Grice ed Eccelo: la setta di Lucania -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucania). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean. It is thought that fragments
of a text attributed to POLO di Lucania may have been written by Eccelo.
Grice ed Eccecrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean.
Grice ed Eco: l’implicatura conversazionale della
rosa segnata -- il nome del nome – filosofia italiana – Luigi Speranza (Alessandria). Filosofo italiano. Grice: “Eco
thought that his “Guglielmo da Bascavilla” was a clever composite of Holmes,
who deciphered the enigma of the Baskervilles, and William Occam – and has his
tutee claim that he died of the black plague – but Gal has now discovered he
did not!” -- Eco philosophised at the oldest varsity, BolognaGrice: “Of course,
‘varsity’ is over-rated, as I’m sure Cicero would agree!” -- Grice: “I would not
call Eco a philosopher, since his dissertation is on aesthetics in Aquinas!
Plus, he wrote a novel!” -- scuola bolognese-- possibly, after Speranza, one of
the most Griceian of Italian philosophers (Only Speranza calls himself an
Oxonian, rather!“Surely alma mater trumps all!”). Figlio
di Giulio, un impiegato nelle Ferrovie, e Rita Bisio, conseguì la maturità al
liceo classico Giovanni Plana di Alessandria, sua città natale. Tra i suoi
compagni di classe, vi era il fisarmonicista Gianni Coscia, con il quale
scrisse spettacoli di rivista. In gioventù fu impegnato nella GIAC (l'allora
ramo giovanile dell'Azione Cattolica) e nei primi anni cinquanta fu chiamato
tra i responsabili nazionali del movimento studentesco dell'AC (progenitore
dell'attuale MSAC). Abbandonò l'incarico (così come avevano fatto Carlo
Carretto e Mario Rossi) in polemica con Luigi Gedda. Durante i suoi studi
universitari su Tommaso d'Aquino, smise di credere in Dio e lasciò
definitivamente la Chiesa cattolica; in una nota ironica, in seguito commentò:
«si può dire che lui Tommaso d'Aquino mi abbia miracolosamente curato dalla
fede». Laureatosi in filosofia a Torino (agli esami riportò sempre
30/30, anche con lode, tranne quattro casi: filosofia teoretica e letteratura
latina, in cui ottenne 29/30, e storia della letteratura italiana e pedagogia,
entrambi superati con 27/30) con
relatore Pareyson e tesi sull'estetica di San Tommaso d'Aquino (controrelatore
Augusto Guzzo), cominciò a interessarsi di filosofia e cultura medievale, campo
d'indagine mai più abbandonato (vedi il volume Dall'albero al labirinto), anche
se successivamente si dedicò allo studio semiotico della cultura popolare
contemporanea e all'indagine critica sullo sperimentalismo letterario e
artistico. Pubblicò il suo primo libro, un'estensione della sua tesi di
laurea dal titolo Il problema estetico in San Tommaso. Partecipò e vinse
un concorso della Rai per l'assunzione di telecronisti e nuovi funzionari; con
Eco vi entrarono anche Furio Colombo e Gianni Vattimo. Tutti e tre
abbandonarono l'ente televisivo entro la fine degli anni cinquanta. Nel
concorso successivo entrarono Emmanuele Milano, Fabiano Fabiani, Angelo
Guglielmi, e molti altri. I vincitori dei primi concorsi furono in seguito
etichettati come i "corsari" perché seguirono un corso di formazione
diretto da Pier Emilio Gennarini e avrebbero dovuto, secondo le intenzioni del
dirigente Filiberto Guala, "svecchiare" i programmi. Con altri
ingressi successivi, come quelli di Gianni Serra, Emilio Garroni e Luigi
Silori, questi giovani intellettuali innovarono davvero l'ambiente culturale
della televisione, ancora molto legato a personalità provenienti dall'EIAR,
venendo in seguito considerati come i veri promotori della centralità della RAI
nel sistema culturale italiano. Dall'esperienza lavorativa in RAI,
incluse amicizie con membri del Gruppo 63, Eco trasse spunto per molti scritti,
tra cui il celebre articolo Fenomenologia di Mike Bongiorno. Codirettore
editoriale della casa editrice Bompiani. Pubblicò il saggio Opera aperta che,
con sorpresa dello stesso autore, ebbe notevole risonanza a livello
internazionale e diede le basi teoriche al Gruppo 63, movimento d'avanguardia
letterario e artistico italiano che suscitò interesse negli ambienti critico-letterari
anche per le polemiche che destò criticando fortemente autori all'epoca già
"consacrati" dalla fama come Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Vasco
Pratolini, ironicamente definiti "Liale", con riferimento a Liala,
autrice di romanzi rosa. Ebbe inizio anche la sua carriera universitaria
che lo portò a tenere corsi, in qualità di professore incaricato, in diverse
università italiane: Torino, Milano, Firenze e, infine, Bologna dove ha
ottenuto la cattedra di Semiotica, diventando Professore. All'Bologna è stato
fra i fondatori del primo corso di laurea in DAMS, poi è stato direttore
dell'Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS, e in seguito ha dato
inizio al corso di laurea in Scienze della comunicazione. Infine è divenuto
Presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici, fondata nel 2000, che
coordina l'attività dei dottorati bolognesi del settore umanistico, e dove ha
ideato il Master in Editoria Cartacea e Digitale. Nel corso degli anni ha
insegnato come professore invitato alla New York University, Northwestern
University, Columbia University, Yale, Harvard (Norton lectures sponsored by
the Department of Romance Languages), University of California-San Diego,
Cambridge, Oxford – Weidenfeld lectures at the female-only St. Anne’s, São
Paulo e Rio de Janeiro, La Plata e Buenos Aires, Collège de France, École
normale supérieure (Parigi). Nell'ottobre 2007 si è ritirato dall'insegnamento
per limiti di età. Dalla fine degli anni cinquanta, Eco cominciò a
interessarsi all'influenza dei mass media nella cultura di massa, su cui
pubblicò articoli in diversi giornali e riviste, poi in gran parte confluiti in
Diario minimo e Apocalittici e integrati. Apocalittici e integrati (che ebbe
una nuova edizione) analizzò con taglio sociologico le comunicazioni di massa.
Il tema era già stato affrontato in Diario minimo, che includeva tra gli altri
il breve articolo Fenomenologia di Mike Bongiorno. Sullo stesso tema, ssvolse
a New York il seminario Per una guerriglia semiologica, in seguito pubblicato
ne Il costume di casa e frequentemente citato nelle discussioni sulla
controcultura e la resistenza al potere dei mass media. Significativa fu
anche la sua attenzione per le correlazioni tra dittatura e cultura di massa ne
Il fascismo eterno, capitolo del saggio Cinque scritti morali, dove individuava
le caratteristiche, ricorrenti nel tempo, del cosiddetto "fascismo
eterno", o "Ur-fascismo": il culto della tradizione, il rifiuto
del modernismo, il culto dell'azione per l'azione, il disaccordo come
tradimento, la paura delle differenze, l'appello alle classi medie frustrate,
l'ossessione del complotto, il machismo, il "populismo qualitativo Tv e
Internet" e altre ancora; da esse e dalle loro combinazioni, secondo Eco,
è possibile anche "smascherare" le forme di fascismo che si
riproducono da sempre "in ogni parte del mondo". In
un'intervista del 24 aprile mise in
evidenza la sua visione rispetto a, della quale Eco si definiva un "utente
compulsivo", e al mondo dell'open source. Pubblicò il suo primo libro
di teoria semiotica, La struttura assente, cui seguirono il fondamentale Trattato
di semiotica generale e gli articoli per l'Enciclopedia Einaudi poi riuniti in
Semiotica e filosofia del linguaggio. Fondò VersusQuaderni di studi
semiotici, una delle maggiori riviste internazionali di semiotica, rimanendone
direttore responsabile e membro del comitato scientifico fino alla morte. È
anche stato segretario, vicepresidente e presidente onorario della IASS/AIS
("International Association for Semiotic Studies"). È stato invitato
a tenere le prestigiose conferenze Tanner (Cambridge), Norton (Harvard), Goggio
(Toronto), Weidenfeld lectures on comparative literature and translation,
sponsored by the female-only college St. Anne’s (Oxford,) e Richard Ellmann
(Università Emory). Collaborò sin dalla sua fondazione, nel 1955, al
settimanale L'Espresso, sul quale tenne in ultima pagina la rubrica La bustina
di minerva (nella quale, tra l'altro, dichiarò di aver contribuito
personalmente alla propria voce su ), ai giornali Il Giorno, La Stampa,
Corriere della Sera, la Repubblica, il manifesto e a innumerevoli riviste
internazionali specializzate, tra cui Semiotica (fondata da Thomas Albert
Sebeok), Poetics Today, Degrès, Structuralist Review, Text, Communications
(rivista parigina del EHESS), Problemi dell'informazione, Word & Images, o
riviste letterarie e di dibattito culturale quali Quindici, Il Verri (fondata
da Luciano Anceschi), Alfabeta, Il cavallo di Troia, ecc. Collaborò alla
collana "Fare l'Europa" diretta da Jacques Le Goff con lo studio La
ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, in cui si espresse a favore dell'utilizzo
dell'esperanto. Tradusse gli Esercizi di stile di Raymond Queneau (nel 1983) e
Sylvie di Gérard de Nerval (entrambi presso Einaudi) e introdusse opere di
numerosi scrittori e di artisti. Ha anche collaborato con i musicisti Luciano
Berio e Sylvano Bussotti. I suoi dibattiti, spesso dal tono divertito,
con Luciano Nanni, Omar Calabrese, Paolo Fabbri, Ugo Volli, Francesco Leonetti,
Nanni Balestrini, Guido Almansi, Achille Bonito Oliva o Maria Corti, tanto per
nominarne alcuni, hanno aggiunto contributi non scritti alla storia degli
intellettuali italiani, soprattutto quando sfioravano argomenti non consueti (o
almeno non ritenuti tali prima dell'intervento di Eco), come la figura di James
Bond, l'enigmistica, la fisiognomica, la serialità televisiva, il romanzo
d'appendice, il fumetto, il labirinto, la menzogna, le società segrete o più
seriamente gli annosi concetti di abduzione, di canone e di classico.[senza
fonte] Grande appassionato del fumetto Dylan Dog, a Eco è stato fatto
tributo sul numero 136 attraverso il personaggio Humbert Coe, che ha affiancato
l'indagatore dell'incubo in un'indagine sull'origine delle lingue del mondo. È
stato inoltre amico del pittore e autore di fumetti Andrea Pazienza che fu suo
allievo al DAMS di Bologna, e ha scritto la prefazione a libri di Hugo Pratt,
Charles Monroe Schulz, Jules Feiffer e Raymond Peynet. Scrisse la presentazione
di "Cuore" a fumetti, di F. Bonzi e Alain Denis, pubblicata su "Linus".Esordì
nella narrativa. Il suo primo romanzo, Il nome della rosa, riscontrò un grande
successo sia presso la critica sia presso il pubblico, tanto da divenire un
best seller internazionale tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di
copie. Il nome della rosa è stato anche tra i finalisti del prestigioso Edgar
Award e ha vinto il Premio Strega. Dal lavoro fu tratto anche un celebre film
con Sean Connery. Pubblicò il suo secondo romanzo, Il pendolo di
Foucault, satira dell'interpretazione paranoica dei fatti veri o leggendari
della storia e delle sindromi del complotto. Questa critica
dell'interpretazione incontrollata viene ripresa in opere teoriche sulla
ricezione (cfr. I limiti dell'interpretazione). Romanzi successivi sono L'isola
del giorno prima, Baudolino, La
misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga () e Numero zero (),
tutti editi in italiano da Bompiani. Nel
è stata pubblicata una versione "riveduta e corretta" del suo
primo romanzo Il nome della rosa, con una nota finale dello stesso Eco che,
mantenendo stile e struttura narrativa, è intervenuto a eliminare ripetizioni
ed errori, a modificare l'impianto delle citazioni latine e la descrizione
della faccia del bibliotecario per togliere un riferimento neogotico. Molte
opere furono dedicate alle teorie della narrazione e della letteratura: Il
superuomo di massa, Lector in fabula, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Sulla
letteratura, Dire quasi la stessa cosa (sulla traduzione). È stato inoltre
precursore e divulgatore dell'applicazione della tecnologia alla
scrittura. In contemporanea alla nomina di "guest curator"
(curatore ospite) del Louvre, dove organizzò una serie di eventi e
manifestazioni culturali, uscì per Bompiani Vertigine della lista, pubblicato
in quattordici paesi del mondo. Nel
Bompiani pubblicò una raccolta dal titolo Costruire il nemico e altri
scritti occasionali, che raccoglie saggi occasionali che spaziano nei vari
interessi dell'autore, come quello per la narratologia e il feuilleton
ottocentesco. Il primo saggio riprende temi già presenti ne Il cimitero di
Praga. Muore nella sua casa di Milano a causa di un tumore del pancreas
che lo aveva colpito due anni prima. I funerali laici si sono svolti nel Castello Sforzesco di Milano, dove
migliaia di persone si sono recate per l'ultimo saluto. Sono state eseguite due
composizioni alla viola da gamba e al clavicembalo: Couplets de folies (Les
folies d'Espagne) dalla Suite n. 1 in re maggiore dai Pièces de viole, Livre II
di Marin Marais e La Folia dalla Sonata per violino e basso continuo in re minore,
di Arcangelo Corelli. Nel proprio testamento Eco ha chiesto ai suoi familiari
di non autorizzare né promuovere, per i dieci anni successivi alla sua morte alcun
seminario o conferenza su di lui. Il corpo di Eco è stato infine cremato. La
moglie, Renate Eco-Ramge, rifiutando la proposta di tumularne le ceneri nel
Civico Mausoleo Garbin, ex edicola privata del Cimitero Monumentale di Milano
ora provvista di piccole cellette destinate a ceneri o resti ossei di
personalità artistiche illustri, ne ha preferito la conservazione privata, con
il progetto di costruire un'edicola di famiglia nel medesimo cimitero. Nei suoi
romanzi, Eco racconta storie realmente accadute o leggende che hanno come
protagonisti personaggi storici o inventati. Inserisce nelle sue opere accesi
dibattiti filosofici sull'esistenza del vuoto, di Dio o sulla natura
dell'universo. Attratto da temi piuttosto misteriosi e oscuri (i
cavalieri Templari, il sacro Graal, la sacra Sindone ecc.), nei suoi romanzi
gli scienziati e gli uomini che hanno fatto la storia sono spesso trattati con
indifferenza dai contemporanei. L'umorismo è l'arma letteraria preferita
dallo scrittore di Alessandria, che inserisce innumerevoli citazioni e
collegamenti a opere di vario genere, conosciute quasi esclusivamente da
filologi e bibliofili. Ciò rende romanzi come Il nome della rosa o L'isola del
giorno prima un turbinio variopinto di nozioni di carattere storico,
filosofico, artistico e matematico. Centrale ne Il nome della rosa è la
questione del riso, post-modernisticamente declinata. Ne Il pendolo di
Foucault Eco affronta temi come la ricerca del sacro Graal e la storia dei
cavalieri Templari, facendo numerosi cenni ai misteri dell'età antica e
moderna, rivisitati in chiave parodistica. Ne L'isola del giorno prima
l'umanità intera è simboleggiata dal naufrago Roberto de la Grive, che cerca
un'isola al di fuori del tempo e dello spazio. In Baudolino dà vita ad un
picaresco personaggio medioevale tutto dedito alla ricerca di un paradiso
terrestre (il regno leggendario di Prete Giovanni). Ne La misteriosa
fiamma della regina Loana riflette sulla forza e sull'essenza stessa del
ricordo, rivolto, in questo caso, ad episodi del XX secolo. Il cimitero
di Praga è incentrato sulla natura del complotto e, in particolar modo, sulla
storia 'europea' del popolo ebraico. Il suo ultimo romanzo, Numero zero,
riprendendo temi da sempre cari all'autore (il falso, la costruzione del
complotto e delle notizie) si sofferma sulla storia italiana recente, narrando
fatti realmente accaduti, ma riletti attraverso una chiave
complottistica. Fu tra i 757 firmatari della lettera aperta a L'Espresso
sul caso Pinelli e successivamente della autodenuncia di solidarietà a Lotta
Continua, in cui una cinquantina di firmatari esprimevano solidarietà verso
alcuni militanti e direttori responsabili del giornale, inquisiti per
istigazione a delinquere. I firmatari si autodenunciavano alla magistratura
dicendo di condividere il contenuto dell'articolo. Peraltro le severe critiche
di Eco al terrorismo e ai vari progetti di lotta armata sono contenute in una
serie di articoli scritti sul settimanale L'Espresso e su Repubblica, specie ai
tempi del caso Moro (articoli poi ripubblicati nel volume Sette anni di
desiderio). In effetti l'arma che ha caratterizzato l'impegno politico di Eco è
diventata l'analisi critica dei discorsi politici e delle comunicazioni di
massa. Questo impegno è sintetizzato nella metafora della guerriglia
semiologica dove si sostiene che non è tanto importante cambiare il contenuto
dei messaggi alla fonte ma cercare di animare la loro analisi là dove essi
arrivano (la formula era: non serve occupare la televisione, bisogna occupare
una sedia davanti a ogni televisore). In questo senso la guerriglia semiologica
è una forma di critica sociale attraverso l'educazione alla ricezione. Partecipa
alle attività dell'associazione Libertà e Giustizia, di cui è uno dei fondatori
e garanti più noti, partecipando attivamente tramite le sue iniziative al
dibattito politico-culturale italiano. Il suo libro A passo di gambero contiene
le critiche a quello che lui definisce populismo berlusconiano, alla politica
di Bush, al cosiddetto scontro tra etnie e religioni. Nel, nelle settimane
delle rivolte arabe, durante una conferenza stampa registrata alla Fiera del
libro di Gerusalemme, scatena una polemica politica la sua risposta a un
giornalista italiano che gli domanda se condivida il paragone fra Berlusconi e
Mubarak, avanzato da alcuni: "Il paragone potrebbe essere fatto con
Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni";[36] lo stesso
Eco, dalle colonne de l'Espresso, smentirà tale dichiarazione chiarendo le circostanze
della sua risposta. Eco faceva parte dell'associazione Aspen Institute Italia. Cavaliere
di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della
Repubblica italiana — Roma, 9 Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e
dell'artenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'oro ai benemeriti della
cultura e dell'arte — Roma. Onorificenze straniere Commendatore dell'Ordine
delle Arti e delle Lettere (Francia)nastrino per uniforme ordinariaCommendatore
dell'Ordine delle Arti e delle Lettere (Francia), Cavaliere dell'Ordine pour le
Mérite für Wissenschaften und Künste (Repubblica Federale di Germania)nastrino
per uniforme ordinariaCavaliere dell'Ordine pour le Mérite für Wissenschaften
und Künste (Repubblica Federale di Germania), Premio Principe delle Asturie per
la comunicazione e l'umanistica (Spagna)nastrino per uniforme ordinariaPremio
Principe delle Asturie per la comunicazione e l'umanistica (Spagna), Ufficiale
dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) nastrino per uniforme
ordinariaUfficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia), Gran croce al
merito con placca dell'Ordine al merito della Repubblica Federale di
Germanianastrino per uniforme ordinariaGran croce al merito con placca
dell'Ordine al merito della Repubblica Federale di Germania, Commendatore
dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) nastrino per uniforme ordinaria Commendatore
dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia), Parigi. Cittadinanze onorarie Monte
Cerignone, Nizza Monferrato, San Leo, 11 giugno. Torre Pellice,. Lauree Eco ha
ricevuto 40 lauree honoris causa da prestigiose università europee e americane,
come quella del, che gli è stata conferita dall'Università federale del Rio
Grande do Sul, di Porto Alegre, in Brasile. In occasione della laurea in
comunicazione conferita da Torino, Umberto Eco ha rilasciato severi giudizi sui
social del Web che, a suo dire, possono essere utilizzati da «legioni di
imbecilli» per porsi sullo stesso piano di un vincitore di un Premio Nobel. Le
affermazioni di Eco hanno suscitato approvazioni ma anche vivaci discussioni. Affiliazioni
e sodalizi accademici Umberto Eco è stato membro onorario (Honorary Trustee)
della James Joyce Association, dell'Accademia delle Scienze di Bologna,
dell'Academia Europea de Yuste, dell'American Academy of Arts and Letters,
dell'Académie royale des sciences, des lettres et des beaux-arts de Belgique,
della Polska Akademia Umiejętności ("Accademia polacca della Arti"),
"Fellow" del St Anne's, Oxford e socio dell'Accademia Nazionale dei
Lincei. Eco è stato inoltre membro onorario del CICAP. Altro Gli è stato
dedicato l'asteroide 13069 Umbertoeco, scoperto nel dall'astronomo belga Eric
Walter Elst. è stato nominato Duca dell'Isola del Giorno Prima del regno
di Redonda dal re Xavier. Nel il
comune di Milano ha deciso che il suo nome venga iscritto nel Pantheon di
Milano, all'interno del cimitero monumentale. Eco ha scritto numerosi saggi di
filosofia, semiotica, linguistica, estetica: Il problema estetico in San
Tommaso, Torino, Edizioni di Filosofia, poi Il problema estetico in Tommaso d'Aquino, 2ª
ed., Milano, Bompiani, Filosofi in libertà, come Dedalus, Torino, Taylor, poi
in Il secondo diario minimo. Sviluppo dell'estetica medievale, in Momenti e
problemi di storia dell'estetica, I, Dall'antichità classica al Barocco,
Milano, Marzorati, Arte e bellezza nell'estetica medievale, Milano, Bompiani, Storia
figurata delle invenzioni. Dalla selce scheggiata al volo spaziale, e con Zorzoli,
Milano, Bompiani, Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche
contemporanee, Milano, Bompiani, Diario minimo, Milano, A. Mondadori (include i
saggi Fenomenologia di Mike Bongiorno e Elogio di Franti) Apocalittici e
integrati, Milano, Bompiani, Il caso Bond. [Le origini, la natura, gli effetti
del fenomeno 007], e con Oreste del Buono, Milano, Bompiani, Le poetiche di
Joyce. Dalla "Summa" al "Finnegans Wake", Milano, Bompiani
(ed. modificata sulla base della seconda parte di Opera aperta) Appunti per una
semiologia delle comunicazioni visive, Milano, Bompiani (poi in La struttura
assente) L'Italie par elle-meme. A portrait of Italy. Autoritratto dell'Italia,
e con Giulio Carlo Argan, Guido Piovene, Luigi Chiarini, Vittorio Gregotti e
altri, Milano, Bompiani, La struttura assente, Milano, Bompiani, La definizione
dell'arte, Milano, Mursia, L'arte come mestiere, a cura di, Milano, Bompiani, I
sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, e con Remo Faccani, Milano,
Bompiani, L'industria della cultura, a cura di, Milano, Bompiani, Le forme del contenuto, Milano, Bompiani, I
fumetti di Mao, e con Jean Chesneaux e Gino Nebiolo, Bari, Laterza, Cent'anni
dopo. Il ritorno dell'intreccio, e con Cesare Sughi, Milano, Bompiani, Documenti
su il nuovo Medioevo, con Francesco Alberoni, Furio Colombo e Giuseppe Sacco,
Milano, Bompiani, Estetica e teoria dell'informazione, a cura di, Milano,
Bompiani, I pampini bugiardi. Indagine sui libri al di sopra di ogni sospetto:
i testi delle scuole elementari, e con Marisa Bonazzi, Rimini, Guaraldi, Il
segno, Milano, Isedi; Milano, A. Mondadori, Il costume di casa. Evidenze e
misteri dell'ideologia italiana, Milano, Bompiani, Beato di Liébana. Miniature
del Beato de Fernando I y Sancha. Codice B.N. Madrid Vit. 14-2, testo e
commenti alle tavole di, Milano, Franco Maria Ricci, Eugenio Carmi. Una pittura
di paesaggio?, Milano, Prearo, Trattato di semiotica generale, Milano,
Bompiani, Il superuomo di massa. Studi sul romanzo popolare, Roma, Cooperativa
Scrittori, Milano, Bompiani, Stelle & stellette. La via lattea mormorò,
illustrazioni di Philippe Druillet, Conegliano Treviso, Quadragono Libri, Storia
di una rivoluzione mai esistita. L'esperimento Vaduz. Appunti del Servizio opinioni,
Roma, Rai, Servizio Opinioni, Dalla periferia dell'impero, Milano, Bompiani, Come
si fa una tesi di laurea, Milano, Bompiani, Carolina Invernizio, Matilde Serao,
Liala, con altri, Firenze, La nuova Italia, Lector in fabula, Milano, Bompiani,
De bibliotheca, Milano, Comune di Milano, Postille al nome della rosa, Milano,
Bompiani, Il segno dei tre, Milano,
Bompiani, Sette anni di desiderio. [Cronache], Milano, Bompiani, 1983.
Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino, Einaudi, Sugli specchi e altri saggi, Milano, Bompiani,
Lo strano caso della Hanau 1609, Milano, Bompiani, Saggio in Leggere i Promessi
sposi. Analisi semiotiche, Giovanni Manetti, Milano, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani-Sonzogno,
I limiti dell'interpretazione, Milano, Bompiani, Vocali, con Soluzioni felici
di Paolo Domenico Malvinni, Napoli, Collana "Clessidra" di Alfredo Guida
Ed., Il secondo diario minimo, Milano, Bompiani, Interpretation and
Overinterpretation, Cambridge, Cambridge University Press, La memoria vegetale,
Milano, Rovello, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea,
Roma-Bari, Laterza, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano, Povero
Pinocchio. Giochi linguistici di studenti del Corso di Comunicazione, a cura
di, Modena, Comix, In cosa crede chi non crede?, con Carlo Maria Martini, Roma,
Liberal, Kant e l'ornitorinco, Milano, Bompiani, Cinque scritti morali, Milano,
Bompiani, Talking of Joyce, con Liberato Santoro-Brienza, Dublin, University
College Dublin Press, Serendipities. Language and Lunacy, New York, Columbia
University Press, Tra menzogna e ironia, Milano, Bompiani, La bustina di
minerva, Milano, Bompiani, Riflessioni
sulla bibliofilia, Milano, Rovello, Diario minimo, Secondo diario minimo,
Bustina di minerva e altre parodie da
raccolte in tedesco) Sulla letteratura, Milano, Bompiani, Guerre sante,
passione e ragione. Pensieri sparsi sulla superiorità culturale; Scenari di una
guerra globale, in Islam e Occidente. Riflessioni per la convivenza, Roma-Bari,
Laterza, Bellezza. Storia di un'idea dell'Occidente, CD-ROM a cura di, Milano,
Motta On Line, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani,
Mouse or Rat?, Translation as Negociation, London, Weidenfeld & Nicolson (Experiences
in translation e saggi selezionati da Dire quasi la stessa cosa) Storia della
bellezza, a cura di, testi di Umberto Eco e Girolamo de Michele, Milano, Bompiani,
Il linguaggio della Terra Australe, Milano, Bompiani, Il codice Temesvar,
Milano, Rovello, Nel segno della parola, con Daniele Del Giudice e Gianfranco
Ravasi, a cura e con un saggio di Ivano Dionigi, Milano, BUR, 2A passo di
gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Collana Overlook, Milano, Bompiani,
La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia, Milano, Rovello, Sator
Arepo eccetera, Roma, Nottetempo, Storia della bruttezza, a cura di, Milano,
Bompiani, La cospirazione impossibile, con Piergiorgio Odifreddi, Michael
Shermer, James Randi, Paolo Attivissimo, Lorenzo Montali, Francesco Grassi,
Andrea Ferrero e Stefano Bagnasco, Massimo Polidoro, Casale Monferrato, Piemme,
Dall'albero al labirinto. Studi storici sul segno e l'interpretazione, Milano, Bompiani,
Historia. La grande storia della civiltà europea, e con altri, 9 voll., Milano,
Motta, Storia della civiltà europea, e con altri, 18 voll., Milano, Corriere
della Sera, Nebbia, e con Remo Ceserani, con la collaborazione di Francesco
Ghelli e un saggio di Costa, Torino, Einaudi (antologia letteraria di racconti
a tema) Non sperate di liberarvi dei libri, con Jean-Claude Carrière, Milano,
Bompiani, Vertigine della lista, Milano, Bompiani, Il Medioevo, a cura di, 4
voll., Milano, Encyclomedia, La grande Storia, a cura di, 28 voll., Milano,
Corriere della Sera,. Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Milano, Bompiani,
Scritti sul pensiero medievale, Collana Il pensiero occidentale, Milano, Bompiani,
L'età moderna e contemporanea, a cura di, 22 voll., Roma, Gruppo editoriale
L'Espresso, -. Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Milano, Bompiani, Da
dove si comincia?, con Stefano Bartezzaghi, Roma, La Repubblica,. Riflessioni
sul dolore, Bologna, ASMEPA, La filosofia e le sue storie, e con Riccardo
Fedriga, 3 voll., Roma-Bari, Laterza, Pape Satàn Aleppe. Cronache di una
società liquida, Milano, La nave di Teseo, Come viaggiare con un salmone,
Milano, La nave di Teseo, Sulle spalle dei giganti, Collana I fari, Milano, La
nave di Teseo, Il fascismo eterno, Collana Le onde, Milano, La nave di Teseo, Cinque
scritti morali, Bompiani, Sulla televisione. Scritti, Marrone, Collana I fari,
Milano, La Nave di Teseo, Narrativa Il nome della rosa, Milano, Bompiani, Il
pendolo di Foucault, Milano, Bompiani,L'isola del giorno prima, Milano,
Bompiani, Baudolino, Milano, Bompiani, La misteriosa fiamma della regina Loana.
Romanzo illustrato, Milano, Bompiani, Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, Numero
zero, Milano, Bompiani, Narrativa per l'infanzia La bomba e il generale, illustrazioni
di Eugenio Carmi, Milano, Bompiani, I tre cosmonauti, illustrazioni di Eugenio
Carmi, Milano, Bompiani, 1966. Ammazza l'uccellino, come Dedalus, illustrazioni
di Monica Sangberg, Milano, Bompiani, Gli gnomi di Gnu, illustrazioni di
Eugenio Carmi, Milano, Bompiani, Tre racconti, Milano, Fabbri (raccolta dei tre precedenti) La storia de
"I promessi sposi", raccontata da, Torino-Roma, Scuola Holden-La
biblioteca di Repubblica-L'Espresso, Traduzioni Raymond Queneau, Esercizi di
stile, Torino, Einaudi. Claudio Gerino, Morto lo scrittore Eco. Ci mancherà il
suo sguardo nel mondo, in la Repubblica, Massimo Delfino e Emma Camagna,
Alessandria piange Umberto Eco, in La Stampa, Cosimo Di Bari, "A passo di
critica: il modello di media education nell'opera di Umberto Eco",
Firenze, Èco, Umberto, in TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.su tuttoggi.info. 30 ottobre. 'Il nome della rosa' debutta su Rai1 e
conquista gli ascolti della prima serata, su la Repubblica, 5 marzo. 30 gennaio. quotidiano la Stampa; Gianni Coscia: «quando
suono col mio amico Umberto Eco», su genova.mentelocale. «È il lato dolente e
angoscioso di un uomo che è cresciuto nell'Azione Cattolica, che l'ha lasciata
in polemica con il grande Gedda; un uomo, Eco, che ha studiatodiconoTommaso
d'Aquino, e che un giorno se n'è uscito dalla Chiesa proclamandosi orgogliosamente
ateo, o se si preferisce, agnostico.» (In Rassegna stampa cattolica: Mario
Palmaro, Eco è solo un refuso, 2 «His new book touches on politics, but also on
faith. Raised Catholic, Eco has long since left the church. "Even though
I'm still in love with that world, I stopped believing in God in my 20s after
my doctoral studies on St. Thomas Aquinas. You could say he miraculously cured
me of my faith..."» «Il suo nuovo libro tratta di politica, ma anche
di fede. Cresciuto nel cattolicesimo, Eco ha lasciato da tempo la Chiesa.
"Anche se io sono ancora innamorato di quel mondo, ho smesso di credere in
Dio durante i miei anni 20, dopo i miei studi universitari su Tommaso d'Aquino.
Potete dire che egli mi ha miracolosamente curato dalla mia fede..."»
(Articolo in Time) Liukkonen, Petri,
Umberto Eco. Pseudonym: Dedalus in. Eco,
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N.d.R.] di Umberto Eco che mi è arrivato dall'Italia. Curioso no? Ha il mio
stesso nome e il cognome è l'anagramma del mio..." Umberto Eco, su premiostrega.Italian Writer
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"Non autorizzate convegni su di me per i prossimi 10 anni", su Il
Fatto Quotidiano. La lettera della vedova Eco al Comune, in Corriere della
Sera. Pinelli, Calabresi e l'eskimo in redazione Archiviato il 19 gennaio in., opinione, Bruno Pischedda, Come leggere
Il nome della rosa di Eco, Mursia, La struttura assente, "Eco a Gerusalemme attacca il Cavaliere.
È polemica", di Francesco Battistini (dal Corriere della Sera) Corriere
della Sera Berlusconi, Hitler e io, su
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tutto il mondo è social, su LaStampa. 2Serena Vitale e Umberto Eco entrano
nell'Accademia dei Lincei, , Il Giornale.
Decise all'unanimità le 15 personalità illustri da iscrivere nel
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"Non sperate di liberarvi dei libri", su antonietta.philo.unibo ).
Golem L'indispensabile (il sito della rivista)rivista online diretta da Umberto
Eco, Renato Mannheimer, Carlo Bertelli, Danco Singer Un articolo di Eco su, su
espresso.repubblica. encyclomedia, su encyclomedia. Il «questionario Proust» a
Umberto Eco, su elapsus. Umberto Eco, in Perlentaucher, Perlentaucher Medien
GmbH. Opere di Umberto Eco V D M Vincitori del Premio Strega V D M Vincitori
internazionali del Prix Médicis V D M Vincitori del Premio Bancarella V D M
Vincitori del Premio Cesare Pavese V D M Vincitori del Premio di Stato
austriaco per la letteratura europea V D M Vincitori del Premio Mediterraneo per
stranieri, Europeana agent/base/ Filosofia Giallo Giallo Letteratura Eco provides a bridge between
Graeco-Roman philosophy and Grice! Eco is one of the few philosophers who
considers the very origins of philosophy in Bolognaand straight from RomeOn
top, Eco is one of the first to generalise most of Grice’s topics under ‘communication,’
rather than using the Anglo-Saxon ‘mean’ that does not really belong in the
Graeco-Roman tradition. Eco cites H. P. Grice in “Cognitive constraints of
communication.” Umberto b.2,
philosopher, intellectual historian, and novelist. A leading figure in
the field of semiotics, the general theory of signs. Eco has devoted most of
his vast production to the notion of interpretation and its role in
communication. In the 0s, building on the idea that an active process of
interpretation is required to take any sign as a sign, he pioneered
reader-oriented criticism The Open Work, 2, 6; The Role of the Reader, 9 and
championed a holistic view of meaning, holding that all of the interpreter’s
beliefs, i.e., his encyclopedia, are potentially relevant to word meaning. In
the 0s, equally influenced by Peirce and the
structuralists, he offered a unified theory of signs A Theory of
Semiotics, 6, aiming at grounding the study of communication in general. He
opposed the idea of communication as a natural process, steering a middle way
between realism and idealism, particularly of the Sapir-Whorf variety. The issue
of realism looms large also in his recent work. In The Limits of Interpretation
0 and Interpretation and Overinterpretation 2, he attacks deconstructionism.
Kant and the Platypus 7 defends a “contractarian” form of realism, holding that
the reader’s interpretation, driven by the Peircean regulative idea of
objectivity and collaborating with the speaker’s underdetermined intentions, is
needed to fix reference. In his historical essays, ranging from medieval
aesthetics The Aesthetics of Thomas Aquinas, 6 to the attempts at constructing
artificial and “perfect” languages The Search for the Perfect Language, 3 to
medieval semiotics, he traces the origins of some central notions in
contemporary philosophy of language e.g., meaning, symbol, denotation and such
recent concerns as the language of mind and translation, to larger issues in
the history of philosophy. All his novels are pervaded by philosophical
queries, such as Is the world an ordered whole? The Name of the Rose, 0, and
How much interpretation can one tolerate without falling prey to some
conspiracy syndrome? Foucault’s Pendulum, 8. Everywhere, he engages the reader
in the game of controlled interpretations. “Il nome della rosa” is about the
dark ages in Northern Italy, where the monks were the only to find a slight
interest in philosophy, unlike the barbaric Lombards!” -- Il problema
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fim do livro. Rio de Janeiro. Record Ne nadeiytes’ izbavit’sja ot knig! Moskva:
Symposium. Min elpizete na apallageite apo ta biblia. Athena: Ekdotikos
Organismos Libani Nie myśl, że książki znikną. Warszawa: WAB Nu speraţi că veţi scăpa de cărti. Bucuresti:
Humanitas (Japanese transl.) Tokyo: Hankyu Communications Korean tr. Seoul:
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rosa segnata --. Refs.: Umberto Eco on H. P. Grice in “Cognitive constraints on
communication,” Luigi Speranza, "Grice ed Eco: semantica filosofica," per Il
Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Eco.
Grice ed Ecebolio: il circolo di Giuliano -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Tutor of Giuliano. More of a sophist, he appears to have had
flexible religious convictions (or none) – Giuliano recalls: “He may be a pagan
or a Galileian as the political climate demands!”
Grice ed Efanto: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Iamblicus, a Pythagorean. He appears to be the same
person referreed to by Ippolito as Efanto di Siracusa. According to Ippolito,
Efanto believes it is impossible to have an accurate knowledge of things, but
also believed that everything in the world is formed by size, shape, and
capacity. He claims that the world is a sphere, the most perfect of all
geometrical shapes, reflecting the fact that it was the product of a divine
mind, which as also source of all movement. A work on kings attributed to him
may be a a different author.
Grice ed Egea: la setta di Crotone -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Iamblichus of Chalcis (“Vita di Pitagora”), a
Pythagorean.
Grice ed Egnazio: l’orto romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A follower of the Garden. He wrote a poem, “The rerum natura.” It
bears some resemblances to the work of the same name by Lucrezio and is
generally thought to have been written after it.
Grice ed Eirisco: la diaspora di Crotone
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Metaponto). Filosofo italiano. According to Giamblico, a Pythagorean.
Grice ed Elandro: la diaspora di Crotone
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean according to Giamblico.
Grice ed Eliano: la setta di Praeneste -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Praeneste). Filosofo
italiano. Claudio Elio was a teacer of rhetoric. However, he was also a popular
and prolific author, and some of his writings, mainly comprising collections of
anecdotes, survive. In his more philosophical works he took the line of the
Porch. ELIO – Miscelanea storica – ed. Wilson, Loeb Classical Library).
Grice ed Elcasai: la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A gnostic. One of
his followers, Alcibiades, brought a book by him to Rome, claiming that its
contents had been revealed to Elcasai by an angel. The cult he founded believed
in reincarnation and that Pythagorean science provides a means of predicting
the future. There was also a magical healing side to the cult, and it claimed
to be able to cure rabies.
Grice ed Eleucadio: la scuola di Ravenna -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Ravenna). Filosofo
italiano. A philosopher.
Grice ed Elicone: la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Reggio). Filosofo
italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico. He was renowned as a legislator
and helped to revise the constitution of Reggio.
Grice ed Eliodoro: il portico romano -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Porch. During Nero’s principate. Eliodoro seems to have been an
informer with regard to at least one of the many plots of th period.
Grice ed Eliodoro: l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. The Garden. A close friend of Adriano. He succeeded Popillio Teotimo
as Garden Master (or Tyrant). Eliodoro.
Grice ed Elpidio: il circolo di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A philosopher with whom Giuliano was in correspondence. Elpidio.
Grice ed Elvidio: Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). FIlosofo
italiano. The son in law of Thrasea Peto. Porch, involved in politics, he spent
periods in exile, but was admired as a man of principle. Elvidio Prisco. Elvidio.
Grice ed Emina: Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A Pythagorean and a historian. Lucio Cassio Emina.
Grice ed Empedotimo: all’isola – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Siracusa). Filosofo
italiano. According to Eraclide di Ponto, Empedotimo has a vision that reveals
the structure of the universe. Empedotimo.
Grice ed Ennea:
la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to Iamblicus of Chalcis,
Aeneas was a Pythagorean. Ennea.
Grice ed Ennio: Roma
antica -- Roma -- il primo filosofo inglese, il primo filosofo latino – filosofia
italiana – Luigi Speranza. Quinto Ennio poeta,
drammaturgo e scrittore romano Lingua Segui Modifica Quinto Ennio (in latino:
Quintus Ennius; Rudiae, 16 luglio 239 a.C. – Roma, 8 ottobre 169 a.C.) è stato
un poeta, drammaturgo e scrittore romano. Viene considerato, fin dall'antichità,
il padre della letteratura latina, poiché fu il primo poeta ad usare la lingua
latina come lingua letteraria in competizione con quella greca.
Ennio che ascolta Omero, immaginato da Raffaello nel Parnaso, Stanze Vaticane
Biografia Modifica Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae, nei pressi di
Lecce, città dell'antica Calabria (l'attuale Salento, corrispondente alla
Puglia meridionale) in cui allora convivevano tre culture: quella greca che
aveva come centro maggiore Taranto, quella osca dei centri minori indigeni
italici, e quella dell'occupante romano[1]: Aulo Gellio testimonia infatti che
Ennio, pur vantandosi di discendere da Messapo (eroe eponimo della Messapia e
dei Messapi)[2], era solito dire di possedere "tre cuori" (tria
corda), poiché sapeva parlare in greco, in latino e in osco[3]. Durante
la seconda guerra punica militò in Sardegna e nel 204 a.C. vi conobbe Catone il
Censore, che lo portò con sé a Roma[4]. Qui ottenne la protezione di illustri
uomini politici quali Scipione l'Africano e, poco tempo dopo, entrò in contatto
con altri aristocratici del circolo degli Scipioni, filoelleni, come Marco
Fulvio Nobiliore. Queste amicizie lo posero in conflitto con Catone, diffidente
nei confronti delle altre culture e di quella greca in particolare. Nel
189 a.C. Marco Fulvio Nobiliore, nella guerra contro la Lega etolica, condusse
con sé Ennio come poeta al seguito, con il compito cioè di celebrare le gesta
del generale (come in effetti fece nella tragedia praetexta Ambracia). Questo
scandalizzò Catone in quanto comportamento contrario al costume degli avi, al
mos maiorum. Cinque anni dopo Quinto Fulvio Nobiliore, figlio di Marco, gli
assegnò dei terreni presso la colonia da lui dedotta a Pesaro e gli fece
conferire la cittadinanza romana. Riconoscente, Ennio espresse orgogliosamente
questa concessione: (LA) «Nos sumus Romani qui fuimus ante
Rudini» (IT) «Sono cittadino di Roma, io che un tempo fui cittadino
di Rudiae» (Quinto Ennio, Annales[5]) Ennio, messo a capo del collegium
scribarum histrionumque, trascorse gli anni della vecchiaia in relativa
orgogliosa miseria, con una sola serva al suo servizio, attendendo alla
composizione delle sue tragedie e del poema epico: (LA) «Annos
septuaginta natus - tot enim vixit Ennius - ita ferebat duo quae maxima
putantur onera, paupertatem et senectutem, ut eis paene delectari
videretur» (IT) «A settant'anni - tanti, infatti, ne visse - Ennio
sopportava la povertà e la vecchiaia, che si suole considerare come le cose più
moleste, quasi sembrando che ne godesse» (Cicerone, De Senectute, 14 -
trad. A. D'Andria) Tra i suoi discepoli ricordiamo il nipote (figlio di sua
sorella), il tragediografo e pittore Marco Pacuvio, e il commediografo Cecilio
Stazio (con cui condivise l'abitazione). Sofferente di gotta, Ennio
morì a Roma nel 169 a.C. Per i suoi meriti, oltre che per l'amicizia personale,
fu sepolto nella tomba degli Scipioni, sull'antica Via Appia, dove fu
raffigurato da un busto su cui era inciso un epitaffio in distici elegiaci che
Cicerone credeva composto dallo stesso Ennio: (LA) «Aspicite, o
cives, senis Enni imaginis formam: hic vestrum panxit maxima facta patrum. Nemo
me lacrumis decoret, nec funera fletu faxit. Cur? Volito vivus per ora virum. Ecco,
o cittadini, i tratti dell'effigie del vecchio Ennio: costui le massime gesta
cantò dei vostri padri. Nessuno di lacrime mi onori, né la mia morte pianga.
Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini. Cosiddetta testa di Ennio, dal
sepolcro degli Scipioni sull'Appia. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (240 - 78 a.C.). Ennio
sperimentò numerosi generi letterari, molti dei quali a Roma erano poco
conosciuti o del tutto sconosciuti, pertanto è stato definito il vero padre
della Letteratura latina[6]. Della maggior parte di queste sue
opere rimangono solo pochi frammenti e titoli. Per quanto riguarda
l'epica, si conoscono gli Annales e lo Scipio. Gli Annales furono il poema
nazionale del popolo romano prima che fosse composta l'Eneide (29-19 a.C.).
Ennio narrava la storia di Roma anno per anno, come spiega lo stesso titolo,
dalle origini sino al 171, sino a poco prima della morte del poeta, dunque,
avvenuta nel 169 a.C., e si ispira al modello greco, come farà poi Virgilio.
L'opera era strutturata in 18 libri, suddivisi in tre gruppi di sei, detti
esadi, ma rimangono solo 600 versi dei circa 30 000 originali. Nel
proemio posto all'inizio dell'opera Ennio racconta che Omero stesso gli era
apparso in sogno per rivelargli di essersi reincarnato in lui dopo avergli
esposto la dottrina pitagorica della metempsicosi, ovvero della transmigrazione
delle anime. Mentre nei primi libri sono raccontati gli eventi che vanno dalle
origini all'invasione di Pirro, nei successivi il racconto arriva fino al 171
a.C., due anni prima della morte del poeta. Nel proemio della seconda esade,
poi, Ennio polemizza con coloro che lo criticavano per aver introdotto
l'esametro, polemizzando contro gli autori che scrivevano in saturni - con
chiaro riferimento a Nevio, che comunque omaggiava, non ripetendo la narrazione
della prima guerra punica - e racconta gli eventi dalle guerre puniche sino
alla seconda guerra macedonica, mentre la terza esade è quasi del tutto andata
perduta. Per quanto riguarda le composizioni drammatiche, per concorde
affermazione degli antichi, Ennio eccelleva nella tragedia, con composizioni
come Alexander, Andromaca prigioniera, Medea, Tieste, Achille, Aiace, Il
riscatto di Ettore, Ecuba, Ifigenia, Telamone, Telefo. A parte, come
praetextae, Sabinae[8] e Ambracia[9]. Che non fosse un grande poeta comico, lo
testimonia il fatto che restano solo pochissimi versi e due titoli di commedie,
la Caupunculae e il Pancratiastes. Alla poesia dotta appartenevano titoli
come Epicharmus ed Euhemerus, di tono filosofico, gli Hedyphagetica[10], o
ancora, sul versante della poesia disimpegnata, le Saturae e gli
Epigrammi[11]. Il mondo poetico e concettuale di Ennio Modifica Ennio fu
il primo poeta latino a scrivere un poema in esametri, il metro di Omero, che
fu poi utilizzato da tutti i poeti epici successivi: il suo capolavoro, gli
Annales, fu il primo poema epico a narrare la storia di Roma dalle origini
facendo di Ennio il "vate" di Roma e tra i principali modelli stilistici
del De rerum natura di Lucrezio e dell'Eneide di Virgilio. Scrisse numerose
commedie e tragedie di cui restano pochi frammenti, e da altri frammenti si
ritiene che abbia scritto anche alcune satire, anticipando addirittura Lucilio,
considerato il padre del genere. (LA) «O Tite tute Tati tibi
tanta tyranne tulisti!» (IT) «O Tito Tazio, tiranno, tu ti
attirasti disgrazie tanto grandi!» (Quinto Ennio) Poiché i frammenti a
noi pervenuti sono pochi e giunti per tradizione indiretta, non siamo capaci di
valutare la struttura compositiva del poema maggiore e le tecniche della
narrazione, ma emergono con sufficiente chiarezza le caratteristiche della
lingua e lo stile elevato e solenne, che appaiono frutto di un geniale
contemperamento di tratti tipicamente latini e audaci innovazioni grecizzanti.
Ricorre spesso ad arcaismi internazionali, tratti distintivi di derivazione
omerica (tanto che si presenta nel proemio come Omero redivivo, e Orazio stesso
lo definisce alter Homerus, "altro Omero"). Infatti fu ritenuto uno
dei principali fautori dell'ellenizzazione; nonostante Catone fosse uno degli
scrittori più attaccati alla cultura romana, riconobbe e apprezzò in Ennio le
doti intellettuali. Pare che fu Ennio ad introdurre l'esametronella letteratura
latina, formando i suoi versi anche solo con degli spondei (infatti sono detti
versi olospondaici). In Ennio abbondano le metafore, sempre molto
presenti nei poemi epici, le allitterazioni e l'uso della retorica. Note
Modifica ^ La vita: Ennio e i suoi continuatori, su sapere.it, De Agostini
Editore S.p.A. Annali. Commentari. Napoli: Liguori Editore, Quintus Ennius tria
corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine
sciret("Quinto Ennio diceva di avere tre anime in quanto parlava greco,
osco e latino") - Aulus Gellius, Noctes Atticae, Cornelio Nepote, Catone, Skutsch. Quinto
Orazio Flacco ^ Poemetto epico-encomiastico, del quale restano solo 14 versi,
dedicato a Publio Cornelio Scipione, nel quale il condottiero viene descritto
come perfetto exemplum di vir romanus ^ Trattava il ratto delle Sabine. ^
Trattava le gesta di Marco Fulvio Nobiliore in una spedizione contro gli Etoli
nel 189 a.C., culminata nella presa della città di Ambracia. ^ Catalogo di cose
buone da mangiare, redatto con vena salottiera e decisamente superficiale, come
evidente dall'unico frammento pervenutoci, di 11 versi, in Apuleio, De magia,
11. ^ Componimenti in distici elegiaci che si rifacevano a momenti particolari
della vita dell'autore. Voci correlate Modifica Rudiae Sepolcro degli Scipioni
Ènnio, Quinto, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Nicola Terzaghi, ENNIO, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, E., in Dizionario
di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Quinto Ennio, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Quinto Ennio, su Musisque
Deoque. Opere di Quinto Ennio, su PHI Latin Texts, Packard Humanities
Institute. Opere di Quinto Ennio, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Quinto Ennio, su Open Library, Internet Archive. I frammenti degli annali editi
e illustrati da Luigi Valmaggi, Torino, Casa Editrice Ermanno Loescher, Remains
of old latin. Vol. 1: Aennius and Caecilius, Warmington (a cura di),
Cambridge-London, Ennianae Poesis Reliquiae, Johannes Vahlen (a cura di),
Lipsiae, in aedibus Teubneri. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Letteratura Portale Lingua
latina Portale Teatro. Annales (Ennio) poema epico scritto
dall'autore latino Quinto Ennio Marco Fulvio Nobiliore politico
romano Ambracia. Quinto Ennio was a famous arly Roman poet. In his poems,
he demonstrates a familiarity with various ideas from philosophy and helped to
introduce these to the Roman world. Ennio. Keywords: il primo filosofo inglese,
il primo filosofo latino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ennio”, The
Swimming-Pool Library. Quinto Ennio. Ennio.
Grice ed Emiliani: l’implicatura
conversazionale della semiotica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Lugo). Filosofo italiano. Grice: “I like
Emiliani; of course in proper English we don’t pluralise ‘meanings’! But he
speaks of ‘significati,’ which is literate! The vernacular Italian is ‘segno,’
and the ‘ficare’ is also learned latinate! Gotta love him!” Dio è la mia speranza Anch'io vivo nella
speranza di avere amici in cielo che pregano per me e che attendono di unirsi a
me nella nostra comune patria. Dobbiamo sempre ricordare che questa vita
terrena è soltanto un passaggio verso la nostra vera patria che è quella
celeste. La Madonna è apparsa e ha parlato a moltissimi veggenti di molti
popoli e nelle più svariate circostanze, come una persona viva, che promette,
annunzia, loda, esorta, profetizza, prega, guida e protegge dai pericoli,
risana i malati, opera i miracoli, piange, invita alla conversione ed alla
penitenza, aiuta ad avvicinarsi a Cristo, suo Figlio. La mia sicura bussola è
camminare sulla strada della carità in ogni circostanza della vita. La presenza
in noi dello Spirito Santo è la caparra della nostra vita eterna futura. Solo
Dio resta. Egli è l'unica roccia a cui mi posso aggrappare per non essere
travolto dai flutti tempestosi in mezzo ai quali galleggio. Alessandro Emiliani, Dio è la mia speranza,
Edizioni Studio Domenicano. Nel suo saggio sul
segnato, valore, communicazione e ragionamento, Emiliani presenta un'analisi del
‘segnato,’ topico della semiotica. Il segnato è
un modo di una correlazione astratta posta dall'attività razionale intersoggettiva
e cooperativa con cui un contenuto e intenzionato e strutturato in ordine al
valore della profferenza e alla correttezza del ragionamiento conversazionale.
La forme logica non è innata, né e un atto o
evento psichico soggettivo, ma una struttura intersoggetiva astratta e
relazionale, invariante intersoggettivamente. Il segnato (non il ‘segno’) fonda
la correttezza del ragionamiento conversazionale (colloquenza – dialettica),
segnato dal segno di una operazione (negans, negatum, negatore; connettivi, --
conjunctum, congiutivo, disjunctum, disgiuntivo, ‘if’ filoniano, il quantificatore
universale o totale (ogni), il quantificatore parziale o essitenziale (G.
jemand), il descrittore, descriptum) non è
privo di ‘segnato’. Il segno di negazione, p. es., ‘non’, segna la negazione.
‘Non piove’ segna che non è il caso che piove.
Il segno (‘non’) ha come UNICO segnato quello che s’esprime nella forma logica
(explicatura, no implicatura). L’intensionale e il contenuto nozionale di ciò
che è mentato o segnato, distinto dal segnato estensionale o funzionale – e
spiegabile in una teoria di mondi possibili. Pensatile sempre dentro e mediante
una determinata struttura logicha. L’atto de denotare (referire) e l’atto di
predicare sono le due elementi di un complesso proposizionale (“Fido is
shaggy”). Un oggetto dell'universo di riferimento, considerato reale nel modo
più ampio (valore di una variabile). Il valore di una profferenza è spiegato da
una teoria della correpondenza. Il valore di soddisfacibilità e parte del meta-languaggio che presuppone la sintassi, la
semantica, e la prammatica. Lo scopo del griceanismo: il segnato. Fondamento
della introduzione del segnato, simbolo mono-semantico, simbolo bi-semantico,
simbolo tri-semantico, segnato del termine, segnato della formula del
linguaggio. Relazione estensione/intensione, referenza e predicazione. Il
valore della profferenza di soddisfacibilità e
meta-linguistico. Rapporto tra sintassi, semantica e pragmmatica – linguaggi-
oggeto e meta-linguaggio. Il linguaggio di una teoria del ragionamiento formalizzata
elementare – Sistema G-hp. Calcolo di predicati di primo ordine con identità. Sintassi di una
generica teoria del ragionamento normalizzata elementare. Simbolo primitivo.
Definizione ricorsiva del termine, definizione ricorsiva della formula del
sistema G-hp. Termine aperto e termine chiuso. Formula aperta e formula chiusa.
Profferenza semplice, proferrenza complessa. Componente deduttivo, induttivo ed
adduttivo di una generica teoria del ragionamiento elementare (G. R. I. C. E. –
gruppo per la ricerca dell’inferenza e la comprensione elementare). Il segnato di
una profferenza in romano ed italiano (Piove). Il segnato intenzionale di una
profferenza semiotica comunicativa, distinzione tra atto intenzionale dell'io e
forma intenzionale con cui ciò che è segnato e compressibile dal ‘tu’, intenzionalità
e consapevolezza, forma intenzionale, contenuto intenzionato. Profferenza e modalità
intenzionale. Tre dimensioni del segnato nella profferenza comunicativa; Il
segnato della profferennza assertiva (il simbolo di Frege),L’assertivo di una
profferenza semplice. Segnato intensionale (il senso fregeiano) di una
profferenza semplice. Il topico o denotatum di una profferenza semplice (“The
dog is shaggy”). Il segnato logico del termine, il segnato intensionale del
termine, il segnato referenziale del termine, ragioni che giustificano
l'introduzione di una descrizione chiusa nel Sistema G-hp di una teoria del
ragionamento Normalizzata elementare. Il segnato logico, intensionale e
referenziale del segno predicativo (‘shaggy’), il segnato logico del segno
predicativo, il segnato intensionale del segno predicativo, Relazione tra
segnato logico e segnato intensionale del segno predicativo. Il segnato
referenziale del segno predicativo, rapporti tra il segno intensionale e il
referente o denotatum or relatum di un segno predicativo. Il segnato del segno mono-sematico.
Il segnato logico del segno del negare
(cf. Grice, “Negation and Privation”). Il segnato logico di una operazione di
connessione fra sintagme: le particelle coordinante ‘e’, ‘o,’ e subbordinante,
‘se’, il segnato del segno di quantificazione totale o universale, ‘ogni’ – il
segnato del segno di quantificazione sustituzionale parziale o esistenziale
(Ex), Il segnato del segno dell’articolo definito (‘il’), descrizione, el
segnato logico dei segni ausiliari, il segnato intensionale e referenziale di
una profferenza complessa, il segnato intensionale di una profferenza
complessa; il denotatum di un profferenza complessa. Refutazione delle
impostazione convenzionalista (in termini di implicatura convenzionale) di
Strawson circa l'interpretazione del formalismo. Ragioni della inadeguatezza
dell’approccio di Strawson, interpretazione logica, interpretazione intensionale
e interpretation referenziale della semantica di una teoria dell’inferenza elementare,
interpretazione intensionale del linguaggio di una teoria, interpretazione
referenziale del linguaggio di una teoria, il valore di satisfactorieta di una
profferenza nel sistema G-hp nel quadro del meta-linguaggio. I requisiti della
definizione del valore di soddisfacibilità; condizioni
che rendono la definizione di ‘soddisfacibile’ adeguata al contenuto della
nozione intuitiva, condizioni che devono essere soddisfatte perché la
definizione del valore sia formalmente sana. Il valore di soddisfacibile associato
a una profferenza del sisstema G-hp. Considerazioni sulla definizione del
valore di soddisfacibile, distinzione tra concetto di soddisfacibilità e criterio di soddisfacibilità. Il valore di soddisfacibilità associato ad una profferenza non è ‘segnato’ dalla
profferenza o profferente a cui è associata, il soddisfacibile rispetto alla
profferenza a cui a associate non e ‘segnato’, ma un valore. Il soddisfacibile è
meta-linguistico, profferenza soddisfacibile, relazione tra profferenza
soddisfacibile e ragionamento sano. Il principio di bivalenza (Tertium non
datur – il terzo incluso). Stato del problema: la polemica Grice/Strawson. Il valore
di soddisfacibilità è associabile soltanto
alla profferenza per la quale il communicatore o profferente (implicans,
implicaturus) segna che p o q, il valore di soddisfacibilità e associabile a
ogni profferenza. Critica di un sistema bivalente che accetta la categoria
confuse di “lacuna” di valore di soddisfacibilità. Bivalenza e il sistema considerato
poli-valente. Bivalenza e l’intuizionismo di Lemmon e Dummett. Communicazione e
segnato, rapporto tra materia e forma dell’espressione per la quale il
communicatore o profferente o implicaturus segna (empiega) che p o q e il
rispettivo segnato. Il segnato come
criterio per determinare la primitività di un
simbolo, Le regole o teoremii di formazione sintattica d’introduzione e
eliminazione, il teorema del ragionamiento sano definito dalla sintassi e il
segnato logico. Communicazione naturale, segnare artificiale, arbitrario, non
naturale, e segnato. Natura, genesi, funzione e invarianza della forma e
struttura logica. Natura, genesi e funzione della forma predicativa (“Fido is
shaggy”), natura, genesi e funzione della forma soggettiva o topica, natura,
genesi e funzione della forma logica semplice, Natura, genesi e funzione della
forma logica espressa da un simbolo mono-semantico di operazione logica, Rapporto
tra l'attività dell'io intenzionante (implicaturus, e la struttura logica
intesa come modalità con cui il contenuto e intenzionato (“He went to bed and
took off his boots”). L'invarianza della forme o struttura logica.
