . Vfu venif ♦ Vfu venit ornatiff ime pro contingit
ponitur/ ([Cxxiui. V furpatio et vfurpare. Vfurpatio et
vturpare non lta intelligi bebentifis cut mrifcofuJti vtunfur. fe6
vfurpationem orato? rcs f requetem vfum nominat/ et vfurpare in
fre- quenti vfu fyabere/ {jGxxv.Deficit cum accufatiuo.
Hec res me befirit ib eft beeft micr;i Ijec res» vi bc= f icit me bies.
vita cpprimum mortales beficit ♦ f ep beficio bac re magis poetarum
eft. {jHCxxvi Omnis pro omnes. Nunc aute ne ea que perutilia
funty i ornatiffima omittamus. intellicjenbu eft q> que
nominatertie bcclinationiB ta nominatiuu q> genitiuu
fingulare" fyabet fimiies i prefertim Ji gewtiuus pluralis in
ium esiuerit ecru frequtter accufatiuus pluralis in is terminari folet
raro in es . vt grnnis pro oes mortalis promortaks.manispromancs,
fimifc terCvt ipe quog? teftatur priftianus Ji es et is ternu
nantiareperiuntur. vt f ortis et i ortes / partiset partes/pontis et
pontes . io rebquis rarius ib fit que eft poetaru veniaf
{TCTxxvn.De pofrnbie. CXucbam abucrbia funt que epiftolis maxime
con ctruut.ficut propebiem/ cjprimu/cito/cofeftim/ et poftribie.
quob multi ignari htttram / et gra< matice artis expartes exponut poft
tres bies . ieb tuCnc eobcm bucaris errore)crebe poftribie fignis
fkare poftero bie/eteopacto.M.C.accepitto alii crubitiffimi
virij 4$Cx xx viii . P rimu /beinbe / prctcr *a£ ab
/1)oc /poftrcmum ♦ fttfi quis multa referre velit.'pro prima rt
ponai erimu vcl primowtiuuj eni in vfu eft, profecute
oeinbe/velfecunbo loco.protcrtia/ preterea. vel pro tcrtio loco.pro
quartoCquob perraro accibit) ab hoc vr prcterea vcl quarto loco.in
calceipoltre mo/ vd poftrcmu/ vel bemum.at igitur l?uiurce=
mobi exemplu. tria fut que magna micin af i erut
voluctate.primuenicf optimuamicu nartuslu beibe aute cj> finguiare tua
crga mefepe tefohcans beiuoletia poftremu vero /q> tc icolume
mteliexir {JCxxix .be orbine fyaru coniu n=
ctionumeni/autem/vero» &ua in re ib quocg abuertenou eft/g> fres
inueni= nras coiuctiones recto atcp vfiiato orbine.que funt
eni/aute/et vero.feb tuipfe tyec oia ac multo plu= ra raule
cogncueris.^fi ciceronis Lriptai et in pri- mis eius epiftolas
lect»tabis/ (£Cxxx.Mcmorie pro s ifum eft. Memone prohtu
ficmat fcnptu eft. multa enita= lia ornatiffime vfurpantur vanis cu
fignificatus, vt memorie trabere.mabare fcriptis.mabare litte* raru
monumetis.quoru fermc omniueabe vis eft feb manbare memorie aliub fibi
vibetur velle/ {JCxxxi.Falht me bcc rcs. Fallo verbu tritu
eft apub Cicerone. f aliit mc r;ec rcs bicimus.fallit te fpes.quob e
fruftratur et beci p it ([ Cxxxi , Miflu f acerc . Miffu facere ib
e bimitterc venuftu et ornatu eft, nam miffam Ijanc rem f acio fignif
icat bimitto xl= lam rem/ (jXxxxiiii.Hc quibem» $bf;uc
et in eabem oratione buc f;ee particule/ne et quibem/pulcfyerrjme futifi
quis f uerit ilhs rec te vfus. nam cum ponuntur . ; femper aut
aliquib bictum cit( aut mentc ib concipitur ♦ vt ne aubmi
cT quibem.fignificat euiraQ exempli caufa) non folu non
vibi feb neqj ctiam aubiui . Item aliub exem- plum pfylofopijie ftubia
bemocritus n5 mobo n5 intermittit ;Ieb ne remittit quibem.reaiittere
na<| pfyiam cft remiffius pfyilofopfyari? i| Cxxxiiii.be
orbine pluriu fine coiunctioc Scb ea quoq? abljibeba biligetia elt
q> li quabo plu ra ponimus preferti finecopulatioeCqui
articuius eft et fi ibi vibeatur fignificare quob vefyemetius
fonat magis coilocetur i calce.vttua virtus lauba ba probaba
e.na probaba eft rnagis q> fit ai mbicio Magitratus
biligere/amare/colere oebemus.pro bau3miosvirosomnesf;omines
verentur./ ob* fer uat / abmiratur . quc turpia / obfcena i tetra ;
f cba fut.'ea fugere et afpernari bebemua. virtutis offi=
cju fuma laus efr.na l?abet officiu accelfione actio nis.
(JSeb i l?iis quoq? orbo quibe fpectanbus eft q> fi tria quoru
buo parte aliqua ugnificenti tercis um lit communius^ib prof ecto
plcrumoj bebet in f ine collocariinili fe fyabuerit qucbam generis
mo bo.tunc enim ecotra fit quob nunc liquibo ac pers
fpicuo patcf accre exemp{is«ac prioris quibe excm plu cft.oms
in abipifcenba virtute cura/opera/bi- iigentiaiponenba e. eft eni
cura confilium animi,' opera corporis i bihgentia
vtrumqjcomplectitur. 1 Item inrepublica
plurimumi&uftrie/laboris/ te poris ponen&u eft,#smicos confilio I
viribus ©pe- ra abiuuare bebemue. /Cylterius nof a exemplafut l ion
lunt per fc rcs comobe ex^eten&e bjuicie/tjo norcs/voluptates .
comobum eni generislocum beiinct cuius fpecies funt multe.puta quas
mobo nuirerauimus./Atg item animalia queqjV fyoines
Ieones;equi/bcnu vibetur appetere . feb vUamc| resfele fyabeat.Ii multa
fint,' quobpluriseft/ bc= bet poni m finc.iam ab alia prccebamus;
{[Cxxxv.be Qanfquis ,' vtvt i vbiubi, Multocicns gcminatio in
quibulbam tam verbis infinitis q> abucrbiis tanti valet quati i&
nome fel' ct cuncg. vt quilquis pro quicuncg , quotquot prQ
quotcug. quatufquatus pro quantulcucj» qualif= qualis pro quaiifcuqj.
vtut pro vtcuqj, vbiubi pro vbicunq? . ct ib abucrte biligenter/
(f Cxxx vi . ^vcccbit. ^ccebit proabbitur/§ vfitatum cfttam
pulcfyer= rimum vibcri bcbet. vnbe et acceffio abbitioncm fignat.
vf ab meas miferias mictji acccbit bolor ib eft abbitur/ {[Cxxx
viii . Conf ibo , Cofibo non ficut quiba arbitraf ur( nefcio quo
pac to)ftruit J ,13 iugitur aiias catio ahas ablatio cafui
**n ' .
et in fyiis potiffimu verfatur que ab animum fper= tant. vt
confibotua virtute/ tuafyumanuatef tuo confilio.et lbem be aliis
fyuiufmobi/ (TCxxxviii.Crebo pro cornitto. Crebo quocg pro
comirto ornatiffimum eft. vt crc bo tibi confiLa mea. crebo tibi granbem
pecumam et fic be aliisr/ ^[Cxx.vix.C^rahbismaior vel
minornaftu 0ranbe abiectiuu nomen pvoh vel etati conuemt/
vel pecunie. pecunie exepla fupra pofuimus . leb l?ic grabior
neftorc vibetur ib § vibetur qi ncltore vincat etate et
atecebat.r;ic tit graoisnatu/ajrabife fimus natu.fignificat Iogeuu
fjonine / atcj atmo-- bu fene.St quia be natu facta meeioi^ maior
natu otnatifiie ficmif lcat feniore.' ficut mior natu ib eft
,be Parentfyefi. {J. iuniore/ Infuper^aubiHepiba fit interpofita
nonnuncp in oratione/atcpinteriecta parentljefis . vtbebifti ab
meCque mea eft fumma voluptas)fuam(fimas lits teras.omnes amicos(nifi
ialloOpJurimum abmi ror.fcire velim exte(ea nacg eftamicorum cofue-
tubo)quib nuperin caufa.M.Tfaitoniiegeris ♦ et iti bemum(repoftulante)
noftraram Jjuiufmobi oratione interpofitionibus alpergatrtus/
(TCxll.be Incrcbuit, Hecres apub me lerebuit/et fere %nif icat ab
au res perueit^et rei noficia fignat/ CljCxlii. Vt nos
nefcire quib feicemus» Nefcio t)ac re.ignoro/ preferif me ♦ f ugif me.
la= tet me.fyuius rei nefcius fum.ignarus fu.jpec res fcietiam meam
f ugitf CjjCxiiii.Reliquu eft^pro reff at. Hoc refiquu e
i& eft reftaf /perpulcfyre / et magno euornatu lbem fignificaf
/exemplu eft.omnia tibi ctnatura et fortuna tribuitreliquii eff t 'vt
bene et iaubabmter viu?S/ (tCxJiiii. VuJgo ib e vbiql
Rumor e vulgo/ibeft vbiql et comunifer&icifur et ornatus fermo
eftf {J^Cxlv.^vccipere pro au&ire et cognofcere ^ccipere
pro au&ire et cognofcere peruenufte bi*
titur.vtacccpirumoribus/quoruelcertusauctor acccpi ljolm fama/ que
certoauctore cotietur.acce pi nuciis it> e nuciatioibus.quos nutios z
qui mit ti affert.accepi litterisquas plerucj abaicis accipi mus.et
I aliis cofimilibus lodsf (ffjxlvuHike Ijofce })*ke* Prono%
articularib| bemoftratis cofucuerut ora tores abbere ce a&jectione i
iis cafib^ qui i f.bcfiuut tupljonie ca\vtl?iice fyofce tafce pro jjis
fycs feas/ mn V-' CfCxlviibe tranftatione
fyuius pi-epofitiomscum* cp* prepofttio que preponi fofet /
poftponitur ecum fi fi jnif icantia eabem manet . et in quibufc bam
juibem femper. que funt mecum tecu fecum nobifcum vobilcum . in quibufbam
qupqj non fe- per, vt qui cum/quo cumV quibus cu/ te proptet ac
etiam propter te lbem fignificant. et fic quibus cum « t cun quibus • et
in iis potiffimum ea pre* pofmonum tnnflatio fit que wb enumeramus,
^XCxlviiuClam prepolitio potius cp abuerbium» Clam plerumq?
prepofitio eft.et nonnuncj abuer- bium* (eboratores prepofitionem potius
accipi* unt ;fiue iugatur ablatiuo vt prifcianusfetiti i;ue
accufatiuo/ quobopinatur bonatus* vtclamme prcfectus eft ib dt me
nelciente/ iJjCxlix.Cora et prepofitio et abuerbium» Coram
cum accetu in prima lillaba prepofttio eft et quib fignif lcet nemo eft
qui nclciat.cum accetu vero in vltima fillaba abuerbium
pulcfyerrimum eft fignif icasCvt ita bicam)prefentialiter. quo fre-
quentiflimeviriboctivtuntur.vtapubM . Gces ronem.cupio tecum coram iocari
ib eit prefentiali ter.etiam coram tecum loquor* * ! *
* I 2* ^
Cl.Deabuerbusin.I.et.V.befinetib^. Multa abuerbia in.I.exiftetia
etiam I ipfis epifto lis pulefyerrima funt.feb i;ec imprimis ruri
vefpe ri/bomiybelli.Multaitem ino fero/Icrio/conlul
to/poftremo/falfo/merito.precario. Cetera vero in eobem exitu
beunentia ljaub in frequenti funt vfu oratoru» i n v vero non multa
funt biuicuius fignihcatio manifefta eft.Ioterbiu/quob eft
quafi infra mebii bid temcus.£t noctu pto nocte.quob
magis nome e. Vnbe biu noctucg bicimus; (jXluNullus pro
nom Hullus«li.um.n6nu§ pro non.prefertim fum /es cft
verbo abiuncto.vt nullus fum.ibefi interii.ref pu.nulla eft ( quau
non eft lbeft extmcta eft. Ibc| ornatiffimu f uerit.
^7CIu\Preftofum.ib e affum vel appareo.
Preftomm/fignincataffum. et f ere appareo . et Dc ibem
abuerbiuj eiufbem verbi moois omnibus ac temponbus peruenufte
conuectitur i m eabem qua mobo pofuimus lignificatia . vt prefto
micfyi fuit feruus tuus vrbe ingrebienti / lb eft affuit.
([Cliii.Licet micfyi bono vito efleivel bonum viriun.
Licet micfyi bonu virum effe et licet micfy bono vi ro elfe
vtrumcj latine atcj vf ltate bicitur ♦ Seb 10 goftering magis
oratoriu eft* d^CuiiifPcirpetuu et Iperpetuu aouerbia?
Perpetuu et imperpetuum abuerbia pro eobe po s niitur ♦' et eis f
requeter vtimur* CjClv.Deuindo proobligo» Deuincio verbum cum
pulcfyerrimum e.tum pre cipue eplis congruit . fignif icat et beuincio
oblis go / et bevinctus obligatus / ficut et fepe obnos xius
♦ quobnonloiumtritomorefigmficatquoo notu eft.febetiam beuincturm
(fClvi • Collocare apub aliqui beneficiu. Collocare apub alique
benef irium eft alicui benefi cium facere, vt apub gratos viros beneficium
col iocafti* (IClvii.Gratificor» <5ratif icor libi
fyanc rem predare vfurpaf ur / prp gratumfacjo» ([Clviii.De
"inbulgeo et ignofco. Jnbulgeo fane verbum eft aptiffimum et
fplenbis bi ornatus. quob et batiuo iungitur t et f erme \i-
gnificat bo operam, at(j ita reponitur ♦ vt fyie nis mio fomno inbulget.
ib eft nimis bormit mmio d bo inbulget / lb eft nimis comeoit . be aliis
con* fimili pacto. H Inbulgere quafi concebere eff verbum
luxurielam quanbam Mignans clemetia tt in&uicjentem paretem
appelfamus/ leniore er= ga Iiberos mgenio.quare z ab ignofco
piurimum biffert.eft enim ignofco parco.ibeit bo venia.fme
excufatum fcbeo.ignofco tibiifiquibCexepu cauz faJabmifens lceleris .
inbulgeo vero i vt multa a= cpre impune queas. quorum verbgrum
bifcrime i>il ^entifFime conliberabum eft/ i]CUx Tantus
quantus, ({Tantus.ta.tum.etquantuseobemobo fefyas bent in 01
atione vt raro alterum abfgaltero pona tur. vt cor.cio l?ec tanta
eftiquata ante^ac vn§ fu it.tnbuis micl?i tantu quantum necagnofco /
nec poftulo.tdntum in te eft bocfrine quantum 1 boc= tilfimo fo 7
et effe viro; iI_Clx T a»a qualis? Taliff et qualis alterutru
creberrime ponitur* ra ro vtrucj. vt teie iolemus fentire bonu viru/et fub
Bitelligimuf quale biximus.z ecotra.orator eilfu ftris qualis alter
nuilus reperitur. veru l?ec be f)is htiBt ^LClxi. Vel pro eciam,
tVel pro etiam particula I multis locis rectiffime congruit.vtfyambal
fuit imperator velomnium primus.tua eximia virtua vt tearoem
velmaxie impeliit. ([CytVfrforj »
r Verfor verbfi ifl f requetiffio e vTtt veteru ac oifer
toiu foofni . perbif f nlaqj e eius verbi fignif icatia ac
beno variis poteftrationib? expoi.vt ego verfori Iraru ftubio
ib l bo opera lraru ftubio. virt us circa bifficile verfatur ib e
virtus i bifficiii cofiftit. ver*. famur in tenebris ib eft f ere
fumus ac viuimus et quafi ftamus in tcnebris.etCquob eft exemplis
fu perioribus beciaratum) buos fibi plerumq? ac fre*
qnetius cafus poltulat. nam aut acculatiuo uingi*
tur/precoata circai aut ablatiuo in precebete . na cu
acanatiuo* vt ante f unbu verlari.ab porta ver= fabatur pcrraro
bicta funt. fcb queabmobu cetens rebus oibus { ita buie f uma
abfybenba e biiigetia,* ^QQUiii . 8niuer o Sinaute ♦ HonnuS
oue particule ornatiOime coiunguntur, quarum eabem fit vtriul* f
ignificatio. vt enmero nam pro explenba fententia altera bumtaxat
Juffi cere poterat ♦ etfimiliter finautem cauia conplen* be
fentencie. eo in loco aute patticula nullam om* nino vim l?abet. 1m eni
per le iignif icat feb h/ trClxiiii.&ttoab. •
auoabypro quoufq;/et pro quabo/no minus or* nate ponnur^ latine.vt
volo in vrbe effe/ quoab tu rebeasa . ita in plenfc* locis conlimihter
accipi poteft. \ Clxv.Sufci pere. Sufcipere no
folum(quob tritug vulgatufcg vfus fyabeOfignificat quob eft fuper fe
accipere et quo= bamobo abbucere aliquibi feb etiam perornate po=
fitum in epiftolis cemmenbatum Ipabere. vt fu£ci= pit cicercnem cefar in
fuis rebus abuerfis . que vticj poftremaugnificatio/r/aub^quaqKfi
quisin= fpiciat accuratius)a priore illa afiena eft/
dQxvi.PoIitiuo abiucta negatio cotrarii politiui pleruqj vim
tenet. Optima quocj ratio eft vt pofitio cuipiam abiun = cta
negatio cotrarii poifiui virn ac fignificationem twneat. feb non ita
plene / tamen et accurate lilam expleat.cuius rei exempla fubiciamus .
r;ic vir eft J;aut improbus . fignif lcat enim i ere fyuc lpomine
prolum potius q> imprcbum effe jfyabenbum . et pr;us ^aub
igncbilis.r;iftrio non illepibus.miles co inftrenuus.ciuis fjaub
malus.Nam in iis/eo= rumc| fimilibus rectius atcjj vlitatius bicitur
qua bo vis laubis cuiufbam eit. feb quafi biminute/ et quafi btf
raubate laubis/ {j[_Clx vii . Peto r;anc rem a te . CLuob
gramatici bicunt peto te r; ac rem /ornatius nec minus latir. e bici
queat * peto banc rem a te et ibplutimum ciceip m epiftoJis
cofueuit. ^CkviiuConHdoY pro pereo. Conficior paffiua voce
crebro vfitatu e pro eo f e= re quoo e pereo.vt confectus fu ibeft
columtus vt vir lops ac mifer .'fame/fricjore/bolore coficitor. fic
anis etate et ftubio conficitur ,ac merore Jbbo? re/fenio cofectus.et be
aliis fic per mulf is? ^JOxix ftblatmi tu participioru tfl alioru
peruenuftam rebbut orationS ftblatiui cafus no participioru folu/veruecia
om niu alioru in orone percodne ponutur.prcfet tjm fi qua f uerit
fignificatio teporis » et be participiis quibe mariif eftu eft,
vtregnante octauiano cefaref parta eft vniuerfo orbi pax * quafi qua
tempeftate regnabat octauianus cefar ♦ et aliub bioniiio firas
cufis tyranum gerente/grauifuma inficilia bella fut gefta.ibeft jn
quotepore fyracufanoru bionifc? us tyranus erat* ([Beb eobe quocj rao
alia que bam fe babet nomitaa .maxime fi bignitatu ct 1)0* noru
extiterit. vtcornelio et galba cbilibus curili* bp acte fut in tfyeatro f
abule . Quiba abbut partid pium exiftenubus.IeO nos profybemus l quob
ab vcnuftate oratiois n5 pertiet abbi oportere . et iU fcipionc
conlule peni beuicti funt. Icipione impe- ratore euerfa eft numantia .
jpt reliqua eiufmobi panter. (JCIxx.be geitiuis cu
pofieffiuis pronoibus Licetetia ta Ljramatice q> oratorie genitiuos
quo rumcuqt cafualm cu pcffeffiuis quocuq; cafu proJa tis coiugere.
qucb ct priftianus trabit . vf mea ca venit/rt celeroru amicorum.meuagrum
et mar ci anfonii populati funt.tuo amico ac fratris gra=
•iificare.tuu.r; imperatorem fectare et coriolanum p ncfter ac frains
amice. fua ille confibit et ciuiu pruoentia./C tqj lta figuratur
conftrucfio in omni* bus pdifeff:ui3.pinc terentianum illub meo
prefi bjoatq^ofp.ti^ (jCixx! . ^e nominatiuo poffeffiuo *
' •cu gemtiuo poffefibris. • Ibq? penitus mfpidenbu fit/quaboqj
etiam bifcre=. tioms leu abubancie cuiufbam caufa folet abbicu
genitiao poffefforis et nominatiuus pofieffiuus vt fuus eft.C.cefaris mcs
ib tlt eius et no alterius fuus ticiifilius fjeres teftamento conftitutus
eft. fuus( vt ipfe quocj pnftianus exponit>b bifcrctio ne eius
pertinet qui fecubum leges fuus non ciU ib eft fub poteftate patris
legittimi non eft . fuus autem pro vnius cuiufq? proprie accipitur,
quob ipfum apub viros eloquentiffimos freques eft/
daxxii.Quibbiftatbie quartoetbie.quatfa. ;.
f Qit quartaC vt nonius marcellus eciam teftis eft) et
bie quarto non ibem fignificant . feb mafculino genere preter itu tempus
befignatur f eminino f u* tutum . quob vef uftiffimi tamen aliter
protuleriit vt fic bit quarto pro eo e quob aliter nubiufqrtus
bicifur .'nubiuftertius.^et ltibe be aliis/ <JC1 xxi ii. Qm ib infere
inter tua ca et tui ca feci» Tua caufa fcci/et tui caufa feci ( ne pretei
veteru et boctorem cofuetubinem aliquib ef f iciamus ine ter fefe
fyaub mebiociiter bifcernutur . nam tui ca bicimus/fiquib eiabquem
fermonem vertimus preftiterimus. vt tui caufa a& antonii caftra prof
e ctus quob eft tuenbi tui gratia. kb tua caufai cum tuaQ vt ita
bixerim) contemplatione aliquib alteri preftiterimus vt tua ca»fratris
tui caufa egi/ ^JXHxxiiii ,be bif f erentia intcr gcnis tiuos
primitiui et pofieffiui . £t quia aliquib be lis que ab poffeffionem
fpectant locuti lumus i fyaub ab re f uer it bif f erentia illam
ptof erre in mebium .' que intcr genmuos priuKi= ui eft ct poffelliui. vt
mei tui fui noltri et veftri. qua tibem pulcfyerrime pnfcianus exponit . vox
na<$ eft eabem .at vis ipfa longe biuerfa.cu genitP uus pnmitiui
fimplicem fignificat poffeifionem. potfeffiui vero bupliccm» vt mci
amicus ibe meu3 ' r a 31 amicus
. feb mei filii amicus bupjicem poifefiione continet alteram meam in f
ilio • alteram filii i ami co. quo cc fubiecimus/ne cum ornafum
requiri= mus4 verboru vim icjncremus ipfam/atq? in erro rem quepiam
iguorater incibamus.feb nunc infti tutumprofequamur/
^[C|xi.v.inmentem venit. Hcc res mic*?i in mttem venitbicitur. et
cum ge= nitiuo l;uius rei mid?i m mttem venit. nec micfyi curc eft
an j:ro nommatiuo geriitiuus pofitus eft, vt uq; veto ncn iolum poete feb
etiam.M. ricero vfurpauit; fJClxxvi.be teporu c6mufatione t
Oratcr;s(f:cut et poete^perfepe prefentibus tepo ribus vtuntur pro pretetitis
. nonnucj et pro f u= turis. veru lb quioe muitorarius . feD cotra
fyaub crebro fit.nifi forte incp verbum/ quob fufuri te- poris eft
/ preteriti foco vel prefentis accipiamus. Seb muita que fuper fyiis bici
polfut/in aliub quo 9 tempus ieruamus; 4j0xxvii.>3imilis
genitiuo et plenus batiuo. Similis et plenus nomina Cquorum prius
batiuo iugitur4poftrerius etia ablatiuo)oratores vt pluri mu/ac
fere femper genitiuo iugunt. vtfimilis'es !"■
uoru maioru.bignitatis et of ficii es plenus» no»
nuq» vero(feb perraro)pr«feruntur cu fuperiori= bus cafibusj.
, {JGxxviii. Vt fubiuctiuis impe= rdtiua verba
iunguntur. Sepenumero ctia maioris fignif icantie caufa vel
ornatiffime imperatiuis fubiuctiua verba iugutur quob Cicero fepe ef
ficere folebat. quale e iliuO cu = va vt vir fis. et aliojoco fcrxbens ab
f ilium eff ict etiaboravtexcellas/
^jGxxix.CurriWcenatuWprabetur. Decurritur fpaciu/cenatur rijombus
l pranbetu* tultuWcoftmiljaq? pulcf;errime bicuntur/
<£ixxx. Vt trafitiua verba abfokte prof cruntur» fltqf vt
abfoluta iterbu vcrba obliquis cafibus iun gutuWita trafitiua quocp iicet
nonunqua non folu pro gramaticoru more/feb etia pro oratoru cofue
tubie abfolute prof eratur .preferti vcro ili qua fu* palfio cu actione
ipfa figmf lcatur. qualia illa fat. lugeoinbeo/metuo.que cum trafitiua
funtinunc abfoluteproferutur; CClxxxi.Dc terminatis m
bunbus. due I bubus excut noia ; no ta fimilitubine figni* ficatCquob
pleng arbitratur) § abubatia quabam *3 potius ac vefyemetius.vt
gliabubus no ta cjioriati fimilisiq» abunbe feie vefjementerqi ef
feres.Qua opinione eloquetiu ateji qSerubitifumoru fcominu vbicg
teftimoniis coprobata/tu quoqj firmiter ara pfectere.na(vtalios
omitta)7?vulus gelius auctor probatiffimuf ex fnla quotj boctiffimi
appoftinaris letabu5us bicitur^qui logo atcg sbubati errore efu et
tu quocj eiftem vtere nominibus/ 1 (^Clxsxn.De Fretus»
Fretus.ta.ui.icerte originis ablatlo iuctu pultfyer nmu eft.'et ugmficat
fere confilu atej munitu. vt vra fyuanitate f rcius . vra fapieuU J i:on
mea vir tute fretus/ ^Cl*xxiij»Certicrefacere* Certiore facere
vfitate atcj frequenter in epiftolis vfurpatur.na facio te be i$ac re
certioremUb e tibi figmfico l;ac re.et fepilfime velim me be tua
vali* tubine facias certiorem; ([CLxxxiiii.be Habeo.
Habeo varia coftructione f iguratu plurimu orna tus Ipet.vt bene fyec res
fc l)et.'qucb e fere vt ita bi ca\'ftat bene fyec res.et ita bene fyeo me
. et cu par= ticipiis bene me fyabes rebeo rure . et cotrariu ab*
uerbiu fjmiliter ei verbo iugitur ♦ quob eft maie; /plxxxv.be
participiis f uturi teporis ♦ Participia fepenumetQ i uturi temppris
ornatiffi - me vfurpantur . vt fcripturus fum ab
fcipione lit= teraa. quoo eft fere bebeo fcribere . etaliub.' tu ab
ebes cras iturus eslquafi ire bebes.cicero e atfyeas profecturus ib e
bebet atfyenas proficifci. plautua in ciprum traiecturus eft ( fere
eftnauigarebcbet in cipru.quob ibcirco ita expofuimus quoniam is
pi-opne nauigare / is tranfmittere t is folucre ei» locum fignificat vnbe
prof icifcimur is bemu tra= iicere biciturl g> eubem befignat qui rate
vebitur. vt cicero foluit atfjemsiet in afiam traiccitt(f/e= ru ab
propofitu rebeubum eft . illa igitur particis pia quc a verbis manant
palliuis et naffiue quoqj cxponi bebent. vt cuius infons animus
e/mulctaa bus non cft ib e mulctari et puniri non bebct . fon tes
accufanbi funt ib e accufari bebent.vir flagicio
fusefttrubebusincarccremibe coiicienbus jn vi cula . 8t alia reliqua
exponatur / vt fupra biximus* {JjMec tame negauerim qui eorunbem
participi oru alia quoqj ratio fit ♦ feb ea nos mobo profequi mur
iprefetiaru/que venuftius eloquiu rebbant/ ^fClxxx vi . be Repeto
♦ Qoiib repeto ^none perpulcfyre ponitur.fi quib ei accefferikneq;
batiuus foluscafus/feb etiam abla= tinus.vt jepeto fjanc rem memoria/
quobnon te neo memoria figaifieat. vt permulti extimat ♦ feb
*< H • podus meoria voluto^t
rcmifcor /et quafi oblmi oni trabitu rurlu lueftigo meoria»l;oc nos vii
vei bo ornatiffie poterimusiquonia ecbe z veteres eic quetiffimi f
requeter vfi iut* l;k illub be oratore ci- ceronis libro. cogitanti mkl)i
/ac memoria repete ti* et africanus a neuio accufatus / tnbuno
plebis <% ab antfyioctjo pccunia accepilfet / comcbiffimc to
verbo vfus* rnemoria (mquit) quintes repeto ^unc bie fyobiernu effe*'quo
Ijanibale penu iimitif tmu fyuic imperio vici in africa l et perpetua
pace vobis/ac victoriam peperi infeparabile» veiu cap= tus ingenti
voluptate longius in af rica verbis re* f erebis progrelfus furcuquaobrem
«b veltru initi- tutura ref erat k oratiof
^JXkxxvii*Promori;bieobireymorte oppe tereet fimilia,' pro viaere aute
vita agere/ be gere ctatetn / etfimilia ornatebicimus/ Optimu factii
fuerit l ne eifbe aut mobis oratio^ sis/aut verbis vtamur* eKquob inicio
bicimus) varia plurimu probat oratio* et ti veluti quibufba
fiofculis afpergitur ♦ vt pro morivbie obire /mor- t«m oppcterc/anima
expirare / vitabecebere]* ani ma efflare/ vita befugi^ rebus fyumaqis excebere
ex vita migrare/res beferere fyuanas i exii e be vi- talnwtc?
pbireiextremum claubere bie; interire i i
occibere cdfimiliacg* et iteru pro viuere vitam age re
begereetatem/ _ iii.Vtlu&oluou.Ticet viuo vita
&icimus et coniimilia» St(ne figillatim cucta
coplectar)illu& fcoc loco ani mabuertenbum iitiq ficut fepe
bicimus lubo lubu pugno pugnaiferuio feraitutemiboleoy&olore^et
fimilia.' ita et inter&u viuo vitamVviuo miferam feu
felixe vitam, vt fi quis bixerit qui expe&ita fu«= erint
virtuteconfecuti, / ii viuentbeatam/ etimor= talem vitam.et qui
predaru certamen certaucrit/ a mphffimis bonabitur muueribus . £t
quob &e va riis bicimus orationis mobis l i& ipfu be
fingulis partibus intelligebu lit , vt pro oro rogo/ precor
obfecro/ pro quafi pene ferme.reliqua tuipe coiec U}
<JClxxxix,Ib genus, Ib genus pro eius generis C quo& fere
fimile no- men expnmiOpulcfyre et vfitate bicitur vt multa funt ib
genus monftra. be multis ib genus rebus locutus eft.'quob e fimilibus.et
ita in alns^ {JClxc , Sx fcntencia , 8x fentencia quafi
fecunbum votuntaf em et prof= perc • vt gefta rcs eft cx fcntentia . quob
eft prout optabamus.et tibi i& vecit « fententiat et muftis
iuiocisconfirniliter; h 4jCxci.Inferre. Inferre
iiurii quali iniuria facere . manus iferre alicui eft alique pulfare,
impetu j quepia facere iit quepia cu ipctu et quafi vi aboriniet
jrruere} {[ Cxcii.Dare veniam* Dareveniam pulcfyerrimu
efticrnofcerectlicetia coneebere; 3°vt> 'nicio ctatis
Ijabui te amicu.amicicia micr;i tc cum eft a teneris annis/a paruulote
primis ctatis temporibue* a tenerisCvt greci bicut) vnguiculis
abincunabilisipfis.etijuiutmobi. {jQtuuei etaspuicfyerrime abolefccnciam
fignificat; {f Cxciii . F«.rire f ebus . Fcrire f ebus opfame
atcp optimis caufis ex feriali um cofuetubine fignificat f ebus coponere
vt per= fepe ictum fcu pcrcuffufcbus/eft conftitutum/ ct
compo fitum/ CjCxdiii . Hft micbi nomc fcipioni . £ft miclji
nomefcipioni.fcipioni cognome africa= no f uit.cui paojo troiano nome c
ct lic be reliquig batio cafu perulitate ac puldjerrime bicitur .
que eabe z aliis quoij mois bicutur.£ frequetius m6s fueeriores
apub eloquetiffimos et boctiffimos vi= rosioucnies/ {TCxcy
«^iunt t f ertur bicitur. i» Cum tritum vcrbu volumus ©ftenbere Aet
quob in ore populo e.' vtimur vel iperfonali fertur / vel perfonali
verbo aiunt Jet nonuncj biritur . et eis fi gulis/ vt preponimus.' etraro
ita.' feb interoii. q> exempla fcuiufmobi lut . nam firenesCvt
aiui)fur bi bwbemus aure tranf ire. et item na ita f ertur vt
nulcfc tuta ut fibes. item fyaub turpe e( vt biutur) tum ultuanbi be
grabu beiici,* 4jjCx cv i«Mebiam fuper noctem, _ onuq> ita
bicimus nocte luper mebiam vigilaui* rous quob e vltra mebia nocte
vigilauinius.ibcj z f taias ipfeteftatuWetquorubam vetcrumpro= fcut
auctoritis; <LGxcvii.Tenbo. Contra fermone tuu tebo lb e reiponbeo
tibi. y licut et tenbo cotra iter iib e tibi occurro feb fyc fyaub
i frequenti vfu oratorum inuenies; dCxcviii.ftAacte.
Macte /magis aucte .' et eft glorie et laubis fermo,' et plerucj ablatio
iiigitur.vt macte virtute elto.ib 9 et poete vfurpat/et fcriptores
fyiftoriara* etbe= mu oratores ipfi. qui lermo C vt multi
erubitilu= rai trabunt)a facris bebuctus elt; (TCxcix. 7Kb
expiicanbu locum tue genus gentile ac patnum effingimus. duoties
alicuius explicaturi fuaius/iiue genus/ I fiue locu/getuWc
patriu nome effingimue. qucb quifecuBeffccerit/fortaffelatine locutus
fit;febil lepibe penitus/atc| Ibecore. vt qui fuent a firacu= fis
oriubus/no be ciracufis bicebul J? firacufanus no be atl;els<f?
atfjemefis.et fic be aliis. atcj i gc= nerifc^ /ac familiis nos no be cu
abltio vtimur(vt muiti l feb ibc nome effidmus ♦ vt no bc ftauris f$
luurus . r 6 ite be grecis fcb grccus non bc catufis feb catulus.non be
batis feb batus . Qua qmbe a reib mento afferebu fitl quob
pliniusipfeaiebat/ q> beriuationes no fyabet firmas regulas . fcb
exe= unt/tcrminaturc| vti ipfis autonbus placet ♦ fic a
tfyaurotfyauru/tfyaureu^ttfyaurinu bjcimus» et quoe nos romanos bicimus^
bicut greci romeos» guos nos cartfyaginefes ^iUi cartfyiboneos
vocantt &qb in enfis/ valatq as / fi ab loca pertinent fre=
quetiores termina'.iones funt. vt albanenfis/ vero nenfis dufiuua .'
taretinus /lacebcmonus .'eiracutas nus^arpinas.iftlii quoc| funt eorube
nominu exi tus.feb 11 frequetiori vfu celebratur.quob ibe ct in
quibufba aliis fit«que mq a generis noibj fluxc- re neqj loci vllius.vt
tcrecianus cremes/platoicuB gigesifocraticus gorgias.queoia a propriis
pro= fecta lunt/atcj origine traxerc. feb que alia fyac bc re^ici
pQiTuUtuipe coQitatione coplectere/ (TCC.Conoi\ Conorrjanc
rcm optimc ac peruenufte oirimuB, prefertim fi bifficilior fit.'et arbua.
quo pacto cice ro fepe vtebatur. vt oe pcrfecto oratorci maguum
opus ct arbuum brute ccnamurf {[ CCi«{3tubco» Et ftubeo fi
quib ftubiofius effecturi fumus coiam accufatiuopulc^crrimc
iuncjitur; (JCCii. Defibero* Dcfibero vcrbu pulcfyerrime
pofitfi e . na cu befis beriu fit abfetiu reru perfepc bicimuf befibcro
amo re tuu quafi tu no mc amas.bcfibcro tua prubetis anWquafifis
iiipies.et ltem bc alns; ijCCiii . complector ♦ C5plcctor
perbiff ufu e/atcj ornatu verbu.prefer= ti vcro aiiquibus abiecus/ Jjac
roe.vt te amore/at q beiuof ecia coplector /pro te amo» cogitatione
co plecfcr .'qucb e cogito.z lb e aiificut facultatecofe quor/eft
rei ipfius; {JCCiiii Degerubjuiflf Illub ignoranbu non tltiq
gcrubiuuar mobus ab omni verbo fimili procratur / fi quanbo nobis
fo ret eo opus . vt cantanbo rumpitur anguia ib eft bum cantatur l
vt ait feruius * et alio in loco acti^ uc bictum eft* cantanbo tu illum
it> cit bum canis. / I * 5V
ib efficere atqj vfurpare oratores queunt/ (] CCv^be
quarto p retoriet quartu pretor Putat nonulli nicfjil itereifeiu quis
bixent quar - to pretor / ct quartum prefor / et (ic be aliis. feb
magna e certe bra/vt.M.varro teltis e.na quarto pretor locu figmficat/et
tres anteactos. quartum vero befignat tpus .Caue igitur biligenter ne
per= pera fjifce vtaris ronibj.ne ofuib eotra veteru/ at cp
eloquetiu roore/cofuetubinecj faciamus. quare terciu coful/ac
tertio cdlulno ibefignificatt {JCCvi.Kuri effe» £eb ne plura
iH f equar(na infinita pene «iu fmob precipi poflut)ib tene memoria
q? no irure effe/feb ruri ee bicimus.quob cu f eftus popeius
affirmat tum terecius cdprobat.aif ei ruri fe cotinebat/
Quaobrem u qua reliqua fut.'paucis ex^ e^.amus Nam cu pro
coficiebis epiJfoIis I)ee potissimu atligerimus si salutatioms formuia/ ac
regula ibu um nonaruqj obferuatione patef eceri .' iure l;uic
p aruo inftituto fine ac mobum ftatuerini/ 4/C Cvii.Vale
Salue» Vale igitur ac falue verba pro marci varronis /et
omnium boctiifimorum virorum (entencia ibem fignif icare
vibentur, Quibus nos alias in faluta= 60 aiias in execranbo vtimur
* ex quo terenciann < iliuc» 2. valeant qui inter nos bifdbiu volut
/ac cu= piunt mortuis quoqj et qui mortaliu vita beccffes runt^
quibus nullam fyuiufce Iucis optare lalu.e polfumus ,'nonuncj vale
bicimus. CE?t veterea quobam eifoe ibem verbu pro mori
bicebat^quafi nicfyil araplius viuentibus fibi cu mortuis futuru
elfet t et imperpetuu iam ab eoru afpectu bifcebes rent.Nam neg? valet
llli nec| falui effe polfunt ob eabem rem abbut nonulii bene f eliciteng
abuerbta aut fi qua alia funt euumobi fiemihcatie. Veruta=
meninepiftolisipfisvaiein finebicere cofueuis mus ab^ vlla abuerbii
acceflione^ perinbe ac ami* cis vite falute ac f eligitate exoptemuf
.Quib igitur vale fibi querat.' quo ve illo pacto vtebu fit nofcef
Ct GGviii.bico tibi lalute iubeo te faluere, Pro falute aute piemc| nos
bicimus falutem bico et fi quefalutare cupimus 4 batiuo cafu
aptifume appofucnmus» vt vaie et cefari bic falutem . T^lia quo(j
erit faiutanbi ratio.vt iube fcipioncm falue* re quob eft fcipionem
faiuta . iSiam ille mobus vi quabam befiberii cotinet . ct pro antiquoru
more et confaetubine inf initiuus mobus in alium tranf mutatur ♦ vt
iubeo te faluerc ib eft lalue . iubeo te gaubere_pro gaube;
^JCCw.Meo noie vel meis vcrbis, ■ t {Tp ro mea
ex paif e. Quob vero alii ex mea parte bicuntl mulfo quibe ornatius
bicitur vel meo noie vel meis verbis/ (JCCx*Dc calebis/nonis/et ibibus»
Quota aute cuiuicuqj mefis biem velimus mtellr gereicalebis/nonis/ibibus
ve notamus.necj quib illi fibi velitinuc expiicare cofiliii eft.feb quo
pac- to bicamus figulorum mefium bies.' et quomofco ab eis
nominatione fufcipiat . cpobrem intelligebu elti primis/ primu cuiufqi mt
fis biem/ calenbaru appellatione vocari . fecunbu quas nonarum bies
coftituitur . ef in aliis quibe mefibus feptima luce Marcio/Maio
lulio/Octobri.in aliis autem qui» ta/Ianuario/Februario/yvpnli lunio /
7\ugus fto/Septembri/nouebri/Decembri. J^tc| omne« ii bies qui
cdlenbas et nonas intercefferint*' nona- rum cognominatione cefentur .
vbi et numerum meminenmus /ac nonas ipfas.et ille ablatiuo con
ftruuntur.' fjee accufatiuo . Seb internumeranbu etprepoftero vtemur
orbine^et nonarum biem co numerabimus .' atnonisexactis/
proximosocio bies . ib quocjt in quolibet menfe ibuum umiitter
cognominatione fignincabimus* fcb pari rone tu orbis/tu
anumerationis.reliquos veroeius mefi» (quotquot fuperf ueriObies calebaru
appeliatione H * 4, >
notabimus.que hxturiJacpYcximi fut mefisi neeg orbinis/necp numeratiois
roeimutate. 7>vt ib om nc exeplo iiluftrabu iSitqf martius nobis
exeplo. cuius curriculu vno ac trigefimo bit coficitur .pri tna
ltaqj bies halenbe erut mahi.fecunba fexto no nas marcii.tercia quito nonas.
quarta qnartono* nas . quita ttrcio nonas . fe.\ta no bicitur
fecunba nonasifeb pribie nonas.et lta be lbibus at^ fcalcn
lsfeptima bieg none erunt marcii . octaua octavo ibus marcii .nona feptio ibus
mattii becima fex to ibus marcii.vnbecima quito lbus . ouobeum*
quarto ibus. tribecima terno ibus . quartabeciina pribie ibus quitabecima
ibus erunt marcii.febecia bccimo leptimo halenbas aprihs. quoniam is
me fis proximum fequitar.beamafepnma beamofrx to halenbas april.g.
becima octava bccimcquinto halerbas/becima nona becimo quarto halebas.
vi ccfuna becimotertio kalcbas. vicefimapt ia buobe* cimo calenbas.
vicefimaiecunba vnbecimo calebas viceiimatertia becimo calenbas ,
vicefima quarta nono calenbas vicefima quinta / octauo
calenbas. Viceuma fexta feptimo caienbas . Vicefima fepn= ma lexto
cahnbas. Viceiima octaua quinto ca« lenbas . Vicelima nona quarto
calenbas . Trice frnia tertio calebas. Tricefima prima et
nouifiim/i i / K
/* * « J pribie fcalebas aprilis.In ceteris omibus eabefer
3 uaoa eit ratio bieru, Dieru autem numerus f;aub fe lateatgui in
propmtu eft cmnibus/ 4jCCsi ♦ P^ibie kaienbas ,'pribie,
nonas,'pribie ibus. Pribie aute fcalenbas/pnbie nonas/pribie ibus
et «t fignificat quob vetuftiffimi bicebant biepriftini pro abuei
bio quob fignif icat bk priftino . et iic per vetuitomore biecraf tini /
et biequitiet biequinto umiliter pto abuerbio , Veru nos prifcam
nimis et Ipombiore vetuftate vbicf f ugere ac vifere bebt mus, #vc
bene et preclare cefar preciperc Folebat/ ta§ fcopulu fic f ugienbu ee
iaubitu /atq ifoles ver fcum; <L Pro genitis aate ihenfiu rectius
pof= felfiua nomina finxerimus. vt pto ijalebis marcii fic
uenuftxus bixerimus halebas martiaf z ita apri les/maias / lunias /iulias
/ac quitiles auguffas feu fextiks/ieptembrias, et itaianuarias/
fcbruarias g> autem m haknbis/nonis ibibuiq abiatiuo cafu
iugimus.' jbcm poifimus in accufatiuu tranfferre et ab preponer e feb ib
iignificst tempus fere biu= turnu, vt ab bccimu kalenbas februarii bebiiti
ab me litteras . ego vero ab ocfauu ibus lanuarias ao te
fcripferam^abet enim vim tejs»f»e*4^vel:;emen twem
fyocpofterjus; fc> J 4 1 Operis peroratio. Me «Sor
pl«» fcribamdpc micfy Etic imprefen* tiarum obtulerut ! quc anotatu
bigniora vila funt{ nuc« tibi multo plus ferfafe conbucent ; cj
eoru preceptioncs i quieafbemetepiftohsetoratiQm; bus tribuunt
partes.quorum penitus enpient.ua eb error .afa* ita fentienbui vti
littens ipbs ab te concinnc bilucibc^ perfcribamus .'ac noitram
len» tcntia afc» mente ^comobiffime apenamus . cj? cu bec bili S
cnter tenueiis < ck in£inito pene fcrum r« La numcro;alia qucbam no
mmus taaife vtt< ha,'feb multa grauiora (ubnectam.auaobremCvt
facis ) cupibiwme ftubia htteraru complectere at L ea
queinbiesaffequerisabcxeraUttommawo moba? IVale?
f/fluguftini bati fenenfis oratoris primaru liajjocjicus libellua
- octttioniB precepta finitf 4" oc Kt
e^a rAficm ^•S. "atriftcr
mM^urinxx^j^iit^Scnom^m ttyAnne* ie fUmati* ^d{' Llmulas
kriwor frpi » Grice: “Dati is into ‘elegance’ but he is also into
‘regulae’, which are a bit like my maxims – my maxims can be exploited for
‘effect’ – and those are the types of rules that Dati is interested. Sadly, his
philosophy has been interpreted as that of a mere linguist or grammarian
prescribing on how to write letters! But he surely was a pre-Griceian who is
looking for ‘rational’ pragmatic reasons to the effect of a most effective, yet
‘elegant,’ communication. Many examples can be philosophical: ‘women are
women’, ‘war is war’. ‘Women are women’ is not meant as a substitutation for
Parmenides’s law, x = x. Such an utterance would be, “Every thing is identical
with itself.” “War is war” is different in that ‘war’ is uncountable, and we
can keep the singular ‘is’ of Parmenides’s law, x = x. But why do we consider
‘War is war’ a tautology? Because it is the exemplification of ‘x = x” – Now,
some philosophers claim that ‘war is war’ – or Parmenides law, for that matter,
isn’t not a ‘patent tautology’, since it needs to be formalized in the
predicate calculus, and the predicate calculus is not decidable, i.e. there is
no algorithm for its interpretations which render its formulae tautologous. Augustinus
Datus. Augustinus Dathus. Agostino Dati. Keywords: ELEGANTIOLÆ, retorica,
grammatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dati” – The Swimming Pool Library.
Grice e Deciano:
il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the
Porch, and friend of the poet Marziale.
Grice
e Deinarco: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A
follower of Pythagoras. He is one of those who fled Crotona when the local
people became hostile towards the sect. Giamblico talks about the followers of
Deinarco being killed in a battle years later, which suggests that he may have
established some kind of sectd of his own.
Grice
e Deinocrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, according to Giamblico.
Grice e Delfino: l’implicatura conversazionale della
musica delle sfere -- l’ottava sfera – filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Grice: “Delfino is what
we at Oxford would call a ‘philosophical mathematician,’ and in Italy, an
astrologer – his specialty was the ‘motum’ of the ‘ocatva sphaera’!” “But he
also wrote on algorithms!” Ensegna a Padova. Erudito dalle multiformi attività,
fu attivo a Padova nel filone dell'aristotelismo padovano rinascimentale:
sicuramente studioso di logica e matematica, ebbe chiara fama di matematico e
di astronomo. Altre opere: “De fluxu et refluxu aquae maris” (Venezia); “De
holometri fabrica et usu in instrumento geometrico, olim ab Abele Fullonio
invento: Acc.); “Disputatio de aestu maris et motu octava sphaera, Johann
Niklaus Stupanus, Abel Foullon, Padova, In Accademia Veneta Paulus Manutius. Dizionario biografico degli italiani. Musica
delle sfere Lingua Segui Modifica La musica o armonia delle sfere, detta anche
musica universale, è un antico concetto filosoficoche considerava l'universo
come un enorme sistema di proporzioni numeriche. I movimenti dei corpi
celesti(Sole, Luna e pianeti), ritenuti collocati su sfere ruotanti, avrebbero
prodotto una sorta di musica, udibile solo dall'orecchio dei veggenti,[1] e
consistente in formule armonico-matematiche. Incisione di Franchino
Gaffurio (Practica musice, 1496) che raffigura Apollo, le Muse, le sfere
planetarie e i rapporti musicali. La teoria della musica delle sfere ebbe
origine nell'antichità e continuò a essere seguita almeno fino al XVII secolo,
suscitando l'interesse di filosofi, musicologi e musicisti.
StoriaModifica La musica delle sfere incorpora il principio metafisicosecondo
il quale le relazioni matematiche esprimono non solo rapporti quantitativi, ma
anche qualità che si manifestano in numeri, forme e suoni, tutto connesso in un
enorme modello di proporzioni. AntichitàModifica Pitagora, per primo,
capì che l'altezza di una nota è proporzionale alla lunghezza della corda che
la produce, e che gli intervalli fra le frequenze sonore sono semplici rapporti
numerici.[2] Secondo Pitagora, il Sole, la Luna e i pianeti del sistema
solare, per effetto dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione,[3]
produrrebbero un suono continuo, impercettibile dall'orecchio umano, formando
tutti insieme un'armonia. Di conseguenza, la qualità della vita sulla Terra
sarebbe influenzata da questi suoni celesti.[4] Nel mondo greco il cosmo
era paragonato a una scala musicale, nella quale i suoni più acuti erano
assegnati a Saturno e alle stelle fisse. Il Sole era indispensabile per la
realizzazione dell'armonia in quanto, secondo i greci, corrispondeva alla nota
centrale che congiunge due tetracordi.[5] Per Filolao, matematico e astronomo
pitagorico, il mondo è armonia e numero, e tutto è ordinato secondo proporzioni
che corrispondono ai tre intervalli fondamentali della musica: 2:1 (ottava),
3:2 (quinta) e 4:3 (quarta).[6] In seguito, Platone descrisse
l'astronomia e la musicacome studi gemellati per le percezioni sensoriali:
astronomia per gli occhi, musica per le orecchie, ma entrambe riguardanti
proporzioni numeriche. Egli, inoltre, appoggiò l'idea di una musica delle sfere
nel dialogo La Repubblica, nel quale descriveva un sistema di otto cerchi,
ovvero orbite, per i corpi celesti: stelle fisse, Saturno, Giove, Marte,
Mercurio, Venere, Sole e Luna, che si distinguono in base alle loro distanze,
al colore, e alle velocità di rivoluzione. La visione di un universo
strutturato in cerchi concentrici, aventi come centro la Terra, era del resto
comune a tutta l'antichità: si trattava di sfere intese come ambiti di
pertinenza, ognuna delle quali contenente un pianeta che esse trascinavano con
sé, muovendosi in maniera circolare. Era questo loro movimento a generare il
suono, come affermava anche Cicerone: «Movimenti così grandiosi non
potrebbero svolgersi in silenzio, e la natura richiede che le due estremità
risuonino, di toni gravi l'una, acuti l'altra. Ecco perché l'orbita stellare
suprema, la cui rotazione è la più rapida, si muove con suono più acuto e
concitato, mentre questa sfera lunare, la più bassa, emette un suono
estremamente grave; la Terra infatti, nona, poiché resta immobile, rimane
sempre fissa in un'unica sede, racchiudendo in sé il centro dell'universo. Le
otto orbite, poi, all'interno delle quali due hanno la stessa velocità,
producono sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire,
il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di strumenti a corde e
di canto si sono aperti la via per ritornare qui, come gli altri che grazie
all'eccellenza dei loro ingegni, durante la loro esistenza terrena, hanno
coltivato gli studi divini. Le orecchie degli uomini, riempite di questo suono,
diventarono sorde, né infatti vi è in voi un altro senso più debole.»
(Cicerone, Somnium Scipionis, libro VI del De re publica, cap. 18) Più tardi i
filosofi, fra i quali Tolomeo, mantennero la stretta correlazione fra
astronomia, ottica, musica e astrologia.[8] Nel IX secolo, l'astronomo arabo
al-Kindisviluppò le idee di Tolomeo nel suo De Aspectibus, che associa
anch'esso astronomia e musica. MedioevoModifica Angelo musicante,
affresco di Melozzo da Forlì (1480), Musei Vaticani.[9] L'antica concezione
cosmologica della musica delle sfere passò nel Cristianesimo, dal quale venne
ulteriormente meditata e approfondita, costituendo la base di numerose
raffigurazioni di angeli musicanti, suddivisi in cori angelici gerarchicamente
ordinati, identificati con le orbite celesti di astri e pianeti:[10]nella
musica delle sfere si udiva cantare cioè il corodegli angeli, che accompagnava
gli eventi principali che avvenivano in Cielo, quali la Trinità, l'Ascensione,
l'Incoronazione di Maria.[10] Già Agostino d'Ippona, nel De Musica e
nelle Confessioni, vedeva nei suoni il riflesso di un'armonia primordiale
dell'anima.Furono poi soprattutto Macrobio e Boezio a fare da tramite fra il
pensiero pitagorico, basato sul simbolismo dei numeri, e la nuova teologia
cristiana. La Via Lattea, intersecando lo Zodiaco, forniva per Macrobio il
«latte», ossia il nutrimento alle anime dimoranti nei cieli, in attesa di
incarnarsi. Tutto l'universo è per lui fondato su rapporti numerici, nei quali
si riflette il progetto creativo di Dio, esprimibili secondo accordi musicali
basati sulla tetraktys pitagorica.[12] Boezio, ponendo le basi del
quadrivium scolastico, ossia il complesso delle materie scientifiche che
verranno insegnate nelle scholae medievali (aritmetica, musica, geometria e
astrologia), spiegava l'ordine del cosmo secondo la rinuncia da parte dei
quattro elementi agli aspetti discordanti.[12] Egli introdusse inoltre nel De
Institutione musicae una distinzione fondamentale, destinata ad avere grande
fortuna nel Medioevo, tra musica mundana, propria delle sfere celesti, musica
humana, quale si riflette nell'interiorità umana, e musica instrumentalis,
fatta dagli uomini a imitazione di quelle.[11] Dante allude in più
occasioni all'armonia delle sfere, in particolare nel primo canto del Paradiso
della Divina Commedia,[13] quando si rivolge all'Amore che governa le Sfere dei
Cieli, il cui movimento rotatorio, reso eterno dal desiderio che esso accende
in loro, desta la sua attenzione («mi fece atteso»): «Quando la rota, che
Tu sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso, con l'armonia che temperi e
discerni, parvemi tanto, allor, del cielo acceso de la fiamma del sol, che
pioggia o fiume lago non fece mai tanto disteso.» (Dante, Paradiso, I,
76-81) Dal Rinascimento all'età modernaModifica L'armonica nascita del
mondo rappresentata da un organocosmico, in Musurgia Universalis di Athanasius
Kircher (1650). Nel Rinascimento, a fianco della teoria pitagorica si sviluppò
la visione magico-ermetica dell'armonia, espressa dalla concezione del
monocordo di Robert Fludd, nel quale le sfere dei quattro elementi, dei pianeti
e degli angeli sono disposte verticalmente sul monocordo, accordato dalla mano
divina. Dio, dunque, è architetto e musicista supremo del creato.[5] Un modello
analogo era stato delineato da Franchino Gaffurio, il quale aveva collocato i
pianeti attorno a un'ideale corda musicale, secondo una scala eseguita dalle
nove Muse, accompagnata dalle tre Grazie e diretta da Apollo.[5] Giovanni
Keplero, nel XVII secolo, influenzato dagli argomenti di Tolomeo, scrisse il
libro Harmonices Mundi, nel quale vengono descritte le consonanze fra
percezioni ottiche, forme geometriche, musica e armonie planetarie. Secondo
Keplero, il punto d'incontro fra geometria, cosmologia, astrologia e musica è
rappresentato dalla musica delle sfere.[14]Keplero, però, superò il modello
statico delle sfere di concezione copernicana in favore di un modello dinamico,
trasformando le orbite da circolari a ellittiche, che i pianeti percorrono a
velocità variabili (seconda legge di Keplero). Inoltre, Keplero attribuì a ogni
pianeta non un singolo suono, ma un intervallo di suoni, in cui la nota più
grave corrispondeva alla velocità minima che il pianeta teneva durante la
rivoluzione (in corrispondenza dell'afelio), e quella più acuta alla velocità
massima, raggiunta nel perielio.[5] Baruch Spinoza, nella sua Etica
dimostrata secondo il metodo geometrico, criticò con fermezza tale concetto
filosofico, indicandolo come idea priva di fondamento scientifico, frutto
dell'immaginazione umana: «[...] la follia degli umani è arrivata al punto di
credere che dell'armonia si diletti anche Dio; e nemmeno mancano filosofi
profondamente convinti che i movimenti dei corpi celesti producano
un'armonia».[15] Il Sole e i corpi celesti. L'immagine ritorna in
Goethe, che nel Faust apre il Prologo in Cielo con le parole dell'arcangelo
Raffaele, intento a contemplare la «melodica» armonia vigente tra il Sole e i
corpi celesti: (Tedesco) «Die Sonne tönt nach alter Weise in
Brudersphären Wettgesang, und ihre vorgeschriebne Reise vollendet sie mit
Donnergang.» (IT) «Intonando l'antica melodia, a gara con gli astri
fratelli, percorre il corso prescritto il Sole con passo di tuono.»
(Goethe, Faust, primi quattro versi del Prologo in Cielo[16]) Nel primo Novecento,
nell'ambito delle concezioni esoteriche elaborate dalla scuola antroposofica,
l'esoterista Rudolf Steiner sosteneva l'esigenza di recuperare la capacità
sovrasensibile, propria dei pitagorici e di epoche ancora più remote
dell'umanità, di percepire la musica delle sfere. Solo inconsciamente, durante
il sonno, l'uomo riuscirebbe ad attingere dal mondo astrale e spirituale
quell'armonia che gli consente di fornire un sostegno alla sua anima razionale,
e ricomporne gli aspetti dissonanti.[17] Tale armonia celeste secondo Steiner,
diffusa attraverso gli spazi cosmici per mezzo del cosiddetto «etere-chimico»,
ha effetto principalmente sul ritmo della respirazione.[18] «Il musicista
compositore trasforma incoscientemente in suoni fisici, il ritmo, le armonie e
le melodie che, durante la notte, egli ha percepito nel devachan, le quali sono
rimaste impresse nel suo corpo eterico. Questo è il misterioso rapporto tra la
musica che risuona nel fisico e l'ascolto della musica spirituale durante la notte.
La musica fisica non è che la copia della realtà spirituale. Come l'ombra
sbiadita sta in confronto all'uomo vivo, così la musica-ombra fisica sta alla
vera musica-luce spirituale.» (Rudolf Steiner, L'essenza della musica,
conferenza di Colonia del 3 dicembre 1906) Steiner si propose di ricreare nel
microcosmo umano l'armonia stellare attraverso l'arte da lui stesso fondata,
denominata euritmia, dell'equilibrio tra parole, gesti e movimenti.[19]
NoteModifica ^ Hazrat Inayat Khan, Il misticismo del suono( PDF ), traduzione
di Hasan Signora, 1931, p. 93. ^ Weiss, p. 3. ^ Plinio il Vecchio, pp. 277-278.
^ Houlding, p. 28. ^ a b c d a cura di Natacha Fabbri, L'armonia delle sfere,
su brunelleschi.imss.fi.it, Museo Galileo. URL consultato il 29 febbraio 2012.
^ Kahn, p. 26. ^ Davis, p. 252. ^ Smith, p. 2. ^ Affresco appartenente a un
gruppo di altri angeli musicanti dipinti a Roma da Melozzo nel 1480 nell'abside
della chiesa dei Santi Apostoli, successivamente trasferiti in forma di
frammenti nella Pinacoteca Vaticana nel 1711. ^ a b Atti. Classe di scienze
morali, lettere ed arti, volumi 147-148, pp. 316-318, Istituto Veneto di
Scienze, Lettere ed Arti, 1989. ^ a b Mario Pasi, Storia della musica, volume
1, pag. 380, Jaca Book, 1995. ^ a b Christiane L. Joost-Gaugier, Pitagora e il
suo influsso sul pensiero e sull'arte, pag. 140, Arkeios, 2008. ^ Dante e la
musica delle sfere. ^ Kepler & the Music of the Spheres, su
skyscript.co.uk. URL consultato il 29 febbraio 2012 (archiviato dall' url
originale il 12 maggio 2012). ^ Baruch Spinoza, Ethica ordine geometrico
demonstrata, 1677. ^ Trad. it. a cura di Patrizio Sanasi. ^ Tiziano Bellucci,
L'armonia delle sfere planetarie, lo zodiaco musicale e i colori, su
coscienzeinrete.net. ^ Stefano Centonze, Manuale di Arti Terapie, pag. 234, ed.
C. Virtuoso, 2011. ^ Articolo su Rudolf Steiner e l'euritmia, su
italiadonna.it. BibliografiaModifica Piero Weiss e Richard Taruskin, Music in
the Western World: a history in documents, Cengage Learning, Plinio il Vecchio,
Storia Naturale, 77 a.C. (tradotto da Harris Rackham, Harvard University
Press, Deborah Houlding, The Traditional
Astrologer, Ascella, 2000, Henry Davis, The Republic, The Statesman of Plato,
Nabu Press, Smith, Ptolemy's theory of visual perception: an English
translation of the Optics, American Philosophical Society, 2006, ISBN
978-0-87169-862-9. Charles Kahn, Pythagoras and the Pythagoreans, Hackett
Publishing Company, 2Armonia Harmonices Mundi De Institutione musica Gerarchia
degli angeli Sfere celesti Temperamento (musica) Filmato audio L'Armonia delle Sfere -
i Portale Astrologia Portale Filosofia Portale
Matematica Portale Musica Harmonices Mundi Sfere celesti Hans
Kayser musicologo tedesco Federicus Dolphinus. Federicus Delphinus.
Federico Dolfin. Federico Delfino. Delfino. Keywords: l’ottava sfera, first
sphere, second sphere, third sphere, fourth sphere, fifth sphere, sixth sphere,
seventh sphere, eighth sphere – prima sphaera, seconda sphaera, tertia sphaera,
quarta sphaera, quinta sphaera, sexta sphaera, septima sphaera, octava sphaera,
holometria, fabrica holometri, aristotelismo padovano vs. platonismo fiorentino
– aristotele – platone – padova naturalism – Firenze idealism – filosofia della
percezione – prospettiva -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Delfino” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Delia (Roma). Filosofo italiano.
Grice e Deliminio (Roma). FIlosofo italiano.
Grice e Delogu: l’implicatura
conversazionale -- semiotica romana – implicatura sarda – filosofia sarda -- filosofia
italiana --- Luigi Speranza (Nuoro).
Filosofo italiano. Grice: “We can call Delogu a Griceian; at least he has
written a little tract that he entitled ‘questioni di senso’ – which is all that
my philosophy is about!” Si laurea a Sassari
e, come vincitore di una borsa di
studio regionale di perfezionamento in Dottrina dello Stato, ha collaborato
all’attività didattica e di ricerca con Pigliaru. È stato redattore del
periodico del seminario di Dottrina dello Stato Il Trasimaco, fondato e diretto
da Pigliaru. Come vincitore di concorso ha insegnato Filosofia e Storia
nei licei. Ha preso servizio a Sassari in qualità di ricercatore. Come
vincitore di concorso ordinario, è prof. associato e prof. ordinario di Filosofia morale presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari. Cofonda
i Quaderni sardi di filosofia e scienze umane. Fonda e diretto i Quaderni sardi
di filosofia letteratura e scienze umane. Fa parte del comitato
scientifico della rivista “Segni e comprensione” -- dell’Lecce. È stato
direttore del Centro studi fenomenologici a Sassari, fonda e diretto la sezione
sassarese della Società Filosofica Italiana. È stato direttore della
Scuola di specializzazione per la formazione degli insegnanti a Sassari. Gli è
stato conferito il Premio Sardegna-Cultura e il Premio Giuseppe Capograssi,
dalla giuria presieduta da Giovanni Conso, presidente dell’Accademia dei
Lincei. Organizza numerosi convegni, tenutisi in Sardegna, generalmente a
Sassari. Tra questi: Realtà impegno progetto in Pigliaru, Libertà e
liberazione; Etica e politica in Capograssi; Tuveri filosofo, Dettori filosofo,
Esperienza religiosa e cultura contemporanea, Le nuove frontiere della medicina
tra etica e scienza, Vasa filosofo, Nella scrittura di Satta,; Filosofia e
letteratura in Karol Wojtyla; Attualità di Noce; Scrittura e memoria della
Grande Guerra. Ha partecipato in qualità di relatore ai convegni su
Merleau-Ponty (Lecce), Mounier (centro E. Mounier Reggio Emilia), Sartre (Bari,
Università Roma TRE, La Sorbona di Parigi), Gramsci (Cagliari), Intellettuali e
società in Sardegna nell’Ottocento (Cagliari), Capograssi (Roma), Noce (Roma); Tuveri (Cagliari), SSatta,
(Trieste); su Corpo e psiche: l’invecchiamento (Chiavari), su I vissuti: tempo
e spazio (Chiavari); è stato relatore al Corso di formazione su Fenomenologia e
psico-patologia promosso dal Dipartimento di salute mentale di Massa
Carrara. Ha tenuto lezioni seminariali sul pensiero fenomenologico di Wojtyla
a Lublino; Capograssi, sul Diritto penale internazionale a Ginevra, sul
pensiero filosofico politico nella Sardegna dell’Ottocento a Zurigo. È
stato responsabile del gruppo di ricerca dell’Ateneo sassarese su L’etica nella
filosofia italiana e francese contemporanea, PRIN. Collabora alle riviste
Annuario filosofico, Rivista internazionale di Filosofia del diritto, Nouvelle
Revue théologique; al Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, alla
Enciclopedia Filosofica edita da Bompiani. Ha diretto il Master Mundis per la
Dirigenza Scolastica promosso da Sassari in collaborazione con la conferenza
nazionale dei Rettori. Premio "Sardegna-Cultura" Premio
"Giuseppe Capograssi”. Altre opere: “Insegnamento e implicamento
empiegamento della filosofia nella scuola secondaria, Tipografia editoriale
moderna, Sassari); “La critica di Merleau-Ponty alla concezione tomista
dell’uomo e della libertà in S. Tommaso nella storia del pensiero, Teoria e prassi in A. Pigliaru, Quaderni
sardi di filosofia e scienze umane, La Filosofia Cattolica in Italia, Quaderni
Sardi di filosofia e scienze Umane); “Pluralismo culturale ed educazione in
Colloquio interideologico,“ Orientamenti Pedagogici", La Filosofia
dell’educazione in A. Pigliaru; in Quaderni Sardi di filosofia e scienze umane,
Se la corrente calda… Un itinerario filosofico: Péguy, Sorel, Mounier, Sartre,
Quaderni Sardi di filosofia e scienze umane, M. Ponty, Esistenzialismo,
Marxismo, Cristianesimo,, Editrice La Scuola, Brescia); Né rivolta né rassegnazione:
saggio Su Merleau-Ponty, Ets, Pisa); “Le corpori nell’esperienza morale” Quaderni
Sardi di filosofia e scienze umane, Non vi è terza (né altra via) nell’
“Esprit” di Mounier, Quaderno Filosofico, “Temporalità e prassi” in S. Weil,
Progetto, Temporalità e prassi in Sartre
in Sartre, teoria scrittura impegno, V. Carofiglio e G. Semerari, Ed. Dedalo,
Bari, Una filosofia disarmata Merleau- Ponty in Esistenza impegno progetto in
Merleau-Ponty, G. Invitto, Guida, Napoli); “Storia e prassi” in La ragione
della democrazia, Ed. Dell'oleandro, Roma, Giuseppe Capograssi e la cultura
filosofico-giuridica in Sardegna, Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, Note
per una fenomenologia della esperienza religiosa; in Chi è Dio. Università Lateranense,
Herder, Roma, Storia della cultura filosofico-giuridica, Enciclopedia della
Sardegna, La Filosofia etico-politica di Dettori e la cultura sardo-piemontese
tra Settecento e Ottocento, Quaderni Sardi di Filosofia e Scienze Umane, Il nucleo
di vita e di luce del Rousseau capograssiano in Due convegni su Capograssi, F.
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Ottocento in “La Sardegna e la rivoluzione francese” M. Pinna, Editore, La
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Sardegna tra Restaurazione e Unità d’Italia, Editore, Le Radici
fenomenologico-capograssiane di S. Satta giurista-scrittore; in Salvatore Satta
giurista-scrittore, U. Collu, Edizioni, Nuoro); “Soggetto debole, etica forte:
da S. Weil a E. Levinas; in Le Rivoluzioni di S. Weil, G. Invitto, Capone
Editore, Lecce, Pigliaru e Gramsci in Socialismo e democrazia, Archivio sardo
del movimento operaio contadino e autonomistico, Tracce del postmoderno in Weil,
in Moderno e postmoderno nella filosofia italiana oggi, U. Collu, Consorzio per
la pubblica lettura S. Satta, Nuoro, Società e filosofia in Sardegna Tuveri,
FrancoAngeli, Milano, Cultura barbaricina e banditismo in Pigliaru e M.Pira in
L’Europa delle diversità, FrancoAngeli, Milano, Prospettive fenomenologiche
nella cultura contemporanea; in Quaderni sardi di filosofia letteratura e
scienze umane, Asproni e i filosofi sardi contemporanei in Giorgio Asproni e il
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Istruzione, Cagliari, Multi-dimensionalità della esistenza, in Quaderni sardi
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in Esistenza e i vissuti Tempo» e Spazio, A. Dentone, Bastogi, Foggia); Le
Relazioni Intermediterranee e il pensiero di D.A. Azuni, in Il regionalismo
internazionale mediterraneo nel 50º Anniversario delle Nazioni Unite, Consiglio
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fenomenologica, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Corpo
e psiche: l’invecchiamento in Minkoswski, in Corpo e psiche, A. Dentone,
L’invecchiamento, Bastogi, Foggia, Cosmopolitismo e federalismo nel pensiero
politico sardo dell’Ottocento, in Il federalismo tra filosofia e politica.
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della pena minorile, FrancoAngeli, Milano, La filosofia in Sardegna, Etica
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Cattaneo e Giovanni Battista Tuveri, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura
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sofferenza tra normalità e patologia, Edizioni Universitarie, Roma); J. Sartre, Barionà o il figlio del tuono, a cura
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Salvatore Satta, Magnum, Sassari, Note Introduttive alla filosofia di Wojtyla,
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Sociali Sardi, Nov-Dic., Etica e santità in Simone Weil; in Etica contemporanea
e santità, Edizioni Rosminiane, Stresa); Legge morale e legge civile in Natura
umana, evoluzione ed etica. Annuario di Filosofia, Guerini e Associati, Milano,
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Roma, La phénoménologie de l’agir moral selon Karol Wojtyla, in Nouvelle Revue
Theologique, Prefazione all’analisi
dell’esperienza comune in Giuseppe Capograssi, in La vita etica, F. Mercadante,
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Jankélévich., Lisciani Petrini, Mimesis, Milano); La filosofia di Capograssi in
Esperienza e verità- Capograssi filosofo
oltre il nostro tempo, Il Mulino, Bologna, L’eredità di Capograssi nel pensiero
di Pigliaru, in Antonio Pigliaru. Saggi Capograssiani, a cura di, Edizioni
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Orientamenti Sociali Sardi, XV,. Il pensiero di Noce sul Magistero della
Chiesa, in Attualità del pensiero di Augusto Del Noce,, Cantagalli, Siena, Contro
lo scientismo. Una esperienza di vita, in Gesù Di Nazareth
all’UniversitàAzzaro, Libreria Editrice Vaticana, Roma,. Libertà di coscienza e
religione, in Martha C. Nussbaum, in Nel mondo della coscienza: verità,
libertà, santità, Centro Internazionale di Studi Rosminiani, Stresa, Individuo
Stato e comunità in Pigliaru, in Le radici del pensiero sociologico-giuridico,
A. Febbrajo, Giuffré, Milano,. La pace e la guerra nel pensiero di Cimbali e Vecchio
docenti nell’Sassari in Scrittura e memoria della Grande Guerra, A. Delogu e
A.M. Morace, Pisa, ETS, Questioni di
senso- Breviario filosofico, Donzelli, Roma,. La vita e il diritto nell’opera
di Satta, Nuoro, Lezione di commiato di Antonio Delogu, La Nuova Sardegna, 02
marzo, su lanuovasardegna.gelocal. Remo BodeiAntonio Delogu, su youtube.com.
Festival di filosofia. Wikipedia Ricerca Sardegna e Corsica provincia
romana Lingua Segui Modifica Sardegna e Corsica Sardegna e Corsica Un
pavimento a mosaico proveniente da Nora (in alto a destra), le rovine romane di
Aleria (in basso a destra), le terme romane di Fordongianus (in basso a
sinistra), e le rovine dell'anfiteatro romano di Cagliari (in alto a sinistra).
Informazioni generali Nome ufficialeSardinia et Corsica CapoluogoCaralis
Dipendente daRepubblica romana, Impero romano Amministrazione Forma
amministrativa Provincia romana GovernatoriGovernatori romani di Sardegna e
Corsica Evoluzione storica Inizio237 a.C. CausaPrima guerra punica Fine456
CausaInvasione dei Vandali Preceduto daSucceduto da Domini cartaginesiRegno dei
Vandali Cartografia Corsica et Sardinia SPQR.png La provincia nell'anno 120 La
Sardegna e Corsica (in latino: Sardinia et Corsica) fu una provincia romana di
età repubblicana e imperiale. La Sardegna entrò nella sfera d'influenza romana
dal 238 a.C. La Corsica due anni più tardi ed entrambe vi rimasero fino
all'invasione dei Vandali del 456. Roma occupò la Sardegna nell'intervallo fra
la prima e la seconda guerra punica. Già nei primi anni del grande conflitto,
precisamente nel 259 a.C., il suo esercito aveva tentato la conquista
dell'isola, giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione,
dopo essersi impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsi.
StatutoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Province romane e Lista dei pretori di Sardegna e Corsica. La Sardegna (in
greco Σαρδώ, Sardò) e la Corsica(Κύρνος, Kýrnos),[1] furono annesse
rispettivamente nel 238 e nel 237, sottraendole alla dominazione punica. I buoni
rapporti che intercorrevano tra le popolazioni locali e i Cartaginesi,
contrapposti ad un regime di conquista introdotto dai Romani, determinarono una
serie di rivolte (in Sardegna. in Corsica) e un'incompleta pacificazione in
particolare delle tribù dell'interno, con continue azioni, considerate
brigantaggio dai Romani. L'intera provincia era governata da un
pretore(attestato a partire dal 227 a.C.), con capoluogo a Carales (Cagliari),
in Sardegna. Probabilmente l'intero territorio della Sardegna fu considerato
ager publicus populi Romani e sottoposto all'esazione di una decima, a cui
potevano aggiungersi altre requisizioni e si ritiene che ad un regime simile
sia stata sottoposta anche la Corsica. Di una certa importanza era la
produzione di grano della Sardegna mentre altre esportazioni erano costituite
dal sugheroe da prodotti della pastorizia e dalle saline. La proprietà terriera
mantenne in Sardegna il carattere di latifondo, già impostato sotto la
dominazione punica. La situazione della provincia rimase marginale con
una scarsa romanizzazione, soprattutto dovuta alla presenza dei reparti
militari, e con una forte permanenza della cultura locale. Una prima
consistente immigrazione si ebbe nel I secolo a.C. in seguito alle proscrizioni
delle guerre civili. Durante il periodo della guerra civile tra Mario e Silla
vi vennero dedotte in Corsica le colonie di Mariana (presso Biguglia) e di
Aleria. Dopo la morte di Silla, vi riparò Marco Emilio Lepido, che in seguito,
sconfitto dal governatore Gaio Valerio Triario, si spostò in Spagna con alcuni
seguaci. Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo la provincia fu
abbandonata dai pompeiani, ma le diverse città accolsero diversamente le truppe
cesariane e furono di conseguenza punite o ricompensate. Cesare fondò la
colonia di Turris Libisonis (Porto Torres, sulla costa settentrionale) e
attribuì a Carales lo stato di municipio. Parallelamente, in funzione del loro
appoggio, a diversi influenti personaggi locali era stata concessa la
cittadinanza romana. La romanizzazione non si estese tuttavia mai del tutto
nell'interno delle due isole. Con la riforma augustea nel 27 a.C. la
provincia divenne senatoria, ma nel 6 d.C., la necessità di mantenervi un
presidio armato contro il persistere del brigantaggio indusse lo stesso Augusto
a passarla a provincia imperiale. Fu amministrata sempre da un praefectus
Sardiniae a partire da Tiberio, e da Claudio al titolo principale di praefectus
Sardiniae fu aggiunto l'attributo procurator Augusti.[2][3][4] Passò a varie
riprese da senatoria, governata da un propretore, a imperiale, a seconda delle
necessità contingenti. La provincia fu occupata da alcuni latifondi di
proprietà imperiale e interessata dallo sfruttamento delle minieree fu spesso
utilizzata come luogo di confino (per esempio per Seneca). Storia delle
due isole romaneModifica Il Mediterraneo occidentale nel 348 a.C. al
tempo del secondo trattato tra Roma e Cartagine. Frattanto gli Etruschi
subiscono l'attacco dei Galli e di Roma Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Storia della Sardegna, Storia della Corsica e Trattati
Roma-Cartagine. Sembra che il primo serio interessamento di Roma alla Corsica
si ricavi da un testo di argomento insospettabile: è infatti in Teofrasto, il
botanico greco, che si legge di una spedizione romana in Corsica finalizzata
alla fondazione di una città. Le 25 navi della spedizione incorsero però in un
inatteso inconveniente, rovinandosi le vele con la selvaggia e gigantesca
vegetazione, i cui rami crescevano e si sporgevano dai golfi e dalle insenature
dell'isola sino a lacerarle irrimediabilmente; e, per completare il disastro,
la zattera che caricava 50 vele di ricambio affondò con tutto il carico[5]. La
spedizione sarebbe avvenuta intorno al IV secolo a.C., a questo periodo infatti
diversi studiosi, fra i quali il Pais[6], riferiscono il brano del
botanico. Fallita la prima spedizione, non era cessata l'attenzione
dell'Urbe per il mare e le due isole. Per questo interesse giunse anche,
all'incirca nel 348 a.C.[7], a stipulare due trattati con Cartagine, entrambi
riguardanti Sardegna e Corsica; ma se rispetto alla prima isola i passaggi dei
trattati sono ben chiari[8], i patti sulla seconda sono tutt'altro che nitidi,
al punto che Servio osserva che in foederibus cautum est ut Corsica esset medio
inter Romanos et Carthaginienses[9]. Anche Polibio, narrando dei trattati[10],
non menziona la Corsica e da questo silenzio, insieme al fatto che l'isola non
figurava nemmeno nelle descrizioni dei territori a controllo cartaginese, il
Pais ed altri dedussero che la facoltà di controllarla che tempo prima
Cartagine aveva pattuito con gli Etruschi, si fosse da questi trasmessa a
Roma[6]. Tuttavia lo stesso Pais ricorda, per converso, che Cartagine non aveva
mai rinunziato a mire sull'intero Mediterraneo, e che riponeva nella Corsica un
interesse specifico, giacché a partire dal 480 a.C.ne assoldava periodicamente
fidati mercenari; questa circostanza, unita ad una facile riflessione
sull'importanza strategica di un'isola a vista, anzi dirimpettaia delle rive
liguri, toscane e laziali, punto quindi di osservazione e di attacco, parrebbe
smentire l'ipotesi di un disinteressamento di Cartagine come causa del silenzio
dei trattati[6]. L'occupazioneModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Prima guerra punica. Dopo lo scoppio della prima
guerra punica nel 264 a.C., il console romano Lucio Cornelio Scipione nel 259
sbarcò in Corsica presso lo stagno di Diana[11], a circa 3 km da Aleria, e
assediò la città; sebbene l'invasore contasse sull'effetto sorpresa,
Aleriaresistette a lungo e dopo la capitolazione Scipione la fece saccheggiare
con ferocia, ciò che secondo Floroavrebbe diffuso lo sgomento fra le
popolazioni corse[12]. Prima di aver consolidato l'occupazione della Corsica,
Scipione passò in Sardegna dove secondo Giovanni Zonara i locali erano in
rivolta contro Roma in quanto sobillati dal generale cartaginese Annone[13].
Sulla rivolta non vi sono dubbi, ma sono state espresse perplessità a proposito
dell'asserita fomentazione cartaginese, ad esempio il Dyson definì l'asserzione
di Zonara a cryptic passage.[14]. A ogni buon conto, Scipione uccise Annone[15]
e ne organizzò il funerale[16]. Al suo rientro a Roma, il console celebrò il
trionfo[17] per la vittoria su Cartaginesi, Sardi e Corsi. Le
Bocche di Bonifacio che separano le due isole L'anno successivo, nel 258 a.C.,
Gaio Sulpicio Patercolo sbarcò nella zona di Sulci in Sardegna, ma nei venti
anni che seguirono non sono riportate attività dell'esercito Romano in
Sardegna. La pace del 241 a.C.lasciò così l'isola sotto l'egemonia di
Cartagine, anche perché la suddivisione del Mediterraneo in sfere d'influenza
aveva portato i Cartaginesi, una volta persa la Sicilia, a spostare la propria
attenzione verso altre zone al di fuori della sfera d'influenza Romana. Ma in
quello stesso anno, seguendo l'esempio dei commilitoni d'Africa, i mercenari
stanziati da Cartagine in Sardegna si ribellarono e s'impadronirono del potere
nell'isola, compiendovi ogni sorta di efferatezze finché i Sardi, esasperati,
insorsero e li cacciarono dalla loro terra. L'orda dei sanguinari invasori si
rifugiò allora in Italia dove invitò i Romani a prendere possesso della
Sardegna, momentaneamente indifesa. L'invito fu accolto: Roma, cogliendo
l'occasione dei preparativi punici per la rioccupazione dell'isola, accusò
Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e, nel 238 a.C., inviò le sue
legioni in Sardegna. Cartagine, che non era allora in condizioni di
intraprendere una nuova guerra contro Roma, subì il sopruso. Nel 236
a.C., il senato romano dichiarò guerra ai Corsi[18] ed inviò una spedizione di
conquista guidata da Licinio Varo, non coerente con l'avvenuta occupazione
dell'isola attestata in alcuni storici romani[19]. Il comandante Varo,
comunque, conscio dell'esiguità della flotta assegnatagli, fece precedere
l'attacco principale da un'operazione decentrata meno impegnativa, onde
fiaccare le difese corse, facendo sbarcare sull'isola un corpo separato di
spedizione al comando dell'ex console Marco Claudio Clinea. Prima di questa
operazione, Clinea aveva già compromesso la sua reputazione presso i Romani,
avendo osato andare in battaglia contro l'avviso degli àuguri[20] e avendo pure
commesso un sacrilegio consistente nell'avere (o aver fatto) strangolare dei
galli sacri; ansioso di riguadagnare prestigio, egli mosse da solo contro il
nemico e ne fu sconfitto.[21] I Focei lo obbligarono a siglare un umiliante
trattato presto sconfessato da Varo, che lo ignorò o lo infranse, a seconda dei
punti di osservazione, e attaccò quando gli avversari, i quali dopo la firma
del trattato non si attendevano un attacco e avevano quindi smobilitato.[21].
Varo li vinse facilmente e conquistò territori nella parte meridionale
dell'isola; poi tornò a Roma dove chiese la celebrazione del trionfo, che gli
fu però negato. Quanto allo strangolatore di galli, Clinea, Roma decise di
lasciarlo in mano ai Corsi presumendo che lo avrebbero ucciso per esser in
qualche modo venuto meno (con l'attacco guidato da Varo) al trattato
sottoscritto, ma questi lo liberarono ed anzi lo rinviarono a Roma indenne; il
Senato tuttavia non cambiò idea e, dopo averlo riportato in città, lo condannò
a morte, inducendo Valerio Massimo a chiosare che hic quidem Senatus
animadversionem meruerat[21]. Le tribù Nuragiche (XVII-II secolo
a.C.). Le prime rivolteModifica Così come i Corsi, anche le popolazioni sarde
che se in precedenza avevano finito con l'accettare la presenza dei Cartaginesi
collaborando parzialmente con loro, ora non erano affatto disposte a subire il
dominio di questa nuova gente, anch'essa venuta d'oltremare con le armi in
pugno, ed intrapresero subito un'accanita resistenza all'invasore nei modi di
una ostinata e persistente guerriglia. Essi infatti erano armati alla leggera:
utilizzavano le pelli di muflonecome corazze naturali, oltre ad un piccolo
scudo ed una piccola spada.[1] Già nel 236 infatti, due anni dopo la
conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i Romani
condussero varie operazioni militari contro i Sardi che rifiutavano di
sottomettersi. Nel 235, sobillati dai Cartaginesi che "agivano
segretamente", i Sardi si ribellarono, ma la rivolta fu soffocata nel
sangue da Manlio Torquato, che avrebbe celebrato il trionfo sui Sardi il 10
marzo del 234. Nel 233 altre rivolte furono sanguinosamente represse dal
Console Carvilio Massimo, il cui trionfo sarebbe stato celebrato il 1º aprile
dello stesso anno. Nel 232fu il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi ed
a ricevere gli onori del trionfo il 15 marzo. La resistenza, però, era ben
lungi dall'essere stata sedata ed anzi il clima si fece rovente. Sempre nel 233
a.C. i consoli Marco Emilio Lepido e Publicio Malleolo, di ritorno da una
spedizione in Sardegna in cui avevano razziato dei villaggi, furono costretti
da una tempesta a prendere terra in Corsica; gli abitanti li assalirono,
massacrarono i soldati e li depredarono del bottino sardo[13]. Il Senato di
Roma inviò allora nell'isola il console Caio Papirio Maso, il quale dopo una serie
di buoni successi nelle zone costiere, si diede ad inseguire i corsi (per Roma
"i ribelli") sulle montagne. Qui i padroni di casa ebbero facilmente
la meglio, dovendo il romano fare i conti anche con la scarsità di rifornimenti
e perdendo uomini, oltre che per le azioni militari, anche per la denutrizione
delle sue truppe[22]. Papirio fu costretto ad una resa e sottoscrisse un altro
trattato i cui dettagli non sono noti, ma che assicurò un buon periodo di
pace.[13][23] In seguito Roma completò l'occupazione della Corsica durante la
prima guerra punica, dando l'avvio ad una fase di dominazione che durò
ininterrotta per circa sette secoli. Nel 231, data la grave situazione di
pericolo, furono inviati addirittura due eserciti consolari: uno contro i Corsi,
comandato da Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i
Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati fallimentari
conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il
trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con
una corona di mirto anziché di alloro. La provincia di Sardegna e
CorsicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Lista dei pretori di Sardegna e Corsica. Nel 226 e 225 si verificò una
recrudescenza dei moti, ma ormai Roma era fortemente intenzionata ad
assicurarsi il dominio del Mar Mediterraneo, e dunque il possesso della
Sardegna e della Corsica, che continuavano ad essere di decisiva importanza;
così, già dal 227, le due isole (perlomeno le parti controllate da Roma)
ottennero la forma giuridica ed il rango di Provincia - la seconda dopo la
Sicilia - e vi fu inviato il pretore Marco Valerio Levino (?) per
governarla[24]. Per domare gli ultimi focolai, stavolta fu inviato l'esperto
Console Gaio Atilio Regolo, con 2 legioni, ai primi di maggio del 225
a.C. La rivolta sarda di Ampsicora e gli anni della guerra
AnnibalicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Seconda guerra punica. Mappa della rivolta di Ampsicora in
Sardegna (215 a.C.) Verso la fine del 216 a.C. giunse a Roma una lettera del
propretore Aulo Cornelio Mammula, il quale si lamentava del fatto che non erano
stati corrisposti gli stipendia ai suoi soldati di stanza nell'isola, e che vi
erano gravi carenze di approvvigionamenti di grano. Allo stesso fu risposto di
dover provvedere con i propri mezzi, poiché al momento non vi era alcuna
possibilità di soddisfare tali richieste.[25] In assoluto, la più
importante rivolta dei Sardi fu quella del 215 a.C., scoppiata all'indomani
delle grandi vittorie di Annibale in Italia. Livio sostiene che: «[...]
l'animo dei Sardi era stanco della lunga durata del dominio romano, spietato ed
avido [...]; erano stati oppressi da pesanti tributi e con ingiuste imposizioni
di rifornimenti di frumento.» (Livio, XXIII, 32.9.) Il nuovo pretore
inviato nell'isola, Quinto Mucio Scevola, si ammalò probabilmente di malaria
dalla descrizione che ne fece Tito Livio.[26] E quando si venne a sapere della
sua malattia a Roma, gli vennero inviati dei rinforzi (pari a 5.000 fanti e 400
cavalieri), posti sotto il comando di Tito Manlio Torquato.[27] Un
autorevole esponente dell'aristocrazia terriera sardo-punica, quell'Amsicora (o
Ampsicora) che Tito Livio definì: «qui tum auctoritate atque opibus longe
primis erat» (colui il quale in quel tempo era largamente primo per autorità e
per ricchezze), era infatti riuscito non solo a mettere in campo un esercito
sardo abbastanza consistente, ma anche ad ottenere rinforzi militari da
Cartagine, inviandovi ambasciatori in segreto. Secondo alcune fonti insieme ad
Amsicora a condurre la rivolta si trovava pure Annone, un ricco cittadino
punico di Tharros[28]. Cartagine sostenne la rivolta inviando una flotta forte
di 15.000 armati, sotto il comando di Asdrubale il Calvo.[28][29] Il piano di
Amsicora era quello di dare battaglia solo quando tutte le forze disponibili si
fossero riunite. Per continuare il reclutamento tra i sardi dell'interno,
lasciò il comando al figlio Iosto a Cornus con una parte dell'esercito. I
rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa di una tempesta
che dirottò le navi sulle isole Baleari dove rimase per molto tempo per essere
riparata;[30] e i Sardi dell'interno indugiarono troppo prima di unirsi al suo
gruppo. Iosto accettò imprudentemente la battaglia offerta dal comandante
Manlio Torquato. L'esercito sardo fu sconfitto subendo la perdita di 3.000
soldati, 800 furono fatti prigionieri[28]. Asdrubale il Calvo intanto
raggiunse la Sardegna, sbarcò a Tharros e respinse i Romani verso Caralis[31].
A loro si unì Amsicora con il resto dell'esercito sardo. Lo scontro con i
Romani avvenne nella piana del Campidano meridionale, tra Decimomannu e
Sestu[28]. Dopo una cruenta battaglia la coalizione sardo-punica fu duramente
sconfitta, morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti
prigionieri fra i quali Asdrubale il Calvo ed Annone[28]. Iosto morì in
battaglia. Amsicora affranto dal dolore per la morte del figlio, non volendo
finire nelle mani dei Romani si uccise[28]. Alla fine dell'estate del 210
a.C., una flotta cartaginesedi 40 navi, comandata da Amilcare apparve davanti
alla città di Olbia, situata nella costa nordest della Sardegna e la
devastò;[32] poi quando apparve il pretore Manlio Vulsone con l'esercito, il
comandante cartaginese si affrettò ad allontanarsi fino a raggiungere Caralis
(Cagliari), che saccheggiò e da lì fece ritorno in Africa con un ingente
bottino.[33] Le rivolte del II secoloModifica Romania e Barbaria Il
II secolo a.C. fu, specialmente nella sua prima parte, un periodo di importanti
fermenti insurrezionali. Nel 181 a.C. ci fu una rivolta dei Corsi, sedata nel
sangue dal pretore Marco Pinario Posca, che ne uccise circa 2.000 e fece un
certo numero di schiavi[34]. Nel 173 a.C. una nuova rivolta fece intervenire
Attilio Servato, pretore in Sardegna, che fu battuto e costretto a ripararsi
sull'altra isola[35]; Attilio chiese rinforzi a Roma, questa inviò Caio Cicerio
che, dopo aver fatto voto a Giunone Moneta di erigerle un tempio in caso di
successo, ottenne un nuovo sanguinoso successo, con 7.000 corsi uccisi e 1.700
fatti schiavi[36]. Nel 163 a.C. a domare una nuova rivolta fu invece Marcus
Juventhius Thalna, delle cui gesta non è stato tramandato. Oltre al silenzio
letterario sulla spedizione, colpiscono due aspetti anche più singolari del
poco che ne è stato tramandato: il primo è che dopo aver avuto notizia del
successo il senato romano indisse delle preghiere pubbliche, il secondo è che
saputo a sua volta di quanto importante fosse stato considerato il suo
successo, Thalna ne trasse tanta emozione da addirittura morirne[37]. Morto
Thalna, la ribellione dovette riprendere immediatamente, sostiene il
Colonna[21], poiché Valerio Massimo, pur senza parlare di altre rivolte,
segnala che dalla Sardegna dovette allungarsi sull'isola corsa anche Scipione
Nasica a completare la pacificazione; circa la complessiva azione romana di
repressione delle insurrezioni, lo stesso Colonna suggerisce inoltre che in
nessun caso debba essersi trattato di successi pieni poiché, oltre che al
primo, a nessun altro condottiero fu poi più concesso il trionfo[21]. La
resistenza dei Sardi si protrasse ancora nel II secolo a.C. Per sedare la
ribellione dei Balari e degli Iliesi del 177/176 a.C., il Senato inviò il
console Tiberio Sempronio Gracco al comando di due legioni di 5.200 fanti
ciascuna, più 300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600
cavalieri fra alleati e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi
(12.000 nel 177 e 15.000 nel 176); in seguito alla sconfitta, a queste comunità
fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre Gracco ottenne il trionfo. Tito
Livio documenta l'iscrizione nel tempio della dea Mater Matuta, a Roma, dove i
vincitori esposero una lapide celebrativa che diceva:« Sotto il comando e gli
auspici del console Tiberio Sempronio Gracco, la legione e l'esercito del
popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa provincia furono uccisi o
catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo
Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro
l'esercito sano e salvo e ricco di bottino; per la seconda volta entrò a Roma
trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove.»
La Sardegna in epoca romana aveva appena 1/5 dei suoi abitanti attuali (300.000
contro 1.600.000 attuali) e la Barbagia (più o meno la provincia di Nuoro)
poteva avere allora appena 55 000 abitanti (1/5 dei suoi attuali 280.000). Se
l'epigrafe raccontava il vero, i Romani avevano ucciso la metà degli abitanti,
per di più tutti maschi e adulti[31]. Le rivolte dei Sardi non si erano
concluse, ma bisognò attendere gli anni 163 e 162 a.C. per vederne di nuove
(13-14 anni dopo lo sterminio compiuto da Sempronio Gracco)[28]. Non si sa
molto su queste rivolte poiché andarono perduti i testi di Tito Livio
successivi al 167. Si sa però da altre fonti che le sollevazioni causate
dall'eccessiva pressione fiscale dei pretori romani continuarono e gli eserciti
e i generali romani che si susseguirono nel compito di domare questa terra
utilizzarono sempre la stessa strategia: eliminare il maggior numero di Sardi
possibile. Tra le ultime rivolte di una qualche importanza vanno citate
quelle del 126 e del 122: quest'ultima permise a Lucio Aurelio di celebrare l'8
dicembre il penultimo trionfo romano sui Sardi. L'onore però dell'ultimo fu
dato dal Senato al console Marco Cecilio Metello che nel 111 a.C., dopo 127
anni di lotta, sconfisse l'ultima resistenza dei Sardi uniti (quelli delle
coste e dell'interno)[38]. Da questo momento, i Sardi delle zone costiere e
delle pianure dell'Isola smisero di ribellarsi e col passare del tempo si
romanizzarono. Continuarono invece le ribellioni delle seguenti tribù
dell'interno che costrinsero le guarnigioni romane a estenuanti campagne
militari. Ilienses (siti tra il Marghine ed il Goceano) Balari (abitanti
il Monteacuto e parte della Gallurameridionale) Corsi (ubicati nella estremità
settentrionale della Sardegna) Olea - "Sardi Pelliti" o Aichilensens
(così definiti dall'erudito geografo Tolomeo, dal greco aix, aigòsovvero
vestiti di pelli di capra), abitanti la regione del Montiferru: arroccati nelle
fortezze di sa Pattada Cunzada (959 m) - Scano di Montiferro -, Badde Urbara (900
m) - Santu Lussurgiu -, nei nuraghi di Leari (850 m), su Crastu de sa Chessa
(745 m), Funtana de Giannas (690 m) - Scano di Montiferro - , Silbanis e Monte
Urtigu (1050 m) - Santu Lussurgiu Celsitani, Nurritani, Cunusitani, Galillensi
(odierna Barbagia), Parati, Sossinati e Acconiti (nel Monte Albo e nei Monti
Remule) costituenti la cosiddette Civitates Barbariae, dimoranti nell'area
chiamata Barbària e probabilmente facenti parte dell'etnia degli Ilienses[39].
In queste epoche, un gran numero di Sardi che erano stati fatti prigionieri
furono venduti come schiavi nei mercati di Roma, al punto che divenne
proverbiale la frase di Livio: "sardi venales" (sardi a basso
costo). Mario fondò in Corsica la città di Mariana (Colonia Mariana a
Caio Mario deducta), sita presso l'attuale comune di Lucciana verso la foce del
Golo, nel 105 a.C. Da questo momento iniziò la colonizzazione vera e propria e
sull'isola fiorirono ville rustiche e suburbane, villaggi e insediamenti di
ogni tipo, incluse le terme di Orezza e Guagno. Le Guerre SocialiModifica
Durante le guerre civili romane la Sardegna fu dapprima spinta verso la fazione
mariana dal suo governatore Quinto Antonio e poco dopo indotta a schierarsi nel
campo opposto dal sopraggiungere del rappresentante di Silla. Nell'81 a.C.
furono i legionari di Silla a trovare in Corsica il luogo di pensionamento,
stavolta presso Aleria. Morto Silla, il pretore Caio Valerio Triario
mantenne la Sardegna fedele al partito senatorio capeggiato da Pompeo (l'isola
pagò a quest'ultimo un enorme tributo in acciaio per le armi del suo esercito
nel 47 a.C.), finché Carales (Cagliari) non si schierò con Cesare, imitata poco
dopo da tutto il resto dell'isola. Fu scacciato il luogotenente di Pompeo,
Marco Cotta, e fu accolto favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca.
I pompeiani non si diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni
guerresche intese alla riconquista delle città costiere. Sulci si arrese mentre
Carales resistette: per questo motivo, Cesare punì la prima e premiò la
seconda[40]. La situazione si capovolse di nuovo nel 44 a.C., quando la
Sardegna, assegnata ad Ottaviano, e invece occupata da SESTO POMPEO MAGNO che
la tenne come preziosa base per la sua lotta contro i cesariani fino al 38
a.C., quando, tradito dal suo luogotenente, fu definitivamente soppiantato da
Ottaviano nel possesso dell'isola. Con quella data finalmente ebbe
termine per la Sardegna il periodo delle lotte violente e dei bruschi
sovvertimenti politici, con le loro funeste conseguenze economiche, durato
esattamente duecento anni. Nel 44 a.C. Diodoro Siculo visitò la Corsica e
notò che i còrsi osservavano tra loro regole di giustizia e di umanità che
valutò più evolute di quelle di altri popoli barbari; ne stimò il numero in
circa 30.000 e riferì che essi erano dediti alla pastorizia e che marchiavano
le greggi lasciate libere al pascolo. La tradizione della proprietà comune
delle terre comunali non fu eradicata del tutto se non nella seconda metà del
XIX secolo. I primi due secoli dell'ImperoModifica Busto di
Augusto, museo archeologico nazionale di Cagliari Il 13 gennaio del 27 a.C. le
province dell'Impero romano furono ripartite tra le province affidate
all'Imperatore Augusto, governate da legati di rango senatorio, e province
affidate al senato, tra cui la Sardegna e Corsica[41], governate da proconsoli
(proconsules) di rango senatorio . Anche nelle province senatorie l'Imperatore
aveva suoi rappresentanti di rango equestre detti procuratori
(procuratores) Presso Aleria e Mariana si approntarono basi secondarie
della flotta imperiale di Miseno. I marinai còrsi arruolati presso i porti
dell'isola furono tra i primi a ottenere la cittadinanza romana (sotto
Vespasiano, nel 75). Analogamente a quanto avveniva in altre province, i Romani
si guadagnarono il rispetto e la collaborazione dei capi locali (a cominciare
dai Venacini, tribù del Capo Corso), riconoscendo loro funzioni di governo
locale ed apportando ricchezza con la messa a profitto delle terre sfruttabili
in collina e lungo le coste. Nel 6 d.C. i Sardi si ribellarono, non solo
all'interno ma anche nelle pianure, e manifestarono il loro malcontento
unendosi ai pirati del Tirreno[41]. La violenza di questa rivolta costrinse
Augusto a rimuovere i senatori dal comando della Sardegna ed a prenderne lui
stesso il controllo diretto[41]. Fu inviato un distaccamento di legionari,
comandati da un prolegato (al posto del legato) di rango equestre[41] o da un
prefetto, a rinforzare la presenza militare sull'isola che prima era affidata
solo ad alcune coorti ausiliarie. La rivolta fu così violenta che alcuni
storici hanno ipotizzato che la Sardegna e la Corsica fossero state divise e
affidate a 2 governatori di pari grado indipendenti l'uno dall'altro; è infatti
attestata l'esistenza di un praefectus corsicae. Più accreditata è però
l'ipotesi che vuole che questo prefetto di Corsica fosse un subordinato del
governatore della Sardegna. Svetonio ci dice che Augusto visitò tutte le
province tranne la Sardegna e l'Africa poiché le condizioni del mare non glielo
permisero, mentre quando il mare non glielo impediva non c'era bisogno che
partisse: questo fa capire che la rivolta pur essendo violenta non durò molto.
Infatti nel 19 Tiberio sostituì il distaccamento di legionari con 4000 liberti
(o figli di liberti) ebrei. La situazione ritornò tranquilla e Claudio ridette
il comando al senato. Nerone mandò in esilio in Sardegna Aniceto, ex
precettore dell'imperatore ed ex prefetto della flotta di Miseno. Aniceto, su
istigazione di Nerone ne aveva ucciso la madre, Agrippina e qualche anno dopo,
per spianare la strada a Poppea "confessò" una relazione con Claudia
Ottavia moglie legittima di Nerone e fanciulla di specchiata virtù[41].
La Tavola di Esterzili risalente al 69, durante regno di Otone, e
riportante un decreto del Proconsole della Sardegna Lucio Elvio Agrippa atto a
dirimere una controversia tra i Gallilensi e i coloni Patulcenses Campani Probabilmente
per evitare fughe di notizie o ricatti Aniceto fu spedito in Sardegna dove
visse fra gli agi al sicuro anche da eventuali sicari
dell'imperatore.[42]Seneca, il tutore di Nerone, passò dieci anni in esilio in
Corsica a partire dal 41[41]. Nel 73 Vespasiano, tolse al senato il
controllo della Sardegna - forse di nuovo in fermento - e la affidò a un
procuratore[43]. L'imperatore Traiano tra il 115 e il 117ristrutturò e potenziò
il centro di Aquae Hypsitanaeche assunse in suo onore il nome di Forum Traiani[43].
Il II secolo fu un momento di sviluppo e di prosperità anche per la Sardegna:
tutti gli abitanti, anche i barbaricini, si mostravano contenti della politica
romana (almeno secondo la storiografia ufficiale) e ben presto tutta l'isola
avrebbe parlato latino (la lingua dei Cartaginesi è attestata fino al
principato di Marco Aurelio). In questo periodo non ci furono rivolte ed i
Romani ebbero la possibilità di ricostruire e migliorare la rete stradale
punica spingendola anche all'interno, costruirono terme, anfiteatri, ponti,
acquedotti, colonie e monumenti. La ricchezza della Sardegna era dovuta
ad uno sfruttamento agricolo e minerario senza precedenti: l'isola infatti
esportava piombo, ferro, acciaio e argento grazie alle sue miniere, e grano per
250.000 persone. Ma nonostante tutto la Sardegna venne sempre considerata, e
non solo sotto i Romani, come una terra lontana e utile solo per isolare
prigionieri e nemici dell'impero. Tra le varie persone che giunsero in Sardegna
dal mare vi erano numerosi criminali, rivoluzionari ma anche tantissimi
cristiani tra cui anche i papi Callisto (174) e papa Ponziano (235) e il famoso
prete Ippolito[44]. I governatori, in questa fase, sembravano di fatto
dei coordinatori manageriali, con esperienza nel rifornimento e nel trasporto
del grano, più che uomini d'arme. Sappiamo ora con certezza che, nel 170, la
Sardegna era sotto il controllo senatoriale. Se Ippolito è preciso nella sua
terminologia, il governatore della provincia era chiamato procurator. Questi
governatori (procuratori) gestirono il territorio in modo pacifico fino al 211,
ma dopo, come del resto in tutto l'impero, riprese il malcontento della
popolazione, che costrinse i governatori a reprimere le rivolte con l'uso della
forza, nei casi più gravi. Gli ultimi tre secoli dell'ImperoModifica Nel
226 la situazione era cambiata rispetto a quella del secolo precedente; i
governatori erano quasi tutti militari ed alcuni, come Tizio Licinio Hierocle e
Publio Sallustio Sempronio, erano anche uomini con esperienze di guerra. Il
malcontento andò aumentando poiché le tasse erano alte, il latifondo si
diffondeva e gli agricoltori erano sempre più legati alla terra. Il fatto che
nel 212 grazie a Caracalla i Sardi e i Corsi, come tutti gli abitanti
dell'Impero, avessero ottenuto la cittadinanza romana[44], passò in secondo
piano poiché questo onore era in concreto legato a tasse aggiuntive. Tra
il 245 e il 248, durante il regno di Filippo l'Arabo, fu intrapresa la
ristrutturazione e risistemazione dell'impianto viario della provincia che
cominciò con Publio Elio Valente e continuò anche durante il breve regno di
Emiliano[45]. Ricordiamo, inoltre, di numerosi martiri del periodo. San
Simplicio, San Gavino, San Saturnino, San Lussorio e Sant'Efisio in Sardegna[46]
mentre Santa Devota (martire attorno al 202, persecuzione di Settimio Severo, o
al 304, persecuzione di Diocleziano) è, assieme a santa Giulia, una delle prime
sante còrse di cui si sia avuta notizia. Secondo la leggenda, la nave che ne
trasportava il feretro verso l'Africa fu gettata da una tempesta sul litorale
monegasco. Per questo sarebbe divenuta la patrona del Principato di Monaco e
della famiglia Grimaldi. Santa Giulia (martire durante la persecuzione di
Deciodel 250, o quella di Diocleziano), è la patrona di Corsica e di Brescia,
città dove riposano le sue reliquie dopo che vi fu fatta trasportare da Ansa,
moglie del re longobardo Desiderio nel 762. Santa Giulia è patrona anche di
Livorno, dove le spoglie della santa avrebbero fatto tappa provenendo dalla Corsica.
A queste martiri se ne aggiunge un'intera schiera, tra i quali san Parteo, che
fu forse il primo vescovo di Corsica. Il primo vescovo còrso di cui si abbia
notizia certa è Catonus Corsicanus, che partecipò, così come il vescovo di
Caralis Quintinasio[45], al Concilio di Arlesindetto da Costantino I nel
314. I domini dei Vandali attorno al 456, dopo la conquista di
Sardegna e Corsica. Nel 286 Diocleziano unì la provincia alla Dioecesis
Italiciana[47]. Dopo la divisione della diocesi attuata da Costantino, venne
compresa nell'Italia Suburbicaria. Sardegna e Corsica rimasero sotto Roma
per tutto il convulso IV secolo e i primi decenni del V (nell'impero romano
d'Occidente), fino a quando nel 456 i Vandali, di ritorno dalla penisola, dove
avevano saccheggiato Roma, en passant le conquistarono e le annessero al loro
regno. Ma vinsero solo sulle coste, poiché i Sardi dell'interno, ormai pratici,
immediatamente si ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro
zona. Aleria, in Corsica, fu saccheggiata e, abbandonata, finì in rovina, lo
stesso destino toccò ad Olbia. La parte romanizzata della Sardegna,
grazie ad un certo Goda, che era un governatore vandalo dell'isola di origine
gotica, dopo essersi ribellato al potere centrale nel 533 resistette per un
certo periodo ai Vandali assumendo il titolo di "Rex"[48].
Difesa ed esercitoModifica I Sardi entrarono anche a far parte dell'esercito
romano dando il loro modesto contributo ovunque vi fossero truppe; infatti, per
quanto riguarda i legionari, non essendo un'isola molto popolata, e dato che i
cittadini non avevano avuto la cittadinanza (ottenuta dopo la riforma di
Caracalla), il numero fu sempre bassissimo ed entra nelle statistiche solo
nell'epoca successiva ad Adriano. Per quanto riguarda gli ausiliari, i
Sardi fornirono (come isola Sardegna) 3 coorti, mentre come provincia (Sardegna
e Corsica) 6 coorti, 3 per ciascuna isola con un numero maggiore dei Sardi sui
Corsi. La "Cohors I Sardorum" era probabilmente stanziata a
Cagliari nei primi tre secoli d.C., mentre la "Cohors II Sardorum"
fondata al tempo di Adriano, era stanziata a Sur Djuab, a circa 100 km a sud di
Algeri. Il riscatto della Sardegna avvenne con la flotta; infatti i Sardi
erano la prima fonte di reclutamento occidentale della flotta di Miseno.
Considerando invece tutto l'impero, l'isola diventa la quarta fonte di
reclutamento della stessa flotta, battuta soltanto dalle province d'Egitto,
d'Asia e della Tracia che avevano una popolazione molto più grande.
Geografia politica ed economicaModifica Corsica Strabone, che scrisse durante
il principato di Augustoe Tiberio, descriveva la Corsica come un'isola
scarsamente abitata, con un territorio sassoso e per lo più impraticabile.[1] I
suoi abitanti risultavano ancora dei selvaggi che vivevano di rapine.[1]
«Quando i generali romani vi fanno incursioni e [...] prendono una gran parte
della popolazione, rendendola schiava, che poi la si trova a Roma, fa
meraviglia per quanto in loro vi sia di bestiale e selvaggio. E questi o non riescono
a sopravvivere, o se rimangono in vita, logorano talmente i loro proprietari
per la loro apatia, che questi si pentono [di averli acquistati], anche se li
hanno pagati poco.» (Strabone, Geografia, V, 2, 7.) Sardegna Strabone
descrive la Sardegna come un territorio roccioso e non ancora del tutto
pacificato. Essa possiede un territorio interno molto fertile di ogni prodotto,
in particolare di grano.[1] Purtuttavia, così come nei confronti delle
popolazioni corse, anche di quelle sarde le fonti romane (a differenza dei miti
greci[49]) non riportano generalmente una buona opinione. (LA) «A
Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi
constituti, sed amandati et repudiati coloni.» (IT) «Dai Punici,
mescolati con la stirpe africana, sorsero i Sardi che non furono dei coloni
liberamente recatisi e stabilitisi in Sardegna, ma solo il rifiuto di cui ci si
sbarazza[50][51].» (Cicerone, Pro M. Scauro, 42) Il passaggio dei Romani
lasciò numerose tracce nella geografia della Sardegna per l'importante opera di
mappatura del territorio, del quale si ebbero le prime serie catalogazioni, ed
ovviamente nella toponomastica, di cui parte non è stata ancora soppiantata
nonostante il tempo trascorso. Le Bocche di Bonifacio, che separano la Sardegna
dalla Corsica, erano un tratto di mare molto temuto dai romani per via delle
correnti che potevano far affondare le loro navi ed erano dette Fretum
Gallicum. L'isola dell'Asinara, famosa per il carcere chiuso solo pochi anni
fa, era detta Herculis mentre le isole di San Pietroe di Sant'Antioco erano
dette rispettivamente Accipitrum la prima e Plumbaria la seconda; Capo Teulada,
la punta meridionale dell'isola era chiamata Chersonesum Promontorium mentre
Punta Falcone, l'opposto settentrionale di Capo Teulada, era detta Gorditanum
Promontorium; l'attuale fiume Tirso era chiamato Thyrsus. Le
antiche tribù còrse e le principali città e strade in epoca Romana. Maggiori
centri provinciali e tribù autoctoneModifica Corsica Prima Strabone[1] e poi, intorno
al 150, il geografoClaudio Tolomeo, nella sua opera cartografica, offrì una
descrizione piuttosto accurata della Corsica preromana, elencando: 8
fiumi principali, tra i quali il Govola-Golo e il Rhotamus-Tavignano; 32 centri
abitati e porti, tra i quali Blesino,[1]Centurinon (Centuri), Charax,[1]
Canelate (Punta di Cannelle), Clunion (Meria), Enicomiae,[1]
Marianon(Bonifacio), Portus Syracusanus (Porto Vecchio), Alista (Santa Lucia di
Porto Vecchio), Philonios(Favone), Mariana, Vapanes[1] e Aleria; 12 tribù autoctone
(in greco, latino e loro localizzazione): Kerouinoi (Cervini, Balagna);
Tarabenoi (Tarabeni, Cinarca); Titianoi (Titiani, Valinco); Belatonoi
(Belatoni, Sartenese); Ouanakinoi (Venacini, Capo Corso); Kilebensioi
(Cilebensi, Nebbio); Likninoi (Licinini, Niolo); Opinoi (Opini, Castagniccia,
Bozio); Simbroi (Sumbri, Venaco); Koumanesoi (Cumanesi, Fiumorbo); Soubasanoi
(Subasani, Carbini e Levie); Makrinoi (Macrini, Casinca). Sardegna Plinio ci
informa che "In essa (la Sardegna), i più celebri (sono): tra i popoli,
gli Iliei, i Balari e i Corsi"[52]; vengono inoltre menzionati più volte
altri popoli minori come i Parati, i Sossinati e gli Aconiti, che secondo gli
storici romani abitavano nelle caverne e depredavano i prodotti degli altri Sardi
che lavoravano la terra e che con le loro navi si spingevano fino alle coste
dell'Etruria per depredarla.[1] Tuttavia bisogna tener presente che i
luoghi abitati da questi popoli minori videro molti secoli prima dell'arrivo
dei Romani il fiorire della civiltà Nuragica, come in tutto il resto della
Sardegna, l'apparente arretratezza di tali popoli fu probabilmente dovuta alle
grosse perdite subite contro Cartaginesi e soprattutto contro i Romani, che
portarono alla relegazione di alcune popolazioni ribelli nei monti interni,
creando una divisione tra i Sardi abitatori di città e di villaggi nelle
pianure e nelle coste e i Sardi montanari che in gran parte si
"imbarbarirono" e si diedero al banditismo. Sempre i Romani,
nei secoli in cui dominarono la Sardegna, fondarono alcune nuove città come
Turris Libisonis (oggi Porto Torres) e fecero sviluppare molti centri abitati
soprattutto nelle coste, come Carales,[1]Olbia, Fanum Carisii (oggi Orosei),
Nora e Tharros, ma anche nell'interno, come Forum Traiani (oggi Fordongianus),
Forum Augusti (oggi Austis), Valentia (oggi Nuragus),Colonia Julia Uselis (oggi
Usellus), ed infine elevarono diverse città al rango di municipio.
BithiaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Bithia (sito archeologico). BonorvaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bonorva. Il generale sabaudo Alberto La Marmora,
in esplorazione presso San Simeone di Bonorva, aveva identificato un forte
romano che era stato dimenticato per tutto questo tempo. Il Tetti indica in
realtà che si trattava di una fortificazione punica, che era stata occupata dai
romani. Nulla però dimostra una presenza militare in questo luogo per i primi
secoli dell'Impero romano. BosaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bosa. L'anfiteatro romano di
Cagliari. Colonna nella Villa di Tigellio. CagliariModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia di Cagliari.
Cagliari (Carales o Karalis[1]) era la città più importante della Sardegna. Il
fatto che da qui partissero ben quattro strade che attraversavano l'intera
isola dal sud al nord, la circostanza che il suo porto fosse un centro
strategico importante per le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale (che
oltretutto ospitava un distaccamento della flotta di Miseno ed era il porto dal
quale partiva il grano per l'approvvigionamento di Roma) e che la sua
popolazione fosse all'incirca di 20.000 abitanti, rendeva Carales una tra le
più importanti città marittime della zona occidentale dell'Impero romano.
La zona abitata si sviluppava sulla costa per circa 300 ettari, il centro di
questa città era il foro, dove sorgevano numerosi edifici come la curia
municipale, l'archivio provinciale, la sede del governatore, la basilica, il
tempio di Giove Capitolino. La città fu interessata da una serie di interventi
edilizi di pubblica utilità come la realizzazione di una complessa rete
fognaria e la pavimentazione di strade e piazze, la costruzione di un acquedotto
(nel 140 d.C.) che molto probabilmente prendeva l'acqua dalla sorgente di
Villamassargia e, attraverso Siliqua, Decimo, Assemini, Elmas, arrivava in
città passando per il quartiere di Stampace. Nel I secolo d.C. la città
fu dotata di eleganti passeggiate coperte da portici mentre nel II secolod.C.
fu costruito l'anfiteatro, ancora utilizzato per gli spettacoli al giorno
d'oggi, semi-scavato nella roccia, che poteva ospitare fino a 10.000 persone.
Il titolo di municipium fu ottenuto solo sul finire del I secolo a.C.; era un
titolo importante perché le consentiva di essere una città autonoma con
cittadinanza romana. Per quanto riguarda le differenze tra i vari
quartieri, quelli signorili sorgevano nel territorio a nord di Sant'Avendrace e
nell'area di San Lucifero; al loro interno sorgevano le terme, i templi, alcuni
teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si trovavano nella
zona della Marina e i quartieri popolari vicino al porto, fra l'odierna via
Roma e il Corso Vittorio Emanuele. Claudio Claudiano, nel IV secolo,
descrisse così la città di Caralis: «Caralis, si distende in lunghezza ed
insinua fra le onde un piccolo colle che frange i venti opposti. Nel mezzo del
mare si forma un porto ed in un ampio riparo , protetto da tutti i venti , si
placano le acque lagunari» (Claudio Claudiano, I,520) CalangianusModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Calangiani.
Nell'attuale Calangianus è identificato l'oppidum di Calangiani o Calonianus,
citato nella Geographia del Fara. Oltre alle diverse tracce di strada romana
per Olbia e Tibula, sono state ritrovate rovine dell'oppidum nei pressi di
Monti Biancu e della località Santa Margherita, un busto di Demetra a Monti di
Deu ed un'anfora all'interno del nuraghe Agnu. Inoltre, il toponimo deriverebbe
dalla divinità Giano, il cui culto era molto diffuso in Sardegna.
CornusModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Cornus (Sardegna). FordongianusModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Fordongianus. Fordongianus, Forum Traiani, si trova
oggi in provincia di Oristano ed è particolarmente importante per la sua
posizione geografica che lo vede incuneato tra i monti della Valle del Tirso,
naturale via di penetrazione dalla pianura all'entroterra e punto di contatto
tra i due diversi mondi. Fin dalla sua fondazione fu un centro rinomato per le
sue terme, che sfruttavano una fonte naturale di acqua calda e curativa.
Qui si trova un'iscrizione che testimonia come l'attività delle genti della
Barbaria fosse ancora viva nel I secolod.C. poiché furono queste a dedicare
un'iscrizione ad un imperatore, probabilmente Tiberio, rinvenuta nel Forum
Traiani. Terme del Forum Traiani Come già accennato in precedenza,
tra le motivazioni originarie dell'insediamento, si pone la presenza di una
fonte d'acqua naturalmente calda e curativa. Sfruttando la fonte sorse, proprio
presso il fiume, un vasto edificio termale (che costituisce oggi il nucleo
dell'attuale area archeologica) caratterizzato da una grande piscina, in
origine coperta, in cui giungono le acque calde temperate con un'aggiunta di
acqua fredda. L'aspetto curativo delle terme è sottolineato dal rinvenimento di
due statue del dio Bes, divinità legata ai culti salutiferi, e la loro
importanza è messa in evidenza dalla recente scoperta di un piccolo spazio
sacro dedicato alle ninfe, divinità delle acque. In un'area vicina
all'attuale centro abitato è stato rinvenuto l'anfiteatro, vicino alla
necropoli tardo-antica sulla quale fu edificata nell'XI secolo la chiesa di San
Lussorio. MamoiadaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Mamoiada. Mamoiada (o Mamujada) era probabilmente uno
stanziamento militare romano nell'isola, infatti diversi studiosi moderni sono
propensi a far derivare il suo nome da mansio manubiata (stazione vigilata,
sorvegliata). Altra prova a favore di questa ipotesi è il nome del quartiere
più antico della città "su Qastru" (dal lat. castrum, campo
fortificato, accampamento militare). Mamoiada in effetti si trova in una
zona centrale e quindi strategica della Barbagia, e precisamente al centro
della cerchia dei seguenti villaggi: Orgosolo, Fonni, Gavoi, Lodine, Ollolai,
Olzai, Sarule ed Orani, e dunque questa sua posizione strategica non poteva non
essere sfruttata dalle truppe romane nelle loro azioni di sorveglianza e di
repressione. MacomerModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Macomer. Fondata tra il VI e il V secolo a.C. dai Punici
Macopsissa costituiva un importante centro per il controllo del territorio. La
sua importanza aumentò durante il periodo romano, divenendo un importante snodo
fra Calares e Turris Libisonis. Macomer era un importante nodo della rete
viaria creata dai Romani sull'Isola. Meana SardoModifica Anche Meana
Sardo, villaggio della Barbagia, era probabilmente un presidio romano poiché il
suo nome potrebbe derivare da mansio mediana (stazione mediana o intermedia) di
una tra le più importanti arterie stradali romani nell'isola quella che da
Carales porta a Olbia. Meana si trova esattamente a metà strada di quel
lungo tracciato ed anche a metà strada tra la costa orientale e quella
occidentale della Sardegna. MetallaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Metalla. NeapolisModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Neapolis (Sardegna).
NoraModifica Rovine di Nora Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Nora (Italia). Il preesistente abitato punico non ha
condizionato in maniera particolare l'assetto urbano di epoca romana. I Romani
hanno effettuato infatti pesanti interventi per la costruzione di strade,
edifici e aree pubbliche come il teatro e il foro, demolendo i precedenti
edifici, in un piano di forte rinnovamento urbanistico. I Romani modificarono a
tal punto la città probabilmente perché Nora fu la prima sede del governatore
della provincia. Numerose erano le ville e le case dei nobili e della
plebe; degli edifici non rimane molto poiché erano costruiti con zoccolo in
pietra e l'elevato in mattoni crudi. A differenza delle case e delle ville le
strutture pubbliche erano costruite col cemento e rivestite di laterizi o
grossi blocchi di pietra. Le più importanti opere della città erano: il teatro,
costruito in età augustea, e le terme a mare, edificate tra la fine del II e
gli inizi del III secolo d.C. NuoroModifica Sono scarne le notizie sulla
città di Nuoro in epoca romana. Secondo alcuni proprio all'inizio della
dominazione romana la città fu fondata con l'unione di vari gruppi nuragici,
inizialmente legati contro il nemico comunque, successivamente spinti
all'unione dalla possibilità di arricchirsi col commercio dei prodotti
locali. Furono due i primi nuclei cittadini, infatti i primi due gruppi
si insediarono in parti diverse: un gruppo si stanziò nel monte Ortobene,
l'altro nel quartiere di Seuna, l'altro nel quartiere di San Pietro. In seguito
i due gruppi si riunirono dando origine alla vera e propria città. Importante è
anche il fatto che a Nuoro nella zona più ricca dal punto di vista agricolo,
oltre Badu e'Carros, ci fosse un presidio militare. Questa zona infatti si
chiama "Corte", e ricorda molto la Coorte, che nel periodo romano era
un gruppo di soldati. La città ha avuto una grande importanza strategica
poiché è situata proprio al centro della Barbagia, i cui abitanti per secoli si
ribellarono ai Romani prima di essere romanizzati parzialmente. Nuoro sorge
infatti lungo l'antico percorso principale (asse nord-sud) della a Olbia-Karales
per Mediterranea, nello snodo con la via Transversae (la trasversale mediana)
che attraversava la Sardegna lungo un asse est-ovest (con quattro stazioni
nodali negli incroci con le 4 principales: Cornus - Macopsissa - Nuoro -
Dorgali/Orosei). La Trasversale mediana era utilizzata anche per il trasporto
del grano della valle del Tirso verso la costa di Dorgali e Orosei, per
l'imbarco del prodotto destinato al porto di Ostia. Sempre a Nuoro terminava
anche una strada vicinale per l'odierna Benetutti. NureModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Nure (città).
OlbiaModifica Busto di Nerone del 54/55-59 d.C. da Olbia, (museo
archeologico nazionale di Cagliari). Olbia occupò in età romana gli stessi
spazi della città punica fino alle soglie dell'età imperiale. Infatti non pare
che durante la repubblica si siano verificati sostanziali mutamenti
nell'assetto urbanistico che continuò a mantenere, intatto, il primitivo
impianto ortogonale dei fondatori cartaginesi. Successivamente la città si
arricchì di opere pubbliche: vennero lastricate le strade, si edificarono due
impianti termali e un acquedotto, i cui resti sono tuttora visibili a nord
della città, e si rinnovarono alcune strutture templari. Una concubina di
Nerone di nome Atte fece erigere ad Olbia un tempio a Cerere, e grazie
all'imperatore ebbe latifondi nell'agro e fu anche proprietaria di un'officina
che fabbricava laterizi. Busto di Traiano da Olbia, (museo
archeologico nazionale di Cagliari) Il porto, in contatto con i principali
scali del Mediterraneo, fu di primaria importanza nell'ambito della Sardegna
settentrionale poiché da qui partivano per Roma buona parte dei prodotti,
soprattutto cerealicoli, del nord dell'isola che confluivano nella città grazie
a tre grandi strade. Per questo motivo nel 56 a.C., soggiornò nella città
Quinto, fratello di Marco Tullio Cicerone, che controllava i commerci per
ordine di Pompeo. La necropoli, che si estese uniformemente oltre la
cinta urbana a occidente della città, restituì ricchi corredi funerari. In
particolare, nell'area della collina oggi occupata dalla chiesa di San
Simplicio (santo qui martirizzato, secondo la tradizione locale, durante le
persecuzioni di Diocleziano), l'utilizzo per le sepolture avvenne fino a età
medioevale e vi si rinvennero preziose oreficerie, sarcofagi istoriati e
iscrizioni. Intorno alla metà del V secolo Olbia fu saccheggiata dai
Vandali come dimostrano gli straordinari ritrovamenti avvenuti nel 1999
nell'area del porto vecchio. Furono infatti ritrovati 24 relitti di navi romane
e medievali e da questo scavo è stato possibile accertare l'attacco dei Vandali
e il crollo della città anche se l'abitato non fu abbandonato e rifiorì in età
medievale. OschiriModifica Una mattonella o un mattone trovata a Oschiri
porta l'iscrizione COHR P S per "coh(o)r(tis) p(rimae)" o
"p(raetoriae) S(ardorum)", ma non è impossibile che provenga da
Nostra Signora di Castro poiché non è conosciuto bene il modo in cui è stato
scoperto questo mattone. Per il resto il luogo non ha nulla che faccia pensare
ad una presenza militare romana. OthocaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Santa Giusta (Italia). Porto
TorresModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Colonia Iulia Turris Libisonis. Mosaico dell'Orfeo Presumibilmente il
sostantivo con cui veniva identificata la città, in epoca romana, era Turris
Libysonis. Questo lo si deduce grazie a Plinio il Vecchio, il quale, nella sua
Naturalis Historia(nel I secolo d.C.) cita "Colonia autem una que vocatur
ad turrem libisonis", letteralmente; "mentre v'è (in Sardegna) una
sola colonia romana, presso la torre di libiso". Tale scrittura fa pensare
ad un riferimento artificiale, probabilmente una torre nuragica (Nuraghe). È
invece grazie all'anonimo Ravennate che si evince lo status dell'insediamento,
il quale sostiene; "Turris Librisonis colonia Iulia", da che si nota
l'aggettivo Iulia, dovuto verosimilmente a Giulio Cesare, probabile fondatore
della colonia, durante il viaggio di ritorno dall'Africa o ad Ottaviano
delegatore di un tale, Marco Lurio, che potrebbe aver fondato la colonia
intorno al 42\40 a.C. Statua romana da Porto Torres Oltre a ciò
l'importanza del centro, nell'isola, era notevole, paragonabile solo a quella
di Carales. L'importanza politica è deducibile dalla "Passio Sanctorum
Martyrum Gavini Proti et Jianuarii", nel quale si esterna la presenza di
una residenza del governatore della provincia romana, tale Barbaro.
L'importanza economica invece è palese dalle rovine restanti, terme imponenti è
una impressionante maglia urbana, il centro per altro era in comunicazione
diretta con Roma, tant'è vero che nella Ostia antica, si trova un mosaico che
riporta "Naviculari Turritani", riconducibile ai commercianti di
Turris. Infatti le esportazioni di cereali erano notevoli, grazie alla grande
pianura della Nurra, in diretta comunicazione con la colonia mediante il
"ponte romano" (costruzione più imponente del suo genere nell'intera
provincia), sovrastante il fiume Riu Mannu, che tra le altre cose era
utilizzato come via alternativa per i traffici con l'interno dell'isola, si
ipotizza la presenza di un porto fluviale, oltre a quello marittimo. Ma oltre
alle esportazioni cerealicole, erano massicce anche quelle minerali, e salini,
provenienti dai vicini siti. cosa particolare era la presenza del culto di
Iside. Altre prove storiche sono dovute a Cicerone in una sua lettera la
chiama "Collina" ma, visti i ritrovamenti archeologici trovati,
possiamo affermare con sicurezza che Turris Libisonis non fu per Roma solo una
collina. Non è un caso che la città continuò ad esistere nei secoli successivi
tenendo inalterata la sua importanza strategica al centro del mediterraneo. Di
importante interesse non architettonico non fu solo il ponte romano e le terme
fortemente mosaicate ma anche le strade: in alcuni tratti l'attuale Strada
statale 131 Carlo Felice risulta affiancata dalla vecchia strada romana, che
seguiva il medesimo percorso fra i due poli dell'isola. Quartu
Sant'ElenaModifica Il termine Quarto, ai tempi dei romani, stava a indicare la
distanza in miglia che separava l'antico insediamento quartese da Cagliari.
Infatti distava 4 miglia romane da Carales. È stata da sempre una meta ambita,
viste le possibilità che offriva, grazie ad un'economia agricola stabile e
fruttuosa integrata alla pesca e alla caccia. SarcaposModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sarcapos. SassariModifica
Nonostante la città di Sassari sia stata fondata in periodo Medioevale, il suo
territorio conserva ricche testimonianze d'epoca romana, a partire da opere
infrastrutturali di rilievo come i resti della strada che collegava Cagliari a
Porto Torres e le rovine dell'acquedotto romano che serviva la colonia romana
di Turris. L'area ricca di vegetazione e sorgenti, era un luogo amato
dalle famiglie patrizie della vicina colonia di Porto Torres, per cui oggi sono
presenti nel territorio le rovine di alcune residenze d'epoca romana, la più
famosa delle quali situata nei sotterranei della cattedrale di San Nicola,
molti edifici medioevali sono stati costruiti riutilizzando materiali
provenienti da abitazioni romane, le colonne presenti nel piazzale del
santuario di San Pietro di Silki, provengono da un tempio romano smantellato
che sorgeva nella zona. Sulci (Sant'Antioco)Modifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sulki. Statua di Druso
minore da Sulci del I secolo d.C. Tharros In epoca romana Sulci continuò
a fiorire sino a diventare, a detta del geografo greco Strabone, la città più
florida della Sardegna romana insieme a Caralis[1]. Lo sfruttamento dei bacini
minerari dell'Iglesiente, dove pare sorgesse l'insediamento di Metalla[53], non
era infatti cessato, e con esso l'intenso traffico nel porto sulcitano: di qui
l'appellativo dell'antica Sulci "Insula plumbea". La città dovette
disporre di ingenti risorse finanziarie se all'epoca della guerra civile tra
Cesare e Pompeo (I sec. a.C.) poté pagare una multa di circa 10 milioni di
sesterzi inflittale da parte di Cesare, giunto nel frattempo nell'antipompeiana
Caralis. Sulci si riprese ben presto dallo smacco subito, forte anche
della floridezza del suo porto e dunque della sua economia, sino quando,
intorno al I sec. d.C., sotto Claudio, fu riabilitata sul piano politico e
elevata al rango di Municipium[54]. Secondo il Bellieni, la città tra
tarda Repubblica e prima fase imperiale doveva essere popolata da circa 10.000
persone, cifra effettivamente plausibile se si tiene conto della popolazione
media nei centri italiani di età augustea calcolata dal Beloch[55].
L'antico centro romano sorgeva, come si può desumere facilmente ancora oggi
prestando attenzione alla disposizione degli assi viari maggiori e minori,
nell'area comprendente le attuali vie Garibaldi, XX Settembre, Mazzini,
Eleonora d'Arborea, Cavour, in località detta "Su Narboni". Qui, e
precisamente all'incrocio tra le attuali via XX Settembre e Eleonora d'Arborea
(presumibilmente nell'area dove sorgeva il foro, non ancora localizzato), si
trova un mausoleo noto come Sa Presonedda o Sa Tribuna databile al I sec. a.C.,
grosso modo coevo al ponte romano, situato in corrispondenza dell'istmo, e al
tempio d'Iside e Serapide le cui rovine non sono oggi più apprezzabili.
TharrosModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Tharros. TibulaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Tibula. UsellusModifica Usellus godette di grande splendore
soprattutto nel periodo romano. Fu nel II secolo a.C. che venne fondata
l'antica "Colonia Julia Uselis" il cui centro si trovava molto
probabilmente sopra al colle di Donigala (Santa Reparata) non lontano da quello
attuale. Venne fondata soprattutto come baluardo militare per contrastare
le continue incursioni dei mai domi barbaricini dell'interno dell'isola. Poté
usufruire dello splendore di Roma che la innalzò dapprima a municipium e poi la
elesse Colonia Julia Augusta sotto l'Imperatore Cesare Augusto, in onore della propria
figlia Giulia ed eleggendo nel contempo i propri abitanti a
"cives". Quinto Cicerone, fratello di Marco Tullio, vi fu
Pretore. Quest'ultimo stato giuridico è accertato nella Geografia di Tolomeo ed
in una preziosissima tavola di bronzo dell'anno 158 d.C., come si desume dal
nome dei consoli, contenente un decreto d'ospitalità e clientela, riguardante
l'antica Usellus. La città doveva estendersi per circa sette ettari ed i
suoi fertili terreni vennero assegnati ai veterani delle guerre. In questo
periodo Uselis sfruttando la sua favorevole posizione geografica subì
un'importante evoluzione economica e militare divenendo centro nevralgico di
un'intensa attività economica e crocevia dell'importante rete viaria che la
metteva in comunicazione a sud con Aquae Neapolitanae (terme di Sardara), a
nord con Forum Traiani e una terza via la univa a Neapolis, vicino alla costa
occidentale. Nel suo territorio sono ancora presenti due ponti romani, ci
cui uno in ottimo stato di conservazione, lunghi tratti dell'importante via di
comunicazione e resti delle imponenti mura che la cingevano. Risorse
economiche provincialiModifica Mosaici concernenti i
"Navicularii et negotiantes Karalitani" e i "Navicularii
Turritani" dal piazzale delle corporazioni di Ostia antica. Il
commercioModifica La Sardegna si integrò nel sistema economico e commerciale
dell'Impero soprattutto per quanto riguarda il commercio del grano, del sale,
del legname e dei metalli grazie ad ottimi porti quali Olbia, Tibula, Turris
Libisonis (Porto Torres), Cornus, Tharros, Sulci (Sant'Antioco) e
Carales. L'importanza di questi porti è testimoniata da due mosaici
trovati ad Ostia con la menzione dei "navicularii Turritani e
Calaritani", mercanti marittimi di Porto Torres e Cagliari. Soprattutto in
età imperiale la Sardegna divenne una tappa obbligatoria per i viaggi dalla
penisola all'Africa e alle Mauretanie. L'agricolturaModifica
L'agricoltura era diffusa nell'isola soprattutto nelle aree pianeggianti e in
particolar modo nella pianura del Campidano nella parte meridionale della
Sardegna. Il grano era prodotto in quantità tali che solo quello che si
esportava bastava a sfamare 250.000 persone. Per questo motivo la Sardegna,
durante la repubblica, assunse il titolo di "granaio di Roma".
Si dice che la quantità di grano preso dai Romani dalla Sardegna non solo bastò
per riempire tutti i granai dell'Urbe, ma per contenerlo tutto se ne dovettero
costruire di nuovi. La coltivazione di cereali era sviluppata in particolar
modo nella parte settentrionale, mentre quella dell'ulivo e della vite era
diffusa in tutta l'isola. L'allevamentoModifica L'allevamento per
esportazioni era un'attività economica diffusa in tutta la Sardegna. Tra suini,
bovini e ovini (in particolare i mufloni[1]) solo i primi erano venduti in buone
quantità al resto dell'impero. Gli ovini erano importanti per la lana e i
latticini che i sardi pelliti dell'interno vendevano a Roma; infatti la
pastorizia era una pratica molto diffusa nella parte centrale della Sardegna.
Sappiamo con certezza che i popoli dell'interno, grazie a questa pratica,
furono in grado di arricchirsi trasformando la pastorizia da attività di
sussistenza ad attività d'esportazione. L'estrazione minerariaModifica
(LA) «India ebore, argento Sardinia, Attica melle» (IT)
«L'India è famosa per l'avorio, la Sardegna per l'argento, l'Attica per il
miele.» (Archita) Importante era anche l'estrazione mineraria, diffusa in
tutta la Sardegna. Argento e piombo erano estratti nelle miniere
dell'Iglesiente in quantità tali da far scendere il costo di questi metalli in
tutto l'impero; veniva cavato anche il ferro e il rame, quest'ultimo dai
giacimenti nei pressi di Gadoni[53]. Per l'estrazione non erano usati solo
schiavi di guerra ma anche personaggi scomodi nel campo della politica o per la
religione da essi professata. La pietra e il granito erano invece
estratti nell'interno e lungo le coste. La pietra che gli isolani avevano
sempre utilizzato per la costruzione dei nuraghi e dei loro templi megalitici
era ora destinata ad arricchire gli edifici dei ricchi Romani. Ancora oggi,
sulle isole della Marmorata e lungo le spiagge di Santa Teresa di Gallura,
nella parte nord-orientale dell'isola, non è difficile imbattersi in blocchi
"tagliati" con regolarità oppure in frammenti di colonne, sfuggiti ai
numerosi carichi fatti dai Romani durante tutto il periodo della loro
dominazione, durato quasi settecento anni. Non era facile infatti imbarcare
sulle navi da carico i blocchi di pietra nei tratti di mare antistanti i
promontori rocciosi. Le correnti e le condizioni atmosferiche provocavano
spesso dei naufragi o costringevano i marinai a liberarsi dei pesanti carichi
per evitare che le imbarcazioni affondassero. Principali vie di
comunicazioneModifica Le principali città e strade della Sardegna in epoca
Romana. Quando i Romani iniziarono la conquista della Sardegna vi trovarono già
una rete stradale punica; questa però collegava tra loro solo alcuni centri
costieri, tralasciando completamente la parte interna; d'inverno era
impraticabile a causa delle piogge e i Romani furono quindi costretti a
costruirne una nuova che si sovrapponeva a quella precedente solo
parzialmente. Antica strada romana Nora-Bithiae I Romani
costruirono 4 grandi arterie stradali: 2 lungo le coste e 2 interne. Le viae principales
erano le cosiddette strade antoniniane, tutte con direzione nord-sud.
Ricordandole in ordine da est a ovest: la litoranea occidentale (a
Tibulas-Karales), da Carales(Cagliari) a Turris Libisonis (Porto Torres); la
interna occidentale (a Turre-Karales); la interna orientale (a Olbia-Karales
per Mediterranea); la litoranea orientale (a Tibulas-Karales), da Carales a
Olbia.[56] A questa ossatura longitudinale si congiungevano sia le
"Viae Transversae" come la Cornus-Macopsissa-Nuoro-Orosei e molte
altre strade più modeste (vicinali) che collegavano i piccoli centri
dell'interno tra loro e con le più grandi città costiere. Questo sistema di
comunicazione era molto efficiente e creò le condizioni favorevoli alla
penetrazione culturale romana presso le popolazioni locali. La rete
stradale, inizialmente costruita per motivi militari, fu poi mantenuta e
continuamente restaurata per motivi economici; grazie a questa, infatti, i
Sardi dell'interno vendevano i loro prodotti ai commercianti romani che
provvedevano poi a spedirli nei più grandi porti del mediterraneo occidentale.
La rete stradale romana è stata talmente efficace e costruita in zone
strategiche che alcune strade sono utilizzate ancora oggi; ne è un esempio la
statale Carlo Felice. In epoca Antonina si perfezionarono le vie di
comunicazione interne della Corsica (strada Aleria-Aiacium e, sulla costa Est,
Aleria-Mantinum - poi Bastia - a Nord e Aleria-Marianum - poi Bonifacio - a
Sud): l'isola era pressoché completamente latinizzata, salvo qualche enclave montana.
Arte e architettura provincialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Arte provinciale romana. La religioneModifica Il
tempio di Antas, nei pressi di Fluminimaggiore I Romani, come è noto,
permettevano una certa libertà di culto[57]; questo consentì alle popolazioni
interne di continuare a praticare le loro religioni preistoriche di ispirazione
naturalistica, ed a quelle delle coste la religione punica con tutti i suoi dei
(Tanit, Demetra e Sid, ribattezzato Sardus Pater dai Romani, venerato nel
Tempio di Antas); ma col passare del tempo trovarono spazio anche i culti di
Giove e Giunone poi soppiantati dal Cristianesimo. Sappiamo che alcune
divinità, come un demone brutto ma benefico rappresentato come il Dio Bes (divinità
egiziana assimilata nel pantheon cartaginese), vennero associate ad alcuni Dei
Romani (in questo caso ad Esculapio, divinità salutare romana). In età
romana era diffuso a Carales, Sulci e Turris Libisonis il Culto di Iside,
costantemente associato ad una cospicua presenza mercantile. Lingua e
romanizzazioneModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Lingua paleosarda, Lingua sarda, Lingua paleocorsa, Lingua corsa e
Romanizzazione (storia). La Sardegna, fortemente punicizzata, fu interessata da
un processo di latinizzazione, ma le zone interne restarono a lungo ostili ai
nuovi dominatori, come d'altronde lo furono in passato nei confronti dei
cartaginesi. L'opera di romanizzazione, affidata al latino, fu completata con
l'introduzione delle divinità, dei sacerdozi, e dei culti tipicamente romani.
Le aree più intensamente romanizzate furono quelle costiere dedite alla coltura
dei cereali (Romània), mentre nell'interno montuoso rimase fortemente radicata
la cultura indigena (Barbària). La lingua delle genti sarde, così, subì
profonde trasformazioni con l'introduzione del latino che, soprattutto nelle
zone interne, penetrò lentamente ma, alla fine, si radicò a tal punto che il
sardo è quella cui più aderisce; in particolare, si ritiene che nella zona
centro-settentrionale la variante parlatasia quella maggiormente affine per la
pronuncia. Nonostante questo, c'è da dire che il latino non si diffuse subito:
è ancora presente un'iscrizione risalente al regno di Marco Aurelio (fine II
secolo) in punico e, se questa era la situazione quando si scriveva, è
possibile che nell'ambito familiare la lingua dei Cartaginesi fosse ancora
abbastanza diffusa. Interessante è il fatto che, a volte, si trovino delle
ceramiche riportanti il nome del proprietario in latino scritto con caratteri
punici. Sembra accertato che la Corsica fu anch'essa romanizzata e
colonizzata dai Romani soprattutto per mezzo delle distribuzioni di terre a
veterani provenienti dall'Italia meridionale - o dai soldati provenienti dagli
stessi strati sociali ed etnici cui furono similmente assegnate terre
soprattutto in Sicilia - il che aiuterebbe a spiegare alcune affinità
linguistiche riscontrabili ancor oggi tra còrso meridionale e dialetti
siculo-calabri. Secondo altre ipotesi, più recenti, gli influssi linguistici
potrebbero essere dovuti a migrazioni più tarde, risalenti all'arrivo di
profughi dall'Africa tra il VII e l'VIII secolo. La stessa ondata migratoria
sarebbe approdata anche in Sicilia e in Calabria. NoteModifica Strabone,
Geografia, V, 2,7. ^ AE 1971, 123; AE 1973, 276 dell'epoca di Massimino Trace.
^ AE 1992, 891 di epoca Traianea o Adrianea; AE 1991, 908 forse di epoca
Antonina; AE 2001, 1112 sotto gli Imperatori Caracalla e Geta; AE2002, 637 al
tempo di Filippo l'Arabo. ^ AE 1971, 122. ^ Teofrasto, Hist. plant., V 8, 2. ^
a b c Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio
romano, Nardecchia editore, 1923 ^ Datazione approssimata secondo le cronologie
di Tito Livio e Diodoro Siculo ^ Ad esempio sull'espresso divieto imposto ai
Romani di fondare città in Sardegna ed in Africa ^ Servio, Ad Aen., IV 628 ^
Polibio, I 24, 7 ^ questo era l'antico porto della cittadina, citato da Tolomeo
^ Florus, Epist. Liv., 89 ^ a b c Giovanni Zonara, Epitome, libro VIII ^ S.L.
Dyson, Comparative Studies in the Archaeology of Colonialism, 1985; anche,
dello stesso autore, The Creation of the Roman Frontier, 1985 ^ Oros. IV 1:
hostibus se immiscuit ibique interfectus est. ^ Valerio Massimo, V 1, 2 - Sil.
Ital., VI 669 ^ 11 marzo 259 - Scipione eresse inoltre un tempio di
ringraziamento alla dea Tempestas, che Ovidio (Fasti, VI 193) celebra così: Te
quoque, Tempestas merita delubra fatemur / Cum paene est Corsis obruta classis
aquis ^ Fra le numerose fonti, Valerio Massimo, Tito Livio, Ammiano Marcellino
e poi Zonara. ^ Nei Fasti trionfali si registra il trionfo di Scipione come L.
CORNELIVS L.F. CN.N. SCIPIO COS. DE POENEIS ET SARDIN[IA], CORSICA V ID. MART.
AN. CDXCIV ^ Il risultato della battaglia non è noto ^ a b c d e Pierre Paul
Raoul Colonna de Cesari-Rocca, Histoire de la Corse, Boyle, 1890 ^ Valerio
Massimo, III, 65 ^ Anche in Plinio, Nat.Hist., libro XIV ^ Ettore Pais, p.70. ^
Livio, XXIII, 21.4-5. ^ Livio, XXIII, 34.11. ^ Livio, XXIII, 34.12-15. ^ a b c
d e f g Francesco Cesare Casùla, p.104. ^ Livio, XXIII, 32.7-12. ^ Livio,
XXIII, 34.17. ^ a b Francesco Cesare Casùla, p.107. ^ Livio, XXVII, 6.13. ^
Livio, XXVII, 6.14. ^ Tito Livio, XL 43 ^ Tito Livio, XLI 21 ^ Tito Livio, XLII
7 ^ Vaerio Massimo, IX 12 - Plinio, Nat.Hist., libro VII ^ Ettore Pais, p.73. ^
Raimondo Zucca, Le Civitates Barbariae e l'occupazione militare della Sardegna:
aspetti e confronti con l'Africa ^ Francesco Cesare Casùla, p.108. ^ a b c d e
f Ettore Pais, pp. 76-77. ^ cfr.Tacito, Annali, XIII, BUR, Milano, 1994. trad.:
B. Ceva. ^ a b Francesco Cesare Casula, p.116. ^ a b Ettore Pais, p.81. ^ a b
Attilio Mastino, Cronologia della Sardegna Romana ^ Francesco Cesare Casula,
p.119. ^ Ettore Pais, p.82. ^ Ettore Pais, p.86. ^ Mastino, Attilio (2005).
Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, pp.15-16. ^ Mastino, Attilio
(2005). Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, pp.82. ^ Attilio Mastino,
Natione Sardus: una mens, unus color, una vox, una natio ( PDF ), su
eprints.uniss.it, Rivista Internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizioni
Romane. ^ Plinio, Naturalis Historia, III, 7, 85. ^ a b Francesco Cesare
Casùla, p.111. ^ cfr. per es. F.Cenerini, Sulci romana, in: Sant'Antioco,
annali 2008. ^ M.Zaccagnini, L'isola di Sant'Antioco: ricerche di geografia
umana, Fossataro, Cagliari 1972 (integraz. M.T.) ^ Iscrizione M Sardegna 8;
MELONI P., La Sardegna romana, Chiarella, Sassari, 1987, pp. 339-374. ^
Francesco Cesare Casùla, p.114. BibliografiaModifica Fonti primarie ( GRC )
Appiano di Alessandria, Historia Romana (Ῥωμαϊκά). (traduzione inglese). ( LA )
Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, vol. III.(testo latino
Wikisource-logo.svg e traduzione inglese Wikisource-logo.svg). ( LA ) Livio, Ab
Urbe condita libri. (testo latino Wikisource-logo.svg e versione inglese
Wikisource-logo.svg). ( GRC ) Polibio, Storie (Ἰστορίαι). (traduzione in
inglese qui e qui). Strabone, Geografia. (traduzione inglese). Fonti
storiografiche moderne Francesco Cesare Casula La storia di SardegnaDelfino
Editore, Sassari, AA.VV., Storia dei Sardi e della Sardegna, IV Vol., Milano,
1987-89. AA.VV., La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali.
Sassari, Carlo Delfino Editore, 2017. AA.VV., Il tempo dei Romani. La Sardegna
dal III secolo a.C. al V secolo d.C., Nuoro, Ilisso Edizioni, 2021. Giovanni
Lilliu, La civiltà dei Sardi, Torino, Edizioni ERI, 1967. Ettore Pais, Storia
della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano Edizioni Ilisso,
Nuoro. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, 1971-77, Milano. Attilio
Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Piero Meloni, La Sardegna
romana, Ed Chiarella, 1990. Antonio Taramelli, La Sardegna romana, Istituto di
studi romani, 1939. Portale Antica Roma Portale Corsica
Portale Sardegna Battaglia di Sulci battaglia della prima guerra
punica Espansione cartaginese in Italia tentativi espansionistici di
Cartagine nelle isole mediterranee di Sicilia e Sardegna Battaglia di
Decimomannu Antonio Delogu. Delogu. Grice: “I wouldn’t consider Sardegna part
of Italy, as Sicily isn’t – they are part of the Italian republic – the ‘stato’
– but geographically, they are not part of the peninsula – the Greeks are
especially precise about that: “Graecia magna” EXCLUDED Sicily!” The logo of
his review, “Segni e comprensione” is a rebus, in that a few letters are
missing. The idea is that the thing STILL SEGNA the proposition that this is
about signs and comprehension. Keywords: semiotica romana, “segno e
comprensione” s_gn_ e c_mp-rension-“ “segni e comprensioni” le corpori nella
perizia morale, etica comunitaria, etica universale, universalita,
universabilisabile -- -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Delogu” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Demariao: l’implicatura conversazionale degl’ganismi
– implicatura dinantorganica -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vezza d’Alba). Filosofo. Grice: “Demaria is what we
at Oxford would call a philosophical theologian! And a dynamically realist at
that!” Famoso per numerosi studi sulla tomistica. Frequenta il seminario
di Alba, entrò come aspirante presso i salesiani di Penango Monferrato (Asti).
Continua gli studi nel liceo di Valsalice (Torino). Studia a Roma. Insegna a
Torino e a Roma. Nel corso della sua carriera fu docente di: Storia delle
religioni, Missionologia, Filosofia dell’educazione, Teologia Fondamentale,
Teologia Dogmatica, Dottrina sociale della Chiesa, Sociologia
dell’Educazione. Negli anni cinquanta avviò una feconda condivisione
spirituale, teologica e filosofica con don Paolo Arnaboldi, fondatore del
Fraterno Aiuto Cristiano FAC con l'attivo incoraggiamento di San Giovanni
Calabria. Frequentò assiduamente le sedi del FAC sia a Vezza D'Alba sia a Roma.
Strutturò la sua metafisica realistico organico dinamica. Negli anni
sessanta fondò con Giacomino Costa il Movimento Ideoprassico Dinontorganico
M.I.D., oggi divenuto l'associazione Nuova Costruttività. Insieme con Paolo
Arnaboldi fecero opera di formazione e divulgazione del realismo organico
dinamico presso ambienti imprenditoriali collegati all'U.C.I.D.. Giacomino
Costa strutturò volutamente la grande e innovativa impresa dell'Interporto di
Rivalta Scrivia (il così detto "porto secco" di Genova) come
applicazione dell'"organico dinamico" differenziandola dalle imprese
tipicamente liberiste. Negli anni settanta fu il referente culturale
delle "Libere Acli" movimento dei lavoratori cattolici fuoriusciti
dalle Acli a seguito della "ipotesi socialista" che portò alla
"sconfessione di Paolo VI" e alla frattura del movimento. Continuò
nell'ambiente dei lavoratori cattolici con la formazione e la diffusione della
"ideoprassi" (modello di sviluppo) "organico dinamica", una
vera ideologia cristiana alternativa a quella liberal capitalista e a quella
marxista comunista. Tommaso Demaria tiene un seminario sul realismo
Dinamico a Verona presso il Centro Toniolo nel 1980. Negli anni ottanta fu
intensamente attivo nella formazione alla nuova cultura cristiana organico
dinamica a Torino, Verona, Vicenza, Roma con corsi, seminari e numerose
pubblicazioni. Tra tutti i corsi tenuti merita una specifica menzione per la
testimonianza documentale completa tramite registrazione video, presso il
Centro Toniolo di Verona su invito di don Gino Oliosi. Proseguì il lavoro
di san Tommaso d'Aquino e affermava l'incompletezza del tomismo, incapace di
cogliere l'organismo come categoria ontologica a sé stante. L'integrazione
della metafisica realista con l'organismo alla metafisica realistica integrale,
strumento di straordinaria importanza per la vita quotidiana. Lo studio
dell'organismo in quanto tale, in particolare nella sua dimensione di
"struttura organica funzionale", si rivelerà infatti importantissimo
per lo studio e lo sviluppo della società in generale ma in particolare per
quella prassi economica nota col nome di "Sistemi di Qualità" che fa
appunto dell'organicità il proprio fondamento. La possibilità di percepire
l'organismo in quanto tale entità diversa dall'organismo fisico, specifica
Demaria, passa attraverso la percezione dell'ente dinamico. Grande importanza
assume l'organicità nella gestione del sociale perché esso consente di definire
con precisione il bisogno di razionalità dell'umanità che supera le possibilità
dell'essenza della persona. Questa necessaria unità dell'agire della persona
nell'umanità che ne perpetua la presenza, in campo politico/ideoprassico egli
stesso la definisce come comunitarismo all'interno del suo testo "La
società alternativa". L'indagine sui dinamismi profondi della
società industriale e l'osservazione con metodo realistico oggettivo della
realtà storica globale nella sua consistenza ontologica portano Demaria a
sviluppare una metafisica per molti aspetti nuova ed originale. Aderisce
al tomismo e conferma la validità del realismo di Aquino per tutto ciò che è in
“rerum naturae” quindi per gli enti che esistono già in natura. Coglie la
necessità di innestare sul realismo tomista nuovi strumenti metafisici per
comprendere la realtà degli enti che non esistono in natura perché costruiti o
generati dall'uomo, le trasformazioni dell’essenza della persona operata dalla
liberà delle sue scelte, la natura profonda degli enti interumani (famiglia,
azienda, stato, …), l'interpretazione della realtà storica e il suo
indirizzamento. Il cambio d’epoca Individua un cambiamento d’epoca
con valore ontologico (che cambia l’essere, la forma della società) nella
rivoluzione industriale che con l’apporto della energia meccanica a
integrazione e sostituzione del lavoro umano dinamizza la società oltre una
soglia mai varcata prima nella storia. La società dinamizzata dalla rivoluzione
industriale giunge a una radicale trasformazione da “statico sacrale” a
“dinamico secolare”. Si tratta di una trasformazione qualitativa e non solo
quantitativa dei cambiamenti sociali che coinvolge l’”essere” della società. La
differenza fondamentale sta in questo: la società preindustriale (statico
sacrale) era dominata dalla natura e in questo modo ripeteva sempre sé stessa
nonostante i cambiamenti fenomenici (la vita di un romano non era così diversa
da quella di un medievale), la società industriale invece si è in larga parte
sganciata dal condizionamento della natura ed è obbligata a progettare e
costruire continuamente il proprio futuro…. Ma con quali criteri? È a questo
livello che interviene l’indagine metafisica della realtà storica il cui scopo
è proprio scoprire l’essenza profonda della realtà storica appunto. Il
realismo dinamico ontologico Riconosce nel tomismo e nella metafisica di San
Tommaso la validità nel contesto “statico sacrale” ma limiti nella
interpretazione della nuova realtà storica “dinamico secolare”. Osserva che
l’interpretazione data alla storia da Hegel prima e da Marx dopo, sono entrambe
errate e ne critica il fondamento soggettivista e la natura ateo
materialista. Integra quindi il tomismo tradizionale inaugurando la nuova
metafisica dinamica ontologica organica fondata sulla scoperta dell’ente
dinamico o anche ente di secondo grado. Dalla osservazione di ciò che
nasce di una relazione umana (entre uomo 1 e uomo 2) scopre che oltre agli
“enti di primo grado”, gli enti la cui
essenza già è (tutti quelli che già sono in natura – uomo 1 e uomo 2), esistono
altri “enti di secondo grado”, gli enti la cui essenza non è, ma si fa
attivisticamente nello spazio e nel tempo, e la cui nascita, vita e morte sono
costituite dalla esistenza di una relazione tra le persone (ad esempio il
concetto colletivo di ‘diada’ conversazionale, la famiglia, l’azienda sono enti
inter-umani. Una diada e un “ente dinamico” il cui comportamento è simile a
quello della monada – l’uomo, il soggeto,
un organism – ma la diada non e un ente fisico, ma costituito
dall’insieme di cose e di persone. Una diada e ugualmente animato da un
principio vitale, in cui le due parti (soggeto S1 e soggeto S2) e il tutto (la
diada) sono in reciproco equilibrio che ne genera e ne conserva la vitalità.
Quando viene meno questo reciproco equilibrio tra l’organismo di secondo grado
(la diada) tutto e le sue parti (le membra, gli organi, le cellule – uomo 1 e
uomo 2 – le monade) l’organismo perde la sua vitalità, si ammala e può arrivare
alla morte (e così avviene per la diada, la famiglia, l’azienda, la
comunità). Indaga osservando la realtà con metodo metafisico, realistico,
oggettivo sulle “regole”, sulla “razionalità”, o il razzionale, che sottende la
vita e la vitalità di un “ente dinamico” individuando cinque “trascendentali
dinamici” che sono le caratteristiche necessarie e sufficienti in un “ente
dinamico” per restare vivo e vitalmente operante. Sul fronte della
interpretazione della “storia” osserva che la sua complessità non può essere
indagata con un metodi analitico partendo dalla suddivisione del tutto della
diada nelle sue monade. Serve il metodo della “sintesi” e quindi dalla
sommatoria, aggregazione, integrazione dei singoli “enti dinamici” in realtà e
altri organismi via via più complessi e ampi, giunge al tutto che definisce
come “un ente universale dinamico concreto” senza il quale il singolo ente
dinamico non avrebbe né senso né valore metafisico. Del resto è abbastanza
intuitivo comprendere che nessun ente storico può esistere fuori dal contesto
che l’ha generato. Per esempio una semplice azienda di scarpe non può esistere
nel deserto separata da tutte le vie di comunicazione, dagli operai, dai
clienti, dalle fonti di energia eccetera. Raccoglie e coordina le sue
scoperte nella nuova metafisica realistico-dinamica che aggregata alla
metafisica eealistico-statica di Aquinocostituisce nell’insieme delle due
componenti, la statica e la dinamica, la metafisica realistico-integrale.
Con il nuovo strumento della metafisica realistico-integrale individua la
giusta forma della società che definisce organico dinamica – o “dinontorganica”
-- come vera alternativa alle due forme di società “false”, la capitalista e la
marxista di cui stende una dettagliata critica. Comprende che la nuova
società dinamica secolare avviatasi per l’effetto della rivoluzione industriale,
è costruita in vero dalla ideo-prassi, ossia dalla ideologia come prassi
razionalizzata. Una definizione corrente che sia avvicina al concetto di ideo-prassi
è modello di sviluppo, intendendo con questo la necessità di un cambio di
paradigma strutturale nella costruzione della società. Precisa meglio questa
terminologia chiarendo che il tipo di sviluppo riguarda il cambiamento di essenza
profonda di una società mentre invece il modello riguarda le innumerevoli e
forse infinite varianti all’interno del medesimo tipo che si devono calare nei
concreti ambiti temporali e geografici. Le “ideoprassi”, cioè i tipi di
società, riconosciute da Tommaso Demaria sono tre (3): capitalista, marxista,
“dinontorganica” e queste sono costruite secondo i rispettivi modelli. Perciò
all’interno della società di tipo capitalista avremo molteplici modelli anche
molto diversi tra loro dal punto di vista fenomenico ma identici dal punto di
vista dell’assoluto di riferimento (cioè del tipo), in questo caso il denaro
con la relativa competitività necessaria per conquistarlo. Analogamente avviene
per le altre due ideoprassi: la ideoprassi o società di tipo marxista, con
l’assoluto della dialettica oppresso/oppressore (la vecchia lotta di classe) e
la ideoprassi o società di tipo dinontorganico con il proprio assoluto
costruttivo radicato nella dialettica della sintesi in funzione della
vita. Nella società dinamica secolare, che è laica e profana, la
religione non è più accettata come fondamento. Così anche la persona libera e
sovrana che ha il suo posto nella società statico sacrale non può esistere in
quanto nella società dinamica secolare fin dalla nascita la persona umana viene
continuamente ri-manipolata dalla ideo-prassi corrente (capitalista o
marxista). La persona umana trova la sua giusta collocazione nella società se
riconosce la sua nuova natura di persona cellula, componente libera in un
organismo sociale più grande. Come persona cellula rimane sempre persona umana
libera ma al contempo svincolata dalle logiche servo/padrone, oppresso/oppressore
del marxismo. L’Economia e un tema ampiamente trattato dal Demaria che
individua tre tipi di economia: la capitalista, la marxista/comunista, la economia
dinontorganica. Dopo aver profondamente analizzato e criticato le prime
descrive in dettaglio i fondamenti della economia dinontorganica. Per brevità
riportiamo qui la differenza del concetto di impresa capitalista ed impresa dinontorganica.
L’impresa capitalista è un'attività economica professionalmente organizzata al
fine della produzione o dello scambio di beni o servizi. Si avvale di un
complesso di beni strumentali, il mezzo concreto (l’azienda): immobili, sedi,
attrezzature, impianti, personale, metodi, procedure, risorse. Si tratta di
“cose” e tra queste anche il personale/forza lavoro. Anima suprema dell’impresa
capitalista è il profitto e secondariamente la creatività imprenditoriale a
servizio del profitto. La socialità dell’impresa diviene un fatto ambientale ed
incidentale innegabile ma secondario. Quindi l’impresa (con la relativa
azienda) capitalista sè una “cosa” ridotta a capitale e lavoro. L’impresa
dinontorganica, la vera natura profonda dell’impresa, è organismo dinamico
economico di base dell’attuale società industriale o postindustriale. E’un vero
organismo dinamico, una realtà complessa, non fisica ma prodotta dall'uomo,
costituita dalla sintesi di cose e di persone autonome e cellule dell’organismo
impresa, animata da un proprio principio vitale e perciò capace di vivere ed
agire a titolo proprio. E’quindi impresa umanissima, affrancata dal
materialismo capitalista. Anima dell’impresa è la costruttività nel suo
triplice aspetto economico, sociale e “ideo-prassico”, che eleva la creatività
al di sopra del solo profitto e che soddisfa ad un tempo la le esigenze della società
globale e della impresa, quali il profitto, comunque necessario ma non
sufficiente. In ambito ecclesiologico le scoperte come da sua frequente
dichiarazione, si collocano nel solco del Magistero della Chiesa Romana
Cattolica. Cinque delle sue saggi, che contengono nell’insieme il corpo della
sua opera, portano impresso l’imprimatur che attesta l’assenza di errori in
ambito di fede e morale cattolica. La scoperta dell’“ente di secondo
grado” (ente generati dalle relazioni tra le persone) e della persona “cellula”
(individuo libero che riconosce di essere parte di un organismo più grande)
sono in analogia scaturite dalla riflessione sull’essere della Chiesa
(l’insieme dei cristiani) in comunione con il corpo mistico di Cristo. Il
cristiano con il battesimo cambia il suo essere e diviene uomo nuovo. Quindi la
persona umana (in questo caso il cristiano) è contemporaneamente “ente di primo
grado (“in rerum naturae”) che ente di secondo grado (ente dinamico) come
membro della Chiesa che costituisce il corpo mistico di Cristo. La Chiesa così
concepita è il primo ente dinamico sacro della storia. Mentre il primo ente dinamico
laico e profano dell’epoca dinamico secolare post rivoluzione industriale è
l’azienda industriale. Pur accogliendo nella sua “metafisica realistica
integrale” (la metafisica realistica “statica” più la “dinamica”) il tomismo in
toto, il suo pensiero genera dispute con i tomisti classici del tempo che non
riconoscono alla Chiesa (e nemmeno alla azienda industriale ) la natura di
“ente di secondo grado” ma unicamente la caratteristica di “ente di relazione”
che per Demaria è insufficiente per interpretare la complessità della realtà
storica industriale e la relativa mobilitazione. La Dottrina Sociale
della Chiesa e L’Ideoprassi Dinontorganica Alla Dottrina Sociale Della Chiesa riconosce
ogni validità. Ne segnala tuttavia la incompletezza in quanto costituita da
norme etiche e morali rivolte principalmente alla persona libera e sovrana ed
atte ad incidere sul suo comportamento come singolo per migliorare in senso
cristiano la società. Rileva che la società non è più solo costruita dalle
norme morali di persone libere e sovrane ma anche e soprattutto dalla
“ideoprassi” (ideologia come prassi razionalizzata sintesi di persone e
strutture) corrente, dal suo dinamismo e dalle sue razionalità interne
autocostruttive proprie della società “dinamica secolare”. Pertanto per
incidere sulla società contemporanea che è “dinamica secolare”, laica e
profana, serve una vera e propria nuova e completa “ideoprassi”, certamente
laica e profana ma compatibile con i valori cristiani cardinali. All'interno di
questa nuova “ideoprassi” Demaria vede inseriti tutti gli insegnamenti della
Dottrina Sociale Cristiana. Da soli e senza una propria “ideoprassi” tali
insegnamenti tendono a generare delle “para-ideologie” che hanno effetti locali
e temporanei. Per ottenere effetti di trasformazione duraturi ed è necessario
avviare azioni che contengano la giusta razionalità e caratteristiche (i 5
trascendentali dinamici) capaci di innescare cicli autocostruttivi. Altre
opere: “Catechismo missionario” (Torino, SEI, La Religione, Colle Don Bosco,
Elledici); “Il fiume senza ritorno. Dramma missionario, Colle Don Bosco,
Elledici, La pedagogia come scienza dell'azione, Salesianum, Sintesi sociale
cristiana. Metafisica della realtà sociale (presentazione di Aldo Ellena),
Torino, Pontificio Ateneo Salesiano, Senso cristiano della rivoluzione
industriale, Torino, CESPCentro Studi don Minzoni, ca. Strumento ideologico e
rapporto fede-politica nella civiltà industriale, Torino, CESPCentro Studi don
Minzoni, ca. Presupposti dottrinali per la pastorale e l'apostolato, Velate di
Varese, Edizioni Villa Sorriso di Maria, Cristianesimo e realtà sociale, Velate
di Varese, Edizioni Villa Sorriso di Maria, Realismo dinamico, Torino, Istituto
Internazionale Superiore di Pedagogia e Scienze Religiose, Il Decreto
sull'apostolato dei laici: genesi storico-dottrinale, testo latino e traduzione
italiana, esposizione e commento, Torino, Leumann Elle Di Ci, Catechismo del
cristiano apostolo: la Salvezza cristiana, Torino, Istituto Internazionale
Superiore di Pedagogia e Scienze Religiose, Punti orientativi
ideologico-sociali (a cura del Movimento Ideologico Cristiano Lavoratori),
Bologna, Luigi Parma, Pensare e agire organico-dinamico, Milano, Centro Studi
Sociali); “Ontologia realistico-dinamica” (Bologna, Costruire); “Metafisica
della realtà storica. La realtà storica come ente dinamico” Bologna, Costruire,
La realtà storica come superorganismo dinamico: dinontorganismo e dinontorganicismo,
Bologna, Costruire, L'edizione Realismo dinamico, Bologna, Costruire, L'ideologia cristiana, Bologna, Costruire, Sintesi
sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale, Bologna, Costruire); “La
questione democristiana, Bologna, Costruire, Il Marxismo, Verona, Nuova
Presenza cristiana, Ideologia come prassi razionalizzata, Arbizzano, Il Segno, Per
una nuova cultura, Verona, Nuova Presenza cristiana, La società alternativa,
Verona, Nuova Presenza cristiana, Verso il duemila: per una mobilitazione
giovanile religiosa e ideologica, Verona, Nuova Presenza cristiana, Un tema
complesso sullo sfondo dell'ideologia come strumento ideologico, Verona, Nuova
Presenza cristiana, Confronto sinottico delle tre ideologie. Quarta serie, Roma,
Centro Nazareth, Scritti teologici inediti. Roma, Editrice LAS. Letteratura su
Tommaso Demaria Ugo Sciascia, Per una società nuova:inizio di una ricerca
partecipata., Bologna, L. Parma, Ugo Sciascia, Crescere insieme oltre
capitalismi e socialismi: rifondazione culturale dall'Italia, per l'Europa, al
mondo. Napoli, Edizioni Dehoniane, Mario Occhiena, Riscoperta della realtà: un
itinerario filosofico esistenziale,Torino, Gribaudi, Pizzetti Luigi, Culture a
confronto. Sussidio per l’educazione religiosa e civica nelle scuole medie
superiori, La voce del popolo edizioni, Brescia, Fontana, Stefano, Apertura a
“tutto” l’essere, in Nuove Prospettive, Palmisano, Nicola, Quanto resta della
notte?: analisi e sintesi del medioevo novecentesco all'alba del Duemila, Roma,
LAS, Giuseppe Tacconi, La persona e oltre: soggettività personale e
soggettività ecclesiale nel contesto del pensiero di Tommaso Demaria, Roma,
Libreria Ateneo Salesiano, Gruppo studio scienza cristiano-dinontorganica di
Vicenza, Realismo dinamico: il problema metafisico della realtà storica come
superorganismo dinamico cristiano / riduzione dell'opera di Tommaso Demaria,
Altavilla (Vicenza), Publigrafica, Gruppo studio scienza
cristiano-dinontorganica di Vicenza,L'ideo-prassi dinontorganica: la
costruzione dinamica realistico-oggettiva della nuova realtà storica: revisione
del saggio L'ideologia Cristiana, Altavilla (Vicenza), Publigrafica, Mauro
Mantovani, Sulle vie del tempo. Un confronto filosofico sulla storia e sulla
libertà, Roma, Libreria Ateneo Salesiano, Lorenzo Cretti, La quarta navigazione:
realtà storica e metafisica organico-dinamica, Associazione Nuova Costruttività
-Tipografia Novastampa, Verona, Donato Bagnardi, Costruttori di una Umanità
Nuova. Globalizzazione e metafisica, Bari, Edizioni Levante, Oliviero Riggi,
L'ideoprassi cristiana per una società alternativa; implicanze filosofiche,
Roma, Università Pontificia Salesiana, Giulio Pirovano, Roberto Roggero, Uniti
nella diversità, UK, Lulu Enterprise, Mauro Mantovani, Alberto Pessa e Oliviero
Riggi, Oltre la crisi; prospettive per un nuovo modello di sviluppo. Il
contributo del pensiero realistico dinamico (atti dell'omonimo convegno tenuto
a Roma), Roma, Libreria Ateneo Salesiano, Stefano Fontana, Filosofia per tutti:
una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzingher, Verona, Fede &
Cultura. Nuova Costruttività, La Vita, su dinontorganico. Scritti teologici inediti, Roma, Editrice
LAS, Mario Gadili, San Giovanni Calabria: biografia ufficiale, Cinisello Balsamo,
San Paolo, Per la ri-educazione all'amore cristiano nel campo
economico-sociale: per una valida teoria della pratica e una adeguata pratica
della teoria; Genova: Crovetto, Atti del convegno: Per la ri-educaziaone
all'amore cristiano tra le aziende, tenustosi a Rapallo e atti del convegno:
Programmazione economico-sociale e amore cristiano, tenutosi a Rapallo, Massaro,
I problemi dell'economia ligure: un'unica iniziativa ma buona. A Rivalta
Scrivia la succursale del pletorico porto di Genova., in LA STAMPA, C.G.N., Il
ministro Andreotti inaugura il nuovo complesso della Rivalta, in Sette Giorni a
Tortona, LIBERE A. C.L.I., Sette domande sulle A.C.L.I. e la svolta di
Vallombrosa e sette risposte delle Libere A.C.L.I., Milano, Centro Studi, Acli
"federacliste", Per un impegno ideologico Cristiano, Torino,
ALC-FEDERACL, Tacconi, La persona e oltre: soggettività personale e
soggettività ecclesiale, LAS, Realismo dinamico, Bologna, Costruire, Il
Marxismo, Verona, Nuova Presenza cristiana, Confronto sinottico delle tre
ideologie. Roma, Centro Nazareth, La società alternativa, Verona, Nuova
Presenza Cristiana, Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà sociale
(presentazione di Ellena), Torino, Pontificio Ateneo Salesiano, Presupposti
dottrinali per la pastorale e l'apostolato., Velate di Varese, Edizioni Villa
Sorriso di Maria, Cristianesimo e realtà sociale., Velate di Varese, Edizioni
Villa Sorriso di Maria, Paolo Arnaboldi, Demaria e Morini, I consigli
pastorali, diocesani e parrocchiali alla luce di una pastorale
organico-dinamica, Velate di Varese, FAC-Villa Sorriso di Maria, Luigi Bogliolo
e Stefano Fontana, Prospettive del Realismo Integrale. Pensare il trascentente.
La questione metafisica dell'ente dinamico. Dialogo con Bogliolo. Apertura a
tutto l’essere in Nuove Prospettive, Realismo
dinamico Giacomino Costa Realismo Tomismo Neotomismo Comunitarismo, Vita, opere
e ragionata a cura dell'Associazione
Nuova Costruttività., su dinont-organico. Opere di Tommaso Demaria
L’opera fondamentale di T. Demaria è la Trilogia del Realismo Dinamico ,
si tratta di tre volumi in cui l’autore spiega in modo completo e preciso la
metafisica realistico dinamica. Se vuoi farti un’idea di quello che ha
scritto T. Demaria, di seguito trovi tutta la sua bibliografia, per
scaricare invece alcuni dei suoi testi devi andare sul nostro blog
Trilogia del Realismo Dinamico: Volume 1: Ontologia
realistico-dinamica = Collana Spid – Realismo dinamico vol.I, Ed. “Costruire”,
Bologna 1975, 278 pp. (di questo testo è stata redatta anche la traduzione in
lingua spagnola, vedi sezione 2.1 di questa bibliografia.) Volume 2: Metafisica
della realtà storica. La realtà storica come ente dinamico = Collana Spid –
Realismo dinamico vol.II, Ed. “Costruire”, Bologna 1975, 262 pp. Volume 3: La
realtà storica come Superorganismo Dinamico. Dinontorganismo e
Dinontorganicismo = Collana Spid – Realismo dinamico vol.III, Ed. “Costruire”,
Bologna 1975, 374 pp. Altri due volumi integrano la Collana Spid.
L’ideologia cristiana, Collana Spid – Ed. “Costruire”, Bologna 1975, 413 pp.
Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale, Collana Spid – Ed.
“Costruire”, Bologna 1975, 447 pp. Gli altri scritti di T. Demaria non aggiungono
nulla di fondamentale rispetto ai volumi principali ma sono importanti perchè
ne esplicitano alcuni aspetti. La sequenza dei testi è in ordine
temporale. Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà sociale,
«Quaderni di Cultura e Formazione Sociale», a cura dell’Istituto di Scienze
Sociali del Pontificio Ateneo Salesiano, Torino 1958, 323 pp. Cristianesimo e
realtà sociale, Edizioni FAC – Villa Sorriso di Maria, Velate di Varese 1959,
170 pp. I Consigli Pastorali Diocesani e Parrocchiali alla luce di una
Pastorale organico-dinamica Arnaboldi, Paolo Maria – Demaria, Tommaso – Morini,
Bruno, edizioni FAC – Villa Sorriso di Maria, Velate di Varese 1970. “L’impegno
morale del cristiano” documento pastorale dell’episcopato italiano. Premessa
illustrativa dedicata agli operatori cristiani in campo sociale = Centro Fanin
– Collana La fonte, Vicenza 1973, 32 pp. Pensare e agire “organico-dinamico”,
Varese s.d, 79 pp. Punti orientativi ideologico-sociali = a cura del MICL, Ed.
Luigi Parma, Bologna 1974, 206 pp. La “questione democristiana”, Ed.
“Costruire”, Bologna 1975, 61 pp. Ideologia come prassi razionalizzata, Il
Segno Ed. = NPC, Verona 1980, 118 pp. Per una nuova cultura, NPC Ed.,Verona
1982, 140 pp. (di questo testo è stata redatta anche la traduzione in lingua
inglese, vedi sezione 2.1 di questa bibliografia.) La società alternativa, NPC
Ed., Verona 1982, 245 pp. Verso il Duemila. Per una mobilitazione giovanile
religiosa e ideologica, NPC Ed., Verona 1982, 106 pp. Un tema complesso sullo
sfondo dell’ideologia come strumento ideologico, NPC Ed., Verona 1984, 75 pp.
Strumento ideologico e rapporto fede-politica nella civiltà industriale =
Minidossier culturali per una nuova presenza cristiana I, Vicenza s.d., 24 pp.
Rivoluzione Industriale e Cristianesimo = Minidossier culturali per una nuova
presenza cristiana II, Vicenza s.d., 24 pp. Riflessioni spirituali. Tipografia
Unione, Vicenza 2008. (pubblicazione postume che raccoglie alcune riflessioni
spirituali di don Tommaso Demaria, ricavate da lettere inviate a suor G.A. di
cui era direttore spirituale.) Scritti Teologici Inediti a cura di M. Mantovani
e R. Roggero. Las – Roma 2017 Atti Convegni di Rapallo 1964, Per la
rieducazione all’amore cristiano tra le aziende. Ed. FAC Villa Sorriso, Velate
di Varese 1964. Atti Convegni di Rapallo 1966/67, Visioni chiave di questo
nostro mondo dinamico. Ed. FAC Villa Sorriso, Velate di Varese 1967. Atti
Convegni di Rapallo 1968/69, Il mondo di oggi come questione sociale. Ed.
FAC Villa Sorriso, Velate di Varese 1970. Atti Convegni di Rapallo 1970/71,
Democrazia nuova per una nuova società.Ed. FAC Villa Sorriso, Velate di Varese
1972. Riportiamo anche i titoli di una serie di articoli sulla rivista
quadrimestrale veronese «Nuove Prospettive» (in ordine cronologico: 1988-1991)
La metafisica aristotelico-tomista come sistema metafisico realistico
oggettivo; sua crisi e suo rifiuto, in NP I (1988) 1, 2-10. Metafisica e
metodo, in NP I (1988) 2, 18-27. Metafisica realistica integrale, in NP I
(1988) 3, 41-51. Valore della dottrina sociale cristiana nell’attuale contesto
storico dinamico secolare, in NP II (1989) 1, 2-3. Integrazione della dottrina
sociale cristiana con l’ideoprassi organico-dinamica. Dottrina sociale
cristiana e progetto organico-dinamico di società, in NP II (1989) 1, 4-9.
Sapienzialità, in NP II (1989) 3, 67-78. La “nuova creatura”: un problema
teologico-ecclesiologico risolto solo a metà, in NP II (1989) 3, 90-92. I
trascendentali, in NP III (1990) 2, 36-42. Metafisica dell’azienda industriale,
in NP III (1990) 3, 69-77. Dinontorganicità, in NP IV (1991) 1-2-3, 3-12. La
famiglia oggi in una visione organico-dinamica, in NP IV (1991) 1-2-3, 13-17.
Articoli su altre riviste o su miscellanee (in ordine cronologico) La
pedagogia come scienza dell’azione. Appunti per una epistemologia pedagogica,
in Salesianum XI (1949) 2, pp. 206-230. Sociologia positiva o
positivo-razionale? A proposito di una introduzione alla sociologia, in
Salesianum XVII (1955) 3-4, pp. 522-529. Per una Ecclesiologia organica, in
AA.VV., De Ecclesia, PAS, Torino 1962, pp. 335-378. Concezione religiosa
dell’educazione, in Rivista di Pedagogia e Scienze Religiose, I (1963) 1, pp.
17-37. Dio e la Religione, in AA.VV. De Deo, PAS, Torino 1965, pp.
355-419. Il posto e il compito dei laici nella Chiesa, in AA.VV. Per la
rieducazione all’amore cristiano nel campo economico-sociale. Per una valida
teoria della pratica e una adeguata pratica della teoria = Raccolta degli Atti
dei Convegni di Rapallo per Industriali e Dirigenti del 27 Febbraio – 1 Marzo
1964 e del 18-21 Febbraio 1965, Velate di Varese 1965, Prima parte 29-40. Dalla
Sociologia cristiana normativa alla Sociologia cristiana costruttiva, ibid.,
Parte seconda 23-38. Aspetti sociologici, religiosi e morali della
programmazione economico-sociale, ibid., 39-57. La formazione all’apostolato,
in AA.VV., Il Decreto sull’Apostolato dei Laici (Apostolicam actuositatem).
Genesi storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e
commento = Collana Magistero Conciliare LDC 4, Torino 1966, pp. 331-390. Le
leve segrete che dominano il mondo. I – Leve dinamiche per un mondo dinamico,
in AA.VV., Visioni chiave di questo nostro mondo dinamico. Per una valida
teoria della pratica e una adeguata pratica della teoria = Raccolta degli Atti
dei Convegni di Rapallo per Imprenditori e Dirigenti del 3-6 Marzo 1966 e del
2-5 Marzo 1967, Velate di Varese 1967, Parte prima 27-44. Le leve – non più
segrete – che dominano il mondo. II – Leve cristiane per un mondo cristiano,
ibid., 65-81. Vengono trattati, nelle relazioni 10 e 11, i trascendentali
dinamici (vedi punto B, 8) della religiosità, socialità, moralità, educatività
e missionarietà. Società e persona umana in un mondo dinamico. I - Mondo
dinamico e società, ibid., Parte seconda 33-50. Società e persona umana in un
mondo dinamico. II – Mondo dinamico e persona umana, ibid. 69-87. Fede e vita
spirituale, in Giornate di studio per predicatori di Esercizi Spirituali.
Approfondimenti teologico-pastorali, Roma – S.Cuore, 1-4 maggio 1968, fascicolo
8. Società in trasformazione e trasformazione dell’uomo I. Società nuova in un
mondo nuovo, in AAVV, Il mondo di oggi come questione sociale. Per una valida
teoria della pratica e una adeguata pratica della teoria = Raccolta degli Atti
dei Convegni di Rapallo per Imprenditori e Dirigenti del 7-10 Marzo 1968 e del
6-9 Marzo 1969, Velate di Varese 1970, Parte prima, 27-41. Società in
trasformazione e trasformazione dell’uomo II. Uomo nuovo in una società nuova,
ibid., 57-73. Mondo dinamico e questione sociale I. La questione sociale e le
sue vicende, ibid., Parte seconda, 33-50. Mondo dinamico e questione sociale
II. La questione sociale e la sua soluzione, ibid., 71-90. Democrazia e mondo
dinamico, in Democrazia nuova per una nuova società = Raccolta degli Atti dei
Convegni di Rapallo per Imprenditori e Dirigenti,Velate di Varese, Impresa e società, ibid., Parte seconda,
53-86. Studio sul piano teologico essenziale, in Arnaboldi Paolo Maria –
Demaria Tommaso – Morini Bruno, I Consigli Pastorali Diocesani e Parrocchiali
alla luce di una Pastorale organico-dinamica, Edizioni FAC – Villa Sorriso di
Maria, Velate di Varese 1970, 9-75. Testi ciclostilati a)
Relazioni ai Corsi Mid di sviluppo Per una autentica società
giusta: una concreta nuova presenza cristiana = Atti del corso di studio Mid di
Roma – Centro Nazareth, 26-30 dicembre 1977, Roma 1977 (testi dattiloscritti). La
famiglia oggi in una visione organico-dinamica. La scuola oggi in una visione
organico-dinamica della società. L’impresa organico-dinamica. Sindacato
organico-dinamico. Stato e società. Ideologia organico-dinamica ed Unione
Europea Le tre ideologie. Confronto sinottico = Atti del corso di studio
Mid di Roma – Centro Nazareth, 26-30 dicembre 1980, Roma 1980 (testi
dattiloscritti). L’Assoluto ideologico primario. L’Assoluto ideologico derivato.
La religione. Uomo e società. L’economia. La politica. Etica a matrice
ideologica Le tre ideologie. Confronto sinottico. Seconda serie = Atti
del corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, 26-30 dicembre 1981 Roma
1981 (testi dattiloscritti). Stato e società. La democrazia. La libertà. La
socialità. La cultura. I valori. Scienza e tecnica Confronto sinottico
delle tre ideologie. Terza serie = Atti del Corso di studio Mid di Roma –
Centro Nazareth, 26-30 dicembre 1984, Roma 1984 (Quaderno poligrafato). Richiamo
orientativo. La sapienza umano storica ideoprassica. La scelta energetica. Lo
sviluppo. Il futuro del pianeta Confronto sinottico delle tre ideologie.
Quarta serie = Atti del Corso di studio Mid di Roma – Centro Nazareth, 26-30
dicembre 1985, Roma 1985 (Quaderno poligrafato), Guerra e pace. Cultura come
civiltà. La civiltà dell’amore Confronto sinottico delle tre ideologie. I
trascendentali dinamici = Atti del Corso di studio Mid di Roma – Centro
Nazareth, 26-30 dicembre 1986, Roma 1986 (Quaderno poligrafato) 42 pp. AA.VV.,
EDUCazione e formazione oggi = Atti del Corso di studio Mid di Roma – Centro
Nazareth, 2-6 gennaio 1990, Roma 1990, 123 pp. b) Relazioni a Corsi di
esercizi o di studio promossi dal FAC La parrocchia (Corso Fac, 1970).
“Su questa pietra…” – Il nostro sacerdozio: donde veniamo? Chi siamo? Dove
andiamo? (Corso Fac – esercizi spirituali per sacerdoti, 1971). Chiesa e mondo
(Corso Fac, 1971). Fede – Speranza – Carità (Corso Fac, 1971) Rimessa a punto
teorico-pratica dei Consigli pastorali(Corso Fac 1972). La Chiesa locale (Corso
Fac 1972). I Consigli pastorali in se stessi e nella loro articolazione e
rapporti (Corso Fac 1972). La fede cristiana (Corso Fac 1973). Il problema
ecclesiologico e le anime (Corso Fac 1975). La Chiesa e la persona-cellula
(Corso Fac 1975). Costruire la Chiesa (Corso Fac 1975). La parrocchia nella
Chiesa universale (Corso Fac 1975). La Chiesa come anima del mondo (Corso Fac
1975). Parrocchia in trasformazione I. Dalla parrocchia statico-sacrale alla
parrocchia dinontorganica religiosa(Corso Fac 1978). Parrocchia in
trasformazione II. La parrocchia dinontorganica religiosa (Corso Fac 1978).
Conoscere la Chiesa = Corso Fac di Esercizi-Studio di tipo C, Roma – Centro
Nazareth, 27 agosto – 4 Settembre 1979. Come programmare la costruzione di una
parrocchia “Famiglia di Dio” oggi, in una visione ecclesiale profonda = Corso
Fac di Esercizi-Studio di tipo C, Roma – Centro Nazareth, 22-30 agosto 1980.
c) Altri testi ciclostilati Realismo dinamico, Istituto
Superiore di Scienze Religiose, Torino 1963 (Dispense), 75 pp. La Chiesa
cattolica in stato di missione (ciclostilato), 20 pp. Le tesi delle Libere ACLI
= a cura delle L.A.C.L.I. Italia Settentrionale, Milano 1971 (ciclostilato) Per
una nuova cultura religiosa e sociale = a cura di Nuova Presenza Cristiana –
Centro culturale “G. Toniolo”, Verona 1978, 64 pp. Il Marxismo = Quaderni di
Nuova Presenza Cristiana – Centro culturale “G. Toniolo”, Verona. Tommaso
Demaria. Demaria. Keywords: organismo, organismi, super-organismo, Tuomela,
we-thinking, cooperation and authority -- Luigi Cipriani, communicazione e
cultura, dynontorganico – o dinontorganico -- dinamico ontico organico -- l’implicanza
di Speranza, implicanza, implicatura, implicazione. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Demaria” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Demetrio: il Lizio a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Demetrius, a Lizio, was a friend of Catone Minore and was with him in
his final days.
Grice e Demetrio: il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Friend of Seneca, Thrasea Peto and Apollonio. Banished from Rome at
least once. He defends the Porch philosopher Publio Egnazio Celer against
another one, Musonio Rufo.
Grice e Demetrio: l’accademia a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Member of the Accademia, cited by Antonino.
Grice e Demetrio: l’orto a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Demetrio Lacone. A notable Gardener. Wrote a number of books on
various aspects of the school’s teachings. Fragments of his writings found at
Herculaneum reveal a concern that some teachers were oversimplifying the
philosophy in order to make it easier for their pupils to understand.
Grice e Demetrio: l’implicatura conversazionale del culto
di marte, la mascolinità, ed il sentimento taciuto – filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano. Grice: “Demetrio and the semiotic tacit’ – “Grice: “Demetrio
philosophises, in a Grecian, way, on the ‘tacit’ – literally, the unuttered
--.” Grice: “While ‘tacit’ may implicate that the vehicle is phonic, it need
not be – any non-expression is a tacit act --.” “And like me, Demetrio holds
that there is a whole communication involving the un-expressed, or tacit – or
‘suprressed’ as the scholastics preferred. Grice: “I like Demetrio. You see,
Demetrio is sa good one. – and he enriches the Griceian vocabulary. I use
‘imply’ for implicatum and implicitum; but Demetrio, due to the richness of the
Italian language, can play with the ‘tac’ root. I often refer to the implicit
as the tacit – and the tacit is nothing but the ‘silent’ –Demetrio has this
brilliant essay on the ‘sentiments’ wich are ‘taciuti’. A ‘sentimento’ is
taciuto’ when it is tacit, implicit, not explicit – his favourite scenario is a
loving couple – the silence of love – he has also played with the ‘senses’ of
‘silent,’ but it is the ‘tacit’ root that he explores most and relates to my
explicit/implicit, tacit/non-tacit distinction!” – Le sue ricerche promuovono
la scrittura di se stessi, sia per lo sviluppo del pensiero interiore e auto-analitico,
sia come pratica filosofica. Insegna a Milano, è ora direttore scientifico del
Centro Nazionale Ricerche e studi autobiografici della Libera università
dell'Autobiografia di Anghiari e dei “Silenziosi”. Altre opere: “Educatori di
professione. Pedagogia e didattiche del cambiamento nei servizi
extra-scolastici” (Scandicci, La Nuova Italia, Tornare a crescere); “L'età
adulta tra persistenze e cambiamenti” (Milano, Guerini, La ricerca qualitativa
in educazione” (Scandicci, La Nuova Italia); Apprendere nelle organizzazioni.
Proposte per la crescita cognitiva in età adulta, Roma, NIS); “Immigrazione e
pedagogia interculturale. Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione,
Firenze, La Nuova Italia); “L'educazione nella vita adulta. Per una teoria
fenomenologica dei vissuti e delle origini, Roma, NIS, Raccontarsi); “L'autobiografia
come cura di sé, Milano, Cortina, Educazione degli adulti: gli eventi e i
simboli, Milano, C.U.E.M., Viaggio e racconti di viaggio. Nell'esperienza di
giovani e adulti, Milano, C.U.E.M.); “Bambini stranieri a scuola. Accoglienza e
didattica interculturale nella scuola dell'infanzia e nella scuola elementare,
Scandicci, La Nuova Italia, Agenda interculturale. Quotidianità e immigrazione
a scuola. Idee per chi inizia, Roma, Meltemi, Il gioco della vita. Kit autobiografico.
Trenta proposte per il piacere di raccontarsi, Milano, Guerini); Pedagogia
della memoria. Per se stessi, con gli altri, Roma, Meltemi); “Elogio
dell'immaturità. Poetica dell'età irraggiungibile, Milano, Cortina, Una nuova identità
docente. Come eravamo, come siamo, Milano, Mursia); “L'educazione interiore.
Introduzione alla pedagogia introspettiva, Scandicci, La Nuova Italia, Di che
giardino sei? Conoscersi attraverso un simbolo” (Roma, Meltemi); “Preparare e
scrivere la tesi in Scienze dell'Educazione, Milano, Sansoni); “Istituzioni di
educazione degli adulti. Il metodo autobiografico” (Milano, Guerini); “Istituzioni
di educazione degli adulti” (Milano, Guerini); Album di famiglia. Scrivere i
ricordi di casa, Roma, Meltemi, Scritture erranti. L'autobiografia come viaggio
del se nel mondo, Roma, EDUP, Ricordare a scuola. Fare memoria e didattica
autobiografica, Roma, Laterza, Manuale di educazione degli adulti, Roma,
Laterza, Filosofia dell'educazione ed età adulta. Simbologie, miti e immagini
di sé, Torino, POMBA Liberia, L'età adulta. Teorie dell'identità e pedagogie
dello sviluppo, Roma, Carocci, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e
scrittura di sé, Milano, Cortina); “Istituzioni di educazione degli
adulti. Saperi, competenze e
apprendimento permanente, Milano, Guerini, Didattica interculturale. Nuovi
sguardi, competenze, percorsi, Milano, Angeli, In età adulta. Le mutevoli
fisionomie, Milano, Guerini, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione
mediterranea, Milano, Cortina, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della
timidezza” (Milano, Cortina, La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e
fragilità esistenziali, Milano, Cortina, L'educazione non è finita. Idee per
difenderla, Milano, Cortina); “Ascetismo metropolitano. L'inquieta religiosità
dei non credenti, Milano, Ponte alle Grazie); “L'interiorità maschile. Le
solitudini degli uomini” (Milano, Cortina, La religiosità degli increduli. Per
incontrare i «gentili», Padova, Messaggero, Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di
una passione, Milano, Cortina, Senza figli. Una condizione umana, Milano,
Cortina,,Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura, Milano, Mimesis);
“Beati i misericordiosi. Perché troveranno misericordia, Torino, Lindau); “I
sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora, Milano, Mimesis, La
religiosità della terra. Una fede civile per la cura del mondo, Milano,
Cortina, Silenzio, Padova, Messaggero, Green autobiography. La natura è un
racconto interiore, Anghiari, Booksalad, Ingratitudine. La memoria breve della
riconoscenza, Milano, Cortina, Scrivi, frate Francesco. Una guida per narrare
di sè, Padova, Messaggero, La vita si cerca dentro di sé. Lessico
autobiografico, Milano, Mimesis, Terra, Milano, Dialogos, Foliage. Vagabondare
in autunno, Milano, Cortina. Wikipedia Ricerca Marte (divinità) dio
romano della guerra e dei duelli Lingua Segui Modifica Marte (in latino:
Mars[1]) è, nella religione romana e italica[2], il dio della guerra e dei
duelli e, secondo la mitologia più arcaica, anche del tuono, della pioggia e
della fertilità[3]. Simile alla divinità greca Ares, col tempo ne ha assorbito
tutti gli attributi, fino a venire completamente identificato con esso.
Statua colossale di Marte: "Pirro" nei Musei capitolini a Roma.
Fine del I secolo d.C. CultoModifica Venere e Marte, affresco romano da
Pompei, 1 secolo d. C. È una divinità sia etrusca[4] che italica (Mamers nei
dialetti sabellici[5]); nella religione romana (dove era considerato padre del
primo re Romolo) era il dio guerriero per eccellenza, in parte associato a
fenomeni atmosferici come la tempesta e il fulmine. Assieme a Quirino e Giove,
faceva parte della cosiddetta "Triade arcaica", che in seguito, su
influsso della cultura etrusca, sarà invece costituita da Giove, Giunone e
Minerva. Più tardi, identificandolo con il greco Ares, venne detto figlio di
Giunone e Giove e inserito in un contesto mitologico ellenizzato. Alcuni
studiosi del passato (Wilhelm Roscher, Hermann Usner, e soprattutto Alfred von
Domaszewski) hanno parlato di Marte anche nei termini di divinità
"agraria", legata all'agricoltura, soprattutto sulla scorta del testo
di una preghiera rimastaci nel De agri cultura di Catone, che lo invoca per
proteggere i campi da ogni tipo di sciagura e malattia. Secondo Georges Dumézil
tuttavia il collegamento fra Marte e l'ambito campestre non farebbe di lui una
divinità legata alla terra, in quanto il suo ruolo sarebbe esclusivamente di
difensore armato dei campi da mali umani e soprannaturali, senza
diversificazione dalla sua natura intrinsecamente guerresca. Il dio,
inoltre, rappresentava la virtù e la forza della natura e della gioventù, che
nei tempi antichi era dedita alla pratica militare. In questo senso era posto
in relazione con l'antica pratica italica del uer sacrum, la Primavera Sacra:
in una situazione difficile, i cittadini prendevano la decisione sacra di
allontanare dal territorio la nuova generazione, non appena fosse divenuta
adulta. Giunto il momento, Marte prendeva sotto la sua tutela i giovani
espulsi, che formavano solo una banda, e li proteggeva finché non avessero
fondato una nuova comunità sedentaria espellendo o sottomettendo altri
occupanti; accadeva talvolta che gli animali consacrati a Marte guidassero i
sacrani e divenissero loro eponimi: un lupo (hirpus) aveva guidato gli Irpini,
un picchio (picus) i Piceni, mentre i Mamertini derivavano il loro nome
direttamente da quello del dio. Sempre a Marte era dedicata la legio sacrata,
cioè la legione Sannita, detta anche linteata, poiché era bianca.[senza
fonte] Marte, nella società romana, assunse un ruolo molto più importante
della sua controparte greca (Ares), probabilmente perché considerato il padre
del popolo romano e di tutti gli Italici in generale: Marte, accoppiatosi con
la vestale Rea Silvia generò Romolo e Remo, che fondarono Roma.[6] Di
conseguenza Marte era considerato il padre del popolo romano e i romani si
chiamavano tra loro Figli di Marte. I suoi più importanti discendenti, oltre a
Romolo e Remo, furono Pico e Fauno. Marte comparve spesso sulla
monetazione romana, sia repubblicana che imperiale, con vari titoli: Marti
conservatori (protettore), Marti patri (padre), Mars ultor (vendicatore), Marti
pacifero (portatore di pace), Marti propugnatori (difensore), Mars victor
(vincitore). Il mese di marzo, il giorno di martedì, i nomi Marco,
Marcello, Martino, il pianeta Marte, il popolo dei Marsie il loro territorio
Martia Antica (la contemporanea Marsica) devono a lui il loro nome.
Leggenda sulla nascita di MarteModifica Secondo il mito, Giunone era invidiosa
del fatto che Giove avesse concepito da solo Minerva senza la sua
partecipazione. Chiese quindi aiuto a Flora che le indicò un fiore che cresceva
nelle campagne in Etoliache permetteva di concepire al solo contatto. Così
diventò madre di Marte, che fece allevare da Priapo, il quale gli insegnò
l'arte della guerra. La leggenda è di tradizione tarda come dimostra la
discendenza di Minerva da Giove, che ricalca il mito greco. Flora, al
contrario, testimonia una tradizione più antica: l'equivalente norreno Thor
nasce dalla terra, Jǫrð e così le molte divinità elleniche.
NomiModifica Statua di Marte nudo in un affrescodi Pompei. Marte era
venerato con numerosi nomi dagli stessi latini, dagli Etruschi e da altri
popoli italici: Maris, nome Etrusco da cui deriva il nome del Dio
Romano;[4] Mars, nome Romano; Marmar; Marmor; Mamers, nome con cui era venerato
dai popoli italicidi stirpe osca[7]; Marpiter; Marspiter; Mavors.
EpitetiModifica Diuum deus: 'dio degli dei', nome con cui viene designato nel
Carmen Saliare. Gradivus: 'colui che va', con valore spesso di 'colui che va in
battaglia', ma può essere collegato anche al ver sacrum, quindi 'colui che
guida, che va'. Leucesios: epiteto del Carmen Saliare che significa 'lucente',
'dio della luce', questo epiteto può essere anche legato alla sua
caratteristica di dio del tuono e del lampo. Silvanus: in Catone, nel libro De
agri cultura, 83 Marte viene soprannominato Silvanus in riferimento ai suoi
aspetti legati alla natura e collegandolo con Fauno. Ultor: epiteto tardo, dato
da Augusto in onore della vendetta per i cesaricidi (da ultor, -oris:
vendicatore). RappresentazioniModifica Gli antichi monumenti rappresentano il
dio Marte in maniera piuttosto uniforme; quasi sempre Marte è raffigurato con
indosso l'elmo, la lancia o la spada e lo scudo, raramente con uno scettro
talvolta è ritratto nudo, altre volte con l'armatura e spesso ha un mantello
sulle spalle. A volte è rappresentato con la barba ma, nella maggior parte dei
casi, è sbarbato. È raffigurato a piedi o su un carro trainato da due cavalli
imbizzarriti, ma ha sempre un aspetto combattivo. Gli antichi Sabini lo
adoravano sotto l'effigie di una lancia chiamata "Quiris" da cui si
racconta derivi il nome del dio Quirino, spesso identificato con Romolo.
Bisogna dire che il nome Quirinus, come il nome Quirites, deriva da *co-uiria,
cioè assemblea del popolo e indicava il popolo in quanto corpus di cittadini,
da distinguere con Populus (dal verbo populari = devastare), che indica il
popolo in armi. Il ruolo di Marte a RomaModifica Venere e Marte,
affresco romano da Pompei, 1 secolo d. C. A Roma Marte era onorato in modo
particolare. A partire dal regno di Numa Pompilio, venne istituito un consiglio
di sacerdoti, scelti tra i patrizi, chiamati Salii, chiamati a vigilare su
dodici scudi sacri, gli Ancilia, di cui si dice che uno sia caduto dal cielo.
Questi sacerdoti erano riconoscibili dal resto del popolo per la loro tunica
purpurea. I sacerdoti Salii, in realtà erano un'istituzione ben più antica di
Numa Pompilio, risalivano addirittura al re-dio Fauno, che li creò in onore di
Marte, costituendo così i primi culti iniziatici latini. Nella capitale
dell'impero, vi era anche una fontana consacrata al dio Marte e venerata dai
cittadini. L'imperatore Nerone, una volta, si bagnò in quella fontana, gesto
che fu interpretato dal popolo come un sacrilegio e che gli alienò la simpatia
popolare. A partire da quel giorno, l'imperatore iniziò ad avere problemi di
salute, secondo la gente dovuta alla vendetta del dio. FestivitàModifica
Era venerato fastosamente in marzo, il primo mese dell'anno nel calendario
romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l'inverno e che
portava il suo nome, con le feriae Martis, Equirria, agonium martiale,
Quinquatrus e tubilustrum. Altre cerimonie importanti avvenivano in febbraio e
in ottobre. Gli Equirria si tenevano il 27 febbraio e il 14 marzo. Erano
giorni sacri con significato religioso e militare; i romani vi mettevano molta
enfasi per sostenere l'esercito e rafforzare la morale pubblica. I sacerdoti
tenevano riti di purificazione dell'esercito. Si tenevano corse di cavalli nel
Campo Marzio. Le feriae Martis si tenevano dal 1º marzo al 24 marzo.
Durante le feriae Martis i dodici Salii Palatinipercorrevano la città in
processione, portando ciascuno un Ancile, uno dei dodici scudi sacri, e
fermandosi ogni notte ad una stazione diversa (mansio). Nel percorso i Salii
eseguivano una danza con un ritmo di tre tempi (tripudium) e cantavano l'antico
e misterioso Carmen Saliare. Il 19 marzo si teneva il Quinquatrus, durante il
quale gli scudi venivano ripuliti. Il 23 marzo si teneva il Tubilustrium,
dedicato alla purificazione delle trombe usate dai Saliie alla preparazione
delle armi dopo la pausa invernale. Il 24 marzo gli ancilia venivano riposti
nel sacrario della Regia. L'October Equus si teneva alle idi di ottobre
(15 ottobre). Si svolgeva una corsa di bighe e veniva sacrificato a Marte il
cavallo di destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine
marziale. La coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della
Regia. C'era una battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che
volevano la coda per portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che
la volevano per la Regia. Il 19 ottobre si teneva l'Armilustrium,
dedicato alla purificazione delle armi e alla loro conservazione per
l'inverno. Ogni cinque anni si tenevano in Campo Marzio le Suovetaurilia,
dove davanti all'altare di Marte (Ara Martis) il censo veniva accompagnato da
un rito di purificazione tramite il sacrificio di un bue, un maiale e una
pecora. Luoghi di cultoModifica Marte e Venere, copia settecentesca
da I Modi di Marcantonio Raimondi Tra le popolazioni italiche, si sa di un
antico tempio dedicato al dio Marte a Suna,[8] antica città degli Aborigeni, e
di un oracolo del dio, nella città aborigena di Tiora.[9] Animali e
oggetti sacriModifica Lupo: si ricorda il nipote Fauno, il lupo per eccellenza
è la lupa che ha allattato Romolo e Remo[6] Picchio: il picchio è l'uccello del
tuono e della pioggia oracolare, ha nutrito Romolo e Remo insieme alla lupa
Cavallo: simbolo della guerra (si ricorda Nettuno e gli Equirria) Toro: altro
animale molto importante per il ver sacrum e per tutti i popoli italici Hastae
Martiae: sono le lance di Marte che si scuotevano in caso di gravi pericoli,
tenute nel sacrario della Regia Lapis manalis: la pietra della pioggia, in
quanto dio della pioggia OfferteModifica A Marte si offrivano come vittime
sacrificali vari tipi di animali: dei tori, dei maiali, delle pecore e, più
raramente, cavalli, galli, lupi e picchi verdi, molti dei quali gli erano
consacrati. Le matrone romane gli sacrificavano un gallo il primo giorno del
mese a lui dedicato che, fino al tempo di Gaio Giulio Cesare, era anche il
primo dell'anno. Identificazioni con dei celticiModifica Mars Alator:
Fusione con il dio celtico Alator Mars Albiorix, Mars Caturix o Mars Teutates:
Fusione con il dio celtico Toutatis Mars Barrex: Fusione con il dio celtico
Barrex, di cui si ha notizia solo da un'iscrizione a Carlisle Mars
Belatucadrus: Fusione con il dio celtico Belatu-Cadros. Questo epiteto è stato
trovato in cinque iscrizioni nell'area del Vallo di Adriano Mars Braciaca:
Fusione con il dio celtico Braciaca, trovato in un'iscrizione a Bakewell Mars
Camulos: Fusione con il dio della guerra celtico Camulo Mars Capriociegus:
Fusione con il dio celtico gallaico Capriociegus, trovato in due iscrizioni a
Pontevedra Mars Cocidius: Fusione con il dio celtico Cocidio Mars Condatis:
Fusione con il dio celtico Condatis Mars Lenus: Fusione con il dio celtico Leno
Mars Loucetius: Fusione con il dio celtico Leucezio Mars Mullo: Fusione con il
dio celtico Mullo Mars Nodens: Fusione con il dio celtico Nodens Mars Ocelus:
Fusione con il dio celtico Ocelus Mars Olloudius: Fusione con il dio celtico
Olloudio Mars Segomo: Fusione con il dio celtico Segomo Mars Visucius: Fusione
con il dio celtico Visucio Marte nell'arteModifica PitturaModifica Marte, di
Diego Velázquez (1640) Marte che spoglia Venere con amorino e cane, di Paolo
Veronese Marte e Venere sorpresi da Vulcano, di François Boucher (1754) Minerva
protegge la Pace da Marte, di Pieter Paul Rubens (1629-1630) Venere e Marte, di
Sandro Botticelli NoteModifica ^ MARTE su Treccani, enciclopedia ^ MARTE su
Treccani, enciclopedia ^ MARTE su Treccani, enciclopedia ^ a b Pallotino, pp.
29, 30; Hendrik Wagenvoort, "The Origin of the Ludi Saeculares," in
Studies in Roman Literature, Culture and Religion (Brill, 1956), p. 219 et
passim; John F. Hall III, "The Saeculum Novum of Augustus and its Etruscan
Antecedents," Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.16.3 (1986),
p. 2574. ^ MARTE su Treccani, enciclopedia ^ a b Strabone, Geografia, V 3.2. ^
Nota sul dio Mamerte (o Mamers), in Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità
romane, I 14.3. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 14.5.
BibliografiaModifica Andrea Carandini, La nascita di Roma, Torino, Einaudi,
1997, ISBN 88-06-14494-4. (L'archeologo Andrea Carandini dà la definitiva
rivalutazione del dio Marte). Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova,
ECIG, Dumézil, La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, Libro del grande
storico delle religioni, che per primo rivalutò Marte da feroce dio emulo di
Ares a divinità più originale e importante). James Hillman, Un terribile amore
per la guerra, Milano, Adelphi, Un libro che dimostra come questo dio sia
presente nelle guerre contemporanee). Jacqueline Champeux, La religione dei
romani, Bologna, Il Mulino, Ares Divinità della guerra Flamine marziale Fauno
Marte (astronomia) Mamerte Pico (mitologia) Hachiman, Fano di Marmar
[collegamento interrotto], su latinae.altervista.org. Portale Antica Roma
Portale Mitologia Ultima modifica 2 mesi fa di 79.30.61.157 PAGINE
CORRELATE Salii collegio sacerdotale romano per il culto di Marte
Mamuralia festività Triade arcaica, Duccio Demetrio. Demetrio. Keywords:il
sentimento taciuto, maschile, omossesuale, perseo, medusa, solitudine,
filosofia del maschile, il maschile, homo-socialite, lo sguardo maschile,
virilita, virus, virtu, il concetto del maschile nella roma antica. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Demetrio” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Democede:
la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. He was captured by the
Persians and helped to cure an ankle injury that was plaguing Dario. He
eventually escapes and returns to Crotone. Giamblico says he has a Pythagorean,
one of those who fled Crotone during an uprising against the sect. If this is true,
if presumably happens after his return from Persia.
Grice e Demostene
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. A pythagorean according
to Giamblico di Calcide.
Grice e Desideri: l’implicatura conversazionale dei consenzienti
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo. Grice: “I like Desideri; he would be what we at Oxford call a
‘philosopher of perception,’ and therefore his keywords have been aisthetsis,
sensation, and the rest – he has also played with some Latinate, like ‘imaggine
dell’imagine’ and with ‘empathy.’ He endorses a Griceian sort of empathetic
theory, as evidenced in the idea of ‘comprehension,’ a latinate term for
English ‘understanding.’ “He has beautiful handwriting,’ while there is a
hygienic interval between I and thou, thou getest what I mean! That he is
HOPELESS at philosophy.” Insegna a Firenze. Cura Nietzsche, Kant, Benjamin,
Kafka. Altre opere: “Il tempo e la forma” (Roma, Editori riuniti); “Il fine del
tempo” (Genova, Marietti); “La scala della giustizia” (Bologna, Pendragon); “Il
velo di Iside: coscienza, messianismo e natura nel pensiero romantico”
(Bologna, Pendragon); “L'ascolto della coscienza” (Milano, Feltrinelli);
“Aporia del sensibile” (Genova, Il melangolo); “Il passaggio estetico” (Genova,
Il melangolo); “Forme dell'estetica: dall'esperienza del bello al problema
dell'arte” – “L’esperienza del bello”
(Roma-Bari, Laterza); “L’ esperienza e la percezione riflessa: estetica e
filosofia psicologia (Milano, Raffaello Cortina); “La misura del sentire: per
una ri-configurazione dell'estetica” (Milano-Udine, Mimesis); “Origine
dell'estetico: dall’emozione al giudizio” (Roma, Carocci); “Percezione ed estetica” (Brescia,
Morcelliana). A Francesco e Nicola Il fascismo e il
consenso degl’intellettuali Il Mulino, Bologna. Quando ho iniziato
le ricerche condensate in questo saggio, testimonianze e giudizi storiografici
erano unanimi nel riflettere la nota negazione crociana dell’esistenza di
una cultura o filosofia fascista: un giudizio che trova ancora oggi il suo
principale e più autorevole sostenitore in Bobbio, ma che ritorna anche in
protagonisti della lotta anti-fascista e in studiosi di altre aree
politiche e culturali, come Amendola e Rosa. I motivi del persistere
di questa negazione, in chi pur si è dedicato da tempo a indagare con
severo impegno civile sulla funzione politica della cultura,
richiederebbero una ricerca apposita, che metterebbe probabilmente in
luce, accanto alla fortuna del crocianesimo e alla diffidenza verso
l’intellettuale-funzionario di supposta matrice fascista, o all’originaria
riduttiva lettura di Gramsci, una decisa sottovalutazione, su un piano
pit generale, del peso del fenomeno della filosofia fascista nella storia
italiana. È forse quest’ultimo l’elemento che continua a opporre maggiore
resistenza alla corretta impostazione di un’indagine su una stagione
culturale che non si esauri nel ventennio, ma proietta le sue ombre anche
sul periodo postfascista: con un bilancio, si badi bene, che non
può ridursi a distinguere vera e falsa filosofia o cultura, o a chiedersi
quali prodotti di vera filosofia o cultura promosse il fascismo. Per affermare
che il fascismo non ha legami colla filosofia è necessario adoperare il termine
in modo puramente valutativo, escludendo dal suo ambito tutto ciò che
viene giudicato dannoso, oppure minimizzare sistema. Su alcuni di questi temi
un primo spunto di ricerca è stato fornito da E. Galli della Loggia,
Ideologie, classi e costume, Castronovo, Torino, Einaudi. ) ticamente il numero
di punti di contatto esistenti tra il regime e la filosofia, opportunamente
osserva Lyttelton, e la notazione potrebbe essere estesa ad altre
discipline, come quelle giuridiche ed economiche, per considerare, accanto a
ciò che di non caduco fu prodotto nel campo dell’alta cultura, oltre che
nel terreno inesplorato della mentalità dei diversi strati sociali —,
anche i « pensieri che non furono pit pensati. Ma a una valutazione
complessiva di questa tematica è di ostacolo un giudizio simmetrico a
quello crociano, teso a mettere in dubbio l’esistenza di ur fascismo
italiano: in questo senso Felice ha fatto veramente scuola presso quanti hanno
avallato la tesi propria del fascismo, di possedere una ideologia non
reazionaria, o hanno tratto spunto dalle doti intellettuali di Bottai per presentarlo
come filosofo fascista critico. Solo pochi studiosi hanno cominciato, in questi
ultimi anni, a presentare un diverso approccio al problema, tenendo
presenti i nessi tra la cultura, l’ideologia e gli obiettivi politici del
fascismo, e sfuggendo quindi al rischio di esaminare le idee dei singoli
intellettuali in modo separato dal contesto in cui operarono: rischio di
un genere bio- Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo, Bari,
Laterza, A. Momigliano, Gli studi italiani di storia greca e romana, in La vita
intellettuale italiana, scritti in onore di Croce, a cura di Antoni e Mattioli,
Napoli, Edizioni scientifiche italiane. E. Gentile, Le origini
dell’ideologia fascista, Bari, Laterza, e Guerri, Giuseppe Bottai, un
fascista critico, prefazione di U. Alfassio Grimaldi, Milano, Feltrinelli,
1976. 5 Cosî L. Mangoni, L’interventismo della cultura.
Intellettuali e riviste del fascismo, Bari, Laterza, Montenegro, Politica
estera e organizzazione del consenso. Note sull’Istituto per gli studi di
politica internazionale 1933-1943, in «Studi storici»; M. Isnenghi,
Intellettuali militanti e intellettuali funzionari. Appunti sulla cultura
fascista, Torino, Einaudi. Né più produttiva appare una lettura solo
apparentemente rovesciata, come quella di un Cantimori tutto politico che
niente ci dice sul suo « mestiere » di storico: cfr. M. Ciliberto,
Intellettuali e fascismo. Saggio su Delio Cantimori, Bari, De
Donato, e le puntuali osser-
grafico che — pur sempre utile e auspicabile — anche nei suoi
esempi migliori tende a « eroicizzare » alcune perso- nalità anticipando
spesso nel tempo gli esiti della loro ri- cerca culturale e politica.
Abbiamo quindi ritenuto neces- sario — ai fini di una lettura « politica
», per quanto pos- sibile, della cultura e degli orientamenti dei suoi
produttori nel ventennio — porre al centro dell’indagine le
istituzioni culturali del regime, di cui l’Enciclopedia italiana è,
per l’alta cultura, l’espressione pit significativa, in quanto
momenti di aggregazione degli intellettuali di cui il fasci- smo voleva
acquisire il consenso. Istituzioni culturali che non si limitano a una «
gestione » puramente esterna della cultura preesistente ”, ma producono
anche contenuti nuovi, mettendo in circolazione modi di pensare o temi di
studio funzionali all’ideologia dominante. Con ciò non vogliamo
negare che il fascismo recuperi motivi già presenti nell’Ita- lia
liberale — come il nazionalismo o le tendenze corpo- rative —, secondo
l’« ideologia eclettica » del Pnf, prima « organizzazione politica
unificata » della borghesia ita- liana, pronta a raccogliere ogni «
prestito » capace di raf- forzarla *: motivi che tuttavia la borghesia
prefascista — a meno di non darle credito di una coerenza e di una
« preveggenza » che non ci pare abbia av uto nel suo com- plesso ® —
non era riuscita a connettere saldamente insieme in quella sorta di koiné
che nel periodo fascista, se pur si avvale di apporti diversi, non è meno
omogenea per gli obiettivi che si pone e per la continua
interscambiabilità tra cultura e ideologia. Un «linguaggio » alla cui
formula- vazioni di G. Santomassimo in « Italia contemporanea »,In
questo senso si esprime, oltre ad Asor Rosa (citato nel testo), A.L. de
Castris, Gramsci e il problema dell’egemonia negli anni trenta, in «
Lavoro critico », XIX (1980), in particolare p. 61 (il numero è dedicato
a « Le culture del fascismo »). 8 P. Togliatti, Lezioni sul
fascismo, prefazione di E. Ragionieri, Roma, Editori Riuniti Su questo
collegamento tra Italia liberale e fascismo insiste Lanaro, Nazione e lavoro.
Saggio sulla cultura borghese in Italia, Padova, Marsilio (su cui cfr.
gli interventi di R. Romanelli, M.L. o Toniolo in «Quaderni storici zione
contribuiscono, in misura e con capacità di manovra insusitate, i
cattolici. È appunto considerandone la parte- cipazione massiccia alle
istituzioni del regime — dove i collaboratori si confondono con i critici
dell’idealismo e, qualche volta, del fascismo stes- 80 —, che è possibile
cogliere un aspetto non secondario della « trasformazione della presenza
cattolica in Italia, non più caratterizzata, come nel prefascismo, da un
rapporto preminente col mondo contadino, ma profondamente inse-
rita a tutti i livelli nella moderna società industriale » !° con un
insieme di « scambi » culturali che, anche in una prospettiva di lungo
periodo, ha un peso ben maggiore della riflessione più propriamente
religiosa di quei gruppi élitari nei quali si è voluto cogliere il nucleo
della classe dirigente democristiana " Un'indagine
approfondita sulla politica culturale del regime ci pare preliminare
anche per valutare quelli che .abbiamo chiamato i « limiti del consenso
». Solo partendo dalla considerazione dell’esistenza di una vasta rete di
isti- tuzioni fasciste che producono e trasmettono cultura — contro
la quale si infrangono i sogni di una cultura « al di sopra della mischia
» propri di un Formiggini — è possi- bile impostare un discorso sulla
cultura « sommersa » du- rante il ventennio e sui suoi sbocchi nel 1945 —
e anche in questo caso, più che affidarci ai « lunghi viaggi » dei
«singoli, che rischiano di ridursi a personali esami di co- scienza senza
grande risonanza, abbiamo rivolto l’atten- zione ad altri centri di
aggregazione degli intellettuali e di diffusione della cultura, le case
editrici, pur senza essere stati in grado di fornite quei preziosi dati «
materiali » Rossi, La Chiesa e le organizzazioni religiose, in La Toscana
nel regime fascista, Firenze, Olschki, Come ha fatto, analizzando la Fuci e il
Movimento laureati cattolici, Moro, La formazione della classe dirigente Cattolica,
Bologna, il Mulino; contro una prima formulazione di questa tesi ha
polemizzato Pietro Scoppola che però, per esaltare l’impronta di rinnovamento
impressa da De Gasperi alla DC, ha ribaltato la sua tesi originaria
sostenendo il « sostanziale consenso al regime », senza incrinature, dei
cattolici (Le proposta politica di De Gasperi, Bologna, il Mulino, dell’azienda
editoriale che sono stati pionieristicamente fatti oggetto di studio, per
un altro periodo, da Marino Beren- go !. Il mancato riferimento alla
forza condizionante delle istituzioni del regime è infatti all'origine
sia di facili asso- luzioni di una cultura che sarebbe passata indenne «
attra» verso $ il fascismo, sia di altrettanto gratuite reprimende
contro l’incapacità di rinnovamento delle forze di sinistra dopo il 1945.
Fra l’accusa al PCI di essersi fatto carico del- l’« ideologia della
ricostruzione » — per cui si sopravva-' luta il significato dell’«
inquietudine politica » de « Il Politecnico » —, e la riproposizione crociana
di una cultura che, sotto il fascismo, « si era chiusa su se stessa,
rivendi- cando la propria “autonomia”: e da una tacita contratta:
zione col potere aveva ottenuto il permesso di vivere e di svilupparsi
nella sua (pseudo) separatezza » , vi è infatti uno iato profondo che non
permette di spiegare storica- mente gli indubitabili ritardi registrabili
dopo il 1945 nel rinnovamento culturale. Il processo di
affrancamento degli intellettuali dalla cultura del regime fu in realtà
assai complesso, anche quan- do passò attraverso la difesa dell'autonomia
della cultura. Vi può essere stata, da un lato, l’« indifferenza di fronte
alla politica » di molti intellettuali che è all’origine sia di un loro
acritico allineamento al fascismo *, sia di un arroc- camento attorno
alla tradizione accademica, che nelle Uni- versità trovò alcuni spazi per
mantenersi separata dalla militanza politica richiesta dal fascismo,
anche se col rischio di un progressivo inaridimento 5. D'altro canto, in
un 12 M. Berengo, Intellettuali e librai nella Milano della
Restaurazione, Torino, Einaudi Cosi Luperini, Gli intellettuali di
sinistra e l'ideologia della ricostruzione nel dopoguerra, Roma, edizioni di «
Ideologie », 1971, in parti- colare pp. 34-35 e 56. 14 Ne ha
parlato N. Tranfaglia, Intellettuali e fascismo. Appunti per una storia
da scrivere, ora in Id., Dallo stato liberale al regime fascista.
Problemi e ricerche, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 123. 15 Cfr. G.
Turi, Le istituzioni culturali del regime fascista durante la seconda
guerra mondiale, in « Italia contemporanea », e, con ottica diversa, B.
Bongiovanni - F. Levi, L’univer- sità di Torino durante il fascismo. Le
Facoltà umanistiche e il Politecnico, Torino, Giappichelli.
periodo in cui, dopo il 3 gennaio 1925 e la soppressione
completa della dialettica politica, il terreno culturale di- venne nel
paese un importante termine di confronto per verificare anche l’esistenza
di schieramenti tendenzialmente politici, la rivendicazione
dell’autonomia della cultura co- stituî negli intellettuali più consapevoli
uno strumento per segnare una rottura nei confronti del regime, in vista
della ricostituzione di un rapporto nuovo fra politica e cultura:
fu questo il senso della battaglia di Croce, di alcuni dei principali
collaboratori di Giulio Einaudi — in un primo luogo Leone Ginzburg —, e
di alcuni settori di ascendenza democratica, socialista e positivista —
per altro ancora da indagare in tutte le loro ramificazioni —, che
abbiamo esem- plificato nel gruppo raccolto attorno alla casa editrice
For- miggini. Non bisogna tuttavia dimenticare che la cultura
elabo- rata dagli intellettuali del fascismo impose un arretramento
del punto di partenza di una battaglia culturale — e poli- tica — che nel
campo degli « avversari » fu necessaria- mente sfumata, ma anche non
priva di oscillazioni, con- traddizioni e riflussi — tanto che poté
apparire anticon- formista la ripresa di motivi sostanzialmente non
antite- tici al fascismo, come nel caso del liberismo di Luigi
Einau- di —, e che perciò non può essere immediatamente classi-
ficata nella categoria dell’antifascismo. Se è quindi possi- bile
constatare « come tanta parte della “intelligenza” ita- liana sboccasse
[...] nell’Italia postfascista senza che le tra- sformazioni di
superficie corrispondessero a reali rinnova- menti di fondo » ', ciò è
addebitabile, più che a uno zdano- vismo che in realtà non conculcò
alcuna esistente « cultura rivoluzionaria » !”, al ben più drastico
condizionamento 16 E. Garin, Intellettuali italiani del XX secolo,
Roma, Editori Riu- niti, 1974, p. XVI. 17 Elementi contraddittori
si mescolano a interessanti suggerimenti di ricerca nella testimonianza
di Franco Fortini: « Quando si farà la storia dello stalinismo italiano e
si documenterà la repressione avvenuta fra 1944 e 1948 ai danni di una
cultura rivoluzionaria non conformista che, incerta e confusa, pur si
veniva formando; e quando si chiarirà fino a qual punto la debolezza
intellettuale degli usciti dal fascismo, cioè di noi stessi, abbia
cospirato obiettivamente con talune debolezze morali e con operato da tempo
dal fascismo: con il risultato che il pro- cesso di rinnovamento degli
intellettuali italiani si presen- terà assai più lento delle
trasformazioni politiche del paese. Non ci sentiamo tuttavia in grado di
dare giudizi definitivi sulla controversa questione, anche in questo
campo, rela- tiva alle continuità o alle rotture nella storia d’Italia.
Ci preme aver indicato un approccio di ricerca che ci sembra
fruttuoso, e auspicare che i risultati raggiunti stimolino ulteriori
indagini e riflessioni. Primo a seguire e incoraggiare questa
ricerca è stato Ernesto Ragionieri, il cui ricordo è difficilmente
cancella- bile in chi ne ha conosciute e apprezzate le doti umane,
intellettuali, politiche: a lui va il mio principale debito di
riconoscenza, nella speranza di essere rimasto fedele, al- meno in parte,
alla sua eccezionale lezione di rigore scien- tifico. Fra
quanti hanno letto interamente o in parte il datti- loscritto,
‘aiutandomi con correzioni e suggerimenti, ringra- zio in particolare Eugenio
Garin, Giorgio Mori, Marco Palla, Michele Ranchetti, Simonetta Soldani e
Maurizio Torrini; e, con loro, i numerosi studenti e amici che
hanno discusso la tematica di questa ricerca nei seminari tenuti
presso l’Istituto di storia della Facoltà di Lettere e Filo- sofia di
Firenze. Né posso dimenticare chi, regalandomi una stagione felice, ha
reso più leggera la mia fatica. Il lavoro non sarebbe stato
possibile senza la preziosa collaborazione del personale della Biblioteca
nazionale di Firenze e di quanti mi hanno facilitato la consultazione
di fondi archivistici: il prof. Vincenzo Cappelletti per l’Ar-
chivio dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana; il dott. Er- nesto
Milano e il signor Nunzio Selmi per l'Archivio edito- riale Formiggini
presso la Biblioteca estense di Modena; la politica culturale
stalinista, polemizzando contro quest’ultima da destra e cioè da
posizioni radical-liberali invece che da posizioni marziste, allora sarà
possibile farsi un’idea meno mitica di certi tentativi, come quelli del
neorealismo cinematografico, del “Politecnico”, ecc.» (Verifica dei
poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Milano, Garzanti. il
personale della Fondazione Luigi Einaudi; Giulio Einau- di, Corrado
Vivanti e l’archivista Giovanni Gava per. i documenti della casa editrice
Einaudi; la signora Lola Balbo che mi ha concesso la visione delle carte
di Felice Balbo da lei tanto amorevolmente custodite, e il prof.
Nor- berto Bobbio che ha messo a mia disposizione il suo archi- vio
personale. Non è stata invece possibile la consultazione
dell’Ar- chivio Giovanni Gentile, ancora in attesa di una sistema-
zione che permetta l’accesso agli studiosi. In questo volume si
riproducono, con alcune modi- fiche, i seguenti saggi: Il progetto
dell’Enciclopedia ita- liana: l’organizzazione del consenso fra gli
intellettuali, in « Studi storici », XIII (1972), pp. 93-152 (si limita
a riprodurre la tematica di questo articolo, senza nulla aggiun-
gere, la maggior parte — 6 capitoli su 7 — del volumetto di G. Lazzari,
L’Enciclopedia Treccani. Intellettuali e po- tere durante il fascismo,
Napoli, Liguori, 1977, tributario del mio saggio anche per le fonti);
Ideologia e cultura del fascismo nello specchio dell’Enciclopedia
italiana, in « Stu- di storici », XX (1979), pp. 157-211; l'introduzione
alla ristampa non integrale di Formiggini, “Storia della mia casa
editrice”, Modena, Levi. Il saggio I limiti del consenso: le origini
della casa editrice Einaudi è inedi- to: per questo ho potuto utilizzare
il contributo CNR n. 78.02685.09. 12 Ideologia
e cultura del fascismo: l’« Enciclopedia italiana. Opere come
l’Ernciclopedia, cui Gentile da cosi valido impulso, hanno nella vita di un
tempo un peso singolare. E innanzi ad esse, e alla loro penetrazione
profonda, conviene chiedersi se, per avventura, taluni giudizi correnti
non debbano essere rivisti e corretti. L’osservazione di Garin, fatta per
inciso in una ricostruzione generale di LA FILOSOFIA ITALIANA, comport una
verifica dell'equazione crociana fascismo-anticultura e
cultura-antifascismo, e quindi quel più attento riesame delle vicende
culturali fra le due guerre, in stretto rapporto con l’obiettivo del
regime di organizzare il consenso dei FILOSOFI, che attende ancora di essere
compiuto sistematicamente. Cosi non solo l’Enciclopedia italiana, utilizzata
da studiosi stranieri come fonte sulla dottrina filosofica del
fascismo o come espressione dell’orientamento prevalente nella cultura italiana
-- ma anche l’opera di Gentile teorico del periodo di consolidamento del
fascismo, come lo ha definito Lukàcs, con espressione ben piu corretta
della generica formula di filosofo del fascismo, sono rimaste avvolte in
un silenzio che è già per se stesso elemento di riflessione sui profondi
condizionamenti subiti a lungo dalla cultura italiana del secondo (Garin, CRONACHE
DI FILOSOFIA ITALIANA. Bari, Laterza, Efirov, La filosofia borghese italiana
del XX secolo, Firenze, Sansoni, Hobsbawm, Il contributo di Marx alla
storiografia, in AA.VV, Marx vivo. La presenza di Marx nel pensiero
contemporaneo, Milano, Mondadori, Lukàcs, La distruzione della ragione,
Tortino, Einaudi] dopoguerra, che negli anni venti e nel fascismo, e nel
giudizio che ne da Croce, hanno la loro origine. Il discorso sulla FILOSOFIA di
Gentile, condotto in prevalenza da suoi allievi nel “Giornale critico della
filosofia italiana”con particolare lucidità da SPIRITO, che ha ricostruito le
tappe del suo distacco dal maestro come sviluppo degli stessi principi
attualisti, è rimasto limitato a un recupero agiografico o a un
anacronistico rilancio, privo di prospettive storiografiche perché
astratto dall’analisi del fascismo, in cui SPIRITO ha voluto individuare,
con un giudizio che richiede di essere specificato, pensiamo in
particolare al peso che ha anche sul piano culturale il connubio regime/culto —
“la ragione effettiva della crisi dell’idealismo italiano” tale, quindi,
da non consentire quell’esame della personalità di GENTILE come promotore e
organizzatore di alta cultura sul piano nazionale cui pur richiama
il gentiliano Bellezza. Le stesse CRONACHE DI FILOSOFIA ITALIANA, di
Garin, mosse dall’intento di considerare uomini e dottrine come
espressioni di un tempo e, insieme, come forze che in un tempo agirono, e
attente a non cadere nella troppo sche- [Il primo studio moderno con
intenti di completezza è quello di Harris, “La filosofia di Gentile” (Roma,
Armando), condotto però nella costante preoccupazione, come afferma Harris
nella prefazione all’edizione originale — di vedere “how far his “actual
idealism” may be disentangled from its fascist connections”, or
implicatures [entanglement, Lewis/Short, ‘in-plicatura’]-- , da cui discende il
giudizio sull’oggettività dell’Enciclopedia italiana. Per una confutazione
della critica a Gentile sulla linea liberale condotta da Harris cfr.
Cerroni, “La filosofia politica di Gentile”, “Società”. Per una
ricostruzione storica della figura di GENTILE
sono di grande utilità gli accenni, non tanto incidentali, di Colapietra,
“Croce e la politica italiana” (Bari, Santo Spirito, Edizioni del centro
librario, le osservazioni di Schiavo, “La filosofia politica di Gentile” (Roma,
Armando), e, pur con alcuni accenti apologetici, Lalla, “Gentile” (Firenze,
Sansoni). Spirito, “Gentile” (Firenze, Sansoni), in particolare
l'articolo qui raccolto su Gentile nella prospettiva storica di oggi. Di
Spirito cfr. anche “Memorie di un incosciente” (Milano, Rusconi). Bellezza,
Rassegna degli studi gentiliani più recenti, “Giornale di metafisica.” L’Enciclopedia
italiana] matida antitesi Gentile-fascismo e Croce-antifascismo,
non colgono compiutamente la funzione mediatrice dei filosofi— lasciando
spesso indeterminato il tempo nel quale operarono, come nota Cantimori
auspicandoneluna specificazione. La società, le classi, le università, le
istituzioni in generale, i partiti, le tradizioni culturali locali oltre
che quelle nazionali, ecc. Ccsi che, anche nel periodo da noi
considerato, in cui quella funzione e particolarmente valorizzata dal fascismo,
lasciano imprecisati i condizionamenti del potere politico e gli stessi debiti
dei filosofi. Per chiarire non solo l’utilizzazione ideologica di diverse
correnti culturali da parte del regime in vista della creazione de l
consenso, ma anche in che misura e perché mutarono nel ventennio i
contenuti culturali della filosofia, accolti o tenuti ai margini o respinti dal
fascismo — anche in questo campo l’Italia non si trova nelle stesse
condizioni del periodo liberale, lo studio dell’ “Enciclopedia italiana” può
essere particolarmente fruttuoso. Per il momento in cui e ideate, preparate, e
realizzata — quello dello stato totalitario —, l’autorità dei suoi
promotori — basti pensare a GENTILE o a VOLPE —, l’ampio ventaglio di
collaboratori qualificati e il carattere ufficiale che le e impresso fin
dall’inizio, rappresenta lo strumento forse più importante, accanto alla
scuola, della politica culturale del fascismo, e quindi un test assai
significativo per valutarne gl’effetti di lungo periodo, non riducibili
all’ideologia o alla propaganda del regime, anche se con queste connessi. Ma
solo tenendo presenti gli obiettivi politici del governo di MUSSOLINI e la decisa sconfitta, anche sul piano
culturale, degli avversari liberali e socialisti, è possibile spiegare
come a GENTILE e possibile dare avvio alla colossale impresa
enciclopedica, e l'ampiezza dell’adesioni da lui raccolte anche da parte
di FILOSOFI non fascisti. Se ancora nell’articolo Forza e consenso, Mussolini puo
porre l'accento unicamente sul primo termine — poiché il consenso è mutevole
core le formazioni della sabbia in riva al mare. Non ci può essere
sempre. Né mai può essere totale.—, si fa strada una linea politica più
articolata e di più lunga durata che, se affida a FARINACCI l’esecuzione
del momento della forza e della co-ercizione — mantenendolo come
necessario presupposto del consenso —, punta, dopo la sconfitta delle forze
politiche avversarie, ad acquisire l'adesione, non solo passiva, di
quegli FILOSOFI ormai senza partito, o incerti, la FILOSOFIA dei quali
avrebbe potuto costituire, in assenza di alternative politiche, un fronte
di resistenza al regime. Non è un caso che uno degli esponenti del
fascismo che più si impegneranno nel tentativo di formare una nuova classe
dirigente, BOTTAI, dichiara su “Critica fascista” che il Pnf dove rivedere la
sua azione per conquistare il consenso, e, se pure la crisi conseguente
al delitto Matteotti vede le prime incrinature fra quegli FILOSOFI che non hanno
ancora preso le distanze dal fascismo in quanto vedeno nella
collaborazione di GENTILE una garanzia non solo per le sorti della
riforma della scuola, ma anche per quelle del paese — basti pensare al pessimismo
che si fa strada in OMODEO, o a quello che è stato chiamato l’aventino
di Radice, la situazione si presenta favorevole al fascismo per il
disorientamento FILOSOFICO che permea le file dei FILOSOFI liberali e
socialisti. Quando si apri fra questi FILOSOFI un vasto dibattito sulla
sconfitta dello stato liberale e del movimento operaio, mentre GRAMSCI
accusa il socialismo di non avere avuto una ideologia, non averla diffusa [Mussolini,
Scritti e discorsi (Milano, Hoepli). Bottai, “Arzo nuovo: il partito e la sua
funzione” “Critica fascista”- [Cantimori, Studi di storia, Torino,
Einaudi]. Cfr. ad esempio la lettera di OMODEO a Gentile in Gentile-Omodeo, Carteggio, a cura di
Giannantoni (Firenze, Sansoni). Margiotta, “Radice: tra attualità ed
irrisoluzione storica” (Reggio Calabria, Edizioni parallelo). L'Enciclopedia
italiana tra le masse » , quasi con le stesse parole GOBETTI afferma che i partiti
d’opposizione non hanno alimentato alcuna grande ideologia. Il socialismo
non ha trapiantato Marx in Italia, per cui il trionfo fascista si connette
a queste condizioni di impreparazione. Mondolfo sostene che da una ripresa di
idealismo il nostro movimento non può che trarre nuova forza e nuovo impulso, o
cerca di dimostrare che poteva essere morale e vantaggiosa quella che si chiama
la collaborazione di classe. Più in generale, la discussione sul marxismo
che si svolse su “Critica sociale”, “Rivoluzione liberale” e “Quarto
stato”, rimane condizionata più che mai dall’IDEALISMO HEGELIANO
dominante, e non poco ancora, da quello più accentratamente
soggettivistico, l’attualismo gentiliano. Cosi, se ancora “Il Mondo,” dopo
aver negato l’esistenza di un nesso tra le riforme gentiliane e le ideologie
fasciste, puo registrare il fallimento del fascismo nel tentativo d’attrarre
nella sua orbita FILOSOFI di studio e di dottrina, di circondarsi della
sua classe, dopo il Manifesto degli FILOSOFI fascisti, Croce, pur osservando
che il fascismo non solo è indifferente alla filosofia, ma
intimamente ostile, sentendo che dalla filosofia sono venuti i
pericoli all'ordine sociale, era costretto a notare gl’afaccendamenti
inutili e mal graditi di un certo nu-mero di filosofi — e fra questi parecchi
nostri ex-compagni di studi ed ex-amici — che si sono messi al servizio
del fascismo in una situazione d’assoggettamento [Gramsci, Che fare? Per
la verità, Scritti, Martinelli (Roma, Editori Riuniti). Gobetti, La mostra
cultura politica, in Scritti politici, Spriano (Torino, Einaudi). Mondolfo, Una
battaglia per il socialismo, Bassi (Bologna, Tamari). Luporini, Il marxismo e
la cultura italiana, in Storia d’Italia, Torino, Einaudi. Il fascismo e
la cultura, in « Il Mondo »] a ferrea disciplina. A Croce sfugge tuttavia
l'ampiezza e la qualità del fenomeno, in quanto rimane convinto che tra
fascismo e FILOSOFIA ci fosse un’opposizione in termini. Come partito
medio, come idealità che richiede esperienze e meditazione, senso storico
e senso delle cose complesse e complicate, e insomma finezza mentale e morale,
il liberalismo, è il partito della cultura; e liberale e il nostro
Risorgimento, nel quale cultura e amor di patria confluirono. Socialismo e
autoritarismo, invece, in quanto partiti estremi, ritengono non poco di
astratto e di semplicistico, e perciò, come sono facilmente ricevuti dagl’animi
e dalle menti dei pupilli, cosi presentano i segni caratteristici della scarsa
o unilaterale cultura, osserva Croce in un articolo che gli era valso da parte
di GENTILE, teso a presentare il fascismo come vero liberalismo,
l’appellativo di schietto fascista senza camicia nera. Si era alla vigilia
della rottura politica tra Croce e Gentile, e il partito
della cultura del primo e destinato a rimanere un programma per il future.
Le sue preoccupazioni sono tutte volte al future, osserva Gobetti
esaltandone l’antifascismo identificato con la ribellione dell’europeo e
dell’uomo di cultura, e sottolineando la differenza tra GENTILE DOMMATICO,
autoritario, dittatore di provinciale infallibilità e Croce politico,
capace di riflessione e di dubbio, detentore di una chiara idea dello stato,
che è forza soltanto in quanto è consenso. Ma, se giustamente venne colta
in Croce la separazione impossibile tra filosofia e politica, due elementi
sfuggeno agl’osservatori contemporanei: la capacità dimostrata dal
fascismo, e in particolare da Gentile, proprio [Di B. Croce, Pagine
sparse, Bari, Laterza, Croce,
Liberalismo, in Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bari, Laterza. Gentile,
“Il liberalismo di B. Croce” in Che cosa è il fascismo, Discorsi e
polemiche, Firenze, Vallecchi. Gobetti, Croce oppositore in Scritti
politici, cli RUN (tr. Garin, Croce o della separazione impossibile
fra filosofia e politica in Filosofi italiani (Roma, Editori uniti)] di
combinare forza e CONSENSO nel dar vita a istituzioni tendenti a
centralizzare e organizzare le più diverse energie FILOSOFICHE, e la
tendenza di molti FILOSOFI — che facilita l’opera di Gentile — a separare (a
differenza di Croce) filosofia e politica, nell’illusione di
poter continuare a coltivare la prima, anche all’interno delle istituzioni
del regime, senza contaminarla politicamente. Esemplare in questo senso
appare la vicenda dell’Enciclopedia italiana: opera di FILOSOFI non alla
opposizione, come gl’enciclopedisti francesi, ma ceto dirigente al
governo, nata subito sulla base di uno stretto rapporto di compenetrazione
fra FILOSOFI e potere politico, pur senza rompere immediatamente, secondo
l’impostazione gentiliana, con alcuni esponenti dello stato liberale, la
SUMMA PHILOSOPHIAE del fascismo riusci a convogliare verso un unico fine
— con la parziale eccezione dei cattolici, al tempo stesso collaboratori e
critici — anche FILOSOFI che non si riconoscevano nel fascismo. Per
questo è possibile individuare nell’ “Enciclopedia italiana”, oltre che nella
riforma della scuola, un eccezionale strumento di diffusione della
ricostruzione gentiliana della tradizione filosofica italiana, di una
storia della filosofia italiana che è capace di penetrare dovunque, che è
presente nei luoghi più impensati, presso gli avversari più acerbi,
raggiungendo sottilmente una egemonia non esaurita, capace di sopravvivere al
fascismo. La prima idea concreta di una grande enciclopedia [Cosi
Garin nell’introduzione a G. Gentile, STORIA DELLA FILOSOFIA ITALIANA, Firenze,
Sansoni. L'idea era in tantissimi e si agitava da un trentennio negli ambienti
editoriali italiani, ricorda Formiggini rispondendo all’ex ministro della P.I.
Anile che gli aveva attribuito la paternità del progetto (« L’Italia che scrive
»). Un accenno a un non lontano tentativo di Treves, Demarsico e Barbèra,
in Formiggini, “La FICOZZA FILOSOFICA del fascismo e la marcia sulla
Leonardo. Libro edificante e sollazzevole, Roma, Formiggini] nazionale
italiana e concepita nell'immediato dopoguerra, in ambienti di
interventisti culturalmente estranei all’idealismo imperante. Comincia a
prospettarla Martini, coadiuvato da Menghini, l’appassionato curatore
dell’edizione nazionale degli Scritti mazziniani. Ad essi si associerà in
un estremo tentativo di attuare il progetto, l’editore Formiggini,
attivissimo nell’organizzazione e nella propaganda della cultura
italiana. l progetto, riconosciuto pi tardi punto di partenza per
l’enciclopedia gentiliana, non e cosa modesta come tutto ciò che si
poteva concepire in quel tempo di smarrimento politico, come cerca di far
credere TRECCANI alludendo alla crisi della democrazia liberale precedente la
marcia su Roma e all’incertezza dei primi tempi del fascismo. Il momento
in cui nacque e la personalità del promotore ne testimoniano l’ampiezza
delle prospettive, anche se falli per essere rimasto su un piano
puramente editoriale, privo di un generale criterio informatore —
dal punto di vista culturale — ed esposto a quelle difficoltà
finanziarie e politiche che TRECCANI e il fascismo faranno superare a
Gentile. Si tratta di dare all’Italia, che non l’ha, una Enciclopedia
nazionale come l’hanno la Francia, l'Inghilterra, e la Germania, scrive
Martini al fedele Donati, appena insediato il ministero di Giolitti, suo
principale obiettivo polemico assieme a Nitti e ai socialisti. Facciamo,
per consolarci, qualcosa che vada al di là dei giorni che viviamo —
tristissimi giorni. Dalla constatazione della inferiorità italiana . Cfr.
Biblioteca nazionale centrale di Firenze (d’ora in avanti BNF), Fondo
Martini, lettere di Menghini, e G. Treccani, Enciclopedia italiana. Treccani.
Idea esecuzione compimento, Milano, Bestetti. Discorso in occasione della
presentazione al duce dell’Enciclopedia italiana -- d’ora in avanti E.I. --, Treccani,
Enciclopedia italiana Treccani. Idea esecuzione compimento, Martini,
Lettere, Milano, Mondadori. Su Martini cfr., per un parziale tentativo
d’interpretazione, la prefazione di Rosa a Martini, Digrio, Milano,
Mondadori. L’Enciclopedia italiana] nel campo dell’organizzazione della cultura
rispetto ai maggiori paesi europei, scaturisce la necessità, e la
possibilità, di ovviarvi dopo la guerra vittoriosa. Necessità che non
è solo espressione dell’orgoglio per la forza politica recentemente
acquistata dal paese, da tradursi nell’affermazione della filosofia italiana
davanti al resto d’Europa. Essa indica anche un’opera preliminare ancora
da compiere, indispensabile alla conservazione di quella forza. Combattere
i contrasti interni costruendo, come strumento unificante di
egemonia, una cultura razionale. La fierezza per l’unità,
indipendenza e sicurezza finalmente conseguite, e la coscienza che
l’Italia e arrivata, dopo secoli di asservimento, ad eguagliare le grandi
potenze europee, si une nel dopoguerra al tentativo della disgregata classe
dirigente liberale — timorosa di perdere le sue conquiste con l'avanzata
delle masse popolari organizzate e d’ispirazione neutralista, socialiste
e cattoliche — di rafforzarsi egemonicamente; di qui l’importanza che la
battaglia culturale, prescelta anche dalle nuove forze antagoniste,
rappresentò per la borghesia: l’insistenza sul significato nazionale o
italiano della cultura « tradizionale » — esaltato dalla guerra — mira a
unificare e controllare, a difesa dell’ordine costituito, i filosofi
in gran parte già individualmente politicizzati, spesso in senso
conservatore, dal clima bellico. Il programma di rivolgimento spirituale
sotto il segno dell’ordine e della disciplina gerarchica, su cui insiste
Gentile di Guerra e fede, di Dopo la vittoria e dei Discorsi di
religione, e sostenuto da pi voci nelle pagine di « Politica » —
programma critico del giobittismo come malattia italiana —, e in questo senso
solo la espressione piu articolata e coerente della borghesia reazionaria che
si riconosce nel fascismo, definito sforzo rivoluzionario da VOLPE che lo
contrapporta polemicamente a un'immagine di comodo del socialismo. Muove
dalla % Ci limitiamo a segnalare Garin, Cronache, e, per un quadro
europeo, Hughes, “Coscienza e società: storia della filosofia in Italia” (Torino,
Einaudi). Per un settore particolare cfr. Simonetti, Storici italiani e
rivoluzionari in Russia, in « Il movimento di liberazione in Italia »] accettazione
della guerra, anzi dall’esaltazione di quella guerra, e si alimenta di
quelle energie morali, di quel senso di disciplina, di quella capacità di
iniziativa, di quel coraggio e spirito combattivo che la guerra ha educato negl’italiani,
nella borghesia italiana. Accetta ben presto i valori tradizionali della
nazione italiana, cioè si nutre di sostanza italiana: condizione
necessaria per poter far presa su di essa, per poter avere la collaborazione o
anche solo la benevola neutralità delle forze migliori del paese. L’idea
di una grande Enciclopedia nazionale, non semplice opera compilativa e
divulgativa come le enciclopedie popolari » prebelliche, rientra in questo
programma di rafforzamento della borghesia italiana, in linea con la
ten: denza degli Stati moderni a darsi, dopo crisi di crescita e di
ricostruzione, una rinnovata organizzazione culturale (si pensi, per fare
un esempio contemporaneo anche se riferito ad un’esperienza opposta a quella
italiana, alla Grande enciclopedia sovietica iniziata a Mosca nell’anno
stesso in cui il dibattito sui caratteri della cultura socialista vide
prevalere i sostenitori della tesi della « cultura proletaria). La
disponibilità di Martini a questo programma VOLPE, Storia del movimento
fascista, Milano, Ispi, Come l’Enciclopedia popolare illustrate e la
Grande enciclopedia popolare, entrambe di Sonzogno. Se la Britannica fu
l’enciclopedia da emulare, modello du seguire per un’opera nazionale e
piuttosto il Touring Club Italiano fondato nel 1894, giudicato dall’E. I.
« nettamente nazionale per la sua vasta penetrazione in tutte le classi sociali
» (44 vocerm): il suo Atlante Internazionale e utilizzato dall’E. I. in seguito
ad apposito ac- cordo editoriale (cfr. anche R. Almagià, Una grande opera
italiana di cultura, in « Educazione fascista ». AIUT.C.I, si
richiamarono Formiggini e Martini come modello per la Fondazione Leonardo (cfr.
« L’Italia che scrive » e A.I°. Formiggini). Al carattere essenzialmente
nazionale, del ‘T.C.I. accenna Gramsci, Quaderni del carcere, edizione
critica dell'Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi,
Sui caratteri generali del dibattito sulla cultura svoltosi in
U.R.S.S. cfr. l’introduzione di V. Strada a Rivoluzione e lettera
tura. Il dibattito al 1° Congresso degli scrittori sovietici, Bari, Iuterza. «
La storia dimostra che ogni classe ha creato la sua enciclopedia », aveva
affermato Bogdanov nel 1918 proclamando la necessità: di preparare una
Enciclopedia operaia (cfr. S. Fitzpatrick, Rivoluzione e cultura in
Russia. Lunabarskij e il Commissariato del popolo L’Enciclopedia
italiana sarà testimoniata dalla sua presenza nel consiglio
direttivo dell’Istituto Treccani che ne riprenderà l’idea, ma è
rintracciabile anche in tutta la sua attività di uomo politico e di
cultura: auspice della impresa libica cui attri- buiva « questo
inapprezzabile rinnovamento nostro, questa concordia di popolo di cui
l’Italia non ha esempio nella sua storia » *, la sua azione per
l’intervento era stata determinante tanto da guadagnargli
l'appellativo di « grande apostolo di italianità », come lo chiamò
Trec- cani in occasione della fondazione del suo Istituto *. Nel
corso della guerra aveva però saputo cogliere la profonda spaccatura tra
la classe dirigente liberale e le masse popolati affette dalla « tabe del
materialismo » — « il popolo minuto non ha capito il perché della guerra:
della patria sente più poco, tormentato com’è dalle aspirazioni a
migliori condi- zioni sociali », annotava nel Diario” —, che, a suo
giudizio, nel 1919-20 Nitti e Giolitti non erano riusciti a colmare per
debolezza verso gli « elementi tor- bidi » socialisti *. Nel dopoguerra
si ripresentava il pericolo che nel 1894, di fronte ai primi passi del
movimento operaio organizzato, aveva spinto l’ex ministro della
Pub- blica Istruzione a manifestare a Carducci i suoi dubbi sugli
effetti del laicismo liberale: per l’istruzione, Roma, Editori
Riuniti). L’E. I. giudica la Grande enciclopedia sovietica condotta
secondo un cri- terio « rigorosamente bolscevico », e particolarmente
curata nella. parte scientifica e tecnologica (alla voce Enciclopedia).
Nel 1929, nella prefa- zione al vol. I dell’E. I., Gentile sottolineerà
il « pregio delle vaste opere collettive, che danno disciplina
agl'ingegni e forma concreta e definita al pensiero di un popolo » (p.
XII). fr. il brano del discorso citato in Croce, dhe
d’Italia, Bari, Laterza. Martini, Diario cit., e G. B. Gifuni, Lettere
ine- dite di Martini a Salandra, in «L'’osservatore politico letterario ».Treccani.
Cfr. anche pp. XLVILI. Kirk del Diario, cit. Giustamente Isnenghi giudica
Martini, fra i protagonisti politici, «uno dei più franchi o meno
reticenti nel collezionare gli indizi di insubordinazione nel paese e di
messa in crisi del rapporto tradizionale d’autorità » (Il mito della
grande guerra da Marinetti a Malaparte, Bari, Laterza). Cfr.
F. Martini, Lettere, cit., di ciò che il Quinet dice con grande efficacia di
parole e dimostra con grande autorità di esempi, che cioè le rivoluzioni
politiche, le quali non accompagnino un rinnovamento religioso, perdono
di vista l’origine loro e i primi intenti e finiscono a scatenare
ogni cattivo istinto delle plebi; di ciò io sono convinto da un
pezzo. Ma dopo il male che woî, tutti noi, caro Giosuè, abbiamo
fatto, siamo in grado di provvedere a’ rimedi? A chi predichiamo?
Noi, borghesia volteriana, siam noi che abbiam fatto i miscredenti,
intanto che il Papa custodiva i male credenti; ora alle plebi che
chiedono la poule au pot, perché non credono più al di lè, ritor- neremo
fuori a parlare di Dio, che ieri abbiamo negato? Non ci prestano fede...
abbiam voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare. La scuola
doveva, nelle chiacchiere de’ pedagoghi, sostituire la chiesa. Una bella
sostituzione! ” La sua estromissione dal parlamento dopo
quaranta- cinque anni — in seguito alle elezioni —, e le agitazioni
sociali culminate nell’occupazione delle fabbriche, convinsero Martini
dell’impotenza del me- (Chabod, Storia della politica estera
italiana, Bari, Laterza, da integrare però col discorso di Martini alla
Camera, contro l’introduzione dell'insegnamento religioso nelle scuole
elementari (« opporre una religione di classe alla lotta di classe», come
vorrebbe «una borghesia sgomen- tata dalle minacce del proletariato,
sarebbe come trattenere coi fuscelli la corsa delle locomotive »: citato da S.
Cilibrizzi, Storia parla mentare politica e diplomatica d’Italia da
Novara a Vittorio Veneto, vol. III, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società
editrice Dante Alighieri). Ma sarebbe da studiare tutta la sua posizione sulla
scuola, da prima quando fu ministro della P.I. nel primo gabinetto
Giolitti (su cui cfr. D. Bertoni Jovine, La scuola italiana dal 1870 ai
giorni nostri, Roma, Editori Riuniti), a quando dichiarò a Crispolti di essere
favorevole all'esame di stato per le scuole medie (Lettere). Né è da
trascurare, nello scrit- tore, l’aristocratica « toscanità » della prosa,
guidata da un provinciale buon senso, che si attirò i giudizi negativi di
Croce (ora in La letteratura della nuova Italia. Saggi critici, Bari,
Laterza) e di Gobetti (ora in Scritti storici, letterari e filosofici, a
cura di P. Spriano, Torino, Einaudi), da approfondire nel senso indicato
da Asor Rosa (Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura contem-
poranea, Roma, Samonà e Savelli) che ha incluso Martini fra i
rappresentanti di una fase «regionale », ma non per questo meno
nazionale, del populismo; tenendo tuttavia presente la vicinanza di Mar-
tini ad Ojetti, il cui libro Mio figlio ferroviere (Milano, Treves) fu
giudicato dall’amico «la vera storia d’Italia, dalle ultime fucilate dei
combattenti alle prime bastonate dei fascisti » (Lettere), e da
Prezzolini « uno dei segni precursori della reazione al disordine e alla
debolezza dei governi italiani parlamentari del dopoguerra » (La cultura
italiana, Milano, Corbaccio). L’Enciclopedia italiana
todo liberale a risolvere i problemi che il paese aveva ere- ditato dalla
guerra, e lo spinsero a seguire Salandra nel cammino che lo portò nel ’24
ad aderire al fascismo “. Lo spirito di riscossa nazionale da cui
si senti animata la borghesia liberale interventista nell’immediato
dopo- guerra e, insieme, i pericoli oggettivi per i suoi propositi
e la sua stessa posizione, condizionarono anche l’Ewciclopedia
nazionale, nelle aspirazioni come nel fallimento. Per il suo progetto in
24 volumi — quello di Treccani ne prevederà all’inizio 32, diventati poi
36 — Martini ottenne il patro- cinio della Società italiana per il
progresso delle scienze (S.I.P.S.), la maggiore organizzazione
scientifica del paese che univa alla diffidenza per il neoidealismo
una decisa impronta « nazionale » ‘; ma per quattro anni cercò invano di
assicurargli un’adeguata copertura finanziaria. Menghini — interventista e
antigiolittiano, non nuovo ad imprese enciclopediche —, che a Roma tenne
i contatti con Volterra, Bonfante e Almagià — membri del consiglio
direttivo della S.I.P.S. —, nel 1920 iniziò trat- tative con Bonaldo
Stringher, direttore della Banca d’Italia e amministratore della S.I.P.S.
fin dalla fondazione. Nel Martini, Lettere, (a p. 554 per le
elezioni). Per la sua concordanza con Salandra nel giudizio sul fascismo
cfr. anche R. De Felice, Mussolini il fascista, I. La conquista del
potere La, Torino, Einaudi e Gifuni ._ % Cfr. F. Martini, Leztere, cit.,
p. 560. Sulla S.I.P.S. cfr. R. Almagià, La società italiana per il
progetto delle scienze, in « L’Italia che scrive, e il breve cenno di L.
Bulferetti, Gli studi di storia della scienza e della tecnica in Italia,
in Nuove questioni di storia contemporanea, Milano, Matzorati. Scriveva a
Martini: «Il popolo, pur troppo, agisce male: ma come agir bene con
l’esempio che ha di tanti malgo- verni? Cosa debbono pensare le madri dei
cinquecentomila figli morti, quando sentono che la guerra si doveva
evitare? »; cfr. anche, contro Giolitti, la lettera. Sulle stesse
posizioni era Ales- sandro Donati, ad es. nelle lettere a Martini (BNF,
Fondo Martini). Aveva diretto l’Enciclopedia contemporanea illustrata
edita da Val- lardi, Milano (fra i collaboratori, Emilio Bodrero e
Ro- «berto Paribeni). . % Per l’elenco delle cariche sociali
della S.I.P.S. dal 1907 cfr. ad es. Atti della Società italiana per il
progresso delle scienze. Undicesima riunione, Trieste, Roma, Società italiana
per il progresso 25 ’21, attenuatesi le
difficoltà economiche dell’anno prece- dente, Stringher — che aveva
cointeressato anche Pogliani della Banca Italiana di Sconto, Fenoglio
della Commer- ciale e il finanziere Della Torre che controllava
un’im- ponente catena editoriale — promise il suo appoggio; fu
incaricato della realizzazione l’editore Bemporad, mentre Menghini
cominciò ad interpellare gli eventuali direttori dell'impresa fra cui,
sembra, Gentile 4. Ma nell’autunno del ’22 le incertezze delle banche non
erano ancora vinte — anche dopo la presentazione da parte di Bemporad di
un progetto molto ridotto rispetto a quello originario —, per cui
Martini accettò il consiglio di Stringher di affidare la realizzazione
dell’enciclopedia a un gruppo editoriale da promuoversi attorno a un
editore « di prima grandezza ». La scelta cadde su Angelo Fortunato
Formiggini e sulla Fondazione Leonardo da lui creata: fu questa la via per la
quale l’idea passerà a Gentile. I propositi culturali
nazionali della Leonardo, analoghi a quelli di Martini che ne fu il primo
presidente, si affiancavano a quelli dei numerosi istituti di
propaganda culturale nati o nuovamente sviluppati nel dopoguerra,
ma con un'impronta originaria — prima dei condizionamenti
governativi e dell’intervento di Gentile — nettamente diversa dal deciso
accento politico e nazionalistico che fin dall’inizio aveva avuto, ad
esempio, la Dante Alighieri ‘ delle scienze, 1922. Si profilò il
pericolo di una concorrenza al progetto di Martini, da parte di un
editore di Bergamo, che sembra si fosse assicurata la collaborazione di
Gentile, Chiovenda, Paribeni (BNF, Fondo Martini, lettere di Menghini,
e di Donati). 4 Per tutto l'andamento delle trattative cfr.
le lettere di Menghini a Martini. Sulle compartecipazioni editoriali di
Pogliani, Fenoglio e Della Torre, utili notizie in V. Castronovo, La stampa
italiana dall'Unità al fascismo, Bari, Laterza. Menghini a Martini. Passando
per Firenze non potrebbe interrogare il Cadorna? Io potrei incaricarmi
del Gentile: Mar- tini, Stringher, Volterra son già de’ nostri. Come fare
per Marconi, Luzzatti, Ciamician e Murri? » (BNF, Fondo Martini). Su Bemporad
editore negli anni venti di « Critica sociale », cfr. A. Gramsci,
Quaderni del carcere, e l'intervento di Piero Treves in La Toscana nel
regime fascista, Firenze, Olschki, Sulla funzione di « grande milizia civile »
svolta dalla Dante Ali- ghieri, fondata da Ruggero Bonghi, cfr. P.
Barbèra, La « Dante L’Enciclopedia italiana l'opera
di Formiggini si rivolgeva soprattutto all’interno, in un tentativo di
unificazione culturale che, iniziato nel 1918, con la rivista bibliografica
« L’Italia che scrive », trovava in tutta la sua attività prebellica i
motivi della sua estraneità all’idealismo e dell’avversione per
la setta filosofica gentiliana giudicata tirannide dottrinale contraria
alla manifestazione delle diverse correnti culturali *
L’intento di sviluppare all’estero la conoscenza della cultura
italiana aveva portato. Formiggini ad un incontro con le prospettive
nazionalistiche degli organi statali pre- posti alla stampa e alla
propaganda * e, su queste basi, alla creazione dell’Istituto per la
propaganda della cultura ita- liana che, dopo aver ottenuto un sostegno
anche da parte degli industriali, fu inaugurato ufficialmente a Roma ed
eretto in ente morale, col nome di Fon- dazione Leonardo, nel novembre
dello stesso anno, con Alighieri », relazione storica al XXV
Congresso (Trieste-Trento, 1919), Roma, Società nazionale Dante
Alighieri, e Id., Quaderni di me- morie stampati ad usum delphini,
Firenze, Barbèra, dove è anche una professione di fede di Barbèra, segretario
del Consiglio centrale della Dante (« non son socialista, perché credo la
essenza di tal dottrina contraria a natura e giustizia, e poiché essendo
essa necessariamente internazionale è contraria al principio di
nazionalità che è anch'esso legge di natura »: p. 220), conforme ai fini
della Dante, nata a rinnovare il « pensiero della Patria » negli emigrati
e nel proleta- riato che, « ansioso di migliorare le sue penose
condizioni, sentî il bisogno di organizzarsi per le rivendicazioni dei suoi
diritti e di allearsi al prole- tariato degli altri paesi con vincoli
internazionali » (P. Barbèra, La « Dante Alighieri »). E consigliere
della Società anche Martini. 4 A.F. Formiggini, La ficozza
filosofica del fascismo, cit., p. 40. Sulla figura e l’opera di
Formiggini. 4 Nel 1918 Formiggini ottenne per le Guide
bibliografiche il patro- cinio della Commissione per la propaganda del
libro italiano all’estero, presieduta dal nazionalista Gallenga Stuart
(«L'Italia che scrive», I (1918), pp. 103-104), suscitando i dubbi di
Gobetti sull’efficacia e l’imparzialità culturale dell’iniziativa (ora in
Scritti politici); cfr. anche L. Tosi, Romeo A. Gallenga Stuart e la
propaganda di guerra all’estero (1917-1918), in « Storia contemporanea ».
E annunciata la costituzione dell’Istituto per la propaganda della
cultura italiana sotto la presidenza di Martini e Comandini (commissario
per la propaganda all’In- terno) e, fra i consiglieri, il direttore del
«Giornale d’Italia » Berga- “mini, Buonaiuti, Formiggini, Croce, Einaudi,
Prezzolini (« L’Italia che ‘scrive »; cfr. anche il frontespizio del n.
12). Martini presidente, Orso M. Corbino vice-presidente, Gentile e
Amedeo Giannini delegati rispettivamente del mini- stro della Pubblica
istruzione e di quello degli Esteri, Almagià e Chiovenda consiglieri,
Formig- gini consigliere delegato alle pubblicazioni. I nuovi
accordi e le nuove compagnie si dimostrarono subito pericolosi e
condizionanti, tali da non permettere che l’ente svolgesse quel compito
di « equilibrata armonizzazione di correnti opposte » che Formiggini
sperava ereditasse dalla sua ri- vista. Il suo ideale di imparzialità si
rivelò un’arma a doppio taglio, permettendo in questa fase che altri
utilizzasse l’ini- ziativa per i propri fini. Il consiglio
direttivo della Leonardo, dicendosi convinto che « la forza di espansione
necessaria alla cultura italiana [...] non possa derivare da artificiali
argomenti di propaganda [...], ma soltanto dal valore stesso della nostra
cultura », affermava con linguaggio trasparentemente gentiliano che «
creare la cultura è la prima condizione della sua propaganda; ma la
cultura non esiste se non nello spirito che l’alimenta accogliendola e
sentendola »; considerava quindi necessa- rio « organizzare un lavoro di
propaganda interna diretto a ravvivare negli animi il concetto di quanto
nella cultura italiana fu veramente originale e arrecò un
contributo incontestabile al patrimonio spirituale dell'umanità »,
e affidava questo compito a una serie di conferenze tenute da
Gentile, Croce, Scialoia, Farinelli, Rossi, Ricci. Era un chiaro rifiuto del
programma culturale di Formiggini e della sua casa editrice. L’iniziativa
di quest’ultimo divenne « impersonale », cioè « nazionale », come egli
stesso dichiarò, e la Fondazione si propose, secondo le dichiarazioni di
Martini, di « propa- gare il pensiero nazionale fra i popoli civili e ciò
non con intenti imperialistici, ma unicamente col proposito di far
sapere chi siamo e che cosa facciamo ». Ma in breve tempo Gentile, forte
dell’appoggio governativo, riusci ad assu- mere il controllo della
Fondazione — dal giugno ’22 pre- sieduta da Bonomi —, separandola
progressiva- mente da « L'Italia che scrive », sull’esempio della quale
— e utilizzando molti dei suoi collaboratori — modellerà
L’Enciclopedia italiana più tardi il « Leonardo » affidato nel ’25
a Prezzolini e poi a Russo. L'assemblea sociale della Fon- dazione,
manipolata da Gentile promotore della « marcia sulla Leonardo » — stando
alle accuse di Formiggini® —, rovesciò il consiglio direttivo, che fu
ristrutturato sotto la presidenza del nuovo ministro della Pubblica
istruzione del primo gabinetto Mussolini
L’ente e il suo patrimonio saranno assorbiti nel ’25 dall’Istituto
nazionale fascista di cultura”, mentre Formiggini continuerà ne «
L'Italia che scrive » a inseguire ingenuamente il suo sogno di
rispec- chiare, in una Italia in cui molte voci andavano ormai
spen- gendosi, tutte le correnti della cultura nazionale, senza
comprendere come fosse ben diversa dall’opera di armoniz- zazione da lui
auspicata la « volontà esplicita del Governo di assumere la diretta
gestione di tutti gli organismi di propaganda nazionale » *.
La parabola della Leonardo segna il destino dell’Enciclopedia nazionale
progettata da Martini: proprio nella seduta che sanzionò — ad opera
di Gentile — il definitivo distacco dell’Istituto da « L’Italia che
scrive », Formiggini comunicò al consiglio direttivo della Leonardo di
essere stato incaricato da « un gruppo di amici che facevano capo a
Ferdinando Martini », rima- sto presidente onorario della Fondazione, di
realizzare una Grande Enciclopedia Italica per « sodisfare la lunga
attesa della Nazione e dar vita ad un’opera che, mercé una larga
diffusione in Italia e nei centri culturali stranieri, giovi
gagliardamente al progresso intellettuale del nostro Paese 5 Cfr.
«L'Italia che scrive. Formiggini. Con Gentile presidente e A. Giannini
vice-presidente, erano con- siglieri R. Bottacchiari, G. Calabi,
Codignola, Giglioli, F. I Massuero, Radice, V. Rossi (« Leonardo », I
(1925), n. l). 5 Cosî affermerà Formiggini, ancora in epoca
fascista (Venticinque anni dopo, Roma, Formiggini, 19332, p. 32; cfr.
anche Trent'anni dopo. Storia di una casa editrice, Amatrice,
Formiggini). 53 Ancora nel 1931, come attesta G. Salvemini, Scritti
sul fascismo, Milano, Feltrinelli. % A.F. Formiggini, La
ficozza filosofica del fascismo. e al
buon nome dell’Italia nel mondo ». Ritenendo impos- sibile ricalcare le
orme della Britannica, Formiggini ridusse, come già aveva fatto Bemporad,
il progetto originario di Martini — 18 invece di 24 volumi —, e ne affidò
la rea- lizzazione a un costituendo consorzio editoriale librario
(con la partecipazione anche dei maggiori periodici italiani), sempre
sotto il patrocinio della Società italiana per il pro- gresso delle
scienze. I redattori sarebbero stati scelti fra i membri di quest’ultima,
dell’Accademia dei Lincei e della Leonardo, che avrebbero lavorato sotto
la direzione non di un filosofo o di uno scienziato, ma di un tecnico, un
bibliografo e bibliotecario, per rendere la Grande Enciclo- pedia
Italica, come voleva Formiggini, specchio completo e obiettivo dello
stato presente della nostra cultura », « opera espositiva e di
coordinamento delle varie dottrine »: era respinto il consiglio di Croce — di
non fare opera eclettica, perché « una Enciclopedia deve avere
un’a- nima sua, una sua coerenza » 5 —, condiviso anche da Gentile
Ma la marcia sulla Leonardo travolse Formiggini, che fu abbandonato da
Martini”; questi continuerà a col. tivare la speranza di attuare
l’enciclopedia, finché non con- fluî nell’iniziativa gentiliana *, mentre
Formiggini, abban- donato il vecchio progetto ”, riuscirà a dare inizio a
una nuova Enciclopedia delle Enciclopedie divisa per sog- All'annuncio
dell’E.I., Formiggini scriverà che «il Gen- tile di oggi (l’ho detto) non
è più quello di ieri. Egli allora era in piena armonia con Croce, il
quale avrebbe voluto una enciclopedia, tutte le ‘pagine della quale
concorressero ad uno stesso fine concettuale » (« L'Italia che scrive
»). Menghini scriveva a Martini che «il trionfo «della tesi
del Formiggini fu quello di Bemporad, e che non si tratta pit di una
enciclopedia scientifica, ma di una a base Larousse », e conclu- deva: «
appena potrò, vedrò il Gentile, a cui narrerò tutto: e spero inte- ressare
il Governo alla impresa » (BNF, Fondo Martini). 58 F. Martini,
Lettere (a Formiggini). Formiggini, Programma editoriale della collezione
e L'Enciclopedia Italica, in «L'Italia che scrive». L’Enciclopedia
italiana getti ®: ma quando ormai l’idea della Enciclopedia
italiana, ereditata da Gentile assieme alla Leonardo, era stata
rilanciata dall’Istituto Treccani. 3. L'intervento di Treccani e
Gentile Il progetto di Martini fu realizzato fuori del
ristretto ambito editoriale in cui era stato confinato da
Formiggini e con la forte impronta culturale di Gentile; ma il
rapido successo dell’iniziativa « privata » di Treccani e Gentile
fu reso possibile soprattutto dalla nuova realtà creata dal fa-
scismo, che favori una stretta compenetrazione tra interessi politici industriali
culturali, e fece sentire l’opera utile, anzi necessaria © alla cultura e
alla forza dello Stato nel quadro di una più generale riorganizzazione
del potere: il carattere « nazionale » dell’enciclopedia non si
presentò più solo come aspirazione da raggiungere — espressione di
italianità frutto di tutte le forze intellettuali del paese —, ma anche
come conseguenza del « nuovo ordine » che si autodefiniva « nazionale ».
Fu alla fine del 1924 che Gentile, presidente della Leonardo e, fino al giugno
di quell’anno, ministro della Pubblica istruzione, riprese e
sviluppò il progetto di Martini, trovando un pronto aiuto economico nel
senatore Giovanni Treccani , la cui figura % Cosî annunciata nel
novembre ’25 ne «L'Italia che scrive». È noto che avevo studiato il piano di
una Grande Enciclopedia Italica e che altri sta realizzando con grande
abbondanza di mezzi quello che era stato il mio proposito. Mi si
rimproverava allora di voler dare uno specchio fedele di tutte le
correnti del pensiero degne di considerazione senza asservire l’opera ad
una particolare tendenza: oggi ho la giusta soddisfazione di vedere che
quel mio concetto è stato pienamente accolto. Le mutate condizioni
della vita culturale italiana mi fanno però rime- ditare su quanto Croce
ebbe a dirmi in proposito: egli affer- mava che una Enciclopedia deve
assolutamente avere un’anima sua pro- pria, ed io allora non vedevo quale
delle tendenze spirituali avrebbe potuto imporsi come perno di tutto lo
scibile: oggi mi apparisce ben chiaro e non dubbio quale debba essere il
nucleo ideale di una simile impresa. 6l L’E.I. è qualificata
«necessaria » in tutti i discorsi di Treccani (Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione compimento). Entrato io in Senato nel
1924, il sen. Gentile (al quale mi legavano rapporti di cordialità per la parte
da lui avuta come Ministro della di industriale-mecenate
rappresenta il più ampio — e politicamente nuovo — intervento dei grandi gruppi
economici nell’attività editoriale. Alla morte di Rossi — il
protezionista considerato precursore dell’ideologia corporativa, cui
Treccani dedicherà un significativo ritratto nell’Enciclopedia —, era entrato
nel Lanificio Rossi di cui divenne presidente, e opera come
amministratore delegato il salvataggio del Cotonificio Valle Ticino, «
intorno al quale sorsero altre aziende tessili, tutte basate sui
principi, cari al Treccani, della divisione del lavoro e
dell’indipendenza della funzione industriale, a tutti gli effetti
giuridici ed economici, da quella commerciale, anche allo scopo di
mettere le maestranze al riparo dai disastri eventuali della speculazione
» “, ma soprattutto — come Treccani dichiarò di fronte allo spettro della
rivoluzione leninista apparso con l'occupazione delle fabbriche —
allo scopo di raggiungere la « conciliazione sociale » spo- liticizzando
gli operai, cooptati nella direzione di aziende « puramente industriali »
— di tipo corporativistico —, private dei più vasti poteri decisionali
delle aziende « pura- mente commerciali » ©. Presidente di numerose
società tes- Pubblica Istruzione, — allora si diceva cost — al
recupero della Bibbia di Borso d’Este) mi segnalò quel naufragato
progetto, affinché io vedessi se avevo la possibilità di attuarlo »,
ricorderà nel 1938 Treccani (ibidem, p. 11). Il progetto prevedeva 32
volumi — diventati poi 36 — e un “Dizionario biografico degl’italiani”; furono
spesi circa 15 mi- lioni per i soli collaboratori, e 100 per tutta
l’opera di 25.000 copie. Lanaro, Nazionalismo e ideologia del blocco
corporativo-pro- tezionista in Italia, in «Ideologie». Nazione e lavoro.
Saggio sulla cultura borghese in Italia, Padova, Marsilio. Di Rossi
Treccani scriverà nell’E.I. che « considerava primo elemento di potenza e
di ricchezza nazionale il capitale uomo, preparato con sentimenti
cristiani alla collaborazione fra le classi sociali. Ebbe vivissima la
coscienza dei doveri degl’imprenditori verso i dipendenti e considerò
l’interesse dei proprietarî non disgiunto da quello degli operai e da
quello della nazione »: dove, pur fatte le dovute concessioni alla data
di stesura della voce, sono accennate le origini nazionaliste e
cattoliche del corporativismo. % Cfr. l’anonima voce Treccani in
E.I., e P. Rossi, Dall’Olona ai Ticino. Centocinquant’anni di vita
cotoniera, Varese, La tipografica Va- rese, 1954, p. 122. 6
In modo che «l’operaio industrializzato perderebbe l’abito di far
L’Enciclopedia italiana sili, chimico-meccaniche, agricole —
membro fondatore della società agricola italo-somala — ed
editoriali, Treccani si prodigò in quell’opera di mecenatismo che,
soprattutto con l’acquisto e il dono allo Stato della Bibbia di Borso d’Este,
gli valse a nomina a senatore. Il mecenatismo di Treccani, e di
altri industriali o finanzieri quali Gualino, non era, come
osservava Gramsci, disinteressato: le loro iniziative culturali erano
illuminate autoprotezioni che, dichiarando paternalisticamente di
favorire l’interesse generale nazionale, aiutavano di fatto quello delle classi
dirigenti e l'ordine sociale costituito. A Enciclopedia compiuta
Trec- cani affermerà che si può contribuire al progresso
delle lettere, delle scienze e delle arti, anche senza essere letterati,
scienziati o artisti, proteggendo quelle e aiutando questi; e spetta specialmente
a coloro che, in un determinato momento, detengono la ricchezza promuovere atti
di gene rosità e di rischio, perché solo facendo compiere al capitale
un'alta del lavoro una funzione politica, e questa eserciterebbe soltanto
come cittadino e cioè all'infuori e al di sopra di quella che sarebbe la
lotta economica. Tanto all’infuori e al di sopra, che un qualunque
movente politico, in una eventuale lotta, non sarebbe possibile concepire
se non attraverso a un tentativo criminale di sovvertimento sociale, o
meglio a una aberrazione della coscienza operaia, la quale vorrebbe
allora precipi- tare nel baratro di una eclissi storica la nazione e la
società. Treccani, Capitale e lavoro, in « Risorgimento ». Il diritto nuovo. La
rivista « Risorgimento », fondata da Treccani e diretta da Arrivabene, e
su cui scrisse anche Corradini, è definita dall'E.I. «di spiriti
nettamente nazionali » (alla voce Treccani). Per tutta la sua
attività culturale e benefica cfr. Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani.
Come e da chi è stata fatta, Milano, Bestetti,
(tutto il volume è concepito come difesa dalle accuse di fascismo
rivolte all’E.I. dopo la Liberazione). La nomina di Treccani a senatore,
avvenuta nella « infornata (cfr. Rossi, Padroni del vapore e fascismo, Bari,
Laterza), era stata raccomandata da GENTILE a MUSSOLINI (Archivio centrale
dello Stato, Roma (d’ora in avanti ACS), Segreteria particolare del Duce,
CARTEGGIO RISERVATO). Quaderni del carcere. Accenni a Gualino — il
fondatore della Snia-Viscosa e vice-presidente della Fiat che finanziò le
ricerche di Egidi e Chabod a Simancas — in AA.VV., ln memoria di Pietro
Egidi, Pinerolo, Unitipografica pinerolese, Volpe, Storici e maestri, Firenze,
Sansoni. funzione sociale, esso può essere benedetto anziché odiato. Gli
industriali poi devono riconoscere che l’industria è debitrice di tutto
alla scienza: del suo fondamento, del suo progresso, del suo divenire; e
che la scienza, alimentando le applicazioni pratiche — cioè in definitiva
l’industria e l’agricoltura — è largitrice di beni morali ed economici,
che elevano la dignità del popolo e il suo tenore di vita. Frutto
del rafforzamento e della concentrazione dell’in- dustria accelerati
dalla guerra e dal fascismo ”, l’impresa della Enciclopedia testimonia la
stretta compenetrazione dei gruppi di pressione economici — Treccani vi
interessò anche il segretario dell’Associazione cotoniera Riva, e per la
realizzazione dell’opera diverrà socio di Rizzoli, quindi di Tumminelli e
Treves”? — con interessi politici e culturali, affermatasi su larga scala
in Italia per la prima volta dopo la grande guerra, condizionando
in modo mediato l’editoria — divenuta, come la definî Vallecchi,
industria delle industrie —, e immediato la stampa quotidiana. La libera
iniziativa di Treccani poté cosî realizzare ciò che non era riuscito alla
Banca d’Italia di Stringher. Altrettanto decisiva per la ripresa e
l'ampliamento del vecchio progetto di Martini fu la coerente opera di organizzazione
culturale promossa da Gentile, che dopo l’espe- rienza bellica era venuto
accentuando il valore politico della 6 Enciclopedia Italiana
Treccani. Idea esecuzione compimento. Mori, Per una storia dell’industria
italiana durante il fascismo, ora in Il capitalismo industriale in Italia.
Processo d'industrializzazione e storia d’Italia, Roma, Editori Riuniti. L’E.I.
fu realizzata « con grande fede nella disciplina e produttività delle
forze intellettuali italiane nonché nella resistenza dell'economia nazionale »,
affermò anche dopo la grande crisi Gentile (Tribolazioni di un
enciclopedista. Come si distribuisce l'immortalità, in «Il Corriere della
sera). Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento, e U.
Ojetti, I taccuini. Firenze, Sansoni,
che parla anche di trattative tra Fracchia e Treccani su un nuovo giornale
letterario, probabilmente « La fiera letteraria ».Vallecchi, Ricordi e idee di
un editore vivente, Firenze, Vallecchi. L’Enciclopedia italiana
cultura, la critica alla scienza spettatrice della vita e all’arcadia, in
vista della formazione di una nuova classe dirigente. La direzione
gentiliana di Accademie e Istituti, di riviste e collane editoriali, il
controllo di case editrici, affermatisi nel periodo fascista, ebbero nel
campo dell’alta cultura un’incidenza pari se non superiore, perché
stabili per un quindicennio, alla stessa riforma della scuola nel
settore educativo. Quando questa comincia ad essere svuotata dei suoi
caratteri originari, GENTILE inizia proprio con l’Exciclopedia — e per
mezzo del vasto potere di controllo su un gran numero di intellettuali da
essa conferitogli — ad esercitare una vasta egemonia culturale che induce
a riconsiderare, nel quadro di tutta LA FILOSOFIA ITALIANA del ventennio e del
secondo dopoguerra, l’opera svolta da Croce attraverso « La Critica » e
la Casa Laterza, opera su cui finora si è insistito in modo esclusivo e
spesso pregiudiziale, identificando polemicamente la cultura con l’antifascismo.
Se la semplice somma numerica delle organizzazioni e degli FILOSOFI controllati
materialmente da GENTILE non è sufficiente, allo stato attuale degli
studi, a Fra gli innumerevoli esempi possibili, basti ricordare La
moralità della scienza, in Scritti pedagogici, La riforma della
scuola in Italia, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli; Che cosa
è il fascismo, cit.; Fascismo e cultura, Milano, Treves; Origini e
dottrina del fascismo, Roma, Istituto nazionale fascista di cultura. Quello del
contatto organico tra l’intelligenza e le classi dirigenti era allora il
problema sostanziale di LA FILOSOFIA ITALIANA posto fin dall’inizio della
rinascita idealistica, ma rimasto insoluto per la vittoria della vecchia
Italia, osservava Togliatti a proposito de coltura italiana di Prezzolini
(Opere, a cura di E. Ragionieri, Roma, Editori Riuniti). Ricordiamo solo
la Commissione Vinciana, la Leonardo e l’Istituto nazionale fascista di
cultura, la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’Istituto italiano di studi
germanici, l'Istituto italiano per il medio ed estremo Oriente, la
casa editrice Sansoni, le collane di Le Monnier, il GIORNALE CRITICO
DELLA FILOSOFIA ITALIANA, Educazione fascista. ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio riservato. Bellezza, Bibliografia degli
scritti di GENTILE – LA FILOSOFIA DI GENTILE -- Firenze, Sansoni, Lalla, GENTILE,
Firenze, Sansoni). Cosi Garin, “La Casa Editrice Laterza la
filosofia italiana,” ora in LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari, Laterza, che pur
avverte sempre la larga interdipendenza delle filosofie crociana e gentiliana.
spodestare Croce dal suo trono di papalaico — ciò implicherebbe
negare la persistenza dell’influenza crociana —, è da tener presente
almeno l’importanza pratica delle iniziative gentiliane: esse
mirarono a coagulare attorno a un nucleo di tradizione nazionale e fascista — e
quindi contribuirono a far sopravvivere nel quadro dell’ideologia eclettica del
regime — forze intellettuali operanti in campo filosofico. È
significativo chequando le revisioni interne e gli attacchi contro il
ATTUALISMO si erano in gran parte già consumati, un rapporto anonimo
inviato a MUSSOLINI presentasse GENTILE come pericoloso inquisitore nel campo
dell’organizzazione della filosofia. Si va determinando nel campo dell’Editotia
Italiana, specialmente attraverso le sovvenzioni dell’I.R.I., un
accaparramento sempre più sensibile di case editrici da parte del
Senatore GENTILE. Egli già dirige direttamente o indirettamente le
Case Editrici Lemonnier e Sansoni: le quali, a loro volta, dispongono
delle case dell'Arte della Stampa e di Ariani in Firenze. Dirige
l’Enciclopedia Italiana e controlla, perciò, un esercito di FILOSOFI collaboratori
che debbono per forza di cose obbedirgli. Sono note le vicende
delle case Treves e Tumminelli in cui Gentile era grande parte.
Sano noti i rapporti con le altre case attraverso i contatti con allievi
o amici, quali CARLINI e CODIGNOLA.
Può dirsi quindi che oggi è molto difficile fare uscire un saggio di
FILOSOFIA in Italia senza il visto di questo nuovo Sant’Ufficio di nuovo
tipo. Si dice, inoltre, che presto la casa Bemporad e diretta da GENTILE,
venendo cosî ad aumentare il numero delle case affiancate o
asservite. Occorrerebbe vedere, con opportuni e delicati approcci,
se non fosse il caso di studiare il modo di immettere nella vita della filosofia
fascista la Casa Laterza di Bari che per la sua reputazione potrebbe, una
volta immessa nella vita del Regime, rappresentate un certo contrappeso
all’attuale disquilibrdio di forze editoriali
Rapporto anonimo pervenuto a MUSSOLINI, in ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio riservato; per l’accusa a GENTILE di estendere
la sua EGEMONIA FILOSOFICA attraverso l’E. I. GENTILE forma, più di CROCE, una SCUOLA
FILOSOFICA. Ed ha FILOSOFI discepoli entusiastici e fedeli, forse anche troppo;
ed appare un animatore e Documento di parte, certo, ma che —
accanto ai limiti della opposizione crociana e alla spregiudicatezza
ideologica del regime pronto a strumentalizzarla — indica solo per
difetto i canali differenziati di diffusione culturale di GENTILE e di I
GENTILIANI. Nei primi anni del fascismo l’opera di GENTILE e funzionale alla
necessità politica del regime di unificare e organizzare le disperse forze
della FILOSOFIA della borghesia liberale. Soprattutto dopo l’unificazione col
nazionalismo — pit attento ai problemi di politica FILOSOFICA proprio
perché da una tradizione filosofica nazionale vuole trarre i motivi della
sua collocazione nella storia della filosofia italiana —, il fascismo
accompagna l’azione repressiva dello squadrismo con quell’opera di
graduale allargamento del consenso — fatta di concessioni ai gruppi
capitalistici e alle forze culturalmente egemoni — che gli permette di
schiacciare le opposizioni. Valido strumento e dapprima la gentiliana riforma
della scuola — con FEDELE resa pDIS conforme alle istanze della borghesia
—, poi, superata la crisi Matteotti e instaurata la dittatura, l’opera di
appropriazione di correnti filosofiche diverse assegnata a GENTILE, parallela a
quella svolta contemporaneamente sul piano politico verso i
fiancheggiatori, e dopo sostituita dalla ricerca dell’appoggio dei borghesi.
Non è un caso che Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia
Italiana e costituito. Salutato con entusiasmo da GENTILE, segna la fine
dei governi di coalizione. FARINACCI divenne segretario del Pnf, carica che
terrà fino al marzo direttore spirituale. Sostiene le sorti della
sua scuola e dei suoi scolari con la fede di un uomo di parte, ricorda ancora
PREZZOLINI (La filosofia italiana). Tomasi, Idealismo e.
fascismo nella scuola italiana, Firenze, È Nuova Italia. Gentile a Mussolini. Eccellente
il discorso di ieri. Il paese tutto si sveglia e torna a Lei. La prego
poi di ricordarsi che in questi giorni bisognerebbe dar forza ai
Quindici, emanando il Decreto Reale -- copia in ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio riservato. Sebbene l’opera si assicurasse
l’alto patronato del re e le
dichiarazioni ufficiali di Treccani e Gentile non facessero quasi parola del
fascismo, la sua data di nascita indica il peso determinante che nella
sua realizzazione ebbe l’avvento della dittatura. La segreteria Farinacci
sembrerebbe contrastare con lo spirito informatore dell’impresa; in realtà la
linea estremista del fascismo, pur polemizzando con l’iniziativa
gentiliana, non riusci a condizionarla. Anche in campo filosofico
le due anime del fascismo — tradizionale e rivoluzionaria — trovarono
ciascuna un proprio spazio e una propria funzione. Che la nascita
dell’Enciclopedia e l’indirizzo da essa rappresentato non fossero casuali,
frutto esclusivo di un’iniziativa individuale, ma rientrassero in
un più vasto programma di politica culturale del regime, è dimostrato
anche dal sorgere accanto ad essa di numerosi altri istituti di alta
cultura, quali l’ISTITUTO DI STUDI ROMANI di Paluzzi, l’ISTITUTO
NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA Istituto nazionale fascista erede materialmente
della Leonardo di Formiggini o delle varie Università popolari e affidato
a GENTILE, la SCUOLA DI STORIA di VOLPE e L’ACCADEMIA D’ITALIA -- tutte
istituzioni rivolte, con programma e su piano filosofico, a promuovere
studi e ricerche ispirati sempre ad IL PRIMATO DELLA CIVILTA ROMANA nel mondo, con una funzione interna analoga a
quella svolta, all’estero, da appositi organismi culturali che, in modo
graduale e illuminato, miravano a orientare favorevolmente verso
il fascismo l’opinione pubblica, Come appare dal Manifesto al pubblico (in
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento).
Ministero dell'Educazione Nazionale, Accademie e Istituti di
cultura. Cenni storici, Roma, Palombi, Una prima ricerca è quella sul CNR
di Maiocchi, Scienza, industria e fascismo, in « Società e storia ». Sulla
figura di VOLPE v. Cervelli, VOLPE, Napoli, Guida, e, per qualche cenno
sulla sua vasta opera di organizzazione degli studi storici nel periodo
fascista, ancora da studiare, Turi, Il problema VOLPE, Studi storici. Frezza
Bicocchi, Propaganda fascista e comunità italiane in Lo « specchio
fedele e completo della cultura scientifica italiana. Il governo facilita
economicamente la realizzazione della Enciclopedia, intervenendo — su
sollecitazione di GENTILE — per l’accordo editoriale fra l’Istituto
Treccani e il Touring Club Italiano che fornisce il corredo cartografico
dell’opera, e costituendo l’ente nazionale ISTITUTO DELL’ENCICLOPEDIA ITALIANA.
E sempre il regime condiziona direttamente l’impresa, garantendone il controllo
ecclesiastico, e utilizzandola poi come canale di diffusione della sua
ideologia, come nella voce Fascismzo. Ma l’Enciclopedia si presenta come opera
nazionale, testimonianza di un primato italiano da rivendicare di fronte
agli altri paesi, nel senso già indicato da MARTINI. Solo con l’uscita e in una
diversa situazione politica, il suo carattere nazionale e precisato con
l’istituzione del rapporto di continuità risorgimento/grande-guerra-fascismo.
La Casa Italiana, Columbia, Studi storici. La prefazione alla E.I. ricorda come
il maggior tentativo di una enciclopedia italiana e stato fatto in Italia
negli anni forieri del Quarantotto, nel più vivo fermento della ridesta
coscienza nazionale del popolo italiano, come il disegno e il proposito
dell’Enciclopedia siano maturati dopo la grande guerra in cui gl’italiani, per
la prima volta dacché raccolti in unità nazionale, fecero esperimento di tutte
le loro forze materiali e morali, e superarono la prova con una grande
vittoria, e che il clima che rende possibile un'opera come questa è il
nuovo spirito esploso con l'avvento del Fascismo. E Treccani. Ad ogni movimento
nazionale concluso, si è sempre sentito il bisogno di questo esame delle
proprie possibilità filosofica. Anche Filiberto, restaurato lo stato, idea
un’Enciclopedia col nome di “Teatro Universale”, rimasta però allo stato
di Progetto. Ed altrettanto fanno gl’uomini del nostro Risorgimento, che
ci diedero l’Enciclopedia Popolare Pomba, chiamata l’Enciclopedia del
Risorgimento, opera lodevole. Il grandioso movimento spirituale prodotto
dalla guerra vittoriosa e dal fascismo, non puo rimanere sterile in
questo campo. Negli stessi termini Bosco, Enciclopedia Italiana, in “Panorami
di realizzazioni del fascismo”. Gl’Istituti del Regime, Roma, Panorami di
realizzazioni del fascismo. Già il Manifesto ricorda, oltre al clima
della vittoria, il tentativo fatto in Torino negli anni più maturi
L’insistenza sul significato nazionale dell’impresa — di cui solo pochi
colsero gli equivoci, e il pericolo di una riduzione nazionalistica della
filosofia — si dissolve presso gl’incerti o gl’oppositori del fascismo o
di Gentile il dubbio che l’opera e politicamente e FILOSOFICAMENTE
di parte. Tutte le dichiarazioni di Treccani e Gentile — rispettivamente PRESIDENTE
DELL’ISTITUTO e DIRETTORE dell’Enciclopedia — sono ispirate a questa
preoccupazione. L’atto costitutivo dell’Istituto auspicava che l’opera e scritta
con la collaborazione di quanti filosofi sono in Italia competenti in
ogni ordine di scuole, e governata da un alto concetto di quello che è
stato ed è il carattere ed il valore della civiltà italiana nel
mondo, nonché dal desiderio e proposito che tutte le forze filosofiche
della nazione siano, per questo lavoro che interessa tutta la nazione,
messe a profitto, in modo che riuscisse opera, cosî dal rispetto filosofico,
come da quello nazionale, degna delle più nobili tradizioni del popolo italiano.
L’art. 4 si preoccupa di specificare che l’Istituto s’inspira bensi alla
coscienza del glorioso passato del popolo italiano e degl’alti destini a
cui esso può e deve aspirare. Ma è “a-politico” nel *senso assoluto* della
parola. Anche il del Risorgimento nazionale, quando tutto lo spirito
italiano senti piu urgente il bisogno del suo rinnovamento e di una vita più intense.
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento. Sulla
Nuova enciclopedia popolare del Pomba cfr. Bottasso, Le edizioni Pomba,
Torino, Biblioteca civica, Cfr l’articolo Nel mondo della coltura borghese. Una
Enciclopedia, in « L'Unità » (lo pseudonimo dell’autore non è
completamente leggibile. Gl’uomini della dominante borghesia italiana vorrebbero
adesso nazionalizzare la internazionale della filosofia, facendo un
grande monumento di dottrina filosofica INDIGENA, mentre una enciclopedia, per
servire degnamente alla filosofia, deve essere opera vastissima di filosofia
universale, enorme massa di parole e di voci che vanno distribuite fra
quanti filosofi dotti possono più sicuramente parlare su ciascuna di esse.
Se si farà, sarà — pur troppo — un documento di fragorose chiacchiere e di
malfatte compilazioni, conclude l’articolista esprimendo il dubbio sulla
capacità del fascismo di realizzare un’opera di tanta mole e di cosi universale
sapete. Treccani, Exciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento. Treccani dichiara: « La politica qui non c'entra, né deve
entrarci. E il caso anzi di dire che se la politica può dividere gl’uomini,
LA FILOSOFIA li deve tutti unire -- parole che ricordano quelle di GENTILE
nell’articolo Contro Manifesto al pubblico dichiarava l’IMPARZIALITA
filosofica e politica dell’Enciclopedia, quasi con gli stessi termini già usati
da FORMIGGIN. A questa ENCICLOPEDIA che e specchio fedele e completo
della filosofia italiana, sono chiamati a collaborare tutti i FILOSOFI
d’Italia; e dove sia opportuno non si tralascerà di invitare a fraterna collaborazione
i filosofi d’altri paesi, come la GERMANIA, più particolarmente versati,
com’è naturale, nelle materie – e. g. HEGEL -- riguardanti le rispettive loro nazioni. Ma di
quanti sono in Italia che abbiano in una disciplina e in uno speciale
argomento una loro competenza, l’Istituto confida che nessuno vuole
negare il proprio contributo e il proprio nome a questo lavoro, che vuol
essere opera nazionale superiore a tutti i partiti politici come a tutte
le scuole filosofiche, e puo riuscire, per la sua complessità, la maggior
prova filosofica dell’Italia nuova Le dichiarazioni di imparzialità convinsero FORMIGGINI
— che giudica l’ATTUALISMO ormai privo di aggressività per aver esaurito
la sua funzione —, non chi vede, l’agnosticismo della scuola: la
politica divide, e la filosofia unire (Che cosa è il fascismo).
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento. Cosi VOLPE cerca di sostenere l’obiettività dell’E.I.: Se per
Enciclopedia fascista si intende un’opera in cui ogni articolo, pagina,
rigo sia coordinato e SUBORDINATO AD UNA DETERMINATA VEDUTA FILOSOFICA e
politica, questa nostra non è l’Enciclopedia del Fascismo. Non è, come la
Enciclopedia FRANCESE, la Enciclopedia dell’ILLUMINISMO. La Enciclopedia
italiana neppure se lo è proposto. Né e forse possibile proporselo. Ma
l’Enciclopedia presenta un quadro PERFETTO della filosofia. E questo ha
il suo valore per il Fascismo. L’Enciclopedia italiana, per quel tanto che può
avere una veduta filosofica, ha una veduta che perfettamente ingrana col
Fascismo: la filosofia come movimento e divenire, come lotta e, insieme,
solidarietà di forze. L’Enciclopedia è un monumento all’Italia, in piena
rispondenza al pensiero e all'anima del Fascismo. L’Enciclopedia italiana. Nuova
Antologia -- articolo rifuso, accentuando l’apoliticità dell’E.I., col
titolo Giovanni Gentile e l’Enciclopedia Italiana, in Giovanni Gentile.
La vita e il pensiero, Firenze, Sansoni. Ciò che IL SENATORE
TRECCANI E IL SENATORE GENTILE hanno detto circa gli spiriti filosofici che
dovranno animare la grande impresa, pienamente mi soddisfa. I nomi dei filosofi
collaboratori scelti sono gli stessi che io avrei scelto. Gentile d’oggi ha
fatta sua la concezione formigginiana che una enciclopedia nazionale deve
essere il quadro completo dello spirito filosofico della nazione – come a
Bologna -- e non la espressione di una particolare tendenza. L'Italia che
scrive. al contrario, aumentare il
pericolo di un’egemonia gentiliana. TILGHER sulle pagine de « Il Mondo »
svolge in quei mesi una serrata polemica anti-attualista, mise in guardia
— senza tuttavia tener conto del complesso gioco politico e culturale condotto
dal fascismo — contro l’« IMPERIALISMO filosofico » dell’ATTUALISMO di Gentile:
« spirito chiuso, violento e SETTARIO, pontificale e teologale, tabula
rasa all’infuori di argomenti rinascimentali e risorgimentali, cui avrebbe
preferito, alla direzione dell’opera, CROCE, o CHIAPPELLI, FARINELLI,
OJETTI. L’Enciclopedia che usce dalle mani del senatore Gentile non e una
Enciclopedia, ma un “Index librorum et virorum ad majorem Actus Puri
gloriam.” Il senatore Gentile specula un po’ troppo sulla vigliaccheria filosofica
del nostro bel paese se crede che gli si lascia compiere tranquillamente
una simile impresa di annessione filosofica. Se no, se l'Enciclopedia dovesse
rimanere affidata a Gentile, credo che non trova FILOSOFI collaboratori
disposti ad aiutarlo nella sua opera d’imperialismo intellettuale. E già
so che più d’un FILOSOFO, RICHIESTO, RIFIUTA di collaborare. Le
previsioni di TILGHER — di un’energica reazione contro l'impresa gentiliana da
parte della corrente filosofica, gli indirizzi, i movimenti, le scuole, i
filosofi massacrati dalla ignoranza e dalla faziosità settaria di Gentile
— non si realizzarono. A critiche del genere — limitate a una polemica
culturale scadente spesso sul piano personale — Treccani puo facilmente
opporre la diversità di indirizzi rappresentata dai direttori di
sezione dell’Enciclopedia. In occasione della loro prima riunione,
il presidente dell’Istituto si preoccupa di confutare attacchi esterni e
diffidenze interne sull’opera ritenuta dogmatica, settaria, faziosa,
asserendo che Gentile è uomo di partito e di idee sf, ma è
uomo leale e di fede. Tra lui e l’Istituto sono poi stati stabiliti patti
ben chiari ed egli ha già dato prova, nella indicazione dei FILOSOFI, di
aver tenuto fede a tali patti: basta uno sguardo alle persone qui
presenti per convincersi dell’infondatezza di ogni accusa.
Tilgher, Giovanni Gentile e l'enciclopedia italiana, in «Il Mondo ». Del
resto, Vi assicuro che io, che ho dato il mio nome a quest’impresa, non permetto
mai ad alcuno di venir meno al concetto fondamentale, che molto
chiaramente è espresso nell’atto costitutivo. Ma io ho fede nel Sen.
Gentile. Lo stesso suo carattere energico è garanzia di successo. La
campagna ingiusta, iniziata contro di lui a proposito dell’Enciclopedia,
cade non appena pubblicammo i nomi dei FILOSOFI collaboratori, i quali,
italiani di sicura fede, rappresentano la idea, la scuola, e la tendenza
filosofica. Tutti gl’interpellati finora hanno aderito con parole confortanti e
lusinghiere. Se qualcuno fosse tentennante, bisogna illuminarlo,
persuaderlo dell’obiettività del lavoro e convincerlo a dare il suo nome, sia
pure per una sola voce. Nessun nome di insigne FILOSOFO italiano
deve mancare nell’Enciclopedia, anche perché, dato il duplice scopo che io miro
a raggiungere — Enciclopedia come opera di valorizzazione della filosofia nazionale
e Fondazione per l'incremento della filosofia con gli eventuali profitti — non
sarebbe simpatica la voluta assenza da parte di qualcuno A Bologna si era
appena chiuso il convegno sulle istituzioni fasciste di cultura in cui
Gentile presenta il fascismo come erede di tutta la storia italiana,
rivolgendo un appello all’unità e alla conciliazione che avrebbe dovuto
rafforzare, sul piano del consenso, la drastica conclusione della crisi
Matteotti. Anche l’Enciclopedia viene indicata con insistenza come opera
nazionale, in cui ogni filosofo italiano di sicura fede conserva la sua opinione
filosofica – e politica. Alcuni degl’avversari del regime riconosceno il
suo sforzo, ma anche la difficoltà, di acquisire l’appoggio di ogni
filosofo. Cosi l’« Avanti! », per il quale, anche se il mondo filosofico
italiano si è fascistizzato molto presto, antifascista è la filosofia, la
vera filosofia, quella disinteressata, quella cioè che ha sempre odiato l’accademia,
la chiacchiere, la rettorica, gl’alalà. L'Unità » invece, ritenendo
che anche ideologicamente gl’intendimenti fa- Treccani,
Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento. Da Ireneo ad
Arpinati..., in « Avanti! », a
proposito del discorso bolognese di Gentile; cfr. anche I filosofi e
Farinacci, in Avanti! Fra il manifesto dei filosofi del fascismo — leggi
Gentile — e i discorsi di Farinacci, bisogna confessare che c’è piu
intelligenza nei discorsi di Farinacci. scisti di fascistizzare gli
altri partiti social-democratici possono col tempo realizzarsi — come afferma esaminando
il Manifesto dei filosofi del fascismo” —, coglie proprio
nell’Enciclopedia la capacità del regime di ottenere consensi fra i
filosofi. Conosciamo bene quel che sia la spregiudicatezza scientifica
dei sapienti del fascismo e quel che sia l’antifascismo della gente
accademica. In tempi calamitosi per le pubbliche libertà uomini di
scienza hanno talora opposto le loro proteste, gravi e sensibili, se anche rare
o taciturne. Oggi non abbiamo di questi esempi in Italia, fra tanti
uomini di dottrina che pure fanno professione di indipendenza o di
avversione ai poteri dominanti » ”"; dove però, più che l'individuazione
della forza del fascismo — che stava proprio allora organizzandosi
co- me regime reazionario di massa —, vi è quella polemica contro
gli aventiniani, che porterà ancora a negare ogni differenza fra le varie
componenti della borghesia ”. L’imparzialità che l’Enciclopedia tendeva
ad accreditare sotto l’etichetta « nazionale » era comunque
strettamente condizionata dalla situazione reale del paese, e si
traduceva in una « passività » di stampo prezzoliniano *: nello
% Sintomi di decadenza. Un manifesto degli intellettuali fascisti,
in « L'Unità ». .Nel mondo della coltura borghese. Una
Enciclopedia, in « L'Unità ». Divagazioni sull'ideologia del
fascismo, in « L'Unità », a proposito della polemica Gentile-Interlandi
sull’E.I., che esami- neremo: «Evidentemente differenze fra i gruppi
borghesi non esistono nelle idee fondamentali, ma nel modo di fare. Il
fascismo ha in tutti i modi l’energia di attrarre l’attuale borghesia:
ecco i confini “tecnici” fra “pensiero” ed “azione” ». Nell’organo
della gentiliana Fondazione Leonardo, Prezzolini an- nunciò l’E.I. come
«l’esame di stato della coltura italiana » e «lo sforzo dell’Italia
nuova, in paragone degli altri paesi. Il programma è ottimo. Lo sforzo è
il più nazionale che si sia tentato dopo l'unità italiana, ma
l’Enciclopedia non sarà nazionalistica »; si sarebbero superate le enciclopedie
straniere «se la scelta dei collaboratori, com'è stata quella dei
direttori delle singole sezioni, sarà severa e non dipendente da criteri
politici o di meno che serena volontà scientifica. Sarà un altro dei
meriti di Gentile verso la cultura italiana » (« Leonardo »,
redazionale); e, pubblicando le Avvertenze ai collaboratori dell’E.I.: «
meglio di ogni altro documento, varranno a fare scompatire nel pubblico ogni
ombra di dubbio sul valore scientifico che l’Enciclopedia avrà, e a
dissipare le voci malevoli che pretendevano l’Enciclopedia fosse
poteva riflettersi solo, la cultura e l'ideologia del blocco borghese chiamato
a collaborare col regime nel momento in cui questo schiac- ciava le
opposizioni. Era significativa, del resto, la presen- tazione « ufficiale
» che dell’Enciclopedia dava la rivista di Mussolini, Gerarchia. Dopo aver
affermato la necessità di « un’affermazione di intellettualità collettiva
che rivelasse al mondo ciò che l’Italia era nel dominio del sapere
universale », e che « in Italia non possediamo ancora la nozione di quel sapere
nazionale che in- vece posseggono e da secoli altre nazioni », l’autore
dell’articolo auspicava che l’Enciclopedia, « libro di un popolo », fosse
« libro politico, ma soprattutto libro di conquista », espressione dell’«
intelligenza dominante » della collettività; essendo « giunta l’ora che
il mondo la pensi anche all’ita- liana », compito dell’opera avrebbe
dovuto essere quello di « chiamare a raccolta tutto quanto l’anima
italiana ha in questo momento di lume e di ardimento e farlo collaborare
a questa grande azione che se ben mossa può segnare il primo passo verso
quel dominio intellettuale del mondo che noi da tanti secoli abbiamo
perduto e può segnare, prima ancora, il definitivo sfrancamento italiano
dalla coltura straniera”. La politica di conciliazione di Gentile La componente
tradizionalista del fascismo, rappre- sentata in primo luogo dai
nazionalisti, cercò — come ricorderà Bottai che della necessità di
conferire al regime una sua dignità culturale fu il principale
sostenitore dalle pagine di « Critica fascista » e poi di « Primato » —
di opera di parte, concepita con angusti criteri di scuola. Nella
seconda ediz. de La cultura italiana si limiterà a dire che V’E.I. «
dovrà rappresentare la capacità della coltura italiana del dopo- guerra »
(p. 210). % L. Venturini, La nuova e mirabile fatica italiana.
L'Enciclopedia Nazionale, in « Gerarchia », costruirsi una sua
Weltanschauung che fosse, da un lato, frutto della mediazione e del
superamento delle diverse correnti di pensiero dalle quali o contro le
quali il movi- mento fascista era sorto — «non rollandianamente 4%
dessus de la mélée, ma con un suo impegno autonomo d’arbitro tra due
mondi in lotta » —, dall’altro, valorizza- zione del primato
storico-culturale italiano ®. Per questo era necessario, inizialmente,
fare appello a tutti quanti erano disposti a collaborare con un regime
che cercava di mostrarsi erede di una tradizione « nazionale »: si
pensi alla presentazione di Croce « precursore del fascismo », o ai
tentativi, non ultimo quello dell’Enciclopedia, di acca- parrarsene
l'appoggio. In quest'opera di assorbimento di intellettuali incerti,
fiancheggiatori od oppositori, ana- loga a quella attuata in campo
politico dagli ex nazionalisti Rocco e Federzoni, artefici della simbiosi
organica del Pnf col vecchio Stato monarchico, il regime « si rivesti
piuttosto dei panni del moderatore che dell’eversore » — per usare
le parole di Bottai riferite a Mussolini —, « evitando i vuoti paurosi »
”, e poté quindi trovare uno strumento adatto in Gentile, la cui
concezione dello Stato e della storia italiani ne sottolineavano — con
motivazioni antitetiche a quelle che egli riteneva il naturalismo
deterministico, conservatore e illiberale dei nazionalisti * — alcuni
presunti elementi di continuità e sviluppo che facevano del fascismo il «
vero liberalismo ». G. BOTTAI, Vent'anni e un giorno, Milano, Garzanti. Di
Bottai è da vedere tutta l’antologia di Scritti, Bologna, Cappelli (dove è
riportata, ad es., la conferenza nella quale notò come «attraverso il
Nazionalismo si avviasse il Fascismo a compiere il primo passo della sua
rivoluzione intellettuale, inserendosi in una tradizione politica, che
potrà essere discussa, ma non negata »). Di uno «sforzo
intellettualistico di tipo e di gusto crociano » da parte del gruppo di
Bottai parla R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana,
Bari-Santo Spirito, Edizioni del Centro librario. Sul « revisionismo » di
Bottai, ma con una inaccet- tabile sopravvalutazione del suo ruolo
«critico » all’interno del regime, cfr. G.B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista
critico, Milano, Feltrinelli, 1976, e A.J. De Grand, Bottai e la cultura
fascista, Bari, Laterza. Gentile, Origini e dottrina del fascismo, cit., pp.
44-47. 46 L’Enciclopedia italiana Nei
numerosi interventi compiuti da Gentile sui rapporti tra fascismo e cultura non
vi sono né le contraddizioni che vi ravvisò Formiggini”, né la
difesa dell’autonomia della cultura vista da Harris nella gentiliana «
politica di conciliazione » !: comune a tutti è la necessità — già
sostenuta a proposito del problema scolastico !" — di organizzare e
legare al « nuovo ordine », indirizzandole se possibile verso esiti
attualisti, tutte le forze culturali del paese, con la consapevolezza che
ciò è possibile solo con la forza politica del fascismo. A Firenze,
di fronte a un uditorio politicamente composito, Gentile sostenne la
possibilità che ognuno intendesse il fascismo a suo modo: « L’unità
risulta da questa molte- plicità, da questa infinità di temperamenti e
psicologie e sistemi di cultura e concezioni della vita. La forza
del fascismo deriva da questa ricchissima inesauribile fonte
d’ispirazioni e connessi bisogni ed energie spirituali. Ed esso si
essiccherebbe e inaridirebbe nella monotonia mec- canica delle formule
vuote se potesse definirsi e restrin- gersi negli articoli di un credo
determinato » !”. Il giorno dopo, parlando all’Università fascista di
Bologna di pros- sima inaugurazione, ribadî il suo concetto di libertà
che si attua nello Stato come negazione dell’individualismo egoi-
stico, e di fascismo come « ultima e più matura forma del nuovo concetto
della libertà, figlia del secolo XIX » Un appello ai liberali e uno ai
fascisti, per far tutti partecipi di un unico processo storico sfociante
nello Stato etico, rite- nuto « la forma suprema e la unità cosciente e
possente di tutte le forze nazionali nel loro maggiore sviluppo
suc- cessivo », che « deve rampollare dalla stessa realtà e perciò «
Gentile ha contraddetto a Roma ciò che aveva detto a Bologna, perché,
affrontando qui un grande problema culturale, quello della ÉEnci-
clopedia, ha dichiarato che intende di affratellare, formigginianamente,
nella grande impresa tutti i competenti senza distinzione di scuole e di
partiti » (« L'Italia che scrive ». Gentile, Scritti pedagogici, III. La
riforma della scuola in Italia, cit. 102 Che cosa è il
fascismo, in Che cosa è il fascismo, cit., p. 10. 103 Libertà e
liberalismo, aderirvi; e da questa aderenza derivare la sua forza e la
sua potenza » !*: sebbene criticato da Treccani per le pubbliche
dichiarazioni di fascismo che avrebbero potuto pregiu- dicare l’impresa
cui si erano accinti !5, Gentile svolgeva — anche se in maniera più
scoperta riguardo al fine — le stesse idee poste a base dell’Enciclopedia.
Cosî il 30 marzo, nel discorso di chiusura del convegno per le
istituzioni fasciste di cultura — col quale Croce motivò il suo rifiuto
di collaborare all’Enciclopedia — Gentile obiettò a PANUNZIO che « il
Partito fascista ha un suo vasto contenuto ideale, senza bisogno di
definire la sua dottrina e di fissare il suo sillabo », e sostenne la
necessità di immettere il fascismo (critico degli intellettuali che
stanno alla finestra) nella filosofia, senza bisogno di promuovere una « filosofia
del fascismo », poiché « il nostro partito non è SETTA, né chiesuola. Il nostro
partito vuol essere ... il popolo italiano »; nell’attesa, tanta
parte del passato doveva essere rispettata e utilizzata: oggi
nelle università dello Stato insegnano tanti vecchi uomini, a cui molto
la nazione deve: tanti, che formarono la loro mente e l’animo loro quando
nel cuore degl’italiani, degl’italiani giovani e della guerra, non s'era
accesa la scintilla della nuova fede; e non c’inten- dono, e noi
guardiamo ad essi con sospetto, ed essi verso di noi con un sorriso sulle
labbra, con l’anima chiusa. Ebbene, questa è l’uni- versità italiana in
gran parte: questa è la vecchia Italia, che noi non possiamo cancellare;
che anzi dobbiamo pur rispettare 1°. 104 Che cosa è il fascismo. Treccani
a Tumminelli, 10 marzo 1925: «Non condivido il Suo ottimismo. La macchina
v4 scossa affinché funzioni rapidamente. Vengo a sapere che non una delle
lettere ai collaboratori è partita. Ma vi è di più: Ojetti ha scritto più
volte a Gentile chiedendo schiarimenti e non ha mai avuto nemmeno un rigo
di risposta. Ma che razza di modo di fare è questo? ... Le devo dire il
vero che a me spiacciono le conferenze che Gentile va a tenere sul
fascismo nelle varie città: l'enciclopedia non è, e non deve essere, di
marca fascista... Mi sbaglierò, ma con Gentile non incominciamo bene:
egli non si rende conto dell’enorme sacrificio e rischio mio e prende la
cosa alla leggera. Dovrebbe aver capito, indipendente- mente dal
contratto che ho firmato, che io non mi sono cacciato nell’im- presa per
il gusto di buttar via quattrini » (ACS, Segreteria particolare del Duce,
Carteggio riservato, b. 49, sottofasc. 1). 106 Il fascismo nella
cultura, in Che cosa è il fascismo. Nessuna concessione alla « barbarie »
dell’estremismo fascista. Anche il Manifesto degli intellettuali del
fasci- smo, frutto di quel convegno, ebbe valore di documento
politico anche perché fu, da parte di Gentile, « un ennesimo tentativo di
aggancio all’idealismo, a tutto l’idealismo », compreso quello crociano,
come ha osservato Colapietra !”, e presentò il fascismo come «
ricon- sacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza
della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni » Anche in seguito
Gentile riaffermerà la sua concezione dei rapporti fascismo-cultura. Nel DISCORSO
TENUTO IN CAMPIDOGLIO PER L’INAUGURAZIONE DELL’ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI
CULTURA, in cui ricorda ai liberali la ben più drastica opera
riformatrice attuata dal liberale Sanctis a Napoli (documentata da Russo),
riprese e sviluppò motivi già affermati
'”, invitando a non discono- scere « una certa cultura
strumentale, a norma della quale due più due farà sempre quattro, sia che
si sommino ca- rezze sia che si sommino bastonate. E di questa cultura
stru- mentale, che è mero sapere, organizzazione di cognizioni bene
accertate, critica, erudizione, dottrina, non può essere il fascista a volersi
disfare » !, Concetti ripetuti. Papa, Storia di due manifesti. Il fascismo e la
cultura italiana, Milano, Feltrinelli. Possiamo spogliarci di certe
passioni della prima ora, e ricono- scere pertanto il valore nazionale
cosi di certe forme di cultura, che a noi riescono false in quanto
insufficienti, come di tanti uomini che non ebbero occhi né cuore per
vedere in alto il segno a cui avrebbero dovuto guardare e trarre gl’italiani,
ma lavorarono pur seriamente, one- stamente, a recare in campo quelle
pietre, con cui la giovane Italia ha cominciato a costruire il suo grande
edifizio. Noi a quelle pietre — i non dirlo? — non possiamo, non vogliamo
rinunziare »; ma il senso di questa apertura che Gentile raccomandava era
chiarito più avanti: « Tran- sigenza che diverrà ogni giorno più facile,
via via che, adempiuto il secondo termine, apparirà sempre più opportuno
e più giusto il primo termine del grande monito romano: parcere subiectis
et debellare superbos. Poiché non è lontano, se io non m’inganno, il
giorno, in cui tutta l’Italia sarà fascista...» (Discorso inaugurale
dell'Istituto Nazionale Fascista di cultura, in Fascismo e
cultura). al Senato a proposito dell’Accademia d’Italia nata
a « promuovere e coordinare il movimento intellettuale ita- liano »
(« nessuna dittatura », assicurò !', come fa MUSSOLINI quando l'ACCADEMIA
D’ITALIA iniziò i suoi lavori !); ad essi Gentile rimarrà sempre fedele,
indicando come forza del fascismo fosse la sua capacità di
assorbire e superare la tradizione !5: lo stesso criterio seguito
dalla Commissione dei Diciotto per lo studio delle riforme costi-
tuzionali, da lui presieduta !‘. « Rispettare », utilizzare e
organizzare intellettuali di vario orientamento politico e culturale era
più difficile che inquadrare nell’apparato amministrativo dello Stato
fascista la burocrazia di estrazione liberale; ma nel 1925 era
opera Per l'Accademia d'Italia Mussolini indicava fra i filosofi «
uomini di origini, di temperamenti, di scuole diverse; uomini
rappresentativi di un dato momento sono al lato di uomini rappresentativi
di un momento successivo, o attuale, o futuro. L’Accademia è
necessariamente eclettica, perché non può essere mono- corde...
Nell’Accademia è l’Italia con tutte le tradizioni del suo passato, le
certezze del suo presente, le anticipazioni del suo avvenire » (in Mussolini,
Scritti e discorsi, Milano, Hoepli. Scriveva che « il Regime si viene
pacificamente guadagnando gli animi nelle scuole, nelle università, nelle
accademie, e in ogni libero campo di attività letteraria od artistica.
Cresce insieme spon- taneamente l’interesse di esso per ogni forma di
cultura nazionale, e si fa sempre più profonda la sua consapevolezza, che
la sua forza, che è la forza e la potenza del popolo italiano, non si può
consolidare senza l’ade- sione e la libera collaborazione delle più
rappresentative intelligenze e di tutte le forze morali del Paese » (Il
fascismo e gli intellettuali, ora in Origini e dottrina del fascismo,
cit., p. 71). Afferma che il fascismo «è progresso in quanto è
restaurazione: consolidamento delle basi per edificarvi su un solido
edifizio, alto, nella luce. Ogni origi- nalità senza tradizione, come
ogni spontaneità senza disciplina, è velleità sterile, non volontà virile
» (Risorgimento e fascismo, ora in Memorie To e problemi della filosofia
e della vita, Firenze, Sansoni. Nella relazione presentata da Gentile a
Mussolini, si affermava che la commissione « non ha pensato un solo
momento che fosse... da sovvertire lo Stato italiano sorto dalla
rivoluzione del Risor- gimento. E cosî ha creduto di rendersi fedele
interprete dello spirito del fascismo, nato a costruire, non a
distruggere » (Relazioni e proposte della Commissione per lo studio delle
riforme costituzionali, Firenze, Le Monnier. Sul significato non eversore delle
proposte della Commissione dei Diciotto, cfr. A. Aquarone,
L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino, Einaudi. necessaria,
non esistendo una « cultura del fascismo ». Né Volpe alla Scuola di storia
moderna e contemporanea, né Gentile all’Enciclopedia, quindi, chiesero
tessere di par- tito. Dopo la costituzione dell’Istituto Treccani,
la prefazione all’ Enciclopedia — in cui è evidente la mano di Gentile
— poteva già vantare i risultati raggiunti, smentendo le pre-
visioni degli oppositori: Il clima che ha reso possibile un’opera
come questa, alla quale non parve in passato possibile in Italia pensare,
è il nuovo spirito esploso con l'avvento del Fascismo, che scosse idee e
sentimenti e accese una passione inestinguibile di rinnovamento e di
afferma- zione della potenza dell’Italia nel mondo... Il primo segno di
questa crisi gagliarda di rinnovamento fu la radicale riforma della
scuola compiuta; alla quale seguirono molte altre riforme orga-
niche, onde si venne trasformando la struttura dello Stato e si get-
tarono le basi di una nuova vita nazionale demografica, economica, morale
e religiosa. Mai, per nessuna opera, in Italia si unirono come per
l’Enciclopedia Italiana migliaia di scrittori a collaborare con un
disegno prestabilito, sotto una costante disciplina E il fatto che tanti
e si può quasi dire tutti gli studiosi d’ogni scuola e indirizzo,
letterati, scienziati ed artisti, si siano per la prima volta accordati
non in un’idea da vagheggiare, ma in un lavoro da ese- guire, e che a
tutti chiedeva disinteresse e sacrificio, per lo meno d’altri lavori di
maggior soddisfazione personale, questa grande morale concordia degli
scrittori italiani è il primo e il non meno importante frutto che in
vantaggio dell’alta educazione nazionale l’Enciclopedia potesse produrre.
Affinché fosse possibile tale concordia fin da principio la Direzione
dell’Enciclopedia riconobbe l’opportunità di un ragionevole eclettismo e di una
scrupolosa imparzialità. Un’opera non di rapida
consultazione e volgarizzamento, come il LAROUSSE, ma a carattere
monografico come LA BRITANNICA, non avrebbe potuto avere carattere
impersonale, come vuole Treccani: l’ampiezza di una voce
monografica Formiggini osserva che l’E.I. «riusce la più
antifascista delle enciclopedie fasciste, e ciò non per mancanza di buona
volontà di render servizio al partito che gli ha dato ricchezze ed onori,
ma perché Gentile si è accorto che se avesse voluto fare una Enciclopedia
fascista avrebbe trovato come unico collaboratore volontario (e lo
ammettiamo per pura e generosa ipotesi) l’on. Farinacci » (« L'Italia che
scrive » implica una presa di posizione scientifica da parte di ogni
autore. Ma la molteplicità e diversità di giudizi che ne derivava avrebbe
dovuto essere ridotta a unità: l’unità che è il principio vitale
di ogni libro vivo, pare esclusa per definizione da un'enciclopedia, che,
per essere cosa seria, è di necessità opera a molte mani, e ognuno vi
mette il suo pensiero, il suo stile, la sua anima. Ed è bene che cosî
sia; e noi, per parte nostra, ci siamo studiati di fare che ognuno, entro
certi limiti, restasse, come scrittore dell’Enciclopedia, lo scrittore
che egli era. Il che per altro non abbiamo creduto che fosse per produrre
l’effetto d’un coro selvaggio di voci stonate e discordi. Non c’è
solamente l’anima del singolo. Nello stesso individuo c’è anche
l’anima della sua famiglia, del suo popolo, del suo tempo; c’è il
punto di vista e l'interesse spirituale che è suo come dei
connazio- nali e dei coetanei che vivono la stessa vita e si sono
formati nello stesso mondo spirituale. Da quest’anima più vasta, non
meno reale dell’altra che varia da individuo a individuo, scaturisce
l’unità di una scuola ben organizzata e diretta, e scaturisce l’unità di
un’enciclopedia ben disegnata e condotta. Un’enciclopedia è infatti
l’espressione del pensiero di un popolo e di un’epoca; e propriamente
degli elementi positivi, vitali ed attivi di questo pensiero. Il quale
evidentemente non consta della somma di tutte le idee di tutti
gl’individui, dotti e indotti, consapevoli e ignari degl’ideali della
nazione a cui appartengono e a cui sono indissolubilmente congiunti; ma
si raccoglie in sistema dalle menti che dirigono e perciò rappresentano
tutti. E il loro pensiero, presso ogni popolo, sbocca e si fonde nella
coscienza nazionale, e in ogni periodo storico ha una forma e certi
caratteri, ha un’individualità, in cui mille e mille voci si adunano in
un grande concento. Concordia discors 16, Concordia non facilmente
raggiungibile anche nel nuovo clima del fascismo, come ricorderà Gentile
in termini meno idillici !”. Mezzo per attuarla, per ridurre a unità
argomenti E.I. Ricorderà « prime difficoltà e diffidenze, ostilità
coperte e palesi » (Tribolazioni di un enciclopedista, cit.), e «
battaglie » concluse « con la vittoria sempre della Direzione, ossia
dell’Enciclopedia, e cioè di tutti. Ma, evidentemente, vittoria
difficile» (Ancora delle tribolazioni di un enciclopedista. Come si
taglia e si cuce il libro per tutti, «Il Corriere della sera »).
Pincherle osservò nel vol. I « differenze di opinioni e di scuola, che
spesso esplodono in battute polemiche, ora più ora meno abilmente dissimulate
» (L’Enciclopedia italiana, in « La Cul- tura»; e Bosco, redattore capo
dell’E.I., ricorda: « Il primo compito fu quello della raccolta delle
voci: diversi e autori di vario orientamento filosofico, e il criterio
storico: affinché tale discorde concordia si stabilisca e
conservi, occorre una regola che tutti gli scrittori capaci di
contribuirvi mantenga nei limiti ciascuno del proprio carattere, non pure
per la materia che coltivano, ma anche per l’indirizzo mentale con cui la
coltivano, in guisa che tutti gli aspetti della cultura vengano a
comporsi armonicamente in un quadro coerente, com'è nelle sue note
principali il pensiero di un popolo e di un’epoca... Nessuna
intolleranza, nessuna ombrost angustia di mente. A ogni avvenimento, a
ogni dottrina, a ogni persona il suo merito e il posto in cui ciascuno
per sua virtà s'è collocato. Perciò non dottrine esclusive, come sono per
lo pi tutte le dottrine nelle menti di singoli; ma l’ordine piuttosto in
cui le varie dottrine sono possibili, malgrado le loro divergenze,
ciascuna con i suoi motivi, La stessa grande imparzialità della storia,
in cui non c'è nulla che non abbia la sua ragion d’essere. La
storia, in verità, suggerisce il metodo della trattazione che si conviene
a una enciclopedia: la storia con la sua sovrana potenza conciliatrice
delle più contrastanti esigenze dello spirito e degli aspetti più diversi
del vero. Ogni concetto o istituto, ogni religione o dottrina, ogni mito
o teoria, ogni popolo o schiatta esiste e vive nella sua storia, con la
sua origine e col suo sviluppo. E nella storia si spezza ogni dommatismo
[...] II metodo pertanto dell’Enciclopedia Italiana è il più largo
me- todo storico, cosi in ogni singolo articolo come nel sistema
generale. Grazie a questo metodo, la Direzione ha ambito di raccogliere
in- torno a sé, assegnando a ciascuno la parte sua, gli scrittori
della più varia mentalità... 118, compito dei più delicati,
perché era in questa fase che si potevano concre- tare le fondamenta
dell’edificio, e che si doveva decidere il carattere dell’Enciclopedia:
dizionario di cose, o raccolta di monografie, o qualche cosa di mezzo?
Non sono infatti mancate le divergenze: chi consultasse oggi i primi
elenchi delle voci proposte da ognuno dei direttori di sezione e, poi
stampati in forma di bozze, diffusi tra gli studiosi per raccogliere
suggerimenti, troverebbe che molto è stato cambiato Già nelle Avvertenze ai filosofi
collaboratori, (cfr. G. Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani.
Idea esecuzione compimento, cit., p. 37), si diceva: «I - Nella compilazione
degli articoli, anche se teorici e dottrinali filosofici, si avrà cura di
attenersi a un’esposizione storica di quello che è stato pensato o si
pensa dagli scrittori della materia meritevoli di considerazione;
evitando al possibile ogni forma subbiettiva che dia rilievo alla persona
di chi scrive e adope- rando uno stile semplice e sobrio. ISono
dall’Enciclopedia BANDITE LE POLEMICHE. Ogni discussione vi dev'essere
mantenuta nei termini di un dibattito di valori puramente ideali, con la
cura più scrupolosa di mettere in luce anche le ragioni delle dottrine,
che lo scrittore stimi più deboli. Il metodo seguito nella trattazione
dell’Enciclopedia è quello storico, cosî in ogni singolo articolo come
nel sistema generale. I filosofi collaboratori, aggiungeva Gentile, operando
anch’ essi nella cultura dell’epoca, hanno nella loro stessa forma-
zione spirituale la misura del giudizio »; ma avrebbero dovuto elaborare
gli elementi « vivi e vitali » della cultura propria della « classe
elevata e dirigente, la quale s'incontra e s’intende, in un dato tempo,
sullo stesso terreno, in una comune vita intellettuale e morale » !’.
Enciclopedia, quindi, figlia del proprio tempo !?, che come tale — avverte
Gentile — avrebbe rispecchiato i
progressi della scienza e i cambiamenti storici avvenuti nel corso
della sua realizzazione !!. L’asserita imparzialità dell’opera —
corrispon- dente ad uno stretto legame con « un dato tempo » —
comportava, accanto al « clima » del fascismo, il ricorso all’opera di
intellettuali di varia estrazione culturale e, anche, di diverso
orientamento politico: una sapiente azione di assorbimento, testimoniata
dall’ampia scelta dei direttori di sezione e dei collaboratori, che
spingerà Salvemini — incapace di comprendere i motivi se non addirittura
le mani- festazioni della politica articolata del regime — a
giudicare l’Enciclopedia « quasi esclusivamente opera di uomini ap-
partenenti alla generazione maturata prima che il fascismo giungesse al
potere », di cui Mussolini — aggiungeva semplicisticamente — si era «
attribuita la maggior parte dei meriti » !2. avverte
l'opuscolo di propaganda Enciclopedia Italiana pubblicata sotto l’alto
patronato di S. M. il Re d’Italia Imperatore d'Etiopia, Roma. Già nel vol. I CALOGERO
osserva il carattere essenzialmente storicistico delle voci giuridiche,
economiche e politiche (Nuovi studi di diritto, economia e
politica). «L’Enciclopedia sarà il
monumento della cultura dell’Italia di Mussolini », afferma Treccani
(Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento, cit., p. 63); e
l'opuscolo di propaganda sopra citato, p. 36: « L’Enciclopedia è al tempo
stesso documento fedele del periodo storico in cui è nata e contributo
certo non ultimo alla formazione di quella cultura intensa, vitale,
capace di espandersi e d’imporsi che dovrà essere la cul- tura italiana
di domani». 121 E.I., Appendice, ma già apparsa: cfr. Bellezza,
Bibliografia, cit., n. 1118). 12 «L’Enciclopedia Italiana, che è
senza dubbio superiore a tutte le 54 L’Enciclopedia
italiana 6. I collaboratori e le proteste del fascismo
estremista Il consiglio direttivo dell’Enciclopedia costituiva una
specie di fronte nazionale, unendo — sotto la giunta di direzione
composta da Treccani, Gentile e Tumminelli — il primo ideatore
dell’opera, Martini; glorie (diversamente fortunate) della grande guerra
come Cadorna e Thaon di REVEL — quest’ultimo ministro della Marina —, e STEFANI,
ministro della Finanze; rappresentanti della tradizione liberale lontani
dal fascismo quali Luigi Einaudi e Fran- cesco Ruffini — che non
parteciparono più all'opera —, o cattolici come Sanctis; e, ancora,
Bonfante, Ojetti e Salata, accanto a
Grassi, Longhi, Marchiafava !. Nel comitato tecnico — composto dai
direttori delle 48 sezioni e già formato all’inizio del ?25 — vi
erano i maggiori rappresentanti della cultura italiana, da Sanctis
(Antichità classiche) a Pettazzoni (Storia delle enciclopedie
pubblicate dall’inizio di questo secolo, è opera di studiosi italiani la
cui formazione aveva avuto luogo già prima dell’avvento di Mussolini.
Poiché essa cominciò ad essere pubblicata, Mussolini se ne è attribuita la
maggior parte dei meriti. In realtà, essa fu progettata quando, secondo la
leggenda fascista, l’Italia era “alle prese col bolscevismo”. È il più gran
monumento che si sia potuto erigere durante il regime fascista alle due
generazioni di uomini che rico- struirono la cultura italiana durante il
regime prefascista » (G. Salvemini, Il futuro degli intellettuali in
Italia, art. del 1937, ora in Scritti sul fasci- smo, Milano,
Feltrinelli, Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione
compimento, Einaudi (che nel ’19 era stato consigliere dell’Istituto di
Formiggini) appare nel Manifesto e nel Primo elenco di collaboratori;
Ruffini solo in quest’ultimo, anche come direttore, con Santi Romano,
della sezione « Diritto pubblico ». Sulla partecipazione puramente
decorativa di Martini cfr. le lettere di Gentile a lui, (BNF, Fondo Martini); per la diffidenza
sua e dei suoi amici verso l’opera — nella cui preparazione non furono
ascoltati —, la lettera di Menghini e tutte quelle del '25 di Donati, che
giudicava Gentile spirito « dogmatico » e « profonda- mente
«ztiscientifico », dubitando che «la scienza italiana possa subor- dinarsi
a quel vaniloquio sciagurato ch’egli chiama la sua filosofia » , ma
riconoscendo che « l’idealismo è tanto “attualista” da trovar milioni che
i positivisti non sapevano mettere assieme » religioni), da Federico Enriques
(Matematica) a Nicola Pende (Medicina), da Carlo Nallino (Letterature e
civiltà orientali) a Santi Romano (Diritto pubblico) a Gioacchino
Volpe (Storia medioevale e moderna). Ad essi era deman- data la scelta
dei collaboratori e delle voci ! La consultazione dei collaboratori previsti
iniziò subito dopo la costituzione dell’Istituto; nonostante la sua
ampiezza, Treccani poteva già annunciare che « gli uomini migliori che
l’Italia vanta in tutti i campi del sapere hanno aderito con entusiasmo;
i collaboratori sono già circa 1200 » !. In realtà, i rifiuti che
possiamo documentare — ma significativi per le motivazioni poli-
tiche — sono solo quelli di Croce e Silva. Il primo, inter- pellato,
tramite Alessandro Casati, da Volpe — la cui fun- zione all’interno
dell’Erciclopedia fu all’inizio probabil- mente più vasta di quella di
direttore di una sezione storica, in linea con la funzione di primo piano
da lui svolta, ac- canto a Gentile, nell’organizzazione della cultura
durante il fascismo —, nella risposta preannunciò quel distacco da
Gentile e dal regime che un mese dopo sarà reso definitivo dalla protesta
contro il manifesto degli intellettuali fascisti: «come volete — scrisse
a Volpe — che io collabori a una Enciclopedia diretta da chi ha pur
testé, a Bologna, osato proclamare che la cultura deve essere
fascista? » !*. Motivi politici furone alla base anche del
Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione compimento,
cit., p. 35, e Primo elenco, Tutto il lavoro di preparazione (scelta dei
collaboratori e formazione dello schedario) terminò (G. Treccani,
Racelonone Italiana Treccani. Come e da chi è stata fatta). Su una
riunione di alcuni direttori di sezione per impostare il lavoro, cfr. la
testimonianza di Ojetti (I taccuini,
cit., p. 183: « Gentile non conclude mai, chiede che i direttori si
accordino »). Per i successivi rapporti di Ojetti con la Società
Treves-Treccani-Tumminelli, editrice di « Pègaso » e « Dedalo », cfr.
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b. 8,
sottofasc. 1. 15 G. Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea
esecuzione com- Dincato. Croce, Epistolario, Napoli, Istituto italiano
per gli studi storici, a vol. I, p. 108. E a Casati, Dopo il discorso
di G.[entile] a Bologna, credo che mi avrai dato ragione nel rifiuto
che opposi a partecipare all’Enciclopedia. Come sarei potuto stare alla
dipen- rifiuto di Silva che, dopo aver inizialmente
accettato di collaborare — cinque giorni dopo l’arresto del maestro SALVEMINI
— scrisse a Gentile una lettera che rappresenta, come per l’autore che
solo un anno dopo accetterà la redazione di voci importanti
dell’Enciclopedia, le illusioni, le incertezze, le conversioni di
tanti. Voglia consentirmi di ritirarmi dal gruppo dei
collaboratori dell’ Enciclopedia. Nell’appello che Ella rivolse ai
filosofi, quando la grande impresa fu decisa, suonava alta e nobile la
parola della conciliazione degli spiriti nel campo degli studi e della
scienza. E tale parola, che acquistava anche maggior valore perché
pronun- ciata da Lei, mi persuase. Ma ora, purtroppo, la mia
fiducia nella possibilità di tutte le forze in una impresa di scienza, è
molto scossa per i fatti che stanno accadendo. Vedo arrestato SALVEMINI,
il che significa l’inizio di persecuzioni ai filosofi non fascisti. Vedo
presentata una legge per la dispensa dei funzionari, che mira, come hanno
rilevato l’on. SALANDRA e l’on. VOLPE, a colpire la libertà di pensiero e
l’integrità delle coscienze, anche in quel campo che Ella, nel Suo
memorabile discorso inaugurale del 1921, voleva rimanesse libero a tutte
le opi- nioni: il campo dell’insegnamento superiore. In tali
condizioni, noi che da quella legge verremo colpiti, come possiamo
rimanere a collaborare a un’opera di scienza, come possiamo continuare a
credere che in tale opera le divergenze di pensiero e di partito verranno
superate? Ecco perché le chiedo di rinunziare alla mia modesta
opera. Son certo che Ella apprezzerà al giusto valore questo mio
atto...1? GENTILE dovette apprezzare piuttosto le pronte e
numerose adesioni che assicurarono all'impresa l’appoggio dei principali
rappresentanti della cultura italiana. Il Prizzo elenco di collaboratori
dell’Enciclopedia Italiana, pubblicato, ne annoverava 1.410, quasi la
metà dei 3.266 che daranno il loro contributo a tutta l’opera fino al
1937 ! Non appaiono ancora alcuni dei denza di un direttore, che
ha quelle idee sulla cultura? » (Epistolario, Napoli, Istituto italiano
per gli studi storici, Archivio dell'Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma
[d'ora in avanti AEI], Lettere, Silva. Su Silva storico e sui suoi
rapporti col fasci- smo cfr. il ritratto che ne ha fatto nel 1954 Volpe
(Storici e maestri, Firenze, Sansoni, La data di pubblicazione del Prizzo
elenco (non. indicata) si deduce dalle polemiche giornalistiche che
suscitò, futuri pilastri dell’Erciclopedia, come Pincherle, Pagliaro, Enriques.
Si leggono già, invece, i nomi di Aliotta e Carlini, Calò e Codignola,
o di Caggese, Ciasca, Chabod, Banfi, Calamandrei, Mondolfo, Allmayer, Augusto
Guzzo, e ancora tanti, da JEMOLO a Russo, da Cortese a Schipa, oltre a Venturi
e Rosa, e Gemelli. Il Primo elenco registra anche il nome di
quanti, dopo essere stati invitati e aver accettato, non
collaboreranno all'opera. La maggioranza di essi è costituita da persone
culturalmente poco rappresentative. Accanto a professori di scuola media
superiore o scarsamente noti professori universitari, troviamo militari,
professionisti, o non qualificati cultori della filosofia. La loro cospicua
scomparsa (487 sui 1.410 annunciati) dall’elenco finale degli effettivi filosofi
collaboratori, per essere sostituiti da studiosi pit qualificati,
potrebbe indicare, da un lato, un aumento reale dei settori accademico e
di ricerca, dall’altro, una maggiore progres- siva adesione da parte
degli esponenti dell’alta cultura, dapprima diffidenti verso l’iniziativa
gentiliana. Vi sono tuttavia, fra i collaboratori previsti dal
Primzo elenco che poi non parteciperanno all’opera, anche perso-
naggi la cui iniziale accettazione val la pena di essere sotto-
Caggese scriveva a Volpe, che lo aveva invitato a collaborare. Niente
pregiudiziali politiche, anche perché io sono com- pletamente fuori di
ogni attività politica, ben sicuro come sono che è nostro primo dovere
d’italiani non complicare in alcun modo una situa- zione non lieta. Vivo
nella solitudine pivi assoluta, lavoro molto e, in confidenza, non potrei
in alcun modo partecipare alle vicende politiche perché sono troppo
indulgente e, ahimè!, ancor troppo sentimentale e bonario. Passare con i
forti non posso perché non è lecito a noi, uomini di studio, dare lo
spettacolo di voler “profittare” comunque; esaltare i cosi detti deboli
non posso, perché moralmente sono proprio essi quelli che nell’immediato
dopo-guerra hanno scatenata la guerra civile. Non mi resta che fare il
buon cittadino che rispetta tutte le leggi del suo paese, e augurare che
presto ritornino i saturnia regna!, e che i deputati si somiglino. Dunque,
collaborerò volentieri, anche perché non vorrei dire di no proprio a te »
(AEI, Lettere, Caggese). L'Enciclopedia italiana lineata: non
tanto le personalità politiche chiamate a dar lustro all’impresa, la cui
adesione è una riprova — assieme alla presenza di uomini poco
rappresentativi nel campo scientifico — del significato non strettamente
culturale che l’Enciclopedia voleva avere !, quanto liberali come
Ales- sandro Casati e Olindo Malagodi, o uomini come Adelchi
Baratono, Bernard Berenson, Santino Caramella, Ludovico Limentani.
Pochissimi fin d’ora gli stranieri, conforme al criterio ispiratore
dell’opera. La pubblicazione del Primo elenco di
collaboratori provoca le proteste del fascismo estremista. Su « Il Tevere
» da lui diretto Interlandi, dopo
aver approvato le dichiarazioni di imparzialità e apoliticità
dell’Enciclopedia, affermava: Prima che l'Istituto Treccani,
superiore a tutti i partiti politici s'è dichiarato il Fascismo, che è
superiore allo stesso partito che fascista si intitola; appunto perché il
partito fascista ha una fun- zione tattica contingente e mutevole,
laddove il Fascismo è quella tale coscienza nazionale di cui più su si
parlava. Cosî stando le cose, l'onorevole Consiglio direttivo
dell’Istituto ha fatto bene ad espellere i partiti politici
dall’Enciclopedia, ma benissimo avrebbe fatto ad accogliervi il Fascismo.
È stato accolto il Fascismo, in un’opera che vuole essere il monumento
culturale dell’età nostra e. alla quale attingeranno per i loro bisogni
spirituali molte e molte genera- zioni di italiani e di stranieri?;
vi erano ugualmente rappresentati, continuava Interlandi, fascismo
e antifascismo, impersonato quest’ultimo da alme- no 90 firmatari del
Manifesto degli intellettuali antifascisti, come Einaudi, o Caramella in
procinto di essere allontanato dalla scuola « per le sue prodezze
al congresso dei filosofi »: era necessario fare a meno di simili
collaboratori, per evitare un’enciclopedia « impar- ziale [...] in cui
avrà posto l’esaltazione delle categorie democratiche e di quelle
fasciste » !. Belluzzo, Boselli, Ciccotti, Giuliano, Giuriati, Loria,
Mosca, Salandra, Stringher, ecc. Considerazioni sopra un elenco di
enciclopedici, in «Il Tevere »,
(editoriale). L’articolo di Interlandi, parzialmente ripreso da «
La Tribuna » — che da poco si era fusa con « L’Idea Nazionale » ed era
passata sotto la direzione del nazionalista Forges Davanzati '* —, dette
modo a Gentile di precisare le sue idee sul rapporto cultura-fascismo: in
una lettera aperta inviata al direttore de « La Tribuna » affermò
che, su questo problema, il Pnf aveva « ormai direttive precise », come
dimostrava l’approvazione, da parte del duce e de «L’Idea Nazionale »,
del discorso gentiliano tenuto per l’inaugurazione dell’Istituto
nazionale fascista di cultura. Il fascismo, obiet- tava a
Interlandi, non è venuto a distruggere, ma a edificare. Intende
bensî ani- mare tutta la vita nazionale di un’ardente passione politica,
che è passione morale e religiosa di creazione di superiori valori;
ma non tollera, non può tollerare che questa passione abbia a
disperdersi e inaridire in vuote formule superstiziose, e in gare ein
cacce di persone od esibizioni di tessere tante volte, ahimé, turpemente
abu- sate e sfruttate! Quasi che l’Italia fascista da noi vagheggiata
potesse essere quella che si avrebbe il giorno in cui i famosi quaranta
milioni d’ogni sesso od età fossero iscritti tutti nel Partito.
« Gli uomini da adoperare », quindi, dovevano essere « quelli che
per attitudini e preparazione potranno più utilmente aiutarci nella
realizzazione della nostra idea. Cosî ha fatto sempre Benito Mussolini
con la sua sicura volontà realizzatrice. E chi fa della politica dove c’è
da risolvere un problema tecnico, non fa politica, ma spro- positi
»; io — continuava Gentile facendosi forte della sua posizione
politica — mi riterrei indegno della tessera che il Partito Fascista mi
offri 13 Polemizzando con Forges Davanzati critico del «
culturalismo » (cfr. il suo Fascismo e cultura, Firenze, Bemporad), «
Vita nova » — la rivista di Arpinati molto vicina a Gentile — affermava
le carenze del nazionalismo in campo culturale, mentre « per fare della
cultura bisogna sul serio mettersi al lavoro, e quindi in vece di parlare
di essa da un punto di vista strettamente politico, cosa più saggia
sarebbe indicare i mezzi valevoli per promuovere efficacemente un vero
rinnovamento cul- turale », perché la cultura « deve essere la più grande
forza del nostro regime » (Rusticus [SAITTA], Politica e cultura, in «
Vita nova »). quando ravvisò in me uno dei precursori e un fascista che
faceva sempre sul serio, se scoprissi in me una mentalità cosi gretta da
non distinguere la politica dalla tecnica in un’opera che riuscirà un
grande esame sostenuto dal pensiero e dal carattere degl’ Italiani
innanzi a tutte le nazioni civili, la maggior parte delle quali ci
precedette in questo arringo: se per gusto inopportuno di chiudermi nella rocca
forte dei miei camerati, trascurassi di adoperare tutti gli elementi e
tutte le forze che l’Italia può fornirmi alla costruzione di questo gran
monumento nazionale [...] Questo, per me, è fasci- smo. È quel fascismo
che può affermare con giusto orgoglio: ic non sono partito, ma sono l’Italia,
È il fascismo che può e deve chiamare a raccolta per ogni impresa
nazionale tutti gl’Italiani: anche quelli dell’anzizzazifesto. I quali,
se risponderanno all’appello, non verranno (stia pur tranquillo
Interlandi) per fare dell’antifascismo: verranno, almeno nell’Enciclopedia, a
portare il contributo della loro competenza: a far della matematica o
della chimica o della fisica, e insomma della scienza 193.
La distinzione gentiliana di scienza e politica non con- vinse Croce !*,
né, per ragioni opposte, Interlandi, il quale replicando a Gentile
affermò che «in nome della com- petenza [...] oggi si affida a molti, a
troppi competenti antifascisti, la compilazione d’un’opera che a parer
nostro non dovrà essere solamente un monumento di tecnica, ma
L’Enciclopedia italiana e il fascismo, ora in Fascismo e cultura,
cit., pp. 111-115. 13 Croce scrive a Casati. Hai visto come
Gentile tratta i filosofi collaboratori non fascisti? Hai visto che li
considera apportatori di pietre al monumento culturale del fascismo? Io
previdi chiaramente quello che sarebbe avvenuto, quando rifiutai
l’adesione, che tu mi chiedevi, all’Enciclopedia. Epistolario. E in una
recensione critica di un articolo di Ruiz su L'individuo e lo Stato,
osservò come, anche chi, in questi tempi, è andato incautamente predicando che
scienza e politica sono tutt'uno e che la cultura dev'essere asservita a
un partito o a una frazione, debba in fretta e furia, per salvare le
proprie intraprese, tentar di ristabilire la differenza, come si è visto
nei giorni scorsi, nelle discussioni levatesi a proposito di una certa enciclopedia.
La Critica. In risposta a Croce, « Vita nova » difese tutta la concezione
di Gentile sui rapporti scienza-politica, concludendo con
l’identificazione gentiliana e fascista del partito con lo stato. Si dice
che l’intento dell’enciclopedia italiana è politico perché la filosofia,
lî, vuol riuscire a un monumento nazionale, e il nazionalismo del Gentile
è il fascismo? Ebbene Croce, lui, ch’è cosî fino nelle distinzioni quando gli
fanno buon giuoco, sa benissimo che questo fascismo non è più un partito
o una fazione. Egli sa benissimo, dunque, che è del tutto erroneo
affermare che il Gentile sia andato predicando che la filosofia debba essere
asservita al fascismo inteso in quel senso » (Urbanus, Piccolezze di un
grand’uomo, in « Vita nova ». un monumento del nostro tempo che, se non
erriamo, è tempo fascista [...] Se l’“Enciclopedia” i fascisti non
la sanno fare, perché non sono “competenti”, ebbene, non la
facciano; ne faremo a meno. Non perirà per questo né il Fascismo, né
l’Italia » !9. Affermazione decisamente contestata da « La fiera
letteraria » che il 2 maggio — pur ‘assicurando sulla scarsa libertà di
movimento dei 90 firmatari dell’antimanifesto, sottoposti come tutti i
collabo- ratori al controllo dei direttori di sezione, e quindi dei «
loro capi gerarchici » Treccani e Gentile, che « rispondono del
loro operato dinanzi alla Nazione e al mondo » — difese la posizione
gentiliana e la necessità di una vasta politica culturale da parte del
fascismo: nessun Governo come l’attuale ha fatto dei problemi
della cultura nazionale oggetto di tanti progetti e di cosî evidenti
preoccupazioni. Una cosa è dunque polemizzare e altra cosa è agire. Cosi
una cosa è criticare l’operato degli Enciclopedisti, e altra cosa è fare
una Enciclopedia. Da questa specie di dilemma non si esce se non
dichiarando, come qualcuno ha fatto, che qualora l’Enciclopediu Italiana
non possa farsi senza il concorso dei novanta reprobi, è meglio che non
si faccia. Ma non può sussistere una politica intel- lettuale o culturale
di un grande partito fondata sopra simili para- dossi 1%, La
polemica tra Interlandi e Gentile, tra il fascismo « rivoluzionario » e
quello « tradizionalista », si concluse a favore di quest’ultimo. La
lettera — provocata proba- bilmente dal primo articolo de « Il Tevere » —
inviata il 7 maggio dal segretario particolare del duce, Chiavolini,
al segretario del Pnf Turati, con « un elenco dei collabo- 135 I}
senso del Fascismo e l’Enciclopedia, in « Il Tevere » Gli attacchi contro
l'Enciclopedia. Politica e Cultura, in « La fiera letteraria », Gli
attacchi dovettero continuare, se Codignola avvertiva Gentile che i
suoi avversari, ostili alla sua permanenza nel Consiglio superiore della
Pub- blica istruzione, « potrebbero forse chiedere e ottenere anche il
tuo ‘allontanamento dall’Istituto di Cultura e dall’Enciclopedia. Tutto
questo sarebbe molto grave per te e per le nostre idealità comuni, ma
sarebbe ‘ancora più grave per le ripercussioni che avrebbe nel paese, già
troppo po Vem e perplesso in questo momento » (Archivio Codignola,
Firenze). L’Enciclopedia italiana ratori
dell’Enciclopedia Treccani già firmatari del noto manifesto degli
intellettuali aventiniani », non ebbe grande effetto, anche se ad essa —
e non a un ripensamento dei collaboratori previsti — fosse da attribuire
l’abbandono dell’Enciclopedia da parte di 23 (fra cui Einaudi e
Ruf- fini) degli 85 intellettuali nominati '”. I principali filosofi collaboratori
« non fascisti » annunciati — cui altri se ne ag- giunsero —, firmatari o
meno del contromanifesto crociano, parteciperanno all’opera, e tre
firmatari, Carrara, De Sanctis e Levi della Vida, vi rimarranno anche dopo il
rifiuto del giuramento fascista richiesto nel ’31 ai professori
uni- versitari !*, Le polemiche del fascismo estremista
contro l’Enci- clopedia cessarono nel 1926, quando proteste come
quelle del contromanifesto o del CONGRESSO NAZIONALE DI FILOSOFIA non
ebbero più possibilità di sbocchi politici; « non c'è più un’opposizione
antifascista; e tutti son pronti a servire il Regime, che è lo Stato »,
affermerà Gentile invitando gli iscritti al Pnf ad « accettare la
collabo- razione degli italiani capaci ed onesti, anche non fascisti
»: Anche l’Italia intellettuale ha fatto molto cammino, e
l’antifascismo va buttato, finalmente, in soffit- ta » !*. Tuttavia, se
l’opposizione politica era schiacciata, la stessa opera gentiliana di «
conciliazione » stava diven- tando meno necessaria con l’inizio della
costruzione dello Stato totalitario. Ma l’Enciclopedia era ormai avviata,
e poté continuare con la collaborazione di quanti — seppure in alcuni
casi critici verso il suo direttore o verso il regime — avevano aderito
all’impostazione « na- zionale » che Gentile aveva dato all'opera nel
’25!. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b.
49, sottofasc. 1. 138 Per i rapporti di De Sanctis e Levi
Della Vida con Gentile e YE.I. cfr. G. De Sanctis, Ricordi della mia
vita, Firenze, Le Monnier, e G. Levi Della Vida, Fantasmi ritrovati, Venezia,
Neri Pozza. Gentile, Fascismo e Università, in « Educazione fascista », Volpe
nega l’esistenza di contrasti politici fra i collaboratori, che erano «di
ogni colore politico» (Giovanni Gentile, cit., p. 359); cosî Pintor (che
fu direttore della sezione « Biblioteche »), per il quale Gentile «
raccolse intorno a sé e indirizzò ad un concorde e disci- Discussioni o
contrasti si trasferirono per il momento all’interno dell’Enciclopedia,
nell’ambito delle scelte cultu- rali: il punto di maggior frizione — su
cui ci soffermiamo perché essenziale alla comprensione dei
condizionamenti esterni dell’opera — fu il settore religioso, dove
Gentile dovette fronteggiare fin dal ’25 la pressione del mondo
cattolico, che per acquistare un ruolo egemonico nella cultura italiana
fu pronto a sfruttare la politica di riavvi- cinamento alla Chiesa
promossa da Mussolini. Le dichiarazioni di imparzialità di Treccani e
Gentile avevano trovato subito un esplicito correttivo nell’accet-
tazione del controllo ecclesiastico. Nella prima riunione del consiglio
direttivo dell’Istituto, Treccani — dopo aver ricordato le incomprensioni e le
critiche con cui l’iniziativa era stata accolta — aveva precisato:
L’Enciclopedia nostra deve corrispondere ai sentimenti tradi-
zionali degli Italiani e perciò, deve essere non solo patriottica, ma anche
bene accetta alla Chiesa. Per raggiungere questo scopo, un ac- cordo è
già intervenuto; Venturi dirige la sezione per le materie ecclesiastiche e
sotto la sua guida collaboreranno altri ecclesiastici, tra i quali
Gramatica e Rosa !4%. plinato lavoro migliaia di studiosi italiani
e stranieri, di ogni credenza e di ogni scuola: accolti con uguale
fiducia i dissenzienti dalla sua filosofia, gli avversari delle sue idee
politiche » Gentile negli studi storici e letterari, in Giovanni Gentile.
La vita e il pensiero, Firenze, Sansoni. Più sfumata la testimonianza di
Momigliano: se Giglioli, Fedele, Volpe e Gentile « non chiedevano, e
nemmeno desideravano, che si diventasse fascisti [...] per lo stesso
fatto di entrare nelle Università, nelle Scuole storiche e nella
Enciclopedia, ci si inseriva in organismi fascisti, dove l'imbarazzo era
costante e la cautela diventava abito. Il motto che Croce ci dava il pane
spirituale e Gentile ci dava il pane materiale ricorse allora più di una
volta in con- versazione. Una solidarietà implicita si stabiliva tra
coloro che erano di sentimenti antifascisti alla Università o alla
Enciclopedia » (Appunti su F. Chabod storico, in «Rivista storica
italiana. Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani. Idea esecuzione com-
pimento, cit., p. 38. Le Avvertenze ai collaboratori assegnavano agli
argo- La presenza stessa di
ecclesiastici de « La Civiltà cat- tolica », in posizione privilegiata e
non in nome del tanto invocato criterio della competenza, indica — prima
ancora di poter esprimere un giudizio sulla sua efficacia — una
forte incrinatura nell’impostazione gentiliana dell’opera. L’accordo di
Treccani corrispondeva al processo di avvici- namento in atto fra Stato e
Chiesa — il gesuita Tacchi Venturi fu in quel periodo trait-d’urzion fra
Mussolini e il Vaticano !'* —, ma contrastava con la concezione «
agoni- stica » dei rapporti fra i due poteri propria di Gentile,
fedele alla formula cavouriana e contrario alla conciliazione di diritto
. L’ingerenza della Chiesa, che proprio scagliò la sua offensiva in campo
culturale contro l’idealismo come principale obiettivo da colpire, fu
con- trastata ma, soprattutto dopo il ’29, sempre più subîta da
Gentile. L'impostazione iniziale data all’Enciclopedia, per cui avrebbe
dovuto registrare tutti gli indirizzi culturali e affidarsi ai competenti
di ogni materia, fu — unita all’ac- cordo di Treccani — un’arma a doppio
taglio di fronte alla organizzazione vasta e articolata della cultura
cattolica che sotto la protezione « politica » dei gesuiti poteva ora
utilizzare la capacità di penetrazione della neoscolastica,
istituzionalmente rafforzata col riconoscimento statale della Cattolica
di Gemelli. Ma è anche menti religiosi il primo posto nel punto
III: « Delle materie religiose e filosofiche, morali e politiche gli
scrittori dell’Enciclopedia avran cura di parlare con rispetto assoluto
dell’altrui pensiero e coscienza, in modo da consentire che
all’Enciclopedia insieme collaborino uomini di ogni fede e di ogni
dottrina che abbia un suo valore. A tutti i collaboratori dev’esser
possibile incontrarsi sopra un medesimo terreno, dove ognuno, pur
mantenendo, com'è necessario, i propri convincimenti, usi tuttavia un
linguaggio che gli altri possano ascoltare. Tutti i collaboratori sentiranno
che soltanto cosî l’Enciclopedia Italiana potrà riuscire, com'è suo
propo- sito, un lavoro a cui partecipano tutte le forze vive della
scienza e dell’ingegno italiano. Broglio, Italia e Santa Sede
dalla grande guerra alla Conciliazione, Bari, Laterza, e Scaduto].,
Venturi. La Civiltà Cattolica. Felice, Mussolini il fascista, II.
L'organizzazione dello Stato fascista, Torino, Einaudi, Vasoli, I
neoscolastici e la cultura italiana, ora in Tra cul- tura e ideologia,
Milano, Lerici, e Rossi, La filosofia vero che, nonostante le polemiche
molto accese proprio con i neoscolastici, il « laicismo » gentiliano
conteneva molte falle: l’importanza crescente assunta nella filosofia di
Gentile da una religione ambiguamente intesa, dai Discorsi su fino alla voce
enciclopedica del 1936 e alla conferenza su La mia religione; la coscienza,
matu- rata dopo la guerra, del « problema politico » della
religione necessaria al rinnovamento della cultura da parte di uno
Stato non più agnostico che, « senza combattere in nessun modo nessuna
particolare forma religiosa, riconosca ed affermi il valore della
religione com’essa vive attraverso tutte le forme » !9; il generico
spirito religioso attribuito ai profeti del Risorgimento (non solo Mazzini
e Gioberti), sottolineando però — come per Capponi — «
l'impossibilità di astrarre una indeterminata e vaga reli- giosità
mistica dal complesso concreto della vita storica ita- liana, intimamente
cattolica » !f: tutto ciò favoriva la trattazione di temi religiosi — in
un’opera rivolta a valoriz- zare la civiltà romana e italiana —, e
costituiva almeno la premessa per uno scontro duro e incerto nei
risultati, fra l’attualismo che si considerava « vera religione », e le
forze cattoliche chiamate a dare il loro contributo. Ma l’accordo
citato da Treccani era destinato a far pendere la bilancia a favore di
queste ultime, per cui è probabile che l’Enci- clopedia abbia assolto,
nel campo dell’alta cultura, la stessa funzione favoreggiatrice del
pensiero confessionale svolta dalla riforma scolastica nel settore
dell’educazione elemen- tare (e poi media)”. neoscolastica e
i suoi orientamenti storiografici, ora in Storia e filosofia. Saggi sulla
storiografia filosofica, Torino, Einaudi, Discorsi di religione, ora in La
religione, Firenze, Sansoni, Si pensi agli interventi di Gentile a difesa della
riforma scolastica (Scritti pedagogici, III. La riforma della scuola in
Italia, cit.), nei quali prevale, sull’idea del confronto fra pensiero
laico e cattolico, il concetto dello Stato non agnostico ma educatore,
per concludere che «in Italia, se lo Stato è coscienza attiva nazionale,
coscienza dell’avvenire in fun- zione del passato, coscienza storica,
esso è coscienza religiosa cattolica » Sul laicismo e la concezione
gentiliana come elemento essenziale della tradizione nazionale italiana,
cfr. L'Enciclopedia italiana Gentile cercò di contrastare
l’offensiva cattolica, come dimostrano l’organizzazione iniziale delle
sezioni di argo- mento religioso e i loro successivi cambiamenti. La
sezione materie ecclesiastiche affidata a Tacchi Venturi, di cui
aveva parlato Treccani, non compare nel Primo elenco di collaboratori
dell'inizio quando le trattative col Vaticano segnavano il passo;
appaiono invece quella di « Filosofia, Educazione e Religione »
sotto la direzione di Gentile, conforme alla concezione per cui «
la religione solo idealmente è distinta da LA FILOSOFIA, laddove in
realtà ogni religione è sempre una filosofia, e ogni filosofia, se degna
del suo nome, è una religione » !*, la sezione « Geografia sacra » sotto
la guida di Gramatica, e quella di « Storia delle Religioni » con Pettazzoni,
che fra i primi aveva introdotto stabil- mente in Italia la
corrispondente disciplina, cui Gentile riconosceva, sia pur con alcune
cautele, validità scientifica !9. Nel primo volume dell’Enciclopedia
invece, uscito subito dopo i Patti Lateranensi, la generica sezione
Materie ecclesiastiche diretta da Venturi (probabilmente non limitata
all’agiografia sacra o alla liturgia) si affianca a quelle già citate di
Gramatica e Pettazzoni, alla sezione diretta da Gentile che assunse il
titolo « Storia della Filosofia e Storia del Cristianesimo » dove,
accanto alla significativa scomparsa della « Pedagogia » e della «
Religione » (non sappiamo se come la prima assort- bita dalla « Filosofia
» o dalle « Materie ecclesiastiche »), si registra il tentativo
gentiliano di controllare — tramite Omodeo, come vedremo — la « Storia
del Cristianesimo ». «Filosofia e
pedagogia » e « Storia del cristianesimo » risultano distinte,
entrambe sempre dirette da Gentile; ma poco dopo, nei primi mesi
del 1931 (vol. XI), « Storia del cristianesimo » è scom- le
osservazioni di A. Lo Schiavo, La religione nel pensiero di Giovanni
Gentile, in « La Cultura » Il carattere religioso dell’idealismo italiano, ora
in La religione, la recensione alla Storia delle religioni di G.
Foot Moore. parsa: assieme al ritiro di Omodeo, ciò può essere
inter- pretato come un indebolimento della posizione gentiliana in
questo settore, e un rafforzamento delle « Materie eccle- siastiche » di
Tacchi Venturi. L'offensiva ecclesiastica è evidente anche nel
campo dei collaboratori: mentre nel Prizzo elenco gli ecclesiastici so-
no 34 (pari al 2,4% del totale dei collaboratori), di cui solo 5 gesuiti
(di fronte a 13 francescani), nell’Enciclopedia sono già nella percentuale in
cui parteciperanno a tutta l’opera — oltre il 4%, di cui il 27% è
formato di gesuiti che costituiscono il gruppo più numeroso; ap-
paiono fin da ora i più eminenti: oltre a Venturi, Bricarelli, Rosa e
Vaccari — e, se si eccettuano Omodeo e Pincherle (storia del
cristianesimo), egemonizzano gli argomenti religiosi (agiografia e
storia della chiesa in particolare); accanto agli ecclesiastici,
nel I volume appaiono anche professori di Istituti cattolici romani
e della Cattolica — questi ultimi in numero di 6 — che, osservava « La
Civiltà cattolica », « per sincerità di fede affidano chi consulti
quest’o- pera » 1°, L'assalto cattolico all’Enciclopedia era
cominciato meno di un mese dopo la costituzione dell’Istituto Treccani
e prima ancora che fosse annunciato l’accordo intervenuto con le
autorità ecclesiastiche: Gemelli — fondatore della Cattolica e paladino
della neoscolastica, e uno dei maggiori critici dell’attualismo —
aveva offerto il contributo suo (gratuito) e dei suoi « amici » —
proponedo per sé temi di psicologia !, di cui si occu- perà
nell’Exciclopedia assieme all’altro argomento in cui era « competente »,
la Neoscolastica,' voce tutta impostata in senso anti-idealistico —,
confutando coi fatti il giudizio negativo espresso politicamente su di
lui e su tutta la cul- tura cattolica dal gentiliano Giuseppe SAITTA!”.
Busnelli], L’« Enciclopedia Italiana », in «La Civiltà catto- lica
», 80 (1929), vol. IV, p. 538. 151 AEI, Lettere, Gemelli.
152 Rusticus [Saitta], L’Enciclopedia cattolica, in «Vita nova ». L’infaticabile
Gemelli ha lanciato Gentile accetta la collaborazione di Gemelli e
del gruppo neoscolastico, seguendo il criterio per cui l’opera
doveva essere specchio fedele di tutte le correnti intellet- tuali del
paese. A questo criterio si ispirò anche Omodeo, cui Gentile affidò fin
dall’inizio l’organizzazione del settore religioso da lui diretto. Lo
storico del cristia- nesimo, le cui lettere e la cui nota vicenda
personale sono guida illuminante per seguire il peso crescente assunto
all’ interno dell’Enciclopedia da Venturi e dagli ecclesia stici
(soprattutto gesuiti), preparò elenchi di voci sull’esempio della Britannica —
cercando di impedire, con una trattazione storica degli argomenti, gli
interventi dogmatici dei collaboratori cattolici —, e assicurò il
contributo di esponenti dei diversi indirizzi religiosi: gli allievi
di Buoniaiuti con in testa Pincherle !*, e il gruppo l’idea
di contrapporre alla enciclopedia “Treccani” diretta dal Gentile una
enciclopedia cattolica. L’idea è buona, anzi ottima, e noi l’approviamo,
perché cosi l’illustre frate che ha il merito di aver fondato un Istituto
Universitario del Sacro Cuore, di cui ancora ignoriamo i risultati, dimo-
strerà per l'ennesima volta che il pensiero cattolico nulla ha da dire di
veramente nuovo nel dominio scientifico. Si fa presto a trovare i
milioni, ma ciò che è difficile, difficile assai, è trovare le teste, e
di teste colte, sapienti, con tutta la buona volontà, non ne scopriamo
molte nel campo cattolico ». Scrive a Gentile: « Non sono riuscito
a intendere bene il criterio secondo cui è stabilito lo sviluppo da dare
alle singole voci. Noto che anche gli argomenti cattolici sono contenuti
entro limiti molto pi ristretti che nell’Enciclopedia Britannica.
Ciò non può dipendere dal fatto che sono aumentate le voci. Le voci
aggiunte non mi pare che superino i nomi di teologi e pastori protestanti
da me depennati l’anno scorso dagli elenchi dell’Enciclopedia Britannica.
Può darsi che questo sia un criterio già fissato (di restringere gli
argomenti di storia cristiana ed ecclesiastica). Badi però che c’è un
pericolo, specialmente con la collabo- razione dei cattolici: di rendere
questa parte dell’Enciclopedia completamente insignificante come i trattati e i
manuali correnti nei seminari, che nessuno consulta. Massima obbiettività
e pura esposizione dei problemi: sta bene. Ma quella gente non si
contenta di questo. Vuole che i problemi siano ignorati, il che significa
tradire lo scopo principale dell’Enciclopedia. È di ieri la condanna d’un
manuale ortodossissimo di storia ecclesiastica corrente nei seminari, pel
solo fatto che onestamente informava dei punti + Ag dei non ortodossi »
(G. Gentile-A. Omodeo, Carteggio). A Gentile: Ognuno del loro gruppo
sceglierà le voci che meglio rispondono alla loro preparazione e le
tratterà. Ciò non vincola menomamente l’atteggiamento che noi o essi
crederemo o crede ranno di prendere in altre opere, negli apprezzamenti
reciproci. L’Enci- di « Bilychnis » per la storia del protestantesimo ‘5.
Ma le sue lettere a Gentile rivelano le pressioni e poi il deciso
intervento censorio degli ecclesiastici, che alla fine del ’29, forti
degli accordi dell’11 febbraio, co- stringeranno Omodeo ad abbandonare il
lavoro all’Enciclo- pedia, dove sarà sostituito da Pincherle '*,
Da questo momento i gesuiti predomineranno nel set- tore, e « La
Civiltà cattolica », stendendo un bilancio dei primi tre volumi
dell’opera, poteva profondersi in lodi, pur lamentando che parecchie voci
fossero state affidate «a laici non solo, ma di sensi non cattolici,
quali il Pincherle e l’Omodeo »: Una particolare
menzione [...] merita il saggio consiglio preso dall’Istituto Treccani di
affidare in avvenire la direzione della Sezione Materie
ecclesiastiche e la compilazione degli articoli nei quali più facilmente
possono trascorrere abbagli ed errori, ad ecclesiastici dell’uno e
dell’altro clero, italiani e stranieri, uomini tutti di sicura dottrina
nel campo della sacra letteratura. C'è dunque ragione di stare a
buona speranza che per quel che riguarda direttamente la Chiesa, il
dogma, la storia ecclesiastica, la liturgia e le altre parti della
dottrina e della scienza cattolica, non s'incontreranno quei difetti,
talora gravissimi, che scemano il valore e la stima di altre
enciclopedie, compilate con troppa assoluta indi- pendenza, ignoranza o
anche disprezzo del pensiero cristiano e cattolico. Oltracciò
convien notare come i Direttori dell’Enciclopedia, sen. G. Gentile e
dott. C. Tumminelli, insieme col Consiglio direttivo dell’Istituto
Treccani, mentre lasciano agli scrittori la piena libertà d’esprimere il
concetto cristiano e cattolico e il giudizio dei fatti secondo il
criterio della soda indagine ecclesiastica, promettono di invigilare che
anche in altri articoli indirettamente attinentisi alla religione
cattolica e alle materie ecclesiastiche non vengano soste- nute o
insinuate sentenze o critiche contrarie o malfondate !9?. Il
giudizio dell’autorevole rivista suonava monito per il futuro, non solo
per le voci di argomento religioso. L’effi- clopedia rifletterà
obiettivamente la situazione presente della cultura ita- liana ». A
Gentile, 5 novembre 1925 (ibiderz, p. 345). 156 Cfr. ibidem, e A.
Omodeo, Lettere 1910-1946, Torino, Einaudi, 1963, in particolare la
lettera a Gentile [G. Busnelli], art. cit., pp. 535-536. L’Enciclopedia
italiana cacia del controllo ecclesiastico, su cui esistono
testimo- nianze di contemporanei e che sarà verificata più avanti,
poggiava ormai sulla nuova situazione politica e culturale creata dalla Conciliazione.
Con il contrasto fra cattolici e idealisti si trasformò in aperta
frattura, registrata immediata- mente dal CONGRESSO DI FILOSOFIA che vide
lo scontro fra Gentile e Gemelli. Il pericolo dell’ingerenza
cattolica fu avvertito subito da Gentile, che cercò di reagire attac-
cando il dogmatismo neotomistico '? e sottolineando il carattere
religioso dell’attualismo, La funzione da lui svolta era tuttavia
destinata a indebolirsi con la nuova alleanza stabilita dal regime, e
l’Enciclopedia diverrà luogo di uno scontro sempre più duro con i
catto- lici, nel '34 apertamente incoraggiati dalla messa
all’indice delle opere di Croce e Gentile. Il quadro storico
generale in cui nacque e fu realizzata l’idea dell’Enciclopedia — fin qui
tracciato — ha contribui- to a spiegare le sue origini nel clima di
riscossa nazionale del dopoguerra, e la funzione di assorbimento di
intellet- tuali di diversa formazione da essa svolta nel 1925-26, e
in vista della creazione dello Stato totalitario; cercheremo ora,
attraverso la lettura interna dell’opera, di chiarire le scelte culturali
operate, che non possono essere dedotte Minimizzato da Volpe, il
controllo ecclesiastico è invece ritenuto esteso a tutti gli argomenti da
Calogero, Mussolini, la Conciliazione e il congresso filosofico in « La
Cul- tura », e testimoniato da Vida, Cfr. ad es. le dichiarazioni
di Gentile riportate in « Educazione fascista » Alla lettera del
settembre ’28 con cui Giulio Salvadori rifiutò l’invito gentiliano di
collaborare all’E.I., «opera dove la filosofia domi- nante nega Dio vivo
e vero per adorare la divinità dell'uomo » (pubblicata postuma da A.
Frateili, Vita e poesia di Salvadori, in « Pègaso »; ora in Lettere di
Salvadori scelte e ordinate da Trompeo e Vian, Firenze, Le
Monnier), Gentile rispose qualificando « giudizi temerari: 1) che nella
detta Enciclcpedia domini una filosofia (che non è vero); 2) che la mia filosofia
neghi il divino vivo e vero (che è falso); 3) che adori il divino
dell’uomo (che è un equivoco molto grosso)» (“Giornale critico della
filosofia italiana”). meccanicamente dal rapporto col clima politico in
cui ven- nero attuate, anche se di questo dovremo tenere conto.
Centro di raccolta dei maggiori studiosi italiani, rappre- sentanti non
solo nel ’25 — quando li uni la politica di « conciliazione » di Gentile
— differenti indirizzi di pensiero !, l’Enciclopedia fu considerata
allora come uno strumento capace di promuovere studi e ricerche in
campi fin allora inesplorati dalla scienza italiana. Nell’impossibilità
di controllare questa affermazione, ci limiteremo a verificare il
giudizio di quanti vi hanno visto l’espressione di una cultura accademica
impermeabile al fascismo, « positiva », costituita di « fatti » e di
informazioni, contro la quale polemizzeranno, in un ambiente sempre più
chiuso alle moderne esperienze contemporanee, i nuovi
mistici della fede cattolica o della « dottrina fascista ». Sarebbe
tuttavia da verificare l’accenno di Volpe alla diminuzione del numero dei
collaboratori per volume, che potrebbe indicare una maggiore progressiva
uniformità di voci. 162 Cfr. ad es. Pincherle, per il quale l’E.I. riproduce
in sostanza lo stato odierno della cultura italiana, con i suoi pregi e
anche, è naturale, con le sue deficienze: a riparare alle quali la
preparazione di un'Enciclo- pedia è appunto stimolo efficace più di tanti
discorsi » (art. cif., p. 287), e Gentile: «è già interessante vedere
come quest’alta cultura italiana abbia avuto dall’Enciclopedia uno sprone
e uno stimolo a misurarsi in campi finora trascurati. L’Enciclopedia ha
fatto sî che, p. es., ci siano ora degli storici italiani (e questo è un
fatto nuovo) che si occupano di proposito di storia delle altre nazioni,
dall'Europa all’Estremo Oriente. Non uno o due specialisti, ma parecchi,
e, quel che più importa, giovani » (L’Enciclopedia Italiana, in «
Rassegna italiana politica e letteraria ». Tanto che Volpe potrà dire che
l’E.I. «fu, per dieci anni, un gran porto di mare; fu la vera Universitas
studiorum non di Roma o d'altra città ma di tutta Italia e, un poco, di
tutta Europa. E un uomo di nome europeo, e pit che europeo, Gentile, ne
era il Rector Magnificus, sempre presente, anche se non ingombrantemente
presente ». Di voci «partigiane ma dignitose » ha parlato G. Devoto (Ur
ricordo, in « Il Corriere della sera »). Significativi il giudizio di Speranza
[Luca, uno dei principali collaboratori ecclesiastici dell’enciclopedia],
Temzpo d'Enciclopedia?, in « Il Frontespizio », « Chi domanda all’Enciclopedia
il corso dei propri giorni e la regola della vita terrestre ed eterna?
[...] L’Enci- clopedia è ormai cosa da positivisti »), e il modo in cui
venne annunciato dalla stessa « Critica fascista » il Dizionario di
politica del Pnf che sarà pubblicato nel 1940: « prezioso repertorio
dottrinale, a base del quale non sarà tanto l'informazione quanto la
valu- tazione di idee e fatti “dal punto di vista fascista”: opera, cioè,
come ben A molti dei filosofi che hanno valutato complessivamente
i contenuti dell’Enciclopedia, emblematica delle vicende culturali del
periodo fascista, è parso che in essa permanessero i valori di una
cultura impermeabile al fascismo, sia per la presenza di eminenti personalità
antifasciste, come SOLARI e MONDOLFO, sia per l’ampiezza di settori
ritenuti difficilmente influenzabili dall’ideologia del fasci- smo, e dal
carattere puramente espositivo, come quelli geografico e artistico. È il caso
di BOBBIO, per il quale l’opera è « indiscutibilmente la più grande
rassegna che sia mai stata tentata sino ad oggi della cultura accademica
del nostro pae- se », e « non è, se non in qualche frangia marginale, che
appare una stonatura, un’opera fascista », in quanto « tutto ciò. che vi
fu di fascistico, anzi di “squisitamente” fascistico, nei trentasei
volumi, fu concentrato nella voce Fascismo »: un’interpretazione che,
mentre coglie nell’impresa la pre- senza di « tutto o quasi tutto lo
stato maggiore della cultura. accademica post-fascista », tende a negare
qualsiasi influenza dell’ideologia del fascismo sulla cultura, secondo la
nota tesi crociana. Né si discosta molto dalla sostanza di
questa interpreta- zione, pur con giudizio di valore rovesciato, Rosa,
che, attento a sottolineare la continuità del carattere di classe
della cultura borghese prima e durante il fascismo, si limita — con Momigliano
— a rimproverare agli intellettuali che parteciparono all’impresa che, «
collaborando, si colla- borava inequivocabilmente ad un’opera del regime
», osser- vando tuttavia che in questo caso « la fascistizzazione
della cultura non comportò neanche un’“appropriazione” ideo-
logica, come quella verificatasi nel campo della scuola, ma soltanto la
gestione istituzionale di ampi settori d’intellet- sanno i
collaboratori che vi attendono fervidamente, “di impostazione e di
finalità politiche, e non di una pura e semplice enciclopedia cultu»
rale” » (Mattei, Cultura fascista e cultura dei fascisti. Bobbio, La cultura e
il fascismo, in AA.VV., Fascismo e società italiana, a cura di G. Quazza,
Torino, Einaudi, tuali di tendenze e opinioni diverse. Solo
Badaloni, cogliendo la novità rappresentata dal fascismo anche in
cam- po culturale, ha avanzato l’ipotesi di un legame fra l’ideologia del
regime reazionario di massa e la cultura di cui l’opera fu espressione,
pur affermando che l’Enciclopedia « si caratterizza certamente per
l’aspetto della continuità » rispetto alla tradizione precedente,
assicurata dal ruolo svolto da Gentile !9, Un esame
ravvicinato dell’opera permette in realtà di individuare, accanto ai
forti condizionamenti politici del regime — divenuti espliciti nel 1933 con
il riconoscimento ufficiale dell’iniziativa di Treccani — e alla
elaborazione di una cultura propria del fascismo '”, l'impossibilità dei
non molti intellettuali non allineati al regime di mantenersi
autonomi all’interno di una istituzione fascista; e, infine, il carattere
non univocamente gentiliano dell’opera, non tanto perché, come ha
affermato Momigliano, Gentile si limitava in alcuni casi a dare ai
collaboratori il pane mate- riale mentre Croce forniva quello spirituale,
quanto perché, più in generale, l'impresa enciclopedica si pose come
coro- namento di quel processo di selezione di una cultura di
destra — su cui ha insistito Amendola !* — che si era venuta rafforzando
a partire dall’età giolittiana, e, se vi fu un elemento non completamente
omogeneo a questa cul- tura, esso non fu rappresentato dal liberalismo di
Croce, bensî dalla componente cattolica che, Rosa, La cultura, in Storia
d'Italia, Dall'Unità a oggi, Torino, Einaudi, Badaloni-C. Muscetta, LABRIOLA,
Croce, Gentile, Bari, Laterza, Sulla « cultura del fascismo » cfr.
l’introduzione di Garin a Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, Editori
Riuniti, e la recensione di Amendola al volume di Garin (ora in Fascismzo e
movimento operaio, Roma, Editori Riuniti). Amendola, che ha
tuttavia negato l’esistenza di una cultura fascista. Non c’è stata una
cultura fascista. C'è stata una adesione politica degli intellettuali al
fascismo, una accettazione del regime sulla base di posizioni culturali
molto diverse. Al fascismo aderiscono positivisti e idealisti. Uomini di varie e
contrastanti correnti arti- stiche mantengono, nel quadro politico
fornito dal regime, le proprie posizioni culturali, e il regime lasciava
correre » (Id., Intervista sull’anti- fascismo, a cura di Melograni,
Bari, Laterza, mirò a sostituirsi all’attualismo e al debole « laicismo »
di Gentile. Definire idealistica l’Enciclopedia, come da più parti
è stato fatto !’, è insufficiente a comprenderne la com- plessità e,
probabilmente, la stessa capacità di durata nella cultura italiana. Per
far ciò è necessario ricordare che l’opera di organizzazione del consenso
intrapresa da Gentile e integrata, non senza forti contrasti,
dall'intervento cattolico: la constatazione acquista tutto il suo valore,
ove si pensi che all’impresa furono interessati 3.266 collaboratori — quel
piccolo e rissoso e indisciplinato mondo dei filosofi — il più riottoso,
indi- vidualista, disgregato — ha dato e dà da anni un esempio di
adattamento al lavoro collettivo », ricorderà il revisore-capo Bosco—, e
che, ad avvalorare (in positivo e in negativo) il giudizio di alcuni studiosi
sulla continuità tra fascismo e postfascismo, l’Enciclopedia ha
attraversato impunemente la caduta del regime per presentarsi ancora oggi,
immutata nei contenuti dopo cinquanta anni dalla sua apparizione, come
strumento di lavoro di studiosi e di studenti. Le Appendici che sono
cominciate a uscire nel 1949 non hanno potuto modificare i
contenuti generali dell’opera che, ristampata fotoliticamente mentre PRESIDENTE
dell’Istituto era diventato Sanctis, non ha sentito il bisogno, a
differenza dell’Enciclopedia britannica, di rinnovarsi col mutare
della società, degli orientamenti politici e delle prospettive culturali,
attuando cosî, molto al di là delle sorti del regime al quale è legata la
sua nascita, l’auspicio, formulato da Gentile, di veder prolungare
la nostra vita in un’opera che continuerà ad essere ricer- cata e
apprezzata dagl’Italiani per cui essa è stata specialmente pensata e
compilata e per gli stranieri che noi ci lusinghiamo di Essa fu
qualificata un «enorme e informe cibreo idealistico-fascista » da Togliatti,
Gramsci e don Benedetto, ora in I corsivi di Roderigo, Bari, De Donato. Di
enciclopedia del- l’idealismo parlano Piovani, Il pensiero idealistico,
in Storia d’Italia, V.I documenti, 2, Torino, Einaudi, Spirito,
Memzorie di un incosciente, Milano, Rusconi (dove l’opera è consi-
derata « una prosecuzione del fascismo »), Bosco, Enciclopedia Italiana, aver legati all'Italia con nuovi vincoli di
simpatia e di stima, mentre l’Italia per l’azione potente d’un grande
Uomo e d’una grande Idea risorgeva per la terza volta a imperiale potenza
e riaffermava nel mondo la sua missione. Il regime non si era limitato a
condizionare dall’esterno l’opera, ma ne aveva facilitato la
realizzazione facendo pro- pria l’iniziativa di Treccani. Le difficoltà
economiche del- l’Istituto originario insorte e aggravatesi con la
grande crisi portarono nel 1931 ad una sua fusione nell’ente editoriale
Treves-Treccani-Tumminelli, e infine all’inter- vento in prima persona
del governo che, riconoscendo l’opera di interesse nazionale, con d.l. co-
stituî, con il finanziamento di banche parastatali, l’Istituto della
Enciclopedia Italiana fondata da Treccani, sotto la presidenza di Marconi.
A queste vicende editoriali si accompagnò un pit stretto controllo da
parte del regime e l’abbandono della « poli- tica di conciliazione »
perseguita da Gentile; cosî, se ancora Gentile poteva riconoscere,
nella prefazione al primo volume dell’opera, « l'opportunità di un
ragionevole eclettismo e di una scrupolosa imparzialità », spentesi le «
battaglie » che si erano svolte nella fase preparatoria — e di cui la
vicenda di Omodeo è l'esempio più significativo —, il direttore
dell’Enciclopedia notava che, « perduta per via qualche forza anche
ingente, non fatta per questa disciplina indispensabile a un lavoro
di questo genere, e formata ormai la famiglia, quale io la sento intorno
a me, dei direttori e redattori, si tratta piut- tosto di scaramucce e di
semplici avvisaglie » !?. Due anni dopo, intervistato all’indomani del
d.l., Gentile marcava la differenza fra la situazione attuale e
quella di otto anni prima, ricordando che nel 1925 WI E.I.,
Appendice, ACS, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della cultura
popolare, b. 158, fasc. 3, e G. Treccani, Enciclopedia Italiana Treccani.
Come e da chi è stata fatta, ciGentile, Ancora delle tribolazioni di un
enciclopedista. Come d Dee e si cuce îl libro per tutti, in « Il Corriere
della sera », la collaborazione alla Enciclopedia venne aperta a quanti
avevano una fama sicura ed una competenza accertata nei vari rami
delle lettere, delle arti e delle scienze. Forse fu un errore. Ma
allora, mentre vivevano ancora i vecchi partiti, si pensava che la
nostra Enciclopedia potesse fare opera di concordia, accogliendo
uomini che, benché non fascisti, avevano accettato il programma
dell’Isti- tuto che si inspirava alla coscienza del glorioso passato del
popolo italiano e a quegli alti destini cui esso può e deve
aspirare; « seguiremo fedelmente le direttive che il Duce ci ha
impar- tito », concludeva rispondendo a una domanda sui propo- siti
per l’avvenire !*. È naturale che « Il Tevere » non riprendesse le
polemiche, ma si limitasse a notare come l’opera « per l'ampiezza del
testo e per la profonda dottrina della compilazione » avesse assunto « il
carattere di grande Enciclopedia nazionale. Tanto pi che, a con-
validarne l’aderenza al regime agli occhi di quanti vi ave- vano
criticato uno spirito quanto meno afascista, meno di un anno prima della
costituzione del nuovo Istituto sull’Enciclopedia era stata pubblicata la voce
Fascismo firmata da Mussolini, subito presentata come la massima
espres- sione della dottrina del fascismo. Non mancarono
tuttavia, anche in questa fase, feroci attacchi all'opera da parte de «
La Vita italiana » di PREZIOSI e de « Il Secolo fascista » di G. A.
Fanelli ‘”, l’anti-gentiliano ben visto negli ambienti cat- tolici ‘* e
autore nel 1933 del pamphlet “Contra Gentiles” nel quale sosteneva che
nell’Exciclopedia «i gentiliani Origini e finalità della monumentale
opera, in «La Stampa» Il nuovo atto costitutivo dell'Istituto dell’Enciclopedia
italiana firmato alla presenza del Duce, in « Il Tevere » All’apparizione
dell’enciclopedia il giornale aveva commentato: «quanto ai gesuiti, si
può star tranquilli: giacché a curare, dell’Enciclopedia, la parte di
cultura religiosa è stato propriamente Venturi » (Nel cantiere
dell’En- ciclopedia, in « Il Tevere »). «La Vita italiana » IT?
Cfr. «Il Secolo fascista» ad es. la recensione di A. Bobbio a Contra Gentiles
di Fanelli (« Studium »). hanno organizzato con una perfidia senza
precedenti, la con- trorivoluzione, demolendo sistematicamente tutti i
valori esaltati dal fascismo, mistificando e stravolgendo il
signifi- cato delle sue istituzioni » !?. Ma furono voci
minoritarie, espressione di divergenze ideologiche e culturali, non
politiche. Dubbi di natura politica, probabil- mente collegati a lotte di
potere scatenatesi per il controllo dell’Istituto, furono avanzate solo
in un rap- porto anonimo a Mussolini, secondo il quale fra i
collaboratori dell’opera vi erano parecchi anti-fascisti, e veniva lasciata
troppo mano libera ai compi- latori di cui son note le idee antifasciste.
Ma Gentile poté replicare di essere stato « autorizzato esplicitamente »
da Mussolini a mantenere le collaborazioni di Sanctis e di Vida, che
avevano rifiutato il giuramento imposto ai professori universitari, e di
esercitare un ferreo controllo sulla redazione e sull’esecuzione di tutta
l’opera. Nella scelta dei collaboratori esterni posso assicurare che si
tiene il massimo conto delle tendenze politiche degli scrittori scartando
tutti gli antifascisti. Come posso altresi assicurare che nessun
collaboratore, in nessuna materia, ha mano libera; e tutti gli articoli
sono soggetti a rigorosa revisione » !. Nelle sue memorie, del resto,
De Sanctis non si mostra cosciente del significato politico del-
l’Enciclopedia e quindi della sua partecipazione !, mentre Levi Della
Vida ricorderà di essere stato convinto a colla- borare — dopo un primo
rifiuto — dalla promessa di non politicità dell’opera fatta da Gentile,
pur riconoscendo che « senza dubbio non può non avvertirsi in alquante
voci del- Fanelli, “Contra Gentiles”. Mistificazioni
dell’idealismo attuale nella rivoluzione fascista, Roma, Biblioteca del
Secolo fascista, Cfr. anche, per l’accusa mossa all’E.I. di aver « massacrato
» la storia di Roma, Bortone, Mito e storia di Roma durante il
fascismo, in « Palatino » Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del
consenso Torino, Einaudi, Sanctis, Ricordi della mia vita, cit., p. 149.
Scrivendo a Ricciotti, in qualità di presidente dell’Istituto, Sanctis
dirà di voler continuare l’Ernciclopedia «evitando peraltro, grazie al
nuovo clima di libertà, quelle sia pur lievi concessioni che la prima
edizione ha dovuto fare ai tempi » (AEI, Lettere, Ricciotti).
l’Enciclopedia il clima peculiare all’Italia di quel tempo, ma direi che
ciò è fatto con una tal discrezione, colla preoccupazione, si direbbe, di non
dar troppo nell’occhio: a ogni modo confesso che mi sentirei forse più in
pace colla mia coscienza se avessi persistito nel rifiuto. Ciò che
emerge con chiarezza dalla vicenda dell’Enciclopedia è lo sforzo del regime,
che appare in larga parte riuscito, di organizzare il consenso degli
intellettuali. Questa novità del fascismo era colta con difficoltà,
all’inizio degli anni ’30, dagli antifascisti; più attenti ai problemi
della cultura e degli intellettuali furono gli esponenti di
Giustizia e Libertà, fra i quali Venturi, che afferma: Sono
abbastanza noti i provvedimenti presi dal fascismo per organizzare i corpi
armati contro gli italiani oltre che contro gli stranieri, e gl’istituti
finanziari ed economici a favore di pochi arrivati al potere. Ma non è ancora
stato analizzato il successo del fascismo nel promuovere la cultura in
Italia. Mussolini ha compreso l’importanza di una cultura foggiata a
sostegno del regime, e, privo di ogni ideale da offrire come meta
all’intelligenza, convinto che solo il denaro può interessare gli uomini,
ha largheggiato di mezzi verso gl’intellettuali in un modo inconsueto in Italia.
Ma anche gli esponenti di Giustizia e Libertà non coglievano il contenuto
di classe di questa « nuova » cul- tura, e la capacità del regime — e poi
dei cattolici — di improntarla delle proprie ideologie. Può quindi essere
utile un sondaggio che, pur limitandosi a tre settori di voci del-
l’Enciclopedia — politiche, storiche, religiose —, cerchi di valutare i
contenuti culturali dell’opera nel più generale contesto politico in cui
fu realizzata: non tanto per rila- sciare patenti di fascismo e di
antifascismo a singoli colla- boratori, quanto per vedere se nei loro
contributi emerges- sero o meno elementi funzionali all’ideologia che il
fascismo veniva elaborando. Con ciò non si potrà ritenere esaurito,
del resto, l’esame dell’opera, in cui ampio è l’apparato di voci
illustrative (tecniche, geografiche e artistiche); anche Vida,
Fantasmi ritrovati, Travi (L. Venturi), La cultura italiana sotto il fascismo,
in « Quaderni di Giustizia e Libertà », se un ulteriore approfondimento
dovrà valutare fino a qual punto queste ultime possano essere considerate
esposizioni asettiche, dal momento che, ad esempio, un geografo
come Almagià, ben inserito nelle istituzioni culturali e negli
organismi politici del regime — e direttore, con Biasutti, della sezione «
Geografia » dell’Enciclopedia —, poteva affermare che le trenta pagine dedicate
alla geografia dell'Albania costituivano uno « spazio non certo
soverchio, relativamente alla importanza che questo paese ha oggi per
l’Italia. Resteranno fuori dalla nostra analisi, fra gli altri, due
settori molto importanti, quello filosofico e quello scientifico. Il
primo, com'è natu- rale, fu più direttamente controllato da Gentile, la
cui in- fluenza è facilmente avvertibile; ma può essere interessante
notare come in esso non manchino anche riferimenti all’at- tualità
politica: la trattazione dell’Idealismzo offre ad esempio a Calogero
l’occasione per osservare che dalla sinistra hegeliana muovevano quei
pensatori che, come Marx, Engels e Lassalle, tradussero il
dialettismo genetico dell’idealismo in un evoluzionismo
naturalistico, condannando ogni spiegazione delle cose che non si
riferisse nudamente alle ferree leggi della natura e traman- dando tale
fiero odio per ogni “ideologia” e “idealismo” fino ai giorni nostri, in
quei paesi, come la Russia, che da essi hanno mutuato la concezione
politica. D'altro lato, Spirito considera come filosofia del fascismo, sia
pur allusivamente, l’Attualismo, che « ha condotto alla definitiva
negazione della filosofia come metafisica e alla sua identificazione con
la storia e con la vita. Questo spiega come l’attualismo non sia rimasto
un puro sistema filosofico, ma sia penetrato in tutti i campi della
cultura e della vita politica, e abbia condotto a un profondo
rinnovamento della coscienza nazionale ». Almagià, La geografia
nella Enciclopedia Italiana, in « Bollet- tino della R. Società
geografica italiana ». Biasutti-Almagià, Le geografia nella nuova Enciclopedia
italiana, in Atti del X congresso geografico italiano, Milano, Capriolo e
Massimino. Particolari cure sono rivolte all’Italia, alle sue colonie, ed
ai paesi che sono in più stretti rapporti col nostro. Nel settore scientifico,
in particolare per quanto ri- guarda la storia della scienza — dove fu
dato largo spazio al genio italiano —, si assiste invece a una
divisione del lavoro tra studiosi non attualisti e gentiliani. Spirito
aveva sostenuto, al CONGRESO DI FILOSOFIA, l’identificazione di filosofia
e scienza, spingendo Gentile a riconoscere l’importanza della storia
della scienza per la stessa ricerca scientifica; ed è proprio
Spirito l’autore della voce Scienza nella quale, dopo aver tratteggiato
storicamente il problema dell’unità o della distinzione tra scienza e
filosofia, oppone a CROCE, teorico del dualismo, il Gentile negatore di
ogni distinzione tra concetti puri e concetti empirici, e rivendica a se
stesso e ad Volpicelli il merito di aver tentato di dimostrare che la
distinzione dialettica dei momenti, essendo implicita in ogni procedimento
logico non può caratterizzare in concreto la differenza di determinate
scienze empiriche e filosofiche, e che la distinzione di diversi gradi
filosofici (naturalistico e idealistico) deve essere superata anche
nel campo delle scienze particolari ». Il dualismo fu allora su-
perato solo apparentemente, nonostante la volontà degli attualisti di
impadronirsi della tematica scientifica da un punto di vista filosofico.
Enriques, lo storico della scienza che dirigeva la sezione « Matematica
», concludeva significativamente cosî una lettera a Gentile in cui
illustrava le proprie idee sulla redazione della voce Scienza: niente
impedisce — se l’articolo Le apparirà manchevole — che sia integrato da
un successivo articolo filosofico, nel senso che la parola ha per Lei,
diverso dal mio » Fu questo il criterio che, se non fu adottato per
questa voce, guidò la redazione di molte altre di carattere
storico-scientifico, che vennero suddivise in due parti: una
Gentile, Introduzione alla filosofia, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli,
A1 fatto che Gentile dette «una certa estensione » alle voci di storia
della scienza nell’Enciclopedia accenna Bulferetti, Gli studi di storia
della scienza e della tecnica in Italia, in Nuove questioni di storia
contemporanea, Milano, Marzorati, AEI, Lettere, Enriques. più
propriamente scientifica, riservata a studiosi di formazione positivistica, e
una filosofica, affidata ad attualisti, come nel caso di GALILEO, scritta
da Marcolongo e Allmayer, o di VINCI, dove accanto ai vari
specialisti della multiforme attività dello scienziato volle apporre la
sua firma lo stesso Gentile. L’esame delle principali voci di carattere
politico conferma pienamente l’esistenza non solo di una ideologia, ma
anche di una cultura fascista, attraverso la quale il regime cerca di
costruirsi una legittimazione storica. Resta ancora da compiere una
ricognizione degli studi di scienze politiche che si vennero elaborando
in Italia tra le due guerre mondiali e che, non limitandosi a ricostruire
le di- scussioni metodologiche sulla storia delle dottrine politi-
che !”, sia attenta al legame con la tradizione inaugurata da Mosca,
Pareto e Michels, e a quello tra elaborazione teo- rica e ricostruzione
storica, al rapporto con la politica svi- luppata dallo Stato fascista e
alle istituzioni in cui questi studi si concretizzarono, in un momento in
cui, proprio a partire dal 1924, furono create le prime Facoltà di
scienze politiche dalle quasi ci si attendeva la formazione di una
nuova classe dirigente !'*. Le voci enciclopediche sono solo una spia
della estrema ideologizzazione cui era soggetta questa tematica, e della
fortuna della concezione gentiliana dello Stato, che più di quella di
Croce cercò di affrontare il problema dell’emergere delle masse sulla
scena politica nazionale !9, Non ci sembra di poter
condividere l’opinione di Bob- ad es. S. Testoni, La storia delle
dottrine politiche in un dibat- tito ancora attuale, in «Il Pensiero
politico » Un interessante tema di ricerca suggerisce in questo senso
Montenegro, Politica estera e organizzazione del consenso. Note
sull’Istituto per gli studi di politica internazionale. , in « Studi
Storici » Cfr. le osservazioni di Racinaro, Intellettuali e fascismo, in
« Critica marxista » -- Bob bio che la
presenza dell’ideologia fascista nell’Enciclopedia sia avvertibile solo
nella voce Fascismo. Anche se gia Treccani aveva potuto affermare, ringraziando
Mussolini per la promessa fatta a Gentile di collaborare per questa voce,
che « l’Enciclopedia non poteva ottenere pit importante e significativo
suggello del carattere suo, di opera italiana del regime » !”, la voce,
scritta frettolosa- mente nei primi mesi del 1932 da Gentile per la
prima parte (« Idee fondamentali ») e da Mussolini per la seconda
(« Dottrina politica e sociale ») !", non è, all’interno dell’opera,
l’unica né, forse, la più articolata espressione dell'ideologia e della cultura
politica del regime. Uscita nello stesso anno in cui Croce pubblicava il
manifesto del libera- lismo, la Storia d’Europa, quella che i
contemporanei considerarono la summa dottrinale del fascismo colpisce
infatti per la sua genericità, dovuta probabilmente anche alla vo-
lontà di non dare appigli a quanti, all’interno del regime, cercavano di
appropriarsene la dottrina. Se la « mano » di Gentile è indubitabile,
come rilevarono subito i commenti degli antifascisti — « La Libertà »
sottolineò nella voce la concezione dello Stato propria del « filosofo
della Enciclo- pedia Treccani », mentre « Lo Stato operaio » colse
nella prima parte dello scritto « la marca di fabbrica della ditta
intitolata a Gentile » !” —, non è meno signifi- cativo il fatto che i
commentatori di parte fascista non des- sero un particolare rilievo alla
influenza attualista, e ciò non solo per piaggeria verso Mussolini, che
aveva firmato tutta la voce. Un accenno, sia pure sfumato, vi è solo in
Bottai — più vicino al filosofo siciliano — il quale osservò che
con la Dottrina del fascismo la cultura moderna era giunta « a
190 Treccani a Mussolini (ACS, Segreteria particolare del Duce,
Carteggio riservato, b. 49, sottofasc. 1). 191 Cfr. ibidem,
sottofasc. 2, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, e la
testimonianza di A. Iraci, Arpinati l'opposi- tore di Mussolini, Roma,
Bulzoni. A parte questo caso, l’attribuzione di alcune voci non firmate
si basa sulle lettere e sullo schedario per autori conservati presso
l'Archivio dell’Enciclopedia italiana. IL DUCE-FILOSOFO E LO STATO
FASCISTA, in «La Libertà»; Donini, Il fascismo secondo Mussolini, in «Lo
Stato operaio » quella critica del socialismo e del liberalismo, a quel
senso realistico della storia e a quel pensiero idealistico, che
sono stati, prima oscuramente ora chiaramente, i caposaldi del
pensiero mussoliniano » !'*. Gli anti-gentiliani furono in- vece assai
espliciti nel distinguere la dottrina del fascismo dall’attualismo: non
solo, naturalmente, Fanelli '*, ma anche Carlo Costamagna, autore di
parte della voce Corpo- razione: dopo aver affermato che « il fascismo,
pur posse- dendo una dottrina, non può e non deve possedere una
filosofia », perché « non esistono verità assolute, eterne e universali,
fuori del dogma religioso per il credente », no- tava che « l’attivismo
fascista è lo sforzo ad impadronirsi della realtà e a dominarla, e nulla
ha di comune con quel- l’attualismo neo-hegeliano che, nell’illusione di
assorbire e superare il razionalismo e il materialismo, coi soliti espe-
dienti dell’astrazione, non ha saputo apprestare se non “una
esercitazione di parole”, buona a giustificare qual- siasi comportamento
pratico, ricadendo negli eccessi dialet- tici propri ad ogni filosofia
delle epoche di decadenza » !* E particolare significato assume il
commento della rivista ufficiale di Mussolini, « Gerarchia », che sembra
attaccare, oltre a Gentile, gli esiti « di sinistra » del gentiliano Spirito
quali si erano manifestati, nel maggio 19 II secolo di Mussolini,
in « Critica fascista ». Bottai insisteva su una presentazione « di sinistra »
della dottrina del fascismo: « nega l’ideologia marxista, ma accoglie il
movimento operaio, dandogli un posto giuridico-politico nello Stato; nega
l'ideologia demo- cratica, ma non intende restituire gli individui alla
condizione di bruti privi di dignità spirituale, come sarebbe in uno
Stato di polizia »; « La dottrina del fascismo, che non ignora né
l’esperienza democratica né quella socialista, concepisce lo Stato come
il sistema dei diritti-doveri degli indi- vidui organizzati per
raggiungere i più alti fini etici della personalità umana (nella sua
concretezza nazionale), e non può fare a meno di tendere verso una
giustizia sociale che, in regime liberale, non poteva non essere
calpestata. In questo senso se il nostro secolo, come dice Mussolini,
sarà un secolo di destra, esso, proprio perché è il secolo dello Stato
(se lo Stato non è, e non dev'essere, strumento della prepotenza dei pi
forti), sarà un secolo di sinistra [...]. E l’organizzazione corporativa
italiana ne è una prova ». Bottai sarà autore della voce Corporativismo
nell’Appendice del 1938. 4 G.A. Fanelli, Contra Gentiles. Costamagna,
Pensiero ed azione, in «Lo Stato», precedente, al II Convegno di studi
corporativi di Ferrara: la parola di Mussolini poneva fine, secondo la
rivista, al tentativo delle varie correnti culturali italiane di
monopolizzare la dottrina del fascismo, la quale fu identificata
anche con il benedetto, onnipresente liberalismo: sia con quello vero,
che, partendo dal mito delle intangibili libertà individuali, si fermava
allo stato come complesso di servizi utili e giungeva, al massimo, ad
accettare un forte stato di polizia, guar- diano notturno dell’ordine
pubblico; sia col liberalismo ancora pié vero, che dalla base della
fantastica acrobazia dialettica della identità assoluta fra stato e
individuo, finiva, logicamente, con l’iden- tificare la dottrina fascista
con l’utopia comunista !%. Colpisce infatti, soprattutto nella parte
sulla « Dottrina politica e sociale », che alle « istituzioni corporative
» sia fatto solo un cenno assai rapido, nonostante che l’elaborazione
della dottrina corporativa fosse an- data molto avanti”, e nella voce si
insista sul fatto che proprio dopo la crisi « chi può risolvere le drammatiche
contraddizioni del capitalismo è lo Stato ». Il motivo, suggerito da «
Gerarchia », è reso esplicito da « Vita nova », la rivista del gentiliano
Saitta, per il quale « dopo il mirabile articolo del Duce sulla
dottrina del fascismo, pubblicato nell’Enciclopedia Treccani, discutere
sulla struttura filosofica e politica della relazione Spirito al Convegno di
studi corporativi, è non solo vano ma temerario », in quanto la
corporazione proprietaria « ci riporterebbe pari pari all'esperienza
bolscevica » !*. Nonostante queste prese di distanza — ma è da
ricor- dare che anche Gentile precisò il suo pensiero rispetto a
quello di Spirito —, risulta evidente la « marca di fab- brica »
gentiliana della voce, anche se alcuni passi possono ricordare
formulazioni di Rocco !: cosî nella dichiara- 1% F. Caparelli, La
dottrina fascista nel decennale, in « Gerarchia » Aquarone, L'organizzazione
dello Stato totalitario, Noi, La corporazione proprietaria, in « Vita nova », ad
es. il discorso di Rocco, La dottrina zione del carattere «
assoluto » dello Stato e nell’afferma- zione della preminenza dello Stato
sulla nazione — fatta in implicita polemica con i nazionalisti” —, che
sarà ripe- tuta da Battaglia in Nazione, e non sarà negata nella
voce Nazionalismo di D'Andrea e Federzoni, preoccupati solo di dimostrare
le origini antidemocratiche del naziona- lismo europeo, e contestare la
primogenitura francese sul nazionalismo italiano di Corradini; o nel
paragrafo sulla religione cattolica, in cui si dice che « il fascismo
rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio
cosi com'è visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo
». Pi accentuata che non in Gentile è invece la negazione dell’800 come
«secolo » del liberalismo, che vide, al contrario, la vittoria di
Napoleone III e di Bismarck « il quale non seppe mai dove stesse di casa
la religione della libertà e di quali profeti si servisse », e, nel
Risorgimento italiano, l’apporto decisivo di Mazzini e Garibaldi, « che
liberali non furono ». Ciò che comunque interessa rilevare, al di
là della ricerca delle sue fonti teoriche, è il fatto che la voce,
pur nella sua genericità, condensa quei capisaldi dell’ideologia
del fascismo che circolarono ampiamente, negli anni ’30, negli scritti di
studiosi di scienze politiche, di giuristi, storici, economisti; né sarà da
dimenticare che, oltre a essere diffusa e commentata in numerosissime
edizioni, essa nella sua parte propriamente mussoliniana (« Dottrina
politica e sociale »), fu premessa allo statuto del Pnf. Non vanno
quindi considerate semplici enunciazioni propagan- distiche la.negazione
del materialismo storico e della lotta di classe — con espressioni in cui
Gramsci coglieva l’in-flusso di Loria ?! —, o quella del pacifismo — ribadita
in Pacifismo di Vecchio —, l’affermazione della vocazione
impetrialistica dell’Italia fascista, e la pretesa del fascismo di
presentarsi come il superatore, e l’inveratore, politica del
fascismo, in Scritti e discorsi politici, III, La formazione dello Stato
fascista (1925-1934), Milano, Giuffrè, Per una polemica esplicita cfr. G.
Gentile, Origini e dottrina del fascismo, Gramsci, Quaderni del carcere,
del liberalismo classico e del socialismo: un punto, que- st’ultimo, sul
quale insisterà anche Volpe nella parte della voce dedicata alla storia
del movimento fascista, in cui cercherà di dimostrare che, nell’età della
« politica delle masse », il fascismo era l’erede genuino del
socialismo: come il socialismo di Mussolini — che era specialmente
una posi- zione di lotta — si aprî all’accettazione piena dei valori
nazionali, cosf questi valori non misero troppo nell’ombra quel socialismo:
il quale, respinto energicamente come partito, respinto anche come
dottrina e come filosofia a fondo materialistico, rimase come senti-
mento, rimase come simpatia per il mondo del lavoro, come aspi- razione a
liberare le masse dal giogo del partito e dalla corruzione della
politica, allo scopo di promuoverne l’autoeducazione, farne l'artefice
diretto della propria fortuna, come del resto era nella con- cezione dei
sindacalisti. Con questa mistificazione si completava cosî
quella « soprastruttura ideologica » della borghesia italiana che,
osservò « Lo Stato operaio », usava ora « nuovi e pit raf- finati mezzi
di oppressione e di sfruttamento per consoli- dare il proprio dominio e
prolungare la propria esistenza, Alle formulazioni di Fascismo si
fa un rinvio non solo formale nelle principali voci politiche e
politico-economi- che affidate a esponenti dell’attualismo come Battaglia
e Spirito. Battaglia, che fu uno degli animatori del dibattito sulla
storia delle dottrine poli- tiche sviluppando la distinzione crociana fra
teoria e prassi politica ?*, tanto da ritenere che « la storia delle
dottrine politiche [non] debba direttamente servire alle nostre
attuali finalità » ?*, dimostra in realtà, in voci come Demo- crazia,
Partito, Stato, una stretta dipendenza dall’elabora- zione gentiliana e
una precisa strumentalizzazione di questi concetti in funzione
dell’ideologia fascista. Occupandosi della Demzocrazia nel periodo
medievale e moderno, dopo aver sostenuto, sulla traccia degli studi di
Ercole sui Testoni, Battaglia, Oggetto e metodo della storia delle
dottrine politiche, in «Rivista storica italiana », comuni e sulle
signorie venete — che, come osserverà Chabod, anch'egli debitore di
Ercole, influirono largamente sul pensiero storiografico fra le due
guerre, con il loro « assillo di cercare, ad ogni costo, lo stato moderno
già nel passato italiano » ?° —, che la signoria non è « negazione
sic et simpliciter del principato popolare, ché anzi le sue origini in
Italia derivano proprio dal popolo, di cui il tiranno si atteggia
difensore contro le classi privilegiate », e dopo ‘aver osservato che «
l'ideale di piena democrazia vagheggiato dal Rousseau era inattuabile, un
regime di dei più che di uomini », Battaglia nota che anche nelle
società moderne « la democrazia ha bisogno di alcuni presupposti
senza i quali non solo non fiorisce, bensî decade e conrrompe i popoli ».
Facendo sue le tesi espresse dal liberale Bryce in Democrazie moderne —
un’opera tradotta in italiano proprio nel 1930-31 a cura di Occhi, e che
è nella sostanza una critica dei principi dell’89 * —, secondo le quali «
la democrazia si sviluppa su un sostrato di diffuso benessere collettivo
» e « fiorisce solo nei paesi abituati al governo locale », pur essendo
in crisi anche in paesi evoluti come la Francia, Battaglia conclude
che in Italia la democrazia intesa come pratica di autogoverno non
ha avuto una tradizione e una linea. Lo stesso processo unitario ci
spiega ciò. L’unificazione amministrativa imposta da Torino dopo il 1861
tolse in fondo la possibilità di quell’autogoverno locale che costituisce
il fondamento della vera democrazia e inutile fu anche
l’allargamento del suffragio, perché 25 F. Chabod, Gli studi di
storia del Rinascimento, in AA.VV., Cin- uant'anni di vita intellettuale
italiana, Scritti in onore di Croce per a cura di Antoni e
Mattioli, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, Per l’influenza di Ercole su
Chabod, all’inizio della sua attività, cfr. Pizzetti, Chabod storico delle
Signorie, in « Nuova rivista sto- rica», Lu Sebbene la democrazia si sia
diffusa, e quantunque nessun paese, che ha provata, dia dei segni di
abbandonarla, noi non siamo autoriz- zati a ritenere, cogli uomini, che
essa sia la forma di governo naturale, e, perciò, a lungo andare
inevitabile » (Bryce, Democrazie moderne, Milano. L'opera sarà ristampata
da Mondadori, sempre a cura di Occhi, c’è rappresentanza vera solo dove c’è
coscienza, ciò che in Italia mancava [...; cosi] la democrazia italiana
continuò la sua vita stentata e in fondo illiberale nel trasformismo, che
palliava conati di dittature singole, finché si dimostrò impotente ad
arginare un moto come il fascismo, in parte espresso da quelle stesse
forze sindacalistiche che essa aveva ignorato. Parallela a
questa svalutazione della democrazia con- dotta sul piano storico, è la
negazione dell’esistenza di una vera e propria tirannia nelle moderne
società di massa (Ti rannia e tirannicidio; da notare che
nell’Exciclopedia manca la voce Dittatura: c’è solo Dittatore per l’età
romana): infatti, spiega Battaglia, a parte che la pratica
possibilità della tirannia è ognora più ridotta, oggi il sistema dei
controlli giuridici e politici e la pressione dell’o- pinione pubblica
sono tali che la figura del despota exercitio appare affatto letteraria,
Le moderne dittature facendo appello al popolo, non solo per costituirsi
attraverso i plebisciti i titoli giuridici del potere o per sanarli se
difettosi, bensi anche per suffnagare del consenso nazionale ogni loro attività,
appaiono poggiare sulle masse più che le stesse democrazie. Insomma i
fenomeni e le teorie ac- cennate a proposito della tirannia hanno
significato con riferimento a piccole società politiche e non agli enormi
aggregati statali moderni. Mentre Ghisalberti svaluta la
funzione svolta dal Parlamento nella storia dell’Italia liberale — col
fascismo invece « il parlamento, che si avvia a un'ulteriore riforma in
senso corporativo, superiore alle pic- cole lotte d’un tempo, restituito
alla sua naturale funzione, ha svolto attiva, proficua opera legislativa
» —, e Volpicelli sviluppa una dura critica del concetto di rappresentanza »
(Rappresentanza politica)”, che nella esposizione della storia del
principio maggioritario Ruffini non è in grado di controbilanciare ?*,
Battaglia Lo Stato in quanto « organizzazione totalitaria del
corpo sociale », « non può né deve agire iure repraesentationis, ma iure
proprio »; solo lo Stato corporativo fascista «si afferma e si attua
sempre più come uno stato coincidente con la stessa e intera collettività
nazionale corporativamente organizzata », « perciò appunto sarà davvero libero
e generale ». Anche la prima parte della voce, scritta da Luigi Rossi,
critica i vari sistemi di rappresentanza politica. Nella voce
Maggioranza Ruffini, autore svolge (Partito) la concezione del partito unico,
che sembra legarsi in parte alla tendenza oligarchica rilevata
dalla scienza come necessaria nel partito. Non rinnegando l’ampio fondamento
democratico, esalta l’aristocrazia militante dei primi confessori dell’
idea e sublima religiosamente il capo (Duce, Fiihrer). Il partito divien
stato; acquista rilievo giuridico, assurge personalità morale; è
cosî composto, gentilianamente, il contrasto individuo- Stato:
l’esperienza del fascismo e del nazismo non elimina la dialettica
delle tendenze, sempre operosa nel gruppo nazionale unitariamente inteso.
Appunto perché il partito unico s'identifica con lo stato, la dialettica
non è fuori dallo stato e questo sopra di essa, indifferente, ma nello
stato in quanto formazione etica, quindi nel partito in quanto,
spiritualmente viva, si svolga, si tra- sformi arricchendo i suoi
strumenti, i suoi organi, le sue funzioni. Elidere ogni varietà di motivi
in un’instaurazione dogmatica di prin- cipi rigidi è vano sogno, ché
oltre gli schemi irrompe la vita e il contrasto. Ciò non esclude che
questa debba ricondursi nell’ambito totalitario dello stato, nell’unicità
etica che questo rappresenta, Dove più esplicito e dispiegato è il
debito di Battaglia verso Gentile, è nella voce Stato, riprodotta negli
Scritti di teoria dello Stato, a testimonianza che l’influenza gentiliana
non fu limitata entro i confini del- l’Enciclopedia”. La storia dell'idea
di Stato è ricostruita de Il principio maggioritario, si limita ad
affermare che «il principio maggioritario ha avuto contro di sé nel
secolo scorso tutti gli avversari delle istituzioni democratiche, i quali
spesso commisero l'errore di col- pire il concetto tecnico giuridico di
maggioranza quando volevano colpire quello generico politico di
moltitudine, di massa, dal punto di vista aristocratico ». Questa voce ci
sembra sopravvalutata in senso antifascista da S. Caprioli nella
riproposizione di E. Ruffini, Il principio maggiori- tario, Milano,
Adelphi. Nei termini della concezione dello Stato assoluto è condotta
anche la voce Reazione politica, in cui Battaglia afferma che sia la
rivo- luzione sia la reazione hanno «un motivo di verità. I! loro
contrasto è la vita dello stato, che ha sempre in sé rivoluzione e
reazione come libertà e autorità, diritto ideale e diritto positivo da
riaffermare ». Sempre di Battaglia, ma più espositiva e con una nota
polemica contro gli assurdi del superuomo » e il razzismo affermatisi
nella Germania nazista, è Politica, rifusa in F. Battaglia, Lineamenti di
storia delle dottrine politiche, Roma, Foro italiano, dove però la nota
polemica ora accennata viene attenuata In una lettera a Bosco Battaglia
dichiarava in funzione della concezione attualista, difesa da Gentile, contro
le critiche dei cattolici, come una delle poche dottrine o miti elaborati
dal fascismo ?. Cosi, all'affermazione che senza l’inversione di valori,
non si sarebbe mai potuto addivenire all’idea di uno stato interiore ai
soggetti, quale l’età moderna esige e svolge » ?, segue la critica del
giusna- turalismo, che conosce l’individuo, astrazion fatta
dai gruppi nei quali pur vive. La società nelle sue forme molteplici gli
è estranea. Si spiega quindi come esso, liberale e indifferente,
ritenendo nella tutela giuridica esaurito il suo compito, finisca per
rivelarsi impotente a disciplinare la vita delle classi inferiori,
allorquando queste nel sec. XIX comin- ciarono ad acquistare il senso
della propria importanza. Donde ciò che si è detto «crisi dello stato »,
come l’esigenza di un'ulteriore integrazione, che, se nell’ordine pratico
ha trovato la sua realtà solo di recente con il fascismo (v.),
nell’ordine teorico già era stata proclamata necessaria da più di un
autore come Fichte e Hegel (« avere riconosciuto la
spiritualità dello stato è il suo grande merito. I suoi problemi
ripren- derà al principio del secolo presente il neoidealismo
italiano, rivivendoli in una esperienza affatto nuova »). Assai
estesa è l’esposizione della concezione gentiliana dello Stato
etico, tanto che Carlini accusa Battaglia di aver voluto
accreditare la filosofia di Gentile come filosofia del Pnf, rivendicando
invece l’originalità della dottrina fascista, non solo « integrazione »
pratica di quella gentiliana; di avervi « messo le mani due volte
come la Direzione desiderava » (AEI, Lettere, Battaglia). Gentile, Ideologie correnti e critiche facili,
in « Politica sociale. Ci dicono statolatri. Dacché è venuta la moda del
fascismo cattolico, frazione più o meno peticolosa ed eretica in seno al
fascismo, taluno ci parla con grande compunzione della necessità di non
lasciarsi attrarre dalla diabolica filosofia dello Stato etico. Uno spunto in
questo senso era stato fornito nel 1916 da Gentile, I fondamenti della
filosofia del diritto, Firenze, Sansoni, Cfr. anche F. Battaglia, I/
corporativismo come essenza assoluta dello Stato, in « Archivio di studi
corporativi », che rinvia al capitolo sulla concezione dello Stato di
Solari, Ts etica e filosofica dello Stato moderno, Torino, « L'Erma
», Carlini - Battaglia, Orientamenti, in « Critica fascista », mai
come ora, specialmente in Italia, lo stato è reale nell’intendi- mento
speculativo. La filosofia non solo ne ha approfondito l’essenza ideale ma
ha contribuito a potenziarlo nella sua funzione storica, promuovendone il
sentimento nel popolo [...; e] l’uomo sociale, che la sua socialità
dispiega nello stato, è vicino a Dio, certo di Dio ha l’animo preso e i
divini comandamenti fa suoi per celebrarli ogni giorno; e
Battaglia conclude la voce con l’esposizione della dottrina fascista —
continui sono i rinvii a Fasciszzo —, nell’intento di dimostrare che lo
Stato fascista non è teocratico o asso- lutista, che, « opponendosi a due
posizioni tradizionali del pensiero politico, il giusnaturalismo liberale
e il socialismo, da questi rileva i motivi non perituri e li trasvaluta
», e che la « corporatività » è « la nota dominante dello stato
fascista », nel quale «cittadino lavoratore e soldato si convertono
assolutamente ». Nella delineazione di aspetti essenziali
dell’ideologia e della cultura del fascismo spiccano, per alcuni accenti
per- sonali, le voci di Ugo Spirito Economia politica e Liberalismo,
scritte nel periodo in cui più intensa fu la sua partecipazione al
dibattito sul corporativismo, che si collegò strettamente con la
direzione, assieme ad Arnaldo Volpicelli, dei « Nuovi studi di
diritto, economia e politica ». L’importanza di queste voci è
evidenziata anche dal ruolo centrale avuto da Spirito nell’Enciclopedia,
nella quale fu redattore per ben otto materie (filosofia, economia,
statistica, finanza, diritto, storia del diritto, materie eccle-
siastiche e, storia del culto) ‘“, finché divenne segretario generale
dell’opera, sempre in un rapporto strettissimo con Gentile ?*, ciò che
dovette costituire un motivo di preoccupazione per quanti teme-
vano che la sua concezione del corporativismo, quale si era espressa al
convegno di Ferrara, influenzasse 214 Sulla collaborazione di
Spirito all’Enciclopedia cfr. Santomassimo, Spirito e il corporativismo, in
«Studi storici” Cfr. U. Spirito, Memorie. gran parte dell’opera ?*. Echi della
sua posizione si avver- tono in effetti in queste due voci, in cui
Spirito, pur senza riprendere la proposta della « corporazione
proprietaria », rivendica il « carattere pubblicistico della proprietà
privata » 2”. Nella parte storica delle voci l’autore svolge, più
che una descrizione delle concezioni precedenti quella fascista,
una serrata discussione con queste, diretta a condannare l’individualismo
delle teorie fisiocratiche, liberali e socia- liste. Come quella
fisiocratica — si dice in Economia poli- tica —, la scuola classica rimase
« tutta informata dal prin- cipio individualistico e liberistico proprio
dell’illumini- smo », e anche quando « l’economia nazionale o il
socia- lismo affermavano la superiorità dell’ente nazione o classe
o società su quello d’individuo, muovevano tuttavia dal presupposto
illuministico e liberale che l’individuo parti- colare in qualche modo
esistesse e avesse una realtà pro- pria diversa da quella dell’organismo
di cui faceva parte, affermavano cioè una superiorità della nazione o
della so- cietà sull’individuo o una subordinazione di questo a
quelle, ma non giungevano a riconoscerne l’essenziale identità dia-
lettica ». Solo in Italia il rinnovamento dell’economia poli- tica « ha
raggiunto politicamente e scientificamente uno sviluppo d’importanza
fondamentale. Proprio in Italia, in- fatti, la critica del pensiero
illuministico era stata più peren- toriamente condotta e i suoi risultati
erano stati più deci- sivi ”!8, Né le nuove affermazioni idealistiche
erano state al margine della vita politica, ché anzi questa ne ha
risen- tito fortemente l’influsso, giungendo ad affermazioni pra-
216 Cosf Preziosi, Spirito, in « La Vita italiana », È da ricordare che
nel corso dei lavori preparatori del Codice civile vastissimo fu il
dibattito sulla « funzione sociale » della proprietà: uno dei suoi
partecipanti più insigni fu Salvatore Pugliatti, di cui cfr. ad es. la
raccolta di saggi La proprietà nel nuovo diritto, Milano, Giuffrè.
Gli economisti italiani del ’700 come Galiani, aveva notato Spirito, «
anche quando più si discostano dalle teorie mercantilistiche e più
decisamente concordano con i fisiocrati, non accettano senza riserva il
dogmatismo individualistico e liberistico di questi ultimi e spesso fanno
posto a considerazioni di carattere che potremmo già definire storicistico
».tiche addirittura rivoluzionarie »: con la Carta del lavoro, ad
esempio, « si dava il colpo di grazia al tradizionale libe- rismo
individualistico. Affermato il carattere pubblicistico della proprietà privata,
cadeva il fondamento dell’economia liberale (l’homo oeconomicus guidato
dall’ofelimità), e ra- gione della vita economica diventava l’identità
del fine sta- tale e del fine individuale ». In questa ultima
formulazione si riflette il ripiegamento di Spirito rispetto alla sua
primi- tiva proposta, che era decisamente accantonata, anche se in
Mussolini continuò a manifestarsi « una comprensione dei vantaggi che il
regime poteva trarre dal vigilato dispie- garsi di tendenze come quella
impersonata da Spi- rito », presentando Capitalismo e corporativismo,
Spirito affermava che nessuno più ardisce di scandalizzarsi se si parla
di crisi del capitalismo e di trasformazione in senso pubblicistico della
pro- prietà. Quell’economia programmatica, che allora non si sapeva
scindere dal sistema bolscevico, è ormai accettata come propria dal
corporativismo ». La fondazione dell’Iri dimostrava che « l'iniziativa
privata non è più l’idolo in- tangibile »; « rimarrebbe la terribile
formula della corpo- razione proprietaria, quella che ha generato tanto
putiferio. Ebbene, lasciamola pure da parte e non ci pensiamo pit.
Io per conto mio ci ho pensato su fino ad oggi e mi son convinto che, se
si accetta tutto il resto, la corporazione proprietaria può addirittura
sembrare sorpassata. Ana- loga a quella della voce, e tutta interna alla
tema- tica gentiliana di individuo e Stato, è la conclusione di
Libe- ralismo, di cui è posto fin dall’inizio il problema del suo
sbocco nel corporativismo ?!. La concezione che colloca l’individuo
al centro dell’uni- verso è seguita attraverso il Rinascimento e la
Riforma, il razionalismo cartesiano che « è già il principio della
demo- Santomassimo, Spirito, Capitalismo e corporativismo, terza
edizione riveduta ed ampliata, Firenze, Sansoni, La voce era già stata pubblicata in «Nuovi
studi di diritto, eco- nomia e politica», Nella nota bibliografica
Spirito giudica libri sbagliati la Storia del liberalismo europeo di De
Ruggiero e la Storie d’Europa di Croce.] crazia del pensiero », la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dove « è il nucleo dell’individua- lismo
liberale e insieme il limite che il liberalismo non riuscirà mai a
superare davvero », con l’affermazione del- l’antistatalismo e della
proprietà privata. Conseguenza del liberalismo sono considerati il
dualismo tra governanti e governati, che si manifesta attraverso
l’istituto della rap- presentanza, « trionfo materialistico del numero »,
e la democrazia, che in Rousseau « mostra i suoi aspetti dete-
riori, convertendosi nel suo contrario e generando, nella sete della
libertà, la peggiore schiavità ». Le contraddizioni del liberalismo,
sorte col riconoscimento della necessità di uno Stato e di un suo intervento
soprattutto nel campo economico, impongono secondo Spirito « una
revisione radicale del problema », e questa è individuata nella
tradi- zione italiana di pensiero, ricostruita secondo l’ottica
gen- tiliana, e nel corporativismo: I precedenti di tale
revisione vanno ricercati nel pensiero ideali- stico, che comincia a
contrap- porsi all’affermazione del pensiero illuministico,
razionalistico ed em- iristico. Il pensiero del Rinascimento
italiano, di un individualismo n più profondo e spirituale, per cui
l’individuo stesso coincide con l’universale e l’universale in esso
s’incentra, comincia a dare i suoi frutti migliori, in contrasto con
l’astrattismo del pensiero franco-in- glese. Nei pubblicisti della nostra
tradizione vichiana, nei filosofi dell’idealismo tedesco, negli
spiritualisti italiani della prima metà dell'Ottocento, comincia a farsi
strada un concetto di libertà politica, in cui il dualismo di libertà e
autorità, e quindi di individuo e stato, è riconosciuto come il
fondamento necessario della superiore sintesi in cui consiste la vera
libertà. In particolare, da Spaventa a Gentile, la
tradizione del pensiero italiano ed europeo viene determinata nelle sue
linee essenziali, e in essa si ritrovano gli elementi della nuova e più
profonda fede nella libertà, che avrà poi il suo sbocco nella rivoluzione
fascista. Con il « corporativismo integrale » il fascismo si
avvia infatti a risolvere, afferma Spirito, le antinomie del libe-
ralismo: l’individuo « deve realizzare la sua libertà e la sua iniziativa
nella collaborazione, e riconoscere il carattere pubblicistico della
proprietà », mentre « si svuotano cosî di contenuto tutti i concetti
tradizionali del liberalismo individualistico e della democrazia », da
quello di rappre- sentanza a quello di maggioranza, da quello di
eguaglianza a quello di elettoralismo; « iniziativa privata e
intervento statale, e in conseguenza il problema dei rispettivi
limiti, diventano termini e problema senza significato ». Il
corporativismo di Spirito sposta cosî l’accento sulla costruzione
gerarchica dello Stato, e negli anni seguenti, dopo la chiusura dei «
Nuovi studi », si ridurrà, in campo economico, alla difesa della «
economia program- matica », in cui l'affermazione del « carattere
pubblicistico della proprietà » — che come la proposta della «
corpora- zione proprietaria » mostra di non collocarsi al di fuori
della logica capitalistica — si precisa nella richiesta dell’in- tervento
statale reso necessario dalla crisi, A scanso di equivoci, comunque, Maroi ri- cordò nella voce Proprietà
che « alcuni filosofi (Spirito, A. Volpicelli) hanno sostenuto che in
regime fascista il lavoro non può produrre una proprietà privata perché
l’in- dividuo, come tale, in regime corporativo non esiste, e che
il sistema corporativo sboccherà nella corporazione pro- prietaria:
questa concezione è però autorevolmente com- battuta », concludeva,
rinviando alla nota su Individuo e Stato nella quale Gentile — allora
impegnato a redigere le « Idee fondamentali » della voce Fascismo
—, a commento della posizione assunta da Spirito a Ferrara
precisava che la socializzazione e statizzazione corporativa
importa sempre un mar- gine individualistico, in cui il processo
corporativo deve operare. In Cfr.,
nell’Appendice, Autarchia, Capitalismo (tutta la voce è dedicata alla
«crisi del capitalismo »), Economia programmatica. «I precedenti delle
nuove teorie — scrive Spirito in quest’ultima voce — vanno ritrovati per
una parte nei postulati del socialismo e per l’altra nelle indagini circa
l’organizzazione scientifica del lavoro ». Sul « fordismo » di Spirito cfr.
Lanaro, Appunti sul fascismo di sinistra. La ASA, corporativa di Spirito,
in « Belfagor » questo margine, ineliminabile, il rispetto dell’individuo è lo
stesso rispetto della corporazione: l’autolimitazione conseguente dello
Stato è la sua effettiva autorealizzazione. Lo Stato che inghiottisse
davvero l'individuo, riuscirebbe un pallone destinato subito a
sgonfiarsi. Il corporativismo, sente, sia pure confusamente, questo
pericolo, anzi questo destino del comunismo; e se ne vuol distinguere non
annul- lando quella sorgente di vita economica e morale che è
nell’individuo. Il timore che la posizione « di sinistra » di
Spirito influenzasse la trattazione delle materie economiche dell’Enciclopedia,
non aveva quindi ragion d’essere, come dimo- strano del resto le voci di
Graziani — fra cui Bisogni, Capitale, Lavoro, Salario —, il quale aveva
sostenuto che il Capitalismo e nel rispetto della produzione e in
quello della distribuzione, mani- festa superiorità spiccata sugli altri
sistemi che lo precedettero, e su tutti i sistemi imperniantisi sulla
collettivizzazione dei mezzi produt- tivi, nei quali si urterebbe contro
la fondamentale difficoltà dell’asse- gnazione rispettiva dei compiti e
si dovrebbe ad ogni modo attuare una distribuzione che toglierebbe i
maggiori impulsi all’operosità e all’accumulazione; se si aggiunge la
forte coercizione, intollerabile in paesi avanzati di civiltà, si scorge
come essi necessariamente addur- rebbero a decremento enorme di
produzione e ad arresto di pro- gresso economico e sociale.
Può essere infine interessante notare come, almeno nel- l’Enciclopedia,
vi fosse negli anni 30 un’intensa corrispon- denza fra le formulazioni di
questi studiosi di scienze poli- tiche e storico-economiche, e quelle di
alcuni storici. Men- tre ad esempio Spirito svolgeva una critica a fondo
del libe- ralismo, nella voce Borghesia Chabod avvalorava la
pretesa del fascismo di presentarsi antiborghese, negando l’esistenza,
nell’età contemporanea, di quella classe che del liberalismo aveva fatto
la propria bandiera politica. Come il primo utilizza Gentile, il secondo
riprende, con alcune correzioni, le osservazioni di Croce intese a
distinguere « la borghesia in significato spirituale, la borghesia che è
detta cosîf per metafora (e per non felice metafora) dalla bor-
G. Gentile, Individuo e Stato, in « Giornale critico della filosofia
italiana » ghesia in senso economico, con la quale la prima si suole
scambiare, e, peggio ancora, deplorevolmente contaminare, con danno non
solo della storiografia ma del sano giudizio morale e politico. Mentre
Croce respinge i termini « borghese » e « borghesia » per indicare « una
persona- lità spirituale intera, e, correlativamente, un’epoca
storica, in cui tale formazione spirituale domini o predomini,
Chabod — che in quegli anni fa sua la negazione ottoka- riana del
criterio di classe nella storiografia ?*, e partecipa del largo interesse
che circondò nell’Italia fra le due guerre, non solo fra gli studiosi
cattolici, l’opera di sociologi come Weber e Sombart che in opposizione
al marxismo avevano dato la « dimostrazione “scientifica” della priorità
dello “spirituale” sul “materiale”, della religione sulla econo-
mia » ?” — ritiene che « storia dello spirito borghese non è altro se non
storia dello spirito moderno, che ha certo permeato di sé dapprima un
certo ceto sociale, gli bomzines novi, contrapposti alla feudalità e ai
chierici, e con ciò alle concezioni medievali; ma non è più oggi
identificabile, sic et simpliciter, con un solo, determinato gruppo
sociale. E se oggi ancora certi atteggiamenti spirituali e morali
fonda- mentali paiono più strettamente connessi con “la bor-
ghesia”, classe sociale; in effetto sfuggono al dominio di un’etichetta
sociologica, e sono atteggiamenti anche di molti di coloro che combattono
la borghesia in quanto ceto sociale ». A differenza di Croce, e pur
distinguendo fra borghesia e capitalismo — nel primo ’800 « rimaneva,
mal- Croce, Di un equivoco
concetto storico. La « borghesia », ora in Etica e politica, Bari,
Laterza, Garosci, Sul concetto di «borghesia». Verifica storica di un
saggio crociano, in Miscellanea Walter Maturi, Torino, Giappichelli,
Croce, op. cit., p. 269. 26 Cfr. S. Pizzetti, Federico Chabod
storico delle Signorie. ZI È un'osservazione riferita a Weber da D. Cantimori
nel 1948 (ora in Storici e storia, Torino, Einaudi. L'etica protestante e
lo spirito del capitalismo di Weber fu presentata nei « Nuovi studi
» di Spirito e Volpicelli da E. Sestan, che vi notava una reazione al
marxismo (cfr. l’introduzione di Sestan alla nuova edizione, Firenze,
Sansoni, Chabod recensi Der Bowrgeois di Sombart in « Rivista storica
italiana » grado tutto, l’ideale della vita ordinata e scevra di troppo
gravi turbamenti: onde i borghesi si trovarono fuori del trionfo pieno di
quella stessa mentalità capitalistica, di cui pure avevano nei secoli
precedenti costituito il prodromo » —, Chabod ammette quindi per l’età moderna
l’esistenza di una « mentalità borghese », proiezione spirituale della
borghesia come classe (idee di tolleranza religiosa e di libertà civile,
ma anche, nel periodo della rivoluzione francese, idee « astratte,
antistoriche — talora anche pue- rili »), ma ribadisce che di essa non è
più possibile parlare nell’età contemporanea, nella quale
siffatta mentalità non è più esclusiva della borghesia, come ceto
sociale. Ché, anzi, proprio per l’influsso della borghesia — cioè del
ceto socialmente, politicamente, culturalmente dominante nell’Europa — tale mentalità ha permeato largamente di sé
parte della vecchia nobiltà, e specialmente gran parte degli strati
inferiori della popolazione. Il lavoratore si è contrapposto al
borghese, nell’Europa: ma quanti punti di contatto tra la men-
talità dell’uno e quella dell’altro: quale influsso del secondo sul
primo! I miti di progresso e d’umanità, di fratellanza e d’uguaglianza,
che ai borghesi avevano servito di arma contro le vecchie classi
privilegiate, sono ritorti dagli agitatori socialisti contro la borghesia
stessa e divengono ancora arma di lotta, con altro bersaglio. Ma per ciò
appunto quanta affinità tra gli uni e gli altri! La forma mentis del
borghese ha permeato di sé assai pit ampio strato sociale; si è imposta,
anche quando pareva combattuta; e, se prima aveva potuto costituire veramente
la forma mentis carat- teristica d’un determinato ceto sociale, ora si
dissolve come tale, perde le sue peculiarità « classiste ».
Dove si evidenzia l’affinità con la conclusione della voce Borghesia
scritta per il Dizionario di politica del Pnf da Salvatore Valitutti: «
La società fascista che nello Stato totalitario ha la sua espressione
ignora l’esistenza di ceti o classi a sé stanti e pertanto la parola
“borghesia” è destituita di ogni significato attuale ». La
voce di Chabod dimostra quindi come la mistifi- cazione arrivasse, per
forza di cose, fino alle sfere più rare- fatte di quella cultura che
pure, soggettivamente, si rite- neva del tutto indipendente dai volgari
messaggi rivolti alla massa », secondo quanto ha osservato Badaloni ”*,
e indica come molteplici fossero — in questo caso Weber e Sombart,
e la stessa riflessione crociana — i contributi utilizzati per definire
un’ideologia e una cultura del fasci- smo. Sempre nell’ambito delle
voci politiche incontriamo due casi particolari, quelli degli
antifascisti Solari e Mondolfo, utilizzati per le loro « competenze
» specifiche — argomenti di filosofia del diritto, connessi con la
tematica della libertà, il primo; storia del socialismo e del movimento
operaio, il secondo —, e la cui presenza potrebbe confermare il giudizio
di quanti hanno negato la connessione fra la « vera » cultura e il
fascismo, ricavan- done, in particolare, una valutazione « assolutoria »
nei confronti dell’Enciclopedia. Ci sembra tuttavia azzardato
dedurre dalla presenza di antifascisti in un’opera collettiva il
carattere oggettivamente antifascista della loro collaborazione scritta, senza
cercare di cogliere lo spazio dei loro contributi rispetto ad altri, e di
approfondire gli eventuali punti di convergenza — o di non contraddizione
— fra la loro produzione scientifica e quanto probabilmente lo
stesso Gentile, in assenza di una specifica sezione dedicata alla «
Politica », chiedeva loro. La partecipazione di Solari, il quale aveva
accettato con entusiasmo di collaborare all’Enciclopedia, « che vuol
essere espressione del pensiero italiano nei suoi più alti esponenti e
nelle sue più alte manifestazioni » ??, pone forse più problemi di quella
di MONDOLFO. Solari è infatti impegnato, in quegli stessi anni, in
un’importante ed equilibrata opera di delucidazione della concezione
liberale dello Stato e dei concetti di liberalismo,
costituzionalismo, Badaloni -Muscetta, Labriola, Croce, Gentile,
Solari a Gentile,(AEI, Leztere, Solari). democrazia nelle dottrine
politiche del secolo XVIII, che contrasta col metodo inquisitorio con cui
questi erano esa- minati ad esempio da Spirito nell’Enciclopedia — «
non è giusto fare il Rousseau responsabile della degenerazione in
senso realistico e materialistico dell'ideale democratico », sembra
rispondergli Solari ?° —; egli oppone nel 1931, alla valorizzazione de I/
concetto dello Stato in Hegel fatta da Gentile, la scoperta hegeliana
della società civile — «la scoperta della società civile come concetto
autonomo fu il grande merito di Hegel, maggiore di quello che
solitamente gli si attribuisce di aver rinnovato il sentimento e la
dignità dello Stato » ?! —, e confutando la concezione dello Stato
corporativo espressa da Volpicelli osserva che il neoidealismo ha
deviato dalla tradizione hegeliana (almeno quale io la intendo)
circa la natura e i fini dello Stato. Il neo-hegelismo tende, a mio
credete, verso un individualismo idealistico quando concepisce lo Stato
non in sé e per sé, ma nelle forme e nei limiti dell’individuo
concreto, singolo o associato che sia. Lo Stato è etico non perché vive
in inte- riore homine, ma perché è esso stesso realtà e sostanza etica
che non si concreta solo negli individui, ma progressivamente nella
famiglia, nelle associazioni, nella nazione, nell’umanità 22.
E tuttavia sarebbe necessario valutare come poté inse-
Solari, La formazione storica e filosofica dello Stato moderno,
Torino, Giappichelli, DI G. Solari, Il concetto di società civile in Hegel, in
«Rivista di filosofia », ora in La filosofia politica, a cura di L.
Firpo, Bari, Laterza, Cfr. anche G. Solari, Lo Stato conse libertà,
in « Rivista di filosofia »: «come organo di valori universali e non solo
di interessi nazionali o corporativi, lo Stato può dirsi anche
storicamente etico, purché sia ben fermo che esso non è valore supremo e
neppure esclusivo, che la sua eticità è misurata dal grado con cui
realizza esteriormente, cioè coi mezzi imperfetti e limitati dal diritto,
la socialità che è la forma concreta nella quale individui e popoli
affermano la loro libertà ». Per una riflessione sulla società civile
parallela a quella di Solari cfr. Zaccaria, L'itinerario politico di
Capograssi. Il problema del rapporto tra la società e lo Stato, in « da
Pensinto politico », Solari, Stato corporativo e Stato etico (Lettera aperta al
prof. A. Volpicelti in «Nuovi studi di diritto, economia e politica”;
cfr. anche la Risposta dl prof. Solari di A. Volpicelli. rirsi nell'impresa
diretta da Gentile la sua ricerca di una filosofia sociale del diritto, «
fermissima sempre nel respin- gere l'egoismo implicito nelle varie
dottrine individuali stiche, germogliate dal giusnaturalismo e
dall’utilitarismo, ma impenetrabile altresi al materialismo dialettico
mar- xiano » ?*, e vedere se ciò fu possibile solo per l’esistenza
di comuni negazioni — l’individualismo e il marxismo —, o anche perché la
sua riflessione, dopo aver abbandonato, all’inizio del secolo, i suoi
presupposti positivistici (e ten- denzialmente filosocialisti),
sviluppandosi come « idealismo sociale » trovò più che un semplice
correttivo ** nel neo- idealismo italiano. In questa sede si può solo
propendere per la prima ipotesi, constatando come nella maggior
parte delle voci di Solari vi siano — con la messa in sordina del
tema della società civile — forti scarti rispetto a quanto scriveva
contemporaneamente fuori dell’Ewciclopedia, per cui esse non turbano
l’immagine generale dello Stato for- nita dall'opera, anche se esprimono
in maniera più equili- brata e problematica di quanto non facciano gli
attualisti il problema dei rapporti fra diritti individuali, società
e Stato. Una esplicita distinzione fra il proprio « idealismo
so- ciale » e quello di Croce e di Gentile si ha solo in una delle
prime voci, Filosofia del diritto, sottovoce di Diritto:
L’idealismo del Croce e del Gentile, fondandosi su una dialettica dello
spirito individuale, portava logicamente a risolvere il diritto
nell’attività utilitaria o in quella etica dello spirito. Legittima per-
tanto deve apparire l’esigenza di cercare al diritto un fondamento suo
proprio, d’intendere l’attività giuridica come attività autonoma dello
spirito. Come espressione di questa esigenza fu in ogni tempo il diritto
inteso come attività dell'uomo storico e sociale, come rela- Cosî
Firpo nella Introduzione a Solari, La filosofia politica, Bobbio non vede nel
passaggio di Solari all’idealismo «un rivol- gimento dei suoi principi »
(L'insegnamento di Solari, ora in Italia civile, Manduria-Bari-Perugia,
Lacaita). Per una valutazione complessiva dell’opera di Solari cfr. anche
AA.VV., Solari Testimonianze e bibliografia nel centenario della nascita,
Torino, Memorie dell’Accademia delle scienze, in particolare il saggio di
Bobbio su Lo studio di Hegel. 102 L'Enciclopedia
italiana zione, come proporzione personale e reale, come
manifestazione della coscienza collettiva. In Italia la scuola
giobertiana, rivissuta dal CARLE nelle sue applicazioni al diritto, sostiene
che in tal senso si affermò la costante tradizione della filosofia
italiana. Il dogma della nazionalità e socialità del diritto è incompatibile
con l’idealismo economico e morale, l’uno e l’altro fondati sul
presupposto che il diritto è attività dello spirito individuale. Ma a liberare
l’idealismo nazionale e sociale dagli elementi empirici e contingenti con
i quali va congiunto, è necessario elaborare una dialettica dello spirito
collettivo e ripren- dere la tradizione storico-romantica del periodo
post-kantiano, la quale pose le condizioni di una concezione idealistica
del diritto come espressione dell’Io sociale. Ma la
posizione di Solari non ebbe poi modo di dispie- garsi. In alcune voci
l’accento cade, come in quelle di Battaglia e di Spirito, sulla condanna delle
teorie individua- listiche cui viene opposto il valore supremo dello
Stato: mentre il contrattualismo tende logicamente a una teo- rica
individualista dello stato, in modo da « giustificare cost l’estremo
assolutismo, come l’estremo liberalismo, in Giustizia ci si sofferma
sulla concezione di Hegel, per dire che in lui « la giustizia è libertà
ma questa non esclude, anzi postula la necessità e la naturalità; essa si
attua astrat- tamente nell’individuo e nei rapporti interindividuali,
ma solo nello stato si afferma in forma concreta e universale »; in
modo altrettanto conciso si sostiene che « eticità per Hegel è sinonimo
di socialità, e questa è il risultato di un processo dialettico che
culmina nello stato » (Naturale, diritto). Ma anche per Diritti di
libertà, citata da Bobbio come esempio di antifascismo ‘°, è da notare
che è solo una sottovoce di Libertà — affidata nei suoi termini
generali, ed esclusivamente filosofici (per la bibliografia si rinvia a
Etica), ad Guzzo, un attualista mosso da una forte esigenza religiosa,
per il quale « la libertà è oggi considerata come la spiritualità stessa
» —, e che in essa Solari non esprime un’opinione personale: pur
partendo dall’affermazione che « condizione di sviluppo della
perso- nalità è la libertà », vi espone infatti la teorica dei
diritti di libertà elaborata da Locke e da Kant, e quindi la
reazione Bobbio, Le cultura
e il fascismo. da essa suscitata, prima con Hobbes, Spinoza e Rousseau,
poi nel periodo postkantiano, fra gli altri da Hegel, che « poneva in
rilievo il processo dialettico per cui la libertà astratta dell’individuo
diventa reale nello stato ». Un discorso per certi versi analogo a
quello di Solari può essere fatto per la collaborazione di
Mondolfo, autore delle voci principali relative alla storia del
socialismo e del movimento operaio. La scelta di quello che era
stato l’animatore del dibattito sul marxismo riapertosi in Italia, dopo
la sconfitta del movimento operaio ad opera del fascismo “9, corrisponde
anche in questo caso al criterio della « competenza », ma non appare in
contraddi- zione con i motivi ispiratori dell’Enciclopedia: era lo
stesso criterio che aveva suggerito a Bevione e a Salata di affidare
a Bonomi la biografia di Bissolati, poi redatta dall’ex bissolatiano Cabrini,
che aveva messo in risalto l'orientamento nazionale pit che quello
socialista del biografato ?”. . Le voci di Mondolfo, che non
sembra abbiano subîto censure *, sono lontane dal taglio anonimo, anche
se cor- 2% Cfr. Luporini, Il marxismo e la cultura italiana del
Novecento, in Storia d’Italia, V,I documenti, 2, Torino, Einaudi.
Bevione scrive a Salata, che dirigeva allora la sezione « Storia
contemporanea »: «penso che qualcuno può scrivere l’articolo con ben
maggiore ricchezza di dati e intima conoscenza del tema: ed è Bonomi
[...] né obbiezioni potranno venire alla Direzione del- l’E.[nciclopedia]
da alcuno per questo incarico, data la purezza e la sere- nità di Bonomi,
da tutti riconosciuta ». « A Bonomi avevo pensato an- ch'io, fin da
principio — scriveva Salata a Menghini il 14 marzo —. Ma allora mi era
parso di dover evitare la scelta di un uomo cosî in vista nelle vicende
politiche post-belliche. Ora il giudizio su Bonomi è — credo anche nelle
altissime gerarchie del partito fascista — più calmo » (AFI, Lettere,
Salata). Cabrini era stato cancellato nel 1929 dall’elenco dei «
sovversivi » (cfr. la voce di A. Rosada in F. Andreucci - T. Detti, Il
movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, Editori Riuniti,
1975). ‘ ‘238 Il 3 luglio 1973 Mondolfo, da me interpellato sulla sua
parteci- pazione all’Enciclopedia, rispondeva: « Per la mia
collaborazione ho avuto solo rapporti diretti con Gentile, che era mio
amico personale (come antico condiscepolo a Firenze) e che sempre rimase
tale benché io polemizzassi con lui sin dal 1909 (a proposito di
Feuerbach e Marx) e dal 1911 (a proposito di Bruno e Tocco) [...]. Ciò
non impedî che nel 1930 egli m'’invitasse a collaborare alla Enciclopedia
proprio su un tema (Bruno) che era stato oggetto di una nostra polemica
[...]. retto, di voci come Exgels scritta da Manfredi Gravina,
alto commissario per la Società delle Nazioni a Danzica, o da quello
polemico del Marx di Graziani, che mette in rilievo le « censure gravi »
cui andrebbe incontro ad esempio la teoria marxiana del valore; esse
invece, mentre ambiscono ad avere un andamento espositivo ed
obiettivo, riflettono al tempo stesso la concezione dell’autore de I/
materialismo storico in Engels e di Sulle orme di Marx, per cui
evidenziano, al di là della « competenza », la profonda consonanza di
Mondolfo con l’impostazione idealistica e gentiliana. Anche se queste voci
rappresentano negli anni ’30, dopo la biografia di Labriola di Dal Pane
e l'edizione Croce de La concezione materialistica della storia di
Labriola, l’esposizione più ampia della teoria e della prassi del
socialismo e del comunismo, è quindi dif- ficile convenire con l’opinione
di chi ha affermato che esse erano « le fonti più accessibili, senza
suscitare sospetti, alle quali i giovani, che studiavano sul serio,
potevano attingere per cercare una spiegazione e una giustificazione alle
con- tinue denigrazioni che il fascismo faceva di quelle idee e dei
loro movimenti » ?°. Per chi studiava sul serio dovette. avere maggiore
efficacia la diretta riproposizione crociana di Labriola, che non la
valutazione mondolfiana della con- cezione marxista e socialista,
profondamente influenzata dalla lettura di Gentile, e scissa da una
positiva considera- zione dei movimenti reali. Parlando dell’influenza di
Labriola su Mondolfo, Garin ha osservato che in quest’ultimo. «
l’equilibrio della filosofia della prassi è tanto insidiato in E
debbo dire che né per questa né per le altre [voci] si limitò affatto la
mia assoluta libertà di trattazione (unico limite fu quello dello spazio
dispo- nibile), di giudizio e di espressione; né mai mi chiese o propose
il minimo cambiamento, neppure di una virgola [...]. Credo pertanto di
dover rico- noscere che Gentile si mantenne con me al di sopra dei
dissensi politici e filosofici che ci dividevano, e credo che ispirò a
criteri ed esigenze di carattere scientifico i rappotti con i collaboratori,
nella sua direzione dell’impresa dell’Enciclopedia » Bassi,
Rodolfo Mondolfo nella vita e nel pensiero socialista, Bologna, Tamari Suggerimenti
per una corretta lettura delle voci di Mondolfo ha fornito Garin,
Mondolfo e la cultura italiana, in AA.VV,., Filosofia e marxismo
nell'opera di Mondolfo, Firenze, La Nuova Italia, direzione idealistica,
da suscitare in lui una sintomatica in- terpretazione in senso
deterministico della concezione del- l’autocritica delle cose, che, a
parte l’espressione verbale, aveva ben altro valore » **. E non a caso ,
ripro- ponendo sulle pagine della « Rivista di filosofia » la
lettura mondolfiana del materialismo storico, Levi osserva che la «
gnoseologia del calunniato materialismo storico coincide in alcuni punti
fondamentali con quella di una delle più celebrate correnti
dell’idealismo storico, cioè con la gnoseologia di Vico », e,
infine, che « il concetto marxistico della umwélzende Praxis sem-
bra convenire con quella, che io chiamerei l’orientazione storicistica
del liberalismo » ?. « Come non si conosce e non s’intende se non facendo
(ripete Marx con Vico), cosi non si mutano le condizioni esteriori se non
mutando se stessi, e reciprocamente non si muta se stessi se non
mutan- do le condizioni del proprio vivere », afferma Mondolfo trattando
del Muaterialismo storico — sottovoce di Materialismo di Allmayer —,
ribattezzato « con- cezione critico-pratica della storia. Dopo aver
opposto alle interpretazioni economicistiche quella di De Man, Mondolfo
sottolinea infatti il carattere soggettivistico, e quasi vitalistico, ma
non per questo meno deterministico, del materialismo storico: « Vita che
è lotta, in cui né le forme e condizioni esistenti possono arrestare le
forze vive che si volgono contro di esse, né le forze innovatrici
possono operare se non tenendo conto delle forme e condizioni esi-
stenti, sia pure per rovesciarle e superarle ». Ne risulta un’
accentuazione gradualistica del processo storico, che si rias- sume nella
definizione di Sorel del materialismo storico come « consiglio di
prudenza ai rivoluzionari ». Manifestazione della continuità della
storia, che non A, Labriola, La concezione materialistica della
storia, a cura e con un'introduzione di E. Garin, Bari, Laterza, Nella
voce Labriola Mondolfo scriveva: «C'è una dialettica della storia e
autocritica delle cose; ma le cose sono la praxis stessa umana ». Levi,
Um'interpretazione del materialismo storico, in «Rivista di filosofia ». Anche
Levi aveva considerato «sbagliato » il termine « materia- lismo storico »
(arf. cif., p. 118). conosce fratture rivoluzionarie — « nel progresso,
che è incremento, non è il caso di andar cercando assoluti cangia-
menti qualitativi ossia creazioni di novità assolute e senza precedenti
», aveva affermato Mondolfo sulla base del pensiero di Bruno, in discussione
con Barbagallo —, è la stessa storia del
comunismo e del socialismo: i due termini sono dilatati cronologicamente
fino a comprendere l’antichità. Ciò vale in primo luogo per il comunismo,
che non è soltanto programma di rivendicazione e d’azione di una
classe proletaria, ma si presenta nella storia anche come stato di
fatto, dovuto sia alla primordialità indifferenziata della società umana,
sia a necessità belliche (Lipari), sia ad ascetismo religioso che svaluta
i beni terreni e reprime il desiderio del possesso individuale
(es., comunità monastiche), e può anche essere un ideale etico-politico
di società, che voglia eliminati gli interessi particolari fonte di conflitti,
per la solidale ricerca del bene comune (come in utopie antiche e
moderne) (Socialismo). Il comunismo, mentre « è in certe forme
storiche estra- neo alle esigenze socialistiche di elevazione ed
emancipa- zione di classi », nella società contemporanea « rappresenta
la forma estrema del socialismo, che alle altre si oppone per il
radicalismo dogmatico del suo programma, per la fede nell’efficacia
risolutiva della violenza, per la decisione rivo- luzionaria della sua
azione », e trova espressione nella « dottrina — più mista di
bakuninismo, blanquismo e sin- dacalismo, che aderente al marxismo —
professata dai socia- listi maggioritari » (Comunismo) 24. Ma anche
per Mondolfo, Razionalità e irrazionalità della storia. Per una
visione realistica del problema del progresso, in «Nuova rivista storica
» A proposito di Bruno Mondolfo scriveva a Gentile: Vedrai dal manoscritto che
le mie opinioni sulla distinzione delle fasi del pensiero bruniano, fatta
dal Tocco, si sono modi- ficate per cedere il posto allo sforzo di
coglierne l’unità e continuità, pur fra le contraddizioni ed oscillazioni
» (AEI, Lettere, Mondolfo). «La concezione critico-pratica del marxismo —
concludeva la voce —, che per ogni esperimento storico domanda la
maturità delle con- dizioni oggettive e soggettive, non risulta per ora
smentita dall’esperienza, in favore della concezione blanquistica, che
tutto riduceva alla conquista del potere. E le difficoltà, che rendono
tempestoso il cammino della rivo- luzione bolscevica, non lasciano
prevedere ancora a quale porto essa sia destinata ad approdare ». Per i
giudizi di Mondolfo sulla Rivoluzione d’ottobre cfr. Studi sulla
rivoluzione russa, Napoli, Morano, il socialismo è necessario risalire
all’antichità classica e al cristianesimo, « contro l'opinione dei non
pochi studiosi che dichiarano il socialismo sviluppo esclusivamente
mo- derno, prodotto della doppia rivoluzione — politica e in-
dustriale — con cui nel sec. XVIII si passa dalla società feudale alla capitalistica
» (Socialismo). Già prima della du- plice rivoluzione una tappa decisiva
per lo sviluppo del socialismo e del comunismo moderni è costituita dal
pen- siero degli illuministi, Montesquieu e Turgot in primo luogo.
E l’elemento costitutivo del socia- lismo era individuato da Mondolfo
nella buzzanitas, cioè nella « affermazione storica più vasta e
universale di quella coscienza e dignità della persona umana in quanto
tale, che è l’essenziale concetto di Rousseau, inspiratore degli
im- mortali principi della rivoluzione francese » 2%, ora la sua
essenza è vista in quella « esigenza morale di libertà, di affermazione e
sviluppo della personalità umana nel lavo- ratore, che costituisce la
forza viva e il valore etico del socialismo moderno, con le sue rivendicazioni
di autonomia dei lavoratori e di eliminazione delle differenze di classe
» (Socialismo). Scissa da una precisa identificazione con un
movimento reale, la concezione socialista consiste in ultima analisi
in una generica aspirazione alla giustizia che percorre, in forme
diverse, tutta la storia dell'umanità: era una presentazione che,
indipendentemente dalle intenzioni dell’autore, poteva trovare punti di
convergenza, 0 quanto meno di confusione, con quella fatta dalla voce
Fascismo, secondo la quale, colpito il socialismo nei suoi due capisaldi del
materialismo storico e della lotta di classe, « di esso non resta allora
che Sul rapporto di continuità-rottura fra illuminismo e
storicismo cfr. quanto Mondolfo scrive nella voce Helvétius: « Osserverà
Marx contro Owen, discepolo di Helvétius: “l’educatore stesso deve venire
educato... Il coincidere del variare dell'ambiente e dell’attività umana
può essere inteso razionalmente solo come praxis che si rovescia”, ossia
come con- creto processo dialettico della storia, in cui di continuo
l’effetto si con- verte in causa e l’uomo non è prodotto passivo, ma
antitesi operosa alle condizioni esistenti. La contraddizione in cui
Helvétius resta impigliato si risolve nello storicismo del secolo XIX
». 26 R. Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici, intro-
duzione di Bobbio, Torino, Einaudi l'aspirazione sentimentale — antica come
l’umanità — a una convivenza sociale nella quale siano alleviate le
soffe- renze e i dolori della più umile gente ». Il socialismo come
umanesimo universalistico, già affermato nel 1924 in pole- mica con
Rosselli, fino ad accettare la trasformazione della lotta di classe in
collaborazione di classe ?”, trova nel- l’Enciclopedia una delineazione
concreta nella trattazione del movimento operaio italiano: « Lo
smarrimento e la con- fusione sorgono [...] più gravi nell'immediato
dopoguerra, per l’irruzione improvvisa di masse caotiche nelle
organiz- zazioni a portarvi l’ondata dei malcontenti incomposti e
la suggestione del mito russo: il rivoluzionarismo delle nuove
reclute sopraffà d’un tratto i vecchi cauti condottieri. Ma questo
sindacalismo rivoluzionario è presto sgominato dal- l'insorgente
sindacalismo fascista; la nuova legislazione si avvia grado a grado a
convertire il sindacalismo in corpo- rativismo, che al principio della
lotta di classe sostituisce quello della solidarietà nazionale. Con la
Carta del lavoro il corporativismo fascista afferma recisamente la
dignità e la nobiltà del lavoro e l’importanza e i diritti della classe
ope- raia ». I fini universali del movimento operaio si realizzano
nel potenziamento della nazione: La stessa lotta contro il
capitalismo avido di profitti è afferma- zione di un più alto concetto
della ricchezza: non privilegio e domi- nio, rientrante nella sfera
dell’arbitrio individuale, ma bene sociale che deve essere usato e volto
a fini di utilità nazionale. E nell’atto stesso che le rivendicazioni
operaie hanno portato a una limitazione dei profitti capitalistici, hanno
anche impresso all’industria e all’agri- coltura un fecondo impulso di
rinnovamento, che ha significato un accrescimento della produzione e,
quindi, un elevamento generale Mondolfo, Ursanismo di Marx, Sulla
base di un ampio esame degli scritti di Mondolfo, Marramao ha
affermato che « saranno proprio le categorie di “coscienza di classe” e
di “rovescia- mento della prassi” i cardini teoretici della difesa ad
oltranza della “colla- borazione” », e che «è sintomatico come il nostro
autore trascorra dal concetto di “totalità della classe” [...] a quello
di “collaborazione”, logica conseguenza politica dell’universalismo che
si realizza progressivamente nella “coscienza di classe” » (Marxismo e
revisionismo in Italia, dalla « Critica sociale » al dibattito sul
leninismo, Bari, De Donato, delle possibilità e dei tenori di vita nazionali
(Operaio movimento, In questo modo le contraddizioni sociali si
annullano, e ai fini della produzione e della distribuzione della
ric- chezza nazionale il movimento operaio viene a svolgere una
funzione analoga a quella delineata da Michels per Li LI , di equilibrato
rafforzamento di tutte e classi: È evidente, in realtà, che
dall’impetialismo economico possono nascere, per le classi inferiori,
vantaggi effettivi anche dal lato del consumo, qualora esso abbia per
effetto l’incremento dell’importa- zione di materie di prima necessità
[...] il cui buon mercato faccia calare i prezzi locali aumentando
correlativamente la capacità d’ac- quisto dei salari e dei piccoli
redditi. Gentile, Volpe e il nazionalismo storiografico
Se operiamo un’altra verifica nel settore storico, con particolare
riguardo alla storia italiana moderna e con- temporanea, troviamo confermata
l’impressione che il rap- porto fra gli intellettuali e le scelte
politiche o politico-cul- turali del periodo fascista sia stato assai
stretto e passasse attraverso mediazioni culturali che sono precedenti al
fa- scismo ma che col fascismo si chiariscono, come nel caso di Volpe;
e ciò vale anche per quegli intellettuali che, per abito scientifico o
per temi studiati, sono stati considerati più lontani da una
compromissione con l’ideologia del fa- scismo. Lo stesso Arnaldo
Momigliano, che alle voci sto- In Sindacalismo Mondolfo afferma:
«Del sindacalismo rivoluzionario parve per un momento allo stesso Sorel
figlia la rivoluzione dei Sovieti, coi consigli degli operai e contadini;
ma ben presto è apparso evidente che tutto quanto il sistema sindacale è
posto in essa sotto la ferrea direzione e dominazione dello stato. E
nell’affermazione del valore supremo dello stato è agli antipodi del
sindacalismo rivoluzionario anche il sindacalismo fascista, imitato poi
dal socialnazionalismo tedesco. Nel concetto fascista rivive l’esigenza
dei valori eroici, rivive il concetto di una società di produttori, in
cui l’uomo è cittadino in quanto produttore; ma è respinta la lotta di
classe: i sindacati di datori e prestatori di lavoro sono unificati nella
corporazione, tutte le corporazioni nella nazione, la cui personalità
morale si riassume nello stato ». riche dell’Exciclopedia dette un
larghissimo contributo e fu in stretto contatto con gli storici che vi
lavoravano, ha parlato di un bilancio « in perdita » per tutto quel
gruppo di storici, fatta eccezione per Cantimori e Chabod ?’:
osser- vazione probabilmente troppo drastica, ma che invita ad un
approccio alla storiografia del periodo fascista non solo in termini di pura
storia delle idee; anche attenendosi a questo solo piano, comunque, da un
esame di alcune voci vedremo che molteplici sono le influenze che
agiscono su storici come Chabod e Maturi, per i quali le testimonianze e
gli studi hanno finora valorizzato esclusivamente l’insegnamento di
Croce. Non è infatti possibile non tener conto del quadro
com- plessivo di cui fa parte lo stesso settore storico
dell’Erciclo- pedia, cioè di quella vasta opera di organizzazione
della cultura storica che si ebbe durante il fascismo e che attende
ancora di essere studiata. Protagonista ne fu, per la storia moderna e
contemporanea, Gioacchino Volpe, che riuscî a coinvolgere pienamente nei
suoi programmi di lavoro anche storici che, come Morandi, avevano già
manifestato un diverso e autonomo orienta- mento culturale, e che sotto
la sua guida, o negli istituti, nelle riviste e nelle collane da lui
diretti, si dedicarono a una intensa attività di ricerca in campi diversi
— per poi concentrarsi attorno alla storia della politica estera
italiana, in un momento in cui l’imperialismo fascista esaltava la
politica di potenza dello stato ?° —, risentendo in varia misura dell’«
eclettismo » storiografico e di singoli giudizi di Volpe. Nel 1930,
negando contro l’opinione di Maturi l’esistenza di una svolta nella
storiografia italiana, Ottokar lamenta la persistenza dei « vecchi
preconcetti della scuola giuridico-economica » (« È illusione
credere che la formula del materialismo storico sia superata nella
produzione storiografica odierna »), e indicava a modello Volpe, fin
dall’inizio del secolo « sostanzialmente immune A. Momigliano,
Appunti su Chabod storico, Cfr. le osservazioni di E. Ragionieri, Carlo
Morandi, in « Belfagor », da questi semplicismi materialistici », perché «
sembra che nel marxismo egli abbia soprattutto sentito la parte più
profonda e pit feconda, vale a dire l’idea dell’unità e dell’in-
terdipendenza, e non l’esagerazione delle antitesi e dei con- trasti che
porta ad una visione isolatrice e materializza- trice » #!, Comunque si
voglia giudicare la storiografia di Volpe, nel segno della continuità o
del cambiamento ”*, nel periodo fascista essa si propose effettivamente
come modello di una storiografia « politica » di impronta nazionali-
stica ed esaltatrice dello Stato-potenza, pur mantenendo alcuni « residui
» del precedente interesse per la storia sociale. Essa ebbe modo di
imporsi attraverso gli istituti storici di cui magna pars fu Volpe,
impegnato fra l’altro a dissolvere anche istituzionalmente la storia del
Risorgi- mento nella storia secolare della « nazione italiana »
sorta col Medioevo, pur se a questo programma fece resistenza la
Società nazionale per la storia del Risorgimento: la Scuola di storia
moderna e contemporanea, collegata fin dalle origini con il COMITATO
NAZIONALE PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO, si propose infatti la
pubblicazione delle fonti di storia italiana, programma che fu fatto
proprio dal Comitato sotto la direzione di Gentile, per poi passare
all’Istituto storico italiano per l’età moderna e con- temporanea che
assorbi il Comitato. Oggi infatti — scriveva Gentile riecheggiando
Volpe — il quadro della storia del Risorgimento italiano, malgrado la
super- stite specializzazione di alcuni suoi cultori, si slarga; e comprende
non solo gli immediati antecedenti del secolo delle riforme, ma tutta la
storia moderna d’Italia dal declinare di quella frammentaria vita
comunale, che è il primo erompere della vita nazionale ancora in-
Ottokar, Osservazioni sulle condizioni presenti della storio- grafia in
Italia, in « Civiltà moderna », Inte- ressanti notazioni sul rapporto
Volpe-materialismo storico anche in Volpicelli, Volpe, in « La Fiera letteraria
», 17 marzo 1929. 82 Cfr. I. Cervelli, Gioacchino Volpe, cit., e le
mie osservazioni in Il problema Volpe, Una prima riflessione su questa
complessa rete organizzativa è stata fornita da S. Soldani, Risorgimento,
ne Il mondo contemporaneo, I. Storia d’Italia, 3, Firenze, La Nuova
Italia, conscia e incurante della propria unità e ignara di ogni esigenza
di organizzazione, fino alla formazione del regno d’Italia e alla
prima grande prova della sua volontà e della sua potenza nella
guerra mon- diale 2. Le sezioni enciclopediche su alcune
delle cui voci ci soffermeremo, quella di « Storia medievale e moderna »
di- retta da Volpe, e quella di « Storia del Risorgimento » diretta
da Menghini — legato a Gentile anche per altre iniziative editoriali,
come la collana « Studi e documenti di storia del Risorgimento » di Le
Monnier —, si presentano come uno dei frutti di questa vasta opera di
organizzazione culturale, e videro impegnati quasi tutti gli storici
che prestavano la loro opera negli istituti di ricerca del regime.
Con ciò non si vuol dire che questi intellettuali si ridussero a «
funzionari » del regime”, ma solo indicare la loro relativa omogeneità
raggiunta negli anni ’30 e la permea- bilità di molti di loro
all’ideologia nazionalistica propagan- data dal fascismo — e che
nell’Enciclopedia si manifestò nel larghissimo spazio concesso alla
storia di Roma e a quella d’Italia —, pur nella varietà delle influenze
sul piano del metodo e dei giudizi: per cui la presenza della
lezione crociana non è di per sé un segno, in molti casi, di
differenziazione ideologica dall’orientamento nazionalistico. Sul piano
metodologico nell’Enciclopedia, come in quasi tutta la storiografia
italiana del periodo, trionfa quella con- cezione idealistica, sia
etico-politica alla Croce sia « reali- stica » alla Volpe, che negli anni
’20-'30 aveva trovato un elemento unificatore nel concetto di «classe
politica ». « Sul concetto di classe politica — osservava Maturi
nel 1930 —, inteso eticamente o realisticamente, sono tutti
d’accordo: Croce e Gentile, Salvemini e Ottokar. Ad esso si riduce in
fondo anche il concetto di nazione nel Volpe, Prefazione di Gentile
all’Annuario del Comitato nazionale per la storia del Risorgimento,
Bologna, Zanichelli, 1933, pp. 67. Cfr. anche G. Gentile, Dal Comitato
nazionale per la storia del Risorgimento dl R. Istituto storico italiano
per l’età moderna e contemporanea. Relazione a S.E. il Ministro della
Educazione nazionale, Sancasciano Val di Pesa, Stianti, Secondo quanto
afferma invece M. Ciliberto, Intellettuali e fasci- smo. Saggio su Delio
Cantimori, Bari, De Donato, ad es. a p. 15.come si vede dal suo libro L'Italia
in cammino, ove, al cen- tro della narrazione, è l’analisi dei ceti
dirigenti del Risorgi- mento e della nuova Italia » #9. Non a caso alcuni
anni dopo nella voce Storia Antoni annoverava fra i rinnovatori
della storiografia italiana, accanto a Croce e Gentile, Mosca e Volpe. È
indubitabile dunque che, al di là di scuole o di parti politiche, agli
storici dell’Erciclopedia fosse ben presente anche la lezione di Croce,
come testi- monia il fatto che Nicolini, incaricato di predisporre
un piano di voci di storia della storiografia, si sentisse autorizzato a
chiedere consiglio a Croce, « che nel- l’argomento è forse lo studioso
più competente di Europa », e a proporre per sé una sottosezione di
storia della storio- grafia, in modo che le voci « passerebbero sotto gli
occhi di Benedetto » ?”. Ma non permette di cogliere la complessità
delle influenze che si esercitarono sui maggiori storici ope- ranti fra
le due guerre, ridurre tutto il problema alla que- stione del metodo e
privilegiare quindi l’insegnamento di Croce, per affermare che
l’attualismo gentiliano « nel campo degli studi storici non esercitava
che un’influenza limitata, e in nessun modo tale da far sf che esso fosse
accolto in prima persona dagli storici migliori della nuova
generazione idealistica » #*. Se spesso, come nel caso di Maturi cui
in particolare si ‘riferisce questa osservazione, il metodo è
quello di Croce, scelte tematiche e singoli giudizi nad fonti diverse e
talvolta contrastanti, e rinviano in molti casi, come vedremo, a Volpe e
a Gentile. Volpe aveva del resto cercato di orientare il lavoro
dei collaboratori della sua sezione suggerendo delle « Norme e
criteri per la redazione degli articoli di storia medioevale e moderna »,
in cui invitava alla valorizzazione della storia italiana , ma richiamava
anche la necessità — come già Maturi, La crisi della storiografia
politica italiana, in « Rivista storica italiana » AEI, Lettere,
Nicolini. Cosî Salvadori, Maturi, in «Nuova rivista storica. Per
alcune considerazioni sugli interventi storiografici di Gentile cfr. A.
Negri, L’interpretazione del Risorgimento di Gentile, in Critica storica
». Non apologie, né propaganda, né polemiche. Tuttavia, poiché aveva fatto
nel Programma per una storia d’Ita- lia — di combinare storia politica e
storia sociale, atten- zione per lo Stato e per la vita economica ”*, e
avvertiva di tener conto delle implicazioni politiche ed economiche
della storia della Chiesa ?, Sembra che a queste indicazioni, in
cui si intrecciavano le varie componenti della storiografia volpiana — se
pur spicca l’accento posto sulla ricerca dello Stato anche nell’età
comunale —, ci si sia attenuti in molti casi, ad esempio in alcune voci
giudicate esemplari da Cha- bod nei primi volumi *°, come Amburgo di
Luzzatto, attento alla vita economica della città, o la Storia
dell’America di Doria, dove l’autore si sofferma sulle caratteristiche
della colonizzazione e sulla riduzione in schiaviti degli indios, senza
nascondersi gli interessi economici dei missionari, che in taluni casi
furono « piu spietati dei conquistatori ». Pi in generale, nelle voci
dedicate agli Stati non italiani — che costituirono un banco di
prova si tratta di una Enciclopedia Italiana, ai collaboratori
incaricati di trattare la storia degli altri paesi si chiede che si
compiacciano di dar rilievo a quella che può essere stata la
ripercussione di avvenimenti e personaggi italiani su la vita dei paesi
stessi ». Le Norme sono riprodotte in Le predisposizione del lavoro in
una grande impresa scientifico-editoriale. L'Enciclopedia italiana
dell'Istituto Treccani, in « L'organizza- zione scientifica del lavoro »,
Gli articoli sugli Stati, piccoli o grandi, medioevali e moderni, non
siano il quadro delle vicende dinastiche (apposite voci sono dedicate
alle dinastie e famiglie regnanti), né il mero racconto degli avvenimenti
politico-militari, ma presentino la storia politica, largamente intesa,
di una nazione o popolo, ne mettano in luce la struttura economica
e sociale e le vicende demografiche [...]. Un posto maggiore che non
le altre opere simili l’Enciclopedia Italiana darà alla storia delle
città, e in particolare di quelle italiane, specialmente nell’epoca in
cui le città furono centri autonomi di energica vita, piccoli Stati di
fatto, se anche giuridica- mente limitati. Quindi si devono presentare
queste città nel loro nascere o rinascere medioevale e anche moderno, le
forze sociali che in esse si raccolgono, la loro vita economica, le loro
istituzioni, i personaggi più notevoli ». Negli articoli di Storia
della Chiesa, che è quasi sempre anche storia civile e politica, sarà da
tener conto dell’uno e dell’altro elemento, salvo i casi speciali in cui
sarà espressamente avvertito che dell’elemento religioso debba trattare a
parte un altro scrittore. Discorrendo di missio- nari, non si trascurino
le finalità, i moventi e i riflessi culturali, econo- mici, spesso
politici e nazionali della loro azione. Degli ordini monastici si metta
in luce l’importanza civile ed economica... ». Archivio storico
italiano », completamente nuovo per gli
storici dell’Enciclopedia ? — si può osservare un’attenzione per i
molteplici aspetti della loro storia e un notevole equilibrio di giudizio
— come in Stati Uniti di Sestan e in URSS (anonima) —, anche se,
quando ci si avvicina alle vicende contemporanee (e quindi soprattutto
nell’Apperndice del 1938), si avverte l'influenza della propaganda
politica del fascismo: ad esempio occupandosi della Francia di Morandi — che
faceva cosî la sua prima esperienza di commentatore politico, nelle
cui vesti sarà particolarmente attivo sulle pagine de « Il Mondo » —
minimizzerà il significato dell’espe- rienza del Fronte popolare. Quando
invece si tratta di valu- tare i momenti rivoluzionari o i punti cruciali
del dibattito storiografico, si tende a tacere — è il caso della Comune
di Parigi, cui è dedicato appena un accenno da Georges Bour- gin («
governo municipale di radicali e socialisti ») sotto la voce Parigi,
storia”* —, o a evidenziare i motivi ideolo- gici nella ricostruzione
storica, come nelle voci dedicate alla Rivoluzione francese e alla storia
italiana. Appare naturale che il significato della
Rivoluzione francese sia sottoposto a severa critica
nell’Enciclopedia, data la diffusa polemica, da Croce al fascismo, contro
i prin- cipi dell’89. Né stupisce, pur apparendo in un’opera scien-
tifica, la rozzezza con la quale Francesco Ercole tratteggia la figura di
Danton (« La sua crescente influenza sugli ele- menti più torbidi e
inquieti del popolo parigino [...] era dovuta, non meno alle sue qualità
fisiche, alla massiccia vigoria della persona, alla bruttezza suggestiva
del volto butterato dal vaiolo, alla voce stentorea, che alla
sugge- stione morale esercitata dalla sua consueta audacia di
parole e di gesti »). Ciò che interessa notare è invece, da un
lato, Chabod giudicò l’Enciclopedia « mezzo e incentivo ad
arricchire gli interessi della nostra cultura, ad ampliare lo sguardo dei
nostri stu- diosi a determinare — sia pure in pochi uomini — volontà e
proposito di affrontare, finalmente, problemi che non siano quelli
soliti, cari alla nostra storiografia. Cfr. anche Gentile,
L'Enciclopedia Italiana, Eppure Bourgin era autore di vari studi sulla
Comune, dall’Histoire de la Commune a Les premières journées de la
Commune l'ampiezza dei giudizi negativi su di essa che sono fatti propri
anche da Chabod — « Ma le idee, una volta messe in circolazione, sfuggono
al controllo di chi le crea: e cosî fu che all’illuminismo, alienissimo
dalle violente e aperte rivo- luzioni politiche e sociali, s’appellassero
quelli che, poco più tardi, dovevano far sorgere il novus ordo:
alquanto diverso, in verità, da quello auspicato dai filosofi, e
gron- dante di sangue » (Illuminismo) —; e, dall’altro, la stretta
interscambiabilità fra posizioni scientifiche e ideologiche, per cui
tornano alla mente i contenuti di alcune voci poli- tiche. L'importanza
della Rivoluzione francese nella storia europea non è certo disconosciuta
da Ghisalberti che, dopo aver analizzato le differenti posizioni delle
varie classi sociali nell’89, afferma che essa « recò a termine con la
sua violenza l’opera condotta nei secoli dalla monarchia dell’antico
regime e abbatté le sopravvivenze feudali e le disparità sociali,
consacrò l’importanza e la forza della borghesia, accentuò e unificò il
governo e l’ammini- strazione, accelerò il già iniziato trapasso della
proprietà, rese uguali gli uomini davanti alla legge » (Francese,
rivoluzione). Anche nella voce Rivoluzione Crosa cita del resto la
Rivoluzione francese accanto alla « rivoluzione » fascista come « rinnovamento
essenziale d’idee e di principi per cui, o direttamente o indirettamente,
si pro- dussero trasformazioni politiche di suprema importanza ».
Ma, come in Fascismo si era detto che « il fascismo è contro tutte le
astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed
è contro tutte le utopie e le innova- zioni giacobine », cosf Ghisalberti
precisa subito la sua valu- tazione della Rivoluzione francese affermando
che « mezzo secolo di dogmatismo ideologico prepara il dogmatismo
democratico dei giacobini »; e, mentre alle critiche all’ordi- namento
sociale fondato sulla proprietà mosse da Morelly o Brissot contrappone,
come « più rivoluzionarie », le pro- poste dei fisiocratici, coglie il «
difetto » della Dichiara- zione dei diritti nel fatto che « l’umanità è
anteposta alla Francia, l’individuo alla società »: un giudizio che
ricorda quello espresso da Spirito in Liberaliszzo, e che
Ghisalberti ribadisce quando afferma che con la costituzione figlia della
paura », «la rivoluzione ha trovato la sua soluzione borghese e alla
disuguaglianza del privilegio ha sostituito quella del censo, gettando
cosi i germi di futuri conflitti sociali » S, Il giudizio
limitativo dei principi dell’89 coinvolge na- turalmente l’illuminismo e
i suoi esponenti, affacciandosi anche in Illuminismo di Chabod, che pur
ne rico- nosce tutta l’importanza per la storia del progresso
umano: « quello che non andò perduto — cosî conclude la voce — fu
il nocciolo stesso dell’illuminismo e cioè l’aver fissato su basi puramente
umane e razionali la vita dell’uomo e del- l’umanità. In questa
concezione d’insieme — che corona e completa e sistema definitivamente le
prime conquiste del Rinascimento italiano — è il valore ideale
dell’illumini- smo ». Eppure Chabod insiste anche in altri passi sul
col- legamento col Rinascimento italiano e, mentre sulla trac- cia
di Philosophie der Aufklirung di Cassirer trascura l’opera dei pensatori
sensisti, non nasconde la sua diffidenza per l’elemento che
distinguerebbe l’illuminismo dal Rinascimento, cioè l’interesse dei
philosophes per la dif- fusione universale della cultura, anche presso
quella molti- tudine che doveva sentirsi facilmente e
pienamente appagata dalla chiarezza e linearità delle idee che le
venivano poste innanzi, da una filosofia che s’appellava alle leggi di
una ragione molte volte identificabile col buon senso comune, e quindi di
facilissima recezione, e che in nome di questa ragione-buon senso bandiva
le sue crociate contro certa storia, vicina o remota: proprio come piace
alle moltitudini, per le quali il senso storico rappresenta il più
difficile e complicato del misteri, e proprio com’era necessario allora,
dato il clima storico di quell’età, Ancora più evidente è il carattere
ideologico della rico- struzione storiografica — per cui quest’ultima si
trasforma nell’« apologia » che Volpe aveva invitato ad evitare —
*5 Per trovare una valutazione complessiva della politica di Robe
spierre bisogna ricorrere non alla voce dedicatagli da Francesco Lemmi,
e ne fa il responsabile del « carnaio », ma a Terrore di Maturi.
Anche l’opera di Federico II di Prussia è opposta da Chabod al «
dottrinarismo astratto di un Giuseppe II ». nella voce Italia, scritta
proprio da Volpe, da Rodolico, e Ghisalberti. La voce non affronta
esplicitamente, come è stato osservato ”, il pro- blema dell’unità della
storia d’Italia, ma riproduce tuttavia la periodizzazione posta a base
del Programma, che vedeva profilarsi la « nazione italiana » fin
dall’alto Medioevo. In essa assai più marcato è però il motivo
della continuità con la storia romana — alla quale, con la prei-
storia, è dedicata la prima parte della voce —, in modo da far risaltare
come l’Italia, culla della civiltà latina e sede della Chiesa cattolica,
abbia avuto fin dall’antichità il privilegio di essere il centro del mondo: è
lo stesso Momigliano ad affermare che con la dissoluzione di L’IMPERO ROMANO
l’Italia si avviò a una nuova sua storia. La quale continua bensi e non
dimentica quella di Roma e del suo impero, anzi, con la Chiesa, che
continua l’universalità dell'impero, mantiene la sua funzione di primato
spirituale; ma solo dalla caduta dell'impero la storia italiana si svolge
autonoma e con propri destini: la faticosa conquista d’una forma politica
per l’unità nazionale del popolo italiano. L’anticipazione
dell’esistenza di una coscienza nazionale e di una tradizione politica
unitaria è in Volpe assai netta, anche rispetto a suoi giudizi
precedenti:nella prefazione al Medioevo italiano, egli coglieva nell’età
comunale « uno dei momenti di più energica fecondità della storia
d’Italia, anzi come l’inizio ricco e promettente di questa storia,
segnato appunto dal sorgere dello Stato (Stato di città nel Nord e nel
centro d’Italia, Stato monarchico e territoriale nel sud) e della
borghesia italiana, e dal deli- neatsi di un popolo italiano che è
creatura nuova e pur sente lo stimolo a crearsi una tradizione e trovarla
in Roma », nella voce enciclopedica, dopo aver affermato che già «
con Odoacre, si ha il restringersi alla sola penisola del senso politico
della parola Italia », Volpe insiste — più Sestan, Per la storia
di un'idea storiografica: l'idea di una unità della storia italiana, in «
Rivista storica italiana », Ora in
Volpe, Storici e maestri, di quanto non avesse fatto Solmi —
sull’importanza del dominio longobardo che « fondò in Italia una
tradizione politica di unità ». Tutta la storia successiva gli appare un
progressivo disvelamento della coscienza nazionale, soprattutto a partire
dal secolo XI c dalla nascita dei Comuni, e quindi con ALIGHERI e Cola
di RIENZO, con la « crescente unificazione dello spirito ita- liano
» promossa dall’Umanesimo, su su fino al ’600 visto come un momento del
Risorgimento, « che è cosa del secolo XIX ed è cosa presente e immanente
a tutta la storia ita- liana, dalla caduta di Roma e dalle invasioni in
poi » — afferma Volpe che tendeva appunto a una d ilatazione e
dissoluzione del concetto di Risorgimento —, finché a Vittorio Amedeo II appare
chiaro « il fine ultimo della politica sabauda: che era quello di
chiudere le porte d’Italia a francesi e tedeschi e rendersi signori
col tempo di gran parte della penisola ». Accanto alla precoce
affermazione di una coscienza nazionale, Volpe individua nel Comune e nel
podestà « il delinearsi più netto di un ente, lo stato che nasce », e
sottolinea in più punti, come aveva avvertito nel Programma per una
storia d’Italia, la « funzione italiana e quasi nazionale che assolve il
papa- to »: questa comincia ad apparire già al tempo di Carlo
Magno, ritorna all’epoca di Federico II, per poi affermarsi con la
Controriforma quando « il pontificato romano, nella lotta al
protestantesimo, si mosse nella direzione segnata dallo spirito del
popolo italiano », e l’Italia, « politicamente divisa, ma unita nella
cultura, priva ancora come è di più intimi e propri centri, si appoggia,
nel lento maturare della sua coscienza nazionale, al papato. Come aveva
tratto nel suo cerchio ideale Roma antica, cosi ora Roma papale,
nella quale vedeva, accanto a una funzione cattolica, anche una
funzione nazionale e italiana ». Molti altri aspetti potrebbero
essere sottolineati nella ricostruzione volpiana — come l’ampio rilievo
dato alla rivolta antispagnola —,
mentre non mette conto A. Solmi, Discorsi sulla storia d’Italia,
Firenze, La Nuova Italia, soffermarsi sulle parti della voce redatte da
Rodolico e Ghisalberti — improntate a una storiografia puramente
événémentielle e aproblematica, in cui le preoccupazioni ideologiche si
fanno via via prevalenti —, se non per rile- vare, nel primo,
l’esaltazione del sanfedismo (« pagine di fierezza di popolo ») e della
missione nazionale assolta da Carlo Alberto ancor prima del 1848, e, nel
secondo, la caricatura del peggior Volpe de L'Italia in cammino che
si conclude con una apologia del fascismo. Due contributi, questi,
che non reggono il confronto con la narrazione vol- piana, capace in
alcuni momenti di presentare la comples- sità del processo storico e di
aprirsi alla considerazione di aspetti economici e sociali: con più forza
nella connota- zione delle origini del Comune — già Ottokar aveva
rile- vato come esso fosse « composto di elementi economica- mente
e socialmente assai eterogenei » (Comune) —, ma anche nella valutazione
delle basi sociali della Signoria, per cui Volpe accetta nelle linee
generali la tesi di Ercole della sua origine « popolare » anche se poi
opera delle dif- ferenziazioni fra Venezia e Firenze e tra le vatie fasi
della storia fiorentina; ma sempre con un certo interesse per la
correlazione tra storia politica e storia sociale, che manca invece in
Giorgio Falco, il quale nella Signoria — un tema su cui si concentrò
l’attenzione di gran parte della storio- grafia italiana tra le due
guerre, in cerca dell’origine dello Stato moderno e di una nuova classe
dirigente ”° — sotto- linea « la tendenza all’affermazione di potenti
individua- lità » e la prefigurazione della futura storia d’Italia:
il Principe di MACHIAVELLI, infatti, « con la sua esaltazione della
sovrana virt4 fondatrice di stato, liberatrice d’Italia, riassume i due
motivi dell’età delle signorie: ciò che essa aveva prodotto, lo stato
creazione dell’uomo; ciò che essa aveva invocato, la nazione, ed era il
compito dell’avve- nire » Pizzetti, Chabod storico delle Signorie, Se
alla radice delle signorie sta, non di rado — afferma Falco —, un
conflitto di natura sociale ed economica e se, com'è ovvio, gl’interessi
economici hanno parte in maniera generica nell’origine e nello svolgi-
Se infine, in questo assai rapido e incompleto esame del settore
di storia moderna e contemporanea, prendiamo in considerazione alcuni
contributi di storia italiana di due intellettuali, come Chabod e Maturi,
per i quali più spesso si è sottolineata l’ascendenza crociana, possiamo
notare che nei loro giudizi essi sono largamente debitori di Volpe
e di Gentile e quindi, almeno indirettamente, dell’impronta
nazionalistica di questi ultimi; con ciò non si vuole espri- mere, com’è
naturale, un giudizio generale sull’opera di Chabod e di Maturi nel
periodo fascista — che dovrebbe tener conto ad esempio, per il primo, e
per limitarsi all’Ex- ciclopedia, anche del contributo su Machiavelli,
che nel suo rigore scientifico si contrappone alla presentazione
deci- samente nazionalistica che ne aveva fatto Ercole —, ma solo
contribuire a chiarire le caratteristiche complessive dell’Enciclopedia
come manifestazione cultu- rale del fascismo. Accenti nazionalistici
sono presenti, infatti, in Rimascimento di Chabod, che pur qui (come nella
comunicazione su Il Rinascimento nelle recenti interpretazioni) si preoccupa di
negare — in un periodo in cui assai accese, e non immuni da preconcetti
ideologici, erano le controversie sulla periodizzazione — la continuità
col Medioevo, contestando la tesi di quanti, come Thode e Burdach,
hanno messo in luce « gli elementi storico-ideo- logici che ricollegano
il trionfante movimento dei secoli XIV e XV ad aspirazioni, credenze,
idee dell’età prece- dente », e di quanti, come Volpe, hanno operato un
analogo allargamento del quadro cronologico mettendo in rilievo
mento della nuova istituzione, caratteristica di essa, quando riesce
a mettere radice, è essenzialmente l’affermazione e il trionfo di una
volontà politica, una dissociazione dell’esercizio del potere dalle
attività della produzione e dello scambio, dalle organizzazioni di arte e
di classe, una soggezione lenta e progressiva di queste e di quelle agli
scopi dell’uomo di governo, infine, dello stato » (Signorie e
Principati,Per alcune indicazioni sul dibattito su Machiavelli nel
periodo fascista cfr. M. Ciliberto, Appunti per una storia della fortuna
di Macbhia- velli in Italia: F. Ercole e L. Russo, in «Studi storici »,
Ora in F. Chabod, Scritti sul Rinascimento, Torino, Einaudi, « gli
elementi storico-pratici che collegano età dei comuni e Rinascimento
tradizionale, [e] hanno prospettato il Rina- scimento come il moto stesso
di ascesa del popolo italiano, nella sua coscienza di nazione, nella sua
attività politica ed economica oltre che culturale e artistica, e hanno
pertanto fatto tutt'uno fra Rinascimento e storia del popolo
italiano a partire dal sec. XI ». In realtà il distacco da Volpe si
manifesta soprattutto nella sostanziale esclusione degli aspetti politici
ed economici rilevati da Volpe già in Bizan- tinismo e Rinascenza del
1905, e ancora nella voce Italia ”*, e nella caratterizzazione
kulturgeschichtlich del periodo, per cui « se il Rinascimento è divenuto
una categoria storica, lo è — al pari degli altri e simili concetti di
Illuminismo e Romanticismo — nell’unico significato possibile, e cioè
di un momento storico della vita spirituale europea, di un periodo
filosofico, letterario, artistico, che si origina certo da una
determinata realtà politica e sociale nuova, ma che, ad un certo momento,
si dispiega per cosî dire in modo autonomo e, tratto da quella realtà il
succo vivo di cui ali- mentarsi, lo elabora poi concettualmente e
immaginativa- mente, ne fa un mondo a sé, mondo di idee di dottrine
di creazioni artistiche che si dispiega sino ad esaurimento della
sua interiore virtà ». Ma nella voce enciclopedica, a differenza della
comunicazione del 1933, la distinzione iniziale tra il Rinascimento e il
periodo precedente, affer- mata nell’analisi delle interpretazioni, è
contraddetta quan- do Chabod passa a enucleare gli elementi costitutivi
dell’ epoca. Mentre nega la tesi di un « rinnovamento spirituale
europeo » che si sarebbe verificato in Francia e nei Paesi Bassi,
riprende il motivo della continuità e insiste sul carattere
esclusivamente italiano e perfino nazionale del Rinascimento, preparato
lentamente, che vide in Italia lo sviluppo dei Comuni e della
borghesia: Nel Rinascimento, afferma Volpe, «è come se la società
italiana, la borghesia italiana nata dalle città, celebri se stessa
riuscita a essere, da nulla che era, tutto o quasi tutto; come se celebri
la signoria e il signore, che era pur egli, a modo suo, creatura di
quella borghesia e, a modo suo, attuava quell’ideale dell’uomo che si fa
da sé » (Italia). E la graduale conquista di un proprio mondo
spirituale da parte di chi aveva, già prima, dato nuove basi alla propria
attività pratica e alla propria vita quotidiana. Era infatti una società
nuova, quella ch’era venuta affermandosi nell’Italia, e
specialmente nell’Italia settentrionale e centrale [...]. Come ceio
sociale, era già ben robusto e capace quello che, con termine mo- derno,
chiameremmo borghesia, ormai differenziato nettamente dai chierici e dai
feudatari [...]. Questo gagliardo e irrompente fiotto di vita nuova
trovava presso che subito una sua prima, grande espres- sione morale e
spirituale, ma non sul terreno della cultura cosiddetta laica, bensf su
terreno prettamente religioso [...] ora, all’inizio del secolo XIII, era
la società italiana tutta quanta che appalesava le sue rinnovate esigenze
di vita morale nel movimento francescano. Che era il grande apporto della
nuova nazione italiana alla storia della religiosità
europea... In questo recupero dell’interpretazione volpiana
— anche Cantimori, sul Dizionario di politica, aveva individuato
nel Rinascimento la presenza di un « senti- mento nazionale unitario
italiano » — il « trasferimento nell’ambito prettamente umano di idee che
prima avevano trovato la loro ragion d’essere nella fede in Dio » è
seguito nel suo lento cammino, che dal francescanesimo porta a
Dante, a Cola di Rienzo ”°, a Petrarca e infine a Machiavelli, cioè attraverso
« l’erompere delle nuove, giovani forze che danno vita alla nazione
italiana », con una genealogia che richiama quella proposta da Gentile
nella sua ricerca della nazionalità della filosofia. Per converso, il tra-
monto del Rinascimento si ha, afferma Chabod in un passo finale della
voce in cui già Cantimori ha colto il ripiegare sul piano della storia
nazionale dell’interesse precipuo dello storico valdostano per il
fenomeno europeo e cosmopolitico del Rinascimento ””, Cola
di Rienzo e oggetto di grande attenzione nel periodo fascista in quanto
espressione — come afferma Falco nella voce a lui dedicata — lella
« coscienza italiana ». Cfr. le osservazioni di Garin in Gentile,
Storia della filosofia italiana, Firenze, Sansoni, Cantimori, Chabod
storico della vita religiosa italiana, ora in Storici e storia, Analizza la
voce, come « caratterizzazione “spirituale” del Rinascimento », E.
Sestan, Rina- scimento e crisi italiana del Cinquecento nel pensiero di
Federico Chabod, in « Rivista storica italiana »,in stretta connessione
con l’infiacchimento della vita italiana, con la iniziantesi decadenza
politica ed economica, con il venir meno delle grandi speranze e della
volontà d’azione, in una parola con il tra- monto delle forze creatrici
che avevano dato alimento ed essere alla muova civiltà e ne avevano fatto
l’espressione piena del vigoroso sorgere della nazione italiana.
Pit precisa ancora è l’influenza di Volpe e di Gentile che —
accanto a una forte sensibilità per il conflitto tra ethos e kratos su
cui aveva attirato l’attenzione Meine- cke ?* —, si può riscontrare in
alcune voci risorgimentali di Maturi, che pur Volpe giudicherà «
liberale, liberalissimo, come in politica, cosi in storiografia, assai
aperto alle in- fluenze di Benedetto Croce », e tra i suoi allievi «
forse il più distaccato, nell’intimo, dal mondo del fascismo » ”°
Tornando nel 1950 a valutare la sua celebre voce Risorgimento, Maturi la
presentò come una decisa ri- sposta alla tesi nazionalistica ?; tuttavia,
se è vero che in essa l’autore si opponeva alla dissoluzione del
Risorgimento nella secolare storia italiana, non è sufficiente limitarsi
a definirla una interpretazione « rigorosamente etico-politi- ca »
senza precisarne le fonti ?. Assai netta appare infatti la sottolineatura
delle origini autoctone del Risorgimento, L’idea della ragion di
Stato di Meinecke era stata fatta conoscere da Chabod in un articolo (ora
in Lezioni di metodo storico, a cura di L. Firpo, Bari, Laterza), mentre
Cosmopolitismo e Stato nazionale era stato tradotto da La Nuova Italia :
sono testi probabilmente presenti a Maturi, che anche nelle voci
enciclopediche avverte il contrasto tra politica e morale, tra Stato e idea
di nazionalità, soprattutto nella Restaurazione, nella quale «si
elaborano da un lato i concetti di stato forte e di potenza, dall'altro
quelli di libertà e di civiltà » (Restaurazione). « L’opera degli
Svizzeri e dei Tedeschi fu immensa per la formazione delle coscienze nazionali
europee, ma fu opera essen- zialmente culturale: per fare trionfare in
pratica il principio ci volevano diplomatici e rivoluzionari. Lo zar
Alessandro fu il primo ad agitare l’idea della nazionalità » (Storia del
principio di nazionalità, sottovoce di Nazione di Battaglia).
Volpe, Storici e maestri, Maturi, Gli studi di storia moderna e
contemporanea, in AA.VV., Cinquanta anni di vita intellettuale italiana,
La sua interpretazione è stata fatta propria da E. Sestan, Maturi, in « Rivista
storica italiana », (l’articolo esamina
anche le altre voci di Maturi), e da Salvadori, Maturi, cSalvadori,
Walter Maturi, cit., sganciato da ogni rapporto con la Rivoluzione
francese. « Ma, allora, avrebbero ragione gli storici francesi, che
fanno ancora risalire alla rivoluzione francese il nostro Risorgimento?
», si chiede Maturi una volta confutate le tesi sabaudista e diplomatica
delle origini del Risorgimento: Ciò che distingue la nostra tesi
da quella francese, rappresentata ancora dal Bourgin, è il valore che noi
diamo all’epoca del dispotismo illuminato e al principio della lotta
delle nazioni. Senza le riforme del Settecento, senza l’insoddisfazione
dei nostri elementi regionali pit intelligenti verso lo stato regionale,
senza lo stacco che l’opera rifor- matrice aveva posto in Italia tra
minoranze sovvettitrici di vecchi ordini statali e masse meccanicamente
attaccate a quegli istituti, la rivoluzione francese non si sarebbe
potuta inserire tra le lotte poli- tiche e sociali italiane e non avrebbe
trovato il germe fertile, il terreno fecondo. D'altro canto le grandi
lotte settecentesche tra Francia e Inghilterra avevano insegnato
agl’Italiani la fecondità delle lotte nazionali.
Diversamente da quanto dirà nel saggio su Partiti politici e correnti di
pensiero nel Risorgimento, Maturi considera quindi il Risorgimento un
movimento che affonda le sue radici nell’età delle riforme *. Anche Volpe
aveva sottolineato i Principi di Risorgimento italiano ”*; ma il richiamo a
Volpe si fa ancora più preciso quando Maturi coglie l'elemento
propul- sore del Risorgimento in « un piemontese non conformi- sta
», Alfieri — col quale « si afferma il primo presupposto d’una
nazionalità: la volontà di essere uno stato-nazione » In Problemi
storici e orientamenti storiografici, raccolta di studi ‘a cura di E.
Rota, Como, Cavalleri, Romeo ha invece scritto: « Fermissimo, anzitutto, nel
Maturi, il rifiuto delle posizioni nazionalistiche e, dunque, di ogni
tesi sul carat- tere pre-risorgimentale del Settecento o peggio, sulla
funzione “risorgi- mentale” dei Savoia fin dal 1748 o magari dal 1706; e
nessuna adesione, «di conseguenza, al tentativo di negare il nesso
Rivoluzione francese-Risor- gimento » (Walter Maturi storico della storiografia
(1961) ora in L'Italia unita e la prima guerra mondiale, Bari, Laterza,
1978, p. 193). Il pen- siero riformatore fu giudicato astratto da Ettore
Rota, fuorché in Italia, dove avrebbe avuto carattere «autonomo e
nazionale » (Riforme, età delle, «
Rivista storica italiana », s. V, I (1936), pp. 1-34 (il tema del-
l'articolo era stato anticipato da Volpe al Congresso per la storia del
Risorgimento sulla base del celebre passo di Del principe e delle let-
tere in cui si auspica che l’Italia, « inerme, divisa, avvilita, non
libera, impotente », possa risorgere « virtuosa, magna- nima, libera e
una »: lo stesso passo parafrasato da Volpe per dimostre che con Alfieri
« il lento processo storico che da secoli veniva costruendo l’Italia
diventa veramente coscienza e volontà » ?®. È questo un tema, del resto,
che nell’Enciclopedia circola ampiamente, da Rodolico, che vede in
Alfieri « i primi albori del Risorgimento nazionale » (Italia), a
Manfredi Porena, per il quale il letterato piemon- tese « ebbe con
maggior chiarezza di ogni altro suo precur- sore il concetto dell’unità
politica d’Italia fondata sull’indi- pendenza e sulla libertà, e con
maggior ardore e fiducia la profetò » (Alfieri, 1929). Ma le date e
il linguaggio di queste voci ci suggeriscono che all’origine
dell’interpreta- zione di Maturi non c’è soltanto Volpe; e se pensiamo
alle: altre tappe della creazione del mito risorgimentale, tutte
segnate da letterati, da Foscolo a Cuoco, ci accorgiamo che la matrice è
il Gentile de L'eredità di Vittorio Alfieri, I profeti del Risorgimento
italiano, Vincenzo Cuoco. Il Cuoco — scrive Maturi riprendendo la
genealogia gentiliana della « nuova Italia » — accolse tutto
l'insegnamento che si poteva cogliere dalla rivolta delle plebi italiane
e predicò come dovere mo- rale l’opera di colmare l’abisso tra popolo e
minoranze intellettuali. E un altro grande contributo portò il Cuoco al
concetto di Risorgi- mento: il culto del Vico. Se Alfieri insegnò
agl’Italiani ad agire in grande, Vico insegnò loro a pensare in grande;
se con l’Alfieri l’Italia s’individuò come volontà di essere stato tra
gli stati europei, col Vico acquistò coscienza di avere una propria
personalità nella cultura europea. Dalla fusione delle dottrine di questi
due grandi nacque la nuova Italia, pensante e operante con una sua
particolare fisionomia. nel seno dell'Europa 26, 285 Ibidem,
p. 32. Può essere curioso notare che, pur polemizzando con
l’interpretazione autoctona di Gentile, anche Gobetti aveva visto in
Alferi l’iniziatore di «un Risorgimento e un liberalismo che ben si può
dire originale, e in cui si trovano le premesse della nuova cultura poli-
tica italiana » (La filosofia politica di Vittorio Alfieri, tesi di laurea
in filosofia del diritto discussa nel 1922 con Solari, ora in P. Gobetti,
Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, con due
note di F. Ven- turi e V. Strada, Torino, Einaudi, 1969, pp. 87
ss.). 286 Anche per Battaglia Cuoco aveva avuto il merito di
mettere in circolazione Vico, in particolare «quella posizione
storicistica, che in Se quindi Maturi rifiuta la tesi sabaudistica e
quella diplomatica delle origini del Risorgimento, è per costruirne
un’immagine etico-politica che rinvia a Gentile, ma anche a Volpe. Non è
del resto possibile dimenticare che non di vero e proprio antisabaudismo
si tratta nel caso di Maturi, uno dei « patiti » del Piemonte ?”.
Nell’ampia voce Savoia, sempre del 1936, il giudizio positivo sull’opera
di riorga- nizzazione dello Stato di Emanuele Filiberto e di Carlo
Emanuele I diventa entusiastico per il ’700 (« Da molte- plici punti di
vista lo stato sabaudo nel Settecento appa- riva uno stato perfetto »),
mentre Carlo Alberto è definito « un principe paterno modello » e la sua
opera prima del 1848 è qualificata come nazionale; per cui sembra
corretta la critica che di lf a poco, nel 1942, Cortese muoverà a
Risorgimento di Maturi (« non crediamo che ci siano ele- menti che ci
autorizzino a fare della classe politica piemon- tese della fine del Settecento
la creatrice del mito del Risor- gimento nazionale ») 8. Un
altro motivo che torna anche in alcune voci enciclo- pediche di Maturi,
laureatosi in filosofia con Gentile con una tesi su De Maistre, è quello
della religione e dei suoi rapporti col potere politico. Proprio
nell’opera di De Mui- stre egli coglie « i primi germi di alcune eresie:
del moder- nismo con i suoi accenni all’evoluzione dei dogmi e
delle credenze religiose; del nazionalismo francese di Ch. Maur-
ras con la sua eccessiva Politisierung della Chiesa nel Du a », e, più in
generale, in Restaurazione (1936) nota che per rendere più
docili le nuove generazioni e amalgamarle con le vecchie non si seppe
pensare ad altro mezzo che all’educazione eccle- siastica e si commise
l’errore di abbassare la Chiesa a instrumzentum regni in un’età di
delicatissima sensibilità etico-religiosa, con l’unico parte si
fonde con la filosofia antilluministica », e aggiungeva che « l’opera sua
resta nei limiti della tradizione nazionale, che egli riconquistò alla
filo- sofia ed elaborò con alta coscienza, tanto che al suo insegnamento
si ricolle- garono gli uomini del Risorgimento: Mazzini e Gioberti stesso
Cantimori, Studi di storia, Torino, Einaudi, Cortese, Orientamenti storiografici
intorno alle origini del Risor- gimento, in Problemi storici e
orientamenti storiografici, frutto di
provocare per reazione la genesi del cattolicesimo liberale e d’insinuare
con esso il nemico nella cittadella religiosa del passato. Queste
affermazioni non sono tuttavia univoche, come dimostra — oltre alla
valutazione positiva dei Patti lateranensi (Romana questione) — il giudizio sul
Neoguelfismo, che trasformò in sentimento politico nazionale il
sentimento politico locale, facendo confluire nella cultura nazionale le
culture regionali, e quindi compî, sotto certi aspetti, un’opera
d’educazione nazionale maggiore di quella di Mazzini, perché operava dal
seno stesso delle vecchie formazioni statali italiane e ne produceva la
crisi morale. Del neoguelfismo, restò, trasformandosi ed evolvendosi, il
liberalismo nazionale o partito moderato col nuovo ideale d’Italia e casa
Savoia, elaborato dalla storiografia piemontese; restò il cattolicesimo
nazic- nale, che abbandonò le idee di riforma cattolica, si restrinse ad
aspi- rare alla conciliazione tra il papato e la patria italiana e ha
visto realizzato il suo sogno dalla nuova politica ecclesiastica di B.
Musso- lini; restò l’ideale del primato, che è stato ripreso dal
fascismo Dove in quel « si restrinse »
traspare comunque una posizione laica, alla quale fa riscontro per alcuni
aspetti il giudizio su Gioberti (1933) di Giuseppe Saitta, il
direttore di « Vita nova » che ospitò, come vedremo, alcune
critiche alle voci religiose dell’Enciclopedia: un Gioberti a
propo- sito del quale, in linea con l’interpretazione gentiliana
?°, non si cita mai la funzione da lui assegnata al pontefice, ma è
visto come l’esponente di una « visione laica e democra- tica » e « il
maggior teorico del liberalismo, che è in anti- tesi col mazzinianesimo
antimonarchico e col guelfismo dei conservatori che consigliavano il re
ad una politica di mode- Di De Sanctis (1931) Maturi evidenziò
gentilianamente il fatto che, « vichiano, senti il valore della religione
per il popolo, ma criticò fino in fondo il principio della libertà
ecclesiastica e molto si adoperò, di con- serva col Mancini, per far
mantenere nel sistema separatista italiano alcune cautele giurisdizionaliste.
Comprese, invece, la funzione dialettica, altamente educativa per ambo le
parti, d'un insegnamento religioso coesi- stente con quello laico
». 290 Gentile parla di «un incessante svolgimento del programma
gio- bertiano verso quella concezione nettamente laica e democtatica, o
in una parola, liberale dello Stato, innanzi alla quale i neoguelfi
ricalcitrano » (I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Vallecchi,
1928?, p. 128). 129 razione e di
prudenza, la quale si risolveva nella diserzione dalla causa nazionale »,
ed è esaltato per il suo « tentativo di conciliare la spiritualità dello
stato con la spiritualità della chiesa ». Busnelli, un critico
severo dell’ attualismo che troviamo fra i collaboratori
dell’Enciclo- pedia, recensendo su « La Civiltà cattolica » i primi
volumi dell’opera notava con compiacimento, come abbiamo visto, che
i suoi direttori, « mentre lasciano agli scrittori la piena libertà
d’esprimere il concetto cristiano e cattolico e il giu- dizio dei fatti
secondo il criterio della soda indagine ecclesia- stica, promettono di
invigilare che anche in altri articoli in- direttamente attinentisi alla
religione cattolica e alle materie ecclesiastiche non vengano sostenute o
insinuate sentenze o critiche contrarie o malfondate » ?*. Il giudizio
rispecchiava il posto privilegiato riservato nell’Enciclopedia ai
cattolici, l’unica voce organizzata non completamente omogenea con
la cultura del fascismo quale era auspicata da Gentile, ma tale, per
ampiezza e incisività, da caratterizzare nettamente l’opera nel suo
complesso, che non può perciò essere quali- ficata solo come idealista o
attualista. Questo aspetto non è stato messo nel dovuto rilievo dai
testimoni di allora, nemmeno da quanti hanno ammesso la presenza
della censura ecclesiastica ??; del resto nelle stesse
ricostruzioni generali della cultura nel periodo fascista solo di recente
— se prescindiamo dalle Cronache di Garin — è stato messo l'accento
sull’intervento dei cattolici come componente es- 2) [G.
Busnelli], L’« Enciclopedia Italiana », in «La Civiltà catto- lica », 80
(1929), vol. IV, p. 536. Busnelli aveva pubblicato nel 1926 I fondamenti
dell’idealismo attuale esaminati. 29 Cosî G. Levi Della Vida,
Fantasmi ritrovati, cit., pp. 234-38, e G. Calogero, Mussolini, la
Conciliazione e il congresso filosofico del 1929, in «La Cultura », IV
(1966), pp. 434-435. Sulla tematica affrontata in per pagine cfr. M. De
Cristofaro, Le voci di argomento religioso nel- °Enciclopedia italiana,
tesi di laurea presso la Facoltà di Lettere e Filo sofia di Firenze, anno
acc. senziale del regime, anche se in concorrenza con l’attuali- smo,
soprattutto dopo il 1929 ??. Ma l’esistenza di una loro vasta
organizzazione intellettuale e il loro incontro con altri settori
conservatori della cultura laica sono forse rav- visabili già prima del
Concordato. Proprio le vicende del- l’Enciclopedia fin dal 1925
suggeriscono infatti una prospet- tiva di più lungo periodo, capace di
individuare le tappe decisive della « riconquista » cattolica anche in
campo cul- turale — in un confronto continuo con la cultura laica
con- temporanea — nell’iniziativa neoscolastica all’indomani della
sconfitta del modernismo, nella prima guerra mondiale che offri ai
cattolici numerosi spazi di intervento in tutti i settori della società,
e nella soluzione della crisi Matteotti, in cui anche Pietro Scoppola ha
visto l’origine di un regime clerico-fascista Le osservazioni sul
Concordato e sui neoscolastici svolte da Gramsci nel breve periodo che
intercorre fra il 1929 e la messa all'indice delle opere di Croce e di
Gentile nel 1934 ”*, possono probabilmente essere anticipate di
alcuni anni, al momento in cui, nell'immediato dopoguerra, il
celebre appello di Gemelli al « medioevalismo » — « Noi siamo
medioevalisti; lo siamo perché riconosciamo che la cosî detta cultura
moderna è il nemico pit fiero del Cristia- nesimo e perché riconosciamo
che è vano parlare di adatta- menti, di penetrazione » ?° — diventa prospettiva
concreta di attacco in tanti interventi di cattolici, fra cui spicca
per L. Mangoni, Aspetti della cultura cattolica sotto il
fascismo: la rivista « Il Frontespizio », in AA.VV., Modernismo,
fascismo, comu- nismo, a cura di G. Rossini, Bologna, Il Mulino, 1972,
pp. 363-417, Id., L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste
del fascismo, Bari, Laterza, 1974, e P. Ranfagni, I clerico fascisti. Le
riviste dell'Università Cattolica negli anni del regime, Firenze,
Cooperativa editrice universitaria, 1975. Su un altro aspetto, non meno
importante, cfr. S. Pivato, L’orga- nizzazione cattolica della cultura di
massa durante il fascismo », in « Italia contemporanea », XXX (1978), pp.
3-5. 24 P. Scoppola, Sviluppi e differenti modalità della presenza
cultu- rale e politica dei cattolici nelle vicende italiane dal 1870 ad
oggi, in «Quaderni di azione sociale » Gramsci, Quaderni del carcere. L'articolo
è riprodotto in A. Gemelli, Idee e battaglie per la cultura cattolica,
Milano, Vita e pensiero, 1940, pp. 1-32. chiarezza l’invito rivolto da don
Giuseppe De Luca allo stesso Gemelli il 2 dicembre 1919:
Nelle nostre file s'è troppo indugiato sulla difesa. Che fanno oggi i
cattolici studiosi se non difendere dagli attacchi dei nostri nemici?
Perché non occupare noi primi le scienze, le lettere? Perché non dar
neppure il motivo agli avversari? Pigliamo la cultura, e studia- mola e
facciamola nostra: quali timori? [...]. Una università catto- lica, non
una chiesuola; o meglio ancora dare degli elementi vigorosi e inserirli
negli istituti laici 27. Negli anni ’20 si assiste infatti a uno
sforzo cospicuo dei cattolici di organizzare una propria cultura per il
clero e per il laicato: dal rilancio del tomismo prospettato dal-
l’enciclica Studiorum ducem del 1923 — che troverà una espressione
organizzativa nella costituzione Deus scientia- rum dominus del 1931 —,
alle tante iniziative che — come l’Università cattolica o la fondazione
nel 1925 della casa editrice Morcelliana — si ispirano al suggerimento di
Ge- melli, secondo il quale « perché i cattolici italiani abbiano
da esercitare una influenza culturale, quale la tradizione cattolica in
Italia rende possibile, è necessario innanzitutto che i cattolici non
siano reclutati solo nelle classi popolari, ma anche nelle classi elevate
» ?* Già nel 1925 Gentile aveva cominciato ad avvertire il
pericolo della concorrenza cattolica’, che diventerà sua preoccupazione
costante dopo il 1929. Eppure proprio nel- l’Enciclopedia da lui diretta
egli aveva dovuto accettare fin dall’inizio la presenza condizionante dei
cattolici, fino a perdere ogni controllo sulle sezioni « Religione » e «
Storia del cristianesimo », e a conferire uno spazio larghissimo a
« Materie ecclesiastiche » di Tacchi Venturi e a « Geografia sacra » di
Luigi Gramatica **. La vicenda di Omodeo, cui 21 Don Giuseppe De
Luca et l’abbé dr Bremond (1929-1933), Roma, Edizioni di storia e
letteratura, 1965, p 28 A, Gemelli, I/ compito colturale dei SE
(1930), in Idee e bat- taglie, cit., p. 372. Ù 29 «Le
università cattoliche dovrebbero, secondo loro, col tempo e col favore di
Dio, sostituirsi interamente alle università laiche dello Stato »
(discorso al Congresso di cultura fascista di Bologna, 30 marzo 1925, in
G. Gentile, Che cosa è il fascismo, cit., p. 103). 300 Il 27 maggio
1925 mons. Luigi Gramatica, direttore della « Rivi- 132
L’Enciclopedia italiana inizialmente era stata affidata la
« Storia del cristianesimo », è indicativa del tentativo di Gentile —
affiancato da altri direttori di sezione — di contrastare l’offensiva
ecclesia- stica, ma anche della sua sconfitta. La scelta di
Omodeo da parte di Gentile era coerente all'impostazione critico-storica
che la direzione avrebbe voluto dare alla trattazione di tutte le voci;
ben note erano del resto le aspre critiche che da parte cattolica
avevano accompagnato gli studi di Omodeo sul cristianesimo antico,
come il Paolo di Tarso del 1922, giudicato dalla « Civiltà. cattolica » opera
di un « compilatore di seconda o terza mano » *. La sua « rivendicazione
della storia del cristia- nesimo e in genere della vita religiosa come
storia etico- civile, come storia della società umana, da studiare,
ricer- care e ricostruire prescindendo da preoccupazioni confes-
sionali di ogni genere » *%, non era infatti tale da accatti- vargli le
simpatie degli studiosi cattolici; la sua imposta- zione idealistica e
storicistica era avversata anche da Buo- naiuti che, pur giudicando la
Mistica giovannea del 1930 « un sensibile progresso sulla precedente
produzione del- l’Omodeo », la considerava tuttavia «una mal
digesta sta illustrata della esposizione missionaria vaticana »,
aveva chiesto a Gentile di affidargli la «Geografia sacra »: «Per
Geografia Santa o Sacra io non intendo solo la Geografia Biblica o la
descrizione dei paesi che immediatamente o mediatamente prepararono la
diffusione del Cristia- nesimo; ma intendo parlare altresi di tutte le
regioni o località del mondo in rapporto al governo della Chiesa e in
quanto sono assegnate alla cosiddetta geografia sacra » (AEI, Lettere,
Gramatica). Il 18 luglio 1926 Gaetano De Sanctis scrivendo ad Antonino
Pagliaro, redattore della sezione « Antichità classiche », si dichiarava
deluso dell’elenco di voci di « Geografia sacra »: « mi pare che non si
tratti se non di geografia eccle- siastica, cioè l’indicare Stato per
Stato le circoscrizioni ecclesiastiche, il numero dei preti e dei fedeli
ecc. Invece sarebbe stato bene che la geografia sacra registrasse i
centri importanti di culto, i luoghi di pelle grinaggio, i luoghi famosi
nella storia evangelica o nella storia della Chiesa » (AEI, Lettere, De
Sanctis). 301 Intorno a un libro su S. Paolo del prof. A. Omodeo,
in «La Civiltà. cattolica », 75 (1924), vol. III, pp. 405-415, e vol. IV,
pp. 30-41. Di «retorica romanzesca » era tacciato anche il volume di
Omodeo su L’età moderna e contemporanea (Storicismo socialista e fantasie
retoriche e modernistiche, in « La Civiltà cattolica », Cantimori,
Commemorazione di Adolfo Omodeo (1947), ora in Storici e storia,
accozzaglia di elementi eterogenei ed avventizi » ®*. Le preoccupazioni
cattoliche erano giustificate anche dall’orien- tamento che Omodeo
avrebbe voluto dare alla sezione enci- clopedica, puntando essenzialmente
su collaboratori laici in modo da salvaguardare un approccio
critico-storico ai pro- blemi. Il 5 novembre 1925 egli scriveva a Gentile
che « molte voci, anche quelle di sapore strettamente ecclesia-
stico non si possono neanche affidare a preti, senza il peri- colo di
perdere l’informazione sugli studi critici e prote- stanti, e per
converso non si possono affidare neppure a protestanti sia italiani che
stranieri », pur aggiungendo che si sarebbe rivolto al gruppo di «
Bilychnis » per la storia protestante e a Loisy per la storia della
critica e la storia del canone Gentile approvava, ma lo avvertiva che,
mentre la trat- tazione dei papi sarebbe spettata alla sezione diretta
da Volpe, « dei Sanzi, salvo contrario avviso, penserei dare la
cura ad ecclesiastici, con cui sono in trattative » *”. Largo restava
comunque l’intervento dei laci nelle voci di storia religiosa ®*; le
stesse voci riguardanti dottrine teologiche, riti e culti, aggiungeva
Omodeo il 23 novembre 1925, « avrebbero bisogno d’una trattazione “laica”
anche quando pare si riferiscano a concetti teologali o liturgici, pur,
ben inteso, rispettando quelle norme di prudenza ed obiettività di
cui abbiamo parlato » *”. Il piano delle voci e dei colla- boratori era
completato nel dicembre 1925, e all’inizio del 1926 Omodeo poteva già
presentare un abbozzo della voce Apostoli, che poi corresse seguendo il
consiglio di Gentile 393 « Ricerche religiose », VI (1930), pp.
458-459. 3% G. Gentile-A. Omodeo, Carteggio, cit., pp.
345-46. 305 Ibidem, pp. 346-47 (9 novembre 1925); il 18 luglio 1926
Gentile scriveva che « l’altera pars [gli ecclesiastici] mi consegna in
questi giorni tutte le sue proposte sulle materie ecclesiastiche » (ibidezz,
p. 364). 306 L’11 novembre 1925 Omodeo prevedeva ad es. la
partecipazione di Marchesi per la patristica latina, di Pasquali per
quella greca, di Co- gnasso per la storia religiosa bizantina, L. F.
Benedetto per il gianseni- smo francese, Rota e Rodolico per quello
italiano, Macchioro per Lutero e la Riforma, Spampanato e Capasso per la
Controriforma, e inoltre la partecipazione dei collaboratori di «
Bilychnis », di S. Caramella e S. Minocchi (ibidem, pp. 348-351).
37 Ibidem, p. 352. 134 L’Enciclopedia
italiana di « lasciare aperte alcune questioni; quantunque sia
già molta la prudenza da te adoperata » **: cautele che non im-
pediranno, una volta pubblicata, le critiche de « La Civiltà cattolica »
?°. Ma nell’aprile 1926, in coincidenza con la pubblica-
zione del Primo elenco di collaboratori, a Omodeo era giunta voce
di un veto del Vaticano alla sua partecipazione, tanto da
suggerirgli il proposito di « tirarsi da parte » *°. Gentile
continuò tuttavia a ricercare la collaborazione di Omodeo, finché il 14
febbraio 1929, solo tre giorni dopo il Concordato, intervenne per
criticare varie voci, fra cui Apocalisse e Apocalittica, letteratura,
perché « alcune frasi [...] danno come risolte definitivamente in senso
che i cat- tolici non approvano, alcune questioni critiche, a
proposito delle quali occorrerebbero almeno delle delucidazioni »
La risposta di Omodeo, del 16 febbraio, è articolata nella difesa delle
sue ragioni scientifiche, ma intransigente: L’obiettività d’un’enciclopedia,
è una forma di buona creanza, ma non può offendere l’intima sostanza
della scienza. Metter d’ac- cordo indirizzo critico e tesi cattolica è
impresa disperata, come con- ciliare sistema tolemaico e sistema
copernicano. La scienza ha il suo cursus, e un’enciclopedia deve
riconoscerlo ed affermarlo. Io per conto mio nella scienza sono
intransigente e non mi sento l’animo per concordati e compromessi [...].
Mi creda, professore, a dar retta ai preti si finisce a impazzire. Nella
scienza erano sono e saranno capita mortua 32, 308 Ibidem,
pp. 356-57, 368, 372. Per la «Storia delle religioni » Gentile aveva
fatto preparare da Pincherle «le proposte dei collabora- tori da
incaricare per le voci, che non conviene affidare alla redazione degli
ecclesiastici. Escluso solo Buonaiuti » (ibidem, p. 377). 39 [G.
Busnelli], art. cit., p. 536. 310 G. Gentile-A. Omodeo, Carteggio,
cit., p. 365. Nel giugno 1927 anche Pincherle minacciò di abbandonare
l’impresa facendo cosî, osser- vava Omodeo, «con un’impulsiva rinuncia,
il gioco dei gesuiti che lui mostra di temere » (ibidem, pp.
376-378). 311 Ibidem, p. 419. Apocalittica letteratura di Omodeo
non fu pub- blicata, e apparve a firma di padre Giuseppe Ricciotti,
redattore di « Ma- terie ecclesiastiche ». Omodeo pubblicherà due voci su
«Civiltà mo- derna » (II (1930), pp. 224-248, 992-1000: Le lettere
dell’Apostolo Paolo alla Chiesa di Corinto e La lettera dell’Apostolo
Paolo ai Colossesi). Sulla « mutilazione » di cui furono oggetto altre
voci cfr. A. Omodeo, Lettere Gentile-A. Omodeo, Carzeggio, Gentile cercò
di dirottarlo su argomenti di storia civile, ma il 4 dicembre 1929 Omodeo
dichiarava che non avrebbe continuato la collaborazione: « Son sicuro che
anche nella storia civile non avrei maggior libertà che in quella
reli- giosa, una volta ammesso il principio del controllo di una
parte sul lavoro dell’altra »; se fosse stato possibile accor- darsi su «
un principio di completa libertà », « io avrei lasciato liberi i preti di
gabellare, come han fatto, Abramo quale personaggio storico, o di far
l’apologia, se crede- ranno, del miracolo di S. Gennaro: a condizione che
essi non avessero inquisito nei miei lavori. L’enciclopedia avrebbe
fotografato la cultura italiana, in cui c'è P. Vac- cari, e c'è A. Omodeo
» ?!. Cosî le voci di Omodeo restano una delle poche testi-
monianze di trattazione critica dei problemi religiosi nel-
l’Enciclopedia, in genere appiattiti dall’impostazione ‘dog- matica e
apologetica degli autori cattolici. Ammiratore della scuola storica di Tubinga
fondata da Ferdinand Chri- stian Baur — la cui opera era definita « uno
dei maggiori monumenti dello storicismo hegeliano » —, Omodeo cercò
di attenersi ad una esposizione obiettiva dei fatti e delle diverse
interpretazioni, ma senza riuscire a nascondere la sua preferenza per i
risultati dell’indagine critica rispetto alle affermazioni aproblematiche
degli studiosi cattolici: in Apocalisse, ad esempio, dopo aver esposto
l’opinione di quanti negavano l’apostolicità dello scritto concludeva che
« in opposizione a questi indirizzi critici, il cattolicesimo si mantiene
saldo nell’affermare l’apostolicità dell’opera — ormai abbandonata quasi
da tutti nell’altro campo [...] — e nel ribadirne l’ispirazione divina, e
l’esegesi spiritualiz- zante ». Rispetto a un giudizio del genere, si può
notare un vero e proprio capovolgimento di segno nella voce,
esecrata da Omodeo, in cui padre Eerembeemt aveva soste- nuto la
storicità della figura di Abrarzo (1929) affermando la « insussistenza »
delle teorie di chi la negava *“, o in Abramo è un personaggio storico?
Pei credenti, si; e sotto Abra- mo trovi un paragrafo dove sono
oggettivamente esposti gli argomenti per la storicità di Abramo »,
osservò Ugo Ojetti, I primzi ser volumi del- 136
L’Enciclopedia italiana Deuteronomio (1931) — voce prima affidata
a Omodeo e poi respinta dalla direzione dell’Enciclopedia —, in cui
il. gesuita Tramontano avvalorava le tesi degli studiosi catto-
lici che attribuivano l’ultimo libro del Pentateuco a Mosè, confutando
recisamente quelle dei critici « acattolici » !5. Omodeo avrebbe dovuto
trattare anche la storia della Chiesa dalle origini al concilio di Nicea,
ma il 29 giugno 1929 egli aveva avanzato delle riserve per i
limiti, molto ristretti, di libertà di parola che consente l’enciclo-
pedia, Se per le voci bibliche io arrivo spesso a cavarmi d’impaccio
esponendone il contenuto e narrando la storia della critica, per [questa]
voce non è cosî. Non posso narrar la storia della chiesa, senza prender
posizione, altrimenti la narrazione non procede. Nelle questioni spinose
dell’origine dell’episcopato, del primato romano, della struttura
dogmatico-disciplinare della chiesa, della prassi peni- tenziale, dei
sacramenti ecc. non potrei non dare scandalo ai preti, divenuti cosî
intolleranti 36, Subito dopo Gentile lo cavava d’« impaccio »
affidan- done la stesura a don Giuseppe De Luca, che senza troppe
preoccupazioni spiegava la rapida diffusione del cristiane- simo con i
caratteri della dottrina stessa (« per tutti che sentissero lo stimolo di
una vita non solamente animale, [la dottrina cristiana significava] la
formula risolutiva della propria umanità in ciò che ha di buono e di
cattivo, con la tecnica della propria cultura interiore »), giustificava
l’im- piantarsi della gerarchia e del primato romano, e spiegava
come « da contaminazioni e compromissioni della dottrina cristiana,
consumate per opera di menti ansiose e irrequiete, nacquero le prime
eresie ». Alla luce della vicenda di Omodeo è facile
presumere che l’ingerenza degli ecclesiastici si sia estesa ben presto
a l’Enciclopedia italiana, in « Il Corriere della sera », 5 agosto
1930. 315 In Pentateuco (1935) il gesuita Alberto Vaccari espose i
motivi per cui «la scienza [può] trovare nel Pentateuco un buon nucleo
auten- ticamente mosaico frammezzo ad accrescimenti d’età posteriore. Né
pi sembra domandare la fede cattolica, quando vuol salva la
sostanziale autenticità e integrità del Pentateuco, e lascia passare aggiunte,
purché ispirate, e mutazioni accidentali posteriori a Mosé (v. il decr.
della Com- missione biblica 27 giugno 1906) ». 316 G.
Gentile-A. Omodeo, Carteggio, c tutti i settori in cui erano presenti voci o
riferimenti reli- giosi, vanificando l’impronta laicista che non solo
Gentile e Volpe, ma anche, con particolare forza, Francesco Salata
avrebbe voluto dare alla sezione « Storia contemporanea », di cui perderà
la direzione nel corso della preparazione del- l’opera: « senza invadere
il campo riservato alle sezioni “Filosofia, educazione, religione” e
“Storia delle religio- ni” », scriveva Salata in un promemoria del 9
maggio 1926, ritengo che la parte prevalentemente politica della
storia contempo- ranea delle religioni e specialmente della Chiesa
cattolica, e quindi, ad esempio le voci personali dei papi, dei cardinali
segretari di Stato, dei nunzi, quelle dei concili, di alcune istituzioni
amministrative della Chiesa, di alcune dottrine politico-religiose ecc.
trovino posto più proprio nella mia sezione. Per alcune voci relative
alla Chiesa cattolica ciò non può mettersi in dubbio per il periodo
precedente al 1870, ma anche per il periodo successivo è troppo chiara
l’impor- tanza politica del papato non solo per l’Italia ma anche in
tutta la politica internazionale, perché tali voci siano sottratte alla
sezione che ha cura e responsabilità della storia politica di questo
periodo Ma, quando Salata avanzava queste pretese, la presenza dei
cattolici tendeva già a dilatarsi all’interno dell’Enciclo- pedia,
favorita dalla singolare concezione dell’obiettività propria di Gentile,
consistente nel rivolgersi ai « compe- tenti », ma in ultima istanza ai
diretti interessati *, Cosi le voci sui gesuiti furono attribuite
prevalentemente a espo- nenti dell’ordine — con un cospicuo intervento di
Tacchi Venturi —, Rosmini al rosminiano Caviglione, con l’inter-
pretazione del quale Gentile aveva polemizzato nel 1906 *, Scolastica e
S. Tommaso ai neoscolastici Francesco Pelster e Martin Grabmann,
Neoscolastica a Gemelli, e a Niccoli, allievo di Buonaiuti, voci come
Gioacchino da Fiore e Mo- dernismo. Il fatto che queste voci di storia
religiosa fos- sero affidate a rappresentanti di vari indirizzi di
pensiero 317 AFI, Lettere, Salata. 318 «Da Barnabiti
particolarmente desidererei gli articoli relativi ai Barnabiti », aveva
scritto il 18 aprile 1925 Gentile a padre Semeria (AEI, Lettere,
Semeria). 39 G. Gentile, Storia della filosofia italiana, cit.,
vol. I, pp. 879-880. La voce fu riprodotta, assieme a quella Rosminiani,
congregazione dei di Bozzetti, in « Rivista rosminiana »comportò
l’esistenza di inflessioni diverse nel giudizio e nel taglio
metodologico: ad esempio, presentando la figura di Gioacchino da Fiore
(1933) Niccoli non solo riprese l’in- terpretazione che ne dava Buonaiuti
in quegli stessi anni °° — « una delle figure più notevoli della
spiritualità cristiana durante il Medioevo », la cui opera ha un «
contenuto inti- mamente sovversivo nei riguardi della Chiesa ufficiale »
—, ma si differenziò anche da altri autori spiegando in termini
economici e politici la genesi della sua profezia sull’avvento della
Chiesa della realtà spirituale sostituita a quella della gerarchia e dei
simboli *?, Tuttavia, al di là di queste distin- zioni interne,
l'intervento dei cattolici comportò, da un lato, la dilatazione dello
spazio concesso alle voci religiose — come dimostra anche un rapido
confronto tra l’Enciclopedia britannica e l’opera diretta da Gentile, in
cui voci specifiche sono attribuite, ad esempio, a Concezione immacolata
o a Comunione dei santi —; e, dall’altro, l’apologia del cattoli-
cesimo più tradizionale, che non investe solo la storia della Chiesa
medievale sulla quale la cultura cattolica vantava anche allora una ricca
tradizione di studi — « il fascismo inquinò anche la storiografia
medievalistica con un clerica- lismo nauseante nell’esaltazione in blocco
di tutta la storia della Chiesa medievale (tutti i papi medievali
vengono esaltati nell’Enciclopedia italiana) », ha osservato
Gabriele Pepe ** —, ma riguarda tutti i periodi storici. Basti
pensare alla voce su S. Gerzaro in cui il gesuita Romano Fausti
sostiene la veridicità del miracolo, secondo quanto aveva 320 La
voce ha molte assonanze, ad es., con E. Buonaiuti, Gioacchino da Fiore,
in « Rivista storica italiana », Gioacchino, con tutta probabilità servo della
gleba per nascita, è giunto al suo riscatto e alla formulazione del suo
messaggio attraverso l'iniziazione in una riforma monastica, quella
cisterciense, di origine e caratteristiche squisitamente latine, la cui
importanza sul terreno sociale come fattore di disgregazione dei
superstiti istituti feudali — anche nell'Italia Meridionale — si palesa
oggi sempre più evidente. Sarà infine necessario tener presente che il
ciclo fattivo della vita di Gioacchino coincide con quello della maggior
fortuna del regno normanno in Italia: tendenze, aspirazioni e crisi del
quale, studi recenti hanno mostrato riflettentisi sulla complessa
esperienza di Gioacchino ». Pepe, Gli studi di storia medioevale, in
AA.VV., Cinquant'anni di vita intellettuale italiana, cprevisto Omodeo, o
allo sconcertante giudizio con cui Ro- berto Palmarocchi minimizza il
ruolo di un personaggio « scomodo » come Savonarola, spiegandone la
condanna: secondo alcuni essa ricade sui fiorentini, secondo altri
sulla corte di Roma. È certo che il Savonarola stesso diede ai suoi
nemici l’occa- sione di abbatterlo, immischiandosi e invischiandosi nelia
politica e avallando con la sua autorità morale i fatti e i misfatti di
una fazione. Ma la causa più profonda della sua caduta fu la sua
illusione di arre- stare il cammino dei tempi, il suo sforzo d’impotre
agl’italiani del quattrocento una concezione di vita ormai
superata. In questo quadro non mancano tuttavia delle
eccezioni, costituite non solo dagli interventi di Chabod e di
Canti- mori su figure di protestanti e di eretici, ma anche da
alcune voci di Pincherle e di Jemolo che affrontano tematiche più
ampie di storia della Chiesa, con un’attenzione particolare ai
collegamenti fra storia religiosa e storia politica. Questi evitano
infatti di pronunciarsi sulle questioni propriamente teologiche seguendo
la via proposta da Gentile quando, inviando a Jemolo delle istruzioni per
la compilazione di voci di storia della Chiesa, osservava che « anche
delle sin- gole controversie teologiche [...] sarà da rilevare il
signi- ficato intimo, le azioni e reazioni sulla politica anche
degli Stati, sull’organizzazione gerarchica, sulla pietà e le mani-
festazioni del sentimento religioso, pit che non l’aspetto tecnicamente
teologico e le singole fasi della disputa » ?. A un ambito di intervento
laico sono infatti riconducibili le voci di Jemolo che, pur esprimendo un
giudizio severo sul carattere « malevolo o petsecutore » del
liberalismo ottocentesco che « non tollera i conventi, vuol spogliare
la Chiesa dei suoi beni e sottometterne tutta la vita a un re- gime
di polizia » (Chiesa), forni un’interpretazione del Ga/- licanismo
(1932) che lo espose a interventi censori *, e 33 Gentile a
Jemolo, 3 agosto 1928 (AEI, Lettere, Jemolo). 34 Lamentandosi con
la direzione per le varianti apportate alla sua voce, il 22 giugno 1932
Jemolo osservava che « a mio avviso non risponde al vero nascondere la
decadenza del gallicanismo nel settecento, e dargli parte prevalente in
quel complesso fatto europeo che fu la soppressione della Compagnia di
Gesti » (ibidem). E la decadenza del gallicanismo è riaffermata nella
voce. cercò di distinguere aspetti religiosi e aspetti
politico-cultu- rali nella valutazione della Controriforma:
Chi da un punto di vista strettamente religioso instauri raffronti tra lo
spirito dei primi secoli del cristianesimo, quello della cristia- nità
medievale, e quello della controriforma, potrà pur non prefe- rire
quest’ultima età alle due precedenti. Ma è certo che la contro- riforma
ebbe, accanto alle sue pagine sanguinose, pagine bellissime segnate dal
rapido miglioramento del costume cattolico; fu una ricca sorgente
d’iniziative religiose, di opere di carità e d’intraprese culturali, che
a quasi quattro secoli di distanza sono ancora lungi dall’esaurirsi;
soprattutto diede alla Chiesa un’intima struttura che, da quasi
quattrocento anni, si palesa sempre meglio adatta a difen- derla contro
ogni tentativo, esterno e interno, di disgregazione, con- tro ogni
influenza perturbatrice che miri a deviarla dal suo cam- mino.
Complesso e articolato appare anche il giudizio di Pin- cherle
sulla Riforzz4, che su un piano religioso è « in asso- luta antitesi »
con la teologia umanistica — « nulla più della libera critica è alieno
dallo spirito di un Lutero »; Lutero è « un uomo nettamente di tipo medievale
» —, mentre sul piano della storia politica e culturale essa «
preannuncia veramente il mondo moderno » perché raf- forza l’assolutismo
dei principi e costituisce, con il calvi- nismo, « il mondo ideale entro
cui nacque e si sviluppò lo spirito capitalistico e, pertanto, il
capitalismo moderno ». E assai distante da toni apologetici e dogmatici
si dimostra Pincherle — accomunato da « Civiltà cattolica » a
Omodeo come ugualmente « di sensi non cattolici » * — nella voce
Cristianesimo (1929), in cui giudica con simpatia l’opera dello
storicismo che aveva considerato il cristianesimo come fatto storico,
osservando che « la mentalità storicistica ha nello stesso tempo distolto
lo scienziato dall’identificare senz'altro il cosiddetto “cristianesimo
di Ges” con quello praticato nel seno della sua particolare confessione e
dal giudicare e condannare dogmaticamente; in questo stesso
35 [G. Busnelli], art. cit., p. 536. Mussolini si lamentò che alla voce
Cristianesimo fossero dedicate solo 3 pagine, contro le 66 di Cotone
(appunto ms., s.d., in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio
riservato, b. 49, sottofasc. 1). 141
senso agiva il nuovo clima culturale, con la larga diffusione delle idee
di tolleranza e di libertà religiosa ». Accanto a questi
interventi, il tentativo di Gentile di salvaguardare la pretesa di
obiettività dell’Enciclopedia è ravvisabile anche nella suddivisione di
alcune delle voci maggiori tra autori cattolici da un lato, laici o
attualisti dal- l’altro: è il caso ad esempio di Dio (1931), dove la
dottrina cattolica è esposta dal gesuita Giuseppe Filograssi mentre
« Dio nelle varie concezioni filosofiche » è opera di Antonio Banfi — per
il quale « la pit totalitaria trasposizione in senso razionale dell’idea
di Dio è quella compiuta da Hegel, per cui Dio è il processo eterno in
cui l’idea — come prin- cipio razionale del mondo — giunge a coscienza
della sua assoluta universalità e autonomia » —; e di Religione
(1936) in cui il gesuita Enrico Rosa analizza il « concetto cattolico »
che « raccoglie in sintesi, integra e chiarisce gli elementi di verità
che si possono trovare sparsamente con- fusi anche nei concetti pagani o
eterodossi », e Gentile in persona ne esamina l’aspetto filosofico per
affermare la « universalità e indefettibilità della religione » — « la
ne- cessità e l'universalità della religione sono la più efficace
convalidazione del suo valore, e cioè della sua verità » — e per
ribadire, contro materialisti e mistici, che « l’uomo che non si può
concepire senza concepire Dio [è] l’uomo che attua l’esperienza della sua
umanità, realizzando nella vita spirituale quella coscienza di sé
ond’egli in fatti si distingue dalle cose ». Significativa è, già nel
primo volume, anche la voce Agostino (1929) — il santo al quale nel
1930, nel 1500° della morte, saranno dedicati vari studi — riservata
all’agostiniano Antonio Casamassa per la vita e le opere (e « La Civiltà
cattolica » si esprimeva positivamente per questa parte), ad Augusto
Guzzo per lo « sviluppo del pensiero » e ad Alberto Pincherle per la
critica e le edi- zioni. Su di essa si soffermava nel 1931 la « Rivista
di filo- sofia », che coglieva la « notevole sproporzione tra la
parte che riguarda la vita e le opere (esattissima di certo, ma
utile solo allo specialista) estesissima, e quella che riguarda il
pensiero e le controversie critiche sui testi agostiniani, di interesse
più universale, ma molto più breve, e soprattutto alquanto disordinata e
incompleta ». Dopo aver notato che la voce iniziava con la « strana
dizione » « Agostino Aure- lio, santo », l’autore dell’articolo sosteneva
che « manca del tutto la filosofia di Agostino, come manca la considera-
zione filosofica della teologia agostiniana », e accusava di illecita
lettura attualistica un passo in cui Guzzo affermava che nel De vera
religione « si legge quel celebre appello: Noli foras ire; in te redi, in
interiore bomine habitat veritas (De vera religione, 72), che non sarà
più dimenticato né dalla mistica medievale e moderna, né da quante
filosofie, nell’età moderna e contemporanea, riterranno di dover
ri- chiamare l’uomo dalla dispersione del mondo esterno al rac-
coglimento dell’analisi interiore ». Accusa non immotivata, se pensiamo
che anche in Pedagogia Ernesto Codignola, trattando di Agostino,
riprenderà lo stesso concetto, che Gentile stesso aveva contribuito a
diffondere: L’intuizione religiosa della filiazione divina,
approfondendosi e interiorizzandosi, diventa in Agostino un concetto
speculativo, la prima affermazione filosofico-teologica della
soggettività e immanenza del vero, con cui il cristianesimo tentava di
svincolarsi, anche nel- l'ambito della speculazione, dall’antinomia che
aveva alimentato lo scetticismo del tardo pensiero classico:
ineliminabile individualità di ogni atto di conoscenza, ultra-individuale
oggettività del vero. Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore
bomine habitat veritas. Un’interpretazione alla quale la « Rivista
di filosofia » poteva opporre che « per Agostino la veritas presente
all’io è Dio stesso, oggetto rel soggetto, mentre ciò è alieno
essen- zialmente dalla dottrina idealistica » °%. Tuttavia,
nonostante questi accorgimenti, Gentile non poté impedire che
nell’Enciclopedia fosse assai marcata l'impronta del cattolicesimo
ortodosso e che, addirittura, in alcune voci i cattolici operassero un
forte ridimensiona- mento, o una critica aperta, del neoidealismo
italiano. Pa- dre Gemelli, dopo aver definito la Neoscolastica (1934) «
la restaurazione del pensiero medievale nell’ambito della ci- viltà
moderna, considerando il pensiero medievale non 3% G. Firenzi,
Note sulla storia della filosofia medioevale, in « Rivista di filosofia
», come espressione transitoria di una civiltà, ma, quanto alla sostanza,
come definitiva conquista della ragione umana nel campo della metafisica
», ne accentuava il carattere antiidea- listico: « La restaurazione
scolastica doveva in Italia affer- marsi non tanto in relazione al positivismo,
quanto in rela- zione all’idealismo, che in Italia maturava con B. Croce
e con G. Gentile. Ne sarà criticata la metafisica (immanenti-
stica) e accettata invece quella valorizzazione della storia, che è
caratteristica dell’idealismo stesso: non però come filosofia, sibbene
come storia ». Sempre nel 1934 Niccoli difendeva il Modernismo contro i
suoi critici, in primo luogo i rappresentanti di quella « filosofia che,
negando possa conoscersi un reale fuori dell’uomo e del pensiero,
non solo si è iscritta in falso contro quelli che erano stati in passato
i cardini di ogni metafisica, ma ha scrollato le basi stesse della fede
religiosa »; e l’allievo di Buonaiuti cercava di rafforzare la sua difesa
opponendo il movimento modernista al socialismo e all’idealismo:
Chi avesse accettato come dati di fatto incontrovertibili i risul- tati
negativi ai quali la critica storica, filosofica e sociale affermava di
essere giunta, non poteva avere che due alternative: o ripudiare net-
tamente tutto il patrimonio religioso cattolico e cristiano, sia affer-
mando di contro ai valori cristiani i nuovi valori sociali, sia conside
rando il cristianesimo e il fatto religioso in genere come un momento
ormai superato della vita dello spirito (fu questo in sostanza il punto
di vista difeso dall’idealismo italiano); o affermare che il cattolice-
simo si raccomanda a valori più alti, non toccati dai colpi portati dalla
critica moderna all’interpretazione scolastica del cattolicesimo e quindi
costruire su di essi una nuova apologetica, che mantenesse al
cattolicesimo la sua efficacia fra gli uomini. E fu questo l’atteggia-
mento assunto dal movimento modernista. Nel complesso, e tenuto
conto di alcune assenze signi- ficative — come Clericalismo, che Carlo
Morandi non ac- cettò ‘”, o Laicismo, voce che è invece presente, a firma
di Walter Maturi, nel Dizionario di politica —, si comprende quindi
la soddisfazione dimostrata per il settore religioso 327 Cfr. la
lettera di Morandi del 19 settembre 1930 (AEI, Lettere, Morandi).
144 L'Enciclopedia italiana da « Civiltà
cattolica » già nel 1929 **, quando pit forte era l’influenza di Gentile
e di Omodeo, e, per converso, la preoccupazione di « Vita nova » del
gentiliano Giuseppe Saitta che, prendendo spunto dalla critica della voce
Adazzo di Giuseppe Ricciotti, allargava il discorso per lamentare «
la intrusione nell’Enciclopedia di questa pseudo-scienza teologica
»: I gesuiti sanno troppo bene a che cosa mirano, e qual forma ed
estensione assumerà, nel loro campo, la sezione di materie ecclesia-
stiche. La Bibbia intera e specialmente il Nuovo Testamento, le ori- gini
del cristianesimo, la storia dei dogmi e della Chiesa, anzi dell: Chiese,
tutto vi dovrà essere mostrato e rappresentato dal punto di vista
cosiddetto cattolico, cioè teologico, in contrasto e negazione con la
vera scienza storica del cristianesimo, quale si insegna nelle nostre
scuole universitarie. È la teologia esclusa dalle università
definitivamente con la legge del Concordato, che rientra, come unica
scienza della religione, nella nostra coltura nazionale [...]. L’Enciclo-
pedia avrebbe tutelato meglio i diritti della scienza e quelli della
nazione, rimanendo italiana, come è il titolo semplicemente, senza
resumer di voler anch’essere cattolica nel senso della Civiltà
catto- ica. Le voci di carattere propriamente religioso, oggi svolte con
dif- fusione anche eccessiva, potevano ridursi al puro necessario; ed
entra quei limiti, avrebbero dovuto essere redatte da un punto di
vista. EE scientifico, evitando di accettare i presupposti della
teo- logia 39. Non solo i timori di « Vita nova » non erano
infondati,. come abbiamo visto, ma possiamo supporre che molte
altre sezioni, oltre quelle direttamente interessate alle que- stioni
religiose, furono oggetto del controllo ecclesiastico. « Per la Questione
Romana informati — scriveva Maturi a Morghen —, perché la mia polizia
segreta mi ha avvertito: che essa con tutto il gruppo di voci romane è
stata sottratta. alla giurisdizione della sezione storica » ®°, E il 2
aprile 1931 Fausto Nicolini scriveva a Gentile, a proposito della
voce Giannone (1932), che si sarebbe posto da 328 Anche Gemelli
notava nel 1930 che Gentile « ha chiamato a colla- borare
all’Enciclopedia studiosi cattolici ed ha affidato loro la trattazione di
delicati problemi religiosi » (L'Università cattolica e l’idealismo, in
Idee e battaglie, cit., p. 391). . Rensis, Ancora dell’Enciclopedia
Italiana, in «Vita nova», VI (1930), pp. 152-153. 3%0 AEI, Lettere,
Maturi. un punto di vista che non potrà piacere al certo a chi,
nell’Enciclo- pedia, soprintende alle materie ecclesiastiche. Se dunque
mi si pro- mette formalmente piena libertà di parola, e sopra tutto che
la mia prosa, quale che essa sia, non sarà riveduta, corretta o attenuata
in senso clericale, sono prontissimo a fare l’articolo [...]. Ma se
codesta promessa formale non mi può essere fatta e mantenuta, anziché
sotto- pormi all’alea di trovare (come accadde a Omodeo) stravolto e
muti- lato il mio pensiero, preferisco rinunziare a scrivere l’articolo.
Tu, che mi conosci, sai bene che non sono uomo da porti nell’imba-
razzo facendo dell’anticlericalismo intempestivo. Ma, alla fin dei conti,
debbo pur dire pane al pane e vino al vino, e presentare il Giannone
quale egli fu, cioè quale un martire dell’anticurialismo. Non posso
elogiare l'agguato di Vesnà come un’azione pulita o l’im- posta abiura e
la dodicenne prigionia come atti di carità cristiana 33, Questi
propositi non sembrano tuttavia essersi tradotti in pratica nella stesura
della voce, dove le ultime vicissitu- dini di Giannone sono presentate in
maniera anodina e, pur riconoscendo che l’Istoria civile del Regno di
Napoli è stata per decenni la « bibbia dell’anticurialismo » — « un
anti- curialismo lontano, nella lettera, dall’eterodossia, ma già
volterriano nello spirito » —, si coglie in essa una « astratta e
fantastica configurazione dello stato come bene assoluto, progresso,
civiltà, forza generosa, e della chiesa come male, regresso,
oscurantismo, malizia frodolenta ». Analogamente nella voce Romana
questione (1936) Maturi, pur valutando assai positivamente la Legge delle
guarentigie, concludeva l’esame dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa
elogiando i patti del 1929: Mussolini coronava con un
concordato la sua nuova politica eccle- siastica, con l’ininzio della
quale aveva scompigliato le file del partito popolare e assorbito nel
fascismo il cattolicesimo nazionale; d’altra parte, nella politica estera
egli tolse all’Italia una passività diplo- matica. Da parte della Chiesa
il riconoscimento dello stato nazionale italiano s’inquadra nel
riconoscimento di molti stati nazionali europei avvenuto coi concordati
postbellici. Dove sono ripresi alcuni dei giudizi più favorevoli
di parte fascista — anche per Volpe i patti erano tesi, per
il fascismo, a « togliere una non piccola causa di nostra debo-
331 AEI, Lettere, Nicolini. lezza internazionale » ®* —, senza
tuttavia i timori, pur assai diffusi, che lo Stato potesse abdicare al
suo spirito laico. I patti lateranensi dovettero del resto
riflettersi pesan- temente sull’Enciclopedia, rafforzando il controllo
ecclesia- stico e arrivando fino a minacciare l’esistenza di
singole voci: Angelo Sraffa, che curava con Mariano D’Amelio la
sottosezione « Diritto privato », giunse infatti a proporre la
soppressione della voce Divorzio (1932), già in bozze, perché era «cosa
estremamente delicata trattarla oggi a parte, date le interferenze con
l'annullamento del matrimo- nio, che è diventato di fondamentale
importanza di fronte al trattato del Laterano, ed alla estensione che
dinanzi ai Tribunali ecclesiastici l'annullamento sta prendendo »
**. La sua proposta non fu accolta e la voce rimase, a soste- nere
però la particolarità dell’ordinamento italiano e a rico- noscere che «
gli stessi contrattualisti a oltranza », cioè quanti erano favorevoli al
divorzio, « compresi della serietà delle contrarie obiezioni, sono d’accordo
nel ridurre a un piccolo numero di casi la facoltà di ricorrere al
divorzio ». Dove non arrivò il diretto intervento ecclesiastico
— padre Gemelli non scrisse la voce Psicanalisi, che nel 1932 si
era offerto di fare e che a sua firma apparirà invece nel Dizionario di
politica (« Distruttiva della religione, della quale nega ogni valore,
nel dominio politico la psicoanalisi orienta le sue speranze verso il
comunismo ») —, giunsero puntuali le critiche dell’organo dei gesuiti.
Carlo Brica- relli, collaboratore della sezione artistica
dell’Enciclopedia, intervenne sull’esposizione dell’arte medievale e
moderna fatta in Arte (1929) da Julius von Schlosser, al quale Gen-
tile aveva suggerito di « parlare dell’arte come conseguenza di bisogni
materiali e spirituali delle varie fasi di civiltà, e quindi dei compiti
e delle forme dell’arte in relazione alle mutate condizioni sociali,
similmente, in un certo senso, a quanto ha fatto il Dvorak nel suo saggio
sull’idealismo e Volpe, Il patto di S. Giovanni în Laterano, in «
Gerarchia », (1929), ora in Pagine risorgimentali, Roma, Volpe, 1967,
vol. II, p. 284. 333 Sraffa a Spirito, 8 maggio 1931 (AEFI, Lettere,
Sraffa). naturalismo nell’arte gotica » **. « La tendenza di
tutto ridurre all’umano, e nell’opera della Chiesa interpretare
ogni cosa a uso d’intenti terreni propri, oppure a lei impo- sti per
forza, è un altro preconcetto che turba anzi scon- volge addirittura il
giudizio storico », osservava Bricarelli appuntando la sua critica, fra
l’altro, su di un passo in cui Schlosser affermava che la
crisi di questo cristianesimo primitivo cominciò nel secolo IV col suo
riconoscimento ufficiale come religione di stato, sotto la forma
universale del « cattolicismo ». L’al di qua reclamava oramai i suoi diritti.
Il vecchio Impero, divenuto cristiano, rivestito di tutta la pompa della
sua missione divina e di tutto il suo fasto, nella sua qualità di potenza
protettrice della Chiesa, determinò anche il con- tenuto iconografico
dell’arte che si rivela nei fastosi musaici parietali delle grandi
basiliche post-costantiniane 85. Cosî Giovanni Busnelli criticava
il giudizio su Leonardo (1933) dello storico della medicina Giuseppe
Favaro — secondo il quale « di fronte alla rigida concezione
teologica dell’origine del mondo, [Leonardo] non si peritava di
con- futare il racconto biblico della genesi, la storia della terra
creata da seimila anni e la leggenda del diluvio universa- le » —,
sostenendo invece che « la fede e dottrina cattolica di Leonardo è fuori
d’ogni dubbio e accusa, chi voglia scan- dagliarne senza preconcetti le
espressioni »; e, passando a esaminare la parte della voce su Leonardo
‘filosofo — che Gentile considerava figlio dell’umanesimo e negava
fosse un antesignano della filosofia sperimentale, perché in lui «
il pensiero comincia dall’esperienza, ma per affrancarsene e tornare alla
ragione » —, Busnelli affermava che in Leo- nardo l’appello
all’esperienza sensibile era il frutto dell’in- segnamento dei peripatetici
e degli scolastici, e che «la ragione che infusamente vive nella natura,
come attuante la sua efficacia, non è, conforme alla dottrina
dell’Aquinate, 3% Gentile a Schlosser, 11 ottobre 1928 (AEI,
Lettere, Schlosser). La voce era introdotta da una parte redatta da
Gentile (su cui cfr. le osser- vazioni di Croce in «La Critica »,
Bricarelli, L'arte nell’Enciclopedia Treccani, in «La Civiltà cattolica
», la ragione umana, ma la divina » °*,
Nel 1935 infine « La Civiltà cattolica », affermando recisamente che «
ogni altra pedagogia, fuori della cattolica, è ampiamente divergente
e dispersiva nei sistemi fino alla confusione babelica, e nei
metodi è angusta, ristretta ed unilaterale », criticava che nella voce
Pedagogia Codignola avesse interpretato ideali- sticamente, come
evolutiva, la pedagogia cristiana, e all’uni- tarietà di questa opponeva
la « babilonia di antitesi e con- trasti, di ideali e sistemi »,
imperante nel campo idealistico esaltato da Codignola, per il quale le
opere di Gentile sul- l'educazione, « accanto a quelle del Croce sui
problemi del- l'estetica e della storiografia, segnano il culmine cui si
è sol- levata la speculazione contemporanea » *”. La durezza del-
l’attacco, e l’ampiezza della difesa di Codignola compren- dente Croce,
non necessaria per l'argomento trattato, pos- sono forse spiegarsi con la
condanna da parte del S. Uf- ficio, avvenuta l’anno precedente, delle
opere di Croce e di Gentile. Un documento anonimo del 2 luglio 1934
osserva- va come, secondo gli ambienti ecclesiastici, obiettivo
princi- pale da colpire fosse Gentile: Si nota che la
condanna in ordine cronologico è stata fatta prima per la opera del noto
antifascista Croce, per poter poi giustificare anche la condanna delle
opere del Gentile. Si aggiunge che oramai era inutile la condanna del
Croce [...], cui la gioventii italiana è ben lungi dal ricorrere come un
tempo, come ad un oracolo indiscutibile. Oggi la gioventù italiana ha
altro da fare e, c’è da scommettere, che moltissimi giovani, delle classi
più acerbe ignorano l’uomo, o, se non l’uomo, almeno la quasi totalità
delle sue opere. Anche questa volta la Chiesa, volendo colpire uno — cioè
il Gentile — è andata alla ricerca di un cadavere per poter avere un
alibi, nel quale nessuno crede. Pi grave è la condanna di Giovanni
Gentile, che in qualche centro è giudicata come una mossa contro le
teoriche accettate dallo Stato fascista. Si indica come il principale
postilatore di questa con- danna padre Gemelli 3*. 3% G.
Busnelli, Leonardo da Vinci nel vol. XX dell’« Enciclopedia italiana »,
in « La Civiltà cattolica », 85 (1934), vol. II, pp. 66-70. 357 [M.
Barbera], Intorso dl concetto della pedagogia cattolica, in « La Civiltà
cattolica », ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b.
1, sottofasc. 2. Anche «Giustizia e Libertà », dopo aver individuato
in padre Gemelli l’ispiratore della condanna di Gentile, aggiungeva: «
biso- Molte osservazioni potrebbero farsi a questi giudizi,
riprendendo le notazioni di Gramsci sulla diversa « popo- larità » delle
filosofie di Croce e di Gentile. Appare proba- bile comunque che la
condanna del 1934 colpisse più dura- mente Gentile, che in qualche caso
aveva cercato un ac- cordo con i cattolici, coronando l’indebolimento della
sua posizione interna al fascismo iniziato nel 1929. Consape- vole
di questo fatto — di cui gli scontri avvenuti nell’Enci- clopedia erano
stati una riprova —, nel 1936 Gentile con- cludeva un articolo su
L’ideale della cultura e l’Italia pre- sente mettendo in guardia contro
il « pericolo [...] che può derivare dalla restaurazione religiosa
desiderata e promossa dal fascismo come corroboratrice della coscienza
civile e delle morali istituzioni. Restaurazione, che in massima
parte non poteva essere che un ritorno alle tradizioni cattoliche
del popolo italiano, col rischio di riassoggettare la cultura nazionale a
forme praticistiche e meccaniche d’una religio- sità esteriore, e a
conseguenti limitazioni dell’interna libertà spirituale, dalle quali
gl’italiani avevan durato secoli a ri- scattarsi » ?”, gna
vendicarsi e fingere l’equità: sono messi all’Indice i libri non di
Gentile soltanto ma anche di Croce. Croce sorride e Gentile si spaventa »
(Preti e fascisti, 27 luglio 1934). 39 G. Gentile, Mezzorie
italiane e problemi della filosofia e della vita, cit., p. 385.
Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo La parola,
veicolo di « fraternità universale » « Né ferro, né piombo, né
fuoco / posson salvare la Li- bertà, / ma la parola soltanto. / Questa il
tiranno spegne per prima, / ma il silenzio dei morti / rimbomba nel
cuore dei vivi »!. Cosî scriveva nel luglio del 1938, fra tante
altre « epigrafi » messe a suggello della propria vita e a testimonianza
degli ideali che l’avevano ispirata, Angelo Fortunato Formiggini,
lucidamente deciso a chiudere con un sacrificio personale che servisse a
« dimostrare l’assur- dità malvagia dei provvedimenti razzisti » — come
scriveva alla moglie? — un’esistenza dedicata a perseguire, primo
fra tutti, l’ideale della fratellanza universale attraverso la forza di
convinzione della parola. Se la stampa del regime mantenne il più
rigoroso silenzio sul suicidio dell’editore modenese, gettatosi dall’alto
della Ghirlandina il 29 no- vembre 1938, impedendo cosî che Formiggini
potesse rag- giungere lo scopo di richiamare l’attenzione
dell’opinione pubblica sulle leggi razziali, il suo gesto fu
sottolineato dagli ambienti dell’antifascismo, non solo ebraico, che ne
dettero l’annuncio: « Molti italiani d’Italia, costretti pur- troppo a
mantenere l’incognito, amici e ammiratori di A. F. Formiggini Maestro
Editore annunciano, straziati ma fieri, il Suo sublime sacrificio. Questo
annuncio non ha potuto comparire sui giornali italiani, ove le leggi
razziste impedi- scono persino di dar notizia dei decessi degli ebrei ».
E il 9 dicembre 1938 « Giustizia e Libertà » annunciava in una
corrispondenza dall’Italia l’atto di protesta di Formiggini,
Formiggini, Parole în libertà, Roma, Edizioni Roma, ricordando che egli «
non era mai stato un conformista » e che « ogni suo piano, tendente alla
difesa e alla elevazione della cultura italiana, aveva trovato nel
fascismo una oppo- sizione aperta o una resistenza insidiosa » *. E ai «
poste- ri », « perché gli orrori e le iniquità di oggi non abbiano
a rinnovarsi mai più nel più lontano avvenire », Formiggini volle
lasciare in eredità alcune sue Parole in libertà, testa- menti spirituali
indirizzati ai familiari, ai concittadini mo- denesi, agli « ebrei
d’Italia » e al tiranno in persona, tutti ispirati, più che da una chiara
presa di coscienza politica, da una fede quasi religiosa nell’amore fra
tutti gli uomini, secondo quella visione del mondo che egli aveva
conden- sato nel motto arzor et labor vitast. Fra i «
testamenti » del 1938 possiamo annoverare an- che il bilancio del suo
lavoro editoriale, Trenta anni dopo, che, seppur scritto pensando alla
pubblicazione, è signifi- cativamente considerato dall’autore il suo «
canto del ci- gno », steso « a giuoco finito », quando un motivo di
spe- ranza può essere visto solo « al di là della tormenta ». Ac-
canto alla testimonianza delle proprie idee non poteva man- care quella
della propria fatica, in un uomo in cui la scelta dell’attività
editoriale si era saldata fin dall’inizio con il per- seguimento di
obiettivi che non esiteremmo a definire etici prima ancora che culturali
o politici, ma tali da divenire punto di riferimento di indirizzi di
pensiero determinati ‘. A scrivere il bilancio dei trenta anni
della casa editri- ce — e di sessanta anni della sua vita, compiuti
proprio nel 1938 — Formiggini aveva pensato da tempo, fornendo via
via parziali anticipazioni. Convinto che anche « lo scrit- 3
L'editore Formiggini si uccide a Modena per protestare contro il
razzismo, in « Giustizia e Libertà », 9 dicembre 1938, p. 1 (e, per l’an-
nuncio di morte, ibidermz, p. 2); cfr. anche R. De Felice, Storia degli
ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961, pp. 385-386,
491. censura fascista colpirà con particolare accanimento la
produ- zione dell’editore modenese ed anche i libri della Biblioteca
circolante da lui fondata a Roma nel 1921, di cui qualche volume è
escluso dalla lettura per motivi politici — come il Capitale —; ma si
atrivò perfino a impedire la diffusione di molti testi dei « Classici del
ridere », come il Decamerone, o L'arte di amare di Ovidio (come si ricava
dall’esemplare, conservato in BNF, della terza edizione del Catalogo
della biblioteca circolante Formiggini, Roma, Formiggini, Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo tore più mediocre e più oscuro farà sempre cosa
interes- sante scrivendo la propria autobiografia, specie se
questa, anziché circoscriversi a fatti puramente personali (che
avrebbero pur sempre un interesse umano e psicologico) si innesterà nella
storia viva del suo tempo », già nel 1923 era stato spinto dal contrasto
con Gentile a scrivere « una parte dell’opera » in un curioso volume che,
oltre a pre- sentarci alcune fra le più interessanti iniziative
dell’editore e il suo carattere caustico seppur non intransigente,
costi- tuisce un efficace documento della « marcia » del fascismo
alla conquista delle istituzioni culturali: « da quando ini- ziai la mia
attività editoriale — scriveva proprio allora Formiggini — non ho mancato
di raccogliere materiale per una autobiografia che avrebbe dovuto
riuscire qualche cosa di mezzo fra le Memorie di un editore di Gaspero
Barbèra e il Catalogo ragionato delle edizioni Barbèra, fusi insie-
me » i. Nel modello indicato — e al quale Formiggini cercherà
di mantenersi fedele in Trenta anni dopo come già in un pre- cedente, più
conciso bilancio della sua attività editoriale * — non vi era certo la
presunzione di avere svolto un’opera di promozione della cultura
nazionale paragonabile a quella dei maggiori editori ottocenteschi, da
Vieusseux a Pomba, da Barbèra a Le Monnier, ma pur sempre la
consapevolezza di aver reso un « servizio » alla cultura del proprio
paese, e di essere fra i pochi editori del suo tempo che, come i «
grandi » dell’ottocento, riunissero nella propria persona le qualità
dell’imprenditore e del principale animatore delle iniziative culturali
della casa editrice. Quello che fu carat- terizzato, poco dopo aver
tratteggiato i primi venticinque anni della sua attività, come « un
editore che scrive » 7, non avrebbe condiviso l’opinione di un Luigi
Russo, che 5 A.F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo e
la marcia sulla Leonardo. Libro edificante e sollazzevole, Roma,
Formiggini, Formiggini, Venticinque anni dopo. 31 maggio 1908-31 maggio
1933, seconda edizione con prefazione di Giulio Bertoni, Roma, Formig-
gini, 1933. ? D. Costantino, Smorfe e sorrisi. Scritti critici,
Catania, Casa del libro, di una casa editrice non si fa storia. Da uomo «
positivo » che vuole documentare il duro e contrastato lavoro da
lui compiuto, Formiggini ci ha lasciato con i Trenta anni dopo una
testimonianza d’eccezione, la cui lettura può risultare utile non solo
per precisare il giudizio sulla cultura italiana del primo novecento —
alla luce anche di vicende indivi- duali minori —, ma anche per
riproporre il problema della storia delle case editrici, spesso disattesa
perché considerata una classificazione forzata di prodotti culturali il
cui « mar- chio di fabbrica » sarebbe dato solo dalla collocazione
intel- lettuale dei singoli autori, uniti o in maniera casuale o da
vincoli ideologici tanto stretti da vanificarne le differenze. Ma, come è
stato giustamente osservato, « proprio per- ché luogo organizzato
d’incontro di più generi di colla- boratori, e di più fattori e
interessi, una casa editrice di tipo ancora “tradizionale” rispecchia
orientamenti e programmi di gruppi di intellettuali che verificano sul
piano dell’azione pubblica la loro consistenza, e dichiarano tutti
i loro sottintesi nel punto in cui, mettendo in circolazione strumenti
concreti come libri e riviste, si scontrano con poteri reali, economici e
politici, in situazioni di fatto, per modificarle (o per accettarle e
conservarle). Per questo la responsabilità di una casa editrice di
“cultura”, a qualsiasi livello essa operi, è grandissima. Inserita in un
tessuto so- ciale ed economico definito, è legata ad ambienti e
istituti di istruzione, e di ricerca, per attingervi, ma anche per
rea- gire su di essi, in una trama di rapporti la cui dialettica è
necessario mettere in luce quando si voglia ricostruire il corso degli
eventi di un determinato periodo storico » 5. È un campo, questo, per il
quale assai scarse sono le nostre conoscenze, e non solo per la
difficoltà a scendere concreta- mente su un terreno per tanti versi
accidentato. In realtà, se in linea di massima può essere accettato il
giudizio di Russo, che significato e valore di una casa editrice sono
con- segnati nei suoi cataloghi, e che in alcuni casi, come in
8 E. Garin, Un capitolo di rilievo singolare, in 50 anni di
attività editoriale (Venezia 1926-Firenze 1976): La Nuova Italia,
Firenze, La Nuova Italia, Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo quello della Laterza, se ne può seguire la storia
ripercor- rendo l’opera di organizzazione della cultura sviluppata
da una personalità come Croce, è da respingere quel pregiu- dizio
idealistico che, considerando il processo storico come germinazione di
idee da idee o proclamando in astratto la separazione tra cultura e
politica — fino a vedere la « pro- pria » produzione culturale come un
sistema chiuso e per- fetto, per cui la storia reale può confondersi con
una « cri- tica di se stessi », — esclude dall’oggetto privilegiato
del suo interesse le istituzioni culturali. Non è un caso che
proprio un’analisi che — come oggi si comincia a fare — abbia al suo
centro il tema dell’orga- nizzazione della cultura e della sua
diffusione, permette di articolare meglio nei tempi e nei modi, per
quanto riguarda il novecento, il giudizio che il neoidealismo italiano
dette di sé, e che ritroviamo facilmente ripetuto come un canone
interpretativo indiscusso ’, sulla rottura netta da esso ope- rata
all’inizio del secolo nei confronti delle « vecchie » cor- renti di
pensiero, e sul suo deciso trionfo che non avrebbe lasciato spazio ad
alcuna « sacca di resistenza » che non si ponesse in termini di «
superamento » dell’idealismo stesso. In realtà ci sembra estremamente
valida, tanto più ove la si riferisca non solo alla cultura di élite, ma
anche al più vasto e intricato substrato ideale che percorre nei primi
decenni di questo secolo tutti i settori della cultura ita- liana —
riflettendo la « disgregazione sociale » del paese e, insieme, le
contraddizioni o le resistenze che accompa- gnano la « rifondazione »
dell’egemonia borghese —, l’os- servazione di Garin, per il quale
una delle deformazioni prospettiche più diffuse, e più dannose per
un’esatta comprensione delle vicende culturali italiane di questo secolo,
è quella che proietta alle origini il risultato di una batta- glia — non
solo « ideale » — che si concluse, almeno in una sua fase, intorno agli
anni venti, dopo la prima guerra mondiale, con l’ascesa del fascismo.
L’egemonia idealistica, piuttosto gentiliana che crociana, non era
affatto affermata, e tanto meno scontata, prima della guerra libica
[...]. Solo se ci si liberi fino in fondo dell’eredità 9 Cosî
ancora A. Asor Rosa, La cultura, in Storia d’Italia, Torino, Einaudi, 1
del provvidenzialismo idealistico, col suo trionfalismo storiografico,
sarà possibile evitare l’appiattimento uniforme di posizioni contra-
stanti, e insieme una polemica sterile, forse interessata soltanto a
simmetrici rovesciamenti !°, Per il periodo che dalla « svolta »
del nuovo secolo arriva al fascismo le vicende delle case editrici, anche
di quelle minori o comunque non in grado di « rappresentare un
intero movimento d’idee » — come appariva a Gobetti la Treves, « simbolo
[...] di tutta la vuotezza italiana » per il suo « eclettismo
positivistico di cosî lunga e infausta durata e memoria » !" —,
possono costituire una guida assai utile per disaggregare e ricomporre
una trama culturale complessa, per stabilire accostamenti o distinzioni
ideali o politiche altrimenti non sempre evidenti o per valutare la
capacità di penetrazione e di orientamento di correnti di pensiero — non
necessariamente lineari — in un pubblico colto che proprio nell’« età
giolittiana » cresce enorme- mente e in parte si rinnova diversificandosi
dal punto di vista sociale, con l’apparizione sulla scena di una « opinione
pubblica » alla quale si richiede sempre più un consenso agli obiettivi
politici perseguiti dalla classe dirigente. Aumentano per numero e
tiratura i quotidiani, ci si rivolge a un più vasto pubblico « popolare »
attraverso la scuola, i corsi organizzati dalle università popolari o le
biblioteche circolanti, ma si assiste anche all’espandersi di una «
classe media colta » che desidera legittimare sul piano culturale
il peso politico cui aspira, o al tentativo della borghesia di
affinare gli strumenti del suo dominio. Fra questi piani diversi esistono
connessioni e influenze, nel quadro di una lotta per l’egemonia che vede
un’ampia mobilitazione di forze; ed è ora, dopo la « crisi » di fine
secolo e la « svolta » giolittiana, che alle case editrici accademiche e
a quelle di orientamento « popolare » o dichiaratamente socialista
— come Sonzogno e Nerbini !! — se ne affiancano nuove e pi
10 E. Garin, Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, Editori Riu-
niti, 1974, p. 96. ll P. Gobetti, La cultura e gli editori (1919),
in Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, Torino,
Einaudi, 1969, pp. 458-466. 12 Cfr. G. Tortorelli, Una casa
editrice socialista nell'età giolittiana: agguerrite, il cui interlocutore
privilegiato è un pubblico colto e medio-colto in grado di acquistare
libri e riviste: da Laterza (1901) a Ricciardi (1907) a Rizzoli (1909) a
Mon- dadori (1911) a Vallecchi editore di « Lacerba ». In
assenza di ricerche specifiche si comprende quindi l’importanza di
testimonianze come quella di Formiggini che illustra, anche se solo
parzialmente, le vicende di una casa editrice fondata nel 1908, negli
stessi anni in cui videro la luce altre destinate ad acquistare un peso
ben maggiore, ma allora di dimensioni ancora ridotte. L’unico testo a
cui si possa in qualche modo avvicinare sono i Ricordi e idee di un
editore vivente scritti nel 1934 da Attilio Vallecchi, che tuttavia, pur
trovando concordanze significative nella difesa di una « cultura italiana
» intesa come strumento di « rinnovamento nazionale », ripercorre lo
stesso arco crono- logico con l’ottica del protagonista precursore
vittorioso dell’ideologia fascista in cui l’editore fiorentino si vanta
di aver contribuito a convogliare nazionalisti, sindacalisti rivo-
luzionari, futuristi, vociani, cattolici. Secondo il proposito
dell’autore, i Trenta anni dopo si presentano invece come una sorta di
catalogo ragionato, in cui la personalità dell’editore è ridotta al
minimo, e, a dif- ferenza del pamphlet del 1923, restano sullo sfondo
anche i « tempi » in cui ha operato: spentasi la carica polemica di
quindici anni prima suscitata dalle vicende della Leonardo e che si era
manifestata in feroci attacchi antiattualisti (con alcuni spunti
antifascisti), escluse espressamente le testimo- nianze morali che nel
'38 Formiggini veniva consegnando ai suoi scritti privati, nel volume non
appaiono nemmeno —- se non incidentalmente — i nomi dei « numi tutelari
» della cultura italiana del primo novecento. Accanto alla
difficoltà, ma anche al rifiuto di prendere nettamente posi- zione !, in
questo silenzio si riflettono, più che i risultati di una parabola
politica, alcuni limiti di fondo di un editore la Nerbini, in «
Movimento operaio e socialista », n.s., III (1980), pp. 221-254.
13 Una testimonianza in questo senso in P. Trevisani, Le fucine dei
libri. Gli editori italiani, Bologna, Barulli, 1935, p. 197. che i
contemporanei — Prezzolini in testa! — giudica- rono non tanto un uomo di
cultura quanto un grande arti giano e propagandista del libro, e che per
primo amava presentarsi come il sostenitore dei valori universali di
una « cultura » senza ulteriori determinazioni, quasi al di sopra
della mischia, ideale morale e religioso, più che politico. « Riconosco
di avere avuto certe qualità che sono essen- ziali per rappresentare
efficacemente un indirizzo, un pen- siero, per portare nella fucina
intellettuale del paese un non inutile soffio di ossigeno », scrive
Formiggini, ma sa- rebbe vano cercare di identificare questo indirizzo
nell’am- bito della classificazione usuale delle correnti culturali
ita- liane all’inizio del secolo. Per comprendere cosa questo fosse
concretamente, o come fosse possibile che determi- nati indirizzi di
pensiero, spesso confusi e intersecantisi tra loro, confluissero e si
riconoscessero nella sua casa editrice, bisogna risalire ancora una volta
ai motivi ispiratori della sua vita. « Il libro mi apparve allora, e mi è
apparso poi sempre — scrive ricordando gli inizi della sua attività
—, il vincolo delle intese, il vincolo del parallelo cammino verso
mete elevate e concordi. Questa mia fede di fraternità universale, alla
quale s’ispirò fin dagli inizi la mia attività editoriale, era già
trionfante nel mio animo fin dalla prima giovinezza » 5, ed era una fede
religiosamente sentita, se nel ’38 teneva a riaffermare — ponendo a
coronamento della sua fatica la collana delle « Apologie delle religioni
» — che suo intento era stato « non di insidiare le fedi senti-
tamente professate, ma soltanto di divulgare l’intima essenza delle varie
religioni, per affrettare quel mutuo rispetto e quella mutua comprensione
fra gli uomini che condurranno l’umanità a quell’affratellamento
universale che fu il car- dine massimo della dottrina del Cristo e che mi
ostino a credere che sia la più alta e la più benefica di tutte le
aspi- 14 G. Prezzolini, La cultura italiana, Milano, Corbaccio,
1930?, p. 225: Formiggini « ha particolarmente sviluppato, oltre le sue
collezioni, il lato direi tecnico della propaganda libraria ».
55 A.F. Formiggini, Trenta anni dopo. Storia di una casa editrice,
Amatrice, Formiggini, razioni umane » !. Ma questo ideale di fratellanza
non dovette essere poi tanto anonimo o neutrale, se nel periodo che
dall’affermarsi del neoidealismo e dalla nascita de « La Voce » arriva
fino al fascismo e alla « dittatura » gentiliana la casa editrice
Formiggini poté rappresentare — riunendo soprattutto quanti
nell’idealismo non si riconoscevano — un capitolo significativo e
abbastanza determinato, anche se minore, della cultura italiana.
Nato il 21 giugno 1878 a Modena, dove contrasse affetti e amicizie
che — come quella con il futuro ministro della giustizia di Mussolini,
Arrigo Solmi — lo accompa- gneranno nei successivi spostamenti della casa
editrice, da Bologna (1908) a Modena (1909), quindi a Genova (1911)
e infine a Roma (1916), Formiggini apparteneva a una famiglia ebraica di
cui molti rami erano cattolici da genera- zioni remote; e in questa
origine è forse da ricercarsi uno dei motivi della sua insistenza sulla
necessaria unità tra ariani e semiti e sul tema della fratellanza
universale. In gioventi aveva compiuto indagini di storia delle religioni,
le quali — ricorderà con parole certo immodeste, ma che testimoniano di
un clima culturale intensamente vissuto — « mi portarono ad affermare, su
dati puramente giuridici ed etici, quella identità di origine degli
ariani e dei semiti che l'Ascoli aveva già riconosciuto nello stretto
campo della filologia e che gli scritti del Delitzsch, in Germania, sei
anni dopo di me, con grande autorità confermarono » ”. Il suo
interesse per questo campo di studi è infatti attestato dalla tesi di
laurea in legge discussa a Modena nel 1901, dal titolo programmatico (La
donna nella Thorà in raffronto col Mandva-Dbarma-Séstra. Contributo
storico-giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita),
e da un intervento del 1902 nel quale Formiggini lamentava l’as-
senza nel nostro paese di un « insegnamento critico » delle religioni
nonostante gli sforzi di Gaetano Negri, David Ca- stelli, Raffaele
Mariano, Alessandro Chiappelli e, soprat- tutto, di Baldassarre Labanca,
pur avvertendo che il desi- Formiggini, Parole in libertà, cit., pp.
137-138. 1 A.F. Formiggini, Parole in libertà, derio di una ripresa degli
studi storico-religiosi « non deve essere interpretato come
l’efflorescenza di un sentimento nostalgico verso un passato mistico per
me e per altri molti ‘ormai superato » !. Richiamandosi cosî alla
concretezza degli ideali terreni — aliena, più che in uomini a lui
vicini, come Ernesto Buonaiuti o Guglielmo Quadrotta, da asce-
tismi medievali e da ogni forma di spiritualismo —, Formig- gini seguîf
con interesse quel parziale sviluppo di una « scienza delle religioni »
che si ebbe in Italia fra la fine dell’ottocento e l’inizio del nuovo
secolo, ad opera inizial- mente di studiosi non cattolici e sulla base di
quella « iden- tificazione fra idee teologiche e religiose e pensiero »
che divenne « tradizionale negli studi storici italiani dai tempi
del Tocco e del Labanca in poi » !. Frequentando i corsi di lettere
e filosofia dell’università di Roma nel 1902-1903 (conseguirà poi la
seconda laurea in filosofia morale a Bologna), Formiggini fu infatti
attento soprattutto alle lezioni di storia del cristianesimo di La-
banca, critico di ogni dogmatismo e — almeno nelle inten- zioni — del
misticismo, in nome di un Dio concepito come ragione e coscienza ”.
Meno avvertibile risulta la traccia dell’insegnamento romano di
Antonio Labriola, anche se proprio alla trascri- zione di Formiggini
dobbiamo la conoscenza del suo corso di filosofia della storia del
1902-1903 Sul materialismo sto- rico, e se fu proprio il futuro editore a
portare il saluto degli universitari italiani alla salma del « buon
Maestro » ?. I 18 La coltura religiosa in Italia, Modena,
Forghieri e Pellequi, 1902. 19 D. Cantimori, Storici e storia,
Torino, Einaudi, 1971, p. 320; un ‘accenno ai legami di Formiggini con
Labanca e Quadrotta in P. Scoppola, Crisi modernista e rinnovamento
cattolico in Italia, Bologna, il Mulino, 1961, in particolare pp. 35 e
317. 20 Cfr. le notazioni di G. Gentile, Storia della filosofia
italiana, a cura di E. Garin, Firenze, Sansoni, 1969, vol. II, p.
218. 21 «Tu, buon Maestro, ti servivi della mia voce per
trasmettere il tuo pensiero alla scuola » (« Corda Fratres », n.s., III
(1904), n. 3, p. 113). Allieva di Labriola fu anche la moglie di
Formiggini, Emilia Santa- maria, la cui tesi di laurea su Le idee
pedagogiche di Leone Tolstoi fu pubblicata nel 1904 da Laterza con una
breve prefazione di Labriola (ora in A. Labriola, Scritti politici
1886-1904, a cura di V. Gerratana, Bari, Laterza, 1970, pp. 508-509).
160 A.F. Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo suoi « maestri » dell’università di Roma dovettero
comun- que contribuire a rinsaldare quello spirito democratico — di
matrice, ripetiamo, pit etico-religiosa che politica — al quale è
improntata l’attività svolta da Formiggini, nel 1902-1904, come console e
poi presidente della sezione ita- liana dell’associazione internazionale
studentesca Corda Fratres, di stampo radical-massonico, che si proponeva
di raggiungere amore e fratellanza fra tutti i popoli e le classi
prescindendo dalla politica ”. All’interno dell’associazione Formiggini
si batté infatti contro le tendenze che ne inter- pretavano le finalità
in chiave nazionalistica, sviluppando le sue convinzioni soprattutto a
proposito del movimento sionista: « secondo me, e vorrei che cosî fosse —
scriveva nel 1903 a commento del sesto congresso sionista di Basi-
lea —, molti di quelli che in Italia hanno aderito al sioni- smo, non
furono spinti dal sentimento di solidarietà di razza, ma da quello molto
più ampio e liberale di solidarietà umana. Per costoro non dovrebbero
aderire al sionismo gli ebrei soltanto, ma anche tutti quelli che hanno
il pensiero sufficientemente evoluto per riconoscere che ad ogni
uomo, indipendentemente dalla razza cui appartenga e dalla fede che
professi, deve esser riconosciuto il diritto alla vita ed alla dignità
umana » ?. Concetti che saranno letteralmente ripresi nel '38 per negare
ogni fondamento all’antisemiti- smo, che avrebbe potuto essere meglio
combattuto e vinto ove il sionismo fosse rimasto una corrente umanitaria,
senza trasformarsi in un movimento nazionalista inteso a « rico-
struire la potenza politica d’Israele » *. Questo ideale etico-umanitario
veniva ribadito da For- miggini, assieme a preoccupazioni per l’insorgere
delle cor- renti irrazionalistiche e idealiste, in una recensione del
1907 a L’anarchia del modenese Ettore Zoccoli nella quale, dopo
aver condiviso il giudizio dell’autore sulle « teorie immo- rali e
antigiuridiche » degli anarchici, lo rimproverava di 22 Non era
ancora un'associazione puramente « corpotativa », come apparirà negli
anni venti a Giorgio Amendola (Una scelta di vita, Milano, Rizzoli, 1976,
p. 94). 23. « Corda Fratres », n.s., II (1903), n. 1, p.9.
2% A.F. Formiggini, Parole in libertà, cit., pp. 50-52. non aver
mostrato « la efficacia, per quanto indiretta e non voluta, che ha avuto
l’anarchia per sospingere l’umanità verso un’era di giustizia sociale, di
libertà politica e reli- giosa e di universale affratellamento », e
aggiungeva: Dobbiamo ad ogni modo auguratci che la crisi che sta
attraver- sando il pensiero filosofico contemporaneo, il quale, mosso
appunto dalla preoccupazione etica, si è già annunciato come una vivace
rea- zione contro la filosofia della seconda metà del secolo XIX, si
possa risolvere, non in un ritorno a forme mistiche, la cui inconsistenza
è già stata provata dall’esperienza storica, ma in una confortante
e serena consacrazione di una morale intesa come necessità
imprescin- dibile della vita: necessità non d’ordine logico né d’ordine
fisico, ma però tale da avere rispetto alla vita delle coscienze: quello
stesso imperio assoluto che hanno le necessità logiche per il pensiero e
le necessità fisiche per tutto l’ordine meraviglioso della natura
3. Dove sono espressi sinteticamente non solo la conce-
zione ottimistica del progresso e l’ideale di conciliazione di quei «
positivisti in crisi » che graviteranno attorno alla casa editrice di
Formiggini, ma anche il senso di un assedio che si andava stringendo da
parte degli idealisti. Ben diver- so, quasi contrapposto, era il giudizio
sull'opera di Zoccoli formulato nel 1908 da Benedetto Croce, che la
considerava moralistica (mentre « una teoria filosofica sarà esatta o
sba- gliata, ma non mai morale o immorale ») e, da osservatore
apparentemente distaccato, ne traeva spunto per notare nell’affermarsi di
tendenze sindacaliste rivoluzionarie contro il riformismo socialista
l’influenza dell’anarchismo, che « forse [...], considerato nel suo
insieme, giova a mante- nere quel sentimento di scissione tra il
proletariato e la borghesia, che i teorici del sindacalismo stimano
indispen- sabile al progresso sociale » ; lo stesso Croce che
proprio nel 1908, in un momento decisivo dello scontro col positi-
vismo, bandiva dal vocabolario di « coloro i quali anelano a un risveglio
della filosofia e della cultura, salutare alla patria italiana », i
termini di « tolleranza » e « temperan- za », sinonimo, quest’ultimo, di
« debolezza, incapacità di 3 « Rivista italiana di sociologia »,
XI (1907), pp. 337-338. % «La Critica », VI (1908), fasc. II, pp.
140-141. 162 A.F. Formiggini: un editore tra socialismo
e fascismo sintesi, tendenza alla combinazione e conciliazione
estrin- seca, che porta ad affermare cose tra loro ripugnanti, ha
paura delle opinioni della gente volgare, cerca di non sve- gliare
opposizioni, e rifugge dai partiti che richiedono riso- lutezza e
responsabilità » 7. 2. Positivisti, modernisti, socialisti
La fisionomia alla quale la casa editrice rimarrà sem- pre fedele
venne definendosi nel giro di pochi anni, tan- to che già nel 1914 Serra,
tracciando i caratteri distin- tivi dei due editori-tipo italiani,
Laterza e Treves, espres- sione il primo del « libro di cultura » e, il
secondo, di quello « di bella letteratura », ma con la tendenza sempre
più marcata « a entrar nel campo della cultura », poteva anno-
verare in quest’ultima categoria le edizioni Formiggini, di cui metteva
in evidenza le « intenzioni brillanti » e « un certo decoro » ”.
Notevole rilievo ebbero infatti anche le collane lette- rarie,
significative di una scelta e di un gusto: i « Poeti ita- liani » si apre
nel 1910 con le Odi di Massimo Bontempelli — uno degli autori pi cari a
Formiggini, fino alla rottura scoppiata nel 1930? —, proprio in
quell’anno schieratosi nella « polemica carducciana » con Ettore
Romagnoli con- tro Croce e Prezzolini in difesa della critica di tipo
lettera- rio contro quella di impianto filosofico, e annovera altri
poeti che inseguono il modello del « grande artiere » di Carducci con
accenti tenui ed eleganti, come Francesco Chiesa, Francesco Pastonchi e
Severino Ferrari (ma c’è anche Pirandello, che ritornerà con Liolà); e
grandissima fortuna ebbero i « Classici del ridere » — cui Formiggini
af- fiancò la raccolta « Casa del ridere » — ”, che raccogliendo
2 B. Croce, Il risveglio filosofico e la cultura italiana, in Cultura
e vita morale, Bari, Laterza, 19553, pp. 29-32. 2 _R. Serra,
Le lettere, in Scritti letterari, morali e politici, a cura di M.
Isnenghi, Torino, Einaudi, 1974, pp. 369-370. 2 Cfr.
Bontempelleide, con interventi di Formiggini e Fernando Pa. lazzi, in
«L’Italia che scrive », XIII (1930), p. 314. 3 Cfr. gli interventi
di E. Manzini ed E. Milano in A. F. Formiggini testi italiani e
stranieri, riflettono l’utopistica speranza del- l’editore che l’« universale
fusione di spiriti che deve essere la meta costante di ogni più alta
manifestazione di civiltà, sarà affrettata di altrettanto di quanto
l’affrettarono la mac- china a vapore e il telegrafo » ®. L’impronta
culturale e ci- vile della casa editrice è data tuttavia dal largo spazio
accor- dato ad argomenti filosofici, pedagogici e religiosi, con un
orientamento che, se difficilmente può essere definito in positivo, può
essere considerato schematicamente come espressione di gruppi
non-idealisti. Positivisti e modernisti di varie venature, e spesso
di orientamento politico socialista e socialisteggiante, contrad-
distinsero le origini della casa editrice, che continuerà ad annoverarli
tra i suoi collaboratori anche quando le convin- zioni di alcuni si
vennero modificando sensibilmente (ma altri si aggiunsero, come Giuseppe
Rensi e Adriano Tilgher, nel momento del loro distacco dall’idealismo). I
nomi di Achille Loria e Alessandro Levi, di Emilia Formiggini San-
tamaria e Giuseppe Tarozzi, di Ernesto Buonaiuti e Felice Momigliano,
ricorrono con frequenza, anche per l’intero trentennio di vita delle
edizioni Formiggini, a conferma di una scelta e di una adesione non
casuali. Sui gruppi positivisti di questi anni, di filosofi e
peda- gogisti in particolare, come sui vari filoni modernisti e sui
loro esiti, sono state scritte pagine illuminanti che hanno colto gli
itinerari di ciascuno sotto l'impatto del neoidea- lismo *. Restano
tuttavia da verificare le convergenze e le alleanze che, contro lo stesso
nemico, si stabilirono tra cor- renti e uomini per vari aspetti spesso
culturalmente e politi- camente diversi e distanti, e che videro seguaci
di Ardigò, neokantiani e fautori di un rinnovamento della chiesa
— laici e religiosi, mistici e razionalisti — confluire insieme a
combattere per la loro sopravvivenza, uniti solo, nel co- mune
disorientamento, da condanne idealiste o pontificie. editore
(1879-1938). Mostra documentaria, Modena, S.T.EM. Mucchi, 1980 5
A.F. Formiggini, Trenta anni dopo, cit., 2 E. Garin, Cronache di
filosofia Sialiona: ‘1900. 1943, Bari, Laterza, Formiggini: un editore
tra socialismo e fascismo Di questi e altri accostamenti, come
quello tra socialismo e religione in cui si impegnarono ad esempio
Alfredo Poggi e Felice Momigliano, sono documento evidente proprio
le edizioni Formiggini. E forse a molti collaboratori della casa
editrice può essere esteso il giudizio che è stato espresso per
Momigliano: « Profetismo, Mazzini, socialismo rima- sero per Felice tre
nozioni difficilmente separabili. La puri- ficazione dell’ebraismo, il
rinnovamento spirituale d’Italia e lo stabilimento della giustizia
sociale in Europa erano nella sua mente tre aspetti di un problema solo »
®. Un vivo senso della nazionalità e un vago socialismo sconfi-
nante nel populismo borghese e inteso come prosecuzione della democrazia
risorgimentale sono infatti le caratteristi-. che di uno dei più assidui
collaboratori di Formiggini, Ales- sandro Levi *, e si ritrovano in molte
delle iniziative del- l’editore modenese. Nelle collane di
saggistica si possono comunque indivi- duare tre filoni principali di
interesse: quello religioso, pre- sente ovunque ma che per un certo
periodo ebbe il suo posto privilegiato nella « Biblioteca di varia
coltura » dove nel 1911 usci il Mosé e i libri mosaici dell’ex prete
moderni- sta Salvatori Minocchi — in questo momento convinto che «
il futuro cristianesimo ha da cercarsi nelle vie del sociali- smo » * —;
quello pedagogico, che vide l’intervento assi- duo di Emilia Formiggini
Santamaria con studi storici è didattici ispirati alle teorie di Fròbel
ed ebbe un punto di riferimento costante — non solo nel 1910-1913
quando. fu pubblicata dall’editore modenese — nella « Rivista pe-
dagogica », l’organo dell’Associazione nazionale per gli studi pedagogici
fondato nel 1908 da Luigi Credaro e che, 33 A. Momigliano, Felice
Momigliano 1866-1924, ora in Terzo contri- buto alla storia degli studi
classici e del mondo antico, Roma, Edizioni di storia e letteratura,
1966, p. 844. Di Poggi cfr. Socialismo e religione. Modena, Formiggini,
1911, e, sull’autore, la voce di M. Torrini in F. Andreucci - T. Detti,
Il movimento operaio italiano. Dizionario biogra- fico 1853-1943, vol.
IV, Roma, Editori Riuniti, 1978. % Cfr. le osservazioni di Piero
Treves nel numero speciale di « Cri- tica sociale » dedicato a Levi
(gennaio 1974, pp. 41-45). 35 Cit. da A. Agnoletto, Salvatore
Minocchi, vita e opera (1869-1943); Brescia, Morcelliana, 1964, p. 191.
165 seppur influenzato dall’herbartismo del
futuro ministro della pubblica istruzione, fu aperto ai collaboratori
delle più varie tendenze (da Colozza a Calò, da Varisco alla
Formig- gini Santamaria) *. Il terzo filone, e forse il più
significativo perché comune denominatore anche degli altri, fu
rappre- sentato da un generico interesse per i temi filosofici, mu-
tuato dalla Società filosofica italiana e dalla « Rivista di filosofia »
attenta, del resto, anche alle problematiche reli- giose e pedagogiche.
L’inizio dell’attività di Formiggini è infatti stretta- mente
connesso con la fase di riorganizzazione della Società filosofica
italiana, di orientamento prevalentemente (anche se vagamente)
positivista, apertasi nel settembre 1907 — in concomitanza con l’intensificarsi
del programma culturale di Croce e di Gentile attorno alla casa editrice
Laterza — con il congresso di Parma della società. In questa sede
fu deliberata — in vista di « una degna affermazione dell’atti-
vità filosofica italiana » al terzo congresso internazionale di filosofia
di Heidelberg — la preparazione di quel Saggio di una bibliografia
filosofica italiana che, compilato da Ales- sandro Levi con la
collaborazione di Bernardino Varisco e, per la parte pedagogica, di
Emilia Formiggini Santamaria, apparve nel 1908 per i tipi di Formiggini e
fu giudicato da Gentile la prima manifestazione di « qualche cosa di
con- creto e di utile agli studi di filosofia » da parte della
Società filosofica ’. Il Saggio inaugurò la « Biblioteca di filosofia e
di pedagogia » che accolse, oltre agli atti dei congressi della
società, scritti della Formiggini Santamaria, I/ materialismo storico in
Federico Engels di Rodolfo Mondolfo — di cui è possibile cogliere
l'origine tormentata nelle lettere dell’au- tore all’editore * —, e altri
testi in cui l'impronta antiidea- 3% Cfr. D. Bertoni Jovine, La
scuola italiana dal 1870 ai giorni nostri, Roma, Editori Riuniti, 19672,
pp. 109-112. 37 « La Critica » Attendo presentemente a un lavoro su
La filosofia del comunismo critico. Una parte di questo, I/ materialismo
dialettico e il materialismo storico di F. Engels spero averla pronta
entro brevissimo tempo », scri- veva Mondolfo il 18 aprile 1909
proponendone la pubblicazione. Ma ancora il 28 febbraio 1911 confessava:
« La parte che ancora rimane per il termine del lavoro io l’avevo molto
tempo addietro abbozzata e in 166 A.F. Formiggini: un
editore tra socialismo e fascismo lista è, almeno prima della
guerra, ben documentabile. Se meno precisamente definibile è la posizione
di Ludovico Limentani, assertore del metodo positivo ma aperto alle
istanze idealistiche, che pubblica due volumi (I presupposti formali
dell'indagine etica del 1913, e La morale della sim- patia del 1914) in
cui, come in tutta la sua opera, è filosofi- camente argomentato e
approfondito l’ideale stesso di For- miggini, in quanto l’autore fa l’«
esaltazione, sul piano poli- tico-sociale, del diritto ad esistere di
ogni spinta ideale, che scenda a collaborare sul piano della concreta discussione
con le altre idealità » *; assai netta è, nel 1913, la posizione di
Erminio Troilo, seguace del pensiero ardigoiano e uno dei più continui
collaboratori della casa editrice, che pre- sentando le Pagine scelte di
Ardigò lancia un violento atto d’accusa contro idealisti e pragmatisti,
in una difesa patetica di quella cultura positivista che stava
scomparendo: « Sin- ceramente, — scriveva — chi scorra senza spirito di
parte o di setta e senza quel vanissimo orgoglio di superfiloso-
fismo che è oggi venuto di moda, e che infuria, talora con veri accessi
di epilessia metafisica e pit spesso con inqua- lificabile volgarità,
specialmente, si capisce, contro il posi- tivismo, le pagine che il
Gentile e l’Orano, il Papini e, ultimo venuto, il De Ruggiero hanno,
bontà loro, dedicato a Roberto Ardigò, dovrà convenire che non mai
parzialità e superficialità, trivialità e accanimento hanno intessuto
una trama di più fatue leggerezze e di più dolorose malizie,
intorno ad un uomo e ad un pensatore che ha pur il diritto di vivere e di
pensare; mentre quei critici stessi si svociano parte stesa in una
forma però che, essendo stato poi da me modificato tutto il piano del
lavoro, non può più affatto andare. È dunque da rifar da capo [...]
bisogna che torni a rivivere il mio tema ». Finalmente 1°11 ottobre dello
stesso anno poteva annunciare: «Ho scritto l’ultima car- tella »; ma i
dubbi non erano finiti, se il 22 gennaio 1912, approfittando della necessità
di cambiare il frontespizio del volume per il trasferimento dell'editore
da Modena a Genova, Mondolfo suggeriva di togliere dal titolo « Il
materialismo dialettico » lasciando le parole « Il materialismo storico
», « che costituiscono la parte più importante e interessante del titolo
». (Archivio editoriale Formiggini presso la Biblioteca Estense di Modena
[d”ora in avanti AF], Mondolfo). 39 E. Garin, I/ pensiero di
Ludovico Limentani, in « Rivista di filo sofia », XXXVIII (1947), p.
199. In/ e si sbracciano ad osannare i
pretenziosi ma altrettanto inconcludenti fra professori e conferenzieri
di marca tedesca e anglo-americana, e francese, i cui nomi sono ormai
sulle bocche di tutti; o i più ciarlatani, tipo Sorel; o pit
insulsi tra gli affiliati nostrani della congrega hegelianoide » *
Fuori collana apparvero altri testi filosofici, di particolare rilievo i
primi due volumi degli Scritti di Carlo Michael- stidter (1912-1913); non
andò in porto, invece, la pro- posta di Levi di pubblicare gli scritti di
Vailati, avanzata subito dopo la morte di questi, nel luglio 1909
*. Questi contributi erano il frutto di un rapporto diretto
con la « Rivista di filosofia », l’organo della Società filo- sofica
italiana sorto nel 1909, sempre per i tipi di Formig- gini, dalla fusione
della « Rivista di filosofia e scienze affini » di Giovanni Marchesini
con la « Rivista filosofica » fondata da Carlo Cantoni; e che non si
trattasse di un rap- porto puramente tecnico o commerciale, è dimostrato
dalla notevole consonanza di accenti tra la rivista e tutta l’atti-
vità della casa editrice. Non costituiamo una scuola; siamo una
collezione d’uomini, unit: dal comune amore della verità, ma che non
abbiamo tutti lo stesso concetto di quello che la verità sia [...]. Ma
tutti siamo persuasi che, per arrivare a « conoscere la verità » e a «
farla trionfare », la discus- sione seria de’ problemi, sotto ciascuno
de’ loro aspetti, sia l’unico mezzo possibile: un mezzo che, prima o poi,
ci farà conseguire il fine desiderato £: cosi dichiaravano
nel 1909 i redattori della rivista criti- cando il programma della «
Rivista di filosofia neo-scola- stica » che si diceva « espressione dei
pensamenti di una scuola determinata ». Questo vago « amore della verità
» era il segno, più che della « temperanza » combattuta da Croce e
dai neoscolastici, di uno sbandamento e di una de- bolezza di fondo,
appena mascherati da un ottimismo inge- nuo e perdente, data
l’indeterminatezza del « fine » da rag- 4 R. Ardigò, Pagine
scelte, a cura di E. Troilo, Genova, Formiggini, 1913, pp. PED
4 AF, 4 « n di filosofia », I (1909), n. 2, p. 151.
168 A. F. Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo giungere: un « amore della verità » tale non solo da
provo- care il rapido manifestarsi di contrasti interni alla
redazione tra i due gruppi di Pavia e di Padova, ma anche da
permet- tere che già nel 1910 padre Gemelli venisse accolto fra i
membri della società. E tuttavia il programma dei fonda- tori, inteso a
dare all’Italia « una rivista autorevole aperta ugualmente a tutte le
opinioni e perciò adatta a chiarire le profonde ragioni ideali, da cui le
scuole filosofiche trag- gono origine », introduceva subito sintomatiche
puntualiz- zazioni: la patria nostra, risorta da cinquanta
anni ad unità di nazione, vuole rivendicare le alte tradizioni del suo
pensiero che informa tutta la cultura e la vita moderna.
Infatti, dobbiamo costantemente ricordare che naturalismo ed umanismo,
i due atteggiamenti fondamentali della speculazione euro- pea, sorgono
ugualmente col rinascere degli studii per opera del genio italiano,
universale e concreto; sicché tutta la filosofia posteriore può
rannodarsi ai nomi di Galileo e di Vico, che ne simboleggiano gli
spiriti. Da questi eroi tragga incitamento ed auspicio la nuova
filosofia che deve ravvivare l’opera e la coscienza ideale degli
italiani! In realtà, nonostante l’auspicio che sulle sue
pagine « tutti gli indirizzi del pensiero filosofico trovassero
libera espressione » ‘, e i passi compiuti in questo senso verso i
circoli di filosofia di Roma e di Firenze di tendenze preva- lentemente
idealistiche *, la rivista diretta da Faggi, Juval- ta, Levi, Marchesini,
Vailati (sostituito dopo la morte da Calderoni e Troilo), Valli e
Varisco — ai quali si aggiun- geranno in seguito Annibale Pastore (1917)
e Buonaiuti (1918) — risultò voce di « positivisti » il cui
eclettismo trovò un limite di fronte all’idealismo. Ci sembra assai
valido — ed estensibile alla casa editrice — il giudizio di
Santino Caramella, per il quale la rivista accoglieva 4 Ibidem, 1
(1909), n. 1, p.4. 4 I due circoli aderirono alla Società
filosofica nel corso del 1909, ma nel gennaio 1910 quello di Firenze
ritirò la propria adesione tramite il suo segretario Giovanni Amendola:
fra il Circolo e la Società, dichia- rava, « non esiste affinità alcuna,
né di scopo, né di tendenze, né di me- todi d’azione » (« Rivista di
filosofia », I tutti, « dal neopositivismo del Troilo all’hegelismo del
Losacco, dal misticismo del Rensi al fichtismo del Til gher e del Ravà,
dall’ardigioianesimo al neokantismo — e chi più ne ha più ne metta, ogni
indirizzo poté salire in tri- buna. Ma non per questo cessava la
intolleranza verso gli intolleranti di questa amorfa tolleranza: il
Croce, il Gen- tile restarono sempre i maligni avversari che avevano
gua- stato l’Eden filosofico: e specialmente i positivisti ebbero
cura di non lasciar mai spegnere il fuoco della battaglia » *. Possiamo
aggiungere, a integrazione del quadro solo in negativo fornito da
Caramella, l’esplicita connessione di in- teressi filosofici e religiosi
— ne è testimonianza anche l’in- gresso nella redazione di Buonaiuti,
subito impegnato a confutare sulle pagine della rivista la pretesa
gentiliana di individuare in Vico un precursore dell’attualismo 4 —
e l'insistenza sul « genio italiano » che, pur senza assumere fin
dall’inizio precisi connotati nazionalistici — come cer- cherà invece di
far intendere Troilo nel 1918 —, era indice di una chiusura nei confronti
del pensiero contem- poraneo non italiano. È un aspetto,
questo, che risalta con forza ove si con- frontino i « Classici della
filosofia moderna » che Croce ini- ziò nel 1907 per Laterza con
l’Enciclopedia di Hegel, e l’iniziativa formigginiana dei « Filosofi
italiani », la colle- zione promossa dalla Società filosofica italiana e
diretta da Felice Tocco. Le differenze, naturalmente, non sono
segnate solo da confini geografici, pur importanti. Il fatto è che,
come riconosceva e paventava la stessa « Rivista di filoso- fia » *, il
programma crociano si proponeva la valorizza- Caramella, Le
riviste filosofiche italiane nell'ultimo quarto di secolo, « La Cultura
», IIl (1924), p. 552. # E. Buonaiuti, Il carattere storico della
filosofia italiana, in « Rivista di filosofia », X (1918), pp.
58-60. 47 In « L'Italia che scrive », I (1918), p. 6.
48 Recensendo positivamente — per l’accesso diretto alle fonti che
offrivano — i « Classici della filosofia moderna », Michele Losacco
osser- vava: « È ben difficile «creare un movimento speculativo che lasci
tracce profonde, se l’ambiente in cui si lavora non è sufficientemente
preparato ad intenderlo; ne fu prova non dubbia l'indirizzo idealistico,
promosso a Napoli da Bertrando Spaventa, e che non trovò il meritato
seguito, perché si concentrò in alcuni pochi spiriti, solitari e
incompresi. Ora ogni nuovo 170 A. F. Formiggini: un
editore tra socialismo e fascismo zione di una linea di pensiero
che assegnava all’Italia un ruolo centrale con Spaventa, De Sanctis,
Labriola e Croce, ma era tanto pi forte in quanto riproposta attraverso
una determinata lettura di Vico, di Kant e di Hegel, mentre Tocco
si preoccupava di riportare alla luce soprattutto la filosofia
della Rinascita [che] è nella maggior parte italiana, come italiano è
quel movimento umanistico che la promosse. E questo periodo cosi
arruffato della speculazione, che in mezzo al rifiorire della scienza e
della medicina antica, in mezzo al ripullulare dell’an- tica magia
alchimia ed astrologia prepara l’avvento della nuova scienza e della
coscienza nuova, merita di essere studiato . Ben diversa da quella
di Croce e Gentile fu anche la capacità di promozione della Società
filosofica italiana: bastò la morte di Tocco, nel 1911, a impedire che
avesse seguito, dopo i primi due volumi del De rerum natura di
Telesio curati da Vincenzo Spampanato la proposta avan- zata in prima
persona dall’editore modenese al terzo con- gresso della società (Roma, ottobre
1909), e da questa assunta in proprio con l’impegno del suo presidente
di « dare ogni aiuto possibile », di « raccogliere in una accu-
ratissima edizione i testi critici dei maggiori filosofi italiani, per
rendere accessibili a tutti le opere meno agevolmente ostili e più
importanti per la storia del pensiero nazio- nale » ”, e
serio conato speculativo, come fu, per esempio, quello della Rinascenza,
presuppone sempre lo studio e il riconoscimento delle migliori tradizioni
filosofiche, e nazionali e straniere, da cui deve trarre la ragion d’essere
e l’ispirazione » (« Rivista di filosofia », I (1909), n. 3, pp.
102-104). 4 Prefazione di Tocco al vol. I del De rerum natura di
Telesio (Mo- dena, Formiggini, 1910). 5 Cfr. anche E. Garin,
Per un'edizione dei filosofi italiani, in « Bol- lettino della Società
filosofica italiana », n.s., ottobre-dicembre 1971, n. 77, p. 67. Perché
la direzione dei « Filosofi italiani » fosse affidata a Tocco intervenne
Croce, come si ricava dalle sue lettere a Formiggini e dal suo commento
al congresso di Roma, in cui dichiarò « in piena liquidazione » il
positivismo (ora in Pagine sparse, Bari, Laterza, 19602, vol. I, p. 330).
Contro le « fauci ingorde » di Formiggini, che per l’edizione di Telesio
avrebbe cumulato i contributi finanziari del Comitato telesiano di
Cosenza e dello Stato, cfr. lo sfogo di Gentile nella lettera a Croce del
6 ottobre 1910 (G. Gentile, Lettere 4 Benedetto Croce, a cura di S.
Giannantoni, vol. IV, Firenze, Sansoni, 1980, p. 58); I'8 gennaio 1911
Gentile scriveva a Croce degli « spropositi vergognosi » presenti nella
prefazione di Spam- panato Accanto a una cultura in varia misura
positivista che si organizza sul piano accademico che è proprio della
« Rivista di filosofia » — e anche su questo terreno sarebbe da valutare
la « resistenza » opposta dai positivisti al neo- idealismo, testimoniata
dalle lagnanze ricorrenti nelle let- tere di Croce, Gentile, Omodeo —, è
da segnalare la « vocazione » illuministica di questi gruppi a farsi
educa- tori di masse le più larghe possibili. Se l’idealismo
incontrò forti limiti ad una sua penetrazione o « traduzione »
popo- lare, ciò non si dovette solo a sue carenze originarie o éli-
tari rifiuti, ma anche all’esistenza di una cultura media o « popolare »
resa impermeabile alla sua influenza da prece- denti incrostazioni di
segno diverso o contrario, depositate lentamente — attraverso periodici,
università popolari o certe collane, non solo di istruzione tecnica o di
lettera- tura d’appendice — ad opera dei positivisti che avverti-
vano « il dovere di divulgare tra il “popolo” quella scienza che
consideravano parte integrante della realtà », fiduciosi « che individui
appartenenti a ogni strato sociale potessero rispondere al richiamo
illuminante e liberatore della verità, la stessa verità in cui essi
credevano » " Alla divulgazione erano appunto rivolti, come
altre iniziative contemporanee e sulle orme della « Biblioteca del
popolo » di Sonzogno, i « Profili » di Formiggini, nati nel 1909 con
l’intento di soddisfare « il più nobilmente possi- bile alla esigenza
caratteristica del nostro tempo, di voler molto apprendere col minimo
sforzo » *. E non a caso « Cri- tica sociale » la giudicava già nel 1910
una « utilissima colle- zione » ®. Alla tendenza allora predominante di
dare una immagine del passato o del presente attraverso singole
figure di protagonisti — gli « eroi » di cui parlava la « Rivi- sta di
filosofia » nella sua pagina d’apertura, gli uomini sim- boli di un’epoca
su cui era costruita la prima storia del 51 M.G. Rosada, Le
università popolari in Italia 1900-1918, Roma, Editori Riuniti, 1975, p.
169. 2 A.F.F , Trenta anni dopo, cit., 53 V. Osimo, ‘arlo
Porta, in « Critica Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo
socialismo tentata da Angiolini e Ciacchi — si ispirarono numerose
collezioni, la più nota ed aulica di tutte, ma di breve durata, quella
dei « Contemporanei d’Italia » intra- presa nel 1909 da Ricciardi sotto
la direzione di Prezzolini; ma fu soprattutto Formiggini a preoccuparsi
di divulgare i suoi « Profili » attraverso le biblioteche popolari, «
queste istituzioni — scriveva presentando la collana — che stanno
ora sorgendo e moltiplicandosi e che saranno i focolai donde uscirà la
dignità nuova e la nuova fortuna della patria », rivolgendosi in
particolare al mondo della scuola*. E i « Profili » raggiunsero un
pubblico per quei tempi molto va- sto: uno dei primi titoli, il Ges di
Labanca, di cui nel 1918 fu stampata la terza edizione, solo nella prima
(del 1910) ebbe una tiratura di 2.500 copie 5. Nel 1914, nel
capitolo de Le lettere dedicato alla « critica letteraria », Serra
faceva un bilancio delle collane comprendenti « l’essaî dedicato a
una questione o a una figura », e annotava: Ne abbiamo parecchie:
i Profili, i Contemporanei, gli Uomini d’Italia, i moderni, gli antichi e
che so io. Ma o si sono arrestate, 0 han dato la solita roba; conferenze
da una parte, e dall’altra tesi e avanzi di corsi scolastici, che non
riescono a fare il libro. L’unica serie che va avanti bene è quella dei
Profili; appunto perché il suo modulo, anche materialmente, modesto e
facile da riempire, si im- pone alla personalità degli autori con una
certa economia necessaria di notizie e di disegno, che non lascia posto a
digressioni o erudi- zioni o analisi, come dicono, originali. Potrebbe
parere un difetto; ed è, tra noi, una fortuna. Senza dire che anche in
quei limiti si pos- sono ottenere cosette buone; per un esempio, l’Esiodo
del Setti o il Bodoni del Barbera *. La mancanza di
originalità di questa produzione non impediva tuttavia che essa avesse un
taglio preciso per gli autori o i biografati prescelti. Anche se il
criterio della % Illustrando sulla « Rivista di filosofia » un suo
progetto sull’istitu- zione di biblioteche per gli studenti delle scuole
medie, già accennato al congresso per le biblioteche popolati di Roma nel
dicembre 1908, Gio- vanni Crocioni affermava: «Non vi mancheranno le
opere d’arte, le vite di uomini insigni, le edizioni popolari; vi
troveranno, ad esempio, luogo opportuno i Profili che il nostro
coraggioso e geniale editore vien pub- blicando con fine gusto di arte »
(I (1909), n. 3, p. 88). 55 AF, Labanca. 5% Serra,
competenza suggeri in un primo tempo a Formiggini di rivolgersi a Croce e
poi a Gentile per il ritratto di Hegel, a Papini per quello di Sarpi o a
Prezzolini per Baretti — contatti che non ebbero poi esito positivo —,
gli autori dei « Profili » furono e rimarranno in maggioranza esponenti
di ambienti positivisti o modernisti, e spesso « toccati » dal
materialismo storico. Per i personaggi-chiave, dove le « di- gressioni »
erano pit facili e significative, troviamo Achille Loria autore del
Malthus del 1909 — « uno dei più ricer- cati della mia fortunata
collezione », gli scriveva Formig- gini nel 1914” — che raggiunse nel
1923 la quarta edi- zione, dei ritratti di Marx (1916) e Ricardo (1926);
Giu- seppe Tarozzi con Rousseau (1914), Ardigò (1928) e So- crate
(1932) ed Erminio Troilo con Telesio (1910), Bruzo (1918) e Kaxt (1924);
Baldassarre Labanca con Ges# di Nazareth (1910), Felice Momigliano con
Tolstoi (1911) e Buonaiuti con una lunga serie di ritratti, dal 1917 al
1926: Sant'Agostino, San Girolamo, Sant'Ambrogio, San Tom- maso,
San Paolo, Gest il Cristo (che sostituî il profilo di Labanca) e San
Francesco; Corrado Barbagallo tracciò i profili di Giuliano l’Apostata
(1912) e Tiberio (1922), mentre Concetto Marchesi delineò quelli di Marziale
(1914), Giovenale e Petronio (1921). Alcune, poche « concessioni »
del periodo fascista non alterarono le caratteristiche originarie della
collezione, che accanto alle figure principali della letteratura italiana
e stra- niera dava largo spazio — più di quanto ne concedessero la
« Collana biografica universale » delle edizioni Quattrini di Firenze o i
« Pensatori celebri » e i « Pensatori d’oggi » del- la milanese Athena —
ad esponenti del pensiero filosofico- scientifico (Telesio, Bruno, Galileo,
Newton, Lavoisier, Morgagni) e ai pensatori dell’ottocento cari alla
genealogia positivistica e socialista (Malthus, Darwin, Marx,
Lombro- so, Ardigò). Mentre per meglio esaltare la dottrina
di Darwin l’au- tore del suo ritratto, il naturalista Alberto Alberti,
rite- neva necessario fissare fin dall’inizio le fattezze del
biogra- 5? AF, Loria. Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo fato (« cupola immensa il cranio. Dentro, un cervello
che come quello di Volta e forse come quello di Leonardo, non
pesava meno di due mila grammi »), convinto, in base a un ingenuo
positivismo, che i tratti fisici « giovano a far intendere come per la
larga, possente grandiosità del lavoro intellettuale compiuto da Darwin
ben occorresse anche una struttura fisica non diversa ma più vigorosa di
quella onde è congegnata la moltitudine degli uomini » *;
l’autorevo- lezza delle biografie di Malthus e di Marx è affidata al
loro autore, quell’Achille Loria tanto disprezzato da Labriola e da
Gramsci, ma che rimane pur sempre, come è stato sotto- lineato di
recente, « una figura rappresentativa dell’età del positivismo
evoluzionistico e del nascente movimento socia- lista » alla quale si
deve « la diffusione in Italia della no- zione di un’economia non
immutabile, non governata da leg- gi esterne, ma mossa dalla lotta delle
classi sociali e perciò suscettibile di evoluzione al di là dello stadio
proprietario e capitalistico » ”. I giudizi e gli accostamenti di Loria
non sono per questo meno disinvolti: la teoria della popola- zione
di Malthus, « sorta quale teoria di regresso », se « de- bitamente svolta
ed ampliata, si torce invece nella più radi- cale fra le teorie sociali.
Dacché essa insegna che il flutto incessante della popolazione è il
fermento irresistibile di distruzione delle forme sociali successive » 9;
invece Marx, nonostante la « grandiosità michelangiolesca » del suo
pen- siero, sta « di molto al disotto dei grandi maestri della scienza
positiva »: « Se invero è mirabile e enorme que- sttuomo — notava Loria
—, il quale riesce a contenere tutto un mondo fra le pieghe di un
semplicissimo principio iniziale, e la cui vita non è pi che lo sviluppo
di una equa- zione, che egli ha posta agli esordi — quanto più
onesto, più leale, più scientifico il procedere di Darwin, il quale
non pone principj aprioristici, ma accoglie senza preconcetti 5 A.
Alberti, Carlo Darwin, Modena, Formiggini, 1909, pp. 7-8. 5? R.
Faucci, Revisione del marxismo e teoria economica della pro- prietà in
Italia, 1880-1900: Achille Loria (e gli altri), in « Quaderni fio-
rentini », 5-6 (1976-1977), pp. 587-679. ® A. Loria, Malthus, Roma,
Formiggini, i fenomeni nell’ordine di
complessità progressiva che la vita stessa gli affaccia! » ©.
La storia italiana recente era illustrata con un forte senso della
nazionalità, accentuato dalla grande guerra, ma con tonalità
democratiche: al ritratto dei fratelli Bandiera seguivano nel 1915-16
quello di Abba, e un Cavour di Romolo Murri che — presentato da una
Lettera ai com- battenti del « capitano Formiggini » come « una
potentis- sima sintesi » non solo delle concezioni dello statista
pie- montese, « ma di tutte le correnti del pensiero collettivo che
portarono al trionfo della idea nazionale » — si preoc- cupava di
definire valore e limiti del realismo politico del biografato per dare
sbalzo alla fede mazziniana (« solleci- tando, con il suo titanico
ardimento, la storia ed i fatti, [Cavour] disperse, in parte, quel tesoro
di energie spiri- tuali che Mazzini aveva preparato per pi lunga e
pro- fonda e dolorosa opera [...] Cavour ha avuto ragione per il
suo tempo, Mazzini torna ad aver ragione oggi ») ©. Elemento
caratteristico della collezione formigginiana resta comunque l’ampio
interesse per la storia religiosa, toccata sia attraverso le figure di
Ges, di Savonarola £ e dei santi, sia per inciso nei profili degli
imperatori romani che videro l’affermarsi del cristianesimo o nel
ritratto dedi- cato a Tolstoj da Felice Momigliano. « Pi che l’editore,
tu sei il critico degli autori tuoi », scriveva nel 1917 Marchesi a
Formiggini *: e il rapporto dell’editore con gli autori di profili
religiosi si rivela particolarmente stretto e franco, come nel caso di
Labanca e di Buonaiuti; indice della sua diretta partecipazione è ad
esempio l’affettuoso rimpro- 61 A, Loria, Carlo Marx, Genova,
Formiggini, 1916, p. 61. i € R. Murri, Camillo di Cavour, Genova,
Formiggini, 1915, pp. 6, 71, 73. 6 Rispetto al giudizio
minimizzatore di cui sarà oggetto nell’Enciclo- pedia italiana, come
abbiamo visto, Savonarola era eroicizzato nel 1912 da Alfredo Galletti
come colui che «riconciliò la libertà colla religione, ravvivò negli
animi il sentimento cristiano offuscato o pervertito, ordinò un governo
libero e onesto sul fondamento della dignità morale », dimo- strandosi,
con tutto ciò, « veramente italiano » (Gerolamo Savonarola, Roma,
Formiggini, 1936, pp. 10-11). 4 AF, Marchesi. 176
A. F. Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo vero
mosso a quest’ultimo, che aveva sottolineato la con- tinuità tra ebraismo
e cristianesimo: Mi sono letto il profilo del Cristo — gli
scriveva il 26 marzo 1926, contemporaneamente all’uscita di Gesz il
Cristo di Buonaiuti,. un titolo che Labanca aveva esplicitamente
rifiutato per il suo Gesg di Nazareth — e ti confesso che non mi è
piaciuto e che non piacerà. Non è il profilo del Cristo rispetto ai
Farisei ma il profilo tuo ri- spetto a padre Gemelli e hai fatto senza
volere un’apologia del fari- seismo che non la meritava e hai fatto del
povero Cristo uno scoc- ciatore e tale forse non fu. Ho
rimorso di aver fatto un corno al povero mio maestro Baldas- sarre
Labanca, tu sai scrivere in modo meraviglioso, egli non sapeva scrivere
ma nel suo ruvido libretto c’era pur qualche cosa che restava. in tasca a
chi lo leggeva. Insomma se vieni ti parlerò di Dio, perché mi sento
di poterti dare qualche utile consiglio ©. Per la loro
destinazione e per lo stretto rapporto edi- tore-autori che rivelano, i «
Profili » risultano quindi una guida utilissima per seguire le tematiche
allora più largamen- te diffuse e gli orientamenti politici e culturali
della casa edi- trice: dal giudizio formulato da Felice Momigliano su
Tolstoj subito dopo la sua morte, nel 1911, che corrisponde a una diffusa
« lettura » del romanziere e pensatore russo (« un distruttore ben pit
radicale di Marx » 4), a quello di Francesco Losini del 1918, che al
presunto carattere della rivoluzione d’ottobre — « suppellettile
d’importazione » senza radici nella tradizione russa — oppone
l’ammoni- mento del suo biografato, Turgenev, « a non prescindere:
dalla nazionalità nella preparazione dell'avvenire della Rus- sia » ‘,
fino ai mutamenti significativi che, da un’edizione all’altra, possono
registrarsi nello stesso profilo. Come nel Telesio di Troilo, che nella
prima edizione del 1910 si conclude con il rimprovero alla filosofia
contemporanea di dare espressione al suo antiintellettualismo ricorrendo
al pragmatismo — che è solo « un getto, un po’ morbido, del saldo
profondo tronco antico » del « radicale empirismo 65 AF,
Buonaiuti. 6 F. Momigliano, Leone Tolstoi, Modena, Formiggini, 1911, p.
61. 7 F. Losini, Ivan Turghenieff, Roma, Formiggini, presocratico » —,
laddove nella seconda edizione del 1924 termina affermando che vedere nel
pensiero del cosentino l’avvio del processo che sfocierà nella dialettica
trascenden- tale kantiana è « più legittimo che non fare di
Bernardino Telesio qualché di simile ad un idealista assoluto » £.
Anche in periodo fascista la collana cercò di mantenersi fedele
all’ideale di « equilibrio » e di « conciliazione » di Formiggini: e se
non mancarono concessioni alla retorica fascista, come nell’esaltazione
del ricostruttore dello Stato sabaudo, Emanuele Filiberto, fatta nel 1928
da Pietro Silva, nel 1935 Alessandro Levi tracciava un profilo di
Roma- gnosi, il « severo giudice dell’assolutismo » il quale nella
Scienza delle costituzioni — ricordava Levi in pieno re- gime — aveva
affermato che « la luce del vero e del giusto appartiene al genio
onnipossente e beatificante della libertà, le tenebre dell’ignoranza
appartengono al dèmone della tirannia, d’onde sorge la discordia e la
distruzione degli Stati » 9. 4. Una cultura « al di sopra
della mischia » Il breve e tormentato periodo del dopoguerra, fino
al pieno affermarsi del fascismo, vide il massimo sviluppo del-
l’iniziativa di Formiggini, e il suo tentativo di allargare l’ambito di
intervento dall’editoria a più ambiziosi pro- grammi di organizzazione
della cultura. Ma è proprio nel clima teso di questi anni, fortemente
condizionato dal nazio- nalismo e poi dal fascismo, che egli subirà la
più cocente delle sconfitte, la sconfitta di una utopia, di un ideale
non ancorato a un preciso orientamento politico. Il « capitano »
Formiggini aveva partecipato con entusiasmo alla guerra, «momento di
doveroso lavoro per tutti », ricorderà la moglie ”. € E.
Troilo, Bernardino Telesio, Modena, Formiggini, 1910, pp. 71-73; seconda
edizione, Roma, Formiggini, 1924, p. 71. 9 A. Levi, Romagnosi,
Roma, Formiggini, 1935, p. 93. 4 E. Formiggini Santamaria, La mia
guerra, Roma, Formiggini, 1919, p. 26. 178 A.
F. Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo E la guerra
non fece che rafforzare l’ideale di For- miggini di una « Europa nuova »,
« civile e fraterna », fondata sulla « comunione di cultura tra i popoli
» ”, ma come presupposto per la sua piena realizzazione si fece
sempre pit frequente in lui — come in tanti altri intellet- tuali di
fronte alla prima grande vittoria dello stato ita- liano — la
rivendicazione dei valori nazionali e patriottici (simboleggiati dai
fregi classicheggianti di Adolfo De Ka- rolis, già illustratore di «
Leonardo » ed « Hermes », con- tro il quale si scaglieranno in nome dello
« spirito popola- resco » i giovani del « Selvaggio »). L’insistenza su
questi ultimi farà ben presto relegare in secondo piano l’ideale
originario, e si tradurrà in un servizio reso alle forze che con maggiore
coerenza puntavano ad una « riscossa nazio- nale » della borghesia
italiana. Un eclettismo culturale fiduciosamente perseguito (ma di rado
realizzato) e la man- canza di un netto orientamento politico furono
infatti i motivi della sostanziale debolezza — nonostante i
successi iniziali — delle ambiziose iniziative concepite da Formig-
gini al termine della guerra. Il suo sarà un destino analogo a quello
della « Rivista di filosofia », che nel 1918 si apriva con un Programma
di lavoro in cui Bernardino Varisco rin- correva l’ideale di una suprema
« armonia » tra gli stati le classi e le singole « culture », fino a
incontrare, per la sua genericità, il consenso di quel Gentile ? che
poche pagine dopo, sulla stessa rivista, era duramente attaccato da
Buo- naiuti. Frutto del modo col quale Formiggini avverti le
lace- razioni prodotte dalla guerra in campo internazionale, e
della volontà di difendere e rafforzare anche sul piano spiri- tuale
l’unità nazionale pienamente conseguita sul terreno politico, sono il
progetto, poi non attuato, di una colle- zione italiana di classici greci
e latini — « i mostri classici » 7! A.F. Formiggini, Trenta anni
dopo, cit., p. 49. Era una speranza formulata confusamente nel 1918 anche
da Erminio Troilo, che pur non tralasciava l’occasione per lanciare una
nuova accusa contro l’« idealismo assoluto, una vera e propria Metafisica
di guerra » (La conflagrazione. E storia dello spirito contemporaneo,
Roma, Formiggini, 1918, p. 6). 7 Cfr. G. Gentile, Guerra e
fede, Napoli, Ricciardi, 1919, pp. 294-298. 179
per i quali doveva finire il « vassallaggio » nei confronti
della Germania” — e, soprattutto, il mensile « L’Italia che scrive »,
forse la creatura più cara a Formiggini. Uscito nell’aprile 1918, « agli
albori di una età nuova », il perio- dico nutriva, sotto le vesti di una
semplice rivista biblio- grafica, ambizioni culturali più ampie, riproponendosi
di « registrare nelle sue colonne un magnifico rifiorire degli
studi nel nostro paese e di farsene eco diligente e fedele, a vantaggio
di quanti, in Italia o fuori, apprezzano e vogliono conoscere il lavoro
intellettuale degli italiani » *. La strut- tura agile e articolata che
sarà presa a modello dal « Leo- nardo » e da « La Nuova Italia » —
editoriale, profilo di un contemporaneo, inchieste su istituzioni
culturali, recen- sioni, confidenze degli autori, spoglio di libri e
articoli per argomento, « libri da fare », eccetera — fece ben
presto affermare il mensile (che nei primi anni ebbe una tiratura
non inferiore alle 10.000 copie, giungendo a toccare le 30.000 ”) come un
esempio di quelle riviste-tipo che Gram- sci catalogherà nel genere «
critico-storico-bibliografico »: legata all’attualità e a carattere
divulgativo, rivolta a quel « lettore comune » al quale non basta dare «
concetti » storici, ma occorre fornire « serie intiere di fatti
specifici, molto individualizzati » ?. E proprio « Il grido del popo-
lo » segnalò la « vivace, varia » rivista di Formiggini — « uno dei più
giovani ed intelligenti industriali italiani del libro » — come quella
che « prometteva di diventare un ottimo ed utilissimo strumento di
cultura, quale in Italia non esisteva ancora, e la cui mancanza era uno
dei segni delle manchevolezze intellettuali del nostro paese, della
73 A.F. Formiggini, Trenta anni dopo, cit., p. 52. Sulla funzione
attri- buita ai classici di « mantenere vivo il senso di continuità col
passato e nello stesso tempo contribuire a un compito di rinnovamento
nazio- nale », richiama l’attenzione A. La Penna a proposito di una
successiva iniziativa sansoniana (La Sansoni e gli studi sulle
letterature classiche in Italia, in AA.VV., Testimonianze per un
centenario. Contributi a una storia della cultura italiana 1873- 1973,
Firenze, Sansoni, Formiggini, Trenta anni dopo, cit., p. 61. 75
A.F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo, cit., pp. 55, 98.
7 A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell'Istituto
Gramsci a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, vol. I, pp. 26-27.
180 A. F. Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo poca diffusione dei libri e quindi delle idee, della
nostra spaventosa impreparazione spirituale » ”.
Prefiggendosi il compito di « armonizzar le varie cor- renti della
cultura nazionale » perché potessero concor- rere al fine comune della «
valorizzazione nel mondo del- l’attività intellettuale italiana », Formiggini
sostenne anche nel momento della sua sconfitta che « un giornale
edito- riale nazionale non può essere che un giornale eclettico »,
contro il consiglio di Ettore Romagnoli di « avere un par- tito, essere
con qualcuno o contro qualcuno » *. Ma, nono- stante l’idealizzazione
della capacità unificante di una « cul- tura » al di sopra delle parti —
nel marzo 1917 Formig- gini aveva offerto la condirezione della rivista a
Prezzolini che stava per assumere un'iniziativa analoga, ma che
rifiutò l'invito perché, rispondeva il 20 aprile successivo, « le
nostre concezioni differiscono ancora troppo » ” —, le scelte de «
L’Italia che scrive » furono fin dall’inizio precise: pedagogia con
Emilia Formiggini Santamaria e filosofia con Tarozzi e Troilo, il quale
nel 1918 dedica un ritratto ad Ardigò in cui riafferma la « funzione
storica, tutt'altro che esaurita, del positivismo » con maggior
convinzione di quanto non facesse nello stesso momento sulle pagine
della « Rivista di filosofia »; storia con Pietro Silva autore nel
1918 di un commosso ritratto di Salvemini — « mazziniano per l’alto
idealismo che informa la sua propaganda, e per la sua fede nel
progressivo cammino dell’umanità verso la giustizia » ® —, con Barbagallo
che traccia i profili di Gu- glielmo Ferrero e di Ettore Ciccotti e nel
1923 informa sulla « Nuova rivista storica » da lui diretta, Giorgio
Falco ed Ersilio Michel. Un largo spazio è accordato agli argo-
menti scientifici trattati da Aldo Mieli, Roberto Almagià, Sebastiano
Timpanaro, Giovanni Vacca, e soprattutto ai problemi religiosi, ove
l'intervento di Formiggini è spesso « Il grido del popolo », 6
aprile 1918. A.F. FOGnIEziol, La ficozza filosofica del fascismo,
cdiretto ®, e di cui si occupano Nicola Turchi, Alberto Pin- cherle e con
particolare frequenza, fino al 1926, Ernesto Buonaiuti, autore di
rassegne su riviste di cultura religiosa e di inchieste su istituzioni
culturali, di articoli sul neoto- mismo o sull’insegnamento della
religione nella « nuova » scuola (1924), e di recensioni tanto sferzanti
da essere ri- chiamato all'ordine dal direttore della rivista @. Ma è
da notare anche, nel settore politico-culturale, la presenza
dell’antigentiliano Adriano Tilgher, soprattutto dal 1926, e di un altro
collaboratore de « Il Mondo » oltre che de « La Rivoluzione liberale »,
Mario Ferrara, autore dei ri- tratti di Turati, Treves e Salandra, e dal
1919 al 1924 quella di Prezzolini, che si segnala per la tempestività
dei suoi interventi: nel maggio del 1920 illustra la grandezza di
Croce e nel dicembre del 1922 vede in Gentile il crea- tore della «
filosofia delle filosofie » e colui che « ha imme- desimato lo sviluppo
della coscienza nazionale con lo svi- luppo della speculazione nazionale
» *. Ma questa che For- miggini defini « l’apologia di Gentile che ha
avuto più larga eco in tutto il mondo » *, non salverà l’editore
mode- nese dall’attacco del nuovo ministro della pubblica istru-
zione, verso il quale la rivista aveva mantenuto fino ad allora un
critico distacco. 81 Presentando sul primo numero della rivista le
recensioni alle « di- scipline critico religiose », affermava: « poiché
la terribile prova spirituale che stiamo traversando impotrà, dopo la
bufera [della guerra], una revi- sione immancabile dei valori su cui era
poggiata la nostra vecchia vita etica, noi possiamo essere sicuri che le
indagini consacrate a rintracciare il corso storico della vita cristiana
nel mondo avranno una fioritura inspe- rata e diverranno fattore
notevolissimo di una coltura veramente nazio- nale » (« L'Italia che
scrive », I (1918), p. 10). 8 Il 17 ottobre 1921 Formiggini faceva
rilevare a Buonaiuti che alcune sue recensioni « non rispondevano né per
misura né per intona- zione a quell’ideale sereno a cui vorrei che si
ispirasse “L’Italia che scrive”. Dovresti perciò, per non mettermi in un
imbroglio spirituale, recensire quelle opere che si riferiscono alla
storia del cristianesimo come scienza e tralasciare quelle che possono
darti adito a sfogare i tuoi senti- menti politici o la tua passionalità
religiosa » (AF, Buonaiuti). 83 « L'Italia che scrive », III
(1920), pp. 69-70, e V (1922), p. 217. 8 A.F. Formiggini, La
ficozza filosofica del fascismo, cit., p. 163. 182
A.F. Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo 5. La
sconfitta di un'illusione e una tenue « resistenza » Il programma
de « L’Italia che scrive » di essere « spec- chio fedele della
intellettualità italiana » si scontrò infatti con l’« intolleranza »
gentiliana quando Formiggini cercò di fare della sua rivista il nucleo di
un Istituto per la diffu- sione della cultura italiana. Alla fine del
1918 i suoi propo- siti si erano saldati con le prospettive
nazionalistiche del sottosegretariato per la propaganda all’estero e la
stampa presieduto da Romeo Gallenga Stuart: chiamato a far parte
della commissione per la proganda del libro italiano all’este- ro —
nell’ambito della quale propose la pubblicazione di Guide bibliografiche
per materie dove uscirono, fra l’altro, la Geografia di Roberto Almagià e
i Narratori di Luigi Russo —, Formiggini stabili i contatti politici
necessari a lanciare un’impresa — l’Istituto per la propaganda
della cultura italiana, poi Fondazione Leonardo — che doveva
rappresentare « non l’ultimo atto dell’Italia in guerra, ma il primo
dell’Italia che dopo una lunga guerra combattuta con onore vorrà, senza
invidia delle altre nazioni, mettere in valore equamente il contributo
non trascurabile e finora trascurato che essa ha portato, anche negli ultimi
decenni, al progresso del sapere » *, Abbiamo visto come
l’iniziativa passasse nelle mani di Gentile. Invano Formiggini lodò Croce
per aver « denun- ciato la balordaggine di chi vorrebbe istituire una
filosofia di stato » * e denunciò la « marcia sulla Leonardo » di
Gentile, che assieme alla fondazione gli aveva sottratto l’idea di una
Grande enciclopedia italica — l'editore mode- nese cercherà di
realizzarla per suo conto con l’aiuto dei suoi collaboratori abituali e,
in particolare, di Ernesto Buonaiuti . Mentre l’ente e il suo patrimonio
erano desti- 85 A.F. Formiggini, Trenta anni dopo, cit., p.
91. 86 « L’Italia che scrive », VI (1923), p. 117. 87
Dalle lettere della seconda metà del ’25 Buonaiuti appare impe- gnato a
redigere il piano generale della formigginiana Enciclopedia delle
enciclopedie; ne usciranno soltanto i volumi I, Economia domestica;
turismo-sport-giuochi e passatempi, Modena, Formiggini, 1930, e II, Peda-
gogia, Modena, Formiggini, 1931, quest’ultimo coordinato da Emilia For-
183 nati ad essere assorbiti, nel ’25,
nell’Istituto nazionale fascista di cultura, « rassegna mensile della
coltura italiana pubblicata sotto gli auspici della Fondazione Leonardo
» diventava, nel gennaio ’25, il « Leonardo » diretto da Prez- zolini
— al quale l’anno successivo subentrerà Luigi Rus- so — ed esemplato su «
L’Italia che scrive » « con un con- tornetto (si capisce) di 4ff0 puro,
se no il cataclisma non avrebbe avuto ragion d’essere », osservava
Formiggini * che ruppe con Prezzolini riaffermando in pubblico, e
in una lettera privata a lui del 15 ottobre 1925, i propri
ideali: Voialtri attualisti avete innegabile dottrina, robusto
ingegno, e disponete della forza formidabile di quel partito che
giudicaste cosî aspramente prima che esso subisse in pieno la vostra
influenza nefa- sta. Voi godete ormai persino di una insperata agiatezza
che non vi invidio. Io non ho né dottrina, né ingegno, né
forza politica. Lavoro per passione e per una esasperata volontà di bene
e il lavoro mi costa tutta la sostanza e mi costringe ad una vita
sobria. Ma ho qualche cosina che voi non avete: il cuore. La
parola « umanità » vi fa ridere, e sarà l’umanità a fregarvi®9.
Dove, accanto a una profonda amarezza, è espressa tutta la carica
etica di una battaglia culturale ma anche, nella confusione del giudizio
sul fascismo, i limiti di una sua traduzione sul terreno politico.
Nell’aprile 1925, trac- ciando un doloroso bilancio della sua sconfitta,
Formiggini insisterà tuttavia in un invito alla conciliazione, con
parole che richiamano l’insegnamento morale di Limentani: « so-
prattutto di pace c’è bisogno oggi. Occorre che l’uomo ritrovi nell’uomo
il proprio simile e che ciascuno rispetti nell’altrui dignità la propria
» ®. Quella di Formiggini può essere considerata una vi-
cenda esemplare, da un lato, dei modi e dei tempi con i quali il fascismo
procedette all’accaparramento delle istitu- miggini Santamaria
(fra i collaboratori, che gli conferirono un'impronta antiattualista,
Calò, Credaro, R. Mondolfo, Tarozzi, Vartisco). 8 « L’Italia che
scrive », VIII (1925), p. 34. 8 AF, Prezzolini. 9
«L'Italia che scrive », Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo
zioni culturali esistenti per acquisire un consenso sempre più
vasto e, dall’altro, delle reazioni degli intellettuali di fronte al
tentativo fascista di utilizzarli. L’insidiosa « poli- tica di
conciliazione » affidata dal fascismo a Gentile nel 1923-26, e la stessa
dichiarata assenza di una « cultura fascista », aprirono facili varchi al
consenso presso molti intellettuali senza precisa collocazione politica o
portati a distinguere nettamente la politica dalla cultura e,
spesso, a privilegiare quest’ultima per le loro scelte. Ma,
proprio per questi stessi motivi, non sarebbe nem- meno corretto
considerare come incondizionato il consenso cosî estorto, o vederlo come
un blocco uniforme senza in- crinature fin dall’inizio, al cui interno
non permanessero adesioni esteriori o ambigue capaci di ribaltarsi,
attraverso maturazioni personali, dove il comportamento politico
im- mediato era contraddetto dal legame con una cultura che voleva
mantenersi in qualche modo autonoma. In questo quadro sono
collocabili molti collaboratori della casa editrice e lo stesso
Formiggini, che in nome del suo antico ideale di fratellanza pubblicò nel
1923 un pun- gente pamphlet antigentiliano nel quale il giovane
cattolico Carlo Morandi riconosceva « il coraggio e la schiettezza
di una difesa »”. Giustificando il proprio intervento pole- mico
contro la « marcia sulla Leonardo », Formiggini scri- veva ne La ficozza
filosofica del fascismo di avere « rea- gito per legittima ritorsione e
per il pericolo d’ordine gene- rale che ci sarebbe per la cultura
italiana se l’assurdo di una dittatura e di una tirannide dottrinale
dovesse farsi piede nel nostro paese ». Ma i limiti della sua
impostazione non si rivelano soltanto nella contrapposizione fra il
ruolo di « armonizzatore » di varie correnti culturali, da lui im-
personato, e quello di Gentile « capo partito » o nella ridu- zione
dell’attualismo a una semplice « moda filosofica » dai larghi consensi e
di Gentile a un « giocoliere di idee », bensi anche nel giudizio sulla
filosofia gentiliana vista come « una fortuita e non felice escrescenza
[“ficozza” in roma- 9 « Studium » nesco] del fascismo » ”. La
distinzione operata da Formig- gini è netta: da un lato gli attualisti, «
sostanzialmente estranei ed equidistanti sia dal fascismo che dal
naziona- lismo » che si sono assunti ix foto il « problema cultu-
rale » di un movimento puramente politico *, dall’altro il fascismo che,
come scriverà anche in seguito, « nelle sue prime manifestazioni, non
negò affatto i diritti dell’uomo. Si annunciò come un ristabilimento
energico dell’ordine sociale che era stato scosso. Nulla di strano che
dei citta- dini liberi vedessero questo movimento con simpatia » *.
« Il mescolare il sapere con la politica è per noi cosa delit- tuosa »,
affermò Formiggini motivando il suo rifiuto di sot- toscrivere il
manifesto Croce, pur firmato da molti colla- boratori della casa editrice
”; l’unica condanna esplicita di fascismo e attualismo, uniti sul piano
morale, fu formulata sulle pagine de « L’Italia che scrive » in occasione
della crisi Matteotti, in un articolo significativamente intitolato
La filosofia del manganello in cui, dopo aver ironizzato su Mussolini — «
egli sa di filosofia e di pedagogia qualche cosa meno di una vacca
spagnuola » — Formiggini affer- mava che per il fascismo la « delusione
più amara fu quella di non aver potuto trovare una teoria morale che ne
giu- stificasse i metodi e si comprende quanta riconoscenza sen-
tisse per il moralista di professione che, applicando il suo visto: si
manganelli agli atti violenti del fascismo, dava a questi una sanatoria
di incalcolabile valore » *. In realtà, una sia pur tenue difesa
dalla scaltra « politica di conciliazione » di Gentile e del fascismo
verso gli intel- lettuali poteva essere consentita da iniziative che si
propo- % A.F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo, Il
libro non ci sembra quindi, per la sua distinzio- ne tra politica e
cultura, « uno dei primi e più caustici pamphlets contro il fascismo »,
come è apparso a R. De Felice (Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, c L’Italia che scrive », Formiggini, Parole in libertà, cit., pp.
16-17. « Come è falso che gli ebrei costituiscano una razza, è anche
falso [...] che abbiano una loro forma mentis che li renderebbe ostili
congenitamente e irriducibil mente alle forme politiche cosi dette
totalitarie » (ibidem, p. 16). 95 « L'Italia che scrive », L’Italia
che scrive »Formiggini: un editore tra socialismo e fascismo
nessero come apolitiche, ma fossero aperte a intellettuali accomunati
dall’opposizione alla « filosofia del manganel- lo ». Fu questo il caso,
denso di compromissioni e contrad- dizioni profonde, di Formiggini, che
dopo la polemica anti- gentiliana sembra non desiderasse discostarsi
dall’ideale di equidistanza e di « armonia » perseguito in passato.
Nel 1924 cominciano ad apparire le « Apologie » che al posto delle
religioni costituite intendevano valorizzare « il senti- mento religioso
in astratto, come quello che può fare l’uma- nità migliore e più fraterna
» ”, e che annoverarono, accanto a quelle dell’ebraismo di Dante Lattes e
del cattolicesimo di Buonaiuti (provvista ancora dell’imprimatur
ecclesiastico nella seconda edizione del ’24, poco prima della
scomunica del marzo), quelle dell’ateismo di Giuseppe Rensi e del
positivismo di Tarozzi, il quale affermava che « la poste- rità prossima
e lontana non vedrà fra l’idealismo e il posi- tivismo, specialmente
italiani, quella divergenza assoluta e totale che oggi apparisce per la
violenza della polemica » *. Nella collana delle « Medaglie »,
brevi profili di contem- poranei, nel 1924, all’elogio di Mussolini («
una forza venu- ta nel momento storico opportuno ») scritto da Prezzolini
”, Alessandro Levi opponeva quello di Turati, esaltato — nonostante
l’autore dichiarasse all’editore di essere stato « molto sobrio negli
accenni all’ora presente » — per « la probità della sua coerenza, la
coerenza della sua probità [...]. Con questa forza, che ignora, che
sdegna i funambo- lismi di tutte le demagogie, ma ha il coraggio e la
pazienza delle lunghe vigilie, non s’improvvisano più o meno effi-
mere fortune o dittature personali, ma si squadra almen qualche pietra
per costruzioni destinate alla storia » !°, Co- 9? A.F.
Formiggini, Trenta anni dopo, cit., p. 124. Cfr. anche il giudizio di G.
Levi Della Vida, Apologie religiose, in « La Cultura », ITarozzi, Apologia del
positivismo, Roma, Formiggini, 1926, p. 24. 9 G. Prezzolini, Benito
Mussolini, Roma, Formiggini, Levi, Turati, Roma, Formiggini, Levi si ado- però anche per la
diffusione del volumetto: « duecento ne hanno prese — di “copie”, in
attesa delle immancabili bastonature — gli eroici lavora- tori di
Molinella, che riscattano col loro contegno di fierezza la vile acquie si,
accanto al D'Annunzio di Antonio Bruers e allo Sturzo di Mario Ferrara,
Prezzolini dedicava nel 1925 un ritratto ad Amendola che, nonostante
l’elogio del suo coraggio « fino al rischio della vita » e le successive
proteste di equa- nimità dell’autore !”, si rivelava impietoso e cinico:
« co- stringendolo a tacere nel parlamento [...], restituendolo al
giornalismo militante e all’opposizione attiva [il fasci- smo] gli ruppe
quella specie di ingessamento parlamentare, che pareva averlo stretto e
immobilizzato entro le formule e gli interessi di Montecitorio » !”. E
nel 1927 la collana « Polemiche » presentava insieme alle Battaglie
giornalisti che del « teorico del “governo dei migliori” », Mussolini,
Je Invettive di Marat, il « teorico del “governo dei molti” ».
Con questa sorta di do uf des si parlava comunque di uomini
politici e personaggi storici invisi al fascismo, pur con quell’ambiguità
che è la nota caratteristica anche di molti giudizi apparsi ne « L’Italia
che scrive » a partire dal ’25. È sintomatico ad esempio che La libertà
di Stuart Mill pubblicata da Gobetti con la prefazione di Luigi
Einaudi sia segnalata nel luglio del 1925 come « opportuna non solo
per gli avversari della libertà, ma per moltissimi dei suoi ditensori di
oggi », o che, mentre nel settembre ’24 La rivoluzione liberale era
giudicata « programma di ardi- mento morale della borghesia », « come un
violento spa- lancar d’usci all’irrompere di una nuova coscienza
prole- taria » — e il ritratto di Matteotti « una vita esemplare della
Rivoluzione liberale » —, nell’annuncio della morte di Gobetti il
giudizio sul « suo anelito di ritrovare e d’im- porre un fondamento etico
al pensiero in tutte le sue espres- sioni » sia limitato da quello sulla
sua cultura, costruita « su basi filosofiche e storicistiche un po’
astratte, per quanto profonde, che lo allontanarono dal veder la
vita scenza del popolo italiano », scriveva a Formiggini il 16
febbraio 1925 (AF, Levi). 101 Prezzolini affermerà di aver
scritto la biografia di Mussolini solo «a patto che il Formiggini ne
pubblicasse anche una dell’Amendola » (G. Prezzolini, Amendola e « La
Voce », Firenze, Sansoni, 1973, p. 296). 12 G. Prezzolini, Giovanni
Amendola, Roma, Formiggini, Formiggini: un editore tra socialismo e
fascismo nella sua complessa realtà effettiva e gliela fecero
giudicare per schemi e teorie ». E in settori più strettamente
cultu- rali, mentre nel 1926 Paolo Vita Finzi — divenuto colla-
boratore assiduo del periodico — considerava interessante l’interpretazione
marxista del marinismo fornita da Zino Zini in Poesia e verità, dal
Mazzini e Bakunin di Nello Rosselli — col quale « finalmente anche in
Italia si comin- cia a studiare seriamente il movimento operaio come
fatto storico, all’infuori di ogni preoccupazione di propaganda
politica » — si traeva motivo per mettere in luce « l’azione insidiosa di
Carlo Marx » che si sarebbe servito dell’anar- chico russo per gettare «
i primi germi malsani onde poi in Italia, unica tra le grandi nazioni, il
socialismo nasceva e cresceva colorito di quell’antipatriottismo che
doveva es- sergli fatale durante e dopo la grande guerra » !°.
Analoga ambiguità è riscontrabile negli interventi — che richiede-
rebbero tuttavia un discorso a parte — di alcuni collabo- ratori della
rivista provenienti dalle file del socialismo. « Bisognerebbe poter
seguire tutte queste recensioni di simili libri, specialmente se dovute a
ex socialisti come l’Andriulli », notava Gramsci '* a proposito della
recen- sione di quest’ultimo al volume di Bonomi su Bissolati,
uscito a Milano presso ere ma originariamente propo- sto dall’autore a
Formiggini !5 Ora la grande maggioranza dei giovani è sotto
l’impressione re- cente della disfatta prima morale che politica del
socialismo italiano — scriveva l’ex collaboratore de « La Difesa »
Giuseppe Andriulli —, e con semplicistica generalizzazione pensa ad esso
come ad una delle forme di maggiore aberrazione della vecchia Italia
prebellica. Eppure, 103 «L'Italia che scrive », Gramsci, op. cit.,
vol. I, p. 253. ts «Il libro è... purgatissimo — scriveva Bonomi il
2 settembre 1928 —. Il fascismo non esisteva ancora durante l’attività
politica di Bissolati, il quale gode — non so se goda veramente...! — le simpatie
fer- vidissime dei fascisti cremonesi e anche quelle del Duce che
inaugurò con un discorso nel 1923 una lapide in memoria di lui ». Ma
Formiggini, che già nel ’24 era stato l’editore di Ddl socialismo al
fascismo di Bonomi, non aveva potuto accettare l'offerta anche se — gli
scriveva — «un libro scritto da lei non può essere che interessantissimo
e tale da non procurare fastidi a chi lo pubblicasse » (AF, Bonomi).solo
che si pensi come il socialismo italiano è stato la grande matrice di
tutti i movimenti rinnovatori del tempo nostro — non esclusi né il
nazionalismo né il fascismo — si sarà tratti a sospettare che ben altro
fenomeno che non quello apparso nell’ultimo ventennio deve essere stato
il partito socialista italiano, e che soprattutto esso deve essere stato
una grande forza ideale se ebbe tanta virtà espansiva da diffondersi
rapidamente non solo nelle classi operaie ma in una gio- ventù
intellettuale generosa e disinteressata e da permeare di sé per un quarto
di secolo la vita italiana. Dove l’antica milizia politica del
recensore, approdato ciecamente alla « rivoluzione » fascista, è rivelata
dal ri- chiamo alla « forza ideale » del partito — e non solo
all’ef- ficacia pratica del movimento socialista, come
nell’interpre- tazione di un Gioacchino Volpe — e dalla
considerazione finale sul fatto che avrebbero letto il libro « con un
senso di soddisfazione specialmente coloro che, avendo a quel
socialismo consacrato i primi entusiasmi giovanili, anche dopo aver
seguito opposte vie non sanno rinnegare la loro disinteressata giovinezza
» !*. Apparentemente pit distac- cate, ma sempre puntuali e pronte a
sottolineare il valore della persona umana, sono le recensioni di
argomento filo- sofico e giuridico — con un interesse precipuo per i
rap- porti Stato:chiesa — di un altro socialista, Alfredo Poggi,
che da « Critica sociale » e dalla « Rivista di filosofia » passa in
questi anni al gruppo di « Pietre », per poi rispun- tare come
responsabile del partito socialista subito dopo 1°’8 settembre, e che
collabora assiduamente a « L’Italia che scrive » dal 1927 al 1933, anno
in cui fu denunciato e arrestato per antifascismo. E nel 1929, mentre
Giuseppe Rensi, al termine del viaggio dal « socialismo idealista »
allo scetticismo, insiste in un « profilo » di Spinoza sui limiti dello
stato di fronte alla libertà di pensiero dei cit- tadini, sul suo «
dovere di non comandare cose che urtino le leggi della natura umana » —
al « coordinamento per- fetto di autorità e libertà, alla determinazione
cioè della misura di libertà che l’autorità deve concedere appunto
per poter essere e conservarsi autorità » quale indicata da Spinoza, «
anche oggi potrebbe forse essere rivolto util- 106 « L'Italia che
scrive », XII (1929), p. 158. 190 A.F. Formiggini: un
editore tra socialismo e fascismo mente lo sguardo » !” —, sulla
rivista faceva una fugace ma incisiva apparizione Paolo Milano con una
recensione, giu- dicata « notevole e acuta » da Gramsci, che costitui una
delle poche stroncature del Superamento del marxismo di De Man pubblicato
da Laterza, di cui si metteva in luce lo psicologismo incapace di
contrastare realmente il mar- xismo e di spiegare i fatti storici
'!*. Sono pochi esempi che sarebbe errato sopravvalutare,
considerata anche la sempre minore incisività della casa edi- trice, che
di lî a poco accuserà duramente i contraccolpi della grande crisi. Essi
indicano tuttavia, accanto a un’estre- ma confusione, la esistenza di
dubbi e di una prima presa di distanza non solo culturale, nella quale
certezze sempre coltivate si incontrano con altre maturate di recente.
At- torno a Formiggini troviamo uomini emarginati dal fasci- smo,
come prima erano stati emarginati dall’idealismo: anche attraverso questo
canale passa quindi una cultura, seppure minore, che non si riconosce in
quella ufficiale del regime. Le scelte di venti anni prima dimostrano una
loro « tenuta » anche dopo l’avvento del fascismo, pur dovendo
nascondersi tra le righe di una rivista bibliografica o sotto il più
antico degli espedienti mimetici. Al linguaggio degli animali ricorre
infatti un amico di vecchia data dell’editore modenese, forse il più
caro, Concetto Marchesi. « Conosco le tue vicende: e perciò ti ho
voluto bene », gli scrive Marchesi nel marzo del 1924. Le lettere
dell’in- tellettuale comunista all'editore che ha sempre aborrito
la politica gettano luce sull’antifascismo del primo e sull’iro-
nico distacco dalla realtà del secondo, non alieno tuttavia dal gioco
dell’allusione politica. Le Favole esopiche — « il tuo più che mio, Esopo
», scrive il curatore — escono nel 1930 con una prefazione in cui
Marchesi si « sbizzar- risce a capriccio; e non ci sarà niente da ridire
perché siamo nel mondo fantastico delle bestie » !, inserendovi un
ri- Rensi, Spinoza, Roma, Formiggini, « L’Italia che scrive »,
Gramsci, Marchesi (4 gennaio 1929 e 27 febbraio 1930). Per la figura
politica di Marchesi cfr. la mia voce in F. Andreucci - T. Detti, Il movi
191 cordo autobiografico sul periodo del
primo arresto, nel 1894, giovane studente socialista:
‘odiavo la macchina, l’ornamento civile del nostro tempo. La mac- china
era per me, allora, lo strumento maledetto onde la ricchezza dei pochi si
era impadronita di tutte le povere braccia della terra: era il vortice
metallico in cui la miseria del mondo precipitava per farne uscire
torrenti di oro e di sangue, a ristoro della superbia e
dell’avarizia. Si chiariscono cosi in tutta la loro ironia, per
acquistare valore di impegno civile, le parole con le quali
Formiggini si rivolgeva al lettore nella nota che apre il volume: « se
tu leggerai questa versione del magnifico Marchesi col sospetto che
egli, nelle scabre sinuosità della sua prosa asciutta, vi abbia
nascosto dentro se stesso, ti parrà di aver fra le mani un libro
pericoloso e rivoluzionario » !°. mento operaio italiano.
Dizionario biografico 1853-1943, vol. III, Roma, Editori Riuniti, 1977,
ed E. Franceschini, Concetto Marchesi. Linee per l’interpretazione di un
uomo inquieto, Padova, Antenore, 1978. 110 In una lettera del 18
dicembre 1938 Ernesto Rossi commentava dalla galera fascista la notizia
del suicidio di Formiggini, con parole che ci sembra possano riassumere
tutta la sua esperienza: « Pare ci sia una vera epidemia di suicidi.
Quello che a me ha fatto più impressione è stato il suicidio del vecchio
Formiggini [...]. Aveva fatto per l’incremento della cultura italiana più
di quanto hanno fatto molti illustri personaggi, che si danno l’aria di
Padri Eterni. Lui non aveva mai posato a Padre Eterno, ma le sue
iniziative editoriali eran sempre intelligenti e di buon gusto. La
collezione dei “Classici del ridere” era la migliore espressione della
sua mentalità umanistica, europea, della sua serena saggezza sempre
spumante di fine umorismo. M'era spiaciuto molto che, anche lui, si fosse
adattato alle circostanze piiî di quanto gliel’avrebbero dovuto
permettere la sua dignità e la sua condizione di “chierico” della
cultura. Ma, insomma, non si può pretender troppo dagli uomini quando non
trovan più in alcun luogo un po’ di terreno saldo su cui poggiare i
piedi. E lui era vecchio [...] ed era sempre rimasto estraneo il più
possibile alle lotte della politica, vivendo solo fra i suoi libri e per
i suoi libri » (E. Rossi, Elogio Ft ia Lettere 1930-1943, a cura di M.
Magini, Bari, Laterza, 1968, p. 454). : 192 I
limiti del consenso: le origini della casa editrice Einaudi
« Il futuro verrà da un lungo dolore e un lungo silenzio. Presuppone uno
stato di tale ignoranza e smarrimento che sia umiltà, la scoperta
in- somma di nuovi valori, un nuovo mondo » (Ce- sare Pavese, Il
mestiere di vivere, 1936) 1. Iniziative editoriali negli anni
30 Il problema della formazione della cultura post-fa-
scista, quale si venne elaborando non nell’antifascismo del-
l'emigrazione, ma nell’Italia degli anni ’30 e a cavallo della seconda
guerra mondiale, non è stato ancora affrontato con puntualità nell’ambito
storiografico: siamo infatti in presenza di uno iato assai profondo fra
le ricerche su intel- lettuali o riviste del ventennio, che culminano
nell’espe- rienza di « Primato », e alcuni sondaggi sulla
cosiddetta « ideologia della ricostruzione » del dopoguerra. Il
mancato collegamento fra i due momenti si traduce, ovviamente, in
carenze interpretative, che si manifestano in tesi troppo rigidamente
contrapposte, sia che insistano — ma con sem- pre minore frequenza —
sugli elementi di « rottura », sia che sottolineino, in negativo o in
positivo, quelli di « continuità » tra fascismo e post-fascismo. La
questione è certo assai complessa, ma non può essere risolta dando
credito a improvvise « conversioni » di coscienze indivi. duali, né
applicando — ad esempio — a Cantimori il nico- demismo da lui studiato
negli eretici del ’500, né ricor- rendo alle categorie del « trasformismo
» o del « popu- lismo » degli intellettuali, senza tener conto, in tutti
questi casi, del rapporto dialettico fra la posizione degli intellet-
tuali e le trasformazioni sociali e politiche del paese. La
complessità del problema storiografico, è necessario riconoscerlo,
corrisponde alla complessità del processo sto- rico reale, a un aspro
scontro politico e culturale insieme che non solo oppose fascisti e antifascisti,
ma divise anche le varie correnti dell’antifascismo italiano, con quegli
ele- menti di incertezza e di contraddizione di fronte all’ideali-
smo che ricorderà anche Togliatti nel 1952 !. E, pur am- mettendo
l’esistenza di differenziazioni culturali che si van- no manifestando nel
corso degli anni ’30, in particolare con l’inizio della guerra di Spagna,
non possiamo prescindere dal forte condizionamento, culturale e politico,
esercitato dalle istituzioni del regime, che raggiunsero il punto pit
alto di consenso, almeno formalmente, nei primi anni di guerra,
quando vediamo Salvatorelli e Omodeo collaborare all’ISPI, o Cantimori al
Dizionario di politica del Pnf ?. Se queste collaborazioni non
significavano automaticamente, da un punto di vista soggettivo, adesione
alla politica del regime, non bisogna tuttavia dimenticare che — come
aveva osser- vato Volpe — il loro « colore » era dato, agli occhi dei
let- tori e indipendentemente dai riposti pensieri degli intellet-
tuali, non tanto dai contenuti, quanto dalla veste ufficiale in cui
questi apparivano *. Spesso, inoltre, collaborare alle ini- ziative del
regime poteva spiegarsi con l'illusione di una apo- liticità della
cultura, la cui difesa può aver costituito per alcuni intellettuali una
tappa importante per cominciare ad allontanarsi dal fascismo, senza
essere, per questo, indice di un antifascismo già maturo politicamente. È
infatti solo sotto la veste culturale che è possibile rinvenire,
nell’Italia degli anni ’30, il tentativo di differenziarsi dall’ideologia
del regime, anche se con il rischio, come osservò Marchesi a pro-
posito dell’università, di chiudersi nella « indifferenza poli- 1
Cfr. il suo intervento alla commissione culturale nazionale del 3 aprile
1952, in P. Togliatti, Le politica culturale, a cura di L. Gruppi, Roma,
Editori Riuniti, 1974, pp. 195-196. 2 Cfr. G. Turi, Le istituzioni
culturali del regime fascista durante la seconda guerra mondiale, in «
Italia contemporanea »,Volpe rispose in fatti a Nello Rosselli, a proposito dei
colla- boratori della « Rivista di storia europea » vagheggiata da
quest’ultimo, che bisognava essere «ben certi che è la rivista a dar loro
il colore desiderato, e non viceversa » (cit. in Nello Rosselli. Uno
storico sotto il fascismo. Lettere e scritti vari (1929-1937), a cura di
Z. Ciuffoletti, Fi- renze, La Nuova Italia, 1975, p. 131). Le
origini della casa editrice Einaudi tica e morale » ‘. Il
significato politico di una scelta culturale va quindi verificato caso
per caso, guardandosi dal tradurre immediatamente in consapevolezza
politica una cultura che non si riconosce in quella ufficiale del
fascismo. Per questo preferiamo parlare di « limiti del consenso »
piuttosto che di « antifascismo »: termine — e categotia — che non
è certo da escludere — e allora occorrerà precisarne meglio le
caratteristiche —, ma che per singoli intellettuali o per imprese
culturali collettive costrette a muoversi, come le case editrici, con
estrema cautela sotto il regime, può pre- starsi a frettolose
retrodatazioni di prese di coscienza che acquistarono spesso peso
politico solo con la guerra o dopo il 25 luglio 1943, e che può
comportare un giudizio altret- tanto generico del termine avalutativo di
« afascista » troppo frequentemente usato per qualificare, come
fosse una razza privilegiata, alcuni nuclei di cattolici.
Queste cautele ci paiono necessarie anche nello studio di una casa
editrice come quella di Giulio Einaudi che, centro di attrazione di
aderenti a Giustizia e Libertà, di azionisti e poi di comunisti,
all’indomani della Liberazione potrà vantare i maggiori meriti
antifascisti, tanto da fian- cheggiare la politica del PCI che le
affiderà la pubblicazione dei Quaderni gramsciani. È proprio per queste
sue caratte- ristiche « di punta », comunemente accettate — tanto
da farne ritenere meno interessante l’analisi, in quanto « anti-
conformista » e « antifascista » fin dalla nascita, per la pre- senza di
Cesare Pavese e di Leone Ginzburg® —, che la scelta di studiare questa
casa editrice negli anni 30 e ’40 ci è parsa particolarmente
significativa per verificare « al mas- simo », nei punti più alti, i
limiti del consenso al regime, e gli elementi di continuità o di rottura
tra fascismo e post- fascismo. Un'indagine del genere dovrebbe tener
conto, oltre che dei condizionamenti oggettivi propri di un’azienda
economica e di un’iniziativa culturale rivolta al pubblico 4 C.
Marchesi, Fascismo e università (1945), ora in Umanesimo e co- munismo, a
cura di M. Todaro-Faronda, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 326.
5 Cosî M. Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali
funzionari. Appunti sulla cultura fascista, Torino, Einaudi, sotto il
regime fascista, e ai reali obiettivi che la casa edi- trice si
riproponeva, anche del pubblico dei lettori, di cui purtroppo conosciamo
solo la ristretta élite dei recensori, pur assai significativa, se
pensiamo che fra i giudizi favore- voli alla produzione storiografica
meno conformista di Einaudi spiccano quelli della « Nuova rivista storica
» che negli anni ’30, sotto la direzione di Gino Luzzatto, veniva
anch’essa configurandosi come centro di aggregazione di intellettuali
operanti ai margini del regime. Gli obiettivi dell’editore torinese sono
ricavabili, ma solo parzialmente, dal carteggio con i collaboratori, a
differenza di Formig- gini, che fino al 1925 poteva esporre pubblicamente
i suoi programmi e le sue proteste; per le testimonianze esterne le
carenze sono invece comuni, anche se su Einaudi il ri- cordo di Ambrogio
Donini — la sua attività editoriale, « appena agli inizi, si andava già
orientando, tra difficoltà e persecuzioni di ogni genere, verso temi
nazionali e interna. zionali atti a staccare l’Italia dal disastroso
clima di provin- cialismo in cui si esaurivano le energie dei suoi
giovani studiosi »” — concorda con il giudizio di Cantimori, che in
lui vedrà l’inventore dell’« editore moderno » come « buon educatore »
*. In assenza di un « campione » di lettori, bisognerà chiedersi,
almeno fino alla caduta del fascismo, come un eventuale lettore poteva
accogliere i messaggi culturali for- niti dalla casa editrice, e se
questi erano traducibili politi. camente; tenere presente, inoltre, il
panorama pi generale dell’editoria italiana, o almeno delle case editrici
meno aderenti alla cultura ufficiale del regime, ove ciò sia possi-
bile, data la mancanza quasi assoluta di studi, oltre che di
testimonianze. Pur nella loro parzialità, anche queste ultime possono
essere indicative di alcune linee di tendenza. Aldo Capitini ricorderà
come, contrario a stabilire un difficile e pericoloso collegamento con
gli antifascisti all’estero, egli 6 Sulla « Nuova rivista storica
» cfr. A. Casali, Storici italiani tra le due guerre. La « Nuova rivista
storica » 1917-1943, Napoli, Guida, 1980. 1 Prefazione a P. Robotti, La
prova, Bari, Leonardo da Vinci, 1965, p. 9. ; 8 D. Cantimori,
Conversando di storia, Bari, Laterza,
avesse sostenuto la necessità di alimentare la formazione ideologica
dei giovani con i « libri disponibili » in Italia, e indicherà le case
editrici più utili a questo scopo in Laterza, Einaudi e Guanda: e
l’autore degli Elementi di un'espe- rienza religiosa (editi nel 1937 da
Laterza), che fu in con-. tatto anche con Einaudi, citava fra i testi di
Guanda — un editore particolarmente attento alla tematica religiosa
— quelli di Martinetti, Tilgher e Rensi, espressione di un filone
spiritualista, critico dell’ottimismo storicistico, che si rita- gliò un
ampio spazio editoriale nella crisi di valori degli anni ’30°.
Le iniziative a carattere religioso ebbero certo una mag- giore
libertà di azione, come testimonia la fondazione della Morcelliana nel
1925 !°, ma probabilmente, a differenza della politica di stretto
controllo usata nei confronti della stampa periodica, il fascismo lasciò
un certo grado di autonomia a tutto il settore editoriale — che si
rivolgeva a un pubblico più ristretto di quello dei lettori di
quotidiani, e compor- tava quindi minori pericoli —, anche se nel 1926 fu
costi-. tuita la Federazione nazionale fascista dell’industria
edito- riale, il cui presidente, Franco Ciarlantini, lamentando nel
1929 la crisi del libro, inviterà il governo a misure di con- trollo
sulle piccole iniziative private, e a un’opera di promo- zione economica
e « morale »; ma la censura dei libri non fu condotta con criteri
precisi, e rimase affidata alla discre- zionalità dei prefetti anche
quando essa passò, nel 1935, dalla competenza del ministero dell’Interno
a quella del ministero per la Stampa e la propaganda, mentre la
Com-. missione per la bonifica libraria, istituita nel 1938,
concen- trò la sua attenzione sui testi di autori ebrei !!. Ed è
forse questa parziale autonomia che spiega come nel corso degli
9 A. Capitini, Antifascismo tra î giovani, Trapani, Célèbes, 1966,
p. 100. 10 Cfr. AA.VV., Morcelliana 1925-1975. «Humanitas »
1946-1976, Brescia, Morcelliana, 1976. 1! Cfr. G. BaroneA.
Petrucci, Primo: non leggere. Biblioteche e pub- blica lettura in Italia
dal 1861 ai nostri giorni, Milano, Mazzotta, 1976, pp. 77-105. F.
Ciarlantini, Vicende di libri e di autori, Milano, Ceschina, 1931, pp.
39-69, e Ph. V. Cannistraro, Le fabbrica del consenso. Fascismo e mass
media, prefazione di R. De Felice, Bari, Laterza, tanti intellettuali tendano a
divenire organiz- zatori di cultura attraverso l’editoria: accanto alle
edizioni collegate a riviste, e agli effimeri tentativi di Domenico
Petrini con la Bibliotheca editrice di Rieti o di Carlo Pelle- grini con
la Taddei di Ferrara, vediamo che nel 1926 viene fondata da Elda Bossi e
Giuseppe Maranini La Nuova Ita- lia, che nel 1930 passerà a Firenze sotto
la direzione di Codignola, nel 1927 la Slavia dell’ex sindacalista
rivoluzio- nario Alfredo Polledro, nel 1929 la casa editrice di
Valen- tino Bompiani, formatosi alla Mondadori; e nel 1932, men-
tre Gentile, già direttore di due collane, filosofica e storica, presso
Le Monnier, assume la direzione della Sansoni tra- sformandone rapidamente
il catalogo secondo il proprio orientamento culturale e politico !?, due
intellettuali antifa- scisti di diversa matrice ideologica, Franco
Antonicelli e Rodolfo Morandi, trovano nell’editoria uno strumento
per tentare di allargare i sempre più stretti confini culturali del
paese: il primo si associa con il tipografo Carlo Frassinelli per
proporre testi della letteratura straniera contempora- nea, il secondo
con l’editore Corticelli per far conoscere La rivoluzione francese di
Mathiez o il Napoleone di Tarlè, e far riflettere sulle esperienze di
nuove realtà politiche, come la Cina e l’Unione Sovietica . È in questo
contesto che si colloca, alla fine del 1933, la fondazione della
Einau- di da parte di un nucleo originariamente ben definito di
intellettuali, molti dei quali aderenti a Giustizia e Libertà, la cui
opera culturale ha quindi larvati risvolti politici, che imporrebbero un
confronto puntuale con alcune delle case editrici che si sono presentate,
all'indomani della Libera- zione, con una patente antifascista.
1 Cfr. AA.VV., Testimonianze per un centenario. Contributi a una
storia della cultura italiana 1873-1973, Firenze, Sansoni, 1974. 13
Su Antonicelli editore — che nel 1942 fonderà la casa editrice De Silva
(cfr. la sua testimonianza in « Rinascita », 6 dicembre 1974) — cfr. N.
Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino (1920-1950), Torino,
Cassa di Risparmio, 1977, pp. 60-63, e M. Fubini, Il mestiere del lette-
rato, in AA.VV., Su Antonicelli, Torino, Centro Studi Piero Gobetti,
1975, pp. 26-28; un cenno all’attività editoriale di Rodolfo Morandi in
A. Agosti, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Bari,
Laterza, 1971, pp. 211-212. 198 Le origini della
casa editrice Einaudi Le notizie di cui disponiamo sono però assai
scarse e — promosse da occasioni celebrative o fornite dai diretti
inte- ressati —, pur offrendo utili spunti interpretativi, avreb-
bero bisogno di ulteriori approfondimenti. È il caso, ad esempio, di
Laterza, de La Nuova Italia e di Bompiani. ‘ Nella casa editrice barese,
durante il periodo della « difesa eroica » 1925-43, Croce — è stato
scritto — « accolse anche chi era da lui lontano, e contribuf a preparare
non pochi che, poi, scelsero posizioni a lui avverse. Sui libri che
fece leggere agli italiani, con la collaborazione di Gio- vanni Laterza,
si formarono cosi liberali come socialisti e comunisti, cosî idealisti
come materialisti »; e, riprendendo il discorso, Garin ha individuato
nelle opere uscite nel ven- tennio nella « Biblioteca di cultura moderna
» l’accorta opera d’informazione unita alla difesa di una
vocazione umana anteriore a ogni lotta o differenza di parte. Nei libri,
a volte assai mediocri, di storici, filosofi, critici, economisti,
offerti con una apertura eccezionale [...], c'è sotteso l’invito a non
dimenticare mai quella dimensione umana che, pur nel divenire temporale e
nelle dislocazioni spaziali, è capace di comprendere anche l’avversario.
Che fu il valore di uno storicismo e di un umanismo tutt’affatto
particolari, di una difesa della razionalità e della libertà, che in
un’epoca intesa a celebrare l’hbomo bomini lupus ricordò costante- mente
il senso dell’homo homini deus !8. Giudizio che andrebbe, a nostro
parere, sfumato, in quanto, se accanto a Omodeo, Russo o De Ruggiero,
Croce accolse un Rodolfo Morandi, la linea generale della casa
editrice fu orientata in un senso ben determinato che non si apriva a
tutti gli « avversari », come testimonia nel 1938 il commento crociano
alla ristampa dei saggi di Labriola, 0, nel 1929-31, l'edizione de Il
superamento del marxismo e La gioia del lavoro di De Man. Un
discorso analogo può essere fatto per La Nuova Italia di Codignola: se è
vero che fu centro di aggregazione di esponenti di rilievo del Partito
d'Azione e che, col suo 14 E. Garin, La Casa editrice Laterza e
mezzo secolo di cultura italiana (1961), ora in Id., La cultura italiana
tra ‘800 e ’900. Studi e ricerche, Bari, Laterza, 1963, p. 170, e Id., Il
mestiere di editore, prefazione al Catalogo generale delle edizioni
Laterza 1978, p. XII. 199 « impegno,
insieme, di socialismo, di liberalismo “rivolu- zionario”, di laicismo
intransigente », contributi « all’orga- nizzazione del dissenso » !, è
necessario tuttavia non anti- cipare un orientamento politico che si
venne delineando, e manifestando, a fatica e non senza contraddizioni, se
pen- siamo al persistente legame, ancora negli anni ’30, di Co-
dignola con Vallecchi e con Gentile, o al settore pedagogico configurato
in senso attualista e comunque condizionato dalla politica scolastica del
regime '‘. Cosi Valentino Bompiani, ripercorrendo la storia
della propria casa editrice, pur riconoscendo il suo iniziale « di-
simpegno ideologico », valorizza giustamente la scoperta, alla fine degli
anni ’30, della letteratura americana, con Uomini e topi di Steinbeck e
Piccolo campo di Caldwell, tradotti rispettivamente da Pavese e
Vittorini, due libri che « parlavano dell’uomo, della sua condizione e
miserià, con diretto impegno sociale e politico » ”. Ma come non
riflet- tere di fronte al fatto che, mentre la censura interveniva
duramente e con particolare ottusità '" — come testimonia l'editore
—, lo stesso Bompiani proponeva nel 1940 al Ministero della cultura
popolare un accordo per lanciare una « Biblioteca essenziale
dell’italiano », incentrata sui temi patria, religione, cultura,
famiglia, fra i cui autori dovevano comparire Bottai, Bargellini e De
Luca, costituita 15 E. Garin, Un capitolo di rilievo singolare, in
50 anni di attività editoriale (Venezia 1926-Firenze 1976): La Nuova
Italia, Firenze, La Nuova Italia, 1976, p. XII; cfr. anche, oltre al
ritratto di Ernesto Codi- gnola tracciato da Garin, Intellettuali
italiani del XX. secolo, Roma, Edi- tori Riuniti, 1974, pp. 137-169, gli
interventi di E. Garin, N. Bobbio e T. Codignola in occasione del
cinquantenario della casa editrice, ne «Il Ponte » Questi elementi sono
ben messi in luce da S. Giusti, La ‘casa editrice La Nuova Italia
1926-1943, di prossima pubblicazione. . 17 V. Bompiani, Via
privata, Milano, Mondadori, 1973, pp. 43, 143. 18 In un rapporto
anonimo al duce del 26 giugno 1943 si diceva: « Proprio nei giorni dei
massacri di Grosseto, di Sardegna e Sicilia, l’edi- tore Bompiani mette
sfacciatamente fuori un “mattonissimo” intitolato “Americana”, antologia
di scarso valore con prefazione di un accademico e traduzione di
Vittorini; antologia condotta sui modelli dell’ebreo Lewis. E lo stesso
Bompiani continua nelle stampe e ristampe di Cronin, Stein- ‘beck, ed
altri, bolscevichi puri e in ogni caso perniciosissimi » (AGS, Ministero
della cultura popolare, b. 27, fasc. 403). 200 Le
origini della casa editrice Einaudi da « alcune centinaia di
migliaia di volumetti » da diffon- dere nei centri con popolazione minore
a 10.000 abitanti, distribuendoli ad esempio, « a partire dal Natale di
Roma », « a tutti coloro che si sposano nel corso dell’anno, affer-
mando cost il principio che non si deve costituire una fami- glia senza
avere in casa quei pochi libri che diano a un cit- tadino italiano la
conoscenza e la coscienza della sua Pa- tria »? !
Condizionamenti politici, autocensure, necessità econo- miche
proprie di ogni casa editrice in quanto azienda indu- striale,
costituiscono quindi il quadro entro il quale deve essere valutata anche
l’opera della Einaudi, verificando puntualmente — senza stabilire
schematiche equivalenze — la traducibilità politica dei suoi messaggi
culturali. Con ciò non vogliamo disconoscere, in linea generale, quanto
ha ricordato Giulio Einaudi — « il primo modo di sfidare il
fascismo era quello di non parlarne mai, di fare come se non esistesse» ?
—, anche se in qualche caso il fascismo si affaccia nella produzione
della casa, né, quindi, negare la prospettiva in cui si muoveva
l’editore, che era, come ha osservato Bobbio, « quella di offrire alla
giovane cultura torinese lo strumento più adatto e meno pericoloso dati
i tempi per esprimere la propria voce, e di non lasciare sva- nire
nel nulla la grande esperienza gobettiana » ?. Si tratta piuttosto di
misurare la possibilità o capacità di attuazione di questi propositi, di
vedere se sono univoci o differen- ziati e contraddittori e, in questo
caso, quali voci culturali politicamente significative predominano, e in
quale periodo; verificare, infine, quali elementi di continuità o di
rinno- vamento si manifestano fra gli anni ’30 e il periodo post-
bellico. La decisione di Giulio Einaudi di fondare la casa
edi- trice non è comprensibile se prescindiamo dall’ambiente
torinese, sia quello rappresentato dalla Slavia di Alfredo 19
Ibidem. Alcuni testi furono pubblicati, come, nel 1941, la Storia della
patria di Piero Operti. 2 Testimonianza scritta di Giulio Einaudi
(Archivio della casa edi- trice Einaudi (d’ora in avanti AE), G.
Einaudi). © N. Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino,
Polledro, che nella collana « Il genio russo » presentò per la prima
volta in Italia traduzioni integrali — alcune opera di Leone Ginzburg —
di Turgheniev, Gogol, Dostoevskij, Tolstoj e Cechov, da cui attingerà in
parte la collana einau- diana dei « Narratori stranieri tradotti »; sia
quello dei gobettiani, con in primo piano l’opera di educatore di
Augusto Monti, ma anche con le iniziative culturali di Anto- nicelli,
Ginzburg e Pavese, o con la pubblicazione de « La Cultura » passata sotto
la direzione di Arrigo Cajumi. Un modello che Einaudi terrà presente fu
la « Biblioteca euro- pea », diretta da Antonicelli, presso il tipografo
Frassinelli, dal 1932 al 1935 — quando fu arrestato —, dove
uscirono L’armata a cavallo di Babel, e, tradotti da Pavese, Moby
Dick di Melville, Riso mero di Anderson e Dedalus di Joyce 2. Ispirandosi
a Gobetti, « l’editore ideale » #, Anto- nicelli raccolse per primo le
forze intellettuali torinesi che si erano formate sotto il magistero di
Monti, ma in una pro- spettiva ancora liberale: « Al di là di Croce non
vedevo. I marxisti non sapevo cosa fossero », ricorderà più tardi,
rico- noscendo che le proprie convinzioni politiche erano matu-
rate solo dopo la Liberazione *. Da un innesto tra crociana «
religione della libertà » e tradizione gobettiana partiva anche Ginzburg,
il quale ebbe gran parte nella fondazione della casa editrice Einaudi *.
Ai numerosi interessi culturali — dalla letteratura russa alla
storia — egli univa, a differenza di Antonicelli, un saldo impegno
politico da quando aveva aderito, nel 1932, a Giustizia e Libertà. « Noi
non crediamo utile ai fini della lotta antifascista che ci si debba
sottoporre a una specie di rinuncia intellettuale », scriveva sul
periodico del movi- mento clandestino, dove invitò ad approfondire « la
pro- Gobetti, L’editore ideale. Frammenti autobiografici con ico-
RO ehe; a cura e con prefazione di F. Antonicelli, Milano, Scheiwiller,
24 F. Antonicelli, Le pratica della libertà. Documenti, discorsi,
scritti politici 1929-1974. Con un ritratto critico di C. Stajano,
Torino, Einaudi, 1976, pp. X-XI. 25 Cfr. l'importante
introduzione di N. Bobbio a L. Ginzburg, Scritti, Torino, Einaudi,
1964. 202 Le origini della casa editrice Einaudi
pria coscienza rivoluzionaria con la meditazione, lo studio,
l’attività clandestina », a riflettere sulla visione gobettiana della
rivoluzione russa e a studiare Cattaneo, scrisse assieme a Croce il
famoso articolo contro la centralizzazione delle istituzioni culturali
operata dal ministro dell’Educazione nazionale Francesco Ercole, e
rivendicò come « principale ragion di vita » di Giustizia e Libertà « il
lavoro, d’orga- nizzazione e di pensiero, che si compie in Italia sotto i
suoi auspici » #. E della sua capacità di mobilitare altre intelli-
genze dette atto nel dicembre 1934, pochi giorni dopo il suo arresto, «
Giustizia e Libertà »: « È uno dei pochi, anzi dei pochissimi, che in
regime legale di fascismo rie- scono ad avere un pensiero e un'influenza
sul pensiero degli altri » 7. Mentre già nel 1930 Cajumi aveva pensato a
una casa editrice espressione de « La Cultura » # — alla quale
Ginzburg collaborava dal 1929 —, nel 1933 Ginzburg tenne contatti fra
l’ambiente torinese ed esponenti dell’am- biente fiorentino tra loro
vicini, Nello Rosselli e il gruppo di « Solaria ». Rosselli, che stava
cercando di varare una « Rivista di storia europea » di cui Ginzburg
avrebbe do- vuto essere gerente responsabile e coredattore, fu contat-
tato per preparare un volume su Mazzini per la progettata « Biblioteca di
cultura storica » ?; Alberto Carocci, il diret- tore di « Solaria » che
per le difficili condizioni finanziarie della rivista stava già cercando
l’appoggio di un editore per questa e le sue edizioni, entrò in rapporto,
tramite Ginz- burg, con Giulio Einaudi che alla fine di novembre
del 1933 — quando già, il 15 del mese, si era iscritto alla Camera
di commercio di Torino come editore —, pur rifiu- 26 Ibidem, in
particolare pp. 5, 16, 29. © Leone Ginzburg, « Giustizia e Libertà
», 16 novembre 1934. ll Tribunale speciale che il 6 novembre 1934 lo
condannò a quattro anni di reclusione, lo qualificò come « l’anima » di
GL a Torino (ACS, Ministero della giustizia e degli affari di culto.
Direzione generale per gli istituti di prevenzione e di pena, fasc.
46489). 2 «Ginzburg mi ha accennato a una Sua intenzione di formare
una casa editrice “la Cultura” », scriveva Pavese a Cajumi il 27
settembre 1930 (C. Pavese, Lettere 1924-1944, a cura di L. Mondo, Torino,
Einaudi, 1966, p. 241). 2 Cfr. Nello Rosselli. Uno storico
sotto il fascismo, cit., in partico lare pp. 139 e 143-45, e AE, N.
Rosselli. 203 TI fascismo e il consenso degli
intellettuali tando la proposta di Carocci di trasformare «
Solaria » in casa editrice, fece l’offerta, poi caduta, di rilevare la
sola rivista, osservando che « qualche volta sarebbe bene trat-
tare qualche argomento non puramente letterario, ma che presenti
interesse dal punto di vista sociale contempora- neo » ”°: un’indicazione
di lavoro che darà anche per « La Cultura », e che testimonia quella
volontà di impegno civile che in quello stesso anno era avvertita anche
da Carocci. La casa editrice Einaudi nasceva infatti proprio
quando un decreto prefettizio del 1934 metteva fine a « Solaria »,
accusata di contenuto contrario alla morale per un numero che pubblicava
una puntata de I garofano rosso di Vitto- rini: la rivista che si era
rifugiata nella « repubblica delle lettere » accettando di convivere col
fascismo, « nell’illu- sione di conservare intatta l’autentica
superiorità dell’intel- ligenza borghese, l’eredità lasciata
dall’attivismo barettiano e dall’attendismo rondiano », terminava la sua
vita proprio quando cercava, nel 1933-34, di impegnarsi ideologica-
mente, trasformandosi, come era nelle intenzioni di Carocci, in « rivista
d’idee », e quindi di « discussione anche col fascismo » *. Forse non fu
solo una coincidenza, se si pensa che gli intellettuali fiorentini si
dimostrarono per il mo- mento incapaci, come gruppo, di trasformare la
letteratura in impegno. Sarà quanto tenterà di fare quella che un
rap- porto della polizia del marzo 1934 definiva « una nuova casa
editrice torinese la quale avrà il compito di diffon- dere pubblicazioni
antifasciste abilmente compilate e attor- no alle quali da ora in avanti
si andranno raggruppando gli elementi antifascisti del mondo
intellettuale », fra i quali si indicavano i senatori Francesco Ruffini e
Luigi Della Torre, Luigi Einaudi e Nello Rosselli » *. « Che fisionomia
ha que- 30 Lettere a Solaria, a cura di Giuliano Manacorda, Roma,
Editori Riuniti, 1979, passizz, e, per la lettera di Einaudi a Carocci
del 30 no- vembre 1933, p. 461. 31 G. Luti, Cronache letterarie
tra le due guerre 1920-1940, Bari, TARA: 1966, in particolare pp. 96 e
127, e Lettere a Solaria, cit., p. I 32 Cit. in R. De
Felice, Mussolini il duce, I. Gli anni del consenso Torino, Einaudi,
1974, p. 115 n. Bottai, che durante la guerra 204 Le
origini della casa editrice Einaudi sta Casa editrice? Quale
programma si propone di svolgere? Quali sono le sue basi finanziarie? E
tu fino a che punto ci sei interessato? », scriveva il 7 febbraio 1934
Rosselli a Ginzburg *: ad alcune di queste domande non saremo in
grado di rispondere, in particolare a quella relativa al finan- ziamento
della casa editrice, che provenne probabilmente da Luigi Einaudi, al
quale è forse da attribuire anche una fun- zione di copertura politica
all’iniziativa del figlio, come si può dedurre dalla marcata impronta
conservatrice della prima collana, « Problemi contemporanei ». Ci
limitere- mo perciò, anche in assenza, prima del 1945, di dati
sulle tirature e sulle vendite, a una storia prevalentemente inter-
na della casa editrice, dedicando tuttavia particolare atten- zione alle
collane, ai volumi e ai temi culturali nei quali sia più facilmente
ravvisabile un orientamento politico, nell’in- tento, indicato
all’inizio, di verificare, oltre ai « limiti del consenso » al fascismo,
se negli anni ’30 sono rinvenibili alcune delle matrici della cultura del
dopoguerra. 2. L'ideologia conservatrice di Luigi Einaudi
Le prime, cospicue forze della casa editrice furono raccolte
tramite le due riviste di grande prestigio rilevate da Giulio Einaudi nel
1934, « La Riforma sociale » e « La Cultura » — mentre resta eccentrica
rispetto al nostro discorso « La Rassegna musicale », che pur testimonia
come fin dall’inizio l’editore cercasse spazi culturali differen-
ziati. « La Cultura », da cui la nuova impresa editoriale riprese come
proprio segno distintivo il simbolo dello struzzo, costitui nella sua pur
breve esistenza in veste einaudiana, il collegamento dei giovani
sarà in stretto contatto con l’ambiente della casa editrice,
giudicando antifascista la posizione espressa dal crociano
Francesco Flora in Civiltà del Novecento — pubblicato da Laterza
nel 1933 —, osservava che « Laterza è, insieme con Giulio Finaudi della
Riforma sociale, uno degli editori italiani, che ignora che siamo
nell’anno XII dell’Era Fascista » (G. Bottai, Appelli all'uomo, in
« Critica fascista », XII (1934), n. 1, p. 4). Rosselli. Uno storico
sotto il fascismo, cit., p. 150.
allievi di Monti — fra cui Giulio Einaudi — con la tradi- zione
gobettiana, ma solo in una più lunga prospettiva i suoi collaboratori e
le sue curiosità culturali diverranno punto di riferimento per gli
orientamenti della casa. In questa maggiore peso « politico » ebbe
all’inizio, con « La Riforma sociale », il gruppo di liberisti che si
raccoglievano attorno a Luigi Einaudi, nel quale si può forse
ravvisare, se non l’ideatore, la forza decisiva per la nascita della
casa editrice. È questo un elemento di conoscenza che pare
confortato da alcuni documenti e anche da un semplice esa- me del
catalogo editoriale, e che, finora trascurato dalle testimonianze,
fornisce una caratterizzazione meno « prov- videnzialistica », in senso
progressivo, dei primi passi della casa editrice. La rivista
« La Riforma sociale » — suona un avviso di Luigi Einaudi databile al
1933 — allo scopo di contribuire alla illustra- zione dei problemi
sociali ed economici e specialmente di quelli determinati dallo stato
presente di crisi e dai piani di ricostruzione e di regolazione sia nei
rapporti nazionali che internazionali, pubbli- cherà accanto ai fascicoli
bimestrali, destinati ad ospitare studi di mole relativamente tenue,
volumi atti a trattazioni più larghe, di circa 150 pagine e con una
tiratura di 1.000 copie, dal carattere rigorosamente scientifico [...],
tuttavia accessibile al pubblico colto in generale *. «
Votrei preparare un piano di collaborazioni », scri- veva il 31 ottobre
1933, poco prima della fondazione della casa editrice, Luigi Einaudi ad
Attilio Cabiati, l’amico fidato che inaugurerà nel 1934 la collana «
Problemi contempo- ranei » e che si dimostrerà particolarmente attivo nel
sug- gerire all'editore proposte di traduzioni *. « Problemi con-
3 L'avviso dattiloscritto si trova nell’Archivio della Fondazione Luigi
Einaudi di Torino, sezione 2 (d’ora in avanti AFE), nel fasc. Croce.