Wikipedia Ricerca Significato Lingua Segui Modifica Ulteriori
informazioni Questa voce o sezione sull'argomento linguistica è priva o carente
di note e riferimenti bibliografici puntuali. «Noi non sappiamo che cosa
significano le parole più semplici, tranne quando amiamo e desideriamo.»
Emiliani, “Significati e verità dei linguaggi delle teorie deduttive(Ralph
Waldo Emerson) Il significato è un concetto espresso mediante segni che possono
essere grafici, verbali-orali, o mediante cenni e gesti. Il significato
permette di capire o esprimere il senso, il valore o il contenuto del segno.
Secondo il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure, il segno linguistico è
costituito dall'unione di un significato (un concetto, cioè la nozione mentale
che abbiamo di un determinato oggetto) con un significante (cioè una forma
sonora, o un'immagine uditiva). Il triangolo semiotico In semantica
(la disciplina che studia i rapporti tra segni e oggetti), secondo il classico
modello a tre elementi, il significato è la nozione o immagine mentale generica
che possediamo di un oggetto, la quale media tra la parola e la cosa. Ad es. il
concetto di albero ci dà modo di riconoscerlo sia che si tratti di una quercia
sia di un melo. Il significato è indicato graficamente o foneticamente dal
significante, mentre l’albero reale al di fuori della sfera linguistica è detto
referente. Va notato che mentre significato e significante sono sempre
presenti, il referente può mancare o cessare di esistere (es. nelle parole
“Napoleone” o “unicorno”). In semiotica, il significato è uno dei vertici
del triangolo semiotico postulato da Charles Peirce, come mostrato nella figura
accanto. Per quanto riguarda la porzione di realtà indicata, si distingue
in genere tra: denotazione, ovvero ciò che una parola indica in quanto
tale (uomo, e il suo significato di animale razionale); riferimento, ovvero ciò
che una parola indica in una frase determinata (quell'uomo è alto). Frege,
Senso, funzione e concetto, (edizione originale 1892). Giorgio Graffi; Sergio
Scalise, Le lingue e il linguaggio. Bologna, Il Mulino, Ogden e Ivor Armstrong
Richards, Il significato del significato. Studio dell'influsso del linguaggio
sul pensiero e della scienza del simbolismo, con saggi in appendice di B.
Malinowski e F. G. Crookshank, trad. Luca Pavolini, Milano, Il Saggiatore, 1966
(orig.: The Meaning of Meaning. A Study of the Influence of Language upon
Thought and of the Science of Symbolism, London, Routledge & Kegan Paul).
Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, Disambiguazione
Semantica Semantica lessicale Significato (psicologia) Struttura (semiotica)
Triangolo semiotico Alemma di dizionario «significato» Portale
Linguistica: linguistica Segno concetto
base della semiotica Significante Triangolo semiotico Wikipedia Il
contenuto Grice: “Alessandro Emiliani should be distinguished from
Alessandro Emiliani. Alessandro Emiliani is a philosopher; Alessandro Emiliani
is a semiotician!” Alessandro Emiliani. Emiliani. Keywords: semiotica, Dr.
Wilde, Wilde lectures on religion? That’s after Henry Wilde, not a doctor? He
was a doctor: “Dr. Henry Wilde” -- -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Emiliani” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Emone: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. A Pythagorian according to Giamblico. Emone.
Grice ed Empedo: la setta di Sibari -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Sibari). Filosofo
italiano. Pythagorean. Giamblico. Empedo.
Grice ed Endio: la setta di Sibari -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). Filosofo italiano. Pythagorean.
Giamblico. Endio.
Grice ed Enriques: l’implicatura conversazionale
arimmetica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Livorno). Filosofo italiano. Grice:
“I like Enriques; of course his “Problemi della scienza’ implicates that
philosophy does not have any!” Il Dipartimento "Federigo
Enriques" di Matematica dell'Università degli Studi di Milano, via
Saldini, Milano. Nato in una famiglia ebrea, si trasferì a Pisa. Suo fratello
Paolo Enriques, uno zoologo, fu padre di Enzo Enriques Agnoletti e Anna Maria
Enriques Agnoletti. Dopo gli studi liceali, compì gli studi universitari a Pisa
e la Scuola Normale Superiore. Si laurea. Frequenta in seguito un anno di
perfezionamento a Pisa e uno a Roma, dove ebbe modo di incontrare e collaborare
con Castelnuovo. Inizia inoltre a collaborare con Cremona, Segre e Amaldi.
Lincei. Insegna a Bologna. Fu invitato presso l'Roma, per occupare la
cattedra di matematiche superiori e di geometria superiore. Venne invitato da Neurath
a divenire un collaboratore dell'Encyclopaedia of Unified Science, la cui
pubblicazione era stata individuata come lo strumento per lo sviluppo del
movimento per l'unità della scienza (cf. Grice, “Einheit des Wissenschaft”).
Quando però furono promulgate le leggi razziali anti-ebraiche, e espulso
dall'insegnamento e da qualsiasi altra occupazione legata all'attività
culturale. Durante l'occupazione tedesca fu dapprima nascosto in casa di Frajese e poi a San Giovanni in Laterano. Insegna
a Roma nella scuola ebraica clandestina fondata da Castelnuovo per i giovani
ebrei estromessi dalle università italiane, e riusce a pubblicare alcuni
articoli in forma anonima sul Periodico delle Matematiche, di cui era stato
direttore. Torna a insegnare. Tra i fondatori della scuola italiana di
geometria algebrica, allarga gli orizzonti del dibattito scientifico
occupandosi di filosofia, storia e didattica della matematica. Fonda la Società
filosofica italiana (di cui fu presidente), assieme a Bruni, Dionisi, Rignano e
Giardina fonda la rivista internazionale Rivista di Scienza ed e nominato
direttore del Periodico di matematiche, organo della Mathesis. Diresse, tra
l'altro, la sezione di matematica dell'Enciclopedia Italiana. Fu un
filosofo di notevole livello e la sua fama fu internazionalmente riconosciuta.
I suoi contributi allo sviluppo della geometria algebrica furono rilevanti, per
importanza e originalità. Il periodo in cui si trova a vivere era un periodo di
cambiamenti epocali, cambiamenti che interessarono anche i concetti base della
matematica e della fisica. Enriques recepì immediatamente la portata delle
novità introdotte dalle opere di Einstein, che fu da lui invitato a tenere una
conferenza a Bologna. Nel campo dei fondamenti della matematica si ricordano i
testi scolastici di grande diffusione, rivolto all'insegnamento nei licei e
scuole superiori, nei quali la geometria euclidea, l'algebra elementare e la
trigonometria vengono presentate con il metodo razionale deduttivo. Fra le sue
opere più diffuse di matematica elementare si ricordano: Questioni
riguardanti le matematiche elementare, Questioni riguardanti la geometria elementare,
Bologna Zanichelli); Elementi di Geometria ad uso delle scuole superiori (con
U. Amaldi), Zanichelli Bologna e successive edizioni e ristampe); Nozioni di matematica ad uso dei licei moderni
(con U. Amaldi), Zanichelli Bologna); Gli elementi di Euclide e la critica
antica e moderna (Roma e Bologna, Le matematiche nella storia e nella cultura,
Bologna. Come opere principali di matematica superiore si ricordano in
particolare: Lezioni di geometria proiettiva, (it, de). Lezioni di geometria
descrittiva, Bologna, Lezioni sulla teoria geometrica delle equazioni e delle
funzioni algebriche. Bologna. Lezioni di geometria descrittiva, Le superficie
algebriche, Oltre alla sua attività come matematico, sviluppa significative
ricerche di epistemologia, storia della scienza e filosofia della scienza.
Questo suo impegno per il rinnovamento della cultura, avvenne in un periodo non
facile, sia per gli eventi bellici, sia per la cultura dominante nella prima
metà del Novecento, caratterizzata dalla filosofia idealistica e dal ridotto
interesse verso la cultura scientifica. Fra le sue numerose saggi in queste
materie si ricordano: Problemi della scienza” (Zanichelli, Bologna); “Razionalismo
e storicismo in "Rivista di Scienza", Zanichelli, Bologna, Il
pragmatismo in "Scientia", Zanichelli, Bologna); “Scienza e
razionalismo, Zanichelli, Bologna. Matematiche e teoria della conoscenza in
"Scientia", Zanichelli, Bologna); “Per la storia della logica,
Zanichelli, Bologna. Storia del pensiero scientifico, Bologna, scritta con G.
Santillana. Il significato della storia del pensiero scientifico, Bologna, ripubblicato
da Barbieri, La teoria della conoscenza scientifica da Kant ai nostri giorni,
Bologna. Le dottrine di Democrito d'Abdera. Testi e commenti, con M. Mazziotti,
ripubblicato per Edizioni immanenza. Sviluppò una corrente di pensiero vicina
al razionalismo. Assieme a Peano si può considerare uno dei principali filosofi
italiani che si sono dedicati allo studio della logica e della filosofia della
scienza nella prima metà del Novecento. Ha messo in luce due aspetti
fondamentali del pensiero scientifico nella prima metà del sec XX: la sempre
maggiore specializzazione delle discipline fisiche, tecniche, ecc. e la
tendenza al rinnovamento che si è avuta sia nei fondamenti della matematica,
sia nella fisica moderna. Assieme a Bruni, Dionisi, Giardina e Rignano,
fonda la rivista di ricerca e divulgazione scientifica Rivista di scienza
(rinominata successivamente Scientia), con l'obiettivo dichiarato di superare
le divisioni disciplinari in nome dell'unità del sapere e contro l'eccessiva
specializzazione accademica. Contro codesti criterii ristretti intende reagire
soprattutto il movimento nuovo di pensiero verso la sintesi; una Filosofia
libera da legami diretti coi sistemi tradizionali, sorge appunto a promuovere
la coordinazione del lavoro, la critica dei metodi e delle teorie, e ad
affermare un apprezzamento più largo dei problemi della Scienza. Pel quale il
particolarismo stesso viene compreso in un aspetto più adeguato nella interezza
del processo scientifico. (Programma, Rivista di Scienza). Condusse la rivista,
quando un articolo di Rignano sulle cause della guerra lo costrinse a
rassegnare le dimissioni. Torna alla direzione alla morte di quest'ultimo e
sotto sua esplicita richiesta fino al’anno delle leggi razziali. Abbandonato
ogni incarico, ritorna infine alla guida di Scientia a due anni dalla morte. Il
primo saggio significativo dedicato da Enriques a questioni di metodo e
filosofia della conoscenza è l'opera Problemi della scienza nella quale compie
un'analisi articolata delle varie discipline della matematica, della geometria,
della meccanica, della fisica edella chimica alla fine del XIX secolo. Mette in
evidenza l'importanza che lo scienziato deve analizzare con la massima
attenzione, sia i fondamenti logici e sperimentali delle diverse
discipline, sia il contesto storico e le situazioni in cui i principi
scientifici sono stati scoperti. In quest'opera Enriques indica che una
visione dinamica della scienza, porta naturalmente nel terreno della storia. I
fondamenti della scienza quindi non possono essere capiti completamente se non
si analizza anche il contesto storico e culturale nel quale sono stati
formulati. L'opera ebbe maggiore fortuna e diffusione all'estero, che non in
Italia, dominata agli inizi del Novecento dalla cultura letteraria e della
filosofia idealistica. Il suo pensiero trova riscontro nelle teorie
elaborate dai massimi epistemologi filosofi fra cui Popper, Lakatos e Kuhn. In
particolare nel pensiero di Lakatos e di Kuhn viene sviluppata la concezione
della formazione storica dei concetti scientifici, come opera di più autori e
ricercatori, che in un determinato periodo storico elaborano una serie di
principi-base sui quali viene sviluppata una teoria ipotetico-deduttiva e le
successive verifiche sperimentali. Importante è anche la presa di
posizione sia rispetto alla filosofie idealistiche del ‘900, che hanno
tralasciato gli aspetti della filosofia della scienza, sia la sua posizione
critica rispetto alla filosofia di Kant. In particolare, critica il concetto di
giudizio sintetico a priori di Kant (Critica della ragion pura). Secondo
Enriques, i principi fondamentali delle scienze sono elaborazioni razionali
derivate per induzione dall'esperienza e dalla percezione sensoriale e non sono
giudizi sintetici a priori. In questo saggio porta alcuni esempio fondamentali.
I postulati della geometria sono generalizzazioni, per astrazione, di semplici
esperienze geometriche, che ogni allievo compie fin dalle prime osservazioni
razionali del mondo esterno, svolte anche in ambito scolastico. I principi
della geometria sono generalizzazioni di esperienze sensoriali concrete.
Allo stesso modo anche i principi della Fisica e della Chimica derivano
direttamente da generalizzazioni di esperimenti reali. Ad esempio la Legge di
conservazione della massa dovuta a Lavoisier non è un giudizio sintetico a
priori, come crede Kant. È noto infatti che deriva da semplici esperimenti
fisici, svolti pesando i composti chimici prima e dopo una reazione
chimica. La nuova impostazione razionalistica e storica fu avviata in
Italia da Enriques, in Francia da Duhem e in Austria da Mach e da altri autori
riunitisi intorno al Circolo di Vienna. Fu poi sviluppata ulteriormente in
Italia da Geymonat e dalla sua scuola milanese che ha ripreso gli studi di
Enriques, sviluppando i temi di storia della scienza e di filosofia della scienza.
Un'altro saggio fondamentale è Per la storia della logica che mette in evidenza
l'importanza della deduzione, della induzione e gli altri aspetti
interpretativi ed epistemologici della logica. Il saggio ha un approccio
storico e descrittivo della logica è ricco di citazioni originali, e affronta
questo difficile argomento anche con una certa ironia ed eleganza letteraria.
Nell'opera, sono illustrati in modo semplice e sintetico i contributi portati a
questa disciplina dai vari filosofi nelle varie epoche. Si può considerare uno
dei pochi testi in cui la materia è esposta in modo chiaro, essenziale e
interessante. Di notevole interesse per le fonti storiche citate e per la
narrazione della genesi dei concetti scientifici sono la serie di opere
dedicate alla storia della scienza. Il primo saggio fu la “Storia del pensiero
scientifico” scritto in collaborazione con G. Santilana. Quest'opera ripercorre
la storia delle scienze matematiche, geometriche, astronomiche, meccaniche e
fisiche dall'antica Grecia fino ai giorni nostri, con numerose citazioni e
fonti storiche degli autori originari. A esso seguirono altri testi di
approfondimento, fra cui, “Il significato della storia del pensiero scientifico
e La teoria della conoscenza scientifica da Kant ai nostri giorni; Lineamenti
di filosofia della scienza. Dei numerosi saggi dedicati agli aspetti filosofici
della scienza si desumono i principali lineamenti del suo pensiero
razionalista, che, a titolo orientativo si possono cercare di sintetizzare nei
seguenti punti: Equilibrio fra intuizione e ragionamento logico. Nelle
opere scientifiche gli argomenti sono esposti in modo intuitivo, evidenziando i
motivi sperimentali e oggettivi alla base di alcuni concetti astratti. Dopo la
descrizione dei suoi principi, si sviluppa poi la materia con criteri logici,
deducendo razionalmente le principali leggi, teoremi e applicazioni. Questo
carattere, comune anche ai grandi scienziati del passato (Galilei, Cartesio,
Newton, Eulero, Coulomb, ecc.) contraddistingue il metodo di Enriques, rispetto
agli indirizzi formalisti che si sono avuti nella logica e nella
matematica del XX secolo. Problema della specializzazione delle scienze: ha
colto questo aspetto critico delle numerose edeterogenee discipline
scientifiche nel XIX e XX secolo. Per superare il problema della eccessiva
frammentazione del sapere ha proposto di ripensare i concetti fondamentali
della fisica, della geometria, della matematica e delle altre scienze naturali
con criteri unitari, approfondendone il significato intuitivo, sperimentale e
la sua genesi storica. Approccio storico alla conoscenza scientifica. Questo
aspetto caratterizza il metodo di Enriques, che ha sviluppato con passione e
impegno moltissimi aspetti di storia della scienza. La storia della scienza fa
parte della scienza stessa. Per capire veramente un teorema non è sufficiente
capire solo la sua dimostrazione, ma anche il contesto storico nel quale è
stato formulato, quali sono stati i problemi tecnici che hanno portato alla sua
formulazione e come sono stati risolti tali problemi con l'applicazione delle
teorie scientifiche. Sviluppato in Italia il nuovo approccio di storia della
scienza avviato da Mach e da Duhem, precursori del gruppo di filosofi e
scienziati Professore del Circolo di Vienna. Valenza fisica dei concetti
geometrici. La geometria può essere considerata come il primo capitolo della
fisica, diversamente dai matematici e filosofici formalisti che la considerano
una scienza astratta. L'orientamento formalista nella geometria è stato
delineato da Kant (Critica della ragion pura) per il quale i postulati
geometrici non derivano solo dall'esperienza visiva, ma sono giudizi sintetici
a priori di carattere soggettivo e indipendenti dalle percezioni sensoriali. La
tesi di Kant è stata discussa dai massimi esperti di filosofia teoretica con
orientamenti contrastanti. Nel XIX secolo in opposizione a Kant si è delineato
un approccio fisico-sperimentale ai principi geometrici, al quale hanno aderito
molti storici e filosofi della scienza. Ha contribuito alla riscoperta del
significato più autentico, di carattere storico, intuitivo e sperimentale alla
base della geometria, della matematica e delle scienze fisiche. Contributi su
Scientia Articoli “Eredità ed evoluzione” su amshistorica.cib.unibo. “I numeri
e l'infinito” su amshistorica.cib.unibo. “Il pragmatismo” su
amshistorica.cib.unibo. “Il principio di ragion sufficiente” su amshistorica.cib.unibo.
“Il problema della realtà” su amshistorica.cib.unibo. “Il significato della
critica dei principii nello sviluppo delle matematiche” su
amshistorica.cib.unibo. “Importanza della storia del pensiero scientifico nella
cultura nazionale” su amshistorica.cib.unibo. su amshistorica.cib.unibo. “L'infinito
nella storia del pensiero” su amshistorica.cib.unibo. La filosofia positiva e
la classificazione delle scienze, I motivi della filosofia di Eugenio Rignano,
su amshistorica.cib.unibo. Recensioni (in francese) Ailly (D'),Imago mundi, Aliotta, A. L'esperienza
nella scienza, nella religione e nella morale, su amshistorica.cib.unibo. Archibald, R. C. Outline of the History of
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e la formazione filosofica di Epicuro, su amshistorica.cib.unibo. Blanche, R. Le rationalisme de Wewell, su
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et bachotage, su amshistorica.cib.unibo.
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History of Science, Technology and Philosophy in the 16 and 17 Centuries, su
amshistorica.cib.unibo.L'autore ha curato una decina di manuali didattici di
geometria e algebra elementare e oltre 20 trattati di matematica superiore. Ha
inoltre pubblicato un'ampia serie di testi di storia e di filosofia della
scienza e numerosi articoli specializzati. L'elenco completo delle sue opere
comprende oltre 300 titoli, fra saggi, articoli e trattati
scientifici. Questo testo proviene
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Enriques, Gaspare Polizzi, ENRIQUES, Federigo, in Il contributo italiano alla
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"Le Armonie Nascoste", un recente documentario su Enriques su
lalimonaia.pisa. Coloro che s'immergono
nella dialettica, dice Aristone di Chio, fanno come i mangiatori di gamberi:
per un boccone di polpa perdono il loro tempo sopra un mucchio di scaglie. Ma Hamilton,
riportando il motto, vi aggiunge un’osservazione che non sembra aver perduto
valore ai nostri giorni. Da noi, dice, il filosofo perde il tempo senza nemmeno
gustare un boccone di polpa. Infatti il filosofo che ha percorso gli studi
romani antichi classici, domanderebbe invano alla dialettica che gli fu
insegnata, un concetto adeguato di quello che è l’ordinamento di un calcolo
deduttiva come la geometria, nonché una spiegazione del significato e del
valore dei principi che s’incontrano in la geometria. Che cosa e una
definizione, un’assioma, un postulato? Che posto occupano nell’organismo della
teoria dialettica? Quali sono i criteri che presiedono alla loro scelta o che
permettono di giudicare della loro accettabilità? Tutte queste domande rimangono
senza risposta, pel filosofo, se pure ad esse si alluse vagamente da qualche
oscura dottrina del concetto. Certo esse non ricevono lume dalle minute
classificazioni sillogistiche, per mezzo delle quali egli vien abilitato,
quando mai, a verificare ciò che non ha alcun bisogno di verifica, cioè la
coerenza formale di una dimostrazione geometrica. Ora è essenziale rilevare che
il filosofo, ponendosi il problema dell’ordinamento della propria disciplina, si
ritrova in faccia alla dialettica nella posizione stessa dei filosofi che hanno
lavorato a costruirne l’edifizio, giacche lo sviluppo della dottrina del ragionamento
procede appunto dalla critica dei filosofi che hanno riflettuto intorno alla
natura e all’ordine della consequenza logica. Come padre della dialettica viene
designato Aristotele. Ma Aristotele non può essere ritenuto se non raccoglitore
e sistematore di ciò che nella dialettica e elaborato prima di lui, qualunque
sia il contributo originale che può aver recato al sistema. L'affermazione
precedente apparirà tosto giustificata quando si ricordi che le matematiche
avevano raggiunto, già all’epoca di Platone, uno sviluppo assai elevato, [Il
vanto che Aristotele dà a sè stesso (al termine degli Elenchi Sophistici) di
aver creato una nuova scienza, appare, a chi legga tutto il paragrafo,
riferirsi in modo stretto alla scienza della discussione o dialettica o
collequenza e ad ogni modo non prova nulla contro il nostro asserto. La logica
degli anlichi fiacche — a partire da Ippocrate di Chio — si cominciò a scrivere
trattazioni dei suoi Elementi. Anche, che anzi, proprio all'epoca di Platone, ed
in più o meno stretta connessione coll’accademia da cui pure usce Aristotele,
alcune teorie aritmetiche furono oggetto di una profonda elaborazione critica
(Eudosso, Teeteto...), che costituisce il precedente storico degli Elementi
d'Euclide. Anche, che, d’altra parte, la dialettica aveva ricevuto uno
straordinario sviluppo nelle discussioni dei Sofisti, sia presso i primi
insegnanti salariati che presero tal nome, filosofi — come Protagora dì Abdera
— sostenitori dell’ empirismo avverso il razionalismo metafisico del circolo di
Velia, sia, più specialmente, presso i Megarici ed altri pensatori affini, che,
in connessione coi circoli socratici, ripresero e svolsero in un modo
formalistico la veduta veliatica. La finezza di alcuni sofismi attribuiti a
filosofi di Velia, basterebbe da sola a testimoniare della profondità dell’analisi
da essi ragggiunta, di fronte a cui fanno talora meschina figura le spiegazioni
o confutazioni d’Aristotele negli Elenchi Sophistici. Aggiungasi che le stesse
polemiche aristoteliche contro avversari non nominati (per esempio, intorno
alla necessità e al carattere dei principi negli Analytica posteriora) valgono
ad indicare che il problema logico dell’ordinamento di un calcolo
analitico-deduttivo si dibatte secondo vedute diverse, alcune delle quali si
riveleranno — ad un esame approfondito — più vicine alle vedute moderne, in
confronto a quelle adottate dal filosofo di Stagira. I trattati d’Aristotele,
che furono raccolti sotto il nome comprensivo di Organo, manifestano la doppia
origine, dalla critica dell’aritmetica e dalla pratica della colloquenza.
Infatti, i primi due saggi (Categoriae e De Interpretatione) si riferiscono
alla classificazione o tassonomia delle espressione isolate e della
proposizione, formando quasi una introduzione a tutta l’opera. I due saggi successivi
(Analytica priora e Analytica posteriora) svolgono appunto la colloquenza come
calcolo, quale risulta dall’analisi del ragionamento. Invece i due saggi
(Topica ed Elenchi Sophistici) concernono l’arte della colloquenza o argomentare,
mirante — non all’analitico ma soltanto al ‘desirabile’ ed al ‘credibile’ o ‘probabile’
in rapporto alla pratica della colloquenza. Aristotele ritiene per quest’arte
il nome eleatico-platonico di ‘colloquenza’, mentre distingue col nome di
propedeutica analitica – lo studio dell’analitico -- l’esame del procedimento
della scienza dimostrativa, in cui dalla possibilità della scienza si desumono
le condizioni del suo ordinamento questo senso è stato ripreso da Kant in
quella parte della Critica della ragion pura che costituisce l’Analitica
trascendentale. L’espressione ‘logicus’ è usato dal nostro per designare
procedimenti del discorso che, non partendo da principi, non hanno valore dimostrativo.
Ma quest’espressione s'incontra, già prima, [Quest’osservazione è fatta da
Pranll, Geschichte der Logik. La logica degli antichi nel titolo di un saggio
di Democrito d’Abdera: rtepi Xoytxwv i)
xavwv. E nella misura in cui si può ammettere che Aristotele ne abbia
conservato il ‘significato’, rivelerebbe una diversa cocezione (più relativa e
formale) del ragionamento: la quale s’incontra di fatto dopo Aristotele, e spalmente
presso gli Stoici. Ora questi filosofi, appunto a partire da Zenone Cizio, designano
come “to logikón” quella parte della filosofia che ha relazione al “logo” o discorso,
e che comprende questioni attinenti al ragionamento e questioni rettoriche o di
grammatical della profundita; mentre la scuola contemporanea di Epicuro ha
tratto sicuramente da Democrito il nome di canonica, con cui designa le regole
del metodo. Siffatte osservazioni, tendono a mostrare che l’influenza della vasta
opera aristotelica sui successori, non fu così esclusiva come di solito si
ammette, e c’inviterà a ricercare in questi stessi successori il riflesso delle
opinioni più antiche, ed in particolare di quelle del maestro d’Abdera. Per
formarsi un concetto dell’origine della logica, sarebbe interessante di
ricercare se e quali ([Diels, Die Fragmente der Vorsokraliker: Dem.A 33, B.
10^. Diog. Laert. VII, 33 (In Arnim, Diogenes, 16). CO Aggiungeremo che Prantl opina
che il nome proprio vj, come appellativo della scienza del ragionamento, o come
nome comprensivo di esso e della rettorica, introduca piuttosto dai tardi
peripatetici che dagli stoici] rapporti sieno interceduti fra la critica dei
matematici e le sottili disquisizioni e implicature dei sofisti. Clairaut, per
spiegare il rigore del ragionamento di Euclide, notta: ce geomètre avait à
convaincre des Sophistes obstinés qui se faisaient une gioire de se lefuser aux
vérités le plus évidentes. Houel ripette che la forma dogmatica d’Euclide è
dovuta a “sa préoccupation de fermer avant tout la bouche à des sophistes que
la Grece avait le tori de prendre au sérieux.” “De là,” egli aggiunge, “son
habitude de demontrer toujours qu' une chose ne peul pas ótre au lieu de
demontrer qu’ elle est.” Queste affermazioni sono state frequentemente contestate,
giacche è difficile riconoscere che i sofisti abbiano esercitato un'influenza
diretta, non dico sopra Euclide, ma nemmeno sopra i geometri, suoi predecessori,
che hanno elaborato criticamente la scienza matematica. Tuttavia si può citare,
a questo proposito, qualche accenno ad una polemica antimatematica di Protagora
e di Antifonte tendente a restituire (avverso la filosofia razionalistica) il
carattere empirico (alla Mills, i. e., sintetico, non analitico) ai concetti
della geometria: argomenti dello [Elementi de geometrie, Parigi] [Essai
critique sur les Principes fondamenlaux de la Géométrie” Parigi] Nondimeno i
rapporti amichevoli di Protagora col matematico Teodoro di Cirene sono
attestati da Platone: Teeteto 161 b 162 a. (Aristotele, Met. II, 2. (20). Cfr.
Simplicio in Aristotele Phys.: Diels B. 13. La logica degli antichi] stesso
genere vedonsi comunemente ripetuti dagli empiristi» e — per quanto concerne
l'antichità — si trovano raccolti da Sesto Empirico (‘). Ma, qualunque veduta
si abbia intorno alle idee espresse da Clairaut e da Hoiiel (che sono errate
almeno per quel che concerne la svalutazione del movimento sofistico I), un
altro nesso, più importante, appare fra la critica logica dei matematici e la
dialettica dei sofisti, poiché l’una e l’altra sono generate insieme dalla
filosofia di Velia. Infatti Zenone di Velia, è additato, dallo stesso
Aristotele, come inventore di quell’arte litigiosa che è la dialettica e,
d’altra parte, l’analisi penetrante di Tannery e di Zeuthen sui celebri
argomenti intorno al moto (la dicotomia, l’Achille, la freccia, ecc.), ha messo
in evidenza il loro significato e valore matematico, sicché il sottile
dialettico in cui la tradizione non ha veduto che un ragionatore ‘paradossale’,
si scopre ai nostri occhi come iniziatore di quell’ ordine di considerazioni
che costituisce l'analisi infinitesimale. Ed é sommamente istruttivo
riconoscere che proprio dalle considerazioni infinitesimali — in cui il
pensiero i trova esposto a non sospettate fallacie — trae origine la critica
del ragionamento, onde ne esce fuori la sco¬ perta del principio di contraddizione
e il procedimento [Adversus Aialhcmaticos, I. III. (2 ) Cfr. Diog., L., Vili,
57; Sesto Adv., Math., VII, 6 (in Diels, Zenone, A, IO); Aristotele ed. Didot]
di riduzione all'assurdo, o eliminazione della negazione. Democrito che
spingerà innanzi l’analisi infinitesimale, scoprendo il volume della piramide,
viene parimente ricordato da Diogene Laerzio come prosecutore della dialettica
zenoniana. Ma importa spiegare, sia pure con brevità, come le origini
dell’analisi infinitesimale si riattacchino ad un critica dei principi della
geometria, a cui pertanto viene a connettersi lo sviluppo della logica. La dimostrazione
delle cose che qui asseriamo si troverà nei lavori degli storici sopra citati, ed
anche in altri nostri scritti, in cui abbiamo trattato più particoiar-mente
questo soggetto. Secondo le notizie che ci vengono fornite da Proclo, nel
commento al primo libro dell' Euclide, le principali teorie geometriche che
costituiscono gli Elementi furono elaborate dai pitagorici e ricevettero già a
Crotone uno sviluppo dimostrativo. Zeuthen suppone che il punto di partenza di
questo sviluppo sia stato il tentativo di stabilire in generale la relazione
fra i quadrati dell’ipotenusa e dei cateti del triangolo rettangolo, nota sotto
il nome di teorema di Pitagora. D’altronde vi sono numerosi indizi che la
geometria pitagorica avesse come fondamento una teoria delle proporzioni (symmetria,
o della misura o analogia), basata sopra un concetto EMPIRICO del punto-esteso,
preso come [Cfr. Enriques, Il procedimento di riduzione all'assurdo, Bollettino
della Mathesis ».Cfr. in ispecie Tannery, Pour la Science hellcne, cap. X. La
logica degli antichi] elemento unitario di tutte le cose (monade). Così l’affermazione
pitagorica che le cose sono numeri è da interpretare nel senso che un corpo, o
una figura geometrica, che in questo stadio della filosofia si pensa in maniera
concreta, e un aggregato di punti, cioè unità aventi posizione. Ma l’ipotesi monadica
traeva con se la commensurabilità (simmetria) di due segmenti qualsiansi, che
appunto rendeva senz' altro possibile la misura, e questa conseguenza doveva
urtarsi — nel stesso circolo pitagorico— colla scoperta che la diagonale e il
lato del quadrato sono incommensurabili. Ora, mentre i pitagorici si
affaticavano intorno a questa difficoltà, altri filosofi che del resto sono usciti
dai medesimi circoli, iniziano la critica dei concetti geometrici, riconoscendo
che un ragionamento, il quale voglia mantenersi immune da contraddizioni, deve
riguardare il punto come privo di estensione, la linea come lunghezza senza
larghezza, la superficie senza spessore, e di qui vengoo naturalmente condotti
alle prime considerazioni infinitesimali. Questi critici razionalisti sono i
filosofi di Velia: Parmenide e il suo discepolo, l’italiano Zenone. La loro
speculazione segna un punto decisivo nella storia della filosofìa, perocché
essa proclama nettamente, per la prima volta, i diritti della ragione: il ragionamento
coerente viene assunto [Parmenide è annoverato fra i pitagorici nel catalogo di
Giarablico (Diels, Pyth, 45, A.) e delle sue relazioni con altri pitagorici ci
viene attestato da Diogene Laerzio. Senz’ altro a misura della verità, cioè
dell' esistenza metafisica, distinta e contrapposta all’ opinione probabile che
si riferisce alla realtà sensibile. Da questo razionalismo, per cui il pensiero
non esita a staccarsi dalle apparenze fenomeniche per serbare rigida fede ai
suoi principi, nasce — come si è detto — il metodo dialettico, che è il germe
della logica. La quale ebbe a svilupparsi di poi, mentre fervevano le
controversie fra empiristi e razionalisti, e — per opera di questi — si
proseguiva lo sviluppo dell analisi infinitesimale (Democrito), e se ne indagava
criticamente i principi (Eudosso). Ma, poiché questa critica — toccando alla
teoria fondamentale degli incommensurabili e delle proporzioni — veniva ad
involgere l’intiero problema dell’assetto rigoroso della geometria, la ricerca
logica non poteva limitarsi all’ analisi dei sottili procedimenti implicaturali
della deduzione, anzi doveva naturalmente estendersi all’ordinamento della
scienza e alla valutazione dei suoi principi. In rapporto a ciò che precede
riescono sommamente espressivi ed interessanti i giudizii di Plato ne, sebbene
forse, si sia esagerata dallo Zeuthen l’influenza che il filosofo ateniese può.
“Sur la riforme qu' a subie la malhématique de Platon à Euclide et gràce à
laquelle elle est devenue Science raisonnée, “Memorie dell’ Accademia di
Copenhagen”)] avere esercitato su pensatori matematici quali Eudosso Teeteto,
allorché designa il movimento critico el tempo col nome di riforma platonica
dèlle matematiche. Riferiamo alcuni passi della Republica 510. Quelli che si
occupano di geometria e di aritmetica ecc. assumono il “pari” ed il “dispari”,
e le figure e tre specie di angoli, e altri simili supposti nelle dimostrazioni;
e come avendone certa scienza questi supposti li prendono per base, e quasi
fossero evidenti non pensano affato a darne alcuna ragione, nè a se stessi, nè
agli altri; anzi, di qui partendo, ordinatamente dimostrano lutto il resto
giungendo infine a ciò che si proponevano di dimostrare. Essi si valgono, per
ciò, di figure visibili, e ragionano su di esse, non ad esse pensando, ma a
quelle di cui queste sono l’immagine, ragionando sul quadrato in se stesso e
sulla sua diagonale, anziché su quello o quella che disegnano; e cosìutte le
figure che formano o disegnano (quasi ombre o immagini specchiate dall' acqua),
tutte le adoperano come rappresentazioni, cercando di vedere attraverso di esse
i loro originali, che non sono visibili se nndall’intelligenza (5:cV3ix).... ».
(511). Questa specie invero io la dicevo intelligibile, e intendevo dire che
l’anima nell’ investigazione di essa, è costretta a valersi di remesse. Ci
valiamo dell’ed. Didot e della trad. it. edita da Laterza, che riportiamo con
lievi modificazioni. non procede al principio, perchè non è in grado di andare
oltre alle premesse, ma si vale, come d’ immagini, degli originali appartenenti
al mondo di quaggiù, da esse imitali, valutandoli e stimandoli come eidenti di
fronte a quelle,” mentre “il ragionamento che usa la forza della dialettica,
considerando le remesse non come principi ma soltanto come pre¬ esse — quasi
punti d’ appoggio e di partenza — giunge a ciò che più non ha premesse, cioè al
principio universale, e raggiuntolo e tenendosi fermo alle conseguenze che ne
derivano, perviene al fine senza far uso di nessun sensibile, cioè procede
dalle idee stesse alle idee attraverso le idee, per finire alle idee. Di qui la
distinzione posta fra la ragione del dialettico (vo’jc, vóy}oic) e
l’intelligenza del geometra (3:xvo:s() che sta di mezzo fra l’opinione e la
ragione”. La stessa distinzione ritorna in: Rep. (533c,...): la geometria e le
scienze affini sognano rispetto all’ essere, ma è imposibile che lo vedano ad
occhi aperti, intanto che si valgono di postulati e li tengon fermi, mentre non
sanno renderne conto. Veramente la disciplina, che ignora il suo principio, e
che ha la fine e il mezzo legato a ciò che non sa, come si potrebbe chiamarla
scienza?... ».Vi è qualche difficoltà a comprendere queste vedute. Anzitutto
giova respingere l’ interpretazione più comune, che stabilisce una differenza
radicale fra la ragione del dialettico e l’intelligenza del geometra, giacché
non si riesce a dare alcun significato alle idee platoniche, se non ammettendo
che esse esistano nello stesso modo in cui si afferma l’esistenza di rapporti o
di forme matematiche nella natura. L' apparente contraddizione fra questo modo
d'intendere la dottrina e le parole del testo sopra accennato, si toglie
ammettendo che il posto inferiore attribuito alle matematiche di fronte alla
dialettica, si riferisca non tanto alle matematiche pure, costruibili come
scienze (pafW’yiJ.aT*) secondo l’ideale del nostro, quanto alle matematiche
considerate come arti (zl'/yy.:). Ed in appoggio a tale veduta si possono
citare altri passi dello stesso dialogo, p. es.: Rep. (527) anche coloro che sono poco profondi in
geometria, non metteranno in dubbio che questa scienza è tutto il contrario di
quanto parrebbe dalla terminologia che usano quelli che la professano. È una
terminologia troppo ridicola e misera, perchè — quasi si trattasse di scopo
pratico — parlano sempre di quadrare, di prolungare o di aggiungere. Invece
tutta la scienza si coltiva collo scopo di conoscere”. Ma qual’ è l’ordinamento
della geometria vagheggiato da Platone? su che base vorrebbe egli edificarne i
principi? I passi citati indicano assai chiaramente che per conferire alla
scienza un valore razionale, il filosofo [Cfr. G. Milhaud: Les philosophes
géometres de la Grece. Parigi, Alcan; Enriques: Scienza e razionalismo,
Bologna, Zanichelli] vorrebbe eliminare quelle domande che si pongono a
fondamento delle dimostrazioni, sotto il nome di postulati (axioma), mercè cui
si assume la possibilità di certe costruzioni, facendo appello ad operazioni
pratiche sopra modelli sensibili. La base della geometria, edificata secondo i
criteri della dialettica, consisterebbe duue in pure definizioni (il procedimento
dialettico ha appunto come scopo di definire i concetti !) o in principi
evidenti — quali gli assiomi — che Platone riguarderebbe come conoscenze innate,
giusta la teoria della reminiscenza (annamnesis) esposta nel Menone. In tal
guisa le proprietà elementari che una figure visibile ha porto occasione di
riconoscere, merce 1 intelligenza ideahzzatrice (dianoia), apparirebbero
fondate sulla pura ragione (nous). Rivolgendoci agli Analytica di Aristotele,
vi troveremo notizie più precise sui criteri adottati dai geometri nell
ordinamento logico della scienza, criteri che sara interessante di raffrontare
a quelli che appaiono, in atto, negli Elementi euclidei. Già al principio degli
Analytica priora, l’autore definisce il concetto della scienza di cui imprende
lo studio. Anzitutto e da dire il soggetto e lo scopo di questo studio: il
soggetto è la dimostrazione e lo scopo è la scienza dimostrativa (à~:a~y.tirj
à7to8sM~:xf/). Quindi, negli stessi Analytica priora, viene a stabilire la
teoria del sillogismo (teorico o aletico, e pratico o volitivo), e passa poi ad
esaminare — nei posteriora — l’ordinamento delle scienze deduttive, riferendosi
perciò continuamente alle matematiche. Quest’ ultimo trattato, che qui occorre
specialmente esaminare, si apre coll’ enunciato che ogni conoscenza razionale,
sia insegnata, sia acquistata, deriva sempre da conoscenze anteriori. L'osservazione
mostra che ciò è vero di tutte le scienze. Infatti questo è il procedimento
delle matematiche e, senza eccezione, di tutte le altre arti. Ora dal concetto
stesso del sapere segue necessariamente che la scienza dimostrativa procede da
principi veri, da principi immediati, più noti che la conclusione, di cui sono
la causa ed a cui precedono. Aristotele (ibidem, 1, 3) esamina e respinge le
obiezioni di due specie di avversari di questa dottrina, i quali pretendono o
che non vi sieno principi e però che la dimostrazione riesca impossibile, dando
luogo ad un regresso all’ infinito; o, all' opposto, che il procedimento della
dimostrazione sia affatto relativo, sicché i principi possano provarsi partendo
dalle conclusioni, così come le conclusioni dai principi: ciò che egli dice dar
luogo ad un circolo vizioso. Sarebbe assai interessante conoscere gli avversari
[Cfr. Enriques: Il concetto della Logica dimostrativa secondo Aristotele in «
Rivista di filosofia ») An. post. I, 2 (6). a cui il nostro si riferisce. Forse
la prima obiezione apparteneva alla polemica antimatematica di filosofi
empiristi, mentre la seconda potrebbe essersi presentata nei circoli megarici
(imbevuti del relativismo veliatico) ovvero a Democrito o ad altri matematici,
critici dei principi della scienza. Ad ogni modo, della veduta qui espressa —
che è solo apparentemente illogica — ci colpisce l'analogia che essa presenta
con talune vedute moderne. Aristotele combatte questo relativismo, poiché tutta
la sua metafisica, ispirata alla dottrina platonica delle idee, e soggiacente
alla sua logica, reagisce appunto alle tendenze relativistiche delle speculazioni,
che dalla scienza presocratica erano passate nel dominio del costume e delle
credenze religiose, in guisa da minacciare le condizioni della vita sociale nel
mondo ellenico. Il parallelismo che i veleiatici avevano scorto fra il logo o
ragione e l’essere, e che i sofisti (avversari e prosecutori) avevano
interpretato nel modo di proiettare nella realtà l’arbitrario che è proprio
della libera critica, riceve, nella dottrina socratico-platonica, una
interpretazione inversa. Infattim la
teoria ontologica delle idee, suppone un ordine assoluto di consistenza che
stanno di fronte alla ragione come dati, sopra cui esso ha da modellare
l’ordine della propria scienza. Così dunque Platone vede nella classificazione
delle forme geometriche un modello della gerarchia delle specie naturali, la
quale si rispecchia nquel procedimento più generale di “divisione” (diaresis) e
di definizione (horismos) che costituisce la dialettica. Ed analogamente per
Aristotele, il rapporto necessario ed irrversibile fra causa ed effetto,
offerto dalla natura, si riflette nel rapporto fa premesse (p) e conseguenze (q)
della scienza dimostrativa (p implicat q); la quale perciò possiede un ordine
naturale che non può essere invertito, onde i suoi principi appariscno
assolutamente indimostrabili, An. post. I, 2 (9): Bisogna che i principi da cui
si parte sieno indimostrabili. Altrimenti, non possedendone la dimostrazione,
on potrebbero ritenersi noti, poiché sapere in modo non accidentale le cose di
cui la dimostrazione è posibile, è possederne la dimostrazione, Ora,
proseguendo l’esame degli Analityca posteriora, veniamo istruiti più
precisamente che i principi della scienza, si lasciano distinguere in più
specie. Primo, i Termini o definizioni (3 poi), cioè supposizioni del ‘significato’
(semiosis,segno) dell’espressione (in linguaggio moderno: assunzioni di
concetti primitivi non definiti) e definizione propriamente detta. Secondo, Supposizioni
d’esistenza del genere e delle sue modificazioni, cioè delle cose designate dai
termini. Terzo, Proposizioni immediate che occorre necessariamente [La teoria
logica della definizione è trattata da Aristotele in An. post. II, e specie nei
Capi 9 e 12: dove si pscrive la regola di restringere successivamente l’estensione
del genere aggiungendo — nell’ordine naturale — la differenza specifica che lo
delimitano, fino a che esse circoscrivano, nel loro insieme, l’estensione del soggetto
da definire] riamete conoscere per apprendere qualsiasi cosa, le quali vengono
chiamate assiomi (ófiwpaTsc) giacché vi sono proposizioni di tal natura e ad
esse si riserva abitualmente questo nome. Infine anche ipotesi o postulati
(odr^i-istra), che s'introducono effettivamente nell’ insegnameto delle
matematiche (o anche nella discussione) domandando al discente di ammettere
l'esistenza di qualche cosa di cui egli non abbia alcuna idea, ovvero abbia
un’idea contraria. Qui d concetto d Aristotele riesce alquantscuro, iacché da
una parte egli sembra ammettere (come Platone) che un postulato potrebbe essere
eliminato * postulato... e ciò che si pone senza dimostrazione, quantunque
potrebbe dimostrarsi, e di cui ci si serve senz’ averlo dimostrato » (I, 10 (8)
); e d’ altra parte (riferendo evidentemente le vedute dei geometri) egli
avverte che una definizione non e un’ ipotesi perchè non dice se la cosa
definita esista oppur no. Ma probabilmente il suo pensiero è che il sapere
dovrebbe edificarsi su quelle sole supposizioni d'esistenza che hanno carattere
di necessità, essendo vere di per sé stesse (xaO’ alili), le quali non si
possono considerare come ipotesi o postulati.. (1, 10(7)), imperocché la
dimostrazione si rivolge non alla parola esteriore, ma alla parola interiore
dell’animo. Con ciò il Nostro fa appello a quel sentimento d’evidenza del
pensiero che Platone. Usalo dai pitagorici secondo Giamblico (in Diels, D, 6). ha
rappresentato come intima sincerità nel Teeteto, servendosi quasi delle stesse
parole. Tuttavia Aristotele critica la teoria platonica della reminiscenza, negando
che vi siano conoscenze innate. La conoscenza universale dei principi viene per
lui acquisita indubbiamente dalla sensazione. Essa si produce mercè l’unità
dell’ esperienza che sussiste nell' anima, nonostante la molteplicità degli
oggetti, in forza della facoltà di fissare ciò che vi è di simile o d’identico
nei particolari e di riconoscerlo come dato del pensiero. (An. post. 11, 15
(5,6, 7)). Ciò non toglie all’ assoluta verità che l'intelligenza idealizzatrice
(òtavaa), fondamento della scienza, conferisce ai suoi principi (II, 1-5 (8)). Alle
dottrine d’Aristotele giova paragonare quelle che appariscono nell’ ordinamento
degli Elementi di Euclide: Il ragionare è un discorso che l'anima rivolge a sè
stessa, per sè, intorno alle cose che consideri nemmeno in sogno hai ardito
dire a te stesso che il dispari è pari, o altra simile cosa. An. priora II, 21 (7)
e An. post. I, I (7). Heiberg, Euclidis opera omnia, Teubner, Lipsia, Secondo
le indicazioni del commentatore Proclo di Bisanziom Euclide sarebbe vissuto in
Alessandria al tempo del re Tolomeo. Le opere di Aristotele che conosciamo sembrano
appartenere all’ultimo decennio della sua vita. Nei quali si trovano tre specie
di principi: 1) termini o definizioni (Spot): 2) postulati 3) nozioni comuni
(y.otvof Ivvoiat). Non è qui il luogo per sottoporre ad un’analisi appiofondita
queste premesse, che — a dir vero — sono lungi dall’apparire soddisfacenti,
tanto che da Tannery si è perfino messo in dubbio la loro autenticità; solo,
riferendoci alla critica che ne ha fatto lo Zeuthen, Limiteremo ad alcune
osservazioni logiche. Ma anzitutto vogliamo arrestarci un momento sopra una
questione di parole. Non pochi si meravigliano che Euclide usa l’espressione
‘nozione comune’ per designare quelli che Aristotele chiama (coi matematici
pitagorici) * assiomi», tanto più che — si dice — l’espressione « evvow »
compare solo più tardi nel linguaggio degli Stoici. Ora non è fuor di luogo
rilevare che la stessa espressione si trova pure in Democrito. Il rilievo
assume interesse per la circostanza che Democrito compose, circa cent’anni
prima d’ Euclide, degli Elementi, che non sono annoverati nel sunto storico di
Proclo, ma di cui Trasillo ci ha conservato i titoli (:J ); tanto più che
questi lasciano (*) Clr. Hisloire dea malhimallquea traci, dal danese di Mascari
(Parigi, Gauthier-Villars): n. 14, 69 94. Cfr. Sesto in Diels, A, III. (3 )
rsti>|isi?t>t(óv (A, li?), Api0|io£, IIspl à/.dyfev Ypxfijitòv stai
vxowùv A, li (cfr. Diels B, II", II 0, I |P)] scorgere un ordinamento
della materia simile a quello adottato dallo stesso Euclide. Non sembra fuor di
luogo congetturare che nella terminologia democritea gli assiomi venissero
appunto designati come nozione o nozione comune, e che il geometra
alessandrino, imprendendo a sistemare la stessa materia, in rapporto ai
progressi critici del secolo, abbia conservato la denominazione del suo
illustre predecessore: al quale di preferenza doveva guardare. Diciamo ora che
la distinzione fra le nozioni comuni o gli assiomi, e i postulati, viene spiegata
da Gemino in Proclo come analoga a quella fra teoremi e problemi, o fra
identità e equazioni, in quanto i primi porgono delle relazioni, per cui certe
proprietà resultano conciute come conseguenza di altre date, laddove i secondi
assegnano costruzioni elementari, ciò che, nel concetto dei antichi, significa
affermare l’ esistenza di enti particolari cui s’impongono certe condizioni. Questo
carattere costruttivo sembra mancare soltanto al post. 4 (tutti gli ngoli retti
sono uguali fra loro); ma Zeulhen spiega come in tale affermazione debba
vedersi un complemento del post. 2, nel modo di affermare che il prolungamento
di una retta è unico. In appoggio della nostra veduta può valere, forse, un
passo del noto commento. Prodi Diadoclii in primum Euclidis Elemenorum librato
commentarii (ed. Friedlein), in cui sembra che Proclo alluda all'uso dei
geometri di chiamare nozione comune ciò che Aristotele chiama assioma. Cfr.
Vailati, Scritti, Proclo osserva pure che gli assiomi e i postulati
differiscono anche per essere: questi, principi particolari della geometria, e
quelli, principi comuni alle varie scienze; infatti si tratta qui delle
proprietà generali dell uguaglianza e diseguaglianza fra grandezze. Infine la
distinzione fra le due specie di principi si accorda anche col criterio
d'Aristotele, che riconosce negli assiomi delle verità cessarie ed indimostrabili,
perchè evidenti di per se (xocS' èx jvx), e nei postulati delle verità —
partecipanti ad un’ altra specie di evidenza (sensibile) — che non risultano
ugualmente dviyxw dal significato dei termini che vi figurano: la natura del principio,
enunciato da Euclide come nozione comune, sembra infatti rispondere a questo
criterio. Ma se taluni geometri (al dire dello stesso Proclo) recusavano di
distinguere assioma e postulato, mancano tuttavia indizi per affermare che essi
respingessero il significato che Aristotele e probabilmente altri ancora
(secondo la metafisica del senso comune) attaccavano a codesta distinzione,
così come lo respinge la critica moderna, che per tale motivo appunto —
considera ugualmente le proposizioni primitive della scienza quali postulati,
da ricevere, in una qualsiasi teoria deduttiva, come dati anteriori allo
sviluppo della teoria stessa. Un piccolo lume ci è recato in tali questioni dal
riferimento dello stesso Proclo circa un tentativo di dimostrare l'assioma I
(cose uguali ad una terza sono uguali fra loro), che sarebbe stato fatto da
Apollonio. Infatti della tentata dimostrazione viene porto il seguente cenno. Sia
a uguale a b, e b uguale a c; dico che a è uguale a c. Invero a occupa Io
stesso luogo (córto;) di b, e così b occupa lo stesso luogo di c; quindi anche
a occupa lo stesso luogo di c. Questo ragionamento indicherebbe forse che
Apollonio voleva ricondurre il concetto euclideo di ‘eguaglianza’ geometrica al
caso della sovrapponibilità delle figure, facendo appello ad esperienze ideali
di movimento, mercè cui poteva iludersi di ridurre ad una pura proposizione
identica la proprietà transitiva di quella relazione. Mentre il ricorso a
siffatte esperienze ci avverte appunto (con Helmholtz e Stolz) che il detto
assioma 1 ha un significato o carattere sintetico e non può ritenersi come una
semplice proposizione analitica (vera per definizione). Comunque il rifermento
accennato lascia presumere che la critica dei principi sia stata spinta innanzi
da Apollonio, dopo Euclide, con quella penetrazione di cui volentieri siamo
disposti ad accreditare il grande geometra iPerga. Ritorniamo all' Euclide per
esaminare, in breve, i principi eh' egli ha designato col nome horós: termine o
definizione. Se essi vengono considerati come definizione, non si può a meno di
rilevarne la manchevolezza, poiché non offrono, spesso, che descrizioni atte a
indicare la genesi psicologica dei concetti. Così, p. es., in 3 e 3, dove si
dice che gli estremi di una linea sono punti, e che gli estremi di una
superficie sono linee. Ma, verosimilmente, queste ed altre spiegazioni sono da
considerare in rapporto alla tradizione storica precedente, come un richiamo
dei caratteri per cui gli enti delia geometria razionale appaiono idealizzazioni
dell'esperienza: p. es. le I, 2, 5 stanno a ricordare che — secondo il risultato
della critica veliatica il punto è inesteso, la linea è lunghezza senza
larghezza, e la superficie non ha spessore. Anche quelle che si presentano come
definizioni propriamente dette, non ottemperano sempre al criterio fondamentale
enunciato da Aristotele, che l’insieme degli attributi restringa l’estensione
del genere in guisa da non appartenere ad alcun concetto più esteso. Per questo
motivo sembra insufficiente la def. 4, inea retta è quella che e posta ugualmente
rispetto ai suoi punti. Imperocché, se s interpreta come si usa comunemente, retta
è quella linea che è divisa in due parti uguali da qualsiasi uo punto’, si
enuncia una proprietà non caratteristica della retta, che appartiene anche
all’elica (cfr. Apollonio in Proclo: 105, 5). Ora conviene aggiungere che
Euclide, non soltanto suppone l’esistenza di ciò che viene immediatamente
designato da alcuni termini, ma sembra anche introdurre surrettiziamente alcune
ipotesi esistenziali, per mezzo di definizioni, laddove — per analogia coi
criteri seguiti in altri casi — si sarebbe aspettata l'esplicita introduzione
di un postulato. Ciò accade, in ispecie, per quel che riguarda le intersezioni
di rette e circoli, le assunoni adoperate nelle prop. I, 12, 22 sembrando giustificarsi
(secondo che osserva ) Cfr. Proclo 1. linea II] Zeuthen) mediante la
definizione (15) del circolo come figura piana compresa da una sola linea. Ma
non giova insistere su tali difetti, che apparten¬ gono all’esecuzione e non
modificano i criteri logici del disegno. Restando nell’ordine d’idee euclideo,
avremmo soltanto da completare i postulati coll’ enunciare esplicitamente i
casi d'esistenza delle interse¬ zioni di rette e cerchi o di due cerchi, che si
offrono nelle costruzioni elementari. Interessa piuttosto di rile¬ vare come
queste ipotesi esistenziali, che la geometria antica introduceva nei singoli
casi, mercè appropriate costruzioni, oggi si lasciano dedurre da un unico principio
generale di continuità, onde l'affermazione d’esistenza si libera dalla ricerca
dei mezzi costruttivi, complicantisi colla natura del problema. E questo un
progresso conforme all'indirizzo preconizzato da Platone, che— come si è visto
— repugnava appunto da ciò che sa di pratico o di meccanico nella formu¬
lazione dei postulati. Nota. A complemento di quel che si è detto intorno alla
geometria euclidea, aggiungeremo che Archimede (5) sembra classificare e
distinguere i principi in modo diverso, poiché (in una lettera a (Cfr. p. e*.
I* art. 5° di G. Vii a li nelle Questioni riguardanti le matematiche elementari
raccolte e coordinate daF. Enriques Voi. J, Bologna, Zahelli. De sphaera et
cilindro in « Archiinedis opera omnia cum commentari^ Eutocii », ed. Heiberg.
Lipsia, 1910. Cfr. The Work* of Archimedes, e. Heath, Cambridge, Capitolo I
Dositeo) chima «assiomi» (à^:ih\i.xTx) le definizioni accompagnate da
supposizioni d’esistenza: p. es. esi¬ stono linee piane che giacciono tutte da
una parte ecc., e queste si dicono concave; mentre poi dà il nome di *
assunzioni » (Aa|l3*V0;xsva) a taluni principi (teoremi precednemente stabiliti
o postulati, assai eleganti) da cui muove la sua trattazione: p. es. la retta è
la linea più breve tra due punti. Il commento d’Eutocio restituisce agli
àfjuojtara archimedei il nome di opy. ConsiderazioSe ora, riguardando
soprattutto ai secondi Analitici d’Aristotele e agli Elementi d’Euclide,
cerchiamo di esprimere le nostre impressioni in un giudizio sintetico sulla
logica degli antichi, domandandoci fino a che punto i loro criteri ci sembrino
accettabili o esaurienti, siamo condotti alle seguenti riflessioni. La logica
dei antichi suppone un ingenuo realismo per cui il pensiero appare come la
copia o la visione di una natura esterna. Così il numero dai pitagorici e lo
spazio continuo dagli eleati, sono pensati in concreto, ad imitazione di quella
sostanza cosmica che viene figurata costituire il sostrato naturale (la epa:;)
di tutte le cose. La supposizione realistica è tipicamente espresa nella teoria
delle idee di Platone, che (orma infine la metafisica soggiacente alla logica
d'Aristotele. Da essa deriva il carat¬ tere di necessità dei principi, e quindi
la pretesa di un ordine naturale della scienza, facente capo a pre- messe
assolutamente indimostrabili; la qual pretesa viene corretta, almeno in parte,
nelle vedute dei geometri. Ma dallo
stesso realismo, ha origine la radicale manchevolezza della teoria della
definizione. Poiché le oscunta del trattato di Aristotele e le imperfezioni
dell’Euclide, in enere gli errori della critica che si riscontrano in tali
opere, si possono riattaccare a codesto presupposto, quasi a comune radice. Si
ammette infatti che le parole rispondano ad enti di un mondo intelligibile
trascendente il soggetto, che si tratta di fissare univocament Di qui il
criterio che la deduzione logica debba tener presenti, non soltanto le premesse
esplicitamente enunciate come assiomi o postulati, bensì anche il significato
dei termini su cui si ragiona, vedendo, attraverso di essi, quella realtà
(geometrica ecc.) che è oggetto del pensiero. Ma ciò significa autorizzare nel
ragionamento inconfessati appelli all' intuizione, che, dichiarati, si
tradurrebbero in nuovi assiomi. Ora, se l'intuizione (o visione del
significato) rimane sempre presupposta nel ragionamento, quando mai potremo
assicurarci che gli assiomi formino un sistema completo? A stretto rigore di
tale domanda non si riesce neanche a definire il senso ! E quindi non si
comprende perchè si senta il bisogno di enunciare — a preferenza di altri —
alcuni fra gli assiomi, che pure sono dichiarati evidenti, necessari ecc. ecc. Aggiungiamo
che anche l’analisi aristotelica del ragionamento, facente capo alla teoria del
sillogismo (An. priora) sta pure in relazione col presup¬ posto metafisico
della logica. E specialmente colla circostanza che i Greci, in generale,
immaginarono la realtà intelligibile rappresentata dalla scienza, sul tipo statico
della classificazione delle forme geome¬ triche: tale è infatti il carattere
dell’ ontologia eleatica, che imprime il suo suggello sulla dottrina platonica
non superata veramente da Aristotele. Soltanto Democrito, come diremo più
avanti, si solleva al concetto di una scienza razionale del moto, ma le sue
vedute filosofiche non trovano adeguato sviluppo se non due mila anni più
tardi, all epoca della Rinascita. Qui conviene rilevare che le critiche mosse
alla teoria sillogistica dagli empiristi inglesi (da Bacone a Mill), opponenti
alla deduzione 1 induzione generahzzatrice dell’esperienza, hanno fatto perder
di vista ciò che manca all’ analisi aristotelica del ragionamento, pur
riguardato nelle forme rigorose, che sole appartengono — secondo il concetto
del filosofo greco alla logica dimostrativa propriamente detta. Infatti i brevi
cenni che Aristotele dedica all’induzione (completa), negli Analylica priora,
non suppliscono certo all’analisi delle operazioni logiche costruttive
(significate da particelle come « e », o » ecc.) che accanto al sillogismo
ricorrono nello sviluppo delle dimostrazioni matematiche. La quale lacuna torna
a (i) Cfr. Cli. Werner, Aristotele et V ideallsme plalonicien, Alcan, Parigi]
riflettersi sulla teoria delle definizioni, che appunto esprimono codesto lavoro
costruttivo del pensiero. Infine giova rilevare che l’anzidetto realismo si
riflette in una concezione ingenua del linguaggio: la filosofia greca — sia che
abbia ammesso l'origine naturale della lingua (come Platone nel Cratilo), sia
che abbia rilevato ciò che vi è di convenzionale nelle parole (come Democrito e
Aristotele) — non riesce a scorgere la varietà essenziale delle lingue, che
tiene ai diversi modi di rappresentazione delle cose ed esprimendo la libera attività
del soggetto, dà origine all'intraducibilità. Dice infatti Aristotele: De
Inlerpretatione, 1. Una espressione e una l'immagine delle modificazioni
dell'anima. L’espressioni differiscono fra loro. Ma una modificazione
dell’anima, di cui l’espressione e i SEGNO immediato, e identica per tutti gli
uomini, come sono identiche per tutti le cose che quelle modificazioni
esattamente rappresentano. E chiaro come una siffatta dottrina spieghi quella
confusione fra analisi logica e analisi del linguaggio, Proclo, nel commento al “Cratilo”, riferisce
appunto questa opinione di Democrito, basata auiromonimia e la sinonimia di una
espressione E1 e una espressione E2, sul cambiamento dei nomi e sul difetto di
analogia nella formazione di certe espressioni verbali. (Cfr. le note al Cratilo
di Cousin). De Interpretatione, 2 (1), che culmina nel concetto aristotelico di
trarre dalla forma o materia dell’espressione grammaticale una classificazione o tassonomia di questa o
quella categoria. In ciò che precede ci siamo fermati a studiare il pensiero
degli antichi traverso le sistemazioni scientifiche che sono a noi pervenute.
Ma, per l’intelligenza dello sviluppo ulteriore che la logica riceve nelle
scuole filosofiche dopo Aristotele, conviene tener conto dell'influsso che i
predecessori del Stagirita sembrano aver esercitato sul movimento delle idee.
Infatti codesto sviluppo si lascia definire, nlle sue linee generali, come
tendente a liberare il pensiero dall ontologismo, che pure sopravvive in
qualche modo alla ideologia platonico-aristotelica, nella misura in cui tale
filosofia esprime la metafisica del senso comune. E l’anzidetta tendenza
liberatrice si esplica in un progresso verso il formalismo logico, che procede
dallo studio degli schemi discorsivi, formante oggetto degli Analytica priora.
Questo progresso si avverte già nei primi paripatetici, come Eudemo, lo
scrittore di una storia delle matematiche, e Teofrasto il raccoglitore delle
opinioni dei fisici, ma più largamente ancora negli Stoici, in cui è pure
passata 1 eredita dei dialettici megarici. Questo progresso si avverte anchein
una revisione dei principi della teoria della conoscenza, che ha per oggetto
l’origine e il valore dei concetto generale da cui muove la scienza dimostrativa:
qui soprattutto vengono in luce delle vedute che debbono essere riattaccate ai
grandi predecessori di Platone e di Aristotele; sulle quali l’interesse della
questione c invita a fermarci. Ora, se ci volgiamo a riostruire induttivamente
le idee di codesti predecessori, la figura di Democrito d'Abdera, deve
attirare, sovra ogni altra, la nostra attenzione. Democrito, vissuto 40 anni
dopo Anassagora e 25 anni dopo il suo concittadino Protagora che è il maggiore
rappresentante della sofistica), deve esser considerato come un contemporaneo di
Platone. Così, soltanto i pregiudizii dominanti la ricostruzione della storia
della filosofia greco-romana nel secolo decimonono, hanno impedito di stdare
più da vicino i rapporti fra Democrito e Platone, relegando Democrito tra i pre-socratici
e perfino tra i pre-sofisti, in onta alla cronologia. Democrito è il ande
fondatore dell’atomismo, in cui ha tuttavia come precursore Leucippo, e che fu
svolta da lui come una teoria cinetica cosmologica. Attraverso questa dottrina
Democrito agiunse ad una rigorosa concezione del determinismo meccanico, e
verosimilmente he alla scoperta di principi (massa, inerzia) chalileo. Fanno eccezione
Windelband e Burnel, che restituiscono airAbderita il suo posto cronologico, ma
che tuttavia non sembrano arne un apprezzamento proporzionato all' importanza
del suo lavoro scientifico] ha riostruito due mil’ anni più tardi, riprendendo
le intuizioni fondamentali del lontano predecessore. Per il suo rigido
meccanicismo, con esclusione di ogni teleologia, Democrito viene considerato
come il padre del materialismo, e da ciò appunto ha origine il pregiudizio da
cui in ispecie la storia svoltasi sotto l’nfluenza hegeliana, nel secolo
decimonono, non ha saputo mai emanciparsi completamente. Quantunque un esame
accurato avrebbe permesso di riconoscere ello stesso Democrito anche il padre
dello spiritualismo (così come Leibniz sembra avere intuito!) e forse anche di
far risalire a lui l’argomento per l’immortalita dell’anima basato sulla sua
semplicità o in-divis-ibilità, che s'incontra nel Fedone 78, b, c. Le opere di
Democrito, di cui ci sono trasmessi i titoli da Trasillo, formano una mole
imponente e si riferiscono ai più svariati argomenti, dalle matematiche alla fisica,
alle scienze naturali, all’agricoltura, alla teoria dei segno e
dell’espressione, la dialettica, la grammatica, alla poetica, alla teoria della
conoscenza ecc. ecc.; fra i frammenti più belli sono da annoverare quelli
morali, conservatici da Stobeo. La posizione filosofica di Democrito, per ciò
che concerne la teoria della conoscenza, resulta dalla testimonianza di Sesto
Empirico, laddove egli parla di Democrito e Platone sostenitori della verità
degli intelligibili (ià vorjra) in contraddizione con Protagora [Di ciò mi
propongo fornire altrove la prova col confront dei testi aristotelici] aora. Si
tratta dunque di un razionalismo, che si contrappone all’ empirismo protagoreo.
Ma, poichè a sua volta questo empirismo dei sofisti era sorto come una reazione
di caratere “positivistico” al razionalismo metafisico della scuola di Velia, è
naturale che Democrito avesse a tener conto dell’ esigenza fondamentale che i
sofisti avevano formulato. Democrito non posse semplicemente riprendere come
materia della scienza una Verità (£M)0s:a) indifferente rispetto all’opinione
(doxa) che si riferisce alle cose sensibili, ma doveva invece cercare una
razionalizzazione dell’empirico, cioè una verità atta a salvare i fenomeni
(ofttTe'.v ~ì 6|JtSV«); e siffatta veduta si poteva esprimere nel linguaggio
tecnico del tempo, dando per compito alla scienza l’opinione vera, o inverata
mediante il ragionamento. Appunto questa teoria della scienza come lii^x (isià
Xóyo'j, viene riferita e discussa da Platone nel “Teeteto”, ed una comparazione
analitica del testo con altri dello stesso Platone e di Aristotele, prova che
il riferimento deve essere attribuito a Democrito. Ma, poiché la spiegazione
razionale dei fenomeni suppone dei concetti, per mezzo dei quali si unifichi la
rappresentazione delle cose del mondo empirico, si può domandare su che
Democrito ne basasse il ossesso da parte dal soggeto percipiente. Qui soccorono
alcune indicazioni. /. ' (l ) Diel. A. 59 i eh. A. 114. (! ) Cfr. Enriques: La
teoria democritea delta scienza nel dialoghi di 'Platone, Rivista di Filosofia,
n. I. 1) Anzitutto Democrito viene additato da Aristotele come il primo a
trattare delle definizioni di cose fisiche, mentre ei ci dice che con Socrate
crebbe l'uso del definire e si estese soprattutto alle nozioni morali. Conviene
intendere che Democrito inizia quel modo di definire proprio della scuola socratica,
in cui si ricercano i caratteri comuni delle cose che rispondono al definito; è
più difficile dire se lo stesso Democrito, come Socrate, facesse anche appello
alla nozione comune che tutti gli uomini si formano in rapporto a dati oggetti;
e tuttavia questo criterio ei ben poteva derivare da Eraclito, cui lo stesso Socrate
sembra avere attinto. In un frammento della già citata opera logica di
Democrito rtsp: àoyrxtòv noi xzvwv che ci è statmandato da Sesto, vengono
distinte due speecie, di conoscenza, l’una relativa all’intelligenza (à7j;
Siavaas), l’altra alla sensazione (Ò:à rwv aìofi^oetov). Dice precisamente
Democrito: “Vi sono due forme della conoscenza: una conoscenza pura o legittima
(yvyjafyj) ed una adombrata spuria (av.v.ri). Appartengono a quest’ ultima
forma adombrata spuria le cinque sensi: la vista (visum), l’udito (uditum), il
gusto (gustatum), l’odorato (odoratum), il tattoo (tactum). Ma la conoscenza pura
è completamente distinta. Ed aggiunge ce questa conoscenza pura è relativa ad
un (') Mtt. I, 4, (3), De Partibus Animalium I, 1 (ed. Didot, t. IH, pag. 223,
2). (! ) In Diel» B. II) orbano di pensiero più raffinato che prende il posto
di un vedere o di un udire o gustare o odorre o tastare nel più piccolo
(mettendoci così in rapporto colla vera natura delle cose, cioè cogli atomi. Anche
in altri modi Democrito esprime la relazione fra le due forme del conoscere;
per esempio ove dice che « apparenza (vòptoi) il colore, apparenza il dolce,
apparenza l'amaro. In realtà soltanto gli atomi e il vuoto. Ma poi, facendo
parlare i sensi contro l’intelligenza, soggiunge povera me, prendendo da noi la
tua fede, tu vuoi confonderci; la tua vittoria è la tua caduta. Troviamo qui una
notizia estremamente interessante. Democrito, al pari di Platone e di
Aristotele, e prima di loro, dibatteva il problema dell'origine dell’idea.
Democrito non si fermava, come il filosofo ateniese alla supposizione della
conoscenze innata (teoria della reminiscenza -- anamnesis), anzi piuttosto
sembra derivare la idea dalla sensazione, sicché è lecito pensare che a lui
possa aver attinto Aristotele la veduta che gli abbiam visto esprimere in An.
Post. Il, 15. Ma, mentre in Aristotele non si vede come possa conciliarsi
questa dottrina colla dignità attribuita alla nozione induttivamente
acquistata, che debbe costituire le premesse necessarie della scienza dimostrativa,
ciò che sappiamo intorno alla teoria delle sensazione di Democrito (in rapporto
alla fondamentale (*) Galeno in Die!» B. 125; cfr. Sesto in Diels B. 9.] supposizione
atomica) e ben atto a sciogliere la difficoltà. Ammetteva infatti il Nostro, che la sensazione in generale derivassero da
piccole immagini (sKoiXa) emesse dai corpi e proprie ad impressionare gli
organi dei cinque sensi ed anche lo stesso pensiero in quella guisa in cui la
luce impressiona una lastra fotografica. L’immagini rispondente alla conoscenza
inteligibile partenti direttamente dagli atomi — sono di natura più fine. Si
comprende quindi che esse possano liberarsi dalla mescolanza colle immagini più
grossolane che colpiscono i cinque sensi, quando il confronto di sensazioni
ripetute, in rapporto ad una molteplicità di cose, permette di fissare i
caratteri comuni che definiscono il concetto. Che effettivamente Democrito riconoscesse
il valore logico del concetto, quasi come anticipazioni dell'esperienza,
resulta anche dalla testimonianza di Diotimo in Sesto (VII, 1401), che egli
assumeva come criterio della comprensione delle cose oscure il fenomeno, e come
criterio della ricerca'il concetto, èvvoia xpurr/pwv Z,r\vtpzwq. Qui è notevole
lo del termine. Ivvotoe che già notammo a proposto della designazione di
y.oiw.l Ivvs:% adoperata da Euclide per gli assiomi, giacche abbiam pur detto
che codesto termine non si trova nella [Cfr. p. et. Aetiui in Diel», A. 30. (2
) Diels, A. III. 37]letteratura filosofica di Platone ed Aristotele, ma invece,
più tardi, presso gli Stoici. Appunto ad un’opera di Crisippo 7tepì £?jT^7S(0£
sembra fare allusione Plutarco presso Olimpiodoro, dove dice che gli Stoici
allegano a causa di ciò (cioè della possibilità di arrivare a cose che non si
conoscono) le nozioni fisiche: tàj qjuaixà; èvvofa?. D’altronde Diogoene
Laerzio (VII, 54) (c’informa che Crisippo dice esservi DUE criteri della
verità, la sensazione e il concetto. Qui in cambio di svvoia viene adoperata
l’espressione TtpóXvjtjt:?, che ricorre anche presso gli Epicurei, designando
l’anticipazione dell’esperienza. Ora il significato preciso che gli Stoici
davano alle ÈVV 3 tati, si può rilevare, per esempio, da un passo del De
Civitate Dei di S. Agostino dove si parla di coloro che riposero la verità nei
sensi, cioè degli Epicurei e degli stessi Stoici. Qui cum vehementer aaerint
sollertiam disputando quam dialecticam nominant, a corporis sensibus eam
ducendam putarunt, hinc asseverantes animum concipere notiones, quas appellant
èvvo'st;, earum rerum scilicet quas definiendo explicant. Da questi riferimenti
sembra potersi dedurre che gli Stoici abbiano adottato, al pari di Aristotele,
la dottrina democritea dell’ origine sensibile dei concetti – nihil est in
intellectu quod prior non fuerit in sensi (l ) Cfr. Arnim, Stoicorum veterani
fragmenta. Voi. II, n. 104. Crisippo, discepolo di Zenone Cizio (280-209 a.
C.).In Arnim, op. c. 105. In Arnim, 106. (cui soltanto gli Epicurei
conservarono come fondamento l’ipotesi delle piccole immagini), ma spogliando i
concetti di quella dignità superiore che il razionalista cerca conferire agli
intelligibili; così, per loro, la dimostrazione scientifica (àiróSs:^;) viene
ridotta, per dirla con Cicerone, ad una “ratio, quae ex rebus perceptis ad id,
quod non percipiebatur, adducit.” In
corrispondenza di queste vedute, di carattere più empirico, è interessante
rilevare come si modifichi la dottrina democritea della scienza, che Zenone
Cizio dice essere una comprensione sicura e ferma e immutabile dalla ragione »
(à,u£-*sov ùttò Àóyo j /./.- ovvero anche un possesso immutabile dalla ragione,
nell’accoglienza delle rappresentazioni » (èv a>xvT5tTO)v r.ozz- a&o. Pertanto
gli Stoici non giunsero a quello schietto empirismo, che si vede accolto da
Epicuro, per cui è accettata sempre come vera ogni sensazione o apparenza:
richiesero anzi che all apparenza si aggiunga 1 assenso volontario dell animo, che
per il saggia ha motivo nell identità fra la ragione individuale e la Ragione o
logos universale. Così il concetto eracliteo del logos, che la scuola Arnim,
111. () Riferimenti di Sesto e Diogene Laerzio in Arnim: Zeno- Citius, n. 68.
(' ) Cfr. Sesto e Cicerone in Arnim: Zeno Citius, nn. 63 e 61. 3] stoica ha fatto proprio, doveva pur sempre
conservare al pensiero una certa dignità, e quindi facilitare il trapasso alla
veduta posteriore degli eclettici (Cicerone), per cui le commune notio vengono
ritenute non più come uniformità della natura bensì come idea innata,
attestanti la reminiscenza della vera origine divina dell' uomo, onde la teoria
stoica (ritornando in effetto a Platone) viene a fondersi colla neoplatonica.
Più direttamente degli Stoici (che pure ne derivarono il principio del
determinismo universale) si riattaccano a Democrito gli Epicurei, che ne adottarono
la teoria atomica, spogliata bensì del suo più profondo significato meccanico.
Ma, come abbiamo già accennato, Epicuro e lungi dal razionalismo del maestro
d’Abdera. La sua “Canonica” comprende poche regole di cui abbiamo chiaro riferimento
da Sesto Empirico, e che Gassendi ha ricostruito con precisione nella sua
Logica. Riferiamo la parte essenziale dei canoni epicurei così formulate.
Sensus nunquam fallitur. Opinio est consequens sensum, sensiomque superadiecta,
in quam veritas aut falsitas cadit. Opinio illa vera est, cui vel suffragata, vel
non refragatur sensus evidentia. Petri Gassendi Opera Omnia, Firenze. Pari 1,
De Logicae origine el varietale]. Omnis quae in mente est anticipatio, seu
prae-notio, dependet a sensibus, idque vel incursione, vel proportione, vel
similitudine, vel compositione. (Questo stesso modo di formazione dei concetti
appare negli Stoici). Anticipatio est ipsa rei nodo, sive definitio. Est
anticipatio in omni ratiocinadoe principium. Quod inevidens est, ex rei
evidenti anticipaticele demonstrari debet. Qui è notevole 1 appello
all’evidenza sensibile (ev%ex) che viene così assunta come criterio di verità.
Nonostante la modificazione subita, è facile riconoscervi lo stesso criterio di
Democrito che contrapponendo la conoscenza pura o legittima alla conoscenza
oscura, viene appunto a ritenere la chiarezza delle idee come segno del loro
valore: senonchè quella che per Democrito era chiarezza di concepimento,
diviene per Epicuro chiarezza sensibile. Toccherà poi a Descartes di ritornare
al criterio dell’evidenza (cf. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception) rispetto al pensiero, riguardando come vera la idea chiara e
distinta (l’aggiunta deriva dal Teeteto 209c-2l0). Dopo aver parlato degli
Stoici e degli Epicurei, ci convien dire degli [Notisi che già in Teofrasto si
applica il criterio dell’evidenza tanto all’intelligenza che al senso. (Cfr.
Sesto Adv. Malh.)] scettici i qual per verità non formano ugualmente una setta
o scuola chiusa, ma — a partire da Pirrone d’Elide e dal suo amico Timone —
ofno tuttavia una certa continuità di tradizione critica, mantenendo di fronte
alle filosofie dogmatiche un atteggiamento di dubbio metodico. No Diogene, ma Arcesilao
di Pitane e Carneade (che venne ambasciatore a Roma nel 155 a. C.), portarono
la filosofia scettica nella media Accademia – e che fascina a Scipione! Più
tardi incontriamo Enesidemo di Cnosso, Agrippa, e finalmente Sesto Empirico che
riassume tutto questo movimento nella sua opera pregevole, fonte cospicua di
notizie per la storia della filosofia romana. I rapporti esteriori che la
tradizione segnala fra Pirrone e qualche democriteo come Nausifane, nonché le
tendenze scettiche che si attribuiscono ad altri democritei (Metrodoro,
Anassarco) indicano già una certa dipendenza della scepsi da Democrito.
D’altronde il legame appare prima di tutto nel motivo morale che ispira la
riserva degli scettici di fronte alla vera natura delle cose, giacche la
sospensione del giudizio mirava a conquistare quella atarassia o
imperturbabilità dell' animo, che si riduce infine alla vittoria sulle
passioni, inculcata dall'Abderita. Ma il apporto teorico della scepsi con
Democrito resulta da ciò che questi aveva ridotto la realtà alla materia
indifferente degli atomi, negando le qualità sensibili; un passo ulteriore
della critica (riportantealla posizione di Protagora) doveva naturalmente
estendere il dubbio anche a quelle proprietà primarie in cui il grande atomista
aveva scorto l'oggetto intel¬ ligibile della conoscenza. E certo questo
sviluppo era suggerito dal contrasto fra le vedute dei due razio¬ nalisti,
sorti a combattere l’empirismo protagoreo: Democrito e Platone. Giacche questi
riteneva proprio come intelligibili quelle stesse qualità (ipostatizzate sotto
il nome di idea) che 1 altro aveva con¬ siderato vane apparenze. Inoltre, anche
nello stesso sistema democriteo, si può riconoscere 1 origine della critica che
investirà gli intelligibili, se — come siamo stati tratti induttivamente ad
ammettere — l’Abderita faceva pur nascere 1 intelligenza dai sensi. In tal
guisa il pensiero antico avrebbe percorso una via non lon¬ tana da quella per
cui il pensiero moderno giunse dalla posizione di Galileo, di Descartes e di
Locke (i quali ripresero la distinzione fra la qualità primaria e le qualità seconda)
alla critica di Berkeley, che — attraverso la teoria della visione - riusciva a
negare anche il significato trascendente di codesto sostrato geometrico della
materia. La teoria degli scettici, si noti, non nega affatto il mondo
fenomenico, bensì oppugna la pretesa dei dogmatici di affermare qualcosa della
verità o della natura delle cose in se stesse. La critica che essi svolgono a
tale scopo, rilevando ciò che vi è di relativo nei criterii della verità,
costituisce in gran parte un acquisto durevole per la dottrina della conoscenza:
lo La logica degli antichispirito che l’anima è affine a quello del positivismo
moderno, salvo il sentimento che la veduta di una scienza più progredita ispira
oggi ai critici della metafìsica. Ma per la storia della logica interessa
soprattutto esaminare gli argomenti di Carneade contro il concetto aristotelico
della dimostrazione: intorno ai quali siamo informati da Sesto Empirico. Ricompare
qui l’idea, già affacciata dai predecessori di Aristotele e da questi
oppugnata, che ogni prova dia luogo ad un regressus in infmitum, poiché ogni
premessa deve essere dedotta da un’altra premessa. E questo argo¬ mento prende
forza dalla negazione di ogni certezza immediata, alla quale gli scettici
pervengono (come si è accennato) mercè la veduta che i concetti su cui si
ragiona traggono pure origine dal senso, onde 1 incer¬ tezza della sensazione
si riflette anche sull intelligenza. Quindi viene presa in esame l'opinione che
sia lecito fondare la scienza sopra ipotesi, e che queste sieno fatte ferme e
valide dalla verità delle conseguenze che se ne deducono. Il passo di Sesto che
critica questa opinione non dice chi ne sia l’autore; ma resulta assai chiaro
che essa deve riferirsi particolar¬ mente ai fìsici matematici, e vi è forse
qualche motivo di attribuirla già a Democrito, che per primo propose alla
scienza il compito di spiegare razionalmente i feno¬ meni. Infatti abbiamo già
accennato che questi appunto (i) Adv. Math. VII, 159-189 e Vili in ispecie
367-463. (s ) Vili, 375] potesse essere preso di mira da Aristotele, ove
eicontesta che voler provare le premesse mediante le conclusioni costituisce un
circolo vizioso (*). Di nuovo Cameade riprende la tesi aristotelica, notando
che dal vero si può dedurre il falso; e certo l'argomento — in stretta logica —
non potrebbe essere confutato. Ma, per quanto o scettico sia portato a dare il
maggior peso a questa constatazione negativa, Cameade non vi si arresta. Dopo
aver negato l'esistenza di criteri assolutamente certi del vero e del falso,
egli accorda pure alla conoscenza un valore probabile; e questo valore lo
riconosce, in primo luogo, ad ogni rappresentazione dotata di sufficiente
evidenza, ma in grado più alto alle catene di rappresentazioni legate 1’una
all'altra in un sistema logico (ibidem, VII, 176 e seg.). Non diverso è, in
ultima analisi, il cri¬ terio positivo con cui anche oggi possiamo giudicare il
valore delle teorie scientifiche: soltanto appare, ai nostri tempi, un
atteggiamento più fiducioso, che è in rapporto collo sviluppo della trattazione
matematica della fisica; mentre il sentimento degli scettici risponde ad una
scienza meno evoluta, ed anche — piuttosto che alla mentalità di matematici — a
quella dei circoli medici, in cui Io scetticismo antico ebbe acco¬ glienza.
Effettivamente l’uso di ipotesi, il cui valore probabile viene desunto dalla
verifica sperimentale delle conseguenze che ne dipendono, caratterizza il
metodo deduttivo-sperimentale della scienza moderna. L. c. An. posi., I, 2] quale
si disegna in Kepler, Galileo e Descartes. L' esame intorno allo sviluppo della
logica post-aristotelica, in cui abbiamo cercato l'influsso delle idee di
qualche predecessore, ci ha mostrato che in verità il realismo logico di
Aristotele è stato superato dallo stesso pensiero greco; il quale ha toccato
posizioni affatto conformi alle più alte vedute moderne. Ma della critica
speciaente istituita dai geometri dopo Euclide, abbiamo notizie troppo scarse per
misurarne il significato; e secondo le apparenze dobbiamo ammettere che le fini
ricerche di Apollonio su questo soggetto non abbiano trovato prosecutori.
D’altra parte l’opera dei filosofi che hanno riflettuto sulla scienza, nella
filosofia romana, non aderendo propriamente ad uno sviluppo scientifico, e
tanto meno matematico, prese spesso quella forma negativa che nel modo più
raffinato ci presenta la dottrina scettica. Infatti per osservatori cui non sia
dato di riprendere e di proseguire il pensiero profondo dei più antichi filosofi
matematici, la confutazione di un ordine di verità necessario, quale è affermato
da Aristotele, deve apparire una confutazione dell stessa possibilità della
scienza. Resta nondimeno un esempio pieno d’interesse nella storia, quello che
ci viene offerto dalla scuola stoica, per cui la trattazione formale della
logica si associa ad una dottrina empirica della conoscenza. E, se codesto
sviluppo formale approda ad un arido schematismo (di fronte a cui comprendiamo
il disprezzo della dialettica manifestato dallo stoico Aristone di Chio),
tuttavia non si può disconoscere il valore dell’analisi logico-grammaticale
dell’espressione, mercè cui si riesce a scorgere in qualche modo nel
linguaggio, l’espressione di una attività costrittiva. Fino a che punto gli
stici sieno proceduti su questa via, non vogliamo qui esaminare. Ma certo si
scopre in essi quella distinzione fra subiettivo ed inter-soggettivo, che
riapparire agli inizii dell’epoca moderna, come fondamento della filosofia.
Dalla storia della filosofia romana si passa, senza indugiarci al movimento
delle idee che accompagna la rinascita della scienza, agli inizi dell’ Evo
moderno. Basta rilevare il carattere generale degli sviluppi che la dialettica riceve
nel periodo intermedio (medius aevus), arido se non del tutto infecondo. Diremo
per ciò come la logica aristotelico-stoica fu introdotta dal filosofo romano
Boezio presso i Romani. La traduzione di Boezio del greco al romano dei primi
due trattati dell’Organum (Categoriae e De Interpretatione – the only two that
Grice lectured on with J. L. Austin and P. F. Strawson), nonché dell’Isagoge di
Porfirio [arbor griceana], e i commenti con cui egli stesso ed altri scrittori
neo-platonici accompagnarono codesti scritti (nel senso della tecnica formale,
secondo la tradizione stoica), costituiscono il fondamento della cultura del
più antico (alto) Medio Evo. Del resto, la cultura generale sembra ^ppjesentata
da un certo numero di enciclopedie clella bassa antichità, come quella di Marciano
Capella, nelle quali si tratta delle sette artes liberales che, nel tirocinio
scolastico, formarono il trivio (I. grammatica, II. Rettorica, III. Dialettica)
ed il quadrivio (IV. Aritmetica. V. Geometria. VI. Astronomia. VII.
Musica). Specialmente degno di nota che
questa prima parte del Medio Evo non ha conosciuto, nè le altre opere (logiche,
fisiche ecc.) di Aristotile, nè le opere originali di Platone, fuori del “Timeo”,
tradotto in romano da Calcidio. Più tardi, il Rinascimento umanistico doveva
venir fecondato mercè una conoscenza diretta dei testi, in seguito alla caduta
dell’impero romano d'Oriente, che addusse numerosi profughi segnatamente in
Italia. Ora nella logica scolastica due aspetti sono degni di nota. Primo,la
progressiva elaborazione della tecnica formale, acuitasi mercè sottili
distinzioni. Secondo, la grande questione della realtà degli universali, di cui
a stento riusciamo a comprendere il carattere drammatico, traverso la forma
aridamente schematica delle discussioni. Sorvoleremo affatto sul primo punto,
sebbene sarebbe interessante per la storia della dialettica, di mostrare, per
esempio, in Buridano il riconoscimento della proprietà distributiva della
particella (adverbium) ‘non’ (~) rispetto a “et” (/\) e “vel” (\/). non (p et
q), ~ (p /\ q) ≡ non p vel non p (~p \/ q).
(notizia segnalatmi da Vacca) o di cercare simili analisi in Paolo
Veneto. Ma, quanto alla questione della realta degl’universale, diremo che si
tratta dell'antica questionollevata dalla ideologia platonico-aristotelica, se
all’idea generali corrisponde una realtà. La quale questione fu riaccesada un
passo dell’Isagoge di Porfirio (I, 3). “E anzitutto, per ciò che riguarda il
genero o la specie, io evito di ricercare se esiste di per sè, ovvero se esiste
soltanto come pure nozione; e — ammettendo che esista di per sè — se
apartengano alla cosa corporea o incorporee; e infine se abbiano esistenza
separata ovvero solo nella cosa corporea sensibile. E una questione troppo
profonda che esigerebbe uno studio differente da questo e troppo este. Nel
vasto intreccio della polemica medioevale appare che il nominalista (negante la
realtà dell’universale) rappresentano, in generale, le tendenze scientifiche,
avverso il misticismo platonizzante del realista. Ciò è vero soprattutto per
riguardo ai rinnovatori del nominalismo nel secolo come Guglielmo Occam e Giovanni
Buridano, rettore dell'Università di Parigi, ai quali è dovuta la teoria che ha
preso il nome di terminismo. Il terminista (che si accosta al concettualismo di
Abelardo) ritiene i concetto (o termino) come un segno intersoggettivo (signa)
della singola cose, o di una classe di cose, realmente esistenti. La dialettica
si riferisce soltanto alle reazione di questo segno della cose (Occam,
Quodlibeta V. 5). Occam avverte pue che l’espressione assume il suo proprio
significato nella proposizione, e spesso in unione a qualche altro termine. Terminus
conceptus est intentio seu passio animae aliquid NATURALITER SIGNIFICANSaut
consignificans, nata esse pars propositionis. Sifftta dottrina supera lo
stretto nominalismo e tuttavia nega il realismo: cioè nega che il ‘significato’
(o ‘signato’) dell’espressione sia da
cercare nella sua comprensione o connotazione, ossia nell’ insieme delle note o
attributi, di cui esso esprimerebbe l'unità sostanziale; e
si afferra invece all’estensione o denotazione (denotatum, relatum), cioè all’
insieme delle cose rappresentati dall’espressione (‘homo’), che — sotto la
specie di certe reali somiglianze — vengono vramente unificati. Al lume di
questa veduta, la definizione scolastica, discendente dal astratto generale universale
al concreto particulare individuo, e la logica stessa perdono importanza: onde
è fatto invito a volgersi dalla spiegazione dell’espressione al concreto della
esperienza. Ciò spiega abbastanza l’interesse appassionato della polemica
intorno agli universali che nel mondo sociale e morale deve rivendicare la
libertà dell'individuo soffocata dalla tirannia delle istituzioni e dall'autorità
delle credenze e dell’insegnamento tradizionale. Nulla sembra più proprio a
favorire un tale affrancamento degli spiriti, che abbattere alla radice
l’albero della deduzione infeconda, triviale, analitica, ricostruendo induttivamente
tutto il sapere. Onde la stessa tendenza si continua ed esplica nella reazione
anti-aristotelica (platonista) degli umanisti italiani purificatori della
logica dalla sottigliezza o implicatura scolastica (Valla, Agricola, Vives) e
si manifesta poi in nuove forme nella rinascita del movimento scientifico. Studio
storico preliminare SeaR Edizioni Quanto segue è, nella
sostanza, il contenuto di una conferenza tenuta a Palermo presso
ristituto Platone il 31 maggio 1986 e successivamente, verso la fine
di queiranno, riprodotto in un numero limitato di co¬ pie, con
aggiunte note critiche e documentarie, per le «Dispense di Arx» di
Messina, edite da Salvatore Ruta. Oggi il testo viene
ripresentato con maggiore digni¬ tà tipografica e tiratura, onde
favorirne la diffusione, con poche modifiche e aggiunte, in questa nuova
col¬ lana della Sear di Scandiano. Poiché è certamente la
prima volta che con una certa organicità viene affrontato questo
argomento, il presente scritto può a ben diritto definirsi una
novità. Tuttavia, dal momento che il nostro testo viene
presentato come uno «studio storico preliminare», il lettore potrà
dedurne che: a) i dati storici, biografici e letterari, le notizie
contenute ed ogni altra informa¬ zione non sono frutto di fantasia o di
illazioni avven¬ tate, ma desumibili nella loro grande maggioranza
da fonti documentarie (come dimostrato dai miei stessi
riferimenti); b) Tinsieme costituisce, d'altra parte, qualcosa di non
definitivo, in quanto suscettibile di essere ampliato ed ulteriormente
specificato da suc¬ cessive indagini e approfondimenti di maggior
respiro. Bisogna peraltro subito aggiungere che anche a molte
notizie documentarie non sarei pervenuto se non avessi tenuto conto, nel
corso di più anni, di indicazioni, suggerimenti, informazioni pervenutimi
per via amichevole o riservata. Quanto qui esposto, tuttavia, non fa
parte di alcun segreto esclusivo — come vorrebbero alcuni — bensì del
patrimonio sto¬ rico della nazione italica e come tale lo offriamo
alla meditazione di quei lettori che vorranno o sapranno trovarvi
spunto di interesse interiore, nonché agli sto¬ rici «laici», perché
almeno in questa occasione si ren¬ dano conto del tipo di dimensione occulta
che corre parallela e interferisce nelle vicende della storia:
nella fattispecie, prendano atto dell 'esistenza, sinora igno¬
rata, delle correnti esoteriche che tentarono di dare al fascismo
queiranima priva di compromessi che non fu capace di far sua.
Renato del Ponte Entrando il Sole nei Gemelli — Nella
prefazione da lui posta ad un recente lavoro dedicato soprattutto alla
cosiddetta «Nuova Dstra», il noto politologo Giorgio Galli, a cui si deve
senza dubbio riconoscere una notevole apertura mentale e un’intelligente
operazione culturale volta alla riscoperta di alcune tematiche proprie
della de¬ stra tradizionale, ha potuto osservare come alla «Nuova
Destra» sia mancata «precisamente una ri¬ lettura della componente
“magica” ed “esoterica” della cultura di destra». La «Nuova Destra» si
trove¬ rebbe anzi, attualmente, «in difficoltà sul piano pro¬
priamente politico forse anche perché ha trascurato l’analisi di fenomeni
ai quali si dimostrava sensibi¬ le (...) la destra tradizionalista
“esoterica’^): tale fal¬ limento, dunque, sarebbe implicito nel
«completo abbandono di un bagaglio culturale di indubbia ri¬
levanza» (1). Tale diagnosi ci pare esatta e le acute
osservazioni del Galli (al quale si debbono anche tentativi di pe¬
netrare nel mondo oggi ancor poco conosciuto, pro¬ prio perché poco
adeguatamente studiato, dell’eso- GALLI, prefaz. a: ZUCCHINALI, A
destra in Ita¬ lia, Sugarco Edizioni, Milano 1986, pp. 7-14. Tale lavoro
non merita, di per sé, alcuna annotazione di rilievo, essendo molto
superficiale e limi¬ tato nel settore dedicato alia «destra radicale» (e
in questo largamente superato da precedenti pubblicazioni, per quanto
decisamente a sini¬ stra, come La destra radicale, a cura di F.
Ferraresi, che è del 1984), ec¬ cessivamente ampio e parziale nei
confronti della cosiddetta «Nuova Destra», mentre la «destra
tradizionale» è pressoché inesistente. In so¬ stanza, ciò che dà rilievo
al libro, sono le poche notazioni preliminari del Galli, che peraltro
suonano da campana a morto per i profeti della fine del «mito
incapacitante»... terismo del III Reich), che ben difficilmente, del
resto, potrebbero essere recepite nella loro portata da quanto sopravvive
della «Nuova Destra», pro¬ prio per la sua impostazione profana e
modernista (per non parlare della destra «tecnocratica» missina,
per sua intrinseca natura da sempre impermeabile ad ogni discorso
«intelligente») (3), potranno ser- In una relazione sul tema tenuta
nel giugno 1984 a Torino (pare per la Fondazione Agnelli), il cui testo
abbiamo potuto leggere, il Galli osserva come «la storiografia ufficiale
e accademica abbia sempre esita¬ to a muoversi in questa direzione,
appunto per il timore di spostarsi dal piano della storia a quello della
fantasia». Ciononostante il Galli, che dunque sembra muoversi tra i primi
al di fuori di tale logica paralizzan¬ te, afferma come «vi siano
sufficienti elementi per una riflessione stori¬ ca organica sulla
componente esoterica soprattutto dei nazismo, mentre per quanto riguarda
il fascismo italiano questa riflessione potrebbe con¬ cernere
esclusivamente la personalità di Julius Evola». 11 presente volu¬ metto
dovrebbe dunque servire ad ampliare le prospettive conoscitive del Galli
e di quanti altri si interessino di tali tematiche proprio sull’ulti¬ mo
punto, quello concernente il fascismo. Circa poi le correnti esoteri¬ che
del nazismo, bisognerebbe intanto distinguere fra ciò che ha prece¬ duto
la sua presa del potere, le gerarchie ufficiali dello Stato ed alcuni
settori delle SS. In base a ricerche che stiamo effettuando, possiamo an¬
ticipare che tali correnti esoteriche poggiano su fondamenta assai fragi¬
li, contrariamente a quel che potrebbe pensare il Galli stesso, che in
que¬ sto caso pare essere rimasto vittima di alcune «ingenuità» propalate
sul¬ la scia del famigerato Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier. Per
un discorso preliminare su quanto andiamo dicendo, si veda ora il mio
sag¬ gio su La realtà storica della «Società Thule», in introduzione alla
pri¬ ma traduzione italiana di: Prima che Hitler venisse di Rudolf von
Se- bottendorff. Edizioni Delta-Arktos, Torino 1987. Su Evola e certi am¬
bienti delle SS, pubblicherò in seguito documenti provenienti dall’archi¬
vio di stato tedesco (Quartier Generale di Himmler), in cui tali temati¬
che saranno ulteriormente trattate. (3) In un recente articolo che
vuole costituire una sorta di recensione del libro della Zucchinali, un
anonimo missino cosi sintetizza gli interes- 14 virci
qui da spunto iniziale per una breve indagine preliminare,
necessariamente per ora limitata, su una corrente di pensiero
indubbiamente assai mino¬ ritaria, ieri ed oggi, in Italia, ma come è
stato di re¬ cente sottolineato, «nel contempo assolutamente ne¬
cessaria per l’Italia» (4), che ha svolto ed è destinata a svolgere
ancora una funzione molto importante, per non dire essenziale, per la
nostra nazione: quella della conservazione dtXV identità delle nostre
radici. Essa, se è stata opacizzata nelle masse e in una
classe dirigente sclerotizzata e corrotta per incapaci¬ tà e colpevole
negligenza, nondimeno persiste im¬ mutata, come presenze e immagini
primordiali, ne¬ gli archetipi divini che presiedono alle nostre
sorti. Il compito di tale minoranza, al di là della pura e semplice
azione conservativa, è stato quello di saper ridestare nei momenti
opportuni quelle immagini, sì che divenissero presenze vive ed operanti,
concretiz¬ zandole nelle nuove realtà della nazione italica.
Si tratta delle immagini primordiali e delle epifanie divine del Lazio e
dell 'Italia delle origini, ovvero della Saturnia tellus: quelle che
hanno reso possibile la manifestazione sul nostro suolo della
tradizione di Roma — che simboli, funzioni ed attribuzioni
si e i tentativi controcorrente del Galli: «A cosa ciò possa condurre in
concreto, è imprevedibile. Forse a nulla» (in «Proposta»).] Conventum Italicum,
comunicato anonimo in «Arthos»] hanno reso evidente essere emanazione
della Tradizione primordiale (5) — ed il suo rinnovellarsi attra¬ verso i
tempi. Il precedente riferimento del Galli all’esoterismo è,
nel nostro caso, più che pertinente, dal momento che la trasmissione e
perpetuazione della tradizione romana, almeno negli ultimi quindici
secoli, ha po¬ tuto avvenire, per motivi ben comprensibili, per via
segreta, cioè esoterica e di necessità sotto forme e vie anche molto
diverse. Se oggi si può parlare di «de¬stra» esoterica è soltanto perché, per
circostanze sto¬ riche particolari, in un ambito (peraltro, assai
ri¬ stretto) della destra del nostro secolo certe tematiche hanno
potuto trovare parziale ospitalità (6): va da sé — e non sarebbe il caso
di insistervi sopra — che la .tradizione di cui tali correnti sono
portatrici si situa ben al di là e al di sopra di ogni miserabile
dialettica fra destra e sinistra, termini e concetti di derivazione
parlamentare moderna e quindi del tutto inadeguati ad inquadrare forme di
realtà spirituali quali quelle a cui ci riferiamo. Tuttavia,
dal momento che il presente intende es¬ sere semplicemente uno «studio
storico» su tale cor- Per tali evidenziazioni, debbo rimandare ad
alcuni capitoli del mio Dèi e miti italici. Il ed., ECIG, Genova,
specialmente in con¬ nessione con le figure di Giano e Saturno (con il
ciclo a lui connesso). (6) Si deve peraltro notare che ad interessi
esoterici inerenti anche alla tradizione romana non furono aliene certe
personalità della «sinistra storica» e nel corso della nostra esposizione
non mancherà un esempio concreto. ] rente, dovremo fare solo
riferimenti indiretti e limi¬ tati al suo lato esoterico, quanto invece
insistere sui suoi riflessi politici, culturali e religiosi.
L’abbiamo definita «corrente tradizionalista romana» (7) nel Novecento:
un’élite che ha in ogni ca¬ so lasciato una sua impronta in una certa
epoca e che, nell’incertezza del «pensiero debole» attuale,
potrebbe ancora essere portatrice di un messaggio radicalmente
alternativo, poiché radicalmente (e qui l’espressione va intesa, con
coscienza di causa, nel suo pieno valore etimologico, a radicibus)
orientata contro gli pseudovalori che reggono la scena del mondo
moderno. Non è mio compito qui riassumere i termini della
questione intorno alla possibilità della trasmissione della sacralità e
della tradizione di Roma dall’epoca degli ultimi sapienti pagani sino ai
nostri giorni: è uno studio che, in riferimento soprattutto alle
gentes dei Simmachi, dei Nicomachi, dei Pretestati ed altri,
abbiamo da anni iniziato in varie riviste e pubblica- (7) Derivo
l’espressione di «corrente tradizionalista romana» dal po¬ deroso (e
ponderoso) lavoro di P. DI VONA, Evola e Guénon. Tradizio¬ ne e civiltà,
Napoli, in cui, nel VI cap., intitolato ap¬ punto Il tradizionalismo
romano, l’A. studia la «corrente romana del tradizionalismo, ad opera di
Reghini, Evola e De Giorgio». È evidente che col termine «corrente» noi
non intendiamo riferirci (se non in singo¬ li casi, che ben preciseremo)
ad una linea di pensiero omogenea, bene organizzata in un gruppo unitario
e compatto dalle caratteristiche co¬ muni, ideologicamente e
politicamente parlando, ma ad una tendenza che potè assumere aspetti e
sfaccettature diverse, come proprio i casi di Reghini, Evola e De Giorgio
(e non sono certo gli unici) sono a dimostrare. zioni (8) e che non
mancherà di ulteriori sviluppi. In questa sede sarà sufficiente
fare rapido riferimento a quell’epoca gravida di grandi e decisive trasformazioni
che fu il Rinascimento italiano. È soprattutto nel corso del XV secolo che
tradizioni occulte, sopravissute per secoli nel più grande segreto,
paiono ricevere nuova linfa e l’impulso ad una nuova manifestazione dal
contatto con personalità dell’Oriente europeo di altissima rilevanza
intellettuale, come quella di Giorgio Gemisto Pletone, il grande
rivitalizzatore della filosofia platonica negli ultimi anni dell’Impero
d’Oriente e fondatore di un cenacolo esoterico a Mistra, la medievale erede
dell’antica Sparta, all’interno del quale, oltre a conservare testi
dell’antichità pagana (come le opere dell’impe¬ ratore Giuliano, che vi
venivano trascritte), si cele¬ bravano veri e propri riti e si elevavano
inni in onore degli dèi olimpici (9). La figura e la funzione
di Giorgio Gemisto Pletone sono ancora troppo poco note in generale e, in
Italia, non ancora studiate (10). In genere, ci si limi- (8) Cfr.
ad esempio: R. DEL PONTE, Sulla continuità della tradizio¬ ne sacrale
romana, parti I e II, in «Arthos»] ; vedi anche: Q. AURELIO SIMMACO,
RelazionesuH’altare della Vitto¬ ria, con un’introduzione di R. del Ponte
su Simmaco e isuoi tempi. Edi¬ zioni del Basilisco, Genova. Si tenga
conto che nel sud del Peloponneso sono attestati, a livello popolare,
culti nei confronti degli dèi classici sino al IX secolo della no¬ stra
era. (10) In lingua italiana mancano ancora del tutto studi
approfonditi. 18 ta a citare, a proposito di lui, la
sua partecipazione al Concilio di Firenze e l’istituzione
dell’Accademia Platonica Fiorentina, che ebbe sede nella villa di
Ca- reggi (o «delle Cariti», o «Muse»), concepita da Cosimo il Vecchio e
realizzata da Lorenzo il Magnifico su suggestione del Pletone. Ma gli
effetti dovettero essere ancora più interessanti e gravidi di
conseguen¬ ze, se si considerino i legami, ad esempio, fra Gior¬
gio Gemisto Pletone e Sigismondo Pandolfo Mala- testa. Signore di Rimini:
colui che ne sottrarrà il ca¬ davere agli Ottomani (1464), i quali
avevano occu¬ pato Mistra nel 1460, onde deporlo pietosamente in
un’arca marmorea del suo famoso «Tempio Malate¬ stiano». Lo stesso
Malatesta dovette pure essere in rapporto con la ben nota «Accademia
Romana» di Pomponio Leto (11), propugnatore, scrive il von Pa-
stor, del «romanesimo nazionale antico». Il capo Ci si dovrà
pertanto limitare a rimandare a: B. KIESZKOWSKI, Studi sul platonismo del
Rinascimento in Italia (vedi soprattutto cap. II), Sansoni, Firenze 1936;
P. FENILI, Bisanzio e la corrente tradizionale del Rinascimento, in «Vie
della Tradizione» (ci viene comunicato ora, che a cura dello stesso P. Fenili è
in corso di stampa un’antologia di brani di Pletone, dal titolo
«Paganitas», lo squarcio nelle tenebre, per Basala Editore di Roma). Di
recente, ci è ca¬ pitato di leggere in un’insolita pubblicazione, una
rivistina satirica di si¬ nistra, un reportage da Mistra singolarmente
informato e documentato su Gemisto Pletone e la sua scuola (cfr. P.LO
SARDO, La repubblica dei Magi. Da Sparta alla Firenze del '400, in
«Frigidaire»] Per mezzo del Platina (definito da Pomponio pater
sanctissi- mus), 1 ’Accademia Romana intratteneva rapporti col Malatesta,
il quale dell’Accademia Romana, riporta il von Pastori
«spregiava la religione cristiana ed usciva in vio¬ lenti discorsi
contro i suoi seguaci... venerava il ge¬ nio della città di Roma.Quale
rappresentante di queU’umanesimo, che gravitava verso il pagane¬
simo, si schierarono ben presto attorno a Pompo¬ nio un certo numero di
giovani, spiriti liberi dalle idee e dai costumi mezzo pagani. (...) Gli
iniziati consideravano la loro dotta società come un vero collegio
sacerdotale alla foggia antica, con alla te¬ sta un pontefice massimo,
alla quale dignità fu elevato Pomponio Leto» (12). Si noti
che sembra certa l’adesione alla cerchia del Leto del principe Francesco
Colonna, Signore di Pa- lestrina, l’antica Praeneste, dai più ritenuto
l’autore della celeberrima Hypnerotomachia Poliphili, un te¬ sto
molto citato, ma molto poco letto e soprattutto compreso, dove, in ogni
modo, una sapienza ermeti¬ ca si sposa all’esaltazione, non tanto
filosofica. fu notoriamente nemico dei papi e ammiratore del
movimento pagano di Mistra (cfr. F. Masai, Pléthon et le platonisme de
Mistra, Paris 1956, p. 344, nota. L’opera del Masai è a tutt’oggi la più
completa esistente sulla dottrina e la figura di Giorgio Gemisto
Pletone). Si noti che il Pla¬ tina fu allievo a Firenze dell’Argiropulo,
discepolo di Pletone, e che un altro antico discepolo, il Cardinal
Bessarione, si prodigò per la liberazio¬ ne da Castel Sant’Angelo dei
membri dell’Accademia Romana nel 1468, dopo che furono accusati dal papa
Paolo II — non senza fondamento — di «paganesimo». 11 Masai (op. cit., p.
343) si domanda se l’Accade¬ mia Romana «non fosse in qualche modo una
filiale di quella di Mistra». (12) L. von PASTOR, Storia dei
Papi, voi. II, Roma] quanto mistica, del mondo della paganità romano¬
italica, culminante nella visione di Venere Genitrice. Se si
rifletta al fatto che Francesco Colonna, rea¬ lizzatore fra il 1490 e il
1500 del nuovo imponente palazzo gentilizio eretto sulle rovine del
tempio di Fortuna Primigenia (ancora oggi ben identificabili nelle
strutture originali), vantava discendenza diret¬ ta dalla gens Julia e
quindi da Venere (13), si potrà allora intravedere come l’apporto
vivificante della corrente sapienziale reintrodotta in Italia da
Gemi¬ sto Pletone si fosse incontrato col retaggio gentilizio di
una tradizione antichissima, gelosamente custodi¬ to nel silenzio dei
secoli col tramite di alcune fami¬ glie nobiliari italiane, in ispecie
laziali, generosa¬ mente fruttificando: nel senso di spingere ad un
rin¬ novamento tradizionale non solo l’Italia, ma persi¬ no, ad un
certo momento, lo stesso papato, se avventi 3) Risulterà forse sorprendente
apprendere come i Colonna posse¬ dessero ancora fino ai nostri giorni (è
documentato almeno sino al 1927) il «feudo» originale di Giulio Cesare,
Boville (Frattocchie d’Alba- no). Sempre era visibile nel giardino
Colonna al Quirinale l’aitare antico dedicato al Vediove della gens Julia
(notizie ricavate da: P. COLONNA, I Colonna, Roma 1927, pp. 5-6). Tolomeo
1 Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul excellentissimus e
Julia stirpe progenitus (cfr. P. FEDELE, s.v. Colonna, in «Enciclopedia
Italiana», X, 1931). Ha compiuto un’attenta analisi deWHypnerotomachia
Poli¬ phili (editio princeps nel 1499, presso Manuzio) come opera di
France¬ sco Colonna, M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma
1980. Si veda anche: OLIMPIA PELOSI, Il sogno di Polifilo: una quéte
del¬ l’umanesimo, ed. Palladio, s.l. 1978. A.C. Ambesi, in
considerazione della dimensione iniziatica dell’opera di Francesco
Colonna, la considera come un’anticipazione cifrata del movimento dei Rosacroce
(/ Rosa¬ croce, Milano). ne che poco mancò che salisse al soglio
pontificio quel cardinale Giuseppe Bassarione che fu discepolo
diretto di Giorgio Gemisto Pletone, da lui giudicato, come scrisse in una
lettera privata ai figli del mae¬ stro dopo la sua morte, «il più grande
dei Greci do¬ po Platone». Ma altri tempi tristi dovevano
giungere, tempi in cui sarebbe stato più prudente tacere, come dimostrò
il bagliore delle fiamme in Campo dei Fiori, avvolgenti nell’anno di Cristo
1600 il corpo, ma non l’animo, di Bruno, rivivificatore generoso,
ma impaziente, di dottrine orfico-pitagoriche, che trovavano analoga eco
— frutto di una linfa non mai del tutto estinta nell’Italia Meridionale —
nella poesia e nella prosa dell’irruente frate calabrese Tommaso
Campanella, lui pure oggetto di odiose persecuzioni.
Bisognerà giungere sino all’unità d’Italia, parzial¬ mente
realizzatasi nel 1870 con la fine della millenaria usurpazione temporale dei
papi, per trovare una situazione mutata. A questo punto bisogna
chiarire una volta per tutte, con la maggiore evidenza, che dal
punto di vista del tradizionalismo romano l’uni¬ tà d’Italia — indipendentemente
dai modi con cui (14) Si dovrà ricordare che il Bessarione
raccolse cum pietate nel suo studio le opere e i manoscritti del maestro,
in particolare alcuni frammenti apertamente pagani delle Leggi, dotandone poi
la Biblioteca Marciana da lui fondata, a Venezia. potè in
effetti verificarsi (modi spesso arbitrari e prevaricatori della dignità
e delle sacrosante autonomie di diverse popolazioni italiche) e dall’azione
di certe forze sospette (Carboneria, massoneria e sette varie) che
per i loro fini occulti poterono agevolarla — era e rimane condizione
imprescindibile e necessaria per ritornare alla realtà geopolitica dell’Italia
au- gustea (e dantesca): quindi per propiziare il rimanifestarsi nella
Saturnia tellus di quelle forze divine che ab origine a quella realtà
geografica — consacrata dalla volontà degli dèi indigeti — sono legate.
È un dato che si dovrà tenere ben presente, per meglio intendere
certi fatti che avremo modo di esporre in seguito. Intanto,
negli ultimi anni del XIX secolo è nell’a¬ ria qualcosa di nuovo e antico
insieme, che verrà avvertito dalle anime più sensibili. Fra queste,
il grande poeta Giovanni Pascoli, con un equilibrio ed una compostezza
veramente classi¬ ci, valendosi di una sensibilità non inferiore a
quella con cui in quegli stessi anni conduceva l’esegesi di certi
lati occulti della dantesca Commedia, con il seguente sonetto (e col
corrispondente testo in esame¬ tri latini, da noi non riprodotto)
celebrava in una semplice aula scolastica la solennità «L’aratro è fermo:
il toro d’arar sazio, leva il fumido muso ad una branca d’olmo; la
vacca mugge a lungo, stanca, e n’echeggia il frondifero Palazio.
Una mano sull’asta, una sull’anca del toro, l’arator guarda lo
spazio: sotto lui, verde acquitrinoso il Lazio; là, sul monte, una
lunga breccia bianca. È Alba. Passa l’Albula tranquilla,
sì che ognun ode un picchio che percuote nell’Argileto
l’acero sonoro. Sopra il Tarpeio un bosco al sole brilla,
come un incendio. Scende a larghe ruote l’aquila nera in un polverio
d’oro. Allo scadere del secolo, nel 1899, è un fatto nuovo di ordine
archeologico il punto di riferimento im¬ portante ed essenziale per il
secolo che sta per aprir¬ si: la scoperta nel Foro da parte
dell’archeologo Giacomo Boni (un nome che non dovremo scordare) del cippo
arcaico sotto il cosiddetto Lapis Niger, in cui l’iscrizione in caratteri
antichi del termi¬ ne RECHI ( = regi) attesta documentariamente l’effettiva
esistenza in Roma della monarchia e, con quanto ne consegue, la
sostanziale fondatezza della tradizione annalistica romana, trasmessa nel
corso di innumerevoli generazioni, dai primi Annales Ma¬ ximi dei
pontefici sino a Tito Livio e, al termine del- [PASCOLI, Antico
sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino, Zanichelli, Bologna. 11
lettore esperto potrà notare come in pochi versi il poeta abbia saputo
sapientemente concentrare particolari nomi evocativi di determinate
realtà primordiali dell’Urbe. ] l’Impero d’Occidente, alle ultime gentes
sacerdotali ed a quegli estremi devoti raccoglitori e trasmettitori
della sapienza delle origini, come poterono essere un Macrobio ed un
Marziano Capella nel V secolo. È come se, fisicamente, una parte di
tradizione ro¬ mana si esponesse improvvisamente alla luce del sole a
smentire l’incredulità e l’ipercriticismo della scuola tedesca, che, in
nome di un presunto realismo scientifico, aveva respinto in blocco le più
antiche memorie patrie, e soprattutto dei suoi squallidi se¬ guaci
italiani, come quell’Ettore Pais che nella sua Storia di Roma (ristampata
innumerevoli volte fino in piena epoca fascista) aveva negato ogni
tradizione da una parte, costruendo dall’altra fantastici castelli
in aria, senza alcuna base, né storica, né filologica. Risulta che
Giacomo Boni fu in corrispondenza con un altro principe romano, pioniere
degli studi islamici e deputato al parlamento nei banchi della
sinistra: Leone Caetani duca di Sermoneta, principe di Teano, marito di
una principessa Colonna. Suo nonno, Michelangelo Caetani, era stato
l’au¬ tore di un fortunato opuscolo di esegesi dantesca sin dal
1852, dove si sosteneva l’identità di Enea col dantesco «messo del cielo»
che apre le porte della Città di Dite con «l’aurea verghetta» degli
iniziati di Eieusi (16): quello stesso che nel 1870, già vecchio e
quasi cieco, fu il latore a Vittorio Emanuele II dei (16) Cfr. M.
CAETANI di SERMONETA, Tre chiose nella Divina Commedia di Dante
Alighieri, II ed., Lapi, Città di Castello risultati del plebiscito che sanciva
l’unione di Roma all’Italia. Proprio Leone Caetani sarebbe
stato l’autorevole tramite attraverso cui si sarebbero manifestate
al¬ l’interno della Fratellanza Terapeutica di Myriam (operativa
proprio negli anni della scoperta del Lapis Niger) fondata da Giuliano Kremmerz
(cioè Ciro Formisano di Portici) — che la definì talvolta come
Schola Italica — determinate influenze derivanti dall’antica tradizione
romano-italica se, come scrive l’esoterista Marco Daffi {alias il conte
Libero Ric- ciardelli) è lui il misterioso «Ottaviano» (altro
riferimento alla gens Julia!) autore nel 1910, nella ri¬ vista
«Commentarium» diretta dal Kremmerz, di un articolo sul dio Pan e di una
lettera di congedo dalla redazione in cui egli riafferma in tali termini
la pro¬ ti?) «Sotto tale pseudonimo si nascondeva persona
veramente auto¬ revole, autorevolissimo collega di ricerche ermetiche di
Kremmerz tanto da potere essere ritenuto portavoce di sede superiore
(...) Don Leone Caetani, Duca di Sermoneta, Principe di Teano» (M. DAFFI,
Giuliano Kremmerz e la Fr+Tr+ di Myriam, a cura di G.M.G., Alkaest,
Genova). Gli scritti firmati da «Ottaviano» in «.Commenta¬ rium» sono
tre: La divinazionepantéa (n. 1 del 25 luglio 1910), Per Giu¬ seppe Borri,
Gnosticismo e iniziazione (n. 8-10 di novembre-dicembre 1910). In quest’ultimo
scritto, con¬ sistente in una lettera di congedo come collaboratore della
rivista, si ri¬ manda all’opera di un altro personaggio che, come
«Ottaviano», doveva riconnettersi allo stesso ambiente iniziatico
gravitante alle spalle dell’or¬ ganismo kremmerziano: l’avvocato
Giustiniano Lebano, autore di un curioso libretto intitolato
Dell’Inferno: Cristo vi discese colla sola anima o anche col corpo? (Torre
Annunziata 1899), in cui nuovamente si accenna al «ramoscello dorato del
segreto, ossia la voce mistica di con¬ venzione» (p. 66) che Enea
presenta a Proscrpina. 26 pria fede pagana:
«... non sono che pagano e ammiratore del paga¬ nesimo e divido il
mondo in volgo e sapienti (...) volgo, che i miei antenati
simboleggiavano nel ca¬ ne e lo pingevano alla catena sul vestibolo del
Do- mus familiae con la nota scritta: Cave canem; ca¬ ne perché
latra, addenta e lacera» (18). In quegli stessi anni (a partire dal
1905) era co¬ minciata l’attività pubblicistica ed iniziatica di Reghini.