L’in- tervento di Luigi Einaudi nella casa editrice è testimoniato anche
da una lettera che il figlio gli scrisse il 17 novembre 1942, inviandogli
il progetto di un volume di Sismondi: « Per altri classici dell'economia,
che pos- sono avere un interesse vivo anche in avvenire, ti sarò grato se
mi vorrai favorire i testi originali con un breve giudizio » (AE, L.
Einaudi). 35 AE, Cabiati. Sui suoi interessi, prevalentemente
rivolti al mondo anglosassone, cfr. A. Cajumi, Ricordo di Attilio
Cabiati, in « L'Industria », n.s. (1951), pp. 406-417. « Allorché capitò
la faccenda del giuramento, si consultò con Francesco Ruffini e con
Einaudi, e salvò il salvabile, ossia 206 Le origini
della casa editrice Einaudi temporanei » nasce infatti come «
Biblioteca della rivista “La Riforma sociale” », controllata e orientata
personal mente da Luigi Einaudi fino al 1944, come la « Collezione
di scritti inediti o rari di economisti » (1934), le « Opere di Luigi
Einaudi », la « Collezione di opere scientifiche di economia e finanza »
(1934) e la « Biblioteca di cultura eco- nomica » (1939); e, nel magro
bilancio dei volumi pubbli- cati nei primi anni — solo con la guetra la
casa editrice assumerà proporzioni ragguardevoli —, tutti i 9 titoli
del 1934, e 9 su 11 nel 1935, sono testi economici di queste
collezioni, che nel periodo 1934-44 rappresenteranno sem- pre un quarto di
tutte le pubblicazioni — 55 su 212 titoli —, in cui spiccano, per il peso
del loro messaggio cultu- tale e politico, i 35 volumi di « Problemi
contemporanei ». La presenza di Luigi Einaudi aveva un altro punto di
forza nella direzione della « Rivista di storia economica », pub-
blicata per i tipi della casa editrice, cui fu permesso di con- tinuare —
sotto un titolo apparentemente accademico e asettico — la battaglia
liberista de « La Riforma sociale », soppressa nel 1935 perché coinvolta,
solo editorialmente, negli arresti di Giulio Einaudi e dei suoi amici e
collabora- tori appartenenti a GL, alcuni dei quali animatori de «
La Cultura », alla quale la censura fascista non concesse possi-
bilità di reincarnazione, sotto nessuna veste *. Appare quindi
necessario analizzare l’ideologia del grup- po liberista quale si
manifesta non solo nelle collane, ma anche nelle riviste dirette da Luigi
Einaudi — e, in parte, ne « La Cultura » —, alla cui influenza è forse da
attribuire lo stesso orientamento anglofilo di altre collane storiche
o letterarie; non bisogna dimenticare, del resto, la profonda
conoscenza del mondo britannico di colui che durante il difese in
extremis le cattedre non ancora infestate dall’economia corpo rativa »
(ibidem, p. 407). 36 Secondo Francesco A. Repaci, stretto
collaboratore di Einaudi, la soppressione de «La Riforma sociale »
sarebbe invece da addebitarsi alla sua battaglia anticorporativista
(Ricordo di Luigi Einaudi attraverso alcune lettere, « Giornale degli
economisti e annali di economia »; in realtà, come vedremo, la «Rivista di
storia economica » non farà che riprendere la linea de « La Riforma
sociale », senza per questo essere soppressa. 207
ventennio fu collaboratore stabile dell’« Economist ».
La funzione culturale e politica svolta da Luigi Einaudi durante il
periodo fascista resta ancora da studiare, e il tema non è di poco conto
se si pensa che il « partito dei liberisti », « dopo aver conosciuto
dalla fine dell’Ottocento una serie di sconfitte micidiali da cui
sembrava non potesse pit risol- levarsi, riusci nel secondo dopoguerra a
prendersi una cosî piena rivincita », riuscendo « a influenzare in misura
deter- minante i programmi di ricostruzione e l’impostazione gene-
rale della politica economica italiana dei governi di coali- zione
successivi alla Liberazione » ’’. Funzione che Einaudi si ascriverà a
merito nei suoi risvolti anticorporativisti *, ma che ebbe, più in
generale, i suoi obiettivi polemici in tutte le ipotesi programmatrici o
keynesiane che presero piede con la grande crisi — non è un caso che a
tutto ciò egli facesse riferimento prospettando la pubblicazione di
una biblioteca de « La Riforma sociale » —, e lo vide chiuso in una
difesa ostinata della sua « quasi religiosa » fede nel liberismo, che gli
impedî di individuare « la crisi economica del ventennio tra le guerre
come una prova delle fallacie neoclassiche » ”, le quali saranno invece
da lui ri- 37 Cosîf V. Castronovo nell'intervento in occasione
della commemo- razione di Luigi Einaudi in occasione del centenario della
nascita, in Annali della Fondazione Luigi Einaudi, vol. VIII, 1974,
Torino, Fonda- zione Luigi Einaudi, 1975, p. 168. 3 «La
scienza economica italiana non ha da vergognarsi di quel che fece durante
il cinquantennio crociano. Carità di patria vuole si dimentichi quel che
fu scritto di falso e di consapevolmente falso intorno al cosidetto
corporativismo. Quegli errori sono riscattati dalla resistenza dei più »,
affermerà Einaudi ricordando « La Riforma sociale » e il « Giornale degli
economisti » (La scienza economica. Reminiscenze, in Cinquant'anni di
vita intellettuale italiana 1896-1946, cit., vol. II, p. 313). E ancora:
la « Rivista di storia economica » «forse parve ai governanti del tempo
meno fastidiosa a cagione della sua limitazione a cose passate. Ma già il
Sismondi, in una lettera del 1835 al Brofferio aveva avvertito i vantaggi
che la censura offre agli scrittori costringendoli ad essere avveduti nel
dichiarare la verità invisa ai tiranni [...]. 1 saggi datati dal 1936 al
1941 agevolmente persuadono che il forzato velo storico non vietò mai a
chi scrive di discutere problemi contemporanei » (L. Einaudi, Saggi
biblio- grafici e storici intorno alle dottrine economiche, Roma, Edizioni
di storia e letteratura, 1953, p. VII). 39 M. De Cecco, La
politica economica durante la ricostruzione 1945- 1951, in Italia
1943-1950. La ricostruzione, a cura di Stuart J. Woolf, Bari, Laterza,
1974, p. 291. 208 Le origini della casa editrice
Einaudi prese e attuate dopo il 1945, come governatore della
Banca d’Italia e come ministro del bilancio nel quarto e quinto
governo De Gasperi nel 1947-48. Gli unici studi che hanno
affrontato l’opera di Luigi Einaudi anche nel periodo fascista, compiuti
in occasione del centenario della nascita, si sono preoccupati di
ridurre la sua iniziale adesione al fascismo, fino al 1925, ad un «
equivoco » destinato a dissiparsi quando la politica « li- beristica » di
De Stefani sfociò nel vincolismo e nel corpo- rativismo ‘, o si sono
limitati ad analizzarne le indicazioni per lo studio delle dottrine e dei
fatti economici, senza cogliere i presupposti ideologici della sua
posizione meto- dologica, o arrivando ad espungere volutamente
dall’analisi le sue concezioni antisocialiste e antistataliste, in
quanto: non sarebbero mai state da lui proposte come formule ‘. Per
meglio comprendere la linea interpretativa della col- lana « Problemi
contemporanei » è invece opportuno sof- fermarci su questi presupposti
ideologici, per i quali l’atti- vità di Einaudi durante il fascismo ha
punti di contatto, ma anche di differenziazione, con quella di Croce.
Segui- remo i motivi di questa riflessione sulla storia e la
politica economica fino al 1944, data l'omogeneità di questa tema-
tica, che corre parallela con gli altri filoni di pensiero della casa
editrice. È da rilevare in primo luogo che le indicazioni di
Luigi Einaudi sul modo di fare storia economica sono esplicita-
mente basate sulla preoccupazione di non privilegiare il fattore
economico nella ricostruzione storica. Discutendo il programma di lavoro
della « Rivista di storia economica » con Gino Luzzatto — il direttore
della « Nuova rivista storica » che ribadiva ancora in quegli anni la
validità della storiografia economico-giuridica —, egli sosteneva che
allo 4 Cosî R. Romano nell’Introduzione a L. Einaudi, Scritti
econormici,. storici e civili, a cura di R. Romano, Milano, Mondadori,
1973, pp. XXXILIOXVII. 4 Cfr., per il primo appunto, R. Romeo,
Luigi Einaudi e la storia delle dottrine e dei fatti economici, e M.
Abrate, Luigi Einaudi rivisitato, e, per il secondo, F. Caffè, Luigi
Einaudi nel centenario della nascita, in Annali della Fondazione Luigi
Einaudi, cit., pp. 121-141, 151-163, 39-51 (in particolare, per
l’affermazione di Caffè, p. 47). 209
storico era necessario solo il « punto di vista » economico: « “Punto di
vista” e non “prevalenza” né “specializzazio- e”. Non si diventa
storici dell'economia dando, come fecero molti nel tempo verso il 1900,
rilievo a certi fatti detti economici e mettendoli a fondamento delle
spiegazioni da essi date di certe passate vicende umane. Cosi
scrivendo, si fa buona (esistono, nonostante la cosa tenga del
miraco- loso, persino buoni libri di storia informati al concetto
materialistico della storia!) o cattiva storia politica, non storia
economica » *. La storia economica non deve sup- porte che il fattore
economico sia più importante degli altri, né accettare la tesi che le
teorie economiche siano un mutevole frutto dei tempi, affermava,
concludendo che per scrivere storia economica « fa d’uopo che lo
scrittore abbia l’occhio od il senso economico » ‘. Di qui
l'apprezzamento per la Storia economica e sociale dell'impero romano
© Città carovaniere di Rostovzev — pubblicate rispettiva- mente da
La Nuova Italia e da Laterza —, in quanto l’au- tore « ha visto che alla
radice della storia non si trovano l'economia, la macchina, lo strumento
tecnico, la terra arida o feconda, il denaro e simiglianti cose morte, si
invece le 4 G. Luzzatto - L. Einaudi, Per un programma di lavoro,
in « Rivista di storia economica », I (1936), p. 201. Luzzatto, che in
una lettera a Einaudi del 5 novembre 1936 accettò in sostanza la sua
opinione (AFE, Luzzatto), salutò con entusiasmo la nascita della «Rivista
di storia economica », perché « può rappresentare per i giovani studiosi
italiani di storia economica una guida ed uno stimolo, di cui si sentiva
estre- mamente il bisogno, indirizzandoli nella scelta degli argomenti di
ricerca, raddrizzando idee tradizionali errate, chiarendo idee confuse,
creando soprattutto quel contatto fra scienza economica e ricerca
storica, che fino- ra è in gran parte mancato » (« Nuova rivista storica
», XX (1936), p. 282). A Luigi Dal Pane — dal quale non riuscirà tuttavia
ad ottenere una collaborazione — Luigi Einaudi spiegò il 4 luglio 1936 il
tipo di articoli desiderati: « 1) un problema teorico importante studiato
da un econo- mista passato; 2) un problema di fatto interessante in sé,
interessante per qualche attacco al presente, su cui l’esperienza di un
tempo passato dice qualcosa di rilevante » (L. Dal Pane, Il mio carteggio
con Luigi Einaudi, in Annali della Fondazione Einaudi, vol. VI, 1972,
Torino, Fondazione Luigi Finaudi, 1973, p. 194). 43 L.
Einaudi, Lo strumento economico nella interpretazione della storia, in «
Rivista di storia economica », I (1936), pp. 155-156 (in discus- sione
con Lucien Febvre}. Nello stesso senso cfr. T. Codignola, Esiste una
«storia economica »?, in « Rivista di storia economica », idee che la classe
politica si è fatta » #: dove è evidente la polemica contro quella «
vulgatio » del materialismo sto- rico in cui Gramsci rinveniva uno
specifico influsso loriano, presente anche nel commento a Economic
planning and international order di Lionel Robbins, un autore
quanto mai caro a Einaudi e alla casa editrice, lodato per la tesi
che « la continuità della coesistenza di diverse nazioni del mondo è
incompatibile con qualunque piano diverso da quello economico liberale »,
e che un piano è un fatto poli- tico: « È un capovolgere la storia
cercare nell’economia la spiegazione degli avvenimenti politici, sociali,
intellettuali. Bisogna invece cercare nella politica la spiegazione
degli avvenimenti economici » 4. Gli esempi potrebbero moltipli-
carsi, a testimoniare come l’assai vaga asserzione che allo storico
economico necessiti, e sia sufficiente, « l’occhio od il senso economico
», si connetta con la fede nel carattere assoluto ed eterno delle leggi
economiche, con la polemica nei confronti del materialismo storico e del
socialismo, e con la difesa del liberismo come vero liberalismo.
Rispondendo a quanti parlavano di superamento delle teorie economiche, di
quella ricardiana in particolare, Einaudi affermava che « una ideale
storia delle dottrine economiche potrebbe semplicemente consistere nel
ricordo che si facesse, nel trattare sistematicamente la dottrina
oggi ricevuta, del debito da questa contratto verso le precedenti
meno perfette formulazioni che via via la precedettero. Il legittimo uso
della parola “superamento” implica l’accogli- mento contemporaneo
dell’idea che nulla è superato, nulla è fuor del tempo presente ed ogni
teoria che visse vive 4 L. Einaudi, Il valore economico del libro
del Rostovzev, in «La Riforma sociale », XLI (1934), p. 336. Sulla
conoscenza « da orecchiante » del materialismo storico da parte di
Einaudi mediata da Croce e Loria, cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere,
cit., vol. II, pp. 1289-1290. 45 L. Einaudi, Delle origini
economiche della grande guerra, della crisi e delle diverse specie di
piani, in «Rivista di storia economica», II (1937), p. 278. Il 30
novembre 1946 Giulio Einaudi scriverà a Robbins: «se durante la
deprecabile ultima guerra Voi ricordavate con simpatia l’ambiente che
faceva capo a mio padre, noi altri giovani durante quegli anni terribili
non cessammo mai di guardare con venerazione e speranza alla Vostra
Patria e ai suoi uomini più rappresentativi » (AE, Robbins).
241 ancora perfezionata ed affinata nella teoria
attuale » ‘. L’in- sistente difesa di Ricardo, di Smith, di Francesco
Ferrara o della massima di D’Argenson — « pour mieux gouverner, il
faudrait gouverner moins » —, si accompagna a uno sprezzante
giudizio su Keynes, nelle cui pagine si può tro- vare « la esposizione pi
ingegnosa e raffinata che imma- ginar si possa di quella qualunque tesi egli,
con pieno prov- visorio convincimento, sostenga in un dato momento »
“£ all’assunzione a modello dei discorsi di Cavour, in quanto «
mutano i problemi; ma l’arte dell’analizzarli criticamente con spirito
non preoccupato damiti e da formule verbali, non muta » ‘; o, in polemica
col corporativismo fascista — non molto frequente, tuttavia, sulla «
Rivista di storia eco- nomica » —, all’esaltazione delle corporazioni
medievali mai configuratesi come « caste chiuse »: « La lotta, il
tu- multo, le inimicizie, le cacciate e l’esilio sono i segni
distin- tivi di quell’epoca che poi fu voluta idealizzare come tesa
verso la pace sociale. Ma, perché lottava, amava ed odiava, quell’epoca
partori credenti artisti e poeti grandi; ma perché era un’epoca di
rivolgimenti politici economici e sociali, essa creò ricchezza potenza
arte e poesia ». Una difesa della necessità della lotta e del contrasto
che non si traduce mai, però, nella comprensione delle novità del
processo storico, cui l’ottuso conservatorismo di Einaudi oppone un’imma-
gine statica della vita sociale, assai distante dalla stessa concezione
crociana della storia etico-politica ” * L. Einaudi, Superamento,
in « La Riforma sociale», Einaudi, Una disputa a torto dimenticata fra
autarcisti e liberisti, in «Rivista di storia economica », III (1938), p.
149. 4 Si riferisce ai s aggi di Keynes La fine del laisser
faire e L’autarchia economica tradotti nella « Nuova collana di
economisti stranieri ed ita- liani » diretta da G. Bottai e C. Arena («
Rivista di storia economica », II (1937), p. 374). Per una critica agli
Essays in Bibliography di Keynes cfr. anche L. Einaudi, Della teoria dei
lavori pubblici in Maltbus e del tipo delle sue profezie, in « La Riforma
sociale », XLI (1934), pp. 221-227. 4 L. Einaudi, Una nuova
edizione dei discorsi del conte di Cavour, in «La Riforma sociale »,(a
proposito dei Discorsi parlamentari di Cavour curati da Omodeo e Russo
per La Nuova Italia). 5 L. Einaudi, Alba e tramonto delle
corporazioni d'arti e mestieri, in « Rivista di storia economica », VI
(1941), pp. 96-97. Einaudi « non riu- sciva ad afferrare i motivi del
movimento storico », ha affermato L. Dal 212 Le
origini della casa editrice Einaudi È del resto noto come, sul
piano politico, il liberalismo di Einaudi non sia assimilabile a quello
di Croce, tanto da spiegare — come vedremo dall’analisi di alcuni
volumi della collana « Problemi contemporanei » — un maggior «
possibilismo » del primo nei confronti del fascismo. E ciò, nonostante il
rapporto personale e gli elementi di con- vergenza che legano i due
intellettuali durante il regime. Ne è testimonianza la segnalazione
simpatetica che sulla « Rivista di storia economica » Einaudi fa, in due
occa- sioni, delle edizioni Laterza: valorizza ad esempio l’opera
dei meridionalisti conservatori — Jacini, Turiello, Villari, Franchetti,
Sonnino e Fortunato — analizzati da Enzo Ta- gliacozzo in Voci di
realismo politico dopo il 1870; ap- prezza incondizionatamente — a
differenza di Ginzburg ” — l’immagine fornita da Nicola Ottokar nella Breve
storia della Russia, un paese la cui « tragedia » sarebbe stata
quella di non aver mai avuto un ceto intermedio numeroso, ma solo padroni
e servi, dove i primi erano una volta i nobili, ora la burocrazia
sovietica ”. Sempre per « rendere testimonianza di onore all’editore
colto e tenace, il quale in tempi volti ad altri problemi persegue un
alto ideale di cultura », Einaudi segnala La concezione romana
dell’im- pero di Ernest Barker, accogliendone la distinzione fra la
rivoluzione francese, da cui « discendono lo stato napoleo- nico ed il
comunismo economico », e la rivoluzione puri- tana inglese, da cui
derivano « la libertà di coscienza e di Pane, Commemorazione di
Luigi Einaudi, in Memorie dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di
Bologna, classe di scienze morali, e Franco Venturi ha osservato che « la
storia economica, quale egli fa concepî, non produsse in Italia quel
rivolgimento, quella trasformazione profonda che compirono in varie forme
altrove il marxismo, la scuola delle “Annales”, le moderne teorie dello
sviluppo e la cliometria. Personalmente sono convinto che l’elemento
conservatore presente nel pensiero di Einaudi agi da freno, da remora a
questa rivoluzione storio- grafica. Riproporre a modello Le Play nel
secolo XX era un paradosso » (in Annali della Fondazione Luigi Einaudi,
vol. VIII, cit., p. 180). 51 Le osservazioni di Ottokar « sono
giustapposte, e non concatenate, sf che l'avvento del bolscevismo può
configurarglisi come una specie di cataclisma, che interrompa la
continuità storica », notava ad esempio Ginzburg (« Nuova rivista storica
» (1937), ora in Scritti, cit., p. 111). 5 L.E., Edizioni Laterza,
in « Rivista di storia economica », II (1937), pp. 196-198.
pensiero, la società economica a tipo di concorrenza, l’unio- nismo
operaio, il regime di discussione »; ma la « lettura più vantaggiosa » è
per Einaudi la Storia d’Europa di Fisher, nella quale egli vede la
dimostrazione dell’assenza di basi economiche nei diversi ordinamenti
politici. Prende invece nettamente le distanze da un libro laterziano
allora famoso in quanto espressione della crisi dei valori
borghesi, Democrazia in crisi del laburista Harold J. Laski — un
au- tore che la casa editrice accoglierà solo nel dopoguerra, men-
tre nel 1936 Mario Einaudi lo aveva accusato di marxismo per l’opera The
Rise of Liberalism —, in quanto « dalla pa- rificazione laskiana di
“democrazia” ad “uguaglianza” vien fuori un’economia comunistica a tipo termitario
» ”. Il liberalismo di Einaudi aveva infatti un minor respiro
ideale di quello di Croce, come dimostra la discussione tra loro
intercorsa negli anni ’30 e ’40 sui rapporti tra libe- rismo e
liberalismo: mentre Croce, pur nella comune ri- pulsa del comunismo, negava
la necessaria identità dei due termini, Einaudi sosteneva la loro
inseparabilità, in quanto « l’idea della libertà vive, si, indipendente
da quella norma pratica contingente che si chiamò liberismo economico;
ma non si attua, non informa di sé la vita dei molti e dei più se
non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere
moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di orga- nizzazione
economica adatti a quella vita libera » *. Data questa rigida
identificazione — per cui la presa di distanza di Einaudi dal fascismo ha
il suo motivo di fondo nella politica protezionista e corporativa del
regime —, si com- prende come più numerosi e acri che ne « La Critica
» siano gli attacchi antisocialisti nella « Rivista di storia
economica », condotti in primo luogo dal suo direttore con accenti che
dimostrano la carica politica, prima ancora 53 L. Einaudi, Ancora
a proposito di edizioni e di alcuni libri editi da Giuseppe Laterza in
Bari, in « Rivista di storia economica », III (1938), pp. 349-354; M.
Einaudi, Di una interpretazione puramente economica del liberalismo, in «
Rivista di storia economica », Einaudi, Tema per gli storici dell'economia:
dell’anacoretismo economico, in « Rivista di storia economica », II
(1937), p. 195. I testi del dibattito sono raccolti in B. Croce, L.
Einaudi, Liberismo e libera- lismo, a cura di P. Solari, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1957. Le origini della casa editrice Einaudî che
scientifica, dei suoi obiettivi. Ne è documento esem- plare, nel 1934, la
recensione a Socialism's New Start, tra- duzione di un’opera di
socialisti tedeschi nascosti dall’ano- nimato, critici dei partiti
tedeschi socialdemocratico e co- munista accusati di aver consegnato le
masse operaie al nazismo; con le minacce di simili « untorelli »,
scrive Einaudi, il regime hitleriano può dormire sonni tranquilli:
I socialisti del continente europeo, sia quelli dei paesi come
l’Italia, la Germania e l’Austria, nei quali essi sono stati spazzati
via, sia quelli dei paesi come la Francia, nei quali si danno un gran
da fare per farsi mandare a spasso, non hanno ancora capito che «
il capitalismo » è una irrealtà, uno schema partorito dalla loro
scarsa cultura storica e dalle loro rudimentali attitudini psicologiche;
e quindi, essendo un meccanismo tecnico, una costruzione meramente
amministrativa e contabile, può essere rivoluzionato o riplasmato pit o
meno in meglio od in peggio, senza grandissime difficoltà. La società
tollera chiacchiere socialistiche più o meno interessanti e consente
talvolta che in nome di ideali socialistici si compiano ai margini
sperimenti più o meno costosi intesi a tener quiete le molti- tudini. Ma
le chiacchiere e gli sperimenti non devono andare oltre un certo segno;
non devono toccare istituti che hanno nell’animo umano radici ben più
profonde del capitalismo: la proprietà della terra, della casa,
dell’opificio, il risparmio, la famiglia, la eredità, la tradizione, la
religione. Responsabili della nascita dei regimi totalitari
sareb- bero stati i socialisti, in quanto Blum in Francia, Cripps e Laski
in Inghilterra appaiono a Einaudi « magni- fici alleati e profeti e
sostenitori di nuovi regimi che, sorti in Italia si vanno estendendo,
sotto forme variabilmente adattate alle diverse contrade, un po’
dappertutto » 5. Proprio riferendosi a questa recensione, e alla
raccolta dei Nuovi saggi di Einaudi pubblicata nel 1937 dal figlio,
« Giustizia e Libertà » — espressione del movimento nel quale si
riconoscevano vari collaboratori della casa edi- trice — critica
violentemente l’esponente liberista, nella cui opera non ravvisa né
antifascismo, né liberalismo, né scienza, ma solo i frutti di un «
liberale è /a page », lealista 55 L. Einaudi, Afforno ad una
spiegazione della disfatta dei partiti socialistici, in « La Riforma
sociale », XLI (1934), pp. 713-714. verso il regime, mosso da « una
meschina preoccupazione di antisocialismo, che non ha a che vedere con il
bisogno di libertà che ogni uomo prova, ma semplicemente con un
sentimento originario, più forte di qualunque ragionamento, di disprezzo
per il salariato e per il lavoratore manuale che aspiri a dirigersi da
solo ». Ispirato da un « velenoso » odio di classe — continua articolista
—, Einaudi « arriva a sostenere la legittimità della reazione fascista,
che non sarebbe l’avventura di un gruppo di spostati né rea- zione
di privilegiati, ma la reazione legittima della so- cietà contro quei
faccendoni dei socialisti che le impedi- vano di lavorare »; il suo
«cieco conservatorismo » si spiega con la sua « sfiducia totale in
qualunque tentativo di miglioramento, che tolga gli individui alla classe
in cui essi sono costretti a vivere » ”. È del resto raro
trovare nella seconda metà degli anni ’30, nella « Rivista di storia economica
» o nei volumi della casa editrice ispirati da Luigi Einaudi, una
coerente pole- mica nei confronti della politica economica del regime o
dei testi economici proposti dal fascismo. La critica all’antiindi-
vidualismo della Breve storia delle teorie economiche di Othmar Spann
edita da Sansoni nel 1936 resta un caso isolato ”, mentre già nel 1934
Einaudi trova modo di lodare Bottai « promotore di iniziative feconde:
come quella dei buoni libri informativi editi dalla scuola corporativa
di Pisa », o la « Nuova collana di economisti » curata da Bottai e
Arena, in cui apprezza in particolare la pubblica- zione dell’Economia
del benessere di Arthur C. Pigou — « non conosco lettura più adatta a
moltiplicar dubbi su qualsiasi provvedimento di politica sociale » — e
gli scritti $% Magrini [Aldo Garosci], Liberalismo?, in «Giustizia
e Libertà », 5 marzo 1937; per un altro attacco al « fascismo » di Luigi
Einaudi cfr. La concezione filosofica del mondo, in ibidem, 1 aprile
1938. « Di rado compaiono operai — notava il corporativista Giuseppe
Bruguier recen- sendo i Nuovi saggi —. Gli è che l’Finaudi, man mano che
gli anni passano, mi pare si faccia sentimentalmente sempre più vicino,
piuttosto che ai lavoratori delle calate del porto di Genova o alle
maestranze delle officine di Torino, ai contadini delle sue belle terre
piemontesi », osservati con « senso patriarcale » (« Leonardo », VIII
(1937), p. 70). 5? L. Einaudi, Una storia universalistica dell'economia,
in « Rivista di storia economica », I (1936), pp. 258-263.
216 Le origini della casa editrice Einaudi sulla
tassazione di Wicksell, col quale Einaudi dichiara di trovarsi « in
ottima compagnia nella tendenza a non pren- dere sul serio certi
cosiddetti principî di ripartizione delle imposte chiamati dell’uguale,
proporzionale o minimo sa- crificio ovverosia della capacità contributiva
e simiglianti vacuità senza contenuto »: la « conquista definitiva
teori- ca » di Wicksell è infatti che « non esiste un principio di
giustizia tributaria » *. In una discussione in cui, accanto a nette
differenziazioni, c’era posto per posizioni intermedie fra corporativismo
e liberismo — tipica è la figura di Marco Fanno, collaboratore al tempo
stesso della « Nuova collana di economisti » e della casa editrice
Einaudi” —, ma anche per significativi incontri su questioni
economiche di nodale importanza, Luigi Einaudi poteva
tranquillamente combattere la teoria dell’imposta progressiva: cosî nel
1934 con la pubblicazione — preceduta da una sua prefazione
‘elogiativa dell’autore e dell’opera svolta dai liberisti italiani nel
1880-90 — dei Principi di economia finanziaria di De Viti De Marco, dalla
quale Edoardo Giretti traeva spunto per un giudizio politico il cui
elemento di distinzione dal fascismo era rappresentato da una /audatio
temporis acti ©, 58 L. Einaudi, Del principio della ripartizione
delle imposte (a pro- posito di una nuova collana di economisti), in « La
Riforma sociale », Macchioro, Studi di storia del pensiero economico e
altri saggi, Milano, Feltrinelli, 1970, pp. 644-45, e il carteggio
Fanno-Finaudi in AFE, Fanno. : 6 «Lo storico che potrà un
giorno, all’infuori delle passioni e dei rancori dell’età contemporanea,
discutere ed esaminare a fondo oggetti- vamente e serenamente le cause
che determinarono la crisi del 1922 e la caduta di un regime
politico-parlamentare che del liberalismo cavour- riano aveva conservato
soltanto il nome, ma non l’idea e la sostanza, dovrà riconoscere che
l’unico tentativo serio e coerente, che si era fatto in Italia, allo
scopo di prevenire la catastrofe di quel regime, da gran tempo preveduta,
fu proprio quello del gruppo liberista, del quale il De Viti fu il capo e
l’ispiratore più autorevole e più tenace », colui che aveva osservato che
i liberisti, « avendo pur sempre di mira la difesa e il consolidamento
dello Stato liberale democratico, avevano esercitato una critica intesa a
creare nel paese una più elevata coscienza pubblica contro tutte le forme
degenerative delle libertà individuali e del sistema rap- presentativo »
(E. Giretti, Un uomo e un gruppo, in «La Cultura », XIII (1934), pp.
28-29). Con quest'opera De Viti De Marco « aveva dimostrato la natura
autofaga dell’imposta progressiva », dità Einaudi, Miti e paradossi della
giustizia tributaria, Torino, Einaudi, 1938, p. 197 n. 217
e, con particolare forza, nei Miti e paradossi della
giustizia tributaria, dove il richiamo agli economisti classici si
accom- pagna ad accenti moralistici che mal nascondono la sostanza
antidemocratica del discorso: Giova — si chiedeva Einaudi — [...]
togliere coll’imposta diffe- renziata a questi pochi [monopolisti] il
guadagno di eccezione che essi temporaneamente lucrano? No; poiché è vero
che quel lucro è ottenuto col vendere a più basso non a più alto prezzo
dei concor- renti. Se si vuole accaparrare quel lucro a vantaggio della
collettività non bisogna adoperare l’imposta, strumento stupidamente
repressivo, ma l’emulazione gli onori la lode. Giova creare l'atmosfera
nella quale il ricco giudichi se stesso disonorato e sia dall'opinione
pub- blica considerato con spregio se non consacri in vita e in morte
parte rilevante dei suoi redditi a scopi di pubblica utilità: a fondare e
dotare scuole ospedali parchi stadi. Come ammoniva Adam Smith, «
un grado assai consi- derevole di disuguaglianza sembra essere, ove si
giudichi secondo l’esperienza universale dei popoli, un danno di
pochissimo conto in paragone con un piccolissimo grado di incertezza ».
La preferenza accordata alla « certezza » rispetto alla « giustizia » —
per cui si richiamano anche gli scritti economici di Cattaneo — trova
infine il suo natu- rale corrispettivo, sul piano politico, nella critica
alla demo- crazia: « Chi, salvo gli egualitari, intenti ad aprire la
via al governo dei plutocrati, mai seppe che lo stato ideale si
confondesse con il governo del demo? Anche il governo di una minoranza
può essere una approssimazione all’ideale, se la minoranza ha lo sguardo
volto verso l’alto » ©; dove l’individualismo economico e
l’antisocialismo ricordano gli aspetti più propagandistici dell’opera di
Pareto, il cui Corso di economia politica apparirà nel 1943 nella «
Col- lezione di opere scientifiche di economia e finanza ».
Anche il richiamo a Cattaneo, sopra citato, si presenta in Luigi
Einaudi nella linea di un discorso conservatore, difficilmente
assimilabile all’interpretazione « illuministi ca » di un Salvemini o di un
Gobetti e ben distante dalla caratterizzazione democratica che — come
vedremo — ne ®! L. Einaudi, Miti e paradossi, cit., pp. 95, 239,
255. 218 Le origini della casa editrice Einaudi
darà Spellanzon nel 1942. La raccolta dei Saggi di econo- mia
rurale curata nel 1939 da Luigi Einaudi per la « Biblio- teca di cultura
economica » ebbe tuttavia il merito di rinno- vare l’interesse attorno a
una figura di cui l’idealismo si era sbarazzato rapidamente. « Corrente
di vita giovanile », la rivista di fronda di Ernesto Treccani che prima
dell’entrata in guerra dell’Italia pubblicherà il brano cattaneano
Della milizia antica e moderna in cui la guerra ingiusta era consi-
derata preludio di sconfitta, colse in Cattaneo un modello di serietà e
di impegno ©, mentre su « Primato » Giansiro Ferrata, dopo aver ricordato
che « la lotta politica fino al ’24 ha insistito su questo nome in tutti
i toni possibili, cogliendone ogni impulso all’azione », oppose 1’«
idealismo operativo » di Cattaneo a quello « descrittivo » di Vico
privilegiato da Croce: « se in questi anni — concludeva all’inizio del
1940 —, come sembra vero e necessario, alcuni pregiudizi politici ed
ideologici vanno scomparendo, dovremmo acquistare alla coltura d’oggi
questo nome » £. La riproposizione che ne faceva Einaudi era però, anche
se più puntuale, pit restrittiva, tesa a raccogliere da Cattaneo
l'invito al sacrificio, alla « edificazione della terra colti- vata », e
soprattutto il richiamo alla « certezza che gli uomini debbono possedere
di godere essi i frutti del proprio lavoro », attuabile attraverso i «
mirabili effetti » del cata- sto: « Mentre troppi dottrinari corrono
dietro a false teo- riche di cosidetta giustizia tributaria e vorrebbero
distrug- gere le più belle tradizioni finanziarie italiane, fa
d’uopo 62 S. Pozzani, Quasi una introduzione, in «Corrente di vita
giova- nile », 31 ottobre 1939: «al fondo della sua concezione politica
ed economica stava il convincimento che solo a prezzo di fatiche e di
sacrifici l’uomo può giungere a risultati positivi e fecondi {...] dalle
pagine del Cattaneo emana l’incitamento a meditate preparazioni come base
necessaria per affrontare la paziente e scrupolosa disamina dei problemi
grossi e minuti della nostra vita nazionale ». Il passo di Cattaneo
riportato si concludeva cosî: «Ma la vittoria stessa, destando la mera-
viglia delle genti e l'imitazione, nel decorso eguaglia le sorti, e riduce
il popolo stesso che aveva trascese le condizioni dell’equilibrio »
(ibidem, 31 maggio 1940). Sulla rivista cfr. l'introduzione di Alfredo
Luzi a Cor- rente di vita giovanile (1938-1940), Roma, Edizioni
dell’Ateneo, 1975. 63 G. Ferrata, Immagine di Cattaneo, in «
Primato », I (1940), pp. 27, 29; cfr. anche Id., Caztareo, in « Oggi »,
25 novembre 1939. 219 insistere
energicamente sulla virti della imposta ripartita su basi destinate a non
mutare per lungo tratto di tem- po » * Il Cattaneo einaudiano
diventa quindi un’altra arma contro gli « egualitari » e i socialisti,
contro i quali si schie- rano anche altri collaboratori della « Rivista
di storia eco- nomica ». Si distingue fra questi il giovane allievo di
Luigi Einaudi e Gioele Solari, Aldo Mautino, che nello studio su La
formazione della filosofia politica di Benedetto Croce — pubblicato
postumo da Einaudi nel 1941 dopo una « accu- rata revisione » dello
stesso Croce — si farà partecipe espo- sitore della critica crociana al
materialismo storico di La- briola e si schiererà con Luigi Einaudi nel
sostenere l’iden- tità fra liberismo e liberalismo 9. Commentando la
mono- grafia di Dal Pane su Labriola e i Saggi labrioliani ripro-
posti da Croce nel 1938, Mautino osservava che la gran- dezza del
cassinate « non si deve ricercare nel campo specu- lativo, bensi
piuttosto in quello politico », in quanto gli sembrava che i Saggi
tendessero «ad una svalutazione progressiva di quella medesima dottrina
di cui si presen- tano come interpretazione e commento »: « una
costante linea spirituale di svolgimento conduce in effetti a
risol- vere l’opposizione persistente tra la necessità escatologica
del comunismo e la libera volontà rivoluzionaria e, lascian- do da un
canto la trascendenza economica, la dialettica della storia e la
conseguente apocalissi comunistica, a far luogo all’azione, diretta ad
instaurare per convincimento 4 C. Cattaneo, Saggi di economia
rurale, a cura di L. Einaudi, Torino, Einaudi, 1939, p. 31; cfr. anche
L.E., La terra è un edificio ed un arti: ficio, in « Rivista di storia
economica », IV (1939), p. 246. Il richiamo di Einaudi a Cattaneo appare
invece «illuminista » a N. Bobbio, Una flosofia militante. Studi su Carlo
Cattaneo, Torino, Einaudi, 1971, PP. 200-201. 65 Cfr. le
lettere di Giulio Einaudi a Croce del 16 e 23 dicembre 1940 (AF, Croce).
« A suo agio il Mautino avrebbe potuto maggiormente far risaltare gli
elementi della dottrina creduta morta da Croce in se stesso e rimasti al
contrario vivi e fecondi. Se ciò non ha fatto gli è perché non aveva del materialismo
storico, nelle sue affermazioni originali, e nei suoi più vitali
ripensamenti, quella conoscenza che sarebbe stata necessaria », osservò
F. D'Antonio, A proposito della « filosofia politica » crociana, in «
Nuova rivista storica », XXV (1941), p. 333. 220 Le
origini della casa editrice Einaudi morale, fuori da ogni attesa
fatalistica, una nuova forma di vita più umana. Onde la conclusione
ideale, a cui i Saggi medesimi sembrano rivolgersi, finisce per rinnegare
quelle stesse strutture intellettuali di cui la passione politica
aveva tentato di rivestirsi ». Fatta propria la negazione crociana del
materialismo storico come filosofia, e affermato che nel campo
speculativo il marxismo era stato superato da Croce e Sorel, Mautino
notava tuttavia la « comprensione, profonda nel Labriola, del valore
nazionale rappresentato dal movimento operaio. Questo rigido socialista
sognava un’Italia attraverso di quello rigenerata e fatta più
civile [...]. In questo augurio di una Italia nuova consiste una
delle ragioni, e sicuramente non la minore, della “ perpetua giovinezza”
che l’antico e recentissimo editore riconosce nell’opera del Labriola »
£. Se in quest’ultima affermazione può apparire un’acquisizione di stampo
nazionalistico del pensiero di Labriola, analoga a quella compiuta da
Volpe nella prefazione alla monografia di Dal Pane, decisamente
liquidatorio era il giudizio sul socialismo espresso da Mau- tino nella
recensione delle memorie di organizzatori operai pubblicate da Laterza (Zibordi,
Rigola, Riguzzi) e dalla collana dei « Problemi del lavoro » (Azimonti,
Zanella, Bettinotti, Anzi, Rigola): staccato dal marxismo scienti-
fico, « il socialismo fu soprattutto una convinzione mora- le », ma anche
cosî le memorie dei suoi militanti, annotava Mautino,
lasciano trasparire del grigiore spirituale. Pare che dopo tanto tre-
pidar di speranze e divampare di passioni e avvicendarsi di illusioni e
delusioni e travagliarsi e lottare, l’animo tendesse a volgersi di
preferenza a faccende organizzative, e di miglioramenti economici, e di
compromessi politici [...]. Ormai il vecchio socialismo moriva senza
gloria; e anche questi suoi ultimi fedeli, guardando oggi al futuro, non
sanno più ritrovare nei miti troppo facili della loro gio- venti motivi
capaci di animarli e correggerli ancora , 6 A. Mautino, Intorno a
un teorico del materialismo storico, in « Rivi- sta di storia economica
», IIl (1938), pp. 332-334. 6 A. Mautino, Memorie di organizzatori
operai italiani, in « Rivista di storia economica », IV (1939), p. 76.
Recensendo il Concezto cristiano della proprietà di J. M. Palacio curato
da Fanfani per le edizioni di Vita e pensiero, Mautino trovava modo di
condannare anche il cattoli- A sottolineare le carenze del socialismo e
il primato del liberismo interveniva autorevolmente, nel 1940,
Attilio Cabiati: notando come « da parecchi anni a questa parte il
socialismo, che pareva “relegato in soffitta” », fosse venuto attirando
l’attenzione di studiosi tedeschi ed anglo-ameri- cani, rivolti a
vagliare « la possibilità teorica di un governo economico collettivista
», affermava che tutti arrivavano alla conclusione che « qualunque
sistema economico si adotti, ove esso miri a procurare col minimo
dispendio di forze il massimo benessere della collettività, deve
soddi- sfare a quello stesso sistema di equazioni, che in libera
concorrenza garantiscono l’utilità massima ai singoli opera- tori sul
mercato »; perciò solo lottando contro l’interven- tismo statale,
concludeva Cabiati, « l'economia potrà rifio- rire, dimostrando coi fatti
che l’azione privata, malgrado i propri difetti innegabili, supera senza
paragone possibile qualsiasi forma di costituzione socialistica della
società, che costituirebbe l’iperbole del burocratismo, coi suoi insosteni-
bili difetti e con la formazione della peggiore oligarchia arri- vista »
£. La battaglia antiprotezionistica dei liberisti raccolti
at- torno a Luigi Einaudi, quale si rispecchia non solo nelle sue
riviste, ma anche nei volumi di economia della casa editrice che ora
esamineremo, aveva quindi un’impronta ideologica conservatrice e
antisocialista che, se rappresenta solo una faccia dell’iniziativa
culturale di Giulio Einaudi, è forse quella che meglio spiega la capacità
di quest’ultimo di aprirsi degli spazi di manovra nelle maglie del
regime. cesimo sociale in quanto, «al pari del socialismo
democratico, la poli- tica cattolica si volge alla plebe con le lusinghe
della benedizione pubblica e la promessa d’un paradiso nel cielo »,
facendosi sostenitrice dell’interventismo statale (Cattolicesimo e
questione sociale, in « Rivista di storia economica », III (1938), pp.
79-80). 6 A. Cabiati, Intorno ad alcune recenti indagini sulla
teoria pura del collettivismo, in « Rivista di storia economica
»,{prendeva in esame, fra gli altri, saggi di R. L. Hall e M. Dobb). Di
notevole interesse per valutare, non solo sul piano ideologico, il
rapporto fra il gruppo di Luigi Einaudi e il regime è la collana «
Problemi contemporanei », che per dieci anni — dalla fondazione della
casa editrice al 1944 — riflette l'opinione dei liberisti sulla politica
economica ita- liana e internazionale, con delle valutazioni che,
passando quasi sotto silenzio gli indirizzi corporativi del
fascismo, non sono tali da costituire, nella maggior parte dei casi,
un terreno di scontro con gli economisti del regime. Il tema di
maggior rilievo della collana è la crisi del 1929 e il New Deal
rooseveltiano: un punto sul quale l’attenzione dedicata ai problemi
monetari anche dai liberisti « per- mette loro di trovare un terreno di
incontro con i corpora- tivisti, dati gli indirizzi della politica del
regime in questo settore » ©, anche se, ovviamente, da parte fascista si
cerca di assimilare l’esperimento di Roosevelt — in quanto inter-
ventista — al corporativismo e di ricavarne quindi un’ulte- riore
giustificazione di quest’ultimo come terza via tra capi- talismo e
socialismo; mentre l’entourage di Luigi Einaudi, nonostante uno sforzo di
documentazione, manifesta dure critiche nei confronti delle analisi
catastrofiche della crisi e della politica del presidente americano. La
posizione dei liberisti — accanto al gruppo einaudiano è da
annoverare anche quello che si raccoglie attorno al « Giornale
degli economisti » — giustifica « un giudizio di incomprensione e
di mancanza di attrezzatura teorica idonea da parte di questi economisti
rispetto ai problemi posti dalla crisi ame- ricana. È assente la
coscienza del dramma di milioni di disoccupati e non esiste quel
travaglio sull’adeguatezza dei propri strumenti teorici che caratterizza
vari economisti americani. Vi è, soprattutto, una difesa della “scienza
eco- nomica” e delle “leggi economiche” contro la politica eco-
nomica e la politica in generale » ”. Mentre il governo ® M.
Vaudagna, New Deal e corporativismo nelle riviste politiche ed
economiche italiane, in G. Spini, G. G. Migone, M. Teodori, Italia
e sno dalla grande guerra a oggi, Padova, Marsilio, 1976, p. 108.
idem. fascista accentuava l’intervento dello Stato nell’economia, i
liberisti cercarono di ridimensionare la portata della crisi e di
attribuirne le cause, in ultima istanza, alla politica pro- tezionistica
promossa dai vari Stati dopo la prima guerra mondiale e, quindi, a « errori
di uomini » allontanatisi dalle « leggi economiche ». Già nel
1931 Luigi Einaudi, svolgendo su « La Riforma sociale » delle «
riflessioni in disordine » sulla crisi, aveva individuato nel crack del
1929 la manifestazione di quei « cicli brevi » che « sono dominati dagli
errori degli uomi- ni » e, in quanto tali, facilmente superabili.
L’insorgere di uno squilibrio fra domanda e offerta, una delle cause
della crisi, era imputato moralisticamente a una deviazione dai
modelli tradizionali di vita delle classi inferiori aspiranti a salire
nella scala sociale. Se in Russia, osservava, « non è concepibile crisi »
in quanto domanda e offerta coincide- vano « forzatamente » per
l’intervento dello Stato soffoca- tore della libertà e delle aspirazioni
individuali, il « mo- dello » americano, che faceva tendere ad un alto
tenore di vita tutte le classi, era un elemento perturbatore
dell’equi- librio fra produzione e distribuzione del reddito: di qui
la convinzione che « la crisi via via si attenuerà a mano a mano
che i nuovi ceti diventeranno vecchi e che il mare sociale in tempesta si
acqueterà. Ogni classe ed ogni ceto ritornerà a poco a poco a pregiar se
stesso, a vivere secondo i propri gusti fondamentali e tradizionali », in
modo che « l’industria potrà assai meglio prevedere la domanda di
beni da parte di una società » meno fluida, meno commossa da mutazioni e
commistioni di ceti inetti a comprendersi a vicenda e furiosamente spinti
ad imitare gli aspetti più ap- pariscenti della vita di ognuno di essi ».
E, mentre negava la « novità» della crisi presente e confutava i
suggerimenti di Keynes cosî come l’utilità di ogni piano economico,
mosso dal terrore per il « gigantismo » industriale ribadiva il suo arcaico
ideale di un mondo economico dominato dai piccoli produttori, che si
illudeva di veder realizzato in Italia, dove « probabilmente il peso
relativo della piccola impresa famigliare, pudicamente condotta fuori
degli occhi curiosi degli statistici, è grandissimo, superiore a
quanto 224 Le origini della casa editrice
Einaudî si immagina dai più. Forse quel peso è crescente. Contro
i piani internazionali, contro i consigli dei periti, la sanità
fondamentale italiana ha reagito concentrandosi nella in- frangibile
unità famigliare »: un ideale, il suo, che poteva incontrarsi con alcuni
aspetti della dottrina sociale catto- lica e della propaganda ruralistica
del regime ”. Analoga era la posizione di Attilio Cabiati, che in
Crisi del liberismo o errori di uomini? accompagnava l’analisi dei
fenomeni economici, sufficientemente articolata, con un fer- reo
dogmatismo, affermando che « l’abbandono dei prin- cipi economici, messi
in disparte in omaggio a vere o pre- sunte necessità politico-sociali, ha
sviluppato nel mondo intero, come “naturale” conseguenza, una serie di
disastri economici »; l’economia, aggiungeva ricordando Pareto e
Barone, « è una scienza precisa la quale obbedisce a leggi naturali. Per
cui sia che l’organizzazione economica resti abbandonata al self interest
dei singoli, sia che venga data nelle mani dello stato sotto una forma
qualsiasi, una condi- zione è necessaria: che i privati o il ministro
della produ- zione agiscano secondo le leggi nazurali della scienza eco-
nomica » ”. Si comprende quindi come la domanda formu- lata nel titolo
del volume fosse puramente retorica, e come Cabiati considerasse la
crisi, e i mezzi messi in atto da Roosevelt per superarla, come « errori
di uomini », frutto cioè dell’indebita ingerenza della politica
nell’economia. A sostegno di questa tesi viene proposta l’opera di uno
dei più ‘autorevoli esponenti neo-classici della London School of
Economics, Lionel Robbins, che agli insegnamenti di Mar- 7 L.
Einaudi, Saggi, Torino, La Riforma sociale, 1933, parte II, pp. 228, 373,
377, 405-410, 515. Il 17 marzo 1939 Einaudi inviava a Mussolini una
lettera in cui considerava la proposta di introdurre nel codice civile
l’« indivisibilità dei fondi rustici» un freno alla piccola proprietà e
allo sviluppo demografico del paese (ACS, Segreteria parti- colare del
Duce, Carteggio ordinario, fasc. 528771, sottofasc. 2). 7 A.
Cabiati, Crisi del liberismo o errori di uomini?, Torino, Einaudi, 1934,
pp. 9-11. Contro «il ricorso all’immutabilità delle cosf dette leggi
economiche, ripiego in cui si annida il falso presupposto della naturale
armonia degli interessi », espresso in un altro volume di Cabiati (Il
finanziamento di una grande guerra, Torino, Einaudi, 1941), si schierava
A. Brucculeri, Ecomozzia bellica, in «La Civiltà cattolica », shall — cui si
rifacevano, a Cambridge, pur con posizioni diverse, Pigou e Keynes —
anteponeva quelli di Pareto, von Mises e Wicksteed. In Di chi la colpa
della grande crisi? E la via di uscita Robbins, nei cui riguardi i
liberisti italiani dimostravano una speciale venerazione, affermava
che dopo la guerra « il raggruppamento delle imprese indu- striali in
consorzi, l’accresciuta forza dei sindacati operai, il moltiplicarsi dei
controlli governativi hanno creato una struttura economica che, quale che
possa essere la sua supe- riorità etica od estetica, è certo assai meno
capace di rapidi riadattamenti di quanto lo fosse il vecchio sistema
pit aperto alla concorrenza ». E analizzando i provvedimenti dei
vari governi — moneta manovrata e protezionismo — scorgeva il pericolo di
uno scivolamento verso il socialismo, in parte già in via di
realizzazione: Il carattere nettamente socialistico della politica
economica in Inghilterra, e in tutto il mondo moderno, non è determinato
dagli elementi obbiettivi della situazione, o dal fatto che le masse
abbian deciso di riorganizzare socialisticamente la produzione. Se la
politica economica ha questo carattere è perché uomini d’intelletto e di
cul- tura hanno creato la teoria socialistica e hanno gradualmente
conver- tito alle loro idee le masse ?3. Le stesse
preoccupazioni per il « socialismo di Stato » paventato dai liberisti
italiani ”* sono avvertibili nella rac- 7 L. Robbins, Di chi la
colpa della grande crisi? E la via di uscita, prefazione di L. Einaudi,
traduzione di S. Fenoaltea, Torino, Einaudi, 1935 (ediz. originale 1934,
col titolo The Great Depression), pp. 10, 80, 219. Fenoaltea scriveva
all’editore di aver fatto rivedere la traduzione da Luigi Einaudi, e di
aver proposto l’opera « per il desiderio, e quasi per il dovere morale,
che sentivo di far conoscere agli italiani questo libro cosi bello, cosî
coraggioso, e così necessario » (AE, Fenoaltea). Su Robbins cfr. in
italiano C. Napoleoni, I/ pensiero economico del ’900, Torino, Einaudi,
1976, pp. 35-43, e l’introduzione di V. Malagola Anziani a L. Robbins, La
base economica dei conflitti di classe, Firenze, La Nuova Italia,
1980. 74 Il 13 aprile 1934 Vittorio Racca scriveva dagli Stati
Uniti a Luigi Einaudi che « nelle riforme rivoluzionarie presidenziali
americane si fa macchina indietro a tutto spiano; il paese, sia perchè
vede che la recovery sta venendo in modo indiscutibile, sia perchè, come
conse- guenza di ciò, si rifà coraggio, sia perchè si vede che quelle
riforme ritardano, invece di favorire il ritorno della vita normale, non
ne vuole più sapere di socialismo di Stato » (AFE, Racca). Già il
discorso del 1° 226 Le origini della casa editrice
Einaudi colta di saggi degli economisti di Harvard su I/ piano
Roo- sevelt: gli autori, pur dichiarandosi « ben lungi dal credere
che l’individualismo del secolo decimonono rappresenti l’apice della
perfezione per tutti i tempi », si mostrano con- trari all’ingerenza
della politica nell'economia e favorevoli a un laissez faire corretto in
modo tale da impedire lo sfrut- tamento dell’uomo sull’uomo senza cadere
nella soluzione socialista. Mentre per Joseph A. Schumpeter « l’unico
carat- tere distintivo della presente crisi mondiale [...] è il fatto
che i motivi extra-economici recitano la parte principale del dramma »,
Overton H. Taylor, trattando esplicitamente del « conflitto fra economia
e politica », sostiene che « l’inte- resse economico effettivo di ogni
gruppo o frazione di po- polo dev'essere riposto in una generale rinunzia
o severissi- ma limitazione della “legislazione di classe” e della
lotta per il potere e l’avvantaggiamento relativo, che vi sta alla
base, salvo che qualche gruppo o classe possa realmente sperare di condurre
a compimento una soluzione sociale secondo il modello marzistico »; tutto
il suo ragionamento è cosi indirizzato a chiedere il ristabilimento
dell’economia di mercato e a confutare i « nuovi radicali », privi di
quel « realismo economico » il quale « deve riconoscere che, nella
nostra presente situazione, l’interesse comune a una generale ripresa
degli affari onesti, dell’agricoltura e del- l’occupazione operaia è
massimamente minacciato dalla stra- tegia del potere e delle illusioni
economiche delle classi mal- contente » * Il giudizio sul New
Deal non è sostanzialmente modifi- cato da alcune note informative sulle
riviste einaudiane o dal reportage giornalistico di Amerigo Ruggiero *,
né dalla novembre 1934 in cui il segretario di Stato Cordell Hull
si dichiarava disposto ad abbassare i dazi doganali, era salutato come
L'atto di contri- zione degli Stati Uniti (« La Riforma sociale », XLI
(1934), pp. 691-696). 7 J.A. Schumpeter, E. Chamberin, E. S. Mason,
D. V. Brown, S.E. Harris, W.W. Leontiefi, O.H. Taylor, Il piano
Roosevelt, traduzione di Mario De Bernardi, Torino, Einaudi, Cfr. M.
Einaudi, Dopo un anno di governo di Roosevelt, «La Cultura », XIII
(1934), pp. 66-67; V. Racca, Il «New Deal» roosevel- tiano: in che
consiste, e Il «New Dedl» rooseveltiano: gli effetti, in «La Riforma
sociale », A. Rug- stessa pubblicazione di due opere di Henry A.
Wallace, ministro dell’agricoltura dell’amministrazione Roosevelt,
che pur dimostrano un intento informativo da parte della casa editrice.
Presentando Che cosa vuole l'America? — libro nel quale Mussolini vide la
conferma che anche gli Stati Uniti andavano « verso l’economia
corporativa » —, Luigi Einaudi riconosceva per la prima volta che « il
New Deal in fondo è un nobile tentativo di far qualcosa, non perché
si sappia che quel qualcosa sarà fecondo di risultati vantaggiosi, ma
perché urge il dovere di lottare contro la disperazione, di infondere
coraggio, di impedire che milioni di uomini si rivoltino contro la
società e distruggano, nel- l’impeto dell’ira, il risultato di tre secoli
di sforzo labo- rioso »; ma si premurava al tempo stesso di mettere in
evi- denza la « grande illusione » di Wallace 7, un « liberista »
costretto dalla realtà della crisi ad ammettere il controllo statale
sull'economia, nella speranza che la nuova epoca si persuadesse che «
l’umanità possiede oggi tanta potenza mentale e spirituale e tanto
dominio sulla natura da togliere per sempre ogni valore alla teoria della
lotta per la vita e sostituirla con la legge più alta della cooperazione
». Wal. lace appariva infatti combattuto fra le necessità del mo-
mento e le prospettive di più lungo periodo, prestandosi quindi anche a
una lettura non distante dalla posizione dei liberisti italiani,
preoccupati pur sempre delle tendenze monopolistiche del capitalismo
contemporaneo: poiché l’an- tico sistema, affermava Wallace, « era il
prodotto di un’avi- dità e di un opportunismo sfrenati »,
siamo stati costretti per forza a pensare in termini non di produ- zione
e di commercio liberi, ma di produzione e di commercio pro- grammati
dentro e tra le nazioni. Il rifiuto di Adam Smith a trac- ciare meschine
piccole linee locali di confine attorno ai concetti di giero,
L’America al bivio, Torino, Einaudi, 1934. Ruggiero pubblicherà nel 1937
presso Treves un volume sugli Italiani in America, lodato da «Gerarchia »
perchè metteva in risalto «la grandiosa opera di va- lorizzazione
dell’Italia intrapresa dal Fascismo » Wallace, Che cosa vuole l’America?,
introduzione di L. Einaudi, Torino, Einaudi, 1934 (ediz. originale 1934),
p. 25 (Einaudi dichiara di averlo tradotto lui stesso: p. 12); L.
Einaudi, La grande illusione di Wallace, in «La Cultura », commercio e di
civiltà può tuttavia ancora adesso giustamente inco- raggiare le menti ed
i cuori a compiere sforzi più grandi. Un popolo libero sente vivacemente
il dolore del nazionalismo, cioè del protezionismo e
dell’isolamento economico *. An- che in Nuovi orizzonti, in cui pur si
vide la proposizione di un programma « sostanzialmente identico al
sistema corpo- rativo italiano » ?, Wallace osservava la necessità di «
con- troliare quella parte del nostro individualismo che produce
l’anarchia e la miseria diffusa », assicurando che « affidarsi a simili
espedienti di redistribuzione del reddito e delle possibilità, non ci fa
cadere nel socialismo e nel comunismo. E nemmeno costituisce il metodo
dei pirati capitalistici della scuola economica neomanchesteriana »; ma
affermava anche la temporaneità dei centrolli statali
sull'economia, per concludere con una proposta conforme agli ideali
del New Deal, ma difficilmente assimilabile a quelli del corpo-
rativismo: La democrazia economica dovrebbe forse create i freni e
i mezzi d’equilibrio che caratterizzano la democrazia politica, ma essa
deve anche porre l’accento su un pronto ed attivo apprezzamento
delle relazioni economiche mutevoli. La democrazia economica deve
tro- varsi in posizione tale da resistere a sconsiderate pressioni politiche.
Al tempo stesso, essa deve effettivamente rispondere ed essere pron-
tamente ben disposta verso le necessità urgenti del popolo da cui sgorga
il potere. La proposta da parte di Luigi Einaudi — che pur
si preoccupava di premettervi sue « avvertenze » — di testi che non
riflettevano soltanto le opinioni di liberisti, ma erano passibili anche
di una lettura in senso corporativista, 78 H.A. Wallace, Che cosa
vuole l’America?, cit., pp. 75, 100. F. Gazzetti osservava che «il
lettore fascista avrà modo leggendo il libro di vedere che le più
indovinate istituzioni americane sono state imitate da analoghe
iniziative del Regime, persino le migrazioni interne!» {« Bibliografia
fascista », X (1935), p. 495). 79 Cfr. la recensione di E. Corbino
in «Nuova rivista storica », Wallace, Nuovi orizzonti, traduzione di M.
De Bernardi, Torino, Einaudi, 1935 (ediz. originale 1934, col titolo New
Frontiers) pp. 25, 30, 244-245. 229
è indice della consapevolezza che il dibattito mondiale sulla
crisi stava assumendo negli anni ’30 tendenze sempre pit decisamente
anticapitalistiche, che in Italia avevano un qualche riscontro nelle tesi
del « corporativismo di sini- stra » e dell’« economia programmatica »,
che ai suoi occhi apparivano, in quanto statalistiche, pericolosamente
otien- tate verso il socialismo *. Di qui la presentazione, accanto
a Wallace, di un autore « moderato » come Arthur C. Pigou, che quanto
meno salvasse l’essenza del capitalismo e desse garanzie in senso
antisocialista. In Capitalismo e socialismo il successore di Marshall
nella cattedra di Cam- bridge, al termine dell’analisi di pregi e difetti
dei due sistemi economici, proponeva di mantenere « la struttura
generale del capitalismo » modificandola però gradualmente con interventi
statali al fine di « ridurre le diseguaglianze più gravi nelle fortune e
nelle occasioni di avanzamento che offendono la nostra presente civiltà »
: la proposta non era certo tale da riscuotere pienamente le simpatie di
Einaudi, per il quale Pigou « oggi sarebbe un “New Dealer” roose-
veltiano negli Stati Uniti o un corporativista in Italia », e appariva
ingenuo nell’assumere « come verità sacrosante le favole raccontate e
rammostrate dai comunisti russi, consu- matissimi mistificatori, ai
coniugi Webb, che sono forse stati nel campo scientifico la conquista più
preziosa dei bolscevichi » — l’allusione era alla celebre opera
sull’URSS che nel 1938 la casa editrice si rifiutò di tradurre —;
ma l'intervento dell’economista inglese si giustificava come solido
argine nei confronti dei detrattori del capitalismo: « gli studenti di
Cambridge — affermava infatti Einaudi —-, sceltissimo fiore del paese
reputato il più aristocratico del mondo, affettano oggi quasi tutti di
essere comunisti. Il libretto di Pigou è una doccia fredda per codesti
puri con- sequenziarii » ®. 81 Cfr. L. Dal Pane,
Commemorazione di Luigi Finaudi, cit., p. 312. 82 A.C. Pigou,
Capitalismo e socialismo. Critica dei due sistemi, tra- duzione di G. Borsa,
Torino, Einaudi, 1939 (ediz. originale 1937), pp. 137-138. 83
Ibidem, pp. 2-4 (Avvertenza di L. Einaudi). La traduzione dell’ opera dei
Webb, lodata da Umberto Calosso su « Giustizia e Libertà »
230 Le origini della casa editrice Einaudi Destinata
a una maggiore risonanza e a ricevere il plauso dei recensori fascisti
era la critica severa della società sovie- tica svolta da William H.
Chamberlin in L'età del ferro della Russia, dove il titolo stava a
indicare il periodo del primo piano quinquennale ma anche i metodi ferrei
con cui era stato condotto. « Il libro è stato scritto prima delle
recenti manifestazioni di terrorismo all’interno e di aiuto dato
all’estero ai movimenti sovvertitori dell’ordine so- ciale — avvertiva
nel 1937, nel corso della guerra di Spa- gna, l'editore italiano — [...].
Ma la potente analisi, tanto più spietata quanto più obbiettivamente
contenuta, dell’ab- brutimento spirituale della Russia comunista,
giustifica la resistenza che l'Europa oppone vittoriosamente alla
propa- gazione del bolscevismo ». Con uno stile vivacissimo e con
frequenti — ma scontati e logori — raffronti fra Stalin e Pietro il
Grande, l’autore non si limitava a illustrare il pro- cesso di
industrializzazione dell'URSS, ma dedicava ampio spazio al soffocamento
delle libertà personali, civili e reli- giose, da parte dell’« autocrate
della repubblica rossa », un paese in cui si poteva notare « il
realizzarsi di una teoria fanatica che arreca grandi mutamenti di vita e
di pensiero ed al tempo stesso condanna alla distruzione milioni di
avversari », 0 « il risorgere in nuove forme, e sotto la ma- schera di
frasi nuove, di tipiche antiche concezioni russe come il diritto assoluto
dello stato a servirsi degli individui e distruggerli, se cosî vuole, per
il raggiungimento dei suoi scopi ». E ciò senza che si fossero raggiunti
apprezzabili risultati dal punto di vista economico, perché, « se con
il grano, il caffè e il cotone distrutti si potrebbe idealmente
formare una montagna come monumento alle follie e alle debolezze del
capitalismo, una montagna non meno grande si potrebbe innalzare nell’URSS
con tutte le merci che sono state sprecate e distrutte non
volontariamente, ma per effetto di incuria e di inefficienza proprio
quando la man- canza di viveri si faceva più acutamente sentire ». Di
qui (7 febbraio 1936), era stata consigliata da Alessandro Schiavi
a Giulio Finaudi, che il 18 febbraio 1938 gli rispondeva: « Ma non Le pare
che gli Autori prendano troppo sul serio l’economia programmatica
dei Sovieti? » (AE, Schiavi). l'insegnamento di carattere generale
che da questo, come da altri volumi della collana, poteva trarre il
lettore: « L’esperimento russo ha dimostrato all’evidenza che l’eco-
nomia programmatica non è una panacea, che nel funziona- mento di un
sistema economico strettamente centralizzato e controllato dallo stato
possono verificarsi errori non meno disastrosi delle deficienze e degli
attriti di un sistema che funzioni senza il beneficio di un piano » *. Un
giudizio che, se non poteva incontrare la piena approvazione dei
liberisti, poneva sul tappeto un quesito al quale i corporativisti
af- fermavano di aver già risposto, ma che al tempo stesso era
riformulato come ancora irrisolto dalla rivista di Codignola « Civiltà
moderna », secondo la quale « resta uno dei pro- blemi fondamentali del
regime sovietico quello di trovare quanto individualismo sia necessario
pel funzionamento d’un sistema collettivista, cosî come in altri paesi il
pro- blema è quello di trovare quanto controllo collettivo debba
istituirsi per far bene funzionare un sistema individuali- sta! » ®.
i Il quesito verrà riproposto, addirittura con alcuni arre-
tramenti teorici in senso liberista, nei volumi di economia pubblicati
dalla casa editrice nel 1945-46. Non è quindi da stupirsi che nel 1944,
dopo la caduta di Mussolini, appa- risse come ultimo titolo dei «
Problemi contemporanei » curati da Luigi Einaudi un altro volume di
Robbins, Le cause economiche della guerra, dove, più che la critica
3 W.H. Chamberlin, L'età del ferro in Russia, traduzione di S.
Fenoaltea, Torino, Einaudi, 1937 (ediz. originale 1934), pp. 11-12, 21,
74, 76. « L'entusiasmo è un po’ gonfiato a causa delle circostanze, ma in
fondo il libro si meritava una buona accoglienza », scriveva l’editore a
Fenoaltea il 16 febbraio 1937 (AE, Fenoaltea). Chamberlin pubblicò anche,
nel 1937, Collectivism, a False Utopia. 85 Recensione di A. Rapisardi
Mirabelli, in «Civiltà moderna », Per Felice Battaglia il libro mostrava
« l’organiz- zazione concreta, in atto, del regime, la vita dolorosa di
un popolo, che ignora ogni attributo della persona e si consuma in un
tono assai basso di esistenza economica e morale, senza neppure supporre
che altri possa realizzare forme più soddisfacenti » (« Rivista storica
italiana », s. V, I (1936), p. 103); «libro di informazione onesta,
spassionata », retto dall'idea che « alla dinastia degli zar sia
subentrata una dinastia di fanatici sacerdoti marxisti», appariva al
«Meridiano di Roma» (II, 24 gennaio 1937). . 232
Le origini della casa editrice Einaudi svolta dall’autore
nei confronti della teoria leninista dell’im- perialismo e la sua
proposta degli Stati Uniti d'Europa in quanto « non il capitalismo, ma
l’organizzazione politica anarchica del mondo è il male principale della
nostra civil- tà », interessa l’avvertenza dell’editore, che in
Robbins vedeva l’esponente di quelle forze politiche e culturali «
che intendono superare gli inconvenienti e le deficienze della moderna
civiltà capitalistica senza apportare nessuna vera trasformazione
strutturale, nessuna modificazione pro- fonda e rivoluzionaria
all’attuale organizzazione sociale »; e, nella preoccupazione per il
futuro, il lettore era invitato a « giudicare ogni forma di riformismo e
la validità degli apporti, che possono ancora offrire le forze
conservatrici nel nuovo mondo che si prepara » Mentre, nonostante questi
limiti, nei testi dedicati agli aspetti internazionali della crisi poteva
passare una polemica indiretta nei confronti della politica economica del
regime, nei volumi della collana che affrontano i problemi econo-
mici italiani è avvertibile, nel migliore dei casi, una cautela dettata
dal timore della censura fascista. Già il 28 marzo 1931, scrivendo a
Luigi Einaudi a proposito dei tagli rite- nuti necessari per un suo
articolo, Edoardo Giretti affer- mava che « è molto mortificante di non
sapere più quello che si può dire e quello che invece bisogna tacere; ma
d’al- tra parte è anche giustissima la preoccupazione di conser-
varci il mezzo di poter dire alcune delle cose che si pen- sano e che,
forse, è ancora utile di far conoscere intorno a noi ». Sempre Giretti,
parlando del volume scritto in colla- borazione col nipote Luciano su Il
protezionismo e la crisi, che esprimeva giudizi sulla politica economica
del regime, scriveva di aver « già fatto il possibile per non dire
niente di più di quello che oggi si può dire, ma vi è sempre il
peri- 86 L. Robbins, Le cause economiche della guerra, traduzione
di E. Rossi, Torino, Einaudi, 1944 (ediz. originale 1939), p. 95. Il
libro era stato proposto all’editore da Ernesto Rossi il 1° luglio 1942
(AE, Rossi). «È meraviglioso vedere come le menti degli economisti
liberali inglesi siano aperte alle idee fondamentali del fascismo », come
il corporativismo e il concetto dell’« ordine nuovo europeo antisovietico
», affermerà f. p. [Felice Platone] recensendo il libro su « Rinascita »
(II (1945), p. 191). 233 colo di non
dimostrarsi abbastanza... reticenti » ”. Tutta- via, proprio questo
volume è fra i più coraggiosi nella pole- mica: svolgeva, con frequenti
citazioni da La condotta e gli effetti sociali della guerra italiana di
Luigi Einaudi, una dura critica dei provvedimenti protezionistici,
lodando le « coraggiose riforme » in senso liberista di De Stefani, il
cui abbandono veniva giustificato con le « difficoltà inerenti al
generale disordine delle relazioni internazionali, ed ai con- trasti
tosto abilmente suscitati dai gruppi organizzati per la difesa dei loro
particolari interessi minacciati ». Ma os- servava che l’isolamento
economico, se poteva non danneg- giare paesi con ampio mercato interno,
era un « assurdo » per l’Italia; in particolare Luciano Giretti, dopo
aver affer- mato che « il raggiungimento dell’autarchia, portando
natu- ralmente con sé la riduzione a zero delle esportazioni, fa-
rebbe incontrare enormi perdite agli interessi produttivi dipendenti dai
mercati mondiali », sosteneva la necessità di tornare al liberismo, pur
con tutti i suoi limiti *. Polemico era anche il volume di De Viti De
Marco che sosteneva l’erroneità della teoria secondo la quale la banca
crea cre- dito, lodato da Einaudi che notava come « su questa teo-
ria, se ben si rifletta, riposano quasi tutte le modernissime proposte le
quali vorrebbero che la banca fosse la suprema regolatrice del credito e
della attività industriale, la leva necessaria per risanare le crisi e
far uscire il mondo dalla depressione » ® In altri volumi,
invece, il giudizio sulla politica econo- 87 AFE, E. Giretti
(lettere del 28 marzo 1931 e del 14 ottobre 1934). 88 E. e L.
Giretti, Il protezionismo e la crisi, Torino, Einaudi, 1935, pp. 54-55,
77, 143; era necessario, si afferma, « tornare a quel libero scam- bio
che, se non rende possibile un alto tenor di vita in un paese, dove le
risorse naturali sono misere, il lavoro poco produttivo e gli impren-
ditori poco geniali; se non impedisce il triste fenomeno della disoccu-
pazione dovuta alle oscillazioni del ciclo economico; se non porta infine
alla prosperità un popolo che per varie ragioni non può ottenerla, va
almeno esente da tutti i mali che della protezione sono caratteristici,
ed ha tuttavia influsso benefico nel far sf che ognuno sfrutti nel
migliore dei modi il proprio lavoro, ottenendo la massima quantità di
beni in cambio di quelli che egli stesso ha prodotto» (pp.
163-164). 8 A. De Viti De Marco, La funzione della banca.
Introduzione allo studio dei problemi monetari e bancari contemporanei,
Torino, Einaudi, 1934; recensione di L. Einaudi ne «La Cultura », XIII
(1934), p. 136. 234 Le origini della casa editrice
Einaudî mica del regime risulta più favorevole di quanto ci si
sa- rebbe immaginato sulla base dell’impostazione liberista della
collana. Alcuni si presentano come contributi alla solu- zione di
problemi economici concreti, come La questione petrolifera italiana
(1937) di Cesare Alimenti, che pur so- stiene l’insufficienza
dell’autarchia basata sull’uso dei suc- cedanei del petrolio, o
L'agricoltura italiana e l’autarchia (1938) il cui autore, il senatore
Arturo Marescalchi, già sottosegretario all’agricoltura dal 1929 al 1935,
espone una serie di consigli pratici per obbedire all’invito
all’autar- chia alimentare rivolto da Mussolini nel discorso alle
Cor- porazioni del 15 maggio 1937 ”. Meritevole di un premio
dell’Accademia d’Italia è il volume sulle Sanzioni di Luigi Federici,
teso a dimostrare che « la unità di spirito di idee di volontà che oggi
noi possiamo vantare è — assieme al- l’ordinamento corporativo — la
migliore forza posta al ser- vizio del paese per realizzare l’unità di
azione necessaria per resistere e per spezzare il blocco » ”. Comprensivo
verso i provvedimenti governativi culminati nella istituzione del-
l’IRI si dimostra lo stesso Cabiati, osservando che « quando le classi
industriali agricole e finanziarie di un paese recla- mano ad ogni difficoltà
l’aiuto dello stato, è logico che que- sto, per ben amministrare il
danaro pubblico, imponga loro la sua tutela e la sua sorveglianza » ”. E
fino ad un’esalta- % Il 10 febbraio 1938 l’editore, annunciando a
Marescalchi che il suo volume era pronto, scriveva: « Ho pensato che il
volume potrebbe essere distribuito, a cura del Ministero
dell’Agricoltura, alle Cattedre Ambu- lanti, Scuole agricole, biblioteche
provinciali, ecc.» (AE, Marescalchi). 91 L. Federici, Sanzioni,
Torino, Einaudi, 1935 (II ediz. 1936), p. 12; il 19 ottobre 1935 l’autore
scriveva a Luigi Einaudi che avrebbe redatto il volumetto «secondo lo
schema da Lei suggeritomi» (AFE, Federici). Federici, già allievo di
Einaudi, era responsabile della pagina finanziaria de « L’Ambrosiano
». 9 A. Cabiati, Crisi del liberismo o errori di uomini?, cit., p.
173; dando notizia di un altro lavoro di Cabiati (Il finanziamento di
una grande guerra, cit.), Luigi Einaudi affermava che l’autore «ammira
la teoria germanica odierna, per cui la finanza è subordinata alla guerra
ed il ministro delle finanze non fa neppure più parte del Comitato
della politica economica; ma pone le condizioni ed i limiti dello sforzo
che il paese può sostenere per la condotta della guerra. La teoria cosî
continua- mente si rinnova, ma non rinnega, pure perfezionandole e
adattandole alle nuove esperienze, le verità antiche » (« Rivista di
storia economica », VI (1941), p. 146). 235
zione retorica della politica economica del regime si spin-
geva Franco Ballarini, che non si limitava a lodare il di- scorso di
Pesaro e tutta la politica monetaria del governo o l’istituzione
dell’IRI, ma arrivava ad affermare che « in un mondo brancolante fra puro
comunismo alla russa, super- capitalismo dei trusts o cartelli privati e
capitalismo di Stato, la luce venne dall’Italia. Si chiamò
corporativi- smo »”. Ancora più concretamente Francesco Repaci, uno
dei più fedeli collaboratori di Luigi Einaudi, lodava il rior- dinamento
della finanza locale attuato con il testo unico del 1931 e con la legge
comunale e provinciale del 3 marzo 1934, specificando che la riduzione
del 12% sulle retribu- zioni del personale era stato « elemento idoneo a
miglio- rare la situazione finanziaria degli enti locali » *.
La collana non si limitò quindi a una funzione di orientamento
teorico generale, ma svolse anche una serie di interventi su temi
concreti, negando quello che era stato un presupposto originario del suo
ispiratore. Nel 1942, presentando l’Introduzione alla politica economica
di Co- stantino Bresciani Turroni — che dopo la Liberazione avrà
anch’egli un ruolo rilevante, come presidente del Banco di Roma —, Luigi
Einaudi riconoscerà infatti che, dopo avere lungamente creduto
anch’io che ufficio dell’economista non fosse di porre i fini al
legislatore, bensi quello di ricordare, come lo schiavo assiso sul carro
del trionfatore, che la Rupe Tarpea è vicina al Campidoglio, che cioè,
qualunque sia il fine perseguito dal politico, i mezzi adoperati debbono
essere sufficienti e congrui; oggi dubito e forse finirò col concludere
che l'economista non possa distinguere il suo ufficio di critico dei
mezzi da quello di dichiara- 9 F. Ballarini, Dal liberalismo al
corporativismo, Torino, Einaudi, 1935, p. 131. A Marco Fanno, giudicato
da Giuseppe Bruguier molto vicino all’ideologia corporativa (I/
corporativismo e gli economisti italiani, Firenze, Sansoni, 1936, pp.
57-59), e autore de I trasferimenti anormali dei capitali e le crisi
(Torino, Einaudi, 1935), Luigi Einaudi chiese di scrivere «un volumetto
di Economia Corporativa » (AFE, Fanno, 30 luglio 1934). %
F.A. Repaci, Le finanze dei comuni, delle provincie e degli enti
corporativi, Torino, Einaudi, 1936, p. 61. Come giustificazione dell’in-
tervento italiano in guerra fu apprezzato dalla stampa fascista B.
Minoletti, la marina mercantile e la seconda guerra mondiale, Torino,
Einaudi, (na i Venta fascista », XIX (1940), p. 14, e «Leonardo»,
XII 1941), p. 62). 236 Le origini della
casa editrice Einaudi tore di fini; che lo studio dei fini faccia
parte della scienza allo stesso titolo dello studio dei mezzi, al
quale gli economisti si restrin- 5 gono 9. La
collana da lui diretta fino al 1944, se non giunse a « porte i fini al
legislatore », in alcuni casi si fece portavoce di quest’ultimo. Ma la
situazione cambierà drasticamente un anno dopo. Nell’ottobre del 1945,
dal suo posto di governatore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi proporrà
al figlio di pubblicare una serie di volumi sui « Problemi ita-
liani » scritti « nel modo pi oggettivo possibile » — con l’aiuto, per la
raccolta dei dati, dell'Ufficio Studi della Banca — da autori di
orientamento liberista, sotto la super- visione di Bresciani Turroni. Ma
il nuovo indirizzo della casa editrice, che pur dimostrerà una certa
fatica a supe- rare l'impostazione originaria sui problemi economici,
non poteva più accettare le proposte di Luigi Einaudi: trince-
randosi dietro il rifiuto dell’« obiettività » — che i liberisti non
avevano certo rispettato — il consiglio editoriale gli rispose che
intendeva « presentare al pubblico italiano non soltanto un materiale di
studio e di lavoro, ma anche un’opi- nione ben definita, un orientamento
costruttivo. Vogliamo quindi che l’aspetto strettamente economico di un
proble- ma non sia scisso dal suo aspetto politico: perciò, se
chie- diamo all’autore serietà e obiettività di documentazione, gli
chiediamo anche di indicare la sua soluzione politica, che sarà proposta alla
libera discussione del pubblico » *. E nella collana « Problemi italiani
» appariranno i volumi di Dorso, Grifone, Sereni e Grieco. #
C. Bresciani-Turroni, Introduzione alla politica economica, prefa- zione
di L. Einaudi, Torino, Einaudi, 1942, pp. 15-16. A difesa del liberismo
di Bresciani Turroni, e in polemica con un articolo di Guido Carli su
«Civiltà fascista », cfr. anche L. Einaudi, Economia di mercato e
capitalista servo sciocco, in «Rivista di storia economica», VIII (1943),
pp. 38-46. Su Bresciani Turroni cfr. la voce di Amedeo Gambino in
Dizionario biografico degli italiani, vol. XIV, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana, 1972. 9% Lettera di Luigi Einaudi a Giulio
del 31 ottobre 1945, e risposta a Luigi Einaudi del 7 novembre 1945 (AE,
L. Einaudi). Le firme dei liberisti — da Luigi a Mario Einaudi, a
Cabiati, Giretti e De Bernardi — compaiono anche su « La Cultura », a
segnalare i volumi della collana « Pro- blemi contemporanei », ma non
sono tali da caratterizzare la rivista, centro di esperienze culturali
più avanzate, che ritroveremo in altre collane della casa editrice.
Quando appare nel 1934 per i tipi di Giulio Einaudi, « La Cultura »
si presenta completamente rinnovata rispetto alla serie di Cesare De
Lollis e a quella che le era succeduta dal 1929 al 1933, con Ferdinando
Neri e Arrigo Cajumi: nuova nella veste tipografica, vede alternarsi nel
suo comitato direttivo, accanto a Cajumi e Pavese, Sergio Solmi, Franco
Antoni- celli, Bruno Migliorini, Pietro Paolo Trompeo, Vittorio
Santoli e Norberto Bobbio, a dimostrazione di un legame anche fisico con
la precedente tradizione della rivista ma, al tempo stesso, della volontà
di un cambiamento non solo generazionale. Mentre scompaiono molti
collaboratori di De Lollis, assorbiti dalle iniziative culturali del
regime — pensiamo ad esempio ad Alberto Pincherle, Giorgio Levi
Della Vida, Guido Calogero, Umberto Bosco o Felice Bat- taglia, impegnati
da Gentile nell’Enciclopedia italiana —, fra i nuovi appaiono vari
allievi, al liceo D'Azeglio, di Augusto Monti, Zino Zini e Umberto Cosmo,
che si rial- lacciano per questa via alla tradizione gobettiana,
rivissuta politicamente, da alcuni, nella militanza tra le file di
Giu- stizia e Libertà”. Novità si registrano anche nei contenuti
— non più % Il 27 luglio 1935, riferendo al Ministero dell’interno
sugli arresti del gruppo einaudiano come aderente a Giustizia e Libertà,
il prefetto di Torino scriveva: «Detta setta si serviva a Torino
dell’attività della “Casa Editrice Einaudi” la quale segnatamente con la
pubblicazione della rivista pseudo letteraria “La Cultura” era riuscita a
riunire una cerchia di intellettuali e di antifascisti ed a servirsi di
redattori e collabotatori in maggior parte ostili al Regime Fascista e
noti per aver svolto in pas- sato attiva propaganda contro il Fascismo »;
e aggiungeva che Giulio Einaudi, « all’atto del suo arresto, non esitò a
riconoscere la polarizza- zione intorno alla rivista ‘La Cultura’ di
tutto il cosidetto ambiente antifascista torinese» (ACS, Casellario
politico centrale, b. 1877, fasc. 52997). dibattiti sulla scuola o
sulla religione, meno filosofia e più storia, interesse per i problemi
contemporanei * —, pur nella continuità col passato, quale si manifesta
nell’apertura europea — con una particolare attenzione per la
cultura francese — e in una certa oscillazione fra crocianesimo e
anticrocianesimo, anche se quest’ultimo fu presente in mi- sura maggiore.
L’idealismo dei collaboratori della rivista einaudiana, infatti, «
conobbe sfumature molto particolari, si atteggiò in forme proprie, cercò
sempre, pit o meno luci- damente, il contatto con esperienze diverse » ”.
Pi accen- tuata che nella critica estetica di De Lollis è, ad
esempio, l’attenzione per il metodo filologico e per la
collocazione del letterato nel suo tempo, come risulta dalle recensioni
di Cajumi, di Santoli o di Piero Treves !®. E decisamente
anticrociano è il direttore effettivo della rivista, Cajumi, che nel 1934
si scaglia con virulenza contro la critica idealistica rappresentata dai
volumi laterziani di Luigi Russo, Elogio della polemica e Giovanni Verga,
richiamandosi alla batta- glia contro la « critica filosofica » già
condotta nel 1910 da erra: Fierissimi avversari del cattolicesimo
temporale e delle sue pre- tese (tanto da assumere lo stesso tono
stizzoso dei contradditori), ma conservatori con un soupgon di
nazionalismo; riformatori per inse diar la loro filosofia nella scuola,
ma poi estraniati dalla rivoluzione 98 Mario Praz, fedele agli
interessi prevalentemente letterari della vecchia serie della rivista, il
1° febbraio 1934 annunciava le sue dimissioni da condirettore a Cajumi,
che gli aveva indicato le novità della serie einaudiana: «Rivista mensile
su due colonne, tipo Economist, articoli brevi ed attuali » (AE, Praz).
Il 23 gennaio 1935 l’editore scriveva a Cabiati: «mi permetto di
ricordarLe l’articolo sul piano Roosevelt. E cosi ci tireremmo un po’
fuori ogni tanto dalla solita zuppa di critica rita ed estetica di cui il
pubblico non vuol più saperne » (AE, abiati). 9 G.
Sasso, La « Cultura » nella storia della cultura italiana, in «La Cultura
», XIV (1976) (numero speciale « Per i 70 anni di Guido Calo- gero »), p.
82. Un accenno a Cajumi e ai collaboratori de « La Cultura » come «un
gruppo di intellettuali ben definito nella vita culturale ita- liana »,
in A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., vol. II, pp. 1332-33.
100 Recensendo Saffo e Pindaro di Gennaro Perrotta pubblicato da
Laterza, Piero Treves riteneva necessario inquadrare i poeti nel loro
tempo: «Qualcosa, dunque, vi è, in un poeta, oltre la sua poesia, che
vale e che dura quanto e come la sua poesia » (Storia e poesia nella
Grecia arcaica, in «La Cultura », in
cammino; nemici tanto del letterato puro quanto di quello politi- cante,
i seguaci dell’indirizzo propugnato dal Russo appaiono a un osservatore
imparziale un curioso impasto di contraddizioni 10, Sul piano
filosofico comincia a muoversi contro l’idea- lismo Eugenio Colorni, pur
allievo del « mistico » Marti- netti e collaboratore della « Rivista di
filosofia », già orien- tato politicamente verso il socialismo di Lelio
Basso e di Rodolfo Morandi; la sua ricerca, incentrata intorno
all’ana- lisi del pensiero leibniziano, ha modo di esprimersi sulla
rivista in discussione con La spiritualità dell’essere e Leibniz del
cattolico Giovanni Emanuele Bariè il quale, notava Colorni, si serviva di
Leibniz « a scopi postkantiani e idealistici », accentuando « la
concezione dell’essere come spiritualità »: era invece «una violenza che
il pensiero postkantiano fa sul nostro potere d’interpretazione e
di sviluppo, di considerare tutto ciò che non è materiale nel senso
comune della parola, come necessariamente svolgen- tesi in forma di
soggettività e di pensiero. Ora, proprio la novità di Leibniz consiste
nell’escludere questa costrizione e nell’additare altre direzioni,
diverse da quella gnoseo- logica » !2, Si manifestava cosi in Colorni,
come è stato osservato, un « consapevole atto di rottura [....] nei
riguardi di una tradizione spiritualistica di cui l’idealismo fu
l’ul- tima incarnazione » !°, Non mancano, talvolta, anche
dirette confutazioni della 101 A. Cajumi, La colpa è della
critica?, in « La Cultura », XIII (1934), pp. 45-47; di questo articolo,
dove vedeva «la condanna sommaria di tutto quello che si è fatto negli
ultimi trent'anni », si lamentava Russo con Finaudi il 31 maggio 1934
(AE, Russo). Sull’insufficienza del « fiuto filosofico per separare la
poesia dalla non poesia » cfr., dello stesso Cajumi, Gustave Lanson, in
«La Cultura », XIV (1935), p. 19; contrario alla « sostituzione della
critica filosofica alla storica » si dimo- stra anche Enrico Carrara
recensendo Il! Quattrocento di Vittorio Rossi (« La Cultura », XIII
(1934), p. 13). 102 E. Colorni, Leibniz e una sua recente
interpretazione, in «La Cultura » Cosî N. Bobbio nell’Introduzione a E.
Colorni, Scritti, Firenze, La Nuova Italia, 1975, p. VI. Per l’attività
politica di Colorni cfr. la voce di E. Gencarelli in F. Andreucci - T.
Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943,
vol. II, Roma, Editori Riuniti, 1976, e il profilo, non privo di accenti
agiografici, che gli ha dedicato Leo Solari, Eugenio Colorni. Ieri e
oggi, Padova, Marsilio. 1980. 240 Le origini della
casa editrice Einaud? cultura ufficiale, come quando, di fronte al
metodo attualiz- zante proposto da Gentile ne La profezia di Dante,
Um- berto Cosmo — il docente torinese che nel 1926 era stato
costretto a dimettersi dall’insegnamento per l’« incompati- bilità » fra
il suo pensiero e la politica del regime — osser- vava che « chi voglia
comprendere Dante nella sua inte- rezza discorderà probabilmente da
cotesti criteri », perché « l’infinità dello Stato, la potenza sua
illimitata mi paiono concetti moderni che il teologo Dante non poteva
formulare a se stesso » !*. Ma la più evidente linea distintiva
della rivista dalla cultura del regime, cosi come da Croce, è
ravvi- sabile nel netto richiamo ai valori dell’illuminismo negati
dal pensiero idealistico, e rimasti ai margini anche dell’inte- resse de
« La Cultura » di De Lollis. Se ne fanno interpreti soprattutto, oltre al
Antonello Gerbi !5, Cajumi e Salvato- relli, anche se con accenti molto
diversi. Per Cajumi la rivalutazione del ’700 doveva essere fatta a spese
dell’hege- lismo e dei suoi seguaci, e ricollegando l’illuminismo
all’in- dividualismo del Rinascimento — secondo la linea interpre-
tativa esposta da Chabod nella voce IMuminismo dell’Enci- clopedia
italiana —, attraverso il tramite del libertinismo: La nuova
filosofia, sorta con facilità a cavalcioni di un positi- vismo sfiatato e
vaniloquente, giudicava e mandava dall’alto del suo tedescheggiante idealismo,
ed estranea alla cultura francese ed in- glese, contribuiva al vituperio.
Marxisteggiando, i nostri filosofi pren- devano sotto le ali il Sorel, e
covavano Bergson e Blondel. Per quei poveri sensisti ed illuministi, che
disprezzo! [...]. Il male è che un ritorno al Settecento non può farsi
senza rimandar prima in soffitta Marx, Hegel e compagnia, castigare la
democrazia, dissipar l’equi- voco di certo neoliberalismo, non aver paura
di passare per dei con- servatori e miscredenti vecchio stampo.
14 u.c. [U. Cosmo], Le profezia di Dante, in «La Cultura», XIV
(1935), p. 16. Sulla sua figura cfr. la testimonianza di F. Antonicelli,
Un professore antifascista: Umberto Cosmo, in AA.VV., Trent'anni di
storia italiana (1915-1945). Lezioni con testimonianze presentate da F.
Antonicelli, Torino, Einaudi, 1975?, pp. 87-90. 105 « L'entusiasmo,
la buona fede, lo zelo gioioso di quel tempo calun- niato ci investono e
sollevano », osservava Gerbi recensendo Les origines: intellectuelles de
la Révolution Frangaise di Daniel Mornet (Idee del Set- tecento, in « La
Cultura », XIII (1934), p. 41). Ma i suoi accenti élitari si riscattavano
in un sentito laicismo: per salvare l'Europa « malata, non solo
politica- mente ed economicamente, ma, ciò ch'è più grave, nella
sua cultura », era necessario identificare le origini della sua civiltà,
che erano colte, alla luce de La crise de la con- science européenne di
Paul Hazard — il volume sarà tra- dotto dalla casa editrice nel 1946 —,
nell’Umanesimo e — aggiungeva Cajumi riecheggiando forse Gobetti —
nella Riforma, dalla quale erano sorte « la libertà di coscienza,
la discussione del cristianesimo, delle affermazioni ateistiche. Il
peccato originale, l’origine unica delle razze sono battuti in breccia;
s’affaccia l’idea di progresso. La politica si lai- cizza, e si
democratizza, l’idea di Stato si disgiunge da quella feudalisticamente
monarchica. Nasce una nuova economia, mercantile, capitalista » !”.
Pi esplicita e avanzata che in Cajumi risulta, a propo- sito
dell'Illuminismo, la coniugazione di giudizio storico e impegno civile in
Salvatorelli: recensendo nel 1934 La polemica sul Medio Evo di Giorgio
Falco — ma richia- mando anche la Philosophie der Aufklirung di Cassirer
—, egli osservava che la valorizzazione del ’700 operata da Falco
si inseriva « in un processo di pensiero in pieno corso e di importanza
capitale, da cui usciranno ben altro che semplici revisioni
storiografiche e storico-filosofiche, come ben altro che queste revisioni
è uscito dalla svalutazione del ’700 proseguita dal Romanticismo in poi
». E, dopo aver ridimensionato la funzione del Papato e dell’Impero
nella storia della società medievale, con accenti antinazi- sti — «ci si
aggiungono, adesso, le strimpellature misti- cheggianti del Sacrum
Imperium (vedano, gli strimpellatori teutonici, di accordarsi ora con
l’altro misticismo razzista, quello che fa capo a Vitichindo e a Wotan) »
—, Salvato- 106 A. Cajumi, La nascita della civiltà europea e I
libertini del Seicento, in «La Cultura», XIV (1935), pp. 41-43 e 63-67.
Negli stessi anni l’opera di Hazard era accostata da E. Cione alla Storia
dell'età barocca di Croce, anche per il suo taglio etico-politico (« La
Nuova Italia », VIII (1937), pp. 121-123). Sul significato dell’opera di
Hazard, che insiste sul tema della «crisi» anche per il momento in cui fu
scritta, cfr. G. Ricuperati, Paul Hazard, in « Belfagor », relli indicava lucidamente quello che poteva
essere l’inse- gnamento dell’illuminismo: chi volesse con un
solo termine riassumere le caratteristiche del per siero settecentesco,
non potrebbe trovarne altro più adatto che quello di « umanità ». Ed ecco
perché, nella necessità di un nuovo umane- simo per risolvere la crisi in
cui il mondo civile si dibatte, il pen- siero del Settecento ritorna oggi
a splendere più vivo che mai. Per fare, e non subire, la storia futura
occorre giudicare quella passata e non stenderci sopra il polverino
19. Non meno significativo è in Salvatorelli il legame isti-
tuito fra Risorgimento e Rivoluzione francese — analogo
all’interpretazione espressa negli stessi anni da Aldo Fer- rari o da
Baldo Peroni sulla « Nuova rivista storica » —, e la demistificazione
della « leggenda » di Carlo Alberto !*: temi e giudizi che ritroveremo in
alcune opere dello stesso Salvatorelli e di altri collaboratori di Giulio
Einaudi. Attraverso il discorso culturale filtrava spesso anche
un messaggio politico, che si fa talvolta esplicito sulle pagine
della rivista, ma i cui toni pi avanzati sono di stampo liberale. Bobbio
ha dato rilievo a due articoli « feroce- mente antisoreliani » di
Salvatorelli, ricordando come Sorel fosse « uno dei numi tutelari del
fascismo » !’; ma, mentre in uno l’autore rimane sul terreno puramente
culturale della difesa dell’Illuminismo !*, solo nell’altro Salvatorelli
espri- 107 L. Salvatorelli, Storiografia del Settecento, in «La
Cultura », XIII (1934), pp. 3-5. 108 Cfr. L. Salvatorelli,
Napoleone, in « La Cultura », XIII (1934), pp. 95-96, e la sua recensione
a G. F.H. Berkeley, Italy in the making 1815- 1846, in cui Salvatorelli
nega l’esistenza di una politica antiaustriaca di Carlo Alberto prima del
1845 (« La Cultura », XIII (1934), p. 131). Contrario alla tesi autoctona
delle origini del Risorgimento, ma anche a quella che ne legava la
nascita alla Rivoluzione francese, si dimostra invece Cajumi nella
recensione a H. Bédarida - P. Hazard, L’influence francaise en Italie au
dix-buitième siècle («La Cultura», Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a
Torino, cit., p. 69. 110 « Sorel è lo Spengler dell’anteguerra, e
Spengler il Sorel del dopo- guerra [...]. L'opposizione di Spengler al
secolo XVIII, reo di aver iniziato l’epoca del razionalismo, è tale e quale
quella del Sorel, per cui la dottrina del progresso, fondamentale
nell’epoca dell’enciclopedismo c dell’Aufklirung, non era se non la
giustificazione ideale di una socictà datasi tutta alla gioia di vivere,
e Diderot, Voltaire e simili non erano 244
me un giudizio politico attaccando Sorel in nome di quel mondo
prefascista verso il quale abbiamo visto volgersi il rimpianto dei
liberisti: Sorel infatti « non si rese mai conto delle realtà di primaria
importanza su cui giocava, degli interessi sociali che rischiava di
danneggiare, dei valori umani fondamentali che vilipendeva. Tutto questo,
in un periodo storico che richiedeva la massima cautela per non
contribuire, sia pure involontariamente, a scuotere le fon- damenta di
una civiltà grandiosa, ma tutt’altro che conso- lidata » !!!. Un
atteggiamento più arretrato, decisamente aristocratico, manifesta Cajumi
che nel 1934, in polemica con un uomo politico non certo progressista
come André Tardieu, notava in Francia «la progressiva e trionfante
sostituzione della massa all’individuo, mediante la realizza- zione di
democrazie nazionaliste, che tendono a mettersi ognora più nelle mani
dello stato, contro la garanzia di un’assistenza economica e sociale
sempre maggiore » !. Una posizione, questa, in linea con quella già
esaminata dei liberisti; anche su « La Cultura », del resto,
recensendo gli Orientamenti di Croce del 1934 Luigi Einaudi ne
acco- glieva pienamente la « stroncatura da filosofi veri » nei
con- fronti di Spengler e della teoria marxiana della base econo-
mica della società !5; e lo stesso ex ordinovista Zino Zini, discutendo
La crise européenne et la grande guerre di Pierre Renouvin, osservava che
« nell’esame delle cause è messa abilmente in luce la sopravalutazione —
diventata ormai quasi un luogo comune — che si ha l’abitudine di
fare di quelle economiche » !. Né era segno di distinzione dal fascismo,
nel 1934, la critica dell’ideologia nazionalso- cialista, assai diffusa
nelle riviste del regime, e che ne « La Cultura » si manifesta nella stroncatura
del Mein Karzpf stati che dei buffoni della aristocrazia » (L.
Salvatorelli, Spengler e Sorel, in «La Cultura », XIV (1935), pp. 21-23,
a proposito di Anzi decisivi di Spengler pubblicato da Bompiani).
Ul L. Salvatorelli, I/ mito Sorel, in « La Cultura », XIII (1934), p. 63.
112 A. Cajumi, In punta di penna, in « La Cultura », XIII (1934), p. 30.
113 « La Cultura », Zini, In margine a una storia della grande guerra, in
«La Cultura », XIV (1935), pp. 26-29. Su di lui cfr., fra i vari interventi
di G. Bergami, il suo ritratto in « Belfagor», XXVII (1972), pp.
678-703. 244 Le origini della casa editrice
Einaudi di Hitler tradotto da Bompiani — libro pieno di
contrad- dizioni e caratterizzato da una « spiccata innocenza
intel- lettuale », scriveva Salvatorelli 5 —, o nella recensione di
Luigi Emery a Friedrich der Grosse und die geistige Welt Frankreichs di
Werner Langer, in cui si metteva in evidenza come l’autore dimostrasse
l’influenza francese su Federico II di Prussia « contro l’aureola di
santone del germanesimo della quale tardi agiografi vogliono
citcon- dare lo spregiudicato Gran Re di Prussia. Dalla sua tomba
nella Garnisonkirche di Potsdam “trasse gli auspici” con rito solenne il
regime che presiede oggi alla vita della Ger- mania » 1°, Non
sarebbe comunque produttivo ricercare in riviste o volumi pubblicati
sotto il fascismo « segni » politici troppo discordanti dagli indirizzi
del regime. L’analisi deve rimanere aderente ai temi culturali, per
cogliere la manife- stazione di eventuali dissonanze o contraddizioni,
aperture ideali o non meno significativi silenzi. Per questo ci
sembra necessario soffermarci, sia pur brevemente, sul « letterato
» Pavese, che con Ginzburg fu il principale collaboratore di Giulio
Einaudi nei primi anni della sua attività editoriale e il legame pit
consistente fra « La Cultura » e le iniziative della casa editrice. Nota
è, come abbiamo visto, la mili- tanza politica di Ginzburg, che gli costò
dapprima il car- cere — dal marzo 1934 al marzo 1936 — e, dall’11
giugno 1940 al 25 luglio 1943, il confino a Pizzoli presso
L'Aquila; nonostante ciò, egli poté dedicare le sue cure, assieme a
Pavese, alla « Biblioteca di cultura storica », ai « Narra- tori stranieri
tradotti » e alla « Nuova raccolta di classici 115 «La Cultura »,
XIII (1934), p. 105. 116 L. Emety, Gallicanismo di Federico il
Grande, in «La Cultura », XIII (1934), pp. 58-59; la tesi di Langer era
del resto condivisa anche da Luigi Negri sulla « Rivista storica italiana
», LII (1935), pp. 238-240. Recensendo Le civiltà d’Italia di Giovanni
Vidari, Enrico De Michelis vi notava «un eccesso di sentimento
nazionalistico », pur aggiungendo che l’opera era « ben lontana [...] da
quelle fantasie di metafisica antro- po-etnica che, dopo un periodo di
stasi apparente, son tornate oggi a predominare nella Germania di Hitler
e che purtroppo costituiscono un pericolo non lieve per la pace e per la
civiltà dell’Europa e del mondo » (« La Cultura », XIV (1936), p. 14).
245 italiani annotati » !”. Non ci restano
tuttavia, al di là delle testimonianze, tracce consistenti della sua
attività edito- riale, che invece è maggiormente documentabile — e
fu probabilmente pi continua — per Pavese, confinato per più breve
tempo, circa un anno, a Brancaleone Calabro. Parlare di Pavese,
all’inizio degli anni ’30, significa soprattutto affrontare il suo
interesse per la letteratura americana contemporanea, individuabile nelle
traduzioni per Frassinelli e negli articoli su « La Cultura » —
soprat- tutto prima del 1934 —, e destinato a esprimersi in nuove
proposte di traduzione per la Einaudi. Il tema è stato af- frontato più
volte, ma spesso con forzature ideologiche o con una insufficiente storicizzazione,
tali da fornire un’im- magine deformata, e in genere riduttiva, della
figura di Pavese !*. La differenza tra lui e Ginzburg, sul piano
poli- tico, è marcata, e lo stesso Pavese ne era cosciente quando,
coinvolto negli arresti del 1935, preparò il suo memoriale difensivo o
scrisse dal confino ad Alberto Carocci — « Uni- co mio disinteresse — 4
aeterno e parlo colla mano sul cuore — la letteratura politica » !.
Questa affermazione, tuttavia, non può essere assolutizzata, anche se
trova con- ferma nelle più segrete pagine del diario, in cui la
politica o è assente o è rifiutata. Infatti, pur non essendo « uomo
d’azione » ‘°, già nei primi anni ’30 il suo impegno lette- rario, di
traduttore commentatore poeta, ha una trasparente carica civile, se non
propriamente politica. La scoperta della politica avverrà in lui, come in
Giaime Pintor, solo con la Resistenza, ma l’attenzione per la narrativa
americana indica da tempo il suo tentativo di uscire dagli angusti
117 Pavese appare «revisore» dei «Narratori stranieri tradotti » e
dei «libri di carattere storico-letterario », nella lettera di Giulio
Einaudi a lui del 27 aprile 1938 (C. Pavese, Lettere 1924-1944, a cura di
L. Mondo, Torino, Einaudi, 1966, p. 537). 118 Tali
caratteristiche hanno, rispettivamente, i lavoti di N. Catducci, Gli
intellettuali e l'ideologia americana nell’Italia letteraria degli anni
trenta, Manduria, Lacaita, 1973, e di A. Guiducci, I{ mito Pavese,
Firenze, Vallecchi, 1967. 119 Lettera del 24 ottobre 1935; cfr.
anche la lettera alla sorella del 26 luglio 1935 (C. Pavese, Lettere
1924-1944, cit., pp. 412, 454). 120 Cfr, D. Lajolo, Il « vizio
assurdo ». Storia di Cesare Pavese, Milano, Mondadori, 1978, p.
133. 246 Le origini della casa editrice Einaudi
limiti di una cultura nazionale provinciale e soffocante, spinto
da un’« ansia di oggettività » che è stata messa giu- stamente in
evidenza, e che lo allontana dall’ermetismo per sostanziare le poesie di
Lavorare stanca della realtà popolare e contadina delle sue valli
piemontesi !!, Come ricorderà dopo la Liberazione, la
cultura americana divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso,
divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà e altri
mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto uno stile un
mondo moderni che, forse con minore immedia- tezza ma con altrettanta
caparbia volontà, i migliori tra noi perse- guivano [...]. Ci si accorse,
durante quegli anni di studio, che l’Ame- rica non era un altro paese, un
z%ovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con
maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti
!2. Nel modo in cui, già nel 1930, Pavese parlava degli
scrittori americani in una lettera all'amico Chiuminatto, vi era una
sorta di rovesciamento dell’ottica nazionalistica con la quale Prezzolini
spiegava Come gli americani scopr:- rono l’Italia, e l'individuazione
degli elementi del « dram- ma » comune ', In Sherwood Anderson Pavese
coglieva quella realtà industriale che intimoriva Luigi Einaudi, «i
centri fumosi e fragorosi, fattivi e ottimisti che il mondo conosce:
Cleveland, Springfield, Detroit, Akron, Pittsburg, e, su tutti,
gigantesca, la metropoli, Chicago. Le fabbriche inghiottono tutto ». Dos
Passos presenta le contraddizioni e gli aspetti di « quotidiana tragedia
» di questa società, 121 Cfr. E. Catalano, Cesare Pavese fra
politica e ideologia, Bari, De Donato, 1976, passirmz. 122 C.
Pavese, Ieri e oggi (1947), ora in La letteratura americana e altri
saggi, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 188-189. Sugli aspetti sociali
del romanzo americano cui si rivolgeva l’attenzione di Pavese cfr. S.
Perosa, Vie della narrativa americana. La «tradizione del nuovo » dal-
l’Ottocento a oggi, Torino, Einaudi, Cfr. la recensione di Pavese a Prezzolini
ne « La Cultura », XIII (1934), p. 14 e la lettera di Pavese ad Antonio
Chiuminatto del 5 aprile 1930: «un buon libro europeo d’oggi è, in
genere, interessante e vitale solo per la nazione che l’ha prodotto,
laddove un buon libro americano parla a una folla più vasta, scaturendo,
come scaturisce, da necessità più profonde e dicendo cose veramente nuove
e non soltanto originali, come quelle che nel migliore dei casi
produciamo noi» (C. Pavese, Lettere 1924-1944, cit., p. 190).
247 la « lotta ch’egli vede combattersi con
coscienza di classe, nel nostro secolo, tra lavoro e capitale ».
Attraverso Walt Whitman, « un gigante dalla camicia d’operaio aperta
al collo e dalla barba dura », un poeta che tanta fortuna aveva
avuto nei circoli socialisti, Pavese scopre che mentre un artista
europeo, un antico, sosterrà che il segreto dell’arte è di costruire un
mondo più o meno fantastico, di negare la realtà per sostituirla con
un’altra magari più significativa, un americano delle generazioni recenti
vi dirà che la sua aspirazione è tutta d' giungere alla natura vera delle
cose, di vedere le cose con occhi ver- gini, di arrivare a
quell’ultimzate grip of reality che solo è degno di esser conosciuto
!%, Cost, attraverso l'America, è possibile la riscoperta
della realtà della propria terra, espressa nel 1936 nelle poesie di
Lavorare stanca. Dove era contenuto un messag- gio di speranza
immediatamente colto da una comunista torinese, con due figli comunisti
operanti nella clandestinità, Elvira Pajetta: Credevo che la
poesia fosse morta — scriveva nel 1936 al mae- stro severo di Pavese,
Augusto Monti, allora in galera —. Cosî siamo noi vecchi: quando non
sappiamo più godere pensiamo volentieri che la gioia di vivere se ne sia
partita dal mondo e quando la prosa quotidiana ha avuto ragione di noi
giuriamo tranquillamente che la poesia è defunta. Ma se il Signor Pavese
scrive dei versi, se li crede pi belli del mondo, se li stampa e li fa
leggere — è certo che ho avuto torto e son felice di ricredermi 15.
5. Storiografia e impegno civile Giulio Einaudi seppe
riprendersi abbastanza rapida- mente, non solo attraverso le iniziative
del padre, dai duri colpi inferti dal regime, nei primi due anni di
attività della casa editrice, ai suoi collaboratori e alle sue
riviste. Prima della guerra, anche se i titoli pubblicati furono
124 Cfr. C. Pavese, La letteratura americana, cit., pp. 36, 119,
121, 138, 143. 125 ACS, Casellario politico centrale, b.
3790, fasc. 121672 (Cesare Pavese). 248 Le
origini della casa editrice Einaudi pochi — ancora 8 nel 1937,
arriveranno a 16 nel 1938 e a 24 nel 1939 —, egli riusci infatti a
impostare quasi tutte le collane più importanti, che caratterizzeranno le
sue edi- zioni fin dopo la Liberazione: la « Biblioteca di cultura
storica » (1935), i « Saggi » (1937), i « Narratori stranieri tradotti »
e la « Biblioteca di cultura scientifica » (1938), i « Poeti » e la «
Nuova raccolta di classici italiani anno- tati » la rivista « La Nuova
Italia », espressione della casa editrice di Ernesto Codignola che
stava prendendo sempre più le distanze dal fascismo, poteva lodare la
consorella torinese che nel giro di pochi anni [...] ha messo
fronde e radici, e saldamente stabilita nel mercato e nel pubblico, vanta
ora una varietà e una ric- chezza di iniziative (opere di scienza,
classici della nostra letteratura, una collezione storica, una di romanzi
stranieri ecc.) che tutte concor- rono ad attuare il proposito orgoglioso
di riuscire centro animatore di raccolta della più viva giovane e
consapevole cultura italiana 12%. Già prima del 1940, infatti, le
pubblicazioni dell’editore torinese sono tali da richiamare l’attenzione
di intellettuali di rilievo, e da provocare in questi significative
divisioni nei giudizi, nei quali è possibile intravedere
schieramenti contrapposti non solo sul piano culturale; ed è per
questo che ci sembra opportuno dedicare largo spazio alle nume-
rose recensioni ai volumi della casa editrice. Nonostante la varietà dei
temi affrontati dimostri una ricerca di sempre nuovi spazi culturali che
può apparire talvolta confusa e tale da rischiare il pericolo
dell’eclettismo, attraverso le collane in cui è pi facilmente ravvisabile
un impegno civile — quella storica e i « Saggi » — è possibile
seguire gli elementi di differenziazione dall’ideologia dei
liberisti e il lento, faticoso distacco dalla cultura del regime. La
« Biblioteca di cultura storica » è la collana i cui orientamenti
appaiono pit definiti fin dall’inizio, nella ri- cerca di una valutazione
della storia italiana che si diffe- renziasse da quella nazionalistica di
Volpe e della sua scuola o dagli accenti sabaudistici presenti negli «
Studi e docu- 126 «La Nuova Italia », Xmenti di storia del
Risorgimento » curati da Gentile e Menghini per Le Monnier, e nel
tentativo, in un secondo tempo, di aprirsi alla storiografia straniera,
in particolare quella anglosassone. Né è ravvisabile in questi anni,
nel quadro della cultura storiografica che non si richiama diret-
tamente o esclusivamente alle impostazioni di Volpe e di Gentile,
un’altra collana storica che abbia la stessa consi- stenza e un uguale
prestigio di quella einaudiana: questa ha alcuni punti di contatto con la
« Biblioteca di cultura moderna » di Laterza e con i « Documenti di
storia ita- liana » de La Nuova Italia — dove apparvero i Discorsi
parlamentari di Cavour a cura di Adolfo Omodeo e Luigi Russo —, ma una
ben maggiore capacità di svolgere una funzione civile, in quanto si
indirizzava a un pubblico più ampio di quello degli specialisti, tenendo
« la via di mezzo tra la dissertazione storica meramente accademica ed
eru- dita e la storia romanzata », ciò che costituiva una novità
per l’Italia !”. Dell’impostazione della « Biblioteca di cul- tura
storica » si era occupato, prima dell’arresto, Ginzburg, che, come
abbiamo visto, era in contatto con Nello Ros- selli; a questo si
rivolgeva il 4 gennaio 1934 l'editore, chiedendogli un volume su Mazzini
per la collana, « dedi- cata per ora ad illustrare uomini ed avvenimenti
di storia italiana moderna », e che avrebbe dovuto essere
inaugurata da uno studio su Cavour di Salvatorelli. In un primo tempo
Rosselli accettò — «mi sorride che un mio libro esca sotto l’insegna di
un nome che tengo in cosî alta stima », scriveva a Giulio Einaudi nel
febbraio 1934 —, lasciando poi cadere la proposta, cosî come quella,
avanzata dall’edi- tore nel 1935, di riprendere — sia pur ridimensionan-
dolo — il suo progetto di una rivista storica, che Rosselli giudicò
impraticabile per la difficoltà dei tempi": il 127 Cosi Enzo
Tagliacozzo nella recensione al Mazzizi di Bonomi, in « Nuova rivista
storica », XX (1936), p. 430. 128 Il 16 aprile 1935 Rosselli
scriveva all’editore che « molte delle ragioni che m’indussero a
rinunziare al progetto in grande della rivista sussistono anche per
questo progetto minore [...]; metto in primo piano la mia personale
situazione e la fifa generale. Anche metto in linea di conto la tendenza
che oggi prevale, in alto, di dichiarare guerra a coltello alle riviste
indipendenti (almeno a quelle storiche), per concentrare mezzi
250 Le origini della casa editrice Einaudi regime
aveva infatti provveduto da poco a un rigido con- trollo degli istituti
storici, mentre si annunciava, anche in questo campo, la « bonifica della
cultura » di De Vecchi. La collana si inaugurò quindi con un’opera dell’«
auto- re » per eccellenza di Einaudi in campo storico, Luigi Sal-
vatorelli ‘’. Ne Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870 — che
ebbe molta fortuna, testimoniata dalle nume- rose edizioni — Salvatorelli
riprendeva una tematica già affrontata su « La Cultura », per dimostrare
come il pen- siero politico italiano fosse nato nel 700, con quello «
spi- rito di umanità » già presente in Muratori, nel quale « tro-
viamo la nuova tavola di valori settecenteschi, tavola che ignora la
grandezza e la trascendenza dello stato dominanti nella trattatistica
anteriore, e destinata a risorgere con l’idealismo hegeliano »; sulla
stessa linea si muove Beccaria, che « nega ogni concetto di un interesse,
di un valore statale distinto e superiore all'interesse e al valore
degli e appoggi su poche rivistone ufficiali. Sa che in questi
giorni anche la torinese Rivista storica ha subito una radicale
trasformazione (imposta) ed è passata al Volpe? Rebus sic stantibus, ho
paura che la nostra rivista raccoglierebbe tutti nomi ingrati, e ben
presto puzzerebbe. Inoltre per fare una rivista occorre un gruppo
omogeneo di collaboratori abituali, 1) meglio di redattori. Intorno a me
questo gruppo, ora come ora, non c'è; né io mi sentirei di far tutto da
me. Le assicuro che questa mia riluttanza a imbarcarmi nell’i impresa
deriva non già da scarso entusiasmo: l’entusiasmo in questo caso non mi
difetterebbe davvero. Ma proprio perché sogno, un giorno, di dar vita a
una bella e viva rivista di studi storici, esito a realiz- zare questo
sogno in un momento cosî poco favorevole. Del resto, dovrò recarmi a
Roma, fra poco; e lf tasterò di nuovo il terreno coi miei amici. Senza
illusioni, però. Debbo proprio dirle che questa rinuncia tanto più mi
costa da quando ho capito di poter contare su di Lei come editore? ». Il
3 aprile 1935 gli aveva scritto di aver parlato della rivista con
Salvatorelli, che « vede molto di buon occhio il progetto ». Ancora nel
1937 Rosselli proporrà a Einaudi un volume su Montanelli (AE, Rosselli). Il
4 gennaio 1934 l’editore aveva scritto anche a Luigi Russo proponendogli,
per la col- lana storica, « un volume di carattere sintetico sulle
origini storiche e psi- cologiche della nostra guerra » (AE,
Russo). 29 In contatto con Giustizia e Libertà, il 16 giugno 1937
Salvatorelli scrisse ad Amelia Rosselli che i suoi figli « vissero
nobilmente dediti ad alti ideali, e sono caduti combattendo come il
fratello che li precedette. La loro memoria rimarrà viva e alta in molti
cuori» (ACS, Casellario politico centrale, b. 4549, fasc. 89789).
Nel 1938-39 l’editore fu in contatto con un altro storico di
formazione liberale, Nino Valeri, e ancora nell’agosto 1945 si dimostrerà
interessato alla sua proposta di un volume su Filippo Maria Visconti (AE,
Valeri). individui componenti l’aggregato sociale », o Pietro
Verri, per il quale « stati forti sono quelli in cui vi è libertà
indi- viduale, stati deboli quelli dispotici ». E, mentre si
accenna all'influenza della Rivoluzione francese sull’Italia —
anche se l’unico « giacobino » preso in considerazione è Mel-
chiorre Gioia —, la genealogia gentiliana dei « profeti del Risorgimento
» è fortemente ridimensionata e corretta nei giudizi: in Alfieri si
coglie, accanto all’anelito alla libertà politica, un chiaro «
individualismo idealistico », e in Maz- zini l’importanza del problema
sociale; si mette in risalto, prima del ’48, la superiorità politica di
moderati come Balbo rispetto a Gioberti, e, in Cavour, il suo debito
verso la Rivoluzione francese che ha fondato le libertà costitu-
zionali e la teorizzazione della separazione Stato-Chiesa che lo statista
piemontese profetizzava si sarebbe sempre più radicata — mentre « l’era
del dopoguerra ha segnato finora una smentita alla profezia cavouriana ».
Infine, dopo aver rilevato come le antinomie di Giuseppe Ferrari
fra libertà e autorità e il suo abbozzo socialisteggiante di
società futura fossero « miscele confuse ed informi », ma rispon-
dessero a bisogni reali — « e conservano quindi ancora oggi il loro
valore » —, il lavoro di Salvatorelli terminava coe- rentemente con
l’inizio, con la figura di un autore caro agli einaudiani, Cattaneo, che
« concludeva il ciclo del pen- siero politico italiano del Risorgimento.
Lo concludeva ricongiungendosi alle idealità che avevano ispirato la
co- scienza storica del Muratori, il riformismo giuridico del Bec-
caria e del Filangieri, la critica economico-politica del Verri; lo
concludeva riaffermando con meditata coscienza i valori di umanità e di
progresso esaltati dal pensiero del Settecento, italiano ed
europeo » !*. 130 L. Salvatorelli, I/ pensiero politico italiano
dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi, 1935, pp. 6, 11, 40, 67, 88, 130, 200,
217, 265, 303, 320, 350, 354. Giustamente Alessandro Galante Garrone ha
osservato che, « nella complessiva valutazione salvatorelliana del
Risorgimento, è data una preponderanza forse eccessiva agli aspetti
dottrinali del pen- siero politico » (Risorgimento e Antirisorgimento
negli scritti di Luigi Salvatorelli, in «Rivista storica italiana »,
LXXVIII (1966), p. 534). Sulla riscoperta dell’illuminismo italiano ne I/
pensiero politico concor- dano comunque Walter Maturi (Interpretazioni
del Risorgimento. Lezioni 252 Le origini della casa
editrice Einaudî Ingiusto appare quindi il commento di chi valutò
cro- cianamente l’opera come « un tipico esempio di storio- grafia
senza problema storico » ‘". Indicativi dell’esistenza di una
precisa tesi interpretativa nel lavoro di Salvatorelli sono infatti, da
un lato, i silenzi della « Rivista storica ita- liana » di Volpe e della
« Rassegna storica del Risorgi- mento » di De Vecchi, cosi come la
distorsione del ragio- namento dell’autore che appare sulla gentiliana «
Leo- nardo » !“, e, dall’altro, il tono dei commenti suscitati
nelle riviste meno conformiste. Sulla « Nuova rivista storica » si
nota che Salvatorelli contrappone alla storia della ragion di Stato la
storia dell’individualismo, e che « notevole è la ricostruzione del
pensiero politico del Cavour, cosa che raramente suole esser fatta;
preziose le notizie sull’illumi- nismo giovanile del Mazzini; il Cuoco ne
guadagna e di- venta più modesto per la interpretazione
riformistico-illu- ministica che di lui si fa (disincagliarsi dalle
esumazioni idealistico-gentiliane è già un bel vantaggio!) » !*. Più
cauti, ma improntati a simpatia per le idee dell’autore, sono i
giudizi che compaiono sulle riviste di Codignola: Enzo Tagliacozzo si
chiedeva, rilevando un limite messo in luce di storia della
storiografia, prefazione di E. Sestan, Torino, Einaudi, 1962, p. 554) e
Leo Valiani (Salvatorelli storico dell'Unità d’Italia e del fasci- smo,
in « Rivista storica italiana », LXXXVI (1974), p. 726). Lionello Venturi
scriveva invece a Salvatorelli il 26 aprile 1935: «I capitoli sul tardo
Gioberti e su Cavour naturalmente mi hanno preso di pit, come quelli dove
il pensiero ha più rapporti con la politica concreta [...]. Ma anche per
Alfieri, il suo atteggiamento verso la rivoluzione, è cosf chiaro e mi
era affatto sconosciuto [...]. Noto la tua convinzione sulla inferiorità
del pensiero settecentesco. Hai ragione? Questo non so. Io sento
diversamente » (ACS, Casellario politico centrale, b. 4549, fasc. 89789).
Su Salvatorelli « educatore antifascista » nella Torino degli anni ?30
cfr. la testimonianza di Norberto Bobbio in G. Spadolini, Il mondo di
Luigi Salvatorelli, con un’antologia di scritti di Salvatorelli e
testimo- nianze di N. Bobbio, L. Valiani, A. Galante Garrone, L.
Compagna, Fi- renze, Le Monnier, 1980, pp. 65-72. 131 Cosf
Ezio Chichiarelli nella recensione alla seconda edizione (« La Nuova
Italia », XIII (1942), p. 67). 13 « Troviamo i segni del nostro
moderno concetto totalitario di poli- tica proprio in quel di solito
disprezzato settecento », scriveva Raffaello Ramat (« Leonardo », VII
(1936), p. 99). 133 Paolo Polese in « Nuova rivista storica », XX
(1936), p. 449. Cri. tica è invece la recensione alla seconda edizione
dell’opera di Enrico Guglielmino, sempre in « Nuova rivista storica »,
XXV (1941), pp. 571-575. 253 anche
dalla storiografia, « se sia veramente possibile cogliere il senso delle
dottrine politiche isolandole dal clima sto- rico che determina il loro
sorgere », ma approvava le nota- zioni di Salvatorelli sul « fondo
reazionario dell’ottimismo storicistico » e sulla « necessità di rivedere
alcuni giudizi idealistici passati in giudicato e non più rimessi in
discus- sione » ‘4; Paolo Treves invece, dopo aver notato che « è
un certo vezzo attuale tentar di sminuire l’importanza del contributo
francese pre e post-rivoluzionario alla specula- zione
filosofico-politica italiana », affermava che il saggio dimostrava «
quanto sia inutile la disputa recente sull’indi- pendenza o meno del pensiero
italiano in quest'epoca, per- ché non si tratta di stabilire primati, che
non esistono nella storia delle ideologie, ma di dimostrare invece come
le idee prime tolte dal lavoro degli illuministi oltremontani
fossero rivissute e concretate con la positiva esigenza della vita
italiana, in una pit solida e netta visione storicistica » !°.
L’impegno civile dimostrato da Salvatorelli ne Il pen- siero
politico italiano — e riaffermato nella seconda edi- zione del 1941, in
cui l’inclusione degli esponenti del pen- siero cattolico non modifica la
« mentalità liberale » del- l’autore, come notava « La Civiltà cattolica
» evidenziando il giudizio troppo severo su Monaldo Leopardi, Solaro
della Margherita, il principe di Canosa e Spedalieri '* —, sembra
attenuarsi nel Sommario della storia d’Italia. In esso Sal- vatorelli
sviluppa quella personale interpretazione dell’unità della storia
italiana che aveva espresso sinteticamente nel 1934, criticando la
concezione politico-statuale di Croce e quella di Volpe che indicava
nell’alto Medioevo il sorgere della nazione italiana — proprio « al
momento in cui l’Ita- lia si risolve in una molteplicità di organismi
autonomi », notava Salvatorelli —, per avvicinarsi alla tesi di Arrigo
Solmi nell’individuazione di una « linea italica » presente nella
penisola già prima della conquista romana, pur ve- dendo, a differenza di
Solmi, delle soluzioni di continuità nell’affermarsi di quel « piano
statale tendenzialmente uni- 134 « La Nuova Italia », VII (1936),
p. 181. 135 « Civiltà moderna », La Civiltà cattolica », 93 (1942),
vol. II, p. 52. 254 Le origini della casa editrice
Einaudi tario » che, interrotto dalle dominazioni longobarda e
bizan- tina, riprende slancio fra il IX e l'XI secolo !*”. La sua
atten- zione più « allo scomporsi e ricomporsi di un’unità
politico- amministrativa che a una storia del popolo italiano »,
come notava Gabriele Pepe !*, si riflette anche nel Somzzario, nel
quale comunque è difficile cogliere, dietro la fitta cronistoria dei
fatti, dei giudizi caratterizzanti; questi si limitano ad alcune
notazioni sulla diffusione popolare delle idee della Riforma o
sull’influenza dell’Illuminismo francese, cui non segue però un
collegamento tra la rivoluzione dell’89 e il Risorgimento; alla
valutazione positiva sulla « epidemia di scioperi » del primo ’900, che «
fu nell’insieme un fatto fisiologico e benefico, poiché una elevazione
del tenor di vita delle classi operaie era urgente, e perfettamente
possi- bile dato il grande incremento delle condizioni economi- che
»; per terminare con una visione sorprendentemente limitativa dell’età
giolittiana — «l’indirizzo di governo giolittiano fu, pur con empirismo
opportunistico, sostan- zialmente liberale; ma non promosse una
formazione orga- nica di partito, e venne a favorire in una certa misura
la svalutazione del parlamento e l’autoritarismo personale » —, e
con una forzata sospensione di giudizio sul fascismo !. Eppure il
Sormzzzario, forse proprio per il suo taglio manua- listico e asettico,
poteva presentarsi assai distante dalle retoriche deformazioni
storiografiche del fascismo, e spin- gere Mario Vinciguerra — un
intellettuale liberale già vicino a Gobetti e quindi a Luigi Einaudi — a
vedere in Salvatorelli « l’uomo che potrebbe benissimo disegnare,
se volesse, anche un programma politico » come Cesare Balbo nel suo
Sormzzzario, ma che, « vivendo in un’epoca non di 137 L.
Salvatorelli, L’unità della storia italiana, in « Pan », I-II (1933- 34),
vol. I, pp. 357-372. 138 «La Nuova Italia », Di importanza data
da Salvatorelli al « popolo » parla invece A. Galante Garrone,
Risorgimento e Antirisorgimento negli scritti di Luigi Salvatorelli,
cit., p. 529. 139 L. Salvatorelli, Sommario della storia d'Italia
dai tempi preistorici ai nostri giorni, Torino, Einaudi, 1938, pp. 635,
641. Nel 1940 il Som- mario fu tradotto in inglese, e nel 1941 in tedesco
dalla casa editrice Junker di Berlino (ACS, Segreteria particolare del
Duce, Carteggio ordi- nario, n. 527470). aspettative, ma di
travaglio mondiale, porta necessaria- mente nella storia uno spirito di
revisione e di nuova siste- mazione » !9. Accoglienze
analoghe non mancheranno nel 1942, come vedremo, a un’opera dalle
caratteristiche simili a quelle del Sommario, il Profilo della storia
d'Europa. Frattanto l’atti- vissimo Salvatorelli, che nel 1937 aveva
pubblicato per l’ISPI La politica della Santa Sede dopo la guerra —
lodata da « Gerarchia » per la « larga e seria preparazione » del-
l’autore !! —, alla morte di Pio XI fa seguire immediata- mente, nel
1939, un primo bilancio del suo pontificato, ricco di penetranti
osservazioni personali e ciò nonostante giudicato da « La Civiltà
cattolica », pur con alcune riserve, fra tutti i libri su Pio XI « uno dei
pit seri per copia di informazioni e per sufficiente oggettività di
presentazio- ne » !£. In esso Salvatorelli, attento, come Omodeo,
alle connessioni fra storia religiosa e storia politica, notava che
nel dopoguerra erano stati «i turbamenti sociali, con il “pericolo
bolscevico”, a rimettere in valore presso larghi ceti europei la Chiesa
cattolica quale fattore di ordine e di conservazione sociale », con la
conseguente tendenza degli Stati a cercare l'appoggio della Chiesa. È in
questo clima che si sviluppa l’azione politica, non solo concordataria,
di Pio XI, « Segretario di Stato di sé medesimo », che « ebbe come
criterio direttivo di mettere al primo posto il raf- forzamento
dell’influenza ecclesiastico-religiosa sulla socie- tà » facendo
addirittura, come Bonifacio VIII, « della rega- lità di Cristo il titolo
giuridico per il governo della Chiesa sul mondo » — e qui « La Civiltà
cattolica » replicava 140 « Nuova rivista storica », XXIV (1940),
p. 419 (cfr. anche E. Camurani, La Repubblica pene nelle lettere di
Einaudi e Vinci- guerra (Contributo alla bibliografia di Vinciguerra), in
Annali della Fon- dazione Luigi Einaudi, vol. XII, 1978, Torino,
Fondazione Luigi Einaudi, 1979, pp. 519-520). Invece per Bruno Brunello,
mentre il Sommario di Balbo «era tutto animato da una fede nei destini
della patria », quello di Salvatorelli appariva « più un’esercitazione
letteraria che il risultato di un’indagine appassionata » (« Rassegna
storica del Risorgimento », Il lavoro di Salvatorelli sarà considerato su «
Primato » « molto preciso e concettoso » (I (1940), p. 15).
141 « Gerarchia », XVII (1937), p. 371. 142 « La Civiltà
cattolica », 92 (1941), vol. IV, p. 217. 256 Le
origini della casa editrice Einaudi che, al contrario, la politica
concordataria aveva visto il pontefice « pronto a cessioni e a sacrifici,
pur di tener gli Stati almeno in qualche modo uniti alla Chiesa » !* —;
e, molto nettamente, Salvatorelli metteva in luce l’antisocia-
lismo, il legame col fascismo, la lotta contro il Fronte popo- lare
francese, l'appoggio alla guerra etiopica e a Franco, il possibilismo nei
confronti della Germania nazista, come elementi caratterizzanti
l’attività del papa, per concludere con l’appello a un « nuovo umanesimo
» cristiano cui avreb- bero dovuto ispirarsi anche i laici !4.
Il nome di Salvatorelli tornerà ancora nelle edizioni Einaudi,
sempre con grande risonanza, durante la guerra. Prima di allora, un altro
autore della casa che suscitò vasta eco fu Ivanoe Bonomi, che abbiamo già
trovato, nel 1924, nel catalogo di Formiggini. Il suo Mazzini triumviro
della Repubblica romana, pubblicato nel 1936 e ristampato nel 1940,
incontrò, per la sua esaltazione di un personaggio storico eroicizzato
dal fascismo, una favorevole accoglienza nelle riviste « ortodosse » !,
ma poté prestarsi anche ad una lettura diversa, come era nelle intenzioni
dell’autore: cosî Tagliacozzo mise in risalto, nell’opera, il fatto che «
le preoccupazioni di politica estera e di carattere militare non
impedirono al Triumvirato di dimostrare il suo inte- ressamento per i
problemi sociali » !#; Aldo Ferrari, lo- dando il lavoro, ricordava che
la qualità di uomo politico dell’autore, il « teorico pit chiaro
equilibrato e sistematico della corrente riformista », era « non un
ostacolo bensî un 14 Ibidem. 14 L. Salvatorelli, Pio
XI e la sua eredità pontificale, Torino, Einaudi, Cfr. ad esempio
«Rassegna storica del Risorgimento », XXIV (1937), pp. 845-846;
«Leonardo», VIII (1937), pp. 28-29; «Rivista storica italiana », s. V, I
(1936), fasc. IV, pp. 101-103; « Meridiano di Roma », 3 gennaio e 31
gennaio 1937. 14 « Nuova rivista storica », XX (1936), p. 429;
contemporaneamente ‘Tagliacozzo, recensendo il Labriola di Dal Pane,
richiamava l’insegnamento di Labriola come « salutare » in un momento in
cui si tendeva a « soprav- valutare quello che vien comunemente detto il
“fattore morale” » (« La Nuova Italia », VII (1936), p. 261; cfr. anche
E. Tagliacozzo, In memoria di Antonio Labriola nel trentennio della
morte, in «La Nuova Italia », aiuto » alla ricerca storica !'”; mentre il
crociano Edmondo Cione opponeva l’esaltazione degli « autentici valori
morali del Risorgimento » operata da Bonomi alla tendenza, imper-
sonata da Luzio, ad « una strana “riabilitazione” dei varii personaggi
del mondo reazionario e clericale e talora per- sino di quello poliziesco
e brigantesco », e notava che « il dramma religioso dello spirito moderno
rende di perenne attualità il pensiero del Mazzini », nel quale sono
conte- nuti « i fondamentali principi della religiosità laica del
pre- sente e dell’avvenire: la fede nel progresso storico, il
valore educativo della libertà, l'esaltazione del senso del dovere
e dello spirito di sacrificio, il senso della missione e della dignità
personali » ‘4: un giudizio che assumeva tutto il suo significato se
confrontato con quello de « La Civiltà catto- lica », che coglieva
nell’opera un « profondo anticristiane- simo » spiegabile con la «
mentalità di antico socialista » dell’autore !9, I contatti
dell’editore con l’ex esponente del Partito Socialista Riformista
continuarono, ma gli umori della cen- sura fascista, come quelli dei
recensori, si dimostrarono mutevoli. « L’idea di avere un altro libro
Suo, sulla storia politica del cinquantennio che precede la guerra
mondiale, mi ha entusiasmato », scriveva Einaudi a Bonomi nel no-
vembre 1938; il volume era pronto nel dicembre 1940 e, affermava
l’autore, « esso non tocca periodi... pericolosi, ma certo illustra l’età
liberale di cui ricorda le benemerenze ed i pregi ». Tuttavia, sebbene
giudicata dall’editore opera « tutta permeata di patriottismo e basata su
dati inoppu- gnabili », La politica italiana da Porta Pia a Vittorio
Veneto non ottenne nel 1941 il visto della censura, e potrà essere
pubblicata nella collana solo nel 1944, quando l’autore sarà presidente
del consiglio. Sempre a Bonomi si rivolgeva Einaudi nel dicembre 1937,
affermando che « alcune circo- stanze recenti mi pare abbiano reso
nuovamente di attualità il Diario di guerra di Bissolati » !. Il volume,
pubblicato 147 « La Nuova Italia », VIII (1937), p. 80.
14 « La Nuova Italia », X (1939), pp. 220, 222. 14 « La
Civiltà cattolica », 89 (1930), vol. I, p. 269. 150 AE, Bonomi. Da
notare che, dopo una seconda edizione nel 1940, 258
Le origini della casa editrice Einaudi nel 1935 in una collana
subito abortita, « Ricordi e docu- menti di guerra », era stato in un
primo tempo seque- strato !, ma non incontrò nemmeno le simpatie che «
La Nuova Italia » aveva riservato a Bonomi: il recensore della
rivista presentava infatti Bissolati come «uno spirito rivolto al
passato, anziché un veggente delle mete future », preso da una « visione
umanitaristica della guerra » che ren- deva il Diario « animato
dall’innegabile patriottismo del- l’autore, ma anche da idee che
compromisero la condotta. della guerra nei momenti decisivi » !*.
Il tono della collana conobbe del resto anche aspre cadute, veri e
propri compromessi col fascismo, come ne I rovesci più caratteristici
degli eserciti nella guerra mon- diale 1914-18 — teso ad esaltare la
capacità di ripresa delle forze militari italiane — del generale Ambrogio
Bollati, direttore della « Rivista coloniale », autore anche, per la
casa editrice, della Enciclopedia dei nostri combattimenti colo-
niali, e, assieme al generale Giulio Del Bono, della Guerra di Spagna
sino alla liberazione di Gijon, i cui toni antico- munisti furono
apprezzati, fra gli altri, da Eugenio Passa- monti '*. Di impronta
nettamente antidemocratica è anche il Massimo D'Azeglio politico e
moralista di Paolo Ettore Santangelo, autore di altri mediocri studi
risorgimentali: un volume che, accompagnato da un giudizio favorevole
del- l’Accademia d’Italia, presenta fin dall’inizio le sue creden-
Bonomi chiederà a Einaudi, nell'ottobre 1945, una terza edizione
del Mazzini, perché « il libro usci in periodo fascista quando la sua
diffusione trovava ostacoli d’ogni genere. Io poi terrei molto a
diffondere quel mio libro che, in questa ora, avrebbe un significato di
attualità » (ibidem). 151 Il Diario fu sequestrato nel giugno 1934
per le sue critiche all’ope- rato dei comandi militari (ACS, Segreteria
particolare del Duce, Carteggio ordinario n. 528771, sottofasc. 1). Il 2
luglio 1934 Luigi Einaudi, dopo aver detto di essere stato lui a
consegnare il manoscritto del Diario al figlio, chiese udienza a
Mussolini (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b.
70). 152 Carmelo Sgroi ne « La Nuova Italia », IX (1938), pp.
300-301. 153 « Rassegna storica del Risorgimento », XXVI (1939),
pp. 258-260; cfr. anche « Leonardo », IX (1938), pp. 66-68. Il 25 gennaio
1938 l’editore scriveva a Del Bono di essere lieto che il volume sarebbe
stato tradotto in tedesco (AE, Del Bono). Bollati e Del Bono saranno
autori de La campagna germanica în Polonia, Roma, Unione editoriale
d’Italia, 1940, e Bollati de L'Europa contro il bolscevismo, Roma, La
Verità, 1942. 259 ziali metodologiche
con la difesa della teoria élitaria — « sono le aristocrazie che
dappertutto nella storia hanno fondato l’ordine nuovo, lo stato
saldamente costruito » — e con la negazione di qualsiasi influenza del
fattore econo- mico nel processo storico, sostenendo che l’idea di
nazione « nasce molte volte come creatura puramente spirituale, non
solo indipendentemente, ma anche in contrasto con precisi interessi
materiali ». E mentre cerca di giustificare l’« intermittenza di
temperamento » di Carlo Alberto, alla politica mazziniana « astratta »
l’autore contrappone quella di D'Azeglio, del cui carattere « democratico
» presenta un’immagine quanto mai singolare: L’Azeglio
dunque respinge l’idea democratica, non solo nei casi di urgenza [...],
ma anche come dottrina assoluta, che sarebbe as- surda in teoria e
inattuabile in pratica. Egli è democratico in un senso superiore e più
generale, in quanto non crede a privilegi di nascita e dà per compito
allo stato di venir incontro ai bisogni del popolo, trattando tutti i
cittadini su un piede di uguaglianza; è dunque democratico nel senso
costituzionale, più nello spirito che nella lettera: la prassi
democratica, essendo una specie di materia- lismo e prestandosi facilmente
alle mistificazioni, gli è in genere sospetta 1%, Tuttavia,
con l’apertura a tematiche non italiane — affrontate sempre con quel
taglio narrativo che poteva ren- derne agevole la lettura anche ai non
specialisti —, già prima della guerra la collana acquista un maggior peso
cul- turale e civile. Se solo con l’opera di Louis Villat su La
Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico (1940) si raggiunge un solido
impianto storiografico che sostanzia la narrazione dei fatti e in cui
hanno largo posto, soprattutto nelle appendici sullo « stato attuale
delle questioni », temi 15 P.E. Santangelo, Massimo D'Azeglio
politico e moralista, Torino, Einaudi, 1937, pp. 16-17, 78, 99, 286. II 6
agosto 1937 Santangelo chie- deva all'editore di poter apportare alcune
correzioni al lavoro, « dietro amichevole suggerimento di un alto
personaggio dell’Accademia d’Italia » (AE, Santangelo). Luigi Bulferetti
criticò la distinzione operata dall’autore nel Risorgimento, tra «idea
astratta » di Mazzini e «azione politica » dei moderati (« Rivista
storica italiana », s. V, III (1938), fasc. II, pp. n e « Rassegna
storica del Risorgimento », XXV (1938), pp. 1584- economico-sociali —
tanto che Carlo Morandi vi vede domi- nare, «e talvolta in modo troppo
esclusivo », le tesi di Albert Mathiez '* —, si fa ricorso anche a
storici non pro- fessionali, in grado tuttavia di esprimere un
orientamentò politico. È il caso del Talleyrand di Alfred Duff Cooper,
già ministro della guerra del gabinetto britannico, e quindi Primo
Lord dell’Ammiragliato dal maggio 1937 all’ottobre 1938, quando, dopo
Monaco, presentò le dimissioni per là sua politica contraria
all’appeasemzent, ed esponente del gruppo dei « giovani conservatori »
nella cui mentalità — avvertiva l’editore italiano — « si bilanciano una
certa spre: giudicatezza d’idee e una tendenza al positivo e al
concreto nell’applicazione alla vita vissuta ». Egli svolge, sotto
le vesti di una biografia romanzata — in cui peraltro si preoc-
cupa di affermare la necessità che «i cambiamenti nel metodo di governo
siano graduali », e di notare che « gli uomini di estrema, a qualsiasi
partito appartengano, diven- gono sempre germi di dissoluzione in un
organismo poli- tico » —, un elogio della coerenza di Talleyrand nel
porre « la nazione francese al di sopra degl’interessi particolari
dei regimi che in un certo momento la governano », e pre- senta il
diplomatico francese assertore di una politica di alleanze fra le potenze
capace di portare all’unificazione europea: lo considera infatti, per
usare le parole dell’editore che fa propria la tesi di Cooper, « come un
uomo moderno, fors’anche come un nostro contemporaneo », poiché le
sue idee « si riportano al problema della pacifica organizzazione
dell’Europa che attende ancora una vera e sicura solu- zione » !*.
Vinciguerra — che pur aveva curato l’opera — poteva affermare, da un
punto di vista strettamente storio- grafico, che « non si può accettare
neanche con riserve » la tesi « della modernità democratica e pacifista
nella politica estera » di Talleyrand '”, ma dimostrava di non cogliere
il 155 « Primato », I (1940), n. 5, p. 24 (siglato CM.).
15% A.D. Cooper, Talleyrand, a cura di M. Vinciguerra, Torino,
Einau- di, 1937 (ediz. originale 1932), pp. VIII, X, 294. Cooper fu
autore di Ceux qui osent répondre è Hitler, après Munich, Paris, Édinions
Nantal, 1938. 157 « Nuova rivista storica », XXIV (1940), p.
99. 261 significato politico di
un’opera apparsa in italiano in un anno cruciale per le sorti
dell'Europa: messaggio che era assai esplicito, se da un’altra ottica
ideologica il commen- tatore di « Leonardo » osservava che « la vita del
grande diplomatico è pretesto a ribadire la concezione diremo cosi
ufficiale della politica britannica improntata ad un conser- vatorismo
pacifista di cui sarebbe garanzia imprescindibile una stretta intesa
anglo-francese » !*. E ancora nel corso della guerra poteva essere
accolto il messaggio di pace affidato al romanzo sul conflitto russo-
giapponese di Frank Thiess, Tsushimza, tradotto nel 1938 sotto gli
auspici dell'Ufficio storico della Marina e giunto nel 1945 all’ottava
edizione, che prima dell’attacco all’ URSS suscitò accenti di umana
comprensione anche sulle pagine di « Critica fascista »: 7 Fra quel popolo
russo di martiri grigi, nel cui seno covava la rivoluzione, e questo
popolo giapponese di tenaci e sorridenti lavo- ratori, la simpatia umana
del lettore, e fors’anche dell’autore, finisce col bilanciarsi: e non è
forse senza un presago significato che il libro si chiuda con la visione
luminosa del porto di Jokohama, in cui centinaia di piccoli russi e di
bimbi giapponesi giocosamente s’incon- trano e si sorridono pur senza
capirsi ancora!, 6. « Cultura della crisi » e spiritualismo
Nella seconda metà degli anni ’30 uno dei messaggi più consistenti
di cui comincia a farsi portatrice la casa editrice è tuttavia di altro
tipo, e tale da prestarsi a letture diverse sul piano ideologico e
politico. Si tratta di quel filo- ne spiritualista che si riallaccia alla
« cultura della crisi » svi- luppatasi in Europa dopo il 1929 con
svariate manifesta- zioni, da quelle politiche dei « non conformisti »
francesi che potevano giocare « un ruolo oggettivamente pro fa-
158 Sergio Martinelli in « Leonardo », VIII (1937), p. 406; come «
biografia romanzesca » l’opera era liquidata da Luigi Bulferetti (« Ras-
segna storica del Risorgimento », XXV (1938), p. 1437). " ; G.A.
Longo in « Critica fascista », XIX (1941), p. 119 (15 feb- raio).
262 Le origini della casa editrice Einaudi
scista » ‘9, a quelle del mondo cattolico, assai più ambigue perché
difficilmente si concretizzavano sul terreno politico, ma comunque
decisamente anticomuniste e antidemocra- tiche — più ancora che
antinaziste —, come nel caso dei cattolici italiani che individuavano
nella Chiesa l’ultimo baluardo della civiltà, pur senza mettere in
discussione il fascismo !. Anche in Italia questa ondata
irrazionalistica, tesa a mettere in discussione i valori « materiali »
della civiltà contemporanea, fu alimentata in particolare dagli
ambienti cattolici, ma investî anche quelli laici, a indicare la presenza
di un profondo disorientamento e la ricerca di nuove o antiche certezze:
e l’insofferenza per l'ordine costi- tuito poteva seminare dubbi in un
mondo politico, come quello italiano, in cui il fascismo sbandierava le
sue inoppu- gnabili verità. Il pericolo era avvertito dal regime, se
nel suo ambito si poteva parlare, a proposito della Kulturkrisis,
di manifestazioni « patologiche » della cultura contempo- ranea,
augurandosi che « allo storico futuro non abbiano a sfuggire le varie e
numerose manifestazioni del genere: perderebbe con esse una delle più
eloquenti testimonianze di quel singolare squilibrio logico e morale che
imperversò in questi anni »!. Motivi spiritualeggianti, talvolta a
sfondo religioso, sono presenti anche nelle edizioni di Giulio Einaudi,
che fra gli scopi della sua iniziativa nel periodo fascista annovererà
anche quello di « contrapporre all’ottimismo ufficiale un senso profondo
e inquieto dei problemi del momento » !*; ed è significativo che
negli stessi anni Guanda inaugurasse una collana di « Testi per una
religione universale », e che perfino Laterza ne dedi- casse una agli « Studi
religiosi, iniziatici ed esoterici », dove 10 Cfr. R. De Felice,
Mussolini il duce, I. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi,
1974, pp. 545-549. 161 Cfr. R. Moro, La formazione della classe
dirigente cattolica (1929- 1937), Bologna, il Mulino, 1979, cap.
IX. 1@ Cosi il « Meridiano di Roma » del 10 gennaio 1937, nella
recen- sione a René Guénon, La crisi del mondo moderno, Milano, Hoepli,
1937 (con prefazione di J. Evola). Sui precedenti italiani di questa
tematica cfr. E. Garin, Gli italiani e la crisi europea, in « Terzo
programma » (1962), n. 3, pp. 168-176. 163 AE, G.
Einaudi. 263 circolò il pensiero
antroposofico di Rudolf Steiner che tanto colpi il giovane Eugenio Curiel
'#, « Che il mondo attraver- si al presente un periodo di grave
scompiglio, foriero di più fosche vicende per l’avvenire, non c’è alcun
dubbio fra quanti hanno un uso passibilmente normale delle proprie
‘facoltà intellettuali », osservava nel 1938 padre Brucculeri su « La
Civiltà cattolica » passando in rassegna alcuni libri .sulla «crisi
odierna » !9: fra questi, La crisi della civiltà di: Johan Huizinga
tradotto da Einaudi nel 1937, che ebbe una seconda edizione già l’anno
successivo. 4. Il pampblet dello storico olandese, dal titolo
originario Nelle ombre del domani, faceva esplicito riferimento
alla crisi del ’29 cui era attribuita « la sensazione della
minaccia di. un tramonto e del progressivo dissolversi della civiltà
» icome mai si era avuta nel recente passato, se non all’inizio del
secolo con « il pericolo di una rivoluzione sociale che il marxismo
faceva balenare di tanto in tanto ». « Vedia- mo distintamente come quasi
tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano
messe a vacillare: verità e. umanità, ragione e diritto », affermava
accoratamente Huizinga, la cui analisi della crisi, cosî come le
soluzioni «indicate, presentano elementi di ambiguità che danno ra-
:gione delle letture diverse cui dette luogo. Da un lato si :scaglia
contro il razzismo, contro Sorel « padre spirituale degli odierni regimi
totalitari », contro le filosofie vitali- «stiche, la dottrina della «
autonomia morale dello stato » e «quella dello « stato-potenza privo
d’ogni freno »; dall’altro la sua critica non è meno dura nei confronti
del marxismo, in quanto osserva che « né il secolo XVI né il
principio dell'Ottocento vide mai minare con sistematica coerenza
l’ordine e l’unità sociale mediante una dottrina quale quella dell’odio
di classe e della lotta di classe », e a questa acco- muna « la dottrina
della relatività della morale, insegnata ._. +16 Cfr. ora N.
Briamonte, La vita e il pensiero di Eugenio Curiel, Milano, Feltrinelli,
1979, pp. 20-24. IS A, Brucculeri, La crisi odierna, in «La Civiltà
cattolica », 89 (1938) vol. I, p. 326: accanto a Guénon e Huizinga
esaminava Quel che o e quel che nasce del cattolico Daniel Rops (Brescia,
Morcelliana, ‘264 Le origini della casa editrice Einaudi
sia dal sistema scientifico del materialismo storico, come: dai
sistemi psicologici che derivano da Freud »; accuse altrettanto dure sono
lanciate contro il « superficiale razio:' nalismo del secolo XVIII », il
cui « disastroso effetto » fu di « sradicare il concetto del servire dalla
coscienza popo- lare », e contro il progresso in generale,
aristocraticamente giudicato una «ingenua » illusione dell’800. Da
questa analisi scaturiva la proposta di un « nuovo ascetismo » — di
cui forse era un’eco parziale il « nuovo umanesimo » auspicato da
Salvatorelli —, che « non sarà un ascetismo: della negazione del mondo
per amore della salvezza celeste, ma del dominio di sé e di un’attenuata
stima del potere e del godimento » !*: un invito che non poteva trovare
d’ac- cordo « La Civiltà cattolica » che, pur approvando nelle
linee generali la parte analitica del lavoro di Huizinga, obiettava come
la ricerca di « certe verità eterne » non potesse fare a meno di chi ne
era il depositario naturale; il papato, che con Pio XI si era dedicato «
alla difesa della. nostra civiltà; quindi le sue proteste contro il
bolscevismo, contro il nazismo, contro il governo tirannico del
Messico, contro le nefandezze dei rossi nella Spagna » !”.
Critiche globali al volumetto dello storico olandese provennero da
ambienti culturali diversi: recensendone su: « Leonardo » l’edizione
tedesca, Cantimori, forse già « se- mi-marxista » — come si dichiarerà
più tardi —, ma co- munque attivamente impegnato nella difesa degli orien-
tamenti politici del regime, lo considerò « lo sfogo di uno: spirito
d’artista individualistico, liberaleggiante, contro questo mondo moderno,
che non gli va », aggiungendo —: 16 J. Huizinga, La crisi della
civiltà, Torino, Einaudi, 1937 (ediz. originale 1935), in particolare
(citiamo dall’edizione einaudiana del 1962). Gherardo Casini, direttore
generale per la stampa italiana, assicurava Luigi Einaudi di aver già
provveduto ad assicurare la diffusione del saggio di Huizinga (AFE,
Casini). Enzo Paci ha osservato che «l’ideale di salvezza che Huizinga
propone alla civiltà contemporanea è un ideale etico-razionale nel quale
rinascono in una specie di neogiusnaturalismo le vecchie idee di Grozio.
Quest’ideale finisce per fondersi con una conce- zione cristiana del fine
della vita » (Johan Huizinga, in « Terzo program- ma » Brucculeri, La
crisi odierna, cit., p. 330. 265 ma il
passo sarà espunto dalla riproduzione di questo giu- dizio
nell’introduzione che Cantimori farà alla nuova edi- zione einaudiana del
1962 — che « questa patetica laudatio temporis acti potrebbe anche
interessarci, potrebbe essere utile a chi volesse rendersi conto dello
stato d’animo di tanta parte della odierna cultura europea di fronte alla
rivo- luzione sociale che in Europa si va compiendo, se non si
mischiasse di politica, e a questo modo non irritasse il lettore di un
paese cosî impegnato nella lotta politica e sociale di oggi come questa
nostra Italia » '#. Analogo il giudizio espresso sulla « Nuova rivista
storica » da Mario M. Rossi, che lo defini « lo sfogo pit o meno poetico
di un laudator temporis acti, come in mille epoche già ne abbiamo
uditi », e lo avvicinò a Dawson, ad Huxley e alle ultime teorie sulla
morale di Bergson !. Anche i giovani di « Cor- rente » dichiararono di
non consentire con la « speranza che la scienza possa divenire saggezza
», in quanto « non dal sapere, ma dal concreto tumulto della vita nascono
i pro- blemi e le soluzioni » ‘*, e quelli de « La Ruota », pur
vedendo nel libro il « prodotto spontaneo di un cuore sin- cero », vi
colsero « opinioni superate e irrigidimenti dottri- nari tutt'altro che
accettabili » !, D'altro lato è interessante notare come, nell’ambito di
un giudizio sostanzialmente positivo, in ambienti culturali opposti si
cogliesse l’occa- sione per polemizzare con l’idealismo e lo storicismo
cro- ciano: « La Civiltà cattolica » criticò infatti il « plauso
della filosofia tedesca » fatto da Huizinga, che invece « avrebbe potuto
rintracciare nelle costruzioni filosofiche alemanne, nel kantismo
particolarmente e nell’hegeliani- smo, le scaturigini principali e remote
della decadenza del pensiero, dello scetticismo morale, della autonomia
della politica e della statolatria e di altrettali degenerazioni,
contro le quali egli scrive delle pagine brillanti e quanto 168 «
Leonardo », VII (1936), p. 383. 16 « Nuova rivista storica », XXIII
(1939), p. 145. 170 G.M. Bertin, La crisi della cultura e il
problema della scienza, in « Corrente di vita giovanile », 15 febbraio
1940. I7l M. Cesarini ne « La Ruota », II (1938), n. 1, p. 100 (era
esami- nato anche H. Keyserling, La rivoluzione mondiale e la
responsabilità dello spirito, Milano, Hoepli, mai proficue » !; e su « La Nuova Italia »
Alfredo Parente, dopo aver giudicato il libro « altamente pregevole
come sincera espressione di un vivo travaglio e di preoccupazioni e
turbamenti che sono preoccupazioni e turbamenti dell’in- tera umanità
presente », ne traeva spunto per affermare che « la ormai diffusa
concezione idealistica, che il male e l’er- rore giustifica e redime
nell’ordine della vita spirituale, e il congiunto ottimismo, che non
indulge alla disperazione e ispira la più estrema fiducia nella vittoria
definitiva del bene, possono essere un pretesto di fatalistica
inoperosità nella coscienza degl’imbecilli e dei neghittosi, e un
istru- mento di malizia nelle mani dei disonesti che da quella
concezione filosofica credono di poter trarre la giustifica- zione e
l’approvazione del loro qualsiasi operare »; e, dichiarandosi d’accordo
con Huizinga nel veder conculcati i valori morali, si spingeva in un
invito all’azione assai distante dalla proposta di un « nuovo ascetismo
»: sappiamo che gli animi dotati della sensibilità morale dello
scrittore olandese, silenziosi custodi pure in tempo di burrasca e di
travolgi- menti dei valori dello spirito, son molti, nonostante le loro
voci siano sommerse da un assai crudo e talora bestiale clamore dei
popoli. Soltanto non bisogna adagiarsi e cullarsi in quella certezza, col
rischio che il ritorno della serenità e della luce sia ritardato dal-
l’opera di coloro, cui quella speranza non lusinga e altri meno eletti
ideali stimolano o imbestialiscono !?3, « Ma l’autore non è né uno
storico, né un politico, né filosofo: è, mi pare, un buon cattolico » che
sorvola sui problemi della politica e dello Stato, scriveva a
Giulio Finaudi, dopo aver letto Huizinga, il meridionalista di tra-
dizione salveminiana Tommaso Fiore, invitando l’editore a «pubblicare
storia in concreto » !*. Accenti spirituali- 172 A. Brucculeri, La
crisi odierna, cit., p. 330. 173 « La Nuova Italia », IX (1938),
pp. 324, 326. 174 AE, Fiore, 6 gennaio 1938; come esempio di «
storia in concreto » il 26 dicembre 1937 Fiore aveva proposto la
traduzione di Richard Freund, Watch Czechoslovakia! (1937): «Non è un
libro antifascista e non si ‘può dire una difesa della democrazia (molto
meno della Cecoslo- vacchia), ma si capisce che la difesa della
democrazia è un sottinteso e le simpatie per la borghesia ceca e pel
“Socrate di Praga” sono naturali e profonde ». Fiore, nel ’38, auspicava
anche « manuali di geografia politica, fatti senza aridezza, in cui il
senso politico sia profondo » (ibidem). 267
stici, di chiaro stampo cattolico, riappaiono invece ne La formazione
dell’unità europea di Christopher Dawson. L’au- tore di Progress and
Religion (1929), di cui « La Civiltà cattolica » aveva fatta propria «
l'impressione di vedere già sorgere una nuova società, che disconoscerà
ogni gerarchia di valori, ogni disciplina intellettuale, ogni tradizione
sociale e religiosa, ma che vivrà per l’attimo presente in un caos
fatto unicamente di sensazioni » !*, era stato già indicato da Mario M.
Rossi, sulle pagine della « Nuova rivista storica », come uno degli
artefici di quelle « sintesi storiche », « fon- date su una determinata
dottrina filosofica o religiosa », che, sempre più frequenti « a mano a
mano che l’Europa va dissolvendosi nel caos », « sono un prodotto di
crisi e non dell’esame di una situazione solida e delineata » !*.
Oppositore del progresso scientifico che gli appariva una religione laica
« che ha voluto sostituire la vera unità cul- turale europea — il
Cristianesimo », anche nel volume einaudiano Dawson considera la Chiesa
elemento unificante della storia europea fra V e XI secolo, in linea con
tutta la componente cattolica della « cultura della crisi », intenta
a costruire « una filosofia della storia che tendeva a gettare
ponti tra i secoli, ridotti ad attimi di un fluire storico di smisurato
respiro attorno alla vita della Chiesa » !7. Dopo aver dichiarato,
con toni spengleriani, che « Azio, come Maratona e Salamina, fu uno
scontro dell’Oriente e dell’Occidente, una finale vittoria degli ideali
europei di ordine e di libertà sopra il despotismo orientale » —
un’af- fermazione che ritroveremo nelle pagine iniziali del Profilo
della storia d’Europa di Salvatorelli e, ancora più puntual- mente, nel
corso sulla Storia dell’idea di Europa tenuto nel 1943-44 da Chabod —,
Dawson faceva una professione di fede storiografica e ideologica insieme,
sostenendo che « l'influsso del cristianesimo sulla formazione
dell’unità europea è un notevole esempio del modo come il corso
dello sviluppo storico viene modificato e determinato dall’inter-
175 A. Brucculeri, La civiltà e le sue moderne involuzioni, in «La
Civiltà cattolica », 90 (1939), vol. III, p. 120. 176 « Nuova
rivista storica » Moro, La formazione della classe dirigente cattolica, cit.,
p. 449. 268 Le origini della casa editrice
Einaudi vento di nuovi influssi spirituali », in quanto esiste
sempre nella storia « un elemento misterioso e inspiegabile, dovuto
non solo all’influsso del caso o all’iniziativa del genio indi- viduale,
ma anche alla potenza creatrice delle forze spiri- tuali ». Su questa
base l’autore sviluppa il suo ragiona- mento, teso a dimostrare che la
Chiesa non fu coinvolta nella caduta dell'impero di Occidente perché «
era diven- tata una istituzione autonoma che possedeva il suo prin-
cipio d’unità e i suoi propri organi d’autorità sociale. Essa era in
grado di diventare contemporaneamente l’erede e rappresentante
dell’antica cultura romana, e la maestra e la guida dei nuovi popoli
barbarici »; cosi all’inizio del secolo VIII, quando l’invasione
musulmana aprî un’« epoca di universale rovina e distruzione », « vennero
gettate le fon- damenta della nuova Europa, da uomini come San
Gregorio, che non avevano idea di edificare un nuovo ordine
sociale, ma siccome il tempo stringeva, si travagliavano per la
sal- vezza degli uomini in un mondo moribondo. E fu proprio
quest’indifferenza per i risultati temporali che diede al papato
l’energia di diventare, nella decadenza generale della civiltà europea,
un centro di riorganizzazione delle forze della vita ». Al termine di
questo processo, il secolo XI vide « l’incorporazione di tutta l’Europa
occidentale nella cristianità », e l’inizio di « un moto di progresso
che dura poi quasi senza interruzione fino ai tempi moderni »; la
logica conclusione del volume era perciò un invito a proiettare nel
futuro la tradizione culturale ricostruita in sede storica:
Ai nostri giorni l'Europa è minacciata del crollo della cultura
aristocratica e laica su cui era fondata la seconda fase della sua unità.
Sentiamo di nuovo il bisogno di un'unità spirituale o almeno mo- rale
[...]. Ma è bene ricordare che l’unità della nostra civiltà non poggia
soltanto sulla cultura laica e sul progresso materiale degli ultimi
quattro secoli. Ci sono in Europa tradizioni più profonde di queste, e
dobbiamo risalire oltre l’umanesimo e oltre i trionfi super- ficiali
della civiltà moderna, se vogliamo scoprire le fondamentali forze sociali
e spirituali che hanno lavorato alla formazione del l’Europa Dawson, La
formazione dell’unità europea dal secolo V all'XI, « Non ci manca che la preghiera a Notre-Dame
de Lourdes, perché il Dawson ci appaia come un maresciallo Pétain
della cultura », osservava sarcasticamente, nel 1940, il «libertino»
Arrigo Cajumi, ormai distaccato dall’am- biente della casa editrice ‘, Ma
sempre nel 1940, quando anche l’Italia era entrata in guerra, Mario Delle
Piane riconosceva a Dawson il merito di aver fatto rivivere «
un’epoca lontana ed oscura e, pur tuttavia, attualissima, oggi che si
assiste, pare, alla lotta di due civiltà ed alla fine di una di esse»,
anche se aggiungeva, idealisticamente, che « la civiltà è una e
imperitura, non essendo altro che il concretarsi dello sviluppo del
libero spirito umano: cioè storia » !®. Più nettamente si esprimeva, pur
mantenendosi sul piano della discussione storiografica, Gino
Luzzatto, che alla storia delle idee di Dawson contrapponeva il
Mao- metto e Carlomagno di Henry Pirenne — uscito da La- terza nel
1939 —, mosso « dall’osservazione di un fatto economico », e, giudicando
« alquanto azzardato » il ragio- namento dello storico inglese, si
chiedeva « se la mirabile fioritura della vita cittadina fra il XII ed il
XV secolo non abbia avuto per la formazione della moderna civiltà
europea un’importanza assai maggiore dei rapporti fra Chiesa ed Impero »
15. Il tema del contrasto fra civiltà materiale e aspirazioni
spirituali, presente in Huizinga e Dawson, circola proble- maticamente
anche nei romanzi dei « Narratori stranieri tradotti », in particolare in
quelli di autori inglesi dell’età traduzione di C. Pavese, Torino,
Einaudi, 1939 (ediz. originale 1932), in particolare pp. 8, 45, 188,
276-277, 282-283. Anche per Chabod ad opera del pensiero greco si era
formata « una Europa che rappresenta lo spirito di “libertà”, contro il
“dispotismo” asiatico » (Storia dell’idea d'Europa, a cura di E. Sestan
ed A. Saitta, Bari, Laterza, 1961, p. 16). 17? A. Cajumi, Pensieri
di un libertino, presentazione di V. Santoli, Torino, Einaudi, 1970, p.
183. 180 « Rivista storica italiana », s. V, V (1940), p. 425.
Secondo Ga- briele Pepe, per Dawson il mondo europeo « sente più vivo il
bisogno di un ordine culturale nuovo, fondato su un pivi intimo contatto
con le civiltà dei popoli dell’Oriente e di tutto il restante mondo, che
non rien- trano nei quadri della nostra tradizione culturale » (La
nascita dell'Europa, in « Oggi », 24 febbraio 1940). 181 «
Nuova rivista storica », XXIV (1940), pp. 262-264 (siglato G.).
270 Le origini della casa editrice Einaudi vittoriana
la cui funzione, in questi anni di crisi di valori, può apparire analoga
a quella svolta a cavallo del secolo dal Tolstoj fustigatore del «
progresso meccanico » !. Di Walter Pater, fin allora conosciuto in Italia
solo come « ca- poscuola di un estetismo immoralistico » che
sarebbe emerso dai suoi studi sul Rinascimento, Einaudi presenta il
romanzo del 1885 Mario l’epicureo, in cui l’autore in- tende « to show
the necessity of religion », in un senso assai diverso dalla difesa della
« religione laica » fatta nel 1882 dal Marc Aurèle di Renan. Il
protagonista, la cui vi- cenda è ambientata ai tempi di Marco Aurelio —
espres- sione di una civiltà « arida » paragonata da Pater a quella
materialistica dell’800 —, abbraccia dapprima « un epicu- reismo elevato
a disciplina morale, che ha per suo fine non il godimento, sia pure
raffinato, ma la perfezione dell’es- sere intimo, “culto reso alla luce
dell’intelletto” », per approdare infine al cristianesimo, come scrive la
curatrice del volume: « Il cristianesimo fervido e sereno di quei
primi tempi eroici, scevri di fanatismo, l’esultanza invulne- rabile dei
credenti, la loro speranza serena, gli mostrano il sorgere di un’umanità
dotata di quelle qualità morali di cui il mondo pagano è privo, ma che
pure non rinnega l’amore alla vita e alla bellezza » !*. « Romanzo
filosofico », lo qualificherà Beniamino Dal Fabbro recensendolo
positi- vamente su « Primato », in cui tuttavia «il significato
dottrinario sembra soverchiato da un senso religioso in- teso liricamente
». Lo stesso Dal Fabbro citava le edizioni einaudiane, entrambe del 1939,
de La storia di Henry Esmond di Thackeray e del David Copperfield di
Dickens tradotto da Pavese, per coglierne « la contemporaneità in
ciò che fu chiamato il “compromesso vittoriano”, saggia mistura di
borghesia e di cristianesimo, di calcolate ribel- lioni e di più comode
acquiescenze » !*. Materia e spirito si oppongono e si confondono
anche 182 Cfr. G. Turi, Aspetti dell’ideologia del Psi
(1890-1910), in « Studi storici », XXI (1980), p. 85 n. 102.
183 W. Pater, Mario l’epicureo, traduzione di L. Storoni Mazzolani,
Torino, Einaudi, 1939, pp. 9, 13-14. 184 « Primato », I (1940), n.
1, p. 14, e «Oggi», 4 novembre 1939. 271
in Cosi muore la carne di Samuel Butler, un romanzo in gran parte
autobiografico ambientato nell’età vittoriana, in cui il curatore notava
« la ricerca continua e affannosa di una fede, in grado di sostituire la
religione tradizionale », e « l’ingenua fiducia accordata a ogni nuova
teoria, la quale non tardava ad abbandonare i precisi limiti scientifici
per confondersi in un alone religioso », la ribellione di Butler al
positivismo e il suo invito agli uomini di liberarsi dal peccato e dal
dolore amando « il vero dio » !*. Dal romanzo traeva spunto il
liberalsocialista Vittorio Gabrieli per pre- sentare la figura
dell’autore su « Civiltà moderna », e met- tere in luce che nell’età
vittoriana, in un momento in cui « si accentua e si propaga il dissidio
tra sentimento religioso e spirito scientifico, misticismo e razionalismo
», nasceva in Butler, cosî come nel protagonista del romanzo, la satira
della società, della scuola, della famiglia, della religione
tradizionale, e il suo tentativo di conciliare la scienza con la
religione: di qui, in lui, una «curiosa mescolanza di immanenza
razionalistica e di spiritualità profonda e fan- tasia suggestiva », e,
in contrasto con la visione materia- listica dell’universo fornita da
Darwin, « l’affermazione dell’attività dello spirito sulla materia, della
libertà umana, del progressivo scoprirsi d’un ordine nell’universo, un
prin- cipio vitalistico ed una forza creativa, sostituendo cosî al
meccanismo della selezione naturale una finalità, un dive- nire
teleologico, che effettivamente collima con una conce- zione religiosa »
!, In questo contesto si spiega come nel 1938 Aldo Capi-
tini, esponente di un liberalsocialismo dalle forti venature religiose,
si rivolgesse a Einaudi per proporgli la pubblica- zione dell’epistolario
di Michelstaedter, un autore che Capitini « scopri » negli anni ’30 e che
tanta influenza ebbe sui suoi Elementi di esperienza religiosa, cosi
come 185 S. Butler, Cost more la carne, prefazione e traduzione di
E. Gia- Dio, Torino, Einaudi, 1939, pp. VII, IX (citiamo dalla seconda
edizione el 1943). 186 V. Gabrieli, Presentazione italiana di S.
Butler, in « Civiltà moder- na », XII (1940), pp. 132, 134-135. Tommaso
Landolfi coglieva invece nel romanzo « un'impressione di triste aridità »
(« Oggi », 13 gennaio 1940). 272 Le origini della
casa editrice Einaudî su altri intellettuali che negli anni fra le
due guerre ne. ripresero la riflessione sulla « situazione » umana,
sui valori della morale e della fratellanza; di lui, ricorderà
Capitini, lo aveva colpito « l’antiretorica, quel tipo di esi-
stenzialismo, che poteva divenire supremo impegno pratico, come poi mi è
stato confermato dall’esame dell’epistolario manoscritto, dall’interesse
che egli ebbe negli ultimi suoi anni per i Vangeli; insomma mi pareva
esatto considerarlo. come la premessa di una tensione pratica
etico-religiosa » !”. Carlo Michelstaedter — scriveva infatti a
Einaudi — ha portato. nella cultura italiana un rigore insolito
nell’esigenza dell’assoluto. Egli spicca in confronto di molti suoi
coetanei della « Voce » che furono morbidi e, prima o poi, arrendevoli.
L'elemento intransigente e tragico difetta troppo nella nostra
spiritualità perché non ne sia desiderabile l’innesto. Le riserve sul
pensiero e sulla decisione del Michelstaedter [morto suicida nel 1910]
non spengono l’importanza che egli ha per quelli che oggi ascoltano voci
perentorie e disperate per vincere la faciloneria. Cresce l’interesse per
lui; sta diventando un punto di riferimento, anche per chi comprende che
si deve andare oltre e ricostruire ma su serie rovine !88,
Dubbi o disorientamenti, tendenze spiritualistiche ed esperienze
religiose, anche se non univocamente contraddi- stinte, o recepite, sul
piano civile, venivano cosî confe- rendo alla casa editrice la funzione
di stimolo alla rifles- sione, a non affidarsi alle « certezze » del
regime proprio nel momento in cui ci si avvicinava alla guerra.
7. Una cultura eclettica: i « Saggi » Dubbi e inviti alla
riflessione si accompagnano tut- tavia, ancora in questi anni, alla
difficoltà di attestarsi su una linea culturale ben definita, che si
manifesta in una 187 A. Capitini, Antifascismo tra i giovani,
cit., p. 53. Sulla fortuna di Michelstaedter tra le due guerre cfr. E.
Garin, Intellettuali italiani del XX secolo, cit., pp. 102-103.
18 AE, Capitini (17 agosto 1938). L'editore propose invece a
Capitini di scrivere un libro su Michelstaedter; nel 1938 Capitini
propose anche Ends and means di Aldous Huxley (1937).
273 inquieta ricerca di « novità »: ne è
testimonianza precipua la collana dei « Saggi », quella di maggiore diffusione,
che affronta temi disparati secondo ottiche diverse, dimostrando
talvolta l’insofferenza verso i canoni della cultura fascista ma, al
tempo stesso, il persistere di un eclettismo che smorza i tentativi
innovatori della casa editrice. I « Saggi » erano stati inaugurati
nel 1937 da Voltaire politico dell’illuminismo di Raimondo Craveri,
severamente giudicato da « Giustizia e Libertà » !° incapace di
cogliere gli elementi caratteristici di un’opera che, in linea con
l’interesse per il pensiero settecentesco de « La Cultura » e di
Salvatorelli, si richiamava agli studi più recenti, in particolare a
quelli di Dilthey e di Cassirer negatori della taccia di antistoricismo
mossa al secolo XVIII, per svol- gere una critica trasparente dell’idealismo
e della con- cezione attualista dello Stato: Le idées
claires che l’illuminismo ha amato — osservava infatti l’autore —,
giovano forse a riportatci in più spirabil aere di quello saturo di
aberrazioni mentali mascherate di hegelismo ed ammantate di dialettica d’oggigiorno
[...]. Il teorico del dispotismo illuminato diverrebbe ora il nemico
d’ogni statolatria e d’ogni anarchia ed, in quanto fautore della
tolleranza, l’avversario principe dello Stato provvidenzialmente
onnipresente ed onniagente. Sul terreno teorico Voltaire scende in campo
contro gli epigoni dell’hegelianismo !%. L’anno successivo
appariva il Profilo di Augusto di Ettore Ciccotti, dove il rifiuto di
ogni glorificazione e attua- lizzazione del personaggio biografato,
proprio quando la sua figura era ufficialmente celebrata dal fascismo —
alla ricerca di legittimazioni imperiali — in occasione del bimil-
lenario della nascita dell’imperatore romano, appariva evidente fin dalle
dichiarazioni metodologiche iniziali in 189 « Libro di eccellenti
intenzioni, ma di esito abbastanza infelice [....] l’abuso di filosofia
del Craveri lo porta a dedicare l’intero suo libro al sistema filosofico
di Voltaire, che era cosa da trattare in quattro pagine [...]. Le sole
cose sensate ci paiono essere le riflessioni sul despotismo illuminato, e
il suo carattere apolitico, la indifferenza di Voltaire per lo Stato e il
suo ottimismo per la libera attività nella società esistente » («
Giustizia e Libertà », 23 aprile 1937). 190 R. Craveri, Voltaire
politico dell'illuminismo, Torino, Einaudi, 1937, pp. 13-14, 19.
274 Le origini della casa editrice Einaudî cui
l’autore, riecheggiando, anche se in forma più blanda, gli interessi
economico-sociali che ne avevano caratterizzato la produzione a cavallo
del secolo, affermava che gli uomini dovevano essere collocati « in
relazione all'ambiente e al tempo », « onde non si tratta di apoteosi o
condanne, di glorificazioni od esecrazioni; e piuttosto, o meglio,
di cercare di comprendere come e per quali vie e tra quale varia
cooperazione e con quali effetti sociali gli eventi si svolsero e si
conclusero, e con quali prospettive e signifi- cato »; ma si limitava in
realtà ad una narrazione puramente cronachistica, in cui spicca un solo
giudizio dal trasparente significato politico, che, ancora una volta, la
« Nuova rivista storica » non mancava di rilevare: « Gli autocrati,
d’ordinario, dovendo farsi perdonare la confiscata libertà e il potere
assoluto, ricorrono a miraggi di conquiste, onde lampeggiano a’ soggetti
beneficii spesso sognati od effimeri e al dominatore ancor più effimero
prestigio: quindi la guerra » !. Distante dalla cultura idealistica era
anche l’in- terpretazione psicanalitica proposta dallo psichiatra
spa- gnolo Gregorio Marafion, che intendeva mettere in luce le
qualità umane dello scrittore ginevrino Henry Amiel sulla base di una
concezione relativistica della morale, secondo la quale « le cose non
sono quasi mai assoluta- mente buone o cattive, e l’efficacia loro,
positiva o negativa, dipende pi dall’orecchio di chi le ascolta che dal
labbro di chi le pronuncia » !, Una linea diversa prevale
invece nei saggi dedicati alla letteratura italiana, nonostante la
presentazione della figura inquieta e non conformista di Tommaseo, di
cui Raffaele Ciampini mette in luce, nel Diario intimo, il lace-
191 E, Ciccotti, Profilo di Augusto, Torino, Einaudi, 1938, pp.
13-14, 61-62; cfr. la recensione di Giovanni Costa in « Nuova rivista
storica », XXII (1938), pp. 406-407. Cfr. anche M. Cagnetta, Antichisti e
impero fascista, Bari, Dedalo, 1979, p. 133. Nel giugno 1938 Ciccotti
propose all’editore la ristampa de La guerra e la pace nel mondo antico
del 1901, ma Einaudi gli contropropose un saggio sui Gracchi (AE,
Ciccotti). 192. G. Marafion, Arziel, o della timidezza, traduzione
di M. F. Canella, Torino, Einaudi, 1938, (ediz. originale 1932), p. XV;
Giansiro Ferrata osservò che il libro « manca, del tutto, di sensibilità
poetica e psicolo- gica » (« Oggi » rante contrasto fra il richiamo dei
sensi e quello della reli- gione, mentre, presentando la Cronichetta del
Sessantasei dello scrittore dalmata, ne sottolinea, accanto
all’attacca- mento alla Chiesa, la convinzione federalista,
all’origine di quella «critica troppo spesso genialmente e perfida
mente malevola » che investe in primo luogo i protagonisti « piemontesi »
del processo di unificazione, Cavour e Vit- torio Emanuele ‘*, suscitando
ovviamente lo sdegno della « Rassegna storica del Risorgimento » — «che
giova il conoscere tanta ombra, quando alla storia si deve
piuttosto chiedere tanta luce? » !*. Preoccupazione precipua
dell’e- ditore appare comunque la difesa del crocianesimo, testi-
moniata anche dal suo fitto carteggio con quel Luigi Russo che su « La
Cultura » Cajumi aveva duramente stroncato !* Nella raccolta di saggi su
Carducci di Tommaso Parodi, Antonicelli mette in evidenza la vicinanza
dei giudizi espres- si dall’autore e da Croce, entrambi mossi dalla
preoccu- pazione di distinguere l’uomo dall’artista, che in Parodi
si esprime nella sufficienza con cui tratta l’interesse del poeta
per la tecnica filologica, cosî come la sua fase « socialista » e
anticlericale, per concludere che Carducci è « poco fe- lice [...] quando
cerca argomento nella storia più recente, ove facilmente soverchiano in
lui le passioni pratiche, e allora gli s’intorbida la serenità lirica,
mancandogli lo sfondo epico della lontananza » !*. Il timore di non
con- 19 N. Tommaseo, Diario intimo, a cura di R. Ciampini,
Torino, Einaudi, 1938, e Id., Cronichetta del Sessantasei, a cura di R.
Ciampini, Torino, Einaudi, 1939, pp. 49-50, 78: Tommaseo, osservava
Ciampini, « vedeva e concepiva l’unità come una oppressione dal forte
esercitata sul debole, come un soffocamento dei vari germi locali. Il
Piemonte vincitore in Italia, gli appariva un arrogante dominatore: per
lui, il Piemonte non vuole fare l’Italia, ma vuole conquistare a proprio
profitto l’Italia ». 19 Piero Zama, in «Rassegna storica del
Risorgimento », XXVII (1940), p. 1052. 195 Il 12 febbraio
1934 Russo proponeva una serie di volumi miscel- lanei sugli studi
italiani del ’900: due sulla storia e la filologia (curati da lui), due
sugli studi filosofici, giuridici ed economici (curati da De Rug- giero e
Luigi Einaudi), uno sulle scienze naturali e matematiche (curato da
Enriques); nel giugno 1937 accettava di scrivere un volume sul Per- siero
politico di Vittorio Alfieri (AE, Russo). 1% T. Parodi, Giosue
Carducci e la letteratura della nuova Italia, saggi raccolti da F.
Antonicelli, Torino, Einaudi, 1939, pp. XI-XII, XVII XVIII, 8, 12, 81;
recensendo il volume Enrico Falqui osservava che « un 276
Le origini della casa editrice Einaudi traddire Croce è
ancora pit esplicito nella vicenda della pubblicazione dei saggi sugli
Scrittori francesi dell’Otto- cento di De Lollis, un debito dovuto alla
tradizione sulla quale si era formato il primo nucleo della casa
editrice: Giulio Einaudi ne aveva inizialmente affidata la cura a
Cajumi, raccomandandogli di evitare toni anticrociani tali da provocare
una stroncatura da parte della « Critica »; ma l’ex direttore de « La
Cultura » aveva dichiarato di non poter accettare la « censura crociana
», aggiungendo che «le colpe e le ipocrisie crociane verso De Lollis
(e non è solo parer mio, ma anche dei vecchi delollisiani come
Trompeo) devono a/fine venire documentatamente in luce ». Dopo aver
inutilmente proposto dei tagli alla prefazione di Cajumi per togliere gli
« accenni più violenti all’idea- lismo e alla filosofia in genere »,
l’editore ne affidò quindi la cura al pi fidato Vittorio Santoli '”, che
nell’introdu- zione dichiarava « decisivo » l’incontro di De Lollis
con Croce, mettendo in luce, nel primo, il riconoscimento dell’insufficienza
dell’indagine filologica secondo la quale « ogni poeta è l’età sua più
qualche cosa che è tutto suo »; ‘e concludeva estendendo i legami fra
Croce e De Lollis alle riviste da loro dirette: « della Cultura si può
tranquilla- mente dire ch’essa, insieme alla Critica, è stata la
rivista che più ha contribuito ad avviare la mentalità
universitaria italiana dal tecnicismo all’umanesimo, da certe angustie
pae- sane ad una universalità di sguardo nella quale era però sem-
pre riconoscibile il tranquillo orgoglio d’essere “ah si! di gran
signori” » !*. Ma, a testimoniare l’intersecarsi di linee diverse, nel
1939 la « Nuova raccolta di classici italiani an- notati » diretta da
Santorre Debenedetti — costretto dalle leggi razziali ad abbandonare
l’insegnamento universitario po’ pit di peso dato alla filologia
nel giudizio sur un’opera letteraria e poetica conferirebbe alla critica
idealistica quella aderenza al fatto arti- stico la quale, da ultimo, si
risolve in una maggior comprensione dell’opera stessa » («Oggi », 17
giugno 1939). Nel ’39 Antonicelli accettava din Einaudi l’incarico di
curare un'antologia della letteratura italiana in otto volumi (AE,
Antonicelli). 197 AE, Cajumi (29 e 30 marzo, 9, 10 e 15 aprile
1938). 1% C. De Lollis, Scrittori francesi dell'Ottocento, con un
saggio biogra fico di V. Santoli, Torino, Einaudi si inaugurava con le
Rizze di Dante commentate, in senso non certo crociano, da Gianfranco
Contini, e che pur Luigi Russo giudicò « opera fondamentale » che «
se- gna una data nella storia degli studi e delle interpretazioni
dantesche » !°. Al tempo stesso, l’opera di sprovincializzazione
della cultura italiana cui abbiamo già accennato a proposito della
« Biblioteca di cultura storica », iniziava nel 1938 anche nei « Saggi »:
l’Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein — un vivace affresco
della cultura d’avanguardia europea dell’inizio del secolo, da Picasso a
Matisse, da Henry James a Hemingway —, permetteva al traduttore,
Pavese, di cogliere i debiti dell’autrice verso Walt Whitman nella «
contemplazione ironica e insieme intenerita di un mondo reale, fuori
d’ogni troppo compiaciuto interesse per i procedimenti dell’arte » e in «
quel conturbante realismo della vita subconscia che resta a tutt’oggi il
pit vitale contributo dell'America alla cultura » ?°, motivi non
estra- nei alla ricerca stilistica dello scrittore piemontese.
Nello stesso anno era inaugurata la collana « Narratori stranieri
tradotti » in cui, scriveva l’editore, « dovrebbero entrare, oltre ai
classici, solo scrittori universalmente riconosciuti come eccellenti »
?". Nata per impulso di Ginzburg — che con estremo puntiglio
filologico ne seguirà le edizioni anche dal confino di Pizzoli — e con
l’apporto di Pavese, la celebre collana dalla copertina azzurra offrî,
sulle tracce della Slavia — da cui riprese alcuni titoli russi —”,
traduzioni integrali di testi molti dei quali mai fin allora conosciuti
in Italia nella loro completezza, ad opera di traduttori d’eccezione:
accanto a Ginzburg e a Pavese, Ettore Lo Gatto, Alberto Spaini, Pietro
Paolo Trompeo, Piero Jahier, Massimo Mila, Camillo Sbarbaro, per
arri- vare, nel 1946, alla prima traduzione di Proust a cura di
19 Russo a Einaudi, 11 dicembre 1939 (AE, Russo). Sul direttore
della collana cfr. ora L. De Vendittis, Santorre Debenedetti tra
positivismo e idealismo, in « Studi piemontesi », VIII (1979), pp.
3-25. 20 Ora in C. Pavese, La /etteratura americana, cit., pp.
166-167. 201 Einaudi a Umberto Morra, 8 maggio 1939 (AE,
Morra). 2 Cfr. AE, Polledro. 278 Le
origini della casa editrice Einaudi Natalia Ginzburg. Il lettore
italiano venne cosî a contatto soprattutto con i capolavori del romanzo
psicologico otto- centesco, stimolo a riflessioni su vicende e passioni
al di sopra delle contingenze storiche, non senza talvolta, attra-
verso la guida delle introduzioni, riferimenti indiretti
all'attualità. Gli interessi e i suggerimenti dei curatori sono
ovvia- mente diversi: mentre Lo Gatto antepone nell’Oblòmov di
Gonciaròv il valore artistico rispetto a quello sociale ?%, Pavese coglie
in Tre esistenze della Stein « un primo esem- pio perfetto di quella che
sarà ricerca costante della nar- rativa americana del nuovo secolo: un
mondo fantastico che sia la realtà stessa, colta nel suo farsi espressivo
», un giudizio non solo estetico che Mario Alicata puntualizzerà
evidenziando la descrizione della provincia americana « nel- la sua grama
miseria, nella sua disperata solitudine », per cui « il realismo
metafisico della Stein sempre volutamente si nega ad ogni illuso
sentimentalismo » ?*. Nei romanzi di Dostojevskij pubblicati durante la
guerra Ginzburg mette invece in evidenza, pur accanto alle contraddizioni
della « filosofia » dell’autore, il messaggio umano del prin- cipe
Myskin, « assolutamente buono » e non per questo vinto, la cui figura
anima « un libro consolante e vivifica- tore come pochi altri libri
venuti dopo il Vangelo », e, nei Demoni, la critica di Dostoevskij — che
restò tuttavia « lontano da ogni apologia dell’ordine esistente » —
verso i risultati, e non verso le « ragioni » dei rivoluzionari
contro la società, e, come tema dominante, l’inquieta ricerca della
fede ?*. E, mentre nel 1942 è presentato come «la tra- gedia d’un Amleto
americano » e una sofferta « polemica contro l'umanità » il Pierre o
delle ambiguità di Melville, che Pratolini considera precursore di
Meredith, James e Conrad, « una filza di nomi che potrebbe continuare,
prove alla mano, fino a comprendere autori che respirano l’aria
23 I. Gonciaròv, Oblòmov, prefazione e traduzione di E. Lo Gatto,
Torino, Einaudi, 1938 (II ediz. 1941), p. VII. 2% C. Pavese, La
letteratura americana, cit., p. 169; recensione di Mario Alicata in «
Leonardo », XI (1940), p. 174. 25 Ora in L. Ginzburg, Scritti, di
questa lunga giornata di guerra, da una parte e dall’altra delle trincee
» ?*, la difesa dei valori dell’uomo che trascen- dono sistemi politici o
contingenze belliche, e la speranza di una fratellanza universale,
traspaiono, sempre nel 1942, da Guerra e pace, dove « guerra è il mondo
storico, pace il mondo umano », osserva Ginzburg, quel mondo umano
che « interessa ed attrae particolarmente Tolstoj soprat- tutto perché
egli è convinto che ogni uomo — di ieri, di oggi, di domani — valga un
altro uomo », e che trova la sua esaltazione nel finale intimistico e
famigliare del ro- manzo, dove è descritta « quella felicità che può far
disto- gliere lo sguardo di un giusto da un uomo ucciso ingiu-
stamente » 2”. « L’amore per la natura, i diritti del cuore, la gloria
del sentimento », contrapposti alla « falsità della vita sociale », erano
stati messi in luce nel primo volume della collana, I dolori del giovane Werther
®*; da Goethe si passa, con la caduta del fascismo, a Diderot, a
Jacques il fatalista in cui Glauco Natoli identifica nel
protagonista e nel padrone dei « personaggi reali, nei quali
s’incarna la mortale polemica fra due classi destinate ad
affrontarsi, nel fatale declino l’una, nell’irresistibile ascesa l’altra,
che s’affrancherà sempre più d’ogni servile retaggio per recla-
mare e raggiungere quella dignità umana, che troverà fra non molto la sua
piena espressione nella dichiarazione dei diritti dell’uomo » °°. Il
commento si farà infine ancora più esplicito nel 1945, sempre attraverso
Diderot, di cui Fernanda Pivano sottolineerà « la passione politica
dell’uo- mo che si pone di fronte a leggi costituite da un’autorità
non riconosciuta e a norme imposte da una tradizione iste- rilita per
abbatterle ed eliminare gli ostacoli al libero pen- 26 H.
Melville, Pierre o delle ambiguità, prefazione e traduzione di L. Berti,
Torino, Einaudi, 1941, pp. VII, IX; la recensione di Pratolini in «
Primato », III (1942), pp. 287-288. 20 L. Ginzburg, Scritti, cit.,
pp. 285, 287. 28 W. Goethe, I dolori del giovane Werther,
prefazione e traduzione di A. Spaini, Torino, Einaudi, 1938, p.
VIII 20 D. Diderot, Jacques il fatalista e îl suo padrone,
traduzione di G. Natoli, Torino, Einaudi, 1944, p. XV.
280 Le origini della casa editrice Einaudi siero,
alla libera parola, alla libera morale, alla libera scienza » 7°,
Attraverso i classici della letteratura universale pote- vano cosi
passare messaggi emotivi capaci di « distrarre » il lettore dalla realtà
della vita quotidiana, e sollecitarne la fantasia, la riflessione, la
critica. Un raggio d’influenza più limitato ebbe ovviamente un’altra
iniziativa della casa edi- trice, la « Biblioteca di cultura scientifica
» avviata nel 1938, che trovò probabilmente un terreno di coltura
già preparato nella Torino di Giuseppe Peano, e un animatore in
Ludovico Geymonat: una collana che con i testi di De Broglie, Pavlov o
Planck, riuscf a presentare, non senza contrasti ?!, una tematica che era
rimasta estranea alla cultura idealistica, ma che ciò nonostante gli
epigoni del positivismo avevano tenuto in vita; ad essa si affiancò,
a partire dal 1940, la rivista « Il Saggiatore », dedicata alla
divulgazione dell’attualità scientifica nei campi della ma- tematica,
della biologia, della fisica — fino ai problemi dello sfruttamento
dell’energia nucleare — e delle loro applicazioni tecniche, ma che solo
in casi isolati si occupò dell’utilizzazione delle scoperte scientifiche
a fini bellici, dimostrandosi severa custode dell’autonomia della
scienza, fino a definire « ridicola » la condanna papale di Galileo
2. 210 D. Diderot, La religiosa, prefazione di F. Pivano, Torino,
Einaudi, 1945, pp. VIII-IX. 211 Ad esempio il 14 novembre
1942 Geymonat inviò a Francesco Severi e Armando Carlini un memoriale per
protestare contro il parere negativo dell’Accademia d’Italia alla
traduzione di Die Grundlagen der Arithmetik di Gottlob Frege (AE,
Geymonat). Dedica un breve cenno all'ambiente torinese di Peano C.
Pogliano, Mondo accademico, intellet- tuali, professione sociale
dall'Unità alla guerra mondiale, in AA.VV., Storia del movimento operaio,
del socialismo e delle lotte sociali in Pie monte, diretta da A. Agosti e
G.M. Bravo, vol. I. Dall'età preindustriale alla fine dell'Ottocento,
Bari, De Donato, 1979, pp. 534-535. 212 M.G. Fracastoro, Nel 3°
centenario della morte di Galileo Galilei, in « Il Saggiatore », II
(1941), p. 313. La rivista era diretta da C. Fru- goni, F. P. Mazza, A.
M. Olivo, F. Tricomi, G.C. Wick. 281 8.
La « svolta » della guerra e i collaboratori « romani » La seconda
guerra mondiale rappresenta, per l’itine- rario culturale e politico di
molti giovani intellettuali forma- tisi negli anni ’30, quella « svolta »
in senso antifascista che spinse Bottai a tentare con « Primato » di
recuperarne il consenso attorno alla guerra «italiana ». Il 1940 è
una data periodizzante anche per la casa editrice, i cui inter-
venti — se prescindiamo dalla continuazione della battaglia conservatrice
dei liberisti — si modificano sensibilmente: si accentuano i contatti con
la cultura europea e si rac- coglie attorno alla casa un numero crescente
di intellettuali progressisti, cos che negli anni intercorrenti tra
l’entrata in guerra dell’Italia e il 25 luglio 1943 si pongono
concreta- mente, nelle realizzazioni o anche solo nei progetti —
alcuni dei quali molto coraggiosi per allora — le premesse di gran
parte delle iniziative editoriali del periodo postbellico. Uno dei
punti nodali che è necessario mettere in luce, in questi anni, è il
rapporto della casa editrice con Bottai e con l’operazione che questi si
proponeva di svolgere attra- verso « Primato ». Giulio Einaudi ha ricordato
che il nostro gruppo non solo non agî all’interno dello
schieramento fascista, ma tentò di fare in proprio — e spesso con
successo — quella stessa politica che il fascismo intendeva attuare con
strumenti come « Primato ». Forme indirette di opposizione sf, com’era
inevi- tabile a chi, producendo libri, doveva agire alla luce del giorno,
e assumere di volta in volta una maschera, che fosse la più
trasparente possibile; concessioni ideologiche al fascismo, o discussioni
alla pari, mai 215, Queste parole rivelano una
sopravvalutazione del ruolo di « opposizione » che sarebbe stato svolto
da Bottai, e di conseguenza potrebbero essere assunte come prova di
un pieno coinvolgimento della linea editoriale einaudiana nella
fagocitante, proprio perché spregiudicata, prospettiva politi- ca del
ministro fascista, diretta in realtà a imbrigliare ogni opposizione.
Infatti, se « Primato » non può essere tutto 213 AE, G.
Einaudi. 282 Le origini della casa editrice Einaudi
risolto nella categoria « fascismo » ?!, e se è necessaria una sua
lettura non univoca, che ne colga gli sviluppi nel corso della guerra #5,
la rivista non poteva essere considerata, né dal fondatore né dai
collaboratori, solo come il luogo della « difesa della cultura », essendo
ben marcato il suo carattere militante e ben netto l’obiettivo di Bottai
— come risulta anche dai suoi ricordi e dalle sue note di diario —
di far sopravvivere il fascismo al « mussolinismo ». Non è quindi
privo di ambiguità il fatto che, dopo essere entrato in contatto con
Bottai proprio nel 1940, ancora nel 1942 Einaudi si rivolgesse a lui per
proporgli di pubblicare presso la casa editrice una raccolta dei
suoi interventi sull’arte e la cultura — « non può mancare tra i
miei Saggi una presa di posizione nella polemica che ferve per
l’intelligente modernità dell’arte italiana; e chi meglio di Voi può
difendere questo partito in un libro? » —, e che nello stesso anno fosse
in contatto con il redattore capo della rivista Giorgio Cabella, di cui
pubblica il racconto Alloggio sul golfo (1942), oltre ad affidare la cura
delle Memorie di Metternich al bottaiano Gherardo Casini, direttore
generale per la stampa italiana ?!9. Tuttavia, nono- stante la presenza
di elementi contraddittori, proprio nel rapporto con la casa editrice è
possibile misurare lo scarto fra le intenzioni di Bottai e i risultati
della sua politica, in quanto, soprattutto a partire dal 1941, alcuni dei
nuovi collaboratori « romani » di Einaudi che scrivono su « Pri-
mato » hanno già compiuto la scelta antifascista, e solle- citano
l’editore a iniziative più avanzate che reclamizzano 214 E. Garin,
Cronache di filosofia italiana, cit., p. 527. %5 Cfr. le
osservazioni di Luisa Mangoni premesse all’antologia « Pri- mato »
1940-1943, Bari, De Donato, Bottai (13 gennaio 1942). Il 24 febbraio 1942
Alicata scriveva all'editore: « Vedrò domani Bottai per Primato, e gli
chiederò ancora il suo volume di scritti culturali » (AE, Alicata). Già
il 6 ottobre 1940 l'editore aveva chiesto a Bottai di segnalare « Il
Saggiatore » « all’appo- sita commissione ministeriale affinché vengano
sottoscritti alcuni abbona- menti per le Biblioteche degli Istituti di
Istruzione tecnica »; 1°11 giugno 1942 ringraziava il ministro « per
l’interessamento dimostrato a mio favore in merito alla carta ». Cfr.
anche le lettere dell’editore a Cabella del 5 si 1942, e di Casini
all’editore dell’8 giugno 1942 (AE, Cabella, asini).
sulla rivista, usata come
strumento di discussione e di aper- tura culturale, consentendo cosî alla
casa editrice di atte- starsi su posizioni che superano i confini del
progetto bot- taiano. A dare nuova linfa vitale alla casa
editrice contribuî infatti nel 1941, con l’apertura della sede romana,
l’in- contro dell’originario nucleo torinese con quello romano di
Mario Alicata, Giaime Pintor e Carlo Muscetta, tre gio- vani
intellettuali che, pur con diversi orientamenti, avevano già tradotto
politicamente, in senso antifascista, la loro rapida maturazione
culturale; con i loro contatti, inoltre, essi allargarono il numero dei
collaboratori di Einaudi, fra i quali comparvero, i che rima- sero
ancora i più numerosi —, intellettuali già aderenti al partito comunista
o che si venivano orientando verso di esso, ma tutti uniti nella comune
lotta al fascismo, senza che si manifestassero fra di loro, almeno fino
al 25 luglio 1943, contrasti di rilievo. Nell’aprile 1940 Alicata e
Mu- scetta avevano contribuito a inaugurare la nuova serie de « La
Ruota » — cui collaboravano anche Pintor e Pavese —, la rivista diretta
da Mario Alberto Meschini che, sosti- tuendo il sottotitolo « mensile di
politica e letteratura » con quello apparentemente più disimpegnato di «
rivista mensile di letteratura e arte », assumeva in realtà la pro-
spettiva di un’azione politica a più largo respiro ?”, nella convinzione,
comune a tanti giovani intellettuali che davano vita o partecipavano a
iniziative di fronda, di potersi sal- vare — ricorderà Pavese — con «un
tuffo nella folla, un febbrone improvviso d’esperienze e d’interessi
proletari e contadini, per cui la speciale e raffinata malattia che
il fascismo c’iniettava, si risolvesse finalmente nell’umile e
pratica salute di tutti » ?!". Mentre Muscetta era attestato su
posizioni liberalsocialiste, già nel 1940 Alicata aveva superato
l’originaria formazione crociana per abbracciare 2
Cfr. la testimonianza di Antonello Trombadori in M. Alicata, Lettere e
taccuini di Regina Coeli, prefazione di G. Amendola, introdu- zione di A.
Vittoria, Torino, Einaudi, 1977, p. XXXV. 218 C. Pavese, IÙ
fascismo e la cultura 1945), ora in La letteratura americana, cit., p.
220. 284 Le origini della casa editrice Einaudî
uno storicismo pit concreto maturato sulla conoscenza di De
Sanctis e di Fortunato e sulle prime letture marziste, e aveva aderito al
partito comunista segnalandosi subito per quell’intensa attività politica
— tesa ad allacciare rap- porti con i liberalsocialisti e i cattolici
comunisti — che ne provocò l’arresto alla fine del 1942 ?”. Ancora
tutto « letterato » alto-borghese era invece Pintor, che tuttavia
viene in contatto, nell'ambiente einaudiano, con il catto- lico Felice
Balbo — « il cui influsso sul mio modo di pen- sare è stato decisivo »,
annoterà —, e viene maturando politicamente di fronte alla drammatica
realtà della guerra: senza la guerra — ricorderà nell’ultima
lettera al fratello — io sarei rimasto un intellettuale con interessi
prevalentemente letterari [... .J: c’era in me un fondo troppo forte di
gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare
tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la
situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti
comodi ripari e mettendomi brutal- mente a contatto con un mondo
inconciliabile 2° Pur avendo interessi ancora prevalentemente
letterari, i tre « romani » parteciparono alla diverse iniziative di
Ei- naudi: mentre alla fine del 1941 Pintor diviene « agente volante
» della casa editrice, con « il compito di leggere libri, dare consigli,
e girare in Italia £ soprattutto all’estero come rappresentante
dell’editore » ?!, Alicata tiene i con- tatti col Ministero della cultura
popolare per ottenere le autorizzazioni della censura, e arriva ad
occuparsi di un problema che acquista importanza decisiva nel corso
della guerra, quello dell’acquisto della carta. Inoltre, Alicata e
219 Cfr. l'introduzione di R. Martinelli a M. Alicata, Intellettuali
e azione politica, a cura di R. Martinelli e R. Maini, Roma, Editori
Riuniti, 1976, pp. XX-XXI, e C. Salinari-A. Reichlin-A. Tortorella-G.
Amendola, Mario Alicata intellettuale e dirigente politico, Roma, Editori
Riuniti, 1978. 290 Cfr. G. Pintor, Doppio diario 1936-1943, a
cura di M. Serri, Torino, Einaudi, 1978, p. 111, e Id., Il sangue
d'Europa (1939-1943), a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1965, p.
186. Di « ambiguità » di Pintor ha parlato F. ‘Fortini, "Vicini e
distanti. A proposito del « Doppio diario » È Cine Pintor, in «Quaderni
piacentini », XVIII (1979), n. 70-71, pp. 221 G. Pintor, Doppio
diario, cit., p. 161. Muscetta aiutano anche dall’esterno
l’attività di Einaudi collaborando a « Primato », su cui entrambi, con lo
pseu- donimo rispettivamente di Don Ferrante e di Don Santi-
gliano, segnalano con continuità le iniziative della casa editrice,
coinvolgendo in questa opera di « propaganda » altri intellettuali, come
Beniamino Dal Fabbro. Cosi nel 1941 Alicata, mentre si impegna con
Einaudi per un saggio sulla letteratura contemporanea, assicura l’editore
che ne segnalerà i volumi — « tutti, via via, più o meno larga-
mente, nel mio Cotriere delle Lettere su Primato, dove cercherò di far
fare puntualmente anche le recensioni » —, e nello stesso anno elogia sulla
rivista di Bottai la « ricer- cata collana di narratori stranieri che
Einaudi viene con grande accortezza riunendo. Poche opere, ma tutte
ecce- zionali, tutte illuminatrici d’una personalità o d’un co-
stume » “2. Analogamente Muscetta, rispondendo all’invito di Einaudi di
fare pubblicità ai suoi volumi su « La Ruota » — cosa che farà
regolarmente su « Primato » —, affer- mava di « aver seguito la sua
attività editoriale con inte- resse affettuoso, e ogni libro [...]
pubblicato mi ha recato un nuovo conforto a credere nei valori della
cultura che non sono da difendere soltanto nel chiuso del nostro
pen- satoio » 2, Con la collaborazione di questi tre intellettuali
le tappe di sviluppo della casa editrice si accelerano, nelle vecchie e
nelle nuove collane o nei progetti che non tro- vano attuazione
immediata. Assieme a Pavese Alicata fu incaricato di curare la «
Bi- blioteca dello Struzzo », la collana di narratori contempo-
ranei che puntava soprattutto alla scoperta dei giovani: Dopo
molte riflessioni — scriveva Einaudi ad Alicata all’inizio del 1941 — si
è deliberato — e si attende la tua approvazione — 22 AE, Alicata
(23 febbraio, 17 aprile e 1 giugno 1941); il 22 ottobre 1941 Alicata
diviene collaboratore fisso, a 1.000 lire mensili; il 21 feb- braio 1942
informa l’editore di aver acquistato 248 risme di carta. Cfr. inoltre «
Primato », II (1941), n. 8, p. 14. 23 AE, Muscetta (s.d.); io e
Alicata — scriveva Muscetta all’editore il 20 febbraio 1941 — «ci
auguriamo di poter collaborare attivamente ‘all’ardita opera di cultura
che la tua casa svolge con spirito giovanile e con tenacia ».
286 Le origini della casa editrice Einaudî che
la collezione debba accogliere romanzi brevi italiani e stranieri, di
scrittori contemporanei e in genere « scoperti » da noi, dove, in via
d’eccezione, e per alimentare la scarsa produzione italiana con-
temporanea, si accoglierebbero libri dimenticati o rari, di indiscusso
valore artistico, tipo Mio Carso di Slataper. Quanto agli stranieri...
questo è il problema, ché escludendo gli americani e gli inglesi dob-
biamo per ora limitare praticamente la scelta ai russi e ai tedeschi 24.
In realtà fino al 1945, venuta meno con l’attacco all’URSS anche
la possibilità di presentare la narrativa russa contemporanea, la collana
si limitò a pubblicare testi italiani tesi tuttavia a quell’originale
ricerca della realtà, sia pur non veristica, che contrassegna il primo
volume apparso nel 1941, Paesi tuoi di Pavese. Pavese sollecitava infatti
Ali- cata a « predicare l’arte narrativa, e soprattutto quella
narrativa “come vita morale” che a voialtri ruotai deve essere in votis »
5: un invito cui Alicata, per i gusti già dimostrati nella sua intensa
attività di recensore lettera- rio ?*, era particolarmente sensibile, e
che, preoccupato di tenersi lontano « dalle piccole chiesuole di marca
fioren- tina », raccolse assicurando alla casa editrice Le trincee
di Quarantotti Gambini, Le donne fantastiche di Arrigo Benedetti e
proponendo, fra gli altri titoli, Una città dî pianura di Giorgio
Bassani, da lui già recensito su « La Ruota » quando era uscito in
edizione privata di pochi esemplari sotto lo pseudonimo di Giacomo
Marchi, e che era « passato per molte ragioni quasi sotto silenzio
dalla critica », scriveva Alicata alludendo alle leggi razziali ??.
24 AE, Alicata (26 aprile 1941). 225 C. Pavese, Lettere
1924-1944, cit., p. 588 (28 aprile 1941). 226 Cfr. G. Tortorelli,
Le formazione politica di un intellettuale comu- nista: Mario Alicata
1937-1945, tesi di laurea discussa presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia di Firenze nell’anno accademico 1976-77, e Id., Contributi alla
formazione culturale e politica di Mario Alicata, in « Italia
contemporanea », XXX (1978), n. 132, pp. 93-98. 21 In C. Pavese,
Lettere 1924-1944, cit., p. 589 (9 maggio 1941); il 21 novembre 1941
Alicata suggeriva a Einaudi la possibilità di rilevare alcuni volumi
della casa editrice Ribet Buratti di Torino (Comisso, Arturo Loria,
Stuparich, Sbarbaro, Slataper), e l'11 novembre 1942 la necessità di
ristampare l’Ibsex di Slataper, «che non solo è interessante per la
personalità tutta dell’autore, del cui acuto problema morale risente, ma
rimane per se stesso un documento critico prezioso sull'opera ibseniana »
(AE, Alicata). 287 I toni fortemente
elogiativi — anche se attenuati in una lettera a Einaudi ?* — della
recensione che di Paesi tuoi fece Alicata su « Oggi » ”’, la vivace
rivista di Arrigo Benedetti e Mario Panunzio, furono ripresi da
Eugenio Galvano su « Primato » — «ogni lettore può ritrovarvi gli
accenti di una sua esperienza passata e perduta, e il senso di un paese
ritrovato » °° —; e intensi furono i le- gami fra l’ambiente della
rivista di Bottai, cui collaborava anche Pavese, e la casa editrice,
esemplificati dalla pub- blicazione in volume, presso Einaudi, de L’isola
di Stupa- rich (1942), già apparsa su « Primato ». Rimase un caso
isolato il giudizio negativo riservato da Alfonso Gatto a La strada che
va in città di Alessandra Tornimparte #! — pseudonimo di Natalia Ginzburg
—, e non tale comunque da essere paragonato alle forti riserve di
carattere morale avanzate da « La Civiltà cattolica » nei confronti di
Pavese e della Ginzburg, i cui racconti, osservava Einaudi, riscos-
sero «i più vivi consensi e dissensi » proprio per la no- vità di stile e
di contenuto ?*: mentre in Paesi tuoi l’or- gano dei gesuiti vedeva
ritratta una « gente di campagna » 28 «Ho apprezzato molto il
libro di Pavese, che mi sembra soprat- tutto un racconto e per questo
merita grandi lodi. Quantunque risenta, è chiaro, l’influenza a volte
eccessiva di certi americani e nel gusto d’usare la lingua e la sintassi,
e nel sapore e tono che attribuisce agli uomini e ai loro gesti » (AE,
Alicata, 1 giugno 1941). 29 Ora in M. Alicata, Scritti letterari,
introduzione di N. Sapegno, Milano, Il Saggiatore, 1968, pp. 84-88. Cfr.
anche la notizia che Alicata ne dava su «Primato», affermando che Pavese
«rompe un silenzio lungo e fruttuoso durante il quale egli sembra essere
scampato alla reto- rica, agli schemi che affliggono certa narrativa
italiana contemporanea: come prima sensazione d’una lettura che almeno
prende e allaccia in un suo tempo libero e prepotente » (II (1941), n.
11, p. 16, nel « Corriere delle lettere » di Don Ferrante).
230 « Primato », II (1941), n. 14, p. 15; pur osservando che «le
rea- zioni psicologiche del personaggio narratore rimangono moralmente
fiac- che », Luigi Vigliani trovava «felicissima» l’utilizzazione del
dialetto piemontese (« Leonardo », XII (1941), p. 218). 231
Nel volume «la realtà osservata è ferma alla crisi di una società
‘confusa [...]. Forse questo racconto piacerà, disposti come sono oggi
molti letterati, giunti in ritardo al ripensamento di un proprio compito
umano, a vedersi duri e manuali. Il racconto della Tornimparte è fradicio
di quest’enfasi moderna, semplicistico e blando altresi nella sua stessa
‘acrisia », osservava Gatto (« Primato », III (1942), p. 107). 232
Einaudi a Ginzburg, 2 aprile 1942 (AE, Ginzburg). 288
Le origini della casa editrice Einaudi che « non è quella che noi
generalmente conosciamo. Qui sembra piuttosto gente di malavita, dove
predominano tendenze istintive e animalesche », nella « dura »
prosa della Ginzburg coglieva « un indice di ciò che si è comin-
ciato a raccogliere anche in Italia dall’abbondante semina- gione d’una
sfrontata romanzeria straniera, e specialmente americana » ”*. Alla
ricerca di valori umani, laici e reli- giosi, si muovevano anche i nuovi
titoli della collana dei « Poeti », già avviata nel 1939 con la
riedizione degli Ossi di seppia e la nuova raccolta de Le occasioni di
Montale **: accanto a una nuova edizione di Lavorare stanca di Pavese
apparvero infatti Con me e con gli alpini di Jahier la cui fortuna fra i
soldati era testimoniata dai reduci dalla Russia — « l'hanno aperto per
caso e non se ne staccano più. “Fare il bene con disperazione” è
diventato il loro motto » 5 —, e le Poesie di Rilke nella traduzione
di Pintor, in cui Giansiro Ferrata, occupandosene su « Pri- mato »,
vedeva l’opera di un poeta « da difendere contro la sua stessa generosità
di vita e contro un frequente estetismo per seguirne la grande voce
umana, semplice infine come un grido ma dal fondo d’una religiosità
vissuta nei suoi slanci e nelle sue ferite » ?*. In questi
stessi anni gli aspetti « emotivi » presenti nella produzione letteraria
trovano modo, come vedremo, di tradursi in un più marcato impegno civile
nei volumi della « Biblioteca di cultura storica » e in quelli della
nuova collana « Universale ». Persistono tuttavia, almeno fino al
1942, e in particolare nei « Saggi » — dove pur appaiono le Memorie di
madame de Rémusat, la cui critica a Napo- leone era leggibile in senso
antitirannico —, molti dei mo- tivi spiritualistici d’anteguerra non
disgiunti da elementi contraddittori, che trovarono forse nel cattolico
Felice Balbo un sostenitore: « Balbo — è stato ricordato — non
aveva difese contro le proposte e le idee. Tutte le 233 «La
Civiltà cattolica », 93 (1942), vol. III, pp. 56 e 371. 24 Per le
vicende di queste edizioni cfr. E. Ferrero, Come nacquero « Le occasioni
», in « Libri nuovi Einaudi », IX (1977), n. 1. 235 AE, dalla
redazione romana a Jahier (9 luglio 1943). 236 « Primato », III
(1942), p. 232. 289 proposte e tutte le
idee gli piacevano, lo sollecitavano, lo mettevano in fermento » ?”. Se
non ha luogo la proposta di Balbo di tradurre The mystical elements of
religion di von Hiigel, il modernista « lodato da Loisy pur essendo
rimasto cattolico », e Bobbio non accetta La preghiera dell’uomo di
Alfredo Poggi per il suo insufficiente appro- fondimento teorico, pur
considerando che il saggio « sia ispirato ad un alto senso religioso e
morale, e sviluppi una concezione razionale della vita religiosa,
rifuggendo dal dilagante irrazionalismo »; o mentre resta inedito, per
le vicende legate alla caduta del fascismo, L'infinito e il divino
terminato da Giuseppe Tarozzi nell’aprile 1943 ?*, Einaudi pubblica nel
1942 Le origini del cristianesimo di Loisy — che giungerà alla terza
edizione l’anno successivo — e, su suggerimento di Gioele Solari, Ragione
e fede di Piero Martinetti: con ciò la casa editrice si faceva banditrice
di una « religione della libertà » che, se potè essere accostata a
quella crociana, se ne differenziava nettamente per l’im- portanza che
l’animatore della « Rivista di filosofia » attri- buiva all'elemento
religioso, cui Martinetti aggiungeva negli ultimi anni di vita, di fronte
allo spettacolo della guerra e della « barbarie », la riflessione sul
pessimismo di Schopenhauer tesa ad accettare « la realtà del male
come principio radicale, autonomo, forse non riducibile ad al- tri
» 2°. Accanto a Martinetti, nel 1941 Einaudi ripropone Huizinga con la
monografia del 1924 su Erasmo che aveva già provocato forti riserve, non
solo storiografiche, da parte di Cantimori, per la « troppo evidente
tendenza a mostrare in Erasmo il tipo classico del dotto-gentiluomo,
moralista e umorista, lontano dagli interessi politici e religiosi
che possono scuotere e commuovere » °°; ma forse proprio per
questo, per la presentazione dell’umanesimo erasmiano 23 N.
Ginzburg, Lessico famigliare, Milano, Mondadori, 1972, p. 143. 28
Cfr. Balbo a Bobbio, 1 aprile 1943, e Bobbio a Finaudi, s.d. (AE,
Bobbio), e il carteggio Tarozzi-Einaudi del 1942-43 (AE, Tarozzi).
239 Cfr. Bobbio a Finaudi, 21 maggio 1943 (AE, Bobbio}; E. Garin,
Cronache di filosofia italiana, cit., pp. 387-391; e la testimonianza di
G. Mita, dee prefazione di L. Salvatorelli, Vicenza, Neri Pozza,
1968, pp. 75-76. 20 « Rivista storica italiana », s. V, I
(1936), fasc. IV, p. 91. 290 Le origini della casa
editrice Einaudî « come un raffinato giuoco intellettuale entro le
mura di un nobile castello oltre le tempeste del mondo e le vicende
del tempo » ?, « Civiltà moderna » poteva accogliere nel lavoro
l’indicazione della « originalità umanistica » rispetto al Medioevo, ma
con l’accordo « fra l'esigenza del risorto classicismo e quella del
rigenerato cristianesimo »; men- tre il recensore della « Rivista storica
italiana », oppo- nendo all’umanesimo « negativo » di Erasmo quello «
co- struttivo » del Rinascimento italiano impersonato da Gior- dano
Bruno, prendeva le distanze dall’autore per « quella tipica mentalità
pacifista che, per contingenze storiche fa- cilmente individuabili, tende
a fare dell’equilibrio e della moderazione la massima espressione della
civiltà uma- na » dii x Alle immagini catastrofiche de La
crisi della civiltà sembra invece richiamarsi, pur senza citare
Huizinga, Uomo e valore di Luigi Bandini — un allievo di Limentani
che aveva pubblicato presso Laterza un saggio su Shaftes- bury —, che
sviluppa il tema del contrasto fra progresso economico e libertà
individuale con accenti indubbiamente retrivi. Il volume — che sarà
ristampato nel 1949 con una introduzione in cui l’autore manifesterà un
atteggia- mento paternalistico verso le masse popolari — è un atto
di accusa nei confronti del liberismo e del liberalismo dell’800 che
avrebbero portato « ad uno stato di cose risolventesi proprio in un
massimo di serviti per una gran quantità di soggetti umani: il caso,
precisamente, dell’indu- strialismo moderno », per cui si era avuto il «
rovescia- mento del rapporto fra uomo e cosa », con l’«
innalzamento ad ideale supremo della realtà economica ». Ma la con-
danna del progresso si traduce nella istituzione di un preciso rapporto
tra la « morte » del cristianesimo, « la religione 2 Cfr.
l'introduzione di E. Garin a J. Huizinga, L'autunno del Medio evo,
Firenze, Sansoni, 1961, p. XIII. 2 A. Corsano in «Civiltà moderna
», XIII (1941), pp. 355-356, ed E. Guglielmino in « Rivista storica
italiana », LIX (1942), pp. 286-287. Mario M. Rossi coglieva invece in
Huizinga la « disapprovazione per Erasmo », e giudicava l’Encbiridion
militis christiani « opera d’un banale bigotto » (« Nuova rivista storica
», della esaltazione dell’individuo », « la enorme avidità di possesso e
di successo che caratterizza l'umanità moderna » e, soprattutto, lo
sviluppo del marxismo: una tale dottrina della necessità radicale
ed ineliminabile dell’odio di classe si sostituisce bruscamente e senza
passaggi intermedi proprio alla concezione cristiana nell'animo degli
appartenenti ai ceti sociali più umili, trovando d’altronde nelle
effettive condizioni della società moderna, nel suo sempre più esasperato
affarismo, gli elementi suggestivi più adatti a conferire ad essa la
massima efficacia di persuasione 28, Si comprende quindi
come il ragionamento di Bandini incontrasse le simpatie de « La Civiltà
cattolica » 24, mentre offriva a Luigi Einaudi l’occasione per attribuire
al capita- lismo « storico » dell’800 la responsabilità della
tendenza verso i monopoli, « verso ciò che incatena ed asserve gli
uomini e di cui l’ultima e più perfetta e diabolica espres- sione è il
comunismo russo », ma anche per dissociarsi dalla tesi « che la tendenza
verso il colossale, distruttivo dell’uomo, come persona autonoma, sia
propria dell’eco- nomia contemporanea, capitalistica o trafficante »,
poiché la liberazione dell’uomo dalle cose era frutto precipuo
dell'economia di concorrenza’. Tesa a dimostrare la necessità della
religione contro il materialismo contem- poraneo è anche un’opera di
Bernhard Bavink che racco- glieva alcune conferenze tenute in Germania
prima della « rivoluzione » del 1933, la cui traduzione, uscita nel
i 23 L. Bandini, Uomo e valore, Torino, Einaudi, « La Civiltà cattolica
», Einaudi, Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio, in « Rivista di
storia economica », VII (1942), pp. 121, 125. Pur riconoscendo la
tendenza monopolistica rilevata da Bandini, Mario Dal Pra osservava: «
Ciò non toglie tuttavia che i diritti e le pi profonde esigenze
dell’indi- vidualità non possano essere salvaguardate, ad esempio,
mediante l’attua- zione di quella terza via che lo stesso Luigi Einaudi
propone, fra l’indi- vidualismo da una parte e il collettivismo
dall’altra » (« La Nuova Italia », XIV (1943), p. 39). Nel 1946 Antonio
Giolitti — allora collaboratore della casa editrice — criticherà Bandini
per non aver saputo vedere che il problema dell’individuo è problema
politico e sociale, risolvibile sul piano di quella lotta di classe che
l’autore negava recisamente (« Studi filosofici », VII (1946), pp.
81-84). 292 Le origini della casa editrice
Einaudi 1944, era già stata messa in cantiere nel 1942. In
essa l’autore sosteneva che da scienziati « assai religiosi » come
Galileo, Keplero e Newton, si era sviluppata una tendenza culturale
approdata « ad un materialismo e ad un ateismo completo ed aperto, quale
è attualmente la concezione uffi- ciale del mondo nella Russia bolscevica
» — alla quale era contrapposto l’esempio positivo della concezione
so- ciale e statale fascista e nazista —; la fisica moderna, con
Bohr e Planck, aveva invece « definitivamente distrutto certe troppo
frettolose obbiezioni contro la fede », abo- lendo «il concetto classico
di sostanza », e quindi ogni meccanicismo, per cui si poteva concludere
che ormai « fare della fisica non significa, in fondo, far altro che
ricapitolare gli atti elementari compiuti da Dio » ?4 Un
richiamo ai valori dello spirito poteva comunque passare anche da altre
vie meno sospette, dai grandi ro- manzieri ottocenteschi o da I/ problema
dell’inconscio di Jung, tradotto nel 1942: l’opera infatti trova
favorevole accoglienza su « Primato », dove Muscetta considera «
me- rito fondamentale » di Jung aver ricordato che la
psicologia è scienza dell’anima e che nessuna indagine fisio- patologica
potrà mai risolvere lo spirito nella materia, la sua miste- riosa e
libera spontaneità, nell’evidente e misurabile rigore delle leggi fisiche
[...]. Pagine di vent’anni fa, che per vie assai lontane dalla nostra
cultura ci portano affascinanti conferme a quella fede nei valori
spirituali da cui non potremo mai aberrare senza recidere le radici
dell’essere nostro 29. 2% B. Bavink, La scienza naturale sulla via
della religione, Torino, Einaudi, 1944 (ediz. originale 1933), pp. 3, 50,
104; contro il bolscevismo, « questa terribile filosofia sociale e
storica, che distrugge ogni esistenza degna dell’uomo, il “fascismo”
yitaliano e tedesco propugna una conce- zione sociale e statale "
organica” per la quale lo Stato non è una costru- zione artificiale,
razionale, ma anzi la forma matura di una vera vita, della vita del
proprio popolo » (p. 24). Il 30 marzo 1942 Einaudi aveva chiesto ad
Alicata di sottoporre il volume di Bavink all’approvazione del Mini-
stero della cultura popolare (AE, Alicata). 21 « Primato », III
(1942), p. 381; «la psicologia è una scienza cre- tina », osservava
invece Pintor dopo aver letto Jung nell’ottobre 1941 (Doppio diario,
cit., p. 152). Il 22 maggio 1942 Alicata aveva fatto pre- sente
all’editore l’esistenza di difficoltà per l’autorizzazione della stampa
di Jung, per « certe idee morali e sociali dello Jung non completamente
conformiste » (AE, Alicata). Lo stesso Ernesto De Martino vedeva nello
teoria jun- giana — che riteneva « suscettibile di una traduzione
in termini storicistici » — « una tipica espressione del tra-
vaglio spirituale, dei bisogni e delle aspirazioni della nostra epoca.
Noi siamo giunti a un punto in cui sentiamo viva la necessità di
riprendere possesso della nostra anima, e di esplorarne le sue profondità
sconosciute » **. Diver- so, sia pure ambiguo, era il messaggio che si
poteva rica- vare dal pensiero degli eretici e degli utopisti, attorno
al quale si assiste, durante la guerra, a un risveglio d’interesse
in vari settori dell’intellettualità italiana, di cui sono testi-
monianza esemplare gli studi di Cantimori e la « Collana degli utopisti »
dell’editore Colombo. Nel 1941 esce, come secondo volume della « Nuova
raccolta di classici ita- liani annotati », La città del sole di
Campanella, un’edi- zione critica condotta sul testo italiano del 1602,
quella più decisa in senso ereticale, da Norberto Bobbio: respinte
come fittizie le visioni di un Campanella precursore del socialismo o
dello Stato totalitario, in discussione con i recenti tentativi di
rivalutazione cattolica Bobbio ricorre all’« idea della simulazione » per
spiegare la conversione del frate all’ortodossia, provocando le riserve
de « La Civiltà cattolica », che si appuntano anche sulle frasi di
Bobbio « che accennano con un velo di simpatia “ alle menti stanche ma
non asservite, agli animi sfiduciati ma non vinti degli eretici isolati”
» *°. A queste si potrebbe aggiun- gere un accenno contro « la morale
della potenza »; ma il discorso di Bobbio si mantiene volutamente
generico, nel sottolineare il « fondamentale antistoricismo » del
pensiero di Campanella, per cui « c'è in quell’utopia qual- cosa di
selvaggiamente primitivo, che richiama alla mente le comunità degli
indigeni delle Nuove Indie; e c’è nello stesso tempo qualcosa di
lucidamente attuale, che fa pen- sare ad una città operaia dell'America
moderna » ?°. E 28 « Primato », IV (1943), p. 11. 24 «
La Civiltà cattolica », 93 (1942), vol. IV, p. 50. 250 T.
Campanella, La città del sole, testo italiano e testo latino a cura di N.
Bobbio, Torino, Einaudi, 1941, pp. 45, 50. Il 4 aprile 1941 Ginzburg
avvertiva Einaudi che Tommaso Fiore stava curando l’edizione de L'utopia
294 Le origini della casa editrice Einaudi
Luigi Einaudi poteva trarne spunto per sostenere che una storia delle
utopie non doveva analizzare i « tipi di società comunistiche immaginati
dagli utopisti » sulla base di una problematica economica, ma «rigettare
nel limbo delle cose che non furono mai scritte le esercitazioni frigide
di letterati in cerca d’argomento in apparenza nuovo e met- tere in
luce le poche le quali risposero veramente ad un’e- sigenza dello spirito
» ?!: un modo, ancora una volta, per esorcizzare il pericolo di un
richiamo eterodosso, sia pur « utopistico », ai problemi concreti della
società contem- poranea. 9. L’anticonformismo storiografico
e l’« Universale » Il settore che, ancora una volta, dimostra
meglio di altri e sempre più l’anticonformismo della casa editrice,
è quello storico, dove troviamo ora impegnati anche due « laici », in
diversa maniera crociani, come Giorgio Falco e Adolfo Omodeo. Il primo —
che, costretto dalle leggi razziali a nascondersi dietro pseudonimo, era
venuto affian- cando agli originari interessi medievalistici o a
quelli per l’illuminismo, dopo la definitiva sconfitta dello Stato liberale,
un’attenzione a figure significative del Risorgi- mento, come Pisacane —
si occupò in particolare fin dal 1941, assieme ad Alicata, Morra,
Ginzburg, Giolitti, Benedetti e Venturi, di quel progetto della collana «
Scrit- tori di storia » che avrà attuazione solo negli anni ’50,
anche per le difficoltà allora opposte dalla censura — la Histoire de la
conquéte d’Angleterre di Thierry, ad esem- pio, fu bocciata come «
inopportuna » nel 1942 ?*. Omo- di Moro che uscirà nel 1942 presso
Laterza (AE, Ginzburg). 21 L. Einaudi, Delle utopie: a proposito
della Città del sole, in «R+ vista di storia economica », VI (1941), pp.
126-127. Luigi Bulferetti invi- tava invece a collocare l’opera di
Campanella nella realtà culturale e poli- tica del Mezzogiorno («Rivista
storica italiana », LVIII (1941), pp. 400-401). 252 Su Falco
cfr. le osservazioni di A. Garosci, Una cosa non ancora del tutto
chiara..., in « Rivista storica italiana », LXXIX (1967), pp. 7-27.
253 Lettera di Alicata all’editore, 24 giugno 1942 (AE, Alicata).
deo, contattato nel 1939 da Ginzburg, fu prodigo di sug- gerimenti — da
testi di antichistica o di religione a I/ medioevo barbarico di Gabriele
Pepe o il Murat di Angela Valente —, e si era assunto anche l’impegno,
come ricor- derà ad Einaudi, di trovare per la casa editrice «
colla- boratori italiani, per equilibrare le traduzioni da lingue
estere: dovevo formare un complesso di collaboratori giovani, perché
nella situazione presente, con i “valvas- sori” avviliti e rimbecilliti
dalla speranza della feluca accademica, non c’è nulla da fare » 4. Un
contrasto con Falco lo spinse tuttavia a passare nel 1941, con i
suoi progetti di lavoro, all’ISPI”5; ma aveva frattanto assi-
curato alla casa editrice due suoi lavori caratterizzati da una dura
polemica, da un punto di vista liberale, nei confronti della corrente
storiografia fascista sul Risor- gimento. La leggenda di
Carlo Alberto, che raccoglieva saggi già apparsi sulla « Critica », viene
ad affiancare la revisione della figura del sovrano piemontese condotta «
con spie- tato rigore » da Guido Porzio sulla « Nuova rivista sto-
rica », ed è una requisitoria feroce contro la storiografia sabaudista
espressa da Alessandro Luzio, di cui è messo in luce « il semplicismo del
giudizio moralistico e. l’indi- stinzione dei valori storici », per
investire anche Rodolico, rappresentante di « una nuova sofistica che
vuol confon- dere il moralismo casistico con l’intellezione
etico-politica del processo umano ». Tributato un caldo
riconoscimento alla Storia del Risorgimento e dell'Unità d’Italia
intrapresa 254 Cfr. le lettere a Einaudi del 25 agosto 1939, 28
ottobre e 24 novembre 1940, 3 gennaio, 13 febbraio, 8 marzo, 22° maggio,
2 e 17 giugno, 2 luglio 1941 (A. Omodeo, Lettere 1910-1946, Torino,
Einaudi, 1963, pp. 612, 629-631, 635-636, 638-641, 644-651).
255 Cfr. la lettera a Einaudi del 9 settembre 1941 (ibidem, pp.
655- 656) e varie lettere in AE, Falco, Pepe: il contrasto riguardava rà
ntrodu- zione agli studi storici medievali di Pepe proposto da Omodeo;
Muscetta a Einaudi, 29 dicembre 1941 (AE, Muscetta); Ginzburg a Finaudi,
21 novembre 1941: « Ho visto il programma della nuova “Biblioteca
storica” dell’ISPI, che non solo nel nome, ma anche nelle opere mi sembra
derivi dalla Vostra, dato che i volumi annunciati sono tutte opere
rifiutate da Voi, se ben ricordo » (AE, Ginzburg); Carteggio
Croce-Omodeo, a cura di M. Gigante, Napoli, Istituto italiano per gli
studi storici, 1978, passize. 296 Le origini della
casa editrice Einaudi da Cesare Spellanzon — « opera che da sola
riabilita i recenti studi risorgimentali, che in genere non
brillano per doti superiori » —, Omodeo nega recisamente, contro
gli apologeti di Carlo Alberto, l’esistenza di una profonda opera
riformatrice nel primo decennio di regno e di un preciso e segreto
disegno politico nazionale prima del 1848, e fa del sovrano « il
discepolo ideale di Giuseppe de Maistre », un convinto «
cattolico-legittimista », accusando lo stravolgimento dei veri valori del
Risorgimento operato da quegli storici che non condannavano le
repressioni del 1833, pur cogliendo l’occasione, da buon liberale, per
una non necessaria puntata antisovietica *. La forza delle argo-
mentazioni critiche di Omodeo è tale da ottenere un ricono- scimento
anche sulla codina « Rassegna storica del Risor- gimento », ma il
significato civile e politico del suo lavoro provoca subito sulla stessa
rivista un duro intervento di De Vecchi ?”. Tuttavia l’invito rivolto a
Luigi Russo da Omo- deo — ferito da questa e da altre critiche —, che
«si 25% A. Omodeo, La leggenda di Carlo Alberto nella recente
storio- grafia, Torino, Einaudi, 1940, pp. 10, 13, 15 n., 27, 45, 47, 49,
111, 120; e a p. 16, criticando lo scarso peso dato dagli storici di
tendenza naziona- lista ai processi del 1833: «È vero che gli odierni
processi di polizia di cui è maestra la Russia di oggi hanno ottuso la
nostra sensibilità morale, e che al confronto i processi del ’33 possono
apparire cosa mitissima... ». Dell’importanza di questo volume, come del
Gioberti, non tiene conto A. Garosci, Adolfo Omodeo. III. Guida morale e
guida politica, in « Ri- vista storica italiana », LXXVIII (1966), pp.
140-183. 25 Cfr. la recensione di Paolo Romano (Paolo Alatri) in «
Rassegna storica del Risorgimento », XXVIII (1941), pp. 555-557; ma C.M.
De Vecchi di Val Cismon, Ancora di Carlo Alberto: «Questo cercare
di attaccarsi a forme razionalistiche della storia affermando o
demolendo uomini la cui azione può avere riflessi sulla vita presente, è
da una parte errore di storico ma è, peggio, mancanza al dovere di uno
storico in quanto cittadino [...] rilevando le cattive intenzioni
politiche di codesti ingiusti giustizieri [di Carlo Alberto] e non
rinunziando a definirli secondo i loro meriti, vogliamo astenerci dal
scendere nel campo della politica cui pure saremmo chiamati dal contegno
loro » (« Rassegna sto- rica del Risorgimento », XXVIII (1941), pp. 608,
613). Negativo il giudizio di G. Ferretti (La leggenda di Carlo Alberto,
in « Primato », I (1940), n. 14, pp. 15-17), mentre Luigi Bulferetti, pur
prendendo le distanze da alcune affermazioni di Omodeo, riteneva, a
proposito dello Statuto, che «si avvicinasse molto più alle dottrine di
Carlo Alberto (e fosse quindi più nel vero) l’interpretazione datane nel
decennio dai reazionari, che non quella dei liberali di sinistra » («
Rivista storica ita- liana », s. V, V (1940), p. 463).
297 prendesse da parte di persone di buona volontà
posizione nelle riviste di Codignola e in qualche altra che ci
fosse aperta » 2*, fu subito raccolto, a testimonianza dell’eco non
solo storiografica suscitata dall'opera: cosi non solo « La Nuova Italia
» con Vinciguerra o « Civiltà moderna » con Pieri, ma anche altre riviste
ormai di fronda come « Oggi », con Umberto Morra — tutti intellettuali
legat. in vario modo alla casa editrice —, si lanciano in lodi
incondizionate al volume, fino ad arrivare a una vera e propria difesa
politica dell’autore sulla « Nuova rivista storica », sempre ad opera di
Pieri: dopo aver affermato — riecheggiando la recensione di Edmondo Cione
al Mazzini di Bonomi — che «certa storiografia del Risorgimento
pare tenda a risolversi in un capovolgimento di valori, nel- l’apologia
di reazionari, di capibanda, di aguzzini, e nella diffamazione dei nostri
cospiratori e dei nostri martiri », Pieri ricordava come Omodeo,
che ha vissuto sul Carso e sul Piave, prima che negli archivi e
nelle biblioteche, la passione del Risorgimento italiano, e che fin da allora
rinunziò agli agi e alle prebende delle retrovie, può a buon diritto
assumersi il nuovo onere e il nuovo onore. Quanto grande del resto sia
oggi l’influenza dell’Omodeo, negli studi del nostro Risorgimento, presso
ogni categoria di studiosi, non esclusi i suoi più illustri avver- sari,
è ormai a tutti manifesto. Questo è il premio maggiore, per il chiaro
studioso, e la migliore prova del generale consenso che le sue vedute
vanno acquistando, nonché del posto preminente che oggi a lui compete nel
campo della nostra cultura storica 299. Analoga risonanza ha,
nelle riviste di fronda, il volu- metto su Gioberti, che sfata l’immagine
gentiliana del « profeta » del Risorgimento dal « pensiero in sommo
grado speculativo insieme e realistico », per mettere in rilievo, accanto
alle continue oscillazioni politiche, le ca- renze filosofiche e il
sacrificio giobertiano « dell’idea libe- rale al cattolicismo »,
contrapponendogli il « liberalismo laico » di Cavour che, « ben lungi
dall’essere agnostico, 258 Lettera del 7 ottobre 1940 (A. Omodeo,
Lettere, cit., p. 628). 259 « La Nuova Italia », XIII (1942), pp.
64-66; « Civiltà moderna », XIII (1941), pp. 91-94; «Oggi», 16 novembre
1940; «Nuova rivista storica », XXV (1941), pp. 126-131.
298 Le origini della casa editrice Finaudi garantiva
lo svolgimento autonomo delle fedi intrinseche alla cultura ». E mentre
Gentile vedeva nell’azione « popo- lare » di Gioberti « uno degli
ammonimenti tuttora più vivi della sua politica nazionale », « Omodeo
dichiarava la neces- sità di insistere sui suoi « difetti » ed « errori »
« per ricor- dare a certo neoguelfismo di cattiva lega, che va
risorgendo, a certo neogiobertismo che ammicca vantandosi furbo,
che l’esperienza giobertiana è irriproducibile, non ha possibilità
di sviluppi in linea retta; il suo retaggio attivo fu assor- bito nella
sana politica del Cavour » 2°. Un’interpretazione laica, questa, che
proveniva dall'ambiente crociano, il cui legame con la casa editrice è
attestato anche dall’attenzione che alla produzione storiografica di
Einaudi riserva « La Critica ». Spicca in particolare la recensione al
Medioevo barbarico d’Italia di Gabriele Pepe (1941) — che era stato
stroncato dai giudici dell’Accademia d’Italia! —, ritenuto invece da
Croce « una delle opere più pregevoli » della « nuova storiografia »
cresciuta in Italia negli ultimi quindici anni, non cronachistica o
filologica, materialistica, economica, nazionalista ed etnologica, « ma
semplicemente e puramente umana, cioè etica (il che non vuol dire
mora- listica) », trovando in ciò concorde il giudizio di Luigi Ei-
naudi; e, con evidente allusione all’alleanza del fascismo con la Chiesa
e col nazismo, Croce faceva sue le tesi prin- cipali del volume —
giudicate con perplessità o come troppo tendenziose da altri recensori —,
secondo le quali i Longobardi « furono sostanzialmente un elemento
nega- tivo » nella storia d’Italia, cosî come il potere temporale
della Chiesa « non solo fu dannoso alla moralità e alla civiltà, sî anche
dannoso alla stessa azione, quale che sia, 260 A. Omodeo, Vincenzo
Gioberti e la sua evoluzione politica, Torino, Einaudi, 1941, pp. 25, 38,
56, 62; per i giudizi di Gentile, quali si erano venuti configurando fin
dal 1919, cfr. ora G. Gentile, I profeti del Risorgimento italiano, terza
edizione accresciuta, Firenze, Sansoni, 1944, pp. 69, 125. L’anonimo
recensore della « Nuova rivista storica » notava che il carattere di
Gioberti « fu piuttosto di teorico e di sognatore, an- ziché di politico
mirante alla realtà dei fenomeni politici e nazionali » (XXVI (1942), p.
112); analogo il giudizio di U. Morra, Gioberti e Garibaldi, « Oggi », 25
ottobre 1941. 261 Cfr. G. Turi, Le istituzioni culturali del regime
fascista durante la seconda guerra mondiale, cdella Chiesa in quanto
istituto religioso [...] perché il potere temporale non le dava ma le
toglieva forza, non le accresceva o garantiva libertà, ma la legava. Né è
detto che anche ai nostri giorni essa non abbia sollecitato e
accettato un dono, un piccolo dono, di Danai » ?°. Sulla
linea di una continuità di intervento liberale compare ancora una volta
Salvatorelli col Profilo della storia d'Europa, in cui è sempre presente
l’interpretazione multisecolare dell’unità della storia italiana, e torna
un motivo che abbiamo già trovato in Dawson, quello di una «
civiltà unitaria europea » la cui otigine è retrodatata rispetto
all'opera dello storico inglese, con forti — e attua- lizzati — elementi
di differenziazione dall’Oriente, in quanto la civiltà europea sarebbe
stata « preparata dai caratteri comuni che i popoli europei già
all’inizio dell’età storica presentavano rispetto all’Oriente [...]. Fin
da adesso, insomma, l'Europa di fronte all’Asia rappresenta
l’individualità di fronte al collettivismo, la libertà di fronte al
dispotismo, il progresso di fronte all’immobilità » 2°. Espressione, come
il Sommario della storia d’Italia, di quel « nervoso e moderno enciclopedismo
» di cui ha parlato Sasso °*, il Profilo non esprime particolari
valutazioni sulle vicende della storia europea, se non nell’unificazione,
tipi- camente liberale, dell’esperienza della Russia bolscevica e
dei regimi fascista e nazista sotto la stessa etichetta di « Europa
autoritaria », e ciò nonostante nel volume ap- paiano, come novità nella
storiografia di Salvatorelli, fre- quenti accenni alla storia
economico-sociale, anche se in prevalenza relativi alla storia antica, e
non senza impto- prie attualizzazioni °°. Ma, forse proprio per avere le
stesse 22 «La Critica » Einaudi, Sui fattori (economici
morali ecc.) delle variazioni storiche, in «Rivista di storia economica
», VI (1941), pp. 184-189. Una certa « tendenziosità » di Pepe era colta
da E. Chichiarelli (« Nuova rivista storica », XXVI (1942), pp. 301-302)
ed E. Farneti (« Oggi » Salvatorelli, Profilo della storia d'Europa, Torino,
Einaudi, 1942, pp. 24-25. Ri Sasso, La «Cultura» nella storia
della cultura italiana, cit., p. A %5 Ad esempio, a
proposito di Atene nel VI secolo a.C.: «È da 300 Le
origini della casa editrice Einaudi caratteristiche del Somzzario,
la fortuna dell’opera fu note- vole, secondo la profezia di Ginzburg —
per il quale il Profilo, scriveva dal confino il 5 marzo 1942, « di
sicuro aumenterà considerevolmente la diffusione della vostra col-
lezione storica » #4 —, e non certo indifferenziata, se nel concedere il
nulla osta ai volumi della casa editrice da introdurre in Germania il
Ministero della cultura popolare suggeri di «levar via il Salvatorelli »
”, Infatti, pur lasciando scontenti i cattolici e i crociani —
lamentandosi, i primi, delle « due pagine striminzite dedicate
all’avvento del cristianesimo », e, i secondi, della mancanza di
una « superiore giustificazione ideale delle notizie raccolte » a
differenza della Storia d'Europa di Croce ?* —, il volume riscuoterà nel
1943 l’elogio appassionato di Giovanni Mira, ospitato anch'egli, già
aderente al Partito d'Azione, sulle pagine della « Nuova rivista storica
»: Nella nostra età tempestosa — egli scriveva —, lontani
come siamo dal dogmatismo della storiografia cattolica, dall’orgoglio
razio- nale della volteriana, dall’ottimismo progressista della
ottocentesca, questo sforzo compiuto dal Salvatorelli per stringere in
breve la storia del nostro continente, per far capire anche agli ignari
come i fatti si sono svolti, con una narrazione cosi lucida da non
aver bisogno di commento, con una parola cosî piana da essere intesa da
tutti, col solo interesse di stimolare in sé e negli altri il riesame del
passato, con la sola morale di ritrovare nei fatti umani il lume del-
l’umanità: quest’opera è forse il più sano cominciamento che si possa
dare alla storiografia di domani ?9. notare come tra i grandi
proprietari ed i piccoli agricoltori si fosse for- mato un partito medio,
che potremmo chiamare della borghesia » (Profilo della storia d'Europa,
cit., p. 39). #6 AE, Ginzburg. 26 Alicata a Einaudi, 30
maggio 1942 (AE, Alicata). 268 Cfr. «La Civiltà cattolica », 94
(1943), vol. II, p. 52, e la recen- sione di E. Chichiarelli ne «La Nuova
Italia », XIV (1943), p. 37. 26 « Nuova rivista storica », XXVII
(1943), p. 123. L'opera di Salva- torelli era presentata da Pietro
Amendola al fratello Antonio, in una lettera del 28 aprile 1941, come una
« cronaca », « tranne che per quanto concerne le questioni religiose o
dei rapporti tra gli Stati e la Chiesa, che è come sai il cavallo di
battaglia del Salvatorelli: allora abbiamo della storia vera e propria »
(in Lettere di antifascisti dal carcere e dal SEO, peo di Giancarlo
Pajetta, Roma, Editori Riuniti, Il volume di Salvatorelli testimonia la
necessità, av- vertita dalla casa editrice nel corso della guerra, di
confron- tarsi con le vicende degli altri paesi e di ripensare
grandi momenti o figure del passato, in saggi che, se si eccettua
la cattiva cronaca del Cavour e Napoleone III di Giulio Del Bono
(1941) ”°, accoppiano sempre alla dignità scientifica una notevole
capacità narrativa, e quasi sempre si fanno portatori di un messaggio
politico. Nel 1941 appaiono due studi di George Macaulay Trevelyan: la
Storia dell’In- ghilterra nel secolo XIX, tradotta da Umberto
Morra, riscosse il plauso di intellettuali di diverso orientamento,
come Eugenio Curiel, che la giudicò « uno dei pit bei libri di storia
usciti in questi ultimi tempi » per l’« acutissima indagine sociale », ed
Ernesto Rossi, che la riteneva « frut- tuosa, per la formazione della
educazione politica. Contro l’irrazionalismo, oggi tanto diffuso,
mostrare gli sforzi coro- nati dal successo di tanti uomini egregi del
secolo scorso, che si proposero di modificare l'ordinamento esistente
per renderlo più adeguato ad un ideale di superiore civiltà [...]
significa fare una iniezione di ottimismo, e stimolare all’azione
consapevolmente diretta al pubblico bene » ?!. La rivoluzione inglese del
1688-89 era presentata da Ginz- burg come quella che aveva «improntato
del proprio formalismo e conservatorismo tutta la vita pubblica
nazio- nale » fino ad allora, tramandando tuttavia anche il prin-
cipio della tolleranza politica e religiosa — e Ginzburg invitava il
lettore italiano a leggere le conclusioni di Tre- velyan, che vedeva
nella rivoluzione « una vittoria della moderazione », e valorizzava il
sistema parlamentare in- 290 Giudicato dall’editore libro «
magistralmente condotto» (lettera del 21 ottobre 1941, in AE, Del Bono),
il lavoro era negativamente recen- sito sulla « Rassegna storica del
Risorgimento » (XXX (1943), pp. 511-512) da Paolo Romano (Alatri), che
gli contrapponeva l’interpretazione omo- deiana di Cavour. 21
Cfr. E. Curiel, Scritti 1935-1945, a cura di F. Frassati, Roma, Editori
Riuniti, 1973, p. 229 (segnalazione apparsa nel « Bollettino del Fronte
della gioventii » del febbraio 1944), e la lettera di Ernesto Rossi a
Luigi Einaudi del 18 novembre 1941 (AFE, Rossi). Salvatorelli apprezzò
l’opera in quanto correggeva l’immagine stereotipa della vita politica inglese
come semplice contrapposizione di due partiti (« Nuova rivista storica »,
XXVI (1942), pp. 81-86). 302 Le origini della casa
editrice Einaudi glese nei confronti di « poteri accentrati di un
nuovo tipo e ben più formidabile che non quelli dell'Europa dell’
ancien régime », quali quelli instauratisi in Europa nel dopoguerra 7°.
Il significato politico dell’opera è confer- mato dai giudizi negativi di
Carlo Morandi, per il quale, di fronte alle novità del secolo XX, l'Inghilterra
non era stata in grado di rivedere le sue posizioni, « preferendo
rinchiudersi nella difesa del passato » — « Ora, veramente, i motivi
fecondi della rivoluzione liberale del 1688 possono dirsi esauriti » ??
—, e di Cantimori, pur già in contatto con la casa editrice, che la
giudicava « un saggio di apolo- getica costituzionale » dalla visione
conservatrice, dato l’« insistente paragone, a tutto detrimento di
quest’ultima, con la Rivoluzione francese », e un documento « della
men- talità degli ambienti universitari più vicini alla classe
politica attualmente dominante in Inghilterra » ?*. Sempre nel 1941
appare — non sappiamo se prima della guerra all’URSS — la Storia della
rivoluzione russa di William H. Chamberlin, un’opera che l’editore
aveva in preparazione fin dal 1938 — opponendola, come « obiet-
tiva », a quella degli Webb proposta da Schiavi ?° —, e tradotta da Mario
Vinciguerra: un lavoro in cui l’autore dell’Età del ferro, pur attenuando
gli accenti apocalittici della prima opera per tentare una esposizione «
narrativa » degli avvenimenti russi dal 1917 al 1921, si presta a
una lettura fortemente antisovietica da parte di Omodeo, il quale
osservava che, « per quanto in vari punti l’autore indulga a correnti
punti di vista materialistico-storici e a connessi schemi classistici »,
sfuggiva in realtà « agli schemi generici e vuoti del marxismo », per
presentare come deus ex machina della rivoluzione « la non amabile
persona di Vladimir Ulianov detto Lenin », uomo spregiudicato, con
I G.M. Trevelyan, La rivoluzione inglese del 1688-89, traduzione
di C. Pavese, Torino, Einaudi, 1941 (ediz. originale 1938), pp. IX-XI Pia
di L. Ginzburg), 168, 171 (citiamo dalla seconda edizione del
1945). 2733 « Primato », I (1940), n. 15, p. 20 (siglato
CM.). 274 «Leonardo », XI (1940), pp. 321-322; analogo il giudizio
di Tullio Vecchietti {« Rivista storica italiana », LVIII (1941) pp.
106-113). 215 Finaudi a Schiavi, 18 febbraio 1938 (AE,
Schiavi). UA) « un legame scarsissimo
col mondo circostante », caratteriz- zato dal « doppio aspetto del
fanatismo implacabile e della scaltrezza opportunistica », forgiatore di
un partito che « ricorda insieme il primitivo Islìm e la Compagnia
di Gesù » e « concepisce la dittatura sugli schemi del regime
zaristico: dispotismo di polizia » ?°. Analoghi motivi di
discussione politica sono suscitati anche dalla presentazione di grandi
individualità storiche di un più lontano passato, e provocano ora
incrinature all’ interno della casa editrice, e fra questa e l’ambiente
di « Primato » o de « La Critica ». Il Richelieu di Carl J.
Burckhardt è visto dal curatore dell’opera Bruno Revel, sulla traccia
dell’interpretazione di Belloc — contestata da Salvatorelli —, come
fondatore dell'Europa moderna e del nazionalismo, artefice
di quell’ordine, che proprio ora ci sta crollando davanti cosi
spettacolosamente, fino a incidere anche nell’ambito della sfera privata.
Tanto più se una quasi ironica coincidenza di suoni con- fonda due nomi
cosî ambigui come Versaglia e Vesfaglia; sf che nou sai se la travolgente
e frastuonante insurrezione contro alla pace di Versaglia non travalichi
ora tali limiti, e non si spinga per avventura più addietro nei secoli,
scalzando dalle basi precisamente l’intero ordinamento europeo, quale era
stato introdotto e legalizzato nella storia dalla pace di Vesfaglia
27. E contrastanti sono, nel 1942, due opere che presentano
la differente concezione dello Stato di rilevanti persona- lità della
Grecia antica: da un lato l’ Alessandro il grande di Georges Radet, che
percorre le vicende del biografato alla 2î6 La recensione, apparsa
su «La Critica» del 1943, è ora in A. Omodeo, I/ senso della storia, a
cura di L. Russo, Torino, Einaudi, 1970, pp. 362-365. 297
C.J. Burckhardt, Richelieu, traduzione di B. Revel, Torino, Einau- di,
1941 (ediz. originale 1900), p. 9. Oltre a contestare la tesi di Belloc,
Salvatorelli sosteneva anche l’esistenza di contrasti fra poteri
temporale e spirituale nel Medioevo: «Fa della mitologia, o della
fantasia, il Revel quando ci parla nella sua prefazione di “quella felice
coincidenza di una cattedra sovrumana e di un ordinamento terreno” che
sarebbe esistita prima dell’età moderna » (Assolutismo del Richelieu, in
«Pri- mato », II (1941), n. 20, pp. 15-16). Notava l’analogia con la tesi
di oc anche Mario M. Rossi nella recensione all’edizione tedesca
del 1937 («Nuova rivista storica », XXIII (1939), pp. 266-267).
304 Le origini della casa editrice Einaudî
luce della sua ispirazione religiosa — suscitando la critica di Omodeo
che invitava a una più concreta analisi storico- politica —, fa dire al
curatore che nell’opera di Radet si vede «sorgere e progressivamente
attuarsi il gene- roso ideale dell’eguaglianza di tutte le genti in un mon-
do pacificato e concorde » ?*; dall’altro Werner Jaeger — contro gli
storici tedeschi dell’800 che, come Droysen, avevano esaltato l’opera di
unificazione « nazionale » di Filippo il Macedone e di Alessandro, visti
come precut- sori di Guglielmo I — difende il « martire della
libertà greca », Demostene: ed è significativo che mentre su « Pri-
mato » Gennaro Perrotta valorizza la politica egemonica di Filippo e di
Alessandro contro l’« angusta » difesa della libertà di Atene fatta da
Demostene — « ch'era libertà comunale, municipale » —, più tardi, sulla «
Nuova rivista storica », Giovanni Costa sosterrà la tesi di Jaeger
facen- done proprie le parole — «la lotta di Demostene è im-
mortale, per mortale che sia stata la nazione per cui com- batté ». Una
tesi che già dieci anni prima la stessa rivista aveva fatto propria,
prendendo spunto dal Demostene e la libertà greca pubblicato nel 1933 da
Piero Treves presso Laterza ?°. Non mancano quindi elementi
di contraddizione all’in- terno della casa editrice, al di là dei limiti
posti dalla censura che non permettevano di superare la linea
liberale di Omodeo o quella moderata di Trevelyan. Sembra tuttavia
di avvertire, al tempo stesso, una maggiore cautela verso la casa
editrice da parte dell'ambiente crociano — come nel caso di Chamberlin —
e di « Primato » che, con l’inasprirsi 8 G. Radet, Alessandro il
Grande, traduzione di M. Mazziotti, To- rino, Einaudi, 1942 (ediz.
originale 1931), p. XII. La recensione di Omo- deo, apparsa su «La
Critica » del 1943, è ora in A. Omodeo, Il senso della storia, cit., pp.
48-52. Secondo Giovanni Costa Radet operava una « esagerazione
magnificatrice » dell’opera di Alessandro, nel quale invece « si sente
l’autocrate, pi che l’uomo di genio » (« Nuova rivista storica », Jaeger,
Demostene, traduzione di A. D'Andrea, Torino, Fina di, 1942 (ediz.
originale 1938); G. Perrotta, Demostene, gli antichi © i moderni, in
«Primato », ICosta in « Nuova rivista storica», XXVIII-XXIX (1944-45),
pp. 335-337; E. Cione in « Nuova rivista storica », della guerra, si arrocca in una posizione di
minore « aper- tura » culturale, accompagnata, alla fine del ’42, dalla
ces- sazione della collaborazione di Alicata e dal diradarsi di
quella di Muscetta. Uno sguardo ai progetti della casa editrice in questo
periodo, che riguardano in particolare il settore storico, può aiutarci a
spiegare questa iniziale presa di distanza. Alcune proposte, in questo
campo, tendono infatti a ricostruire una tradizione democratica nel
pensiero politico italiano a partire dalla Rivoluzione francese, e non
perdono il loro significato per il fatto di cadere nel nulla — anche per
le traversie della casa editrice dopo il 25 luglio —, o di essere
realizzate, in gran parte, dopo la Liberazione. Si comprende
come, in questo quadro, non abbiano esito le proposte avanzate da Maturi
nel 1942 ?”, scarsa- mente innovative nella tematica e, forse, ritenute
poco attraenti pet i legami di Maturi con Volpe, o quella di
Vittorio Gorresio, che nel 1941 aveva terminato un saggio sulla « storia
del bolscevismo in Italia dal 1917 al 1921 » in cui sottolineava «
l’isolamento del partito comunista dal grande tronco del socialismo », ma
che fu sottoposto al giudizio di Pavese che lo ritenne « superficiale »
?!. Nel 1941 Piero Pieri, che nella « Nuova rivista storica » aveva
segnalato con simpatia alcuni dei titoli più innovativi di Einaudi,
propose una raccolta di saggi di storia militare che « non furono
terminati per il Volpe, perché io non volli più sottostare alle
osservazioni e mutilazioni di due militari di professione messi alle
costole all’Accademico », tanto da dover subire le « sue basse vendette »
2; e mentre Cantimori, fra gli altri progetti, avanza quello di una
rie- dizione de La repubblica romana del 1849 del mazziniano
ministro degli esteri della repubblica Carlo Rusconi ?* 280 Maturi
propose volumi su Lord Bentinck e i Borboni di Sicilia, Nigra, e Le
interpretazioni del Risorgimento, frutto del corso pisano del 1942-43
(AE, Maturi). 281 Gorresio a Einaudi, 20 novembre 1941 (AE,
Gorresio}; Einaudi ad Alicata, 13 gennaio 1942 (AE, Alicata).
282 Pieri a Einaudi, 6 luglio 1941 (AE, Pieri). 283 Nel
1941-42 l’editore si dimostrava interessato a questa e ad altre
306 Le origini della casa editrice Einaudi Falco
propone, pur con riserve legate alla tendenza « mate- rialistica »
dell’autore, il volume di Domenico Dematco su Il tramonto dello Stato
pontificio — che sarà pubblicato nel 1949 —, e una scelta di scritti di
Giuseppe Montanelli in cui, osservava, « andrebbe conservato quanto
riguarda la coltura del tempo, problemi vivi anche ai nostri
giorni, come la democrazia, il socialismo, la personalità del Mon-
tanelli, soprattutto in relazione coi pensatori e politici contemporanei
» ‘4. Alessandro Schiavi, che aveva già pro- mosso presso Laterza la
pubblicazione di alcune memorie di esponenti socialisti, con la speranza
di poter continuare una battaglia politica ”, propone nel 1941 — senza
suc- cesso per il timore dell’editore di incorrere nella censura —
un saggio di Zibordi sulla Storia del partito socialista italiano nei
suoi congressi, e nel 1942 un proprio volume su I contadini e i
socialisti italiani che si sarebbe giovato di note stese da Nullo
Baldini. Il 1° settembre 1942, infine, Schiavi inviava a Einaudi tre
cartelle di un suo Proezzio al carteggio Turati-Kuliscioff, suscitando
l’interesse dell’ editore, che cercherà di avviare la pubblicazione
nell'agosto 1943 perché « il libro — scriveva — potrà riuscire som-
mamente opportuno e formativo, nelle prossime lotte sociali »; gli scopi
politici dell’edizione erano ben chiari anche a Schiavi, per il quale la
giovane generazione, che non ha avuto modo di conoscere i pionieri
e gli artieri del movimento sociale in Italia trascinati via dalla morte
e dall’esilio, inibita di leggerne la vita e l’opera nei libri perché
arsi e sequestrati come apportatori di veleni, ignara del senso di
libertà che tien deste e aperte le menti alle varie correnti del pensiero
e dell’opinione e della critica che le scerne e le affina, e che non è
quindi in grado di giudicare di quel movimento che fece di una plebe un
popolo, proposte di Cantimori, come la traduzione di Politik als
Beruf e Wissen- schaft als Beruf di Max Weber (AE, Cantimori).
284 AE, Falco. 285 Significativa la lettera inviata il 24
gennaio 1932 da Schiavi a Felice Anzi per incoraggiarlo a scrivere le sue
memorie: «Non tutto sparisce colla inerzia imposta, oltreché dalle
circostanze, dagli anni, e un po’ della semente gettata germoglierà, e il
nostro spirito rinascerà in quelle particelle che andranno a formare la
società quale noi l’abbiamo sognata. Ed in tal senso il nostro io non
morirà » (ACS, Casellario politico centrale, b. 4689, fasc. 6133).
attraverso lotte, errori, cadute, e sforzi innumerevoli, se non nelle
leggende sconce e vituperose di avversari senza fede in un ideale, senza
rispetti umani, e sol gonfi di sé medesimi, potrà imparare da queste
lettere di che ‘lagrime e di che sangue l’ascensione delle classi
lavoratrici italiane voluta, preparata ed avviata da un pugno di uomini
colla sola forza della persuasione e della comprensione, della
solidarietà e della educazione [sic] 286. Sempre nel 1942 Alicata,
mentre rifiutava la proposta di tradurre Qu'est-ce que la proprieté? di
Proudhon, perché « a parte il coraggio di certe formule diventate famose,
è un po’ fiacco nell’analisi dialettica », si faceva portatore
della proposta di Gastone Manacorda — il quale nell’ot- tobre dichiarava
di averne già terminato la traduzione — di pubblicare la Storia della
congiura degli uguali di Filippo Buonarroti — indicato nel 1937 da Franco
Venturi, su « Giustizia e Libertà », come il « primo egualitario
ita- liano » ” —, e del Sistemza politico degli uguali di Babeuf.
Il primo testo — che sarà pubblicato nel 1946 — incontrò l’approvazione
di Einaudi ?*, che nello stesso anno pubblicò il Saggio su la Rivoluzione
di Pisacane. Dai progetti si era ormai passati alle prime realizzazioni;
e la storia di questa edizione non è meno significativa delle pagine di
prefa- zione scritte da Pintor e dell’eco che essa suscitò. Nell’e-
state del 1941 Aldo Romano, che nel corso degli anni ’30 si era già occupato
della figura di Pisacane, aveva proposto a Einaudi una scelta di suoi
scritti, che in un primo tempo avrebbe dovuto curare per la collana «
Studi e documenti di storia del Risorgimento » diretta da Gentile e
Menghini presso Le Monnier, e che non prevedeva il saggio sulla
286 Schiavi a Einaudi, 29 agosto 1941 e 1 settembre 1942, ed
Einaudi a Schiavi, 3 agosto 1943 (AE, Schiavi). 281
Gianfranchi [F. Venturi], F. Buonarroti, primo egualitario italiano
1837-1937, in « Giustizia e Libertà », 13 agosto 1937. 288 Per
Proudhon cfr. Alicata a Einaudi, 18 giugno 1942 (AE, Alicata); per Babeuf
e Buonarroti, Alicata a Einaudi, 11 maggio 1942 (AE, Alicata); il 18
luglio 1942 Fabrizio Onofri scriveva all'editore di avere esaminato
assieme ad Alicata una scelta di scritti di Babeuf (AE, Onofri); nel
marzo 1943 Alessandro Galante Garrone inviava lo schema di un suo volume
su Mazzini e Buonarroti, mentre l’editore lo avvertiva che dal giugno
1942 Gastone Manacorda era stato incaricato di tradurre la Conspi- ration
pour l’égalité di Buonarroti (AE, Galante Garrone). 308
Le origini della casa editrice Einaudi Rivoluzione. Alle
obiezioni dell'editore, che chiedeva solo quest’ultimo, Romano rispondeva
che il terzo saggio era « solo una parte dell’opera di Pisacane, ma non
certo la più importante. Staccata dalle altre rappresenta un fram-
mento che ora non vale la pena di pubblicare [...]. Il terzo saggio
contiene, nelle sue pagine migliori, il pensiero sulla quistione sociale,
ma non certo tutto il pensiero poli- tico del Pisacane: le pagine
migliori si trovano nel IV saggio che, collegate a quelle poche del
secondo, rappre- sentano il pensiero del Pisacane sulla guerra, la sua
filosofia della guerra come creatrice di eventi »; ma il 2
settembre 1942 Einaudi gli rispondeva di aver affidato la
Rivoluzione a un suo collaboratore’. Non è probabilmente senza
motivo — o motivi — che il nome del democratico meri- dionale, annoverato
alla fine dell’800 fra i precursori del socialismo, ma di cui nel 1932
Nello Rosselli aveva messo in luce le contraddizioni del pensiero sociale
per ricavarne l’ammonimento che « il riscatto di un popolo dalla
tirannia, dalla serviti, dalla cronica fiacchezza politica, è
anzitutto problema morale » — e Ferruccio Parri non mancò di
rilevare la riduttività del giudizio di Rosselli ?° —, tornasse a
circolare con lo scoppio della guerra: con patticolare riferimento alla
Guerra combattuta ne parlarono Giansiro Ferrata su « Primato » e, su «
Argomenti », Raffaello Ra- mat, che pose però l’accento anche sul
pensiero politico e sociale di Pisacane ?!. In questo contesto, la scelta
einau- diana trovava già predisposto uno spazio di intervento, ma
assumeva anche particolare rilievo, come ha ricordato Gerratana
affermando che essa « fu in quel periodo uno 289 AE, Romano.
29 Cfr. N. Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, con
un saggio di W. Maturi, Torino, Einaudi, 1977, p. IX, e la recensione di
Parri (siglata F. Pr.) al volume di Rosselli, che notava in Pisacane
delle « rigide postulazioni di comunismo autoritario e spregiudicato, le
quali sono — sembra a me in qualche dissenso da Rosselli — più che fredde
e formali e provvisorie acquisizioni ideologiche », e suggeriva di dare
maggiore spazio all’influenza di Marx su Pisacane {« Nuova rivista
storica », XVII (1933), pp. 157, 161). DI G. Ferrata, Strategia di
Pisacane, « Primato », I (1940), n. 17, pp. 13-14; R.R. [R. Ramat], Per
un'antologia di scritti del Pisacane, in « Argomenti », I (1941), pp.
101-104. 309 dei più importanti
contributi alla cultura antifascista della nostra generazione » ??,
Infatti nella presentazione del Saggio Pintor operava una netta rottura
con l’interpreta- zione di Rosselli: pur mettendo in luce i limiti
teorici e politici di Pisacane, coglieva in lui l’intreccio di motivi
maz- ziniani e marxiani e, soprattutto, lo indicava come « l’unico
socialista intransigente dell’Italia pre-unitaria, e un socia- lista per
temperamento e per metodi assai più vicino ai moderni teorici che ai
vecchi dottrinari di un’utopia collet- tivista », in quanto «
l’affermazione cosi frequente in Pisa- cane che le idee derivano dai
fatti, e non questi da quelle, corrisponde nella sua sommaria
enunciazione al cosiddetto “rovesciamento della dialettica hegeliana”
operato da Marx » ?3, Era un’affermazione che, al di là della sua
cor- rettezza interpretativa, ebbe un’eco significativa: alcuni la
passarono sotto silenzio, come il recensore di « Critica fascista » che
si limitò a sottolineare l’autonomia di pen- siero e l'imperativo morale
del patriota, o la contestarono, come Gabriele Pepe, che dopo aver messo
in luce l’astrat- tezza di pensiero e la lontananza dal marxismo di
Pisacane, assegnò al Saggio un significato « esclusivamente
patriot- tico »; ma subito, nel 1942, Muscetta salutò su « Primato
» la ristampa di « un classico della pix schietta tradizione
rivoluzionaria italiana », mentre sulla « Rivista storica ita- liana »
Armando Saitta difese il valore teorico del suo pensiero, in particolare
l’intuizione, a suo parere marxista e sociologica insieme, del popolo
come « classe politica », e più tardi, nell’inverno 1943, Paolo Alatri
potrà affermare che « alla base di tutto il Saggio è una convinzione che
diffi- cilmente anche oggi, a circa un secolo di distanza nel tempo
da quando esso fu scritto, ci si sentirebbe di rifiutare: che cioè una
rivoluzione, per mutare veramente un mondo, deve 22. Introduzione
a G. Pintor, I/ sangue d'Europa, cit., p. XL.. 293 Cfr. la
prefazione al Saggio, del 1942, ora in G. Pintor, I/ sangue d'Europa,
cit., pp. 113-117. Nonostante la conclusione della vicenda editoriale, il
16 febbraio 1943 Pintor ammoniva Einaudi: «ti ricordo l'opportunità di
non buttare a mare completamente i collaboratori che ti sono antipatici:
i calci in faccia dati a Romano e la distruzione del suo volume risultano
ora piuttosto dannosi giacché una scelta degli scritti di Pisacane non si
improvvisa e il volume è rarissimo » (AE, Pintor). 310
Le origini della casa editrice Einaudi essere sovvertimento
di un ordine costituito non soltanto politico ma anche e soprattutto
sociale » ?*. Resta l’interrogativo di come, nello stesso tempo,
Pintor potesse consigliare a Einaudi la pubblicazione, avvenuta nel
1943, de I proscritti di Ernst von Salomon, uno degli assassini di
Rathenau, un volume che l’editore propagandò perché vi era rievocata la
guerriglia « per strappare le re- gioni baltiche alla minaccia bolscevica
», e al quale già nel 41 aveva dichiarato di tenere molto, assieme a Volk
obne Raum del pangermanista Hans Grimm, « per il loro tono
documentario nazionalsocialista » ?5; una proposta che Pin-
tor cercherà di « riscattare » nella recensione al volume — pubblicata postuma
—, tesa ad analizzare, con moduli can- timoriani, anche se
concettualmente assai più fragili, la vi- cenda dei « reazionari di
sinistra » tedeschi del primo dopo- guerra, vista come testimonianza del
« destino di un'epoca in cui la tolleranza doveva diventare una colpa e
la morte fisica scendere con inaudita violenza su intere
generazio- ni» 2, L’interrogativo posto per Pintor ci
sembra valido anche per l’editore, che nel 1939 aveva consigliato cautela
a 24 P. Succi in «Critica fascista », XX (1942), p. 234; G. Pepe
ne « La Nuova Italia », Don Santigliano [Muscetta] in « Primato »,
III (1942), p. 159; A. Saitta in « Rivista storica italiana », LIX
(1942), pp. 279-282; P. Romano [Alatri], in « Leonardo», XIV (1943), p.
247. 295 Cfr. Attività Einaudi anno XXI (ACS, Segreteria
particolare del duce, Carteggio ordinario, n. 528771, sottofasc. 1);
Einaudi ad Alicata, 24 novembre 1941 (AE, Alicata); G. Pintor, Doppio
diario, cit., p. 203 n. 10. 2% G. Pintor, Il sangue d’Europa,
cit., pp. 162, 164. Recensendo più tardi il volume Croce, dopo aver
ricordato la nobile figura di Rathenau e la «radicale negazione della
moralità » dei « mistici » tedeschi, in questo simili ai fascisti
italiani, concludeva con velata ironia: «La tra- duzione italiana del
libro del Salomon, è stata pubblicata nel marzo 1943, nel tempo
dell’ancora imperante fascismo, e dovette perciò avere il lascia- passare
di quel regime: al quale è da credere che tale libro sembrasse
edificante, confortante, educativo, persuasivo per gli italiani, perché
dettato nello stesso spirito di talune delle nobili sentenze che allora
si facevano imprimere dappertutto sui muri delle case urbane e rurali. Ma
l’accorto editore, provvedendo a quella traduzione, avrà avuto di mira,
crediamo, l’intento opposto» (Misticismo politico tedesco («La Critica »,
1944), ora in B. Croce, Pagine politiche (luglio-dicembre 1944), Bari,
Laterza, Spellanzon nella cura delle Considerazioni sulle cose d’Italia
nel 1848 di Cattaneo: poiché « la materia è, a novant'anni di distanza,
ancora cosi incandescente », scriveva Einaudi, era « indispensabile far
precedere il testo di Cattaneo da un’introduzione, che serva un po’ da
antidoto, un’intro- duzione che non sia naturalmente di piaggeria carlalbertina,
ma renda equilibratamente ragione dell’occasione e dell’in- tonazione
dell'Archivio triennale e di questi scritti che ne formano l’ossatura ».
Ma all’editore di Omodeo, spietato critico della « leggenda » di Carlo
Alberto, Spellanzon aveva risposto di non essere sicuro di poter scrivere
una introduzione-« antidoto », perché si sentiva « meno caldo di
furore di quell’uomo inesorabile e severo, vero Farinata del secolo
decimonono. Ma {...] all’infuori del toro, e all’infuori di qualche sua
deduzione troppo consequenziaria, io condivido molta parte dei giudizi
del fiero lombardo! » ?”. Infatti nella presentazione dell’opera
pubblicata nel 1942 — che nella ristampa del 1949 sarà dedicata a
Salvemini —, Spellanzon faceva sue le critiche del democratico mila-
nese alla politica di Carlo Alberto, e coglieva negli scritti dell’«
Archivio triennale » «un acerbo disdegno per i subdoli maneggi di servi
cortigiani e gesuitanti, un caldo amore di libertà inseparabile da ogni
impresa di civile progresso. Anche in queste pagine, il Cattaneo ci
appare quel che fu durante l’epico momento delle Cinque Gior- nate:
il Farinata della rivoluzione nazionale italiana » ?*. Scontate appaiono
quindi, da un lato, le critiche de « La Civiltà cattolica » e,
dall’altro, la favorevole accoglienza di Pieri, per il quale con questo
volume « la tanto auspicata ricostruzione della storia del nostro
Risorgimento è final- mente in atto, nelle sue correnti ideali, nel suo
travaglio politico, nello sforzo d’elevazione morale di tutta la
vita italiana »; ma anche Carlo Morandi, su « Primato », invi- tava
ad una lettura del Cattaneo democratico ben diversa da quella proposta
nel ’39 da Luigi Einaudi: « Nella storia, 297 Einaudi a
Spellanzon, 24 giugno 1939, e Spellanzon a Einaudi, 7 luglio 1939 (AE,
Spellanzon). 28 C. Cattaneo, Considerazioni sulle cose d’Italia nel
1848, a cura di C. Spellanzon, Torino, Einaudi, 1942, p. XCII.
312 Le origini della casa editrice Einaudi se
l’obbiettività è un’utopia, la probità è un dovere. Sa- rebbe eccessivo
affermare che la probità del Cattaneo, anche in queste pagine, non è
inferiore a quella degli scrittori suoi contemporanei di parte avversa?
Crediamo di no » ?” Ma poco prima del 25 luglio, alla vigilia di
una nuova fase nella vita della casa editrice, Einaudi cercava un
punto di equilibrio affidando ancora una volta a Salvatorelli il
compito di riassumere in rapida sintesi una riflessione del Risorgimento
che unificasse la concezione liberal-moderata di Omodeo e quella
democratica di Spellanzon, pur in una visione sempre etico-politica della
storia. In Pensiero e azione del Risorgimento, individuata nella
circolazione delle idee del '700 europeo la matrice del processo
risorgimen- tale, Salvatorelli superava sue precedenti incertezze
inter- pretative ripercorrendone le tappe attorno al nesso di «
pensiero e azione », che vedeva per la prima volta in- carnato dai
giacobini italiani, per passare poi nell’inse- gnamento di Mazzini e
spiegare la « funzione capitale » svolta dal Partito d’Azione. Pur
contestando la sottovalu- tazione di Cavour e l’unico punto — relativo
alla rivolu- zione del 1848 — in cui l’autore accennava al problema
sociale — e il recensore sottolineava la « difettosa impo- stazione etico-giutidica
di tutti i moti socialistici » —, Omodeo poteva salutare, su « La Critica
» del 20 luglio 1943, « un’opera meritoria » nella dura polemica
contro « certi indirizzi semi-camorristici che con la prepotenza
han preteso imporre risultati prestabiliti alla ricerca storica »;
e Curiel inviterà a leggere il volume, perché metteva in luce « le forze
progressive della democrazia, indicandone le insufficienze per cui il
moto rivoluzionario per l’unità d’Italia sboccò nel compromesso
monarchico e nel pseudo- liberalismo antidemocratico » *”. Infatti dalla
ricostruzione ._ 29 «La Civiltà cattolica», 93 (1942), vol. IV, p.
252; Pieri in « Nuova rivista storica », XXVII (1943), p. 143; Morandi in
« Primato », III (1942), p. 179. Cfr. anche, più tardi, la recensione di
Bianca Ceva ne « «La Nuova Italia », XIV (1943), n. 7-12, pp.
88-90. «La Critica », XLI (1943), pp. 219-221; E. Curiel, Scritti
1935- 1945, cit., vol. II, p. 229 (segnalazione sul « Bollettino del
Fronte della gioventd » del febbraio 1944). Anche Carlo Morandi, pur non
condivi- dendo alcune osservazioni particolari di Salvatorelli, ne
sposava comple- storiografica — che arrivava ad accennare alla
crisi del dopoguerra, pur senza nominare il fascismo — Salvatorelli
faceva scaturire nella pagina conclusiva un chiaro messag- gio politico,
invitando a « non subire le deformazioni e i traviamenti delle visuali
nazionalistiche »; ma a « preser- vare la libertà di pensiero e d’azione,
guardare dall’alto e lontano, ascoltare e riflettere, preparare e
costruire, se- condo le direttive di principio espresse dalla
coscienza storico-morale dell’umanità, in cammino verso la sua meta
divina: la pienezza di vita dello spirito nella fraternità universale »
*! A valori umani e civili non confinabili in un ambito
nazionalistico intendeva ispirarsi anche la nuova collana « Universale »
che cominciò a uscire nel 1942 sotto la direzione di Muscetta, invitato
dall’editore ad accelerarne i tempi di pubblicazione « di fronte alle
minacce di con- correnza che si annunziano da varie parti » ®*”, Il 15
giugno 1942, infatti, « Primato » presentava con soddisfazione
l'uscita di due collane « universali » ritenute necessarie, in quanto «
fra le caratteristiche di questa guerra, gli sto- rici ricorderanno anche
la fede nei valori della cultura, l'ardente bisogno di dissetarsi alle
sorgenti di vita eter- na » ®*: la « Corona » di Bompiani e la collana
einau- diana, cui avrebbe fatto seguito, nel 1943, la « Meridiana »
di Sansoni, con volumi il cui piccolo formato era imposto tamente
la tesi generale sulle origini non autoctone del Risorgimento, legate
alla Rivoluzione francese (La polemica sul Risorgimento, in « Pri- mato
», IV (1943), 1-15 agosto, pp. 267-268). %! L. Salvatorelli,
Pensiero e azione del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1943 (finito di
stampare il 18 marzo), p. 222. 302 Einaudi a Muscetta, 23 marzo
1942 (AE, Muscetta). La discus- sione sulle caratteristiche della nuova
collana fu assai vivace nell’autunno del 1941, quando l’editore pensava
di suddividerla in due sezioni, una « Biblioteca classica universale »,
dove avrebbe potuto apparire l'Aesthetica in nuce di Croce, e una «
Biblioteca moderna universale »: cfr. G. Pintor, Doppio diario, cit., pp.
157, 163; Muscetta a Einaudi, 29 ottobre 1941 (AE, Muscetta); Einaudi ad”
Alicata, 27 ottobre 1941 (AE, Alicata). 303 Vice, Il problema delle
« Universali », in « Primato », III (1942), p. 233. A proposito della
nuova collana, il redattore capo della rivista, Giorgio Cabella, il 20
maggio 1942 scriveva a Einaudi: « Non mancherò di farne parlare su
“Primato” con quella cura e attenzione che abbiamo sempre usato per le
Vostre pubblicazioni e che questa collezione merita » (AE,
Cabella). 314 Le origini della casa editrice
Einaudi anche da un dato oggettivo, la carenza di carta. Da
parte fascista si cercò di cogliere in queste iniziative la prova
di un sostegno della cultura alla « guerra italiana », « come se lo
spirito — affermava Lorenzo Gigli in un articolo della « Gazzetta del
popolo » fatto proprio da « Primato » — voglia in pieno conflitto
proclamare e dimostrare il rag- giunto grado della sua emancipazione e
sottintendere fin d’ora un impegno fondamentale nel processo ricostruttivo
di tutti i valori morali e materiali che seguirà alla conqui- stata
indipendenza politica ed economica della Nazione come frutto della guerra
vinta » ®*. La nuova collana di Einaudi si presentò tuttavia, fin
dall’inizio, come espres- sione di un rinnovamento culturale della casa
editrice, che intendeva ora allargare il suo pubblico con volumi agili
e a basso prezzo — non è un caso che dai 29 volumi del 1941 si
balzasse ai 53 del 1942, per attestarsi sui 41 nel 1943. Anche se
l’annuncio editoriale era necessariamente ambi- guo — la collana « non
vuole assecondare diffuse abitu- dini culturali, ma orientare il pubblico
secondo un gusto italiano, aperto alle esperienze moderne, ma sempre
viva- mente sensibile alla nostra secolare tradizione umanisti- ca
» ® —, il giudizio espresso nel dopoguerra, nella fase di preparazione di
« Politecnico biblioteca », da Vitto- rini, al quale la vecchia «
Universale » appariva « com- promessa dalle inclusioni di opere
esplicitamente reazio- narie » **, non solo prescinde dalla necessaria
collocazione storica dell’iniziativa, ma risulta anche inesatto, e
oppor- tunamente contraddetto da Concetto Marchesi che, all’u-
30 Vice, Calendario, in « Primato », III (1942), p. 292. 305
Cit. da C. Cordiè in « Leonardo », XIII (1942), p. 135. 36
Vittorini a Einaudi, 3 luglio 1945, in E. Vittorini, Gli anni del «
Politecnico ». Lettere 1945-1951, a cura di C. Minoia, Torino, Einaudi,
1977, p. 8. Nella comunicazione a Einaudi di un colloquio avvenuto il 4
luglio 1945 tra Vittorini e Pavese a proposito dell’« Universale », si
dirà che Vittorini «intende aprire la collezione a moderna letteratura
progressiva — sia creativa sia polemica — la quale escluderebbe natural-
mente molti titoli che in passato entrarono nella collezione. Treifschke
e Novalis non possono sopravvivere quando entri, cosî per dite, il
teatro di Saroyan, la poesia di Toller, la polemica di un oratore
sovietico. A Pavese pare che possano » (AE, Corrispondenza editoriale
Torino-Roma 1945). 315 scita dei
primi volumi della collana, lodava Einaudi per aver « fatto entrare la
sua attività editoriale nella storia della nostra cultura italiana che
tanti maltrattamenti e oscuramenti ha dovuto sopportare » *”
Ciò non significa che non siano numerosi titoli pura- mente
letterari non inquadrabili nelle finalità di un orien- tamento politico,
prima e dopo il 25 luglio, o che non fossero scartate proposte di testi
più incisivi da questo punto di vista **. Ma è bene ricordare che alcune
esclusioni sono da attribuirsi alla necessità di un compromesso con
la censura: « Bottai potrebbe dire una parola a Pavolini — scriveva
l’editore a Muscetta l’8 aprile 1942, rivelando un rapporto privilegiato
con il ministro dell’Educazione nazionale — [...]. Noi faremo molti
italiani e quindi anche qualche straniero [...]. Accetteremo nello
svolgimento del piano i loro consigli, e sospenderemo nel caso qualche
vo- lume che può essere inopportuno. Ma occorre che anche loro
collaborino con noi » *°. E tuttavia Einaudi poteva a buon diritto
scrivere ad Arrigo Benedetti che con l’« Uni- versale » gli pareva di
venire incontro « a un vero bisogno della nostra cultura nazionale. Tengo
molto a che questa collezione non passi per un tentativo di
volgarizzamento di cui non si sentiva affatto la necessità, ma per un
con- tributo fattivo a un riesame serio e consapevole del patri-
monio culturale universale. In quest'ultimo senso vorrei appunto che
fosse inteso l’attributo della mia collezio- 30? Marchesi a
Einaudi, 23 maggio 1942 (AE, Marchesi). 308 Per i vari progetti di
pubblicazione cfr. AE, Muscetta. Fra i testi non realizzati figurano: La
rivoluzione e i rivoluzionari in Italia di Ferrari, affidato nel giugno
1942 a Mario Ceva e poi, nell’ottobre, a Cantimori AE, M. Ceva,
Cantimori); i Pensieri politici di Vincenzo Russo scartati dall’editore
che, d'accordo con Alicata, accantonò anche il progetto di pubblicazione
del saggio sulla libertà di Labriola — non sappiamo se quello Della
libertà morale del 1873 o quello Del concetto della libertà del 1878 —,
in quanto «le osservazioni interessanti per lo sviluppo futuro del suo
pensiero sono appena marginali; siamo ancora in piena disqui- sizione
psicologistica herbartiana, priva di interesse per noi» (lettere a
Muscetta del 24 agosto 1942 e ad Alicata del 26 agosto 1942, in AE,
Muscetta, Alicata). Il 25 giugno 1943 Ginzburg inviava il sommario di
un’antologia di scritti di Cattaneo (AE, Ginzburg). 39 AE,
Muscetta. 316 Le origini della casa editrice
Einaudi ne » *°. In effetti, le finalità di apertura cosmopolitica
della collana vennero rispettate, se dal 1942 al 1946 i titoli ita-
liani risultano solo 17 su un totale di 69, di cui 5 su 10 nel 1942 e 7
su 19 nel 1943; e le prefazioni, stringate ma spesso assai incisive,
furono affidate in molti casi a intel- lettuali antifascisti, anche se
non tutti quelli contattati, come Marchesi, poterono rispondere
all’appello. Cosi, mentre i Canti del popolo greco di Tommaseo
assumono oggettivamente, all’inizio del 1943, un signifi- cato politico,
l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, da tempo segnalata da
Pavese che vi vedeva « un meraviglioso mondo che ci parve qualcosa di più
che una cultura: una promessa di vita, un richiamo del destino »,
suggerisce alla curatrice, Fernanda Pivano, l’osservazione che « solo le
anime semplici riescono a trionfare nella vita » *!, E Ginzburg, se ne La
sonata a Kreutzer di Tol- stoj indicava i motivi artistici come prevalenti
su quelli sociali, terminava la prefazione a La figlia del capitano
ricordando l’epigrafe di Puskin — « tieni da conto l’onore fin da giovane
» ?* —, mentre presentando Cristianità 0 Europa di Novalis Mario
Manacorda metteva in luce la « statolatria reazionaria » dell’autore,
che trasferisce allo stato « etico », nazionale e monarchico, quei
compiti ideali di civiltà che l’illuminismo assegnava allo stato
razionale e cosmopolitico, e, confondendo evidentemente stato e società,
dà una cattiva versione romantica dell’esser cive quando afferma che « il
più umano dei bisogni è quello di uno stato » e predica la necessità
che lo stato sia dovunque visibile anche nei distintivi e nelle uniformi
313. 310 Einaudi a Benedetti, 16 maggio 1942 (AE, Benedetti). La
scelta delle novelle di Maupassant fatta da Benedetti non ottenne il
nulla osta della censura per l’inclusione di quelle riguardanti la guerra
del 1870 (Alicata all'editore, 30 marzo e 24 giugno 1942, in AE,
Alicata); il 30 luglio 1943 l’editore scriveva a Benedetti: «Facciamo
subito il Mau- passant. Dovresti tradurre le novelle di guerra escluse in
un primo tempo » (AE, Benedetti). 311 E. Lee Masters,
Antologia di Spoon River, a cura di F. Pivano, Torino, Einaudi, 1943, p.
XII; C. Pavese, La letteratura americana, cit., p. 64. 32 Ora
in L. Ginzburg, Scritti, cit., pp. 153, 289. 313 Novalis,
Cristianità o Europa, a cura di M. Manacorda, Torino, Einaudi, 1942, pp.
XII-XIII. 317 Accenti antigentiliani,
non privi talvolta di risvolti politici, sono avvertibili anche nella
presentazione di molti letterati e uomini politici italiani dell’800:
accanto alla valorizzazione del cristianesimo di Capponi, ritenuto
da Umberto Morra « più vivo » di quello manzoniano *!, o
all’inclusione di esponenti moderati del Risorgimento cari alla
concezione liberale di un Luigi Einaudi o di un Omo- deo, come Cavour —
di cui Cantimori cura una scelta dei Discorsi parlamentari
sottolineandone il realismo poli- tico *° —, appaiono autori propri della
genealogia risorgi- mentale di Gentile — Cuoco, Foscolo o Alfieri —,
ma profondamente rivisitati. Significativo non solo in questo
senso, ma anche come una sorta di manifesto di tutta la collana, è il
primo titolo pubblicato, le Ultizze lettere di Jacopo Ortis, che offriva
a Muscetta l’opportunità di far proprie le affermazioni pacifiste di un
commentatore di Foscolo — « Un popolo non deve snudare la spada se
non per difendere o conquistare la propria indipendenza. Se attacca i
vicini per aggiogarli, si disonora; se invade il loro territorio col
pretesto di fondarvi la libertà, o è ingannato o s’inganna » —, e di
riproporre la concezione democratica e antitirannica espressa in « pagine
dimen- ticatissime » da Cattaneo, per il quale Foscolo fu il
primo a gettare in Italia quella vanissima sentenza, che il « rimedio
vero sta nel riunire in una sola opinione tutte le sètte ». È idea
chinese, idea bizantina; e per essa la Grecia, sf feconda quand'era piena
di sètte, giacque per mille anni nel letargo della sepolcrale ortodossia
bizantina. Ogni setta che invoca questo sofisma intende solo imporre
silenzio alle altre tutte, fuorché a se stessa, e regnare unica e
sola3!. 314 G. Capponi, Ricordi e pensieri, a cura di U. Morra,
Torino, Einau- di, 1942, p.X. 315 C. Benso di Cavour,
Discorsi parlamentari, a cura di D. Cantimoti, Torino, Einaudi, 1942, p.
XII. Scrivendo a Finaudi il 28 aprile 1943, Ragghianti giudicava alcune
note di Cantimori « tendenziose, con un profu- mino di “marxismo”
aggiornato, che dà noia » (AE, Ragghianti). 316 U. Foscolo, Ultime
lettere di Jacopo Ortis, a cura di C. Muscetta, Torino, Einaudi, 1942,
pp. XIV-XV. «La Civiltà cattolica » noterà che l’opera di Foscolo era
posta all'Indice (a. 94, 1943, vol. II, p. 388). Nel 1943 Manlio
Mazziotti presentava Il Congresso di Vienna (1814-1815) di Heinrich von
Treitschke affermando che per l’autore lo Stato era forza,
318 Le origini della casa editrice Einaudî 10. I
quarantacinque giorni, la Liberazione e il Fronte della cultura
Entusiasmo e frenesia di iniziative contraddistinguo- no il
periodo immediatamente successivo alla caduta di Mussolini, quando ai
tentativi di acquisire il controllo su un giornale — già il 26 luglio,
quando « Roma vive il primo giorno di libertà », Muscetta invitava
Einaudi a « metter le mani » su « Primato » *” — si aggiungono a
ritmo serrato, fino all’8 settembre, proposte di nuovi vo- lumi e
collane, destinate per la maggior parte ad essere definitivamente accantonate
o sospese fino alla Liberazione, non solo per l’incertezza della
situazione politica generale. Inizia infatti un processo di
riassestamento della casa edi- trice di non facile soluzione — tanto che
si ripresenterà, aggravato, dopo il 25 aprile 1945 —, dove ai problemi
ma che «una forza che calpesta ogni diritto deve finalmente andare
in rovina, perché nel mondo morale nulla si regge che non abbia virtî
di resistere » (p. IX). 7 AE, Muscetta. Intense furono le
trattative per l'acquisto di altri Genta Si pensò, da parte di Muscetta e
Ginzburg, a « La Ruota » da trasformare in settimanale sotto la direzione
di Mario Vinciguerra (AE, Vinciguerra, 30 agosto 1943; Muscetta, 11
agosto 1943), anche se Pintor affermava: « Resta da decidere se
l’acquisto di una rivista in questo mo- mento e con le prospettive oscure
che ci attendono sia un gesto oppor- tuno e resta da fissare l’indirizzo
politico della rivista. Un uomo come Vinciguerra, degnissimo ma
ufficialmente legato a un partito, non mi pare il più adatto per la
direzione » (AE, Pintor, 9 agosto 1943). Vi furono trattative anche per «
Il Lavoro italiano », per cui Pintor entrò in contatto con Piccardi che
non voleva — scriveva Pintor a Einaudi — « affi- darlo a elementi troppo
di destra, dato che si tratta del Quotidiano dei Lavoratori. Temeva che
tu avessi le idee di tuo padre» (AE, Pintor, 30 luglio 1943; Muscetta, 18
agosto 1943). Per la « Gazzetta del popolo », che Einaudi avrebbe voluto
affidare alla direzione di Felice Balbo, si chiese l'appoggio di Bonomi
presso l’IRI, ma Pintor non riuscî a convin- cere Menichella che —
comunicava all’editore — « vede nerissimo, pre- vede il regno dei grossi
capitalisti e un attacco in grande stile contro l’IRI. La “Gazzetta del
popolo” come la faremmo noi costituirebbe una provocazione contro i
pescicani e affretterebbe la catastrofe » (AE, Pintor, 3 e 31 agosto
1943; Bonomi, 31 luglio 1943). Il 18 agosto 1943 Einaudi scriveva ad
Alicata: «Il periodico di educazione popolare che saluterei con simpatia,
sarebbe quello che votrei faceste tu e Vittorini [...] questo dovrebbe
essere il giornale spregiudicato e vivo, dei tempi nuovi [...] qui tutte
le manifestazioni della vita, politiche ma sovratutto di costume
dovrebbero essere rappresentate » (AE, Alicata). 319
organizzativi si intrecciano le divergenze fra i collabo-
ratori, che acquistano ora rilevanza politica. Il 21 luglio 1943 Einaudi
riteneva « necessario l’accentramento in Piemonte dei servizi relativi al
funzionamento worzzale della casa editrice », mentre nell’agosto
incaricava Ginz- burg, liberato dal confino, di dirigere la sede romana
*: ed è da questa, dove nell’agosto è presente anche Franco
Venturi, che scaturisce una forte pressione degli azionisti — nelle loro
diverse componenti, dai liberalsocialisti ai « crociani » — che cercano
di condizionare a loro favore le scelte editoriali. Il
senato romano (presenti Ginzburg, Muscetta, Pintor, Giolitti, Venturi) —
scriveva Muscetta a Einaudi il 7 agosto 1943 — ha discusso e progettato,
ad unanimità, una collezione di attualità poli- tica, a cui si darebbe il
nome di « Orientamenti ». Suggerisce di pubblicare, preferibilmente a
Roma, per ovvi motivi, una serie di volumetti formato « universale »
[...]. Come è chiaro dalla parola « Orientamento » la collana dovrebbe
accogliere scritti delle pi serie tendenze odierne per illuminare il
pubblico sulle condizioni reali dell’Italia e dell'Europa, per disegnare
delle prospettive di concreta ricostruzione politica, per offrire dei
contributi al chiari- mento dei più urgenti problemi, non esclusi quelli
ideologici 39, Ma le proposte concrete privilegiavano un
indirizzo azionista della collana, prevedendo i saggi di Guido
Calo- gero su Giustizia e Libertà — dall’ambizioso sottotitolo «
breviario di politica » —, di Altiero Spinelli sull’unità europea, di
Manlio Rossi Doria sul problema agrario in Italia, quello sul
Risorgimento che Ginzburg stava prepa- rando dalla primavera del 1943, e
una storia del socialismo di Franco Venturi. Queste proposte — di cui si
fece porta- tore, pur con riserve su Calogero, anche Pintor? —
LI 318 Disposizioni di Finaudi per la sede romana del 21
luglio e del- l’agosto 1943 (AE, Corrispondenza editoriale Roma-Torino
1941-1944). 319 AE, Muscetta. 320 AE, Pintor (7 agosto
1943). Fra le altre proposte « romane », Dal socialismo al fascismo di
Bonomi (già edito da Formiggini), Synthèse de l'Europe di Sforza, La
terreur fasciste di Salvemini, il Pisacane di Ros- selli e la traduzione
— da affidare a Franco Rodano — de Les sources et le sens du communisme
russe del pensatore religioso, ex-marxista e ora antisovietico, Nikolaj
A. Berdjaev (AE, Corrispondenza editoriale Roma-Torino 1941-1944, 30
luglio e 30 agosto 1943), un’opera che sarà 320 Le
origini della casa editrice Einaudi furono respinte dal gruppo
torinese, che invece approvò la ristampa di Nazionalfascismo di
Salvatorelli, un’antolo- gia di scritti di Gobetti che avrebbe dovuto
curare Carlo Levi, un volume di Mario Vinciguerra — Storia di cento
anni (1848-1948) —, e la richiesta a Guido Dorso di pre- parare una
biografia di Mussolini *. Un netto e signifi- cativo rifiuto riceve
invece, a Torino, la proposta di racco- gliere gli scritti politici di De
Sanctis — il suggerimento, tramite Muscetta, era arrivato da Croce # —,
mentre viene lasciata aperta la possibilità di pubblicare Guerra e
dopo- guerra di Giacomo Perticone, una storia della « crisi della
coscienza politica italiana tra il 1914 e il 1922 » ritenuta interessante
da Antonio Giolitti, che suggeriva l’eventuale opportunità di una
collezione specifica che potrebbe pre- sentarsi come « Contributi alla
storia del fascismo », intendendo naturalmente il fascismo in senso lato,
come crisi, per dir cosî, della democrazia nazionale italiana; e allora
rientrerebbero in quei contri- buti anche le indagini sulla storia
dell’Italia dopo il 1870 le quali sappiano vedere il fascismo già latente
in certi aspetti della vita politica dello Stato italiano, e non lo
considerino soltanto come un mostro emerso improvvisamente da chissà
quali profondità, o come la criminosa avventura di un gruppetto di
sopraffattori: un’indicazione di ricerca che superava la visione
crociana della « parentesi », ma che sarebbe stata raccolta molto
tardi dalla cultura storiografica italiana, anche se Einaudi si dimostrò
interessato alla proposta, cui cercherà di dar seguito dopo il 1945
®. Di fronte alle posizioni del « senato romano » — di-
tradotta nel 1944 da Giacomo Perticone (Roma, Edizioni Roma); di
Berdjaev Laterza aveva tradotto nel 1936 Il cristianesimo e la vita
sociale, mentre Finaudi pubblicherà nel 1945 La concezione di
Dostojevskij. 321 Cfr. C. Pavese, Lettere 1924-1944, cit., p. 721
(13 agosto 1943); AE, Pavese (11 agosto 1943), Vinciguerra (7 agosto
1943). 322 Muscetta a Pavese, 19 agosto 1943 (AE, Pavese); «Qui
ognuno di noi si infischia sia del Perticone, sia degli scritti politici
di De Sanctis », si rispose da Torino il 21 agosto 1943 (AE,
Muscetta). 323 Giolitti a Einaudi, 24 agosto 1943 (AE, Giolitti);
«si potrà discutere la proposta di Giolitti in merito a una collezione
critica sul fascismo », scriveva Einaudi a Pintor il 25 agosto 1943 (AE,
Pintor); e Pintor era favorevole: cfr. la lettera del 24 agosto a Pavese
(in C. Pavese, Lettere 1924-1944, cit., p. 730). 321
viso al suo interno tra azionisti da un lato, Pintor e
Giolitti dall’altro — e di un Pavese, « nauseato dall’indaffaramento
politico della casa editrice » ’*, Pintor si dimostrava preoc- cupato
dell’unità dell’indirizzo editoriale: il 7 agosto 1943 scriveva a Einaudi
che « le possibilità di “rottura” si ac- centuano e che la crisi può
intervenire da un momento all’altro », occasionata originariamente dal «
breviario poli- tico » di Calogero; « le varie discussioni — aggiungeva
il 9 agosto — hanno messo in evidenza un problema che doveva
inevitabilmente maturare. Non si tratta pit cioè di dissensi personali
che hanno sempre alimentato l’attività della casa, ma di un contrasto di
posizioni, che secondo me non è insanabile, ma che deve essere chiarito
se non vogliamo che diventi un elemento pericoloso di erosio- ne »
?5, Da queste preoccupazioni scaturisce il deciso inter- vento di Einaudi
che provoca il naufragio della collana « Orientamenti » considerata la «
provvisorietà dell’inizia- tiva » **, e punta su Ginzburg — liberato il
26 luglio dal confino — e Alicata — uscito dal carcere il 7 agosto
— come elementi moderatori delle diverse posizioni: tu avrai
di fronte — scriveva ad Alicata il 18 agosto 1943 — [...] una persona che
ha dato prova di grande serietà morale, e di w245- sima comprensione per
tutte le idealità politiche degne di questo nome. Ritengo che tu possa
lavorare con Ginzburg amichevolmente 324 Pavese a Pintor, 23
agosto 1943 (C. Pavese, Lettere 1924-1944, cit., p. 728). 325
« In particolare — aggiungeva Pintor il 9 agosto —, per “Orien- tamenti”,
nonostante l’unanimità proclamata da Muscetta, io avrei diverse riserve:
vorrei che si tenesse conto del programma originario di Balbo e vorrei
che fosse consultato Vittorini »; e il 16 agosto scriveva a Einaudi: « Il
mio atteggiamento personale è molto conciliante: il clima di lotta
parlamentare che si è creato a Roma mi dà parecchio fastidio e non vorrei
assolutamente che si riproducesse nel lavoro della casa » (AE, Pintor).
32% Einaudi ad Alicata, 18 agosto 1943 (AE, Alicata). La decisione
di Einaudi parve «discutibile » a Pintor: «In questo modo si sfugge al
primo problema posto dal coesistere delle diverse tendenze: l’accordo
deve essere ottenuto attraverso una rigorosa selezione delle proposte
[...], ma è indispensabile che la casa editrice segni il passaggio a una
nuova fase uscendo dagli schemi delle vecchie collezioni e affrontando
coraggio- samente l’attualità. A questo non bastano i progetti di
giornali e riviste che cominciano a diventare invadenti ma occorre che si
faccia qualcosa di nuovo anche nel campo editoriale » (a Einaudi, 19
agosto 1943, in AE, Pintor). 322 Le origini
della casa editrice Einaudi e con rapidità di decisione [...].
Comunque la funzione di Ginzburg, in quanto collaboratore della casa, più
che di difensore di principi diversi è quella di moderatore, anche nei
riguardi della corrente che a lui può sembrare faccia capo. Tu usa con
lui, collaborando alla casa, altrettanta moderazione, sia pure con
intransigenza, in modo da arrivare nel nostro Senato anziché alla
disgregazione temuta da Pintor, alla collaborazione spontanea ?7,
In questa situazione, fatta di contrasti e di incertezze, cui si
aggiungerà dopo 1’8 settembre la dispersione dei col- laboratori e la
sostituzione di Giulio Einaudi — che si rifugerà in Svizzera — con il
direttore dell’ISPI Pierfranco Gaslini e il commissario prefettizio Paolo
Zappa, con i quali resta in contatto Muscetta, l’attività della casa
edi- trice conosce, nel 1943-44, una stasi, anche se viene dato
esito ad alcuni progetti precedenti. Non vengono pub- blicati, ovviamente,
i testi più politicizzati suggeriti dalla sede romana e accettati a
Torino, cosi come resta ine- dito E il gallo cantò di Augusto Monti che,
scriveva l’au- tore, « pur trattando di casi relativamente remoti, è
del- la più viva attualità, tanto che potrebbe avere per sotto-
titolo: origini del fascismo e dell’antifascismo » ®*. Nella « Biblioteca
di cultura storica » esce solo, nel 1944, La politica italiana da Porta
Pia a Vittorio Veneto di Bono- mi *’, mentre nei « Saggi » alle
Riflessioni di Montesquieu curate da Leone e Natalia Ginzburg per venire
incontro a « un rinnovato interessamento per certi valori umani,
pro- clamati dagli uomini del Settecento, e poi a lungo negletti
3 AE, Alicata. Ma era necessario tener conto, scriveva Pintor a
Einaudi il 31 agosto 1943, che Alicata «è preso da un'attività quanto mai
turbinosa e che negli ultimi giorni si è occupato quasi esclusivamente di
fare arrestare fascisti sediziosi » (AE, Pintor); perciò l’editore
scriveva a Ginzburg il 4 settembre: «La sua richiesta di sostituire
Giolitti ad Alicata nel Comitato Politico mi pare utile. Giolitti
dovrebbe essere una specie di supplente al quale Alicata delega, quando è
impossibilitato a partecipare alle riunioni, il mandato di voto » (AE,
Ginzburg). 328 Monti a Einaudi, 15 agosto 1943 (AE, Monti).
329 Di Bonomi non fu invece pubblicato Dd/ socialismo al fascismo,
cui si dichiararono contrari Pavese, Balbo, Venturi e Ginzburg,
favorevoli Pintor e Giolitti: cfr. Pavese a Muscetta, 13 agosto 1943 (C.
Pavese, Lettere 1924-1944, cit., p. 721), e Muscetta a Pavese, 11 agosto
1943 (AE, Pavese). da un troppo unilaterale storicismo » *°, fa da
contrap- punto, nel 1943, la pubblicazione delle Memorie di Met-
ternich in cui Gherardo Casini sottolinea l’« orrore » del cancelliere
austriaco per la Rivoluzione francese e la sua testimonianza « sul sangue
che è corso per le piazze di Francia, sulle violenze che hanno reso
esecrabile questo evento, sulla brutalità con cui sono stati incrinati e
calpe- stati i fondamenti dell’ordine » *!, Nell’unica collana che
conserva una certa vitalità, anche per il minor costo che richiedeva, 1’«
Universale », accanto a numerosi testi più propriamente letterari ne
appaiono altri segnati da un chiaro, anche se non univoco, impegno civile:
alla presen- tazione simpatetica del « buon senso » che traspare
dagli Opuscoli politici di D’Azeglio fatta da Vittorio Gorresio **,
si accompagna il Manoscritto di un prigioniero del mazzi- niano Carlo
Bini, di cui Goffredo Bellonci illustra la conce- zione del Risorgimento
come rivoluzione sociale capace di eliminare « le ineguaglianze materiali
» **; nel Della tiran- nide di Alfieri Massimo Rago coglie « uno spirito
veramente rivoluzionario » che cerca di « dar risalto alle forze
che ostacolano l'affermazione della libertà, e questo chiarimento
suona come un invito ad una più accurata osservazione delle esperienze
sociali » *4; mentre presentando Conquista e usurpazione di Benjamin
Constant Franco Venturi osserva come soltanto Jaurès e Mathiez avessero
insegnato a vedere nella Rivoluzione francese « il nostro moderno
problema di una rivoluzione sociale alle sue origini », come tale
non compreso da Constant, di cui per altro è esaltato il libera-
lismo che si manifesta nel « chiudere [...] la rivoluzione, ma non per
negarla: per salvarne i principi rinati dall’espe- 330 Ch. De
Montesquieu, Riflessioni e pensieri inediti 1716-1755, a cura di Leone e
Natalia Ginzburg, Torino, Einaudi, 1943, p. XIV. 331 C. von
Metternich, Merzorie, a cura di G. Casini, Torino, Einaudi, 1943, pp.
XII-XIII. 332 M. D'Azeglio, Opuscoli politici, a cura di V.
Gortresio, Torino, Einaudi, 1943, p. XVI. 333 C. Bini,
Manoscritto di un prigioniero, prefazione di G. Bellonci, Torino, Einaudi,
1944, p. XIII. 334 V. Alfieri, Della tirannide, a cura di M. Rago,
Torino, Einaudi, 1943, pp. IX, XVI. r 324 Le
origini della casa editrice Einaudi rienza delle assemblee e del
terrore » * L’unico elemento di novità, n@ il 25 luglio, è. È
« Collana di cultura giuridica » ‘diretta da Norberto Bob- bio — uno dei
primi collaboratori di Einaudi, la cui firma era apparsa anche ne « La
Cultura » —, che già nel giugno 1943 era venuta configurandosi come
distinta dal progetto di una collana filosofica formulato, come vedremo,
nel 1941. Pavese gli comunicò la proposta di Manlio Maz-. ziotti di
una « collezione di classici del diritto, la quale servirebbe a svegliare
il sonno dogmatico dei giuristi ita- liani, i quali credono che la loro
scienza consista nell’inter- pretazione e non nella creazione della legge
», e Bobbio rispose di essere anch’egli convinto che « nel campo
de- gli studi giuridici ci sia molto da fare per la diffusione di.
una cultura seria e creatrice: dalla scuola del diritto naturale ai
grandi giuristi tedeschi del secolo scorso; dalla moderna sociologia
giuridica alla dottrina pura del Kelsen. Che io sappia non è stata mai
tentata in Italia un ‘impresa del genere, che raccolga con un certo
ordine e con inten- dimenti culturali, e non tecnici, opere d’argomento
giuri- dico », a parte i « Classici del diritto » di Formiggini,
fer- matisi tuttavia nel 1933 al primo volume, I difetti della
giurisprudenza di Muratori ** Coadiuvato da Antonio Giolitti,
Bobbio cercò di dar vita alla collana con due opere già da lui preparate
nel 1942 per la « Biblioteca di cultura filosofica » *#’: nel 1943
appare il Giovazni Althusius di Otto von Gierke, il conti- nuatore della
scuola storica di Savigny che considerava il 335 B. Constant,
Conquista e usurpazione, prefazione di F. Venturi, Torino, Einaudi, 1944,
pp. 9-10. Già proiettato esplicitamente nel futuro è il commento a E.
Quinet, La repubblica, a cura di E. Lussu, Torino, Einaudi, 1944, dove si
afferma che gli italiani sono «arretrati d’un secolo, ché tutti i
fondamentali problemi di democrazia che il Risorgi- mento poneva sono
rimasti insoluti », e che «in Italia, dopo la disfatta del 1920-22, che
ha in comune con quella francese del 1848 solo l’imma- turità politica e
non l’epopea, la classe operaia va lentamente ricompo- nendo le sue forze
e maturando l’esperienza del passato, conscia del compito ch’essa è
chiamata ad assolvere » (pp. VII, X). 36 Pavese a Bobbio, 23 giugno
1943, e Bobbio a Einaudi, 29 giugno 1943 (AE, Bobbio). . ? Bobbio a
Einaudi, 15 novembre 1942 (AE, Bobbio). 325
diritto come « espressione della coscienza del popolo », e con lo
studio del giurista Althusius aveva seguito « la via attraverso cui il
pensiero moderno è passato per elaborare quei concetti da cui è uscita la
concezione dello Stato di diritto, tanto più oggi preziosa — scriveva
Bobbio —, quanto più minacciata, e tanto più viva quanto più con-
dannata dagl’impazienti, dai fanatici, dagli indotti di tutte le fazioni
» **. Nel 1945 seguirà La fondazione della filo- sofia del diritto di
Julius Binder, « il più intransigente e for- tunato assertore della
rinascita hegeliana in Germania », la cui opera, osservava Bobbio,
serviva a scagionare la filo- sofia italiana recente dall’accusa di
provincialismo, « qua- lunque sia poi il giudizio che si voglia formulare
sul neo- hegelismo italiano, al quale peraltro non si potrà
discono- scere il merito di aver tenuto il pensiero italiano lontano
da quegli stessi estremi dell’intellettualismo e dell’intuizio-
nismo » contro cui combatté Binder *’, Ma dopo questi due titoli — che
venivano ad allargare ulteriormente i già nu- metosi interessi della casa
editrice — la collana perderà i suoi connotati per trasformarsi nel 1950
in « Biblioteca di cultura politica e giuridica », nonostante gli sforzi
di Bobbio di mantenerle l’identità originaria, convinto, come
scriveva nel 1945, che « in un momento in cui è diventato argo-
mento di pubbliche e private discussioni il rinnovamento delle
istituzioni giuridiche tradizionali, dalla proprietà allo stato,
dall’eredità al sistema penale, si ridesta l’interesse per i problemi del
diritto e nello stesso tempo si rivela la ignoranza degli stessi da parte
dei più », per cui la collana poteva giovare « anche agli specialisti, i
quali, abituati a ripetere le solite formule senza ripensarle, ignari per
lo più 338 O. von Gierke, Giovanni Altbusius e lo sviluppo storico
delle teorie politiche giusnaturalistiche. Contributo alla storia della
sistematica del diritto, a cura di A. Giolitti, Torino, Einaudi, 1943,
pp. VIII, X. 339 J. Binder, La fondazione della filosofia del
diritto, traduzione di A. Giolitti, Torino, Einaudi, 1945, pp. VII, IX-X.
In «Società» si nota comunque che Binder finisce, come Hegel, col fondare
« una metafisica dello Stato e della storia », e si ricorda che in altre
sue opere « lo Stato nazionalsocialista viene presentato come la pit
rilevante incarnazione del- TOR a etico» (V. Palazzolo, in «Società», III
(1946), pp. 235-238). 326 Le origini della casa
editrice Einaudi dei grandi movimenti giuridici stranieri, sono
incapaci di cogliere il significato universale di una tecnica, di
vedere in una formula il risultato di un determinato orientamento
del pensiero » *° La breve, intensa ma caotica esperienza dei
quaranta- cinque giorni non aveva comunque permesso di definire con
precisione quella « nuova » collocazione culturale e politica della casa
editrice sulla quale gli azionisti avevano cercato di mettere un’ipoteca.
Il problema si ripresenta quindi all'indomani della Liberazione, con una
intensità acuita dalla necessità di individuare una prospettiva di
pit lungo periodo, non più resa precaria dalle contingenze bel-
liche #. Il dibattito politico interno acquista ora rile- vanza maggiore
in quanto si intreccia con il confronto aperto e aspro fra i partiti ai
quali aderiscono vari collabo- ratori di primo piano della casa editrice,
e risente delle spinte diverse provenienti dai vari centri culturali, la
cui collocazione geografica rispecchia la variegata situazione
politica creata nel paese dalla lotta di Resistenza *°. A quelle di
Torino e di Roma si aggiunge nel 1945 la nuova sede di Milano con Elio
Vittorini, l’intellettuale che aderisce al partito comunista assieme a
Pavese, col quale aveva condi- viso negli anni ’30 l’interesse per la
letteratura americana contemporanea, cogliendovi tuttavia — a differenza
di Pavese — soprattutto quegli elementi positivi di un popolo «
nuovo » e quella conferma della superiorità della cultura sulla politica
che trasferirà ne « Il Politecnico » e in alcune iniziative della casa
editrice ®. Grava sulla civiltà americana la stupidità di una
frase: civiltà 30 Appunto sulla « Collana di cultura giuridica »,
cui seguono, nume- rose proposte di pubblicazione (AE, Bobbio).
31 Questa necessità era ben chiara, oltre che a Balbo — come ve-
dremo —, a Bobbio, che 1’8 luglio 1945 ammoniva Einaudi: « Mi pare che ci
stiamo lasciando tutti quanti tentare dalla seduzione dell’attualità. Ti
ripeto una frase memorabile: le case editrici si misurano a decenni, non
a mesi » (Archivio privato Bobbio). #2 Cfr. le osservazioni di E.
Garin, Cronache di filosofia italiana, cit., pp. 501-502. 33
Cfr. E. Catalano, La forma della coscienza. L'ideologia letteraria del
primo Vittorini, Bari, Dedalo, materialistica. Civiltà di produttori: questo è
l’orgoglio di una razza che non ha sacrificato le proprie forze a
velleità ideologiche e non è caduta nel facile trabocchetto dei « valori
spirituali » [...]. Questa America non ha bisogno di Colombo, essa è
scoperta dentro di noi, è la terra a cui si tende con la stessa speranza
e la stessa fiducia dei primi emigranti e di chiunque sia deciso a
difendere a prezzo di fatiche e di errori la dignità della condizione
umana, aveva scritto Pintor cogliendo il messaggio di
Americana di Vittorini **. Caduti nella lotta di Resistenza Pintor
e Ginzburg, mentre Alicata si trova assorbito dall’attività
politica, accanto a Vittorini e Pavese emergono fra i colla- boratori
della casa editrice altri intellettuali comunisti, come Antonio Giolitti
e Delio Cantimori, o l’esponente del movimento cattolico-comunista Felice
Balbo. Nonostante la matrice comunista di questi intellettuali sia
tutt'altro che omogenea, tale da non impedire l’insorgere di contrasti,
i rapporti di forza interni tendono a spostarsi verso il PCI che,
privo all’inizio di propri centri editoriali, individua in Einaudi un
interlocutore privilegiato: ed è attorno al tema dell’orientamento
politico della casa editrice che nelle pagine seguenti concentreremo
l’attenzione, per cercare di coglierne alcune linee di tendenza
nell’immediato dopo- guerra, utili, nell’ambito di una ricerca che ha il
suo centro nel periodo fascista, a verificarne ulteriormente
caratteri- stiche originarie e capacità di rinnovamento. Il
10 maggio 1945 Felice Balbo, da Torino, scriveva preoccupato a Einaudi
che « anche per la Casa vale quello che vale per i partiti politici: qui
la situazione è attualmente molto spostata a sinistra e molto fluida
specie negli ambienti intellettuali per gran parte disorientati ed in
attesa di poli- tica concreta, di costume, di tecnica. Non dobbiamo
lasciarci sfuggire l’occasione favorevole perché poi le posizioni
rea- zionarie potrebbero fissarsi nuovamente » #5. Ma proposte
concrete arrivavano contemporaneamente da Milano: Il nostro
programma editoriale milanese — si scriveva sempre il 10 maggio a Einaudi
— risponde ai criteri da te stabiliti: iniziare 34 G. Pintor, I/
sangue d’Europa, cit., pp. 155, 159. 35 AE, Corrispondenza editoriale
Torino-Roma 1945. 328 Le origini della casa editrice
Einaudi la pubblicazione di una rivista di punta che dovrebbe
essere quella dal titolo « Il nuovo politecnico », organo centrale del
Fronte della Cultura, iniziativa di carattere nazionale sorta da Curiel,
Banfi, Vit- torini che ne costituiscono il comitato d’iniziativa
nazionale, il quale a sua volta si appoggerà ai vari comitati regionali
che saranno creati successivamente. Questo Fronte della Cultura è
destinato a interes- sarsi a tutti i problemi di cultura, artistici e
scientifici, per una loro rivalutazione, o superamento, da elementi
appartenenti a qualsiasi ideologia o partito ma sinceramente orientati su
un piano progressi- sta: è un fronte quindi aperto a tutto il popolo
italiano. Ma subito dopo si precisava che il bollettino del
Fronte si sarebbe occupato dello « studio alla luce del marxismo di
tutti i fenomeni e le situazioni politico-culturali », avvalen- dosi
delle collaborazioni di Vittorini, Banfi, Remo Cantoni, Giansiro Ferrata,
Pietro Zveteremich, e si accennava all’ini- ziativa di una « collana
marxista » **. L’estrazione politica dei membri del Comitato nazionale
del Fronte della Cultura ne esprimeva del resto chiaramente
l’orientamento: due esponenti del partito comunista (Banfi e Vittorini),
due rispettivamente di quello socialista e del partito d’azione,
uno (Mario Motta) per i Lavoratori cattolici *’. Einaudi, pur convinto
che « a Milano si giuoca una grande partita per noi » **, si preoccupava
tuttavia dell’insorgere di attriti fra i responsabili delle varie sedi, e
suggeriva una diversi- ficazione di funzioni fra di esse. Perciò, mentre
raccoman- dava la necessità di una « fraterna intesa fra Torino,
Mi- lano e Roma, in modo da costituire un unico fronte pro-
gressivo di cultura senza settarismi, aperto alla collabora- zione di
ogni sincero democratico », nell’impostare il pro- gramma delle riviste
del Fronte proponeva, per Roma, « Risorgimento » e « Cultura sovietica »
— dal carattere, soprattutto la prima, pit « aperto » —, una rivista di
studi meridionali per Napoli, un settimanale politico-culturale per
Milano — « Il Politecnico » — e, per Torino, un perio- dico economico, «
sui problemi della ricostruzione »: « in 36 Renata Aldrovandi a
Einaudi (AE, Corrispondenza editoriale To- rino-Roma 1945).
3? Ibidem. 38 Einaudi a Renata Aldrovandi, tal modo — osservava
— alle diverse sedi si darebbe un significato concreto di legame tra gli
intellettuali e i pro- blemi che più interessano le masse immediatamente
circo- stanti, dando un pieno significato nazionale ai problemi che
più sono sentiti nelle diverse regioni » *. Al tempo stesso,
tuttavia, il contatto con l’ambiente politico romano gli suggeriva di
correggere l'orientamento che si intendeva dare a Milano al Fronte della
Cultura: « su un piano più generale politico di lavoro — scriveva a
Vittorini il 9 luglio 1945 — tra gli intellettuali la linea attuale come
si va definendo a Roma è quella di fronte contro i residui del fascismo,
fronte nel quale si possono accogliere elementi di partiti cosiddetti
conservatori, che siano però sinceramente antifascisti e quindi
sostanzial- mente progressivi. Questa linea è meno settaria di
quella definita nell’ultima nota riunione di Milano, dove si pen-
sava in sostanza di fare un fronte delle sinistre » ®*, Era la linea cui
si ispirava il PCI, e che sarà espressa — pochi giorni dopo la
costituzione del primo governo De Gasperi — al suo V congresso (29
dicembre 1945 - 6 gennaio 1946), dove Togliatti rivolse un appello
all’unità di tutte le forze democratiche aprendo le porte del partito a
quanti ne condividessero la linea politica, « indipendentemente
dalla convinzione religiosa e filosofica », anche se Alicata si premurava
di precisare che compito degli intellettuali doveva essere la battaglia
contro l’idealismo, espressione della « cristallizzazione del provincialismo
della cultura ita- liana » !, L'indirizzo sostenuto da
Einaudi è rispecchiato fedel- mente dalle riviste edite a Roma, in
patticolare da « Risor- gimento », ma anche da « La cultura sovietica ».
Questa ultima, rivista trimestrale dell’Associazione italiana per i
rapporti culturali con l'Unione Sovietica, diretta nel 1945- 39
Einaudi a Renata Aldrovandi (e, per conoscenza, a Balbo e Vitto- rini),
16 maggio 1945 (ibidem). 350 AE, Corrispondenza editoriale
Torino-Roma 1945. 31 Cfr. P. Togliatti, Opere scelte, a cura di G.
Santomassimo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 452; N. Ajello,
Intellettuali e Pci 1944-1958, Bari, Laterza, 1979, pp. 62-66.
330 Le origini della casa editrice Einaudi 46
da Gastone Manacorda, si proponeva di mettere in cir- colazione quegli
elementi di conoscenza della realtà sovie- tica che erano stati impediti
dal fascismo, il quale — si ricordava nella Presentazione, alludendo
anche all’« oppo- sizione » liberale durante il regime — « andò oltre la
gros- solana propaganda calunniatrice e, studiandosi di fuorviare
gli intelletti dalla conoscenza del vero con tutti i mezzi pit subdoli,
diede diritto di cittadinanza, con benevola tolle- ranza, a tutto ciò che
fosse antisovietico anche se fuori del- l’ortodossia reazionaria » *7. E,
pur svolgendo un’opera di acritica esaltazione delle realizzazioni
sovietiche — pubbli- cando ad esempio alcune pagine de I/ sistema
finanziario dell’URSS di Michail Bogolepov che apparirà nel 1947
nelle edizioni Einaudi —, o di passiva presentazione di opere come
la Storia del partito comunista (bolscevico) dell'URSS, della quale
Manacorda faceva proprio anche il giudizio sui « germi
controrivoluzionari » presenti in Trotzki anche quando egli era « apparentemente
rivoluzionario » ®*, « La cultura sovietica » si preoccupò soprattutto di
mettere in circolazione, tramite Ettore Lo Gatto e Angelo Maria
Ripel- lino, la letteratura russa contemporanea. Né è senza signi-
ficato che l’articolo di apertura della rivista fosse affidato a un
intellettuale azionista, la cui recente polemica con lo storicismo
crociano non era priva di elementi retorici, come Guido De Ruggiero, teso
a dimostrare la necessità di « ele- vare la politica alla cultura » per
superare ogni chiusura nazionalistica, e pronto a riconoscere che
nell’Unione Sovie- tica « s'è compiuta nell’ultimo trentennio la più
profonda trasformazione che la storia ricordi, e dal cui contatto
con 352 Ma, si continuava, il tentativo non riusci: « ognuno
ricorda quale interesse quel mondo abbia sempre suscitato da noi; come
avidamente si leggesse fra le righe di testimonianze settarie e
antisovietiche, le sole cui fosse concesso il privilegio della
pubblicazione o della traduzione; come rapidamente si esaurissero quelle
poche opere, generalmente tradotte dalla produzione di altri paesi,
ispirate ad obiettività d’informazione e a serenità di giudizio, che
qualche editore coraggioso riusciva di tanto in so) a mettere in
circolazione » (« La Cultura sovietica », I (1945), « La Cultura sovietica », I
(1945), pp. 196-197. 331 la civiltà
occidentale potranno scaturire altri mutamenti non meno profondi »
** Sempre con l’intento di combattere la pretesa « neutra-
lità » della cultura, in quanto tale ritenuta anch’essa respon- sabile
della nascita e dello sviluppo del fascismo, usciva il 15 aprile 1945,
sotto la direzione di Carlo Salinari, « Risor- gimento »: decisa a
operare « dentro la mischia », la rivista voleva essere organo non di un
gruppo, ma di una tendenza, « organo di cultura di una società aperta e
progressiva », unificante intellettuali di fedi diverse che si erano
trovati uniti nella lotta antifascista °°. « Risorgimento »,
scriveva Salinari a Vittorini il 25 maggio, « vuol essere una
rivista d’incontro delle correnti progressive della cultura
italiana: ma, sorta fra un cumulo di diffidenze ed energicamente
sabotata dal PdA, deve naturalmente nei primi numeri avere un carattere
un po’ vago, se vuol mantenere la sua linea e non diventare una rivista
di partito. Noi qui a Roma ci troviamo di fronte a difficoltà che voi
forse neppure concepite! »; e, nonostante Vittorini fosse invitato a «
iniet- tare nella [...] rivista del buon sangue del Nord » **, que-
35 G. De Ruggiero, Cultura e politica, in «La Cultura sovietica »,
I (1945), pp. 9-10. Su De Ruggiero, « fra le pit caratteristiche
espressioni delle ambiguità e delle incertezze degli “intellettuali”
italiani della prima metà del secolo », cfr. E. Garin, Intellettuali
italiani del XX secolo, cit., in particolare pp. 105-106. « È
un fatto — si aggiungeva — che non s'è avuta in Italia una cultura
dichiaratamente fascista e c'è chi si vanta di questa impermeabilità come
di un’anticipata condanna del fascismo. Ma la verità è che di fronte al
fascismo non bastava assumere un atteggiamento di distacco fra sde- gnoso
e prudente ma bisognava lottare apertamente in difesa di una col-
lettività spinta sempre più verso la schiaviti e la rovina »
(Presentazione, in « Risorgimento », I (1945), pp. 3-4). 35
AE, Vittorini: «Non appena potrà prendere la sua reale figura »,
continuava Salinari, la rivista avrebbe dovuto, fra l’altro, sostenere la
-«« democrazia progressiva » e l’« antinazionalismo », e « promuovere, per
quanto è possibile, una letteratura maggiormente legata alle aspirazioni
delle masse popolari». Il 9 luglio 1945 Salinari scriveva a Vittorini di
essere stato incaricato da Einaudi di «raccogliere il materiale per il
Politecnico » utilizzando l’organizzazione di « Risorgimento », e faceva
proposte di collaboratori anche se, aggiungeva, « dubito che vi sia oggi
in Italia un numero d'’intellettuali tanto progressivi da poter
alimentare una rivista del genere. Per lo meno nell’Italia
centro-meridionale » (ibi- dem). In un verbale del 6 giugno 1945 relativo
ad una riunione per « Risorgimento », si dice: « Onofri vorrebbe che la
rivista si decidesse ad n 332 Le origini
della casa editrice Einaudi sta mantenne il suo carattere « vago »
ed eclettico che la espose alle critiche di « Società » *”: condizionata
dalla realtà della lotta politica, che rendeva sempre meno efficaci
gli appelli all’unità della Resistenza, la rivista finî col quinto numero
del 1945, senza poter realizzare il programma pre- visto per il momento
in cui essa avrebbe potuto « prendere la sua reale figura ». Cosi,
all’articolo di apertura su L'Italia e la democrazia di Sturzo, per il
quale « chi potrà operare la rinascita e la redenzione del proprio paese
non sarà né un uomo né una classe, ma tutto il popolo animato dal
sof- fio di un ideale e dalla forza di una volontà » **, seguiva
l’Esperienza di Spagna di Togliatti; assieme alle testimo- nianze sul
fascismo e sulla Resistenza, apparvero articoli di Salvatorelli sui
rapporti Italia-Jugoslavia o su Weimar, come di Grifone sul problema
bancario. Tuttavia nelle note e nelle recensioni — di Salinari, Cantimori
o Giolitti — le prese di posizione erano più omogenee: a proposito
del dibattito sui rapporti fra liberismo e liberalismo veniva
negata l’identificazione operata da Luigi Einaudi, per affer- mare che «
la libertà politica può essere garantita anche da una economia
pianificata e collettivistica » *°, mentre nella polemica fra De Ruggiero
e Croce sullo storicismo si inter- assumere un tono più polemico
nei confronti delle altre tendenze e delle altre riviste » (AE,
Corrispondenza editoriale Torino-Roma 1945). 357 « Risorgimento »
ha un carattere antologico, affermavano G. Pie- raccini e R. Bilenchi:
«manca appunto quello sforzo collettivo uni- tario che forma lo spirito
di una rivista. Anche il carattere progressista di questo periodico non
riesce ad affermarsi con un serio contributo » (« So- cietà », I (1945),
p. 305). Nell’Archivio privato di Felice Balbo si trovano degli « Appunti
per “Risorgimento” », senza data e non firmati, ma dove è rilevabile la
mano dell’esponente cattolico-comunista: « Concetto infor- matore: dopo
l'oppressione della tirannia fascista il Risorgimento riprende il suo
cammino nazionale nelle nuove condizioni obiettive sociali, cioè avendo
come spina dorsale, la classe operaia nella sua storica funzione di
classe di governo e classe nazionale; il Risorgimento continua vera-
mente solo su questa strada. Funzione della nuova classe dirigente
rispetto agli intellettuali ed ai tecnici. Funzione degli intellettuali con
la nuova classe dirigente nella costruzione della democrazia
progressiva post-fascista. In una frase il concetto è: pianificare e
articolare la rivo- luzione come è pianificata e articolata la reazione
». Segue una esempli- ficazione assai puntuale del contenuto « ideale »
della rivista. 358 « Risorgimento », I (1945), p. 8.
359 C.S. [Carlo Salinari], Libertà politica e liberismo economico, in
« Risorgimento », veniva per sostenere la necessità che la filosofia
crociana fosse « superata da uno storicismo che affondi le radici
più profondamente nel movimento dialettico della storia degli
uomini, da uno storicismo che non sia appannaggio del conservatorismo, ma
potente leva di una società nuova. Ma che sia sempre storicismo,
immanentismo assoluto » *° E sulle pagine di « Risorgimento », nel
fascicolo del 25 luglio, con la Lettera a un intellettuale del Nord
Fabrizio Onofri preannunciava i termini del dibattito sulla « nuova
cultura » che si aprirà su « Il Politecnico » il 29 settembre,
rivolgendosi a Vittorini per affermare la necessità che un
intellettuale veramente progressivo, e perciò in primo luogo
antifascista, oggi come ieri debba necessariamente militare, se non in
questo o in quel partito, certo al fianco di quelle forze sociali
organizzate che più e meglio garantiscono l’abolizione dalla vita
nazionale di tutte le forme di oppressione fascista; debba cioè neces-
sariamente « occuparsi di politica », che è ora il modo migliore di
occuparsi della propria sorte di intellettuale, ossia badare a che non si
ricreino sulla sua terra le condizioni di schiavità in tutti i campi che
contrassegnavano il fascismo, e che si creino invece le condizioni
politiche e sociali di quella libertà di cui egli ha bisogno anche e
proprio come intellettuale ?9, Ci è parso opportuno accennare alle
riviste meno cono- sciute del Fronte della cultura, per rilevare
l’ampiezza delle iniziative della casa editrice tese, in accordo col PCI,
a mantenere aperto, nel primo biennio post-bellico, un dia- logo
con tutte le forze democratiche, anche a prezzo di dis- sonanze e di
polemiche interne; ciò vale — pur con una sfasatura cronologica — anche
per le più note e discusse ri- viste edite in quel periodo da Einaudi: «
Società », nata con una propria fisionomia autonoma e critica — tanto
che l’intransigenza di Luporini o di Cantimori verso il crocia-
nesimo creò motivi di frizione con « Rinascita » —, e solo alla fine del
1946 sottoposta a un pi rigido controllo del partito *; e « Il
Politecnico » che, invece, solo con la nuova 36 C. S. [Carlo
Salinari], Lo storicismo, in ibidem, p. 96. 361 F. Onofri, Lettera
a un intellettuale del Nord, in ibidem, p. 327. 362 Cfr. ora, pur
senza i necessari approfondimenti, G. Di Domenico, Saggio su « Società ».
Marxismo e politica culturale nel dopoguerra e negli 334
Le origini della casa editrice Einaudi serie mensile
inaugurata il 1° maggio 1946 passerà dall’in- genuo dogmatismo del
direttore a quella rivendicazione di indipendenza e « apertura » che fu
criticata da Togliatti come « ricerca astratta del nuovo, del diverso,
del sorpren- dente » *#. Ma al nostro discorso interessa
soprattutto notare che motivi di polemica antivittoriniana erano
pre- senti all’interno della stessa casa editrice, tali da
investirne l'orientamento complessivo nei suoi rapporti col partito
comunista. Il 21 maggio 1945 Pavese scriveva a Einaudi, anche a nome di
Balbo, che Vittorini e Giansiro Ferrata avevano radici
troppo fonde in Milano per poterli einaudizzare, cioè piemon- tesizzare.
Vittorini sarà l’uomo del Nuovo Politecnico, edizione Einaudi, organo del
Fronte della Cultura, e del relativo bollettino, stampati entrambi a
Milano; Ferrata darà consigli specialmente sui libri marxisti in cui è
ferratissimo [...]. Io invece, sino a nuovo ordine, approvo l’eclettismo
politico che la Casa conserva. Se mai, sulla purezza d'orientamento
giudichi uno solo (per esempio Balbo, incorruttibile) non tutti i cani e
porci che, muniti di tessera, salte- ranno fuori, anni
cinquanta, Napoli, Liguori, 1979. Nello stesso senso la testimonianza di
Cesare Luporini riportata da N. Ajello, Intellettuali e Pci, cit., p. 71.
A Einaudi, che il 3 maggio ’45 si era offerto di diffondere «Società » a
Roma e nell’Italia centro-settentrionale, il 22 maggio Luporini rispon-
deva accettando, e affermava che la rivista aveva «carattere di alta cul-
tura, anche se non strettamente tecnico, organica e decisa nella tendenza,
ma del tutto aperta quanto ai problemi e agli argomenti presi in consi-
derazione » (AE, Luporini). Nelle «condizioni » poste da Einaudi, si
diceva al punto 3: «La Casa propone di stabilire un collegamento reda-
zionale tra “Società” e gli altri periodici della Casa, attraverso Carlo
Salinari, responsabile editoriale delle riviste della Casa» (l'editore a
Bianchi Bandinelli, 7 luglio 1945, in AE, Bianchi Bandinelli). 363
Ora in P. Togliatti, La politica culturale, cit., p. 80. Su « Il Poli-
tecnico » come rivista del Fronte della cultura cfr. M. Zancan, « Il
Poli- tecnico » e il Pci tra Resistenza e dopoguerra, in «Il Ponte»,
XXIX (1973), pp. 994-1010. All’inizio Vittorini si era preoccupato di far
appa- rire la rivista legata al PCI: «Bisogna che la Casa Einaudi si
faccia conoscere come casa legata al P.C., che “Il Politecnico” sia
riconosciuto come settimanale di cultura legato al P.C.», scriveva a
Einaudi il 6 luglio 1945 (E. Vittorini, Gli cuni del «Politecnico »,
cit., p. 11); si comprende come una collaboratrice di Einaudi, Bianca
Garufi, cercando di diffondere le riviste della casa editrice, e in
particolare «Il Poli- tecnico », in ambiente azionista, si fosse sentita
rispondere che «è assurdo pensare ad un interessamento anche minimo del
Partito d’Azione per un giornale cosî evidentemente comunista » (a
Einaudi, 16 novem- bre 1945, in AE, Corrispondenza editoriale Milano-Roma
1945). 335 concludeva duramente Pavese
dopo aver riferito il malcon- tento dei milanesi per la pubblicazione di
Ore decisive, le memorie dell’ex sottosegretario di Stato di Roosevelt
Sum- ner Welles che nel marzo 1940 aveva cercato un accordo con
Mussolini. Einaudi, pur prendendo le difese di Vitto- rini e Ferrata — «
È appunto perché essi hanno radici fonde a Milano che a noi interessano »
—, ribadiva la sua conce- zione non partitica del fronte culturale:
La Casa ormai si è acquistata la fiducia più assoluta negli am-
bienti che ci interessano, la nostra linea di attività è stata ampia-
mente discussa e trovata la migliore, ed è cosa voluta l’assenza di ogni
settarismo, per concorrere col nostro lavoro all’affermazione di quel
fronte progressivo aperto, di quella unità, che è indispensabile
raggiungere per ragioni politiche, morali e culturali. Questo fronte,
ditelo anche a Milano, ove forse c’è ancora un po’ di settarismo,
comporta l’iriclusione, sul piano internazionale, anche dei Sumner Welles
quando tutti non sono dei Wallace ##, affermava evocando il nome
di quello che si stava dimo- strando uno dei più aperti esponenti
democratici statu- nitensi. Ma a mettere in crisi il «
settarismo » dei milanesi con- tribu probabilmente un intervento di
Felice Balbo *, in questo momento forse il più lucido consigliere di
Einau- di, interlocutore autorevole sia di Pavese che di Vittorini,
e l’unico — a quanto risulta — capace di formulare una visione e un
programma complessivi della casa editrice, non senza, tuttavia, elementi
di utopia e di contradditto- rietà. Riferendosi in particolare
all’articolo di Remo Can- toni su Che cosa è il materialismo storico,
apparso sui nu- 364 AE, Corrispondenza editoriale Torino-Roma
1945; Einaudi a Balbo, 26 maggio 1945 (ibidem). Il 18 maggio Balbo aveva
scritto a Finaudi: « attento a prendere delle decisioni per il Nord senza
esservi presente [...]. A Milano bisogna andare con piedi veloci ma di
piombo [...]. Vit- torini è tutt'altro che acquisito » (ibidem). Su
di lui cfr. il saggio, assai « interno » e discutibile, di G. Invitto, Le
idee di Felice Balbo. Una filosofia pragmatica dello sviluppo, Bologna,
il Mulino, 1979; sul movimento cattolico-comunista, cui parteciparono
alcuni collaboratori della casa editrice come Mario Motta e Franco
Rodano, cfr. C.F. Casula, Cattolici-comunisti e sinistra cristiana
(1938-1945), Bo- logna, il Mulino, 1976. 336 Le
origini della casa editrice Einaudi meri 2 e 3 de « Il Politecnico
», il 20 ottobre 1945 Balbo scriveva a Einaudi che il tutto
rappresenta un tentativo un poco mistico, un tentativo di sostituire un
mito vecchio con un mito nuovo e quindi è in fondo. antieducativo. Si
dovrebbe, mi pare, tendere a formare in tutti i lettori quella mentalità
nuova che è scientifica, critica, sperimentale e aperta mentre
Politecnico presenta il materialismo storico troppo come una pietra
filosofale. Se si deve fare un giornale di cultura e non di propaganda,
come credo debba essere anche se prima d’ora lo era solo in parte, è
necessario, proprio sui piani di cultura in senso stretto (e in questo
caso del materialismo storico), affrontare le critiche, non eluderle
dogmaticamente attraverso impostazioni che ripetano le formule in cui il
materialismo storico è sorto. Un mate- rialismo storico cosî « affettivo
» soffoca ed elude lo stesso sforzo di apertura di Cantoni.
A conferma dell’autorevolezza del suo intervento, que- ste critiche
saranno fatte proprie dall’editoriale che conclu- deva, il 6 aprile 1946,
« Il Politecnico » settimanale: Noi non abbiamo avuto, col settimanale,
una funzione propria- mente creativa, o, comunque, formativa. L'altra
funzione, la divul- gativa, ci ha preso, a poco a poco, e sempre di più,
la mano. Ci siamo lasciati andare ad essa. Abbiamo compilato, abbiamo
tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato, abbiamo anche
polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo. In quasi tutte le
posizioni che abbiamo prese, pur senza mai sbagliare indirizzo, ci siamo
limi- tati a gridare mentre avremmo dovuto dimostrare. E troppo
spesso abbiamo dato sotto forma di manifesto quello che avremmo
dovuto dare sotto forma di studio [...]. Ci siamo trovati cosî a
divulgare delle verità già conquistate mentre avremmo dovuto cooperare
alla ricerca della verità. Nella stessa lettera del 20
ottobre Balbo allargava il discorso all’attività complessiva della casa
editrice, indivi- duandone la carenza di fondo nella mancanza di una
precisa strategia di politica culturale: L’ottimismo non è
sufficiente alla lotta. Ci vuole positività e 36 AE, Corrispondenza
editoriale Milano-Roma 1945. Remo Cantoni propose un Dizionario marxista
per aggiornare il lettore « su quel sapere: che è stato oggetto di
ricerca e di analisi specifica da parte dei marxisti » (AE,
Cantoni). 337 quindi contatto continuo
con i dati veri della totale situazione ita- liana. Tra l’altro, Milano,
ricordiamolo, è di natura troppo euforica: a Milano, come osservava
Gobetti, è possibile ogni avventura, da quella di Marinetti a quella del
Popolo d’Italia [...]. Il punto di vista è, malgrado tutto, Roma [...].
In noi c'è ancora troppa men- talità insurrezionalistica e cioè: a)
precipitazione; b) estremismo anzi piuttosto « avanzatismo »; c) visione
asfittica o almeno sempli- cistica di tutti i problemi sia culturali che
politici; d) mancato appro- fondimento del « a che punto siamo » sia
politicamente sia, per noi, soprattutto culturalmente [...]. Come
conseguenza di una matura- zione mancata o non avvenuta, si scivola,
sembra impossibile ma è cosf, su modi e impostazioni ancora fascisti o
almeno vecchi. In- somma Einaudi 1945 è in fondo, capiscimi, pit fascista
di Einaudi 1940. Proporzionalmente siamo calati di tono invece di
crescere; e concludeva individuando un arretramento di posizioni
ri- spetto agli avversari e l’incapacità di sfruttare appieno « le
grandissime possibilità che abbiamo, in uomini e in possi- bile chiarezza
di idee ». Le critiche — e l’apparente paradosso — di Balbo
ave- vano la loro ragion d’essere non solo in rapporto al suo idea-
le di cultura e al suo modello di una casa editrice « critica- mente »
progressista, ma anche, come vedremo, rispetto alle concrete iniziative
di Einaudi, che riflettono, in molti casi, un'eredità difficile da
superare. Ma in queste ebbe probabil- mente un'influenza lo stesso Balbo,
che cercava di coniugare un’analisi ispirata al marxismo con soluzioni di
stampo cat- tolico. Il suo concetto dinamico di cultura, che ne vedeva
il mutamento col mutare dei rapporti di produzione, e coglieva
gramscianamente la lentezza del processo di adeguamento degli
intellettuali ai nuovi stadi via via raggiunti dalla socie- tà, invitava
— senza i toni ingenui di un Vittorini — a quel- l’avvicinamento fra
cultura e realtà che tuttavia — contrad- dittoriamente — il cattolico
Balbo riteneva raggiunto in mo- do esemplare nel medioevo, perché « nella
sua produzione, sia agricola che artigiana, architettonica o scientifica,
nelle ideologie politiche come in quelle religiose, si rivela una
sin- golare unità, superiore ai contrasti, che è quella del
concetto feudale della proprietà o del nascente diritto comunale ».
Al contrario, la cultura contemporanea, gelosa della pro- pria
indipendenza e « irresponsabilità » di fronte alla classe dominante e ai
processi produttivi dell’epoca industriale, aveva dato luogo, tra le due
guerre, a quell’irrazionalismo « che rese possibili tutte le mitologie
disumane che hanno vagato e forse vagano ancora, paurose, sui continenti
», mettendosi di fatto al servizio dei « privilegiati », per cui «
la cultura del capitalismo è scritta sulle facciate delle metropoli
moderne, è la grande officina, la produzione cro- nometrata, l’esercito
motorizzato, la grande stampa, il cine- ma ». Con un rigore e una
violenza intellettuali ben mag- giori dell’editoriale con cui Vittorini
apri « Il Politecni- co » — e per il quale questo scritto avrebbe forse
dovuto servire da traccia —, l’esponente cattolico-comunista con-
tinuava: Rimproveriamo dunque all’idealismo di Croce,
all’umanesimo di Thomas Mann e allo spirito « non prevenuto » di Gide, o
meglio agli idealismi, umanesimi, cristianesimi, spiritualismi,
esistenzialismi ecc. che da quelli provengono (e per quella parte almeno
d’essi e dei loro discepoli che vorrebbe farci credere d’aver trionfato
con la Carta Atlantica e la bomba atomica) d’essere insufficientemente
critica con se stessa e perciò sterile, imbalsamata, defunta — regressiva
[....]. Lottare per una nuova cultura intellettuale [...] equivale a
lottare per una nuova società e ad affermare — concludeva in
conformità con la propria concezione filosofico-religiosa — « il concetto
di persona umana o di uomo obbiettivo e origine d’ogni cultura,
inteso come l'individuo nella coscienza della propria correlazione
col prossimo e delle proprie determinazioni storiche » *?. Nel quadro di
questo discorso, nel quale appare decisa- mente superato ogni residuo
crociano della sua formazione originaria **, Balbo presentava un «
abbozzo di teoria gene- rale di una casa editrice culturale in senso
stretto », in cui il notevole sforzo di chiarificazione teorica era
finalizzato a 367 F. Balbo, Una nuova cultura, dattiloscritto
senza data ma con l'indicazione «per servire alla elaborazione
dell’editoriale. Si chiede da 3 lo stile con baffi e favoriti, da
falso-Cattaneo » (Archivio privato 0). 38 Diversamente
da quanto sostiene G. Invitto, Le idee di Felice Balbo, cit., in
particolare p. 29. 339 trovare i mezzi
necessari alla promozione degli « essenziali valori dell’uomo » *.
11. La ricerca di un nuovo orientamento e l’eredità del
passato Le critiche e le proposte di Balbo — che ritornerà
su questi temi insistentemente, fino al suo distacco dal marxismo e dalla
casa editrice — miravano ad un fronte « critico » della cultura che
lasciava tuttavia ampi spazi per ritorni mistici o più propriamente
tomistici, come avvertirà più tardi Bobbio. Ma, nonostante alcuni testi
pubblicati portino il segno — esplicito o implicito — della sua
pre- senza, fra il suo modello di casa editrice di cultura e gli
indirizzi editoriali effettivamente attuati esiste un notevole scarto,
non attribuibile soltanto ad una « sordità » dei suoi interlocutori o ad
un loro consapevole rifiuto delle sue proposte, ma, soprattutto, alla
situazione oggettiva. Il suo progetto editoriale si affidava infatti ai
tempi lunghi e non teneva sufficientemente conto — come riconoscerà
alcuni anni dopo lo stesso Balbo — dei contrasti ideologici e poli-
tici all’interno della casa editrice, del peso della tradizione che
questa si era formata nel decennio precedente — di cui Balbo contribui a
tenere in vita alcuni aspetti —, e dei reali rapporti di forza esistenti
nella vita politica italiana, o del loro rapido mutamento, che portò nel
giro di due anni 369 I compiti della casa editrice erano
individuati nel « puntare alla egemonia editoriale nel suo genere », e
nello scegliere «quelle opere che in se stesse ed in riferimento alla
situazione storica che si svolge, siano realmente necessarie o utili a
far maturare e sviluppare il potenziale culturale dell’intero pubblico
colto »; la « capacità di scelta » della casa editrice si doveva misurare
sul piano filosofico e su quello scientifico: « La capacità filosofica
significa essere in grado di giudicare i valori cul- turali in sé,
secondo la nozione di valore e disvalore, e quindi il saper riconoscere
tutti gli essenziali valori dell’uomo, ossia l’essenziale di ciò che è
indispensabile alla sua pienezza. La capacità scientifica significa essere
in grado di giudicare i valori culturali per riferimento al movimento
storico în cui ci si trova, significa quindi comprendere le necessità
della rivoluzione » (Appunti sulla casa editrice, dattiloscritto senza
data in Archivio privato Balbo). 340 Le origini
della casa editrice Einaudi alla rottura dell’unità antifascista e
alla guerra fredda, con pesanti riflessi — non certo favorevoli a visioni
critiche o problematiche — anche negli schieramenti culturali.