La sua importanza fra i più autorevoli esponenti europei della
Tradizione, e del filone romano-italico in particolare, risiede
cer¬ tamente non tanto nel tentativo, vano e fatalmente destinato
all’insuccesso, per quanto disinteressato, di rivitalizzare la massoneria
al suo interno (19), quanto nell’attenzione da lui portata allo studio
ed [OTTAVIANO, Gnosticismo e iniziazione, cit., p. 210. (19)
Tentativo che si concretizzò soprattutto con la creazione del Rito
Filosofico Italiano, fondato nel 1909 dal Reghini, Edoardo Frosini ed
altri (vi sarà accolto come membro onorario Aleister Crowley...), ma
dall’esistenza effimera, dal momento che si fuse con la massoneria di
Rito Scozzese Antico ed Accettato di Piazza del Gesù. 11 Reghini seguirà
le sorti e le direttive di Piazza del Gesù di Raoul Palermi, molto
favorevole nei confronti del fascismo, sino ai provvedimenti contro le
società segrete del 1925. Giovanni Papini ha de¬ dicato alcune pagine nel
contempo pungenti e commosse ad Arturo Re¬ ghini di cui fu amico negli
anni giovanili, cosi concludendo: Reghini visse, povero e solitario, una vita
di pensiero e di sogno: anch’e¬ gli difese e incarnò, a suo modo, il
“primato dello spirituale’’. Nessuno di quelli che lo conobbero potrà
dimenticarlo» (Passato remoto, ed. L’Arco, Firenze).alla riscoperta della
tradizione classica e romana, che gli era stato dato in compito di
rivitalizzare «in segreto», così come egli stesso si esprime in una
let¬ tera inviata ad Augusto Agabiti e pubblicata nel numero di aprile
1914 di «Ultra»: «sai bene come il nostro lavoro, puramente
meta¬ fisico e quindi naturalmente esoterico, sia rimasto sempre e
volontariamente segreto» (20). In tal modo il Reghini ben si
inseriva nel filone della corrente tradizionalista romana, in quella
sua variante che si può legittimamente definire orfico- pitagorica,
col contributo di numerosi scritti, soprattutto sulla numerologia
pitagorica, sparsi fra molti articoli e opere impegnative, come Per la
resti¬ tuzione della geometria pitagorica, I numeri sacri della
tradizione pitagorica massonica (postumo 1947; rist. 1978), Aritmosofia
(postumo REGHINI, La «tradizione italica», in «Ultra» Allo
stesso modo, di tradizione ermetica «egizio-ellenistica» si potrebbe
parlare per il filone essenzialmente seguito dalla corrente kremmerziana.
È chiaro come nessuna di queste correnti possa preten¬ dere di
identificarsi con il filone centrale deWa tradizione romana (come
vorrebbero, ad esempio, certi continuatori del Reghini dei nostri
giorni), rappresentandone, semmai, corollari concentrici ed espressioni
validis¬ sime, ma essenzialmente periferiche. Il nucleo della tradizione
romana è altra cosa: può includere tutto ciò, ma al tempo stesso ne è al
di sopra nella sua essenza originaria. Per cercare di comprendere la
cosa, si dovrà riflettere sul simbolismo e sulla funzione del dio Giano,
non per caso divinità unica e propria della sacra terra laziale.) ed il
tuttora inedito Dei numeri pitagorici. Con questa attività egli
avrebbe perseguito la mis¬ sione affidatagli da un’antica scuola
iniziatica di tradizione pitagorica della Magna Grecia (23) allorché,
ancora giovane e studente a Pisa, fu avvicinato da colui che sarebbe
divenuto il suo maestro spirituale: Amedeo Rocco Armentano (24),
calabrese, ufficiale dell’esercito all’epoca in cui lo conobbe il
Reghini. Ad Amedeo Armentano (1886-1966) apparteneva
(22) Di recente, per il quarantesimo anniversario della scomparsa del
Reghini, è stata edita una raccolta di suoi scritti vari: Paganesi¬ mo,
pitagorismo, massoneria, ed. Mantinea, Fumari 1986, a cura del¬
l’Associazione Pitagorica, un gruppo costituitosi solo nel giugno 1984
con un poco iniziatico «atto notarile» (sic), ma che vanta diretta
discen¬ denza dal gruppo del Reghini. La raccolta è stata purtroppo
eseguita con dilettantismo, senza criteri ed inquadramenti
storico-filologici e gli scritti reghiniani (uno addirittura incompleto)
non seguono nè un ordi¬ ne logico, nè cronologico. Il saggio suW
Interdizione pitagorica delle fa¬ ve si potrà leggere ora completo in
«Arthos» n. 30 (1986, ma stampato 1987). (23) DIOGENE LAERZIO
(Vili, 56) ricorda come il pensiero di Pitagora avesse trovato accoglienza
presso gli Italioti della Magna Grecia: «Come dice Alcidamante tutti
onorano i sapienti. Così i Pari onorano Archiloco, che pur era blasfemo,
e i Chii Omero, che era d’altra città e gli Italioti Pitagora» (Die fragmente
der Vorsokratiker, a cura di H. Diels-W. Kranz; trad. ital. Bari 1981, v.
I). Per alcune notizie su Armentano (ed una sua foto), cfr. R.
SE- STITO, A.R.A., il Maestro, in Ygieia, bollettino interno
dell’Associazione Pitagorica, Di Armentano si vedano le Massi¬ me di
scienza iniziatica, commentate dal Reghini in vari numeri di «Atanòr» ed
«Ignis» (1924-25). Negli anni Trenta Armentano lasciò l’I¬ talia per il
Brasile, dove morì. È sintomatico come anche «Ottaviano» in quel periodo
si sarebbe allontanato dall’Italia stanziandosi a Vancou¬ ver in Canada.]
quella misteriosa «torre in mezzo al mare. Una ve¬ detta diroccata,
su di uno scoglio deserto» (25) dove, con gran dispiacere di Sibilla
Aleramo, il giovane protagonista del romanzo Amo, dunque sono (Mon¬
dadori, Milano), «Luciano» {alias Giulio Pari¬ se), avrebbe dovuto
«diventare mago» in compagnia di un amico non nominato, vale a dire
proprio il Reghini. Fu proprio nella torre di Scalea, in
Calabria, che il Reghini rivide nell’estate 1926 il testo della
tradu¬ zione italiana deirOccw//flr Phylosophia di Agrippa, a cui
premise un ampio saggio di quasi duecento pagine su E.C. Agrippa e la sua
magia. Vi scriveva, fra l’altro: «E perciò, in noi, il senso
della romanità si fonde con quello aristocratico e iniziatico nel
renderci fieramente avversi a certe alleanze, acquiescenze e
deviazioni. Forse si avvicina il tempo in cui sarà possibile di rimettere
un po’ a posto le cose, e noi speriamo che ci venga consentito, una
qualche vol¬ ta, di riportare alla luce qualche segno dell’esoteri¬
smo romano. Quanto alla permanenza di una “tradizione romana”, si vorrà ammettere
che se una tradizione iniziatica romana pagana ha potu¬ to
perpetuarsi, non può averlo fatto che nel più as¬ soluto mistero. Non è
quindi il caso di interloquire con affermazioni e negazioni. ALERAMO,
Amo, dunque sono, cit., p. 15. Cfr. p. 50: «Luciano, Luciano, e tu vuoi essere
mago! M’hai detto d’aver già operato fantastiche cose, fantastiche a
narrarsi, ma realmente accadute». REGHINI, E.C. Agrippa e la sua magia,
in: E.C. AGRIPPA, Il 1914 è un anno molto importante, sotto diversi
aspetti, per i tentativi di rivivificazione della tradi¬ zione italica.
Nel numero di gennaio-febbraio 1914 di «Salamandra», in un articolo dal
titolo fortuna¬ to, poi ripreso da Evola, Imperialismo pagano, Reghini
coglieva occasione, scagliandosi contro il parlamentarismo ed il suffragio
universale che favoriva cattolici e socialisti, di riaffermare l’unità e
l’immutabilità della tradizione pagana in Italia, che, sempre ricollegata
nella sua visione al pitagorismo, si sarebbe trasmessa attraverso le figure di
alcuni grandi ini¬ ziati sino ai nostri giorni. In ottobre, dalle pagine
di «Ultra», precisava nello stesso tempo, in un importante articolo
dottrinario, che: «Il linguaggio e la razza non sono le cause
della superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al
suolo, all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si
manifesta anche storica¬ mente come una di queste regioni magnetiche della
terra. Se noi parleremo del mito aureo e so¬ lare in Egitto, Caldea e
Grecia prima di occuparci della sapienza romana, non è perché questa
derivi da quella, ché il meno non può dare il più» Lm Filosofia occulta o
la Magia, voi. I, rist. Mediterranee, Roma 1972, pp. XCIII-XClV,
nota. L’articolo fu poi ripubblicato in «Atanòr», I, 3 (marzo
1924), pp. 69-85 (oggi nella ristampa anastatica a cura dell’omonima casa
edi¬ trice di Roma). (28) A. REGHINI, Del simbolismo e della
filologia in rapporto alla sapienza metafisica, in «Ultra», Vili, 5
(ottobre 1914), p. 506.Intanto, nella notte del solstizio d’inverno del
1913, si era verificato un insolito episodio, gravido di future
conseguenze: in seguito a misteriose indi¬ cazioni, nei pressi di un
antico sepolcro sull’Appia Antica era stato rinvenuto, a cura di
«Ekatlos» (29), accuratamente celato e protetto da un involucro im¬
permeabile, uno scettro regale di arcaica fattura e i segni di un
rituale. «Ed il rito — riporta «Ekatlos» (30) — fu celebra¬
to per mesi e mesi, ogni notte, senza sosta. E noi sentimmo,
meravigliati, accorrervi forze di guerra e forze di vittoria; e vedemmo
balenar nella sua lu¬ ce le figure vetuste ed auguste degli “Eroi”
della razza nostra romana; e un “segno che non può fal¬ lire” fu
sigillo per il ponte di salda pietra che uo¬ mini sconosciuti costruivano
per essi nel silenzio profondo della notte, giorno per giorno».
«Il significato, le vere intenzioni e le origini di tali
(29) Lasciamo ogni responsabilità circa l’identificazione di «Eka¬ tlos»
con il principe Leone Caetani, già da noi incontrato, all’anonimo autore
(si tratta, peraltro, certamente di C. Mutti, fanatico integralista
islamico) di una postilla alla parziale traduzione francese della rivista
evoliana «Krur» (TRANSILVANUS 1984, A propos de l’article d’Eka- tlos,
seguito da una Note sur Leone Caetani, in: J. EVOLA, Tous les écrits de
«Ur» & «Krur», 111 [Krur 1929], Arché, Milano 1985, pp. 475- 486).
Ancor più lasciamo all’autore di tali tristi note (in cui ancora una
volta si dimostra come tra fanatismo religioso e via iniziatica esista un
divario invalicabile) la pesante responsabilità delle poco ragguardevoli
espressioni usate nei confronti del benemerito principe romano. (30)
EKATLOS, La «Grande Orma»: la scena e le quinte, in «Krur», oggi in: GRUPPO di
UR, Introdu¬ zione alla Magia, voi. Ili, Roma] riti pongono un problema»,
osserva il Di Vona (31), «ma il loro fine immediato fu esplicito, e come
tale è stato dichiarato. (...) Esso fu compiuto nel dovuto modo da
un gruppo che si propose di dirigere verso la vittoria italiana la I
Guerra Mondiale». Ma l’episodio ha un seguito: il 23 marzo
1919 (giorno in cui cade la festa romana del Tubilustrium, o
consacrazione delle trombe di guerra) fu fondato a Milano, nella famosa
riunione di Piazza Sansepol- cro, il primo Fascio di Combattimento (dal
1921 de¬ nominato Partito Nazionale Fascista). Fra gli astanti vi
fu chi, emanazione dello stesso gruppo che aveva riesumato l’antico
rituale, preannuncio a Benito Mussolini: «Voisarete Console d’Italia». E
fu la stes¬ sa persona che, qualche mese dopo la Marcia su Roma, vestita
di rosso, offrì al Capo del Governo un’arcaica ascia etrusca, con «le
dodici verghe di betulla secondo la prescrizione rituale le¬ gate
con strisce di cuoio rosso. Con tale atto dal sapore sacrale, come è
evidente. VONA, Evola e Guénon EKATLOS, art. cit., p. 382, nota.
La notizia è riportata con altri particolari nel «Piccolo» di Roma del
23-24 maggio 1923, p. 2 [cfr. Ap¬ pendice 1]. Particolare curioso: la
sera stessa del 23 maggio Mussolini parti in aereo alla volta di Udine,
onde potere inaugurare il giorno dopo, 24 maggio, anniversario dell
’entrata in guerra, il monumentale cimitero di Redipuglia, alla presenza
del Duca d’Aosta. La sera del 24, sulla via del ritorno verso Roma,
l’aereo fu costretto, da un inspiegabile guasto, ad un atterraggio di
fortuna nei pressi di Cerveteri, cioè l’antica etrusca Cere, donde forse
proveniva l’arcaico fascio.le correnti più occulte portatrici della tradizione
ro¬ mana avrebbero voluto propiziare una restaurazione in senso
«pagano» del fascismo. Altri episodi concomitanti concorrono a
rafforza¬ re questa supposizione. Dopo essere stata composta
proprio nel 1914, fra il 21 aprile ed il 6 maggio 1923 (altre
significative coincidenze di date), fu rappre¬ sentata sul Palatino la
tragedia Rumori: Romae sa- crae origines (il solo terzo atto), col
beneplacito e la presenza plaudente di Benito Mussolini. La
tragedia (o, meglio, alla latina, il Carmen solutum) risulta opera
di un certo «Ignis» (pseudonimo sotto cui si celerebbe l’avvocato Ruggero
Musmeci Ferrari Bravo), che risulta godere di appoggi assai influenti,
co¬ me quello di Ardengo Soffici [cfr. Appendice 11], e appare,
specialmente in quel terzo carmen che fu re¬ citato, più che una semplice
rappresentazione sceni¬ ca, un vero e proprio atto rituale: un rito di
consa¬ crazione, certamente denotante nell’autore, o nei gruppi
restati nell’ombra di cui egli era emanazione, una conoscenza non solo
filologica della tradizione romana (si pensi che in intermezzi scenici
vengono cantati, al suono di flauti, i versi ianuli e iunonii dei
Fratres Arvales), ma anche di certi suoi lati occulti, come lascia
intendere il rito di incisione su lamine auree dei nomi arcani deU’Urbe e
l’esegesi, voluta- mente incompleta, dei significati del nome di
Roma. Quest’azione, occulta e palese, sulle gerarchie fasciste
affinché i simboli da esse evocate, come l’aquila o il fascio, non restassero
puro orpello di facciata, continuerà sino al 1929, che è anche l’anno in
cui Rumon verrà pubblicata, in splendida edizione ufficiale, dalla
Libreria del Littorio, con i frontespizi ornati di caratteri arcaici romani,
disegnati appositamente nel 1923 da Giacomo Boni, lo scopritore del Lapis
Niger già da noi incontrato, il quale avrà il privilegio poco dopo, alla sua
morte, di essere inumato sul Palatino stesso. Ancora noteremo
come sintomatica l’uscita, nello stesso 1923, della Apologia del
paganesimo (Formig- gini, Roma) di Giovanni Costa, futuro
collaboratore delle iniziative pubblicistiche di Evola. Uscirono le due
riviste di studi iniziatici «Atanòr» ed «Ignis», dirette da Reghini, e in cui
iniziò una collaborazione il giovane Evola: affronteranno con un rigore
ed una serietà inconsuete, per l’eterogeneo ambiente spiritualista
dell’epoca, tematiche e discipline esoteriche di parti¬ colare interesse:
vi comparvero, per la prima volta in Italia, scritti di René Guénon, fra
cui a puntate, pri¬ ma ancora che in Francia, L'esoterismo di Dante.
È peraltro evidente come il contenuto di queste riviste non avesse
un valore puramente speculativo, come dimostrano gli scritti di «Luce»
suirO/7M5 magicum (Gli specchi - Le erbe) negli ultimi due numeri
di (33) Fu proprio Giacomo Boni che, risalendo ai modelli
d’origine, mi¬ se a punto il prototipo del fascio romano (oggi al Museo
dell’Impero) per il Regime Fascista: è quello che compare sulle monete da
due lire di quel periodo (cfr. V. BRACCO, L’archeologia del Regime,
Volpe, Roma «Ignis», che preludono a quelli del successivo Grup¬ po
di Ur. Ma intanto l’auspicata svolta in senso pagano da parte del fascismo
sperata dalla corrente tradizionalista romana non solo stenta a
verificarsi, anzi è messa pericolosamente in forse dalle mene degli
ambienti cattolici e clericali. In «Atanòr» Reghini con parole di fuoco depreca
alcune espressioni pronunciate da Mussolini in occasione del Natale di
Roma: «Il colle del Campidoglio, egli ha detto, "‘dopo
il Golgota, è certamente da secoli il più sacro alle genti civiir.
In questo modo l’On. Mussolini, invece di esaltare la romanità, perviene
piuttosto ad irriderla ed a vilipenderla. Noi ci rifiutiamo di
subordinare ad una collinetta asiatica il sacro colle del
Campidoglio». E nel n. 7 di luglio, dopo il delitto
Matteotti: «... ecco un clamoroso delitto politico viene a
sconvolgere la vita della nazione, ad agitare gli animi. Investito da popolari
e da ogni gradazione di democratici, a Mussolini non resterebbe che
battere la via dell’imperialismo ghibellino, se non esistesse un partito
che già lo sta esautorando... tengano ben presente i nostri nemici che,
nono¬ stante la loro enorme potenza e tutte le loro prodezze, esiste
ancor oggi, come è esistita in passato, traendo le sue radici da quelle
profondità interiori che il ferro e il fuoco non tangono, la stessa
catena iniziatica pagana e pitagorica, inutilmente e secolarmente
perseguitata». L’ordine del giorno Bodrero e le successive
leggi sulle società segrete tolgono ulteriore spazio all’attività
pubblicistica di Reghini, che peraltro confluisce nel «Gruppo di Ur», formalmente
diretto da Julius Evola. A noi qui non interessa tanto esaminare il
lavoro di ricerca esoterico svolto dal Gruppo di Ur, cui parteciparono,
come è noto, personalità appartenenti alle principali correnti esoteriche
operanti in quegli anni in Italia, dai pitagorici ai kremmerziani,
dagli steineriani (antroposofi) ai cattolici eterodossi come il De
Giorgio, quanto sottolineare come in quella sede dovesse essere stato, almeno
in parte, ripreso il programma di influenzare per via sottile le
gerarchie del fascismo, nel senso già voluto dal gruppo manifestatosi con
la testimonianza di «Ekatlos» (che, non lo si dimentichi, viene riportata
proprio nel terzo dei volumi che raccolgono le testimonianze di
tutto il gruppo — in apparenza slegata da esse — successivamente apparse
col titolo di Introduzione alla Magia). In un inserto per i lettori
comparso nel n. 11-12 di «Ur», Evola poteva scrivere: «... possiamo
dire che una Grande Forza, oggi più che mai, cerca un punto di sbocco in
seno a quella bar¬ barie, che è la cosidetta “civilizzazione” contemporanea
— e chi ci sostiene, collabora di fatto ad una opera che trascende di
certo ciascuna delle nostre stesse persone particolari». Del
resto, molti anni più tardi, Evola stesso di¬ chiarerà piuttosto
esplicitamente nella sua autobio¬ grafia spirituale che l’intento del
Gruppo era stato quello, oltre a «destare una forza superiore dr servire
d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno», di far sì che «su quella
specie di corpo psichico che si voleva creare, potesse innestarsi per
evocazione, una vera influenza dall’alto», sì che «non sarebbe stata
esclu sa la possibilità di esercitare, dietro le quinte, un’azione perfino
sulle forze predominanti nell’ambiente generale» (34). Un’indagine ben più
approfondita, come si vede, meriterebbe di essere svolta sugli evidenti
tentativi di rivitalizzazione, all’interno del Grupo di Ur, delle radici
esoteriche e dei conte¬ nuti iniziatici della tradizione romana: a parte
i contributi dello stesso Evola (che firmerà come «EA» e, pare, anche
come «AGARDA» e «lAGLA»), di cui ricordiamo l’importante saggio (nel HI
volume) Sul «sacro» nella tradizione romana, ancora una volta
fondamentale resta l’apporto del Reghini (che firma come «PIETRO NEGRI»):
egli, nella relazione Sul¬ la tradizione occidentale, sulla scorta di
un’attenta esegesi delle fonti antiche (soprattutto Macrobio) e di
personali acute intuizioni, nonché di probabili «trasmissioni»
iniziatiche, non esiterà ad indicare nel mito di Saturno il «luogo» ove è
racchiuso il senso e il massimo mistero iniziatico della tradizione
EVOLA, Il cammino del cinabro, Milano (li ed.), p. 88. Un
esame generale, storico-bibliografico, sul Gruppo di Ur è sta¬ to da me
compiuto in lingua tedesca, come studio introduttivo alla versione tedesca del
I volume di Introduzione alla Magia (Ansata Verlag, Interlaken 1985). Si
tratta del notevole ampliamento, riveduto e corret¬ to, di un mio
precedente studio già apparso in «Arthos» n. 4-5 (1973-74).
38 romana, un’indicazione utilizzata e sviluppata ulte¬
riormente nel nostro recente Dèi e miti italici. Intanto, nella
seconda metà del 1927, una serie di articoli polemici sui nuovi rapporti
tra fascismo e chiesa cattolica, che Evola aveva pubblicato in
«Cri¬ tica fascista» di Bottai e in «Vita Nova» di Leandro
Arpinati, e la successiva comparsa, nella primavera del 1928, di
Imperialismo pagano, che quegli articoli raccoglieva e sviluppava,
riversarono proprio sul Gruppo di Ur pesanti attacchi clericali, fra cui
è in¬ teressante segnalare quello particolarmente violento e
ambiguo, del futuro papa Paolo VI, Montini, allora assistente centrale
ecclesiastico della Federazione Universitari Cattolici Italiani
(F.U.C.I.), che aveva come organo culturale la rivista «Studium»
(redazione a Roma e a Brescia. Dalle pagine di «Studium» il Montini
accusava «i maghi» riuniti attorno a Evola di «abuso di pensiero e di
pa¬ rola (...) di aberrazioni retoriche, di rievocazioni fanatiche e di
superstiziose magie.. G.B.M., Filosofia: una nuova rivista, in «Studium».
Oltre che del futuro Paolo VI (certamente il più nefasto fra i papi di
questo secolo), apparvero in «Studium» anche gli attacchi del futuro
ministro democristiano del dopoguerra Gonella {Un difensore del paganesimo;
// nuovo colpo di testa di un filosofo pagano, cui Evola replicò — dopo
averlo definito «un tale il cui nome esprime felicemente che vesti gli si
confacciano più che non quelle della romana virilità» — nell'«Appendice
Polemica» di Imperialismo paga¬ no. Contro Imperialismo pagano (le nostre
citazioni sono tratte dalla ristampa, presso Ar di Padova) si scomodò
tutto Ventourage del giornalismo clericale, da «L’Osservatore Romano» a
«L’Avvenire», Imperialismo pagano fu l’ultimo deciso, inequivocabile e tragico
appello da parte di esponenti della «corrente tradizionalista romana»,
prima del triste compromesso del Concordato, affinché il fascismo,
come si esprimeva Evola, «cominciasse ad assumere la romanità
integralmente e a permearne tutta la co¬ scienza nazionale», così che il
terreno fosse «pronto per comprendere e realizzare ciò che, nella
gerarchia delle classi e degli esseri, sta più su: per comprendere
e realizzare il lato sacro, spirituale, iniziatico della Tradizione». A
questo scopo Evola non risparmiava taglienti critiche alle gerarchie del
Regime. Il fascismo è sorto dal basso, da esigenze confuse e da forze
brute scatenate dalla guerra europea. Il fascismo si è alimentato di
compromessi, si è ali¬ mentato di retorica, si è alimentato di piccole ambizioni
di piccole persone. L’organismo statale che ha costituito è spesso
incerto, maldestro, violento, non libero, non scevro da equivoci.
Di più: Evola prevedeva addirittura gli al «Cittadino» di
Genova, nonché tutta la pubblicistica fascista fautrice dell’intesa col
Vaticano, da «Educazione fascista» a «Bibliografia fasci¬ sta», sino alla
stessa bottaiana «Critica fascista» che aveva ospitato i primi articoli
evoliani.] esiti e gli sviluppi della Seconda Guerra Mondiale:
«L’Inghilterra e l’America, focolari temibili dei pericolo europeo,
dovrebbero essere le prime ad essere stroncate, ma non occorre di certo
spendere troppe parole per mostrare che esito avrebbe una simiie
avventura sulla base dell’attuale stato di fatto. Data la meccanizzazione della
guerra moderna, le sue possibilità si compenetrano strettamente con la
potenza industriale ed economica delle grandi nazioni.Era dunque
necessario che il fascismo, che «bene o male ha messo su un corpo. Ma...
non ha ancora un'anima» (p. 13), si rivolgesse senza esitazioni a
quella della Roma precristiana prima che fosse trop¬ po tardi, sì da
«eleggere l'Aquila e il fascio e non le due chiavi e la mitria a simbolo
della sua rivoluzione. Nostro Dio può essere quello aristocratico dei
Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che
si porta alla testa delle legioni vittoriose — non il patrono dei
miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso,
nella disfatta di tutto il proprio animo. Il governo di Mussolini firma a
nome del Re d’Italia, dal 1870 considerato dai papi un «usurpatore», il
cosiddetto Coneordato con la Chiesa Cattolica e nasceva il monstrum
giuri- (37) Che il cosiddetto Concordato abbia sortito un effetto
a dir poco nefasto sulle sorti, non solo dello stesso fascismo (come le
vicende stori- dico della Citta del Vaticano. Veniva con ciò tolta
ogni speranza residua di azione all’interno de¬ gli ambienti ufficiali,
sia da parte di Evola che di Re- ghini e di altri autorevoli esponenti,
restati per lo più in ombra, del «tradizionalismo romano»: alcuni
di loro, come già si è accennato in nota, abbandonaro¬ no per
sempre l’Italia per il Nuovo Continente nel corso degli anni
Trenta. Restava il «programma minimo» indicato ancora da
Evola in Imperialismo pagano, secondo cui il fa¬ scismo avrebbe
dovuto: «promuovere studi di critica e di storia, non parti-
giana, ma fredda, chirurgica, sull’essenza del cristianesimo. Contemporaneamente
dovrebbe promuovere studi, ricerche, divulgazioni sopra il lato
spirituale della paganità, sopra la sua visione vera della vita.].
che successive ben presto dimostrarono, avvalorando i timori di
Reghini e di Evola), ma della stessa Italia del dopoguerra, lo
sperimentiamo ancora oggi sulla nostra pelle, dopo che un quarantennale
dominio clericale-borghese ha provveduto, quasi in ogni campo, ad
addormenta¬ re la coscienza delle «masse» ed a stroncare, con un
autentico «terrorismo di Stato», qualsiasi velleità di reazione delle minoranze
coscienti della necessità di mutare uno stato di cose ormai
incancrenito. Mussolini non si era reso conto che prima di lui
uomini non so¬ lo autoritari, ma dal potere assoluto — gli Ottoni, gli
Svevi, perfino Carlo V ecc. — si erano dovuti pentire di ogni intesa,
patto e transazione con la Santa Sede. ogni intesa tra Santa Sede e Stato
italiano avrebbe significato unicamente il riconoscimento giuridico della
validità Chi avesse pensato che la Scuola di Mistica Fascista,
fondata significativamente poco dopo la «Conciliazione», nell’ambito
del G.U.F. di Milano per opera di Nicolò Giani, avrebbe svolto una
funzione del genere, avrebbe dovuto ben presto ricredersi amaramente. In
realtà, il sentimento religioso dichiarato di quella che avrebbe voluto
costituire Vélite politico-intellettuale del fascismo si configurava con
precisione come cattolico. Lo dichiara, in una maniera che non potrebbe essere
più esplicita, lo stesso fratello del «Duce», Arnaldo Mussolini, in
un discorso tenuto alla Scuola. La nostra esistenza deve essere inquadrata in
una marcia solida che sente la collaborazione della gente generosa
e audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi fissi in alto, perché ogni
cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contingente od eterna,
nasce e finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico che si chiama
talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio nostro
Signore, creatore del cielo e della terra, e del suo Figliolo che un
giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà,
speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra esistenza terrena.].
dei principii su cui si fonda l’ingerenza della Chiesa nelle questioni
del¬ lo Stato italiano» (N. SERVENTI, Dal potere temporale alla
repubblica conciliare. Volpe, Roma2). Cfr. «11 Popolo
d’Italia» del 1° dicembre 1931. Sulla «Scuola di Mistica Fascista», si
veda: D. MARCHESINI, La scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano. E il
filosofo Armando Carlini, discutendo della nuova mistica, ravvisava la
nota più originale del fascismo proprio nel suo presupposto «religioso,
anzi cristiano, anzi cattolico; perché «il Dio di Mussolini vuol
essere quello definito dai due dogmi fondamentali della nostra religione:
il dogma trinitario e quello cristologico. Quel programma che abbiamo
detto minimo cercherà Evola più tardi in parte di compiere con
l’organizzare il lavoro di alcuni suoi insigni collaboratori attorno al
«Diorama filosofico», la pagina speciale che, con uscita irregolare e
alterna, quindicinale e mensile, cura all’interno del quotidiano cremonese di
Farinacci, «11 Regime Fascista». La tematica della tradizione romana, esaminata
nei suo simboli, nei suoi miti, nella sua forza spirituale, ritorna qui
frequentemente negli scritti dello stesso Evola, di Giovanni Costa (già
da noi incontrato), di Massimo Scaligero e di diversi collaboratori
stranieri, come Edmund Dodsworth (appartenente alla famiglia reale
britan¬ nica) e lo storico tedesco Franz Altheim. Analoghe
collaborazioni sono fornite dall’allora giovane An¬ gelo Brelich, in
quell’epoca sconosciuto, ma destinato nel dopoguerra a ricoprire degnamente
l’impor- (40) A. CARLINI, Mistica fascista, in «Archivio di studi
corporativi». Saggio sul pensiero fUosofico e religoso del fascismo, Roma
tante cattedra, che fu del Pettazzoni, di Storia delle Religioni
nell’Università di Roma, e da Guido De Giorgio, già collaboratore di «Ur»
e di altre iniziative evoliane. Nel contesto della corrente da noi defi¬
nita del «tradizionalismo romano» il De Giorgio occupa una posizione piuttosto
anomala e tale che il Reghini avrebbe visto con sospetto: egli infatti
concepisce in Roma la sede eterna, geografica e storica, ma soprattutto
metafisica, in grado di unire in sé stessa la religione pagana e il
cristianesimo, tesi ela¬ borata soprattutto ne La tradizione romana.
D’altra parte, è lo stesso De Giorgio a ribadire con sorprendente
sicurezza la persistenza del culto di Vesta in un misterioso centro,
nascosto e inaccessibile: «Il fuoco di Vesta arde inaccessibilmente
nel Tempio nascosto ove nessuno sguardo profano sa- [L’uscita
alle stampe di questa edizione (presentata come Ed. Flamen, Milano) offre
contorni alquanto misteriosi. In ogni caso, il manoscritto dell’opera
sarebbe stato consegnato all’autore della nota introduttiva, «ASILAS»
(che corrisponderebbe ad uno degli ispiratori del «Gruppo dei Dioscuri» e
nel contempo autore di due dei fascicoli omonimi [si veda poi]), da un
antico componente del Gruppo di Ur, che noi sappiamo corrispondere al
«TAURULUS» , cioè Corallo Reginelli, tuttora vivente.
L’uscita della Tradizione romana, in ogni modo, è stata 1
’occasione per una salutare riflessione sul tema da parte dell’ambiente
tradizionalista nella prima metà degli anni Settanta, sia da parte cattolica
(si veda¬ no il bollettino «Il rogo», e la successiva rivista «Excalibur»),
sia da parte propriamente «pagana» (si veda la nostra recensione dell’opera del
De Giorgio, confortata da un parere di Evola, in «Arthos» n. 8:
essenziale come punto di ripresa del discorso sulle origini della
tradizione romana). prebbe penetrare e a lui deve l’Europa intera la sua
vita e il prolungamento della sua agonia. Da questo fuoco occulto partono
scintille che alimentano le crisi e risollevano periodicamente l’esigenza
del ritorno alla Romanità attraverso le varie vicende di cui s’intesse la
storia delle nazioni europee considerata geneticamente, internamente e non sul
piano li¬ mitatissimo della contingenza dei fatti e degli uomini. Queir
immane conflitto, già previsto da Evola nel 1928, e che anche il De
Giorgio giudicava del tutto inefficace, «se non addirittura letale per lo
spirito e il nome di Roma» (44), avrà in effetti come risultato più
manifesto, per i fini dello studio che qui andiamo conducendo, di occultare del
tutto le fila della corrente di pensiero di cui siamo andati ripercorrendo
la trama. Solo verso la fine degli anni Sessanta è proprio la
ristampa dell’evoliano Imperialismo pagano (e la scelta pare
significativa), curata nel 1968 dal «Centro Studi Ordine Nuovo» di Messina
(45), a tentare [ GIORGIO, (vedi anche L’edizione, ciclostilata, con
copertina stampata in azzurro, venne tolta subito dalla circolazione in
quanto non autorizzata da Evola: la si può considerare oggi una vera
rarità bibliografica. di riannodare i termini di un antico discorso:
«L’angoscioso grido d’allarme rivolto dall’Autore a Mussolini per
metterlo in guardia contro il ventilato proposito della cosiddetta
“Conciliazione’)) si afferma nell’anonima introduzione — «risuona oggi con
inusitata attualità e fa si che Imperialismo pagano venga guardato come un
oracolo». Ed è proprio provenendo dalle fila di «Ordine
Nuovo», un’organizzazione che lo stesso Evola ha tenuto in buona
considerazione — almeno fino a che
la sua ala borghese¬ modernista, condotta da Rauti, non confluì nel
MSI — che comincia ad agire, tra la fine
degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta, il «Gruppo dei
Dioscuri», con sede principale a Roma e diramazioni a Napoli e Messina. Pare
assodato che all’interno del «Gruppo dei Dioscuri» venissero riprese [EVOLA,
Il cammino del cinabro, cit., p. 212: «L’unico gruppo che dottrinalmente
ha tenuto fermo senza scendere in compro¬ messi è quello che si è
chiamato AeWOrdine Nuovo». L’interesse dei «tradizionalisti romani» nei
confronti di «Ordine Nuovo» si esaurisce sin dall’inizio degli anni
Settanta, allorché, da una parte, la frazione rautiana rientrata nei
ranghi del MSI si isterilì in fatui ed estenuanti «giochi di potere» all’interno
del partito e in declamazioni populistico-giovanilistiche (non a caso la
cosiddetta «Nuova Destra» proviene quasi esclusivamente da quell’ambiente
torpido ed ambiguamente compromissorio), dall’altra, la frazione
«movimentista» ed extraparlamentare condotta da Clemente Oraziani ed
altri si smarrì nelle velleità inconcludenti e pericolose della «lotta di
popolo», con conseguente ed inevitabile suo annientamento da parte del
Potere vero. tematiche e pratiche operative già in uso nel «Gruppo di Ur» ed è
perlomeno probabile che lo stesso Evola ne fosse al corrente.
Fatto sta che nei quattro «Fascicoli dei Dioscuri», usciti in quel
torno di tempo, l’idea di Roma da una parte e di un Centro nascosto
dall’altra, a cui il tra¬ dizionalismo dovrebbe far riferimento,
ritornano con grande evidenza. Per l’anonimo autore del primo
«Fascicolo dei Dioscuri», intitolato Rivoluzione tradizionale e sovversione
(Centro di Ordine Nuovo, Roma), il più grande dei meriti di Evola è
quello: «di avere rammentato il destino di Roma quale
portatrice dell’Impero Sacro Universale e di avere tratto da tale verità
le necessarie conseguenze in ordine alle idee-forza che devono essere
mobilitate per una vera rivoluzione tradizionale». Qualche anno
dopo, al termine del terzo «Fascicolo» intitolato Impeto della vera cultura, il
mito di Roma viene additato come l’unico che sia in grado di condur¬ re
ad una superiore unità gli sforzi di tutti i tradizionalisti italiani:
«a tutti i tradizionalisti, anziché proporre uno dei tanti miti
soggetti a rapido e facile logoramento, si può ricordare la presenza di
una forza spirituale perennemente viva e operante, quella stessa che il
mondo classico ed il medio-evo definirono l’AETERNITAS ROMAE» Il «Gruppo
dei Dioscuri» ebbe notevole importanza come cosciente riconnessione alle
precedenti esperienze sapienziali e come indicazione, per taluni
elementi particolarmente sensibili dell’area della de¬ stra radicale, di
possibili indirizzi e sbocchi futuri del «tradizionalismo romano», anche
se la particolare via operativa scelta e, soprattutto, la mancata
qualificazione di taluni componenti, porterà ben presto alla distruzione
dall’interno del Gruppo stesso, di cui non si sentirà più parlare già prima
della metà degli anni Settanta (ci viene detto che frange disperse
del gruppo continuerebbero a sussistere soprattutto a Napoli). È tuttavia da
supporre che alcuni dei gruppi periferici, sia pure trasformati, ne abbiano
continuato il retaggio se, ad esempio, a Messina, molto probabilmente
nell’ambito di alcuni dei vecchi membri del «Gruppo dei Dioscuri» viene
elaborato un testo dottrinale ed operativo, a circolazione interna, sotto
forma di «lezioni» di un maestro a un discepolo, piuttosto interessante.
La via romana degli dèi: «Diremo anzitutto dell’essenza della
tua religiosità, fornendo alla tua mente profonda gli argomenti per una serie
di esercizi di meditazione affinché con saldo cuore, tu possa prepararti
all’assolvimento del rito» [ La via romana degli dèi. Istituto di Psicologia
Superiore Operativa, Messina (ciclostilato ad uso interno),E certamente non
priva di connessioni genetiche col gruppo romano appare la sortita,
improvvisa, verso la fine degli anni Settanta, nella stessa Messi¬
na, del «Gruppo Arx», successivamente editore del periodico «La
Cittadella» e degli omonimi quaderni, in cui senza alcuna attenuazione i
possibili itinerari di approccio alla «via romana degli dèi» sono
indicati attraverso la cosciente riappropriazione del- Vanimus
romano-italico, rivissuto nel rito stesso, e nel rigetto, sostanziale e
formale, di ogni adesione a forme anche esteriori del culto
cristiano. Quanto segue è storia dei nostri giorni, dal mo¬
mento che proprio con l’inizio degli anni Ottanta vi è stata una nuova
cosciente ripresa del moderno «movimento tradizionalista romano», una cui
rimanifestazione «pubblica» si estrinsicherà in una data ed in un luogo
alquanto significativi. Infatti nel 1981, il 1° marzo (data in cui
iniziava l’anno sacro romano), a Cortona (donde in epoca
primordiale Dardano, figlio di Giove, si sarebbe mosso alla volta
della Troade) si tenne un importante Convegno di studi sulla Tradizione
italica e romana, che, a [Gli Atti sono stati pubblicati nel numero
speciale triplo di «Ar- thos» n. 22-24, daU’omonimo titolo, di pp. 192.
Per una sintetica analisi sulla diversa valenza del termine «italico» nei
vari interventi, cfr. R. DEL PONTE, Che cos’è la tradizione italical, in
«Vie della Tradizione» parte l’emergenza di differenti prese di posizone
dei tradizionalisti presenti, ebbe il merito di riproporre la
questione — non puramente dottrinale o formale — di una cosciente
riconnessione aWaurea catena Saturni della tradizione indigena da parte
di chi, pur in quest’epoca di totale dissoluzione di ogni valore,
intenda coscientemente riassumere il fardello delle proprie radici
etniche e spirituali. Successivamente ad un nuovo Convegno a Messina, sul
Sacro in Virgilio, la rielaborazione dottrinale e la ridefinizione concettuale
dei valori difesi dagli attuali esponenti del «tradizionalismo
romano» (di cui è parte cospicua anche l’apparire alle stampe di alcune
collane di libri specifiche) si è spostata su un piano più interiore, ma la
loro presenza è destinata a riaffiorare a livello di influen¬ za
sottile e indiretta di gruppi o ambienti eticamente sensibili di un’area
superante i limiti stessi del mon¬ do della «destra politica».
Il futuro dimostrerà se la funzione di questa mi¬ noranza (ben
cosciente di esserlo) si limiterà ad una [Gli Atti sono stati
pubblicati in buona parte nel numero speciale di «Arthos» ,
daH’omonimo titolo. [Ci limiteremo a ricordare la collana «1
Dioscuri» per le ECIG di Genova, in cui figurano L’oltretomba dei pagani
di C. Pascal, il mio Dèi e miti italici. La religiosità arcaica dell
’Eliade di N. D’Anna e Arcana Urbis di M. Baistrocchi (in stampa); o quella di
«Studi Pagani» del Basilisco di Genova, in cui sono comparsi testi di
antichi (Giuliano Augusto, Giamblico, Simmaco, Porfirio) e di moderni (Guidi,
De Angelis, Beghini, Evola ecc.). pura e semplice azione di
testimonianza, sia pure «scomoda» per molte cattive coscienze. Il «mito
capacitante» di Roma, come l’antica fenice, è destinato a risorgere
continuamente dalle sue ceneri, poiché riposa nella mente feconda degli
dèi archegeti di questa terra. Appendici
documentarie Da: «Il Piccolo» di Roma: Il Fascio littorio a
Mussolini» Il giorno 19 scorso, presentata dall’esimia prof.a
Regina Terrazzi, fu dall’on. Mussolini ricevuta la dott.a prof.a Cesarina
Ribulsi, che offriva al Presi¬ dente del Consiglio come augurio per la
data del XXIV Maggio un fascio littorio da lei esattamente
ricostruito secondo le indicazioni storiche e iconografiche.
L’ascia di bronzo è proveniente da una tomba etrusca bimillenaria
ed ha la forma sacra col foro per la legatura al manico: alcuni esemplari
simili so¬ no conservati nel nostro Museo Kircheriano. Le
dodici verghe di betulla, secondo la prescrizio¬ ne rituale, sono legate
con stringhe di cuoio rosso che formano al sommo un cappio per poter
appen¬ dere il fascio, come nel bassorilievo per la scala del
Palazzo Capitolino dei Conservatori. Il fascio ricomposto con
elementi antichissimi e nuovissimi è stato offerto al Duce come simbolo
della sua opera organica di ricostruzione dei valori del¬ la nostra
stirpe allacciando le vetuste origini alle fome più vibranti dell’attività
gagliarda e rinnovata che prende le mosse. La rudezza
espressiva del Fascio è ingentilita dal contrasto tra il verde della
patina bronzea e il rosso del cuoio che ricorda la stessa armonica
tonalità che producono le colonne di porfido presso la porta di
bronzo àcWheroon di Romolo, figlio di Massenzio, al Foro Romano.
L’offerta era accompagnata da una epigrafe latina dedicatoria
composta dall’offerente, la quale nell’Università Popolare fascista svolge una
fervida opera di propaganda di romanità viva. Il Duce gradì
l’augurio ed il voto accogliendoli colla sua consueta serena nobiltà, non
senza un segno della vivacità del sorridente suo spirito latino: «Lei mi
ha dato una lezione di storia» — osservò in tono scherzoso. Singolari
parole in bocca di chi dà e darà non poco a fare agli storici
futuri. (La notizia è riportata in una rubrica dedicata a «I
solenni riti del XXIV Maggio», senza indicazione di paternità). Da:
IGNIS, Rumori. Sacrae Romae origines, tragedia in cinque carmi. Editrice
Libreria del Littorio, Roma pag. non numerata, IV dopo il
frontespizio: LETTERA DI ARDENGO SOFFICI A S.E.
MUSSOLINI Mio caro Presidente, (...) permettimi ti dia,
scritte e sottoscritte anche da me, che ne resto garante, al¬ cune
prove di pregi eccezionali della tragedia, che, in fondo, in un vero
poema epico delle origini, è l’esal¬ tazione di oggi della nostra stirpe.
Comincio da un mio giudizio, già a te noto; Rumori è tragedia roma¬
na che può stare a paro col Giulio Cesare di Shakspeare (...) ti fo osservare
che il titolo di Poeta di Ro¬ ma, dato da Jean Carrère ad ignis, si è
dato solo a Virgilio e ad Orazio: Augusto, vive, oggi, tra noi tutti in
ispirito, più per questi due poeti, da lui protetti, che per la sua
politica imperiale. E tu vedi come Rumori sia stato giudicato,
prima ancora che esistessero l’idea e la forza fascista, tragedia degna
di Roma quando competenti — dai nostri a Carrère, ed a me che sono
l’ultimo al giudizio — corrono all’iperbolico per lodare Rumori di ignis
bisogna concludere che ci si trova da¬ vanti ad un’opera d’arte somma, e
per fortuna nostra, d’arte italiana — opera che è, anche per se stessa, di alto
significato politico, e di spirito fascista (...) Mi rileggo, e mi credo,
caro Presidente ed amico carissimo, di averti scritto una lettera
storica. Fai che non sia stata scritta invano, ma invece il tuo no¬
me vada unito a quello della tragedia Rumori, al poema di Roma e degno di
Roma: e di questo lega¬ me in avvenire, spero che tu possa essere un po’
gra¬ to al tuo affezionato amico e devoto ARDENGO
SOFFICI pag. successiva non numerata: IL MINISTERO
DEGLI AFFARI ESTERI Caro Soffici, bisogna assolutamente far
marciare Rumori. Il Governo appoggia fervidissimamente l’iniziativa
perché essa rientra nel grande quadro della rinascita nazionale.
Saluti fascisti e cordialissimi. f.to MUSSOLINI
Roma, AUGURE Manifesto è dunque: amor — essere — ROMA.
Se tutte move, ed incende, le create cose... legge si è — Amor —
dell’universo vita... così, un tanto Nome, a noi predice: dono di
regno e potestà sovra ogni terra, e dello spirito, e d’imperio.
Confirmato si è, per te, prodigioso il vaticinio. Non pronunciati
mai più sien i Nomi occulti... su la Città terribili chiamerebbero
fortune... Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai Pontefici.
Né mai più, tu, l’eccelso pronuncia Nome palese, se concluso non avrai,
prima, il solco sacro. Permesso e commesso mi è: Nunziare, allora,
in gran letizia, al Popolo... quel Nome che licito non più mi è
dire quando, già per tre volte, qui, in tre diversi suoni, de
la gran Madre nostra il Nome risonò. {Dispiega le dita della
sinistra, ad una ad una, per numerare i significati del nome). Di
significati cinque: È... ’l Nome palese, latore, con
l’occulto: Chiama la Città: Valentia... Ròbure... Virtù! e
ancor: Madre... Mamma... Alma Nutrice! Vostra — nei nomi vostri —
oh Re! suoi fondatori... Come del grande Rumon: URBE: la Città del
Fiume! {Pausa) Ammirate! se gli Dei saputo abbiano
addensare, in così breve Verbo, sì pieni... tanti arcani.
Mirifici! donando Nomi nove: in quattro occulti ed un — Medio
— palese, e quando, nove, siamo al Rito. Ili Da: COSTA,
Apologia del paganesimo, Formìggini. Il pagano è, per definizione, buono. Né un
greco, né un romano avrebbero concepito che l’uomo potesse esser qualcosa
di diverso da ciò, che in lui litigassero per così dire due nature, che la
manifestazione esterna fosse diversa dall’interna, che né nella vita
individuale, né in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni,
compromessi. Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale
supre¬ mo della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita
nelle cose umane. Egli vive quindi la vita interamente, dolorosamente,
gioiosamente a un tempo, con un pragmatismo sano e forte che non
ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente all’uomo
cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e
culturali che si sono formate a lui d’intorno, una distinzione ed
una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico, dal suo
essere apparente, esteriore, materiale. All’antico quando di questa scissione
apparve per un momento la possibilità, egli ne cacciò da sé l’idea, ne
biasimò perfino la concezione. La concezione pagana della vita ha
fatto perciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha affermato il carattere, ne ha
provocato 1 ’azione. Ecco perché la vita nel paganesimo ha avuto tutto il
suo massimo sviluppo ed è stata accettata non come un male, ma come
un bene che bisognava con interezza di carattere vivere interamente
e sanamente per sé e per gli altri : Per stabilire
l’equilibrio l’uomo deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si
è mostrato divina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma
paganesimo è sincerità e l’uomo deve ritornare ad essere sincero. Il cozzo a
cui l’ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire il
messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saper¬ lo
fare, deve risolversi in armonia se egli vuol sanare in sé l’eterno
dissidio. Lo spirito e la carne debbono avere il medesimo valore ed il
loro prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di
individuo, di momento e di luogo che l’uomo può intravvedere, non deve violare
con convinta testardaggine. L’equilibrio di queste forze, l’esteriore e
l’interiore, quindi, deve essere nella dottrina, come nella vita,
assoluto. Da: Im via romana degli dèi, ciclostilato anonimo,
Messina: L'immagine di un dio è lo stemma della Forza che
essa rappresenta. A tutti i fini pratici tali immagini sono personae,
perché qualsiasi cosa possano essere nella realtà esse sono state
personalizzate e forme di pensiero sono state proiettate su un altro
piano. Alcune di queste immagini e le loro attribuzioni sono così antiche
e sono state costruite con tanta ricchezza di lavoro sottile da essere
capaci di rico¬ struirsi da se stesse, durante l’eventuale lavoro
di meditazione, che l’allievo può fare su una divinità. Resta un
minimo «invito», un minimo stimolo, perché il meccanismo scatti e l’immagine si
ricompon¬ ga, sia pure su un piano semplicemente psichico. Così,
della limatura di ferro, dispersa su un piano, si raccoglie intorno ad un
magnete che venga posto in mezzo. Se il magnete è forte esso attirerà i
granelli anche se essi sono pochi e molto distanti. AMKDKO R(K ( () ARMKM
ANO (imda «Ygieia», Reghini Piscio littorio a Mussolini n
florno If »cor*o. pr^eniaU dalla tsl- bjU prof.» Rcidna Trmiizl. fa
rtalTon. Maa. aOltnl rlotwta la doti.» pmf.» Osarina RI- baiai cba
offriva al Proatdanta dr’. Conti¬ guo romo aufurln la data de) Mabfio «n
falcio littorio da lei eaattamcDte licoatndto lecoudo la lodicaslonl
atorictie e leooograflclia. l.‘aicla di bronra k prorenlenU
dm aoa tomba etmaca hlmtneoarta ed ba la forma aorra eoi foro per
la Vantura hi manico: alcool eaamplan slmili sono coosenrat: :.«!
nostro Ma.*«o Klrcberiamo. é La dodict verace di l>ctulla.
ascondo la prescrizione rit'iale. sono legala con tirisele cuoio rosso
cba formano al tonimo ua cappio per poter appendere fi fascio,
conta nel ba.MorUiero per la acala del Pa lazzo Capitolino dd
Conaenalori. Il fascio ricomposto con elementi antl- fhlHilmt
a nuoTltaUnl k stato offerto al Dora come simbolo della saa opera onrantea
di rieoatruztona del valori della no- Mra attrpa ,,,allacciando le
veia«ie origini alla fonn più vibranti dell'attività ga- giarda a
rinnovata cha prendo la mosse Là rudezza espressiva dal Fascio è ingantlHta
dal contrasto tra (I verde della patind bronsea e U rosso del molo che
ri¬ corda la stes.aa armonica tonalità che pm- doeono le colonne di
porfido presso la porta di bronzo deD'brroon di Itomdlo, figlio 41
Massenzio al foro romano. L'oflerla efa accompagnata da ani epl-
graia latina dedicatoria composta dall'orfarente. la quale nell'UntvcnUtà
Popolare faartsta avolga una fervida opera di pro- pafgada di
romani Ih viva. n Duca gradi raugorto a fi voto acro-
Mlaodoll colla sua consueta serena nobiltà. 2«m senza tm segno della vivacità
del sor> ridaots ano spirito latino: Let mi ba dato nna testone
di storiaosservò In tono aehanoao. Btngolart parole In bocca di
r.hl db a darà non poca a fare agli storici fu- tnrl
Riproduzione da «11 Piccolo. Grice: “Like Reghini, of the movimento
tradizionalista romano, Enriques was, for different reasons, all into
Pythagoras’s ‘arimmetica’!” -- Federigo Enriques. Enriques. Keywords: implicature
arimmetica, unity of science, history of logic, foundations of mathematics, the
synthetic a priori. Grice e Enriques su Peirce, l’arimmetica pitagorica,
Reghini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Enriques” – The Swimming-Pool
Library.
Grice ed Enzo: l'l’uomo – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Burano). Filosofo. Grice: “I like Enzo; for one, his “Ubi
es?” is a classic – only in Italy they take the Bible so seriously – “Ubi es”
can be interpreted literally – sans implicature. And that’s what Enzo does.”.
Figlio di Alessandro, vetraio a Murano, un mestiere estremamente usurante,
morirà appena cinquantenne. Uomo concreto e critico nella sua essenziale
bontà. La madre, Flaminia Vio, è una
bravissima maestra merlettaia. Da lei apprende il rigore e lo spirito di
rispetto verso l'istituzione. È lei, una cattolica laica, che vive al servizio
della Chiesa, ad accompagnarlo dalle
suore perché serva come chierichetto alla prima Messa. È lei che accoglie la
proposta del parroco di mandarelo in seminario a Venezia per permettergli di
continuare gli studi, ma preferisce ritardarne l'entrata e chiede alla nipote
di ospitare a Venezia il cugino che posse così frequentare i primi anni come
esterno. Negli anni di studio ginnasiale, si imbatte per la seconda volta nella lettura
della Bibbia. Il primo contatto era stato quando, aveva deciso di leggere ai
fratelli, nella traduzione di Martini, una vecchia Bibbia trovata in casa, per
accompagnarli al sonno. Il contatto è più corposo e sistematico, ma come la
lettura lo entusiasma e nello stesso tempo lo delude, intuisce infatti la
mancanza di adeguate conoscenze e strumenti concettuali per poter penetrare
pienamente il messaggio biblico. Ha la stessa reazione anche quando, finito il
liceo, sceglie gli studi, dove la lettura della Bibbia è seria e critica, ma
rimane, per importanza, sempre la seconda o la terza materia dopo la dogmatica
e la morale. Viene mandato a fare cura pastorale come vicario cooperatore a
Caorle, dove accoglie 350 alluvionati del Polesine. Qui, meta preferita di
turisti tedeschi, studia da auto-didatta la lingua tedesca per meglio servire
la Chiesa. Viene trasferito con lo stesso incarico nella vicina frazioncina di
Ca' Cotoni per divergenze con il parroco di Caorle e nella popolare parrocchia
di S. Giuseppe di Castello a Venezia. Aveva conosciuto questa comunità quando
vi era stato per una stazione quaresimale con il patriarca Piazza e
l'accoglienza ostile degli operai verso una personalità vista come filo0fascista
aveva reso necessaria la scorta della polizia. A S. Giuseppe di Castello compera
un appartamento, indebitandosi, per fare patronato con doposcuola tutti i
pomeriggi sino alle 20, e a sera gli incontri con i ragazzi più grandi. Insegna
al Lido e poi nella vicina "P.F.Calvi", organizzando anche uno
spettacolo per un concorso al teatro "Goldoni". Il vicario generale Gottardi,
dopo essersi consultato con monsignore Capovilla, segretario del cardinale Roncalli,
gli comunica che andrà a studiare a Roma. Gottardi era stato suo insegnante di
teologia e scienze bibliche in seminario e aveva conosciuto il suo profondo
interesse per gli studi biblici, ne aveva poi apprezzato il saggio, “La
'Giustificazione' nella Lettera ai Romani” in cui analizza le varie
interpretazioni bibliche in maniera dia-cronica risalendo sino alle tradizioni
patristiche. Le due omelie di Carlo a S. Giuseppe di Castello ascoltate dallo
stesso vicario generale avevano poi confermato quella scelta. A Roma è ospite presso il Pontificio Collegio
Nepomuceno in via Concordia ed è lì che lo viene a prelevare Capovilla per una
visita guidata alla città, alla vigilia del Conclave da cui uscirà papa Roncalli.
A fargli da cicerone è proprio il futuro papa Giovanni XXIII e le bellezze
della città illustrate da una guida tanto preziosa assieme al paterno congedo
di Capovilla costituiranno il ricordo più bello della sua vita. Consegue la
Licenza con una tesi su "I Carismi" e contemporaneamente i corsi in
scienze bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico, dove perfeziona lo
studio dell'ebraico già iniziato in seminario, ma soprattutto ha l'incontro,
decisivo per i suoi studi, con il grande biblista Schoekel. Segue i corsi del
quinto anno che gli avrebbero permesso di redigere il saggio su "Grazia e
benevolenza" per la laurea, tesi che non può però portare a termine perché
torna a Venezia, chiamato da Urbani a svolgere la funzione di vicerettore del
Seminario Patriarcale, nel burrascoso periodo tra il rettorato di Vecchi e Villa.
Da vicerettore del seminario insegna anche scienze bibliche, diviene in seguito
pro-rettore, sino a quando chiede di essere sollevato dall'incarico per poter
assistere la madre paralizzata ed è quindi ascritto alla parrocchia di S. Zaccaria,
dove abiterà con la madre. Qui si fa promotore dell'allestimento e della
conduzione di un teatro, dell'organizzazione del cinema per ragazzi, del
cineforum, dell'istituzione della biblioteca, mentre cura anche l'esecuzione di
opere di risanamento e ristrutturazione di tutti gli ambienti frequentati dai ragazzi.
Continua ad insegnare in seminario, e dal rettore viene mandato nel
Benedektiner Kloster di Metten a Degendorf (Germania) per preparare alla
maturità i seminaristi che studiano la lingua italiana. Compensa l'esiguo
stipendio con l'insegnamento nella scuola pubblica, come il liceo classico
"M. Polo", dove matura la sua sottoscrizione delle tesi del "Manifesto".
Viene nominato patriarca di Venezia Luciani e pochi giorni dopo il suo
insediamento emerge il suo diverso sentire con Enzo, che, nella mensile lezione
culturale al clero, trattando il tema della "Consumatio saeculi" o
secolarizzazione nella Bibbia, provoca una dura reazione del presule. Dà le
dimissioni dall'insegnamento in seminario, dapprima ritirate, perché lui, che da tempo nella santa messa
pratica l'omelia dialogata, non si sente in consonanza con le direttive
indicategli. Sino a questo momento i patriarchi veneziani che avevano conosciuto
Carlo, Piazza, Agostini, Roncalli ed Urbani, gli avevano dimostrato la loro
stima. Proprio Urbani aveva chiesto ad Enzo un commentario al Vangelo di Marco.