Oltre al difficile equilibrio politico fra le varie sedi e fra i
diret- tori delle collane *°, all’organico orientamento della casa
editrice richiesto da Balbo si opponeva la sua stessa multi- forme
attività rilevata da Pavese e da Giolitti, per i quali essa manteneva la
caratteristica originaria di « eclettica officina di cultura » — « non
c'è altro editore in Italia che copra un campo cosi vasto » ”! —,
moltiplicando contrasti e contraddizioni: ad esempio, mentre la redazione
romana « si oppone energicamente » e con successo alla pubblica-
zione dei Cinquant'anni di vita intellettuale italiana in onore di Croce
proposta da Carlo Antoni, l'edizione delle Lezioni di filosofia di Guido
Calogero vede la netta opposi- zione di Pavese, Balbo e Giolitti, ma l'approvazione
— vin- cente — di Bobbio”. Nei volumi pubblicati nell’imme- diato
dopoguerra possiamo del resto constatare, accanto ad una notevole opera
di sprovincializzazione della cultura ita- 30 Il 6 agosto 1945
Einaudi inviava a Pavese un « Pro-memoria della Direzione » inteso a
riorganizzare il lavoro editoriale: Pavese e Vittorini consulenti,
Natalia Ginzburg vice-consulente per « Poeti», « Narratori contemporanei
», « Giganti », « Narratori stranieri tradotti »; Pavese e Vittorini
consulenti, Balbo vice-consulente per la progettata collana « Cor- rente
»; Mila consulente, Pavese e Balbo vice-consulenti per i « Saggi »;
Chabod consulente esterno, Manacorda e Giolitti vice-consulenti per « Bi-
blioteca di cultura storica » e « Scrittori di storia »; Bobbio consulente
esterno, Balbo vice-consulente per « Biblioteca di cultura filosofica »;
Ceria- ni consulente esterno, Giolitti vice-consulente per « Biblioteca
di cultura e- conomica » e « Problemi contemporanei »; Cantimori
consulente esterno, Manacorda vice-consulente per « Biblioteca marxista
»; Balbo e Rodano consulenti, Giolitti vice-consulente per « Problemi
italiani »; Giolitti e Vit- torini consulenti, Salinari vice-consulente
per «Testimonianze »; Vit- torini consulente, Pavese e Balbo
vice-consulenti per la « Vittoriniana » che avrebbe dovuto sostituire l’«
Universale »; Aloisi consulente esterno, Mana- corda relatore al
consiglio per « Biblioteca di cultura scientifica »; Rag- ghianti
direttore della « Biblioteca d’arte »; Debenedetti direttore della «
Nuova raccolta di classici italiani annotati » (AE, Pavese: dove ci sono
altre proposte di Einaudi e la risposta di Pavese del 7 settembre, con
alcune osservazioni critiche). 371 Pavese e Giolitti alla Direzione
di sede di Roma, 25 ottobre 1945 (AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma 1945). 37 « Pro-memoria per la Direzione Generale »
della redazione romana, sulla proposta di Antoni del 22 ottobre 1945, e
sulla proposta di Calo- gero liana, motivi di disorientamento,
schematiche attualizza- zioni politiche di problemi storiografici,
assieme ad ecces- sive cautele e perfino a tendenze conservatrici — se
misu- rate sul metro dei propositi enunciati da Einaudi nel 1945 —
che i giudizi delle stesse riviste einaudiane, cosi come di « Rinascita
», non mancano di mettere in evidenza. Senza ripetere, come in
precedenza, quell’analisi a tap- peto dei volumi, e delle relative
recensioni, che era indi- spensabile per la produzione del periodo
fascista, quando era importante sottolineare anche singole affermazioni
sfug- gite alle maglie della censura, ci soffermeremo soltanto sui
testi di alcune collane — i « Saggi », la « Biblioteca di cul- tura
economica », la nuova serie dei « Problemi contem- poranei », i «
Problemi italiani » e la « Biblioteca di cultura filosofica » — che
permettono di individuare l’orientamento generale, culturale e politico,
della casa editrice all’indo- mani del 1945. Ciò non ci esime, tuttavia,
dall’accennare al significato di alcuni titoli delle collane letterarie o
stori- che: nei « Narratori stranieri tradotti » apparvero, accanto
ai classici, Kafka e Proust, mentre i « Narratori contempo- ranei » si
aprirono alla produzione straniera con I/ muro di Sartre — non senza
contrasti ” — e con Fiesta e Avere e non avere di Hemingway, il cui
carattere « rivoluzionario », rivendicato da Vittorini, era
sprezzantemente negato e ri- dotto ad una somma di sensazioni «
elementari » ed « egoi- stiche » da Alicata, che giudicò « superficiale »
anche i Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Reed con cui si
393 «Il libro è indubbiamente molto bello e anche l’ultimo
racconto, però può capitare che un pubblico non molto preparato caschi
facilmente in equivoco. Forse libro e autore andrebbero presentati. Resta
da vedere cosa ha fatto Sartre durante l'occupazione nazista — pare che
due o tre suoi libri siano stati pubblicati dalla N.R.F. in questo
periodo », si scriveva da Roma all’editore il 4 giugno 1945 (AE,
Corrispondenza edito- riale Torino-Roma 1945). Il libro era già stato
suggerito da Pintor in una lettera a Pavese del 21 aprile 1943 (in C.
Pavese, Lettere 1924-1944, cit. p. 694). Il muro fu denunciato per
oltraggio al pudore; il 4 aprile 1947 Pavese ne dava notizia a Corrado
Alvaro il quale, in veste di presi- dente del sindacato nazionale
scrittori, con lettera a Pavese del 25 aprile si metteva a disposizione
della casa editrice: «se non ci difen- diamo, si preparano per noi giorni
assai peggiori di quelli sotto il paterno Ministero della cultura
popolare » (AE, Alvaro). 342 Le origini della casa
editrice Einaudi inaugurò nel 1946 la vittoriniana « Politecnico
bibliote- ca » 3. La « Biblioteca di cultura storica
», posta sotto la dire- zione di Federico Chabod — e con l’attenta consulenza
di Franco Venturi, sensibile in particolare alla produzione
storiografica francese e russa ** —, riprese le pubblicazioni con i Saggi
sul Risorgimento di Nello Rosselli — con la pre- fazione di Salvemini —
per continuare, a testimonianza di un interesse più generale della casa
editrice per la « demo- crazia » americana, con America. La storia di un
popolo libero di Allan Nevins e Henry S. Commager, e aprirsi quindi
alle opere di Mathiez e Lefebvre sulla Rivoluzione francese o, più tardi,
alla scuola delle « Annales » con Bloch e Braudel, nonostante
l’opposizione di Cantimori 7%, Non possono tuttavia essere sottaciute
alcune iniziali cadute di tono della collana, rappresentate dalla ripresa
dell’oria- 374 La corrente « Politecnico » (1946), ora in M.
Alicata, Intellettuali e azione politica, cit., p. 63. Sempre con
Hemingway si apri nel 1947 la collana «I Millenni », dove nel 1948
apparirà Le mille e una notte a cura di Francesco Gabrieli, di cui si
suggeriva, per la pubblicità, di mettere in luce il «carattere sociale »:
«il libro è sempre stato frain- teso come mondo delle fate e delle
meraviglie, mentre, adesso che lo facciamo noi, è ora di vederlo nel suo
vero carattere di straordinario documento su una medioevale società
agreste, con naturale democrazia tra gli umili (fornai, mendicanti,
pellegrini, mercanti, schiavi, donne conculcate ecc.) » (da Roma a Renata
Aldrovandi, 14 novembre 1945, in AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma 1945). 375 Numerose sono le proposte in AE, Chabod,
Venturi. Il 29 novem- bre 1945 Chabod scriveva a Einaudi di assumersi la
direzione della « Biblioteca di cultura storica» e degli «Scrittori di
storia », annun- ciando, per le traduzioni, « un piano di lavoro che
contemperi opportu- namente biografie e studi monografici, lavori di
grossa mole e studi assai più smilzi », in modo da « toccare un po’ tutti
i principali problemi della storia europea e nord-americana » (AE,
Corrispondenza editoriale Torino- Roma 1945). 376 Parte del
giudizio di Cantimori su La Méditerranée di Braudel è riportato da G.
Miccoli, Delio Cantimori. La ricerca di una nuova critica storiografica,
Torino, Einaudi, 1970, p. 257, che nel cap. XVIII ricostruisce
puntualmente la collaborazione dello storico con la casa editrice; nello
stesso giudizio, del 1949, Cantimori investiva tutta la scuola delle «
Annales »: « non ritengo utile, anzi dannoso, diffondere, per mezzo della
traduzione di un’opera cosi ben scritta — brillante, affascinante anche
per la sua facilità ed evasività e superficialità di rifles- sione e di
concetti — il metodo, o il sistema, o il regime o l’arte o la retorica,
chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel » (AE,
Cantimori). nesimo nell’Axzistoria d’Italia di Fabio Cusin ?” e da
Robe- spierre e il quarto stato di Ralph Korngold dove, come in
altre opere dedicate al giacobinismo, l’intento di rivalutare un
movimento politico dimenticato o disprezzato dall’idea- lismo e dal
fascismo si accompagna a schematiche e ambigue attualizzazioni — «Si può
dire che tanto la dittatura fascista quanto quella comunista si siano
servite di un me- todo giacobino perfezionato », affermava Korngold
?*, La concezione della storia come elemento costitutivo
dell’educazione civile continuerà tuttavia a caratterizzare la collana:
assai significativa in questo senso — e degna di essere citata per esteso
— è l'offerta a Cantimori di scrivere una storia d’Italia dal punto di
vista marxista. E altrettanto significativo è che portatore — e
ispiratore, assieme ad Einaudi — della proposta fosse proprio quel Balbo
che abbiamo visto tanto cauto rispetto a pericolose fughe in
avanti: L'Italia manca fino ad oggi di un’opera storica marxista
nel senso più profondo ed esatto che dia la reale fisionomia della sua
storia dall’indipendenza ai giorni nostri — scriveva Balbo a Cantimori
il 27 giugno 1947 —. Questa mancanza si fa duramente sentire oggi
non solo nel campo degli studiosi ma soprattutto nella scuola e addi-
rittura nella vita politica. Non è esagerato affermare infatti che questa
mancanza è in qualche modo determinante dello stesso svi- luppo
democratico del nostro paese. L'azione concretamente ideo- logica da
parte delle forze progressive sta diventando sempre più necessaria: il
proletariato non ha di fronte a sé soltanto, ad esem- pio, il problema
meridionale, ma anche il problema cattolico e il problema crociano che
sono poi aspetti dello stesso problema meri- dionale [...]. La proposta è
questa: non sarebbe possibile rispon- dere ai bisogni rivoluzionari in
questo campo? non sarebbe possi. bile cominciare con una Storia
dell’Italia moderna o anche solo contemporanea? Potrebbe essere un
nutrito Somzzario che desse l’avvio a tutti gli studi particolari e per
intanto rappresentasse il 377 Cfr. la recensione di R. Zangheri in
« Società », IV (1948), pp. 280-285. Perplessità sulla pubblicazione del
volume avanzarono sia Chabod (lettera a Giolitti del 20 dicembre 1945, in
AE, Corrispondenza edito- riale Torino-Roma 1945), sia Salinari (a
Giolitti, s.d., in AE, Cusin). 318 R. Korngold, Robespierre e il
quarto stato, traduzione di F. Papa, Torino, Einaudi, 1947 (ediz.
originale 1941), p. 87. Una volta stampato il libro, ci si rese conto dell’«
incongruenza storica e critica » di questa e di altre affermazioni (Balbo
a Giolitti, 22 aprile 1947, in AE, Giolitti). canovaccio, la direttiva
generale per un rinnovamento dei manuali scolastici. Potrebbe essere
invece una grande Storia, a largo respiro, da concretarsi attraverso un
lavoro collettivo [...]. Se pensi cosa ha rappresentato il Sommario di
storia della filosofia del De Ruggiero nel senso della egemonizzazione
borghese della cultura italiana, puoi pensare cosa rappresenterebbe un
Sommario storico fatto da te! Ma anche qui non credo che proprio io debba
sottolineare a te l’im- portanza di questo lavoro. Voglio solo
confermarti che c’è in tutti i compagni, anzi in tutta la cultura
italiana, una profonda aspettativa in tal senso?”?,
Nell'ambito della casa editrice il marxista Cantimori avrebbe dovuto
sostituire il liberale Salvatorelli, ma lo scru- polo scientifico del
primo impedî quello che ancora nel 1956 — ricordando un’analoga proposta
di Alicata, consi- derata un preannuncio di « Zdanovismo » —
Cantimori titerrà un rovesciamento solo ideologico
dell’interpretazione crociana, in assenza di studi preparatori **.
A un intento educativo immediato risponde invece prima delle altre,
anche per la sua maggiore flessibilità, la collana-cardine di Einaudi, i
« Saggi », che — assieme alla nuova collana « Testimonianze » — affronta
temi di attua- lità politica, da Marcia su Roma e dintorni di Emilio
Lussu a Leningrado di Alexander Werth a Fascismo e anticomu- nismo
di Lucio Lombardo Radice, che inizia la riflessione su una tematica
ripresa dal Lurgo viaggio di Ruggero Zan- grandi *', e presenta uno dei
best sellers del tempo, Cristo 379 AE, Cantimori (Balbo parlava
anche a nome di Einaudi); sempre il 27 giugno 1947 Einaudi scriveva a
Giolitti di « una Storia d'Italia degli ultimi cento anni che noi
vorremmo far fare a Cantimori inchiodandolo per uno, due, tre, dieci anni
a tavolino per costruire il monumento più importante che in questo
momento gli studiosi devono impostare: quello IR ST della storia
d’Italia, soprattutto di quella ultima » (AE, jolitti). Pro e
contra, in « Movimento operaio », VII (1956), p. 330. In questo quadro
Balbo propose — trovando favorevoli Giolitti, Salinari, Manacorda e
Pavese — un’opera collettanea su La guerra di liberazione in Italia, con
documenti, testimonianze, biografie ecc., che sarebbe servita « alla
nazione italiana per una migliore conoscenza del pi grande moto popolare
che la sua storia ha fino ad oggi avuto; e per una esatta valutazione di
quelle che sono state le vere forze della liberazione popolare e che sono
le vere forze del suo avvenire (si vedranno finalmente quelli che hanno
lottato e quelli che sono compatsi solo a oa alla consulta) » (AE, Corrispondenza
editoriale Milano-Roma si è fermato a Eboli di Carlo Levi, denuncia
efficace — no- nostante le riserve di « Società » °° — di quella realtà
che contemporaneamente, nei « Problemi italiani », era argo- mento
della Rivoluzione meridionale di Guido Dorso, già apparsa nel 1925 nelle
edizioni Gobetti. E mentre un volu- me molto caro a Cajumi, La crisi
della coscienza europea di Hazard, rientra nell’interesse per
l’illuminismo manife- stato dalla casa editrice fin dai suoi esordi, il
nuovo clima di libertà permette la realizzazione di progetti già in
can- tiere negli anni del fascismo, come la Congiura per l’egua-
glianza o di Babeuf di Filippo Buonarroti, il primo, secondo Gastone
Manacorda, a fornire una « interpretazione clas- sista della grande
Rivoluzione », nonostante la persistenza di quegli elementi utopistici **
che non erano invece tenuti presenti da Giuseppe Berti nella
presentazione del Filippo Buonarroti di Samuel Bernstein: tesi entrambi,
autore e prefatore, ad attualizzare oltre il lecito il significato
del giacobinismo — « Buonarroti fu, con Babeuf, uno dei grandi
precursori di Marx e di Engels » **. Ma un motivo che ci preme
segnalare — a testimonianza di un’altra e più profonda continuità col
decennio prece- 382 Gianfranco Piazzesi, pur affermando che era
«uno dei pochi libri dove abbiamo potuto apprendere qualcosa sulla
“questione meri- dionale” », notava che Levi « resta sempre spettatore,
intelligente quanto volete, ma di un’altra classe, rispetto a questi
contadini, e non sa mai trovare il modo di farli parlare sinceramente,
come si parla da pati a pari, perché manifestino le loro riposte
esigenze» (« Società, F. Buonarroti, Congiura per l'eguaglianza o di Babeuf,
introdu- zione e traduzione di G. Manacorda, Torino, Einaudi, 1946, pp.
XVII, XX. La proposta di pubblicare Buonarroti e Babeuf era stata
rilanciata anche da Vittorini nella prospettiva di un rinnovamento dell’«
Univer- sale » dove — scriveva a Einaudi il 3 luglio 1945 — « potremmo
inclu- dere anche autori antichi ma che segnino un punto nella evoluzione
del pensiero progressista » (E. Vittorini, Gli anni del «Politecnico »,
cit., . 8). È 34 S. Bernstein, Filippo Buonarroti,
traduzione e prefazione di G. Berti, Torino, Einaudi, 1946, pp. 61-62; il
saggio era apparso nel 1942 ne « Lo Stato operaio ». Cfr. le critiche di
Sergio Romagnoli in « Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa»,
lettere, storia e filosofia, s. II, vol. XVI, 1947, fasc. I-II, p. 103.
Ancora nel 1948 Bernstein pub- blicò su «Società » un articolo su Buonarroti
storico e teorico comu- nista, affermando che il giacobino italiano «si
avvicina di molto al socia- lismo scientifico » («Società », IV (1948),
p. 383). Le origini della casa editrice Einaudi dente — è la
permanenza dell’interesse per la tematica religiosa, sostenuto ora da
nuovi collaboratori cattolici della casa editrice che affiancano Balbo,
come Franco Rodano e Mario Motta. Questo interesse ha varie
manifestazioni: supera ogni misticismo nella riflessione di Balbo —
L’uomo senza miti e Il laboratorio dell’uomo —, teso a indicare, in
un altro momento di profonda crisi di valori, il fallimento della
filosofia tradizionale e la necessità di nuove « formule di liberazione »
dell’uomo, che non lo isolino dal contesto storico-sociale *°; ha
un’intonazione nettamente spiritualista in Che cos'è il personalismo? di
Emmanuel Mounier; si pre- senta a sostegno di un vasto e generico
affresco « alla Hui- zinga », in cui la realtà storica è piegata alla
dimostrazione di una tesi — secondo la quale, nella deprecata età del
pro- gresso tecnico, « il cammino della secolarizzazione della cul-
tura non può essere percorso sino all’estremo » — nel Profilo d’un
umanesimo cristiano di H. W. Riissel, che in- vitava a ricucire la
frattura fra umanesimo e cristianesimo operata dalla Riforma, facendo
propria quella che gli pareva « la grande verità della teologia
umanistica », la non anti- teticità della filosofia greca e del
cristianesimo: tesi non con- divisa nella prefazione postuma di un intellettuale
dalla tormentata vicenda culturale e politica come Giuseppe Rensi —
che pur aveva proposto e curato il volume nel 1940 —, mentre Bobbio
riconosceva «la necessità e la perennità di un umanesimo cristiano » per
combattere la « filosofia della crisi » originata da Kirkegaard ®*.
385 Pur riconoscendo ne L’uomzo senza miti il tentativo di
liberarsi dalla spiritualità dello storicismo immanentistico di Croce,
Ludovico Geymonat riteneva dogmatico il metodo di ricerca di Balbo («
Rivista di filosofia », terza serie, I (1946), pp. 86-88); cfr. anche le
critiche di Croce, ora in Nuove pagine sparse, serie seconda, Napoli,
Ricciardi, 1959, pp. 157-160. 38 H. W. Riissel, Profilo d’un
umanesimo cristiano, traduzione di G. Rensi, Torino, Einaudi, 1945 (ediz.
originale 1940), pp. IX, 2. Nel 1940 la pubblicazione del volume era
stata impedita dalla censura; Rensi pro- pose anche la traduzione di
Platonismus und Christentum di C. Ritter (AE, Rensi). La recensione di
Bobbio è in « Rivista di filosofia », n.s., IV (1945), pp. 101-103. Nel
1949 Cantimoti, in un parere editoriale su Erasmo e il Rinascimento di
Siro A. Nulli — che sarà pubblicato da Einaudi nel 1955 —, dichiarerà di
condividerne le idee, « tanto per quel che riguarda le interpretazioni
del pensiero e della attività di Erasmo, Alla tematica religiosa si volge
anche l’interesse dei « laici »: è del 1949 la proposta di Remo Cantoni —
accet- tata da Balbo ma poi non realizzata — del volume Critiche
allo spiritualismo *"; del 1950 Nuova socialità e riforma religiosa
di Capitini — il cui liberalsocialismo era presen- tato come una
concezione sociale e religiosa « postcomu- nista » —, proposto da
Cantimori come « opera importante per la storia religiosa-politica e
culturale del periodo 1926- 1944 e oltre: come cronaca, documentazione, e
storia del- l’unico movimento antifascista e anticlericale autoctono
e- spontaneo nel terreno italiano dopo il fascismo, consape-
volmente diverso dal comunismo, ma mai anticomuni- sta » **. Antonio
Banfi, formatosi alla scuola di Martinetti, presentò inoltre il progetto
di una « Collana di studi reli- giosi », che si sarebbe proposta
di far conoscere in Italia a un pubblico più vasto dei consueti
centri di cultura religiosa, sia cattolici che di altre confessioni,
quelle opere, per lo pi recenti, che testimonino di una problematica viva
e nuova nel campo del pensiero religioso; opere che si propongono tutte
un mutamento sensibile nella considerazione del rapporto fra singolo
e collettività appunto in relazione con una differente valutazione
dei principi della confessione di fede; opere che propongono
infine, quanto per quel che riguarda la severa critica allo
Huizinga, al Toffanin, al Riissel, e compagnia. Si tratta di un energico
richiamo alla realtà storica di quel che furono, in quanto affermazione
di idee nuove e critica di una Fiserggi storica culturale, l’'Umanesimo e
il Rinascimento » (AE, Can- timori). 387 Cantoni a Balbo, 13
aprile e 24 giugno 1949: «La critica allo spiritualismo teologico e
metafisico è il grande tema culturale degli ultimi cento anni. Vorrei
presentare criticamente tutte le variazioni storiche sul tema, da
Feuerbach a Marx, da Kirkegaard a Stirner, arrivando fino alla filosofia
contemporanea. E si tratta di ricostruire le ragioni sociali per le quali
muta la sensibilità metafisica » (AE, Cantoni). 388 A. Capitini,
Nuova socialità e riforma religiosa, Torino, Einaudi, 1950, pp. 26-27;
Cantimori a Einaudi, 12 gennaio 1949 (AE, Cantimori). Nel 1946 Capitini
aveva proposto «un volume quasi pronto » su Anti- fascismo della non
violenza e della non menzogna a Pisa nel ’32 ed uno, già terminato, dal
titolo Saggio sul soggetto della storia — anche questo non accettato, ma
preso in visione per consiglio di Cantimori —, in cui conduceva
«un'indagine oltre lo storicismo crociano per accertare l’autentico
soggetto, collettivo e corale, della storia, per fondare quella che io
chiamo la compresenza di tutti alla produzione del valore; pro- blema nel
quale rientra quello sociale e quello religioso » (Capitini a Giolitti,
13. gennaio 1946, e a Einaudi, 14 luglio 1946, in AE, Capitini).
348 Le origini della casa editrice Einaudi tutte, una
precisa presa di posizione per il credente, in ordine alla vita
politica: opere ispirate allo storicismo — e si facevano i nomi
di Newman, Blondel, Barth, Jiger, Troeltsch, Weber — e che, si
specificava, prevedono una rottura con le forme tradizionali di
direzione politica definite dalla autorità della Chiesa come le sole
possibili e conse- guenti ed anzi prevedono un mutamento radicale di
prospettiva in tal senso consentendo al credente la più ampia libertà di
ricerca della propria prospettiva politica e la possibilità di affiancare
la pro- pria azione a quella di forze politiche progressive di ideologia
dif- ferente 599, La presenza di queste riflessioni e di
queste proposte relative a tematiche religiose, se da un lato si
collegano a un filone già presente nella casa editrice, dall’altro testimo-
niano l’attenzione che in questo periodo i comunisti dedi- cano al
problema cattolico. Non bisogna tuttavia dimenti- care che,
contemporaneamente, una visione tradizionale del cristianesimo è il punto
di riferimento obbligato di quegli intellettuali che — sulla falsariga di
Huizinga — lamen- tano le degenerazioni della politica e del progresso
contem- poranei per riproporre un assetto conservatore della
società. È il caso de Le democrazie alla prova di Julien Benda — un
libro la cui edizione francese era positivamente recensita su « Società
», con qualche appunto sul tono aristocratico e moralistico
dell’esponente della « letteratura della cri- si » °® —: se nel momento
in cui fu scritto (1941) si giusti- ficava nel suo assunto principale,
sostenendo che le demo- crazie, più deboli in guerra dei totalitarismi,
debbono difen- dersi anche a costo di limitare le libertà — « un
popolo veramente libero è tanto più grande quanto più sa ridurre le
sue libertà » —, si faceva poi forte delle argomentazioni di Constant,
Kant e Spencer contro quelle di Bonald, De Maistre, Hegel, Nietzsche e
Marx — tutti accomunati come %° A Banfi, che accettò, Balbo chiese
nel 1947 di fare la prefazione agli Scritti teologici giovanili di Hegel
previsti per la collana filosofica (AE, Banfi). 39 Recensione
di Vezio Crisafulli, in « Società » antidemocratici — per affermare che « i
principi democra- tici sono dei comandamenti della coscienza, e non già
degli insegnamenti dell’esperienza e del costume »; di origine
socratico-cristiana, la democrazia era realizzata solo in Sviz- zera e
negli Stati Uniti, e non sopportava « abusi » del prin- cipio egualitario
come il suffragio universale, osservava Benda, per concludere che « lo
sviluppo di qualsiasi orga- nizzazione terrena importa sempre qualche
violenza contro i comandamenti divini di giustizia e di libertà »: « il
filo- sofo non può riporre le sue speranze se non in quei sistemi,
come il cristianesimo, omogeneo in questo alla democrazia, i quali dell’uomo
non glorificano altro che la sua natura divina » ?!, A fini
decisamente reazionari il cristianesimo era utiliz- zato ne La crisi
sociale del nostro tempo di Wilhelm Ropke, l'economista teorico della «
terza via », « in tante cose affine al Croce e dal Croce assai pregiato »
per il rifiuto del concetto e del termine « capitalismo », come
osservava Cantimori *. Nel volume, uscito originariamente nel 1941
e già in traduzione presso Einaudi prima del 25 luglio ’”, l’autore
criticava « le incomparabili conquiste meccanico- quantitative della
civiltà tecnica » per lamentare, in una società caratterizzata dalla
grande industria e dalla concen- trazione delle proprietà, la decadenza
del cristianesimo — « una delle più formidabili forze costruttrici della
nostra civiltà, da essa inseparabile » — e della famiglia, oppure «
la diserzione delle comunità rurali e la decadenza del vil. laggio a
favore della città e dell’urbanizzazione e commer- cializzazione della
campagna stessa ». Una critica che ricorda il leit motiv di Luigi Einaudi
— difesa della piccola pro- 39 J. Benda, Le democrazie alla prova.
Saggio sui principi demo- cratici, traduzione di G. Crescenzi, Torino,
Einaudi, 1Cantimori, Studi sulle origini e lo spirito del capitalismo,
pub- blicato su « Società » nel 1946, ora in Studi di storia, Torino,
Einaudi, 1959, p. 130. 393 In una lettera del 2 luglio 1943
alla sede romana, l’editore scri- veva di iniziare la traduzione del
volume di Répke, affidandola a Ernesto Rossi (AE, Corrispondenza
editoriale Torino-Roma 1941-1944); scrivendo a Pavese il 9 agosto 1943,
Pintor giudicava il volume «di grande attua- lità » (AE, Pintor).
350 Le origini della casa editrice Einaudî
prietà contadina e condanna del « gigantismo » economi- co —, e da cui
Ropke partiva per indicare una « terza via » o « umanesimo economico » —
il modello era individuato nella Svizzera —, che si risolveva in pratica
nella ripro- posta del liberismo classico in opposizione al socialismo
°*: era quanto notava Cantimori, ricordando che le lodi rivolte
all'autore nel 1942-43 da Luigi Einaudi e da Croce « furono uno degli
ultimi episodi più notevoli, data la personalità degli autori, della
lotta intellettuale condotta sotto il do- minio del fascismo dal gruppo
“crociano” e diretta da una parte contro il fascismo e dall’altra contro
il comuni- smo » °?. Un liberalismo, quello del futuro
collaboratore de « Il Mondo », che sarà messo in dubbio da
Togliatti, per il quale era solo una mascheratura dello « sconcio
ghigno hitleriano » **. Del resto, se consideriamo i volumi
pubblicati fino al 1946 nella nuova serie dei « Problemi contemporanei »
— nella quale non aveva più diretta influenza Luigi Einaudi — e
nella « Biblioteca di cultura economica » — che secondo Balbo e Giolitti
avrebbe dovuto avere un carattere « non istituzionale e teorico, ma
storico-informativo » #” —, pos- 34 W. Ropke, La crisi sociale del
nostro tempo, traduzione di E. Bassan, Roma, Einaudi, Nella recensione a
Civitas Humana di Répke, pubblicata su « So- cietà » nel 1946, ora in
Studi di storia, cit., p. 715. Luigi Einaudi aveva visto rispecchiate le
proprie idee di politica economica nel volume di Ropke, mosso
dall’intento di « salvare la civiltà occidentale dall’avvento di una
democrazia livellatrice e collettivistica » (Economia di concorrenza e
capitalismo storico. La terza via fra i secoli XVIII e XIX, in « Rivista.
di storia economica », VII (1942), n. 2, pp. 49-72). 3% Il giudizio
di Togliatti, del 1952, è citato da N. Ajello, Intellettuali e Pci, cit.,
p. 259; già nel 1947, in una recensione di Bilancio europeo del
collettivismo pubblicato nei Quaderni di «Rinascita liberale », si
osservava su «Rinascita »: «se i liberali tedeschi non sono mai stati
altro che questo, si capisce benissimo come la Germania sia sempre stato
un paese reazionario e con tanta facilità abbia potuto Hitler pren- dervi
e tenere il potere » (« Rinascita », IV (1947), p. 271). Dell’« assidua
collaborazione » di Ròpke a « Il Mondo », che nei suoi primi anni si
ispi- rava al liberismo di Luigi Einaudi, parla P. Bonetti, « I{ Mondo »
1949-66. Ragione È illusione borghese, prefazione di V. Gorresio, Bari,
Laterza, 1975, p. 16. 39 Balbo (anche a nome di Giolitti)
alla sede di Milano, 10 ottobre 1945 (AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma 1945). È da rilevare, tuttavia, che il 5 febbraio 1946 la
casa editrice assicurava Luigi Einaudi 351
siamo notare che Ropke è soltanto la punta estrema di un
‘orientamento che non si oppone drasticamente alla linea liberista: la
casa editrice non fa altro che rispecchiare l’arre- tratezza della
sinistra nel campo della cultura economica, e la sua rinuncia, in questo
momento, a porre in discussione il ruolo dell’iniziativa privata nella
ricostruzione ®**. È in- fatti significativo, da un lato, che nel primo
biennio post- bellico l’unica voce favorevole alla pianificazione sia
quella di Pasquale Saraceno *”, e, dall’altro, che gli studiosi ai quali
si guarda con maggiore attenzione siano statunitensi, cosî che il
liberatorio « mito » americano di Pavese e di Vitto- rini — temperato
negli anni ’30 dalla critica dei liberisti al New Deal rooseveltiano —
trova ora una sua realistica traduzione nell’immagine che gli economisti
e gli uomini politici americani danno del loro paese, impegnato a
supe- rare con la somma delle sue energie individuali la nuova «
frontiera » posta dall’eredità della guerra. Cosî, mentre l’opera
collettanea di Friedrich von Hayek, N.G. Pierson, Ludwig von Mises e
Georg Halm, Pianifi- cazione economica collettivistica (1946), è, come
annuncia il sottotitolo — « Studi critici sulle possibilità del
socia- lismo » — e il nome del prefatore, Bresciani-Turroni, una
decisa esaltazione del liberismo ‘*, a incarnare il nuovo mito riappare
Henry A. Wallace, l’esponente democratico che alla fine del 1946 aveva
rotto con Truman a proposito della della prossima pubblicazione —
poi non avvenuta — di The Road to Serfdom di Hayek: «La nostra Casa, come
Lei sa, non persegue un indi- rizzo politico di partito, ma pubblica
opere di varie tendenze — da Togliatti a Lippmann a Répke a Schumpeter —
secondo la linea già corag- giosamente seguita, nei limiti del possibile,
sotto il fascismo » (AE, L. Einaudi). 398 È quanto osserva,
anche in riferimento alle edizioni Einaudi, G. Santomassimo, Il dibattito
economico, in «Italia contemporanea », XXVI (1974), n. 116, p. 45.
39 Cfr. la prefazione di Saraceno a G. Bienstock, S.M. Schwarz, A.
Yugow, La direzione delle aziende industriali e agricole nell'Unione
Sovietica, traduzione di P. Saraceno, Torino, Einaudi, 1946 (ediz. origi-
nale 1944). 40 Von Mises — tanto lodato, assieme a Robbins e Hayek,
da Ernesto Rossi nelle sue lettere del periodo bellico a Einaudi (AE,
Rossi) — sarà giudicato da Piero Sraffa « un reazionario antidiluviano »
(a Balbo, 23 gennaio 1950, in AE, Sraffa). 352
Le origini della casa editrice Einaudi politica del governo
americano verso l’URSS ‘!: in un’ope- retta dall’accattivante titolo
Lavoro per tutti dichiarava che gli USA non avevano nulla da temere dal
comunismo « se il nostro sistema di libera iniziativa si dimostrerà
all’al- tezza delle sue possibilità », e di fronte all’aprirsi di
nuovi mercati per l'economia statunitense si mostrava fiducioso che
« la guida economica americana potrà recare alla regione del Pacifico un
grande vantaggio materiale ed una grande benedizione al mondo » ‘°; e
l’esperimento di colonizza- zione interna nella valle del Tennessee che
Wallace propo- neva a modello per il mondo intero, era puntualmente
esa- minato da David E. Lilienthal in Democrazia in cammino (1946).
Un energico richiamo al liberismo, contro i pianifi- catori di qualsiasi
colore, fossero fascisti, comunisti, o i sostenitori del « collettivismo
graduale » degli Stati demo- cratici, veniva da un altro esponente
democratico ameri- cano, Walter Lippmann: ne La giusta società — la cui
edi- zione originale era del 1936 — egli si dichiarava debitore
della « critica a una economia razionalizzata » svolta da von Mises e von
Hayek, ma anche da Keynes — « la cui opera è tutta volta a dimostrare che
l’economia moderna può essere regolata senza ricorrere alle dittature ed
è com- patibile con istituzioni libere » —, e cercava di dimostrare
che la libertà dell'individuo era assicurata dai principi origi- nari del
liberismo depurato di quelle degenerazioni che ave- vano portato a
processi di concentrazione produttiva — « il principio basilare del
liberalismo è [...] che il mercato deve essere lasciato libero di
funzionare, ed anzi perfezio- nato, come regolatore principe e primo
della divisione del lavoro » —, non senza usare toni apocalittici di
sapore puri- tano che ritroviamo in altri esponenti del mondo
anglosas- sone: « Gli uomini vivono in un mondo torbido, dove non
si guarda più con fiducia alla Provvidenza divina, quale ente regolatore
delle cose umane, dove il costume eredi- tato ha cessato d’essere di
guida e la tradizione non pi 41 Cfr., per l’attenzione di cui era
oggetto da parte comunista, Inter- vista con Wallace, in «l’Unità », 17
aprile 1947. 42 H.A. Wallace, Lavoro per tutti, traduzione di G.
Olivetti, Torino, Einaudi, santifica le vie fino adesso battute » ‘*. È
lo stesso Lipp- mann che ne La politica estera degli Stati Uniti e ne
Gli scopi di guerra degli Stati Uniti (1946) manifesta la sua
tendenza democratica sostenendo la necessità di un accordo USA-URSS per
il mantenimento della pace mondiale, ma al tempo stesso giustifica
l’espansionismo americano e coglie l’occasione per ammonire l’URSS che «
per quanto corrette possano essere le nostre relazioni diplomatiche, esse
non saranno quelle relazioni veramente buone quali dovrebbero
essere, finché nell'Unione Sovietica non saranno state in- staurate le
fondamentali libertà politiche e umane » ‘*. 12. La rottura
dell’unità antifascista e il rapporto col PCI La spaccatura
politica che si ha nel paese nel mag- gio 1947 ha profonde ripercussioni
sulla casa editrice, i cui legami col PCI si stringono ulteriormente
provocando un sensibile mutamento negli indirizzi culturali. Anche
dopo la fine dei governi di unità antifascista, all’interno del PCI
non scomparve completamente la prospettiva di una al- leanza con gli
intellettuali democratici: se al VI congresso del gennaio 1948 Togliatti
invitava a serrare le fila — « La nostra attività ideale non può non
avere, come l’attività pratica, l'impronta di partito » ‘ —, nel dicembre
dello stesso anno Alicata, pur notando che «la borghesia del nostro
paese sta compiendo un tentativo estremo per rior- ganizzare in senso
reazionario la cultura italiana, per tra- sformarla ancora una volta in
una efficiente barriera ideo- logica contro il marxismo », con la
collusione di cattolici e liberali in un « blocco antirazionalista »,
invitava a « conti- nuare a lavorare per costituire un fronte della
cultura il #3 W. Lippmann, La giusta società, a cura di G.
Cosmelli, Roma, Einaudi, 1945, pp. 6, 9, 41, 221. Lippmann era autore
anche di A Preface to Moradls (1929). 44 W. Lippmann, Gli
scopi di guerra degli Stati Uniti, Torino, Einaudi, 1946 (ediz. originale
1944), p. 136. 45 Rapporto al VI congresso del PCI del 5-10 gennaio
1948, in P. Togliatti, La politica culturale, cit., p. 90.
354 Le origini della casa editrice Einaudi più
possibile ampio » ‘*. La situazione oggettiva non ren- deva tuttavia
immediatamente praticabile, come nel 1945- 46, questa indicazione, e il
rapporto privilegiato che si venne istituendo fra PCI ed Einaudi provocò
profonde lace- razioni — di cui è esempio la vicenda de « Il Politecnico
» — e contrasti interni fra i collaboratori. La casa editrice
riuscf comunque a mantenere una sua sfera di autonomia — basti pensare ai
settori letterario, storico e filosofico — che le permise di non essere
isolata e, al tempo stesso, di non istituzionalizzare il suo legame col
partito. Proprio il carattere non ufficiale del suo rapporto
col PCI aveva permesso che questo individuasse in Einaudi il canale
più adatto, anche se non unico, per diffondere la conoscenza del marxismo
nella cultura italiana. La deci- sione di affidare a Einaudi, piuttosto
che all’editoria di par- tito, gli scritti di Gramsci, si situa appunto
in un quadro che vedeva la pubblicazione, da parte della casa
editrice, di testi di Monti, Sforza, Sturzo, Nenni, Togliatti,
Grifone e Sereni, e la proposta di edizione delle opere di Salve-
mini o, su suggerimento anche di Togliatti, di quelle di Dorso e dei
Discorsi di Giovanni Giolitti *”. L’uscita, nel 1947, delle Lettere di
Gramsci — che, come osservava 46 M. Alicata, Una linea per l’unità
degli intellettuali progressivi, ora in Inzellettuali e azione politica,
cit., pp. 81, 84. 40 In una lettera all’editore del 23 gennaio 1947
Muscetta avver- tiva, a proposito di Dorso di cui curerà le opere: « Bada
che il Partito Comunista, appena Togliatti avrà visto i manoscritti
inediti, desidera farsi promotore dell’edizione »; il 20 settembre
scriveva che Togliatti desiderava che fosse Einaudi a stampare Dorso
(cfr. anche l'esplicita richiesta di Togliatti a Einaudi del 24 settembre
1947, in AE, Togliatti), e il 1° dicembre si scusava per non aver inviato
i manoscritti di Dorso: « Ma non era mica io a tenermeli. Era Togliatti,
e ce n'è voluto per riaverli »; il 4 marzo 1949 Giolitti avvertiva
l’editore che Togliatti aveva approvato la prefazione alle opere di Dorso
(AE, Muscetta, Giolitti). Il contributo di Dorso — morto all’inizio del
1947 — « dal marxismo può essere accettato per essere sisterzato »,
affermò Franco Rodano (Guido Dorso, in «Rinascita », IV (1947), p. 11).
Il 31 ottobre 1946 Muscetta proponeva a Pavese i Discorsi di Giolitti con
prefazione di Salvatorelli, e il 16 marzo 1947 gli scriveva: « Giolitti è
stato già da tempo gradito dal Togliatti » (AE, Muscetta). Inoltre, il 2
dicembre 1947, Bobbio interpellava Dal Pane per una raccolta di scritti
rari o inediti di Labriola, « magari come inizio di una più ampia
raccolta dell’opera filosofica e storica del Labriola » (Archivio privato
Bobbio). Felice Platone, « sono in buona parte come una introdu-
zione generale agli scritti che verranno dopo e ambiente- ranno il
lettore meglio di qualsiasi prefazione » —, costituî un inusitato
successo editoriale, se nel giugno 1949 la tira- tura era arrivata a
43.526 copie, di cui 37.254 vendute ‘*. Nel 1948 cominciò la
pubblicazione dei Quaderni del car- cere, che fu accompagnata tuttavia,
da parte della casa editrice, da impazienze e dubbi sulle reali
intenzioni del partito, se il 15 maggio 1947 Cantimori poteva
scrivere a Einaudi che con quelli della edizione di Gramsci
bisognerebbe usare mezzi feroci. Mi han fatto vedere il volume sulla
storia degli intellettuali, o com'è il titolo preciso, quello insomma
dove si parla di Croce, e dei problemi filosofici: è pronto (a meno di
una revisione del dattilo- scritto pessimo), e chi sa perché non lo fanno
uscire [...]. Sembra che qualcuno abbia scrupoli per le critiche al Croce
che ci sono in quel volume [...]. Ho protestato contro questi scrupoli,
con chi voleva sentire e con chi non voleva, Ma che cosa aspettano,
che Croce sia morto, per poi farsi dire da qualche stupido che non si
è avuto coraggio di pubblicare le critiche Croce vivo? E lo stupido
sembrerebbe aver ragione! Appena tornerò a Roma mi butterò alla carica
49. E il 15 ottobre 1948 gli faceva eco Einaudi che, prote-
stando con Togliatti per il ritardo del « si stampi » per i quaderni su
Gli intellettuali e l’organizzazione della cul- tura, invitava il
dirigente comunista a evitare « una tempo- ranea battuta di arresto »,
essendo 48 AE, Platone. Già il 7 giugno 1945 Togliatti aveva
scritto a Einaudi: « siamo perfettamente d’accordo sulle sue proposte
riguardanti l’edizione completa delle opere di Gramsci. Vogliamo solo
porre due condizioni: 1) Eventuali prefazioni e note di singoli volumi
che Ella vorrà pubbli- care in collane particolari, debbono avere la
nostra approvazione. 2) La Direzione del P.C.I., pur concedendo a Lei
tutti i diritti per questa edi- zione e le successive ristampe, si
riserva la proprietà letteraria dell’opera » (AE, Corrispondenza
editoriale Torino-Roma 1945). 49 Cantimori a Einaudi, 15 maggio
1947; lo stesso giorno Cantimori scriveva a Balbo: «La Direzione del
Partito farebbe meglio a spicciarsi a consegnarvi le opere di Gramsci
invece di farle conoscere a spizzico [...], o di avere scrupoli perché si
critica Croce »; il 30 settembre 1947 Balbo — su suggerimento di Einaudi
— inviava a Cantimori le bozze de // materialismo storico e la filosofia
di Benedetto Croce «in via privatissima affinché tu potessi, dando una
scorsa veloce, segnalarci eventuali notevoli lacune » (AE,
Cantimori). 356 Le origini della casa editrice Einaudi
ormai chiaro a tutti che Gramsci serve ai nostri compagni per raf-
forzarsi ideologicamente, per imparare a ragionare e a porsi dei
problemi, che Gramsci serve agli intellettuali non comunisti per far loro
misurare nella sua pienezza la nostra forza ideologica. Non solo, ma è
dimostrato che attraverso Gramsci molti intellettuali si avvicinano al
nostro partito e, sovratutto, si creano delle alleanze 41°.
L’operazione che riusci con Gramsci non ebbe suc- cesso — anche per la
difficoltà di trovare i testi originali e traduttori preparati — per il
progetto di una « Collana marxista » di cui Einaudi aveva parlato a Lucio
Lombardo Radice già il 5 gennaio 1945 ‘, e che nella fase di prepa-
razione occupò, fra gli altri, Manacorda, Cantimori, Emma Cantimori
Mezzomonti, Luporini, Massolo, Bobbio, Balbo e Giolitti. Su questo
terreno si era già impegnata, subito dopo la liberazione di Roma,
l’editrice comunista Nuova Biblioteca diretta da Carlo Bernari e per la
quale Cantimori era stato incaricato di dirigere la collana « Pensiero
sociale moderno » ‘“; l’iniziativa non ebbe tuttavia seguito e,
prima che fosse ripresa dalle edizioni Rinascita, alcuni dei cura-
tori previsti confluirono nel progetto einaudiano. Ma già nel luglio 1945
la collana veniva definita « minor » ‘, e 40 AE, Togliatti.
41 « Nell’intendimento di soddisfare un’esigenza oggi largamente
dif- fusa, la mia casa ha deciso la pubblicazione di una “Collana
Marxista” »; a Lombardo Radice Finaudi offriva la cura dell’Indirizzo
inaugurale di Marx del 1864 (AE, L. Lombardo Radice). 412
Cfr. G. Manacorda, Lo storico e la politica. Delio Cantimori e il partito
comunista, in Storia e storiografia. Studi su Delio Cantimori. Atti del
convegno tenuto a Russi (Ravenna) il 7-8 ottobre 1978, a cura di B. V. Bandini,
Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 67-70. 413 .Manacorda a Bobbio, 18
luglio 1945; i testi già « in lavorazione », non esistendo più il
pericolo di interferire con la Nuova Biblioteca, che «non fa praticamente
nulla », erano: Manifesto e scritti preparatori (Emma Cantimori), Guerra
civile in Francia (Enzo Lapiccirella), Lotte di classe in Francia (Mario
Manacorda), Ideologia tedesca (Arturo Mas- solo e Cesare Luporini),
l’Imzperiglismo di Lenin (Bianca Maria Luporini) (Archivio privato
Bobbio). Il 10 maggio 1945 Renata Aldrovandi scriveva da Milano a Einaudi
che «con Misha {Michele Kamenetzki, che assumerà in seguito lo pseudonimo
di Ugo Stille] è stata discussa una collezione di civiltà marxista —
raccolta di autori meno classici di quelli del tuo programma ma
imperniata sui problemi pit partico- lari e attuali (es. il libro di
Sereni sull’agricoltura in Italia, ecc.): questa collana sarebbe
costituita in parte con libri che ha Vittorini, e in parte con la critica
di libri italiani visti alla luce marxista » (AE, Corrispon- denza
editoriale Torino-Roma 1945). una circolare editoriale annunciava testi
brevi di Marx; Engels, Lenin e Stalin, col sussidio di un commento
espli- cativo, per « orientare il lettore verso certi punti fermi
del marxismo, e di introdurre allo studio del marxismo, evi- tando
quegli accostamenti attraverso materiale di seconda mano finora tanto
frequenti e tanto nocivi » ‘*. Il progetto naufragò definitivamente nel
dicembre 1946, quando Balbo propose a Giolitti di inserire i vari testi
marxisti nelle col- lane esistenti e di farne una scelta accurata in modo
da « mantenere le nostre caratteristiche di Casa editrice rivolta a
un pubblico abbastanza colto o addirittura di studiosi » ‘. Non mancarono
le proteste del PCI per il fallimento della collana, finché nel 1948, in
coincidenza con la pubblica- zione del primo testo, Le lotte di classe in
Francia di Marx — nell’« Universale » #9 —, Togliatti scrisse a
Einaudi che « per i classici io non sarei favorevole a passare a te
l'iniziativa editoriale » ‘”. Si registrava cosî un pesante ri- tardo
nella diffusione del marxismo, reso evidente, ad esempio, dal fatto che
ancora nel 1947 « Rinascita » pub- blicava elenchi di testi di Marx ed Engels,
in varie lingue e 414 Circolare s.d. (ibidem). . 45.
Balbo a Giolitti, 10 dicembre ’46; nella risposta del 24 dicembre,
Giolitti si dichiarava d’accordo (AE, Giolitti). Assai riduttiva era
invece la proposta di Muscetta, che per il Manifesto suggeriva «la
classica traduzione di Pompeo Bettini e una prefazione di un tipo come
Um- berto Morra: proprio adatta al gran pubblico dei non marxisti»
(all’e- ditore, 21 giugno 1947, in AE, Muscetta). . #16 Il 5
settembre 1947 Einaudi scriveva a Cantimori che, «in se- guito allo
smistamento della ex-collana marxista », aveva proposto a Chabod di
includere il volume negli «Scrittori di storia »; Cantimori rispondeva di
non essere d'accordo perché le Lotte di classe costituivano «un grande
esempio di analisi critica politico-sociale, economico-politica, ma non
un libro di storia come invece può essere considerato il 18 Brumaio che
tratta lo stesso argomento ma a svolgimento storico con- chiuso »; il 13
settembre Chabod dichiarava a Einaudi di condividere le ‘osservazioni di
Cantimori, in quanto l’opera di Marx era « un'analisi politico-sociale,
che è al tempo stesso un programma d'azione. Sul genere, insomma, dei
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio del Machiavelli » (AE,
Cantimori, Chabod). . 4? AE, Togliatti. Le proteste del PCI per il
fallimento della « Col- lana marxista » sono registrate, ad esempio, da
una lettera di Gio- litti all'editore del 16 aprile 1947: «Togliatti,
impazientito per i ritardi di queste pubblicazioni, ha esortato le
edizioni del Partito a pubblicare senza indugi» (AE, Giolitti).
358 Le origini della casa editrice Einaudi in
vecchie edizioni, presenti nelle biblioteche italiane. È in questo
quadro, di disinformazione e disorienta- mento, che si colloca il « caso
» di Gustavo Wetter,. il gesuita austriaco professore al Pontificio
Istituto Orien- tale in Roma, autore de I/ materialismo dialettico
sovietico. Il libro era stato presentato da Balbo come opera «
seria ed onesta, di carattere informativo, filologicamente cor-
retta e documentata, compiuta tutta su testi originali non accessibili
agli studiosi italiani per molto tempo. Le poche osservazioni critiche,
naturalmente condotte con metodo scolastico, sono però sempre
intelligenti e non settarie ». Bobbio ne prendeva atto, pur con qualche
dubbio, e un anno dopo Cantimori — particolarmente incline a
presen- tare come opere « documentarie » i testi di autori
spiritua- leggianti, come Capitini o Toynbee — esprimeva il suo
parere positivo: « è chiaro che è il libro d’un gesuita e non di un
comunista; è un libro utile, per le discussioni e retti- ficazioni che
provocherà » ‘. Ma, se Miccoli nota opportu- namente che il libro fu
pubblicato un anno dopo questo parere, « in un momento infelicissimo per
le “discussioni e rettificazioni”, evidentemente pacate, alle quali
pensava Cantimori » ‘, è difficile non cogliere l’atteggiamento
patti- giano dell’autore, che nel 1953 dedicherà su « La Civiltà
cattolica » un ritratto a Giuseppe Stalin demone dell’antire- ligione.
Nonostante l'avvertenza editoriale — che presen- tava l’opera come «
informatissima e aggiornata » dichia- rando al tempo stesso un «
fondamentale dissenso dalle premesse e dalle conclusioni dell'Autore » —,
Wetter affermava infatti che per i sovietici la filosofia era
ancella della politica, coglieva una presunta « affinità tra la
filo- sofia di Lenin e la filosofia religiosa russa » — «
nell’intui- zione d’un nesso e d’un’unità reali in cui fra loro si
uni- 418 Balbo a Bobbio, 17 ottobre 1945 (Archivio privato
Bobbio); Bobbio a Balbo, 20 ottobre 1945 (Archivio privato Balbo). Il 10
dicembre 46 Balbo scriveva a Giolitti che il testo era stato revisionato
da Can- timori, mentre il 19 giugno 1947 Giolitti, in una lettera a
Serini, diceva di aver preparato l’avvertenza al volume (AE,
Giolitti). 419 G, Miccoli, Delio Cantimori, cit., p. 253 (anche per
il siind a Toynbee}. Su tutta la vicenda cfr. anche G. Manacorda, Lo
storico -e la politica. Delio Cantimori e il partito comunista, cit., pp.
78-81. 359 scono tutte le cose del
mondo » —, e concludeva che «i materialisti dialettici sovietici, per non
esser costretti ad assoggettarsi a Dio, si gettano nelle braccia d’un
idolo. È forse altro, invero, quella materia a cui, negato Iddio,
ven- gono trasferite tutte le prerogative divine? » ‘’. Erano
quindi giustificate le lodi de « La Civiltà cattolica » *" e la
violenta stroncatura del volume da parte di Giuseppe Berti, che ne
sottolineava gli errori, la tendenziosità antisovietica, il
privilegiamento di sconosciuti intellettuali sovietici, e accusava di «
incredibile leggerezza » quei marxisti che ‘ave- vano consigliato la sua
pubblicazione ** — che fu un « er- rore », come riconoscerà più tardi lo
stesso Cantimori ‘* Una riflessione sul marxismo priva di preconcetti
rimase quindi limitata, in questi anni, a Ordine e vita del biologo
inglese Joseph Needham (1946), un volume già proposto da Alicata nel 1941
.che concludeva la sua analisi scienti- fica con l’accettazione del
materialismo dialettico ‘4; mentre una conoscenza dell’Unione Sovietica
più equilibrata di quel. la fornita dagli studiosi statunitensi fu
avviata — prima che nel 1950 fosse tradotta l’opera dei coniugi Webb respinta
da Giulio Einaudi nel 1938 ‘5 — con la traduzione di saggi di altri
autori inglesi, significativamente caratterizzati da un acritico
confronto con l’esperienza del cristianesimo primi- tivo. In Un sesto del
mondo è socialista l’alto prelato angli- 40 G.A. Wetter S.J., Il
materialismo dialettico sovietico, Torino, Einaudi, 1948, pp. XI, 393,
397, 399. A. Brucculeri, Scientismo marxista, in « La Civiltà
cattolica », 99 (1948), vol. I, pp. 508-512; cfr. anche, contro la
critica di ‘« Voprosy filosofii » all’edizione tedesca del volume, U.A.
Floridi, Materialismo dialettico e critica sovietica, in «La Civiltà
cattolica», 104 (1953), vol. Rio pp. 302-308. ° « Società »,
III (1947), pp. 705-716. n G. Miccoli, Delio Cantimori, cit., p.
253 n 44 Cfr. Alicata a Einaudi, 27 novembre 1941 (AE, Alicata), e
la favorevole recensione di Lucio Lombardo Radice in « Rinascita »,
III (1946), pp. 134-135. 45 Il 3 dicembre 1948 Mario Motta
scriveva a Einaudi: «I sondaggi sul Webb sono stati eseguiti. Tutto bene.
Il libro non è mai stato attaccato nell'Unione. Tanto Togliatti che
Sereni sono d'accordo sulla sua diffusione anche all’interno del Partito.
Togliatti però pensa ‘che forse sarebbe bene alleggerire l’opera di tutte
quelle parti documentarie che non hanno più un interesse attuale (per es.
la costituzione sovietica ecc.) » (AE. Motta). 360
Le origini della casa editrice Einaudi cano Hewlett Johnson
partiva infatti dalla constatazione dell’assenza di una base morale nel «
sistema » occidentale per cogliere nell’organizzazione della società
sovietica la possibilità di sviluppo di quei valori umani che « sono
per chi scrive indissolubilmente legati con la religione e la
tradizione cristiana » ‘9; un analogo afflato religioso per- corre Fede,
ragione e civiltà del laburista Harold J. Laski, per il quale
è difficile vedere su quali basi possa essere ricostruita la
tradizione della civiltà; all’infuori di quelle su cui si fonda l’idea
della rivolu- zione russa. Essa corrisponde, prescindendo dagli elementi
sopranna- turali, con esattezza considerevole al clima spirituale nel
quale il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'Occidente
[...]. Ovun- que si è affermata, l’idea della rivoluzione russa ha
suscitato nei suoi esponenti un’aspirazione ardente alla salvezza
spirituale 47 I più stretti rapporti instaurati nel 1947 col PCI
tro- vano comunque espressione soprattutto nella pubblicazione di
testi di politica e di economia. Esce nel 1948 Il Mezzo- giorno
all’opposizione (Dal taccuino di un ministro în con- gedo) di Emilio
Sereni che, sollecitato nel febbraio dello stesso anno da Balbo a fornire
un parere sulla traduzione di The great conspiracy in cui Michael Sayers
e Albert E. Kahn analizzavano la « cospirazione antisovietica »
dalla Rivoluzione d’ottobre al secondo dopoguerra — un libro,
affermava Balbo, « estremamente utile in se stesso, e oggi, per la
campagna elettorale » —, chiedeva, anche a nome di Togliatti, di
accelerarne la pubblicazione perché il vo- lume — tradotto nel 1948 in «
Politecnico biblioteca » — era « ancor nuovo e di grande interesse per il
pubblico italiano e può avere ora una grande efficacia propagandi-
46 H. Johnson, Un sesto del mondo è socialista, a cura di A.
Taglia- cozzo, Torino, Einaudi, 1946 (ediz. originale 1944), pp. 7, 9;
cfr. la recensione di Mario Montagnana i in « Rinascita », III (1946),
pp. "333 -334. 42 H.J. Laski, Fede, ragione e civiltà. Saggio
di analisi storica, tradu- zione di È. Bedetti Aloisi Torino, Einaudi,
1947 (ediz. originale 1944), p. 60. Del leader laburista fu pubblicato su
«l'Unità » del 12 settem- DE sai l’articolo «Ux popolo veramente libero »
crea la nuova Ceco- slovacchia. 361 H fascismo
e il consenso degli intellettuali stica » ‘**, Alla fine del 1949,
in un momento in cui il pro- blema della terra si era riacutizzato con le
lotte contadine nel Mezzogiorno, Balbo si rivolgeva ancora a Sereni
per invitarlo a scrivere quella storia dell’agricoltura italiana di
cui si avvertiva il bisogno in un paese « che nella risolu- zione del
problema agricolo ha uno degli aspetti più deli- cati dell’intero
problema politico del suo sviluppo » * legata all’attualità politica era
anche l’Introduzione alla riforma agraria pubblicata nel 1949 da Ruggero
Grieco, che nello stesso anno, di fronte a « una palese offensiva
contro la costituzione delle Regioni » da parte della DC propo-
neva una raccolta di suoi scritti su Unità statale e decentra- mento
regionale in Italia*®, E una più stretta collabora- zione fra la casa
editrice e il partito veniva chiesta da Einau- di a Togliatti nel 1948
per promuovere in Italia una mag- giore conoscenza della cultura
sovietica, che avrebbe dovuto essere rappresentata non solo da I/
marxismo e la questione nazionale e coloniale di Stalin (1948), ma anche
da « un’am- pia scelta di scritti di Zdanov » curata personalmente
da Togliatti ‘!. È inoltre in questo periodo che si
intensifica il ruolo di Antonio Giolitti nell'esame e nella proposta di
testi di eco- nomia, con la consulenza, da Londra, di Piero Sraffa.
Ebbe 48 Balbo a Sereni, 3 febbraio 1948, e Sereni a Einaudi, 12
febbraio 1948 8 (AE, Sereni). 429 Balbo a Sereni 27 dicembre
1949, e Sereni — che accettava — a Balbo, 19 gennaio 1950; nel 1947
Sereni propose anche un'antologia intitolata Bertoldo, i canti
dell’oppressione, del lavoro, della lotta (AE, Sereni). 4 «La
nostra posizione sull’ordinamento regionale e, quindi, a sostegno della
creazione delle Regioni, parte da due considerazioni fondamentali: dal
fatto che noi siamo sinceri fautori del decentramento amministrativo
regionale (l’ordinamento regionale cosi com’è stato sancito dalla
Costituzione non è dovuto al nostro concorso, se non in parte) e dal
fatto che la Costituzione deve essere applicata: se si comincia con il
rivedere questo o quel punto della Costituzione, si finirà col far
crollare la Repubblica », scriveva Grieco a Einaudi il 30 maggio 1949
(AE, Grieco). 41 Einaudi a Togliatti, 15 ottobre 1948; il 19
ottobre Togliatti rispondeva di essere d’accordo anche per la scelta di
scritti di Zdanov: «Quella che fa il partito non uscirà dalla cerchia del
partito. L'hanno cacciata in una collezione che si intitola: “Educazione
comunista”. E chi votrà farsi educare da noi? » (AE, Togliatti).
362 Le origini della casa editrice Einaudi
peso il suo giudizio negativo sull’opportunità di tradurre il saggio di
Sidney Hook sul marxismo — accusato di « trotskismo » da Togliatti 4 —,
cosî come la presenta- zione di Political economy and capitalism di
Maurice Dobb, che sarà tradotto nel 1950: in un parere editoriale
dell’ot- tobre 1947, che mette in evidenza il distacco dalla prece-
dente produzione della casa editrice in campo economico, Giolitti
attribuiva a Dobb il merito di cogliere il nesso tra Marx e
l’economia classica, di cui sono dimostrati ‘il vigore scientifico e il
carattere progressivo, mentre le successive teorie « soggettive » del
valore (scuola austriaca, « utilità margi- nale », ecc.) manifestano — a
un’indagine critica che sappia situarle storicamente — il loro
significato ideologico conservatore. La teoria marxista del valore è
convalidata sul terreno sperimentale, nella sua capacità di
interpretazione e di previsione di fronte ai fenomeni più moderni
dell’economia capitalistica (crisi, monopoli, ecc.). Un bel- lissimo
capitolo sull’imperialismo analizza le origini economiche del fascismo.
L’ultimo capitolo — sulla validità delle leggi economiche nell’economia
socialista — risponde efficacemente alle obiezioni mosse da Hayek, von
Mises e C. alla pianificazione economica col- lettivistica: e dimostra la
perfetta coerenza dell’economia pianificata con le posizioni veramente
valide e feconde dell’economia classica {la scoperta di questo nesso costituisce
forse l’elemento più interes- sante di tutto il libro, che proprio per
questo segna una data nella scienza economica) 43, Si
profila cosi un orientamento che, sia pure con ritardo, pone fine
all’ideologia liberista che aveva fin allora carat- terizzato la casa
editrice. Mentre Cesare Dami, collabora- tore di « Società » per i
problemi economici, mette a con- fronto in due testi del 1947 e del 1950
l’economia liberale con quella pianificata, con una chiara preferenza per
que- st’ultima *, la Relazione su l’impiego integrale del lavoro
43 Cfr. G. Manacorda, Lo storico e la politica. Delio Cantimori e
il partito comunista, cit., p. 70. Anche Giolitti, scrivendo a Einaudi il
29 agosto 1946, giudicava trotzkista l’autore: «Ora tu sai che la tua
casa è stata accusata di zoppicare un po’ da questa gamba (Reed,
Franklin, Hemingway); perciò reputerei politicamente inopportuna la
pubblicazione, da parte tua, di un libro di S. Hook » (AE, Giolitti). Si
trattava, probabilmente, di From Hegel to Marx: studies in the develop-
ment of Karl Marx (1936). 43 AE, Giolitti. 44 C. Dami,
Economia collettivista ed economia individualista (1947), ed Esperienze
di economia pianificata in una società libera di William Beveridge (1948) e
Gli insegnamenti economici del decennio 1930-1940 di H. W. Arndt
(1949) suggeriscono l’intervento regolatore dello Stato nell'economia,
venendo incontro all’esigenza, espressa da Giulio Einaudi, di « fare
libri che tengano conto del- l'economia dei paesi occidentali e ne
facciano una critica. Non trascurare certi filoni del laburismo inglese i
quali ten- gono conto dell’economia classica e la criticano
continua- mente al vaglio delle riforme richieste dalla crisi
dell’impe- rialismo » *, La realizzazione di questo nuovo
indirizzo apparve tut- tavia insoddisfacente a chi, come Balbo, pur
consigliando testi come quello di Wetter, concepiva il lavoro
editoriale come continuo suggerimento di problemi, senza la pretesa
di orientare dall’alto, didatticamente, il lettore. Prendendo spunto
dalla pubblicazione de La teoria del diritto nel- l'Unione sovietica di
Rudolf Schlesinger (1952), Balbo si rivolgerà a Einaudi, in uno dei suoi
ultimi interventi prima del distacco dalla casa editrice, per affermare
che libri « sulla linea di Schlesinger, Cole, Webb, Hook prima ma-
niera, Wallace ecc., insomma libri anglosassoni progressivi e corretti
verso URSS e comunismo sono libri utili, se vuoi, ad una provvisoria
propaganda ma non sono libri di vera cultura. Paiono vicinissimi a
capire; in realtà milioni di anni luce li separano da una vera
comprensione. Nel loro fondo, che non tutti avvertono esplicitamente ma
che tutti sentono subcoscientemente, quei libri sono oppio sottile:
fanno in maniera più inavvertibile e quindi anche meno significativa
culturalmente e più pericolosa, ciò che fece Croce in modo scoperto,
chiaro e cosciente » ‘#. Nel gen- naio 1949, intervenendo a una riunione
editoriale sulla « Biblioteca di cultura economica », egli aveva affermato
che il PCI « non deve prendere posizione, avallando la collana; ma di
volta in volta può consigliare o meno i vo- lumi. La Casa deve svolgere
la funzione di Casa editrice e 435 AE, Verbali delle riunioni
editoriali 1949-1950 (riunione del 12-13 gennaio 1949). 4% Pro-memoria
per il dott. Einaudi (AE, Balbo). 364 Le origini
della casa editrice Einaudi non può fare biblioteche di partito »
‘”. Era una critica im- pietosa — nel paragone con Croce — e forse «
anacroni- stica », in quanto non teneva conto dei condizionamenti
imposti dall’imperante clima di guerra fredda: una critica alla
propaganda e al monolitismo culturale che veniva in parte a contraddire
il positivo accoglimento, da parte di Balbo, del nuovo orientamento
assunto dalla casa editrice nel 1947. La fine dell’eclettismo e delle
incertezze proprie della produzione editoriale del 1945-46 era stata anzi
auspi- cata da Balbo, che aveva accolto la « svolta » del 1947 non
come indice di una subordinazione al PCI, ma come l’inizio di una
politica d’intervento più organica e avanzata. Già nel dicembre 1946,
informando Franco Rodano di un suo ooqui con l’editore, affermava che
Einaudi aveva deciso i mettersi a fare l’editore sul
serio, cioè di affidare la fabbricazione dei libri specialmente di tema
politico-economico e strutturale (mi capisci!) ecc. alle forze migliori
che oggi sono inserite nel processo democratico del paese. A farla breve
si tratta di creare tutta una rosa di libri seri, impegnativi e urgenti
sui problemi che possono concre- tare sul serio il nuovo corso:
capitalismo di stato in concreto, per- manenza amministrativa del
fascismo, situazione culturale generale da un punto di vista direi di
geografia culturale, problema igienico nazionale, problema agrario ecc.
Si tratta naturalmente anche di dare inizio finalmente a certi temi di
marxismo teorico consoni alle esi- genze attuali 48,
concludeva proprio nello stesso momento in cui — anche col suo avallo —
naufragava il progetto di una « Collana marxista ». Il «
nuovo corso » della casa editrice suggerî a Balbo una serie di scritti
programmatici che si collocano nel pe- riodo immediatamente successivo
alla crisi del maggio 1947, e che hanno il loro principale obiettivo
polemico nell’idealismo crociano. Il 21 giugno di quell’anno egli
inviava a Einaudi una serie di proposte, accomunate dal titolo
significativo « L’Anticroce », che Giolitti farà pro- 437 AE,
Verbali delle riunioni editoriali 1949-1950 (riunione del 12-13 gennaio
1949). 438 AE, Rodano. prie,
relative al rinnovamento delle varie collane — preve- dendone una nuova
di « cultura sociale-politica » —, par- tendo dalla considerazione che la
cultura idealistica, « inva- lidando per principio le possibilità stesse
degli studi socio- logici e in genere degli studi umanistici condotti con
metodi scientifici o fenomenologici », aveva soffocato una nascita
autonoma di questi studi in Italia **. Poco dopo, in un articolo di
risposta alla recensione fatta da Croce, nel luglio 1947, alle Lettere di
Gramsci, prendeva spunto da una frase di Croce — « gli odierni
intellettuali comunisti ita- liani troppo si discostano dall’esempio del
Gramsci, dalla sua apertura verso la verità da qualsiasi parte gli
giun- gesse » — per affermare: Riconosciamo che in ciò vi è
del vero, che molti di noi si manten- gono al di sotto di quel livello
sia nelle intenzioni, sia nelle realiz- zazioni. Ma dobbiamo anche
ricordare a Croce che molti intellettuali comunisti cercano sul serio di
migliorarsi e di imparare e che co- munque il livello degli altri
intellettuali italiani è forse ancora più basso del nostro, se non si
vuole continuare a scambiare per cultura l’arcadia, la raffinatezza fine
a se stessa, l’educazione ipocrita. Soprat- tutto dobbiamo ricordare a Croce
la realtà che egli più ha dimen- ticato nel suo pensiero e che ne è certo
stata la ragione più grave di debolezza: questa realtà è il popolo, il
popolo oppresso, spesso ignorante e violento, quel « volgo » che egli
disprezza e che è pur formato di uomini come noi e come lui [...]. Forse
allora compren- derebbe che Gramsci non può essere diviso dal suo
partito, che Gramsci appartiene a tutta la cultura italiana, ma che il
partito comunista italiano è parte integrante della cultura e del
pensiero di Gramsci, è parte integrante della cultura italiana #0,
Può quindi apparire tUn’ironia della storia che l’inter- vento più
organico del Balbo « militante », sulla Cultura antifascista, fosse nato
come promemoria per Einaudi e che, al tempo stesso, venisse pubblicato
con alcune modifiche, nel dicembre 1947, nel numero col quale « Il
Politecnico », dopo le critiche di parte comunista, fu costretto a
termi- nare le pubblicazioni. E di AE, Balbo; cfr. anche
Giolitti a Einaudi, 4 luglio 1947 (AE, iolitti). 40 AE, Balbo
(articolo per «l'Unità »); la recensione di Croce è ora in Due anni di
vita politica italiana (1946-1947), Bari, Laterza, 1948, pp.
146-149. 366 Le origini della casa editrice
Einaudi Oggi l’Italia è tutta piena di Benedetto Croce (e, nota,
del Croce deteriore) e ancora è tutta piena, contrariamente alle
apparenze, di Gentile — scriveva Balbo — [...]. La mentalità papiniana,
giuliot- tesca, prezzoliniana è rimasta come un substrato generalizzato e
dif- fuso nel retroterra culturale di ognuno. Le categorie di giudizio,
sia culturale, sia politico, si muovono ancora completamente su di
un terreno che va da quello di Mussolini stesso in persona a quello
della Civiltà Cattolica, a quello del più stracco spiritualismo cattolico
di importazione francese e di un esistenzialismo universitario ed
estrin- seco. Insomma in Italia si è rimasti senza Gramsci, senza Dorso
e senza Gobetti. E, rivolgendosi in particolare a Einaudi,
affermava che la casa editrice per la sua struttura, per il
suo passato, per i suoi quadri interni ed esterni, attuali e possibili,
può svolgere un compito fondamentale nel movimento per l’abbattimento
della vecchia egemonia culturale bor- ghese e per la creazione metodica e
sensibile della nuova egemonia culturale proletaria e finalmente moderna
[...]. Strumento e base per la ricerca qualificata e per la
socializzazione è oggi non tanto l’università o la scuola quanto
l’editoria; e, in armonia con una tradizione culturale cara
all’editore torinese, concludeva insistendo per la pubblicazione
delle opere di Gobetti, che avrebbero costituito « uno specchio nel
quale la borghesia più intelligente potrebbe scorgere la “sua vera
faccia” e, per rivalsa, la “falsa faccia” di una borghesia che vuole a
tutti i costi illudersi di saper soprav- vivere al fascismo » ‘'. Cosî,
proprio quando lo scontro nel paese si faceva più duro, a Balbo sembrò
giunto il momento opportuno per realizzare il suo « modello » di casa
editrice: sotto la spinta dell’ottimismo maturarono nella sua
fervida mente nuovi progetti, da quello di una « rivista di
ricerche e sviluppo storico-ideologico » per la quale alla fine del
1947 aveva già impostato il lavoro assieme a Rodano, Motta, Giolitti e
Gerratana, a quello del 1948 — sostitu- tivo della rivista — di una
collana « Il nuovo politecnico » assieme a Vittorini, fino alla proposta,
realizzata nel 1950, di trasformare la « Collana di cultura giuridica »
in « Bi- 41 AE, Balbo. blioteca di cultura politica e
giuridica » *. Ma il terreno sul quale Balbo concentrò i suoi sforzi per
realizzare una cul- tura « critica », tale tuttavia da scontrarsi
duramente col laicismo di Bobbio, fu quello filosofico. Il
primo progetto di una « Biblioteca di cultura filoso- fica » era stato
formulato nel 1941 da Bobbio, che aveva preso contatti con Abbagnano, dal
quale vennero le propo- ste di tradurre la Metapbysik di Jaspers e,
sempre sull’esi- stenzialismo, L'illusione della filosofia della Hersch,
pub- blicato nel 1942 nei « Saggi ». Nel marzo del 1943, dopo
ulteriori contatti con Della Volpe, Banfi, Levi e Garin, Bobbio ritenne
giunto il momento di annunciare l’uscita della collana filosofica
che, al di sopra di ogni pregiudizio d’indirizzi e al di là di una
visione tecnicamente angusta della filosofia, raccoglierà opere antiche e
mo- derne, tanto più accette quanto più trascurate dagli storici della
filo- sofia, e considererà come suo principale fine e suo rigoroso
dovere tener conto della infinita problematicità del pensiero filosofico
attra- verso le sue inesauribili incarnazioni nei diversi tempi e nei
diversi campi del sapere. La collana, che avrebbe dovuto
configurarsi come una via mediana tra i « Classici » Laterza e la «
Cultura del- l’anima » Carabba, prevedeva opere di Butler e di Hume
per l’illuminismo, per 1’800 tedesco Avenarius e i Principi di una
filosofia dell'avvenire di Feuerbach, Kirkegaard e Jaspers per
l’esistenzialismo, Juvalta e Martinetti come rappresentanti della filosofia
italiana contemporanea **. Nel 1943 l’inizio della « Collana di cultura
giuridica », con l’in- clusione delle opere di Binder e Gierke
originariamente previste per la collana filosofica, fece fallire per il
momento l’iniziativa, senza che per questo si fermasse l’attività
di Bobbio, che in una lettera a Banfi presentava la collana
progettata come una raccolta di « libri rappresentativi di quella
filosofia costruttiva (contrapposta alla filosofia spe- 42 Cfr. in
particolare, per questi e altri progetti, i documenti dell’Ar- chivio
privato Balbo. 43 Cfr. in particolare le lettere di Bobbio a
Einaudi del 3 agosto 1941, 26 aprile 1942, 8 marzo e 29 aprile 1943 (AE,
Bobbio). 368 Le origini della casa editrice
Einaud? culativa) che la filosofia italiana ufficiale, e la stessa
storia. della filosofia scritta dagli scrittori ufficiali ha quasi
sempre: ignorato, e che è poi l’unica filosofia veramente “peren-
ne” »; e citava, fra gli altri, scritti di Cattaneo e di Frege,. per
rafforzare la caratterizzazione neo-positivista della col- lana da lui
voluta contro la presenza, che pur non riuscirà a evitare, di un filone
esistenzialista. Erano affermazioni coraggiose nel clima culturale
dell’epoca, rese più esplicite nel luglio 1945 quando Bobbio, nell’atto
di dare finalmente: avvio alla collana, parlò di « libri rappresentativi
di tutte: quelle correnti filosofiche che nel mondo
filosofico-accade- mico italiano — diviso tra idealisti e neo-tomisti in
lotta. fra loro — erano respinte con maggior o minor impeto come:
filosofia non ufficiale » ‘*. La collana diretta da Bobbio e Balbo
iniziò in tono: minore, nel 1945, con I limiti del razionalismo etico
di Erminio Juvalta, di cui tuttavia Geymonat — che lo aveva
proposto — metteva in luce il rifiuto per le « soluzioni puramente
verbali », « il valore impegnativo e profondo di tutta l’attività
politica, sociale ed economica », e la nega- zione del carattere
anti-individualistico del socialismo ** Continuò con le Lezioni di
filosofia di Calogero, caldeggiate da Bobbio ‘, e La mia filosofia di
Jaspers, un testo dal quale: Bobbio prendeva le distanze, ma che,
affermava, « potrà servire ad eliminare diffidenze preconcette e
altrettanto in- consulti entusiasmi », e venire incontro « ad
un’aspetta- tiva talora eccessiva che è in molti » *”. Senza
pretendere: #4 AF, Banfi; Archivio privato Bobbio (Bobbio alla
sede romana, 13 luglio °’45). Il 20 ottobre ’45 Bobbio si dichiarava
d’accordo con Balbo per presentare « le opere rappresentative dei
principali indirizzi di pensiero moderno, da Hegel in poi, senza correr
dietro alla moda» (Archivio privato Balbo). 45 E. Juvalta, I
limziti del razionalismo etico, a cura di L. Geymonat, Torino, Einaudi,
1945, pp. VIII, X-XII. Cfr. anche le lettere dell’editore alla figlia di
Juvalta, 1 agosto 1942 (AE, Juvalta), e di Geymonat a Pavese, 19 febbraio
1943 (AE, Geymonat). #6 Cfr. « Pro-memoria per la Direzione
Generale » della redazione romana, in AE, Corrispondenza editoriale
Milano-Roma 1945. Sul « moralismo » dell’opera di Calogero cfr. le
osservazioni di Nicola Ba- daloni in « Società », III (1947), pp.
140-141. 47 K. Jaspers, La mia filosofia, traduzione di R. De Rosa,
Torino,. Einaudi, 1946, pp. VII-XI (avvertenza di N. B.). di
dare un giudizio complessivo sulla collana, ci sembra sufficiente
accennare al suo carattere articolato, non uni- tario, che riflette le
diverse « preferenze » dei suoi ispira- tori. Sono ad esempio
significativi i giudizi espressi da Bobbio e da Balbo sui Principi della
filosofia dell’avvenire di Feuerbach: presentando la prima edizione
dell’opera, nel 1946, Bobbio osservava che la filosofia di Feuerbach
si collocava « tra la crisi del romanticismo e la nascita del posi-
tivismo », e che dal secondo accoglieva « una netta aspira- zione
antispeculativa, un’accettazione supina ed ingenua della realtà dei
sensi; ma accoglie pure, dal primo, un’invin- cibile ripugnanza a toccare
veramente il fondo del problema concreto, la tendenza ad un sentimentalismo
un po’ faci- le » #*. In occasione della ristampa del 1948, invece,
Balbo notava l’affinità tra il nostro mondo attuale in
particolare italiano, e quello in cui si formò il pensiero di Feuerbach e
in cui ebbe origine il grande movi- mento marxista. La crisi culturale
apertasi con la dissoluzione della filosofia di Hegel è tutt’altro che
chiusa, Ancora permangono sia pure in una diversa fase di sviluppo i
motivi sociali ed economici che l'hanno determinata. E, in Italia,
specialmente per via della filosofia di Croce e di Gentile e del
fascismo, c’è stato un ritardo ideologico nel prendere piena coscienza
della crisi. Croce e Gentile in questo senso sono stati veramente epigoni
hegeliani perché hanno mantenuto vivo di Hegel proprio ciò che di pit
«teologico » in senso feuerbacchiano c’era nella filosofia di
Hegel; e osservava che la passione, il violento
bisogno di aria e di luce reale, « sensibile », con cui Feuerbach rompe
il sistema della « Teologia razionale » di Hegel, l’entusiasmo di Marx e
di Engels nel leggerlo, sono ancora cose nostre, sono esperienze di molti
e molti giovani studiosi e uomini di cultura, in Italia che ancora oggi
cercano di rompere l’idea- lismo e ritrovare il mondo, la realtà
‘9. Un giudizio, questo, da cui è ricavabile non solo la di-
vergenza con Bobbio — che sarà esplicita nel 1950 nel #8 L.
Feuerbach, Principi della filosofia dell'avvenire, a cura di N. Bobbio,
Torino, Einaudi, 1946, p. IX. «9 Significato di una ristampa, in Archivio
privato Balbo. 370 Le origini della casa editrice
Einaudî dibattito fra i due sulla « Rivista di filosofia » ‘*, e
indica una spaccatura all’interno della casa editrice —, ma anche,
nello stesso Balbo, la tensione fra la necessità di proposte positive —
in questo caso, Feuerbach in funzione antiidea- lista — e l’asserita
problematicità del lavoro editoriale. Mentre dimostrava con questo
giudizio il suo « settari- smo » — per usare in senso non dispregiativo
un termine che egli respingeva —, in alcuni « Appunti per
l’imposta- zione delle pubblicazioni filosofiche Einaudi » Balbo
lamen- tava il rinchiudersi del mondo accademico italiano in scuole
e sette, osservava che il giudizio sulle collane filosofiche
dipende in primo luogo dal deci- dere se si tratta di accettare, «
riflettere » e conservare la situazione storico-sociale presente, o se si
tratta di « conoscerla », criticarla e mutarla [...] — e, al tempo
stesso, che — una casa editrice di « op- posizione culturale » come la
Einaudi manca al suo carattere se in un momento storico in cui messuno ha
la soluzione dei gravissimi pro- blemi dell’ora si schiera da una parte o
partito o setta sia pure la pit « intelligente » 0 « colta » o « ben
educata » o « progressiva ». Una casa editrice di opposizione culturale è
una casa editrice che chiede, in tutti i modi che le sono propri, la
soluzione ai problemi dell'ora attraverso alle manifestazioni di bisogni,
problemi aperti, prospettive nuove, fornitura di servizi per la ricerca
teoretica, sensibilità alle voci degli oppressi, degli esclusi, dei
dimenticati ecc. E aggiungeva, lasciando aperta la possibilità di
un recu- pero di forme differenziate di speculazione filosofica: «
Se la situazione culturale è di crisi radicale significa che nulla
più della passata filosofia ci serve per lo meno cosi come
storicamente si è data. Ma quando w%/la più serve o c’è la fine
assoluta o tutto serve » *!. 40 Ora in F. Balbo, Opere 1945-1964,
con introduzione di M. Ran- chetti, Torino, Boringhieri, 1966.
4531 Archivio privato Balbo. Riflettendo ancora su «Senso e
funzione delle pubblicazioni filosofiche Einaudi », Balbo affermava che
una collana filosofica andava concepita «come un servizio da rendersi
alla società italiana », alle « minoranze rivoluzionarie (che innanzi
tutto si formano con la filosofia)», ma che «l’idea di servizio implica
la concezione dei fruitori come totalità, ed esclude quindi a priori una
qualsivoglia ten- denza a identificarsi con i blocchi dominanti »: «la collana
deve mirare a completare, ad allargare e a tenere aperto, cioè a far
progredire 7 va l’orizzonte problematico della situazione filosofica
italiana » ibidem). 371 Quando si
passò alle scelte concrete, il dissidio tra Bobbio e Balbo — che
intendeva riservare un settore della collana al tomismo — non poté essere
che profondo. Il punto su cui siamo d'accordo è questo: massima
apertura — gli scriveva Bobbio il 6 aprile 1952 — [...]. Il guaio è che
la tua parte di chiusura (le correnti empiristiche) coincide
perfettamente con la mia apertura, e la mia parte di chiusura (il
misticismo medio- evale e medioevalizzante) coincide altrettanto
decisamente con la tua apertura. Ti dico francamente che la presenza di
testi come lo Pseudo-Dionigi e Bòhme, in una collana filosofica di una
casa editrice che si presenta come una casa di avanguardia culturale, mi
ha fatto rabbrividire [....]. Doveva essere ben decaduta la filosofia nel
medio- evo se lo Pseudo-Dionigi era destinato a diventare, come tu
giusta- mente riconosci, un fatto decisivo per il pensiero medioevale
[....]. La verità è che tutta la tua impostazione, nonostante la pretesa
di essere della massima apertura, è guidata da una polemica molto
chiara: la polemica contro il pensiero moderno. La cultura
universitaria, aggiungeva Bobbio, soffre di grande nostalgia per
il pensiero teologico, perché sembra che le idee (e anche le cattedre)
siano meglio garantite dalla credenza nei cori angelici di Pseudo-Dionigi
che dal dubbio cartesiano [...]. Credi, se oggi in Italia c’è un lavoro
culturale da fare, è per fermare lo zelo antilluministico, non già per
aiutare i zelatori della Contro- riforma a chiuderci la bocca. Bada che a
giudicare come vorresti tu « massimamente insufficienti » le « posizioni
più avanzate », si rischia di fare cosa non tanto nuova né tanto
peregrina in Italia, dove se c'è una vecchia e persistente e sempre
contagiosa passione è la pas- sione per le posizioni più reazionarie non
per quelle più avanzate, e dove le posizioni più avanzate hanno fatto di
solito la nota e tragica fine che sappiamo #2. Le parole di
Bobbio erano indice della difficoltà estrema in cui veniva a trovarsi la
cultura progressista ancora nel 1952, l’anno della morte di Croce, quando
anche Togliatti 452 Archivio privato Balbo. Il 15 febbraio 1952
Bobbio gli aveva scritto che «in un ambiente filosofico come il nostro
saturo di spiri- tualismo sedicente cristiano (che è la filosofia della
pigrizia mentale) un po’ di cultura empiristica che abitui alla analisi
rigorosa e paziente fa- rebbe molto bene [...] Ma già tu hai scritto
contro l’empirismo e hai portato tanta acqua al mulino di tutti i
reazionari della filosofia, di tutti gli spiritualisti... » (ibidem). Sul
tomismo di Balbo cfr. G. Invitto, Le idee di Felice Balbo, cit., pp. 104
ss. 372 Le origini della casa editrice Einaudi
— come abbiamo visto — riconosceva nella politica cultu- rale del
PCI « discontinuità, asprezze, capitolazioni non necessarie, oscillazioni
tra la pura propaganda e l’azione culturale di più ampia portata, e anche
contraddizioni » ‘*. La Casa sta attraversando una crisi grossa,
la più grossa dopo quella del 1935 quando restai letteralmente solo —
scriveva Einaudi a Balbo il 10 dicembre 1951 — [...] al fronte
antifascista chiaro e compatto del periodo fascista, che era tenuto da
tutti gli strati sani della nazione, si è sostituito un fronte
anticomunista che è tenuto da strati sani ed insani della borghesia, e da
irrequiete e intelligenti forze intellettuali. Ma il suo
appello all’unità contro il fronte anticomu- nista non poteva essere più
raccolto da Balbo, divenuto critico implacabile del « settarismo » del
PCI. Se tu davvero presentassi la linea della Casa come lotta
contro la cultura ufficiale insipida e decadente avresti presto o tardi
attorno a te le forze sane della cultura — rispondeva Balbo all'editore
il 12 dicembre 1951 —. Ma come fai a presentarti così se accetti di
fatto direttamente o meno, la direzione culturale comunista? Oggi non
esiste cultura più ufficiale e insipida di quella comunista: questo è un
fatto ‘%. E le riflessioni amare stese da Balbo sulla casa
edi- trice — una specie di sua « storia » —, che gli servirono per
chiarire a se stesso il proprio distacco da Einaudi, cer- cavano di
spiegarne la crisi alla luce di quelle che gli sem- bravano le sue
caratteristiche originarie: La casa editrice Einaudi è nata da
profonde esigenze di rinnova- mento che si manifestarono in Italia dopo l'affermarsi
stabile del fascismo che rivelava il problema del male della civiltà
moderna. Non è stata perciò mai definita unicamente dall’antifascismo
{...] ha sempre teso al postfascismo, alla vittoria costruttiva sul
fascismo. A questo si lega anche la sua adesione al comunismo: in quanto
il comunismo in Italia per opera di Gramsci-Togliatti si presentò
come la più forte garanzia e promessa di un effettivo rinnovamento,
di una costruttiva vittoria sul fascismo. In tal senso era più forte
del- l’arbitrio dei singoli il suo tendere a congiungersi al comunismo.
E 43 Togliatti, La politica culturale, cit., p. 196. 44
Archivio privato Balbo. va anche da sé che cosi si spiega come tale
adesione non sia mai stata di « soggezione » né di « mitigazione » del
comunismo ma da potenza a potenza ossia da realtà a realtà. Veramente era
falso dire che la casa editrice Einaudi fosse una casa editrice comunista
ed era pure falso dire che fosse paracomunista. Anzi,
aggiungeva, l’elemento che aveva accomunato Ginzburg, Pavese, Venturi,
Muscetta, Pintor, Balbo, Gio- litti, Bobbio, Alicata e Vittorini, « non
era il laicismo, non era il razionalismo, non era il comunismo core tale
nean- che per i comunisti. Era la causa del rinnovamento, la causa
rivoluzionaria »; ma l’incontro di questi intellettuali era soggetto « a
fatale decomposizione su due fondamentali sollecitazioni: quella interna
della crescita organizzativa e quella esterna della situazione storica
generale [...]. Con la morte di Pavese venne a mancare l’ultimo residuo
puntello dell’autonomia della casa editrice », la quale si era
quindi trasformata in « terza forza paracomunista » incapace di
costituire un « servizio » per la cultura italiana nel suo complesso ‘°.
Il giudizio di Balbo — sulla cui posizione ci siamo sof- fermati
perché emblematica dei problemi e dei difficili equi- libri nei quali
doveva muoversi la casa editrice — conte- neva alcuni elementi di verità,
ma anche profonde contrad- dizioni, nell’individuare in un primo tempo,
ad esempio, il « rinnovamento » col comunismo, per poi mettere in
netta contrapposizione i due termini. Esso peccava inoltre, come
quello di Giulio Einaudi, di una visione idillica delle ten- denze
originarie della casa editrice, fosse il « fronte antifa- scista chiaro e
compatto » o la « vittoria costruttiva sul fascismo ». Senza voler nulla
togliere al peso delle « inten- zioni », le concrete vicende della casa
editrice non indicano infatti una univoca e lineare direttiva culturale e
politica. Alla cultura del regime essa non rispose soltanto col
silenzio nei riguardi del fascismo, ma in modi differenziati, che
ac- canto a coraggiose prese di posizione de « La Cultura »
455 Dattiloscritto s.d.; ma nella lettera del 12 dicembre 1951 a Finaudi
Balbo diceva di aver «preparato una specie di storia della casa editrice
» (Archivio privato Balbo). 374 Le origini della casa
editrice Einaudi vide a lungo la battaglia liberista di Luigi
Einaudi, assai più conservatrice di quella crociana, tanto da trovare
punti di convergenza con le scelte culturali e politiche dominanti,
anche al di là del comune antisocialismo; una forte presenza di
intellettuali aderenti a Giustizia e Libertà, al liberalsocia- lismo e
quindi al Partito d’Azione, il cui scontro con i comunisti — non uniti al
loro interno — sarà assai duro nell'immediato dopoguerra, proprio attorno
al modo con- creto di intendere il « rinnovamento »; e infine — ma è
un dato rilevante fino alla decisa riaffermazione del laicismo da
parte di Bobbio — un filone spiritualista o religioso e catto- lico che,
se poté avere una funzione di stimolo alla rifles- sione e al dubbio di
fronte alle certezze del regime, conte- neva in nuce notevoli elementi di
ambiguità in quanto con- notato, in molti casi, da un potenziale
ideologico reazio- nario, o, nelle voci più aperte, da una tendenziale
fuga dalla realtà: una tematica religiosa che confluirà nel 1948,
con ben altro respiro, nella « Collezione di studi religiosi, etno-
logici e psicologici » voluta da Pavese e da Ernesto De Mar- tino. Può
forse sorprendere che questi motivi perman- gano a caratterizzare la casa
editrice fino, almeno, al 1947, che costituisce la vera data
periodizzante della sua storia, tale da concluderne, a nostro avviso, il
capitolo delle origini. La « battuta » di Balbo, secondo la quale
l’Einaudi del 1945 era « più fascista di Einaudi 1940 », indicava
infatti la persistenza di un passato dal quale era difficile sbaraz-
zarsi rapidamente: una « tradizione » di cui abbiamo cer- cato di mettere
in luce la complessità, e che la semplice categoria di « antifascismo » è
insufficiente a « contenere » e a spiegare in tutte le sue
articolazioni. Abba Abbagnano Abramo Abrate Agnoletto Agosti Agostino Ajello
Alatri Alberti Aldrovandi Alessandro Alessandro Alfassio Alfieri Alicata Alighieri
Alimenti Aliotta Almagia Aloisi Althusius Alvaro Amendola Amendola Amendola,
Giovanni Amendola Amiel Anderson, S., 202, 247. Andreucci, F.,
104, 165, 191, 240. Andriulli Angiolini Anile Antoni Antonicelli Aquatrone
Arangio Ruiz ARGS Armndt Argenson, R-L. W. d’, Arpinati, L., 60.
Arrivabene, G. G., 33. Ascoli, G. I., 159. Asor
Rosa, A., 5, 7, 24, 73, 74, 155. Avenarius, R., 368.
Azimonti, C. F., 221. Babel, I. E., 202. Babeuf,
F. N., 308, 346. Badaloni, N., 74, 100, 369. Balbo, C.,
252, 255, 256. Balbo, F., 12, 285, 289, 290, 319,
Baldini, N., 307. Ballarini Bandini, B. V., 357.
Bandini, L., 291, 292. Banfi Baratono, A., 59.
Barbagallo, C., 107, 174, 181. Barbera, G., 153.
Barbera, M., 149. Barbera Baretti, G., 174.
Bargellini, P., 200. Barié, G. E., 240. Barker,
E., 213. Barone, G., Barth, K., 349. Bassan, E., 351.
Bassani Bassi Basso Battaglia Baur Bavink Beccaria Bedarida, H., 243.
Bellezza Belloc Bellonci, G., 324. Belluzzo Bemporad, E., 26, 30.
Benda, J., 349, 350. Benedetti Benedetti Aloisi Benedetto, L. F.,
134. Berdjaev, N. A., 320, 321. , 241, 266. Ber Jey,
G.F. 'H, 243. Bernari Bernstein, $, 346. Berti, G., 346, 360.
Berti, L., 280. Bertin, G. M., 266. Bertoni, G., 153. i
Jovine Bettini Bettinotti Bevione Beveridge, W., 364. Bianchi Bandinelli Biasutti
Bienstock, G., 352. Bilenchi, R., 333. Binder, bi. vi 368.
Bini, C., Ra a di, 86 Bissolati, L, 104, 189, 258, 259.
Bloch, M, 343. Blondel, M, 241, 349. Blum, L., 215. Bobbio,
Bobbio Bohr Bollati Bompiani, Vv, 198, 200, 245. Bonald Bonaparte,
N., 289. Bonetti Bonfante, P., 25, 55. Bonghi, R Bongiovanni,
B., 9. Bonifacio VIII, 256. Bonomi, I., 28, 104, 189,
250, 257, 258, 259, 298, 319, 320, 323. Bontempelli,
M., 163. Borsa, G., 230Borso Bortone Bosco Boselli Bossi Bottacchiari,
Bottai Bottasso, E., 40. Bourgin Botti Braudel Bravo, G M,
281. Bresciani Briamonte Bricarelli Brissot, J. P., 117.
Brofferio, A., 208. Broglie C.-J-V. A. de, 281.
Brown, D. V., 227. Brucculeri, A., 225, 264, 265, 267,
268, Bruers, A., 188. Bruguier Brunello Bruno Bryce Bulferetti Buonaiuti,
Buonarroti Burckhardt Burdach Busnelli Butler Cabella Cabiati Cabrini, A.,
104. Cadorna, L., 26, 55. Caffè, F., 209. Caggese, R.,
Cagnetta, M., 275. Cajumi Calabi, G., 29. Calamandrei Calderoni,
M., Caldwell, E. P., 200. Calò, G., 58, 166, 184. Calogero Calosso
Campanella Camurani Canella Cannistraro Cantimori Cantimori Cantoni Cantoni Caparelli
Capasso Capitini, A., 196, 197, 272, 273, 348, 359 ,
S., 59, Carducci, G., 23, 24, 163, 276. 222, 225, 235,
D., 6, 15, 98, ill, 124, 160, 193, 194, 290, 294, 303,
318, 328, 333, 345, 347, 357, 358, Indice dei
nomi Carducci, N., 246. Carli, G., 237.
Carlini Carlo Alberto Carlo Emanuele I, 128. Carlo Magno,
120. Carocci, A., 203, 204, 246. Carrara, E., 63,
240. Casamassa, A., 142. Casali, A., 196.
Casati Casini Cassirer Castelli, D., 159. Castris, A.
Castronovo, V., 5, 26, 33, 34, 208.. Casula, C. F., 336.
Catalano, E., 247, 327. Cattaneo Caviglione, C., 138.
Cavuor, C. Benso, conte di, 176, 212, 250, 252, 253, 276,
298, 299, 302, 313, Cechov, A., 202. er I; "38,
‘112 Cesarini, M, 266. Ceva Ceva, M., 316.
Chabod Chamberlin, E, 3a Chamberlin, w H., 231, 232,
Chiappelli, A., 42, 159. Chiavolini, A, 62.
Chichiarelli, E., 253, 300, 301. Chiesa, F., 163.
Chiovenda, G., 26, 28. Chiuminatto, A., 247.
Ciacchi, E., 173. Ciamician, G., 26. Ciampini,
R., 275, 276. Ciarlantini, F., 197. Ciasca, R.,
58. Ciccotti Ciliberto, M., 6, 113, 122. 381
Indice dei nomi Cilibrizzi, S., 24. Cione, E.,
242, 258, 298, 305. Ciuffoletti, Z., Codignola, E., 29, 36, 58, 62,
143, 149, 198, 199, 200, 232, 249, 253, 298. Codignola,
T., 200, 210. Cognasso, F., 134. Cola di Rienzo, 120,
124. Colapietra, R., 14, 46, 49. Cole, G. D. H.,
364. Colombo, C., 328. Colorni, E., 240.
Colozza, G. A., 166. Comandini, Comisso, G., 287.
Conrad, J., 279. Constant, B., 324, 325, 349.
Contini, G., 278. Cooper, A. D., 261. Corbino,
E., 229. Corbino, O. M., 28, Cordié, C., 315.
Corradini, E., 33, 86. Corsano, A., 291. Cortese,
N., 58, 128. Corticelli, A., 198. Cosmelli, G., Cosmo,
U., 238, 241. Costa Costamagna, C., 84. Costantino, D.,
153. Craveri, R., 274. Credaro, L., 165, 184.
Crescenzi, G., 350. Cripps, S., 215. Crisafulli,
V., 349. Crispolti, F., 24. Croce Crocioni, G.,
173. Cronin, A. J., 200. Crosa, E., 117.
Cuoco, V., 127, 253, 318. Curiel, E, 264, 302, 313, 329.
Cusin, F., 344. Dal Fabbro, B., 271, 286. Dal Pane,
L., 105, 210, 212, 220, 221, 230, 257, 355. Dal Pra, M.,
292. D'Amelio, M., 147. Dami, C., 363.
D'Andrea, A., 86, 305. D'Antonio, F., 220.
Darwin, C., 174, 175, 272. D'Azeglio, M., 260, 324.
Dawson, C., 266, 268, 269, 270, 300.
Debenedetti, $S., 277, 341. De Bernardi, M., 227, 229,
238. De Cecco, M., 208. De Cristofaro, M., 130.
De Felice, R., 6, 25, 65, 78, 152, 186, 197, 204, 263.
De Gasperi, A., 8. Degli Occhi, L., 88. De Grand,
A. J., 46. De Karolis, A., 179. Del Bono, G., 259,
302. Delitzsch, F., 159. Della Torre, L., 26,
204. Della Volpe, G., 368. Delle Piane, M., 270.
De Lollis, C., 238, 239, 241, 277. De Luca, G., 72, 132, 137,
200. De Man, H., 106, 191, 199. Demarco, D., 307.
Demarsico, D., 19. De Martino, E., 294, 375. De
Mattei, R., 73. De Michelis, E., 245, Demostene,
305. De Rosa, G., 20. De Rosa, R., 369. De
Ruggiero, G., 94, 167, 199, 276, 331, 332, 333, 345. De
Sanctis, F., 49, 171, 285, 321. De Sanctis, G., 55, 63, 75, 78,
133. De Stefani, A., 55, 209, 234. Detti, T., 104, 165,
191, 240. De Vecchi, C. M., 251, 253, 297. De Vendittis, L.,
278. De Viti De Marco, A., 217, 234. Devoto, G., 72.
Dickens, C., 271. Diderot, D., 243, 280, 281. Di
Domenico, G., 334. Dilthey, W., 274. Dobb, M., 222,
363. Dos Passos, J. R., 247. Dostojevskij, F., 202,
279. Droysen, J. G., 305. Dvotak, M., 147.
EFerembeemt, L. van den, 136. Efirov, S. A., 13. Egidi, P.,
33. Einaudi Einaudi, M., 214, 227, 238. Emanuele Filiberto, 39,
128, 178. Emery, L., 245. Engels, F., 80, 346, 358, 370.
12, 195, 196, 205, Indice dei nomi
Enriques, F., 56, 58, 81, 276. Erasmo, 290, 291, 347.
Ercole, F., 87, 88, 116, 121, 122, 203. Evola, J.,
263. Faggi, A., 169. Falco, G., 121, 124, 181, 242,
295, 296, 307. Falqui, E., 276. Fanelli, G. A.,
77, 78, 84. Fanfani, A., 221. Fanno, M., 217,
236. Farinacci, R., 16, 37, 43, 51. Farinata degli
Uberti, 312. Farinelli, A., 28, 42. Farneti, E.,
300. Faucci, R., 175. Fausti, R., 139.
Favaro, G., 148. Fazio-Allmayer, V., 58, 82, 106.
Febvre, L., 210, 343. Fedele, P., 37, 64.
Federici, L., 235. Federico II d’Hohenstaufen, 120.
Federico II di Prussia, 118, 245. Federzoni, L., 46,
86. Fenoaltea, S., 226, 232. Fenoglio, P., 26.
Ferrante, Don, (cfr. Alicata M.) Ferrara, F., 212.
Ferrara, M., 182, 188. Ferrari Ferrari Ferrari Ferrata Ferrero,
E., 289. Ferrero, G., 181. Ferretti, G., 297.
Feuerbach, L., 104, 348, 368, 370, 371. Fichte, J. G.,
91. Filangieri, G., 252. Filippo il Macedone,
305. Filograssi, G., 142. Fiore, G. da, 139.
Fiore, T., 267, 294. Firenzi, G., 143. Firpo, L.,
101, 102, 125. Fisher, H. A.L., 214. Fitzpatrick, S.,
22. Flora, F., 205. 383 Indice dei
nomi Floridi, U. A., 360. Foot Moore, G., 67.
Forges Davanzati, R., 60. ‘Formiggini, A. È, 8, 12, 19,
20, 22, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 38, 41° 4T, SÌ, 55, 151, 152,
153 157, 158, 159, 160, , 163, 164, 165, 166,
171, 172, 173, 174, 179, 180, 181, 182, 185, 186,
187, 188, 192, 196, 257, 325. Fortini, F., 10,
285. Fortunato, G., 213, 285. Foscolo, U., 127,
318. Fracastoro, M. G., 281. Fracchia, U., 34.
Franceschini, E., 192. Franchetti, L., 213.
Franco, F., 257. Franklin, F., 363. Frassati, F.,
302. Frassinelli, C., 198, 202, 246. Frateili, A.,
71. Frege, G., 281, 369. Freud, S., 265.
Freund, R., 267. Frezza Bicocchi, D., 38. Frébel,
F. W. A., 165. Frugoni, C., 281. Fubini, M., 198.
Gabrieli, F., 343. Gabrieli, V., 272. “Galante
Garrone, A., 252, 253, 255, 308. Galassi Paluzzi, C.,
38. ‘Galiani, F., 93. Galilei, G., 169, 174, 281,
293. Gallenga Stuart, R. À, 27, 183. *Galletti, A.,
176. Galli della Loggia, E., 5. ‘Galvano, E.,
288. Gambino, A., 237. Garibaldi, G., 86.
Garin Garosci, A., 98, 216, 295, 297. Garufi, B., 335.
Gaslini, P., 323. 384 Gatto, A., 288.
Gava, G., 12. Gazzetti, F., 229. Gemelli, A., 58, 65, 68, 69,
71, 131, 132, 138, 143, 145, 147, 149, 169, 177. Gencarelli,
E., 240. Gennaro, 136. Gentile, E., 6. Gentile Gerbi Gerratana,
V., 22, 160, 180, 285, 309, 367. Geymonat, L., 281, 347,
369. Ghisalberti, A. M., 89, 117, 119, 121.
Giachino, É., 272. Gianfranchi, (pseudonimo di Ven-
turi F.) 308. Giannantoni, S., 16, 171. Giannini, A.,
28, 29. Giannone, P., 146. Gide, A., 339.
Gierke, O., von, 325, 326, 368. Gifuni Gigante, M.,
296. Gigli, L., 315. Giglioli, G.Q., 29, 64.
Ginzburg Ginzburg, N., 279, 288, 290, 323, 324, 341.
203, 278, Gioberti, V., 66, 253, 298, 299.
Gioia, M., 252. Giolitti, A., 292, 322, 323, 325,
341, 344, 345, 348, 351, 357, 358, 359, 362, 363, 366, 367,
374. Giolitti, G., 20, 23, 25, 355. Giretti, E., 217,
233, 234, 238. Giretti, L., 233, 234. Giuliano, B.,
59. Giuriati, G., 59. Giuseppe II, 118.
Giusti, S., 200. Gobetti, P., 17, 18, 24, 27, 127, 156,
188, 202, 218, 242) 255, 321, 338, 367. Goethe, J. W.,
280. Gogol, N. V., 202. Gonciarov, I., 279.
Gorresio ,V., 306, 324, 351. Grabmann, M., 138.
Gramatica, L., 64, 67, 132, 133. Gramsci, A., 5, 16, 17, 22,
26, 33, 86, 131, 150, 175, 180, 189, 191, 211, 239, 355, 356,
357, 366, 367, 373. Grassi, V., 55. Gravina, M.,
105. Graziani, A., 97, 105. Gregorio, 269.
Grieco, R., 237, 362. Grifone, P., 237, 333, 355.
Grimm, H., 311. Grozio, U., 265. Gruppi, L.,
194. Gualino, R., 33. Guanda, U., 263.
Guénon, R., 263, 264. Guerri, G. B., 6, 46.
Guglielmino, E., 253, 291. Guglielmo I, 305.
Guiducci, A., 246. Guzzo, A., 58, 103, 142, 143.
128, 129, 252, 295, 326, 320, 328,
321, 333, 355, 365, Hall, R. L.,
222. Halm, G., 352. Harris, H. S., 14, 47.
Harris, S. E., 227. Hayek, F. von, 352, 353, 363.
Hazard, P., 242, 243, 346. Hegel, G.W.F, 91, 101, 103, 104,
Indice deî nomi 142, 170, 171, 174, 241, 326, 349,
369, 370. Helvétius, G A., 108. E, 278, 342, 343,
Hersch, J., 368. Hitler, A., 245, 351. Hobbes,
T., 104. Hobsbawm, E. J., 13. Hook, S., 363, 364.
Hiigel, F. von, 290. Huizinga, J., 264, 265, 266, 267,
270, 290, 291, 347, 348, 349. Hull, C., 227. Hume, D.,
368. Huxley, A., 266, 273. Interlandi, T., 59, 60, 61,
62. Invitto, G., 336, 339, 372. Iraci, A., 83.
Isnenghi, M,, 6, 23, 163, 195. Jacini, S., 213.
Jaeger, W., 305, 349. Jahier, P., 278, 289. James, H., 278,
279. Jaspers, K., 368, 369. Jaurés, J., 324. Jemolo, A. C.,
58, 140. Johnson, H., 361. Joyce, J., 202. Jung, C. G.,
293. Juvalta, E., "169, 368, 369. Kafka, F., 342.
Kahn, A. E., 361. Kamenetzki, M., 357. Kant, I., 103,
171, 349. Kelsen, H., 325. Keplero, J., 293.
Keynes Keyserling, H., 266. Kirkegaard, S., 347, 348, 368.
Korngold, R., 344. Kuliscioff Labanca Labriola Lajolo, D., 246.
Lalla, M. di, 14, 35. 385 Indice dei nomi
Lanaro, S., 7, 32, 96. Landolfi, T., 272. Langer, W.,
245. La Penna, A., 180. Lapiccirella, E., 357. Laski,
H. J., 214, 215, 361. Lassalle Laterza Lattes, D., 187. Lavoisier,
A. L., 174. Lazzari, G., 12. Lee Masters, E., 317. Lefebvre,
G., 343. Leibniz, G. W., 240. Lemmi, F., 118. Le Monnier, F.,
153. Lenin, V.I., 303, 357, 358, 359. Leonardo da Vinci, 148,
175. Leontieff, W., 227. Leopardi, M, 254. Le cha ( P.G.F.,
213. Levi Levi Levi, F., 9. Levi della Vida Lewis, S.,
200. Lilienthal, D. E., 353. Limentani Lippmann Locke,
J., 103. Lo Gatto, E., 278, 279, 331. Loisy, À., 134,
290. Lombardo Radice Lombardo Radice Lombroso Longhi Longo Loria Losacco,
M., 170. Lo Schiavo, A., 14, 67. Losini, F., 177. Lukécs, G.,
13. Luperini, R., 9. Luporini, B. M., 357. Luporini,
C., 17, 104, 334, 335, 357. Lussu, E., 325, 345.
386 L., 345, 357, Lutero, M., 134, 141.
Luti, G., 204. Luzi, A., 219. Luzio Luzzatti Luzzatto,
G., 115, 196, 209, 210, 270. Lyttelton, A., 6.
Macchioro, Machiavelli, N., 121, 122, 358. Magini, M., 192.
Magrini, Li 216 (pseudonimo di ; A) 124,
Garosci Maini, R., 285. Maiocchi, R., 38. Maistre, } de 128,
297, 349. Malagodi, O Malagola prc V., 226. Malthus, T. R.,
174, 175. Manacorda, G. 204, 308, 331, 341, Manacorda Mancini, P,
S., "129. Mangoni Mann, T,, 339. Manzini, E., 163.
Matanini, G., 198. Marchesi, C., 134, 174, 176, 191, 192,
194, 195, 315, 316, 317. Marchesini, 6. 168, 169.
Marchi, G., 287. Marchiafava, E., 55. Marco
Marcolongo, R., 82. Marconi Marescalchi Margherita, S. della,
254, Margiotta, U., 16. Margiotta Broglio, F.,
65. Mariano Marinetti, F. T., 338. Martoi, F.,
96. Marramao, G., 109. Marshall, A., 225, 230.
Martinelli, R., 17, Martinelli, S., 262. Martinetti, P., 197,
240, 290, 348, 368. Martini Marx Mason, E. S., 227.
Massolo, Mathiez Matisse, H., 278. Matteotti, So 188.
Mattioli, R, 6, 88. Maturi Maupassant, G. de, 317.
Maurras, C., 128. Mautino, A., 220, 221. Mazza,
F. P., 281. Mazzini, Mazziotti, M., 305, 318, 325.
Meinecke, F., 125. Melograni, P., 74. Melville,
H., 202, 279, 280. Menghini, M., 20, 25, 26, 30, 55, 104,
113, 250, 308. Menichella, D., 319. Meredith, G.,
279. Meschini, M. A., 284. Metternich, C. von, 283,
324. Miccoli, G., Michaelstadter Michel, E., 181.
Michels Mieli, A., 181, Migliorini, B., 238.
Migone, G. G., 223. Mila, M., 278, 341. Milano,
E., 11, 163. Milano Mill, J.$., 188. Minocchi Minoia Minoletti
Mira, G., 290, 301. Mises Momigliano Momigliano Mondo, L., 203,
246. Mondolfo Mondolfo Montagnana, M., 361. Montale,
E., 289. Montanelli, G., 251, 307. Montenegro, A., 6,
82. Montesquieu, C. de, 108, 323, 324. Monti Morandi
Morandi, R, Morazé, C., 343. Morelly Morgagni, G., 174.
Morghen, R., 145. Mori, G., 11, 34. Mornet, D.,
241. Moro Morra Mosca, G., 59, 82, 114. Mosé,
137. Motta, M., 329, 336, 347, 360, 367. Mounier,
Muratori Murri Muscetta Mussolini Nallino, C., 56. Napoleone III,
86. Napoleoni, C., 226. Natoli, G., 280. Needham, J.,
360. Negri, A., 114. Negri Negri, L., 245. Nenni, P.,
355. Neri Nevins, A., 343. Newman Newton Niccoli, Nicolini, F.,
114, 145, 146. Nietzsche, F., 349. Nitti, F. S., 20,
23. Nobili Massuero, F., 29. Novalis, 317. Nulli,
S. A., 347. Odoacre, 119. Ojetti, U., 24, 34, 42, 48, 55,
56, 136 Olivetti, G., 353. Olivo, A. M.,
281. Omodeo Onofri, F., 308, 332, 334. Operti, P.,
201. Orano, P., 167. Osimo Ovidio Owen, R., 108.
Paci, E., 265. Pagliaro Pajetta, E., 248. Pajetta, G.,
301. Palacio, J. M., 221. Palazzi, F., 163. Palazzolo, V.,
326. Palla, Palmarocchi, R., 140. Pannunzio Papa, È. R., 49.
Papa, F., 344, Papini, G., 167, 174. Parente, A., 267.
Pareto, V., 82, 218, 225, 226. Paribeni, R., 25, 26. Parodi, T.,
276. Parri, F., 309. Pasquali Passamonti, E., 259. Pastonchi,
F., 163. Pastore, Pater, W., 271. Pavese Pavlov, I. P.,
281. Pavolini, A., 316. Peano, G., 281.
Pellegrini, C., 198. Pelster, F., 138. Pende, N.,
56. Pepe, G., 139, 255, 270, 299, Peroni, B., 243.
Perosa, S., 247. Perrotta, G., 239, 305.
Perticone, G., 321. Pesante Pétain, H. P.H., 270.
Petrarca, F., 124. Petrini Petrucci Pettazzoni, R., 59,
67. Piazzesi, G., 346. Picasso, P., 278.
Piccardi, L., 319. Pieraccini, Pieri Pierson, N. Ga
352. Pietro il Grande, 231. Pigou Pincherle Pintor Pintor
Pio Piovani, P., 75. Pirandello, L., 163. Pirenne, H.,
270. Pisacane, C., 295, 308, 309, 310. Pivano Pivato,
S., 131. Pizzetti Planck, M., 281, 293. Platone Poggi,
À., 165, 190, 290. 369, 374, 296,
Pogliani, A., Pogliano, C., 281. Polese, P., 253. Polledro, A.,
198, 201, 278. Pomba, G., 40, 153. Porena, M., 127. Porzio,
G., 296. Pozzani, S., 219. Pratolini, V., 279, 280. Praz, M.,
239. Preziosi, G., 77, 93. Prezzolini Proudhon, P. J.,
308. Proust, M., 278, 342. Pseudo-Dionigi, 372. Pugliatti Puskin,
A. S., 317. Quadrotta, G., 160. Querealpiti Candia, P.
A., 287. Quazza, G., Quinet, E., 2 ‘325. Racca,
V., 226, 227. Racinaro, R., 82. Radet, G., 304,
305. Ragghianti, Ragionieri, E., 7, ‘11, 35, 111. Rago,
M., 324. Ramat, R., 253, 309. Ranchetti, M., 11,
371. Ranfagni, P., 131. Rapisardi Mirabelli, A.,
232. Rathenau, W., 311. Ravà, A., 170. Reed,
J., 342, 363. Reichlin, A., 285. Rémusat, C.-E. de,
289. Renan, E., 2Renouvin, Rensi, 191, 197, 347.
Rensis, C., 145. Repaci, F. A., 207, 236. Revel,
B., 304 Ricardo, D., 212. Ricci, C., 28.
Ricciardi, R., 173. Ricciotti Ricuperati, G., 242.
Rigola Ripellino, A. M.,, Ritter, C., 347. Riva, Gi,
ds. Rizzoli, A, Robbins Robespierre, M.F.I., 118.
Robotti, P., 196. Rocco, A., 46, 85. Rodano Sola
Romagnoli, E., 163, 181. Romagnoli, S., 346. Romagnosi,
G. D., 178. Romanelli, R., 7. Romano, A., 308, 309,
310. Romano, P., (cfr. Alatri P.) Romano, R.,
209. Romano Romeo, R., 126, 209. Roosevelt Ropke Rops, D.,
264. Rosa, E., 58, 64, 68, 142. Rosada, A., 104.
Rosada, M. G., 172. Rosselli, A., 251. Rosselli,
Ci 109. Rosselli, N, 189,”194, 203, 204, 205, "250, 251,
309, 310, 320, 343. Rossi, A., 32. Rossi, E., 33,
192, 233, 302, 350, 352. Rossi Rossi Rossi Rossi Rossi Rossi
Doria Rossini, G., 131. Rostovzev, M. U., 210. Rota,
E., 126, 134. Rousseau, J. J., 88, 95, 101, 104, 108.
Ruffini, E., 89, 90. Ruffini, F., 59, 63, 204, 206.
Ruggiero, A., 227, 228. Rusconi, C., Riissel, H. W., 347,
348. Russo, L., 29, 49, 58, 153, 154, 183, 184, 199, 212,
239, 240, 250, 251, 276, 278, 297, 304. Russo Saitta, A.,
270, 310, 311. Saitta, G., 60, 68, 85, 129, 145.
Salandra, A., 25, 57, 59, 182. Salata, F., 55, 104,
138. Salinari, C., 285, 332, 333, 334, 335, 341, 344,
345. Salomon Salvadori, G., 71. Salvadori, M. L., 114,
125. Salvatorelli, L., 194, 241, 243, 244, 245, 250,
251, 253, 254, Salvemini Santamaria, E., 160, 164, 165, 166, 178,
181, 183. Santangelo FADUBIANO: Don, (cfr. Muscetta
.) Santoli, V., 238, 239, 270, 277. Santomassimo, G.,
7, 92, 94, 330, 352. Sapegno, N., 288. Saraceno, P.,
352. Saroyan, W., 315. Sarpi, P., 174. Sartre, TL P.,
342. Sasso, G. , 239, 300. Savonarola, Gi 140, 176. Sayers,
M, 361. Sbarbaro, C., 278, 287. Scaduto, M., 65. Schiavi, A.,
231, 303, 307, 308. Schipa, M., 58. Schlesinger Schlosser Schopenhauer,
A., 290. Schumpeter Schwarz, S. M., 352. Scialoia, V., 28.
Scoppola, P., 8, 131, 160. Selmi, N., 11. Semeria, G., 138.
242, 252, 265, 302, 390
Sereni, E., 237, 359, 357, 359, 360, 361, 362. Serra, R.,
163, 173, 239. Serri, M., 285. Sestan, E., 98, 116,
119, 124, 125, 253, 270. Setti, G., 173. Severi,
F., 281. Sforza, C., 320, 355. Sgroi Shaftesbury Silva,
P., 56, dr pe 181. Simonetti, M, Sismondi, I. C. T ,
206, 208. Slataper, Ss, 287. Smith, A., 212, 218,
228. Solari, G., 73, 91, 100, 101, 102, 103, 104, 127, 220,
290. Solari, L., 240. Solari, P., 214.
Soldani, S., 11, 112. Solmi, A., 120, 159, 254.
Solmi, S., 238, Sombart, W., 98, 100. Sonnino,
S., 213. Sonzogno Sorel, G., 106, 110, 168, 221, 241, 243,
244, 264. Spadolini, G., 253. Spaini, A., 278,
280. Spampanato, V., 134, 171. Spann, O., 216.
Spaventa, Spellanzon, C., 219, 297, 312, 313. Spencer, H.,
349. Spengler, O., Speranza, I., (cfr. De Luca G.)
Spinelli, A., 320. Spini, G., 223. Spinoza, B.,
104, 190. Spirito, U., 14, 75, 80, 81, 84, 85, 87, 92, 93,
94, 95, 96, 97, 98, 101, 103, 117, 147. Spriano, P., 17, 24,
127, 156. Sraffa, A., 147. Sraffa, P., 352, 362.
Stalin Stein, G., 278, 279. Steinbeck, J., 200.
Steiner, R., 264. Stille, U., (cfr. Kamenetzki, M.)
Stirner Storoni Mazzolani, L., 271. Strada, V., 22,
127. Stringher, B., 25, 26, 34, 59. Stuart Hughes, H., 21.
Stuparich, G., 287, 288. Sturzo, L., 333, 355. Succi, Tacchi
Venturi, P., 58, 64, 65, 67, 68, 69, 77, 132, 138.
Tagliacozzo, A., 361. Tagliacozzo, E., 213, 250, 253, 257.
Talleyrand, C. M., 261. Tardieu, A., 244. Tarnlé,
E. V., 198. Tarozzi, G., 164, 174, 181, 184, 187, 290.
Taylor, O. H., 227. Telesio, B., 171, 174, Teodori, M.,
223. Testoni, S., 82, 87. Thackeray, W. M., 271.
Thaon di Revel, P., 55. Thierry, J. N. A., 295.
Thiess, F., 262. Thode, H., 122. Tilgher, A., 42,
164, 170, 182, 197. Timpanaro, S., 181. Tocco, F., 104,
107, 160, 170, 171. Todaro-Faranda, M., Toffanin, G., 348.
Togliatti 355, 356, 357, 358, 360, 361, 362, 363, 372,
373. Toller, E., 315. Tolstoj, L., 176, 177, 202,
271, 280, 317. Tomasi, T., 37. Tommaseo, N., 275,
276, 317. Toniolo, G., 7. Tornimparte, A. (pseudonimo
di Ginzburg, N.) 288. Torrini, M., 11, 165.
Tortorella, A., 285. Tortorelli, G., 156, 287.
Tosi Toynbee 359. Tramontano, R., 137.
Tranfaglia, N., 9. Travi, N. (pseudonimo di Ventu- ri
L.) 79. Treccani, E., 219. Treccani, G., 20, 23, 25,
31, 32, Indice dei nomi 33, 34, 38, 39, 40, 41, 42,
43, 48, 51, 53, 54, 55, 56, 62, 64, 65, 66, 67, 74, 76, 83.
Treitschke, H. von, 318. Trevelyan Treves Treves, Paolo,
254. Treves, Piero, 26, 165, 182, 239, 305.
Trevisani, P., Tricomi, F., 281. Troeltsch, E., 349.
Troilo, E., 167, 168, 169, 170, 174, 177, 178, 179, 181.
Trombadori, A., 284. Trompeo, P. P., 71, 238, 277, 278.
Trotzki, L. D., 331. Truman, H. S., 352.
Tumminelli, C., Turati Turchi Turgenev, ITutgot, R. J., 108.
Turi, G., 9, 38, 194, 271, 299. Turiello, P., 213.
Vacca, G., 181. Vaccari, A., 68, 136, 137.
Vailati Valente Valeri Valiani Valitutti Vallecchi Valli, L., 169.
Varisco, B., 166, 169, 179, Vasoli, C., 65. Vaudagna, M.,
223. Vecchietti, T., 303. Vecchio, G. del, 86.
Venturi Venturi Venturini Verri Vian Vico Vidari Vieusseux Vigliani Villari
Villat Vinciguerra Wallace Visconti Weber Vita Finzi Welles Vitichindo Werth Vittoria
Wetter Vittorini Whitman Wick Wicksell Wicksteed Vittorio Amedeo II, Woolf Vittorio
Emanuele III Wotan Vivanti Volpe Yugow Zaccaria Zama Zancan Zanella Zangheri Volpicelli
Zangrandi, Zappa Volpicelli Zdanov Volta Zibordi Voltaire, F. M. Arouet de Zini
Zoccoli Volterra Zveteremich. Ideologia e cultura del fascismo: l’«
Enciclopedia italiana » La ricerca del consenso. Il progetto di Martini e
Formiggini. L’intervento di Treccani e Gentile. Lo « specchio fedele e
completo della cultura scientifica italiana ». La « politica di conciliazione »
di Gentile. I collaboratori e le proteste del fascismo estremista.
L’ipoteca cattolica. Il controllo del regime. - 9. Le voci politiche e
l’ideologia del fascismo. L’assimilazione dei « competenti »: Gioele Solari e
Rodolfo Mondolfo. Gentile, Volpe e il nazionalismo storiografico. Le voci
religiose: presenza e conflittualità dei cattolici. Formiggini: un
editore tra socialismo e fascismo. La parola, veicolo di « fraternità
universale. Positivisti, modernisti, socialisti. Intenti divulgativi. Una
cultura al di sopra della mischia. La sconfitta di un’illusione e una
tenue resistenza. I limiti del consenso: le origini della casa editrice
Einaudi. Iniziative editoriali. L'ideologia conservatrice di Einaudi.
L’impronta liberista sulla casa editrice. La Cultura e la tradizione
gobettiana. Storiografia e impegno civile. Cultura della crisi e
spiritualismo. Una cultura eclettica: i Saggi. La svolta della guerra e i
collaboratori romani. L’anti-conformismo storiografico e l’Universale. I
quarantacinque giorni, la Liberazione e il Fronte della cultura. La
ricerca di un nuovo orientamento e l’eredità del passato. La rottura dell’unità
antifascista e il rapporto col PCI. Grafiche Galeati di Imola. Turi. IL
FASCISMO E.IL CONSENSO: DEGLI INTELLETTUALI. Questo volume offer un contributo
di grende interesse alla storia della cultura italiana, analizzando alcuni
momenti. di gregazione culturale particolarmente. rilevanti, ta' iat nascita e la
caduta del fascismo. La Fondazione dell’Enciclopedia-italiana. Pattività\edi‘origle
di A. Formiggini, la nascita della casa editrice. Einaudi — chevpetmettonò i;
collegare significativamante gli Itinerar di’ singoli intellettuali con Je
vicende politiche ‘delipaese e di individuare, anche negli anni. del‘
regime, accanto «a condi: zionamenti;»autocensure e compromessi, il.
permanere oil inuscere di. «schieramenti » i! cui significato «non ‘è'
soltanto. culturale, ma anche: politico. L'« Encicloped'a italiana»;
fondata sotto la direzione di Gentile e con la collaborazione
dil'intetlettuali anche antirascisti, testimonia i esistenza di-una
cultura fascista; sia pur. eclettica e forlsmente condizionata dalla
‘presenza: cattolica MAt- torno-alla casa. editrice. Formiggini si erano.
raccolti, intellettuali di formazione.
positivistache cercheranno di resisiere alla politica culturale del.
regime appellandosi ad una orma l’illùsori autonomia della cultura. Nella casa editrice
fondata da Einaudi, infine; ii liberalismo. Conservatore di Einaudi
convive con l'orientamento di intellettuali. legati a «{iustizis ©
libertà» e, vin seguito, con orientamenti: di matrice azionista e comunista:
che prevartranno. nettamente nel'1945 con la presenza delle forti personalità
di Pavese; Vittorini, Cantimoti, Balbo, e Bobbio — cercando’ di dar vita va un
ampios«fronte de:'atcultura +» destinato (a. dissoiversi con la rottura
dele l'unità-antifascista, Introduzione. -tIdeologia «e. cultura:
del fascismo:nl-Enciclopedia. Italiana. Formiggini» un editore tra socialismo
e fascismo. I limiti déell'consenso. Le origini: della casa editrice
Einaudi. GTuri insegna a Firenze. Storia dell'Italia’ contemporanea
nella Facoltà: di Lettere e Filosofia. Sudiato! periodo della riforme
‘setteceritesche e. dell'occupazione francese in, Italia; «pubblicanido
nel:1969 il volume « “Viva Maria”, La reazione alle riforme leopoldine. Su
occupa della cultura italiana, ema sul auzls ha prbblicato diversi contributi.
Gak labora alle riviste Studi storicì..; « Movimento onsraio e
socialista» e « [talia contemtoranea
(i.i.) ©0GO. Fabrizio Desideri. Desideri. Keywords: consenzienti -- consentire,
“i consenzienti del bello” – perizia del bello – imago imaginis – il bello -- costellazione
griceiana, aporia, il riflessivo, l’esperienza del bello, il sentire, sensum,
sentiens, sensus, sentire e esperienza, esperimentare, esperienzare, emozione,
giudizio, giudicare, espressione dell’emozione, contenuto proposizionale, il volitum,
il co-sentire del bello, Grice, Sibley, meta-property, second-order property,
aesthetica, Sibley on Grice, Scruton on Sibley on Grice, aesthesis, sensus,
senso, consensus ------ -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Desideri” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e
Diacceto: l’implicatura conversazionale del convito -- i tre libri d’amore –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
italiano. Grice: “I love Cattano – Amo Cattani – who philosophised so avidly on
‘amore’ – in fact, he philosophised in three different ‘symposia’: ‘primo
simposio,’ ‘secondo simposio’ and ‘terzo simposio’ – and so outdoes Plato by
far!” Figlio di Dionigi Cattani di Diacceto e Maria di Guglielmo Martini. Suo
padre era uno dei tredici figli del filosofo Francesco Cattani da Diacceto,
chiamato il Vecchio o il Pagonazzo per distinguerlo dal nipote. Divenne
un canonico della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze. Protonotario apostolico.
Nominato vescovo di Fiesole, dopo il ritiro dello zio Angelo Cattani da
Diacceto. Durante la sua carica, termina la costruzione del monastero di Santa
Maria della Neve a Pratovecchio, già iniziata da suo zio. Restaurò l'Oratorio
di San Jacopo a Fiesole e la Chiesa di Santa Maria in Campo a Firenze, e
supervisa i lavori di restauro del Duomo di Fiesole, progettando la forma
dell'abside. Studiò diritto continentale e frequentò l'accademia
fiorentina. Filosofo prolifico. Pubblicò le opere, in latino e in italiano, di
suo nonno e incarica Varchi di scrivere la sua biografia, che fu pubblicata
assieme a Tre libri d’amore e un panegirico all’amore del vecchio Cattani a
Venezia. Altre opere” Gli uffici di S. Ambruogio vescovo di Milano: in volgar
fiorentino (Fiorenza: Lorenzo Torrentino); “Sopra la sequenza del corpo di
Christo” (Fiorenza,: appresso L. Torrentino); “L'Essamerone di S. Ambruogio
tradotto in volgar fiorentino” (Fiorenza: Lorenzo. Torrentino); “L’autorità del
Papa sopra 'l Concilio” (Fiorenza: appresso i Giunti); “Instituzione spirituale
utilissima a coloro che aspirano alla perfezzione della vita” (Fiorenza:
Giunti); “L'Essamerone” (Fiorenza: appresso Lorenzo Torrentino); “La superstizzione
dell'arte magica” (Fiorenza: appresso Valente Panizzi & Marco Peri). I tre
libri d'Amore, filosofo et gentil'hvomo fiorentino, con un Panegerico
all'Amore; et con la Vita del detto autore, fatta da M. Benedetto Varchi (In
Vinegia: appresso Gabriel Giolito de' Ferrari). Ricerche su Diacceto: Cultura
teologica e problemi formativi e pastorali. Firenze: Università degli Studi di
Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia. Dizionario biografico degli italiani. Francisci
Catanei Diacetii Patricii Florentini In divinis Platonis Sympoſium Enarratio ad
Clementem VII.Pont.Max. Amoremdiftinguit atq, definit,antequam rei explicatio
nem aggrediatur.Ntequam Sympoſi enarrationem aggredia mur, operæprecium eſt
uidere, quid perA morem ſitnobis intelligendum. Secus enim fieri nequit, ut
diuinú Platonem de Amore diſſereniem intelligamus. Solec itaqduplici capite
definiri. Autenim pingui Mineruade, finitur, aut exacta quadam ratione. Siqui
dem pinguiMinerua,omnis appetentia, quæ cungilla ſit,Amorrectèdici poteſt.
Sinautē exacta ratione, Amor eſt deſiderium perfruendæ &effingendæ
pulchritudinis. Quapro pter quot ſunt appetitus, totidem elle amores neceſſe
eſt. Atqui ue rum efficiens propter intimam fæcunditatem appetitextra fe effice
re:appetit quoqz ſeruare quodeffecerit. Vnde & diuinus Iohannes
Omnia,inquit,per ipſum facta ſunt, & feorfum ab ipſo nihil, quod factum
eſt:ſignificans,non ſolùm ex Deo, ideft,ex uero efficiente res effe,uerumetiam
eaſdem citra dei auſpicia nihilfieri. Dionyſius quo que Areopagita ſplendor
Chriſtiane theologię, Amor, inquit,entiū auctor, cùm lupereminenterin bono
antecederet,minimèpaſſuseſt ipſum in ſeipſo manere, quaſiſterile lit: ſed ipſum
impulit ad opus ſe, cundùm exceſſum omnia efficientem. Seruat autem propterea
om nium cauſa,beneficio fupereminentis amoris: quandoquidem non fimplici
prouidentia extra ſe procedens ſingulis entium immiſcetur. Quapropter
quidiuinorum peritiſunt, Želotem ipſum appellant, quaſi uehementem entium
amatorem. Acuerò &res ipfæ femper in auctorem reſpiciunt&conuertuntur,
proindeqz afiectantipſi adhæ rere: Adheſionem enim ultima conſummatio
fequitur.Huncautem appetitum ſiquis furorem amatorium dicat, recte
appellauerit. Non folùm uerò inferiora in auctorem femper propenſa ſunt, uerume
tiam quæ funt eiuſdem ordinis ſeipfa mutua quadam charitate com plectuntur.
Simile enim ſimili ſemper adhæret,utinuetere prouer bio eſt. Hoc autem
propterea euenit, quoniam fimilitudo ſeruat ab foluités,diſsimilicudo uerò
contrarium efficit, Quapropter diuinus Hierotheus in hymnis amatoris,Amorem,inquit,fiue
diuinum, li ueangelicum,fiue intellectualem, ſiue animalem,ſiue naturalem dixe
ris,unificam quandam conciliantem facultatem intelligimus, qua fuperiora ad
inferiorum prouidentiam:quæ ueró funt eiuſdemordi nis, ad mutuam
quandamcommunionem:inferiora uerò ad fuperio rumconuerſionemmouentur. Verùm
huncappetitum, qui poftre mòrebus aduenit,aliuslongè antecedit, rebus adueniens
inter exor dia.Principio quidem diuina ſtatim quàm ab auctoreſunt; in partes
proprietates eſſentiales procedere concupiſcunt. Diuina enim a.
&tusprimiſunt; horum uerò abſolutio ſua functio eſt.Conftantenim diuina
exagente potentia, ac ſua functione, quafi ex calefaciendi fa cultate
calefactionecipfumactu calefaciens. Atqz in huncſenſum lo cutus eſt Plato in
10.Libro Reip.dicens,diuina feipfa efficere.Signi ficat enim ex primo
fecundoğactu diuina conftare. Quod etiam len fiſſe Ariſtotelem,ex his
quędicuntur in undecimo Rerumdiuinarū, perſpicuum eſt.Intellectus,inquit,actus
eſt. Actus autem per fe illius uita optima &fempiterna. Dicimus autem Deum
eſſe animal ſem. piternum optimum. Quare uita &æuum continuum & æternum
ineſtdeo. Ineft quod & materiæ primæ appetitus ad formam: qui quidem
amordici poteft,quandoquidem merito formæ boniipfius particeps fit.Eft &
alius appetitus, quo res compoſitæ ſibiipfæ cohæ reſcere amant, optimus eorum
conciliator, quæ natura diſsident. Quemſagax naturæ interpres ſedulò obſeruans,
non dubitat capta to cæli fauore poſſe rerum aſymmetriæ, quæfitex materia,
mederi. Virenim naturæ ſtudioſus, quaſi Lunam è cælo in terram carmini: bus
trahens,uim animæ facilè ductilis,utinquitPlotinus, per cælum generationi
inſinuat. Quægeneratio ueluti excuſſo morboin fuam integritatem farciri
poteft.Dehis latius in ſequentibus agendum no biseſt. In plenumappetitio omnis
qua bonum ſibi res adeſſe cupi unt, amor dici poteſt,ſiueappetitus inanima,
ſiuealibiſit, ſiue artis, ſiue uirtutis,ſiue ſapientiæ, ſiue cuiuſcunqz
alterius. Hactenus de eo amore, quipinguiquadam Minerua nuncupatur. Amor autem
qui exacta ratione dicitur,primò quidem diuinæ animæineft, fi Plotino credimus.
Pulchritudo enim in intellectu primùm apparet. Siigi tur amoror pulchritudinem
ſequitur,reſtat utanimæ primò inſit: quæ quidem intellectui deinceps eſt.
Affectat autem anima diuinam pul. chritudinem uſqz adeo impotenter, ut aliquid
pulchrum in fe effi. ciaț. Sed nos longè aliter diuinum Platonem interpretati,
credimus primum amorem cum prima pulchritudine maximè natura con iunctum eſſe.
Quapropter cùm primapulchritudo intellectui infit, eidem quoq ineſſe amorem;
habere autem originem ex intelligentia,quandoquidem appetentia omnis fequitur
cognitionem. Atue rò diuina anima gemino amore, nonaduentitio quidem&
acciden tario, ſed euidenti &intimo prædita eſt. Nam&perfrui
pulchritudi ne,eandemớper modumſeminis & naturæ in ſeipſa exprimerecon
cupiſcit: & in materiamtransferre affectat idearum participationes. Sed de
his in primo &fecundo libro de Amore ſatis abundèdiſſerui mus, &in
ſequentibus uberrimèdiſleremus. Animaquoquenoſtra præter hos amores dupliciter
in pulchrum aliquod uehementi deli derio inhæret,uelgratia pulchræ prolis
procreandæ, quali pulchrū in pulchro procreari oporteat (atąhicamoranimam in
generatio nem deorſumą trahit )uel gratia recuperandæ ueræ pulchritudinis,
quamdeſcendens nimia generationis cupiditate amiſerat. Quicun que igitur
ſpectaculo ſenſibilis pulchritudinis rectè utitur, is profe. étò
facillimèrecuperat alas, quibus ad diuinam pulchritudinem at collitur.
Rectèigiturimmortales,ut inquit Homerus, Amoremap pellarunt Alationem:
quandoquidem amore in diuinum rapimur. Expoſitio primifermonis,qui Phadrieft:
Actenus declaratūeſt quid ſit amor, pingui Minerua, quid fit exacta ratione
nuncupatus. In præſentia uerò reftat uc Phædri ſermonem aggrediamur, in quo
Phædrus non de eo qui proprièeſt Amor, ſed deeo potius appecitu, qui rebus adue
nitinter exordia,principiò uerba facit. Cornumèrans uerò ea com moda, quibus
amoris beneficio participamus, in eum tranſit amo rem, quiab umbratili, Auxaſ
pulchritudine ad ueram pulchritudi nemnos reuocat.Sedagèdum uideamus,quid
Chaos, quid Terra, quid Amorfit,tum in mundo intelligibili,tum in
anima,tuminmun do ſenſibili,in quibus hæcinueniuntur. Verumàmundo intelligibi
liexordiendum eft,modò priusconſter,Chaoseſſe ubiqellentiæru ditatem:
Terramuerò effentiæ firmitatem: Amorem autem eſſe Ap petitum. Plato in Philebo
dicit,primòelle perſeunum ſiue Deum, ab ii. lo fuere Terminum&Infinitum,quartum
eſlemiſtumex his,quod dicitur per fe ens. Ego uerò Plotinum ſequutus, non puto
Termi num & Infinitumelleduas ſoliditates ſuprà ens,quemadmodúcom
miniſcitur Syrianus & Proclus:fed quod àperfe uno primo profuit; quà eſtactusprimus,&
aliquid in fe,dici Terminuni, quoniam eſt quiddefinitum ac terminatum: quà uerò
eſt actus primus, habens po teſtatem agendi,acper actionem perfici debet,dici
Infinitum: quate nus utrung ſimul complectitur,diciEns. Quocirca rectè à
Placone. er N 2 miſtumappellatur, quoniamtermini &infiniti naturaper fe
habet. Chaosigiturin mundointelligibili nihil eft aliud, quàm miſtumex termino
ac infinito, id eft, ipſum per feens,quod ratione poteſtatis
dicitur,perfectioniobnoxium. Poftchaos eſt Terra, quoniam ens ipfum,
quodeftchaos,ſtatim fequitur ſtatus deſignatus per Terram. NamutPlato docet in
Sophiſte,mundusintelligibilis conftat exel ſentia,ftatu,motu,eodem, diuerſo.
Status autê nihil eft aliud, quàm firmitas, per quam fingula manent idipſum
quod funt. Quamo brem autemfirmitas eſſentiædeſigneturperterram, paulo poſt de.
clarabitur. Poft terrameft amor:nam ens ipſum cùm fit actus pri: mus,
perficitur perintimam actionem,quieſt primus &intimus mo tus,habens
originem ab infinito ipſius entis, ficuti ſtatus eſtà termi. no. Quapropterà
Platone motus ponitur in Sophiſte tertium ele. mentum,utprius ſitens,
deindeftatus, deinde motus, id eſt, interior actio ipſius entis,quæpropriè Vita
dicitur. Vnde &Ariſtoteles in undecimo Rerumdiuinarum actü per feipfius
intellectus aſſeruiteſ ſe uitam optimam &ſempiternam. Inter actionem ac
potentiam a. gendi,medius eft agendiappetitus,principium actionis.Namagen ti
prius ineſtagendi facultas,deinde agere affectat,deinde agit. Ecce igitur
quomodo appetitus agendi mediumobtinet locum inter po tentiam &actionem,cuius
eſt principium.Nam potentia omnis, quç cunc ſit,deſiderat appetitőz ſuum actum.
Quod etiam euenitprimæ materiæ,ut Ariſtoteles ait. Sed de his paulopoft. Rectè
igitur dicta eſt, poſt Terram eſſe Amorem, id eſt, poſt eſſentiæ firmitatem,qui
propriè Status dicitur, efle principium intimæ actionis, quæ Vita
appellatur,cùm ſitprimus motus, cuius beneficio ensin ideas diſtin Ctum eſt.Ex
quo patet etiam quomodo amoranteceditdeos omnes, utinquit Parmenides.
Parmenides enim infueuit ſub Deorum appel latione ideas intelligere. Nam ſiens
diſtinguitur peruitam & motū intimum, Vitæ autem appetituseſt principium,
necefle eft appeci tumhuiuſmodi ideis eſſe priorem. Recte igituramor,quieft
appeti. tus,antecedit deos omnes, ideft,ideas. Sedut ad terram redeamus,a
nimaduertendum eft fecundùm Pythagoricos,ab ideis fuere mathe mata, à
mathematis uerò res naturalesnon: quod uelint res natura les ſecundùm materiam
&formameſſe à mathematis (licenim ſunt abideis )ſed uoluntà mathematis eſſe
figuras rerum naturalium, qui busconftituuntur. Proinde mathemata appellantur à
Platone ob ſcura intelligibilia,quoniam pendent ab ideis, quæ funt clara
intelli gibilia:ſicuti corporum imagines & umbræ,quæ funt obſcura ſenſi
bilia,à corporibusnaturalibus pendent,quæſunt ſenſilia clara. Sed de his latius
in fexto de Rep. Rectè igitur ex proprijs figuris rerum natu. FC naturalium Placo in Timæodeſignat
earundemingenium. Propte: reaignem & terram ac cæteraid genusex triangulis
componit.Ari ſtoteliquoqs placet,naturalianon ſine accidentibus quibuſdam de.
finiri, quemadmodum patet in quinto Primæ philofophiæ, quem iuniores fextum
exiſtimant. Idem quoque aſſerit Plotinus. Sed quorſum hæc:Nempeutintelligamus,
per proprias rerum natura lium figuras delignari rerum ipfarum naturam. Atqui
palàm eſt, teſ ſeramelle propriam terræ figuram, quæ ineptiſsimaeftad motum:
quo fit,ut recta ratione terraſignificet firmitatem. Quodetiamex eo conijcere
poſſumus, quoniam terrà tanquam immobilis eſt totius centrum. Vnde & Plato
in Phædro, Sola, inquit,in deorum æde manet Veſta. Siigitur terræ ſuapte natura
debeturteffera, terrauti que ſtabiliserit.Vnde &Plato in Timæo componit
folam teſſeram ex triangulisduum æqualium laterum rectangulis, ut eius oftendat
admotumineptitudinem. Verùm dehis fufius in Timæo. Terrai: gitur firmitatis
prærogatiuamubiq præ ſe fert. Hec quidem de mun do intelligibili. Animauerò ab
intellectu primo prodit, ſicuti intel: lectus ab ipſo perſeuno, fi Plotino
crédimus,ńső,quiPlotinum ſe cuciſunt,Porphyrio &Amelio, quanquam Syrianus
&Proclus alio ter fenciant. Dionyſius quoq & Origenes contendunt, ab
ipfo per ſeuno eſſe cummentem,tum animam,tum materiam, Chriſtianum dogma potius
quam Platonem ſequuti. Anima igitur cùm ſit ab in tellectu,ut inquit
Plotinus,primofuzeproceſsionis momento inſig. nis prodit idearum notis. Prodit
quo® intelligendi prædita facul tate Nam quemadmodum intellectus ab ipfo per
feuno procedens inde fecum affert unitatis participationem(quod ſummum
eſtipſius intellectus, & quo ipſum per ſe unum attingit) ſic & animam
proce dens ab intellectu indeſecum affert facultatis intellectualis idearum que
participationem.Ergo anima primo ſuæ proceſsionis momento habet idearum
expreſsionem, habet & facultatem intelligendi, qua non folùm
intimasnotiones,uerumetiam ideas intueatur. Sic enim intellectum auctorem
exactè refert.Non continuò tamen perfecta a nimadici poteſt,quandoquidem debet
habere aliquid proprium ac ſuum.Atqui intellectus etli primo
ſuæproceſsionismomento per ſe unius participationeunum eft: per intimam tamen
ac primam actio. nem, quædicitur per ſe uita,cuius ope ſeipſum in ideas
diſtinguit, quaſi Geometria in ſua Theoremata,per ſe animal efficitur:per in telligentiam
uerò uitæ ſummum,përſe intellectus, ac mundusintel ligibilis. Sic &in anima,
quæ primo ſuæ proceſsionis momento fa cultate intelligendi ideiső participac,
quaſi cæra imprimentis ligno, intimailla prima ac ſua actio, per quamfeipfam in
rationes diſtinguit, ac per quam propriè animadicitur,uita eſt participarò, mo.
tus autemper fe.Cuiusſummumeſt ſecunda participatione intelle, ctus,
ratiocinatio autem perfe. Quo fit,ut inſtar intellectus ſit orbi cularis.
Intellectus enim circulus eft. Dicitur autem propriè motus, quoniam fecum habet
& tempus. Quemadmodum enim primus motus eft in anima, ſic & primum
tempus. Nec quenquam pertur bet in eadem eſſentia animæ idearum
participaciones, hoceſt, no tionesipfas,acrationes formisrationeqz diſtinctas
eſſe. Namintelle. ctus & ratiocinatio in eadem anima, quorum alter in
participacio. nesidearum,altera uerò in rationes dirigitur,formæ quoque ratio
nisis diſcrimen inter fe habent. Differunt autem notiones à rationi.
bus,quoniam notiones (ſicenim voipatæ præanguſtia linguæ appel. lamus: ſicuti
aéyous rationes ) tanquam impartibiles acfimpliccs latent in penetralibus
ipſius animæ, ſoliintellectui obuiæ. Rationes uerò multiplices explicatæớz
ſuntſimiles ratiocinationi, cum qua habenc affinitatem. VtræQ tamen ſunt tum
ſibiipfis,tum animæ ſubiecto i dem. Intellectum, quianimæ ſuus eſt, Ariſtoteles
appellat intelle. & tum agentem,ratiocinationem uerò intellectum potentiæ,quidiui.
duuseltacdiſcurſu agit.Omnes enim animæſuo quæqmodo intel lectu auctoreacprimo
participant,qui omnibuscomuniseft,in quo tanğzin centro lineæ
copulantur.Atqideft,quod rectè inquit The. miſtius,deſententia Ariſtotelis,unum
eſſeagentem intellectum illu minantem,illuminatos autem ac ſubinde illuminantes
complures. Vnum,inquam intellectum agentem,quoniam eſt unus,qui reuera acprimò
eſt:complures autem, qui ſunt animarū, illuminati quidē, quoniãprimi
intellectus particepes ſunt: illuminantes uerò, quoniã ex his principia
hauriunt potentiæ intellectus. Verùm de his alibi exquiſitius.Ergo anima primo
ſuæproceſsionis momento etli inſig. niseſt idearum participationibus,etliprædita
eftintelligendifaculta te,quoniam tamen nondūin eam actionem prorupit,quain
ſuas rati ones interius diſtinguitur,nondumin eam, quaeaſdem.proſequitur
perpetiambitu, quibus propriè anima cognominatur,Chaos dici poteft.Eftenim
Chaos,utdictum eſt,effentia rudis. HocautēChaos fequitur Terra.Nam animæ
eſſentia etſimotuieſt obnoxia (perpe tuò enim tum generatur,tum interit,ut in
Parmenide dictüeſt, quan doquidem motus repetita quadãuiciſsitudine conficitur)
ſemper ta menmanet,necmotudiſperditur. Amorautem eſtappetitus prorū. pendi in
motum: quo tum diſtinguitur in ſeipſa, tum etiam abſolui-. tur.AmoritaQ
cùmprincipium ſit racionā,rationes autem ſintidea rum ſimilitudines,meritò
dicitur deosantecedere.Hæc quidem dea. nima. In mundo autem ſenſibili Chaos
materia eſt,quam Plato in Timæo temere agitatam Auitantem
appellat:materia,inquam,omni no expers formæ,ſuapte natura, acſpuria quadam
ratione cognobi lis, ut in Timæo dictum eſt.Idautem nihil eft aliud, quàm
cognobi lemeſſe per comparationem ad formam,ut Ariſtoteles inquit. Hæc materia
abeſtab omniperfectione, omnino deo contraria, ut Plato ait, infimum ac fæx
totius proceſsionis, infra quam duntaxat ipſum nihil inuenias,principium omnis
aſymmetriæ. Vnde& Plotinusi, pſum per ſe malumappellauit. Huic nonnulli
putant ineſſe poten tiam,perquam formæ ſubijciatur.Sed mea quidem ſententia
mace ria eiuspotentiaomninoidem ſunt. Nam per defectum totius per fectionis
eftunum: ſicuti deus perexceſſum eſtunum.Ad hæc, condi tionis formalis aliquo
modo particeps foret. Cùm igitur ſit unum per defectum,eo quòd careat omni
perfectione: erit etiam obnoxi generis, cùm citra auſpicia formæ uel
extrinfecus aduenientismane renequeat. Profecto quaeſtunum per defectum, &
cafus abente, di citurmateria: quàuero eſt obnoxii generis,dicitur ſubiectum,
pro pterea quòd ſubeſſe debet. Vnde & Plato ueluti matrem appellauit in
Timæo,eo quòdrecipiat. Ariſtoteles quoçidem cognomentum materiæ tribuit,quando
ſubeſt. Sic fortèmelius, quàm utThemiſtio uiſumeft: cui placet,materiam eſſe
earum rerum, quæ nondum faétæ aut ortæ ſunt:ſubiectum uerò earum, quæ iam ſunt
actu:quo fieri,ut materia fit cum priuatione, ſubiectum cum priuatione non ſit.
Sub iectum itaq dicit tum firmitatem, tum etiã potentiam priuationém
que.Firmitatem quidemdicit, quoniam ſubiectum generationis ma nes,contraria
uerò abeunt,ut Ariſtoteles inquit. Fitenimex aere ig. nis, non quà eſtaer, ſed
quàaccidit ei ut ſit aer. Potentiã autemdicit, quoniam performã perfici poteſt:
non enim fecus fit boni particeps: quo fit,ut formam uehementiſsimèappetat. Eſt
enim forma diuinū &bonum &appetibile,ut Ariſtoteles inquit.Hisita
perſpectis, pa. tet materiam,quà eſtunum,per defectūtotius perfectionis eſſe
Cha. os.Eius autem firmitas deſeruiens generationi, Terraeſt. Appetitus autem
formæ recta ratione amordici poteſt.Rectèigiturdictum eſt, in mundo ſenſibili
uia generationis primoeſſe Chaos,deindeTerra, poſtea Amorem ſequi.Patetquocßex
his ſententia Parmenidis. Nã uia generationis,priorineſtmateriæ appetitusformæ,
quàm forma. Forma autem ideæ participatio eſt in materia.Quapropter ſiidea de
usdicitur,fecundùm Parmenidem, idegutiớparticipatio,hoceft,for ma,dicetur
diuinum. Amorigitur,hoceft formæ appetitus, Deosi plos,ideft,diuinas
participacionesmeritò dicitur antecedere. Dictú Auñ eft hactenus, quid
GitChaos,quid Terra,quomodo amorſitantiquiſfimus; atqid tumin
mundointelligibili,tumin anima, tum in mun do ſenſibili. Nunc uerò ea commoda
uidenda ſunt, quæ ex amore nobis eueniunt. Animaduertendumtamen eſt,uirtutes
eſſe animæ noftræ purificationes. Animaenim dumingenerationem delabitur,morta
li hoc eđeno inficitur, neglectis plerunq; diuinis, quorum cognata eft:quodin
decimode Rep. diuinus Plato indicat, dicens, animas quæueniuntin generationem,
ſumpto potu ex Amelita flumine ad CampumLethæumdeſcendere. Significat enim ex
materiæ com mércio animis alioqui diuinis ineſſe negligentiam obliuionemére.
tum diuinarum. Reuocatur igitur anima tumin ſui ipſius curam, tumin memoriam
diuinorum,miniſterio uirtutum,quarumbenefi. cio maculas abñcit, quibus ueluti
inuſta erat propter materiæ for. des.Vnde &Ariſtotelesin ſeptimo libro de
Naturali auditu dicit, perturbationes in nobis fedari quandoque natura,
utpueris euenit, quando @ ex alñs,ſignificans uirtutes, quarum opè
perturbationes excutiuntur.Ergo amorcauſanobiseft uirtutumomnium,quarum
beneficio maxima bona conſequiinur, hoc eſt, ipſam ſapientiam. Namſapientia ex
moribus ſuſcipit incrementum.Veritasenimpræ ſtò animæ fit per uirtutes
expurgatæ, inftarauri quod igne defæca tur. Quod & Ariſtoteles quo &
clara uoce afſeritin ſeptimo deNa turali auditu. Sedquamobrem amor uirtutum
nobis cauſa eſt: An prior nobis ſénſiliū cognitio ineſt approbatiocs, perinde
ac libona fint: quo euenit, ut fiant expetibilia: hanc fequitur
appetitus(fierie nim nequit,appetitum nonexpetere idipfum, quod ueluti bonum à
ſenſu comprobatur )hunc ſequitur proſequutio. Appetitus enim principiummotus
eſt. Vnde&Ariſtoteles in tertio libro de Ani ma progreſsioneni animalium
imaginationi appetituig acceptam refert. Voluptas autem profequutionis
conſequutionisfruitioniſą eft finis. Illa igitur uirtus,quæanimæ cum appécitu
conſentienti mo dum legemő indicit proſequendi expetibilis, Ciuilis appellatur.
Quæuerò ita confirmat animam,Pombaiam profequutionem abomi. netur, Purgatio.
Atquæita defæcat, ut ab expetibili uix commo ueatur, iure Sanctitas dicipoteſt.
hæc nos deò nonhabenti uirtu tem, (ut inquit Plotinus, alioquiflagits eſſet
obnoxius:quodeti. din fatetur Ariſtoteles, eiuső enarratorAlexander
Aphrodiſiæus) hæc inquam, nos deo fimiles facit. Vnde & Plato in Theäteto,
Fu. ga, inquit, hinc ad deum, iplius dei fimilitudo eft. Similitudi nem uerò
iuſticia & ſanctitas cum prudentia præſtant. His ita perſpectis, uidere
poſſumus; quomodo amor uirtutum cauſa. lit. Quod Phædrus adſtruere contendit.
Pudor, inquit, reuo cansnosà turpibus, præter hæc æmulátio ad honeſta
inultans,no-, bis fternit muniti uiam ad præclarè rectei uiuendum. Altera e nim
dū in honeſtis ſuperari neſcit, alter ueròeuitando extrema, ſem per habet ob
oculos mediocritatem.Quoeuenit, ut quicquid magni præclarię efficimus, horum
ope efficiamus. Quid aucem amore promptius aut in nobispudorem excitat, aut
ſuſcicatçmulacionem: Amorenimuel abiectiſsimum quemq,licgnauum reddit ad uirtu
tem conſequendam,ut numine percitus uideatur. Amorquoq;fica mans amatúmque
inſtruit,utnon æquè ſibi erubeſcendum ducant, quàmſialterum ab altero
ſcelerisacfocordiæ iure coargui poſsit. Ha ctenus adſtructumeſt, Amoremuirtutes
ciuiles efficere, atqz id fyl logiſmo &ratione. In præſentia uerò
adſtruendum,ex eodem quo que eſſe cum purgatiorias,tum etiam purgati animi
uirtutes: quarü beneficio ſapientiæ acfelicitatis participamus. Cuius quidem
rei Al ceſtidis atop Achillis fabula admonemur. Operæprecium uerò eſt noſſe
prius, animam trahi in generationem affectuuitæ ſenſibilis, cu ius lenocinis
impura redditur:aſcendere uerò ad diuina affectu uitæ intelligibilis, quæ
inprimisanimæpuritatê exigit. Vitæ quidem fen fibilis ſummumeſtopinabile,in quo
nihilconitantiæ,nihil firmitatis inuenias. Atuita intelligibilis ubiqueritatem
præſefert. Sed dehis latius agemus in fequentibus,ubi declarabimus, quid
aſcenſus deſcen ſusţzanimæ ſit, quid ſibi Plato uoluerit in decimode
Rep.dicens, a nimas in generationem deſcendere per Cancrum, per Capricornum
uerò ad diuina aſcendere. In præſentia uerò fatis ſitgeminum huncaf fectum
geminæquoquitæ nobis auctorem eſſe. Sed iam fabulæmy ſterium aggrediamur.
Alceſtis, inquit, Peliæ filia amans Admetum uirum,pro eo mori uoluit. Dijuerò
facinore delectati, eam ab infe ris in uicam reuocarunt. Alceſtidem puto eſſe
animam, quęiaminue ritatem incumbat. Admetum uerò credo ipfas eſſe ſenſibilium
notio nes, quibus anima ad uera intelligibilia excitatur: impuritate uerò
ſenſibilis uitæ impedita,eis rectèuti nequit. Quapropter ſenſibilem uitam
exuendam intelligit, quamfibi deſcendens in generationem induerat, alioqui
nunquam uoricompos euaſura. Hinceſt,quòd mo ri Alceſtis dicitur.Dij uerò in
uitā reuocarunt. Quandoquidem de. poſita ſenſibili uita, in ſuam puritatem
reſtituta eſt.Qua igitur mori tur, hoc eſt,quà exuit ſenſibilem uitam,
uirtutibus purgatorijsinniti tur.Namexuere uitam ſenſibilem,nihileft aliud,
quàm animam ita defæcari,ut ne ipfam quidem admittat expetibilisproſequutionem.
In quo uirtus purgatoria conſiſtit. Quà uerò in puritatem reſtitu. ta
eſt,prædita eſt uirtutibus animi iampurgati. Virtus enimhuiu £ modinonin
purificatione,fedpotius in ipfa puritate conſiſtit. Purifi 'catio enim motio
quædameſt. Atpuritas motionis terminus. Con fummatio igituruirtutis potius in
termino motionis, quàmin ipſa motionecõliſtere debet. Sititaqß puritas
confummatio uirtutis, qua quidem diſcimus etiam abipfo ſenſibili uix commoueri.
Præclarum utic eſt &longèmaximū,& quod longo uſuacdiuina quadam ſor
teuix comparatur,neceſſariūtamen ad fapientiam felicitatem con fequendam,ita
paratuminſtructumós eſſe,ut corporeas tantùm fen tias affectiones,cetera
prorſusabiunctus.Longè uero errat,quicunos Orpheumimitatus, exiſtimat, dum
ſenſuum lenocinis delinitur, fim bi in ueritatem patere aditum. Hicenim
ſenſibilium notionibus,qua tenus ducuntadueritatem,uti nequit, ſed quà ſunt
duntaxat ſenſibi. lium. Quo euenit,utumbras,hoceft,fimulachrū Eurydices
captans, falſis opinionibus diſtrahatur.Iure igitur Orpheum fürentibusfae minis
dilaniandū irati di propterſcelus expofuerunt. Verùmquid euenit animæin
puritatem iamredactæ. An talem uiteſtatum ſapien tia ſequituradhæſioc in deum,
quod ſuum cuiusqz bonumeſt: Ani maenim adminiculo utitur ſenſibilium ad
ueritatem conſequendă. Namſenſibilia imagines ſunt rerum diuinarum. Vnde et
Plato in Ti mæo idem fermètribuitanimædiuinæ ingeniū,quod priusin mun. di
corporeexplorauerat, ut à Simulachro, tanſ ab inſtrumentoad exemplarrectè fiat
aſcenſus. Ergo ueritatemintelligibilem plerungs accedimus adminiculo
ſenſibilium:quorum notiones in ipſa intelli gibilia
excitantanimam.Dimittimusautem ſenſibiliūnotiones,ubi primumintelligibilia
conſecuti ſumus, ex quorum contactu fapien tiamreportamus. Sapientiã uerò
felicitas bonumo conſequuntur. Dehis uberrimèin Socratis oratione agendum nobis
eſt. Horumſa nè Achillis Patrocli (fabula nosadmonet. Achilles,inquit,mortuo
Patroclo amante mori uoluit: diuerò admirati facinus, non ſolum in uitam
reuocarunt,uerumetiam beatorum inſulas deſtinarunt illi habitandas.Patroclum
puto animamipſamaſcendentem ad uera itt telligibilia adminiculo ſenſibilium.
Achillem uerò ſenſibilium notio nes in anima. Mortuus eft Patroclusamans, id
eft, eò ufog proceſsit anima,ut non amplius ſenſilium notionibus
indigeat,quibus innita tür.Quo fit,ut ſenſilium notiones uſui deſinantelle
animæad intelli gentiam comparandā.Hinceſt quòd mori Achilles dícitur. Dij uerò
huncuolunt reuiuiſcere,quoniam animæ pro notionibus ſenſibiliú fiuntobuia ipſa
intelligibilia:unde fapientia comparatur. Ex ſapien tia ueròfelicitas euenit
& bonum,quod eſt beatorum inſulas Achilli habitãdas deſtinari. Sed quomodo
dicitur amansamato pręſtantius eſſe: An ſi comparetur uisintelligendi ad id
quod intelligitur, longè I melius . meliuseſt id quodintelligitur.
Intelligibile enim mouet nõ motū, ut Ariſtoteles inquit in undecimo Rerum
diuinarum.Mouet enim tan quamamatū. At uerò intellectus ab ipſo intelligibili
mouetur. Vis enim intelligendi producit actionem in ipſum intelligibile, quæ
intel ligentia appellatur.Ex quo diuinus Plato in ſexto deRep.dicit,ueri tatem
intelligibili,ſcientiam uerò intellectui ineſſe.Quodetiam uolu iſle Ariſtotelem
alibi declarabimus. Licetin ſexto inſtitutionū Mo ralium aliter ſentire
uideatur. Sin uerò ſenſibilium notiones, quibus anima in uera intelligibilia
excitatur,comparentur ad eam facultatē, qua intelligimus,quisambigat longè
minoris eſſe æſtimandas: Pen dencenim à ſenſibilibus,ſuntázanimæintelligenti
aduentitiæ. Plato igitur quando dicitamatum eſſe deterius amante, non deipfo
intel, ligibili intelligit(quodreuera amatumeſt: id enim longè pręſtat)ue rum
de notionibus ſenſibilium inanima, quæ &ipfæ propterea ama tum
dicuntur,quoniam uſui ſuntanimæ ad uerum intelligibile con ſequendum.Hæfanè
intelligente animalongè ſunt deteriores. Cu ius rei indiciūeſt, quòd
intelligens anima affinitate coniuncta eſt cũ ipſo
intelligibili.Intellectusenim,ut rectè inquit Ariſtoteles, rerum
intelligibiliumeft,eiuſdem @ eſtutrunca contemplari. Quandoqui demeadem
contemplatio eſtomnium ita coniunctorum, ſicuti etiã ſenſus, &rei
ſenſibilis. Quo euenit,ut deſiderio agatur ueritatis. Ato ideſtquod inquit
Plato, Amans propterea amato præſtantius effe, quod diuino furore agitur. Verùm
quid ſibiuult Plato dicens, longe magis dijs cordi eſſe,ubi amatum, in gratiam
amantis moritur, quàm ubiamansin gratiam amatirAnmoriamansin gratiam amati,
nihil eſt aliud, quàm animam incumbentemin ucritatem, abijcere uitam fenfibilem,ne
ſenſilium notiones, quæ ſuntuſuiadueritatem compa randam,irritæ ſint:
Amatumenim ſenſiliūnotionesſignificat. Quod exeo aſſeritur, quoddictum
eſt,amatum amante eſſe deterius. Fiunt autem irritx, filieimpedimento
ſenſibilis uita. Amatū uerò moriin gratiamamantis,ſignificat notiones
ſenſibiles uſui non eſſe amplius, quòd intelligens animain ipſam ueritatem
intueatur: quod re uera amatum eſt. Siigiturmulto plus eſt omnino negligere
notiones ſen lilium, intuente animaueritaté, quàm deporre uitam ſenſibilem, ut
notiones ſenſilium ad ueritatem uſui ſint:multo plus utiq; erit, a matū pro
amante,hoceſt, Achillem in gratia Patrocli: quàm amans pro amato,hoceſtAlceſtidē
in gratiam Admeti mori. Quapropter quid mirūgli Achilles ad maiorem honorē
cuectus eſt: Anima enim exuero intelligibili non ſolum ſapientia,uerumetiam
ipfam felicita temreportat. Quod quidem eſt,Achilliin uitam à dis reſtitu to
beatorum inſulas habitandas deſtinari: cùm Alceſtidi in uitam reuocari ſatis
fuerit.Vlo tur expoſitio. ) Voniamà Pauſania dictum eſt, totidemeſſe Amores,
quot ſunt Veneres:oportetexplicare in primis Vene rem,
quideaſit:alioquiphiloſophia amoris(quod qui dem in præfentia quærimus ) lateat
nos neceſſe eſt. Plotinus igitur putat, Venereineffe ipfam animam,
proindecaulamamoris efficientem. Sunt etiam & alij, qui aliter ſen.
tiunt,magnialioqui uiri, ſed quos in præſentia dimittere conſilium eſt. Vir
enim fapientiæ ſtudioſus,ut inquit Dionyſius, ſatis ſibi factu cenſere
debet,ſinon alios laceſſendo,fed quàm ualidis poteſt rationi bus,quam
putateſfeueritatem,audacter aſſerat. Ego uerò Hermiæ libenter aſſentior, qui
credit per Venerem pulchritudinē ſignificari. Argumento, in Phædro dictum eſſe
furorem amatorium, & optimū effe furorum omnium, & ex optimis.Exoptimis
quidem, quoniam ſenſibilis pulchritudo,à qua amor excitatur, optima ac
præſtantiſsi ma eſtomnium, quæcunq ſenſui offeruntur: nam & exquiſiciſsima
diuinorum ſimilitudo eft, quæ optima ſunt, & ſenſui omnium perſpi caciſsimo
ficobuiam.Viſusenim alios ſenſus longè ſuperat. Cùm e. nim cæteri ſenſus,uel fi
nulliſint uſui,cognitionis gratia per fe expeti biles ſint,ut Ariſtoteles
inquit:præ ceteris tamen uidendi facultatein optamus, quippe qua exquiſitius
cognoſcimus. Quapropteruiden di facultatem ad intelligentiam traducere
folemus,ut etiam intellige reuidere ſit. Quod &Ariſtoteles indicauit. Nam
& in tertio uolumi ne eius libri,inquoadſtruendi deſtruendic locos docet,
& in primo de Moribus adNicomachum, Sicut,inquit,pupillain oculo,licintel
lectus eſt in anima.Patet igicuramorem ex optimis eſſe, cùm ex pul. chritudine
ſenſibili excitetur,quę optimaeſtomnium quæcunq hic ſunt. Optimum autem eſſe
facile dabit is, quem non latuerit intelligi bilem pulchritudinem, cuius eſt
Amor,indagancibus bonum obuia fieri: quippe quæ boni penetralia ingredientibus
in ueſtibulo occur rat.Siigiturfuroramatorius tumexoptimis eſt,quodexcitatur
ſen fibili pulchritudine:tum etiam opcimus, quoniam in pulchritudi nem
intelligibilem dirigitur, huius autem patrocinium Veneri cri butumeſt, utPlato
inquit in Phædro:quoniam dij alij alñs furori bus præſunt, Mulæpoetico, Apollo
uaticinio, Myſterijs autem Bac chus: ſicúz Amor, qui
Veneremcomitatur,pulchrorum dux puerorum, eorumſcilicet animorum, quos
pulchriuehementer prouocat {pectaculü:quotuſquiſpambigat,
perVenerempulchritudinem in. dicari: Nuncuerò quid ipſa ſit Pulchritudo
uidendum eſt. Quod pulchritudo ſitex eorumnumero, quæmodum habēt qualitatis,uni
cuiqué palàm eſſe poteft. Quòdautemmodum habeat eius qualita tis, quæ
uidendifacultati obuia ſit,idquoqueperſpicuum puto.Nam &pulchritudo
ſenſibilis ueræpulchritudinis fimulachrum ab una uidendi facultate percipitur.
Ea uerò qualitasuiſibilis, quæ fecüdum ſuperficiemexcenta eſt,Colordici poteft.
Quæuerò nullam patitur extenſionem, ſed temporis puncto ubiquediſcurrit, Lumen
appella tur. Eft & alia qualitas uilibilis,quæ tanquam imago acflos ellenti
alis perfectionis allicit rapítque in borum.Id igitur quodhabetmo dum eius
qualitatis quæ uiſui obuia eſt, imago acfloseſſentialis per fectionis,alliciens
rapiens in bonum,reuera eſtPulchritudo:quod que huius particeps fit,Pulchrum
appellatur. Cæterum pulchritudi nieuenit,ut delicata,utiucunda,utamabilis ſit.
Delicata,eo quodfe. quitur perfectionem eſſentialem.Iucunda,eo quòddelectat.
Amabi. lis,eo quòd allicit rapita.Hincpatet,quàm hallucinationis coarguê dinon
ſint, quiafferuntpulchrum à bono differre, tãquam extimum ab intimo.Eſto
pulchrum omnebonum eſſe: neque tamen uiciſsim. Quid tum poftea.Num continuò
ſequitur,bonum quidem genus ef ſe,pulchrūuerò ſpeciem? Alioqui&
ſapiens,& iuftum, & perfecta &cetera generis eiuſdé,boniquo ipfius
ſpecies eſset. Sapiensenim omnebonumeft,ficédecęteris: nõtamen
uiceuerſa.Nūcuerò neck perfectum,negiuſtum, ne s fapiens boni ſpecies
ſunt,alioquieſſent quoqſpecies unius. Simpliciſsimum enim optimúmg in idem
cõſpi rant:non minúſą Vnius participãt omnia; quàmboni. Atquotuſ
quisqaſſeruerit,unum eſſegenus,fiquidem genus totum eſt: totum uerò partibus
obnoxium: Siigitur unum eft genus,non utiqueerit citra partes. Atuerò
unumomnino &undequaque impartibile eſt, quemadmodum in
Sophiſtedeclaratur.Sedagedum ſidetur bonum eſſegenus, quídnam id
poterit:Nónneperfectio eſsentialisactuseſt: Quodexeo patere poteſt,
quòdeſsentiæ beneficioomnia ſunt id ip ſumquod ſunt. Viuensuitæ beneficio
uiuens eſt. Quo euenit,utuita uiuentis actus ſit. Animabeneficio motusanima
eft: fed quocuſquif queambigat,motumeſse animæ actūł Ignis beneficio formæ
ignis eſt. Tuncenim reuera eſtignis,cùm primūignis formamactu habet. Quis autem
non uideat formam actum eſse ignis:Quoeuenit,utre Eta ratione dici poſsit,
perfectionem eſsențialem actum eſse. Actum autem omnemeſse bonum,neminem
inficias iturum puto, quando quidemi merito actus unicuiqz bonumineſt.
Nónneignieſseignem; bonumeſt:Atquis ambigat per formam,quieſt actus,
ignemeſſeig nēNónne quo anime eſſe animā,uiuęciéeſſe uiuens, bonüeſt:Ve
rùmalterūbeneficio uitæ,altera beneficio motus, quorūutergeſta ctus,id euenire
palàm eſt.Exñs patere puto, perfectionem eſſentialē bonüeſſe,uiciſsimo bonüaliquodeffentialem
eſſe perfectionê.Quii gitur affirmat, pulchrumàbono differre, tanquam extimum
ab inti mo,etſi nõibit inficias,fibonuminuniuerſum accipiatur, pofſe dari,
gracia diſſertationis,idipſumgenus effe:contender tamen,fedebono uerba facere,
non quatenus in uniuerſum ſimpliciter accipitur, fed quatenus particulare
definituma eſt,ſuam præſe ferens duntaxateſ ſentialem rerum perfectionem. Atque
id quidem affirmat recta ra. tione. Nampulchritudo ingenium modumýzhabens
accidentis,re uera extimaelt,quodab ipfa rationeexploditur.Atperfectio eſfētia,
lis, quam ſequitur pulchritudo, reuera intima:quod ex co aſseritur, quoniam
unumquodąeſſentia conſtat. Hinc quidem uidere poſlu. mus,primā pulchritudinem
neğz efle ideas,necin ideis. Ideas enim ab omniaccidentis ingenio procul eſſe
perſpicuumeſt. Namipſum per ſeensin ideas diſtinctumeſt: quaſi Geometria in ſua
Theorema ta. Quemautem lateat Theoremata non eſſe geometriæ accidentia: Sed
ſubeft quærere,ubi nam&quo pacto lintideæ. Vtrumânt in eo,in quo ſunt,uel
tanquam forma in materia, uel tanquamaccidés in ſubiecto, uel tanquam in caufa
effectus, uel tanquam actus in eo quod perfici debet,uel-tãquam totum in toto,uel
totum in partibus, uel pars in parte, uel parsiu toto.Fieri enim nequit,ut
fecus in aliquo aliquid ſit. Namgenus &ſpecies totius partium (habent
ingenium. An ex diuiniPlatonis fententia,ideas eſſe in ipfo perfe animalidicen
dumeft:Namin Timäo aperta uoce aſserit,Opificem munditot for mas mundo
exhibere,quot ſpeciesmensuideratin ipfo per ſeanima. li.ex quo patet, idearum
diſcrimen in ipfo per ſeanimali primò eſse. Reliquumeſtutuideamus, quo pacto in
ipſo per feanimali ſintidex. Anuelutiforma inmateria eſse nequeunt. Non enim
per fe animal materia eſt, quando alterius beneficio noneſtactu. Sed neque tano
accidens in ſubiecto. Quis enim contendat ideas eſse accidentia, quando idearum
ſimulachra foliditateseſse perſpicuum eſt,utignis, & terra, & cætera
generis eiuſdé:Non ſuntquoq tanquãin caufa effe. ctus,
quandoquidemeſsentpoteſtate. Nücuerò ideæ acti funt. Quo modo autem eſse
poſsunt tanquam actus in eo quod perfici debet? Namper feanimal uita ipfa,non
ideis, tanquam actu animaleſt. At nequetanquam totum in toto, neque tanquam
totum in partibuseſ ſe dicendum eſt. Non enim totum ſunt ideæ,
quoniammultitudini ſunt obnoxiæ. Totumuerò unumeft. Nónneſi tanquam partemin
parte 1 parte eſſe conMilanius, oportet
quoque nos concedere, tam per ſea nimal,quàm ideas,alicuius totius partes eſſe:
Atcuiúſnam pars fu eritipſum per ſe animal:Reftatigitur, ideas eſſe in ipfo per
fe animali tanquamin toto partes. At id eft, quodin Timæodiuinus Plato fi bi
uoluit,dicens Opificēmundi tot formas mūdo èxhibere, quot fpe cies
mènsuideratin ipſo per ſeanimali.Quemadmodum enim forme quas mundo exhibuit
mundiOpifex, continentur in mundo, tano in toto partes:ficetiam ſpecies, quas
mundi Opifex eſt imitatus,in ip ſo per le animalicontineri pareſt. Abipſo autem
per ſèuno procedit primò ens: quodintima functioneabfolutum, quæ uita
dicitur,fit per ſeanimal. Vitaenim uiuentiseſt actus. Ipſum autem per
ſeanimalui tæ beneficio cùm totum ſit, in partes quoce diſtribuatur neceſſe eſt.
Totumenim& partes ſimul ſunt. Quapropteripſum per ſe animal quemadmodum
habet exuitauc totū ſit,ex eadem quoqhabet,ut ſe ipſum diſtinguat in partes:
partes aüt huiuſmodi ideæ ſunt.Ex quoli cetadmirari
nõnullos:quicõminiſcunturideas aduenire extrinfecus ei in quo funt,tãquam actü
informi naturæ. Quo genere peccarenul lummaius poſſunt, qui amant uideri
Platonisftudiofi.Hecdiximus, nõſtudio quempiã laceſſendi (quod à uiro
philoſopho alienum ſem per duximus) fed quoniam ſunt nonnulli, qui dum alteros
auidius quàm decetinfectantur,nõ cômittuntutipſiiurenõ poſsint coargui.
Nãduxnoſter Marſilius, etſi alicubi dicitideas excrinſecus accedere,
Chriſtianis fortè quibuſdam adftipulatus:ubi tamen exactèrem Pla tonicam
tuetur,longè aliter ſentit. Exhis quædicta ſunt patere arbitror, primā
pulchritudinem non efle ideas, quemadmodumnonnulli ineptèaſſerunt. Sed neçetiam
effe primò in ideisin præſentia declarandumeſt. Plato in Timæo di cit mundum
eſſe pulcherrimum omniumquæcunq genita ſunt: eſse autemalicuius ſimulachrum,
quodratione ac fapientia ſola compre, hendi poteſt:adhæcmundumpulcherrimum
natura opus optimum que eſſè:effe, inquam, animal animatum intelligens.Ex quo
intelli, gere poſſumus, de Platonisfententia,id exemplar quodmundiOpi fex eſt
imitatus, tūanimal eſſe, tum etiã pulcherrimum. Quapropter pulchritudinem primò
eſſe ipſius per ſe animalis,non idearum: nam ipſum per fe animal ideas
antecedit. Adhæc, ſi pulchritudo exuberan tia quædamexterioreſtintimæ
perfectionis: intimauerò perfectio ne ipſum per ſe animal fit: quis non
uidet,ipſius per fe animalis prima pulchritudinēeſſe: Quomodo igitur idearu:
Dehis tum paulo poft diſſerendūnobiseſt, tūetiã in libro de amore ſatis
abūdediſſeruimus: Hactenus oſtenſum eſt, quid Venus ſignificet, quid ſit
pulchritu do ubiſit.In præſentia uidendum eſt, nunquid pulchritudo materia
ſitamoris,an potins finis.Nonnulli ſunt, quidicantde Platonis fen tentia,pulchritudinemeſſe
materiam amoris. Nampulchritudo cau fa eſt amoris,non tanquam principium
efficiens eius actus qui eſta mare, fed tanquam obiectum.AtueròſecundumPlatonicosactuum
animæ animaipſa eſtefficiens:obiecta uerò ſuntmateria, circaquam
actumillumproducit anima. Quaproptercum hacratione pulchri. tudo materia
ſitamoris,propterea Venusdicitur amoris mater.Nam materiam eſſe tanquammatrem,efficiensuerò
tanquam patrem,con tendunt Philoſophi. hæcilli ferèaduerbum. Sed non poſſum non
uehementer admirari, quihæcproferunt in medium, uiri alioquigra ues &magni,
&quos arbitror nihillatere potuiſſe, in his præſertim quæ pertinent
adintegram caſtamos Platonis Ariſtotelisęzintelli. gentiam. Non ſolum enim quæ
dicta ſunt,Platoni Ariſtotelicpug. nant, uerùm etiam pugnant &rationi,
pugnant quoque&his quæ ab eiſdem alibidicta ſunt.Primò quidem Plato in
ſextodeRep.libro dicit, fjs quæ intelliguntur inefleueritatem:intelligentiuerò
ineſſeſci entiam,ueritatemcz intellectu percipi. Quo euenit,ut ueritasannexa
ſit intelligibili:ſcientia uerò intellectui. Siigitur ita fehabet,quomo do
ueritas ſcientiæ materia erit fecundùm Platonem:Veritas enim ſci entiæ longè
præſtat:quod nulla ratione eueniret, fi materia eſſet. Ari ftoteles quomin
undecimoRerum diuinarum, Expetibile, inquit, &intelligibile mouetnonmotum,
quodalterumapparens, alterum reuerabonum eſt.Mouereautem nonmotūquotuſquiſque
materię tribuerit:Etpaulo poft,Intellectus,inquit, abintelligibili mouetur.
Intelligibile autemalter ordo fecüdum le. Addit&hoc:Mouet icaqz
tanquamamatum. Ex quibusliquidò patere poteſt, expetibile intel. ligibilegs
finis ipſius habere ingenium. Siitam expetibile &intelligi bile mouetut
finis, pulchritudo autē expetibilis intelligibilisőseſt: quomodo materia eſſe
poterit: Atprimapulchritudo ſoli intellectui eſtobuia,quemadmodum oſtēſum eſt,cùm
fitiplius per ſe animalis: eftetiamexpetibilis, quandoquidébonum quoddam eſt,bonum
au tem quà bonum ſemperexpetibile.Poſſent &alia multa afferri in me dium,quibus
oftenderetur de Platonis Ariſtotelisés ſententia obie ctum nõ eſſe materiam
actuum animæ. Quæ quidem propterea omi fimus, quandoquidemijs, qui uel breuem
deambulatiunculam cum Platone Ariſtoteleđß fecerint,notiſsimaſunt.Atuerò
&rationi recla mat,obiectum ueluti materiãeſſe. Materia enim folet eſſe id
ex quo ali quid fit.Nó fiūtaūtex obiectis animæactus,ſed potius funt circa obie
éta. Quo euenit,ut obiecta materia eſſe nequeat. Adhæc bonüexpeti bileeſt,
quandoquid exeo appetimus quodbonãelt: nõuiciſsimeſt bonüpropterea
quòdexpetimus. Expetibile autē obiectõeſt,quo fit, utbonum16i 2:13 I utbonum
obiectum ſit: Gaddas,obiectüeſſemateriam,bonum quoqs materia fit neceſſe eſt.
At quaratione aſserendum, bonumipſummā teriam eſſe: Pugnantquoque
fibiipſis.contenduntenim pulchrum à bono ſeiungi, tanğſpeciem àgenere. Quo fit,
ut pulchrum boni ſpecies fit:bonum ueròde pulchro tanquamde ſpecie dicatur.
Siigi tur pulchrum eſt bonum,bonumuerò materiam eſſenequit,quo pa eto pulchrum
materiam eſſe dicendum eſt: Quapropter meaquidem ſententia aſſerendum non eſt,
pulchritudinem eſſe materiamamoris, fed potiusfinem.Cui quidem ſententiæ Plato
Ariſtoteleső adſtipu lătur. Verumfi pulchritudo ingenium habet illius, cuius
gratia: quo pacto Amorem exoriridicendum eſt: Anubi primumcognoſcendi
facultas,pulchritudinem utdelicatam, ut iucundam,utamabilem co probat,ſtatim
uisappetēdiexcitatur.Appetitus enim cognitionem fequaturneceſse eſt. Dumigitur
appetens exoptat ſibi adeſse ac per frui delicato, iucundo,amabili,utinde
plenitudinem hauriat uolupta tis,eữactú circa pulchritudinem producit, qui
appetere dicitur.Qui quidemreuera Amoreſtappellandus,hoceft,appetitus
&deſideriū perfruendæ pulchritudinis.Huius deſiderñ efficiens
cauſa,uiseſtap. petendi:pulchritudo illud,cuiusgratia. Quænam uerò materia ſit,
in Socratis oratione declarabimus,exponentes, quid nobis per Peniam fit
intelligendum, quam eſſematrem amoris affirmat Plato. Quod quidem euidens
argumentum uideri poteſt, pulchritudinem non ef ſemateriam amoris.Nunquam enim
dicit Plato, Venerem (quæ pul chritudinem ſignificat ) matrem eſse amoris, ſed
potius amorem co, mitari ſequio Venerem,quippe quiVenerisipſius eſt,in Venerēms
dirigitur. Quæ quidem omnia finis ſuntipſius, non materiæ. Nonnulliſunt,
quidicant,quiſquis deſiderat, quodammodo poſsi dere id quod ab eodeſideratur:
idq eſse deſiderācis uirtutis propriū. Adſtruūt autē hocipſum dupliciratione,
tumquoniam deſiderium omne antecedête cognitione lubnititur (cognitio autem,
quædã pof ſeſsio eſt) tum quóniam inter deſideransacdeſideratum congruentia ſemper
ſimilitudo@intercidit.Fieri autem nequit, utidquod deſide. ratur,à deſiderante
quodammodonon participetur. Alioqui nulla eſſet inter utrung congruentia, nulla
ſimilitudo. Sed mea quidē ſen tentia cómentitiử hoceſt.Nã deſideransomne,quà
deſiderans, cogni tione priuatur. Cuius rei indiciū eſt, quod ex antecedête
cognitione deſideratquiſquis deſiderat. Quo fit,ut recta ratione uis deſiderãdi
di catur cęca eſse,quippe àqua cognitio ſeiūcta fit,quæuiſio appellatur.
Atfieri nequit,ut quicquid cognitione priuatur,non priueturetiã ea
poſſeſsione,quęmerito fitcognitonis. Sed fortè dicent,nõ ficfeadui uum
reſecare, ut uelint,deſiderãs,quàdeſiderans, merito cognitionis cognit 1 3
habere quodämodo poffefsionem illius,quod delideratur: fed eadū taxatratione
habere,qua cognofcit.Nosaūtenitemuroſtenderenec etiã cognoſcésqua
cognofcēs,habere ali zrei cognobilis poſſeſsionē dūcognoſcit.Vtrūuerò id
affequemur,alñ iudicabūt.Nobisſatis erit afferre in mediū,nõ quæ adeo premất
alios,eospræſertim,quosuelu tinaturæmiraculū ſoliti ſumusadmirari:fed quę
caſtūueritatis fecta torējaſsertoreo decere arbitramur.Quod quidem
ſignumoboculos ſibi ſemper proponere debet, quicũceſt fapientiæ ſtudioſus.Côten
dimus igitur,cognitionēnullo pacto eſſerei cognobilis poffefsionē.
Nãcognitionem eſſe per modumuiſionis, nemo eftomniū qui rectè
poſsitambigere.Cognitio.n.inipſum cognobile à cognoſcētedirigi tur, quafi in
ipſum uilibile uifio.At poſſeſsio nullā habet cumuiſione affinitatem. Non
enimqui poſsidet quodãmodo intuetur, ſedquali manu tenet,accöplectitur id ipſum
quod poſsidetur. Quoeuenit, ut poſſeſsio potius ingenium fapiat tactionis.
Siigitur cognitio uifionis imitatur naturam,poffefsio uerò non imitatur, quo
pacto dicendum eft,cognitionem eſſe poſſeſsionem. Adhæc,uerum & bonūnonidē
funt.Quod ex eo patere poteft,quòdnoneadē facultate percipiütur: In uerum
dirigitur cognofcendifacultas,in bonūuerò appetendi.Ex
ueriperceptioneaſseueratio certitudoớa reportatur:exboni poſſeſsi onecóplexu (uoluptas.
Si igitur cognofcens, quà cognoſsēs quodā modopoſsideret,uoluptatisquo
particeps fieret. Voluptas enim boni poſseſsionêcomitatur.Atuoluptas facultaté
cognoſcentem no perficit,fed appetētem.Quapropterdiuinus Plato bonü noftrumin
miſto quodã ex lapiétia uoluptate coſtituit: quarüaltera, id eſt,ſapi entia
intellectum:altera uerò,hoceſtuoluptas, uoluntatem perficit. Sed de his
infequentibus comulatiſsime agemus. Hactenus often ſum eſt, quicūą
deſiderat,huncipsūnon poſsidere,necquà deſiderat, nec quà cognoſcit.In
preſentia uerò declarandûeft,neclimiltudinem quoos poſseſsionem aliquo modo
auteſse autdici debere. Quodreli quüerat ut adſtrueretur.Quæcun $ igitur
fimilia ſunt,aut propterea dicuntur ſimilia, quòdcerto quodã tertio participent
(cuiuſmodico, plura alba aut calida ſunt )aut quoniã alterü alteriſimileeſt,non
tamé uiciſsim:quemadmodūuiuenti Socrati pictus autæneus ſimilis eſt, quãdo
uiuentem Socratem quodãmodo imitatur. Nemo tamen pro pterea fanę mentis
contendet,uiuentē picto auteneo ſimilē eſse. Quo genere,homo per uirtutes deo
ſimilis fit,ut rectè inquit Plotinus.Sen lilia quoqhocpacto intelligibilib.
ſimilia ſunt, quæ nihil cum eisha bentcõmune,niſi nomen. Quodquidem clara uoce
diuinusPlatoin Parmenide Timæocz teftatur. Ex quo Ariſtotelis ratio contra
ideas de tertio hominefacilè diluitur. Quæcũçaūt ſuntidonea,utrecipiãt,
cuiuſmodi informis materia eſt, & cætera generis eiuſdem, fimilia &
ipſa dici poffunt, tū ijs quærecipiuntur,tumis quæ efficiunt.Horum eniin be
Inic enim poteſtas quædam ſimilitudo uidetur eſſe. Dicitur quo &effi ciens
finiſimile, quoniã efficiensomne à fine mouetur: illius enim gra tia omnia
ſunt. Vnde &Ariſtoteles in undecimo Rerūdiuiuarū,Ěx petibile,inquit, &
intelligibile mouētnon mota:quaſi efficiens motu moueat. Quod paulo
poſtexpreſsit,dicés: Intellectus ab intelligibili mouetur. lis itaq
expoſitis,uidendū eſt, quopacto deſiderãs, ei quod deſideratur fimile eſt,
cuius ſimilitudinem meritò fibi deſiderati inſit poſſeſsio.Non
eſtigiturdeſiderásſimile eiquod deſideratur, quoniã tertio quodamparticipent.
Alioquiutrunqz alteri pari ratione ſimile eſſet. Quod quidem ñseuenit, quæhoc
pacto ſimiliaſunt,quando in tertio cócurrunt. Atdeſideras &idquod
deſideraturita fe habent, ut idquod deſideraturnomotūmoueat,deſiderãs uerò
moueatur:Quo euenit,ut ſecus id, quod deſideratur, deſiderāti: ſecus autem
deſiderás ei,quod deſideratur,ſimile ſit. Siigitur quæ cõcurruntin tertio, ſibi
in uicem ſimilia ſunt:deſiderans uerò &id quoddefideratur non ſimili
côditioneſimilia ſunt:quis ambigat,eadētertñ quoq nõ participare: Non ſunt
quoqz ſimilia,eo quòd alterü alteri duntaxat ſimile ſit:alio, quiaut alterum
alteriusſimulachrū imagóą eſſet,autfaltē imitaretur. Nuncuerò neutrūaut
alterũimitatur,aut alterius imago exmplumue eft.Sed nec quoqeo pacto ſimilia
ſunt, quo recipiensautei quodre cipitur,auteiunde eſt principiū motus ſimile
dicitur. Neutrumenim recipientis habet ingeniū, quandoquidem alterum eſtran
efficiens, alterútanſ illud cuiusgratia efficitur. Reſtat igitur, fi qua eft
ſimilitu do,utdeſideras &id quod defideratur propterea fimilia ſint, quoniã
id quod deſideratur tãğexperibile mouer:deſiderãs uerò eft efficiés. Quã quidē
fimilitudinēnemoeſtomniã quidiſsimulet. Quis enim ambigat, inter finem atoßea
quæ in finĉprogrediãtur, ſimilitudinem quandãaffinitatēc eſse:Quoenim pacto eo
côtéderent, niſi aliquid inde reportarent, quod in uſumbonūĝz ſuum uerteretur.
Sed hæc ſimilitudo cógruencia (znullădicit poſseſsionem. Nã propterea effici
ens finiſimile eft, quod efficiésmoueri poteſt, finis aūtmouere.Poſse
aūtmoueriadfinem,nulla finispoſseſsio eſt:finis enimpoſseſsio actu eft,poſse
aūtmoueripotencia. Quomodo igitur huiuſmodi ſimilitu: do poſseſsionēdicit.
Adhæc lidefideransratione ſimilitudinis ali quomodo poſsiderid quod
deſideratur,id quidē actu eſse neceſse eſt. Quod aūtactu pofsidetbonū,habet
quogiãactu &uoluptatē, quão doquidēactupfruitur. Quis aūt
afseruerit,deſiderãs quà deſiderãs iã bono gfrui,diliniriq uoluptate:Nãdeſideriūmotio
quædã uidetur, quãdo motionis pricipiūelt.Voluptasaŭt motionis terminus.Cõti
getigitu ridē ſimulmoueri,acno moueri.Quod fieri nulla ratione po teft:Ěxhis
perſpicuñeſse arbitror,deſiderãsminimèilliusparticipare ģddeſideratur.Verùmhæc
paulo altiusrepetëda sūt. Omnia quæcũ queſunt, poft primūingenita cupiditate
urūtur pociūdi illius: quip pe ex cuius poſseſsioneſuum cuique bonumineſt.
Cupiunt autem quam uehementiſsimeſingulaſibibonumadeſle. Quidenim eſlea
maret,niſiid fibi proforet: Appetentiauerò omnis ex cognitioneſus mit exordia.
Fieri enimnequit,ut alicuius cupiditas aliqua fit, cuius non fuerit
&cognitio.Hæcquidem cognitio no intelligencia eſt,non ratiocinatio,non
opinio, ſiue cogitatio,nõ ſenſus aliquis, ex his quos particulares uocamus,fed
longèhæcomniaantecedit. Singula enim ftatimquàmfunt, intimoquodamnatiuoç ſenſu
præſentiunt, in au Ctorem,unde uenerunt,libieſſeproperandum, indebonumuberri
mèadfequutura.Hicquidem ſenſus, quem IntimūNaturęgsappella mus,principiūeſt,
quo mūdusintelligibilis in uită intelligēciāõpro cedat.Nãuita
intelligentiaõprogreſsioeftin bonū.Progreſsio aūtin appecētiã reducitur.
Quofit,utappetētiauitæ intelligentiæis princi piūſit. At appetētia omnis
cognitione fubnititur. Quapropter cùm nulla prior cognitio fuerit, quàmea,
quamūdus intelligibilisſtatim, quàmeft,præféntit ex auctore ſibi bonūadfuturū
(quem ſenſumInci mum uocamus)ſequens eft,ut inhunceundem uitaintelligentiáque
reducatur.Pari pacto de animadicendum eſt. Namhic ſenſusperpe. tis illius
motionis ratiocinationis & ipſiusauctor eſt. Vnde& Iambli chus,cætera
quidēdiuinus, in hocaūtuerè diuiniſsimus.Effentie, in quit,animæ
ipfiusingenitaquedamineft deorum cognitio,omniiu dicio melior,antecedens
electionem,ratiocinationem, demonſtrati onem omnem: quæ quidem interexordia
inhærens in propriam cau fam,coniúcta eſt cumeo animæappetitu,qui
ſubſtantificus bonieft: Plotinus quo @ aſserit,omnia naturæ opera eſſe
Theoremata,quip pe quæex intima quadã naturæ cognitione orta ſint.Hoc fenfu
&ele menta in propria loca feruntur.Vnde &illi, meaquidem ſententia,
audiendinonſunt, qui ñſdem tribuunt appetitum in ſua loca proce
dendi,adimuntuerò cognitionem appetitus huiuſmodi principium, quaſi abextima
intelligentia dirigantur.Namfieri nequit,utextima fit cognitio,appetitusuerò
intimus. Appetitus enim cognitionem fequitur,eiuſdemqz rei eſt cognoſcere &
appetere. Huncienſum ue. teres Magiobſeruauere, hincopera ſuæ arcis feliciſsimè
auſpicantes. Hunceundem in hymno naturæ Orpheus quietum acline ſtrepitu
appellauit. Quippe in quemnoncadaterror, quando nulla indiget ope externorum,
fed totus in boni quaſi uiſionem incumbat. Qua propter mea quidemfententia,
quemadmodum concupiſcendiira ſcendió cupiditas ſuã habet ſentiendi
facultatē,electio uerò ratiocinā dig atintelligédi facultatē uolūtas, quibus
nitătur (alioquin he quidé quod reuerabonüeſt,illęuerò qa bonūuidetur,nequico
deſiderio cöplecterentur) fic & cómunisrerü omniūappetitus,quo in bonum
dirigūrur, ſuāhaberecognitioné (quë nature ſensűrite nücupamus) ġd bonü præſentiatur,neceſſe
eſt.Hecquidēcognitio quéadmodūnā 1 eſtbonipoſſeſsio (alioqui nunquam in bonum
progreſsio fieret ) fed potius poſsidēdi principiū:pari ratione neccæteras
cognitiones,pof ſeſsiones eſſe dicendüeſt, ſedprincipia uias@ potius in
poſſeſsionem. Quo fit,utrecta rationedici nequeat,AmoremPulchripoſſeſsionem
habere,quòdantecedête cognitioneſubnicatur, quaſicognitio ſitpof feſsio quædam.
Quomodoautemnon folùm Amor, fed appetentia omnis,media ſitinter idquodbonum
eſt,atquenonbonum: quidper Porum, quidper Peniam Amoris parentesdiuinus Plato
ſibi uelit, in Socracis oratione uberrimèenitemur oſtendere. Hactenus
declarauimus Pulchritudiném eſle Amoris finem, non materiam: declarauimus quoqs
Amoremnullam habere pulchritu dinis poſſeſsionem, quemadmodumnõnulli
comminiſcuntur. In præſentia declarandum eſt,quænam, qualésque pulchritudines
ſint. Quoquidem declarato,uidebimusquinam,qualéſoamores ſint. Fi eri enim
nequit,utcitra pulchritudinem ſit Amor. Vbiigitur fem per pulchritudinem
fequitur, non ſolùm totidem eſſe amores, quot ſunt puichritudines, pareſt:
uerùm etiam expulchritudinisingenio amoris eſſencia,uires, opera ſuntæſtimanda.
Sediamrem ipfamag grediamur. Rerum genusunumintelligibileeſt, ſenſibile alterum.
Rurſus intelligibile in partes duas diuiditur, in clarum ſcilicet &ob.
{curum.Intelligibile clarum dici poteft, quod ſuapte natura obuiam fit
intellectui,necalio adnititur; cuiuſmodi funt ideæ fiuemundus in telligibilis,
ac liquid aliud tale eſt, quod non indiget adminiculout maneat. Obfcurumuerò intelligibile,quod
nonnili in claro intelligi bili apparet: cuiuſmodi mathemata ſunt, quæ habent
in ideis quic quid participant firmitatis.BrõrinusPythagoricus in eo libro, qui
de Intellectu cogitationem inſcribitur,Cogitatio,inquit, intellectu ma
ioreſt,ſicut & cogitabilemaius intelligibili. Intellectus enim ſimplex eft,citra
compoſitionem,id quod primò intelligit:huiuſmodi autem ſpeciem dicimus:eftenim
citra partes, citra compoſitionem aliorum primum. At cogitatio tummultiplex eſt,
tum partibilis,id quod fe cũdo intelligit:ſcientia enim demonſtrationeớ
nititur. Simili ratio ne ſe habentipſa cogitabilia. Hæcautē ſunt ſcibilia
demonſtrabilia ipſac uniuerſalia, quę ab intelle &tu per rationem
comprehenduntur. Ex quibuscolligere poſſumus, intelligibile clarum per illud
ſignifi cari, quoddicitur, fine partibus,fine compoſitione aliorum primum.
Obſcurūuerò per illud, quod dictur, Scibile,demoſtrabile, uniuer ſale. Nam
cogitabilia omnia, cuiuſmodi ſunt obſcura intelligibilia, ipfacemathemata,non attinguntur
quafi recto quodamintuitu, quê admodum euenit claro intelligibili:fed per
rationem, & quandam,ut fic dixerim,ab ideis declinationem acdeſcenſum.
Suntautē mathematare uerafluxus eorum generum,quæcuque rèentiintellectuíçinfunt,
intelligibilium, idearum imagines, ex empla ſenſibilium,eandem habentia ad
ideas comparationem,quam habétumbræ &imagines in ſpeculis aduera
corpora,quę& àcorpo ribus profluunt, & in eiſdem,& beneficio
eorundem, ſenſui fiuntob uiam.Sicutig &mathemata funt ab ideis, &in
ideis apparent, & i, dearum beneficio habéntfirmitatem. Sicuti
autemipſuminelligibile in clarumobſcurū < diuiditur: eodempacto
&ſenſibile in clarum ob ſcurūgs diuidendum eſt.Senſibile clarūdicitur,
quodprimò acrecto quodamtramite ſenſui fit obuiam, quodą ſuapte natura
opinabile eſt, utcælum,ut elementa, & reliqua corpora naturalia. Obſcurum
uerò, quod,etſi ſub ſenſum cadit,pendet tamen ex corporenaturali tū quatenus
fit,tumetiamquatenusapparet. Hæcſunt corporum natu ralium imagines ac
ſimulachra, quæ & à corporibus naturalibus pē dent, &citra eadem ſtatim
dilabuntur,necſenſuifiuntobuiam. Hu iuſmodi autemſunt umbræ in aquis, in
ſpeculis @ imagines. Addunt Syneſius &Proclus, eſſe quorundam corporum
naturalium profu uia,ad certam intercapedinem integrum feruantia characterem.Quę
nõambigunt mirisquibuſdã machinis à Magis impetiſolere, fiquã do quenquam
perderein animo éſt.Hæc cùm & ipſa ſimulachraquæ damſint ſub obſcuro illo
fenſili collocari poſſunt. Architas Tarenti nus in eo libro,cuide intellectu
& ſenſu titulus eft,quæcunqdicütur eſſe, in pares ordines gradusi
diſtinxit, afcenſum fieri uoluitàde, terioribus ad meliora, quippe in quibus
deteriora comprehenderē tur.Diuinus quoạPlato in fexto de Rep.
declarat,quatuoreſſererű gradus, qualeſas ſintä animænoftræ uel habitus uel
facultates, qui. bus uniuerfam illam rerum diſtributionem cognoſcimus.Quæom nia
non erubuit ab Archita ad uerbum ferè mutuari. Quodquidem ös,qui aliquando legerint
Architæuerba, luce clarius patere poteſt. Sed magnacontrouerſia eſt,in quonam
rerum ordineanimaipſa col locari debeat, quicß de ea contempletur. Nam ſi in
mentemani mæ præſtantiſsimum intuemur,noneftcurhæſitemus intelligibilis
generiseſſe ac diuini.Contrà uerò ſi cæteras facultates penlitemus, rė rum
naturalium ordini adſcribemus. Sinuerò utrūos ſimul,necinter diuina
cõnumerabimus (quodomnino à motu materiaớ abhorrēt ) necinter ea,quæ naturalia
ſunt, quandoquidem ſupra fenfilia non af cendunt. Mensautem genus ſenlibile
longè ſuperat. Themiſtius in ter Peripatecicos nõ poſtremæ auctoritatis dat
manus extremeratio ni: proindecs contendit, animæ ipſius, quaſimedijgeneris
ſit, media quoơſciệtiãeſſe,cuiuſmodi ſuncdiſciplinæ. Anobisuerò lögè abeſt, ut
credamus, cã eſſe mentē Ariſtoteli, utnaturalis intellectü contēple tur. Quid
enim eo illuſtrius eſſe poteſt,quodin ſecüdo de Animadir ctum 1 1 &umeft:Intellectus fortè diuinum
quiddameſt &impatibile. Quin etiam nihil prohihet,inquit,partem animæ
aliquam ſeparari:liquidē nullius corporis actus eſt.Præterea & illud:deintellectu
autemnon dumpalàmeſt,namuidetur aliud genusanimæ eſſe időzſeparari,tan
quamæternumà caduco. In primoautem de partibus animaliumex erta uoce
ait:Naturalemphiloſophum non de anima omnidiſſerere, quandoquidem non
omnisanima natura eſt.Et in fecundo de Gene ratione animalium,folam
mentemextrinfecus accedere,eamąfolam diuinam eſſe, cùm eiusactio no communicet
cumactione corporali. Præterea in quinto Rerumdiuinarum (quêpleriq falsò fextum
au tumant, fi credimus Alexandro Aphrodiſixo) Naturalis, inquit,ip. ſius eſtnon
omnemanimam contemplari,ſed quandam,quæcunque non ſine materia fit.Etinundecimo
eiuſdem operis, cum de Deolo queretur: Vita,inquit,poteſteſſe
optimanobis,f ed breui. Sicenim femper illud:nobis autem fieri nequit. Ex
quibus intelligi poteft,ex fententia Ariſtotelis contemplationem de intellectu
ad facultatem naturalem non pertinere. Proinde aliam quandamſcientiam eſſe,
quæanimæ ingenium contempletur. Diuinusquoque Plato anima ipſam, quando
ſeparabilisæternacpeſt,ſub eflentia concludit.Proin de intelligibilis
generiseſſedubitandum non eſt.Quòdfiquis obříci at Timæum Platonis,in quo multa
de animeingenio differuntur,cui nihilominus de Natura tituluseſt:nosutią
quemadmodum non dif fitemur elle princeps eius dialogi uotum, naturę opera
contemplari: ficquoqzimusinficias, quçcungibicótinentur,naturam effe.Multa enim
præ ſe fertilledialogus, quæ naturæ ingenium longè fuperant. Nectamen continuò
commiſcerimateriasobrjciendum eſt. Fuite nimoperæprecium de iis etiam fieri
meditationem, quorumopus, & organum natura eſt. Huncautem eſſe diuinū
opificem,diuinamą. animam,Plato afferit.Ex his perſpicuum eſt,rationalem animam
ge neris intelligibilis effe,non quidem obſcuri, quemadmodummathe. mata
ſunt:fed talis potius,cuiuſmodimūduseſtintelligibilis.Nãani marationalis
necalieno indiget adminiculo,utmaneat, & fuapte na tura intellectui fit
obuiã. Eftenimuera & abſoluta participacione, quicquid per
femūdusintelligibilis eſſe dicitur. Verūtamen animad uertendum eſt,animam
propterea à mente declinare, quòduergitin corpus. Quo fit,ut tumſui ipſius,tumalterins
dicatur eſſe,ut rectèin quitProclus. Siquidem ipſius, quòd eſſentia ſeparabilis
æternáque eſt:alterius autem, quòdin corpus propenſa,eſſentiam uitāçcorpo ri
impartitur. Hinceuenit,utalteram quãdam animã producat: cu ius ope molem
agitetacregat. Hæcanima irrationalis appellatur, quæſoligenerationi deſeruit,
plena ſeminum earum rerum, quæ cunque cum materia commnicandæ ſunt. Hæc in
præſentia de animafatis ſint:Namin fequêtibus eius philoſophiam uberrimècon.
templabimur.Ergo animam rationalemègenere intelligibili,irratio nalemuerò
èſenſibilieſſe aſsèremus. Quod etiam Plato ſignificauit in Timxo, appellans
animam irrationalem mortale animæ genus; mortale autem omneſenſui obnoxium eſt.
In plenum colligere poſ ſumus,ſub claro intelligibili animamrationalem, ideasý,
hoceſtin telligibilem mundum,quamprimam quoộmentem,primumens,ac perſe
animalappellant:ſub obſcuro uerò Mathemataconcludi.Cla rumuerò
ſenſibilecomplectiirrationalemanimam,complecti & om nia corpora naturalia,
cælum,elementa, quæibexhis coaleſcunt,ani malia,plantas,& cætera generis
eiufdem. Obſcurum uerò imagines in fpeculis,umbrásque in aquis, & fiqua
ſunt alia id genus. Adhęc & ea profluuia corporum naturalium,de quibus
paulo ante mencio nemfecimus. His ita perſpectis,dicendumefttotidem eſlepulchri
tudines, quot rerum ordinės ſunt. Quapropter eſſe pulchritudinem intelligibilem,effe
quoqj & ſenſibilem. Rurſusa intelligibilempul chritudinem tumdarameſſe,
tumobſcuram. Claramquidem, tum quæmundiintelligibilis eſt,tum etiam
quæeſtanimæiplius.Obſcu ram uerò eam effe, quam in mathematiscontemplari
poſſumus. At ſenſibilem pulchritudinem cum animæ irrationalis fiue naturæ, tum
etiam corporum naturalium eſſe dicimus: quamquidem claram ap. pellamus.Quęuerò
imaginümumbrarumã eft, & fiquaſuntalia id genus obſcuram appellari par eſt.
Ergo pulchritudo mundiintelli gibilis reuera cæleſtis acdiuiua eft appellanda,
cuinihil non elegans admiſcetur, nonconcionum, undequaqcompofita, undequaqfibi
ipficonfentiens. Animequoqrationalispulchritudo coeleſtis acdi. uinadici
poteft:quæ tantum abeft,utmateriæ ſordibus immiſceatur, ut etiam cumprima
pulchritudine ferè coniuncta ſit.Atueròpulchri tudo tumirrationalisanimæ,
tumetiam corporum naturalium,non fine materia eſſe poteſt. Anima enim
irrationalis ſuapte natura circa corpora diuiduaeft, ut Plato inquit:
undeuulgarisacplebeia pulchritudo meritò appellatur, quòdhabet cum
materiacommerci um. Siigitur duo pulchritudinisgenera funt,cæleſte
ſcilicetacplebe ium:coeleſtisautem pulchritudo uniuerſum intelligibile
complecti tur, ſiuemundi intelligibilis ſit, ſiue mathematum,ſiue animæratioria
lis: plebeia uerò univerſum ſenſibile: totidem quoq eſse amorumge nera neceſse
eſt. Quapropter amor,qui cæleſtis pulchritudinis eſt,& ipſequoc
cæleſtis:qui uerò plebeiæ pulchritudinis,plebeius & ipfe nuncupabitur. Sed
agedū, exquifitius uidédữelt,quomodo Àmorcircà pulchri tudinauerfetur.In
ſuperioribus declaratum eſt, Amoremeſse appe. 1 titum. titum deſideriumộ
pulchritudinis. Pulchritudo enim bonum quoddameſt:bonumautem omne expetibile.
Quo fic,ut pulchritu, do uim moueat appetendi.Huius autemactus circa
pulchritudinem amorappellatur.Primusigitur acperfectiſsimus amor,circa primam
pulchritudinem uerſatur:quæ in ipfo per feanimali primùm appa ret,ut pauloante
dictum eſt. Sedquomodo primus amor circa pri mampulchritudinem uerſatur:An non
ſolumin primam pulchritu dinem incumbit,ut inde particulam hauriat uoluptatis
(qua uis per ficitur appetendi)uerum etiam principium eſt, quo in eadem ellen
tia mundi intelligibilis aliquid pulchrūconcipiatur: Hoc autem ni hileft aliud,
quàm pulchritudinem mundiintelligibilis, quæ tano ſpectaculum intellectui
fitobuiam, in eodem concipi permodum ſe minis acnacuræ. Huiuſmodi autem
conceptus, eius facultatis uis eſt, per quammundusintelligibilis extra ſe
pulchritudinem poteft effi cereEx. quo perſpicuum eſt,Amoremeffe principium
producen di,quæcunq diuinam pulchritudinem imitantur. Nam fieri nequit,
utpulchritudinis ſemina producant extrinſecus pulchritudinem,ni. fi & ea
quoqproduxerit, in quibus apparet pulchritudo. Quapro pter integra abſolutacz
amoris definitio eſt,ut defiderium ſit non ſo lùm perfruendæ,uerum etiam
effingendæ pulchritudinis:ut in hoc quoqàquouisalio diſcrepet appetitu,quòd
cæteriduntaxaruolup tate contenti ſint, quam hauriantex boni poſſeſsione, hic
autem ada datetiam efficaciam.Pari ratione de anima dicendumeft, in qua cùm
fituera participacio pulchritudinis,uera quocß Amoris parcicipatio fit neceſſe
eſt. Amorigitur in anima, qua pulchritudine perfrui con cupiſcit,eandem
affectateffingere permodum ſeminis ac naturæ,cu, ius eſt imago. Natura ueró
animæ rationalis inſtrumentum (quam ſecundam animam appellant)habetab anima
ſuperiore pulchritudi nem:fed &ipſa per modum feminis. Quandoquidemper hanc
ani marationalis componit uerſatớp materiam, in qua pulchritudo per modum
ſpectaculi apparet.Meritò igitur in anima gemini ſuntamo res:alter, qui eius
pulchritudinis eft, quam anima à mundo intelligi bili mutuatur:alter uerò qui
in eam pulchritudinem dirigitur, quæ per modum ſeminis in natura fecundamanima
effulget. Hicquidem amoraffectans ſeminariam pulchritudinem, transfert in
materiam pulchritudinis illius participationem,quandopulchritudinis ſpecta
culum in ea anima effingerenequit. Exquo amorhuiuſmodi totius generationis re
uera principium eſt. In omniautem anima rationali geminus uiget amor. Namubi
ſecundùm eſſentiam æterna eſt, cor pus habet & ipſaſempiternum, quod uita
donec: in quo explicet fuæ pulchritudinis imaginem. Anima enimquàanima,uicam
alicui exhibere debet:quo fit, cùmfemper animafit,uitam quoc alicui ſemper
exhibeat. Idautem eſſe corpusneceſſeeſt.Cuienim alteri,nificorpo
ri,uitamexhiberepoteſt:Acid corpus,cui uita ſemper exhibetur, ce leſti
conditione participare dicendum eſt. Quapropter anima om nis rationalis,habet
corpus æternum, quod Vehiculum appellant, cuiſemper uitam
imparciatur.HæcquidēProcliſententia eſt. Quan quamPlotinus &lamblichus
credantpoſſefieri, utanima noftrae. tiam quandoơ ſine corpore fit. Sed dehis
alibi latius. Ariſtoteles quo in fecundo libro deGeneratione animalium, Omnis,
inquit, animæ ſiueuirtus,ſiuepotentia,corpus aliquod participare uidetur, idő
magis diuinum,quàmea quæ elementa appellantur. Ex quibus uerbis colligere
poſſumus,Ariſtotelem cenſuille, cum animaradio nalialiquod effe corpus,quod
cæloproportionereſpondeat. Quod etiam Themiſtius in ea paraphraſi, quam in
primum librumde A nimaedidit, de mente Ariſtotelis affirmat. Quapropter in omni
ani. marationali geminus eft amor. Quorum alter pulchritudinemin telligibilem,alter
ueròſeminalem explicare in corpore materias af fectat. Quo euenit,utinanima
omnirationali,cæleftis ſit amor,lice tiam & plebeius. Habet & alia
ratione utrun amorem animano ſtra.Nam liquando ſenſibilis pulchri ſpecie
excitata præcipitatina moremexplicandorum feminum,proindeq pulchro illo potiri
im potenter affectat,ut pulchram ſobolem in eo progeneret,plebeio a
moreoccuparidicendumeft. Rapit enim deorſum implicatớ ani mamgenerationi
huiuſmodiamor. Quod quidemanimæ maximu malumeſt. Atuerò fieodem pulchro
nonadgenerationem, ſed ad contemplationem utatur,quaſihuius beneficiodiuinæ
pulchritudi nisreminiſcatur, quis ambigat,amore diuino incendir Quandoqui dem
in diuinam pulchritudinem reuocatur, unde facilis in bonum eítaſcenſus. Quo
fit, ut hic amor ſummopere laudandus extollen á dusclit: ille uerò ſummopere
uituperandus. Declaratumeft, quid Venusſignificet: declaratum quoque quid fit
pulchritudo, ubi fitprimò, ubi deinceps: quòdpulchritu do
noneſtamorismateria,fed finis: quòd nonelt idex, necin ideis: quòd amor nullam
habet pulchri poſſeſsionem, ſed potius mer dium tenet locum inter pulchrum
atque non pulchrum: quod to. tidem ſunt amorum genera, quot pulchritudinum:
quòd pul chritudo omnis ad cæleſtem plebeiámque reducitur, quo fit ut amor
partim plebeius, partim cæleſtis ſit: quòd in omni ani. ma rationali utrunque
amorem ſit inuenire, in noftra autem duplici ratione. In præſentia uerò reſtat,
ut diuiniPlatonis fer e uc uc moneminterpretemur.Pauſanias apud Platonem laudaturus
Amo rem,improbatPhædrum, quodliclaudarit,quali unus ſimplex (pa mor,atą is
rectus honeſtusõpeſſet. Quoniam uerò non unus ſim plexoelt,oportet,inquit,
declarare nos prius, quot ſunt Amores, quis laude dignus, quis minimé.Eftautem
laudedignus,qui bonus & àbono,& in bonum. Qui uerò necbonuseſt, neqz à
bono, neq; in bonum:tantum abeſtutlaudari debeat,ut etiam uituperatione ſit di
gnus. Qui uerò cauſa eſt maximorum bonorum,hunc ipſum bonū effe,nemoeſtomnium
qui ambigat. Contrà uerò, quimaximorum malorum cauſaeſt, nónne &ipfemalus
eſt putandus. Quapropter illé reuera laudanduseſt,quibonorumnobis auctor eſt.
Contrà ue rò ille uituperandus,à quo nobismala eueniunt. Videndum igitur
primò,quot ſunt amores. Amor,inquit, femper Venerem comita tur. Quapropterfi
una eſfet Venus,unus &Amor utique eſſet. At quoniam duo ſunt Veneres,
altera cælo nata, fine matre quę cæleſtis Venusdicitur: altera uerò,quæ Plebeia
nuncupatur, ex loueac Dio ne progenita: propterea duos eſfe Amores neceſſe eſt.
Quorū alter.cæleftis eft, illeſcilicet, qui cæleſtem Venerem: alter uero
plebeius, qui plebeiam comitatur.Dux,inquit,Veneres ſunt,hoceft,duo pul
chritudinis genera:ut Plotinum,alios omittamus. NamPlotinus putat, Venerem
eſleipſam animam. Nosautem oſtendimus interex ordia ſermonis huius,ex his quæ à
Platone dicuntur in Phædro, Ve nerem nihil aliud, præter pulchritudinem,
ſignificare. Cui quidem ſententiæ Hermias Ammonius adftipulatur.Namin
Phędro,ubiex ponit illud Platonis,Furorisamatorñpatrociniū tributum eſſe Ve.
neri,apertè dicit,Venerem ſignificare pulchritudinem. Sed Hermiæ auctoritas
contra Plotinum afferendanoneſt. Satis autem mihi ſit, poſſe ex Platonis
ſententia probabiliratione defendere,Venerem ef ſe pulchritudinem. Quod quidem
etiam obnixè contenderem, ni magnus Plotinusmeremoraretur.Tantum enimei uiro
tribuendű cenfeo,utexiſtimem, huncipſum primo longè eſſe propiorë quàm tertio,
fiue is ſitNumenius Pythagoræus,fiue lamblichus Chalcidæ us (quem inter homines
deum facit Iulianus Imperator) ſiueſitmag. nus Syrianus,quem Proclus non ſecus
acnumen colic. Ergo dug Ve neres, hoceſt, duo pulchritudinis genera ſint:
quarum alteramdi cit Cælo natam finematre:alteram louis Dionesof ſtirpem. Vetus
eſt dogma(cui Plotinus, quiğz Plotinum ſequuti ſunt,Porphyrius, Amelius
Longinusadftipulantur)tria effe rerü omnium principia, Perſeunum,Mentem, Animam.Aperſeuno
eſſe Mentem, quam uocant Mundumintelligibilem, à Menteeſſe Animam, ab Anima
uerò uniuerſum ſenſibilem mundumprocedere. Per ſe unum rebus elargiri unitatem:Mentemſiue
mundumintelligibilem elargiricon ftantiam:Animamueròmotum. Rurfus,per ſeunum
quandoque Cælumappellari,Mentemuerò Satúrnum, Animam louem. His itaqz
conſtitutis,poſſumus dicere,E Cælo,hoceft, ex primo rerum omnium principio,
quodper ſe unumdicitur,natameffe Venerem, ideſt,primam pulchritudinem,quæprimò
in ipſo perſe animali ef fulget. Natam,inquam,exipſo per reuno, quoniam
intellectus fiue ipfum perfe animal, in quoeſt prima pulchritudo,ex ipſo perfe
uno prodïjt.Natam porrò ſinematre,quoniam proceſsio huiuſmodi nul Ioantecedente
indiget fubiecto, quemadmodum rebus naturalibus euenit. Prodit enim ſecundum à
primo, per fimplicem quandam proceſsionem (ſicuti lumen à Sole prodit ) eius
potentia totaeft. in producentis uirtute. Quo pacto dicimus &animam ab
intelle ctu, & materiam ab anima prouenire. In toto hocproceſſu concin git,
ſex rerumordines obſeruare. Ipfum per fe unum, Mundumin telligibilemn,Animam
ipſam,Naturam animæ inſtrumentum, Cor pusMateriam,. Infra autem noneſt deſcenſus.
Vnde & Orpheus, In ſexta,inquit,progeniecantilenæ ornatum finite. Quod
ctiamin Philebo uſurpat diuinus Plato.Poteft &alia ratione, acnondeteri ore
fortaſſe, Veneremdici Cælifiliam eſſe. Namin Cratylo dictum eſt,Cælum efle
aſpectum in fuperiora intuentem: Saturnum purita tem intellectus: Iouem uerò
uiuentem, & perquemuita, ita ſcilicet, atis aſpectus, quo
mundusintelligibilis per fe unum intuetur, Cæ. lumappelletur: is uerò, quo
ſeipſum uidet, Saturnus, quali lit pura intelligentia, in ueritatem incumbens:
Iupiter uerò ſit Mundusin telligibilis,quatenus uidet feextra feipſum
participabilem eſſe.Qui quidem dicitur mundi opifex, quandoquidem mundi
principium eſt.Quo euenit, ut recta ratione tum uiuens dicatur, tum etiam per
quemuita. Viuens quidem, quoniamprincipium eſtefficiendi. Ac uero per quem uita,
quoniam fingula ſuum hinc habent efficiendi modum. Is igituraſpectus, qui in
ſuperiora intuetur, merito in eum ſenſum reduci poteft, quem naturæ paulo ante
appellauimus.Qui propterea Cælum recta ratione dicitur, quandoquidem principi
umeſt, quo per fe bonum ſingula præfentiant. Huius quidem Cæ li Venusfilia dici
poteſt: quoniam pulchritudo intelligibilis, quæ cæleſtis Venus eſt, hinc habet
originem. Nam hicſenſus princi piumeftuitæ. Quo fit, ut etiam ſit principium
pulchritudinis. Pul chritudo ením uitam fequitur,ut dictumeft. Eft autem fine
matre: quoniamnondummateria erat, quæmaterappellatur: quando pri mapulchritudo
longè materiani antecedit. Plotinus uidetur àdi uino Platonediſſentire,qui
dicit, Veneremcæleftem Saturni ſtir pem, fo pemeſſe.Putat enim Veneremeſſe
animam,quæ àprimo intellectu procedit.Sed hęchactenus de cæleſti
Venere.Nuncuerò de plebeia agendűeft.Plato dicit,plebeia Venerem louis acDiones
ſtirpē eſſe, afferens habere matré,quãCæleſtis Venusnon habebat. Iupiter ſig
nificatMundianimā, quemadmodūpatet ex his,quædicútur in Phę dro.Magnus uciądux
in Celo lupiter,citans alatū currum,primus incedit,exornans cuncta,prouide
diſponens. Huncſequitur deo. rumdæmonumą exercitus,per undecim partes ordinatus.
Solà autem in deorumædemanec Veſta.Ex quibus uerbis palàm effe po teft,
louemeſſemundi animam. In Philæbo quoque dicit Plato, In magno loue eſſe regium
intellectum, eſſe & regiam animam: lig. nificans,mundi animam
tumuninerſaliintelligentia,tumetiam uni uerſaliuita præditameſſe. Ergo Iupiter
mundi anima eſt; ſecun, dùm Platonem. Dione autem Materia dici poteſt. Anima
enim quælupiter appellatur,mundumproducere debet. Mundusautem materia indiget.
Quo fit, ut mundo neceſſaria ſit, non quidem ſim pliciter,fed ex
ſuppoſitione.Námſidomus fieri debet, talis aut talis materia fit neceffe eft.
Vnde &Ariſtoteles materiam appellauit ner ceſsitatem ex ſuppoſitione. Plato
quoqiri Timæo dicit; mundum ex mente &neceſsitate,id eft, ex materia eſſe
conſtituium: quaſi ma teria neceſſaria fit. Si igituranima mundum producere
debet, mà. teriam quo producat neceſſeeſt. Quo euenit, ut Dionérectara tiónė
diči poſsit:quandoquidemand trüdros,hoceſt,à loue trahit ori ginem.Eft itaque
plebeia Venus,louis Dioneső filia:quoniam ſe minaria naturæ pulchritudo tum
pendet à mundi anima, cuius eſt inſtrumentum ad generationem, tum etiam
materiam mundo ne. ceſſariam reſpicit: quæ propterea amat eſſe mater, quòd
ſuopte in. genio gremium eſt formarum omnium. Dicitur autem plebeia; quandoquidemi
cūſenſu materias commercium habet. Quod enim àmateria ſeiungiturubi, ueritatis
participat, cæleftem diuinámque conditionem præ fe ferre credendum eft. Ergo
cùm duæ fint pul chritudines,diuina fcilicet,ac plebeia, duo quoque Amores ſint
ñes ceſſeeſt. Amor enim femper pulchritudinem ſequitur. Diuinæ pul chritudinis
Amor diuinuseſt: qui non folùm diuina pulchritudi: ne perfrui affectat, uerùm
etiam hanc candem exprimere per mo dum feminis. Plebeiæ pulchritudinis
amor&ipfe plebeius. Hic autem principium eſt generationis, quando
pulchritudinem ini materiaper modum ſpectaculi exprimere nequit, citra formarum
omniumexplicationem: Sed ambigi poteſt,quo pacto dictum ſic, quot ſunt
pulchritu dines, totidem efle Amores, Nónne pulchritudo finis Amoris eft: is At
vero quid prohibet, fi finiseſtunus,ea quæ ſuntgratia illius,mul taelle: Sicut
etiam nihil prohibet, exemplar unum eſſe, multa ue. rò quæreferuntexemplar.
Vnus enimHercules eſt: Herculisautem imagines complures. Vnde&illud
Platonis in Timæo in contro uerliam trahitur,propterea, inquit,munduseft unus,
quoniamex emplar unumimitatur. Nam ſiunius exempli multæ imagines eſſe
poflunt,quomododictum eſt mundum propterea unum eſſe,quo. niam exemplar unum
imitetur: Ariſtotelescùm uellet oftendere, Mundum eſſeunium,ex tota ſua materia
conſtitutum effedixit. Edli enimaliudmundus eft,aliud ſua mundo eſſentia: non
tamen conti nuo euenit,ut uel plures fintmundi,uel plures contingat fore: qua.
ſi ſpecies, quæ fit in materia, femper amet eſſe uniuerfale. Suntau tem plura
ſub eadem fpecie, quæcunque ſibi ſuæ materiæ aſſumunt particulam:ut equus,utleo,
& fi quaſuntalia generis eiuſdem. At ueròquæcunqextota materiafua conſtant,
hæc quidem ſingulain ſingulis funt.Exhisautem mundus eſt. Dehisabundèin primo
li brodeCælo agitAriſtoteles. Vnde colligere poſsumus,materia copiam,multitudinemindicare
ſingularium.Quod etiam in undeci. moRerumdiuinarumclara uoce dictum eſt.
Verumenimuero de claremus primò diuinum Platonem rectè dixiſse, qui aſseruit in
Ti. mæo,mundumpropterea unumeſse, quòd exemplar unum imita. tur.Deinde
declarandum nobis eſt, totidem efse Amores, quotſune pulchritudines.Tametfi
pulchritudo finis eſt Amoris. Plato igitur oftenſurus,muudum eſse unum,non ex
eo oftendit, quòdmateria eſtuna (quemadmodum Ariſtoteles fecit ) nec.exco,
quòdmundi eſsentia in corpus unum occurrat,ficut Stoicicomminiſcuntur. Aut enim
ſolus,aut maximèuſus eſt præcognofcente cauſa,quemadmo. dum inquit
Theophraſtus.Nam mundum eſse unum, acceptumre. fert exemplaricaufæ. Sienim
exemplar unum, opifex unus,neceſse eft & mundum eſseunum. Nam opifexunus
dum perfectiſsimèexo primit exemplar unum, omnes exprimendi numeros impleat ne
ceſse eſt. Alioquinon perfectiſsimèexprimeret. Huiuſmodi autem expreſsio
nonniſi in uno perfectiſsima eſt. Si enim multa eſsent, quæ perfectiſsimè
exprimuntur, quid prohiberet, in infinituma bire: At aſserere, ab uno opifice
infinitos eſse mundos, ſtupidi omnino mancipñ eſt. Non eft igitur dicendum,
multa eſse quæ perfectiſsimè exprimuntur. Sed neque etiam aliud alio eſse perfe
ctius, quandoquidem perfectiſsimum obuiam fieret. At fi uel plu. ra, uel
exquiſitius in perfectiſsimo continentur, nónne cætera fu
perfluent:Quaproptermeaquidem ſententia, rectè adſtructum eft. Si exemplareſt
unum, opifex unus, neceſse eſt &mundum eſseu num.Acexemplareſſeunum,opificem
unum, facilè oftendi poteſta Sienim multa exemplaria eſſent,autæquè perfecta
dixeris,autaliud alio ex his præſtantius. Fieri autem nequit, ut æquè perfecta
fint, quandoquidem ſingula ualerent idem. Quo euenit, ut unum fatis ſit. Sin
autem aliud alio perfectiuseft,nónne in id,quod eſt præſtan tius,ſemper opifex
intuebitur unde & cætera nulli uſui fuerint. Si. mili ratione de opifice
adftruendum. Quapropter recte dictumeſt à diuino Platone, Mundum propterea unum
eſſe, quòd exemplar unumimitetur. Quo fit,ut facillimè ea ratio refutari
poſsit, quæ co nabatur oſtendere,non continuòmundumeſfeunum, quòd exem plar
unumimitaretur:quando uidemus,exemplaris unius multa ſi mulachra eſſe.
Namomnino fierinequit, utmulta ſimulachra exem plarisſint unius, ſi ſit opifex
unus, ifíp perfectiſsimus: cuiuſmodi mundi opifex eſt.Nam multitudo
fimulachrorum,autex opificis de bilitate: autex multitudine uarietateof fic.
Quòdfiobijcitur, ani marum ideameſleunam, opificem unum, huncés perfectiſsimum:
complures tamenanimaseſſe. Adhæc,leonis autequi, & fiqua ſunt generis
eiufdem, ideam eſſe unam, complura tamen quæ ideam i plamimitentur. Nos ad
hæcreſpondeamus,non eſſe animarum om nium ideam unam, proinde nec exemplarunum.
Sed fingulas ani mas, ſingulas habere ideas. Vnde & animæ omnesrationales,
de Pla tonis fententia,fpecie differunt. Quodetiamſenliſſe Ariſtotelem non
ambigimus. In his,inquit,quæ ſunt ſeorſumà materia, idem res ipfaeft,& fuum
rei eſſe. At intellectum ſiue rationalem animam ſe orſum eſſe,ſecundùm
Ariſtotelem facilè dabuntij, qui multis in lo cis Ariſtocelis uerba attentè
legerint. Themiſtius in tertio libro de Anima dicit de mente Ariſtotelis,
intellectum illuminantem eſseu num, illuminatosuerò aclubinde illuminantes
complures. Quoe. uenit,uttum multi ſint,tum etiam ſpecie differences.
Quapropter & animarum diſcurſiones, & uitæ, ſpecie differunt: ſicut
etiam &cor pora. Sedde his alibi latius agendum eſt. Satis eſt
auteminpræſen tia declaraſſe,animarum omniumnon eſſeideam unam. Soluitur &
alia ratio.Nam propterealeoniseftidea una, exemplar unum, par ticipatus uerò
mulci:quoniam idquodexprimit in materia, non eſt unum ac perfectum,ficutimundiopifex
unus perfectusoz eſt. Con currunt enim dij mundani, & cælum ac cauſæ
particulares, ad i pfam rerum generationem. Quod etiam Ariſtoteles clara vocete
ſtatur,dicens,ab homine & ſole hominem generari, Hactenusdeclaratum
eft,liexemplareſtunū, quo pacto id, quod exemplarimitatur,unumeft, quo pacto
contingitmultitudinem in cidere.Nuncuerò reſtat,ut eirationi reſiſtamus, qua
adftruitur, non elle totidem Amores, quotpulchritudines, propterea quòd concin
git finemeſſeunum:complura uerò, quæ illius gratia ſunt. Nampul chritudò
finiseft amoris.Dicimusigitur,id quod habetrationemfi nis,expetibile
effe:atqzidquod reueraomnium finiseſt, reuera quo que acmaximèexpetibile.Quapropterquoniamper
ſeunum &per febonnmomnium eſt finis,reuera & primòab omnibus effe expe
tibile. Vndeapud Ariſtotelem legas,bonumid efTe, quodomnia ap petunt.
Significatur enim idquodab omnibus, fed pro ſua cuiuſque facultate,expetitur,eſleid,quodreueraac
primò bonumeſt. Cum itaqs expetibile moueat appetitum, ubi plura expetibilia
ſunt, toti demeſſe appetitus generaneceſſe eſt. Appetitus enim ſemper expeci
bile ſequitur,eiuſdem eftutrunqß contemplari; quaſi natura con iuncta
lint.Vbiuerò unumexpetibile,appetendigenusunumquo. queſitoportet. Quo fit,cùm
unum idem's omnibus commune bo, numſit, unumquoqlıtomnibuscommuneappetendi
genus.Om nia enim ſibi bonumadeffe cupiunt:cuius gratia agunt, quicquida gunt.
Atqz ita in cunctis unum eſt. Præter autem id bonum,quod
cùmprimòbonumſit,omnibusadeſt,ſuntalia & bonorum genera, quorumſuus
cuiuſeftappetitus: cuiuſmodi pulchrumeft, cuiuſ modiiuſtī, & fi qua
ſuntgeneris eiuſdem. Rectè igiturà diuino Platone dičtum eſt,totidem
effèAmores,quot ſunt Veneres. Venus énimpulchritudo eſt:amor autem
pulchritudinis deſiderium. Cum igiturduæ ſint pulchritudines,altera diuina
accæleſtis,altera plebe. ia ac ſenſui obnoxia: ſintóshæc genera duo
expetibilium:neceffe eft, totidem quoq; effe appetendigenera,qui duo
ſuntAmores. Atque ſicmea quidem fententia fortèmelius, quàm quibus uiſumeft,
pul chritudinem Amoris eſſe materiam. Ex his ratio illa facilè diffolui
tur.Adftruitenim polito appetibili uno, contingere, ut complures illius fint
appetitus. Cui quidem manus dandæ ſunt, non tamen continuo pluraelle appetendi
genera: quod quidem adſtruendum érat. Nam pulchritudo fi unafit, etſi nihil
prohibet inultos illius Amores efle, unum tamen fuerit amandi genus. Quoniam
uero duæ pulchritudines ſunt, duoquoq amandi genera ſint neceffe eſt. Acą hanc
ego exiſtimo ueriſsimam diuini Platonis ſententiam èffe: arguimerito, quòd
Amorum alterum cæleftem, alterum ple bcium appellauit:quoniami altera
pulchritudo diuina ſeparabiliság dicitur,altera plebeia,accumimateria
communićañs: quali ex inge nio appetibilis appetitus ipſe ſitæſtimandus.
Hactenus de his amoribus tranſegimus, quiomnibus animis inſunt, ſiue hæ deorum
ſint, fiue dæmonum, ſiue illius generis, quodcorpus caducum ſibi induit,
cuiuſmodi hominum animę funt. Nunc uerò ñ amores ſunt expediendi, qui propriè
hominum dici poſſunt,ſiuenos rapiant in generationem, ſiue in diuinam pulchri
tudinem reuocent. Atqui ſenſibilis mundi huius pulchritudo, intel ligibilis
exemplarisógillius eſt imago. Huius quàm ſimillima eſtcu iufuis hominis
pulchritudo. Anima enim omnis rationalis totius inanimati curam habet: ut in
Phædro dictum eſt. Quofit,utquaf: cung ſpecies ſortiatur, ſiue deorum uitam
uiuens, ſiue cæleſtem ac dæmonicam,fiuecorpus terrenum, elementarech nacta,
totius ſem per ingenium præ ſe ferant. Quapropter compacta mortali corpori,
etſi uideturanguſti carceris miniſterio detineri, omnem tamen in eo explicat
uniuerſi facultatem, quaſi ubicunqz ſit uniuerſum produs ctura. Ex quo ueteres
Theologi hominem paruum mundumap pellarunt. Fieri enim nequit,quando anima
omnis eft uniuerſum,. quin profuo efficiatingenio,ubicunq efficit. Hinc legas
apud Pla tonemin primo libro de Legibus, hominem eſſe miraculum quod. dam
diuinum,in animantium genere, fiue ludo ſeu ſtudio quodam à ſuperis conſtitutum.
In ſeptimo quoc eiuſdem operis, Deus, in quit, omni beato ſtudiodignus eſt:homo
uerò deiludo eſt fietus.Ex quibus uerbis colligi poteſt, hominem habereomnia in
numerato, quæcunqmundus ipfe habet. Nampropterea dicitur dei ludo con
ftitutus,quoniam ueluti Simia deum ipſum imitatus, fuo quodam modo fit
uniuerſum. Siigitur hæcitafe habent, quis ambigat,homi-. nis pulchritudinem
ipſius mundi pulchritudinis quàm ſimillimarn effe: Quicuno itaq;
huiuſmodiſpectaculo delectatus, in Amorem declinat generationis, hic plebeio
amore detineri iure dicitur. None nim obaliud quæritaffectató pulchrum,niſi
quoniam credit ſepol fe in co generationem conſummare. Amator autem
talisaggreditur, quodcunqobtigit,ſiue mas ſit, ſeu fæmina. Fæminãquidem, quoni
amhocinſtrumentū neceſſariū eſt ad generationē.Fieri enim nequit, utcitra
fæminam generatio abſoluatur. Fæmina enim ſi credimus Ariſtoteli,materiçuicem
gerit:Eſtenim fæmina mas lęſus, utillein quit. Marē uerò,quoniã quandoquſą adeo
inſanit, uſą adeo impo tenti uoluptate delinitur,ut credat ſeibi generationé
conficere pofle, unde ſummum hauriat uoluptatis. Quofit,ut cecus omnino in
pudo. rem temere graſſecur. Amatautēcorpus magis quàm animữ. Quan.
doquidéanimus diuina res eſt,diuino amoreprofequenda. Ille uerò iã totusà
diuino abhorret. Quo fit,ut corpus magis probet uolupta tū miniſteria
exhibitură. Amatquo & potius ſinementehomines, prudentes.Quoniam non facile
eft prudentes decipere, qui mente ualentacnitunturratione.Noneftautem conſilium,
ea incommoda in præſentia recenſere, quçtalesamatores ſuis amatis adeffe
cupiunt. Quidenimaliuddiu noctub cogitant,niſiquo pacto ualeant uolup tatem
explere: Vndeſiamatipauperes fuerint, ſine neceſſarös, ſine
clientelis,lineamicis,adheline omnianimi cultu, cuiuſmodi ſuntdi
ſciplinæbonarumartium, ſinequibus nemo uirmagnus eſle poteft, denią fine diuina
philoſophia, quæ homines facit prudentiſsimos, miruminmodum gaudent,quafiex
calamitatibuseorum ſuam felici tatem
auſpicaturi.Quapropterimprobandi,reiciendi,inſectandig ſunt,tanquam
maximèpernicioſiac noxij, quippequigenus huma nummaximis detrimentis,bonisuerò
nullis afficiant. Quid igitur mirumfi legibus cautum eſt,nullo pacto uulgares
amatores audien dos eſſe, quaſi impudentiſsimiiniuſtiſsimiĝzlint: Huiuſmodi
igitur ac fimilium affectuũauctoreſtilla ſenſibilis pulchritudo, quam Ve
neremplebeiam appellat Plato. Trahitenim, utdictum eſt, rapitớs animamadcorpora
(quodanimæmaximummalumeſt ) niſi optimi morešdiuiniacobftet philoſophia,cuius
beneficio ueritatis partici pamus. Atuerò ſipulchritudo ſenſibilis ſit
inſtrumentum addiuină pulchritudinem, Venuscæleſtis rectè dicitur:affectusõz
ille,qui cir ca hancuerſatur, Amorquoq cæleſtis iure appellatur. Prouocatau tem
ad diuinam pulchritudinem,non fæminæ pulchritudo,ſed ma ris. Amatorenim
diuinus,cùm probè nofcat fæminamgenerationi deſeruire, in mareuero generationem
expediri non poſle, abhorreat autem penitusà generatione (quandoquidem totus in
diuinum in hæret)fit utiqz maſculæ pulchritudinis & fectator adeò &admira
tor: quippe qui pulchro uti amet,non tanquam in quo explicet ſemi nalem
pulchritudinem (quemadmodum euenit plebeio amatori) fed tanquam inſtrumento,
quo in domeſticam pulchritudinem, ac tumdeinde in diuinamattollatur. Probat
autemnon pueros adhuc mentis expertes,fed adoleſcentes, quimente ualere iam
cceperint. In certum eſtenim,an pueri uirtute præditi futuri ſint. Ille autem
in pri mis uirtutem, optimum (Banimi habitum admiratur. Ergo adole ſcens ubi
furentem amicumcontemplatur, quàm omni uirtutum ge nere abundet,non minus
obferuareac colere debet, in omne oble quium paratiſsimus,quàmdeorum
immortalium ſtatuas colendas cenfet. Scit enim cumeo diuinum ad omnetempus
habitare: proin de nihil aliud fibicogitandum efle,niſiquo pactoualeatomneuirtu
tumgenus explicare,utdiuino amatore dignus amatus & uideatur &
fit.Hactenus Pauſaniæ ſermonem explicaſſe ſatis erit. Nam quæ dicunturde
Ariſtogitonis &Harmodñjamicitia,quæíz deuarijsa mandi legibus, tum apud
Græcos,tumetiam apud Barbaros, expli canda alijs relinquimus. Nobis enim ea
duntaxat proſequi conſi liumeft,quæuideanturadPhiloſophiam pertinere. Eros
[...] non è nato né immortale né morta- le, ma nello stesso giorno, ora
fiorisce e vive, se vi riesce, ora muore, per poi risuscitar, di
nuovo. (Diotima a Socrate) Sigmund Freud, nella
creazione della psicoanalisi, dette un rilievo assolutamen- te centrale
alla sessualità; per essere più esatti le pulsioni sessuali, o libido,
poi eros, rappresentarono uno dei cardini portanti sui quali ruotò la
metapsicologia freudiana, nonché la ricostruzione delle dinamiche
intrapsichiche e relazionali nelle loro manifestazioni patologiche e non.
Tutto questo è risaputo. È anche noto che al riguardo Freud si richiamò
ripetutamente all'eros di Platone. L'obbiettivo di questo contributo è di
sondare brevemente in quali forme e con quali significati egli si
riallacciò alla concezione del filosofo greco, se i richiami risultano
giustificati sul piano storico e filologico, e infine se fu la lettura dei
te- sti platonici a suggerire a Freud determinate valenze dell'eros;
dunque se vi sia una "paternità" platonica della rinomata
concezione della sessualità freudiana. Vi sono due indirizzi principali
rispetto ai quali Freud si appoggiò a Platone, che segnano al contempo
due delle più importanti vie della concettualizzazione della sessualità: l'una
concerne la sua estensione sul piano delle dinamiche psi- chiche; l'altra
la sua trasposizione sul piano biologico, a sua volta articolata in due
filoni. Seguiamo la partizione freudiana. I. Lo scudo del
"divino Platone" In Massenpsychologie und Ich-Analyse, scritto
e pubblicato nel 1921, il concet- to di libido, e con esso l'estensione
della sessualità in esso presupposta, è diret- tamente ricondotto a tutto
ciò che rientra nell'universo semantico della parola Liebe\ ove Liebe va
dal «Geschlechts-liebe mit dem Ziel der geschlechtlichen Vereinigung»
fino all'amore per le «abstrakte Ideen» Freud, Massenpsychologie und
Ich-Analyse, in Gesammelte Werke, voi. XIII, pp. 98 sg.: «Libido ist ein
Ausdruck aus der Affektivitatslehre. Wir heifien so die als quantitative
Gròfie betrachtete - wenn auch derzeit nicht meBbare - Energie solcher
Triebe, welche mit ali dem zu tun haben, was man als Liebe zusammenfassen
kann. [ . . . ] Wir meinen also, dass die Spra- che mit dem Wort
"Liebe" in seinen vielfàltigen Anwendungen eine durchaus
berechtigte Zusammenfassung geschaffen hat, und dass wir nichts Besseres
tun konnen, als dieselbe auch MARCO SOLINAS Difendendo
tale operazione dallo «Sturm von EntrUstung» che sollevò, Freud si
riallaccia direttamente a Platone: Und doch hat die Psychoanalyse
mit dieser "erweiterten" Auffassung der Liebe nichts
Originelles geschaffen. Der "Eros" des Philosophen Plato zeigt in
seiner Herkunft, Leistung und Beziehung zur Geschlechtsliebe eine vollkommene
Deckung mit der Lie- beskraft, der Libido der Psychoanalyse, wie
Nachmansohn und Pfister im Einzelnen dargelegt haben [...] Diese
Liebestriebe werden nun in der Psychoanalyse a potiori und von ihrer
Herkunft her Sexualtriebe geheifien [. . .] Il tono essenzialmente difensivo
del richiamo a Platone emerge in modo ancor più esplicito nell'immediato
prosieguo: Wer die Sexualitat fllr etwas die menschliche Natur
Beschàmendes und Erniedrigendes halt, dem steht es ja frei, sich der
vornehmeren Ausdrucke Eros und Erotik zu bedienen. [...] Ich kann nicht
finden, daB irgend ein Verdienst daran ist, sich der Sexualitat zu
schamen; das grìechische Wort Eros, das den Schimpf lindem soli, ist doch
schliefllich nichts anderes als die Obersetzung unseres deutschen Wortes
Liebe 4 . Considerazioni analoghe, e con la stessa identica
intenzione difensiva, aveva svolto del resto Freud l'anno prima, nella
nuova prefazione ai tanto celebri quanto discussi Drei Abhandlugen zur
Sexualtheorie, quando ricordava a tutti coloro che lo accusavano,
indignati, di "Pansexualismus": «wie nane die erwei- terte
Sexualitat der Psychoanalyse mit dem Eros des gSttlichen Platon zusam-
mentrifft» Per individuare i dialoghi platonici cui si riferisce qua Freud vi
sono due elementi principali: i suoi precedenti richiami al Simposio e il
rimando ai saggi di Nachmansohn e Pfister. Quest'ultimo, nel suo
brevissimo Plato als Vorlàufer der Psychoanalyse, pubblicato nel 1921,
presentava una panoramica complessi- va dell'eros nel Simposio delineandone
la convergenza con la libido e la subli- mazione freudiane 6 .
Nachmansohn nel suo Freuds Libidotheorie verglichen mit der Eroslehre
Platos, pubblicato fin dal 1915, aveva del resto già mostrato che
unseren wissenschaftliche Erorterungen und Darstellungen zugrunde zu
legen». Tutte le ope- re di Freud sono citate dai Gesammelte Werke (d'ora
in poi GW), Chronologisch geordnet, Frankfurt am Main 1 968- 1 999.
2 Ivi, p. 98. 3 Ivi, p. 99 sg., corsivi nostri; P.L. Assoun,
Freud, la filosofia e i filosofi, Roma 1990, p. 177 [ed. or. Freud la
Philosophie et les Philosophes, Paris 1976] commenta: «L'Eros platonico è
la forma originaria di quella sintesi che la stessa psicoanalisi promuove
attraverso il suo con- cetto di libido ». 4 Ìbidem.
5 S. Freud, Vorwort zur vierten Auflage, Drei Abhandlugen zur
Sexualtheorie, GW, voi. V, p. 32, rimandando anche qui a
Nachmansohn. 6 Cfr. O. Pfister, Plato als Vorlàufer der
Psychoanlyse, «Internationale Zeitschrift Air Psy- choanalyse» VII/3,
1921, pp. 264-9, qui p. 267 sg.: nell'ascesa erotica descrìtta da Diotima
si ritrova «ciò che Freud chiama sublimazione». LA
PATERNITÀ DELL 'EROS. IL «SIMPOSIO» E FREUD nel Simposio, ma
anche nel Fedro e nella Repubblica, era contenuta una conce- zione
dell'eros equivalente a quella psicoanalitica, sia quanto all'estensione
se- mantica sia quanto al concetto di sublimazione 7 . Le coordinate
testuali entro le quali si inscrivono i richiami freudiani sono dunque
rappresentate da questi tre dialoghi. Quanto al Fedro, Freud stesso
avrebbe di lì a poco adottato - tacitamente - la metafora del cavaliere
quale emblema dell'utilizzo da parte dell'Io dell'energia erotica dell'Es
8 , rielaborando così l'immagine della biga alata richiamata da Nachmansohn
9 . Quanto alla Repubblica, citata da Freud già nel 1914 e nel 1916 in
riferimento al sogno 10 , è stato scritto molto rispetto alle affinità
con la concezione psicoanalitica (in parte intuite da Nachmansohn) 1 a
cominciare dalla idraulica dell' epithymia, alle modalità di gestione
repressive e sublimanti del desiderio, all'analisi dell'emersione onirica
12 ; tale questione ci allontanerebbe però dal nostro tema perché più che
di paternità sembrerebbe qui trattarsi di anticipazioni; veniamo dunque
al Simposio e cerchiamo di capire se l'estensione freudiana vi trovi
effettiva corrispondenza. Nel discorso di Socrate-Diotima - ove è
contenuta la concezione che può esser considerata rappresentare quella di
Platone -, l'eros si configura anzitutto quale forza sessuale in senso
stretto, riproduttiva: è in virtù di eros che uomini e 7 Cfr. M.
Nachmansohn, Freuds Libidotheorie verglichen mit der Eroslehre Platos,
«Interna- tionale Zeitschrift filr Àrztliche Psychoanalyse» III, 1915, pp.
65-83, soprattutto p. 74 sgg.: Platone «anticipa» la concezione della
libido e la «concezione della sublimazione di Freud»: l'eros copre
infatti tutte quelle manifestazioni che vanno dall' «istinto di
conservazione» alI'«amore per la scienza». 8 Cfr. S. Freud,
Das Ich und das Es, GW, voi. XIII, p. 253; Id., Nette Folge der
Vorlesungen zur Einflihrung in die Psychoanalyse, GW, voi. XV, p. 83.
Sulla paternità platonica dell'im- magine cfr. tra gli altri A. Kenny,
Meritai Health in Plato 's Republic, in Id., The Anatomy of the Soul,
Bristol and Oxford 1973, pp. 1-27, in particolare p. 12; W. Price, Mental
Conflict, London and New York 1995, p. 188. 9 M. Nachmansohn,
op. cit., p. 77 sg., si richiama alla «Vernunft» quale «Lenker der Seele»
rimandando direttamente a Fedro 254 a e 247 d, ovvero ai passi del mito della
biga. 10 Sui richiami a Repubblica, cfr. S. Freud, Die
Traumdeutung, GW, voi. II/III, p. 70 e p. 625, entrambi aggiunti nel
1914, e Id., Vorlesungen zur Einfuhrung in die Psychoanalyse, GW, voi.
XI, p. 147. 1 1 Cfr. M. Nachmanoshn, op. cit., p. 82: «Die
Sublimierungstheorie Freuds fìndet sich schon ausfuhrlicher bei Plato und
"der Staat" bringt noch eine noch auszubeutende padagogische
Lehre, um die Sublimierung des Eros in die Wege zu leiten». 12 Cfr.
ad esempio W. Jaeger, Paideia, voi. Ili, Berlin 1947, pp. 74-8; K..R. Popper,
The Open Society and its Enemies, London 1 966*, voi. I, p. 313; C.H.
Kahn, Plato's Theory of Desire, «Review of Metaphysics» XLI, 1987, pp.
77-103, soprattutto p. 83 sg.; A. Kenny, op. cit., p. 1 1 sgg.; A.W.
Price, Plato and Freud, in C. Gill (ed. by), The Person and the Human
Mind, Oxford 1990, pp. 247-270, soprattutto pp. 261-3; J. Lear, Open Minded,
Cambridge 1998, p. 10 sg. e p. 108; M. Stella, Freud e la
"Repubblica": l'anima, la società, la gerar- chia, in M.
Vegetti (a cura di), Platone, La Repubblica, Napoli 1998, voi. HI, pp.
287-336. Ho cercato di affrontare alcune di tali questioni in M. Solinas,
Unterdriickung, Traum und Unbewusstes in Platons «Politeia» und bei
Freud, «Philosophisches Jahrbuch» 111, 2004, pp. 90-112.
MARCO SOLINAS animali «sentono il desiderio di
generare (yevvav è7tt0i)u/n,o-Tj)» (207 a). Il con- cetto viene quindi
"esteso", sì da risultare il fondamento di ogni tipo di amore,
come emerge nella celebre ascesa erotica: se il giovane all'inzio «deve
amare (èpfiv) un determinato corpo», poi «bisogna far sì che divenga
l'amante (èpaornv) di tutti i corpi belli, e che allenti la veemente
passione per uno solo», in modo da poter amare «la bellezza ch'è nelle
psychai», esser «indotto a con- templare il bello che è nelle istituzioni
e nelle leggi», nelle scienze, fino alla contemplazione della bellezza in
sé (210 a-c) 13 . Così, il giovane che «è stato educato nell'eros (npòq
xà èpamKà naiSaycoYtiGfì) fino a questo punto» (210 e) giungerà alla
conoscenza; è perciò grazie alla forza dell'eros che si può giun- gere
alla philo-sophia (210 d). Platone si riallaccia così alla precedente
defini- zione della philosophia quale desiderio (epithymia) erotico per
la sapienza di cui si è privi (200 a-e). In sintesi, l'eros,
volto originariamente alla procreazione sessuale, grazie alle corrette
modalità pedagogiche adottate a livello extrapsichico, mostra di po- ter
essere modellato, plasmato intrapsichicamente, "sublimato"
utilizzando il linguaggio freudiano, sì da trasformarsi da forza sessuale
in forza amorosa, in eros-philia o Liebestrieb come potremmo dire 14 . Da
questo punto di vista la vollkommene Deckung quanto a Herkunft, Leistung
und Beziehung zur Geschle- chtsliebe tra eros e libido individuata da
Freud (come da Nachmansohn, Pfister e più tardi da molti altri
commentatori) 15 si rivela sostanzialmente corretta; sebbene la
convergenza - sul piano ontologico e filosofico-antropologico - non debba
essere spinta oltre i confini posti dallo statuto di Eros quale «demone
me- 13 Seguo la traduzione di G. Calogero, Platone, Il
Simposio, Roma/Bari 1946. '4 Freud attribuirà paritariamente a Goethe e
Platone una concezione aitine a quella della su- blimazione in S. Freud,
Goethe-Preis 1930, GW, voi. XIV, p. 549: «Den Eros hat Goethe immer
hochgehalten, seine Macht nie zu verkleinern versucht, ist seinen primitiven
oder selbst mutwilligen Àufierungen nicht minder achtungsvoll gefolgt wie
seinen hochsublimier- ten und hat, wie mir scheint, seine Wesenseinheit
durch alle seine Erscheinungsformen nicht weniger entschieden vertreten
als vor Zeiten Plato». Già A.E. Taylor, Platone. L 'uomo e l'opera
(1926), trad. it., Firenze 1987-1990, p. 327 sg. e pp. 349-59, pur accostando
l'eros all'amore cristiano ne ribadiva l'originaria forma «sessuale» ed
«istintiva» di «desiderio bramoso». 15 Tra i tanti crìtici si
veda ad esempio E. R. Dodds I Greci e l'Irrazionale, Firenze 1997, p. 264
sg. [ed. or. The Greeks And The Irrational, Berkeley/Los Angeles/London 1951]
che commentando il Simposio scrive: «Platone qui si avvicina molto al
concetto freudiano di libi- do e sublimazione». Nello stesso senso va G.
Tourney, Freud and the Greeks, «History of the Behavioral Sciences» 1/1,
1965, pp. 67-85 e p. 80 sg.; H. Marcuse, Eros e civiltà, Torino
1964-1967, pp. 226-7 [ed. or. Eros and CMlisation. A Philosophical Inquiry into
Freud, Bo- ston 1955-1966], scrive che l'ascesa rappresenta una
«sublimazione non repressiva»; M. Ve- getti, L'etica degli antichi,
Roma/Bari 1994, p. 137 sg., senza rimandare a Freud, scrive che nel
Simposio si tratta di «eros sublimato». diatore» (cfr. 202 c sgg.), e dal
legame, invero assai significativo, tra desiderio erotico e bellezza,
originario in Platone, derivato in Freud 16 . In conclusione, la
paternità storica della concezione freudiana della libido quale
estensione o ampliamento della sessualità spetta di diritto a Platone.
Con paternità però in questo caso non si deve pensare ad una influenza
diretta del pensiero platonico su Freud; la teorìa della libido infatti,
sia quanto all'adozione del termine (latino), che rìsale ai primissimi
testi di Freud 17 , sia quanto al mo- dello di funzionamento che ne
permette la sublimazione, anch'esso di antica da- ta 18 , non sembra
infatti esser stata suggerita dalla lettura dei testi platonici. Re- sta
invece il fatto che Freud poteva legittimamente farsi scudo dell'autorità
del "divino Platone", e questa era in verità la sua primaria
intenzione, di fronte all'indignazione ed alle proteste sollevatesi da
più parti contro la sua teoria che attribuiva all'eros si grande rilievo
pressoché a tutti i livelli della vita psichica, rinvenendo nell'antico
filosofo greco un precursore. Platone levava ancora una volta alta la sua
voce, questa volta a difender però la potenza 'positiva' di un'energia
psichica, l'eros, per tanti secoli temuta quanto bistrattata, anche in
suo nome. Il discorso sulla "paternità" dell'eros assume
invece un'altra direzione ove si prenda in considerazione l'estensione
della libido o dell'eros al piano biologico; con ciò veniamo al secondo
significato attribuito all'eros. II. 1 due suggerimenti del
«Simposio» Jenseits des Lustprinzips, scritto e pubblicato nel
1920, segna una tappa fonda- mentale per la psicoanalisi perché in esso
Freud inaugura la nuova concezione dualistica delle pulsioni di vita e di
morte (che qui tralasciamo), attribuisce ad entrambe carattere
"regressivo" (1), e adotta una concezione per cui la pulsione
sessuale, o libido, o meglio Eros, riportato sul piano cellulare, viene
identificato quale forza che «alles Lebende erhalt», garantendone la
potenziale immortalità (2). 1. Quanto al carattere regressivo
o funzione di riprìstino attribuito (anche) alle pulsioni sessuali, Freud
richiama esplicitamente «die Theorie, die Plato im Symposion durch
Aristophanes entwickeln làBt»: l'ipotesi esposta nel mito, scrive,
«leitet nàmlich einen Trieb ab von dem Bedùrjhis nach Wiederherstel-
16 Cfr. ad esempio Freud, Dos Unbehagen in der Kultur, GW, voi.
XTV, p. 441 sg.: «Einzig die Ableitung aus dem Gebiet des
Sexualempfìndens scheint gesichert; es wàre ein vorbildli- ches Beispiel
einer zielgehemmten Regung. Die "Schoneit" und der "Reiz"
sind ursprttnglich Eingeschaften des Sexualobjekts». 17 Cfr.
J. Laplanche e J.B. Pontalis, Enciclopedia della Psicoanalisi (1967), trad.
it., Ro- ma/Bari 1997 , voi. I, p. 320 sg. [ed. or. Vocabulaire de la
psychanalyse, Paris 1967], per cui il termine «lo si incontra a più
riprese nelle lettere e nelle minute indirizzate a Fliess e per la prima
volta nella Minuta E (data probabile: giugno 1894)». 18 Cfr. ivi,
voi. II, pp. 618-21. lung eines fruheren Zustandes»^ 9 . Egli sintetizza
il mito ricordando che antica- mente v'erano i tre generi del maschio,
della femmina e dell'androgino, in cui tutto era doppio finché Zeus non
si decise a tagliarli in due, per citare infine: Weil min das ganze
Wesen entzweigeschnitten war, trieb die Sehnsucht die beiden Halften
zusammen: sie umschlangen sich mit den Handen, verflochten sich
ineinander im Verlangen, zusammenzuwachsen [...] 20 . Freud
rinviene dunque nel mito arìstofaneo, legittimamente, un modello che
soddisfa proprio quella condizione che egli cerca di soddisfare, ovvero la
fun- zione della pulsione sessuale di ripristinare uno stato precedente,
di raggiungere una meta antica 21 . Con ciò abbiamo una dichiarata
ammissione di paternità sto- rica dell'eros quanto al suo carattere
regressivo. 2. Quanto all'eros "che conserva", Freud,
sempre discutendo il Simposio, non si richiama più direttamente ad
Aristofane bensì al Dichterphilosoph 22 ; questo sembra un indizio della
sua consapevolezza perlomeno del fatto che nel mito a- ristofaneo il discorso
sulla separazione originaria concerne esclusivamente la natura umana
(cfr. 189 d; 193 c), l'eros non ha la valenza biologico-universale
attribuitagli da Freud (che ora vedremo), concezione che si ritrova invece
pie- namente nel discorso di Socrate-Diotima. Egli sembrerebbe dunque
coniugare parallelamente le sue due nuove concezioni attribuite all'eros
e i due discorsi del Simposio: il ripristino grazie al mito di
Aristofane, la funzione universale grazie al discorso socratico;
operazione che, sebbene contravvenga in parte al dettato platonico,
mostra che Freud sembra volersi riferire ad entrambi i discor- si, ed è
ciò che qua conta 23 . 19 S. Freud, Jenseìts des
Lustprinzips, GW, voi. XIII, p. 62, corsivo di Freud. 2 ^ Ibidem. Cfr.
Platone, Simposio 191a-b, traduz. di U. von Wilamowitz-Moellendorf,
corsi- vo di Freud. 2 1 Ibidem. Freud scrive che non
citerebbe l'ipotesi contenuta nel mito «wenn sie nicht gerade die eine
Bedingung errullen wUrde, nach deren Erfullung wir streben». Anche T. Gould,
Pla- tonic Love, London 1963, p. 3 1 sg., riporta l'interpretazione
freudiana del mito esclusivamen- te alla questione del «carattere
regressivo»; cfr. anche P.L. Assoun, op. cit., pp. 167-172. 22
Finita la citazione prosegue Freud, Jenseits des Lustprinzips, cit., p. 63:
«Sollen wir, dem Wink des Dichterphilosophen folgend, die Annahme wagen,
dass die lebende Substanz bei ihrer Belebung in Ideine Partikel zeirissen
wurde, die seither durch die Sexualtrìebe ihre Wiedervereinigung anstreben?».
23 Ove la liceità agli occhi di Freud di una coniugazione dei due
discorsi verrebbe conferma- ta dall'osservazione per cui rispetto al
mito, Platone «sich nicht zu eigen gemacht, geschwei- ge denn ihr eine so
bedeutsame Stellung angewiesen natte, hStte sie ihm nicht selbst als wa-
hrheitshaltig eingeleuchtet», ivi, p. 63, nota 2 aggiunta nel 1921;
interpretazione che come sappiamo si scontra irrimediabilmente con la
negazione da parte di Socrate della concezione del «ripristino»
dell'unità originaria di Aristofane, cfr. Simposio 200 e, 20S d-e. L'idea
guida dell'eros quale forza che «alles Lebende erhàlt», assicurata
dall'estensione delle pulsioni sessuali alle singole cellule, è garantire una
«po- tentielle Unsterblichkeit» alla materia vivente (se si vuole:
mortale) 24 : das Wesentliche an den vom Sexualtrieb intendierten
Vorgangen ist doch die Ver- schmelzung zweier Zelleiber. Erst durch diese
wird bei den hoheren Lebewesen die Un- sterblichkeit der lebenden
Substanz gesichert 25 . Così, con tale «Ausdehnung des
Libidobegriffes auf die einzelne Zelle wandelte sich uns der Sexualtrieb
zum Eros, der die Teile der lebenden Substanz zuein- anderzudràngen und
zusammenzuhalten sucht» 2 ^; la sessualità converge quindi con «den alles
erhaltenden Eros» 27 , «mit dem Eros der Dichter und Philoso- phen» 28 .
Nel corso degli anni tale concezione verrà conservata e ribadita per
sempre da Freud, di contro a quella del riprìstino più tardi abbandonata 29 , e
ri- condotta anche in seguito esplicitamente al Simposio: nel 1924 ad
esempio scri- verà che «was die Psychoanalyse Sexualitat nannte, [deckt
sich . . .] mit dem al- lumfassenden und alles erhaltenden Eros des
Symposions P/atos» 30 , nel 1932 che le pulsioni sessuali vengono
chiamate «erotische, ganz im Sinne des Eros im Symposion Piatosi 1
. 24 Ivi, p. 42. 2 ^ Ivi, p. 60, corsivo
nostro. 2 *> Ivi, p. 66 nota 1, corsivo nostro. 27
Ivi, p. 56. 2 " Ivi, p. 54: «So wilrde also die Libido unserer
Sexualtriebe mit dem Eros der Dichter und Philosophen zusammenfallen, der
alles Lebende zusammenhalt». 29 Tale concezione era esplicitamente
compresa anche in Freud, Massenpsychologie und Ich- Analyse (1921), cit,
p. 100, ove Eros «alles in der Welt zusammenhalt»; si veda anche Freud,
Das Ich und das Es (1923), GW, voi. XIII, p. 268; Id., Hemmung, Symptom und
Angst (1926), GW, voi. XIV, p. 152; Id., Das Unbehagen in der Kultur
(1929), GW, voi. XIV, pp. 596, e p. 604 sg.; Id., Die endliche und die
unendlìche Analyse (1937), GW, voi. XVI, p. 91 sg. (ove è ripreso
Empedocle); infine nel 1938, Id., Abrifi der Psychoanalyse, GW, voi.
XVII, p. 70 sg., Freud ribadisce: meta dell'Eros è «immer grofierere
Einheiten herzustellen und so zu erhalten, also Bindung» (Empedocle è ivi
ripreso nella nota 2); egli abbandona invece esplicitamene il carattere
regressivo delle pulsioni erotiche: quanto alla formula «dass ein Trieb
die Rttckker zu einem fruheren Zustand anstrebt», «Fttr den Eros (oder
Liebestrìeb) kònnen wir eine solche Ànwendung nicht durchfuhren». In nota
chiarisce: «Dichter haben Àhnliches phantasiert, aus der Geschichte der
lebende Substanz ist uns nichts Entsprechendes bekannt»; è scontato il
rimando al mito aristofaneo. 30 S. Freud, Die Widerstande gegen die
Psychoanalyse, GW, voi. XIV, p. 105: «was die Psychoanalyse Sexualitat
nannte, [deckt sich] keineswegs mit dem Drang nach Vereinigung der
geschiedenen Geschlechter oder nach Erzeugung von Lustempfindung an den
Genitalien, sondern weit eher mit dem allumfassenden und alles
erhaltenden Eros des Symposions Pia- tosi. 3 1 S. Freud,
Warum Krieg?, GW, XVI, p. 20: «Wir nehmen an, dass die Triebe des Men-
schen nur von zweierlei Art sind, entweder solche, die erhalten und vereinigen
wollen, - wir 23S MARCO SOLINAS
Ora, l'attribuzione di Freud trova effettivamente riscontro nel
discorso di Socra- te-Diotima. Ad un primo livello eros si configura
quale causa ultima che spinge gli uomini e «tutti gli animali della terra
e del cielo [...] dapprima ad unirsi l'uno con l'altro (av\i\iiyr\\ai
àXXi\\ov;) e poi a curarsi dell'allevamento della prole» 32 . Platone
amplia quindi ancor più il discorso: «la natura mortale cerca, per quanto
può, di divenire eterna ed athanatos. E può riuscirvi solo per questa
via, la via della generazione (xfj yevéoei), perché essa lascia sempre dietro
di sé un altro essere nuovo in luogo del vecchio» 33 ; ove «ogni singola
creatura viven- te [...] non conserva mai in sé le medesime cose, ma si
rigenera di continuo, deperendo in altra parte, nei capelli, nella carne,
nelle ossa, nel sangue e in tutto quanto il corpo» 34 . Conclude Platone:
in virtù di tale incessante generazione «si conserva (oró^exai) tutto ciò
che è mortale, non col restare sempre assoluta- mente identico, come il
divino, ma in quanto ciò che invecchiando viene meno lascia al suo posto
qualcosa di nuovo e simile a sé 35 . Con questo espediente, o Socrate, il
mortale, sia corpo sia ogni altra cosa (icori a&\ia icori zàXXa
nàvxa), partecipa dell'im-mortalità» 36 . Eros viene dunque esteso
a forza biologica universale che "unisce" e
"conserva" «ogni cosa» mortale (se si vuole: vivente)
garantendone la relativa e potenziale immortalità grazie ad una sorta di
macro-duplicazione, la generazione della pro- le, e ad una
micro-duplicazione, concernente ogni singolo elemento dell'or- ganismo;
Platone dischiude così la via che nel XX secolo sarebbe stata battuta
dall'estensione biologico-cellulare freudiana dell'eros (che si appoggiava
anche sui risultati della giovane microbiologia ottocentesca- di
Weismann, Woodruff etc, dunque sui processi di «duplicazione» cellulare)
37 . heiflen sie erotische, ganz im Sinne des Eros im
Symposion Platos, oder sexuelle mit bewuB- ter Oberdehnung des populàren
Begriffs von Sexualitat, - und andere, die zerstoren und tdten
wollen». 32 207 a-b; esordisce qui Diotima: «Quale credi, o
Socrate, che sia la causa di questo amore e di questo desiderio (ocinov
et vai xornot) xoO epco-Eoi; Kai tt^ èjtiG'uu.iaq)?», per prosegui- re:
«Non ti accorgi del tremendo stato di tutti gli animali, della terra e del
cielo, ogni volta che sentono il desiderio di generare, ammalandosi tutti
e assecondando l'impulso erotico (èpatiKcòc, Siaxi8é|XEva), che li spinge
dapprima ad unirsi l'uno con l'altro e poi a curarsi dell'allevamento
della prole?». 33 207 d 1-3: «fi 8vnxT| <pv>oic, £nxeì icona
tò 8waxòv àtei xe etvai icaì àOavaxoC;. Stiva- Tal 8è xavun uóvov, xfj
•yevéaei, òxi òeì KaxaXeinei èxepov véov àvxi xoù naXaiov». 34 207
d 7 - e 1 : «àXkò. véoc, àeì yiyvónevoc,, xà 8è ànoKKòq, Kai Kaxà xàc, xpixac,
sai oàpKa Kai òaxà Kai atna Kai aonjiav xò oiòua», sull'apparente
manchevolezza del testo cfr. P. Pucci, Platone, Opere complete, Roma/Bari
1993 8 , voi. Ili, p. 187. 3 5 208 b 1-2: «àXXà x$ xò àitiòv Kai
7taAxtiov)ievov exepov véov è^KaTaXelneiv otov ainò fjv». 3
*> 208 a-b. Sulla natura «inconscia» del desiderio cfr. F. Comford, The
Division of the Soul, «The Hibbert Journal», XXVIII, 1929-30, pp.
206-219, soprattutto p. 217; A.W. Price, Plato and Freud, cit., p. 252
sg.; t. Gould, op. cit., p. 49. 37 Cfr. S. Freud, Jenseits des
Lustprinzips, cit., pp. 46-61 .Riepilogando, si deve attribuire al dialogo
platonico, sia quanto al ripristi- no arìstofaneo sia quanto all'eros che
unisce e conserva, la paternità della con- cezione adottata da Freud. In
questi due casi però, rispetto alla prima estensione del concetto di
sessualità, si tratta di una paternità in senso stretto, nel senso che
Freud sembra aver ripreso direttamente da Platone le due idee. Ad
avvalorare tale ipotesi vi sono i seguenti elementi. Rispetto al mito di
Aristofane, va rico- nosciuto che esso, citato già nel 1833 in una
lettera all'allora fidanzata Martha Bernays 38 , è attestato nel corpus
fin dal lontano 1905, quando Freud vi accen- nava nei Drei Abhandlugen
zur Sexualtheorié 39 ; si tratta dunque di una presen- za (scientifica)
di antica data che dopo circa quindici anni si sarebbe andata co- me a
solidificare in una delle teorie biologico-filosofiche più ardite
dell'intero edificio psicoanalitico. Quanto all'eros quale
forza che conserva è degno di nota sottolineare che fin dal 1910, nel suo
Leonardo, Freud aveva assunto quasi tacitamente una tale conce- zione ove
scriveva di sfuggita che Eros «alles Lebende erhalt» 40 . Ora, fa pensa-
re il fatto che circa tre mesi prima dall'inzio del Leonardo, iniziato
all'incirca nell'ottobre del 1909 e finito nell'aprile del 1910, Freud
citasse il Simposio nel saggio Sull 'uomo dei topi (finito per l'appunto
il 1 7 luglio del 1 909); discutendo del rapporto tra il fattore negativo
dell'amore e la componente sadica, in modo a dire il vero sorprendente
Freud citava in nota le parole pronunciate da Alcibiade nel dialogo
platonico: «"ja oft habe ich den Wunsch, ihn nicht mehr unter den
Lebenden zu sehen. Und doch wenn das je eintrafe, ich weiB, ich wtìrde
noch viel unglucklicher sein, so wehrlos, so ganz wehrlos bin ich gegen
ihn," sagt Al- kibiades iiber den Sokrates im Symposion» 41 . Se da
questa citazione, per l'appunto inaspettata ed estemporanea, è lecito
presumere che Freud avesse ri- letto o perlomeno ripreso in mano il
Simposio, è altrettanto lecito inferire che l'idea di Eros quale forza
che «alles Lebende erhalt» espressa appena tre mesi 38 Cfr.
S Freud, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Torino
1960- 1990, p. 41, lettera a Martha Bemays, Vienna, 28 agosto 1883:
«Ormai non riesco più a sop- portare la compagnia, tanto meno quella
della famiglia, sono soltanto un mezzo uomo come dice l'antica favola
platonica che tu certo conosci, e la mia sezione soffre non appena sto
senza far niente». 39 S . Freud, Drei Abhandlugen zur
Sexualtheorie, GW, voi. V, p. 34: «Der populàren Theo- rie des Geschlechtstriebes
entspricht am schònsten die poetisene Fabel von der Teilung des Menschen
in zwei Halften - Mann und Weib -, die sich in der Liebe wieder zu
vereinigen streben». 40 S. Freud, Etne Kindheitserinnerung
des Leonardo da Vinci, GW, voi. Vili, p. 136, discu- tendo della "castità"
degli scritti postumi di Leonardo scrive che tali scritti «weichen allem
Sexuellen so entschieden aus, als w8re allein der Eros, der alles Lebende
erhalt, kein wtlrdi- ger Stoff Air den Wissendrang des Forschers». Il
termine Eros era stato utilizzato da Breuer fin dal 1895: cfr. Breuer e
Freud, Studi sull'isteria, in Opere Complete, Torino 1967-1989, voi. 1,
p. 389 (la parte di Breuer è assente nell'edizione degli Studien iiber Hysterie
edita nel- le Gesammelte Werke). 41 S. Freud, Bemerkungen
iiber einen Fall von Zwangsneurose, GW, voi. VII, p. 456, n. 1; cfr.
Simposio 216 c. 240 MARCO SOLINAS
dopo gli venne suggerita proprio dalla recente rilettura del
dialogo platonico. In questo caso si tratterebbe dunque di ben più di una
solo eventuale "Kryptomne- sie" dovuta all'ampiezza delle sue
lontane letture giovanili, come quella tirata in gioco laddove Freud -
rinunciando garbatamente e felicemente all'originalità - riconosceva ad
Empedocle la paternità storica della sua teoria dualistica 42 . Sembra
dunque che il Simposio, dalle sue timide comparse del 1905, del 1909 e
presumibilmente del 1910, abbia poi più o meno silenziosamente, più o
meno inconsciamente continuato a lavorare nella mente di Freud per
riemergere infine con l'ampia revisione della concezione della sessualità
di Jenseits des Lustprin- zips del 1920. In questo caso però, sia quanto
al carattere regressivo sia quanto alla funzione biologica, la
"paternità dell'eros" non sarebbe più solo storica, né si
tratterebbe più dell'utilizzo dell'autorità del "divino Platone"
quale scudo contro le proteste sollevate dal risalto dato alla
sessualità: sembrerebbe invece trattarsi di una paternità in senso
stretto, di un'influenza diretta esercitata dal Simposio, sviluppatasi e
sedimentatasi col lento trascorrere degli anni. Possiamo allora
concludere affermando che da una o verosimilmente più riletture del dia-
logo di Platone sia scaturita una decisiva rielaborazione di una delle concezioni
della sessualità, dell'eros, se non forse tra le più originali in assoluto, di
certo tra 42 In Die endliche und die unendliche Analyse
(1937), GW, voi. XVI, pp. 90-2, Freud scrive della sua teoria pulsionale
dualistica, che incontrava ancora resistenze: «Umsomehr musste es mieti
erfreuen, als ich unlàngst unsere Theorie bei einem der groflen Denker der
griechischen Frtthzeit wiederfand. Ich opfere dieser Bestàtigung gern das
Prestige der Originalitat, zumai da ich bei dem Umfang meiner Lektiire in
fruheren Jahren doch nie sicher werden kann, ob meine angebliche
Neuschòpfung nicht eine Leistung der Kryptomnesie war». Freud procede
quindi nell'accostamento: «Die beiden Grundprinzipien des EmpedoMes - cpiAla
und veìkck; - sind dem Namen wie der Funktion nach das Gleiche wie unsere
beiden Urtriebe Eros und Destruktion", ove philia ed Eros (come
rispetto all'eros del Simposio) hanno in comune la tendenza «das
Vorhandene zu immer grOfieren Einheiten zusammenzuffassen». Empedocle è
ripreso anche in Abrifi der Psychoanalyse, GW, voi. XVII, p. 70.
Sull'accostamento cfr. per esempio G. Tourney, Empedocles and Freud,
Heraclitus and Jung, «Boullettin of the History of Medicine» XXX, 1956,
pp. 109-123, specialmente pp. 109-116, e Id., Freud and the Greeks. le
più discusse e significative del XX secolo. Si rivela così, ancora una volta,
la forza e la fecondità di un passato antico, che, anche perché tanto
amato, sembra morire solo per poi rinascere, di nuovo. ■4
ss <* t " ■fi
ir. — * ìfm ri kl
DI M. FRANCESCO cattami da DIACCETO,
FILOSOFO ET GEWJ" 1 V HVO MO Fiorentino > con un Tanegerico
all’ more ; t ET CON LA VITA DEL DETTO
Autore,fatta da M. Benedetto Varchi 07 ^ V H.I V I L
E G IH VINEGIA AP PRESSO G A fi A 1 1 R GIOLITO DE*
FERRARI. fa AMORE DIACETTO O NON DVBITO
douer’ eflere molti , e quali dannino me hauerein lingua uol
I gare trattato de pro- fondi rmlteni deH’amore , oppo- nendo il
decreto de gli antichi Pira*» v- * A ii gorici
V fecondo il qua*. dè- cito comunicare al uulgo , come all-
etto , Je cole diuine , non ientendo d’effe rettamente ; il quale per
non hauere feruato Hippafo Pitagorico, fu morto . Noi rifpondiamo
cffer di due nature nomi : altri formati nel- l’animo da effe cofe,
& interiori : al- tri fabricati dall’artifìcio humano ,
&efteriori . Quelli effere a placi- to , & p*erò diuerfi ,
appreffc diuer- fè'nàtioni . Quelli per natura, & ap- preffo
ciafcuno e medefimi . De no- mi interiori comporli lo eloquio in-
teriore v Delli efteriori formarli lo efteriore . Et quella crediamo
effe- re la fententia del diuin Platone con- lèntientifsima ad
Arillotele , come ajtroue dichiararemo . Sendo adun- que
ilfermone/fteriore imagine , & « r s
nota del fermone interiore : nòti tjeggo , perche cagione fi debba
(bt T t’entrare a maggiore calunnia ^par- lando, & fcriuendo
delle cofe diuine in lingua Tofcana , che in qualun- que altra
lingua. Crediamo piu.tp- fto , che fia da riguardare al modo del
trattare. E però li Egitii fotto for me di diuerfi animali nelle
colonne di Mercurio , da chi & Pittagora, de Platone imparorno
la Filofofia , & Pitagorici fotto uelami Matemati- ci , &
li antichi Theologi fotto mo- ftruofi figmenti occultorono le co-
fe diuine , & la natura . Noi , ben- ché habbiamo trattato delle
mede- fimecofe fuori di uelami , & di fig- menti, non di manco
ci confidiamo non douere efleregiuftamente dan- nati del peccato
della profanatone . -*■ _ A nj * ' . ti
Tu adunque leggerai quanto c'èoc- corfo al prefente dire de
mifterii del lo amore : & penferai le cofe diuine tanto
fuperarele menti noftre , che fpeffo ci fia neceffario altrimenti
par lare d’effe, altrimenti intendere * I T"' C A NATYRA cor-
| por ale. nulla contenere 1 m fi dt aero, ma al tut-
% toeJJìreimagmaria,Q urna , chiaramente di- ira la
perpetua uarietà s fp) m u t at io- lacuale in ejfa appare .
Imperoche U V 8 L I *B Ti 0 uerita delle cofe fi
dttermina una fermtZc za, ffi) una permanenza . Per laquale efi fa
fimpre flando ferma in uno ejfire quel- te medefime nel medefimo modo in
nat- ta uariate s'offerifiono,a chi le contempla , la natura
corporale per un filo momen tò di tempo non conferita l'ejfer filo facen
- dofi in ejja continua generatione , ff) cor - ruttione. llche Her
adito non filo attri- huìfie a tutti i corpi , che fino fitto la
Lu- na , ma ancora al Cielo , ft) alle [Ielle : le quali fino tanto
piu perfette , che gli al- tri corpi y quanto piu fi apropinquono
alla natura dell'anima . Onde come uicini alla . rdiumitdyhanno meritato
d’efier chiamati corpi diurni . Et pero riguardando alcuni
fittilmente affermorono tale openione ef fire approuata dal diurno c
Platone nelTi - meo . Quafi ejfo uoglia non fi potere at- tribuire
al corpo l'effere , ma piutofto il M° fife VT“1 ■
T K I M:0. p flujjo , {fi la gener attorie . La cagione
di tal fluffi , e la mattria t della quale fino compofti tutti e
corpi co fi celefh come ter * reni . Laquale qualche uolta ci s'apprefin
* partecipe dello flato , per * manentia : Inquanto dalla
forma , che fi riceue m effd in un certo modo e contenti * ta
qualche uolta come del moto : inquanto per fua natura fugge l'ejfere, {fi
la cogni * / tione, hauendo firn prefica la contrarietà $
V infi abilità , la uarietà * Il che forfè fi gnu ficorno li
antichi Theologt per la fauola di *7 roteo : qua fi come Proteo fi mutaua
in diuerfi forme , bora in fiamma , bora in acqua , bora in leone ,
bora in forma di qualche altro animale : cefi la materia fia atta,
{fi pronta al rteeuert tutte le forme f non fi partendo pero mai dalla fua
natu* ra . Et perogli antichi Pitagorici,confide* rato tal propor
tione. hauer la materia 4 io L 1 2J ^ 0 corpi; quale ha la
dualità a numeri non duhitorono chiamare la materia dualità .
Laquale fendo la prima diuifeone , ft) principio d'ejja, ancora
chiamorono l[ide , ffe Diana . 'Ter che come Diana , è fle- rile y
fecondo dice ‘Tlatone nel Thettheto , co(i ancora la prima dualità ,
fendo prin- cipio della diuerfetà , della inequalitàydel- la
dtfsimilitudine , è priuata d'otri* anio- ne; oue confifie la fecondità
di tutte le co- fe . Se adunque la natura corporale e par- tecipe
di tanta imperfettione y chi non ue- de effeer neceffario [opra ejja
ejfere un'altro principio y ilquale la regga , ffe la conten- ga:
pendendo fempre l'imperfetto da quel- lo y che e perfetto ? Et però
Democrito , ffe) glabri y che l'hanno feguitato y cioè Leu- cippo y
ffe) l Epicuro y fecondo il mio pare- re y meritano non ejjèr uditi . E
quali po- nendo principucorporab tndiuifìbili , ma didiuerfe
> P £ 1 AÌ 0 * 7 / di dtuerfe figure
chiamati da loro Storni, vogliono tutte le cofe efftr compofte
d'unó fortuito concorfo d'e/si. "Dicono adunque di quegli ,
che hanno figura circutare , e fi fer compofta l'anima : de gl' altri
Trian - gulariy Quadrangulari , ft) fimilt efjtre compofta la
uarietd delle altre cofe : nfer~ uando ciaftuna cofa la Natura la
po* tentia fimile a quegli atomi , di che effe fufsi compofta .
Dicono ancora le cofe per tanto ffatio di tempo conftruarfì in
effe- re,per quanto m luogo di quelli atomi , che continuamente fi
partono y fàcce dono altri della medefima Telatura . ISoi al
prefen- te pretermetteremo dichiarare efftr' impo fi ftbile il
Cielo y gl' Elementi y gl' animali , le piante , ffij tutta la ‘Natura, o
uuoi fecon- do l'effere , o uuoi fecondo la confiruationc pendere
da alcuno fortuito concorfo ; firn- pre apparendo mamfeft amente per
tutto 12 L IV Ito- or dine y ffi ragione . Solo diremo noi
uede- re di tanto maggiore potentia, ffi) di tanto maggiore
efficacia ejfir le co fi, quanto fino piu umte\ffi quelle effitre di
mafsima poten tia,{fi di mafiima efficacia y cbe fino mafsi
inamente unite : onde per quefto ejjd uni- tà bauere infinita potentia y
infinita ef- ficacia: come autore , ft) principio dogni
unione . Sendo adunque la moltitudine in- finita al tutto oppofìtaalla
fimplicifiima unità , ft) però pnuata dogni modo dat - itone come
potrà dire rettamente TDemo- crito l'infinita moltitudine delli atomi e
fi fir principio delle co fi: determinandofi in- finita debilità :
della quale nulla y e piu oppofito alla ISlaturXdd principio t
* p'TOi M à. 93 ai C
» * N \ M ' ' ' k* * * > < ' ■rama E l numero
de corpi alca* 1 1 m fi muouono f er ‘Vfytura} I j$J|^ Ì come
il fuoco , Varia , taci qua , ft) là terra ft) quegli, che fin
compofh d'efit , de quali il fuoco , ft) l'aria , come leggieri, fi muouono
in sùi dfioftandofi fimpre dal centro \V acquei ,■ {fi la terra fi
muouono in giu cercando fimpre il centro . ^Alcuni altri non filo
fi muouono come quelli > ma ancora utuono ; ft) quefto per uirtù
di un principio , ilqua- le efii hanno dentro chiamato meritamene
te anima . Fra t corpi , che hanno Inulta, alcuni fin contenti della
uirtù nutritiua , come fino le piante, le quali non hanno bi- fogno
della potentia del fintire , come ne - cefiaria alla loro filiate, ma
fitte in terra colle radici , quali hanno in luogo di bocca
tirano il fro nutrimento ; alcuni fino do - * tati
della potentta del fintire , per la qua- le conofcono quello , che a fi e
dilettabile , o tnfitfico \ (fi della facultà , perche efii da un
luogo a un'altro fi tramutano . Im- per oche hauendo a cercare l'alimento
, è neceffario efii hauere unauirtù : per la- quale pofimo y o
fuggire , o fi giure quello , thè giudicono ejfire m fuo danno o falute
. Sono ancora altri poflt in mezo delle pian- te ; (fidi quelli y
che hanno il /enfi , (fi la facultà del tramutar fi come ricchi , (fi
fi- mili chiamati Zoofiti y quafi fieno parte- cipi della natura de
gli animali , (fi delle piantf : tquali contenti filo del [enfi del
tatto ; fendo loro fimmintflrato compe- tente nutrimento , Hanno fempre ,
come immobili y in un mede fimo luogo . Oltre a tutti quefti e
thuomo grandifiimo mira- tolo , come dice ^Mercurio 9 animale at-
ramente P 5 ? 1 M O . *s r amente degno d'efèr
Inonorato , ft) ado- rato ; tlquale aogmgne alle predette potenz-
ile la fi acuità dell' intendere : per lacuale ripieno di dtumità JpeJJò
diuenta filmile 4 gli T>ij : ma , Jenoi confedereremo retta-
mente , diremo wfeeme col diuin r Platone il Cielo , ft) le fttUe ejfeer
donate della aita, fife dell'intelletto . Quefto dtmoflra un per-
petuo tenore di fare fimpre le medefeme cofe, ft) nelmedefemo modo , già
incomin- ciato per gr andi fimo fpatio di tempo per durare per
l'auenir e fenza errore, fen- za impedimento , quale e nel Cielo,
nelle flette; le quali col fio diurno moto, quafe un batto
magnificentifi. di tutti e batti , a tut- ti gli altri ammali donano la
generatone, l'ejfeentia>{t) la aita. Oltre a qucfio ancora 1 lo
dimoftra la marauighofa bellezza , ft) per fettone, laquale in efii
ueggiamo affer- mare l'huomo, ilquale ha il corpo caduco , J
- - / t6 L 1 ® x 0 (p) fittopofto a infinite off e fé-,
batter la uU ta y ft) lo intelletto ; e'I [telo , le (Ielle ,
onde pendono gltaltri corpi effirne pri» uo ; e d'huomo al tutto
ftohdo , mfin- fato. Ma chi confiderà la grandezza loro ,
chiaramente cono fie e fiere impofitbile efii potere effère mofii
pertanto tempo o dal cafi o da impeto alcuno corporale o da ca-
gione eftrmfica ft) uiolenta : anzi mouen . do fi tanto efi/ufit amente ,
è necefidrto tal moto procedere dall'anima diurni fitma . Onde
ficur amente fi può affermare il Qe- lo , q) le [ielle efier compofie di
corpo , ft) d'anima ; ve da altri , che dall'anima il corpo loro
efier prodotto , ft) gouernatp.St però giudicheremo efii douerfi
chiamare non filo cofe diurne 9 ma ancora T)ij.Ma fi noi pigliamo filamente
il corpo loro y fi* parandolo dall'anima , affermeremo effe- re
statue degli Dij , fabricate da loro di materia PRIMO.
n di materia prtfìantifeima , ffe con mar a* uigliofe artificio ,
legnali per effer polle in luoghi nobilifeimi fendo bellifeime ,
ri- piene di uita .debbono effere in maggiore ue ner adone, che
qualunque altra featua co- me efquifite imagini della diuimtà. Se
adun eque il corpo animato è piu perfetto , che quello y che non ha
l'anima : perche que- feo non urne , quello uiue , ffe) fra Riani-
mali qUello y che ha facultà di intendere è piu preflante , che gli altri
; ffe quello, che intende mafeimamente è prefìantisfimo : Viuendo ,
ffe intendendo il Cielo , le felle, l'huomo , faremo coferetti
confejfare efei efeer piu prefi anti , che chi non uiue , ftf
intende . Onde fe l'umuerfe è priua - to della uita,{t) dello intelletto
,gh ammali uerranno ad effer piu nobili, che l'umuer- fe ; di che
nulla può effere piu aJfordoSPer Lqual cofa come l'uniuerfe e prefìantifei-
; 2 o mo di tutti i corpi non lafciando fuori di
fi corpo alcuno . Ma come fuoi membri con - tenendoli tutti . Cofi
è nectjjario effo haue - re nobilifiima anima > capo , ft) guida
di tutte le anime : per beneficio dettatale fta partecipe di
prefantifima uita , q) di prefiantisfima intelligentta . St pero li
an- tichi Teologi di Fenicia (come dice Iam- bkco , fp) Iultano
Imperadore ) afferma- rono efjtr infufa per tutto una ‘Natura lu
cida y pura , calda % uehiculo dell'anima diuintj?ima : per laquale
dall'anima fta concejjo allo umuerfo il pretiofo dono della aita y
onde efjo meritamente fìa appellato uno animale^ laqual co fa ( benché
o/cura- mente ) fgnifìca Timeo Tittagorico , ft) ' r Fiatone nelTtmeo,
ft) nel decimo della *Rtpubhca . alMa di cjuefto nella concordia
fra Platone , ftf zArifotile diffufifiima. mente par laremoy ouc
dimoieremo ch’ut - v rumente ^ 1 M 0. zip rumente
fecondo la mente d'oArifìotile il primo motore non effer e Dio, ma
l'anima diutmfeima dalla quale penda il Cielo , {0 tutta la natura.
^Adunque infeeme col diuin alatone diremo ejjere il corpo , e [fere
ancora , {0 l'anima certamente molto dif- ferenti fra loro . L'anima
hauer l'intellet- to , il corpo nodo hauer e . L'anima , come
madonna , hauer e imperio fepra il corpo ; quefìo , come feruo , effer
fuddtto >{0 ret- to . L'anima effer fontana della ulta, {0 del
fenfey {0 di tutte l' altre affettiom , quali noi ueggiamo nel corpo :
quefto per flanatura effer atto a riceuere , {0 pati- re , di che
pofeiamo conchiudere l anima , come di gran lunga piu perfetta ,
hauere grado migliore nell' uniuerfo. • 20 L I 2 7^ o
r E l’anima non fila- mente dona la una , ma
an- cora contiene , ft) regge la natura corporale ( come di-
fipra è dimofìrato ) e necejjario ejja batte- re una affinità naturale
col corpo , per la- cuale naturalmente l'anima pofja dare la uita :
e'I corpo la pofja riceuere . L'anima pofia reggere , ft) contenere . Que
fi a non . e altro 3 che una naturale ine linat ione per lacuale
noi pofitamo dire l'anima ejjirt anima 3 ft) uer amente diftintada
qua- lunque altra cofa : Di che appare marii- fe fi amente
nell'anima eJJir due proprietà per TJatura ; una , per laquale ejjà incli-
ni a produrre , ft) reggere i corpi ( altri- menti non farebbe chiamata
meritamente , anima ) l'altra , per laquale effa non filo
rp % 'iM o . it comprenda la ‘Natura , che detta
effer retta , ma ancora fi medcfima , ft) le co- fi frperiori:quale
poco auàti fuchiamata Intelhgentia. Qutfìa intelligentia fe noi
ret- tamente confider eremo , uedremo effer nel- l'anima non per
fra natura , ft) inquan- to anima ; ma piu tofto per benefìcio
d'al- tri. Imperoche fi l'anima, inquanto ani- ma, ft) fecondo la
natura fra haueffi l'in - telhgentia , ogni anima intenderebbe: co-
me ogni fuoco fimpre e caldo : fendo la ca- hdità nel fuoco per fra
naturai ffjnot ueggiamo manififìamente non ogni ani— ma hauere
facultà d'intendere . lmpe- roche chi direbbe gl' animali bruti
haue- re intelletto , equali non per altro fono chiamati bruti : fi
non per effer priuatì della intelligentia? molto meno e da dire
delle piante , lequali fono animate d'ani- ma molto più im perfet ta ;
che i bruti ; ■ iti 22 L 1 2 7^0 ' ff) però come
il lume è molto piu, per * fettamente nel fole che nelle felle ,
fen- do nel fòle per fua natura , nelle fi elle per dono y ffe
beneficio del Sole : co fi noi dicia- mo la inteUigenda effer molto piu
perfetta- mente y in cui effa fio per propria natu- ra y che nella
anima , oue è per pardeipa - tione ; di che noi concludiamo ancora
quel- la fu(l arnia effer piu prefi ante , che Pani- ma ; fendo in
e (fa la fontana dello intende- re y principio y ft) Idea d'ogni cornicione
, imperoche la nobilifeima oper adone proce- de danobilifeima
fubflanda , la inteL hgentia fupera tanto Poltre oper adoni: al- '
manco quanto il lume Poltre qualità fen-\ Jibili . Quefla fuflantidnon è
altro, che la datura Angelica , laquale meritamente e denominata
Intelletto , hauendo per pro- pria oper adone P intendere . Et per
queflo noi concludiamo P anima effer e ordinata , fri
retta % / ; M 0 . 2 > natura ^Angelica , cowie
il corpo e ordinato , rmo dall'anima . Onde appartjce l'angelo
tanto piu effer preftante dell'anima , quanto l'anima è piu nobile
, /] corpo : ft) però l'anima non tenere il primo grado
nell'uniuerfi • adunque diremo ejjere due nature neL l'anima : una
per laquale rappreftnta la datura angelica > l'altra , perla
quale inclina al corpo. Onde e detta dal diuin Alatone nel Timeo
,fu[ìantiamez&, co- me quella , che pofta in mezo fra l'ange-
lo, ft) il còrpo partecipa dell' una, {^ del- l'altra natura . Quefta
anima merttamen te chtamorona i ^Magi in parte lucida, in parte
oftura , come pofta in mezo di quel- lo che è al tutto lucido , e di
quello che e al tutto ofeuro . L'Angelo è al tutto lucido , perche
fendo la prima ejjèntia; {R iapri- , ma effèntta fendo ejfa firmità
,ftmpre fi- * Hij 24 L 1 $ 7^0 mile a fi
medefima e accompagnata da e fi fa uentà , laquale e efifia luce
intelligibile fi) pero l'angela è tutto lucido . Il corpo fin - do
oppofito ficondo la fua natura allo an- gelo , è tutto ofiuro y l'anima
pofta m mez- zo fiala natura corporale, ffil' angelo, inquanto
partecipa dello ^Angelo e uera- mente lucida , inquanto inclina al corpo
, fi P uo dire ofiura . Chi adunque dubite- rà fipr a l'anima non
effier l'angelo: fin- tana di ogni luce intelligibile? Aliti allo
fpìendore del- la uerità intelligibile , quale noi chiamiamo al
prefinte c, Angelo , for fi potremo cre^ dere hauer trouatoil padre
dell untuerfi . lmperoche quiui ogni coja è uera ; efinzet ,
• fi s ogni co fa e ulta , ogni cofa e intelletto
, uerì* ta , ft) fiientia : fendo principio dell'efjere , ft) della
mta a qualunque altro fi dice ef fere,ft) utuere per quefto nella natura
con - tiene l'uniuerfità di tutte le cofe fendo il lo- ro effir e
per fitti fimo * Imperoche, benché le cofì in effa fieno di flint e , ft)
non con fu* fi , come dtmoflrala intelligentia opera * tion fua
principale , laqualt definitamen- te comprende tutte le cofi , nondimeno
han no e fiere unitifiimo . Imperoche nulla può effir e piu unito }
che quello , in chi ciaf u- na parte m un certo modo fia quel mede-
fimo , cheti tutto, come e nelttAngelo\do- ue la uita , benché inquanto
uita è dtfffinu ta , nondimeno per partecipatone è tutto lodimelo .
L'intelletto ha il fuo proprio modo d' effir e : perche è detto
intelletto. Ld uent à il fuo modo d' effir e particolare : per lo
qual# è effa uentà : parimente adirne* 26 L /2 0 ne in
qualunque altra parte . FJondiman* co quefto non fa che lo intelletto ,
la uerità per fa , non Jia tutto t Angelo per par - tecipatione :
in modo che nell' Angelo non fi può trouar parte , laquale non
conferui in fi la natura del tutto . Quejìo credo ha- uereintefa
Parmenide ; ft) Melijfo anti- chi^ittagorici, quando ajfermorono tue
- • te le cofe effere un 'Ente : cioè , ejfere una co* fa, una
fufiantia , quale notai pr e fante chiamiamo Angeloinella quale tutte le
co* fi habbino il fùo primo ejfere , cioè pcrfet* tifaimo ejfere.
Come adunque nelle cofe ar* tifictate fono due ejfaeri , l'uno nella
men- te dell'artefice , manzi , chehabbia pro- dotto fuori la cofa
artificiata , l'altro in effa cofa artificiata ? Verbigratia la
/ta- tua di ifMinerua ha il primo ejfere nella mente di Fidia ,
l'altro m effe marmo : de quali quello che è nettamente dello
artefi- ce, è ^ RIMO. 27 ce , e primo cffere\{t)
p ero molto piu no* bile ; che quello, che è nel marmo : co fi tut*
te le cofe hanno duoi ejjen : ; uno nella effen - tta dell’angelo ,
ilquale , è primo , ft) perfettifimo effere ; l’altro in effe cofe ; il-
quale , è participatione del uero ejfere . TDu co adunque fecondo tl loro
efftr primo per - fettifimo,nonfolo confhtuire una Jufìan * tia ;
ma ancora ciafcuno d’effe efer tutta quella umuerfità ; ft) pero
meritamente fi può dire una fu fsifl ernia ; fff) quefia e la fintentia
di Parmenide , ft) di Mehffe della umtà dell’Ente , come io fimo .
Qtie fio Ente , o uuoi Angelo e chiamato da Hi* lottilo mondo
intelligibile : mondo , per- che è pieno di elcgantia , hauendo
tutte le cofe in effe il feto e (fere uero ; lmperoche mondo fi gm
fica ornamento ; intelligibi- le , perche è comprefe felamente dal-
l’intelletto , tlquale riguarda effa ucri • 28 L 1 ® ^ 0 *
tà . 7 ?^/ diuin Telatone e chiamato nel fi fio dilla fypublica figliuolo
di Dio. Ma di quello piu diffufamente in quello , che figue y
parleremo : 6 . Nondtmanco fi noi con - ftdereremo , che il primo
principio è firn - pltctfiimo , ft) potentifiimo : altrimenti non
farebbe /opra ogni altra cofa : chia- ramente conofieremo quefìo mondo
intel- ligibile y o uuoi (^Angelo non potere effir pri- mo .
lmperoche nell'Angelo fendo moltitu- dine, ancora u'e compofitione ; ffi)
per que- flo imper fedone, imperoche ogni cofa com- pofla ha in fi
una parte, comcpotentia , ma parte , come atto : la potentia ha fi-
co imper fettone ; Patto la per fedone . Et peroogmcofacompofìaha
mefiolatoin fi l'imperfetto col per fitto . La potentia non e altro
, che quello , pel quale la cofa può effir e, non fendo ancora . L'atto
aggtugne l effir al potere ; fg) pero la potentia è im- perfetta
, P % 1 M O. z 9 perfetta , lacuale gli antichi
'Pitagorici chiamarono infinita , come per fìta natura
indeterminata . Inquanto adunque l'An- gelo ha compofitione non è
fimplicifitmo : inquanto ha tmper fetione , non è potenti fi fimo .
Imperoche qualunque imperfetto uiene alla per fetione coll'aiuto et altri
: però quello è piu potente , per beneficio di { chi confeguita la
fua per fettone . Ter la- qual coja fèndo l'cAngelo ne (empiici fimo,
ne poterà fimo , non può efièr ancora pri- mo >ft) pero Tarmenide
Pittagorico afi fermo il primo Ente , qual noi al prefinte *
chiamiamo Angelo , efièr filmile a una sfe- ' ra » lì) P er o hauer
parte , hauendo la sfera mezo , g) eftremi. T>i che ne fi -
gutta ejfo non patere efièr la femphci (lima Vmtà, come diurnamente dice
tMeliffò ; laquale al tutto efclude ogni parte, (fi ogni
moltitudine,^) ogni imperfettione ;{t) però 30 LIBRO come
ueramente capo di tutte le coffe au- tore della per fettone dell' angelo;
tignale me rit amente e chiamato uniuerfi intelligibile. S s o
Iddio findo principio ff) autore d' ogni per fettione nelle cof ,
che fino , non è capace d'imper fettone alcu- na y di (jualuncjue
natura ejfa fa . Et pe- rò noi pofitamo dire fimile proportene ba-
ttere alle cofe create ; eguale ha la fimplicif fima unità a numeri Tutti
t numeri han- no moltitudmeybanno ancora unità . Mol- titudine
fecondo che noi diciamo il nume- ro ternano hauere tre unità ; il
quaterna- rio hauer quattro unità , {fi eofi gli altri numeri nel
medefimo modo. Unità, per- che il numero Ternario , è uno Ternario
, q) una P 1 A4 0 . ft) una Trinità
. Il quaternario è uno quaternario , ft) una quatrinità : adun- que
tutti i numeri hanno moltitudine ,han no ancora Vmtà . La moltitudine
dice imperfetto ne , ft) diuiftone . L'unità dice coniandone ft)
per fettone . Et pero tutti i numeri participano della per fettone ,
f0 della imper fettone , Della per fettone > in- quanto ogni numero
e un numero . Del l imperfettione y inquanto ogni numero ha
moltitudine . L'unità ancora de nu- meri non e acutamente perfetta ,
cioè quella lenita , per laquale il numero Ter- nario è un Ternario
i ft) il numero Qua- ternario è un Quaternario . Imprima , perche
tale unità ha conuenientia , ft) af- finità colla fua moltitudine ; come
l'unità del Ternario ha affinità con le partidel Ternario .
altrimenti di efifa uita 3 ft) dcde parti fik non fi farebbe un tutto ;
ft) > 3 2 L 1 *B %. 0 quefta è una frette et
imper fettone . Dipoi perche l’unità d'ogni numero è diffimta m
modo , che l’unità del numero Ternario è dtuerfa de It unità del
Quaternario, ft) ciascuna di loro ha la fra potentia deter- minata
; per laquale tfro produce U fro numero . Quefta non e propriamente
im- per fedone , Jènon perche l'unità del Ter- nano benché fecondo
che e unita del Ter- nario , fra perfetta , nondtmanco non con-
tiene la per fettone , ft) utrtù in fi delt al- tre unita : carne la
perfetti firn a lujlitia , benché inquanto Iujhtia non ha difetto al
- e uno ; nondimeno non contiene infila per fi t ione della
fapientia>{f) cofì la per fettone Ut terminata ha fico in un certo
modo la im - per fettone* Adunq; lafimpliciftma unita \n prima non
ha moltitudine alcuna findo al tutto indtuiftbile . Oltre a quefio non
ha afflìtta con alcuna moltitudine numerale * non P ^
/ M O. ss non potendo hauer fuo coniugio . 7/on e ancora dif
finita, ftfi particolare unità ,ma fimphcifiima unità , eminente unità ;
ft) pero Pitt agora affermò effa contenere in fi la potentia, (tfi
i fimi di tutti i numeri. ‘Riduciamo tl numero al proceffo delle
co/i dal primo principio , fecondo il coftume t ‘Ptttagorico . Nelle
cofi create fi truoua potentia ; trouafi ancora atto . La poten -
tia , inquanto potentia, eimperfetta,l'au to , inquanto atto , e per
fettone , adunque Imprima imper fettone delle cofi,nafiedaU la
potentia , della quale fono partecipila - fee ancora imper fettone in
effe per cagione dell'atto . Imper oche l'atto fi chiama atto ,
inquanto è per fettone di potentia , ff) in queflo modo uiene a par
deipare della im- perfetto ne congiungendofi fico . La forma è atto
della materia , però facendofi della forma , della materia un compo
- C 34 L I 2 0 fio : la forma partecipa
delle condizioni della materia .. Uoperat tont i atto della
potentia attiua , come la cale fattone è atto ft) per fettone della
potentia calefatttua : nondimanco ha conformità colla potentia
dipendendo da effa . Oltre a cjuefìo , fatto dice per fedone definita,
ft) terminata. La forma del fuoco dice una per fettone termi- nata
: cioè effa natura dclfuoco^La terra dice per fettone definita , cioè ,
effa natura della terra, fp) cofìe proprio d' ogni altro atto. Et
pero t uno atto non include la per - fittone dell'altro, adunque e
[eludendo e fi fi Iddio ogni imper fittone, efiludt f imper-
fetione , che fi troua per cagione della po- tentia . Imper oche Iddio
non ha potentia alcuna , fendo fimplicifiimo : Efclude an- cora f
imper fettone , che e per cagion del- l'atto . r Ver che Iddio non ha
conformità , ft) proporftone con alcuna potentia: non
fendo 1 M 0 . 3 s fendo per fettone di potentia
attuta > nefe potendo d'effe , ff) della, potentia confettai - %
re un compoflo . 'ISfon è ancora di per fedo- ne definita , ffej
particolare , come ctafetì - no atto , procedendo da lui ogni atto ,
ff) ogni potentia . c Adunque in ‘ Dio , e ogni per fedone sjclufa
ogni imper fettone^ pe- ro in lui ogni cofa , è per mododtVnità
fìmplicifeima . e in lui diftinta la fa- pientia dalla Inflitta , non è
in lui diflmt a la bontà dall'efeèntia , fjfe dalla aita. Ma è
unicamente l' e fènda , la aita, la fapien - da : Et pero il dtuin
Platone dtfee nel Par- menide y non efeer di Dio nome , non diffi-
nidone y non fcienda , non fenfe , non opi- nione : come quelli , che
dicendo per fedone determinata , attribuir ebbono a TDio im- per
fettone , dalla quale al tutto abborifee . Et pero *P lodino yft)gl altri
c Platonici nie- gono Iddio ejjer ejfentia , o intelletto : ma . ì
. x v fj t L I B 7^0 tome molto piu
prefilante , efifir contentò delle fue ricchezze ; ricco della /ita
fimplt- ttfiima lenità . Solamente noto a fe mede -, fimo ,filo
amtratore , {fi cultore dellabtfi fi della fiua diumitd. Quefla è quella
diut - na caligine , laquale tanto celebraDioni* fio zAreopagtta
fplendore della Cbrifha- fia Theo logia ,alla quale non dggiugne utr
- tu alcuna rat tonale, o intellettuale . Impe- rochcy come il
rationabile non può efjer pe- netrato dal finfi : ne lo intelligibile
dalla potentia rattonale : ne le cofe incorporee , {fi femplict da
t corpi , {fi dalle cofe compo[ìe m y cofi quello y che eccede ogni modo
d y e fiere , t (elude al tutto la intelligentia , o qualun- que
altra cognittone, qua fi un Profano delle cofi fiacre . ^Ma è nelle cofi
create un Carattere , {fi una (ìmtlttudme di Dio, fiore , {fi capo
d'effe: per benefitto della - yuale fi congtungono a Dio , quafi non
fila lecito i rp XI M o. r?
lecito aggiugnere al fuo creatore con parte alcuna di fe>mapm
tofto con tutto fi . On+ dell Profeta ratto daldiuin furore efe la-
ma y o Signore la tua laude , è tl felentiofi- gmfeando ognipotentiayO
uuoi r attornierò uuoi intellettuale , douer ceffare dalla fila
operat ione,quado fi fa l'ultima unione del le cofe create con effe Dio .
Adunque molto piu appropinqueremo a T)io procedendo per le
negazioni ; che per l'affermationiipur chefempre mediamo effer meglio
^che quel by che noi neghiamo di lui . Nondimanco pofeiamo ufare
ancora l'ajfcrmatioMynon derogando alla fita diuinitàpur che intera
diamo effe hauere nfpetto , ft) compara- tane alle cofe create . Come
quando noi di- ttamo T>io effer principio , mezo , fp) fi- ne .
Imper oche per il principio intendiamo le Cofe da lui procedere ; per il
mezo a lui conuertirfi : per il fine effer da lui donato C
iij 38 L I 3 7^0 della ultima fùa per fettone; lacuale
con- file nella uer a unione fico. Quefto fgntf- corono gli antichi
‘Tittagorici quando difi fonoyla Trinità ejfer mifura di tutte le co
- fi. Quefìo panifico ancora Orfeo quando dijfi Gioue ejfer
Principio , mezj), fine, ft) pero ( come dice Diontfio Ariopagita )
in quefto modo Iddio e fplendore a gli il- luminati , per fedone a
perfetti ; a Tteifi- cati diumità , a /empiici fimplicità ; leni-
tà a quelli y che partecipano dell'uno ; uita de uiuenti \ejfentia di
quelle cofi y che Jd- no'ydi tutta l'effintiaydi tutta la uita
prin- cipio y ftj caujà . Et pero . ogni copi creata, < o
uuoi eterna , o uuoi mortale , o uuoi ra r Rionale, o uuoi Angelica, può
efilamare in : peme col \Profeta,Signore lo fjlendore del la faccia
tua , e fignato fipra noi. \ 1 M 0. 39 L i antichi
Pitagorici chia morono e/fo Iddio per fe uno , ffi) per fi bene
> come auto- re della /Implicita alle co/e create , quanto di
e/fa po/fono ejfer capa - et : aggiungono Siriano y ft) Troclo per
quefto nome efier fignificato y non efio Id- * dio ; ma quanto noi di Dio
participia - mo 3 quaf mi crediamo hauere efprejfi ef fi Dio ,
quando noi efprimiamo Caratte- re della diurni à y col quale noi fiamo
fi- gnati . Ter fi bene , perche non filo e (fi non niega a ciafiuno
il fio grado di per fe- ttone ; ma ancora y perche , co.me fine , e
de fiderato da tutte le cofi: ilquale poi che hanno configmtoficondo il
modo della /ùa natura , fi quietano . c Adunque ctoche procede da
lui fi fa partecipe della fua firn ' C ni/ yo L
1 2 7^0 p lìcita , ft) della /ita per fettone . Ma per- che
qualunque cofa procede da altri, per necefiità degenera dalla per fettone
di co- lui , da chi procede ; altrimenti l'effetto non farebbe di
minore per fettone , chela cagione ; fendo effo(come dicono e
Pitago- rici, ft) Plotino) uer amente uno: quello che procede da
lui, è non uno, ft) pero ha fico moltitudine . Onde habbiamo adire
hauere ancora imper fettone . Quella tm- per fedone e per la dtgrefitone
, ft) partita da tffo TDio, meontrandofì fimpre nell'im- perfetto
quello , che parte , ft) fi allonta- na dal perfetto : nondimanco
ritornando a quello , donde procedeua -, acqui fi a la per fedone .
Per laqual cofa rettamente fi dice , ogni cofa compofia ejfir compofta
di imperfetto , ft) di perfetto » Quefto inten- dono e Pitagorici,
quado dtffono per il prò ceffo dall'uno produrfiildua ; ilquale ri-
tornando P 1 Ad 0\ 4.1 tornando a l’uno, donde s’era
partito, con- Jìituifee il tre prima figura : l’effentia di cui
contempliamo nel triangolo, come dice Teone . Imperoche quello , che
procede da 'Dio, partendo/! dalla infinita fua perfe - tiene, cade
nello imperfetto, quale è la na - tura del dua; ritornando a T>io per
la fua interiore anione participa del perfetto , quale é la natura
del tre . Imperoche come il tre è compofìo della progreditone dell’uno
9 ft) della rtgreftone a l’uno, cofi quello 9 che procede da Dio, è
compofio dell’ imper- fetto , inquanto da lui procede, ffe del per-
fetto inquanto a lui ritorna. In fomma da Dio procede l’Angelo : ilquale
nella prima mifura di fuo proceffo e imperfetto. ^Ma come
imperfetto ? certamente imperfetto , perche , fendo l’angelo il primo
uiuente, ft) il primo intelligente ; ffe ogni uiuente ,
intelligente effendo compofìo della pò- 4 2 L 1 <B T^O
tentia aitale , ft) della fùa operatone, cioè del uiuere ; ft) della
potentia intellettuale, ft) della fua operatane, cioè dello
intendere la potentia come antecedente- alla opera - none fu prima
prodotta , la quale ha im per fettone, fecondo che noi intendiamo
efjd ancora non operare . L'angelo adunque nella prima mifura del
fuo ejfere , fendo una efentia con facultà di uiuere , ft) dt
intendere ; ft) non umendo , ft) non inten- dendo , ancora fi può dire
imperfetto . £t perche la potentia attiua riguarda La fa operattone
; altrimenti farebbe uana , fi non operaffiy ft) operando confeguita il
fuo fine , ft) la fùa per fettone , laquale per natura intenfamente
de fiderà : è necejja- rio nello Angelo effer naturalmente un'in-
tentifiimo defìderio di uiuere , ft) d'inten- dere. Que fio defiderio
nondimanco ante- cede una certa fermezza , ft) una certa
conftantia X / M 0. 4/ confi arnia , per uirtu
della quale mai Van- gelo parte dafe dalla fua natura y ma fempre
fi a quel me de fimo. Quella ferme* z za dal dium ‘'Piatone nel Soffia e
chia- mata fiato. L'operattone y che feguita quel defederiofe
chiamata moto, di qui polia- mo uedere quello y chefegmfec a il dium
Pla- tone nel Simpofeo y nell'oratione di Fedro , quando dice l y
amore cjjcr del numero degli Iddi/ antichifeimi ; affermando
fecondo V opinione de Ih antichi Teologi dopo il Cha- os effer la
terra , ft) l'amore , im per oc he il Chaos non e altro y che la effentia
dell'an- gelo fecondo , che e confederata nella prima mifetra del
feto effer e y come imperfetta,^ come potentia y moltitudine y ft)
infinito à chi meritamente fi conuiene queflo nome Chaos y
fignificando indige filone , ff) con- fatone . L'amore non e altro , che
quella ingenito defìderio y principio del u\uace y fp) 44 L
1 V Ilo dello intendere . La terra fignifica la fer- mezza 3
ft) l* fi abilità , per uirtu della quale l'angelo non mai parte dalla
fìta na- tura . Tuttamente adunque e detto l'amo- re ejfere
antichifetmo , imperoche ejfo ante- cede ogni operatone fendo principio
d'ef- fe s per uirtù delle quali , le cofe diurne me- ritano
d'ejfere chiamate lddij . • ' * • '•[ V * \ V ;
£/ni appetito , ft) ogni de- fiderio fi può chiamare amo re
in un certo modo benché pi ghandopropriamentei l'amo re fìa
felamente defiderio di bellezza > co- me dichiareremo tn quello , che
fegue. On- de non mmeritamente ildefìderio , tlqua- le muoue tutte
le cofe al fuo fine y ff) al fuo bene , e detto amorei ft) c Platone nel
firnpofio nell'orattone di Fedro per l'amore non intende altro , che
l'appetito , che e nell'angelo ; per ilquale fi muoue a con -
fegtiire la fua per fettone . Si che pigliando in quefto modo amore ,
diciamo ejjere in ogni co/a creata infino ad' ultima materia,
nedaquale è ancora l'appetito alla forma laquale è co fa diurna , fgf
buona , ft) ap- petibile , come dichiara ^rifiot eie. Adun- que
l'amore e cagione , che l'angelo 3 ilqua - le e prodotto imperfetto ,
confeguiti la /ùa perfetione ma come diciamo l'amore effir cagione
di tale per fedone ? certamente per- che quedo ingenito appetito , quale
al pre- finte chiamiamo amore , quafi uno filmo - lo , fpinge
l'angelo a l' operatone . Impero - che qualunque co fa fubtto , che ha l'
effir e e inclinata adoperare , ft) quanto ha piu perfetto ejfire ,
tanto ha maggiore inclina - tione ad' operare , onde perche i' angelo
ha 4 6 L I <B X 0 perfettifeimo ejfere , anzi è effe
ejferefendo lo ejfere la prima cofa creata ; per quefio ha
grandtfiima incltnatione adoperare , quefia oper adone fi chiama tuta:
fendo la uita il primo moto interiore , ft) primo atto , ft) per
fedone dell' effe nda , come di- ce Plotino , ft) q u ^i che l'hanno
feguita- to, cioè r Porfirio , ft) Amelio : benché Si * riano ,
Proclo crediino altrimenti', tetta- li al ùrefente dimetteremo.
Sendoadun ~ que la uita la prima operatone dell'ange- lo , è
manifefto efeere il primo feto atto , ff) la prima per fettone . L'angelo
adunque nella prima mifura delfuo procefeo e detto tjfentia ; laquale
è non uno procedendo da Dio , che è perfatifeimamente uno : pero ha
moltitudine, anzi in ejfa ( come di ce il dium c Platone nel r
Parmenidefe efpli tata tutta la natura de numeri, mediante iqualt
procedendo nella ulta difttngue fe medefima - P 1 Ai 0
. 47 ntedefima ne modi particolari ffe dell' effe re ffe)
come in piu efeentie , dando fecondo il feto numero a ciafeuna effentia
le fete prò prietà , come y fe tu pcnfafii la Geometria per una
atione interiore dtftinguere fe me - defema ne Tbeoremt particolari :
lacuale e una in tutti e teoremi ; perche ciafeuno è
Cjeometria:nondtmanco è ancora moltitu- dine , fendo l'uno Theorema
difemto dal l'altro, (fe però ‘Plotino dimoftr a diurna- mente dopo
l'uno, cioè Dio,efJere l'efeentia ; dopo l'efeentia 1 numeri , dopo i
numeri , e modi particolari dt II' efeer e, cioè le efetntie. In
fiomma l'angelo mediante il numero come efattifeima regola per benefit io
della feuaatione interiore, quale fi chiama pri- mo moto , (fe
prima uita , diflingue, (fe diffimjce fe me defimo in tutti 1 modi
par- ticolari dell'efeere , onde l'efeentia de II' am gelo è come
un tutto. L'efeentie particolari 4* LIV^O fino le
parti , non come il capo , o la mano è parte di Socrate : ma come il
Leone, o il cauallo è parte dell' animale . di quefio piu
diffujamente habbiamo detto nel libro del *T utero : ft) diremo nella
concordia fra Platone, ft) zArifiotile . Di qui chiaro ap- parifie
quello , che uuolc il diuin Platone , quando dice le cofe diurne produrre
fi me - defime . Imptroche non figni fica altro, che le cofe diurne
efier compofte dell'atto primo ft) del ficondo , cioè della potentia
attiua, ft) della fila operationeilaquale pende dal « la potentia
attiua , come l'angelo , ilquale e compofìo della potentia uttale , ft)
della fua operatone , ft) della potentia intellet- tuale , ft)
della fua operatane ; per benefi- co dellaquale l'angelo è attualmente
ui- uente , ft) intelligente . Onde è chiamato il primo animale ,
ft) il primo intelletto ; ft) chi intende altro atto , ft) altra
potentia nelle cofi diurne , non intende la fintentia di f Piatone ,
ne forfè la natura di effe nel modo del procefo loro dal primo principio
. Quelle e fentie , ffè quelli modi particolari dell' ef tre di
finiti nell'angelo dalla ulta fino chiamati /fette, (g) Idee,lequali
fino in tanto intelligibili , in quanto hanno lo efèere uiuo, (t)
la ulta . Onde ildiuin Pla- tone dice nelTimeo,che topefice del
mondo fece tante forme nel mondo , quante tua * telletto uide
neluiuente,fègnificando l' Idee efèer nel primo animale . Et pero io
mi marauiglio afai , come qualcuno habbia detto , che la forma ,
che effo Dio da alla materia angelica , fino efe Idee , come fi l'angelo
, inquanto procede da Dio , fufii potentia pafiiua , laquale diuenti
ricetta- colo delle Idee . forfè maggiore errore fi può commettere
nelle cofi diurne, che pen fare in efe eferpotentia pafiua fìmile al
- io L 1 5 X 0 ; la materia de corpi finfibtlt : perche
cioche procede da e fio Dìo immediate , procede piu fimtle a lui,
fg) p M perfetto, che è paf fibtle. Onde fendo molto piu perfetta
la potentia attiua , che la paffuta , ì con- veniente immediate
procedere da lui la po tentia attiua, ft) non pafiiua . c Adunque
noi diremo da 'Dio procedere immediate un'atto primo : ilquale fi può
chiamare efientia prima , fendo la prima cofa , che ha l'efiere;
lacuale inquanto efientia e per fettifiima : ma bene nelfuo primo
procefio ha fico congiunta potentia d'operare, non operando ancora
: q) fecondo, che ancora non opera , ha fico Imperfetto : Et que-
llo e quello , che dice il diuin Platone nel Filebo , da ‘Dioeffirt dua
elementi, cioè l'infinito , ft) il Termino della mtflione',de quali
fi confi ituifia unaTerza natura , cioè l'effintia .Imperoche quello ,
che pròcede , inquanto e atto , {fi diffinito fi può dire hauer termino :
inquanto ha fico con- giunta la potentia, {fi l'tmper fettone fi
può dire infinito : e l'uno {fi l'altro infieme fino la Telatura della
prima ejjentia ; la per fettone y {fi atto, dellaqualee la fua
operatane interiore , {fi non Idee . Come dal termino proceda lo Ciato ,
{fi la iden- tità : da l'infinito , il moto , {fi la diuerfi- td ;
Et come tutte le cofi fitto il primo fie- no compofie
d'ejfintia,diftato,di moto. di Identità , di dtuerlìtà altroue h
abbiamo detto , {fi diremo diffufamente nella con- cordia fra
Platone , {fi Artftotile ; oue di- mena l'opinione di Siriano , {fi di e
Proclo dichiareremo , come ciafiuno d'efii e ele- mento , {fi come
e genere dell'Ente . zAl prefinte fi conuiene piu tofto accennare ,
che efplicare fimilt materie . sz L 13 Ito ' A# a d i
particolari del- l'tjjìre nell'zAngelo di [Unti per beneficio della
ulta al yprefinte chiameremo ldee\ benché fecondo diuerfi confi
derat iohi fi pofiino chiamare per diuerfi nomi , come è dichiarato
breuemente nel primo libro del nofiro Palerò, ffi) altrotte piu
dijfufamen . te fi dichiarerà . Onde fi foluono facilmen- te tutte
le obietioni contro a l'Jdee fatte da ss4riflotile in diuerfi luoghi: ma
principal- mente nel primo libro dell'Etica , ft) nel fifto delle
co fi diurne , Uguale comunemen- te fi reputa il fittimo . Quefla
difìnbut io- ne fèndo con ordine , mi fura, proporzione , fi già
quello , che da l'ordine all' altre cofi non è d'effe priuato , come le
cofi diuine , le quali producono , ft) reggono , le infe- ■ ^ .
riori , rp X i m o„ j ì riori, e per necefittà
accompagnate da una cenar gratta-*; da un ceno splendore ;da un
florido colore , tlquale fi può chiamare rettamente efia bellezza*
lmperoche ( co- me diurnamente dice Plotino ) benché la prima
bellezza non fia un'altra cofa dada ferie d'ejfi Idee , come aduentitia ,
q) efira* nea ; nondimanco quella gratta , quello fplendore , quel
fine ,• che in fu la prima giunta apparifie ad'afpettto di coloro,
che raguar ciano tutta la ferie dell'ldee , quafi come il colore
neda fuperficie , è chiamata efia bellezza ; laquale non feguita la
natu- ra di parte alcuna 9 ma piu toflo del tutto . Onde è
manifeflo la prima bedezza prò* cedere dada per fedone interiore
dell'Ange- lo > quale duerno efjere fioatto . Et pero chi dice
che' l bedo e diflinto dal bene come l'eflrtnfeco dali'mtrinfico ,
fecondo il mio parere dice rettamente, ft) chi lo riprende r ^
-> D iij 34 l n x o fer quefto, merita ejfo piu
tojlo effir riprn fi , perche fi noi compariamo il hello al be- ne
, affolutamtnte confejjiremo il bello tjfire come fpetie ; il bene , come
genere. 0 nero firfi piu rettamente , il bene ejfirt per fi,
mparticipato,e'l bello cffere una certa partictpatione del bene, ma
fi noi non compariamo il belìo al bene affò luta -, 1 mente,
ma quello, che è proprio bene a eia - feuno , diciamo effer il bello
differente dal bene , come l'eftrinfico dall'intrinfico.Im - per
oche la Juftantia , diffinitione , è, il proprio , primo bene di
ciafiuno ; ft) neffuno dubita la Juftantia ejfire mtrin - fica . Il
bello , findo per modo d'acciden- te , come esirinfico feguita la
fuftantia , e la diffinitione . Tuttamente adunque e A dettoci bene
effir fi parato dal bello , come I mtrin fico dall'eftrinftco . Ma ( per
tor- nare onde noi partimmo ) findo la prima bellezza
i ^ i / M 0 : yr bellezza una gratta , uno
fplendore , uh fiore della per fettone interiore ,lac/uale me-
ritamente chiamiamo bontà ; che mura T digita e fe nella potentta
mtelletuak del » l'Angelo eccita un'intenfi appetito , g / 1 dd
Jìdertonon filo di fruirla , d'ejfrimer - la, per modo di fimi , di
Telatura? On* de l'Angelo fi fa tutto bello. Que fio è l'amo
te, ff) la Venere celtfìe, celebrata nel fimpofio, neìloratione di
Paufitnia . c Per - c/0 /0 «0» poffo non mi marauigltare di cer ti
per altro h uomini , Sgrani ft) grandi iquali dicono , che l'amore e
cagione della per fettone della bellezza . Imperoche , fi l'amore e
appetito , fjfi defiderio ; la bellez? za, e appetita , ft) defiderata,e
necejfirio, che la bellezza anteceda all'amore , ante - tecedendo
l'appetibile all'appetito ■. (orno adunque dona l'amore la per fettone
alla, bellezza dicono ancora co fioro , che la bef * ' 2 ?
tiij 6 L 1 *B X. 0 lez&a e cagione materiale dell'amore
y la- qualcofa e piu marauighofaimperocbe la bellezza muoue , come
cofa amata , ff) de* fiderata, come ancora muoue l'appetibile , ft)
l'intelligibile , ft) fino cagione come fi ne, non come materia . llche
apertamente afferma zAnfiotile nel undecimo libro del le co fi
diurne , ft) il diuin Platone nelfiflo della %epublica . Tsle però fi può
dire an- cora interamente perfetto l'angelo . Im - , Per oche
l'ultima per fedone di ciafiuno è la pofi fione di effo Dio , fecondo che
a fi e pofiibile : Uguale da neffuno e poffeduto con parte di fi-, ma
con tutto fi . Onde Id- dio non può effer compre fi ne per
l'intellet- to, ne per la uolontà, fendo l' tino, come l'al- tra,
par te deli' Angelo, {fi non tutto l'Ange lo . adunque l'ultima fùa per
fettone, e la coniuntione di tutto fi con effo Dio , alla- gale
procede per necefsità uno intentai - -u - mo P M 0. si
mo appetito . Quefìo è l'amore tanto e fai- tato nel Stmpo fio, nell' or
aitane di Agatone; llquale è beat if imo, fendo la cagione della
felicità ,e ottimo , congiugnedo la creatura con Dio , che è ejfa bontà
,e gtouanijsimo di tutti gli altri Dtj ; perche è t ultima co fi ,
che riafca nebtzAngelo . 'Ter la qual cofa ‘Dionifio Areopagita dice ,
che l'amore è un circolo fempiterno dal bene nel bene al bene,
fìgnificando tre fpetie d'appetiti, nel- l'angelo da noi dichiarati di
fopra : uno fùbito , che l'efentia dell' (^Angelo procede da Dio ,
pel quale l'Angelo produce la pri- ma operat ione, cioè, la ulta; tintali
ro, che fi gue nell'Angelo fubtto , che è difhnto nelle Idee,oue
rifflende la prima bellezz&*£t que fio e proprio Amore,cioè dtftdeno
della bel lezx&.Wl terzo è quello appetito , che con • duce
l'zAngclo alla comunione d'effo Dto> della cui pofftpone acquifìa la
fua felicità. O me l'Angelo proee* de da effo Dio, co/i l'ani
feguito principalmente , cioè *7 orfino ft) zAmeho.Qutfìa
incomincia a riceuer mol mudine y tmper oche fèndo principio del
mo- to come pruoua tldiuin Alatone nel deci- mo libro delle leggi ,
fg) il moto feguitando SS , ' . ' ' «v
S9 l infinito , è neceffario in efjd comma a re- gnare l'tn finito
. A cjuejìo fieguita la molti* tudme 9 come per fiua natura inde
termi* nata . Et però la prima molttplicatione di fiuHantta , quafi
fitto un medefimo pene* re 9 incomincia a effer nell'anima. Sono
adunque le anime , che procedono dallan * gelo molte . Conctofia che
l'Angelo non fia finon uno 9 nondimeno fino tutte compre fi fiotto
quella commune anima , le qua li fi - no differenti luna dall'altra ,
fecondo ,che piu fi appropinquano , o piu fono lontane da quello ,
da chi procedono : il capo 9 guida di tutte è l'anima mondana t da
chi procede tutto quefto corpo utfìbile , che noi chiamiamo mondo ,
o uuoi ùniuerfò . Sot - to la prima anima fono dodici anime prtn
cip ah, lequah finoprepofìe a dodici parti principali dell'uniuerfe cioè
, a otto sfere ce - kfli 9 quattro elementi 9 ft) perche eia .
60 L 1 B 7^0 y cuna anima ha due parti , come dimoflra
Platone nel Timeo ; una , per lacuale è fi- mtle all'angelo , da chi
procede ; l'altra perche e fimile al corpo , tlquale produce ; per
queflo ha finito due nomi , per l y uno de quali e figmfìcat a la
inclmatione al pro- durre , (fi reggere d corpo ; per l'altro , la
tnchnatione alle cofi diurne . Orfeo adun- que (fi i fuoi figuaci chiamano
l'anima della terra, Plutone, (fi r Profirpina:l'ani ma dell'acqua
, Oceano , ffi Theti : del- l'aria , Cjioue fulminatore , ffi
Giunone: del fuoco, Faneta, ffi Aurora : della sfe- ra Lunare
‘Bacco Lichinto , ffi Thalia ; del file, Bacco Sileno ffi Euterpe ; di
Mer- curio, Bacco Lifio , ffi Prato : di Venere, Bacco Trietarico,
ffi Melpomeneidi Mar te , Bacco Bajjareo , ffi Cito : di Gtoue ,
Bacco Sabafio , ffi Tberfìcore : di Satur- no Bacco Anfiareo , ffi
Polinnia : de l'ul- tima 6i tima sfera Bacco Pcriciomo , g)
Franta: Bacco cnbromio g) Calliope di tutto l'uni uerfo . One , e
da notare , che a ciafiuna Mufa , è propoflo un Bacco per figmfica-
re , che la parte dell' anima, che melma al corpo, è retta da quella, che
partecipa del- la mtelligentia , inquanto per tale partici -
pationee fatta ehria del diurno detta- re . zAlle noue<iZMufi li
antiqui Theologi prepofono un'Apollo, lignificando le otto anime ,
d'otto sfere celcfii,g) l'anima del- lumuerfo, chiamata Calliope , ejjer mini-
fi r a della diurna mtelligentia , laquale efii chiamorono apollo ; noi
al preferite chiamiamo Angelo . ^Non farà forfè fluo- ri di
propofito riferire una maramghofit opinione circa il numero , g) l'ordtne
del- l anime intellettuali , la quale fi può attri- buire a gli
antichi Theologi . ( I^ot ueggia- mo il numero duodenario batter
grande 62 L r <B HO automa nell'uniuerfb , di che
facciamo coniettura per ejjtre dodici parti principa- li in ejfo ,
cioè dodici sfere . Oltre a quefto 1 ueggiamo Uno bili filma sfera effir
dtfìin - j ta m dodici figni , onde ragionevolmente habbtamo
a concludere ogni altra sfera ef fer ordinata , ft) diftrtbuta nel mede
fimo modo, mafiime e (fendo in ogni sfera U na* tura del tutto ,
come accenna Platone nel Timeo : ma di quefto altroue piu dijf ufi-
mente parleremo , oue dimoieremo , che tffendo l'uniucrfì compoflo , ft)
retto dal- la ragione Harmonica , e neceffirio , che fa ordinato
fecondo il numero duodenario, radice dell'armonia di diapafon,
fappiamo ancora , che'l numero fobico dice plenitu- dine , ff)
firmità ; ft) pero quando il m- • mero procede nel fio Cubo,eJphca tutta
la ua per fettone • Il cubo , e quando un nu- mero
multiphcato m fe medefimo di nuouo fi multi * %
1 M 0. 63 fimultiplica per fi . V irbigratia noi chia- miamo
il dua numero lineare , perche ha fimilitudme con la linea . Se tu
multiplichi tl dua in fi mede fimo ,fi fa il quattro , ti (juale ha
fìmilit udine con la fuperficie . Se tu di nuouo moltiplichi il quattro
per dua fifa otto tlquale ha fimilitudme col corpo, piu la non ua
la multtp Ite ut ione, come con- tenta di tre termini longitudine ,
latitudt- ne * {0 altitudine , ftf per ejuefio il cubo è ultimo
proce fio y per fettone de Inume- rò. Quefi a procefiione e
Pitagorici diurna- mente accommodano alle fufiantie cofifi - par
ate y ff) eterne , come corporali , ff) ca- duche y come altrouemofir
eremo , Adun- que il duodenario , tlquale e il primo nume ro
fecondo , compofìo di dua finarij fiqua- le e tl primo numero perfetto 9
procedendo nella fuperficie y ft) nel fuo cubo fa il nu- mero osìd.
T>CC. XXVlll ilqual nume 64 1 *B KO * ro contiene
tutta la plenitudine , fp firmi- la , c/tf procede dal duodenario .
Qualcu- no adunque fondato in fu quefto> forfi po- trà credere
ejfiere dodici anime nell'umuer- fo, quafi dodici principi) , come è
detto • Sotto ciaf una ejfir e dodici altre anime, delle quali ciaf
una habbia /otto fi dodici legioni d'anime piu particolari . In
modo che il numero crefie fino alla fimma di A4. D C C. XXV III.
legioni , in ciafiuna delle quali fia tanto numero d'anime , quante
[Ielle fino nell' ultima sfera. 4 A£e debba parere frano tanto numero
d'ani- me y quando ff) T)aniel profeta dice mi- gliaia delle
migliaia erano fìioi mini fri. fommunque e fia , tutta la
moltitudine delle anime ha per guida , ff) capo la ani- ma del
mondo prefantifiima , diuimf fima di tutte le altre . ...
’ c^nima degenerando dall' Angelo , da chi proce- de,
inclina alla natura del corpo y qual produce ; nondt- manco non
degenera dall'angelo tanto 9 che ejpt non rifirui delle condittoni diuine
; ne inclina tanto al corpo , che effa al tutto partecipi delle [òr
de matertaliSPer laqual co/a pofta in mezzo dell' una, fp) dell
altra natura y ncn dimette la cura , ffi) il minifte- rio del corpo
: q) gode le delilie del mondo intelligibile, Onde meritamente è detta
no- do dell'uniuerfi. Et per quefto ilduttn Pia tone nel Timeo
compofi l'anima di fitte nu meri, in modo che pofta l'unità da
ciafiu- no de iati , ne fegutti tre numeri ; cioè dal- l'uno de
lati il proce fio infino al primo cubo de numeri pari . T> alt altro
ilprocefti in - — 4 E Vi *6 .OLQ/^3! X 0
5L 4/ primo cubo de numeri impari . Si 4/4 cg«/ /dta fino termini
quattro , {fi tre inter uaìli , per (lenificare nella natura
dell'anima ejjer dua propietà : l' una, per- che effa fi congiugne fempre
all'angelo, -{fi quefìa è denotata per gli numeri im- pari :
l'altra , perche ejfa produce il corpo, denotata per li numeri pari, {fi
tana, {fi l'altra è dif finita pel quattro. Et però noi pofiiamo
dire la quatrmità efjir uer amen- te l'Idea della perfetione ; non filo
perche marauigliofàmente contiene il dieci; ilqua- le fendo tutto
tl numerose Ptttagorici chia- morno Cielo , {fi umuerfi . Ilche
ancora fignificorono li antichi Theologi ofiuramen te,quando a noue
mufe prepofino un' Apoi -lo . *ZMa ancora perche quando fi procede
nel cubo fignificato pel quattro , fi mene ^all'ultimo termino della
proctfiione;ne fi può procedere piu oltre . Onde in ogni natu -
rapel Cubo efignificata l'ultima perfetto- ne di ciafi uno .‘Non e
adunq; marauiglia , fi e Pittagor tci(come dice Teone)giuraua- no
per colute he dona all'anima noflra la Quatrinità y fontana della natura
, che e tmperpetuo flufjo ; Imperoche quefto non è altroché giurare
y per colui, cioè per Pitta gora ; ilquale h abbia trouata L'anima e
fe- re diffimta per la quatrinità,cioe dalla po tenda dell'
intendere, dalla ragionerai fin fi , dalla ueget attua . Dalle quali
potentie l'anima, che fi muouefimpre : fifa perfet- ta. L'anima
adunque produce il corpo ;ma pel mezo d'uno in frumento proprio y
ilqual chiama grande fiminario y o uuoi natura * . o uuoi anima
feconda ; laquale dall'ani- ma prima , è fatta grauida de fimi di
tut- te le cofi y che hanno a effire prodotte nella materia. Da
quefto grande fiminario pen de tffa materia : laquale è imperfettifiima
. , ~ È ij 6S L I 2 TfO di tutte le cofe fendo
mafimamente diflan te da effo Dio autore d'ogm per fettone ; la-
quale , "Plotino chiama principio di tutti i mali , co[t
nell'umuerfi, come nell'anima noflra . "Pendono ancora dal medefimo
fe- minario procefiiom de femt qua fi razzi dal lume Squali non mai
fino fèp arate dal- la materia , anzi fino fimpre congiunte fi- co
. "Noi le chiameremo e femi delle cofe . La prefintia de ' quali
nella materia affilue la generatone : quando accompagnati da lo
affetto dell'anima feconda , moffo dalla prima anima h fanno termine nel
compofìo \ naturale . Imperoche il compofìo non e al- tro , che il
fime , che pende dall'anima fe- conda f q) la materia , in modo intra
fi uniti , che defii fi faccia uno . Quefto for- fè e à Chaos
dzAnaffdgora , di finto dal- l'affetto dell'anima feconda , ilquale
pende dalt anima prima , rat tonale f uer a pa- drona
SECONDO. 69 drona della gener attorie. Di qui fi può uedere
il fondamento di coloro , che affer - , mano tutte le cofe qualche uolta
tornare quelle mede (irne. Laquale opinione benché paia molto
aliena da zA riftottle : mafiime nel fine delfecodo libro della
Generazione 9 ft) corruzione ; nondimanco noi Jperiamo dimoftrare
ejfirhconfenttentifiima. Ma per tornare alla co fa noftrafendo nell'
ani- ma fecondo efemi delle cofe , uere cjprefìont delle Idee, ft)
per que fio fendo accompa- gnati da una bellezza, che ìtale a fimi
, quale e la prima bellezza alle Idee , e necef fario s'accenda in
effa uno appetito ,ff) uno defideriodi quella bellezza ; ilquale
inco- minciando dalla cognitione, ft) non poten- do fare la
fimilitudme di que da bellezza» di dentro a fejransferifee nella materia
la par ticipat ione delle Idee , alle quali feguita quefea gratta ,
que fi a elegantia, quale noi E lij io Litico V.
Aleggiamo nel corpo mondano uer amento •figliuola dell' timore . Et pero
Plotino di - ce, che tutte le co/e fino teoremi >quafì pro-
tedino dalla contemplatine, hauendo prin tipio dalla cognttione di quella
anima . Quella bellezza, che e nell'anima feconda , * et quello
appetito , che fi accende in e/fa e lo Amore la Zienere uulgare nel
fimpofio riferita da Paufama, laquale è detta figli- uola di
(fioue, {fi di Dione; perche pende dall' anima prima,ffi rationale,
laquale è detta Gioue, dalla feconda , ratina- le , laquale
ha commertio con la materia i L Cielo, o uuoi tuni- uerfi è uno ,
procedendo da una anima, ft) fendo fatto a fimilitudme di un
mondi) intelligibile -, ilquale noi dtfipra habbiamo
chiamato S E V P 2 \£ 27 0. chiamato
Angelo ; ffi) pero Democrito * ft) Leuctppo non meritano d'effere uditi
, ujuali pofono mondi infiniti . o^irtfiotik pruoua che'l mondo è
uno: perche egli è fot to di tutta la fua materia : ffi) Alatone
proua , che'l mondo è uno fendo fatto a fimtlitudine d'uno efemplare .
W<?i hab± btamo nella r Parafrafì noftra /opra il cie- lo
hreuemtnte dichiarato , ffi) altroue dif- fufamente dichiareremo in che
modo della unità del mondo fia la medefìma opinione dell'uno , ft)
dell'altro filo fio fo , e il mondo non filo uno, ma ancora ingenito ,
ft) incor r unibile, fe noi crediamo ad Ariftotile . Al diuin
Platone piace il mondo fempr e effe- re fiato, et fempre douere effiere :
nondime- no hauere cagione da cui penda , cioè dal- l'anima
diuimfitma, principio della natu- ra corporale . Et pero habbiamo da
dire effer tre principali fu ftantie, lecitali uera- E
mj 72 L 1 <B 7^ 0 ? mente hanno natura di principio
: cioè Id- èo, l'Angelo, l'anima diuinifiima . Iddio è autore
dell'unità in tutte le cofi , l'Angelo della permanenza , l'anima del
moto: ft) quefia è la fintentia di Plotino, ft) di Por fino; benché
Siriano, ffi Proclo altrtmen ti procedmo . Sono fiati ale unicorne
^lu- tar co, ft) Seuero, iquah hanno affermato, fecondo Platone il
mondo effere incomincia to qualche uolta , ft) qualche uolta douere
finire; ft) per quefto hanno detto filo effèr dua prmcipij di tutte le
cofi, cioè la mate - ria , ft) Dio , non pendendo la materia da
*Dio , ne Dio dalla materia . In modo che Iddio fia al tutto finza
materia , ft) fim- plice;la materia fia al tutto eterna, ft) fin
zci participatione di Dio , ma quefta oppi- none (come è conueniente )
non è ammejja dalli altri Platonici . Le parti principali del mondo
fino otto sfere celefii, ft) quat- . tro eie- SECO 5
SI DO. 7 ^ tro elementi . T>e!le quali le sfere celefli fi- no
nobihfiime. llche dmoflra la magnitu- dine loro e'I / ito , l'ordine ,
e'I moto , il lu- me. Plotino uuole che il Cielo Jia fuoco, ffi) c
. "Piatone nel Timeo uuole ,che il mondo Jia compofto di quattro
corpi , Fuoco , Terra t Aere , ff) oAcqua , in modo , che da que :
fio nome fuoco fino comprefi i corpi celeftu os4riftottle s'ingegna
dimofirare , che il Cielo non e fuoco . lmperoche il fuoco , co- me
ejjo dice , p muoue naturalmente in - uerfi la cir cunferentia,p
artendofi dal cen- tro. &l corpo celeftenon fi muoue di moto
retto partendofi dal centro, ma di moto anulare , ilquale moto [i fa
intorno al Centro , pero il Cielo non è fuoco, altri- menti
bifignerebbe dire y che il Cielo barn fi fi dua moti naturali ; uno per
ilquale fi muoue intorno al centro , che e ilctr calare: l'altro ,
per ilquale fi parte dal centro , ff) 74 L IV Z 0 - "
ua alla circunferentia , che è moto retto ,* Lacuale co fa pare habbia
per imponibi- le- Quefla ragione facilmente foluono Pio- tino ,
‘Proclo . Ilche breuemente nella no fra c Parafaf f opra il Qelo habbiamó
tocco y fé) altroue piu diffuf amente dichia- reremo y mofìrando , che
altro è muouerfi nel proprio luogo , ft) fecondo la fua natu- ra :
altro e , fndo fuori del proprio luogo , ritornare ad cjfo > ff) nella
fua naturaro- no alcuni , che dubitano y fe le felle hanno moto
proprio . Platone dice nello Spinomi- de y che le lidie fono animali
ignei ; ft) nel Timeo y che le lidie fi muouono intorno al proprto
centro . È piu de Peripatetici op- pongono zAriflotile cjuafì uogliayche
le jlel le fieno continue col Cielo ; ma piu denje ; ff) però non
hauere altro moto , che quel- lo della fua sfera . ^oi diciamo
z^riflott- le non hauer mai quefo affermato . ^a '7f quando duce le fteUee/Jere della
medefima ] fuftantia , di che è il Cielo ; intendere effe effire
della medefima natura , cioè ignee ; fffi quando dice le sielle effire
mfijfie nella sfera ; non fignificare pero efftr continue , ma che
non mutano luogo fecondo il tutto ; ft) pero apparire effire tnfiffi ; perche
fi muouono circa il proprio centro . In fom- ma le sfere celefh ,
ft) le Belle effire di na- tura ignea , hauere proprij moti , è ma
- mfeflifiimo appreffio Platone . ‘Nelle sfere celefh fin due
moti , uno da Oriente 3 m oc- cidente, tlquale ‘Platone chiama moto
del la fapientia , q) della identità . L'altro da Occidente in
Oriente chiamato moto della diuerfità . Quefio , è delle sfere
erra- tiche : quello del fermamento ; ilquale in- ulta la
intclligentia dell'anima diuintfii- ma , di chi è tmagtne . Quello, è
chiama- to deBro , e quello fimfiro. L'uno, 7 fi L I % 7^0
| .l'altro fanno la generatone, la cor r- ruttone;Quello del
fermamente fa che firn pre fia ejja generattone , ff) corrutione ,
come dichiara o Ariflotik . Et pero t Pitta - gorici affermarono ff)
ildeflro , ft) il fini • fìro efier nel numero de' principi] pendere
« do dal moto del fermamente, ffi) delle sfe - '] re
erratiche tutta la generatone . L Moto da Occiden- te
in Oriente , chiamato da ‘ Platone moto di diuerfità proprio delle
sfere erratiche autore della generatone , come è detto , è diuifiin
fitte, Imper oche ogni sfera ha il fuo moto . di tutti è uelocifiimo il
mote della sfera di Saturno di tutti è tardifiimo il mo to della
Luna . Sono alcuni , uguali affer - mono Arifiotile fintire il contrario,
quale 77 uogha
il moto di Saturno e [fere tardiamo determinando fi longhfimo tempo
perla fiia fpeditione . ‘Ter contrario il moto del- la Luna effer
uelocftmo deter minandofi breuftmo tempo. Tsfoi crediamo e far fen-
tentia d'o^lr ifìotile le sfere fàpertorimo- uerji piu uelocemente,che le
inferiori . Im- peroche la magnitudine , che debba effer trapaffata
dalla sfera di Saturno s fuper a molto piu la magnitudine , che debba
effe- re trapaffata dalla sfera della Luna , che il tempo , che fi
dttermina Saturno per il fuo moto , non fitpera quello , che fi
deter- mina la luna . Quello è uno de gli errori , che Platone
imputa a greci (come è detto ) nel fettimo delle leggi , cioè credere il
moto di Saturno effer tar difimo fra i pianeti , fendo ueloc fimo,
può fi ancora r acorre de comentarij di ‘Porfirio J opra il Timeo e
Pittagorici affermare il moto di Saturno 7S .L IV 7^0 \
effer ueloci filmo, ff) riflotile ancora dice nelle quefiioni
meteorologiche il moto della Luna non fare accenfìone nell'aere
fendo tardo , ft) pigro : ilche fa il moto del file per la uelocità
, ff) uicimtà . Credono i Pi- tagorici , ff) Platone il Cielo fendo
imagi* ne dell'anima efjir e dige fio fecondo la ra- gione armonica
; L'anima, fecondo che pia ce a Timeo Pitagorico, pigliando le
duple, ff) le triple con le fifquialtere, g) fiper ter ite , fuper
ottaue , ff) fimitomi è digefla in trcntafei termini. Il primo di tutti è
il nu- mero trecento ottantaquattro . La fomma di tutto il numero ,
e cento quattordici mi- gliaia , ff) fecento nouanta cinque unità.