Sin dagli inizi, accompagna la vita sacerdotale di Carlo una costante e intensa
cura pastorale, rivolta sia ai ragazzi che agli adulti, e non solo nelle sue
sedi parrocchiali. Più che trentennale è a questo proposito la collaborazione
che gli chiede Marangoni nella parrocchia di Marghera, nel quartiere Cita, nei
difficili anni Settanta e, dagli anni Ottanta, a San Giacomo dell'Orio a
Venezia, a testimoniare la stima e l'affetto maturati dagli anni del seminario.
Si laurea a Venezia con “Alle origini dell'utopia messianica. Insegna a
Venezia, Oriago, Mestre e Giudecca. Va in pensione dall'insegnamento. Tiene a Venezia dei cicli di seminari di
esegesi biblica nell'ambito dei corsi tenuti dal prof. Arnaldo Petterlini, da
Madera, e allo IUAV di Venezia seminari di antropologia biblica ed esegesi
invitato da Rizzi. Sudia filosofia scolastica, propedeutica alla teologia. Nel
manuale di Calcagno, "Elementa philosophiae scolasticae" trova il
capitolo dedicato alla filosofia immanentistica, che considera Dio la natura o
non considera affatto Dio e considera solo la natura. Lo colpisce Spinoza per
la sua vita nascosta, dimessa, umile, scriveva infatti solo per gli amici. Ne
legge l"Ethica more geometrico", commentata da G. Gentile, più facile
a reperire perché considerata meno sospetta del "Tractatus theologicus politicus"
che studia in seguito, dedicando particolare attenzione al capitolo "De
interpretatione". Spinoza afferma che la Bibbia va letta e interpretata con
la Bibbia, era quanto Enzo aveva intuito sin da ragazzo, ma aveva abbandonato
quella strada in seminario dove si praticava il metodo storico-critico. A Roma,
il Nuovo Testamento viene studiato ed interpretato secondo il metodo della
storia delle forme che applica al testo biblico le regole dello scrivere
greco-latino, mentre per il Vecchio Testamento si segue la teoria dei generi letterari.
Incontra Schoekel, insegnante di teologia, esegesi ed ermeneutica biblica, che ha
un'attenzione speciale alle particolarità stilistiche e semantiche del lessico
biblico che schiudono un nuovo orizzonte metodologico e tematico. Considera
fondamentale per la comprensione dell'intera Bibbia lo studio dei primi tre
capitoli di Genesi e incoraggia Enzo, verso cui dimostra profonda stima e
un'amicizia che durerà sino alla propria scomparsa, ad affinarne l'esegesi e a
continuare il suo lavoro. Torna a Venezia con l'intenzione di mettere a frutto
quanto appreso applicando le indicazioni metodologiche spinoziane. Gli studi su
Genesi 1-3 vengono pubblicati in "Biblica". La interpretazione di
Genesi è alla base di diversi testi, dalla tesi di laurea, all'articolo su Servitium,
al testo "Adamo dove sei?" In parallelo decide di approfondire la
connessione tra i testi di Genesi e il vangelo di Matteo e scrive diversi
appunti che continuamente rivede nel corso degli anni. Da questi nasce il
progetto "La generazione di Gesù Cristo nel vangelo di Matteo". Altre
opere: “Testo e interpretazione in Weber e Bultmann, Unicopli, Milano); Alle
origini dell'utopia messianica, Antenore, Padova); Sulla nascita della
filosofia medievale, Venezia 1984 Sitz im Leben e interpretazione, Venezi); “Individuo
e comunità, nella riflessione biblica delle scritture antiche Servitium:
Quaderni di ricerca spirituale, Adamo dove sei?, il Saggiatore, Milano); La
terza delle dieci parole di “Esodo” 20 nell’interpretazione di Gesù in Le
parole dell'essere: per Emanuele Severino Petterlini A., Brianese G. e Goggi
G., Pearson Italia S.p.a Il Progetto di Mondo e di Uomo delle Generazioni di
Israele (Genesi 1-4), Mimesis, Milano, La Generazione di Gesù Cristo nel
Vangelo secondo Matteo. I. Gli Inizi, Mimesis, Milano, La Generazione di Gesù
Cristo nel Vangelo secondo Matteo. II. La Legge, Mimesis, Milano, Le prime
dieci parole di YHWH a Israele in Panta, Decalogo, Donà M. e Toffolo R.,
Bompiani, La Generazione di Gesù Cristo
nel Vangelo secondo Matteo. III. La Regola dell'Apostolo, Mimesis, Milano, La
Generazione di Gesù Cristo nel Vangelo secondo Matteo. IV. Il Regno dei Cieli,
Mimesis, Milano, La Generazione di Gesù Cristo nel Vangelo secondo Matteo. V.
La Ecclesia di Gesù Cristo, Mimesis, Milano, La Generazione di Gesù Cristo nel
Vangelo secondo Matteo. VII. La consegna del figlio dell'Adamo, Mimesis,
Milano, Genere adamico. Riflessioni sui testi fondativi della tradizione
spirituale occidentale che si trovano nei primi quattro capitoli di Genesi,
Servitium: Quaderni di ricerca spirituale,
Interventi alla radio Giuda: consegnare e tradire: Marco 14,43-52 con
Ludwig Monti, 3 marzo Sulla barca le
parole del regno Matteo 13, con Romano Madera, Le parole del regno Matteo 13; Due
lezioni bibliche: Il “mondo” del nostro Dio, Rovato e L’ “uomo” del nostro Dio,
Rovato, Lo Spirito di Cristo nel
progetto messianico, comunità della parrocchia di S. Giacomo, Venezia La
rivelazione secondo la Bibbia, Università degli studi di Venezia, Dipartimento
di filosofia e Teoria della scienza, Seminario sul “Der Mann Moses und die
monotheistische religion”, Incontro tra Carlo Enzo e Romano Madera, 13 marzo,
IUAV (Venezia) ‘ôLaM, il progetto consegnato, Le decadi, dieci incontri con
pensatori eccellenti sul tema “Le potenze invisibili”, IUAV (Venezia) Scritti
su Carlo Enzo e testimonianze Tagliapietra A. La Bibbia, libro sempre “aperto”,
Gazzettino Tattara G. e altri Per una rilettura del vangelo di Matteo, Mosaico
di pace (on line), Madera R. Date al
cielo quello che è del cielo, L’Unità, Gnoli A. Rileggere la Bibbia, La
Repubblica Della Pergola F. Parola di biblista,
Della Pergola F. La Bibbia svelata,
e in Left, Lamonaca L. Su una nuova lettura della Genesi, Patrignani C.
Laicità: il biblista Carlo Enzo batte i marxisti ratzingheriani, MorettoUn mondo possibile, Della Pergola F.
Il problema dell’unicità e della trascendenza di Dio nella Bibbia ebraica, Della
Pergola F. Il Dio del nulla Tattara G. e altri Gesù e le donne nel vangelo di
Matteo, Della Pergola F. La lunga
battaglia contro la Bibbia e in Left, 1 aprile
Video Da Burano a Roma, parte I, dal progetto Memoro. La Banca della
Memoria La prima visita di Roma, parte II, dal progetto Memoro. La Banca della
Memoria Dal Biblico a Baruch Spinoza, parte III, dal progetto Memoro. La Banca
della Memoria Gesù Maestro ed Elohîm dell'Ecclesìa, parte IV, dal progetto
Memoro. La Banca della Memoria Vai, vai per te, parte V, dal progetto Memoro.
La Banca della Memoria Dalla Bibbia Ebraica alla generazione di Gesù Cristo.
Un'intervista di Romano Màdera La Bibbia non dice quello che ci hanno fatto
credere. Un’intervista a Carlo Enzo Date
al cielo quello che è del cielo di Romano Madera, in L'Unità, Rileggere la
Bibbia di Antonio Gnoli, in La Repubblica. DISCORSO
DELLA RELIGIONE ANTICA DE ROMANI, ’fcSbr lnjìeme <rrn
altro Difcorfo della CaUrametatione , f£) difciplma militare, % agni,
& efferati] an- tichi di detti Xomani, Comporti in Franzefc dal
S.Gugliclmo Choul,GcntiJhuomo Li onde, & Bagty delle Montagne del
Dclfinato, 'otti in Toscano da M. Gabriel Simeoni Fiorentino.
di Medaglie & Figure , tirare de i marmi amichi, quali fi
trouano à Roma , & nella Francia. IN LIONE, APPRESSO ROVILLIO. Armoiries
dudiB S.(juiUdume du Choul. hi'* BEATVS. J
m I r I r Hi. alla christianissim a
et ScreniiTìma Rcinadi Francia, Macia ma Cateri- na de
Medici, Guglielmo Rouillio humiliflìmofcruitore,(aIutc & con^ 'c'N
tentezza Tempi- '% terna. i ^4. purità & dolcetta della
lingua Tofcana pare che fia di prefenre ( Chnfiianifima Reina) falira in
tanto pregio, che doppo la (^re- ca (èj? la Latina fi Toscani medesimi Jludian dolaci ingegnano
ogni giorno di renderla più bella y i letterati firanieriì ammirano, (gj (
come hanno fatta t*Ariofio,il "Bembo, fèd il Sennaz&aro') ne
iloro ferini cercano di imitarla, & in fomma, non fi troua natione à cui
non piaccia cjuafi ogni opera compofiapiù tofio in toscano, che
in altra inguada ejuale cofa conofco io tffere ogni dt più yera nel
fare Jìampare {gfi mandare fuora i miei libri ,nafcendo ( co- me io
credo) <juefio,che poche altre lingue fi pronunziano (tfi fcriuono di
\na medefima maniera, come fanno la Latina & In Toscana, le quali
oltre di ciò hanno Vna certa conformità inferno per la vicinità delle
‘Provincie, che nelfignificato, nel fittone , Qf nell'accento fi poffono
meritamente nominare f or elle. Jtla fi come ogniTofianofe non ben
letterato, non può ne parlare, ne fcriuere bene, cofi e gran felicità disdire
le parole, (gfi leggetegli ferirti di colui che Tofcano (gr letterato fi
ritrova. Traitjuah ha vendo io fempre dito per tale filmare
Jrfejftre (jabncl Symeoni da gli h ut miniì tram ente dotti, oltre à
quelli ' & I ig* 10 che io medefimo ne
ho cognosiuto, (gl egli da fe (leffo ha di' mojlro in più opere fue
fampate in Francia & in Italia, mi fon mojfo à gregario di tradurre in
toscano il libro della Religione antica de Romani, prima composo in Frange fe
dal S. (julielmo Choul,2?agly delle montagne del T> elfinato, la quale
fatica volentieri egli ha fui ito profanarne anchoragia fece dellaltromio libro
della Caframetatione de romani, pur e comporlo dal medesimo autore. Là onde, considerando
futilità grande che di tal libro fi può cauare, egl masime havendolo fiampato
nella più bella forma che io ho saputo imaginare, ho pre/i ardire di
dedicarlo à ZJ.Jrf- parendomi [fe fi debbo hauer ri- guardo che il
prefente habbia qualche proportione con la perdona a cui fi prefenta) non poter
più degnamente quello mio conuenire ad altri che a ZJ.M. come lettura non
meno nobile, che V rile alla Republica, potendo percofi fatti mezzi cono
fiere, che la grandezza & profferita dell’imperio romano non nacque
ctaltroue, che dalla virtù deltarmi proprie, dallagiufitia, (gl dal culto
frequente (anchora chefaljo, altrettanto che 11 noffro ordinato
dalla chiesa catholica, e falutifero (gl vero } della Religione dei loro
falfi Z>q,i quali o come creature (deificando gli fiocchi i loro co fi buoni
come cartiui lmper adori} o come inanimati numi [adorando & temendole
felle, i Fianeti, la forte, (gir gl'accidenti h umani} fe bene non
haueuono poffanza d aiutarli, nondimeno fi vede che fomnipotenre
&> Vero 2 )io, hauendo più riguardo alla /implicita & buono
animo loro t ch e alla loro cieca credenza ,tion anchora illuminata
dal Vero Mefiia gli fauoriua fempre (gl aiuraua, non altrimenti che
io lo priego al prefente che al Re, à U.JM.(gl à tutta la fua regia &
bella prole doni fanitàconrinoua, allegrezza fini# fineffl longa vita. Di
Lione el dì }0.dùdgofio,itf8. Difcor, 'S:5Stata comune
opcnionc d’alcuni hiftori ci antichi che lano, primo Re de Latini,
forte el primo che caificaflc tempio a Dio. Alcuni altri hanno voluto che
quello faccflìno in Candia Foraneo & Dionigi,& che di qui tutte
le republichc, i Principi, & gl’imperatori di buona voluntà, fegunarterodi
poi à fare templi magnifìchi, ornatifsimi & ricchi: tra cuttii quali i
Romani principalmente oflcruorno fopta ognicofa le cerimo- nie,
& culto della Religione, mettendo ogni loro sforfo nel fare chiefc grandi
& merauigliofc, come anchora hoggi fi vede per quella piùintcra &
più bclla, chc in Ra marecc fare M. Agrippa, genero d’Ortauiano
Imp.da; luy chiamata Panteone, & da noi fi oggi la Ritonda rispetto
alla fua forma.. Quello tepio di fuoraecompo- no di mattoni, & dentro
folcua eflcre ornato di marmi di diuerfi colori, con certe cappcflettc,in
ogniuna delle quali era porta laftatua et vno Diodi quel tempo: ma
fopra tutte vi era venerata quella di Mtncrua*fatrada- uorio per
lemanidcl celcbratiflìmo fcultorc FidiaGrc- co:5 e dart'altrapartc quella
di Venerei gl orecchi della A 3 Imo prima
inuentore it templi Tempio dt M.Agrip- JW.P tfó t
Ud- ititi dtUa Perla di Cleopatra. Torma
er ricchezza del Panteone dedicato i
Gioite. Sacrilegio di Costantino impera. quale pendeua la
Pcrla, chc auanzò à Cleopatra Rana d’Egitto , la quale Augufto haucua per
quello effetto fatta diuiderc in due parti, non hauendo potuto
trouar- nein tutto il mondo vn’altra che la fomigliaflc.Concio Ila
che la compagna di quella mangiata da Cleopatra nel conuitodi Marcantonio
pefaflc mezza oncia, che fono l x x x. carati, & folfc (limata cento
fcllerti j , di lc- flertij che al modo nollro varrebbono cc.
cinquanta mila feudi. Di quella Perla Icriuendo Plinio ncll’v ni.
libro dcH’Hilloria naturale, dice che ella era di co lì ma- rauigliofa
grandezza Se bellezza, che la Natura non ha- ucua mai fatto opera ne più
perfetta ne più pretiofa. Ma tornando al proposto del nollro tempio ,
dico che egli ha le porte di bronzo di fmifurata groflezza &
altczza,con colonne innanzi nel medelìmo modo fmifu- ratcrte quali nel
principio lolcuono ellèrc x v i. ma hoggi à x n i. fono ridottc, conciolìa
che due ne fumo guade dal fuoco , & la terza non fi fa ciò che ne lìa
fe- guito. Le traui , architraui & cornici di querto mirabile
tempio erano ùmilmente di bronzo dorato, & finalmcn te fu la fua
principale dedicatone à Giowc Vincitore, ò Vendicatore, quantunque Dione
fcriua che Agrippa lo facerte fare in honorc d’Augudo. Collantino terzo
dipoi, Imperatore & nipote d’Hcraclio,Ieuò la copertu- radi
qucdotcmpio,la quale era di piadrc d’argento , & interne con molte
rtaruedi marmo & di bronzo, che feruiuonodi bellezza &
d’ornamento àRoma, le fece metrere lòpra mare pcnlàndo diportarle in
Codanti- nopoli,il q naie facrilegio non volendo lafciare impuni-
to Iddio, fece che in Siracufa , Città di Sicilia , lì morì
Codand Coftantino,& tante cofefìngulari Se rare fumo
rapite dall'armata dei barbari corfali,& portatelo Egitto. Coi!
fece quello Iceleratifhmo-tyrano più danno invi r. gior- nichcegli (lette
in Roma, che in c c.anni non haucuor- no fatto i Corti & tante altre
barbare narioni. L’archi- tettura di quello tempio (per quello che io ne
hò potuto conofccre)è fopra tutte l'altre bene intefa & mirabile ,
lì come anchora li può vedere inRoma,& vedranno qui quelli,che
non vi fono (lati, per la medaglia di detto Agrippa^riprcfcntata qui
difottoal naturale. MARCO AGRIPPA. BRONZO. Vn’altro firmici
quello tempio fece già fare (pacan- do per Atene) HadrianoImpcratote,il
quale dedicò li- milmcnteà tutti gli Dij,.&lo cinfc di c x x. colonne
di marmo Frigiano,conporrichi&loggieintorno per pai- feggiare
al coperto, limili àichioftri delle nollre chiefe. Fece oltre à quello
nel detto tempio vnn libreria, Se dal fuonomcvngynnafio ornato di cento colonnedi
mar- T empio d‘- H adnano. Librrrié d'HadrU-
no. •HMSfri.v, 8 raufanU. mo che
egli haucua,comc fcriuc negl’ Attici Paufiinia? fatte condurre di Libia:
foggiugncndo il detto Autore che il nome d’Hadriano fi trouaua per infino
nel tem- pio comune à tuttegli Dijila quale verità apparile an-
chora per le medaglie Greche, quiui battute per memo- ria di cofi nobile
edificio:& nelle quali fi vede il*? «fcp.,, chcè il portale della
chicfii, con altre letrerc Greche, che diconoKoiNON&moTNiAs, cioè
tempio com- muneà ruttigli Dij. HADRIANO GRECO.
BRONZO. BRONZO. Ma.lafciando (lare i templi dedicati à
tutti quelli fal- fi Dij & Demonij , pieni di fuperftitioni & di
bugie, venghiamo (blamente à confiderarc la grandezza & Tempio
di ma g n ificcnza di quello di Salomone, il quale di ricchcz Sélmonc. ^
^bellezza ha pafiito tutti gl’altri ,conciofia chcncl- l’ Arca douc erano
ferrate le leggi & comandamenti di Dio, fi vedeuono infinite pietre
pretiofedi grandifiìmo pregio, pregio, & l’Arca medefima
era coperta di grolle piaftre tutte d’oro.Quiui fimilmcnte era vna tauola
tutta do- ro malficcio con innumcrabili vali d’oro &
d’argento, di stlomo - calici , ampolle, & altre cofe, che leruiuono
nell’ammi- Bf ' niftrationc & cerimonie de i facrificij.
Vncandellicre S andiflimo d’oro, del quale vlciuonotre rami da
ogni to con altrettante lucerne, figurate per i fette pianeti, tra
le quali quella del mezzo4'o ftcnuta dal tronco , era più grande à mifura
che il Sole e più bello di tutte l’al- tre ltelle. Et tutte quelle cofe
furono portatcfdoppo la Tempio del prefa di Giudea) innanzi ài trionfo di
Velpafiano & di Titofuo figliuolo, &pofte nel tempio della
PaceàRo- ma, &di poi {colpite nell’Arco trionfale di marmo,
edi- ficato in honoredi Tito Vepafiano dal Senato Roma- no, il
quale Arco con molti facrificij fi vede anchora quafi tutto
intero. Quello tempio di Pace, del quale tra l’altrccofe piu IT
eccellenti della Città di Roma Plinio ha fatto mentione Minio. nc lxxxvi.librodeirHi(lorianaturalc,abbruciò
nel tc- H aodUno. podi Commodo Imp.Sicomc fcriue Herodiano,fog-
giugnendo ch’eglicrafopra ogn’altro ricchiflìmo &or- natiflìmo di
(lame & altre cofc belle coli dentro >comc fuora,ficomc anchora fi
puoconofccrc per le meda- glie de due fopradetti padre & figliuolo
Imperatori. VESTTqvTZd R ITR u TT^i Z> f xArco Triomplfdle
di Tito in Ronu. i BRONZO. BRON ZO. Della bontà & valore di quelli d uc Principi
, che rir duflero(comecdetto)turtala Giudea fotro l’obedicnza de
Romani, & della miferabile prefa &diftruttioncdcl tcjnpio di
Salomone, ha Icritto affai à pieno Iofcpho nel fuo libro, che tratta
della guerra de i Giudei. VESPA SIA NO. "C TITO. ARGENTO.
, BRONZO. Il VESPASIANO. TITO. bronzo. argento.
VESPASIANO. BRONZO. ARGENTO. AMA
i } Jtt *A T l ST *A Z^nTTTZa, quale è nelle
mani Je fautore. gradiftìmo piacere Vefpafiano fopradetto
neir p ^ f edificare & ornare quello tempio di Pace, di tutte le piu
J tUaltm » belIecole,ch’ei potette haucrc,come quello, che doppo
ve- la prefadi Giudca,haucua mcfl'o in pace tutto il mondo: il che
moftrano anchora le Medaglie battute al Tuo tem po cofidi
bronzo,comed'oro,tralcqualifcne trouano alcune colfimulacrodclla pace,
accompagnato da lette- re che dicono,PACi orbis ter rar vm. & in
alcune altre fi vede la Pace con vn torchio accclo in mano, che
abbrucia & diftrugge vn fafeio d’archi, di frcccic, di cela tc,di
fcudi,& di corazze con altri inftrumenti della guer- ra^ nell'altra
mano ha vn ramo d’vliuo & lettere che moftrano la pace d’Augufto, con
quelle parole, pax ptee. avgvsti. VES.
VÌfSPÀS I A NO. DOMINANO. BRONZO. BRONZO.
Et li come Vefpalìano ha di fopra figurata la pace eoa Lvliuo &col
Caduceo di Mercurio, coli Tito la difegnà poi con vn ramo di Palma. Pace
nutrì- Quelle fono tutte le figure antiche della pace, tanto cc detta
feti dcfidcratadaogniuno,comequelIa cheè nutrice della ctu pubti- p U bIi
caV tilita,&con lafclicitàdellaquale fi conferma il mondo.La pace è
quella, per la quale la Natura Huma- na va crefcendojlc richezzc
fimilmcnte multiplicano,la virtù VESPASIANO.
TITO. BRONZO. virtù c in pregio, & finalmente ella
contiene in (e tutte le colcbuone,chcfipoflonodefidcrarein quello
mondo. Et che ciò fia vero, ficonolce, che nel tempo di pace
fiorifeono affai piu i begli ingcgni,& i principi fauorifeo no piu i
letterathcomc quelli , che intrattenendo coli i virtuofi, i lettori
publici, &crcfccndo il numcrodeCol legi&dcllclcuolc,conolcono
pcrtal mezzo, haucreà reltare immortali,elTcndoilibri come vna tromba
per- petua à gl’orccchi de noftri fucccflori : fi come lenza quelli
vegliamo che non farebbe piu memoria de nomi & fatti di Filippo, ò
Aleflandro Re di Macedoni a,diCe (are, ne di Pompeo, di Cyro , de Perii ,
ne de Greci:& la gloria &grandezzade Romani col nome di tanti
huomi ni eccellenti farebbegia del tutto fpentaxhec quella co-
là(Signore illuftriflìmo)Ia quale vi può portare maggio re gloria &
honore,facendoammacftrarc & introdurre nelle buone lettere il
figliuolo del Re, che meritamente fua MaelU haconftituito lòtto
ladifciplina & cuftodia voftra:dclla quale tornando à propofito della
noftra pa- ce,dico che Augnilo Cefarc prima fu quello, che fece fa
re l’altare della Pace in Roma, & Agrippa Tacerebbe , fi comcanchoradimoftra
Ouidio nei Tuoi Falli, doue ci dice, Ipfum no s carmen
deduxit ‘Pack ad /tram, Hac erit a mtnjis jìnefecunda dies.
Veggonfi le forme di quello altare perle Medaglie
diTiberio,battutcin honore d’Augulto, quali limili à quelle di Nerone ,
doue fono lettere che dicono pace avgvsti p erpet v a, & nell’altra,
ara pacis. TI >5 Lf
Intere C T letterati rendono il nome de U principi
im- mortale. V Altare d Pace.
Ouidio. TIBERIO. N E R O N ET
BRONZO. Tempio di Numa Pompilio fu il primo che
infegno di pace edi Un °uJrI & ^ crm ° ^ r ^P‘° Lano,iI quale (come
fcriue Pro - tL ? copio)era quadro &grandecomc vna Capella,
tutto di bronzo,& tanto alto, quanto la ftatua di ramedi Iano
vi potefle ilare dentro, la quale non era lunga piu di cinque
piedi,& con due vifi,l’vno riuolto allenente, & all’occa fo
l’altro ronde ci fu detto Gemino ,& del quale Plinio nel libro xx x
v.de l'hifloria naturale ha cofì fatto men- tione.
unmgcmi' Ianni geminiti a 'Numd Rege dicdttts , qui pdeii, belli que
dr~ gumenro colitur. Augufto A V G V S T O.
BRONZO. Haucua quello tcpio due porte di bronzo, Icquali
in tempo di pace ftauano chiulc, & aperte in quello della
gucrra,ficomc anchora lì vede in Virgilio,doucei dice, Sunt gemina belli
porta. Furono quelle pone tre volte fermate al tepo de Ro-
manica prima lotto Numa, la feconda fotto il Conlòlo Tito Manlio,& la
terza & vltimafotto Augullo,quado piacque al Signorc&fabbricatorc
del’ vniucrlo,vcro au tore& di pace & di luce, pigliare carne
humana: della quale cola lafciò mcmoriail fucccflorcd’ Augullo(dop-
po che ei fu deificato) facccndo battere medaglie, nelle quali lì veggono
due mani llrettcinfieme,convn Cadu eco nel mezzo, & due corni
d’abbondanza con parole, che dicono , p a x. Significando che dalla
concordia dipende la copia di tutù quanti i beni.
Caduceo inftgm pace.
Bavgvsto: ARGENTO. Tito Liuio lcriue,che doppofa guerra
Adliaca,hauc- % do Ccfarc pacificato il mondo per mare & per terra,
fer- mò il tepio di Iano. Et Nerone dipoi lenza haucrc rigar-
do à la pace,mofi:rò per la Icrittura delle fuc medaglie, & la figura
del tepio di Iano,d’haucrc{bFo rcnduto lapacc Umilmente per mare &
per terra al Popolo Romano^, facendo fcolpire coli fatte parole ,pace
popvlo ROMANO TERRA MARIQVE PARTA, I A- NVM CIVSIT.
NERONE. DI BRONZO. Tro . ip
Trouafi vn Marmo in Roma di colore bia co & ton- do/! quale mie
parfo di riprefcntarc qui innanzi, per moftrarcla differenza delle parole
che gli fono intor- no, limili nondimeno nel fenfo à quelle, che nella
meda- glia di Nerone habbiamo viftequi fopra, ianvm c l v-
SIT PACE pRIVS POPVtO ROMANO VBIQVE PARTA. Plinio nel
libro xxm. dell’hiftoria naturale (feri- IANO uendo di Iano gemino) dice
che i Romani nella pri- * min0 ‘ magucrra,chchcbbonocon i
Cartagincfi,fcciono bat- tere molte medaglie di bronzo, da vn de lati
delle quali era la teda di Iano con due vili, & dall’altro la
poppa d'vnanauecon quella parola, Roma. Si trouano ancora
medaglie di Iano,ncllc quali fi ri- prefentano nauili & trofei'Ja
deferittion delle quali fi vedrà piu allongo nel libro de l’Antiquità di
Roma, il quali’ Autor mcttra torto in luce. MEDAGLIA DI I A
Na BRONZO. La caufa perche Iano fi
depingeua con due vili, ella- ta affai benedichiarata da Plucarcho nel
libro delle lue Ijjjf quilUoni,doucdicc chcqùcflo nacque perche Iano era
B aUno con due uijì. Ouidio.
Berofo. Uno Dio- deli pace . IO (lato i! primo che haucua rend u ti i collumi
rozzi delle pedone piu ciuili , dando loro leggi, & inoltrando
che per la commodita de mari Se de fiumi gl'huomini potc- uono
hauerc Tempre abbondanza di tutte le cofc , tranf- portandolc d’vn luogo
ad altro. Alcuni altri dicono che arriuando Saturnoin Italia in vna
naue,& infegnando a Iano l’arte dcllagricultura, & altre cole
vtili & buone, lancio prclèpcr compagno nella Monarchia, &
per eterna memoria del Tuo- nome, fece battere medaglie con due
vilì,& nel roueTeio la nauecon la quale Satur- no era venuto in
Italia:di che anchora. pare che habbia. rcnduto teftimonio Ouidio,doueci
dice, ±At bona pojleritds Unum formante in are Hofitis
aduentum tejlificata Dei. Io nondimeno m’accofterci piu volentieri
all’oppe- nionc di Macrobio, che dice cnc Iano Tu (colpito con due
vift,percflere Rato vn Re molto Tauio , che confi- dcrado le cole
pallatc,giudicaua Se prouedeua à quel- lo che doucuaaucnircjchc e certo,
quella prudenza, la quale epiuneccflaria àtuttc le noftre attioni :
laonde confidcrado la varictadcllc leggi Se manierede collumi de
gli huominbparc che quafimcriramcntelanollravi- ta fi polla aflomigliare
alla figura di Iano con due vili. ScriueBcroTo.che Iano Tu chiamatoDio di
pace Se di co cordia,doppo che Romolo &Tatios’accordornoinfie
mcj&che per la pacc& vnioncchc quelli due popoli ha - ucuonofatta
l’vnacon l'altro, l’imagine di Iano Tu Tcol- pita con due vifi,& nel
tépo pure di Romolo fatta di le- gnoTolamcte/ccondo ilcollumc de
grantichi,volendo mollrare Se fignificarcchclapoucrtaè amica diDio,
come zi come quelle che
contienile in fe l’honcftà , & la pace, quello che conferma Tibullo
ne Tuoi verfi > douepar- ritmilo. landò dellantichcimagini degli Dei,
dice. Ne pudeatprifco Vos ejjìe e Jìipite fatto s. Sic
Reterei fedes incoluijhs aui. Tunc meline renuere fdem } cttm
paupere culeu S tabarin exigua ligneus adcDetts. N urna di
poi fu quello, che fece fare quxfta imagine di bronzo da Mamurio Ofco
,grandi(hmo maeftro di Ju xm<t. fondere ilbronzo&iIramc,ilquaIcda
Numa fu chia- mato àRomaperfondcrcfimilrnentei xn.ancili,che di poi
foleuono portare nei facrificij r faccrdoti detti Salij, come noi
moftraremo apprclfo piu dillcfamcntc nel difcorlo de
noftrifacerdotij. Quello Iano fu chiamato anchora quadriforme,
& dipinto con quattro vili, come quello che haueua fi- gnoreggiato
da tutti iquattro angoli del Mondo, nella qualeforma di poi Ip riprefentò
anchora Hadriano nel- le fuc Medaglie. M. A
VRELIO. DIOCLETIANO. HADRIANO. BRONZO. Etpcrchcgia dal
Signore Iacopo Strada Mantova- no, grandiflìmo & diligente amatore
&inueftigato delle cofe antiche, mi fu altre volte donata la figura
d’ tempio di Ianoquadrifrontc, però mie parfo di fentarlo qui fotto
al naturale, ocr maggiore inrell del lettore. ~Ò CON
z 4 - Hauendo à baldanza fcritto de templi della Pace
&di Iano,ragionercmo al preferite di quelli della Dea Cócor
dia, alla quale gli Antichi ne edificarono tati, che non ha rebbono mai
fineà volerli tutti recitare.Ma purccomin- ciando da quello,che in Roma
per tcftamcnro di Liuia c oneordu ^ ua ^ a< ^ re & mo g^ c
d’Augufto,fece fare Tiberio impe- sto da radore, diremo, chele la
concordia & la pace fono vnà Tiberio.
mcdefimacola,eipotrcbbceflcreforfc quello, del quale Dionr. Dione
haragionato nel libro l v i. dell’ hiftoria Roma- na, fcolpito per le
medaglie di molti Imperadori, nelle quali fi vède la concordia con vna
tazza in mano, in le- gno della fuadcità,& nell’altra tiene vn Corno
d’abbon- danza,fignificatorc della copia di tutti i beni, quando
gli huomimfonoinvnionc: vedefianchora qualche volta con due figure
, che fi danno la mano I’vna all’altra : nel modo che fi vede qui difotto
, potrà il lettor vedere la concordia. «—
wm . aj Et perla medaglia di
Bronzo, di Caracalla, potrà ve- der il lettore la concordia tra lui &
il Tuo fratello Geta, lignificata per la mano delira che fidano l’vno
all’altro, accompagnati da vna vettoria che gli corona améduc.
''che mollrala vettoria d Inghilterra, douc erano Ita- ti tutti
infieme. Nelle McdagliediM. Antonio Triumuiro lì troua
anchorala tefta di Concordia da vn Iato , Se dall’altro duemani ftrette
infieme con vn caduceo nel mezzo, & lettere che dicono, m a r c v s
antonivs, caivs B L I C AE CON- .r Auicuncaltrepure
del mede/ìmo hanno fcolpita la Concordia con ducfcrpichc cingono
vn’altarc , fopraal quale e polla la tcftad Auguflo, lignificando la con-
cordia del Triumuirato:& nelle medaglie d'Augufto li figura dei-
vedcanchorala concordia, che con vna mano tiene U Contar-
cornocopia,&con l’altra prclcnta de frutti àiTriumui ri,quali furono
Lepido, Cclarc& Antonio, per mollra rechc dalla loro vnionc nafceua
il bene della R ca,&di tutta fhumana generinone, fpecificato
mili parole, salvs generis h v m a MARCO ANTONIO.
ARGENTO. AVGVSTO T RI V MV IRÒ. ARGENTO.
Ma volendo vedere quanto folle {limata la concor- dia
àccmpiantichi &da gl'imperatori Romani, & dagli Efferati loro,
riguardiamo alle altre medaglie , che fole- uono fare, in alcune delle
quali fi vedeuano cofi fatte parole, concordia miei tv m , con
vnavettoriache coronaua con due mani à vn tempo medefimoj due
Imperatòri , lignificando d’haucre vinto per fvnionc & vir
Concordi* degli folda- ti Romani, I
& virtù de loro fo!dati:& in altre fi troua la concor- dia con
due infegne militari in mano, & le medefime parole. SEVERIN
A. ARGENTO. C^VINTILIS. ARGENTO B—i. 11*a* ’•/»-••*••
19 Hcbbono Tempre tutti i piu faur Imperatori quefta ferma
Ipcranza^he nella concordia de foldati confi- ftcuono tutte le vettoric
Se la falutc del popolo Roma- no, & pcròfareplicauono fpcflbcon
limile medaglia. HADRIANO BRONZO. BRONZO. Per
alficurarfi poi meglio deirvnionc degli Efferati loro , gli faccuono
giurare per mezzo i facrificij, non trouando colà che piu gli. faccflc
temere, quanto la religione.. , A quefta concordia dcdicomo
glantichi fa Cornac- C om<tcchU chia,&di qui nalce chcEliano ha
Icritto che gl'anticht dcdUaual- ncl far matrimonio inuocauono quello
vccello.Il Po- ^ Con<0, ’ Iitiano fcrittorc diligcntiffimo fa. nelle
lue Mifccllancc mcntionediqucftoi& per mcglioprouarlo, dice haucrc
veduta vna medaglia doro della minore Fauftina, figli- uola di M.
Aurelio, Semoglic di L.Vcro,ncI rouefeio della quale era vna Cornacchia
con lettere, che diccuo- no, concordi a. Et perche io n’ho vn altra
limile nel- fc mani, però mie parfo riprcfcntarla qui difotto.
Fauftina. La quale colà per p UMU vo ! u 1 , °
^ompagnarc la fopradcrra Medaglia con moglie di vn alcra d orodl
Plautilla Augufta, figliuola di Plaudo, cauviu Jaqualc fiotto Scucro
goucrnò tutto Tlmpcrio Roma- ** P ' fu poi moglie d' Anronino Caracalla,
figliuolo di Scucro Impcratore,douc fipotravedcrcinchcmodo fi
dauano la fede in fiegno di concordia due pcrfionc ma- ritate,con quelle
parole, felix concordia.: FAVSTIN A. doro. PLA
VTILLA. D ORO. Vfauono .' Vfauono
limilmcntcgrimpcratori di {tendere la man drittafoprale infegne dciloro
foldati , inoltrando 1 vni~ onc &concordiache doucuaclfcrcin vn
Campo, & dal- lequali nalceuono quali tutte le vettoric loro, li come
io ho già inoltro nel dilcorfo pallàto , che io feci del modo del
campare antiquo de Romani; TRAIANO. FILIPPO.
ARGENTO. BRONZO. Erano à Roma anchora moiri altri
Templi , come quello della Speranza col Tuo limulacro, adorato da i
Romani nel modo, che li vedcperlc mcdaglied’Hadria- no,d’Anronino Pio, di
Traiano & di Plotina, con limili fcritturc, spes popvli roman \ y
spes Temp i 0 a PVBLICA, SPES AVGVSTA. Spirane.
HA 3i HADRIANO. ANTONINO PIO. BRONZO.
BRONZO. Per mezzo di tutte le fopralcrittc imprefe
noihabbia- comegtd n mo conolciuto chiaramente come gl’antichi
figura- gli Tu uono laPace ,Ia Concordia,&la Speranza, reità à
mo- Ttdc. ftrare hora come da quelli era dipinta la Fede. Facccuo-
no quello per mezzo di due mani diritte congiunte in- terne,
nclmodoqualichclioggianchora fanno i nollri orefici in certi anelletti
d’oro: ma l’accompagnauono i Romani con l’H onore, con la Verità , &
con l’Amore, come a Roma li vede anchora hoggi fcolpito in vn mar-
mo bianco. FICV de gl* Antichi romani. F I (j Z/ It D E
L L <A FEDE ritratta da yn marmo antiquo in Roma. lo non
midiltcnderò piu oltre nel inoltrare candì , modi, in quanti gl’antichi
dipingcuono la fedc,& malfi- mccol caduceo, & con le mani,
macontenterommifo- lamenredi ripreientare come priuatamentc &
publica- mcnte ella fu figurata & intrattenuta da i buoni &
cat- tiui Imperatori con fuperflue Ipcfc, nella maniera che lì
PLOTINA BRONZA VESPASIANO. DOMI TI ANO
BRONZO BRONZO. ohi» da vede per la medaglia di Com
modo Imperatore,}! qua - lTj «Unte k con larghiflimi promeflc la foleua
comperare da soli ni, fuoi !bldati,nel modo che fi vede qui difotto.
, -iiDBlnrfj .'ro'ur.icni.IRVW •|f.i Z incuci i nhs-7'i:-'
ìbdo fosiru.rn sfj&rvr/ ac O !tiu 0 • E;n.».v *
i ; ili i ,j& ti i rjjscjj
Hadriano, 1 fclijiàojrn HADRIANO. COMMODO.
BRONZO. BRONZO. Tra tutte le medaglie che io
tengo piucare,io n’ho * vna d’argcnto,donatami già dal
S.TcforicroGrolicro, (iugulari flìmo amatore delle co fc antiche,
nelle quale fi vede daduc lati fcolpitc le mani in legno di concor-
dia,con lettere, che ncll’vno dicono , fidis e x er- oi t v v m, &
nell’altro, fide s provino i a rvm. La quale cola come rara,& poco
vifla da coloro, che fi dilettano delle mcdaglie,potcndo arrecare loro
qualche r 1 marauiglia,pcrò fara caufa che io narrerò qui le
cagio- ni, ond^ ella fu in tal modo battuta. Quello era che
volendo le Prouincic, alla guardia De f critlio , delle quali erano ordinate
le legioni Romane, ogn’an- Ze- no reiterare la fede & patti che
haueuonoinficme, face- uono nel melò di Gennaio battere cofi fatte
monete : & infogno diconcordia ne faccuono prefente l’vno
all’altro. MEDAGLIE. D'ARGENTO. il primo che edificate mai
tempio alla Fedepubliea, piddcUdfe- fu NumaPompiliOjfi come recita
HalicarnalTco, quiui de fatto U facendo lacrificio alle fpefe del comune
, doue i Saccr- N|WM ‘ doti detti Flamini facrificauono fenza fare fangue,
vedi- ti di panni bianchi, & portati in vn carro con vna
mano coperta cerimoniofamentc,pcrmoftrarechc la fede pu- blica,comc
cofafagranon fi debbe violare. Ma perche io mi trouohaucre detto di
foprachegrantichiftimor- hono- no l'honorc come Dio,&gli fecero vn tempio
,come à re. conferuatore della fede promefla: però àconfermatio- ne
di quello dico,chc chi di ciò dubitate , vada à vedere cicerone, il
fecondo libro, che Cicerone ha fatto della nkura de r. Liuto." gli
Dei.Marccllo anchora(comc Icriuc Liuio) fu quello T 'd* m 1"
che f ccc vn tem P‘° a ^ a v * rc,a ^ a lfl lonorc > & Mario
no,*iUvir vn’altro fimilc,come fi vede nelle medaglie di Vitcllio, tù cr
ho- jougfono due figurcttejl’vna delle quali mezza ignuda Tifici, tiene
nella mano delira vn’hafla,& nella finillravn Cor tbonorea- noc0
pja,con il piè deliro fopra vno morrionc: l’altra detta utrta. ^ l
atoraan co con vnmorrione in tcfta,ha vna halla nella mano manca,
& nella ritta vn fccttro,Ie gambe ar- mate, & il pie ritto fopra
vna tcftugginc,con lettere che dicono, ho nos et vi rtvs. Vcggonfi
Umilmen- te nelle medaglie d’Antonino Pio dipinte Iefigure del-
l’honore con il tuo corno d’Abondanza, il quale tie- ne nella mano
mancatchccrinfegnachc portano tutti i noftri Dei & Dee.
VITELLIO. M. A VRELIO. BRONZO. Fu anticamente
collocato il tempio di virtù innanzi T . en !f ,, ' 0 & à quello
dell’honorc, lignificando che all’honorc & di- gnità mondane, non fi
può facilmente peruenirc lenza il mezzo di virtùràpropofito della quale
materia io ho tra l’altrc vna medaglia di Gordiano , nel rouefeio
della quale c vn'HercoIc ignudo , appoggiato fopra la fua jj mazza
,& fopra al braccioha la pelle del Iione,con lette coUfìgura
rcinrorno che dicono, virtvti avgvs.ti. Ma per le t0 ** medaglie di
Traiano, d’Hadriano, di M. Aurelio, & di Filippo fi vede che la virtù
c dipinta in altri modi come qui di lotto. FILIPPO.
GORDIANO." ARGENTO. ARGENTO. Per la dili-
gizafeuie- ne al fine deU'impre- r<-
Come gfan tichi ordi- nauono le eafe [agre 4
iloro Dif. Tempio di Mercurio cr di Bac-
co. Per la medaglia fopradettadi M. Aurelio & quella
di Filippo, fi vede l’Imperatore vcftito della Tua corazza, vn
morrionein tcfta,vn’hafta in mano,& accompagna- to da Tuoi foldati
paflarc fòpravn ponte innanzi à tutti, perfornirela fuaimprefaja quale ha
figurata per le pa- role che dicono, vi rtvs a vgvsti. Et per l’altra
me- daglia di Filippo fi vede il padre & figliuolo correre à
cauallo leggiermente, per moftrare la diligenza ,con la quale ei veniuono
à capo di tutte le loro imprefc,con li- mili parole, virtvs
avgvstorvm. Ma lafciando qui l’interpreratione di tutte
quelle cole , farà piu à propofito tornare alla noflra religione,
& moftrare, fecondo Virruuio, come &douc gl’antichi foleuono fare
iTcpli ài loro Dij,comc quello di Mer- curio nel mercato-.cT A pollo
& di Bacco vicino al Thea- trord’Hercolc nella Citta , douc anchora
non eranoi gynnafij ne gl’anfitcatri : di Marte fuora della terra: di
Venere allacampagna,&à Cerere fopra al porto fuora della Città,
eleggendo femprcluoghi,doue non frequen taflino
35 taffino molto Icpcrfone,fcgià noi riccrcauala ncceffità de
facrificij , & i quali fi guardauono rcligiofamcntc & cattamente.
Il medefimo Autore fcriuendo dcH'archi- tettura dcrcmpli nel fuo terzo
& quarto libro dice,chc a Mmerua,à Marte, &à Hercolcfi doueua
ofleruar l’or- dine Dorico:à Venere, Flora.Profcrpina , & le N ymfc
de Fonti, Corintio, cioè con le colonne Toltili, dilicate, pu-
lite^ ornate de fogliami perla morbidezza delle Dee: & fé Ionico, à
Giunone & Diana, fi doueua nondimeno in ciò alla mediocrità haucrc
riguardo: fcriuendo an- chora appretto le regioni &quarticri,verfo i
quali doue- uono edere volti colifatti templi, altari, ftatuc,& altre
fì- gurccelcfti, per fare loro facrificij : circa che fi conofce,
che nella loro diucrfa& fuperttitiofa religione errorno grandemente i
Romani,& molto piu il popolo, ncll’ha- uerc conofccza d vn folo &
vero Dio, come piu oftina- to in quella imprcffionc che vna volta ha
fattada cagio- ne del quale errore dichiarò affai bene Prudétio ne
Tuoi verfi, quando ditte, Puerorum infanti a primo
Errorem curri latte hibit,gujlauerat inter Uagìtus de ftrre mola.
Madi tutti i Templi che fumo in Roma edificati , il piu celebrato
fu quello di Giouc Capitolino,cofi chia- mato per cffcrc ftato fatto in
Campidoglio, fi come fi vede per la medaglia d’Aurclia Qmrina, Monaca Ve
- ftalc,douc cfcolpito Gioue nel mczzodcl fuo tempio a fcdere,fatto
in forma quadrata con la factta in vna ma- no, & nell’altra vno
feettro con lettere che dicono, iyppi- ter. o p t iu vi max.
capjtolinvs. C 4 Tempio di Minerva,
di Marte , CT d’HcT' cole, di ve- nere, di fio ra , c
di Proftrpina. Errore de Romani nel la
religio- ne. Pruduti io. Tempio
di Gioue Ca- pitolino. Tempio di Giove Veti
dicatore , Olympico, CT Tonile. AVRELIA QVlRINA,
VESTALE. ARGENTO. Quello tempio fu prima deftinato da
TarquinoPu- fco,&dipoi edificato da Tarquino Superbo in forma
quadra, & ogni faccia di CC. piedi con rrc ordini di co- lonne, fi
come lì troua nelle medaglie di Traiano, nel- le quali lìveggono fopra al
detto tempio molti trofei, carri trionfali, vetrorie, & altre cofc
belle. Vna altra mc- daglialìmilmente lì troua di Gioue Vincitore, ò
Ven- dicatore, la quale fece battere Alelìàndro Scuero, figli- uolo
di Mammear&r altre di Gioue Olympico & To- nante, fatte da
Augufio, comepiu àlungo lì vedrà nel mio libro delle Antichità di
Roma. Traiano r*
fe, TRAIANO. ALESS. SEVERO. BRONZO.
4 » BRONZO. A V G v h O, AVGVST
67 argento. MEDA. DE PETIHVS. ARGENTO.
4 + '(co- pura tito-
lano tcile pio, che :
de yit TEMPIO Z> I Cj 1 0 V E,
ritratto dalli Antico. Spefa fatta nel tempia di Gioue.
Cofe ftngu- l ari nelté- pio di Gio- ue Capito-
lino* h aUcmdf feo. Tlinio .
Dicono gl Hiftoriciche Tarquinofuperbo (pcfc nel- la fondanone di quello
tempio x L.mila libre d’argento, nel quale oltre all’altre cole lingolari
fi vedeua vna ftatua d’oro aita dieci piedi, vi. Tazze di fmeraldo, vi.
vali mur rini, che Pompeo portò d’ Alia, truffando di quella pro-
uincia,&vnmatello,o velie di Porpora tanto bella, che melìa àparagonc
con l altre d‘ Aureliano Imperatore, le faceua parere di colore di cenere
pi u tolto che di fcarlac- tordella quale velie dicono che era già fiato
fatto vn pre fcntc (come di cofa rara) dal Rcd’IndiaàqucIlodcPcr-
fiani,&chc quello dipoi l’haucua donata al detto Im- pcratorc.Era
fimilmcntc in quello tempio vna calìa di marmo, guardata da
x.huomini,ch’ci chiamauono Dc- ccmuiri, nella quale erano i libri
Sibillini , contrccap- pellcttc legrctc d’vna medefima maniera, douenon era lecito
à neffuno d'entrarc(comc fcriue HaIicarnalTeo)fi: non à
ifaccrdotidelmcdcfimotépio.NcH'vnadi quelle Cappelle, cioè quclladcl
mezzo, era lartatuadiGioue, nell’altra ama diritta Mincrua, Stalla
finiftra Giunone: douc afferma Plinio hauerc veduto vn cane di
bronzo, che c5 arte marauigliofa fabbricato fi Icccaua vna ferita.
Io nonlafcicrò di fcriucrecomcrAquilafutragral- tri vccelli
dedicata à Gioue,non volédo gli antichi ligni- ficare altra cofa , fc non
che come l’Aquila è Reina de gli vccelli, coli Gioue c Signore di tutti
gli altri Dij,fi co- me hanno mofiro non folamcntci Romani, mai
Gre- ci anchorancllc loro medaglie. Àlefian ALESSAND. RE
DI GLI EPIROTI." ARGENTO. Non voglio mancare d’aucrtire
il Icttorecomc Gio- ue,Giunone,&Mincruafurno figurati da gli antichi
per tre animalirquali furono , per la ductta Minerua, per Giunone
il Pagonc, & per Gioue l’Aquila, fi come fi vede in vna medaglia d
Antonino Pio. ANTONINO PIO. V
arieti deli Aqui- la falla tef- ta di Cio-
Vcdefianchora in dì molte medaglie, tanto di Con- foli,
comcd’Impcratori,che l’Aquila c poftafopra la fa- cttadi
Giouc,altroucchcella porta il Tuo fimulacro ò fi- gura filila tcfta ,
& in altri luoghi lctcftedi Giouc &di Giunone fopra le due
alle. Per la figura d’vna Pila antica che fi vede qui di
fiotto, Giouc c accompagnato della fina Aquila, &Giunonc dal
fuo Pagone,doue c Nettuno col fuo tridente, &pre- fientc al
fiicrificio inficme con Mercurio, col fiuo cadu- ceo, & col Cappello
chiamato Galero da i Latini. V Z>’ V N ? 1 ÌTJl .
"> fica ritratta et\n marmo di Roma. H
AD AVGVSTO. argento. re Den cnc Scappella di
Giunone foflefeome e detto) nel tempio di Giouc, nodimeno haueua
anch’ella il Tuo tempioàpartCjComefi vede nella medaglia di bronzo
d’Augufto,doueè il tempio di Giunone arrichito dinan zi di quattro
colonne Doriche, & nel fregio e tale inferir zione,i vn o n
i.conilnomcdcmacftri di HI ROMANI. HADR. GRECO.
BRONZO. BRONZO. AVGVSTO' n r n m i
n Et come l’Aquila era di Gioue , coli il pagonc&lo bruzzolo
furono cólagrati à Giu none, come fi vede nel- le medaglie di
Fauftina,diGiuliaPia,&di Filippo Impe ratorc,& il Tuo carro
tirato per i Tuoi pauoni, di che ha fatto mentione Ouidio, * Halili
Saturnia curru Ingrediturliquidum fauonibus aera fiBis.
FAVSTI NA FILIPPO ARGENTO G1VLIA PIA. FAVSTINA ARGENTO. BRONZO. FAVSTINA.
BRONZO. ARGENTO. MINER- A
Mincrua(comc c detto) per eflcrc dedicata la Ci- v A - uctta , nafccua
che nelle Medaglie degli Atcniefi fi ve- JJ“J dcua da vn lato la teda
della Dea , & dall’altro il detto Minena. vccello con lettere Greche
che diccuano ,athna, cóli nominata da loro Minerua:&come m olirà il
rouefeio de la prima medaglia, la Ciuctta vola con Tali fpanfe ,
& tenendo vn ramo di Palma co i picdi.Pcr i! volodi la Ci-
uettagli Ateniefi ftimauano il fimbolo de la vittoria. D
5 Giouc Vincitore. Mintruj
nutrice. Lypnuco. MONETA ATHENIESE. ARGENTO. MONETA
ATHENIESE. ARGENTO. Ec fi come Gioue fu
da Greci & Romani chiamato Vincitorc,quadolo faccuono dipingere con
vna vetro- ria nella mano diritta , & nell’altra vn’hafta in luogo
di fccttro,cofi fu Mincrua figurata da loro vettoriofa, ac-
compagnandola con vna vcttoria,ncl modo che fi vede per le medaglie di
Lyfimaco , vno de fucccflbri d’Alef- fandro Magno , doue da vn lato è la
fua teda con vn i Diade u. Diadema,
&dua corna, in fegno di grande honore , per haucrc fermato &
ritenuto vn toro per le corna, il qua- le (cappato delle manidi colui,
che lo menauaper fare facrificio ad Aleflandro,fi
fuggiua. LISIMACO. ARGENTO. LYSIMACO. BRONZO.
Erano principali tutori & auocatidella Città di Ro- ma G ioue, Mi
nenia, & Giunone, &di qui nafccchePol- lioneha fcrittonel libro
della fua Architettura, che il D a ' Si luogo
più a!to,dal quale fi poteua meglio {coprire & Icorgcrc tutto il fito
di Roma, quale c il Capidoglio ,fu eletto per edificami il tempio di
quelli tre dij.Ondc tor- ntdiToZ riandò alla ftolta fupcrllitione de
Gentili , che non fola- nL mente adororno Giouecomc Dio omnipotéte,ne fi
con tcntomo’di dedicarli l'Aquila,come Reina di tutti gl’ vc-
cclI»,penlàndolo maggiore di tutti glabri Dij,ma gli con Ammone f a g
rorno ancho il Montone, chiamadolo Iuppiter Am- moni mettendolo
fopraquello à fcderccon lo Icettro in mano. Nacque quello vocabulo Ammon
dalla rena, che i Greci chiamano «w** .ciochc Plinio (fcriuendo del
Tale Ammoniaco nelxi i. libro) ha meglio dichiarato in quello modo.
Ergo ^AEtbiogU fuhie&d ^AJricd^mmonUci Ucrynum Jìiìldt in drenti
[un, inde etto, nomine w Ammonii oraculo iuxtd quod gignitur drhor.
Quantunque Tinterpreted’ A rato Latino, ò Ballo, ó Celare che fi
fbflcjfcriuachc quello fia il Montone, che anchora di poi fu meflb il
primo tra i legni cclelli per ha uerc infognata a Bacco Tacquaperilfuo ElTercito,chc
da lui condotto per la Libya fi moriua di fete,fi come piu à pieno
potrà il lettore vedere nel mijibro di Q^Curtio, o xv 1 1. di Diodoro
Siciliano, ò nel 11 1. lib. che Arriano ha Icritto de fatti d’ AlclTandro
Magno. Meda. MED.. D’HAD. BATTVTA IN GRECIA,
BRONZO. BRONZO. Fuanchoraà Gioue dedicata la Capra, per
hauerlo t* c*pré nutrito del Tuo Iartc,ondc ei fu detto Egiuco,& da
Greci ùtyic X t f,Ia quale capra intendcuono quella della Nymfa
Amaltea^he l’haucua allcuato, A come afferma Gcrma nico Celare ncAioi
vcrA d’ Arato, douc ci dice, -lUaputatur Nutrix ejje
louu/i 'vere luppicer infdm Ubera Crete* muljìt fidi^ima capra,
Sy dere qua clarograrum cejlaturalumnum. Il che moftrarono
anchora meglio Filippo Se Valc- riano Imperatori , facendo nelle loro
medaglie mettere vna volta la Capra fola con lettere che dicono , io v
i conservatori a v cvsT i, & altrouc la Capra che portaua
addoffo vn Gioue à modo di fanciullo con altre lettere à quello modo ,
iovi crescenti. Vi V
54 Gioite vit- tore.
Calcidonio dittico. DELLA’
FILIPPO. ARGENTO. RELIGIONE
VALERI ANO. ARGENTO. Attribuì Umilmente molti altri nomi & dignità la
fu- perftitiofa antichità à quello Gioue,vna volta chiaman dolo
Vcttoriofojcome quelli che péfauono che ei donaf fclcvcttoricj&cohlo
fugurauonoconvna Vettoriain mano,& con vno fccttro nell’altra:&
vn’altra volta face uonola Vcttoriachccoronaualuid’vnacoronad’ Allo-
ro,(ì come io lapoflo moftrare (colpita in vn mio Calci donio antico,
poco minorcd’vna medagliada quale pie- tra anticamente fu confcgrata à
Gioue Fulguratorc, per vfeirne il fuoco, onde i noftri Soldati
l'adopranoancho ra hoegi all’archibufo. CALCAL CIDONIO ANTICO BRONZO
MEDA. GRECA. BRONZO. DOMITIANO. BRONZO. MARCO
AVRELIO. BRONZO. BRONZa
cottegli Per le medaglie qui appreflo , fi vede Gioue mezzo '•
ignudo di Copra, & dalla cintura in giù vcftito,chc fta à ciò**.
federe nel mezzo di quattro elementi , tenendo da vna mano vna hafta ,
& l’altra la ripofa Copra la tefta de l' A- quila,fi
comclalcultturalo dimoftra peri due carri ce- ledi dclSo!c,&
delaLuna:& per i due fimulachri che fono Cotto i Cuoi piedi,
lignifica gl’altri due elementi, cioè , l’acqua & la terra , hauendo
il Z odiaco attorno, doue Cono riprefentati i dodici Cegni ideili. Et la
ca- gion perche riprefentauano cofi Gioue, era, chcgl’an- tichi
nella loro miftica & occulta theolo^ia volcuono lignificare, che le
cole lupcriori debbono a gli huomini efìcrc celate, & Colamcnte
manifcftc à Dio. Mafuadi- uinità & tutte le Cuc potenze, ci ha
moftrato Alcxan- dro figliuolo di Mammea per i Cuoi medaglioni bat-
tuti in Grecia, doue fi veggono da vn lato caratteri ab- bre
DE GL’ ANTICHI ROMANI. 57 breuiati, che dicono
XrTOKPA'Tnp K^riAP ma'pkos atpe*aioì iebaitòs a* AEfg a n a po z , che
iLatinihan no interpretato ,imperator caesar marcvs AVRELIVS
AVGVSTVS ALEXANDER. Alexandr o mamme a.
bronzo. I Greci chiamorono Gioue per varij nomi,
malfima- mcncci Siraculànijcomc recita Tito Liuio nel quarto libro
della terza Dccadctcon ciò Ila, che hebbero il tem- t empio di pio di
Gioue detto Olimpio,alcrimcnti Eleo , celebrato primajpcril Tuo oracolo,
& dapoi per i giochi publici che lìfaccuono in Elide , nel Campo di
Pifar&di là e ve- nuto il nome di Gioue Elco,come lì potrà vedere per
la medaglia Greca polla quidifotto,nelìa quale lì troua da la
bandadritta il lìmolacrodi la teila di Gioue con que- Gioue Ite lettere
Grechc,s e rs iAET02 > chcfignificano J ciovE ^ ELEO.EtncI rouefcio
elcolpito il fuo Folgore & l’Aqui- la con tale inlcrizionc,zr paro
sion: la quale cifaap- parircchela città di Siracufa portògrandiflimo
honorc a Giouc Eleo, à cui fece edificare vn cofi bcllilfimo
tèni pio,& battere fimili medaglie in fua eterna memoria.
MEDA. DE I SIRACVSANI. BRONZO.