'JSfelquat numero è contenuta tutta la ra- gione Armonica . Sendo adunque
le sfere celefh in modo coerenti fa fesche facilmen te paiono piu
tofio continue , che contigue tanto fono pulite , ftfi coequate ; ft)
mo? uendofi uendofi uelocifiimamente non
dubitano af fermare ; da loro mandarfì fiora un fuo- no di tanta
gratta , quale fta conueniente a fi nobtl corpo y come e il Cielo ,
Imperoche il fuono fi genera del moto di dua corpi,, che
uelocemente mouendofi f tocchino . Il moto piu ueloce genera il Juono piu
acuto ; e*l moto piu tardo genera il fuono piu grane \ ff) pero il
moto del fermamepto generati fuono acutifeimoye'lmoto della Luna grauifeimo
, ff} perche i moti delle 6 fere fino digeftt, fecondo la medefìma
ra- gione harmonica , come fino ancora i loro interualli ; fecondo
laqualcfe digefla l'ani- ma : e neceffario , che tali fuoni proc
eden? do da moti armonici in modo confinano fa fi , che di tutti fi
confi itmfea una ar r montagna melodia di gran lunga piu fua ue ,
che quella , che noi pofeiamo compren? dere con le orechie elementari
> Et perotl 80 L 1 <B 7{0 dtuin Platone nel decimo
libro della 7{epti blica dice , che ctafc una sftra celefte ha fi-
co congiunta la fua Sirena , laquale canta il fio tuono . Dequah fi fa
una armonia . e Pittatomi affermorno il Cielo eff re la li ra di
T>io: a quali acconfentifcono Aleffan dro eJ "Milefìo , ft)
Eratoflene . . . * #vi v , , • • . ,r*
/r a bi l e bellezza nafcc nel corpo modano dalla unto
ne, per laquale cofe tanto diuer(i,ff) fi contrarie,
co- me fono nel mondo , fatte fra (e amiche, con ftitui
fono un grande animale . £ fegliè lecito comparare le cofe grandi
alle piccole, il mondo è ftmile a l'huomo ; Il fuoco , la
terr a, l'aria , l'acqua hanno fmilitudme con la collera y
con la malinconia , col fin - * gue,con
sz gue , conia flemma ;
della retta mifttone, de quali fi fati temperamento radice della
finità y cofi a l'huomo , come al mondo . Il fermamento fi può chiamare
il capo di que fio grande animale , alquale un numero * quafi
innumer abile di fielle come occhi fui genttfiimi fino grandifitmo
ornamento . £ ‘Tittagorici affermano le fielle penetra- re col fio
lume nel centro del mondo : dout pel concorfi di tanta moltitudine di
raggi uoghono accender fi unfuoco eterno quafi cele filale . c Al
firmamento , come capo , obbedtfiono i pianeti : in fi a quali il
Sole ha fimilitudine del cuore , e fontana della uita .
^Marauighofamente eccede il Sole tutte l' altre fielle , non filo di
magnitudi- ne y ma ancora di potentia , ff) di uirtu ; la qual cofi
dtmoftra la copta del lume . (fili antichi Theologi affcrmomo ,
laGiu- fiuta , laquaky come Regina, ordmaydriz- -82
JSlpXQ V qi , regge l'umuerjo, per tutto procederi dal mezo
del trono del Sole. zs4riftotile at- trtbuifie tutta la generatone al
Sole , ft) atta Luna ; lacuale , come dice Hipparco è neramente uno
Jpecchio del Sole rifletten do a noi il lume , Uguale ejja da lui pren -
• de. (fiiambhco , {$) Giuliano Imperatore confhtuifiano nel Sole
tutti lifDij de (gen- tili . Et ^Plotino affermagli antichi haue-
re adorato il Sole > come Iddio. Confideri la muc chi dubita il Sole
effer preftantif fimo di tutte l 1 altre flette ; oue ancora ciò
che e di lume , e per beneficio del Sole . Gio- ueconla fita beneficentia
, peonia fua equità raprefinta il fegato, dal quale il nu
trimenioìfommmt firato a tutto il corpo ; onde da gliaftrologi , è chiamato
la prin- cipale dette grafie celefti ; da «J /Marte , qua- fi
amaritudine del fiele , e ridotta al tem- peramento la dulcedtne di
(filone . V mere. 'I T SECO X D 0 . 83 ft) la
Luna , fendo miniflre della genera - tione per cagione della uirtu humida
, che regna in effe , hanno proportene col feme, ft) con i membri
genitali : chi confiderà la deferita , ft) prontitudme di J
Mercurio forfè non dubiterà a/fomigliarlo alla lin- gua : per tu
fido dellaquale noi facciamo note le intime noflre cogit adoni . èt pero
li antichi meritamente attribuirono a t jue - fio Dio il patrocinio
dettelo (juentta. lAt* tribuifcono ancora a Saturno il dono del
lintelhgentia , ft) però chi ajfermaffe Sa- turno effer e in luogo di
reni, forfè non fa- rebbe lontano daluero . lmperoche cjuefìi fendo
aridiflimi , efpurgano lo spirito di ogni cahgmofo uapore . Onde effo , e
fatto atttfimo mflrumento della inteUtgentta : non è dubbio ancora
effere un tenuifimo , ft) luddismo Vehtcolo della uita , fg) del
fenfi corre /fondente alt elemento delle fiel v . . o . f jj
u L IB \0 le : per Uguale , come per competente me- zo y
l'anima consunta al corpo elementa- re y lo fa partecipe de doni della
aita . zA queflo è Jtmile quel fuoco dimmfitmo , il quale e fimpre
per tutto diffufi ; ripieno della uirtìi dell'anima regia, fecondo
affer- ma Cjiambhco , ff) (giuliano Imperatore , ilquale da ziatone
nel Fedro e chiamato il carro alato del gran Cjioue . Aderita-
mente adunque fendo l'huomo belhfitmo di tutte le cofe , che fino in
terra : ff) effen- do fintile al mondo y tn modo che e fio e chia
mato piccolo mondoy h abbiamo affermare il mondo , quafi un grande huomo
, effr belhfitmo di tutte le cofi fenfibtlu *Noi hab • biamo
dichiarato fino a qui la bellezza efi fere una gratta , un fiore , uno
splendore della bontà ; ft) l'amore non ejjere altroy che uno
intenfi de fiderio di fruire , ft) di •fingere la bellezza . Riabbiamo
ancora dichiarato eftere àua bellezze : una prima , ft) diurna , laquale,
feguita all' Idee chia- mata Venere celefte ; d'altra feconda , ft)
naturale , laquale e nell'anima feconda, o uuoi grande femmario detta
Venere uol- gare , fé) commune , ft) pero eftere duoi amori . Vno
circa la bellezza celefte , ft) diurna : detto diurno e celefte : l'altro
circa la bellezza feconda , ft) naturale , detto amore commune
yfft) uolgare.Sendo adun- que l'amore diurno circa la diurna
btttezz za ; ft) effìngendo efta , è necejjario ejjere in mezzo di
due bellezze > una prima , ft) impar.ticipata , laquale fendo
appetibile , antecede all'appetito amat or io)' altra non prima ,
ft) partictpata , cioè quella prole . bella y laquale l'amore diurno
effìngeneL l'angelo per modo feminale , ft) di natu- ra a
ftmilittidine della prima bellezza s ft) imparticipata , ft) quefta non
antecede, : ^ > f $ SS L IH 2 io ma fegmta
all'amore . L'una, {0 l'altra chiameremo Venere celefle. Medeftma-
mente quella bellezza, che è nel gran (emi- nario antecede all'amore uulgare
. La beL lezz& .* che e nel corpo mondano figuita ad tfio y in
modo che ancora lo amore uolga - re yl collocato nel mezzo di dua
bellezze , dellequaltl'unae fine dell'amore uolgare, l'altra e
prole ; {0 però ancora ciafiuna di quelle può efier chiamata Venere
uoL gare . Oue è da notare la prima bellezza , che antecede
all'amore ejfiere nell Angelo per modo fpett abile ; la feconda cioè
quel- la y che è prole dell'amore efier per modo (e- minale . TSJel
grande fiminario per con- trario , perche la bellezza 9 che
antecede all'amore uolgarey e meffo per modo di fi- . mt:queUa y
the figuita, cioè la bellezza che è nel corpo mondano prole dell'amore ,
e per modoffett abile. Onde la prima, {0 ultima
bellezza SECONDO, st bellezza fino in quefto
fimilt,che l'una,q} l'altra, è obietto della potentia utftuaique-
fi a della corporale ; quella incorporale , ft) intellettuale , ft) pero
non è mar auiglia, fi dalla bellezza finfibile fiamo eccitati alla
bellezza intelligibile. E ancora da inten- dere non filo la bellezza
dell'angelo , ma quella dell anima diuina efier lignificata per
quefio nome Venere cele fi e: parimente l'amore ; che nafie di tale fpett
acolo, nel* 1 anima diurna effer figmficato per lo amo- re celefie
. lmperocbe , fèndo nell anima la uera participatione delle Idee , e
neceffario ancora in ejfa fia la uera participatione della
bellezza, ft) dell amor e, come ancora in ejfa è la uera participatione
della uita , ftj dello intelletto . adunque nell'anima diuina fino
dua amori, fjfidua bellezza* Vna uera participatione della
bellezze* Ideale detta V mere celefie . L'altra detta
a*v*V> ss : L 17t Jt o • V Venere uolgare >
hauendo commertio con la materia, zsélla bellezza uolgare e inten-
to l'amore uolgare . Alia bellezza celejle , è intento l'amore celcfìe ,
ffi) fermezza deffa alla prima , ft) uera bellezza.!} aL la cui
contemplatone s'afiende al capo,{t) principio di tutto l'uniuerfo , la
cut bellezj za y filo per uaticinto fi può comprendere , trapalando
tutta la f acuità del conofcere d infinito inter uaRo. ^Qr.
ài- * L D l v in ‘"Piatone dice nel Timeo t anima noflra
effere Hata creata nel mede fimo cratere, quale fu crea- ta l'anima
mondana delle reliquie de me - defimi generi; uokndofigmficare
l'anima nojlra hauere proprietà , ft) potente fi- mili
SECO 2\£ ZX 0. ^ mili alt anima mondana >{t) alt altre
anu me diurne } ma in un certo modo piu impera fetto. Quefto
uuolefegntficare che t anima nojlra , benché habbta le medefeme
uirtà; nondimanconon opera nel medefimo mo- do: perche intenta alla
gener adone , ff) cura del corpo caduco , dimette la contem-
platane della uera bellezza. Per contrario intenta alla uerità
intelligibile dimette la cura della gener adone ; fp) cjueflo
aduiene ragioneuolmente . Imperoche non potendo adempire infieme
tuno , ff) l'altro uficio , enecefeario la efeedidone dell'uno
fìaac- • compagnata dalla dtmefeione dell'altro , quando e intenta
alla gener adone , fi dice difeendere , quando e intenta alla contem-
platane yfi dice afeendere ; non perche l'ani- ma afeenda, o difeenda
fecondo il cojìume de corpi . Imperoche fendo ejfentia fepara -
bile y ft) non pardeipando dicondidone aU ?o L I *B ^ 0
cuna corporale , fecondo che piace a tr Pla- tone , ffe)
adzAnflotiU, ma di fuori ft an- dò , è al tutto afioluta dalla natura
del luogo , alcjuale filo è obligato il corpo ; di cui è proprio il
fetlire ff) lo feendere ; ma diciamo afcendere > ft) difendere m
que- llo modo . Le cofe diurne y feno prefenti fe- condo y cheefee
oprano . lmperoche noi di- ciamo la dimnità ejfere in cielo , o in
terra fecondo che efea opera in Cielo , o in terra . £t altrimenti
non puòefeere determinata^ mente in luogo alcuno . Della operatone
, e principio l'affetto , corne e manifefeo\chi è quello 9 che
operafei in alcun modo , fe prima non fujfe moffo da uno a : ffetto
an- tecedente? que fio affetto non e altro che un defederio
d'operare , tlquale pendendo dal’ la fognatone e principio
dell'operatione.Pri ma concepe Ftdia la forma della fica ^Mi- nerua
, dipoi defederà di produrla , o nel marmo S E C 0
TSfD 0. pi marmo , o mi ramo , dipoi la produce . Se non
haueffe defiderio di produrla y non mai la produrrebbe , ff) fi prima non
conce - pejfi la fua forma , non mai dtftdereb- be di produrla .
^Adunque la cognttione è principio dell'affetto , ffi) l'affetto dell*
ope- ratane ; fff pero alatone dice nel Timeo , che l'opefice del
mondo fece tante forme nel mondo , quante hauca uedute la men- te
nel trnente , per lignificare la produzio- ne del mondo pendere dalla
cogmtione , in fra lequali , come fra due efiremi y e mezz ZP tl
defiderio di produrre . Sendo adun- que l'anima no fra nel numero delle
cofi diurne , diremo effer e prefinte oue effa ope- ra ; ft)
operare , oue effa e tratta dallo af- fetto , g •) defiderio d'operare .
llquale af- fetto pende dalla cognitione . Imperoche glie
impofiibile noi hauere defiderio d'ope- rare quello , che al tutto c'è
nafioflo . ‘Ter 92 LIBICO lagnai co fa , quando l'anima
nojlra con - * cepe la uita ftnfibde ; ft) la gener adone 5 ft)
hauendo affetto a effa la produce , ft) efphca ; noi diciamo l'anima
dcfccndere . , Jmperochela natura mortale oue effa ope- ra, e V
infimo dell' uniuerfò: Ada quando <• effa concepe la tuta de gli
T>ij, ft) la ulta intelligibile lontana da ogni moleflia , ft)
ùgnytriflitia , ft) con l'affetto l'efplica, dir ciamo afendere , fèndo
gli c Dij. il fupremo \detl' unmtrfo . ‘Rettamente adunque dice
^Porfirio nel primo libro. DeU'aftinentia de gl' ammali , f noi defi deri
amo ritorna rea quello , che è proprio nofìro , f) alla ulta degli
T>ij , effer di bifigno , noi al tut- to diporre qualunque cofà
habbiamo pre/o dalla ^Natura mortale infieme con t affet- to
decimante ad effa , quafi non per altro defeenda , 0 afenda l'anima no
fra, che per Iq affetto. ^Tiace al dtuin r 'Platone ,ft)
Plotino l'anima noftra , quando uiue con la uita intelligibile,
ffe) degli Dij : conferi- re tanto grado di degnitd , che fatta
colle- ga dell'anima mondana infieme fico reg- ga tutto il fato ,
ffe) la generatone . Viue aUhora con la uita de gli Dij , quando
ri- dotta ne peniitfeimi tefeori della feua effen- tia , ft) di
quindi nell amemfeimo Tarato della uerità intelligibile , contempla effa
lu- Jìitia , efea bellezza , effa bontà ; Oue in- tendendo tutta la
TSjatura di quello , che è uer amente , fp) non folo intende tutte
le cofe , che di quindi procedono , ffe) tutti e gradi della
procefeione mfeno all'ultima materia ; ma ancora confeguentemente
ope ra fecondohe effa intende . Onde merita * mente è detta collega
dell'anima monda- na , laquale hauendo mteUigentia^ffe) prò -
uidentta uniuerfale , e principio del Cielo ; ffe) di tutta la
generatione . Onde Telato- . 94 L I V 7^0 rie nel
Filebo dice in Cjioue cffere intelletto ft) regia anima, fignifìcando
come nettuni ma mondana è intedigentia, ft) prouiden- tia mtuerfale
; cofi ancora effer ulta ft) principio uniuerfale di produrr e, ma
quan- do effa declina adageneratione, ft) al cor- po mortale,
dimettendo la intedigentia uni verfitle , ft) però fendo oppreffa dall'
obli- vione delle cofe diurne, attende alla fabrica di quello , che
offerendo fi adì occhi noflri) chiamato da gli ignoranti huomo ,
fèndo piu tofto imagine, ft) ombra d*huomo;che vero huomo . Queda
dimeffione, ft) queda oblivione) lignificata dal dtuin ‘Telatone,
nel decimo libro deda 'Rgpub. quando dice 9 che l' anime, che difiendono
nella genera- tone beono dell'acqua del fiume Amelita ft)
pervengono nel campo leteo. lmperoche Amelita fignifica negligenza , ft)
leteo li- gnifica oblivione. T^ondimeno non gli è negato la uta di patere
tornare alla ulta in- telligibile ,/e feparandoftdal {enfi eccita il
lume della ragione ,per laquale finalmente tifando per inflr amento la
bellezza corpo- rale , e reuocata in ejja uerità . In fomma l'anima
quando muendo con la aita intel- ligibile contempla la uerità atramente
fi può dire integra . Imperoche fatta collega dell'anima mondana
regge ilfato f {t) tut- ta la natura corporale noftra , quando in-
tenta alla generatone s'ingegna effinge- re nel caduco corpo la natura
del mondo o dimettendo al tutto la fpeculatione della uerità , gt)
obltgandofi afenfì , uer amente fi può dire dimidtata . Laquale e ri/litui
- ta nella fua integrità , quando s'accende in ejfa uno intentiamo
amore , ilquale in- cominciando dalla corporale , finalmente la
reuoca nel marauigltofo fplendorc della bellezza intelligibile. Di qui
apparifce quel r V’1£> v . òè 9 * L 1
X 0 lo y che e ìnclufi nel portentofifìgmentodi Ariftofane
nelSimpofio . lmperoche k da principio ejjire thuomo di figura
circola- re , ffi) co ’ membri addoppiati ejjer fato partito in dua
>per reprenfitone del filo fa- fio , tentando di combattere con gli
T>ij , poiché gli e cofìdiuifi cercare della fila me -
tàydefiderando intenfàmente ritornare nel primo flato ; Incontratolo ,
quafi infuria- to , non concedere per un breue momento di tempo
mancare d'ejfio ; onde ejjer nato l'zAmore conciliatore dell'antica forma
, medico , ft) curatore della generatione hu- mana ; non mole altro
fignificar e , che da principio l'anima no fir a uiuere con la ul-
ta intelligibile , la cui contemplatone ha fico congiunta la cura della
natura corpo - tqle , ft) meritamente è detta circolare , fendo la
contemplatone un circolo: Ran- della generatone dedita
do crefiendo lo ftimolo dedita al proprio opificio crede fi e fière
ha* \ fi ante , a fimilitudme dell'anima celtfle ,
effingert il mondo in e fio, perde la contem- ) piattone , {f)
fiero uer amente come inalza « - ta dalfiafto , è diuifa . Cerca della
fina me- tà perche ejja ottimamente conojce quello, che ha per fi
per la inclinatione , affet- to al corpo mort alerone non trotta niente
di t verità', neiquale incontrando fi, cioè in
qual che imagine della divina bellezza, fubito co me da un profondo
(inno /vegliata, fi rtcor da della divina bellezza ; per l'amore
della quale e (purgata dalle (ordì materiali final mente recupera
la perduta metà . Merita . mente adunque (amore è detto medico, et
curatore dell'humanageneratione reftitu - tndo l'anima alla vita diurna,
laquale è la fua integrità, QuefUfino forfè i uefìtgij per che uno
filerte inuefiigatore della uerità configura il fegreto (enfi
d'iAriftofane. g 99 L 1 55 R^O * Non hauédo in
animo al prefinte inter pre-, tare minutamente il dium Platone, a noi
fa ra a bajìanza qua/ì col dito hauere accen nato il camino in fi
profonda mtelligentia . L’A n i m a noftr azoi- che e difiefia nel
corpo mortale fe ufia per iftru mento la bellezza corpo rale
alla diurna belltZz Z&, guidata dall' amor celefle , recupera
le perdute delizi della aita intelligibile . Ma fi fatta
ebbra, quafi da focali di Qrce , precipita nella generai ione, ingannata
dal- l'amore uolgare , diuenta ferua di tutte quelle calamità , che
ha feco congiuntela datura corporale . Ma innanzi , che noi
dichiariamo come nafte, {fi quello , che opera l'uno , {fi l'altro c
Amore , fuori di propofìto dichiarare piu parti- colarmente la fua
diffinitione\ come quelli che di qui potremo piu facilmente
conofie- re gli accidenti , di chef amo partecipe. E adunque
L’amore desiderio DI FR V I R E, ET GENERARE LA BELLEZZA NEL
BELLO, fecondo che il diutn Platone difnifte nel Simpofio . ‘Ter
laquale diffinitione balliamo a in- tendere l' Amore effere l'appetito ,
{fi non, filo appetito , ma di bellezza , {fi di gene- rarla nel
bello . Onde per quejìa ultima parte , come per propria cùfferentia t
l'amore, e difìinto da ghaltri appetiti, iejuali non fono di bellezza .
Chi adunque /apra che cofa è appetito , ft) che cofa è bellezza ;
faprà a fufficentia , che cofa e tumore. L'appetito q) la cogmtione non
effer quel mede fimo dimofira quello , circa ilquale è tana , ff)
l'altra potentia . La potentia del cono fiere è circa il nero . La
potentia dell' appetire è circa il bene . Sendo adun- que diftmto
il aero dal bene , e ancora di- fintala potentia del conofiere , dalla
po- tentia dell'appetire . Il uero e quello , che è adequato a.
fuoi principij. Come il uero oro e quello , che per tutto corri fponde
a principij, ft) alla effèntia dell'oro, non am mettendo in fi
alcuna cofa tftranea , ft) auentitia . PI bene e quello , che per
fua natura fa quiete, fp) uoluttà. Sendo adun- que il uero ,
fecondo la fua diffinitione,di - finto dal bene , è necejfario , che U
corni- none •* < y . f . ioj tione fiadifttnta , fecondo
la fua dtffini- tione , dall' appetito. Ter laejualcofa la '
facoltà del conofiere e una potentia in ap r prendere il aero . Lo
appetito è una poten- te in fruire il bene. Della apprenfìone del
nero, fi fra nella corninone certit odine. ^Rel fruire del bene t fi fra
nell'appetito uoluttà* sAriflotile nel fi fio libro dell'Etica dice,
il uero , ft) il falfò ejfir nell'intelletto ; tlbe- ne; fp) il
male nelle cofi, lS[oi 3 che diciamo la corninone effer circa il uero
> affermia- mo il uero y ft) il falfi effer nelle cofi fecon- do
notatone 9 . Uguale nel fi fio libro della Republica dice nell
intelligibile effer e la uer rità , nell intelletto la fiientia * llcbe
non repugna ad zAriftotile , come nella noflra concordia
dichiareremo. Al uero, ft) al falfò féguita il benc,fj} il male :
imperoche nulla può efier uero che non partecipi del bt ne ; nulla
può effer falfò , che non partecipa q tij ìo2 L 1 %
0 del male , ft) però alla cogmtione,che e cir- ca il aero
yfeguita i appetito , che è circa il bene . Prima conofiiamo , di poi
appetia- mo ; ft) appetiamo quello, che noi appetia- mo y perche
crediamo ejfer buono , ft) uti- le per noi. ^Adunque l'appetito
appetifie quello , che la potentia del cono/cere giudi- ca ejjer
buono * onde è manifefto l'appetito figmtare la cogmtione . Sono diuerfi
gradì di uero nelle cofe : Sono ancora diuerfi gra- di di bene ,
ft) pero fono diuerfi cognitiont , ft) diuerfi appetiti ; onde et diuerfi
certitu- dini , ft) diuerfi uoluttà . £'l primo grado di uero è
nella natura Angelica , oue tutte le co fi fino adequate a fuot principìj
y ft) però fino partecipi uer amente della bontà. Circa ad effe è
la prima potentia di cono- fiere 3 laquale e chiamata intelletto ; ft)
il primo appetito , ilquale è chiamato uolon - td nell' intelletto
)e la pritna cer tit udine ,ft) TE \Z 0 . 103
nella uolontà , la prima uoluttà . Il fecon- do grado del nero ,
ft) del bene e nell'ani- ma : om il aero , benché non fia affoluta*
mente aero , come quello della natura An- gelica ; ilqualee per fia
natura uero , e nondimeno aero , ft) bene r adottabile , cir- ca
ilquale è la feconda potentia del cogno - fiere , qual' e chiamata
ragione ,{t) il fe- condo appetito chiamato elettione , nella quale
e la fia uoluttà , come nella ragio- ne , e la fua certitudme y laquale e
detta propriamente fcientia i fendo la certitudme intellettuale
detta fàpienza . & l terzo gra- do di uero , ft) di bene , è nel gran
fimma - rio y circa ilquale è la fua cogmtione , qua- le noi
chiamiamo finfò intimo , ft) à fio appetito principio della bellezza
corporale ; la certitudme di quella cognitione ft può dir fede ,
ft) quella uoluttà fi può dire tmaginaria . Il quarto grado è nella
na- . <3 «<j 104 L 1 3 ? \ O tura
corporale , oue le cofi astutamente fono ombra di utro,q) ombra di
beneinon dimeno fino uero>ft) bene fin fibile. Et pe- ro la
corninone, che è arca tal ucro s e una ombra di cogmtione; noi la
chiamiamo fin fi particolare , nelquale è neceffaria certi t udrne
y ma piutofto afimilitudtne 9 come , dice il dtum ^Piatone nel fi fio
libro della 2{epublica ft) lo appetito 9 che è circa tal bene e
un'ombra del uero appetito , nel- quale è uolutta al tutto ombratile :
difcor -1 rendo adunque per tutti i gradi dell'ap- petito y fimpre
l'appetito è circa il bene ffi) confeguente alla cogmtione . Et però io
mi marauigho d'alcum che diuidendo l'ap- petito dicono lo appetito
diuiderfi in natu- rale , cogmttuo , (fuafì pojfi efiere ap-
petito finza cogmtione 9 ile he al mio pare- re e afjordo :
Imperoche mjfuno può appe- tire , quello che è al tutto incognito 9
fi noi TERZO. tot noi diciamo negli elementi
efftr appetito del proprio luogo s e neceffario concedere in tfii e
(fere una cogmtione antecedente allo appetito , lacuale è principio et
appetire 4 tutte le cofe , che appetifiono . CAPITOLO
SECONDO. Est a c va dichiarar che cofa e bellez&a
, potre- mo intendere chiaramente , che cofa e amore . La
belle z? za, come e detto difoprafe una gratia y uno
fplendore della bontà , che in fu la prima giunta apparifce all'affetto ,
qua fi il colo- re nella fuper fiele* Oue è da notare due co - fe .
‘Trimala bellezza efftr obietto della jotentia uifuale: dtpoi ejìtre per
modo d'oc adente , ft) eftrtnfeca. Le bellezze fon molte ; perche
altra ila bellezza dell'An - ioó L 1 S* ^ 0 gelo,
quale chiamiamo bellezza intelligibi- le , ftj diurna : altra la bellezza
dell' ani. , ma rat tonale , quale al prefènte chiamia- mo
animale ; altra la bellezza del gran- de femmario , quale e detta
feminarta; altra la bellezza del corpo , quale è det- ta corporale
: a tutte nondimànco è com - mune ejfer un fiore della bontà , ejjer
obiet- to della potentia uijuale , efier per modo d'accidente * Et
per piu piena wtelligen - aia e da intendere ejjer piu potentie uifùa
- li, fecondo che fino piu obietti uijibili. La prima è efio
intelletto , ilquale ragguarda nella uerità intelligibile , ilquale è
uera- mente un'occhio eterno, che uede ogni cojà Signore del mondo
, temperatore delle co fi celejli, ft) terrene. La feconda potentia
uifuale , è nell'anima, effa ancorale-, culatrice della uentà : Ma
multipbce,ffi uaria, detta potentia rationale . La terzi* j
ènei TERZO, r io7 è nel grande fiminario intenta alla uarie
- ta de fuoi fimi. Onde nafte l'affetto , principio della bellezza
corporale . V ulti- ma è ia potentta , dallaqual fin uedute le
corporali , preftanttfiima di tutte le poten - tte finfualt particolari ,
come dice tAru fiorile, aera imagtne dell'intelletto . Ha - uendo
dichiarato che cofa è appetito , ff) che cofa, ecognitione, fffi che fino
tanti modi di cognitione , ff) d'appetiti , quan- ti fino e modi
del uero , ff) del bene : ba- ttendo ancora dichiarato , che cofa è bel-
lezza , ft) e modi di effa , ft) che cofa è potentia ut fiale , ft) i
modi di effa piena- mente pofiamo intenderebbe cofa fia amo re ,
ft) la natura d'effo . É adunque l’amore desiderio di fr vi
RE, ET D’EFFINGERE LA BEL- l e 2 7 / a nel bello . Sendo
l'amo- re , defiderio , ft) appetito pof tamo inten- 108 L 1
® 2^0 dere effir circa il bene . Sendo di bellezza , poliamo
intendere effir circa quella partir apatione di bene , che e detta
bellezza ; la- quale è efìrinfica , ftfi per modo dacci - dente
obligata alla potentia uifuale, St pe- ro h abbiamo ad intendere l'amore
effire m'appetito , che figuita la cognitione ui- fuale.Onde
Plotino dice rettamente l'amo re hauere acquifìato il nome dalla uifìone
. E detto appetito non folodi fruire la bel- lezza ma d' e f
fingerla per lignificare l amo re effir efficace . Imperoche non glie a
ba- llante fruire la bellezza, fi ancora affet* tuofifiimamente
concependola non la effri me ; ft) in chi ? nel bello ; cioè in chi fia
di - fpofto> ft) preparato a riceuerfì tale effir e fi fione .
Laqualcofia dichiara il diuin r Pla- tone nel Simpofìo : quando dice
l'amore e fi fiere del parto della generatone nel bello . £ modi
dell'amore fon tanti , quanti fono e modi
1 T E % Z 0 . 109 e modi della bellezza , ùjuah fi
riducono a dua , cioè alla bellezza diurna , detta Ve- nere celefte
, ft) alla bellezza finfibile 9 det - ta Venere uulgare , ft) commune :
ft) fe- ro diremo e modi dell'amore effir duot cele fte,{t)
uulgare. L'amore celefte è appetito intellettuale circa la bellezza
intelligibile . L'amore uulgare e appetito ftnjuale, circa alla
bellezza finibile . L'uno , %t) l altro fa la fua efprefiione nel bellori
celefte nella natura diurna per modo di fimi , ffi) di na- tura ,
come è detto ; il uulgare nella mate- ria per modo uifibtle, fgl
d'imagine ; la- quale per tjuefto fi dice bella , perche e pa-
ratifiima a riceuere la ejprefitone della bel lezza fimmana , di qui fi
può intendere la fententia di Alatone, quando dice Po- ro figliuolo
di Metide ebbro di Tettare, ft) Pema hauer generato l'amore , ne
na- tali di V mere . ^Noi perche di quefta ma- n o L
I *B 7{0 teria h abbiamo breuemtnte trattato nel primo libro
del fulcro , (g) h abbiamo in animo trattarne altrove pia diffufamen
- te , al prefente dimetteremo piu particola- re efpofitione
contenti filo in queflo luogo hauere aperta la uia a quelli ,c he fino
fìu- dtofi d'intendere i profondi , fg) fegrett mi - * fterij di Platone
* > f • - * , « v* f ' CAPITOLO TE^ZO. '
/chiarata ladiffini- tione dell'amore , fg) come gl' amori
fin dua,cwè celeftc ft) uulgare , refterebbe a di- chiarare m che
modo nafia , fg) quello ,c he operi in noi l'uno , fg) l'altro amore ,
ma perche dell'amore cele [le a bastanza e det- to fi nel terzo
libro del *7* utero , fi ancora nel panegirico nofiro all'amore ; per
quefio diremo filo ft) breuemente dell'amore mi gare .
T E % Z 0. /// gare. Al pr e finte fuporremo in effir
noi uno cor puf colo diffufi per tutto , quafì unum- colo infra
l'anima ,(g) il corpo elementari, detto spirito y mediante tlquale
dall'anima nel corpo piu terrefìre fia trans fufa la ul- ta. Quefio
fendo generato d 1 una fot tilifi fima efialatione di fangue , ha origine
dal cuore principio , g) fontana del fangue piu puro, fi) al cuore
prende la utrtu,per beneficio dellaquale noi fiamo partecipi della
uita, detta uirtù uitale . Dalcerebro procede la uirtù,mediante laquale
noi fin- tiamo , g) et mouiamo , detta uirtù unir male , dal fegato
la uirtù , per laquale fi fa il nutrimento . £t la generatone , g)
altre operai ioni f nuli detta uirtù natura- le . Di tutte quefle
operationi e mflrumen- to lo fpirito , ilquale ( come e detto ) ha
ori gine dal cuore . Laqual co fa confidtrando zArifiotile, fecondo
la mia opinione, diffi ÌÌ2 L / 2 % 0 il cuore eficr
principio del uiuere , del fin - W , ft) del mouerfi } fé) pero tenere
infra gl' altri membri il principato > Come que- fio non re
pugni a Platone , ilquale affer- ma il capo effer prtnctpalfiimo di tutti
e membri , ajjoluendofi per e fio l'intelligen - ita, laquale, è
nobil filma di tutte le nofire operationi, altroue a bafìanza
dichiare- remo, Stndo aduncjue lo fpirito mHrumen to del finfo ,
mafiime della fantafia , che marauigliaè fi con tanta affinità
natu- rale infra loro fi congiungono , che una po- tente alter
atione dell'uno fa tran/ito nel- l'altro ? ‘Per lacjual co fa lo fpirito
poten- temente alterato , e baflante a muouere la fantafia a
produrre l'immaginatione fil- mile a quella alteratane . llche
apparifie in quelli , che fino ueffati da ueemente fi- bre , oue
tal moto dello fpirito fa tranfito nella fantafia. Mede fimamtnt e fe la
fantafia interi famente opera in qualche peti- fiero: nello /finto fi fa
una imprefiiom naturale , firmle a quella operatone . La- qual co
fa dimofirano le fife tmagwationi delle donne grauide , in cui ueggtamo
non filo dalla fantafia far fi tmpref ione nello fpirito y ma
ancora mediante lo /pirico tra pa/farene teneri cor pi del fio tenero por
+ tato . E n?ittagorici fferauano medicare le malattie con certi
modi d'armonie . Im- peroche l'anima dell'armonia e fi erme re -
uocata nella interiore , ff) naturale per grande predominio , che ha /
opra il corpo , produce fimtle armonia in e/fo , in età ftà la fita
finita . Ecco adunque , che dado [pirito nella imagmatione fi fa tranfito
, cogitando la fantafia fecondo che efio è affetto dall' imaginat
ione . niello fptrito parimente fi fa tranfito , fendo l'ima - gtne
, come Juperiore , Ufi ante a muoue- a ìi 4 Lf I *B
0 re la uirtù naturale . Oltre a quefto hab - btamo a
intendere da ogni corpo generabi- le > ft) cor rutilale far fi una
continua refi + lattone , ft) un continuo fiuffo, come after* mano
Sinefio , ffi ‘Troclo; rituale pir cer* to /patio di tempo , ft) a certa
dt/lantia fi conferua integro , hauendo continuatane con quel corpo
, da cui procede . E magi fi - gliono ofteruare cjuefto fìmulacro ,
per. e/Jo offendere lo fpirito , quando hanno in animo
perdere alcuno • ^Mafiimamentc fi fatalflu/Jb per gl' occhi .quafi per
piu aperte fineftre dell'anima , ft) dello spiri- to : ilche
afferma o^riftotile, quando dice l affetto ciana donna, che patifta il
men- firuo fpeffe uolte machiare uno Jpechio . È ancora da Jupporre
nella generazione delle cofi ejfir neceffaria una cagione , che
produca detta cagione efficiente , ft) una, in chi , ft) di chi fi
produca detta cagione ... necejjaria , TET^ZO. ns
necejfaria , ft) materia. Et pero Telato- ne nel Timeo dice , che'l
mondo e fatto di niente y ft) di necefiità , cioè dt materia , ft)
Arift otite chiama la materia necefiità nonjempltce , ma per fuppofitione
. Impe. roche come (e fi dee far ma cafa , ft) una fatua y è
necejfaria tale , o tal materia y coffe fi dee fare que fio ornamento ,
qua- le noi chiamiamo mondo , è necejfaria ta - le y ft) tale
materia , di che effo fìa confiti tato; ft) però la materia per
fitppofitione f è necejfaria * . Oltre a (juefte due è ancora
necejfaria una cagione infìrumentariayme diante lacuale fia preparata ,
ft) diffofta la materia a riceuere attamente il dono della cagione
efficiente . TSjoi pretermette- remo come a quattro cagioni della
genera- ■tione indotta da zArifìottle , cioè efficien- te y fine y
materia , ft) forma fieno da Pla- tonici aggiunte le cagioni eftmpìari ,
fg) ^ H ij ! n6 L I 3 ^ 0
l'organica . lmperocbe alerone s' appartie- ne determinare di queft
a materia.. Oue di chiararemo ti nero efficiente dilla genera-
tione ejjer la parte naturale dell'anima mondana ,chiamatada noi di {opra
gran- de Seminario. Il fole, ff le fuflantie indiai - due effer
cagioni inftrumentarie : questi co me inftrumentt particolari,quello come
in - flrumeto uniuerfale. Al prefente ci bafli la generatione
hauerc dibifogno della cagione efficiente, della infìrumentaria,e della
ma tena.Pofìi qucfli tre fondamenti facilmen te pof iamo intender
come nafea in noi que fla affett ’ionc , quale e nominata amore .
Ada f imamente fe non et fiamo dimentica- ti eh quello, che è detto poco
innanzi, l'amo ' re hauer confeguito tl nome dall'affetto . Quando
adunque per lo affetto ci s'appre- fenta nella fantafia qualche ff et t
acolo, il quale noi appromamo , come bello ff) pieno ,p ^ '
dtgratia TERZO.' V/7- di gratta; [àbito t anima eccitata
nella col gmtione della /ita bellezza interiore v defe- derà non
filo fruirla, ma e f finger la . Et . perche tale efirefiione ha
dtbifigno della materia , ft) del fubietto, atto a quell&rk
cetttone ; per quefto de fiderà ejpt merla in quello , che efid ha
prouato , ft) da cui è fiata eccitata a tale ejprefiione , come piu
atto a riceuere la participatione della bel- lezza, ft) perche quella
ejprefiione non fi può far nel bello , quantunque di fra no* ’ tura
atto , fi prima non e frffiaentemen* te preparato : per quefto
mtenfamente de- fidera congiugner fi col bello ; Come quello j che
altrimenti non può efficr preparato ; che dalla uirtìt del fime , ilquale
è tnftru* mento naturale ad efpr'tmer la bellezza fi minarla
dall'anima . *Di qui fi può uede ; re apertamente con l*amor uulgare 3
effèr fimpre congiunto il defiderio dell'atto Zie- H.
iij -ni LI 3 710 nereo , fecondo Platone, Imperoche
fendo l'amore defedeno defungere la bellezza nel bello , fj) non fi
potendo effìngere , non fendo preparato ; ne prepar andofi fe non
per quell' tnftr amento , quale ha deputato lunatura , cioè il feme y oue
fiala uirtù gener attua, Imperoche la generatione y o non fi
ejpcdifie fenza il feme , o per il feme piu commodamentefe necejjario fìa
accom pugnato naturalmente da quel defìdeno y • qual noi chiamiamo
Venereo , Et quefea c una commune difpofìtione dell 1 amor mi gare
circa ogni bello. Imperoche l'anima re focata nella bellezza interiore ,
giudica ogni bello , degno ; in cui s'effinga il fimu - lucro della
bellezza . Ma quando noi ap . prouiamo piu un bello y che un'a\tro y
come piu grato apprefjo noi , penfando del conti- nuo adejfe
affettuofamente ; fi fa nello (f i- rito ma certa difpofìtione
confeguentea TE 2? Z 0. 4 W quella cogitai ione .
lmperoche y còme edit- to , dall' anima fi fa tranfito nello
fpiritq come tn proprio y $) naturale infìrumen - to. Incontrati
adunque m quello , circa cui Jiamo affetti , ff) a una certa
diftantia appropmquati riceuiamo nello fpirito per tutto il corpo
quello efirementofilquale na u turalmente fi rifolue dal corpo dello
ap- prouato fpettacolo ; Mafiimamente fi fa tale recettione ,
quando noi dtr itti gli oc* chi nel uoltOyft) ne gli occhi dtUa
co/a, che tanto ci piace , per la marauighadi- uentiamo fimili a
gli ftupidi • Imperoche come per gli occhi , quafi per piu paten-
ti finefire , fi fa maggiore refolutione del- lo fpirito y coli ancora
per efii è parata piu la uia negl'intimi penetrali dello (pirt- to
. Marauigliofamente opera l' efficiente È quantunque debile , nella ma
teria ben pre- parata fupplendo alla debilità della cagto- H
tiij 12 0 L 1 S 2^0 ne, la dtfpòjitiòne della materia, della
qual co fa e mani fefto inditio in gran copta di materta da una
pìccola fcintilla fiufiitarfi grandi fimo incendio . Lo Jptrito dallo
af- fetto continuo della fifa cogttatione , quafi formentato , come
prima è tocco da quello efiremento ,/uhito alterato -, quafi fimu -
tavella natura di quello : Intanto che ar - riuando l'tnfettione al
cuore, fontana del- lo jpirito, fa che, ft) effi ancora parimen- te
patifia . Onde ft) il /angue ,che in lui fi genera , ft) lo /finto , che
è infi aurato dalla continua efalatione del /angue, riten gono
quella medefima infettione . Di qui 'auiene , che quelli, che fino
infermi dalla graue malattia dell'amore, (intono dolore
principalmente nel cuor e. lmperoche la co- fà amata fa uiolentta nello
Jpirito', ft) per lo //ir ito nel cuore, onde ha origine'.
Meramente alla maggior parte de malt(cò me dice
r £ x z o. ni me dice tldium Alatone) un certo demone
ha mefcolàta la uoluttà dolcifrima e/ca , l'anima inferma fi diletta dei
diuin afpet - . to del fuo bello ffett acolo ; ffr) in prima del
lume de' rifflcndenti occhi ; Màinganria- ta dalia uoluttà 3 non finte il
mortifero uè - ne no penetrare , per li occht entro alle uu [cere ;
dalquate il grauiftmo morbo pren- dendo nutrimento , d'hora in bora
mera- uigliofametiie crefce . c Adunque lo ffniito tutto infetto ,
mouendo uiolentemente la fdntafraja coftrmge non mai ad altro pen
fare ch'ai fuo bello spettacolo ; rituale ap- prouando l'anima , come
foto derno in cui effa poffa ottimamente cfprimere una bel- la
prole y a fmtlitudtne della bellezza in- teriore y eccita uno
intenttfrimo dtfrder io di fruirlo . Quefìa e la generatione dell a
- mor uulgarc per quanto i circa alla hd- lez&aparticolare
d'uno , o d'm'altro . Cjli T22 L I 2 7{0 accidenti , che l'
accompagno™ , in par- te faranno dichiarati brevemente da noi in
quello che fiegue . f& ' ■ al Omi l' anima èia aita
del corpo, co fi la cogitatone è la ulta dell' anima. £1 corpo
fi dice ejftre allbora infirmo , quando l'anima /eco non confinte .
Ondo l'arte della medicina non è circa altro , che in conciliare
l'anima al corpo-, in che sla la finità dell'animale . L'anima e infir
- ma , quando non confinte con la fua cogi- tatane , ma difìratta
dimenticataf , ff) « di quello, che efia è, ffi) delfuo ufficio ;
non cura , come è conueniente , fi medefima. L'infermità principali
dell'anima fon dua:l' una è detta ignorantia-,1' altra e det- ta
infanta ta infima ; le quali fin unto piu gratti * che le
malattie del corpo , quanto i anima e piu eccellente , ft) piu nobile ,
Ma a che fine tjuefto ? Certamente perche la cogita * tione
dell'amante non mai fi parte per un filo momento di tempo dall'amato . Et
pero dimettendo il fuo uffitio naturale , non confinte con l'anima
di cui è ulta . Vani - ma inferma , ft) affetta accompagna la fua
cogitatone : lmperoche nulla può uiuer lontano dalla ulta . TDi cjui
aduiene , che l'amante e detto uiuer finzlamma, unteti* do
nell'amato . Queflo fa, che'l corpo non riceue il defiato dono dell'anima
: onde, f) ejjo cerca dell' amato, q) trouatolo alcjuan to fi
quieta 9 (juafi habbta trouato ìani- ma , ma perche ne all'anima e
concejfit la cogitatone , ne al corpo l'anima, cioè ne all'uno , ne
all'altro la fua ulta , è necefi fàrio, che ciafiuno incorra in
grauifiime iriJf L I 2? TfO malattie ; l'anima
nell'ignorantia 3 fjf) nel- l'infima : il corpo nella difcordia di
tutte le fie parti fra fimedefime che è il mafi J Imo di tutti i
mali . Di qui fi può uedert quello 3 che uolfi tl dtuin Telatone nel
Sim* pofìo 3 quando diffi , l'amore ejjèr arido efier macilento 3
effer e /quando co piedi nu- di uolare per terra 3 finza cafi 3
finza letto , finza coperta alcuna dormire nella ma prejjò alle
porte ; ffi) quefìo per effir figliuolo della pouertà « Imperoche
l'aridi- tà 3 la macilenta , lo fquallore che 3 e ne corpi degli
amanti , feguita la difcordia delle parti del corpo fi a fi) lequah
non pomo adempiere il fio officio naturale 3 non fèndo l'anima
intenta aidehito reggi- mento deleorpo . L'anima difir atta dalla
potente cogitatane 3 opera de talmente nel corpo : onde conuertita la
maggior parte del cibo in fiper fluita 3 fi genera poco fin-
gue 9 TERZO. i2$ gue, ft) quello per la mede/ima
cagione fin do mdigefìoy e grofjo, ft) negro . El difetto del
[angue , di che fi fai alimento genera efiiccattone , ffi)
configuentemente eftenua tione mi corpo . La grofiez&a,{tf ba negrez
- za genera affcrità , mifihiata col pallore . È adunque lamore
arido , perche e cagio- ne y che e corpi delti amanti manchino del-
la conuemente quantità del [àngue , diche fi nutrifiono . E macilento
perche il difet- to del nutrimento genera in efit efienuatio - ne
di tutti e membri. E [quaUido perche fi nutrifiono di [àngue groffiy ntro
y ilqua - le genera [quallore . Tutto quefto non uuole altro
(tonificare , finon che e corpi degli amanti principalmente fono obligati
a ma li malinconici . Et quefto inquanto a mali del corpo . 5 S[oi
h abbiamo detto quando la cogitatone y non confinte con
l'animaygene- rarfi in ejfà Tignorantia , t infanta ; 12 6 L
I *B T{ 0 ' « onde hanno origine tutti glialtri fitoi
ma-; li . Volendo adunque ed diuin ^Platone fi* gmficare la ulta
degli amanti e fiere affati caia dall'ignorantia , dall' infama,
ff) configuentemente da glialtri mali , che le figuitano :
diffi l'amore effer co' piedi nu- di, per che non curando l'anima fi
medefi- vna rettamente, come aduiene adamante, non conofie quello ,
che effa è, anziché e di gran lunga peggio ) crede fi effer
altrimen- ti che effa fia . ~Di qui aduiene , che effa è priuata
della cognitione della uerttà . Et pero in ogni fua anione procede finza
ra- gione alcuna , e uer amente co' piedi nudi . Diffi uolare per
terra , perche l'amante fi fa firuo della bellezza corporale .
Laqual cofa nafie daefìrema tgnorantia , da cfìrema infama , fèndo
l'anima noftra nel numero delle cofe diurne , lequah hanno a
dominare alle cofi corporee , ffi) non fimi- re . Di
TERZO. ixà re. TDi qui naf ce , che l'amante e fòt topo- fio
a infinite offe fi , ne mai uer amente fi. quieta in cofa alcuna , ne
ancora nella co* fa. amata , fendo fempre agitato da uant speranze
, da uani timori , i quali fi- no m modo potenti , che effo non ha
fatui- tà di poterli in alcun modo celare ,quafi un fìupido ,
obhgato fempre alla bellezza corporale , ma alla bellezza diurna,
ap- poggiato a [enfi , iquali fino parte dell' anu ma noflra ;
mentre e congiunta col cor -, po mortale . 'Rittamente dunque
l'amore fi può dire finza cafa , finza letto , fin- tai coperta ,
dormire all'aere nella uia ap- presole porte. Sendo adunque
l'amante fottopoflo a tanti mali per cagione del- l'amato , qual
pena fi potrà trouare con - ueniente , fi efio non riama ?
Certamente chi priua il corpo della ulta e h omicida : chi rapifie
le cofi diurne èfacrilego.L'ama ì2S L 1 3 % 0 to e fi
ordendo la cogitattone all'aman . te rapifce l'anima sofà neramente
diurna . ‘Priua ancora tl corpo della aita , uiuendo effo per la
pre/entia dell'anima : Onde co- me homictda , ft) Jacrilegofe degno di
cru - delifiima morte . <^Ma riamando l'amato marauighofamente
reHituifce l'anima al- l'amante . Imperoche , chi riama dona la fua
cogitatone , ffi) la fu a anima, nella quale urne l'anima dell'amante .
£t pero donando fe , refhtuifce all'amante la per- duta anima ; ne
per quefto pero abbando- na fi mede fimo , battendo fmpre fico con-
giunta l'anima dell'amante . Oitefh ffij fi mili fono gbaccidenti , che
feguitano al- l'amore per hauere origine dalla pouertà , come madre
. Chi uuol conofiere efijufita- tnente ancora quelli , che configuitano
al- l'amore pereffer figlio di Poro , cioè della ma alla copiai
legga icomcntarij foprail Simpofio T E X Z Ó.
129 Smfojto del Duca noftro ^Marfiho ; otte la natura
dell'amore fecondo la intenda- ne di ‘Platone è diurnamente ejplicata
. ... \ . Otrebbe alcuno dubi - tare > perche
cagione non fìa mo parimente affetti circa ogni hello. <JMa fi
ne trotta qualcuno , tlquale , henche giudichiamo efeer hello,
nondimanco non eccita in noi quello intenfò affetto , quale
chiamiamo amore. Qualcuno altro potentfiimamen- te ci commuoue ;
anzi {che e di gran lun- ga piu forte ) fpejfi fìamo affetti a
quel- lo, che ancora noi medefimi giudichiamo effèr men hello in fa
molti . Quella qui - fi ione fecondo la mia fintentia , fendo difi
folle , ftj) anfia y fff) ha fi ante ad affati - n o L I S
7{ O care ogni buono ingegno habbtamo dedica- ta al fine di
quefta opera , della quale al preferite breuemente tratteremo .
Qualcu- no forfè giudicherà la femilitudme , g) la congruente ,
perche noi fìamo piu. af- fetti ad un bello , che ad un'altro :
hauere origine dal padre , g) dalla madre , quafi fia neceffariOy
hauendonot di quindi l' effe- re, hauere ancora da mede f mi tutu l'
al- tre ajfettioni ; Qualcuno altro crederà douerfi ridurre alla
natura > g) al Cielo come autori di tutte le cofe inferiori .
Tfoi che fèguitiamo il dium Alatone, affer y miamo la datura , g)
il Cielo efeere in- dumenti della diurna inteUigentia , g) per
queflo operare nelle cofi inferion y quaii eoi loro ordinato di fòpra . ‘
Diremo dun- que le cofe diurne ejjereinfra fi di flint e , fecondo
che s'appropinquano , o fino lon- tane da quel principio % onde procedono
, i T B '%'Z 0. ni fa per quefio fèndo /’ anime
rattonah nelnu- W mero delle co/e diurne, e neceffario altre
efi fa fere ne primi gradi della perfettione , al- $ tre ne fecondi
, altre ne tertij . Quefla di - { ftributione ha origine dal primo
mtellet T tri to , ilquaìe difipra habbiamo apellato , tjl fff
Angelo , ft) mondo intelligibile , oue l tutte le cofè hanno il loro
efiere perfiettifi /- fimo . Sendo adunque l anime rattonali ì
difìribuite in tanti ordini , quanto è il nu- , mero delle stelle, come
dice ildiutnTla- i tone nel Timeo , benché naturalmente tutte fieno
in fra fi confintientt , nondi- meno infra quelle è maggior confinfi ,
in chi è piu congruentta , ft) piu fìmihtudi- ne : Onde l 1 anime
di ciafiuno ordine piu cónfintono fico medefìme , che con quelle ,
che fino di dtuerfi ordini , hauendo infra fi maggior fimilitudme , ft)
maggior a fi finità: fór bigratta, t anime fitto l'ad- l \ V
t,;- Vs» i3z LIVIDO tniniftr attorie di Gioue
piu conuengono in fra loro ; che con quelle , che fino ordinate
fitto l'amminifìr adone di «J "Marte , o di Saturno : fendo piu
fìmili , ffi piu affini. & anime , che dt/cendono nella genera-
tione tratte dall'amore delle cofe terrene formandofi i corpi , iquali
reggono : in efii efprimono la natura fua per qudto la ma teria ne
può effir capace . lmperochejl cor- po none altro y che una imagine dell
ani - ma , ft) quanto i corpi fino piu perfetti * tanto meglio
rapprefintono l'anima . On- de il corpo celefle perfettifiimo di
tuttii corpi , fèndo tanto uicmo all'anima , che tffi quafì fianon
corpo , ottimamente la reprefenta : HPer laqual cofà t anime , che
difiendono nella generatone sformandoli da principio un corpo di \ Natura
fimileal corpo celefle ( ilche hauere affermato Ari- fiotde ancora
confinte Temifiio ) prima in V • * *Jfi MI»
mi ni j I tu- w
w- h ri- tti it
li fi i 9 fi-
in ejji fanno
la fùa participatione sfatta- mente , dipoi negl altri o meglio , o peggio,
fecondo che per la loro perfettione , o tm- per fattone , fi prefi ano
piu , o meno obe- dienti . Tutti nondimanco ritengono il Ca-
rattere dell'anima Jua r fendo adunque la bellezza corporale rnagine
della bellezza dell anima, {fi per queflo riducendofia medefìmi
ordini , quel bello filo è ajfet- tuofamente offeruato da noi ., ilquale
fi ri- duce al nojìro ordine , {fi quello è innanzi a tutti
offeruato, {fi adorato , che proce- de da anima nel medefimo ordine di
firn- ma preftantia , {fi di fimma degnità,{fi per queflo fi V
anima noftrà e intenta alla generatione , fubito, che ci
incontriamo in efja , quafì attoniti giudichiamo altro - ue piu
attamente non potere ef fingere la diurna bellezza . * Onde a nullo altro
pen- iamo, m nulla altro tt udiamo >che adem- I *
/ tu LIBICO TERZO. fiere l'ardente defìderio
nojìro . Quefta forfè effir la cagione, come io fimo' affer -
merebbe uno ftudiofodeldiuin ‘Tlatone , per laquale fiamo affetti pm ad
uno , che ad un'altro bello . Queflo fìa tifine, o buo- no Amore
del nojìro cercare , della tua di- urna origine . Dio uolefii, che a me
fufii tanto facile trouare le parole , quanto co- fi grandi , ft)
marauighofi di te concepia- mo . Imperoche e mi farebbe un pic- colo
inditio , che la mia te - nebricofa mente pof fa effire Ulu-
firata " ; i . dalla chiarezza della tua di ; •
£v; umifitma luce . iL FIl j. Giof'^t'HX 1 conisi, e
. PALLA B. V G E L L A I< ’ ' • V ?• fN *> 1 . f\
I . • . • • » >.» . % v ; j . « +4 R AVE
PECCATO è non fentire rettamen- te de gli D.ìj , molto piu
grane detrarre alla lo- ro maie(ìà,ft) pero ca± r fórni amici, non
uituper atelo amore, cojà certamente diurna, acctoche nonni auenga
come a Steficoro Poeta, ilquale ef 136 PATSfEG
ITTICO fendo accecato per hauer ne' fiuoi uerft pec tato
contro a Helena,non mai recupero la perduta uifia fi prima fatti e uerfi
incon- trario fenfe non placò la offefa deità . Ho- mero ancora
perche non uolfe confejfare hauer peccato yUtffe cieco infin
nell'ultima vecchiezza. V n adunque non filo ui after rete da tale
uituperatione , ma celebrando ilfacratifiimo nome dello amore,lefue
mi- rabili uirtuti infieme meco predicante y fe non come e
conuemente a tanta maieftà , almeno fecondo le forzz del uofiro ingegno
, di che nulla piu uttle a uoi , nulla piu ac- cetto a gli Uij fare
pofiiamo . 6 Neffuna cofa e tanto grata quanto la bellezza,
neffuna tanto mole fi a quanto la deformità . La bellezza rapifie e
diletta l'anima no lira, per contrario la deformi- tà l' affligge e
la difeaccia. La cagione credo fia , che la bellezza offendo fuori
alle co fi ' cofi create mofira la perfettione
di drento % onde uiene , perche la perfettione dt qua* lunque cofa
e accompagnata da una certa gratta ejìeriore , laquale dimoftra
quella cofa non hauere di drento alcuno difetto , c pero non e
merautglta fi l'anima noftra e prouocata e rapita dalla bellezza; impeto
- che effa naturalmente indoutna per la bel* lezza douerfili aprire
la uiaatla infinita perfettione della diurna bontà , per laqual
cofa li antichi Theologi affermano la bel- lezza effiere portinaia alla
habitatione fi* crettfitma della diurna bontà , quafi fia
neceffarioa qualunque cerchi ladtuinità prima incontrar fi nella
beUezza.£per que - fio la bellezza non è altro , che uno fiore ,
una gratta , uno splendore della diurna bontà, laquale prouoca e rapifie
tutte le co- fi che hanno facultà di cono fiere, accioche per fuo
beneficio fi faccino dteffa parte* 13 * PA^EGltTCO dpi y
ou'èla aera q) ultima perfittione di c taf imo . Onde fi cofi che hanno
potentia di cono/cere , fino piu perfette > che quel- le che ne
fino prrnate , ffi fra quelle che condfiono ■> chi ha miglior grado di
cogni- tione ha maggior grado ancora di per fet- tione , la ragione
è, che chi ha miglior gra * do di cogmttone , cono fendo piu
perfetta- mente la bellezza , e intromeffo a maggior grado della
participatione della diuimtà , doue conftfle la perfettione . Onde la
firn- ma cognìtione fi fa participe di fimma perfettione ,
conofcendo ptrfettifiimamen- te la bellezza , Ma chi è al tutto
priuato della cognìtione yfendoli nafìofio lo fplendo re della
bellezza y è priuato ancora della ue ra participatione della diuinitdye
pero me- ritamente fi reputa imperfettifimo fra le cofi create .
Chi negherà le cofe inanimate effire piu imperfette che quelle ylequali
han no anima t 1 { A L V A MOltJZ .
139 no anima t ft) fa quelle , che hanno ani- ma molto piu
imperfette e (fere le piante , e gli altri animali che Ihuomo? Le cofe
ina- nimate no battendo cogmtione alcuna nten te guftano della
bellezza , ft) pero hanno poca per fattone , perche per ft non pojjo
- no aggiungere alla diurna bontà. Le pian- te ( come dicono e c
~Ptttagorici ) hanno co - gnitione, ma Hupida , ft) quaft di huomo
y ilquale fubito fùeghato finte e non difier- ne . Gli animali
irrationah fentono , e di- feernono , e nondimeno perche lo fplendo
- re della uera bellezza troppo fupera la loro f acuità del
conofiere 9 e fi ancora hanno de bile perfettione . Solo l'huomo fa
quelli che habitano in terra e capace della bellezz za , efiendo in
lui ampli fimo grado di co- gnittone 9 onde efio arnua a non piccolo gr
a do di perfettione . Ma nella natura ange- lica ft contiene el
fommo grado di perfeitone , offendo da Dio principio , (fogni lume , in e
(fa fitto infufo uno lume> Ugua- le congiunge la cognittone uerifiima
con la uerifiima bellezza , e dalìacjuale la cogni - itone è
dertuata nell* alt re creature , come dal Sole fontana d'ogni lume
uifibilefe de- riuato ogni altro lume nelle cofi corporali . Chi
dubita la bellezza fola rapprefentare la diurna bontà t confideri il Sole
effere bel- hftmOydi tutte le cofe che fi tncontrono alti occhi
nofìri, uer amente occhio eterno del mondo , come dice Orfeo , ih/uale
gli anti- chi Theo logi chiamorono figliuolo utfibile di Dio 9 anzi
diciamo effo effere nel mondo come in facratifiimo Tempio merauiglto -
fifiima ftatua di Dio . Onde apprefio gli Sggitij ne i Tempij di Minerua
fi legge ua fermo in lettere d'oro .Io sonocio CHE £ , C I O CHE È
STATO, C/0 che faràyil uelo mio non difìoptrfi alcuno , il
fole il file futi frutto ch’io partorì di che ap- pare il Sole bell forno
, fi a le co fi uifibili uer amente rapprefintare la diurna bontà,
come imagme di effa nel mondo.. Sfondo adunque la bellezza qual di /opra
e dime • firato ,non è merauiglia effa prouocare im- mo rapire a fi
le nature conofienti , mafii- mamente quelle che hanno amplfomogra
do di cognizione , c Anzi piu tofto diremo ejjè hauere in fi mio
ardentifiimo defide- rio , per beneficio delquale non già rapite ,
ma fpontaneamente cercono e configmfio- no la bellezza, cagione della
loro per fetto- ne. Quello defiderio non pofjede al tutto la
bellezza allaquale fi muoue , ne al tutto ne è priuato , perche fi fufii
al tutto pnua - to della bellezza, non harebbe di effa alcu- na
cognttione , onde ne la potrebbe defide- rare . 2 Spi figliamo defiderar
do che noi defideriamo come cofa buona f utile per i 4 z P
AT^EGl^lCO noi , altrimenti mai defidereremmo mila . Chi è colui
che defiden il (ito male ( fi già al tutto non è infinfitto ) , fi adunque
x noi fiamo priuatt della notiti a di co fa al- cuna , non ci
ejfindo noto , fi tal cofite t come la pofiiamo defiderare come cofa
buo na ft) utile P er not • mn 6 dunque da du- re che'l de fiderio
della bellezza , al tutto dt e JJa fia priuato . 7S[e ancora è da dire
ta- le defiderio pojfidere la plenitudine della , bellezza , perche
chi poffide non fi muo- ue alla cofa quale lui pojfide , ma piu to-
fiola fruifce. Chi non conofce che la po- tenzia delmuouerfi e data alle
cofe create per arriuare e configuire quel termino y che tjfi non p
affiggono 1 ilquale come hanno pojfiduto fiibito ce ([ano dal mouerfu
Onde elmoto e connumerato da Filofifitra le co fi imperfette . Ma
colui che de fiderà fi muoue in un certo modo a quello che efio
defidera , i ALL* AAf07{£. i#j\ de
fiderà , e pero non lo pofiiede y percbe fi. 10 poffidefii ,
farebbe uano ildefiderarlo 9i godendolo finza interna filone 9 per
laqual cofa il defìderio della bellezza > è poflo in mezo della
pnmtione , e della pofiefiiont di e[fa\ participando tutti dua lieflremi
. Quefto defiderto fi noi chiameremo amo-, re > non faremo da h
h uomini ne etiam da 11 dij meritamente riprefi , perche in
ogni, natura creata , o uuoi angelica , o uuoi ra- tinale l'amore
non e altro che uno arden- . • » • 4 * tifiimo
defiderio di poffedere e di fruire la bellezza > quanto a fi e
pofiibde. Perla - qual cofa, li antichi Theologi non collocaro- no
lo amore nel numero delle cofè diurne come quelle che in fi hanno la
plenitudine della bellezza , ne ancora nel numero delle co fi
mortali , come quelle che in ueritàne fono [fogliate , ma nel numero di
quelle che, delle mortali e delle diurne fono parti- 1
i44 ALL'AMORE. dpi , parimente , come e la natura
demo- nica . Onde efit chiamorono lo amore non Iddio , non mortale
, ma grande demone , perche la natura demonica, pofta m mezg fra
gli huomini e li TDij quafì interprete , conduce a li Dij li prieghi e
fàcrificij degli huomtni,alh huominila uolontà e coman- damenti de
Ili Dij . Qie per altro mezo li huomini,o melanti o dormienti fino
m- fpirati dalla diurna bontà , che per la na- tura demonica .
‘"Parimente lo amore po- fto in mezo della cognttione , e
plenitudine della bellezza , non filo prepara , e difio- ne
ottimamente alloinflufio della bellezc , le cofi che ne fino priuate ,
atte a par- ticiparla , ma ancora traduce della bellezr za un lume,
per ilquale effe fatte belle , configuirono la loro felicità ,
Quefìofigni- ficorono li antichi Theologi quando difièno lo amore
efiere figliuolo di c Toro , e di Pe- nìa gene- ÀLVAMOXB.
t+t nia generato ne natali di Venere , e pero e fi fere fittatore e
cultore di ejfi . lmperochc Venere figmfica la bellezza , Poro
[tonifi- ca, meato e uia , Penta lignifica indigene ta , e pouertà
, E adunque generato lo amore della indtgentia,come madre laquale è
nel la natura ,che ancora non ha participa- tione di belle zia, ma
ha bene una certa po- tentia e prontitudtne adhauerla, £del meato e
uia alla bellezza, come padre, cioè c imo influjfi ouuoirazp, ilquale
proce- de dalla bellezza , e conduce ad e (fi la na- tura indigente
. Onde l'amore uiene a par - ticipare della tndtgentia,inquanto fi
muo- ue alla bellezza , e dello influjfi o uuoi ra - zp , inquanto
al tutto non e priuato della cognittone di efia . Meritamente
adunque lo amore è detto fittatore , e cultore di V ?- nere;
imperoche lo amore fimpre figutta la bellezza,* lei bellezza fimpre
eccita la amo • j ó P. A TfE G l'FJCO', ye . Sarebbe
lungo a dichiarare quello che intendono li antichi Theologi quando
du cono effer due V mere t una figliuola del eie - lo finzetmadre^
e però effer detta cclefte,. laquale nacque de genitali del cielo cafra
% lo da Saturno fuo figliuolo /àbito che fu nato. E da la fpuma del
mare , oue efit genitali caddero. L'altra figliuola di Cjio* ue e
di Dione , detta uulgaree comune. Et. pero al pre/ente ba fiera dire
fidamente co*, me fino due Venerefiioè due bellezze* Mia celefìe ,
l'altra uolgare , cofi effer dui amo -, riyUno cele fi e fi altro uolgare.
Lo amor ce le fi e feguitare la bellezza celefte e diurna ,
e'iuolgar , la uolgare e comune . <£\da for- fè non farà fuori di
propofito , incomin- ciando fi da uno altro principio dichiarare m
che modo fono diuerfe bellezza > e diuer- fi amori , effendo fempre
feguitata come è detto ciafcuna bellezza, del Juo ; amore . f
^l'ordine rALL'AMO'RE.'H* \ : '7S(e l' ordine delle
cofi il primo e capotti tutte e effi Dio infinita bontà, infinita
firn piletta y principio y mez.o , e fine d'ogni co- fa y bene de
bem y lume de lumi . TDopo Dio ~ è lu natura angelica , laquale fi come
è la prima creatura che procede daTDiò , iCofi tiene il primo grado
diperfettione tra le cofi create . TDòpo l 'Angelo e la natura
rationale , laquale ancora è detta anima, tanto meno perfetta dello
angelo , quanto è piu lontana dal prtmo/lSfondimanco ha in fi tanto
grado di perfezione , che ejja pon filo intende la natura angelica ,
ma ancora a fende al profondo abifio de la di uina luce . Quefla
produce e regge tutte le cofi corporali , e con la fua prefentia
dona loro la ulta , ft) il moto . lmperocbe qua T lunque uiue,in
tanto urne, quanto dal' ani ma riceue il pretiofi dono della ulta ,
dalla quale effa e origine e fontana . Il quarto uogo tiene la
natura corporale , lacuale al tutto digenera dalle cofi diurne , perche
in ejfa nulla è di uero , nulla di certo , ma ogni co/a imagmaria e
uana fimile a l'om- bra de cor picche apari/ce nel continuo fluf fi
dell acquaylaquale continuamente fi ge- nera e fi corromperne mai (la
ferma in uno ejfire . L'ultima ne l'uniuerfi, è la ma teria y nella
natura della quale non e ordi- ne o perfettione alcuna , molto piu
uicina al non ejfire y che a l'efier e. Adunque fi può dire ejfire
ne l'uniuerfi cinque gradi di co* fiyCioe T)to y l' Angeloyl' animaci
corpo , la materia ydequah dua ettremi fino in mo- do contrarijyche
l’uno, cioè Dio è auttore, e cagione di tutti t beni.L'altro y ctoè la
ma teria è cagione e auttore di tutti e mali . Id- dio tanto eccede
le cofi create , che e fio non può ejfire pienaméte intefi da alcuna
crea tura . La materia ha in fi tanto difetto , che
ALL* AMORFE i\ i+p che per fua natura, fi come fogge lo e
(fere, cofi ancora fogge la cognitione. Et per que- fio ne la
materia no è bellezza alcuna, an* zi piu toflo u'e fimma deformità ,
perche la bellez&a(come e detto)accompagna firn pre la bontà,
ne fi può trouar bellezza do* '* ue non fiabontà',e noi hauiamo
dichiara- to nella materia non ejfire alcuno grado di bene,efiendo
la materia ejfo male, e prin cipio d' ogni male . 5SS? ancora in Dio e
bel- lezza alcuna, imperoche Dio e fimma firn plicità ,ela fimma
(implicita non e capa- ce di bellezza , ma caufit di ejfa, e fendo
la bellezza nelle cofi create . Onde in Dio e tan ta perfettione
,che quando noi diciamo, Dio è fapiente , Dio è uiuo , D io è
gtufto e bello , noi habbiamo a intendere in ‘Dio non ejfire, o
uita , o fapientia, ogiuflitia, o bellezza, nel modo che uedtamo nelle
co- fi create, ma Dio ejfire cauja nelle crea- . . > K tij
nò PAtyEGIKIdO- ture , della fipientta , della
uita,dtllagiu- ftu ia, della bellezza, e però Dionifìo Ario-
pagitafikndore della Theo logia Ghriftta - «rty dice nel libro de nomi
diuim , tutti e Homi che fino attribuiti a T)io , fgmfìca^ re dóni
da lui nella natura angelica concefi • fi. #(efla adunque la bellezza e
fière nello àngelo,nella anima j nella natura cor porti k.
JMa come efiafia in quefle tre nature ■- per le fiquente fimilttudme fi
potrà factU mente ( come io 'Spero ) comprendere . Fingi
liner ua dtfiendere di Cielo in, terra tra mortali, fingi una statua di
?ne*> rauigliofi artifitio fatta a fimilit udtne co-> me
quella di Ftdta, laquale facci la imagw ite fid iti uno Specchio', chi
uedefit quella imagine nello Jpeccbio,non uedendo la fi a-' tua -,
di cui è effavnagme , fi merauiglia rebbe affai della fia bellezza- Molto
piu fi 1 merauigliarebbtfi ue defila Statua, ondc\. quella
imagme d erma sterno fcmdo in efia la merauighofa mduftrta dello
artefice\ <£Ma fi uedefit gli occhi , jf) il uo!to,e l y al tro
basito del corpo di Minerua uiua.qua fi attonito tonfeffarebbe la fìat ua
e la ima gine nello fpecchio non e fiere degna di fti\ ma alcuna ,
la cui bellezza , haueua poco manzi tanto commendato . ^Nondiman -
co direbbe e (fere tanto meglio la fatua , che la imagine nello fpecchio
y quanto e meno lontano da Alinerua uera » 'Sfa milmentela prima ,
e uera bellezza è nel- lo angelo , laquale è mi fura ffi) origine
db tutte l' altre bellezze 'L'anima ancora pofi fiede la bellezza ,
non già per (ita natura, ma per dono dello ^Angelo , come la cera*
ha lempronte dal figlilo , ffi) pero fi può- dir piu tofìo e (fere uera
fimilit udtne di bel- lezza , che uera bellezza , efiendo ne l'an
fa ma, non per fua natura , ma per beneficio « K ut)
isi PA^EGITUCO d'altri II terze grado di bellezza * ttel
cor* po , neramente non fimtktudine , ma om- bra dt bellezza ,
molto piu lontana dalla bellezza dell 9 anima, che non e l'anima
dal laidi ft abile , nulla di certo ,ma ogni cofi e ' fluffa
e mutabile, e pero la bellezza cor por a le, figurando la natura del
corpo , è Jempre di necefità me/colata con la deformità, fio
contrario, continuamente variando fi . Fra tutti e corpi , il mondo
partteipa amplifimo grado di bellezz&,percbe tl tut- to è
fimpre piu per fetto che le parti. Im- peroebe il tutto contiene e non è
contenuto , . Le parti fino contenute fjft non contengo- no , f0
nejfuno può dubitare ogni altro cor- po ejfire parte dello untuerfi/Dopo
rimon- do fino e corpi cele ft i , da quali fi può ha - uer mam fe
fio te f limonio della bellezza de lecofi Ti * •
lo z, Angelo . Imperoche nella natura del cor po ( come rettamente
dece Her adito ) nuL f ALL' AMORE, iss le cofi dittine ,
Olirà quefio grande nume - ro de corpi , e quali alprefente faranno
da noi pretermefii . Solo diremo dello , buomo ilquale contiene
tanta perfezione e tanta bellezza > che h antichi Fdofofi non
hanno dubitato chiamarlo mondo piccolo , come quello che in fi
piccolo loco come e il corpo humano , ha congregate tutte le utrtu
del i mondo . èjfindo adunque la bellezza nello angelo , nell'anima
, nella natura corpo* tale , noi chiameremo la bellezza dell'an-
gelo e dell’anima, Venere celefie e diurna . Perche non può ejfire ueduta
da altro oc - chio che dello intelletto , cofa neramente diurna .
La bellezza del corpo chiamere- mo Venere uolgare . Efiendo conofituta
per mezo de lo occhio corporale, per laqual cofa ,fe ogni bellezza è
accompagnata dal fuo amore , e lo amore non e altro che uno ardente
defiderto di bellezza fjnrituakdi - ) t
m .'&rA2$E-G Wmo remo efifireamore cele fi e e diurno , g ; )ìl
dejìdeno della bellezza corporale efiere amore uolgare e comune» Chi
adunque non conofce quanto fi ingannano quegli il cui amore fi
dirizzi alla bellezza corporale? fi già non lufino per inftrumento per
/altre alla diurna bellezza, mi al prefinte dimet - teremo le
incommodità di che fono parteci- pi gli huomini , per figuire l'amore
uolga- re, come co fa molto aliena dal propofito no u firo.
Solamente dimoftr eremo il maggior dono che fia dato a gli huomini da Uio
, cffere quello amore che li conduce a contem piare la diurna
bellezze , ft) pero tal ama- tore e/fire eccellentifiimo, e qua fi un
mira- colo infi a gli altrt huomini . U anima no : ilra benché fia
piena di diumità , anzi ne- ramente figliuola di T>io , nondimanco m
> tanto è occupata dal corpo, alla cura e reg- gimento del quale
naturalmente ì propo - . • fia , che r AL V~AMÒ\E.
V/V fia y che rifiu • delle uoltediuenta piu fi* imitai
tenebroso carcere dout e ■ indù fa , che allo amore d'onde procede. Et
pero ' U antichi Theologi chiamorono il corpo fi* fulcro de làmina
y che quafi l'anima fia piu fimile alle cofi morte che alle itine,
meli tre che fta mi corpo ,per laquàl cofi dimen ttcata della
natura fua^è della bellezza di - urna e delufi da grande , e uano
numero di falfi fogni y' per tutto quello Jpatló di tempo che'l
cieco ft) ignorante uolgo chia > ma uita. E' Incordar fi della diurna
bel* léz^a poiché fi amo congiunti al corpo mor- tale , non è
facile a ogniuno y ma fino po* chifitmi in chifia rima fio qualche
fintilla di diurno Jplendore y per laquale po fimo ef fere eccitati
à fi felice ricorranone . Que~ fli quando s'incontrono in qualche
tmagU ne della diurna bellezza > laquale piu ma - nife fi amente
che in altro loco 3 appare neh r «. \
is6 PAT^EGIXICO corpo inumano , e maxime nel uo Ito, quan- do e
partecipe di prettanttjsima forma in prima fono occupati da in [olita me
- r aut glia, me folata injìeme con horror e, di poi alquanto
afiicurati , la giudicono cofa neramente diurna e degna , a cui fi conuen
- ga fare li facnfìcij e uoti , non altrimenti che fi foglia fare
alle ftatue de li Dei im- mortali . Ma quando piu attentamen- te
riguardando in ejfa , riceuono per li occhi lo influfio della bellezza ,
[abito per tutto alterati, fidano parimente ft) ardo- no. lmperoche
in loro fi accende uno affet- to , ilquale mirabilmente gli eccita, e
lifol- leua . Dipoi aggrauati dal pefo della in- fettione corporale
in baffi ro umano , non altrimenti che fuole auenire a quegli ucce-
\ $ » ec j ua k P er troppo defiderio di uolare , \ hanno ardire di
commettere inanzi al tem [o alle giouani ale il pefo del corpo loro
, ma non ALL'AMORE. in ma non effendo le
penne ancora ha fi unti a notare fono con ftr etti precipitare in
ter- ra y perlaqualcofain un mede fimo tem- po agitati da dua
contrarijfintonograuifi fima moleftia , lacuale fubito fi corner te
inletitiache fiecchiatt di mono nel bellifii mo mito , riceuono drento a
l'anima , il tanto defiderato fplendore . ^Ma quando fiparati dal
diurno Jpettaculo , mancono della loro confueta e fi a , afflitti e
dolenti fi riuolgono continuamente nella memo- ria , la imagine
dello Jplendidifitmo uolto , onde sforzati dallo ardentifiimo de
fiderio, fimili alti infuriati non potendo ne la not- te dormire ,
ne' l giorno in alcun luoco quie- tar fi y per tutto difiorrono cercando
di uede re quello fpettaculofinza la cut ufi a con- fumati dal
dolore perirebbono, ilquale poi che hanno ueduto e rtprefi il defiderato
nu tnmentojibtrati dalli acuti [ìimuli egra- ( <
rff$ j?A^sai%ico \ue ànguHte y fi fentono m tanto
filettare ~fipra le forzé loro confate , che dimenti- . candofì de
padri , de fratelli, de patrij honori -dequali fi filettano. gloriare
Amen- tic andò fi ancora di fi mede fimi , fem- ore penfam in che modo
pofimo fruire il \dmmfattaculo , come quegli che reputar (fio ogni
lor ualore , m quefia uita ffi} in •quell 'altra hauere origine , ff)
incremento da lui , come ottimo medico delie humane infirmiti . In
prima dalla- bellezza d'un corpo non filo particulare , ma ancora
ca- duco, falgono alla bellezza de corpi celefii, e di tutto
lumuerfo , Oue oltre alla luce di che efii fino urna fontana utile cofi
finfir bili y contemplano una.fuauifitma harmo- via caufaa da
lordine e proporzione de tnouimenti loro , per la qualcofiiyapcrta
( Mete conofiono il cielo, ejfire la hr a di Dio , come dicono .
gli ant ichi ^Pit t hagorici , al fano T:
fuono ddlctcj naie tutte le cofe contenute da lui mtr abilmente
bullono , Uopo la bellez- za de lo umuerfo truouono la bellezza
rid- i' anima . Imperoche ejjendo il corpo una. fimilit udine de
l'anima, ne ffuna partecipa itone della diurna bontà può ejjcre in efjo
+ lacuale non fia molto prima ft) in molto* miglior modo
nell'anima, ejjendo origine e principio della natura corporale, anzi
non per altro la partictpattone della diurna bel lezza e nel corpo
, che per ilgrande domi hio ft) imperio quale ha l'anima in affo .
Onde e Filofofi affermono quafì come coft imponibile non ejjere
eccellentijsime dote m quegli, iquali fino dotati di piu egregia
for- ma che gli altri , come qua fi l'anima di co- loro fia piu
predante e piu diurna , la cui forma del corpo uera fimiltt udine de
l'ani ina è piu bella , cofi di grado in grado prò • cadendo , fubitofi
difcuopre loro il prò fon» 160 ALL'AMORE. do pelago
della diurna bellezza nello fflen- dor dellaquale nella prima giunta
abagha ti , pojjhno fico medefimi in quefta manie- ra ragionare .
Infino a qui balliamo piu tofto una ombra ouero fimihtudine di bel-
lezza che nera bellezza - *?Maal pr e finte o dolcifiimo amore , ilquale
rtfialdi le co- fi fredde jilluftr ile ofiure , dai uita alle morte
groppo hai filleuate l'ale delle menti nofire , lequalt infiammafli alla
chiar fil- ma luce della diurna bellezza , e le penne già rottegli
fuptrchio amore delle cofi mortali , non per fua natura , ma per
tuo beneficio nnnouate,hai e fp beatole noi Mo- lando (òpra il
cielo, guidati dal diurno furo re fiamo ripieni di quelle
merautghe,lequa li mai ne occhio uide,ne orecchio udirne di -
fiefeno in cognitione di cuore alcuno. Onde neramente pofiiamo efilamare
, quefto e il di che ha fatto il Signore , rallegriamoci
ffje/ul- ALL* AMORE. i*r ft) ejukiamo in effo. Quefta
ì la uia retta ; per laquale debba procedere il legittimo amatore ,
ilquale quando comincia a con* templare la diurna bellezza , fi può dire
e fi firc uicino alfine , oue ciaf una co fa creata quietandoci
acqui fi a la uera felicità, * pe- rò qualunque riguarda la uera
bellezza con t occhio della mente , col quale filo può ejftre
ueduta,non producendo imagtne e fi milit udine di uirtù , ma uere uirtù ,
fatto a Dio amicOydimoftra chiaramente ihuo mo efifere per beneficio
dello amore ree etto- culo della diuinnà , per laqual co fa qua-
lunque non ùede il uero amatore douere e fi firetnfia glihuomint in
grandifitmo pre- gio , e mafitme appreffo della cofà amata % non
intende quanto le cofe diurne fino piu eccellenti \e degne di piu ueneraimt
che l y al tre , ne alcuno impetra maggior gratti , e riporta
maggior doni da U T)ei , che la co* U2 P/A^EGJ^taV .
fa amata, quando ardentif imamente ria* mando èparata afitt omettere ogni
per icn lo in gratta del fuo amatore . Imperoche, con lo amatore
habitano gli T>ij, pero non meno accettono l'offcruanttae
lattenera- ttone della cofa amata in uerfo l'amatore, che e uotie
fàcrifìcij fatti a fi. Onde in quefta uita,{t) in quell' olir a, la
ricompen - fano di grandmimi premij . Ma quando, la cofa amata ha
in odio il fuo amatore f ; cimenta ricetto di tanta mifiria e di
tanta infelicità ; che molto meglio li farebbe effe-, re, o bruto
animale, o tnfenfto faffi* anzi piu tofto al tutto non efjere nata.nefi
fina cofa arreca maggiori incommodi a gli h uomini che l'odio delle cofe
diurne, dal- le quali pende ogni bene , ogni mifura nello untuerfo
, perche efendo fondato in fu la difimUitudme di effe , è nectffario che
fa accompagnato da tutti e mali : chi adun * queha
XLVAMOKZ. m que ha in odio lo amatore^ ejjendo. alieno t
rebelle dalla diurna bontà ft) amico delle cofi contrarie , m prima fi fa
firuo di quelle per tur bacioni y lequalt arreca Jtco l'imperio de
jen fi , quando la ragione e adormcntata , come fi a gufa delle
pian- te tenga il capo in terra , bauendo uolto e ' piedi uerfio il
cielo . Z }opo ne uiene un'alt r o male y perche non conofiendo alcuna
cofa rettamente , pieno di falfi opinioni diuen -, ta folto e
bugiardo , non altrimenti che auenga a quelli squali da continui
fogni beffati in mezp al fonno finfiono la lor ui- ta.'Da quefie
furie y mentre che e uiuo dor- mendo , o ueghiando y fi gite da dire
effo mai ueghiare y rimordendolo la confeientia imperturbato . Ma
dopo la morte JubitQ da minifiri'della diurna giuftifia menato
manzi al grande giudice ode l borendo gtUr ditto, fi ejfire dato in potè
fi à dicrudehfitmi demoni , dequali una parte lo affligge còl
rappreftntarli nella fantafìa ogni horribtle fpecie dt paura . Vh' altra
parte con intoL ler abili pene corporali lo tormenta . Ma J opra
tutti e mali , dua fino grandmimi . V uno e una certa mole fi ia
interiore laqua le procede dalla difeordia dell'anima in fi
medefima , (ìmile a quel dolore che ènei corpo y quando per ladifiordta
di tutti gli humort pefiim amente è dftofto. L'altro di gran lungha
piu graue y effiaè diuinità penetrante in ogni luoco , la prefintia
della quale per cagione della interiore diffenfìo- neaneffunmodo
può j apportare . Impe- r oche yCome gli occhi cifpi perla
prefintia del lume fintono gran dolore i fimi fi co fortano y
cofi L'anima gtufta finte gaudio e dolcezjtt,La ingiufia finte una
moleftia che ninte ogni moleftia , perla prefintia della diuinità .
Da quefti mah ancora ALL'AMO'KE. ics molto maggiori per
uolontà diurna e afflit- to chi ha in odio il (ito amatore , ilquale
di- uenta partecipe di altrettanti beni , fedi* meffa ogni altra
cura, filo penfi notte e giorno efircitarfi in ogni ffecie di
uirtu,ac- cioche fatto fimile a lui, fia degno ricetto di tanto
lume. Quefte e fimih fino le laudi o dtuinifitmo amore,che noi inuolti
nelle te nebre del cieco mondo di tepenfare e ragio • nave pofiiamo
. Alla cuigràdezga chi non rende il debito honore,no conofie tutte le
co fi cofi diurne e celefii,come terrene, per tuo benefìcio non
filo effere create \ ma ancora unir fi al fio creatore in lui
finalmente quie- tarfi , piene v:. ciafi li- na
fecondo la fia natura della gratia divina « iS - JLL MOLTO MUG%ìtìCO E
S^O OS SERVANO ISSIMO BENEDETTO
uandifsimoM. Bac~ do mio ,che a colo- ro , i quali di quella
prelente uita partati fono, fi porta fa- re beneficio maggiore ,
che tenere ùiua ? e frefca la loro memoria ; Per-
ii<*8 ciò che il cóli fare è fecóndo il pare- re d
alcuni poco meno., che rifufci- targli , e fecondo alcuni altri di
piu perfetto giudicio , molto piu, dan- doli loro non una uita fola
, e quella caduca , c mancheuole, ma molte, e fempiterne,come altra
uolta piu lun gamente dichiareremo . Onde fra tutti gli Scrittori
antichi meritò per . giudicio noftro grandilsima lode Plutarco . E
quanti crediamo noi , che fuflero in tutti i fecoli, e per tut- ti
i paeli huomini eccellenti fsi mi co- li ne’ gouerni politici , come ne
ma- neggi dell’arme , e ne gli ftudii del- le lettere , de’ quali
permancamen- ■ to di Scrittori non li fi pure ,che eglino non che
altro, nafeeflerogia- mai ?. La onde io ho A fempre
giu- dicato gratiofo , e lodeuole uncio P cr i6
9 ì ..per coloro adoperarli , che le uite fd icriuono di
quegli huomini , iquali pio o collazioni , o colle fcritture , o a
to. le lor Patrie , o all’altre Genti furo- Hi no , o d’honore , o d
utilità cagione, ■ e accio , che gli Altri huomini in efsi m
rifguardando, e i loro o fatti , o detti à imitando, pollano o la
felicità huma r na con Marta, o la beatitudine diui- • na con
Maria , o l’una e l’altra infie- memente confeguire. A quello fine
piu, che peraltro rifpettomi poli ( con animo di douere fe
conceduto mi fuffe comporne dell’altre ) a feri- uere il meglio , e
con piu chiarezza c breuità , che io fapefsi , e potefsi , i • la
uita di Mifer Francefco Cattani da Diacceto , parendomi , che egli
fof- fe quali come uno fpecchio non lb- lamente della uitaciuile,
ma etian- *70 - . * dio , amzi molto piu della
fpecofa^- tiua , del quale io , fé bene il uidi nc miei gioueriili
anni piuuolte, non Riebbi però, non che familiarità,© do
meftichezza, conofcenza nefluna , ima tutto quello, che io ho di lui
fcrit to,l’ho fcritto parte per relatione di iiuomini graui, e
degni di fede,iqua 4i domefticamente ^ e lungo tempo con lui
praticarono, non eiTendo,da che egli di quefto Mondo parti , piu
che trentafette annipaffati;e parte •mediante gli fcritti fuói , de
quali -me flato hberalifsimo M. Francefco fuo nipote,
giouane(còmefapete) ,detà, ma di grauità,e di prudenza^ maturo, e
di quella bontà, e dottri- na , che piu opere da lui Chriftiana-
mente, come da huotno facro, eca- nonico compofte , e di già
mandate in luce I 7* iti luce &
aIfEccell.de! IlIuftrils.Sig* Duca Padron noftro indritte, dimo
Arare podono^Laqual uita (qualun- che li lia ) ho uoluto donare a
Voi,£ che nel nome uoftro apparifca, non tanto per lo eder Voi
della nobilif- Ama famiglia de Valori, iquali funu no amati
grandifsimamente, e ho- norati daM. MarfilioFicini., econ*-
leguentemente dal Diacceto ; quan- to perche Voi fete degno della No-
' biltà, e ne ritornate in luce il Valore de uoftri Maggiori ,
daquali anco- ra edere uerifsimo conofcereli può quello, che da me
fu detto di fopra, pofcia, che Niccolo Auolo Voftro huomo di tanta
prudenza , e di coli grande ftimafcride non menoco- piofamente ,
che con ueritàla uita del Magn. Lorenzo Vecchio de Me- w
2 dici, e anco per non negare il uero , tenendomi io buono
della fcambie- uolebeniuolenza,euerilsima ami- ftà noftra , m’è
paruto di douerne dare , come un teftimonio , affine , che li
fappia,che li come Voi per uo lira cortelia amate, e honorate me ,
coli io altreli per giufto debito amo, & ofleruo Voi .
tCOMTOST^f D^£ M. BENEDETTO VARCHI, B MANDATA A
‘BACCIO VALORI. fn. VITA DEL primo , che ( disfatte per le
parti guelfe, e ghibelline ) Diacceto , hebbe in Firenze i primi ,
e fòprani honor ideila Città , fi chiamo Becco di Torre di (juidalotto ,
tl quale fidette de' Tenori delt zArti , che cofi s'appdlauano in
quel tempo i Signori , tre uolte . La primardi mille dugento no -
nauta quattro , diece anni, dopo che cota- le Jopremo <JMagi(ìrato per
abbattere la troppa potenza , e tener e. in fieno la infip-
portabile fuperbia de' grandi fu ordina- to ; la feconda , nel mille
dugento nou anta otto ; la terza nel mille trecento cinque . Di
'Becco nacquero Porcello , e ^Mugnaio , o neramente ^tignato , che cofi
fatti nomi fi poneuano anticamente nella Città di Firenze ;
tqualtamenduni furono non fi- lo de ' Priori piu uolte , ma etiandio
gon- falonieri di giufiitta , ilquale era il piu al- to grado, e
piu {limato di quella Bfpublt- ca y e f
I- ) ita ca , e T* or cello
oltraglt altri uffici], e ma - \ giftrati , riccuette nel mille trecento
tren » ta noue per lo comune di Firenze la terra , defila, e ne fu
primo comme [fario c/wwé fi legge ancora nell' zArme , che egli fecondo
ilcoftume dicotalt Fattori ui la - yc/à . JD/ indignalo nacque il primo
‘Ta* golo. T)el primo bagolo il primo Zanó- i?u T)el primo Zanobi
il fecondo ‘Tagolo. f>i coftui, ilquale fu per la grandezza
delle qualità fue fatto con molti priuilegij Conte da oAlfonfb 7{e di
‘Napoli, firife la uita latinamente Ai. ‘Bartolomeo Font io, huomo
di ottimi coflumi , e nella fita età letterato , ffi eloquente molto . Di
Pagolo nacque il fecondo Zanobi , ilquale fu pa- dre di
Francefeo.La cui Vita intendiamo al prefente di douere feriuere Noi, fi
per al tre cagioni honeflifiime, e fi perche fi cono- fea ancora a
beneficio comune , che la uu n la contemplatiti a può in uno
huomo filo (il che non credono ) coll' attuta unitamen- te
congiugner fi, e lodeuolmente efercitarfi % e di uero come egli non fi
può negare s che la contemplattua non fia la piu gioconda , e la
piu degna di tutte l altre mte,cofi con - fejjare fi dee y cbe lattina e
alle città e alle Comunanza de * popoli, come piu necefjaria co fi
etiandto piu utile . Dico dunque che di JZanobijdi TP ugola Cattani da :
Diacceto , e di mona Lionarda di Fracefio di Iacopo Venturi ,
nacque in Firenze tra la piazzi del grano, e* l canto agli cAlberti non
lun - ge dalla chic fa di San ‘Romeo, tanno della (hrifhàna falute
mille quattrocento fi fi finta fii,il fedicefimo giorno di^ouem- '
bre un figliuolo mafchio , alqualt , o per rifare il fratello di Pagolo
fio zArcauolo paterno, ilquale s\ra morto ] enzA figliuo- li > o
per.rinouare il nome del fuo Aiuolo materno % C ATT A
^10,. m materno , o piu prefto per l'una cagione, e per l'altra
uoìlero,che fi ponejfi nome Fra- cefio.E perche egliinfino da (uoi
piate* neri anni daua prefagio di (ingoiare tnge* gno , e di
(pirito molto eleuato, uolle il pa- dre ancora , che per fina Idiota
fojje , che egli fi dejfi non alla mercatura , cornei pm fanno de'
giouani Fiorentini , ma alle lettere , dellccjuali tanto fidilettaua , e
co- tale profitto dentro ui faceua(che non uob le,tjfindo rimafi
ancora fanciullo finzjt padre , e non molto agiato delle co fi
c'ha- uendo il padre gran parte difiipato delle fue facultd) per
coja , che gli fi diceffi con- sentire mai d' abbandonarle. oyinzfi
hauen do egli,per ubbidire alla madre , deliaejua- le fu fimpre
offiruantifiimo , e Soddisfare a parenti , non armando ancora
aldicid nouefimo anno.prefi per donna laLucre - Ha di Cappone di
"Bartolomeo Capponi , la M meno con efio fico
a^Pifà, e quiui tanto la tenne , che forniti i fuoi fludtj , e
battu- to di lei figliuoli , fi ne torno a Firenze, do - ue in quel
tempo fionua la fihcifiima Aca* demta di Lorenzo uecchio de
Atedici,nel- la quale tnfieme con molti altri huommi (Fogni lingua
, e in tutte le faculta dottifi fimi, fi ntruouaua ^Marfilio Ficim,
Canonico Fiorentino , tlquale oltra la fin- ceritd de co fiumi , fu
d'eccellenza d'inge- gno , e di profondità di dottrine co fi gran-
de , che io per me non credo , che Firenze habbia mai , e parmi dir poco,
hauuto al- cuno , defilale fi gh pofj'a non che preporre ,
agguagliare . Coflui effendo ( come ho det - to ) Qmonico di J anta
^Maria del Fiore , haueua con incredibile s ìndio, e immorta- le
beneficio la Filofifia Platonica per mol te centinaia d'anni piu lofio
perduta , che finarrita , come piu conforme alla religton ;; _ • ;
• Chrifiiana , Chrtfhana , che l'zArifiotelica non
fola- mente ritrovata , e rimeffa per la buona ma , cofd uer amente
piu tofìo diurna , che humana , ma datole ancora credito , e ri- putatone
non pkciola. La onde Ad. Fran cefo, tratto dada fama di quell'huomo
fn golarifimo(Jè pur huomo chiamare fi deb be co fi alto , e nobile
Spirito) e guidato dal- la ‘Telatura , lacuale perche egli cjuedo
fa- cejfi, che egli fece, prodotto l'haueuajac- coflo incontanente
al Ficino , tlaualt ( co- me gratifiimo del dono da Dio conceduto-
gli , e delle Jue proprie fatiche ) come nero
Filofofoyliberahfiimoyinfignaua , epubhca mente , e privatamente a tutti
coloro , che d'apparare difiderauano ; e l'udì con tan- ta
ingordigia , che egli in non molto tempo non pure Platonico , ma
eccedentifiimo T latonico divenne . Onde egli 3 fi bene m uarij
tempi, e luogi 3 diuerfi Dottori udito iso hàuea , confiejfia nondimeno tutto quello
,' che fàpeua , hauerlo da <&iarfilto. filo imparato , fi in
molti altri luoghi , e fi particolarmente nel proemio del libro,
che egli fece , e intitolo del H utero , cioè del 3ello, doue f
duellando di lui dice quefie parole proprie . Dicam firn ,
nec unquam me pcenite^ bit , quoniam boni airi ejse duco , cui ma-
gna beneficia debeas ,eidem ipfaaccepta referre, nosidipjum ,
quodfiumus,fìquid Jumus ilio efie . Qoè in fintene . lo ne-
ramente il diro , ne mai farà , che io me ne penta, ptrcioche
iopenfo ejfiere cofa da huomo da bene ilconfejjare da colui haue re
i benefici] grandi riceuuto , a cui tu ne fii debitore ; *Noi tutto
quello , che fiamo, Je fiamo cofa alcuna , ejfiere da M* Mar -
fillio Ficini . / ; v v £ dall'altro lato conofeendo M. Mar
fillio la 'M s ■ - 1 :
V ì C Jto J ilio la grandezza dell
ingegno y t /’ inchina- ime dell'animo di lui alle co fi di Platone
* e ueggendo il profitto , che egli u'haucu* dentro in picciol
tempo fatto grandifiimo, l'amaua affettuofifiimamente y e lodando v
lo eccefiiuamente y lo chtamaua non filo du fiepolo y ma compagno , come
fi può m malti luoghi ueder e delle opere fue , doue egli fa di lui
mentione honoratifiima y e Jpe t talmente nel Parmenide al capitolo
ottan taquattroefimo y neiquale fi leggono que- fie parole formali
. Sed dum pulchritudinem hic diuinam commemoro y commemorare
fas eft Fransi fium Dtacetum y dtle£itfiimum Compiuto - ntcum
noftrum y de hac ipfa pulchrit udine quotidte
multaipulcherrimaq^firibentem, quem Jane utrum ad c Platontcam fapien
- ttam natura y geniusc £ formauijfi uidetur y leq uali fuonano
co(ì . < c M iij I i82 L 4
eZMentre cheto fornendone qui della bellezza diurna , , giufta e pia coja
e , <che io faccia mentione di Francefilo da Diacceto no/lro
diletti /?imo compagnone gli ftudij Platonici , tlquale di qucfla
ftefi fa bellezza firiue ogni giorno molte , e bel- Ufiime
cofi,enel aero egli pare, cheda ‘Fu- tura , e il gemo fuo formato l'hauejfono
, pèrche egli la fàpitnzp, di Platone in- tendejfe,e imitaffe .
\ ‘ Dellcquah còfe fi pub ageuolrnente ca- ttare , prima
quanto pojfaejfere dipana- mento a una città , anz} a tutto 9 1
mondo un huomo filo colla prudenza , e libera- lità Jua ;
poi quanto fia necefiarioa un buono ingegno abbatter fi ad hauere , o
fa- perfi elegger e un buono precettore ; concio - fia co/a , che
fiCofimo de <JMediculuec- chio , e di mano in mano i /uoi /ucce/fin,
e mafiimamente Lorenzo , non hauefiono fauorito
fauorito le lettere , e coloro, aiutati, icjualt
d'ejjire litterati defederanno, *fMar fello non farebbe flato Ai.
Aiarfiho ,e per confeguenza il Diacceto , per tacere di tan ti
altri , non farebbe flato il Gbiacceto , e confeguentemente Firenze ,
anzi tutto il fiondo farebbe di (i chiaro lume conno - fero, e fuo
gran danno per fempre man- cato . c tfefi merauigà alcuno , che io feri
- ua bora Diacceto colD.fenz# f a ff tratto- ne, e bora Cjhiacceto
col G. colta forato- ne y concio (ia che io cofi nella lingua
latina de ^Moderni, come nel uolgare Fiorentina truoui feritto bora
nell'un modo , e bora nell'altro .feleua ancora Marfìho É mentre y
che egli ytrouandofi hoggimat oL tra coltetà , leggeua a fuoi dfetpoh ,
dire 5 io me ne uo , ma fi bene mi parto , io ut lafeio lo fiambio,
intendendo di A4. Fran- cefeo , Uguale fi chiamaua per fepr anoma
tiij il r Pagonazgo : perche , mentre era gioita- ne ,
fi tùie t (atta molto , e ufaua utfiire di quel colore, ilqual cognome
gli duro firn- prò , mentre che uifje , a differenza diun filo
cugino carnale, ilquale haueua nome 'anch'egli francefco: era del mede
(imo Gu- fato ,e di una medefìma età , e faceua la medefìma prò
festone di Filofifo , e perche nefhua di nero , fi gli diceua per difttn
- guerlo dal ‘Tagonazgp , JUd. Francefco ‘Nero , raro dono de Cieli
, che tnunmc- defimo tempo , in una medefìma città , e dima
medefìma famiglia fiorirono due cofi gran Filofofi , benché il Pagonazzp
,> come auuiene ancora ne colori, molto fojfi di maggior pregio,
ertputatione , che Ane- to non era . Ne fu ingannato ^Mar-
filio , ne inganno egli altrui , quando difi fi, che lafeiaualo
fiambio fuo , conciofia cofit , che ilDiacceto dopo la morte di lui
■ o figuendo 1*S' feguendo l'effempio , e calcando l'ormedi
cofi grande , e cortefe matjìro , e compa- gno, oltra il fare di fi
amoreuohfitma t. mente a chtunche nel ricercala gratiofifiu m
amente copta , lefie molti anni , e molti pubicamente nello fludw
Fiorentino , con trecento fiorini d'oro di prouifione per età-
fiuno anno , egli tiro fimpre mentre uijjè , non ottante , che egli negli
ultimi tre anni della Jua ulta per le cagioni , che poco ap- pre/fi
fediranno non uolejfi piu leggere. E benché i Signori Tmetiant mofii dal
grido della fua fama lo fàcejfiro piu uolte in* fi antemente
ricercare per mezzo di À4on- fignore l'f\Arciuefiouo di Cor fu , e del
fy* uerendifiimo Cardinale fprnaro,de' qua* li egli era amictfiimo
, che uolejfi andare 4 leggere nello ttudio di Tadoua , con gran*
difiimo /alano, egli nondimeno, che fi con • tentaua delle Juef acuita,
ancoraché mol* te non fuffono,ed era lontano da ogni
am- binone, e grande amatore della quiete, non uolle accettare mai
partito nejjuno , per . grande , e bonoreuole , che egli fojfe , e
fi < refio a uiuere tranquillamente nella fio patria y e
arrecare giouamento a Juot cit- tadini. Quegh,cbe frequentauano la
{cuo- iame la cafi (uà , o come dtfiepoh , o come amici , o come
l'uno, e l'altro mfìeme, era- no et ogni tempo molti y de quali non mi
par. rà fatica , ne fuori di propofito raccontar - . ne alcuni de
piu fìgnalati , iquah furono quefti : P ter o Martelli: Giouanni
forfii fiAdouardo ( ^tacchinotti : ‘Piero Bernar * di: riAndrca
Rmuccim: Benedetto d'zAn- . tonto (Quaker otti: Ftcino Ficini nipote
di ^Marfibo, Luca della Robbia: Ale fi fandro.de Paz&fT ter
firance fio ‘Por tino- ri : ‘Palla Rufeellai , e Giouanni fio
fratello , che fu poi Caflellano di Caftel fin? Agnolo
! 1 ft . ài m fini* Agnolo, e
Cofimo lor nipote, nelquale m ( ejfendofì egli morto ne /noi piu
uer d'anni) fc fecero la Città di Firenze , t le Mufi To- ri
' y cane danno , e perdita me filmabile :Ftlip « fu po Strozzi » e
Lorenzo fio j rateilo : Luigi or. ^Alamanni : Zanobi c Buondelmonte , la
- , v. copo da Diaccetto, chiamato tl DiaccetU m no gioitane
letterati fimo , e d'alto cuore : u c , /intorno trucioli: ^Maeflro
zAleffandro ir da “Ripa : Filippo Carenti : M. Donato Giannotti,
e M 'Fiero Vettori, iqnah ho 0 poflo nell'ultimo, non perche eglino
non fof 1 /èro de' primi , e de' piu dotti , ma perche ancora
uiuono amendue . c Ne uoglio tace * re , che egli , tutto , che fofie fi
grande Fu i lofi fo, non filo zAcademico ma ettandio ;
J ^Peripatetico , oltra l'inteDigenza della lin- gua co fi
Cjreca,come Latina, non uolle mai conuentarfì, giudicando , per quanto
io fimo, che tl Dottorarle fpettalmente I
in Filofifia a coloro , iquah la loro fetenza 0
uendere,o farne la moftra non uogliono , fia co fa finon ridicola ,
almeno foperchta . E di ttero cotali ttficij , e preminenze, come
rifpofi già Traiano Imper udore a uno, che gli dimandaua il prtutlegio di
potere come giureconfulto auuocare , e fare de Configli , fi
debbono piu tofio dare da chi fi finte da ciò , che riceuere . Afa quello
, che a me pare 9 e che douerrà,s'io non m'in ganno , parere ancora
a de gli altri piu marauigliofo , e di maggior loda degno è , come
egli, effendo tutto occupato non fila-, mente nel leggere , e intertenere
tanti cofi amici, come dtfiepoli : ma ancora nelle moke, e
importanti faccende, cofi pubìi- ce , come priuate , potefie tante opere
com- porre , e cofi perfette, quanto egli fice, del- le quali to
racconterò cofi alla rwfufa tut- te quelle, che io ho parte ueduto,e
parte da coloro i V ro.
U9 coloro fintilo dire , che uedute l'hanno , le- ' quali fino
quefte tutte latinamente firme. Vna'Parafrafì [opra tutti e quattro
i litri del Cielo d'zArifiotilejndritta aPa pa Lione. ’ * Tre
litri intitolati de Pulchro a Palla, e M. Cjiouanm T^ufiellai .
• Tre labri dimore a Pindaccio da 2 li* cafili . . ' • v v ■ A :
H : ‘Panegirico d'AmoreaCjìouami Cot fi y ea Palla ‘Rpfiellai
. , -..*••• 'Una Parafiafi fipra i quattro libri delle eJ
Meteore d'zAriflotile y ma i tre ulth mi non fi ritruouano .
Vna Parafrafi [opra gii otto libri del- la Fifica d'oAri/lotile ,
laquale o non è in pie y o chi l'ha la tiene guardata per fi.
Vna ‘Parafrafi fipra la Politica di ‘ Platone , ma tanto breue y
che fipuo chia- mare piu tono prefatione % thè altro • ,
jpo Vna r Parafiafi f opra il
Dialogo di Alatone chiamato ilTeage , onero della Jàptenza .
Vna Parafiafi ne gli Amatori di Pia ione y onero della filofifia .
. Vn coment o fipra il libro di ‘Plotino dell' efiinz&
dell'anima. Vna dichiaratone fipra quei uerfidx Boetio
ytqnali cominciano. Tu trtplicis medium natura cuntka
mouentem , a "Bernardo 'Rufiellai .. o Alcune prefazioni [opra
diuerfi ma- terie. ^Alcune epijlole a dluerfi amici
molto dotte y ne Ile quali fi dichiarano afidi dubbi di Filofifia
. L'ultima fina compofitione fu un co* mento yilquale egli a
petttume di Monfigno re M. Giulio de medici > che fu poi Papa
Clemente, fece [opra il conuiuio di Platone ; w ipi quali
componimenti olir a latta* rietà , e la profondità della dottrina ,
e mafeimamente Platonica , e Tlotimana pare a me , che due co fi fi
pofjano , anzi fi debbiano confederare , mofirantt ambedue
l'eccellenza , e perfettione dell'ingegno , e gtuditio feto . La prima è,
che egli usò nel fuo comporre uno Hile,fe non Ciceroniano del tutto
, graue nondimeno , e filofoficb molto , e tutto lontano da quelle
laidezza > e barbarie , collequali Jcrtueuano in quel tempo y e
feriuono ancora hoggidi per lo piuì Filofofi latiniyfenza leggiadria
>e gra- tta neffema . 6 tanto è da marauigltarfi piu y quanto
ancora coloro , iquali fatua- no profe filone di bene , ff)
eloquentemen- te fer luer e y dietro un co fi fatto mifitfo non
imitauano ( gran fatto ) nelle loro fcrit tu- re la diuina candidezza , e
purità di Cice- rone y mao TlintOy o Valerio A4 afeimo } o
altri tali non buoni c Autori della latinità , o almeno della uera
, e finterà eloquenza Fumana, lacuale manzi che Afonfignore dietro
'Bembo , buomo piu toflo di - nino , che bumano la dimofirajfi ,fi
già* ceua o fiono fciuta del tutto , o dijpregiata in grandifiima
parte p percioche colui, il- quale piu Stortamente , e piu [curamene
te firiue cua , era e da fi Sieff , e dagli al- tri piu facondo tenuto, e
maggiormente ammirato , come fi la principale uirtà co fi dello
firiuere,come delfauedare confi ftefie inalerò, che nella chiarezza, o
fifauel- laffi, e finuefie da gii buomini ad altro fine, che
perejfire intefi. La ficondaè, chi doue quafi tutti gli altri fi
faceuano beffe, o haueuano compafiione di chiunque uolgarmente
fcriueua , e haueano la lin- gua Fiorentina per niente , egli quafi
pre- cedendo quello , che di lei mediante lime* de fimo
I J . IJ>3 defimo 'Bembo auuenire
doueua , tradufje, alcune delle fue opere y e piu fi dee credere 9
che egli tradotte n'harebbe fe piu lunga - mente uiuuto foffe . Lequali
fue opere fi flampatcfi foffono y non ha dubbio , che la fua fama
fi farebbe y e allungatale allar- gata molto piu , che ella forfè fatto
non ha* £d egli per configuenz et s' bar ebbe maggior gloria , e
piu chiaro grido , e in fimma piu lunga anzi immortale uita y
acquifiato.Le quali pero fino di manierale elleno lun- gamente
Ilare nafiofi non poffono y e Fr ance fio fuo Nipote , ilqualenon ha
fi- lamento il nome di lui , m'ha piu uolte co- llantemente
affermato y finonhauer cofa y che piu lo prema ; e laquale egli , per
fiod- disfare alla pietà y e debito fuo , maggior- mente difìderi y
che di rinuemre fènon tut- te y la maggior parte delle fritture dell
duo lo fuo per publicark * B allhora fi potrà meglio cono far e dagli intendenti
chente, t quale fojjl d'ingegno, e la dottrina di cota- U ,e
cotanto lo uomo ; e Ji marauigheranno infieme con effio meco della
capacità del fuo intelletto , e come un buomo filo potè (fi
cjfieretanto uniuerfikle, che m tutte le cosi, nelle quah egli fi metteua
, nufiijfie non di- co raro y ma qua fi filo. Ecco : egli come che
fojfie amanttfiimo della quiete , e lungi da ogni ambinone , e auaritia
fatico nondi- meno oltr a ogni credere non fidamente ne gli ftudij
delle buone lettere , e della fan - tifiuna Filofifìa , come s'è
ueduto,ma an- cora nell anioni humane, e nelle bisigne socolari ( come fi
uedrày di maniera, che fi può ficuramente credere , e con ue- tita
dire , che egli di rado col corpo fi ripo'*- fiafie y ma colla mente non
mai y e fi bene egli e da naturayefua uoluntà era più mi- to a gli
fiudij , e al contemplare, che alle faccende , ' .
I9S faccende ,■ e al negotiare, tutt amagli bisignaua fare, come si dice,
della necefrità uirtù yper laqupl co/a e neceffario di [ape- re ,
che quando 'Pago lo fuozAuolo uenne amorte , egli come co Iucche era
flato firn* prèy amictfrimo , e fautore della famiglia de ^Medici ,
e conofceua la prudente la potenza di Co fimo , e forfè la fortuna
di quella cafd , fece (come racconta il Fon * no nella uita di
luì)una bella diceria, nella quale fra l' altre cofe auuertii figliuoli ,
e comando loro , che amafrino fempre y eof firuafrmo Cofrmo,e tutti
i fuoi 'Difenden- ti quanto fapeffiro , e poteffono il piu, e dal *
l'altro lato pregò fìrettifrimamente Cofi- moycbe glidouefie piacere
cfhauere loro , t tutti i fuoi Po fieri, per raccomandati , e si
coment affi di pigliare la protezione lo T ro . E di qui nacque ( penfò
io ) oltra le fut fingolarifiime qualità 9 che non filamenti ?
. X ; jf i9(f r Papa Lione, Uguale fu Jòpra tutti
gli huomini grattfiimo , e libtrahfìimo , gli porto fempre
affettione ftraordmaria,e gli fece molti fauori,e prefìnti di mn
piccio- lo, Prima e valuta, ma ancora tutti gt altri di quella famiglia
,e in ijfetialità tifar dinaie, che fu poi c Tapa Clemente, colqua
le ( mentre , che egli reggeua Firenzi) pra- ticano molto familiarmente,
e conmeraui gltofa dimefiichez&a . Quelle furono le ca- gioni ,
che egli , ancora, che Fdofifo,e del- la fitta di Platone prima entro,
epoi non fi ritiro dalle faccende civili, per non dir nulla , che
hauendo egli molti figliuoìi(cò- me diremo ) e non molte / acuità , non
po- teua,ne doutua fare altramente, e di quin ci ancora auuenne,
che nel dodici per la guerra , e ficco di Prato , quando i Me- dici
ritornarono in Firenze, egli con alcuni altri Cittadini , de' quali come
amici delle W Palle s'baueua fefpetto, e in Palazzo, dove era
'Piero Soderini gonfaloniere a ul- ta ) fiftenuto . Ma non prima furono
i Siedici rimefii in Firenze, che douendofi per co/e
importantifiime creare uno c Am- bafciadore per la Città a Mafmiano
Im peradore , fu tra tutti gli altri eletto Francefco , benché poi
per lo ejferjì affetta- te , e accomodate le cosi in quel modo, che voleuano
quei , che poteuano, non facendo piu luogo d' ambafciadore, non ui fu
man- dato ne egli, ne altri * 6 nell amo mille ctn • queceto
diciannoue, e [fendo morto a quat- , tro di faggio Lorenzo de Medici
Duca d ye Urbmo,e douendofigh fare filenni fiime, e magnifiche
eJfiquie,ancora,che non man co chi bucherajfi dibattere l or adone ,
d Cardinale firijje a Francefco, ilquale fi ritrouaua in
uilla, che fi trasfenjfi frit- tamente a Firenze , e cofi la fece , e
recito iij ip t - T I T A DSL f egliil
fittimogiorno , nelqualeficelebra- nano nella Qoiefa di S. Lorenzp con
pom- pale honoranza incredibile , e fu tenuto tojà rara , e degna d’ammiratione
che in meno di tre giorni fujfi fatta da lui latina mente e recitata
alla prefenz, a d'infinita moltitudine cotale oratone. *Nel medefi-
mo anno, hauendo prima hauuto i primi honori,e magiflrati delta città,
ejfindo fta to e di Collegio, e de Signori Otto, e de Qt- j pitam
diparte (guelfa, fu fatto (gonfalo- niere digiufì ma per lo filo
Quartiere di Santa Croce nelmefi di gennaio , e di feb- braio, e
doue negli altri uficij s' era fatto co no/cere per huomo non men giuflo,
che pie - » tofi , in cjuefto fi dtmoftro non men beni- gno,
chegraue,mguifa,che come l'uniuer - fiale [e ne lodaua , cofii
particolari ne dice- uano bene , e quanto i parenti fi ne gloria*
nano, tanto gli amtct, e dtfiepoh Juoine \ ^ prendeuano
s *JfH Ut* ck I Ì0 (mà
m 4 m \( 1
ir ì è C IM prendeuano
piacere, e contento marauiglio fi . Onde auueniua,che coloro Squali 0
per l'inuidia , che haueuano alla fitagrandezs za, 0 per Iodio, che
portavano alle fue uir -, tà,harebbono uoluto morder lo, nonofaua*
no di farlo , temendo di non efjere creduti "Dopo cotale degnità
trouandofieglt hoggU mai attempato, e [oprafatto dalle cure fa-
miliari, e forfè per potere 0 comporre mo- ne opere, 0 riuedere le già
compofte,nongU parue di douer piu leggere in publico ; ma non per
quefto manco mai i alcuna ma- niera di cortefia a niuno di colora ,
iquali gli andauano tutto il giorno a cafa, 0 per uicitarlo come
amici,o per dimandarlo co me fcolari,anzi fi tenne, che quefìa fujfe
in gran parte la cagione della fua ^ Morte : lmperocht,non fi
fintando egli bene, e non uolendo mancare ne a parenti ne agli ami
ci, ne a Difiepoli, cadde in una infermità, •K % per
la uiolenza dellaquale in poco piu et un me fi, ancora , ckefuffi fiato
finiamo e molto regolato nelfuo uiuere,e con tutti gli ordinamenti
, e fagr amenti della (bufa coftantemente, e Chrifiianamente moriva
gli diece d'aprile delmille cinquecento uen- tidue , e fu alla Q loie fa
di Santa (foce nel- la fipoltura de fuoi maggiori femplicemen- te,
e finta alcuna popa fìraor dinar ta portato, Jotterrato. La firn morte difpiacque
molto fi generalmente a tutto Firenze, e fi in ifpetie a coloro, iquali o
baueuano lette- re, o defiderauano d'bauerne, e mafiima - mente di
Filofòfia . Fu di fiatar a piu che mezzana , non di molta carne , ma
offuto forte , e nerboruto, eh pelo bruno, e Somma- mente pelofi ; hauca
la pelli biancha, e frefia molto . Cjli occhi neri non troppo gran- di,
le ciglia nere,e folte. La qual co fa lodi - mofirauaa riguardanti anzi
brufeo e bùr bero , zor hero y che non. E niente
dimeno egli fi bene • era grane , e fiueroy batte a pero con quella
feueritàyt granita una dolce e cortefi piace uolez&a me/colato
ylaqnale lo rendena gratiofiy e amabile. £ auuenga, cheegh,come tutti gli
altri huomini in qualunque o arte o fetenza eccellentifiimiyfujje di
natura ma ninconico , e filetario 3 tutta uia, quando coll' altre
perfine fi rttrouaua, motteggia- ua uolentieri non fittamente
coglihuomtni di lettere , ma ettandio co gli Idioti, e colle donne
medefime y tanto che non pareva piu quel deffiy prendendofi fefla , e
filazzp per fi y e dandone altrui . Spiacemi , che ejfin- do egli
flato yper quanto ho udito dire y trat tofiy e arguto molto, io non
habbta potuto nefiuno rmuergare de firn mottiyper farne parte a
coloro , cheque fi a ulta per alcuno tempo leggeranno ffi mai nejjuno la
legge- rà. Era e come T* latonico, e come allievo del FICINO
grandtfiimo, ma Jantifiimo ama > dorè, e nell' opere, che egli firifie
de amore , • le quali furono molte , e molte dotte , Si ut- de lui
ejfere flato feruenttfiimo , anzi tutto fuoco ; da queflo per auuentura
piu , che v , da altro fi può prendere nero figno,e certifi fimo
argomento della nobiltà ,e unicttà(fia mi lecito in una persona nuoua e unica)
for mare un vocabolo unico , e nuouo, dell' ani- ’ mo,e intelletto
J uo,conciofia,che quanto al cuna cofa è piu degnale piu perfetta ,
tanto fenza dubitatione alcuna , e s'innamora piu tofto , ft) arde
uta maggiormente . Fu catto beo, e religiofi in tutto il tempo ,
che uijfe,e da cotali huomini douerebbono imparare, e prendere ejfempio
coloro, iquabfi fanno a crederei di non cffère,o di non do uere e
fiere tenuti filofofifi non di (pregiano il culto diurno, e fi beffano di
chi L'ojfirua, quafi ghaltri uer amente non conofcano i quello,
che uogliono moflrare falfamente difapere efii, ocome fecofa alcuna piu
a filofefo conuemjfe, che conoscere e contemplare e configuentemente
ammirare, e ri - k uerire in quel modo, che fi può la Maeftà di Dio
, e l'eternità di tutte le cofi celefti . tìebbe M.Francefio della
moglie, laquale non fenz& fua noia , e danno fi morì l'an- no
Mille cinque cento diciotto, efiendofi prt ma morta la madre nel mille
cinquecento quattro , tredici figliuoà , fette mafihij, e fet
femine. La prima dellequah maritò a Daniello di farlo Canigiani , laquale
do- po molti anni nmafit uedoua rimarito a Ruberto di Donato
Acctaiuoli, huomo no - bilifiimo , e d'ine fi imabile prudenza . La
feconda a Carlo di Meglio Pandolfini, tre di loro fi uoltcro far
^tonache, delle qua- li ne uiue ancora una molto uener abile, degna
di tanto padre ì laquale è [fino già tot molti anni ) Hadefid del
^Munifiero del Paradtfò. L'ultima maritarono poi gli heredi Juoi a
c Pierfrantefio di Ruberto de 7{tcci. I figliuoli furono Pandolfo',
Agnolo : Dionigi : Theodoro : Stmone : Carlo : e Cofimo . *Pandolfo
fimorìhuomo fatto eJJèndo duimuto dietro le vestigia paterne Filosofo
eccellentissimo . e . Agnolo uiuente il padre , tlquale come amoreuole ,
efa- uio non uolle contrapporfi, ne alla uolunta del figliuolo , ne
alla fpiratione dtuina,fi rende Frate nella Religione di San Dome
nico , nel tomento di San sbarco, ihjuale fiate Agnolo urne ancora ,
prouinciale nel medesìmo ordine de predicatori, ‘Rekgiofi di buona
ulta , e d'ottima fama . Stmone Carlo, e Cofimo fi morirono tutti e tre
gio- uanetti, tra gli fedici,e i diciott 9 anni,ciafiu no, e tutti
profitteuolmente , e con grande Jperanz& fludiauano > La cofioro
morte dolfi , come fi dee credere , ai&ii. trance- fio lor
padre, come a buomo, infinitamente, e tanto piu, che effindo egli amoreuolifi
fimo uerfi gli Urani, potemo pen/àre quel- lo . che egli fujje uerfi i
figliuoli, e cotali fi- gliuoli, ma come a Ftlofifo ,fetppiendo,che
efiendo mortale , egli hauea coja mortale generato , tomamente ut pofi fu
piede, e come Cbrifiiano,non dubitandole ne una foglia ancora fi muoua
finza la voluntà di Dio, rtprefi ogni cofit per lo miglior e. On de
fi agli Hiftorici fuffe quello conceduto, che a i Poeti, e a gli oratori
non e difdetto, anzi mafiimamente richiefto , largbifiimo campo harei
qui diffamarmi lungbifiimo tempo per le file lodi . Theodor o non
men bello d'affetto , che digrandifiima affet- tatone , morì
anch'egli dopo la morte del padre , in Francia , tale, che di fette
hoggi non è uiuo al fico lo fenon TDionigi, ilquale datofì dalla
faagtouent udine, alla mere a - tura y hoggi e per la fa f faenza y e
lealtà faa in quel credito y e riputatane tra i più borre uoh, e
riputati mercatanti ì che fu il padre tra i più chiari letterati \e tra i
piu perfetti filofififioftui di Madonna Maria figlino la di Martino
di CjugUelmo Mar tini faa dilettifiima moglie, ha undici figliuoli
cin- que fimine di due delle quali ha nipoti e fai mafchiyiquali
fono il 'Bruendo M.France fio Qanomco di [anta Ltperata e Protono
tarioAppofìohco, della cui qualità hauemo fauellato di jopra.Pandolfo
ilquale di tuo no Spirito y e fludtofi delle lettere no filo Cjre
che y eLatme y ma ancora Tofane fi truoua hoggi in Rpma. Agnolo :
Cjwuàbatifla, Bu- ierto e Carlo Squali fino no pur uiui y e fini
tutti 3 ma in buono y e profpero fiato Jequah cofi ho uoluto non fi fi
troppo largamente, otrvppo fiarfamente raccontare, perche le
CATTALO. felicità di queflo modo di qua, qualunque cs4riflotile nell'
Scica pare , che ne dubiti , pojfono nondimeno fecondo t Theologi
chri fiumi a co loro, che fino nell'altra uita,gio- uare.Onde
fecondo i Flofififì può , eficodo i theologi fi dee credere che M.
Francefio di Zanobi Qattani da Ghiacceto cittadino fiorentino, ueggendo
infìno dal piu alto cielo tanta# cofi chiara fuccefiione,figoda
infiemec olle figliuole# co figliuòli morti qui e lafiù uiuijiwio quella
feltafiima,{t) eter- na beatitudine , che deono quegli huomini dopo
la morte goder e, tquah mentre che uif fero cofi lodtuoh per la uita
attiua come ho nor àbili per la conteplativa, furono non me no
ottimi chriftianiyche dottissimi filosofì. Grice: “If these Italians,
pretentious as some are, want to use more than one surname – their loss!” – Grice:
“It was an excellent idea of Diacceto to
translate is grandfather’s Latin works (‘enarratio’) of Plato’s little dialogue
on the unspeakable vice of the Greeks into ‘vulgar Florentine!” -- Franciscus
Cathaneus. Franciscus Cataneus, Diacetius. Francesco de Cattani da Diacceto. M.
Francesco Cattani da Diacceto. Francesco Cattani di Diacceto. Diacceto. Keywords:
i tre libri d’amore, diacetius, amore, “la sequenza del corpo” “l’autorita del
papa” -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Diacceto” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Diano: l’implicatura conversazionale dell’errante
dalla ragione – emendato – filosofia italiana – Luigi Speranza (Vibo Valentia). Filosofo italiano. Grice: “I love
Diano, but Italians usually take him to be a bit too Hellenic; recall that a
true Roman considers himself a Troian, i. e. an enemy of a Greek! But as a
scholarship Midlands boy from Clifton to Corpus, I’m a Dianian!” Compie gli
studi classici al Liceo Filangeri di Vibo Valentia, allora Monteleone Calabro.
Rimane orfano di padre all'età di 8 anni e questo fu un evento che segnò la sua
vita e molte delle sue scelte giovanili. Nel 1919 si trasferisce a Roma,
dove si iscrive alla Facoltà di Lettere della Sapienza ove segue le lezioni di
Nicola Festa e Vittorio Rossi. Il suo progetto è di laurearsi con una tesi in
Letteratura greca, ma la necessità di iniziare a lavorare lo spinge a scegliere
una via più breve e nel novembre del 1923 si laurea con 110 e lode con una tesi
su Giacomo Leopardi, un poeta che amò subito e che lo accompagnò nel corso di
tutta la sua vita. Immediatamente inizia a insegnare letteratura latina e
greca, dapprima come supplente e poi, dall'ottobre del 1924, di ruolo come
vincitore di concorso a cattedra. La sua prima nomina è a Vibo Valentia, cui
segue un periodo di alcuni anni a Viterbo e una breve parentesi al Liceo
Vittorio Emanuele II di Napoli. Nella città partenopea frequenta la casa di
Benedetto Croce, ma in seguito il giovane Carlo Diano si allontanerà
decisamente dal gruppo dei crociani. Dal novembre del 1931 è trasferito a Roma,
dove insegna prima al Liceo Torquato Tasso e in seguito al Liceo Terenzio
Mamiani. Sempre a Roma, nel 1935, consegue la libera docenza in lingua e
letteratura greca. È fatto oggetto di inchieste ministeriali e pressioni per il
suo rifiuto di iscriversi al Partito fascista, come chiedeva il suo ruolo di
dipendente pubblico. Né mai si iscrisse. Nel settembre del 1933, su
incarico del Ministero degli Esteri, è lettore di lingua italiana presso le
Lund, Copenaghen e Göteborg, incarichi che ricoprì fino al 1940. Gli anni in
Svezia e Danimarca non furono solo utili per apprendere alla perfezione lo
svedese e il danese, ma segnarono un profondo cambiamento. Il contatto con
l'ambiente scandinavo gli spalancò la visione della grande cultura liberale nord
europea e l'amicizia di poeti, letterati e studiosi scandinavi, tra cui lo
storico delle religioni Martin Persson Nilsson e lo scrittore ed esploratore
Sven Hedin, dei quali traduce anche alcune opere. Al suo ritorno in
Italia ricopre un incarico presso la Soprintendenza bibliografica di Roma e dal
gennaio del 1944 all'aprile del 1945 è a Padova in qualità di Ispettore
dell'istruzione classica presso il Ministero dell'Educazione Nazionale della
Repubblica Sociale Italiana. Grazie a questo ruolo e obbedendo alla propria
coscienza, all'insaputa di tutti, aiuta molte persone a mettersi in salvo dalla
persecuzione fascista e nazista. Dal dicembre del 1946 ricopre gli
incarichi di Papirologia, Grammatica greca e latina, Storia della filosofia
antica, Letteratura greca e Storia antica presso la Facoltà di Lettere
dell'Bari. Nel 1950 vince il concorso alla cattedra di Letteratura greca ed è
chiamato a Padova a ricoprire, presso la Facoltà di Lettere dell'Università, la
cattedra che era stata di Manara Valgimigli. A Padova rimarrà ininterrottamente
fino alla sua morte. Più volte Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia,
fondò e diresse il Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto.
Molte delle sue traduzioni dei tragici greci sono state messe in scena dalla
Fondazione del Dramma Antico a Siracusa, al Teatro Olimpico di Vicenza, a
Padova, portate in giro nei teatri italiani, interpretate da noti attori quali
Elena Zareschi, Arnaldo Ninchi, Ugo Pagliai. Grandi le sue traduzioni, per la
ricerca filologica, la lettura rivoluzionaria e la bellezza dello stile in
versi, fra le altre, dell'Alcesti, dell'Ippolito, dell'Elena, dei Sette a Tebe,
dell'Edipo Re, del Dyskolos di Menandro. Cura, fra le altre cose,
l'edizione di tutto il teatro greco per Sansoni e la traduzione dei Frammenti
di Eraclito, volume della Fondazione Lorenzo Valla. Insignito di numerose
onorificenze (Valentia Aurea, Premio Nazionale dei Lincei, Medaglia d'oro della
Città di Padova ecc.) e membro di numerosissime accademie in Italia, in Europa
e in USA, ebbe profonde e durature amicizie tra gli altri con Salvatore
Quasimodo, Sergio Bettini, Mircea Eliade, Walter F. Otto, Ugo Spirito, Giulio
Carlo Argan, Bernard Berenson, Rocco Montano, Santo Mazzarino, Carlo Bo, Károly
Kerényi, Martin Persson Nilsson, Renato Caccioppoli e molti altri fra i
maggiori protagonisti della vita culturale e artistica del 900. Tra i
suoi allievi più noti troviamo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo
Cacciari. Per i suoi amplissimi studi e i suoi contributi originali su
Epicuro è da tempo riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori
e più autorevoli studiosi del filosofo di Samo. Nei suoi scritti teorici,
principalmente in Forma ed Evento e in Linee per una fenomenologia dell'arte, fonda
un vero e proprio sistema filosofico in cui filologia, studi storici,
filosofici, sociali, storia dell'arte e la storia delle religioni si integrano
a creare un nuovo metodo di indagine. Fondamentale, a tale scopo, è la
creazione delle due categorie fenomenologiche di "forma" ed
"evento", che gli permettono non solo di esplorare l'intera civiltà
greca, ma possono divenire strumento di analisi generale di una cultura.
Altre opere: “Commento a Leopardi”; “Commemorazione virgiliana. Dall'Idillio
all'Epos” (Boll. Municip. Viterbo); “ Il titolo De Finibus Bonorum et Malorum”
(FBO). “L'acqua del tempo” (Roma, Dante Alighieri); “Note epicuree, SIFC);
“Questioni epicuree, RAL); “La psicologia di Epicuro, GFI); “Epicuri Ethica
(edidit adnotationibus instr. C.D. Florentiae, in aedibus Sansonianis, “Lettere
di Epicuro e dei suoi nuovamente o per la prima volta edite da C.D., Firenze,
Sansoni); “Aristotele Metafisica, Libro XII. Bari); “La psicologia d'Epicuro e
la teoria delle passioni, Firenze, Sansoni); “Lettere di Epicuro agli amici di
Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, SIFC); Voce Aristotele in Enciclopedia Cattolica);
“Edipo figlio della Tyche. Commento ai vv.1075-1085 dell'Edipo Re di Sofocle,
Dioniso); “Forma ed evento: principi per un'interpretazione del mondo greco” (Venezia,
Neri Pozza); “Il mito dell'eterno ritorno, L'Approdo); “Il concetto della
storia nella filosofia dei greci, in: Grande antologia filosofica, Milano,
Marzorati); “La data della Syngraphé di Anassagora. Scritti in onore di Carlo
Anti, Firenze); “Linee per una fenomenologia dell'arte” (Venezia, Neri Pozza);
“La poetica dei Feaci. Memorie dell'Accademia Patavina); “Pagine dell'Iliade,
Delta); “Note in margine al Dyskolos di Menandro” (Padova, Antenore); “Menandro,
Dyskolos ovvero Il Selvatico, testo e traduzione, Padova, Antenore); “Martin
P.Nilsson, Religiosità greca, (traduzione) Firenze, Sansoni); “Saggezza e
poetica degli antichi”; “Orazio e l'epicureismo” (Atti Istituto Veneto); “La
poetica di Epicuro, Rivista di Estetica); “La filosofia del piacere e la
società degli amici, Boll. del Lions Club di Padova); “D'Annunzio e l'Ellade,
in L'arte di Gabriele D'Annunzio, Atti del Convegno Int. di Studio); “L'uomo e
l'evento nella tragedia attica, Siracusa, Dioniso); “Il contributo siceliota
alla storia del pensiero greco, Palermo, Kokalos); “Euripide, Ippolito
(traduzione e cura). Firenze, Sansoni); “Eschilo, I Sette a Tebe, Firenze,
Sansoni); “Menandro, Dyskolos ovvero il Selvatico, Sansoni); “Meleagro,
Epigrammi traduzione di C.D. (con una tavola di Tono Zancanaro) Vicenza, Neri
Pozza); “Epikur und die Dichter: ein Dialog zur Poetik Epikurs, Bonn, Bouvier);
“Saggezza e poetiche degli antichi, Venezia, Neri Pozza); “Gotthold Ephraim
Lessing, Emilia Galotti, (traduzione) Milano, Scheiwiller); “Euripide, Alcesti
(traduzione e cura) Milano, Neri Pozza); “Euripide, Elettra, (traduzione e
cura), Urbino, Argalia Editore); “Voci Eoicurus e Epicureanism per Enciclopedia
Britannica); “Il teatro greco. Tutte le tragedie, C.D. Firenze, Sansoni); (di
C.D. Saggio introduttivo. Traduzioni: Eschilo, I Sette a Tebe; Euripide,
Alcesti, Ippolito, Eracle, Elettra, Elena, Le Fenicie, Oreste, Le Baccanti).
Epicuro, Scritti morali, Trad. C. Diano, Padova, CLEUP); “Euripide, Medea,
(traduzione e nota di C.D.) Padova, Liviana); “Aristofane, Lisistrata
(traduzione e cura) Padova, Liviana); “Anassagora padre dell'umanesimo e la
melete thanatou in L'Umanesimo e il problema della morte, Simposio Padova
Bressanone); “Studi e saggi di filosofia antica, Padova, Antenore); “Scritti
epicurei, Firenze, Leo Olschki); “La tragedia greca oggi, Nuova Antologia); “Limite
azzurro, Milano, Scheiwiller); “Eraclito, Frammenti e testimonianze,
(traduzione e cura) Milano, Fondazione Lorenzo Valla); “Epicuro, Scritti
morali, Milano, BUR); Platone, Il Simposio
(traduzione e cura), Venezia, Marsilio); Il pensiero greco da Anassimandro agli
stoici, Torino, Bollati Boringhieri, Introduzione di Massimo Cacciari. e Lia Turtas. Introduzione Jacques Lezra.
Curatele Platone, Ione, Roma, Dante Alighieri, M.T.Cicerone, De finibus bonorum
et malorum, GFI, Omero, Iliade. Libro I, Firenze Bemporad, Platone, Dialoghi Convito,
Fedro, Alcibiade I e II, Ipparco, Amanti, Teage, Carmide, Lachete, Liside,
Bari, Laterza, 1934 (II ed. 1945); Il teatro greco: tutte le tragedie, Firenze,
Sansoni); “Eraclito, I frammenti e le testimonianze, Milano, Fondazione Lorenzo
Valla, Arnoldo Mondadori Editore); “Epicuro Giovanni Gentile Tragedia greca. TreccaniEnciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Carlo Diano, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Opere di Carlo Diano,. Carlo
Diano Forma y evento, Madrid, Circulos Bellas Artes (estratto traduz.
spagnola)Brian Duignan, Carlo Diano, Epicureanism, in Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Carlo Diano, nel sito "Il Ramo di
Corallo", di Francesca Diano. IL CONVITO. ATOLLODOllO E
UN AMICO. Apollpdóro. Credo di nonSmotto, P- 172 ispondere alla
vostra no ues^ < . Galero, uno dei Srm^STiTp.lWo.0 (1), o M
- Èd io mi fermai e aspettai. „i ie poc’anzi ti di
'raccontarmi la « “ - - ™ pensiero filosofico greco, fu tntt
^ ” C ; u raorto ad maestro, o, stando a più fieli o devoti seguaci (l a
Kliano, no ricopri o voleva un aneddoto riferitoci da t>10tcl “
teUo - Quanto allo scherzo, dm ricoprirne il cadavere col ' >r0I
’ ? “ t f, ò moUo discusso in ohe consista. Apollodoro rileva nelle
pardo doli arpico, . cominciato dal ehm- Forse, oltreché nel tono
nome Matteo o ohe tosso marie Falere». < So un amico nostre. clm
gr _ ^ ^ Vcllotrl \ anziché nato a Vellotri noi comin^assimo col
olila ar^ lnl uno scherzo, sol-rat - ‘ Matteo ’, por farlo voltale,
P ..... allusione a uualcunu delle suo
uua- tutto se col chiamarlo cosi si taccs ““ u 0 i luogo . Noi nou
sappiamo. Uhi. «he si solesse attribuire «gla al«tan rlpuUv ,iono o di
elio genere: se 1 Falerosl avessero unniche loi partlooi^ > ^ ,
(Bonghl) . E none, a ogni modo anche sonza^uesto loA^y^ mM , naro „
i marinai mi paro, Impossibile olio, cssoni t . e u uca t 1L , la
ciunlitìl di Valoroso rìi^ol qu alcuno, formano un
emlecflfilllitbo. conversazione tra Agatone (1) e Socrate e Alcibiade
(2) e gb Xi, che allora presero parte al banchetto c che discorsi
intorno all’amore ri si fossero temiti. Me ne accennò un tale che ne
aveva udito da_Fenice di Filippo (3) è aggiunse che anche tu ne eri
informato; ma non seppe dirmi nulla di preciso. Raccontamela tu dunque.
Nes- M mo più di te è tenuto a riferire i discorsi del tuo amico. E
prima di tutto, mi chiese, dimmi: a quella conversa¬ zione eri tu
presente o no! Ed io: Si vede bene che quel tale che te la
raccontò non ti deve aver raccontato nulla di preciso, se credi che
quella conversazione, di cui mi chiedi, abbia avuto luogo così di
recente, che anch’io avessi potuto assistervi. Ed egli: Difatti lo
credevo, rispose. E come, dissi, Glaucone? (4). Non sai che da
molti anni Agatone non è più venuto tra noi; e che da quando
frequento assiduamente Socrate e mi studio di seguire giorno per giorno
ciò che egli dice o fa, non sono ancora tre anni? Prima andavo errando a
caso di qua e di là, e pure illudendomi di fare qualcosa, ero il più
infelice degli uomini, non meno che non sia ora tu, perchè pen¬
savo che bisognasse occuparsi di qualunque altra cosa piuttosto che di
filosofìa. Ed egli: Smetti di canzonare e dimmi quando ebbe
luogo quella conversazione. Quando — e noi eravamo ancora dei
ragazzi — Agatone vinse il premio per la sua prima tragedia, nel
li) Agatone, Ilglio di TisAmeno, ora nativo di Atene, clic tra il
-10!) c il 1117 a. C. egli lasciò i»cr andare a vivere nella corte di
Archelao di Mace¬ donia. il cui splendore lo attirava. Bollo, elegante e
ricco, fu scolaro di I ròdico e di Gorgia, dai riunii apprese Io siile
protonaionoso e retorico ed ebbe imimi"^^ di celebri»* per il
successo del suo drama. intitolato . , S ,, m0 : nel n " al ° ,,sclva
dagli argomenti tradizionali e dalla via c lr U tavn imEfa,l 1>r ?
<l0OeSSOrl - ““ ** 11 “>P«tto Umusi muliebre .oZir» a 7ì:^T a
V" m V0,t0 bCT8UC "° al mm>i ™»'e. contempi,rana. Nel
Ilo aveva forse poco pii, di tronfanni. ed u n, o d stilò lm ‘ tUB
dW ° ! " Kli ò ta-PP- noto come generalo Òvevu ,”t,!,.n„?ò ° ?
n " e0 aVYennt0 11 Mochetti. («0 a. C.), egli $ «n ^ potonzft
pouuoa - Altro ignoto, da non confondere con Glaucone, fratello di
Platone. , omo seguente a quello in cui egli coi suoi
coreuti celebrò fsacrifico ^^"nolti anni or sono, a quanto
pare. Ma^te’chi té la che ne parlò ; &r-ra
tota», ote ri» “XeK «il» ™» « * *» alla, conveisazioue, 1»« “
Tutta™, interroga, amanti di feociatc a q 1 udifce da
Aristodemo, anche Socrate su qualcuna delle aveva riferito,
eda lui ebbi la conferma d#ò che 1 a L a Perchè dunque non t
afte apposta via, che s’ha a percorrere lino alla citta,
per discorrere e per udire. di que i discorsi, Così cammin
facendo, rapo « impreparato; sicché, come ho detto a prmcn|,
nO|Soim V c se volete che io li ripeta anche a voi, ecconn^
ricchi e dediti ai guadagni, , ' d : j ar "Scesa e
i^’f^nS'prSSmente anche voi dai canto vostro penserete di me che
sono' u ?.^Ton lò e credo che voi crediate il vero; io pero di voi
non Sei sempre lo stesso, Apoilodoro: non fai che dir male di
te c degli altri, e ai tuoi «echi siamo, mi pare, tutti degl’infelici,
all’mhion di So f so¬ dando da te. Perchè ti chiamino tenero (3),
non so, (1) Da questa indicazione si desume elio il banchetto avrebbe
avuto ,U0 %“ e ÌH—. anch’egli uno scolare di Scorato.
Cidatonoo, si faoova, sembra, notare per la sua smania c m
anche in corte abitudini di vita, come, per esempio, in quella d andar
sempi et) Tutti i testi, a cominciare dai piìi antichi, danno qui
|j.a).axo; • mollo • tenero ', lezione respinta dalla maggior
l'arto degli editori, elle hanno accolta invece la correzione |iavixó? ‘
pazzo \ ‘ turioso ’, occorrente 2 Piatone — Convito.
ir» eai soniDre cosi! «xccrbo con tc ma corto ncll ° ,[ U ' fuo rchè
con Socrate, stesso e con gli alt , dunqu e indiscutibile
che, se j^nso così^'di^mè e di^voi, io debba essere un pazzo
e un insensato? nena 0 ra di leticare ,, r 1,™5» A Fa° SS»
4«* « “ “ “ bbl " , ° Hsrtósfssis-rr » £t meglio
che io mi pori « M .1 »*»*« .1,. capo, come a me lo fece
Aristodemo. ,1 - Egli dunque mi disse (1) di avere incontrato
Socrate cbe usciva dal bagno e calzava delle pantofole cosa che suol fare
(2) di rado, e dovergli chiesto, dove s'incamminasse cosi
rimbellito. . E l'altro: A cena da Agatone. Ieri mi sottrassi
al banchetto della vittoria, per paura della folla. Ma pro¬ misi
che oggi non sarei mancato. E mi Ron fatto bello appunto per presentarmi
bello ad un bello. Ma tu, gli dimandò, come ti senti disposto a venire a
un banchetto non invitato? in parecchi cod«l. La lezione più
antica, ripristinata dal Burnet, nonché dallo Schoenc nella sua revisione
dell’edizione dell’Hug, era già stata difesa dal Ilfìckert, e con buone
ragioni. Ciò che sappiamo dal ‘ Fe¬ done’, in cui Apollodoro c’ò dipinto
come un carattere impressiona¬ bilissimo, clic passava facilmente dal
riso al pianto c viceversa, e che negli ultimi istanti di Socrate si
abbandonò a così incompostc manife¬ stazioni di doloro da provocare un
richiamo del maestro, accenna, mi pare, piuttosto a un uomo d’indole
molle, che ad un furioso o pazzo. Nò la risposta d*Apollodoro, nella
quale h’ò voluto veder la conferma della lezione |iotyiy.Ó£, ò una prova
addirittura decisiva, giacché, osserva il RUekert, non dici haec, ut
éxplanelur caussa cognominis, sed indignantis verbo, esse, conccdcntls,
ni fit per indignalionem, atquc in maim augentis id quod arnione diadi.
Qui quii in rcprchciuliseet nimiam aeveritatem, hoc ipsum, niininm ceso,
arripicna, acerbe rcapondel: concedo, manifestimi est , me qui uliter
sentilim atquc vos, debcrc insanire atquc delirare. (1) Da questo *
disse ’ (IcpY)) dipendo nel testo tutta la narrazióne d*Apollodoro, che
nel greco ha la forma d’uria oratio obliqua. (2) Qui nel testo c’è
sTtoóei ‘ faceva ’ in conformità dell’uso greco» che adopera l’imperfetto
per significare uno stato clic dura tuttora nel -presente, àia
poiché il racconto si suppone fatto, mentre Socrate è ancora in vita, ho
sostituito il presente all’imperfetto. Per me, rispose Aristodemo, sono ai
tuoi ordini. Ebbene, riprese, seguimi, affinchè, mutati 1
termini, la si faccia finita col vecchio proverbio, mostrando cn
anche dei buoni ai conviti vanno non invita i buoni. Omero però, se non
mi sbaglio, non si conten di farla finita con esso, ma volle anche fargli
oltraggio, perchè dopo d'averci rappresentato Agamennone come
singolarmente prode in guerra, e Menelao come un f ia ( * ° guerriero, al
sacrifizio ed al banchetto, offerto < a Agamennone, fa che intervenga
non invitato Menelao, un dammeno alla mensa d’un uomo che valeva di piu U
fi E l'altro nell’udir ciò: Ho paura anch’io, Socrate, di non
essere quel che tu dici, ma piuttosto, secondo Omero, quel dappoco che va,
non invitato, al banchetto d un sapiente. Del resto, dacché vuoi
condurmici, preparati a giustificare la mia presenza, perchè io per me
non diro d’esserci andato senza invito, ma in vitato da te.
In due andando per' via (2), riprese, « consi¬ glieremo su quel che
ci converrà di dire. Per ora andiamo. E scambiate queste
parole, s’avviarono. Socrate cam¬ minava immerso in qualche pensiero, e
rimaneva indietro; e poiché egli si fermava ad attenderlo, gli disse d
andai pure innanzi. Giunto a casa d'Agatone trovò la poi tu,
spalancata, e lì, disse, gli capitò una cosa da ridere. (1) C’ù
nella risposta, ili Socrate un ginoco «li parole che non e ^pos¬ sibile
rendere in italiano. 11 proverbio era. pare. BsAfflv sin Batta; taotv
aOxóuatot avallo! . dogi-inferiori ai conviti vanno non invitati i buoni-
O anello meglio . dei vili (o dei deboli) ai conviti vanno non invitati i torti
.. Sdorato, gtuòcando sulla somiglianza elle, a parto l’aceento, e'e tra
aYaddW •del Paoni ’ o ’A T <*W•AY'M-nm ‘ad Agatone' ri f.1 il
proverbio in modo che esso si presti a (Uro tanto . dei Inumi ai conviti
vanno i buoni non invitati -, quanto • da Agatone ai corniti vanno i
buoni non invitati ». E si noti elio anche II nomo ’Ay ec&MV corrispondo
suppergiù a ‘ Oinobono '. Quanto ad Omero poi Socrate, celiando, immagina
cito il poeta nel tìngere* (/(. Il 108) clic Menelao 4 flocco guerriero ’
vada non invitato alla mensa d’un prode conto Agamennone, abbia voluto
addirittura fare oltraggio (ti proverbio, che egli, invertendone gli
estremi, avrebbe implicitamente (giacché al proverbio In Omero non
s’accenna né punto né poco) rifuggiate io quest "altra forma
àralfiSv Èro Baita; taoiv aùti|iatoi Bs’Aoi • dei forti ai conviti vanno
non invitati i vili (2) Allusione a un luogo omerico: cf. II. X
’224.Giacché gli si lece subì*. 'J ?^stateti a mema>ano ione-e lo
condusse dove g< 1 ’ Come Agatone lo quasi sul punto di niet ^“
in buon punto ^e: Oh! Aristodemo f *£’ y g£i per altro,
rimet- pcr cenare con noi. il per
rcai per invitarti senza ZSJtì Sin Ma e»m} * »»» « hri biotto
Socrate? mi volsi indietro, ma non •r in nessun luooo che
Socrate mi seguisse, e dissi: “ “S ,2 *•»*. a. lai q«i
>11»»- Ed hai fatto benone. Ma dov’è Socrate? Un
momento fa mi seguiva; ma ora dov è. Sono io mire sorpreso di non
vederlo. Va subito a cercarlo, ragazzo, disse Agatone, e in¬
troducilo qui. E tu, Aristodemo, prendi posto a lato ad Erissimaco
(1). IH. — E mentre un servo gli lavava i piedi, perchè
potesse sdraiarsi, un altro entrò dicendo: Questo Socrate s’è ritratto
nel vestibolo d una casa qui accanto, e sta li fermo. Io l’ho chiamato,
ma non ha intenzione d’entrare. Strano!, disse Agatone; corri
dunque a chiamarlo, e non smettere, finché non si muova. No,
no. diceva d’aver soggiunto Aristodemo. Lascia¬ telo stare. Egli l’ha
quest’abitudine. Certe volte si tira da parte e riman fermo dove gli
capita. Verrà ben presto, ritengo. Voti lo disturbate; lasciatelo
stare. Facciamo pure cosi, se codesto è il tuo avviso, disse
Agatone. E voi, ragazzi, dateci da mangiare a noi altri, e imbanditeci
tutto quel elio vi pare. Non c’è nessuno che vi sorvegli: è una bega che
non mi son mai presa. Fate conto che ci abbiate voi invitati a cena, me e
questi altri, e trattateci in modo da meritare i nostri elogi.
Dopo ciò,'diceva, si misero a desinare, ma Socrate non compariva.
Agatone aveva ordinato più volte che fi) lirlssùuaco, figlio
d'Aedmeno, ora, conio il padre, un modico litui noto in Alene.
— 21 s’andasse a rilevarlo, ma egli non l’aveva
permesso. Finalmente, men tardi però che non fosse nelle sue.
altitu¬ dini. ma tuttavia quando la cena era già a mezzo, Socrate
entrò. E Agatone, che occupava 1 ultimo posto, per caso da solo: Vien
qua, Socrate, disse; sdraiati accanto a me, affinchè al tuo contatto
m’avvantaggi anch’io di quel pensiero sapiente di cui ti sei
arricchito nel vestibolo. Perchè gli è certo che 1 hai trovato e lo
J possiedi: chè- prima non ti saresti mosso. Socrate si mise a
sedere e rispose: Sarebbe, Agatone, una gran bella cosa, se la sapienza
fosse cosiffatt a, che potesse scorrere dal più ripieno nel più vuoto di
noi. al solo toccarci a vicenda, come l’acqua nei bicehien, che a
traverso un fìl di lana scorre da uno più colmo in un altro più vuoto! Se
lo stesso avviene anche della sapienza, son io che devo far gran conto d
essere accanto a te, giacché penso che, mercè tua, mi riempirò di molta
. e squisita sapienza. La mia non può essere che povera cosa o
anche di dubbio valore, come un sogno;, ma la tua è luminosa e destinata
ad un grande avvenire, dal momento che da te, giovane ancora, ha
sfolgorato poco fa di così viva e chiara luce davanti agli occhi di
piu che trentamila Elleni. Sei un gran canzonatore, Socrate,
disse Agatone. Ma di questa faccenda della sapienza discuteremo fra
poco tu ed io, e, ne prenderemo a giudice Dióniso (1), Per ora
pensa a mangiare. IY. — Dopo di ciò, raccontava Aristodemo, Socrate
176 si sdraiò, e finito che ebbero di cenare, lui e gli altri,
fecero lo libazioni, cantarono un inno in onore del dio, adempirono tutte
le pratiche di rito (2), e quindi si vol¬ ai Dióniso, il dio
della poesia di'amatloa, por un poeta tragico era il miglior giudico al
quale potesse appellarsi. (2) Questo cori inolilo orano: 1° i
convitati bevono un sorso di vino puro In onoro del ‘ dèmone buono * [del
buon genio]; 2° i servi sparecchiano; 3° o portano acqua ^crollò i
convitati si lavino le inani una seconda volta (la prima volta l’han fatto
prima di mettersi a cona); 4° distribuiscono ancora corone ed unguenti;
5° poi si fanno lo libazioni di vino temperato» pi prima a Zeus Olimpio
(o alla Sanità), la seconda agli Eroi, la terza a • n \ oli
ora fu il primo a prender la s ero al bere. iei< c he regola terremo
nel parola e: Orsù, disse amie . , pel , me V1 c011 .
bere per aggravarci > « g ^h P rabtiso di ieri, fesso che mi
sente e CO sì forse la più parte e h0 bisogno d un po^ Y P edete
dunque come si possa bere°con^la'maggior discrezione
^ossibUe^ «*>. 'U“, « Acumeno. Ed ora non ho
bisogno, che d udire come si 1 in f orz e per bere un. altro solo di voi,
Agatone. no davvero, non me la sento neppnr io, rispose
CO "¥a'nto meglio per noi, mi pare, disse Erisstamco per me .
per Aristodemo; per Fedro e per questi altri, se ma cedete il campo voi
che siete dei bevitori a tutta prova, giacché noi siamo sempre
debolissimi. Quanto a Sociat % egli fa eccezione: si trova a posto in un
caso e nell altro, e gli sarà indifferente comunque si beva. Bacche,
dunque, nessuno dei presenti è disposto a bere rii molto, non vi
rincrescerà, spero, ch’io vi dica la verità a proposito dell’ubriacarsi.
Dalla pratica della medicina ho cavato questa convinzione: che per gli
uomini è dannoso 1 abuso del vino: e di mia volontà non eccederei mai nel
bere, nè lo consiglierei ad un altro, soprattutto se si risente
ancora della sbornia del giorno prima. Per me non c'è caso, prese a
dire Fedro da Mirri¬ li unte (3); io lui l’abitudine di seguire i tuoi
consigli, specie quando parli di medicina; ina ora, se hanno giu¬
dizio, faranno così anche gli altri. Zeus salvatore. I/ultiina
tazza cho ai beveva a questo si diceva la ‘ por- lotta *.; 0 spesso alle
libazioni seguiva una musica di Munti c un brucia¬ mento d’incensi;
7° con la prima libazione s’accompagnava il canto di un inno religioso.
(Dal Bonghi). (1) Doveva esscro un ammiratore di rotori e sofisti,
ma è noto soprat¬ tutto come amante d’Agatonc*. (2)
Aristofane, è superfluo dirlo, è il famoso comediografo. (3) Su
Fodro v. la nota alla mia versione del Fedro.
jp£ijÌMpM h'. Udito ciò, tutti convennero che
non si dovesse far del bere il passatempo di quella riunione, ma che
ognuno bevesse quanto e come gli accomodava. y. _ Poiché è
stata accolta la mia proposta, che ognuno beva quanto gli accomoda,
disse Erissimaco, c che non ci sia nessun obbligo, ne faccio ancora un al
in¬ aurila di mandar via la suonatrice di flauto entrata dianzi,
perchè suoni per conto suo o, se vuole, per le donne cu casa, e che noi
oggi si passi il tempo a conversare fra no. E voglio anche, se me
lo permettete, proporvi U tema discorsi. ìtì Tutti
consentirono e lo esortarono a farne fa. 1 posta. E comincerò, riprese
Erissimaco, come la ^ e ' lanippe ’ di Euripide (1): Miei non son questi
detti che m’accingo a pronunziare, ma di Fedro qui pi sente. Non
passa occasione infatti eh egli non mi up • indignato: «Ma Erissimaco,
non è enorme, che mentre poeti han cantato inni e peani in onore degli
alto d , di Eros, un così antico e possente iddio, neppui u _ tanti
poeti, che ci sono stati, abbia mai composto un eloo-io’f E se poi vuoi
guardare ai buoni sofisti, essi ha Sto in prosa le lodi di Éracles e di
altri, come quel valentuomo di Predico (2)... E questo «ite,
esorpren¬ dente; ma c’è di peggio. A me proprio una ^oha accadde
dibattermi in un libro d’un sapiente, m cui si facevano sperticate lodi
del sale pei vantaggi che reca, E puoi vedere parecchie altre cose simili
celebrate con lode... Spender tanta cura intorno a siffatti argomenti, e
pii Eros non esserci nessuno fin oggi, che abbia osato lai ne un
degno elogio: a tal punto è trascurato un cosi grande Iddio- ) - E in
ciò’, secondo me, Fedro ha ben ragione. 10 dunque, oltre che
desidero .li pagare il mio contributo a costui e fargli cosa grata,
ritengo che questo sia per noi qui radunati proprio il momento .li
adornai e di lodi 11 dio. E se così pare anche a voi, ecco trovato
torse un Cf. N.vuoic, Trita- Or. Fratjmm.' tramili. 181, 1>. a
l. (2) è „ueUo elio si trova riferito In sunto da Senofontei nei
Momo- rubili ’ 11 21, 1 sgg., o elio fu tradotto dal Loop®!! col tlt. '
I*.reale . buon argomento di conversazione. In sostanza io pro- onlo
che ciascuno ili noi. per turno a destra, dica le Foladi Eros, come
può meglio, e sia il primo ladro, non Tolo perchè egli occupa il primo
posto, ma anche uerchè egli è il padre del discorso.
^Nessuno, Erissimaco, disse Socrate, voterà contro la proposta, Nè
potrei certo oppormi» io, che di¬ chiaro di non esser competente in altro
che m cose d’amore: nè vi si opporranno Agatone e Pausatila e tanto
meno Aristofane, la cui vita è tutta cosi pro¬ fondamente devota a
Dioniso ed Afrodite, o qualche altro di quelli che vedo qui presenti.
Senza dubbio, la partita non è uguale per noi che siamo negli
ultimi posti: ma se quelli che ci precedono parleranno esau¬
rientemente e bene, noi saremo sodisfatti. Dunque, con buona fortuna,
inauguri Fedro la serie dei discorsi e pronunzi l'elogio di Eros.
A queste parole anche gli altri fecero eco e npetet- 178 tero
l'invito di Socrate. Ma di tutto ciò che ognuno disse, nè Aristodemo si
rammentava con precisione, nè io, dal canto mio, di tutto quello che egli
mi riferì. Vi dirò per altro le cose più degne di ricordo e i discorsi,
che mi parvero tali, di ciascuno. Come dunque dicevo, stando al
racconto d’Aristodemo, Ferirò fu il primo a parlare e cominciò sup¬
pergiù a questo modo: Eros è un grande iddio e ammi¬ rabile tra gli
uomini e tra gli dei, oltreché per tante altre ragioni, soprattutto per
la sua origine. Perchè l’essere tra gli antichi iddìi antichissimo è
cagion d’onore, di¬ ceva, e ne abbiamo la prova. Difatti genitori di Eros
nè vi sono, nè si rammentano da verun prosatore o poeta ; anzi
Esiodo dice (1) che dapprima fu il caos, ma dopo Oea
dall’ampio seno, saldissima, eterna di tutto sede ed Eros ;
(1) Cf. Theog. 116 agg. e con Esiodo s’accorda Acusilao (1)
noU'afferniaro che dopo il Caos si generassero questi due, Gea ed
Eros. E Parmenide dice della generazione che infra gl’iddìi
tutti Eros concepì per il primo (2). E così da molte parti si
consente che Eros fu tra gli antichi antichissimo. E perchè antichissimo,
è cagione a noi dei più grandi beni. Io infatti non so dire qual
maggior bene possa esservi per chi entri appena nell’età dell'ado¬
lescenza d’un amante buono, e per l’amante d’nn fan¬ ciullo amato.
Giacche ciò che agli uomini deve servir di guida per tutta la vita, se vogliono
nobilmente vivere, questo non valgono ad ispirarlo altrettanto bene nè
la comunanza di sangue, nè gli onori, nè la ricchezza, ne
alcun’altra cosa, quanto l’amore. E che è mai questo . La vergogna per
ciò che è brutto, l’ambizione per ciò che ò bello, senza le quali nè ad
uno Stato, nè ad un privato è possibile operare grandi c nobili opere.
Ebbene io affermo che un uomo che ami, se fosse sorpreso in atto di
commettere qualcosa di brutto o di soffrirla da un altro senza reagire
per vigliaccheria, non s affligge¬ rebbe tanto ad esser visto nè da suo
padre, nè dai com¬ pagni, nè da nessun altro, quanto dal suo diletto
fanciullo. Così del pari vediamo che anche 1 amato si vergogna
soprattutto degli amanti, ove sia sorpreso a commettere qualcosa di
brutto. Se dunque ci fosso modo d avere uno Stato o un esercito composto
damanti e damati, non potrebbe esserci per la loro città miglior governo
ì costoro, perciocché «'asterrebbero da ogni cosa turpe e
gareggiherò di virtù fra loro (3); e combattendo gb 171»
(1) Acusilao d’Argo ora uu logografo contemporaneo delle guerre
persiane, autore di ' Genealogie \ (2) Questo Torso faceva parto
del poema llspì cpoactofi Sulla natura > del grande Hlosofo di Elea,
fiorito tra la fino del vi e il principio del v s. a. 0. Cf. Dirla,
Forsokr. P P- 1U2. 13. (3) Lottoralmento: So dunque si trovasse
modo ohe oi fosso uno stato O un esercito d’amnuti o d’amati, non
potrebbero governar meglio la propria citta, elio astenendosi da tutto lo
cose brutte e gareggiando fra loro eoe. £ sLo non possa animare
d’un divino coraggio cosi da renderlo pari all'uomo più di sua natura
vaio .roso>. E QU el che Omero dice (1): avere un dio ispnato
l'ardire in taluni eroi, questo appunto per virtù propiia Eros l’effettua
negli amanti. YII. _ Ed .infatti solo quelli che amano son pront
i a morire in cambio d’un altro; nè soltanto gli uomini, ma
anche le donne. E di questo ci offre, a noi Elioni, una testimonianza
bastevole la figliuola di Pelia, Alcé- stide (2). che fu sola a voler
dare la propria ruta in cambio di quella del marito,, sebbene questi
avesse e padre e madre tuttora viventi. Ma costoro per virtù
d’amore ella li sopravanzo tanto nell affetto, da farli apparire degli estranei
al figliuolo e legati a lui unicamente di nome. E per aver fatto ciò
parve non solo agli uomini, ina anche agli dei che avesse fatto cosa
tanto bella, che quantunque molti avesser compiuto molte belle
azioni, a ben pochi gli dei concessero questo premio, di richia¬
marne l'anima dall’Ade; ma quella di lei la richiamarono, ammirati di ciò
ch’ella aveva fatto; tanto altamente ono¬ rano anco gl’iddii un amore
profondo e virtuoso! Invece rimandarmi via dall’Ade a mani vuote Orfeo
d’Eagro, dopo (riavergli mostrato il fantasima della moglie, pei'
la quale egli 'era sceso laggiù, senza per altro dargli la donna,
perchè parve loro circi mancasse di coraggio, da quel citaredo ch’egli
era, e non gli bastasse l’animo d’affron¬ tare per amore la morte, come
Alcéstide, ma s’ingegnasse da vivo di penetrare nell’Ade. E però lo
punirono, fa - (1) h un modo <11 dire elio ricorro più volto
nei poemi muorici. (2) l.u devozione di questo, eroina verso 11
marito forma il soggetto (Cuna tragedia d’Euripidc, intitolata appunto ‘
Alcéstide dolo morire per mano di donne. Al contrario,
onora¬ rono Achille, il tiglio di Tétide, e gli assegnarono un
posto nell’isole dei beati, perchè, sebbene avvertito dalla madre
ohe sarebbe morto come .avesse ucciso Ettore, laddove. ciò non
avesse fatto, ritornato a casa, vi sarebbe finito di vecchiezza; egli,
bramoso di correre alla riscossa dell’amante Patroclo e vendicarlo, osò
non solo di morire ner lui ma di soprammorire a lui estinto. Ond anche,
gli > dei compresi di viva ammirazione, gli concessero un onore
addirittura segnalato, (lacchè aveva mostrato di tenere in così alto
pregio l’amante. Ed Esclnlo vaneggia, oliando afferma che Achille era
l'amante di Patroclo (1). Achille era più bello non solo di Patroclo, ma
(li tutti quanti gli altri eroi, ed era ancora imberbe, e per
giunta più movane di molto, come dice Omero. Gli e che in realtà,
se gli dei onorano singolarmente questa virtù dell’amare, essi tuttavia
ammirano e pregiano e ricom¬ pensano più largamente la devozione dell
amato pei l'amante, che non quella dell’amante per ornato L’amante
infatti è qualcosa di più divino dell amato, perchè posseduto dal dio. E
perciò appunto gli dei ono¬ rarono Achille a preferenza d’Aleéstide,
assegnandoci un posto nell’isole dei beati. . Per conto mio,
adunque, concludo che Eios e t a gli dei il più antico, il più augusto,
il piu capace di rendere virtuosi e felici gli uomini, così in vita come
m morte. Vili. — Questo a un dipresso, disse Aristodemo,
il discorso di Fedro. Altri ne seguirono (lei quali non si
rammentava bene e che omise, e passo al discorso di Pansaaia, che parlò
così: A me pare che non ci si sta pn>- pitocon chiarezza il tema del
discorso, quando se detto, così senz’altro, di pronunziare 1 elogio di
Eros. s.e Eios non fosse che un solo, via, la cosa potrebbe andare, (
ìa ecco, esso, non è un solo, e non essendo un solo, e più
(1) Accenno iul una traspaia perduta-, intitolata ‘I Mirmldom , nella
quale talune espressioni allettilo» d'Achille erano da alcun, mterpro-
tate conio qui si complaco d‘interpretarle I«edro. criusfo che si fissi in
precedenza quale sabbia a lodare, fo dmu e mi proverò a rimetter le cose
a> posto, a due aual è l’Eros che merita lode, c poi a
pronunziarne 'ì’elogio in maniera degna del mime. Tutti
infatti sappiamo che Afrodite non è senza Eros. Se Afro¬ dite fosse
una sola, non ci sarebbe che un solo Eros; rail poiché di Afroditi ce n’è
due, due devono essere di necessità anche gli Erotes. E come non sono due
le dee. L’ima è più antica, non ha madre, e figliuola d Ulano, e
però è detta Urania [o celeste]; l’altra è più giovane, figliuola di Zeus
e di Dione e la chiamiamo Pan demos 10 volgare]. Ne consegue perciò
clic l'Eros, collabora- lore di questa, si chiami a buon diritto Pandemos
[o volgare] e l'altro Uranio [o celeste]. E se giusto è elle tutti
gli dei si lodino, è pur necessario provarsi a dire le qualità toccate in
aorte a ciascuno dei due. Perché d'ogni nostro atto può affermarsi
questo: che esso di 181 per sé non è nè hello uè brutto. Per
esempio, ciò che ora Tioi facciamo: bere, cantare, discorrere, nessuna di
queste cose è di per sè bella, ma nel fatto divien tale, secondo
11 modo come si fa. Fatta bene e rettamente diventa bella; non rettamente,
brutta. E così anche l’amare ed Eros non è tutto bello e degno d’esser
lodato, ma solo quello clic nobilmente spinge ad amare. L’Eros
quindi, collaboratore delTAfrodite vol¬ gare, è veramente volgare, ed
opera come gli vien fatto; e questo è l’Eros che amano gli uomini di
animo basso, fòsforo innanzi l utto amano non meno le donno che i
fan¬ ciulli, e poi, pur di quelli che amano, i corpi a preferenza
delle anime, e poi ancora i meno intelligenti che possano, giacché essi
non mirano ad altro, che a sodisfarsi, non importa se bellamente o no.
Onde accade loro ili fare come capita, nello stesso modo il bene e nello
stesso modo il contrario. Perocché quest/Eros trae anche ori¬ gine
dalla dea elio è ben più giovane dell’altra e che dal modo, onde fu
generata, partecipa di femmina e di maschio. L’altro invece é
dell’Afrodite celeste, la quale 1,1 P r 'mo luogo non partecipa di
femmina, ma solo di maschio — ed è questo l’amore dei giovanetti _ e poi
intica pura (fogni lascivia.. Onde al maschio * pl '‘;! 8Ì volgono
gl’ispirati da questo amore, perchè ;UJP u io-ono quél che è per natura
più forte e piu Intel- f 11 :: ; -Ed anche nello stesso amor pei
fanciulli è pos- u • discernere quei che sono sinceramente mossi
da ' S nesto amore. Giacché essi non amano i fanciulli, se non ?
andò questi comincino a dar segni d’intelligenza, cioè òn lo simulare sul
volto della prima lanugine. Coloro infatti 'che cominciano ad amare da
quel momento, si mostrali disposti, secondo me, a legarsi per tutta la
vita "Giovanotto amato e a viver con esso m comune, non oi-r
dopoché l'abbian tratto in inganno per averlo .sor¬ preso nella sua
inesperienza giovanile, a ridersi di lui e orrore ad altri amori.
Converrebbe anzi che una le^ge vietasse l’amare i fanciulli, affinchè un
grande studio non si spendesse in cosa d’esito incerto, perchè incerta e
la riuscita dei fanciulli, dove vada a riuscire, quanto a vizio e
virtù d’animo e di corpo. Questa legge, è vero, 1 buoni se la impongono
spontaneamente a sè medesimi; nondi¬ meno sarebbe necessario che a ciò
codesti amanti vo ¬ gali fossero anche costretti, come, per quanto è
possi¬ bile, li costringiamo ad astenersi daU'amare le donne di
libera condizione. Poiché sono essi appunto che hanno anche disonorato
l’amore, tanto che alcuni osali di dire che è brutta cosa compiacere agli
amanti. E dicon cosi, perchè hanno dinanzi agli occhi costoro, e vedon
di questi il procedere intempestivo ed ingiusto, laddov e non c’è
cosa che, fatta con decoro e in conformità del co¬ stume. possa
giustamente meritar biasimo. E certo qual sia nelle altre città la
norma (1) enea l’amore, è facile intendere, chò il concetto ne è
semplice. Ma da noi e a Lacedemone essa è varia. Così nell'Elide,
tra’Beoti e dove non son punto esperti nel dire, e senz altio ammesso
come bello il compiacere agli amanti; e nes- Il testo lui fini la pacala
vó|io? ‘ leggoelio compiendo cosi In legge Boritta, la leggo in senso
ristretto, corno l’oplnlou pubblica, la con¬ suetudine, lu nonna, il
costumo. Io l’ho tradotta di solito così, ma anello in qualche caso, nel
quale in questo disoorso di Pausania mi son valso della parola ‘ legge *
s’intende olio a questa parola va dato il significato più. largo cho ha
nel greco. im0 sia giovane o vecchio, oserebbe tacciarlo di turpe
affinché, credo, non incontrino difficoltà nel per¬ suadentigiovani per
via di ragionamenti metta come sono al parlare. Per contro m molti luoghi
della Ionia e in altri paesi, soggetti ai barbari, la cosa e ritenuta
senz'altro quale una bruttura. Pei barbari, infatti, a camion delle
tirannidi, è brutto questo, non meli che lo studio della sapienza e della
ginnastica, perocché, credo, non conviene ai governanti che allignino
alti sensi nei (invernati e si stringano indissolubili amicizie e
intimità, che, tra tanti altri, è il più meraviglioso effetto, che
si compiace di produrre l'amore. E ciò anche i nostri tiranni
sperimentaron col fatto, cliè l’amore di Aristogitone e l'amicizia
d'Annodio (1), divenuta salda, abbatterono la loro signoria. E,
così, dov’è considerata brutta cosa com¬ piacere agli amanti, ciò si deve
alla malizia dei legis¬ latori, alla prepotenza dei dominanti e alla
viltà dei sog¬ getti; e dove invece fu senz'alcuna eccezione
considerata come cosa bella, alla pigrizia d’animo di chi fece la
legge. Da noi al contrario la consuetudine è assai più bella,
sebbene, come ho detto, non sia, agevole penetrarne lo spirito. — X. —
Chi consideri infatti come sia opinion co¬ mune che allumare di soppiatto
sia preferibile l’amare palesemente e soprattutto i più generosi e i
migliori, per quanto mori leggiadri d’aspetto, e come per converso
l’amante abbia da tutti mirabile incoraggiamento ad amare, non come chi
faccia qualcosa di brutto, e sia tenuto in gran conto chi conquista e
deriso chi si lascia sfuggire la preda, e come nel tentar di siffatte
conquiste i nostri costumi abbian concesso all’amante d’aver lode,
anche se l'accia cose sbalorditive e tali, che se uno osasse farlo per correr
dietro a qualunque altro oggetto e per 183 conseguire qualunque altro
scopo, aH’infuori di questo, ne raccoglierebbe i maggiori biasimi... (2)
se, ad esempio, per ottener danari da qualcuno o un pubblico ufficio
o (1) Ad Armodlo c Artotogitone, 1 famosi tirannicidi, l’opinione
colmino degli Ateniesi attribuiva la cacciata dei Plsistratldi.
Cd) Qui il lesto ha <ptXoooiplas ’ da parto della lllosolln ’. clic la
maggior l'arto dogli editori, compreso il Burnct, s’accordami u
considerare corno un aggiuuta arbitraria o orrore dei
copiati. disiasi altro potere uno s ^J^ e Uc e con gli amati
gli amputi, ^ ^ menti e dormono ° e <rano e supplicano eg ;. rosi
delle servitù quali Suanzi alle porte e serron ™ dal fare BÌ ffatte
cose nessun servo; ei saiebbe nnp^^ ^ ^ rin{accer eb-
ei ' iurp n u Mi uni "li rinfaccereb- e da amici e ila
uenuci, cu fiU'^. )f) ammonirebbero e bere adulazioni e aU ' a .nmnte che
faccia tutte arrossirebbero di ess - 11 fe permesso dal
costume queste cose s’accresce grazia, de> £attì oltre¬
di farle senza biasimo, ‘ ^ che almeno a quanto modo belli. E quel
eh è pmj gU dei perdonano si dice, se anche „i eHt o amoroso,
sosten- di spergiurare perche ‘ e gU nomini han
"ono, non esiste (1). corae la legge di qui fatto lecita
ogni lieenz^ c * credere che nella dice. Da questo lato, dunque, t
(> l’amare e il città nostra si stmii una P b . padrii
preponendo compiacere agli amanti. <1 p lascian discorrere con
dei pedagoghi agli amai , nedagogo, e eoe- tanei e compagm h
vitupera ,^ì vituperano n on son qualcosa di simile, * ne upur
biasimati dai pai d'altronde nè trattenuti 11 "insto... chi badi
per anziani, come que che non “ be la s i ritenga qui l'opposto
a tutto ciò, p fecondo me, invece, la la più brutta cosa del mondo.
comc s ’è cosa sta a questo nioi o. ^ J bella nè brutta;
detto in principio, noi 1 ge bruttamente. I mpure stabile,
come colui clic - co», «mw stabile. Giacché insieme con lo sfiorire <
^ corpo , che egli amava, v asse no via a volo (2),
eliso (!) È un modo proverbiale olio negli scrittori greci ricorro
sotto varie formo. (2) Reminiscenza omerica; cf. 71. n
Tl« norando tanti discorsi e promesse. Ma chi ama l’indole buona riman
costante per la vita, come colui che s’è isi attaccato a cosa stabile. E
costoro appunto il nostro costume vuol mettere a prova bene e bellamente,
e che agli uni si compiaccia, dagli altri si frigga. E però appunto
gli im i esorta a dar la caccia, gli altri a fuggire, istituendo una gara
e mettendo a prova di qual mai sorta sia l’amante e di quale l’amato. E
così, per questo motivo, in primo luogo il lasciarsi accalappiare subito
è ritenuto brutto, affinchè ci sia di mezzo del tempo, il quale
può, sembra, metter bellamente a prova la maggior parte delle cose;
e poi l'essere accalappiato dal danaro e dalla potenza politica è brutto,
sia elle uno, maltrattato, si avvilisca e non resista, sia che,
beneficato di danari o agevolato nelle faccende pubbliche, non disprezzi.
Che nessuna di tali cose par che sia nè ferma nè stabile; senza due
che non può neppur nascere da esse una generosa amicizia. Sicché, secondo
il nostro costume, una sola via rimane, se all’amante deve bellamente
compiacere l’amato. È infatti legge per noi che, siccome per gli
amanti il servii’ volentieri qualunque servitù agli amati non è, come s’è
visto, nè adulazione nè vergogna, così appunto anche un’altra servitù
sola volontaria rimane non vergognosa, e questa è quella che ha per
oggetto la virtù. Perocché presso di noi è ammesso che, ove
qualcuno voglia servire un altro, stimando di poter divenire per via di
quello migliore o in sapienza o in qualsiasi altra parte di virtù, questa
servitù volontaria non è dal canto suo brutta, e non è nemmeno
adulazione, (inde conviene che queste due leggi convergano insieme
al medesimo segno, e quella che ha per oggetto l’amor dei fanciulli e
quella che ha per oggetto l’amore della sapienza e d’ogni altra virtù, se
dovrà riuscire a bene il compiacere dell’amato all’amante. Perchè, quando
s'in¬ contrino l’amante e l’amato, ciascuno recando la propria (
gge, 1 uno che nel prestare qualsiasi servigio al giova- nelio che gli ha
compiaciuto, glielo presti secondo giu- , K lzia ’ * altro che nel
concedere qualsiasi favore a chi o li nde sapiente e buono, glielo
conceda secondo giu-s izia, e 1 uno, potente di senno e d’ogni altra
virtù, n . i-altro bisognoso di educazione e d’ogni altra 1U ‘ ne
acquisti; allora, queste leggi convergendo S Tmedésimo segno, in
questo caso soltanto accade che nel So òhe l’amato compiaccia,
all’amante-, m ogni sia n0 B in questo caso anche il trovarsi
ingannato In è punto brutto; in tutti gli altri, si sia o no ingan-
i norta vergogna. B cosi, se qualcuno a un amante, nat P r l ricco in
vista della ricchezza avesse com- st S e si trovasse poi ingannato e non
ne cavasse danari perchè l’amante s’è scoperto povero, non sarebbe
d '' ( ,ùesto men brutto, dappoiché un amato siffatto P per quel ch’è in
lui, che in vista del danaro ri kz ‘ srjtfsc ramante,
divenir migliore, si '"ciò nonostante^l’inganno^bello,
perchèa^e qj^per ciò SSfJS ^ H fÌT5| l r^tSenté bello'
compiacere per "Sefò l’amore S&i di gran
pregio e l’amato a porre ogni sono TLSJL *
«»• *£# m’insegnano a lare di si , ‘ Vvist0 [. ine .
Senoncliè vuto. diceva Azistodemo pa aie ^stob m()tiv0 ,
costui, o per aver mangiato tiojjo P ^ [Uscor . era stato
coltoinetto a destra di lui. c’era il medico iSSSXmA Eri»»», «.co»
» «c « «*>— (1) Vaio a lUro l sofisti c i rotori. :i
subito di questo singhiozzo, o di parlare invece mia, finche non mi
sia cessato. Ed Erissimaco: Ma farò runa cosa e l’altra,
rispose. Io parlerò ora per te. e quando ti sarà cessato il sin¬
ghiozzo, parlerai tu invece mia. E mentre io patio, se, trattenendo a
lungo il respiro, il singhiozzo vorrà andar¬ sene. < tanto di
guadagnato >; se no, fa dei gargarismi con l’acqua. Che se poi fosse
addirittura ostinato, prendi qualche cosa da solleticarti le narici e
cerca di starnutire. Basta che faccia così una o due volte, e cesserà per
osti¬ nato che sia. . Affrettati dunque a parlare,
disse Aristofane; io se¬ guirò i tuoi suggerimenti. Ed Erissinmco disse:
Orbene, dal momento che Pausante,, dopo d aver preso bene le mosse per
il ,K6 suo discorso, non l'ha compiuto a dovere, credo che a me
convenga di provarmi a completare il suo discorso. Che Eros sia doppio,
pare a me che egli abbia fatto benis¬ simo a distinguere; però che esso
non sia soltanto negli animi umani rispetto alle belle persone, ma che
abbia molti altri obietti e sia' in altri, nei corpi di tutti gli
animali e nelle piante della terra e, per dirlo in una parola, in lutti
gli esseri, credo d'averlo imparato (bilia medicina, dalla nostra arte,
com’egli sia un dio grande e meraviglioso, ed estenda il suo potere su
tutte le cose umane e divine. E eomincerò, partendo, dalla
medicina, anche per rendere omaggio all’arte. Infatti te natura dei
corpi ha questo doppio Eros, giacché la sanità del corpo e la malattia
sono, per consenso unanime, cosa diversa e dissimile; e il dissimile
desidera ed ama cose dissimili. Altro, dunque, è l’amore che risiede nel
sano, altro quello che risiede nel malato. Ed appunto, come Pausante
di¬ ceva or ora, clic è bello compiacere ai buoni tra gii uomini,
ma brutto ai dissoluti, così anche negli stessi corpi è bello e, conviene
compiacere a ciò che v'è di buono e di sano in ciascun corpo — ed è ciò a
cui si dà nome di medicina — ma' brutto compiacere a ciò che v’è di
cattivo e di morbóso, e si deve negare a questo ogni favore, se si vuol
essere un medico esperto. Perchè la medicina, in sostanza, è la scienza
delle tendenze amo¬ rose del corpo a riempirsi e a vuotarsi; e ohi sa
distin¬ guere in esse l’amor bello dal brutto, costui sarà il pili
acuto medico; e chi ù capace di produrre tal mutamento, che i corpi
acquistino l'mi amore in cambio dell'altro, e in quelli, nei quali non
sia amore e dovrebbe esserci, sappia farlo nascere e da quelli nei quali
sia e non dovrebbe >, espellerlo, questi potrà esser davvero un
medico abile. Occorre infatti che egli possegga la capa cita, di metter
d’accordo gli elementi più avversi, esi¬ stenti nel corpo, e procurare
che si amino l'un l'altro. K avversissimi sono gli elementi affatto
contrari, il freddo e il caldo, l'amaro e il dolce, il secco e
l’umido, via dicendo. TC perchè
seppe.ispirare in essi amore e con¬ cordia, Àsclépio (1), il nostro
capostipite, come affermano i nostri poeti, ed io credo, fondò la
nostra scienza, ha medicina, dunque, dicevo, è governata tutta intera
da questo dio; e al pari di essa anche la ginnastica e l’agricol¬
tura. Quanto alla musica poi è chiarissimo a chiunque W voglia appena
riflettervi, che il caso è affatto identico, c quest o forse volle dire
anche Eraclito, sebbene egli non lo esprima in forma perspicua. L'uno,
egli dico, discor¬ dando con sè medesimo si accorda, come ar¬ monia
d’arco c di lira (2). È difatti un vero assurdo affermare clic l’armonia
discordi o risulti da cose tuttora discordi. Ma forse egli voleva appunto
dir questo: che essa nasce da cose per l’innanzi discordi, l’acuto e
il grave; ma che in seguito si sono accordate per opera del- l’arte
musicale, giacche non è in alcun modo possibile, clic dall’acuto e dal
grave, tuttora discordi, nasca armonia. Asciò pio o Esoulapìo ora un
eroe-modico divenuto piti tardi un ilio-modico. 1 suoi discendenti, gli
Asolcpiadl. tra cui Krlssimaco pone se medesimo, dovevano essere in
origino limi gente congiunta da legami di sangue, in cui era tradizionale
la cognizione e la pratica della medicina. 1 j0 famiglie di Asclepindi
più celebri orano Quelle di Cos, a cui apparteneva, il grande lppoerate,
e di ('nido. Ma in tempi più recenti tutti i medici, compiacendosi di far
risalire al <Uo la propria genealogia, presero indistin¬ tamente il
nomo d’Asolopiadì. (•>) (’f. DllCl-s, Vorqokr. V p. S7,
.*>1. „ ; n certo ino rio con¬ che è consonanza, e consonanz^ da
cose discordanti, senso, e U consenso non può ^ ^ discorda e non
tinche discordino; e d altra P Così, per esempio, consente
nOn può coautore ai ■ ^ da cose clic anche il ritmo nas f ^^
consentirono poi. E in tutte discordavano prima, ma ci dalla me dicma,
qui e queste cose il consenso, come 0 concor dia vicen-
! osto dalla musica, che v ispm ‘ la scienza delle devote. E
però la — Soffia e’di ritmo. Nella * tendenze amorose m tatto e dell
armonia composizione, considerata discernere le tendenze
e del ritmo non e punto dime oliando occorra amorose, nè
,ulvi c'6 Mggg't’SflB. con gli servirsi del ritmo e dell. c h e
chiamiamo uomini, o clic si compong cbe s’adoperino ‘
melopea ’ [creazione musicale] - ° ™ t _ ed è ciò acconciamente melodie •
e metri gn ® usioa i e ] — qui.
ohe vien detto ‘ slbi ie artefice. E qui te¬ mati, e affinchè
diventino pm costumati q^rni _ lo sono ancora, Insogna compuie
p^ros celeste, volgare - e questo, a coloro, a cui si somministri,
s ha da sonnninistr .re con molta Cautela, affinché se ne colga il
piacere) 18 ma non ingeneri alcuna intemperata mm nell’arte nostra vai
molto sapersi giovale dei desideri eccitati da una buona cucina in modo
che, senza pro¬ curarsi una malattia, se ne goda il piacere. Cosi,
dunque, e nella musica e nella medicina e in tutte le altre cose,
umane e divine, si deve, per quanto si può, aver riguardo a ciascuno di
questi due Erotes, perche ci sono. 188 XIII. — Poiché anche la
costituzione delle stagioni del¬ l’anno è piena di tutti e due questi
amori; e quando gli elementi, dei quali dianzi parlavo, il caldo e il
freddo, il secco e Tumido, si trovino in una scambievole e ben
rego¬ lata relazione d’amore e s’accordino e si temperino saggia¬
mente, essi vengono apportatori d’nna buona annata e di buona salute, cosi
agli uomini, corno agli altri ammali e alle piante, e non soglion
produrre alcun danno. .Ma quando invece, l’Eros compagno
dell’intemperanza pre¬ valga nelle stagioni dell’anno, egli suol
corrompere '• danneggiare molte cose. E da tali cause derivano di
solito e pestilenze e tante altre malattie diverse e negli animali e
nelle piante. Infatti e le brinate e la grandine e la ruggine dei cereali
sono il frutto della sopercliieria e della sregolatezza vicendevole di
cosiffatte tendenze erotiche, la cui scienza rispetto al moto degli astri
e alle stagioni dell’anno prende nome di astronomia. Inolt re tutti
i sacrifizi e quei riti a cui presiede l'arte divina¬ toria — ossia la
scambievole comunione tra gli dei e gl' uomini — non vertono intorno ad
altro, se non intorno alla preservazione ed alla cura di Eros. Giacche
ogni forma d’empietà suol nascere, ove non si compiaccia al¬ l’Eros
ordinato e non gli si renda onore e venerazione in ogni cosa, ma si tenga
in pregio quell altro, cosi nei rapporti coi genitori, vivi e morti, come
nei rapporti con oli dei. Ed appunto osservare siffatti amon (1)
curarli è il compito della divinazione, e la divinazione è a sua volta,
operatrice d’amicizia tra gh elei e gu uomini, perchè sa discernere, tra
le inchnaziom ainc^se deo-li uomini, quante tendano alla giustizia e alla
pietà, "l'osi ogni Eros ha un potere esteso e grande, anzi, iu
una parola, universale, ma quello che, e Pi'esso 'li noi e presso gli
dei, trova il proprio compimento nel buie con temperanza e giustizia,
questo ha il maggmr potere e ci assicura ogni felicità, sicché si possa
viveic in pace fra noi ed essere anche amici di quelli che son
ungimii di noi, degli dei. . , , Porse, in questo
elogio di Eros, anche io ho trala¬ sciato molte cose, ma non l’ho fatto
apposta. Se per altro c’è qualcosa ch’io abbia omesso, tocca a te,
A stofane, di supplirvi. Ma se invece ti frulla per il capo di
elogiare altrimenti il dio, fa pure a tuo modo, che anche il tuo
singhiozzo è cessato. (1) Leggo qui Iponas- —
3S — :3 P= ^V5=Hf Bsfc = - s S 8 Sf 3£
iV'l".-» •" t“ d '"" « caso che ti sfugga
qualche cosa da lai -f sawst.*#>r n ;" ’yffes
conto ch'io non abbia detto ciò che ho detto. E non stare a farmi
la guardia, perchè temo di tee> non g. cose da far ridere — questa
sarebbe una fortuna, SpSaSl fleto mm H«». - ma Ufc te *• 1
" d Bravo. Aristofane! hai tirato il sasso e nascondi la mano (1).
Ma bada a’ casi tuoi e parla come chi lui da render conto delle proprie
parole. Quanto a me, se mi pare, ti lascerò in pace.
Xiv._Comunque, caro Erissimaco, disse Aristofane. io mi propongo di
parlare in modo diverso da te e da Pausania. Io penso che gii uomini non
abbiali sentito nè punto nè poco la potenza di Eros, perche, se la sen¬
tissero. gli dedicherebbero i maggiori tempi ed altari e gli offrirebbero
i maggiori sacrifizi, cosa che ora non fanno per nulla, mentre è ciò clic
si dovrebbe fare a preferenza di tutto. Eros è infatti tra gli dei il più
amico degli uomini, perchè è il loro protettore e il medico di quei
mali, la cui guarigione sarebbe per il genere umano la maggiore delle
felicità, lo dunque mi studierò d’esporvi la. potenza di lui, e voi ne
sarete maestri agli altri. Ma, innanzi tutto, occorre che impariate quale
sia la natura umana e le sue vicende non liete. Giacché la nostra
na¬ ni Il tosto ilice: hai tirato il colpo e ora ricusi di
svignartela, modo proverbialo anch’esso. tura non era un tempo la
stessa (li oggi, ina tuli altra. In origine c’eran tre sessi umani,
non due, maschio <• femmina soltanto, come ora, ma ce n era un terzo,
clic mrtecipava dell’uno e dell’altro e che, scomparso oggidì,
sopravvive appena nel nome. C’era allora un terzo sesso., l’andrògino,
che di fatto e di nome aveva del maschio e della femmina, e questo non
esiste piu. fuorché nel nome che suona un oltraggio. Inoltre ogni uomo
aveva una figura rotonda, dorso e fianchi tutt'intorno, quattro
braccia, gambe di numero pari alle braccia, su un collo cilindrico due
visi, perfettamente simili tra loro, un unica I- testa su questi due
rósi, posti l’uno in s|so con ramo all’altro, quattro orecchie, doppie F
(ta e ut l resto come si può supporre da ciò che s e detto, i ari minava
anche ritto come ora, in qualunque direzion _ volesse- e quando si
mettevano a correre, quei uost progenitori, come i giocolieri che a gambe
per aria an delle capriole a ruota, essi, appoggiandosi sui loro
otto arti si muovevano rapidamente, tacendo la.ruota. I ^ poi eran
tre e cosiffatti per questa ragione: «esso maschile traeva origine
dal sole il J!; rt eripà e lrindrórino dalla luna, perche anche
questa paitccipa del itle e della terra. La loro figura dunque era
rotonda e cofano^ il modo di muoversi, appunto^perchi- «m,l ai loro
genitori. Avevano vigore e gagl ardia tel i 1 c„,o -o». a;
numi. XV - A mesto p*H> « s» «#rt «#? consiglio ,,,
ciò che ^ « «" "Jggg; Non sapevan risolversi ad uccido c
* N i la razza) fulminandoli, come i giganti, perche cosi saie -
( 1 ) Oto «1 Eflolto orano i duo glovonissluil “^“^lonutoto'ùcr
llKliuoU di Aloco, olio dopo dover nca . (H ul)onl t,„ por opera di
Erniosi tredici mesi in uu gran vaso ali von i o. . all * 0sBa tentarono
di dare la . . .. “ essi Omero accenna in 11. V sgg.»
Or. -„ero venuti a privarsi degli onori e dei sacriti/., umani; ^potevano
tollerare che ne facessero d og... sorta, B analmente Zeus, dopo matura
riflessione, disse: « C redo di e -ovato la via. affinchè gli uomini
continuino "a esistere, ma, divenuti più deboli, smettano la
loro tracotanza. Segherò ». disse, « ciascun di loro m due, e S
mentre saranno pii. deboli, ci saranno ad un tempo S utili, perchè
diverranno più numerosi. E cammine¬ ranno ritti su due gambe. Chè, ove
poi seguitino a inso¬ lentire e non vogliano starsene in pace, li segherò
», disse, , ili nuovo in due, cosicché cammineranno su una
gamba sola, a saltelloni (1). » Dette queste parole, venne segando
eli uomini in due, come quelli che tagliali le sorbe per metterle in
conserva, o quelli elio dividon le uova coi capelli. E a misura clic ne
segava uno, ordinava ad Apollo di girargli la faccia e la metà del collo
dalla parte del taglio, acciocché l'uomo,' avendo sotto gli occhi il
proprio taglio, fosse più modesto; e medicargli le altre ferite. B Apollo
girava a ciascuno la faccia in senso opposto, e tirando d’ogni parte la
pelle verso quello ohe ora chiamiamo ventre, come le borse a- nodo
scorsoio, lasciandovi appena una boccuccia, la legava nel mezzo del
ventre, in (pie! punto preciso che chiamano ombelico. Itti Spianava
poi tutte le altre grinze, che orati molte, e rassettava le costole,
servendosi d’uno strumento sup¬ pergiù simile a quello che adoperano i
calzolai per spia¬ nare sulla forma le rughe del cuoio; ma ne lasciò
poche nel ventre e intorno all’ombelico, ricordo dell’antica pena.
Orbene, poiché la creatura umana fu divisa, in due, cia¬ scuna metà presa
dal desiderio dell’altra, le andava in¬ contro, e gittandole le braccia
intorno e avviticchiandosi scambievolmente, nella brama di rinsaldarsi in
un unico corpo, tnorivan di fame e d’inerzia, perchè l’una non
voleva far nulla senza dell’altra. B quando l’una delle (I) Il
greco ha àoxop.ià£<ms<; cho vuol dire propriamente ' saltumlo
sminuire' (àox4f). • I.'espressione 6 tolta ila un giuoco contadinesco
del¬ l'Attica. 1 contadini dulia pollo dui hocco saorllloato a indulso
facevano un otre olio riempivano di vino o ungevano d’olio. Su di usso
saltavano con una sola gamba altornaUvamcnlo, o vinceva old sapova
roggorvlsl. * (Unir). nielli moriva e l’altra sopravviveva, quella che
soprav¬ viveva andava in cerca d'un'altra metà e le si avvin¬
ghiava, sia clic s’imbattesse nella metà d’una donna in- IL quella appunto
elle ora chiamiamo donna — sia che nella metà d’un uomo; e così morivano.
Mosso pertanto a compassiono. Zeus no escogita un'altra: tra¬
sporta le loro pudende nella parte anteriore — lino a quel momento anche
queste le avevano avute al difuori, c generavano e partorivano non tra
loro, ma in terra, come le cicale... gliele trasportò dunque così, sul
davanti, e per tal mezzo rese possibile la generazione fra loro,
per mezzo ilei maschio nella femmina, con questo line, che
nell’amplesso, ove un maschio s’incontrasse in una fem¬ mina, generassero
e si perpetuasse la specie; ma. ove invece un maschio s’imbattesse in un
maschio, provas¬ sero sazietà dello stare insieme e smettessero e si
vol¬ gessero ad operare e attendessero agli altri doveri della
vita. Cosicché fin da quel momento l’amore vicendevole è innato negli
nomini: esso ci riconduce al nostro essere primitivo, si sforza di fare
di due creature una sola e di risanare così la natura umana.
XVI _O'imn di noi, in conclusione, è una con tre¬ mala d'uomo, in
quanto che è tagliato come le sogliole, è due di uno; c però cerca sempre
la propria contromarca. Quanti sono una fotta di quel sesso comune, che «
loia si diceva andrògino, annui le donne, e la maggmi p. dogli
adulteri soli nati da esso; e cosi pure le donne. sU truggon per gli
uomini, e le adultere provengo., da , u eS e m.aL4 T»l* <!»* 1
‘“'i una fetta di donna, non corron dietro agli o, un uà sono
piuttosto inclinate alle donne; e ^ questo appartengono le tribadi. Ma
quanti sono una fe la li maschio, danno la caccia al maschio; e 1 ! ut '
u ' ’ S01 " \ r)j coni, fanciulli, conio parte d’un uiasciuo jpu o
gli uomini e godono a giacere e a starsene abbracciata con gli
uomini; e questi sono tra i fanciulli e tra po'anett i migliori, perchè i
piè v ' r '*' di hno na u . • mancali di quelli clic li chiamano
inipudent. ina uien liscino. Perchè essi non lo fanno per impudenza, ma
pei baldanza. per coraggio, per virilità d animo, giacché .si
attaccano a ciò che è simile a sé. Ed ecco vene ima prova decisiva: costoro,
a tempo debito, sono 1 soli che ne¬ gano uomini davvero, adatti alla vita
politica. E per¬ venuti all'età virile, mettono amore al fanciulli; e
al matrimonio e alla procreazione dei figliuoli non si vol¬ gono
per inclinazione naturale, ma costretti dalla legge, chi* anzi per conto
loro soli ben contenti di viver sempre gli uni con gli altri, da scapoli.
Per ciò chi è così fatto, diventa un amante di fanciulli o un amato,
perche desi¬ dera sempre ciò che gli è congenere. E quando poi 1 amante
dei fanciulli e chiunque altro s’incontra in quella sua propria metà d'un
tempo, allora son presi d’un amicizia, d'un intimità, d'un amore
meraviglioso, senza volersi se¬ parare gli uni dagli altri, per così
dire, nemmeno un istante. E quelli che vivono insieme tutta la vita
son questi, che non saprebbero neppur dire che cosa vogliono che
avvenga loro all’uno per opera dell’altro, giacché nessuno può credere
che ciò che desiderano sia l'uso dei piaceri amorosi, quasi che in questo
debba cercarsi la ragione per cui provano un così vivo diletto a stare
in¬ sieme; ma è evidente che c’è qualche altra cosa che l'anima di
ciascun di loro desidera, qualche altra cosa che non sa esprimere, ma che
sente vagamente e a cui accenna per vie coperte. E se ad essi nel
momento, in cui giacciono insieme, si presentasse Efesto coi suoi
strumenti alla mano e chiedesse loro: « Che volete, o uomini, che avvenga
di voi. alFuno per opera dell’altro 1 ? » e mentre e’ sono tuttora
indecisi, soggiungesse: « Desi¬ derale voi, non è vero? soprattutto
essere nello stessis¬ simo luogo l’uno con l’altro in modo da non
separarvi mai né notte nè giorno? Ebbene, se è questo elio desi¬
derate, io voglio rifondervi e riplasmarvi in un’unica natura, sicché di
due diventiate uno, e finché vivrete, viviate tutti e due in comune, come
un essere solo, e anche da morti, laggiù nell’Ade, non siate, invece di
due, elle un morto solo... Guardate se è questo che amate e se vi
basta di conseguir questo... » a udir ciò sappiamo bene che nessuno,
proprio nessuno, risponderebbe di no, nò mostrerebbe d'aver mai
desiderato altro, ma crederebbe 103 nllit0 precisamente
quello che egli desiderava da tlavei i sentirsi unito e fuso con l’amato,
e dive- tanto ten i solo> e la ragione è appunto questa:
“ ot0 , eri in origine la nostra natura, e che eravamo Cb teii
'Ebbene, al desiderio e alla caccia dell’intero si da n ° U p,-ima
"dunque, come dico, eravamo uno; ma ora per , ..... nequizia siamo
stati separati di casa dalla mano ’ìV’rno còme gli Arcadi da quella
dei Lacedemoni (1). .... ’ ltra che a non essere ossequenti verso
gli dei. . h . 'incontro a venir segati daccapo, e a dover
an- d.,re intorno come le figure scolpite a bassorilievo sulle Se
spaccati per il mezzo dei nasi, divenuti come dei dirti’tagliati in due
(2). Ma perciò conviene che ognuno esorti ogni altro alla pietà verso gli
dei, affinché si evitino : m; di e si conseguano i beni, tenendo presente
che Eros è nostra guida e nostro duce. A lui nessuno vada conilo __
c o-n va contro chiunque venga m uggia agli dei _ nerchè divenuti amici
del dio e vivendo in buoni termini con lui. troveremo e incontreremo ì
nostri propri amati, il ora capita a pochi. E non sospetti Erissimaco, mettendo
L caiSonatura ì mio discorso, che io alluda a Pausami, cd Agatone — oliò
forse anche essi sono di quelli, e tutti c due maschi per natura - ma
dico avendo di mira tutti e uomini e donne, che m questo modo il
genere nostro troverebbe la sua felicità, se all’amore, e ciascun
di noi, ritornato nell antica natii a, s’imbattesse nel proprio amato. E
se poi qne meglio, ne segue di necessità che di quanto oiaè nostro
potere, il meglio sia ciò che piu vi si avvmuia, e ciò è rincontrarsi in
un amato fatto secondo d piopno “7" Aristofane accenna,
secondo roplnUm.Mplfc £ del 3S5 a. C. Gli Spartani, vinta Mautinea
in Alca , silaggi, della città o la sciolsero, com’era
precedutomene, ci sarebbe Tenuto conto elio il banchetto avrebbe
avuto’ “ wlt0j è n " u è impos- qui un anacronismo. Ma
rnUnsiouo non 6 do . .inlln storia sibilo cho si accenni a qualche
altro avvenimento ante,toro della arcadica. * . „ uim mota,
conservata (2) l dadi talvolta si tagliavano in due, c ua.ci
tessera, di rico¬ da duo persone legate da vincoli di ospitalità,
seivna noscimeuto por loro o per lo loro famìglio. che nel presente
^maggiori affidamenti nel proprio; e per 1 prota jftà verso gli
-lei, ^ -i. ei render, feUei e beati. v è p lu io
discorso intorno altri due, Agatone e Socrate. XVII -
Farò a modo tuo, disse Erissimaco. perchè il tuo discorso l'ho ascoltato
con piacere. E se non sapessi che Socrate e Agatone sono addirittura dei
maestri m cose d’amore, avrei gran paura clie non doves ®.® 10 ,
vaisi a corto d’argomenti, tante cose si son dette e cosi svariate.
Tuttavia ho fiducia in loro. 1 E Socrate: Ah, sì, Erissimaco,
perche tu te la sei cavata egregiamente. Ma se fossi dove ora son io,
o meglio, dove sarò, quando Agatone avrà parlato da par suo,
temeresti anche di più. e saresti su tutte le spine, còme son ora
io. , Ammaliarmi (1) vuoi,- Socrate, disse Agatone, affinché
io mi turbi, immaginandomi che il teatro deva essere in grande
aspettazione, ch'io parli bene. Mio caro, dovrei esser proprio uno
smemorato, rispose Socrate, se dopo di aver visto con quanto coraggio e
con quanta sufficenza salisti sul palco insieme con gli attori e
guardasti in faccia un teatro così affollato, in pro¬ cinto di dare alla
scena i tuoi componimenti (2),.senza (1) * Vantarsi muove
l’Invidia degli uomini; ma l’invidia ha il mal¬ occhio e può ammaliare e
turbare senz’altro la persona Invidiata. Sonouohò anche la lodo esagerata
d’un altro (Socrato aveva lodato Agatone) può suscitare contro costui l’invidia
con tutto lo suo tristi conseguenze. • (Hug). (2) Da questo pasqo
si concludo clic il poeta insieme col suol attori prima della recita si
presentava in forma solenne al pubblico. E sembra del pari elio egli
presentasse anche il Coro col suo corego. Questa ceri¬ monia, detta
Ttpoaywv ‘ preludio ’ o ' preparazione al certame ’ drainatico. .«s
’rr^zk »s« f ”' iS *S Vuko <l<™« to P“™ '’“ ,,,
»»»>“ * ™“ £Z?X~*. **? *T; Sarei, Agatone, «pnrtese So
bene elio a se io pensassi di te sag gi, saresti più in
imbatterti m atan- la folla . Ma, bada, probabil- pensiero
per loio e 1 1 buon conto, lì anche ne elici 1 ? fi* So
»»« avresti vergogno, ove « ,.eresse .11 fare qualcosa di male?
Affatone, disse, Ma Fedro, interrompendo: .Mio de i se
gli rispondi, Socrate noi > ^ < basta d’aver resto, qualunque
cosa *qui avven & * ^ )( q dovane. :tis: «i? Jgs» -~f *n s*
ss avrà saldato il suo conto col dio, alloia
''""“'"of'VSto; rispose «M e so,, qui pronto . „’Z,
"ó,, 5 monebe.it ,»i Mft. » >»,.vem,»e spesso con Socrate.
Or dunque io vo’ in prima dire come io deva dire, e poscia dire. Che
tutti quelli, i quali han pal¬ late precedentemente, non hanno, parmi,
encomiato dio, bensì la felicità degli uomini Ivan messa m nlu pei
beni, de’ quali il dio 6 ad essi cagione. Ma qual sia avveniva
ncU’Odeon. teatro fatto costruirò da Pericle, e doveva, com’ò ^supporre.
attirare la curiositi! del gran pubblico, ohe «-interessava così
vivamente agli spettacoli teatrali. egli è il più giovane (legl’iddii. E
una gran prova con porge <*' medesimo fuggendo di fuga la vecchiezza.
che pure è così veloce: la ci raggiunge più presto che non dovria!
E questa Eros per natura la detesta e non le si accosta nemmen da lungi.
Egli sta e resta sempre coi giovani, poiché ben dice l'antico adagio che
sciupio simile con simile s’accompagna (1). Ed io, pur consentendo
con Fedro in molte altre cose, in questo non consento: che Eros sia più
vecchio di Crono e di Già- peto (2); affermo anzi ch'egli è tra’ numi il
più giovane, e sempre giovane; e le vecchie storie che Esiodo e
Par¬ menide (3) ci ricantano dcgl’iddii, a’ tempi d Ananke, [della
Necessità] e non di Eros, risalgono, posto pure che quelli ei contino il
vero. Imperocché non ci sarieno state né evirazioni, né ceppi, né tante
altre violenze reciproche, se Eros fosse stato tra loro; ma amicizia e
paco, come ora, dacché Eros regna sugli iddìi. Egli è dunque giovane,
e perdippiù delicato. E ci vorria un poeta quale Omero per mettere
in luce la delicatezza del dio. Omero infatti dice che Ale è dea e
delicata — e delicati almeno dovevano essere i suoi piedi — dicendo egli
di lei: son delicati i piedi, oliò sovra il suolo non mai
muovesi, ma sul capo ella degli uomini incedo. MlK modo proverbialo e
allusione ,i nn verso omorlco; cf. Od. XVII ì IS. ( ") Ulro modo
proverbiale per impennare alla nifi renn.l.i ....Hoi.n;. Minare
alla più remota antichità. Mille abbia ipii in melile Agatone,
inc sembra che della delicatezza di lei una bella ,-ovu sia
che ella non cammina sul duro, ma sul tenero, r -incile noi (li questa
medesima prova ci varremo per dimostrare di Eros circuii è delicato,
dappoiché e' non cammina sulla terra, nè sui cxanii, che non sono
davvero tèneri, ma in quel che vita di più tenero al mondo e
cammina e s’annida. Egli infatti e nei costumi e negli mimi degl’iddìi e
degli uomini pone sua stanza, e non mica in tutti gli animi, ma ove mai
s’imbatta iti qual- cuno d'indole dura, se ne diparte; ma se tenero è, vi
si •umida. Or poiché adunque egli e co’ piedi e con ogni parte del
corpo tocca sempre quel che ve di più tenero Jra le tenere cose, è
giuocoforza che sia il piu delicato l. > fri (d’iddii. Égli è così il
più giovane e il più delicato-, niu 1- per dippiù flessuoso di forma, che
non gli sana possibile insinuarsi dappertutto, nè penetrar tutta 1
anima, entrandovi la prima volta senza lasciarsi sorprendalo t
uscendone, se duro e’ fosse. Del suo aspetto proporzio¬ nato e flessuoso,
argomento grande è 1 avvenenza che Eros per confession di tutti in grado
eccelso possiedi. chè tra disavvenenza ed Eros è guerra sempre, ha
leg¬ giadria del colorito, il suo viver tra hon la sigillili.,
poiché in quel che fiorente non sia o sui n ’ o anima o
qualsivoglia altra cosa, non risi, de L o . . a ovunque sia un luogo e
ben fiorito e fragranti, (pi 1 e risiede e rimane. Della beltà,
adunque, del dio e questo o bastante e ancora molto sopmvanzat .na;
seguiia^m lei]., v i r tù di Eros mi eonvien dopo no dm. lai
< ' i . h ini che nè fa nò
soffre ingiustizia, ni da sano vanto (Il Pii CHI violenza.
Pio nè -1 dio nò da uomo nè ad uomo. Nè già p i ' «'li nzu e
so fre se qualcosa so.Vre - chè violenza noi tango, u si concede a
volente, le leggi, «fello Stato u D). h-n elle è ('insto. E
oltreché della giustizia c partecipa della maggior temperanza. S’ammette
infatti che lem- in . Molatori» georgiana. evidóulomoilto una
eluizioni'. (Unir).
paranza sia il signoreggiar piaceri e desideri, e clic di Eros
verun piacere sia più potente. Or se meno potenti, è ovvio che sien vinti
da Eros, ed egli vinca; e vincendo piaceri e desideri, Eros in sommo
grado temperante esser deve. E per fermo, quanto a coraggio, ad Eros
neppur Ares contrasta (1). poiché non Ares possiede Eros, ma Eros
Ares — amor d’Afrodite, come è fama — e ehi possiede è più possente di
chi è posseduto, e chi vince l'iddio più valoroso di tutti gli altri, e’
dev’essere il più valoroso di tutti. Ho detto della
giustizia, della temperanza, del co¬ raggio del dio; a dir mi rimane
della sapienza, e per quanto è possibile, m’ingegnerò di non fallire alla
prova. E in primo luogo, perchè dal canto mio anch’io renda alla
nostra arte omaggio, come alla sua Erissimaco, poeta è l'iddio, sapiente
così, da render anco gli altri poeti. Ohè ognuno poeta diventa,
quand’anche prima di ogni Musa schivo (2), cui Eros tocchi. Della
qual virtù convienci usare a documento che Eros, a dir breve, è
poeta valente in qualsivoglia genere di creazione che attenga alle Muse,
dappoiché quel che non si ha o non si sa. nemmeno ad altri non si può
dare o insegnare. E invero la creazion degli animali tutti chi niegherà
che sia sapienza di Eros, mercè la quale tutti gli animali e nascono
e si generano! E quanto alla pratica delle arti, non sappiam noi forse
che colui, al quale questo iddio sia divenuto maestro, famoso diviene ed
illustre; e chi per converso da Eros non sia stato mai tocco,
rimansi oscuro! L’arti del saettare, del curare e del divinare
ritrovò Apollo, scorto dal desiderio e dall’amore, sicché anch’egli dir
si può scolare d’Eros. E alle Muse fu maestro dell’arte musicale, ad
Efesto di quella dei metalli, ad Atena del tessere, a Zeus di governar
numi e mortali (3). Laonde anche nelle faccende degl’iddii si mise
ordine, poiché vi si fu generato Eros, amore evidente- (1) Da uu
verso del ‘Tlesto ’ di Sofocle; cf. Nauck, Tran. Or. Fraomm.* framin. 235
p. 180. (2) Da un verso della ‘Stonoboa’ d’Eurlpido; cf. Naucic,
Tran. Or. Fraumm.* framm. 063 p. 569. (3) Verso giambico
probabilmente d’un tragico. meniti; di bellezza — che del brutto non è
amore — laddove per l’innanzi, come da principio ho detto, molte e
terribili cose, a quanto si narra, fra' numi awemano, pr x c i ie vi
regnava Ananlce. Ma dappoiché questo iddio ebbe nascimento, dall’amore
per le cose belle ogni bene nrovenne e agli iddìi e agli uomini.
1 E così panni, Fedro, che Eros, essendo egli per il minio
bellissimo e ottimo, sia dipoi agli altri cagione di Stri cosiffatti
doni. Ed ei mi salta in mente di aggiunger qualcosa in versi, dicendo che
questi è colia il quale ivice tra gli uomini reca, nell' ampio mare
bonaccia calma, riposo ai venti; nel duolo conforto di sonno.
Questi (Fogni sentimento ci vuota che ci strania, d ogai sentimento
ci empie che ci affratella; tali e tonti convegni lri istituito per
ravvicinarci, nelle solennità, ne con. n sacìihzi facendosi nostra guida;
di mitezza ispiratore di rustichezza espulsore; prodigo di benevolenza,
avaro malevolenza; propizio, buono; spettabile ai sapienti, vene¬
rabile agl’iddii; segno d’invidia per chi noi possiede, cu* Sosa di chi
il possiede; di voluttà, di mollezza di del - catezza, di grazie, di
desio, di brama padre; cmant^dc buoni non curante dei tristi; nei
travagli, mu pin^n nelle brame, nei discorsi timoniere, soldato,
commilitone ( ) « xr„“fr!ito-VSlso * ...io .<*>
L, i» A « •>»«”. *" ir*-. — u " si poteva, di
misurata serietà temperato. XX. - Quando Agatone ebbe fluito,
diceva.Ariate- demo, lutti i presenti proruppero ni applausi,
lasciai ,n Vò * snidato' nò 'marinalo - equivalgono a iitlPiWQS d»
1 tosto, a llanco il’un altro intendere che il giovane aveva discorso in
maniera, degna- di sé e del dio. Al che Socrate, volgendosi ad
Erisslmaco: O figliuolo d’Actìmeno, disse, ti pare che poco fa io
te¬ messi d'un timore da non temere, o non fossi piuttosto profeta,
quando dicevo quel che dicevo poc’anzi: che Agatone avrebbe parlato
mirabilmente, ed io mi sarei trovato in impaccio? Per un
verso, sì, rispose Erissimaco, lo riconosco, sei stato profeta, che
Agatone avrebbe parlato bene; ma quanto a-1 tuo impaccio, via, non ci
credo. E come mai, beato uomo, riprese Socrate, non dovrei
trovarmi ìd impaccio io e chiunque altro sul punto di parlare dopo la
recita d’un discorso così bello e così varia mente adorno? Certo non
tutti i punti sono stati egual¬ mente stupendi; ma, nella chiusa chi di
noi non è rimasto addirittura intontito dalla bellezza delle parole e
delle frasi? Per me, considerato che non potrò dir nulla che s’av¬
vicini appena per bellezza a ciò che egli ha detto, quasi quasi per
vergogna me ne sarei scappato, se avessi potuto. Il suo discorso infatti
mi ha richiamato alla mente Gorgia, tanto che m’è occorso quel che dice
Omero: ho temuto, cioè, che alla fine Agatone nel discorrere non
scaraven¬ tasse contro il mio discorso la testa di Gorgia (1), par¬
latore da far paura, e mi pietrificasse, ammutolendomi. E mi sono accorto
allora quanto ero stato ridicolo, allorché avevo preso con voi l’impegno
di fare a mia volta l’elogio di Eros e dichiarato d’esser competente
in cose d’amore io, e lo vedo, che non so nemmeno come s’ha da fare
l’elogio d’una cosa qualunque. Giacché io, nella mia dappocaggine,
ritenevo che nell’elogio di qualsiasi cosa non si dovesse dire che il
vero e che questo dovesse essere il fondo del discorso, salvo a
sce¬ gliere Ira- le cose vere le più belle e metterle in mostra nel
miglior modo possibile. E presumevo assai di me nella fiducia di parlar
bene, convinto di saper la verità sul modo di lodare qualsiasi cosa. Ma
ora credo d’accor- (1) Allusione a mi luogo dell” O di seca ’ (XI
032 sg.). Ulisse, sceso nell’Ade, temo per un momento che Persofono non
mandi contro di lui la testa della Gòrgóne o Gorgo. Scherzo sulla
somiglianza di nome tra Gorgo e Gorgia, il famoso sofista. germi
che noti è questo il modo di lodar bene una cosa, bensì l’attribuirle i
maggiori e i più bei pregi possibili, li abbia o no; se poi sono falsi,
che importai Dev’essersi infatti proposto, se non erro, che ciascun di
noi finga di pronunziare l’elogio d’Eros, non che lo pronunzi
davvero. E perciò appunto, credo, razzolando da ogni parte,
avete attribuito ogni pregio ad Eros e detto ch’egli è così e così,
e autore di tali e tanti beni, affinché appaia bellis- 199 simo ed
ottimo, evidentemente a chi non sa — non certo a chi sa — e cosi l’elogio
assume un aspetto bello e venerabile. Io, senza dubbio, ignoravo il modo
di tesser l'elogio, e, ignorandolo, presi impegno con voi che a mia
volta avrei anch’io lodato Eros. Ma la lingua promise, la mente no (1).
Dunque, addio elogio! Io non vi seguirò su questa via — perchè non potrei
— quésto è sicuro; ma, comunque, la verità, se volete, ve la dirò, a
modo mio. senza gareggiare coi vostri discorsi, per non far ridere
a mie spese. Vedi, dunque, Ecdro, se mai anche questa forma di discorso
ti accomodi: sentir dire, la verità intorno ad Eros con quelle parole e
con quella disposizione di frasi che mi verranno per le prime sulle
labbra. Fedro e gli altri, raccontava Aristodemo, approvarono
che dicesse pure come gli pareva di dover dire, Ubera¬ mente. . .
,. E allora, Socrate aggiunse, Fedro mio, permettimi di
rivolgere qualche interrogazioncella ad Agatone, affinchè, ottenuto il
suo assenso, io cominci a parlare. Ma sì, rispose Fedro, te lo
permetto; interroga pure. E dopo ciò, continuava Aristodemo.
Socrate cominciò suppergiù a questo modo: XXI. — Senza
dubbio, mio caro Agatone, tu ti sei aperta bene, secondo me, la via nel
tuo discorso, dicendo che ti conveniva prima mostrare quale è mai Eros,
e dopo lo opere di lui. E questo principio nr è piaciuto assai.
Orbene, via, poiché d’Eros, per tutto il resto, hai esposto in forma
bella e magnifica quale egli è, dimmi ancora (1) Allusione ad un
verso (612) famoso dell’ 4 Ippolito* di Euripide. ,mosto- se eoli è tale
che sia amor di qualcuno, di;qualche v r»,7u«i F bada* non domando se è
di madre o £ Bros è eros di madre o di padre D - ma fa conto,
come Te a-proposito d’un padre io ti chiedessi proprio questoT s’egli è
padre di qualcuno o no. A volemu risponder bene, mi diresti certo, che d
padre è padre d'nn figlio o dima figlia. O no 1 Ma certo,
disse Agatone. E non diresti altrettanto della madre? E
Alatone consentì egualmente. Ancora, soggiunse Socrate, qualche
altra risposta, affinchè tu veda meglio ciò che desidero. Se ti
chiedessi, per esempio: E dimmi: un fratello, ili quanto fratello,
è fratello di qualcuno, o no? Ma sì, rispose. ,, „ „ È
fratello, non è vero, d’un fratello o d una sorella. Appunto,
disse. Via, provati a dirmi anche dell’amore: Eros e amore di
qualche cosa o di nulla? Di qualche cosa, senza dubbio.
Ebbene, questo ili che cosa tientelo dentro di te, ma rammentatene,
riprese Socrate. J?er ora dimmi soltanto, se Eros, quello di cui è amore,
lo desideri o no? Ma si, rispose. E ciò che egli
desidera ed ama, lo desidera perche lo ha o perchè non lo ha? Perchè
non lo ha, è naturale. Rifletti, disse Socrate, se, più che
naturale, non sia addirittura necessario clic il desiderare sia un
desiderare ciò di cui si manca, o non desiderare, ove non si
manchi. (1) Poiché in epe)£ UVÓ£ ‘amor (li qualcuno’ o ‘di
qualcosa’ il •uve*? può aver valore tanto soggettivo, quanto oggottlvo
Socrate chiarirà con esempi che egli ha inteso darò a xtvó; il valore di
genitivo oggettivo. Ma siccome d’altro lato w Epitì£ xivòg potrebbe anche
ossoro scambiato con un genitivo d’origine (‘ Eros tìglio di qualcuno ’),
Socrate vuole olirainaro anche quest’altro equivoco. In sostanza egli,
paro, vuol dir questo: Io ti do¬ mando, non già se Eros ò amato da
qualcuno o ò figlio ili qualcuno, ma se egli ama qualcuno o qualche cosa.
Ma il luogo, non Tacilo, ò stato varia¬ mente discusso, e si può prestare
audio a qualche altra Interpretazione. Io almeno, Agatone mio, credo
fermamente che, .sia addi¬ rittura necessario. E tal Anch'io,
disse. Va bene. E per conseguenza può mai esserci qualcuno
che voglia essere grande, mentre è grande, c forte, mentre è forte 1
? Non è possibile, dopo le nostre premesse. Non può
infatti essere manchevole di queste doti chi già le
possiede. È vero. Perchè, se chi è forte volesse esser
forte, seguito So¬ crate e veloce chi è veloce, e sano chi è sano...
poiché forse qualcuno potrebbe credere che queste qualità e tutte
le altre simili coloro che son tali e le hanno, desiderino ancora quello
stesse cose che già hanno, insisto su questo punto, affinchè non si sia
tratti in inganno... si u rifletti, caro Agatone, costoro devono per
necessita avere in quel momento ciascuna delle qualità che hanno. 1
vogliano o no; e queste olii mai potrebbe desiderarle? Ma allorché
qualcuno dice: « Io. essendo sano, Aesid di esser sano, ed essendo ricco,
desidero d esser ricco; e desidero appunto queste cose che ho->, noi
gh possiamo rispondere: « Tu, amico, possedendo ricchezze, salute c
forza desideri di possedere queste cose anche m a" 1 ®- perchè in
questo momento, che tu lo voglia o no tu le hai. Guarda dunque, se,
quando tu dici: Desidero le cose presenti, tu non voglia dire altro che
questo: D^deio che le cose che ora ho mi sieno conservate anche
tempo avvenire. » E potrebbe egli negarlo? Al che Agatone rispose
assentendo. • Orbene, seguitò Socrate, e questo non e appunto
annue quel che non ancora si ha sotto mano, nè si possiede: il
voler conservare e possedere anche nell avvenne medesime cose?
Certamente, disse. . . E quindi costui ed ogni altro che
desideri, di suit i. ciò che non ha sotto mano e non possiede m
quel mo¬ mento; e ciò che non ha, o che egli stesso non e e che gli
manca, questo è precisamente quello di cui è il desiderici e l’amore? Niun
dubbio, rispose. . Suvvia dunque, disse Socrate, riassumiamo le
nostre conclusioni. Prima di tutto Eros è forse altro che amore di
certe cose, e poi amore di quelle cose, delle quali soffra
difetto? Non è altro, rispose. Di più ricordati di che
cosa nel tuo discorso hai detto che Eros fosse amore. Se vuoi, te lo
rammenterò io. Credo che tu abbia detto suppergiù cosi: che nelle
fac¬ cende degli dei fu messo ordine mediante 1 amore del bello,
chè non può esserci amore del brutto. Non hai detto suppergiù così?
Infatti, rispose Agatone, così ho detto. E sta bene, amico
mio, riprese Socrate. Ma se e cosi. Eros non sarà altro che aurore di
bellezza, non mai di bruttezza? Agatone rispose di sì.
O non s’è convenuto che quello di cui uno è manche¬ vole e che non
ha, questo egli ama? Certo, disse. Dunque Eros è
manchevole di bellezza e non l’ha? Necessariamente, rispose.
Ma dunque? Ciò che è manchevole di bellezza e non possiede punto
bellezza, dirai che è bello? Ah, no! E se è così,
continuerai a sostenere che Eros è bello? E Agatone: Temo, Socrate,
di non aver inteso nulla di ciò che ho detto poc’anzi. Eppure
hai parlato splendidamente, Agatone mio. Ma dimmi un’altra cosuccia: ciò
che è buono, non pare a te anche bello? A me, sì.
Se per conseguenza Eros è manchevole di bel¬ lezza, e se bontà è
bellezza, sarà anche manchevole di bontà. Per me, Socrate,
non posso contradirti: sia puro come tu dici. Mio diletto
Agatone, è la verità quella a cui non puoi contradire, chè contradire a
Socrate non è punto diffìcile. Ed ora lascerò in pace te, e vi
riferirò su VrnH li discorso che un giorno udii da una donna di
Man- tiuea Diotima (1), che in questo era sapiente, come in tante'
altre cose, e agli Ateniesi prima della peste suggerì saer iflzi che
ritardarono di dieci anni il male, e fu "iella appunto che ammaestrò
me pure in cose d’amore... nuel discorso, dico, che ella mi tenne,
procurerò di espor¬ celo movendo dai punti concordati tra me ed
Aga¬ tone per conto mio, come posso. E bisogna natural¬ mente,
Agatone, come tu hai aperto la via, chiarire per mima cosa chi sia Eros e
quale, e poi le opere di lui. B mi pare che il modo più spiccio sia
chiarirlo come quella forestiera fece, interrogandomi. Suppergiù
anche io dicevo a lei delle cose simili a quelle che Agatone di¬
ceva a me poc’anzi: che Eros fosse un gran dio e fosse amor di bellezza.
Ma ella mi convinse del contrario con quelle stesse ragioni con cui io ho
convinto costui, dimostrandomi che secondo il mio discorso Eros non e nè
bello nè buono. , „ Ed io: Come dici, Diotima? Eros e dunque
brutto e ^ Ed ella: Parla, ti prego, con reverenza, disse. O
credi che quello che non è bello, debba necessariamente esser
brutto? Senza dubbio. . . on2 E allora anche
quello che non è sapiente sarà gn Tante? E non t’avvedi che c’è qualcosa
di mezzo tra sapienza e ignoranza? E che cosa? , .
L’opinar rettamente, anche senza poterne rende < - gione, non
sai, disse, che non è nè sapore — perchè ciò (1) È un personaggio;
storino o addirittura fittalo» Il non esserci di lei alcun ricordo o. per
tacer d’altro, il nomo stesso, che vaio - onorata da Zeus corno la patria
Mantinoa, che paro alluda alla montica, a ”to divi¬ natoria
escluderebbero la prima ipotesi. Ma, fu osservato, non potrebbe esser
IpTtóa in Atene alcuni anni prima della guerra del Peloponneso e della
pestilenza che afflisse la città, una sacerdotessa straulera <U molta
reputazione (comunque chiamata), che avesse suggerito agli Ateniesi del
sacrifizi o Intorno al oul nomo si fosse formata poi la leggenda, a cui
accenna Platone? israr»jsìs.' - * <- *. >'*»*”<» »
S£ opMm« ; un cbe .li mezzo t» «**»»» e . 6 „or,,»n. Non
Attingere dunque ciò die uon è bello ad esser brutto nè ciò che non è buono
ad esser cattivo. E cosi aule Eros, poiché tu stesso convieni che non è
ne buono nè bello, non per questo devi credere che egli sia di
neces- shà brutto e cattivo, ma qualcosa di ^ Eppure,
osservai, si conviene da tutti che egli ^Da^tutti, vuoi dire,
quelli che non sanno, o anche quelli che sanno’? Da tutti,
senza eccezione, si capisce. Ed ella, ridendo: E come mai, disse,
Socrate, si po¬ trebbe convenire che egli sia un gran dio da quelli
che negan perfino che egli sia dio ? E chi sono costoro?
chiesi. Uno sei .tu, rispose, ed una io. Ed io: Ma come
puoi affermar codesto? Ed ella: Facilmente, rispose. Dimmi: non
dici tu che tutti gli dei sono beati e belli? O oseresti dire che
qual¬ cuno degli dei non è nè bello nè beato? Per Zeus, io no
davvero, risposi. E non chiami tu beati quelli che posseggono
bontà e bellezza? Certamente. E non hai ammesso
che Eros, perchè manca di bontà e di bellezza, desidera queste qualità,
delle quali è man¬ chevole? L’ho ammesso, è vero.
E come potrebbe essere un dio chi è privo di bellezza e di
bontà? In nessun modo, mi pare. Vedi dunque che tu pure
ritieni che Eros non è un dio. E cosi, dissi, che. cosa mai sarebbe
Eros? Un mortale? Nemmen per idea.
un che di mezzo tra il 2C Ma
allora, che cosa f ( ’oine nel caso precedente, t „le e
rimmortale. peroni tatto rii, * » qmloooo « «-» « 11
*> » “W*- I F chiesi, qual è il suo poterei . .
l’essere interprete e messaggero dagli uomnu agli , ó ? daS dei agh
nomini, degli uni recando le preginole II nvifizi degli altri gli
ordini e le ricompense dei *a- e Stando nel mezzo degli uni e degli
altri, lo riempie eri iz , • , | trovi collegato in sè medesimo. Atti
a- “i’o/lÌ 3 S l’arte «Mi . 7T?.r.Sfy.nir oi tacrifltì,
alle WriHtah Sol ™tl g e egei rapporto eri ogni colavo
e a E Cl chS 0 8U0 padre, chiesi, e cln sua mato ^ La storia
è un po’ lunga, a rartela. Quando nacque .Afrodite, * di Metia
[Sa- banchetto, e tra gli altri anche ì ^l ^ occo gacia],
Poh» [ Ac ^® to ^'°“ mend icare, come avviene sr-V? èrt»*
buttato a dormire. Allena Pema, n . ge a gìacere povertà
d’avere un hglmo ° < • h,’ Q E p PV questo accanto a lui e
divenne n t tl S cV Afrodite, perchè appunto egli è anche seguace e
>n perc hè da natura «ito e bello, come generalmente si crede, e
an V ilzo, senzatetto, uso a dormire sulla nuda
coperte, dinanzi alle porte, a cielo aperto, * .. -, _l.vll.i no ri
«11 n ini covi Q tendere insidie ai belli e ai buoni, coraggioso,
temerario, impetuoso, cacciatore terribile, sempre occupato a pre¬
parar lacciuoli, avido d’intendere, ricco d espedienti, de¬ dito a
filosofare per tutta la vita, ciurmadore, mago e solista insuperabile. E
di sua natura non è nè immortalo nè mortale, ma a volte, nello stesso
giorno, germoglia e vive, quando tutto gli va a vele gonfie; a volte
muoie e poi, data la natura del padre, rivive daccapo, e spreca
sempre tutto quel che guadagna, sicché non è mai ne povero nè ricco, e
d'altro lato tiene il mezzo tra la sa¬ pienza e l'ignoranza. E s’intende:
degli dei nessuno lilo- 204 soleggia o desidera di divenir sapiente —-
perchè è già tale — e se e'è altri sapiente,. non filosofeggia nem¬
meno. Ma, d’altronde, neppur gl’ignoranti filosofeg¬ giano o desiderano
di diventar sapienti. Giacché proprio questo è il guaio dell’ignoranza:
che chi non è nè ammodo nè saggio s'illude d’essere un uomo che
basti a sè medesimo. E chi non crede d’esser manchevole non
desidera nemmen per sogno quello di cui non crede di mancare.
E chi. Diotima, diss’io, son quelli che si volgono alla filosofia,
se non sono nè i sapienti nè gl’ignoranti? Codesto, rispose,
dovrebbe esser manifesto perfino ad un ragazzo: son quelli che tengono il
mezzo tra gli uni e gli altri; e tra questi è anche Eros. Perchè la
sapienza è tra Io cose più belle, ed Eros è amore del bello, sicché
necessariamente Eros deve aspirare alla sapienza, deve esser filosofo, e
come filosofo tenere il mezzo tra sapiente e ignorante. E anche questo
gli vien dalla nascita, giacché egli è di padre sapiente e ricco, ma di
madre nò sapiente nè ricca. Questa, mio caro Socrate, è la natura del
dè¬ mone. Che tu poi fi fossi immaginato Eros come te lo eri
immaginato, nessuna meraviglia: tu avevi creduto, se non m'inganno, a
giudicarne da quel che dici, che Eros fosse l’amato, non l’amante, e però
penso che Eros fi paresse bellissimo, perchè difatti ciò che è degno
di — 59 — è il realmente bello, delicato,
perfetto e tale da aU '° rsi beato Ma l’amante ba tutt’altro aspetto, e
pre¬ cisamente quello che t’ho ritratto. _ Ed io dissi: Sia
pure, ospite; che infin dei conti'' tu ragioni bene. Ma se Eros è
tale, che utile reca agU CodTsto, ? disse, Socrate, mi proverò
d’insegnartelo fra lin00 intanto Eros è tale e nato a questo modo, ed
e di bellezza, come tu dici. Ora se qualcuno ci do¬ mandasse: « Che
cosa vuol dire, Socrate e Diotima, Eros di bellezza? » O più chiaramente:
Chi ama ama il bello, e che ama? Ed io: Possederlo,
risposi. Ma, soggiunse, la tua risposta chiama quest altra
do¬ manda: Che' ci guadagna chi possiede il bello ! Io dissi
di non saper veramente che cosa nspondcie, così, su due piedi, a
questa domanda. Ma riprese, fa conto che qualcuno, mutando 1 ter
mini, sostituisse bene a bello, e ti chiedesse: «Orsù, bo¬ ccate, chi ama
ama il bene; e che ama? » Possederlo, risposi. . , . ,
E che ci guadagna chi possiede il bene! Ecco M’d»™Tn,l« Pi«
«-*.**. « » finisce qui, mi pare. E onesto 1 desiderio
e questo amore credi tu che sia comune a tutti gli uomini e che tutti
vogliano possec ei sempre il bene? O come dici? Così è,
risposi: comune a. tiitti tti diciam o E perché mai dunque,
Sociale, non ,i che amano, se poi tutti amali lo stessotal uni
diciamo che amano e d’altri no! Me ne meraviglio anch’io, dissi.
, No. non meravigliartene, soggiunse, pe ’ a di aver
preso a parte una delle specie d amore, diamo a
rme-sta il nome dell'intero, e la chiamiamo amore, mentre per le
altre ci serviamo di altri nomi. Come sarebbe a dire? chiesi. Ecco
per esempio: sai bene che pohsis, [ Iattura , poesia ’] implica molti
significati, giacché ogni opera¬ zione, la quale faccia che una cosa dal
non essere passi all’essere è poièsis, sicché le produzioni, attinenti
a tutte le arti, sono aneh esse poièseis , e i loro produttori tutti
poiètai. È vero. . , E tuttavia, disse, sai pure che
non si chiamano poteteli, ‘poeti '. ma hanno altri nomi; e una particella
sola, di¬ staccata da tutta la poièsis , quella che ha per oggetto
la musica e le composizioni metriche, è chiamata col nome delimiterò.
Soltanto questa infatti prende nome di poesia, e poeti quelli che
posseggono questa par¬ ticella della poièsis. È vero,
dissi. E così, dunque, anche dell amore. La _ somma n è ogni
desiderio del bene e delTesser felice, il massimo e ingannevole amore (1)
d'ognuno. Ma di quelli che vi si volgono per un’altra delle molte vie, o
del guadagno o della ginnastica o della filosofia, non si dice che
amino, nè son chiamati amanti, laddove coloro che tendono a questa
sola specie, e si consacrano ad essa, prendono il nome del tutto, amoree
amare e amanti. Mi pare ohe tu dica il vero, risposi.
Eppure, seguitò, corre per le bocche un certo discorso: che quelli
i quali vanno in cerca della propria metà, questi amano. Il mio discorso
invece dice che 1 amore non è nè della metà nè dell’intero, ove, amico
mio, non si creda di scorgere un bene, poiché gli uomini si
lasciali volentieri amputare e piedi e mani, sempre che paia ad
essi che le loro proprie membra non sieno più buone. Giacché, secondo
ine, non è il proprio quello che cia¬ scuno ha caro, se pure non si
chiami proprio il bene (1) Pare una citazione; ma la frano destò
dot sospetti in parccclii in¬ terpreti, e fu addirittura considerata come
un glossema dall’Hug o dal Bonghi. n male. Perchè io non vedo altra cosa che gli
206 uomini amino, all'infuori del bene. E tu? r>,>v Zeus, e
nemmeno io. O dunque, possiamo affermare, così senz’altro,
che g li uomini amano il bene? hTche?' r'iprès™non si deve
anche soggiungere che essi amano d’averlo con sè, il bene l
Tpcr dippiù, disse, non solo d’averlo, ma anche d’averlo
sempre? Ssom Eque, concluse, l’amore è amore di aver
sempre il bene con sè. Tu hai pienamente ragione,
dissi. XXV - Poiché l'amore è questo sempre per
imparare appunto codeste . partorire nel * - 4et*?-sstiS?*.
gli uomini, Socrate, concipn etòi i a . nostra secondo
l’anima; e, S 1 ' 11 ' < partorire nel brutto natura desidera di
paidon ; m. nU) infn fti del¬ udi può; nel hello, Mi 1 fj?,p°ff rtl „. E
questa è cosa l'uomo c della donna \ mor talo, questo è immortale:
divina, e nel vivente, ^ ora è impossibile che il concepimento c' a
h* ‘ disarmonico è il brutto ciò avvenga nel disaiic m . q iuvooc n
bello. Sicché rispetto a tutto i cl ’ dea de ua nascita e della
morte] Bellezza è Mona 1 » ’ . t0 ed a Ua generazione]. b
srasr? &«*» *' diventa gaia, e nella sua letizia s’effonde e
partorisce e genera. Ma quando al contrario s’appressa al brutto,
si abbuia, e nella sua tristezza si contrae, si volge indietro, si
raggomitola e non genera; ma, trattenendo in sè il feto, si sente male.
Donde appunto nella creatura, gra¬ vida e già smaniante di desiderio,
l’ansia grande per ciò che è bello, giacché esso libera ehi lo possiede
dalle gravi doghe del parto. Perchè, Socrate, l’amore non è amore
del bello, come tu pensi. Ma e di che allora? Di
generare e partorire nel bello. E sia, dissi. Mon c’è
dubbio, riprese. Ma perchè poi della genera¬ zione? Perchè la generazione
è un sempregenerato e immortale nel mortale. Sicché da ciò che s’è
convenuto segue necessariamente che l’amore è desiderio d’im- 207
mortalità nel bene, se è amore d’aver sempre il bene con sè. E un’altra
conseguenza necessaria di questo ragionamento è che l’amore è anche amore
dell’im¬ mortalità. Tutte queste cose ella m’insegnava ogni
volta che si ragionava d’amore. E un giorno mi chiese: Che cosa mai,
Socrate, credi tu che sia causa di codesto amore e di codesto desiderio?
O non senti che tenibile crisi attraversino tutti gli animali, e
terrestri e volatili, quando senton desiderio di generare, ammalandosi
tutti e strug¬ gendosi d’amore, prima, di mescolarsi insieme; poi,
di allevare la prole; e come sieno pronti per essa a combat¬ tere, i
più deboli coi più forti, e a spender la propria vita in difesa di quella
e a soffrire essi la fame, pur di nutrire i loro nati, e a fare qualunque
altra cosa? Degli uomini, tanto, si può credere che lo facciano per
effetto d’un ragionamento; ma e gli animali, che cosa può indurli a
questo prodigio d’amore? Sai dirmelo? Ed io a risponder daccapo di
non saperlo. Ella ripigliò: E pensi, dunque, di poter
divenire esporto in cose d’amore, se non intendi questo? Ma
per questo appunto, Diotima, come dianzi di¬ cevo, vengo da te, perchè so
d’aver bisogno di maestri. Ala tu dimmene la cagione, e di queste e delle
altre cose relative all’amore. Ebbene, se ritieni per fermo
che 1 amore sia pei tura amóre di quello di cui s’è convenuto più
volte, nn te ne meravigliare: Giacché qui si torna allo stesso
bscorso- la natura mortale cerca, per quanto può, di essere sempre e
immortale. E può esserlo soltanto per està via per la generazione, cliè
così lascia sempre dono di sé qualcos’altro di nuovo in cambio del
vecchio. Poiché anche in quello spazio di tempo durante il quale di
ciascun animale si dice che è vivo e che e lo stesso... „or
esempio, d’un uomo, da bambino fino a che non diventi vecchio, si dice
che è il medesimo; eppure costui, quantunque non conservi mai in sé
stesso le stesse cose tuttavia passa per essere il medesimo, pur
rifacendosi in parte incessantemente giovane, e m parte deperendo e
nei capelli e nelle carni e nelle ossa e nel sangue e in tutto il corpo.
E nonché per il corpo, ma anche per l’anima, i modi, i costumi, le
opinioni, i desideri, i pia¬ ceri i dolori, le paure, ciascuna di queste
vane cose no rimati punto la stessa in. ciascuno, ma talune
nascono, dire periscono. E, quel che è ben piu sorprendente, non si
le cognizioni, altre nascono, altre periscono m noi 208 e noi non siamo,
nemmen rispetto alle cognizioni, semp ghS, ma anche per ciascuna =
s’avvera lo stesso. Giacche ciò che si ^e meditare^ dice appunto
della cognizione m quanto ^ ' ' 1 ' ticanza infatti è uscita di
cognizione etemeMaage, non con l’essere in tutto sempre lo stesso,
come il <hvi , nuT col' 1 lasciare dopo di sé, in cambio di ciò che va
via , . nn ni cos’altro di nuovo che gli somiglia pei e
invecchia, qualcos altro | ocrat0) diss’ella, ifmortaio partecipa
dell’immortalità, sia corpo, sia checché si voglia Ma l’immortale procede
per altra via. Non meravigliare dunque, se ogni essere per natura oncia
i proprio germoglio, giacché per desiderio d immortalità siffatta
cura ed amore s’ingenera in ogni creatura. All’udire questo ragionamento
ne rimasi sorpreso, è dissi: Sia pure, sapientissima Diotima; ma
è tìoì realmente così? Ed ella, come i perfetti sofisti (1):
Abbilo per fermis-. simo Socrate, rispose. Oliò, se vuoi guardare
anche all’amore degli uomini per la gloria, ove tu non tenga
presente ciò che ho detto, avresti motivo di meravigliarti della loro
stoltezza, riflettendo da quale ardore sien pos¬ seduti di divenir
celebri e gloria procacciarsi ne’ secoli tutti immortale (2), e come
perciò sieno pronti a sfidare qualsiasi pericolo, anche più che per
i figli, e consumar sostanze e soffrire qualsiasi sofferenza e far
getto della propria vita. Poiché credi tu, disse, che Alcéstide sarebbe morta
in cambio di Admeto o Achille soprammorto a Pàtroclo o Codro- vostro (3)
premorto per assicurare il regno ai figliuoli, se non avesser
creduto di lasciare quel ricordo di sé, che ora noi serbiamo di
loro'? Pi vuole ben altro! disse. Ma per conseguire virtù immortale e
siffatta fama gloriosa, tutti, a parer mio, son pronti a qualsiasi cosa,
e quanto migliori, tanto più, perché amano l’immortale. Quelli dunque che
son gra¬ vidi. disse, nel corpo, si volgono di preferenza alle
donne, e per questa via sono amorosi, procurandosi per mezzo della
generazione dei figliuoli, come pensano, immorta¬ lità, ricordo e
beatitudine per tutto il tempo avvenire. 209 Coloro invece che son
gravidi nell’anima... perchè, di¬ ceva, c’è pure di quelli che son
gravidi nell’anima, ancor più che nei corpi, di ciò che all’anima
s’addice e di con¬ cepire e di partorire; e che cosa le s’addice? la
saggezza c le altre virtù; e di queste sono generatori i poeti
tutti, e degli artisti quanti son detti inventori. E tra le forme
di saggezza, disse, la più alta di gran lunga e la più bella (1)
L’osservazione di Socrate ai riferisco al tono di sicurezza, por- dir
cosi, cattedratico e dogmatico clic assumo Diotima, la quale di qui in
poi abbandona la conversazione familiare per pronunziare un discorso
lungo c filato. (2) Dev’essere una citazione poetica. L’Hng
osserva elio in questa parte Diotima si compiace di versi o di forme
poetiche. (3) Codro ò il leggendario re clic andò volontariamente
incontro alla morte per salvare l’Attica dalla invasione dorica.
— 65 — che s’occupa degli ordinamenti politici
e donic- Ò - q !, cui si dà nome di prudenza e di giustizia. E
allor- S Ì 1C1 ™>i uualcuno di costoro per esser divino (1) sia
da 1 1 gravido nell’anima, e giunta l’età desideri oramai
vtnrire e generare, anche costui, credo, ricerca pre¬ murósamente
quel bello nel quale possa generare, giacche 'e 1 brutto non vorrà
generar mai. E quindi egli gravido r 4 si compiace dei bei corpi piu che
dei bratti, e °e s’incontri in un’anima bella e generosa c d indole
mona si compiace vivamente d’un tale insieme e con e òo egli è subito
largo di discorsi intorno alla virtù e su miei che dev’essere l’uomo
dabbene e sul tenore di vita che questi deve proporsi; e si dà a educarlo
Perche, , credo a contatto della bella persona e nei colloqui con
essa egli partorisce e genera quello di cui da gran tempo e ra 'gravido,
ricordandosi di lei, presente o lontano, e la prole egli alleva in comune
con quella, cosicché uonnn siffatti mantengon tra loro una comunanza assa
P intima che non quella che avrebbero per mento dei figliuoli, e
un’amicizia assai più salda, dacché ^ in comune dei figli più belli e piu
mimo potinoli •per sè preferirèbbe d’aver piuttosto di sillatti h ^
. che quelli umani, guardando a Omero a Esu^ c agli altri
poeti insigni, invidioso dei nati_ l lasciali di sè e che assicurano loro
gioire ; uoi immortale, perchè sono essi stessi inumatali, .
• disse, dei figliuoli come quelli che tediò Um 0 demone,
salvatori di Lacedemone e,spù.c( i-Eliade E da voi è anche onorato Soloiu
pu lì SmS«So o"«iÒff». ta’«ove..por gli umani fin qui a
nessuno. Sino a questo grado nei Socrate forse avresti potuto
iniziarti da b • Ma min dottrinò perfette e contemplative, alle quali,
ove si pio¬ li) Mantengo qui la lozione ilei oodd. 9-stos lov. ceda
rettamente, quelle finora esposte servono di pre¬ parazione, non so se ne
saresti capace, le le esporrò dunque io, disse, e non trala scerò di
metterci tutta la mia buona volontà. E tu cerca di seguirmi, se ti
riesce. Perchè chi vuol incamminarsi per la via diritta a questa
impresa, deve da giovane andare verso i bei corpi, e dapprima, se chi lo
guida lo guida' dirittamente, amare un sol colpo c generare in esso
discorsi belli; e poi inten¬ dere che la bellezza in un qualunque corpo è
sorella della bellezza dim altro corpo; e se convien perseguire ciò
ohe è belio d'aspetto, sarebbe una grande stoltezza non sti¬ mare
che una sola e identica sia la bellezza in tutti i corpi. E inteso che
abbia questo, divenire amante di tutti i boi corpi, e calmare quei suoi
ardori per uno solo, spregiandoli o tenendoli a vile. E in seguito
reputare clic, la bellezza delle anime sia di maggior pregio clic la
bel¬ lezza del corpo, sicché, ove uno sia bello dell’animo,
quand’anche poco leggiadro, se ne contenti e Io ami e ne prenda curii e
partorisca e cerchi ragionamenti sif¬ fatti, che valgano a render
migliori i giovani, affinchè sia dipoi costretto a considerare il bello
clic è nelle, isti¬ tuzioni e nelle leggi, e riconoscere che esfjo è
tutto con¬ genere a sè, e si persuada così che il hello corporeo
non è che piccola cosa. E dopo le istituzioni < In sua guida
> lo conduca più in alto, alle scienze, perché veda alla loro
volta la bellezza»delle scienze, e mirando all'ampia di¬ stesa del bello,
non più, estasiandosi come uno schiavo, davanti alla bellezza d'una
singola cosa, d’un giovanetto o (L’un uomo o d’una istituzione sola, e
servendo sia una abietta o meschina persona; ma volto al gran mare
della bellezza, e contemplandolo, partorisca molti e belli e magnifici
ragionamenti e pensieri in un amore sconfi¬ nalo di sapienza, fino a che,
in questo rinvigorito e cre¬ sciuto, non s’elevi alla visione di
queU’unica scienza, che è scienza di cosiffatta bellezza. E
ora, continuava, la di aguzzare rocchio della mente quanto più
puoi.Giacché colui che sia stalo educato fin qui alle cose amorose,
contemplando a grado a grado e rettamente il bello, pervenuto al termine
della via d’amore scorgerà d’improvviso una bellezza di sua
mumluìi natura stupenda, e precisamente quella, Socrate, per
la quale si eran durati tutti i travagli precedenti, quella che
innanzi tutto è eterna, che non diviene e non perisce, non zi 1 cresce e
non scema; e poi, che non è bella per un verso e brutta per un altro, nè
a volte si a volte no, nè bella rispetto a una cosa e brutta rispetto ad
un’altra, nè qui bella e lì brutta, o bella per alcuni e brutta per
altri. Ne, per dìppiù, la bellezza prenderà ai suoi occhi la forma
come (li volto o di mano o d’alcunchè di corporeo, nè d’un discorso o
d’una scienza o di qualcosa che sia in un altro, in un animale, poniamo,
o in terra o in cielo o dove che sia; ma gli apparirà qual è in sè,
uniforme sempre a sè medesima, e tutte le altre cose belle, partecipi
(Vessa in tal modo, che, mentre queste altre e divengono e peri¬
scono, essa non divien punto nè maggioro nè minore, e non soffre nulla. E
quando alcuno per aver rettamente amato i fanciulli, sollevandosi dalle
cose di quaggiù, prenda a contemplare quella bellezza, allora può
dirsi che abbia quasi toccato la meta. Perchè questo appunto è
sulla via d’amore procedere o esser guidato diritta- mente da un altro:
muovendo dalle belle persone di quaggiù ascendere via via sempre più in
alto, attratto dalla bel¬ lezza di lassù, quasi montandovi per una scala,
da un bel corpo a- due, e da due a- tutti i bei corpi, e da bei
corpi alle belle istituzioni e dalle istituzioni allo belle scienze per
finire dalle scienze a quella scienza che non è scienza d’altro se non di
quella bellezza appunto; e pervenuto al termine, conosca quel che è il
bello in se. Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva 1
ospite di Mantinea, è il momento della vita degno per un uomo
d’esser vissuto, allorché egli può contemplare la bel¬ lezza in sè. Ed
essa-, ove mai tu la veda., non ti parrà comparabile nè con oro nè con
vesti nè con quei bei fanciulli e giovanetti, al cospetto dei quali rimani
ora sgomento e sei pronto, e tu e molti altri, guardando co¬ desti
vostri amati c standovi con loro, se fosse possibile, sempre, a non
mangiare nè bere, ma soltanto a eontem- plarveli e starci insieme. E che
sarebbe, diceva, se a qualcuno riuscisse di vedere il bello in sè,'
sclùetto, puro, sincero, non infarcito di carni umane e di colori e
di tante altre vanità mortali, ma potesse scorgere la divina
bellezza in sè medesima, uniforme? Creiti tu che sia una vita da tenere a vile
quella di chi possa guar¬ dare colà e contemplare con 1 intelletto (1)
quella bel¬ lezza e starsi con essa? O non pensi, disse, che quivi
soltanto, a lui che vede la bellezza con quello per cui essa è visibile,
verrà fatto di partorire, non immagini di virtù, perchè non è in contatto
con immagini, ma virtù vera, perchè in contatto col vero; e che,
avendo generato e nutrito virtù vera, a lui solo è concesso di
divenir caro agli dei, ed anche, se altri mai iu tale al mondo,
immortale? Eccovi, Fedro e voi altri, quel che diceva Diotima,
e io ne fui persuaso; e, persuaso, mi adopero a persuadere anche
gli altri che per procacciare alla natura umana un tanto acquisto non si
può facilmente trovare un collaboratore più valido d’Eros. E perciò
appunto af¬ fermo che ogni uomo ha l’obbligo di rendere onore ad
Eros, e io stesso onoro e coltivo in modo speciale le discipline amorose
e vi esorto gli altri; ed ora e sempre, per quanto è in me, encomio la
possanza e la fortezza di Eros. Questo discorso,
Fedro, ritienilo detto come un elogio d’Eros, se credi; se no, chiamalo
pure come ti piacerà di chiamarlo. Poiché Socrate ebbe finito,
tutti, raccontava Aristodemo, gli rivolsero delle lodi, eccetto
Aristofane, che s’accingeva a dire nòti so che cosa, perchè
Socrate, nel parlare aveva alluso al discorso di lui, quando, a un
tratto, s’ode picchiare violentemente alla porta di strada e insieme un
gran chiasso, come d'i gente avvinazzata, che usciva da un banchetto, e
la voce d’una suonatrice di flauto. Al che Agatone: Ragazzi, disse,
andate a ve¬ dere; e se è qualcuno dei nostri, fatelo entrare; se
no, dite che s’è smesso di bere e stiamo già riposando. Ed, ecco,
un momento dopo, si sente noi vestibolo la voce Alla lettera: con
quello con cui si convieno (contemplarlo), cioè v(p * con la monte
d’Alcibiade, ubriaco fradicio, che strepitava: Pov’ò Agatone? Menatemi da
Agatone! Entrò, sorretto dalla suo- natrice e da alcuni dei suoi
compagni, e si fermò sulla soglia dell’uscio. Aveva il capo ricinto d'una
folta corona di edera e di viole e adorno d’una infinità di nastri.
E disse: Salute, amici! Vorrete compiacervi di dare un posto per
bere con voi a un ubriaco fradicio, o dobbiamo andar via subito dopo di aver
incoronato Aga¬ tone, che è lo scopo per cui siamo qui? Ieri non mi
riuscì di venire, ma ora eccomi qui, col capo coperto di nastri,
per rieingerne dal mio il capo del più sapiente, del più bello,
lasciatemelo dire, tra gli uomini. Iriderete voi forse, perchè sono
ubriaco? Ebbene, ridete pure; ma io so di B3 dire la verità. Intanto
ditemi senz’altro, se posso o no entrare a queste condizioni. Siete
pronti a bere con me, o no? Tutti in coro con alte
grida gli risposero che entrasse e si mettesse a giacere, e
Agatone ve lo invitò. Egli venne avanti condotto dai compagni, e
poiché si veniva levando que’ nastri per incoronarne l’ospite, non
s’accorse di So¬ crate, che pure gli stava dinanzi agli occhi, ma si
mise a sedere accanto ad Agatone, tra questo e Socrate, il quale,
come l’aveva visto (2), s’ora tratto da parte. Sedu¬ tosi. abbracciò
Agatone e gli cinse il capo. È Agatone disse: Ragazzi, slacciate i
sandali ad Alci- biade, perchè possa sdraiarsi terzo fra noi.
Benissimo, disse Alcibiade; ma chi è questo nostro terzo compagno?
E ad un tempo, volgendo gli occhi, vide Socrate, e vistolo diè un balzo,
esclamando: Per Éraeles. che roba è questa? Socrate qui? Àncora un
agguato! E hai preso questo posto per apparirmi, al solito,
dinanzi, dove meno me l’aspettavo? E ora, perchè sei qui? E perchè
poi ti sei messo a giacere proprio in questo posto? Perchè non accanto ad
Aristofane o a qualche altro, che sia o voglia parere un burlone, ma
tanto ti sei destreg- (1) i Alclbiado voniva coronato, pcrchò
usciva da uu altro banchetto. Le corono, elio solovano essero di foglio
di mirto, di pioppo bianco o di odora intrecciato con roso o In Atene a
proferonza con violo, si distribui¬ vano dal servi, quando, finita la
cena, si passava a boro. * (Hug). (2) Leggo (1)£ éxetvov xctxstfiev
secondo il pap. d’Osslrinco. g iato da venirti a sdraiare accanto al più
bèllo di quanti SOn °B q Soc" Agatone, disse, guarda un po’ di
difen¬ dermi. perchè l'amore per me di costui non un dà poco a fare
Dacché presi ad amarlo, non son pm padrone di guardare o discorrere con
nessun altra bella persona senza che costui, roso dalla gelosia o daU
invicha, non faccia cose dell’altro mondo, e mi copra d insulti, e
per poco non mi metta le mani addosso. Guarda che anche ora non ne
faccia qualcuna delle sue. Metti pace tra noi, o, se cerca d’aecopparmi,
aiutami, perche io ho una paura matta dei suoi furori e delle sue smanie
amorose. Pace tra me e te? ribattè Alcibiade; non è
possibile. Ma di questo ti castigherò in qualche altra occasione.
Per ora, Agatone, rendimi un po’ di codesti nastri, perche 10 ne
ricinga il meraviglioso capo di costui qui, e non mi accusi d’aver
coronato te, e lui poi, che vince nei discorsi tutti, e non solo ier
l’altro, come te, ma sempre, non 1 ho coronato. E così dicendo, prese
alcuni nastri, ne cinse 11 capo di Socrate e si mise a giacere. Dopo
che si fu sdraiato, riprese: E che amici? non siete in vena di bere? Io
non posso permet¬ terlo; bisogna bere: è stato il nostro patto. Io scelgo
a re del bere, finché non avrete bevuto abbastanza, me stesso. E
Agatone faccia portare, se c’è, una gran tazza. No, no, non occorre.
Ragazzo, a me quel bigonciolò — all s’eraaccorto che conteneva più di
otto colili (1) —lo riempì e bevve per il primo; poi ordinò clic si
mescesse per So¬ crate, aggiungendo: Del resto, amici, con Socrate la
mia astuzia non attacca: si può farlo bere quanto si vuole, non c’è
caso che s’ubriachi. Socrate, quando il ragazzo gli ebbe mesciuto,
bevve. Ma Erisslmaco disse: Che facciamo, Alcibiade? Tra¬
canneremo così un bicchiere sull’altro senza intramezzarvi nè un discorso
nè un canto, proprio come degli assetati? Tì Alcibiade: Erissimaco,
eccellente figlio d’eccellente e sennatissimo padre, salute! La
eotile equivaleva a circa un quarto eli litro. E salute a te
pure! rispose Erissimaco. Ma che dob¬ biamo fare! Quel che tu
ordini: a te bisogna obbedire, Che certo un medico solo vai quanto
molti uomini insieme. Ordina dunque a tuo modo. Ebbene,
da’ retta, riprese Erissimaco. Prima della tua venuta s’era fissato che
ciascun di noi per turno a destra pronunziasse un discorso, il meglio che
si poteva, su Eros, in elogio di questo dio. Tutti noialtri abbiamo
parlato. Tu che non hai parlato, ma hai bevuto, è giusto che ne faccia
imo tu pure. Dopo, imponi a Socrate quel che ti piace, ed egli farà
altrettanto per turno a destra con gli altri. Belle parole,
Erissimaco! rispose Alcibiade. Ma non ti pare che a mettere un ubriaco in
gara di discorsi con gente che ha la testa a posto, la partita non sia
pari ! E dimmi pure, beato amico: ci credi tu a quel che
Socrate ha detto or ora di me? Non sai che è proprio il rovescio di
ciò che egli diceva? Giacche costui, se in presenza sua mi permetterò di
lodare un altro, dio o uomo che non sia lui, non terrà a posto le
mani. Parla con più rispetto, disse Socrate. Per
Poseidone, riprese Alcibiade; non contradirmi. Sai bene che in
presenza tua non potrei lodare nessun altro. E tu fa' come
vuoi, ripigliò Erissimaco: loda So'crate. Come dici! Ti pare,
Erissimaco, che convenga? Posso dare addosso a quest’uomo e vendicarmi di
lui sotto i vostri occhi? Ohe, giovanotto, che ti salta in
niente? Con la scusa di lodarmi vuoi mettermi alla berlina? O che vuoi
fare? Dirò la verità. Guarda però di lasciarmela dire.
Ma, certo, la verità te la laseerò dire, anzi voglio che tu la
dica. Son pronto, riprese Alcibiade. E tu fa’ così: se non
dico la verità, interrompimi e dammi una smentita, che di proposito non
dirò nessuna bugia. Ma se salterò di 21 palo in frasca, come la memoria
mi suggerisce, non teue sorprendere, giacché non è facile per chi è
neUgnie condizioni enumerare per filo e per seguo tutti 1 tiatti
della tua originalità. Socrate, amici, comiucerò a lodarlo così, per via
di paragoni. Costui crederà forse ch’io voglia farvi ridere alle sue
spade; eppure il paragone mira a rappresentarvelo qual è realmente, non a
metterlo in burla. Dico dunque ch’egli è similissimo a quei Sileni
esposti nelle botteghe degli scultori, che gli artisti raf¬ figurano con
zampogne o flauti in mano e che, aperti in (lue, mostrano nell’interno
immagini di dei (2). Ili dico per dippiù che somiglia al satiro Marsia
(3). li/ che tu sia nell’aspetto simile a quelli, neanche tu, boera
te, oseresti metterlo in dubbio. Che poi somigli anche nel resto,
stanimi ora a sentire. Sei un gran canzonatore; o no ? Se lo neghi, ,
presenterò dei testimoni. E un flau¬ tista, no? Anzi più meraviglioso di
Marsia. Questi, è vero?, molceva gli uòmini per via di strumenti con
la potenza della sua bocca, e anche oggi chi suona le com¬
posizioni di lui — perchè già quelle che Olimpo suonava appartengono
senz’altro a Marsia, che gliele aveva inse¬ gnate... e a buon conto le
sonato di lui, o che le esegua un abile flautista o una flautista
dappoco, per essere opera divina, valgono da sole a soggiogarci e farci
sen¬ tire (fili prega gli dei e chi aspira ad essere iniziato. Ma
Il discorso, ohe Plutone la pronunziare ad Aloibiado, oltre ad essere
l’upplioozione pratica della toorlca bandita da Socrato, ohe ci ò cosi
rap¬ presentato domo l’amanto perfetto o il tipo vivente del filosofo, è
assiri probabilmente anche nn'ahilo o splendida difesa di costili contro
lo maligno insinuazioni d'nn sofista. Pollerato, cho in un ili,olio
contro Socrate doveva aver presentato sotto una luco tutt’altro olio
favorevole lo relazioni d’ami¬ cizia elio lutoroedovuno tra 11 maestro od
Alclbiado. (2) Questi Sileni orano, paro, una spedo d'armadi,
riproducesti lo fattozzo dei popolarissimi compagni di Dlóniso. e
dovovano esseri, d’uno certa capacita, so nell’intorno potevano contenoro
parecchio statuette o simulacri di numi. E 11 modo corno v'oeconna
Aloibiado fa Intenderò ohe dovessero essere assai noti o comuni !u
Atene.Il satiro Murala, in origino un dio fluviale dell’Asia Minoro,
inven¬ tore del flauto, flautista cccoUonte o maestro di Olimpo, a cui
Alcibiade accennerà fra poco, addò ad una gara musicalo Apollo olio
suonava la cetra, e, vinto dal dio, fu tratto fuori , della vagina dolio
membra sue tu tu sei (li tanto superiore a lui, che senza bisogno di
strumenti con semplici parole ottieni questo medesimo effetto. Difatti
noi, quando udiamo qualche altro ora¬ tore sia pure eccellente,
pronunziare degli altri discorsi, non'ce ne interessiamo, per così dire,
nè punto nè poco. Ma ove qualcuno oda te o qualche altro, e sia
pure il più inetto parlatore, che riferisca le tue parole, o che le
oda una donna o un uomo o un giovanetto, no siamo rapiti ed esaltati. Ed
io, amici, se non temessi di pas¬ sare per ubriaco sino alle midolla, vi
direi, e giurerei, che sorta d’effetti ho risentito dallo parole di
costui e ne, risento tuttora. Giacche a me, quando le odo, ben più
che agl’invasati d’un fluoro coribantico (1), il cuore ini balza nel
petto e mi sgorgali le lagrime ai discorsi di costui; e anche a
moltissimi altri vedo che capita lo stesso. A udir Pericle e altri
oratori di grido dicevo tra me e me: parlano benissimo; ma non risentivo
nulla di simile, nè la mia anima era messa a soqquadro, nè mi
attristavo di menare una vita da schiavo. Ma sotto i discorsi di questo
Marsia ch’è qui, ho provato spesso l’impressione che non valesse la pena
di vivere, vivendo 216 come vivo. E questo, Socrate, non dirai che non
sia vero. E anche ora, non lo nego, ho coscienza che, a vo¬ lergli
prestare orecchio, non potrei resistere, ma risentirei gli°stessi
effetti. Giacché egli mi obbliga a confessare che, con tante delìcenze che
ho, trascuro ancora me stesso per occuparmi delle faccende degli
Ateniesi. E por a viva forza, come dallo Sirene-, tappandomi gli
orecchi, mi sottraggo, fuggendo, per non invecchiare seduto accanto
a costui. E soto davanti a quest uomo ho pro¬ vato quel sentimento, che nessuno
sospetterebbe m me, il sentimento della vergogna. Io, sì, ini vergogno
soltanto di costui. Perchè sento dentro di me di non potergli
contradiro, che non si debba fare quello a cui egli mi esorta; ma poi,
non appena m’allontano daini, ecco che mi lascio vincere dalle lusinghe
del favor popolare. I Gorlbntltl orano 1 sacerdoti della doa asiatica
l’ibelu, elio o^si 'veneravano con nn colto orgiastico, nelle ani
cerimonie erau presi da un furore divino. Sicché lo evito e lo
fuggo; e ogni volta che lo vedo, mi vergogno d’aver# dato ragione. E
spesso vedrei volen¬ tieri ch’egli non è più tra gli uomini; eppure, se
ciò avve¬ rse, son certo che me ne dorrei assai dippiù, sicché di
quest’uomo non so addirittura che farmi. Dunque, dalle sonate di costui,
di questo satiro qui, e io e molti altri abbiamo provato
questi effetti. Ora statemi a sentire com’egli e simile, anche pei
altri versi, a quelli a cui lo paragonavo, e come e mera¬ viglioso il
potere che possiede. Perche, siatene certi, nessuno di voi lo conosce. Ma
ve lo scoprirò io, dacché mi ci son messo. Voi vedete che Socrate si
strugge di amore per i bei giovani, ed è sempre a loro dintorno, e
se ne mostra fuori di sé, e del resto ignora tutto e non sa nulla. E non
è da Sileno codesto? E come! Ma questa, è l'apparenza, sotto cui s’è
nascosto, come il Sileno scol¬ pito. Ma di dentro, aperto, indovinate
voi, compagni bevitori, di quanta temperanza è pieno? Sappiate che
se uno è bello, a lui non gliene importa nulla, ma lo disprezza,
quanto nessuno lo crederebbe; nè se è ricco, nè so ha qualcuna di quelle
dignità che costituiscono per la folla il colmo della beatitudine. A
tutti questi beni egli non dà nessun valore, e nessuno a noi — ve lo dico
io — e passa tutta la vita a far dell’ironia e a scherzare alle
spalle degli altri. Ma quando fa sul serio ed è aperto, non so se
qualcuno ha visto i simulacri di dentro; ma io li ho "visti una
volta, e mi parvero così divini e aurei e 21? bellissimi e mirabili da
dover fare senz’altro quel che Socrate comanda. Infatti, credendolo preso
davvero della mia bellezza, stimai un guadagno e una fortuna mera¬
vigliosi che mi si offrisse il destro di far cosa grata a Socrate e udire
così tutto quello che egli sapeva, perchè ero orgoglioso della mia
bellezza, e in che modo! Con questo in mente, mentre prima non ero solito
di trovarmi da solo a solo con lui, senza qualcuno che m’accompa¬
gnasse, d’allora in poi mandavo via il mio accompagna¬ tore e rimanevo
solo con lui... giacché a voi devo dire tutta la verità; ma voi state
attenti, e se mentisco, tu, Socrate, sbugiardami. — Dunque, amici,
rimanevo con 1ni solo a solo, e m’aspettavo eli egli mi tenesse
subito uel discorsi che un amante suol tenere con un amato ,
rmattr’oeehi, e ne godevo. Eppure non avveniva nulla m mesto: com’era
solito, discorreva con me, e, trascorsa tutta la giornata insieme, andava
via. In seguito lo invitai ad esercitarsi con me nella ginnastica e mi
eserci¬ tavo con lui, illudendomi che così avrei raggiunto il mio
‘ooo E infatti egli si esercitava e lottava con me, spesso senz’alcun
testimone. Ma che! non si faceva un passo. Poiché nemmeno questa via
spuntava, mi parve che con nuest'uomo si dovesse venire ai ferri corti e
non dargli tregua dal momento che mi ci ero messo, ma vederci
chiaro in questa faccenda. Lo invitai così a cena con me, tendendogli un
tranello, proprio come un amante a un amato. E sulle prime non volle
neppure accettare; tut¬ tavia, in capo a qualche tempo, s’arrese. Quando
venne la prima volta, finita la cena, volle andarsene, e pei
allora, vergognandomi, lo lasciai Ubero. Ma un alti a y > fatto il mio
'piano, poiché si finì di cenare, Scorsi con lui sino' a notte inoltrata;
e quando egli voleva andai via, col pretesto che- fosse tardi, lo costrinsi
a rimanere Egli riposava nel letto dove aveva cenato, accanto a
mio, e nella stanza non dormiva nessun altro ah infuori di noi. Ein qui
il racconto è tale, che si può faie in p senza d’ognuno-, ma di qui in
avanti non im sentireste parlare, se in primo luogo, come dice il
proverbio il i ino e senza fanciulli e con fanciulli, non fossi
veri¬ tiero (1), e poi nascondervi un tratto cosi superbo di
Socrate, ora 'che son qui per farine un’ingiustizia. Ma c’è'di più:
io sento ancora 1 effetto eli prova chi è morso da una vipera. Porche,
dicono, ì’ha sofferto non vuol parlare del proprioa ai morsicati,
come i soli che sappiano « smn chsposri a compatire tutto quello che egli
e giunto a fare e dire sotto la, sferza del dolore. Sicché io, morso da
tintura più dolorosa e nel punto più doloroso ni cui si possa
(!) Da du^o luogo il provo.-t.io apparisco corno presente alla
mente il ’Aicibia.lo sotto lo ano formo, tra lo parecchie che so ne
.-.coniano. .1. oho £ ’ vi- e vorilA-, c olvo; xat *«ì8s C ™o
o fanciulli < sono > voritlorl ’. esser morsi... ferito e
morso nel cuore, e nell’anima, o com’altro si voglia chiamare, dai
discorsi filosofici che son più cattivi d’una vipera, quando s’attaccano
al¬ l’anima non ignobile d’un giovane, e gli fan dire e fare
qualsiasi cosa... E, del resto, in presenza d un Fedro, d’un Agatone,
d’un Erissimaco, d’un Pausania, d un Aristodemo e d’un Aristofane...
Socrate stesso a che- no¬ minarlo?... e txitti voi altri"? chè tutti
siete posseduti dal delirio e dal furore filosofico... e però tutti
udrete, perchè siete tutti in grado di compatire ciò ch’io feci allora
e vi dirò ora. Quanto a voi, servi, è se c’è altri pro¬ fano e
rozzo, tiratevi delle porte ben grandi sui vostri orecchi (1).
Poiché, dunque, amici, fu spenta la lucerna e i servi andarono a dormire,
mi parve che non fosse il caso di ricorrere a raggiri con lui, ma di
spiattellargli francamente quel che sentivo. E, scotendolo, gli
chiesi: Socrate, dormi? No, non dormo, rispose.
Ebbene, sai che cosa ho risoluto? E che cosa? mi
chiese. Tu sei, ritengo, il solo degno d’esser mio amante, e
vedo che esiti a farmene parola. Ora io la penso cosi: credo che sia una
grande stoltezza da parte mia non compiacerti e in questo e in altro, se
hai bisogno delle mie sostanze o dei miei amici. Per me, quello che
soprat¬ tutto mi preme è di divenire quanto migliore io possa; e in
ciò, credo, non potrei trovare un collaboratore più valente di te. Sicché
a non compiacere ad un nomo come te mi vergognerei ben più agli occhi
delle persone di senno, che non a compiacerlo, agli occhi dei molti
e sciocchi. Egli mi stette a sentire, e poi con quella sottile ironia,
che gli è propria od abituale, mi rispose: Parto Alcibiade, tu risichi
realmente di non essere un dappoco, se mai è vero ciò che dici di me, e
se c’è in me un potere, per il quale tu possa divenir migliore. Tu
avresti così scorto in me una bellezza irresistibile e La
locuzione 6 tolta dal linguaggio del misteri. ma molto superiore alla
tua leggiadria. Cosicché, 11101 ’ scorgendola, tenti d’accomunarti con me
e barat- Mre beSa per bellezza, ti proponi di fare a mie spese fca
in (la ano tutt’altro che insignificante, anzi in lao„o a-.o.!».™
1. veri.» del teli» e luisidi scambiare veramente ferro con oro (1). Ma,
~ beato- amico, rifletti meglio, se non t’inganni a partito m conto
mio. Bada: gli occhi della mente vanno di¬ ventando più acuti a misura
che quelli del corpo per¬ dono del loro vigore, e tu sei ancora lontano
da questo momento. c iò, dissi: La mia idea è questa, e non
ho detto niente di diverso da quel che penso. Quanto a te.
considera quel che ti sembra il meglio nel tuo e nel mio interesse.
, ._ Ma sì, ben detto! rispose. Difatti non mancherà tempo
per ripensarci e fare quel che ci parrà meglio nell inte¬ resse di tutt’e
due, così in questa, come in ogm altra faC Orario, dopo d’aver
detto e udito queste parole e avergli tirato quelle frecciate, lo
credetti ferito. E leva¬ tomi dal mio posto e senza più dargli tempo di
dir nulla, gli gettai addosso il mio mantello, proprio questo qui —
era anche allora d’inverno — e nn rannicchiai sotto la mantellina logora
di costui, e gettate le braccia al collo di quest’uomo veramente divino e
meraviglioso, me ne stetti a giacere accanto a lui l’intera notte. E
nem¬ meno in questo, Socrate, dirai che mentisco. Ebbene nonostante
che io avessi fatto tutto questo, egli si mos r di tanto superiore e
tenne così a vile e sprezzò tanto la mia bellezza e la vilipese a tal
punto — eppure io cre¬ devo che qualcosa valesse, o giudici, perche voi
ora siete mudici della superbia di Socrate... ebbene ve lo giuro
per tutti gli dei e per tutte le dee, dopo d’aver dormito accanto a
Socrate l’intera notte, mi levai, nò piu uè meno, che come se avessi
dormito con mio padre o con un mio fratello maggiore. Allusione al
cambio dello anni tra Glauoo e Diomede: et. II. VI •231 sgR. E dopo
ciò, quale credete che fosse il mio animo? Da un canto mi vedevo
disprezzato, e dall'altro ammiravo l'indole, la temperanza e la fortezza
di costui, 10 che m’ero imbattuto iu un uomo tale, come non
cre¬ devo mai di poter incontrare il simile per senno e per forza
d’animo. Cosicché non riuscivo nè ad adirarmi con lui e rinunziare alla
sua compagnia, nè a trovar la via per attirarmelo. Ben.sapevo che al
danaro egli era. da ogni parte assai più invulnerabile che Aiace al
ferro, e 11 solo mezzo, per cui credevo di poterlo prendere, m’era
sfuggito di mano. E così, a corto d’espedienti e asservito da quest’uomo,
come nessuno da nessun altro al mondo, io gli giravo sempre
dattorno. Questi casi m'erano già seguiti, quando più tardi
facemmo insieme la campagna di Potidéa (1) ed eravamo compagni di mensa.
Ebbene, innanzi tutto, nelle fatiche egli vinceva non solo me, ma anche
tutti gli altri. Allorché, 220 in qualche luogo, come spesso capita in
guerra, eravamo costretti a patir la fame, gli altri, nel resistervi,
appetto a lui non valevano uno zero, mentre imi nei momenti di
scialo, era il solo che sapesse goderne, e senza esser proclive al bere,
quando v'era costretto, superava tutti, e, cosa anche più sorprendente,
non c’è nessuno che abbia mai visto Socrate ubriaco. E di ciò penso che
ne avrete ben presto la prova. Quanto poi a sopportare il freddo —
e lassù i freddi sono terribili — faceva cose inverosimili, e perfino a
volte, mentre c’eran delle ge¬ late da non si dire, e tutti o non
mettevano il naso fuori o si coprivano fino alla cima dei capelli e
calza¬ vano scarpe e «'avvolgevano le gambe in feltri e pel¬ licce,
costui, con un tempaccio di quella sorta, se n'u¬ sciva coperto della
sua, mantellina abituale, e scalzo camminava sul ghiaccio meglio degli
altri calzati, e i soldati lo guardava]) di traverso, perchè pensavano
che egli li disprezzasse. U) Politica, colonia di'Corinto
nella penisola ili Pallone, erti, albata tlegli Ateniesi. Ma noi 431 a.
C., con l'aiuto dei Corinti o di Perdlccn re ili Macedonia, si ribellò, e
non fu ridotta all'obbedienza, se non dopo una cam- . rogna o un assedio
durati lino al 129 a. C. E questi, non c’è che flire,
fatti. Ma quello -che poi fece e sostenne il
fortissimo uomo (1) ima volta, durante quella spedizione, mette
conto li-essere udito. Assorto in qualche pensiero stette in piedi
odo stesso posto a meditare sin dalle prime ore del mattino, e poiché non
ne veniva a capo, non si moveva, ma rimaneva li fermo a meditare. Era già
mezzodì, la o-ente lo notava e diceva: rSocrate e li inchiodato a
Lunare da stamani per tempo. » Finalmente alcuni Ioni, sopravvenuta la
sera, dopo d'aver cenato — era d estate — portaron fuori i loro
pagliericci; e mentre si mette¬ vano a dormire al fresco, seguitavano a
tenerlo d occino per vedere, se ci fosse rimasto anche la notte. Ed
egli ci rimase fermo sino all’alba e allo spuntare del sole poi
fece la sua preghiera al sole e andò via. Ora, se volete, nelle
battaglie — perchè è giusto ren¬ dergli questo merito... quando avvenne
quella battaglia, in cui 1 generali dettero a me anche il premio del
valore, nessun altro mi trasse in salvo se non costui, clic non
volle abbandonarmi ferito, e salvò insieme e le mie armi e me
stesso. Ed io anche allora, Socrate, insistetti presso ì generali, perchè
il premio fosse attribuito a te, e in questo non mi moverai rimprovero,
nè dirai che mentisco, .a poiché quelli, per riguardo alla mia condizione
sociale, volevano dare a me il premio, tu eri anche piu insistenti
dei generali, perchè l’avessi piuttosto io che tu. E ancora, amici, degno
di ammirazione fu il contegno di Socrate, quando l’esercito si ritirò in
fuga da Delio (2). Io cero tra’ cavalieri, lui tra gli opliti. Nello
scompiglio generale egli S i ritirava insieme con Lachete (3). Io
sopraggiungo, e come li vedo, li esorto a farsi animo, e di coloro che
non il) È un verso omerico leggermente modificato; cf. Od. IV
212. (2) La battaglia <11 Dello in Beozia, dove gli Ateniesi
lurono sconfitti dai Tolmuì, accadde noi 121 a. C. (3) Era un
bravo gonorate ateniese, di poco più vaccino di Scorato. olio mori In
battaglia nel US a. C. Da lui prose nomo uno doi dialoghi piatonici. Soli
abbandonerò. E qui ammirai Socrate anche più che a Potidea — giacché io
stesso avevo meno paura, perchè stavo a cavallo — in prima, di quanto
egli fosse supe-- riore a Lachete per la padronanza di sè, e poi mi
pareva — mi servo delle tue parole, Aristofane — che egli cam¬
minasse lì come qui, con aria spavalda, gittando gli occhi a destra e a
sinistra (1), squadrando calmo amici e nemici e mostrando chiaro a tutti,
anche di lontano, che se qualcuno lo avesse toccato, egli si
sarebbe difeso con la maggiore bravura. E così se n’an¬ dava via con gran
sicurezza, egli e l’amico. Perchè quelli che in guerra mostran questo
contegno, quasi quasi non li toccano neppure, ma danno addosso a chi
scappa a gambe levate. ('erto, di Socrate ci sarebbero da
lodare molti altri lati, e non meno ammirevoli. Però d’altre qualità si
può forse dir lo stesso anche per altri, ma quel non essere simile
a nessun altro uomo, così tra gli antichi come tra’ presenti, questo è
soprattutto ammirevole. Ad Achille, per esempio, possiamo paragonar
Bràsida (2) e qualche altro, e Pericle a Nestore e ad Antenore (3) — e ce
n’ò parecchi — e così potremmo trovare dei confronti per altri. Ma
un uomo che sia stato per originalità come costui, e lui e i suoi
discorsi, nessuno non lo troverebbe nemmeno a un dipresso, per quanto
cercasse, nè tra i presenti, nè tra gli antichi, a meno che non lo
paragoni a quelli che dicevo, a nessun uomo, ma ai Sileni e ai
Satiri, lui e i suoi discorsi. Giacché, a proposito, anche questo ho
dimenticato di dirvi da principio, che anche i suoi discorsi sono in
tutto simili ai Sileni che s’aprono. Infatti, se uno volesse prestare
orecchio ai discorsi di Socrate, gli par- (1) Allusione al v. 362
delle ‘Nuvole’. (2) Brasida, morto giovanissimo nel 422 a. C. in
una famosa bat¬ taglia, nella quale inflisse uno terribile rotta affli
Ateniesi presso Anflpoli, colonia attica sullo Strimone in Tracia da lui
tolta ai suoi fondatori, fu uno dei più eroici e maffnanimi generali
spartani. (3) Antenore, eroe troiano, che ai distingueva per la sua
prudenza, come per prudenza c valore si distingueva Nestore tra’
Greci. rebbero addirittura ridicoli a prima giunta; tali sono le
parole e le frasi di cui si rivestono, pelle di satiro burlone: non
discorre che d’asini da soma e di fabbri e di calzolai e di conciapelli,
e par che dica sempre le st-esse cose con le stesse parole, sicché qualunque
persona ignorante e sciocca può ridere dei discorsi di lui. Ma chi per
caso li 222 veda aperti e vi s’addentri, prima di tutto li troverà i
soli discorsi che entro di sé abbiano una mente, e poi divi¬
nissimi e pieni d’innumerevoli simulacri di virtù, ten¬ denti ad
altissimi fini, o, per dir meglio, tendenti a tutto quello a cui deve
mirare chiunque voglia essere un uomo veramente ammodo.
Questo, amici, è il mio elogio di Socrate. E d’altronde,
mescolandovi anche le accuse, v’ho detto in che egli mi offese. Del resto
egli non s’è condotto a questo modo soltanto con me, ma e con Càrmide di
Glaucone (1) e con Eutidemo di Diocle (2) e con moltissimi altri,
dei quali si fingeva l’amante, e ne divenne piuttosto 1 amato.
E perciò appunto avverto anche te, Agatone, di noli lasciarti
abbindolare da. costui, ma, ammaestrato dai nostri casi, sta’ in guardia
e non imparare, secondo il proverbio, come uno sciocco, a proprie spese
(3). Quando Alcibiade finì di discorrere tutti, al dire d’Aristodemo,
scoppiarono in una grande risata per la franchezza di lui, chè si
mostrava tuttora innamorato di Socrate. E Socrate osservò: Alcibiade,
tu non sei, mi pare, niente affatto ubriaco, altrimenti non avresti
potuto, rigirando con tanta abilità il tuo discorso, nasconder lo scopo
di tutto quello che hai detto, e che hai poi accennato di straforo -in
fine di esso, quasi che non avessi parlato unicamente per questo: pei
metter (1) Càrmide ora zio di Platone dal lato materno. Nel
dialogo intito¬ lato da lui cl 6 dipinto corno bello dolio persona e
d’animo aperto agli studi filosofici. Aristocratico o partigiano
doll’orìstocrazia, cadde nel. combat- tlmonto ia seguito al quale fu
rovesciato il governo del Trenta tiranni. (2) Eutidemo di Diodo ora
un giovano ammiratore di Socrato da non confonderò col solista omonimo da
cui s’intitola un dialogo platonico. (3) Aeoonno ad un proverbio
olio troviamo gu\ sotto varie forme in Omero e in Esiodo.
male tra ine e Agatone, perchè ti sei fitto in mente che io devo
amare te e nessun altro, e Agatone dev essere amato da te e da nessun
altro. Ma ti sei tradito, e tutti hanno visto a che mira codesto tuo
(trama satiresco e silenico. Senonchè, caro Agatone, procuriamo che egli
non se ue giovi punto, ma fa’ in modo che nessuno metta male tra me e
te. E Agatone: Socrate, in fede mia, hai ben ragione, mi
pare. E lo argomento dal fatto ch’egli s’è venuto a sdraiare in mezzo tra
me e te per tenerci separati. Ma non ne caverà nulla, anzi io verrò a sdraiarmi
accanto a te. Benissimo, rispose Socrate, vieni qui, alla mia
destra. O Zeus, disse Alcibiade, che mi tocca di soffrire da
quest’uomo! Vuol sempre e ad ogni costo sopraffarmi, ila, se non altro,
mirabile uomo, lascia che Agatone resti almeno fra noi due.
Impossibile, riprese Socrate. Tu hai lodato me, io, a mia volta,
devo lodare chi mi sta a destra. Se Agatone si sdraierà dopo di te, non
dovrà egli lodare nuovamente me piuttosto che esser lodato da me? Ma via,
non insi- 223 stero, divino amico, e non invidiare a questo giovane
le lodi che voglio farne, perchè sono impaziente di tes¬ serne
l’elogio. Ahi! Ahi! Alcibiade, disse Agatone. Non c’è verso
che io resti qui; cambierò posto ad ogni modo per avere le lodi di
Socrate. Ed eccoci alle solite! Dov’è Socrate, è impossibile
che un altro goda delle belle persone. Vedete ora che pretesto opportuno
e plausibile ha saputo trovare, perchè Agatone vada a mettersi accanto a
lui! A questo punto, dunque, Agatone si levò per andare a sdraiarsi
a lato a Socrate. Ma, ad un tratto, ima numerosa brigata di nottambuli
avvinazzati giunse davanti alla porta-, e trovatala aperta, perchè
qualcuno era uscito, si cacciò nella sala e prese posto a tavola. Allora
il chiasso divenne incredibile, e tutti, senz’alcuna regola, furon
costretti a bere disperatamente. Erissimaco, Fedro e qualche altro,
diceva Aristodemo, andarmi via; egli fu preso dal sonno, e rimase un
gran perché le notti eran lunghe, ne S1 tratto a do ’
. « oa nto dei galli. E destatosi, *-*• " TJu .o „ se no er.no
andnft «de elio h U ‘ ^tofane e Socrate rimanevano au- soltanto
Agatone, AJq ^ ^ verg0 destra, da coni desti , So ’ ora te
discorreva con loro. Di che una gran donassero, Aristofane non
ricordava — Costi > c qonneòchiare, e prima cadde addormen
cominciarci < ,, minutar del °iorno, Agatone. iiiiSBESii
naia e «Topo, siiinmbrunire, tornò a casa a riposare. uno
dei " aeiia oitu ° 8oelto più tardi da Aristotele
a sede della sua scuola. rz„thvohro.
Apologià, Crito, Phneilo (K. Bonghi) . . l Mn t O i »e- 0 ; 0 I ? n ^ P
0 hnni sulla vita d, Platone .> 0 I» '£..fed5sicr-.tè » n
" il Fellone • • • ent ,; r ii, curante H. Ottino ......... 1
20 ® e “*^®ffTni CÌr ° ‘ An “ b “ i ‘ “ •" K,l ”. SI; . . >
2 40 Libri IV, V, ' 1 .> 0 75 Li ber > Al Jri
rimedia), curante H. Ottino.> H — _ Institut.o Cyrt^C P c 1 q
uìi i h (prossima pubblio a zwnt). - 11 Gerone, e cor» Colon0i
ourlHÌt e E. De March. . ® Sofocle* “Tt? ì>e Marchi).
1 S°Cchtnie?curante S. .. Traduzioni di Autori Latini.
„ V Enitalamio per le nozze ili 'fetide c l'eleo. Carme 1.X1V.
Catullo 0. v Ri ‘moento e traduzione poetica di 1. Gironi ... L. 1
20 'lesto latino, c.i J _ p 008ie scc lte voltate in prosa
italiana, cor- Catullo, libali»^ Vtoerzo i Se00 „da edizione. . .
.. > . o0 redato di noto da/-.. „ uorro gallica e civile
volg.,nauti da CM ‘ te c-Ugoni SS bmg;.aifchc e sferiche per cura
di G. Pinzi _ commentari sulla guerra gallica ... .>
_ Commentari “ u R“XTett£e piti 'comunemente studiate negli istituti
__ “""“•Soi."Traduzione di VzfcUhcorredata -
'■ ^TnSi’eJ'rivcdut’a'mi cmeUita suil’ediz. Tei.tiiicriuna da T. Gironi (
_ Dei Doveri (gli Uiìzi) .*.> ‘2 — La Vecchiezza e
l’Amicizia .• • • • * * a- x g Pollini . • • > 1 “ Scinione. Testo
eversione pe cu » . . . . > Il «agito
cU^o^iono T^to e g- - L’orazione a difesa di T. A., a Capitani ;
traduz. e noto di Z. Canni > Cornelio N. - De vite degli
eqooULnn C 1 t ^ ^ note storiche, lllolo- Fedri). — Favole voltate
in lingua la"™! .1 . s , edizione . . . • > gicl.e,
geografiche e mitologici e da Atm rm^ Q ^ . . . > - Le favole
nuovo recate in v( ;^ 1 (la o. L. Mabil: Livio T. — La Storia
romana, tradotta na .> l,ibri I-H riveduti da T. Gironi.
.> . - • ’ l 20 1 — da !.. Andreozzi.
{In ristampa)- fji r0 „i. con note. > 1 Fasti; volgarizzamento
poetico d. i. . . Libri 1. II, Ut £ UMli; . « , . • •
> Libri iv^V 1 ^ 1 vi • • • .• • ‘ tro ; nionotu. 'lesto latino
e traduzione to^A.-Trin»mmu8V\T* , ; • ‘.V sia,«nini *. >
4 - 4 50 4 50 l 80 2 20 2 20
"«uiBnao scoile; ioni»» w Tibullo. Catullo e
Properaio. a 0 . / Vrtw.5-C? , S? , !h SSutS"., 1 .
K«1J« * «* Le imprese di AU-h-u» 1 poetico d. f. Girci,. e
> viratila p m 1,11 Buoolieu ; '•o'K,n,fAf“"' i r s ., lix
| 0 n>- * . .1 ; fllnlnma 0 dhltterpi ih rtó di'
opere e ani Lm-iiif. (tradotta da Caro) coti not' • n ftr
bone gariz/iuneuti di Virgilio, u cura «li * PARAVIA & C.
Traduzioni di Autori Greci Aaaertonle ed
Anacreontiche. — Traduzione letterale con riguardo alla co-*
struzione-o brevi note per 01. Aurenghi: Edizióne espurgata . . L.
0.80 Demostene — Le tro Orazioni contro Filippo; traduzione letterale con
ri- J._ guardo alla costruzione o note per Ol. Aurenghi Lo Olinticho;
traduzione letterale italiana con riguardo alla costruzione o note
per 01. Auronghi.. . > 1 50 Kschllo. — Le Eumenidi, dramma.
Traduzione letterale con riguardo alla costruzione 0 uote di 01.
Aurenghi.> 1 60 Esiodo. — Le opere e i giorni. Traduzione di C.
Mazzoni ( jìroasima pub¬ blicazione). filala. — Eo Orazioni
contro Eratostene c contro Agorato; traduzione lct- teralo con
riguardo alla costruzione e note poi 01. Aurenghi . . > 1 50 _ j
j0 Orazioni (XXIV e XXV): per un cittadino uccusuto di moueoligar-
chiche — Fer un invalido; traduzione letterale, coti riguardo alla
co¬ struzione, e note di Ul. Aurenghi. Omero.Canto VI dellTliado;
colloquio di Ettore e di Andromaca. Tradu¬ zione letterale e noto per 01.
Aurenghi.> 0 60 Iliade; canto I, La peste - L’ira. Trad.
letterale e noto per 01. Auronghi > 0 60 Odissea ; canto I, Concilio
degli Dei - Esortazione di Atena a Telemaco. Traduzione letterale e
note per Ol. Auronghi .L’Odissea tradotta da Pimientonte, con note di X.
Festa.> 8 — Platone». — I dialoghi. Nuovo volgarizz. di GL Me
ini, con argoiuonti e note: Il Olitone, ossia dello azioni l in
ristampo,). L’Eutitxom*, ossia del Santo.> 0 75
Apologia di Socrate.> 1 50 Il Fedone, OEsìa della
immortalità dell’amiPft.> Il r
elione. Ubala uuiiu mimui imiia ucii ... Il Critone; traduzione letterale
italiana con riguurdo alla costruzione o noto per DI.
Auronghi.> 0 75 — Apologia di Socrate; traduzione letterale,
italiana con riguardo alla co¬ struzione e noto per 01. Aurenghi.v
...... » S — r~ Il Fedro, Traduzione di E. Martini..> 5 50
— Il Convito. Traduzione di B. Martini .> b 50 Senofonte. Anabasi
0 spedizione di Ciro, traduzione di F. Aaibrosoli > 3 — ^
a > 3 25 > 1 — > l 60
Mollnori Mi —; Brani scelti di poemi omerici è dólPErieide nelle
migliori iitO/lllTt/ln! I Kt I
r. i\ 1-1 » biuuufiiuin immilli! .. 1 Oi*j “*
Crestomazia degli autori grooi e latini nelle migliori traduz. italiane . >
lo —; Botiertl'G, La
eloquenza greca. Voi. I.>4 60 Vita ili Pericle — Epitomo,
nigonmuto © noto Vita di Usila — Apologia prr l uccisione di Eratostonn,
argomento e noto — Orazione contro Erntostono, argomento © noto *—
Orazioni» contro AvÀrnth nmninanfi. 1» nnit> — vii» ft’Tsn, AUMENTO. Carlo
Alberto Diano. Carlo Diano. Diano. Keywords: errante dalla ragione, emendato, il
segno della forma, il simposio ovvero dell’amore, Mario l’epicureo –
homosocialite – forma, segno, convite, Orazio, Virgilio, filosofia roma antica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Diano” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Dicante: la diaspora di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosfo italiano. According to Giamblico, a Pythagorean.
Grice e Dicerco: la diaspora di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), a
Pythagorean.
Grice e Diconte: la setta di Caulonia -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean.
Grice e Dima: la setta degl’ottimati -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Giamblico a Pythagorean.
Grice e Diocle la setta degl’ottimati --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotona).
Filosofo italiano. According to Giamblico, a Pythagorean – one of those who
left Italy when the Pythagorean communities there came under attack. According
to Diogene Laerzio, he was a pupil of Filolao di Crotona and Eurito di Taranto.
Grice e Diocle – Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Sibari). Filosofo italiano. Pythagorean.
Giamblico.
Grice Diodoro: l’orto di Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A
follower of the Gardener. He committed suicide in a state of contentment and
with a clear conscience, according to Seneca.
Grice e Diodoro –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo italiano. Diodoro Secolo. Wrote
a history of the world that largely survives. The Library of Hstory is a
valuable source of information about the thought of antiquity. Ed. C. H.
Oldfather.
Grice e Diodoro:
rettorica filosofica -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Diodoro Valerio –
According to Suda, a philosopher and the son of Polio Valerio. He wrote on
rhetoric.
Grice e Diodoto:
il portico di Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Member of the Porch,
tutor of Cicerone. He lived in Cicerone’s house. He died there and left
Cicerone all his property.
Grice e Diogene:
il portico a Roma – filosofa italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. One of a deputation to
Roma – with Carneade and Critolao – before the Senate. Thanks to the lectures
he gave during his Roman holiday, many Romans became interested in the Porch
for the first time.
Grice e Dione: l’orto
di Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Dione appears to have
been a follower of The Garden with whom Cicerone was acquainted but for hom he
had little time or respect.
Grice e Dione: il
principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cristostomo – Cocceiano –
Taught at Rome, became a philosopher thanks to the influence of Musonio Rufo.
According to Flvio Filostrato, he was acquainted with Apollonio and Eufrate.
One of his pupils was Favorino. He was banished from Italy by Domiziano.
Grice e Dione –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Philosopher. He was
honoured by a statue in Rome.
Grice e Dione:
all’isola – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Dion was a friend of
Plato for years. He had an erratic political career, sometimes seeking or
managing to rule Syracuse either directly or through others, sometimes in
exile. During one of his periods in exile he stayed at the Accademia. He was
eventually assassinated.
Grice e Dionigi: l’implicatura
conversazionale intorno al Cratilo – filosofia italiana – Luigi Speranza (Barletta). Filosofo italiano. Grice:
“I like Dionigi; for one, he wrote on Cratylo, which I love!” – Grice: “In
Plato’s Cratylo there’s possibly all the vocabulary you need to understand
Peirce! As if Plato foreshadows C. W. Morris!” -- “Postmodern Italians like
Donigi, and they created a cocktail in his honour! His philosophising on
Socrates philosophising with Cratilo on semeiosis proves Whiteheads’s dictum
that all pragmatics is footnotes to Grice, and all Grice is footnotes to
Plato!” Si laurea a Barletta. Il suo primo saggio, sotto Althuser, Bachelard.
La "filosofia" come ostacolo epistemologico. Insegna Bologna. Centrale,
nella sua riflessione, e Nietzsche (Il doppio cervello di Nietzsche),
analizzato sia in chiave ermeneutica che logico-filosofica. Anche Bataille e un
lucido bilancio di Marx ("L'uomo e l'architetto”). Il processo di
ripensamento della sinistra italiana lo vide di nuovo impegnarsi in prima
persona. Si accostò poi alla filosofia analitica e alla svolta
"linguistica", vista come approfondimento della critica della
metafisica. Le saggi si concentrano sull'ermeneutica ("Nichilismo
ermeneutico”), sulla semiotica, segnatura, semantica antica (Nomi Forme Cose.
Intorno il “Cratilo” di Platone) e soprattutto sul pensiero di Wittgenstein (Definite
descriptions – descrivere -- La fatica di descrivere. Itinerario di
Wittgenstein nel linguaggio della filosofia), del quale condivideva pienamente
l'esigenza di ripensare il linguaggio (segnatura) come la "cosa
stessa" della filosofia. “Cocktail
Dionigi” e un documentario contenente testimonianze di alcuni dei maggiori
pensatori italiani su Dionigi, tra i quali Berardi, Bonaga, Picardi, Eco, Cacciari,
Marramao. Altre opere: Bachelard. La
"filosofia" come ostacolo epistemologico, Il doppio cervello di
Nietzsche, Bologna, Cappelli Editore, Nomi Forme Cose. Intorno al Cratilo di
Platone, La fatica di descrivere. Itinerario di Wittgenstein nel linguaggio
della filosofia: “Un filosofo tra Platone e il bar” – cf. Speranza, “Grice: un
filosofo tra Aristotele e il pub”. su
ricerca.repubblica, Cocktail Dionigi. The
development of Plato’s “Cratilo”. Commentaries on the Cratilo nella filosofia
romana antica. Cicerone e il Cratilo. Κρατύλος -- Sulla
correttezza -- dei nomi. Personaggi: Socrate, Cratilo, Ermogene. Il Cratilo è
un dialogo di Platone. In esso è trattato il problema del linguaggio, o meglio,
della “correttezza” -- dei nomi o espressioni. Protagonisti del dialogo sono
Socrate, Ermogene e Cratilo. La maggior parte dei filosofi concorda sul
fatto che venne scritto principalmente durante il cosiddetto periodo di mezzo
di Platone. Incontro tra Socrate, Ermogene e Cratilo. Formulazione del problema
e delle due tesi sulla ‘correttezza’ – corretto – lo corretto – di una
espressione o nome. Socrate incontra Ermogene e Cratilo, che stanno discutendo
attorno al problema del ‘corretto’di una espressione e viene messo a parte da
Ermogene delle teorie di cui sono sostenitori. Cratilo afferma infatti che una
espressione e “per natura” – physei -- ossia rispecchia realmente il reale; Ermogene
crede invece che l’espressione e non naturale, ma arbitrario (lo naturale,
physikos; l’arbitrario – thetikos --. deciso dall’uso e dalla
convenzione. Confutazione della tesi di Ermogene: Una espressione racchiude
in sé qualcosa della cosa (il reale) a cui si riferisce. Socrate comincia a
confutare la tesi di Ermogene, mostrando che una espressione non e solo
convenzioni, ma anzi rappresentano un qualcosa della cosa o del reale a cui si
riferiscono; contiene cioè una qualche caratteristica che la rende perfetta
nell'adattarsi alla cosa descritta. Lo dimostra il fatto che esistono un
discorso vero e un discorso falso. Poiché l’espressione (A, B) è parte del
discorso (A e B, S e P), è evidente che l’espressione utilizzata nel discorso
vero deve essere ‘corretta’. Quella usata nel discorso falso non lo e. Colui
che ha deciso l’espressione, il legislatore, uomo sapiente (the master) ha
infatti rivolto la sua attenzione all' ‘idea’ o concetto (implicatum)
dell’espressione, adattandolo poi a questa o quella necessità descrittiva,
adoperando sillabe e lettere differenti. Il legislatore crea una espressione
solo corretta, basandosi proprio sulla natura della cosa, del reale. Ha
qui inizio una sezione etimologica. Vengono presi in considerazione
l’espressione di dèi come “Tantalo” e “Giove” e viene parallelamente sviluppato
un eguale ragionamento sull’espressione delle qualità dell'uomo, come l' “anima”
o il “corpo”. In seguito si passa ad analizzare il ‘corretto” dell’espresione
degli astri, dei fenomeni naturali. Il ragionamento si dilunga sulle qualità
morali dell'uomo. Il corretto di una espressione si misura in base al
corretto degli elementi che lo compongono, le fonemi Dopo questa disquisizione
Socrate spiega ad Ermogene che l’espressione fino ad adesso analizzato e una
espressione composta (complexus). Questa caratteristica di essere un compost
(complexus) la rende suscettibili di un'ulteriore indagine: quella degli
elementi che lo compongono, come le fonemi. Le fonemi, o, più in generale,
l’elemento morfo-sintattico che forma l’espressione (“Fido is hairy-coated”,
Fido was hairy coated, Fido and Rex ARE hairy coated – l’espressione, deve infatti
riprodurre l'essenza della cosa, del reale, giacché è al reale che si riferisce.
Inizia qui l'analisi di alcune fonemi come rho e lambda. Cratilo si oppone a
questa tesi di Socrate. Sostiene che una espressione è sempre giusta, corretta,
propria, vera, perché è della stessa natura delle cose che descrive. Una sbagliatura
non è una espressione. Socrate comincia a confutare la tesi di Cratilo. Non è
possibile infatti dire che l’espressione e il reale a cui si riferisce siano la
stessa cosa. L’espressione “Fido is hairy coated” e il fatto che Fido is hairy
coated e proprio hanno qualcosa in comune, così come un ritratto di Alcebiade
racchiude qualcosa d’Alcebiade che reproduce. Tuttavia non sono due cose
uguali. Se si ammette questo fatto (e Cratilo, seppur poco convinto, lo fa)
bisogna allora ammettere anche che esistono sbagliatura e l’espressione
corretta, vera, giusta. Del resto un ritrattista può nelle intenzioni riprodurre
Alcebiade e poi essere dissimile. Cratilo contesta ancora a Socrate il
problema della conoscenza tramite il linguaggio. Se l’uomo conosce e apprende
il reale attraverso l’espressione, è evidente che non potrebbe esistere nessuna
conoscenza se l’espressione non fosse corretta, vera, giusta, propira, cioè se
l’espressione non fossero della stessa natura delle cose. Socrate sostiene
allora che un legislatore, all’adopere una espressione, non è detto che avesse
un'opinione giusta corretta vera del reale. Il legislatore infatti non poté
apprendere attraverso l’espressione, perché ancora non era stata inventata (cf.
muon). È possibile allora che abbia fatto dell’errore e ciò è dimostrato dal
fatto che una espressione puo non essere corretta, giusta, vera – atomo, anima,
ecc. Esiste un modo migliore per conoscere: non attraverso l’espressione, ma
attraverso il reale; solo il reale puo non essere contraddetto, mentre
l’espressione si presta a molteplici interpretazioni. La possibilità di una
conoscenza (opinione vera e giustificata) e del corretto dell’espressione
risiede nella stabilità del reale. Poiché la natura è stabile, e rimane sempre
uguale, allora è possibile denominarla con precisione. Cratilo si mostra
poco convinto e alla fine si allontana da Socrate insieme ad Ermogene. Ermogene
simboleggia la concezione sofistica del linguaggio. Per il sofista, a partire
dal italico Protagora, se “l'uomo è misura di tutte le cose”, ogni tipo di
espressione si adatta a seconda delle condizioni poste dall'uso. L’espressione
“Fido is hairy-coated” è puramente arbitraria – convenzionale. E possibile che
non c'è nulla in comune tra una espressione ed il reale (traspassa la fase
iconica). Tuttavia l'uso comune fra il mittente e il recettore ha permesso
quest'accettazione (arbitraria da parte del mittente) e si reputa ‘corretto’
spiegare che Fido è ‘hairy-coated (shaggy)’. Tuttavia ugualmente bene andrebbe
l’espressione "scoiattolo" o "cicala" giacché non sussiste
nessuna somiglianza tra l’espressione (“shaggy”) e il reale
(hairy-coatedness). Cratilo simboleggia invece la concezione naturale
(pre-iconica) della communicazione. Esiste un'assoluta identità tra espressione
e espressum, explicatura ed explicatum, implicatura ed implicatum, profferenza
e profferito. L’espressione è vera sempre, perché racchiude in sé la stessa natura
che pervade il reale segnato per il segno che e primariamente iconico. Ogni espressione
è un “indizio” (index, traccia, segnale) di conoscenza, di una conoscenza
meravigliosa, divina, quasi sacrale. Il segno è giusto perché il primo
legislatore a segnare il segnato fu come un dèo che, essendo perfetto, assegna
un segno (fa un segno – significa) perfetti al segnato. Una sbagliatura non e
un segno; Non tutto e un segno --. Platone fonda la sua concezione della
communicazione sull'ontologia. Per Platone è immediatamente evidente che esista
un segnato al di fuori del segno; è il segnato stesso a cui il segno si
riferisce. Bisogna infatti che esista un segnato perché esista una segnabilita.
Senza questo segnato, senza quest'essenza, rimarrebbe inutile segnare, giacché
non si dovrebbe indicare “nulla” con il segno, perché non ci sarebbe nulla da
indicare. Platone allora comincia dal Cratilo ad elaborare una teoria dell’idea
immutabile: di un'essenza stabile nella natura, che rimanga uguale ed
inalterata nel tempo e che renda valida la segnabilità. Più volte Platone fa
riferimento alla figura del legislatore e a quella del dialettico. La figura
del legislatore è la figura di colui che adopera il segno per riferirsi al
segnato. Si utilizza il termine legislatore in senso molto ampio, intendendolo
sia come uomo sia come divinità, secondo la concezione naturalistica di
Cratilo. Tuttavia si è visto come Socrate alla fine dubiti della infallibilità
del legislatore, poiché egli ha assegnato anche un segno errato. La figura del
dialettico rappresenta invece la nuova concezione del linguaggio elaborata da
Socrate. Secondo Cratilo non esiste altra conoscenza al di fuori del segno.
Platone invece è convinto che la vera conoscenza sia al di là del segno,
nell'essenza stessa del segnato. Se il legislatore è colui che crea il segno
sulla sua opinione riferendosi alla natura del segnato, il dialettico conosce
il segnato e in maniera approfondita e, di conseguenza, sa quale segno attribuire
al segnato (H2O). Tale segno (H20) sarà per forza corretto. Genette,
nell'opera Mimologie. Viaggio in Cratilia, parte dal discorso di Platone per
argomentare l'idea di arbitrarietà del segno. Secondo questa tesi, sostenuta da
Grice con il suo “Deutero-Esperanto” e il nuovo “High-Way Code”, il
collegamento tra il segno e il segnato non ha necessita di essere naturale (“A
segna che p” no implica “p”). Le idee sviluppate nel Cratilo, benché datate,
storicamente sono state un importante punto di riferimento nello sviluppo della
prammatica. Sulla base del Cratilo Licata ha ricostruito, nel saggio Teoria
platonica del linguaggio. Prospettive sul concetto di verità (Il Melangolo), la
concezione platonica della semantica, in base alla quale il segno avrebbero un
legame naturale, una fondatezza essenziale, col loro segnatum. Sedley,
Plato's Cratylus, Cambridge. Bibliografia ̈ Ademollo, ‘The Cratylus of Plato. A
Commentary’, Cambridge.. Gaetano Licata, Teoria platonica del linguaggio.
Prospettive sul concetto di verità, Genova: Il Melangolo, Luigi Speranza,
“Platone e il problema del linguaggio” seminario. Lettura e commentario di
testi di filosofia antica. testo completo in italiano e lingua greco antico. Traduzione
integrale del Cratilo su filosofico.net, su intratext.com. Il testo greco
presso il Perseus Project, su perseus.tufts.edu. Sedley, Plato's Cratylus, in Zalta
(a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of
Language and Information (CSLI), Università di Stanford. Bibliografia su Cratilo.
Dialoghi di Platone I tetralogia Eutifrone Apologia di Socrate · Critone ·
FedonePlato-raphael.jpg II tetralogiaCratilo · Teeteto · Sofista · Politico III
tetralogia Parmenide Filebo Simposio (o Convivio) Fedro IV tetralogia Alcibiade
primo · Alcibiade secondo Ipparco Amanti V tetralogiaTeage · Carmide · Lachete
· Liside VI tetralogia Eutidemo Protagora Gorgia Menone VII tetralogia Ippia
maggiore Ippia minore Ione Menesseno VIII tetralogia Clitofonte La Repubblica
Timeo Crizia IX tetralogia Minosse · Leggi · Epinomide · Lettere Opere spurie
Definizioni Sulla giustizia Sulla virtù Demodoco Sisifo Erissia Assioco
AlcioneEpigrammi. Linguistica Categorie: Dialoghi platonici CRÀTYLVS PLATONIS,
VEL DE RECTA NOMINVM RATIONE: TRANSLATVS Ficino Florentino, ad Petrum Medicem
uirum clariſſimum. A MARSILIO ec HERMOGENES. CRATYLVS, SOCRATES. Is igitur
sermonem nostrū et cum hoc Socrate conferamus: CRAT. Vo: Io equidem, si tibi
uidetur. HER. Cratylus hic ô Socrates, rebus singulis ait natura inesse rectam
nominis rationem, neqid esse nomen, quod quidã ex constitutione vocant, dum
vocis suæ particulam quandā pronunciat, sed rectam rationem aliquam nominū
& græcis et barbaris eandé omnibus innatam. Percontor itags ipsum, num
revera Cratylus sit eius nomen. Ipfe fatetur. Socrati vero quod nomen, inquam:Socratesait.Nónne
cæteris omnibus,inquã,id eft nomen quo quenquocamus.Illenõ tibi tamen ait
Hermogenes nomen eſt,nec etiã ſi omnes homines teita uocarint. Dumýobfecro ut
ſciſcitanti mihi quidnamdicat aperiat, nihil prorſus declarat, sed me ludens, simulatſeſe
aliquid uerſareanimo,quali nõnihil hac de re intelligat,quod li uellet
exprimere,cogeret meidipfumfateri,eadēý dicere quæ ipſe dicit. Quamobrem
libenter ex te audirem, siqua ratione Cratyli uaticiniâ potes conījce
se.libentius tamen fencentiam tuam denominum rectitudine,fiquidem
tibiplacet,audi rem.soc.Hipponici fili Hermogenes,ueteriprouerbio fertur.
Pulchra eſſe cognitü Prouerbia e difficilia.Atquiilla nominū notitia haud parua
res eft.Equidem ſi ex Prodico illa quin quaginta drachmarum demonſtrationě iam
olim audiffem, in cuius traditione etiã hæc inerant,ut ipſeteſtatur, nihil
prohiberet quin tu ſtatim nominū rectitudiné intelligeres. cam porrò nun
audiui, fed illamdrachmæunius duntaxat. Quare quid in his uerû ſit, neſcio,inueftigare
autem tecum ſimul &cum Cratylo paratus ſum.Quodautem dicit ti bi noneſſe
reuera nomen Hermogenes,quod à lucro dicitur, mordetteputo quaſi pecu niarum
auidus ſis, & impos uoti. Verum,ut modo dicebam, diſficilia hæc cognicu
ſunt. Oportet autem rationes utring in medium adducendo perquirere,utrum ita
sit ut dicis ipse, an potius ut Cratylus ait. HER.Enimuero ô Socrates,licet frequenter
cum hoc cær terisc permultis iam diſputauerim,nondum tamen perſuaderimihi
poteft aliã eſſe no minisrectitudinem, conuentionemipfam conſenlionemě.Mihi
quidē uidetur quod cungnomen quis cuig imponit,id eſſerectů.Acſi rurſus
comutat,aliudó imponit, ni hilominus o primum, quod illi ſuccedit nomen rectấexiſtere,
quemadmodüſeruis no mina cómutare solemus: nulli quippe rei natura nomē
ineſſe,fed lege &uſu illorum qui fic uocare conſueuerunt.Quod quidem ſi
aliter ſe habet,paratus ſum non à Cratylo tan tum,uerumetiã àquouis alio
diſcere ac audire.soc.Forte'aliquid dicis Hermogenes: Conſideremusitap.quodcũq
imponit quis cuinomen uocato, id illi nomen effe af feris:HER.Mihi ſane'ita
uidetur. Soc.Et ſiue priuatus uocet, ſiue civitas. HER. Affero. soc. Quid vero
si ipſerem aliqua vocem, veluti fi quem nunc hominem vocamus, ego “equum” nominē,
quem'ue equum, hominē: publice quidem erit eidē homo nomen, pricatim “equus”,
&priuatim rurſus homo, publice “equus”. Ita loqueris: HER.Ita uider.soc. Diciterum
num aliquid nuncupes vera loqui, aliquid loquifalſa.HER. Equidem. Soc. Nónne
illa quidem uera erit orario,hæcaūtoratio falſa: HER.Ita prorſus. So c.Illa
uero Quæ oratio oratio quæ existentia dicit ut exiſtűt, vera est,quæ ut no
exiſtűt, falsa: HER.Certe. soc. uera, quæ Est autem hoc,oratione,ea quæ ſunt,
& quæ non ſunt,dicere?HER.Idipfum.soc. Ora- falfa cio quæ uera eſt,utrum
tota quidem eft uera,partes non uerærher.Imò&partes ueræ. soc. Vtrữ partes
magnæ ueræ,exiguæ uero particulæ fallæ,an ueræ ſunt omnes. HER. Omnes
arbitror.soc.Habes orationispartem aliquã minorēnominer HER.Nequaç, Orationis
hęceſ pars minima.so c.Etnomen quidē hoc pars orationis ueræ.H ER.Proculdubio.
pars minio soc.Pars utiq uera,utais ipſe.HER.Vera.soc.Pars autem falfa.HER.Aio.
soc. Licet ma eſt nos ergonomen uerű, & nomen falſum dicere, fiquidē &
orationem.HER. Quid prohibet, men soc. Quod quis cuiq nomen esse ait,id &
cuiq; nomen eft? HER. Idipſum. soc. An etiam quotcungquis nomina cuique
tribuit,totidem erunt:ac etiam quandocuno tri buit HERM. Haud equidem habeo
Socrates, aliquam præter hanc nominis rectitudinem am rerum ipſas effe
dinens,utuidelicetliceatmihi quidē alio rem uocare quodipfe
impoſuinomine,tibiay tem alio quod tuimpoſuifti. Ita equidem in ciuitatibus
uideo eorundem ppria quædam haberinomina, & Græcis ad alios Græcos,&
Græcis ad Barbaros. soc. Animaduerta. musHermogenes,utrum resipilaita se habere
tibiuideantur, utpropria rerum apudu Sententia numquenq effentia fit,
quemadmodum Protagoras tradidit: rerum omnium dicens ho Protagoræ minem
effemenſuram, ita ut qualiamihiquæq uidentur,talia & mihiſint: item qualiad
circa eflenti big& tibi talia. An potius quædam eſſe putes, quæ effentiæ
ſuæ quandã habeant firmita rém.HER.QuandogóSocrates,dubitansad hæc deductusfum,
quæ tradit Protagoras. Ita tamen effe haud fatis mihi perſuadeo.soc. Nunquid
& ad hoc aliquando es dedu ctus, ut tibinequaquam uideretur aliquem eſſe
hominem omnino malum: her. Non per louem.imò fæpenumero ita fum
affectus,utexiſtimarem hominesnonnullosomni nomalos effe, & quidem
plurimos.soc. Prorſus autem boninulliadhuc cibi ufi funt HER. Admodum pauci.
soc. Viſi ergo ſunt aliqui.HER. Aliqui.soc. Quaratione hociudicaschac ne omnino
quidem bonos eſſe,omnino prudêtes: prorſus vero prauos imprudentes omnino:
HER.Mihi fane'ita uidetur.soc. Si Protagoras uera dixit, eſto hæcipfa
ueritas,ut qualia quæą cuiq uidentur,talia ſint fieri'ne poteft,ut alij hominum
prudentes ſint,imprudentes alí:HER.Nequaquam.soc.Atqui hæc, ut arbitror,tibi
omnino uidentur,cum uidelicet prudentia quædam & imprudentia fic,Protagorā
baud omnino uera loquipoffe.Neqenim alter altero reuera prudētiorerit,fi
quæcuiquiden Sententia tur,cui uera erunt.HER.Ita eft.Atneqz
Euthydemoaffentiris, utarbitror,dicenti om Euthydemi, nia omnibus eſſe
ſimiliter ac ſemper.Nec enim ali boni,alí mali effent,fiſemper & æ
nibuselle û que omnibus & uirtus ineffet & prauitas. HER. Vera
loqueris. soc. Ergo fineqom. militer, ac nia omnibus inſunt ſemper ato
ſimiliter,ne cuiq proprium unumquodq, cõſtat res femper quæ effentiam quandam
firmam in fe habent,ne® quo ad nosneæ ànobis per imaginationem ſurſum deorfumą
diſtractæ, fed fecundum feipras quoad ipfarum elfen tiam utnatura inftitutæ
ſunt permanentes.HER. Idem mihi quoq uidetur Ô Socrates. soc.Vtrum res ipfæ ita
natura conſiſtunt,actiones autem illarum non ita,ſed aliter: an & actiones
ipfæ fimiliter quædam rerum fpecies ſunt:HER.Et ipfæ omnino. soc. Er go
actiones ipfæ fecundum naturam ſuam,non ſecundum opinionem noftram fiunt.
Quemadmodum finosrem quampiam diuidere ftatuamus,utrum ſic diuidēdares quæ que
eft,utnos uolumus, & quo uolumus: an potius ſi unumquodqs diuidamus ſecun
dum naturam qua diuidere & diuidioportet, item eo quo ſecundum naturam
diuiſio fieri debet,diuidemus utiqrecte, & aliquid proficiemus,ac recte
iftud agemus: Sinau tem præternaturam,aberrabimus,nihilg proficiemus? HER. Mihi
quidem ita uidetur. soc.Atqueetiam ſicomburere aliquid aggrediamur,non fecundum
omnem opinio nem comburereoporter,fed fecundum opinionem rectam. hæc autem eſt
qua ratione naturaliter quode comburi debet atæ comburere,& quo debet. HER.
Vera hæcfunt. soc.Nónne eadem decæteris ratio: HER. Eadem.Soc. Annon &
dicere una quæ dam operationữeſt: HER.Eft plane.soc.Vtrum rectedicet, qui ut
ſibi dicendum ui detur, ita dicitran potius qui ita dicit,utipſa rerum natura
dicere diciç requiritiet fi quo natura exigit,eo & dicat,aliquid dicendo
proficiet:ſin aliter,aberrabic:nihilós efficier. HER.Ita equidem utais,exiſtimo.soc.An
non dicendipars quædam est nominare: & quinominant, loquuntur quodamodo?
HER.Omnino.soc. Etnominareactio quæ dam eft: quandoquidem & dicereactio
quædam circa res eft. HER. Prorſus. soc.A. Ationes autem nobis apparuerunthaud
ad nos reſpicere,fed propriam quandam ſui ha bere naturam. Her. Est ita.so
c.Nominandű itaq; ea ratione qua rerum ipſarum natu. ra
nominareacnominaripoftulat,& quopoftulat,nõ autem pro noftræ uoluntatis
arbi trio,liftandum eſt in his quæ dicta ſunt. HER. Sic eſt.s o c.Ato ita
aliquid peragemus, nominabimusý,aliter uero nequaquam. HER. Apparet. soc. Quod
incidendum eſt, aliquo incidendű.HER. Aliquo.soc. Etquod texendữ, aliquo certe
texendű, quodue perforandum,aliquo perforandū.HER.Plane.so c.ltem quod
nominandũ,aliquono minandum.HER.Sic oportet.soc. Quid illud,quo aliquid
perforareoportet? HER. Terebrum.soc.Quid quo texere: HER. Radius pecteng. soc.
Quid quo nomina. Reč HER.Nomen.soc.Beneloqueris,ideog inſtrumentum aliquod
nomen eft.HERErt Eft.soc.Siquærerē quod inſtrumentū eſt radiuspectený,reſponderes
quo teximus: HER.Non aliud.soc.Texentes uero quid facimus, an non fubtegmen
& ſtamina con fuſa,radio diſcernimus. HER.Iſtuc ipſum.so c.Idem de terebro
ac cęteris reſpondebis: HER. Idem.soc.Potes & circa nomen ſimiliter
declarare, quid facimusdum nomine Nomen, res ipfo quod inſtrumentū eſt,aliquid
nominamus. HER.Nequeo.so c.Nűquid docemus tias docen's inuicem aliquid,acres ut
ſunt diſcernimus. HER.Nempe. soc. Nomen itaqrerű ſub di diſcernen
Itantiasdocendidiſcernendig inſtrumentū eſt,ficutpecten & radius ipſe
telę.HER.Sic diğinftru eft dicendű.soc.Radiusporrò textorių eſt
inſtrumentū.HER. Quid nir'sOCR.Texcor mentum icaç radio ac pectinerecte
uterur,recte,inquā,ſecundű texendirationē.Ille uero quido cet,nomine Pombaur,
& recte,recte uidelicet ſecundű docendipropriâ rationē: HER. Cer te.soc.
Cuius artificisoperebene Pombaurtextor,quando radio pectineś Pombaur: HER. Fabrilignari.
soc.Quiſque'nelignarius faber,an potius quiartē habet? HER.Quiha.
betartē.soc.Cuius item opere recte perforator Pombaur? HER.Aerarijfabri.soc. Num
quiſqz eſt faberærariusè an potius quihabet artem: HER.Quiartē. soc. Ageergo,dic
cuius opere ipſe doctorutatur,quotiesnomine uticur.HER.Neſcio.soc. Allignare
& hocneſcis: quis nobis traditnomina quibus utimur.Her.Ignoro &
hoc.soc. Nónne lex tibiuidet nobis nominaſtatuiſſe HER. Videtur. soc. Ergo
legislatoris Pomba opere doctor,quádo nomineipfoPombaur.HER.Opinor.soc. Códitor
legis quilibettibiæque uidetur,an quiarte eſtpræditus.HER.Arte præditus.soc. Quarenö
cuiuſcunq uiri eſt Hermogenesnomen imponere,uerũ cuiuſdam nominữautoris. hic
autem etiam, ut ui detur,nominữ inſtitutor, quirarioromniartifice
interhominesreperit.HER.Apparet. Soc. Animaduerte obſecro, quô reſpiciens
nominü inſtitutor,nomina rebus imponit: imòſuperiorű exempla dýjudica,quò
reſpiciens faber radium pecteng cõficit.nonnead tale aliquid quodad texendum
natura fit aptum: HER.Prorſus. soc. Siin ipſo operera dius hic frangatur, utrum
alium iterű fabricabit ad fracti iſtius imaginēžan potius ad ſpe ciem ipfam
reſpiciet, ad cuius exemplar radium qui fractus eſt,fecerat: HER. Adipſam ut arbitror,
speciem.soc. Nónneſpeciem ipfam merito ipſius radij rationé,ipſum pra dium
maximenominabimus: HER.Opinor.soc. Siquãdo oportet cõficiendæ ueſtite
nuiuelcraſſiori lineęſiue laneę,ſiue cuiuis alteriradiữ apparare, radios singulosoportet
ſpeciem radīj ipſius habere:qualis uero cuiqznaturaliter eſt
accómodatiſſimus,talem ad opus peragendű,ut natura
poftulat,adhibere.HER.Oportet ſané.soc.Eadem de cætè ris inſtrumétis eftratio.Nam
quod natura cui & congruit; instrumentũadinueniendum eſt,atq id illiattribuendű,ex
quo efficitno qualecunq uult quifabricat, ſed quale natu ra ipſa exigit.
Terebrum nam cuiæ accommodatum ſcire oportetin ferro perficere. HER. Patet.
soc. Radium quinetiam singulis competentem in ligno. Her. Vera hæc
ſunt.soc.Quippeipfa rationenature alius radius telæ alteri competit, & in
alijs eodem modo.HER. Sane. soc. Oportet quoguir optime, ucillenominum
inftitutor nomen Quomố no natura rebus ſingulis aptű in uocibus & fyllabis
exprimat, ad idý reſpiciés quod ipſum minabit qui nomen eſt, ſingula nomina
fingat,atque attribuat, li reuera nominum autor eſt futurus. recte nomi Quod
ſinonñſdem ſyllabis quiſq nominum conditornomen exprimit,animaduerten dum eſt,
quod neq fabriomnesærarñ eodem in ferro id faciunt, quoties eiuſdem gratia idem
fabricant inftrumentum. Verum quatenus eandem ideam attribuunt, licet in alio,
& alio ferro,eatenus recte ſe habet inſtrumentum,ſiuehic,fiue apud Barbaros
fabricēt. Nónne; HER.Maxime. soc.Nónne & eodem modo cenſebis,donec
inſtitutor no minum quiapud nos eſt, & qui apud Barbaros, nominis speciem
cuim cõpetentem tria buunt,in quibuslibet fyllabis nihilo deteriorem efle unű
altero in nominibus imponena dis: HER. Equidem. SOCR. Quis cogniturus eſt utrum
conueniens radij species cui cunqueligno fitimpreſſar num faber qui efficit: an
textor uſurus. HER. Probabile eft ô Socrates,magis eữ quieſt uſurus,
cognoſcere.soc. Quis lyræ fabricatoris opereuti tur:nonne ille qui fabricantem
inſtruere poteft, & opus recte'ne an cótra factâ fit,iudia care: HER. Omnino.soc.Quis
ergo: HER.Cithariſta.soc.Quis autem opere ſtructo. ris nauiữ.
HER.Gubernator.soc.Quis item nominữ conditoris operioptime præſides, bit, &
expletû dijudicabit & apud Græcos & apud Barbaros: Nónne & quiuteſ:
HER. Is certe.so c.Annõ is eſt qui interrogare ſçitç HER. Iſte. $ 0 c.Idem quog
reſpondere, HER nabic zi HER. Nempe. $ o c. Eum uero qui interrogare ſcit ato
reſpondere,aliumuocas i diale Dialecticus nouit recte cticum: HER.Dialecticum
profecto.socr. Fabri ita opuseſt temonem facere guber impofita no natore
præcipiente,li bonus futuruseſt temo. HER. Apparet. soc. Nominum quoq au
minarebus torisnomen, monentedialectico uiro, ſi modo recte ponenda ſunt
nomina. HER. Vera ſint, necne hæc funt. Soc. Apparet ergo Hermogenes haud leue
quiddam,utipfecenſes,nominis impoſitionem eſſe,neæ id effe imperitorum
&quorumuis hominum opus.NempeCra tylus uėra loquitur,cum nomina dicit
natura rebus competere,neg unum quemuis eſſa nominum autorem, sed illum
duntaxat quiad nomen reſpicit, quod natura cuiq conue. nit, pofteag ſpeciem eâ
literis ſyllabisq inſerere. Her. Neſcio Socrates qua ratione his quæ
dixiſti,lit repugnandã:forte'uero non facile eſt ſubito fic perſuaderi. Videor
autem mihi hâc in modumtibi potius aſſenſurus,fi oftenderis quam dicaseſſe
natura rectano. minis rationem. soc. Equidem ô beate Hermogenes,adhucnullam
dico, ferme'nama è memoria excidic quod dixerā suprà, meuidelicet
hocignorare,uerum una tecum per quirere. Nunc aucem mihi &tibi limul
inueftigantibus hoc duntaxat præter ſuperiora compertõeſt, rectitudinem aliquã
natura nomen habere, nec quemlibetpoffenomen rebus accommodare.Nónne:
her.Valde.soc.Conſiderandum reſtat, ſi noſſe deſide. ras, quænã ipſius ſit
nominis rectitudo,id eftratio recta. Her. Deſidero equidem.soc. Animaduerte
igitur. HER. Quauia inueſtigandâmones. soc. Rectissima estô amice, consideratio,ab
his qui ſciūt hæc perquirere,oblatis pecunis, & gratöjs inſuper actis:hi
uero ſophiſtæ ſunt, quibus frater tuus Callias multis erogatis pecunijs, ſapiês
euafiffe ui detur.Poftquam uero in res paternas iusnon habes,reliquũ eſt
fratrem ſupplex ores, ut te doceatnominârectitudinem quam à Protagora didicit.
HER.Quàm abſurda hæcel Veritas no, ſet petitio Socrates, fi cum illam Protagoræ
ueritatem nullomodo recipiã,ea quæ ex uc men ſcripci,ritate illa
dicuntur,alicuius precí æſtimarē.soc.Acuero ſi tibi hæc non placent,ab Ho aut
ironicũ mero cæterisý poetis est diſcendum. HER. Quid de nominibus, & ubi
Homerus ô Socrates,tradic:so c.Paſimmulta, maximauero & pulcherrimaſuntilla,in
quibus diftin guitcirca eadem quæ nomina homines, &quæ dö ipfi inducunt.
Annoncenfes ipſum in his magnificum alíquid & mirandumde recta ratione
nominữ tradere: Constat enim deos nominibus illis ad rectitudinem ipfam uti,
quæ natura conſiſtunt. Annon putas: HER. Certe equidem fcio,fiqua dij
uocant,recte eos admodum nominare. Verum quæ nam ista: Soc. An ignoras quod de Troiano
flumine, quod ſingulari certamine ca Vul cano pugnauit, inquit: quod Xanthứdijuocant,
uiriScamandrum.HER.Scio. SOCR. Annoncenſes magnificum quiddam cognitu
eſſehoc,qua ratione rectius fit flumen il lud Xanthű, quam Scamandrâ nominare. Item
fi uis, animaduerte &iftud, quod auem eandem dicit Chalcidem quidêa dřs,
Cymindin uero ab hominibus nominari. Leuem cognitionem hanc putas,ut fciat
quanto rectius fit eandem auem Chalcidem quam Cy mindin nuncupare, uel Batieam
aros Myrinen, alias permulta &apud huncpoetam &apud alios talia: Verum
iſtarữrerum inuentio acutius ingenium quam noſtrũ exigit. Scamandrius autē
&Altyanax quid ſignificent,humano ingenio, utmihiuidetur, com
prehendi,facile & percipi poteſt,quam rectitudinem eſſeHomerusuelit in his
nomini bus quibus Hectoris filium nuncupat. Scis ea carmina quibusinfunt,quæ
dico: HER. Omnino.soc. Vcrum iſtorum nominâ putasHomerum exiſtimaſſe conuenire
magis puero, Aſtyanacta'ne,an Scamandriã: HER. Ignoro. soc. Sicautem
conſidera:liquis te interrogaret, utrữ putes fapientiores rectius nomina rebus
imponere, an minus ſapien. tes,reſponderes ucią ſapientiores.HER. Sic certe.soc.Vtrũmulieresin
urbibus sapientiores eſſe tibi uidenč, an uiri: quantı ad genus attinet. HER.
Viri.so c.Neſcisquod in quit Homerus, Hectoris filium a Troianis Altyanacta,a
mulieribus Scamandriū nuncu patum: quandoquidem uiri illum Aſtynacta uocare
conſueuerűt. Her. Videtur, soc. Nónne Homerus Troianos uiros fapientiores, quam
mulieres eorũ exiſtimauit: HER. Arbitror equidem. SOCR. Aſtyanacta
igiturrectius quàm Scamandrium nominatum - esse cenſuit, HER.Apparet.SOCR.
Animaduertamusquam ipſe denominationishuius cauſam affert, Solus enim, inquit,
ciuitatem ipſis cutatus eſt amplas mænia. Quapro prer decet, ut uidetur,protectoris
filium nominare &svavaxta, id est regem urbis, urbis, inč,eius, quam pater
ipſiusſeruauit;ut inquit Homerus. HER. Idem mihi quocuider: Soc.Quod aức hoc
maxime;porrò &ipfe nondum fatisintelligo, ô Hermogenes. Tu vero percipis:
HER. Nõ perlouem.soc.Arqui & Hectori ó boneuir,nomen ipfeHo meras impoſuit.
HER. Quamobrem: soc.Quoniã mihi uidet id nomen Hector Aſtya
sactieſſequamproximum: ferme'enim idemſignificant, putanta Græciutraq hæcno
mina regiaeffe. Cuiuſcunæ enim quis avaş, id eſt rex extitit,eiufdem eft &
fxTue,id eſt poſtelfor.Conftat enim dominari illi,pofliderecſ, & habere.An
forte'nihil tibidicere ui deor meg fallit opinio, quaHomeriſcientiam circa
nominum rectitudinem, ceu per ue ftigia quædam attingere cöfidebam: HER.Nullo
modo, ut arbitror. forte enim nonni hil actingis. SocR.Decet,utmihiuidetur,
leonis filiū leonem ſimiliter nominare, equi filium equum haud certe dico,
liquid tanquammonſtrum exequo nafcatur aliud quid dam quám equus:fed cuius
generis ſecundum naturam eſt quod naſcitur, hoc dico.Sies nim bouis fecundum
naturam filius equũ gignit,non uitulus qui naſcit, ſed pullus equi nus eſt
nuncupándus.Et fi equus præter naturam gignit úitulum,non pullus equinus di
cendus eſt hic,fed uitulus. Neqetiam ſi ex homine alia proles quam humana
producit, quodnaſciturhomo uocari debet.Idemg eſt dearboribus,dešcæteris omnib.
iudican dum.Probas hæc: HER.Probo equidem.soc.Obſerua me nequid defraudem.
Eadem quippe ratione,fiquis exrege naſcitur, rex eſt nominandus: in alíis uero
& alíjs ſyllabis idemlignificari,nihil intereſt, neck referc ſiue addatur
litera aliqua,ſiue etiã ſubtrahatur, donec eſſentia reiſignificatæ in ipſo
nomine dominacur.HER. Qui iſtucais:'soc. Nihil mirum nouum'ue dico, uerű ita ut
in elementis fieri cernis, ſcis enim quod elementora nomina dicimus,ipfa uero
elementa nequaç, quacuor duntaxat exceptis.dicimus enim &utonów, o fixpou
& whéya. Cæteris autem tam uocalibus quam non uocalibus alias addentes
liceras,ut Båtte 4.7.c. nomina conſtituimus,atq;ita proferimus. Verum quo uſg
elementi ipſius uim declarată inſerimus, conuenit nomen illud uocare ipſum quod
nobis fignificet elementum, ut in Bizu apparet, ubi additis 8. 7.éc, nihil
obftitit quin in tegro nomine natura elementiilliusoſtenderetur, cuiusnominum
autor uoluit:uſquea deo ſcite literisnominadedit. Her. Vera mihi loqui
uideris.soc.Nónne eadē derege ratio erit: Erit ex regerex, ex bonobonus, ex
pulchro pulcher, &in cæteris omnibus fimiliter ex quolibet genere alterữ
quiddam tale,niſi monſtrữ fiat, eademq dicendano: mina.Variare autem licet per
fyllabas,ut uideantur homini rudi,quæ ſunteadem,eſſe di Gería. quemadmodữ
pharmaca medicorũ coloribus &odoribusuariata ſæpe cã eadem fint,nobis
diuerſa uidentur: Medico aūt uim pharmacorũ conſideranti eadem iudican tur,neß
eum additamēta perturbant. Similiter forte qui eſt in nominibus eruditus, uim
illorum conſiderat,neq; eius turbaſiudicium, liqua litera addita eſt, uel
tranſmutata,uel dempta, uelin alijs literisac multis eadē uis
nominisreperitur.Vteanomina quæ fuprà diximus, Altyanax &Hector, liceras
omnino diuerſas,præter folum habent, idem ta menſignificant. Item quod
&exémolis, id eſt,princeps ciuitatis dicitur, quam literarum communionẽ cum
duobus ſuperioribushabet: Idem nihilominus infert. Multaq; ſunt alia, quæ nihil
aliud quam regem ſignificant. Multa præterea ſunt, quæ exercitus du cem
ſignificant,ut čys, worém cedoOMG,.Alia item quæ medicinæ profefforem declarant,ut
ictportas, a xecik @ poro. Aliaó permulta reperiri poflunt,fyllabis &
literis diſcordantia, ui autem fignificationis penitus conſonantia. Sic ne
& ipſe putas, an alia ter: HER. Sic certe.SOCR. His profecto quæ fecundum
naturam fiunt, eadem tribu enda ſuntnomina.HER. Omnino. SOCR. Quoties uero
præter naturam hominesali quifiunt in quadam fpecie monftri, uelut quum ex bono
pioq uiroimpius generatur, quigenitus eft,non genitoris nomen ſortiri debet,
ſed eius in quo ipfe eft generis:quem admodum ſuprà diximus,ſi equusbouisprolem
generet,non equum eiusfilium,fedbo uem denominandum.HER. Siceſt. Socr. Homini
igitur impio ex pio genito, non pa rentis, sed generis nomen attribuendum. HER.
Vera hæc ſunt.soc.Neque igitur6tocosia Agy, id eft Deiamicum, nex uygoitzoy, id
eſt Dei memorem, uel talem aliquem huiuſmo diuocarefilium talem decet, Ted
cótraria ſignificantibus nominibus appellare, ſi modo recte nomina inſtituta
effe debent.HER. Sic prorſusagendum ô Socrates. soc. Profe dio Oreſtinomen
recte,o Hermogenes,uidetur impoſitum, fiue aliqua ſors illi nomen dedit, liue
poeta quidā, ferinam cius naturã agreſtē &moncanã nomine eo ſignificās. HER.Sic
apparet,Socrates.soc. Viderur &patri eius ſecundum naturam nomen esse. HER.
Apparet.soc. Apparet utiq talis efTe Agamemnon,utſibi laborandũcenſeat,to
lerandumý, &in ijs quædecreuit,per uirtutem
perfeuerandã.Argumentũuerotoleran tiæ ſuæ apud Troiam tanto cum exercitu
perduratio prębuit. Quod igitur mirabilisper feuerantia uir hic fuerit, nomen
ſignificai Agamemnon, quali ayasos 967 oli ümrovlu. Fortè uero &
Atreusrecte eft nominatus.Nexenim Chryfippi, & crudelitas aduerſus Thyeſten,noxiữ
perniciofumo illum demonſtrant.Vnde cognominatio parumperde clinat, & clam
innuit,ut non quibuslibet naturam huius uiri declarent:his autem qui no minum
periti ſunt, ſatis Atrei ſignificatio pater. Dicitur enim ſecundum erogès,
afeger's atypów, quaſiindomitus, inexorabilis, noxius contumeliofusq fuerit.
Videtur & Pelopi nomen haudab re tributum. Hominem quippe quæ prope ſunt
uidentem,nomen iſtud congrue significat. HER. Cur illi id conuenit: socR.
Quoniam in Myrtilicæde, utfer tur, prouiderenihil potuit, nec eminus pſpicere
quãta toti generi ex hoc calamitas im mineret. Quæ enim antepedeserant, &ad
præsentia tantum respiciebat, hoc autem eſt prope aſpicere: quod & fecit,
cum Hippodamiæ coniugium omniconatu inire conten dit. Vnde Pelopinomenawines,
id eft,prope,& ontos, quodad uiſionem pertinet. Tan talo quinetiam nomen
natura ipſa uidetur impofitum, ſi uera ſunt quæ circunferuntur. HER. Quænam
iſta: soc. Quoduiuentiadhuc illi aduería plurima &grauia contige
runt,tandemý patria eius omnis fubuerſa eſt. Defuncto præterea faxum in caput
immi. net, ſors certe duriffima. hæcprorſuscum nomine congruar, perinde ac fi
quis nomina re THION to you,id eft, inteliciſſimű uoluiffet, fed paulo locutus
obſcurius, pro Talancato Tantalum poſuifler. Taleutiæ nomen fortuna eius
aduerſa ipſorumore gentium præ buiſſe uidetur. Quinetiam patri eius loui recte
nomen eſt indicum,nec tamen facileco. gnitu.Eftenim uelut oratio quædam louis
nomen, quod quidcm bifaijā partientes,par tim una,partim altera parte utimur.
Quidamfive, quidamdia, uocani. Quæpartes in unumcópofitæ, naturam dei ipſius
oftendűt, quodmaxiinedebernomen efhcere por ſe. Nulla enim nobis cæterisomnibus
uiuendimagis cauſa eſt, quam princeps, rexo omniữ. Quapropter decens nomen eſt
hic Deus fortitus, per quem uita íemper uiuent bus omnibus ineſt.Sectum autem
in duo eft unum, ut diccbam,nomen,in diæ uidelicet ata awa. Hinc Saturnifilium
cum quis audiat, forte inſolentem contumelioſumópu tarit. Verű probabile
eft,magnæ cuiuſdam intelligentię piolem louem elle. Quod enin Hóp - dicitur,non
puerum ſignificat,ſed puritatem mentisipfius, & fynceram integria tem. Est
aurem is opavo, id eft, cæli filius,ut fertur. Quippeafpectus ad ſupera merijo
z pane uocatur, quafi opacz zecvw. Vnde affirmant,o Hermogenes, 17 qui
derebusiutli mibusagunt,puram mentem adeffe, & recevo, iure nomen
impofitum.Siautem genealo giam deorum ab Hefiodo traditam mente tenerem, &
quos horum progenitores indu. cic,recordarer,haudquaq ceſſarem oftendere
tibérecte illis nomina infcripta fuiffe,quo ad huius fapicntie periculü facerem,liquid
ipſa proficiat peragator, & an deficiatnecne, quæ mihi tam ſubito ignoro
equidem unde nuper illuxit. HER. Profecto mitttiden som Ô Socrates iliareorum
quinumine capitatur, protinus oracula fundere. soc. Reor equidem,ô
Hermogenes,hanc in me ſapientiam ab Euclıyphrone Pantij filio emanalie. Illi
fiquidem aſtiti a matutino affiduus,auresó porrexi. Patet igitur eum deo plenú
non modo aures meas beata ſapientia impleuiſle, uerumetiam animum occupalle.