SttBd fot»- tiferà di Giouc. Per le
medaglie d’argento che furono battute per Lucio Lentulo,& Caio
Marcello Confoli,fi troua la te- tta di Giouc d'vna banda con tale
inflizione, ivcio L E N T V L Oj CAIO MARCELLO C ONSVL I»
b v s. &da l’altra è vn Giouc coi fuo Folgore nella man
dritta,& l’Aquila nell’altra , &innanzi aìui vno piccolo
altare,& dietro laftella falutifcra,laquale c polla nel fe- condo
luogo tra le fteile erranti: lignificando tutte que- lle cofc vn
facrificio fatto per detti Confoli à Giouc, per caula del Folgore caduto
fopra il fuo tempio Capitoli- no à Roma. Meda?
ss> MEDA. DI L. LENTVLO, ET C. MARCELLO,
CONSOLI. ARGENTO. I Romani chiamorono quello
Giouc Confèruato- Gioite cc%> re , fi come noi leggiamo nelle medaglie
di Diocletiano { enutort ' Si di Gordiano Imp.che lo dipinlcro ritto eon
due faeffe nella man delira, & nella finiftra vn’hafta, infieme
col medefimo Imperatore fiotto la cuftodia fua,& lettere che
dicono, io vi conservatori. Nclrouelciodcl- l’altra medaglia di
Diocletiano fi troua vn’altro limile Giouc, che prclènta vna vetraria, la
quale ha fiotto i pie- di vnglobo,&Gioue {aquila vicina àifiioi: fi
come Li- cinio ne fece battere vn’altra,doue l'aquila hain becco
vna Corona d’allòro & lettere in quella guifa, ioyi
CONSERVATORI AVGVSTORVM NOSTRORVM. Domi DOMITIANO ANTON.
PIO. ARGENTO. ARGENTO. GORDIANO.
BRONZO. ARGENTO. MASSIMIANO • LICINIO.
ARGENTO. ARGENTO. Oltre à Vettoriofo,Fulguratorc, ò Fulminatore, fu
Dìutrfe po anchora chiamato Statore, Propugnatore, Vendicatore dl
& Cuftode,Anxur, ò Auxur. Et come Marte Vincitore fu honoraro
da Romani, coll ancora fu adorato da loro Gioue Vendicatore, perche da
lui erano punitele cole Gl- owf v j_ malfatte. tote. GORDIANO.
ARGENTO. ALESS. SEVERO. ARGENTO. GORDIANO.
DIOCLETIANO. argento. ARGENTO. Del
Seneca, CJ. della religione Del
foprafiguratoGioueCullodc nella medagliadi Nerone, ha fatto mentionc
Seneca, nel fuo fecondo li- bro delle qucflioni
naturali,douecidice: Quem Iouem tnteUigunr cujlodem rettorémtjue
\niuerf. Qucllo,chc parimente fi vede nelle medaglie d Ha-
driano, douc Gioue c dipinto à Ledere nel fuo Trono conia filetta in mano
dritta, Se lettere chcdicono, ivpi- ter cvstos. Vcfpafiano le fece
battere con inferi - zion diffcrcntc,chc dice, iovis cvstos. Cicerone.
NERO. ORO.VESPASIANO.
ARGENTO. Ma quanto à Gioue Statore, cofi chiamato,
perche, mediante lui, fi confcrua ognicofinli vede che Cicero- ne
ne fece anch’egli mcntione nclloratione, cheei fece innanzi che andare in
cfiglio:doue ei dille; O Gioue Sta- torc,quale i noftri antichi cofi
chiamarono , come con- fèruatoredi quello Imperio,& dalle mura del
cui rem- pio io tenni difcollo le violéti imprefedi Cati!ina,dop-
po che Romolo l’hebbe edificato nel palagio , apprefib la vettoria hauuta
de Sabini, io ti priego d’cllcrc in aiuto alla Rcpublica & Città
diRoma, Stame in tutte le dif- gratie mie. yltore P'S
. <r 3 Vlcorc fu chiamato, & honorato da Romani
come Marce, per edere l’vno & l’altro vendicatore delle cofe
mal fatte: & in Italia , maTTimamcntc nel territorio Ca- pouano detto
Auxur,& figurato il Tuo lìmulacrope r vn Auxun fanciullctto lenza
barba, del qualefcce mentione Vie- Virgilio. gilio nell’ viij.libro dell’
Encida, quando dille: Cyneumejue iugum^uets I uff iter ^Auxttrus
aruis r Pr<efìdet. Et è ancor Giouc coli (colpito (opra
vna medaglia d’argentodi Pania, da vn lato della quale fi vedeà
fede- re nel fuo T rono con vna tazza nella mano mra,& nel- la
manca lo fcettro,con vna corona di Quercia, o d’Vlt- uo,ilchc non ho
potutotroppo bene difccrnerc,per la piccolezza della mcdagliarnondimeno
Phornuto affer- machefolamcnccGiouccra coronato d’Vliuo,in fegno di
perpetuitàrperchc egli è Tempre verde, & tiene qual- che poco del
colore cclcltc. ME DATgTi E DI P ANSAI
ARGENTO. Tempio d'Augufto in Alcjptn
ària. EtlicomcGiouchaucua in Roma (come e dctto)iI
Tuo tempio magnifico , & era chiamato Scruatorc Se Conlcruatorc,coli
in Alcflandria nera vn’altró limile conlagratofcome fcriuc Filone nel
libro della Tua lega- tioncà Caio Ccfarc) à A uguftoConfcruatorc,
chiama- to hauuto in vcncrationcda i nauiganti.Era quello
grandillimo & altiflìmo tempio pollo innanzi al Porto,picno di Tau
ole offerta, di pitture cxccllcnti,& di flacuc
marauigliofamentcfabricatc,& ornate d’argento Se d’oro, con portichi
Se loggic per Ilare al coperto, & palleggiare, & vna libraria
accompagnata dagradilEmc làlc,portali,bofchetti,& lunghe vie, che di
lontano por- geuonofpcranzadi falutc à tutti i nauiganti,che volc-
uono pigliare porto in Alcflandria: benché quali per tutto il modo
foflcro flati dirizati & fatti molti altri tem pii in memoria
d’Augufto & per eternità del fuo nome, li come li troua nelle
medaglie battute al tempo di Ti- berio, il quale cominciò vn tempio in
honorc fuo che Caligula fornì poi,& Io confagro al fuo nomccon
ofH- cij Se facrificij pieni di pietà Se di rcIigione,il che ei
con- ferma perle fuc medagIie,doucda vn Iato è il lìmula- cro della
pietà à federe con vna tazza nella man dritta, & la fianca
ripofafopra vnfanciuIIctto,che moftral'of fido pio che Caligula
faccuainuerfo i fuoi parenti , con quelle parole, e. caesar divi avgvsti
prone- POS AVCVSTVS PONTIF EX MAXIMVS TRIBVNIT1 A POTESTATE QVARTVM
PATER PATR1AE. & poi quella altra appreflo folamcntc, pietas.
Dall’altro Ia- Sdtrificio to mC£ ^ a g* ia fi vede fi tempio
d’Augufto flato ri- diCéU&uU. ccuuto (comeci penfauono) tra gli
Dci:& nel mezzodi detto Librario
b.Uifiinu d'AuguJlo. Tempio tA
ugujlo (omincUto per Tibe- rio, cr for- nito per C4ligula.
- *"* <r 5
detto tempio vn’altare,fopra al quale c vn Buc,tcnuto da colui che
n’haucua la cura, chiamato Vittimario,con vnfaccrdotc chemoftra di volere
fa me facrificio, teneri do vna razza nella mano deftra,& dietro alle
fpalc vn miniftro con vnvafopcrriccuercilfanguc della beftia.
AVG VSTO. ORO. MED ÀGLI ÒNI DI
TIBERIO. Tempio dkugujlo reflituito
per A nto~ nino. Comminciando dipoi quello
tempio col tempo à rovinare, Antonino Pio lo fece inftaurarc, fi come h
ve- de per le Tue medaglie d’argento, d’oro, & di bronzo, douc
fono lettere che dicono .templvm divi avgVsti restitvtvm. Ne contento di
qucfto, ne fece fare vn’altroad Adriano fuo predcceflbrc,comc
ricordeuolc de benefici), che haucua riccuuti da lui. Anto
» c-j ANTONINO PIO. BRONZO.
Oltre à quelli templi , furono anchora fatti molti altari in
honored’Augulto, per moftraremaggiormen- imiti de te, & per diuerfe
vie la fua eternità con quelle parole, providentia, hauendo quei Romani
quella vana opinione, chela deitàd’Augullo potcflèloro concedere
tutto quello,dichehaueuonobifogno per laucnire. tu»-, -Et coli per tutte l’altre
medaglie de gli Imperatori; che erano (lati à modo loro deificati,
folcuono gl’anti- chi (colpire quelli altari in legno della loro
deificatione-. Deferivo* Scriuc Apulco nel dogma di Platone
, chela proui- XkJu denzanon è altroché vnafenccnza diuinachc
mantie- ne femprcfelice colui,checlla piglia vna volta iti cura:
& altri hanno detto che folamenteriguardaua Se pcnlà- Dtuodi
uaalIecofeaucnire:ma i dannati Epicuri£al(amcntecre- zpÙHro. deuonochcDio
non haueflc alcuna cura de mortali. Ond’io à propofito di quella
Prouidenza mi ricordo ha- uerctra molte altre pietre intagliate,
cheiofcrboin ho- nore dell’antichità, vn Diafpro, nel quale è (colpita
vna vtformU* formica con tre fpighc in bocca,fignificatricc della
Pro- K de Polii- uidenza-.la quale pietra fu altre volte trouata ne i
fonda- de*K4. menti d’vna delle torri cheio ho fatte farcnclla mia
cafa della Maddalena, che per edere cofa anttchitfìma &
rà- ra,mi c parlo farla ritrarre qui Cotto al naturale. —
Diafpro Et perche Plotina ha già comporti in 4. libri della
Prouidenza, inoltrando che tanto le piccole come le grancofe
cranogoucrnate per il Dio di natura, io rimet- terò il lettore à quella
lcttione,& ritornando al propoli - to mio, dico chegl’antichi
riputorno la Prouidenza per Dea, come anchora ha inoltrato Cicerone nel
libro del- la naturadegli DcijOndcpcrla Tua figurabile clafem-
bianzad’vna matrona ftolata , ò velata & dritta , che in vnamano
hàlolccttro,&con l’altra moftra vn globo, chcgli Ita à piedi, pare
che voglia lignificare che la Pro- uidenza goucrna tutto il mondo, come
vna buona ma- dre di famiglia, nel modo, che nelle loro medaglie la
fi- gurorno (benché con diuerlì atti) Traiano & Pertinace
Imperatori. r. ;• - fiorini.
PROVI DENZA. Cietront. Alcuni altri
Imperatori, comeTito, la fecionodipin gereconvntymone& vn globo,
inoltrando come ella gouernaua il mondo. Antonino Pio la figurò per vna
filetta di Giouc accompagnata da molte altre. A leda n- droScucroper vn
vaio pieno di fpighe,& Probo & Fio riano per vna fcminaftolatacon
vn globo in mano,vn fccttro &vn Corno d’abbondanza.
rrouidtnz'* diuerfmen tc pinta da antichi.
Caracal Ei mi parrebbcinuano affaticare
,fc io non auertiflì 0 « lettore della pazza fuperftitionc de gli aderbi
Roma ni,i quali durante la vita de i loro Imperaton, o buoni, o
catti u i,cKc ci follerò, in ogni modo non lalciauonodi fare loro
templi,ttatue & altari , & doppo la morte di
lànftificarli,attribuendofaIfamentc loro nomi dibuo ni Principiai
fondatori di pace, & (non ottante che ha - ueflino maltrattato il
Scnato,& Popolo Roman o)di re E 4
CONSE CRATIO- NB. V<tra f a
. flit ione ir Romani nel fanttfi- tar loro
^ imperato^ ri. FLORI AN
A HI S S. MAMM EAT BUON Z O.
. ftauratori della Città di Roma, fteome auenne di Lu-
cio Settimio Scuero,il quale oltre aireflcrehuomobar- baro,beftiale,homicida,&che
di fimplice foldàto pcr- ucnnealla dignità deilTmpcrio, ingannò &
tradì Clo- dio Albino gcntilhuomo Romano per venire à capo dei
fuoidifegni, &: nondimeno s’attribuì & fece dare più per paurache
per volontà dal Senato Romano tùt- ti i titoli di buono Imperatore.
S A R G E N T < Ma che diremo noi di quello Monftro di Natura
co- minciato & non finito,il quale doppo la fua morte fu
connumerato daRomaninelnumerodei buoni Dei,& del quale foleuadirc
Nerone, che l'haueua fatto auelc- nare, che egli era ftato fatto Dio p c
r mezzo del boccone d’vn fungo? clodio;
ORO. Et per contrario furono i buoni Principi, di T
raiano, Antonino Pio,& Marco Aurelio, che per le loro virtù
&: buoni coftumi,mcritarono d’cflcre chiamati ottimi Im- c .
pcratori,& canonizati,fe lecitaméte fifolfc potuto ciò fa re.
Trai quali è pur degno d’clTcrc Tempre nominato& ricordato il nome d
Antonino Pio , lolito dire che piu tofto volcuacolcruarc &faluare la
vita d vn Cittadino, che ammazarc mille defuoinimici. Parola certamente £
Antonino piena di pietà & degna d’vn buono Imperatore, come
cglicra,&:comclo chiamòil Senato, facendoli dirizarc come à Traiano,
vnaColonna,& Templi nel modo che £ Antonino fi vede qui di
fono. 'i .... e $ c w • . • • r 0 amo moftraco
cornea! tempo anticogli ucrrdctì Inipcratorieranoconfngrati, &diuentauonoDijdoppo
^TLi ]aI . 0r ° m05tCj& comc * Romani faccuono tem pii &al-
tio di ttm - rar * * n Sonore loro coni /àcnficij de vitelli
ficdegl’agncl-' & Reonfegnado loro Sacerdoti & Flammini nel modS
che di Celare A ugufto ha già fcrirro Prudcnrio^diccndo: Prudenti».
Hunemorem V ererum docili Um aiate fejnuta ? olì eritas t men fa t atque
adytit } & fiamme^ tris ANTONINO PIO. BRONZO.
ON. PIO. BRONZO. Uuguft AuguJlum
col nitritalo placa uù tgd agno: Strafa ad puluinar iacuit,
refj>onfa popofcit. Tcjlantur tituli,prod»nt confulta
Scnatus Cafareum louis ad ) fecitm Jlatuentia templum.
Equanto al reità della conftgratione , chiamata da Greci &
della quale ha le ritto minutamente He radiano al vij.capitolo del
iii j.Iibro,mi è parlo non fola- ménrc di figurarla cjui fottoal
naturale, ritratta dalle me- daglieantiche d’Antonino Pio,& dt M.
Aurelio, ma tra- durla in volgare,pcr maggiore intelligenza del lettore.
ANTON; Pia M- AVRELIOl BRONZO. BRONZ O.
c Soleuono i Romani confagrarc doppo la morte
lo- ro tuttiquclli Imperatori, i quali làlciauono i figliuoli
heredi dell' Imperio, in quello modo penlando efTcre ri-- ceuutr nel
numero de loto fallì DijrEa Citta tiftta vcftita abruno,&picna di
dolore &di lamenti, folennemente fatta fàrcvnaimaginediccra limile al
morto Imperato re, la poneua dentro a vn ricco letto d’auorio,lcuato in
alto aU’cntrarc del palagio Imperiale. Era quello letto coperto di
prctiofì panni d’oro &dcntroui quella ima- gine
H erodiano. b o«».f W «HV Ccrimonù
de Roma* nella mori de loro l« fe rotori.
ginc pallida àguifa quali di ammalato Imperatore/! ri-
polaua,haucndo dal lato manco à ledere tutti i Senato ri vcftiti di
bruno,chequiuigran parte del giorno dimo rauono.Et dal lato deliro tutte
le Donne Romane, cias- cuna fecondo ladignità & grado dcloro padri,ò
mariti, . fenza ornamento alcuno d’anelli, maniglie, ò catene
d’oro,ma fedamente vcftircdi bianco leggicrmetc(qualì come portano in tal
calo le getildonne in Francia)# tue te piene di maninconia. Durauono
quelle cerimonie vij.giorni,nel qual tempo i Medici ogni giorno
s’apprcf fauonóalla bara, fingendo di toccare il polfo all’amma-
lato,# mollrando che gli andaua fempre peggiorando. Ma fubito che ci
diccuono quello cflèrc fpirato, i primi letto i Up4 Senatori lì lcuauono
il letto Tulle fpallc, portandolo nel YtZ'ZÌ? ^ av ‘ a ^ acra ^ no al
Mercato vecchio, douc i Magillrati tutori Romani Toleuono
fpogliarlidelladignitàdi tutti i loro. officij.Erano in quello luogo da
due lati fatti certi pal- chi con ilcalc,dai’vn de quali tutti i piu
nobili giouani & patritij Romani, & dall’altro le piu illullri
donne canta- Himi tan- uonoHynni & Cantici Iamctcuoli#
pietofi,nelmodo, tati nette po che s’vla ncllcpópe funebri. Dopo quello i
Senatori di pt funebri. nuouo fa lcuauono la bara fullc Ipallc, &la
portauono fuora della Città in vn luogo chiamato il capo di Mar-
te,douecravn tabernacolo quadro fatto di gradirmi legni fcccjii,&
ripieno di fcrméti.di paglia, & di falcine, & di fuora riccamctc
adorno di cortinclauorarc d'oro, di flatucd’auorio,#altrediuerfcdipinturc.Sopraàque
Ho tabernacolo n’era vn altro lìmile,ma piu piccolo,& riccamente
acconcio come l'altro,cccetto che haueua le porte & le fincllre
aperte, & coli di mano in mano mótaua H77 tauapiù
alto nel mcdclimo modo fempre diminoedo. Potrebbe!! quella ftruttura
ailbmigliarc à certe Torri fondate in marc,ò fopra ài Porti, chiamate da
moderni, Fanali, dagl’antichi Phari,douela notte Hanno acccfi lu
TJnaU mi perfarefeorta a inauiganti.Portato adunque ildet- chiamati
to letto fopra al fecondo ftaggio.quiui fpargcuono gra- dequantitàdi
fpcticrie,diprofùmi,difrutti,d’hcrbc, & d’vngucnti odoriferi di tutte
leparri del Mondo, facen- doqualì à gara di chi più , ò meglio, porc/Tc
honorare, & fare quello vltimo prefente al loro
Imperatorc.Fat- to quello, lì moueuono certi Caualicri à corfa
intorno al tabernacolo, facendo vn modo di Morcfcha tonda, MortfAé
Pyrricada gli antichi nominata:& apprefib à quelli fa- ryntt4 '
ceuono il mcdelìmo i Cocchi, ò carrette , fopra lequali i carrettieri
erano vcllitidiporpora,8cdi velluto chcrmi- lì,con mafchcrc fomiglianti à
i Capitani , & principi che haueuonogià fcruito il morto Imperatore.
Et con finite tutte quelle ccrimonie,colui che doueua fuccedcre
all’- Imperio, pigliato vn torchio accefo in mano,mettcua il fuoco
nel Tabernacolo, & il limile faccuono tuttigl'al- trhpoidi mano, in
manoùl quale per la materia tato fec- ca,& le cofc vnte deprofumi,
& olij profumati, leuaua { j, e fubito le fiamme in alto,pcr
mezzo lequali, vfcitavn’ A- t* quila viua del minore & più alto
Tabernacolo, fc n’an- « daua volando in verfo il cielo , quiui di terra
portando i cieli (come crcdeua &gridauala lloltitia de Romani nql
me delìmo tempo) l’anima del loro Imperatore), il quale poi coli
adorauono come Dio, & gli faccuono altari & templi,
come e detto di fopra » Crwr, -* r-’ìRtn '’ M. AVRELIO. FAVSTINA
4U« tu1 PERTINAX. BRONZO. FAVSTINA. ARGENTO.
Crédcuonoi Romani qiicfto mi fieri o non Iblam" elfere
vcro,ma molti giurauono hauerc veduto vfeire del fuoco l’anima dell
Imperatore , & altri pagauono huomini à polla per confermare coli
fatta bugia, diccn - do che l’Axjuila di Gioue l’haucua portata in Ciclo,
& coli ecco in cheniodofu anchora canonizato Seucro lottizzo*
collocato nel numcrodegli Dei, inlìcmccon moltialrri Imperatori &
Imperatrici ch’elPopo.Ro. fece fàlir per forza
9 COM forza alciclo nel medefimo modo che
Scucro. Ma ri - tornando alla materia de noftri templi, doppo
haucrc fcritto de i più trionfanti di tu tti,cioc,di quello di
Giouc Capitolino , di quel d'Augufto à Roma&in Alcflan-
dria,del Pantcone^ di quello della Pace, ci reftai vede- Tempio «K rcil
marauigliofo di Diana Efcfiamcllà fu perba edifica ^j c pg % rione del
quale concorfcro tutti i Re,Potcntati,& Republichc dell* Alia maggiore,
contribuendo ogniuno per lafuaparrc/olamcntcmoflidalzelo di
religionc,qua'n- tunquepcr Ja fuagrandezza folle a pena tornito in
CC. anni,& fondato rifpetto a i tremuoti in vn Pantano, tal-
mente che ci fu connumcrato per vno dei lette miracov li del Mondo, &
di poifcolpito in piu medaglie di di- ucrfi Imperatori. “
CLAVDia ‘ ' A R G E N T O. stnr. *4
• Ma pcrcbeil fimulacro interodi Diana,qualc era nel Àmpio
degli Efcfij,nonfi. può interamcce {cingere nel le med agliedi pi ntedi
fo p ra,mi cpàrfódi farlo-hilthopa di nuouo ritrarre qui di fotto nel
modo , che io ihoirt e ” due '.Ikimfc
K.OII 8o DELLA RELtGIO due medaglie Grechc,l’
vna di C5modo,S: l aura a nn - tonino Pio , nell'vna delle quali e
Icritto aptemhx e «• e x i a n , cioè, Diana degli Efelìj , &
nell’altra quella l ola parola, e « e sia spedendo tutte l’altrc lettere
perdute. ANTOM. PIO. COMMODO.
BRONZO. Dtfcrizìon del tempio di
Diana. Era la lunghezza di quello tempio ccccxxv.
piedi, & la larghezza e e x x. ornato di e x x v 1 1 . colóne,
ogniu- naalta lx. piedi, & nondimeno fu abbruciato da quel- lo
fcclcrato Eroftrato,folamentc per dire che egli hau ua fatto qualche cofa
degna di mctporia:bcnche di poi fu rillaurato & rifatto anchora piu
bello da Dinocratc, Celebrati!) Architettore d’Alellandro Magno. Quiui
aduque lolc- cUDianf* L, ono ogn'anno, nel giorno che lì cclcbraua la
fella di ~ Diana, trouarlì tutti i giouani ,& fanciulle , vergini
del paefe,vcllitidibiaco,doucfpeflò lìmaritauono iUcrne? Il
fimulacro ò imagine di quella Dea fu fccodo le fue dignità & qualità
dipinto & figurato da gli antichi in di- uerfe manierc,lt come ella
fu pariméte chiamata perdi; JSSL. uer/I nomi.ConciòlìachcquàdoIaLunaera
tutta pie- na, la dilegnauono per la lua chiarezza con vno tor-
chio v 8x chioaccelo in ambedue le
mani, come fi vede nelle mc- dagliedi GiuliaPia, moglie di Seuero
Imperatore, con lettere chedicono, di an a lvcifera.
GIVLIA PIA. argento. BRONZO. Et per
inoltrare anchora meglio che Diana &la LlT- na eranoinqucl tempo vna
mcdefimacofa,ioho fatto qui mettere vn'altra medaglia di brózo della
mecfefima Giulia, nella quale e ferino, lvna lvcifer a,&ìI(uo
carro tirato daducccruic, chcfignificauono checll'cra Dea della caccia,
quantunque l’interprete d’Arato hab- bia detto che quello fignificaua la
fila leggerezza. Ma quadogl’antichila figurauono poico
vnolpiedcinma no,& vn ccruio apprcfio,voleuono lignificare che
cac- ciando, ella pigliaua & ammazzauai ccrui pcrforza,no
minadola »^óa«c, & per memoria che ella era la prima
cacciatricc,fofpcndcuono le corna de cerui dinanzi al fuò
tepio.DclIa quale cofahauendo affai à baftazadif- corfo nel libro , che
per comandamento di fua Maefli iohò fittodella naturadc giammai!
ferochpcrò rimette rò il lectorcà vederne quello, chcion’hò quiui
trattato. MEDAGLI E D’H OSTILIO. ARGENTO. Trouanfi
anchoradelle medaglie , doue Dinnac di- pinta, òfcolpitacon Io fpiede, in
legno che ella foleua ammazzarci cingùiali, diche fa chiaro
rcflimoniolamc daglia di Gcta Triumuiro, nella quale da vn lato è
fcol- pita la tefta di Diana , & dall’altro vn cinguialc ,
ferito d’vno fpiede in vna fpalla con vn cane appreffo. GETA
TRIVMVIR Quando i Romani figurauono Diana cacciatrice,
ordinariamente la folcuono accópagnared’vn turchaf- fo,d’vn , arco,&
di frccciccon vn cane da ghignerei fc - gugio,(cnzaraiiirode quali non fi
può cacciarci come mortra la medaglia qui di lotto. med 7 ~d
f C~P OS T VMO. ARGENTO. Ma nelle medaglie d’Augurto fi vede vna
volta Dia- na figurata tutta ritta in habito virginale, con l'arco
in vna mano , & con l’altra /opra al turcharto, facendo le- gno
di cauarne vna freccia pcrtirare,&: nel mezzo lette- re, che
dicono/iM pera t or DECiEs,&di fotto,sici- x.i a. & altre che
dicono , im perator vNDEciEs.Et L nel rouefciod’vn altra fi vede con la
velie alzata, vnar- sthukitl co in vna mano , & nell’altro vno
fccttro, vn can da giu- * gnerc,& gli rtiualcrti infino à mezza gamba
, colà prò- £ 1 pria per lei come cacciatrice, &i quali daPolluccfono
An<lro »”- ftati Endiomidi chiamati. des ' AVGVSTO.
Tra cucce le medaglie d oro, che fanno ìjjj.furnorro uaccàTolofa,
& rraquelleche mi vennero nelle mani, io ne hò vna,nclla quale da vn
lato è fimaginc di Diana, col Tuo arco & la faretra,*: dall'altro vn
tempio, nel cui mezzo c vn trofeo naualc,in cima al quale è vna
celata antica:& della prua della natte, c fitto vn tronco come
vno Itile con due rami, vno riuclliro d’vna corazza, & da l’altro
pendono due dardi & vna rotelIa:& à pie del tron co è vn Ancora
da vn lato,& vn timone da J aItro,in le- gno della rotta di Sello
Pompeo, quando Ccfarc Augu- ro racquiftò la Sicilia, la quale in mezzo al
frontilpi- Tri gSbe, c *° ^ mc J c h mo tempio e figurata per tre gambe,
con impresici lettere che dicono,i mper ator . c ae s ar,co!ì
fignifi- UsùiU can do che Augullo ringratiaua Diana della vettoria
hauutadc nimici Tuoi. - av AVGVSTO. Et nc rouefci delle
medaglie battute in honoredt Mar cello, fi vede parimente-vn facardote,
chccon due mani lebrato in prclcnra al tempia di Diana vn altro trofeo di
Sicilia, s *” a*- ringratiandola delI’Kauuta vittoria di
Siracu(a,&dcl te- foro portatone à Roma,iI quale-fu {limato tanto,
quan- to quello che i Romani cauorno di Cartagine. *
MAJICELLINO BRONZO.. Animali tonfatati i Diana.
Solcuono gl antichi placare Diana imolando la cer- iliaci daino, il
ccruio,& il toro,tutci animali confècrati lei, fi come tcftimoncranno
le medaglie Latine & chc,che io ho fatto ritrarre qui di
lotto. FILIPPO. BRONCO. Tempi o di Scriuc Strabonc nel x
ri 1 1. libro della fua Cofmògra to“ra*ro~ & 1 che quello tempio cra
fondato nclflfola d’Icaria & polon. chiamato Tstupóirtxor. Et Tito
Liuio neh ni. della quinta Decade, lo chiamò parimente Tauropolum , &
Tauro poli* i ficrificij,chclifaccuonoà Diana. Dionilìo nondime- no
nel fuo libro de Sicu Orbis dice,chc Diana non fu chia mataTauropoU dalla
regione, ma dalla quantità de tori, ehcvinalceuonofotto la fua protezione
:& però detta dum Tau eguale colà appari Ice vera per la medaglia
Gre ca qui di fottojdoue fono lettere, che dicono, e petp i-
IÓN DAMASI AZ. MED MEDAGLIA GRECA D I DIANA. ARGENTO. Chequcfto
fiavcro,& che Diana Ila (lata chiamata TaurofoloSybiTdurof oliai Tuoi
facrificij dal toro che l’era confagrato,come il cane, dimoftra anchora
Diodoro nel iti. libro, douc parlando della Rcina delle Amazo- nc
dice, che ella faceua ogni giorno cflcrcitarc le Tue ver- gini
allacaccia, acciò chcpiu facilmente tollcraflino il difagio dcllarme
& della guerra , facendo le fare vn cer- to facrificio, che ella
chiamò T*opej 3 fojo.,benchc gl’ Autori tanto Greci come Latini
habbinoconfufi tutti quelli no mi Tdurouoliumjduropolum, &
Tauropobolum, & malli me Suidane i Collcttanei, chiamando Diana
Tduroholosfal Toro(quello che anchora conferma Euftathio) il quale
l’era facrificato, come fi vede nella medaglia d’argento ' d’ Aulo
Pofthumo, nella quale fi vede da vnlato Diana con vna luna in teda,
l’arco & il turcafTo:& dall'altro il fa orifìcio del toro, nel
modo, che fi vede qui di fotro. F 4 Sacrifìci» di
Diati» ordinato da la regi, na deli a- mazonc.
Diana chi» mata Tau- robolos . A VLO PO
STHVMO. - ~ i ARGENTO. eia, & ma/firneàLettora,doue fe nc vede
grandi/fim» Tùtro gì - quantità, donatimi già da Pietro GiIio,huomo dotto
Se deVanuZ g ranc * c amatore delle cofc antiche, fi
conofcechcifacri- ti ficij fatti anticamente da i facendoti alla madre
degli Dij congrande apparecchio,crano chiamati TAuroj>olium&
•>• altre volte Taurtuolium , &non folamente à Diana
Cibelc,maanchoraàMinerua, volendo maflìmamente credere àSuidas:
benché di coli fatti fiicrificij io habbia, aliai diftefamete fcritto
negli Epigrammi, che io hò rac-' colti di tutta la Francia. *. LeBor*
inpropugrutcttlo \rbis. matri devm pomp. philvmenae
t*VAE PRIMA EECTORAE TAVROBOIIVM F e e r T. .
tìdi°G4f!o fedeli àiichora in vna piccola chiefa di S. Tomafo giuu
mezza rouinata nella medefima terra, vn’altro epitaffio in
vna S* hi vna colonna, che regge l’altare grande, per
il quale fi conolce che i Decurioni di quel tempo , cioè gouucr-
torì della Tcrra,feciono il facrificiodi Tauropolium alla madre degliDij
per la falutc diGordiano Imperato- re, & di Sabina Tranquillina Tua
moglie. In facelle D.Thanutnunc diruto in columna i
aitarli vijìrur. 1 PRO SALVTE I MP. ANTONINI GOR- <
DI ANI PII FEL AVGV. TOTIVSCHE^ DOMVS DI VI N A£, PROQVE STATV C
li V 1 T- LACTOR. TAVROPOLIVM FECIT ÒRDO LACT. D. N. GORDIANO II.
ET POMPEIANO COS. VI. 1D. DEC. CV- " RANTIB. M. EROTIO ET
FESTO CA- NINIO SACÈRD. Di quella Sabina Tranquillina ho io veduto
altre yolte yna medaglia d’argento, & vno Epitaffio fatto in
quello modo, FVRIAE SABINAE TR AN QV 1 LLIN AE SANCTISSIMAE A
V G. CONIVGI DOMI- NI N. M. ANTONINI GORDIANI PII FEL1CIS INVICTI A
V G V STI DECVRIA- LES AEDILIVM PLEBIS C ERI ALI VM DEVOTI NVM1NI
MAIESTATICHE EORVM. Trouafià Roma vn gran marmo antico fcolpitoin
otfmzion honorc della madredegli Dei,douelì fa mentione del- *
cibele Taurouohum,& quiui lì vede l’imagine della Dea coronata d’vna
Torre con vn tamburo nella man manca appoggiato fopra alla
fuacolcia,& con la ritta tiene cer- te fpighe di grano, à federe fui
fuo carro tirato da due liooi,& accompagnata del fuo Atis, che tiene
vna palla in mano, & cappeggiato à vn Pino, come albero con-
F 5 Carro de la madre de gli Dei, tirato di
duo leoni. Dichiara- tionedel'in fegna de
la madre de gli Dei. {agrato arale Dea, à caufa
della monragnad’Ida, eh ciò Candia, òdi quella di Frigia, abondantifiime
ambedue diPinij&doue cllac adorata principalmente per Dea,'
& dedicatele le Pine, onde Marciale ha detto di quelle
parlando, Toma fumus Cybeles. Ma quanto à i due
Iioniche tirano il Tuo carro ,co-. mefcriuc Virgilio, Et
iunBi rerum dominai fubiereleones. voltano i Greci lignificare, che non
fi troua cofi Acrile terra,chc ben coltiuata,non diuenti fertile &
buona. La torre lignifica leCitta & edifìci j de quali la terra è
orna- taci tamburo la mondezza della terra, benché alcuni veglino
che ciò lignifichi i venti rinchiufiui dentro, & le fpighe,ch© la
terra fola è quella che nutrifee l’huomo. Figura u :• '• :•> FJG y R A~ DE LA MADRE DE
I DEI R I 7 RATTA del marmo artico, il qual fi vede in Roma ntll’ecchiefa
di S.Sebafliano. M. d: M. L ET ATTINIS
L. CORNELIVS SCIPIO OREITVS V. C. AVGVR TAVROBOLIVM SIVE
CRIOBOLIVM , FECIT DIE IIII. KAL. MART. TVSCO ET ANNVLLINO
COSS. Cibelt tOf- riU. Nell’altra medaglia
pure Greca li vede da vn lato Cibelc torrira,& dall’altro il folgore
di Giouc con al- tre facttc, la quale c tanto vecchia & frulla, che
non lì c potuto cauare alcun fenfo delle parole Greche.
Meda Vari I nomi de la madre dei
Dei. Diana con- feruatrice, adorata in
Sieilia. Chiamaronlagl’antichi madre degli Dei, perche in guifadi
madreche nutriteci figlìuoli.la terra limilmcn- te nutrilcetuttigrhuomini
& animali del Mondo, coli dice Furnuto.I «Greci & Romani le
dettono più nomi & attribuirne diuerfe virtù.chiamandola Cibelc,
Cere- re,^ Terra,Prolcrpina, &fecondo Lucretio, madre delle
beftie. Veda, &Diana:il che li vede & conferma per due medaglie
di bronzo Greche, ncll’vna delle quali c Dia- na da vn lato con quelle
parole, 2 atei p a, & da l’altro il folgorc,dcdicatole cornea Velia
,& limili parole x i aeqi a r a ©ojc a e n 2, ci oc , medaglia
battuta dal Agatoclc in honoredi Diana confcruatrice. Nel tempo,
che io Faceuo quello 33cor|oi mi fumo mc faglie clonate alcune medaglie
d’argento, di quelle, che viti- doro & inamente furono trouateà
Reims, tutte quafi di Seuc- trouute°t ro,di Giuliani CaracaHa,di Geta,8t
diMacrino. Et per- chcrracfleio netrouaitrc,doue livedcCibelc
convnfolgorc in mano,& à federe fopra vn qucflc parole , ind mi
cparfo non fuora di fotto. L’vna.
GLIA GRECA. bronzo. if pino con- L’vna dell altre due
medaglie e dì Giulia, nella quale madre dc*i ^ vc< ^ c Cibclc tortila
in compagnia di due lioni & àfc- Dd. dere fopra vna Tedia con vn ramo
di pino in vna mano, & nell altra lo fcctcro,chcclIa appoggia
fopra il Tuo tam buro,3c lettere che dicono intorno ,mater devm. Il
medefìmo rouefeio nella medaglia di Fauftina e quali del tutto foni
iglianteà quello. ARGENTO. BRONZO. Figuro MED. DI
C. VOLTEIO. ARGENTO.; ANTO. Pio.
BRONZO. p JJ W Figurornoanchoragl’antichiil
lìmulacro di quella Cibcìe con vn gran numero dipoppe,fignificando‘
che cllanutricaua tutto il Mondo, con vn a torrefalla tefta, due
Honi Copra i bracci , & diuerfr animali incorno, produtei da lei come
Dea della Natura, & di più due ccruie ài piedi, che moftrauono che
Diana, & quella erano vnamedchmacolà.Ncl qual modo nonhd mot-
to tempo che ella fu ricrouata in vna grotta ancichiflì-
maàRomadadipinturadellaqualemi donò altra vol- ta M. Antonio Fantuflì
dipintore Romano, la quale io ho polla nel miolibro de la Natura de gli
dèi , per dame la villa à .gli amatori dell’antichità. Furono tutte
quelle forme attribuite à Dianacondiuertì nomi di triforme, come
per il tellimoniodiPaufania la chiamò Alcamc- nc:& Virgilio,
dichiarandoci che in cielo lì chiamaua Luna, in terra. Diana,&
nell’inferno Profcrpina , coli laf : ciò fcritto,
Tergeminamque Hccaten>trU ùrginìs or a Tfidnx. Et perche
la figuradi Diana, ritratta da vn marmò antico,!! vedrà meglio nelnollro
primo libro dell anti- chitàdiRoma, io non nelcriùero qui altro , ma
fola- mence dirò come fotto la deità & nome d’Hccate i più
ricchi Romani foleuono ogni mefe far facrificio à Dia- na, mettendo fopra
i canti delle llradc della Città, pane & altre cofe,chcfubito da
ipoueri erano leuaje via , co- me fcriuc Ateneo, llimando che Diana, la
Luna, & Pro- ferpina fodero vna mcdclima coCa. Hauendoà
baftanza parlato di Diana , & defìderan- - do venire alladcfcrittionc
degli altri Dij, comincieremo da ^inerita* la quale fccondoi Poeti,
nacque.de l capo diGio Dea di mtura. Diana triforme.
Paufinid. Virgilio. Sacrifìcio fattoi Dia na fotto
il nome di He tate. Ateneo. MINERVA. di
Giouc, pcreflcrcrintcllctto collocato nella certa dell* huomo.Armaronla
oltre à quello gl’antichi d’vno feu- do, nclqnalcera il capo di
Mcdufa,moftradochcrhuo- mo fauiodcbbecon force animo & intrepido vifo
refi- ftcrc aU’aucrficà,& à nimici.il pennachio che ella hauc*
ua fopra al morrionc , fignificaua rornamenro di tutte lefciczc,
&cofcaItenclccruclIo dcH‘huomo:le tre vedi differenti l’vna
all’altra, che la Capienza debbe clferefc- grcta,&l'hafta che ella
haucua in mano, che l’huomo fauio guarda, con fiderà, & batte di
lontano & con van- drdicXt*! taggto. Mala Ciuctta le fu dedicata
(come habbiamo Mintrtu. detto) per moftrarcche la Capienza cuopre con le
tene- bre il fuolplcndore-.i qualitutti lignificati pare chedcf-
criucffc affai bene Ouidio nel Certo libro della fua Mc- tamorfofi,
quando dille, ^t fili datelypeumjat acuta cuflidis hafiam,
Datgaleam capiti, defendituragide pettus, ‘PercuJìa'mejuefua
fimulàt decufiide ferrarti. Edere cu mi; accia factum canentis
oliua , Jrfirartque deos «perù vittoria finis. Minmu
Scriuc Varronc che Mincrua fu quella , che fondò ie untoti Atcne,&
per ciò fu chiamata, aohn a quafi idxraìoe rrdfOt- i- Atene. r e, che voi
dire, vergine immortale, àcaufa chcfcomc fcriue Fulgentio) la
ìapienza non muore mai. Di qui ha voluto Porfirio dire, che Mincrua none
altro che la vir- tù del fole, mediante la quale lafapienza entra &
pene- tra dentro alcuorcdcH’huomo, là onde nafcendodalla
fommkàdcU’aria : però fi vede che i Poeti hanno finto che Mincrua c vfcitadelcapodiGiouc.
I Filici dicono chela virtùintellccciuaècollocata nel cerucllo
deliquio mo,comc denrroalia principale fortezza del redo del corpo.
Chiamaronla Umilmente gl’antichi Bellona, BrBofl4 cioè Dea della guerra,
lignificando chei Soldati debbo- d « * u no non fidamente edere del
continouo armati Spederei- S* frr <- caci, ma proueduri di configlio:
&rprima chccominciarc vn imprcfa,cdàminarc molto bene le forze del
nimico: quello che confermò anchora Saludio dicendo, che ei bifogna
prima configliarfi,& doppo il configlio, & la deliberationc fatta
mandar predo ad effetto ìlfuo dife- gno.Lacaufà perche gl’hiftorici
l’hanno fatta fondatri- ce d’Atcnc, è, che dicono che nafccndo difeordia
tra lei & Nettuno, di chi douede porre nome alla Città, gli Dei
fimedono in mezzo per pacificarli, &giudicorno che Ncttu- qualc di
loro due produrrebbe cofa piu vtilc alla detta Vaim terra, quello le
douede dare il nome, per il che pcrcoccn- do la terra, & facendo
nafcerc Nettuno vn cauallo, & Minerua l’vIiuo,fu fententiato
chcl’vliuo, piu che il ca- uallo fodènccedirio & vtile alla vita humana,&
cofi re- do la Dea vincitrice, con attribuirle l’vliuo &
cdcrechia- mata Pacifera, come fi vede nelle medaglie di M. Aure- vulimit
- Iio,& di Commodo Imperatore. - 4 ut 1 q
ncrua. fT V * 1
t\ e k \l A ,|f I. fi , * . I 1 •
"• «f; IM ,1 - f . n L M. AVRELIO. COMMODO.
BRONZO. Ttfle di mi Scriue Plinio che infino alfuo
tempo duraua ancho- ra la celcbrationc della fella & giuochi di
Minerua, tjuatria. chiamati Quinquatrij, quali erano, che i fanciulli facen-
do vacationc dalle fcuolc & da gli ftudij porrauono la mancia ài loro
maellri in honore della Dea,come quel Jache aiutaua la mcmoriarciò che
Quintiliano a! 1 1 1. li- bro^ nefuoi falli Ouidio anchora meglio ha
dichia- rato, quando ci dice, 'Pallata nunc putrì tener a j
ornate p nella: Qui lene placarit Palla Ja,Jolhuerir.
L’occafione fopradetta della difeordia di Mincrua nettv- & di
Nettuno, pare che mi porgea conuencuolcmare- « n o. ria di ragionare
anchora di quello Dio,il quale (come il Delfino fcriuc Higinio) fi
dipingevi con vn Delfino fotto il dedicato ì piede 5 ò la "mano
mancaappogiataui fopra, hauendo il nettano, tric | enrc nc lJ a r j t ta
, fi come dimollrano i rouefei delle medaglie di M Agrippa.
M.Agr M. AGRIPPA. BRONZO. Fu Umilmente da gl’antichi
dipinto Nettuno con uettunodi vn Tridente & vna Acroftolia (ornamento
antico di galea) in mano , come fi vede ne rouefei di due mie te cr
una medaglie d’argento, l'vnad’ A ugufi:o,& l’altra di Vefpa*
fiano.douc fono lettere che dicono, neptvno redvci, in fegnodi ringratiare lo
Dio del felice ritorno dal- le imprefe nauali. Acrojlolta
dagli antichi. AVGVSTO. VESPASIANO. ARGENTO. G
z 100 ut -inai* : vufciiut
4t- Attribuirno parimente grantichiii Tridente a Nct- mttuno 4 tuno,,n
%no dello feettro , & ancho per efl'erc vno in- perfetttro. frumento
molto ncceflario à i marinai, dipingendolo vna volta pacifico>&
vn’altra adirato ,come fi vede per le medaglie di Pompeo doppol’imprela
fatta, & la vet- roria hanuta de Corlali, donc da vii Iato fono
lettere, che dicono, MAGNVS IMPERATOR ITERVM-.& dell’altro,
PRAEFECTVS CLASSIS ET O ilARITIMAE EX SENATVSCONSV MED. DI PO
MP ioi Io ho tra molte pietre antiche,
intagliate di diuerfc Ag<tu <m- forci, l’Agata di forco figu rata ,
nella quale è il mcdelìmo Nettunoà ledere, con vn braccio appoggiato
fopra vn tmo* va Co alta maniera d'vn fiume,& doppo quella vna Corniolaanticadicolorcdi
rubino, nella quale cvn Nettu- no fui fuo carro, tirato da due caualli,
nel modo , ch’egli tumori- è anchora figurato in vna medaglia di M.
Agrippa con rito dà <a - lertcrc che dicono aeqvoris me omnipotens. AGATA.
CORNIOLO. M. AGRIPPA. argento.
. v."“ v - -m * .... VA
monete ioz N rtttmo i
fiutilo. La caufa perche glancichi dedicorno il causilo à Nettuno,
fu,perchc ci fu il primo che trouò il modo di domarli &frenarli, come
dice Virgilio nel y.dil'EncidL / ungir eejuos curru geni tot fumanti a.
<jue addir Frana f'eris ì manilupjue omnes ejfundit babenat.
Fanno vera teflimonanza di quello, ’ Tarcntini, nelle quali
da vn lato fi vede Nettuno uallo,& dall’altro Taras fuo figliuolo
fopra vn Delfino. HÌppOCTé- tid. Confutili.
Nettuno in h entore di tutte del tuuigtr.
A iNettunocauanere recionoiKomanjgia vn tem- pio,comc fi
leggein Haficarnalco,&chiamaronogl’Ar cadi) il dì della fila fella
Higgocratia , fi come gl'antichi Confualia , nel quale tempo tutti i
causili > muli, & mule non erano in modo alcuno adoperati à
rrauagliare,' madai garzoni di Italia condotti à moftra per tuttala
Città di Roma con la teda coperta di fiori & ornata di ghirlande con
ricchi fornimenti. Scriuc Diodoro che Nettuno fu il primo che
trouò l’arte del nauigarc& didrizarc vna armata di marc,&
che . 103 ' che per quello ci fu fatto da Giouc
Ammiraglio del ma- re^ di poi adoratocome Dio.Et per le due
medaglie, & vn Niccolo, figurate qui Cotto, vollono glantichi
li- gnificare che Nettuno haucua poflanza tanto in mare Ncttuno ^
quanto in terra,figurando vn caualloconla coda tor- gnordrima ta &
diuifà in due partidnfegno de iduc Elementi, l’vno (quale e la terra)
ripreientato dinanzi per il cauailo, & l’altro (qual’ è il
marc)difcgnato dietro per la coda in forma di Delfino. ANTICO
NICCOLO. Qi CREPERIO. GALLIENO. Quando i Romani volcuono
moftrarc di ringratia- rcNettuno di qualche vettoriahauuta in mare, lo
facc- uono Scolpire nelle loro medagliedavn lacoconil Tri- dente^
dall’altro mctteuono vnaVcttoriafulla poppai d’vnaNaucmel quale
modolofcciono già fare Demetrio, Augufto Ccfarc, Vcfpafiano, & Tito fuo figliuolo.
Imp.Rom. MED.DI DEMETRIO. ARGENTO. AVGVSTO. VESPASIANO.
ARGENTO. ARGENTO. Ritor I E
serv- ir API a Machione Ritornando à gl’altri
noflri Dij,& loro templi, altari & fimulachrijdiciamo
chcEfculapio Dio della fa nità,fu il primo chctrouò l’vfo della Medicina,
infcgnataglifor fc prima da qualche Dio flato innazi à lui. Quelli al rem
po di Homero fi vcdcchcnon era anchora flato collo- cato nel numcrodegli
Dei,cóciofìa che il detto Poeta fa medicare àPconcle piaghe di Marte. Ma
quadoci parla diMachaonc,figliuolo d’ÈfcuIapio,ci lo chiama huomo
Ma(hégj figliuolo d’EfcuIàpio Medico, chctrouò molti rimedij figliuolo
ncccflarij perla fanità dcllhuomo , & lo fa tato eccellete in quella
arte, che ci dice che rifufcitaua i morti .Dice Lat Stantio. tantiochc
Efculapio nacque di padre & di madrc,chcn6 fumo da
perfonaconofciuti,& coli lafciato in mezzo à vn campo,& trouato
da certi cacciatori, fu dato i n guar- dia à Chironc
Centauro,chcgl’infegnò lar te di medica- renella quale vfarono dipoi
fempregl’antichi fino al tc- pod’Hippocrate,che la riduflc alla fua
perfezionc.L’ha- Kippocratt birationed’EfcuIapiofugiààRaugiacittàdi
Schiauonia, Umdu^a & dagli antichi chiamata Epidauro,doue ci
fucòfiigra- * pnfctno to, fattogli vn tempio, & vna flarua d’oro
& d’auorio per " f * le mani di Trafimcdc,cccclIcntiflìmo(comc
fcriuc Pau fàniajfculcorcdi queltcpo, &natiuo dcll’IfoladiParos.
^ef^iuio Eufebio nondimeno lo vedi &dipinfenel modo, che in
nedeiima- marmo bianco fi vede anchora à Roma,& in molte me
daglic & pietre antiche, cioè vcflitod’vn mantello alla do Eufebio.
Greca, con vn baflonc in mano, & fopra al quale(attor- cigliato d’
vna ferpe)pare che il Dio s’appoggi, nella ma- niera che io l’hò in
vn’altra belliffima Corniola, &in vno Niccolo, ritratti qui di forco
al naturale. G 5 .ori oia/ì Jr
ioc ‘CORNIOLA ANT. NICCOLO ANT. Tornato.
Microbio. I a Ciuciti dedicata ì Efculapio.
Significai™ la fcrpc (fecondo Fornuto) che fi come quelle fi
fpogliano & mutano la icorza, cofi auiehedc Mcdccichc riducono
gl’ammalaci dalla malaria alla fa- ttiti, rendendo loro vn corpo nuouo.
Altri voglionoche fi come la ferpe lignifica laprudcza,cofi bifogni al
buo Medico edere prudente circa alia finità d’vna perfona. Ma
Plinio rede vn’altra ragione, cioè che la fcrpc fia de- dicata à
Efculapio per edere buona a molte mcdicinc:& Macrobio dice che quello
e, perche la ferpe ha la villa fiottile, come bifiogna che habbia il
Medico nella cura d’vn infermo, &chc il battone fignifica,chcvn
huomo ammalato ha bifiogno di nutrimento che Io fiollcnga, in
modo,ch’ei non caggiaaffatto.EtEufebio,chcilba- ftonegl’è attribuito,
come quello che ^er appoggiarli e ncccdario à vn’ammalato. Fu oltre a
quello dedicata à Eficulapio la Ciuctta, lignificando che il medico
debbe edere vigilante più la notte che il giorno intorno all'in-
fcrmo.fi come lì vede ne rouefici delle medaghedi Nero nc,&di
Vitcllio. Nerone. NERONE. VITE L LrO. ORO. BRONZO. Vcdc(i
anchoraà Roma nel mezzo del Teuero vn’I- foletta à modo d’vna galeotta,
cioè larga nel mezzo,lua- ga due ottani di miglio, appuntata da bado ,
& piu larga di fopra, à modo d’vna poppacL’vna naue:la quale
Ifola fu già confagrata à E(culapio,ati!ina,dop- po che Romolo
l’hebbe edificato nel palagio , apprefib la vettoria hauuta de Sabini, io
ti priego d’cllcrc in aiuto alla Rcpublica & Città diRoma, Stame in
tutte le dif- gratie mie. yltore P'S
<r 3 Vlcorc fu chiamato, & honorato da Romani come
Marce, per edere l’vno & l’altro vendicatore delle cofe mal fatte:
& in Italia , maTTimamcntc nel territorio Ca- pouano detto Auxur,&
figurato il Tuo lìmulacrope r vn Auxun fanciullctto lenza barba, del
qualefcce mentione Vie- Virgilio. gilio nell’ viij.libro dell’ Encida,
quando dille: Cyneumejue iugum^uets I uff iter ^Auxttrus
aruis r Pr<efìdet. Et è ancor Giouc coli (colpito (opra
vna medaglia d’argentodi Pania, da vn lato della quale fi vedeà
fede- re nel fuo T rono con vna tazza nella mano mra,& nel- la
manca lo fcettro,con vna corona di Quercia, o d’Vlt- uo,ilchc non ho
potutotroppo bene difccrnerc,per la piccolezza della mcdagliarnondimeno
Phornuto affer- machefolamcnccGiouccra coronato d’Vliuo,in fegno di
perpetuitàrperchc egli è Tempre verde, & tiene qual- che poco del
colore cclcltc. ME DATgTi E DI P ANSAI ARGENTO. Et
Ti *4 Tempio d'Augufto in
Alcjptn ària. EtlicomcGiouchaucua in Roma (come e
dctto)iI Tuo tempio magnifico , & era chiamato Scruatorc Se
Conlcruatorc,coli in Alcflandria nera vn’altró limile conlagratofcome
fcriuc Filone nel libro della Tua lega- tioncà Caio Ccfarc) à A
uguftoConfcruatorc, chiama- to hauuto in vcncrationcda i
nauiganti.Era quello grandillimo & altiflìmo tempio pollo
innanzi al Porto,picno di Tau ole offerta, di pitture cxccllcnti,&
di flacuc marauigliofamentcfabricatc,& ornate d’argento Se
d’oro, con portichi Se loggic per Ilare al coperto, & palleggiare,
& vna libraria accompagnata dagradilEmc làlc,portali,bofchetti,&
lunghe vie, che di lontano por- geuonofpcranzadi falutc à tutti i
nauiganti,che volc- uono pigliare porto in Alcflandria: benché quali
per tutto il modo foflcro flati dirizati & fatti molti altri
tem pii in memoria d’Augufto & per eternità del fuo nome, li
come li troua nelle medaglie battute al tempo di Ti- berio, il quale
cominciò vn tempio in honorc fuo che Caligula fornì poi,& Io confagro
al fuo nomccon ofH- cij Se facrificij pieni di pietà Se di rcIigione,il
che ei con- ferma perle fuc medagIie,doucda vn Iato è il lìmula-
cro della pietà à federe con vna tazza nella man dritta, & la fianca
ripofafopra vnfanciuIIctto,che moftral'of fido pio che Caligula
faccuainuerfo i fuoi parenti , con quelle parole, e. caesar divi avgvsti
prone- POS AVCVSTVS PONTIF EX MAXIMVS TRIBVNIT1 A POTESTATE QVARTVM
PATER PATR1AE. & poi quella altra appreflo folamcntc, pietas.
Dall’altro Ia- Sdtrificio to mC£ ^ a g* ia fi vede fi tempio
d’Augufto flato ri- diCéU&uU. ccuuto (comeci penfauono) tra gli
Dci:& nel mezzodi detto Librario
b.Uifiinu d'AuguJlo. Tempio tA
ugujlo (omincUto per Tibe- rio, cr for- nito per C4ligula.
-. <r 5 detto tempio vn’altare,fopra al quale c vn
Buc,tcnuto da colui che n’haucua la cura, chiamato Vittimario,con
vnfaccrdotc chemoftra di volere fa me facrificio, teneri do vna razza
nella mano deftra,& dietro alle fpalc vn miniftro con
vnvafopcrriccuercilfanguc della beftia. AVGVSTO. ORO. MED
ÀGLI ÒNI DI TIBERIO. Tempio dkugujlo
reflituito per A nto~ nino.
Comminciando dipoi quello tempio col tempo à rovinare, Antonino Pio lo
fece inftaurarc, fi come h ve- de per le Tue medaglie d’argento, d’oro,
& di bronzo, douc fono lettere che dicono .templvm divi avgVsti
restitvtvm. Ne contento di qucfto, ne fece fare vn’altroad Adriano fuo
predcceflbrc,comc ricordeuolc de benefici), che haucua riccuuti da
lui. Anto c-j
ANTONINO PIO. BRONZO. Oltre à quelli templi ,
furono anchora fatti molti altari in honored’Augulto, per
moftraremaggiormen- imiti de te, & per diuerfe vie la fua eternità
con quelle parole, providentia, hauendo quei Romani quella vana
opinione, chela deitàd’Augullo potcflèloro concedere tutto
quello,dichehaueuonobifogno per laucnire. tu»-,
-ilKrTivb'Jì / Et coli per tutte
l’altre medaglie de gli Imperatori; che erano (lati à modo loro
deificati, folcuono gl’anti- chi (colpire quelli altari in legno della
loro deificatione-. Deferivo* Scriuc Apulco nel dogma di
Platone , chela proui- XkJu denzanon è altroché vnafenccnza diuinachc
mantie- ne femprcfelice colui,checlla piglia vna volta iti cura:
& altri hanno detto che folamenteriguardaua Se pcnlà- Dtuodi
uaalIecofeaucnire:ma i dannati Epicuri£al(amcntecre- zpÙHro. deuonochcDio
non haueflc alcuna cura de mortali. Ond’io à propofito di quella
Prouidenza mi ricordo ha- uerctra molte altre pietre intagliate,
cheiofcrboin ho- nore dell’antichità, vn Diafpro, nel quale è (colpita
vna vtformU* formica con tre fpighc in bocca,fignificatricc della
Pro- K de Polii- uidenza-.la quale pietra fu altre volte trouata ne i
fonda- de*K4. menti d’vna delle torri cheio ho fatte farcnclla mia
cafa della Maddalena, che per edere cofa anttchitfìma &
rà- ra,mi c parlo farla ritrarre qui Cotto al naturale. —
Diafpro. Et perche Plotina ha già
comporti in 4. libri della Prouidenza, inoltrando che tanto le piccole
come le grancofe cranogoucrnate per il Dio di natura, io rimet-
terò il lettore à quella lcttione,& ritornando al propoli - to mio,
dico chegl’antichi riputorno la Prouidenza per Dea, come anchora ha
inoltrato Cicerone nel libro del- la naturadegli DcijOndcpcrla Tua
figurabile clafem- bianzad’vna matrona ftolata , ò velata & dritta ,
che in vnamano hàlolccttro,&con l’altra moftra vn globo, chcgli
Ita à piedi, pare che voglia lignificare che la Pro- uidenza goucrna
tutto il mondo, come vna buona ma- dre di famiglia, nel modo, che nelle
loro medaglie la fi- gurorno (benché con diuerlì atti) Traiano &
Pertinace Imperatori. r. ;• -
fiorini. PROVIDENZA. Cietront. 'V '
> r ! Alcuni altri Imperatori,
comeTito, la fecionodipin gereconvntymone& vn globo, inoltrando come
ella gouernaua il mondo. Antonino Pio la figurò per vna filetta di
Giouc accompagnata da molte altre. A leda n- droScucroper vn vaio pieno
di fpighe,& Probo & Fio riano per vna fcminaftolatacon vn globo
in mano,vn fccttro &vn Corno d’abbondanza.
rrouidtnz'* diuerfmen tc pinta da antichi.
Caracal Ei mi parrebbcinuano affaticare
,fc io non auertiflì 0 « lettore della pazza fuperftitionc de gli aderbi
Roma ni,i quali durante la vita de i loro Imperaton, o buoni, o
catti u i,cKc ci follerò, in ogni modo non lalciauonodi fare loro
templi,ttatue & altari , & doppo la morte di
lànftificarli,attribuendofaIfamentc loro nomi dibuo ni Principiai
fondatori di pace, & (non ottante che ha - ueflino maltrattato il
Scnato,& Popolo Roman o)di re E 4
CONSE CRATIO- NB. V<tra f a
. flit ione ir Romani nel fanttfi- tar loro
^ imperato^ ri. FLORIAN A S S.