Sic utico agendum arbitror, ut hodie quidem utamur ipfa, & reliqua quæ ad
nomina pertinet, ini dagemus. Cras uero,fiin hoc conſenſerimus,excutiamuscam,
expiemusý,aliquem par ſcrutati,ſiuefacerdotem, feu ſophiſtam qui purgare hæc
ualeat. HER. Probo hæc maxi. me Socrates. libentiſſime nang quæ de nominibus
reſtant, audirem. soc. Ira prorſus agendum. Vnde igitur potiffimum exordiendű
iudicas,poftquam formulam quandam præfcripfimus,ut pernoſcamusſi etiã nomina
nobis ipía teſtantur non caſu quodama. » ata fuiſſe,uerum rectitudinem aliquam
continere:Nomina quidem heroum atq;homi / num nos forte deciperent. horum nang
multa ſecundum cognomenta maiorum pofita) ſunt, & fæpe nequağ conueniüt,
quemadmodã in principio diximus.Multa uero ex uo ') to homines nomina
tribuunt,ut UtuXidmW, owciQ, Itópinoy, alia “ permulta.Talia itaq )
prætermittenda cenſeo.decens eñconſentaneumg maxime reperire nos quæ in rebus
ſempio Lempiternis &naturæ ordine cõſtitutis recte ſunt poſita. Nam circa
iſta in condendis no minibus ftuduiffe maxime decet.Forte'uero ipſorūnonnulla
diuiniore quadam poten tač humanaſunt inſtituta. HER. Præclare mihi loqui
uideris,ô Socrates. soc.Nonne pareſtabipfisdíjs incipere,rationemý inueſtigare
qua bcos uocati ſunt: Her.Nempe, soc.Equidem ita conício.Videnturutiq mihi
Græcorű priſci deos ſolos putaffe eos, quos etiam his temporibus Barbarorű
plurimiarbitrantur, solem, luna, terrram, stellas, calum. Cum ergo hæc omnia
perpetuo in cursu esse coſpicerent,ab hac natura moldatu få nominalle
uidentur,deinde &alios animaduertêtes omneseodem nominenuncu pale.Habeoquod
dico uerifimile aliquid, nec'ne HER. Habetcerte. soc. Quid poft hac
inucftigandum: Conſtat de dæmonibus heroibusø &hominibus quærendum eſſe,
HER. Dedæmonibusprimum. soc. Proculdubio Hermogenes.quidlibi uultdæmo. nun
nomen animaduertenum aliquid dicam.HER.Dicmodo.soc.Scis'nequos Hes Liolus
claipovas effe inquit, HER.Non.soc.Nec etiam, quod aureum genus hominum zitin
principio extitiſſe? HER.Hoc equidem noui. Soc. Ait enim ex hocgenerepoſt
przſentis uitæ fara fieri dæmones ſanctos,terreſtres,optimos,malorũ
expullores,& cu licdes liominum.HCR. Quid cum: soc.Nempe arbitror uocare
illum aureum genus; no ex auro conſtitutū, ſed bonum atos præclarum.quod inde
conſcio, genus noftrum fereum eſſe dicit. HER. Vera narras. Soc. Annon putas
ſiquis nunc ex noſtris bonus fc,aureihunc generis ab Heliodo æftimari? HER. Conſentaneum
eſt.soc. Boni autem anj sprudentes: HER. Prudentes. $ o c.Idcirco,ut
arbitror,eosdæmones præcipuenup cupat,quia fapiêtes d'ahuontsó erant.Et ex
noſtraiſtud priſca lingua nomen exiſtit. Qua obrem &is, & cæteripoetæ
permultipræclare loquuntur,quicunq aiunt uidelicet,poft quambonusaliquis uita
functus eſt, maximam dignitatem præmiumý ſortitur,fic & dæ monſecundum
ſapientiæ cognomentūIca & ipfe affero dæmuova, id eſt ſapientemom- nem efle
hominem, quicung ſitbonus,eumódæmonicum effe,id eſt felicem,uiuenten » acc
defunctũ, recteý dæmonem nũcupari.HER Videor. mihi ô Socrates, in hoctecum s
maxime conſentire. soc. newsautem quid lignificar: Id nequaſ inuentu
difficile.paur lo enim heroumnomen ab originediſtac,indicans generationem
illorum čre WTO manaſſe. HER.Qua rationeid ais: s o c.Anignoras ſemideos heroas
effe: HER. Quid tum: soc.Omnesutiq heroes uel ex amore deorũ erga mulieres
humanas, uel amore uirorum erga deas ſuntgeniti.Prætereaſi hocfecundã priſcam
Acticorum linguam con fideraueris,magis intelliges.reperies enim quòd pauliſper
mutatū eſt nominis gratia ex UTO,undeſunt heroes geniti:quod'ueaut hincheroum
nomen eſt ducium,aut ex eo quòd fapientes,rhetores fuerunc.facundi uidelicet,
& ad interrogandữ diſſerendűó promptiflimi,ziedy Aang dicere eft:Quare,ut
mododicebamus,Attica uoce heroes the tores quidam,&
diſputatores&amatori uidentur. Vnderbetorum ſophiſtarum gee nusheroica
prolesexiſtit. Verum nõ iſtud quidem difficile cognitu,imò illud obfcurű,
quamob cauſam homines ävbewmoinominantur.habesipfe quid afferas: HER.Vndeid
habeābone uir: Quin ſi reperire quoquo modo poffim,nil cotendo, ex eo quòdtemo
lius facilius“ quammereperturum ípero.so c.In Euthyphronis inſpiratione
confider se mihiuideris.HER.Abſc dubio.soc.Ec merito quidem confidis.Nam belle
nimium mihi nunc uideor cogitafle,ac periculü eſt niſi caueam,nehodie ſapiêtior
quam deceat, uidear euafiffe. Attende ad ea quædicã. Hoc in primis circa nomina
animaduertere de serves cet, quòd ſępe literas addimus,lepe ctiam demimus pro
arbitrio,dum nominamus, & a cuta ſæpenumero tranſmutamus,utcum dicimus dicíres:
hoc ut pro uerbo nomen nor bis foret,alterum, inde excerpfimus, & pro acuta
fyllaba media, grauem pronūciamus. Jn alijs quibuſdam literasinterſerimus,alia
uero grauiora proferimus. HER. Vera refers. soc.Hoc & in ävegen O côtingit,utmihi
quidem uidetur.Nam ex uerbo nomen con ftitutum eſt,uno a excepto,grauiorig fine
effecto.HER.Quomodo iſtud ais 's o c. Itak" hominis nomen illud
ſignificat, quod cætera quidem animalia quę uident,non confide rant,neq;
animaduertunt,nec contemplantur: homoautem & uidet ſimul &contemu
platur,animaduertito quod uider.Hincmerito solus ex omnibus animátibus
homočvrse @puro eſt nuncupatus, qualiaabeau contemplans,quæ ön WT5, id est,
uidit. Quid poft ce haqquæram:Anuidelicet quodlibenter perciperem HER:
Maxime.SOC. Succede D teftas reſtatim ſuperioribusmihi uideturdeanima &
corpore cõſideratio.Nam anima& cor pusaliquid hominis funt.HER.Sine
cótrouerſia.soc.Conemurhæcquemadmodū ſu: periora diſtinguere. Quærendum
primodeanima putas, utrecte Luxá nominata fuerit deindede corpore: HER:Equidem.soc.Vtigitur
ſubito exprimarn quod primumm. hinunc ſe offert,arbitror illos qui
ſicanimāuocitarunt,hocpocillimum cogitaffe, quod » hæc quoties adest corpori,
caula est illi uiuendi, reſpirandi,& refrigerandi uim exhibês: 9 & cum
primūdelierit quodrefrigerat,diffoluitur corpus,& interit.Vnde fuxlu noni
21 naffeuidentur,quaſi awatúzov, reſpirando refrigerans.Atuero, si placet, fifte
parumper. Videor mihi aliquid inspicere probabilius apud eos quiEuthyphronem
ſequütur,nım iftud quidem aſpernarenf,ut arbitror, & durû quiddã eſſe
cenferent. ſed uidean hoc ibi sit placiturű.HER. Dicmodo.soc. Quid aliud
animatibiuidetur corpus continae, uehere, & utuiuat & gradiatur
efficerer HER. Nil aliud.soc. Annon Anaxagoræ ce dis,rerum naturam omniẩmente
quadam & anima exornari ſimul & contineri: HIR. Credo
equidem.soc.Pareſt igitur eam potentia nominare quelw.quæ quan,naturan, oxa
& xe, id eft uehit & continet.politius autem fuxó proferſ.HER.
Siceſtomninoji detur & mihiiſtud artificiofius effe.soc. Eft
profecto.Ridiculum aữc quia apparere, si ita ut pofitüfuit, nominaret. Quod
uero pofthoc ſequiſ corpusnonne owua nücupis: HER.Certe.soc. Atquiuidełmihiin
hocnominepauliſper ab origine declinari. nen. pe corpushoc animæ omua, sepulchrâ
quidam eſſe tradunt:qualiipfa præſenti in tempo se ſic ſepulta:ac etiam quia
animaper corpus omualvd,ſignificat quæcung ohelwa lign ficare poteſt.idcirco
& rivec iure uocari. VidenturmihiprætereaOrpheiſectatores no mēhocobid
potiſſimữpoſuiffe,q anima in corpore hoc delictorũ det pænas, & hocci:
cũſepto uallo claudatur,uelut in carcere quodā,utolor ferueſ. Effeitac
uolunthoc ita utnominat,animęoãu ce ſeruandigratia clauſtrữ, quoad debita quæQ
expendar,neq literam aliquã adăciendam putant. HER.Dehis fatis dictum ô
Socrates,arbitror. Veri denominibusaliquorû deorum poſſemus ne ita
utdeloueactum eſt,conſiderare,fecun dum quam rectitudinēnomina lint impoſica:
soc. Per Iouem nos quidē ſimentem ha beremus Hermogenes,precipuũrectitudinismodấarbitraremur,faceri
nihil nos de dijs cognofcere,ne deipſis inquam, neq deipſorīnominibus quibus
iplifeuocant. Con ſtar enim illos quidem ueris ſenominibusnuncupare.Secundâ
uero recte denominatio nis modum exiſtimo, utquemadmodülex in uotis ftatuit
precarideos, quomodocung nominarihis placet,ita & nos ipfos uocemus,tanğ
nihil aliud cognoſcētes.Recte não, utmihiuidetur,eft decretū.Quare, li uis,ad
hanc inueſtigationēpergamus,primo quidē díjs præfati,nosnihilde iplis
conſideraturos: neq; enim poſſe confidimus:fed de homini bus potius, qua
potiſfim opinionecirca deosaffectinomina ipfis inſtituerunt. Hoceñ à diuina
indignatione procul.HER.Modeſte loquiuideris ô Socrates, atqita prorfusa
gendum.soc. Nónneà Vesta fecundum legem incipiendű. HER. Sicutim decet. soc.
Quaratione éstav hanc nominatam dicemus HER. Per Iouem haud facile iftud inuen
9) tu.soc.VidenturprobeHermogenes priminomināautores non hebetes quidā fuisse,
verum acuti fublimium rerum inueſtigatores HER. Quamobrem: soc. Talium quo
rundam hominum inuentione nomina apparent impofita.ac ſi quisperegrinaconlide.
retnomina,nihilominus quod ſibiuult,unumquodq;reperiret.quemadmodőhocquod nos
días, eſſentiam nominamus, quidam golov nuncupant,alij wvia.Primo quidem
ſecundum alterum nomen iſtorum,haud procula rationeuidetur rerum effentiam
ésiav uocari. & quia nos quod efteffentiæ particeps ésiav uocamus,ex
hocrecte éstæ poffet denominari.Superioresnoftriquondam šriav,tola
uocabant.Quinetiã ſi quis facrorí ritusanimaduerterit,exiſtimabit ſic eosputaſſe
quihæc poſuerűt.Etenim ante deosom nes Veltæ facra faceredecet eos, qui
effentiam omnium Veſtam cognominarunt. Qui item wola nominarunt,hifermeſecundâ
Heraclitum cenfuerüc fluere omnia femper, nihilo conſiſtere.Cauſam igitur &
ipſorum originem ducem ipſum wow, quod impel lit.quaproptermerito ipſum wola
impellentēcauſam nominari.Dehis hactenusitalic dictų,uelut ab ijs quinihil
intelligunt.Poft Veftam aất, deRheaato Saturno conſidera reconuenit,quanğ de
Saturninomine in ſuperioribus diximus.Forte'uero nihildico. HER.Curnam ô
Socrates: soc. O boneuir,ſapientiæ quoddam examen animaduer ti. HER. Quale iſtud:
soc. Ridiculum dictu.habet tamen nonnihilprobabile.HER: Quid ais: & quo
pacto probabile.so c.Infpicere mihiHeraclitum uideor,iã pridem ſa pienter
nonnulla de Saturno Rhea tradentem, quæ & Homerus dixerat. HER. Quid iftud
ais:'s o c.Ait enim Heraclitus fluere omnia,nihilo manere,rerum ipſarum pro -
ce greflum amnis fluxuicomparás,haud fieri poffe inquit,utbis eandem in aquam
temerou gas.HER.Vera hæcſunt.soc.An uidetur tibi ille ab Heraclito diſſentire,
qui aliorum a deorum progenitoribus inſeruitRheam atą Saturnữ:Nunquid putas
temere illum no mina iſtis impoſuiſſe.Quin & HomerusOceanum deorum originem
inſtituit, & The tyn genitricem.Idemouoluit,utarbitror, &
Heſiodus.Aitpræterea Orpheus, Oceanű primum pulchrifluum cõiugium inchoaſſe,
quicum Tethy germana ſeſua commiſcuit. Vide ő maximehæc inuicem cõfonant,omniağ
in opinionēHeracliti redeunt. HER. Viderismihialiquid dicere Socrates. Tethyosautem
nomēhaud fatis quid ſibiuelit, in telligo.soc.Hocutißidem
fermeſignificar:quoniam fontis nomēeſt reconditů.Nam doctons & xlsus,id eſt
ſcaturiens & tranſiliens,fontis imaginem præ ſe ferunt, ex utrif queuero
hiſce nominibusnomen tudúceſt compoſitum. HER.Hoc quidem belliſi mum eſt ô
Socrates.soc..Quid ni? Verum quid deinceps:Deloue profecto diximus. HER. Siceſt.soc.Fratres
autem eius dicamusNeptunum atq Plutonē,nomeno aliud quo ipfum
uocant.HER.Prorſus.soc. VideturNeptunusab eo qui primum nomina uit,idcirco
mooddãy uocatusfuiſſe, quia euntem ipſum marisnatura detinuit,nec pro,
grediultra permitit,ſed qualiuincula pedibus ipfius iniecit.Maris ita principem
rood @ væ uocauit, quaſi qosideouov, id eſt pedum uinculũ.& uero decoris
gratia forte adie ctum fuit. Forſitan nő hoc fibiuult,fed pro ar, a primo fuit
pofitum, quafi dicat mom sidós, id eftmultanofcens Deus,Fortaſſis ab eo quod
dicitur códy, id eft quatere,okwu ideft quatiens eſtnominatus, cuiw & d
fuitadiectū. Plutonem autem quali zašto, id eſt diuitiarī datorem dicimus,
quoniam diuitiæ ex terræ uiſceribus eruuntur:& dxs uero multitudo
interpretatur, quali addis, triſte tenebroſum'ue. Atæ hocnomen horrentes
Plutonem uocitant.HER.Tuuerò quid fentis Socrates. soc. Videnturmihi homines
circa potētiam Deiiftiusmultifariam errauiſſe,eumg exhorruiſſeſemper,cum minime
deceat.Porrò quiſ ex hocpertimeſcit,quòd nemo poftquam defunctus eſt,hucredit,
quod'ueanimanudata corpore,illucabit.Cæterum hęcomnia & regnum & nomen
hư ius dei,eodem tenderemihiuidentur.HER.Quo pacto:soc.Dicam quod fentio. Dic
age. Vtrữ horũualidiusuinculâ eft ad quoduis animal alicubidetinendű,
neceſſitas'ne, an cupiditas? HER.Longeô Socrates,præſtat cupiditas.soc.Annõ
plurimi,&dw quo tidie ſubterfugerent,niſi fortiſſimo uinculo eos
quiillucdeſcendunt,uinciret: HER. Vi delicet. Soc. Quare cupiditate quadam
eos,utuidetur,potius ő neceffitate deuincit, fi modouinculo
nectitfortiſſimo.Her.Apparet.soc.Nónne rurſus multæ cupiditates funt
HER.Multę.so c.Ergo uehemētiſlimaoñiữ cupiditate nectit eos, fimododebet
inſolubilinodo conectere.HER. Certe.soc.Eft'neuehemētiorulla cupiditas, ş ea
qua quiſcrafficitur,dum alicuius conſuetudinemeliorem feuirūſperat euadere:
HER.Nul..“ lamehercle Socrates.so C.Hacdecaufa dicendűHermogenes,neminem
hucillincuel lereuerti,nec etiã Syrenesipfas, imò & eas & cæterosomnes
ſuauiſſimis Plutonis ora tionibusdemulceri.Éſtý,utratio hæcteſtat,deus is
ſophiſta proculdubio diſertiſſimus & ingentia confert his quipenes ipſum
habitãtbeneficia, qui uſ adeo diuitñs affatim abundat,uttantanobis bona
ſuppeditet,unde & Pluto eſt nuncupatus. Annõ philoſo. phitibiuidet officium,
q nolithominibus corpora habentibus adhærere, sed tūc demữ admittateos,
cũanimus illorum eft corporeis omnibusmalis cupidinibus* purgatus:
Excogitauitnempehic deus hacratione fe animosmaxime detenturũ,ſi uirtutis eos
aui ditate uinciret. Eosautem quiftupore & infania corporis
ſuntinfecti,nepater quidem Plutonis Saturnus ipfe,fuis illis uinculis coercere
ualeret,fecumý tenere.HER.Nonni hil loquiuiderisÔ Socrates.soc.Longeabeft
Hermogenes utnomē& dos, quali cudes id eft trifte tenebroſum'uefit
dictâ,imoab eò trahiturquod eft sid qvac, id eſt noſle omia pulchra.Ex hoc itaq
deus ifteà nominữ conditore &dys eſt nấcupatus.HER.Quid præ terea dicimusde
Cereris nomine, Iunonis“, Apollinis & Minervæ,Vulcanig &
Martis,cæterorumýdeorum: soc. Ceres quidem dwuktor nuncupatur ab ipſa
alimentorī largitione, quaſi didolæ pektyg,hoc est exhibensmáter. Kex uero,id
eſt Iuno, quali fatá, id eft amabilis,propter amorem quo Iupiter in eam
afficit.Forte'etiam ſublimeſpectans quihoc nomen inſtituit,aeram,spav denominauit,
& obſcurelocutus est, ponensin fine principiữ quod quidem
patebittibi,finomen illud frequenter pronüciaueris. DefélQKT say,id eſt
Proſerpinam,& denómwnominare nõnulliuerent,propterea quòdillis ignota eſt
nominum rectitudo. Enimuero permutantes degregóvlw ipsam considerant,graue id illis
apparet. hocautēdeæ ipsius sapientia indicat. Sapientia utic eft quæ
resfluentes attingit,& aſſequi poteft.Quamobrem gegéraqemerito dea
hæcnominaretur,propter fapientiam, & Encolu, id eſt contacta, qepomlis, id
elt eius quod fertur, ueltale aliquid, Quocirca adhæret illi ſapiens ipſe édes,
quia ipſa talis eſt.Nunc autem nomen hocde. clinant,pluris facientes
prolationis gratiam ueritatem, utqepiqastav nominēt. Idem quoq circa Apollinis
nomen accidir. nam pleriq id nomen exhorrent, quasiterribile ali quid preſeferat.Annõ
noſti:HER.Vera penitus loqueris.soc.Hocaūt,utarbitror,hu ius dei potentięmaxime
cõuenit.HER. Quarationeso c.Conabor sententia meam ex primere.Nullű profecto
nomen aliud unum quatuorhuiusdei potentijs reperiri conue nientius potuiſſet,
quod & cöprehenderet omnes, & iplius quodammodo declaret musicam,
uaticinium, medicinam, & sagittandiperitiam. HER. Aperias iam.Mirum quiddã
nomen effe id ais.soc.Congrue quidem compoſitõeſt, conſonatý,utpote quod ad de
um pertinet muſicum. Principio purgatio purificationesø & ſecundum
medicinam,& ſecundum uaticinium,item quæ medicorum pharmacis peraguntur, ac
uatum incanta tiones expiationes, lauacra, & afperſiones, unum
hocintendunt, purum hominem & corpore & anima reddere. HER. Sic omnino.
soc. Nónnedeus qui purgat, ipse erit aro aówn & Ösp núwy,id eft abluensa
malis, solvens,q Apollo ipfe ſignificat? HER. Abſque Tubio.soc. Quatenusitap
diluitata soluit, uttaliū medicus, åpnvwy merito nuncupa tur. Secunda vero
divinationem uerumg &moww, id est simplex, quod idem eft, recte more
Theſſalicorűnominarehunc poſſumus.hinempe omnes deum hunc ámró uocãt. Quatenusaấtási
Boda wy, id eft ſemper iaculando arcu uehemens eft,ás Badawy dicipo teſt,hoc
eſt,perpetuus iaculator.Secundữueromuſicam, dehoc eſt cogitandū quemad modum de
eo quod dicit & nórolo & « xomis,id eftpediſſequus,comes, & uxor,
in qui. bus& ur & in alijsmultis, idem quod ſimul ſignificat.Hic quoq
&& zónas ſignificant uerfionem quæ ſimul & unaperagitur, quam
cöuerfionem dicamus.Ea in cælis eft,quæ per eos fit quos sónos uocamus:in cantu
uero & quovia, quam dicimus ovuqwricw. Quia in his, uttraduntmuſicæ &
aſtronomiæ periti,harmonia quadā ſimulomnia cõuertunt. Hicaấtdeusharmoniæ
præfidet omonwy,id eft fimuluertenshæc omnia,& apuddeos & apud
homines.Quemadmodum igitoorkeudoy & Oxóxosniv, id eft ſimuleuntem &
ſimul iacentē,uocauimus anonovlov & KOITIY, o in « permutantes, ita
Apollinem nomi navimuseum qui erat &Mortondy, altero a interiecto, quia
æquiuocũfuiſſetduro cum no mine.quod & his temporib. ſuſpicati pleriq, ex
eo q non recteuim nominishuius ani maduertűt, perindehocmetuunt, ac si
perniciem quandã fignificaret.Sed reueranomen hocomneshuiusdei uires
cõplectitur, quemadmodūſupra diximus. Significat eſlim plicem,perpetuũiaculatorem,
expiatorē & conuertentem.Muſarā uero & muſicæno men,ab eo quod
dicitpães, id eft inquirere,indagatione & ftudio ſapientiæ tractõelt.
agtá,id eſtLatona,à manſuetudine dicit,quia fic edereuwy, id eſt prompta &
expofita & Tibens ad id quodpetit quiſqs exhibendű. Forte'uero ut
peregriniuocãt:multinamga, tú nomināt, quod nomen tribuiſſe uident,quia non
rigida illi mens,ſed mitis,ideo agli, quali neopress,id eftmos lenis &
mitis ab illo cognominat. opruis, id est Diana, ex eo quòd aprejés, quali
integra modeſtaciz sit propter uirginitatis electionē. Forſitā etiã qua
fiageplisoge,id eft uirtutis conſciã,uocauit nominis inftitutor.Fortaffis etiã
dicta eft'Ar temis,quafi apo u des Chocous,id eft quafiilla cõgreſſum oderit
uiricum muliere.Vel enim propterhorâ aliquid,uel propteromnia huiuſmodinomen
eſt inſtitutű.HER: Quidue ro dióvvoos & espositor's O.Magna petis Hipponici
fili.Atqui eſtnominâ ratio his díjs inpoſitorâ gemina,ſeria uidelicet &
iocoſa.Seriã quippe ab alñs quære,iocofam aứcni hil prohibetrecenſere. locoſi
fanè & difunt: Dionyſuso eft didòs i ciroy id eſt uinida tor, qual tor,
quafi nobivuosioco quodã cognominatus. Vinum autem merito uocari potest oto 18s
quod efficiatut bibentes pleriq mentealienati,oisdocevouü exay, ideftmentem
habe rele putent.DeVenere Hefiodorepugnarenon decet,ſed concedere propter ipfam
ex dogo, hoc eſt ex ſpuma, generationē đopoditlw uocari.HER.Acuero Minerua, ô
Socra tes,Vulcanūča & Martem,cum fis Atheniēlis,ſilentio nõ
præteribis.soc.Haudquais decet.HER.Non certe.soc.Alterâ quidem eius nomen
quamobrē ſit impofitũ, haud difficile dictu.HER.Quod: soc. Palladē eam
uocamus.HER. Planè.soc.Nomen hoc cenſendum eſt à faltatione in bello ductum
fuiſſe.porro uelfefe,uel aliud à terra attolles re ſeu manibusaliquid
efferre,dicimus cámay, & wameat,id eſt uibrare,agitare & agitari,&
ſaltare, & ſaltationem perpeti.HER.Ablo controuerſia,Palladem hac ratione
uocamus,acmerito.Her.Alterű eiusnomē quo pacto interpretaris: so c. állwaữ quæris:
HER. Id ipsum.soc. Grauiushocamice: vident prisci å blwaw exiſtimare,quemad,
modum hiquihis temporibusin Homeri interpretationibus ſunteruditi.Nam iftorum
plurimiHomerữexponuntåbwaw tano mentem cogitationemg finiſſe. Et qui nomi na
inuenit,tale aliquid de illa fenfiffe uidetur,imò etiam altius eam
extollēs,utDeimen tem induxit, perinde ac fi diceret sleovõu, hoc eftutens æ
pro y externo quodam ritu, s uero & o detrahens,fortè'uero non ita, ſed
IGavónas, id eft,utpote quæ diuina cogno ſcat,præ cæterisomnibus deoroli, id
eſt diuina cognoſcentē, uocauit.Neqab re erit,li di xerimus uoluiſſe
illũappellareeam klovólw, qualiipſa in more intelligentia fit. Ipſe poſt modữ,uel
eciam pofteriores in pulchrius,ut uidebat,aliquid producendo,Athenean de
nominarunt.HER.Quid de Vulcano quem aquusov nominãt: so'c. Quidais:Num ge
neroſum ipſum páso- isogæ,id eſt luminispræfidem quæris? HER.Hâc quæliffe
uideor. soc.Hic utcuiq patere poteft, quiso eft,& x ſibiuendicat.Vnde igas
id est,lu minis preſes eſtdictus.HER. Apparet: niſitibiquoq modo adhucaliter
uideaf.s o c.An neuideatur aliter de Marte,interroga.HER.Interrogo.soc.Siplacet,õpys,
id eft Mars, dicitur fecundâ ãgger,id eſt maſculã, & av dogov,id eſt forte.
Quinetiã fi uolueris ob na turam quandãaſperam,duram atq inuictã,immutabilemý,
quod totumägøæby appella tur,ogy uocatum fuiffe,hoc quo & Deo
penitusbellicoſo cõueniet.HER. Prorſus.Soči Deosiam mittamus per deos obsecro.Nãdehis
diſſerere uereor.Adalia uero quecung uis,meprouoca,ut
qualesEuthyphronisequiſunt,noueris.HER.Faciam utpetis,ſi unű deme
quæfiuero.meliquidē CratylusHermogenē eſſe negat. Inueſtigemus ita quid épus,id
eft Mercurii nomen fignificet,ut fiquid ueri hicloquit,uideamus.soc. équis, id
eſtMercurius,adſermonēpertinere uidetur, quatenus égjelw rús eft,hoc eſt
interpres & nuncius, furtiuús inloquendo ſeductor,ac uehemens concionator.
Totum id circa fer monem uerfatur.profecto quemadmodum in fuperioribus diximus,
kedy ſermonis eſt uſus.Sæpeuero dehocHomerusait £ukcal, id eft machinatuseſt. Ex
utriſq igitur no. men huius dei componit,tum ex eo quod loquieſt,tum ex eo
quodmachinari & exco gitare dicenda, perindeac ſi nominis autornobis
præciperet: Pareſt, ô viri, ut deum illa quiaipfufukcal, id eſtloquimachinatus
eſt, sipíulw uoceris. Nos aấtarbitratiſice legan tius eloqui, éguli uocamus. Quinetiam
ies, ab eo quod apdu, id eſt loqui, nomen habet, propterea quod nuncia eſt. HER.Probemediusfidius
Hermogenē elleme Cratylus ne gauilfe uidetur. Adorationis enim inventionem
hebes ſum.Soc. Conſentaneâ quoc amice, wową biformem filium efle Mercurî.HER.Qua
rationer'soc. Scis quòd fermo # aw,id eftomne ſignificat,circuitý & uoluit
ſemper,eſtó geminus uerusuidelicetac fal ſus: HER.Equidem. soc. Annon id quod
eſt in ſermoneuerum,leue eftatæ diuinâ, ſu praç in dñshabitans.Contrà quod
falſum,infrà in hominữmultis,afperű ato tragicũ: Hincenim fabularum comenta
& falfa & plurimacirca tragicam uitam reperiunt.HER. Sic eft
omnino.soc.Merito igitur quiefttaw, id eft totâ nuncians, & æs monasy, id
eſt femper uolutans,7 dezóros biformisMercurij filiusdiceret, ex ſuperioribus
partibus lenis ac delicatus, ex inferioribus aſper atok hircinus.Eftg
Panuelipſe ſermo,uel ſermo nis frater,fiquidem eſt Mercurij filius.Fratrem uero
fratri limilem effe quid mirum:Ce terüiã o beate, ut & paulo ante rogabā,
ſermonem dedñshunc abrumpamus.HER.Ta. les quidem deos,li uis,mittamuso
Socrates,huiuſmodiuero quædam percurrere quid prohibet.Solem,lunam,
ftellas,terram,ætherem,aerem,ignem, aquam, ver & annum: D soc. Multa funt
acmagna quæ poftulas. Sicamen gratum tibi futurum eſt,obfequar. HER.Pergratum
plane.soc. Quid primum poſcis: an utipſenarrabas in primis stov, id eft folem; HER.Profecto.soc.Manifeſtius
id fore uidetur,li Dorico nomine quis uta tur.Dorici enim asoy uocant,ato ita
uocatur ſecundữ &nizdv, id eſt ex eo quodcongre gat in unum homines,cum
exoritur. Item ex eo quod circa terram &scina, id eſt ſemper
reuoluitur.Præterea quia uariat circuitu ſuo quæ terra naſcuntur. Variareautem
& duo. agy idem eft. HER. Quid uero de anlws, id eft luna,dicendum:
soc.Nomen hocui detur Anaxagoram premere. HER.Cur.soc. Quoniam præ se aliquid
fert antiquius, quod ille nuperdixit, quodlunaà fole lumen haurit.HER.Quo
pactors o coenas idem eſt quod lumen; HER. Idem. SocR.Lumen hocperpetuo circa
lumen voy & güvoy eſt id eſt nouum ac uetus,limodo Anaxagoriciuera
loquuntur:nam circûluſtranseam con tinue renouatur, Vetusautem eſtmenſis
præteritilumen.HER.Vtig.soc.Lunam qui dem odavalav mulcinominant. HER.Certe.
soc. Quoniam uero lumen nouum acue tus ſemperhabet,merito
uocarideberetadægurteoddam Nunc autem conciſo uocabulo ahavice uocatur. HER.
Dithyrambicum nomen hoc eſt, ô Socrates. Verum uave, id eftmenſem:& äspe
quomodo interpretaris. soc. Menſis quidem várs recteab vas. atroce, id eſtàminuendo,
iure nuncuparetur. Astra uero & sectic, id eſt coruſcationis co gnomentum
habent. « Soekautem quia au o ads avasosqe, ideft uiſum ad fe conuer. tit,
ánæspon á dici deberet, nunc cõcinnioriuocabuloaspauinominal. Her.Vnde no men
trahil mie& idap, id eft ignis & aqua:'Soc. Ambigo equidē,uideturg
autMuſa meEuthyphronisdeſeruiſſe, authocarduum quiddam effe. Aduerte obſecro
quò confu giam in omnibus quæcunq dubito. HER. Quonam: soc. Dicam tibi.ſcis
ipſe qua ratio ne wüe nominat: HER.Non hercle.soc. Vide quid dehoc ſuſpicer.Reor
equidêmul ta nomina Graecos a Barbaris, eos preſertim quiſub Barbaris ſunt, habuiſſe.
HER. Quor ſum hæc.soc.Siquis rectam iſtorũ impoſitionem fecundum græcã uocem
quærat,non ſecundum eam qua eſt nomen inuentũ nimirum ambiget.HER. Verifimile
id quidem. soc. Vide itaç nenomen hoc quebarbaricum ſit.neo enim facile eft
iſtud græcæ lin guæ accomodare, conſtataita hocPhrygios nominare parum quid
declinantes, & ý. dwg & xuías,id eft canes,alia permulta. HER. Vera hæc
sunt. soc. Ergo distrahereiſta nihil oportet, quandoquidem deipſis nihil dicere
quiſquã poteſt.Quapropter nomina illa ignis & aquæ huncinmodum reñcio
kázautēſic eft dictus Hermogenes, quia quæ circa terram ſunt, deed,id
eſteleuat.uel quia aega, hoc eft ſemperfluit,uel quia eiusflu xu
ſpiritusconcitatur.Poetæ quippe flamina aktasnuncupant.Forte igitur aer dicitur
quali avocTócow, agzóſſow id eſt ſpiritus fluens, uel fluens flamen, dedica
præterea fic exponendum arbitror, quoniã đa dicirca ãégæ pêwy, id eft ſemper
currit circa aerem fluens, quocirca čeddeks dicipoteft.gæ autē, id eſt
terra,planius fenſum exprimit,ſigara dicatur.yaa enim recte görkodea, id
eltgenitrix dicipoteft,utait Homerus.Nãquod gazdan dicit, genitum in
re,inquit.Quid reftat deinceps. HER. Ver & annus, ô Socra tes. soc. Spore
quidē, id eftueris temporapriſca & Attica uoce dicendaſunt,ſi uis quod
conuenienseſt,cognoſcere. Horæ nanquocant, quia ief80, id eſt terminant hyemem
atçæftatem uentosca & fructus ex terra nafcentes. giveau tos aất &
čnos, id eft annus,idem effe uidet.Quod eñ in lumen uiciſlim educit,quęcung
naſcunifiunto exterra,ipſum in ſeipſo examinat & diſcernit,annus eft: &
ut ſupra louis nomen diximus in duo ſectű, ab aliquibus Pavæ,ab alijs diæ
uocari,ita & annữ quidam giardy yocant,quia in ſeipſo, quidā quia
examinat.Integra uero ratio eft ipfum q in ſeipſo examinat.Vndeexo
ratiõeunanominaduo ſelecta funt.quòd eñ limuldicit,co giairū étolov,id eft in
ſeipſo examinās, diſtinctum dicitur griaunos, & £70s, id est annus. HER. Atuero
Ô Socrates,iam longe pgrederis.soc.Longiusequidēin philoſophia uideor euagari.
HER. Quinimò. soc.Forte'magis cöcedes.Her.Verum pofthancfpeciē libentiſlime
contêplarer,qua rationerectenomina iſta præclara uirtutūſint impofira,ut
ogórkas,id eft prudentia,cuir as, intelligentia, xacoou's,iuftitia, ac reliqua
huius generisomnia.so c.Haud conte. mnendum genus nominū ſuſcitas,ô amice.
Veruntamen poſto leoninā pellem ſum in dutus,haud deterreridecet,imò præclara
ipfa,utais,nomina prudentiæ,intelligentię,co gitationis ſciêtiæ
cæterorūphuiuſmodicõliderare.HER.Quin profecto prius deſiſtere nullo mododebemus.Soc.
Ædepolnõmalemihide eo conijcere uideor, quod modo conſiderabam,antiquiflimos
uidelicet illos nominữ autores, ut & fapientiâ noftrorum plurimis
accidit,ob frequentem ipfam in rebus perueftigandis reuolutionem, præter
ceteros in cerebri vertiginem incidiſſe:quo factum puto utres ipsæ proferri
& vacillareil lis apparerēt.opinionis autem huius caufam.haud interiorem
uertiginem,ſed exterior? cc ipfarum rerű circuitum arbitrātur:quas ita natura
habere ſe putāt, ut nihil in eis firmum. ZE & ftabile fic,fed
fluantomnesferanturo,& omnifariam agitentur, ſemperø gignantur.PC &
defluant. Quod quidem in his nominibus, quæ nuncrelata ſunt, conſpicio. HERM.CC
Quo pacto Socrates.soc. Haudaduertiſti superior nomina rebus qualidelatis,
fluentibus, & iugigenerationetranslatis impofita fuiſſe: HERM.Nă ſatis
percepi.soc.Prins cipio quod primûretulimus,ad aliquid huius generis
attinet.HERM. Qualeiſtud: soc. apórnois,id eſt prudétia eft,qopás a govórous,
id eſt lacionis & fluxus animaduerſio. Signi ficare quog poteſt,recipere
övnou dopás,id eſt lationisutilitatê.Tádem circa ipfam agita tionem uerſatur. Quinetia
liuis yvaus id eft cogitatio fignificat govis várnoip,id eft gene rationis
cõliderationem.you cû quippecõſiderare eſt. voxois autem, id eft intellectio,
eſt réov čois,id eft nouideſideriũ.nouas uero res eſſe,ſignificat eas fieri
ſemper.atqß hoc deſi derare & aggredi animum indicat qui nomēillud
inuenitvsotow.principio nang vósois, nõdicebatur,fed pro,duo se proferēda
erant,ut rebois, quafivéov, id eſt noui toisappe. titio & aggreſſio.ow
poowy,id eſttemperātia illius quodmodo diximus Opornotus, id eſt prudêtiæ,falus
& conſeruatio eft. udtskun,id eſt ſcientia,ab eo quod inftar & fequit
tra &tum eſt,quafi res fluentesſolas animusperſequatur,inſtetø &
comitetur:at negexmo tra poſterior,neæ præcurſioneſicprior.Quare&
interiecto shylew uocare decet ouisas tanquam fyllogiſmus,id eft ratiocinatio
quædam eſſe uidetur.Cum autem owibrac dici tur,idem intelligiturac fi diceretur
etiska. Nam oftendit cum rebusanimum congre dirogix, id eft fapiêtia,agitationis
eft tactus.Obſcurius autem, & alieniushoc à nobis. Verum animaduertendữeſt
in poetis, quotiesuoluntaduentantem aliquem & irruen tem exprimere,ovulo.id
eſt erupit,profiljjt,dicere.Quin & illuftricuidam apud Lacedæ. moniosuiro
nomen erat oös,id eſt præpes.Sic enim Lacedæmones cõcitationis impe tum
indicant. Qualiitaqomnia perferantur,huiusipſiusagitationis, quę eo quod oos di
citur,ſignificatur,iniqw,id eft tactum perceptionem aſophia demonſtrat..yglóxid
eſt bonum cuiufqsnaturæ « y« sóy,id eft mirabile,amabile,delectabile
ſignificat.Enimuero poſtos fluuntomnia,partim celeritas, partim tarditas
ineſt.Eft igiturnon omneuelox, fed ipſius aliquid « y « soy.Quod quidēayasov
ipfius& yali nomine declaratur.ductoo uby, ideft iuſtitia,quod xaiov oubsou
ideſt iuſti intelligentiam importet, facile conijcere pol fumus. Quid autem
ipſum singu op fibi uelit, difficile cognitu.Videtur autem huculoa multis quod
dictum eſt cocellum,reliquum uero dubium.Etenim quicung totum mobile
arbitrantur, plurimum agitari ipſum exiſtimāt,per omnealiquid permanare quo
fingula fiant, quod'ue tenuiſlimum fit & uelociſſimum.Nec enim per
omniadiſcurrere polle,nifiadeo tenuelit ut nihil possit
obliſterepenetráci,& adeo uelox, ut cæteris quafi ſtancibus utatur.Quoniam
uero gubernatomnia, dlačov, id eſt diſcurrens & permanans, merito dinglov
eft appellatū, x uno politioris prolationis gratia interiecto. Hactenus quod
modo diximus, inter plurimosconftat hoceffe iuftum.Ego autem Hermogenes urpo te
diſcēdideſiderio flagranshæc omnia perfcrutatus ſum,& in arcanis
percepiquod hoc ipſum iuftum ſit, & cauſa.quo enim res ipfæ fiunt,hoc eſt
caufa:proprieś ita uocariiſtud debere quiſpiam tradidit.Cum uero ab his iam
auditis iftis nihilominus diligenter ex., quiro quid ipfum iuftum ſit, quando
quidem ita fehabet, uideor iam ulterius quam decet exigere, & caueam,utdicitur,uallūý
ſupergredi.Satis enim femperrogaſſeme & audiſ- Prouerbia fereſpondent,meg
uolentes explere alius aliud afferre conantur,neo ultra coſentiunt. Quidam ait
iuſtű hoc, folem effe.Solâ quippe folem diſcurrendo calefaciendog omnia
gubernare. Cum uero hoc alacer cuiquam qualipræclarum audierim, refero, ftatim
ille meridet, quærito nunquid exiftimem post solis occaſum iuftűnihil hominibus
superef le: Percontanti itaq mihiquid ille fentiret,ipfum ait ignem iuftâ
exiſtere.neqid cogni tu facile,quarealius,inquit,nõignem ipſum ſed ipſum potius
innatum ignicalorē.Alius hæc omnia pro nihilo habet.eſſe enim iuſtā mētem illâ
quâ induxit Anaxagoras. Dominam certe illam fuapte natura,necalicuimixtam
exornare omnia inquit, per omnia pe netrantem.Hic quidem ô amice in
maiorēambiguitaté fum prolapſus, quàm antea dum nihil deiuſtitia
ſclſcicabar.Cæterű utredeamus ad id cuiusgratia diſputaus,nomēillicale propter
hæc, quale diximus,eft tribucũ.her. Videris Ô Socrates, ex aliquo audiſſe hæc,
nec ex tua officinaruditer deprompſiffe. soc. Quid alia: HERM. Non ita.s o
c.Atten de igitur; forte'nançsin reliquis te deciperem, quali quæ afferam non
audierim.Poſtiu ftitiam quid reſtare avdgíay,id eft fortitudinēnondum
peregimus.iniuſtitia faneobſtacu lum eiuseſt quoddilcurrit per omnia, dvd piæ
in pugnauerfatur.pugna in rebus fi quidē fluunt nihilaliud fluxusipfe
contrarius. Quapropter fi quis d ſubtraxerit ex nomine hocadipiæ,nomen quod
reftat aveia, opusipſum declarat. constat planè quòd non flu xus cuiuſqz
contrarius gom id eſt fluxus,fortitudo eft,fed oppoficus illi quipræter iuſtum
ficfluxui.Neqzenim aliterfortitudo eſſet laudabilis.žeệw autem,ideft mas, &
civip,uir à ſimili quodã ducâtoriginē,ſcilicet ab ävw gom,id eſt ſurſum fluxu.pusuero,id
eſtmulier, quafi jová, id eſt fæcunda & generatrix,bãiv,id eft fæmina.cn?
Begrãs,id eſt papilla dici tur,oxå saấcuideturHermogenes dici,quia retraçúc, ideft
germinare pullulareg facit,ut irrigans ea quæ irrigantur.HERM.Sicapparet,ô
Socrates.SOCR.Idride,id eſt uireſcere, adoleſcere, floreſcere,augmentum'iuuenum
repræſentat, quaſi uelox quiddam & fu bicum, quod innuitille quinomen
conflauit ex leiv, id eſt currere, & &Ma, id eft faltare.
Animaduertismeuelui extra curſum delatâ,poftquãplana ac peruia nactus ſum: Mul
ta quoqz ſuperſunt quæ ad ſeria pertinere uident.HERM.Veraloqueris.soc. Quorữu
num eft utuideamus quid de xuwid eſt ars importet. HERM. Prorſus.SOCR.Nonnehoc
şuu vä, id eſt habitum mentis oſtendit, ſi z demitur,interſerifautêomediữ inter
x & v,& interv & nézován: HERM. Aridenimiū Socrates &
inculte.soc.Anignorasbeateuir no mina uetera diſtracta iam effe,atq cõfuſa à
ſermonis tragiciſtudioſis,elegantiæ gratia ad« dentibus & fubtrahentibus
literas,ac partim tēporis diuturnitate, partim exornationis& ftudio undiq
peruertēcibus ucecce in na rów,id eft fpeculo, abſurdű eft ipliusaddi “ tamentū:
Talia certe,ut arbitror,faciâtquioris illecebras pluris æſtimantő ueritatem.
Quamobré cũ multanominibus ipſis adiecerint,tãdem effecerűt, utnemoiam nominūdu
fenfum animaduertat.Quemadmodãdum o qizæ,id eſtmõſtrum quoddã proferunt,cūcl
oqiya pronunciare deberēt,ac cæteramulta. Profecto fidareturcuiş arbitratu ſuo
& de mere& addere,magna utic eſſet licentia, & quodlibetnomē cuiæ
rei unuſquiſq tribueu ret:HERM.Veranarras, so CR.Vera plane, ſed enim
mediocritatem quandam aros decorum ſeruare te decet præsidem sapiętem.HERM.Outinam.soc.Atqui&
ipſe,o Her mogenes, opto uerum ne exacta nimium diſcuſſione, uir felix,
exquiras, neuim meam prorſus exhaurias.Afcendam quippead ſupradictorum apicen:
posto post artem cõli. derauerimus Myjavlw,id eftmachinationéexcogitationemg
ſolertem. Videtautem li gnificare idem quodmultum pertingere &
aſcēdere.Componitur ergo ex his duobus, púxos, id eſtlonge & multum, &
dvey,id eft aſcendere,penetrare,pertingere. Sedutmo. do dicebam, adſummam
dictorum perueniendum eft, quærendum quid nomina iſta significant, opeta, id est
uirtus, & xcxiæ,id eft prauitas.Alterum quidem nondum reperio, alterum
patere uidetur.Nam ſuperioribusomnibus conſonar,nempetanquam eancom nia:Kards
sok,id eſt male uadens:xariæ,id eft,prauitas erit. quarecum animamale adres
ipfas accedet,communiter praua dicetur. proprie uero acmaximeprocedendihæcfa.
culcas inoshiq,id eſt timiditate patet, quam nondum declarauimus.
prætermiſimuse nim.Oportebatautem continuopoft fortitudinem ipfam inferre.Multa
inſuper alia prę teriſſeuidemur.ddníc ſignificat durum animæ uinculum.domés
enim uinculum eſt.nian uero forte quiddam durumg ſignificat.quare
timiditasuehemensacmaximum eſt ani mæ uinculum: quemadmodum & exeíc,id eſt
defectus inopia, dubium,malum quiddã eſt,ac fummatim quodcuną progreſſus ipfius
impedimentum,idé male progredi uide tur oſtendere,in ipſa uidelicetmotione
impediri atą detineri. Quod cum animaſubit, prauitate plena dicit.Quod ſi illud
prauitatis nomen talibus quibuſdam cõpecit,contra rium osti,id eſt uirtus
ſignificabit.In primis quidē facilē agilemą progreffum, deinde folutum &
expeditū animæ bonæ impetum effe oportet. Quamobréabloaz impedimēto obſtaculog
és béov,id eſt ſemperfluens iure cognominari poffet adgfútn.fortè uero &
αριτίω degerli uocatquis,quia litaliftas aép&TUTTys,id eftmaxime eligendæ.
Verum colliſo uocabulo obetxdenominatur.Forſitan mefingere dices:ego autem
aſſero, ſimodo no men illud prauitatis quod retuli,recte eſt inductum,recte
quoc & iſtud uirtutis nomen induci.HERM.Arranów,id eftmalum,per quod in
ſuperioribusmulta dixiſti, quid ſibi uult: so c.Extraneum quiddam per louem,ac
inuétu difficile. Icaq ad hoc etiam machi namentum illud fuperiusafferam.HERM.
Quid iſtud: SOCR. Barbaricum quiddam & hoc esse dicam.HERM.Probeloquiuideris.soc.Cæterum
hæciam fi placet mittamus, nominauero iſta menon & degeóv, id eſt pulchrum
& turpe, conſideremus. Quid degepon innuat, fatis mihipatere
uidetur.Nempecum ſuperioribus conuenit. uidetur quinomi na ſtatuit,paſſim
agitationis impedimentum uituperare.utecce,és igorri zion pouw, id eft femper
impedientifluxum nomen dedit aegóggow. Nuncuero collidentes degsów
appellant.HERM. Quid nonoy, id eſt pulchrum: soc.Hoc cognitu difficilius,
quanquam ip ſum ita deducitur,utharmoniæ duntaxat & longitudinis gratia
ipſum æ ſit productum. HERM.Quo pacto: soc. Nomen hoc cogitationis cognomentum
quoddam esse videtur. HERM.Quiiſtud ais:'soc. Quam tu cauſam appellationis rei
cuiuſ cenſes: an nó quod nominatribuit: Herm.Omnino.so c.Nónne causa hæc
cogitatio est veldeorũ, vel hominum,uel amborum: HERM. Nempe.soc.Ergo xaréoa,ideft
quoduocatres, & kxaóv,idem accogitatio ſunt.HERM.Apparet.soc. Quæcunq mens
& cogitatio a gunt,laudanda ſunt:quæ non,uituperanda.HERM.Prorſus.soc. Quod
medicinæ par. ticeps,medicinæ opera efficit:quod fabrilis artis,fabrilia.Tu
vero quid fentis? HERM. Idem.soc.Pulchrum ita pulchra.HERM.Decet.so c.Eft autem
hoc,ut diximus,cogi tatio. HERM.Maxime.soc.Nomen ita @ hoc naróv, id eſt
pulchrum,merito erit pru dentiæ cognomentum,talia quædam agencis, qualia
affirmantes pulchra eſſe,diligimus. HERM. Sicapparet.SOCR. Quid ultra generis
huius reftat inveſtigandum: HER M. Quæ ad bonum & pulchrum
ſpectant,conferentia uidelicet, utilia, conducibilia, emo lumenta,horum
contraria. soc. Quid our popov,id eſt conferens ſit,ex ſuperioribus ip
ſeinuenies. Nam nominis illius quodad ſcientiam attinet, germanum quiddam appa
ret.Nihil enim præ ſe ferc aliud quam qopav,id eſt lationem animæ ſimul cum
rebus, quæ ue hinc proueniunt,uocari orredoporre & ovu qopa, id eſt
conferentia,ex eo quod fimul circumferuntur.Herm. Videtur.soc.Losdantov autem,id
eft emolumentum: 7 koše dos,id eſt lucro.xopdos uero,li quisv prod nominihuic
inferat, quod uult exprimit. Ná bonum alio quodam modo nominai. Quod enim
omnibus xopavuutui, id eſt miſcetur diffuſum per omnia,hanc ipfam eiusuim
fignificansnomen illud excogitauit pro vap ponens,ac Kopdo pronunciauit. HERM.
Quid autem vorzask,id eft utile soc.Vides tur Ô Hermogenes,non ſicut
cauponeshoc utuntur, idcirco Avantasy uocari, quia avesa a whece despaúx, id
eſt ſumptusuitat & minuit:uerum quia cum velocissimum sit, res ftareno
finit,neq permittit lationem réao-,id eft finem progreſſionis accipere atæ
ceffare: ſed ſoluitfemper ab illa fugató,fi quis terminusfuperueniat, ipfamós
indeſinentem immor talemg præbet.hac rationebonum avame18yuocatū arbitror.ipſum
enim motionis aú ou do río, id eft foluens terminum,avandou uocari
uidetur.coénomoy uero, id eſt con ducibileperegrinum nomēeſt, quo ſæpenumero
Homerus eſt uſus. Eftauté hocaugen difaciendio cognomētum.Her.Quid de horâ
contrarijs eſt dicendûrsoc. Quæ per ne gationem iſtorum dicuntur,tractarenequaquam
oportet.HER.Quænã iſtar'sOc.co.uk gogov,kiw deres davandés,axopdes.HERM.Vera
loqueris.s o c.Sed Brabopov & yusão s, id eft noxium & damnofum. HERM. Certe.soc.Braboooy
quidembacitou tou how effe dicit,id eſt quod uult& nav, id eſtimpedire
& coercere:pšu id eft fluxum:hocautem passim uituperat:quodő uultanlay góp
pouw, recte bonomopou appellaret.uerum ornatus gratia Brabopón
arbitrornominatū. HERM.Varia tibifuboriâtur,ô Socrates,nomina.at quimihi
uideris in pralentia, quali Palladiæ legispraeludiữ quoddã præcinuiſſe,dum no
men Bracoitopöy pronunciares. so.Nõego in cauſa ſum Hermogenes,fed quinomēip
ſum inſtituerunt.HERM. Vera loqueris. Verum Cauãdoquid: soc. Quid effe debeat
{#ubades dicam Hermogenes: & uide uere loquar,quoties dico quod addētes ac
de mētes literas lõge nominū ſenſum uariant,adeo ut ſæpe exiguâ quidmutantes,
cótraria ſignificationéinducãt.quod apparethoc in nomine dear,id eſt opportunữ.
uenithocnu permihiin mētem deeo quod di& urus ſum cogitanti.Recēs eſt
profecto uoxnobispul chra illa,coegitý côtrarium ſonare nobis d'top &
{mps&d ov,fenſum ipſum cõfundens.Ve tus autem quid nomen utrung uulc,
explicat. HERM. Qui iftucais: soc.Dicam equi. dem.haud præteritmaiores
noſtrosfrequentero & d utiſolitos,necrariusmulieres,quæ maximepriſcam uocem
feruant.Nunc autem pro uelipfum & uelx adhibent, produe. ro (quali
hæcmagnificentius quiddam ſonent.HERM.Quo pactorsoc. Vtecceuetu ftiſſimiuiriin
op'a diem uocabant,pofteriores autem partim čuopov,partim su'épow,co
cant.HERM.Vera hæc funt. soc.Scis igitur uetufto illo nomine tantum mentem eius
quinomen impoſuit declarari.Nam ex eo quod imeipzory, id eſt deſiderantibus
homini bus gratulantibus etenebris lumen emicuit,diem inopor cognominarunt.
HERM.Ap paret.so c.Nunc autem illa tragicisdecantata quid ſibiuelit
suopa,nequaquam intelli. gas.quanquam arbitrantur nõnullispopov dici,quod
kuopa,id eftmāſueta quæg efficiat. HERM.Itamihi uidetur.soc.Neq te fugitueteres
Puyóv,id eft iugum, dvozov uocauiſ fe.HERM.Planè.soc.Enimuero luzów nihil
aperit.at d'voyou,divoiy dywylw,id eſt duori conductionem ligandi ſimul
gratia,monftrat.Idemø eftdemultis alijs iudicandű.HER. Patet.soc.Eadem
rationediopita pronunciatum cótrarium nominum omniâ quæ ad bonum ſpectant
oſtendit.porro boniſpecies exiſtens,déondeouós,id eft uinculum quod dam &
impedimētum proceſſionis effe uidet,tanquam Bag Bopo,id eftnoxij affine quid
dam.HERM.Icamaximeapparet,ô Socrates.Soc.Verum nõſicin nomineueteri, quod
ueriſimilius eſtrecte inſtitutum fuiffe, quàm noftrum. Nempe cum ſuperioribus bonis
conſenties,fi pro 4,1 uetus reſtituas.Nec enim deby;ſed toy bonum illud
ſignificat,quod ſemper nominūlaudat inuentor:Atą ita fecũipſenõdiſſidet, imòad
idem ſpectat,d'ion, quali δίομ, ώφέλιμομ, λυσιτελών, κάρδιαλέον, αγαθόν,
συμφόβου, εύπορου, ideft facile ad pro, greffum.uniuerſü
hocdiuerlisnominib.innuit aliquid per omnia penetrās, omniaq pe rornans,idő
ubiq laudatü: qd uero obftat & detinet, improbata. Quinetiã nominehoc
{Butãds,liyeterű mored profpoſueris,apparebit tibinomen iſtud disutisè boy, id
eft li ganti fiftentiç quod pergit,impofitum.unde & Musãdes cognominandum
eſt.Herm. Quid ádura,númy, uslupia,uoluptas ſcilicet,dolor, cupiditas,
Socrates, & huius generis reliqua: soc.Haudnimis obſcura mihi uidentur
Hermogenes, šidbvi,id eſt uoluptas lir quidem actionis illiusnomen eſt, quæ
adóvgay, id eſt utilitatem emolumentumo tendit duero adiectum facit,ut pro eo
quod eſt sova,údova proferatur.Ajax, id eftdolor,à Stanús Gews,id
eſtdiſſolutione corporis trahi uidetur.Nam in huiuſmodi paflione corpus diffol
uitur.xvíc, id eſt triſtitia, quod impeditigio,id eft ire,demonftrat.&
aguda, id eft crucia tus,peregrinum nomen uidetur,ab ängdvö dictum.éduig,id eft
dolor & afflictio,ab güdlü Oews,id eft ingreſſionedoloris denominatur. HERM.
Videtur.so Cårigoló,id eftmoe ror languor,lationis grauedinem tarditatemg
ſignificat. ãxto enim onuselt.ioy uero pergens.xapod uero,id eſt lætitia
gaudium,à diazúrews,id eft profuſione, & progias,id eft facilitate,poas, id
eſtmotionis animæ,dicitur. Tosalesid eſt delectatio,ab toptivs,id eft
oblectamento ducitur.Topavoy autem à trom,id eft inſpiratione delectationis in
animā Quaremerito uocaretur égaršv,id eſt inſpirans. Temporis autem interuallo
ad Top Arvo deuentum eſt.cuqpoouis,id eſthilaritas & alacritas, quam ob
cauſam dicatur,aſſignareni hil opus.Nam cuicp patet hocnomen trahiab eo
quod dicitur eü, id eſt bene. oum @ opeally id eft unaſequi qualidicat
animabeneres affequi.Vnde cu poporubs uocarideberet:ta men Bagooutlw
appellamus.Sed neg difficile est assignare quid üsgutta, id eſtcupidi. tas
ſibiuelit.Nomen quippehocuim tendentem in Ovuoy, id eft animam & iram &
fu rorem oftendit. Ovuós autem à lúoews& toews,id eft flagrantia, feruore,&
impetu animę. proindeiupo,id eft fuauis & blandaperfuſio,dicitur,jm,id eſt
fluxu animam uehemen ter alliciente.ex eo enim quodiulio ga,ideft
incitatusrerumgappetens fluit,animam uehementerattrahitpropter impetum ſiue
incitamērum fluxus.ab hac tota uiHimeros eſt nuncupatus.Præterea Pothos
uocatur,id eſt deſiderium, quod fane'præfentem fuaui tatem nõ reſpicit,
quemadmodū iuepo,fed abfentem ardet. Vnde wale_diciturqualiá wóvrG,id eft
abſentis cócupiſcentia.Idem ipſe in id quod gratñeſt animinixus,præ ſente co
quod cupitur iuopo,abſente wólo denominatur.iews autem, id eſt amor,quia
doga,id eft influit extrinſecus,neg propria eſt habēti gas,id eſt fluxio ilta,fed
infuſa per oculos. Quapropterabcogar,id eſt influere,čopo, id eft influctio,amor
ab antiquis no ftris appellabat,nam opro wutebantur.nuncautem épwsdicitur,wproo
interpoſito. Ve. rum quid deinceps conſiderandum præcipis?HERM. dlófæ, id eft
opinio,& talia quædã, undenomen habentisoc.déke,uel à diwa,id
eſtperſecutione dicit, qua pergit & pro ſequituranima,conditionem rerum
inueftigans:uelà tófo Borm,id eft arcus iactu. uides turautem hinc
potiusdependere.oinois, id eft exiſtimatio,huic confonat. oftendit quip
pecioiy,id eſt ingreſſum animæin unumquodß conſiderandum,oioy,id eſt quale
fic:quê admodum & bons,id eft uoluntas a Borá,id eſt iactu dicitur: &
Bóns, id eſt uelle, pro pter ipſum attingendinixum ſignificat etiamélis,id eſt
cupere:& Bonbuch, id eſt cõſu lere.Omniahæcopinionem fequentia,Boras
ipfius, id eſt iactus & nixus imagines eſſe uidentur.quemadmodum contrarium,
& boniæ,id eſt priuatio uoluntatis,defectusquidã conſequendiimpos apparet,
quali non contendat, neq etiam quod intendit,uult, cupit,
inueftigat,adipiſcatur.HERM.Frequentiora hæc congerere uideris, ô Socrates.
Quare finis iam fic fauence deo. Volo tamen adhuc,ávéyxlu & Exšonoy,id eſt
neceſſarium & uo luntarium declarari.Nempe ſuperioribusilta
ſuccedunt.socRéxóozoy equidem eft si noy,id eſtcedensneg renitens,hocfiquidem
nomine declaratur zinoy lestorti, id eſt ces denseunti, quod'ue ex uoluntate
perficitur. avayeccoy uero, id eſt neceſſarium & obfi ſtens,cum præter
uoluntatem ſit,circa errorem infcitiam uerſabitur.deſcribiturautem ex proceſſu
ſecundum neceſſitatem, quoniam in uia aſpera denſa inceffum prohibent.
Vndeavaysazov dictum eſt,quali per & yroscop,id eſt per uallē uadēs.Quouſ
uero uiget robur,ne deſeramus. Quamobré interrogaamabo, ne deſiſtas. HERM. Ecce
rogo quæ maxima ſunt& pulcherrima:« aksaa,id eft ueritatem, & fordo,id
eftmendacium, & öy,id eft ens, & quareid quodehicagimus,övoua,id eft
nomen,dicitur.SOCR. Quid vo casmaksa: HERM.Voco equidem inquirere.so c.Videtur
nomen hoc ex sermone illo conflatum, quo dicicuröv, id eſt ens esse,cuiusnomen
inquiſitio eſt. Quod clarius certe comprehendes in eo quod dicimus óvojasóy, id
eſt nominandum. hic enim exprimitur nomen quid ſit, entisuidelicet inquiſitio. &ikbļa
uero ficut & alia componiuider.Nam diuina entislatio,nominehocincluditur,ankódæ,
quaſi exiſtensOscarx,id eft diuina que dam uagatio.Foido- autem contrarium
motionis.Rurſushic uſurpatur agitationis obs ftaculum, quod'ue ſiſtere
cogit.Nam à reboudw, id eſt dormio dicitur. 4 uero adiectum ſenſum nominis
occulicouuero & Xoia, id estens et essentia,cum & rx66ą, id eſtueritate,
congruunt: fic apponatur.namrov,id elt uadens ſignificat.Atdrøv id eſt non
ens,quidam nominant xxcov, id eſt non uadens. HERM. Hæcmihiuideris, 6 Socrares,
fortiter admo dum discussisse. Verum si quiste perconteturquæ fitrecta iſtorum
interpretatio, quæ di cuntur čov, id eſt uadens:géov,id eft fluens,doww,id eſt
ligansac detinens, quid illi potiſſi. mum reſpondebimus: habes'ne: Socr. Habeo
equidem.profecto nuper ſuccurrit no bis aliquid, cuiusreſponſione quicquam
uideamur afferre. HERM. Quale iſtud: soc. Viquodminimecognoſcimus,barbaricum
eſſe dicamus. fortè enim partim reuera talia ſunt: forte'uero partim, ac
præſertim nomina prima,temporum confuſione infcru. “ tabilia.Etenim cum paflim
uocabula diſtrahantur,nihilmirum eſſet ſi priſcalingua cum Ç noſtra
collatanihilo à barbarica uoce differret. HERM.haud alienum eſtà ratione quod a
dicis. Socr. Conſentanea quidem affero, non tamen idcirco certamen excuſationem
uideturadmittere.Sed conemur hæc diſquirere, ato ita conſideremus: fiquis
femper uerbailla per quænomen dicitur,quæreret,rurſus illa per quæ dicuntur
uerba, ſciſci taretur, pergeretob ita perquirere,non'ne qui refpondet,
defatigari tandem & renuere cogeretur: HERM.Mihiſane'uidetur. S O CR.
Quando ita quireſponſum denegar, merito ceſſabit: An non poftquam ad nominailla
peruenerit, quæ cæterorum ſunt& ſermonum & nominum elementarHæcutio fi
elementa funt,ex alñsnominibus com pofita uiderinon debent.quemadmodum ſupra
& yalóy,id eſt bonâ diximus, ex « y så, id eſtiucundo amabilio, &
805,id eftueloci compofitum.gooy rurſus ex alijs conftare di cemus,illağ ex
alijs.ſed poftquam ad id peruenerimus quod ultra ex alíisnominibusno
coſtituitur,merito nosad elementű perueniſfe dicemus,nec ulteriusbocin alia
nomina, referendum. HERM.Scite mihiloquiuideris.soc. Annon ea de quibuspaulo
ante in terrogabasnomina eleméta funt oportet rectam illorõrationem aliter quam
reliquorum inueftigare. HER. Probabile id quidem.soc.Probabile certeHermogenes.
Supe riora itaq omnia in hæcredacta uidentur:ac ſi ita ſe res habet,utmihiuidetur,
rurſusage hic unamecum conſidera, neforte delirem dum rectam primorum nominum rationem
exponeretento. HERM. Dicmodo. ego nang pro viribus meditabor. soc. Arbitror
equidem in hoc tecõſentire,unam efferectam & primi&
ultiminominisrationem, nul lumğ illorum eo quod nomen est, ab alio
diſcrepare.HERM.Maxime.so c.Etenim om 2 nium quæ ſuprà retulimusnominum recta
ratio in hoc cõſticit, ut qualis quæ res litin 7) dicaretur.HERM. Proculdubio.
soc. Hocutio non minus prioribus quam pofteriori. bus competere debet sinomina
fucura sunt.HERM. Prorſus.so-c.Atquipoſteriora no. minaper priora hocefficere
poterant.HERM. Apparet. soc. Primauero quibus alia nõ præcedunt, quo pacto quam
maximeres ipsas nobisoftendēt, ſi nomina effe debet: Adhoc mihireſponde. ſiuoce
& lingua caruillemus,uoluiffemusgres inuicem declara re,nonneperindeac
nuncmuti,manibus capite & cæterismembris ſignificare tenta uiſſemus? HERM.
Haud aliter Socrates, soc. Ergo supernữ quippiam ac leue demon. ftraturi,cælum
uerſusmanum extuliffemus, ipſam rei naturam imitantes: inferiora uero &
grauia deiectione quadã humiinnuillemus. quinetiã currentem equũuelaliud quic
quam animalium indicaturi,corporum noftrorum geftus figuras ad illorum
ſimilitudi nem quamproximequiſo finxiſſet.Herm.Neceſlariû quod ais
eſſemihiuidetur.soc. Huncinmodűutarbitror his corporis partibus ostensum eſſet,
corpore videlicet quod quifq monstrare voluerat imitante. Herm. Ita certe.soc.
Postquá uero uoce, lingua, & ore declarare uoluimus, nónne ita demum per
hæcoſtenſio fiet,li per ea circa quodli bet,facta fuerit imitatio:
HERM.Neceſſarium puto. soc.Nomen itaq eſt, urapparet, imitatio uocis, qua
quiſquis aliquid imitatur,per uocem imitat & nominat. HER.Idem mihi quoq
uidetur.soc. Nondum tamen recte dictum existimo. HERM.Quamobrē: Soc. Quoniam
hos ouiū & gallorum cæterorum animalium imitatores fateri cogere.
murnominare eadem quæ imitantur.HERM.Vera loqueris. SOCR.Decereid cenſes: HERM.
Nequaquam sed quænam ô Socrates imitatio nomen erit: s o c.Non talisimi. tatio
qualis quæ permuſicam fit,quamuis uoce fiat,nec etiã eorundem quorum & mu.
fica imitatio eſt,nec enim permuſicam imitationem nominareuidemur. Dico autê
ſic: Adeſtrebusuox & figura colorø plurimus.
HERM.Omnino.soc.Videturmihiſiquis hæcimitetur,neq circa imitationes iftas
nominandifacultas cõfiftere.hæfiquidem ſunt partim muſica, partim uero
pictura.jnonne.HERM. Plane. soc. Quid ad hoc: nonne essentia eſſe cuiq putas,
quemadmodú colori & cæteris quæ ſuprà diximus: an nõ ineſt
coloriacuocieſſentia quædam,& alijs omnibus quæcunc essendi appellationefundi.
gna: HERM. Mihi quidem uidetur. soc. Siquis cuiuſą eſſentiam imitari
literisfylla. biscß ualeret,nonne quid unumquodo fit declararet: HERM.
Maximequidem. Soci Quem hunc eſſe dices: ſuperiores quidem partim muſicum,partim
pictorem cognomi nabas,hũcuero quomodouocabis? HERM. Videturhicmihiô Socrates
quem iamdiu quærimus nominandiautor. soc. Siuerum hoc eſt,conſiderandum iam
denominibus illis quæ tu exigebas, pess, ideſt fluxu,igra,id eſt ire, géoews,
id eſt detentione,utrumli teris ſyllabisą luis reuera effentiam
imitantur,nec'ne.Herm.Prorſus. soc. Ageuidea musnunquid hæcſola
primanominaſint,an fint & alia præterhæc. HER.Alia equidem arbitror. Soc.
Consentaneum est cæterum quis diſtinguendimodusunde imitari incir
pitimitator:Nónne quãdoquidem literis ac ſyllabis eſſentiæ fitimitatio,
præſtatprimu elementa diſtinguere: quemadmodum qui rhytmis dant operam,
elementorum primo uiresdiſtinguunt,deinde fyllabarum tanium,rhythmoscandem
iprosaggrediuntur,pri usnequaquam. HERM. Vtiq.soc.Annon ita &
nosprimooportetliteras uocales die ſtinguere,poftea reliquas ſecundum
ſpecies,mutas & femiuocales: Ita enim in his erudi ti uiri
loquuntur.acrurſus uocales quidem,non tamen ſemiuocales, & ipſarű uocalium
ſpecies inuicem differentes.Etpoftquam bæcbene omnia diſcreuerimus,rurſus
induce, renomina,conſiderareg ſi ſuntin quæ omnia referuntur,quemadmodum
elementa,ex quibuscognoſcere licet& ipfa, & fi in ipſis ſpecies
continentureodem modo ficutiner lementis.His omnibusdiligenter cogitatis,Icire
oportet afferre secüdum fimilitudinem unumquodą,ſiueunum uniſit admouendum, ſeu
mulcą inuicem commiſcenda:ceuph Storesctores similitudinem volentes exprimere,
interdum purpureum duntaxat coloré adhi bent,interdum quemuis alium colorem,
quandoq multoscômiſcent,ueluti cum imagi nem uiri quam ſimilimam effingere
uolunt,uel aliud quiddãhuiuſmodi, quatenus ima goqueo certis coloribusindiget. haud
ſecus & noselementa rebusaccomodabimus,& unum uni, quocunq egere maxime
uideatur:oumbona “, id eſt coniecta conficiemus, quas ſyllabasuocant. Quas
ubiiunxerimus, ex eisö nominauerba constituerimus, rur fusex nominibusac
uerbismagnum iam quiddam & pulchrum & integrum conſtrue mus:&
quemadmodum totum ipſum compoſitum pictura animal uocat, ita noscontes xtum
huncintegrű; orationem uel nominandi peritia,uel rhetorica fábricatam,uel alia
quauis quæ id efficiatarte.Imòno nos iſtudagemus.modūnamą loquendo tranſgref
fus fum, quippe ueteres ita conflarunt,fi ita eſt conſtitutum.Nosautem
oportet,fimodo artificiofe conſideraturiſumus,ipſa omnia fic diſtinguentes,
fiue ut conuenit primano mina & pofteriora ſint poſita,ſiue non,ita
excogitare.Aliter autem cõnectere uidendű eft ôamice Hermogenes,ne forte ſit
error.Her. Forte per louem ô Socrates. soc.Nun quid ipfe cöfidis ita te posse
diſtinguere:Ego enim mepoſſe diffido. HEŘ.Multo igitur magis ipſe
diffido.soc.Dimittemus igitur?an uis utcun @ ualemus experiamur,et ſi pa rum
quid horum noſſe poffumus,aggrediamur,ita tamen utfuprà,dis præfati:ucq illis
ediximus,nihil nosueriintelligentes opiniones hominūdeillis conñcere:ita &
nấcper gamusnobiſipſi ſimiliter prædicentes, quod fi quam optime diſtinguenda
hæc fuiffent, uel ab alio quopiam,uela nobis,ſic certe diſtinguereoportuiſſet:
nuncautem,ut fertur, puiribus ifta nostractare decebit.Admittishęc'uel quid
ais.HER. Sic prorſusopinor. soc.Ridiculum uiſum iri ô Hermogenes,arbitror, quod
res ipfæ imitatione per literas fyllabas a factamanifeſta fiát.Neceſſarium
tamen:nec enim meliushochabemus quic quam,ad quod reſpicientes deueritate
primorum nominū iudicemus:niſi forte quemad modum Tragiciquoties ambigunt,
cõmentiris quibuſdam machinamentis ad deosco fugiunt,ita & nos ocyusrem
expediamus,dicentes deos primanominapoſuiſſe, & idcir corecte inſtituta
fuiſſe.nunquid potiſſimusnobis hic fermoran ille,quod ipſa a barbaris quibuſdam
accepimus:Nobis quippe antiquiores ſuntbarbari,uelquòd ob uetuftatem ita ea
diſcerninequeuntut & barbara: Tergiuerſationeshæ ſunt, & belliſſimæ
quidem, illorum quicunq nolint derecta impoſitione primorum nominû reddere
rationem. Ete nim quiſquis rectam primorā nominum rationem ignorat, ſequentium
cognoſcerene quit.hæcporrò ex illis declaranda ſunt,illa autē is ignorat. quin
potius neceffe eft fequê tium peritiam profitentem,multo prius & abfolutius
antecedentia comprehendiffe,por feq oſtendere,aliter autem ſciredebet fe in
fequentibus deliraturũ.an aliter ipſe confess HER.Haud aliter Socrates.soc.Quæ
ego ſenſideprimis nominibus, inſolentia ridicu lag admodum eſſe
mihiuidentur,eaç tecû, ſi uelis, comunicabo. Siquid uero tumelius
inueneris,mecum & ipſe comunica. HER. Efficiam.fed diciam forti animo.
soc.Princi pio ipſum g uelut inftrumentum omnismotuseſſe uidetur.Curautem
motuslivrosap pelletur,non diximus.patet tamen quoditors,id eftitio eſſe
uult.Non enim » quondam, fedeutebamur.principiữautē ab liay, id eſtire,
quodperegrinum nomen eft,& igra,id eſtire ſignificat.Quare fi priſcum
eiusnomen reperiatur in uocem noftram translatum, recte i'eois appellabitur.Núc
autem ab kiau nomineperegrino, & ipfiusy conmutatione, & vipſius
interpofitionelivyoisnuncupatur.Oportebat autem sidingoy uel any dicere.
súčas,id eft ftatio,negatio ipfius iga, id eft ire eſle uult, ſed ornatuscaufa
séas denomi natur.Elementū itaq ipſum qopportunűmotusinſtrumentum,utmodo dicebā,uiſum
eſt nominum autori ad ipfam lationis fimilitudiné exprimendā: paflim itaggad
motus expreſſionē utitur.In primo quidem ipſo jau & goñ, id eſtfluere,
fluxuğ per literampla tioně imitatur,deinde in touw,id eft tremore,& baya
aſpero.item in uerbis huiufmodi, kódy percutere,&gaver uulnerare, oʻúrdy
trahere, @ gúndu frangere eneruareg, kopuerto siddy incidere,pêué du uacillare,
irritare, & circumuerſare. Hæcomnia ut plurimâperpad fimilitudinémotionis
effingit.Mitto enim quod lingua in hac litera pronunciadamini meimmoratur, quin
potius cocitatur. Quocirca ad iſtorũ expreſſione iplo s potiſſimữ uſus fuiffe
uider. Vfus eft &, scilicetiota, ad tenuia quæ per omniamaximepenetran
tia.idcirco igra & icadou, id eft ireprogredió per o imitatur. Quéadmodū
per 4.0, quæ E literæ uehementioris fpiritus ſunt,talia quædam nominum autor
exprimit, fuzeów frigt dum, (soy feruens, osoatare concuti, & communiter
aconoy, concuſſionē quaffationem: quoties uehemens quippiam &fpiritu plenum
imitari uult nominum inftitutor, tales utplurimum literas adhibet.Quinetiam
ipſiusd cõpreſſionem aco,linguæ & uelut ha. rentis retractionem,peropportunã
exiſtimaſſe uideturaduinculi&ftationis potentiâ exprimendam.Etquia in a
proferendo maximelingua prolabitur, idcirco per hoc uelur ex fimilitudine
quadam nominauit nga, id eſt lenia & órcdaerah labi, & noMūdeslie
quidum,Ascrapov pingue, cætera huiuſmodi.Quiauero labentem linguam y remoratur
eo interiecto formauityhioggoy lubricum, gauxudulce, yrādes uiſcoſum,
luculentum. Animaduertens quo&ipfius v ſonum imoin gutture detineri, eo
nominauit so výdby & te gutos, id eſtąd intus eſt,& quæ
intrinfecusſunt, utres per literas repræſentarer.Ipſum uero w,meyer@,id eſt
magno tribuit &ipſum % ukus,id eſt longitudini, quoniamma. gnäliteræ
ſunt.in nomineautem spozzinoy, id eft rotundum,ipfo o indigens, o ut pluri
mummiſcuit. Eadem ratione cętera ſecundum literas ac ſyllabas rebus ſingulis
accom modare uidetur nominum autor,ſignữnomenoconſtitués,ex his deinde ſpecies
iamre liquas per ſimilitudinem conſtituere.Hæc mihi Hermogenes recta uidetur
effe nomina ratio, niſi quid aliud Cratylus hic afferat. H ER.Etenim ở
Socrates,fæpemeturbat Craty lus hic, uc à principio dixi,dum eſſe quandã
afferit rectam nominû rationem, quæ uero sit, non explicat, utdiſcernere
nequeam utrum de induſtria, nec'ne adeòfit obſcurus. In præſentia igitur Ô
Cratyle,coram Socrate dicas, utrum placeant ea tibi quæ Socrates de
nominibuspredicat,an preclarius aliquid afferre poffis:quodfi potes,adducas in
me dium, ut uel a Socrate diſcas,uel nos ambos erudias. CRAT. Videtur'netibi
Hermoge nes facile eſſe tam breui percipere quoduis atque docere,nedum rem
tantam, quæ maxi mum quid demaximis æstimatur. HER. Non mihi per louem, quinimò
ſcite loquutum Heliodum arbitror, quod operęprecium ſit paruum paruo
addere.Quare fi quicquamli cet exiguum perficere uales,ne graueris, fed &
Socratem istum iuua,& me insuper.de. bes enim.soc. Equidem ô Cratyle,nihil
eorum quæ ſupra comemoraui;aſſererē.Nem peutcunq; uiſumeſt, cum
Hermogenehocindagaui. quocirca aude fi quid melius ha bes, exprimere,tanquã ſim
libenter,quod dixeris,ſuſcepturus.Neqz enimmirarer liquid tu
hiſcehaberespræclarius. Videris porrò &ipfe talia quædã conſideraffe,
&ab alijs di diciſſe. Siquid ergo præstantius dixeris, me interdiscipulos
tuos circa rectam nominā rationem unum connumerato. CRAT. Certe mihi ô
Socrates,utais, curæ hæc fuerunt,ac forte diſcipulum te efficerem.Vereortamen
ne contrà omnino ſe res habeat.Conuenic mihi nuncidem erga te dicere,
quodaduerſus Aiacem in ſacris Achilles inquit.Genero. Iliadosi fe,ait,Aiax
Telamonie populorũ princeps, omnia mea ex ſententia protulifti.Ita cu quo queô
Socrates, nostra exmente uaticinari uideris, fiue ab Euthyphrone fueris inſpira
tus,ſiue Muſa quædam tibipridem inhærens nuncte protinus concitauerit. soc. O
uir bone Cratyle, ego quoß fapientiam meam iampridem admiror,neq nimis
confido.qua re examinãdum quid dicam,exiftimo.Namaſeipſo decipi grauiſſimum
eſt.nimis enim 2 periculoſa res eft, quum ſeductorabeſt nunquam ſemperdeceptum
proximecomita, tur.Oportetitao superiora
frequêter animaduertere, & utpoeta ille ait, ante illa retros
conſpicere.Atqui &in præsenti videamus quid à nobis sit dictum. Rectam
diximus no minis rationem, quæqualisquæqres fit, oftendit.Nunquid ſufficienter
eſſe dictâ afferi mus: CRAT. Ego quidem aſſero.soc. Docendi igitur gratia
nomina ipfa dicuntur: CRAT. Prorſus.soc. Annon & artem eſſe hancdicimus,
& ipfius artifices: CRAT. Maxime. soc.Quos.CRAT.Quos à principio tu legum
&nominum conditores co gnominabas.soc.Vtrum hanc artem ſimiliter atą alias
ineſſe hominibus, an aliter arhi tramur:Idautem eft quoduolo.pictores quidam
deteriores ſunt,quidam pręſtantiores? CRAT.Sunt.soc. Nónne præſtantiores opera
ſua pulchriora faciunt, figuras uidelicet animalium: cætericontra:
Aedificatoresquoq ſimiliter partim pulchriores, partim tur piores domos efficiūt:
CRAT.Sic eſt.soc. Nónne et legum ipsarī autores partim opera suapulchriora, partim
turpiora efficiunt: CRAT.Haud ampliusiftud admitto.soc. Non ergo leges
aliæmeliores,deteriores aliæ tibiuidentur.CRAT.Non.soc.Nec etiã nomen
utapparet, aliud melius,aliud deteriusimpoſitum arbitraris. CRAT. Negiſtud. soc.Ergo
omnia nomina recte poſita ſunt. CRAT. Quecunqueuidelicet nominaſunr. soc.Quid
de huius Hermogenisquod ſupra dictum eſt,nomine:Vtrum dicendű non effeilli
iftud impoſitum,niſiquod équo geridews,id eft Mercurijgenerationis illicompe
car:Animpoficum quidem,non tamen recte:CRAT.Nec impofitum eſſe ô Socrates,
arbitror,fed uideri.eſſe autem alterius cuiusdā nomen, cui natura inest quæ nomine
con cinetur.soc.Vtrum nequementicur quisquis Hermogenem eſſe eum dicit:Nec enim
hoc eft dubitandum, quin eum dicatHermogenem eſſe,cum non fit.CRAT. Quaratig ne
id ais: so c. Nunquid ex eo quod non datur dicere falſa,ſermo tuus conftat,
& circa id uerſacur.permulci nempeô amice Cratyle, & nunc prædicant,
& quondam aſſerue runt.CRAT.Quo pacto ó Socrates,dum dicit quis quod dicit
quod non eſt dixerit; An non hoc eſt falla dicere,quæ nõ ſunt dicere: soc.Præclarior
hic fermoamice,quam con dicio mea & ætas exigat.Attamen mihi dicas,utrum
loqui falſa non poſſe aliquis tibi ui detur,fariautē pofle? CRAT.Neq
fari.soc.Acetiam nec dicere,nec apppellare, falu tare:Quemadmodum liquis tibi
obuiushoſpitalitatis iure manu te prehendens dicat Salue hoſpes Athenienſis,
Šmicrionisfili Hermogenes.illeloqueretiſta,uel fari dicere tur,uel diceret,uel
falutaret,appellaretę ita, non te quidem,ſed hunc Hermogenem,aut nullum:
CRAT.Videtur mihi ô Socrates,incaſſum hæc iſte uociferare.so c.Šat habeo. utrū
uera uociferat,qui ita clamat, an falſa: Anpartim uera, partim falſa: Namhoc
quo queſufficiet.CRAT. Sonare huncego dicam feipfum fruſtra mouentem, ceu
fiquis æra pulſer.soc.Animaduerte Cratyle,utrum quoquo modo conueniamus.Nõne
aliud no men, aliud cuius nomen eſt,effe dicis: CRAT. Equidem. soc. Etnomen rei
ipsius imita tionem quandam effe: CRAT.Maxime omniū. So c.Etpicturas alio
quodam modo re rumquarundam imitationes: CRAT. Certe.so c. Ageuero,force'ego
quid dicas, non fa tis intelligo,tu autem forſitã recte loqueris.poffumus has
imitationes utraſą &picturas & nomina rebus his quarű imitaciones
ſunt,attribuere,nec'ne: CRAT.Poſſumus. SOC. Adverte hocin primis,nunquid poffit
aliquisuiri imaginē uiro, &mulieri mulieris tri buere, & in alijs eodem
pacto: CRAT.Sic certe.soc.Num &contra,uiri imaginem mu lieri,& mulieris
uiro: CRAT. Ethoc. soc.An utræquediſtributioneshuiuſmodirectæ sunt:
uelpotiusaltera,quæ cuiæ proprium fimileg attribuit: CRAT.Mihi quidem uide
tur.SOC.Ne igitur ego actu cum ſimusamici,in uerbis pugnemus, aduerte quod
dico. Talemego diſtributionem in imitationibus utriſqz tam nominibuső picturis
rectã uo co. & in nominibus nõrectam modo,fedueram. Alteramuero
diſsimilisipſius tributio nem illationem non rectam,& in nominibus præterea
falſam. CRAT. Atuide ô Socra tes,nefortè in picturis duntaxat id contingere
poſſit,ut quis male diſpertiat, in nomini bus autem minime,fed neceſſariū ſit
recte femper adſcribere.soc.Quid ais: quo ab illo hoc differt: Nonefieri poteſt
ut cuipiam uiro quis obuius dicat,hæctua figuraeſt, oſten datók illi forte'uiri
illius figuram, forte'etiã mulieris: Oftendere,inquam,ſenſibus oculo rum
offerre.CRAT.Certe.soc.Nónneiterum ut eidem factus obuiam dicat, nomen id tuum
est. Imitatio quippe aliqua nomen est,quemadmodũ & figura. Dico autéita.Nón
ne licebit illi dicere,nomen hoctuum eft: deinde in aurē idem
infundere,fortè'eius imi tationem dicendo quod uir eſt,forte' uero fæminæ
cuiuſdã generis humani imitationē, dicendo quod mulier: Non uidetur tibihoc
aliquãdo fieripoffe: CRAT.Concedere ti bi uolo, o Socrates,licefto.soc.Recte
facis amice.acſi id ita fe habet, controuerſia iam tolletur. Porrò si in his
huius modi quædã partitio fit, alterâ uereloqui,alterữloqui falſa uocamus.Si
hocaccidit, & poſſumus non recte nomina diſtribuere, & quænon propria
funt cuic reddere,fimiliter in uerbis aberrare licebit.Sinautem uerba nominağ
ita con gerere datur, necesse est et orationes similiter. Oratio
quippe,utarbitror, eſt uerborum &nominum cõpoſitio. Quid ad iſta Cratyle:
CRAT. Quod & tu.probe namg loqui ui deris.soc. Quinetiã si prima nomina ad
literas ipſas quadã imitatione referimus,cótin. gere poteſt in his quemadmodã
in picturis,in quibusaccidit ut congruas omnes figuras coloresg;
adhibeamus.Item (ut non omnes,fed partim ſuperaddamus,partim ſubtraha mus,plura
& pauciora exhibeamus. Nõne fieri hoc potest? CRAT. Proculdubio.so..
Quicóuenientia oſia tribuit,pulchras literas & imagines reddit.Quiuero
addit,uel au fert,liceras quidem ac imagines &ipſe facit, fedmalas,CRAT. Nempe.
soc. Qui autem per literas ac syllabas rerum eſſentiam imitatur,nónne eadem
ratione fi comperētia om nia tribuit,pulchram imaginem efficit: Idautem nomen
exiſtic.finautem in paucás defi, ciatuelexcedat,imago quidem efficietur, sed
non pulchra:Quamobrem nomina quæ. dam beneinſtituta erunt, quædam contra.CRAT.
Forte. soc.Forſican ergo nominum hicbonus erit artifex,illemalus.CRAT.Profecto.soc.Nónne
huic nomen erat nomi numcõditor: CRAT.Plane.so c.Erititag in hocquemadmodū in
cæteris artibus con. ditor nominum bonus unus,alius uero non bonus,limodo
fuperiora illa inter noscon ftant. CRAT. Vera hæc funt. Verum cernis ô
Socrates, quotiens has literas « & B & quoduis elementorű nominibus per
artē grammaticamattribuimus, ſiquid auferimus, ueladdimus, uel etiam
permutamus, quod nomen quidem ſcribimus;non tamen recte, imò uero id nullo modo
fcribimus,quin potius ſtatim aliud quiddã eſt,cũ primum horű aliquid
patitur.soc.Videndű Cratyle,ne force'minusrecte hoc pacto conſideremus. CRAT.
Quo pacto:so c. Fortaſſis quæcune aliquo ex numero conſtare uel non cõsta
reneceſſe eſt,idquod ais perpetiuntur, quemadmodūdecem,autquiuis alius numerus.
Nam quilibet numerus quocûç additouel ablato,alius ſtatim efficitur. Fortè uero
qua litatis cuiuslibet & imaginis haud eadēratio eſt, ſed diuerſa. Neg enim
omnia imago ba bere debet quæcũą illud cuius imago eſt, li modoeſt imago
futura. Animaduerte num aliquid dicam.Anduoquædam hęcerunt,Cratylus uidelicet,
& ipfius imago, ſiquis deo rum nõmodo colorem tuum figuramß expreſſerit,ut
pictores ſolent,ſed interiora quò que omnia fimilia tuis effecerit,mollitiem
eandem,caloremý,motum,animā, fapientiā; &ut breui complectar,talia prorſus
effinxerit omnia,qualia tibiinſunt: Varum, inquá, alterum iſtorum Cratylus
erit,alterum Cratyli ipsius imago:AnCratyli potius gemini: CRAT.Cratyli ô
Socrates, ut arbitror, duo.soc.Cernis amicealiam imaginis rationem eſſe
quærendam, quàmillorum quæ paulo ante diximus.'ne cogendum effe liquiduel
additum,uelablatum fuerit,ut non ampliusſit imago Annonſentis quantã deeſt ima
ginibus,ut eadem habeantquæ & illa quorû imagines sunt: CRAT. Equidem.soc.Ri.
diculum aliquid Cratyle exnominibus contingeret his quorum nomina ſunt, fi
prorfus illis fimilia redderentur.Gemina quippe omniafierent, neutrumą
illorūutrum effetpo tius dici poffet,res'ne ipſa annomen. CRAT. Vera loqueris. soc.
Ingenueitaqz fatearis o uirgeneroſe,nominum aliud bene,aliud contra pofitum
effe:nec cogas omnes literas continere,adeò ut penitus tale fit, quale & id
cuius eft nomen:ſed mitte literá quoq mi nus congruam afferri quãdoq:ſi literam,
&nomen ſimiliter in ſermone: ſi in fermoneno men,ſermonem inſuper nequaq
connenientem rebus tribui, et rem ipsam nihilominus nominari diciç,quoad rei
ipſiuscuius fermo eft figura,inſit: quemadmodü in elemento rum nominibus quæ nuper
ego &Hermogenes comemorauimus,lirecordaris. CRAT. Recordor equidem,soc. Benehercle
igitur quandocung hocinerit, quamvis non om nia conuenientia prorſus adſint,
dicetur.bene quidem, cum omnia:male uero, cum pau ca.Diciitap ô
beate,mittamus,nequemadmodû qui in Aegina noctu circumuagãtur, fero iter
peragūt, ita &nos hoc pacto ad res ipfas reuera ſerius quàm deceat, perueniſſe
uideamur,uelfalutem aliam quandã exquiras rectam nominis rationem,nec confitea.
ris declarationem rei literis ac fyllabis facta,nomen effe.Porrò ſi ambo hæc
dixeris, tibi ipfe conſtare &conſentire non poteris. CRAT. Viderismihi
probeloqui ô Socrates.at que ita pono.soc.Poſtquam de his conſentimus, quod
reſtat diſcutiamus.Si bene no men poſitum eſſe debet,oportere diximus literas
fibi cõuenientes ineſſe. CRAT. Plane. soc.Conuenit autem ut literæ rerum
fimiles inſint. CRAT. Omnino. soc. Quæigi tur recte ſunt poſica ita pofita
ſunt.Siquid autem non recte poſitum eſt ut plurimum qui demex conuenientibus
ſimilibusý literis conſtat, fi quidem imago eſt.habet auté & ali quidnon
conueniens,propterquod non rectâ eſt,nerecte nomen eſt inſtitutű,Sic'ne an
aliter dicimus:"CRAT.Nihileft ô Socrates,utarbitror,contendendã:neq enim
mihi placet,utņomen quidem eſſe dicatur,non tamērecte poſitű. soc.Vtrum hoc
tibi non placet,quodnoměreiipfiusdeclaratio lit:CRAT. Placet.soc.At vero nomina
partim ex primis constituta esse, partim esse primanon probedictâ
putas:CRAT.Probe.soo Enimuero prima ſi quorundā declaraciones effe debent,
habes'ne modû commodiore quo id fiat, qa li talia fiát,qualia illa funt quæ
declarari volumus:Anmodus iſte pocius ei bipla. i biplacet,qué Hermogenesalijý plurimi
tradunt,quòd uidelicet nomina conuentiones quædam lint ijs qui ita
coſtituerunt,acresipfa præcognouere,aliquid referentes:rectas nominis ratio in
cõuentioneconſiſtat,nec interſit utrum quis ita utnunc ftatutű eſt de cernat,
an contra:ut uideliceto, quod nunc o paruũuocatur, o magnum cognominetur, wuero
quodmodow magnum, w paruum dicatur: Vter iftorum magis tibimodus pla cer: CRAT.
Pręſtatomninoô Socrates,fimilitudine referre quod quis oftendere uult, quouis
alio. soc. Scice loqueris.Nõnelinomen rei ſimile eſt,neceſſe eſt elemēra ex qui
bus prima nomina cõponuntur,natura ipſa rebus eſſe fimilia: Sic autem dico: an
aliquis quandox picturā iz ſupra diximus,rei cuiuſquã ſimilem effinxiſſet,niſi
colores ipfi qui bus cõſtatimago,efTentnatura reiillius ſimiles quam pictoris
ſtudium mitatur: Anno impoſſibile: CRAT.Impoſſibile plane.soc.Eadem
rationenomina ipſanun alicuius fimilia fierent,niſi illa quibus nomina
cõponuntur, limilitudinem aliquam haberent ea rum rerű, quarum nomina
imitationes ſunt. Ea vero quibus conſtant nomina, elemen ta funt.CRAT. Sane.
soc. lam tu ſermonis eiuseſto particeps,cuiusnuperHermoge nes.An
rectediceretibi uili ſumus, quod ipſum plationi,motui,aſperitati congruit?
CRAT.Rectemihi quidem.soc.Ipfum aūta leni & molli, accæteris quæ
narrauimus: CRAT. Profecto.so c.Scis'ne quod idem,id eſt aſperitasipſa nobis
quidē oxigpótys uo icatur, Eretrienſibus uero oxi spóryg: CRAT.Vting.soc. Vtrữambo
hæclp& o, eidem fimilia uidentur,idemg oſtendűc tam illis per ipliuse
determinacionē,quam nobis pero nouiſſimű,uel alteris noſtrum nihil referunt:
CRAT. Vtriſą plane demonſtrant. soc. Vtrum quatenus fimilia ſuntp & o,uel
quatenus diſſimilia: CRAT. Quatenus fimilia. soc. Nunquid penitus ſimilia
ſunt,ad lacionē æque ſignificandā: quin & ipſum a inie ctum,cur non
contrariū aſperitatis ipſius ſignificat: CRAT. Forte'non recte iniectữeſt ô
Socrates, quamadmodūea quæ tu in ſuperioribus cum Hermogenehoc tractabas,dum
&auferebas &inferebas literas ubimaximeoportebat. Acrecte mihi facere
uidebaris. &nunc forte pro 1, s apponendű eſt.so.Probeloqueris. Quid uero
nuncuc loqui nihil percipimus inuicé, quando quis orangón pronunciat: nec tu
quidnuncego dicã, intelligis: CRAT.Intelligo equidem propter
conſuetudiné.soc.Ouir lepidiſſime,cum confuetudinem dicis, quid aliud præter
conuentionem dicere putas. An aliud conſuetu dinem uocas, quàm quodego cum id
pronuncio,illud cogito,eu quoc quod ipſe cogítē percipis:Nonhocdicis: CRAT. Hoc
ipsum.soc.S;id mepronunciante cognoscis, per mne tibi fit declaratio,ex
diſſimili uidelicet eius quod ipſe cogitans profero: quãdoquide ipſum,
diſſimile eft eius quo tu ordygótym, id eſt aſperitatem úocas. Si hoc ita ſe
habet, profecto ipfe ad id teipfum aſſuefacis, & ex hac conuentione rectam
tibi nominis ratio nem proponis,poſtộ tibi idem tã diſſimiles of ſimiles literæ
repræſentãt propter ipfum conſuetudinis & conuentionis acceſſum.Sinautem
conſuetudo conuentio minime fit; haudadhuc recte dici poterit ſimilitudinē eſſe
declarationem, imò cõſuetudinem dicere oportebar. Siquidē ex
ſimilitudine&diſſimilitudine conſuetudo declarat, Hisaricco ceffis,ô Cratyle
nempe ſilentiñ tuum pro cõceſſioneponam) neceſſe eſt conſuetudině cca aliquid
conuentionēģconcere,conferreġ ad eorû quæ ſentimus& loquimur expreſſio
nem.Nam ſi uelis,optime uir,ad numerorũ conſiderationem defcendere, quo
pactoſpe ras, adeò propria reperturű te nomina ut ſingulis numeris ſimile nomen
attribuas, ſi no permiſeris cõcefſionem tuam, conuentionemý autoritatê aliquam
circa nominū ratio nem habere: Mihi quidē et illud placet,ur nomina quoad fieri
poteſt, rebus fimilia ſinta Coc Vereor tamen neforte,utdicebatHermogenes,
tenuis quodãmodoſic iſtius ſimilitudi nis uſurpatio, cogamurg & oneroſa
hacre,cõuentioneuidelicet uti, ad recta nominum rationem:quoniã tunc forte pro
uiribus optime diceretur,cum uel omnino,uel maxima ex parte ſimilibus,id eſt
cõuenientibus diceremus,turpiſſime uero cữ contrà. Hocautē poft hæc inſuper
mihi dicas: quã nobis uim habētnomina, quid'ue pulchrâ perhec effi. cinobis
afferimus:'CRAT.Doceremihi quidē nomina uident,ô Socrates,idý fimplicia ter
aſſerendű, quòd quiſquis nomina ſcit, & res itidē ſciat.so. Forte ô
Cratyle,tale quid cuc dam dicis, q cũnoueritaliquisquale ſitnomē,eſt aūt tale
qualis &res exiſtit, rem quoq ipſam agnoſcet, quandoquidē nominis eft res
ſimilis. Arsaūtuna eadem eſt omniüin cor ter ſe ſimiliū.Hac ratione
inductusdixiſſe uideris; quod quiſquis nomina cognoſcit, res ecc quoghi quoq
ipfas agnoſcet.cRAT.Veraloqueris.soc.Age,uideamus quismodus docenda rum rerum
iſte ſit,quem ipſenuncdicis, & utrum alius prætereaſit,hic tamen potior ha
beatur,uel alius præcerhuncnullus. utrum iſtorum pocius arbitraris: CRAT. Hoccerte,
quòd nullusuidelicet alius ſit,fed hic folus & optimus.soc.Vtrum uero &
resipſas ita reperiri cēſes,ut quicung nomina reperit,ea quoq quorum nomina
ſunt,inueniat: An quærendum potiusalium modum quendā,hunco
diſcendű.CRAT.Maximeomniale cundum iſtahuncipfum & quærendű &
inueniendum. soc.Age,ita conſideremus,ô Cratyle: ſiquis dum res
inueſtigat,nominaipſa ſequitur,rimatur; quale unãquodą uule elle,uides maximum
decepcionis pericula ſubit:CRAT. Quo pacto: soc.Quoniam qui principio
nominapoſuit, quales effe resopinatus est, talia quoq nomina,ut diceba
mus,effinxit.Nonne itar CRAT.Ita prorſus. Soc.Siergo illenõrecteſenlit, &
ut ſenlie inſtituit,nõne & nos fequentes eius ueftigia deceptos iri
exiſtimasť CRAT.Haud ita elt imòneceffe ſciencem fuiffe illum quinomina poſuit.Aliter
autem,ut iamdudâdicebam, nomina nequaſ effent.Euidentiſlimoautem argumento id
eſſe tibipoteſt, haudà ueri tate aberrauiffe nominum autorē,quòd ſimale
ſenſiſſet,nequaq libiita omnia conſona. rent.An non aduertiſti & ipfe, cum
diceresomnia in idem tendere 'soc.Nihil ifta obo. neCratyle,ualet defenſio.Quid
enim mirum eft, li primodeceptus nominâ institutor, se quentia rurſusad primum
ui quadã traxit,& ipfi conſonare coegit:Quemadmodücirca figuras
interdűexiguo quodam primo ignoto falſof exiſtente, reliqua deinceps multa
Circa prin, inuicem conſonant. Debetenim quiſo circa rei cuiuſ principium
ſtatuendű differere » cipium ſta, multa,diligentiſſime conliderare,utrum recte
decernat,nec ne. quo quidem fufficiens tuendă diſ ter examinato,cætera iam
principium fequidebent, Miror tamen,fi nomina libímet con i ſereremulta gruunt.
Conſideremus iterum quæ ſupra retulimus. diximus profecto ita nomina effen.
oportet tiam ſignificare qualiomnia currat,ferant & defluant.
Ita'nelignificare cenſes? CRAT. Ita certe. & recte quidē.soc.Videamusitaqs
ex illis aliqua repetentes. Principio nom hocwrshug,id eſt ſcientia ambiguum
eſt,magis a ſignificare uidetur, quod istory,ideft fiftit in rebus animam, ĝ
quod cum rebus pariter circumfertur:rectiusos eſſe uidetur, ut principium
eiusutnuncüdishulu dicamus, per e ipſius eiectionem, & pro 4, 5 potius
adijciamus. Deinde Bébajok, id eſt firmum dicitur, quoniam badoows & scotas,
ideft firmamenti, et status potius quam lationis est imitation. Præterea igoelæ
ad forte ſignifi cat quod isgor t powi, id eft ſiſtit fluxum, & ipſum
nisov,id eſt credendum, isaw, id eſtfira mare omnino ſignificat.Quinetiã
uykusid eſtmemoria,oftendit prorſus quod in anima nõagitatio eft,fedpovni,id
eft quies,ſtabilise permanſio. Atquifiquis nomina ipſaobler ueta écueapariæ
& ovuqoça,id eft error & cótingentia caſus,idem uidebuntinferre,quod
owens & ufiskur, id est intelligentia at scientia, & cætera nomina quæ
præclarisſunt rebus impoſita.ltem cualíc & cronacíc, id eſt inſcitia &
intêperantia,proxima hisui dentur.icuclic quidē importareuidetur,&cket demi
loves aegear, id est simul cum deo eun tis progreſſum. cronæriæ uero omnino
quandam ipfarum rerum arodubiav,id eft perſe. cutionem atq cogreffum.At ita quæ
rerum turpiſſimarű nominaeffe putamus,nomi num illorû quę circa
pulcherrimaſunt, ſimillimauidebuntur.Arbitror & aliamultare periri
poffe,fiquis ad hæc incumbat, ex quibus iterum iudicabit nominữautorêno cur
rentes delataso res,imò ftabiles indicare. CRAT.Verūtamen multa o Socrates
ſecundi agitationis ſignificationē uides illum conſtituiffe.soc. Quid agemusô
Cratyle: Nun quid fuffragiorû calculorum inſtarnomina ipſa dinumerabimus: at ad
hancnormă derecta ratione nominū iudicabimus,ut ea tandem uera ſint,quibus significationes
plu rium nominum fuffragantur: CRAT.Haud decet. soc. Non certe amice. Sed his
iam omiſſis,redeamus illuc unde digreffifumus.
Dixiſtinuper,firecordaris,neceffariñelle, illűquinomina ſtatuit,prænouille ea
quibus nomina tribuebat:perſtasadhuc in ſenten tia,nec'ne'CRAT. Adhuc.so
c.Nunquid & illum quiprimanominapoſuit,nouiſicais dum poneret: CRAT. Nouiſſe.soc.Quibusex
nominibus resueldidicerat,uel invene rat, quando necdâ primanomina fuerāt
inftitutar cum dicta ſit impossibile esse resuelig vuenire, uel diſcere,niſi
qualia nominaſint,didicerimus,uelipfinosinuenerimus. CRAT: Videris mihinonnihil
ô Socrates, dicere. soc.Quo igitur pacto dicemus eos ſcientes, nomina
poſgillexuellegum & nominü conditores ante poſitionem cuiuslibet nominis
extitille extitiffe, eosý res antea cognouiffe,fiquidem nõ aliter quam ex
nominibus diſcires por finer"CRAT. Reor equidem Socratesueriſsimum eum
effe fermonem quo diciturex.co cellentiorem quandam potentiam quam humanam
primarebus nomina præbuiffe, quo neceffarium lit ut recte fuerint diſtributa.
soc. Nunquid putas cótraria libijpfipofuif-cc ſe nominum autorē li dæmõ aliquis
ueldeusextitit: an nihiltibi fupra dixiffe uidemur: CRAT.Forte'nondum alterum
iftorum nomina erant. soc. Vtraigitur erantuir opti me; num quæ ad ftatum
uerguntian quæ ad motum potius Neq enim, utmodo dixi
mus,multitudineiudicabitur. CRAT.Sic decet Socrates.soc.Cum itaque diſſentiant
contendanto de ueritate inuicem nomina, & tam hæcquàm illa uero
propinquiora effe feafferant,cuiusadnormam dijudicabimus.Quò nos uertemus: Nec
enimad alia no mina confugiemus, quia præterhæcnulla. Verum alia quædam præter
nomina quæren da funt,quæ nobis oftendantabſque nominibus,utra iſtorum uera
ſint, rerum uidelicet monſtrantia ueritatem. CRAT.Itamihiuidetur.soc.Si hæc
uera ſunt Cratyle, pof ſunt,utuidetur, res line nominibus percipi. CROT.
Apparet. soc. Per quid potiſsi mum aliud fperas res ipfas percipere:Nónne per
quod conſentaneum ac decenseft: pet mutuam illarum communionem, fcilicet
fiquomodo inuicem cognatæ sunt, & perse ipsas maxime. Quod enim aliud eft
ab illis, aliud quiddam non illas significat. CRAT. Vera
loquiuideris.soc.Dicobſecro nonne iam fæpe conceſsimus,nomina quæ recte pofita
funt,fimilia illorum eſſe quorum ſuntnomina,rerão imagineseffe: CRAT. Con
ceſsimus planè.soc.Si ergo licetrespernominadiſcere, acetiam per ſeipfas, quæ
præ ftantior erit lucidiorý perceptio:Num si ex imagine cogitetur et imago ipſa
utrum re cteexpreſſa fit, & ueritas cuiushæc eftimago: Anpotiusfi ex
ueritate tam ueritas ipſa. quàmipſius imago,nunquid decenter imago ad eam
fueritinſtitucar CRAT. Siexueri tate.soc. Qua ratione res vel per doctrinam vel
per inventione comprehendendęſint; iudicare, maioris quàm meum ac tuūſit, ingenñ
opus esse uidetur. Sufficiat autem nunc internos conftitiffe quod non ex
nominibus,immoex ſe ipſis potiusdifcendæ quæren dæg ſunt.ERAT. Sicapparet ô
Socrates.soc.Animaduertamus & hocpræterea,në mulra hæcnomina in idem
tendentia nosdecipiant, cũ quiilla impofuerunt, currere om nia semper
flueresputauerint,ato ea cõſideratione poluerint:uidenturnempemihiita
exiftimaffe:quorû camēopinio fi talis extitit,falſahabêda eſt.profecto
illiuelut in quan dam delapfi uertiginem, & ipfi uacillant iactanturcs,
& nosin eadem rapientes immer gunt. Cõlidera uir mirifice Cratyle quod ego
sæpenumero fomnio, utrum dicendû est: esse aliquid ipſum pulchrum ac bonum,&
unum quodas exiſtentium ita,nec ne.CRAT. Mihiquidem ô Socrates eſſe uidetur.so
c.Illud igitur ipſum cõſideremus, non ſi uul cus quidam aut aliquid taliú
pulchrum eſt, quippe hæc omnia fluunt:ſed ipſum pulchrữ dicimus,nonneſemper
tale quale eſt perfeuerat: CRAT. Neceſſe eſt.soc. Nunquid possibile eft ipſum
recte denominare si ſemper fubterfugit, acprimo quid illud fic dein de quale
ſit dicereruelneceſſariû eſt,dum loquimur aliudipſum ftatim fieri,iugitero dif
fugere,nec tale amplius eſſe: CRAT. Neceflarium.soc. Quo pacto aliquid illud
erit, quod nunquam eodem modo ſe habet: Sienim quandoq eodem modo fe habet, eo
in tempore minimepermutatur:fin autem ſemper eodémodo ſe habet;idemg exiſtit,
quo modo tranfituelmouetur, cum ideam ſuam non deferat: CRAT. Nullo pacto: so
ca Præterea ànullo cognosceretur. dum enim cognitura uis ipsum aggrederetur,
aliud alie numosfieret.quare quid ſit aut quale cognoſcinõpoffet.nam
cognitionulla ita réper cipit, utnullo modo fe habentem percipiat. CRAT. Eft ut
ais.soc. Sed ne cognitio nem ipfam effe affirmandẫeſt ô Cratyle ſi
deciduntomnia,nihilg permanet.Sienim co gnitio ex eo quod cognitio eſtnon
decidit, permanebit semper, ac ſemper eritcognitio irautem cognitionis
ſpeciesipſa diſcedit,ſimul & in aliam cognitionis fpeciem delabe tur,neæ
cognitio erit.Quod fi perpetuomigrat, ſempernon erit cognitio. Aro hacra.
tionenew quod.cogniturum eſt,nec quod cognoſcen lum,ſemper erit. Sinautem fem
per eſt quod cognoſcit,eft quod cognoſcitur,eft pulchrű,eft & bonum, eſtý
deniq exi. Itențium unűquod & quæ in præſentia dicimus,fluxus lationis
ſimilia non uidentur.Vtrum uero hæcita ſint,an ut dicebantHeraclitiſectatores,
alijg permulti,haud facile di ſcerni poteſt.Nec hominis ſanæmentis eft feipfum
animumg luū nominibuscredere; & autorem nominum sapientem asseverare, atqz
ita de ſeipſo rebus omnibus maleſen 9 ) tire,ut pPomba nihil integrum firmumą
exiftere,ied omnia uelutfictilia fluere atg conci. v dere, &quemadmodum
homines deſtillationibus capitisęgrotantes,fimiliter quoqres w ipsas affici
iudicet, adeo ut deſtillatione et fluxu omnia comprehendantur. Forteộ Cratyle
ita eſt,forteetiã aliter:forti animo &diligenti ſtudio inueftiganda res
eſt.neqením fácile aſſentiendum.Iuuenis adhuces, arque tibi fufficitætas. Et
liquid inveneris inda gando, mihi quog impartiri debes. CRAT. Nauabo operam
Socrates. Ac certe {cito meetiam in præfentia non torpere,immocogitāti mihi et multa
animo reuoluenti mul tomagis ita ut dicebas ipse, quam ut Heraclitus,res ſeſe
habere uidentur.soc.Dein ceps amice poftquam redieris me docero. Nuncautemut
conſtituiſti in agrum perge. Atqui & Hermogenes hicte comitabitur. CRAT. Fietutmones
Socrates.Verum tu quoque iam de his cogita. IL CRATILO -- DELLA.
RETTA INVENZIONE DE' NOMI. ERMOGENE -- CRATILO – SOCRATE. A vuoi tu ancora, che
noi communichiamo il parlar nostro con Socrate? c*. — Se il pare a te.
ehm. — O Socrate, Cratilo dice, che ai ritrova in qualunque degli
enti per natura la retta invenzione del nome, nè aia nome quello, onde convenendo
alcuni il chia- mavano, mentre proferiscono certa particella della
sua Toce: ma sia naturalmente certa retta invenzione di nomi la
medesima in tutti e Greci e Barbari. Sicché io Io addimando se daddovero
sia Cratilo il nome di lui, o nò: ma egli confessa esser questo il suo
nome. Or Scrate dissi io, qual nome tiene egli? di Socrate disse: non
hanno tutti quel nome, col quale chiunque il chiama da noi: nondimeno
disse egli uon è il tuo no- me Ermogene, nè se ancora tutti gli uomini ti
chia- massero cosi. E mentre io lo addimando, e desidero sapere,
che cosa dica, non mi dichiara affatto niente: ma beffandomi,
simula di aver nell’ animo alcuna cosa, come egli intenda non so che
d’intorno a questo, i! che se volesse esprimer niartifVstnmfcnte, farebbe
che io confessassi, e dicessi lo stesse, che egli si dice. La- onde
udirci da te volentieri, se in qualche maniera tu potessi congetturare il
vaticìnio di Cratilo. Anzi udirei molto volentieri la tua opiuione
intorno alla retta in- venzione de* nomi, se ti fosse in grado, soc. — 0
Ermogene, figliuol di Jponico, è proverbio vecchio, che sia malagevole da
conoscer in qual guisa se ne stiano le cose belle. Or la notizia de’ nomi
non è picciola di- sciplina. In vero se io avessi udito già molto
tempo da Prodico quella ostentazione di cinquanta dramme, nella cui
dottrina ancora era questo, come egli ne rende testimonianza; niuno
impedimento sarebbe, che tu non conoscessi incontinente la verità intorno
alla retta invenzione de’ nomi.' Ma ora io non I’ . ho udita ma si
ben quella d’ una. dramma. Per la quale cosa; non sò quello che d’
intorno a queslavi sia di vero: ma sono prrsio ad investigar, inlteoie.
con essd.tecoj.èfcon Cratilo. In quanto poi dice, else tu non abbia'
versi mente nome ErmOgene, io sospetto, che egli motteg» gì; perchè
egli forse pensa, che tu sia -desideroso del- lo acquisto de’ danari, e
impoleule.seinjpre ad otieuer- li: ma come ho detto poco, f», egli è
difficile, «Ite ciò si conosca. Or fa misticri, da tutte due le porli
spoe- tando iu meszo le ragioni, che si investighi se sia cosi,
come tu di o piuttosto come dice Cratilo. e»m.— E pur o Socrate, tuttoché
spesso io abbia disputato già contostai, « con altri molti* tuttavia non ancora
mi pos- so persuaderò, che altra ai.» la rotta invenzione del no-
me, phe lo assenso, e il consentimento; perciocché a me pare, clic quel
sia nome retto, il quale impone chiunque a ciascheduno, e se di nuovo il
mutasse, e altro ne ponesse, non meno del primiero quello, che Si
trasportasse sarebbe nome retto, come siamo noi soliti di cambiare i nomi
a servi, non vi essendo per jialura a ninna cosa il nome! ma per legge, e
secon- do la usanza di coloro, che furono soliti cosi chia- marli.
Il che se sia. altrimenti, io sono apparecchiate .ad impararlo, o adirlo
non solamente da Cratilo; ma da qualunque altro, soc.—. O Ermogene
peravvepto- ra tu dì alcuna cosa: ma consideriamola. Quello che
porrà alcuno, con cui chiama qualunque cosa, sarà egli, il nome di
ciascuna cosa? ehm. — A me pare, soc. — O se il privato, o la città
il dicesse? uh. — Lo assentisco. soc. — Ma che, se io chiamassi
qua- lunque degli enti, come per esempio, se quello, che al
presente chiamiamo uomo, chiamassi cavallo, e uo- mo quel, che cavallo:
pubicamente sarà egli il nome all' uomo, privatamente cavallo; e di nuovo
privata- mente uomo, cavai lo puiilicnmenle Parli così tu? erm. —
Tosi mi pare. soc. — Or mi dì questo. Chiami tu alcuna cosa il dir il
vero, e il Tabu? erm.— In vero sì. soc. — Non lia quella vera orazione:
ma quest* orazione falsa? erm. — Così affatto, soc.— Quei par- lar
poi, che die* le cose, che sono quali son esse ai »
ìli h rero: ma falso quello, che non come sono? n», —
Cosi è. soc. — Adiviene egli questo, che col par- lare si dicano le cose,
che sono, e che non so- no? ehm. — Si. soc. — Il parlar che è vero mi
di, se è vero tutto, non vere le parti? ehm.— Nò: ma le parti
ancora, soc. -- Dimmi, le parti grandi saranno vere: ma le picciole nò,
oppur tutte? exm. — Io mi stimo tutte, soc* Puoi tu dire altra parte piu
pic- ciola del sermone, che il nome? erm In modo nin- no,
essendo questa la minima parte, soc.— .Ed an- cora si dice egli
peravventura il nome parte della ve- ra orazione? erm. - Senza dubbio,
soc.— Veramente parte vera, come è, tu di. erm.— Veramente, soc.—
E la parte del falso, non è ella falsa? erm. — Lo dico si. soc- — Dunque
è lecito dir nome vero, e no- me falso, se si dice ancora la orazione.
erm. — In che modo nò? soc. — Dunque quel nome, che chiun- que
dirà, che in alcun si ritrovi, sarà egli il nome di ciascheduno? erm —
Si. soc.— Peravventura quanti nomi dice alcun, che abbia chiunque, tanti
saranno essi? e allora, quando egli li dice? erm, —Per certo,
o Sncrate: io non ho alcuna retta invenzione di no- / t
me, fuor che questa, in modo, che non sia lecito a « me con altro
nome chiamar la cosa, che con quello, che io ho imposto, nè a te con
altro, che con quello, elle le imponesti. Cosi per certo io veggo nella
città, * che si hanno alcuni propri nomi delle medesime co- se, e
fra Greci in verso ad altri Greci, « in verso a
i Barbari, «oc. — Or rediamo o Ermogene, se pare a te,
che gli enti se ne stiano in questo modo; che ognun di loro tenga la
propria essenza, come diceva Prota- gora, dicendo egli esser 1’ uomo
misura di tutte le cose in modo, che quali qualunque cose mi paiono, tali
io le abbia; similmente quali tu, e tali le ti abbi; o pensi piuttosto
che siano alcune cose, le quali tenga- no alcuna fermezza della sua
essenza, eem. — Alcuna volta, o Socrate, dubitando sono condotto a
quello, che dice Protagora: per tanto non mi persuado a ba- stanza,
che se ne stia egli cosi. soc. — Ma che? set tu ancora alcuna volta
condotto a questo, che non li paia in modo niuno, che alcun nomo sia
cattivo? erm. — Per Giove nò; anzi spesse volte cosi sono disposto,
che io stimo, che alcuni uomini siano al tutto catti- vi, e molti, soc.
—Ma che? non ti è parso ancora, che siano molti uomini buoni? erm. — Molto
pochi, soc. — Nondimeno pare a te vero? erm. — A me si. soc. — In
che modo poni tu questo? forse cosi, che i molto buoni siano molto
prudenti, e i rei al lutto molto imprudenti? ebm. — In vero a me pare
cosi, soc. — Se Protagora diceva il vero, e se ò questa la ventò, che
quali qualunque cose pareranno a ciasche- duno, tali siano; è egli
possibile, che altri di noi sia- no prudenti, altri imprudenti? ebm. —Per
certo nò. soc. — E come io penso ti pare ad ogni modo che Protagora
non possa al tutto parlar il vero, essendovi «erta prudenza, e
imprudenza, perciocché non sareb- Digitized by Google
be veramente l’uno dell’ altro piò prudente, se le cose, che paiono
a chiunque, le tenesse ciascheduno per vere. IBM -Cosi è. Ma nè ed
Eutidemo ' assenti- sci, come io penso, che dice, che tutti abbiamo tutte
le cose similmente, e sempre, perchè cosi' non smeldio. no altri
buoni, nitri cattivi, se sempre, e pariménte si ritrovasse in tulli e la
virtù, e la malvagità! ehm; —Tu palli il vero, soc.— Dunque se nè tutte
le rose si ritrovano sempre in tutti, e simiglmutcìiiente; uè
qualunque cosa è propria di ciascheduno, manifesto è, rise siano le cose
quelle, che tengono in su stesse certa essenza ferma, uè sono in quanto a
noi tirate in diverse parli, nò da noi con la imaginazione e in
suso, o in giuso: ma stabili secondo se stesse in quan- to alla loro
essenza, come sono 'ordin. ite dalla natu- ra. uu. — Cosi ini è avviso,
elio se ue stia questo. *oc Dunque mi di, se le còse se ne stanno
si per u«-. torà, ma non nella stessa guisa lu loro azioni o
eziandio esse azioni sono una certa specie degli enti? esm. Ani
cora esse ad ogni modo. soc.— Dunque le azioni sa tonno secondo la
natura loro, non secondo la nostra opinione, come per esempio, se noi si
mettessimo a divider alcuno degli enti, forse sarebbe qualunque co-
sa d» dividersi ila noi come vorremmo, e coti che ci a„ gradissi.? o più
tosto, se volessimo partire quafuo/pio cosa secondo la natura, con cui fa
mislieri che S‘ I 1 al f lisca, e sia partita; parimente con cui secondo
l« tura ti dee fare il partiraento; invero la dividerei»»**
• * Digitized by Google ) 7
< *io« bene, e si farebbe «la noi alcun profitto, e questo
si operetébbe bene; ma se cóntro la natura travieremmo nè si farebbe
niente «la noi? erm Così mi pare. soc. — E se ci mettessimo ancora
àd ffhbrugiiir alcuna cosa: non fa nilstieri, chieda sì ‘ablmigi secóndo
Ogni opi- nione: ma sibbene secondo la reità opinione/ Qué- sta è
poi quella, onde qualunque cosa naturdlòientc è atta ad abbrugiarsi,' é
di abbruciare, e con cui nai turalmente ne era atta, erm — Queste cose
son vere, soc. — Non si ritrova la stessa maniera d’intorno al- le
altre cosi? ehm La medesima sì. soc— Anco- ra il dire non è egli
forse una certa delle azioni, ehm. -r Certo si. soc. — Or dirà bene chi
così dice, co- irne li par di dire . 5 o piuttosto dii in colai guisa
di- ce, come ricerca la natura del dire, e che si dica? e- se
eziandio dicesse con cui ricerca la natura, in dicendo farebbe alcun
profitto, altrimenti 1 . travierebbe egli, nè farebbe nulla? ehm. —In
vero io stimo co- sì, cometa di. soc.- Dunque il nominar "è
particella di dire; perciocché nominando si fanno i‘ ragionamenti;
erm Ad ogni modo. soc. — Dunque e il nomina- re è 'certa azione, se
ancora il dire era certa azione; d' intorno alle cose? erm.-Così è. soc.—
Or le azio- ni ci par vero di non risguardar a noi: ma di tene.- ré
certa propria lor natura. ehm. - Così è. soc — Sicché è da nominarsi in
quella guisa, onde la natu- ra delle cose ricerca di nominate, e che si
nomini, • con cui, ma uon secondo lo arbitrio deWolcr no-
’ ì ) « ( atro, se ti ba a dire alcuna cosa
concorde alle cosa dette. Ed in colai guisa facessimo noi alcun
guada» gno, e nominaressimo: ma altrimenti nò? krm.— Co- sì mi
pare. soc. — Or dimmi ciò, cbe era da ta- gliarti, diciamo noi cbe era da
tagliarsi con alcuna cosa? erm.— Con alcuna si. soc. —E ciò, cbe si
doveva tesser da tessersi con alcuna cosa? e ciò, che era da forarsi, con
alcuna cosa si dovea egli forare? erm. — Al tutto. soc.—Sim il niente
ciò, che nominar si dovea, era da nominarsi con alcuna cosa? ibi*.—
Si- soc. —Ma che era quello, con cui f«cea mistieri, che alcuna cosa si
forasse? erm. — La trivella? soc. — Che è quello, con cui fa mistieri,
che si tessa? erm. — La navicella, soc. — E che con cui si nomi-
ni? erm. —Il nome, soc.— Tu parli bene. Dunque e il nome è certo
stromento. ss**. — E’ si. soc. — Dunque se io cercassi quale stromento è
la navicella • o non sarebbe d' esso quello, con cui si tesse? erm.
Così è. soc. — Or tessendo, che facciam noi? o non separiamo la trama, e
gli stami confasi? ehm.— Que- sto stesso, soc. — Or potrai tu dir così
della trivel- la, e delle altre cose? erm. —Lo stesso, soc. —Puoi •
tu ancora dir similmente d* intorno al nome ciò, che facciamo
mentre col nome, che è stromento, nominia- mo alcuna cosa? erm.— Nò il
posso nò. soc.— For se di compagnia insegniamo noi mente, c dividiamo
le cose, come sono? erm.— Per certo, soc. — Sicchò il nome è certo
stromento di insegnare, • divide» 1* ( ì,
Digitized by Google )9<t sostanza, come !a
navicella della testura erm. — 1 lassi a dire in colai guisa, soc — La
navicella è ella stru- mento acconcio al tesserei 1 ehm, — • In che modo
nò. soc. — Per la qual cosa il tessitore si vaierà bene della
navicella, dice bene, secondo la maniera del tessere: ma chi insegna,
egli si vaierà del nome, e bene, dico bene secondo la maniera propria dello
insegnare, ehm.— Per certo, soc.— Dell’ opra di quale artefice si vaierà
bene il tessitore, quando si vaierà della navicella? erm.— Di quella del
legnaiuolo, soc. — E egli chiunque legnaiuolo, o piuttosto chi tiene
P arte? erm. —Chi tiene l’arte, soc. — Similmente del- l’ opera di
cui il foratore si vaierebbe bene, quando si valesse della trivella?
erm.— Del maestro del me- tallo. soc. — E forse chiunque maestro di
metallo? o chi tiene l’arte? erm. — Chi tiene l’arte, soc. — '
Stiano le cose cosi. Dell’opera di cui il dottor si vaie- rebbe, qualora
si servisse del nome? erm.— Nè ciò pos- so dire io. soc. —Ancora non puoi
tu dir questo. Chi ci dà i nomi, dei quali ci serviamo? erm. — Per
certo nò, i soc. - Non pare a tè peravventura, che la legge sia quella,
che ci dà i nomi? erm. — Appari- sce. soc.— Dunque il dottore si vaierà
dell’ opra del legislatore, quando del nome si vaierà, erm. - Io
penso si. soc.— Pare a te, che ognuno egualmente sia facilor di leggi, o
chi è dotato di arte, erm.— Il dotalo delP arte. soc. — Si che o
Erinngene non è. ufficio di qualunque uomo lo imporre i nomi; ma
1 Cr. ) *° ( di certo autor di nomi
e costui è come apparisce ii legislatore, il quale fra gli artefici si fa
raro appresso agli uomini, ehm. » Apparisce, soc.— Deh conside- ra,
ove riguardando il legislatore impone i nomi, e * considera dalle cose
antedette ove riguardando il le- gnaiuolo fa la navicella? non ad una
cosa tale, che da natura sia al tesser acconcia? ehm. — Al tutto,
soc.— Ma che? se nell’ opera si rompesse la navicella, mi di se
fabbricherà egli un’ altra di nuovo alla somi- glianza della rotta, o
piuttosto alla specie risguarde* rà, secondo il cui esempio
avrà fatto la navicella,' che si ruppe? erm. — Alla specie, come io
stimo, soc. — Dunque chiameressimo noi meritamente la spe- cie la
navicella? erm. — Io penso si. soc. — Se fa mestieri alcuna volta, che si
apparecchi la navicella per fornir la veste, o qualunque altra cosa di
filo, e di lana sottile, o grossa, bisogno è, che tutte le
navicelle tengano la specie della navicella; e quale naturalmente è a
ciascheduna cosa accommodatissima, tale si usi al fornir l’opera, come il
ricerca la na- tura, erm. — Iti vero fa mislieri. soc. — La medesi-
ma ragione è d’ intorno agli altri stromenti concios- siachè è da
ritrovarsi quale stromento si confaccia per natura a qualunque cosa, ed è
da darsi a lei, con clii si fa ella, uon quale vuole chi fabbricai
ma quale è ella per natura. Perchè fa mistieri, come ap- pare, che
si sappia accommodar a qualunque cosa ciò, die naturalmente acconcia al
ferro, erm. — Cosi si. « > »• (
soc. — ‘Più- oltre nel legno la navicella confacevole a ciascheduna.
e*m. — Egli è vero. soe. — Percioc- ché. secondo la ragione della natura
altra navicella si confà ad altra tela, e nell’ altre nella
medesima guisa, ehm* — Veramente, soc. —Fa mistieri ancora -ottimo
uomo, che il posìlor dei nomi proferisca un nome per natura acconcio
nelle voci, e nelle silla- be a tutte le cose, e riguardando a quello
stesso di cui è nome, formi qualunque nome, e gli attribui- sca, se
daddovero dee esser positor proprio di nomi. Che se non con le medesime
sillabe qualunque po- citor di nomi esprime il nome, fa mistieri, che
noi sappiamo, che nè tutti i fabri ciò fanno nel ferro per la
stessa ragione; qualora fabricauo il medesimo stro- xnento: ma nondimeno
in quanto gli attribuiscono la stessa idea, in tanto se ne sta egli bene,
tutto che in altro e iu altro ferro; o qui si fabrichi egli, o fra
barbari non è egli cosi? ehm. -a. Si. soc. — Dunque islimerai tu ancora
nel medesimo modo finché il po- sitor dei nomi, ebe è fra noi, e fra
barbari concede una specie di nome convenevole a qualunque cosa in
qualunque sillaba, che 1’ uno dell’ altro non sia punto peggiore nell’
imporrei nomi. ehm.— In vero si. sqc. — Chi è per conoscer se sia
impresso in qua- lunque legno una specie convenevole di navicella?
fpr&e il, legnaiuolo, che la fai o il tessitore, che se ne dee servire?
ehm. — O Socrate, gli è verisimile, die la conosca molto piu, chi se ne
dee valere, soc. — Dunque chi si servili dell’opera del
Tacitar dell* lira? non colui Torse, che benissimo saprà esser so*
prastante alla cosa Tatta, e conoscerà Tatta che sia, se sia Tatta bene o
no? ehm. — Al tutto, soc. — Chif hm. « Il citarista, soc. — Chi poi
dell'Opera di co- loro, che Tanno le navi? erm.— Il governatore,
soc. — Chi eziandio benissimo sarà soprastante all’opra del
Tacitar delle leggi, e Tornita la giudicherà e qui, e Tra barbari? non
chi se ne dee servire? ehm.— Cosi è, soc, *- O non è egli d* esso chi sa
interro* gare? ehm. — Costui si. soc, — Il medesimo che sa- prà
risponder ancora? ehm. — Si certo, soc. — Or chiami tu altro che
dialettico chi sa interrogar, e rispondere? ehm. Non altro; ma lui. soc.
—Siche è Tattura di lignaiuolo il Tabbricar il timone esscn* do
soprastante il governatore, se è egli per dover esser buono, ehm,—
Apparisce, soc.— Ancora come è avviso, è opra di positor di nomi il nome,
cui è soprastante 1’ uomo dialettico, se sono per doversi por bene
i nomi. ERM.-*Que$te cose son vere. soc. — Dunque, a Erraogene,
corre rischio, che non Ha cosa lieve, come tu stimi, il por dei nomi, nè
Tat- tura d’ uomini bassi, e vulgari. Per certo Cratilo par- la il
vero, dicendo, che i nomi per natura siano nel- le cose; nè sia chiunque
autore di nomi: ma colui solamente che risguarda al nome, che è in
ognuno per natura, e sia possente di por la specie di lui nelle
lettere, e nelle sillabe, ehm. — O Socrate, io non so in che modo sia da
opporsi alle cose che tu di: ma peravventura non è cosa agevole il
per* «cadérsi cosi allo improviso: ma mi è avviso, che io ti sarei
piuttosto per ubidire in questo modo, se di- mostrassi quale da te si
dica, esser la retta natura del nome. soc. —In vero, o beato Ermogene,
non di- co alcuna: ma tu ti sei scordato di ciò, che io di- ceva
poco inuanzi, cioè, che io non la conosceva! ma, che io la considererei
insieme con esso teca. Al presente poi questo solamente si è fatto
chiaro oltre alle antedette a me, e a te di compagnia in-
vestigando, che Certa retta invenzione per natura tenga nome, nè chiunque
sappia adattar bene esso nome a qualunque cosa, non è egli così? rum. —
Grandemente, soc— Dunque rimane da Considerarsi se tu desideri di
conoscer quale sia la retta inven- zione del nome, ehm. — In vero la
desidero sapere, soc. r- Dunque cobsidcra. erM.— In che modo adun-
que fa inistierì, che si consideri? soc.^O umico rot- tissima. è la
considerasione; ricercandosi questo da coloro, che sanno con 1' offerir
danari, e col il ren- der loro grazie’ oppresso. Or d’essi sono i
sofisti, coi quali Calia tuo fratello pare, che sia riuscito sag-
gio, pagati molti danari, ma poiché non hai, che fare nella robba patema,
rimane, che tu supplichevole preghi il fratello, che ti insegni la retta
invenzione di questétàll cose, che Protagora egli imparò, erm. — O
Socrate, quanta sconvenevole sarebbe questa Digitized by
Google ) *4 t dimanda, se non prestando aiuto
alla verità di Pro* tagora amassi le cose, che si dicono con tal
verità, quasi degne di alcuna considerazione, toc. — Ma se a te non
piacciono elle, si dee imparar da Omero, e dagli altri poeti. erm. — O
Socrate, e che è in che luogo ne dice Omero dei nomi? soc. — Per
tut- to molte cose: ma grandissime e bellissime son quel- le, onde
distingue d’intorno a quei nomi, che in- troducono gli uomini, e i Dei, o
non istimi tu, che egli d’ intorno a questi dica alcuna cosa magnifica,
e maravigliosa della retta maniera dei nomi? essen- do manifesto, che i
Dei chiamano rettamente quei, che son nomi naturalmente, o no il pensi
tu? ikm. — In vero io so certo, se i Dei ne dicono alcuni, che essi
lr~cbiamano bene; ma quali di tu questi? soc. — O non sai tu ciò, che si
dice del fiume tro- iano, che con vulcano combatte a singoiar
battaglia, il quale i Dei chiamano santo, gli uomini Scaman- dro.
ehm. — Il so. soc. — Che dunque? non istimi tu certa cosa grave il
conoscer in che modo sia meglio, che si chiami quei fiume santo
piuttosto, che Scarnan- do? ma se vuoi considera questo, che il
medesimo dice dell’ uccello, che i Dei chiamano Calcidei ma gli
uomini Cimindi. Tu stimi vii disciplina il sapere quanto sia meglio, che
si chiami il medesimo uccello Calcide, che Cimindi, o Bracia, e Mirine, e
molti al- tri tali, detti da questo poeta, e da altrui? ma le.
invenzioni di queste cose peravvenlura superano le
Digitized by Google ) «5 ( forze nostre. Cii cbe poi
signifìchioo Scamandrio, e Astiane si può comprender, come mi pare da
inge- gno amano, e apprendersi agevolmente qual retta in- venzione
vuole Omero, che sia in questi nomi, co* quali chiama il figliuolo di
Ettore: perciocché tu cer- tamente sai, ove si ritrovano questi versi,
che io di- v co. a**. — Ad ogni modo, soc, — Dimmi, pensi tu,
che di questi nomi stimi Omero che peravventura pili convenisse Astianate
al fanciullo, che Scamandrio? vrm. — Io no il posso dire. soc. — Or in
colai mo- do considera, se alcuno ti addimantlasse, se tu pen-
sassi che i piò saggi ponessero i nomi meglio alle cose, o i manco saggi,
erm. —Chiaro è, che io ri- sponderei i piò prudenti, soc.— Dimmi, se le
don- ne nelle città pare a te, che siano piò prudenti, o gli
uomini? per dir tutto il genere? erm.— Gli uo- mini. soc. — Dunque tu
sai, che dice Omero, che il figliuolo di Ettore era chiamato da’ Troiani
Astiaua. te, dalle donne Scamandro, poiché gli uomini lo chia-
mavano Astianate. erm.— Apparisce, soc.- Dunque eziandio stimava Omero,
che gli uomini Troiani fos- sero piò saggi, che le lor donne, erm. — Io
lo sti- mo. soc. - Dunque stimò, che egli si chiamasse, me- glio
Astianate, che Scamaudrio. ehm. - Apparisce, soc Consideriamo qual
cagione egli apporti di que- sta denominazione, perchè dice egli,
che solo difese loro la città, e le ampie muraglie. Per la qual co-
sa, (come pare) conviene# che si chiami il figliuolo del Salvatore, cioè
di colai, che il padre di lai sai* va va, come disse Omero, erm. — A me
pars soc. — Per qual cagione? perciocché o Ermogene, nè io lo
intendo ancora bene: ma lo intendi tu? erm. — Per Giove nò. soc.— O uomo
da bene ancora Ome- ro pose ad Ettore il nome. erm. — Perchè? soc. —
• Perchè mi è avviso, che questo nome si assomigli ad Astianate; e
essi nomi si assomiglino a Greci: dimo- strando quasi il medesimo, cioè
che ambidue que- sti nomi siano regali; perciocché di cui sarà al-
cuno re, dello stesso sia ancora possessore; essen- do manifesto, che
egli lo signoreggi, e possegga, e abbia. O peravventura non pare a te,
che io dica niente? e m' inganna la opinione, onde mi confida- va,
come per certi vestigi, di toccare la opinione di Omero d’ intorno la
retta invenzione dei nomi? erm. -* In modo niuno, come io penso:
perchè^forse tu tocchi alcuna cosa. soc. — Egli conviene, come a me
pare, che si chiami similmente leone il figliuol del leone, il figliuol
del cavallo cavallo; non dico, se alcun’ altra cosa fuor che il cavallo
(come mostro) nasoesse dal cavallo: ma quel mi dico, del cui genere
secondo la natura è ciò, che nasce, se il cavallo na- turale partorisse
il figliuolo del bue vitello contro natura, non sarebbe da chiamarsi
poliedro: ma vitello, nè eziaodio se dall'uomo altra prole si
producesse, che umana, ciò che nascesse si dovrebbe chiamar no*
aio. 11 medesimo è da giudicarsi degli alberi, e delle altre cole tutte, o
non pare ancora a te? erm. — A me par si. soc. — Tu dì bene-, perciocché
guardati, che io non ti inganni in alcun modo; conciosia, che
secondo la stessa , ragione eziandio se alcuna cosa na- scesse da re,
sarebbe da chiamarsi re, non importan- do che si significhi lo stesso in
queste, e in quelle sillabe, o se vi si aggiugni alcuna lettera, o se an-
che la vi si levi; mentre la essenza della cosa dichia- rata nel nome
signoreggi./, erm — Come dì tu cote- sto? soc. — Io non dico oiuna cosa
meravigliosa, o nuova: ma siccome tu sai, che diciamo i nomi degli
elementi: ma non essi elementi, eccettuatine sola- mente quattro, cioè b
N E fi ma «1 rimanente, co- sì vocali, come mutoli, tu sai che
aggiugnendovi al- tre lettere, li proferiamo formando i nomi: ma
iinchè inferiamo la forza dichiarata dell’ elemento conviene, che
quel nome si chiami ciò, che egli si dichiara, nor- me per esempio il B,
vedi i che il T aggiunte non impedì che con lo intero nome non si
dimostrasse la natura di quello elemento, di cui volle il positor
del nome, siffattamente non li è prestato fede di aver po- sto bene
i nomi alle lettere, erm.— Tu mi pari di parlar il vero, soc.— Dunque fla
la stessa ragion ancora d’intorno al re. Perciocché sarò alcuna volta il
re dal re, il buono dal buono, dal bello il bello, e le altre cose
tutte similmente da qualunque genere certa altra pro- genie, e sarebbono
da dirsi gli stessi nomi, se non ci facesse mostro. Egli è lecito, che in
modo si variino per sillabe, che sia avviso all’ nomo rosse, che le cose,
che sono le stesse siano diverse tra loro, co- sì come le medicine dei
medici variate con colori, •ed odori spesse volte essendo le medesime,
pare a noi, che siano diverse: ma dal medico considerata la virtii
loro, sono giudicate le stesse; nè il perturbano le cose aggiunte.
Similmente peravventura chi è eru- dito d’intorno a nomi considera la
virtii loro nè si perturba il giudició di lui, se vi è aggiunta
alcuna lettera o trasmutata o levata, o se in altre, e motte
lettere si ritrova la stessa virtii del nome. Come quei nomi, i quali di
sopra abbiamo detto Astianate, e Ettore hanno le lettere ad ogni modo
diverse, fuorché il sol T, non pertanto significano il medesimo...
Mei medesimo modo ciò che si dice prencipe di città, qual
communicanza di lettere tiene egli con li due antedetti? nulladimeno
significa il medesimo, e molti altri vi sono, i quali nient’ altro
significano, che il re. Oltre ciò molti sono, che significano il
capitano dell’esercito, come altri ancora, che dichiarano il
professor dell^medecina. E si possono ritrovar mol- ti altri discordanti
nelle sillabe, e nellj lettere: ma accordatisi al tutto nella virtù, del
significare, par egli che così sia, o pur nò? zrm.— Così certo,
soc. — Or a queste cose, che si fauno secondo la natura sono da
darsi gli stessi nomi, ehm. — Adognimodo, soc. — Ma qualora alcuni uomini
si fanno contro la natura in certa specie mostri, come quando
sì genera l’empio dall’ uomo buono, k pio; ohi è gene* rato non dee
sortire il nome del genitore- ma di quel genere, nel quale ei si ritrova,
come diami di cent- rilo; se il cavallo generasse la prole del bue, non
sa» rebbe da chiamarsi il figliuolo di lui cavallo: ma bue* mm.— C
osi è. soc. -Dunque all’uomo empio generato dal pio, bassi a dare il nome
del genere. ehm.— Queste cose sono vere, soc.— Dunque non conviene, che
si chiami un figbuol tale, amico di Dio nè ricordevole di Dio, nè
alcuna cosa siffatta: ina con ' nomi il contrario signi- ficanti se pur i
nomi deono conseguire la retta in- venzione. sbm. — Cosi al tutto o
Socrate è da farsi* soc.— Come ancora Oreste, o Ermogene, corre
rischio» che sia ben messo, o se alcuna sorte H pose il no- me, o
alcun poeta; con quel nome significando la dì lui natura ferina,
selvaggia, e montana, erm. — Cosi apparisce, o Socrate, soc. — Àncora è
avviso, che il parere di lui tenga il nome secondo la natura, erm.
— Apparisce, soc.— la vero tale appar egli, che sin Agamennone,
quale pare che si affatica, e sopporta» imponendo fine alle cose, le
quali parvero da termi- narsi per la virtù. Argomento poi della sua
toleranza ne diede il durar sotto Troia con tanto esercito. Dun-
que che questo uomo sia stato buono nella perseve- ranza, il nome di
Agamennone lo significa. 1$ perav- ventura eziandio Atreo se ne sta bene,
conciosia, che la uccisione di Crisipo, e la crudeltà intoruo a
Tie- sse sono tutte le cose daouosc, e perniciose in verso'
) 00 { alla virtù, onde la denominazione del nome declina un
tantino, ed è gelata in modo, che non dichiari .^chiunque la natura di
questo nomo: ma cui som» periti di nomi si mauifesta bastevolmente la
signi- ficazione di Atreo; perchè esso nome è posto bene in- ogni
luogo secondo 1* intrepido. Ancora pare che il nome di Felope non sia
dato a lui fuor di propo- sito, significando questo nome, che sia degno di
que- sta denominazione chi vede le cose dappresso, zbm.— • In che
modo? soc. — Come si dice nella morte di Mirtillo contra di lui, che egli
non abbia possuto pro- veder niente, nè da lunge vedere di quanta
calamità fosse ripieno il genere tutto, riguardando alle cose, che
gli erano innanzi a piedi, e solamente alle pre- senti. Ciò poi è il
veder dappresso, il che ei fece avendosi aiTaticato con ogni sforzo di
accompagnarsi in matrimonio con Ipodamia. Appresso penserebbe
ognuno, che il nome Tantalo li sia stato posto bene, e secondo la natura,
se sono vere le cose, che si rac- contano di lui. erm. — Quali sono
coteste? soc. — Che a lui ancora vivente moltissime cose avverse, e
gravi avvennero, il fio delle quali si era, che tutta la patria di lui si
vogliesse sossopra. Più oltre, lui mor- to gli sta sopra la testa un
sasso, per certo, durissima sorte. Tutte queste cose adognimodo si
confauno col nome, non altrimenti, che se alcun l’avesse volato
nominar pazientissimo: ma avendo parlato alquanto oscuramente, abbia
posto Tantalo per Talantato- In
) c vero pare, che un tal nome la fortuna di
lui avversa lì abbia dato col rumor della gente. Anzi che bene si
applicò ancora il nome a Giove padre; nondime» no egli non è agevole da
conoscersi» essendo «1 no» 1 me di Giove qual certa orazione, il quale in
due par- ti partendo, in parte si vagliamo d’nna, in parte del»
l’altra parte, chiamandola. alcuni altri, le quali per» ti in uno poste,
dimostrano la natura di Pio, il che dee poter fare il nome massimamente;
non avendo noi, nè tutti gli altri niuna maggior cagione di viver,
che il prencipe, e re di tutti- Dunque avviene, che si nomini bene in
cotal guisa, essendo ‘Dio, per cui ca» gioite il viver si ritrovi sempre
in tutti i viventi. Es- sendo poi uno il nome, è in dtfe parti partito,
come io dico. Questo poi essendo fìgliuol di Saturno clù all’
improviso l'udisse penserebbe cosa insolente. M* è ragionevole, ehesia
prole Giove di certa grande in» telligenza; perchè quello, che si dice non
significa fanciullo; ma purità, e incorruttibilità deliamente di
lui. Egli è poi, come si dice, figliuolo del cielo; con- ciossiachè lo
aspetto alle cose di sopra meritamente sidee chiamare con questo nome,
come all' alto ris- guardi onde, o Ermogene, affermano coloro, che
trat- tano delle cose sublimi, cheavvegna una pura mente, e a lui
si ponga bene il nome del cielo. Or se io tenessi a memoria la geneologia
scritta da Esiodo: e mi ricor- dassi quali egli introducesse i
progenitori loro, in niuu modo non cesserei di dimostrarti, che fossero
) » ( «scritti loro i nomi bene, finché facessi la
provi» di questa sapienza, se ella faccia alcun profitto, e alcu-
na cosa fornisca e se si dubiti, o nò, la quale io non se certo, onde
poco fa mi sia venuta cosi allo ìmproviso. za»*— In vero, o Socrate, pare
a me, che t« alia similitudine di coloro, che sono da divinità
rapiti, mandi fuori oracoli. soc.— O Ermogene, io stimo, che. questa
sapienza si cagionasse in me da Eu- tifrone figliuolo di Panzio; poiché
assiduo gli era in- stami dal matutino, e li porgeva gli orecchi.
Sicché é manifesto, che egli pieno di Dio, non solamente abbia
ripieni di sapienza beota gli orecchi miei? ma occupato t'animo ancora:
io stimo veramente, che si abbia a fare in cotal guisa. Che si vagliamo
-oggi di lei, e si investighi da noi il rimanente, che pertiene a
nomi: diman poi, se in ciò converremo, la man- deremo fuori, e la
mondaremo con diligenza, ricer- cando alcun o sacerdote, ovver sofista,
che sia buono a purgar queste cose, bum.— O Socrate, io approvo
questo si, perchè molto volentieri udirei ciò, che ri- mana d'iutorno a
nomi. soc.— Al tutto si dee fare cosi. Dunque ove giudichi tu
principalmente, clic si abbia ad incominciare; poiché abbiamo
prescritta Certa legge per conoscere, se eziandio gli stessi nomi
ci attestino, che non siano stati fatti a «uso: ma con- tengano alcuna
invenzione? i nomi dunque degli croi* C degli uomini peravventura ci
inganaereb- bono, essendo molti di questi posti secondo le denominazioni
de’ maggiori, e spesse volte non conven- gono in modo niuno, come abbiamo
detto nel prin- cipio. Molti nomi poi pongono gli uomini quasi pel*
voto, come e altri molti Per la qual cosa io stimo, che siffatti siano da
tralasciarsi: ma è cosa verisimì- le si, che noi ritroviamo i nomi posti
bene, e natu- rali intorno «Ile cose, che son sempre, convenendosi
mollo, che qui si abbia a cercare diligentemente la maniera del por i
nomi: ma peravventura alcuni dì loro sono stati posti ancora da certa
potenza più di- vina, che umana. ehm.— 0 S ocrate, tn mi pari dì
parlar eccellentemente. soc.« Non è egli cosa con- venevole lo
iucominciar da Dei, considerando in qual guisa sono stali chiamati i Dei
bene con questo stes- so nome? erm.-E verisimile. soc.-In vero cosi io
so- spetto; mi par certo, che i primi de’ Greci abbiano pensato
quei soli Dei, i quali eziandio sono stimati in questi tempi da molti
,!«' barbari il sole, la luna, la terra, le stelle, il cielo. Dunque
quasi, che essi ve- dessero tutte queste cose essere in un perpetuo
corso, da questa natura è avviso, che ic si abbiano nominate,*
poscia osservandone altri; le abbiano chiamate tutto con lo stesso nome.
Ciò, che io mi dico tiene egli al- ®uua verisomigliauza, oppur nò?
««.-Appar molto, soc — che si ha poscia ad investigare? ehm E ma-
nifesto, che si dee cercare de’ demoni, e degli eroi,» degli
uomini. $oc.- De’ demoni? o Ermogene, conside- ra veramente se ti è
avviso, che io ti dica alcuna cosa intorno a ciò. che si vuole inferire il nome
de* demoni, ehm.— DI pure. soc. — Sai tu dunque quali si dica
Esiodo, che siano i demoni? * km— Non inten- do. soc.— Nè eziandio, che
egli dica essere stato de- gli uomini primieramente il genere dell' oro?
erm. — Solio sì. soc.— Or dice d’intorno a lui, poiché la
sorte coprì questo genere, che altri si chiamano de- moni puri,
terrestri, ottimi fuggatori di mali, e guar- diani di uomini mortali,
erm.— Che poi? soc. — Per certo io stimo, che egli chiami genere d’ oro,
non fatto d’ oro: ma buono ed eccellente, e di ciò ne fo la
congettura, dicendo egli, che il genere nostro sia del ferro, ehm.— Tu
narri il vero, soc.— O non pensi tu, se al presente alcun de’ nostri
fosse buono, «he egli si stimerebbe da Esiodo del genere dell'oro?
erm. — E cosa verisimile, soc- — Or sono alcun' altra cosa i
buoni, che prudenti? erm— Prudenti. soc Sì che come io penso
chiama quelli demoni principalmen- te; perchè erano prudenti ed
intelligenti, e pervenne questo nome dalla nostra lingua antica.
Perlaqualco- sa ed egli, e qualunque altri poeti molti parlano be-
ne, che dicono, che poiché alcun buono si parte di vita, prende in sorte
grandissima dignità e premio, e si fa demone secondo la denominazione
della pru- denza. Così mi affermò ancora, che sia ogni uomo pru-
dente, il qual è buono, e sia egli demonio, e viven- do, e morendo, e si
chiami demone bene. erm.— Mi pare o Socrate, che io consento d’intorno a
que- Digitized by Googl ) *5 ' sto con
esso loco, soc.— Poi, significa egli? ciò non è molto malagevole da
considerarsi, essendo poco di* stante il nome degli eroi, dimostrando che
la gene- razione loro sia derivata dall’ amore. erm. — In che modo
dì tu questo? soc.— O non sai tu, che sono se-, midei gli eroi? erm.— Che
dunque? soc. — In vero tutti sono generali, avendo o Dei portato amore
a donna mortale, o mortali a Dea, oltre ciò se consi- dererai
queste secondo la vecchia lingua degli Ate- niesi il saprai maggiormente;
perciocché ti dichiare- rà che si è mutato nn tantino per causa del
nome, onde so«o fatti gli eroi, o che egli significa gli eroi, o
perchè furono savi, e retori, e facondi, e al dispu- tare acconci,
essendo bastevoli allo interrogare. Sicché quello, che poco fa noi
dicevamo, dicendosi gli eroi nella vece attica pare, che gli eroi siano
atctmr relo- ri, e che interrogano e amano; onde il genere degli
eroi si fa genere di retori e de' sofisti: ciò poi non è malagevole da
intendersi: ma più oscuro quello, per qual cagione Si chiamino gli uomini
gf$pcTrol’ P uo * tu dire il perchè? ersi. —Uomo dabbene dove avrei
io questo? anzi se io potessi ritrovare alcuna cosa, uon 1’ affermerei,
pensando, che tu meglio di me sa- resti per ritrovarla, soc. — Egli mi è
avviso, che tu ti confidi nella ispirazione di Eutifrone. erm. —
Senza dubbio, soc.— E meritamente tu ti confidi; percioc- ché
troppo bellamente ini pare ora di aver pensato, ed è pericolo (se io non
mi guardassi) che no» pares- ® e °gg>> c h® io fossi
divenuto piti saggio, che non si converrebbe. Or non considera ciò, che
io dico; perciocché conviene primieramente, che si consideri questo
intorno a nomi, che spesse volte aggiugniamo lettere, e ne leviamo,
nominandole fuori della nostra inleuziope, e mutiamo le acutezze, come
quando dicia- roo Alì <p'lAo$. Da questo nome, affine egli ci
servi per lo verbo, caviamo poscia fuori l’uno I, e per la sillaba
del mezzo acuta pronunciamo la grave, in al- cuni altri framettendo le
lettere, e altre più gravi pro- ferendone. erm — Tu riferisci il vero.
soc. -.Questo come a me pare adivietie ancora al nome degli
uo- mini; essendosi il nome formalo dal verbo, fuori, che uno A, e
fatto grave nel fine. srm. — Come di tu questo? soc. — Cosi. Egli
significa questo nome o’ ivoSt cioè di nomo; perchè le'altre fiere non
con- siderano, nè osservano, nè contemplano alcuna delle cose, che
veggono: ma l’uomo incontinente, che vede (e questo significa 1’
oTTùiTTs) e vede, e contempla, e considera ciò, che ha veduto. Quindi
meritamente l’ uomo solo di tutti gli animali è chiamato,
consideran- do ciò che vide. Che da te poscia addimanderò io?
quello peravyeutura, che io udirei volentieri? erm. — Si. soc. —
Dunque mi è avviso, che incontinente succeda alle cose antedette la
considerazione dell’ a- nirua e il corpo alcuna cosa dell’ uomo. erm.
—In che modo nò? soc. — Ora sforziamoci di distinguere ancora
questo come le antedette, pensi tu, che iunanzi si. ql>bia a cercare dell’
Miima, come sia ella chia- mala bene? poscia del corpo? erm.— In vero si.
soci —Dunque acciò io subitamente esprima quello,' che ora mi si
offerisce primieramente, io : stimo che Colo-i ro, che' cosi chiamarono
l’anima abbiano ciò pensato principalmente, che questa quante Tolte è col
corpo si è-, cagione, che egli viva, dandoli la virtù del ri-
spirare, e rifrigerandolo; e come prima lo abhando-t nera quello, che il
refrigera, eglisi scioglie, e Sene muore, onde pare, che 1’ abbiamo
chiamata, quasi ri- frigerante: rtȈ se, ti aggrada fermati alquanto. Mi
par divedere alcuna cosa più di questa probabile presso coloro, : i
quali seguitano Eotifrooe; perciocché sprez- zerebbono essi questa, come
io penso, e la dimostrereb- bono certa cosa molesta: ma vedi, se ciò ti
sia per dover piacere, erm. —Dì pure, soc.— Qual* alt+a cosa pare a
te, che contegno il corpo, e il guidi, e faccia, che egli v;va, e vadi
intorno* che 1? anima? eatu.ij-' JNient’ altro? soc. — Ma che? non credi
tu ad A nassa-' gpra, che la natura di tutte le cose sia lo
inieMetto,- e l’anima che l’adorna e contiene?. > erm. — Così
si.' soc. — Dunque ben fia, che a quella potenza si applichi questo
nome (pvvgyjnj, cioè contenente la naturai ma si può chiamare ancora
ornatamente. ' erm. — Così è ad ogni modo, e mi pare, che questo . sia
di» quello' più artificioso- soc.— E verameute, anzi par. certo co-
sa ridicolosa, se si nominasse, come le fan posto.: brw” —Or, che
dobbiamo dir api ciò, che segue? soc.— Tu dì del corpo? brm.-Sì. soc. — Questo
a me pa- re in molti modi, se alcun declinasse un tantino. Perciò,
che alcuni dicono, che egli sia all’anima se- polcro, quasi ella sia
sepellita in questo tempo pre* sente, e anco perchè 1’ anima col messo
del corpo significa qualunque cose può significare per questa ca«
gione è chiamato ancora bene. Nondimeno mi Rav- viso, che gli settatori
di Orfeo abbiano posto questo nome principalmente a questo fine; perchè
l'anima iti questo corpo dia la pena de’ delitti, e sia chiusa iti
questa siepe, e trincea affine servi imagine di prigio« ne. Per la qual
cosa vogliono, che sia questo cosi; come è chiamato un chiostro per
custodir l’ anima fin, che purghi qualunque debiti; nè pensano, che
vi si abbia a tralasciar pure alcuna lettera, ehm — Or, O Socrate,
mi pare, che d’j intorno a questo si sia detto bjBstevolmetite: ma de’
nomi de* Dei potressimo forse noi considerare, come si è fatto di Giove,
secondo qual retta invenzione fossero posti i nomi loro? soc.
Per Giove sì, o Ermogónè; se noi avessimo intellet- to sarebbe una
maniera buonissima il confessare, che iton conosciamo niuna cosa d’
intorno a' Dei, dico nè d’ intorno ad essi, nè a’ nomi loro, co’ quali
si chiamano; manifesto essendo, che essi si chiamino coi veri nomi:
ma la seconda maniera della retta inten- zione si è, che così come ordina
la legge, che si pre-i ghino i Dei ne’ voli comunque aggrada loro di
esser chiamati; così ancora noi li chiamiamo, quasi da noi non si
conosca niun' altra cosa. Perchè si è deterrai. nato bène, come mi pare.
Per la qual cosa, se ti pia- ce, consideriamo quasi avendo detto innanzi
a Dei, che da' noi non sia per conoscersi niuna cosa d’ in- torno a
loro? ‘non confidandosi noi di esser possenti: ma piò tosto- d' intorno
agli uomini oon che opiniti- ne principalmente intorno a Dei disposti
posero lóro i nomi; essendo .ciò lunge da riprensione. fi erm. O
' Socrate; egli è avviso, che tu parli modestamente, c
facciasi da noi in cotal guisa. .Dunque incominciamo .alcuqg ,co$a da
Veste. secondo le legge.- bum. —Cosi veramente conviene, spc.a-t, Q ual
cosa porrebbe dir alcuno, che considerasse chi la si chiamò Veste?
erm. -Io pon penso per Giove, «bis ciò siaagevole do ri-
provarsi. som— O firnwgene buono. In vero par bene, che i. prinp autori ,
de’, nomi non siano «tati certi grò*, solqni; ma investigatori sottili di
cose Sublimi. 11» — Perchè? sac— Perchè , mi pare cheil por de'
sto- mi sia stato di . certi uomini siffatti, *' se d leu n consi-
derasse i nomi forestieri^; non tnanbo ritroverebbe ciò, che qualunque
significasse, come eziandio in qae- sto, il qual noi chiamiamo essenza,
alcuni sono,.' che il chiamano altri di nuovo. Primieramente
secondo l’uno di questi nomi,, ,non ^ ovviso^ che si fofamrai
forte lontano dalia ragione la essenza deilè Icosè, e perchè noi
chiamiamo ciò, che è partecipe dS essenza; per questo si potrebbe nominar
Itene; perchè parte, che ancora noi anticamente,, chiamavamo già
Digitized by Google ))3o(< >?rÌ* o6(rf«fc-
Appreso »e «leu* considerali* isàcrifieà, stimerebbe, che; c^»l cqn|i
derisero doloro, ( «bfc .li, & posero;, perciocché è vcrisùniU
iunanM-4-iWtt». • i-, I>«i^ che facessero i sacrifici a Veste
chi denominarono la essenza di tutte le cose.- ma quanti di;, nuovo
,la.fthia- marono ùaiOCV, stimarono quasi di mlovo secondo E-
ratlito, che sempre scorressero tutte le cose, e Piente •Don si fermasse.
Danqoe la cagione, 'e la origine lo- ro fosse, chi le spingesse. Sicché
meritamente si chia- mi la cagione, che spinge. D’ intorno 1 0 questi fin
qui siane detto in .colai guisa, come da coloro, Che' 'non
intendono piente. Dopo Veste con-vien, Che si Iconst- deri di Rea e di
Saturno,* tuttoché de! nome di Sa- turno abbiamo detto di sopras-hiB
forse, chef io noti died nulla. EHM.-Perchè, o Socraté? soc.— O uomo
dabbene, ho considerato certo esime di' sapienzd. erm.— -Q uale é eglit
socv-Cosd'dS dirsi ridfirolosa niol- -U>, fiondimene '«Urn®, che tenga
‘àfeuno probabil cosà. k*m.>— Q uale n’-è dessa? soc.— Mi pàrvedere;
che E- • radilo già. molto nani chiaramente aldune cose sag- gio,
che si fecero nel tempo di Saturno e dì Rea, fe quali eziandio si
raccontavano da Omero, ehm.— ‘Co me- di tu cotestoì soc. — Eradito dice, che
scorrano tuttéalacose, e, non si fermi nulla; e assomigliandogli
-.enti al flusso d’ un- fiume, dice non esser possibile, che nei
medesimo, fiume tu possa entrar due volte. ehm.— Q uesto A vero. soc. J—
O ti par egli, che colui da praclito dissentisca, il quale pose Rea e
Saturno Si < IVa progenitori degli altri Dei? dimmi, pensi
tn, che egli abbia posto temerariamente i nomi ad ambi lorò delle
flussioni; come ancora Omero dice, che l’Oceano sia la generaeione de'
Dei, e la madre Tele; e il me- desimo, come pare, volle ancora Esiodo.
Oltre ciò db ce Orfeo, che l’Oceano primo abbia dato incominciai
mento alle nozzi; che corrono bene, avendosi accom- pagnato con Tele sua
sorella. Dunque considera come si confacciano insieme queste cose, e
tendano tulli al- la opinione di Eraclito, erm — O Socrate* pare a me
che tu dica alcuna cosai ma non intendo bastevolmente ciò, che inferir si
voglia il nomedi Tele, soc.— E non- dimeno significa quasi questo stesso,
che sia un nome ricondito di fonte; perciocché quello, che corre, e
sì spinge è un simulacro di fonte, e d’ arnbidue questi nomi è
composto il nome erm.— O Socrate, questo è bellissimo, soc.— In che
modo nò? ina che poscia? di Giove abbiamo detto veramente,
ehm. Così è. soc.— Or diciamo de’ fratelli di lui Nettuno, e
di Plutone e dell'altro nome, col quale è chiamato' da loro. erm. — Al tutto,
soc. — Egli è avviso, che Net- tuno da chi primieramente il nominò, sia
perciò sta. to chiamato* Troa-g/ofiàlt, perchè mentre egli
cambiava, «1 ritenne la natura del mare, uè permise, che se
ue andasse più oltre: ma se li fe quasi legame a piedi. Sicché
chiamò Dio 7T0<retc/là>lùX, il prencipe di questa virtù, come
TTOff/c/lefffiolf OVTK, cioè legame di piedi: ma l’E vi fu
trasmesso forse per ornamento, ftla per- »M avventura
non si vuote egli inferir quatto.- ma in vé- ce di E si diceva
primieramente «on due LL come se dicesse fa ttoAAc
bÌ</IÓto<tTov$*ov, ci °è* che qua» si sia Dio coguitore di molte
cose. Peravveotnra dal ctteu, cioè dal movere fu nominato èa-g/ar, cioè
mo. venie, cui si aggiunse poi il P e il OeilD. Or il no» me di
Plutone fu nominato secondo il compartimento delle ricchezze, cavandosi
etle dalle viscere delta ter- ra. Il nome poi ac/|»J, pare, chela
moltitudine gliele abbia dato quasi t ò AeuAtSt c ' 0 ^ cosa invisibile,
e di questo nome avendo onore il chiami Plutone. , eia. — Or in che
modo pare a te, o Socrate? soc. — A me pare, che gli uomini in molti modi
abbiano errato intorno alla potenza di questo Dio, e lo abbiano
avu- to sempre in orrore, non convenendosi punto, teraen • dolo
chiunque; perchè morto una fiata sta sempre qui- vi; e ancora, perchè
l'anima del corpo spogliata cola se ne vi ella. Alla perfine tutte queste
cose, e il re- gno, e il nome di questo Dio mi pare, ebe tendano al
medesimo, enti. — In che modo? soc.— Ti dirò ciò, che mi pare. Perchè
dimmi, qual di questi due è le- game pili forte al tenere in qualsivoglia
luogo qua- lunque animale, la necessiti forse, o il desiderio? erm.
— Di gran lunga, o Socrate, avanza il desiderio, soc. — Pensi tu dunque,
che molti non fuggirebbono lo inferno; se egli non legasse coloro, che
quivi di- scendono con un fortissimo legame? srm.— C hiaro è. soc.—
Sì che li lega, come pare, con certo desiderio, non con neoesiità, se
pure li annoda co* legsmh fortissimo, erm.— Apparisce, soc.— Sicché di:
n«o?0 sono molli i desideri? «a*i.— -Molti si. • soó. -Dunque
li annoda colla grandissima cupidità, se pur li dee contenere col
grandissimo legame. <rm.— Per certo, soc.— Or vi è «gl* alcuna
cupidità maggiore* che quan- do alcun con altrui accompagnatosi, pensi di
dovere esser uomo migliore per causo di l’uJP «aat. — O So- crate,
iti ninn modo per Giove, soc. — Forte per questa cagione hassi a dire, o
Ermogene, che nien di colà se ne voglia' ritornar qni, nè iè stesse
sirene, anzi e esse, e gli altri tutti siano addolciti; cosi belle
parole sa formar lo inferno, eéttrt apparisce, ed è questo Dio, come
testifica questo parlare Sodala per- fetto; e a colóro apporta gran
benefidi, che abitano presso lui, e dà loro cotanti beni; siffattamente i
egli di ricchezze abbondante in qael luogo, onde ancora di quà ebbe
il nome di Piatone, o non ti pere officio di filosofo il non volersi
accostare agli nomini, che hanno i corpii ma il riceverli allora finalmente,
quan- do l’animo loro é purgato da tutti i mali, e da de- sideri,
che sono d’ intorno al corpo? per certo pensò questo Dio di dover tener
in questa maniera gli ani- mi, se li legasse col desiderio della virtìit
ma chi so- no infetti da stupore e da pazzia di corpo, nè il pa-
dre Saturno sarebbe possente di raffrenarli con quei suoi legami, e di
tenerli seco. efcM.-O Socrate, pa- re, che tu parli alcuna cosa. soc. — O
Ermogene, è ' >34 ( forte lontano, che il nome
sia quali imminato invisi- bile, ansi ai cava dal conoscer tutte le cose
belle. Per la qual cosa -da ciò è questo Dio chiamato idei facitore
de’ nomi. erm. — Stiano lé cose cosi. Che diciamo noi pili oltre del nome
di Cerere, di Giuno- ne, di ’ Apolline, e di Minerva, ’e di Vulcano, e
di Marte, e del rimanente de’ Dei? soc.— Cerere si chiama Jt«T«
-rnvc/lótr/l! rriff èj\a>if(is dal dopare gli alimenti,
crtte/loti<r<X d$ (isp, c '°* quella, che dà quasi, madrq: ma Spx,
Cioè Giunone, come gp«r*TlC>. c ‘°,è certa amata, così come si
racconta, che Giove amata l’ebbe. Ancora risguardqqdo all’alto
peravveulura chi ordini) questo nome, denomino l’aere e parlò
oscurar mente, ponendo ci principio nel fine, il che ti si
farà manifesto, se spesso pronuncierai quel nome di Pro- serpina,
ed enroAAtav temono alcuni 'per quello di no- minare, che è ignota: loro
la retta invenzione de’ np; mi: perciocché mutando considerano la
<pgp(j-£<pótfW, e ciò loro par cosa grave. Ciò poi dimostrai c
h® Dea sia sapienza. In vero la sapienza fìa quella, che tocca, e
palpa le cose, che scorrono, e lepuòcopse; guire. Per la qual cosa
Qepé'lTCUpX, questa Dea meri- tamente si chiamerebbe per la sapienza,
toccamente di quello, che scorre, o alcuna tal cosa. E però lo
inferno, essendo sapiente è congiunto con lei per es- ser. ella siffatta.
Ma ora schivano questo nome, stiman- do più la grazia del proferimento,
chq la verità: in modo, che la nominino (pepp&QXTyxi- M
medesime Digitized by Google >3U ancora
adìviene intorno al nome dì A polline, avendo molti in orrore questo
nome, come porti seco alcuna terrihil cosa, o no il conosci tu? ehm.— Il
Conosco *ai, e tu di il vero. soc. -Ma ciò, come mi è avviso,
è posto benissimo rispetto alla potenea di Dio. erm. In che modo?
soc. — Sforzerommi di esprimere il mio parere, in vero non si
avrebbe possuto ritrovare un’ altro nome solo più convenevole -alle
quattro po- tenze, di Dio, di maniera, che le tenesse tutte, e in
un certo modo dichiarasse la musica, il vaticinio, la 1 I T u ' '
, medicina, e 1’ arte del saettare. Or di, per- chè mi
è avviso, chp,tu dica un nome strano,, soc. — Anzi egli è conveuevolmente
addattato; essendo Dio musico; perciocché la purgagioue primieramente,
e le mondazioni, che si fanno colla medicina, e col vaticinio;
ancora le cose, che si torniscono col- le medicine ’ de’ medici, e gli
incauti degli indovi- ni, C le purificazioni, i lavacri, egli spargimenti
pos- sono questo solo, cioè di. rendere 1’ uomo puro, e del corpo e
deU’aniina; non è egli cosi? erm. — Cosi ad ogni modo, soc.— Dunque sarà
colui il Dio, il qual purga e lava chi libera da mali siffatti, ehm.—
Senza dubbio, soc — Per la qual cosa in quanto lava, e li- bera
come medico di tali inali; è meritamente chiama- to liberatore. Ma
secondo la indovinazione, e il vero, e il semplice, essendo una stessa
cosa il possiamo anco- ra nominar bene secondo il costume de’ Tessali.
Per l * certo tutti costoro chiamauo questo Dio ,
semplice: ma perehè sempre imbroca il sogno con l'arte del saettare,
sempre percuote-, si può dire perpetuo percotente. Se- condo la musica
poi, si ha a pensar di costui come di chi si dice, che segue alcuno; e
della moglie, per- chè 1 ’ A dimostra, come in altri molti luoghi il
con- giuogimento, e qui ancora significa 1 * accompagnamen- to
delle conversazione, e intorno o cieli, i quali chia- miamo «7 TÓAovff, «
significa eziandio 1 * armonia, che è nel canto, la qual ai chiama
concordanza. Perchè d’intorno a queste cose, come dicono i periti di mn-
•sica e di astronomia, si rivoglie egli con Certa armonia. •Questo
Dio poi è soprastante all’armonia volgendo insie- me tutte queste cose, e
appresso agli uomini, e~a'ppresso V Dei. Dunque così come T J y
o^oa/Afii/Sor, Kffì opó- JtO<T«V, 0, °® va insieme, e chi giace nello
stesso let- to abbiamo chiamato «kuAovSov, X ai SttOITtY, ca-
blando l’ O nell’ A, così quello abbiamo chiamato ■Apollo, il quale era
o’fXOTTCÀàv, frammesso l’altro L: perchè sarebbe stato equivoco
col duro nome. Il che ancora a questi tempi avendo sospettato alcuni •
per quello che non considerano bene la virtù del nome, così il
temono, come significasse certa corruzione. Ma daddovero questo nome
abbraccia- tutte le virtù di questo Dio, come di sopra detto abbiamo;
conciossia, che il significa semplice, perpetuo, ‘ percotente,
lava- tore, e insieme conversante. Il nome poi delle mu- se • della
musica i cavato da quello ebe si dice h
( c '°® cercare i come è avviso, e co* la inve- stigazione, e
con lo studio della sapienza. Latona si dice dall* mansnetndine dèlia
Dea, perchè sia pronta; ed esposta, e presta al dar ciò, che chiunque
ricerca. Ma peravventura, come chiamano i peregrini perchè molti
nominano il qual nome pare che lì sia stato dato, perchè non abbia
ella la mente rigida: ma, mite, perciò si denomini qiwaì Aitò»
ì$6$, cioè costume piacevole e mite $prt[ìl(, cioè Diana per
quello che s ‘ a quasi integra, e modesta per lo desiderio della
virginità, ancora lo institutore del nome la chiamò peravventura quasi
òlfSTÌi iffTO p«tj cioè chi conosce virtù eziandio è detta forse
SpTeyttS, quasi £; TÓV «fyoTOV TOt OtVcApài «’»7V- I ctiKi,
cioè che ella abbia avuto' quasi in odio il con- giungimento dell’uomo
colla donna essendosi ordina- to il nome,'o per alcuna di queste 1 cose,
0 per tutte di siffatta sorte, erm.— Ma che Airfrtfd'O? g'(pp
o</IÌTt cioè di Dioniso e Venerei soc. — O figlinolo di
Iponi- co, tu addimandi gran cose. Or è doppia la maniera de* nomi
imposti a questi Dei, 1* una seria, 1* altra giocosa. Dunque da certi nitri
ricerca fa seria: ma la giocosa niuna cosa vieta, che non si racconti:
percioc- ché sono ancora i Dei de’ giuochi amatori, e sarò uno
Al'orvtrog i J\l<Aoùs to'» ODO», cioè Dioniso mini- atratore divino,
quasi cognominato' JU<A\jtvv<roS, nel Digitized by
Google J38 ( giuoco. Ma ti può meritamente chiamar
vino; perché faccia, che molti, i quali beono essendo alienati di
mente, pensino di avere intelletto qh al&S^xl VOÙV »v«<» tò»
TTt*óv3fi>v roti : ttoAAoÙs, d’onde meritamente si può chiamar
obi pensa avere intelletto. D’ intorno a Venere non è cosa degna,
che si contradica ad Esiodo: ma si conceda, che si chiami
&QfO<AiTH TSt T«V «iJ>poù 7 évetrw, ci°é per la generazione
della spama. MM.-Or, o Socrate, non trapasserai sotto silenzio Minerva, e
Vulcano, e Marte essendo ateniese, soc.— Non conviene itKolcun mo-
do. ehm.— Per certo nò. soc. — Egli non è malagevo- le da dirsi, perché
sia posto l’uno de’ nomi di lei. Kit».— Quale? soc.— Per certo noi là
chiamiamo Palla- de. ehm.— Si certo. sac^-Or istimando noi, che 1»
sia posto questo nome dal saltar fra le arme, lo sti- meremo bene, come
io penso, perciocché lo inalzar se stesso, o altra cosa in alto, o da
terra, o colle ma- ni il diciamo TróAAetif, e thxAAe adii, Xfid àpX B
^* t • • - * <. vi v XK< c ‘°® cr °ll are » e
crollarsi, e saltare, e patire il salto, ehm.-— Così è. soc —
'Dunque in colai guisa la chiamano Pallade. ehm.— E meritamente; ma
1’ altro suo nome, in, che modo lo di tu. soc.— Cer- chi tu tÒ .
À9NV&? ( ehm.— Questo stesso, soc.— Que- sto è piu difficile, o
amico, pare che gli antichi sti- mino £$ come costoro, che a questi tempi
sona dotti d’intorno ad Omero. Perciocché di costoro mal-
Digitized by Google ) 39 < ti
interpretando il poeta dicono, che òt$tlVoiV «- TOV yovv, Kx\ JÌIXVOIXV
TTSTTOIHkÌvÓCI, abbia fatto la stessa mente e il discorso, e chi fece i
nomi pare, che abbia considerato alcuna cosa tale d* intorno a lei:
anzi ancora dall’ alto innalzandola, la introduce come intelligenza di
Dio, qnasi dica, che questa sìa 5eovÓo, cioè quella, che intende Dio,
valendosi dell* X in luogo del y secondo certo rito forestiero;
levan- done appresso lo j e il ma peravventura nè a que- sto
modo: ma come, che ella diversamente dagli altri intenda le cose divine
la chiamò ^eoto'nif, cioè inten- dente le cose diyine. Uè fìa fuori di
proposito se di. remo, che egli 1’ abbia voluta chiamare rf$oVÓtf
quasi essa sia intelligeuza d’ intorno a costumi. Egli dopo, o coloro
ancora, che vennero poscia come era avviso tirandola nel meglio, come
credettero la de- nominarono Atene, ehm.— Che di Yulcauo, il quale
è nominato ÌQxHnotf in che modo dì tu? soc.— Ocer- ehi tu il
generoso intelligente di lume? ehm. — Cosi mi e avviso, soc.— Costui come
può esser manifesto a ciascuno è tpoÙffT Off, e si attribuisse lo
onde è * . t . v i detto £ Qxi$TQS- ehm.— Apparisce se
eziandio non ti paresse pra altrimenti, soc.y- Ma acciò non mi
paia cosi addimanda di Marte. ERM.-Addimand,o. soq, —Se li piace
KfltTOt TP Xf>ps, y, cioè Alarle, si dice se- coudo il maschio è
«MpetOtfjiCioè forte. Più «lire sft Digitized by Google
) 4 » ( la vorrai, che egli aia stato chiamato per
certa aspra natura, dura, e invita, e immutabile, la qual si chiama
ttppXTOI, questo ad ogni modo convenirli al Dio guer- riero. xrm. — A d
ogni modo. soc. — Deh per li Dei lasciamo oggimai i Dei, temendo io di
disputar di lo- ro: ma proponimi qualunque altre cose tu vuoi, af-
fine tu conosca quali siano i cavalli di Eutifrone. un. — Farollo
addiinandandoti ancora una cosa di Mercurio poiché Cratilo nega, che io
sia Ermogene, sicché tentiamo di considerar ciò che significhi
éppw$, cioè il nome di Mercurio: affine conosciamo, se egli dica alcuna
cosa. soc. — E nondimeno g’pgyg, cioè Mer- curio pare che sia intorno al
sermone in quanto è i/tfmete, Iteti sryeAof, noi) tò nhu'juKÓne,
k«ì to xTxrnXoi s’r ih * <?» x*ì tò ciipopxaTinòv, cioè
interprete e nuncio, e ha nel parlare lo ingannar furtivamente, e versa
nella piazza. Tutto questo tratta- to versa intorno alla virth del
parlare. Per certo come abbiamo detto dianzi yò etpeil, ® usanza di
parlare.* ma spesse volte dice Omero di costui e’p scorro , cioè
machinò egli. Dunque d’ ambidue si compone il nome di questo Dio, si di
quello, che è parlare, sì di ciò cbe è il ntachinare e 1’ investigar le
cose da do- versi dire, così come 1’ autor del nome ci ordinasse. O
nomini, è cosa decente, che voi chiamiate quel Dio, il quale ha machinalo
il parlare: ma noi al presente it chiamiamo gpjiìy, pensando di abbellire
il nome: anzi, e ipi$ pare che sia chiamata da sip$u per quello, che era
messaggera, erm.— Per Giove pare, che Cra- tilo abbia negato bene, che io
non sia Ermogene, es- sendo io grossolano alla invenzione del parlare,
soc. t- 0 amico, egli è ancora verisimile, che ir fax figliuol di
Mercurio. sia di due forme, erm. - In che modo? soc.— Tu sai, che il
sermone significa il tutto, e at- tornia, e versa sempre, ed è doppio,
cioè, vero e fal- so. erm.— In vero sì. soc. — Dunque la verità di
lui è cosa piana e divina: e di sopra abita fra Dei: ma la falsità
al basso fra la turba degli uomini, ed è aspra e tragica: perciocché qui
si ritrovano molte favole e falsità intorno la vita tragica, erm. — Così
è ad ogni modo, soc.— Meritamente adunque egli, che significa il
tutto, e sempre versa, sarà di due forme figliuolo di Mercurio nelle
parti di sopra molle, e delicato, nel- le inferiori aspro, e caprino, ed è
pane, o il Sermo- ne, fratello di sermone, poi che è figliuolo di
Mercu* /rio. Non è poi maraviglia che il fratello sia al fratello
somigliante. Alla perfine, o beato, dipartiamoci da’ Dei, il che io poco
fa diceva, erm — -O Socrate da questi tali sì, se il piace a te: ma quale
impedimento ti tie- ne, che non racconti di questi altri? cioè del
sole, della luna, delle stelle, della terra, del cielo, dell'ae-
re, del fuoco, dell’acqua, della stagione, e dell’anno? soc. — Sono
molte, e grandi le cose, che tu mi coman- di; non per lauto dovendoti
esser ciò grato, ti ubidirò. ) 4 * ( ikm — Per cerio
tu mi Tarai cola graia. »oc. — Che chiedi tu prima? o vuoi tu forse, come
hai detto, che discorriamo dei soie. erm. — Invero si, soc.— Questo
è avviso, che potrebbe esser più chiaro, se alcun si valesse del nome
Dorico, chiamandolo i Dorici et\Ì0i ed in cotal guisa è chiamato secondo
xktÌ TO à\i- £s/V e li TOCvyópoòs XìlSp ÓttoIs, C1 °è per quello,
che riduce gli uomini insieme quando nasce : ancora Kfltl "TÙ
TTepì tW «et EtAitv, per quello ched’ intorno alla terra si rivoglie
sempre. Piu oltre perchè varia col suo giro le cose, che nascono nella
terra, il variar poi, è lo stesso, erm. — Ma che si dee dire d»
<reÀÌvt)J, della luna? soc. — Pare, che questo nome premi Anassagora,
erm.— Perchè? soc.— Perchè dimostro alcuna cosa vecchia, il che egli poco
fa di» ceva traendo la luna il lume dal sole, erm.— In che modo?
soc.— Il c-e’A CCS, P er cer to, e la luce è lo stesso* erri.— E’ si.
soc.— Questo lume perpetuamente è d’ in- torno alla luna y£ov, hx'i
BVVOf, cioè nuovo e vecchio, se pure gli settatori di Anassagora parlano
il vero, conciossia che attorniandola di continuo la rinova: ma
vecchio è egli il lume del mese passalo? brm.— Vera- mente. soc.— Molti chiamano
la luna o-sAxtCclxt, erm.— Per certo sì. soc Ma perchè tiene sempre
il lume nuovo, e il vecchio, meritamente si dovrebbe chiamare
<rgAA*eyveo«6t«. Ora poi spezzato il voca- Digitized by
Google > 43 ( bolo si chiama <rgA<m
tot. tMt.—O Socrate, questo nome è ditirambico: ma come interpreti tu
T< j r Cioè il mese, e T * forpx, cioè le stetle? soc.-ll mese
si chiamerebbe bene yg/j, T0 ^ ynuoìfBxu cioè dal sminuirsi: ma pare, che
le stelle abbiano la denominazione di òffTfflnr?S , cioè del folgore
: «TTfMnri poi, perchè a se rivoglie gli occhi si do- vrebbe dire
aTpoì’Jtì: ma ora con vocabolo più ao- concio si chiama ònTTpentì. erm.—
Onde ne cava.il nome "jrSp, nxì TÒ ic/l&p, cioè il fuoco e
l’acqua? •oc.— Dubito veramente del fuoco, e corre rischio, o che
la musa di Eutifrone mi abbia abbandonato, ossia questo cosa
difficilissima. Dunque considera qual «na- chinazione io introduca, d'
intorno a tutte siffatte co- se, nelle quali io dubito, erm.— Quale?
soc.— Dirpl? loti. Perchè rispondimi, potresti tu dirmi, perchè si
chiami fuoco, erm.— Per Giove nò. soc.— Considera ciò, che io sospetti
d'intorno a questo: in vero io sti- mo, che molti Greci abbiano avuto
molti nomi da' Barbari, massimamente coloro, che sono a* Barbari
•oggetti, erm.— A che queste cose? soc. — Se alcun cercasse secondo la
voce greca la retta imposizione di questi, non secondo quella, dalla
quale ha origine il nome, sai tu com’ egli dubiterebbe? erm.—
Verisi- 1 mente si. soc — Sicché vedi che questo nome * 7 ^,
non sia alcun nome barbaro, non essendo agevole lo 4 *
) 44 < accommodarlo alla lingua greca, e manifesto è,
che declinando alquanto, i Frigi lo nominino incoiai guisa, TÒ
vJìtof K«ì T«£ KÓKX? KtÒ » cioè l’acqua, ei cani, e altri molti
nomi. ehm. — Questo sì è vero, soc.- Dunque non fa raistieri, che
si usi violenza a quelle cose, poiché d’ intorno ad esse non potrebbe
alcuno dirne niente. Sicché in que- sto modo io rifiuto quei nomi di
fuoco, e d’acqua: ma lo c('ip, cioè 1* oere è cosl dell °» 0 Errao B ene
» l ,erchè crfpsi T« «TTÒ T*S ci0è S0lleva Ci6 ’ Cbe è d ’ ia
* torno alla terra, o perché scorre sempre, o perché si genera lo
spirito col flusso di lui, conciossiachè chia- mano » poeti tHrxs, gli
«Pi» - '!'- Dunque si dice aere peravventura, quasi *7TI(ev(iflCTÓppoi/V
, «STOppov» , cioè corso di spirito. Ma del cci$epeC >° sospetto
in questa tal guisa, perchè sfóttei, cioè sempre scorre, scorrendo
intorno all* aria, perciò meritamente si può chiamar fatfripo 7* <Aa
cioè la terra maggiormen- te significarebbe ciò che si vuole se alcun la
nominasse 7«?«V, perchè •ysvl/VITeipflC S1 P u ° cbiamar bene »
cioè genitrice, come dice Omero. Conciossiachè ciò che si dice yeyiwi,
diss’egli 7S76V?<r3*i, c,oè l ’ esser fatto, ehm. — Si stiano le cose
cosl. soc. — Che ci rimane dopo questo? erm. — Le stagioni, e
l’anno, o Socrate, soc.— upxi, cioè le stagioni, sono da dirsi colla
voce vecchia, e Ateniese, se tu vuoi conoscer quello, che è convenevole,
essendo elle ore .upctt, c '°è perchè determinano il verno, e là state, e
i venti, e i tempi, per li fruiti, che nascono dalla terra, e de-
terminando esse, meritamente ore si chiameranno. ilici t/TOff po«* e
sTO?> cioè l’anno pare che sia lo atesso; perciocché quel che a
vicenda manda in luce qualunque cose nascono e si fanno, e le essamina
ia se stesso, e discerne è l’anno, e come di sopra di- cemmo, che
’l nome di Giove era segato in due, e si chiamava d’alcuni « d’altri a/#
cosi ancora chia- mano qui l’anno altri evi flfUTÒy, perchè in se
stesso, . ^ ■ f ^ altri ajoS, perchè essaraina. Ma ia
ragione intera è, che chi .esamina se stesso, si chiami ia due
maniere essendo uno dj modo che da un parlar solo si fac- ciano
dpepomi,eVl «t/TÒ», e bT-OSì cioè anno, ehm — O Socrate, tu te ne vai
luoge oggimai. soc.-In vero mi è avviso di far progresso nella sapienza,
ebm.— Ansi si. soc. — Per avventura il concederai maggiormente,
xaw.— Hor dopo questa specie Volentieri contemplerei, in che rpodo questi
nomi eccellenti di virili siano po- sti bene, come (ppóvn<ris, cioè la
prudenza anwdcns, la intelligenza, JitKCltOffvvì 1* giusti®!», e il
rimanente di queste sorte, soc.— O amico, tu susciti una sorte di
nomi da non dispreizarsi; tua nondimeno, poiché mi sono vestito della
pelle del Icope, noa conviene, M<5 ( . che io mi
spaventi, anzi consideri, come è avviso, i no* mi della prudenza, della
intelligenza, della opinione, della scienza, e delle altre cose
siffatte. EnM.— -Non dobbiamo veramente cessar innanzi in modo
veruno, soc.— Nondimeno per cane non mi è avviso di far mala
congettura d’intorno a quello, che al presente io ho considerato, cioè
che questi antichi autori di nomi, come adivien ancora a molti de’ nostri
savi, siano ca- duti fra gli altri nella vertigine dell’intelletto per
la frequente rivoluzione nell’iuvestigar, come se ne stiano gli
enti, e poscia pari loro, che le cose vadino intorno, c si portino da
ogni modo. La cagiou poi di questa opinione stiman essi non la passione
interna, che è presso loro: ma, che esse se ne stiano così per na*
tura, e in loro non vi sia niente di fermo, e istabi- le; ma scorrino
tutte, e siano portate, essendo ripiene sempre d’ogni portamento, e
generazione, e ciò mi dico considerando tutti i nomi, che ora si son detti,
kbm — I n che modo di tu, o Socrate? non hai consi* derato per avventura
essersi posti i nomi pòco fa dct* ti alle cose, che quasi si portano, e
fluiscano, e si facciano, erm. — Non li appresi bastevolmente.' soc
— Primierameute ciò che abbiamo riferito dinanzi ap- partiene ad
alcuna cosa di questa sorte, ehm. — Quale è cotesto? soc.— E £
<ppóvw<r/J, c *°è prudenza, es- sendo ella (popi? xotf poi?
vÓltO'lt?, c *°è intelligenza di portamento, e di flusso. Ancora si
potrebbe imaginare, che significasse o»»<m <P0fXÌ, c ‘ oè nlI1 ‘ tà d: P
or '‘ lamento; nondimeno versa ella intorno alla agitazione.
Anzi se vuoi *7»a(X» cioè la opinione significa al tutto
701»? (TX6 i4»IF KOCÌ l/àima'ir, cioè considerazio- ne di genitura;
essendo lo stesso il i/apit e <rK 0 Trei», cioè il considerare: ma se
vuoi lo stesso g’ V0»<rU, cioè la intelligenza è tov 160 U Ciri?, cioè
de** 4 ! 0 ' rio di cosa nuova; che poi siano gli enti nuovi, si- gnifica,
che essi ai faccian sempre, e dimostra, che ciò desideri, e prenda a far
l’animo, chi pose quel no- me f 0 Hri$ : perchè da principio non si
diceva vonaif: ma erano da proferirsi due in vece di g come quasi
Veoe <r IH, cioè appetito di cosa’ nuova: tracppotri/VU, cioè la
temperanza è salute, e conservazione di quello, che ora abbiamo
considerato, tppovtreaf, cioè della pru- denza: gTriffTItfi», cioè 1®
scienza è tratta da ciò, che insta e segue, quasi segditi, e insti, e
accompagni I' animo le cose sole, che scorrono, nè per dimora sia
ultimo, nè primo col corpo correr innanzi. Sicché fa mi- stieri
fraroettendo 1 ’ g, si nomini eTr/ffTHfiEVDV, cioè prudenza: (ri/VKa’/f
d* nuovo cosi parerebbe esser sil- logismo, ciò certo discorso. Ma
conciossia, che si dica < rvtìevxt si intende lo stesso: come se si
dicesse 8 Tr/ffT«ff 3 (XI, perchè il dice che concorra
l’animo colle cose, aotpl'a, cioè ,a sapienza significa popvf e<pct i
rye<r9c(l, ctoi i* toccar il portatnento. Ciò poi è egli pih oscuro e
istrano: ma da’ detti de* poeti ci abbiamo ad arricordare qualora
vogliono e- sprimere alcuno, che si avvicini, o se ne venga coti
empito, dicono ga-t/,9», cioè usci con empito, anzi fra Lacedemoni ancora
sol/?, cioè veloce era il nome di certo uomo illustre, significando in
colai guisa i La* cedemoni 1’ empito veloce. Dunque la sapienza
significa TKUTHS T*9 cpopocs e’TTOCtpUf, cioè tatto di questo
portamento ; quasi siano portati gli enti : e pure TO «7«3oV, cioè il
bene di tutta la natura significa Tffl ccyxtncò, c *°è *1 mirabile,
perciocché scorrendo li enti vi si ritrova in loro la prestezza e la
dimo- ra. Dunque non è ogni cosa veloce: ma di lei alcuna cosa
xyocaTOVt *1 4 ua * ^ ene s * dichiara col nome dell’ «7«<ttov,
«/IntaioffW*, eTr», c '°è * a S ,ustiz * a possia- mo fare agevolmente
congettura, che sia tosto questo nome 7-5 tou
c/ltK0t'/o!/ffl/V6ff8l,.cioè nella intelligen- za del giusto: ma è
malagevole da conoscersi quel che è giusto-, parendo fine a certo
termine, che sia ciò conceduto da molti: ma si dubiti poscia.
Perchè chiunque stima, che sia in moto il tutto sospetta, che la
maggior parte di lui sia certa cosa tale, la qual non sia altro, che
capire; e per tutto questo sia alcu- na cosa, che scorra, con cui si
facciano tutte le cose che si fanno, e sia ella velocissima e tenuissima,
per- ) 4M eh è non potrebbe altrimenti
discorrer per tatto L’en- te, se tenuissima non fosse, in guisa, che
niente in penetrando le possa far resistenza, e velocissima in
modo, che se ne serva delle altre cose quasi stabili. Dunque perchè ella
governa c/luoi/, cioè discorrendo per tutte le altre cose, meritamente è
addimandata c/I/kociov framesso uno y per causa di più leggiadro
proferimento. Fin qui ciò, che dicevamo poco fa, si confessa da molti,
che sia il giusto. Or io, o Errao- gene, ardendo di desiderio d’
imparare, ho tutte que- ste cose investigato sccretamentc, quasi questo
sia il giusto e la cagione; essendo quella la causa, per la quale
si fa alcuna cosa, e si disse da alcuno, che in colai guisa si debba
chiamarla. Ma tutto che io abbia udito questo, tuttavia ritorno ad
addimandare. Dun- que, o ottimo, che è il giusto, poiché se ne sta
egli cosi? a me par già di ricercar piu oltre di quello, che si
conviene, e salir fuori della fossa; perciocché dicono che io a
sufficienza ho addimandato e udito: e in volendomi empire sì sforzano di
dir chi una, e chi un’ altra cosa, nè convengono più oltre. Altri
dice, che questo giusto si è il sole, poi che egli di- scorrendo sopra la
terra, e riscaldandola governa il tutto. Ma quando io riferisco questo ad
alcuno, quasi io mi abbia udito cosa eccellente, incontinente egli
mi ride, e ricerca se io stimi dopo il tramontar del sole avauzar
agli uomini niente di giusto. Sicché pregradolo, che di nuovo dica ciò, che sia
il giusto, di* ce, che è il fuoco: nè questo è agevole da
conoscer- si: altri poi dice non il fuoco: ma pii» tosto il calo-
re innato nel fuoco: altri di queste tutte se ne ride: ma dice, che il
giusto sia quella mente, la quale A* nossagora introduce. Per certo, dice
egli, che ella sia imperatrice, c adorni tutte le cose; penetrando
ella per tutte, nè mescolandosi con alcuna cosa. Qui, o amico, sono
sdrucciolato in ambiguità maggiore, che prima, mentre io procurava di
saper qual fosse il giusto. Dunque alla fine pare, che questo nome sia
po- sto per queste cagioni a quello, d’ intorno al quale noi
consideravamo. erm.-0 Socrate egli è avviso che tu abbia udito questo da
qualcheduno, nè cavatolo rozzamente dalla tua officina, soc. — Ma che
dell al- tre? ERM.-Non molto, nò. soc. - Dunque attendi: perchè
forse io ti ingannerei d’ intorno alle altre co- se, quasi io le
riferisca, non avendole udite. Che ri- mane dopo la giustizia? non ancora
come stimo ab- biamo raccontato eivJìplxV, c *°è f° rlezza » p erc ‘ oc
* chè la ingiustizia è lo impedimento di ciò, che dis- corre: ma 1’
et\iJ\pix dimostra quasi, che si nomini nel combattimento. Ma che il
combattimento sia nell’ente s’ egli scorre, non è altro, che il contrario
flusso. Per la qual cosa se alcun leverà via il J\ da questo
nome av «/lp/<«, » nome che rimane * V P lX dÌChlara 1* opera
stessa. Dunque è manifesto, che non a qualun- /
);5« c que io», cioè flusso, il- contrario flusso
èforhaxa: ma 'quel flusso Che corre oltre il dovere; perchè bon al-
trimenti sarebbe lodévole la fortezza. Or pò affli* cioè il
maschio, e S XV» f, ci ° ò l ’ uom ? lrae l ’ 0ti ‘ gine da certa cosa
somigliante p j iva pó», c,oe dal flusso di sopra. Ma <p UV », cioè la
donna, mi par che voglia esser *yoV») cioè genitura: po yxf poi
cioè Temine pare, che sia stato detto da $»AÌ£, cioè dalla mammella. B
egli poi avviso, o Ermogene, che $n\n «« dica, perchè fa pgS«A6tr<XI,
c,oè B ene ‘ rare e pullulare come quelle coie che si irrigano?
xkm.— Còsi apparisce, o Socrate, soc. — E pure p o 5otA— Xciv cioè il
germogliare mi par, che rassomigli it * ' ; ‘ .J '
crescer de’ giovani, facendosi esso veloce, e alt im- proviso; il
che accennò colui, che formò il nome cavò T0\i reìv, cioè di <
Sorrere e «AAso-3«i, c ‘ oè di saltare, consideri tu, che io sono portato
come fuori del corso, poiché ho ritrovato piana e agevole la via?
eziandio rimangono molle cose, le quali paio- no pertenere al serio?
ehm.— Tu di il vero. soc. 1 ..... Di cui una, si è, che
vediamo ciò, che si voglia si- gnificare cioè l’arte, erm .— Ad ogni
modo. soc. — Non si dimostra egli é^tVfOV, . l’ abito della
men- te quasi ej^ovo», cioè avente mente, se si levi il p, e si
fraraetti 1’ o fra il e il y, e f ra '* » e il *? >**\L
■è**»— Troppo aridamente, o Oberate, ed incivilmente. 1 •oc t-r-Q
non sai tn, uomo beato, che i nomi, i quali prim|erjqjentf furono posti,
siano stati celati, da cip tragicamente li vogliono narrare; aggiugnendo
essi per eleganza, e levandone via lettere, e parte per lun- ghezza
tempo, ® parte per desiderio di ’ ornamento 'rivoltandoli" ■ da
tutte le parti , come per esempio tV TcS Hpctfaipa, c,oi nello specchio,
non parola te disconvenevole che si siaframesso il pa? per certo tali
cose fanno, come io stimo, chi prezzano, pih * vezzi della bocèa, che la
verità, per la qual cosa fra* mettendo molte cose a’ primi nomi, alla
fine fanno, che niun uomo intenda ciò, che si voglia il nome,
come mentre proferiscono T»y aai'y’yce, cioè certo li i ; .-i
• » f'iitij n sì . T ' *17 mostro, dovendosi pronunciare
<r<t>/'yot, e "tolte altre ' ! " V », i !.• T I,
. sose. ZBM,— ciò, o Socrate se ne sta veramente cosi, soc.—
Ma se si concedesse di nuovo ad ognuno secon- do il suo volere di
aggingnere e levare a’ borni, gran- de in vero sarebbe la licenza: e
chiunque darebbe qualunque nome a ciascheduna cosa, za»*.— Tu narri
il vero; ma si conviene, come io penso, che da tè presidente savio, si
servi certa mediocrità e decoro. irm.— I o il vorrei si. soc.— E ancora
io, o Ermo’gene, il desidero con esso téco: ma no il nctìncarè, ò
Uòmo félice, coi» troppo eSsata investigazione, affine non
annichili al tutto k virtù mia: perciocché io me ne vengo alla cimjt
delle cose antedette, poiché dopo 1 J-*! •- )53X
arte avremo considerato |iSJ<^«rÌT, cioè la machinazio-< ne,
perchè P 8re ■ me. Che Sia segno f oj) ecw7l, cioè delio aseender
rooho*, perfchè' significo flttOf, cioè lunghezza, vrpo? T<#TroXv,
Cioè appresso al molto. Dunque il nome ^l|^flCy»,.conje egli si com ;
- pone da questi due k«Ì TOÙ àtUÌI, :cìoè di lunghezza, e
ascesa. Ma come ora diceva, 4 da perve- nirsi alla cima della cose dette,
e da ceròarai ciò, che significhino questi nomi «psT*, cioè virtù,- e netti
Oli cioè vizio: .ora V uno nou il ritrovo ancorai l’altro par
manifesto, confacendosi eoa tutte le cose ante* dette, perciocché quasi
scorrano le cose ciò che fìa KftK£>£ iti, cioè è scorre malamente >
sari nati i/ct, cioè vizio. Ed il proceder malamente che si fa
nell’ anima inverso alle cose, ritiene massimamente la de-
nominazione del vizio; ma il hxkù)$ (Si'XI, cioè il prò* cèdere malamente
ciò, che egli si sia, pare a me che si dichiari ancora nel nome
t/fgiA/oe, cioè nella timi- dità, la qual non ancora abbiamo dichiarato;
aveodo* la noi tralasciata; facendo mistieri che la si conside-
rasse dopo la fortezza. Appresso ci è avviso di aver tralasciato molte
altre cose. Dunque it«/ls l A/«x signi- fica il forte legame dell* animai
perciocché 7 -$ Aistf è certa forza. Si che J\ei\ix, cioè la timidità è
il gran- dissimo legame dell'anima, così come ancora j xitopix.
Digitized by Google )>S4C cioè il
dubbio è male,, e , sommariamente qualunque impedimento del. progresso.
Questo dunque pare, che dimostri x,Ò K*k5s ì«»*», cioè l’ andar male
senza mo- versi, e con impedimento; la proprietà quando l*. ani- ma
tiene si riempie di vizio, che $e quel nome di mal- vagità compatisse ad
alcune cose siffatte, il contrario significherà virtlt. Primieramente
significando abbon- danza, e poscia che il flusso dell' anima buona
sia sempre sciolto. Perlaqualcosa quello- che è senza re- tto tiono
e impedimento xò CÌ<r%B T6>£ Itati ÌKfl»Aw- /eoa, cioè che sempre
scorre ha avuto, come è avviso, questa denomufazióne. Si che stà bene,
che al- cun lo chiami À&ippé frtf, 4°*** 8em lj re fluente. Ma
peravvèntura lo può chiamar alcuno oupgx&y, quasi, che qtiesto abito
sia da elèggersi massimamente. Ora Spezzalo il vocabolo si chiama «psT».
D *rai lu forse, che io finga: ma io mi affermo, che se pur quel
nome dì viziò, che io ho riferito è introdotto bene, che an- cor
bene si introduca questo nome di virtù, erm — Ma che si vuole T Ó
KfltRf, cioè >* raa,e i P er *° quandi sopra hai detto molte cosef
soc. — Certa cosa strana per Giove, e malagevole da ritrovarsi. Si che
ancora a questo io apporterò quella machinazione. ehm. — Qual
macbina'zionef soc Il dire, che questo ancora sia certa cosa
barbara. ERM.-EgH è avviso, che tn parli bene. soc. -Alla fine lasciamo
oggimai questi da parte, se il ti piace: ma tentiamo d* sedere In die
modo se ne stiano bene ragionevolmente questi nomi TÒ
K*A<fr, >t«ì TO edxpoi, cioè di bello e di turpé. Or ciò, che
significa oiìc^pat m > par manifesto, per certo egli conviene con gli
antedetti: perciocché mi è avviso, che chi ha posto i nomi biadimi ciò,
che iro- pedhce e ritiene dal corso gli enti* e ora pose il nome
ocel TW povv a ciò, che sempre impedis*. se il flusso
ocsiaryoppovt. Ma ora «pezzato il nome, lo chiamano cthry^p 0». Che si
vuole il’ kccAov, cioè’ il bello?* soc. — Ciò è via pih malagevole
da co- noscersi, dicendosi che questo solamente per causa di
armonia, e di lunghezza sia derivato, donde sì trasse. érm. — In che
modo? soc. — Questo nome pare, che sia certa denominazione di
discorso. ' erm. Come di tu questo? soc. — Qual cosa stirai tu, che
sia stata causa della denominazione di qualnuqne degli enti? o non
ciò, che diede i nomi? erm.— Ad ogni modo, soc Dunque questo
sarò discorso o dei Dei, o degli uomi- ni, o di ambidue. erm.— Per certo
si. soc. — Dunque 70 KKÀOV» ret Trp«7(jiflCTflf, cioè quello, che
chiama le cose, e xò k«AÒ? sono lo stesso, che discorso. erm.—
Apparisce, soc. — Dunque qualunque cose fa di nuovo la meote, e il
discorso sono degne di. lodi.- ma quelle, che no, sono da biasimarsi.
erm.— Ad ogni modo. soc. -Dunque ciò, che è alto al medicare
fa > 56 ( le opre della medicina, ciò che è atto
all’ arte del legnaiuolo quelle, che sono proprie di lei: ma tu co-
me >1 potresti dire? ehm.— Cosi. soc. — Si, che ezian- dìo il bello,
le cose belle? ehm.— Fa certo mistieri. soc Poscia è questo egli il
discorso, come diciamo noi? erm. — Si certo, soc. — Si che questo
nome di bello, meritamente fa la denominazione della pruden- za
operante certe cose siffatte, le quali abbracciamo, dicendole belle,
erm.— Cosi apparisce. soCi-Quale altra cosa ..oltre al genere di
lei rimane da investi- garsi? e*m. — Quelle che riguardano al buono e
al bello, cioè quelle, che conferiscono, e sono utili e ci giovano,
e ci sono di guadagno, e le contrarie a que- ste. soc.-Ciò, che sia
quello che conferisce, tu il ri- troverai considerandolo dalle cose
antedette, parcndj» certo germano di quel nome, che peritene alla
scien- za , non dimostrando egli niun’ altra cosa , che 7HV
Ò(piX(pQp XV TUS flBfCt T6IV '7rpOC'yjiffTOV, cioè il portamento
dell' anima insieme colle cose, e quelle che quinci provengono sono
chiamale < pjpoVTK K«( ffl jpupopX, cioè giovevoli per quello,
che sono insieme portate intorno. e»m— Apparisce. soc.-Il K
<xp</l*XeoV poi. ci° è *l ueUo che dà * l gUad8 ' gno *jrà
toDksHovS, cioòdal guadagno: ma M pJ\oS esprime ciò, che vuole, se
inserisse alcuno in questo nome il V per lo J\ nominando il buono in
certo altro modo: perchè K gppftlWT«l, cioè si mescola
scorreudo \
.) 5 7 ( in. tutte le cose li pose il nome,
significando questa sua virtù; fraroeltendo il J[ per lo y t il proferì
xèpcAo£. jsBM.-Che poi il Av<tìàeAov», cioè l’utile? soc.— Pare,
o Ermogene, che non si ragliano di questo, co. me i mercatanti, perciò
sia chiamato e «¥ X'JTCùAÌm, - perchè schivi, e isminuisca tÓ XVxAu^X,
cioè le spese: ma perchè essendo velocissimo non lassa, che Je cose
si fermino, nè permette che il portamento ri- cevi TSÀOJ, c '°è il fine
del progresso, nè si fermi e cessi.* ma se alcun ternane si imponesse, Io
svorreb- be sempre da lui, e il. renderebbe incessabile e im-
mortale, in colai guisa io stimo, che il buono sia chiamato
Al/fflTeAotio», perchè ha chiamato -j-q 7*15 !.. .* Il ,* - ' .
''VI < . (popis Avo» TO T6À0S, cioè quello, che scioglie
il fine del portamento, à^eAipo» P°'i cioè *1 giovevole è
nome forestiero, di cui Omero spesse fiate si serve. Ma questa denominazione
è dello accrescere, e del fa- re. erm. — Che si ha a dire de’ conlrarii
loro? soc. — - non fa in verun modo mistieri, che di quelli si
trai- ti che si dicono per la negazione di questi. erm Quali
sono d’essi, soc.- A<ri[Upopov *i*ì XV 6 )<p sAÓj, ucci ÌAvafreAs$.
srm— T u parli il vero. soc. — 'AAAx fiAxjÌBpoi kxi ^Kp/atc/llS,
cioè >1 nocivo, e il dannoso . erm, — Per certo . ■ soc. — Ed il
fiAxfiepov, dice sia t 0 fhAxvyov TO» poD, cioè ) 58 (
quello che nuoce si corso, t* J\g jSAatT'yOI, TO jSot/ÀOfievoV
cnrrei», cioè quello, che vuole impedire. e cnTTBIV Reti c/leTlf, c '°è
impedire, e il legare di nuovo significa lo stesso, e questo biasima per
tutto. Dunque ciò, che vuole ecmeil K«ì cAell’ T 0 £>6v Aofteroi
I ttntTBlV po0\ l si chiamerebbe bene fiovXonr- TepOV, nia P er ornamento
io stimo, che sia stato no- minato /JActjSspoV. — O Socrate, vari nomi se
ti vanno nascendo di sotto via, e mi pare al presente, che tu
abbia cantato innanzi certa quasi ricercata del- la legge di Pallade,
mentre proferivi il nome jJot )- .1 AaTTTepoJ/V.
soc.-,0 Ermogene, io non sono cagio- ne. - ma chi posero il nome, ehm,—
Tu di il vero: ma che sarà poi il £uji/£c/|ef, c '°è dannoso? soc.
— Vedi, o Ermogeue, ciò, che debba essere e vedi quahto daddovero
io parli, qualora io dico, che aggiugnendo essi, o ^minuendo le lettere,
alterano dì gran lungo il senso de’ nomi» in modo, che cam- biando
certa picciol cosa facciano alcuna volta, che significhino cose
contrarie, il che. apparisce in questo nome Jisovjl, cioè opportuno. Ciò
poco fa in pen- sando quello, che io sono per dire, mi e venuto in
mente. In vero noi abbiamo nuova quella voce bella, e ci sforzò a suonare
il contrario TO c/l/o» K*ì TÒ confondendo il senso ma certo nome
vecchio f i s 9 ( dichiara quello,
che ai voglia, e i‘« no e allro me. eem. — Come di t„ cotesto?
soc—Dirolloli, tu sai che , magg.on nostri erano aoliti di vaierai molto
del I e del A, e maggiormente le donne, le qu.fi mmn . t
tengono si la voce vecchia, ma ora in vece del , vii aggiungono
ovver I* g o 1* ma in luogo del J il o come queste suonino alcuna cosa
più magnificamente. che modof soc.— Come per esempio gli uo -
rntm antichissimi eh, amavano T| ; y . cioè il giorno: ma altri
poscia il chiamano é^ p J t e » presenti ^ epxr , erm.— E gli è vero.
soc.-Dun-’ qne tu sai, che con quel vecchio nome si dichiara so. la
mente la mente di colui, che pose il nome; percioc- ché eh, amarono il
giorno S(lepxv> perchè da|Ic ^ bre s, faceva il lume agli «omini
«*/ povìjlt , Che ,1 desideravano , e si allegravano .
IZ “, AP / arÌSCe * S0C ' ~ Ma ° ra in ”0* ninno non intenderesti ,
q ue , , cbe voglia «..tato nelle tragedie, benché stimano alcuni,
che si d,c * Wépct, perchè faccia egli qualunque cose ,u{ po( cioè
mansuete, ehm. - Così mi pare. soc. - Nè ti * occulto, che abbiano
chiamato i vecchi ^ 1070 * cioè ,1 giogo t,yQ Vt ' erm — Per cert0( soo _
Ma ye raraeme T0 ' tyyfo aoa dimostra niente: ma j 0V70t
) fio ( dimostra s'neK# T»? J\oaeu$ 65 *m
«7^7*»,*' cioè il conducimento di due per causa di legare, e
lo stesso si dee giudicar di molti altri, erm. — E mani- festo.
soc. —Nel medesimo modo il to J\&ov cosi pro- ferito dimostra il contrario
di tulli i domi; che ris- guardano si bene; perchè certo essendo il
idea. • * del bene, pare che sia c/ÌSO'piOf, cioè
legame e impe- dimento del progresso » come certa cosa germana TO
jSÀKjSspOÙ, cioè al nocivo. erw: — Ó Socrate, cqs'i appar si. soc. — Ma
non già incoiai guisa nel no- me vecchio, il quale è yerisinaile, che
meglio sia; sta-, to ordinato del nostro, per certo tu coovenirai
coj beni antedetti, se per lo g renderai lo / t come anti-r '
4 camente si diceva; non significando c/|èov : ma J\lói quel
bene, il quale è sempre lodato; dall/ inventore dei nomi; e in siffatta
maniera non discorda egli eoa seco, anzi pare che sia lo stesso t/Isoy,
KCtì (à ftov, kx'i A.t/<r/ TeAow, it«ì nepo'ltfAsuv, K«ì
uyx- 0OV, K*ì <rviUpspov, K x) BV-KOpor Tutto questo uni- verso
significa con diversi nomi alcuna cosa, che ador- na, e penetra per
tutto, e questo è lodato: ma biasi- malo ciò, clic ritiene e lega. Anzi
se in questo nome porrai secondo la usanza dei vecchi il J\
per lo £ ti parerà egli posto giti JlovVTl TO ÌOV, cioè a chi lega,
e ferma ciò, che cantina, onde auco- Digitized by Google
) 6 . ( ra è do 1 nominar»! J \iynSJ\s(. «tto.-Che, o
Socrate «dèi \wnn,£'jn8vyilXI, cioè del piacere, del do- lore, e
della cupidità, e del rimanente di cotal sorte? 'soc. — O Ermogene, non
mi paiono troppo oscuri; per- ciocché a’c/lov», cioè il piacere ha questo
nome, dimo- strando quella azione, la quale tende alla ov*cr/V,
Cioè «dia 'utilità: ma il J\ aggiunto fa, che in vece di tjuello, che
è|,op» si proferisca Dc/bA.», ryv7r#, cioè il dolort pare che si nomini
da^^At/ireaff to? <r&'ft«T0W cioè dallo scioglimento del corpo;
dissòlvendosi egfi con cosi fatta passione, e xVÌX cioè * a tristezza
è quella, ■ , , ■ / che impedisce 7o teVXl, cioè l’andare
A^ye e/l£i>v, cioè il cruciato par nome forestièro detto da oc^yeiVOV'
oJlvì/n poi, cioè il dolore, e FaSlitione si denomina da e Vc/lu—
&BCo$ THS Al/TT»?, c! °è dall’ entrar del dolore, erm. —Apparisce,
soc.— a ‘yJtiJlÒV, cioè il dispiacere chiaro è ad ognuno che e
assomigliato il nome alla gra- vezza del portamento, ma ^ctpx cioè
l’allegrezza, e la letizia par, che sia chiamata da J\ loc^vireus, c '°è
dall* facilità evTTOpixs cioè del movimento dell’anima. Si cava T }
p'M St cioè il diletto da Tg/>4.t?, cioè dal di- lettevole;
maT-gp^j^ydaTÒ rspJWoy da JìtXTÌS £pr\-e&)$, cioè dalla inspirazione
del diletto aell’auinia. Sicché meritamente si chiamerebbe
tpTrrovi, ' ) ( cioè inspirante; ma dal
progresso del tempo il è di- venuto a t«/>TTV 0». Per q ual cagione si
dica cioè l’allegrezza e vigoria non è bisogno renderne con- to,
essendo manifesto a chiunque trarsi questo nome da efò, che si dice èv
TOÌS TrpxypLXXI TtV ffvp Hpepsa<pXI, cioè perchè l’anima si porti bene
con le cose, onde si dovrebbe chiamare et/tpEfOtrufl, nom- dimeno
l’appelliamo tvtppotTOVIV. Egli non- ,è poscia • • difficile d’assegnar
ciò che si voglia i'juSvpHX, cioè il desiderio, conciossiache questo nome
dimostri la for- za tendènte Bnr ) T jy et/fxòv, cioè all’ira; ma $^9'
cnrò TI? Bvaeus, *xì leaeas, cioè dal furore, e dall’ ardore
dell’anima, ipepoS e/)è poi cioè il desiderio fu chiamato rÒ [ia\t<rTX
sAkovtj t*V oj-t/jc.»» pò, cioè dal flusso, che tira l’anima
massimamente, perchè da quello che ìepieVOS pel, cioè incitato' corre, e
desi- dera le cose e tira in colai guisa grandemente l’anima, J\lX
TtV etri r TtS pois, P er lo empito, ovver incita- mento del corso. Da
tutta questa forza è chiamato "ipLBpoS, Oltre ciò è chiamato
-j^oBos, cioè desiderio; perchè ve. raraenle non risguarda la soavità
presente come fytg/JOl/, ma di quella vede che altrove si trova, ed è
assente, pnjle si dice ttoSos, '* quale quando è presente ciò che
si desidera si chiama 'ipitpos, «sente votQS, sptaS, Digitized by
Google )63 ( poi cioè l’amore: perchè eitrp$i
6%a$6V, c '°è influisce dal di fuori nè è proprio questo pon f cioè corso
di chi il tiene: ma per gli occhi infuso. Sicché si chiamava
l’amore dagli ontichi nostri da gg-pg??, cioè dall’in- fluire
tapo$, Cl0 ^ in rt uen * a » valendosi doì dell’ o per Ma ora si dice
gpaj per lo cambiamento del o nel & Or che ordini tu, che si
consideri di poi? erm.— J\o%X, c ' 0 ^ * a °P* n ' one > e certe altre
si fatte cose, onde hanno esse i nomi? soc.*-Si dice J\o£oc, o
da cioè dall’investigazione, con la qual ca- mbia, e segue l’anima
investigando la coudizion delle cose, o da -j-jy TO^OU JèohìSt cioè da ^°
scoccar del- l’arco: ma quinci pare più tosto, che dipenda, | omeri J,
cioè la stimazione a ciò consona, assomigliandosi all* entrar dell’anima
in qualunque cosa, il qual dichiara ciò che sia qualunque degli enti,
cosi come e jgot/A*, cioè lo volontà si dice da »l*Ho scoccare,
• TO £0VÀE<r8*<, cioè a volere P er ,0 sr °"° del
toccamento, significa ancora $<f>lecr$ttl, c,oè ll desi '
derare, e j?ovAst/«<rS«l, cioè 11 con8Ì 8 1,,re ’ Tulte t l ue *
«te cose seguenti la opinione pare che siano simula- ci T«J jgoÀ»5 del
,iro ’ come '* conlrario » «jSowAi*, cioè il scoccar a falli apparisce
certo, difetto impo- tente *1 percuoter, come non abbia tocco il segno,
nè conseguito ciò che voleva, e di cui si consigliavo, e
mr desiderava. zrm;-P6fc, chè tto metti- insieme questi
nomi più frequenti, si che ornai facciasi fine favoren- doci Dio. Oltre
di questo desidero, che mi sia dichia- rato ciò che sia oCVXV.il, e
6X0U<r(0V cioè la necessità^ e il volontario? soc. — Or to'
gKOi/fftOV, cioè il vo- lontario TO 61 K 0 V, K«ì ft« ocrf ITl/TTOt/V, Cl
°è chi ced^ nè contrasta, ma ubidisce a chi camma sarà dichia- rato
con questo nome, che si fa secondo il volere. Ma TO av«7K«tOV cioè il
necessario, e il rimanente essendo fuori della volontà verserà intorno
allo errore, e alla ignoranza, è assomigliato t5 K 0 !T ÒtTot Sc'/VH
TCopstOC, cioè al camino, che è nelle valli, perchè essendo esse
malagevoli, e aspere a passarsi, e dense (V^stTOt/ JeVflft, ritengono dal
caulinare. Quindi dunque fu peravventurà chiamato avcc'yxcclov cioè
necessario assomigliato al cam- mino che si fa per valle. Ma fin che
abbiamo possanza non ci manchiamo sicché ne ancora tu non voler
cessare: ma interrogami. ebm. — Ora io addimando quelli, che
son grandissimi, e bellissimi tdv T6 Oi\^^BlXV, c ‘° & >-
• • > l la verità e t 0 cioè la bugia, e to oy, c,oe
l’ente, e 0V0fi« cioè il nome di cui ora trattiamo, per- chè tenga
questo nome. soc. — Chiamami tu pcc! ecrBxt, alcuna cosa? ebm.— In vero
chiamo lo investigar^,- soc. — Egli è avviso, che questo nome sia
generato da quel sermone, onde si dice esser oy, cioè l’ente, di cui
il Digitized by Google ) $5 * nome
è investigaiipnfc, il che, pii»,, chìqramat^ con^- prend erai. Per cert,o
In quello che, noi; t}icjwò TOtì voj Utr O-TOl/, cioè nominato
esprimendosi qui ciò, che sia no* •® es ‘ <x\nBelX pòi cioè la verità
pare che sì eorapongi ancora come gli altri, perciocché il
'portaménto ‘cfivi- . a-ji' •»!*.? no
«n, > dell’ente par che si dica con questo nome
QÒpx, w«>; i.i ri ■ ’ r i otatf ;oq[ no«' r ft. r ql«
essendo quasi flst« Oliffflt «A», c,oe certa > div,na in'
,n t>. et «MI scorreria: ma il >J,sV(/|o5, c ‘°è bugia,
£ al portamento. Perciooehèdi nnovo si disprèggi* quello, che vien’
ritenuto, e costretto; a star quieto* ed è asso» migliàio T<) f
? K*9*v^óy<rl, cioè ai * hi dòrmonoi uid lo 4, aggiuntò occhila il
senso del nome, ov pòi e 0 t/tì" ioti cioè l’ente, e la
essenza si confanno con «Aot/^st, c '°^ ó! .. ,1. 1 1 tip II .10105
5 ; ‘"Iti» eoi vero, gettando via il / perchè significa iptfp
( C'oè lo andante, e di nuovo' tq 6K0V il wn C*U e » come il
nominato alcuni oi/Ktov> cioè che 'non va. sart.— Q Socrate, mi
è avviso, che rimilo fortemente' tu abbi» ventilato questi nomi: 'ma se
alesili) li addiniandassè di questi t# tOV, TO p’eOV,KO U Tft (Httl/V
tosse U retta loro interpretazione, che principalipenle 1»
ris* ponti eremo noi ? i 1 tieni tu forse? soc. — Teugolo certo. In
vero poco fa .tei sovvenire un non. so che, coir la cui risposta pare a
noi di risponder alcuna cosa, san» — Qualej è cotesto? soc.— Che diciamo,
chesia Barbarei ciò, che non conoSeijdno,- perchè forse sono
daddovc- >«( re io parte tali, e malagevoli
da ritrovarsi i nomi pfi- mieri per. l’antichità; perciocché «torcendosi
i nomi per tatto, non sarebbe maraviglia niuna, «e la voce an- tica
colla nostra pareggiata non fosse niente differen- te dalla voce Barbara,
erm. — Non e fuor di proposito ciò, che tu db soc.— Dunque io apporto
cose veri- simili, non per tanto perciò pare, che la contesa am-
metta la scasa: ma sforziamoci di investigarli, e con- sideriamo in colai
guisa, se alcun sempre cercasse quei verbi, per li quali si dice il nomò,
e di nuovo pro- curasse di saper quelli, per li quali si dicono i
ver- bi, nè ciò facendo cessasse, forse non sarebbe egli ne-,
eessario, che alla fine si stancasse il. rispondente? brm. — À me par si.
soc.— Dunque quando cesserà merita- mente colui, il qual nega la
risposta? o non quando a quei nomi pervenirà, i quali sono quasi elementi
del rimanente, cioè de’ sermoni e de’ nomi? in vero se in colai
guisa ne stan' essi, non dee parer piò, che d’al- tri nomi siano
composti, come per esempio abbiamo detto poco fa che to otyxS OV, cioè d
bene fosse com- posto da ecyxtTTOv, cioè del mirabile, e $ov, tì °à
del veloce 3eOV P°* cioè il veloce, diremo noi che co- sti d’altri, e
essi da altri: ma se alcuna volta a quello perveniremo, che più oltra non
si forma d’altri nomi, meritamente diremo noi di esser pervenuti allo
elemen- to, nè piò oltre faccia mistieri, che’l riferiamo ad al-
tri nomi, bum.—' T u mi parj di parlar bene, soc.— O Digitized by
Google )}&] { • non sono quei nomi elementi»
i quali tu ora addì- mandi? e fa egli bisogno che altrimenti si consideri
la retta interpretazione? sbm.— Ciò è verisimile, soc. — Ve-
risimile certo, o Ermogene. Per la qual cosa tutti gli antedetti pare,
che siano a questi ascesi, e se ciò se ne sta cosi come mi pare, or di
nuovo considera con esso meco afline per avventura non impazzisca, men-
tre tento di dichiarare la retta inlenzion dei primi no- mi. zbm. Di
pure, perciocché io vi penserò secondo il potere, soc.— Io stimo
veramente, che in questo tu assentisca, che una sia la retta invenzione
di qualun- que nome, e del primo, e dell’ultimo e niun di loro in
quanto nome discordi dall’altro, ehm.— Si. soc. — E nondimeno la retta
invenzione de’ nomi, i quali poco fa riferito abbiamo, voleva esser certa
tale, che dichia- rasse, quale si fosse qualunque degli enti, ehm.—
Senza dubbio, soc.— Questo veramente non dee convenir manco o
primieri, che agli ultimi, se sono per dover esser nomi, ebm.— Al tutto,
soc. — Ma gli ultimi no- mi, come è avviso, potevano fornir questo per li
pri- mieri. ebm. — Apparisce, soc. — Stiano le cose jcosì. Or i
primi, a quali altri ancora sottoposti non sono, in che modo secondo ’I
possibile, ci dichiareranno gli enti, se deono esser nomi? rispondimi a
questo. Se non avessimo voce, nè lingua, e avessimo voluto
dichiarar Vicendevolmente le cose, non avremmo tentato noi co- si,
come i muli al presente, di significarle colle mani, coll* tetta, e col
rimanente del corpo? ibm.- Non al- i ;> i iiit k ' ci : •»
! !>«M Ili menti, o Socrate,
soc. — Ma, come io penso, se voles- si ni o dimostrar il supremo, e il
lieve inalzeremo le •mani in. verso al cielo, la stessa natura delle cose
imi- tando: ma se le inferiori, c gravi le rivoglieremo alla terra;
pia oltre dovendo dimostrare un cavai corrente; o alcun altro animale, tu
sai, che da noi si sarebbe fin- to i gesti de’ corpi nostri, e le figure
quanto più presso alla loro somiglianza. erm.— Ciò, che tu dì mi
pare necessario, soc. — la questo modo, com’io penso, con lo imitar
il corpo, si sarebbe con queste parti di cor- po dimostrato quello, che
chiunque avesse voluto di- mostrare. erm. —Così certo, soc. — Ma poiché
voglia- mo dimostrar colla lingua, e colla bocca, nou si fa cosj
finalmente la dimostrazione da queste se per esse d’in- torno a qualunque
cosa si fa la imitazione? erm. — Io penso necessario, soc. — Sicché, come
apparisce, è il nome imitazione di voce di quella cosa, la qual
imi- ta, e nomina chi imita con la voce, erm — Il mede- simo mi
pare ancora si sia detto bene, erm — Perchè? soc.— Perchè saremmo
costretti a confessare, ohe ques- ti imitatori di pecore, e di galli, e
d’altri animali no- minassero le stesse cose, de’quali si imitano.
*hm.-— Tu pnrli il vero, soc.— Non pare a te, che stia ben questo?
erm. — A menò: ma o Socrate; qual’ imitazione sia il nome? soc.— Non tal
imitazione, qual è quella che si fa per la masica tutto che si faccia
colla voce: nè delle stesse ancora delle quali la musica eziandio è
imitazione; non dicendo noi, conio è avviso, la imi ta- llone per la
musica. Ma così mi dico, li trova egli iti quaizfnqtre cosavoce, *v
figura, e in motte color an- cora? twm^kd wgnf modo.'- SOC. — Dunque se
alcuno queste imitasse, intorno a queste imitazioni non si ri
Irorarebhe io facoltÒdel nominare, essendo altre d’esse la musica, 1
altre lo dipintura; non è egftì 1 cosi? va*». — Veramtfhte. soc, — Che a
questo? non pensi ta, che qualunque coso tenga còsi la essenza, come if
Colore, e le altre cose, che abbiamo detto dianri? o hon si ritrova
egli* ntìl colore, e nello vóce certa essenza e in qualunque altre cose, che
so n degne della denominazio- né dell’essere? ehm.— A me parsi, soc. —
Che duh" que è se alcun fosse possente di imitar con lettere,
e con sillabe la essenza di qualonqdé còsa; non dichia* rerebbe
egli ciò, che fosse qualunque 'Cosa, o pur nò. soc.— Qual diresti
tu, che potesse far questo? tu gii antedetti' parte chiamavi' mùsici,
parte dipintori:' ma costui, come il Chiamerai tu? "e»w\— Mi par, o
So- crate, che egli sia l’autore del nominare 1 , ’ ! il quale già
molto cerchiamo, soc. — Se questo ò vero, ò-òggimni da cònbiderarsi
d’intorno à quei nomi, che 1 ; tu ricer- cavi pouj, c ioò del flusso,
levai dell’andare, a-^e<reo£ della retenzionc, se daddovero imitino la
essenza, ovver nò colle lellere, e colle sillabe loro, ras:.— Al
tutto, sóc. — Or vediamo se questi soli sono i nomi primie- ri, o
ne siano ancora altri molti, In vero io sti- mo degli altri, soc.—
E cosa verosimile. Allo perfine, qual maniera sia della divisione, onde
incomincia ad imitare, chi imita, non giova egli primieramente, eh*
» distinguano gli dementi; poiché si fa la imitazione dell’essenza con
lettere, e con sillabe? come chi si maneggiano d’intorno a ritmi,
distinguono primiera- mente la virtù degli elementi, poscia le sillabe e
in colai guisa, se ne vengon essi alla considerazione de' ritmi, e
non prima, ehm. — Così è. soc. — Onon fa pri- mieramente mistieri, che
ancora noi distinguiamo le let- tere vocali, dopo il rimanente secondo le
specie, cioè le mutole, e quelle, che non rendon suono? parlando- ne
iu colai guisa gli uomini eruditi, e di nuòvo le non vocali: nondimeno
non al tutto senza suono? e le specie vicendevolmente differenti delle
vocali: e poi- ché avremo ben diviso tutti questi enti: di nuovo fa
mi- stieri ebe popiamo i nomi, « consideriamo se sono quelli, ne’
quali si riferiscono tutte le cose come elementi, da' quali eziandio
lecito è, che essi si veggano e se si; contengano in loro nel medesimo
modo le specie, co- me negli elementi. Considerale bene queste cose
tutte,' fa mestieri, che si sappia apportare qualunque di loro,
secondo la somiglianza; n se una aduna sia daappor-. tarsi, o molte da
mescolarsi, come i dipintori in va- lendo assomigliare alcuna volta
applicano il color pur- pureo solamente, altra volta qualunque-altro.
colore, al- tra volta ne raescolauo molti, conta quando vogliono
figurare la imagine somigliantissima all’uomo, o al- tra siffatta cosa in
quanto ciascuna imagine ha bisogno di ogni colore, non altrimenti ancora
uoi accommoderemo gli elementi alle cose, e l’uno all’uno, ove ps- rosse,
che facesse bisogno, fornendo Ta cioè i segni, i quali son detti
sillabe. Le quali poiché avre- mo congiunte di compagnia, e di loro
formati i nomi, e i verbi, di nuovo fabricberemo de’ nomi e verbi
cer- ta gran cosa, e bella, e intiera. E così come si ft li con la
dipintura l'animale, così qui chiameremo orazione fabricata, o colla
perizia del nominare, o colla retlorica, o con qualunque arte, che ciò si
faccia, anzi non faremo questo avendo noi in parlando trasgredito la
misura pet* ciocché i vecchi cosi composero, come si è ordinato.'
Ma fa a noi mistieri, che investighiamo tutti questi in cotal gnisa, se
pur siamo per considerarli artificiosaroeo- l«, distinguendoli così, o se
siano posti i primi nomi come conviene, e gli ultimi, ovver nò: ma lo
annodarli al rimanente è da vedersi o Ermogene amico, che per
avventura, non sia errore, nè secondo il dovere, zaii - Peravveutnra si
per Giove, o Socrate, soc.- Che don- que ti confidi tu di te stesso di poterli
distinguer in questa maniera? perchè io mi diffido potere, ehm— lo
mi diffido molto piò. soc.-— Dunque li dobbiamo lasciar noi? o vuoi tu,
che comunque siamo possenti faccia- mo esperienza, e incominciamo se si
possa da noi co- noscer certo poco di queste cose, dicendo davanti
a* Dei così, come poco fa abbia lor detto, che noi non conoscendo
nulla di vero, congetturiamo le opinioni degl, uomini d’intoriv, ad essi:
cosi al presente anco- ra seguitiamo, predicendo parimente a noi stessi,
che ) r*'C •« fosse atil cosa chfe si
distinguessero o d’alcun altro* * 4 * noi, cosi sarebbe mistieri, che si
dividessero: ma .ya» come si dice, converrà, che noi trattiamo que*
sto, secondo il potere, ti par egli posi, o come di tu? erm.— C osi forte
mi pare, soc.— O Ermogene, io sti- mo, che sarebbe per parer cosa
ridicolosa, che le cose •i facessero manifeste con la imitazione fatta
per le let- tere, e per le sillabe; nondimeno necessario è, non a-
vendo noi niente di questo miglioro, al qual riferen- do giudicassimo
d’intorno alla verità d e> noroj primieri, se peravventura, come i
tragici, qualora dubitano ri- corrono alle machinazioni innalzando i Dei,
cosi an- cora noi non, ci . espedissinv* tosto questo dicendo; che
da’ Dei siano posti * primi nomi, perciò siano stati or- dinati be«e.
Duuqne questo parlare sarà egli ottimo presso noi, Oiquello che gli
abbiamo ricevuti da alcuni barbari, essendo i barbari di noi .più
antichi, o per la vecchiezza non li possiamo discernere cosi come i
nomi barbari ancora. Questi sono schermi, o leggiadri al di chiunque non
vogliono render la diffinizione della imppaiaiono retta de’ primi nomi:
perciocché chiunque non tiene la retta diffinizione de'prirui nomi, non
può conoscer i seguenti. Questi per certo sono da dichia- rarsi da
quelli,, de’ quali non è alcuno, che ne sappia nulla. Anzi chiaro è, che
chi fa professione della pe- rizia de* seguenti, abbia compreso gli
antecedenti inolio prima, e perfeltissimamente li possa dimostrare,
ma altrimenti dee sapere, che egli sia per prender errore
) 7* ( ne’ seguenti; c siimi tu in ultra guisa? ehm.—
N on al- trimenti, o Socrate, soc.— Le cose dunque, che io sento
d’intorno a' primi nomi mi è avviso, che sinno cose ingiuriose, e
ridicplose, e se vorrqi con esso teco le conferirò: ma se tu ritroverai
cosa migliore, eziaudio tu Con esso meco la' comruunicherai. erm.—
Farollo; ma dì oggimai con fidanza; soc.— Dunque, primiera- mente
jl p pare a me, che sia come stromento del movimento tutto: ma perchè
tenga questo nome non l’abbiamo detto: ma .phiaro è, che vuol esser
(eirtS", cioè andata; perchè non si valevamo noi, per lo-
adie- tro del jj- ma dell' 8) egli significa il principio {la
it/str. cioè t'andare, il qual è nóme forestièro; è egli' lo f e
yJj : ‘il j r r j ■ . v ' . r cioè lo atiflarè.-
Sicchè^sè 41 prifnt? nóme* di luì si ri- trovasse iraspaptalb nella voce
nostra, bene Ye-rtC si chiamerebbe.' Ora poi chi' K/6/V nome
fòre- stiero, e dal riiutaniento del « e' dal frammettersi il
* , , ‘ y si chiama Ma faceva bi so gii oidio qi dices-
, • !•' • ' ir. t>-| ii -, j — se k ieiveei?, ovver
eitr/j, * c/|s <xrxais, c,oè *° stare h ;•«..» . ;, v "T
A'vumsori'.moi . ! vuol esser negativa di temi, cioè dell’audare:
ma per 'fiiijs qfeoa •••unric yi. H causa di oruainento
si , chiama Di >080^0 il p elémento, parve come ora diceva*
opportuno stromento del moto all'autore de’ nomi per esprimer la
somiglian- za del, portamento perla qual.cqsa'uso il p pec tutto
alia espressione del movimento.- Primieramente T £ 6
Cr. I ) 74 ( p
e 6 1 V K«ì poti, cioè ne Ho scorrere, e nel flusso imita il portamento
per la lettera p poscia nella voce •jrpoy.n cioè tremore, e nel Ypxyjs.1,
cioè nell’aspero, ancora nelle parole di colai sorte ^poveiV >1
percuoter, Spxvsiy il romper fpln$iy il tirare SpvTTT&lV rompere,
xeji«T t? tagliare in pezzi pspjSeiy, vacillare, tutti questi
per lo pili figura per lo p conciOssiache, io la lingua nel proferir
questa lettera non ritarda niente, anzi pili tosto si commove. Sicché
egli è avviso, che si abbia servito del p principalmente alla espressione
di que- ste cose. Eziandio in tutte le cose tenui penetranti
massimamente per tutto si ba servito del t; laonde imita per lo /
jofapjCI, KCc'l 70 UcBx, cio « l’andare, e il far progresso, come ancora
per lo q e ^ e e £ le quali lettere sono di spirito pili veemente. Cose
si fatte ci esprime l’ autor del nome, come per esem- pi 0 TO 1°
C08a fredda yo ( 90V , la bogliente, 70 <rele<r9xi, i 1
commoversi, e al tutto <rej<r{iov, cioè la commozione; e qualora
l’ordinatore de’ nomi vuol imitare alcuna cosa spiritosa per lo pili
impone let- tere si fatte. Oltre ciò la strettezza del </| del y,
e il tirar in dietro della lingua come attaccata, pare che sia
estimata molto opportuna alio esprimer la potenza del legame, e dello
stare, e perchè nel proferir il ^o- KiaBxmt y.x\ia'7ct ÌVKÙ77X,
sdrucciola la lingua massimamente, perciò con questo come da certa
somi- glianza nominò TfltTfiAfi tot * e cose piacevoli, e «TOUTO
«A/<r0#/veiV lo sdrucciolare, e T0 \nrxpov «1 grasso H«< TO
KoAAà^le?, cioè quello che ha virtù di con- glutinare, e le altre cose di
sì fatta sorte. Ma perchè il «y ritarda la lingua, che se ne scorre,
imitò to V A/o-J^.o» >1 lubrico, T0 «yA^KU *' doIce tt*ì
J^Aottà- cAbs, e il viscoso. Di nuovo avvedendosi
dell’interno * suono del p con lui nominò to 6»dlov,
K«tì TO 6VT0J, cioè le cose interne, qnasi assomigliando le opre
alle lettere- poi diede ja fts'yotAw, cioè al grande e t£ p*K6l, c
*°è “Ha lunghezza perchè sono lettere gran- di: ma ffTpq'y'yuA^ c *°ù
rotondo, avendo egli biso- gno dell’ o, per lo più nel nome lo mesoolò. E
nella stessa guisa 1’ autor del nome pare, che si sforzi di ac-
commodar a qualunque ente segno, e pome secondo le lettere, e le sillabe,
e da questi poscia comporre il ' rimanente delle specie secondo la
somiglianza. O Er- mogene, mi pare che questa sia la retta
interpretazio- ne de’ nomi, se non apportasse Cratilo alcun’altra
co- sa. ehm. — E pure, o Socrate, spesse volte mi trava- glia
Cratilo, come ho detto da principio, mentre af- ferma, che vi sia alcuna
retta interpretazione di no- mi: ma nondimeno quale ella si sia non la dice
chia- ramente in guisa, che io non possa conoscere se egli
volontariamente lo faccia, o pur nò; cosi ne parla sem- 6 *
) 7 6 ( prc d'intorno ad essi. Dunque, o Cratilo,
dimmi ora alla presenza di Socrate, se ti piace il modo, con cui
egli ne parla d’intorno a’ nomi,' o Se tu puoi dire io altra miglior
guisa, il che se puoi il dirai a line, che o da Socrate tu impari, o
ammaestri nmhidue noi. ca. — Ma che, o Ermogeuc? ti par egli ogevol cosa
rap- prender in cosi poco tempo, c lo insegnare qualun- que cosa
noti che una cotanta; la qual d’intorno alle grandissime è stimata certa
grandissima cosa?’ ersi.— Per Giove nò, anzi io stimo, che Esiodo abbia
par- lato bene, che utile sia l’aggiuguer il poco al poco. Sicché
se tu sei possente al fornire alcuna cosa se ben picciola, no il
ricusare: ma giova a Socrate, ed a me appresso, dovendolo tu fare, soc.—
In vero, o Crati- lo, nè io stesso affermerei niuna di quelle cose,
le quali dianzi ho raccontato. Ma iu quel modo, che mi parve ho ciò
considerato con Ermogene. Laonde pren- di ardir in esprimere, se hai
alcuna cosa migliore, co- me io sia per ricever volentieri ciò, che
dirai: non- dimeno nè mi meraviglierei se tu potessi dire alcuna
cosa di queste migliore, parendo a me, che tu abbia considerato siffatte
cose, e imparatele da altrui. Duo- , que se da te si dirà alcnna cosa
eccellente; mi an- novererai fra tuoi scolari intorno alla retta
investi- gazione de' nomi, cr.— Per certo, o Socrate, questo tu di,
mi fu a cuore, e ptravvenlura ti farei scolare, nondimeno dubito, che la
cosa se ne stia incontrario ad ogni modo, perchè mi sovvieue di dir in
certa ma- Digitized by Go 5 > 77 (
niera lo stesso in verso a te che disse Achille ne’ sa- crifici in
verso od Aiace. O Aiace, nato di Giove, fi- gliuolo di Telamone, re di
popoli, tu hai proferito tutte le cose secondo il mio parere. Ancora tu,
o So- crate, pare che indovini secondo la mente nostra, o essendo
tu inspirato da Eulifrone, o ritrovandosi in te alcun’ altra musa, il che
ti era ceialo innanzi, soc. — O Grati lo, uomo dabbene, ancora io ammiro
già molto la mia sapienza, nè mi confidi troppo. Sicché . io stimo
che sia da considerarsi da nuovo ciò clic io mi dica, essendo gravissima cosa
lo ingannarsi da se stesso; perchè come non fia cosa grave, quando
non è poco lontano: ma sempre presente chi è per ^ingannare? sicché fa
mislieri, come è avviso, voglicr- si spesso alle .cose antedette, e come
dice il poeta, tentar di guardar innanzi, e indietro parimente. Or
al presente vediamo ancora ciò che si è detto. Ab- biamo detto retta int»
rpetrazione di nome ciò, che dimostra quale sia la cosa. Mi dì, dobbiamo
dir noi, che qitesto si sia detto bastevolmente? in vero io l 'af-
fermo. soc — Dunque si dicono i nomi percausa d’inse- gnare? eh.— Al
lutto. , soc.— Dunque dobbiamo dir noi, che questa ancora sia arte, e
mietici di le.? er.^Sì. soc. Quali? cn— Quelli che da principio tu
chiamavi facitori di nomi. soc. — Mi di, possiamo dir noi, che
questa arte sia negli uomini parimente come le al- tre, o altrimenti?
questo è poi quello, che io voglio I dire. Sono
egli alcuni dipintori peggiori, altri piti eccellenti? ce. — Sono il.
soc. — Non fanno gli ec- cellenti 1’ opere loro più belle, cioè gli
animali? in- contrario gli altri? ancora i muratori fan essi pari-
mente le case parte più belle, parte più turpi? ca. — Cosi è. soc.— Gli
autori eziandio delle leggi non fanno essi l’ opere loro parte più belle,
parte più turpi? ce. — Questo non mi par no. soc.— Dunque non pare
a te, che altre leggi siano migliori, altre peggiori? ca. — Per certo nò.
soc. — Nè anco come apparisce stimi, che altro nome sia posto
migliore, altro peggiore, cr.— Nè questo, soc.— Dunque tutti i nomi
sono posti bene. cr. — Quanti sono nomi, soe. — Che del nome di Ermogene
che si è detto di sopra? come dobbiamo dir noi, che a lui non sia
po- sto nome, se non, cheli compatisca spfiov'yGVEO'EflJ, cioè, che
sia della generazione di Mercurio? o che sia posto: ma non bene? cr. — O
Socrate, non mi è avviso, che ancora gli sia stato posto: ma paia
si: ma che sia d’altrui questo nome, dì cui è la natu- ra ancora,
che significa il nome. soc.-Dimmi, non mentisce chiunque dice, che egli
non si diea Ermo- gene non essendo da dubitarsi, che egli non si dica
Er- mogene non essendo, cr— In che modo di tu questo? soc. — Forse
perchè non è lecito al tutto il dir il falso? e si suol significar poi
questo il tuo sermone? > 79 ( perciocché, o amico
Cratilo, sono alcnni ancora, che il dicono al presente, e il dicevano
già. ca.— Per- ché, in che modo, o Socrate, mentre dice alcuno ciò,
che dice, dirà egli quello, che non è? o non è egli il dire il falso,,
dicendo le cose, che non sono? ,soc.-0 amico,questo parlar è più
eccellente di qnelche ricerca la condizione, e età mia; nondimeno
dimmi se paia a te; che alena non possa parlar il falso: ma il
possa dir sì. ca. — Nè dire, soc— Nè
ancora dir- lo, nè chiamarlo? come se alcuno fattosi incontro
prendendoti per la mano iosegoo di ospitalità dices- se, Dio ti salvi, o
Ospite Ateniese Ermogeoe figliuol di Smicrione; parlerebbe egli questo, o
si direbbe che parlasse; a direbbe questo, o saluterebbe in colai
gui- sa non te:, ma Erraogene, o ninno? ca*— O Socrate, mi pare che
costui gridi, ciò in vano, soc. — Que- sto mi basta, dimmi grida il vero
chi cosi grida, o il falso? o parte il vero, parte il falso?
perciocché basterà eziandio questo. ca. — Io direi, che questo
tale strepitasse, indarno movendo se stesso, come se alcun battesse
i rami. soc. — Considera, o Cratilo, se in alcun modo conveniamo, non
diresti tu forse; che sia altra cosa il nome, altra quello, di cui è il
no- me? cr.— Veramente. soc. — Dunque confessi tu, che ’1 nome sia
certa imitazione della cosa? ca. — Sopra il tutto, toc —Dunque e le
dipinture in certo altro modo dì tu, che siano imitazioni di alcune cose?
ca.— Per certo sì. soc.— Or dimmi, perciocché forse i» non )
80 ( .. .. intendo, quel, che tu di.- ma tu peravventura parli
bene; polressiroo noi dispartire,, e portare ambedue queste imitazioni, e
dipinture, e quei nomi alle co- se, di cui sono imitazioni, o nò? cr.~
Possiamo si . 1 soc.— Or. questo considera primieramente, se
potesse' alcuno attribuire la imngi.ne dell'uomo all'uomo, e alla
donna quella della donna, e le altre nel medesimo modo? cr. —Così certo,
soc. — Dunque iu contra- rio ancora la imagine dell’uomo alla donna, e
della donna all’uomo? cu. L- E questo, soc. — Or ambe- due questi
compartimenti son forse elli, retti? ovver^ l’un di essi? cn. — L'uno dì.
soc. — Quello pen- so io, il qual dà il proprio, C simile a
ciascheduno. cb, — A me par sì. soc. — Dunque acciò tu e io es-
sendo amici, non contendiamo nelle parole, conside- ra ciò, che io djco.
Io chiamo retto ( compartimento una cosa siffatta in ambedue le
imitazioni e negli ani- mali, e nei nomi: ma ne* marni non solo, retto:
ma vero. Ma l’altro conducimento, e portamento dal dis- simile non
retto, e appresso falso ne’ nomi. cr.—O So- crate redi che ciò
peravventura possa solamente ca- der nelle dipinture, che alcuno
compartisca male: ma non nei nomi: ma sia necessario che sia sempre
bene. soc. — In che modo di tu? d’intorno a che è questo da quelle
differente? non è egli forse possibi- le, che nd alcun uomo fallósi alcun
incontro dica, * questa è tua figura, e peravventura a lui dimostri
la figura di lui peravventura anche di donna. Dico essfcr il dimostrare
1* offerire a sensi degli òcchi.' c».’ <*- Per certo. : soc. Ma che?
di nuoto’ fattosi all» stesso incontra dica, questo è il tuo nóme,
essendo il nome certa imitazione, cosi come la Figura; ma dico in
colai guisa. Forse non fia lecito a Ini di di- re questo è il tuo nome?
poscia infondergli il mede- simo nelle orecchie, peravventura dicendo la
imita- zione di lui, che egli è uomo, e forse la imitazione di-
alcun genere umano dicendo, che è donna? non pare a te: che ciò sia
possibile, e si possa fare al- cuna tolta? cr. — Te il voglio conceder, o
Socrate,’ e così sia. soc. — O amico, tu fai bene, se ciò se ne sta
in cotal guisa, perciocché al presente non fa’ mistieri, che d’ intorno a
questo si contrasti. Dunque sequivi,si ritrova on certo tal
compartimento; l’ uno chiamiamo parlar il'vero, l’altro parlar il falso,
e se questo così se rie slà egli, ed è lecito, che non si
conipartnno i nomi bene, nè si rendano a qualunque i propri: ma alcuna
fiata quelli sì, che non sono propri; sia lecito parimente, che si
l'accia questo neU le parole. Ma se possiamo poner i verbi e i no-
mi in cotal guisa, necessario è, che similmente si póbgano ancora le
orazioni, essendo esse, come io penso componimento di .questi, o come di
tu, o Cra- tilo? cr. — Così parendomi, che tu dica bene. soc. —
Dunque se assomigliamo i primi nomi alle lettere con certa imitazione,
pnò avvenire d’ intorno a que- sti come nelle dipinture, che si diano
confacevolt tatti ì colori, e le figure: e medesimamente non
li aggiungiamo tutti; ma parte, e parte ne leviamo, a Li
dimostriamo, e più , e manco, non è egli possibil questo? cr. — Possibile
sì. soc. — Dunque chi tutte le cose rende concordanti, rende le lettere
belle, e le imagini: ma chi ne leva,, o ne aggiugne fa egli lettere
ancora, e imagini: ma cattive, cr. — Per cer- to. soc. — Ma che? chi
imita poi la essenza delle cose per lettere, e per sillabe, non fa egli
forse la imagine bella secondo la stessa ragione, se convene- voli
rende tutte le cose? questo poi è il nome: ma se mancasse poco, o vi
aggiugnesse alcuna volta, si farebbe egli la imagine: ma nou bella?
sicché alcu- ni nomi saranno ordinati bene, altri in contrario? cr.
«. Peravventura. soc. -—Dunque fia questi peravven- tura buon artefice
de’ nomi, quegli cattivo? cr. — Ve- ramente. soc. —Orerà costui facitor
de’ nomi. cr. — Veramente, soc. — Dunque per Giove, fia forse in
questo come nelle altre arti, che sia un buon fa- citor di nomi, l’altro
cattivo, se pur fra noi conve- niamo nelle cose antedette, ca. — Questo è
vero: ma vedi tu, o Socrate, qualora diamo queste lettere 1’ x o il
fi, e qualunque elemento a’ nomi con l’arte della grammatica, se li
leviamo alcuna cosa, o li aggiu- gniamo, o eziandio mutiamo, che da noi
si scrive il nome, nondimeno non bene: anzi egli non si scrive
affatto.- ma incontinente è cosa diversa, se li adiviene Digitized
by Google ) 83 ( alcuna di queste cose. soc. * E
da vederti, o Cratilo» che peravventura non consideriamo bene, in cotal
gai* sa considerandolo, cn.— Iti che modo? soe.— PeraV- ventura
quantunque cose, le quali necessario è, Che siano, o non siano da alcun
numero ciò patirebbo- no, che tu di come il dieci, o qualunque altro
nu- mero, che tu vuoit che se tu ne levassi alcuna cosa, o la
aggiugnessi, incontinente si farebbe diversa: ma non è questa
peravventura la retta maniera di alcuna qualità, nè di tutta la imagine
insieme: ma il con* trario; nè al tutto bisogna, che la imagine tenga
itt se qaalunqne cose lien quello, di cui è imagine, sé pure è per
dover esser imagine, e considera se io di- co alcuna cosa. Saranno forse
queste due cose, cioè Cratilo, e la imagine di lui, se alcun de’ Dei non
sola* mente esprimerà il tuo colore, e la figura, come so- gliono i
dipintori: ma farà eziandio tutti gli interiori somiglianti a’ tuoi: la
stessa tenerezza, é il calore, il moto, 1* anima, la prudenza, e per
abbracciar in po- che parole, tali affatto farà tutte le cose, quali in
tè sodo? dimmi questa tal cosa forse sarà ella Cratilo» è la
imagine di Cratilo? o due Cratili? CB.—Due Cra- tili, o Socrate, come io penso.
soc. — Vedi tu, o amico, che è da cercarsi altra retta maniera di
ima* gine, che di quelle cose, che abbiamo poco fa det- te? nè si
abbia a sforzare-, se alcuna cosa si aggiu- guesse, òri levasse, che prh
imagine non siti? 0 boa ti avvedi tu quanto manchi aHe imaginì, che
‘tenga- ) m do te stesse cose, che ha quello, di cui
sono imft* gini? ,ca. — Veramente, soc. — O Cratilo, nvvenireb- be
da’, nomi alcuna cosa ridicolosa d’intorno a que- ste cose, di cui sono
nomi; se si rendessero loro somiglianti al tutto, perciocché si fnrebbono
doppie tutte le cose, nè si potrebbe dir qual fosse l'una, o l’
altra di toro, forse la cosa, o il nome* cr. — Tu parli il vero. soc. —
Dunque, o uomo generoso, con fidanza permetti, che altro de’ nomi sia
posto be- ne, altro nò; nè voler far forza, che egli abbia tutte le
lettere,, acciò sia tale, quale è quello ancora di cui è nome: ma
permetti, che porti una lettera manco confacevole, e se lettera,
parimente è uomo nell’ora- zione, e se nome, che si porti eziandio
appresso nel parlar sermone non confacevole alle cose, e niente
manco si nomini la cosa, e si dica finché si ritrovi la figura di ciò, di
cui è il sermone, come ne’ nomi degli elementi, se tu li ricordi, quello
che poco fa io, e Ermogene dicevamo, ca. — la vero mi lo ri- cordo.
soc Dunque bene; perciocché quando vi farà questo, benché non si
ritrovino tutte le cose coufacevoli; nondimeno si dirà ben la cusa
quando saranno tutte: ina inale quando poche. Sicché per? mettiamo,
o beato, che si dica, acciò come coloro, che iu Egina vanno vagando di
notte forniscono tar- di il viaggio,, così paia, che iu questo modo noi
per- veniamo alle cose piò lardi da buon senuo del do- vere; o
ricerca alcun altra retta maniera d’ intorno al nome; nè confessar tu, che
sia nome la dichiara- tone della cosa fatta con lettere, c con sìllabe:
per- chè, se queste due cose dirai, tu non potrai accorda- re, e
convenir con te stessei. ex. — O Socrate, tu pari di parlar bene, é cosi
io assentisco, soc. - Poi- ché d’intorno a questo Convenimmo si ventiti
da noi il rimanente. Se dee esser il nome posto bene, di- ciamo far
mistieri, che si ritrovino lettere a lui de- centi. ce — Per certo, soc.
— Convien poi, che let- tere siano simili alle cose, cm —"Sì. sOc. —
Dunque quelli nomi, che sono posti bene, cosi son posti: ina se
alcuno non « posto bene, perawentura per lo piu sarà di lettere
convenienti, e somiglianti, se do- veri esser iniagine; terrà poi ancora
alcuna cosa noci convenevole, per la quale non sarà buona, nè fatte
bene: diciamo noi in cotal guisa, ovver altrimenti! ***■ ” ® Socrate, io
penso; che non faccia mistieri, che contendiamo, non mi piacendo, -che si
dica esser nome, nondimeno non posto beile.- soc.J- Forse non-'
piace a te, che il nome aia -dichiarazione di 'cosa! CJt — Mi pisce sì.'
suo. —Ma' pensi tu', che non W sia detto bene. Che parte siano i nomi de’
primi compo- sti, e parte siano i primi?' cu. — A me sì. - soc—Or
se deooo esser i primi significazioni di alcune cose, hai tu forse più
commoda maniera, onde si 'faccia questo, che se si facessero tali, quali
son quelle, coi se, le quali vogliamo, che si dichiarino? o
piultosttf ti piace, questa maniera, la quale è detta da Erbo*
1 ) 86 ( gene, e da altri molti, cioè, che i nomi
siano certi componimenti, e dichiarino a chi composero le cose, e
le conobbero innanzi, e ne sia questa la retta ma- niera del nome, cioè
il componimento, nè imporli, se componga alcuno cosi, come si è oro
composto, 0 incontrario? cioè come l ’ o picciolo, il quale ora
o picciolo si addimanda, si nominasse o grande: ma l’& f che al
presente si dice o grande, si dicesse o pie • ciolo? qual di queste due
maniere piace a tef ca.— Adognimodo, o Socrate, importo, che alcun
dichiari con somiglianza ciè, che vuole dimostrare: ma non con
qualsivoglia cosa, soc, — Tu parli bene. Dun- que non è egli necessario,
essendo il nome simile al- la cosa, che gli elementi, dei quali si
compongono 1 primi nomi, per lor natura siano alle cose somi-
glianti? ma così dico, o si sarebbe fatto da altri la dipintura alcuna
volta, la quale dianzi abbiamo det- to simile ad alcuno degli enti: se i
colori, di cui si fa la iraagine non fossero per natura somiglianti a
quella cosa , la quale è imitata dallo studio del di» pintore? « è egli
impossibile? ca — Impossibile certo, soc. ~ Nel medesimo modo non si
farebbouo i nomi somiglianti mai ad alcuna cosa, se quello, di cui
si compone i nomi non tenesse alcuna somigliànzà di quelle cose, di cni
sono i nomi imitazioni. Quello poi, 'di cui si compongono i nomi, sono
gli elemen- ti. cr.-* Veramente, soc.— Oggimai fatti partecipe di
quei sermone, del quale ne è partecipe Ermogene pòco fa. Or dimmi, ti è egli
avviso, che noi diciamó bene. Che il p coovehisse al portamento, al moto
e alla asprezza, o non bene? CR.-Bene sii soc. — Ma A piano, e a!
molle, e alle altre cose da noi nar- rate? cr — V eramente. soc — Sai tu
dunque che Io P : chiama da noi ffKÀ*pOTl£;
ma da Eretriesi <rKAty>0T«£?. CR--Corto si. *oc.— Dimmi , se
questi due p e+ paiono somiglianti allo stesso, e dimostrano il medesimo
cosi loro per la de- terminazione del p f come a noi per lo ultimo
o non significa niente agli noi di noi? cr -Anzi il significa agli
uni e agli altri, boc — Forse in quonto sono somiglianti il p e il o in
quanto dissomigliane ti? ca— In quanto somiglianti, soc.— Dunque ìn
quan- to sono simili in ogni luogo? CR.-Peravventura al si-
gnificare almeno il portamento, soc. 0 il \ frames- so ancora
dimostra egli il contrario dell' asperità? CR—Peravventura, o Socrate,
non è framesso bene, co- me quelle cose, le quali tu trattavi dianzi con
Ermo- gene, mentre e levavi via, e ponevi le lettere ove
massimamente facea mislieri. E tu mi parevi dì far be- ne, e ora hassi a
por forse il p per lo soc. — Tu parli bene: ma che? al presente
quando alcuno prò- nuncia <rKÀ»/>oif, come dicevamo, non ci
intendiamo tranci? nè sai tu ciò, che io al presente mi dica? cr,-
0 amicissimo, per usanza lo so veramente, soc. ) 88 (
Quando tu dì usanza, pensi tu dir cosa diversa dal componimento?
chiami tu altro usanza, che quando 10 pronunciando questo, e
considerando quello, tu co- nosci, che io considero; non dì tu questo?
cr. — Que- sto stesso, 'soc. — Dunque se tu conoscessi questo pro-
nunciandolo io, li si fa per me la dichiarazione, cr. —Così è. soc.
— Cioè dal dissimile ili quello, che io pensando proferisco, poi che è
dissimile il \ a quel- lo, che tu chiami <rn?iHp OTUTflC, cioè asprezza,
e se ciò se ne sta così, che altro ha egli se non, che tu I
con te stesso sii convenuto? e ti si fa egli la retta tnaniera del
componimento? poiché cosile simili, co- me le dissimili lettere li
dimostrano lo stesso , con- seguendo lat usanza , e il componimento ma
se la usanza nou fosse componimento, nou si potrebbe , dir
bene ancora, che la somiglianza fosse dichiarazio ne: ma usanza; poiché,
come pare, la dichiara colla si- militudine, e con la dissomiglianza. Ma,
o Cratilo poi- ché noi concediamo questo ( couciossiachè, io pongo
11 tuo silenzio per concessione) è necessario, che la usanza, e il
componimento appartenga alla dichiara- zione di quello, che considerando
diciamo, percioc- ché, se tu ottimo uomo volessi discender alla
cousi- derazione de 1 ' numeri; donde penseresti tu di poter ap-
portare nomi somiglianti a qualunque numero, se non permettessi, che la
concessione c componimento tuo tenesse alcuna autorità intorno alla retta
maniera do' X Digitized by Google
) »9 < nomi? eziandio mi piace, che i nomi in quanto è
pos- sibile, siano simigliatiti alle cose; dubito nondimeno, che
peravventura, come diceva Ermogene, sia in c^rto snodo lubrica la
usurpazione di questa somiglianza, e siamo sforzati a valersi ancora di
questa cosa trava gliosa, cioè del componimento d’intorno alta retta
ma- niera de’norai: percbè secondo il potere peravventura si
direbbe allora bene, quando si dicesse o con tutti, o similmente con la
maggior parte, cioè con conve- nevoli: ma sozzamente quando in contrario.
Or ciò ap- presso a questo dimmi, qual forza tengano appressa noi i
nomi o qual cosa beilo affermiamo, che si fac- cia da noi col mezzo loro?
cb.—O Socrate, pare a me, che insegnino i nomi, e ciò sia molto semplice,
cioè che chiunque sa i nomi, eziandio sappia le cose. soc. — O
Cratilo, tu peravventura dì alcuna cosa siffatta, che quando conoscerò
alcuno quale sia il nome (essen- do egli tale, quale ancora si ritrova la
cosa ) eziandio conoscerò la cosa, poiché è la cosa somigliante al
nome; essendo un’arte, e la stessa di tutte le cose tra loro somiglianti*
Da questa ragione indotto pare, che tu abbia detto, che chiunque conosce
i nomi, ancora conoscerò le cose stesse, cr. — Tu parli il vero, soc.—
Or vediamo qual sia questa maniera della dottrina de- gli enti, la quale
ora tu dì, e se piu oltre ve ne sia d’altra, nondimeno sia questa tenuta
migliore; o fuor di lei, non ve ne sia niun’altra, in qual di questi
due snodi pensi tu? ex.— Cosi io stimo, che nou ve oc 6
Cr. ) 9 ° ( sia d’altra; ma questa sola,
e ottima- soc. -Ma dimmi se questa stessa sia la invenzione degli enti,
che chi ba ritrovato i itomi, abbia ritrovato ancora le cose, «li cui
sono i nomi? o faccia ni isti eri, che .altra maniera ' •„ r .1! i
- . • • c si cerchi, e si ritrovi; e questa si impari?, ca. —
Sopra tutte le cose è da cercarsi questa maniera, e ritrovarsi,
soc. — Or, o Cratilo consideriamo si, se a!cun mentre investiga la cose
segue i nomi, considerando quale dee esser ciascheduno. Consideri tu
forse, che non sia piccini il pericolo di non restar ingannato? cu.
— in che mi'do? soc.— Perché chi da principio pose i nomi quali
stimò egli, che fossero le cose, eziandio tali nomi pose, come diciamo,
non è egli cosi? ca. — Cosi affatto, soc. — Dunque se egli non pensò
bene: ma li pose quali lisi stimò, che pensi Ju, che sia per
avvenir a noi, che lo seguitiamo? altro forse, che di re- star ingannali?
cn.— O Socrate, chi sà, che questo non se ne stia cosi: ma sia necessario,
che' quegli. sia Stato scientifico, che pose i nomi, altrimenti come un
pez- zo fa diceva, non sarchbono nomi. Questo poi ti può esser di
evidentissimo argomento, che non traviò dalla verità l’au(o e del nome?
che se avesse avuto rea opi- nione, in moilo niuno tutte le co e non si
accorderei)- bono in colai guisa appresso di lui o non considera-
vi ancora tu quando dicevi; che tolti i oomi tendes- sero nello stesso?
soc.— O buon Cratilo, non vai niente questa difesa, perchè non è cosa sconvenevole,
se da .principio ingannalo ['ordinatore de* naini, tirò di uuq-
’) s« f ^0 » seguenti nbini con ceria fona si primo, e
I* sforzò ad accordarsi seco, come intorno alle figure, ri-
trovandosi alcuna volta la prima figura ignota e falsa, I* • .
.'X.TTi « • : . . 1 : • le rimanenti poscia essendo molte conviene,
che inste- me Si accordino; conciossiachè ciascheduno dèe
dispu- tar molte cose' intorno al determinare il principio di
(]ualunque!tCOsa, e considerar diligenlissimainente se il principio è
supposto bene o nò, il che bastevo) men- te esaminato, le altre cose
ornai lo deono seguire. Non- dimeno mi maraviglio, se i nomi couvegnano
con loro stessi. Perciocché considereremo da capo le cose di- nanzi
da noi narrate, come, che i pomi ci significhino la essenza, quàsi che
l'universo vada, si porli e scorra. Stimi tu fórse, che èssi significhino
in cotal guisa, o altrimenti.!^ cr.-— Cosi sì, e il significan bene. soc.
— Sicché consideriamo se assumendo alcuna cosa da loro. Primieramente
questo nome CTIffTtlftdt, c ‘°*“ di scien- za, come é egli ambiguo, e
pare, che più tosto signi- fichi, 0T / larniTìv etri tùìs Trptryftoctri
rnv cioè che ferma l'animo nostro nelle cose, che sia egli
portato intorno con esse, ed è meglio, che di- ciamo il principio di lui,
come ora, che gettando l’g dir TriffTtljiltV, ma frammettiamo in
vece del g il /. Pos- cia il jSsjSa/GV, cioè il fermo; perchè è
imitazione fix- o-eas Ttvog, hoc) (TTCUreas, c»°è di certo
stabilimen to, e state, che del portamento. Più oltre g’ tO’TOpt*
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certo questo, che ciò, che poti» le 1 ™* ‘l corso e TOTTWTO», c*òè quello
che sf ha a credere, significa ad ogni modo tffTXV, c *°è «l
fermare. Poscia) j xytiym, cioè la memoria dimostra certo ad ognuno, che
è nell'anima poM, c '°è fermezza: me non agitazione: come per esempio, se
alcuno rolesse seguire i nomi 0 apiXpTix, ttfltt « ffV[I(pOpX, c * oè 1
® errore, e la calamiti; parerebbe di inferire lo stesso, che si
riferisce -jr» e-vvsirej sa) 6Trt<rT»ft», cioè *“ intelligenza, e la
scienza, e gli altri nomi, che posti sono alle cose serie. Ancora £ ec^x
3 ix, xaì rf XKOfiKfflX, cioè la ignoranza, e la intemperanza paiono
simili a questi; perciocché £ xpixBtX pare, che sia 7-01/ x^ixBsu
tOVTOS TTOpelx, cioè il progresso di chi se ne va in- sieme con Dio: ma
cctLOXxrix P are •* tulto certa «KOÀov- glg' cioè conseguenza alle cose.
Ed in colai guisa quei, che noi pensiamo nomi t^i sozzissime cose
pa- reranno somigliantissimi a quelli nomi, che sono in- torno alle
cose bellissime, eziandio stimo, che si po- trebhono ritrovare d’altri
molti, se a ciò alcun atten- desse; onde penserebbe di nuovo, che l’autor
de’ no- mi significasse non cose correnti, e portate: ma per-
manenti. cb. — Nondimeno o Socrate tu vedi, che la maggior parte de* nomi
significavano in quel modo, «oc.— Che è dunque questo 0 Cratilo:
annovereremo \ f ) 93 {
forse ì nomi qual suffragi, e sassettif e consisterli ?» questo la
retta maniera, cioè quat di queste due gui- se de' nomi paia di
significar pili, e questa sia la vera* Non convien nò. soc. — O
amico in modo miuno. ÌOr qui' lasciamoli:' ma consideriamo, se in
cotal guisa ci assentissi, •ovver nò. Dimmi non confessavamo noi
poco la, die -coloro, che ponevano i nomi nel Te città GrCche, e Barbane
fossero ■positori de* 1 nomi, é Ifarte, che ciò poteva ftossC de' nomi
postricé? cr — Al tutto slr «oc.— Or dimmi tu, chi pose i primi nomi,
"cono* scevan essi Ié còse, 1 cui ponevano i nómi, o non le
co- noscevaSo? 10 c*>. — Io penso, '0 Socrate, che Ie^etìno 1 -
scesseroi s oc;— Per certo, o amidó Crétìlo, non essèit* do essi
ignorami; cir.— Non rtìi 2 5 sdt.-iR'itòd niamo di nuoi-o colà,
Ondò si '^ipàrtimriro. Perciò po- sto fa dicesti-, se tu li raccordi';
èli® era tìeeessario,' che «hi poneva' i’WóWii conOSctìsè'Ié^'cbse/'cui
'tl penevai dimmi pare à- tu ancóra' ; cosV; hòP 'cit.4-Eziatf*
diO si; "stìd.'— ‘PeTavventura dllu'J'che chi pose i 'priì ini
nómi, cbuoscendòH 'H ponessé. '■ cA.- Conoseèndòlk soci— .Da’ quàlì homi
' avrebbe egli'imparato, o ritrova- to le cose,- ! sé Otti a fossero
ancora 'pósti i primi no- mi! e di nhdVo'tfibiamD nóij èhè sià’ Còsa
impossibi- le di ritrovar lé' èòSéj o impararle altrimenti, che im-
parando i nhiéi/’ ò per noi quàlì siWo 1 ritrovandola CR.— O SOcràte,’fnf
è avviso, che lÓ~dìcà alcuna cosa, toc-— Duriqóe io che ‘modo
‘dirémo''%iòi che essi sa- pendo abbiano posto ? ‘nomi! ossiatro dati
facitari dd’ )&< Domi insanii che si
ponesse qualunque nome, e abbia! solessi conosciate, le cote innaoti, nou
potendosi) «Ile «llmnenli imparare, che co’ oprm? c«.— In vero: io
pen- so, Soc Fate, che questa sia_ verissime ragiono, d’iniorjse
questo, che certa .potenza maggior dell utnaud sia stata qneHa, che
pn»e,^pri#»i homi ;fl!e cote, 4t maniera die aia necessario, chiosai tfi
pestiano bm»f.3,»«c.-4.Posc»a penti tu, che Fautpr de’ nptni li* abbia
ppsli contras ri a se stesso, o se fu egli alcun dtnipoe p Dio? o
pare fi r te, che di sopra da noi nop ,^;jgi»(deUo,aicn> te? ca. — Ma
chi sa, che gli altri j nqmj; non fossero di questi, soc. — Quali d*
questi due p , ottimo uomo e^ano. es s > forse di quelli* che, si
rifulgono olio sta? Io? o di quelli pi u,. tosto, che al mpviinputfe?
[ilrciocchè nou ancora si giudicheranno colla moltitudine seaon r
do , quello chq poco^a abbianao ^ttos ; ,^tf^CÌ0si con»- yjenfj p
^oprate. i u ^o«i e:dV cendo parje di essi .e^er siglili ajlfl. 1
.flfr fermando di so sa il^ medepi 6 &P ' ’.'U ‘ <d i
r torniremo noi?, ©, a chop^vfln^d^ -pgvfthè fcerlp #4 allri
nomi, da .qufstft <K»n;flSftr^rqgjq^»jjii^#r jepdpup. d’oltrg ma
( c^iarp g 8 »,qfe4 'WW HO fi. Cerca rp, perle, altpp c«tSf,^C.,^i
0 9hiM r W n 9 TO%- nifeste ^enaft^qiRijop. ci ^mustrer^ngp ^^Ojit*;,
de- gli epti^cjoè qapLdt questi due, , <y*.,-n-Coj. si . mi
.parer, Mfij-gp C‘V- 0 -i9f* l lKj c .3Bfia«lé ^.coy tf(
guisa.pqssiappo,, comp pa^iip^arj^ gli enti _5.eBXf «pmL. «h-rApjptfjjcp.
sof.T^P^r- mezzo di qual t)r Digitized by Google
/ ) 95 ( tra cola pensi tu principalihénte, che
ih possami * tip* prender cose, è forse per mezzo di alcun’ altra,
che per quella, che è convenevole, e giustissima per U Vicendevole
tomunicanza loro, Cioè se in qualche mo- do sono insieme in parentela
congiunte, e per toro stesse msssimàtneute? perciocché quello, che è
diver* ib da lord divèrsa cosa significa ‘ non quelle. cu.*- A - me
pare, che tu dVil vero. ioc.-'-Deh d\, non abbia^ tìio noi conceduto già
molte volte, che siano : i nohàiy i quali Spn posti bene ‘similissimi a
quelle‘‘Cose, d'i cup Son nomi*, e imagini loèo? ’ Cr. -< Per certo
l'abbiamo conceduto, soc.— Dunque se lecito; è di imparar le' Cose
per li nomi,i e' per loro-stésse ancora, qual sa-' rebbe apprensione ‘più
eccellente, e più chiara: Corse' se dell’imiigine si imparasse,
esprimendone ella 'beilo' la verità di oui è ella imagine, o più. 'tosto
dalla ve^ rilà còsi ella, eome la imagine di 1 lei, se essa fosse
fatta Convenevolmente? ‘ Cri— Mi par ' necessario dalla verità- 1 Sòc.—
Egli Rppar fattura d’ingegno maggiore' del mio e del tuo, il giudicare in
che modo siano da • comprendersi le cose, o per dottrina, o per
invenaione. Basterà poi al presente, che siamo fra noi- conve». nuti, che
elle non siano da impararsi,’ ie da cercarsi/ i da' nomi: ma per loro
stesse più tosilo.;' er.-i*Cos«i «p*v perisce, o Socrate, sóc.— Appressò-
considenaino/anco- ■« ri' questo, acciochè questi molti nomi nello
stesso/ tercw! denti ‘boa ci ingannino, avendo pensato, ehi si
posero,/ •he Mute le cose corressero scazp(é, e . socrressi.ro, ci
I Ì9 «f «on quella considerazione
«tendali polli, parendo • me, che essi abbiano pensato in colai
guisa. Ma se a caso, non se ne starebbe egli eoa). In vero essi quasi
sdrucciolati in certa vertigine vacillano, e ai travaglia, no, e nello
.stesso tirando noi, ci alludano. Perchè considera, o Cratilo, uomo
maraviglioso, che io spesse voi* te sogno, se è da dirsi, clic sia alcuna
cosa il bello, e il buono, e Cosi qualunque degli enti, oppur uò?
ca. — O Socrate a me par si. aoc.— Dunque consideriamo questo, se
alcun viso, o alcuna delle cose silTalte sia bella, parendo, che scorrino
tutte: ina quello, ebe di-, ciomo bello non persevera sempre tale, qu.de
è egli?, c*.— Necessario è. soc. — Dunque è possibil forse, cha,
egli si denomini bene, se (ugge sempre, e primieramen- te si dica ciò,
che egli sia, poscia quale sia? o neces- sario è mentre parliamo, che
egli si faccia altro incon- tinente, e si fugga, nè più sia tale? cr.—
Egli è necessario. SOC,— In che modo sia quello alcuna cosa; che non se
ne sta mai nella stessa maniera? percioc-,. cbè se alcuna volta se ne sta
nello stesso mod'>, chia- ro è, che non si muta niente in qui 1 tempo,
«die «c do sta cosi: ma se slà sempre uella stessa guisa, ed è il
medesimo, in che maniera si potrebbe mutare, o mo- ver non diseostaudosi
punto dalla sua idea? cr.— tu modo ninno, soc. Più oltre uè alcuno si
conoscereb- be facendosi altro e diverso incontinente, che se no ;
vico quello, che l’ idee conoscere. Sicché non si po- trebbe conoscer
più, che, < quale si sia, o come si ri- J Digitized
by Google trovai*®, ♦ per certo niiina
c<jgoÌRÙ)taat$anosce 1* co* sa, la quii conosce, non stendo
ella;inalcuo modo» cu.— figli è coese tei dii i socy7rMe,nè.onAOW* 0
CraltlPià verisimiln che sùdice c©gi»iaioDe,,8e si nantanp tulle le
cose, -e «ente^sù-ffetow-iChèise la cognizione ppo ca« desse da quello,
onde è cognizione, si f cr m erebbe SCO* 1 * pre,* e sarebbe sempre
qognixione. Ma;se essa Specie anr Cora di cognizione 'Si' dipartisse, in
altea^pecie passe* rebbe -insieme ilicognitionenè cogniaìone starebbe»
che sta' pdrileteamewtfe si 1 mutai non sia sempre cognizione» d di
^aéSta' ragiorte,; no® 'sarài eli# nè ciò», che» & per cò'dtfscel^i
ttè fciè, éh« è r -per" dovérsi poposoere: ma se ditèmprè'queito che
conosce, >ed è qoelio ohe si co* no sa e, «d è il bello, ed anche il
buono, ed èoquàl*iB4 qnc degli enti, non mi pare che ciò che diciamo
al presente sia simile al flusso ed al portamento. Or se questo se
ne slà egli cosi, o come dicevano i settatori di Eraclito, e altri molti
non si può discerner agevol* mente, non è ol^jtrid’qaaqèirfbf, jhp
intelletto fidar se stesso, e l’animo suo a’ nomi e raffermar
sapiente l’ootore del nome; e in colai guisa dispreggiar se stes-
so e gli enti, quasi, che niuna cosa sia vera: ma scor- rano, e cadano
tutte, conHMewfcne; e qual gli uomi- ni malati delle distillazioni della
testa giudichi, che iimilmeule si dispongano le cose stesse in modo,
che si tengano tutte dallo scorrimento, o dal flusso. Peravventura, o
Cratilo, egli è cosi peravventura è altrimenti ancora. Dunque egli si dee
investigar questo con aui- Mo fòrte, e heriefaron dovendoti ammetter
^erolmen- te: perciocché ancora tu sei giovane, e ti à beetetole la
età, e se ritroverai alcuna cosa iti investigante), ezian- dio la dei compartire
con esso meco. ca.— O Socrate, io vi attenderò e saprai certo, che ancor io al
pre- sente non sto senza considerazione; anzi in pensando,, e in
rivolgendomi molte cose per l’animo, pere a me, che se ne stieno elle
maggiormente in quel modo, che. come Eraclito' diceva, soc.— Da qui
innanzi o amico poiché sarai ritornato, mi insegnerai: ma qra come sei.
apparecchiato vattene al campo; perchè ancora Ermo* gene ti accompagnerà,
ci.— -Si farà, o Socrate, come, tu ammonisci.' ma d’intorno a quello
aforzati ancora tu di considerare. Roberto
Dionigi. Dionigi. Keywords: in torno al cratilo, ermeneutica, svolta
linguistica, cratilo, linguaggio, la forma del linguaggio, forma logica. Nietzsche.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dionigi” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Dionisio: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Mentioned
by Cicerone was a philosopher of the Porch who liked to quote poetry when he
was teaching.
Grice
e Dionisio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A slave
of Tito Pomponio Attico before being set free. Atticus and Cicerone often
referred to him in their correspondence. He was evidently a man of learning who
had studied philosophy.
Grice
e Dionisio: all’isola -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Dionisio
was the rule of Siracusa, the nephew of Dion of Siracusa. Interested in
philosophy, he invited Plato to his court, but Plato’s attempts to put his
political ideas into practice were thwarted. Dionisio is eventually deposed and
went into exile.
Grice
e Dionisodoro: l’accademia a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Flavio
Mecio Severo Dionisodoro. A member of the Accademy.
Grice
e Diofane – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Diofane
was a tutor in philosophy and acquaintance of Plotino. He taught that pupils
should submit completely to their tutors, including sexually. Plotinus was
shocked by this, and asked Porfirio to come up with an argument to use against
Diofane on this matter.
Grice
e Dionneto: il principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He was
Antonino’s tutor, who first fired the future emperor with enthusiasm for
philosophy. Antonino says that he learned from hin not to be distracted by
trivia, to take a sceptical attitude towards those who claim to be able to work
magic, and to avoid cock fighting.
Grice
e Dioscoro – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Dioscoro
or Dioscuro studied philosophy in Rome. He wrote a letter to Agustino seeking
to discuss a number of philosophical issues. Agostino replied at length,
arguing that the issues were of no real importance.
Grice e Disertori: l’implicatura
conversazionale della tensione dell’arco e il volo della freccia – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Trento). Filosofo italiano. Grice: “I like Disertori;
especially his ‘studi platonici’ on the archer, and, ‘under the sky (or is it
heaven – ‘cielo’ is a trick) of Saturn!” Frequenta il Ginnasio liceo Prati. Si
iscrive poi a Firenze e quindi si trasferisce a Genova, dove si laurea con “Fisio-patologia
del sistema nervoso centrale”. Si trasferisce a Milano e si specializza in
neurologia e psichiatria con Besta. Torna a Trento, dove esercita la libera
professione: la carriera pubblica e ospedaliera gli era preclusa in quanto
privo della tessera del Partito Nazionale Fascista. Antifascista da sempre, negli anni quaranta
partecipa attivamente alla Resistenza, incontrando fra gli altri Reale,
Pacciardi, Battisti, Bacchi, e Manci. -- è costretto a riparare in Svizzera.
Finita la guerra ritorna in Italia e, a Trento, diventa primario nel reparto di
neurologia dell'ospedale Santa Chiara e docente sia di neurologia e psichiatria
a Padova, sia di socio-psichiatria e criminologia a Trento. Pubblica più di 300 saggi di filosofia. Per tutto il secondo dopoguerra si occupa
attivamente di politica, ricoprendo la carica di presidente regionale del
Partito Repubblicano. Diventa inoltre presidente della Croce Rossa.Altre opere:
“Il libro della vita”; “Trattato delle nevrosi”; “De anima”; “Trattato di
psichiatria e socio-psichiatria”; “Sfida al secolo, La collezione si trova già
chiaramente ordinata e organizzata dal Disertori stesso, con un ricco carteggio
con scienziati, personalità politiche e del mondo della cultura, documenti
sull'attività scientifica e pubblicazioni; cronache e materiali raccolti
durante i viaggi; recensioni alle sue opere e materiali di ricerche
scientifiche. Coppola, Passerini,
Zandonati. SIUSA. G. Coppola, A. Passerini e G. Zandonati, Un
secolo di vita degli Agiati. “Sotto il segno dell'uomo” Beppino Disertori. Atti
del convegno di studio, Trento, Palazzo Geremia, Pensiero e opera letteraria di
Beppino Disertori, Manfrini, Calliano (TN), L. Menapace et al., Note
biografiche, R. Bacchi et al., Biografia, Accademia del Buonconsiglio, Trento, Raccolta
di scritti di Disertori. (con documentazione) Studi scientifici del periodo svizzero
Fascicolo, carte 131, opuscoli 10 3 Raccolta di articoli e scritti di
Disertori rilegati in volume denominata "Zibaldino" 1944 - 1961
Fascicolo, carte 103 4 "Saggi nel cassetto" Fotocopie
rilegate in 3 volumi di scritti inediti di Disertori "Il libro della vita"
Traduzione in inglese di alcuni capitoli de "Il libro della vita" ad
opera di Nicola Lubimov. Contiene anche: alcune lettere a Disertori di Lubimov
relative al lavoro di traduzione Fascicolo, carte 360 32 6
Scritti di Beppino Disertori rilegati in volumi Minute dattiloscritte
rilegate in volume. - "Scritti vari
"Scritti vari "Scritti
vari vol. "Scritti vari ; contiene anche carte sciolte "Trattato di psichiatria"
[Minuta dattiloscritta e a stampa con ampie correzioni e integrazioni del
"Trattato di psichiatria e socio-psichiatria", scritto con Marcella
Piazza e pubblicato a Padova: Liviana, Bozze a stampa con correzioni
dell'edizione in spagnolo, Buenos Aires: Libreria El Ateneo Editorial,
Fascicolo, carte Raccolta di scritti,
discorsi, relazioni ed appunti di Disertori riguardanti argomenti vari
Recensioni e documentazione relativa agli scritti di Beppino Disertori, 1930 -
1985 Unità archivistiche 30 Contenuto Raccolta di recensioni a opere di
Disertori 1 "Gandhi" 1930 Recensioni relative all'opera
"Gandhi: pensiero ed azione" (Trento: Disertori, "Saggio di
fisiologia del liquido cerebro-spinale" Estratti e recensioni
relativi al "Saggio di fisiologia del liquido cerebro-spinale" (Roma:
Pozzi, 1935) Fascicolo, carte 23 3 "Encefalite" Recensioni e articoli di giornale relativi ad
alcune pubblicazioni di Disertori sull'encefalite Fascicolo, carte 41 4
"Liquor" Recensioni relative a "Saggio di fisiologia del
liquido cerebro-spinale" (Roma: Pozzi,
"Sulla biologia dell'isterismo" Estratti, recensioni e
articoli di giornale relativi a "Sulla biologia dell'isterismo"
(Reggio Emilia: Poligrafica reggiana,
"Il libro della vita"
Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi a "Il libro
della vita" (Verona: Mondadori, "Trattato delle nevrosi"
Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi al "Trattato delle
nevrosi" (Torino: Edizioni scientifiche Einaudi, "Itinerari
pitagorici" Recensioni e documentazione varia relativa all'opera
"Itinerari pitagorici" (Trento: TEMI,
"Parapscicologia e ipnosi" Estratti di riviste e
articoli di giornale riguardanti la parapsicologia e l'ipnosi Fascicolo, carte
60 10 "De anima" Recensioni e ritagli di giornale
relativi al "De anima: saggio sulla psicologia teoretica" (Milano:
Edizioni di Comunità, "Mazzini filosofo" Recensioni e ritagli
di giornale relativi a "Mazzini filosofo: nel centenario dell'Unità"
(Trento: TEMI, 1961) Fascicolo, carte
"Trattato di psichiatria" Estratti, recensioni e articoli
di giornale relativi al "Trattato di psichiatria e socio-psichiatria"
(Padova: Liviana) di Disertori e Marcella Piazza Fascicolo, carte 231 13
"Pellegrinaggio in Egitto" Recensioni e documentazione varia
relativa all'opera "Pellegrinaggio in Egitto" (Venezia: Pozza, "Timeo" Recensioni dell'opera "Il messaggio del
Timeo" (Padova: "Esperienza dell'India" Recensioni
relative a "Esperienza dell'India" (Vicenza: Pozza, "Personalità
caratteropatiche" Estratti di riviste e recensioni relative alla
pubblicazione di "Le personalità caratteropatiche submorbose e
tetratologiche"; con Marcella Piazza (Padova: Liviana, "Cronaca di un
safari" Recensioni relative a "Cronaca di un safari"
(Venezia: Pozza, "La montagna di Vishnu" Estratti, recensioni e
articoli relativi a "La montagna di Vishnu: taccuini di viaggio nel
sud-est asiatico e nell'Uganda" (Vicenza: Pozza, "La sfinge olmeca" Recensioni
relative a "La sfinge olmeca: note di viaggio in Messico e Guatemala"
(Vicenza: Pozza, "Trattato di psichiatria
e socio-psichiatria" Estratti
di riviste, recensioni e documentazione varia relativa a "Trattato di
psichiatria e socio-psichiatria", scritto con Marcella Piazza (Padova:
Liviana, Contiene anche: dispense del
Convegno nazionale di psichiatria sociale (Bologna, "Parkinson" Recensioni
relative a "Fisiopatologia e terapia del morbo di Parkinson e dei
parkinsonismi: contributo teorico ed esperinza con l- dopa" (Padova:
Liviana, "La via delle perle" Documentazione varia, tra cui
alcune lettere, relativa a "La via delle perle: note di viaggio in
Birmania, Borneo, Giappone, Cina esterna, golfo del Siam" (Vicenza:
Pozza, "Sfida al
secolo" Recensioni e articoli di giornale relativi a "Sfida al
secolo: la natura, l'uomo, il tessitore" (Padova: Liviana; Trento: TEMI)
Fascicolo, carte 80 24 "La stagione dell'infanzia"
Estratti, recensioni e articoli di giornale relativi al contributo "La
stagione dell'infanzia" (Forlì: Cooperativa industrie grafiche, 1963)
Periodici 10, carte 41 25 "Luci d'autunno" Recensioni
relative a "Luci d'autunno: diari, taccuini di viaggio, saggi,
poesie" (Trento: TEMI). Contiene anche: 3 lettere di Flaminio Piccoli e
Silvano Demarchi "Il monolito dei fulmini" Recensioni relative
all'opera "Il monolito dei fulmini: (note di viaggio in Sud America)"
(Vicenza: Pozza, Contiene anche: 3 lettere di Diego Prò e Beniamino Condini
Fascicolo, c "La tensione dell'arco" Recensioni relative
all'opera "La tensione dell'arco e il volo delle frecce" (Abano
Terme: Piovan). Contiene anche: lettera con recensione di Aldo Capasso
Fascicolo, carte
"Poesie"
Recensioni di poesie di Disertori
"L'ombra eleusina" 1985 Recensioni relative all'opera
"L'ombra eleusina: studi su l'arte e la cosmovisione di Gabriele
d'Annunzio" (Abano Terme: Piovan, 1984) Contiene anche: 2 lettere a
Disertori di Lidia Ratti e della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani "Sotto il cielo di Saturno"
Recensioni relative a "Sotto il cielo di Saturno" (Trento: TEMI).
Contiene anche: 1 lettera a Disertori di Giovanni Graffer Documentazione
raccolta a fini di studio e relativa all'attività accademica , (con
documentazione dal 1904) Unità archivistiche 13 Contenuto Dispense
relative a studi, scritti e ritagli di giornale 1 Documentazione varia
relativa al Movimento Federalista Europeo "Cronaca su
conferenze" Appunti di Disertori per conferenze e articoli su
argomenti vari Fascicolo, carte 130 3 "Psichiatria
sociale" Dispense di psichiatria sociale relative a problematiche
socio-economiche
"Criminalità" Dispense relative a criminalità, obiezione
di coscienza, diserzione "Riabilitazione" Dispense riguardanti
terapie di riabilitazione Fascicolo, carte 67 6 "Stupefacenti,
leggi" Testi di leggi riguardanti gli stupefacenti Fascicolo. Dispense
e documentazione varia relative all'attività accademica. La documentazione è relativa ad esami e tesi
di laurea. Contiene anche: alcune lettere di studenti a Disertori riguardanti
le tesi di laurea. Fascicolo, carte
Relazione di Disertori e Marcella Piazza circa Copie della
relazione presentata al seminario di neuropsichiatria, psicologia e filosofia a
San Miguel de Tucuman (Argentina) Attività in Sudamerica Raccolta di scritti di
Pincherle "Lavori
neurologici" Estratti di riviste e dispense relativi a studi di
neurologia Italiano Fascicolo, 17 opuscoli 12 Relazioni e
dispense Contributi vari relativi
a terapie farmacologiche e note informative di case farmaceutiche Miscellanea (con documentazione dal 1904) Contiene anche:
2 autografi di Gabriele D'Annunzio inviati a Gerolamo Rovetta; scritti di
Marcello Disertori e ritagli stampa con anche articoli sulla scomparsa del
padre Marcello; manoscritto "Elementi di fisica per le classi inferiori
delle scuole medie", compilato dai professori Vittorio Magnago e Arcadio
Emmert Fascicolo, carte 150, volume 1 Beppino
Disertori. Giuseppe Disertori. Disertori. Keywords: la tensione dell’arco e il
volo della freccia, libro della vita (why do we live?), il messagio di Timeo,
itinerari pitagorici, pitagora e aligheri – tensione dell’arco, volo – eraclito
– platone – politeia di Platone – Grice on Plato’s Republic – plato carmide e
la medicina – dell’anima – psicologia teoretica -- sul segno dell’uomo, de
anima. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Disertori” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Dòdaro
– il convito, ossia, tracce di un discorso amoroso – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Bari). Filosofo
italiano. Grice: “Dòdaro is an interesting one –
totally cryptic of course! It is as if he were Nowell-Smith, Austin, and Donne,
combined into one! Recall Nowell-Smith’s challenge to Austin: “Donne is
incomprehensible,” “He surely ain’t!” Costretto
a riparare a Turi per sfuggire ai bombardamenti. A Bari si legò a Maglione,
Castellano, Piccinni e, assieme allo zio Silvio, prendeva parte agli incontri
artistici e letterari del caffè-pasticceria Il Sottano (in quegli anni
frequentato da Moro, Albertazzi, Scotellaro, Bodini, Calò ecc.), fondato da Scaturchio,
e agli incontri di Laterza e del circolo La Scaletta di Matera. Nello stesso
periodo conobbe Nazariantz, il quale rappresentò per Dòdaro una sorta di guida,
fu lui, infatti, a introdurlo per la prima volta agli incontri del Sottano dove
ebbe modo di stringere amicizia con Bodini, Calò, Scotellaro. Abbandonò presto
Bari, tentando una prima fuga a Parigi, città in cui sarebbe tornato a vivere
altre volte, prima di tornare a Bari per poi trasferirsi a Lecce. Altre tappe,
prima del trasferimento a Lecce, furono Milano e Bologna. Divenne allievo di Morandi,
presso l'accademia, infatti, prime espressioni della sua attività artistica
furono la pittura, praticata per una manciata di anni, e il teatro, poi diluito
nelle successive esperienze poetiche e narrative. Come pittore produsse alcuni
quadri in cui all'informale materico univa le combustioni, applicate, di fatto:
Verri riporta in suo intervento: arriva con la novità dei colori
"bruciati". Di questo ciclo di opere faceva parte "Svergognato
incantesimo di barca", che gli valse, successivamente, la segnalazione
presso il premio "Il maggio di Bari". Prima del trasferimento a
Lecce, lavora presso l'ufficio stampa della Fiera del Levante, a stretto
contatto con Fiore, figlio di Tommaso, venendo influenzato dal meridionalismo.
Sempre nel clima della Fiera del levante, strinse un ottimo legame con Tot. Al
suo arrivo a Lecce riallacciò i rapporti con Bodini e Calò, oltre che con Suppressa,
conosciuto in occasione del premio Il Maggio di Bari, entrò, inoltre, in
contatto con quelli che sarebbero stati poi suoi amici e compagni artistici:
Durante, Massari, Candia, Pagano. Ebbe frequentazioni con Bene e strinse
importanti sodalizi amicali e letterari con Verri, Gelli, Caruso, il quale, in
corrispondenze private, ebbe modo di rinominare la loro amicizia e
collaborazione come il "sodalizio Caruso-Dòdaro". A Leccesi rese
protagonista, con Candia, di un grande falò in cui i due bruciarono tutti i
quadri realizzati fino a quel momento. Per quanto riguarda l'opera pittorica "Svergognato incantesimo di barca",
insieme a pochi altri, si salvò dal falò perché all'epoca custodito presso la
casa dello zio Silvio. Dopo questo iniziale periodo di ricerca e
sperimentazione, abbandona la scena artistica per circa vent'anni, anni in cui
si dedicò allo studio intenso nel tentativo di scoprire il perché del
linguaggio, rompendo il silenzio con la fondazione del Movimento di Arte
Genetica con sede a Lecce, Genova e Toronto. Con tale movimento, rintracci
l’origine dell’italiano o romano nel battito materno ascoltato in età fetale,
teorizzando il romano o italiano come una congiunzione volta a rifondare la
dualità dell’essere umano non un regressus ad uterum, bensì la coppia, la
dualità, ovvero la dimensione originaria della comunione con l’altro e come lutto,
annodandolo alla mancanza di Lacan. Il movimento si doterà di due riviste:
“Ghen”, giornale modulare ideato da Dòdaro con sede a Lecce, e “Ghen Res
Extensa Ligu” con sede a Genova e diretta da Mignani. L’idea del modulo come
unità di misura sarà alla base della struttura modulare di “Ghen” oltre che
della concezione dello spazio, mutuata sempre dagli studi sulla dimensione pre-natale,
fino a sfociare nel manifesto "Incliniamo l’orizzonte”. L’italiano o il
romano diventa una congiunzione, una dichiarazione onomatopeica in cui si
alimentava il trionfo del lutto e la mancanza. L’orizzonte diventa orizzonte
mediale: poesie per i treni, per gli altoparlanti e più in là romanzi in tre
cartelle, romanzi su cartolina, collane spaginate, poesie e poesie visive da
proiettare per le strade, poesie per internet, net.poetry, narrazioni su
leaflet, romanzi da muro-narrativa concreta, romanzi di cento parole da
pubblicare in store, nelle vetrine dei negozi. Al Movimento di Arte Genetica
aderirono, o ruotarono attorno alle sue riviste e attività, un numero considerevole
di autori provenienti dalle sperimentazioni poetiche e poetico-visive,
performative, sonore, plastiche: Miccini, Marras, Mignani, Fontana, Munari,
Fiore, Dramis, Perfetti, Pagano, Gelli, Noci, Greco, Lorenzo, Marocco, Massari,
Miglietta, Center of Art and Communication (Toronto), Giorgio Barberi
Squarotti, Toshiaki Minemura, Xerra, Sicoli, Souza, Alternativa Zero,
Experimental Art Foundation (South Australia), Block Cor (Amsterdam),
Genetet-Morel, Lepage, Martini, Valentini, Restany, Etlinger, Caruso, Verri,
Miglietta, Nigro ecc. Con la nascita del movimento di Arte Genetica,
avvia una personale riflessione sull'oggetto-libro e le sue modalità fruitive,
avviava il progetto "Archivio degli operatori pugliesi", per una
catalogazione degli operatori estetici e culturali. Crea e anima «il centro di
ricerca 1.4.7.8. (strutturato, nel nome, sulle coordinate della Classificazione
Decimale Dewey, ad indicare i percorsi di ricerca: filosofia, linguistica,
arte, letteratura), ospitato dalla Libreria Adriatica di Lecce, e con il quale
coinvolge numerosi operatori del territorio (docenti universitari, il gruppo
Gramma, il Centro ricerche estetiche fondato a Novoli da Greco e Lorenzo, il
gruppo Oistros di Durante e Santoro, gli autori del gruppo di Arte Genetica da
lui fondato ecc). Ha diretto la casa editrice Conte di Lecce, ha fondato a
Lecce, il movimento letterario New PageNarrativa in store. La sua attività letteraria
ed editoriale è stata caratterizzata da
uno spiccato senso per la formazione di gruppi e la ricerca di autori da
lanciare, rappresentando sul territorio pugliese un autentico volano per
operazioni di ampio respiro che andavano spesso a coinvolgere autori del
panorama letterario internazionale. Idea e dirige una mole notevole di
collane editoriali volte al rinnovamento dell’oggetto-libro, fra queste:
«Scritture» (Parabita, Il Laboratorio), «Spagine. Scritture infinite»
(Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni) scritture di ricerca formato
poster, spaginate, «Compact Type. Nuova narrativa» (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) ovvero romanzi in tre cartelle, «Diapoesitive.
Scritture per gli schermi» (Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni)
scritture di ricerca da proiettare, «Mail Fiction» (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) romanzi su cartolina, «Wall Word» (Lecce, Conte
Editore,)tradotta in giapponese ed esposta all’Hokkaido Museum of Literature di
Sappororomanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, «International
Mail Stories» (Lecce, Conte Editore), «Internet Poetry» (Lecce, Conte Editore)
una delle primissime esperienze italiane di net poetry, «Walkman Fiction.
Romanzi da ascoltare» (Lecce, Argo), «E 800 European Literature», in 5 lingue
(Lecce, Conte Editore), «Pieghe narrative» (Lecce, Conte Editore), «Pieghe
poetiche» (Lecce, Conte Editore), «Pieghe della memoria» (Lecce, Conte Editore),
«Foglie nude» (Doria di Cassano Jonio), «Locandine letterarie» (Lecce, Il
Raggio Verde), «Romanzi nudi» (Lecce) in unico esemplare, «Carte letterarie»
(Lecce, Astragali), «792 Mail Theatre» (Lecce, Astragali), «New Page. Narrativa
in store», (Lecce) narrativa breve, poi anche poesia e teatro, in cento parole,
collana che guarda alla comunicazione pubblicitaria con i testi applicati su
crowner, pannelli cartonati in uso nella comunicazione pubblicitaria, ed
esposti in store, nelle vetrine dei negozi. Nell'ambito della poesia
verbo-visiva e del libro-oggetto, è presente in numerose manifestazioni di
«Nuova scrittura»: Ma il vero scandalo è la poesia. Un salto di codice,
Ferrara, Ipermedia; Attorno a noi poeti in gruppo, Strudà (Lecce), Ospedale
psichiatrico; Dentro fuori luogo, Casarano, Palazzo D'Elia; Centro
internazionale Brera, Documenti di gestione alternativa. Appunti sulla Puglia,
Milano, Chiesa San Corpoforo; Artigianare '81, Lecce,1981; Cercare Bodini, Bari
/ Lecce, Ab origine, Martina Franca; Parola fra spazio e suono. Situazione
italiana, Viareggio; Le brache di Gutenberg, Caruso, Visco, Livorno; Far libro.
Libri e pagine d' artsta in Italia, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Il
segno della parola e la parola del segno, Milano, Mercato del sale, Breton et
le poeme-objet, Ugo Carrega, Milano, Mercato del sale, Le porte di Sibari,
Sibari, Visibile Language. Numero speciale sulla poesia visuale. Sezione
Italia, E. Minarelli, USA; Cartoline d'artista, Livorno, Belforte, Terra del
fuoco. Intersezioni per Adriano Spatola, QuartoNapoli, La parola dipinta.
Rassegna di poesia visuale, Belluno, Comune di Gallarate Civica galleria d'arte
moderna. Casa d'EuropaSede di Gallarate, Pagine e dintorni, Libri d' artis ta, Gallarate,L.
Pignotti, “La poesia visiva”, L'immaginazione (Lecce), S-covando l'uovo,
Firenze, Terra del fuoco, QuartoNapoli, Musei Civici di Mantova, Poesia totale.
Dal colpo di dadi alla Poesia visuale. Mantova, Sarenco, Palazzo della Ragione,
Archivio libri d' artista. Laboratorio 66, G. Gini e F. Fedi, Milano, È
presente in Musei, Biblioteche, Archivi. Tra i più importanti: Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze“Libri e pagine d'artis ta”con l’opera Mar/e
amniotico, 1983; Galleria d’arte moderna di Gallarate, con le opere Mourning
Processes. The word, 1991 e Processi di lutto. Notizen: dis, 1991; Museo S.
Castromediano di Lecce, con l'opera Matram psicofisica, Archivio Sackner, Miami
Beach, e Archivio Della Grazia di nuova scrittura, Milano, con varie opere;
Hokkaido Museum of Literature, con la collane “Wall Word”, nteramente tradotta
in giapponese; Imago mundi-Visual poetry in Europe (Fondazione Benetton, ) ecc.
Altre opere: Dichiarazione onomatopeica (Lecce); Progetto negativo (Lecce,);
Disianza Congiuntiva (Livorno); Disperate Professore (Parabita); dis/adriatico
(Caprarica di Lecce); Tracce di un discorso amoroso (Caprarica di Lecce);
Compact Type. Nuova narrative Con A. Verri, (Caprarica di Lecc); Sconcetti di
luna (Caprarica di Lecce); Mail Fiction. Free Lances Con A. Verri(Caprarica di
Lecce); Navigli (Caprarica di Lecce); Void Fiction (Sibari,); Street Stories
(Lecce)tradotto in giapponese(SapporoJapan); Parole morte. Dead Words (Lecce);
L’addio alle scene (Lecce); Antonio Verri. Schegge del contestocon M. Nocera
(Lecce); 18 i titoli pubblicati su leaflets (Lecce), 16 «Pieghe narrative» e 2
«Pieghe poetiche»: “Pieghe narrative”: Vento, vento, I colombi della clausura,
Il figlio dell'anima, La Balilla, Graziato, Il monumento, Dove volano i
gabbiani, La mimosa, Ricordanze zigane, Franco, Joe Cocker, All'ombra del
grande vecchio, Reparto «P», Il tradimento, 27 marzo, L'esame. “Pieghe
poetiche”: Rosa virginale, Il solista; Dichiarazione d'innocenza (Lecce); 7 i
«Romanzi nudi», titoli in unico esemplare (Lecce, Dis, Era d’autunno, Il falò, L’Objet
trouvé, Silenzi, Why, Ballata migrante, Uscita in marasma (Lecce); Di viole.
D’incanti. Astragali teatro (Lecce ); New Page: In un bosco di frammenti
(Lecce), La parola tramava (Lecce); Le prime notti stellate (Lecce)
interrogatorio violento (Lecce, ) I suoi ramaggi (Lecce, ). Grigiori dell’anima
(lecce, ), Di un solstizio d’amore (Lecce, ), Maria la magliaia (Lecce, ),
Teresa. L’Altrove, (Lecce, ), La mer. Ma mère (Lecce, ), Una notte senza stelle
(Lecce). Le distese di grano, (Lecce), Gastronomia da asporto (Lecce), Una sua
lettera (Lecce), Trincee matricali (Lecce), Compagno d’accademia (Lecce). Tra i
gabbiani (Lecce), Cioccolatini di Chicago (Lecce), Cantata duale (Lecce). La
tromba dell’altrove (Lecce), Il nipote violoncellista (Lecce); ‘Operatori
culturali contemporanei in Puglia. Archivio storico divulgativo, Lecce); “Ambivalenze
genetiche”, Ghen (Lecce) ora in “Genetic Ambivalencie”, Art Communication
Edition, Toronto-Canada) “Links”, Ghen (Lecce), “Il complesso di Edipo e quello
di Caino”, Quotidiano (Lecce); “I processi di lutto. La Weltanschauung ghenica”
in, La parola tra spazio e suono. Situazione italiana, Viareggio, “Codice yem:
le origini del linguaggio, ovvero la rifondazione della coppia”, Ghen (Lecce) (ora
in Regione Puglia, Creatività e linguaggio. Atti del Convegno, Maglie);
“Dis-astro”, in A. Massari, Dis-astro. Loos, Lecce, “L’area inter-media”, in F.
Gelli, Transitional Objects. Mutter Fixerung, Lecce; “Ipotesi interpretativa
del fenomeno droga, formulata da una coscienza che opera nella poetica. Della
scissione. Della prevenzione” in Tossico-dipendenza: progetto di lotta per gli
anni ’80Centro studi giuridici M. Di Pietro. Convegno. Lecce; “Mater
externata”, in L. Caruso, Mater: poesia. Madre e signora dell’acqua, Lecce;
“Lontananze genetiche. Ad cantus enclitico”, in Manifesto mostra gruppo
Ghen, Milano; Progetto negativo, Galatina (ora in Ab origine. Presenze pugliesi
nell’arte contemporanea, Roma-Bari); “La letterarietà di Caruso”, in E. Giannì,
Poiesis: Ricerca poetica in Italia, Arezzo; “La poesia totale di Spatola. Il
convegno di Celle Ligure”, On Board, Lecce; “Wall Word: parole da muro, romanzo
da muro”, in F.S. Dòdaro, Street stories, Lecce; “Dodici haiku. Dodici punti di
rilevamento”, in E. Coriano, A tre deserti dall’ultimo sorriso meccanico. Three
deserts from the shadow of the last mechanical smile, Lecce; “Una pagina
diversa, up to date”, in Pieghe narrative, Lecce; Schede d'arte contemporanea. Implicatura
e Mappatura schedografica degli Autori contemporanei, Lecce; “L’ampliamento
della flessione”, in Archivio libri d’artista. Laboratorio 66, Milano; “Le
anime narranti di Alberto Tallone”, in Alberto Tallone. Manuale tipografico,
Alpigiano (Torino), New Page (Lecce); L'ortografia è morta. L'apparato
pausativo, in New Page (Lecce). Francesco Aprile, Già così tenera di folla, in Intrecci,
Napoli, Oèdipus, Edoardo, un cavaliere senza
terra, su bit. Antonio Verri, Edoardo, Un cavaliere senza terra, su bit. Francesco Aprile, Poesia qualepoesia/06:
Un’altra pagina. Le ricerche intermediali a Lecce, su Puglia libre, Testi di
teoria letteraria/editoriale, su utsanga.
Archivio di nuova scrittura, su verbo visual virtuale.org. Cantata duale, Imago mundi-Visual poetry in
Europe, su imagomundiart.com. Antonio
Verri, Una stupenda generazione, SudPuglia, Antonio Verri, Edoardo, un cavaliere
senza terra, SudPuglia, Francesco Aprile, Già così tenera di folla, Napoli,
Oèdipus, Francesco Aprile, La parola
intermediale: lineamenti di un itinerario pugliese, in Aprile F.-Caggiula C.,
La parola inter-mediale: un itinerario pugliese, Cavallino, Biblioteca Gino
Rizzo, Aprile, Fra parola e new media,
in Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale: un itinerario pugliese (atti
del convegno), Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Cristo Caggiula, Intersezioni asemiche nel
movimento di Arte Genetica, in Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale:
un itinerario pugliese, Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Visual poetry: A short anthology, in utsanga,
L'ortografia è morta. L'apparato pausativo, in utsanga, Testi di teoria
letteraria/editoriale, Codice Yem, le
origini del linguaggio: ovvero la rifondazione della coppia, in utsanga,
Letterarietà di Caruso, in utsanga, La poesia totale di Spatola/Il convegno di
Celle Ligure, in utsanga Francesco Aprile, Il rapporto Dòdaro-Verri attraverso
la critica, in utsanga Francesco Aprile, Dal modulo all'internet poetry, in
utsanga, Aprile, L’Arte Genetica, in utsanga, Aprile, New Page: Narrativa,
Poesia, Teatro, Scavi in store, in utsanga, Aprile, New Page: la poiesi come approccio
etnografico, Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Aprile, New Page, collana di
critica letteraria, Sondrio, Edizioni CFR,
Intervista a Vincenzo Lagalla, Francesco Aprile, in utsanga Lamberto
Pignotti, Introduzione, L'addio alle scene, Lecce, Argo,ora in utsanga Lamberto
Pignotti, Rebus, iper-rebus. Parole da vedere, immagini da leggere, in utsanga,
Caruso, Frammento, in utsanga Julien Blaine, Omaggio alla "O" in
Francesco Saverio Dòdaro, in utsanga Ruggero Maggi, Dedica, utsanga Alessandro
Laporta, cercarlo dove non appare, in utsanga, Mignani, Ghen against again.
Risarcimento dei supporti o della signatura dei segni, in utsanga Egidio
Marullo, F. S. Dòdaro. L'ultimo mentore, in utsanga Omaggio, in utsanga Cantata plurale, materiali 01, Caprarica di
Lecce, Utsanga. AP01-L0T30R0 g lift rhe mi domandate,
U-» [U quello che « svista, mi Inon son pre molto ch’io
mi trovavo a risali Filerò, in città-, ed ecco, .
j.^^-jania da staimi riaonosctoo J d.=«o ^ ^ H,,e- ’ 1
fu/rirt™ 't-irràT ,t punto poco fa, che ^ guita tra Agatone
contarmi la conversazione seg e Socrate e Alcibiade ® ‘j discorsi,
sai, di allora parte al convito ^S)> ^ perché me gli Amore; o
che vi si disse C ^ ggntiti da Fe- rapportati un altro che g detto
che nice, figliuol di Filippo (7)> B
Convito li conoscevi anche tu. Ora, egli non nii dir nulla
di chiaro. Sicché ridimmeli tu tu sei proprio quello a cui si conviene
rifèr’'''^ discorsi deir amico tuo. E per prima cosa, ' mi —
domandò — a quella conversazione t-r; _ Ed io gli risposi : —
Si vede davvero, che di¬ te ne ha fatto il racconto, non t’ha
rapporta/' nulla di chiaro, se tu credi che la conversazióne della
quale mi chiedi, sia succeduta da poco tanto che io ci avessi potuto essere.
’ Ma si. 0 come mai, Glaucone, — dissi io ; — o
non lo sai, che sono anni parecchi che Agatone non è più tornato
qui? Mentre da quando io ho dimesti¬ chezza con Socrate,' e ho fatto mia
cura di sapere giorno per giorno ciò ch’egli fa o dice, non sono
ancora passati tre anni: Prima giravo a caso di qua e di là, e
immaginandomi di far qualcosa, ero l’uomo più misero del mondo, non
meno di te ora che credi di dover fare qua¬ lunque altra cosa piuttosto
che filosofare. E lui — Non celiare, — disse: ma dimmi:
quando ebbe luogo quella conversazione? Ed io Mentre eravamo ancora
ragazzi —■ risposi quando Agatone vinse per la prima solta nella
gara della tragedia, il giorno dopo e ie egli e i coristi celebrarono il
sacrifizio di ringraziamento (8). Un gran pezzo, dunque, si
vede. Ma chi 'Socrate stesso? B niVff-' ^ ~> “ 1“cl
medesimo che a Fe- un certo Aristodemo, Cidateneo, un omet-
73 29 !h“”" ^ adatta a a‘s _
in t^'^'' ’ „ ai auei discorsi, C ““'?'cosi »»'!»”■“>
''"'“rircipio, "O" P"?. f. com« 'i'“''° "'
’^" t nUssario che io h siccità’ Se duirque ta ^, >50
quanto alla sprovvista. Cli 'O. ^ ! fuor di misura;
ment q gente 1 discorsi, e in ispecie a e, me. e ; acca
e d’affari, e 1. ne ru , 1 sento compassione ,,uUa. E forse,
pare di far qualcosa 1 gtimate me uno sfor-
c>»-.-"*jtrc-cdi«e il vero-, ,e lunato; e credo, c ^-«do ma
lo so. non die io di voi non lo credo, ni amico
dici Sei sempre lo stesso, Apollodor ^ sempre male e di
te nic esimo ^^iseri, da par propriamente, die tu £ di dove
:ratciii fuori, conlinciando * • io ti sia venuto il soptamm
^osi dnvvero ; ma cer 50
Convito ne’ discorsi; aspro con te e coa-1! . ....
fu- con Socrate. " ‘“'o fuorci,(, ^
APOLLODORO E Già s’intende, carissimo; perchè ia e di
me e di voi, sono furioso e deUro^*” AMICO Non mette conto,
Apollodoro, qugsj- ora di ciò; però, quello di cui t’abbjan°”'"-‘^
chiesto, fòlio e non altrimenti, ma raccontac'i T discorsi si
fecero. II APOLLODORO Furon su per giù di
questo tenore. Ma piut¬ tosto (9) mi proverò a raccontarvi ogni cosa
dal principio, come quello fece a me. Egli, dunque, mi
raccontò, d’essersi incontrato con Socrate, lavato (io), e anche calzato,
cosa che a Socrate non succedeva spesso (ii); e d avergli domandato
dove s’avviasse così rim¬ bellito; e quello gli rispondesse: A cena da
Aga- Olle. oiche ieri a’ sacrifizi del ringraziamento 0 scansai,
per paura della gente; ma gli pro- son ^ d» un bello
Ma'em' è il tur, r- disse, —che sentimento tato? (12)
mudare a una cena non invi- ^d m — disse ..* . vuoi.
'•sposi: Quello che tu perchè noi’si mm? fiFtese — anche
proverbio, sicché dica che buono P^r guerriero,
C ”? aue«o '»■=“" ,otetò il ré*'»'"^ ^he io, Socrate, cor
presentarmi, f»"''“£i,.» “"’= “Tcinvuó di un ,a-
‘r;.«ona di P““.““°,ó- Guarda tu d,e m. D uomo, non mvi^ ^hì;,
quanto a *0^,6 rveici non inviuro, bensì italo da te. __
^^nsuUerem V »» ,::t:;tdi'ci6 “he .«=0,0 , dire, su, an-
III Scambiate che si furono queste narono. ' Ora, Socrate
^soenava, siero, fermandosi per istrada, ^ ® che gli
ordinava di andar pure innanzi. trovò quando fu giunto alla casa di
Aga o , aperta la porta, e gli venne”incontro caso
ridicolo (i6). Perchè gh ^ Un ragazzo e lo condusse dove e »
32 . Convito i giacere, e ii colse, che stavano per
nf- cenare (17). E appena Agatone T j disse : O Aristodemo,
tu arrivi in punt°°^ '"'sto nare, s’intende, insieme con noi.
venuto per qualche altra cosa, rimettila Anche ieri t’ho cercato per
invitarti ^ m’ò riuscito di vederti in nessun luogo (ìst come mai
non ci conduci Socrate? ' Ed io — disse — mi voltai addietro e non
• • in nessun luogo Socrate che mi seguisse; Si risposi che io ero
venuto appunto con Socrate invitato qui a cena da lui. ’ Hai
fatto bene — ripigliò Agatone, ~ lui dov’ è ? Dianzi, egli
era per entrare dietro a me - 0 dov’è? Son tutto stupito.
Ragazzo, o non t’affretti a guardare,—riprese Agatone — e non ci
meni qui Socrate? e tu, Ari¬ stodemo, dice, sdraiati accanto a
Erissimaco, IV < E, mentre il ragazzo gli lavava i
piedi (19), perchè si mettesse a giacere, un altro dei ragazzi,
raccontava, tornò annunziando, che questo So¬ crate, ritiratosi nel
vestibolo della casia accanto, se ne stava li fermo, e per quanto lui lo
chia¬ masse, non era voluto entrare (20). 0 che strana cosa
tu dicil — disse Aga¬ tone. 0, dunque, non lo chiami da capo (21) e
non seguiti? Ma nientaffatto lasciatelo stare.
— riferiva d’aver detto; —anzi Perchè lui ha quest’usanza-;
33 D
dovunque si trovi, ..•'‘“‘ira («"’" Ja las»»“'°
ripresa 1» "’fs"-» » 1 dStènoùUsi. iP»: ■“ M»
"'’ÈbbePe.«Sf he vói volete, gi»e*“ tg»'°"'=7urittura
?rleervi-, il dte io «on siedili fate COMO ìSSU’’^’ .
epoi mai • invitati da voi, 'C’ppe»” *'T *S°ve 11- eSble»" a
l°to'- ìttateci iti ssi principiarono a c, raccontava,
ess p ^„atone pm ^ m Socrate "°^X'"socrate, ma
Aristo- è 'r^ór óhft.ie.ilopo «hmd»S‘“ .oaonlope™'* ,„a
,emte; s era tanto lungo, con ^ Aratone- si. che a
mezzo della . Qua, So¬ piva solo a giacere ti ^ e _ disse
idea sapiente, che vXlo; giacchi. ^
?::róhtóvó.a,euti-ip™'"'““"” " mosso. ^
S.,rebbe pur bene, — dis- • Socrate sede, e — Sa V -Agatone ,
se la saptcì . rete dal più P''™ t ,ei Wechtol l’«‘l“i'r tdo
ci tocchiamo; come p,u „„ filo di latta, scotte ^ P'“ ^ j rosi,
io 0 (,4). Chi, se 1'“'’= “*: forchi di molta ;o molto lo starti a
’ ^jj,|,j,pito da te. Ila sapienza io sarò, pcn sarebbe tti,
la mia, quando j. siccome un so- -hina c disputabile, g'^c rigoglio
la mentre ò splcmhda e pien, ^ 1., ITONE, Voi.
/-Vt Convito tua, che da te ancor giovine ha
sf„i COSI gran Juce ed ha brillato diana^'® co pm d. trentantila
Elleni per testiSo?'* Tu sei un impertinente, Socrat ^’ 5 ).
‘ Agatone; —se non che questa dell^. f'^Ose . quistione che
decideremo anch’essr qui a poco (26), prendendo Dioniso^” ce (27);
ora, per prima cosa, mettif^'^'^ “ a cena. 176
_ Dopo ciò, raccontava, Socrate si mettessi- giacere ; e
quando lui e gli altri ebber finito a - cenare, facessero le libarioui, e
cantato l’innò all Iddio, e compita ogni altra cerimonia ('28') si
voltassero al bere; ma qui Pausania principisi a parlare in questo
tenore: Bene sta, amici — disse — come faremo a bere fi p,u a
comodo? Io vi so dire in ve- ità che mi sento molto aggravato dal bere
di cri.*' "POSO, e cosi, vate ’ ’ g'^^chò jeri ci
era- bere •! in che modo potremmo bere fi pm a
comodo. bene rispose : — Di ciò tu dici certo nel
bere"“''"'^. ‘comodità •li jeri ' vocile io sono degli
annaffiati ^euiiieno ^^“tito Erissimaco figliuolo di
uùa cfsf ~ bene davvero; si sente in fnr,,'”* ‘f°gna sapere
da voi, come per bere Agatone? c neanclie
io ^rispos^^' ^ f““^oC.„.„--rep«‘'>®Sre’p«
(tra» per me e po ne una . ^„3tra, P .entissrmt ne
rci''’^ • se v°' ’ ' } • ntianto a nor > „ ci alto.
perche, q^t^n ^i m t strac"'''Socrate e aU’altra,
:>:rradatto ^'7:,n."to, delP-i, si chiamerà dunque,
li arante^ o 1 altra. • g-i senta vogha ? a eh nessuno
tie’fcse^ Olfo vi.», ? r*= sia vai.™- ^ * ° aire la
medicina La ta«o %5lS'3sri-" giorno innanzi. j^pse
Fedro acanto a me, " di obbedirti, prendendola
parola massime, in . ;';^bediranno anche gh altri,
medicina; ma ora ti odo se si consigliano bene. unti di non
Sentite queste della lor rm- fare dell’ubriacarsi il ^ piacere
( 29 )’ nionc, ma di bere cos VI ^ poiché
s’e Or bene, - ripigliai ^'"'^^'"Jo^.pole, e non a
deciso che ciascuno beva q _ pp’ altri sia nulla di forzato, fo
dopo E 77 5 6
Convito proposta; cd è che si congedi la son • trata or ora;
lei suoni per conto suo"^''® piace, alle donne di dentro, e noi si
n’ ° il nostro tempo a conversare. E su qn^p getti, se siete
contenti, ve lo proporrei•’ AI che tutti diceva acconsentissero c
1°' tasserò a fare la sua proposta; sicché Eriss' riprendesse: — II
principio del mio disco^r! conforme alla Menalippe di Euripide (30) • h
> non è mia, bensì di questo Fedro qui, la / che son per dire.
Fedro, di fatti, se'ne lag sempre meco. Non è intollerabile, dice, 0
Eris'' siraaco, che ad altri Dii si sian composti da’ poeti inni e
peani (31), e all’Amore, che è cosi antico e cotanto Iddio, nessun poeta
mai, di tanti che B ce n’è stati, abbia composto un elogio; aiui se
vuoi guardie a quei bravi sofisti, scrivano’ si, gli elogi di Ercole e di
altri eroi in prosa per esempio l’eccellentissimo Prodico (32); è
questa è anche meno da stupire, ma io stesso mi sono g.à imbattuto in un
libro d’un sapien- l’mTfA’ lodato soprammodo per c drpcV
simili cose tu ne ve- conto 'Tiolte.(33). Fare un cosi gran
al mond ^ l’Amore, nessun uomo <i“esto inneggiarlo fino a
così! (ir') n ' Uu tanto Iddio trascurato «n ragione ’
Fhk^ ^'PPosgio (36) e\l'l"’-'° „ P‘*'’e, che nelli
„ ^ ^ ‘ e insieme mi ''°1 che siamo occasione s’addica, a
. se pare eli l’ecidio. Sic- =>nchca voi,
c’intratterremo 37
Erissi"'^‘'°;rLrto l^on ti direi di ó»®.ri»' Ù™^™ì di
niente sostengo di «ot j, Agatone c ® ,U amore U?-»
.-^„fone. t,e sostengo u. . . ^gaiuL^v- - ^ '°’ fi di
cose di Vende, Aristofane, ! e neanche, /,8), nè alcun altro
E Mutto Dioniso e A to 1 ^^unque la par¬ afa io vedo qui. f
Jo l'ultimo CsiaP-VP-ritrimi avranno detto ,.tiPlU
Clic . Ug auDiuiiw ;’n.« rie peri P« iranno detto nsto-
se non che, _ , Su via, con bbastanz» oa (S)’ ,uona
fortuna C39;> P 'Amore. . assentirono tutti, e fe- A
ciò anche gh Però, di tutte cero lo stesso invito di Aristodemo si
ri- le cose che omscun > „,ia, di cordava appuntino,
t° P_^ P^^ tutte quelle che npet* _ ' ehe a me parve di
memoria e i discorsi d quelli c fossero tali, un per uno (.qOA
178 VII discorso di FEDRO , a-,co
raccontava che E per il primo, come dm , Fedro
cominciasse a un n maravighoso tra grande Iddio fosse l’Amore, e
mar 3 ® • r* Convito gli
uomini e tra d;: 7 '“ B 1 essere tra i più antichi T
la- g’^ Amore ni vi sono, ni si citano j, ''S'"itotì di
nè prosatore nè poeta; Està prima fosse il Caos, dice, nni I
^ terra Dal largo petto, d'ogni cosa sede' In eterno sicura e
Amor ( 42 ). Afferma, che dopo il Caos queste dn.
nascessero, Terra e Amore. Pannenide che la Generazione (43)
Pnraissimo l’Amor di tuttiquanti Iddìi pensò. ^ con
Esiodo s’accorda Acusileo ; da tante i'chiss°“''''"'-
antichissimo. Antichissimo, poi, com’egli è. ci è causa dei
nulfa^dr ’Op eli certo, non so di un appena giovine giovi
più diunorr”!-^^' ^ all’amante viro di tri ^^PPoichè
ciò che deve ser- '’ene Qiip f * intera vita a chi sia per
viverla la ricchezza” Parentela, nè gli onori, nè
benencll’nn* ^ "'ont altro può insinuarlo cosi tiuesto? La'”°
come l’Amore. Ora, che è egli 'azione nei brutti, l’emu- * nè
privato qualità nè C‘tlà nè privato • ' v—*.. «u,. ijuam.i
*> c belle Opere pui S^ado di compiere grandi i o ' ac è
tróv affermo che un uomo ^ *°"crarla da ^ qualche brutta
cosa ti senza difendersi per vi 1/9 39
Convito hcri«.''° ^ dagU amici nc n^c- che egli
soprattutto da E li^ ,/da ^i-U’amato, che ^ Q^to
vediamo neh , d esser feria' Pantano, n.i Sechi:, se
aie« > ‘" vi »'* '(•«f ts. P"*» Ji
»■"»>•;. iiez^a esercito si c P modo di reg
T^’non ci i-orc di quello di co- n uS»‘■“‘‘"tre I
Sauendo gli 11 ” ' i;c=r;bbcro, s.o pe, dire, li
accanto a„ ^mjni tutti quanti ( 44 )- Idre in ponW S'' esser sdsro
disertsre i,è un nonio che * ’/.e'» lo ammetterebbe
Vsr» » * he eWrrrrriue nitro i 1.,,. persoir» "direbbe
morire più volre^ ; prima che questo, ^ in un pencolo I
serro, «bbnmlo"«r^„"„” „ ehe aon dargli ajuto, no .^g^be
d’un divino l’Amore di per se P di pm va- spirito di virtù
da che Omero B lorosa indole (46). E, coraggio m dice
(47), nvere un Idd P^ ^p,,ato taluni croi, questo 1 An da lui
negli amanti. Vili fi sono disposti a E si, che
soli . 8 " “"Xe uomini, r"»”*'’ morire per
sli-^i"?''^'’testimonianza, quanto le donne. E di ciò ( 4 ^) ‘
,-,inla di Pelio, che basta, agli Elleui Alceste Sglmola
40 Convilo C sola consenti a morire per il marito s
pure aveva padre e madre; i quali essa, pe°f d’amore, tanto superò
nell’affetto da farl-°*^^‘^ rere estranei al figliuolo, e non appartenen
lui che per il nome. E per aver compiuto a ^ st’atto, parve n’avesse
compiuto un cosi bei[' agli uomini e agli Dei, che, avendo pur
niohi compiuto molti e belli atti, ad assai ben pochi det tero gli
Dei quest’onore, di ricondurne quassù l’aninia daH’Inferno, ma la sua la
ricondussero D compiaciuti dell’atto suo. Tanto anche gli Dg;
pregiano sopra ogni altra l’osservanza e la virtù di Amore (49). Invece,
Orfeo, figliuolo di lagro, lo rimandarono via dall’inferno a mani
vuote mostrandogli un fantasma della donna per la quale era
disceso, anziché dargli questa stessa, poiché, come un citaredo che era,
s’era chiarito di animo molle, e gli era mancato l’ardire di morire
di amore come Alceste, anzi s’era inge¬ gnato d’entrare vivo
nell’inferno. Sicché per questo gl’inflissero una pena, e lo fecero
mo- E rirc per mano di donne (50); in quella vece Achille,
figliuolo di Tetide, onorarono e man¬ darono alle isole de’ beati (51) ;
perché egli, sa¬ puto dalla madre, che, se avesse ucciso Ettore,
sarebbe morto, dove, non uccidendolo, avrebbe, tornato a casa, finito
vecchio i suoi giorni (52), 80 osò prescegliere, andando in ajuto a
Patroclo amante suo e traendone vendetta, non solo mo¬ rire per
lui, ma soprammorire(53) ^ lui già uscito * causa gli Dei,
soprammodo anci essi compiaciuti di lui, l’onorarono partico-
rmente, perchè egli aveva tenuto in cosi gran
Conv‘‘<’ racconta fia- Bd Escbf "^\„,ante di
i o^di Patrono era te?'®? col d>*’‘=’ non solo -j^n.
:!^àoi^^\fdcgy^ ^ZXo^to, come dice %eUe> giovi»®
^Lhe‘-llE>cio»o’'^”° :> “ amare; per6
0""°‘n arato >1“““ „uage dell’amante, an
:.3"‘ ''“mv *0 a f r»“''”ri 17) E P« “? Setok
de’beati. - » S^te^idS ret ato e in morte W).
Di questo tenore /“ùssero termi altri ehe „. , dopo im ei li
saltando recr- ,sìrieordav.gran ta m. ’.j^„,l, dicesse, a il
discorso di t'ausa oisoonsQ m DlSCUi<e2>v
\ e ci si sin lon bene, o Eetoo- ^ P-'J,èssere ,osto il
soggetto f ^ i,re Amore. Foi plicemcnte invitati ad elog^^^^^e bene ,
ma %e l’Amore fosse uno^^^ ,gU uno, 0, e’ non è uno. or
, n lSi Convito
coiivieii meglio dire prima qual^ i • amndi io „,i sforzerà a
corregge^ cloanrc quale Aurore bisogna lodare P-i»; ,n erodo degno
dell'Iddio. Perche ,m’,f‘“"•d. che Afrodite non è senza Amore
PP'=''^o fosse una, uno sarebbe Amore- due C6o), anche due è
necessità che ^ siano ( 60 . E come non son due le De ? più antica
e senza madre, figliuola di Ciel„ appunto nominiamo celeste -
l’altra da Giove e Dione, che appuntò chiamTainr^l gare (62).
Quindi, è necessario, l’Amore J deU’una, chiamarlo a buona ragione
volcrare ^1° leste l’altro. ^ Ora, gli Dei si devono bensì
lodare tutti (6A- pure, ci si deve provare a dire le qualità
sortite da ciascuno dei due. Imperocché (64) ogni azione ha questa
natura; di per sè nè buona è ne cattiva. Ciò per esempio che noi
facciamo o il bere 0 il cantare o il discorrere, son cose di cui
buona non è per sè stessa nessuna; ma ne -tra, per il modo com’è fatta,
riesce tale; perche fatta bene e rettamente diventa buona,
così appunto l’amare im ^ buono c degno d’elogio;
quello che bene incita ad amare (65). L’Amore,
veracemente •icello con cui ^ veracenii quello
CC IL X adunque dell’Afrodite volgare
è vo gare, e opera a caso; ed esso è amano gli uomini abbietti.
Amano cUc i S'O'. iricoo 1*^ ^ piuttosto
I costo^°''%i che più stoUa- c P‘='^ ^àrdavtdo che a
sod- o non ng^'^^'^Xintenù. Onde Dtr' i,e P°^^°\orc, se V
occasione, sen'-"'’"'^ ,cUo di cn' ' il contra-
fa"”®’ //>! ^Perocché es ^p\\’altra, e p.<-
oca ( 67 ) „„iH nascita sua celeste da contro
>’A'".“'%Tfe«,mto, .00 ■"“t'p *
"“"tési" 0 poi cruna e „,aschio (68) > P appunto
si rivol 5°"'"'° li lascivia ( 69 ) •• prediligendo
"““dtscl.io 8Vispi.“^Tme8'lo «lofo , fc per natura pw
forte iigenaa. ^ ^l'^^^^rnte riconoscere jelh ‘T afooo®
i,c“oaiotcn- 1> t®""' “Scindono gii
“'"“?„'lata.'>r>- “ Sfitto,SO«g.-J»;jSrrro««» pcchò
q»o»i. frisoUtto 0 ot»« ad amare, sono P““""„„„,e
l’intera '.to. col tancinllo e vvere n co orto e non gii,dopo
«'f»;»;” “óra di senno ,0. come giovine, co P uotsi di corsa
prendersi beffe di 1». = 'ol ,,,o, fan altro. Vi dovrebbe ““''
"on fosse i" «“ * cMli non si amino r afffncbl n^^,,^ ^
a cosa spesa di mo ta cuta^ P .poanto a ' "0 fine
dei tandnlli dove 6»“ ’ ora. > e virtù d’animo e d. corpo
Convito mettono essi questa legge a
sè proprio volere; se non che bi‘sogneS‘ lor cotesti amanti
volgari, come appunta ,82 il pm che per noi si possa, a non .
libere (73). Chò essi son quelli volto l’amore in vituperio, tanto che
tal dire che turpe cosa sia il gratificare T ti C74). E dicon così,
avendo l’occhio V di cui vedono l’intempestività (75) ed poiché, di
certo, nessun atto compiuto ordin mente e conforme alla legge potrebbe
co.rrT gione arrecare biasimo. E appunto (76) la legge (77),
che governa 1 amore nelle altre città, è Exdle ad intendersi
poiché nei! concetto uno solo ; ma qui (78) varia. Dappoiché nell’Elide e
nella Beozia e dove non sanno ragionare, unica legge è
questa che é bene gratificare gli amanti, e nessuno^ nè giovine nè
vecchio, direbbe che sia male ; af¬ finchè, credo, non abbiano a durar
fatica a per¬ suadere i giovani con ragioni, inabili come'sono ^
ragionare (79) ; invece, in molti luoghi di Ionia, c m molti altri è
riputata cosa turpe, tra quelli lutti che son soggetti a’ barbari (80).
Di fatti, Ira 1 arbari, per ragione delle tirannidi, si reputa ^
turpe questo, e così ancora ogni studio di sa¬ pienza e di ginnastica
(81). Poiché quivi, m’im- giova a chi governa, che si gene- o
alterigie grandi nè amicizie d’offnt g^giiarde, quello che, non
meno prattuttn l’Amore so- ’^sperienzrfirr^^^' ii^parato
per ini anche di qui; chò l’amore di
45 ^ -.rnona- Cosi dove disciolse la lor sig
^^^^fjcare gli salda, di cosa sia il g ^,.^,,c7.^a r SSo
delUsoverchlena jiriaa^'’ ' l’hanno effemminatezza dei
dei quella vece, dov^_ a sia in ^n«n V.cposto hanno
(84)- "fo di quelli che cosi dispo^ p., bella, e
com XI I,uperocchè (85) chi nJii bello r
amare aper ottimi, :s„!esop„«»«o>£frs C 80 -. e ancorché
sieno pm cabile incoraggia- "altra parte, chi -a
nqualcosa mento da tutti, (87) un innamo- dibrutto; c
che il co brutto, e la rato par bello, non cO q lode,
legge ha dato licenza a chi j quah, ;?ndo sia per conquistar^
;«^\,„que altra chi osasse fare per correr raccoglierebbe
ca da '“'dfppoUtó, s= P“ ''^ i maggiori biasimi,-•• , q q
averne u di cavar denaro a qualc^'^J^ ^solvesse fido
(90) o un altro g^Jo I 9 amati, 1 a fare quello che g > un
quali nelle lor richieste ‘ dormite sulle implorazioni e giuramenti
C 9 i) B D (94), e
servono "" ' servo tollererebbe serv,v ^
dagli ann-ci e’daC,''' sua adulazione e abL ‘^“elli vJ monendolo e
arr^ ^“'^'ezione fq.x '“Petatid! f-- «li cosrreT"'' “«*=
.?«>- «li i- P=rn.«„ Sr,^ «me a q„dIo che effetti L
' ^«to. E il pii, tecribile“"r'"“ '"“S a meno
dice )a geme, s„,o J,,? “”' 'l«, co». gli_ Dei perdonano, se
trasgredisci poiché giuramento Afrodisio i f^( 96 ).
CosihannoefhDefri,°"""°"«‘- licenza accordato a
chi ama ogni legge di qui. Da questo lato terrebbe, che
nella citf\ nn«t* ’• ' ““*1“®’ “«o n- e l’amore7-
‘'"''«simo e amore e il mostrarsi amici agli amanti. Ma
Jlh VV’ P^dri, preponendo peda- S g I C97) 3 gh amati, non
permettono che di¬ scorrano cogli amanti (98), e i coetanei e gli
amici (99) \ itnperano quando vedano succedere qualcosa di simile, e i
vecchi, d’altronde, non inter icono cotesti censori, nè Ji biasimano,
come se non dicessero giusto, uno, che per opposto ^ardi^ a tutto
ciò, stimerebbe che qui una simile cosa si reputi bruttissima. Ebbene, la
cosa, credo IO, sta così ; non è a mi solo modo ; eh’ è ciò e ie s
è appunto detto in principio, eh’essa non sia bella nè brutta; ma fatta
bellamente bella, ruttaniente brutta (100). Ora, bruttamente è,
belT^ ° gratifichi un malvagio e in malo modo; niodo^'^'^p'^* quando un
uomo probo e in probo malvagio è quell’amante volgare, che
Convi‘0 „on L» i « r<‘>'"^^' „;, la »ìia.
P»''"'^ * ' 1*** • /Ilfscors* f fprmo Ip IpfTffC
l> ' nresto, perchè s' L' r esser preso p
crrutinitore, * truuo 1 esse p scruti tempo — Aprp da
denari e ua- P l ' òl il lasciarsi prendere da s, sgo-
;;Ucii è brutto, sia eh (loa) non menti e non resista, s^ e
par disprezzi. senza dire che da cJ sia nè ferma nè
stabile, s .^^Ha i «sauna nobile “rbellan.entc deve
leiTge nostra una sola y Dappoiché a noi Saio gratificale
"n.i (io,) d questa è la legge; ^'f°"^^Vrervitù verso
l’amato servire spontanei qualunq ^^ulazione, cosi s’è
concluso, che non ,està non vitupe- un’ altra servitù sola spon *
oggetto- rcvole, quella che ha la v'rtn p Chò appunto ò ammesso
n quando uno si risolva a niH ^ ‘ii noi , perchè egli creda di
diventa^r^m" ài',''- di lui o in sapienza o in qualun ^
virtù (104), questa servitù spontanea no" pur essa
brutta, nè sia piaggeria ?• ?" "«P- queste due leggi, -
quelf ch^ regf/? « dei fanciulli e quella che regge Pai
sapienza e di ogni altra virtù (foj) IT4 correre al medesimo, chi voglia
che to™^?' Il compiacere l’amato all’amante. Chè qual? insieme
s’incontrino l’amante e l’amato, ree nt ciascuno la sua legge - quello
che qualunque servizio egli renda agli amati che lolompTc! ciono,
giustamente lo renda, questo, che a chi sapiente lo faccia e buono,
qualunque ufficio egli presti, giustamente lo presti (106), e l’uno,
po¬ tente d’intelligenza e d’ogni altra virtù, ne dia, a tro
manchevole in coltura e in ogni altra sa¬ pienza, ne acquisti (107), —
allora si, queste due concorrendo in uno, egli accade, e sol- tamo
cosi, che bello sia il compiacere l’amato all amante, ma in altro caso no
(108). In que¬ sto, persino il trovarsi ingannato non è punto 85 •
ùi ogni altro, o che tu sia ingannato 0 ^,0. ti porta bruttura.
Perchè, se uno che a\- ricco avesse per ragion di ricchezza
perto*i?'"'^°’ ^™vasse deluso per essersi sco- n^en brutto^-^'^^
Povero, non perciò gli sarebbe ’ perchè un siffatto uomo dà a di-
B I anin .0 suo.
a>ep« perché buono c P .j„y;ore egU stesso, diluì
diventare Lll’»'"'^ ' poi deluso, P bello l’ÌBga’^’^°’
anche questi da a divede^_^^^ ^ I,£t«0 V P™"“ “
^T'r^ ''^.1 diventare mighore 5 ^-^.^ontro, e la ‘ •
ter chicchessia; e quest . bello per *'. ?ella cosa di tutte.
Cosi, £ di virtù comptacere ^ Celeste, I '"Questi
ù r Autore della D 1 di gran pregio alla \ amante ' ài
.Uri»"-»" sopra dì st q“»"“ ' volgare. E qaesK
sono dell’ultra Deu.d ^ all’improvviso sono, 0 Fedro, le ’ ^
er la mia parte. intorno all’a\more IO t arreco p „
aiacchè i sapienti Fatto pausa assonanze - avrebbe
m’insegnano a fare di q a. ^ere Aristofane; dovuto, disse
Aristodemo discorre ^ se non che gli era o per _ p ^ altra causa
venuto il • ^aco il medico: -- di parlare, sicché disse ^ ^^i — O
EriS’si- questi giaceva nel letto op cessare (m) maco,
il dover tuo e ^naié il singhiozzo, o di P^^' Erissimaco
rispose; non mi sia cessato „..rché parlerò m E io farò
tutteddue le cose, l ^ Platone, Voi. ì X-
so Convito n'» ™cc, c sato, in vece
mia, p „pi , SP'onao li . guarda se il f P» che ì« jg r«.
nendo ,1 fiato per „„ peaaetto .t”S' E gargarismi coll’acqua.
Se "o. fa'^ lascia vincere, e letichi il naso e
starnutisci ; e quando ®ol- qiiesto una volta o due, ti
cesserà molto forte. _ O parla d„„,re Stofane — io farò
così. ^n- XIII Discorso di Erissimaco Ed
Erissimaco principiò a dire : — Dunque, siccome Pausania, prese bene le
mosse del di- i86 scorso suo, non l’ba compiuto a dovere, mi par
necessario che io mi deva provare a metter la fine al discorso. Di fatti,
che l’Amore sia duplice, pare a me si sia distinto bene; però,
eh’esso non risieda soltanto negli animi umani nè abbia soltanto i
belli per oggetto, ma molti altri siano gli oggetti suoi, e risieda anche
altrove, nei corpi, cioè, di tutti quanti gli animali, e nelle
piante della terra, e per dir cosi, in ogni cosa che viva, a me
pare averlo appreso dalla medicina, 1 arte nostra, come grande e
maraviglioso Iddio egli sia, c a tutto si distenda e per le umane e
le divine cose(ii2). E comincierò a dire dalla medicina, anche per fare
onore all’arte. La natura dei corpi ha il duplice amore aneli’essa,
cd è questo: il sano nel corpo e l’ammalato Convito 5
* .-no per consenso di tutti, cosa diversa e dissi- rnile- e
il dissimile desidera ed ama cose dissi¬ di i • sicché altro è l’amore
che ha sede nel sano. -Itrò t quello che nell’ammalato.
Siccome, dunque, secondo ha detto or ora Pausama e bene gratificare
i buoni tra gli uomini, male i Snaiosi; e cosi anche ne’corpi é bene
grati¬ ficare quanto v’é di buono e di sano in ciascun Spo e si
deve, - e questo fe ciò che si chiama arte medica - e invece male il
gratificare quanto v’é di cattivo e di morboso, e gli si ^^«ve far
brS 0 amore, questi è l’uomo sopra tutu inten¬ derne d medicina. E
chi sa farli mutare, in modo dm in ricambio di un amore si acquisti
J • Mi; ;n cui l’amore non sia, ma bi- tro, e in farcelo nascere,
o, quando sogni generarlo. , -uesti sarebbe davvero un
valente artenc • i,- ip rose che vi sono di "f7^°^n-unaanù
l’altra (lU)- nemicissime, e la -nnnste il freddo 0 „
«U»™»»'» 'X(UI), = 'vi» vi. «-sr aX « tra tali
„„asti(ii7) PO^ti ed pio(n6), secondo la L credo, dico
io, è T ,.a\rco.«» r= gìnnaSca O'ii e l’agricoltura. La
musica poi. Convito' per poco che ci si badi,
si vede chi. stesso tenore, come forse anche p ’deiu .87 dire;chè,
quanto alle parole, egh^n ” me bene. Giacché dice che l’uno si
accorda con sé, come armonia lira (119). Ora, é grande assurdità 17 °
«i' un’armonia discordi n rieri,,: j. “"’c, che B
discordanti. tuttora derivi da cose tu
Se non che forse voleva dir sto, eh’essa nasca dall’ acuto e grave
discordi; priiTiii e dopo consenzienti per opera dell* * musicale;
ché, certo, armonia non nascerebb"^ dall’acuto e grave discordanti
tuttora; ché ar¬ monia é consonanza, e consonanza é un con¬ senso;
ora, consenso è impossibile che provenga da cose discordanti, finché
discordano; e quello d’altra parte, che discorda e non consente, è
impossibile che armonizzi : appunto come il ritmo nasce dal veloce e dal
lento, discordanti da prima e poi consenzienti. In tutte queste cose é la
mu¬ sica quella che mette il consenso, come in quelle altre la
medicina, generandovi un amore e con¬ cordia vicendevole. Sicché la
musica, alla sua volta, é scienza dell’amoroso nell’armonia enei
ritmo (120). E nella composizione stessa dell’ar¬ monia e del ritmo non è
punto difficile discernere l’amoroso, né costì v’è il duplice amore
(121): ma quando bisogni usare del ritmo e dell’armonia cogli
uomini (122), sia componendo, — che e quello che chiamano niclopea — sia
usando ret¬ tamente di melodie e metri (123) composti (124) ciò che
s’é detto educniione (^12^) — qui c é la difficoltà e c’ é bisogno di
buono artefice. Poiché torna da capo lo stesso discorso, che gl>
Convito fine che diventino più uomini J non son
tali in tutto (126), perbene quelli che « tenerlo caro, e
bisogna_ gffceleste, l’amore della ce- E invece quello di
Polimnia(i 28 ) leste Musa Ci 7 j> jj deve amministrar con
t il volgare, n qnm ci col<»a bensì cautela a chi 3’,
?n-eneti punu incon- 11 nostrale gran cosa l’usar
tinenza, i-ome nei -scinte dall’arte della rettamente nè
colga il piacere .cucina, per modo e nella musica : dJsrdS’1=“-™-'^
“ X.IV ^'^enl^l^X'ddu^qtes\e
indura-^ JlTrquando le co^ caldo e il freddo,
coll’altra, e for- in un «''^“^‘'^“.''““' ontempéranza
sapiente. nVmo un’armonia e una coma ^ vengono apporta ne ^
pinate, e agli uoniiiu c ‘ «nrln in quella vece non
fanno punto diventa il più fo«e rumore infetto di molte cose c
fa nelle stagioni dell ann ^ jogUono esser generate danno. Di
lam» P malattie diverse d. ..di cagiom. d."<>, “ le
piade; c 1» tanto negli aiiiniali c _gù« miscono dal brinato
= 1= '';„"„*Labpr0PP“^^^^ V accesso e disordine risp
54 Convito amorose, la cui scienza
de' jielle stagioni degli anni si' c1h;‘ as^i ^ Di pu.
ancora, ci sacrili.! tutti e presiede I arte divinatoria, p ® a cui vicendevole comunione degli
dei'èoar'a non hanno altro oggetto, se non Pose. risanamento (i 30)
di Amore. Chè “ >' suol generarsi, quando uno non grati£
ordinato, e onora e venera in ogni suo questo, ma l’altro (131), si
rispetto o VIVI 0 morti, si rispetto agli Dei; dove aT punto è
commesso all’arte divinatoria di vigilare gli amori (132) e sanare;
sicché, da capo, 1>arie divinatoria è operatrice di amicizia tra gli
Dj! c gli uomini mediante la scienza di quali tra le propensioni
amorose di questi tendono al le¬ cito (155) e quali all’empietà (i
34). Cosi molteplice e grande, anzi, in breve, una universale
potenza ha ogni Amore; però la mag¬ gior potenza la possiede, si presso
noi e si presso gli Dei, quello la cui sodisfazione è nel bene ac¬
compagnato di sapienza e giustizia (135) ; esso appresta ogni felicità, e
ci mette in grado di convivere gli uni cogli altri e diventare
anche amici agli Dei, migliori di noi. Ora, ancor io (136) forse
nel lodare Amore tralascio molte cose, non però di proposito. Ma se ho
trala¬ sciato qualcosa, spetta a te, Aristofane, di sup¬ plire; o
se tu hai in mente d’elogiare l’Iddio in qualche altro modo, e tu 1’
elogia ; ché ti é anche cessato il singhiozzo. Q.UÌ,
Aristofane, presa la parola, cominciò) raccontava, a dire: Si, è appunto
cessato, non Convito ' • file io ali
abbia applicato lo star- : richiedi iili roihoti e ptent, quii
l tr ;Ó Lrnu.0 (.,7). Pd"» ‘ ’W'” ho dppliccto lo
su,™». “ «c nW - g«»“p » 1“"“ d"' ';“';'i
"™“rl sV 'per cominci»™ » P»*'" >“ ' Tu burli, man ^
^j^ella al discorso tuo, ’^ioTcX Vdire' qualcosa di ridicolo,
mentre ^ avresti potuto parlare bene, E Aristofane,
ridendo, "P istare Erissimaco, e sia per non a
farmi che me n esca SI stanno per . che sarebbe un gua-
rg“o to’S;.™ »>i» «'“» _ e or» cedi di f“p 'dj
('»> r:.:o„rpdrrr.rm-.p».Mn.»»d stare. Discorso di
Aristofake cominciò a dire E in vero, ménte di discorrere
in Aristofane — lO q^jella che tu e una maniera diversa
^ pare che gh Pansini» «die fitto. pottor» uomini non
abbiano pu Convito di Amore, chè. se l’avessero
con,„ mnakato in onorsuo i maggiori '""fcbbcf, e
celebrato i maggiori sacd£i, noS che di tutto questo non gli si fa
SI dovrebbe fare più che altra cosa / D Perchè è, tra gli Dei, il
più amico dcel essendo soccorritore loro, e medico di ^ dalla cui
guarigione deriverebbe la felicur giore al genere umano. Io, adunque, mi
sCf^ . a dimostrarvi la potenza di lui, e voi ne sarct maestri agli
altri. Ma vi bisogna per prima cosi intendere la natura umana, e i casi
di essa. Ab antico, di fatti, la natura nostra non era quella
medesima d’ora, bensì diversa. Chè da prima E erano tre i sessi umani,
non due, come ora, ma¬ schio e femmina; ma vi se ne aggiungeva un
terzo, partecipante di tutteddue questi, del quale resta oggi il nome, ma
esso stesso è scomparso. Allora, di fatti, v’era e la specie e il
nome uomo-donna che partecipava di tutteddue, ma¬ schio e femmina ;
ora non ne resta che il nome a vituperio (141). Di poi, l’intera figura
(142) di ciascuna persona era rotonda, colle spalle e i fianchi
tutt’intorno, e di mani n’aveva quat¬ tro, c gambe quante le mani, e sul
collo tondo due visi, simili da ogni parte ; su ciascuno poi de’
due visi posti 1’ uno di rincontro all’ altro una ‘90 sola testa (143), e
quattro orecchi, e due mem¬ bri, e il rimanente, quale da ciò si può
con¬ getturare. Camminava poi si ritto, come ora, per il verso che
voleva, e si quando si metteva a correre, reggendosi sulle sue otto
membra andava via lesto facendo la rota, a modo di 57
Convito quelli che, \MssT,'’poi.«=^"° ^
s"’ "Xchè il Maschio fu in origine pro- tre e
siffatti, p , della terra, e il terzo genie del sole, ^ ^^eddue,
della luna, giac¬ che partecipava “ d’i quello e di que- sta
(145)- "^^gVianza co’loro progenitori, cammino, per ® ®
terribili per forza e per Sicché in principio grandi e
assalirono gli Dei. XVI r .litri Dei si consultarono
Sicché Giove e g i ^ stavano che cosa occorresse loro^dj
in dubbio ; che nc a fulminarla nt di farne
J“"P^""^^^bhero scomparsi insieme come t celebrati dagli
uomim; e gli onori, e 1 ‘ imoerversare. Infine, „ea„d,=
volevano If “f 'X" ,4 _ E' mi pa- Giove si formò a fané. uomini
esi- re — disse — avere un LholffU?). cessino stano e
insieme, P"ra - disse - H spar- dalla petulanza. Giacdr
tirò ciascuno m dtie, ^ noi per- ranno pib deboli, e
mstenmj^^^^.^^^^^^^ diritti ché cresciuti di nunier^ , . ^j^e conti-
sopra due gambe. Ght P Convito 58
luiino a imperversare, e non vogliano stare quilli, e io, — disse,
— li segherò da capo**''' due, sicché cammineranno sopra una gamba s
7 saltellando (148). E detto questo, tagliò gli ° ® mini per il
mezzo, come quelli che tagliano ] sorbe per salarle 0 quelli che tagliati
le povj E col capello (149): e a quelli che tagliava, co¬ mandava
ad Apollo (150) di girargli il viso, c metà del collo dalla parte del
taglio, peròhù r uomo, guardando il taglio fatto di lui, si con¬
ducesse con pili misura; il resto lo medicasse. E Apollo girò il
viso, c col tirare da ogni parte la pelle verso il ventre, come si chiama
ora, vi fece, a modo delle borse a nodo scorsoio, una sola bocca, c
la legò nel mezzo del ventre, tgi quello che si dice ora l’ombelico. E le
altre grinze — ve n’ era rimaste tante — le spianò, e rassettò le
costole, servendosi di un istrumento, su per giù come quello dei calzolai
nello spianare sulla forma le grinze delle pelli, e ne lasciò al¬
cune poche, nel ventre e nell’ombelico, per ri¬ cordo dell’antica
jattura. Or bene, quando la creatura umana fu tagliata per il mezzo,
ciascuna metà desiderando l’altra le si faceva incon- gittandole
attorno le braccia, e av¬ viticchiandosi runa all’altra, poiché si
strugge- H vano di risaldarsi, morivano di fame e d’ogni altra
sorta d’ozio per non voler fare nulla l’unO senza dell’altro. E ogni
volta che una delle metà morisse, e l’altra sopravvivesse, la
soprav¬ vissuta ne ricercava un’altra c le si avviticchiava) 0 che
s’imbattesse in una metà d’una intera onna, — quella ^i^g chiamiamo
donna 59 „ Mio,. Giove, „„ «omo; 0
“ ° I o '' ^ «li* • oerchc sino avendo»® oonip pudende,
pej "°rfn terra, come le che me- Sin^e, così sul
negli nlm, diante quelle la femmina (i 5 S) niediame
.tll’abbraccio. se un uomo con questo fine, eh onerasse, e la
specie s> imbatteva J^ttesse maschio con esistesse,
e se im ^^are insieme, maschio, venisse 1°’'° ^ a
operare.epren- e smettessero, e si rnolg dulia vita.