MAMMEAT BUONZO. ftauratori della Città di Roma, fteome auenne
di Lu- cio Settimio Scuero,il quale oltre aireflcrehuomobar-
baro,beftiale,homicida,&che di fimplice foldàto pcr- ucnnealla
dignità deilTmpcrio, ingannò & tradì Clo- dio Albino gcntilhuomo
Romano per venire à capo dei fuoidifegni, &: nondimeno s’attribuì
& fece dare più per paurache per volontà dal Senato Romano tùt-
ti i titoli di buono Imperatore. S ARGENT
< 3*23 ‘ 73 Ma che diremo
noi di quello Monftro di Natura co- minciato & non finito,il quale
doppo la fua morte fu connumerato daRomaninelnumerodei buoni
Dei,& del quale foleuadirc Nerone, che l'haueua fatto auelc-
nare, che egli era ftato fatto Dio p c r mezzo del boccone d’vn
fungo? clodio; ORO. Et per
contrario furono i buoni Principi, di T raiano, Antonino Pio,& Marco
Aurelio, che per le loro virtù &: buoni coftumi,mcritarono d’cflcre
chiamati ottimi Im- c . pcratori,& canonizati,fe lecitaméte
fifolfc potuto ciò fa re. Trai quali è pur degno d’clTcrc Tempre nominato&
ricordato il nome d Antonino Pio , lolito dire che piu tofto
volcuacolcruarc &faluare la vita d vn Cittadino, che ammazarc mille
defuoinimici. Parola certamente £ Antonino piena di pietà & degna
d’vn buono Imperatore, come cglicra,&:comclo chiamòil Senato,
facendoli dirizarc come à Traiano, vnaColonna,& Templi nel modo che £
Antonino fi vede qui di fono. amo moftraco cornea! tempo
anticogli ucrrdctì Inipcratorieranoconfngrati,&diuentauonoDijdoppo
^TLi ]aI . 0r ° m05tCj& comc * Romani faccuono tem pii &al-
tio di ttm - rar * * n Sonore loro coni /àcnficij de vitelli
ficdegl’agncl-' & Reonfegnado loro Sacerdoti & Flammini nel modS
che di Celare A ugufto ha già fcrirro Prudcnrio^diccndo: Prudenti».
Hunemorem V ererum docili Um aiate fejnuta ? olì eritas t men fa t atque
adytit } & fiamme^ tris ANTONINO PIO.
BRONZO. ON. PIO. BRONZO.
Uuguft AuguJlum col nitritalo placa uù tgd agno:
Strafa ad puluinar iacuit, refj>onfa popofcit. Tcjlantur
tituli,prod»nt confulta Scnatus Cafareum louis ad ) fecitm Jlatuentia
templum. Equanto al reità della conftgratione , chiamata da
Greci & della quale ha le ritto minutamente He radiano al
vij.capitolo del iii j.Iibro,mi è parlo non fola- ménrc di figurarla cjui
fottoal naturale, ritratta dalle me- daglieantiche d’Antonino Pio,&
dt M. Aurelio, ma tra- durla in volgare,pcr maggiore intelligenza del lettore.
ANTON; Pia M- AVRELIOl BRONZO. BRONZ O. c
Soleuono i Romani confagrarc doppo la morte lo- ro tuttiquclli
Imperatori, i quali làlciauono i figliuoli heredi dell' Imperio, in
quello modo penlando efTcre ri-- ceuutr nel numero de loto fallì DijrEa
Citta tiftta vcftita abruno,&picna di dolore &di lamenti,
folennemente fatta fàrcvnaimaginediccra limile al morto Imperato
re, la poneua dentro a vn ricco letto d’auorio,lcuato in alto aU’cntrarc
del palagio Imperiale. Era quello letto coperto di prctiofì panni d’oro
&dcntroui quella ima- gine H erodiano.
b o«».f W «HV Ccrimonù de Roma*
nella mori de loro l« fe rotori. ginc pallida
àguifa quali di ammalato Imperatore/! ri- polaua,haucndo dal lato manco à
ledere tutti i Senato ri vcftiti di bruno,chequiuigran parte del giorno
dimo rauono.Et dal lato deliro tutte le Donne Romane, cias- cuna
fecondo ladignità & grado dcloro padri,ò mariti,. fenza ornamento alcuno
d’anelli, maniglie, ò catene d’oro,ma fedamente vcftircdi bianco
leggicrmetc(qualì come portano in tal calo le getildonne in Francia)#
tue te piene di maninconia. Durauono quelle cerimonie
vij.giorni,nel qual tempo i Medici ogni giorno s’apprcf fauonóalla bara,
fingendo di toccare il polfo all’amma- lato,# mollrando che gli andaua
fempre peggiorando. Ma fubito che ci diccuono quello cflèrc fpirato, i
primi letto i Up4 Senatori lì lcuauono il letto Tulle fpallc, portandolo
nel YtZ'ZÌ? ^ av ‘ a ^ acra ^ no al Mercato vecchio, douc i
Magillrati tutori Romani Toleuono fpogliarlidelladignitàdi tutti i
loro. officij.Erano in quello luogo da due lati fatti certi pal-
chi con ilcalc,dai’vn de quali tutti i piu nobili giouani & patritij
Romani, & dall’altro le piu illullri donne canta- Himi tan- uonoHynni
& Cantici Iamctcuoli# pietofi,nelmodo, tati nette po che s’vla
ncllcpópe funebri. Dopo quello i Senatori di pt funebri. nuouo fa
lcuauono la bara fullc Ipallc, &la portauono fuora della Città in vn
luogo chiamato il capo di Mar- te,douecravn tabernacolo quadro fatto di
gradirmi legni fcccjii,& ripieno di fcrméti.di paglia, & di
falcine, & di fuora riccamctc adorno di cortinclauorarc d'oro,
di flatucd’auorio,#altrediuerfcdipinturc.Sopraàque Ho tabernacolo n’era
vn altro lìmile,ma piu piccolo,& riccamente acconcio come
l'altro,cccetto che haueua le porte & le fincllre aperte, & coli
di mano in mano mótaua H77 tauapiù alto nel mcdclimo modo
fempre diminoedo. Potrebbe!! quella ftruttura ailbmigliarc à certe
Torri fondate in marc,ò fopra ài Porti, chiamate da moderni,
Fanali, dagl’antichi Phari,douela notte Hanno acccfi lu TJnaU mi
perfarefeorta a inauiganti.Portato adunque ildet- chiamati to letto fopra
al fecondo ftaggio.quiui fpargcuono gra- dequantitàdi
fpcticrie,diprofùmi,difrutti,d’hcrbc, & d’vngucnti odoriferi di tutte
leparri del Mondo, facen- doqualì à gara di chi più , ò meglio, porc/Tc
honorare, & fare quello vltimo prefente al loro
Imperatorc.Fat- to quello, lì moueuono certi Caualicri à corfa
intorno al tabernacolo, facendo vn modo di Morcfcha tonda, MortfAé
Pyrricada gli antichi nominata:& apprefib à quelli fa- ryntt4 '
ceuono il mcdelìmo i Cocchi, ò carrette , fopra lequali i carrettieri
erano vcllitidiporpora,8cdi velluto chcrmi- lì,con mafchcrc fomiglianti à
i Capitani , & principi che haueuonogià fcruito il morto Imperatore.
Et con finite tutte quelle ccrimonie,colui che doueua fuccedcre
all’- Imperio, pigliato vn torchio accefo in mano,mettcua il fuoco
nel Tabernacolo, & il limile faccuono tuttigl'al- trhpoidi mano, in
manoùl quale per la materia tato fec- ca,& le cofc vnte deprofumi,
& olij profumati, leuaua { j, e fubito le fiamme in alto,pcr
mezzo lequali, vfcitavn’ A- t* quila viua del minore & più alto
Tabernacolo, fc n’an- « daua volando in verfo il cielo , quiui di terra
portando i cieli (come crcdeua &gridauala lloltitia de Romani nql
me delìmo tempo) l’anima del loro Imperatore), il quale poi coli
adorauono come Dio,& gli faccuono altari & templi,
come e detto di fopra. » C rwr,-* r-’ìRtn M.
AVRELIO. F AVSTINA 4U« tu 1 -
PERTINAX. BRONZO. F AVSTINA.
ARGENTO. Crédcuonoi Romani qiicfto mi fieri o non
Iblam" elfere vcro,ma molti giurauono hauerc veduto vfeire del
fuoco l’anima dell Imperatore , & altri pagauono huomini à polla per
confermare coli fatta bugia, diccn - do che l’Axjuila di Gioue l’haucua
portata in Ciclo, & coli ecco in cheniodofu anchora canonizato
Seucro lottizzo* collocato nel numcrodegli Dei, inlìcmccon
moltialrri Imperatori & Imperatrici ch’elPopo.Ro. fece fàlir
per forza COM forza alciclo
nel medefimo modo che Scucro. Ma ri - tornando alla materia de noftri
templi, doppo haucrc fcritto de i più trionfanti di tu tti,cioc,di quello
di Giouc Capitolino , di quel d'Augufto à Roma&in Alcflan-
dria,del Pantcone^ di quello della Pace, ci reftai vede- Tempio «K rcil
marauigliofo di Diana Efcfiamcllà fu perba edifica ^j c pg % rione del
quale concorfcro tutti i Re,Potcntati,& Repu blichc dell* Alia maggiore,
contribuendo ogniuno per lafuaparrc/olamcntcmoflidalzelo di religionc,qua'n-
tunquepcr Ja fuagrandezza folle a pena tornito in CC. anni,&
fondato rifpetto a i tremuoti in vn Pantano, tal- mente che ci fu
connumcrato per vno dei lette miracov li del Mondo, & di poifcolpito
in piu medaglie di di- ucrfi Imperatori. “ CLAVDia
‘ ' ARGENTO. stnr. *4 • Ma pcrcbeil
fimulacro interodi Diana,qualc era nel Àmpio degli Efcfij,nonfi.
può interamcce {cingere nel le med agliedi pi ntedi fo p ra,mi cpàrfódi
farlo-hilthopa di nuouo ritrarre qui di fotto nel modo , che io
ihoirt e ” due '.Ikimfc K.OII
8o DELLA RELtGIO due medaglie Grechc,l’ vna di C5modo,S: l
aura a nn - tonino Pio , nell'vna delle quali e Icritto aptemhx e
«• exian , cioè, Diana degli Efelìj , & nell’altra quella l ola
parola, e « e s i a spedendo tutte l’altrc lettere perdute. ANTOM.
PIO. COMMODO. BRONZO. Dtfcrizìon del
tempio di Diana. Era la lunghezza di quello tempio
ccccxxv. piedi, & la larghezza e e x x. ornato di e x x v 1 1 .
colóne, ogniu- naalta lx. piedi, & nondimeno fu abbruciato da
quel- lo fcclcrato Eroftrato,folamentc per dire che egli hau ua
fatto qualche cofa degna di mctporia:bcnche di poi fu rillaurato &
rifatto anchora piu bello da Dinocratc, Celebrati!) Architettore
d’Alellandro Magno. Quiui aduque lolc- cUDianf* L, ono ogn'anno, nel
giorno che lì cclcbraua la fella di ~ Diana, trouarlì tutti i giouani
,& fanciulle , vergini del paefe,vcllitidibiaco,doucfpeflò
lìmaritauono iUcrne? Il fimulacro ò imagine di quella Dea fu fccodo
le fue dignità & qualità dipinto & figurato da gli antichi in
di- uerfe manierc,lt come ella fu pariméte chiamata perdi; JSSL.
uer/I nomi.ConciòlìachcquàdoIaLunaera tutta pie- na, la dilegnauono per
la lua chiarezza con vno tor- chio v 8x
chioaccelo in ambedue le mani, come fi vede nelle mc- dagliedi GiuliaPia,
moglie di Seuero Imperatore, con lettere chedicono, di an a
lvcifera. GIVLIA PIA. argento. BRONZO. Et
per inoltrare anchora meglio che Diana &la LlT- na eranoinqucl tempo
vna mcdefimacofa,ioho fatto qui mettere vn'altra medaglia di brózo della
mecfefima Giulia, nella quale e ferino, lvna lvcifer a,&ìI(uo
carro tirato daducccruic, chcfignificauono checll'cra Dea della caccia,
quantunque l’interprete d’Arato hab- bia detto che quello fignificaua la
fila leggerezza. Ma quadogl’antichila figurauono poico
vnolpiedcinma no,& vn ccruio apprcfio,voleuono lignificare che
cac- ciando, ella pigliaua & ammazzauai ccrui pcrforza,no
minadola »^óa«c, & per memoria che ella era la prima
cacciatricc,fofpcndcuono le corna de cerui dinanzi al fuò
tepio.DclIa quale cofahauendo affai à baftazadif- corfo nel libro , che
per comandamento di fua Maefli iohò fittodella naturadc giammai!
ferochpcrò rimette rò il lectorcà vederne quello, chcion’hò quiui
trattato. MED AGLI E D’H OSTILIO. ARGENTO.Trouanfi
anchoradelle medaglie , doue Dinnac di- pinta, òfcolpitacon Io fpiede, in
legno che ella foleua ammazzarci cingùiali, diche fa chiaro
rcflimoniolamc daglia di Gcta Triumuiro, nella quale da vn lato è
fcol- pita la tefta di Diana , & dall’altro vn cinguialc ,
ferito d’vno fpiede in vna fpalla con vn cane appreffo.
GETA TRIVMVIR 83 Quando i Romani
figurauono Diana cacciatrice, ordinariamente la folcuono accópagnared’vn
turchaf- fo,d’vn , arco,& di frccciccon vn cane da ghignerei fc
- gugio,(cnzaraiiirode quali non fi può cacciarci come mortra la
medaglia qui di lotto. med 7 ~d f C~P OS T VMO.
ARGENTO. Ma nelle medaglie d’Augurto fi vede vna
volta Dia- na figurata tutta ritta in habito virginale, con l'arco
in vna mano , & con l’altra /opra al turcharto, facendo le- gno
di cauarne vna freccia pcrtirare,&: nel mezzo lette- re, che
dicono/iM pera t or DECiEs,&di fotto,sici- x.i a. & altre che
dicono , im perator vNDEciEs.Et L nel rouefciod’vn altra fi vede con la velie
alzata, vnar- sthukitl co in vna mano , & nell’altro vno fccttro, vn
can da giu- * gnerc,& gli rtiualcrti infino à mezza gamba , colà prò-
£ 1 pria per lei come cacciatrice, &i quali daPolluccfono An<lro
»”- ftati Endiomidi chiamati. des ' A V G V S T O.
Tra cucce le medaglie d oro, che fanno ìjjj.furnorro
uaccàTolofa, & rraquelleche mi vennero nelle mani, io ne hò vna,nclla
quale da vn lato è fimaginc di Diana, col Tuo arco & la faretra,*:
dall'altro vn tempio, nel cui mezzo c vn trofeo naualc,in cima al quale è
vna celata antica:& della prua della natte, c fitto vn tronco
come vno Itile con due rami, vno riuclliro d’vna corazza, & da
l’altro pendono due dardi & vna rotelIa:& à pie del tron co è vn
Ancora da vn lato,& vn timone da J aItro,in le- gno della rotta di
Sello Pompeo, quando Ccfarc Augu- ro racquiftò la Sicilia, la quale in
mezzo al frontilpi- Tri gSbe, c *° ^ mc J c h mo tempio e figurata per
tre gambe, con impresici lettere che dicono,i mper ator . c ae s ar,co!ì
fignifi- UsùiU can do che Augullo ringratiaua Diana della vettoria
hauutadc nimici Tuoi. - av AVGVSTO.
Et nc rouefci delle medaglie battute in honoredt Mar cello, fi vede
parimente-vn facardote, chccon due mani lebrato in prclcnra al tempia di
Diana vn altro trofeo di Sicilia, s *” a *- ringratiandola delI’Kauuta
vittoria di Siracu(a,&dcl te- foro portatone à Roma,iI quale-fu
{limato tanto, quan- to quello che i Romani cauorno di Cartagine. MAJICELLINO,.
BRONZO.. Animali tonfatati i Diana.
Solcuono gl antichi placare Diana imolando la cer- iliaci daino, il
ccruio,& il toro,tutci animali confècrati lei, fi come tcftimoncranno
le medaglie Latine & chc,che io ho fatto ritrarre qui di lotto.
FILIPPO. BRONCO. Tempi o di Scriuc Strabonc nel
x ri 1 1. libro della fua Cofmògra to“ra*ro~ & 1 che quello tempio
cra fondato nclflfola d’Icaria & polon. chiamato Tstupóirtxor. Et
Tito Liuio neh ni. della quinta Decade , lo chiamò parimente Tauropolum ,
& Tauro poli* i ficrificij,chclifaccuonoà Diana. Dionilìo
nondime- no nel fuo libro de Sicu Orbis dice,chc Diana non fu chia
mataTauropoU dalla regione, ma dalla quantità de tori,
ehcvinalceuonofotto la fua protezione :& però detta dum Tau eguale
colà appari Ice vera per la medaglia Gre ca qui di fottojdoue fono
lettere, che dicono, e petp i- IÓN DAMASI AZ. MED
f vi. MED AGLIA GRECA D I
DIANA. ARGENTO. Chequcfto
fiavcro,& che Diana Ila (lata chiamata TaurofoloSybiTdurof oliai Tuoi
facrificij dal toro che l’era confagrato,come il cane, dimoftra anchora
Diodoro nel iti. libro, douc parlando della Rcina delle Amazo- nc
dice, che ella faceua ogni giorno cflcrcitarc le Tue ver- gini
allacaccia, acciò chcpiu facilmente tollcraflino il difagio dcllarme
& della guerra , facendo le fare vn cer- to facrificio, che ella
chiamò T*opej 3 fojo.,benchc gl’ Autori tanto Greci come Latini
habbinoconfufi tutti quelli no mi Tdurouoliumjduropolum, &
Tauropobolum, & malli me Suidane i Collcttanei, chiamando Diana
Tduroholosfal Toro(quello che anchora conferma Euftathio) il quale
l’era facrificato, come fi vede nella medaglia d’argento ' d’ Aulo
Pofthumo, nella quale fi vede da vnlato Diana con vna luna in teda,
l’arco & il turcafTo:& dall'altro il fa orifìcio del toro, nel
modo, che fi vede qui di fotro. F 4
Sacrifìci» di Diati» ordinato da la regi, na deli
a- mazonc. Diana chi» mata Tau- robolos .
tttJICi : v ni' A VLO PO STHVMO. - ARGENTO. eia,
& ma/firneàLettora,doue fe nc vede grandi/fim» Tùtro gì - quantità,
donatimi già da Pietro GiIio,huomo dotto Se deVanuZ g ranc * c amatore
delle cofc antiche, fi conofcechcifacri- ti ficij fatti anticamente da i
facendoti alla madre degli Dij congrande apparecchio,crano chiamati
TAuroj>olium& •>- • altre volte Taurtuolium , &non
folamente à Diana Cibelc,maanchoraàMinerua, volendo
maflìmamente credere àSuidas: benché di coli fatti fiicrificij io
habbia, aliai diftefamete fcritto negli Epigrammi, che io hò rac-'
colti di tutta la Francia. * 'a • ; ' b - •• t . * e*
V. ... LeBor* inpropugrutcttlo \rbis. matri devm pomp.
philvmenae t*VAE PRIMA EECTORAE TAVROBOIIVM F e e r T.
. tìdi°G4f!o fedeli àiichora in vna piccola chiefa di S.
Tomafo giuu mezza rouinata nella medefima terra, vn’altro epitaffio
in vna S* hi vna colonna, che regge
l’altare grande, per il quale fi conolce che i Decurioni di quel tempo ,
cioè gouucr- torì della Tcrra,feciono il facrificiodi Tauropolium
alla madre degliDij per la falutc diGordiano Imperato- re, & di
Sabina Tranquillina Tua moglie. In facelle D.Thanutnunc
diruto in columna i aitarli vijìrur. 1 PRO SALVTE I MP.
ANTONINI GOR- < DI ANI PII FEL AVGV. TOTIVSCHE^ DOMVS DI
VI N A£, PROQVE STATV C li V 1 T- LACTOR. TAVROPOLIVM FECIT ÒRDO
LACT. D. N. GORDIANO II. ET POMPEIANO COS. VI. 1D. DEC. CV- "
RANTIB. M. EROTIO ET FESTO CA- » NINIO SACÈRD. Di
quella Sabina Tranquillina ho io veduto altre yolte yna medaglia
d’argento, & vno Epitaffio fatto in quello modo, FVRIAE
SABINAE TR AN QV 1 LLIN AE SANCTISSIMAE A V G. CONIVGI DOMI- NI N.
M. ANTONINI GORDIANI PII FEL1CIS INVICTI A VG V STI DECVRIA- LES
AEDILIVM PLEBIS C ERI ALI VM DEVOTI NVM1NI MAIESTATICHE EO- R
VM. Trouafià Roma vn gran marmo antico fcolpitoin
otfmzion honorc della madredegli Dei,douelì fa mentione del- cibele Taurouohum,& quiui lì vede
l’imagine della Dea co- ronata d’vna Torre con vn tamburo nella man
manca appoggiato fopra alla fuacolcia,& con la ritta
tiene cer- te fpighe di grano, à federe fui fuo carro tirato da due
liooi,& accompagnata del fuo Atis, che tiene vna palla in mano, &
cappeggiato à vn Pino, come albero con- F 5 90 Carro
de la madre de gli Dei , ti- rato di duo leoni.
Dichiara- tionedel'in fegna de la madre de
gli Dei. {agrato arale Dea, à caufa della monragnad’Ida, eh
ciò Candia, òdi quella di Frigia, abondantifiime ambedue
diPinij&doue cllac adorata principalmente per Dea,' & dedicatele
le Pine, onde Marciale ha detto di quelle parlando, Toma
fumus Cybeles. Ma quanto à i due Iioniche tirano il Tuo carro
,co-. mefcriuc Virgilio, Et iunBi rerum dominai
fubiereleones. voltano i Greci lignificare, che non fi troua cofi
Acrile terra,chc ben coltiuata,non diuenti fertile & buona. La
torre lignifica leCitta & edifìci j de quali la terra è orna- taci
tamburo la mondezza della terra, benché alcuni veglino che ciò lignifichi
i venti rinchiufiui dentro, & le fpighe,ch© la terra fola è quella
che nutrifee l’huomo. Figura : - FJG y R
A~ D E LA MADRE DE I DEI R I 7 R ATTA del marmo artico, il qual fi vede
in Roma ntll’ecchiefa di S.Sebafliano. M. d: M. L ET ATTINIS L.
CORNELIVS SCIPIO OREITVS V. C. AVGVR TAVROBOLIVM SIVE CRIOBOLIVM ,
FECIT DIE IIII. KAL. MART. TVSCO ET ANNVLLINO COSS.
Cibelt tOf- riU. Nell’altra
medaglia pure Greca li vede da vn lato Cibelc torrira,& dall’altro il
folgore di Giouc con al- tre facttc, la quale c tanto vecchia &
frulla, che non lì c potuto cauare alcun fenfo delle parole Greche.
Meda Vari I nomi de la madre dei Dei.
Diana con- feruatrice, adorata in Sieilia.
Chiamaronlagl’antichi madre degli Dei, perche in guifadi madreche
nutriteci figlìuoli.la terra limilmcn- te nutrilcetuttigrhuomini &
animali del Mondo, coli dice Furnuto.I «Greci & Romani le dettono più
nomi & attribuirne diuerfe virtù.chiamandola Cibelc, Cere- re,^
Terra,Prolcrpina, &fecondo Lucretio, madre delle beftie. Veda,
&Diana:il che li vede & conferma per due medaglie di bronzo
Greche, ncll’vna delle quali c Dia- na da vn lato con quelle parole, 2
atei p a, & da l’altro il folgorc,dcdicatole cornea Velia ,&
limili parole x i aeqi a r a ©ojc a e n 2, ci oc , medaglia battuta
dal Agatoclc in honoredi Diana confcruatrice. Nel tempo, che
io Faceuo quello 33cor|oi mi fumo mc faglie clonate alcune medaglie
d’argento, di quelle, che viti- doro & inamente furono trouateà
Reims, tutte quafi di Seuc- trouute°t ro,di Giuliani CaracaHa,di Geta,8t
diMacrino. Et per- chcrracfleio netrouaitrc,doue livedcCibelc
convnfolgorc in mano,& à federe fopra vn qucflc parole , ind mi
cparfo non fuora di fotto. L’vna.
GLIA GRECA. bronzo. V «A
» if pino con- L’vna dell altre due medaglie
e dì Giulia, nella quale madre dc*i ^ vc< ^ c Cibclc tortila in
compagnia di due lioni & àfc- Dd. dere fopra vna Tedia con vn ramo di
pino in vna mano, & nell altra lo fcctcro,chcclIa appoggia
fopra il Tuo tam buro,3c lettere che dicono intorno ,mater devm. Il
medefìmo rouefeio nella medaglia di Fauftina e quali del tutto foni
iglianteà quello. ARGENTO. BRONZO.
Figuro MED. DI C. VOLTEIO. ARGENTO.; ANTO. Pio. BRONZO. p
JJ W DE GL’ANTICHI DOMANI. Figurornoanchora gl’antichiil lìmulacro
di quella Cibcìe con vn gran numero dipoppe,fignificando‘ che
cllanutricaua tutto il Mondo, con vn a torrefalla tefta, due Honi Copra i
bracci , & diuerfr animali incorno, produtei da lei come Dea della Natura,
& di più due ccruie ài piedi, che moftrauono che Diana, &
quella erano vnamedchmacolà.Ncl qual modo nonhd mot- to tempo che
ella fu ricrouata in vna grotta ancichiflì-
maàRomadadipinturadellaqualemi donò altra vol- ta M. Antonio Fantuflì
dipintore Romano, la quale io ho polla nel miolibro de la Natura de gli
dèi , per dame la villa à .gli amatori dell’antichità. Furono tutte
quelle forme attribuite à Dianacondiuertì nomi di triforme, come
per il tellimoniodiPaufania la chiamò Alcamc- nc:& Virgilio,
dichiarandoci che in cielo lì chiamaua Luna, in terra. Diana,&
nell’inferno Profcrpina , coli laf : ciò fcritto,
Tergeminamque Hccaten>trU ùrginìs or a Tfidnx. Et perche
la figuradi Diana, ritratta da vn marmò antico,!! vedrà meglio nelnollro
primo libro dell anti- chitàdiRoma, io non nelcriùero qui altro , ma
fola- mence dirò come fotto la deità & nome d’Hccate i più
ricchi Romani foleuono ogni mefe far facrificio à Dia- na, mettendo fopra
i canti delle llradc della Città, pane & altre cofe,chcfubito da
ipoueri erano leuaje via , co- me fcriuc Ateneo, llimando che Diana, la
Luna, & Pro- ferpina fodero vna mcdclima coCa. Hauendoà
baftanza parlato di Diana , & defìderan- - do venire alladcfcrittionc
degli altri Dij, comincieremo da ^inerita* la quale fccondoi Poeti,
nacque.de l capo diGio Dea di mtura. Diana triforme.
Paufinid. Virgilio. Sacrifìcio fattoi Dia na fotto
il nome di He tate. Ateneo. MINERVA.
di Giouc, pcreflcrcrintcllctto collocato nella certa dell*
huomo. Armaronla oltre à quello gl’antichi d’vno feudo, nclqnalcera il capo di
Mcdufa,moftradochcrhuo- mo fauiodcbbecon force animo & intrepido vifo
refi- ftcrc aU’aucrficà,& à nimici.il pennachio che ella hauc*
ua fopra al morrionc , fignificaua rornamenro di tutte lefciczc,
&cofcaItenclccruclIo dcH‘huomo:le tre vedi differenti l’vna
all’altra, che la Capienza debbe clferefc- grcta,&l'hafta che ella
haucua in mano, che l’huomo fauio guarda, con fiderà, & batte di
lontano & con van- drdicXt*! taggto. Mala Ciuctta le fu dedicata
(come habbiamo Mintrtu. detto) per moftrarcche la Capienza cuopre con le
tene- bre il fuolplcndore-.i qualitutti lignificati pare chedcf-
criucffc affai bene Ouidio nel Certo libro della fua Mc- tamorfofi,
quando dille, ^t fili datelypeumjat acuta cuflidis hafiam,
Datgaleam capiti, defendituragide pettus, ‘PercuJìa'mejuefua
fimulàt decufiide ferrarti. Edere cu mi; accia factum canentis
oliua , Jrfirartque deos «perù vittoria finis. Minmu
Scriuc Varronc che Mincrua fu quella , che fondò ie untoti Atcne,&
per ciò fu chiamata, aohn a quafi idxraìoe rrdfOt- i- Atene. r e, che voi
dire, vergine immortale, àcaufa chcfcomc fcriue Fulgentio) la
ìapienza non muore mai. Di qui ha voluto Porfirio dire, che Mincrua none
altro che la vir- tù del fole, mediante la quale lafapienza entra &
pene- tra dentro alcuorcdcH’huomo, là onde nafcendodalla
fommkàdcU’aria : però fi vede che i Poeti hanno finto che Mincrua c
vfcitadelcapodiGiouc. I Filici dicono chela virtùintellccciuaècollocata
nel cerucllo deliquio mo,comc denrroalia principale fortezza del
redo del corpo. Chiamaronla Umilmente gl’antichi Bellona, BrBofl4
cioè Dea della guerra, lignificando chei Soldati debbo- d « * u no non
fidamente edere del continouo armati Spederei- S* frr <- caci, ma
proueduri di configlio: &rprima chccominciarc vn imprcfa,cdàminarc
molto bene le forze del nimico: quello che confermò anchora Saludio
dicendo, che ei bifogna prima configliarfi,& doppo il configlio,
& la deliberationc fatta mandar predo ad effetto ìlfuo dife-
gno.Lacaufà perche gl’hiftorici l’hanno fatta fondatri- ce d’Atcnc, è,
che dicono che nafccndo difeordia tra lei & Nettuno, di chi douede
porre nome alla Città, gli Dei fimedono in mezzo per pacificarli,
&giudicorno che Ncttu- qualc di loro due produrrebbe cofa piu vtilc
alla detta Vaim terra, quello le douede dare il nome, per il che
pcrcoccn- do la terra, & facendo nafcerc Nettuno vn cauallo,
& Minerua l’vIiuo,fu fententiato chcl’vliuo, piu che il
ca- uallo fodènccedirio & vtile alla vita humana,& cofi re-
do la Dea vincitrice, con attribuirle l’vliuo & cdcrechia- mata
Pacifera, come fi vede nelle medaglie di M. Aurevulimit - Iio,&
di Commodo Imperatore. 4 ut 1 q ncrua. fM. AVRELIO.
COMMODO. BRONZO. Ttfle di mi Scriue Plinio che infino alfuo
tempo duraua ancho- ra la celcbrationc della fella & giuochi di
Minerua, tjuatria. chiamati Quinquatrij, quali erano, che i fanciulli
facen- do vacationc dalle fcuolc & da gli ftudij porrauono la
mancia ài loro maellri in honore della Dea,come quel Jache aiutaua la
mcmoriarciò che Quintiliano a! 1 1 1. li- bro^ nefuoi falli Ouidio
anchora meglio ha dichia- rato, quando ci dice, 'Pallata nunc
putrì tener a j ornate p nella: Qui lene placarit Palla Ja,Jolhuerir.
L’occafione fopradetta della difeordia di Mincrua nettv- & di
Nettuno, pare che mi porgea conuencuolcmare- « n o. ria di ragionare
anchora di quello Dio,il quale (come il Delfino fcriuc Higinio) fi
dipingevi con vn Delfino fotto il dedicato ì piede 5 ò la "mano
mancaappogiataui fopra, hauendo il nettano, tric | enrc nc lJ a r j t ta
, fi come dimollrano i rouefei delle medaglie di M Agrippa.
M.Agr IM. AGRIPPA. BRONZO. Fu
Umilmente da gl’antichi dipinto Nettuno con uettunodi vn Tridente &
vna Acroftolia (ornamento antico di galea) in mano , come fi vede ne
rouefei di due mie te cr una medaglie d’argento, l'vnad’ A ugufi:o,&
l’altra di Vefpa* fiano.douc fono lettere che dicono, neptvno redv-
ci, in fegnodi ringratiare lo Dio del felice ritorno dal- le imprefe
nauali. Acrojlolta dagli anti- chi. AVGVSTO. VESPASIANO.
ARGENTO. G z 100 ut inai* : vufciiut
4t- Attribuirno parimente grantichiii Tridente a Nct- mttuno 4 tuno,,n
%no dello feettro , & ancho per efl'erc vno in- perfetttro. frumento
molto ncceflario à i marinai, dipingendolo vna volta pacifico>&
vn’altra adirato ,come fi vede per le medaglie di Pompeo doppol’imprela
fatta, & la vet- roria hanuta de Corlali, donc da vii Iato fono
lettere, che dicono, MAGNVS IMPERATOR ITERVM-.& dell’altro,
PRAEFECTVS CLASSIS ET O ilARITIMAE EX SENATVSCONSV MED. DI PO
MP ioi Io ho tra molte pietre antiche,
intagliate di diuerfc Ag<tu <m- forci, l’Agata di forco figu rata ,
nella quale è il mcdelìmo Nettunoà ledere, con vn braccio appoggiato
fopra vn tmo* va Co alta maniera d'vn fiume,& doppo quella vna
Cor- niolaanticadicolorcdi rubino, nella quale cvn Nettu- no fui
fuo carro, tirato da due caualli, nel modo , ch’egli tumori- è anchora
figurato in vna medaglia di M. Agrippa con rito dà <a - lertcrc che
dicono aeqvoris me omnipotens. AGATA. CORNIOLO. M. AGRIPPA.
argento. v."“ v - -m * .VA monete
ioz N rtttmo i fiutilo. La caufa
perche glancichi dedicorno il causilo à Nettuno, fu,perchc ci fu il primo
che trouò il modo di domarli &frenarli, come dice Virgilio nel
y.dil'EncidL / ungir eejuos curru geni tot fumanti a. <jue addir
Frana f'eris ì manilupjue omnes ejfundit babenat. Fanno vera
teflimonanza di quello, ’ Tarcntini, nelle quali da vn lato fi vede
Nettuno uallo,& dall’altro Taras fuo figliuolo fopra vn
Delfino. HÌppOCTé- tid. Confutili.
Nettuno in h entore di tutte del tuuigtr.
A iNettunocauanere recionoiKomanjgia vn tem- pio,comc fi leggein
Haficarnalco,&chiamaronogl’Ar cadi) il dì della fila fella
Higgocratia , fi come gl'antichi Confualia , nel quale tempo tutti i
causili > muli, & mule non erano in modo alcuno adoperati à
rrauagliare,' madai garzoni di Italia condotti à moftra per tuttala
Città di Roma con la teda coperta di fiori & ornata di ghirlande con
ricchi fornimenti. Scriuc Diodoro che Nettuno fu il primo che
trouò l’arte del nauigarc& didrizarc vna armata di marc,&
che D E GL’ ANTICHI ROMANI. 103 ' che per quello
ci fu fatto da Giouc Ammiraglio del ma- re^ di poi adoratocome Dio.Et per
le due medaglie, & vn Niccolo, figurate qui Cotto, vollono
glantichi li- gnificare che Nettuno haucua poflanza tanto in mare Ncttuno
^ quanto in terra,figurando vn caualloconla coda tor- gnordrima ta &
diuifà in due partidnfegno de iduc Elementi, l’vno (quale e la terra)
ripreientato dinanzi per il cauailo, & l’altro (qual’ è il
marc)difcgnato dietro per la coda in forma di Delfino.
ANTICO NICCOLO. Qi CREPERIO. GALLIENO Quando i Romani
volcuono moftrarc di ringratia- rcNettuno di qualche vettoriahauuta in
mare, lo facc- uono Scolpire nelle loro medagliedavn lacoconil Tri-
dente^ dall’altro mctteuono vnaVcttoriafulla poppai d’vnaNaucmel quale
modolofcciono già fare Demetrio, Augufto Ccfarc, Vcfpafiano, & Tito fuo
figliuolo. Imp.Rom. MED. DI DEMETRIO. ARGENTO. AVGVSTO.
VESPASIANO. ARGENTO. ARGENTO. Ritor
I E serv- ir API a Machione DE GL’ ANTICHI ROMANI.
105 Ritornando à gl’altri noflri Dij,& loro templi, altari
& fimulachrijdiciamo chcEfculapio Dio della fa nità,fu il primo
chctrouò l’vfo della Medicina, infcgnataglifor fc prima da qualche Dio
flato innazi à lui. Quelli al rem po di Homero fi vcdcchcnon era anchora
flato collo- cato nel numcrodegli Dei,cóciofìa che il detto Poeta
fa medicare àPconcle piaghe di Marte. Ma quadoci parla
diMachaonc,figliuolo d’ÈfcuIapio,ci lo chiama huomo Ma(hégj figliuolo
d’EfcuIàpio Medico, chctrouò molti rimedij figliuolo ncccflarij perla
fanità dcllhuomo , & lo fa tato eccellete in quella arte, che ci dice
che rifufcitaua i morti .Dice Lat Stantio. tantiochc Efculapio nacque di
padre & di madrc,chcn6 fumo da perfonaconofciuti,& coli lafciato
in mezzo à vn campo,& trouato da certi cacciatori, fu dato i n
guar- dia à Chironc Centauro,chcgl’infegnò lar te di medica-
renella quale vfarono dipoi fempregl’antichi fino al tc- pod’Hippocrate,che
la riduflc alla fua perfezionc.L’ha- Kippocratt
birationed’EfcuIapiofugiààRaugiacittàdi Schiauonia, Umdu^a & dagli
antichi chiamata Epidauro,doue ci fucòfiigra- * pnfctno to, fattogli vn
tempio, & vna flarua d’oro & d’auorio per " f * le mani di
Trafimcdc,cccclIcntiflìmo(comc fcriuc Pau fàniajfculcorcdi queltcpo,
&natiuo dcll’IfoladiParos. ^ef^iuio Eufebio nondimeno lo vedi
&dipinfenel modo, che in nedeiima- marmo bianco fi vede anchora à
Roma,& in molte me daglic & pietre antiche, cioè vcflitod’vn
mantello alla do Eufebio. Greca, con vn baflonc in mano, & fopra al
quale(attor- cigliato d’ vna ferpe)pare che il Dio s’appoggi, nella
ma- niera che io l’hò in vn’altra belliffima Corniola, &in vno
Niccolo, ritratti qui di forco al naturale. G 5 .ori
oia/ì Jr ioc ‘CORNIOLA ANT. NICCOLO
ANT. Tornato. Microbio.
I a Ciuciti dedicata ì Efculapio.
Significai™ la fcrpc (fecondo Fornuto) che fi come quelle fi
fpogliano & mutano la icorza, cofi auiehedc Mcdccichc riducono
gl’ammalaci dalla malaria alla fa- ttiti, rendendo loro vn corpo nuouo.
Altri voglionoche fi come la ferpe lignifica laprudcza,cofi bifogni al
buo Medico edere prudente circa alia finità d’vna perfona. Ma
Plinio rede vn’altra ragione, cioè che la fcrpc fia de- dicata à
Efculapio per edere buona a molte mcdicinc:& Macrobio dice che quello
e, perche la ferpe ha la villa fiottile, come bifiogna che habbia il
Medico nella cura d’vn infermo, &chc il battone fignifica,chcvn
huomo ammalato ha bifiogno di nutrimento che Io fiollcnga, in
modo,ch’ei non caggiaaffatto.EtEufebio,chcilba- ftonegl’è attribuito,
come quello che ^er appoggiarli e ncccdario à vn’ammalato. Fu oltre a
quello dedicata à Eficulapio la Ciuctta, lignificando che il medico
debbe edere vigilante più la notte che il giorno intorno all'in-
fcrmo.fi come lì vede ne rouefici delle medaghedi Nero nc,&di
Vitcllio. Nerone. NERONE. VITE L LrO. * ORO.
BRONZO. Vcdc(i anchoraà Roma nel mezzo del Teuero vn’I- foletta à
modo d’vna galeotta, cioè larga nel mezzo,lua- ga due ottani di miglio,
appuntata da bado , & piu larga di fopra, à modo d’vna poppacL’vna
naue:la quale Ifola fu già confagrata à E(culapio,doppo che il fuo lìmulacro
fuilato condotto à RomafQttolafbrma d’vnalcr- pc,òpiùtoftod'vnDcmonio:in
honorcdcl quale fedo* no già i Raugei battere monete con la lèrpc &:
conlctre- re Greche, che diceuono epuat pio N,la. quale Città
(comclcriueLiuio)fufoIàmenre nobilitata dal tempio
d’Efculapiojlontanodaquellacinque miglia,douecon molte cerimonie fu
adorato come Dio. MON. Simulacro d'Efculapù
portato fa Roma. Moneta é i Epidauri Quelle
parole Greche attorpatop o taaepia- •NOS, r A A A I E NO X , O
TAAEPIA NOJ KAJXAPES.nOH dinotano altra co(à,fc nonchcVaIeriano
Imp.fccc bat- tere quella medaglia con l’effigie Tua &rde due Tuoi
figli- uoli Gallieno & Va!criano J & i tre tcpli nel rouelcio
con tali parole Greche, tpix neokopoi nikomhaeon: lignificano
chetrc guardiani de detti tcpli pregauono pcrlafanità &
falute(figurataperlafcrpe)dc fopradetti tre Impcradori. iTP I
C N t^KD k PvA-N Nel Vittri
di ThafiU. . io* Ncllhorto dcllachielàdi
S.BartoIomeo,che c ncll’l- fola nominata di (opra, fi vede anchora vna
nauicclladi pietra Thaflìa,chcè molto (limata per la varietà de
(uoi colori, nella qualcdavnlato fi vede (colpita vna ferpe, che
alcuni vogliono che fia delle reliquie del tempio già detto d’Efculapio :
&quafi Tempre nelle medaglie de gli Imperatori fi trouala ferpe con
la fanità,chc fiotto figura SANITA> d’ElcuI.tpiogli fa làcrificiorò veramente
la ticneabbrac- ciata, lignificando che da quello Dio dipendeua la
fani- tàfiola. Anton, pio. BRONZO. M. AVRELIO.
ARGEN TO. M. AC ILI A. ARGENTO.
ARGENTO. Sono no Medaglione din. Aurelio trouato
in JU ione. Pub. Vittore. Sono forfcfei mcfi,ch’eflcndomi
portato vna vecchia medaglia di M. AureIio,ft:ata crociata nc fondamenti
del la vecchia zecca di Lione, mi e parfo di farla ritrarre qui di
fottoalnaturalc,pcrfarc meglio intendere àgl’ama- tori del l'antichità in
che modo,fotro colore d’vna ferpe, gl’antichi fingeuonodi fare facrificio
iEfcuIapio per le manidiMinerua,con vna tazza in mano coperta d’vno
vliuo.&dinazi la Vcttoria,chc porta vn’altra tazza pie- na di frutte.
MEDAGLIONI. M. AVRELIO. COMMODO. Non fi potendo lenza la
finità fare bene alcuna cofa, pare che meritamente ella debbia haucre
luogo tra tanti altri Dijril tempio della qualefcome fcriué Publio Victore)era
nclvi.quartiere della Città di Roma, quantun- que Domitiano le ne faccfTc
edificare vn’altro piccolo, 1 doppo il pericolo che egli haueua portato
nella venuta di Vite Uioà Roma. DO. Ili CASTITÀ.
L’habitodi quella Dea con l’imagine Tua, (colpita nelle medaglie di
Giulia Pia, Donna di Scuero Impera- tore, fu limile à quello d’vna Donna
vedouaaflifafopra vna Tedia con lo feettro in mano, & due colóbc
appref- fo, lignificando che come la colomba c bianca & pura, ^ fo/om
_ coli la caftitàdcbbe edere fenza macchiarla Donna da bt j imbolo
bene fcmplicc&purafimilmentc. dictjUu. gTvlia PIA.
ARGENTO. DOMITIANO. ARGENTO. Quelli, che hanno
dichiarata la Caftità, dicono che dtu cajli - ella c vna virtù, che
cfccd’vn buon cuorc:& piu torto co- fentc di patirc,chc fare atto
lontano dall’honcrto &dal- l'honore.Et le pure egli auicne che
cllafia forzata, non per quello riccue alcun torto, non fi potédo
corrompe- re il cuore accompagnato da vna buona indiamone &
nutrimentoialla quale (come cofa fimilmente chara & li ber P
ret ' 0 ^ a )g^ an fi c ^*^ cttcr0 P cr cópagna la Libcrtà,chia« T a.
madola,comc l'altrc, Dea, amata & cerca da tutti i begli
ingegniionde ci non farebbe polfibile di fcriucre à pieno
lacontentczza di colui, che viuendo liberamente lenza ambinone, fi
contenta di quello checglihà, ncconofcc perfona che per Pallidità de beni
di quello mòdo (fotto- poftiaU‘inuidia& alla fortuna) gli porta
comandare, & farlo pervn poco di bene incorrere
ingrandirtìmima- li, quello che anchorapcr Euripide c ftato
dottamente Euripide. dichiarato,douc ci dice: 'Ham hberum
effe, maximum dico bonum: Quoti fi quii ejl pauper,puter fe
diuirem. Et Cicerone ne Tuoi Paradofli dichiarando la Libertà
fimilmente dille, che la vera libertà non era alerò chcpo Tempio di tere
viucrecomc l’huom volcua.il tépiodi quella Dea uberei. cra nc j m 5 tc Aucntino,
ornato di molte ftatue &r cotóne di bronzo, onde per l’orazione che
Cicerone fece à i Pó- tcfici per la fuacafa, fi conofcc come Claudio
l’haucua conlagrataalla Dea Libertàd’habito della qualeerad’v-
naDonnacon vna Itola, òvn velo addoflb,vn’haftain vna mano, & nell
altra vn capello, folitodarfi àiferui, che erano liberati da i padroni,
quantunque alcuni altri habbino detto che forte vna campana.GAL.
Chequcfìocappcllofairein legno della Libertà(fì co il cappella me io ho
più chiaramente inoltrato nella fine del mio li bro dell’antichità di
Roma)lì vede nelle medaglie battu rein honoredi Brutto libcratoredella
Patri a,& di Ccfa- quidi fotto al naturale. CALIGVLA. BRONZO: GALBA.
~ TRAIANO. BRONZO- ARGENTO. cnc delia libertà
nalcc la felicità, io accompa- FELICI gneròqucltacon quella^ inoltrerò
cornei Romani L- TA ‘ fcciono vn tempio & vn’alcare,dcl quale
fcriuendoPli- H iM •. nio dice che la (latua della Dea
Felicità,crafl:ata fatta da rufits! ° Archcfilao Pla(les,&
coftata à Luculloix.gran fcfter- tij, (limando i Romani cflcre all'hora i
tempi felici , & la vera Felicità regnare per tutto, quando i loro
Imperato- ri haucuono viuuto,ò regnato lungamente:quando ha-
ueuonogencratibci figliuoli,&foggiagati, & vinti i lo- ro
nimicijondclapaccpublica regnaua: quando fi feo- priua qualche tradimento
òcogiuratione contro all lm perio,& quando egli era abbondanza di
grano, ò le naui cariche di quello, & d’altre mercanzie arriuauono
al portod'Oftiaàfaluamento. FAVSTIN A. BRONZO.
BRONZO. CARACALLA. TACITO. ARGENTO. ARGENTO. wj
ANTON. PIO. SEV.ERO. BRONZO. ARGENTO. Maqucllacla vera
felicità quando la Giuftitia regna in vn Reame, laqualefa che
gl'imperatori, i Rc,& le Re ^ia* 71 publichc durano
Iungamente:ondegl’antichifoIeuono i Principi dire che Giouc fenza la
Giuftitia non farebbe potuto fta reinciclo,nclaRepublicain piede pu re
vn’h ora. E v la Giuftitia vna perpetua & ferma volontà di fare
ragione adogniuno, &viuédo virtuofamente, non fare torto à
perfona , rendendo àciafcuno quello che c fuo. Della Giuftitia fono nate
due leggi , l’vna publica , & priuata Lfgg[ fUm l’altra. La publica c
di por méte alla comunefalutc de- blica&pri gli ftati,& la
priuata è quella (come anchoras’accordail uiU ‘ Iurifc5fuIto)de i
particulari. Quella cóccrnc la religio- ne, le colè fagrc,i Sacerdoti
& iMagiftrati:& quella è fon data fulla ragione naturale,
ciuile,&: humana:della qua- le fc piace al lettore di fapcrne piu
oltre, legga Plutarco, v lutano. doue,fcriucndo della dottrina de
principi, moftra aflài: chiaramente quantoprctioIa,fanta , Se
ncccflariacofa è la Giuftitia :lacui forza è tale, che ella regna in
inferno (doue non èvirtùalcuna)quiuicflTendo cadi gate le fcc-
H » rr n:i n* DELLA
RELIGIONE leratczzc degli huomini fecondo i meriti &
grandezze loro.Quefla a Juque volcdo (colpire, ò dipingercglan-
tichija (aceuono con vna taflàin vna mano, che era la gruatMgii r ‘ tta :
& nella manca le dauono lo feettro , ponendola à intubi u federe in
vna Tedia nel modo, che l’hà figurata Hadria- Giujìitia, no nc jj c f uc
mC( J a gIi C- quelli che non hanno co- gnitione delle cole antiche,
l'hanno figurata nel modo, che fi vede hoggi, cioè con la fpada & le
bilancic,che fo - no propriamente le infegne,con le quali foleua
l’Equi- tà cflèrcdifcgnatadagl’antichi. TIBERIO. BRONZO.
BRONZO. I HADRI ANO- ALE X.M
A M M E A. ARGENTO. BRONZO. Che l’Equità folle dipinta nel
modòdettodi fopra,& E ^in luogo dilpadacon vn corno d’abbondanza, li vede
ta. per le medaglie di Gordiano & di Filippo, non altriméti che
fi folle in limile modo il fimulacro della Dea Mone rain quelle di
Collante ,& di Diocleciano,con lettere, che diccuono, sacra moneta
avgvstorvm et nontuf CAESARVM NOSTRORVM. fr< GORDIANO.
ARGENTO. FILIPPO. BRONZO.
«MITCJb MS COSTANTE. DI OC LETI A N O.
BRONZO. MED. D I T. ARGE N Volendo
t»TlmpcracoriRomani dare cimorc ài talli £!$Z ficittori delle
mon'ete,hlccuono in quelle (colpire le ima perfori f, inj
lorojconfidciando che non e cola che piu ìmpedll- ZX. ca
l'abbondanza de iviueciin vna -Città, quanto la mo- ‘ inugini nel nc
rafalfa,aftcncndofi gl'huomini forcOicn di portami u lormonc ^ j oro mcrc
hantic:chec pure vn peccato troppo cnor-
me,chcgrhuomlnifalfificatori(portando fi gran danno all’vniuerfale per
vno vtile particularcjcorrópino quek lo che
-irJP» DE GL’ ANTICHI ROMANI. u*
Io che l'ingiuria dei tempo, nela terra, ne il fuoco non hanno
potuto ne {apuro guaftare.Et di qui nacque chei rrimuin Romani crearono
tre huomini,da loro detti T riumuiri, * te mone- fopraie monete con
autorità di fare battere oro, argéto & bronzo, come fi vede per le
medaglie di Celare Dit- A VGVSTO BH.ONZO.
L'officio di Macftri delle monete era di
guardare,& fa reproua selle erano di buona lega, prima che farle
fta- pare,& poi ch'elle erano battute, selle erano di pefo :
on- d’io penfo che Aùgufto, volendo che quella buona vfim za fi
mantcneflc Tempre conia maelHdcirimperio Ro- mano, ^erò lafirinflè a i
Triumuiri delle monete quella autorità accompagnata dalla poflànzade
Tribuni, co- me fi vede perle medaglie battuteda M. Saluto Otonc,
CaioPlotio Ruffo, &diuerfi altri. UO della religione
AVGVSTO. ' BRONZO. BRONZO. Trouanfi anchora molte altre
medaglie lenza l'ima- ginc d’Augufto,per le quali fi conolcc quello edere
vc- ro,chc noi habbiamo fcritto qui di fopra,&maflìmc per
lcparole,chc accompagnate d’vna corona ciuica, dico- no, avgvstvs tri
bvnitja pot est a t e. & dal- l’altro lato , AERE, ARGENTO, AVRÒ
FLAVO FE- RVNTO. A V.GVST O. ~ BRONZO. BRONZO.
Pc l'cr i quali
tcftimonij chiaramente vergiamo che tale autorità di fare battere monete
, pcfarlc,& e {lami- narle, apparteneua anticamente à i Tribuni ,
& mafiì- tnc che tra le loro leggi fi trouano fcrittc cofi fatte pa-
hrggi (fr _ role, TRIBVNI SVNTO DOMI, PECVNIAM PVBLI-
ttnuirali. CAM CVSTODIVNTO, &! più baffo, AES, ARGENTVM,
AVRVMYE PVBLICE SIGNANTO. Erano tutti huomini da bene &
virtuofi quelli, à qua • li gl’imperatori concedcuono cofi fatto
Magiftrato, con pcrmifiìoncdi fare mettere nelle medaglie i
nomi> loro, per piùficurtà delle monetc,& perche il popolo
conofirefie quando &fotto quali huomini erano fiate battute.Pur
nondimeno mancò col tempo ( come fan- no tuttel'altrc^quefta buona
vfanza,& pallate le meda- gliedi Claudio & di Neronc, non fi
trouò neviddepiù l’Equità dipinta con la bilancia in mano. BRONZO. NERONE.
BRONZO. Soleuono tutti i buoni Principi & Imperatori Ro-
mani vifitando le Prouincic fuggette alloro Imperio H 5 ua
DELLA RELIGIONE fare lcrcparationi per tutto doue erano
neceflàrie,& fo- pra tutto liuiHtarc Je monete , & farne battere
dcllc : nuouc per le Città principali in ogni regione. Ciò che
strabane, conferma Strabonc, quando ci dice, che i Principi Ro- mani
lèdono battere monete d’argento & d’oro nella Luigixm- G*ttà di
Lioneda quale cofa imitò Luigi mi. Impera- perutorc 4 . tore &
Principe virtuofo & bellicolb, amato da tutto il Rrdì ma mondo,
quantunque sfortunato fi trouafleneH’imprelà che ci fece in Vnghcria.
Somigliò molto quello buon Principe Hadriano Imperatore, con ciò lìa che
ei fece-* a#aiviaggi,&nominòlcterrc principali, che egli hauc-ì
ua rillaurateal fuo tempo nelle fue monetc.Et ficomei buoni Principi
Romani ficeuono fcolpirc le* infegne della Religione nelieloro
medaglie,colì quello religio- fó Imperatore mctteua nelle fue monete da
vn lato vn tempio con la figura d’vna Crocc,& parole che
diccuo- no, c hristi an a re Li ciò. & dall’altro , vna Croce
maggiore con qucllcaltrc parole > lvdovicvs impe- rator. MED. DI
LVIGI IMPERATORE 1 1 1 iT RE DI FRANCIA. ARGENTO. Non è
molto tempo éhc vn lauoratore di terranei vafo piena paefedi Lione, trouò
lauorado vnltio campo, vicino à vna tcrricciuola chiamata Anfa,vn gran
vafo di terra troultoa'p- pieno di medaglie d’argéto del detto
Imperatore, delle quali(haucdoncio vnaparte)mi e parfo non fuora'pro-
Uour ' polito di moftrarne qui di Lotto lcflempio al Lettore.
~ MONETA DI LVÌGÌ IlÌL 'Mone li 4 MONETA
DEL MEDESIMO. ARGENTO. tini A' ri.
c icerone. Volle quello magnanimo &
virtuolo Principe (coli valorofamencc operando, & facendo officio di
pio & catholico) moftrarcà i Tuoi fucceflòri in che modo fi
debbe imitare la virtù, honorare la memoria de gl'anti- chi, portare
riucréza alla R cligionc,tcmerc Dio, & ama re la Republica& la
Patria: Quello, che anchora ci ha infegnato Cicerone dicendo, nel fuo
libro della Natura Diffinitio i- degli Dei,chc leflcrc pio none altro che
la riucrenza w dì vut*. c | ie no | debbiamo hauercà Dio, à i noftri
maggiori, ài pitturi de parenti,à gl amici,& alla patria. Quella
virtù fu dipinta da Antonino Pio in habito di Matrona, ò dona
vedoua conia fua verte lunga, vnturibulo in mano, chiamalo da i
Latini ^cerrafic dinanzi vnaltarc cinto d’vn fefto- nccol fuoco accefo
pcrfacrificare. Antonino Wt -r.'- . JWjr .
' £ -pr • Xttrr 4. onci/ ANTONINO PIO.
HADRIANO. BRONZO. ARGENTO. diariamente nel libro della Cita
di Dio, dice chela vera pietà non è altrochel’adoratione d’vnfolo
Dio,creato- re del ciclo & della terra, ribattendo & dannando
l’op- pinioni de gl’antichi Romaniche cglihauclfino inRo- ma(comc
afferma Prudcntio)tanti templi &alcari,quah indenti*. ti penlàuono
edere Dij nella Naturaci che tutta volta fivcdechcnalceuada buona
intentione, facendo que- llo per religione : della quale cofa ci fan fede
le meda- glicdi Giulio Ccfare, di Pompeo, d’Augufto, di Vclpa- ln f egntlìano,
d’Hadriano, d’Antonino Pio, & di Màico Aure- l* rtii&io-
lio,pienc d’antichi inftrumenti di religione, come d’vn cappello,d’vn
lituo, d’vn prcfcriculo, d’vn fimpulo,d’vn coIccllo,chiamatoiVr^//vr,di
taze & validi molte fort£ dequah (come cofa aliai nota) non
bilognagià fare più lunga mcntione. j GIV. ANTONINO PIO.
M. AVRELIO. argento. Argento. PtlUdioii Da
l’atto pio di religione, venendo à quello che fi Tnia. debbe vfareinuerfo
i padri, noi ne faremo qui fede per lemcdaghe di M.Herennio, che
portò fuo padre Tulle fpalle,& per quelle di Cefare,doue fi vede
Enea, che fi- milmente portò Anchife nel medcfimo modo, portan-
doin manpil Palladio di Troiarondc Vergiliolcrifle, ^At t>w
^ÀeneAs. M. HE- DE GL'ANTICHI ROMANI. M. HERENNIO.
GIVLIO CESARE. ARGENTO. ARGENTO. Quello
medefimo ateo pio pare che habbia concefi. Co la Natura infino à
gl’animali bruti, onde veggiamo che la Cicogna fofticne & nutrifee il
padre & la madre vitti di u nella loro vecchiezza: Cofa da farebene
arroflìre , & c,f0 £' w * vergognare gl’ingrati, che rendono male per
bene ài loro benefattori:& da fare adirare infino à Dio, al
quale temendo anchora di non difpiacere i Romani, fi vede vieti di
che fumo amorcuoli & grati fimilmente ne i proprij fi- «<« » nfa
gliuoli,& maflìme Antonino Pio,nel rouefeio d’vna medaglia, nel quale
fi vede la Pietà con due figliuoli in braccio, & due altri ài
piedi:Et nelle medagliedi Domi- na, & di Sabina moglie di Traiano fi
vede anchora la Pietà figurata in diuerfe maniere. Anton.
AV ÌJÌ3K fcl & * l»,° ì'r* iz* ANTON.
PIO. M. AVRELIO. BRONZO. DOMITI A. ARGENTO.
ARGENTO. SABINA. bronzo. .Tv DE G’LANTICHI ROMANI.
izp Per le medaglie battute di Titofigliuolo di Vefpafia -
no, fi vede la Pietà che mette inficine d’accordo i duo fratelli Dominano
& Tito, dandoli la mano l’vno ali ai tro,pcr mofirare l’amore, il
quale debbono duo fratelli portare I’vno all’altro.
TITO. BRONZO ma. Vlinio. CLEMENZA.
Era il tempio della Dea Pietà in Roma, fatto da At- t mpio di tilio fulla
piaza,douc era fiata la cala di quella figliuo-la, che haueua già dato la poppa
à Tuo padre in prigio- nc,conIafua fiatuachcriprcfenraua latto piccolo
vlà- to da lei, & col quale(comcdice Plinio) non fi può fare
comparatione alcuna.Et perche dalla pietà nafee lami*. fericordia& la
clcméza,hò giudicato. non fuora di pròpofico accópagnare con qucfti eflcmpli la
cella di Giulio Celare(comc quello ched’humanicà&di clemenza pafiò
tuttii Principi del mondo) ftampatain vna meda- glia di Tiberio ,
aggiugnendoci vna Temenza antica degna d’efierclcritta con lettere d’oro,
fi come era in vn BcUifiima marmo, che diccua ,nihil est qvod magis
ftntmùu I 1 DECI AT PRINCIPEM QVAM LIBERALITAS
ET ole menti a. Etnei vero, non è cofa nel mondo piu E retiofa
& piùconueneuoleà vn Principe che la liberata & la mifcricordia. TIBERIO.