D 1 \\ Tini è un contrasse" Ciascuno, dunque, come
le gno (156) d’un uomo, ulte eia- sogliole (157); uno
due. S inten scuno cerca il contrassegno insieme uomini
che sono come un taglio di qu che allora si chiamava i(omo-ioM«a, son
‘ di donne e i piti degli adulteri da questo sess son
proveiiun; e così q^- "sesso , Convito 6o
sono taglio di donna, le non badano di molto a^Ii uomini queste, ma
hanno piuttosto il cuore alle donne ed il sesso loro è quello da cui
prò. vengono le tribadi, aitanti poi sono taglio di maschio, vanno
dietro al masclùo ; e sinché sono ftnciulli, come particelle che sono di
maschio, amano gli uomini e si compiacciono di giacere - con questi
e tenerli abbracciati, e son costoro ’ i migliori fanciulli e giovinetti,
chè non v’è nature più virili di loro. E v’é chi afferma, che
questi sieno degli svergognati! bugiardi; non è già per svergognatezza
che cosi fanno, ma per ispirito di ,baldanza e virilità e ma-
sciiiezza, appetendo il simile a sé. Una gran prova n’è questa; soltanto
costoro fatti giovani rie¬ scono uomini (159) da attendere agli affari
pub¬ blici E diventati maturi, mettono amore ai fan- li ciulli, c
di nozze o di far figliuoli non si danno pensiero di per loro, ma la
legge ve li costrin¬ ge (160); quanto ad essi, son contenti di
vivere gli uni cogli altri senza ammogliarsi. Sicché un siffatto
uomo diventa addirittura amante (i i) di fanciulli od amato, appetendo
sempre nei due casi quello che gli è congenere. Ora, poi, quando
C un amante di fanciulli, o chiunque altro s ini colla sua
propria metà di prima, allora è una maraviglia come si struggano di
amicizia e m trinsichezza ed amore, tanto da non volere, per cosi
dire, separarsi gli uni dagli altri neancie per un minuto. E questi son
coloro, che riman gono insieme l’intera vita, e non saprebbero
neppur dire, che cosa mai vogliono che per opera dell’uno succeda
all’altro. Giacché non pn'"'
t Siòn” r- insien''® . .v, ciascuno dei esprimere,
Lm"^ralcos’ altro, cbe tjo ^ ^-ee ‘^’ 'Tl
nrc%ti"‘="^°/' eoel’instr'if^''"" „ia ha £ se
Elesto, cogl in cnimm sopra di > {. rnai, niano, si
domandasse ^ ’ onera del- I.icceda all’altro? ^ ^ ^^^^^dasse
da incerti della risposta, ^.^^nrel’uno nello
stessissimo luogo n nt notte - potervi lasciare l’un liqnefarvi e
eoa- chè se desiderate ° nhe siete, diven- ^ilarvi
insieme, ,n tiate uno, e sinché > morti, comune come
uno " \i,m invece di due anche laggiù nei reg ^^^^^date. se è
questo morti uno solo (i6 ^^ddisfatti, quando lo che ’
inmo bene, che, sentito ciò, nessuno, proprio nessun darebbe di
avere strerebbe di volere altro, . ^ desiderava pure
propriamente sentito qu ,j, ^to diventare da un penzo, unito e fuso
coll ^to di due uno. E la causa nò questa, cne , nostra
natura era si desiderio, adunque, e all. d;\ nome
amore. eravamo uno; E prima d’ora, come dico, i ora,
poi, per la malizia nostra, sia 52 Convito
paniti di casa dalla mano di Dio, come i- Arcadi da quella dei
Lacedemoni (163). Sicchfc^ ' cogli Dii non ci si conduce come si conviene*^
v’è da temere, che si possa essere segati da capo’ e si vada attorno,
come le figure delineate dj rilievo sulle tombe (164), tagliate per il
me^o dei nasi, diventati a modo di dadi cotisunti. Anzi per questa
cagione bisogna che ogni uomo esorti B ogni altro a condursi piamente
verso gli Dei, perchè alcune si sfuggano, altre si conseguano delle
cose, a cui Amore è guida e capitano. A cui nessuno faccia nulla in
contrario ; — e fa in contrario chi s’inimica gli Dei ( 165 ) —
giacché diventati amici dell’Iddio e rimpaciati con lui, ci
succederà di ritrovare- e incontrare i propri amati nostri, il che ora
accade a pochi. Ed Erissimaco non mi s’immagini, per canzonare il
mio discorso, che io parlo di Pausania e di C Agatone; forse, anche loro
sono di quelli, e tutteddue maschi da natura ; se non che io parlo
di tutti, e uomini e donne; chè così la stirpe nostra diventerebbe
felice, se dessimo perfezione all’amore, e ciascuno s’incontrasse nel
proprio suo amato, tornando nell’antica natura. E se l’ottimo 6
questo, è necessario, che di quanto è oggi in poter nostro, ottimo sia
quello che più vi si avvicina. E ciò è il ritrovare un amato, fatto
secondo il proprio cuore. ^ Del che, se s’inneggia autore un Iddio,
Amo¬ re è quello a cui a ragione spetterebbe l’inno. Amore che ci è
di moltissimo giovamento nel presente, poiché ci riconduce nel proprio, e
ci dà le maggiori speranze per l’avvenire, — se però noi ,i
.-.età v=W sii a» Só-'r-' xvin
j» il mio discorso • tr.rno ad Amore, di'crs ^ ^ canzonatura,
t ‘„%c p-»g*;». "r, ‘=’’' '“ir- .„d,c a
pari»"" ° P'""-"" quelli che
rimangono P ^ Socrate, rimangono, di fatti, § , _ raccontava
che Ma io taro a tuo n»do^ j,, ,1 „o rispondesse
Enssimaco ^P ^^p^ss, discorso sono valenti in cose che
Socrate e A^a dovessero es- d’amore, temerei g'"^" ^-ose
oramai si sere impacciati a ’ ‘ ^ro fiducia, son dette
e cosi perchè E Socrate rispose; dóve sono «94 tu te la
sei quando avrà discorso ,ira..uraro(.66), perché io mi turbi,
° che il teatro (167) sia in grande aspettazion me, che io
debba discorrer bene. ^ _ Sarei d^avvero uno smemorato,
Agatone, soggiunse Socrate, — se, avendo visto 1 raggio e
Palterczza con cui tu sali su pa^ co insieme cogli attori, e guardi in
accia ^ gran teatro, quando tu devi rappresentare 1 64
Convito componimenti, e non ti mostri sgomento un poco, ora
credessi, che tu ti debba a cagione di questi pochi che siamo
Ma che ! — riprese Agatone — non mi cred Socrate, cosi pieno del
teatro, da ignorare ne che a un uomo di mente fanno più paura n
persone di senno che molte senza (169). Certo, Agatone, non farei
bene, — ripigliù So crate, — se pensassi di te nulla men che
gentile Anzi io so bene, che se tu t’imbattessi in-persone che tu
reputassi sapienti, ne saresti in maggior pensiero che della folla. Ma,
bada, che noi non si sia già di quelle; perchè noi ed eravamo in
teatro e facevamo parte della folla. Però, se tu t’imbattessi in altri
sapienti davvero, ne sentiresti tu rossore, quando tu credessi di fare
qualcosa di brutto? (170) o come l’intendi? Dici il vero —
rispose l’altro. E della folla tu non ti vergogneresti, se tu
credessi di fare qualcosa di brutto? Dove Fedro, raccontava,
interloquendo— Caro Agatone mio, — dicesse — quando tu risponda a
Socrate, non gl’importerà più nulla di nulla, di quello che qui succeda
comunque succeda, purché abbia soltanto con chi conversare lui,
spe¬ cie con un bell’ omo. Ora, Socrate io lo sento conversare
volentieri ; ma a me è necessario aver cura dell’elogio di Amore (171), e
riscuotere da ciascun di voi il suo discorso. Dopo sodisfatto ddio
ciascuno conversi poi quanto vuole. Ma tu parli bene, Fedro, —
disse Agatone — c niente m impedisce di parlare ; non mancherà poi
occasione di conversare con Socrate. ‘.v«mponÌ!n,tntt,
Convito > c non li mostri ‘T pocoi ohi credessi,
chr f.® r®"*® ,, ^<^“^chc:t;Td:vTiÉ^
cagione di questi pochi che l- ^ ^WÈÉ iS^. . •MucheJ—rbrese
Agatont’' Socrate, cOS\ rneno del teatro, da'i'!" ' f^.
-cheuun nòmo di munte.(anno p®, ' itrn> ''.ihr rt» \ ^ P'I
Jf m Futdjo che: molte- -ci Jo. A.-atc-uc,
nonfiiiti htne, - nv'l ,> -.MJ.S - se p*s«*«I di :c nalla uicn
chè£ - t so bc«^ , cho se tu l’imbattessi- • fe?:tB r.epntf.
-i rapanti, ne Sare.sti inV,.’-1 r^’ero che deiia folla. M.s, bada-
die .UU fiJ, d! c, parchi noi cl tuati-0 e fflceaamo parte della
folla. Petò,fc.,r» ^ •t’iaib.ittcssì M :iln-it;.»p{cnti davvero-, nc
scw.h»- tu t-o$.sore, quando in crcdtssi di -fare quaì. -li
brullo? (170) o come rintendi? rtk'ci 11 Tcro — rispose Taltro. .
il - • j- . .in f>>}lii tu non ti vergognerusti, t* •*
ti i di f.)ro qualcosa d! brutta? » 4 -’’ l odro, raccontava,
inierioquetido->~‘ <S^’j^'t‘UO, -- dicesse — quando tu ris;-
V v^:Tàfé. jpon priuaporteri più nulla^ji ' • f iUo che ani succeda
coinunqyu .^ucc '•M ,-i.!: «hb abbia s-^tanto con.chi convcrj.at5glui5^sj^^'
• ::;con un bairomo. Ora, Sgcirate/lo converj^ret'oitn litri ; ma a
me è jiccessarww^^ «tra ik'ir elogia di'Amore (tyt) ^ erlscuoicr
-ciascun di voi il suo disco^-'; .C>opc?»C^*^ l'Iddio clascuuci
conversi poi qyaj 4 l? J Ma in p,i. li bene,.Fedro, c
niente m’impedìsfc di parlarci nph-manv: , poi occasione di cons*etsare
cori .Socrate. ’ Convito
65 95 „ ni AGVrONE Discorso
o’ priwa ha? discorso T’c'ct 72 > P^'^°""^’%arabbiano
l’ldd\o poi dire Cn ^ non ,. .. ^o dei beni, pvand gli
uomini nup\e essendo i --“"'Chiusi l’Iddio; r/ntsuno
l’ba di n tutti cotesti beni ^%*ure, d’ogGi lode go
quale di quali cose E cosi è g^Jf egli u discorso sia
075; ^ • stesso quale eg bello, egli ^^/osiff^to. D P^ ge d
più giovine degli Dei, g foggu di 'quesm suo tratto eg smsso,
P ,e,oce b fuga la vecchiaia, P dovere ci arrii almeno
assai pih pres p aver a a’ fianchi. Ora, P neanche di
lontano, iu odio e non le si acco , ^ ^ ^^^6) ; -b E
sempre co’ giovani usa e « sempre bene sta 1’ antica "oute»- .
consen col simile s’accompagna ( questa non ziente con
phio in conscio, che lui g- c di lapeto O?»)- 5
Platone, Voi. hX. *
66 Convito C vanissimo tra gl’ Iddii c
gio\ gli antichi fatti intorno agh Parmenide dicono (179),
esse di Necessità, e non di Amore, se pur sero il
vero; chò non si sarebbero viste ‘ tazioni e legamenti vicendevoli ed
altri violenti atti, se Amore fosse stato tra lor^b^’ ® amicizia e
pace, come ora, dal di che sopra i Numi regna. Dunque giovine eguT
P e oltreché giovine, delicato (180): solo un poetà gli fa difetto quale
Omero, che mostri la deli¬ catezza di lui. Ché Omero afferma, che
Dea Ate sia e delicata, almeno delicati sieno i piedi di lei,
poetando (181) : I piè di lei son delicati; e il suolo Non tocca;
dei mortali ella sui capi Cammina. Ora, è buono argomento a
mostrare la deli¬ catezza sua, ch’ella non sul duro cammini, ma E
sul tenero (182). E lo stesso useremo noi argo¬ mento a provare di Amore
che delicato egli è. Che nè cammina sul suolo, nè sui crani i quali
punto teneri non sono, ma nelle più tenere cose e cammina e dimora.
Perocché nelle indoli e ne¬ gli animi degli Dei e degli uomini la dimora
pone, e nè in tutti gli animi del pari, ma dove in uno s’imbatta
d’indole dura, va via; dove di tenera, vi s’accasa. Poiché egli, dunque,
e co’piedi e con ogni sua parte è a contatto delle più tenere g(5
tra le tenere cose, è necessario che delicatis¬ simo sia. Sicché
giovanissimo è e delicatissimo, e di giunta fluido di forma. Ché non
sarebbe 6 ? B Co’ivilo ^ neU’en-
U»»' («!?'. C»«o *« s»p» o^. iorf“"”“ , M«, ‘l“‘''?Si
AmP« pos*'"''’ ,jvveoen='^ „nso di ^ guerra sempre.
.!•" °«P»“ “ T Wer. d=irM» "* chè f del colore, “
ad anima e ctó.a So.e o cta ' K' I soggetto la Amore; e
dove f ner£, non s’accoppa A , Todoroso loco sia, 1»
P fiorito c ou perniane- j iiMddio e basta
sin Orbene, della 0'“““‘‘Jella vlrtì d’A»ore qui e
molto resta a g U principalts- conviensi dopo quella P ^ offesa
nt sinio è. cito Amore ^ ^,84> di Dio o a Dto nc *
-tUre eo'U stesso, s Perché nfc per violenza non tocca ^
qualcosa patisce; - eh ^ volontario i; in tutti il servigio '
^ jj^ reme (t 5) > assente a volente, h legSh , giustizia,
affermano che giusto sm- ^ ^i^sinaa. Peroc; è provvisto di
temperanza ora^^^^. ^ ^esidern chè si consente che vince P^^^^ non
sia temperanza, e che p gè sono da me , v’abbia piacere
«essuno- O < ^ questi è forza che sien soverchiati
68 Convito soverchi : ma se piaceri e desidp ••
D 197 t.(iò6). E quanto a coraggio
adr^°P^^tut pure Are contrasta » (187). Chi « n«(, Amore, ma
Amore Are possied^'^am^ Afrodite, secondo è fama (188) • or ’l • di
tiene in poter suo il posseduto é più coraggioso d’ogni altro, debbe esli
certo il più coraggioso di tutti (189)^'?®5' della giustizia e temperanza
e coraggio dS'r? d.o s’è toto; resta ddk sapiens,; ; SI può,
bisogna provarsi a non ometterla (looT E da prima, perchè io per la mia
parte lodi l’LÌ nostra, come Erissimaco la sua, poeta è l’Iddio
sapiente per modo che rende tale altrui; al¬ meno diventa poeta, «
ancorché pria fosse di Mm privo » (191), quello cui tocchi Amore. Il
qual suo tratto ci si addice usare a testimonianza che Amore, in
somma, è artista buono in ogni crea¬ zione che attiene alle Muse (192);
dappoiché le cose, che uno o non ha o non sa, non mai le da¬ rebbe
ad altri, nè le insegnerebbe ad alcuno. Oltreché la creazione degli
animali tutti, chi vorrà contradire, che non sia sapienza d’Amore,
quella per cui opera gli animali tutti e nascono e cresco¬ no? Ma
nel magistero delle arti, non sappiamo, che quello di cui questo Iddio si
sia fatto maestro, rinomato è riescito ed illustre; quello, cui
Amore toccato non abbia, oscuro è rimasto? L’arti del saettare e
del sanare e del divinare Apollo (193) trovò, guidato da desiderio e da
amore (194) > sicché anche questi discepolo saria d’Amore, c le
Muse ne appresero musica, ed Efesto l’arte 69
« Zi‘^^ ’ le cose dCo' amore, s m c ' • onpoirto 1 _ • ft-i
genererò, vive d'.C ''chfe^rn brutte..^ ’‘jf di
bellez5-a. priircipro ^ o- ;ndc> ,„„onzi, _An SI narra
(,19 ai bellez^-'*'’ — , principro u- --
»"«• inna®'. si ^ ;
terribili eventi, -t^ecessità % « i“nsi s» ^
;«/»« ts -s"' Vantare Amore, es- o Fedro, a
\ ^ e ottimo, dipoi 1 sr: Ji*"'" ,. ., mar
cairn»,‘‘='"'““ „ ai,caco, . »s> D attesti
<i’0B”i „ empie che cl at- vttOta, e d'ogni mgunate degli
tttt. tmelia, egli. ’S"ttnSsero, aeUe «e cogli
altri instttttl che s, «o ,gli m. ezaa „ei coti, nel saenfien g,
benevolenza • inspira, selvatichezza sband .^^^i^ordioso ai
largo, di “lenabile, buoni (zoo), a sapm ^ custodito d
bile-, invidiato da chi n F . ^ ^ dilettosa, na’rlcco, di re»').'’»'*''';,"'?»
grazie, di brama, i ^ ; m trav g > tore dei beni,
timoniere, ' paure, in pencoli, m ^°^tore ottmm, di I
marinaro, commilitone 7 ° Convito quanti gli Dii
c uomini adorm bellissimo e ottimo, che ad ogni'?,?"'’ seguire
innepiando e prendendo pa?? canzone, eh egli, molcendo ]’intellel
gli Dn e degli uomini, canta (203) ‘«'ti auesto discorso, dice, o
Fedrh sia parte offerto in voto all’Iddio, dove di s^T dove di
misurata seriet.^, in quanto ir, perato (204). ’ .XXI 198
duando ebbe finito Agatone, tutti, disse Ari¬ stodemo gli astanti
esclamassero, che il giovi- netto avesse discorso in maniera degna e di
sé e dell’Iddio. Sicché Socrate, volto ad Erissi- maco, dicesse : O
figliuol d’Acumeno, ti par egli che un timore da non intimorire
m’intimorisse poco fa (205) e non fossi invece profeta nel dire
quello che io ho detto dianzi, che Agatone avrebbe parlato mirabilmente
ed io mi sarei trovato nel¬ l’imbarazzo ? DeU’una cosa —
rispondesse Erissimaco — mi pare che tu l’abbia indovinata, che Agatone
par- B lerebbe bene; ma che tu ti troveresti imbaraz¬ zato, non lo
credo. E come, beat’uomo — ripigliasse Socrate — non mi
troverei imbarazzato cosi io come chiun¬ que altro, che dovesse prendere
la parola dopo la recita di un cosi bello e svariato discorso ? E
il rimanente non ò stato altrettanto maraviglioso; tua sulla fine,
quella tanta leggiadria di vocaboli ' ® __ me.
di clràdo di dir nulla, scndr'^- non sarò “ ^^^i^zza, per
poco - s> ^-’Cia ^lla vergogna, se C sono t'^g?
Vaiscorso m’ha rrchu- 100’’'*= \ia. Giacchi-_ occorso 1 caso
d’ Omero (ao/b (;ìo8) Agatone lanciasse^ e nu fa-
Gorgia, E ho capito >»''X s.»->^r:“'?dS” "^ “ 1 stato davvero ndmo , q
p^^te rSHiSSi che D
Sa";=S==S lualunQue cosa. biso'^ni dire il ' ì, _
m’immaginavo, che o "ila cosa, quale si s-^nto; pd, scelto
del ; che questo fosse 11 ^ia acconcio vero il meglio,
«pot ° ^ ,He avrei di E presumevo gran c del ino scorso
bene, ^^^ 200 ). Invece, si vede d di lodare ogni cosa ( 9) ^ era
gì- cose V’ha “1 VVt 'nenzognere, età cosa^^a mila.
Giaccnc s - f. , ‘ v Amore, o dascuno di noi paia di lo razzolando
a che lo lodi, n »1'P““° X cono ed A« ° . ogni patte, e tale, e aotote i
c affermate eh egli
:rj.r ^"T™' “"n b=|,.S”i-l.£-
M» io noncoò»c;:o'rn,“H''“* ' chè non lo conoscevo, mi
so°no"i!°''"'®’P !" r°I ?ì»*» “"''io all, M
“,S” V 3 (zio), questo modo; non nma chè
la lingua ha promeslò” la Adunque, addio elogio; che ì„ odare a
questo modo ; non potrei. plT""" lete, il vero, si, non
ricuso di dirlo di nr^®' e non rispetto ai discorsi vostri perché
S. rida dietro. Ora, tu, o Fedr^'^guarj™f discorso COSI ti fa prò ;
sentir dire il vero di Amore c n quei vocaboli e quella giacitura di
senteme che mi verrà per prima alla bocca. E a questo,
raccontava, Fedro e gli altri Pili- virassero a parlar pure nel modo, che
a lui pa¬ resse di dover fare. Ebbene, Fedro — Socrate
riprendesse — per¬ mettimi anche, che io faccia qualche piccola
inter¬ rogazione ad Agatone, affinchè prima io mi abbia C alcune
concessioni da lui, e poi, così, discorra. Ma si, lo permetto; —
rispondesse Fedro — interroga pure. Dopo di che oramai Socrate
avesse cominciato, su per giù, di qui. XXII Di certo,
Agatone caro, tu ti sei introdotto bene, m’è parso, nel tuo discorso col
dire che prima bisogni mostrare quale egli è, l’Amore, poi
E 7 ^ . . „vi va a gen'O . Q^^^sto in ogni
altra ,re Ji . via, esposto qnaW HS»-
°'S’e.WB"’'^“Teg'''“^''’'‘"'r? D up questo • t- ^8 ^ nulla ^
D f»'*. L>»' di q0»'*“ “ *d,c o di »« ma ad’a^f jj
padre e cgir P. ondere a dolere. fp^rfi' ° 5““ t ma'drd
del pat>’ • ^ . p anche a questo. ^ jjspondinti
Assentiss ^ . y^^sse gallo ciò I Or bene, -- tu intenda me„
poche altre cose^ P ^^^.«dassi : O
'r;srid^c;.-o.t-e,,o,.tr 'qualcuno o no? ^
Rispondesse, c D’un fratello o _ Dicesse di si.
__ domandasse dis^SSSaSrsulVatttore.^^^^^^^^ *
Di^qualcosI ciottissimo- .^„gesse So- tanto questo. 1
lo desidera o “O ^ Di certo — r'sp'^ Ora, desidera egli e
ai sesso della cosa che desidera"^ j. sedendola? ^
nr,-,-. ama;, 'aoti Pos. B
V D Non possedendola, par naturale
Guarda-riprendesse Socrate natura e, non sia necessario, che dera
desideri ciò di cui è manchevoI ^ desidena dirittura, quando non ne l
"“''o role. Tu non puoi, Agatone, immagi„are“’'‘'’^*’'-
5 aia necessario a mw • ^ Quanto grande, es-
paia necessario a me; o a te pare? E anche a me —
dicesse. Dici bene : vorrebbe forse chi è ser grande, o forte
chi è forte? Impossibile, dietro l’intesa. Perchè,
appunto, non sarebbe-manchevole di tali qualità chi le ha.
Dici il vero. Percliè, se uno che è già forte, volesse
esser forte — ripigliasse Socrate, — e veloce uno eh’è veloce, e
sano uno eh’è sano... giacché qual¬ cuno potrebbe credere, che queste e
simili qua¬ lità, quelli che son tali e le hanno, desiderano quelle
stesse che hanno; sicché questo io lo dico, peichè non ci lasci trarre in
inganno — or bene, costoro, Agatone, se tu la intendi, devono pure
avere nel presente ciascuna delle qualità che hanno, o le vogliano, o no,
e queste, oh citi mai le desidererebbe? (212). Però, quando uno di¬
cesse : Io che son sano, voglio anche esser sano; ed io che son ricco,
voglio anche esser ricco, c desidero appunto queste cose che ho, —
noi gli risponderemmo — Tu, amico, che possiedi ricchezza e sanità e
forza, vuoi possederle anche 7 > o
» tu le l’^'- .,,,o qtiello eh e ^JpSesse ' V
untare ^ ^ O non t in proi^“’ Z che non si ^ ancora t
P^ aò l^!^ il inantenerntt pe r ksic^®’ j presente?
'‘*‘0° «no -- *'’°“‘'Tchi«nque altro il 1 “»'' ^ E questi, Lello
che non tiene desUeri tuttavia, desi J „on ha e t mano e al cui h
manchevole. ”.e egli d i desiderio e Vamotc- ‘n”Sr-
-tSse. ^ ,„cr.te-ri.ssu- ^LLvia.-coimlnd-Socm^^ mianio quello
d. OT poi, di co in primo luogo, e u di cui patisca
difetto Si - affermasse. ^ ^^ente, Jt che Ora, per
^etto che l’Amore sia. tu nel tuo discorso hai „,ente im
Anzi, se vuoi, te giù questo; che Tu hai detto, credo
,assetto per via d agli Dei le cose ^ ^i bruttezza non
amore di bellezza-, g‘a detto su p potrebb’ essere
amore. giù cosi? rispondesse Agatone- Si che l’ho detto
- risp 201 ^ par]: da galantuomo
. e, — ora, se è rnci ,>^ 4 ) Socrate; — ora e»
"““*0 (^214) Acconsentisse. “ ' «on s’è rimasti
d’arr« a CIÒ di cui è in difetto, e che “«0 am Si -
dicesse. >ia? É in difetto, dunque, di bellezza a non l’ha?
^aiore, ^ Necessariamente — affermasse Che dunque? quello che
è in difetto di 1,, lezza, e non possiede bellezza per
ness^ì^"' oh lo dici tu bello? ^ ^sunmodo^ No
davvero. Ebbene convieni tu ancora, che Amore sia bello,
s’egh è cosi? E Agatone — Risico, — dicesse - 0 Socrate, di
non avere inteso nulla di ciò che ho dettò dianzi. Eppure
hai squisitamente parlato, Agatone - C Socrate ripigliasse. — Ma dimmi
ancora una pic¬ cola cosa: il bono a te non pare anche bello?
A me si. Se, adunque, Amore difetta di bellezza e se
bontà è bellezza, anche di bontà, dunque, esso difetterebbe?
Io — rispondesse — non saprei come con¬ tradirti; sicché sia pure
come tu dici. Alla verità, amato Agatone — concludesse — ^ tu
non puoi contradire; chè a Socrate non i punto difficile.
77 Convito e U discorso in- ^
« io giorno d» Dio- £ ora „ r-he sentii nn ^ ^
,rno iteXe cose, e una ^ " Tdeila peste, fece, col
àP“^''\gli Ateniesi, pt'ttj ^tardasse loro di olia agli _ .ricrifizio.
cbe la_n^e m quella appunto cit ^ g, eh’essa jgcianni,qu ^ ^
discorso, outi fra ose d’antore, punti cou tenne, lo,
roverò a ripetervel , p Agatone, nu P c g’intende, Ag
"' e il «#> *' “impano la via. teogo» “ .1 modo che
tu hai ape VTcorrere chi l’Amore J facile £ fcriiua
discor ^ che P . ?! lco.,amo si. quello,^»
-t°iroono,e,io-og»^'^=„,es.^ Tma Agaldno a me,
*'^"“"Èlei, cose che ora Ag bellezza. _
f'"'do me'còlle stesse ragioni con cui^t^^^^ sSo cosmi,
«., ne n°d^o. come l'inmo^“;r= tinta; ò brutto,
adunque, ^.^p^tto? ” D lei-'' o°-“/;Sp ciré non s.a belio,
rese — o credi, clte 4 brutto? Icbba necessariamente
esser Certissimo. 203 O
anche quello che rante? o non senti, che tra sapienza e
ignoranza Coni E che mai? L’opinar
rettamente e senz’essere • di dar ragione, non sai — dice — V"
sapere; poiché come sarebbe mai coV^-"°'‘ naie la scienza? E neanche
é ignoranz'"''"®' che apporsi al vero, come mai sarebbe
ranza? L’opinione retta è appunto cosi'®,?' cosa di mezzo tra intendere e
ignorare ’ Dici il vero — risposi io. B Non forzare,
dunque, ciò che non è bello a esser brutto, o ciò che non è buono,
cattivo. E ! così anche l’Amore, poiché tu stesso convieni che non
é buono né bello, non credere per ciò che deva essere brutto e cattivo,
ma una cosa di mezzo — dice — tra questi. Eppure, — diss’io —
si conviene da tutti, che é un grande Iddio. Da tutti quelli,
intendi tu, che non sanno o da quelli che sanno? Da tutti
quanti a dirittura. E lei ridendo — O come, Socrate, — disse
— converrebbero che è un Iddio grande coloro, i 0 quali dicono
ch’egli non è neanche un Iddio? Chi costoro? — dissi io.
Uno tu — rispose — e uno io. E io domandai : Come mai dici tu
questo ? E lei — Facilmente — rispose : perchè, dimmi ; tutti
gli Dei non dici tu die sono felici (216)? O che ardiresti tu dire,
che alcuno degli Dei non sia felice? 79
Coiiviio ^ _ ^ io no " possiedono 'A'„ oo»v.n»to,
*= » Di non to’ desidera, appunto, «a'^" ,4 e
boto"'' eoo « "““t in dite»»’ 0 come
‘Tni^ r^nt:” oto aneto » A»- To'^aedi un Dio? .
dissi .sarebbe maiVa^more? Che, dunque,
tortale? r*f;“'''ltpto''e-un eto di metto Come prima V
"" rti!«to,Dio.i’’»>^ inno B il demoniaco e
un il mortale. - diss’^- E quale possanza ^gU ^ei
D’intetpmte '.«““f oni, degU um," nomini, agli uomn ^
n^^jjjjii, deg’^ smettendo preghi ^^rrifizh . . pgr mandi e
rieambii de. a fb ,,„i, nenipm pe t nel meato tra gl’ n
20 *^ Convito modo che il tutto resti
colleentr. simo. Attraverso di lui pasfa “'r? I na tutta
quanta e quella de’ sacS" ' saenfizu c le iniziazioni. Dio non
si ^ ì uomo; però ogni conversazione e coll Dei cogli uomini, sia
desti, sia addormì° per mezzo del demoniaco che la si fa p‘> ^ i
che è sapiente in simili cose, è uomo d ^ ^ chi è sapiente in
ogni altra cosa o dUrr'^'°' mestiere, ò un manuale. ^ urte 0
(li 0^a,di questi demoni , 1 Amore è un ,
1 ~ ^ CS^i ò suo padre - dissi io - e chi suà ve ne
son molti e diversi : E chi madre ? É lunghetta —
risposi — a narrare; pure te 10 dirò. Quando nacque Afrodite, gli
Dei cele¬ brarono un banchetto, e v’era cogli altri Poro 11
figliuolo di Meti (218). Quando ebber cenato, ecco che arriva Penia per
accattare, perchè era luogo di scialo; e girava attorno alle porte.
Ora, Poro briaco di nettare, — chè il vino non c’era
peranche, — era entrato nell’orto di Giove, e vi s’era, sopraffatto dal
sonno,-addormentato; sic- C chè Penia, macchinando per la miseria sua
di avere un figliuolo da Poro, gli si mette a giacere accanto e
concepisce Amore. Ed è per questo che l’Amore diventò seguace e ministro
di Afrodite, perchè fu concepito nel giorno natalizio di lei, e
insieme è di sua natura amante del bello, poi¬ ché anche Afrodite è
bella. Perciò come fi¬ gliuolo di Poro c di Penia, l’Amore s’ebbe
questa sorte ; prima eh’ egli è sempre povero, c tutt altro che delicato
c belio, come i più cre¬ dono, anzi duro, e squallido e scalzo, e
senza 8i D 10 + .
dormendo avanù |°«* r nò oi i-sofist* ’ ^ e\io stesso
g' mudre e p Inta ^ada bene (3^9)del padre, '“T
rVa" »- Ìe<l»»"“ ?‘Sero Aii«>'''"‘"“ Chi
h t*'"’ « ''‘®"°”ret=“° e -- “.“ ^TXìSn:
““Se.' tr“fi- "S>s;=.»“»sri'S-“‘‘° Sf'“
:.,.eh..o.e.- 0„ _ disse - ^ V»e -li ‘ ole- „„ raBSs».
q»e ^ apP»'» ^jd't»"»'!”’ um e altri, e d q cose pmbell
^rio clic Amore sla filosofo, Convito egli sia un che
di mezzo tra sapiente e • rante. E di ciò gli ò causa anche la sua;
perchè lui viene, si, da padre sapiente'*^'’!? molti ripieghi, ma da
madre non sapiente e se ripieghi. Questa, dunque, è, amico SocrateT
natura del demone; e l’aver tu ritenuto Amore fosse quello che tu hai
detto, è stata una C svista da non doverne fare le maraviglie.
credevi, come a me pare congetturando dalle tue parole, che Amore fosse
l’amato, non gii l’amante. Perciò, credo io, l’Amore ti appariva
bellissimo. Chè di fatti l’oggetto dell’ amore è il veramente bello e il
delicato e il perfetto e il beato ; invece, quello che ama, presenta un’
altra idea, quale l’ho discorsa. XXIV Ed io
ripigliai — Sia pur così, forestiera: chè tu parli bene. Ma se è tale
l’Amore, di che uso è agli uomini? D Q.uesto, Socrate —
rispose — mi sforzerò d’in¬ segnartelo ora. Dunque è tale l’Amore, e
nato a questo modo, ed è, come tu dici, amore di bellezza. Ora, se
uno ci domandasse — O So¬ crate e Diotima, che è egli mai l’Amore di
bel¬ lezza? Ma lo dirò più chiaro cosi: — Chi ama la bellezza, che
ama egli mai? Ed io risposi — Che la diventi sua. La
risposta — dice — desidera quest’ altra in¬ terrogazione : Qjuello, a cui
la bellezza diventa sua, che n’avrà egli? io
A rispondo'' 1' uundo, si sei- ^ i. 8'*'“ f p sé '«'*! S
bello e li down- '.rd;iééoo>d,'“rs«"^“'’*'““ .
Socrate, su. diventi suo ^ Snti suo, che n’avrà
,.,,nriparpihage- aos 3 sarà felice. ^ ^ possesso del
bene ' Di fatti. -- dtsse domandare son feli<^'‘ '
vuole esser felice; an« Trite ^bbia qui termine.
"^'’dIcì la rquesto amore, credi Ora, questa vo uomini,
e eh ? -noTav t "empfe il bene? o come tutti desiderino
di avi. dici tu? _ _ , rnmune a tutti. Cosi - dissi to
__ ^-jsse lei — non dt- 0 perchè mai, Socrate lo clamo
che tutti diciamo che amano stesso e sempre, ma di alcuni
e di altri no? ._anche io. Me ne maraviglio -- dissi ^
noi. Ma non te ne maravig i i^ chiamiamo sceverando una
specie e .^ig q nome t col nome del tutto, ass g nomi.
amore; e per le altre usiamo al Come che? - poUsis (aai) ^
Come questo. Tu sa atto eh cosa di molto comples causa
che una cosa qualunque passi dal n sere all’essere, è poiesis; sicché le
operazic^"^ pendenti da qualsiasi arte sono poieseis operatori
poieiai tutti. ’ Dici il vero. Eppure, tu lo sai —
dissé, — non si chiamano tutti poietai, ma hanno nomi diversi; e una par
tirella della poiesis sceverata da tutte le altre quella che ha per
oggetto la musica e i metri’ si domanda sola col nome dell’intero:
giacchi questa sola .si cloiama poiesis, e poieiai quelli che
possiedono questa particella. Dici il vero — diss’ io.
Ora è appunto cosi dell’ amore ; la somma n’ è ogni desiderio del
bene e dell’esser felice (224); ma quelli che vi si avviano per un’altra
delle molte vie, del guadagnare, poniamo, o dell’eser¬ citarsi in
ginnastica o del filosofare, non si dice che amino nè che sieno amanti;
invece, quelli che mirano a una sua specie, e a questa pongono il
cuore, prendono il nome dell’intero, amóre e amare e amanti.
Risichi — diss’io — di dire il vero. E v’é — disse — un certo
discorso, che quelli amino i quali cercano la metà di sé stessi (225) ;
ma il discorso mio dice, che l’amore non sia nè della metà nè
dell’intero, quando, amico mio, non si trovi essere un bene; dappoiché
gli uomim si tagliano volentieri e mani e piedi, quando le membra
lor proprie le credano malandate. Giac¬ ché non è il proprio, credo io,
quello che ciascun uomo ha caro, se già uno non chiami pròprio il
bene, altrui il male ; comecché non sia altro iciò
no-'nspos“°- te P»' 20& <”'r'di
iri - S*pu6 di» s'”'P'‘' dtól- j„e aggl»«8«« - ‘'sTiv.
aSS'ffSdd - di £ non . sempre ^ Verissimo —
x:^v I Ora, poiché l’amore^ ^fo^zo^^dT^chi'vi corre I
riprese lei —. la cura chiame- • dietro, in che modo e m q ^o
sai rcbbe amore? che opera e mai q tu dire? . ^isgi —
taato, o Diotima, Non t’ammirerei- di« ^. per la tua
sapienza, m- « q parare appunto questo. ^ . l’opera é par- Ma
te lo dirò io -- tisp j-ome torire nel bello, nei rispetti
deir anima. l’indovino; che mai Ci vuole — diss io
vuoi tu dire? hlon ‘^°™P^^“-egherò pih chiaro. Ma io-disse
lei -telo spiega D 207 86
^ Convito Oh uomini — disse — tutf corpo e
nell’anima, e la natura nostra ha desiderio di" """
'''* partorire nel brutto non può 0 E cosa divina è
questa - e^in’ siO tale, questo è inmtomi;, il co»"”*
.'2; rare Ora. l’uno e l’al„„ j succedano nel disarmonico. E il
*'*’'•« cht monico da tutto quanto il divino bello. Sicché Bellezza
é Moira ed’Flir°"Ì.^'‘^ alla generazione. Perciò, quando la?
pregna s’ accosta al bello, diventa ilare gioia sdilinquisce e partorisce
e genera i qu? ! invece al brutto, si rannuvola e per il dolore •
raggomitola (229), e si raggrinza e non genera' ma, poiché vieta al feto
d’uscire, se ne sente male e qui appunto è la causa che la creatura
pregna e già smaniante è presa da ansietà molta alla vista del bello,
perchè questo libera da gran doglia chi lo possiede. Giacché Socrate, —
dis¬ se l’amore non è del bello, come tu credi. Ma e
che? Della generazione e del parto nel bello. Sia pure
— diss’io. Certissimo — rispose lei — ; ma 0 perchè della
generazione ? Perchè la generazione è un gene’ rato sempiterno, e, per
mortale, immortale (230, Però, dietro quello che s’ è convenuto, è
neceS’ sario che dell’immortalità l’amore senta si desi derio, ma
accompagnato dal bene, s’esso èamotf dell’ aver seco il bene sempre.
Sicché, conformi a questo discorso, è necessario, che l’amore anchi
dell immortalità sia amore. 87 Convito ,pnti
dunque, mi dava . nesti insegnami’’ ’ J A,more; nfS S,i. o Socrate.
'8”' "ia mi ‘>»®”taesto .mote e iel deM- : sia causa di 0 °
violenta disposi- it'*, O non „• jllorchè deside-
*'"1 enttano gU ““.t “'ti q».»» i «olaf''. ^
S8rlS’m«reomotosamenm^“;' ifcoSattere i per proprio
. . p si a venir meno aeiw qualun- quealtro atto? ^ facciano
per virtù di “';'“''’-o' S # animali, qoale d c
raziocinio, o g rnsi? Lo sai tu dire ^ struggersi d’amor saprei.
Ed io da capo diss ^ ^ai di- in cose dimore, se non
mteod, J'^'^^Ma^ppunto per J^j 2 so''chrho bisogno or ora, io
vengo da te, peretóso ^ di maestri. Ma dimmela m e di tutt’
altro nelle cos amor Ebbene, se tu credi eh P ^ pib vohe»
sia di quello che abbiamo c ^^.^a il » non te ne ^ale cerca
essere, P L discorso, la natura m ‘gitale (231)- quanto può,
sempre o8 88 Convito può
solo per questa via, per la via dell razione (232), perchè lascia
sempre un n'^”'^' invece del vecchio ; giacché anche nel
tratt'o°'^° tempo che ciascun animale si dice vivere e rare il
medesimo, come, per esempio uno T fanciullo insino a che sia diventato
vecchio t detto il medesimo ; però è cliiamato il desimo,
quantunque non conservi mai b st ig stesse cose, ma parte si rifaccia
sempre giovine parte alcune cose le perda e nei capelli c
nella, carne e nelle ossa e nel sangue e in tutto quanto il corpo.
E non solo nel corpo ; ma anche nel- l’anima il tratto, i costumi,
opinioni, desiderii, piaceri, dolori, paure, tutte le disposizioni
siffatte non sono mai presenti le stesse in ciascuno, ma quale nasce
e quale muore. E, cosa più bizzarra ancora, le cognizioni non solo alcune
nascono c altre muoiono, e non siamo mai neppur rispetto alle
cognizioni i medesimi, ma anche ogni sin¬ gola cognizione è soggetta allo
stesso. Giacché quello che si dice meditare, ha luogo perchè la
cognizione va via; dimenticanza, di fatti, è di¬ partita della cognizione
: meditazione, invece, ingenerando una cognizione nuova in luogo di
quella che se n’è ita (233), salva la cognizione tanto da parere la
stessa. Chè a questo modo tutto il mortale si salva, non col restare
sempre in tutto e per tutto lo stesso, come il divino, ma col
lasciare quello che se ne va e invecchia, qualcos’ altro nuovo, quale
esso era. Con que¬ sto mezzo o Socrate — dice — il mortale par¬
tecipa della immortalità, così il corpo come ogni altra cosa: impossibile
(234) in altro modo., 89 . „»r n.»'* 08 “
r,o • siacchè per .8» xxvn me nc . ««ito
q»““ *!“I!°;dio-s»pi“- dubi»^*^’ . j^.dare all’ amor stupore,
“ •'?irfagio'^‘'''°^^”'''^°-h aie io ho uoiuim» . ^ niente ci
i>j.jnore del di- o come si struggono d amor concependo ccn^^ e
di ventare rin ‘ ^ eterno, lasciar di se g ^gnl
pericolo e son pronti per e consumar le so- norto a
Patroclo « ^f^no, se non avessero figliuoli per salvar loro il reg
creduto, die _ una immorta ppuiito conser- • a; loro,
come apF _anzi> rimasta memoria ^j^vvero — ’ viamo
noi oraf i io credo. >> per imniortal
virtù Convito e per siffatta
«gloriosa fama,, , cosa, tanto più, quanto mieiin sono
dell’immortale innamorar pS Ora quelli — disse —, che so ^
poralmente, si voltano piuttosto" allff^ diventano amorosi a
questo modo e diante la generazione dei figliuoli, ’ ^
« Immortai vita, insin che il tem,^ ^ « Procurando »,
^urì, secondo credono, 209 B
e felice e ricordata; i pregni invece nell’anima... giacché
vi sonopu, quelli — dice — , che concepiscono nelle anime anche più
che nei corpi, le cose che all’anima s addice e concepire e partorire. E
oh! che le SI addice? La sapienza e ogni altra virtù, cose appunto
di cui sono generatori i poeti tutti, e quanti v ha artisti che si dicono
inventivi: però d ogni intendere — dice — il maggiore e il più
bello è quello il cui oggetto sono gli ordini delle città e delle case, a
cui si dà nome di temperanza e di giustizia (236). E quando poi uno,
essendo divino, sia da giovine pregno di tali cose nel- 1 anima, e,
giunta l’età, desideri oramai di par¬ torire e di generare, cerca, credo
io, anche lui, girando attorno, il bello in cui generare ; giacché
uel brutto non genererà mai. Sicché, come pre¬ gno eh’ egli è, si
compiace de’ corpi belli piut¬ tosto che de’ brutti ; e quando s’incontri
in una Della anima e generosa e di buona natura, si compiace, e di
molto, dell’insieme, e subito con 9 ^ Convito
^ , honda in „ ^he studii prò- ^ ersona poomo buon
venuto ^ette a educarlo.^ ^„„,ersando con della beila
^15 di cui era ^ntan° credo, e gener {Ìa.pa^^;\cnin>
" ^'^to insieme con quella, %< e alleva il ^ggior
comunanza jU^^^’:,rcbe una molto gVi um "’f
figlinoi' (ai?)- ! poicbt in pm cbe e amicir-ia prn
accomunati. '‘ immortali ftgbn®^’ " ^ lui nascessero
nTe avrebbe caro .^ando e a D chet: 0 se ti
piace, ".f " ^.^eutone, salvatori d ^ I lasciò Licurgo m
L 1 EUade. ^ I tcedemone, 0, per Solone per la g^n ! E
presso di voi °"°;Xi valenti uomini in altri ' aione delle leggi, ed
altr ^ . ^^^.bari, luoghi parecchi, e tra g^^f/^.ueratori di
virtù autori di molte e belle «per , ^ furono si.
eretti per via di tali 5 umani sinora a nessuno. E ,ta qui,
qu““ A”"' cui i.. coi torso, So««“.’!''y„ìtivo (oi® “ k;
ma in quello P"''“ queste, quando uno procede
bene IO non so se tu saresti capace. Te dunque, io — dice, — e ci
metterò tuttrirb*®"*’ voglia ; e tu provati a tenermi dietro, se ti
• Giacché — dice — chi vuol mettersi per la via a simile impresa,
deve cominciare da gì ad andare incontro ai bei corpi; e da quando
chi lo guida, lo guidi rettamente, ama'r*'*’ uno di quelli (2J9), e quivi
generare bei pensieri^ e di poi intendere, che il bello di
qualunque corpo è fratello con quello di un altro corpo- e se
bisogna andare in cerca di ciò eh’è bello in genere (240), sarebbe una
stolteaza grande non riputare una e medesima la bellezza su tutti i
corpi; e quando abbia inteso questo, renderlo amatore di tutti i corpi
belli, e rallentargli quello struggersi violento per uno solo,
facendoglielo sprezzare e tenere a vile; e di poi reputare la bellezza
nelle anime più preziosa di quella nei corpi, di maniera che, se anche
uno, ben fatto di animo, abbia del rimanente poca venustà (241),
egli se ne contenti e lo arai e n’abbia cura e partorisca pensieri e ne
cerchi di tali, che fac¬ ciano migliori i giovani; affinchè da capo
e’sia costretto a contemplare il bello negrinstituti e nelle leggi,
e vedere com’esso è tutto connatu¬ rato con se medesimo (242) ; c dopo
gli instituti lo meni alle scienze perchè di novo veda la bel¬
lezza delle scienze ; e guardando ormai a un bello già copioso, non sia,
servendo al bello in una singola cosa come domestico, un’abbietta e
me¬ schina persona, che s’attacca alla bellezza d’un fanciulletto 0
d’un uomo o d’un instituto unico. 9 ?
dclbcUoccontcm- . - discorsi e ma rivo''°
“'torist^^ filosofia infinita, smo k>' CV'
>VTeS»cWto,n<.n;.s»’-ga fcf.a J- *e SU sc.c« *
r^‘'’';Su -'SS. E gù, E •. ctato educsito sin qui
alle cose Qgpetti, pressoch srs* “"ss “qSii» “pp””®’.
° • rrp<;ce nfe scema, e a y e ora no, tncii cresce
u^i-»i-tn ne or*^ j. verso e per e brutto in un JJ nt
bello in un ”spu«o g neanche il bello qua bello e qua brutto come
un si presenterà alla sua . p ^tecipa il corpo, visS 0
mani o nient’ altro cm par neppure come un discorso ^ ^.^,erso, m
u^ ^ c eppure come m qual ^ ,ieio o m animale, per
esempio, uniforme s altro, ma esso stesso di P belle tutte
stesso in sempiterno, e che partecipanti di esso pe
periscono, ess queste altre si generano uà patisce
diventa punto maggior nulla. Sicché, quando uno, per aver am
fanciulli nel buon modo, risalendo dallp .. * quaggiù cominci a
vedere cotesto bello all si può dire che tocchi la meta. Giacchi
sto è nelle cose di amore procedere o essT^' condotto bene da altri ;
movendo da’belli sensu^ di quaggiù salire sempre sempre attratto dal
bello di lassù, montando come per gradini, da uno a due e da due a
tutti i bei corpi e dai bei corpi ai begl’ instituti e dai begl’
instituti alle belle di¬ scipline, e dalle discipline terminare in
quella disciplina, che di altro non è disciplina se non
appunto di quel bello ; e conosca terminando ciò che ò per sè bello
(244). Questo, se altro mai, — disse l’ospite di Mantinea, — è il punto
della vita, degno che l’uomo ci viva, contemplando il bello in sè;
il quale, quando tu una volta lo veda, non ti parrà da metterlo nè con
oro, nè con veste, nè con bei fanciulli e con giovanetti, che
vedendo tu ora sei tutto sgomento, e sei pronto, e tu ed altri molti, se
possibile fosse, guardandoli, questi amati vostri, e vivendo sem¬
pre con loro, a non mangiare nè bere, ma solo contemplarli e stare
insieme. O che cosa — dice — pensiamo, che debba essere, se uno
abbia la sorte di vedere il bello per sè, sincero, puro, inmisto, e
non già ripieno di carne umana e di colori e d’altra molta inezia
mortale, ma possa riguardare esso il divino bello di per sè uni¬
forme? (245) O credi tu, — dice — che sia spre¬ gevole la vita dell’uomo
che guardi colà, e quello contempli sempre e stia insieme con esso?
O non intendi — dice —, che quivi soltanto, ri-
9> con coi C il W'“> "" „“n
immagini di »«<, li non vp.ra. , Kiio con * a .W,
..aa'»'" ' li parto*" ” " ma vitti vera, tocc^^ una
virtù vera e ncca il ^di diventare amico di ““ ^
^'riisse aVf anche gli ^1“*» r 70 di persuader *_ potrebbe da
nessuno siffatto non si p ""TC aiuto all’ umana
u«umj^. Moro. '"'"‘‘'•«“'“J’l'onoro io atasso
(a4«). uomo onori Auu°" esercito soprattutto e c
nelle cose di am^ ^ ^^.omio la v’esorto gh ^e a tutto mio
pot«e. potenza (H?) discorso tu ritienilo C Or bene, o
,d Amore’, se no. detto, se ti piace, m ^^^ba. e tu
dagli quel nome, che XXX Finito ch’ebbe
raccontava, lodassero , parlando aveva a dire qualcosa, perch
jq ecco all'im- alluso al discorso di lui- q sentire
provviso la porta del au yseiù da^ un un gran rumore come i ^
una flautista, banchetto, e si ode ^ '^^ „g 22 Ì, non andate Sicché
Agatone dicesse. o entrare se a vedere? e se è uno di casa
213 9 ^ Convito no, dite, che
nbbiamo finito di ber • E di li a poco si udì nellS,,,! ci :0
frarlirìn urlando SI riposa di Alcibiade
briaco fradicio, che domandava dove è Agatone, e ordinav^'j tasserò
da Agatone. Sicché la flautista reggeva e alcuni altri della compagnia^
j tarono da loro ; e, coronato di una coróna f di edera e viole e
tutto coperto il capo dì infinità di nastri (248), lo fermarono sulla
po''*'* ed egli disse: Amici, vi saluto; un uomo, bria*’ proprio
fradicio, lo pigliereste con voi a bere 0 ce ne dobbiamo andar via, dopo
avere soltanto coronato Agatone, eh’ è quello per cui siamo ve¬
nuti ? Giacché -io — dice — jeri non ci potetti essere, ma vengo oggi,
coi nastri in capo, perché dal mio capo quello del più sapiente e deh
più bello io ne recinga (249). Forse, riderete di me perché son
briaco? Ombè, io, quand’anche voi ridiate, pure so bene che dico il vero.
Ma dite su, a questi patti entro o no? Beverete 0 no con me? E qui
tutti strepitarono e gridarono che entrasse e si sdrajasse, e Agatone ve
lo in¬ vitò: ed egli, condotto dalla sua gente, venne; e, poiché a
un tempo si levava di capo i nastri come per incoronarne altri, non
s’accorse di So¬ crate, che pure gli stava davanti agli occhi, ma
si messe a sedere accanto ad Agatone in mezzo tra Socrate e questo ; —
giacché Socrate s’era tirato da parte per fargli posto (250): — c
cosi sedutoglisi accanto fece riverenza ad Agatone e lo coronò. E
Agatone qui disse : Ragazzi, le¬ vate le scarpe ad Alcibiade, perchè si
metta a giacere in terzo con noi. Sicuro — rispose Alci-
compagno no jo’ .uj è questo te Socrate, e al •e-
- voltato»' f ^ &"<r6 "" Dunque, da
capo L«'°. ii! 5°““'“ Tkf”' '» P““’ “”"l Pi qui
sdtaU'^®.^,improvviso dove meno '"'ffpoi ti sei messo a
g^ace^ ^P''lcaJto ad Ma tanto hai a«o o qua dentro. _
uarda luauti sono q Agatone — disse, ^& E Socrate,
cerchi: l’amore che to P . nii vieni in aiuto ; P un affar
fili è diventato per m , m- :;rDifatti, dal tempo <^e
m *or..o '»i. “"„rp«-a D ”' dTco”o«“re Ln o-,»no V
sto nessuna, ne di c invidioso fa cos qui ingelosito di ^
"“"J.peri, e poco manca strabiliare e mi copr Addosso. Guarda,
che non mi metta le m^n dunque, che non faccia un d ,na metti
pace tra ° ^el furore di costui lenza, difendimi tu, perd è
addirittura e del suo innamoram -pigliò Alcibiade: Pace
fra te e me ^ jto io ti g^»«' no davvero. Se non ehejer p,,te
girerò poi; ora, Agatone questa testa qui L nnstri, P»cM .0
«e J maravìglìosa di ’ oronaw 'e. nien«*= pioverà, che
io 1'“ “f ji,cofii, noi sol¬ ete viiiee tuni gli 7 Platone,
Vo/- 9 ^ Convito tanto dianzi, come tu, ma
sempre renato. ’ ho E qui, prese i nastri, ne cinse
So mise a giacere. E quando si fu sdraiato: Su via,
amici disse — a noi ; mi sembrate gente che non T ancora bevuto;
questo non va, bisogna bere; cllè cosi è l’accordo nostro. Or bene, io
scelgo a re del bere, insino a che voi abbiate bevuto ab¬ bastanza,
me stesso (251). Agatone porti, se v’è, un gran tazzone. O piuttosto non
occorre- porta qua, ragazzo, quel bigonciolo (252) J vedendo che
conteneva più di otto cetili. E riempitolo, tirò giù tutto prima lui;
poi, ordinò, che si mescesse a Socrate, e insieme disse: Con
Socrate, amici, l’invenzione non mi giova a nulla; questi può bere quanto
uno vuole, e non v’è caso che si ubriachi mai. E Socrate, quando il
ragazzo gli ebbe mesciuto, bevve. Qui Erissima- co, — Che modo è questo —
disse —, Alcibiade ? cosi nè discorriamo di nulla sul bicchiere, nè
c’intoniamo un canto; oh! berremo proprio come assetati ? E Alcibiade di
rimando : O Erissi- maco, ottimo figliuolo di ottimo e
sapientissimo padre, salute. E anche io a te — rispose Eris- simaco;
— ma che s’ha egli a fare? Il piacer tuo ; giacché ti si deve
obbedire. Un medico vai solo uomini molti ( 253 );
1 sicché comanda ciò che tu vuoi. t)
99 Convito „ • a tS»aS» 'TSsfAS:: °»
‘T .Coe ’l‘»”‘> Ti Tjo che «»» fu W»
So»»"-»""”*' parli bene; però bad , non hanno
di fronte a discorsi ^ aguale. E insieme, bevuto, può non esser p S
gocrate ha b-ruomo. appunto «>« addosso. , __ disse
Socrate? Ti vuoi chetare Alcibiade -, non Affé di
Posidone - "P‘P^ f non v’ è ci metter bocca; che io in faccia
a te, no nessuno al mondo che o crei. Ebbene, tu fa’
cosi, — riprese i. se tu vuoi, loda de_? S’ha a fare.
Come dici -ripetè Alcibiade ^ Erissimaco ? Che io dia *
lo gastighi davanti a ^ che hai tu O tu — interruppe Socrate
• ^ per il capo? Mi loderai per canzo farai?
r\ir<S W vprn. Convito An^i, il vero Io permetto, e
t! dirlo. *1 comando d- Son pronto — disse Alcibiade - •
’ Se io dico qualcosa di non vero ^osl a mezzo, se
vuoi, e di che quella 6 giacché di proposito bugie non ne .“Sia;
= '5 però le cose io le dico, secondo mi c. . in mente l’una
dall’altra, non ti stup°*’’’'““° non è punto facile, a un uomo in quesm
lo spiegare alla lesta e per ordine roriginar°à B
c Socrate, amici, io mi proverò a lodarlo cosi per via
d’immagini. E forse questi crederà, che io lo canzoni; ma l’immagine in
verità avrà per suo motivo il vero, non lo scherzo. Io dico dunque
ch’egli è somigliantissimo a cotesti (254) Sileni esposti negli studii
degli scultori, che gli artisti fanno con zampogna o flauti in
mano;i quali aperti in due mostrano aver dentro imma¬ gini di Dii.
E dico per giunta, ch’egli s’assomigli a Marsia il Satiro. E, che tu sia
di aspetto simile a questi (255), neanche tu, Socrate, ne faresti
questione (256) ; ma come tu somigli anche nel resto, sentilo ora. Sei tu
petulante o no? Ché, quando tu non lo confessi, presenterò
testimoni. Ma non flautista forse? Anzi molto più niira- bile
(257); l’altro, di fatti, attraeva gli uòmini colla potenza, sì, della
sua bocca, ma attraverso istrumenti, e anche ora, chi suona le cose
di ui, giacché quelle che Olimpo sonava, io le
D lOI Convito . o di Marsia, .f^eseguisca
un buon , cenate di quello, o fi ^ causa, Si ““
uno si »»'* l’S ’ta'bisogno degli Di' ;^ono, f\u gli vai
tanto innanzi, d’iniziazioni. ^«ieni quel medesimo che
senza istrumen . c y Almeno, noi, S.0 =0» f““ “« uii™- Ti
quando si ode discorrer^ ^i dicitore anche nulla, vi so dire,
a un altro, non ne impor te, o un altro nessuno; • gè
anche chi li reciu che reciti i discorsi tuo , ^na sia
proprio un uomo a P^ ^ restiamo sba- d„„L d ua uomo o se non
lorditi 0 '"“““V,, per briaco, vi rac- velessi passare
addinttur p cornerei con giumme»»; fpoSsento tuttora,
risentito dai suoi Che, quando ><= '’SÌ'"'“ ^
XìltnSmi àendo Pericle e altri buoni parlatori, io ero anima
mi ma non provavo nulla di sim , “siTer^nrTa’i “r^esto
Marsia gui mMtanno pib volte fatto tale renili, non sacrate,
tu non dirai ai6 nel mio stato. E ciò, o S , , mscienza
che non sia vero. E che, se volessi prestare sforza
ma mi seguirebbe il medesimo. I
102 Convito a convenire, che, con tanti mancamenti
, trascuro me, e attendo agli aflfari Sicché io, turandomi le
orecchie si Sirene, mi fo forza (261) e fuggo vir°'”^ invecchiare
seduto accanto a costui quest’uomo m’ò seguito quello che nessuno
ere- derebbe di me, vergognarsi di uno. Io di solo mi
vergogno. Giacché sento dentro di non poter contradire, che non
bisogni far quello a che lui mi esorta; ma poi, appena io mi son
staccato da lui, ecco, la voga dell’aura po polare mi vince. Sicché io lo
scanso e lo fuggo- e quando lo vedo, mi vergogno di ciò che si t
caduto d’accordo. E tante volte io vedrei vo¬ lentieri che non fosse più
tra gli uomini; ma d’altra parte, se ciò accadesse, so bene che me
ne rincrescerebbe assai più, per modo che di que¬ st’uomo io non so che
mi fare. Dunque, dalle sonate tanto io che molti altri
abbiamo provato tali effetti, da questo satiro. Il resto, sentite da me,
com’egli è simile a quelli a cui l’ho raffigurato, e la potenza ch’egli
ha, come sia maravigliosa. Perché siate ben persuasi che nessun di
voi lo conosce ; ma ve lo scoprirò D io, giacché ho cominciato. Voi
vedete che So¬ crate ha tenerezza pei belli, c gira loro sempre d
intorno e n’ è tutto fuori di sé come mostra la sua figura (262); e non è
da Sileno cotesto? Eccome 1 Giacché e’se l’é avvolta per di fuori’
"“'"ù Sto» scolpi»; »» B 8 “'» ''°'
o>‘‘“s"r- . %A rhe son levai'- «ì^rp e noi altri
Ma quapi» canzonare la ^ ^ erto, io non so se si
mette sul seno ed t • p jo gl* qualcuno ha visto t s'rnulaar^^^„
^ ho visti una volta, doversi far m aurei e bellissimi
e m ^;,enendo tutto 50 della mia bellezza, che sul seno
si fo^s^ ^ inaspettato c una mia lo giudicai un guada S P . modo,
,„„„„a "«"tS,.; d' «pptendera .«.o ci 6 : compiacendo
Socrate ore i che costui sapeva, già ^ Sicché, con ! ne
tenevo non vi so <\ solito di ' CS4) " ursenza uno
accompagna- d- allora io P». ^,o^.a B toro e me no
“i™,“ ' ° bone attenti, e se dire tutta f sbàttimi. Adunque,
io mentisco, tu, bocrate, ^ me ne stavo, amici, ^ meco
nei di¬ devo eh’ egli sarebbe su i o * amato scorsi che un
innamorato questo non a quattr’occhi, e ne 8° 5^0^52 meco
come ne fu nulla, proprio nu s , . _ era solito, e
dopo, passata cou me tutta nata, se n’andò. Di poi lo . ginnastica (265);
troverò quivi il bL" ^ ' ;->g-avo. Ebbene fece ginnasdcrt
’'"’«’- lottò spesse volte, senza che ci fo« nessuno. E che
s’ha a dire? No un passo avanti. Poiché non venivo" nessuna di
queste vie, mi parve cheV*^^^'^'^ dovesse assalirlo alla gagliarda, e una
voir°u‘ nn ci ero messo, non smettere, ma oramai che affare é
questo. Sicché lo inlv a cenare meco, tendendogli un agguato
propri! come un innamorato all’ amato. E neanche 0 • diede retta
subito; pure col tempo s’arrese. Ora la prima volta eh’e’ci venne, volle,
finito dì cenare, andar via. E per quella volta io ebbi vergogna e
lo lasciai andare; ma la seconda, fatto il mio piano, dopo che ebbe
cenato, con¬ versai con lui molto avanti nella notte, e sic¬ come
voleva andar via, col pretesto che fosse tardi, lo forzai a rimanere. Ora
egli si mise a riposare sul letto vicino al mio, su cui aveva ce¬
nato, e nella stanza non v’ erano altri a dormire, fuori di noi. E, sin
qui, è un discorso da potersi fare a chiunque (266) ; ma di qui avanti
non mi sentireste parlare, se, prima, dice il proverbio, il vino
non fosse veritiero coi fanciulli e senza 1 fanciulli (267) : e poi mi
pare ingiusto, una volta che mi son messo a far l’elogio di So¬
crate, di nascondere un suo superbissimo atto. E per di più l’effetto del
morso della vipera ha luogo anche in me. Giacché raccontano, che la
persona che l’ha provato, non vuol dire com’ egh‘ k stato, se non
a’morsicati, poiché questi soli Convito _ j -inno e
compatiranno, 'siccht i -r. £ o-» -> 105
do- ite"‘^^^‘‘”s°to'’fare e dire doloroso (jorso
fl P potesse essere fTX ‘'“°"®.°e'-e'morso da discorsi ‘
me gli s‘ ^ ' no neggio d’una vipera, ffamio operare Agatoni, Ens-
,rte vedendomt davmi Aristofam- simachi, Pausami, ^nsto
^^^jj^inarlo, _e Socrate stesso, che ^ e dal delirio tanti
altri? (268) Che sen. della filosofia siete m voi
B xxxiv Poiché, dunque, amici, p^^ve^ che io
; i ragazzi furono usciti, a P lon dovessi pigliarla larga con
^jgsi; libera quello ^^tto - quello rispo- Socrate,
dormi? ^ Che cosa?- se - Sai tu che cosa ho ^ciso
disse. A me — diss to » „ g ti vedo esitare innamorato «ùo degno '
questa di- a farmene parola. tJr , grande il
sposizione-, io ritengo . g y’è altro che non compiacerti
anche melò e se D
319 Convito ti faccia bisogno della sostane-, „
amici miei. A me nulla è di . ° deei: quanto diventare il migliore
che iT'' ''‘"4 CIÒ io credo, che nessuno mi sìa aium à
di te. Ora, a non compiacere un tua fatta io mi vergognerei assai
più dav ° persone di senno, che non davanti alla ge stolidi a
compiacerlo (270). — E lui^ . ebbe ascoltato, con aperta ironia, e
proL°io'’" è solito, rispose: — O caro Alcibiade rTw m realtà
di essere un uomo non dappoco : cade che sieno vere le cose che tu dici
di’ v’è in me una potenza per cui tu potresti diven¬ tare migliore
; una infinita bellezza tu avresti scorto in me, e superiore di molto
alla venustà eh’ è attorno a te. Sicché se tu, avendola vista,
tenti di accomunarti con me e barattare bellezza con bellezza, non è
piccolo il vantaggio che tu pensi di prendere sopra di me, anzi in
cambio dell apparenza tu cerchi di acquistare la realtà del bello,
e pensi di barattare davvero « oro con ferro » (271). Ma, beat’uomo,
guarda meglio; che io non sia nulla e tu t’inganni. Appunto, la
vista della mente comincia a vedere acuto, quanto quella degli occhi
prende a scemare del vigor suo; ora tu sei ancora lontano da questo. —
E io, sentito ciò — Quanto a me — ripigliai —, le mie disposizioni
son quelle, nè se n’ è detto nulla diversamente di come penso : decidi
poi tu come tu credi meglio per te e per me. — Ma di ciò — riprese
tu dici bene ; sicché a suo tempo ci consiglieremo insieme e faremo
quello che ci parrà il meglio cosi in questa, come in ogni
107 Convito cpntite e „ _ Ora io. P''
“'lomTsaW'.'’*® loi”' “reaovo aver lanca» ni la-
fi'"' /'“Vr“iu. 5o réti C Latori' P‘“jJ era <1 ly™ le
mairi alvino (attorno a q ^ cosi l’m^era no • £b-
ffrtrbtare aire, ::tiot-r:it:'t'rpt venustà mia e
la P __ ^ giudici ( 273 ) che valesse qualcosa fJ / x\o di Socrate
— chè voi siete affidigli Dn. affé delle giacché sappiate,
che 1 , dormito con Dee, mi levai da ^ avessi dormito
Socrate, “ to maggiore. I con mio padre 0 coi
xxxv Ora i^oPO f
*'par;» ; rr lataft e la -e^po-a ' U co^» di
lai, io che m'ero “"rX;°,„ai, goanto come non credevo ?orcr }^conn^.
l^^^niera che a saviezza e fortezza d’animo? Dima 10
non sapevo, come ad » neanche vedevo I rinunziare alla sua compag ’
. ^ conoscevo ^ 11 modo di conciliarmelo. invulnerabile
bene, che al denaro egli mezzo da ogni parte che Aiace al
ferro (274), e 1 io8
'invito con cui solo credevo che si ni era sfuggito di
mano. SiLSf P^end zato, e fatto schiavo da quest’uo'° ’‘nbaf“‘ mai
nessuno da nessun altrui- <:ome casi m-aran ,„.i seguì»
cenimo tuttedduela compagna f' quivi fummo compagni di
mensa cominciare, non solo nel durar ‘le mi vinceva, ma in
ogni altra cosa ogni volta che - son casi che succedonot'’^““- ra -
intercettati in alcun posto, eravamo os^oT- a rimanere senza cibo, gli
altri, quanto Tre? stervi, non valevano un ette. E d’altra narto •
banehetti , non c’ era chi sapesse goderne Se ® lui, cosi 111 tutto il
resto, come anche nel bere- e non ci ha gusto —, s’ei v’era costretto,
vinceva tutti (276); e quello che è più maravighoso, Socrate briaco
non c’ è uomo al mondo che l’ab¬ bia visto mai. E del resto mi pare che
di ciò s avrà la prova subito. Q.uanto poi a resistere al freddo e
là gl’inverni sono terribili (277) — fece cose mirabili in tanti altri
casi, e una volta, essendo gelato come peggio non si può, e tutti o
non uscendo fuori, o, se pure, coperti tanto da fare stupire, e calzati e
coi piedi rinvoltati in feltri e pelli di pecora, ecco lui, con un
tempo di quella sorta, se n’esce con un mantello come quello che
soleva portare anche prima, e scalzo camminava per il ghiaccio meglio che
gli altt* calzati. I soldati lo sogguardavano come uno che li
sprezzasse. CoiifVÌ‘° 109 D
" 'tee e tollerò l’uom forte or che merita di sentirlo.
Ve- „ giorno all’esercrto^ m un r un pensiero
stett r! iJettendo,epof ;;teri E Csniesse. nta ^
/nomini se n’accor- g;; maravigliati ^l^'^^tuminando
qualcosa. ente dall’t^lba J r^g), - poicltè era se-
finirla' alcuni Joni (,27 J __ era » io--'
a’estate — 1 \nsieroe per spiare, se lui sa all'aria fresca,
e si, in ^ ghette •ebbe stato ritto ^ non si fu levato ritto,
sino a che non ^ ^ j^ra al sole (279)» il sole; di poi, fatta la
preg. baua- se n’andò via. E ’ - giusto che gh si
glie-giacche questo men^^ , renda -, quando accadd ^
„es- generali dettero la_ palma PP^^^ nou sun altro
uomo '"i salvò ^ volle abbandonarmi ferito. '50 Socrate,
c le armi c me. E j». S»»"“ ’ si desse la sin d’allora dichiarai a g
rimp^vero palma a te, e di ciò tu n avendo i gene- e
non dirai che io «tentisco- e co¬ vali riguardo al mio gta facesti
premura lendo dare la palma a endessi io e non anche
piò dei generali che i* F no tu.
Ancora, amici, valse templar Socrate, quando ] in fuga da Delio
(281); g sente a cavallo, lui da f sbaragliati già tutti, egl
Lachete, e io m’imbatto per li à esorto subito a star
di buon animo loro di non abbandonarli. Or hf’no crate mi dette più
bello spettacolo che in p dea — giacché quanto a me stavo meno in
pa?' per essere a cavallo — prima, in ciò ch’egb perava di molto
Lachete, quanto all’essere p«- B sente a sè; poi a me pareva, o
Aristofane,- sai, la tua frase — che anche li egli camminasse come
qui, « in sussiego e guardando di scan- cio » (282), sbirciando
tranquillo, e lasciando scorgere a tutti, persin da molto lontano, che,
se uno lo toccherà, e’ farà difesa ben gagliarda quest’ uomo. Perciò se ne
andava via sicuro e lui e l’altro; giacche quelli che in guerra mo¬
strano questa disposizione, non li toccano, sto per dire, neppure; invece
quelli che fuggono C alla dirotta, questi sì, gl’inseguono. Ora, di
molte altre cose e mirabili uno potrebbe lodare Socrate, però in altre parti si
po¬ trebbe forse dire lo stesso anche di altri, ma quel non essere
simile a nessuno nò tra gli antichi nò tra i presenti, questo a me par
degno di ogni maraviglia. Giacché Brasida (283) e altri uno se li
potrebbe figurare come fu Achille; e come D d’altronde e Pericle, così
Nestore e Antenore; t ve ne sono diversi ; e gli altri uno se li potrebbe
figurare del pari (285) ; ma uno fatto in
originalità, e lui e i suoi f ;tono. P“/““ ‘S ù.
r‘*'^"‘Jbe’ neppn^® a meno che non si as- ^ -^non a
nessun uomo, ma ;22 . vho tralasciato sinora-,
che Glacchèquesto to somigliantissitni a. E nche i
discorsi di 1 volesse Sileni che s’aprono. prima gli pat'
jS.«p ‘ ‘r'” tts^òl p»°'p ' >' rebbero da ridere, tal
propriamente di I So»i 1“„S i “t Satiro petulante, p
sempre e calzolai e ’ ^^lodo, sicché ogni per- stesse
cose nello smss ^^.^aerebbe sona inesperw e priva 3,
beffa dei suoi discon . rima le vede aperti (286) e p
j^^nno lì „ov«à i soli .<!?'“' in sè «pia poi dmn®n»
' „.i,o an« di simulacri di Virtù, conviene meditare
con mira a tutto per bene, a chi voglia essere una p
lodo Queste, o amici, son . quelle di Socrate; e in
<^he egli m’ha cui lo biasimo, v ho questo sol- B
offeso. E, in fede nnn.non ^^^^.^ne tanto a me, ma anche ^ ^
tantissimi e ad Eutidemo di Diocle (28?^ altri, ai quali lui
dando ad intendere di v 1 essere ramante, se n’è fatto l’amato in
camk-'^ d’amante. È appunto quello che dico anche*° te, Agatone;
non ti lasciare ingannare da lup ma ammaestrato da’ casi nostri, tienti
in guardia* e non imparare, secondo il proverbio, come un ragazzo
(288), a tue spese. Quando Alcibiade ebbe finito di parlare, si
fece, raccontava, un gran ridere della franchezza con cui egli si dava a
divedere tuttora inna¬ morato di Socrate. E Socrate — O Alcibiade —
disse—,tu non sei per niente briaco, mi pare; altrimenti non ti saresti
provato, rigirando il di¬ scorso con tanta finezza (289), ad occultare
la causa per cui hai detto tutte queste cose ; e l’hai messo poi
come di passaggio, in fine, quasi non D avessi detto ogni cosa per metter
male fra me e Agatone, giacché, a parer tuo, io devo amar te e nessun
altro, e Agatone deve esser amato da te, e da nessun altro al mondo. Ma
ti sei fatto capire; chè cotesto tuo dramma satirico e Silenico s’è
scoperto. Ma, caro Agatone, ch’egli non ne profitti punto; anzi, fa
proposito, che te e me non ci separi nessuno. E Agatone ri¬ spose:
Certo, o Socrate, tu risichi di dire il E vero: e lo argomento anche da
questo ch’egli s’è messo a giacere fra te e me, appunto per
separarci. Or bene, egli non ne profitterà niente affatto; anzi, ecco, mi
levo e mi metto a giacere __ — disse Alcibiade , q
proposto Jm’ba a dare lascia, to"'" Iffarnii
in wtto. Ma se ^ d' lomo che Agatone si lodato niirabd
u^'!: Socrate u capo nie, in uomo, lascia ria me?
(^9°^ ^ ’ onesto giovinetto che sia re e non invidiare ^ f^pto
desiderio di lodato da me; chè . y, -soggiunse Agatone -, no^ mai.
di mutar posto, risoluto, ora P" siamo alle sohte
esser lodato da g^^ate, b mtpos- rispose Alcibiade , P belle
per sibila a chiunque altro di g persuasivo sene. E »«'
«»« p^cUi «stm » ha trovato e con clie u giaccia vicino a
lui xxxi^ 1 Agatone, dunque dar a sdraiarsi
accanto S ^ue .ir improvviso s i, uscita di uno, si [
porte; e trovatele aper P ^ ^ g,^eerc, l fecero avanti m ver . ^i a
bere vino I c tutto andò sossopra e SI tu o ^ B
Platone, Voi. IX. quello che dicessero, Aristodemo
dichiarasse? non ricordarsene nel resto; poiché non v’aveS D
assistito da principio, e sonnecchiava ; ma la som? ma, diceva, era, che
Socrate li costringeva a convenire, che appartenga allo stesso uomo
il saper fare tragedia e commedia, e chi per virtù d’arte (291) sia
autor tragico, sia anche comico; del che costretti a consentire, senza
seguire gran fatto, prendessero sonno, e prima si fosse ad¬
dormentato Aristofane, poi, a giorno fatto, Aga¬ tone. Quanto a Socrate,
dopo averli messi a dormire, si levasse e se ne andasse via, e lui,
com’era solito, lo seguisse; e andato al Liceo, lavatosi, vi si
trattenesse come al¬ tre volte, il rimanente della giornata, e
trat¬ tenutosi cosi, andasse poi la sera a riposare a casa. Francesco
Saverio Dòdaro. Dodaro. Keywords: tracce di un discorso amoroso, mappatura,
signature, segnatura, cantata duale, cantata plurale, cantata duale, origine
del romano, edipo, caino, mancanza di Lanca, communicazione inter-mediale, communicazione
inter-mediale e luto, immagine e segno, senso, sensibilia, visibilia, Freud,
Jakobson, Levi-Strauss, Magritte, “silenzo silenzo silenzo silenzo” Catullo
poema rima ritmo batto cuore figlio madre padre orale genitale ma-ma etymology
of ‘altro’ – Hegel on conscience of ego and conscience of alter, Sartre on
‘nous’ and love affair – infinito – lingua a codice – codice come ripetizione –
ripetizione dei suoni del cuore – ontogenesi ripete filogenesi – commune,
vacuum del ventre della madre, etimologia di termine chiave, fonema, unita
etica, unita emica, Speranza, Schultz, unita emica come classe di unita etica –
criterio: un accordo o codice di relevanza – l’intenzione del mittente. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Dòdaro” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Dolabella: l’orto romano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.Publio Cornelio Dolabella was a
follower of the philosophy of the Garden, and the son-in-law of Cicerone. The
achieved the distinction of being pronounced a public enemy by the Roman
Senate. He ordered one of his soldiers to kill him.
Grice e Dommazio – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano -- Dommatio – Dogmatius – is a philosopher, known only from a
surviving bust.
Grice e Donà – sessualità – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Venezia). Filosofo italiano. Grice:
“Well, Donà has philosophised on almost anything – I drank wine; he
philosophises on it – ‘bacchiana,’ he calls it – he has also philosophised on
‘eros’ for which he uses the very Italian idea of ‘sesso.’ – And he has also
punned with ‘di-segnare’ – ‘di-segno’ – In sum, a genius!” Si laurea a Venezia sotto
Severino, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Venezia, iniziai a
pubblicare diversi saggi per riviste e volumi collettanei, partecipando, lungo
il corso degli anni ottanta, a diversi convegni e seminari in varie città
italiane. A partire dalla fine degli anni ottanta, collabora con Massimo
Cacciari presso la cattedra di Estetica a Venezia e coordina per alcuni anni i
seminari dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Venezia. Sempre a
partire dalla fine degli anni ottanta, inizia la sua collaborazione con la
rivista di architettura Anfione-Zeto, della quale dirige ancora oggi la rubrica
Theorein. In quegli stessi anni, fonda, con Massimo Cacciari e Romano
Gasparotti, la rivista Paradosso. Negli anni novanta, invece, ha insegnato
Estetica presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Attualmente insegna
Metafisica e Ontologia dell'arte presso la Facoltà di Filosofia dell'Università
Vita-Salute San Raffaele di Milano. È inoltre curatore, sempre con Romano
Gasparotti e Massimo Cacciari, dell'opera postuma del filosofo Andrea Emo.
Dirige per la casa editrice AlboVersorio le collane "Libri da
Ascoltare" e "Anime in dettaglio" ed è membro del comitato
scientifico del festival La Festa della Filosofia. Ha scritto diversi saggi e
articoli per riviste, settimanali e quotidiani di vario genere. Collabora con
il settimanale "L'Espresso". Attività musicale In qualità di
musicista, dopo aver esordito, ancor giovane, con Giorgio Gaslini e con Enrico
Rava, forma un suo gruppo: i Jazz Forms, di cui è leader. In seguito sviluppa
il suo linguaggio trasformando l'idioma ancora bop dei primi anni in una
scrittura più articolata in cui entrano in gioco elementi tratti dalla musica
rock e da molte esperienze etniche maturate nel frattempo con diversi gruppi
musicali. Si esibisce in diverse città italiane con un sestetto, in cui ad
accompagnarlo sono una chitarra, una batteria, un basso, delle percussioni e
una tastiera. Nasce così il Massimo Donà Sextet. Suona con musicisti che
sarebbero diventati protagonisti della scena musicale italiana. Suona in jam
session anche con alcuni padri storici del jazz, come Dizzy Gillespie, Marion
Brown, Dexter Gordon e Kenny Drew. Riprende a suonare professionalmente e forma
un nuovo gruppo: il Massimo Donà Quintet, con il quale si esibisce in Italia e
all'estero. Il quintetto diventa quindi un quartetto; che è la formazione con
cui Donà suona da almeno tre anni. A tutt'oggi il nostro ha all'attivo ben
sette CD incisi con suoi gruppi. La sua etichetta di riferimento è sempre la
"Caligola Records", il cui responsabile artistico è Claudio Donà,
fratello di Massimo e importante critico musicale jazz. Altre opere: “Il
'bello, o di un accadimento. Il destino dell'opera d'arte” (Helvetia, Venezia);
“Le forme del fare” (Liguori, Napoli); “Sull'assoluto (Per una
reinterpretazione dell'idealismo Hegeliano” (Einaudi, Torino); “Aporia del
fondamento” (La Città del Sole, Napoli); “Fenomenologia del negative” (Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli); “Arte, tragedia, tecnica” (Raffaello Cortina
Editore, Milano); “L' Uno, i molti: Rosmini-Hegel un dialogo filosofico” (Città
Nuova, Roma); “Aporie platoniche. Saggio sul ‘Parmenide’” (Città Nuova, Roma); “Filosofia
del vino” (Bompiani, Milano); Magia e filosofia (Bompiani, Milano); Joseph
Beuys. La vera mimesi, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano); Sulla
negazione, Bompiani, Milano); Serenità: una passione che libera, Bompiani,
Milano); La libertà oltre il male” (Città Nuova, Roma); Il volto di Dio, la
carne dell'uomo, con Piero Coda, AlboVerosio, Milano); Dell'arte in una certa
direzione” (Supernova, Venezia); “Filosofia della musica, Bompiani); Il mistero
dell'esistere: arte, verità e insignificanza nella riflessione teorica di Magritte”
(Mimesis, Milano); L'essere di Dio. Trascendenza e temporalità” (AlboVersorio,
Milano); Dio-Trinità. Tra filosofi e teologi” (Bompiani, Milano); Arte e filosofia”
(Bompiani, Milano); “L'anima del vino. Ahmbè, Bompiani, Milano); “Non uccidere”
(AlboVersorio, Milano); L'aporia del fondamento, Mimesis, Milano), “I ritmi
della creazione” (Bompiani, Milano); La "Resurrezione" di Piero della
Francesca, Mimesis, Milano); Il tempo della verità, Mimesis, Milano; Non avrai
altro Dio al di fuori di me” (AlboVersorio, Milano); “Il conciliabile e L'inconciliabile.
Restauro Casa D'Arte Futurista Depero” (Mimesis, Milano-Udine PANTA decalogo” (Bompiani, Milano); Filosofia.
Un'avventura senza fine, Bompiani, Milano); Comandamenti. Santificare la festa”
(il Mulino, Bologna Abitare la soglia.
Cinema e filosofia, Mimesis, Milano-Udine); “Eros e tragedia, AlboVersorio,
Milano); “Il vino e il mondo intorno. Dialoghi all'ombra della vite” (Aliberti
Editore, Reggio Emilia Figure
d'Occidente. Platone, Nietzsche e Heidegger” (AlboVersorio, Milano); “Le verità
della natura, AlboVersorio, Milano”; “Filosofia dell'errore” – errore vero, la
verita come errore relative – “Le forme dell'inciampo, Bompiani, Milano); “Parmenide.
Dell'essere e del nulla” (AlboVersorio, Milano); “Eroticamente: per una
filosofia della sessualità” (il prato, Saonara (Padova) Misterio grande. Filosofia di Giacomo
Leopardi, Bompiani, Milano); “Pensare la Trinità. Filosofia europea e orizzonte
trinitario” (Città Nuova, Roma Erranze
(Alfredo Gatto), AlboVersorio, Milano); L'angelo musicante. Caravaggio e la
musica” (Mimesis Edizioni, Milano-Udine); “Parole sonanti. Filosofia e forme
dell'immaginazione” (Moretti & Vitali, Bergamo J. Wolfgang Goethe, Urpflanze. La pianta
originaria; Albo Versorio, Milano); La terra e il sacro. Il tempo della verità,
Luca Taddio, Mimesis, Milano); Teomorfica. Sistema di estetica” (Bompiani,
Milano); “Sovranità del bene. Dalla fiducia alla fede, tra misura e dismisura,
Orthotes, Salerno); “Senso e origine della domanda filosofica, Mimesis,
Milano-Udine); “La filosofia di Miles Davis. Inno all'irrisolutezza” (Mimesis,
Milano-Udine); “Dire l'anima. Sulla natura della conoscenza” (Rosenberg &
Sellier, Torino); “Tutto per nulla. La filosofia di William Shakespeare” (Bompiani,
Milano); “Pensieri bacchici. Vino tra filosofia, letteratura, arte e politica”
(Edizioni Saletta dell'Uva, Caserta); “In Principio. Philosophia sive
Theologia. Meditazioni teologiche e trinitarie, Mimesis, Milano-Udine); “Di
un'ingannevole bellezza. Le "cose" dell'arte” (Bompiani-Giunti,
Milano); “La filosofia dei Beatles” (Mimesis, Milano-Udine); “Un pensiero
sublime: saggi su Gentile” (Inschibboleth, Roma); “Dell'acqua” (La nave di
Teseo, Milano); “Essere e divenire: riflessioni sull'incontraddittorietà a
partire da Fichte” (Mimesis, Milano-Udine); “Di qua, di là. Ariosto e la
filosofia dell'Orlando Furioso” (La nave di Teseo, Milano); “Miracolo naturale.
Leonardo e la Vergine delle rocce” (Mimesis, Milano); "Arte e
Accademia", in Agalma; New Rhapsody in blue, Caligola Records; For miles
and miles, Caligola Records; Spritz, Caligola Records; “Cose dell'altro mondo.
Bi Sol Mi Fa Re, Caligola Records); Ahmbè, Caligola Records; Big Bum, Caligola
Records; Il santo che vola. San Giuseppe da Copertino come un aerostato nelle
mani di Dio, Caligola Records
Iperboliche distanze. Le parole di Andrea Emo, Caligola Records. Il
mistero della bellezza svelato da Massimo Donà. Intervista Alberto Nutricati,
in L'Anima Fa Arte Blog e Rivista di Psicologia Video-intervista sul mistero
dell'esistenza, su asia. "Arte e Accademia", in Agalma, Wikipedia
Ricerca Mascolinità assieme di qualità, caratteristiche o ruoli associati a
ragazzi o uomini Lingua Segui Modifica La mascolinità (o il genere maschile) è
un insieme di attributi, comportamenti e ruoli generalmente associati agli
uomini. La mascolinità è costruita socialmente e culturalmente,[1] anche se
alcuni comportamenti considerati maschili, come indica la ricerca, sono
biologicamente influenzati.[1][2][3][4] Fino a che punto la mascolinità sia
influenzata biologicamente o socialmente è oggetto di dibattito.[2][3][4] Il
genere maschile è distinto dalla definizione del sesso biologico
maschile,[5][6] poiché sia i maschi che le femmine possono esibire
caratteristiche maschili. Nella
mitologia greca Eracle è uno dei massimi simboli di mascolinità. Gli standard
di mascolinità variano a seconda delle diverse culture e periodi storici.[7] Le
caratteristiche tradizionalmente, culturalmente e socialmente considerate
maschili nella società occidentaleincludono virilità, forza, coraggio,
indipendenza, leadership e assertività.[8][9][10][11] Il machismo è una forma di mascolinità che
enfatizza il potere ed è spesso associata a un disprezzo per le conseguenze e
la responsabilità.[12] Il suo opposto
può esser espresso dal termine effeminatezza.[13] Uno dei sinonimi maggiormente
usati per indicare la mascolinità è virilità, dal latino virche significa
uomo. Contesti storici e culturali Modifica
L'interpretazione ed il riconoscimento della mascolinità variano all'interno
dei diversi contesti storici e culturali. Nell'antichità era prevalente
prendere a modello l'uomo d'arme[14]; la figura del dandy, tanto per fare solo
un esempio, è stato considerato un ideale di mascolinità nel XIX secolo, mentre
è considerato al limite dell'effeminato per gli standard moderni[15]. Le norme tradizionali maschili, così come
vengono descritte nel libro del Dr. Ronald F. Levant intitolato
"Mascolinità ricostruita" sono: evitare ogni accenno di femminilità,
non mostrare le proprie emozioni, tenere ben separato il sesso dall'amore,
perseguire il successo e raggiungere uno status sociale più elevato,
l'autonomia (il non aver mai bisogno dell'aiuto di nessuno), la forza fisica e
l'aggressività, infine l'omofobia (disprezzo per il frocio, il finto
maschio)[16]. Queste norme servono a riprodurre simbolicamente il ruolo di
genere associando gli attributi e le caratteristiche specifiche creduti
appartenere di diritto al genere maschile[17].
Lo studio accademico della mascolinità ha subito una massiccia
espansione d'interesse tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, con corsi
universitari che si occupano della mascolinità passati da poco più di 30 ad
oltre 300 negli Stati Uniti[18]. Questo ha portato anche a ricerche riguardanti
la correlazione tra concetto di mascolinità e le varie forme possibili di
discriminazione sociale, ma anche per l'uso che del concetto se ne fa in altri
campi, come nel modello femminista di costruzione sociale del genere[19]. Natura ed educazioneModifica Competizione sportiva, scontro fisico e
militarismo sono caratteristiche della mascolinità che appaiono in forme
analoghe in quasi tutte le culture del mondo. La misura in cui l'espressione
della propria mascolinità possa esser un fatto di natura o il risultato di un'educazione
(e quindi appartenente all'ampio spettro del condizionamento sociale) è stato
oggetto di molte discussioni. La ricerca
sul genoma umano ha dato importanti informazioni circa lo sviluppo delle
caratteristiche maschili ed il processo di differenziazione sessuale specifico
per il sistema riproduttivo degli esseri umani: il TDF sul cromosoma Y, che è
fondamentale per lo sviluppo sessuale maschile, attiva la proteina chiamata
"Fattore di trascrizione SOX9"[20] la quale aumenta l'ormone
antimulleriano che reprime lo sviluppo femminile nell'embrione. Vi è ampio dibattito poi su come i bambini
sviluppino a partire dalla realtà corporea una propria identità di genere; chi
la considera un fatto di natura sostiene che la mascolinità è inestricabilmente
collegata al corpo umano maschile, ed in tale visione diventa qualcosa che è
legato al sesso maschile biologico, cioè all'apparato genitale maschile il
quale diviene così l'aspetto fondamentale della mascolinità[21]. Altri invece suggeriscono che, mentre la mascolinità
può essere influenzata da fattori biologici, è anche però ampiamente costruita
culturalmente; la mascolinità non avrebbe quindi una sola fonte d'origine o
creazione, ma sarebbe anche associata a certi condizionamenti sociali. Un
esempio di mascolinità socializzata è quella rappresentata dallo spuntare della
barba, cioè dall'avere peli sul viso: l'adolescente che viene considerato e
trattato da uomo a partire dal momento in cui comincia a radersi[22]. Mascolinità egemonicaModifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Maschilismo. Esempio di maschio poco più che adolescente
con corpo muscoloso. Nelle culture tradizionali la maniera principale per gli
uomini di acquistare onore e rispetto era quello di arrivare a mantenere
economicamente la propria famiglia assumendone al contempo anche il comando e
la leadership[23]. Raewyn Connell ha etichettato i tradizionali ruoli e
privilegi maschili col termine di mascolinità egemonica, cioè la norma
maschile, qualcosa a cui tutti gli uomini dovrebbero aspirare e che le donne
invece sono scoraggiate dall'adottare: "Configurazione del genere come
prassi che incarna la risposta accettata al problema della legittimità
patriarcale... che garantisce la posizione dominante degli uomini e la
subordinazione delle donne"[24]. Il
Dr. Joseph Pleck sostiene che una gerarchia di mascolinità tra gli uomini
esiste in gran parte nella dicotomia riferita all'orientamento sessuale tra
maschio eterosessuale e non-maschio omosessuale e spiega che "la nostra
società utilizza la dicotomia etero-omo come simbolo centrale per tutte le sue
classifiche di mascolinità, distinguendo i veri uomini dotati di virilità da
quelli che invece lo sono solo per finta"[25]. Kimmel[26] promuove questo
concetto, aggiungendo però anche che il tropo "sei gay" indica che
uno è innanzitutto privo di mascolinità, prima ancora d'indicare un maschio
attratto da persone del proprio stesso sesso. Pleck conclude sostenendo che per
evitare la continuazione dell'oppressione maschile sopra le donne, sopra gli
altri uomini, ma anche sopra se stessi, debbono essere eliminate una volta per
tutte le strutture ed istituzioni patriarcali dall'auto-consapevolezza
maschile. CriticheModifica Si tratta di
un argomento dibattuto la questione se i concetti di mascolinità seguiti
storicamente debbano ancora continuare ad essere applicati. I ricercatori hanno
rilevato un corrente di critica alla mascolinità, dovuta al rimodellamento dei
valori contemporanei, ai gruppi femministi più attivi che hanno assunto per sé
certi ruoli tradizionali appartenenti alla mascolinità, all'ostilità culturale
che la società d'oggi ha in certi casi posto sui cosiddetti valori maschili, ed
infine anche alla promozione della mascolinità nella donna abbinata ad un
pressione rivolta agli uomini per femminilizzarsi. Le immagini di ragazzi e giovani uomini
presentati nei mass media possono portare alla persistenza di concetti nocivi
alla mascolinità; gli attivisti per i diritti degli uomini sostengono che i
media non prestano una seria attenzione alle questioni relative ai diritti
maschili e che gli uomini vengono spesso dipinti in una luce negativa,
soprattutto nella pubblicità[27].
Scholar Peter Jackson scrive che le forme dominanti di mascolinità
possono essere di sfruttamento economico e di oppressione sociale. Egli afferma
che "la forma di oppressione varia dai controlli patriarcali sui corpi
delle donne e dei diritti riproduttivi, attraverso le ideologie di domesticità,
femminilità ed eterosessualità obbligatoria, alle definizioni sociali del
valore del lavoro, le presunte maggiori abilità naturali del maschio e la
remunerazione differenziale del lavoro produttivo e riproduttivo
"[28]. Il lavoro meccanico in
fabbrica è associato con la mascolinità tradizionale. Nozione di mascolinità in
crisiModifica Un discorso sulla crisi della mascolinità è emerso negli ultimi
decenni, sostenendo l'ipotesi che il concetto di mascolinità si trovi oggi
nella civiltà occidentale in uno stato di più o meno profonda
crisi[29][30]. La crisi è anche stata
spesso attribuita alle politiche conseguenti al femminismo in risposta sia al
presunto dominio degli uomini sulle donne, sia ai diritti attribuiti
socialmente sulla base del proprio sesso d'appartenenza[31]. Altri vedono il mercato del lavoro in
costante evoluzione come fonte della crisi della mascolinità, la
deindustrializzazione e la sostituzione delle vecchie fabbriche con nuove
tecnologie ha permesso ad un numero sempre maggiore di donne di entrare in
questo mercato competendo alla pari con gli uomini, riducendo al contempo la
necessità e domanda di forza fisica[32].
Tendenze contemporaneeModifica
L'operaio edile, esempio moderno di mascolinità. Anche se gli stereotipi
effettivi siano rimasti relativamente costanti, il valore collegato alla
concetto di mascolinità maschile è in parte cambiato nel corso degli ultimi
decenni, ed è stato sostenuto che la mascolinità è pertanto un fenomeno
instabile e mai raggiunto in modo definitivo.
Secondo un documento presentato all'American Psychological Association:
"Invece di vedere una diminuzione dell'oggettivazione delle donne nella
società, si è recentemente verificato un aumento nell'oggettivazione di
entrambi i sessi... Uomini e donne possono limitare la loro assunzione di cibo
nello sforzo di ottenere quello che considerano un corpo attraente sottile, in
casi estremi portando anche a gravi disturbi alimentari"[33]. Sia gli uomini che le donne più giovani che
leggono riviste di fitness e di moda potrebbero essere psicologicamente
danneggiati dalle immagini perfette di fisico femminile e maschile che vedono:
alcune giovani donne e uomini si esercitano eccessivamente nel tentativo di
raggiungere ciò che essi considerano una forma corporea più attraente, che in
casi estremi può portare a disordine dismorfico del corpo (dismorfofobia) o
dismorfismo muscolare (anoressia riversa)[34][35][36]. TerminologiaModifica I concetti di
mascolinità sono variati a seconda del tempo e del luogo e sono soggetti a
costanti cambiamenti, quindi è più appropriato parlare di mascolinità al
plurale che di una singola tipologia di mascolinità. Constance L. Shehan, Gale
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Klaus Theweleit, Male fantasies, Minneapolis : University of Minnesota Press,
1987 and Polity Press, 1987 Peter N. Stearns, Be a Man!: Males in Modern
Society, Holmes & Meier Publishers, 1990 Shuttleworth, Russell.
"Disabled Masculinity." Gendering Disability. Ed. Bonnie G. Smith and
Beth Hutchison. Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey, 2004.
166–178. Voci correlateModifica Androgino Bromance Bushidō Castro clone Comunità
ursina Femminilità Indice di mascolinità Leather Patriarcato (antropologia)
Sessismo Twink (linguaggio gay) Collegamenti esterniModifica The Men's
Bibliography, bibliografia completa sulla mascolinità. Boyhood Studies,
bibliografia sulla mascolinità giovanile. Practical Manliness, sugli ideali
storici della mascolinità applicati agli uomini moderni. The ManKind Project of
Chicago, supporting men in leading meaningful lives of integrity,
accountability, responsibility, and emotional intelligence NIMH web pages on men
and depression, sulla depressione maschile. Article entitled "Wounded
Masculinity: Parsifal and The Fisher King Wound" Il simbolismo storico che
si riferisce alla mascolinità, di Richard Sanderson M.Ed., B.A. BULL, sulla
narrativa maschile. Art of Manliness, sull'arte mascolina. The Masculinity
Conspiracy, critica mascolina online. Future Masculinity, corso di critica
sulla mascolinità. Portale Antropologia: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di antropologia Ultima modifica 1 mese fa di Aslog Murivel Effeminatezza
termine Michael Messner (sociologo)
sociologo statunitense Privilegio
maschile privilegio sociale degli individui maschi derivante solamente dal loro
sesso. Massimo Donà. Dona. Keywords: sessualità, eroticamente, per una
filosofia della sessualità. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donà” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Donatelli: l’implicatura conversazionale
dell’esperienza – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I like
Donatelli – his titles can be too expansive, like the one about ‘philosophy and
common experience,’ as a subtitle, which incorporates the all too controversial
notion of experience simpliciter!” L’etica, la sua storia e le problematiche
contemporanee sono al centro dei suoi interessi. Studia a Roma, dove ha
conseguito la laurea e il dottorato. Insegna alla Luiss Guido Carli. Insegna a
Roma. La sua ricerca spazia dalla ricognizione dei classici dell’etica alla
filosofia morale contemporanea. Si occupa della riflessione sulla vita umana,
in bioetica e nel pensiero teoretico e politico, e del pensiero ambientale. Nel
dibattito bio-etico ha difeso una concezione laica delle istituzioni. La sua
proposta si situa nella filosofia di ispirazione wittgensteiniana (Cavell,
Diamond, Murdoch) che fa incontrare con i temi del pensiero democratico e
perfezionista nella scia della filosofia di Mill. Dirige la rivista Iride.
Filosofia e discussione pubblica (il Mulino). È membro di numerosi comitati,
tra cui del comitato scientifico di Bioetica. Rivista Interdiscliplinare ed
Etica & Politica. Altre opere: “Filosofia morale. Fondamenti, metodi, sfide
pratiche” (Milano, Le Monnier, Il lato
ordinario della vita. Filosofia ed esperienza comune” (Bologna, il Mulino, Etica. I classici, le teorie e le linee evolutive,
Torino, Einaudi); “Quando giudichiamo morale un’azione?” (Roma-Bari, Laterza);
Decidere della propria vita, Roma-Bari, Laterza); “La vita umana in prima
persona duale” (Roma-Bari, Laterza); “Manuale di etica ambientale” (Firenze, Le
Lettere); “James Conant e Cora Diamond, Rileggere Wittgenstein, Roma, Carocci);
“Mill, Roma-Bari, Laterza); “Virtù” (Roma, Carocci); Immaginazione e la vita
morale, Roma, Carocci); La filosofia morale, Roma-Bari, Laterza); Wittgenstein
e l’etica, Roma-Bari, Laterza);Etica analitica. Analisi, teorie, applicazioni”
Milano, LED,I destini dell'etica
Bioetica e progresso morale dell'Italia, su ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica. Bioetica Consulta di bioetica The Italic branch
consists of Latin on the one hand and of the Urabrian-Samnitic dialects,
on the other. Latin, with which the little known dialect Sf
Falerivwas closely related, is known to us from about 300 B. C. onwards.
So long as the language was confined to Latium, there existed no
dialectical differences of any importance. The contrast bet- ween the
popular and the literary language, which had already arisen at the
beginning of the archaic period of literature (from Li vius Andronicus to
Cicero), became still sharper in the classical period, and the further
development of the former is almost entirely lost to our observation
until the Middle Ages, when the popular Latin of the various provinces of
the Roman empire meets us in a form more or less changed and with a
rich development of dialects (Romance languages: Portuguese, Spanish,
Catalanian, Provencal, French, Italian, Raetoromanic and Roumanian)*). We
shall only consider the development of the Latin of, antiquity.
Cp. Corssen Uber Aussprache, Vocalismus und Betonung der
lateinischen Sprache, 2 vols., Leipzig Kuhner Ausfiihrliche Grammatik der
lateinischen Sprache, 2 vols., Hannover 1877. 1879. F. Stolz and J.
G. Schmalz Lateinische Grammatik, in Iw. Muller’s Handbuch der
klass. Altertumsw. IThe Umbrian-Samnitic dialects are known to a certain
extent through inscriptions, which for the most part belong to the last
centuries before our era , and through words quoted by Roman writers. We
are best acquainted with Umbrian (Breal Les tables Eugubines, Paris
Biichelor Umbrica, Bonn 1883) andOscan (Zvotaieff Sylloge
inscriptionumOscarum, PeterSburg-Leipzig). Of the Volscian, Picentine*
Sabine, 1) Cp.* Budinszky Die Ausbreitung der lat. Sprache uber
Italicn und die Provinzen des rSmisohen Reiches, Berlin 1881, Cirober in
the Archiv fur lat. Lexikographie g KeUio;^ 9 Aequiculau
, Yestinian, Marsian, Pelignian and Marrucinian dialects we have only
very scanty remains (Zvetaieff Inscriptiones Italiae Mediae dialecticae,
Leipzig). All *tliese dialects were ^forced •into the background at an
early period by the ifitrusion of Latin. The Sabines, who received
citizenship., seem to have been the first to become romanised. The s^west
to give way was Oscan, which in the mountains did not perhaps become
fully extinct for centuries after the Christian era. Cp.
further Bruppacher Osk. Lautlehre, Zurich 1869, Endoris Yersuch einer
Formenlehro der osk. Sprache, Zurich 187L Piergiorgio Donatelli. Donatelli. Keywords: esperienza,
let’s cooperate (cooperiamo), let’s make the strongest utterance; let’s trust
each other; let’s be relevant (siamo relevanti), let’s be perspicuous (siamo
perspicui), prima persona, prima persona duale – noi – nostro – numero nel
verbo greco: singolare, duale, plurale, Mill,
virtu, Conant, ambi, both – the dual – Both conversationalists must
cooperate towards a mutual goal. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donatelli” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Donati: l’implicatura conversazionale
del fra – filosofia italiana – Luigi Speranza (Budrio). Filosofo italiano. Grice: “I like
Donati; most of what he says is very basic, and he says it from what he thinks
is a scientific perspective – but then he writes about morality and you start
to wonder – anyhow, his central concept is that of reflexitvity, which he
multiplies into goal-centred, rule-centred, means-centred, and value-centred –
Since my oeuvre dwells on rellexivity I feel a lot of affection for Donati and
his approach!” Nella sua filosofia occupano una posizione centrale la tematica
epistemologica inerente alla ri-fondazione della ‘sociologia filosofica’, re-interpretata
alla luce della "svolta relazionale”. Su tali basi, vengono svolte l'analisi
del concetto di ‘cittadinanza’, del fenomeno associativo della società civile e
della politiche di welfare state nelle società altamente differenziate;
l'analisi del ruolo dell’istituzione sociale che emergono dai processi di morfo-genesi
sociale, in particolare nelle sfere di terzo settore; l'apertura di una nuova
prospettiva negli studi sul capitale sociale e sui processi di “riflessività” in
rapporto alla legittimazione di nuove forme di democrazia deliberativa. L'elaborazione
di una ‘sociologia filosofica relazionale' è andata di pari passo con la
fondazione filosofica di un nuovo e più generale ‘paradigma relazionale' che si
pone come superamento della contrapposizione fra realismo e costruttivismo, fra
l’individualismo o intersoggetivismo metodologico e olismo o collettivismo metodologico.
Questa prospettiva porta alla elaborazione di nuovi concetti come quelli di “critica
della ragione relazionale” e bene relazionali, come soluzioni rispettivamente
dei problemi inerenti a idiosincrasie culturale e alla mercificazione del
welfare nelle società. L'etichetta "sociologia filosofia relazionale"
viene usata, oltre che da Donati, da vari filosofi. Emirbayer ha scritto un
‘Manifesto di sociologia relazionale' elaborato in maniera del tutto
indipendente rispetto a Donati. Crossley usa la medesima etichetta. Alcuni
studiosi assimilano la sociologia relazionale alla network analysis (Crossley, Mische
), altri tracciano delle differenze fra questi due modi di intendere l'analisi
della società (Donati, Terenzi, Tronca). Indipendentemente dalla filosofia di
Donati, esistono gruppi e reti di sociologia relazionale in vari paesi, tra cui
il Canada (si veda il sito della Canadian Sociological Association,,
l'Australia (si veda il sito della Australian Sociological Association,). In
Italia, gli filosofi vicini a Donati si riconoscono nel network Relational
Studies in Sociology,). Donati ha prodotto numerosi saggi di carattere
teorico ed empirico. Propone una teoria generale per l'analisi della società:
la “sociologia filosofica relazionale”. Insegna a Bologna, direttore del Centro
Studi di Politica Sociale e Sociologia Sanitaria). Presidente dell'Associazione
Italiana di Sociologia. Direttore dell'Osservatorio Nazionale sulla Famiglia.
Ha fatto parte del comitato scientifico di Biennale Democrazia. Fondatore e
Direttore della Rivista “Sociologia e politiche sociali”, editore FrancoAngeli.
Membro del Comitato Scientifico della Rivista "Sociologia", Istituto Luigi
Sturzo, Roma. Ha ricevuto il riconoscimento dell'ONU come membro esperto
distinto nel corso dell'Anno Internazionale della Famiglia. Premio Capri San
Michele per "Pensiero sociale
cristiano e società post-moderna" (Ave, Roma). Premio San Benedetto per la
promozione della Vita e della Famiglia in Europa. Attraverso la sua filosofia,
Donati mostra con specifiche indagini empiriche in che modo la società possa
essere conosciuta e interpretata come una semplice “relazione sociale” diadica
-- e non come un prodotto culturale. La sociologia relazionale (o teoria
relazionale della società) viene per la prima volta esplicitata con “Introduzione
alla sociologia relazionale”. Questa “Introduzione” è nata come una sorta di
“Manifesto della sociologia relazionale”, anche se da allora pochi se ne sono
accorti. I punti essenziali di quel Manifesto sono varie. La sociologia
relazionale consiste nell'osservare che una società, ovvero qualsiasi fenomeno
o formazione sociale (la famiglia, una impresa o società commerciale, una
associazione, una società nazionale), la società globale, non è né una idea (o
una rappresentazione o una realtà mentale soggetiva) né una cosa materiale (o
biologica o fisica in senso lato), ma è una relazione sociale – una
intersoggetivita. L’intersoggetivo è né un “sistema”, più o meno pre-ordinato o
sovrastante i singoli fatti o fenomeni, né un prodotto di una azione soggetiva,
ma un altro ordine di realtà. L’intersoggetivo è relazione. L’interosggetivo è
fatto di una relazioni fra un soggetto S1 e un soggetto S2, che distinguono la
forma e i contenuti di ogni concreta e specifica “diada. L’intersoggetivo – la
relazione intersoggetiva -- deve essere concepito non come una realtà accidentale,
secondaria o derivata dall’altre entità: il soggetto S1 e il soggetto S2),
bensì come un levello ontologico differente sui generis, appunto,
‘l’intersoggetivo’. Affermare che “la società è relazione” può sembrare quasi
ovvio, ma non lo è affatto ove l'affermazione sia intesa come presupposizione
epistemologica generale e quindi si abbia coscienza delle enormi implicazioni
che da essa derivano. Ogni filosofo parlano dell’intersoggetivo della relazione
di una diada fra soggeto S1 e soggetto S2 (Aristotele: ogni uomo e politico,
Marx, Durkheim, Weber, Simmel, Parsons, Luhman, Grice), ma quasi nessuno ha
compiuto l'operazione che viene proposta dalla sociologia
relazionale: partire dal presupposto che “all'inizio c'è la relazione”,
ossia che ogni realtà sociale emerge da un contesto di relazioni e genera un
contesto di relazioni essendo essa stessa ‘relazione sociale'. Ciò non
significa in alcun modo aderire ad un punto di vista di relativismo. Si tratta
esattamente del contrario: la sociologia relazionale si fonda su una ontologia
dell’intersoggetivo relazionale, e dunque su una ontologia dell’intersoggetivo
della relazione che vede nella relazioni il costitutivo di ogni realtà sociale
seconda la loro propria natura. La sociologia relazionale e una forma del relazionismo
filosofico. Per l’intersoggetivo (la relazione) intende l’intersoggetivo nel
spazio-tempo, dell'inter-umano, ossia ciò che sta fra un soggetto agente S1 e
un soggetto agente S2 chi collaborano, o cooperano. e checome tale costituisce
il loro orientarsi e agire reciproco (o riflessivo, al modo di Grice), per
distinzione da ciò che sta nel singolo attore individualo o collettivo considerati
come poli o termini della relazione. Questa «realtà dell’intersoggetivo – che
Donati chiama ‘il fra’ -- fatta insieme di due soggetti che collaboron, è la
sfera in cui vengono definite sia la distanza sia l'integrazione dei due
soggetti che stanno in società: dipende da questo ‘fra’ – fra tu e me -- (la
relazione sociale in cui le due soggetti si trovano) se, in che forma, misura e
qualità le due soggetti può distaccarsi o coinvolgersi rispetto agli altri
soggetti più o meno prossimi, alle istituzioni e in generale rispetto alle dinamiche
della vita sociale. La teoria relazionale della società ha elaborato nuovi
concetti che sono stati utilizzati non solo da filosofi, ma anche in altri
campi, come il diritto, la legislazione sociale, l'economia. I concetti originali
elaborati da Donati sono varie. Il concetto di ‘privato sociale’ e applicato in
molte leggi dello Stato italiano. Il concetto di ‘cittadinanza societaria è
stato utilizzato dal Consiglio di Stato (Sezione consultiva per gli atti
normativi, Adunanza, N. della Sezione: in importanti deliberazioni. Il concetto
di ‘beni relazionali’ è stato ripreso in campo economico da filosofi come
Zamagni e Bruni. Il concetto di un ‘servizio relazionale’ è stato ripreso nella
legislazione regionale e nazionale in Italia, anche in relazione alla buona
pratica nelle politiche familiari analizzate con le ricerche svolte per
l'Osservatorio nazionale sulla famiglia. Il concetto di ‘lavoro relazionale’ e
il concetto di ‘contratto relazionale’ sono importanti. Il concetto di ‘welfare
relazionale’ e usanto in buona pratica nei servizi alle famiglie (utilizzato
dal Centro studi Erickson). Il concetto di ‘differenziazione relazionale’ si
applica in particolare alla problematica della conciliazione fra lavoro e
famiglia. Il concetto di una critica della ‘ragione relazionale’ e dato come
una possibile soluzione ai problemi dei conflitto. Il concetto di capitale
sociale come relazione sociale con una ridefinizione degli studi sociologici si
applica nel capitale sociale. Il concetto di "riflessività
relazionale" si applica per superare il concetto puramente soggettivo di
riflessività come mera riflessione interiore. Il concetto di "genoma
sociale della famiglia" s’applica nella evoluzione. Ha affrontato una
serie di tematiche di ricerca il cui sviluppo è ancora in corso. La prima e più
estesa riguarda la tematica della sociologia della famiglia. Si vedano I saggi
di Donati, Lineamenti di sociologia della famiglia. Un approccio relazionale
all'indagine sociologica, Carocci, Roma, Donati, Manuale di sociologia della
famiglia, Laterza, Roma-Bari). Si vedano anche i Rapporti Cisf sulla famiglia
in Italia, per gli aspetti applicativi: Sociologia delle politiche familiari,
Carocci, Roma, è il più recenteDonati "La famiglia. Il genoma che fa
vivere la società", Soveria Mannelli, Rubbettino. Un'altra tematica è
quella della salute: si veda Donati Manuale
di sociologia sanitaria” (La Nuova Italia Scientifica, Roma); Sui giovani e le
generazioni nella società dell'indifferenza etica: “Giovani e generazioni.
Quando si cresce in una società eticamente neutral” (il Mulino, Bologna); Sul
cittadinanza e welfare: La cittadinanza societaria, Laterza, Roma- Bari); Sul
welfare state e le politiche sociali, “Risposte alla crisi dello Stato sociale”
(Franco Angeli, Milano); “Lo Stato sociale in Italia: bilanci e prospettive”
(Mondadori, Milano); “Sul privato sociale o terzo settore e la società civile:
Sociologia del terzo settore” (Carocci, Roma); sulla società civile: “La
società civile in Italia, Mondadori, Milano; Generare “il civile”: nuove
esperienze nella società italiana, il Mulino, Bologna); Il privato sociale che
emerge: realtà e dilemmi, il Mulino, Bologna, Sul lavoro: Il lavoro che emerge,
Bollati Boringhieri, Torino); I rapporti fra sociologia relazionale e pensiero
sociale cristiano: Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, Editrice
Ave, Roma, La matrice teologica della società, Rubbettino, Soveria Mannelli. Sul
capitale sociale: Donati, Terzo settore e valorizzazione del capitale sociale
in Italia: luoghi e attori, FrancoAngeli, Milano, Donati, I. Colozzi, Capitale
sociale delle famiglie e processi di socializzazione. Un confronto fra scuole
statali e di privato sociale (FrancoAngeli, Milano). Attraverso queste saggi,
la sociologia relazionale ha sviluppato un nuovo quadro teorico e ne ha
dimostrato la validità sia sul piano della ricerca empirica, sia sul piano
delle applicazioni concrete (in termini di legislazione e di programmi di
intervento sociale). La conoscenza sociologica che la sociologia relazionale
intende perseguire non rifiuta a priori nessuna teoria, né vuole “unificare”
tutte le teorie sotto un'unica bandiera, ma tutte le prende in considerazione e
le valuta per mettere in evidenza quelle verità, anche parziali, che ciascuna
di esse contiene. Tuttavia, perché di solito una teoria offre una visione
limitata, se non riduttiva della realtà, la sociologia relazionale è in grado
di inserire ogni teoria in un quadro concettuale più ampio, nel quale ritrovare
le verità parziali ad un livello più elevato, coerente e consistente di
conoscenza della realtà sociale. Terenzi, Percorsi di sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano,.
Luigi Tronca, Sociologia relazionale e social networks analysis. Analisi
delle strutture sociali, FrancoAngeli, Milano.Enzo Paci, Dall'esistenzialismo
al relazionismo, D'Anna, Messina-Firenze. Per un nuovo welfare locale “family
friendly”: la sfida delle politiche relazionali, in Osservatorio nazionale
sulla famiglia, Famiglie e politiche di welfare in Italia: interventi e
pratiche. I, il Mulino, Bologna,
Politiche sociali e servizi sociali di fronte al modello sociale europeo: lo
scenario del “welfare relazionale”, in C. Corposanto, L. Fazzi, Il servizio
sociale in un'epoca di cambiamento: scenari, nodi e prospettive, Edizioni Eiss,
Roma, Quale conciliazione tra famiglia e lavoro? La prospettiva relazionale, in
Donati, Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo, La valorizzazione del capitale sociale in Italia: luoghi e
attori Donati, I. Colozzi, FrancoAngeli, Milano, Altre opere: “L'enigma della
relazione” Mimesis, Milano); “La famiglia. Il genoma che fa vivere la società”
(Rubbettino, Soveria Mannelli); “Sociologia della riflessività. Come si entra
nel dopo-moderno, il Mulino, Bologna); “I beni relazionali. Che cosa sono e
quali effetti producono (Bollati Boringhieri, Torino); “La matrice teologica
della società, Rubbettino, Soveria Mannelli); “Teoria relazionale della
società: i concetti di base, FrancoAngeli, Milano); “La società dell'umano,
Marietti, Genova-Milano); “Il capitale sociale degli italiani. Le radici
familiari, comunitarie e associative del civismo” (FrancoAngeli, Milano); “Oltre
il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza,
Roma-Bari); “Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma-Bari); “Sociologia
delle politiche familiari, Carocci, Roma); “Il lavoro che emerge. Prospettive
del lavoro come relazione sociale in una economia dopo-moderna, Bollati
Boringhieri, Torino); “La cittadinanza societaria” (Laterza, Roma-Bari); Teoria
relazionale della società, FrancoAngeli, Milano, 1991 La famiglia come
relazione sociale, FrancoAngeli, Milano, La famiglia nella società relazionale.
Nuove reti e nuove regole, FrancoAngeli, Milano); “Introduzione alla sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano); “Risposte alla crisi dello Stato sociale.
Le nuove politiche sociali in prospettiva sociologica, FrancoAngeli, Milano); “Famiglia
e politiche sociali. La morfogenesi familiare in prospettiva sociologica,
Angeli, Milano); “Pubblico e privato: fine di una alternativa?” (Cappelli,
Bologna). Der Dual ist ein Numerus, der sich in indogermanischen wie
nicht-indogermanischen Sprachen findet. Die indogermanistisch zentralen
Sprachen Altgriechisch und Altindisch haben diesen Numerus in allen flektierenden
Wortarten; andere Sprachen haben ihn nur in einer Wortart. Die
Minderheitensprachen Ober- und Niedersorbisch pflegen den Dual bis heute. Auch
im Bairischen gibt es noch formale Dualrelikte. Das Buch bietet eine
Darstellung der einzelsprachlichen Dualsysteme in der Indogermania und
Rekonstruktionen der Dualsysteme der Zwischengrundsprachen und des
Ur-Indogermanischen. Neben dem genealogischen Vergleich wird auch der
typologische Vergleich mit Dualsystemen anderer Sprachgruppen wie etwa Finno-Ugrisch,
Semitisch und Bantu angestellt. Der Leser gewinnt so einen Überblick über die
Entwicklung einer typologisch markierten grammatischen Kategorie und einen
Einblick in die kognitiven Prozesse, die zum Werden und Schwinden des Duals im
Wandel der Sprachen führen. Rezensionen "" Salvatore Scarlata
in: Kratylos, Pinault in: Bulletin de la Société de Linguistique de Paris,
Pierce in: Journal of Historical Linguistics, Bohumil Vykypel in: Linguistica
Brunensia,
http://hdl.handle.net/11222.digilib/118249 "" Remo
Bracchi in: Salesianum, Lühr in: Germanistik, Bd. 52 (2011), Heft 1-2, 53f
[314]Duale (linguistica) numero grammaticale Lingua Segui Modifica Ulteriori
informazioni Questa voce sull'argomento grammatica è solo un abbozzo.
Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Il duale in
linguistica è una delle possibili realizzazioni della categoria morfologica del
numero grammaticaleche può essere espressa tanto nel nome (sostantivo e
aggettivo) quanto nel pronome e nel verbo. Benché sia meno diffuso di singolare
e plurale, il duale è presente in molte lingue del mondo. Esso è presente
nelle più antiche lingue indoeuropee, come il sanscrito o il greco antico, nel
lituano, nello sloveno moderno, nel friulano e anche nelle lingue semitiche,
come l'arabo - che ne fa tuttora uso nelle sue varietà moderne, sia pure
limitatamente al nome - l'ebraico e nell'egizio. Il duale è frequente per
indicare parti doppie del corpo, per esempio le mani, le narici, le gambe, ma
nelle lingue che lo possiedono non è raro il suo uso anche per indicare oggetti
a coppie o semplicemente coppie di oggetti o persone casuali: due persone, due
anni, ecc. ("duale occasionale"). Mentre in francese, in
tedesco, in italiano o in spagnolo, tutte lingue che non presentano la forma
duale se non per tracce come per esempio in italiano ambo, si è soliti
anteporre al sostantivo plurale l'aggettivo numerale che ne indica la quantità
esatta (due uova, due amici, ecc.), nelle lingue che posseggono il duale questo
può bastare per indicare una quantità pari a due. Per esempio in arabo sanah
"(un) anno", sanatayn "(due) anni". La mu'allaqa di
Imru l-Qays, una delle più famose poesie arabe, esordisce con un imperativo
duale: Qifâ, nabki... "fermatevi (voi due) e piangiamo...",
riferimento al fatto che il poeta si rivolgeva a due suoi compagni.
Bibliografia Modifica Albert Cuny, Le nombre duel en grec, Paris, Librairie C.
Klincksieck, 1906 Charles Fontinoy, Le duel dans les langues sémitiques, Paris,
Les Belles Lettres, 1969. Marco Molinelli, Il numero duale nel greco antico,
Roma, 2009. Matthias Fritz, Der Dual im Indogermanischen, Heidelberg, Carl
Winter, 2Grammatica Morfologia (linguistica) Portale Linguistica:
accedi alle voci di Wikipedia che trattano di linguistica Ultima modifica 5
mesi fa di Salvatore Talia Numero (linguistica) categoria grammaticale
Grammatica lituana regole della lingua lituana Articoli del greco antico
Wikipedia Il contenuto. Grice: “In my seminars I explained explicitly that we
would be dealing only with conversational DYADS!” Grice: “This was my nod to
the Old Latin dual!” – Grice: “Austin used to say that no distinction is too
fine, or too nice. The origin of the Latin fifth declension out of the dual
number – We can provide an EXPLANATION of the appearance of the Latin fifth
declension (e stems) as a result of the LOSS of an earlier dual inflection,
whose main feature is the suffix jk (full grade ej) . The dual character of the
Latin -ies (series) forms can be demonstrated on the basis of their ‘semantic’
development. The dual number in the Indo-European languages. The most ancient
Indo-European languages had three number categories: the singular, the dual,
and the plural. In the Indo-European languages, the dual number was typically
used for NATURAL PAIRS (‘oculi’, the ‘same’, two hands), sometimes also for an
accidental or artificially arranged pair (‘two men’ (andre), two horses pulling
one carriage, two oxen in one yoke), and possibly for two objects of the SAME
kind (two fires, two lime trees). Elliptical usage of the dual is also
attested, ‘two fathers’, as when Homer refers to ‘Ayax and his brother’ or
Latin ‘octo, ‘eight’, originally, or literally, two sets of four finger-tipes
Wackernagel, Campanile, Malzahn, Clackson). The degree of preservation and
PRODUCTIVITY of the dual in the Indo-European languages differ considerably.
Traces of the dual in Latin. The dual number as a separate CATEGORY was
presumably lost by Latin and the other Italic languages already in the pre-historic
period (Buck). Lat. ‘duo,’ ‘two’ < IE duwo < PIE duwo-hj (Tagliavini).
Lat. ‘okto’ ‘eight’ < IE okto, ‘8’ < PIE hkekto-h0. Lat. viginti,
‘twenty’ (< IE wiknti < PIE dwi-dknt-ih), literally, ‘two tens.’ A few
Latin forms – ambo, duo -- have a specific inflexion which may be the result of
the transformation of the dual form within a declension. Thus we have masc.
nom. ‘ambo’ , duo; gen. ‘amborum’, duorum; dative-ablative ‘ambobus’, duobus;
and acc. ambos/ambo, duos/duo. Lat. masc. ‘ambo’. The inflection of ‘ambo’ and
‘duo’ keeps the original dual ending in the nominative. It does not show the
dual ending in the other four cases – where it adops the regular PLURAL ending.
Here we have a case of an ADAPTATION (SUBSTITUTION_of the dual inflection by
the plural inflection. Traces of the dual number in Latin are restricted to
‘ambo’ , ‘both’, and the numerals (‘duo, octo, viginti) – while some have
traced other dual forms in declesions – Danielsson). The question of a dual
form, e. g. ‘Pomplio,’ (Lat. Pompilio, nom. du. ‘two of the Pompilius family’),
attested in epigraph CIL I 30: M. C. POMPLIO NO. F. DEDRON HERCOLE = ‘Marcus and
Gaius Pompilius, the sons of Novious, gave (this) to Hercules.’ The
interpretation of the form POMPLIO as dual may be implicatural rather than
semantic. The form POMPLIO need not be a dual form -- it may be just the nominative singular with
the final s by custom omitted when there is a formal agreement with the second
prae-nomen, though belonging to both. Dual endings in the Indo-European
languages. In proto-Indo-European hl forms the basic dual ending, which may
have a strong form (ehl or hle) in animate nouns. It is assumed that the
numeral ‘two’ has the form ‘duwo-ehl’ (literally, ‘two persons, or animals’),
which later develops into the masculine form. IE ‘duwo, m. Latin for some time
kept the dual ending -e (PIE ejl). The loss of the dual causes the proto-Latin
forms ending in -e (once dual forms) to generate a separate group: a fifth
declension. From a variant dual ending -e, the -e- would have to have formed in
the oblique cases. The genitive dual ending in Indo-European is -es (PIE ejls
gen. du). Both a dual inflection with -e (gen. du. -es) and -e (gen. du. -es)
would have ensured the stabilization of the feature -e- after the loss of the
dual number in the Italic languages. The cause of the loss of the dual number
in Latin. Most probably, the loss of the dual as a separate CATEGORY takes
place within the a- stem and the -o- stem declensions. In the nominal paradigm,
a specifically Latin innovation causes a change in the infection system. This
innovation is the loss of the old plural ending -os, which are well attested in
the other Italic languages, along with the adaptation of the enings of the
PRO-nominal system -oi -- whence Latin ‘-i.’ – cf. nom. sg. m. -os > -us.
Nom. du. M. -o (ambo, octo, duo). The PLURALISATION of the dual in the -o- stem
declension happens largely without a
problem – providing you keep a Griceian ‘eye’ – Cf. ‘pater,’ father. nom. sg.
m. pater; nom. du. m. ‘patere’. nom. pl. m. ‘pateres’. As Austin pointed out to
me, the loss of the dual in the Indo-European languages suchas Latin did not
happen solely via the good old pluralisattion of the dual form, but also by way
of a ‘singularisation’: i. e. the dual inflection is re-fomed into the SINGULAR
inflection. This way of the elimination of the dual number is very much
attested in Latin, in all the forms ending in -ies, for example. Then we have
the dual forms of the Lat. viginti type. The Latin cardinal number ‘viginti,’
‘twenty,’ is a remnant of the dual number. ‘Viginti’ represents the IE
archetype wiknti nom. acc. du. ‘twenty’, from PIE dwihl-dknt-ihl, literally,
‘two tens’. Since, unlike ‘duo,’ it represents a numeral higher than 4 – and
all Latin numerals from ‘quattuor’ up to ‘mille’ did not decline --, ‘viginti’
simply keeps the shape of the nominative dual. Some dual forms with no singular
form underwent a singularization (or sometimes a collectivization). As a result
of such an adaptation, the dual is re-constructed morphologically, and
re-interpreted pragmatically via implicature. This singularization (but
sometimes collectivization) of a dual form creates the need to establish a
declension. The literally DUAL character of some Latin expressions ending in
-ies may be explained through a detailed pragmatic calculation. Pierpaolo
Donati. Donati. Keywords: il fra, relazionalismo, internal conversation,
l’intersoggetivo, realta fra, il fra, fra tu e io, intersoggetivismo
metodologico, communicazione come realta fra, implicatura, reflessivita,
reciprocita. Ambidue. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donati” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e
Dondi: l’implicatura conversazionale -- l’astrario – iter romanorum – colonna
giulia – la colonna del circo neroniano di Buschetto -- petrarca – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Chioggia).
Filosofo. Grice: “I like Dondi and I
like a watch chain!” Figlio di Jacopo, studia filosofia a Padova. Insegna a
Padova. Si trasferì a Pavia. Dopo un periodo a Firenze, vi ritorna come
filosofo di corte dei Visconti. Insegna a Pavia. Scrittore di rime, amico e corrispondente di Petrarca,
fu anche tra i pionieri dell'archeologia. In occasione di un viaggio a Roma,
descrisse e misura monumenti classici, copiò iscrizioni e trascrisse i dati
rilevati nel suo ‘'Iter Romanorum'’. La
sua fama è legata soprattutto all'astrario da lui progettato a Padova e
costruito a Pavia, dove, era conservato, nel castello di Pavia, presso la
biblioteca Visconteo-Sforzesca.
L'astrario è un orologio astronomico che mostra l'ora, il calendario
annuale, il movimento dei pianeti, del Sole e della Luna. Per ogni giorno sono
indicati l'ora dell'alba e del tramonto alla latitudine di Padova, la
"lettera domenicale" che determina la successione dei giorni della
settimana e il nome dei santi e la data delle feste fisse della Chiesa. L'orologio
astronomico (o astrario) di Dondi è andato distrutto, ma è ben conosciuto
perché il suo ideatore ne dette una particolareggiata descrizione nel saggio
“Astrarium”, trasmesso da due manoscritti. Si tratta di un congegno mosso da
pesi, di piccole dimensioni (alto circa 85 cm, largo circa 70), racchiuso in un
involucro a base eptagonale. Grazie ad una serie di ingranaggi l'astrario
riproduce i moti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Esso indicava anche
la durata delle ore di luce alla latitudine di Padova. Come misuratore del
tempo esso, oltre all'ora, indicava (forse per la prima volta tra gli orologi
meccanici) anche i minuti, a gruppi di dieci. La presenza di trattati di
astrologia nella biblioteca di Dondi fa sospettare che la progettazione sia stata
influenzata da astrologi antichi. L'orologio astronomico che si può tuttora
ammirare sulla Torre dell'Orologio, Padova, in Piazza dei Signori, è una copia
non dell'astrario di Dondi, ma dell'orologio costruito dal padre Jacopo. Secondo
la tradizione sarebbe stato Dondi ad introdurre a Padovala gallina col ciuffo,
oggi nota come gallina padovana. In realtà, il giornalista padovano Franco
Holzer in una sua ricerca ha potuto stabilire che non vi è documentazione alcuna
che attesti che Dondi abbia mai avuto contatti con la Polonia o che l'abbia mai
visitata. A lui è dedicata una delle statue che adornano il Prato della Valle,
a Padova. Il Circolo Numismatico Patavino gli ha dedicato una medaglia
commemorativa opera dello scultore bellunese Massimo Facchin. A Giovanni
De'Dondi è dedicata la ballata iniziale di Mausoleum. Siebenunddreißig Balladen
aus der Geschichte des Fortschritts del poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger.
Altre opere: Rime, Antonio Daniele, Neri Pozza, Vicenza); “Astrarium, E.
Poulle, CISST); Opera omnia Jacobi et
Johannis de Dondis, corpus pubblicato sotto la direzione di Emmanuel Poulle.
Padova. Andrea Albini, Op. La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni.
Musei civici.pavia. Andrea Albini, L'astrario di Giovanni Dondi, su
Museoscienza. Ricerche d'Archivio riguardanti la famiglia Dondi dall'Orologio.
Di Franco Holzer. Andrea Albini, Machina
Mundi. L'orologio astronomico di Giovanni Dondi, Create Space, Astrario, Gabriele
Dondi dall'Orologio Università degli studi di Padova. Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Replica in scala 1/2 dell'Astrario,
su clock maker. Replica in scala ¼, su pendoleria. com. VII.
(D i Cjiovauui Odo ndi òalf'Otcfcgto, TTtedico eli ^Padova, e Dei
uiouumeutv antichi da fui «animati a ctonia, e di afcuui »ceitti
inediti def medesimo. rt A FILIPPO SCHIASSI CAHOMCO
MILLA CHIESA MAGGIORE DI BOLOCRA, E PROFESSORE DI archeologia bella
criverbitì. JL u non ignori certamente , o amatissimo
Schiassi, cum io faccia di le gran cubitale per la somma erudi-
zione archeologica che possedi , e per la forbitezza dello scrivere
latino , nella quale con pochi vai distinto ; e co- me poi io non sia ad
alcuno secondo nell'osservanza ed amore verso di te per le doti singolari
dell'animo tuo. In verità io ho sempre desiderato mi fosse pòrta
occa- sione di farti noto pubicamente questo mio volere ; ma quella
mi fallì maisempre, o, a meglio dire, non ebbi mai ardimento di
abbracciarla, parendomi da non do- versi indirizzare a te cose che non
fossero parlo d'in- gegni maturi, fra' quali per fermo non è da riporsi
il mio. Tuttavolta altre ragioni m'inducono ora a prendere
contrario divisamento . Il perchè, in arra di rispetto e di
benivoglienza, ho deliberalo di spedirti questa Lettera in- torno a
Giovanni Dondi , e publicarla intitolata al tuo nome ; indotto anche da
ciò , che in essa circa V obelisco vaticano , della cui traslazione tu di
fresco con scienza e perizia ne hai scritto . ho io allegate alcune cose
, dalle quali appare essere ora per la prima volta manifesto come
il medesimo nel medio -evo sia stato atterrato , e non guari appresso di
bel nuovo ristabilito, non altri- menti come sono di comune consentimento
i più accre- ditati scrittori delle cose passale: de’ quali in
ispezialità qual sia il giudizio da tenersi tu puoi decidere. Io
in- tanto a te sottometto di tallo cuore e senza cerimonie la mia
opinione , qualunque ella siasi: ritieni poi , che con animo a tc per
intiero affezionatissimo mi dispongo a ciò fare. V enezia v>die Francesco Petrarca
abbia scritto di Giovanni Dondi suo amico non meno con verità die con
ma- gnificenza, essere egli stalo d'ingegno sì sublime e po- tente,
che ito sarebbe alle stelle, se rattenulo non lo aves- se lo studio della
Medicina 0),Jo capiranno coloro spe- cialmente, i quali siano a giorno
come il medesimo siasi reso distintamente celebre nelle scienze
medi- che, filosofiche ed astronomiche ; c, di più, conosca- no
come in altre discipline, a dir vero non comuni, fosse egli oltre l’
usato erudito. Fu peritissimo ancora in scienza morale, nella cognizione
dei monumenti antichi, e nel linguaggio delle Muse italiane : le
quali cose, come disse Celso in altra occasione, quantunque non
costituiscano il Medico, tuttavolta lo rendono più atto alla Medicina
(Lib. I.), e fanno sì che abbia a primeggiare fra i dotti del suo
tempo. Ed in vero, che non si possa lare un pieno uso della
Medicina nella maggior parte delle malatie del corpo, se quelle
dell’animo del pari non si curino, è chiaro di già abbastanza per
concorde dottrina degli antichi e recenti filosofi, suffragata dalla
sperienza. Intorno a ciò sono manifesti i sentimenti di Aristote-
le, d’ Ippocrate, di Galeno, e di altri ; come pur anco (1)
Lib. XVI. Lettera III. a Francesco Sancse.data in luce a Venezia nel
1501. ne fanno chiara prova quelle cose che sopra lo slesso argomento ci
hanno lasciato in appresso uomini sa- pientissimi. Che poi da
un’accurata osservazione degli anti- chi monumenti, e dalla lettura delle
iscrizioni ne ven- gano singolari ajuti onde conoscere più
diffusamente l’ arte medica, ce lo dimostrano le Opere dei valenti
in quella, cioè di Girolamo Mercuriale intorno alla ginnastica, il quale
trattò anche del sito più salubre alla costruzione delle fabbriche e
circa gli strumenti chirurgici ; di Giannantonio Sicco e di Andrea
Baccio intorno ai bagni termali ; di Tomaso e Gasparo Bar- tolini
sopra l’ antico puerperio : ai quali libri se ne potrebbero facilmente
aggiungere altri di tal fetta, cioè di Pietro Bellonio, di Lorenzo
Gioberti, di Mar- siglio Cagnato, di Tomaso Reinesio, di Giovanni
Ro- dio, di Carlo Patino, di Carlo Sponio, di Daniele Gu- glielmo
Trillerò, di Carlo Federico Ilundertmarki, di Antonio Cocchi, e di altri
; cosicché niuno deve maravigliarsi del progetto di Tomaso Bartolini
nel comporre l’ Opera intitolata Antichità necessarie ad un Medico,
del cui apparecchio, in appresso incenerito dalle fiamme , lo stesso
autore ne diede breve com- pendio in una Dissertazione stampata in Hafnia
l’ an- no 1670 sopra l’incendio della biblioteca. Le
moltissime sue lodi, scritte in prosa ed in ver- so, ci fanno ampia
testimonianza che lo studio della poesia giova a meraviglia per fecondare
e ricreare l’ ingegno, per aggiungere fregio alla lingua ed allo
stile, e per fare acquisto di altre doti richieste ad un uomo di lettere
; nè vi sarà al certo chi ignori che i Medici versati nella medesima n’
andrebbero stimati da più che gli altri, e si leggerebbero con più di
di- letto le Opere loro. Noi conosciamo ancora che gli stessi
scrittori dell’arte medica, distinti fra gli anti- chi, Ippocrate ed
Areteo, succhiarono da Omero il loro bello ; il primo de’ quali fu detto
da Eroziano uomo omerico quanto allo stile ( Glossar . Hippocr.
Praef. pag. 7, edit. Lips. 1780); e Trillerò fa vedere che al
secondo giovò d’ assai la lettura dello stesso autore ( Opuscula medico -
philologica, Tom. 1. pag. xxi): il che chiaro apparisce parimente di
Galeno e di altri. Ec- cellente si è la cura posta da Tomaso Bartolini
nel trattare che fece di questo argomento nella Disserta- zione
intorno ai Medici - poeti, publicata in Hafnia l’anno 1669; ed ora se ne
potrebbe formare un sog- getto con assai più di splendore. Sono poi da
tenersi in gran conto quelle cose che furono scritte da Giro- lamo
Fracastoro, uomo grande nell’ una e nell’ altra facoltà, a Girolamo
Amalteo, medico non meno che poeta celebre del suo tempo; cioè andare di
gran lunga errati coloro i quali avessero per niente la poesia, e
la stimassero cosa incompatibile colla Me- dicina: che anzi dichiara
apertamente con Andrea Navagerio, essere inetti a toccare il fondo di
ogni scienza, o a gustare appieno le bellezze di qualsiasi arte
meccanica, coloro i quali andassero privi e man- canti di vena poetica
(Fracast. Opera edita Corniti). Dondi per colti- vare l’ animo in questi
studj, indotto dall’ esempio ed intrinsichezza del Petrarca, il quale nei
medesimi avea tocco l’ apogèo della gloria, consegnò allo
scritto monumenti non dubj di questo studio, commettendoli ai
posteri ; ma quelli inediti, ed appena conosciuti in un codice cartaceo
di quella età, posseduto un tempo dallo stesso autore, toccò per
avventura a me solo di vederli presso Roberto Papafava, figlio
d’Albertino, fregiato della primaria nobiltà fra i Padovani e
Patri- zio Veneto, il quale mi onorava di singolare cortesia; nel
qual codice io stesso ho letti gli scritti inediti del Dondi senz’ altro
giudizio od altro ordine, da quello in fuori con cui qui li
riporto. Vi sono nel codice ‘28 Lettere intorno a diversi
argomenti, scritte dal Dondi a varie persone ; cioè : Al Petrarca. Si
protesta tornargli a grande vantaggio 1’ amicizia di lui, per arricchirsi
a perfe- zione della morale filosofia ; il che osserva essere as-
sai conforme all’ insegnamento di Seneca nella Let- tera <08 a Lucilio
intorno al conversare co’ filosofi. Nel dipartirmi da te (scrive egli) ne
riporto ogni giorno frutti novelli , e alla tua presenza mi si ricrea V
animo d' insolita gioja. A Giovanni dall’Aquila fisico (Padova).
Annunzia e mostra allo cordoglio per la morte del Petrarca, d’ improviso
avvenuta la notte antecedente. « E morto un personaggio
unico, a dir vero, ed » ammirabile tra i pochi di ogni età; ma a’
nostri » giorni il solo, a mio giudizio, che v’abbia su tutta » la
terra, e da non potersi trovare in qualsivoglia » parte di essa: uomo da
essere ricordalo e tenuto a » venerazione da tutti i secoli. Fatale
disgrazia e la- » grimevolc a tutto il genere umano, ma assai
più amara a buon diritto all’ Italia , della quale non » senza gran
merito egli n’ era amante perduto, e in » ogni circostanza partigiano
caldissimo ; sopra tulli » per altro a me e a te, ai quali era legato con
nodo » strettissimo d’ amore e di singolare benevolenza. » Mancò un
uomo senza dubio grande, ottimo, soavis- » simo, amantissimo di noi ; ma
non per altro cessò » del tutto, poiché anzi diede principio a vita
miglio- » re, richiamato dall’ esiglio alla patria : se vero è »
che gli offici di questa vita mortale, la Religione di » continuo
venerata e studiosamente coltivata, l’opera » assidua agli sludj
unicamente onesti e lodati, dieno « fidanza di alcun premio nella vita a
venire. » 3. Ad Antonio Leniaco, uomo di singolare
ingegno. 4. Ad Argentino (Arsendino) da Forlì, e a Pa- ganino
da Sala padovano, Dottori in legge. A Guglielmo Ravenna, fisico.
fi. 7. A Geminiano, fisico del Marchese Cesa. f*. A Gasparo
(Broaspina) di Verona.... c Hai pòrto materia, nella quale mi ricordo
di » essere stato titubante aneli’ io, mentre scorreva la »>
Lettera a Lucilio di quell’ eccellente e tutto nerbo » Anneo, maestro mio
e tuo, e di tutti i buoni amici » in generale. » A Gasparo, che lo
dimandava di quelle cose che Seneca scrisse nella settima Lettera a
Luci- lio sopra gli spettacoli dei Romani, gli dà spiegazio- ne
abbastanza chiara, come portavano quei tempi sì riguardo alla materia,
come pur anco alle parole; vi adoperò eziandio dell’arte critica a motivo
delle scorrezioni del testo, per colpa in gran parte della ignoranza
degli amanuensi, e dell*' audacia di coloro che vi posero mano alla emendazione.
9. A Bartolomeo Mazio di Verona, fisico egregio. 10. A
Francesco Petrarca (Padova il dì 14 Ot- tobre 1370. Una lunga Lettera
circa il metodo di vita da seguirsi dal Petrarca, la quale i precettori
del Se- minario di Padova avendo ricevuta da me, che la trascrissi
dal codice soprallegato, non dal Marciano, come porta l’edizione,
aggiuntane un’altra del Pe- trarca al Dondi, fu da loro data alle
stampe. A Lombardo Serico, cittadino padovano. Al frate Guglielmo da
Cremona, teologo. Fa vedere gl’ ingegni degli antichi di gran lunga
supe- riori ai moderni sì in fatto di lettere, come ne fa chiara
testimonianza il Petrarca, non meno che ri- guardo alle opere famose
delle arti più belle, col- l’esempio alle mani di un insigne scultore
soprafatto di ammirazione alla vista di monumenti antichi. 1
3. Ad Antonio Leniaco, cittadino veronese. 14. A Giovanni Cremona,
maestro nelle arti li- berali. 15. Ad un suo intimo amico,
uomo singolare ed egregio. 16. A Bernardo Caselle, cittadino
padovano. 1 7. A Guglielmo Aromatario. A Paganino da Sala,
Dottore in legge e uomo di milizia. Con queste si congratula della
di- gnità di Cavallicre conferita di fresco a Paganino; così per
altro, che ne fa di molto più stima dell’onore ottenuto dall’ alloro in
Diritto civile, dal quale egli traeva di già vantaggio e lode. A
Nicolò Alessi, Protonotario e Vice-Can- celliere del Signore di
Padova. 21. 22. Ad Andreolo Arisio Cremonese. Biasima e si fa
beffe della scarsezza che v’ è nelle biblioteche di Francia dei libri
specialmente di Filosofìa morale, di cui era tenuto a giorno per lettere
di Arisio cola dimorante. 23. Al frate Guglielmo, Vescovo di
Pavia. 24. Ad Albertino Salso, precettore di Fisica.
25. A Giacobino Angarano di Vicenza. Data in luce in uno all’ Opera
del Pondi intorno alle Fonti calde nel Territorio padovano, al Maestro
Giacomo Vicentino, fra i Trattati di vari autori circa i Bagni,
stampati a Venezia Panno 1553, pag. 94. 2C. Ai Professori direttori
di Medicina e delle Arti nello Studio di Padova. Fa loro avere un
libro da lui composto, del quale dà contezza con queste parole: »
Ricevete un Trattatello che vi darà per » ispiegato P ordine oscuro di
Galeno nella distinzione » delle disposizioni dei corpi umani, il quale
ei ri* » strinse con brevità nel libro di Microtegno, asse- n
gnandovene le reali differenze fra quelle, tranne » poche che vollero
accennare sin qua di volo altri » espositori, ma in molte colle relative
differenze. » 27. Al maestro Guidoni (di Bagnolo) in Venezia,
nomo egregio, fornito di molto sapere e virtù. Pado» va, 20 Dicembre
1360. 28. A Pasquino Cappelli, cittadino cremonese.
Intorno a Pasquino, Cancelliere di Giovanni Ga- leazzo Visconti
Principe di Milano, ne fece parola Pietro Lazerio nelle Miscellanee
cavate dai libri manoscrilti nel Collegio Romano dei Gesuiti, Tom. I. pa-
gina 1 03. Pasquino avea fatto richiesta delle Lettere scritte dal Dondi
a diversi ; e Dondi si argomenta a tutt’ uomo per dissuaderlo che quelle
Lettere non erano tali che meritassero a pezza le sue dimande.
Poscia scrive molle cose circa i rotti costumi degli uomini del suo
tempo, degne alla scorza di un va- lente filosofo. Queste
Lettere sono piene a ribocco di sentenze morali, siccome quelle che
furono composte da un au- tore che metteva ogni cura nel leggere le Opere
di Seneca, e ne avea anche dilucidate le di lui Lettere a Lucilio,
con annotazioni allegate circa alle medesime da Gasparino Barzizio nel
suo Commentario, da me veduto scritto a mano. Di qual
desiderio ardesse il Dondi di vedere mo- numenti antichi, ne fa aperta
testimonianza il viaggio di lui a Roma, ad unico oggetto di venire in
pieno conoscimento dell’antico e nuovo stato della città. Del qual
viaggio non rimane alcuna traccia dalla publica autorità confermata ;
tuttavolta ho letto io stesso nel codice manoscritto, di cui feci
menzione di sopra, le annotazioni dello stesso Dondi intorno ai
principali monumenti dell’ antichità nel viaggio e nella dimora che
fece a Roma circa l’anno 1375, esaminati, credo io, da lui
appassionatamente ; delle quali annotazioni ei fa fede così dal principio
: « Ilo riportato queste » cose scritte in lettere quando fui reduce da
Roma. « Non è prezzo dell’opera il rescrivere qui le anno-
tazioni del Dondi, nelle quali v’hanno anche difetti di scritturazione,
potendosi avere alla mano scrittori famosi per molto sapere, i quali ci
hanno chiarito dei medesimi monumenti con mollo più «li accuratezza
e dovizia. Ci piace di riportare qui sotto la prima sol- tanto, la
quale versa circa l’ obelisco valicano, poi- ché mollo è stimala per
singolare novità, facendoci vedere un distico da nessuno, per quanto io
sappia, riportato, c del quale importa se ne faccia ricerca. Quella
poi suona così : In Roma La colonna Giulia a quattro
lati, che si eleva di costa a S. Pietro, ha di grossezza presso l’
estremità di mezzo, lunghesso ciascun lato, otto piedi all’ in-
circa ; di altezza poi, secondo un buon calcolo, ascen- de a 00 piedi,
ossia a dieci pertiche. Ma un prete ac- casalo lì vicino affermò che un
tale l’aveva misurata con uno strumento ad ombra , e la trovò di
brac- cia 45. Martino (0 nella Cronaca dice che la sua lun- ghezza
va a un dipresso a 120 piedi; ed Eutropio afferma la stessa cosa. Svetonio
poi dice eh’ è di pie- tra di Numidia. E vi sono poi ne’ suoi due lati
lettere incise di tal maniera: Divo Cnesari Divi Julii F
Augusto Ti Cacsari Divi Augusti F Augusto Sacrimi.
(1) Intorno alle antichità romane sogliono premettere alcune cose
più memorabili di Martino Polacco, Cronicista dei Pontefici e
degl’imperatori, specialmente nei codici ma- noscritti. Quelle poi che
trovansi aggiunte come tratte da Eutropio e da Svetonio, falsamente
vengono loro attribuite. Digìtized by Google
— ir» — Al di sopra della mela di questa colonna Giulia
vi sono scolpili questi due versi: Ingenio Buzeta tuo bis quinque
puellae Appositi s manibus itane erexere columnam. Plinio {Hi
storia Nat. Lib. XVI. Cap. XL., e Li- bro XXXVI. Cap. IX.), e Svetonio
(nella Vita di Claudio, Cap. XX.) dimostrano apertamente che l’in-
signe obelisco sia stalo trasportato dall’Egitto a Ro- ma per comando di
Cajo Caligola ; e in séguito, mes- sa a fondo da Claudio nella
costruzione del porto di Ostia la nave su cui era stato trasportato, la
più me- ravigliosa di quante mai si fossero vedute solcar ma- ri,
il medesimo sia stato collocalo nel circo di Ne- rone ; ned è da entrare
in forse che il medesimo, fre- giato di quella cospicua iscrizione ne’
due lati, non sia quello stesso che sempre fu tenuto per l’obelisco
vaticano. Di questo attestano tutti gli scrittori più accreditati, che
non sia mai stato mosso da dove per la prima volta fu inalzato, nè in
alcun tempo atter- rato, fino a tanto che, volendolo Sisto V. Pont.
Massi- mo, l’anno 1586 fu trasportato dal luogo, dove pri- ma era
posto, mediante un congegno di macchine ma- ravigliose di Domenico
Fontana del contado di Campo Novocomese, nella piazza di S. Pietro, dove
al giorno d’oggi si trova. Di tanto unanimemente ne stanno
mallevadori in particolar modo Angelo Decembrio, Poggio Fiorentino, Mafeo
Vegio, Francesco Alberiino, Pietro Angelio Bargeo, Onofrio Panvinio,
Bartolomeo Marliano, Filippo Pigafelta , Andrea Palladio, Ber-
nardo Gamuccio, Michele Mercato, Famiano Nardinio, Kirhero, Domenico Fontana ,
Giampietro Bello- rio, Carlo Fontana, Filippo Bonanno, Angelo Maria
Bandinio, Francesco Milizia, Cancellieri©, Winckel- manno, Fea, Giorgio
Zoega; l’ultimo dei quali, che ci diede un’ Opera perfettissima sopra gli
obelischi, impressa a Roma l’anno 1797, come a nome di tutti gli
altri scrisse di quello con facondia (pag. 612): « Questo dei romani
obelischi il solo superstite alle » rovine della città, si tenne in piedi
nel Circo vati- » cano fino a tanto che l’architetto Domenico
Fonta- » na, per comando di Sisto V. Pontefice Massimo, lo »
trasferì nella piazza di S. Pietro. » Quindi non è da prestarsi credenza
a Ciampinio, a Molineto, a Vitlo- rellio, a Ficoronio, a Marangonio, a
Guattanio, e a pochi altri, i quali affermarono che il medesimo era
di già abbattuto e steso al suolo allorché si fece la sua traslocazione
sotto il Pontefice Sisto V. nel 1 586. Tuttavia, giudice e
testimonio il Dondi, ora ci si para innanzi all’ impensata il distico da
tempo scol- pito sopra l’ obelisco, dal quale non fuori di propo-
sito n’ è lecito far congettura eh’ esso avesse incon- trata cogli altri
la stessa sorte, e poscia nel medesi- mo sito, dove dapprima era posto,
sia stato di bel nuovo inalzato ; ovvero, se non fu ritrovato
intiera- mente abbattuto e steso a terra, fosse almeno così
piegato, che il suo inalzamcnto si avesse a tenere in conto non
altrimenti che di fatto assai meraviglioso, e da tramandarsi con lode
alla memoria dei posteri per mezzo d’ un monumento cospicuo cesellalo a
Ro- ma ; al quale in séguito, come sarà a vedersi dalle cose che
qui sotto si diranno, se ne aggiunse un altro di simile a Pisa. Per
verità, tostochè lesesi questo distico, ci ricorre alla memoria quel
tetrastico sopra quella grandissima mole di marmo, tradotta per
mare ed inalzata il secolo XI. dalle mani di dieci fanciulle, per
il sommo ingegno del chiarissimo architetto Bu- scheto; il quale
tetrastico si vede scolpito nel medesi- mo tempo sopra il di lui
sepolcro, che fronteggia il tempio maggiore di Pisa, e parla così :
Quod vix mille boum possent juga junctn movere , Et < fuod, vix
poluil per mare ferve ralis, Busketi iiisu, quod crat mirabile vini
, Dena puellarum turba levabai onus. Del qual
tetrastico, siccome è noto, furono fatte tante e così scipite
interpretazioni, che il fatto delle dieci fanciulle si spacciò per una
favola ; quasi che quelle parole non si potessero applicare all’
inalza- mene della gran mole, portato a termine per opera di
Buscheto con tale perfezione, che dieci donzelle colle sole loro mani
sarebbero state da tanto a quel- l’ impresa, e che a loro in certa guisa
sembrasse do- versi attribuire la grande erezione. Pare che P opi-
nione popolare abbia condotto in errore tutti coloro che di questo fatto
hanno discorso per iscritto ; cioè che il contenuto in quei quattro versi
accennasse alle macchine costrutte da Buscheto nella fabbrica del
tempio pisano ; perchè il medesimo, ma in altri versi, vi si leggeva in
lode di Buscheto sulla facciata di quel tempio, cominciato l’ anno 1 063,
e condotto a fine nel volgere dello stesso secolo. Per quanto poi
si sa, nessuno avrebbe sospettato se sia da intendersi lo stesso
intorno al lavoro eseguito in Roma. Se non che quelli che giudicano
imparzialmente de’ fatti, e sono di parere che P obelisco nel
medio- evo sia stato atterralo, e poco dopo novamente inal- zato da
Buschelo, sembra ciò possano fare senza tac- cia di errore, se
specialmente considerino che tutti quegli aggiunti, rappresentati ab
antico colle stesse parole intorno al trasporto dell’ obelisco sopra
una nave d’ una meravigliosa grandezza, e la maniera stessa
adoperata nel suo secondo inalzamento, acqui- stano insieme chiarezza e
fede ; altrimenti non veggo quello che se ne possa dire di vex*o e di
ragionevole su questo fatto. Che P obelisco sia stato fermo in pie-
di almeno sino all’anno -1053 presso la Cappella della Basilica Vaticana,
nel qual luogo sino dal principio era stato posto , è chiaro dalla Bolla
di papa Leo- ne IX., per Li quale viene confermato il fondo ai Ca-
nonici della Basilica medesima, nel cui terzo lato (dis- se) corre
un'altra via dall'aguglia che si nomina Sepol- cro di Giulio Cesare ;
colla qual denominazione sol- tanto apparisce sia stato in uso nel
medio-evo d’ indi- carsi questo monumento ( Collezione delle Bolle
della Basilica Vaticana di Roma, i 747, Tomo I. pag. 25). Dagli
anni succedenti a quel medesimo secolo fino al 1084 tennero dietro quei
lagrimevoli tempi, ne’ quali per la discordia di Enrico IV. e Gregorio
VII., che tra loro si combattevano, toccò a Roma di patire
moltissime calamità, nonché assedj, incendj, smantel- lamenti e
distruzioni di fabbriche anche in quella parte che si chiamava Città
Leonina, in cui stava l’obelisco: le quali cose tulle noi leggiamo
testimo- niate publicanienle da scrittori di quell’età, c di
già scritte da storici accurati d’ Italia di tempo posterio-
re nei loro divulgati lavori, senza che mai ne accada per avventura di
vedere da essi fatta alcuna menzione dell’ obelisco ; onde sorge qualche
probabilità, che ad esso pure sia toccata in quel tempo la medesima
disgrazia d’essere rovesciato. Questo certamente cade ora in taglio di
osservare, che niuno di quelli de’quali abbiamo gli scritti circa le
antichità di Roma, o di quelli de’ quali abbiamo le collezioni da gran
tempo date in luce delle antiche iscrizioni, ha fatto mai cen- no del
distico intorno a Buscheto; non pure eccet- tuato lo stesso Petrarca, che
sappiamo aver egli stu- diosamente esaminato gli antichi monumenti, e
del- l’ obelisco aver fatto parola soltanto secondo la voce del
popolo ( Epislolae familiares , Lib. VI. Ep. XI. pa- gina 199, edit. Genev.
1601). Noi pertanto andiamo debitori al Dondi, siccome a quello che forse
primo di tutti ci diede una giusta conoscenza del tetrastico
pisano, e la notizia della mole insigne ultimamente alzata in Roma, la
quale è di moltissimo vantaggio per far conoscere la storia delle arti
meccaniche del medio- evo in Italia : soggetto di un voluminoso ed
utilissimo scritto. Un silenzio così durevole ed universale non
può essere di certo a molti senza ammirazione ; ma ove essi
considerino che l’ obelisco di bel nuovo inalzato era stato a cielo
scoperto bersaglio delle ingiurie dei tempi per il giro di quasi tre
secoli avanti il Dondi, e che mostrava quel distico a lettere sfuggevoli,
seb- bene ab antico scolpite, difficili alla lettura per la
sconvenienza del sito, talché siasi preso Buzeta per Buscheto ; e che
finalmente nel secolo XV. le medesi- me erano del tutto scomparse, non
avranno più luogo sì fatte meraviglie. Senza dubio Angelo Decembri
o 11011’ Opera ripiena di scelta erudizione e poco cono- sciuta,
scritta circa la metà di quel tempo, intitolata hibri selle di polizia
letteraria , c data ai tipi in Augu- sta l’anno 1540 (pag. cui.) in
foglio, ce lo rappre- senta tanto ridotto a mal termine, che non dee fare
stupore sia esso sfuggito a’ curiosi indagatori degli an- tichi
monumenti, ed abbia indotto Guarino Veronese a parlare in tal foggia: «
Quel lato eh’ è posto a Mez- » zogiorno viene corroso ogni dì più dai
continui va- » pori dell’ Austro e dalle procelle ; e i geometri e gM
» architetti tutti del nostro tempo ne trovarono tanto » di logoro, che
ritengono sia scemato da imo a som- » mo quasi duecento libre. » E il
Cardinale Pietro Bembo nel Dialogo ad Ercole Strozio intorno la
zan- zara di Virgilio e le favole di Terenzio, impresso la prima volta
a Venezia l’ anno 1 530 con altre sue Ope- rette, mette in bocca a
Barbaro Ermolao questi delti : « Appena si può descrivere a parole la
grave colpa » che hanno i Romani per quell’ obelisco vaticano, » i
quali, quasi invidiando che sopravivesse una qual- » che opera alla
nostra età, cui lunghezza di anni o » durata di tempo non valesse a
distruggere, adope- » rarono sì che fosse quasi tolto alla publica vista
per » mezzo di ammonticchiati rottami e murate easu- » pole.
» Ma che il Dondi si abbia procurato colle osserva- zioni
sulle romane antichità cognizioni per dare a buon diritto lodi secondo le
azioni, n’ è prova la Letlera diciottesima a Paganino Sala, decoralo poco
in- nanzi della dignità di Cavalliere : nella quale difende che la
scienza delle leggi è da tenersi in maggiore estimazione che l’arte
militare, scrivendo: « Che il » Senato e il popolo romano avessero
operato secondo » questo parere di Cicerone, lo attestano alcune
fac- » ciate, le quali sino al giorno d’ oggi si conservano » nella
città scolpite in marmo, alcune delle quali, *) nè m’ inganna la mia
memoria, ho lette io stesso, » dove vengono anteposti in ordine di
scrittura gli » uomini famosi in pace per consiglio a quelli che »
travagliarono nella guerra. A’ piedi della rupcTar- » péa si conserva uno
splendido arco trionfale di » marmo, che tiene inscritti due grandi
uomini, vale » a dire Lucio Settimio e Marco Aurelio, sopra cui «
dopo una lunga serie si offrono a lettera alcune » cose in proposito, le
quali, tienle a mente, sono » queste: Ob rem publicam restitulam
itnperiuinque » populi romani propagatimi insignibus virlutibus
eorum » domi forisque. Ecco preferirsi il publico interesse »
consolidato per senno alla conquista dell’imperio, » e i grandi in pace
a’ grandi in guerra, quantunque » senza dubio l’ una e l’ altra sia cosa
gloriosa. Così » il titolo di Dottore avuto per scienza in Diritto
ci- » vile, colla quale si amministrano bene in pace i » publici
affari, si giudica doversi anteporre al titolo » di Condoiliere
d'eserciti , colle armi de' quali si gover- ni nano le cose al di fuori.
» Posciachè il Dondi ebbe osservate le rovine della romana antichità,
nella Let- tera duodecima al frate Guglielmo da Cremona ne scriveva
in tal modo : « Quantunque poche ne sieno » rimaste delle
opere degli antichi ingegni, pure se » alcune qua e là se ne conservano,
vengono ricerca- » te, esaminate, e tenute in gran pregio dagli
appas- » sionati in tal genere; e se vorrai mettere a para- » gone
queste dei giorni nostri con quelle, ti sarà » chiaro come gli autori di
quelle sieno stati più av- » vantaggiati dalla natura e dall’ ingegno, e
più dotti » nel magistero dell’arte. Parlo di edifizj antichi, di »
statue, di sculture, e d’altre cose di simil fatta, » alcune delle quali,
con diligenza osservate dagli ar- » telici di questa età, li fanno dare
nelle meraviglie.» Nella qual Lettera stessa, dopo di avere trattato
dif- fusamente sulla eccellenza degli antichi, aggiunse an- che le
seguenti cose, spettanti allo studio degli anti- clii monumenti : « Io
avrei credulo che tu ti avessi » occupato con piacere a leggere di quando
in quan- » do scritti di tale specie, o almeno alcuni dei prin- »
cipali tra essi, ed in quelli ne avessi considerato in > molte parti,
non senza stupore, i costumi e le azio- » ni dei tempi andati : perchè se
vorrai con giustizia » raffrontare quelli con questi che di presente
cono- » sciamo, sarai costretto a confessare che la giustizia, » il
valore, la temperanza e la prudenza hanno avuto » certamente un seggio
luminoso nei loro animi, e » dall’ impulso di quelle virtù si hanno
procacciato » alcun che di magnifico a gran lunga superiore alle »
più larghe mercedi. Del resto, prova di ciò sono » quelle cose che,
ordinate una volta per onorare » gloriose intraprese, durano ancora nella
città di » Roma. Conciossiachè sebbene molle e delle più pre- »
ziose ne abbia mandalo a male il tempo, e di alcune » sieno
mostrate soltanto le rovine, che ci presen- ti tano alcune tracce di ciò
che per lo innanzi erano; » tuttavia quelle poche e a meraviglia stupende
che » ne restano, sono più che bastanti onde fare testi- » monianza
che coloro i quali le decretarono, non » poteano essere che dotati di
somma virtù, e che co- « loro a’ quali venivano dedicate ad eterna ed
onore- » vole ricordanza doveano avere operato gesta ma- » gnanime
e strepitose. Voglio dire statue che, fuse » in bronzo o scolpite in
marmo, durarono fino al » giorno d’ oggi ; e mollissimi pezzi sflagellati
a tor- li ra, ed archi trionfali di pietra di gran lavoro, e co- li
lonne storiate di memorabili imprese, ed altre cose » moltissime di tal
genere, messe alla vista di tutti » onde onorare personaggi illustri o
per avere sta- li bilita la pace, o scampata la patria da
sovrastante » pericolo, o disteso il dominio sulle vinte nazioni. »
E siccome mi sovviene eli’ io vi leggeva con molto » mio compiacimento,
così voglio sperare che tu pu- lì re, passandovi sopra qualche fiala, le
avrai con- » siderale, e fatto sovr’ esse alcun segno di meravi- »
glia, ed avrai detto per avventura teco stesso : Que- ll ste per fermo
sono prova d’ uomini grandi. » Resta che a fornire l’ elogio del
Dondi io lo di- mostri anche amante dello studio poetico, onde sia
manifesto com’ egli abbia occupato un luogo cospicuo fra i Medici del suo
tempo. Anche i meno esperti di tali cose sapranno che delle sue
composizioni italiane una sola ne fu data alle stampe, indirizzata al
Pe- trarca, la quale con altre dello stesso autore suolsi vedere
congiunta, e ne fu fatta memoria nel Dizionario degli Academici Fiorentini
della Crusca. Ma nel codice manoscritto, di cui sul principio ho fatta
menzione, se ne leggono quaranta del genere di quelle che con vulgare
vocabolo è invalso chiamare Sonet- ti. Queste trattano di varj argomenti,
e specialmen- te dell’ amore alla virtù, della malvagità dei
costumi del suo tempo , della lode e del biasimo di alcuni Principi
allora regnanti, di città vedute nel suo viag- gio per Roma, di risposte
ad amici; e di amorose as- sai poche, ben diversamente da quello che
portava il suo secolo. Le poesie volgari del Dondi furono
scritte a mes- ser Francesco Petrarca, e a quelli amatori delle Mu-
se che a lui erano legati in istrelta amicizia ; cioè a Gasparo
Broaspitia veronese, a Francesco Vanozzi, a Melchiore e Benedetto
parimente veronesi, a Bar- tolomeo Pace padovano, al frate Guglielmo da
Cre- mona, a Giovanni di Venezia suo condiscepolo, a Bartolomeo
Campo, e a Giacomo Castellione Aretino. Il Dondi visitando la tomba del
Petrarca in Arquà scrisse forse il primo di tutti su tale argomento
una composizione, imitato poscia da uomini dotti d’ogni nazione e
d° ogni tempo ; cosicché coll’ andare degli anni io ho raccolto versi in
gran copia sopra questo soggetto, i quali potrebbero uscire in luce con
gene- rale approvazione. La poesia usata dal Dondi non è
sempre sciolta e facile; tuttavia è fornita di gravità e di eleganza:
gli piaque di framischiare sovente versi latini ai volgari, come
sappiamo su IP esempio degli antichi poeti es- sersi usalo fare da alcuni
moderai con vano sforzo. Nella sua giovinezza atlendeva con piacere a
verseg- giare, come scrive a Guglielmo da Cremona: Già nella
vaga elade de’ prim’anni Mi piaque udir e dir talvolta in
rima, Benché con grosso stile e rude lima : Poi che
l’alma vestir di miglior panni Mi piaque più, perch’io conobbi i
danni Dei persi di, lasciai la via di prima. Prendendo quel
che piu prezzo si stima Con maggior cura e studiosi affanni.
I codici scritti a penna assai di rado ci offrono versi del Dondi,
ed io ne ho veduti se non pochissimi in due soltanto: uno de’ quali
trovasi nella Biblioteca del Seminario di Padova, un tempo posseduto
dal Facciolati ; l’ altro squarcialo, e mal difeso dalle in- giurie
dei tempi, fu da me rinvenuto poco fa nell’ul- tima stanza della Basilica
di S. Marco in Venezia, e portato nella Biblioteca regia : il perchè non
dee pa- rere fuori di ragione eli’ io ponga qui appiedi di que- sta
Lettera, come per saggio, sei componimenti volgari di esso Dondi.
Da tutto il fin qui detto risulta, che presso i giu- sti estimatori
degl’ingegni il Dondi andò fornito di tanta e sì svariata dottrina, che
v’ ha onde tenerlo del tutto eccellente fra i pochi periti in Medicina
del suo secolo, e che perciò non ho gettato inutilmente il tem- po
e la fatica nel farlo riconoscere per tale. Venezia, Se’l
veder torto del vostro Giovanni Mira la region terrestre ed ima.
La gente ricercando in ogni clima, Ebrei, Latini, Greci ed
Alemanni, Regni comuni, e sudditi a’ tiranni ; Al mal
son pronti, e per quel si sublima, Spenta è virtù, e la fortuna
opima Col vizio sta su gloriosi scanni. Ito è il tempo che fu
col buon Augusto, Rari son quei che per virtù guadagna; Astuzia e
frodo regna con bugia. A cui dunque direm del calle angusto,
Per qual si va con la virtù compagna? Degno è del mal così lagnarsi
pria. Oli puzza abbominabil di costumi! Oli maledetti dì di
nostra etade! Oli gente umana senza umanitade! Più che
senza splendor oscuri fumi! Convien che ’l mondo in breve si
consumi. Poiché giustizia ed innocenza cade; E sol quell’arte
e studio par che aggrade. Per qual l’un l’altro offenda, inganni e
schiumi. Qual’ cieli infortunati, qual’ figure. Qual’
mimiche stelle o gravi segni In ogni nostro ben or s’è disperso?
Quanto beate fur più le nature Nell’imperio d’ Augusto,
quando ingegni, Virtute e pace ebbe l’Universo! Cantra insolenliam
Fenetorum inferentium guarani Amino Paduae. Se la gran
Babilonia fu superba, Troja, Cartago, e la mirabil Roma,
Che ancor si vede, e quell’ altre si noma. Ma dove sletler pria
stan selve ed erba; E se altra possa fu mai tanto acerba A metter
sopra altrui gravosa soma. Tutte san già quant’ogni orgoglio doma
Al fin colei clic a sè vendetta serba. Però qualunque è maggior
signoria Dovrebbe rifrenar con più misura Fraterna di giustizia sua
potenza; Di aver con suoi minor consorte pia. Non
arrogante, ingiuriosa e dura, E temer sopra sè dal Ciel
sentenza. Cum visitasset sejiulchrum Domini Fraudici PelrarcUae in
A rquada. Ilei sommo cielo con eterna vita Gode P alma
felice tua, Petrarca ; Quindi di sodo sasso in nobil’ arca La
terrena caduca parte uscita. La fama del tuo nome già gradita
Sonando va con gloriosa barca, Di vera lode e d’ogni pregio
carca, Per l’Universo in ogni canto udita. Nelle scritte
sentenze tue si vede La gentilezza dell’ingegno divo, E qual
sii stato in cattolica fede. Forò chi anco t’ama non è privo Ancor
di te; c chi morto li crede Erra, ch’or vivi e sempre sarai vivo.
Y. Joannes ile Domiti socio et eoiuliscipulo tuo
Joanni de Fenetiis studenti in Medicina, qui tcripseral eidem
quondam tmlgares rhythmos. Le tue parole mi par belle
tanto, E sì bene ordinate tutte quante. Qual se dette
le avesse o Guido o Dante, Ovvero esaminate in ogni canto.
Però quando fra me mi penso alquanto, Parmi che tu non sei molto
distante Da color che tu imiti, buon rimante, E che han
vestito di quell’arte il manto. Ond’io ti prego che scrivi
talvolta, Sì che svegli il mio piccol ingegno, Per te
sottratto dalla turba stolta. Onor ti renderò, che sei ben degno.
Più che’l fanciul al maestro ch’ascolta. Guardando a te col
balestriere <0 al segno. (t) Così il codice.
Dica contra chi vuol: il saper vale Più che il folle
ardimento, cd ogni schiera Produrrà a torto quantunque sua fiera:
Per ragion giusta, dee terminar male. E chi per van conforto
d’altrui sale Oltra quel che convien a sua maniera. Degno è che non
governi ben bandiera, Nè ben cavalchi alcun sotto sue ale.
Adunque imprenda pria quei che non sanno, E non ardisca saltar di
leggieri ; Contra s’alza a baldezza di vesciche. Chè
chi è corrente ha più volle le fiche, E scaccomato in mezzo il
tavolieri, Sì ch’ei riporta la vergogna e ’l danno. .
.tK*rCP odiatene di »oti 3oo esemplati.
BUSCHETO di Isa Belli Barsali - Dizionario Biografico degli Italiani -
Volume 15 (1972) Condividi Pubblicità BUSCHETO (Busketus,
Buschetto, Boschetto). - Si ignorano l'origine e gli estremi biografici di
questo architetto attivo a Pisa tra il terzo venticinquennio del sec. XI e i
primi del XII. Compare in due soli documenti certi, del 2 dic. 1104e del 2apr.
1110 (pubblicati dal Pecchiai), e come operarius di S. Maria. Fu l'ideatore del
progetto della cattedrale pisana e come tale infatti è ricordato ed esaltato,
nel paragone con Ulisse e con Dedalo, nell'iscrizione che si legge sulla sua
tomba collocata nella prima arcata a sinistra della attuale facciata
(trasferitavi da quella primitiva): "Non habet exemplum niveo de marmore
templum. / Quod fit Busketi prorsus ab ingenio". Una più tarda iscrizione
elogiativa aggiunta sul sarcofago in occasione del trasferimento della tomba
dalla vecchia alla nuova facciata (al tempo cioè dell'architetto di
quest'ultima, Rainaldo) esalta del B. soprattutto le capacità tecniche:
"Quod vix mille boum possent iuga iuncta movere / Et quod vix potuit per
mare ferre ratis / Busketi nisu quod erat mirabile visu / Dena puellarum turba
levabat onus". Accenti assai simili aveva un'epigrafe romana, ora
scomparsa, trascritta da G. Dondi (1375), che celebrava un "Buzeta"
per aver nuovamente eretto l'obelisco nel circo neroniano: "Ingenio Buzeta
tuo bis quinque puellae / appositis manibus hanc erexere columnam". Questa
somiglianza di tono nelle due epigrafi, pisana e romana, indusse il Morelli a
proporre l'identificazione di "Buzeta" con Buscheto. Non
risulta certo che sia da identificare con il B. che compare nel 1076 e 1078 in
due atti della canonica del duomo di Pistoia (L. Chiappelli, Storia di
Pistoia..., Pistoia 1932, p. 159). Per altre ipotesi (B. del fu Giovanni
giudice dei signori di Ripafratta, Monini, pp. 10-14), basate su documenti
presunti (10 febbr. 1100 e 1105) o per documenti (Pecchiai, p. 20) poinon
rintracciati (13febbr. 1104 e 18 luglio 1105), si veda Scalia (pp. 514
s.). I lavori della cattedrale pisana, iniziati nel 1063 al tempo del
vescovo Guido da Pavia, proseguirono, sostenuti da donazioni, tra cui quelle di
Enrico IV e della contessa Matilde, per tutto il secolo XI e i primi decenni
del secolo seguente. Papa Gelasio II nel 1118 consacrava la cattedrale, forse
non ancora del tutto compiuta. Dopo questa data, l'edificio venne ampliato con
il prolungamento a ovest del corpo longitudinale della chiesa, di circa
quindici metri, che portò di conseguenza alla costruzione dell'attuale facciata
(per il Sanpaolesi nel secondo quarto del sec. XII. Per le fondazioni della
prima facciata si veda Bacci, 1917). L'individuazione, ovviamente
fondamentale, dell'attività di B. nella parte più antica del duomo, ha avuto un
lungo iter critico. Alla luce degli studi recenti è da credere che il B.
progettasse e iniziasse la costruzione in età ancor giovane, proseguendone poi
la fabbrica fino al primo decennio del sec. XII. Molte ipotesi sono state
avanzate sui tempi e i modi della fabbrica del duomo durante la direzione di
Buscheto (Dehio-von Bezold; Salmi, 1938;Sanpaolesi). Una documentazione
indiretta aiuta solo parzialmente. Accettando l'ipotesi del Burger (1953), che
l'epigrafe con data 1085 murata sulla porta della pieve nuova di S. Maria del
Giudice (Lucca) vada riferita al completamento dell'abside di questa chiesa -
anteriore stilisticamente alla sua facciata - il1085verrebbe ad essere anno
ante quem per il completamento di una parte dei lavori al duomo pisano
attribuibili a B., dato il rapporto esistente tra il duomo di Pisa e l'abside
della pieve nuova di S. Maria del Giudice: la chiesa del contado lucchese
sarebbe anche il più antico edificio derivato dalla cattedrale pisana. I
forti pilastri interni all'incrocio del transetto delineano le dimensioni della
cupola e autorizzano a ritenere che B. progettasse anche questa parte
(Sanpaolesi), anche se poi è possibile che i lavori si protraessero. La cupola
originaria - poggiante su un tamburo con monofore ad archetto e su trombe
coniche venute in luce durante i restauri del secondo dopoguerra - indica
rapporti con l'architettura del Mediterraneo orientale e della Sicilia.
Un problema aperto è quello della forma della facciata di B., forse già
compiuta nel 1118 quando fu consacrata la chiesa, certo già esistente quando
nella chiesa fu tenuto un concilio nel 1136, e disfatta probabilmente dopo la
costruzione della nuova. Ipotesi ricostruttive possono trovare appoggio
nell'esame analitico e comparativo di alcune facciate di chiese pisane (S.
Frediano di Pisa, la pieve di Calci già aperta al culto nel 1111, la pieve di Vicopisano)
e lucchesi (le due pievi di S. Maria del Giudice), tutte in contatto con la
cattedrale pisana. Queste facciate mostrano una ricorrente tipologia ad archi
ciechi su due ordini, che si presenta in logico e armonioso rapporto con quella
soluzione ad archi ciechi che compare nei fianchi del duomo di Pisa. Il
linguaggio di B. non è certo riconducibile ad una tradizione locale, ed è
estremamente colto. Accettando l'ipotesi di identificazione con il
"Buzeta" dell'iscrizione romana, il soggiorno a Roma illuminerebbe
sul sottofondo classico della sua cultura: l'impianto dell'edificio e i grandi
colonnati basilicali, i capitelli foggiati ad imitazione dell'antico, la quasi
completa assenza di decorazioni figurate rivelano infatti la conoscenza e lo
studio delle opere romane; è significativo che anche il neoclassico Milizia ne
notasse "le proporzioni del tutto non... spregevoli" e la
"sodezza". Nello stesso tempo B. è a conoscenza dell'architettura
lombarda e dell'architettura orientale, dalla bizantina all'araba. Contatti e
rapporti culturali sono d'altronde superati in una unitaria visione di grande
respiro, che fa di B. uno dei massimi architetti dei secoli XI e XII. La
cattedrale pisana è capostipite del romanico pisano. All'opera di B. e del suo
continuatore Rainaldo si rifece non solo la generazione a loro più vicina, ma
una folta scuola, estesasi nella Lucchesia, nel territorio fiorentino, e nelle
zone politicamente o commercialmente in rapporto con Pisa (in Sardegna e in
Puglia), scuola che ne mantenne alcuni tratti essenziali, pur modificandosi nel
tempo e nei diversi centri. Fonti e Bibl.: B. Maragone, Annales pisani,
in Rerum Italic. Script., 2 ediz., VI, 2, a cura di M. Lupo Gentile, pp. 1 ss.;
R. Sardo, Cronaca pisana, a cura di O. Banti, Roma 1963, pp. 7 ss.; G. Dondi,
Iter romanum (1375), in Codice topografico della città di Roma, a cura di R.
Valentini-G. Zucchetti, IV, Roma 1953, p. 68; F. Milizia, Mem. degli architetti
antichi e moderni, Parma 1781, p. 112; A. Da Morrona, Pisa illustrata, Pisa
1812, pp. 119, 147, 148, 175, 362; I. Morelli, Operette, II, Venezia 1820, pp.
285 ss.; R. Grassi, Descriz. Stor.-artistica di Pisa, Pisa 1836, Parte storica,
p. 124; Parte artistica, pp. 22 ss.; G. Rohault de Fleury, Les monuments de
Pise au Moyen Age, Paris 1866, pp. 48 ss.; G. B. De Rossi, Inscriptiones
christianae Urbis Romae, I, Romae 1880, p. 330; G. Dehio-G. von Bezold, Die
kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, Stuttgart 1884, pp. 230 ss.; S. Monini,
B. pisano, Pisa 1890; P. Schubring, Pisa, Leipzig 1902, pp. 17, 34, 44, 74; A.
Venturi, Storia dell'arte italiana, III, Milano 1903, pp. 835 ss.; J. B.
Supino, Arte pisana, Firenze 1904, pp. 4, 20-22, 32, 37, 44; P. Pecchiai,
L'opera della Primaziale pisana, Pisa 1906, pp. 20 ss.; R. Papini, Pisa, I,
Roma 1912, p. 4; Id., La costr. del duomo di Pisa, in L'Arte,XV (1912), pp. 344
ss.; P. Bacci, Le fondaz. della facciata del sec. XI nel duomo di Pisa, in Il
Marzocco, XXII (1917), n. 35; P. Tronci, Il duomo di Pisa, a cura di P. Bacci,
Pisa 1922; M. Hauttmann, Die Kunst des frühen Mittelalters,Berlin 1924, pp. 83,
84, 714; M. Salmi, L'architettura romanica in Toscana, Milano-Roma s.d. (ma
1927), pp. 11, 12, 14, 15, 16, 17, 24, 40 n. 26; P. Toesca, Il Medioevo, I,
Torino 1927, pp. 467, 548 ss., 660 n. 39, 1127; S. Guyer, Der Dom zu Pisa und
das Rätsel seiner Entstehung, in Münchner Jahrbuch der bildenden Kunst, IX
(1932), pp. 351 ss.; M. Salmi, La genesi del duomo di Pisa, in Boll. d'arte,
Thümmler, Die Baukunst des XI. Jh.s in Italien, in Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte,
III (1939), pp. 183-188; C. L. Ragghianti, Architettura lucchese e architettura
pisana, in Critica d'arte, s. 3, VIII (1949), n. 2, pp. 168 ss.; S. Burger,
L'architettura romanica in Lucchesia e i suoi rapporti con Pisa, in Atti del
Seminario di storia dell'arte, Pisa-Viareggio 1953, pp. 126 ss.; P. Sanpaolesi,
La facciata della cattedrale di Pisa, in Riv. dell'Ist. d'archeol. e storia
dell'arte, V-VI(1956-57), pp. 254 ss. e passim;Id., Ilrestauro delle strutture
della cupola della cattedrale di Pisa,in Boll. d'arte, s. 4, XLIV 1959), pp.
100-230; S. Burger, Osservazioni sulla storia della costruzione del duomo di
Pisa, in Critica d'arte,VIII (1961), pp. 28 ss.; R. Barsotti, B. e Rainaldo, in
Cattedrale di Pisa. 1063-1963 (catal. della mostra), Pisa 1963, pp. 12-14; R.
Delogu, Pistoia e la Sardegna nell'architettura romanica, in I
Convegnointernaz. di storia e arte,Pistoia Scalia, Ancora intorno all'epigrafe
sulla fondazione del duomo pisano, in A G. Ermini, Spoleto 1970, pp. 483 ss.;
U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, V, p. 289, s.v. Busketus. Wikipedia
Ricerca Circo di Nerone Circo scomparso della Roma antica Lingua Segui Modifica
Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento siti archeologici
d'Italia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.
Circo di Nerone (o Vaticano) Sito archeologico Roma Nero Circus.jpg
Ricostruzione del Circo di Nerone in un disegno di Pietro Santi Bartoli Civiltà
Civiltà romana UtilizzoCirco Localizzazione StatoCittà del Vaticano Mappa di
localizzazione Wikimedia | © OpenStreetMap Il circo di Nerone era un
impianto per spettacoli dell'antica Roma lungo 540 metri e largo circa 100, che
sorgeva nel luogo dove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vaticano, in
una valle che correva da dove si trova la parte sinistra della basilica fino
quasi ad arrivare al Tevere. L'area dei Carceres, da dove partivano le bighe,
era situata nel punto dal quale la Via del Sant'Uffizio lascia piazza Pio XI,
mentre quella del lato curvo va rintracciata qualche decina di metri dopo
l'abside della basilica di San Pietro. StoriaModifica L'opera, iniziata
da Caligola e completata da Nerone, era stata costruita all'interno della villa
di Agrippina Maggiore, villa che alla morte della madre di Caligola passò in
eredità a Nerone. Nel circo privato dell'imperatore si tenevano corse di
cavalli, bighe e quadrighe, molto popolari a Roma, tanto che in alcune
occasioni l'imperatore, che normalmente vi assisteva solo con la sua corte,
fece aprire le porte del circo al popolo romano. È probabile che l'impianto non
dovesse contenere più di 20.000 spettatori. Qui ebbero luogo, forse per
la vicinanza all'adiacente necropoli, alcune esecuzioni dei cristiani giudicati
colpevoli di aver causato il grande incendio di Roma. Nerone, secondo Tacito,
aggiunse lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli di
animali perché fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli
al rogo come fiaccole, che illuminassero l'oscurità al termine del giorno.
Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva organizzato
giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d'auriga o guidando un carro
da corsa. In tal modo si aveva pietà di quei condannati, benché colpevoli e
meritevoli del supplizio, perché venivano sacrificati non per l'utilità
pubblica ma per la crudeltà di uno solo.[1] Il circo fu abbandonato già
verso la metà del II secolo d.C. e l'area fu suddivisa e assegnata in
concessione ai privati per la costruzione di tombe appartenenti alla necropoli.
Tuttavia pare che fino al 1450 ne sopravvivessero ancora molti resti, distrutti
con la costruzione della nuova basilica vaticana. L'obelisco, che era
posto al centro della spina del circo, era stato per volere di Caligola
trasportato fin qui da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. Qui rimase
fino a che nel 1586 papa Sisto V lo fece spostare al centro di Piazza San
Pietro. L'area dove sorgeva anticamente il Circo di Nerone.
NoteModifica ^ Publio Cornelio Tacito, ''Annales, XV, 44. Voci
correlateModifica Basilica di San Pietro in Vaticano Via Cornelia Altri
progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su circo di Nerone. Portale Antica Roma
Portale Architettura Portale Roma Necropoli vaticana Ager
Vaticanus Via Cornelia Strada romana antica Wikipedia Il contenutoGrice:
“I thought it was a good idea of the Anglo-Normans to retain the Anglo-Saxon
idea of ‘time’ (as stretch – a rather English root – cf. German ‘zeit,’ our
‘tide’ --, and borrow from Latin, ‘tempus’, which gives us ‘temporary’, as I
use in my ‘Personal Identity,’but also ‘tense’ – This tense is better than by
vice/vyse, since vice and vyse are both cognate with violence. But tense and
tense are not. One is cognate with Latin tension. The other is just a
mispronounciation of Fremch ‘temps,’ Latin/Roman ‘tempus’ – So as Cicero would
have it, it’s ‘tempus’ we should care about!” -- Giovanni Dondi dall’Orologio. Giovanni
De Dondi. Dondi. Keywords: l’astrarium, Leibniz’s Law, time-relative identity,
total temporary state (Grice: “I’m thinking of Hitler”); Wiggins, Myro, The
Grice-Myro Theory of Identity, sameness and substance, Mellor, filosofia del
tempo, Prior, Creswell, Mellor – logica cronologica, ‘tense logic’ ‘tense
implicature’ -- “iter romanorum”. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Dondi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e
Dorfles: l’implicatura conversazionale del kitsch – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste).
Filosofo italiano. Grice: “Must say my favourite Dorfles is his ‘artificio e
natura,’ on the doryphoros!”. Nato a Trieste nell'allora Austria-Ungheria da
padre goriziano di origine ebraica e madre genovese, si laurea a Trieste. Si
dedica allo studio della pittura, dell'estetica e in generale delle arti. La
conoscenza dell'antroposofia di Steiner, acquisita grazie alla partecipazione a
un ciclo di conferenze a Dornach, orienta la sua arte pittorica verso il
misticismo, denotando una vicinanza più ai temi dominanti dell'area
mitteleuropea che a quelli propri della pittura italiana coeva. Isegna a
Milano, Cagliari e Trieste. Fonda il Movimento per l’Arte Concreta (vs. arte
astratta). del quale contribuì a precisare le posizioni attraverso una
prolifica produzione di articoli, saggi e manifesti artistici. Prende parte a
numerose mostre in Italia e all'estero: espone i suoi dipinti alla Libreria Salto
di Milano e in numerose collettive, tra le quali la mostra alla Galleria
Bompiani di Milano, l'esposizione itinerante, e la grande mostra
"Esperimenti di sintesi delle arti", svoltasi nella Galleria del
Fiore di Milano. Risulta componente di una sezione italiana del gruppo
ESPACE. Diede il suo contributo alla realizzazione dell'Associazione per il
Disegno Industriale. Si dedica quindi in maniera pressoché esclusiva all'attività
critica. Con la personale presso lo Studio Marconi di Milano, torna a rendere
pubblica la propria produzione pittorica. L'arte non prescinde dal tempo per
esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al
ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto. Considerevole è stato il suo
contributo allo sviluppo dell'estetica italiana, a partire dal Discorso tecnico
delle arti, cui hanno fatto seguito tra gli altri Il divenire delle arti e
Nuovi riti, nuovi miti. Nelle sue indagini critiche sull'arte contemporanea si
è sovente soffermato ad analizzare l'aspetto socio-antropologico del fenomeno
estetico e culturale, facendo ricorso anche agli strumenti della linguistica. È
autore di numerose monografie su artisti di varie epoche (Bosch, Dürer,
Feininger, Wols, Scialoja). Pubblicato due volumi dedicati all'architettura
(Barocco nell'architettura moderna, L'architettura moderna) e un famoso saggio
sul disegno industriale (Il disegno industriale e la sua estetica). è il
primo a vedere tendenze barocche nell'arte moderna (il concetto di neobarocco
sarà poi concettualizzato da Calabrese) riferendole all'architettura moderna
in: Barocco nell'architettura moderna. Contribuisce al Manifesto
dell'antilibro, presentato ad Acquasanta, in cui esprime la valenza artistica e
comunicativa dell'editoria di qualità e il ruolo del lettore come artista. A
Genova si occupa anche del lavoro di Costa. Partecipa alla presentazione
del libro Materia Immateriale, biografia di Costa, Miriam Cristaldi, di cui
Dorfles ha scritto la prefazione. L'editore Castelvecchi ha pubblicato Horror
Pleni. La (in)civiltà del rumore, in cui analizza come la scoria massmediatica
ha soppiantato le attività culturali; Conformisti e Fatti e Fattoidi. Pubblica
un inedito d'eccezione, “Arte e comunicazione”, in cui mette la teoria alla
prova con alcune applicazioni concrete particolarmente rilevanti e
problematiche come il cinema, la fotografia, l'architettura. è uscito
Irritazioni: un'analisi del costume contemporaneo, uscito nella collana Le navi
dell'editore Castelvecchi. Con la sua ironia ha raccolto le prove della sua
inconciliabilità con i tempi che corrono. Nel saggio c'è una critica sarcastica
e corrosiva all'attuale iperconsumismo. NComunicarte Edizioni, pubblica 99+1
risposte di Dorfles nella collana Carte Comuni. Un'intervista "lunga un
secolo" con la quale il critico ripercorre la sua vita e alcuni incontri
d'eccezione: da ISvevo a Warhol, da Castelli a Fini. La Triennale di
Milano ospita la mostra "Vitriol, disegni" Aldo Colonetti e Luigi
Sansone; V. I. T. R. I. O. L. è un
simbolo alchemico, acronimo del motto rosa-crociano “Visita Interiora Terrae
Rectificando Invenies Occultum Lapidem”. Assieme ad artisti e autori come
Anceschi, Enrico Baj, Marchesi, Mulas e Niccolai, partecipa al numero
quattordici di BAU.. Muor e a Milano, nella sua casa di piazzale
Lavater. Zio di Piero Dorfles, critico letterario della trasmissione televisiva
Per un pugno di libri (il padre di Piero, Giorgio, era fratello di
Gillo). Tra i riconoscimenti ricevuti: Compasso d'oro dell'Associazione
per il Design Industriale, Medaglia d'oro della Triennale, Premio della critica
internazionale di Girona, Franklin J. Matchette Prize for Aesthetics. È stato
insignito dell'Ambrogino d'oro dalla città di Milano, del Grifo d'Oro di Genova
e del San Giusto d'Oro di Trieste. È stato Accademico onorario di Brera e
Albertina di Torino, membro dell'Accademia del Disegno di Città del Messico,
Fellow della World Academy of Art and Science, dottore honoris causa del
Politecnico di Milano e dell'Università Autonoma di Città del Messico. Palermo
gli conferì la laurea honoris causa in Architettura. Ricevette dall'Cagliari la
laurea honoris causa in Lingue moderne. Onorificenze Cavaliere di gran
croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana nastrino per uniforme
ordinariaCavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica
italiana, Di iniziativa del Presidente della Repubblica» Medaglia d'oro ai
benemeriti della cultura e dell'arte nastrino per uniforme ordinaria Medaglia
d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte. Altre opere: “Barocco
nell'architettura moderna” (Studi monografici d'architettura, Libreria Editrice
Politecnica Tamburini, illustrazioni); “Discorso tecnico delle arti, Collana
Saggi di varia umanità, Pisa, Nistri-Lischi,Il pensiero dell'arte, Milano,
Marinotti); “L'architettura moderna, Collana serie sapere tutto, Milano,
Garzanti); “Le oscillazioni del gusto e l'arte moderna” (Forma e vita, Milano,
Lerici); “Il divenire delle arti, Collana Saggi, Torino, Einaudi, ed.
accresciuta, Torino, Einaudi; Collana Reprints Einaudi, Bompiani); “Ultime
tendenze nell'arte”, Collana UEF, Milano, Feltrinelli); XXVII ed., UEF, Milano,
Feltrinelli); “Simbolo, comunicazione, consume” (Torino, Einaudi, Il disegno
industriale e la sua estetica, Bologna, Cappelli, Kitsch e cultura, in Aut Aut,
Nuovi riti, nuovi miti” (Torino, Einaudi, Milano, Skira, L'estetica del mito
(da Vico a Wittgenstein), Milano, Mursia, Kitsch: antologia del cattivo gusto,
Milano, Gabriele Mazzotta Editore); “Artificio e natura” (Torino, Einaudi); Milano,
Skira, Le oscillazioni del gusto. L'arte d'oggi tra tecnocrazia e consumismo, Torino,
Einaudi, Milano, Skira, “Senso e insensatezza nell'arte d'oggi, ellegi
edizioni, L'architettura moderna. Le origini dell'architettura contemporanea; I
quattro grandi: Wright, Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe); Dall'espressionismo
all'organicismo razionalizzato, dall'ornamented modern al brutalismo, ai più
avveniristici tentativi attuali, I Garzanti, Milano, Garzanti, Dal significato
alle scelte, Torino, Einaudi, Massimo Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi,
Il divenire della critica, Collana Saggi, Torino, Einaudi); “Le buone maniere,
Milano, Mondadori, Mode & Modi, Collana Antologie e saggi, Milano,
Mazzotta, II ed. riveduta, Mazzotta, Introduzione al disegno industriale.
Linguaggio e storia della produzione di serie” (Torino, Einaudi, L'intervallo
perduto, Collana Saggi, Torino, Einaudi, Milano, Skira, I fatti loro. Dal
costume alle arti e viceversa, Milano, Feltrinelli, Architettura ambigue. Dal
Neobarocco al Postmoderno, Bari, Dedalo, La moda della moda, Collana I
turbamenti dell'arte, Genova, Edizioni Costa & Nolan, La (nuova) moda della
moda), Costa & Nolan, Elogio della disarmonia: arte e vita tra logico e
mitico” (Milano, Garzanti, Milano, Skira, Itinerario estetico, Milano, Studio
Tesi, Itinerario estetico. Simbolo mito metafora, Luca Cesari, Bologna,
Editrice Compositori); “Il feticcio quotidiano” (Milano, Feltrinelli, Massimo
Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi, Intervista come auto-presentazione,
con VII tavole di Giulio Paolini, Collana Scritti dall'arte, Tema Celeste
Edizioni, Preferenze critiche. Uno sguardo sull'arte visiva contemporanea, Bari,
Dedalo, Design: percorsi e trascorsi” (Design e comunicazione, Bologna, Lupetti,
Fulvio Carmagnola, Lupetti, Conformisti, Roma, Donzelli, Fatti e fattoidi. Gli
pseudo-eventi nell'arte e nella società, Vicenza, Neri Pozza, Massimo Carboni,
Roma, Castelvecchi, Irritazioni. Un'analisi del costume contemporaneo, Collana
Attraverso lo specchio, Luni, Massimo Carboni, Roma, Castelvecchi, Scritti di
Architettura, L. Tedeschi, Milano, Mendrisio Academy Press, Flavia Puppo,
Dorfles e dintorni, Milano, Archinto, Lacerti della memoria. Taccuini intermittenti,
Bologna, Editrice Compositori, L'artista e il fotografo, Verso l'Arte, Conformisti.
La morte dell'autenticità, Massimo Carboni, Roma, Castelvecchi, Horror Pleni.
La (in)civiltà del rumore, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi); “Arte e
comunicazione: comunicazione e struttura nell'analisi di alcuni linguaggi
artistici” (Milano, Mondadori Education, Inviato alla Biennale, A. De Simone,
Milano, Scheiwiller, 99+1 risposte, Lorenzo Michelli, Trieste, Comunicarte Edizioni,
Movimento Arte Concreta, Luigi Sansone e N. Ossanna Cavadini, Milano, Mazzotta,
Poesie, Campanotto Editore, L'ascensore senza specchio, Quaderni di prosa e di
invenzione, Milano, Edizioni Henry Beyle, Kitsch: oggi il kitsch, Aldo
Colonetti et al., Bologna, Editrice Compositori, Arte con sentimento. Conversazione,
Marco Meneguzzo, Collana Polaroid, Milano, Medusa Edizioni, Essere nel tempo,
Achille Bonito Oliva, Milano, Skira, Gli artisti che ho incontrato, Luigi
Sansone, Milano, Skira, La logica dell'approssimazione, nell'arte e nella vita,
Aldo Colonnetti, Silvana, Estetica senza dialettica. Scritti, al, Luca Cesari,Milano,
Bompiani, Paesaggi e personaggi, Enrico Rotelli, Milano, Bompiani, La mia
America, Luigi Sansone, Milano, Skira; "Interviene Gillo Dorfles", in
alterlinus "Calligaro: parole e immagini", in Preferenze critiche,
Dedalo, "Né moduli, né rimedi", in Agalma, "Disarmonia, asimmetria, wabi,
sabi", in Agalma, "Feticcio", in Agalma, "Barozzi", in Da Duchamp agli Happening.
Il Mondo di Pannunzio e altri scritti, Campanotto Editore, Traduzioni Rudolf
Arnheim, “Arte e percezione visive” (Milano, Feltrinelli, Rudolf Arnheim,
Guernica. Genesi di un dipinto, Milano, Feltrinelli); Addio a Gillo Dorfles:
«La mia vita infinita da Francesco Giuseppe agli smartphone», su corriere. Aldo
Cazzullo: la mia vita infinita da Francesco Giuseppe agli smartphone, Corriere
della sera, 1 il Redazione, Novità formali e riesumazioni di precedenti esempi,
il contemporaneo è un linguaggio nuovo di un sapere condiviso, QM, su quid
magazine, biografia sul sito delle Edizioni Il Bulino, Galliano Mazzon, Mostra
antologia: Civico Padiglione d'Arte Moderna, MMilano, Civico Padiglione d'Arte
Moderna, Mostra antologia di Galliano Mazzon: Civico Padiglione d'Arte Moderna,
Milano, Luciano Caramel, Arte in Italia, su Dioguardi Gianfranco, Processo
edilizio e progetto: vecchi attori alla ricerca di nuovi ruoli, Milano: Franco
Angeli, Studi organizzativi. Fascicolo, Corriere della Sera, Cfr. la raccolta
degli scritti raccolti in Architetture Ambigue: Dal Neobarocco al Postmoderno,
Dedalo, Bari Di Giovanni Marilisa, Il corpo, nuova forma: la “body art”; Cheiron:
materiali e strumenti di aggiornamento storiografico. Lecta web, arte e
comunicazione. Vitriol Triennale, Sussidiaria: GPS/GaPSle Forbici di Manitù
(BAU14). Celeste Prize BAU 14 Antonio Gnoli, Gillo Dorfles, il rivoluzionario
critico d'arte, La Repubblica, Bucci,
Morto, critico poliedrico. Corriere della Sera, Addio ad Alma Dorfles, signora
di cultura, Il Piccolo, Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su Quirinale,
dettaglio decorato., su Quirinale, Intervista su conoscenza.rai. Sergio
Mandelli, Capire l'arte contemporanea su youtube.com Gillo Dorfles,«Mi sveglio,
lavoro. Amo il vino», in Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, la mia vita infinita da Francesco Giuseppe
agli smartphone, in Corriere della Sera.
Wikipedia Ricerca Natura insieme degli esseri viventi e inanimati
considerato nella sua forma complessiva Lingua Segui Modifica Ulteriori
informazioni Questa voce sull'argomento scienza è solo un abbozzo. Contribuisci
a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del
progetto di riferimento. Per natura si intende l'universo considerato nella
totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano, da quelli del
mondo fisico a quelli della vita in generale. Paesaggio naturale
Storia del concettoModificaMagnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Natura (filosofia). Il termine deriva dal latino Natura e letteralmente
significa "ciò che sta per nascere": a sua volta deriva dalla
traduzione latina della parola greca physis Il concetto di natura come
una totalità che va a comprendere anche l'universo fisico è una delle molte
estensioni del concetto originale; sin dalle prime applicazioni di base della
parola φύσις da parte dei filosofi presocratici, esso è entrato sempre più
nell'uso corrente[1]. Questa concezione è stata riaffermata con l'avvento
del moderno metodo scientifico negli ultimi secoli. Natura e ambienteModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ambiente
(biologia). I boschi fanno parte del gruppo della Natura. La
"natura" può riferirsi alla sfera generale delle piantee degli
animali, ai processi associati ad oggetti inanimati,[2] al modo in cui
determinati tipi di forme esistono ed ai cambiamenti spontanei come i fenomeni
meteorologici o geologici della Terra, la materia e l'energia di cui tutte
queste realtà sono composte. Viene inteso come ambiente naturale il deserto, la
fauna selvatica, le rocce, i boschi, le spiagge, i mari e gli oceani, e in
generale quelle cose che non sono state sostanzialmente modificate
dall'intervento umano, o che persistono nonostante l'intervento dello stesso.
Ad esempio, i manufatti e le trasformazioni umane in genere non sono
considerati parte della natura, venendo preferibilmente qualificati come una
natura più complessa. Più in generale, la natura comprende i seguenti
contesti e dimensioni della realtà: TerraModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Terra. Ulteriori informazioni Questa
voce sull'argomento ecologia è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla
secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del progetto di
riferimento. La Terra è il luogo primigenio degli esseri umani, che ospita la
vita come da noi concepita e conosciuta. Sulla sua superficie si trova acqua in
tutti e tre gli stati (solido, liquido e gassoso) e un'atmosfera composta in
prevalenza da azoto e ossigeno che, insieme al campo magnetico che avvolge il
pianeta, protegge la Terra dai raggi cosmici e dalle radiazioni solari.
La sua formazione è datata a circa 4,54 miliardi di annifa.[3]
VitaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Vita. PianteModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Piante. Le piante (Plantae Haeckel, 1866) sono organismi unio
pluricellulari, che comprendono tutti i vegetali, soggetti a nascita, crescita,
riproduzione e decesso.[4] AnimaliModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Animali. Ulteriori informazioni
Questa voce sull'argomento ecologia è solo un abbozzo. Contribuisci a
migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del
progetto di riferimento. Gli animali comprendono in totale più di 1.800.000
specie di organismi classificati, presenti sulla Terra dal periodo ediacarano.
Il numero di specie via via scoperte è in costante crescita, e alcune stime
portano fino a 40 volte di più la numerosità accertata[5]. Delle 1,5 milioni di
specie animali attuali, 900 000 sono appartenenti solo alla classe degli
Insetti.[6] EcosistemiModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Ecosistemi. Una tempesta. Gli ecosistemi sono
costituiti da una o più comunità di organismi viventi (animali e vegetali), e
da elementi non viventi (abiotici), che interagiscono tra loro; una comunità è
a sua volta l'insieme di più popolazioni, costituite ognuna da organismi della
stessa specie. L'insieme delle popolazioni, cioè la comunità, interagisce
dunque con la componente abiotica formando l'ecosistema, nel quale si vengono a
creare delle interazioni reciproche in un equilibrio dinamicocontrollato da uno
o più meccanismi fisico-chimici di retroazione (detti anche
"feedback"). Carl Troll, nel 1939, dall'esame di alcune serie
storiche di foro aeree, notò che gli ecosistemi mostravano una tendenza ad
aggregarsi in configurazioni unitarie (denominate principalmente Macchie, Isole
e Corridoi). Ricordando la dizione di Alexander von Humboldt, Troll chiamò tali
formazioni "paesaggi". Ipotesi GaiaModifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi Gaia. L'ipotesi Gaia è
la teoria, inizialmente avanzata da James Lovelock nel 1969, ma già anticipata
da Giovanni Keplero nel diciassettesimo secolo, secondo la quale tutti gli
esseri viventi sulla Terra contribuirebbero a comporre un vasto ed unico
organismo (chiamato Gaia, dal nome della dea greca), capace di autoregolarsi
nei suoi vari elementi per favorire a sua volta le condizioni generali della
vita. Naturale e artificialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Natura e artificio. Il concetto più tradizionale
della natura, che può essere usato ancora oggi, implica una distinzione tra
naturale ed artificiale: con "artificiale" si intende cioè che è
stato creato dall'opera o da una mente umana. A seconda del contesto, il
termine "naturale" potrebbe anche essere distinto dall'innaturale,
dal soprannaturale e dall'artefatto.[7] Bottega dello scultore,
miniatura del XV secolo che raffigura l'opera umana di modifica degli elementi
e degli arredi naturali Le difficoltà nella definizione stessa della
naturacomportano un'ambiguità nel rapporto tra uomo e natura.[8] Alle volte il
concetto è usato in senso derivato per riferirsi a quelle zone create
dall'uomo, ma dove grande spazio è riservato alle popolazioni vegetali e
animali. Si può parlare ad esempio della natura di una foresta, anche se
coltivata e sfruttata da secoli. In tal caso ci si riferisce a una modalità di
gestire l'ambiente da parte degli umani, piuttosto che all'assenza di
intervento umano. L'idea di natura è stata rielaborata dalla cultura
urbanache ha formulato la mitica nozione di barbarie per definire tutto quanto
si pone al di fuori della civiltà. Il fatto che il termine «selvaggio» venga
usato da un lato come sinonimo di «naturale», dall'altro per denotare certi
atti come particolarmente violenti o efferati, mette in evidenzia una certa
tendenza ideologica, piuttosto inconsapevole, a considerare parte della natura
come estranea alla culturadominante, come qualcosa di primitivo se non di
malevolo.[9] Paradossalmente accade anche che, in altri contesti, la parola
«naturale» possa venire usata nel linguaggio corrente come sinonimo di
«normale», «legittimo» o «logico», come la fonte cioè dei principi più retti
dell'uomo civilizzato.[10] Lo sviluppo della scienza e della tecnologia
negli ultimi due secoli è stato a sua volta in gran parte accompagnato da una
certa contrapposizione ideologica tra uomo e natura; la conoscenza viene
generalmente considerata uno strumento di dominio della natura piuttosto che un
mezzo per vivere in armonia con essa. L'epoca moderna ha visto d'altra parte lo
sviluppo della teoria della legge naturale, che pone in risalto i diritti
dell'uomo, il quale sarebbe stato dotato dalla natura di prerogative
inalienabili; in tale contesto si fa riferimento ad una natura umana senza
implicare necessariamente l'appartenenza ad una natura ancestrale.[11]
Tutela della naturaModifica Lo sfruttamento del suolo e il problema dello
smaltimento dei rifiuti procede di pari passo con la crescente urbanizzazione.
La crescente industrializzazione ed urbanizzazione del pianeta ha posto il
problema della conservazione della natura in forme nuove e sempre più urgenti.
Agli ambienti naturali si sono andati via via sostituendo paesaggi artificiali,
che oltre a distruggerne l'amenità, ne hanno alterato la loro peculiare storia
ecologica.[2] Sin dalla preistoria l'uomo è intervenuto a modificare il
paesaggio naturale, attraverso disboscamenti e l'introduzione di colture e
animali di importazione, con grave danno per la flora e la fauna locali, oltre
che di quelle non addomesticabili. Ma è stato soprattutto a partire dalla
rivoluzione industriale che l'umanità si è dotata di mezzi molto più invasivi,
che deturpano gli ambienti fino a provocarne spesso la
desertificazione.[2] Fra le principali cause della distruzione della
natura vi sono: inquinamento, ed emissioni di gas serra; sfruttamento
delle risorse naturali, deforestazione, agricoltura intensiva con uso di
pesticidi, pescamassiccia; estinzione di numerose specie viventi; ignoranza
dell'ambiente biofisico, mancanza di cultura ecologica. Alle alterazioni della
natura ha contribuito inoltre la crescita esponenziale della popolazione umana,
soprattutto nei paesi del Terzo Mondo.[2] Con la ricerca scientifica si
riesce soltanto a rimediare per lo più parzialmente ai danni, cercando di
razionalizzare lo sfruttamento del suolo, arginare la diffusione dei parassiti
e limitare l'inquinamento. Per il resto, la lenta crescita di consapevolezza
dell'importanza di tutelare la natura nei paesi industrializzati ha portato a
provvedimenti come l'istituzione dei parchi naturali, sin dal XIX
secolo.[2] Dopo la seconda guerra mondiale sono sorte alcune
organizzazioni internazionali per la difesa della natura come l'IUCN, il WWF,
l'UNESCO, l'UNEP. Dagli anni ottanta le varie nazioni del pianeta hanno
iniziato a partecipare a delle conferenze su scala globale per trattare
soprattutto dei problemi del clima, con risultati di scarsa efficacia.Ducarme e
Denis Couvet, What does 'nature' mean?, in Palgrave Communications, vol. 6, n.
14, Springer Nature, Natura, su treccani.i Newman, Age of the Earth, in U.S.
Geological Survey's Geologic Time, Pianta, su treccani Baccetti B. et al,
Trattato Italiano di Zoologia nsect Species, su infoplease.com. URL consultato
il 27 dicembre 2018 (archiviato il 3 ottobre 2012). ^ John Rawls, Lezioni di
storia della filosofia morale, cap. 3, Feltrinelli, 2004. ^ Guido Viale, Un mondo
usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà, Feltrinelli,
2000, p. 169 e segg. ^ Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia.
Storia di un'idea dal XVIII secolo a oggi, Bollati Boringhieri, 2013. ^ Simone
Pollo, La morale della natura, cap. 4, Laterza, 2008 ^ Sergio Belardinelli, La
normalità e l'eccezione: il ritorno della natura nella cultura contemporanea,
Rubbettino, 2002. Voci correlateModifica Ambiente naturale Ecologia Filosofia
della natura Ipotesi Gaia Natura (filosofia) Naturalismo Scienze naturali
natura, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata natura, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Natura, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere riguardanti Natura, su Open Library, Internet Archive.
Modifica su Wikidata ( EN ) Natura, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton. Ducarme
e Denis Couvet, What does 'nature' mean?, in Palgrave Communications, vol. 6,
n. 14, Springer Portale Ecologia e ambiente Portale Scienza e
tecnica Ecosistema porzione di biosfera delimitata naturalmente Ecologia
branca della biologia che studia le interazioni tra gli organismi e il loro
ambiente Ecosistema terrestre Madre Natura personificazione della natura
Lingua Segui. Madre Natura è la personificazione della natura.
Joseph Werner, Diana di Efeso come allegoria della Natura, 1680
circa CaratteristicheModifica Madre Natura, figura dal trattato Atalanta
Fugiens (XVII secolo) Essa (a volte conosciuta come Madre Terra) è la comune
personificazione della natura focalizzata intorno agli aspetti di donatrice di
vita e di nutrimento, incarnandoli nella figura materna. Immagini di
donnerappresentanti madre natura, o la madre terra, sono senza tempo.
In età preistorica le dee erano venerate per la loro associazione con la
fertilità, la fecondità e l'abbondanza agricola. Le sacerdotesse mantenevano il
dominio di vari aspetti religiosi delle civiltà Inca, Algonchina, Assira,
Babilonese, Slava, Germanica, Romana, Greca, Indiana e Irochese per millenni
prima dell'inizio delle religioni patriarcali. Talvolta viene indicata
come la sposa di Padre Tempo. Grande Madre Gea Tellus Mati Zemlya Pachamama
Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Madre Natura.Teteoinnan dea azteca della guarigione, e
dei bagni di vapore. Madre Russia personificazione nazionale della
Russia Padre Tempo personificazione del tempo Wikipedia Il
contenutoGillo Dorfles. Angelo Eugenio Dorfles. Dorfles. Keywords: filosofia
del kitsch, “Artificio e Natura, natura, artificio, communicazione, mito,
simbolo, segno, linguaggio, interpretazione, semiotica, disarmonia, Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Dorfles” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Doria: l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova).
Filosofo italiano. Grice: “I love Doria: a nobleman who should be sailing off
Portofino, is writing a ‘progetto di metafisica’ after discussing the
‘filosofia degl’antichi’ – you HAVE to love him! Plus, he philosophised WHILE
sailing!” Figlio di Giacomo e Maria Cecilia Spinola, appartenente alla nobile
casata dei Doria Lamba dalla quale provennero ben quattro dogi della repubblica
di Genova, ha un'infanzia travagliata segnata a cinque anni dalla morte del
padre. L'uscita dalla famiglia delle tre sorelle lo fa rimanere solo con la
madre che influenza negativamente il suo carattere melanconico ma vivace, il
suo desiderio di virtù e Gloria. La madre, che egli accusa esser stata de' miei
errori la prima e principal cagione, si era disinteressata del figlio
limitandosi ad affidarne l'educazione a filosofi bigotti che lo fano crescere
con la paura delle malattie e della morte, che gli viene indicata dai suoi
educatori gesuiti come un positivo castigo all’uomino re. Divenne quindi vivace
e grazioso nelle conversazioni affabile con tutti, facile e condiscendente con
gli amici e allo stesso tempo pieno di sé e fatuo divenendo un Petit Maitre
disinvolo e alla moda, e prende per idea di virtù vera ed esistenta ogni vanità
e molte volte prende con l’idea di virtù il vizio ancora! Pieno di sé e fatuo.
Compì con la madre il “grand tour” – Firenze, Capri, Girgentu -- dei ‘viri’ ben
nato dal quale ne usce libero dall’inibizione religiosa, ma con un nuovo abito
di un anima viziosa, la quale lo fa mirare come idea di virtù la rilassatezza
nel senso, la prepotenza con i deboli e la vendetta. Tornato a Genova, la trovò
bombardata dal mare dalle navi di Luigi XIV. In quell'occasione conosce il conte
di Melgar che l’avvia nell’arte militare e lo introduce nel giro del patriziato
mondano. Innamoratosi fortemente di una meritevole donna che muore poco
tempo dopo, cadde in depressione e per distrarsi dal dolore riprese i suoi
dispendiosi viaggi. Ridotto in ristrettezze economiche si reca a Napoli per
recuperare certi suoi crediti ma dove lottare per districarsi dalla palude di
leggi e cavillose procedure al punto che si mise a studiare filosofia con un
certo profitto per ottenere dal tribunale quanto gli spetta. La sua fama
di spadaccino gli fa guadagnare la simpatia del patriziato napoletano che
ritiene massime di cavagliero che fusse atto di disonore e di vergogna il non
punire un uomo a sé inferiore quando si ha da quello qualche offesa ricevuto, e
che il perdonare generosamente fusse vergogna. Ma poscia era massima d'estrema
vergogna il non chiamare a duello un nobile a sé uguale quando da quello
si era qualche offesa ricevuta. Si diede quindi a duellare per qualsiasi
puntiglio cavalleresco tanto da essere messo in prigione aumentando così la sua
fama di duellista e vendicativo presso la nobiltà locale. Comincia a
disgustarsi di questa sua vita fatua e falsa trasformandosi in filosofo
metafisico ed entrando nella cerchia degli intellettuali cartesiani e
gassendisti che caddero sotto l'attacco della Chiesa preoccupata che il loro
sensismo approdasse a un conclamato materialismo. La posizione della Chiesa fu
esplicitata dal grande processo contro gl’ateisti, quegli intellettuali che si
erano illusi di poter modernizzare la dottrina cattolica. Si schierò con
questi frequentando il salotto filosofico Caravita che si era già battuto
contro l'Inquisizione e che era divenuto il centro di diffusione della
filosofia cartesiana. Qui il Doria ebbe modo di conoscere il protetto di
Caravita, quel Giambattista Vico che scriverà del genovese che «fu il primo con
cui poté cominciare a ragionar di metafisica» nella quale si intravedevano
«lumi sfolgoranti di platonica divinità. Per organizzarsi contro le polemiche
dei tradizionalisti, sostenuti dalla Chiesa cattolica, il Caravita pensò di
fondare un'associazione di intellettuali modernisti che, dopo diverse
difficoltà, finalmente vide la luce col nome di Accademia Palatina e che
annoverava fra i 18 soci fondatori anche Doria che pronunzia in quella sede
lezioni concernenti la teoria politica (Sopra la vita di Claudio imperadore)
dove sostene la superiorità della nobiltà per virtù e non per nascita, e dove
contestava la base valoriale dell'aristocrazia fondata sull'uso delle armi
(Dell'arte militare, Del conduttor degl'eserciti, Del governatore di piazza,
Della scherma). La guerra, scriveva Doria, non e un privilegio della nobiltà di
spada ma un'attività che richiede l'applicazione di una tecnica e il comando
affidato a ufficiali competenti nel dirigere l'animo umano (Il capitano
filosofo, Napoli) Pubblica la Vita civile e l'educazione del principe,
criticata da alcuni per alcuni fraintendimenti sul pensiero di Cartesio. Non ha
inteso il Cartesio, o ad arte ne tronca
o perverte il senso. Critica la politica di Tacito e Machiavelli sostenendo che
questa va basata non sopra l'idea degli uomini quali sono ma sulla virtù, il giusto
e l'onesto». Lo Stato anda guidato, come dettava l'insegnamento platonico, dal
filosofo facendosi così sostenitore, secondo le nuove idee riformatrici che
cominciavano a circolare in Europa, di un assolutismo moderato nel Regno di
Napoli. Doria cominciò ad interessarsi a temi scientifici mandando alle stampe
le sue Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de'
corpi insensibili (Augusta) e una Giunta d iM. Doria al suo libro del Moto e
della Meccanica. Opere queste, dove si critica il metodo di Galilei e si mette
in discussione la distinzione cartesiana fra res extensa e res cogitans in nome
del principio neo-platonico dell'Uno immateriale, che non ebbero il successo
sperato e vennero anzi aspramente criticate da più parti. Divenne un
personaggio ambito da nobili e femmes savantes che lo invitavano nei loro
circoli culturali dove riceve numerosi attestati di stima. Per ricambiare le
nobili dame, sue discepole, pubblica i Ragionamenti ne' quali si dimostra la
donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere all'uomo inferior. La
donna ha gli stessi diritti naturali dell’uomo e puo governare e fondare grandi
imperi ma non e adatte fisiologicamente a formulare leggi per le quali occorre
una sapienza storica e filosofica. Cartesio infatti aveva errato nel credere
che Dio avesse dato a tutti eguale abilità per intender le scienze, mentre iddio
non ha ugualmente a tutti gli uomini distribuito e perciò vediamo che molti non
son capaci nelle scienze. Quindi la donna che egli ammirava moltissimo e che lo
ricambiavano con tante lodi, deve tuttavia accontentarsi di poter dirigere lo
stato ma non puo essere legislatrice. Un rapporto questo con l'altro sesso che
rimase problematico per Doria che non volle mai sposarsi ritenendo il
matrimonio una legge dura che non trova precisa corrispondenza nella teologia.
Si considera ormai un filosofo metafisico e mattematico che adottando il
platonismo ha pressoché distrutto li saggi di filosofia del signor Giovanni
Locke ed in parte ancora la filosofia di Renato Des-Cartes. Compiva un
capovolgimento delle sue convinzioni moderniste passando nel campo degli
antichi quando il suo Nuovo metodo geometrico (Augusta) e i Dialoghi ne' quali s'insegna
l'arte di esaminare una dimostrazione geometrica, e di dedurre dalla geometria
sintetica la conoscenza del vero e del falso (Amsterdam), furono aspramente criticati
da parte della rivista Acta eruditorum. Ancora più aspre le contestazioni
ricevute a Napoli che gli costarono un sonetto denigratorio che così recitava. Di
rispondere a te nessun si sogna /de' nostri, e strano è assai che Lipsia mandi/
risposta a un uom che 'l matto ognun lo noma.
Illustrazione alla recensione pubblicata sugli Acta Eruditorum al
Capitano filosofo. Gl’Oziosi, dove profuse tutte le sue energie nel criticare i
moderni, seguaci del pensiero filosofico di Locke, dell'Accademia delle scienze
di Celestino Galiani che aveva detto di lui «il Doria ha ristampato tutte in un
corpo le sue coglionerie. Con l'avvento del re riformista Carlo III di Borbone
nel Regno di Napoli, si trova completamente isolato col suo platonismo
pratticabil che continua a difendere scrivendo “Il Politico alla moda”. Si
rendeva ormai conto di come fosse irrealizzabile il suo ideale di un governo ad
opera del concetto di “sovrano virtuoso” e di “filosofe legislatore.” Il
magistrato, il capitano, il sacerdote e tutti gli ordini che governano hanno
diviso la filosofia dalla politica per unire alla politica la sola prattica;
ormai i principi scriveva vogliono governare lo stato colla politica del
mercadante, e non con la politica del filosofo. Constatava come vi fosse ormai
una generale crisi dei valori perché in questo nostro tempo si corre dietro
solamente alla perniciosa filosofia di Locke e di Newton e si pratica solamente
la politica mercantile. Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale,
Doria malato e in difficoltà economiche muore indicando nel suo testamento la
volontà che fosse pubblicata a spese di un suo cugino, a saldo di un debito da
questi contratto, l'opera “Idea di una perfetta repubblica”. Quando il saggio e
infine edito fu condannato dai revisori ad essere bruciato per il suo contenuto
contro Dio, la religione e la monarchia. In realtà contesta il celibato
ecclesiastico, l'indissolubilità del matrimonio, la castita, l'eternità delle
pene inflitte ai dannati e l'ideologia etico-politica dei gesuiti. Il
governo perfetto doveva essere a imitazione di quello della Roma repubblicana, perché
posto il governo in mano agli uomini, è forza che sia moderato da un magistrato
ordinato alla difesa del popolo contro la tirannia. Gli unici a esecrare il
rogo del saggio furono proprio i giuristi napoletani difendendo i libri di quel
savio e cordato vecchio di Doria, di cui s'infama la venerata memoria. E al
centro del saggio “La distruzione della fiducia e le sue conseguenze economiche
a Napoli”. Si argumenta che il governo nell'azione di depredazione del Regno di
Napoli ha spogliato i loro sudditi della virtù e della ricchezza, introducendo
al posto loro ignoranza, infamia, divisione e infelicità. Altra azione, che si
rivelerà in seguito disastrosa per la società napoletana e in genere per il
Mezzogiorno, fu lo smantellamento dei rapporti inter-personali di fiducia tra
le diverse classi, necessari per lo sviluppo dei commerci e dell'iniziativa
privata e l'introduzione di una cultura dell'onore attraverso l'infoltimento
dei ranghi nobiliari, il rafforzamento dell'Inquisizione, l'inasprimento della
segretezza dell'attività di governo, l'incremento delle cerimonie religiose e
di devozione ritualizzata, l'aumento della diseguaglianza davanti alla legge e
infine l'indebolimento apertamente perseguito del rapporto armonioso che si era
creato in passato tra i diversi ordini del Regno: tutto ciò al fine di
scoraggiare, minando la fede pubblica, l'ascesa di una classe
imprenditoriale-commerciale che avanzasse i propri diritti e rompesse
l'equilibrio dei poteri tra la corte e il patriziato locale che gli spagnoli
intendevano mantenere. Tutti questi fattori, lesivi di quel rapporto di fiducia
tra le classi necessario per l'avvio e il consolidamento dell'attività di co-operazione
e di intrapresa economica, non tarderanno a produrre effetti duraturi sulla
società meridionale, non solo a livello mentale-culturale, e di converso a
livello economico, costituendo uno dei fattori prodromici dell'arretratezza
socio-economico-culturale del Mezzogiorno d'Italia. Altre opere: “Considerazioni
sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili, In
Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper); “Considerazioni sopra il moto e la
meccanica de' corpi sensibili, e de' corpi insensibili. Giunta, In Augusta
[i.e. Napoli?, Daniello Hopper; Dialoghi, Amsterdam, Esercitazioni geometriche,
In Pariggi, Duplicationis cubi demonstration” (Venezia); “Discorso apologetico”
(Venezia); “Soluzione del problema della trisezione dell'angolo” (Venezia);
“Vita civile” (Napoli, Angelo Vocola. Pierluigi Rovito, Dizionario Biografico
degli Italiani. “L’arte di conoscer se
stesso, in De Fabrizio, Manoscritti napoletani. Autobiografia, in Cristofolini,
Opere filosofiche, R. Ajello, Diritto ed economia, Vita civile, ed. Augusta, S.
Rotta in Politici ed economisti del primo Settecento. Dal Muratori al
Cesarotti, V, Milano-Napoli, L'arte di conoscere se stesso. Eugenio Di Rienzo,
GALIANI, Celestino in Dizionario Biografico degli Italiani, V. Ferrone, Scienza
natura religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento,
Napoli, Manoscritti, La Politica mercantile, Manoscritti, Idea di una perfetta
repubblica "accorato" Ajello. Segnatamente: Del commercio del Regno
di Napoli, in E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti
inediti, Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma; Della vita civile,
Torino; Massime del governo spagnolo di Napoli, V. Conti, Guida, Napoli Contenuto
nel volume miscellaneo Diego Gambetta, Le strategie della fiducia, Einaudi,
Torino, D. Gambetta, Pierluigi Rovito, «DORIA, Paolo Mattia», in Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roberto
Scazzieri, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero Economia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Giulia Belgioioso, Il Contributo italiano
alla storia del PensieroFilosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.
E. Vidal, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti inediti,
Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma. Fondatore di Roma e primo re de'
romani. Romolo fu il primo re de’ romani e padre della romana republica. Uomo
primieramente d’ardentissimo animo e per le armi grande. E così
fatto certamente l'aveva disposto la fortuna a quello che dovea seguire.
Per la cui opera, in tratante minaccie di vicini , di spinose
montagnie surgesse il fondamento dello’mperio che dovea crescere infino al
cielo. Perchè non si potea porre sicuramente tanta grandezza in
debole fondamento. Sì gran cosa richiedea terra salda e duca d’alto
animo. E così e, che dove prima a pena e assai erba per lo armento d’Ercole,
e dove prima a pena solea essere assai fronde per le capre di
Faustulo, in quello luogo puose la fortezza di tutte le terre e la somma
signoria delli uomini. Dunque costui CON REMO SUO FRATELLO (e insieme con
Rea Silvia, la quale e chiamata Ilia, madre senza dubio) creduto o fitto FIGLIUOLO
DI MARTE, incontanente com’elio nacque prova la crudeltà di Amulio, re
dell’albani , e non solamente contro alla madre, ma eziandio contro
a sé e CONTRO AL SUO FRATELLO. Dal quale Amulio e comandato eh' ellino fossero
gittati NEL TEVERE. E a caso elli sono liberati, o che fosse per divina
provedenzia, la qual cosa è lecito di credere dello imperio che
dovea essere sì grande, quella provedenzia apparecchiante non
sperato cominciamenlo alle grandissime cose. Soperchiando il fiume a caso
le ripe e non potendosi andare a quello, furono gittati quelli
fanciulli presso alla ripa; e, partendosi li famigliari del re, i quali li
avevano gittati, rimasono salvi. A questo luogo, TRATTA DAL PIANTO DI
QUESTI FANCIULLI, venne una lupa (o eh' ella fosse vera o ch'ella
fosse cosa finta, dell'una e dell' altra è nominanza), e , com’ella
avesse compassione, venne a questo luogo, del cui latte elli sono nutricati ,
traendo con li labri il latte delle tette della detta fiera,
infino che furono trovati da Faustulo pastore del re, il quale di sopra
avemo nominato, e la lupa similmente, essendo discresciuto il fiume; e
in fino agli anni della pubertà coli' amore del padre sono
nutricati. Ma allora più di dì in dì il suo vigore si mostrava e per
effetto diventava Famoso. Già sono cari da ogni parte e ampiamente sono terribili,
ogni cosa ardivano; già il suo notricatore, per le opere informato,
comincia a fermarsi in quella openione ch'egli aveva pensalo, cioè quelli
essere figliuoli del re. Questo celato per alcuno tempò, finalmente
apparve: preso Remo da' famigli del re e datogli pena, per consolare
la ingiuria fu dato a NUMITORE suo avolo per parte di madre, nel cui
terreno tramendue i frategli avevano fatte correrie. Il quale veduto, non
mosso ad ira, com'è usanza, per l' ingiuria ricevuta, ma mosso verso di
quello con una nascosa dolciezza, e udito ch'elli sono due, considerato da
l'una parte l'etade di quelli, da l'altra l'aspetto nobile e non
di pastori, vennegli a memoria i suoi nipoti; e , dimandando
pianamente delle circostanzie, trova poco meno che costui e l' uno
de' suoi nipoti, e di questo non dubita. Però elio il tene in più
libertà, e non come preso ma come suo , come veramente elio e. E questa e
più diritta via a distruzione del re, perchè manifestato a Romolo non
solamente la condizione del presente stato del fratello, ma la nazione di
tramendue nascosta infino a quello tempo; ammonendoli colui, ch'e tenuto
padre, ch'elli non sono suoi figliuoli ma sono di schiatta reale; e,
spostali per ordine l’ingiuria di quegli e con questa l’ingiuria di
suo avolo e di sua madre, fatto Romolo più animoso , conosciuto il fatto
, dispuosesi non solamente a LIBERARE IL FRATELLO, ma vendicare sé
e '1 fratello e l'avolo e la madre, non manifestamente perchè era
dispari in possanza , ma pianamente mandati alcuni giovani di qua e di là,
i quali si trovassono a una ora nella casa del re. Così disposti gl’agguati,
e a tempo accorrendo Remo, corsono contra Amulio, il quale non si
guarda e non pensa sì fatto pericolo. Morto Amulio, NUMITORE fratello di
quello, e innanzi cacciato da lui, fu ristituito nel regno, essendo
allegro, non meno per la condizione de'trovati nipoti, che per avere
acquistato il nonne sperato regnio. Da poi, perchè elli erano di grande
animo, e '1 regno di suo avolo gli paree picciolo, lassano Alba all'avolo.
E, amando il luogo della sua puerizia ovvero del suo pericolo,
procurarono di fondare nuova terra in quello luogo. E così, per buono
agurio, edificarono aspera e, acciò ch'io dica più propriamente,
pastorale casa in SUL MONTE PALATINO. E fu posto alla terra il nome di Romolo
solamente, essendo vinto il fratello nello agurio: il quale nome e
temuto poi al mondo da li popoli e dai re. Poi, o che tra
quelli fosse nata discordia, o che fosse perchè egli avesse dispregiato il
comandamento del fratello, Remo, avendo passato il nuovo muro, E MORTO. O
che e per cupidità della signoria, o per rigore di giustizia, la
credenza è varia nelle cose antiche. Romolo, avendo presa la
signoria, ordina sacrifici della patria e forestieri, e prende abito di
re e ornamenti, e ordina XII littori, e compone la legge. Solo a
fermezza del popolo e fondamento di pace e di concordia tre cose
sommamente li pare di provedere : il consiglio , e io accrescere della
cominciata città, e la durabilità; perchè era in picciola terra pochi abitatori.
E per questo gli e speranza di brevissimo tempo, mancando la
cagione del generare de' figliuoli. Dunque primieramente furono eletti C
antichi al Senato, chiamando questo ordine dalla etade, perchè il
nome de' padri e detto dallo amore e da la cura della republica. Secondo,
intra due boschi fu posto uno tempio chiamano asilo -- i greci il
chiamano santo -- il quale stando aperto, grande turba incontanente venne
di vicini paesi; la terza cosa parea che si dove fare con matrimoni -- perchè
soli i maschi non poteano durare se non una etade -- ; la qual cosa
, perchè e negata da' vicini superbamente e vituperosamente, si fa per forza e
per ingegnio. Perchè in questo mezzo, non mostrando l'ira e il
dolore d'essere rifiutato, il re apparecchiò di fare solenni giuochi a Nettunno
, e comanda di fare dinunziare il dì per li popoli vicini. II quale poi che
sopravenne, molti maschi e femmine delle terre vicine a Roma vennero per
vedere i giuochi, e non meno per cupidità di vedere quella nuova terra
quasi nata di subito. Nel mezzo de’ giuochi, essendo ogni uomo attento
con gli occhi e con l'animo, diliberatamente SONO PRESE TUTTE LE FANCIULLE,
non a fine di sua vergognia, ma di tenerle per mogliere e per avere
figliuoli. Dunque confortate con buone parole, tra lo isdegno e le
lacrime, pelle lusinghe di quegli li quali l'aveano prese, prima Romolo,
e poi gli altri , una per uno ne tolseno per moglie: e questo e cagione e
cominciamento di molte battaglie. I padri e i parenti di queste
fanciulle, lamentatisi della forza e della malvagità de' suoi osti, dai
quali ellino, invitati a giuochi, sono stati offesi per gravissima
ingiuria, incontanente uscirono fuori della terra e tornarono a
casa; e, moltiplicando le lamentanze, aggravarono l'offesa, e pigliarono
l'arme e apparecchiaronsi di fare la vendetta. E di lutti i popoli
si fece una raunanza a Tito Tazio re de' sabini, perchè questi avevano più
possanza e aveano ricevuto più ingiuria. Ma perchè la presuntuosa ira non
può indugiare né ricevere consiglio, e perchè l'apparecchiamento alla
guerra pare pigro per rispetto dello ardore dell'animo, ciascheduno, non
aspettando l'uno l'altro, andarono alla battaglia. E innanzi a tutti i
ceninesi con l' oste corsero nel terreno de' romani : contro ai quali
venendo Romolo, mise in rotta i nimici, e UCCIDE ACRONE, re di
quelli, venuto alle mani con lui in singolare battaglia; e, con lieve
assalto, prende la terra di quelli, la quale era impaurita per la morte
del re e per la fuga del popolo. E, tornando a Roma vincitore, porta
in Campidoglio l'armi del re ed edifica lo primo tempio in Roma e
sacrificollo sotto il nome di GIOVE Feretrio -- dove i capitani de'
romani non portano, quando sono vincitori, se non la preda de'
capitani vinti in singolare battaglia, la quale elli chiamano
grassa robarìa. Dunque in quello luogo egli appicca l'armi del
morto re, per esempio del tempo da venire, rado ma grande dono di
quelli che venieno dietro. I secondi che corsono nel terreno
de'romani furono gli atennati; e questi sono vinti e perderono la terra. Ma per
prieghi di Ersilia, moglie di Romolo, la quale e una di quelle sforzate che
porta a gli orecchi del re i prieghi e i desideri dell'altre, ricevuti a
misericordia, venneno ad abitare a Roma. Da poi i crustumini, movendo
elli la guerra, sono vinti leggiermente, crescendo ogni dì la virtù
di Romolo; e, venuti a Roma quelli chi sono vinti, crescendo Roma per li
danni de'nimici. E più a fare colli sabini, i quali quanto
più tardi tanto più maturamente si moveano: presa la rocca di
Campidoglio, per tradimento d'una donzella figliuola di Spurio Tarpeo, il
quale era castellano della delta rocca, dal quale ancora è nominato
quel monte in mezzo di Roma, e dubiosa battaglia, combattendo
quelli dal luogo di sopra. Nella quale battaglia mancando Osto Ostilio,
il quale e arditamente per la parte de' romani infino ch'elio puo, la
gente de' romani tutta si cessò in dietro, cacciando indietro eziandio
Romolo il quale li contrasta. E elli, non sperando già più della forza
umana, dirizzando al cielo le armate mani, chiamando Giove com' elio e
presente, pregando o che gli togliesse la vergogaia del fuggire vilmente, o eh'
elli fortificasse gli abbattuti animi de' suoi con celestiale
aiutorio, fa voto di fare in Roma uno secondo tempio a GIOVE
STATORE, secondo che piace agli scrittori; e, quasi ricevuta la
promissione dal cielo, fatto più ardito ristoroe con sollecita mano la
battaglia già caduta, dicendo a'suoi chiaramente che Giove comanda
così. Per questo la sua gente, seguendo lo esempio del suo re e il
comandamento di Giove, torna contro a'nimici, da' quali non speravasi
ch'egli tornassino; e combattendo innanzi a gli altri aspramente Romolo,
essendo già mutata la condizione della battaglia, quelli che
incalzavano cominciarono a fuggire. Intra i quali MEZIO CURZIO, secondo
dopo il re de' sabini , uomo famosissimo e in quello di 'nanzi a tutti
gli altri in fatti e in virtù molto ardito, non sostenne il furore. Una
palude, ch'era presso, e pericolo e salute a lui, nella quale
spaurito il suo cavallo furiosamente salta con grande paura de' suoi, ma
confortandolo elli e mostrandogli la via, usce fuori. E di questo
nacque il nome di quella palude, cioè, lago Curzio. Uscitone fuori
costui, gli animi crebbono a' suoi, e ancora, bene che con
varia fortuna contro a' sabini, corsono insieme. E, sendo in questo
stato, la pietà trova via di non sperata pace. Combattendo dall'una
parte i mariti, da l'altra parte i padri, vennero tra questi quelle
eh' erano state sforzate; e, non considerando sé essere femmine , non
temendo il pericolo, con prieghi pieni di lagrime e misero abito,
pregarono che fosse posto fine alla guerra. E se voleano pure
andare dietro, volgessono le spade più tosto contro a quelle, le
quali erano cagione della guerra , che, uccidendosi insieme, bruttassono
se di presente e per lo tempo a venire bruttassero li figliuoli di
quelle -- dall'una parte essendo i figliuoli, dall'altra essendo i
nipoti --- e dessono eterna infamia a quelli che ancora non poteano
peccare. Dall' una parte e dall' altra si piegano gli animi e l'ira s'abbattè
e, che maraviglia è a dire, subitamente nell'una oste e nell'altra
fu arrestato il romore dell'armi e il gridare de’ combattitori, sì umile
ammirazione e intrata per quelle rabbiose menti! E non potè
lungamente stare nascosta: le affezioni mutate incontanente uscirono
fuori, e lo riposo segue a la pietà , e la pace segue al silenzio; la
concordia e fatta toccandosi i re le mani, e Roma maravigliosamente crescette
per lo venire de' sabini. E non meno crebbe Y amore dell'una parte e
dell'altra verso di quelle valenti donne, e innanzi a gli altri di
Romolo, il quale rendè loro grandi e debiti onori. Ancora
restano due guerre. L'una colli fìdenati li quali, temendo la
potenzia della signoria di Roma, la quale cresce, e avendola sospetta ,
per sé fecero la pruova che gli altri aveano fatta. Entrando elli nel
terreno de'romani come nimici, Romolo li anda incontro, e puose il
campo non lungi dalla terra de' nimici; e, mostrando maliziosamente
temere, conduce i nimici nelli agguati, e di questo e una non proveduta
paura e uno subito fuggire, in tanto che , mischiati insieme i
vinti e i vincitori, le guardie delle porte appena discerneano i
suoi cittadini da’ nimici; e, entrati dentro, e presa la terra. L'altra
guerra e con quelli da Veio, li quali si mossono per amore de’ fìdenati
e per odio de’ romani, e questi, vinti in campo, e guasto il paese,
dimandando pace, fecero triegua per cento anni, perdendo parte del suo
terreno. Questi furono i cominciamenti di Romolo, questo e il corso di
sua vita e l’ordine de’ suoi fatti; per li quali, appresso quella salvarla
generazione d' uomini e non ancora assai ammaestrati animi del
vulgo, egli merita essere creduto avere alcuna divinità per lo padre e
per se. Uomo al quale non manca animo né ingegnio, in battaglia
glorioso, in casa savio: ordina centurie del popolo e di cavaglieri,
acciò che in ogni tempo di pace e di guerra elio e niuno nega
ch'elio non e inolio amato. Le opinioni di questa cosa sono varie.
Alcuni dicono ch'elio e portato in cielo e posto nel concilio delli dei.
Ma questo è gran salto a uno uomo armato e gravato di peccati,
bagniato di sangue e ignorante del vero Iddio e della via del cielo. Ma
lo ardente e non temperato amore sì fa credere ogni cosa. Dunque,
achetata la tempesta, essendo risposto da' senatori -- eh' erano stati
d'intorno -- al popolo -- disideroso di vedere il suo re e a pruova
cercandolo -- eh' elio e andato in cielo, affermando uno eh' e' lo ha
veduto, e creduto. E quello e
GIULIO PROCULO, uomo di grande nominanza appresso a' suoi, secondo
che si trova, e di grande santitade e, che manifesto è, di gran nobilitade,
come colui che, nato di re albani, venne a Roma con Romolo ed e cominciamento
della giente de’ Giuli -- il quale, ardito di venire in palese, da parola
d'allegrezza al popolo eh' e in tristizia , dicendo che in quello
medesimo dì Romolo, discéso da cielo in abito più che d'uomo, e stato con lui,
affermando eh' ha comandato a lui, con grande tremore non ardito di
guardare la sua facia, questo,
cioè eh' egli dicesse a' suoi cittadini che onorassino l'arti delle
battaglie, essendo certi che ogni potenzia umana è diseguale alla
sua in fatti d'arme; e che la sua città, così piace alli dei, sarà
capo e donna di tutte le terre. E, dette queste parole, levatosi da
gli occhi monta in cielo. E queste cose sono credute a GIULIO il quale le
conta e giura, e lo dolore della morte e mitigato con lo consolamento
della divinità, e l'ira, la quale il popolo ha concetta per la
morte di sì caro re, e umiliata: così ogni uomo crede leggiermente quello
ch'elli desidera. Ma altri pensano che e morto da' senatori, veduto il
buon destro per la tempesta del tempo, e ch'elli il nascosono
nel pantano della palude, acciò CHE NON APARE ALCUNO SEGNIO DELLA SUA
MORTE. Questa, chente dice Livio, è oscura fama, ma, come piace a
chiarissimi scrittori, certamente è vera; bene che, come dice quello nel
medesimo luogo, quell' altra fu nobile per l'ammirazione dell'uomo
e per la presente paura. Puossi forse credere ancora quello che alcuni
hanno pensato, eh' elio non e portato per divinità in cielo né in
terra morto come uomo, ma eh' elio fu morto per la lempestade e per
lo furore della saetta -- la cui forza è ineffabile, e l' operazione
è nascosa --. E questo essere avvenuto a tutti quegli sono con lui, i quali,
quanto elli sono più presso, tanto sono smarriti più e impauriti. E
la libertà è di molte mani nelle cose dubbiose, ma la verità è una sola,
e questa è profondamente nascosta della morte di Romolo come in
molte altre cose. Paolo Mattia Doria. Doria. Keywords: co-operazione,
duelo – duel, the duelists, cooperation – il sensismo, roma repubblicana, la
aristocrazia romana, Romo, Romolo, aristocrazia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Doria” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Dosseno: l’orto romano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. A
follower of the sect of the Garden. Seneca mentions a monument to him with an
inscription testifying to his wisdom.
Grice e
Dottarelli: l’implicatura conversazionale di Musonio – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Bolsena). Filosofo italiano. Grice: “I
like Donatelli; he is an Etruscan, from Balsena, and it’s only natural that he
is obsessed with the one and only Etruscan philosopher, Musonio!” Si è formato
alla Facoltà di Filosofia dell'Perugia, dove ha studiato con Cornelio Fabro e
si è laureato con una tesi sul dibattito epistemologico del Novecento (K.
PopperFeyerabend, I. Lakatos, T. Kuhn) sotto la guida di Massimo Baldini. Si è
poi specializzato in Filosofia all'Urbino, dove ha avuto come maestri Italo
Mancini e Pasquale Salvucci, con cui ha discusso una tesi sulle implicazioni
epistemologiche della filosofia di Immanuel Kant. Ha insegnato nei Licei ed è
stato docente a contratto di Filosofia della scienza, Filosofia morale,
Bioetica nelle Università della Tuscia, di Macerata e Firenze. Ha sempre
coniugato il lavoro didattico e di ricerca con l'impegno civile. Per 13 anni
consecutivi è stato Sindaco della città di Bolsena (VT). Eletto la prima volta
nel 1986, con una lista civica di sinistra, è stato successivamente confermato
nel 1990 e nel 1995. Dal 2005 al ha
ricoperto il ruolo di Direttore generale della Provincia di Viterbo e in tale
veste, oltre al coordinamento e alla sovrintendenza della gestione complessiva
dell’Ente, ha avuto la responsabilità diretta della formazione e organizzazione
delle risorse umane, del percorso di certificazione EMAS, del processo Agenda
21 locale e del progetto Arco Latino, strumento per la definizione di una
strategia integrata di sviluppo dell’area del Mediterraneo. Con Pasquale
Picone, filosofo e psicoanalista junghiano, nel 2004 è stato cofondatore della
Società Filosofica Italianasezione di Viterbo, di cui è attualmente
vicepresidente. Nel ha costituito il
Club per l’UNESCO Viterbo Tuscia, di cui è presidente. I suoi interessi
teorici si sono rivolti all'epistemologia, all'etica, alla filosofia politica e
alla pratica filosofica. In Popper e il gioco della scienza ha svolto
un'analisi critica dell'epistemologia falsificazionista, mostrando come
l'ultimo Popper, pur rendendosi conto della coerenza dello sviluppo
evoluzionistico della propria epistemologia, arretrasse e resistesse dal trarne
le estreme conseguenze, restando fedele al paradigma del razionalismo critico,
difendendolo sino in fondo, ma con ragioni sempre più deboli. Nei suoi lavori
su Immanuel Kant (Kant e la metafisica come scienza, Abitare un mondo comune.
Follia e metafisica nel pensiero di Kant) ha evidenziato sia il proposito
kantiano di fondare come una scienza rigorosa la metaphysica generalis, prima
parte della metafisica come era intesa nella tradizione razionalistica tedesca,
sia il carattere che viene ad assumere la metaphysica specialis, dopo la
critica: un pensare congetturale e analogico che è anche prassi, vita. In
questa prospettiva la filosofia kantiana viene valorizzata per la sua peculiare
dimensione "cosmica", come «scienza della relazione di ogni
conoscenza e di ogni uso della ragione umana con lo scopo essenziale di essa»,
e viene ricollegata alla filosofia come era praticata soprattutto
nell'antichità: arte di vivere, esercizio spirituale. Il filosofo pratico, il
maestro di saggezza tramite l’insegnamento e l’esempio, è così «l’autentico
filosofo», che, nel quadro della complessiva ed originale riorganizzazione
kantiana dell’orizzonte utopico di derivazione platonica e rousseauiana,
diventa esso stesso un ideale regolativo, al quale colui che più si è
avvicinato è stato Socrate, per via della sua esemplare coerenza di vita. In
Freud. Un filosofo dietro al divano, il lavoro del fondatore della psicoanalisi
viene letto come un episodio della lunga tradizione che ha interpretato la
filosofia come "medicina per l'anima". Il rapporto di Freud con la
filosofia si nutre di una profonda ambivalenza: da un lato un'irresistibile
attrazione; dall'altro quasi la necessità di rassicurare se stesso e gli altri
su una propria «incapacità costituzionale» (Autobiografia, 1924) alla pura
speculazione e sulla sua ferma volontà di sottrarsiproprio lui, formidabile
affabulatoreal fascino delle narrazioni filosofiche. La riflessione di Freud
non trascura nessuna delle dimensioni fondamentali della ricerca filosofica.
Neanche quella teoretica, volta a costruire visioni complessive dell’uomo e del
mondo; quella che gli appare la più rischiosa, perché la più astratta, la più
esposta alla frequentazione della metafisica e della religione, sempre in
procinto di cadere nella trappola della verità assoluta. Più a suo agio Freud
si sente invece nel lavorare lungo un'altra linea d’impegno tradizionale della
filosofia: la riflessione critica sui saperi e sulle pratiche umane. Nell'opera
di smascheramento dei meccanismi con cui le ideologie e le prassi individuali e
sociali ammantano la loro miseria “umana, troppo umana”, le potenzialità della
psicoanalisi si esprimono al meglio. Masecondo l'interpretazione di Luciano
Dottarellila fatica intellettuale di Freud trova la propria collocazione più
appropriata nella dimensione della ricerca filosofica che interpreta se stessa
come un’attività in cui l’uomo si dedica alla cura e alla fioritura di sé, alla
coltivazione della propria umanità. Questa dimensione della filosofia come arte
di vivere è stata approfondita da Luciano Dottarelli attraverso la
ricostruzione della vita e del pensiero del filosofo stoico Musonio Rufo nella
monografia su Musonio l'Etrusco. La filosofia come scienza di vita.
Testimonianza della vitalità della tradizione culturale etrusca in epoca
romana, la filosofia di Musonio è espressione significativa di quel crogiolo di
idee ed esperienze di ricerca della felicità che è l'ellenismo della tarda
antichità, in cui si rispecchierà poi la civiltà medievale e soprattutto quella
umanistico-rinascimentale. Musonio ha dato il tono di fondo all'impegno
prevalente nella tradizione filosofica della Tuscia: ricerca di una scienza di
vita, studio di perfezione, imitazione di Dio, àskesis, esercizio per
sviluppare la conoscenza e la coltivazione di sé, finalizzata alla fioritura
dell’autentica esistenza umana. L’adesione del filosofo di Volsinii allo
stoicismo è decisamente sotto il segno di Socrate: la filosofia può proporsi
come arte regia in quanto, in primo luogo, è arte di governare se stessi.
L’ideale dell’autosufficienza del saggio si traduce nella predilezione per
l’agricoltura, come attività più appropriata per il filosofo. «La terra in
effettiaffermava Musonioricambia con i frutti più belli e più giusti coloro che
si prendono cura di essa, dando molte volte tanto quel che riceve ed offrendo
grande abbondanza di tutto quanto è necessario per vivere a chi ha la volontà
di faticare: e tutto questo con decenza, nulla di ciò con vergogna». Ad un
analogo sentimento di appartenenza al cosmo e ad un profondo rispetto per gli
altri esseri umani e per tutti i viventi, sono ispirate anche le sue
riflessioni sui rapporti sociali, sulla schiavitù, sulle donne, sulla nonviolenza,
sull'alimentazione, sul vestire e sull'abitare. Riflessioni che Musoniosecondo
la concorde testimonianza dei contemporaneiseppe tradurre con coerenza
esemplare in una efficace pratica di elevazione spirituale, diretta a
coinvolgere, insieme, il corpo e l’anima. Sobrietà, rispetto, universalità e
condivisione sono le parole di riferimento di una visione etica che anticipa in
modo sorprendente istanze fondamentali della moderna sensibilità ecologista. La
visione della filosofia come arte di maneggiare gli assoluti è approfondita nel
libro Maneggiare assoluti. Immanuel Kant, Primo Levi e altri maestri. «La
filosofiasostiene Luciano Dottarelli anche quella più incline a farsi
coinvolgere nell'impresa di estinguere la sete dell’assoluto, contiene in sé,
nella propria vocazione alla ricerca di una comune verità mediante il dialogo,
un antidoto indispensabile al rischio distruttivo che può annidarsi in ogni
tentativo umano, tanto umano di cogliere la totalità, l’infinito, Dio. Anche le
grandi tradizioni religiose, quelle che da secoli sono impegnate a tracciare
sentieri, trovare parole, celebrare liturgie per saziare la fame di assoluto
che agita il cuore e la mente degli uomini non possono fare a meno di intessere
un intenso dialogo con questa tradizione di ricerca, soprattutto nei momenti
cruciali, quando diventa urgente addomesticare i dèmoni che una frequentazione
inadeguata del sacro può evocare. Dèmoni che portano il nome di fanatismo,
intolleranza, totalitarismo e di cui la storia degli uomini alla ricerca della
verità assoluta, della totalità autentica ed incondizionata, dell’esperienza
integrale è purtroppo costellata. La consapevolezza che anche la filosofia non
possa dichiararsi storicamente innocente, non cancella ma spinge a ritrovare
sempre di nuovo la vocazione più profonda di quest’originale forma di esercizio
spirituale: una ricerca appassionata del bene e della verità, capace di
resistere alla suggestione del possesso compiuto e di mantenersi in quella
apertura alla possibilità dell’errore che è presidio di autentica libertà per
sé e per gli altri». Altre opere: “Il gioco della scienza” (Massari);
“Metafisica non scienza” (Massari); “Abitare un mondo comune: follia e
metafisica nel pensiero di Kant (Introduzione al Saggio sulle malattie
dell’anima di I.Kant” (Massari); “Utopia e ragione come luoghi del incontro
dell’ego ed il tu”, in Le ragioni della
speranza” (La Piccola Editrice); “L’assoluto e il relative” (Il Prato); “Musonio”
(Annulli Editori); Freud. Un filosofo dietro al divano, Annulli Editori, Riverberi Di Tuscia e d’altro, Annulli
Editori); “La farfalla dell’anima e la libertà, Armando Editore. ETRUSCO
MUSE® CHIUSINO DAI SUOI POSSESSORI PUBBLICATO CON
AGGIUNTA DI ALCUNI RAGIONAMENTI DEL DOMENICO VALERIANI E CON
BREVI ESPOSIZIONI DEL CAV. ai© smagata POLIGRAFIA
FIESOLANA A SUA ECCELLENZA IL SIG. MARCHESE ANGELO CHIGI
LUOGOTENENTE GENERALE E GOVERNATORE DELLA CITTA’ E STATO DI
SIENA CAVALIERE DELLA LEGION D’ ONORE DI FRANCIA CONSIGLIERE INTIMO
ATTUALE DI STATO, FINANZE E GUERRA CIAMBELLANO DI S. A. IMP. E
REALE IL GRANDUCA DI TOSCANA PRESIDENTE DELL’ ACCADEMIA DEI
FISIOCRITICI E DELLA DEPUTAZIONE DEL PIO DEPOSITO DI MENDICITÀ’ CHE
LO SPLENDORE DELLA FAMIGLIA NOBILISSIMA DA CUI DISCENDE CON
TANTE EGREGIE DOTI SOSTIENE ED ACCRESCE E DELLE ARTI LIBERALI
CULTORE E FAUTORE CALDISSIMO SI MOSTRA QUESTA RACCOLTA DI ETRUSCHI
MONUMENTI CHIUSINI CANDIDAMENTE E CON GIOIA 0. D. C. GLI
EDITORI P. B. C. C. F. S. C. A. M. P. F.
D. ri si trova itna mirabile abbondanza di marmi finissimi
con¬ sistenti in colonne antiche di granito nero e dell’ Elba e
d’Egitto, di granito rosso del più compatto, di cipollino orientale, e
d’altri marmi duri e fin anche di breccia d’ E- gitto, di che va ricca ed
ornata la cattedrale, ove son po¬ ste in uso con antichissimi capitelli
di gusto squisito. Anche sparsamente per la città s’incontrano in copia
marmi duri o eretti in usi decorativi o depositati a parte e non
ancora posti in opera. Non mancano monumenti di romana scultu¬ ra
di raro pregio in basso e tondo rilievo, tra i quali splen¬ de un
sarcofago colla caccia di Meleagro, ed una assai bella testa di Augusto
nel palazzo episcopale, e nelle case P aolozzi. Le antiche iscrizioni
lapidarie son pur frequenti per la città sparsamente. E poi sorprendente
il numero dei sotterranei che s’incontrano sotto le fabbriche del paese,
e sono per ordinario eseguiti di ben connesse pietre quadra¬ te
assai grandi. Rieca è pure la città di avanzi di fabbri¬ che antiche romane,
parte delle quali si giudicano bagni. Ed in vero non sembra che di tali
pubblici comodi mancar do¬ vesse un paese, ove si trovano s or genti ab b
ondantis s im e di acqua potabile, e delle quali non ha guari e stata
fatta bel¬ la scoperta dal nobile sig. Flavio Paolozzi, in alcuni
spa¬ ziosissimi sotterranei, da luì aperti, ove non ancora si è
osato avanzarsi attesa la co nfu sione dei loro sentieri nu¬ merosi e
feraci di sorgenti, che per via di canali antichi di piombo
somministravano per quanto apparisce, acque ab¬ bondanti e perenni all'
antica città. Ma ciò che maggiormente sprona la curiosità degli
eru¬ diti è il visitare nel territorio di Chiusi gli etruschi se¬
polcreti, dove fu trovato quanto di più mirabile conserviamo nei nostri
musei, mentre non senza una qualche almen lon¬ tana emulazione col
famigerato sepolcro di Porsenna eretto un tempo in questa nostra patria,
presero i suoi citladini etruschi l'esempio di rendere le lor tombe in
vario modo as- J-Ja dovìzia dì antichi monumenti d’arte nell'
etrusco cit¬ tà di Chiusi nostra patria, non ha guari trovati, e nei
nostri musei custoditi, ci ha fatto sospettare che saremmo giusta¬
mente ripresi, qualora tal dovizia si tenessè fra noi mede¬ simi inosservata
ed inutile all’ incremento della scienza ar¬ cheologica. A ciò credemmo
sufficiente riparo di offrir li¬ bero accesso a chi volesse que’
monumenti osservar con a- gio nelle nostre private collezioni. Ma
riflettendo poi che la più gran parte degli eruditi, cui non è dato il
potersi reca¬ re personalmente a Chiusi, restavan privi del bene di
co¬ noscere questo ramo speciale di etruschi monumenti: cosi a
sodisfare anche questa numerosissima classe di eruditi, non crediamo che
trovar si potesse miglior divisamento di quello da noi già compito, di
far disegnare con fedeltà mas¬ sima i monumenti più ini ere s santi, che
possediamo, e quin¬ di a nostre spese farli incidere in rame in dugento
sedici tavole distribuiti , raccomandandone l'edizione al cavalier
Francesco Inghirami. A tale nostro invito egli non solo ha cortesemente
aderito c oli’ ine arie ar s ene per nostro conto, ma si è compiaciuto
inoltre di venir più volte da Firenze a Chiusi per confrontare i disegni
coi monumenti originali ,• e ci ha fatto inoltre il dono da noi gradito
delle brevi in- terpetrazioni che abbiamo apposte a ciascun monumento ,•
al che abbiamo aggiunto anche alcuni ragionamenti, donatici
dall’egregio sig. prof. Valeriani nostro concittadino. Chi ha per
le mani l’ opera che ora pubblichiamo, non creda già di conoscere, p e'
suoi rami, tutti i monumenti an¬ tichi di Chiusi, mentre n’ è assai più
dovizioso il paese. Qui ì ti dì quei di Tarqui ni a, fo rse perchè
ne fu inventore un di-' verso architetto• Nell’annoverar che
facciamo de monumenti antichi più insi¬ gni di nostra patria, non è da
pretermettersi che in vicinan¬ za della città rèsta sotto una collina di
tufo breccioso verso l Oriente un cimitero antico di cristiani, eh’è
noto sotto la denominazione di Catacombe di s. Mus tio la Vergine e
Martire, inclita patrona della città e della diocesi- Questi sotterranei
non solo servivano alla sepoltura de’ cristiani, e in specialità dei martiri,
ma nel giorno di festa e nel natalizio dei Santi vi si raccoglievano per
celebrarvi i divini misteri, ivi oravano, ivi stavano refugiati nel
mag¬ gior impeto della persecuzione, a scansar la rabbia dei tiranni,
come descrive un nostro concittadino che di tali sot¬ terranei h a
ragiona to eruditissimamente, L'abbondanza delle cristiane iscrizioni che
spettano a questorispettabile sot¬ terraneo, notante dal prelodato
relatore, lo rendono anche più degno dell'attenzione d'ogni erudito. Il
libretto che a memoria di ciò egli ha scritto con somma eleganza e dot¬
trina, dove si trova incisa inclusive la piant a dell 1 2 ampio
sotterraneo, oltre le iscrizioni ivi adunate e illustrate ',e l’altro
libretto di non inferior merito, scritto da vari eru¬ diti, circa il già
nominato monumento sepolcrale del Pog- gio al-moro 1 , forma insieme
colla presente opera l’ informa¬ zione di quanto crediamo ess er su
ffidente ad erudire i cul¬ tori dell' archeologia circa le antichità
osservabili di Chiu¬ si nostra patria. 1 Pastumi, Relazione
di un antico cimitero di cristiani, in vicinanza della città di Chiusi con le
iscri¬ zioni ivi trovate. Montepulciano 1 833 - 2
Sepolcro Etrusco Chiusino illustrato nelle sue epigrafi dal Prof. Gio. Batt.
Vermigliolì, con l’aggiunta di una memoria del sig. Giuseppe del
Rosso sulla parte architettonica dello stesso monumento ed una lettera
del sig. Dolt. Francesco Orioli. Sta anche negli opuscoli del Vermigliolì ec.,
Perugia sai magnifiche e ricche d' oggetti d'arte. Si è reso celebre fra
gli altri l ipogeo situato in un possesso della g ra ridu¬ cale fattoria
di Dolciano, il quale conserva in se stesso un antico modello rarissimo
di fabbrica etrusco, perchè a dif¬ ferenza degli altri scavati nel tufo,
questo vedesi edificato di travertini tagliati regolarmente, e situati
senza cemen¬ to m volta arcuata di tutto sesto, e da varie urne
cinerarie occupato, le quali hanno in fronte sculture vaghissime ed
epigrafi etru s che, dalle quali resulta essere stato questo se¬ polcro a
più famiglie comune. Altri non meno importanti ipogei scavati nel
tufo si os¬ servano in varie pendici del monticello, sul quale era ed
è tuttora la nostra città. In alcuni di essi, con animo di so¬
disfare Valtrui erudita e commendevole curiosità, i proprie¬ tari lasciarono
in parte i monumenti meri facilmente amovi¬ bili, acciò sia noto come e
con quali riti vi fossero deposi¬ tati fin da quando ve li posero gli
Etruschi. Fra questi ipogei, mediante le nostre indagini fin ora
sco¬ perti, due soli noi trovammo scavati regolarmente nel vivo
tufo m guisa di camere e dipinti : l’uno aperto nel maggio del 1827 in un
podere chiamato P o gg io-al-moro , l altro in alt ro podere detto il C olle ,
le cui pit¬ ture son riportate in quest’ opera. Pare che lo stesso
pittore li dipingesse ambedue, ma l’ ultimo aperto si conserva
assai meglio, forse perchè l’adiacente suolo è men’ umido . I sog¬
getti quivi dipinti son pure i me des imi in amb edue gl’ ip 0 gei ; nòdi
{feriscono granfatto, si nello stile, si. nel metodo del dipinto, e sì
nel s og g ett o iv i Ir att ato dalle pitture dellegrottecornetane, che
si altamente sono state encomiate . E probabile che in questi due
sotterranei dipinti vi fossero depositati oggetti di prezzo
ragguardevole, e perciò dagli stessi antichi deru¬ bati, perchè non vi è
stato trovato quasi nulla, specialmente in quél sepolcro che l’ultimo è
stato scoperto. È poi sin¬ golare, come i soffitti intagliati nel tufo
sieno più elegan- lei il loro cognome anche gli altri re etruschi,
cosi esprimendosi quel dotto ed ingegnoso poeta . Nomina
videbis, modo namque Petulcius idem, Et modo sacrifico Clusius ore
vocor. Questa già potentissima città, che fu detta Camars nella
lingua dei nostri padri, ( il qual vocabolo però significa lo stesso che
il più moderno Clusium, imperocché le dué voci ca, e mar, o mars, che lo
compongono, vengono interpe- trate, chiuso dalle paludi ); Che la
nominarono pure Chiamarle, e Camarsoli , Tito Livio, Eutropio , ed
Antonio Sabellico, diede luogo a molte dispute fra gli eruditi per determinare
se annoverar si dovesse fra le dodici antiche città etruschs, capi di
origine-, ma le ragioni addotte in contrario non montano a nul¬ la di
fronte all’ unanime consentimento di tutti i più accreditati scrittori
antichi, e moderni, che lo affermano. Ed lo sorto persuaso che non
manchino autorità bastanti a provare, che non solo ella fu una delle
dodici città capi d’ origine, delle quali era composta la famosa, ed
antichissima confederazione etnisca re¬ sidente a Fiesole, che risale per
autorità di molti gravissimi scrittori, a 2o5o. an¬ ni circa prima dell
era volgare, ma che avesse puranco l’ onore di tener lunga stagione lo
scettro sii tutta l’Etruria, come lo afferma il dottissimo Dempstero, che
sostiene avervelo ella tenuto per 5qo anni di seguito- Di fatti
anche Virgilio, parlando di Chiusi -, nomina un suo re chiamato Osi- nio,
la cui età è molto antica, essendo quello stesso che trovassi impegnalo
nel¬ le guerre eli ebbe a sostenere il Frigio Enea in Italia, contro
Turno, ed i Ru¬ llili , prima di stabilire i suoi penati in questa bella,
e da tutte le straniere na¬ zioni ambita penisola. Ma anche molto avanti
che quel Troiano quà navigasse, aveva avuti Chiusi i suoi regnanti,
poiché si annovera Osinio trentesimo sesto * dei regi Etruschi. Ciò che
basta a togliere l’onore della fondazione di tal città, a Tirreno, a
Telemaco, e a Clusio . Che poi continuasse Chiusi a fiorire in
potenza, ed in ricchezze, ed anzi Salisse ognora a maggior altezza nell'
una e nelle altre, dai tempi troiani fino a quelli in cui fu scacciato
dal trono Tarquinio Superbo, ne fanno chiara fede gli storici, ed. i
poèti. Imperocché Tito Livio nel secondo libro della prima deca, narra
che i Tarquinii espulsi da Roma, eransi rifugiati presso Larte Porsena re
di Chiusi. Ed aggiunge lo stesso storico, al luogo citato, che giudicando quel
va¬ loroso monarca nobilissima impresa per lui l’ includere quella
metropoli nei suoi domimi, mosse a quella volta con poderoso esercito
grandemente inanimito con¬ tro i Romani, ed avendo posto il campo sul
Gianicolo, cinse la città et asse¬ dio, e tanta costernazione vi sparse,
che mai prima d’ allora sì gran terrore aveva invaso il senato, ed il
popolo romano . Cotanto formidabili erano in quel tempo le genti
chiusine, e sì grande e temuto suonava per le terre italiche il nome di
Porsena . DELL’ ANTICA CITTA DI CHIUSI li impresa malagevole assai
quella di rintracciare le origini delle antichissime città italiche, i
cui fondatori si perdono, per lo più, nel buio delle età favolose . E
quanto furono esse più cospicue, e più potenti, per valor d'armi, e per senno
dei loro abitanti, per sapienza, e per arti belle, tanto cresce la
difficoltà di poterne rinvenire con sicurezza , e fissare i cominciamenti
• Avvegnaché i poeti singolar¬ mente, seguiti poi dagli storici ancora,
assumendosi l' incarico di celebrarne i pregi, e cantarne le lodi, pare
che siansi fatto uno studio esclusivo di nasconderci il vero. Questa
sorte pertanto è comune con molte altre anche alla nostra famo¬ sa
Chiusi. Tuttavia, benché io non dissimuli a me stesso, che ben
aspro e certamente il cammino, in che sono entrato , e tale forse ancora
da non trarmene fuori senza pericolo di smarrirmi tra vìa -, pure non so astenermi,
spintovi da quel caldo amor patrio, che mai non tace negli animi bennati,
dallo scrivere alcuna cosa intorno alla città di Chiusi . E tanto più
volentieri lo faccio, m quanto che pubblicandosi un'Opera ove non sono
raccolti che antichi monumenti chiusini , non giudico disdicevole che vi
si legga, cosa fosse nei vetusti tempi quella si splendida, e si rinomata
città. Lasciando pertanto da parte , come, e quando cominciasse
ella ad esistere, se Tirreno, o Telemaco ne ponesse le fondamenta, come pretesero
alcuni scrittori, o sivvero Classo re degli Etruschi, che si vuole da
altri che fosse figlio di un secondo Tirreno, e se ne riguarda come il
fondatore esso pure, ( ed io lo direi meglio arnpliatore, e ristauralore
della medesima, benché s’ ignori in qual secolo ciò avvenisse ) , egli è
fuor d' ogni dubbio che questa città risale ad una remotissima origine .
Lochè peraltro discoprire volendo, e stabilir con cer¬ tezza, sarebbe lo
stesso che mettersi a navigare in un mar senza sponde. Per lo che,
scenderò ad epoche meno lontane, e più certe, quando già la città di
Chiusi teneva ampio dominio sull' antica Etruria. Mentre pare da un
distico che si legge nel primo libro dei Fasti d Ovidio, che prendessero
da Elr. Mas. Chius. zo coll' uccisione del Console Lucio Cevìlio , e di 3
ooo soldati, furono dalla valida l'esistenza dei Chiusini obbligati ad
abbandonarne l'impresa, e spingersi a sciogliere il freno ai loro furori
contro Roma. Lo che narrasi da Lucio Floro nel primo libro della storia
romana , e possono consultarsi ancora su questo pro¬ posito, Diodoro
Siculo, e Polibio. Ne fa pure un cenno Plutarco nella vita di Numa
Pompilio, e ne parla più a lungo in quella di Camillo . Anche la
risposta , che lo storico di Cheronea fa pronunziare con barbara
confidenza da Brenna condottiero dei Galli, agli ambasciatori romani, che
s'erano a lui recati per chiedergli ragione a nome del Senato, del suo
procedere verso i Chiusini, infestandone i possessi, disertando i campi,
e minacciando la città, ne fa viepiù chiara testimonianza intorno alla
celebrità, ed opulenza della me¬ desima, essendosi cosi espresso quél
fiero conquistatore. Ci fanno manifesta in¬ giuria i Chiusini, come
coloro che ambiscono di possedere una estensione di compagne, molto
maggiore di quella che possono coltivare, e superbamente ri¬ cusano di
concederne una porzione a noi forestieri , che siamo in gran nume¬ ro , e
poveri. Circa la fertilità poi dell’ agro chiusino, leggasi Plinio
libro 18°. capo 7 °, ove ne loda il frumento, cosi per la qualità sua,
come per la quantità che ne produceva. E Marziale erasi prima di lui nell
ottavo epigramma del i 3 .° libro espresso in tal guisa « Imbue plebejas
clusinis pultibus ollas jj. Moltissime altre autorità di antichi
scrittori avrei potuto raccogliere , onde mettere in più chiara luce, ed
evidenza, la grandezza, e V opulenza della città di Chiusi iti
remotissimi tempi, la potenza dei suoi re, il valoroso coraggio, e
l'operosa industria dei Suoi abitanti, t libertà del suo territorio, e lo
splen¬ dore che la rese tanto famosa per lunga serie di secoli ,• ma
stimo che bastino le già riferite, ed i pochi cenni che ne ho dati, per
farne concepire, a, chi vorrà leggere questo ragionamento, una giusta, e
non umile idèa. Nè poteva d’altronde dilungarmici gran fatto, attesa V
indole di quest' Opera, e la bre¬ vità della periferia , cui ho dovuto
perciò ristringermi nel comporlo. Mi contenterò dunque di
aggiungere, che venendo puranco ad epoche a noi più vicine, dopo lo smembramento
dell impero romano per opera dei Longobardi, ebbe Chiusi, benché decaduta
immensamente dall’ antico suo lustro, il titolo di Ducalo; leggendosi
presso Anastasio bibliotecario in s. Zaccaria, che Liutprando mandò ad
ossequiarlo il suo nipote Agiprando, 0 come leggesi in altro codice
Adelprando, duca di Chiusi. Il qual fatto viene riferito egualmente dall’
autore dell’ Etruria Regale. Ed anche giunta la citta di Chiusi all
estrema sua umiliazione, rimase ogno¬ ra città vescovile, come lo è tuttavia,
e fregiata di assai privilegi . E si legge in un manoscritto che tratta
di cose etnische, e conservasi nella libreria Rondoni JlcJlklh che circa
l'anno 676 di nostra salute n' era vescovo un tal Teodosio. Ricavasi pc-i
dal decreto di Gregorio, cap. 9.° delle costituzioni, che l' anno 3
II qual fatto confermano, oltre Polibio, Dionisio d’ Allea mas so , ed
altri Storici, anche sant’ Agostino nella sua Città di Dio , Sidonio
Apollinare, Chili- diano, Orazio Fiacco, Marziale, Tzétze , e molti
altri. Nè parrà strana una si gran potenza dei chiusini, ed una
tanta opulenza , a chiunque facciasi a riflettere ai magnifici e sontuosi
edifizi, dei quali Chiusi adornavasi. E basterà riferire a questo
proposito la descrizione del labennto fattovi costruire dallo stesso Porsena,
perchè gli servisse di sepolcro, e che si legge in Plinio al capo decimo
terzo del libro trentesimo sesto , ove riporta, co/n’ ei dice, le parole
stesse di Marco V àrrone . Fu sepolto , scrive egli, questo
monarca, sotto la città di Chiosi ove erasi fatta inalzare una tomba di
larghe pietre quadrate, e compresa da quattro lati, o muri, ciascuno dei
quali estendevasi per trecento piedi in lunghezza , aven¬ done cinquanta
di altezza. Nell’ area interna di nove mila piedi, raggravasi un inestricabile
laberinlo, nel quale chi si fosse introdotto senza un gomitolo di filo,
non avrebbe potuto ritrovare la strada onde uscirne. Ergevansi poi sopra
il vasto quadrato cinque piramidi, quattro negli angoli , ed una nel
mezzo, larghe alla base, ciascuna setlantacinque piedi, ed alte
centocinquanta. Slava nella cima dì ognuna di esse un grosso globo di
bronzo, sovrappostovi un petaso, dal quale scendevano varie catene, cui
vedevansi sospesi dei campanelli mobili, e sonanti quand’ erano agitati
dal vento, come raccontasi pure del tempio di Do- dona. Sulla cima delle
grandi piramidi ne sorgevano altre quattro alte cento piedi', sopra le
quali era praticato un piano, ed in esso pure si alzavano altre cinque
maggiori piramidi, che secondo gli annali degli Etruschi veduti da f ar¬
ro nc, erano tanto alte, quanto il rimanente dell’ edifizio . Ora
domando io : a qual potenza, ed a quanta ricchezza doveva esser sa¬ lita
la città di Chiusi, onde concepir potesse un suore , e condurre ad effetto
la superba idea di fare erigere una fabbrica di questa sorte, per
servirsene* di sepoltura , quando ancora si voglia credere esagerato un
tal racconto ! E veramente, o esagerazione, o stranezza vi è certo, nella
surriferita descrizione, giacché è più agevole il disegnare quelle
piramidi sulla carta, come saviamen¬ te riflette anche il Pignotti, che
il trovar la maniera di farle stare in piedi. Tuttavia però ,
benché debbasi ridurre la cosa a più ristretti, e più giu¬ sti limiti',
conviene non pertanto ammettere, che la tomba di Porsena fosse una
fabbrica sorprendentissima, e tale da superare di gran lunga quanto di
più grandioso fece ammirare V umana vanità nei trascorsi tempi, o si
ammira pu¬ re nei nostri, presso le altre nazioni, se non per altro per
la singolarità della sua costruzione, e per la gigantesca sua mole-,
poiché tal cose possono ingran¬ dirsi bensì dai narratori di esse, ma
inventarsi non mai. Nè meno splendida è da credere che fosse la
nostra città, nè inferiore la sua potenza 284 anni più tardi, quando
scesero in Italia i Galli Senonio Avvegna ché avendola quei barbari cinta d’
assedio, dopo aver battuti i Romani ad Arez- 5 iig8, il
pontefice Innocenzo III scrisse al vescovo di Chiusi, benché se ne taccia
il nome nel luogo donde ho tratta questa notizia. E finalmente
narrano, il Surio tomo l\ , e 1 ‘ Usuando nel Martirologio, che il dì 3
di luglio, imperando Aureliano, vi conseguirono la palma del martirio i
santi Mustiola cugina dell' imperator Claudio ed Ireneo diacono, i cui corpi
so¬ no esposti alla venerazione dei fedeli nella stessa città. Non
solamente gli antichi monarchi , ed i grandi Chiusini avevano le loro
tombe gen¬ tilizie ; ma le private famiglie eziandio , e queste più
c meno grandiose, a seconda del¬ la propria condizione e ricchezza, come
ne fan fede tutti quegl ’ ipogei, che sortosi in buon numero
dissepolti finora . E non di¬ spiacerà , cred ’ io , agli amatori delle
cose etrusche , il sapere in qual modo discopronsi cotali
sepolcreti . Nei trascorsi tempi era stato il solo caso l'au¬
tore di simili ritrovamenti , poiché ì conta¬ dini arando la terra si
abbattevano di tempo in tempo in alcuno di essi, senza cercarne. Ma
da varii anni a questa parte , la cosa ha cangiato d 3 aspetto e si è
determinata la maniera di rinvenirli a colpo sicuro , ed eccone il
metodo . Avendo osservato alcuni signori Chiusini, come , e dove
erano situati gl ipogei discoperti dal caso, pensarono di fare dei
tentativi, sag¬ giando il terreno , per discoprirne degli al¬ tri
espressamente cercandoli , ove se ne ri¬ scontrasse del sovraimpostoj ed
i primi saggi \ per essi sperimentati, sortirono un felicissimo
effetto . Questi diedero loro animo a procedere ai secon¬ di
, e quelli ai terzi , e così ad altri di ma¬ no in mano . Di modo che nel
corso di pochi anni se ne scoprirono in tal quantità , che alcuni
dei sullodati signori , come fra gli altri, Casuccini, e Sozzi,
arricchirono , o formarono di pianta, ragguardevoli collez- zioni ,
di urne funebri , vasi , specchi mistici, idoli , sitale , scarabei, ed
altre interessan¬ tissime anticaglie. Le quali collezioni si vanno
pure di giorno in giorno aumentan¬ do , mediante i nuovi scavi che si
continua¬ no sempre a fare con caldissimo amore di patria ,
e senza risparmio di spese. La qual cosa, se e lodevole in un governo, lo
è mol¬ to più nella condizione privata . Che al nascimento
del cristianesimo, ed al tem¬ po della propagazione di esso , fosse
Chiu¬ si tuttavia una rispettabile città , e fra le prime ad
abbracciare la fede evangelica, si deduca ancora da quanto sono per dire
. Nelle catacombe che si trovano situate alla distanza di
circa un mezzo miglio dalla cit¬ tà medesima , e delle quali fanno
menzione, V Ughelli , il Boldetti , ed altri, essendosi di recente
intraprese delle escavazioni , che si vanno proseguendo con ardore, sono
stale riaperte molte strade, ove si è rinvenuto un numero
considerevolissimo di sepolcri murati a più ordini , che saranno ben
presto for¬ malmente aperti. Nei quali, se per mancan¬ za di
autentiche non si potrà asserire con sicurezza che vi siano siati sepolti
corpi di Santi Martiri , non può dubitarsi però che abbiano servito
di tomba ad individui della primitiva cristianità . In alcuni
di essi trovati discoperti si è osser¬ vato essere state deposle in
ciascuno le ossa d{ due o tre individui : lo che mostra ad evidenza
che fosse grande in quei tempi il nu¬ mero dei cristiani in Chiusi ,
venendo ciò infermato dall ’ essersi colà diretti dalla stessa
Roma, diversi seguaci della nuova re¬ ligione , fra i quali la
surriferita Vergine Mustiola, e dall 3 avervi spedito l* imperatol
e Aureliano un suo Prefetto per nome Par¬ do A promano, affine di
perseguitarvi i Cri¬ stiani -, e non pochi di essi vi subirono il
martino , come t due santi nominati qui sopra le anime goduto dopo
ch’elleno son separate dal corpo. Furon varie presso gli antichi le
maniere di figurare un simile godimento, e noi vediamo frequentemente
nelle pitture dei vasi fittili, e ne’bassirilievi alcune imbandite mense,
i cui commensali starinosi lautamente bevendo a! suono di piacevoli
strumenti, poiché prevaleva presso di loro la massima che il premio
concesso alle anime beatificate era il godimento di una eterna
ubriachezza. Al pari dissoluta sembra l’altra massima degli Etruschi i
quali fanno consistere tal beatitudine nel libero consorzio di ogni
senso, per cui si vedono replicatissime pitture nei vasi etruschi d’un
satiro ed una menade, ai qual soggetto si dà nome di baccanale. Men
dissoluta è 1’ im¬ magine del Chiusino scultore antico di quest’ara, ove
al suono di variati stru¬ menti ci rappresenta una mimica danza,
replicato soggetto nelle sculture più an¬ tiche di Chiusi a . Il rilievo
di questa è bassissimo, al pari dell’antecedente, e il disegno è
parimente un terzo del suo originale. JSum. j. Tra le molte immaginette
in bronzo che trovaronsi nelle terre degli Etruschi rappresentative della
Speranza se ne incontrano alcune alate come la pre¬ sente. Le ragioni che
mossero questi popoli ad ammettere le ali alla Speranza, son da me
dichiarate nello spiegare i Monumenti etruschi, non meno che il si-'
gnificato della veste che tiene scostata dal fianco K Qui soltanto ripeterò
breve¬ mente, che gli Etruschi hanno spesso confuso la Speranza colla
Nemesi, dando all’ una ed all’ altra le ali Ma la Speranza, a differenza
di Nemesi, contrae la veste per aver più spedito il passo, onde mostrare
con quanta ansietà 1’ attende chi spera 5 . La mano elevata suole averè
altresì qualche simbolo o significato, ma di questa nulla diremo per
esser guasta; e solo avvertiremo esser questo disegno uguale in grandezza
al suo originale. JSum. 2 . Lo scarabeo rappresentato in questo
num. 2 , ha una figura scolpita rozzamente al segno da mostrare una sola
gamba, sebben sia nuda in tutto il corpo. Il petto è delineato in guisa
che addita esser donna,- e qualora interpetrar si volesse quel che tiene
in mano, direbbesi non impropriamente un pomo gra¬ nato, sicché il combinare
con tutto ciò l’atto di stare assisa ci potrebbe far cre¬ der che fosse
Euridice o Proserpina, entrambe dimoranti all’ inferno, dove figu¬ rasi
assiso chi vi è destinato, per mostrar cred’ io la stanchezza di quella
dimora. Così Teseo condannato all’ inferno fu non solo così rappresentato
dagli Etruschi 6 , 1 Ivi, ser. i, 4i2. 5 Ivi, Ragionamento ìv , p.
17 5 , sq., e cap. u, 2 Micali, Monuments ant. pour l’ouvrage
inlilulé p- 110. sq. l'Italie av. la dommation des Romains, pi. xvih,
6 Lanzi, Saggio di lingua etrusca, tom 11, tav. Vili, 3 Monum.
Etruschi; ser. nij p. 202, sq. n. 2, p. lai» 4 Ivi, p. ao 5
ETRUSCO 2D2IL2.1 S&TftiL2 Non vi è soggetto che
abbia tanto occupato il genio degli artefici scultori nei monumenti
ferali, quanto i Dioscuri. Noi vediatno soventi volte nei cassoni
mortuali i simulacri di quei due giovani allegorici, posti
simmetricamente alle due estremità delle cotriposizioni , senza che
abbiano colle composizioni medesime nessuna connessione storica o
favolosa ivi posti manifestamente non solo per ornamento, ma per
allusione speciale al passaggio dalla vita alla morte, e nuovamente dalla
morte alla vita’, come dicevasi dai Gentili che i Dio¬ scuri ebbero da
Giove il vicendevole dono della immortalità 3 . Or poiché il pre¬ sente
bassorilievo è in un’ara di quattro facce, ove da ognuna di esse ripetesi
a guisa d’ornato il soggetto medesimo di due giovani equestri, e poiché
questo monu¬ mento è stato ritrovato in una tomba sepolcrale, così non
credo erronea 1’ in- terpetrazione ch'io dò a tal soggetto dei due
Dioscuri, ripetuti simmetricamente per ogni faccia dell’ara. Il rilievo
della scultura è bassissimo, eseguito in pietra tofacea, la quale si
lavora con molta facilità per esser fragile. Il disegno è un terzo dell’
originale. È frequentissimo al pari dell’antecedente soggetto quello che
l’osservatore trova in queste 4 Tavole distribuito, non altro ivi
raffigurandosi che il gaudio mistico dal- i B. rii. del Mus.
Borgia riportato dal Millin , Galler. Mythologique Pian, lxxx, n. 53o.
Co¬ ri , Inscript. Antiq. in Etruriae urbi bus ex- iati., Pars ni,
Tab. x. et xGxrti, 2 Inghirami, Monumenti Etruschi, r
nuovo negli oggetti ferali l’augurio di prosperità che i vivi facevano ai
morti, nella fiducia che godessero una vita migliore *. L’ altezza di
questo vaso è un terzo dell’ originale. tavola IX.
Ecco un saggio dei tanti vasi di bronzo che si trovano a Chiusi. La
grandez¬ za del disegno è pari a quella del suo originale , ed ha ornamenti
siffatti, che non disdirebbero ad un’opera di fusoria dei migliori tempi
dell arte; specialmente se consideriamo quel manubrio a cui si
leggiadramente vien data la forma d un giovine in atto di riposo. Un
altro genere d’ utensili tutto diverso dai fin qui esposti, occupa la Tav.
X, ove pure è diverso in tutto lo stile del disegno che ne traccia la
rappresen¬ tanza; talché sarei per dire che altri fossero gli artefici e
la scuola di scultura, altra quella di plastica, altra quella di fusoria,
altra quella gliptica, altra quella di grafito in Chiusi, e che tutte
separatamente si vedono in queste dieci tavo¬ le. Nel presente disco
manubriato di bronzo rappresentansi fuoi d ogni ub io i Dioscuri:
soggetto ripetutissimo in simili oggetti, che perciò diconsi spec chi
mistici; e su questi e su quelli ho scritto abbastanza, ragionando dei
Menu menti etruschi *. Uno dei giovani colla mano portata in alto accenna
il cielo, l’altro l’inferno col braccio al basso: attitudine che a
meraviglia esprime 1 al tei - ila loro posizione, come dicemmo spiegando
la tavola prima. Onde qui mi resta da notar brevemente, che questi
mistici utensili si trovano tra i cadaveri come un amuleto relativo al
transito delle anime da questa all’ altra vita. Una gran parte di figure
in bronzo quasi esattamente simili alla presente si trova in vari musei
d’ Etruria ; e poiché io ne vidi alcune che sostenevano un gran disco con
una incassatura al lembo di esso, così mi detti a credere che in an¬ tico
siano stati specchi di toelette, il cui disco lucido era probabilmente
incastra¬ to nella ghiera del disco di bronzo ade r ente alla anzidetta
figura, che gli servi¬ va di manico 3 , e della grandezza di questo
disegno, eh'è uguale al bronzo ar¬ chetipo. Non è dunque inverisimile che
essendo questo un vero specchio da toe¬ lette, sia quel manico dal quale
è retto, la figura di Veneie. 3 Ivi, tav. vii.
g ma descritto in simile attitudine anche da Virgilio *. La stessa
Euridice si vede rap¬ presentata all’inferno sedendo per terra, in atto
d’esser liberata da Orfeo * 11 pomo granato nelle mani delle persone
infernali è superstizione che usavasi anche tra gli Etruschi,
rappresentati nei coperchi delle loro urne cinerarie 3 . Ma in tanta
goffaggine chi decide? Num. 3. Lo scarabeo di questo num. sarà
spiegato con altro d'ugual soggetto. mrriensa varietà di forme che
s’incontra nei vasi sepolcrali, ve ne son 1 • j C | 6 ^ 6r °® n ' r ‘o
uar do meritano d'esser fatte conoscere coi rami per la H’ r t0 s ‘ n S°^
ar ‘ ta ; e per quanto non potremo in quest’opera dar 0 °. °o nuna di esse, pure non sapremmo
astenerci dal farne conoscere le più a™’- 3 ' H t0 r >r *. nc T a ^
menl:e riguardo alla utilità che queste nuove forme pos- caie a e aiti
meccaniche, ed al miglioramento degli utensili domestici. t . . Pj ente
,n questa VII tavola figurato è di terra cotta di color rosso, si-
rorrisn 3 m6nte sn P ra a ^ tr ' quattro vasetti insieme uniti al
disotto, ed ai quali • . . n on° quattio fori nel recipiente maggiore
praticati, onde potrebbero ntrodurvs. quattro diversi liquidi, come
si vede chiaramente nel disegno supe- rate " 6 ^ ° recc liette
c ^ e servono di manichi nel vaso di mezzo sono trafo- che ' C ° me
Se V1 fo8Se P assa t a una cordicella per appendere tutta la macchinetta,
per ques o aggiunto sembra essere stata di qualche uso. tavola
Vili. annoverare preSeiUe è da re P u tarsi antichissimo, qualora
non vogliasi mento eli occh' imi ^ tlV0 delIe antiche opere
plastiche. I profili con gran ’ g a Ì a pert.ss,m. ne. volti che vi
son modellati, e quei veli che hanno nera anche^nfll* *' mm< \
tnche Sono caratteristiche di grande antichità. La terra sa che tende al
ern ° 6 tenuta P er mater ia di antica manifattura. La forma stes-
Quegli animali m ° St ™ Ua 8:11810 non raffil)at ° dal progresso
dell’arte. Ses^r r^ neOrHanOllC0r P°’ C0Ì1 ’ 6SSer S6nZa °^ tt0
"1*^ indicano tav XII eiarrh' T ™ tUr ‘ A j ma del significato loro
dò cenno spiegando la mina in’ una « 6 ^ una leonessa o tigre che
sia, con la coda che ter- sta sull’ fi A r Pe ’ f ebbeS ‘ quest
animale riguardar per un mostro. Il gallo che , , ° e vaso e un au o ur
^° pel morto che fu cornane fra gli Etruschi e dei ,»], ho trattato anche
altrove i. Solo ,ui r.m.L.o " i Virgil. Aeneid., lib. vi, y.
6iy. l Monum. etruschi cit , «er. vi, l,v. C5, n. i. Etr. Mas.
Chiùs. Tom. I. 3 Ivi, ser. vi, lav. Ha, unni 4 Ivi,
ser. i, p. 3 I0 . P- I#?. SULLA LINGUA ETRUSCA O e
egli è vero, come nessuno può dubitarne, che le lingue sono molto più
antiche di tutti i monuménti delle nazioni, sarà vero del pari che lo studio
delle medesime, e particolarmente lo studio comparativo, possa
contribuire più di ogni altra cosa, a rintracciare con sicurezza le origini
dei popoli, le loro affiliazioni, ed i loro mescolamenti, non meno che le
divisioni, e successive riunioni di essi, e le varie peregrinazioni, cui
sono i medesimi andati soggetti nel corso dei tempi. Ed infatti, chi non
vede a primo colpo d'occhio, per esempio, osservando la gran somiglianza
che passa fra i primitivi vocaboli della lingua samscritica, con altret¬
tanti dell antica persiana, della greca, della teutonica, della illìrica, e
della la¬ tina, che tutte queste lingue, o debbono procedere in prima
origine da un medesimo, fonte od esservi stato in epoche da noi
lontanissime un mescolamento, o per emigra¬ zioni o per cagion di
commercio, di tutti quei popoli che le parlarono ? Oltre di che,
sarebbe veramente un voler andare a ritroso, pretendendo che possa
dipendere dalla semplice casualità un lavoro così metafisico, e così
profonda¬ mente pensato, quale è quello dei significamenti dati ai
vocaboli di antichissime lìngue, e che furono parlate da popoli tanto
lontani fra loro per geografica posi¬ zione e tanto differenti per
indole, per costumi, e per usi religiosi, e civili, piuttosto che
attribuirlo , o ad una sorgente comune, o ai mescolamenti dei varii popoli
in remotissime età, per qualunque cagione, ed in qualsivoglia maniera
siano questi avvenuti. Ciò premesso, e venendo a parlare più di proposito
dell’ etrusco, dirò liberamente che non giungono a persuadérmi nè punto
nè poco ì sistemi formati, e adottati finora dagli archeologi, intorno a
questo antichissimo, e presso che del tutto perduto idioma, benché io
professi una profondissima stima per ognuno di essi. E vaglia il vero,
benché il Cori, ilMajfei, il Guarnacci, il Dernpstero, gli accademici di
Cortona, ed il chiarissimo Abate Lanzi, abbiano fatto ogni loro sforzo
per diradare le tenebre nelle quali giaceva involta la nazione etrusca, e
piu ancora la sua lingua, e ci abbiano aperta colle opere loro una strada
onde poter fate nuovi passi, e nuove scoperte in questa interessantissima
parte della antiquaria, non possiamo tuttavia dissimulare, che le
oscurità non siano peranche grandissime, e singolarmente intorno alla
lingua, primo fondamento di tali studii, e unica face atta ad illuminare
le nostre archeologiche indagini, sulla origine, sulla remotissima
antichità, sui monumenti, e su qualunque vogliasi oggetto, nguar ante
questa nazione perduta. E benché ancora, dopo quei celebri nomi- Nell'
esporre questo pregevole vasetto di terra nera a quattro anse con coper¬
chio, mi fo pregio di riportare la notizia che annettono al disegno gli
zelantis¬ simi editori di quest’ opera del Museo etrusco chiusino. « Si
crede, essi dicono, che i vasi di questa terra non siali cotti, ma
solamente disseccati al sole, poiché infondendovi dell’acqua li
compenetra, e si disfanno. Cotal genere di vasi non si son trovati fin ora
che a Chiusi e nei suoi contorni ». Questa è la loro avvertenza. L’
animale che vi si vede espresso è chimerico a rammentare i mostri caotici
che precedettero l’ordine della natura. In dimostrar ciò non mi estendo,
perchè abbastanza scrissi altrove onde far conoscere la frequenza di
simili soggetti cosmo¬ gonici >, espressi dagli antichi nei monumenti
sepolcrali. Avverte chi ha fatto eseguire’questa tavola, che sotto al
vaso è copiato un ornato d’oro dalla parte anteriore, il doppio dell’
originale, e sotto è disegnata la parte posteriore di esso, della
grandezza del monumento, ed aggiunge che le due sfingi rappresentatevi
sondi un lavoro mirabilmente finito e minuto. ISCRIZIONI FUNEBRI
ETRUSCHE Quanto saviamente dichiarasi dal eh. pr. Valeriani nel
secondo suo dotto ra¬ gionamento che segue, mi dispensa dall’onere di
spiegare le iscrizioni fu¬ nebri che trovansi nei cinerari etruschi di
Chiusi, perche scritti in una lingua perduta. Tuttavia quel barlume che
le moderne indagini dei dotti sopra di essa ci fan vedere, sarà posto a
profitto dall' eruditissimo sig. prof. Vermigiioli il più meritamente
accreditato in simile materia, onde in fine di quest’opera trovisi qual¬
che notizia di queste iscrizioni funebri chiusine, che ove lo concede lo spazio
vi si distribuiscono, senz’ altro dirne per ora. \ V* : IHd-M
3 Pi -O J I- :ian 0qm v : Pi +i fì® 11 • A? 3 d-flq = i
anq V >/ di. yfìMRY/\ IV. 33 =3 Dliaq => --1 Mti™
V V - , Mooum. Eu.. set. , p. 585 , 5 9 3 , set. m. P . 346, 36»
>4 dì^ìosamcnte remota , dice il Pejleuttier
nella sua storia dei Celti, gli antichi popoli di questo nome, o i
Cello-Sciti, la cui lingua se non è primitiva in un senso assoluto,
10 è per lo meno relativamente a quasi tutte le lingue conosciute, sì
furono sparsi da una parte nell Asia occidentale, e dall altra nell
Europa, si estesero in quest ul¬ tima regione, gli uni al Settentrione, e
gli altri lungo il Danubio. La posterità di questi poi rimontando quel
fiume, pervenne in seguito alle sponde del Reno , le quali oltrepassò, e
riempi delle sue numerose popolazioni tutto l’ intervallo che si
estende dalle Alpi ai Pirenei, e ai due mari. Laonde ovunque la lingua dei
Cel¬ ti mescolandosi agl’ idiomi indigeni, formò delle combinazioni, ov’
ella dominò sen¬ sibilmente . Ed anche in quei contorni che aveva trovati
deserti, o dai quali aveva fatto scomparire gli abitanti, il celtico si
conservò nella sua purità originale. Alcuni secoli dopo la popolazione sempre
crescente di questi Celti, o Galli, li costrinse a passare i Pirenei, e
le Alpi. In Italia, dopo avere occupato da prima tutto il paese posto al
piede delle montagne, eglino si estesero di mano in mano, nel-
l'Insubria, nell’Umbria, nel paese dei Sabini, in quello degli Etruschi, degli
Osci, dei Sanniti, ed in tutto il resto della penisola al dì qua del
Garigliano. Nel medesimo tempo alcune colonie greche approdarono all’ estremità
orientale d’Italia, e vi formarono degli stabilimenti. Lasciami poi ben
presto le sponde del mare , e spingendosi sempre avanti, incontrarono
finalmente i Celti, che continuavano pure dal canto loro ad avanzarsi
ancor essi • Dopo alcune guerre, poiché questo è sempre 11 primo
caso dei due popoli che s incontrano j sì riunirono nell’ antico Lazio, e
non vi formarono più che una sola società, che prese il nome di popolo
lati¬ no. Allora le lingue delle due nazioni si mescolarono insieme, e si
combinarono con quelle dei primitivi abitanti. Nè bisogna dimenticarsi di
osservare che in quest' amalgama aveva il celtico un gran vantaggio
. Il Greco, che non era allora, o a grandissima distanza, la lingua
di Omero, di Platone, doveva dal canto suo il nascimento ad un miscuglio
di mercatanti fenìci, d’ avventurieri di Frigia , di Macedonia e d’
llliria, e dì quegli antichi Celto-Sciti, che mentre i loro compatriotti
si precipitarono in Europa, eransigettati sull' Asia occidentale, donde
erano discesi in seguilo fino al paese che fu poi la Grecia. Eravi dunque
del celtico alterato nel greco, che si combinava di nuovo col cel¬ tico.
Dalla qual moltiplice combinazione nacque la lingua latina, che rozza
nella origin sua. ripulita poi, e perfezionata col tempo, divenne in fine
la lìngua di Terenzio, di Cicerone, di Orazio, e di Virgilio. Ed è questa
medesima lingua latina, che dopo un si bel regno terminato con un sì
lungo e tristo tramonto, veniva ad amal¬ gamarsi ancora un’altra volta
col celtico : sorgente comune dei barbari dialetti dei Goti, dei
Lombardi, dei Franchi, e dei Germani, per divenire poco tempo do¬ po la
lingua di Dante, di Petrarca, e di Boccaccio. Per tali considerazioni, e
per* quelle già riferite in questo ragionamento, io credo che si debba
battere un cammino diverso da quello che si è battuto finora dagli
archeologi, nell’ investigazioni in¬ torno gli antichi Etruschi , ed al
loro linguaggio. E non già perdi’ io abbia la nati dì sopra, molta
gratitudine dobbiamo avere ai Signori, Vermiglìolì, Zan- noni, Mleali.
Orioli, Ciampi, e più particolarmente all’ infaticabile cav• In- giurami,
per i tentativi che tutti questi hanno fatto, onde aggiungere dal canto
loro nuovi lumi, affine di condurci vie più addentro nei penetrali delle
cose etrusche, non ci siamo non pertanto finquì partiti, quanto alla
lingua, dal punto dove era¬ vamo cinquanta, o sessanta anni, per non dire
quasi un secolo addietro. Nè qui sarebbe per avventura fuor di
proposito lo stabilirese la nazione etru¬ sco debbasi avere assolutamente
nel numero delle perdute, e nel caso affermativo determinare il come, e
il quando sia questo avvenuto, oppure considerare la dob¬ biamo come
trasfusa nella romana , o combinata con tutte quelle che invasero a piu
riprese V Italia. Ma siccome cotali ricerche mi farebbero deviar troppo
dallo scopo che mi sono prefisso in questo discorso, e mi trarrebbero
troppo in lungo, cosi le serbo ad altro tempo, e ad altro lavoro. E per
istringermipiù dappresso al mio soggetto, dovremo noi riguardare la
lingua etnisca, o come primigenia, e indi genia dell antica Etruna,o come
proveniente da altro più vetusto idioma italico-, o sivvero come un
composto di più dialetti stranieri, combinati coll’indigeno, quali sa¬
rebbero, il pelasgo, il lidio, il celtico, il greco antico, il traco-frigio, ed
altri, qua por¬ tati a diverse epoche dalle varie colonie che si venneroa
stabilire nelle nostre belle contrade. Riflettendo che tutti gli
archeologi, i quali procacciarono di rischiarare questa materia
oscurissima, hanno ben poco, o nulla concluso finora circa V i.n-
tell/genza dell antica favella dei nostri padri, e quelli che pretesero di
trarla dall’ Oriente senza alcun altro soccorso, e quelli che la vollero
derivare dai Greci e i fautori dell antico latino $ pare che ne inviti la
sana critica, e ne sproni il buon senso, a tentare un’ altra via, per
vedere se si giungesse finalmente a scio¬ gliere questo famoso nodo
gordiano. Ed io penso che giovandosi di quanto si può raccogliere di
antichissimo italico , donde procede in gran parte il vècchio latino, non
trascurando il greco , per le ragioni che svilupperò altrove, e ricorrendo
pure ai dialetti annoverati qui sopra , si possa con sicurezza avanzare
qualche passo, e forse ancora giungere a fissarne un compiuto alfabeto ,
e quindi a bén leggere, ed intendere, tutto quello che ci rimane di
etrusco. Imperocché, sia che abbia ve¬ ramente esistito una lingua
primitiva, della quale tutte le altre non siano che deriva¬ zioni, e
prodotti, o sia che le diverse popolazioni umane siensi fatta da
principio, ciascuna la sua lingua, e che per moltiplicate combinazioni, e
dopo una lunga serie di secoli, questi diversi idiomi particolari siano
venuti, per cosi dire, a fondersi in un idioma generale, che in seguito
poi siasi diviso, e suddiviso di nuovo, in lingue, e in dialetti diversi,
vi sono pochi argomenti più degni dell’ at¬ tenzione del filologo, e del
filosofo ad un tempo, di queste formazioni, di queste se¬ parazioni e di
queste riunioni dì linguaggi, che indicano le principali epoche della
formazione, della separazione, e della riunione dei popoli. L’
idioma Latino che disparve al nascere dell' Italiano, era stato in una
molto recondita antichità il prodotto di una simile rivoluzione. Quando
ad un' epoca prò- Porgiamo alla considerazione dello spettatore in questo
disegno la più grande ur¬ na in marmo che siasi fin ora trovata nei
moderni scavi di Chiusi, misurando in lunghezza circa 4 braccia. Ha nel
cornicione superiore una lunga iscrizione etni¬ sca, ma disgraziatamente
dipinta, e non conservata come desiderar si potrebbe per l'intelligenza
compita, quantunque da quel che resta comprendesi essere un aggregato di
nomi famigliari e nient'altro. Vi corrisponde la rappresentanza della
scultura, ove si vede la moglie che dal marito congedasi, o questo da
quella per girsene all’altra vita. Una Furia come addetta al ministero
delle anime ’, ab¬ bracciando la donna par che indichi esser lei la
defonta, e non 1’ uomo che il soggetto ivi appella. Infatti contiene il
coperchio dell’urna una donna, come vedremo. Termina la composizione con
altre due Furie, una delle quali è pronta a ricever l’anima alla porta
infernale per dove passavasi quindi agli Elisi a ; e le altre cinque
figure intermedie non altro significano a mio credere che parenti,e forse
an¬ che estinti antenati, de’quali siansi voluti rammentare i nomi nella
iscrizione. Forma questo bel monumento e rarissimo in Etruria uno dei
principali ornamenti del Mu¬ seo Casuccini di Chiusi. Ecco il coperchio
in marmo dell’ urna già osservata nella Tavola antecedente. Quivi e una donna
mutilata in parte, come esser sogliono le sculture sepolcrali visi¬ tate
dai primitivi cristiani, ed in quella occasione depredati quei loro sepolcri;
ma pure non sempre del tutto, e infatti si è trovato in Chiusi qualche
ornamento d’oro uguale alla collana che riccamente scende sul petto di
questa defonta, la quale è succinta , come esser sogliono le protome
delle donne. Ha in mano un pomo gra¬ nato, conforme davansi a chi si
portava all’ inferno. 3 . Quando si volesse dare una interpetrazione a
quest’oscuro soggetto in bassori¬ lievo, si potrebbe dire essere il
giovane Astianatte genuflesso sul larario, in atto di venire immolato al
furore di Pirro. Il monumento è un’urna di terra cotta non molto
conservata. 1 Monum. Etr., ser. i, p. 191, 229. a Ivi, p. 177,
»46. 3 Ivi, ser. 11, p. 229, a 3 o. stolta presunzione di
credermi più perspicace, e più istrutto di quei dottissimi, che si
affaticarono in clamo su questo istesso argomento-, ma solamente perchè
il tentar nuove strade in materia cotanto astrusa, è permesso a chi che
sia, partico¬ larmente quando tutte quelle tentate finora, non sono
opportune a condurci a buon porto . E perché è pur vero che non di rado
toccò in sorte ad uomini di mediocre ingegno e sapere, il discoprimento
di ciò che rimase lungamente occul¬ to alle più profonde, e costanti
ricerche di sapientissimi osservatori. Protesto peraltro ampiamente
d’esser pronto ad abbandonare la mia opinione su questo proposito, quando
i dotti me ne oppongano un’ altra più plausibile, e più idonea allo scopo
cui è diretta. Essendo io scevro affatto di ogni particolare affezione
per essa, ed alienissimo da qualunque spirito di sistema, nè altro cercando che
la ve¬ rità . Avvegna che, una delle cause positive, anzi la principale,
a mio credere, che abbia così ritardalo, ed impedito la scoperta del vero
in questa materia, è stato senza dubbio lo spirito di sistema, portatovi
da ciascuno di quegli archeologi, che vi eser¬ citarono con particolari
indagini il proprio ingegno, ostinandosi, e forzandosi per ogni maniera,
a derivare da un solo fonte la Unga etnisca. Idifatti, niente è più fu¬
nesto ai veri progressi delle scienze, nè più contrario al discoprimento della
verità, di quello che lo sia uno spirito sistematico. Imperocché tutto
allora si sconvolge, si contorce, si altera, anche senza avvedersene, per
trarlo comunque al proprio si¬ stema, adattarcelo, e farlo a diritto o a
torto, convenire con quello . Ma chi adopra in tal guisa, non và
altrimenti in cerca del vero, e si affatica soltanto a rinvenire ciò che
egli si è preventivamente immaginato di dover trovare. Cosi, tutti coloro i
quali pretesero di far venire gli Etruschi da una colonia di Cananei, o
di altri Orientali, crederono di vedere perfino la forma delle lettere
etnische, in quella delle ebraiche, e più specialmente delle cosi dette
sanimaritane, benché non ve ne fosse la minima idea. E t.enevansi tanto
più sicuri del fatto loro, in quanto che usarono i nostri an¬ tichi padri
condurre la loro scrittura da destra a sinistra , come gli Ebrei, i
Samma- rilani,ed altri popoli dell’Oriente.ISè mancarono di viepiù
confermarsi in tale opinio¬ ne, osservando alcune voci etrusche, simili,
o provenienti dai dialetti semitici-, quasi che fossero queste argomento
bastante a costituire la identità di origine dell' etru¬ sco con quelli,
e non sapessero tutti ifilologi, che s’incontrano delle voci simili di
suono, e di significato ancora, in quasi tutte le lingue conosciute, senza
poter giungere a provare per questa via, che l una derivi con sicurezza
dall' altra, e tutte da un fonte comune. Mentre sono tali somiglianze ,
ed analogìe, il prodotto di quei mescolamenti, dei quali ho parlato in
principio. E con tanta maggiore facilità debbono essersi mischiate, e
combinate non poche voci orientali all’ etrusche, per lo commercio
singolarmente dei Fenici coi nostri antenati, in epoche da noi remotissi¬
me, come altrove si è detto-, insegnandoci concordemente gli antichi
scrittori quanto in ciò valessero gli Etruschi, o Tirreni, e come
signoreggiassero i due mavì che circondano Italia, cui diedero perfino il
nome. si vede nel manico è il sole, come io spiegherò meglio in seguito,
e l'atto del¬ le mani e dei piedi che volgesi in alto, in basso e per
ogni senso, è simbolo della ge¬ nerale influenza dei suoi raggi, cbe si
spargono in giro Gli ornamenti a bassorilievo che circondano questo vaso
non hanno un signi¬ ficato diverso da quei che vedemmo alle Tavole Vili,
XII, XIII, e XIX, ed è perciò inutile ripetere ulteriormente il già
detto. M’ immagino che la figura qui espressa, e ripetuta più volte in molti
vasi trovati nei sepolcri, possa esser Marte, il quale significar vi
debba, che il tempo in cui domina quel pianeta è l’autunno, come in altri
monumenti se ne vede l'in¬ dizio i 2 , e questo tempo vi si rammentava
per la ricorrenza del suffragio delle anime 3 , al quale oggetto erano
istituite feste ed offerte ; o forse rammentasi la deità degl’itali
primitivi. Sono assai numerosi gl’ idoli femminili in bronzo di piccola
dimensione pari al presente, eh’ io credo essere stati nominati
comunemente dagli antichi gli Dei Lari, o Penati, o Geni tutelari, e
Giunoni 4 , quando, come questa statuetta, erano femmine; e dice vasi che
ogni donna aveva la sua Giunóne per protettrice 5 . Il gusto dei Greci,
come ricaviamo dalle opere loro trovate in Ercolano e Pompei, era
d’inventare ornamenti per le suppellettili anche non attinenti al fa¬ sto
ed al lusso, dove introducevano con molto genio ed ingegno animali ed uma¬
ne figure : genio che si propagò per l’Italia, come vediamo nelle opere di
Chiu¬ si ,• di che abbiamo un bell’ esempio nei due manichi di bronzo
incisi in questa XXHI Tavola, un de'quali ha un mascherone bizzarramente
travisato con fo¬ gliami, fiori ed una barba assai schersosamente
spartita. Bella è parimente l’im¬ magine dell’altro manubrio disegnato di
faccia e di profilo, dove si vede un anima- i Monumenti etr., ser.
11, Tay. xc, pag. 762. 4 Monumenti etr., ser. 1, p. 279. % Ivi, ser.
vi, tay. F2, num. 3 , p. 17 5 Yirgil. Aneid. 1 . ili, v. ifij , Ovid., fastor.
xi 3 Ivi, ser. j, p. 1 47 » 5x2, 544 * y* 4 ^ 5 .notabile che i
coperchi delle urne in terra cotta sieno di miglior modello eh esser non
sogliono quelli scolpiti in pietra N’ è chiaro esempio questa re-
combente figura che servì di coperchio all’ urna precedentemente esposta.
Ognun vede quanto il panneggiamento sia più ragionato nelle pieghe di
quel che osser¬ vammo allaTav. XIV ove ne reputammo l’urna spettante a
ricca matrona. Chi sa che il lusso de marmi non prevalesse in tempo della
maggior decadenza delle arti ? La muliebre figura qui esposta fu eseguita
in fragile pietra tofacea e trovata acefala in un sepolcro, colla
particolarità che il collo è vuoto come anche il torso, ed è servito per deposito
d umane ceneri e d J ossa cremate, che vi si trovarono al- 1 aprir della
tomba, ove la statua era sepolta. Il significato non è facile a
penetrarsi, ma dal pomo che ha in mano, e dall atto sedente, non sarebbe
fuor di proposito il congetturarne che fosse una Proserpina, la quale
riceve unitamente col suo con¬ sorte Plutone le anime che scendono al
Tartaro. Difatti anche al Museo Pio de¬ mentino vedonsi que’ due numi
sedenti a . La singolarità dell’ esposto monumento esige che se ne mostri
anche la parte avversa alla già veduta. Ivi più chiaramente si nota che a
formarne il magnifico sedile concorrono i simulacri di due sfingi, le
quali assai frequentemente s’incon¬ trano in monumenti ferali; poiché la
sfinge reputavasi animale chimerico infer¬ nale 3 , e perciò attamente
posti ad ornar la sedia della divinità che attende alle anime trapassate
da questa all’ altra vita. La frequenza dei volti velati che vedonsi ne’yasi di
terra nera, come in questo, non lasciano luogo a porre in dubbio se siano
o nò rappresentanze di larve o Lemuri, cioè delle anime 5 , ed il gallo
che sovrasta al vaso, pare, come ho detto altrove 6 , indubitato simbolo
del buon augurio di felicità nella futura vita, che a quelle anime
predicevasi dai superstiti viventi. La figura con faccia larvata che
1 Monum, etr., ser. ni, p. 4 io, e ser. vi, Tav. 4 Ivi, ser. v, p.
a;8. X 3 , n. 3, p. 3 a. 5 Ivi, ser. i, pag. ai, 52
. Visconti, Mus. P. Clem. Voi. li. Tav- 1, a. 6 Ved. p. 9. 3
Monum. etr. «er. i, p. 582. Etr. Mas. Chius. SULL’ ALFABETO
ETRUSCO -Uopo che gli uomini ebbero trovato coll’ uso naturale
degli organi della parola, un mezzo facile di comunicare i loro pensieri
ai presenti, cercarono, e trovarono in seguito, quello di parlare agli
assenti, e di rammentare a se stes¬ si, ed altrui, ciò che era stato
pensato, e detto da loro, e da altri, e ciò an¬ cora di che erano
convenuti insieme. La prima cosa pertanto che si presentasse loro allo
spirito in questa ricerca, furono le figure geroglifiche ; ma colai segni
non erano abbastanza chiari, e precisi, nè abbastanza univoci, per adempire
lo scopo che avevasi in mira, di fissare cioè la parola, e di farne un
monumento più espressivo del marmo, e del bronzo. Il
desiderio dunque, ed il bisogno di compiere questo disegno, fecero final¬
mente immaginare quei particolari segni, che noi chiamiamo lettere ognuna
del¬ le quali fù destinata a notare uno dei suoni sémplici, che formano
le parole', la riunione dei quali segni, è ciò che dicesi alfabeto.
Volendo però risalire fino alla prima origine dì questo maraviglioso
ritrovamento, rischieremo sempre di smarrirsi senza riparo, in un mare di
oscurità, e d’incertezze, e circa V epoca in cui giunsero gli uomini ad
un si nobile discoprimento, e circa la nazione che prima di ogni altra vi
pervenne. Lasciando perciò da parte la ricerca di quello che io
giudico moralmente impossibile a rinvenirsi, volgerò le mie indagini a
cosa più certa, od almeno piu probabile, qual e la quistione, se gli
Etruschi, od i Greci fossero i primi a far uso di una cosi bella, ed
utile invenzione. E qui pure siamo costretti a navigare, presso che senza
bussola, m un ampio pelago, sparso di profondis¬ simi vortici, d'
orribili mostri, e di scogli assai pericolosi. Imperocché, se molti
dotti sostennero, e sostengono tuttavia che i Greci so¬ no anteriori agli
Etruschi nell’ uso dell’ alfabeto, e vengono riguardati come i maestri di
essi, in qualsivoglia arte o scienza, non è per altra parte minore il
numero, nè di minor momento V autorità di quelli, che citar si possono
per sostenere il contrario. Perlochè io aderisco a questi ultimi,
sembrandomi la loro opinione più ragionevole , e più giusta, ed i
sostenitori di essa persuadendomi colle loro ragioni, ciò che non
giungono a fare i propagatori del grecismo, ad onta ancora di tutte le
parole greche, o grecizzanti, che s’ incontrano ad ogni pas¬ so in quasi
tutti i monumenti etruschi, discoperti finqui, avvegnaché intorno a le
mostruoso, che per aver motivo d' essere attaccato al vaso figura di
morderlo. Sotto è un Ercoletto giovane, che tiene la mano alzata,
vibrando la clava in segno di recar danno e morte, ed ha cinti i lombi
colla pelle di leone, simboleggiando di non curarsi della generazione ’,
come è proprio d’Èrcole quando figura il sole iemale. Difatti rispetto ai
viventi è il sole che loro apporta la vita coll’universale tepore della
natura in primavera, e porta danni o morte col raffreddamento del tempo
iemale. Qual simbolo può dunque esser più adattato a decorare un
sepolcro, che quello dove rammentasi la vicendevole transizione dalla
vita alla morte ? Lo scarabeo di cui si vede f impronta ha inciso
un centauro con un fanciullo sul dorso, forse Chirone col giovane Achille
che dicesi da taluno essere stato affi¬ dato a quel mostro per riceverne
la puerile educazione 3 . La rappresentanza di questo specchio mistico
sarebbe forse difficile ad inter- petrarsi, qualora non fossene venuto a
luce un altro di quasi ugual soggetto. In quello vedesi Giunone sedente in
atto di porgere ad Ercole la mammella, perchè ne succhiasse il latte, il
chè succede alla presenza di Mercurio 3 . Sappiamo infatti che Giove
bramava che Ercole per ottenere l’immortalità, benché nato da mortai
femmina, sorbisse almeno latte divino, onde per uno dei soliti inganni
frequen¬ tissimi nella mitologia, Giunone gliel porse senza avvedersene 4
. Mercurio vi si crede introdotto, per attestare ad Ercole d’aver egli
pure profittato di tale argu¬ zia, per entrar fra gli Dei, benché nato da
Maia donna mortale . Qui non è espresso l’atto di Giunone per
allattar Ercole, ma pur vi si vede Mercurio che si fa noto col suo
cappello, e par che accenni d’ aver profittato egli stesso
dell’espediente che suggerisce ad Ercole, il quale gli sta davanti. Ha la
clava , in mano ed un piede elevato, indicando che salir deve all’ immortalità
3 per opera di Giunone 6 eh’ è fra loro. fli8v«q :ian8 j v
:ioj vi. j a 11 y fi j 1 :i n tnq r = o 4 vii. 1 f\ il 8 4 Y
d : fi m 3 4 t :42 vili. •-ifi n t v t :o 4 .• in i n q n o n lx -
-4/nm-rfl4 itntnqfl .-4sa x. § Monumenti etr. ser. v, p. 3
a. 2 Galleria Omerica Tom. ii, Tav. cxxi, pag. 2,4. 3
Schiassi, De pateris ariliquor.ex schedis Blan¬ dirli Sermo ed epislolae
tab. x. 4 Diodor., Sic. Bibliot. bist. lib. il, p. 198.
5 Mon. etr. ser.n, Tavv. lxxu, lxxìii, lxxiv, lxxv, 6
Zarinoni, Lettere di etrusca erudizione pubblicate dall’ Inghirami, Tom.
1, p *6. 22 pure in ogni tempo di tracciare nello
stesso modo le loro scritture. E tutti, c/uesti ultimi specialmente,
furono sempre uniformi in questo, ad eccezione degli Etiopi soli, e degli
Abissini, che sebbene parlino, e scrivano un dialetto semi¬ tico,
scrivono tuttavia da sinistra a destra, come gl’ Indiani, ed i segni delia¬
co alfabeto hanno un valore sillabico, come gli alfabeti indiani, ed anche il
ti¬ betano , ciascuno dei quali segni porta seco, in certo modo
incorporata una vocale , e forma una sillaba. Ciò che non accade in
nessuno degli alfabeti europei, e neppure nel giorgiano, e nell 1 armeno,
che vengono pure delineati da sinistra a destra. Laonde non pare poi
tanto strana V opinione di quelli, i quali pensarono, che gli Etruschi
propriamente detti, fossero discesi in prima orìgine da una colonia, o
emigrazione asiatica. Ma di ciò altrove. E se i Persiani, ed i
Turchi scrivono da destra a sinistra, benché la lin¬ gua dei primi venga
dalle Indie, e quella dei secondi dalla Tartaria, ciò procede dall’ aver
tanto gli uni, che gli altri adottato i caratteri arabici, ed al tempo
stesso la religione del borano. Quindi tenendo in conto di cosa sacra i
suddetti caratteri, non è da maravigliarsi nè punto nè poco, se essi non
abbiano ardito dì alterarli, nè quanto alla primitiva lor forma, nè
quanto alle maniere di rap¬ presentarli colla scrittura. Ché del resto
ben diversi riscontratisi gli antichi carat¬ teri persiani chiamati
zendici, e pelvici, come assai differenti ritrovatisi, e pel modo di
scrìverli, e perla loro forma, ofigura, quelli dei Tartari. Ciò
premesso o siano stati gli Etruschi i ritrovatori dell’alfabeto che porta il
loro nome, o l’abbiano composto di più antichi alfabeti italici, o V
abbiano derivato da al¬ trove, come pare dai nomi stessi che portano le
lettere del medesimo, benché sia diffì¬ cilissimo, e forse impossibile a
provarsi, per mancanza di documenti sicuri, il come, ed il quando abbiano
ciò fatto-, è peraltro fuor d’ogni dubbio, che i Greci non lo comu¬
nicarono loro, e non furono per conseguenza i loro maestrì.Che anzi è da
credere che sia accaduto tutto al contrario, e che gli Etruschi, nazione
mitissima, e poten¬ tissima in età molto remote, e quando la Grecia era
tuttora barbara, e selvaggia, 1’ abbiano comunicato ai Fenici per via di
commercio, e che da quelli passasse ai Greci, se vogliamo ammettere ciò
che sostengono quasi tutti gli antichi scrittori, cioè, che Cadmo facesse
loro il dono del primo alfabeto. Del qual Cadmo scrive Plutarco nei
Simposiaci iib. 9 quist. 5, che quel sapiente pose Z'aleph, o alpha per
prima lettera del suo alfabeto, perchè cosi chiamasi il bue nella lingua
dei Fenìci, il quale animale non è da stimarsi nè secondo nè terzo fra le
cose neces¬ sarie all’ uomo come pensò Esiodo. Circa poi al
grecismo, che s’incontra nell’ etrusco, e nell’Etruria, e circa le arti
greche, che vi si osservano, come ancora in altre parti dItalia, ne parlerò a
lungo in un discorso, che tutto si aggirerà intorno a questa materia,
esclusivamente da ogni altro oggetto. E proverò allora, che l’idioma
degli antichi Etruschi è nel suo fondo tutt' altra cosa che greco;
dimostrando ad un tempo, in qual modo, e questo grecismo sian da dirsi
alcune cose eli io riserbo ad un altro ragionamento. Ma ritornando
al titolo del mio discorso, cosa è V alfabeto etrusco? É que¬ sto un
prodotto indigeno dell’ antica Etruria, o sivvero vi fa trasportato da
altra parte del mondo? E se qua venne da estranei lidi, chi fu mai quel
be¬ nefico straniero , che fece all ’ Etruria un dono cosi prezioso ? Ed
in questa supposizione, passò egli ai nostri antenati dall’ Oriente,
oppure dall’ antica Gre¬ cia ? O si compose egli forse degli elementi di
più antichi alfabeti italici, o di questi, e del pelasgo fra loro
mescolati, e confusi ? E se vi fossero ragioni bastanti a dichiararlo
prodotto indigeno, a quale epoca rimonterebbe l’ antichità sua , ed a
quale ammettendo che sia frutto straniero , e per qual mezzo per¬ venne
ai padri nostri ? A tutte queste quistiom, che possono
opportunamente esser mosse intorno al tema che ho tra mano, io mi studierò
di rispondere, quanto meglio e più con¬ cisamente per me si potrà, e come
sarà possibile rispondere, in qusto breve ra¬ gionamento, m una materia
cosi oscura, e difficile • E circa alla prima quistio- ne, l alfabeto
etrusco, quale noi lo possediamo presentemente, non è certo una cosa
diversa dall antico alfabeto greco, ma sono anzi talmente somiglianti fra
loro, se tolgasi il rovesciamento delle lettere nell’ uno di essi, da doverli
giudi¬ care al confronto, senza timore d’ ingannarsi, la stessa cosa-,
sia diesi riguar¬ di la forma delle lettere, o si consideri l uso delle
medesime, Nè giova opporre a questa asserzione, la maniera di scrivere
degli Etruschi da destra a sinistra, avvegnaché usavano di fare lo stesso
anche gli antichi Greci, prima dell’ età di Pronapide, che si pretende
essere stato il maestro di Omero. Che anzi esser potrebbe credi io, una
tale particolarità, un argomento favorevole agli Etruschi, per crederli i
ritrovatori del loro alfabeto• Al che si aggiungerebbe forza non poca,
considerando l antichità loro, più recondita assai di quella dei Greci.
E più ancora verrebbe avvalorato, e confermato un tale argomento, che
gli Etruschi, cioè, siano stati eglino stessi gli autori del loro
alfabeto, riflettendo che i medesimi continuarono in ogni tempo a
scrivere, ed anche sotto la domi¬ nazione dei Romani, da destra a
sinistra-, lo che non avvenne dei Greci, iquali cangiarono metodo, e
presero a condurre la loro scrittura da sinistra a destra. Ora è più
ragionevole il credere, che il rovesciamento degli elementi alfabetici, e
del modo di scrivere, siasi operato da chi l’apprese da altri, che da chi
ne fù l inventore. E questo rovesciamento di scrittura presso i Greci,
vuoisi fis¬ sare, come di sopra accennava, ai tempi omerici, o di
Pronapide. A questo argomento però se ne potrebbe, per avventura,
opporre un altro, di¬ cendo , ché giusto appunto perchè gli Etruschi
scrissero sempre conducendo, e tracciando i caratteri da destra a
sinistra, non debbono riguardarsi come i ritro¬ vatori del loro alfabeto,
ma convien credere che lo abbiano ricevuto da qualcuno dei popoli
asiatici, e particolarmente di quelli così detti semitici., ì quali
usarono T-;,- Per la qual cosa , mi pare che
dopo tutto quello che ho detto finqui ', si possa rispondere alle
questioni proposte in questo medesimo discorso, che V alfabeto etrusco
non è venuto dal greco, ma bensì questo da quello j che desso non è pri¬
mitivamente indigeno dell’ antica Etruria, quanto ai suoi elementi, i quali
furono quà portati da una emigrazione antica, in tempi tanto reconditi da
non poterne fissar V epoca precisa, e che s’ ignora chi ne fosse il primo
inventore, e chi lo portasse il primo fra noi. Sulla qual primitiva
derivazione asiatica dell' alfa¬ beto etrusco, in età da noi remotissime
, dettero un ragionamento a parte, che verrà pubblicato in seguito in
quest’ opera stessa. Ciò peraltro non vuol già dire, che anche la lingua
etnisca sia una lingua del tutto asiatica, come la giudicarono troppo leggermente
alcuni filologi, sebbene asiatici si riscontrino l’ antico culto, e la
maggior parte dei riti religiosi, e civili degli Etruschi. Or qui
farebbe di mestieri combattere, e confutare tutte le opinioni contrarie ;
nè io sarei alieno dal prendermi un tale assunto, se i limiti prescritti a
questi ragio¬ namenti, nei quali non deve olt repassare , per l’indole
dell' opera cui son destinati, la periferia di poche pagine di stampa per
ognuno di essi, me lo concedessero. Non potendo ciò fare, nel modo che si
converrebbe, mi ristringerò ad aggiungere quanto segue, e mi terrò per
ora contento di questo. Il Cori, il Majfei, ed il Mazzocchi
confrontando gli alfabeti punico, e celtibe- ro, o cantabro coll’etrusco,
dicono che vi trovarono minore analogia, quanto alla forma dèlie lettere,
che coll’ ebraico. Il Donati poi che fece la stessa cosa nei suoi Dittici
seguitando le osservazioni , che avevano già fatte prima di lui a questo
proposito, l’ Aquila , Teodozione e San Girolamo, scrive nell’ opera sua
intorno alle iscrizioni, che quelle così dette Cizzie, sono riguardo ai
caratteri, mollo si¬ mili alle etnische j e lo stesso dice ancora del
marmo Sanvicense conservato in Osford, che vuoisi più antico della guerra
troiana, e dei caratteri incisi sulla lamina bustrofeda di bronzo,
riportata dal prelodato Majfei nella sua Critica Lapidaria, non meno che
di quelli sulla colonnetta del Museo Nani di Venezia, giudicata
pelasga-tirrena , benché fosse ritrovata a Mitilene . Questi
monumenti, che si credono tutti scrìtti in greco antico, e per essere
questo mollo simile all’ etrusco, specialmente circa la forma delle
lettere, sono stati quelli che hanno fatto mettere in campo, o
convalidare l' opinione di coloro, i quali pensarono che il greco antico,
é l'etrusco fossero la stessa cosa, e che per giunta alla derrata, la
lingua dei nostri antenati sia nata dal greco. Senza avere peraltro mai
pensato a provare, che i Greci, ed il loro alfabeto fossero più antichi degli
Etruschi. Il Gori,fra gli altri, stabili come un assioma, che la
lingua etrusco era greca in non differiva da quella che nel dialetto,
nella quale opinione fu seguito dal Lanzi, e da altri. Ne si avvidero, nè
lui stesso , nè i suoi seguaci, che i Pelasghi, i lirrem, i Pladani, i
Lidii, gli Arcadi, e gli Ausonìi, sono perchè s J introdussero nell'
etrusco, e nèll' Etruria propriamente detta, quel gre¬ cismo, e quelle
arti. Che in quanto alla somiglianza, ed anche identità dei ca¬ ratteri
etruschi, e greci antichi, sii di che fondarono finora il loro più valido
argomento tutti gli archeologi fautori del grecismo, per asserire che l'
etrusco , ed il greco antico sono in ultima analisi la medesima lingua, è
il più frivolo, ed anche il più ridicolo ragionamento, che immaginar mai
si possa, Avvegnaché, vale lo stesso che se io ragionassi cosi: gl’
Italiani, i Francesi, i Fiamminghi, gli Spagnuoli, i Polacchi, i
Portoghesi, ed altri popoli d' Europa, come gl'in¬ glesi, i Dalmati, e
gli Olandesi, si servono dello stesso alfabeto per iscrivere le loro
lingue, dunque tutte quelle lingue sono la stessa cosa. Ma quante
furono in antico le lettere dell’ alfabeto etrusco, poiché essendone
stati pubblicati finora dagli antiquari fino a tredici, o quattordici, chi ne
conta un numero maggiore, e chi minore ; ed il laborioso, e dotto abbate
Lanzi ne ammette venti nel suo ? Si deve credere che fossero sempre in
egual numero , oppure che venisse questo accresciuto a più riprese, e ad
epoche diverse, come si narra essere avvenuto dal greco, il quale fù
condotto fino al numero di ven¬ tiquattro lettere, benché non ne avesse
che sedici nel suo principio ? E non sa¬ rebbe questa una ragione di più,
onde confermare ciò che accennava poc anzi, che l’ alfabeto, cioè,
facesse passaggio dagli Etruschi ai Fenici, e da questi ai Greci,
osservandosi ancora che nessuno degli antichi alfabeti italici oltre¬
passò mai il numero di sedici lettere? Difatti nei piu antichi monumenti,
fra i quali nessuno vorrà contradire che siano da riporsi gli atti dei
fratelli Ar- vali, non se ne contano che sedici sole. Di più
non trovandosi mai usato l o nelle epigrafi antiche veramente etni¬ sche
, riscontrandosi questa lettera fra quelle degli altri monumenti italici
pa¬ rimente antichi, come pure fra le prime sedici dell alfabeto greco,
cosi detto cadrneo, sì può dubitare se gli Etruschi ne avessero neppur
tante in prin¬ cipio, e cresce sempre più la probabilità della mia
asserzione. Secondo t enciclopedico Plinio, le lettere dell
alfabeto cadrneo furono le se¬ guenti . cioè: ab r a eikamnoiipstt. Alle
quali poi ne aggiunse quattro Palamede, che sono, e 3 $ x. E finalmente
Simonide lo accrebbe di altre quattro, cioè, zìi va. E pare anche ben
naturale, come fù pure osservato dall’ erudito filologo francese Sig.
Letronne, che quei primi sedici caratteri siano stati inventati avanti
agli altri, perchè rappresentano i sedici tuoni elementari, o semplici,
ché formar si possono colla bocca umana, sia per intuonazione, o per
articolazione. Mentre gli altri caratteri aggiunti a questi, ed usati
negli alfabeti dei differenti popoli, esprimono, o delle gradazioni di
quei suoni prin¬ cipali , o la riunione eli più articolazioni in una sola
. Di maniera che ognuno di essi può essere più, o meno esattamente
decomposto nei primitivi suoni eh’ egli contiene. Che s’è regola di sana
critica di non prestar fede agli antichi poeti, in tutto ciò che narrano
di sovrumano, e di misterioso, lo è del pari di rintracciare il vero
anche in mezzo alla favola, che viene giustamente definita dai sapienti,
il velo deila verità, e della storia. Ipoeti dell’ antichità, ché erano
più istruiti di tutti gli uomini dell’età loro non inventarono, come si
crede male a proposito, le fa¬ vole, ma bensì adornarono con finzioni la
storia . Rimossele quali finzioni, è co¬ sa ben facile di rinvenire la
verità, nei più notabili avvenimenti per essi nar¬ rati, e
abbelliti. Cosi la pensava S. Agostino nel lib. della Città di Dio,
al cap. i3. E ci av¬ verte il Vossio nell’ aureo suo trattato De fatione
studiorum, che non si dicono favolose le antiche età, perchè sia falso
ciò che di essici vien riferito dagli scrit-, tori, ma perchè la storia
di quella ci è pervenuta insieme colle favole mista, e confusa.
XI. XII. XIII. XIV. XV.
XVI. XVII. XVIII. XJX. /u M :
oj : ntriq r : oqflj v/r 3Hfl Jiiffl -1 = q/i j/r n# j a san/urn/Mq/i V/13 : q A : D l
= irnoai 4 /ini AD Jfìlmq 3E : Am 34t : 44
-1V84flHMI3:3Hiq3®:q/1 4/mmq vo • IHltfl 4 14 : I ?434 : I
\IA8 JAMAJll V A'! vq 1 : U434 .- A» n 33 XX.
4fl mif A4 : Al 3 f 25 tutti popoli anteriori
ai Greci, e che trovansi tutti amalgamati cogli Etruschi nelle età più
lontane. Perlochè convien dire che siano gli Etruschi stessi, i quali
portino diverse denominazioni, dalle diverse provincie dà loro abitate,
nelle quali era divisa l’antica Etruria. E come oggi i Fiorentini, i
Senesi, i Pisani, i Lucchesi, ì Magellani, i Casentinesi, e simili, sono
tutti Toscani, cosi pure nei più reconditi tempi gli Umbri, gli Enotrl,
gli Aborigeni, e tutti gli altri anno¬ verati di sopra, erano
Etruschi. Silio Italico lib. a. 0 chiama Ausonia la Lombardia. Ed
Eliano lib. 8.° del¬ la Varia istoria, crede che gli Ausoniifossero i
primi abitatori di Italia-, men¬ tre Pirgilio nel io. 0 dell’ Eneide, li
confonde con quelli che popolavano questa bella penisola sotto il regno
di Saturno . Servio poi commentando un tal passo, dice che gli Ausonii
furono sì dei primi popolatori cì Italia , ma non già i primi di tutti,
nei soli. Ed ecco perchè alcuni scrittori hanno compreso sotto il nome di
Ausonia tutta l’Italia. Ora tutti i surriferiti popoli, non esclusi
neppure i Latini, che molti autori vo¬ gliono che fossero diversi, e dagl
Italici propriamente detti, e dagli Etruschi, ripeto¬ no la loro prima
origine da una colonia, o emigrazione qua venuta dall’Asia, in tem¬ pi
forse al di là di quelli che da noi son detti storici. Lo che fu negato
acre¬ mente da altri per la sola ragione di potere stabilire, che i Greci
furono i primi coloni di Etruria, e che vi s’introdussero insieme con
essi, le arti e le scienze, e perfino la cognizione dei segni alfabetici.
Ma non potendosi negare, senza offen¬ dere il senso comune, che queste
regioni erano popolate molti secoli prima che i Greci le conoscessero per
via di commercio, e vi spedissero in seguito delle co¬ lonie, conviene di
necessità ammettere, che i Greci non furono i primi abitatori d’Italia, e
per conseguenza neppure di Etruria, e molto meno insegnarono loro a parlare.
Quando peraltro non voglia credersi, ché i popoli italici, e gli Etru¬
schi, fossero tutti muti prima dell’ arrivo dei Greci fra loro. Laonde cade, e
si an¬ nulla il sistema dei fautori del grecismo. Macrobio
infatti ammette un diluvio, non già ai tempi di Deucalione, e di Ogi- ge,
ma bensì a quello di Giano, ch’ei qualifica per primo re di tutta l'Italia.
E Dionisio d’Alicarnasso, che è sempre in contradizione con se stesso,
dopo avere scritto che i Pelasghi furono i primi popolatori d! Italia,
che 5oo anni prima di Giano ne scacciarono i Siculi, e che gli Enotri
eransi prima dei Siculi stabiliti nell’ Umbria, pretende poi di darci ad
intendere, e farci credere, che Giano pre¬ cedesse la venuta di Enea in
Italia di un solo secolo, e mezzo. Ma se il cosi detto secolo d’ oro,
ossia il secolo della pace, e della giustizia, fu secondo Vir¬ gilio, ed
altri scrittori antichi, quello in cui regnarono Saturno, e Giano, que¬
sto non può essere stato posteriore all’ età di Noè, e de'suoi figli, che dietro
gli insegnamenti paterni, calcarono essi pure la via della giustizia, e
coltivarono tutte le virtù sociali. Etr • Mas. Chius. Tom.
I. 3 4 28 nemico se
gli Dei, per suggerimento di Nettuno, non lo avessero voluto sal¬ vo 2 .
Or non vedi qui pure Achille che tenendo lo scudo lungi da se, pone mano
alla spada ? Non vedi il Tanato che quasi obbrobriato volge il tergo alla
pugna col suo martello sugli omeri, per mostrare che morte non avea luogo
in quel con¬ flitto, perchè ad ogni costo dovevasi Enea salvare alla
gloria d’Italia? Questo dise¬ gno è una quarta parte del suo originale in
marmo d’ alto rilievo. Qui si mostrano i due laterali scolpiti del
cinerario che è nella Tavola antece¬ dente. Nell'uno e nell’altro sono
rozzamente indicate due porte, che rappresen¬ tano, credo io, le
infernali, alla custodia delle quali stan vigilanti due ministri del
Tartaro. La figura femminile al num. 2 è visibilmente una Furia, come
dichiaralo quella face che regge con ambe le mani; di che detti altri
cenni 3 ; la virile col mar¬ tello sugli omeri è il Tanato, altrimenti
detto Cliarun tra gli Etruschi \ e confuso col¬ l’Orco, ministro
anch’egli di morte e d’inferno, che spesso incontrasi nei monumenti
antichi d’Etruria 5 , e non già tra quei de J Greci, nè de’Romani cosi
rappresentato. La testa eh e nel mezzo, serve per coperchio ad un
vaso di terra cotta, di che dovrò trattare altrove; ora avverto che
questa è la terza parte del suo originale : Affinchè I’ urna cineraria già
esposta si mostri compita, fa d’ uopo di non disgregarne il suo
coperchio, dove si vede un seminudo recornbente con una pa¬ tera in mano,
nell’attitudine stessa che vedonsi rappresentati gli Etruschi a men¬ sa.
Nè la patera disdice a chi cena, mentre vedesi usata a convito dai
commen¬ sali 6 . La veste che in parte copre il recornbente è detta
sindone, pure usata ai conviti 7. La nudità della persona indica
1’apoteosi, di che altrove dò conto 8 . Il frammento di scultura segnato in
questa tavola, è un tufo tenero, e del genere di quello notato nelle
prime cinque tavole della presente collezione Chiu- sina. Orchi mai
crederebbe, che nella tomba dove fu ritrovato non vi fossero gli altri
frammenti, che ne componevano l’ara intiera? chi crederebbe che que¬ sta
sorte di monumenti in tenera pietra arenaria si trovino quasi costante-
1 Id. v. a 85 , *8, Id. V. 2 ^ 3 , 294» 3 Ved. 1
* spiegazione della Tav. xm. 4 Monumenti elr. ser. i, p. a 34 -
5 Mono. etr. ser. i, p. 44 » 73 , 74, 264, 284. 6 Ivi, ser.
vi, tav. F. num. 2 . 7 Ivi ser. i, p, 395. 8 Ivi ser.
n,j>. 628. Nelle urne di Volterra parventi ripetuto questo soggetto
medesimo, ed ivi spie¬ gandolo, avventurai l’interpetrazione di un fatto
tebano, del quale io stesso poco andai persuaso, nè ora saprei meglio
dire. Vi suppongo Anfiarao nell’atto d’aver tagliata la testa di
Menalippo, che Tideo, sebben ferito, aveva già ucciso; e gliela portò,
per cui da Tideo medesimo fu commessa l’atrocità di aprir quel cranio, e
divorarne le cervella. In ogni restante ancora son simili queste due
sculture, sebbene men rozza l’urna di Chiusi. Questo disegno è una quarta
parte del mo¬ numento originale di marmo in bassorilievo. Quanto la
frequenza delle rappresentanze di avvenimenti ferocie marziali, co¬ me
quei della tavola antecedente, fan giudicare l’etrusca nazione d’umor
malin¬ conico 3 , altrettanto voluttuosa e molle giudicar si dovrebbe dal
presente grup¬ po che appartiene alla scultura antecedente, per esser
quella un’urna cineraria, questa la di lei copertura . Credo per altro
che l’uno e l’altro soggetto non dal¬ l’indole degli Etruschi abbia
origine, ma da loro massime di religione, dove dicevasi che la vita era
un irrequieto contrasto, e la morte conduceva ad un vero godimento, il
quale non sapevasi esprimere che mediante la soddisfazione dei sensi 3 .
Mentre il fasto orientale sfoggiava in lusso degli abiti, l’eroismo dei Greci
ca- ratterizzavasi col mostrarsi a nudo • Tra i guerrieri di questo
bassorilievo ne vedi uno vestito , e in questo caso potrebb' esser
troiano, e tra i Troiani credilo Enea, che soggiacque a mille peripezzie
di grave cimento, senza però mai soccombe¬ re , perche gli Dei, per quel
che ne dicono Omero \ e Virgilio 5 , avean desti¬ nato ch’egli regnar
dovea sopra i superstiti Troiani, e sopra i figli dei figli, e sopra quei
che appresso erano per venire da loro. Difatti racconta specialmente
Omero che Achille, cosa strana ! si sgomentò nel combattere con Enea, e
tenendo discosto da se lo scudo, cercava di sottrarsi ai colpi vibrati da
quell’eroe 6 ; ma poiché questi a vicenda contrattosi colla persona, e
copertosi collo scudo evitava l’assalto dell avversario ', come nel
bassorilievo mirasi espressa la figura che ne occu¬ pa la parte media,
Achille allora pose mano alla spada, ed avrebbe trucidato <il 1
Monum. etruschi, Ser. 1, Tav. lxxxiii, p. 666. 5 Virgil, Aeneid. ]. ni, y . 97,
98. 2 Ivi, p- 667. 6 Homer. Iliad. 1 . xx, v, 261, 26a.
3 Ivi, ser. v, spieg. della Tav. xlv. 7 Ibìd. 278. 4 Homer.
Iliad. lib. xx, v. 307, 3 o 8 . 5o fu detta di
lui consorte. Se consideriamo i due nomi spettanti ai due pianeti Ve¬
nere e Marte, potremo giudicare la figura terza per un Saturno, altro
pianeta. Nè da ciò si allontanano i di lui attributi, poiché ad esso
rompetesi, non solo quella barba prolissa che gli orna il mento, ma eziandio
quelle fronde, e ger¬ mogli, o gemme di vegetabili che gli cuoprono il
capo, attributi propri di sì an¬ tico nume, non meno che la spada falcata
da lui sostenuta '. Queste tre deita e pianeti possono appellare all j
oroscopo di un’ anima che nella stagione di pri¬ mavera passa agli Elisi,
di che altrove do più esteso conto a . 11 vaso contiene altre tre figure
che saranno spiegate nella Tavola seguente. Ecco le altre tre figure che
vedonsi nel b. rii. del vaso esposto nella Tav. antecedente.
L’interpetrazione dottissima scrittami di esse dal eh. sig. dott. Maggi,
merita d’esser nota preferibilmente a qualunque mia congettura. Egli
dichiara in quel mostro una Gorgone, o un Tanato: in quell’ uomo con
testa ferina un Minotauro: nell’uomo alato che sta nel mezzo un Mercurio.
La totalità della com¬ posizione credesi dal dotto interpetre allusiva al
tempo nel quale facevansi le an¬ nuali commemorazioni delle anime. Quindi
la figura larvata è da esso giudicata il Male personificato in un mostro,
come fecero gli Egiziani del loro Tifone; mentre credevasi che prevalesse
il male all’ entrare dell’ autunno . E questi nel tempo stesso il Charun
degli Etruschi che fingevano orridamente larvato, e di te¬ sta grossa.
Indicano quelle mal collocate sue ali che la morte raggiunge l’uomo
ancorché fuggitivo da essa, di che l’interpetre dà ragioni che appagano. La
se¬ conda figura è da esso dichiarata per quel Mercurio, che occupato
nell’ uffizio di accompagnar le anime, ha deposti gli emblemi che lo
distinguono per ministro dei numi. Giudica poi la terza mostruosa figura
esser il Minotauro allusivo al centauro o centauri celesti, piuttosto che
al figlio di Pasifae; e qui pure dà ra¬ gione in qual modo leghi la
dottrina delle anime colle favole dei centauri autun¬ nali. Nota egli che
il fiore sia un anemone significativo del sole passato ai se¬ gni
inferiori, per cui sopravviene l’inverno, vale a dire il male che da ciò
risente la natura, e quindi anche le anime come credevasi,- tantoché quel
mostro con testa gorgonica rappresenta parimente il sole iemale. Gli
uccelli sono, a tenore del di lui parere, siderei, anch’essi spettanti ai
segni inferiori, e indicanti la via lattea che percorrevano le anime nel
passaggio loro alle sfere celesti. Da ciò conclude che tutta la
rappresentanza sia una spece di geroglifico significativo dell’autunno,
cioè del tempo in cui le anime dovevan esser suffragate. Egli palesa d’
aver tratta questa interpetrazione dallq mie opere 3 . i
Bianchini, Stor. universale,cap. li, §x ,p. 84 * >, pag. i8t, lettera al
dott. Maggi, a Inghirami, Lettere di etnisca erudizione, Tom. 3
Lettere cit., p. 174, lettera del Dott. Maggi. mente mutilati?
Eppure è così; nè ciò farà tanta sorpresa, se consideriamo che anche i
vasi fittili sepolcrali si trovano spesso rotti dagli antichi. Sarebbe
forse ella mai una ferale cerimonia liturgica ? Qui
osserviamo ancora un vasetto in pietra arenaria, tre quarti men grande
del suo originale; ed è simile a quei che prima dicevansi lacrimatorii, e che
ora si dicono unguentari 3 , perchè si vedono in mano di chi versa
unguenti sul rogo 3 , nè questo è dei comuni per la gran somiglianza coi
vasi egiziani dell’uso stesso.Notiamo questi recipienti con volgar nome di
bracieri, mentre per tali si tengono quei che sono atti a contener brace,
ed insieme i vasi escari, e culi¬ nari. Ma l’originale qui copiato a metà
di grandezza, non fu vero braciere, nè veri escari quei recipienti che vi
si contengono, mentre l’uno e gli altri sono di fragile terra cruda, non
atta a resistere l’effetto del fuoco . Io suppongo essere stati adoprali
nei riti funebri i veri bracieri di bronzo detti anche borni, usati a
bruciar vittime, e profumi. Quindi al termine della funebre cerimonia in
luo¬ go di lasciar questi nel sepolcro, come lo esigeva il rigore del
rito, altri bracieri di semplice figura, e formalità, perchè di terra non
cotta, sostituivansi a quelli. Il pollo che vi si vede nel mezzo, è
consueto simbolo di buon augurio, che vedemmo altrove 4 . Le varie teste
che ornano l’utensile han pur esse il si¬ gnificato medesimo relativo
alle anime, come in altre occasioni ho notato*. Serve la tavola
presente a mostrare qual fosse la forma esteriore del bra¬ ciere o
escaria, o estia che dir si voglia, la quale vedemmo nella parte ante¬
riore disegnata nella tavola antecedente. Le sfingi e larve che vi si vedono
ap¬ poste, sono analoghe all'uso ferale di questi monumenti 6 .Questo
vaso ch’è una quarta parte dell’ariginale, è della solita pasta nera con
ornati, e figure a bassorilievo i, le quali sono in questo disegno della loro
naturai grandezza, e ne occupano tutto il corpo. Ivi son ripetute tre
volte. La prima di esse figure indubitatamente è un Marte; e in
conseguenza la donna che gli è dap¬ presso, quantunque priva di attributi,
può credersi Venere, che nella mitologia 1 Museo Chiaramonii Tav.
xxv. 5 Pollux. 1 . i, segm. 3 . 2 Paciaudi, Monuoi. peloponues.
Voi. u, p. iSo 6 Motium. etr. ser. i, p. aao. 3 V e d. p. ij, 7
V’cd. la spiegazione della Tal. ini. SUL GRECISMO CHE S’INCONTRA NELL'
ETRUSCO , SULLE ARTI GRECHE OSSERVATE IN ETRURIA, E SULL’ ORIENTALISMO
CHE RIDONDA PER TUTTA ITALIA. Era involta l’origine degli Etruschi in ima
impenetrabile oscurila fino dal tempo in cui scrivevano i più antichi
storici che noi conosciamo. Lo che fa certamente gran maraviglia, quando
si riflette all’ esteso dominio di quel popo¬ lo, sì celebre, e sì
potente, che aveva una Casta sacerdotale, e possedeva tempo immemorabile
un particolare alfabeto, ed era più avanzato nella civiltà di tutte le
altre nazioni di Europa. E ciò molto prima dei Greci, pensino, e ne
scrivano in contrario, i dotti compilatori della Rivis a Lungo. Tutto
quello poi, che noi sappiamo della sua susseguente istoria, e c e e
suìistituzioni, non ci è stato trasmesso che dalle nazioni contemporanee ,
giac¬ che gli scritti degli autori etruschi, sono periti da lunga età. E
le loro iscriA ni scolpite sul marmo, e sul bronzo, non sono finora più
intelligibdi per noi, i quello che lo siano i geroglifici
egiziani. Ma se dunque la lingua etrusco, non è in prima origne la
stessa che a greca antica, con piccola diversità di dialetto, come
pretendevano, il Gori, e i suoi fautori, e più modernamente l
industriosissimo Abbate Lanzi, e tutta la sua scuola. Se i Greci non
furono i maestri degli Etruschi, in qual modo, riprendono quelli di
contraria opinione , s J incontra cosi frequente il grecismo nell'
etrusco, e si osservano cosi comunemente le arti greche in Etruria . ben
rispondere a queste domande, sono da premettersi alcune considerazioni,
che verrò qui brevemente esponendo. Ridonda in primo luogo, nell’
etrusco , il grecismo, per una ragione oppo¬ sta diametralmente a quella
predicata , e diffusa fin qui dagli archeologi, cioè, perchè furono gli
Etruschi ad un’ epoca assai recondita, i maestri dei Greci, i quali
riceverono da essi, e dagli Egiziì, le prime nozioni della scrittura, per
mezzo dei Fenici, come altrove accennammo. Questi elementi però non erano
in prima origine prodotto indigeno della Etruria, ma v’ erano stati
trasportati da una più antica emigrazione asiatica. Osservansi poi,
in secondo luogo, in ogni parte di Etruria, ed anche nel resto dell’
antica Italia, gli avanzi delle arti greche, perchè quella vivace, ed
ingegnosa nazione, che aveva il talento e V attitudine di perfezionare , non
me- Quando si trova nei monumenti Mercurio che ha sulle spalle un ariete,
se gli dà il nome di Crioforo, e cosi nominavasi la di lui statua
venerata in Lesbo, che avea scolpita Cakmide, a significare ch'era il dio
dei pastori, come crede¬ va la plebe, mentre altri asserivano eh’ aveva
liberato quei di Tanagra dalla peste, girando tre volte in forma
espiatoria intorno alla città, con un montone sulle spalle. Ma il vero
senso, benché mistico di quell’atto, è la congiunzione del sole col segno
dell’Ariete, per cooperare allo sviluppo della generazione, mediante la quale
son rivestite le anime d’utnana spoglia, per cui cred’io che talvolta il
nume vien espresso con lubriche forme. Il religioso cerimoniale degl’idoli
portava in fatti che l’ariete o lo stesso nume si rappresentasse nelle patere
libato¬ rie per onorare i morti 1 . Questa pittura è nel mezzo d’ una
tazza di terra cotta, che ha di più il pregio d’essere scritta, ove peraltro
non leggesi che un saluto di buon augurio ad Erilo Eprìo; K«)oe.
tavola xxxvr. Di questa muliebre figura non mi occorre dir
molto, per esser già nota mediante l'estese notizie e congetture che ne
detti altrove ». Io la giudicai rap¬ presentativa della divinità presso
gli Etruschi, giacché ne monumenti de'Greci non si trova mai, e la dissi
una Nemesi Dea ch’ebbe origine in Asia, e per¬ ciò munita di pileo
frigio, e di doppie ali, onde mostrare la velocità del suo corso, per cui
le si vedono altresì le scarpe. Ha in mano un simbolo eh' io giudicai
allusivo alla natura prolificante w*, »««•//>, mentre gli Etruschi
tennero la narura e la divinità per una cosa medesima. La corona che
l’attornia è di frassine, vegetabile sacro a Nemesi. Tutto il monumento,
eh’è uguale in grandezza al suo originale, è un disco di bronzo assai
frequente tra i monu¬ menti etruschi, lucido nella parte avversa, e
manubriato in sembianza di specchio; e poiché se ne son trovati alquanti
nelle ciste mistiche, ove Clemente Alessan¬ drino dice esservi stati
riposti gli specchi unitamente ad altri simboli mistici, così li chiamai
ordinariamente specchi mistici 3 . i Monumenti etr. ser. ti, p. 1
56 . a Ved. la ser. 11 , di quell’opera. 3 Ivi p. 109.
34 dispregiarsi l'etimologia , quanti 1 ella è
sobria, e ragionata ,) comincerò da quelli delle lettere dell’ alfabeto .
1 quali non avendo alcun significamento in greco , e portandone uno
analogo alla loro posizione,ofigura, o suono, negl’ idiomi asia¬ tici, è
ben facile a comprendersi da chicchesia, che non dalla Grecia, ma dal- l’
Asia derivar debbono la propria origine. E vaglia il vero: Alpha ,
per esempio, significa principe, primo, principio, e sìmili, in più
dialetti asiatici, e precisamente in quelli cosi detti semitici, nei
quali si pronunzia aleph , o alepha, e per contrazione alpha, cui pare
che fosse dato un tal nome per essere la prima lettera dell’
alfabeto, Beta, che viene da beth, betha, suono imitato dal belare
delle pecore, e pe¬ rò sempre inalterabile nella sua naturale Semplicità,
checche ne ciancino in contrario i grammatici, i quali pretendono di farcelo
pronunciare bita, ed anche più barbaramente vita, vale una sorta di casa,
per la somiglianza che ha questa lettera colla casa stessa, nell’
Alfabeto semitico . Gamma viene da ghirnel, gamia, gamal, che vuol
dire carnelo, ed imita colla sua forma la gobba, o le gobbe di quell’ animale.
Cosi delta deriva da da- leth, o deleth , deletha, e per sincope delta, e
significa porta, cui somiglia pure nella figura. E cosi ancora epsilon fu presa
dalla he semitica, e trae la sua denominazione dal suono che si manda
fuori nel pronunziarla. La zeta, deriva dalla zain, quasi ziian,
che vale un’ arme, perchè somiglia nella sua forma ad un dardo. E cosi
percorrendo l’ intiero alfabeto. La quale opinione acquista una
forza tanto maggiore, in quanto che si osserva, che gl' ingegnosissimi Greci,
non hanno neppure nella loro lingua, che è si ricca, un vocabolo indigeno
per nominare la più bella, e la più maravi- gliosa di tutte le cose
create, qual è il Sole. Imperocché la voce , elios, di cui si servono per
nominarlo, non è altro chela pura semitica, el, o eloab, inflessa alla
greca . E significando essa, fra le altre cose, anche Dio nel suo primitivo
idioma, si vede il perchè si propagasse ancora in Grecia, come altrove il culto
del Sole. A maggior conferma poi del mio assunto, ecco una serie di
nomi, presi qua, è là senza scelta, ed appartenenti a cose assai diverse
fra loro, come a dire, divinità , eroi, fiumi, monti, città, provincie,
popoli, edifici!, e simili, i quali tutti sono evi¬ dentemente orientali,
avendo nelle lingue asiatiche, un significato, mentre non ne contengono
alcuno nei linguaggi degli altri paesi. Lo che viene a provare ad un
tempo, che i Greci non sono i ritrovatori della loro mitologia, e che altro non
hanno fatto che foggiare un infinito numoro di ridicoli Dei, prendendo
per cose reali ì simboli degli Orientali, e le loro allegorie, e parabole
. ti. facile infatti avvedersi, che Pale, la quale presiedeva alle
feste rurali in Italia, e Pallade, che mentre era la Dea della guerra, e delle
arti, insegnava la conve¬ nevole cultura agli Ateniesi, non sono che un
soggetto medesimo, sotto due nomi diversi; ì quali però vengono entrambi dalle
voci semitiche, palai , e pillai, che significano, regolare i cittadini , e da
pillali, che vuol dire ordine pubblico . no che l'industria di
farsi suoi gli altrui ritrovamenti, mandò a più riprese, come tutti sanno,
colonie in Italia, le quali vi fecero pure lunga dimora. Queste colonie
pertanto, riportarono nelle nostre contrade, più belle, e più gentili quelle
arti mede¬ sime, che ne avevano prima trasportate, grossolane, e rozze
alla terra natale, i loro predecessori. Ora, siccome andrebbe grandemente
errato il giudizio di colui, che vedendo un italiano vestito alla
parigina, o all’inglese, volesse inferirne, che quella foggia di
vestimento sia invenzione italiana, cosi è di quelli, che tutto voglio¬
no attribuire ai Greci, perchè i monumenti che ci rimangono dei nostri
antenati, sentono più, o meno del greco stile , e della greca maniera.
Nè vale opporre, che mancandoci le autorità degli antichi scrittori, onde
fiancheggiarla, e provarla, fa d’uopo rigettare una tale opinione. Imperocché,
ove siamo privi di monumenti scritti, che bastino a provare un assunto di
questa specie, è giuoco forza ricorrere al senso comune, e farsi scudo
del raziocinio ; i quali valgono m ultima conclusione più di qualunqué
autorità degli scrittori, trattandosi dei non contemporanei.
Ora questo senso comune, e questo raziocìnio, rafforzati da un gran
nume¬ ro di nomi, ( oltre quelli dell alfabeto, e dei suoi elementi ), di
fiumi, di montagne, di città, di provincie , di divinità, di eroi e
simili, ci attestano altamente, e chiara¬ mente ci dicono, che dessi non
possono esser venuti che dall’ Asia, perchè sono asiatici, e tutti
ritrovano il loro significamento negli idiomi di quella parte di mondo. Ed
essendo questi medesimi nomi per la maggior parte assai più antichi di tutti
i monumenti, e di tutte le storie che finqui si conoscano , non si può
negare di ammettere, che se asiatici non furono i primissimi abitatori di
Italia, e per conseguenza di Etruria, tali però debbono essere stati
assolutamente, quelli che insegnarono agli Etruschi l’arte Ai scrivere, e
ne volsero gl’intelletti alla cultura delle arti necessarie alla vita, e
delle utili, e dilettevoli discipline. E perchè non paia ai nan
dotti in tali materie, ed agli imperiti delle lingue orientali, che io mi
tragga dalla propria Minerva siffatte opinioni, così contrarie alle già
invalse, ed approvate dal maggior numero degli archeologi, che scrissero
sull’ Etruria, e sugli Etruschi, è necessario che io venga esponendo, le
opportune prove di quanto asserisco, ai miei lettori. Perlochè, senza
veruna pretensione all' infallibilità delle mie asserzioni, eccomi pronto
alla dimostrazione delle medesime. E tralasciando di riferire in questo
ragionamento tutte le tra¬ dizioni, non mai interrotte dai tempii più
reconditi fino all’ età nostra, le quali dicono essere stati gli antichi
Etruschi nazione cultissirna, e potentissima, mi ristringerò a quella che
c’istruisce aver eglino attinti i primi lumi della loro civiltà, da una
colonia, o emigrazione proveniente dalle parti orientali, che furono la
cuna del genere umano, e di ogni sapere •, e non già dai Greci, che erano
a quei tempi, se pure esìstevano , del tutto incolti, e selvaggi.
Venendo pertanto all’ etimologia dei suddetti nomi, ( che non è sempre
da Etr. Mus. Chius. Tom. 1. ^ libio, e Tolomeo, dalbascuenze pitsà,
equivalente a schiuma, perchè situata, secondo Rutilio, vicino al fiume
Ausuro , e sull’ Arno, Quam cingunt geminis, Arnus, et Ausur
aquis. Orvieto, chiamato Herbanum da Plinio, prende il nome dalle
celtiche voci herd, e baun che vagliano terra alta. E di là scendendo
verso Roma , incontrasi non lontano dal Tevere il lago Vadimone, o all’etrusca
Vadimune, oggi lago di Bassano, alle cui acque attribuisce lo stesso
Plinio, fra le altre qualità, vis qua fracta solidan* tur; la qual
salutifera proprietà è significata dalla prima parte del suo nome, chea
vateded equivale in celtico ad utile,proficuo,e simili. Angiunge poi lo
scrittore medesi¬ mo che era quel lago riguardato come sacro, perchè
sotto l immediata protezione di non so qual deità ; lo che viene espresso
dalla seconda parte del nome ch’ei porta, cioè, mund, o più dolcemente
mun che corrisponde difesa, protezione, e tutela. Trovavasi poi al
mezzodì di tal lago Fescennio, luogo celebre per le sue oscenità , e le quali
sono indicate dal nome, essendo gitisi’ appunto licenza, sfrenatezza , il
significamento di quello ; e però ne cantarono, Orazio Fescennina per
hunc inventa licentia morena, e Catullo, Ne diu taceat procax
Fescennina licentia; Oltre di che, il celtico wels-hein,
latinamente Fescennium, s’ interpetra bosco di Venere. Nomina
Tito Livio, Fanum Voltumnae, oggi Viterbo , e credesi comunemente che
questa Voltumna fosse una divinità. Difatti il Dempstero la reputa la
prima fra tutte le etnische, e Banier V annovera frale campestri. Ma è da
credere che Voltumna, venga dalle due voci volt e tun, e per questo il
Fano prendesse il nome non già dalla divinità, ivi adorata, ma dal luogo
ov’ era posto, poiché significa colle percosso dal fulmine,o colle
fulminato. Cosi pure, Auno , famoso Ligure, ausiliare di Enea,
quando venne a stabilirsi in Italia, e che trovasi descritto
nell'undecimo libro dell’ Eneide, come paurosissimo nello scontro colla
valorosa Camilla, significa precisamente pauroso, timido in lìn¬ gua
armorìca, uno dei dialetti indo-scitici. E Cupavone, che andò pure col suo
na¬ viglio in soccorso di Enea, si traduce capitano di mare, come Taro,,f
’interpetra gran fracasso, o che fà gran fracasso, rovinìo, o danno, ed
ognuno di leggeri comprende, quanto ciò si convenga ad un tal fiume
romorosissimo , e precipitoso . Iasio viene da iasesc, che vuol
dire, longevo, antico, e ben corrisponde all’idea, che ce ne danno ipoeti,
come Capi deriva da capasci, uomo libero, traendosi da ca- pasc, libertà.
Laberinto procede da labiranta, che vuol dire torre, palazzo; Tritto-
lemo da triptolem, che vale l’apertura dei solchi, Celeo da celi, vaso,
ordigno, mas¬ serizia, e però disse Virgilio , Virgea preterea Celei,
vilisque supellex . Palilie, ossia la festa degl’istituti, e delle
leggi, derivada palilià, c he significa l’ordine pubblico, o da peli], che vale
moderatore/Iella cosa pubblica, il primo in Isaia, Penati, è voce che
deriva da penisi!, luogo interno, o intimo , e la cui radice è penàh, che
vale penetrare; tutte le quali significazioni convengono benissimo a
quel¬ le familiari divinità degli antichi Romani. E Levana deità latina
essa pure, è la medesima che Lucina , la quale sostenta i nati di fresco,
e deriva da Jevanàh, che vuol dir Luna. La Parca, non è cosi
detta a non parcendo, come pretendono i Grammatici, e gli Etimologisti
latini, ma bensì da parech, che vale rottura , perchè tronca essa il filo
della vita; come Cerere, da gheres, spiga matura, e Cibele, da chebel
partorire. Difatti quella prima è la dea delle messi, e viene riguardata
la seconda come la madre di tutti gli Dei . Osservo il
Passeri, che Venere, detta Venus dai Latini, era parola sconosciuta ai
Greci, i quali esprimono questa pagana divinità, colle voci Sfpofarv,
topo, Afroditi, o Afaodite, Kipris, Kitereia. E fu per lungo tempo ignota
anche ai Romani, come attesta Macrobio nel primo libro dei Saturnali.
Afferma poi Earrone che il notile di questa Dea , non conoscevasi fra gli
stessi Romani, nè greco nè latino, neppure sotto ire. Ed aggiunge
Pausatila nel suo primo libro, che era ignoto agli antichi Greci, e che lo
aveva trasportato fra loro Egeo dalla Fenicia, e dall’isola di Cipro. Gli
Etruschi però conoscevano benissimo una tal Dea , eia chiamavano Vendra,
come rilevasi da un antico specchio mistico . E la sua origine sente dì
ebraico, avvegna¬ ché, ben-thara vuol dire figlia del mare perchè tbara
significa umidità, dal qual vocabolo fecero i Grecite**, tharas figlio di
Nettuno. Quindi furono dette Tbarso quasi tutte le città marittime, e
tarsisc, il mare, il lido, un porto. Dalla stessa voce ben, che si cangia
spesso in ven, per le regioni a tutti note, furono composti mol¬ ti nomi
di Dee, come quello della Bendit degli Sciti, di Bentasicima figlia di Nettuno
presso Filostrato, ed altri. Nè vennero da una sola parte, e nomi,
e riti, e costumanze asiatiche in Etruria, ed in tutta Italia, ma per più
e diverse vie: peri oche non da un solo linguaggio asiatico trar si
debbono le spiegazioni dì questi nomi, ma da più, e diverse lingue, e dialetti
di quella famosa contrada. Quindi tutti i celtici, e tutta la gran
famiglia degl’ idio¬ mi così detti indo-scitici, possono esser messi
utilmente a contribuzione, come altra volta accennammo per la retta
intelligenza dell’ etrusco, e per interpelrare gli antichi monumenti del nostro
paese-.Dal che viene a dimostrarsi , che il dotto, ed acuto padre Rardetti,
non aveva poi tutti i torti, di che altri volle troppo leggermente aggravarlo .
Ma riprendiamo la nostra disamina. Liguria, nome di quel tratto di paese,
detto la riviera di Genova, fu cosi detta da Liguria voce bascuenze,che
vuol dir soave. E si formarono probabilmente da questa, il verbo latino,
ligurire, che significa mangiare soavemente, o mangiare cose soavi, e il nome
greco liguros che vale anche soave. Pisa, cosi chiamata , o per la
figura dell’ antico suo porto, che si trarrebbe da pi* se ,che vale in
dialetto lidio porto lunato, o se fu detta Pissa, come la chiamano Po -
II nudo idoletto in bronzo che in questa Tav. si espone davanti e da
tergo, nella grandezza medesima dell’originale, con altri similissimi a
questo, sparsi pe'mu- sei, forma soggetto di mature, ma non per anche
fruttifere riflessioni degli archeologi , che se per un lato vi ravvisano una
gran somiglianza coi monumenti egiziani da far sospettare che sian idoli
venuti d’Egitto in Etruria, atteso specialmente il costume e f
acconciatura anteriore e posteriore de’capelli; dall’altra non concepiscono
come gli Etruschi abbian potuto ridursi a mendicare manifatture
d’Egitto,menti'’ erano essi medesimi famigerati artefici; nè la storia ci
addita in conto veruno un traffico simile tra le due sì disgregate
contrade. È vero che Strabone veduti i lavori d’ambedue le indicate
nazioni, li giudicò di un medesimo stile, simile a quello dei Greci
antichi ma par ch’ei ciò riferisse allo stile dell’arte, e non al costume
delle figure . In qualunque modo peraltro si volesse risolvere
l’obiezione, qui non sarebbe luogo opportuno di estendervi.
L’altro bronzo che rappresenta una fiera testa di lupo, servì
probabilmente per ornato nel manubrio d’ un arme da taglio. Ebbero
gli antichi una singoiar cerimonia religiosa, alla quale davano il nome
di Jettisternio, consistente in un convito che si faceva nel tempio, o
nel sacro recinto, dove si apparecchiayano le mense ed i letti, perivi
stendersi i devoti che lautamente mangiavano in onor degli Dei, ma vi si
preparavano ancora altre mense ed altri letti, dove si deponevano le
statue dei medesimi numi, a’quali porgevan vivande, come se fossero stati
realmente Ior commensali =. È dunque probabile che il presente rudere antico
facesse parte d’un di que’Ietti che preparavansi per le statue, i quali
si potevano usare a tal uopo di qualunque grandezza. L’ornato stesso di un
seguito di figure tutte ugualmente recombenti, con tazze in mano, come
stavasi a mensa, fan sospettare delbanalogìa di rappresentanza coll’uso
accennato del rudere, ch’èdi pietra arenaria, una terza parte maggiore
del presente disegno. Lo stile a parer mio si mostra imitativo piuttosto
che ingenuo d’un’ antichità non poco lontana. É già noto all
osservatore il nome e 1’ uso di questo mobile, per le ta¬ vole
antecedenti, al cui proposito dissi che \non veri foculi, ma figure di
ì Monum. etr. ser. m, p. 4 oi. a Liv. 1 . v, § 1 3 . Laurent,
de prond.et coena vet, c. zi, conviv. vet. c. 4 * cap. 28 , il secondo in
Giobbe cap. 3i. E Pamilie, festa che veniva dopo la raccolta, ed il cui
significato e 1 uso moderato della lingua , da dove s introdusse presso i Greci
il costume di fare esclamare e rivolgere al popolo le parole «pi« yWoias
tamnete glossas. cioè , troncate le lingue, astenetevi dal parlare,
derivansi da pa-mul, la bocca circoncidere, o da pamylah, circoncisione
della bocca. E siccome era questa una ottima lezione morale per rendere
gli uomini sociabili, e felici, così tutte le piccole società dei
congiunti, o d’altre persone che vivono insieme, furono dette fatniliae,
e da noi famiglie. Camilla è voce pretta etrusca, dicono
Servio, e Festo, e significa ministra degli Dei . Sia pur vero, ma in
idioma orientale significa un tal nome, ciò che dissero i Latini serva a
manu; o filia a rnanu , giacché cam vaia mano, ed bill figliolanza , come
osservò Eccardo al titolo 23 della Legge Salica. E filia a manu, o serva a
manu e una espressione convenientissima alle giovinette , che metter
dovevano le mani in cento cose, essendo destinate a servire.
Tarconte , autore secondo le favole di Tarquinia, fratello di Tirreno, o
disceso da lui, che sopraintese a dodici città, il che non è bagattella
,fà secondo la verità storica un valoroso soldato, che avendo difesa la
sua gente, venne denominato lo scudo 5 tale essendo ilsignificamenlo del
gallico tarcon, o dell’armorico targad. E finalmente, Tages , o
Tagete, che narrano esser saltato fuori fanciullo, dalla terra che
sfavasi arando, che fu alla nazione etrusca il primo maestro
delVaruspicio, che il senatore Buonarroti lo ha creduto espresso nella
tavola 45 fra le aggiunte al Dempstero, non può venire che dalla voce
asfcia, tag, la quale significa giorno. E pare che gli Etruschi volessero
fare intendere con questa figura, o parabola, che i giorni, p come noi
diremmo il tempo, aveva loro insegnato l aruspicina, o l'arte di
antiveder l avvenire. Avvegnaché di simile parlare figurato , sono
ripiene le pagine degli scrittori sacri, e profani. Dei quali basterà
nominar qui, tralasciando gli altri, David, Pindaro, Tullio, e
Virgilio. E siccome dice lo stesso Pindaro che le ore avevano
insegnato agli uomini molte delle antiche arti, così poteva secondo gli
Etruschi, aver loro il giorno insegnato l aruspicina-, Imperocché scrive
il prelodato Tullio, che opinionutn commenta del etdies, naturae iudicia
confirmat; E Virgilio cantò, Turne, quod optanti, divum permittere
nemo Auderet, rolvenda dies en attullit ultro. Domanderò ora
ai dotti, se dopo la spiegazione da me data a tanti nomi dei quali
potrebbe estendersene il numero per centinaia , e migliaia, sia possibile
che una fortuita combinazione, possa rendere così ragionevolmente
corrispondenti i loro significati, agli usi, ai tempi, ai luoghi, ed alle
circostanze degli oggetti per essi indicati. 4 °
va spossato di forze; e incontro a lui, come narra Omero i Troiani e gli
Achei si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe i 2 ». Il berretto
asiatico, del quale il recombente è coperto in questa tavola, mostra più
manifestamente che altrove la sua qualità di Troiano, e perciò mi
confermo nel crederlo Enea. Gli altri corpi che vedonsi rovesciati a
terra, fan fede che il fatto accade in un campo di battaglia; e nel tempo
stesso più che bellezza, dà merito al monumento quella ricchezza di lavoro, che
ne’tempi dell' arte in decadenza preferivasi al bello, che n’è il vero
pregio. La ricchezza colla quale vedemmo decorata di scultura l'urna
cineraria in marmo, il cui disegno è stato presentato nella tavola antecedente,
tre volte più piccolo della di lei grandezza, non potette appartenere che
a persona qualificata e facoltosa. Ciò si verifica nell'osservarne il
coperchio in questa tavola disegnato, sul quale riposa un giovine
riccamente vestito, decorato di onorifiche insegne, quali sono principalmente
1’ anello e la corona di alloro che ha in mano, il torque che gli orna il còllo
, ed un ricco balteo che dall' omero sinistro gli scende al destro
fianco. La corona che ha in capo non è di semplice onore, ma gli spetta
come recombente a convito: posizione che viene affermata dalla tazza che ha in
mano, come usa chi sta a mensa. É stato ragionato dagli antichi di una
guerra delle Amazzoni, la quale ha non poco del favoloso 3 , come lo
prova inclusive la diversità colla quale è narrata, ma nella varietà
della favola v’è gran concordia tra i mitologi per introdurvi i cavalli 4
. Or poiché veri combattimenti antichi a cavallo non si conoscono
descritti dagli autori de’tempi omerici, o poco dopo, così non resta che quel
delle Amazoni, o con gli Argonauti 5 , o con gli Ateniesi 6 , che
incontrisi nei monumenti, come approvato tra le rappresentanze
dell’antichità figurata. Dunque intendo di calcar le massime consuete
spiegando il presente bassorilievo per un Amazone equestre, la quale com¬
batte con un militare a piedi, sia pur costui un eroe degli Argonauti seguaci
di Erco¬ le, o un Ateniese del seguito di Teseo. La Furia con face in
mano è spesso introdotta nei combattimenti anche dai tragici greci 7.
L’urna cineraria in marmo originale misura quattro volte questo disegno.
La semplicità dello stile caratterizza questo bas- i Iliad. cit.,
v, 45 1. a Inghirami Galleria omerica, Iliade Tav. lxxiv,
Voi. i, p. 146 3 Monumenti etr. Ser. in, p. 23 1 4
Diodor. Sic. 1 . iv, cap. xvi. 5 Monum. etr. Ser. cit. p. 2 43
* 6 Ivi p. 234. 7 Ivi, Ser, 1. p. 269, 3 i 6 , 477 »
534 » 5 ^ 9 » 568 . 3 9 essi erano quei che si
trovavano entro le tombe di Chiusi, perchè essendo di terra non cotta,
potevan soltanto servir per figura in qualche sacra cerimonia 1 2 . Ecco
pertanto in questo disegno uno de’ veri foculi, o thimiateri qualora
questo braciere sia stato in uso per cuocer vittime, percb’è di bronzo, e
per ciò capace a resistere all' azione del fuoco, siccome anche i vasi e gli
al¬ tri arnesi da cucina, che vi si trovarono dentro. Anche la sua
grandezza eh’è due terzi maggiore di questo disegno, attesta della
capacità d’essere stato ado- prato. L’indefessa gentilesca superstizione
ci fa supporre, che non a caso fosse un tale utensile ornato dal
Capricorno, ripetuto nei quattro suoi angoli, mentre ogniun sa che quel
celeste segno fu oroscopo di fortuna, che tennero per loro impresa Cesare
Augusto, l’imperatore Carlo V, e Cosimo I Granduca di Toscana 3 4 .
Quell'animale vi sta dunque in luogo del gallo che vedemmo nell’altro
foculo già rammentato 3 . La forma di questo foculo di terra nera e
non cotta permette che se ne osservino distintamente i vasi da cucina e
da tavola ivi contenuti. Le replicate teste d’ariete ivi affisse, nonlascian
dubbio che il vaso non sia fatto espressamente per uso sacro, ed allusivo
a Mercurio; il quale presedeva alle libazioni, come il mediatore delle
preci che gli uomini porgevano ai numi 4. Oltredichè ci è noto, che alle
anime, come anche ai numi infernali, facevasi olocauso d’un ariete di
color nero 5 ; ed io vidi a questo proposito vari bassi altari nel museo
etrusco di Volterra, ornati di teste d’agnelli, come il foculo qui
esaminato. In un bassorilievo trovato a Chiusi, ove sembrommi di vedere il
medesimo soggetto che nel presente, all'occasione d’averlo dovuto spiegare,
scrissi quanto appresso. « Quando Venere e Apollo ebber sottratto Enea dalle
furibonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immaginò di
lasciar combattere a sazietà i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea
l’idolo, 9 1’ ombra di lui 6 . Questa poetica immagine del combattimento
di due partiti per un fantasma, fu cara oltremodo agli Etruschi, mentre
ne vediamo la rappresentanza in diversi dei lor cinerari, dove si osserva
il simulacro d’Enea caduto a terra per la percossa del sasso gettatogli da
Dio¬ mede, in atto di cercare una qualche difesa nella trista situazione
in cui si tro- 1 Ved. Tav. xxxi, xxxn, p. 29. 5 Virg. Aeneid, 1 .
vi. v- 2 4 L Varrò ap. Geli. 2 Inghirami, Im, e R. Palazzo Pitti,
p. 88. !• iu, c. 11. 3 Ved. Tav. xxxi. 6 Ilomer Iliad. 1 . v, v.
449. 4 Monuin. etr: ser. n, p. 4 2
mostra in questa Tavola il disegno rappresentatovi, non potea meglio
esprimere in esso un tale avvenimento, poiché dipinse Peleo qual destro
giovine preparato alle nozze, in atto di tenere stretta la ritrosa Teti,
che quasi è per coprirsi ’J volto col ve lo per l’onta di quell'atto.
Peleo eseguì ciò per consiglio di Chirone divenuto il di lui suocero con
quelle nozze. A lui davanti Peleo conduce la sposa, quasi che gli do¬
mandasse assenso della unione maritale, mentre il centauro coll’atto di stender
la mano dimostra l’annuenza paterna dell’imeneo. È superfluo il sospettar
ch’altra favola sia rappresentata in questa pittura fuor che quella di
Peleo e Teti davanti a Chirone, mentre lo attestano le iscrizioni che vi
si leggono setie teaes kipos, e quindi un no¬ me proprio di Nicostrato
coll’aggiunto consueto nikoztpatos kaaos. Le figure qui riportate son alte la
metà di quelle che vedonsi nella pittura del vaso originale, che ha fondo
nero , con lettere dipinte in bianco appena visibili. I vasi che han la
forma come il presente sogliono avere altresì tre manichi, ed una sola
fronte ornata a figure; questo a differenza degli altri è dipinto da due
parti, una delle quali è descritta nella Tavola antecedente, f abra, che
dir si potrebbe la parte opposta del vaso, a causa della inferiorità
della esecuzione del disegno, è la qui delineata, ed il vaso tracciato
sotto di essa è poco più della decima parte dell’originale, in fondo nero con
figure rosse. 11 vecchio calvo che sta nel mezzo a due donne in atto di
correre o di ballare, è tema comunissimo anche ad altri vasi. Ma in uno
di essi, per quanto appresi da S. E. il principe di Canino esimio possessore e
cogni- tore di tali pitture, uno di essi, io diceva, manifesta con
epigrafe il nome del vecchio Tindaro, dal che si dedurrebbe essere una
delle donne la figlia Elena danzante con una delle sue compagne nel
tempio di Diana, dove fu rapita da Teseo, e portata in Atene: tema che
ora m’avvedo essere più chiaramente espresso nel vaso che io inserii
nell’opera dei Monumenti Etruschi *, e che dissi allusivo al corso degli astri
a , e che ora maggiormente confermo per la relazione di quel ballo e di
quel ratto con la guerra dei Dioscuri onde riprender Elena, con altri
simili tratti di quella favola, i quali non significano in sostanza che
un continuo levare e tramontare degli astri 3 , e delle combinazioni loro
con la luna: nome che in greco porta con poca varietà anche Elena Selene da
sto» la risplendente, e aiUn la luna. La figura di questa Tavola è dipinta
nella grandezza medesima in una tazza di terra cotta con giallastro
colore su fondo nero, il cui aspetto ha tutti i segni del sati— 1
Ser. v. Tav. ix. 3 Ivi, ser. n, p. 4 g 8 . 2 Ivi, ser v, p. 87, li
4 , 4 Ivi, p. 567. sorilievo non distante dai buoni tempi dell’ arte; e se
la figura equestre compa¬ risce alquanto piccola, fu condotto a sì
ingrata licenza lo scultore nel volervi introdurre delle figure a piedi e
a cavallo protratte ad un'altezza medesima, e che tutte empissero il
fondo sul quale son collocate. Prima di coricarsi a mensa usarono gl’italiani
dei primi tempi di Roma di spo¬ gliarsi de'propri abiti, e prendere un
manto che dissero veste cenatoria o sindone, colla quale in parte
avvolgevansi e in parte potean restare a nudo, per aver le braccia più libere
all’azione di prendere il cibo,- e così coperti dieevansi dai latini semi-
amidi, ma quell’uso fu abbandonato e non tardi, ond’è che da Erodiano fu
addotto come affettata imitazione delle antiche statue Di tal costume par
che serbi memo¬ ria la figura della Tavola presente che giace sul
coperchio,spettante all’urna in marmo che antecedentemente abbiamo
veduta.Dell'iscrizione sarà dato conto a suo luogo. Il vaso che qui si
mostra un terzo più piccolo dell' originale, è di que’soliti di terra
nera che si trovano a Chiusi, nè potrassi mai supporre che siano d’altra
fàbbrica fuori della chiusina, poiché oltre la terra nera e non cotta che vi si
adopra- va più che in altre officine, hanno essi vasi certe forme, una
delle quali è la presente, che mostrano un carattere del tutto originale ed
unico, sì nelle sagome, sì negli ornati. Accenna Omero essere stata
volontà degli Dei,che Peleo togliesse Teti per moglie, quantunque Dea;
mentre quell’eroe non avrebbe volontariamente aspirato ad una unione sì
eminente 3 . Apollodoro ne spiega più minutamente il successo, e dalla di
lui narrazione par che abbia origine questa pittura. Era fama che Giove unitosi
con Teti, da cui restò incinta d'Achille, ne procurasse 1’ imeneo
posteriore con Peleo, quantunque mortale 3 . Quindi soggiunge Apollodoro,
che il centauro Chirone consigliò Peleo ad impadronirsi della ninfa divina con
sagace destrezza, nè lasciarla andare, per qualunque forma ch’ella avesse presa
. La insidiò difatti Peleo, e quantun¬ que la Dea si trasformasse in
acqua, in fuoco, ed in bestia feroce, egli ritennela finché non ebbe
ripresa la di lei primiera forma di ninfa. Il pittore del vaso di cui si
i Monum. Etr. ser, i, p. 3^6. 3 Scol. ap. Heine lliad. Iib. xm, v. 35o ,
Tom. v H-imer. lliad. lib. xxiv, v. 538. vi, p. 635.
Elr. Mas . Chius. Torti. I.
ragionamento y SUGLI ETRUSCHI
Disputarono lungamente frà loro gli scrittoli, come abbiamo accennalo, intorno
all’ origine degli Etruschi, e fabbricarono su questo soggetto tre sistemi
di¬ versi. Volevano, per esempio, alcuni che eglino fossero un popolo uscito
dalla Grecia, ed una colonia di Pelasghi, mentre sostenevano altri che erano
Lidii, e veni nano dall’ Asia, ed altri finalmente affermavano essere i
medesimi originarli di Italia. La quale ultima opinione è
ragionevolissima, e noi la crediamo la vera. I moderni poi hanno
superato gli antichi nel numero delle ipotesi, e dei sistemi-. Imperocché
il Maffei,col Mazzocchi, ed il Guarnacci, li fanno venire dalla Fenicia,
il Buonarroti dall' Egitto, il Pelloutier, il Bardetti, ed il Frerst, dai
Celti. Li crede Guglielmo de Humboldt I anello di comunicazione frà i Latini, e
gl’ Iben, laddove Niebuhr riguarda la Rezia come la primitiva lor sede. Ed in
fine il Mailer suo discepolo, adottando un termine medio, ammette un
popolo primitivo di Etruria, eh’ ei chiama Rase ni con Dionisio d
Alicarnasso, e sulla cui origine lascia la qm- stione indecisa, benché
creda d’ altronde, che questi Raseni si mescolassero coi Pe¬ lasghi, qua
venuti colle loro colonie di Lidia. Ora questa moltitudine
d’ipotesi antiche-, e moderne, da altra causa non possono cèrtamente
procedere, che, oda troppa leggerezza, e precipitazione nell’ esaminare i
monumenti dei nostri padri, o da impremeditato sistema in coloro, che ne
presero a scrivere, o dal più nocivo di tutti i sistemi, V amore di parte.
Per poco infatti che vi sifaccia attenzione, e si vogliano mettere alla
prova, non è difficile a chicchesia di accorgersi, che q.essuna di quelle
ipòtesi, e nessuno di quei sistemi, contiene elementi che bastino a
diradare il buio che involge le cose etnische, ed a spiegare, anche
probabilmente i monumenti che ci rimangono di quella illustre nazione.
Scegliendo peraltro da ciascuna di quelle ipotesi, e da ognuno di quei
sistemi, ciò che vè di più ragionevole, e di più giusto, e formandone un
insieme, vi si troverà, se il giudizio nostro non và errato, quanto fà di
mestieri, per portar piena luce e spiegare con ogni chiarezza, e senza
replica, tutto quello checi rimane di etrusco. Stabiliremo dunque
frattanto, che furono gli Etruschi un popolo particolare d’Italia, indigeno di
questa bella penisola, che ebbe, com è naturale, una lingua sua pro¬ pria
; la quale non è la. Stessa che la greca antica,, come dimostrammo nel
precedente ragionamento, e che anzi ne differisce mollissimo, anche per
sentimento del prelodato Mailer. Col quale aggiungeremo, a conferma di
quanta asseriamo, che inori>', dei loro ro: orecchie ircine,
barba prolissa,naso simo e coda di cavallo.L'otre vinaria ove stas¬ si
assiso è pure suo speciale attributo. L’iscrizione letta come qui
rappresentasi, poco giova ad intenderne il significato panaitios iupos
kacos . Non oso farvi emenda, mentre non avendo io veduto il monumento,
non posso nè asserire, nè porre in dubbio se questa sia la vera lezione.
Quando non vogliasi azzardare il supposto che la terza lettera dell’
ultima voce sia nell’ originale un p, per cui avremmo due volte ripetuta
la voce bello, come in altri esempi si vede, potremmo almeno pensare ad
una omissione dell’asta che del c ne dovea formare unir, e la voce
significativa di pernicioso potrebbe alludere al vino, quando n’è fatto
abuso. Nè nieu dubbie si mostran le altre voci, a meno che vogliansi
leggere ««<05 che sarebbe un saluto al dio Pan l’autore della
universale natura. Ma tali dubbie iscrizioni debbonsi a mio parere
consegnar colle stampe alle indagini di quelli ellenisti che in
particolar modo si occupano dei vasi dipinti e scritti. Epigrafi
tratte dal museo Oasuccini, come le altre venti già stampate, scolpite in urne
di travertino, o segnate in urne di coccio. VI :fì\u
il AH : 43 :4flHfYf = fln-iq/iDvnas : ma : qd
>- tv -7 bifidi) : dfiUfVf: V13M :
lllfttqfi : 04 :4fi0qfl4 : dfidfVf : liHblqfi : 43
#filflfiOmfiq ; invddfi : O4 > /in fio
Doppia epigrafe 4fi Sopra il coperchio
filfin8dV3 Nell’ orlo del coperchio Iffifliqa : ignqfiq :
04 XXVII. Jfi 1 -r fi sic om 131 :
lantqfi : I O q fi 4 xxvin. fiinvi-nai : firmo
filflfl031 6 * 46 il nome di quei nuovi
coloni, e non quello dei primitivi alitanti. Imperocché , trovan¬ dosi,
prosegue lo stesso Mailer, nella Tavole Euguhine, la parola Tursee, con
quelle di Tuscom , e di Tuscer, è impossibile di non conchiudere, che dalla
radice Tur si sono fot mali Tursicus, Turscus, e Tuscus, come dalla
radice Qp, deriva- ronsi Opscus, ed Oscus; Di maniera che Tuprìvoi o Tv
eP moi e Tusci, non sono che le forme asiatiche, ed italiche di un solo,
e medesimo nome • Che del resto, un argomento per noi fortissimo,
atto a dimostrare oltremodo remo¬ ta la civiltà degli Italioti, e
singolarmente degli Etruschi, ricavasi pure da tutti que¬ gli antichi
scrittori, i quali parlano della cosi detta Confederazione etnisca residente a
Fiesole, e da tutti quei Gronólogisti, che ne fissano lo stabilimento a lobo anni
prima dell’era volgare ; dei quali vedasi, fra gli altri, il Sìg. de
Long-Champs, nei suoi Fasti universali. Lo che ci fa credere che gli
abitanti dì questa regione, avessero già acquistale fino diallora, non
ordinarie nozioni di politica teoria. Ed infatti, benché la
voracità dèi secoli, e più ancora la feroce ambizione , e la crudele
prepotenza romana , ci abbiano invidiate le storie etnische, ed anche la
maggior parte dei monumenti di quel popolo celebratissimo. Benché la vanità
senza limiti dei Greci, sia venuta, per giunta alla derrata, ad involgerne di
puerili, e ridicole favole, perfino il nome, non che le azioni dei nostri
antenati, per quella loro presunzione stoltissima , di far credere che
tutte le altre nazioni del mondo, non fu¬ rono nulla , in paragone di
loro ; esistono pure tuttavia in Etruria delle costruzioni, che gli
eruditi chiamano Ciclopèe , perchè non hanno il carattere, nè fenicio, nè
egizio, e che sono per conseguenza indìgene , le quali sfidano da quattro mila
anni a questa parte,gl’insulti degli uomini e gli urti del tempo, e
stanno a conferma di quanto asserimmo qui sopra, circa la suaccennata
civiltà, e straordinaria potenza, ed energia degli Etruschi . E tali
sono, fra le altre, le mura di Volterra, e di più altre città dell’
antica Etruria, le quali sono formate di enormi macigni, senza alcun
cemento, resi fermi soltanto dal proprio peso- Mal epoca della
colonizzazione, della quale parlammo di sopra, non si può fissare che per
approssimazione. La quale peraltro credè il Mùller, già citato più volte,
che coincida colla emigrazione dei popoli, e che fosse cagionala, e prodotta da
quella, e se la ragiona cosi- Gli Umbri, dice egli, e lo ripetono pure i
compilatori di Edimburgo, erano potenti nella contrada, di cui presero
possesso i nuovi coloni. I quali ebbero a sostenere lunghe, e sanguinose
guerre, prima di spossessarli delle trecento città, che eglino
occuparono, al dire di Plinio lib. terzo, cap. decimo nono, nel paese che
fu più tardi chiamato Etruria. E poi fuori di ogni dubbio che gli
Etruschi si estesero dalla parte del Mezzogiorno, fino alle sponde del Tevere,
ed anche al di là nel Lazio, come lo prova il nome di Tusculo, o
Tusculano. E dietro le tradizioni popolari, quello stesso Tarconte, al
quale si attribuisce la fondazione delle dodici città di Etruria, con¬
dusse anche dodici colonie al di la degli Appennini, e vi gitlò le fondamenta
di Dei, non sono quelli che s' incontrano presso gli Elleni, e che
trovatisi nelle dottrine dei Sacerdoti Etruschi, molti punti, affatto
diversi dalla greca teologia. E ripeteremo ciò che altrove dicemmo, che
la sorte, cioè, di questa nazione, pare che fosse quella di essere
debitrice dei suoi primi progressi nella civiltà, non ad una tribù greca, o
mezza greca, siccome crede lo stesso Mailer, e con esso lui i dotti
compilatori della Rivista di Edimburgo ; ma bensì ad una emigrazione
asiatica, più antica dei Greci medesimi come abbiamo assento, ed in parte
ancora provato nel precedente ragionamento. Nè punto esiteremo d
affirmar qui, che la lingua etnisca, o ella non fu mai scritta nella sua
purità primitiva, e scevra di ogni mescolamento di stranieri vocaboli, o
se pure lo fu in lontanissima età, non è fino a noi pervenuto alcun monumento
scritto, il quale ce ne possa far fede. E ciò sosteniamo con tutta franchezza,
perchè quelli conosciutifinqui, sono tutti composti, senza veruna
eccezione, di un rnescuglio di voci, prese ad imprestito, per la maggior parte,
da ognuno di quegli antichissimi lin¬ guaggi, e dialetti, che nominammo
nei ragionamenti già pubblicati in quest' opera stessa. Di che daremo una
sicura prova in altro discorso a questo solo scopo diretto. Sul
proposito però dell' essere, o non essere gli Etruschi una tribù greca , o
mezza greca, è molto curiosa la novelletta che vanno ripetendo, il prelodato
Mùller, e con esso ancora i surriferiti Compilatori della Rivista
edimburghese, ove dicono che i Toscani attribuivano eglino stessi, nelle
loro nazionali leggende, la propria civiltà alla marittima città di
Tarquinia, e nominatamente a Tarconle. I quali due nomi altro non sono,
secondo essi , che due variazioni di Tirreni . Ma questa è una greca
invenzione, ed anche di moderna data, in confronto della remota cultura degli
Etruschi, ed è similissima a tante altre dello stesso calibro , dai medesimi
Greci ac¬ creditate, e spacciate per fatti, intorno all’origine di tutte
le più celebri nazioni del- l antichità . Ed aggiungono i medesimi
autori, che sbarcarono precisamente a Tarquinia , e colà stabilironsi da prima,
quei terribili Pelasglii di Lidia, i quali porta¬ vano seco le arti, e le
scienze, che avevano già apprese o nella patria loro , o nei loro viaggi
-, credendo di poter cosi conciliare maggior fede al loro racconto circa
la primitiva civiltà degli Etruschi. Al venir dunque di si
fatti coloni, secondo quell' eruditissimo prussiano, e quei dotti
inglesi, vide per la prima volta 'questo barbaro paése, degli uomini coperti
di bronzo, equipaggiarsi a suono di tromba per la battaglia. Udì allora
per la prima volta , l acuto squillo della tibia lido-frigia ,
accompagnare i sagrifizii, e fu testimo¬ ne della rapida corsa delle
galere a cinquanta remi, Siccome però la tradizione passando poi di
bocca in bocca , non conosceva più limiti, cosi tuttala gloria del nome
toscano, anche quella che non apparteneva prò- priameiife ai coloid, si
attaccò a Tarconte discepolo di Tagete, o d e ! tempo, come dicemmo nel
precedente discorso, riguardandolo quale autore di urlerà novella, e migliore,
nella storia di Etruria. Ed i popoli vicini, vale a dire , gli Umbri, ed
i Latini ; diederq a questa nazione, che incominciò allora ad
accrescersi, ed estèndersi Nè credo che allia torlo il MiMer,
attribuendo alla preminenza di questi ultimi sul mare inferiore, la
mancanza delle colonie greche, sulla costa setten¬ trionale della
Sicilia, ove al tempo di Tucidide, non eravi che Lnera. Il timo¬ re degli
Etruschi, chiuse per lungo tempo ai Greci, il passaggio dello stretto di
Reggio- E non avvenne che dopo V epoca in cui ebbero acquistata i Focesi
una potenza navale, che fu dato loro di esplorare entrambi i mari.
Ma la rivalità non tardò molto a manifestarsi frà i due popoli, i quali
cércarono d'impadronirsi dell’ isola di Corsica . E gli Etruschi uniti ai
Cartaginesi, disfecero i Focesi. Furono pero meno fortunati nelle loro
guerre marittime coi Borii di Guido e di Rodi che avevano formalo uno
stabilimento a Lipari. Finalmente 474 anni avanti Gesù Cristo, il
popolo di Ciana in Campania, avendo dichiarata la guerra ai Tirreni,
chiamò in suo soccorso Gerone tiranno di Siracusa , che li disfece
completamente, e liberò, dice Pindaro nella prima Ode pizia, la Grecia
dalia schiavitù. E difetti uno scudo di Bronzo trovato nelle rovine di Olimpia
nel 1817 , porta questa iscrizione = Gerone, figlio di Dimmene, ed i
Siracusani, hanno consacrato a Giove queste spoglie dei Tirreni vinti a
Clima = . Ammesso pertanto che furono gli Etruschi un antichissimo popolo
d’ Italia originario dello stesso paese, conchiuderemo questo breve
ragionamento, colle riflessioni seguenti. L° Che di necessità
ebbero essi, linguaggio, usi, Leggi, costumanze, arti, scienze, e
religione loro particolari, e proprie, benché dovessero i primi progressi nella
civiltà ad una emigrazione asiatica, in un epoca quasi impossibile a stabilirsi
con precisione. Il.° Che per conseguenza, fra le altre cose ,
che qui per brevità si tralasciano , i vasi dipinti di terra cotta, come
quelli neri, ed altri, di qualunqueforma, e grandezza, siano essi
aretini, o chiusini, o campani, sono genuinamenee etruschi, e non altro
che etruschi. Benché sia piaciuto agli Archeologi di chiamarli vasi
greci, e più modernamente ancora italo-greci. Le quali denominazioni hanno dato
loro quei dotti , perchè vi si scorgono, come pure nelle urne cinerarie,
e nei sarcof agi, disegnate e di¬ pinte, o scolpite, a basso , e a gran
rilievo, rappresentanze, o storie e favole greche; ovvero che tali
divennero dopo essere state prima etnische, e perchè vi si leggono parole
greche, o che alle greche somigliano. Come se non potessero essere nel mondo
due diversi idiomi i quali abbiamo alcuni vocaboli comuni ad entrambi.
Conforme fu sa¬ gacemente osservato, dal dotto, e perspicace sig.
principe di Canino apag .20 del suo Museo Etrusco. Campani poi faron
detti, eziandio tali vasi, perchè se ne fabbricavano . e se ne trovano nella
Campania, che fu pure colonia etnisca, come si dicono chiusini, ed
aretini, da Chiusi, e da Arezzo, ove esisterono speciali fabbriche dei
medesimi. E sul proposito del sig. principe di Canino, sono assai dispiacente
di non aver letto prima d’ora quel suo dotto e giudizioso lavoro, perchè
avendovi riscontrate al- altre dodici città. Lo che serve a trovare
che l Etruria della valle del Pò, fu colonnizzata dall' Etruria del
Mezzogiorno. La. medesima tradizione di dodici colonie, viene
ripetuta sul proposito dello stabilimento degli Etruschi in Campania-, Ed
il Miiller suppone che quelle co¬ lonie fossero realmente etnische, contro
, l’opinione di Niebuhr suo maestro, il qua¬ le pensa che elleno fossero
fondate dai Pelasghi Tirreni, confusi cogli Etruschi, a cagione
dell’identità del nome. In ogni caso però, sembra allo stesso
Miiller, che la popolazione etrusco della Campania, non debba essere
stata molto considerabile, perchè vi prevalse il dialetto Osco, e perchè non si
è mai trovata in tutto quel tratto di paese, una sola iscrizione
veramente etnisca . Laonde convien credere, prosegue egli, che quel
fertilissimo paese, immerso nel lusso, e nella mollezza, esercitasse la sua
fatale influenza sugli Etruschi, che vi si erano stabiliti, mentre furono
obbligali ad abban¬ donare il possesso delle ricche pianure di Capua ai
Sanniti, colà discesi dalle loro montagne. Io non saprei qui
sottoscrivermi all’opinione del dotto archeologo prussiano, sembrandomi
troppo debole la ragione che egli adduce, per ìstabilire che fosse
piccolo il numero dei coloni Etruschi della Campania, quella cioè del
dialetto Osco rima¬ stovi dominante, poiché potrebb’ essere ciò avvenuto
anche dall' avervi quegli ospiti soggiornato per breve tempo , oppure da
un riguardo che poterono benissimo avere i Vincitori verso i vinti. Di
che abbiamo avuto un esempio noi stessi nelle nostre contra¬ de al tempo
dell’ Impero francese. E certamente gli Etruschi, non erano cosi feroci,
come i Romani, i quali ebbero l’inumanissimo orgoglio di togliere perfino la
lingua ai popoli che avevano l’infortunio di cadere sotto il loro giogo di
ferro : ( checché ne cantino in contrario ifanatici loro lodatori .) E se
è permesso di paragonare le grandi cose alle piccole, quando sono dello
stesso genere , dirò in appoggio della mia supposizione, che anche i
Chinesi soggiogati già da piti secoli dai Tatari Mant- sciu, hanno
conservato, e conservano tuttavia dominante il proprio idioma, benché
soggetti ad una dominazione straniera. Oltre di che, viene ad accrescersi la
forza del mio ragionamento , riflettendo che era ben facile, e naturale il
conservare nella Campania il linguaggio del paese, altro non essendo il
medesimo, che un dia¬ letto della lingua Etnisca. Sembra poi
cosa provata , e da non controvertersi, che i Tirreni dopo il loro sta¬
bilimento in Italia, esercitassero per lungo tempo la pirateria, e che si
rendessero così famosi nelle pianure della Grecia, ma è peraltro assai
difficile a deci¬ dersi, se una tale accusa debba applicarsi a Tirreni
del mare Egeo, oppure ai Tirreni Etruschi', I quali possedendo dei buoni
porti sui due mari, conserva- ronsi la dominazione dell’uno, e dell'
altro, e si resero formidabili, non solamente alle navi mercantili, colle loro
corsare, ma eziandio alle altre potenze, coi loro navali
armamenti. A molti sarà nuovo ed inatteso questo singoiar monumento,- ma
non a chi ha scorsa la mia Opera su i Monumenti Etruschi ove alla ser.
VI, e precisamente alla Tavola G5 ne ho dati a luce due inediti, nè
finallora da nessun altro mostrati, In seguito si videro esibiti
ripetutamente nelle Opere del eh. dot. Dorow '. Io dissi di quelli, come
pur di questo ripeto, esser vasi di terra nera, al cui orifizio è soprapposto
per coperchio un capo umano, ed a suo luogo spiegai come que’recipienti dovean
simboleggiare il mondo, ed il capo sovrimpostovi la divinità che Io
governa dall’ alto de’cieli \ Ma poiché questa specie di vasi trovasi nei
sepolcri, cosi potremo credere che i soprimposti capi rappresentino deità
speciali, cosicché se avrà barba un di essi, come quello che pubblicai
altra volta 3, si potrà dire un Bacco infernale, mentre nel presente
monumento dov’ è un capo imberbe, ed alcune protuberanze che dan segno di
petto femminile ravviseremo una Proserpina. Se il vaso qui esposto avea
ceneri umane, di che non posso giudicare dal solo disegno ch'io vedo di questi
monumenti chiusini, in quel caso direbbesi che le braccia, avvingendone il
recipiente, indicano il patrocinio che la divinità dovea prendere di quel
morto ritornato nel caos della materia mondiale. Dico tuttociò brevemente
perchè in queste materie mi sono esteso altrove abbastanza. Qui aggiungo
l'osservazione che molti vasi uguali a questi, ma in pietre di varia
specie trovatisi nei sepolcri egiziani e in gran parte anche dipinti nei
papiri, nelle casse e nelle pareti delle tombe; e dai capi che hannovi soprapposti
di forme varie 4, si ravvisano per figure delle principali deità
egiziane, Questo vaso in terra nera è due terzi più piccolo dell’
originale . È tuttavìa non risoluta questione se figure simili alla presente,
cioè che abbiano lunga barba, corona in testa, abito lungo fino ai piedi
un manto sugli omeri con vaso in mano, ed attorniate da sermenti d’edera
o di vite, è questionabile, io diceva, se dir si debban figure di Bacco o
d'un qualche di lui sacerdote.È altresì cosa degna d’osservazione che l’occhio
qui eseguito, non come dalla natura umana si mostra, è poi disegnato
precisamente come si vede nelle figure de’ vasi di Grecia di Sicilia , e
di tutta 1* Italia meridionale, ove trattisi di pitture che affettino
qualche arcaismo nel loro stile, e specialmente ove le figure sono come
qui di color nero sul fondo gialla- 1 Dorow , Voiage archeologique
dans V a °cienne xbtrurie avec xvi Planches. 1 Voi. io 4 -° P- 46,
Paris. 1829. Notizie intorno ad alcuni Vasi. Etruschi Pesaro 1828 in
8.°. 2 Monumenti Etruschi, ser. 11, p. 47 1 2 > ser. v f
p. 490» ser - Vi* Tav. G 5 , p. 4 ^. 3 Ivi, ser. vi, Tav. G
5 num. 1, 3 . 4 Ivi * ser. vi, tav. N4, num. 1 , e P4. numm.
1 , 2. cune opinioni, che mi paiono le più giuste, e
ragionevoli in questa materia, e le quali si accordano con quelle da me
emesse nei precedenti ragionamenti, mi sarei fatto un dovere di render
nolo al Pubblico molto prima, quanta sodisfazione io ni abbia di trovarmi
d'accordo con un uomo di tanto ingegno e di tanta dottrina . III. 0
Che si avvicina al delirio l'ostinarsi ancora a voler credere opere greche
i suindicati vasi, perle sopra esposte ragioni, e perchè se ne rinvennero
alcuni persino nell' Attica, ed in altre parli della Grecia, i quali sono
peraltro in piccolissimo numero, in confronto a quelli discoperti in
Etruria , e nelle altre parti d'Italia. Ed una tal foggia di ragionare, è
simile a quella di chiunque osservando per T Italia, o in Francia dei
lavori di porcellana della China, e del Giappone, pretendesse di stabilire, che
quei lavori sono italici, o francesi, solo perchè si trovano in Francia,
ed in Italia. IV. ° Che non è meno strano, per non dire
assurdo il pretendere di togliere agli Etruschi l’ onore di tali
manifatture, per farne dono ai Greci, perchè s‘ incontrano molti dei
suddétti vasi che hanno elegantissima forma, e sono disegnati pure, e dipinti
con un gusto squisito. Quasiché gli Etruschi non avessero fatto che
comparire sulla faccia del globo terrestre, e ne fossero subito
scomparsi. Oppure, avendovi di¬ morato per lunga serie di secoli, lo che
non hanno saputo negar loro neppure i più furiosi partigiani dei Greci,
fossero stati poi forniti di tale, e tanta stupidità, da non saper
migliorare, ed anche condurre a perfezione, le loro invenzioni, come
fanno tutti i popoli del mondo V. ° Che non si vorrà
sostenére finalménte, che le arti non pvesserò presso gli Etruschi, come
presso tutte le incivilite nazioni, che le coltivarono, diverse epoche,
cioè quella della primitiva rozzezza, qxiella del miglioramento, e quella
della perfezione, come quelle del decadimento, e della successiva
barbarie. Nè saprei addurre, per rivendicare questa usurpazione fatta dagli
archeologi ai nostri padri, più bella prova, e più convinciente ragione
dì quella prodotta dallo stesso signor Principe di Canino, apag. ig
dell’opera citata qui sopra. Cioè, che i vasi dipinti non sono
sicuramente greci perchè i Greci stessi non se ne sono vantati giammai.
Ed è ben gloriosa per gli Etruschi una tele invenzione, conforme riflette
pure il prelodalo scrittore, perchè fu¬ rono essi i primi ad iscoprire
colla meditazione, e colle più profonde indagini, che per eternare le
tradizioni dei popoli, più del marmo, e del bronzo, è valevole Iùmile
terra cotta, perchè ella sola passa a traverso alla fuga dei secoli senza
altera¬ zione veruna . jflniiia : 3 n iq 3© or 248v8 in gran
travertino che serviva di porta ad un sepolcro amq&o :
ofl janqoai Etr. Mus. Chiut. Tom. I. 7
52 ha sulle spalle, e come questo riferir si debbe
all’autunno l'accennai spiegando altri vasi chiusini analoghi a
questo , LVI. Le quattro tavv.LlII, LIV, LV, LVI sono
impiegate a mostrare un bel monumen¬ to di pietra tofaceadella figura
d’ut) cubo, della grandezza due volte maggiore del disegno qui ripetuto,
e che mostra quattro lati scolpiti con figure a rilievo assai basso, come sono
gli altri monumenti di simil natura trovati a Chiusi. Io non saprei dire
se ara sia questa, oppure altare, o foculo, o base, o altr'oggetto
qualunque, perchè non vedendone io che i disegni non posso da essi giudicarne
con fondamento. Esaminiamone le sculture che si vedono in quattro lati
del cubo. È fuori di dubbio che qui si tratta di riti funebri, e d'ultimi
uffici di pie¬ tà resi ad un morto, che vedasi steso sul feretro alla
Tavola LUI. Il fanciulletto eh’ è in piedi presso a quel letto di morte
ha un tale atteggiamento di dolore, che non saprebbesi meglio immaginare
dal più sagace dei nostri artisti, brattan¬ to c’insegna che tenevasi per
atto di duolo il porre le mani al capo. Infatti nel quadro medesimo
compariscono due altri astanti colle mani portate al capo ugualmente, ma ben si
ravvisa che l'atto è suggerito più da formalità che da quel vivo dolore che
esprime il giovanetto probabilmente figlio dell’estinto, di cui qui si
rappresentano l’esequie. Un simile atto, e da uomini similmente abbigliati,
è pure nella pietra di memoria perugina da me pubblicata *, ove
rappresentasi ugualmente la funebre cerimonia che praticasi all’ occasione di
un morto. Espressiva è parimente la prefica a capo al letto, in sembianza
di strapparsi per dolore i capelli, mentre ì’uonio che al cadavere è più
vicino, alza le mani probabilmente per espressione pure di dolore, mista
però di sorpresa. Una figura eh’è ultima nella composizione, suona le tibie con
certa bocchetta che legavasi agli orecchi o al capo in giro. Un tal suono in
occasione di funebre cerimonia non credo che andasse esente da superstizione
tuscanica, passata ai Romani ancora, mentre credevasi di poter porre in fuga
gli spettri coll'armonia della musica 1 2 3 , e così allontanare quelle
malie dalle quali avevano opinione che le anime restassero consacrate alle
deità infernali 4 : superstizione peraltro che manca nel monumento perugino indicato.
Dietro al tibicine alla Tavola LIV vediamo quattro uomini armati di
bastoni, che in mano di Etruschi non è improbabile che siano augurali,
ancorché non 1 Lettere di etnisca erudizione. Tomo i. p.
190. e seguente Tav. xi. 2 Monumenti etruschi, ser. vi, tav.
Za, e Lanzi Della Scultura degli antichi e vari suoi stili
Tav. ìv. 3 Ved. Luciano pitato dal Ma ilei nella sua me¬ moria
sulla religione dei Gentili nel morire ; Osservazioni letter. Tom. 1,
art. ìx. 4 Tacito, Annali 1 . 1. ap, il Mafie! cit. p. 5i
stro 1 2 . Una tale osservazione unitamente con altre può essere di non
poco rilievo per indagare l’origine primitiva dell’ uso di porre siffatte
stoviglie dentro i sepolcri. A chi ha buon gusto peri lavori di
metallo sarà gradevole il conoscere la forma singolare e del tutto nuova
non men che bella di questo vasetto di bronzo, disegnato nella grandezza
medesima dell’originale. Apparentemente dovea contenere de’ liquidi, e
perciò l’intelligente artefice operò per modo che tutto vicorrispondesse
l’ornato. Ecco là un uccello aquatico sopra una pianta quadrifoglia palustre,
il che serve di pomo al coperchio: ecco là una conchiglia lacustre che
serve di borchia a! manico : ecco là infine i lunghi manichi formati in
guisa di colli d’uccelli aquatici come del becco loro nel quale han
termine si rav visa. Il vaso di terra cotta di color rosso che vedesi
rappresentato nella parte superiore di questa LII Tavola, è già noto per
la frequenza colla quale si trova nelle collezioni di simili antichi oggetti.
Par che i Gentili 1’ usassero per lucerna; ed alternativamente colle
lucerne trovasi difatti nei sepolcri, ma in esso valutavano anche la forma
di barca e di recipiente, alludendolo a certa favola d'Èrcole eli’ebbe in
dono del sole un vaso, col quale varcò l'Oceano. Come poi si applicasse
al vaso qtìi esposto l’indicata favola è cosa inutile ch’io lo ripeta,
dopo averne sufficientemente parlato nell’ opera de’Monumenti Etruschi %
dove ne ho riportati alcuni di varie forme. L’iscrizione che è sul manico
suole indicare il figulo, o la fabbrica figulinaria. Il Vaso al
disotto in questa medesima tavola è di que consueti chiusini di color
nero sì nella superficie che nell’interna sua pasta. Questa qualità di vasi
aver suole dei bassirilievi, che girano attorno ripetendosi ogni quattro
o sei figure, perchè fatti colle stampe. Bisogna convenire della gran
somiglianza tra quella manifattura, e le cose egiziane. Vedo nella prima
figura femminile l’atto d’alzare un’uccello, così nelle figure egiziane
dei calendari vediamo elevare per la testa, o calare al basso tenuti per
la coda animali, che indicano il sorgere o calare abaco dei segni zodiacali.
Dell’uomo che segue con bastone in mano io non saprei dir cosa che avesse
inoppugna¬ bile sostegno. Ben potrò dire che a lui segue la chimera colla
doppia testa di leone e di capra, ch’io mostrai altre volte 4 esser
composto di segui celesti. E poi chiaro il centauro qual cacciatore, che
porta la preda appesa al suo frassine che 1 Moni;memi etr. Ser. v.
Tav. lv, p. 5i 2 Ser. li, p. 359, 36 i , 3 62. 3 Ivi ser. vi,
Tav. E 4 , F^. 4 Monurn. etr. ser. w, p. 38 a. Vogliamo
credere che nella statuetta in bronzo qui rappresentata di naturai
grandezza sia da riconoscersi una Minerva per 1’ usbergo del quale vedesi
armata? Del piccol mostro pure uguale in grandezza all’originale in bronzo, non
fo parola, poiché probabilmente dagli editori di quest’opera ne saran
pubblicati dei simili, ch’io vidi vari anni indietro a Chiusi.
Il vaso è de’soliti che trovansi per tutta 1 Italia meridionale, con
figure giallastre in campo nero, la cui gola soltanto a una pittura che vedremo
nella tavola seguente, mentre è monocromo, ed ha tre manichi, d una forma
essatta- mente ripetuta molte volte coi medesimi accessori nei ricchi
scavi di Canino, e d’altre parti d’Italia. Io non mi persuado come
il mito delle Amazoni combattenti, sì ripetuto nei vasi fittili di tutta
l’Italia, come si vede in questo, non abbia una qualche allusione religiosa, come
ho supposto trattando altre volte questo medesimo soggetto. Si vedono in
fatti sempre come qui le Amazoni a cavallo , ed i loro avversari sem¬ pre
a piedi, ed in positure di soccombenti al conflitto, colle ginocchia
piegate. Eppure se alle favole che trattano delle Amazoni dovessimo
ricorrere per Spiegarne il mito, noi le troveremmo sempre vinte o da Ercole, o
da Teseo, o da Achille . Io non vedo in quel mito che 1’ allegorìa del
contrasto e del dominio del tempo in cui si trattiene il sole nei segni
inferiori del zodiaco, ma siccome troppo lungo sarebbe il mostrar qui di
tale allegorìa lo sviluppo, così rimando chi legge ad altri miei scritti,
ove trattai lungamente di questa materia a . Questa è la pittura
del vaso, la cui forma vedemmo nella Tavola antecedente, e che vien
riportata nella grandezza di due terzi del suo originale. xxxi.
/uif/mDajmjaa xxxii. jfliDnaD : an/d-nit/ìi : Yfl xxxm.
i/ìvjad anfl-uitfl'i ; or xxxiv. j/qnqai ; vJDfi : ofl
XXXV, V433 : J lf d Galleria Omerica Tom ii,Tav cLxxxvni.p. 137.VJlDfl
: 31 : Vfl Veil. Mommi, etr. agli articoli A magoni. abbiano
la forma di lituo, come osservansi nel monumonto perugino. Infatti ad
essi spettava il presagire che l’anima del defonto fosse passata in luogo di
riposo; di che se non troviamo prove di antichi scrittori, certamente ne
conosciamola pratica presso gli Etruschi, per mezzo del più volte citato
monumento perugino, dove inclusive il vestiario di quegli auguri muniti
di lituo è simile a quello di costoro che qui hanno in mano le verghe,
eh' io dissi augurali. Dopo gli augu¬ ri vengono immediatamente nella
Tavola LV le prefiche, donne prezzolate che a suono di tibia cantavano
lamenti, e piangevano la perdita del morto ed in mo¬ do sconcio e forzato
strappandosi le chiome e perquotendosi, mostravano cordo¬ glio di quella
disgrazia. Quel che sia rappresentato nell’aggregato di figure della
Tavola LVI non mi è possibile il dichiararlo nè mi è concesso d’ azzardare
quelle congetture che può immaginare a suo grado ugualmente chi l'osserva.
tavola evie Questo bronzo in tutto uguale al suo originale fu
anticamente uno specchio dall’opposta parte, come lo attesta lo specular
pulimento che vi si trova. Qui nel suo quasi insensibile concavo, invece
di grafito ha soprapposta una lamina cesellata a bassorilievo, e in fondo
una cerneria, forse adattata all'adesione del manico. lo vi
ravviso Bacco, il quale ha sulle spalle una face, che tale vedrehhesi qualora
fosse intiero il monumento, poiché ve ne sono altri esempi 3 . Egli si appoggia
ad un altro nume significativo della forza creatrice dalla quale dipende
Bacco il demiurgo artefice del mondo, che il trae dal disordinato e
tenebroso caos per virtù concessagli dal creatore, e vi porta luce con la
sua face, non men che ordine armonico, indicato da quella ninfa che precede i
suoi passi , arpeggiando la lira: cosmogonica rappresentanza che in cento
guise ripetesi nei monumenti an¬ tichi, e della quale ebbi luogo di
trattare altrove 3 , Sebben questa bella tazza sia di bronzo, pure se ne
usavano dagli antichi anche di terra cotta d ugual forma e lavoro, come
si vedono in Volterra nel museo del pubblico, ed in quello del Sig.
Cinci. Il disegno qui esposto è soltanto un terzo minore del suo
originale. Il pezzo aggiunto lateralmente fa vedere l’acconciatu¬ ra di
testa ch’è dalla parte opposta del recipiente. i Fest. in sua voc.
Lecil. Sat. xxn. » Monum. etr. ser. vi, Tav. Y, n. i.
3 Ivi, ser. ii, p. 563 , 564 , 6oo, 728, ser. v, p. 3 a,, ser. vi, Tav.
Y, n. 1 . W' Principe di Canino, ed altri già se ne
conoscevano, dissotterrati a diverse epoche, ed in luoghi diversi .
, Diodora Siculo poi descrive nel libro quinto, dietro Possidonio le
mense degli Etruschi imbandite due volte al giorno, le loro drapperie
ricamate , le loro coppe eli oro , e d’argento, e le loro falangi di
schiavi. Al cui quadro aggiunge Ateneo nuovi tratti, e. mostrano
chiaramente le figure giacenti nei sarcofagi, che gli aggiunti di pm-
gues, ed obesi, dati dai Romani per isclierno agli Etruschi, non erano
suggeriti dal¬ la malizia nazionale soltanto. E Roma prese ad imprestito
dall'Etruria i combattimenti dei gladiatori, benché sembri che l’uso orribile
d’introdurli nei conviti, e nei banchetti, appartenga sopratutto agli
Etruschi della Campania, e specialmente a quelli di Capua.
Altrìbuisconsi però agli antichi Etruschi anche alcune invenzioni nella musica,
e singolarmente rapporto agli strumenti di essa, poiché non havvi autore,
ch'io mi sappia, il quale pretenda che questa nazione abbia discoperto qualche
modo particolare di tale scienza, benché le venga accordata in essa
qualche celebrità , egualmente che nella plastica ; E non già come piace
ai compilatori della rivista edimburghese, perchè e Aino erano vicini ad un
popolo, il quale essendo estraneo ai Greci, era costretto ad imprestar
loro tuttociò che riguardava il miglioramento, o l'abbellimento della vita
pubblica, e privata , mentre avvenne appunto il contrario. Benché non si
possa decidere dietro alcun monumento storico, se dovessero gli Etruschi
a se medesimi, oppure al commercio che ebbero coi Greci, dopo che già le
arti erano giunte ad un certo grado di perfezione fra loro, i successivi
progressi, fatti dai medesimi nella scultura, e nella statuaria, pur
tuttavia ciò che dicemmo in altro ragionamento intórno all’anteriorità
degli uni, o degli altri, rende quest'ultima supposizione molto probabile. Ma
egli è però certo, che se questo rapporto esistè per qualche tempo fra
gli Etruschi, ed i Greci, non fu mai dì una grande intimità. Lo stile
toscano nelle arti presenta sempre qualche rassomiglianza con quello deoli
Egiziani-, E le opere più perfette di questa nazione , hanno tutta quella
durezza, e quella mancanza di vita, e di espressione, che qualificano la
scultura greca, anche prima che Fidia accendesse la sua immaginazione alle
descrizioni omeriche di Giove, e di Minerva, e che avesse Prassitei e
espresso col marmo l'ideale ch’egli si era fatto della bellezza. Lo che
prova essere stati i Greci i perfezionatori, e non gl'inventori di quelle arti
che si dicono belle ; E viepih si conferma che i medesimi furono in
antichissimi tempi i discepoli degli Etruschi. non già i maestri, come
pretendono i nostri grecomani. Al contrario, in tutta quella
parte dell arie ove il meccanismo senza vero gemo può mungere alla
perfezione, gli Etruschi non la cedono in verun modo ai Greci stessi,
biella maggior loro raffinatezza. Ed un poeta Ateniese riferito da Ateneo nel
primo libro dei Dipr.osqfisti, celebra le opere etnische in metallo, come
le migliori m tal genere ; Facendo egli probabilmente allusione alle
coppe, alle lampade, ai candela- QUALI FOSSERO LA VITA POLITICA, E
DOMESTICA, LA RELIGIONE ED IL GOVERNO DEGLI ETRUSCHI, E QUALI ARTI,
EGLINO COLTIVASSERO PRINCIPALMENTE Ma chi pensasse il pone sieroso
tema, E 1 omero mortai che se ne cerca, Noi hiasmerebbe, se
sott’ esso trema. Caute Par. c. 23 - -=-x jgj> 1\ on è certamente agevole impresa
quella di ritrarre i costumi domèstici di un popolo, che non ha trasmesso alla
posterità veruna immagine di se stesso nelle produzioni letterarie. E tali
appunto sono gli Etruschi, della cui prosperità nazionale pare che sia
stata la primaria base l'agricoltura, che veniva si ben favorita dal loro
suolo, e dal loro clima, e che sembra avere in ogni tempo fiorito in questo
paese, quando i benefizii della natura non sono stati distrutti da un
cattivo governo, o da una assurda Legislazione, Tuttavìa però , non ha
mai goduto V Etruria centrale, come la Campania, di una spontanea fertilità.
Fu d'uopo ognora che spiegassero i suoi abitanti la loro industria, e la
loro destrezza, per adattare la cultura alle diverse qualità del terreno,
che s incontrano in questo paese, e per arrestare le mondazioni del Pò
nelle provinole che circondano l Adriatico, e che ne furono parte nei
tempi antichi. I primitivi costumi degli Etruschi erano
semplicissimi, se vogliamo credere al- 1‘ istoria, la quale ci dice che
la conocchia di Tanaquilla fosse conservala lungo tempo a Roma nel tempio
di Sanco ; E pare che un passaggio di Giovenale nella satina sesia, ci mostri
la stretta rassomiglianza che passava fra le virtù domestiche delle donne
romane degli antichi tempi, e quelle delle donne etnische. Nè ciò desterà
maraviglia a chi sappia, che i primi abitatori dì Roma, non eccettuato il suo
fondatore, non furono altro che Etruschi, della cui energia, e del cui
nazionale carattere, formano al parer mio una sufficiente prova, le grandi loro
conquiste, la loro destrezza, ed il loro coraggio nella navigazione.
Ma quando il commercio, e la conquista nelle parti meridionali d’Italia,
ebbero condotto la ricchezza fra loro, gli Etruschi se ne impossessarono
coll’avidità di un popolo mezzo barbaro ed il lusso invece d‘ introdurre
fra essi il raffinamento, e l’eleganza delle maniere, non vi portò che un vano
splendore, ed un gusto disordinato per ì sensuali piaceri, come rilevasi
anche dalle pitture di alcuni vasi, delti male a proposto italo-greci, dei
quali ne ha discoperti un gran numero nei suoi scavi il signor La forma
del governo etrusco, ove riunivansi l’ aristocrazia , ed il sacerdozio, impedì
efficacemente al genio di quella nazione, di prendere lutto il suo naturale
sviluppamelo. Imperocché ai Lucomoni, ossia alla nobiltà ereditaria, aveva rivelato
Tagete, ed il tempo, gli usi religiosi, che si dovevano osservare dal popolo,
col potere di Applicarli nella maniera che paresse loro la piti propria
aperpetuare il loro monopolio esclusivo, e tirannico-, E per rapporto poi al
potere civile, formavano questi medesimi Lucomoni il corpo governante di
tutte le città di Elruria. Nei primi tempi si parla di re, non già dell’
intiero paese, ma bensì di stati separati, ed il cui potereera senza dubbio
limitatissimo da quello dell’ alta aristocrazia-, E questi re senza potere,
spariscono ben presto intieramente, come più tardi nella stona greca, e
romana-, Mentre che in Etruria , non sorge alcun ordine corrispondente ai
plebei, per rappresentare V elemento popolare della Costituzione. E
molto difficile di poter fissare con esattezza i privilegi del gran corpo della
Casta potente-, Ed il Miiller inclina per l'opinione, e mi pare eli abbia
dato nel segno,che icol¬ tivatorifossero i servi dei proprietarii del
suolo, come furono in tempi a noi piu vicini i Penasti in Tessaglia, e gl
Iloti a Sparta. É cosa certa difatti, che esistesse una classe simile in
Etruria, ma non è però probabile eli ella comprendesse una gran parte
della popolazione, non essendovi altro argomento, al quale appoggiare
questa, ipotesi con¬ trastabilissima, se non quello che i clienti di Roma
fossero servi dei Patrizn. Tuttavia però è fuori di ogni dubbio che l
aristocrazia etrusco teneva gli ordini inferiori in una dipendenza
politica, e che per questo non pervenne quella nazione, al grado di potenza, a
cui avrebbe potuto giungere-, Ma la sua prosperità prova ad un tempo che
non era governata neppure affatto tirannicamente. Non sembra nemmeno che
l’agitasse lo spirito della democrazia, fino al punto di risvegliar dei timori,
ed eccitare la severità della casta governante. Le insurrezioni di cui parlano
gli storici, sono attribuite espressamente agli schiavi. Era
l'antica Etruria fertile di grani, e particolarmente di quel farro che i
Latini chiamarono far, ed anche odor, la cui farina forniva il puls, che
noi diremmo polenta, o polenda e che era l’ordinario nutrimento degli
abitanti di questa parte d’Italia. Il ferro delle sue miniere, e
specialmente quello dell Isola d'Elba era celebre per la sua purità-, E
forniva pure la stessa isola anche del rame per le monete, e perle opere
di bronzo, tanto comuni fra gli Etruschi. È poi molto probabile, anche
secondo il Miiller, che eglino facessero un commercio di ambra, che loro
venisse dal Settentrione. Il precitato Miiller, che è come
abbiamo detto uno degli Scolari di Niebuhr, và discutendo con moli
acutezza nell’ opera sua, la natura dei rapporti che esisterono nei primi
tempi di Roma, e fra i Romani, e gli Etruschi. E si accorda col suo maestro
a preferire alla tradizione che fa di Servio Tullio unfiglio di schiavo I
origine etrusco di quel principe , menzionato dalli Imperatore Claudio
nel suo discorso sull’ammissio¬ ne dei provinciali nel Senato, il cui
testo fu discoperto nel secolo decimo sesto in taòn, ed ai tripodi, e simili,
giacché discopronsigiornalménte alcune di tali opere egregiamente
eseguite. Si spiega però facilmente la differenza che incontrasi
fra le opere degli Etruschi, e quella dei Greci col carattere della
religione dei due popoli. Imperocché la religione dei Greci conti Univa
potentemente al perfezionamento delle arti plastiche, ove quella degli
Etruschi, in ciò che le appartiene in proprio, non ha niente che risvegli, e
che trasporti V immaginazione dell’ artista. Pare anzi che ella favorisse
efficacemente una opinione, che noi ritroviamo del pari nella teologia dei
popoli settentrionali, ed in quella degl’Indii, ed è questa: che gli Dei
erano eglino stessi, come pure il sistema, al quale presiedevano , gli
effetti di un potere che non iscorgevasi che a lunghi intervalli nella
produzione degli esseri, e che assorbiva tutto ciò che aveva crealo, per
crearlo di nuovo. 1 simboli di questo potere erano gli Dii involuti della
teologia etnisca, i cui nomi rimanevano ignoti e non erano oggetto di un
culto popolare, ma che Giove stesso con¬ sultava. Gli Du consenti poi,
che erano dodici, sei di ogni sesso, presiedevano alt or¬ dine delle cose
esistenti, e ricevevano degli omaggi, e dei sagrifizii. Manifestatasi la
loro intervenzione negli affari umani, più che in altra maniera con presagi di
grandi disgrazie, che dovevano essere allontanate con espiazioni
sanguinose, e crudeli. Ma se da un Iato potè la moralità guadagnare
qualche cosa dalla religione etrusco, che non corrispondeva in verun modo
alla mitologia ridente, ma licenziosa dei Greci, la poesia e le arti dell
altro, vi dovettero indubitatamente scapitare non poco . Lo stesso
difetto d immaginazione viva e disinvolta caratterizzava la dottrina
etrusco dell immortalità dell’anima. Il loro mondo sotterraneo, non era
altroché un Tartaro senza Eliso. La superstizione non formò in nessuna
parte del mondo, un sistema più completo che in Etrucia, senza
eccettuarne neppure le Indie, e t Egitto Le regioni del cielo erano
divise, e suddivise in modo che ogni prodigio poteva avere la sua spiegazione
precìsa. Ifenomeni dell’atmosfera, il tuono soprattutto, ed i
lampi, erano osservati, e classati comma minutezza, che avrebbe potuto
fornire oli elementi, aduna vera scienza, se gli osservatorifossero stati
veri filosofi, e non Sacerdoti. Ma nel fatto t osservazione di quei fenomeni,
non servi ad altro che ad accrescere la servitù della moltitudine, a
quelli che reclamavano la co'nu- zioné esclusiva dei mezzi coi quali
potevano placarsi gli Dei sdegnati contro il genere umano . Non è
necessario di avvertire, che la filosofia nel senso greco di questaparola, vale
a dire lo studio libero dell’uomo della natura, e della provvidenza, era ignota
agli Etruschi, benché non si possano negar loro le cognizioni pratiche,
col mezzo delle quali eseguivano le belle opere d'Architettura, e di
Idraulica, che vengono ad essi attribuite dagli antichi scrittori, i
quali parlano delle cose etnische senza prevenzio¬ ne veruna , e senza
spirito di parìe . Elv. Mas. Chius. Tom I. 8 Go
tavola lxi. Quanto sia malagevole scioglier l’enigma che nelle
strane loro figure chiudono le pietre incise in forma di scarabei, ben
potrebbero dirlo e il Caylus, e il D’Han- carville, ed altri chiarissimi
ed eruditissimi ingegni che in vano vi si applicarono; e quantunque in
gran parte non mostrino significato nessuno che ragionevolmente si presti alle
indagini dell’erudito, pur taluni, ancorché pochi, han contrassegni da non
permettere che siano annoverati tra i soggetti capricciosi insignificanti e per
conseguenza inesplicabili. Nello scarabeo di n. 1 ci guidano con
qualche indizio 1 epigrafi, che sebbene sconce come le figure alle quali
si vedono applicate, pure danno adito a ragionarvi sopra non senza
qualche fondamento. Quantunque le lettere siano di forma etrusca, pure
nèson disposte all’uso inverso come scrivevano gli Etruschi, nè presentano voci
che dirsi possano etnische, ma ritengono un misto di paleografia, e
glossologia, che partecipano dell'antico greco e dell’antico latino. Qualora
non vi fosser lettere direbbesi che vi si vede Vulcano assiso sulla sua
pesante incudine in atto di ascoltar le preghie¬ re della consorte sua
Venere a prò d'Enea, come ne dà sospetto lo specchio femmini¬ le che
tiene in mano, la donna è la libera di lei nudità. Che le lettere esprimenti
pa¬ role tronche vi si conformino lo congetturo dal potervi leggere fex,
quasi ephestus ch’era nome grecamente dato a Vulcano anche dagli antichi
Latini. Segue 1 altro bisillabo vev, che se crediamo sformata l'ultima
per una v, potremmo leg¬ gervi la voce Venus con poca difficoltà. Ed in
vero quella barba, che in un mo¬ do sì sconcio si volle accennare
all’uomo sedente, dà qualche idea del rozzo costume praticato dal marito di
Ciprigna, che qui si vede contro a lui con assai studiata, sebben antica
maniera d’acconciarsi la testa per viepiù sedurre il manto a compiacerla
nell’ inchiesta delle armi pel figlio Enea : soggetto non raro nella
glittografia, dove l’artefice Vulcano è sempre assiso, e Venere che incontro a
lui si trattiene a pregarlo, sempre in piedi. Quando si
voglia credere che la composizione incisa in questo scarabeo num. 2 abbia
un qualche significato allegorico, e non sia stato fatto a solo oggetto
di mostrare lo sgradevole assalto dato da un leone ad un cinghiale,
potremo cre¬ dere che stiano i due animali a rammentare due precipue
situazioni del sole nel cielo, dalle quali ne avviene il calor benefico
dell'estate, e 1 importuno freddo nell’inverno. Infatti è il segno del
Leone che domina in estate , e che abbatte colla forza dei raggi solari
quei mali che alla natura cagiona 1 ingrato e sterile, inverno
significato dal porco, di che ho^scrittu molto nel trattare dei Monumenti
etruschi 1 .1 Ved. ser. 111, p- 3 j 7 - vote eh bronzo a Lione ; Il quale
pretende che il vero suo nome fosse Mastarna, e che foss e compagno di un
capo dicosi detti Condottieri, o mercenarii toscani. Il fatto si è
che la voce etrusco Mastarna, vale imbrattato, ossia di sordida origine,^
corrisponde cosi a quanta ne dice la tradizione. Ma mentre JMebuhr si
allontana intieramente dalla storia, supponendo che Tarquinio il vecchio
fosse uno di quei Latini pnschi da ha immaginati, pensa il Mailer eh’ei
fosse veramente etrusco, e che traesse il suo nome da Tarquinia, ( e lo
pensiamo noi pure,) il cui dominio estendevasi allora dalla parte del
mezzogiorno, fino alla città di Roma, che erane anche dipendente in quel
tempo . I compilatoli della Rivista edimburghese non credono che questa
opinione sia basata sù fondamenti abbastanza solidi, benché paia loro più
probabile di quelle di lebuhr, per sostituirla ai racconti della storia
comune ; E non sanno comprendere neppure, come dei fatti accompagnati da
circostanze sì ben precisate, quali sono quelle dell'esistenza di Servio
Tullio, e deiTarquinii, del loro paese, e dello stato loro possano
cangiarsi tutto ad un tratto in un simbolo di etnisca supremazia. Lo che
peraltro non desterà nessuna maraviglia a chiunque sia meglio di loro istrutto
delle antichità etnische, e conosca più a fondo che essi non conoscono,
l’universalità dello spinto simbolico di quei remotissimi tempi. E
comunque sia poi la cosa, checché si debba pensare eh tali supposizioni,
il fatto vero si è che Roma fu conquistata dagli Etruschi sotto la
condotta eli Porsetto re di Chiusi, come lo provò, sono già molti anni,
Beau- foit, disvelando gli artifizii , sotto i quali avevano procuralo i
Romani scrittori di nascondere questo colpo umiliante. Oltre di che,
furono, come abbiamo già detto, anche i fondatori, ed i primi abitatori
di Roma, una truppa dibanditi toscani. Ma circa ad un secolo dopo
il regno di Porsena, vennero gli Etruschi umiliati essi pure dai Celti, e
da altre barbare genti, che si resero padrone di tutto ciò che eglino
possedevano sulla riva meridionale del Pò fino a Bologna, e che
occuparono anche. Roma, benché temporanamente. I Romani però, vincitori
dei Galli, e cosi più fonnidabih che mai, non tardarono molto a
conquistare, e colonizzare quella parte i ’truna, che si estendeva al
mezzogiorno della selva Ciminia; Ed anche laCam- pania eia caduta allora
sotto il potere dei Sanniti, e tutte le provinole etnische al settentrione
degli Apenninì, erano rimaste sotto la dominazione dei Galli. Tentarono
indarno gli Etruschi, dopo la gran disfatta, che ebbero presso il Lago Va
di mone, oggi di Bussano, di chiamare in loro soccorso i mercenarii Galli,
poiché furono battuti di nuovo, perchè le loro temporarie confederazioni,
non poterono oppor¬ re una efficace resistenza, contro la disciplina, che
la vittoria aveva già organizzata nelle armate romane; Eia potenza di
quel popolo celebre, e valoroso per sì lunga serie di secoli, rimase
intieramente abbattuta,prima delle guerre di Pirro, e di Annibale. del
cielo, di che ho trattato in altre mie opere '. Le colonne ed i vasi che
son sepolcrali rammentano le ceneri degli avi, presso i quali fu ucciso
l’infelice Laomedonte assalito da Ercole nplia sua patria presso le lor
ceneri. Questo disegno è una quinta parte della grandezza che ha
1’urna di marmo. La rozzezza della scultura di quest’umetta in pietra
tufacea che nel suo originale è soltanto doppia di questo disegno, non permette
ad ognuno di ravvisarvi il soggetto che a me sembra esservi espresso.
Imperocché io vi scorgo nella figura equestre un’Amazone, di che ho non lieve
indizio nel berretto che le co¬ pre la fronte, e quindi in ogni restante
della composizione, che non differisce dalle già esposte alle tavole
XLIII, e LX.Qui v'èuna circostanza che ne scopre sempre più l’allusione a
soggetto ferale, ed è 1’ albero significativo d’ombra, e privazione di
luce : luogo insomma dove passano i mortali dopo il periodo vitale assegnato
loro dalla natura in questa terra 3 . Un pregio singolare di questi
bassirilievi di pietra tofacea è in qualche modo Tesser tutti chiusini, e
d’uno stile che può dirsi unico in questo genere di antichissimi oggetti
d'arte. Quel di Perugia ch’io riportai con esattezza alla Tav. Z 2 della
ser. VI de’ Monumenti etruschi, è inferiore nell’esecuzione forse per difetto
della cattiva scélta nella pietra eh'è molto più tenace di quella
chiusina, e più assai porosa, ed a luoghi affatto spugnosa. L’originale
di questo che abbiamo sott’occhio non è che per metà maggiore del suo
disegno. Si vede assai chiaramente esservi rappresentata una
processione religiosa. La prima figura che ha semplice manto, e non veste
lunga è dunque un uomo che ha in mano una gran foglia, dalla quale
argomento esser questa una pompa sacra, mentre in tali riti portavansi le
foglie, e se ne danno persuadenti ragioni, ch’io esposi altrove 3 . Segue
la figura di una donna che per essere assai danneggiata non se ne sa il
destino, Do¬ po è una figura con bastone in mano,molte delle quali vedemmo
già nelle tavole scorse 4 . Ma siccome tien dalla sinistra mano un uovo , così
potremo in qualche modo congetturare che la pompa della quale quel
seguace fa parte sia espiatoria, e perciò analoga al defonto, presso al
quale quest’ ara è stata trovata. Poco sappiamo di una tale
superstizione, ma ci è noto che all'uovo, dedicandolo ad Ecate
infernale, 1 Ingliirami, Monum. etr. ser. i, p. 5 g 5 , e Gal- leria
Omerica Tom. n, tav. cxciv, p. j 54 * 2 Monumenti etr. ser. v, p.
44 l 2 * 3 Ivi, p. 254 , sq. 4 Ved. le tavole 11, lii, iv, V
, xxxvni, lui , LIV, LV, Lvi. L’Amorino qui espresso è copia
d’un bronzo grande quanto il suo originale, eh’è d’una bellissima patina
verde. Non saprei giudicare dal solo disegno, che m’è sottocchio, qual ne
sia l’azione, e quale il significato di essa, onde mi limito ad osservare
che l’acconciatura di testa, non meno che lo stile assai molle, e sì
vistosamente lontano da quel rigido, che vedemmo nei già esaminati
bassirilievi chiusini, mi fanno giudicare quest’idoletto per un opera
eccellente degli Etruschi, allorché sottoposti ai Romani praticaron le
arti ne’tempi di Adriano. Leggendo lo storico Diodoro ho incontrato
un avvenimento d’Èrcole, che mi sembra molto analogo a quanto si
rappresenta in questo bassorilievo. Narra quello scrittore che tornato
Ercole insieme cogli Argonauti alle spiagge troiane, ove avea lasciati in
deposito a Laomedonte la vinta Esione ed i cavalli di Diomede, invia suo
fratello Ifito, e Telamone a riprendere il deposito affidato a quel re;
ma il perfido ne ricusa la restituzione, ed oltraggia i messaggi. Allora gli
Argo¬ nauti muovono contro Laomedonte e contro i Troiani suoi sudditi, e
dopo un vivo combattimento trionfano. Ercole sopra d’ogni altro fa
prodigi di valore, ed uccide di sua propria mano il re Laomedonte Tanto
basti a ravvisar qui E avveni¬ mento or descritto. Ercole ha in mano
la spada per uccidere il perfido Laomedonte che h». già ghermito pei
capelli, nè può altrimenti evitare il colpo fatale di morte. La pelle di
leone che si annoda sul di lui torace lo manifestano per Ercole, seb¬
bene usi spada e non clava. Laomedonte altresì fassi noto al berretto
asiatico proprio dei Frigi e Troiani in modo speciale, come ripetuti
esempi ne dò nella Galleria omerica 3 . Il bastone pastorale gli è posto
in mano dall’ artista ad oggetto di aumentarne la distinzione, come
spettante alla famiglia di Dardano, eh io dissi altrove 3 essere stata
distinta per la sua occupazione di guardare gli armenti de suoi antenati,
non meno che per la singolare bellezza della quale furono adorni i di lei
componenti. Difatti qui Laomedonte si mostra bellissimo e delicatissimo, in
pa¬ ragone del robusto Ercole, e dell’altro eroe eh’è degli argonauti
combattenti in quella occasione con Ercole. Le due Furie con
face rovesciata, ripetutissime nelle urne etnische, non hanno un positivo
ed intrinseco rapporto col fatto. L'altare serve soltanto di espressio¬
ne per mostrare che il paziente altro scampo non ha che reclamare la protezione
1 Diod. Sic. Bibl. hist. c. l, p. 29J. 3 Galleria Omerica, Iliad-, Tom.
11, p. i 43 . 2 Voi, 1, Tav. xcv, p. 81. t : 4 le
arche racchiudevano oggetti sacri di mistica rappresentanza, non visibili ad
ogni profano. Il vaso dipinto con queste donne che staccano in giallastro
su fondo ne¬ ro, fu, cred’io, venerando per gli oggetti contenuti nella
cesta, piuttostochè per le donne che la portano. Nell’interna e
concava parte duna tazza di terra cotta vedesi dipinto con fondo nero un sacrifizio,
che mostra, cred’io l’atto del camillo, o vittimario di cuo¬ cer le carni
della vittima sul fuoco acceso nell’ara o foculo, mentre il sacerdote che
sembra di Bacco è pronto a farvi una libazione, versandovi parte della
sacra bevanda. Dalla bassezza di quell’altare, pare che l’atto religioso
fosse diretto al culto di Bacco stigio, che pregavasi perchè fosse
favorevole ai morti; come difatti la tazza dov’è questa pittura fu posta
come le altre in un sepolcro. È invero assai singolare il bronzo num. 1
che qui presentiamo in disegno nella dimensione del suo originale, come
si può riscontrare nel privato e ricco museo del sig. capitano Sozzi di
di Chiusi dov’esiste. Non è del tutto nuovo per altro; ed io vidi un
idolo lungo due piedi e sottile nel museo di Volterra tutto nudo, e colle
braccia aderenti al corpo, senza nessun emblema. Il Gori che lo illustrò, gli
dette nome di Lare domestico ridotto più grande e piu maestoso della
specie umana, oppure un dei Lemuri che credevansi ministri del Genio
malo, ossivvero lo stesso Genio malo, che da Plutarco si dice esser
comparso a Bruto in aspetto più grande di quel ch’esser suole l’umana
specie 4 . lo crederei che più convenientemente confermar si potesse
esser quest’idolo chiusino un Lare domestico, forse anche Lemure, pei lumi che
ce ne dà Plutarco, giacché Tesser vestito e l’aver patera in mano tanto
converrebbe ad un Lare, quannto sconverrebbe ad un semplice Genio. Lo
stesso Gori ha posti nella sua collezione altr’idoletti che hanno la
qualità speciale d’esser più lunghi delle dimensioni spettanti all’umana
specie, ma che l’espositore per bizzaria dichiarò con nomi speciali = , senza
darne sodisfacente ragione. I bronzi notati di numm. 2 e 3 sono le
due estremità d’un manubrio di qual¬ che vaso usato probabilmente per sacri
riti, come lo mostra la testa d’asino che ne compone la superior parte,
mentre si tien per ovvia la notizia che questo 1 Plutarc. de animi
tranquillitate, ap. Gori, Mus. Etrusc. Voi. i, Tab. cim, Voi. n, p. 23
i. 2 Gctì, Mus. etr. Tom, tab. v. si attribuiva una virtù
espiatoria 1 . La figura virile ultima non ha caratteristica veruna che
la distingua. Da un lato, cred'io, di questo cippo o ara che sia,
v’è un’auriga nell'atto di guidare il suo carro alla corsa : istituzione
antichissima rammentata inclusive da Omero % fra gli onori compartiti da
Achille all’ombra di Patroclo.Sorprenderà gli archeologi la novità di questa
lucerna fittile che porta effigiato un centauro colle ali non più veduto, ch’io
sappia. Ma cangerà la sorpresa in persuasione, tostochè richiamerà alla
memoria quanto dissi altrove rapporto al¬ la composizione siderea di
untai mostro; di che ripeto qui soltanto qualche leggierissimo cenno. Dissi
pertanto che stando alle dottrine d’Ipparco, il Centauro si compone di un
cacciatore, o per meglio dire della costellazione che in antico aveva il
semplice nome di un dardo, e dell’alato cavallo sidereo che dicesi Pegaso 3 .
E poiché questo rappresentasi per metà soltanto nel davanti, così
inventarono di aggregare il restante del cavallo, o sia la posterior
parte al cacciatore arciere. E siccome il Pegaso composto dal Centauro è
figurato con ali, così non è fuor di proposito il trovare in questo
arciere colla caccia in mano la posterior parte del cavallo Pegaso colle
ali che formano il distintivo del destriere abitatore del Parnaso.
Il vaso rappresentato in questa Tavola due terzi più piccolo del suo
originale è di terra cotta di naturai colore, a differenza d’altro simile qui
pure esposto alla Tav. XL1X, eh' è di terra nera. E poi singolare in questo
il veder le braccia staccate dal vaso e fermate con delle cuciture di fil
di ferro agli orecchi o manichi di esso vaso, e pare che abbiano tenuto
qualche cosa nelle mani che soglion esser traforate . Un indizio di barba
rasata ce lo fanno credere un Bacco. Per ogni restante si legga quanto
dissi alla Tav. XL1X. Fu costume frequentissimo nei sacri riti del
gentilesimo l’introdurvi le fem¬ mine canefore, o cistofore ma
specialmente in Etruria, e i monumenti ci mo¬ strano come un tal uso
invalse qua nei tempi antichissimi, come Io mostra il famoso vaso
d’argento di Chiusi da me riportato altrove 4 . Quelle ceste, o picco-
i Suid. in VOC. Excctjjv. a Galleria Omerica Toni, n, lav. ccxvu
# 3 Monumenti etr. ser. v^av. lyii, p* 561. 4 Ivi,
ser. ih, Ragionamento vii. SULLA VERA SITUAZIONE TOPOGRAFICA DI V1TULON1A
ANTICHISSIMA SEDE DELL J IMPERO ETRUSCO. AffdS'v’tffzoufft yap y,<x.i
nohU «c rirep av^pwirdi, A. A. . li ori aveva torto lo spiritoso, e
bizzarro filosofo di Samosata, quando scriveva nel suo dialogo intitolato
Caronte, che le città muoiono come gli uomini. Imperocché nel¬ la stessa
guisa che si perde la memoria di moltissimi di questi, così perisce la
ricordanza di non poche di quelle. Nel cui numero è da riporsi con tante altre,
la famosa Vitulonia , prima capitale dell’ Impero Etrusco, della quale sì
scarsamente lasciarono scritto gli antichi, e sì vagamente , e con grande
incertezza ne parlano i mo¬ derni. Trovasi infatti accennata dagli uni e
dagli altri, quella già potentissima, e ricca città, con molta dubbiezza, e
circa la vera sua topografica situazione, e circa l’estensione del suo
circuito, e perfino riguardo al modo di scriverne il nome . Avvegnaché
Plinio, lib. 2 cap. io3, chiama Yvi ulonii, e Vetuloniensi i suoi abitanti, e
Silio Italico nomina Vetulonia la città stessa , mentre avvi qualche altro
autore, che la dice promiscuamente Vetulonio e Vetulonia. Quanto
poi alla sua topografica situazione, pare anche dal passo del precitato Plinio,
ch’ella fosse come era difatti, vicina al mare -, poiché sebbene al tempo
di quello scrittore già più non esistesse da lunga data, nondimeno la
memoria della sua situazione , e della sua grandezza sussisteva tuttavìa
nella tradizione dei popoli etru¬ schi . Ed il Cluveno ,lib. ila colloca
egli pure non lontano dal mare , e nelle vicinanze delle paludi caldane,
confondendo però, per quanto mipare, le Caldane volterrane, o i Guadi
volterrani, colle Caldane della Fiora, che sono tutt’altra cosa. Che
sorgesse però nei contorni di quel pareggio, non è da mettersi in dubbio,
giacché leggiamo in Dionisio di Alicarnasso, lib. 3, che al tempo di Tarquinio
Prisco , quand’ egli guerreggiava contro i Latini, i Sabini, e gli Etruschi
propriamente delti, fecero legaper andare contro il medesimo, le cinque
popolazioni seguenti, cioè, i Chiusini, gli Aretini, i Volterrani, i
Rosellani, ed i Vètuloniensi , che Plinio al già citato libro terzo
nomina con ordine inverso. Nè senza ragione è da credere, che quei due
gravissimi scrittori nominassero i popoli, piuttosto che le città dei
medesimi, perchè Vitulonia era stata distrutta molli secoli prima della
fondazione di Roma, come congettura il dottissimo Dempstero, il quale
crede ancora giudiziosamente, che perciò si di rado ne abbiano gli autori
fatta menzione. quadrupede spettò a Bacco 1 o a Vulcano a . Nell'uno e
nell’altro supposto converrebbe 1’ unione loro aiCabiri, che furon detti e
figli di Vulcano 3 ,ed apportatori del culto di Bacco in Etruria E Una tale
osservazione mi farebbe credere i Cabiri o Dioscuri quei due giovanetti
sedenti e con berretto in testa, che trovansi nel1’estremità inferiore del
manubrio medesimo . E tanto piu me ne persuado , in quanto che molti
bronzi ritrovati in Etruria hanno Bacco unito ai Cabiri 5 . Nè si
allontana da questa congettura lo stesso lor gesto che addita il cielo, mentre
stanno coricati per terra, giacché tale additamento del cielo e della terra è
lor pro¬ prio in molti antichi monumenti dell’arte 6 .Il bronzo di questa
Tavola veduto da due parti mi vien descritto di un lavoro squisitamente
condotto per la sua esecuzione, al che si può aggiungere il pregio
dell’arte che splende anche nella giusta, non men che bella proporzione
della figuretta che qui si vede per metà maggiore del vero. Io la credo una
di quelle Giunoni, o genii delle donne che tenevansi nei larari dal
gentilesimo. La pittura di questo vaso consiste in tre figure femminili,
che avendo in ma¬ no delle aste armate di punte, corrono sfrontatamente
luna presso l’altra. Così narra Euripide che Penteo al di lui ritorno in
patria udì che la madre di lui con altre donne Tebane aveano abbandonato
il proprio albergo, e n’eran gite sul mon¬ te Citerone a celebrar le
feste di Bacco , piene di lascivo furore 7. ÌR<S>° 1 U : VI I q 3 :
aìlflNS XXXVII. J/ìttq A J : ÌV1V : J33 tfntnqf\
jmn/qo XXXIX. jfjvm/dn •• ©nq/i XL
R13D J/ilflllV 1 Monutn. etr., sei:, u, p. 56. 2
Milli» , Peintures de Vases ani. , Tom. 2 3 , not. (6). 3
Monum. etr., ser. n, p. i52. 4 Ivi, p. 693, 713. Etr.
Mus. Chius. Tarn. 1. 5 Ivi. Ved. la spiegazione delle Tavole
txvvn i, p. e ixxvui. 6 Ivi, tav. xlÌx, e sua
spiegazione. 7 Euripide nelle Baccanti atto primo scena iv in
principio. 9vono discorso anche intorno alle sue terme, ed al suo
anfiteatro, celebrandone le ime , e 1‘ altro. Scrive
La-Martiniere che le rovine dì questa città ritengono tuttavìa t antico
no¬ me, e che si chiamano Vetulia,ree/ che concorda coll'Alberti-, e si
legge in una nota del precitato Cluverio, che Vitulonia era situata fra
Populonia, e la torre dì San Vin¬ cenzo, presso alle paludi caldane, ed
il fiume Linceo, detto oggi la Cornia. La quale opinione pare appoggiata
da quel passo del sullodato Plinio, lib. 3 . cap. 6; ove nomina insieme ì Tarquiniesi,
i Tuscanesì, i Vetuloniensi, i Veientani, i Visentini, ed i Volterrani,
cognominati etruschi, com’egli si esprime. Molte altre citazioni,
ed altre notizie avrei potute raccogliere ed aggiunger qui, riguardanti
la nostra Vitulonia, ma le ho tralasciate per brevità, e penso che siano
anche troppe le già addotte, per dimostrare quanta confusione, e quanta
incertezza si riscontri negli autori, ogni volta che ne fanno
parola. Ad onta però di tanta confusione, e di tanta incertezza degli
scrittori antichi, e moderni intorno a Vitulonia, per cui è sembrato ad
alcuni archeologi , non solamente difficile ma eziandio impossibile di
poterfissare, ove sorgesse un giorno quella primitiva sede dell impero Etrusco,
quandi esso estendevasi a tutta l Italia; io voglio non per- tanto
tentare in questo ragionamento di stabilirlo. E voglio in questo tentativo
mettere a profitto le belle, e ricche scoperte di vasi etruschi, e di
altre anticaglie, fatte negli anni 1828, e 1829 dall'egregio signor prìncipe
di Canino nelle sue terre di questo nome, e giovandomi ad un tempo dei
lumi sparsi da quel chiarissimo scrittore, illu¬ strando gli uni , e le
altre, e per cui viene ora meritamente lodato in questa materia, come il
più benemerito promotore della gloria dei nostri padri.
Tralasciando pertanto di rintracciare, lo che sarebbe ricerca inutile, e
vana, se Vitulonia/bwe edificata da Tarconte, come pretendono alcuni
autori, o dal celeste Ogige, il quale come vuole non so qual poeta,
Itali® Tuscas pelago descendit ad oras, dove torreggiò
Vitulonia, o finalmente lo fosse dagli Etruschi, regnando su di essi,
come piace ad altri quello stesso Giano Velo che istituì, per quanto si dice,
il culto di Vestà, e le Vestali nelle nostre contrade, diede il suo nome
al Gianicolo, combattè per tre anni coi Celtiberi, e finalmente li vinse,
e li sottomise alla sua dominazione: quello stesso infine, che consacrò ,
giusta le tradizioni, una gran selva a Crono nelle vicinanze appunto di
Vitulonia, il cui nome potrebbesi interpetrare stagno, od acqua
incostante, passerò in quella vece a determinarne subito la topografica
situazione. Circa la quale io credo che non possa rivocarsi in
dubbio, quanto il sullodato signor principe di Canino ne ha detto nel primo
volume del suo Museo etrusco , parlando inparticolar modo della sua Necropoli;
E sono persuaso che ella sorgesse veramente nel luogo da lui supposto, e
descritto. Bifalti la prodigiosa quantità di vasi etruschi di sommo
pregio, e di somma bellezza, e nei quali sono rappresentate favole, o storie
anteriori alla fondazione di Ro- Crede Ermolao Barbaro, che Orbetello
occupi ora il sito dov era una volta Vilu- lonia, lo che non può essere.
E VAlberti scrive che ai suoi tempi chiamavasi Veletta , o Vetulia, il
luogo ove fu Vitulonia; laddove altri sostengono, che altro in oggi ella
non sia ché un luogo deserto, distante tre miglia dal mare, fra Populonia, e
Pisa. E nonmancano neppure di quelli che confondono Populonia stessa con
Vitulonia, benché fossero per località, per età e per potenza paranco ,
l’una ben distinta dall' altra. Jf erudito Guarnacci poi, dice di
non poter determinare neppur egli, ove giacesse questa famosa, ed antichissima
città, perché sì conosce, secondo lui, solamente il nome della medesima,
ignorandosi però del tutto, a qual distanza precisa fosse ella situata da
Volterra, e dal mare Ma Annio da Viterbo nelle sue note agli Equivoci, di
Senofonte, afferma esservi un colle chiamato Vetuleto, e lo afferma con qualche
probabilità, per l’età sua, sul quale crede che fosse situata altre volte
Vitulonia. E pensa che dopo la rovina di questa, gli restasse un tal
nome. Il medesimo poi ne deriva l’etimologia del nome da due parole
araniee , che verrebbero a significare, capo di molte città; ciò che non
sarebbe disconvenevole a Vitulonia,- ed aggiungendo, quello che in molti
altri scrittori si legge paranco, che essa godeva il privilegio di
ammettere i forestieri alla cittadinanza volterrana , come ancora la privativa
in età più remota, di dare i fasci, e le insegne reali, la qual cosa
indica essere stata la medesima al disopra di Votterrà. Non di meno
il chiarissimo Passeri nel suo trattato della Numismatica etrusca ; la
crede colonia dei Voltérrani, benché ciò non possa essere accaduto, se pure
vogliamo ammettere che avvenisse in alcun tempo, se non dopo la sua decadenza,
e totale rovina, e dopo il successivo ingrandimento dell'altra. Mentre quando
eraVitulonia nel suo pieno splendore, e capo di potente impero, è ben
ragionevole il credere che succedesse tutto il contrario . Lo stesso
Silio Italico, citato disopra, chiamò la nostra Vitulonia splendore della
Meonia gente, alludendo probabilmente a quei Lidii che si dicevano venuti a
stabilirsi in Etruria, e principalmente in quella regione-, e la disse ad un
tempo inventrice dei Fasci, delle scuri, dei Littori, della Sedia Curale,
e della pretesta, come pure le attribuisce il merito di avere adattata
l'enea tromba agli usi guerrieri-, cantando nell’ ottavo libro delle
guerre puniche. Meoniosque decus Vetuionia gentis,
Bissenos hoec prima dedit precedere fasces, Et junxit totidem
tacito terrore secures: Et princeps Tyrio vestem prsetexuit
Ostro; Hasc altas eboris decoravit honore curuies ,
Heec eadem pugnas accendere protulit sere. Esistono infatti
antiche medaglie, riferite dal prelodato Passeri, ed anche dal Guarnacci,
coll epigrafe Vetiunia, e coll’ emblema della scure, o bipenne, insegna
dei Magistrati etruschi, e precisamente di quella città. Ed alcuni gravi
scrittori mo- Messina, e fuori ancora dItalia per fiancheggiare le
inaudite millanterie di quei medesimi Greci, e loro forsennati seguaci,
riprodurrò qui una opinione singolare, ma vera, e che mi pare che
siastata sostenuta anche dal Vico ; e dirò che le Muse ebbero origine in Italia,
nell’infanzia, per cosi dire, del mondo. Ed aggiungerò, che da questa
bella penisola emigrando, pèr quelle vicissitudini, che modificano , e
fanno cangiar di aspetto continuamente a tutte le cose umane, passarono
in Arcadia, colle prime colonie italiche di Pèlasghi Tirreni, che erano
indigeni di questo delizioso paese, favorito in ogni tempo sopra di ogni altro
dalla natura, per tutte le arti dilettevoli, e per tutti gli ameni studi.
Ed andarono ad invadere, é popola¬ re la Grecia, e la Tracia, selvagge
allora ed incolte, dove ebbero poi nome, e culto per opera di Anfilone ,
di Lino, d’Eumolpo, e d’ Orfeo, ma vi si erano condotte da prima coi
sunnominati Pelasglii-Tirreni , pastori ad un tempo , e poeti. Da dove
ritornarono più tardi in queste benedette contrade in compagnia di
Evandro, e non ne partirono mai più-, ad onta di tutte le devastazioni e
di tutti i flagelli, che vi portarono gli stranieri, i quali ne fecero in
tutte le età il primo oggetto delle loro ambiziose conquiste .
E persuaso come io sono , che Vitulonia dettasse in remotissime età le
sue leggi agli Italioti, potentissimi allora sovra ogni altra nazione, da
quei luoghi medesimi, nelle cui vicinanze riscontrasi la grande
necropoli, discoperta \dal signor principe di Canino, come Roma le dettò
loro, e all’ universo, in altri tempi, dall alto del Campidoglio,
terminerò questo mio ragionamento, ripetendo con Virgilio,
Purpureos spargain flores, animasque parentum His saltelli
accumulem donis. Mà non voglio però dar fine al medesimo, senza
rivolgere brevi parole al si¬ gnor compilatore dal Ballettino
archeologico di Roma, per pregarlo col dovuto rispetto, a volersi
compiacere di farmi comprendere cosa mai ha preteso di dire, quando ha scròto a
pag. 226, N" 12, del medesimo, con franchezza più che cattedratica,
« Contribuiscono ad illustrare qualunque parte delle antichità dell'
Etruria le utilissime lettere d’ etnisca erudizione che si pubblicano dal
cavaliere Inghirami; siccome allo stesso tendono nel modo loro particolare,
le ingegnose conghietture del signor Principe di Canino, é quelle di
simil genere del professor Euleriani, premesse ai fascicoli del Museo
chiusino » perchè seb¬ bene io confessi ingenuamente : che mi rifugge t
animo alt idea, che debba venire un Oltramontano ad insegnare a noialtri
Italiani, a conoscere le cose nostre, e quelle dei nostri padri, mi sarà
tuttavia gratissimo di potergli ren¬ dere pubblica testimonianza di avere
imparato qualche cosa da lui, come non poche me ne insegnarono altre
volte, e di vario genere, ì Dempsteri, gli Acker- blad, gli Zoega, che
qui nomino a titolo cìi onore, ed altri ancora che per bre¬ vità si
tralasciano. e 9 ma, e vi si osservano costumi anti-romani ancor
essi, dal medesimo dissotterrati nelle sue campagne della Cucumella, e
Cannellocchio , mostra ad evidenza, che tanta ric¬ chezza di vasi
dipinti, non poteva appartenere che alla Necropoli di una città grandissima ed
opulentissima, e capo di potentissimo impero. Nè i tre ponti dallo stesso
discoperti sulla Fiora cosi l uno all altro vicino, servir potevano ad altro
che a mettere in comunicazione fra loro le due parti di questa medesima città ;
E questa non po¬ teva esser che V itulonia , se ben si voglia riflettere
alla sua località, dietro quello che si legge negli scrittori antichi, e
moderni, benché alquanto oscuramente, intorno alla situazione di quella
metropoli. Che se qualche ultra-greco si ostinasse ancora a
sostenere il contrario, è pregato a considerare un poco meglio i
monumenti dei nostri antichi, e singolarmente quelli dissepolti nelle
terre di Canino, ed anche a porre maggiore attenzione quandi egli legge
le opere degli antichi, e son di parere , scorgerà facilmente timpossibilità
di provare il suo assunto. In quanto poi al predicare la
civiltà italica molto anteriore a quella della Grecia, noi non abbiamo fatto
altro in ultima, analisi, che riprodurre quanto era stato opinato nello scorso
secolo dai dottissimi archeologi, e filologi italiani, e stranieri, assai
giudiziosi e non greco-mani, Dempstero, Buonarroti, Maffei, Cori,
Guarnac- ci, Bocliart, Mazzocchi, Lami .Bourguet, ed altri ancora: E più
modernamente dalli eruditissimo poliglotta Acherblad, dall’illustre Gaetano
Marini, e dal celebre Ennio Quirino Visconti, prodigio d’ingegno, e di
dottrina, anche a giudizio dei più dotti Francesi. La quale
opinione, propagata da tutti i surriferiti grandi uomini, che trovasi
confermata nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni di Parigi, e che fu
messa in piena luce da quella mente straordinaria del Vico, è poi quella
stessa riprodotta, e commentata dal sullodato signor Principe di Canino,
nei varii articoli del precitato primo volume del suo Museo etrusco, dopo
che la riscontrò comprovata dai Monumenti da lui discoperti, negli scavi
fatti eseguire nelle sue terre. Nè di poco momento è per me, onde
viepiù confermarmi in questa opinione che mi è divenuta certezza, t
autorii a del profondo archeologo romano Girolamo Amati, uomo di somma
perspicacia, e dottrina, e nelle italiche antichità versatissimo, e che
la sostiene egli pure . Che del resto la iattanza impudentissima dei Greci
, è dei grecomani, circa la civiltà, e le arti italiche, non è nuova in queste
contrade, sapendo ogni mediocre erudito, che per rintuzzarne soltanto la
vanagloriosa ciarlataneria, pose mano Catone a scrivere i suoi libri dèlie
origini, e si mostrò grandemente sdegnato, perche nessuno si fosse
alzatOkprima di lui a rigettar loro in faccia si nauseanti, e boriose pretensioni,
e si grandi sciocchezze. Ora dunque, animato dal medesimo amor
patrio, e stimolato da eguale sdegno, per le tante inezie che sf vanno
ripetendo ogni giorno a piena bocca, dalli Alpi a Etr. Mus . Chius.
Torri. Quando Venere e Apollo sottrassero Enea, come inventa Omero alle
furi¬ bonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immaginò di
lasciar com¬ battere a sazietà i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea
l’idolo, o popolarmente parlando, l'ombra di lui. Questa poetica immagine
del combattimento de’due par¬ titi per un vano fantasma fu cara oltremodo
agli Etruschi, mentre ne vediamo la rappresentanza in molti de’lor
cinerari, un de’quali eh’è in marmo, fu da me inserito nella serie che ho
data de’monumenti omerici della Iliade 3 , similissimo a questo ch'è di
terra cotta due terzi soltanto maggiore del presente disegno, men¬ tre
quel di marmo è due terzi maggiore di questo modellato in creta. Vi si
ve¬ de pertanto il simulacro d’Enea caduto a terra per la percossa del
sasso getta¬ togli da Diomede, in atto di cercare una qualche difesa
nella trista situazione in cui si trova, spossato di forze. Intorno a lui
si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe Troiani ed Achei. L’originale
in terracotta era dipinto a vari colori, ma ora svaniti. L’ iscrizione è
soltanto dipinta in color di porpora, e rammenta, come sapremo a suo
luogo, il nome del morto, le cui ceneri chiudeva l’urnetta. TAVOLA
LXXIV. Un licenzioso stuolo di baccanti si offre allo sguardo
dell’.osservatore della tav. presente, e ci avverte esser questa la
pittura d’un vasetto ch’è rappresentato alla tav. LXX 1 X num. 1, e
frattanto si verifica la massima comunemente inval¬ sa per esperienza,
che tre quarti dei vasi fittili dipinti hanno soggetti bacchici.
Questo ha figure nere su fondo rosso ed è il vasetto originale tre volte
mag¬ giore del disegno dato alla tav. suddetta. La statuetta di Venere
che orna quest' ago crinale grande al pari del pre¬ sente disegno è
adattatissima a dar compimento ad un utensile di muliebre de¬ coro. È
singolare il vedere nei Monumenti etruschi la Venere quasi sempre co¬
perta negligentemente in una sola gamba. Io vi ho spesso, ravvisato il velo
del quale son coperte agli occhi della nostra penetrazione moltissime
delle operazio¬ ni della natura: osservazione che dovette esser propria
specialmente degli Etruschi, i quali si magnificano come studiosi della
filosofia naturale. Proporrei ancora il sospetto che l’ago crinale fosse
un simbolo mistico, e per tal cagione posto nel i Iliade lib. v,
v. 449*4^ l -2 Tom. ì, Tav. lxxiv . 7 » Non credasi però mai da
alcuno , che io ni" altlia la stolta pretensione di non essere
criticato, ché anzi mi reputerò sempre ad onore ogni critica fatta a
dovere, Ma quando venga questa in mal tempo, e con peggior garbo, met¬
terò sotto gli occhi di chi vorrà leggermi, il seguente epigramma.
Censura sapiens, et doctus acutnine gaudet : Stultus at
insano carpere dente solet. Ex tribus his titulis, quem vis, tibi
delige lector: Sic sapiens, doctus, stultus et esse potes.
XLI. VIDflDMU 433433 XLII. 4/mvfl4i ••
flnoai ; qn-i XLEL -.43 : F\\F{- 1/1-1 : 43
XL1Y. 4 /ÌOq/ : i4 : 4/RttYf : intblq/d : 41 XLV.
m3iifl4 ; ìi n/qi : 43H3vi : nnn o XLY1.
•.•.•.lamvfliflm : finn o XLVII. ni asiaq'D :
4flim#ì4 : intn.q/a : 433 xLvm. 4/aifn/qi3i lantqfl =
ioqfiN XLIX. ninni m Y 131 : 4An#isa : ianq3i : no
L. 1 nxnn\ M3f : laUfVf : flitifl© !
Al disopra del copercìiio. a Siccome finisce il lembo del coperchio
pare che abbiano continuata la parola al di sopra del
coperchio della stessa urna. I 74 (lutto
nell'arte, mentre qui la Furia infernale esce di sotto terra; come nel teatro.
Se quest’uso non è molto antico, non potremo reputare antichissime
neppure queste sculture ove tal uso è imitato. L’urna è due terzi più
grande del presente disegno. Il soggetto di questo rozzo vasetto
non è che un baccanale. Il vecchio barbato e nudo rappresentar dovrebbe un
satiro, mentre a centinaia s'incontrano i satiri nei vasi che trovansi
nei sepolcri, e le lor mosse costantemente bizzarre, come acche la lor
nudità costante, non permettono di separar questa virile figura dal coro
satiresco di Bacco. Ma la rozzezza del lavoro accompagnato da negligenza; fece
dimenticare al pittore di aggiungere alla sua figura la coda equina che
a’ satiri non manca mai. La donna eh’ è dalla faccia opposta del vasetto, non
può essere per conseguenza che una baccante . I circoli che in buon
numero si vedono attorno alle due figure sono un enigma finora
inesplicato. La grandezza delle figure è uguale a quella dell’uomo
barbato. La pittura è giallastra in fondo nero. I tre recipienti che
occupano questa tavola son vasi con pitture in parte nere e in parte
giallastre, che si mostrano separatamente dai loro vasi, e che ve¬ dremo
in seguito coi respettivi loro richiami. Ma il vaso segnato di numero 2
ha soltanto una pittura a parte, l’altra di minor conto si vede qui in
piccolo.Io vi ravviso due degli Efebi davanti al ginnasiarca, il quale ha
verga in mano insegno che istruisce e comanda. Tali erano gli esercizi del
ginnasio, dove la gioventù s’istruiva negli esercizi del corpo e
dell’animo ; e gran parte delle pitture de’vasi han simil soggetto nella parte
opposta ad altra, che aver suole qualche rappresentanza mitologica o simbolica,
come in questo vaso, dove si vedrà Ercole accolto dal centauro Eolo.
Queste favole cred’io avevano un senso misterioso, e la gioventù s’istruiva
nell’iutelligenza di quel senso non a tutti palese, per cui ne’ vasi comparisce
nel tempo medesimo l’istruttore e 1 istruzione che rnostravansi con quelle
pitture. Questo, pare a me, eh’esser possa il momento in cui Ercole
passando dal monte Foloe per andare a cercar del cinghiale d’Eriinanto,
trattenutosi dal centauro Folo figlio di Sileno e della ninfa Mitra, fu
ricevuto nel modo il più ospitale che potevasi. Ercole ebbe desiderio di bere
del vino. Folo ne avea soltanto in un vaso eh’era stato dato da Bacco ai
centauri in comune, e perciò non ardiva d’aprirlo. Ma Ercole incoraggillo a
deporre ogni timore, ed apri egli stesso sepolcro dov' è stato trovato .
Dissi altrove difatti, che si venerava in Roma l'ago crinale della Madre
Idea custoditovi fra le cose fatali, da cui facevasi dipendere la stabile
conservazione dell'impero ’. Le oreficerie degli Etruschi, di che
presentiamo qui un saggio, esser so¬ gliono di uno squisito lavoro. I due
pezzi superiori pare che siano stati usati a formare una collana, poiché
di simili ornamenti vedonsi le belle collane scolpi¬ te al collo delle
matrone che si trovano giacenti sopra i coperchi delle urne 3 . Ciò sia
detto per disinganno di coloro che trovando nella Grecia altri ornamenti
muliehri lavorati in oro con una perfezione e con un gusto simile a quei
dei nostri Etruschi, ne dedussero che di Grecia si facesse smercio in
Italia di tali bi¬ gotterie; ma poiché la forma dei due pezzi superiori
trovasi ripetuta soltanto nelle sculture d'Elruria,e non in quelle di
Grecia, così non abbiamo pruove che usassero tali ornamenti fuor dell’Etruria ,
nè che non si potessero quivi anche eseguire. Tra le infinite bizzarrie
che vennero in testa ai figuli per variar le forme dei vasi, che
servirono per ornar le ceneri dei sepolti, questa che presentiamo qui non
è certamente delle men singolari. Il suo nome suol essere d' un ciato
quando ha forma d’un corno potorio; ma in figura di gamba non avendone io
mai incontrati , per quanto abbia veduti moltissimi vasi sepolcrali, non saprei
certamente quei che possa dirsene. La sua grandezza è due volte maggiore
di questo disegno. È della solita terra nera di Chiusi, ed ha vernice nera
assai lucida che lo cuopre d'uu color solo. In generale questi eran vasi
da bere usati col rito, che dovevasi affatto votarne il recipiente, per
cui non era necessario di tener questi vasi in piedi, ma suolevano star
discenti sulla mensa. La tragica morte di Eteocle e Polinice è soggetto
che fu caro agli antichi Toscani che lo elessero soventemente per ornarne
i loro sepolcri. Qualche mossa, qualche ornato,lo stile medesimo della
scultura, fan vedere che vi fu comunicazione tra la scuola di Volterra e
quella di Chiusi. Il costume della Furia eh' è fra i due moribondi più
che altro manifesta la probabilità di questa mia opinione; come si ri¬
scontra dai paragoni che posson farsene 3. Altrove notai parimente 1’uso
teatrale di far comparire, non già dalle scene i soggetti infernali, ma
dal palco medesimo, quasi che sorgessero di sotto terra ^. Un tal uso vedesi
esattamente intro- 1 Monum. etr. , ser. li J p. 5o. 2 Ved. la
Tavola xiv. 3 Monum. etr. ser. i, Tavv. lv , lxvii, lxxiv. 4
Ivi, p- 75, 355. II vasetto che primo si presenta in questa tavola è di
terra nera, uguale in tutto al disegno. Le teste velate son così ripetute
nei vasi sepolcrali chiusini, che io non dubito di confermare il già
detto, nel supposto che siano indicative di larve Ci vien fatta peraltro
notare 1 ’esattezza del lavoro, non meno che la perfetta conservazione del
monumento. Ai numm. 2, e 3 si osserva un anello d’ oro eh’ è in
proprietà del sig. capitano Sozzi. Il lavoro, per quanto mi si elicerà
finissimo e di grandezza in tutto eguale all’originale. È stato, per
tanto riportato in doppia grandezza l'incavo che tien luogo di pietra
anulare, perchè meglio si osservi lo stile elevato di quel lavoro. I due
animali, il leone cioè e la sfinge potrebbero essere interpetrate pel passaggio
del sole dal solstizio estivo all’autunno , mentre quel mostro con corpo
di leone e testa e petto di donna non altro pare che indichi, sennonché il sole
che uscito dal segno del Leone ardentissimo passa in quel della Vergine, ove
comincia a perdere l’estiva sua forza, per cui si assomiglia a una femmina 1 2
3 . La galante forma del vaso n. 1 non è comune fra quelle usate dai
Greci. L’impasto della terra è tutto nero, ed in luogo di figure dipinte
ha dei bassiri- lievi minutissimi, da’quali, come da una doppia fascia, è
circondata la più larga parte di esso . In una delle nominate fasce al n.
3 stanno assisi due uomini con veste talare, in atto di voler dispensare
delle corone, che ricevon coloro i quali stanno in piedi. Sotto alla
lorsedia è un uccello, che secondo le moderne interpe- trazioni dei
geroglifici egiziani, come dissi altrove ?, significa la casa dello sparviere,
eh’è pur simbolo della divinità; e in conseguenza la casa o regione del
cielo, sul quale stabilite si vedono le figure sedenti del nostro bassorilievo.
Porgono esse dunque delle corone ai guerrieri, in premio di aver
combattuto. Le sfingi nei sepolcri le ho sempre credute indizio del
tempo nel quale passa il sole dai segni dell’ emisfero superiore a quello
inferiore 4 , che dicevasi regno dei morti 5 , e per tal memoria credo
esser poste le sfingi nella fascia num. 4 - Nel bassorii. n. 2 v’è un
uomo sedente che ha in mano Io scettro, e ad esso presentasi un individuo
munito di lancia che probabilmente significa un’anima che passando ad
altra vita domanda il premio delle eroiche sue virtù' 6 , accennando non
altro che il tempo di tal passaggio, come ho provato anche altrove? in
quest’Opera. 1 Monum. etruschi, ser. i } p. 20. 2 Ivi , ser-
i, Ved. la spiegai, della Tav. lxviii. 3 Lettere di etnisca
erudizione Tom. 1 , p. 191 . 4 Monum etr. , ser. v, p. 590 : 5 Lettere cit. p. 189 . 6 Vedasi
tutta la mia lettera scritta al dottor Maggi nel Tom. delle lettere, cit., p.
181 . 7 Ved. la pag. 5i , e 52 . ;5 quel vaso dov’era, come
appunto si vede in questa pittura. I centauri tratti colà dall’odore del
vino vennero in folla alla cantina del centauro Folo, armati di grosse
pietre, un de quali è qui rappresentato in dietro ad Ercole in atto di
scagliarliela ; e forse è Anchio , o Agrio che furono uccisi da Ercole, perchè
i primi ardirono d’entrare in quella caverna 1 . Questa pittura con
figure giallastre è inetà del suo originale. In questo bassorilievo
ravviso Paride, il quale mentre viveva oscuro ed ignoto sul monte Ida tra
i pastori, scendeva talvolta alla città di Troia, ove segnalavasi in
tutti i giuochi e combattimenti che vi si facevano, ed in essi riportava la
palma sopra ogni altro concorrente, inclusive sopra Ettore e su gli altri
suoi fratelli, che sde¬ gnando d' esser vinti da un ignoto pastore
meditarono di assalirlo ed ucciderlo. Ma Paride allora si dette a
conoscere per loro fratello, e cosi fu salvo. Qui Pari¬ de è nudo come si
compete ad un atleta, ed ha lunga palma sugli omeri, qual vincitore in
competenza coi fratelli che invidiosi lo guardano, e meditano la di lui
perdita, istigati a tanto misfattto dalle Furie infernali che loro si fanno
dappresso. 11 ginocchio che Paride tiene sull’ara significala protezione
divina eh’egl’ implora da Venere, come ho detto altre volte a , e 1 ’
ottiene; mentre Priamo suo padre, a cui si palesò, lo ristabilì nel suo
rango 3 . Il disegno è una terza parte dell’originale.Chi mai trovar potrebbe
in questo vaso un gusto greco? Anzi a rettamente parlare diremo esservi
un fare eh'è tutt'altro che greco. L’ornamento del piede partecipa delle
scannellature che sì frequenti ravvisiamo nelle opere dell'Egitto. In
ogni restante v'è una originalità singolare. I mostruosi animali a
bassorilie* vo che ne ornano il corpo son frequenti in questi vasi
chiusini di terra nera, ed io li tengo sempre per quelli animali caotici
che ad oggetto di rammentare la pili antica delle orientali cosmogonie ne
ornarono i sepolcri, di che ragionai anche altrove L La donna che serve
d'apice a! coperchio del vaso, in quanto al disegno non è molto dissimile
da quelle dipinte in giro nel vaso della Tav. LXXII, come ancora in riguardo
al costume dell’abbigliamento. Questo è dunque l’antico etrusco stile, o
l imitazione di esso, come resulta dal paragone della indicata pittura pur
trovata in Chiusi, ma di stile totalmente greco. Or s’io ripetessi qui pure,
come ho detto altrove 5 , che i Greci lavorarono vasi in Etruria, e
quindi anche i nazionali ma in uno stile del tutto differente, non ne
avrei forse in simili esempi le prove? 1 Diodor. Sicul., iv, 12 . Nonn,
Dionis. xiv, 379 . intit. l’Italia avanti il dominio de’Romani p.i 29 . 2
Monum elruschi, ser.[i,p. /{Q 3 i 4 ^ 5 , 1^628, 693. 4 Monum. etruschi ser. v,
Tav. lx. 3 Ved.le mie Osser.sopra i raonum.ant.uniti all’op. droni
perfino del tuono, e del fulmine, i quali peri loro sorprendenti, e terribili
effetti , somministrarono in ogni tempo e in ogni dove abbondante materia alla
superstiziosa credulità dei popoli. Giammai però, nè presso alcun’altra
nazione, ebbe la scienza tonilruale, efulguraria tanti cultori, come
presso gli antichi Etruschi, nè mai se ne fece altrove uno studio così
costante, come nell’ Etruria propriamente detta, e con successo così,
favorevole. Ma i sacerdoti etruschi, dopo avere immaginata una
scienza profonda, e difficile, sui tuoni e sui fulmini, trovarono ancora
il modo di renderla terribile e spaventevole al volgo della loro nazione.
Imperocché, stabilita la distinzione tra ifulmini di consi¬ glio quelli
di autorità e di decreto, tra i postulatorii, i monitorii, i confermatorii',
gli ausiliarii, gli ospitalieri, ed i fallaci, i pestilenziali, i
micidiali i minacciami, ed i reali, e simili, ne fabbricarono ancora una spece
di Diario, ossia Rituale. Del quale, per darne una idea ai nostri
lettori, ne riporteremo qui uno squarcio, tradotto in italiano.
Questo Rituale adunque, o Diario tonitruale, e locale secondo la luna
coni essi lo chiamavano, fu tratto, per quanto ne dicono le tradizioni,
parola per parola, da Publio Nigidio Figlilo, dagli scritti sacri di
Pagete ; Ed è riportato da Giovanni Lidio nel suo libro dei prodigi al
cap. xxvu, pag. 101, dell edizione fattane a Parigi,per cura di Carlo Benedetto
Tinse. Ecco in qual maniera si esprime il sullodato autore, al
luogo citato, su tal proposito . Se egli è manifesto che gli antichi sapienti
etruschi prendessero in ogni disciplina augurale per guida la luna, poiché
secondo il corso di quella espongonsi qui appreso anche i segni
tonitruali, e fulgorarli, rettamente farà chiunque si sceglierà per duce in
questa scienza le stazioni lunari, Laonde quinci dal cancro, e quindi dal
novilunio, istituiremo la diurna cognizione dei tuoni, secondo i mesi
lunari. Dalla quale passavano i Tusci, o sacerdoti etruschi ad insegnare
le osservazioni locali, anche intorno ai luoghi percossi dal fulmine. E
pare che il principale di tut fi i collegi di questi Tusci risiedesse a
Fiesole, leggendosi in Silio Italico Adfuit et sacris interpres fulminis
alis, Faesula Incominciando poi il Diario , o Rituale
fulgurano, e tonitruale etrusco, dal primo giorno lunare del mese di giugno,
dice cosi. Se tuonerà nel'primo giorno della luna di giugno , vi sarei
abbondanza di biade, eccettuato l'orzo, ed i corpi umani saranno attaccati da
perniciosi morbi ; E se tuonerà nèl secondo, le donne partoriranno piu
facilmente, ma peri ranno le greggi, e vi sarà abbondanza di pesci. Tuon
andò poi nel terzo sara il caldo secchissimo per modo, che non solamente
gli asciutti prodotti della terra, resteranno inariditi, ma si abbruceranno
ancora gli umidi e i verdi. Laddove se tuonerà nel quarto, l’aria sarà
talmente coperta, di nubi, e sì piovosa, che le biade periranno per la
putrida umidità. Se tuonerà nel quinto giorno, sarà dinfausto
presagio alla campagna, e si turberanno tutti quelli, che presiedono ai
villaggi, ed ai piccoli castelli, e borghi ; Se nel RAGIONAMENTO Vili, E
IX SULLA SCIENZA TONITRUJLE, E FVLGURARIA DEGLI ETRUSCHI
rpày.[x«Tcc re Fai $u<rto> oyìav è?s7rovv;'7av ( oi Svpfavot ) sm'
Aererò» 9 stai ra 7repe t»jv xepavvosxomav sarà to*vt&>v
àv.S'peomav e^et^yacavro. Diod. Sic. lib. 5 , p. 3 l 6 . B^ovrat
xaS' v7rvous ayyèXwv èics Xòyot, Astrampsycb. de Sonili. interp.
F_Ja superstizione, il più funesto di tutti i flagelli che affliggessero mai,
in qualun¬ que regione, ed in qualunque età, Ì umana specie, facendola
gemere sotto il giogo più duro, e più pesante di quanti ne seppero
immaginare, e fabbricare, la tirannide più scaltra, e il despotismo più
sospettoso, mescolando ognora profanamente, per meglio abbrutirla, ed
opprimerla, il venerando nome di Dio, alle loro malvagità le più enormi,
fu sempre, e presso tutti i popoli della terra, il maraviglioso ordigno, e
l’ef¬ ficace strumento, onde si valsero gli astuti, ed i tristi, a danno
dei semplici, e dei buoni, ed i potenti, é gl’ippocriti, per dominare i
deboli, e farsi giuoco dei creduli- Questa Furia pertanto,
esecranda, e crudele, la peggiore di quante ne racchiude nel suo seno
lInferno, che ha percorso sotto varie vestimenta, e con diverso aspetto,
tutta la superficie della terra, è quella che fece risuonare di strani ululati
, e di querule grida le selve di Marsiglia, pei riti sanguinari di Teuta, le
foreste di Norim¬ berga, per quelli d'Irmensul le montagne della
Scandinavia, per placare l ira di Thor o la vendetta di Odino, e le
pianure della Perside, onde rendersi propizio Arimane ; ed è pure quella medesima,
che tinse di umano sangue le rive di Aulide , e della Tauride, fece
scorrer vermigli itessalonìci torrenti, e quelli d Irlanda, acce¬ se gli
orrendi roghi di Lisbona, e di Spagna, desolò le Americane contrade, e coperse
in una sola notte la Francia intiera, di spavento e dì lutto.
Questa Furia spaventevole che prende tutte le forme, e che le varia poi
in mille guise secondo i climi diversi, ed atteggiandosi ancora nel
percorrere in ogni direzione la terra, secondo le differenti passioni, e la
varia indole dei popoli, ebbe anche presso gli antichi Etruschi,
influenza grandissima, e prepotente dominio. Nè avrebbe, potuto accadere
diversamente in una nazione, ove la casta sacerdotale, o i collegi dei
Tusci, facevansi , come in Egitto, e nelle Indie Orientali, una privativa dell
istru¬ zione, e di tutte le cognizioni letterarie e scientifiche .
Ora questa medesima Erinni,invadendo l’antica Etruria, e facendone in
cèrto modo suo nido, signoreggiò in singoiar guisa gli spiriti dei nostri
antenati, prevalendosi anche presso di loro, di tutti gli strumenti
opportuni al suo scopo. Laonde s impa- Etr. Mus . Chius. Tom. 7 .
11 ri 0 8o o/o dal fulmine aneli
essi, come facevano i loro maestri. Quindi allorché esso partiva dall'
Oriente, ed avendo toccato leggermente alcuno , ritornava da quella parte,
era questo il segno di una perfetta felicità . Non traevasì peraltro
nessun augurio del ful¬ mine, quandi esso altro non faceva che strepito.
Quelli poi che sembravano promettere lene , o male, erano presi per
contrassegni della protezione, o della collera di Dio . Laonde V erano
fulmini di cattivo augurio , dei quali potevasi peraltro allontanare il
presagio, come dipendeva dalla volontà degli uomini il procurarsi quello dei
ful¬ mini di augurio favorevole , per mezzo di cerimonie religiose, e di
offerte. Ve n era¬ no poi altri, di cui non era dato ai mortali di
rimovere la minaccia, per via di al- cuna espiazione. Brasi
introdotto pure fra i Romani, come insegnavasi in Etruria , che romoreg-
giando il tuono dalla parte destra, annunziava sempre qualche cosa di felice, e
che era di funesto presagio allorchéfacevasi sentire dalla parte
sinistra. I luoghi colpiti dal fulmine divenivano sacri anche pei Romani,
come tali divenivano per gli Etnischi, e non era più permesso d!impiegarli ad
usi profani. J i s inalzavano allora de¬ gli altari al dio Tonante, e gli
Aruspici avevano cura di consacrarli col sagrifizio di una pecora, dal
cui nome venivano detti bidentali. Anche gli alberi fulminati dovevano essere
purificati, ed una certa classe di sacerdoti delti strufertarii facevano
in tale occorrenza un sacrifizio colla pasta cotta sotto la cenere.
Se dobbiamo prestar fede a P ausonia gli abitanti della città di Seleucia
adorava¬ no il fulmine, che eglino riguardavano come la loro divinità
suprema. Cantavano inni in suo onore, ed il culto di esso era
accompagnato da singolarissime cerimonie. Ma è da credersi che il fulmine
altro non fosse , se non se il simbolo di Giove, che adoravano quegli
idolatri come essendo il padrone degli Dei . Nella Mitologia erano i
Ciclopi che fabbricavano entro la fucina dell’Etna i ful¬ mini al padre
degli Dei, e servivansi per comporli, e temprarli delle seguenti materie.
Mescolavano insieme i terribili lampi, lo strepito spaventevole, le
striscianti fiammé , lei collera di Giove s ed il terrore degli
uomini. Il fulmine però non era l’attributo esclusivo di Giove.
Nell’opera di Ralle intitolata Ricerche sul culto di Bacco, stampata a Parigi
nel 1824, domo primo pag. 61, si legge che Proserpina ingenerò Zagreo,
cioè Bacco, colla testa ornata di cor¬ na, il quale da se solo, e senza
veruno esterno aiuto, s inalzò al trono di suo padre, e trattò il fulmine
colle mani ancora infantili. E nella descrizione delle pietre incise del
gabinetto Stoscliiano parla il IVinkelmann, a pag. 234 , di una corniola,
rap presentante Bacco con diversi attributi, ed un Satiro, ai piedi del
quale vede si il ful¬ mine. Anche Luciano, e Nonno panopolita, come pure
molti monumenti antichi anno il fulmine per attributo a Bacco ,
Tutte le grandi divinità del paganesimo , avevano due caratteri distinti:
Luna generale •, ed era quello del primo principio, dotato della forza, e
della potenza universale, e l’altro particolare, che ciascuna di quelle
divinità riceveva dalle funzio- , 7sesto s ingenererà un insetto nocino
nelle mature biade, e se nel settimo regneranno dei morbi, senza
però che ne molano molti, e le secche biade cresceranno, mentre s’inaridiranno
le umide , e verdi, . Tuonarldo nel giorno ottavo sarà annunzio di
grandi piogge, e della morte del frumento, nel nono significherà che
dovranno perire le greggi per l'incursione dei lupi, e nel decimo che vi
saranno frequenti morti, ma che tuttavia l'annata sarà fer¬ tile;Mentre
se tuonerà nelVundecimo, annunzierà innocenti calori, e letizia alla
repubblica, e se nel duodecimo accadeva lo stesso Quando tuona nel
giorno decìmotèrzo, minaccia la rovina di un uomo prepotente, nel
decimoquarto, indica che l’aria sarà eccessivamente calda, e non dimeno sarà
lieto il provento delle biade, con gran comodità di pesci fluviali, ma i corpi
cadranno in languore; E se poi tuonerà nel decimoquinto i volatili
saranno affetti da incomodi nell estate, e periranno le bestie
natanti. Se nel decimo sesto giorno tuonerà, non solamente minaccia
diminuzione dell'an¬ nona, ma anche guerra, e verrà tolto dimezzo un uomo
floridissimo; Se tuonerà nel dectmo settimo, vi saranno calori
grandissimi, e mortalità di topi, di talpe e di locu¬ ste i E non
pertanto l’anno apporterà abbondanza e stragi al popolo romano. Tuonan¬
do nel decimottavo , minaccia calamità ai frutti, nel decimonono moriranno gli
ani¬ mali nocivi agli stessi frutti, e nel ventesimo minaccia dissezioni
al popolo romano. , Quando tuona nel ventunesimo giorno, indica
penuria di vino, buon provento del¬ ie altre raccolte, e gran copia di
pesci-, nel ventesimosecondo presagisce un calore dannoso, e nel
ventesimoterzo dichiara letizia, allontanamento di mali, e fine di morti.
E così nel ventesimoquarto annunzia abbondanza di tutte le cose, e nel
ventesimo quinto significa che vi saranno guerre, e mali innumerevoli.
Finalmente se tuonerà nel giorno vigesimo sesto , il freddo nuocerà alle
biade, nel vigesimo settimo, i primati della repubblica avranno da temere
di andare incontro a perigli per parte dei soldati, nel vigesimottavo,
sarcivvi libertà di biade, mentre tuonando nel vigesimonono , le cose della
città si troveranno in migliore stalo, e nel trentesimo, vi saranno per
breve spazio di tempo spesse morti. E così di tulli gli altri mesi.
Allafine poi dell’ultimo mese, a pag. i 55 viene osservato, che Nigidio
oiu- dico che questo Diario tonitruale, non fosse generale, ma per la
sola città di Roma. Nè ciò parra fuori di proposito , a chiunque facciasi
a riflettere che i sacerdoti etru¬ schi, erano solili vendere a caro
prezzo la loro scienza , a tutti quelli che ambivano di farne acquisto, e
singolarmente ai Romani, che ebbero cominciamento da u na ciurma di
banditi d Etruria, e ne divennero poi gli emuli, quindi i nemici, e
final¬ mente i padroni, ed oppressori. Impararono però ben
presto anche i Romani a fare la distinzione fra i fulmini lan¬ ciati il
giorno, e quelli che lo erano nella notte-, E credevano che partissero i
primi dalla mano di Giove, ed i secondi da quella di Summanno, la qual
dottrina è tutta etnisca. Dopo questa distinzione, non tardarono molto a
trarre ogni sorta di presa- m p. e. gl' Iotorti,
i quali sono quelli che tracciano cadendo una linea tortuosa, nei quali
sono prima di tutto da ammirarsi,al dire di essi, la loro natura, e la
difficol¬ tà di contemplarli ; Ed aggiungevasi dai medesimi libri, che
non lutti producono i medesimi effetti, neppure quelli che vengono
formati, secondo loro, dall' aria, e dal concorso delle nubi. E vi si
trovano più altre osservazioni di questa, e di altra spe¬ cie, che sono
pure riferite da Lidio a pag. 171, cap. 44 • Afferma anche Arduino
che i Tusci attribuivano a noveDei la facoltà di scaglia¬ re i fulmini, e
che ne distinguevano undici specie diverse j E per viepiù persuadersi che
eglino riguardavano come cosa di grande importanza la scienza dei fulmini, leg¬
gasi anche Seneca, lib. 2.° cap. 32 , 33 , e seguenti, delle questioni
naturali, ov’ egli descrive prolissamente tutta la lor dottrina, e tutta
la loro scienza sui fulmini, ed an¬ che intorno alla divinazione per
mezzo dei medesimi-. Lo che tocca pure Cicerone nel libro primo della
divinazione. Censormo poi al capitolo xi, pag. 69 , De die natali, loda
esso pure i libri rituali degli Etruschi. I medesimi Etruschi
avevano eziandio alcune singolari opinioni per impedire che i fulmini
cadessero in certi luoghi, piuttosto che in altri. E cosi, leggiamo nei
Geo- ponìci, o scrittori delle cose rustiche, lib. 1 , cap. 16 , che
sotterrando in un campo la pelle di un ippopotamo, ivi non cadrà il
fulmine-, E nel lib. 8.°, cap. xi, è soggiun¬ to , con una sentenza di
Zoroastro « affinchè nè i tuoni nè i fulmini facciano svanire i vini »
dopo di che si prosegue cosi • Il ferro sovrapposto ai coperchi dei dogli ,
e delle botti, allontana qualunque danno possano cagionare ai vini i
fulmini, e i tuoni. Osservazione la quale fa un poco ai calci colla buona
fìsica, ma ciò non monta. Co¬ si la spacciavano i Tusci ! Certuni poi vi
sovrapponevano alcuni rami di alloro , i quali dicevano essere giovevoli
in ciò, per contrarietà di natura, e qui avevano ra¬ gione . Nei suddetti
libri sacri, e rituali dei Tusci, incontratisi ancora altri nomi da ti ai
fulmini, oltre quelli già riferiti in questo ragionamento. Imperocché altri ne
chia¬ marono Fumidi, altri Candidi, altri Irruenti, ed altri Presteri,' E
ciò dicevano essi di aver istituito, perchè producono diversi effetti.
Quindi soggiungevano che gli Ardenti sono quelli che si dicono Presteri,
e quelli senza fuoco son chiamati Tifoni, laddove i più languidi son
detti Enifie. Diconsi poi Egide quelli che noi diremmo Prefratti, o rotti
prima, i quali sono portati da un igneo globo • Donde avviene che V
etnisca tradizione, mette le Egide intorno a Giove, quasi insinuando che l’aria
è la causa cosi della procella, come del fulmine, e della concussione del
tuono . Quando il fulmine romoreggiava fra il giorno, e la notte,
solevano chiamarlo i Romani fulmen prevorsum , e dietro gl’insegnamenti
degli Etruschi attribuivanlo a Giove, ed a Summanno. Gli Scandinavi, ed i
Celti, abitanti delle parli settentrionali d’Europa',credevano che i
rimbombi dei tuoni fossero cagionati dai colpi di clava, coi È cosa degna
di osservazione il vedere che gli Scandinavi, ed altri popoli del
Setten¬ trione facessero essi pure uno studio particolare sui fulmini ,
sui baleni, e sui tuoni , e che avessero formato di ciò una scienza
come gli antichi Etruschi, giacche rAnnua- ni, alle quali
l'aveva ridotta il sistema del politeismo. Elleno avevano per attributo
il fulmine, sotto il primo rapporto, ed è ciò che si ritrova presso tutte le
nazioni an¬ tiche. I libri degli Etruschi contenevano secondo Pliniolib.
2.° cap. 52 , nove Divinità che lanciavano i fulmini -,fEd attribuivano a Marte
quelli che producevano degl' incendii. Eravi a Milon in Egitto, un
tempio dedicato a Nettuno fulminante, per testimonianza di Ateneo, lib. 8.° E
Sidonio Apollinare chiama lo stesso Nettuno Giove Tridentifero, in questi
versi, Sacra Tridentiferi lovis hic armenta profundo
Pharnacis immergi! genitor,- Mentre Stazio nel primo libro dell'
Achilleide, lo chiama ii secondo Giove. Apollo veniva spesso
rappresentato, secondo il Golzio, colle ale ed il fulmine j. E si vede su
molte medaglie romane colla testa coronata di lauro, ed il fulmine in
mano. Sofocle nell’Edipo Tiranno, v. 47 J, e Plinio, lib. x, cap. 2. 0 ,
parlano pure di Marte fulminante, come si vede su diversi monumenti
antichi. Vulcano lanciava aneli’esso il fulmine, secondo Virgilio,
e Nonno nelle Dioni¬ siache, ed alcune medaglie dell isola di Samo, lo
rappresentano cosi. Vedesi poi il Dio Pane col fulmine, su due piccole
figure romane in bronzo, e ne parla Ateneo nell ’undecitno libro dei
Dipnosofisti. Cibele si vede spesso rappresentata col fulmine, e lo
portavano pure Minerva, e Giunone ,• E quest’ultima era collocata a
Cartagine sopra un lione, tenendo il fulmine sulla destra, e lo scettro sulla
sinistra-, Mentre della prima dice Virgilio: Ipsa lovis rapidum
jaculata e nubibiis ignem. Finalmente lanciava il fulmine lo stesso
Amore -, E questo Amore Kspmvofofos, cioè laudante il fulmine, era
scolpito sullo scudo di Alcibiade, secondo l’Epigramma 228 dell’Antologia
greca. Molti poi sono i generi degli stessi fulmini. Insegnavano i Tusci,
e lo riferisce anche Plinio, che quelli i quali vengono asciutti, non
ardono, ma disperdono, e che gli umili non bruciano mainfoscano.Quindi ne
annoveravano un terzo genere,chiamato chiaro', i quali sono di una natura
veramente mirabile, imperocché asciugano , p. e. le botti, piene di vino
o di altro liquido, lasciandole intatte , e non iscorgendovisi alcun
vestigio per ove le abbiano vuotate . Di più, l’oro, l'argento, ed il bronzo,
vengono da tali fulmini liquefatti entro gli scrigni o nei sacchetti, ove suino
riposti, senza arderli in verun modo, e neppure abbronzargli, ed anche senza
guastare il sigillo di cera col quale siano stati chiusi. Si racconta che
Marcia principessa romana fu colpita da uno di questi fulmini, essendo gravida,
il quale uccise il feto che ella portava, ed essa poi sopravvisse senza
verun altro incommodo; E narrasi ancora nel prodigi Catilinarii del Municipio
Pompeiano,che Marco Erennio Decurione fu percosso da un fulmine in giorno
perfettamente sereno. Oltre questi generi di fulmini, ì libri dei
Tusci ne contenevano ancora altri, come, Etr. Mai. Chius. Tom. I.
12 84 trar nel cielo: opinioni uscite tutte quante dalle
dipinture allegoriche delle antiche rivoluzioni del nostro globo. I
Brasiliani, ad ogni scoppio di tuono, riguardano tremando il cielo, e
sospirando ; E credono che sia il loro Agnian, o lo spirito maligno, che
minacci di percuoterli. Almeno cosi ci assicura il viaggìator Cereal. In
Circassia, i piartele tuona, escono gli abitanti dai villaggi, e dalla
città, e tutta la gioventù si mette, al dire di Tavernier nei suoi viaggi, a
ballare, e cantare in presenza dei vecchi. Le quali danze, e le
quali cantilene, se non furono funebri, o guerriere nel loro principio,
bisogna dire che la gioia di quei popoli sia fondata sull' idea che il
tuono sia di un felice presagio. Idea conforme ancor questa a quella dei
Persi, e di un gran numero di popoli antichi, ì quali credevano che il
fulmine rendesse sacro tuttocio che toccava-, E ciò perchè presso i Magi
era il fuoco temblèma della Divinità, conforme si può vedere eruditamente
provato dal Signor La [fide, nell opera da lui composta sulla
religione dei Persiani, cap. primo. Presso i sunnominati Circassi, un uomo
ucciso dal fulmine è giudicato avere ri¬ cevuto da Dio un gran favore : E
se il fulmine stesso è semplicemente caduto sulla sua casa, egli e tutta
la sua famiglia sono nutriti per un anno a spese del pubblico . Era
opinione degli antichi idolatri, che Giove punisse, non già con volgari
ga- stighi, ma bensì fulminandoli, tutti gli spergiuri. E però si legge
in Aristofane, nh. w Si i z* tw-wtmSt ~ h cioè « Imperocché Giove scaglia
questo fulmine vera¬ mente mirabile, contro gli spergiuri . Ad onta però
di queste popolari credenze, non mancavano tuttavìa di quelli, che le
schernivano, e se ne ridevano di tutti i volgari ti¬ mori . Difatti Luciano,
nel Timone, riprendendo timprudenza di alcuni uomini, che spergiuravano
in dispregio dei Numi, subindicò il timore del fulmine dìcen o che que
sta specie di mortali , temono più una lucerna spenta , che la caduta di uri
fulmine , e di esserne colpiti. s™» w » «cuy»:. ™ ™ ^ 5 T0=
«fawoo vale a dire: pertanto alcuni di quelli che spergiurano,
temerebbe piuttosto una lucerna spenta, che Infiamma di quel
fulmine domatore di tutte le cose. I Romani , che al dire di
Cicerone, presero auspicia et sacra ab Ltruscis, e secon¬ do Valerio
Massimo derivarono tutti i semi della religione dall Etruria, e noi aggiungeremo
francamente, anche ogni demento di civiltà , fecero passare un gran
numero di etruschi Numi a Roma . Quindi provano con buone ragioni, ed autorità
. il Dempstero, ed il Gori, che erano presso che infinite le divinità
adorate dai nostri maggiori, e che la più gran parte presero domicilio in
Roma. Laonde chiameremo temerarie, e stolte le critiche mosse da alcuni
Archeologi più moderni, contro quei te alla prima percossa che
hanno dal fulmime, non dispiacerà ai nasini lettori il vedere mes¬ cle
nessuno animale è arso , o acceso dal te qui a confronto le supersituom
tomtrual, r7 . . ... P f u l vararle desìi Scandinavi, ed altri
setten- fulmine , se non e morto, e simili. ejiu 0 uiun 5
t j ] , . t j’ /-.p trionali con Quelle desìi cinlichi Etruschi
sui' Lasciando ora da parte quanto siano tali os• inori un /
& servazioni consentanee alla buona fìsica , 1 ° stesso
proposito» quali il loro Dio Thor percuoteva ì Giganti. Il qual
linguaggio è lo stesso che quel¬ lo dei moderni Persiani, i quali credono
che le stelle cadenti siano colpi di fulmini, che gli Angioli scagliano
nelle altre regioni, contro i Demoni, che si forzano di rieri- rio
tonitruale di quelli , ha molta somiglian za col Diario fulgorale, e tonitruale
di questi. Si legge infatti in Olao Magno, lib. i, cap. 3i
della sua storia delle genti, e della natura delle cose settentriouali ,
cne i tuoni di gennaio significano che i venti soffieranno con mag gior
gagliardia del solito, e che sorgeranno le biade più dritte , e grandi. Quelli
di febbraio annunziano una grande mortalità e singolarmente di
quelli che vivono nella delizia. E quelli di Marzo indicano gagliardi
venti , e che vi dev’essere gran fertilità in quell anno , e
straordinario strepito nei giudizii . Indicano i tuoni di
aprile che cadrà una pioggia conveniente elle biade 9 e che la campagna sara
abbondante in tutto il corso del¬ l'anno, mentre quelli di maggio
significano tutto il contrario, cioè, penuria di biade, ed una
formidabile carestia di tutte le cose. Presagiscono poi quelli di giugno
una piu abbondante fertilità, benché predi cono al tempo stesso
infermità spaventevoli. 1 tuoni di luglio annunziano abbondanza
di frumenti , ma distruzione di legumi 9 e di frutti . Predicono
quelli di agosto che gli uomini converseranno pacificamente fra toro 9 ma
vi saranno malattie pericolose 9 E quelli di settembre denotano fertilità
in quel- Ialino , nel quale però sovrastano guerra, sedizioni, e
morti . 1 tuoni di ottobre sono qualificati coll’epiteto di
portentosi, perche indicano grandi tem peste in mare, ed in terra ;
quelli di novem¬ bre, benché raramente tuona in tal mese ,
promettono fertilità nell'anno seguente. E quelli finalmente di dicembre
significano ab¬ bondanza di tutte le cose , ed una gioconda conversazione
degli uomini fra loro . Altre osservazioni dei settentrionali sui
ful¬ mini , sui lampi, e sui tuoni portano quanto segue. Quando
nell’estate per esempio, tuona più che non lampeggia, significa dover
soffiar venti da quella parte, e per lo contrario se balena più che non tuona,
deve cader molta pioggia. Quando lampeggia essendo il cielo
sereno, vuol dire che vi saranno pioggie , e tuoni 9 e farà un
tempo da inverno E tali cose poi saranno gravissime, ed atrocissime
quando questi lampi , e questi tuoni verranno da tutte le parti del
cielo. Ma se balenerà soltanto dalla parte ciV Aquilone indicherà
pioggia nel giorno seguente j E se i lampi verranno dal punto preciso del
Settentrione 9 soffieranno venti. Lampeggiando dalla, parte di Austro ,
di Coro 9 o f avonio , essendo serena la notte , significherà che devono venir
pioggie, e venti da quelle medesime parti. Dicevano ancora i
settentrionali, che i tuoni che scoppiano la mattina di buonora
annunziano venti e quelli che si sentono nel mezzogiorno predicono
una grossa pioggia . Aggiungevano poi essere imjjortantissimo il sapere
da qua! parte vengono i fulmini , e dove si dirigono. Imperocché
sono crudelissimi quel¬ li che partendosi dal settentrione vanno verso l
Occaso , e sono di ottima natura quando ritornano finalmente a quelle parti
dalle quali sono venuti , perche quando vengono da quella parte del
cielo d’ond’ebbero origine, e poi ritornano alla medesima, presagiscono allora
una somma felicità da quella parte di mondo 9 rimanendo però infelici
tutte le altre. E finalmente altre curiose osservazioni aggiungevano
intorno a quest’articolo , come, che la notte piu che il giorno lampeggia
senza tuoni , che la natura ha dato il privilegio al- l’ uomo di essere
rare volle ucciso dal fulmine, e che se questo accade talvolta , è assai più
conveniente, e pietoso ufficio il sotterrare quel morto , che il bruciarlo .
Che te ferite dei fulmini sono più fredde che tutte le altre, che
le bestie moiono istantaneamen- parla Cicerone nel primo della
divinazione-, nè fa diuopo osservare il diverso inalzarsi della fiamma, o lo
scrosciar della medesima, nè lo scoppiettar dell incenso, delle quali
cose scrisse, secondo Stazio, un tal Tiresia, famosissimo augure etrusco.
J\è occorre tampoco far menzione, per esaltare Tetnisca sapienza, di ciò
che osserva fra gli altri Seneca , Uh. n, cap. 4 1 delle quistioni
naturali, circa l avere i medesimi fatta anche la distinzione tra i
fulmini prodotti nelle nubi, é nell'aria, d onde scendevano in terra, e quelli
che prodotti nella terra slanciavansi in alto, e verso le nubi medesime,
giacché queste, e molte altre simili cose trovansi narrate, e raccolte da
vari autori. Ma non sono però da passarsi sotto silenzio alcune
memorie di Plinio, Ub, n, cap. 3 .°, ove narra distesamente in due
capitoli, le opinioni degli Etruschi, appoggiate ad una ragionevole fiolosofia,
circa lessenza, o la natura, e circa le diverse specie di fulmini da essi
distinte. Conferma ivi quel sapientissimo scrittore ciò che abbiamo qui
sopra accennato, che vengono cioè i fulmini, tanto dalle nubi, quanto
dalla terra, ed assicura aneli esso, che trovavansi negli scritti etruschi,
nove, o più probabilmente undici specie di fulmini, delle quali ì Romani
loro figli, e discepoli, non ne avevano osservate, e mantenute che due.
Il che viene a confermare sempre piu il detto di Cicerone, che quei
superbi conquistatori, ed oppressori del mondo, ebbero dagli Etruschi non
solamente lorigine, ed i riti religiosi, tutti quanti ne usarono mai, ma
eziandio la civiltà. Egli osserva pertanto particolarmente, la diversa
natura, e diversi singolarissimi effetti dei fulmini, che dal cielo
provengono, e di quelli che dalla terra sono prodotti-, ed avverte ad un
tempo, che queste osservazioni furono trasportate, e trascritte negli
annali romani, aggiungendo inoltre che vi erano pure le maniere ed i riti per
chiama¬ re i fulmini, ed impetrarli dal cielo, come fece forse Porsernia,
che con un fulmine così ottenuto , ed accompagnato da un mostro chiamato
Volta, devastò, come dicono, le campagne dei Volsinii. Ei dice di più,
che in questa scienza era dottissimo Numa Pompilio, e che avendolo poco bene
imitato Tulio Ostilio , fu arso da un fulmi¬ ne-, E che per questo fra i
diversi nomi che per l'etnisca disciplina furono dati a Giove, di Statore, di
Tonante , Feretrio, e simili, s'incontra pure quello di Elido, o
Evocatore. E finalmente che si prevedono in tal guisa le cose future, benché
sia te¬ merità il credere, che si possa comandare alla natura, o
sforzarla . Il medesimo autore osserva poi, come il baleno sia piu veloce
del fulmine , e del tuono , e come perciò il fulmine stesso debbasi prima
vedere, che udire. Circa le qiiali osservazioni di Plinio intorno alla
scienza tonitruale, e fuigurari a degli Etruschi, vi sarebbero da fare
molte fisiche riflessioni, se l indole dell opera per la quale sono
scritti questi ragionamenti, lo comportasse. E sul proposito di
questa scienza etrusca, nella quale dice il sullodato Plinio essere stato
peritissimo il re ISuma, ascoltisi anche Ino Livio, lib.t, il quale lo
chiama non solamente dotto nelle arti peregrine, ma eziandio nella tetrica , e
trista due dottissimi scrittori ; Colle quali critiche pretendono di
negare, che per esempio , un tal Nume, non abbia potuto aver culto in Etruria,
perchè si cede adorato net Lazio, ed m Roma ,; Avvegnaché dovrebbe
piuttosto aver luogo la congettura contraria, come saviamente rifletteva il
sapientissimo Guarnacci . Imperocché, dovrebbe dedursi che se una
tale divinità si vede adorata in Roma e nel Lazio, è ben ragionevole il
credere, che abbia prima avuto culto in Etruria- quando si voglia
riflettere, che una colonia etrusca erano i Latini, e che lo stesso
fondatore dell Eterna Città, coi suoi primi abitanti, non furono altro come
anche altrove accennammo, che una banda di fuorusciti Etruschi. c
he se poi igrecomani, sottilizzando, ed ostinandosi ognora più a volere
irrefragabili prove, e quasi ancora la fede di battesimo, come diceva il
prelodato Guarnac- ci, che un tale idolo, od un tal monumento qualunque,
sia veramente etrusco , e non greco, nè romano ; Oltre che si può
risponder loro che queste prove intrinseche , non le hanno d’ordinario
neppure le cose veramente greche, e romane, e che l'anti¬ quaria iti
genere si aggira sulle asserzioni degli antichi autori, i quali ci hanno
lasciato scritto, dove i vani Numi, e i diversi riti abbiano avuto l’originario
loro culto-, Si può ad essi aggiungere ancora che ve una probabilità, la
quale confina colla certezza, che dove un si gran numero d’idoli, di vasi ed
altri monumenti di ogni manie¬ ra, sono stati trovati, siano stati pur
lavorati. Ed essendo imedesimi stati dissotter¬ rati negli scavi
etruschi, ed indicando una grandissima antichità, e mollo superiore alla
civiltà greca, e romana , è irragionevole , ed assurdo il credere, che i soli
Greci , e Romani li abbiano dappertutto disseminati. Ed anche a ciò
che dice il chiarissimo signor Vermigliali, il qlude pretende ( . E roga
ime di Admeto e di Alceste) che i monumenti italici più sono antichi, e
più grecizzino, ed al contrario latineggino maggiormente, quanto più si
avvicinano all epoca del dominio romano in Etruria, come pure che
gl’itali antichi spesso aspi- cassero, si può rispondere cosa che sarà di
scandalo agli Archeologi pedanti i quali non sanno, o non vogliono trarsi
fuori della traccia segnata dai loro predecessori abbiano essi fatto bene , o
male. Ed è questa : ,o,m , ere l e osservazioni del sullodato filologo
perugino, perchè la lingua greca è figlia della vetustissima etnisca in
quanto alle sue radicali, benché ne differisca grandemente nelle infles-
Stoni, édi Greci sono scolari degli antichi Etruschi, ossiano Pelasghi Tirreni,
indigeni d Italia, i quali andarono in remotissima età a colonizzare , e
popolare la Tra¬ cia eia Grecia, come m altro ragionamento accennammo .
In quanto poi alle aspirazioni degl Itali antichi, procedono queste
dall’orientalismo, che ridonda in ogni dove in Italia, e che vi fu
introdotto in tempi da noi oltremodo lontani da una colonia orientale,
coi primi elementi della civiltà, come pure asserimmo nel quarto di ave
Sti ragionamenti medesimi. " e ~ Ma torniamo ai fulmini ed ai
tuoni. Non occorre citar qui i libri fatali degli Etruschi , ricordati da
Tito Livio, hi. V, nè i fulgorali, e gli aruspici, dei quali
j3 Etr. Mus . Chius. Tom. J, Chi mai oserebbe di
qualificare l’avvenimento qui espresso, non vedendovisi che due militari
pronti alle difese e alle offese, senza ravvisarvi ne 1 inimico, ne oggetto
veruno che sia motivo di questa loro disposizione al combattimento? Ma
siccome questa pittura è nel mezzo d’una tazza, intorno alla quale sono
altre figure giallastre, come questa, in fondo nero, così tenteremo di
trarre da quellequalche argomento a cognizione di questa. Un corpo
esanime steso al suolo, presso cui stanno alcuni combattenti che ne
scacciano altri in costume diverso, mi richiama alla mente l’avvenimento del
corpo di Patroclo, contrastato fra i Greci e i Troiani,e finalmente
ottenuto da quelli coll’espul¬ sione di questi '.Non vi sono
caratteristiche assolutamente variate tra combattenti e combattenti, a
dichiarar Greci gli uni, e Troiani gli altri,ma pure la totale nudità dei
primi li fa credere eroi,che la Grecia rappresentar suole in tal guisa 2
;mentre gli altri tre hanno in testa un berretto: uso asiatico e particolarmente
dei Frigi 3 .Hanno essi pure nella clamide che indossano un segno
d'abbigliamento, che raramente onon mai trascurasi nelle figure asiatiche, per
quanto io abbia nei monumenti antichi osservato. L'uomo steso al suolo
qual corpo morto, è altresì nudo del tutto, e inconseguenza spettante ai
Greci, cqme difatti era Patroclo il caro amico di Achille, che fu ucciso
in guerra da Ettore, secondo Omero l . Probabilmente anche i due
guerrieri dipinti nel mezzo della patera, e che vedemmo nella tavola
antecedente,son due Greci alla custodia e difesa del corpo di Patroclo, ch'è
dipinto nel fregio della tazza medesima. Infatti essi vedonsi armati,ma
nudi,giusta il costume greco eroico,siccome dicemmo. Qui le figure son
ridotte un terzo più piccole di quelle che vedonsi nella tazza
originale,ove sono di color giallastro in fondo nero. Qualora mi si
conceda esser probabile la interpetrazione dell’antecedente rappresentanza
della morte di Patroclo, e del contrasto tra i Greci e i Troiani, per
ottenerne il cadavere, non mi sarà negata fiducia nella supposizione
eh'io son per proporre, che in questa pittura, la qual fa seguito
all’antecedente, vi siano espressi gli o- nori funebri che furon resi
dall’amico Achille a quell’estinto eroe, e particolar- i Galleria
oraer. Iliade, Voi. 11 , Tavole cxcix , 3 loghirami, MoDum. etr. ser. 11 , p.
45°- cc, cci, ccn. -
a Plot., Vii. Alexand. I? disciplina de vecchi Sabini ( che
erano Etruschi ), di che non vi è stata mai veruna cosa piu incorrotta, e
veneranda. E dicendo che lo stesso Numa era dotto anche nei liti
peregrini, si deve intender qui di quelli di Samotracia, che erano i idrici , e
tri- sti dei Pelasghi, Tirreni, Etruschi ancor essi, come altrove dicemmo
, e lo abbiamo ripetuto pocanzi; E che i Romani riguardavano come
peregrini, perchè tali erano divenuti per loro, essendo in tempi da essi
lontani, passati dagli Etruschi ai Samotraci . La scienza dei
quali riti possedè Porsenna, e molto prima di lui anche Dardano, il quale
portossi in Samotracia pel solo oggetto di conferire con quei sacerdoti, e
per introdurre poi in Troia una religione del tutto ponforme a quella dei
suoi antenati, che era l Etnisca. E si noti, che il medesimo Livio, e
tutti gli antichi scrittori ci fanno sapere che il più volte nominalo
Numa Pompilio fu religiosissimo, e propagatore in Roma di ogni pia istituzione
; Ove non altro ei propagò certamente, che riti etruschi. Ed
ecco una erudita chiacchierata sulla scienza tonitruale, e fulguraria
degli Etruschi. La quale potrebbesi ancora condurre più a lungo, ed
arricchire di più al¬ tre peregrine notizie su questa recondita
disciplina, se non fosse il già detto più che abbastanza pel nostro
scopo. Ma come e quando mai, e per quale sovrumana potenza , andarono a mancare
queste, e tante altre superstizioni, stabilite , ed inveterate nel mondo,
radicatissime nei cuori degli uomini, e venerate, e temute in tutte le
re¬ gioni della terra aliar conosciute? In qual modo cessarono i terrori
e la paura, onde avevano saputo gli antichi sacerdoti, di concerto sempre
cui Despoti, invadere gli spiriti dei mortali, tenuti ognora da essi, a
bello studio nella cecità, nel timore e nella più profonda ignoranza con mille
misteriose ambagi, e con mille disperate minac¬ ce? Scomparvero tutte
queste tenebre, e caddero tutti questi arcani e portentosi ordigni, al
comparire della luce Evangelica. Al comparire di quella legge, t unica
fra quante ne vide l'universo, che introducesse la vera libertà, e la
vera eguaglianza fra gli uomini. Al comparire di quella legge in somma,
che mette, davanti a Dio, a livello del più temuto tiranno, e del più
potente monarca, anche il più infimo del popolo. In urna di
marmo LI. : flnoai ; qflj J3 : M : 43 un. fm \iflj :
miai : janavi : armo LIV. : iaruv/Hflm ; f\nn o
Nell’orlo d’un vaso cinerario di terra cotta LV, mtvfl Jtiat
v/rji 9° È questo idoletto in piccolo, quello che dissi
esser l'altro, rappresentato più in grande, e con alquanta varietà nelle
Tavole XLIX, e LXVII di questa raccol¬ ta, essendo il presente di
grandezza simile al suo originale. Ma la di lui piccolezza, e 1 non esser
vuoto, non permette che si riconosca per un cinerario, sicché fu tenuto
soltanto pel nume che riceve, abbraccia e protegge gli estinti, che nati
dalla materia terrestre tornano dopo la morte in seno alla terra, o per
meglio dire alla natura mondiale, della quale Bacco era il nume tutelare.
E poiché mi si dice che piu d uno di tali idoletti si trovarono in uno
stesso sepolcro, da ciò argomento che speciale fu nel sepolto la
venerazione pel nume da questa immagine rappresentato. Al numero 2
si vede un fregio in bassorilievo che ricorre in giro in un vaso dei consueti
chiusini di terra nera, e non v’è differenza in misura tra l’originale e la
copia. Il significato mi sembra lo stesso dei precedenti lavori di simil
genere. Vedo ancor qui come altrove la Chimera, e credo che l’oggetto sostenuto
in mano dagli uomini sia, come nei calendari egiziani, lo Scorpione sidereo.
Aoterò di passaggio a tal proposito che il famoso torso egiziano in basalto,
che un tempo fu del card. Borgia, pubblicato dal eh. Lenoir alla Tavola
VI del forno [, num. g si vede come qui una figura con Io Scorpione tenuto per
la coda, e dietro a se v’è parimente il leone con la coda che termina in
un serpe, e con la Capra sul dorso, nè spiegasi differentemente che pei
segni delle celesti costellazioni. Si vuol peraltro che nella Capra sopra
del Leone si ravvisi il trionfo del Capricorno sopra il Leone, e
probabilmente i due serpen¬ ti che nel nostro bassorilievo si
manifestano, saranno quei che dominano il cie¬ lo nel tempo dell'indicato
trionfo. A tal proposito, gli astronomi osservano, che mentre il
Capricorno comparisce al nostro Zenith, la Vergine si mostra sotto il
segno dello Scorpione , o del domicilio di Marte 3 : e difatti sì nel
monumento chiusino, che nell'egiziano comparisce una figura che ha in
mano uno scorpione, se non che nell'egiziano si mostra femminile quella figura,
che qui per la sua nudità, par eh esser debba maschile, ma ciò non si
manifesta con sufficiente chiarezza. Che i cavalli abbian luogo in simile
rappresentanza relativamente ai Cavalli siderei, già me n espressi altrove
abbastanza,, ove mostrai principalmente essere il cavallo sidereo un
paranatellone del levare eliaco dello Scorpione J . 3 Lettere di etnisca
erudizione . Tom. i, pag. i85. 1 Lenoir, Nouvelle explic.
des hieroglyphes a ivi. Tom.i, p. io4- % mente il
giuoco del pugilato col cesto, che Omero 1 * pone il secondo tra gli
spettacoli dati in onore di Patroclo nel di lui funerale 3 4 . Nei vasi,
che negli annali dell’istituto di corrispondenza archeologica si dicono
panatenaici, vedonsi a lato dei combattenti, col cesto come qui, degli
uomini coperti d'un manto con braccio scoperto, e dall'in- terpetre
attamente chiamati rabdofori 3 , i quali assistendo a quel giuoco hanno
in mano una verga biforcata, similissima a questa dei presenti i . Le due
ultime nude figure una soccombente all’altra prevalente, ancorché senza
cesti alle mani, mostrano che i pittori aggiungevan talvolta delle figure e dei
gruppi a capriccio, ad oggetto d'empir lo spazio che doveasi dipingere.
Se però consultiamo i più moderni sentimenti degli archeologi,
troveremo-ammessa pure l’ipotesi, che una fi¬ gura umana stesa per terra
presso alcuni combattenti, ascrivere si debba, unicamente ad alcuno dei
contrasti gimnici, senza ricorrere al particolare avvenimento di Patroclo per
isvilupparne il significato 5 . Un sacerdote di Bacco ed una
Menade con dei vasi libatori formano il soggetto di questa pittura, e son
frequentissimi quanto altri mai nei vasi fittili dipinti , onde potremo
giustamente ripetere col Lanzi che di cento vasi tornati a luce, novanta contengono
soggetti bacchici. È singolare il tirso eh’ entrambe le figure
sostengono, mentre ha un'armilla che nei tirsi non è comune, ma nemmeno del
tutto insolita, senza che per altro s’intenda qual n'era l'oggetto.
Nell’oscurità di questo soggetto non altro saprei ravvisarvi che il
celebre gre¬ co Capaneo estinto sotto le mura di Tebe. Altrove pure
narrai come questi van- tavasi che avrebbe presa Tebe, volesse Giove o
non volesse, ma provocati gli Dei con tali bestemmie, ne accadde che
mentre il primo dava la scalata, Giove non lasciò compier l’impresa, e
con un fulmine Io precipitò dalla scala e lo uccise 6 . Or io noto che
qui si vede una scala squarciata dal fulmine, un uomo rovescia¬ to che
dall’alto cade a terra, e dietro a lui le mura forse di Tebe, dove stanno
alla guardia militari tebani. Le altre figure si possono intendere pel restante
del¬ l’esercito, eh’è spaventato, e stramazzato a terra per lo spavento
del fulmine. L'urna in marmo è cinque volte maggiore di questo
disegno. i Iliad. a Galleria omerica Iliade Tom. u, p.
18*. 3 Voi. n, p. 218. 4 Ivi, lav. xxi, io, 6. xxu, 8.
6. 5 Gerhard, Annali dell’istituto di corrispondenza ardi.
Tom. in. p. 54 Anno 18 3 i 6 Monumenti etr. ser. i, Tav. tav.
lxxxvil. # mv XLIV, e altrove, mentre altri sono
come il presente eseguiti in forma di vasi con capricciosi ornamenti,
rivestiti per lo piu da fogliami, e con iscrizioni latine, come pur qui
si legge, indicando il nome di Lucio Aulo Carino. Io stesso nella mia dimora in
Chiusi vidi molti monumenti e rottami di essi, di stile greco e romano e
bellissimi. Nell’interno d’ una tazza di terra verniciata in nero,
si vedono queste due figure di color giallastro; e sono, per quanto mi
sembra, d'uno .stile perfettamente simile a gran parte di quelle pitture
monocromate dei vasi italo-greci. Vi si rappresenta un suonatore con
cetra e plettro , in atto di attendere dalla Vittoria il premio del suo
valore, e credo che ciò alluda ai pregi morali dell’ani- ma, che negli
estinti son premiati nella vita futura; e perciò soggetti simili ed
analoghi a questo si trovano frequentemente dipinti nei monumenti che
pone- vansi nei sepolcri, ma ora corrono altre opinioni. Se
aver vogliamo un esatto conto d’ogni figura eh’è in quest’ urna di mar¬
ino, il cui disegno qui è un ottava parte del suo originale, non saprei se
potes¬ simo riescirvi con plausibile disimpegno. Ma se consideriamo che
gli artisti obbligati a trattare nelle opere loro un qualche mitologico
soggetto, eran poi costret¬ ti ad ornarne tutto lo spazio del marmo che
formava il primario lato dell’urna sepolcrale, ancorché il soggetto da
loro scelto non richiedesse tante figure, quante ne occorrevano ad ornare
lo spazio determinato, noi troveremo irreprensibile lo artista che
abbonda in figure, ancorché non richieste dal soggetto che tratta, co¬ me
ne somministra un esempio assai chiaro il bassorilievo di questa Tavola.
Io vi ravviso Ulisse in atto di adoprare il suo arco, il qual potea dalle
sole sue mani esser teso, ed uccide i proci di sua moglie Penelope, i quali
dilapidavano le di lui sostanze. Egli ha un berretto appuntato, eh’ è la
consueta causia che lo distingue come famoso viaggiatore del mare ’. Sta con un
ginocchio sull’ara, mostrandosi protetto dai numi 3 nella difficile impresa
d’esterminare egli solo coll'aiu¬ to del figlio Telemaco i tanti suoi
nemici. La colonnetta sulla quale solevansi tener degli idoli domestici,
mostra ch’egli è già penetrato nell'interno della sua casa, mentre le
colonne doriche vedute nella parte opposta danno indizio che lo avvenimento
accade nella sua reggia. La forza ch’egli mostra di fare col braccio
destro per tendere un arco, fa ben ravvisare ch’ei solo poteva piegarlo a
forza. i Inghirami, Monum. etr. ser. 1Ì1, p. 19. %
Ved. p. 6i, e sq. e Monum. etr. Qui si mostra nuovamente un ago, o
spillo crinale in oro di un lavoro de¬ licatissimo, considerando che nel
suo capo segnato num. 1, della misura stessa di questo disegno, vi è il
lavoro che portato in grande, si vede al min. 2 , il cui ornato è di
semplice bizzarrìa. Il monumento di numero 3 si rende assai singolare,
per essere una di quelle solite fermezze che in luogo d esser di bron¬
zo, come se ne trovano a centinaia, è doro, e rarissima. Si è creduto da taluno
che queste fermezze servissero a chiudere il cadavere nel lenzuolo d
amianto dove bruciavasi, ed in tal guisa è stata trovata ragionevole
l'indifferenza che tali fermezze siano in maggiore o minor numero in un
sepolcro; e se questo è, noi reputeremo più che altri opulente il morto
presso al quale è stata trovata questa fermezza d’oro. Il numero 4 è similmente
d’oro, e credesi frammento d'una collana . II pregio di questo monumento
consistendo principalmente nella iscrizione dalla quale è circondato,
così attenderemo di conoscerne 1 interpetrazione per ope¬ ra del
cultissimo Vermiglioli che unitamente alle altre del Museo chiusino, ce le
piepara per darcele tutte di seguito in quest’ opera stessa. I
Centauri, che nel calendario del gentilesimo, servirono a notare il tempo
d’autunno, in cui celebravasi coi misteri la commemorazione dei morti -,
hanno servito altresì d'ornamento adattato alle lor cassette cinerarie,
come qui si ve¬ de, figurandovi uno di tali mostri che avendo rapita una
delle donne invitate alle nozze d’Ippodamia la difende dai Lapiti, che
vogliono rivendicarla . II disegno del vaso che qui presentasi la
metà più piccolo del suo originale in marmo statuario,ci fa sicuri che in
Chiusi, dove stato trovato, fiorirono due scuole assai diverse di
scultura; funa etnisca, 1 altra romana, giacche si trovano recipienti
eseguiti per l’uso medesimo di riporre ceneri di umani cadaveri, gli uni
in forma quadrangolare a modo di cassetta, con bassirilievi di figure e con
etiu- sche iscrizioni, come ne abbiamo fatti vedere in quest opera alle
Tavole XIII, 1 Inghiraroi, Mommi, etr aer. i, p. 1 47» ^44-
Sa mai v’ha luogo all’interpetrazione di queste due statuette di bronzo
num, i e 2, i cui disegni sono grandi quanto i loro originali, potrei
avventurare che 1 una di a. i fosse d’Apollo laureato in fronte e con
tazza in mano, comesi vede altrove nei vasi dipinti 'ri’altra n. 2.
diMercurio conpetasoin testa,sostenendo con la sinistra ma¬ no una sacca
o borsa ,ch’è propria di questo nume, come tutelare del commercio a .
La corniola che qui mostriamo al num. 3 , ci fa istruiti quanto dagli
antichi fosse apprezzato il gruppo delle tre Grazie, che vediamo ripetuto
in un modo medesimo in tanti luoghi e in tanti tempi diversi. La
dimensione della pietra è misurata dall'ellisse num. 4- Fu
posto in ridicolo il Gori celebre antiquario di cose etrusche, perchè
fat¬ ti disegnare una quantità d’idoletti in bronzo che si conservano
nella R- Galle¬ ria di Firenze i * 3 , pretese dare a tutti loro un nome
speciale , formandone una serie di etrusche divinità senza rammentarsi
che soggiogati gli Etruschi, signo¬ reggiarono i Romani in questo nostro
paese, ove introdussero colle lor colonie artisti e culti sacri tutti lor
propri. Perch' io vada esente da simil taccia non mi costringa
l'osservatore a dare un nome all’idoletto di bronzo che i sig." editori
del Museo chiusino han posto al num. ì, 2 della Tavola C, che nel disegno
trasmessomi per la incisione trovo notato esser della grandezza medesima
dell'originale come pure l’altro di num. 3 . È grave danno per la
scienza antiquaria che dai collettori di antichi monumenti non facciasi caso
nessuno della maniera come questi si trovano sotterrati, dal che non
pochi lumi trar si potrebbero per la storia dell’arte, non men che dei
riti sacri presso gli antichi. N’è prova la figura che trovo disegnata al num.
3 di questa Tav., mentre si scorge di un arcaico stile ben diverso da
quello che spet¬ ta alla figura superiore . Or se questi idoletti furon
sepolti promiscuamente fra loro in un sepolcro medesimo, potremo frale
supposizioni lecite ammettere che la figura di num. 3 sia eseguita ad
imitazione dell’ antico stile , e contempora¬ neamente all'altra
modellata certamente quando nell'arte era noto uno stile assai più
perfetto . Dopo varie mie riflessioni sul significato di queste donne che
in piccol bronzo trovansi frequenti negli scavi d’Etruria, restai
perplesso nelle due i Tishbein, Pittare de’ Vasi antichi
posseduti dal cav. Hamilton. Tom. i, Tav. 8, 9 . » Visconti,
Museo Pio dementino Voi. 1, Tav. r. 3 Museum etr. exhiben» insigne
veterum Etruscorum monumenta aereis tabulis cc, edita et illustrata
. 4 Maffei, Osservazioni letter L uomo già rovesciato per terra,
che vedasi nel sinistro Iato dell’urna rispetto al riguardante, fa
conoscere già incorniciata la carnificina dei proci. 11 giovine che vibra
la bipenne sopra un armato può significar Telemaco, il quale si presta in
aiuto del padre alla strage di quei malvagi. La Furia infernale tra le
colonne della reggia attamente manifesta il terrore di sì lugubre azione
che scompiglia la casa reale d’Ulisse.I due combattenti al sinistro
fianco di quell’eroe son figu¬ re, a mio credere, arbitrariamente
dall'artista introdotte ad empire un vuoto che restava senz’esse nel suo
bassorilievo, come ho detto poc’anzi, ed anche in occa¬ sione di spiegar
la Tavola. Mi sia permesso di rimettere ad altro miglior Edipo,
ch’io non sono, d’in- terpetrare qual fosse l’intenzione degli antichi
Gentili nel rappresentare questo , come pure mill’ altri idoletti di
bronzo, che trovansi nello scoprire antichi sepolcri. Io posso dire soltanto
essermi noto che innumerabili erano gl’idoli dagli antichi tenuti nei
larari come dissi poc’anzi 1 . Ma non so poi quel che signi¬ fichino gran
parte di essi, come il presente, nè per quali superstizioni passassero nei
sepolcri, qualora non sieno stati considerati che per semplici bronzi atti a
dissipare i maleficii 2 . L’Arpocrate fanciullo inetto e silente, perchè
non compiutamente ben forma¬ to, significativo del sole ibernale, è il
soggetto che in questa piccola statuetta uguale al suo originale in
bronzo si rappresenta. Fu antichissimo in Egitto, e ne conserva nel fior
di loto, che ha in capo, il segnale, ma introdotto a’tempi de’To- lomei
fra i Greci e fra i Romani formossene una divinità pantea 3 con forme non
altrimenti egiziane, fingendolo un Amore, perchè da questi nasce lo
sviluppo della natura produttrice , per cui gli posero in mano il corno
dell’abbondanza che attender dobbiamo dallo sviluppo del calor solare,
passato il tempo d’inverno. Il vasetto di terra cotta è parimente
rappresentato di misura uguale al suo originale, ed è dipinto a figure
nericcie con fondo giallastro pendente al bian¬ co, o piuttosto d’un
bianco abbagliato, ed è d’un genere che gli archeologi con¬ vengono di
nominare maniera egiziana 4 , sì perchè vi si vedono strane figure sul
gusto di quella nazione, e sì ancora perchè in Egitto si trovan similissimi a
questi. i Ved. la Tavola uxi. a Monum. etr., ser. i,
p. 3 i 6 . 3 Iablonski Pantheon Aegyptior. lib. u, cap. vi,
Etr. Mus. Chius. Tom. 1. § 7* s q- 4 Gerhard,
Annali dell istituto di corrispondenza archeologica voi. in, anno i 83 i,
p. i4> *4 orecchi, piedi e coda di cavallo, con busto
virile: aggregato non comune in Sìmili fantastiche figure, delle quali
ebbi luogo di trattare estesamente altrove, dandole per simboli autunnali
II vaso che ha in mano quel mostro non è che un emblema di più per
indicare la stagione d’autunno, allorquando s’empiono tali olle di vino.
La donna che gli è dappresso è una Tiade seguace di Bacco. II perchè poi
la unione di queste due figure significasse il passaggio della razza umana
dalla vi¬ ta rozza e disordinata, alla virtuosa e civile per opera di
Bacco e dei suoi misteri, è argomento sul quale scrissi altrove
abbastanza per darne il conveniente sviluppo a . Delle due figure ,
che qui sotto al num. 2 si vedono riportate nella misura di un quarto più
piccole dell'originale, dipinte nella parte opposta di questo vaso, non
saprei indovinarne il significato, tranne il supposto d'un’armatura da un
giovane ottenuta nel passaggio all’ età virile i . Il disegno del vaso è
ridotto alla grandezza di un quarto del suo originale . Questo
mistico specchio non può spiegarsi che mediante l'osservazione di molti
altri, nequali per ordinario si trovano insieme dei numi o eroi di opposta
natura o potenza. Spesso vi sono espressi Dioscuri, la cui consueta
combinazione fu da me assai esaminata in altre mie carte , ov’io li
mostrava in sostanza 4 espres¬ sivi di due contrarie potenze, le quali
concorrevano, secondo i Gentili alla for¬ mazione e conservazione del
mondo 5 . Qui pure è Teti e Giunone perpetuamente nemiche fra loro, di che ho
pure altrove ragionato 6 . Che la donna seduta sulla pistrice sia Teti lo
mostra chiaro un frammento d una tazza etrusca, dove la figura medesima ivi
dipinta ne porta il nome scritto. Che la donna opposta sia Giunone lo
prova Io scettro che impugna. tavola cv. Il manico
doppio di bronzo qui espresso nella grandezza del suo originale num. 1
mostrasi attaccato da un lato ad una testa femminile di nessuna
significazione, e dall altra ad una maschera scenica virile, nel che
manifestasi quanto fossero vaghi gli Antichi di variare ornamenti,
giacché non altro che il capriccio può a\erli dettati, come qui li
mostriamo, per ornarne un vaso di bronzo. Possiamo frattanto tener per
sicuro che gli artisti di Chiusi non furono di meno elevato genio degli
ercolauesi nell’eseguir le opere loro metalliche. Del bronzo in figura di
maschera di cui vedu qui il disegno n. 2 , nulla so dire ad istruzione di chi
l’osserva. 4 Monumenti etr., ser. 11. 5 Plutatc. de
Iside et Osir. in prineip. 6 Galleria omer. voi. 1, tav. xxxix.
opinioni o di assegnar loro il nome di Speranza o quel di Giunone,
invocata dal femminil sesso in loro tutela. Ma chi non sa che la
Speranza, e la Fortuna, ossia la fiducia di migliorar sorte nel mondo, era
l’oggetto primario del culto gen¬ tilesco d’Italia? 5 Il bassorilievo
della Tavola presente è un’urna di marmo due terzi maggio- giore di
questo disegno. Qui, a parer mio, si rappresentano i due strettissimi
amici Oreste e Pilade nel pericoloso momento d’essere a Diana immolati,
per l'uso barbaro ordinato da Toante in Tauri, che li stranieri a quel
lido approdati dovevano essere immolati a Diana tutelare del luogo <.
Varie tragedie si scrisse- sero dagli antichi su questo soggetto, taluna
forse delle quali dichiarava Oreste d’età più avanzata che Pilade, o
l’età di questo più avanzata di quella dell’altro, e perciò Pilade più
prudente, per cui cred’io, qui è l’uno imberbe, l'altro, barbato. Le
donne che vi si vedono sono le sacerdotesse di Diana, che vicine al di
lei altare stanno con i coltelli pronte ad immolare li sconosciuti stranieri.
Le teste umane posate sull’ara medesima vi son per indizio della consuetudine
di quel barbaro sacrifizio. Per simil modo vedonsi tali teste pendenti ad
un albero presso l’altare di Diana, ove pure Oreste e Pilade son condotti
al crudo supplizio in un sarcofago del palazzo Accoramboni di Roma, e
recato in luce dal Winkelmann . Questa Pallade in bronzo della gradezza
dell’originale è come ognun vede, d’un gusto squisito. Nè vorremo negare,
che sia di toscanica officina , giacché è trovata a Chiusi, quantunque lo stile
dell’arte ivi usato direbbesi comunemente gre¬ co , o del buon tempo
romano. Oltre di che possiamo additar quest’idolo col ge¬ nerico nome di
Lare, vale a dire un di quei che i Gentili tenevan chiusi per loro
devozione in alcuni armadi delle lor case col nome di larari. E dicevansi
anche patellari, come Plauto li appella 6 , perchè avevano, come il presente, e
co¬ me altri riportati in quest’Opera i, piccole patere in mano, in segno
di doman¬ dare ai devoti le prescritte libazioni agli Dei. Riconosco
per un satiro il mostro dipinto nel vaso num. i, perchè vi si vedono
1 Ved. p. 8. 5 Antichi momim. inedit. N°. 1 44 * 2 Ved. p.
18. 65 . 6 PJautoap. Inghirami Monum etr. ser. il. p. 3 2* 3
Plinio. Nat. Hist. lib. n, cap. vii, § v, p* 73- 7 Ved. Tavv. un, lxx.
4 Euripide, Ifigenia in Tauri nell’argoin. greco. L opposto
lato del vaso che porta l'antecedente pittura ha similmente dipin¬ te
quattro figure ammantate, insegno, secondo alcuni 1 , di precettato silenzio,
co¬ me sembra che non ricusi di ammettere modernamente uno de’ più
attenti ed eruditi interpetri di tali stoviglie, 3 o secondo altri della
palestra e del bagno 3 , e gli ultimi che ne scrissero, notarono in tal
circostanza, che riguardo ai bagni è assai più comune il vedere i loro
utensili posti per dare indizio della palestra, che il trovar particolari
espressioni della loro struttura. Quindi argomenta che i giovani avviluppati
nel manto e forniti degli arnesi atti al bagno si mostrino di là partirne
onde recarsi alla palestra 4 . Io peraltro che soglio dare al significato
di tali pitture maggiore importanza, mentre le vedo sì ripetute da tutto
il paganesimo, dove fu in uso il seppellir vasi coi morti-senza neppure
distruggere l'opinione modernamente invalsa, che significhino esse unicamente
il passaggio dei giovani dai bagno alla palestra, proporrei altresì
l’opinione, a parer mio non re- pugnante, che il vedersi in mano degli
efebi gli strigili che usavansi a purgar la cute da ogni sozzura dopo il
bagno, denotasse l’uso delle virtù catartiche, me¬ diante le quali veniva
un’ anima virtuosa a purgarsi d’ogni viziosa impurità, e farsi degna della
celeste beatitudine. Erano infatti virtù somiglianti insinuate nei
ginnasi dai precettori, che in segno di loro autorità non meno che della
disci¬ plina dottrinale che da lor comunicavasi agl’iniziati, e del
silenzio che loro impo- nevasi circa i precetti religiosi dati colla
massima segretezza, tennero, come qui, un bastone in mano 5 . Io dunque
vedo nel vaso in complesso, l’immagine della beatitudine in quel convito eh'è
daH’anterior parte di esso già esposta antecedentemente, e la occulta e
misteriosa via di conseguirla nel significato degli strigili che hanno in
mano i giovani qui espressi davanti ai loro precettori, e inistago- ghi.
Leggo nel disegno di questa incisione mandatami da Chiusi esser le
figure, rosse in fondo nero la metà dell’originale. Ho il
piacere di dar termine alla prima parte di quest’opera sul Museo chiusino, con
un monumento de'più interessanti che vi siano stati esibiti, sì per la
perfezione del suo disegno, come anche per l’epigrafi, dalle quali vanno
indicate le figure di deità che vi si contengono. Quest’ultima qualità
che rende il monumento assai pregevole alla considerazione degli eruditi,
voglio dire 1’ essere 3 Ivi, e Gerhard Rapporto intorno ai Vasi
Voi- centi. Sta negli Annali dell’ istituto di corri» spondenza
archeologica , voi. m, anno i83i r primo fascicolo, Monumenti, p. 4
Gerhard , 1. cit. 5 Monum. etr. ser. v, p. 3o. 97. Fin ora sanasi detto esser qui rappresentata
un agape o cena funebre, colla quale si terminavano gli estremi onori che
rendevansi agli estinti qualificati, ed a così giudicare ne moveva per
ordinario il trovar vasi con tali pitture vicini sempre ai cadaveri ‘.Per
simile analogia solevasi dire ancora esser quel con¬ vito, accompagnato
da piacevole melodia, una immagine del godimento riserbato alle anime virtuose
negli Elisi dopo la morte, come promettevasi agli iniziati nei misteri
del paganesimo a . Ma nel momento attuale corre opinione che non altro in
pitture tali debbasi ravvisare, se non che domestiche mense ed allegrez¬
za sociale, senza frammischiarne l'allusione a varun culto religioso 1 2 3 .
Rifletto pe¬ raltro che sfio spiego nel metodo primitivo, cioè
l'allegorico, la mensa priva di commestibili, posso ripeter, come dissi
altrove, non esser l’anima suscettibile di pascolo materiale, essendo la
sola mensa un sufficiente segnale del godimento 4 . Se il pittore ebbe in
animo di rappresentarci con questa pittura non altro che una domestica
cena, dirò che la composizione resta incompleta per mancanza dei cibi,
indispensabili ad effettuare l’azione del mangiare. Spiegai altrove
simbolicamente anche Patto, come è qui, ripetutissimo in al¬ tre pitture,
di una tazza sostenuta da un commensale cori un sol dito 5 , ove dissi
che a tenore d’ una dottrina platonica le anime che debbono scendere in
questa terra si trovano in uno stato il più leggero possibile, e quindi situate
nella più elevata parte del mondo; e conchiusi esserla tazza del recombente
signi¬ ficativa del recipiente del nettare per uso de'numi alzata da lui
per simbolo del- Panima sì per la sua elevatezza, e sì ancora per la
leggerezza che mostra uel- l’esser sostenuta con un dito 6 . E qui mi
giova il notare altresì che nessuno dei tre recombenti mostra di bere
alle tazze da loro sostenute, nè v’ è alcun vaso da cui rilevisi essere state
empite onde bere . Non ostante anche le moderne opinioni hanno tal peso che
meritano considerazione, ed io mi son fatto un pregio di esporle qui non
volendomi caricare del giudizio sulla preferenza delle une sulle altre.
Leggo nel disegno di questa incisione mandatomi da Chiusi es¬ sere la
metà de! suo originale, e le figure di colordi rosa. 1
Vermiglio!!, Lezioni elementari di archeologia Voi. i, lez. •vm, § 6, p.
126. Monum. etruschi ser. v, p. 4y8 . 2 Monum etruschi, ser.
v, p. 898. 4 ^°* 3 Annali dell istituto di corrispondenza
archeol. Voi. ili, anno i 83 i, Gerhard, Monumenti
Rapporto intorno i vasi volcenti, p. 5y. Raf¬ faello Politi,
descrizione di due vasi fittili gre¬ co siculi agrigentini i 83 r. Ved,
bullettaio del¬ l’istituto di corrispondenza archeol. num. xi, 6.
novembre 1 83 1. 4 Monumenti etruschi ser. v, p. .874.
ò Milli», Peintur. de \ases ant. tot». 11. PI. 58 . 6
Monumenti etr. ser. v, p. 376. W" . ■ ;.;;Y ; ' Iv i;. 1
1-i. 1 . i >. -li
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ai* 99 scritto, mi costringe a tenermi in assai
ristretti limiti nel ragionarne, poi¬ ché i nientissimi sigg. TÌ editori
di quest'opera destinarono con savissima sceltala illustrazione della
parte epigrafica di tali monumenti al prof. Vermiglioli espertissimo quanto
altri mai di sì difficile scienza. A sodisfar dunque soltanto la
sollecita curiosità di chi osserva il monumento qui esposto mi permetto
di accennar di volo, esser questo uno specchio misti¬ co di que’tanti che
trovatisi storiati nei sepolcri d’Etruria, e solamente lisci in quei
della Magna-Greeia, ed in esso esservi quattro figure di deità cioè la
Parca, Apollo, Venereletea o libitina, e Giunone; e presso le indicate
persone i nomi lo¬ ro scritti in etrusco. /3DIVM moiran nome della Parca
ripetuto in altri di que¬ sti manubriati dischi 1 * . V4-1/3 Aplun nome
chiarissimo d’Apollo, ed altresì ripetuto io vari specchi etruschi 3 . HVT34
Letun Venere letea o libitinia , o Proserpina, che il Gerhard ha così
bene illustrata per una Dea infernale, non distinta però dalla luna 3 , per cui
cred’io qui si vede connessa in amplesso con Apollo considerato come il sole.
Ecco dunque per la prima volta incontrato negli specchi mistici il nome
di quella donna che sì ripetutamente vi si vede rappre¬ sentata, e che
per Venere libitina azzardai nominarla tal volta anche prima della presente ed
importante scoperta 4. In fine AH 4/3 0 Talna eh’è nome altresì ripetuto
nei mistici dischi, e che io sostenni con lungo ragionamento esser signi¬
ficativo di Giunone 5 quantunque disgiunta dai consueti simboli di questa Dea,
men¬ tre qui ha lo scettro che la •fanno indubitatamente conoscere per la
regina degli Dei unitamente con Giove che n’era il supremo loro
imperante. Ma una più sodisfacente interpetrazione dell'etrusche parole
qui riferite debbesi attendere dall’erudito Vermiglio]/', al quale, come io
dissi disopra, è destinata. In urna figulina
LVI. i flit a a = flnflo ) f\XF\Y\M
LVH. AlAtlqAD : 1SUfflM : lOqfld In urna
figulina lviii. CO -A
< l#q vn : im : fìURO Idem
LIX. | M433 : VfflDt : 33 r Ì433 :
VA LX V-ÌV# : VD flitmao i
Monumenti etruschi ser. 11, p. 389. a Ivi, p. a 84 - 3
Gerhard, Venere Proserpina illustrata, p. i 5 , e 76, ved. Nuora
collezione d’opuscoli e notizie di scenze, lettere ed arti, pubb.
dal cav. Fr. In- ghirami tom. iv, p. 536 , 4 Monum. etr. ser.
11, p. 44 <a, 744, e ser. v,p. 193. 5 Ivi p. Sol. FIXE DEL
VOLUME PRIMO >XIV A'JfVlI JILìXX 11IXXX
làaBaHBBsasaasa XXXZ'/Z/. «♦- A'/AZY.Y (IX XUI
m ;_i lira vz. 7 ’ LII fC)
i Ouj/ IsUcAenni. eli/ T £,J\ T. L/A'
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z,Jirv: - T» z^rjrji-'. IXX3TT 'X tea
T^reiir. ir**:-Jàz-j:. amiBft'igwpcj
&r. CJI. v ~ Grice e Musonio (Bolsena) G. MUSONIO
RUFO C. Musonio Rufo esercita un forte influsso sui contemporanei. Di
famiglia equestre dell’etrusca Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di
filosofo l’invidia di Nerone. C. MUSONIO RUFO segue Rubellio
Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando Nerone lo
condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto in
occasione della congiura di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros
nelle Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni
parte.Verosimilmente richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di
Vitellio si une ad una ambasceria del Senato presso Antonio Primo per perorare
la causa della pace fra i suoi soldati, ma senza successo.Quando VESPASIANO
assunse il potere, C. Musonio Rufo accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere,
quale delatore e falso testimonio nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo
escluse dalla prima espulsione dei filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per
la seconda volta ; però Tito, che già lo aveva conosciuto, lo richiamò
dopo la sua assunzione al trono. In seguito mancano notizie su di lui, ma da
una lettera di Plinio il Giovane sembra che nel 101-102 non fosse più in vita.
Non risulta che abbia composto e pubblicato seritti, anzi sembra che si sia
servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale, però, rimangono frammenti
abbastanza numerosi. Essi comprendono : 19 brevi apoftegmi conservati da
Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; 2° altri apoftegmi e trattazioni
filosofiche relaivamente ampie raccolti da Epitteto nelsuo insegnamen-È e
trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; 3° esposizioni o
lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte più estesa dei
frammenti. È verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si è
già ricordato e che si deve ritenere la fonte più importante dello Stobeo ;
un’altra è Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente
Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) abbia composto
Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. È giudicata falsa una lettera
di Musonio a un certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i
frammenti di Musonio e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto
pensare o alla dipendenza di questo da uno seritto di Lucio o alla derivazione
di ambedue da una fonte più antica. Della forte azione di Musonio sui
contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano
(oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi
Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di
Eraclea, e insigni romani, come Rubellio Plauto, forse Borea Sorano e Minicio Fundano,
Musonio si avvicina ai cinici nell’assegnare alla filosofia finalità
radicalmente etico-pratiche, accetta spunti dell’ascetismo neo-pitagorico, ma
nel complesso dipende dallo Stoicismo con influssi posidoniani. Nel sno
insegnamento non trascurò le esercitazioni logiche e i frammenti toccano
argomenti di fisica, ma ciò che vi è detto degli Dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato : invece riporta allo
Stoicismo l'affermazione della necessità universale, che equivale alla teoria
del fato. Però l'interesse di Musonio si concentra sulla funzione pratica della
filosofia, che è assolutamente necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta
dai cinici nel I secolo a. C. e poi generalmente accettata) gli uomini sono
malati che richiedono una cura continua la quale dev'essere prestata dalla
filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle donne non meno che agli uomini
: essa però è identificata alla ricerca e alla realizzazione della virtù, per
conseguire la quale non vi è necessità di molti discorsi, nè di molte teorie ;
inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore importanza dell’insegnamento (o del
discorso). Siccome la natura ha posto in ogni uomo i germi della virtù, se il
discepolo non è stato corrotto, una breve dimostrazione è sufficiente per
fargli riconoscere i principi etici giusti. Ciò che soprattutto importa è
che maestro e discepolo uniformino la loro condotta ai propri principi. Si comprende
che Musonio si interessasse in primo luogo della formazione etica degli
scolari. Nell’insieme, la morale di Musonio si conforma alle dottrine
tradizionali della sua scuola. Occorre distinguere ciò che è e ciò che non è in
nostro potere: ora da noi dipende soltanto l’uso delle rappresentazioni, cioè
l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male, dalle quali è determinata la
giusta valutazione delle cose e quindi l'intenzione quale atteggiamento
interiore della volontà; in essa, se è retta, consiste la libertà, la virtù, la
felicità. Tutto il resto non dipende da noi | e perciò rispetto ad esso, ossia
alle cose esterne, dobbiamo rimetterci all’ordine necessario dell'universo e
aecettare volentieri ciò che arreca. Soltanto la virtù è bene, soltanto la
malvagità è male e ogni altra cosa è indifferente. Però, per rafforzare la
volontà, Musonio ‘ riteneva necessario, oltre l'insegnamento e l’esercizio
morale, anche l’indurimento fisico, perchè, essendo il corpo uno strumento
indispensabile dell’anima, occorre rafforzare ambedue. In generale raccomanda,
avvicinandosi al Cinismo, la vita semplice e conforme alla natura e
accoglie dal Neo-Pitagorismo il divieto dei cibi carnei. Oltrepassando le
opinioni di molti stoici antichi, esige una vita morale severissima, raccomanda
il matrimonio, condanna la limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli.
Nell'insieme, i frammenti di Musonio rivelano un’anima nobile e retta,
appassionata per il bene e guidata dal desiderio di educare gli spiriti, ma a
queste doti non corrisponde il valore scientifico degli insegnamenti, perchè i
suoi pensieri sono molto mediocri e privi di originalità ; inoltre non si può
trovare nelle sue parole l’espressione di una visione della vita vi- brante di
dolore e di amore simile a quella di Seneca. aio Musonio Rufo. Gaio
Musonio Rufo (Volsinii) è un filosofo romano. Frammento di papiro
(P.Harr. I 1, Col.), con parte di una diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio
Rufo, stoico, si posseggono poche notizie certe. È noto che nacque a Volsinii,
corrispondente all'odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere. Il
‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso Plinio il minore che ci
fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia (presumibilmente chiamata
Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad Artemidoro, al quale Plinio presta
aiuto anche per stima e affetto nei confronti del suocero. Sappiamo dalla voce
“Mousonios” della Suda che Musonio e figlio di Capitone ma non abbiamo altre
notizie sulla sua famiglia, che era comunque di origine etrusca. In effetti, il
nomen “Musonius” denotare la gens, e viene indicato da alcuni studiosi della
lingua etrusca come forma latina di un gentilizio etrusco “Musu,”
“Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o gregge filosofico e si dedica
anche alla politica, con idee abbastanza tradizionali e moderate. Fa parte del
gruppo creatosi intorno a Rubellio Plauto, un discendente della famiglia
Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato da Roma in via precauzionale da
Nerone, Musonio lo segue in Asia. Due anni dopo giunge l'ordine del principe di
eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma, in concomitanza della congiura di Pisone, e
mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros,
inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrità morale
e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati
da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a
GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra
civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo
episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in
pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era
teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si
impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli
ambasciatori Musonio Rufo, di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei
precetti dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli
uomini armati con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi
della guerra. Ciò fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di
fastidio. E non mancava chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se,
dietro consiglio dei più equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse
deposto la sua inopportuna esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci
presenta Musonio Rufo impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico
Barea Sorano, che era stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme
alla figlia Servilia e a Trasea Peto. Contro di lui era stata resa una falsa
testimonianza da parte del suo stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui
appartenente alla corrente stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si
dichiarava contrario ad intentare cause per difendere se stesso dalle offese
ricevute, in questo caso non esita ad accusare in Senato il traditore per
difendere la memoria dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito:
“Allora Musonio Rufo attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Barea
Sorano con una falsa testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si
rinnovavano gli odii delle delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non
poteva essere difeso. Di Sorano e santa la memoria. Celere, che fa professione
di sapienza, testimoniando contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.”
Musonio porta avanti con tenacia il suo impegno, che e coronato da successo.
“Fu deciso allora di ri-aprire il processo tra Musonio Rufo e Publio Celere:
Publio venne condannato ed ai mani di Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno,
che si distinse per la severità dei magistrati, non manca nemmeno di elogi ad
un cittadino privato. Si era, infatti, del parere che Musonio avesse agito con
giustizia in tribunale. Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della
scuola cinica, in quanto aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo
manifesto. Quanto a Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel
frangente.» Più tardi Musonio riusce a guadagnarsi la stima di VESPASIANO
evitando la cacciata dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo
rientro a Roma, voluto da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato
espulso da Roma, assieme agli altri filosofi, a causa di un senatoconsulto
sollecitato da DOMIZIANO, che fa uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e
altri. Da un'epistola di Plinio minore si apprende che egli non era più in
vita. Si proclama suo discendente il poeta Postumio Rufio Festo Avienio.
Probabilmente in modo volontario, sull'esempio di Socrate o Grice e come fa
anche il discepolo Epitteto, non lascia nulla di scritto. I principi della sua
predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un
discepolo di nome Lucio, di cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia
di Stobeo. Essi sono intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per
un problema” “Su chi nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le
donne dovrebbero studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa
educazione dei figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul
praticare la filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che
anche un principe deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il
filosofo perseguirà qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di
sostentamento sono appropriati per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale”
“Qual è il fine principale del matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la
ricerca della filosofia?” “Ogni bambino che nasce dovrebbe essere allevato?”
“Bisogna obbedire ai propri genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il
miglior viatico per la vecchiaia?” “Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli
arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo stile delle diatribe è semplice. In genere
viene posta una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il
testo, spesso costruito in modo figurato, usando metafore e similitudini
(spesso sfrutta il paragone con il medico, alcune volte intervengono immagini
di animali). Questa caratteristica si adatta bene alla sua personalità e al suo
tipo di insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita. Ci
restano, inoltre, frammenti minori, spesso in forma di apoftegma. A parte
quelli sempre di Stobeo (in numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco
sono brevi aneddoti che potrebbero essere definiti come "detti
celebri", mentre tre brani di Aulo Gellio conservano detti memorabili ed
un quarto è lungo abbastanza da rappresentare la sintesi di un intero discorso.
C'è, poi, un aneddoto in Elio Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza
dozzina (11, per la precisione). Restano, inoltre, due epistole, concordemente
ritenute spurie. Musonio rappresenta, con Epitteto, il principe
Marc’Aurelio Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più significativi del
portico romano del principato. Egli, se per certi versi corrisponde appieno
alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo tempo, per altri si
distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero radicale e profondo di
una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente, cioè mezzo per
conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti. Il ruolo della filosofia
Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più utile, in quanto ci
persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere sono un bene, e che né
la morte, né la povertà, né il dolore sono un male; quindi questi ultimi non
sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da sola ci impedisce di
commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il filosofo si occupi
di studio della virtù. La persona che afferma di studiare filosofia deve
praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche altra attività,
perché la filosofia è più importante e più difficile da comprendere di
qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di altre abilità, le
persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro anima da vizi e
abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che impareranno in
filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come conoscenza teorica.
Piuttosto, Musonio insiste sul fatto che la pratica è più importante della
teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più efficace della
teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a vivere senza
errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può aspettare che
qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di vivere
virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico esperto, un
musicista , studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilità senza errori. In una delle sue diatribe, si
racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve
proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo,
utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è
proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la
giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per possedere
autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità, capacità
di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore e deve
essere privo di errori. La filosofia, sosteneva Musonio, è l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re
aderisse ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere
umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima
richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al
freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro,
all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo Musonio. L'opposizione di Musonio alla vita lussuosa si
estendeva alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel
lusso desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. Musonio condanna tutti questi
atti sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali
finalizzati alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia
l'adulterio come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un
oltraggio contro natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere
vergognoso è vile nella sua mancanza di autocontrollo. Musonio difende
l'agricoltura come un'occupazione adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento
o all'insegnamento di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio
sottolineano l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha
sottolineato che ciò che si mangia ha conseguenze significative. Crede che
padroneggiare il proprio appetito per il cibo e le bevande fosse la base
dell'autocontrollo, una virtù vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e
rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo
non ci dà alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo
supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre
il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo
scopo quando lo digeriamo, non quando lo gustiamo. Musonio sostenne la sua
convinzione che le donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica
degli uomini con i seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle
donne lo stesso potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione
è buona o cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli
stessi sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i
sessi condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe.
Quarto, le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità
con essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle
azioni nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse
Musonio, è altrettanto appropriato che le donne studino filosofia, e quindi
considerino come vivere onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ
1305: «Figlio di Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo
dialettico e stoico, vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di
Tiana e di molti altri. Ci sono anche lettere che sembrano provenire da
Apollonio a lui e da lui ad Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le
sue critiche e il suo eccesso di libertà fu ucciso da Nerone. Numerosi sono i
discorsi filosofici che portano il suo nome e anche le lettere» (trad. A.
D'Andria). Epistole, III, 11. Di origine etrusca: cfr. Filostrato, Vita di
Apollonio di Tiana, VII 16. Cfr. M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca
(DETR), Dublino, Ipazia Books. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15,
14. Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, LXVI, 13. Girolamo, Chronicon,
a. 2095: «Titus Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio
(Orationi, XIII, 173c), inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e Musonio. A.
Cameron, Avienus or Avienius?, in "Zeitschrift für Papyrologie und
Epigraphik". L'attribuzione è data
nell'estratto XV Hense: sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e
uno specifico riferimento in cui Musonio parla da esule a un esule rivela che
anche Lucio partecipò al bando del suo maestro. Per la datazione, nella
diatriba VIII (60, 5) Lucio riporta una conversazione di Musonio con un re
siriano e dice, tra parentesi, che c'erano ancora re in Siria a quel tempo,
vassalli dei romani. Dato che l'ultima dinastia di sovrani siriani fu
detronizzata nel 106 d.C., Lucio deve aver scritto qualche tempo dopo questa
data. nell'edizione Hense del 1905. Una delle due è una lunga lettera scritta
da Musonio a Pancratide sul tema dell'educazione dei suoi figli (dell'edizione
Hense). Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re dovrebbe voler ispirare
soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La maestà è caratteristica del
re che incute timore reverenziale, la crudeltà di quello che ispira paura» (in
Stobeo). A differenza del suo allievo Epitteto, che mostrava disprezzo per il
corpo, Musonio sottolinea l'interdipendenza tra anima e corpo. Questa visione,
del tutto coerente con il panteismo stoico, non è estranea al pensiero
neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; cfr. M. C. Nussbaum, The Incomplete
Feminism of Musonius Rufus, Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of
Reason. Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome, ed. M.
C. Nussbaum and J. Sihvola, Chicago, The University of Chicago Press.
Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hense, Lipsia, Teubner, Cora
Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, in Yale classical studies. J. T.
Dillon, Musonius Rufus and Education in
the Good Life: A Model of Teaching and Living Virtue. University Press of America.
Renato Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der
römischen Welt. Berlino, Walter de Gruyter, Cynthia King, (Musonius Rufus:
Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. CreateSpace. DOTTARELLI,
Musonio l'etrusco. La filosofia come scienza di vita, Roma, Annulli editori,
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Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su Wikidata
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Italiana, 2009. Modifica su Wikidata (EN) Gaio Musonio Rufo, su Internet
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romaniFilosofi del II secoloRomani del II secoloStoici[altre]. Luciano
Dottarelli. Dottarelli. Keywords: l’implicatura di Musonio, Musonio, Etruscan
influence on Roman philosophy, Why Roman philosophy is not Greco-Roman – The
Etrurian connection. Etrurian as ‘antique’ – Etrurian as exotic for
Indo-European Aryan Latins (Romans). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Dottarelli” – The Swimming-Pool Library. Dottarelli.
Grice e Drimonte:
la setta di Caulonia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to Giamblico.
Grice e Duni: l’implicatura conversazionale della
costume, o sia, sistema di dritto [sic] universal – il diritto romano
universalizzabile -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Grice: “I like
Duni; but of course he errs, as Kant does – for how can a ‘sitte’ a mere
costume, become ‘universal’ – yet that’s the oxymoronic title of his tract,
‘scienza dei costume, ovvero, diritto universale’. Figlio di Francesco, maestro
di cappella della cattedrale di Matera, e fratello dei compositori Egidio Romualdo
ed Antonio, nell'ambiente familiare impara la musica scrivendo anche alcune
composizioni da gravicembalo, pur se non seguì le orme dei fratelli maggiori in
campo musicale, e fu avviato agli studi religiosi nel Seminario della città di
Matera. Si laurea in Napoli. Torna a Matera dove aveva già intrapreso la
pratica di avvocato presso la Regia Udienza e dove, chiamato da Lanfranchi, fu
insegnante presso il Seminario; lo stesso Palazzo del Seminario divenne in
seguito sede del Liceo Classico di Matera, che fu a lui intitolato. Dopo la
morte del padre, lascia Matera trasferendosi dapprima a Napoli e
successivamente a Roma. Presso
l'Università degli Studi La Sapienza fu docente di diritto canonico e di
diritto civile, e pubblica un Commentarius in cui esponeva la dottrina
giuridica del codicillo, con una dedica a Benedetto XIV che in seguito lo
sostenne nella sua nomina alla cattedra universitaria; a Roma entrò in contatto
con le opere di Vico, del quale divenne un convinto sostenitore. Eleggendo Vico
a suo maestro, si propose di realizzare un programma di diritto universale come
fonte di tutte le leggi e costumi umani. Partendo dalla sua formazione
cattolica, crede in Dio creatore del mondo e suo legislatore, e non distinse
l'etica e la giurisprudenza considerandole integrative in quanto tendenti allo
stesso fine, cioè a dare il senso della vita, e quindi facenti parte entrambe
della filosofia. Nacque così il “Saggio sulla giurisprudenza universale”; sua
opera fondamentale, dedicato al promotore della politica riformatrice del Regno
meridionale, il ministro Tanucci. Il “Saggio” indica esclusivamente nel vero il
principio unitario delle conoscenze umane, a cui ricondurre anche la fondazione
delle scienze morali. Il bene o vero morale (Cicerone e buono), che differisce
dal vero metafisico perché comporta anche l'elezione volontaria del vero
conosciuto, si esprime come onestà e come giustizia. La morale propone
l'honestum, cioè il bene secondo coscienza, e opera dall'interno, invece il
diritto indica la via per andare al giusto, regolando i rapporti tra gli
individui o soggetti e quindi la vita sociale. Successivamente al Saggio, scrisse
un'opera sul rapporto tra filosofia e filologia nell'ambito della storia di
Roma, ed in seguito una Risposta ai dubbi proposti da Finetti in cui
polemizzava contro Finetti difendendo la memoria del Vico. Pubblica a Napoli la
“Scienza del costume o Sia sistema del diritto universale”, dedicata a Antonelli,
in cui prosegue l'opera iniziata con il Saggio. Opere: “De veteri ac novo iure
codicillorum commentaries; “Saggio sulla giurisprudenza universale”; “Origine e
progressi del cittadino e del governo civile di Roma”; “Scienza del costume o sia sistema del
diritto universale”. LA A falſa comune
opinione adotta ta co me un'affioma dai Politici, che le So cieti Civili
naſcono colla forma di Governo Monarchico, diede occaſione non meno agli
antichi, che moderni Scrittori della Storias Romana di formare di queſta
Nazione tutt ' altra idea di quella, che fu realmente. I vo caboli di Re e di
Regno appreſi nel ſenſo di quei tempi, in cui viſſero gli Storici, quando già
fioriva in Roma la Monarchia, gli traſportarono a credere, che il Governo
cominciaſſe fin dal tempo di Romolo colla, forma Monarchica. Taluni peraltro
convinti da’ fatti contrari della Storia furono obbligati a confeflare che ne'
primi tempi di Roma quantunque regnaffe la Monarchia, pure.que Ita non poteſſe
dirá alſoluta ma che folle accom accompagnata, e mifta di Ariſtocrazia, ' é,
Democrazia; ' e che in conſeguenza i Patrizi inſieme co ' Plebej
rappreſentaſsero qualche dritto nel Governo, di cui peraltro la ſomma foſse
preſso de' Re. L'Idea adunque che tam luni Scrittori fecero del Governo di Roma
fin dal fuo nafcere, fu di conſiderare Romolo co'ſuoi Succeſsori o per veri
Monarchi; o per Monarchi, che aveſsero comunicato parte dell'amminiſtrazione ai
due Ceti di Patrizi, e Plebej, riputando i Patrizi e Senatori, come Ceto di
Cittadini illuſtri ricchi e favj, im piegati dai Re nelle cariche più gelofe
del lo Stato, ed i Plebej per Ceto anche di Cit tadini ma ignoranti e vili, che
ſerviſsero per le faccende ruſtiche, e per la guerra; e che aveſsero qualche
parte anche ne' pubblici affari. Venne, come diſi, tal falfa opinione fo
ſtenuta da quel comune errore, che tutte le Società Civili non poſsano
altrimenti comin ciare, fe non con la forma Monarchica, non fapendo eſli
immaginare con qual altra for ma di Governo poſsa mai unirli, e comporli Tom.
II. B un > 7 un Ceto di famiglie a convivere tra loro, ed a formare un corpo.
Imperciocchè, dico no efli, non è poſſibile di concepire il prin cipio di tal
unione, ſenzachè qualcuno di eſſi, o per violenza, o per fraudolente ambizione
induca gli altri alla di lui foggezione e Si gnoria; tantoppiù che non ſi
faprebbe in al tra maniera immaginare, come i Padri di fa miglia, i quali prima
di entrare in Società Ci vile, facendo ſenza dubbio la figura di Mo narchi
nella propria famiglia, pofsano ſenza il mezzo della violenza, o dell'inganno,
ab bandonare la propria Signoria col foggettarfi al Governo Civile. Su queſta
mal fondata, opinione incontrandoſi nel fatto della Nazio ne Romana, in cui
intefero parlare di Re, e di Regno nel ſenſo appreſo di Monarca, e Monarchia
non dubitarono punto di defi nire il Governo fotto Romolo, e Tuoi fuccef fori
per Monarchico. Ma poichè i fatti ſteſſi della Storia realmente non
s'uniformano all ' Idea di una perfetta Monarchia, furono co ftretti ad
ainiettere una Mon: irchia mitta di Ariſtocrazia inſieme, e Democrazia. Tutte
Tutte le ragioni politiche, che ſogliono ads durſi dagli Scrittori nel
pretendere, che le So cietà Civili non poſſano altrimenti nafcere che colla
forma Monarchica, fono a mio giu dizio tanto lontane dal dimoſtrarla, che anzi
provano tutto il contrario, cioè, che la unione de' Padri di famiglia, nel
comporre la Società Civile, debba neceſsariamente pro durre forma di Governo
Ariſtocratico, e non Monarchico; poichè fe effi non fanno im maginare, come
tali particolari Monarchi di famiglia poſsano ſoggettarſi alla pubblica,
Podeſtà ſenza frode o violenza di qualcuno di loro, io al contrario non ſo
concepire,.come tal violenza o frode d' un ſolo por fa eſser valevole ad
obbligare un Ceto in tiero di Padri di famiglia avvezzi a ſignoreg. giare in
caſa propria per ſoggettarſi al Mo narca, Qualunque voglia figurarfi la frode o
la violenza d'un folo, egli è chiaro che tali mezzi non faprebbero indurgli a
foffrire di buon animo un totale cambiamento di con dizione, quanto, lo è il
paſsare da quella, in cui trovavanli di Signori aſsoluti, a queſta di B 2 fud E
fudditi, trattandoſi di cambiare condizione in tieramente oppofta; ed ognun fa,
quanto rin.: creſce al Signore il paſſare di fatto dallo ſta to di comandare a
quello di ubbidire. Che ſe mi diceffero, che ciò nafce dalla violenza, cui non
ſi può reſiſtere, io gli riſpondo, che nei naſcimenti delle Repubbliche la for
za d'un ſolo non è, ne può eſſere parago nabile alle forze unite di tanti Padri
di fa miglia, quanti converranno ä formare la So cietà. Sicchè tanto è fupporre,
che la forza d'un folo baſti per opprimere gli altri, quan to è dire, che molti
non fiano in grado di vincere la violenza d' un folo; ciò che o non è affatto
poſſibile, o almeno lo potrà eſſere in qualche caſo troppo raro, e ſtravagante;
ma la ſtravaganza e la rarità non può in durre un ſiſtema generale. Quindi il
preten dere, che le Società Civili debbano necella riamente cominciare colla
forma di Governo Monarchico, è lo ſteſso, che fupporre la violenza, o la frode
d' un folo maiſempre ſuperiore alla forza, ed alla deſtrezza di mol ti; e ciò
non baſta, perchè biſognerebbe an che > 1 che ſupporre, che al numero di
molti non fc gli preſenti mai occaſione favorevole per re fiftere, e liberarſi
dall' uſurpato potere di un ſolo; cioche realmente s’oppone ad ogni no ftra
immaginazione. Se poi vorranno fingere, che dopo la violenza, o frode uſata dal
Mo narca per ſoggettare gli altri, poffa ſeguire il compiacimento degli ſteſſi
ſoggetti, forſe perché il Monarca ſia dotato di virtù tali, che baſtino ad
innamorargli, oltreché une tal ſupporto non ſi può ammettere general, mente,
incontra il maſſimo oſtacolo di non poterſi concepire, come gli Uomini avvezzi
a dominare poſſano cosi preſto invogliarſi della condizione oppofta di ubbidire
per qualunque ammirazione di virtù nella perſona del Moia. narca. Ma poi non è
poſſibile il concepire nel Monarca virtù degna di ammirazione preſo co loro, che
naturalmente, non fanno ſpogliarli di fatto del proprio carattere di dominare,
ſenzaché entrino almeno a parte della pub blica amminiſtrazione; fe pure non
vogliamo fingerli per Uomini affatto ftolidi ed alieni dalla maſſima delle
Umane paſſioni. B 3 Qui Qui potrei co ' monumenti pervenutici de gli
antichiſsimi Popoli dimoſtrare col fatto l? inſuffiſtenza di un tal ſentimento
dei Politici col riconoſcere nelle origini delle Nazioni tutt altra forma di
Governo, che la Monar chica; e che laddove eſli ſuppongono, che la Monarchia
ſia ſtata la prima a forgere nel le Società Civili, fi troverà maiſempre l'ulti
tima a venire dopo l' Ariſtocrazia, e Demo- ' crazia; perché la naturalezza
delle Umane vicende è tale, che i Padri di Famiglia nel formare la Società
Civile dovendo decadere da quella podeſtà afloluta, che eſercitavano in Caſa,
cercheranno di cedere il meno che ſia poſſibile dell'antica Signoria; poichè
l'Uo mo per natura non fa mutarſi di fatto da, uno ſtato ad un altro
direttamente oppoſto al primo, e perciò quando trovali nella contin genza di
dover paſſare da una condizione ſuperiore all' inferiore, procura ſempre di
paſſarci per gradi, e non di ſalto. Quin di è, che fe vogliamo ragionare a
ſeconda, dell'idee Umane, dobbiam dire, che tali Pa dri di famiglia qualora li
vedranno obbligati dalla dalla neceſſitii di laſciare la Monarchia del ta loro
famiglia, ſebbene converranno vo lentieri in Società Civile per trovare mag
gior ſicurezza coll'erezione della poteſtà pub blica compoſta di forze unite, e
per confi gliare ai vantaggi, e comodi della vita; pu Te non ſi diſporranno mai
a cedere dell'anti ca poteſta, fe non quanto biſogna per reg gerſi il Corpo
Civile, e quanto meno liane poflibile di quella dominazione, che lafciano. Or
la forma di governo, che dovranno fce gliere, farà certamente l'Ariſtocratica,
come quella, in cui fi cede il meno dell'anticas Signoria, formandoſi una
Podeſtà pubblica che riſiede nondimeno preſſo gli iteſi mem bri, che la
compongono, e nel tempo ſtello col Governo Ariſtocratico ſieguono a ſignorega
giare ſul Volgo, e ſulla Plebe, che ſi ricovera ſotto la loro protezione. Che
ſe poi vorremo fare un' efatto giudizio, come coll' andar del tempo dall'una
forma di Governo ſi fuol para ſare all'altra, poſſiamo qul accennare breve.
mente, che ſtabilitaſi la Societ: Civile nella ſua origine colla forma
Ariſtocratica, che dee ellere 1 B 4 priva d'ogni dritto Civile i Indi
l'oppreſſo eſsere la prima a naſcere, gli Ottimati na turalmente faranno traſportati
dall’amor pro prio ad opprimere, e tirannizzare il Volgo, o ſia la Plebe, che
ricoverandoſi ſotto la lo ro protezione, per ſoſtentare la vita, rimane Volgo
creſciuto in numero, maſſime col mez zo della procreazione, pel deſiderio
iſpiratoci dalla Natura di fottrarci dall' altrui tirannia, cogli ammutinamenti
e ſedizioni cerca di li berarſene; e quindi avviene, che dall' Ari ftocrazia ſi
paſſa alla Democrazia. Finalmente il Popolo tutto reſo partecipe del Governo,
naturalmente ſi divide in fazioni, le quali agi tandoſi continuamente tra loro,
non trovano altro ſcampo per ſalvarſi dalle guerre Civili, che di ricoverarſi
ſotto la Monarchia. E que Ito ſembra il corſo ordinario e naturale delle
Origini e de' progreſſi delle Nazioni tutte uniforme altresì alle memorie
pervenuteci del le antichiſſime Nazioni. Ma per non partirci dal noſtro
argomento, ci conviene di fermarci ſull' eſame del Go verno Civile di Roma. E
ſulla prima fa duo po po di ſviluppare dalle tante incoerenze, che troviamo
nella Storia, quella prima forma di Governo, che venne iſtituita ſotto Romolo
nel naſcimento della Città Romána. Dicia ino adunque, che la prima forma
diGover no iſtituita fin dal tempo di Romolo tanto è lungi, che fofle ftata
Monarchica, o miſta di Monarchia, che anzi ſi riconoſce chiaramen te
Ariſtocratica delle più feverè, che mai li poſſa immaginare, come realmente lo
furono le Nazioni tutte nei loro forgimenti. E pri mieramente l'efferſi
attribuita a Romolo, e ſuoi Re fucceffori la Monarchia, nacque fo vratutto,
come diſli, dalla falſa intelligen-. za della voce Rex, col di cui nome vennero
chianati tutti quei, che da Romolo fino al la creazione de' due Conſoli Annali
ebbero la cura di preſedere, e far da Capi del Se nato regnante. La voce Rex
nei tempi, in cui gli Storici, come Livio e Dioniſio 'com pilarono la Storia
Romana, fu certamente appreſa in ſenſo di Monarca, come temps, in cui fioriva.
la Monarchia e con un tal Suppoſto non ſapendo neppur eſi immagina. re re altra
forma di Governo nel naſcimento della Città Roinana, andarono a credere, che o
in tutto, o in parte regnaſſe la Monarchia. Ma ſe vogliamo inveſtigare la vera
originaria fignificazione della voce Rex, troveremo, ch'ella viene da reggere,
e ſoſtenere, e che propriamente dinotava un Capo e Dace del la Repubblica, e
non un Monarca di pode Atà aſſoluta. La ſtella eſpreſſione di Rex tro viamo
uſurpata in tutte le altre Nazioni, di cui ci è pervenuta la Storia; ma il
Governo del le niedeſime non ſi può attribuire a Monar chia ſenza ſmentire i
fatti medefimi, dai quali ſcorgeſi, che tali Re altro realmente non era no, che
Capi, e Duci delle Repubbliche: per che inſieme colla perſona del Re troviamo i
Senati, da cui definivanfi gli affari pubblici dello Stato. Soleaſi per altro
diſtinguere l' incombenza dei Re in pace ed in Città da quella, che
rappreſentavaſi in guerra; poi che qualora erano in piegati a far da Capita ni
Generali a comandare l'eſercito, ſpiega vano certamente una podeſtà affoluta,
come quella, ch'è troppo necelaria nel Capitan Gen Generale per lo buon
regolamento delle fac cende militari. Trattaſi in guerra di porre in eſecuzione
all'iſtante le opere militari, le qua li non ſoffrono dilazione, e richieggono
la più rigoroſa ſegretezza per forprendere l'ini mico, ed in conſeguenza i Re
in guerra per natura dell'impiego medeſimo ſpiegavano po teſtà aſſoluta, perchè
non giova di eſercitarſi colla dipendenza dal volere degli altri, è maf
fimamente de' Cittadini, come lontani e che non poſſono eſſer preſenti alle
diſpoſizioni mi Jitari, e perciò non ci dee far maraviglia, fe per conſigliare
al pubblico bene fafi co ſtumato di concedere al Re, quando coman da in guerra,
una poteſtà indipendente e Monarchica. Ma di qualunque carattere ftata foſſe
lae poteftà dei Re in guerra, non dobbiamo con fonderla colla podeſtà da effi
loro praticata in pace e nel Governo Civile dello Stato. In fatti Tacito
narrando i coſtumi degli antichi Germani ci fa ſapere che prello tali antis chi
Popoli ſi diſtinguevano i Re propriamen te 1 te detti nel ſenſo di reggere la
Repubblica dai Capitani Generali; poichè i primi fi eleg gevano dal Ceto degli
Ottimati e. Signori, ed i ſecondi fi ſceglievano tra quei, che li erano reſi
celebri pel valore, ' I Re, dices egli, ſi eleggono dal Ceto de' Mobili, e per
Capitani Generali ſi ſcelgono i più celebri nel valore; Ma i Re non
rappreſentano pode fà libera ed illimitata (a ); quanto a dire che la qualità
di Re preflo gli antichiſſimi Germani non produceva poteſtà fuprema, e
Monarchica, tuttoche Tacito gli aveſſe at tribuito il nome di Rex. Dioniſio
parlando degli antichi Re della Grecia fcrive, che i Re delle antiche Greche
Nazioni, preffo di cui il Principato era ereditario, o pure elettivo,
governavano col conſiglio degli Ottimati, come lo atteſtano Omero, e gli
antichiſſimi Poeti. Nè quei tali antichi Re eſercitavano il Prin cipato con
poteſtà aſſoluta, come veggiamo a tempi (a ) Tacit. de moribus Germanorum 9.
VII. Reges ex nobilitate, duces ex virtute fumunt. Nec Regi bus infinita, aut
libera poteftas. DI ROMA. 29 tempi noftri (a ). La voce Rex adunque nell'
originaria ſignificazione Latina dinotava une Capo di qualunque Ceto, o di
Repubblica, e non un Monarca z e queſto Capo qualora veniva deſtinato a
comandare in guerra; al lora fpiegava la poteſtà aſſoluta; Ma nei tem pi
poſteriori, quando le Nazioni pervennero allo ſtato di Monarchia fi ritenne la
ſteffa voce Rex, che paſsò a ſignificare il Monarca, quan to a dire, che il
nome di Rex attribuito a Romolo, ed agli altri Re ſucceſſori, non può eſſere un
argomento per definire il Governo Monarchico nel naſcimento della Città Ros
mana. Parliamo ora ad eſaminare i fatti narratici dagli Storici, dai quali
unicamente dipende lo ſchiarimento di queſto articolo. Dioniſio, il quale a
differenza degli altri s'impegna a de (a ) Dioniſio Antiq. Rom. lib. 2.
Graecanici Reges çerte, qui haereditarium Principatum fumerent, quolve Populus
fibi ipfe praeficeret, confilium habebant ex Optimatibus, ut Homerus, &
antiquitlimi quique Poetarum teftantur.. neque (ut fit in noſtro feculo )
veteres illi Reges ex ſui tantum animi fententia poo feſtatem exercebant.
deſcriverci minutamente l'origine del Govere no Civile ſotto Romolo, febbene
non ſeppe, formare un' eſatto e coſtante giudizio della forma del Governo, pure
ci ſomminiſtra ba. ftanti lumi, onde poſſiamno ſcovrire il vero. E ſulla prima
introduce un allocuzione fatta da. Romolo ai ſuoi Compagni ſul propoſito di
doverſi ſtabilire una forma di Governo che foſſe più utile, e più atta per
tener lon tana la Città dalle fedizioni Civili, e per di fenderla dagl' inſulti
dei Popoli eſteri. E qui ci rappreſenta Romolo per Uomo ben iltrutto ed erudito
delle Nazioni Greche, e delle Barbare, delle forme del loro Governo della
difficoltà nello ſcegliere la migliore; indi gli conſiglia a riflettere
maturamente l' affare, affinchè poteſſero riſolvere, se piutto fto voleano
ubbidire a un ſolo, o pure a pochi, moſtrandoſi pronto e pieno di moderazione a
ſeguire il loro volere (a). Dopo una ſpe cio (a) Dioniſio antiq. Rom. lib. 2.
Quum autem diffi çilis fit earum (vitae uempe rationum ) electio, juf lit ciofa
allocuzione i compagni di Romolo te. nendo conſiglio tra loro, non dubitarono
di preſcegliere la forma del Goveno Regio in perſona dello ſteſſo Romolo, non
ſolamente perchè l' aveano ſperimentata la migliore per quanto l'aveano inteſo
approvare dai loro Maggiori, ma perchè giudicavano, che con una tal forma di
Governo ſi otteneffero i due maſimi vantaggi, cioè la libertà propria, e · l'
impero preſſo degli altri (a). Da un tal racconto ognun vede, che Dio. nilio
fit eos re per otium conſiderata dicere, NUM UNI RECTORI, AN PAUCIS PARERE
MALINT. Etenim, inquit, quamcumque Reipublicae formain in ftitueritis, ad eam
recipiendam paratus fum, nec principatu me indignum cxiſtimans, nec detrcaans
imperata facere. (a) Dioniſio loc.cit.Illi, communicato inter fe con filio,
reſponderunt in hunc moduin: nobis nova Reid publicae forma non eft opus; nec a
majoribus proba tam, & per manus traditam mutabimus, fed & pri fcorum
conlilium fequimur, quos non ſine inſigni prů. dentia illam Reipublicae formam
inſtituiſſe credimus, & praefenti fortuna contenti ſumus; cur enim illam
in. cuſemus, quum fub Regibus contingerint nobis bona, quae apud homines
habentur praecipua, LIBERTAS ET IMPERIUM IN ALIOS Haec eft noftra de Republica
fententia &c. niſio compoſe tali narrazioni piuttoſto allas maniera,
com'egli avrebbe penſato di fare, che con quella, che Romolo realmente ufaf ſe
preſſo i lnoi compagni'. E tralaſciando di riflettere le tante improprietà di
ſimile allo cuzione, in cui ci propone Romolo per Uo mo iſtrutto delle Barbare,
e delle Greche Na zioni, anzi delle varie forme del loro Gover no; quando al
contrario, come dimoſtraremo a fuo luogo, i Romani per molti ſecoli fu rono
affatto ſconoſciuti ed ignoti, mallime alle Greche Nazioni, ci giova quì di
notare quell'eſpreſſione, che il Governo Regio po tea loro conſervare il pregio
della libertà, il quale certamente non ſi può ottenere colla Mo narchia preſa
nel ſuo vero fenfo di podeſa d' un ſolo aſſoluta, ed arbitraria; poiché an che
ſul ſuppoſto d'un Monarca dotato della più retta politica ę ſaviezza, e di
coſtumi i più ſublimi ed innocenți, il Popolo non può godere altro pregio di
libertà, ſe non quello, che deriva dalla rettitudine dell'animno dalla ſaviezza
del Monarca medeſimo; mais non ſi può pretendere ſotto la Monarchia di 1 DI
ROMA. 33 godere il dritto e la libertà di reſiſtere, ed oppora al di lui
ſentimento e comando; poiché la forma Monarchica, come tale, racchiude la
fuprema poteſtà preſſo di una folo; e tutto il reſto del popolo potrà fo
lamente eſercitare quell'autorità, che pia ce rà al Monarca di comunicargli;
ficchè ſi conſidera allora ' tale autorità come dipen dente e ſoggetta
maiſempre al voler del Monarca e non libera del popolo, che l' eſercita per
comando del Principe. Ed ecco cheDioniſio leffo finora ci propone il Gover no
Regio non già in ſenſo di Monarchia, ma di Capo e Duce d ' un ceto d' Uomi ni,
che intendono d'eſser membri del Go verno medeſimo, per eſſere anch'eſſi a par
te della libertà di comandare. Siegue indi Dioniſio a narrare la diviſione del
Popolo in Tribù, e Curie, inſieme colla egual partizione de' campi, e de'
terreni tralle Curie; e poi paſſando alla diviſione de' Ceti fatta in Padri e
Plebe, nel riferire il carat tere che i Patrizi doveano rappreſentare nella
Repubblica, chiaramente ci atteſta, Tomo II. С che che ai Patrizi apparteneva
la cura dei Sacri, l'eſercizio de' Magiftrati, l'amministrazione della
Giuſtizia, ed il Governo della Repubblica unitamente con Romolo (a ). Ę poco
dopo narran do l'erezione del Senato dal Ceto de? Patrizj replica lo ſteſſo,
cioè, che Romolo avendo ri dotto le coſe in buon ordine, immediatamen-: te creò
dal Ceto de' Patrizj i Senatori, i quar. li doveſſero ſeco lui amminiſtrare la
Repubbli 64 (b). E queſta ' erezione di Senato l'affomi glia alle Repubbliche
delle antiche Nazioni Greche ſulla teſtimonianza di Omero, e di altri Poeti
Greci, che fanno menzione di fimi li Senati regnanti, cui preſedeva il Re, il
qua le per altro facea da Capo e Duce, in ma niera $ (a) Dionifo loc. cit.
Romulus porro poftquam difcre vit potiores ab inferioribus, mox legibus latis
praefcri plit, quid utriſque faciendum effet: ut Patricii facra curarent,
Magiſtratus gererent, jus redderent,SECUM REMPUBLICAM ADMINISTRARENT. Dioniſio
loc. cit. Ceterum Romulus poftquam haec in decentem ordinem redegit, confeftim
decrevit Se fatores creare, ut ellent, QUIBUS CUM ADMINI STRARET REMPUBLICAM.
DI ' ROMA. 35 niera però, che il Governo della Repubblica riſedelle prello il
Senato compoſto degli Ot timati, come per l'appunto furono i Patrizi di Roma
(a). Indi riferiſce le particolari in combenze attribuite a Romolo, come Capo
del Senato, cioè, che prello di lui eſſer do veſſe la principal cura dei
Sacrifizj e del le coſe Sacre: che doveſſe aver cura delle Leggi e de' Coſtumi
Patri; che ſi riſerbaf ſe il giudizio per gli delitti più gravi, e de' minori
ne giudicaſſero i Senatori; che foſſe di ſua incombenza di convocare il Senato
ed il Popolo tutto, colla prerogativa di dover eſſere il primo a profferire il
ſuo ſentimento, ma che le determinazioni del Senato dovef ſero dipendere dalla
pluralità dei fuffragi; e finalmente, che poteſſe ſpiegare Poteſtà aſſo luta in
guerra (b), Paſſando poi a ſpiegare, C 2 qua (a) Dioniſio 796x it. Graecanici
Reges certe > qui hereditarium Principatum fumerent, quoſve populus fibi
ipfe praeficeret, conlilium habebant ex Optimatibus, ut Homerus &
antiquiſſimi quique Poetarum teſtantur &c. (b) Dioniſio loc.cit. His
conſtitutis, honorcs, & potefta tes in fingulos Ordines diſtribuit. Regi
quidem eximia mune 36 DEL GOVERNO CIVILE quale eller doveſſe l'autorità del
Senato, fcri ve, che gli affari del Governo ſi doveſſero dal Re proporre al
Senato, preſo di cui non di meno doveſſe riſedere la potefta fuprema di
decidere col mezzo della pluralità dei ſuf fragj, ſoggiungnendo inoltre, che un
tal fix ſtema di Governo folle ftato appreſo dalla Repubblica dei Lacedemoni, (fempre
col falfo fuppofto, che Romolo in tali tempi aveſſe avuto cognizione de' Papoli
della Gre cia ) in cui i Re non erano Monarchi, nè Die {potici del Governo, ma
ſemplici Capi del Senato il quale fpiegava la fuprema pote ftate munera fuerunt
haec: Primum, ut Sacrificiorum, & re liquorum Sacrorum penes eum eflet
principatus, per quem çumque gereretur quidquid ad placandos Deos attinet;
deinde uit legum ac conſuetudinum Patriarum haberet cuſtodiam, omniſque Juris,
quod vel natura di&ar, vel pacta & tabula fanciunt curam ageret; utque
de graviſſimis delictis ipſe decerneret, leviora permitteret Senatoribus,
providendo interim, ne quid in judiciis pece caretur; utque Senatum cogeret,
Populum in concio nem vocaret, primus fententiam diceret, quod pluçi bus
placuiſſet, ratum haberet. Haec Regi attribuit mu nia, & practerea fummum
in bello Imperium, (be neppur ftà nell'amminiſtrazione della Repubblica (a ).
Da tutto queſto racconto di Dioniſio non v'è chi pofſa negare, che Romolo non
eb l'ombra, della poteſtà Monarchica; poichè colla coſtituzione del Senato la
poteità ſuprema riſedeva preſſo il Senato medeſimo, e preſſo gli Ottimati; e
che tutto quello, che fu attribuito alla perſona del Re, conſiſte va nel fare
da Capo del Senato Regnante col la ſemplice prerogativa di poter proporre gli
affari, e di eſſere il primo tra i Senatori 2 profferire il ſuo fentimento; ma
che la poteſtà di determinargli riſedeſſe preſſo il Ceto dei Senatori, in
maniera che le determinazioni ſi coſtituivano colla pluralità de' Suffragj, a
cui il Re medeſimo dovea foggiacere; ciocchè non ſolamente eſclude ogni idea di
Monarchia, ma C3 ci (a ) Dioniſio loc. cit. Senatui vero dignitatem ac po teſtatem
hanc addidit, ut is s de quibus à Rege ad ipſum referretur, de his decerneret,
& ferret calculum, ita ut ſemper obtineret plurium ſententia. Id quoque a
Laconica Republica defumtuin eſt; Lacedaemonio, rum cnim Reges non erant fui
arbitrii, ut, quidquid vellent, facerent; fed penes Senatum erat tocà publi cæ
adminiftrationis poteftas. ro ci
manifeſta chiaramente una perfetta Ariſto crazia compoſta di Senatori, i quali
furono eletti dal Ceto nobile de' Patrizj. Egli è ve che il Re di Roma ſpiegava
la poteſtà aſſoluta ſoltanto in guerra; ma queſta, come dicemmo, non toglie, nè
s’ oppone alla for ma del Governo mero Ariſtocratico, perchè in tutte le
Ariſtocrazie troviamo tal poteſtà ſuprema nella perſona del Capitan Generale,
per la ragione di non poterſi altrimenti eſer citare con felice effetto il
comando del Du ce dell' Eſercito: E qui giova d' oſſervare, che ſebbene nelle
Ariſtocrazie il Capitan Ge nerale faccia ufo di poteſtat aſſoluta in guer ra;
pure la dichiarazione della guerra, e tut to ciò, che appartiene al ſiſtema
generale di eſercitarla, dipende dal volere dello ſteſſo Se nato regnante,
quatito a dire, che tutta live poteſtà ſuprema del Capitan Generale ſi ridu ce
ad eſeguire gli ſteſſi ordini del Senato éd a riſolvere all'iſtante da ſe
medeſimo ciò che non ſoffre dilazione, e l'attendere l'ora colo del Senato
ſarebbe inutile e dannoſo Del rimanente la forma del Governo ſi diſtin gue
ITgue non già dall'uſo della poteſtă, che ſi eſercita in guerra, ma dalla
ragione delle pubbliche determinazioni, le quali, qualora dipendono dall'
arbitrio di quei pochi, che compongono il Senato, ci manifeſtano chiara mente
l'Ariſtocrazia, e non la Monarchia, anzi neppure un miſto dell'una è dell'altra;
perchè la coſtituzione d'un Capo del Senato, ſempreche tutte le pubbliche
determinazioni ſono riſerbate alla pluralità de' Suffragj dei Senatori s non ſi
può aſcrivere, che ad un più ordinato regolamento del Senato mede ſimo, come
avviene in tutti i Ceti di per fone, in cui vi ſia un Capo, il quale ſembra
effer neceſſario, affinchè ſia meglio regolato il Corpo intiero di quei, che lo
compongo ño; ma non già che la coſtituzione del Capo vaglia à mutare o alterare
in minima parte il fiftemå del Ceto medeſimo. So bene, che anche nelle
Monarchie fogliono eſſervi i Se nati, maſlime de Grandi dello Stato ma cali
Senati ſono di gran lunga diverſi da quello, che fu ſtabilito in Roma forto
Romolo; poi chè il Monarca talvolta ſuole commettere a C4 quals 0 qualche Geto di Perſoné la deliberazione de
gli affari, o pubblici, o privati; ma tali de liberazioni non oltrepaſſano i
confini d'un mero configlio, ſicchè rimane maiſempre al Monarca la facoltà di
approvare, di repu diare la deliberazione; quanto a dire, che la determinazione
dipende maiſempre dall' arbitrario fuo volere e non dai ſentimenti dei ſuoi
Conſiglieri; ragion, per cui nelle Mo narchie ſi trovano talvolta ſtabiliti
tali Ceti di perſone, che ſogliono aver nome di Con ſiglieri del Monarca.
All'incontro il Senato di Roma era compoſto di perſone, di cui ognu na ſpiegava
uguale autorità a quella di Ro molo per le pubbliche determinazioni, e queſta
tal ſorta di Senato Regnante è quel la propriamente, che coſtituiſce la vera
forma di Governo Ariſtocratico. Quindi pof ſiamo francamente affermare, che
dove re gna la Poteſtà fuprema nel Senato, ivi non vi può eſſere neppur l'ombra
della Monar chia, ed al contrario dove regna la Monar chia, ivi non può eſſervi
Senato di poteftà ſuprema; perchè l'una e l'altra forma di Go verno 4.1 3 come
verno non ſi diſtinguono in altro, ſe non che nella Monarchia la poteſtà
fuprema riſiede in un folo, e nell' Ariſtocrazia in molti. Ma per eſſer meglio
convinti d'una tal ve rità, ci conviene di eſaminare con maggior diſtinzione
quel Capo di Poteítà, che riguar da lo ſtabilimento delle Leggi, il quale più
d'ogni altro fa diſtinguere la Monarchia dal? Ariſtocrazia, ſecondo che venga
eſercitata da un ſolo, o da molti, è che ſecondo il ſenti mento di tutti i
Politici ſi conſidera la maſſima nell' amminiſtrazione dello Stato. In fatti
tra tutte le pubbliche deliberazioni la più ſpecioſa ed importante è certamen
te quella, che diceſi poteſtà Legislativa; poi chè lo ſtabilimento delle Leggi,
come quel lo, che più d'ogni altro riguarda l'intereſſe e la pubblica
tranquillità, è il punto più ge lofo, che poſſa eſſervi nel regolamento del le
Società Civili, e come tale ci manifeſta, e ci fa diſtinguere ad un tratto la
Monarchia dall'Ariſtocrazia. La ragione ſi è, perchè pre ſcriver la Legge allo
Stato altro non è, che obbligare e ſoggettare tutti i particolari mes membri del Corpo Civile alla cieca obbedien
za di ciò, che la Legge comanda; e perciò ñon li può riconoſcere poteſtà più
ſublime di quella di poter comandare la Legge. Or fen za biſogno di ſoggettarci
ſu tale articolo ai ſentimenti degli Storici; qualora ci riuſciſſe di
dimoſtrare, che la Poteſtà Legislativa di fat. to riſedeva non nella perſona di
Romolo, ma preſſo l'Ordine del Senato regnante, non ci rimarrà luogo da
dubitare, che l'iſtituzio ne del Governo folle di forma mera Ariſto craticào É
qul fa d’uopò di ricorrere alla narrazio ñê del Giureconfulto Pomponio nella
Legge feconda de Origine juris į ove impreſe con particolari cura à trattare
dell'origine delle Leggi Romane · Ci fa egli ſapere, che ſul principio il
Popolo Romano ſi regolava ſenzos leggi certe e determinate; ma che tutto ſi go
Bernava col mezzo della dutorità del Re (a). A tal (a ) L. 2. 9.1. de Orig.
Juris: Et quidem initio Ci vitatis noftrae Populus fine lege cerca, fine jure
certo pri A tal narrazione di Pomponio gl' Interpreti del Dritto Civile,
valutando aſſai più la di lui Autorità, che quella di Dioniſio li dettero a
credere che realmente il Governo iſtituito fotto Romolo folle itato Monarchico,
poichè (dicono eſli ) ſe ne primi principi della fonda zione di Roma al dir di
Pomponio non v'era no leggi ſtabilite, e determinate, ma tutto li regolava
collº autorità del Re, ne liegues neceſſariamente, che la forma del Governo
cominciare dalla Monarchia. Ma io non sò, come tali Interpreti poſſano formare
da quelle parole di Pomponio un tal giudizio, quando dall' altre, che ſeguono,
li dimoſtra il con trario. Indi (fiegue Pomponio ) eſſendoſi ing qualche
maniera ingrandita la città, dicéſi, che lo ſtesſo Romolo aveſſe diviſo il
Popolo in trenta parti, chiumate CURIE a motivo, che allo primum agere
inſtituit, omniaque manu Regis guber nabantur. NellePandette Fiorentine leggefi
MAŇU A REGIBUS GUBERNABANTUR ma de ciocchè fregue, e dall' eller direito il
diſcorſo di Pomponio alla perfona di Romolo, dee fi piuttosto abbracciare la
lezio ne volgata, omniaque manu Regis gubernabantur. allora Spediva gli affari
della Repubblica coi ſentimenti, e colle determinazioni delle medeſime Curie;
ed in tal maniera promulgò egli alcune leggi dette CVRIATE, come fecero altresì
i Re ſuoi ſucceſſori (a ). Or fe folle vero, che Romolo cominciaſſe a governare
la Città colla fornia Monarchica, dovrebbe eſſer falſo, che lo ſteſso Romolo
indi ſtabiliſſe la Repubbli ca degli Ottimati, con attribuire al Senato l'
Autorità ſuprema di diſporre degli affari pub blici per mezzo della pluralità
de' Suffragi. Nè vale il ſupporre, che Romolo regolaſſe, la Città coi
ſentimenti delle CURIE di puro conſiglio, quafi che ſi riſerbaffe l'arbitra rio
volere di ſeguire, o di ripudiare tali fen timenti. Imperciocchè lo ſtello
Pomponio chia ramente s'eſprime, che gli affari ſi determi navano per
Sententias partium earum, che in buon (a ) Poftea au&a ad aliquem modum
Civitate ipfum Romulum traditur, Populum in triginta partes divififfe, quas
partes Curias appellavit, propterea quod tunc Reipublicae curam per Sententias
partium caruni expediebat; & ita leges quaſdam & ipfe Curiatas ad
Populum tulit. Tulerunt & fequentes Reges. buon latino non poſſono
ſignificar Configlio; ed oltracciò le Leggi ſi chiamarono Curiato non per altra
ragione, fe non perchè le de terminazioni venivano preſcritte co' ſentimens ti
delle ſteſse Curie, e non dall' arbitrario vo lere di Romolo. Egli è vero, che
tali Leggi coll'andar del tempo furono anche dette Regie a cagion che ſi
proponevano dai Re ne' Co mizj Curiaci; ma poichè tutti gli Storici con vengono
nell'affermare, che gli affari li de terminavano dalSenato a relazione degli
ftelli Re, come Capi di quella adunanza, non ci dee far maraviglia, ſe le Leggi
ſi foſſero dette anche Regie; perchè venivano propoſte dal Capo del Senato, cui
ſi dette il nome di Re. Dunque fe vogliamo credere più a Pompó nio, che a
Dioniſio, pure ſiamo obbligati coll'autorità dello ſteſſo Pomponio di ammet
tere ne' tempi di Romolo l ' Ariſtocrazia, u non la Monarchia; perché
altrimenti non ſi potrebbero comporre le prime colle ſeguen ti parole del
Giureconſulto. All'incontro egli farebbe coſa ridicola il ſupporre, che pri ma
di ſtabilirſi le leggi certę, Romolo governaſse da Monarca, e che poi
iſtituiſſe l' Ariſtocrazia; e quando anche potefle'aver luogo una tal
fuppoſizione, non dobbiamo at tenerci a quel che foſſe ſeguito, prima che ſi
dalle una certa forma al Goveșno, la quale non fi dee ripetere, fe non dal
tempo, in cui la Città preſe i ſuoi certi regolamenti. Ма,per meglio chiarirci
di tal verità, con „ viene di riflettere, che quella eſpreſione di Pomponio,
cioè, che fu i principi della cit tà non v'erano leggi certe, ma che tutto ve
niva regolato coll'autorità di Romola, non può ſignificare forma di Governo
Monarchi co, come è itata appreſa dagl' Interpreti. E qut fa d 'uopó
d'inveſtigare la vera ſignifi çazione di quelle parole, Omniaque manu Regis
gubernabantur. La voce Manus, è vero, che per traslato • ſtata anche appreſa
da' Latini in ſenſo di poteftà (a); pure non hanno 1 I Latini quandą apprefero la voce Manus in
senſo di POTESTA', s' avvalſero di quelle locuzioni IN MANU ESSE, HABERE, IN
MANUM CON VE DI ROMA, 47 hanno mai detto gubernare manu in ſenſo di governarc,
colla poteſtà; nè mai trovaremg gubernare, o regere, o altre fimili parole in
ſieme colla voce manu, per ſignificare poteſta nel governo, Molto meno può
adattarſi alla voce manus la ſignificazione di arbitrio, o la diſpotiſmo, come
piacque ad altri Inter preti; perché un tal difpotiſmo altro non è, che poteft
fuprema, ed indipendente; ma comunque ſi apprenda tal poteſtà, ſiamo pur troppo
ſicuri, che nel linguaggio latino quel gubernare many non ſi può apprendere in
ſen ſo di poteft. In queſta eſpreſſione adunque di Pomponio la voce manus deeſi
riferire a tutt'altra intelligenza, che a quella di po teſtà; e poichè tal voce
è ſtata anche appre fa dai Latini in ſenſo di forza, e di valore di corpo, o
d'animo, come la troviamo in tan te locuzioni (a), non poſſiamo fpiegare il
detto VENIRE > DARE, MANU MITTERE fimili. (a) Nel fenſo di FORZA, VALORE, E
CO RAGGIO i Latini han detto MANUS MILITARIS, MA detto di Pomponio, ſe non nel
ſenſo d ' ef ferli in quelle prime origini della Città re golati gli affari
colla forza, col valore, e col la guida di Romolo, come quegli, che tra quelle
poche perſone, che ſi unirono ſeco lui nella fondazione della Città, facea la
fi gura di Capo e Duce. E queſta intelligen za ci fa intendere altresì tutto il
compleſſo del racconto di Pomponio; poichè, dic'egli, che ne' principi il
Popolo vilfe ſenza legge certa, fine lege serta, fine jure certo; perché prima
di ſtabilirſi moltitudine cale di abitanti, che formafle un corpo abile a
comporre una Società Civile, non v'era biſogno di formare leggi e regolamenti
pubblici, ma tutto re golavaſi con quei medeſimi coſtumi, fecon do i quali
erano ſtati educati quegli ſteſli, che unironſi con Romolo; e perciò dice
Pomponio, che ſi vivea ſenza Leggi certe, perché MANUS ARMATA, MANUM CONSERERE,
IN JICERE, INFERRE MANUM ALICUI REI IMPONERE, MANU DOCERE, e fimili. E noz
Italiani abbiamo ritenuta l'eſpreſione di MANO RE GIA per hgnificare la forza
legittima dello Stato di pronta, e spedita eſecuzione. D'L ROMA. 49 perchè
allora la Legge era la voce mede ſima del Capo dell'unione, il quale poteva
occorrere ad ogni diſordine. Ma quando poi crebbe la moltitudine degli Abitanti,
allora biſognava di ſtabilire le Leggi, non poten doli regolare un Corpo Civile
colla fola voce parlante del Duce. In fatti le Leggi certe e ſtabilite altro
non ſono, che voci mute di chi governa; e ſiccome per regolare i pic coli Corpi
può baltare la voce parlante di chi gli regge, cosi moltiplicataſi l'unione
degli abitanti, e pervenuta al grado di formarli un Corpo conſiderabile
richiede neceſariamente lo ſtabilimento di Leggi certe, le quali pre ſtino
l'uffizio della voce medelima di quel Ceto, preſso di cui riſiede la pubblica
pote ftà. Ciò ſuppoſto, fino a tanto che Roina ven ne abitata da piccol numero
di perſone, la vo çe parlante di Romolo baſtava per regolare gli affari; ma
moltiplicatoſi il numero, fi do vette venire alle determinazioni delle Leggi
certe, non potendoſi altrimenti ſoſtenere un Corpo Civile. Ma prima di
ſtabilirfi tali Leg gi non poſſiamo ſupporre, che Romolo co Tom. 11. D man
mandaffe coll'arbitrario fuo volere; perchè lo Steffo Po mponio ci aficura, che
quando ci fu biſogno di stabilire le Leggi certe, furono queſte determinate
colla pluralità de' fuffragi delle Curie, o ſia del Senato; e poichè non è
poſſibile l'immaginare, che il Governo per coså breve tempo dipendeſse dal
voler del Mo barca, e che immediatamente poi paffalle nella poteſtà
Ariſtocratica, perciò dobbiams conchiudere coll' autorità dello ſteſſo Pompo
nio, che fin dal principio la Città fu eretta colla forma del Governo
Arittocratico. Ne G può conoſcere altra divertità tra quel tempo, in cui fi
vivea ſenza Leggi certe, e quell' altro, che venne immediatamente, in cui furo
no ftabilite le Leggi, fe non che in quello la poteſtà degli Ottimati
ſpiegavafi colla voce parlante di Romolo, manu Regis, laddove in quefto il
Senato fpiegava la ſua poteſtà colla voce muta delle ſtabilite Leggi; ma l' uno
e l' altro tempo riconobbe la medeſima forma, Ariſtocratica; Quindi è ancora,
che quelle locuzioni di Pomponio ſine Lege certa, fine's jure certo, non si
poſſono apprendere, come fecea fecero alcuni Interpreti, quaſiché il regola
mento in quel tenipo folle vario ed inco ftante, perché non ſi può fingere
ſocietà di Uomini, che vivano ſotto un yario fiftema di Regolamento, ma ſi
debbono riferire a quella intelligenza, che meritano, cioè che tutto veniva
preſcritto a voce ſecondo le opportu nità delle contingenze, che ſpiegavali col
mezzo di Romolo loro Capo; perché non v ' era biſogno ancora di ſtabilirſi
leggi certe, come figui poi colla moltiplicazione degli abitanti, Siegue
Pomponio a narrare, che eſéndoli diviſo il Popolo in trenta Curie, coi di cui
ſentimenti li determinavano gli affari, allo ra cominciaffero a ſtabilirli le.
Leggi cere te, che furono perciò dette Curiate, come fecero altresi i Re fuoi
fucceffori: Et ita le ges quafdam cuo ipſe Curiatas ad Populam tri lit,
tulerunt eam fequcntes Reges: 1 qut gł Interpreţi del Dritto Romano per
ſoſtenere la fognata Monarchia di Romolo caddero in tun'al tro equivoco
nell'apprendere l'eſpreſſione di Pomponio di ferre legem ad populum in fente D2
d'ef d'eſſerſi comandate le leggi da Romolo, e dai Re fuoi fucceffori. E
febbene una tale interpretazione ſi oppone direttamente a cioc. chè lo ſteſſo
Pomponio riferiſce nelle parole antecedenti, cioè che il governo della Re
pubblica ſi amminiſtrava per mezzo de' fen timenti delle Curie: propterea quod
tuma Reipublicæ curam per ſententias earum partium expediebat; pure abbagliati
da quel guberna bantur manu Regis, ſi videro obbligati a rico noſcere nella
perſona di Romolo e degli al tri Re la poteſtà fuprema di comandare le leggi.
Siminaginarono dunque, che lo ſta bilimento delle Curie non toglieva al Re la
poteſtà Monarchica, poichè febbene il Sena to interveniva nelle deliberazioni
dello Stato, pure i ſentimenti delle Curie ſi debbono ri ferire piuttoſto a
ragion di conſiglio, e che in conſeguenza la poteſtà di comandare le Leggi
riſedeſſe preſſo di Romolo, e ſuoi Re ſucceſſori. Or (dicono eſli) ſe la
poteſtà di co mandare le Leggi, al dir di Pomponio, fpie gavaſi dal Re, ne
ſiegue, che la forma del Governo debbafi attribuire anzi a Monarchia, che, che ad
Ariſtocrazia. Ma io non só intendere con qual fondamento poſſano afcrivere l'e
ſpreſſione latina di ferre legem ad populum al fenſo di comandare, e
preſcrivere la legge, quando al contrario egli è coſa notiſlima pref fo i
Latini, che il ferre legem nella ſua vera intelligenza ſignifica ſemplicemente
il propor re la legge per determinarji, o ripudiarſi, e non il preſcriverla, e
comandarla; anzichè qualora dagli Scrittori Latini al ferre legem fi aggiligne
ad populum, ad plebem, e ſimili, non v'è eſempio, che foſſe ſtata mai tal lo
cuzione appreſa in ſenſo di comandare la leg ge al Popolo, alla Plebe, ma
ſempre nel ſen ſo di proporla, per determinarſi dal Ceto del Popolo, o della
Plebe (a ). E quando la lega ge propoſta veniva coi fuffragi ſtabilita v
preſcritta, allora diceaſi lex juſſa, condita; ſic chè altro era il ferre,
altro il jubere legem; il ferre fignificava proporre, ed il jubere pro D 3 pria
(a ) Vedi Briſſonio de Formulis lib. 2. cap. 17. 2 109. il quale traſcrive i
laoghi degli Scrittori Latini ſu sale articolo priamente dinotava la
determinazione, o sia le juffione della legge. Tra gli altri Scrittori Latini
ſono innumerabili i luoghi di Livio, in cui cgli îi avvale dell' eſpreſsione di
ferre legem, o pure rogationem, nel ſuo vero ſenſo di propar re, e non già di
comandare, e ſoprattutto quando riferiſce le pretenſioni de' Tribuni del la
Plebe, in cui fa uſo della voce ferre ine fenſo ſempre di proporre o promuovere,
e lis mili, e non mai di preſcrivere, o comandare, perchè i Tribuoi della Plebe
non aveano altra facoltà, fe non quella di promuovere, e di eſporre le
petizioni del Ceto plebeo, e non già di comandarle. Ma per eller convinti di
queſto vero ſenſo ſecondo l'originaria fua fi gnificazione baſta un luogo folo
di Livio, in eui eſpreſamente ſi addita la differenza tra "! ferre, e
jubere legem. Racconta egli, che pell'anna 372. il Senato -ordinà, che ſi fosſe
pro poſto al Ceto plebeo la deliberazione d' intimark la guerra a' Popoli di
Veletri. I Patrizi co nofcendo d' eſſerſi laſciata più volte impunitra la
ribellione de' cittadini di Veletri, decreta rono, che al più preſto che fosſe
poſſibile, ſi pro poneffc SS ponefe,al
Ceto plebeo l'affare d' intimarye loro la guerra, e che propoftafi una tal
delibera zione tutte le Tribù conſentirono a coman dare', e determinare una tal
guerra. E qui Livio eſpreſſamente fi avvale della voce fer re, quando parla di
proporſi l'affare al Ceto plebeo, e della voce jubere, quando riferiſce la
juffione della guerra ſeguita coi fuifragj di tutte le Tribù (a ). Egli è vero,
che l' eſpreſ Gone di ferre legem é ſtata poi dai Latini tra ſportata anche a
fignificare la promulgazione della legge in quelle locuzioni Lata lex eft, e
limili; ma neppure "la trovaremo uſurpata in queſto ſenſo, quando ci ſi
aggiugne ad Populum, ad plebem c. perchè allora ritie ne l' originaria
ſignificazione di proporre, e non di promulgare (.b). Comunque però fi D4 ap (a
) Liviv lib. 6. Cap. 21. Id Patres rati contemptu accidere, quod Veliternis
Civibus ſuis tamdiu impuni ' ta dete &tio effet, decreverunt, ut primo
quoque rem pore ad populum FERRETUR de bello cis indicen do...... Tum, ut
bellum JUBERENT, latum ad Populum eft; & nequidquam diffuadentibus Tribu
nis Plebis, omnes Tribus bellum JUSSERUNT. (b) Tum ut bellum juberent, LATUM AD
PO PULUM EST. Livio loc. cit. apprenda, o in ſenſo di proporre, o di pro
mulgare, egli è fuor di dubbio, che non mai può ſignificare juffione è
determinazione della legge. Ciò ſuppoſto, per ritornare ora a Pomponio, ognun
vede, che le di lui parole: Et ito leges quaſdam & ipfe Curiatas ad populum
tue lit; tulerunt ex Sequentes Reges non pofſono apprenderli nel ſenſo, che Romolo,
e gli altri Re aveſſero preſcritte le leggi Curiate ſe non vogliamo tacciare il
Giureconſulto per ignorante del linguaggio latino, ma quel tu lit ad populum
deeſi riferire a quella facoltis che riſedeva ſoltanto preſso la perſona del Re,
di proporre gli affari pubblici in Senato, ed in conſeguenza le leggi, la di
cui juffio ne nondimeno dipendeva dal fuffragio delle Curie medesime per
fententias earum partium, e non dall'arbitrario volere del Re; e le leg gi fi
diſſero Curiate non per altra ragione, ſe non perché vennero preſcritte, e
comandate dalle Curie, e non dal volere del Re, quan tunque egli come. Capo del
Senato, e come riconoſciuto per lo più abile e favio trai Senapa " DI ROM
A 57 Senatori godeſſe la facoltà di proporre cioc chè gli ſembrava più
eſpediente per l'ottimo regolamento dello Stato; ma' una tal prero gativa fu
fpiegata' altresì dopo il diſcaccia-, mento de'Re dai Conſoli, dai Tribuni mili
tari di poteſtà Confolare, dai Ditcatori, e da altre Magiſtrature di ſublime
autorità, le quali tutte proponevano al Senato, alla Plebe, al Po polo tutto,
le determinazioni degli affari pub blici, e maſſime delle leggi; niuno però fin
è ſognato finora di aſcrivere la forma del Go verno ſotto i Conſoli a Monarchia,
perchè la ragione di Capo d'un Popolo ſenza carat tere di poteſtà aſſoluta non
può produrre Monarchia, fe non vogliamo confondere ! idea del Governo
Monarchico coll' Ariſtocra tico e Democratico. winno Conchiudiamo adunque. Gli
Scrittori chepiù degli altri ci narrano con qualche diſtinzione la forma del
Governo tenuta ſotto Romolo, fo no Dioniſio, e Pomponio. Il primo ci de fcrive
chiaramente la coſtituzione del Senato, dal di cui arbitrio dipendevano le
determina zioni degli affari e l'intiero regolamento dello dello Stato, ciocchè
eſclude di fatto ogniom bra diMonarchia in perfona di Romolo. Il fecondo non
ſolamente non fi oppone a quan to riferiſce Dioniſio, anziché ce lo conferma
più chiaramente, prima col riferirci, che nel naſcimento della Città non
v'erano leggi cer te e preſcritte, ma che tutto regolavaſi col conſiglio e
guida di Romolo, ed indi cot narrarci, che creſciuta in qualche maniera la
moltitudine degli abitanti, fu neceffario di venirli allo ſtabilimento delle
leggi certe. Quali leggi inſieme col reſto de' pubblici af fari, eſſendoſi
diviſo il Popolo in trenta Cu rie, furono preſcritte col fuffragio delle me
defime; ragion, per cui fi diſsero leggi Cum riate; e che finalmente la
prerogativa di Rom molo, come Capo del Senato, fi riduceaus alfa - facoltà di
proporre predo il Ceto de Se natori ciocchè gli ſembrava opportuno per
determinarli gli affari dal Senato medeſimo per ſententias carum partium. In
fomma, che Je leggi col reſto delle pubbliche determinazia -ai fi ſtabilivano
colla juſsione delle Curie, o fia del Senato, non si può negare per l'alt
torita DI ROM A. 1 59 torità di Pomponio, di Dioniſio, di Livio, e di tutti gli
Storici, i quali concordemente combinano ſu tale articolo. Il determinarli gli
affari per ſententias delle ſteſſe. Curie e de Senatori, in buon latino non può
fignifica re pareri confultivi, ma juſsione per mezzo della pluralità de*
fuffragi. Quel tulit leges ad populum attribuito a Romolo, ed ai Re fuc celori,
altro non contiene, che la facoltà del Re nel proporle, e non già nel
comandarle, e prefcriverle. Dunque dai detti degli ſteffi Storici siamo
convinţi, che la forma del Gom verno iſtituita fatto Romolo non ebbe nep pur
l'ombra dellaMonarchia, perché doves vi è Senato, preffo di cui rilieda la
poteftà. ſuprema di decidere gli affari dello Stato, ivi non vi può regnare il
Monarca. E per ultimo troviamo nella Storia Civile di Romaun fatto
incontraſtabile, che di ſya natura ci dimoſtra, quanto foffe lontano dalla
Monarchia il Governo Civile iſtituito foto Romolo. Egli è troppo noto il dritto
di Pa tria poteſtà, che eſercitavaſi in Caſa dal Citta dino Romano ſulla ſua
famiglia ſenza limiti, @fen. 3 e fenza la minima dipendenza dal Re, o dal
Senato. Non intendā io qui di quella potefta patria praticataſi nei tempi
poſteriori, e maf fime fotto gl’Imperatori, ma di quell'affolu to Impero
Paterno eſercitato fin dalla fonda zione di Roma, e che dai Decemviri fu tra-.
ſcritto nelle xir. Tavole, come riferiſce Dio-, niſio (a ). Era certamente la
Patria poteſtà di quel tempo fornita d'un aſſoluta dominazio ne ſulla ſua
famiglia, finanche verſo i pro prj. Figli, fovra di cui il ' Padre eſercitava
dritti di vera Monarchia, com'era l'effer di ſpotico della vita, e della morte
loro (b), eltre dell'arbitraria facoltà di poterli vende re, in manierachè dopo
la terza vendita i Fi gli di liberavano dal diſpotiſmo Paterno (c). Or queſto
dritto Patrio, che con vera efpref fione (a) Antiq. Rom. lib. 2. (b ) Sull'
autorità di Dioniſio gl' Interpreti del dritco Romano compoſero quel capo di
legge delle mit. Tavole con quelle parole: ENDO LIBERIS JUSTIS VITAE NECIS
VENUM, DANDIQUE POTE STAS EI ESTO. (c ) SI PATER FILIUM TER VENUM DUIT, FILIUS
A PATRE LIBER ESTO: altro capa delle? fione da Valerio Maſſimo (a) e da
Quintilia no (b) venne detto Patria Majeſtas, fu eſerci tato dai Romani non
ſolamente dal teropo della promulgazione delle XII. Tavole, ma fin da’ pri ra,
delle xir. Tavole riferito da Ulpiano tit. 10.5. 1. E Dionifio loc. cit:
Romanorum autem legislator (inc tende di Romolo ) omuem ur breviter dicam, pour
teſtatem patri dedit in filium, idque toto vitae tem pore, five in carcerem eum
detrudere; five fla gris caedere, five vinctum ablegare ad ruſtica ope five
necare libeat, etiamli filius tractet Rempue. blicam, etiamfi Magiftratus
gefferit maximos, etiamſi fudii erga Rempublicam laudem fit promeritus. Jux ta
hanc certe legem illuſtres viri pro roftris favente plebe concionantes in
Senatus invidiam, fruenteſque aura populari, detracti e ſuggeſto, abducti ſunt
apa tribus, poenas daturi ex ipforum fententia; quos, duin per forum ducerentur,
nemo adftantium eripere poterat, non Conſul, non Tribunus, non ipſa turba, cui
tuin adulabantur, licet omnem poteſtatem ſua minorem exi ftimans. Taceo, quot
viri fortes necati Gnt. a patri bus &c.... Nec contentus hanc poteſtatem
parentibus dediffe Legislator Romanus, permifit etiam vendere fi lium.. Majorem
largitus poteſtatem patri in filium, quam hero in mancipiuin; lervus eniin
ſemel venditus, deinde libertatem adeptus, in poſterum fui juris eſt; fi lius
vero a patre venditus, fi liber fieret, rurſum fub ра tris poteftatem
redigebatur; iterum quoque venunda tus, & liberaçus, fervus patris crat
tertiam demum yendiționem eximebatur e patris po teſtare & c. (b ) Declamat. 378., ut ante? poſt primi
tempi di Roma, poichè Ulpiano (a ) afferma d'ellerli introdotto moribus, cioè,
non per legge ſcritta, ma per antichillimo coftu me Patrio; Dioniſio (6) lo
riferiſce ad una legge di Romolo; e Papiniano (c) l' attri buiſce ad una legge
Regia. Ma Ulpiino a mio giudizio l'indovina meglio di tutti, coll' affermare
d'eſerli tal dritto di Patrią poteſtå ricevuto per coſtume; e la ragione ſi è,
perchè una tal poteſtà diſpotica del Padre di famiglia dobbiamo fupporla nata
inſieme col la coſtituzione delle Famiglic medefime, e prima che quefte
conveniſſero a formare So cietà Civile, ſicchè troyandofi tal coſtuine già
introdotto nello Stato di famiglie, natu ralmente fu conſervato e ritenuto
dalle Fa miglie, che convennero con Romolo nella fon dazione di Roma. In fatti
tal coſtume trovali quaſi uniforme in tutte le Nazioni ne'loro for gimenti per
le chiare teſtimonianze degli an tichi (a) L. 8. de his, qui ſunt fui, vel
alieni juris. (b ) Loc. cit. (c ) Collar. leg. Mofaic. tit. 4. ). 8. 3 tichi
Scrittori (a ). E ſebbene Triboniano (b ) credette, che folle queſto dritto
proprio de' Romani, pure s'inganno, forſe dall' avere of fervato, che ne’tempi,
in cui i Romani eſer citarono queſto dritto con aſſoluta poteſtà, e. nel
maſſimo ſuo rigore, l'altre Nazioni l'avea. no già raddolcito con ridurlo a
limiti più be. nigni ed umani, come avvenne altresì pref fo gli itefli Romani,
mallime fotto gl'Im peradori, nella di cui età la poteità Patria decadde in
buona parte dall'antico fuo ri gore. Comunque sia, quanto al preſente ar
gomento çi baſta di potere afficu are colla tea ftimonianza di tanti Scrittori,
che il Diſpo tilmo Patrio fu eſercitato da'Romani fin dai primi tempi di Romolo.
Qui cade in acconcio di riflettere ciocche gli Storici ci narrano dell'accuſa
d'Orazio per aver ucciſa la Sorella in atto, che ritornava trion (a) Ariftotele
Nicomache lib. 8. cap. 10. Cefare lib. 6. de bell. Gill. cap. 9. Plutarco in
Lucullo · Giustiniane Novel la 1 34 • (b ) Inf. lib. 1. tit. 9. 1. 2.
trionfante per la vittoria contro i Curiazi. Dioniſio fembrami', che racconti
il fatto al ſai meglio di Livio, allorchè cinarra l'accuſa, e'l giudizio
d'Orazio, in cui non fa men zioné né del Giudizio de' Duum viri, nè dell'
appellazione propoſta da Orazio al Popolo, che ſono le due circoſtanze che fi
leggo no in Livio (a ); ma ſemplicemente ci rac conta, che füll'accuſa propoſta
da taluni con tro Orazio al Re Tullo, il Padre di Orazio, oltre di aver
dichiarato di non meritare fuo Figlio la minima pena, pretendeva, che un tal
giudizio apparteneſſe privativamente alla di lui cognizione, tractandoſi d'un
fatto acca duto tra i ſuoi figli, e che in confeguen za per dritto di poteſtà
Patria dovea egli ef fere il giudice di queſta Cauſa (b). Ma il Re per una
parte credeva anch'egli di doverli af fólann (a) Lib. 1. cap 26. (b) Dioniſ.
Antiquit. Romanarum lib. 3. Pater contra patrocinabatur filio, acculans filiam,
& negans eam dicendam cædem, fed poenam verius, poftulabatque fibi de fuis
malis permitçi Judicium ut qui ambo rum effet Pater. 2 • Í folvere Orazio io
benemerenza della vittoria ed in conſiderazione dell'inſulto di parole fat to
dalla Sorella al Fratello in tempo, che aſpettava dà lei piùcche da ogni altro
lode, ed applauſo per un'opera egregia preſtata alla Pa tria; è molto più à
cagione, che il Padre preſſo di cui rifedevå fecondo i coſtumi di que' tempi
l'indipendente poteſtà di giudica re ſulle perſone de propri Figli fi era
dichia rato d'averlo già adoluto (a ).Dall'altra parte il Re temeva il tumulto
Popolare eccitato dagli emuli, ed inimici d'Orazio. Tra tali dubbiezze pensò di
prendere l'eſpediente di rimettere la cognizione della Caufa al Popo lo, il
quale confermò il giudizio Paterno con affolvere l' accufato Orazio. Un tale
rac conto è molto più verifimile di quel; che ci narra Livio fúl giudizio de '
Duumviri, e dell' appellazione propoſta da Orazio al Popolo; poichè in que'
tempi l'Impero Paterno eras Tomo 11. E nel (a ) Dioniſ. loc. cit. Praeſertim
patrc quoque ipſum abfolvente, quem potiſſimum Filiae ultorem jus * natura
fecerar: nel ſuo miglior vigore; nè il Re fenza of fendere le leggi del Patrio
Impero potea to gliere il giudizio di queſta Cauſa dallauto gnizione del
proprio Padre, e tasferirlo ai Duumviri, e molto meno in ſimili Cauſe era
permello al Popolo di prenderne cognizio ne in pegiudizio del dritto Paterno;
Ma la contingenza ſtraordinaria d ' eſſerſi mella, la Città in rivolta per
queſto fatto, produſela neceflità di ſedarſi il tumulto coll’eſpedien te
politico di rimettere l'affare al giudizio del Popolo, e l' Impero privato del
Padre dovette cedere alla ragione della pubblica tranquillità... E quindi
intendiamo ancora la ragione, per cui Dioniſio riferiſce, che que Ita fu la
prima volta, in cui il Popolo preſe cognizione d ' un giudizio Capitale (a),
non gia perchè prima di queſto tempo non aveſſe mai il Senato giudicato di
delitti capitali, come (a) Pion. lor. cit. Populus autem Romanus tum pri mum
Capitalis Judicii poteftatem nactus, compro bavit Patris fententiam Juvenemque
abſolvit a cac dis crimine, come ſe prima non foſſero mai accadute con tingenze
fimili o fe al Senato, che gode vala ſuprema poteſtà del Governo folle mancata fino
allora quella di poter giudica re di delitti Capitali; Ma l'eſſere ſtata que.
fta la prima volta, in cui eſercitoſli dal Po polo il dritto di giudicare d '
un delitto Ca pitale, deeſi riferire al fatto particolare, di cui ſi trattava,
cioè alla poteſtà di giudicare d'un Figlio di Famiglia contro il ricevuto ca
ſtume dell'Impero Paterno, a cui privativa mente ne apparteneva la cognizione.
Or per tornare al noſtro propoſito diciamo, che fe que? Scrittori, i quali
s'immaginarono, che Romolo infieme coi Re ſucceſſori fpiegaro no carattere di
Poteſtà Monarchica, aveſsero fat to oſſervazione ſull'Impero Patrio, e familia
re praticato da ’ Romani fin dalla fondazione della Città, ſi ſarebbero accorti
dell' impof ſibilità di poterſi unire inſieme Monarchia, Civile prello del Re,
e Monarchia familiare preſſo i privati Cittadini; poichè chi dice Monarchia
familiare prello de' privati Citta dini cfclude ogni ombra di Monarchia preſſo
E 2 il ma dello il Re; e la ragione ſi è, perchè fe i Padri di famiglia ſenza
la minima dipendenza non folamente del Capo del Senato fteſſo Senato regnante
erano gli aſſoluti Mo narchi dell'intiera loro famiglia, ſia de ' figli, fia
dei fervi, e famoli, come mai poſſiamo figurarci, che tali Monarchi familiari
foſſero nel tempo ſteſſo ſoggetti alla Monarchia Ci vile? Chiamaſi Monarchia
Civile quello fta TO, in cui tutto l'intero Corpo Civile in tutte le ſue
faccende pubbliche e private trovali ſoggetto all'autorità fuprema d'un folo
che comanda. Or chi non vede la manifeſta diſſonanza e contradizione nel
ſupporre il Ceto 'de' Cittadini fornito di po* teftà ſuprema, ed indipendente
nella fua fa miglia, é foggetto nel tenipo Ateſo al Mo narca? E come mai
poſſono fingerfi unite in ſieme poteſtà fuprema, e foggezzione? In tutte le
Società Civili, ove regna la Monar chia, non trovaremo mai poteftà familiare in
dipendente dal Monarca, perchè l'una eſclu de direttamente l'altra. In fatti
tali poteft:s private in perſona de' Cittadini non pollonio altri 3 1 1 1
altrimenti eſercitarſi, fe non in quelle Socie tà Civili, che ſiano governate
colla formas Ariſtocratica perchè tal forma di Gover no ſolamente può
comportare diviſioni di po teſtà pubblica, e privata; pubblica preſso il Ceto
degli Ottimati e privata preſo le perſone particolari degli ſteſſi rappreſentan
ti della Repubblica, i quali ſpiegano la po teſtà pubblica, quando uniti
inſieme com pongono l'autorità regnante, e la privata, quando ſeparatamente
regolano gli affari para ticolari delle loro famiglie: Or quanto tal diviſione
di poteftà pubblica, e privata è comportabile call' Ariſtocrazia, altrettanto
fi oppone direttamente alla Monarchia veggiamo colla ſperienza, la quale coſtan
temente ci atteſta, che la Monarchia non mai ammette un tale impero paterno
nelle famiglie, come in fatti avvenne preſſo i Ro mani in tempo, che la
Repubblica cadde nella poteſtà aſſoluta del Monarca. Ne poſliamo figurarci, che
la poteſtà fa niliare de' Romani foſſe ſtata in qualche ma niera ſubordinata
alla poteſtà pubblica; pero E 3 chè 9 come / E ché ſono troppo chiare le
teſtimonianze de gli Storici, come abbiam veduto, dalle quali Siamo a ſacurati,
che l'Impero Paterno de' Romani in que' tempi avea carattere di po teſtà
aſſoluta; ed indipendente; e quando al tro mancaffe il dritto vite e necis, e
di vendere i propri figli ci dimoſtra chiaramen te, che non potea eſſere un
dritto ſubordina to; poichè i dritti ſubordinati, e dipendenti riconoſcono
neceffariamente certi confini, ol tre de' quali non lice di eſercitarli; ma
qualo ra ſi tratta di dritto ſulla vita, ch' ċ l'ulti mo termine di ogni
poteſtà aſſoluta ſi poſſa uſare ſulle perſone, ceſsa ogni ſoſpetto di
ſubordinazione; ed oltracciò colle chiare teſtimonianze degli Storici ſiamo
convinti, che l'impero paterno di fatto fu eſercitato da’ Romani ſenza la
minima dipendenza del la poteſtà pubblica. Dunque non abbiam cam po da fuggire
da quel dilemma, cioè, che o fi dee ammettere per punto di Storia certa, che
quei Padri di famiglia eſercitavano poteſtà fuprema in caſa, e non poſſiamo
fingere poteſtà Monarchica Civile; o fe vogliamo nega negare tal poteſtà
familiare ai Padri di fami glia, allora ci ſi chiude affatto la ſtrada di
fapere la Storia Civile di Roma; perchè fe voglianio mettere in dubbio i punti
di Sto ria confermatici concordemente da tutti gli Scrittori, non ſiamo più in
grado di dar fe de a tutto il reſto. Grice: “Unfortunately, Duni, being the
elitist he is, spends more time on the monarchy than the republic, and focuses
on the concept of ‘citizen.’ Wikipedia
Ricerca Imperativo categorico concetto della filosofia kantiana L'imperativo
categorico è il principio centrale nella filosofia morale di Immanuel Kant,
così come dell'etica deontologica moderna, altrimenti chiamata legge
morale. Immanuel Kant Introdotto nella Fondazione della metafisica
dei costumi, potrebbe essere definito come lo standard della razionalità da cui
tutte le esigenze morali derivano. DescrizioneModifica Secondo
Kant, gli esseri umani occupano uno speciale posto nella creazione, nella quale
la moralità può essere definita come somma ultima dei comandamenti della
ragione, o imperativi, da cui ciascun uomo deriva tutte le altre obbligazioni e
i doveri. Egli definì un imperativo come una proposizione che dichiara una certa
azione (o anche un'omissione) essere necessaria. Mentre la massima è un
principiosoggettivo, l'imperativo categorico è invece un principio oggettivo;
l'intenzione è poi il fondamento intrinseco della massima. L'etica di Kant si
riferisce a massime e ciò a cui attribuisce grande importanza è
l'intenzione. Un imperativo ipotetico costringe all'azione in determinate
circostanze: se io desidero dissetarmi devo assolutamente bere qualcosa.
Un imperativo categorico, d'altro canto, denota un'assoluta e incondizionata
richiesta: un "devi" incondizionato, che dichiara la sua autorità in
qualsiasi circostanza, entrambi necessari e giustificati come un fine in sé
stesso. È meglio nota nella sua prima formulazione: "agisci soltanto
secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge
universale"ma esistono altre due formulazioni dello stesso imperativo
categorico: "agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua
persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente
come mezzo." e "La volontà non è semplicemente sottoposta alla
legge, ma lo è in modo da dover essere considerata auto-legislatrice e solo a
questo patto sottostà alla legge."[3] Kant espresse estrema
insoddisfazione per la cosiddetta filosofia popolare dei suoi tempi, credendo
che non avesse potuto mai superare il livello degli imperativi ipotetici: una
persona utilitarista direbbe che l'omicidio è sbagliato perché non massimizza
il bene per il maggior numero di persone, ma questo è irrilevante per coloro i
quali sono interessati solo nel massimizzare risultati positivi solo per sé
stessi. Conseguentemente Kant argomentò che i sistemi di morale ipotetici
non possono convincere all'azione morale o essere visti come base per giudizi
morali verso altri, perché gli imperativi sui quali si basano si rifanno troppo
pesantemente a considerazioni soggettive. Egli presentò un sistema di morale
deontologica basata sulle richieste degli imperativi categorici come
alternativa. Natura del concettoModifica Dal punto di vista di Kant un
atto morale è un atto che sarebbe giusto per qualsiasi tipo di persona, in
circostanze simili a quelle nelle quali un agente si trova nel momento di
eseguirlo. La facoltà che ci permette di prendere decisioni morali è chiamata
ragion pratica pura, che è in contrasto con la ragion pura (la capacità di
conoscere) e la semplice ragion pratica (che ci permette di interagire con il
mondo dell'esperienza). La guida alle azioni determinate dall'imperativo
ipotetico ha un uso strumentale: ci dice cosa sia meglio raggiungere per i
nostri obiettivi. Non ci dice, in ogni caso, niente circa i fini che dovremmo
scegliere. Kant, viceversa, considera il giusto essere antecedente al buono
come importanza assoluta; infatti sostiene che il buono raggiunto ha una
irrilevanza morale. La giusta moralità non può essere determinata con
riferimento a niente di empirico o sensuale; si può determinare solo a priori,
con ragion pratica pura. La ragione, separata dall'esperienza empirica, può
determinare il principio secondo il quale tutti gli obiettivi possono essere
determinati come morali. È questo principio fondamentale della ragione morale
che è conosciuto come imperativo categorico. La ragion pratica pura, nel
determinarlo, determina cosa sarebbe necessario intraprendere senza riferimenti
ai fattori contingenti empirici. Questo è il senso in cui la meta etica di Kant
è oggettivistapiuttosto che soggettivista. Le questioni morali sono determinate
indipendentemente dal riferimento al particolare soggetto che viene loro
posto. È per il suo essere determinata dalla ragion pratica pura,
piuttosto che dal particolare empirico o dai fattori sensoriali, che la
moralità è universalmente valida. Questa morale universale è considerata come
un aspetto distintivo della filosofia morale kantiana e ha avuto un grosso
impatto sociale sui concetti politicie legali dei diritti umani e
dell'uguaglianza sociale. Libertà ed autonomiaModifica Kant vide
l'individuo umano come un essere razionale autocosciente con una scelta di
libertà "impura": La facoltà di desiderare in base a concetti,
nella misura in cui il motivo determinante della sua azione va individuato in
lei stessa e non in un oggetto, si chiama facoltà di fare o di non fare a
piacimento. In quanto legata alla coscienza della capacità della sua azione in
vista della produzione dell'oggetto, essa si chiama arbitrio, mentre se è priva
di questo legame, il suo atto si chiama aspirazione. La facoltà di desiderare,
il cui motivo determinante interno, quindi anche il gradimento, è da cercare
nella ragione del soggetto, si chiama volontà. La volontà è quindi la facoltà
di desiderare considerata non tanto (come l'arbitrio) in rapporto all'azione,
quanto piuttosto in rapporto al motivo determinante dell'arbitrio in vista dell'azione.
Inoltre non ha di per sé in verità alcun motivo determinante, ma, in quanto può
determinare l'arbitrio, la volontà è piuttosto la ragione pratica stessa.
Nell'ambito della volontà può rientrare l'arbitrio, ma anche la semplice
aspirazione, in quanto la ragione può determinare la facoltà di desiderare in
generale. L'arbitrio che può essere determinato dalla ragione pura, si chiama
libero arbitrio. Quello che si lascia determinare soltanto dall'inclinazione
(impulso sensibile, stimulus), sarebbe arbitrio animale (arbitrium brutum). Al
contrario l'arbitrio umano è tale da venire sì sollecitato dall'impulso, ma non
determinato, e non è dunque puro di per sé (prima di acquisire la prerogativa
della ragione), ma può essere determinato ad agire dalla volontà pura.
Immanuel Kant, Die Metaphysik der Sitten, 213 (Metafisica dei costumi,
tr.it. a cura di Giuseppe Landolfi Petrone, testo tedesco a fronte, Milano,
Bompiani) Per poter considerare una volontà "libera",
dobbiamo intenderla capace di influenzare il potere causale senza essere essa
stessa causata a fare ciò. Ma l'idea dell'essere di un libero arbitrio
"senza legge", vale a dire un volere che agisce senza alcuna
struttura causale, è incomprensibile. Dunque, un libero arbitrio dovrebbe agire
sotto leggi che esso dà a sé stesso. Sebbene Kant ammise che non vi
potesse essere alcun esempio concepibile di esempio di libero arbitrio, perché
un qualunque esempio ci mostrerebbe solo come una volontà come ci appare — come
soggetto alle leggi naturali — in ogni caso argomentò contro il determinismo.
Propose che il determinismo fosse inconsistente dal punto di vista logico: il
determinista afferma che A ha causato B, e B ha causato C, che A è la vera
causa di C. Applicato al caso della volontà umana, un determinista
potrebbe discettare sul fatto che la volontà non ha un potere causale perché
qualcos'altro ha causato la volontà di agire come ha fatto. Ma tale
argomentazione semplicemente assume cosa si era prefigurato di dimostrare; che
la volontà umana non è parte della catena causale. In secondo luogo Kant
sottolinea che il libero arbitrio è intrinsecamente inconoscibile. Poiché
dunque anche una persona libera non potrebbe avere la conoscenza della propria
libertà, non possiamo usare le nostre sconfitte per trovare una prova del fatto
che la libertà esiste o l'assenza di essa. Il mondo osservabile non potrebbe
mai contenere un esempio di libertà perché non mostrerebbe mai una 'volontà'
come appare a "se stessa", ma solo una 'volontà' che è soggetta alle
leggi naturali imposte su di essa. Ma alla nostra coscienza appariamo come
liberi: dunque trasse le conclusioni che per l'idea della libertà
trascendentale questa sarebbe, libertà come presupposto della domanda
"cosa sarebbe necessario che io faccia?". Questo è ciò che ci
dà base sufficiente per definire la responsabilità morale: il razionale e il
potere dell'auto-realizzazione dell'individuo, che egli chiama "autonomia
morale": «la proprietà che la volontà ha di essere una legge per essa
stessa». Buona volontà, dovere e l'imperativo categoricoModifica Dacché
considerazioni dei dettagli fisici dell'azione sono necessariamente legati alle
preferenze soggettive di una persona, e potrebbero essere attivate senza
l'azione del volere razionale, Kant concluse che le conseguenze che ci si
attendeva di un atto sono esse stesse neutrali moralmente, e quindi irrilevanti
alle delibere morali. L'unica base oggettiva per un valore morale dovrebbe
essere la razionalità della buona volontà, espressa in riconoscimento del dovere
morale. Il dovere è la necessità di agire in rispetto della legge dettata
dall'imperativo categorico. Poiché il suo valore morale non scaturisce dalle
conseguenze di un atto, la sorgente della sua moralità dovrebbe essere semmai
la massima sotto la quale l'atto è eseguito, senza rispettare tutti gli aspetti
o le facoltà del desiderio. Un atto può dunque avere un contenuto morale se, e
solo se, è eseguito con riguardo verso il senso di dovere morale; non è
sufficiente che l'atto sia consistente con il dovere, deve essere intrapreso in
nome dell'adempimento del dovere. NoteModifica ^ Immanuel Kant,
Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, traduzione di
Pietro Chiodi, Torino, UTET, Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in
Scritti morali, traduzione di Pietro Chiodi, UTET, Kant, Fondazione della
metafisica dei costumi, in Scritti morali, traduzione di Pietro Chiodi, UTET,
Orlando L. Carpi, Il problema del rapporto fra virtù e felicità nella filosofia
morale di Immanuel Kant, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, Etica Imperativo
ipotetico Imperativo categorico, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Imperativo categorico,
in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Portale Filosofia: accedi
alle voci di Filosofia. Critica della ragion pratica testo filosofico di
Immanuel Kant Imperativo ipotetico termine Fondazione della
metafisica dei costume. Emanuele Duni. Duni. Keywords: costume, o sia
sistema di dritto [sic] universale, diritto
universale – diritto filosofico -- Vico, filologia, Roma, universalita –
Cicerone e buono. Cicerone e onesto – Cicerone dice la verita, il diritto
romano universalisabile --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Duni” – The
Swimming-Pool Library. Duni.
Grice e Duso: l’implicatura conversazionale di Romolo
e compagnia – filosofia italiana – Luigi Speranza (Treviso). Filosofo italiano. Grice: “While Duso is
right that Hegel makes constitution and freedom analytically connected, the
Romans didn’t! -- Grice: “My favourite Duso is his study of Hegel on freedom
and the constitution – but Duso, who could have drawn from ‘diritto romano’
doesn’t!” Studioso dei concetti della politica moderna e riconosciuto per i
suoi interventi su Althusius e sul giusnaturalismo. Studia a Padova. Si laurea
con “Hegel interprete di Platone” (cf. “L’influenza di Hegel su Platone”). Assistente
di Storia della filosofia e Professore di Storia della logica. Insegna a
Padova. Dirige un Gruppo di ricerca sui concetti politici. È stato membro della
redazione delle riviste "Il Centauro" e Laboratorio politico. Membro
della Direzione della rivista "Filosofia politica", membro fondatore
dell'associazione "Centro di ricerca sul lessico politico europeo",
insieme a Roberto Esposito, Alessandro Biral, Adone Brandalise, Nicola Matteucci
e altri. Fonda con alcuni colleghi il Centro Inter-Universitario di Ricerca sul
Lessico Politico e Giuridico Europeo (CIRLPGE), con sede presso l'Istituto suor
Orsola Benincasa a Napoli, di cui è Direttore. Ha tenuto corsi di Storia della
Filosofia politica, di Filosofia politica e di Analisi dei Linguaggi e dei
Concetti Politici a Padova. In occasione della sua ultima lezione
"ufficiale", gli allievi del gruppo di ricerca padovano sui concetti
politici hanno edito in suo onore il volume "Concordia discors”. Il 27 maggio
l'Universidad Nacional de San Martín gli conferisce la laurea honoris
causa per il suo lavoro accademico in quanto "costituisce un fondamento
teorico indispensabile per comprendere l'attualità" -- è tra i principali
fautori italiani di una riflessione sui concetti del politico, che si inserisce
nel solco della Begriffsgeschichte tedesca di Brunner, Conze, Koselleck. Nei
confronti di quest'ultima il gruppo padovano coordinato da Duso ha elaborato
una originale linea di ricerca caratterizzata in modo duplice dalla filosofia:
in primo luogo in quanto i concetti che si affermano e si diffondono con la
Rivoluzione francese sono esamila loro genesi, che avviene nell'ambito delle
dottrine del ‘contratto’sociale e dei sistemi di ‘diritto’ naturale; ma
soprattutto perché filosofico è il movimento di pensiero di chi pratica una
storia concettuale consistente nell'interrogare e mettere in questione (nel
senso dell'elenchos socratico) il concetto (‘diritto’, ‘ius’, ‘uguaglianza’,
‘libertà’ ‘potere’ ‘democrazia’) che sono in genere ritenuti ovvii sia nel
dibattito intellettuale, sia nella lotta politica. La storia concettuale
consiste in questo modo nel comprendere la genesi, la logica e le aporie dei
fondamentali concetti politici. "Storia dei concetti"
(Begriffsgeschichte) compare per la prima volta nelle “Vorlesungen über die
Philosophie der Geschichte” diHegel. Stanti le caratteristiche di quel testo,
non si sa se ‘Begriffsgeschichte’ sia di conio hegeliano, o non piuttosto
frutto di interpolazione. Esso allude ad una delle tre modalità storiografiche
discusse da Hegel, ed in particolare alla "storia interpretativa" (“reflektierte
Geschichte”), che indirizza la storia generale o storia del mondo o storia
universale (“Weltgeschichte”) alla filosofia, da un punto di vista universale.
Quest'uso della “Begriffsgeschichte” resta senza seguito. La tradizione
storico-concettuale evolve invece, tra il XVIII secolo ed il XIX, nell'alveo della
lessicografia filosofica. Nella
riflessione di Duso, la filosofia politica da una parte coincide con il lavoro
critico della storia concettuale, e dall'altra tende, sulla base delle aporie
emerse, a trovare linee di orientamento per un nuovo pensiero della politica.
In tal modo viene messa in questione la modalità generalmente accettata di
pensare la politica, che ha la sua radice nello sviluppo teorico che va dalla
nascita della sovranità sulla base del concetto di ‘libertà’ ai concetti
fondamentali delle nostre costituzioni democratiche, in particolare ‘sovranità
del popolo’ e ‘rappresentanza politica’. Il lavoro critico sul concetto ha
perciò una sua ricaduta nella messa in questione del dispositivo formale sia
della ‘democrazia rappresentativa’ che della ‘democrazia diretta’, e nel
tentativo di pensare la politica mediante nuove categorie. Altre opere: “Hegel e Platone, Padova; Contraddizione
e dialettica nella formazione in Fichte, Argalìa, Urbino; Weber: razionalità e
politica Arsenale, Venezia; La politica oltre lo Stato: Carl Schmitt Arsenale,
Venezia; Il contratto nella politica (Il Mulino, Bologna); Filosofia politica e
pratica del pensiero: Eric Voegelin, Leo Strauss e Hannah Arendt”
(FrancoAngeli, Milano); “Il potere. Per la storia della filosofia politica
modernaCarocci, Roma (disponibile su cirlpge); “La logica del potere. Storia
concettuale come filosofia politica” (Laterza, Roma-Bari (Polimetrica, Monza (disponibile su cirlpge); “La libertà nella
filosofia classica tedesca. Politica e filosofia tra Kant, Fichte, Schelling e
Hegel (ed. con G. Rametta), Milano, FrancoAngeli); “La rappresentanza politica:
genesi e crisi del concetto, Franco Angeli Milano, cirlpge)(Duncker &
Humblot, Berlin, 2006 (disponibile su cirlpge); “Oltre la democrazia. Un
itinerario attraverso i classici” (Carocci, Roma); Sui concetti giuridici e
politici della costituzione dell'Europa (ed. con S. Chignola), FrancoAngeli,
Milano, Polimetrica, Monza; Ripensare la
costituzione. La questione della pluralità, (ed. con M. Bertolissi e Antonino
Scalone), Polimetrica, Monza, (disponibile su cirlpge) Storia dei concetti e
filosofia politica, (con Sandro Chignola), FrancoAngeli, Milano; Come pensare
il federalismo? Nuove categorie e trasformazioni costituzionali (ed. con A.
Scalone), Polimetrica, Monza
(disponibile su cirlpge). Santander, Il concetto di ‘libertà’ e
costituzione repubblicana nella filosofia politica di Kant, Polimetrica,
Monza, (disponibile su cirlpge)
Ripensare la rappresentanza alla luce della teologia politica, in «Quaderni
fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», (centropgm.unifi) Libertà
e costituzione in Hegel” (FrancoAngeli, Milano,
Parti o partiti? Sul partito politico nella democrazia rappresentativa,
in «Filosofia politica» cirlpge); “Buon governo e agire politico dei governati:
un nuovo modo di pensare la democrazia? (A proposito di Rosanvallon, Le bon
gouvernement), in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno»,
centropgm.unifi. libri scaricabili
gratuitamente in formato dal sito del Centro Interuniversitario di Ricerca sul
Lessico Politico e Giuridico Europeo. Nello stesso sito sono disponibili
inoltre altri saggi dello stesso autore.
Carl Schmitt Georg Wilhelm Friedrich Hegel Johann Gottlieb Fichte
Roberto Esposito Alessandro Biral Adone Brandalise Gianfranco Miglio. CIRLPGE:
Sito Ufficiale. Wikipedia Ricerca Romolo primo
leggendario Re di Roma Lingua Segui Modifica Nota disambigua.svg
Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Romolo (disambigua).
Romolo Brogi, Carlo - n. 8226 - Certosa di Pavia - Medaglione sullo zoccolo
della facciata.jpg Romolo e suo fratello Remo da un fregio del XV secolo,
Certosa di Pavia. 1° Re di Roma In carica753 a.C.[1] - 717 a.C.[2]
Predecessorecarica creata SuccessoreNuma Pompilio[3][4] NascitaAlba
Longa, 24 marzo del 771 a.C.[1] MorteRoma, il 5[5] o il 7 luglio del 716
a.C.[2] Casa realedi Alba Longa DinastiaRe latino-sabini Padre Marte MadreRea
Silvia ConsorteErsilia[8] FigliPrima e Avilio Romolo (in latino: Romulus, in
greco antico: Ῥωμύλος, Rōmýlos; Alba Longa, 24 marzo 771 a.C.[1] – Roma, 5[5] o
7 luglio 716 a.C.[2]), gemello di Remo, è il nome della figura leggendaria a
cui la tradizione annalisticaattribuiva la fondazione di Roma e delle sue
principali istituzioni politiche, nonché il ruolo di primo re della città e
l'origine del toponimo. La sua storicità è oggetto di dibattito da parte degli
studiosi dall'inizio del XIX secolo, così come l'inizio della tradizione
letteraria sulla sua figura. Di origini latine-Sabine, figlio - a seguito
di un rapporto estorto con la forza - del dio Marte e di Rea Silvia,[7]figlia
di Numitore, re di Alba Longa,[1] secondo la tradizione fondò Roma tracciandone
il confine sacro,[7] il pomerio, il 21 aprile 753 a.C..[10] In tale occasione
uccise il fratello gemello Remo, reo di aver varcato in armi il sacro confine
[10]: tale fratricidio è stato sovente evocato come segno violento della
necessaria unicità del potere regale. Una volta costruita la città sul colle
Palatino, egli invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a
unirsi a lui con la promessa del diritto d'asilo. Così facendo Romolo popolò
cinque dei sette colli di Roma, rapendo poi le donne ai vicini Sabini della
città di Cures, così da dare delle mogli ai suoi uomini. Ciò provocò una guerra
tra i due popoli, che alla fine si risolse con una pace con i Sabini che
poterono insediarsi sul vicino colle del Quirinale con il loro re, Tito Tazio,
che condivise con Romolo il potere per cinque anni. Romolo divise il popolo tra
coloro che potevano combattere e coloro che non potevano farlo. Scelse 100 tra
i più nobili cittadini per formare il Senato, tanto che i loro discendenti
andranno a costituire l'élite nobiliare della Repubblica. Romolo istituì anche
i comizi curiati, a cui spettava il compito di ratificare, tra le altre cose,
le leggi. Romolo condusse, quindi, diverse guerre di conquista. A lui risale la
divisione della popolazione patrizia nelle 3 tribù di Tities, Ramnes e Luceres
- a loro volta suddivise in dieci curie ciascuna - le quali dovevano in caso di
pericolo fornire all'esercito romano un contingente militare costituito da
cento fanti e dieci cavalieri, per un totale complessivo di 3 000 fanti e 300
cavalieri. Dopo aver regnato per poco più di 37 anni, Romolo, secondo la
leggenda, fu rapito in cielo durante una tempesta. Secondo i suoi stessi
desideri, una volta morto fu divinizzato nella figura di Quirino, dio sabino
venerato sul Quirinale. Leggenda Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Romolo e Remo. Origini familiariModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Enea, Alba Longa, Rea
Silvia e Marte (divinità). Secondo la leggenda Romolo e Remo erano figli di
Marte e di Rea Silvia, sacerdotessa vestale figlia del re di Alba Longa,
Numitore, diretto discendente di Enea.[4] Romolo era quindi per parte materna
di stirpe reale albana. Plutarco racconta che un certo Lucio Taruzio,
matematico, astrologo ed amico di Marco Terenzio Varrone (l'autore del De
lingua Latina), aveva calcolato il giorno esatto in cui i due gemelli furono
concepiti (24 giugno del 772 a.C.) e nacquero (24 marzo del 771
a.C.).[1][16] Dopo la fuga da Troia, Enea giunge nel Lazio e viene
accolto dal re Latino, che gli fa conoscere sua figlia Lavinia. Enea se ne
innamora, ma la fanciulla era già promessa a Turno, re dei Rutuli.[4] Il padre
di Lavinia ascolta le intenzioni di Enea ma temendo una vendetta da parte di
Turno si oppone ai suoi desideri. La disputa per la mano della fanciulla
diventa una guerra, a cui partecipano le varie popolazioni italiche, compresi
Etruschi e Volsci; Enea si allea con le popolazioni di origine greca stanziate
nella città di Pallante sul Palatino, regno dell'arcade Evandro e di suo figlio
Pallante. La guerra è molto sanguinosa (subito muore Pallante ucciso da Turno),
e per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno dovrà risolversi
in un combattimento tra i due "comandanti" e pretendenti. Enea ha il
sopravvento, sposa Lavinia e fonda la città di Lavinium (l'odierna Pratica di
Mare).[4]Ben diversa la versione di Livio nei capitoli 1 e 2 del I libro della
sua "Ab Urbe Condita" (il titolo è traducibile dal latino con
"dalla Fondazione di Roma"). I Troiani nel loro peregrinare arrivano
nell'agro Laurente e dopo uno scontro Enea addiviene a un patto d'alleanza con
il re Latino e ne sposa la figlia, Lavinia, e fonda la città di Lavinio dal
nome della moglie. Dal loro matrimonio nasce Ascanio.[4] Turno, re dei Rutuli,
a cui era stata promessa in sposa Lavinia, dichiara guerra ai Latini, come si
chiamano le genti del luogo dopo il patto. I Latini hanno la meglio ma Enea
muore combattendo. Infanzia ed adolescenzaModifica Romolo e Remo
allattati dalla Lupa dipinto di Rubens, ca.1616, Roma, Musei capitolini
La lupa, Romolo e Remo, nella monetazione romana del II secolo a.C.. Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lupercale. Dopo
trent'anni, Ascanio (detto anche Iulo) fonda una nuova città, Alba Longa,[18]
sulla quale regnano i suoi discendenti. Molto tempo dopo il figlio e legittimo
erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato dal fratello Amulio,[18]
che ne costringe la figlia Rea Silvia a diventare vestale e a fare quindi voto
di castità.[4][19] Tuttavia il dio Marte s'invaghisce della fanciulla e la
rende madre di due gemelli, Romolo e Remo.[20] Il re Amulio ordina l'uccisione
dei gemelli, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trova il
coraggio e li abbandona alla corrente del fiume Tevere. La cesta nella quale i
gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro
tra Palatino e Campidoglio in un luogo chiamato Cermalus,[22] dove si trovava
il fico ruminale.[6] Qui i due vengono trovati e allevati da una lupa (probabilmente
una prostituta, all'epoca chiamata anche lupa, di cui si ritrova oggi traccia
nella parola lupanare) e da un picchio (animale sacro per i Latini) che li
protegge, entrambi animali sacri ad Ares.[23] Li trova poi il pastore Faustolo
(porcaro di Amulio) che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi
figli. Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine, Romolo e Remo
fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno
Numitore. Fondazione di RomaModifica Roma attorno all'anno della sua
fondazione, nel 753 a.C. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Fondazione di Roma, Roma quadrata, Roma antica e Septimontium.
Romolo e Remo, non volendo abitare ad Alba Longa senza potervi regnare almeno
fino a quando fosse stato in vita il nonno materno, ottengono il permesso di
andare a fondare una nuova città, nel luogo dove erano cresciuti. Romolo vuole
chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare
Remoria e fondarla sull'Aventino. È lo stesso Livio che riferisce le due più
accreditate versioni dei fatti: «Siccome erano gemelli e il rispetto per
la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei
che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero
scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la
fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino
e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo.[27]
Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio
era stato annunciato,[28] i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e
l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in
base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.
Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue:
Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la
quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena
erette [più probabilmente il pomerium , il solco sacro] e quindi Romolo, al
colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così,
d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo
Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome
del suo fondatore.» (Livio, cit., I, 7 , Garzanti 1990, trad. di G.
Reverdito) Regno (753 - 716 a.C.)Modifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Rex (Roma antica) e Lex regia. Plutarco narra
che una volta seppellito il fratello Remo, morto nello scontro che precedette
la fondazione della città, Romolo fece venire dall'Etruria esperti di leggi e
testi sacri che gli spiegassero ogni aspetto del rituale da attuare. Fu scavata
una fossa circolare attorno al Comizio e deposte offerte votive per ottenere il
favore degli Dei. Romolo però aveva bisogno di più abitanti per popolare la
nuova città, e così accolse pastori latini ed etruschi, alcuni anche d'oltre
mare, Frigi affluiti sotto la guida del suo avo Enea, oltre ad Arcadi arrivati
sotto quella di Evandro.[29] «Dopo la fondazione Romolo riunì uomini
errabondi, indicò loro come luogo di asilo il territorio compreso tra la
sommità del Palatino e il Campidoglio e dichiarò cittadini tutti coloro dei
vicini villaggi che si rifugiassero lì.» (Strabone, Geografia, V, 3,2.)
Ogni abitante portò una piccola zolla di terreno e la gettò, mischiata alle
altre, nella fossa chiamata mundus, che costituiva proprio il centro della
città. Fu poi tracciato il solco primigenius tutto intorno alla città, i cui
confini ne rappresentavano il pomerium, racchiuso all'interno delle mura
"sacre".[30] Quindi Romolo chiese al popolo quale forma di
governo volesse per la città appena fondata[31], e questo rispose che avrebbe
accettato Romolo come proprio re. Ma Romolo accettò la nomina solo dopo aver
preso gli auspici favorevoli del volere degli dei, che si manifestò con un
lampo che balenò da sinistra verso destra.[33] Dal ratto delle Sabine
alle guerre di conquista nel Latium vetusModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia delle campagne dell'esercito
romano in età regia e Latium vetus. Romolo, divenuto unico re di Roma, decise
per prima cosa di fortificare la nuova città, offrendo sacrifici agli dèi
secondo il rito albano e dei Greci in onore di Ercole, così com'erano stati
istituiti da Evandro.[34]; successivamente dotò la città del suo primo sistema
di leggi e si circondò di 12 littori.[35] Con il tempo Roma andò
ingrandendosi, tanto da apparire secondo Livio "così potente da poter
rivaleggiare militarmente con qualunque popolo dei dintorni". Erano le
donne che scarseggiavano.[36]Questa grandezza era destinata a durare una sola
generazione se i Romani non avessero trovato sufficienti mogli con cui
procreare nuovi figli per la città,[37] nonostante Romolo avesse proibito di
esporre tutti i figli maschi e la prima tra le figlie, tranne che fossero nati
con delle malformazioni.[38] «[...] Romolo su consiglio dei Senatori,
inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi
popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni. All'ambasceria non fu dato
ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra
temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse
crescere un simile potere.» (Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.)
L'intercessione delle Sabine, olio su tela di Jacques-Louis David, 1795-1798,
Parigi, Musée du Louvre. La gioventù romana non la prese di buon grado, tanto
che la soluzione che andò prospettandosi fu quella di usare la forza. Romolo,
infatti, decise di dissimulare il proprio risentimento e di allestire dei
giochi solenni in onore di Nettuno equestre,[4] che chiamò Consualia(secondo
Floro erano dei ludi equestri) e che si celebravano ancora al tempo di
Strabone.[4] Quindi ordinò ai suoi di invitare allo spettacolo i popoli vicini:
dai Ceninensi, agli Antemnati, Crustumini e Sabini, questi ultimi stanziati sul
vicino colle Quirinale. L'obiettivo era quello di compiere un gigantesco
rapimento delle loro donne proprio nel mezzo dello spettacolo. Arrivò
moltissima gente, con figli e consorti, anche per il desiderio di vedere la
città nuova.[36] «Quando arrivò il momento stabilito dello spettacolo e
tutti erano concentrati sui giochi, come stabilito, scoppiò un tumulto ed i
giovani romani si misero a correre per rapire le ragazze. Molte cadevano nelle
mani del primo che incontravano. Quelle più belle erano destinate ai senatori
più importanti. [...]» (Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.) Terminato lo
spettacolo i genitori delle fanciulle scapparono, accusando i Romani di aver
violato il patto di ospitalità. Romolo riuscì a placare gli animi delle
fanciulle e, con l'andare del tempo, sembra che l'ira delle ragazze andò
affievolendosi grazie alle attenzioni ed alla passione con cui i Romani le
trattarono nei giorni successivi. Anche Romolo trovò moglie tra queste
fanciulle, il cui nome era Ersilia. Da lei il fondatore della città, ebbe una
figlia, di nome Prima ed un figlio, di nome Avilio.[40] Tutto ciò diede
origine ad una serie di guerre successive.[36] Dei popoli che avevano subito
l'affronto furono i soli Ceninensi ad invadere i territori romani, ma furono
battuti dalle schiere ordinate dei Romani.[41] Il comandante nemico, un certo
Acrone fu ucciso in duello dallo stesso Romolo, che ne spogliò il cadavere e
offrì gli spolia opima a Giove Feretrio, fondando sul Campidoglio il primo
tempio romano.[41]Eliminato il comandante nemico, Romolo si diresse contro la
loro città che cadde al primo assalto,[2][42]trasferendone, poi, la cittadinanza
a Roma e conferendole pari diritti a quelli dei Romani. Gli stessi Fasti
trionfali celebrano per l'anno 752/751 a.C.:[44] «Romolo, figlio di
Marte, re, trionfò sul popolo dei Ceninensi (Caeniensi), calende di marzo (1º
marzo).» (Fasti trionfali, 2 anni dalla fondazione di RomaFasti
Triumphales : Roman Triumphs.) Tale evento era, invece, avvenuto secondo
Plutarco, basandosi su quanto raccontato a sua volta da Fabio Pittore, solo tre
mesi dopo la fondazione di Roma (nel luglio del 753 a.C.).[45] Dopo la
vittoria sui Ceninensi fu la volta degli Antemnati.[2][46] La loro città fu
presa d'assalto ed occupata, portando Romolo a celebrare una seconda ovatio.[8]
Ancora i Fasti trionfali ricordano sempre per l'anno 752/751 a.C.:[44]
«Romolo, figlio di Marte, re, trionfò per la seconda volta sugli abitanti di
Antemnae(Antemnates).» (Fasti trionfali, 2 anni dalla fondazione di
RomaFasti Triumphales : Roman Triumphs.) Rimaneva solo la città dei Crustumini,
la cui resistenza durò ancora meno dei loro alleati.[2] Portate a termine le
operazioni militari, il nuovo re di Roma dispose che venissero inviati nei
nuovi territori conquistati alcuni coloni, i quali andarono a popolare
soprattutto la città di Crustumerium, che, rispetto alle altre, possedeva
terreni più fertili. Contemporaneamente molte persone dei popoli sottomessi, in
particolar modo i genitori ed i parenti delle donne rapite, vennero a
stabilirsi a Roma. Il Latium vetus con le città elencate in questo
capitolo di Caenina, Antemnae, Crustumerium, Medullia, Fidenae e Veio. L'ultimo
attacco portato a Roma fu quello dei Sabini del Quirinale, nel corso del quale
si racconta della vergine vestale, Tarpeia, figlia del comandante della rocca
Spurio Tarpeio, la quale fu corrotta con dell'oro (i bracciali che vedeva
rilucere alle braccia dei Sabini[48]) da Tito Tazio e fece entrare nella
cittadella fortificata sul Campidoglio un drappello di armati con l'inganno. L'occupazione
dei Sabini della rocca, portò i due eserciti a schierarsi ai piedi dei due
colli (Palatino e Campidoglio), dove più tardi sarebbe sorto il Foro
romano,[51][52] mentre i capi di entrambi gli schieramenti incitavano i propri
soldati alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani.
Quest'ultimo cadde nel corso della battaglia che poco dopo si scatenò,[53]
costringendo le schiere romane a ripiegare presso la vecchia porta del
Palatino. Romolo, invocando Giove e promettendo allo stesso in caso di vittoria
un tempio a lui dedicato (nel Foro romano),[52]si lanciò nel mezzo della battaglia
riuscendo a contrattaccare e ad avere la meglio sulle schiere nemiche. Fu in
questo momento che le donne sabine, che erano state rapite in precedenza dai
Romani, si lanciarono in mezzo alla battaglia per dividere i contendenti e
placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti [i Romani] e dall'altra
i padri [i Sabini]. Li pregavano di non commettere un crimine orribile,
macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi
di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti
per altri.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.) «Là mentre
stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo
incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei
Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in
mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i
mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio. Alcune avevano tra le
braccia i loro piccoli... e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia
ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e
lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo.» (Plutarco, Vita di
Romolo, 19, 1-3.) Con questo gesto entrambi gli schieramenti si fermarono e
decisero di collaborare, stipulando un trattato di pace, varando l'unione tra i
due popoli con comunanza di potere e cittadinanza,[4] associando i due regni
(quello di Romolo e Tito Tazio),[57] lasciando che la città dove ora era trasferito
tutto il potere decisionale continuasse a chiamarsi Roma, anche se tutti i
Romani furono chiamati Curiti (in ricordo della patria natia di Tito Tazio, che
era Cures) per venire incontro ai Sabini.[13][58] Contemporaneamente il vicino
lago nei pressi dell'attuale Foro romano, fu chiamato in ricordo di quella
battaglia e del comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus
Curtius,[13] mentre il luogo in cui si conclusero gli accordi tra le due
popolazioni, fu chiamato Comitium, che deriva da comire per esprimere l'azione
di incontrarsi.[59] Qualche anno dopo Tito Tazio fu ucciso a Lavinium e
Romolo, che non reagì al fatto con alcuna azione militare, rimase unico
regnante della città.[4][60]Successivamente Romolo riuscì prima a conquistare
Medullia, poi a battere Fidenae installandovi 2.500 coloni,[61] a farsi amici
ed alleati i prisci Latini,[62] a battere gli abitanti di Cameria (sedici anni
dopo la fondazione[63][64]) ed infine sconfiggere la potente città etrusca di
Veio, sottraendole i territori dei Septem pagi (ad ovest dell'isola Tiberina) e
delle Saline,[64] in cambio di una tregua della durata di cento anni.[65]
Questa fu l'ultima guerra combattuta da Romolo.[66]
IstituzioniModifica Romolo, uccisore di Acrone, porta le sue spoglie al
tempio di Giove dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres, 1812 Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lex regia, Senato romano, Gentes
originarie, Tribù (storia romana) ed Esercito romano. Al regno di Romolo si attribuiscono
i primi ordinamenti romani. Sembra, infatti, che per prima cosa organizzò
l'esercito, sulla base della popolazione adatta alle armi. Successivamente
istituì un'assemblea, formata da 100 Patres, mentre i loro discendenti furono
chiamati patrizi, a cui diede il nome nella sua globalità di Senato (Senatus da
senex per la loro anzianità). A lui si attribuisce l'istituzione del diritto di
asilo, a quanti erano stati banditi o fuggivano dalle città vicine; la
circostanza si può ricollegare all'esigenza di popolare la città. Gli si
attribuisce anche il fenomeno del patronato dei patrizi nei confronti dei
plebei che gli facevano da garanti e protettori in cambio di favori conosciuto
anche con il termine clientela. Tito Livio racconta che in seguito alla
pace stipulata con i Sabini di Tito Tazio (con il quale regnò in assoluta
armonia, fino a quando quest'ultimo non fu assassinato a Lavinio[60] cinque
anni dopo l'inizio del loro regno congiunto[11]), essendo raddoppiata la
popolazione, non solo furono eletti altri 100 Patres tra i Sabini, e
raddoppiati gli effettivi dell'esercito (ora composto da 6 000 fanti e 600
cavalieri),[70] ma divise anche l'intero popolo in tre tribù: i Ramnes, i
Titiesed i Luceres, a loro volta suddivisi in dieci curie ciascuna, attribuendo
ad esse i nomi di trenta donne. Plutarco racconta che i due re, Romolo e Tazio,
non tennero un consiglio comune tra loro, ma ognuno deliberava prima
separatamente con i propri 100 Patres, e poi si radunavano tutti insieme in uno
stesso luogo per deliberare. Plutarco racconta che Romolo, inorgoglitosi dei
successi conseguiti contro tutte le popolazioni limitrofe alla città di Roma,
con grande arroganza abbandonò la precedente tendenza democratica, per sposare
un modello di monarchia assoluta, opprimente ed intollerabile.[66] Egli
indossava un mantello purpureo e una toga bordata di porpora, dava udienza su
di un trono, attorniato da alcuni giovani, chiamati celeres (una forma di
guardia del corpo reale da lui creata), ed era preceduto da alcuni littori, che
respingevano la folla con dei bastoni a difesa del rex. In effetti si
tratterebbe di un'istituzione già presente nelle città etrusche, dalla quali fu
probabilmente ripresa ed introdotta in Roma in epoca storica. Si
racconta, inoltre, che, quando il nonno Numitore morì, a Romolo spettasse il
governo della città di Alba Longa, ma egli preferì affidarne l'amministrazione
al popolo, attraverso un suo magistrato che eleggeva annualmente, e così
insegnò anche ai cittadini più potenti di Roma a desiderare di vivere in una
città senza un rex, autonoma. Infatti a Roma, da quando Romolo aveva mutato il
suo atteggiamento da democratico a dispotico, i cosiddetti patrizi, pur
partecipando alla vita pubblica, portavano solo un "titolo" onorifico
ed un prestigio apparente, riunendosi in Senato più per abitudine che per
esprimere un parere. Di fatto tutti si limitavano ad obbedire agli ordini di
Romolo, avendo un unico privilegio: quello di essere informati per primi sulle
decisioni de re, rispetto alla moltitudine.[76] Plutarco aggiunge che Romolo
coprì di ridicolo il Senato, distribuendo personalmente ai soldati la terra
conquistata in guerra e restituendo gli ostaggi ai Veienti, senza aver
preventivamente consultato ed ottenuto l'assenso da parte dei senatori.[77]
Prime forme di diritto privato romanoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Diritto romano. A Romolo si fa tradizionalmente
risalire l'introduzione della proprietà terriera privata a Roma, con l'atto,
legato alla fondazione della città, di attribuire ad ogni gens un heredium di
terra, che sarebbe poi passato in proprietà agli eredi.[78] Romolo
stabilì anche una legge secondo la quale una moglie non potesse lasciare il
marito. Al contrario la donna poteva essere ripudiata se tentava di avvelenare
i figli, di sostituire le chiavi di casa o in caso di adulterio. Nel caso in
cui fosse stata ripudiata per altri motivi, il marito era tenuto a versarle una
quota del suo patrimonio e ad offrirne una seconda al tempio di Demetra. Chi
ripudiava la propria moglie era, infine, tenuto a sacrificare agli dei
Inferi.Curioso che Romolo non stabilì alcuna pena contro i parricidi, ma definì
parricidio tutte le forme di omicidio, come se il parricidio fosse un delitto
impossibile da compiersi.[81] Festività e riti sacriModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Religione romana,
Festività romane e Mitologia romana. Sabini e Romani, una volta uniti sotto
Tito Tazio e Romolo, parteciparono alle rispettive feste e riti sacri, senza
eliminare nessuno di quelli che ciascun popolo aveva fino a quel momento
celebrato singolarmente. Al contrario ne istituirono di nuovi, come i
Matronalia,[82] i Carmentalia[83] ed i Lupercali.[84]Romolo decise di
accogliere i rituali dedicati ad Ercole, unico tra i riti non romani da lui
accettati,[85] e sempre a lui (o al suo successore, Numa Pompilio) è inoltre
attribuita l'istituzione del culto del fuoco, con la creazione delle vergini
sacre a sua custodia, chiamate Vestali.Calendario romuleoModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLostesso argomento in dettaglio: Calendario romano. La
tradizione afferma che Romolo avrebbe istituito per primo il Calendario romano
(un calendario lunare con inizio alla luna piena di marzo, costituito da 10
mesi - 6 mesi di 30 giorni e 4 mesi di 31 giorni, per un totale di 304 giorni;
i restanti 61 giorni di inverno non venivano assegnati ad alcun mese). Va
altresì segnalato che altri storici come Eutropio, sostengono possa essere
stato il suo successore Numa Pompilio.[88] Questo fu un argomento molto
dibattuto dagli storici del tempo (da Tito Livio a Dionigi d'Alicarnasso o
Plutarco) poiché alcuni di loro affermavano trattarsi di un calendario
piuttosto disordinato, dove i mesi variavano da 20 giorni a 35 giorni.
Morte, sepoltura e deificazioneModifica Dopo trentotto anni di regno,[89]
secondo la tradizione (all'età di cinquantaquattro anni[89]), Romolo venne
assunto in cielo[90] durante una tempesta[2] ed un'eclissi,[91] avvolto da una
nube, mentre passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla
Palus Caprae in Campo Marzio.[92][93] L'improvvisa scomparsa del loro fondatore
fece sì che i Romani lo proclamassero dio (con il nome di Quirino,[65][94][95]
in onore del quale fu edificato un tempio sul colle, chiamato in seguito
Quirinale[96]), figlio di un dio (Marte), re e pater (padre) di Roma.[97]
Ancora ai tempi di Plutarco si celebravano molti riti nel giorno della sua
scomparsa, avvenuta secondo tradizione il 5[5] o il 7 luglio del 716 a.C.[2]
Sembra anche che, per dare maggiore credibilità all'accaduto, la tradizione
racconta che riapparve al suo vecchio compagno albano Proculo Giulio,[98] il
più antico personaggio noto appartenente alla gens Iulia.
«Stamattina o Quiriti, verso l'alba, Romolo, padre di questa città, è
improvvisamente sceso dal cielo e apparso davanti ai miei occhi. [...] Va e
annuncia ai Romani che il volere degli Dei è che la mia Roma diventi la
capitale del mondo. Che essi diventino pratici nell'arte militare e tramandino
ai loro figli che nessuna potenza sulla Terra può resistere alle armi
romane.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 16.) L'evidente
somiglianza delle tradizioni, ha indotto alcuni storici a ritenere che questo
racconto abbia ispirato quello relativo alla risurrezione di Gesù.[99]Nella
probabile realtà storica, invece, il primo re di Roma sarebbe morto assassinato
dai Patres durante una seduta del consiglio regio al Volcanal (ovvero il tempio
di Efesto nel Foro romano). Si racconta infatti che, a causa delle continue
limitazioni che aveva posto al Senato, organo divenuto più che altro di
facciata ad una forma di monarchia sempre più "assoluta", soprattutto
dopo la morte di Tito Tazio, caddero sui suoi membri sospetti e calunnie.[77]
Il suo corpo sarebbe stato poi simbolicamente smembrato dai senatori, "a
causa del suo carattere troppo duro"[91] e le sue parti (divise tra gli
stessi membri del Senato[101]) sepolte nelle varie aree componenti il
territorio della città. Dietro la leggenda: la realtà storico-archeologicaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Populi
albensese Gentes originarie. La reale esistenza di Romolo è stata lungamente
discussa, ma secondo lo storico Theodor Mommsensarebbe comprovata dalla
presenza tra le gentesoriginarie di Roma (di cui parla Tito Livio) della gens
Romilia, nota da iscrizioni, che è stata identificata con il clan familiare dei
discendenti di Romolo, e che diede anche il proprio nome ad una delle più
antiche Tribù territoriali. Se ne ha conferma da una glossa di Festo(la 331
nell'epitome di Paolo Diacono, edita da Lindsay), che riporta appunto
l'esistenza di una tribù Romulia. Altri autori ritengono sia una creazione
artificiale, fantasiosa quella di Romolo, pur riconoscendo nella stessa figura
"leggendaria" la sintesi di elementi topografici, politici e
religiosi realmente accaduti, a partire dalla tribù dei Romili oltre alla
figura di Remo, identificabile con l'antico centro di Remuria nei pressi della
Roma quadrata(sull'Aventino). Secondo il linguista Carlo de Simone,[105] i nomi
di Roma e Romolo sarebbero collegati ed entrambi deriverebbero da un termine
ricostruito in ruma, al quale la tradizione romana assegnava il significato di
"mammella". Il termine sarebbe di origine etrusca, perché non ne è
stato trovato l'etimo indoeuropeo (e l'unica lingua non-indoeuropea della zona
era appunto l'etrusco). Il termine sarebbe entrato come prestito nel latino
arcaico e avrebbe dato origine al toponimo Ruma (più tardi Roma) e ad un prenome
Rume (in latino divenuto Romus), dal quale sarebbe derivato il gentilizio
etrusco Rumel(e)na[106], divenuto in latino Romilius. Il Villar, invece,
sostiene che il nome Romafosse, molto probabilmente, il nome preindoeuropeo del
Tevere trasferito alla città che esso bagnava, come accadeva frequentemente a
quel tempo. Secondo altre ipotesi (sempre più smentite dalle campagne
archeologiche), i più antichi dei re di Roma sarebbero figure principalmente
simboliche (in particolare sembrano complementari i primi due, Romolo e Numa
Pompilio, che avrebbero introdotto le massime istituzioni politico-militari e
religiose dello stato). La reale esistenza della figura di Romolo come
effettivo fondatore, primo legislatore e re-sacerdote, è stata rivalutata
dall'archeologo Andrea Carandini, sulla base di moderni scavi condotti alle
pendici del Palatino, che avrebbero portato al rinvenimento dell'area
corrispondente alla vera Regia di Romolo, nonché dell'antico tracciato del
pomerio. Ivi sono stati rinvenuti reperti fittili, resti di una palizzata e di
un muro in tufo (derubricato come «muro di Romolo») databili con certezza al
secolo VIII a.C., circostanza che darebbe conferma anche dell'esattezza
cronologica delle fonti storiografiche latine sull'epoca della fondazione di
Roma e della consistenza del suo rito di fondazione. Inoltre, sulla base di una
fonte letteraria, la scoperta del sito del lapis niger fu associata all'ipotesi di un possibile sito
della tomba di Romolo o di un arcaico luogo di culto a lui dedicato. A
possibile conferma di quanto sopra, nel febbraio 2020 nella zona sottostante
alla scalinata di accesso alla Curia è stato rinvenuto un cenotafio ipogeo
databile al VI secolo a.c. dedicato al suo culto, contenente un sarcofago della
lunghezza di circa m 1,50, che alcuni studiosi hanno ipotizzato possa essere
stata la sua tomba, mentre altri hanno escluso tale possibilità. Va osservato
tuttavia che la lunghezza del sarcofago, (corrispondente in modo abbastanza
preciso alla statura media degli uomini di quell'epoca) farebbe pensare ad una
funzione di inumazione di un corpo integro, non delle sue parti. [112]
Antenati Genitori Nonni Bisnonni Dio Giove Dio Saturno Dea OpiDio Marte Dea
GiunoneDio Saturno Dea Opi Romolo Numitore Proca Rea Silvia Eutropio,
Breviarium ab Urbe condita, Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 2. ^ a b
Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.1. ^ a b c d e f
g h i j k l m n o Strabone, Geografia, V, 3,2. ^ a b c Plutarco, Vita di
Romolo, 27, 4. ^ a b c Livio, Ab Urbe condita libri, I, 4. ^ a b c d Floro,
Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.1. ^ a b c d Livio, Ab
Urbe condita libri, I, 11. ^ Marcone, p. 19. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita
libri, I, 7. ^ a b Plutarco, Vita di Romolo, 23, 1-3. ^ Strabone, Geografia, V,
3,7. ^ a b c d e Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13. ^ Plutarco, Vita di
Romolo, 27-29; Livio, Ab Urbe condita libri, I, 15. ^ Floro, Epitoma de Tito
Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.16-18. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 12,
3-5. ^ Sia Livio (Ab Urbe condita libri, I, 7), sia Ovidio(I Fasti, I, 470 e
sgg.) narrano di una migrazione dalla città greca di Argo, guidata da Evandro ^
a b Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.4. ^
Plutarco, Vita di Romolo, 3, 3. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 3, 4. ^ a b Floro,
Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.2-3. ^ Varrone, De
lingua latina, V, 54. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 4, 2-4. ^ Plutarco, Vita di
Romolo, 3, 5-6. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 7-8. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio
bellorum omnium annorum DCC, I, 1.5. ^ a b Floro, Epitoma de Tito Livio
bellorum omnium annorum DCC, I, 1.6. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum
omnium annorum DCC, I, 1.8. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium
annorum DCC, I, 1.9. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 11, 1-4. ^ Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane, II, 3, 1-8. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità
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Romolo, 14, 7-8. ^ a b c Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum
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Romolo, 17, 2. ^ Dionigi di Alicarnasso, VII, 35, 4; VIII, 78, 5. ^ Floro,
Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.12. ^ Plutarco, Vita di
Romolo, 18, 4. ^ a b Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC,
I, 1.13. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 18, 6. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita
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Alicarnasso, Antichità romane, II, 13, 1-4. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di
Romolo, 26, 3-4. ^ a b Plutarco, Vita di Romolo, 27, 1. ^ Plutarco, Vita di
Romolo, 27, 2. ^ a b Plutarco, Vita di Romolo, 27, 3. ^ Marco Terenzio Varrone,
De re rustica, 1.10.2 ^ Plutarco, Vita di Romolo, 22, 3. ^ Dionigi di
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Romolo, 21, 1. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 21, 2-3. ^ Plutarco, Vita di Romolo,
21, 4-10. ^ Tito Livio, I, 7. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 22, 1. ^ Dionigi di
Alicarnasso, II, 64, 5; II, 66, 3. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I,
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Alessandria, Storia romana (Appiano), Liber I, II ^ a b Floro, Epitoma de Tito
Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.17. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 27,
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omnium annorum DCC, I, 1.18. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 29, 2. ^ Tito Livio,
Ab Urbe condita libri, I, 16. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 28, 3. ^ Giordano Bruno
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ceperat ex Veientibus. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 9, 4; 11, 1. ^ Piganiol, p.
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attestato dall'iscrizione sull'architrave della tomba 35 della Necropoli del
Crocifisso del Tufo, a Orvieto. Iscrizione databile al VI secolo a.C.: Mi
Velthurus Rumelnas. ^ Villar, p. 488. ^ Carandini 2007. ^ Marcone, pp. 22-23. ^
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su storicang.it. URL consultato il 24 luglio 2020. ^ Foro romano, Russo:
"L'ipogeo scoperto non è la tomba di Romolo", su rainews.it, 19
febbraio 2020. URL consultato il 20 febbraio 2020. BibliografiaModifica Fonti
antiche Appiano, Historia Romana (Ῥωμαϊκά), libri III e IV (Versione in inglese
disponibile qui). Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, libri IX-XIII. Testo
originale Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane. Eutropio, Breviarium
historiae romanae (testo latino). Wikisource-logo.svg Fasti triumphales. (Testo
in latino: AE 1930, 60. Versione in inglese disponibile qui). Floro, Epitoma de
Tito Livio bellorum omnium annorum DCC (testo latino), Liber I. (Versione in
inglese disponibile qui). Wikisource-logo.svg Livio, Ab Urbe condita libri
(testo latino) Wikisource-logo.svg; Periochae (testo latino)
Wikisource-logo.svg. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (testo latino).
Wikisource-logo.svg Plutarco, Romolo. Wikisource-logo.svg Strabone, Geografia
(testo greco) (Γεωγραφικά), V. Wikisource-logo.svg (Versione in inglese
disponibile qui). Varrone, De lingua Latina. Fonti storiografiche moderne A.A.
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Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna, Pàtron, 1997. Andrea
Carandini (cur.), La leggenda di Roma I Dalla nascita dei gemelli alla
fondazione della città, Mondadori, Milano, 2006. Andrea Carandini (cur.), La
leggenda di Roma II Dal ratto delle donne al regno di Romolo e Tito Tazio,
Mondadori, Milano, 2010. Andrea Carandini, Roma il primo giorno, Roma-Bari,
Laterza, 2007. ( EN ) Peter Connolly, Greece and Rome at War, Londra, Greenhill
books, 1998, ISBN 1-85367-303-X. Augusto Fraschetti, Romolo, il fondatore,
Roma-Bari, Laterza, 2002. Emilio Gabba, Dionigi e la storia di Roma arcaica,
Bari, Edipuglia, 1996. ( EN ) Philip Matyszak, Chronicle of the roman republic:
the rulers of ancient Rome from Romulus to Augustus, Londra & New York,
Thames and Hudson, 2Marcone, I popoli dell'Italia antica e le origini di Roma,
in G. Geraci e A. Marcone, Storia romana, Firenze, Mondadori Education, 2004.
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Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Milano, Rusconi, Piganiol, Le
conquiste dei Romani, Milano, Il Saggiatore, Scullard, Storia del mondo romano,
Milano, Rizzoli, Villar, Gli indoeuropei e le origini dell'Europa, Il Mulino,
Romolo e Remo Fondazione di Roma Gentes originarie Gens Romilia Rex (storia
romana) Età regia di Roma lex regia Flamini Romolo Collabora a Wikimedia
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monarchico della città di Roma, compreso tra il 753 e il 509 a.C.
Battaglia del lago Curzio Storia delle campagne dell'esercito romano in età
regia storia delle campagne dell'esercito romano dal 753 al 509 a.C. Grice:
“I consider myself, like Rawls, a contractualist – my steps towards a
quasi-contractualism, are formulated elsewhere.” Grice: “I should not be
confused with Grice – a FULL-BLOWN contractualist!” Grice: “’May’ only has one
sense – it may rain, you may run. Credibility and desirability modalities are
not Fregeian senses! ‘may’ is aequi-vocal. In Latin it is more obvious, since
there is only ‘possum’ for ‘I may’. ‘Can’ is of course a solecism!” Giuseppe
Duso. Bepi Duso. Keywords: Plato-Hegel, Aristotle-Kant – Plathegel, Ariskant –
zoon politikon – contratto sociale – democrazia – repubblica – il primo
contrattualista cita Aristotele – Contratto nel diritto romano – aporia della
rappresentazione – concetto di politica, concetto di soveranita – concetto di
potere – io posso – concetto di liberta – la filosofia politica italiana –
l’influenza di Fichte nell’idealismo rivoluzionario del risorgimento --. Regime
di governo – storia del concetto – aporia del concetto -- Welsh philosopher Geoffrey Russell Grice,
modalita, verbo modale, verbo servile, verbo aussiliare, puo, posso, possiamo.
Modalita aletica o doxastica (posso passarti la sale) e deontica (puoi ma non
puoi – you can but you may not --. Contract, pact, compact. Foundations of
morality – contract in ethics, meta-ethics, politics, meta-politics. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Duso: zoon
politikon” – The Swimming-Pool Library. Duso.


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