BRONZO. VITELLIO. ARGENTO. Da quelli atti
pij inuerfo la rcligione, il padre, la madrc,i parenti & la Patria,proccdc
poi l’eternità de nomi di coloro, che fono fiati tali,fi come ci hanno
dimoftra- to i Romani per ifimulacri delle loro vcttoric, perle
fcftc & giuochi fccolari, penanti magnifichi & ricchi templi
&cdifitij, ne i quali faccuono fcolpirc f Eternità come vna Dea in
habito di matrona, con vn’hafta nella man dritta,& nell’altra vn
Corno d'abbondanza, & il pie manco (opravnglobo.Alcuni altri l’hanno
figura- ta con due teAe in mano, fi come fi vede in vna meda-
aliad'Hadriano, ° Tito TITO VESPA. FAVST1NA.
rii. Et Filippo Imperatore riprcfentò l’eternità ne i fuot
giuochi Secolari fopra vno elefante^ quale fignificaua vna longa &
cjuafi eterna vita. I Romani la difpinfero con duo elefanti, & alcune
volte conduolioni cnetira- uono il cirro de glImperatorc> o
Imperatrice eh crano> fiati deificati. W
I x TER- RA. Gl'
titubi ftcnficaut noi la ter- T4. :
TJt GfVLIA PIA. FILIPPO. E certo,cofa molco difficile
(confìderato il numero fìgrandedcgli Dij antichi) di potere crollare Je
meda- glie àpropofito di cutrùpurc fermando la mia imprefa, io m
ingegnerò di ripreientarci tutte quelle, nelle quali furono figurati gli
Dij.ò Dee à modo loro, che portor- noqunlche vrilcalIJuimana natura, come
la terra, alla qualcfc ono vn tempio, & in luogo che a' glabri
Dcifà- crificauono con l’inccnfo J & altri buoni odori, à
quella fàceuono fàcrificio de femi, eccetto che delle faue, &
al- tre colè aromatiche : là onde per la medaglia che fece
ftamjxtrcCómodo in honorc della tcrra,fi vede che ei la fece a giacere in
terra mezza ignuda , come cola ftabilc con vn braccioappoggiato (opra vn
vafo,dcl quale efee vna vite,&con Tauro ripofà fopra vn globo
celefte, in- torno al quale fono un. piccole figure che le prefenra-
' no TvnadclTvuc, l’altra delle fpighccon vna corona di fiori, l
altra vn vaio pieno di liquore,*: l’vltimac la Vct- toriaconvnramodi
palma & lettere che dicono, te l- tvs stabilts, lignificando che
tutte quelle cofechc la tetra produce/onoper lavitadelThuomo. MEDAGLIONE
CO M MODO. Perhaucre affai lungamente trattato
delle feite Ce- C e r e* reali nel mio libro dell’Antichità di Roma, io
non nc RE * parlerò qui altrimente, contentandomi folamétc di met
tcrc innanzi il rouefeio della medaglia di C. Mcmmio c nummi» Edile
Curulc, nella quale fi vede Cerere che hà in vna ^naltQt mano tre
fpighe,& nell'altra vn torchio accefo, &il pie rc»u. manco fopra
vna ferpe, con parole che dicono , mem- I 3 MIVS. AEDILI5 C £ R. £
A L I A PR.IMVS F E C I .tJ Ma per altre medaglie tanto
diVoltcio,chedi Panfa, fi vede femprc Cerere con due torchi nel fuo
carro, tirato da due lerpi.Etin due altre medaglie fi trouacon la
ve- de alzata, con due torchi, & à i piedi la manica di Tara-
ti porto co tro,& nell’ altra ilporco,òla porca, che gli antichi le
fo- enrere. * Ictiono racrificare,pcrchcguada le biade: onde Ouidio
haferitro, Prima Ceres grauid* gauifaejì fanguine porca, i
Ulra fuas merita cade nocentu opes. debutiti ^ comc cra p cr
mcdh d’ammazare il porco, coli era fcfo fra li proibito d’immolarei buoi
nellàcrificio di Cerere, per- Roawni. chelauorano Se non guadano i beni
della terra, onde ouidio. Ouidio xiel 1 1 1 1. de Fadi fende
anchora, kA bone fuccintti cultros remouete minijìri: %os
aree, ignauamfacrijì care fuem. lAptd mgo cern ix non efl ferienda
fecuri: ZJiuaCi&J in dura fape laboret humo. *
« Ve. ME MED. h Óf>ì
» » ùueihi Cerere e la Pace, con ciò
lìache la guerra porga impedimento al lauoratore di coltiuare&lcminare
i campi, eflendo conrtretto di fug- girli &faluarc dentro ài
bofchj.,0 fu per i monti i Tuoi beftiami. Quello che Umilmente ha bene
fcrittoOui- dio nel u n. deludi Farti, doucei dice, Pace
Cerei Uta \os orate coloni . ‘Perpetuam pacem,pacifì cum <jue
Z)eum. EtTibullo quel medelìmo nella x.Elegia>
Intere a pax ama coldt,pax candida p) Z)uxit aratura fub tuga
curila boues. Et poco piu difetto, ‘Pace bidens fornir
yue Vigent-jit trijtta Stillini in tenebra occupat arma
Jìtics. Quando gl’antichi dipingcuono la Pace col Cadu- ceo,
vi aggiugneuonolcfpighcdigranojil corno d’ab- bondanza, lignificando che
la Pace era quella,chcf ce- lia multiplicarc il grano & le frutte per
la vitadcU'hua- i , - \ I
4 uloitioJ - PACE. L4 guerra
contraria à Cerere. Ouùlio» ’i h t%J*v
Tibullo» BACCO. Il buco fi reificato,
Bieco. mojondc il raedelìmo Tibullo nella x.Elegiaparimen- tc
dille, irnobispax alma y>eni,Jj>icdmejue tenero, ‘P erfluat pomis candidai
ante [mot. OTTO. ARGENTO. VESPASIANO.
ARGENTO. Et lì come Cerere haueua la corona di ipighe per
in- fegna,& per vittima la T roia,colì al atdrc Libero, altri-
mente detto Bacco, lì ponetiaintcfta Ta corona d’Ellcra, & il becco à
i piedini quale gl era £acrificato,perchc gua- ita le vignc,ondc Virgilio
dille, Saccho caper omnibus ari* Caditur.
Et nel rouclcio della medaglia di Molò lì vede vn faccrdote col Tuo
habito innanzi à vn’alrarc riucllito d’vn fellone, che con vna mano tiene
il Jituo,&: con l’al- tra il lìmpulo con vn becco innanzi,tcnutoda
vnmini- llro per lacrificarlo.Etio tra l’altrc mie cofc ho longua-
menteferbato vna Corniola antica, nella quale c vn Sa- tiro , che conduce
vn becco fuiralrarc,doue e il fuoco aCccfo per lacrifìcarlo allo Dio
Bacco. Corniola «57 CORNIOLA
ANTICA. f 'Wm. ir ■ Ma perche
di Bacco in diuerfe manicre,come farebbe à dire, in for- e «to'. ma
d'vn fanciullo che abbraccia vn grappolo d’vue,& vn'altra volracome
vngiouane co vn ramo di Pino, nel modo che fi potrà vedere nel libro, che
io ho comporto in Latino delle Imagini de gli Dei antichi:però mi e
par fo di ripreientare qui al naturale il piccolo Bacco di
bronzo,chc ioguardo(comc cofa fi ngu la re & arti fitio* f
à)tra le mie ftatuc & medaglie antiche. l'iCLOLO MMOLACRO DI
BACCO. d’antichi lo leuono dipingercilfimulacrò .
Ciltuv. il V Vogliono
gl’ancichiffigurado Bacco in quello modo) lignificare che vn'huomo troppo
fuggetto al vino,diué- ta limile à vnfanciuIlo,chcnon fa quello clic
fifa. Tro- uomi anchora due Niccoli antichi, i quali riprefentano
quello Bacco ignudo con vnbaftoncin manometto da i Latini Tyrfo,&
nell'altra vn grappolo d’vuc,& intorno kMcIto' a ^ r,lcc *° vni P e ^
c di Tigre, animale particularmentc Bièco. 0 4 confacraro à Bacco.Et
quanto alle Baccanti , ò Bacchi- dc,o Mimalonidcschc cclcbrauono la fella
di Bacco, io ^ ne metterò qui fotto l’eflcmpio d’vna medaglia
Greca, & M , chegiàmi donò M.Giulio di Calcftan da Parma ,gran-
- • • diflimo amatore delle cole antiche idoue da vn laro c Bacco
incoronato d HeIIera,& lettere Greche, chedico- nó avì un, cioè
libcro,& dall’altro fono le Baccanti,chc ballano, facendo vn prclcntc
à Dionifio (chccofi ancho ra era chiamato Bacco)con vn fuoco, in fegno di
facrifì- cio , & lettere che dicono aiowvio acpds. che vuol
dire, Donod Dionifio. • ••••’. .• • » i ,* * *" ,
NICCOLI ANTICHI. Medaglia . m
MEDAGLIA GRECA. ARGENTO. Et per glabri
due medaglioni di Bacco porti qui di fiotto, dequali vno e di Nerone,
& l’alerò d’Antonino Pio, fi vedrano lefefte Baccanali, &vn Bacco
nel Tuo car buccmmIì. rotiraroda d ue Pantere (animali dedicati à lui)
accom- pagnato de Tuoi Satiri con tutto il Tuo mifterio : &
qual- che volta per due tigri, comcdice Propcrtio , parlando
d'Ariadna rapita da Bacco, Lynciius in c*lnm \c&d \ArUdna.
tu'u. Et per le medaglie di Filippo &di Gallieno fi vede
anchora il tigre, il qual ripreienta Bacco, con lettere che dicono
, LI BERO PATRI CONSERVATORI A VQV- - sti, rimettendo il lettorcal
mio primo libro dell’Antichità di Roma, doucpiù lungamente io hòdifeorfo di a
J querti Baccanali.»V, ME 1 ’»t 4 - k V km
LIBERALITÀ. XAuitdeU Oberatiti. FILIPPO MEDAGLIONI.
NERO. ANTONINO PIO. Si come daCcrerc]& Bacco nalce
l’abbondanza d’o- gni cofa,cofi dall’abbondanza dipende la liberalità,
Dea delidcrata & cara acuito il mondo , la quale tira à le il cuore
dcH'huomo.comc la Calamita il ferro, tanto che lìnoà quelli che habitano
nelle eftreme parti del mon- do per la loro liberalità ne vengono lodati,
anchora che non lì fpcri cofa alcunadaloro:!! come vituperati
&in poca Rima fono quelli , che fono tutti lepolti nella loro
GALLIENO. BRONZO auaritia.Là onde fé noi
porremo ben mente allo fplcn- Liberalità dorè della liberalitàdi Celare,
d’Augulto, di Tito, di Vef pafiano,di Traiano,&d’Alcflandro di
Mammca, trouer rcmoch’ei dura infino a hoggi, ne hard forza il tepo
che fi fponga mai : della quale cola fé alcuno dubicalfc, va- da à
leggere Tranquillo, & vedrà come Auguftohauc- sartorio ua per
vfanzadi diltribuirc fpefl'o al popufo Romano
vnagrandiffimafommadidan«iri,dai Latini chiamata Congiarium , da
Tofeanila mancia, & dai Franccfi larghe zarlc quali quando fi dauonoà
i foldati, fi chiamauono Donatiuojcomc fi vede in più luoghi nel libro di
Taci to,douc parlando di Cefarcgiouanedice,0»^/Wr///»7^. pulo,Z)onariuHm
mtlitibus iedit.'Hc mai mancòquefio li- beralifiimo Principe nel Tuo
Imperio, che palio cin- quanta anni, di donare quella mancia,
dilhibuendot.il volta xxx. piccoli feftcrtij per huomo , altre volte x
l. & altre volte, e CL.comediceSuetonio , tantoché non
crafanciullo(purccheci pallafic xi i. anni) che non ha- ueffe qualche
colarla quale vlanza fu conferuata da tut- ti glabri Imperatori buoni
&cattiui,chc voleuonoha- licre lagratia del populo Romano ,come fi
inoltrano le Medaglie di Commodo, di Ncronc.di Tito, di Traia- no,
d’Hadriano,d’ Antonino Pio,di M. Aurelio, &: dimoi ti altri, i quali
tutti farebbono tropo lunghi à raccon- Congiario .
Liberalità di Augufto Ce fare.
tare. TI IV t/i liberatiti
di il. Aure Ito . Pittiti* de U Liberati
ti. TITO. TRAIANO. BRONZO. RRONZO.
La maggioredillributioncnon Ci faccua croppafpcf- fò,mala minore fi
benc,comchà {cricco Succoniordalla quale liberalità cofi
vfacainuerfoilpopolo,nafceua che Ipefio finoà i cacciui Imperacori erano
màtenuti in ilia- co &difefi da lui,& da foldaci nella pacc,&
doppo hauc rcccrminaca qualche pericolofa & difficileimprefa,
nel quale ccmpoquafiordinariamcnccdauono quello con- ciario, &
faceuono quello donaciuo. Onde era le mie medaglie io in ho vna di M.
Aurclio,doucfi vede che egli baucua vlaca quella liberalità già fecce
voice, figurando nelrouefcio di detea medaglia la Liberalicà,vellita d
vna velia funga,. come falere Dee > con lettere che dicono,
liberalitas avgvsti s epti m a. nel modo che anchora fi vede nelle medaglie
di Gordiano minore, & Tacito Imperatore con altre limili parole,
cioè, li b e- RALITAS AVGVSTI T ERTI A ET QVARTA, CÌÒ
che anchora fccionoin vna altra maniera Filippo il pa- dre &
figliuolo, come fi vede per le lor medaglie pólle qui appreflo.
M.Au DE GL’ANTIC HI ROMANI.
*43 M. AVRELIO. GORDIANO. BRONZO. BRONZO.
tt nella medaglia a Adriano &: d’ Alcflandro Seuero Liberatiti
fi veggono ìin.figurc, onde la maggiore è quella dell’- dl 0 Had J]ff Im
pcratoreà federe fopravna Tedia, con vnruotolodi [miro. * carta in
vnamano,& con l'altra moftra di donare qual- che cofaà vno,chc fi
prefenta innanzi àlui:la qualità & Comma della quale,parc che
fia figurata per i punti, che fi veggono notati nel rialto doue ci tiene
i piedi,! quali fa cilmente potrebbono cflère il numero de
feftcrtij:& l’al- tro FILIPPO PADRE.
FILIP. FIGLIVOLO. i44 DELLA RELIGIONE
trochemoftradilalire, e colui che riceuc il donatiuo conlimaginc ritta
della Liberalità da vn lato, che tiene vn Dado in mano con limili parole,
liberalità* a ve v s t i ; \
Dentizio- ne di nobili tì. HADRI
ANO. BRONZO. ALESS. SEVERO.
BRONZO. Ugge de Macedoni/- Ugge
delle Amazzoni, crdrglt Sey ti. Il Dado,
portato dalla Liberalità, è tanto conofciu- to,che io non ne parlerò piu
oltrc,dcliderofo di moftra- re che la liberalità nafee da nobilità di
cuore: la quale co là fola ha cauGito che i nobili virtuofi fono (lati
hono- rati comegiufo, onde c vfcitalapoflanza reale,& tutti gli
altri principati, che mediante la Giu fona & l’Equità hanno mantenuti
i loro fuggetti 3 6r quelli difelì dai loro nimici.Di qui nafee che tutti
coloro , che afpirano alla lode & alia gloria, li danno volentieri
all'eflcrcitio della guerra, per eflèrc tanto priuilegiati:ondeiMacedonijfo
leuono condannare colui àportarcvna corda in luogo di cinturaci quale no
hauefle fatto qualchccola hono- rcuolc alla guerra. Alle Amazzoni non era
permclTo maritarli , fe prima non haueuono fuperato vn loro nimico.
i 45 nimico. EttragliScyti non era lecito a perfona
toccare la tazza òvafovfato nei facrificij, che non hauc/Tc alla
guerra meritato qualche honorc. Di tutte quelle cofc fanno fedele
hiftorieRomanc,douefi leggono le qua- lità de premi) che fi dauonoà
coloniche haueuono fat- toqualchc fcruitio alla Rcpubl.come erano le
corone c " 0 "' ciuichc,Ie trionfali,Ic murali, & le
nauali,infieme con ti- KomLi. toli,cpiteti Sellarne, che fàccuono fede
della virtù loro: onde non c da marauigliarfi,fe Roma venne in coli
fat- ta grandezza, poi che di grado ingrado dTaltaua & ho^
norauai Tuoi foldati, fino alla dignità dell’Imperio,& il Confido ò
Imperatore riftoraua il buon foldaco con ca- tene d’oro,maniglie, corone,
& ricchi fornimenti dica- ualli,fi come moltra vn’Epitaffio che fi
vede in Turino, inoltratomi già dal Symeonc,il cui tenore è quello,
C. G A V IO L. F. STEL. SILVANO PRIMIPILARI LEG. Vili.
A VG. TRIBVNO COHOR. II. VIGILVM TRI B V NO COH. XIII.
VRBAN. TRIBVNO COH. XII. PRAE TOR. DONIS DONATO A DIVO
CLAVD. BELLO BRITANNICO TORQVIBVS ARM1LLIS PHALERIS
CORONA AVREA PATRONO COLON. D D Et fi come dei
buoni Temi nalcono anchora i buoni frutti, cofidegli huomini virtuofinafconoinobili,
purc che fianoeflercitati nelle lettere cneH'armi:lequali quado fono
accompagnate infieme, fanno che la nobilità fia K Cicerone. Dichiaratione
delti nobiliti. Tlinio. Cornelio
Nipote. Tullio. luuenale.
Annotile. perfetta & duri
fiempiternamentc. Stimauafi amicameli te la nobilita che nafceua dalla
gcncrofità del fanguc,di- fcgnata da Cicerone nelle fue Topiche à qucflo
modo, C tntile s fune, qui inter fe todem nomine funr, quia! ingenui
s oriundi funr quorum maiorum nemo feruitutem feruiuit,qui capire
non funr diminuti. La quale definitionc dice Tul- lio edere nata
daSccuolaPontefice,&io l’hò intcrpreca- ra in quello modo, Nobili
fono coloro che ha no vn me • defimo nome, che nafeono di padri &
madri liberi, glan tichide quali non hanno mai fcruiro,nccambiato di
(la to,conciò fia che la mtitatione faccia perdere la nobili- ta
& la gctilczza , la quale gl'antichi riprefentauono per
leimaginijdaloro portate nelle pompe funeralide loro maggiori, come
recita Plinio nel xx x ix.librodeUHiflo' ria naturale , Se Cornelio
Nipote nel libro de gli Huomi ni illuflri.il quale parlando di Portio
Catone òìcc, Ima- go buius funeri* grati* producifolet. Della quale
oppenione canchora M.Tullio, Se gl’antichi chiamorno tali ima- gi
ni Stemmata, come fi vede in lu uenale, quando beffan doli di tale
nobilita fienza l’operc nobili, dice. Stemmata quid ' fucilanti
quid prodejl Pontice longo Sanguine cenferifè) pt&os o fendere
vultas Jrfaiorum?& fante s in curri! us ^AemilUnosI Ariflotilc
nondimeno nclv.libro della Politica dicc,che nobili fono coloro, i
preccfTori de quali fono flati, ò ric- chi,ò virtuofi:effcndolc ricchezze
neceffarie per foccor rere la Rcpnblica,&vfiarelalibcra!ità, la quale
fenza la ricchezza non può flare.Etfc qualcuno domadafleche
differenza c tra la nobilita d’AriflotileSr di Sceuola, tifi- pondo, che
Ariflótile domanda la ricchezza, &Sceu ola non:
nonrattclochc la nobilita può viucrccon la pouertà: benché col
tempo poi(volendofì palcerc di quello fumo di direche fono nobili) fi
muoiam di fame : onde nafee che gli antichi faui hanno Icritto che la
vera nobilita condite nella virtù,comc quella, alla quale non può
mai mancarc:& quello è quello di che ragiona luucnale, di-
cendo: Tota licet Veteres exornent indizile cera
tria:nohiliras fola efyOtque Vmca v ireos. Conciò
lìachcl’huomovitiofocheprcdicalafua nobi- lita, mediante i fattidefuoi
antccclTori,condannafeme- delìmo,non fendo egli virtuofo,& lì può
dire di lui quel locherifpofe Anacarfeà vn’altro che lo chiamaua bar-
Rìjpofta baro,& nato nella Scytia,chc fu tale, la mia patria
****&& COME BARBARA MI ARRECCA QVALCHE 1 N- f AMIA,
MA TV FAI D 1 S H O N OR E ALEA T V A che e' tanto nobile et c e
nti l e. Circa che bifogna conchiudere che la vera nobilita c quella,
g* che procede dalla virtù propria, nel modo cheproua Boetionelm.
libro di Confolatione,doucei dice,^?#^ Jì quid ejl in nobilitate
bonumjd arhitror effe folum,vr impo- rta noi? dii us necefuudo vide a
tur, ne a maiorum V ir tute dege- nerent. il quale propofito feguita
dicendo, TJmu enim rerum pater ejl, XJnus cuntta
mmiBrat-. J Ile dedir Tinello radiati Dediti cornua
Luna: 1 He h ornine s & ferri* Omne
liumanumgenus m terris Similifurgit ah or tu. K i
i 4 » Dedit fè) fiderà Calo: Hic claufit membri! animo
s Celfafedepetitos. Mortale! igitur cunBos Edit nobile
germen. Quid gentts féj proauos Jlrepifù ? Si primordia
'vejlra ^yiutorénujue Deum fieftes, Nullus degener exrat
, Ni 'finn peiora fouens ‘Propriumdeferat ortum.
Parmi d’aucrtirc qui il lettore della differenza eh ed tra nobile
& generoforcon ciò fia che A riftotilc nel prin- cipio dell’Hiltoria
degli animali,fcriue che nobile è quel ladifftren lo che c nato di buona
razza, & colui gencrofo che non ** traligna dalla fua razzala buona ,
ò cattiua , allegando fccrii gt l'eflcmpiodcl lupo& dcllione.
Il lupo (dice egli) farà ne ^[ 0 '. chiamato generofo, ma
ignobile.Gcnerofo, perche non deihpò ©• digcncra dalla fua cattiua
razza:& ignobile perche egli e ieliiooe. nato di cattiuo feme.Ma il
Itone lì può dire nobile & gc- nerofo inficme.Nobilc,perchcè vfeito
di buonfeme, & gencrofo, perche non digcncra dal fuo femeronde
nafee che fi comclc virtù dell’animo meritano d’eflcrc lodate con
parole, l’opere virtuofe richieggono d’cficrc hono- ratecon i
fatti.Cocludédo chcegli è impoffibile che vn principe, fia gràde quato
vuole, poffa nobilitare vn’huo- mo che vuole edere villano : laqualc
nobilita ci ha aliai bene dichiarata in vna fua medaglia Antonino
Gcta, figliuolo di Seuerojhaucndo fatta dipingere la nobilita
inhabitod’vnaDonnada benc,conlofcetrro nella mano dirirra. & nellamanca il
fimulacro di Mincrua , per inoltrare chelarmc& lelcccerefonoduccofe
ccccllcn- 'ti/dallcquali debbe Tempre eflcrc l'huomo nobile ac-
compagnato. GETA O
natura tegli huo.miiu e la no - genio» pinta
conieruata&.crc(ciuta, però non fàràimpertintn- tetrattarc anchqra
qualche colà dello Dio di Natura, G°iró d io chiamato dagl antichi Genio,
& il quale ftimaronopa- dredegli huomini,& figliuolo
diDiorpenfandoncllalo ro rèligiòncehc ciafcuno haueffe particolarmente vn
ge nÌGk& vno intelletto diuerfo Se propriojcomc lì vede per la
medaglia di Nerone, nella quale òlcritto, genio a v- cvsTijin quelle
d’AntoninoPio, genio senatvs, in quelle di Collantino, genio pop vii rom
ani^ in quelledi Claudio, genio exerci t v vMrfigù- randolo
mezzo vcllito& mezzo ignudo, con vno altare ^io. innanzi A: yiì
fuocojvna tazza nella manodiritta, & nel- ,• - ;; » j l’altra vn
Corno d’abbondanza, nel modo che Thà dipia to A m rhi ano Marcelli no nel xxv.
libro che egli ha fatta 'di Giuliano Imperatore.. " K
•n ANT. PIO, BRONZO.
NERONE BRONZO. COSTANTINO
CLAVDIO Scriuc Ccnforinoncl libro da lui fatto De die nautiche
(ubico che noi nasciamo, noi fiamo accompagnati da vngcnio, chcciconducc,guarda
& non mai ci abbati donna. Altri hanno detto, & maflìme Fiacco
nel lib.chc lares. cilafeiò à Ccfarc de lniigitdmtntìi>che Lare &
Genio era b KtUde. no vnamedefima cofa.Et Euclide vuole che ogni huo-
mohabbia due Lari, cioè l’vn buono & l’altro catriuo, chiamado il
buono Larc,&: il cattiuo Lemure, come noi hoggi anchora diciamo buono
Angelo & cattiuo;à pro- { jofito dei quali Icriuc Plutarcbo
nella vita di Bruto } chc a notte mentre che ci penfaua con vna lucerna
accerti alle facccdc della guerra jgl’apjjarfc vno fpirito in for-
ma d’vna perfona tragica, & più grado che il naturateci quale fubito
domandò Bruto (comehuomo intrepido che egli era)chi egli folle , ò quello
che ci cercaflc , & che quello rilpofc,Io folio il tuocattiuo Genio,
il quale tu ve drai à Filippo:di che non punto fpauctatoBrutogli
dif- fe,Adunqucti vcdròioinquelluogoul che auennepot innanzi eh’
eimoriflc:& di quella mcdelima oppcnione fono flati & fonoi
noftriTcologi, cioè che noi flamo Tempre accompagnati (cornee detto) da
vno Angelo buono, che ci guida al bcne,& da vn cattiuo, che ci
mena al male.Platone parlando di Socrate loleuadire,chein lui era
vno fpirito, ò Genio particularc & diucrlo da glaltri-Nel tempo de
Romani non era lccito(comelcri uc il Iurifconfulto fotto il titolo T)e \
erborarti oUigationi- bus) di giurare per i Lari, ne per il Genio del
Principe, ri- putando qucfto giuramento grandiflìmo, però chefàcc-
dolo& fapendofl, erano puniti graueméte, laonde rom peuonograntichi
più torto il giuramento fitto fotto il nome d’ogni loro Iddio, che Torto
il Genio del Principe lorojlìcomehàmoftro Tertulliano nella Apologia
da lui fatta contro à i Gentili, &Ouidio parlando della cu- ra
che hanno di noi i noftri Genij,quando ci dice: Et vigiUntnoJìnt
frmper in \rbt Ldres. Da quelli Lari fuchiamato Larario quel luogo
à par- te &fcgreto nelle cafe,doue gl’antichi adorauonoiloro
K 4 >5* Lare c r L( mure-
Buoni c r canini fal- liti. Genio appi rato
4 Bruto. P Ul* Difefo di giurar per il genio
de t'imperato, re trai Ro- mani.
Tertullia-no. Gnidio, f$i, Xf
tjfmdro Dij domcftici & particulari,il che hà confermato Spar-
baHfMin tiano, quando nella vita d’AlelIandro figliuolo di Mam- fui
Urtino mea, dice che egli haucua nel luo Larario l’imagine di GUfuchrf-
Giefu Chrifto con quelle d’altri Dij.Ne è molto tempo fio. che in Lione
fui monte della croce di Colle fu trouara vna Lucerna ant cadi
bronzo che mi fu donata , nella quale erano fcrittc coli fatte pa rolc, l
a ri b v s sacrvm . 1 con altre più baflc,^ più piccole, che lignificandola
pu blica felicità de Romani, dicono, p ve lic /e telici* tati ro m
a n or v M,nel modo che lì vede qui di fottoi ' ~LV CE jTiTJl JL
KT1 ' di H ronzo , trovata in Lione Canno LARI
B V S SACRVM P. F. ROMAN. Stima
5 r 153 Stimarono gl’antichichei Lari follerò figliuoli della iUri
pgiil Luna & di Mercurio, come fi vedeindiuerfi Autori , la «oli di
uh quale oppenione mi porge materia di parlare di Mer- curio
lecondo la Teologia de gl’antichi , che volcuonò mercv- che la ftella di
quello Pianeta facelle gli huomini elo- R 1 °* ìquenti
&grAmbalciatori,maflìmamente quando egl( stella dì èra congiunto col
Sole & con Gioue,comeper contra- rio volcuonoche ci folle dannofo
cficndo accompagna to da Martc,ò da Saturno Et lacaufa perdici Poeti
nan ilo attribuito à Mercurio Ambalciator de gli Dei il ca- duceo,
il cappello chiamato Galero da Latini, & laiicaf capo & ài piedi,
è, pcrchevolcuono lignificar, che fico- me vn’vcccllo vola leggiermcntepcr
l’aria, coli la paro- Jafàcilmcnte efee della bocca d’vn’huomo
eloquente. I Greci lo chiamornoe PMH2,cioé interprete , ò Tur-
uermet. cimanno,&Dio della Mercatura, perche le parole fo- no
quelle che fono mezzane d fare comperare, ò vende- menadi»- revnacofa.
*'• a 7 r N T O. coprilo di Plauto nondimcmo &
glabri Icmtori più antichi Mercurio hanno chiamato il cappello Pccafo,
come fi vede perle ntafo. Icntture di piu marmi antichi che dicono, cvm m
e r- cvrio petasato, volendo lignificare cheli co- me il
cappello cuoprclatcfta,cofi le parole fcruono per coprirli &
giuflificarlì contro alle falfc calunnie degli huomini maligni &
inuidiolì. Altri hanno detto, che quello cappello lignificauache vn buono
Ambafciado- redoueua goucrnarli nelle fuc faccédc
fegrctamente:& il Caduceo che Mercurio ha in mano,Ia pace che il
piu delle volte lì tratta per mezzo d hu omini eloquenti, co- me lì
vede in diuerle medaglie de glantichi. VESPASlANO. FOSTVMO. ARGENTO.
BRONZO. ylìnio Della lignificatione delle dueferpi intornoai
Cadu- ceo ha Icritto Plinioallài diftefamentc,& però io
(come cofa fu peritinola) rimetterò il lettore à quella lezione: &
pcrfaperncla fauoIa,àHiginio, il qualenel Tuo libro t adirò in
Agronomico ha fatto il medelìmo, confermando che f'gnadip*- J Caduceo fu
concedo à Mercurio in légno della pace: " la i 5f la
quale volendo dipingere gl’imperatori nelle loro monete, &moArarecncei
n’erano flati autori, faceuono battere nelle monete la Dea di Felicità,
con vn Caduceo peuci- invnamano,&neira!travncornod’abbondanza,figni-
T A ficandochc nella pace publica non fi (ènte careflia. GALBA. TITO.
BRONZO. BRON ZO. Ne i Comenrari j di Celare fi troua fcritto che i
Fran- ccfi adorornoMercurio/rome inucncore di tutte Farti, &
guida de camini , (limando che egli hauefle gran pof- fanza per fare
ricchi i mercanti, ciò chcconferma Plinio nclxxxnii. libro dellHiftoria
naturale, parlando de coloflì&ftatue antiche, & doueei dice, che
Scnodoro haueuanel Tuo tempo Superato in grandezza di fiatue tutti
glabri fculcori,haucndo inx.anni fatto in Auuer- nia quella di Mercurio
d'altezza di c c c c. piedi.Solc uonooltreàqucflograntichi attribuire il
galloà Mcrcù rio,figni beando che i mercanti debbono edere vigilati
ti&folliciti lamattinaàbuon’hora, volendo arricchire &farc bene
le faccende loro. Tra le mie pietre antiche, io ho
Mercurio dorato da franctjì. Plinio.
Scnodoro fcultor ec- ctUauifii. mo. Statua
di Mercurio fatta in AuMernia. ij<r io Ho vn Niccolo &dùe
Corniole, ncllequalrfono le fi- gure di Mercurio. Nel Niccolo fi vede con
vna boria in mano,& nell’altra il caduceo. Et nella
Corniolaàfc- dcre fopravn granchio marino: con il caduceo in vna
mano, & con l’altra tiene l'vno de piedi del granchio; col cappello
in tefta.Per Mercurio c fignificata la paro Ja,& per il granchio, che
i mercanti non fi debbono af- frettare nelle parole, ne (penderci loro
danari fenzacon fidcratione. I fi s /
* < /.r V i >
7 Sono (lati alcuni altroché hanno detto che l’eloquen zà fu
attribuita à Mcrcurio,pcrelfere (lato ii primo che haueua ordinate &
meflè le parole inficine per ifprime- fei concetti della mente, deformare
vna bella oratione, ncceflaria à gl'Auocati & Procuratori , &
pero dille Vi- truuiocheil fuo tempio lì doueua edificare preflò
alle piazze. Grande fu certamente la curiofità &
fupcrlìitionc de gl’antichijvolendoche Gioue finalmente fignificaflè
il ciclo, &Giunone l’aria, per cflerecofi vicino l’vnoallal-
tro:Nettuno il mare:&Plutonela terra, 8c che la mo- gi ie di Netruno
folle Salaria, & quella di Plutone Profcr- 1 >ina,fi come
Giunone di Gioue, alla quale attribuirno a cura delle Donne grollèjinuocandola
in quel tempo cheell’crano vicine à partorire , & poi che il
figliuolo era nato (come Diodoro afferma) lalciandone la cura à
Dinna,ncl modo che fi può vedere per l'hynno fatto da Callimaco in honore
della Dea. Et quando le Donne Romane che non potcuonoingrauidare,voleuono
ha- uere figliuoli,cllc andauono al tempiodi Giunone,chia mata Luci
na,douc llaua vn facerdotc detto Lupcrcalc, che fattole fpogliare tutte
ignude & dillcndcre in terra, le pcrcoteuacon vna sferza fitta di
cuoio di becco,co- me fi vede per le medaglie di Lucilla : ne i rouefei
delle quali fi vede Giunone à federe in habito didonna ve- douacol
fuo lecttroinmano come Rcina,& nellaltra vna sferza & lettere che
dicono, ivnoni lvcinae. Lucilla Menurio Dio d’rioquenza. Vitruuio.
GIVNONE. Giunone * - iutrice de le dine gr
4 uide. Diuotione de le donne Romane 4
Giunone Lucina» *J« DELLA
RELIGIONE L VC I L L A~ BRONZO. BRONZO. cerimonie
Quando quelli facerdoti Lupercali corrcuono per dt faccrdo- mezzo le
llradc, erano tutti ignudi,eccctto le parti vcr- t« Lupcrca- g 0 g no f
ejC h c erano coperte di pelli di beccbi,llati faenfi cati fu l'altare di
Giunonc.Et delle coreggie che haueua- no
Era pure grande quella luperllitionc chele Donne Romane pcnlalTino
(clTcndo coli battute da ifacerdoti di Giunone)
d’hauereàingrauidare,&chc la felicità piu grande era di hauer molti
figliuoli, come fi vede perle infraferittte Medaglie. FA V S
T I N A. GIVLIA M A MME A. ARfitNTO. BRONZO 155 no in
manoandauono pcrcotcdo le mani delle Donne che le norgeuono loro per
ingrauidarc. Era qucfto luogo chiamato Lupcrcale nel palagio di Roma,
& de- dicato allo Dio Lupino, chiamato altrimenti daiRo-
maniPan Lyceo.Pcròchequiui haucuono già- poppa- tala lupa Romolo &
Remo, come moftrano le piccole imagini Fatte di bronzo, che hoggi anchora
fi veggono in Campidoglio , & le molte medaglie di Confoli
& d’imperatori. ME DAGL ÌE Di' D io
lupino ò nero, Pan Lyceo. MEDA. DI SESTO P
lOmI l(Zo DE LA RELIGI
ONE DOMITI ANO. HADRI ANO. Fu Romolo di poi la Tua
morte conlagrato & meflo nel numero de gli Dei, come fi vede perle
medaglie d’Anconino Pio, nelle quali è Romolo veftito come vn
Marte,che tiene da vna mano vn’hafta & dall’altra vn trofeo fullcfpallc
con quelle parole , romvlo avg. ANTO N I N G~P To. BRONZO.
BRONZO. La lini plici ta degl’antichi fu tale, che non badando
roma. j oro j iaue r C deificato Romolo, fcciono anchoradiuerfi templi à
Roma, & la chiamorno Dea, dipingendola vna r volta
DE GL’ANTIC HI ROMANI, k;i volta vcttoriofa con vna hafta in vna
mano,& nell altra vna vcttoria che l’incoronaua di lauro , &
altra volta con vn globo, in fegno della Monarchia,& limili paro-
le* r o m ae AETERNAE. NERONE. ARGENTO. FILIPPO.
ARGENTO. Roma eter no. Et nelle medaglie di
Malfientiofitrouano Umilmen- te più templi dedicati i Roma eterna, la
quale i lèdere fopra certe infegne militari,&convn morrione in
tcfla, hi in vna mano lo ficctcro,& nell’altra vn globo, che
ella prefenta all’Imperatore coronato d’alloro, lignificando che
egli era conferuatore del Mondo, come fi vede per ni ff entio vna
Prouincia foggiogata che ei tiene fiotto i piedi , il ‘onferu*- dardoche
egli hi in vna mano,& dell’altra piglia ilglo bordino con la fiua
corazza & mantello militare , & lettere intorno che dicono ,
conservatori vrbis AE T E R N AE. \C l
MA SSENTIO. BRONZO. BRON ZO. Vcfpafiano
fimilmcntcfccc (lampare nelle Tue meda SdTRoM gta Roma con vn celatone
incapo, la veflecinta, mez- nrOr meda- za ignuda, lo feettro in mano, gli
(liualetti in piedi , col glie di ve- Teuero prediche havn giunco in
manovella appog- frajìin 0 . gj ata ( a f cttc co ijj ? lettere che
dicono , Roma.Ec nelle medaglie d’Hadrianofi vcdeconvn ramo d'allo-
ro nella mano manca,& nell altra vna Vetcoria con vn globo fotto i
piedi. VESPA’ iiti M. AVRELIO.
BRONZO. Mentre che io fcriucuo quelle cofc,mi fu
donata vna KmJi. 4 medaglia di bronzo, nella qualeda vn Iato è la
teftadel Sole,& dall’altro vna Luna convn globo, & due
(Ielle r opra,con lettere fottoche dicono, Roma, lignifican- te le
vectorie & fatti de Romani rifplcndeuono , co- ll Sole per tutto il
mondo, &erano (àliti (ino al cielo. ITALIA. MEDAGLIA DI
ROMA? BRONZO. Non ballando à i Romani haucrc
figurata Roma in tanti modijfcciono quel limile d’Italia, coronàdola
co- me Reina del mondo à federe fopra vn globo (Iellato, &
mezza ignuda con vnofcettro&vn corno d’abbódan- za,in fegno della
fertilità del paefe d’Italia, come fi vede nelle medaglie d’Antonino
Pio. ANTONINO PIO. B R O N Z O. BRONZO. Volendo à
pieno narrare le Iodi di queda Prouincia, noi ci diuertiremo troppo dal
nodro intento principale: Pur D E GUANTI CHI ROMANI.
i<r 5 Pur nondimeno non lafciercmo di recitare qui quei yerfi
che il Petrarca , tornando di Proucnzain Italia, Pt(Wrt , cantò arriuato
falla cima del Mon Gencua,in quello modo, Saluecard
T)eo tellnsfdnBifimd ftlue, Teìlus tuta honis } teUus
metuenddfuperbis » Tellus nobilibus multum genero f or oris .
Ne manco voglio lafciare in dietro che Collanti- no Impciatorc fece
battere medaglie di bronzo in Ro- ma,nelle quali da vn lato è la lupa che
lecca Romolo & Remo mentre ch’ci la poppanoj&rdall’altro la Tua
te- tta. Et in Collantinopoli Umilmente dipoi fece batte- re monete
d’argento & d’oro con la Tua tetta , & lettere che dicono,
constantinopolis, lì come in quel Jc di Roma haueua metto, vr b s
koma. Ver fi iti Vttrarcd in lode i'itn-
IU. COSTANTINO. BRONZO. ARGENTO. ScriueStrabone(parlado
d’Italia) che in quettaPro- uincia fitroua il temperamento dell'aria
migliore che in altro luogorl’abbondanza delle fontane & de bagni ft
«* falubri,per Jacommodità&fanità dell'huomo, i frutti i L 3
buonijc mine-di cuttii metalli, & marmi di diucrfi co- ìtJid gU lori,
onde non fcnza ragione, è ella Hata Regina del rtgin* del mondo ,
producendo tutte le cofc neceflarie alla vita mondo. humana:huomini
eccellenti ncllarmc, & nelle lettere, nella pittura, (cultura,
architettura, & in tutte lecofe più rare&fingulari,lc quali con
molti libri farebbono an- chorain piede, fe la maladctta & barbara
natione de Gotti, non l’haueflc tante volte corla &
moleftata.Ma perche di fopranoici trouiamo hauere aliai ragionato
vetto- delle Vcttorieicolpitc per tante medaglie, non faràfuo- radi
proposto (feguitando il fubietto della noftra ma- teria) di
(criucrecomeanchora quella fu da gli antichi riputata vergine & Dea,
& fattili più templi nella Gre- . pittura del cia,douc
(comefcriucTaufaniaró^tf/Và) ella fu adora- la vetto- figuratacon
l’alie,vna corona d’ Alloro in vna mano,& nell’altra vna Palma, ’&
lotto i piedi vn globo :an- chora che Domitiano la facelTc dipingere con vnCornocopia,fignificando
che dalla Vettoria nafee l’abbondanza delle cofc. DOMITIANO.
BRONZO. BRONZO. ic 7 tc perii rouelcio della medaglia
d’argento diL.Ho- ftilioli troua la Vettoria figurata con vn Caduceo
in vna delle maniche lignificala pace di Mercurio, Se ncL- l’altra
vn trofeo delle fpoglie d i ninnici , modrando-chc la guerra & la
Vertoria apportano la pace.JL. HOSTIL1O. ARGENT O. DOMITIANO.
BRONZO. Ma Tuo Imperatore la feccfcolpire nelle
fue meda- vittore del glie d’argento con vna palma & corona d’Alloro
fenza 'alimonie quellochc no voleua chcella difpartiffc mai da.ìui:
Se co fi la dipinfero gli Atenicfi (come dice Pau- fania nelle fue
Attiche) per quella medefima ragione. '“VÈSPA SI ANO. ' TITO VESPA -
. L # ics Labaro in l cm,c medaglie doro io n’ho
vna d’Auguflo,’ ftSM pria- nel rouefeio della quale e vna Vetcoria
Copra vn globo cipde de & l’alie aperte per volare, con vna corona
d’Alloro in ri«per<- vna mano ^ nell’altra il Labaro, infegna dcll’I
mpera- tore,che i Franzefi Hoggi dicono Cornetta, folita por- tarli
innanzi al Principe, quando in perfona fi trouaua alla guerra, come
inoltrano le lettere che intorno alla, medaglia dicono, i mperator
c Nella declinatiòne dell’Imperio Romano,commin-'
linoni ciorno di P oi gl’l m P cratori a fare <ii P in 8 ere l’Aquila
in tT quello labaro, come fi vede nel rouefeio della medaglia
di Maflcntiojdouc fi vede armato della corazza, & velie
militare con il Labaro in vna mano,& nell altra vn ra- mo d’Alloro,le
gambe armate , & vna Prouincia , ò ni- mico folto i piedi, &
lettere che dkono, victqru 1 AVGVSTI LIBERATORI ROM ANOIVM.
Bctt che dipoi folle vinto da Collantino Imperatore , in
virtù d’vna Croce , ò figlilo moftrato al detto Co- , - " llantino
i<r? {lamino in vifionc , & ancho perche fu aiutato
affai i lf'g»optr da 1 medefimi Romani, & chiamato in Italia, non
potè- ^n 0 ^ Un do più fopportarela tyrannide di coli crudele
huomo. Haucndo coli Coflantino reftituito nella fua dignità
Tlmperio, fi fece Chrifliano , & volle che tutti gl abri cojUntino
adoraffino Chrilto, al quale edificò piuchiefc, & per l’innanzi portò
lemprcin tutte lefucimprcle il Labaro (0 Ui tempii pcrinfegna,di
fcarlatto, & d’oro con quello carattere» fesche non lignifica altro
fe non il nome & la virtù di christ o, accompagnata da lettere, A.
& w .cioè , che sìgnìficatio il principio & la fine di tutte le
cole è Di o, & ancho per- nf<u, “ n che i Greci feriuendo il
nome di Chrillo , cominciano per X.la prima lettera diqucllo.Onde molti
hanno er- rato intorno à quello, dicedo che tal fegno era vna Cro-
ce d’oro che Collantino haueua fatta lare partendo di Francia per andare
à combattere in Italia con Malfen- tio. Vfarono poiifucccfiori di
Collantino lungo tempo quella infogna, come fi vede per le monete di
Collante» nelle quali èl lmpcratorc armato col mantello digucr- ra,
vna Vettoriain mano, che lo vuole incoronare d’Al loro,& in vna altra
tiene il labaro col fopradetto fegno di Collantino , pofando i piedi
fulla prua d’vna galea» il tinjone dcllaquale tiene in mano vna Vettoria,
& let - tcrecbc dicono, f elix temporvm reparatio* V, L MASSENTIO.
ARGENTO. COSTANTE. ARGENTO. G'udUno
Dccentio,Coftanzo,& altri Imperatori di poi infino àpojìata. £
j tempi di Giuliano A portata vfarono Tempre quella inlègna&figillodi
Coftantino con limili parole, s a lvs DOM INO RV M NOSTRORVM
AVGVSTORVM LVCET, COSTANZO. DECENTIO.
BRONZO. BRONZO. s. a mbro- Chetale figillo forte il
fegno diChrifto , dimoftra S. I 10 ' Ambrogio nel v. libro, &
nella Epiftola xxix. che egli fcriuciTeodofioImpcratorc,&Prudétio nei
Tuoi verfi àquerto modo: Chrijhts . i 7
x Chrijlus purpureum gemmanti textiu in auro , Signabat
labarum,clypeorum infignia Chrijlus £crip[erat,ardebat fummis crux addita
crijlis. Era quello flcndardo fatto di fcta pagonazza chermi
fina con vna frangia d’oro tutto intorno, ornata di pie- tre pretiofe,nel
mezzo del quale era la Croce di Chrifto fatea di riite uo,& nel mezzo
di quella ricamato il fegno ■di Coftantino,&cofi legata fullacima
d’vna lancia do- rata fi portauain tutte le guerre dinazià fopradetti
Im- peratori, quali nel modo che fanno hoggi gli ftcndardi,
dedicati chià vn Santocchi àvn’altrod’alcu ne religio iccompagnie. Ma
ritornando all’imagini delle noftrc comedipin Vettorie,dicochegrantichi
ladipinferoin formad’An gclo con l’alic,& bene fpefioà federe fopra
le fpogliede torio. nimici con vn trofeo dinanzi, il petto fcopcrto,con
vna palma, &vno feudo &paroleche diceuono,vicTORi a a vg vs
ti, nel modo che l’ha dcfcrittaClaudiano quan- cUudiano. do ci
dice: Jpfa Duci [aerai ZJittoria panderetalos, Et palma
viridi gaudens & amica trophaù. Cujlos imperij 'virgo qua fola
mederii ZJulneribuijnullumque docesfentire dolore m. Et
Plinio dille, Eaborem in vittoria nemo fentit. MEDAGLIONE DI M. IONE
COMMODO. avremo. BRON/O. Et perche la vettoria non fi può
acquetare IcnzaFati- t ° ca >f enza virtu,ne lènza forza, non farà
fuora di propofi- figura codi ragionare qui d’HcrcoIe, che ne guadagnò
tante in <l ucfto raodo > onclc » Romani volédo figurare la
virtiUo ualauirtù leuono dipingere il fuo fimulacro appoggiato fopra
al fuo ballone,& la pelle d’vn lioneauiiuppata intorno al
braccio, & altre volte tenédo abbracciato Anteo, il qua- le vccifc,
come dice Giuucnalc, - Ceraie il us ctquat H erettiti
^Anteum pronti a tellure tenenti*. Nel quale modo lo
dipinfcroanchora nelle loro meda- glie Hadriano& Poftumio, con quelle
parole, hercvli MACVSANO, HA D.
DE HADRIANÒ. POSTVMIO. BRONZO. BRONZO. Et fi come la mazza & in lione fono due
cofc fortiflì- Pm . mc,& la virtù e fiata Tempre figurata ignuda,
come quel tribuirono la che non cerca ricchczzc,ma
immortalità,gloria,& ho norc,comc fi è vifto in vn marmo antico che
dice, vi r- U pelle del T VS NVDO HOMINE CONTENTA EST, Cofi
el’antichi volendo moftrare la virtù d’Hercole , doppo la morte lo
figurorno ignudo , con la pelle del lione & con la mazza, &. la
mazza & la pelle infiemc,comc fi ve- de per le medaglie qui di
fiotto. PRIN. Ss. JW/
»74 PRINCIPESSA DI MACEDONIA. BRONZO. BRONZO. Q^CINCINNIO
III. VIR. AVGVSTO. argento.
ARGENTO. mix* di Fu chiamata da Greci quella mazza
psrraAc*, la quale Htrcole g lamichi fpeflè volte (dipingendo
Hercolc)accompa-] Ja Greci gnorono d’vn trofeo,&Hercolecon vn
ramod’Alloro Kbopalos. nc J} a ma dritta,& nella finiftra la
mazza,& vna pelle di lione,chiamandolo Vincitore: & volédo per la
mazza anchora lignificare la prudenza, conia quale fi gouer- naua in
tutte le fucimprefe. ;; i C. AN.
i 75 uaif f [lor
llc<5 n» ifltf Vii
C. A NT IO. MEDAGLIONE DI ARGENTO. COMMODO. Apulco lo
nominò cercatore del mondo, domatore Epitetili de gl
huomini,&dclIcbeflieferoci:&:Tcocrito,occifore di lioni & di
tori, come moftrano le medaglie (lampare a puleo. In honorc fuo,ncI modo
che fi vede qui di Cotto. t tonilo. MED. GRECA. C.
BRONZO. POBLITIO. ARGENTO. tk ^ | iv laVttUia
i/wiv»»*» » «■»»». w v< » »•»» pelle di lione & della mazza,
fu, perche in quel tempo nons’vfauonoaltrearmijche le pelli
dcgranimalifalua- tichi> per coprire il corpo : & i baffoni per
offendere i nimici, i 7 <r Arme che nimici^
vendicare l’ingiurie. Et perche Homcro con o mo ^‘ a ^ cr * P° ct * hanno
fcritto.chc Hcrcolccauò Cerbe "L Suo ro cane con tre
teftejdell’inferno^crò mi c parfo non HtrcoU. fuoradi propofito
riprefentare qui appreso la figura d’vna pietra antica, fiatami mandata
da Narbona,&ri- trouata in quel tempo che fi cauauono i fondaméti de
i baftioni di quellaCittà,nel modo che fivede qui di fiotto. S1MVLACRO
DI HERCOLE ET DI Cerbcro.ririrato d’vn mattilo antico di Natbona. “Interpretarono
i Teologi antichi quclfo Cerbero per tutti i vitij,lfati fupcrati &
vinti della virtù d’HercoIe, co me più apertamente potrà il lettore
vedere nel trattato * che hà fatto Lilio Gregorio Ferrarefe della vita
d’Herco rarefi leda (fatua del quale fu altrimenti dipinta con tre
palle nella mano diritta, &nclla manca la mazza, volendo Lffr ; wr
. perle tre palle lignificare la virtù di tre colè, cioè, lènza
tudiHcrto ira,fenza auaritia,& lenza defiderij vitiofironde ancho- k
’ ra hoggi li vedeà Roma vna fua (fatua di bronzo con vna palla in
mano trouata, non e lungo tepo,douc era flato il fuo grade altare fulla
piaza del mercato de buoi. Fu oltra à quelfo dedicato à Hercole il
Popolo albero di po o[g A fpctic di Salicio, del quale i fiacerdoti Sali;
fi faceuono ferro dedica girlandc, volédo fare à Hercole làcrificio, come
ha mo- t0 * Hfrf0 " ffro Virgilio, doueci dice, “ Tunc
Sali) ad canta inceri fa altaria circuì n *?opuleid adfunt tuinRi tempora
ramit. Soggiugncndo altroue, Copulai ^Alcida gratif
ima. La quale cofa fi conferma ancora meglio per la me-
daglia Greca d’HcrcoIe, nella quale da vn Iato c la fua telfa coronata di
popolo con la pelle di lione intorno ai collo,& dall’altro il Zodiaco
con tutti iluoi fegni , & Fe- tonte caduto del carro del fole con ini
i.caualli, la fac- cia del fole, & lettere intorno che dicono,
a’at'nata z h t n n, lignificando che ei cercauacofc impolfibilipcr
le forze fiumane. M MED. GRECA D’HERCOLE.
BRONZO. BRONZO. Fuanchoradipintoquefto Hercoledagl’antichiGrc
cicon la pelle della teda del lionc in capo, in cambio di celata,
vn’arco,vn turcaflo,& la mazza,volendo lignifi- care che la virtù
dell huomo fcrcifccdi lontano. MED. GRECA BRONZO.
D’HERCOLE BRONZO. Non V .r ,.t* mi
t'W. §* T* 1 b i^v
flfr m m 17* * Non porto fare che
(criucdo d'HcrcoIe, non mi ricor di&non mi rida anchora della bertialità
di Commodo Imperatore, che vanamente afpirando aU’immorralita p *
zz u del Tuo nomc,8,Tendo emulatore, ò più torto iuuidiofo £
della virtù d’Hercole,rinuntiò il cognome fuo Droprio, &della
carta fua:&in luogo di Comodo figliuolo di M. Aurelio,
vollceflcrc chiamato Hcrcole figliuolo di Gio- uc:& lartciando
I'habito d’imperatore Romano, fi veftì d’vna pelle di lionc, portò vna
mazza in mano:&mefco landò le vcfti di porpora ricamate d oro con
quella altra, non fi vergognò d’vfcircin pub!ico,& mortrarfi al
popo Io per tutto, come fi vede per le file medaglie d oro,d’ar-
gcnto,& di brozo, nelle quali da vn lato eia fua iella ac- concia
come quella d'Hercolecoil la pelle del lione, & d’allaltro l’arco, il
turcaflo,le freccierà mazza, & lettere che dicono, hercvl 1 romano
avgvsto. ■p , MEDAGLIONE DI COMMODO. bronzo. bronzo.
M z i8o Dione. Colonie
Commo- dma. COMMODO.
BRONZO. Ne contento anchora Commodo di quello,
vollc(co me ferine Dionc)eflerc chiamato Hercolc fondatore di Roma,
facendo battere monete, nelle quali fi vedeua in habito d’Hercolc
condurre due buoi, in fegno di nuoua colonia, Scche ci voleua mettere
nuoui habitatori in Roma, la qualcchiamò Commodiana,&Cómodiani
i Tuoi faldati, comefi vedepcr le lettere, chcdicono,coLo N I A
LVCII ANTONINI COM MODIAN A. & altrO- UC, HERCVLES ROMANVS
COND1TOR. COMMODO. Ma quello chein quello moltrò anchora
più la Tua pazia, furono i titoli,! quaIi(fcriuendo al Senato Roma-
nojs'atcribuiua in quello modo, IMPERATOR CAESAR LVCIVS
AELIVS AVRELIVS COMMODVS AVGVSTVS PIVS FELIX SARMATICVS GERMANICVS
MA-XIMVS BRITANNICVS PACATOR ORB1S TERRARVM INVICTVS ROMANVS HER-
CVLES PONTIFEX MAXIMVS TRIBVNITIAE POTESTATIS XVIII. IMPERATOR Vili.
CONSVL VII. PATER PATRIAE CON- SVL1BVS PRAETORIBVS TRIBVNIS PLEBIS
SENATVIQ^VE C.OMMODIANO FELI- CI SALVTEM. Andando poi per paefe. lì
faccua portare innanzi la mazza,& la pelle di lionc , onde mol-
te ftatuegli furono fatte alla fomiglianza dell’altro Hcr cole antico.Dal
quale propofìto ritornando à quello del noftro Hcrcole vcro, &
lanciando in dietro tutte le fauo- lepcr accodarci alla verità
deirhiiloria, diciamo che(lc- condo Halicarna lTeo) Hcrcolcfu vno
eccellente Capitano, il qualcardito&fauiotrouàdofi vn efferato
gagliar do, pigliauapiaccrcd’andarc per il mondo, riformando i
cattiuicoflumide gl’huomini , ipegnendo i Tiranni,! ladri , & giada
Alni coll Greci , come Barbari , & Latini: edificando
nuouecittà:& drizzando per publica vtilità (quello che è il debito
d’ogni buon Principe) i camini, & fiumi che guadarono il paefcrdella
virtù del quale, qua- tuque iohaueffi deliberato nó fare coli lungo
dffeorfo* nondimenoilgran numero di mcda^licchc iomitroua di lui, mi
conllringono,per piacere ai letterati amatori delle cofc antiche, di
leguitarc & mettere inanzi Hcrco- le,chiamato da i Franiceli
Ogmionffccondo la narratio- r. ri M
3 . rou[' r8i I
nomi is- tituii che fi duua Com- modo.
Qual fu hcrcole fe- condo li Hi fonografi. hcrcole
Gallico . l i$zne di Luciano oratore
&Filofofo Greco, il fenfo della come i Fri quale fatto prima latino
da Erafmo, è tale: I Francefi in « fi dipinfe loro lingua hanno chiamato
Hercole Ogmion,& l’han- roucrtole. n0 formato in vn modo molto nuotio
& Urano, però che ei l'hanno figurato vecchio , canuto , &
decrepito, tutto caluo dinanzi, con pochi capelli , dietro
"rinzuto, & cotto dal Sole come vn contadino vecchio, o
marinic rc,tantocheinaItracofa non pare Hercole fenon per l’habitochc
ci porta, veftito d’vna pelle di lionecon la mazza, l’arco tefo, & il
turcafiòda quale cola io harciccr tamentc penfaro che folle Hata fatta da
i Francefi in dc- Htrtolc rifione & difprcgio di quei Grcci,chc
haueuono fcritto negno^l ^ oro Hercole haueuafeorfo come virtcitorc
ilRe- f ranci*, gno di Francia, {ciò non hauclfi villo vn numero
infini- to di huomini,& di donne legate per gl’orccchicon
cate- • nuzzcd’oro,& d’ambra alla lingua d’HercoIe, lenza fa-
re non folamcntc légno d’cllérccofi menate contro alla loro voglia, &
di volere rompere i legami, ma parendo che tutti facclfinoà gara di
follccitarc il palTo piu di lui, dubitando nonrcllarc indietro, anzi
leccando lecatenc, comecola grata, métrcchc Hercole col vifo volto
inuer fo loro gli guardaua tutti allcgramentcril quale miflcrio
mentre che coli riguardato arrccaua marauiglia à Lucia no, dice che vn
altro Filofofo Francclc,ma dotto in Grc- co,fc gli fece innanzi &
dille. Amico io ti voglio dichia- rare la difficultà di quella dipintura:
Sappi che noi altri Francefi non attribuiamo l’eloquenza à Mercurio,
co- me vo i a Ic r i Greci folcre fare, ma à Hercole, come qucl-
édanreolc. lo che è più robullodi Mercuriodà onde tu non «debbi
marauigliarc fe tu lo vedi vecchio, con ciofiajchel’clo- quen
qucnza rade voice è ne i giouani,eflendo offufcaci dalle
tenebred’ignoranza,ondc la lingua de vecchi lènza paf- jfione pronuncia
più cleganrcmcnrcifuoi concerti,cncc il lignificaco di quella pitcura,
volendo inoltrare, che il parlare ornaco li eira apprcflo le perfone
perlaconue- nicnza,che hàlalinguacongl’orecchi.Ncmcno ci debbi
marauigliarc,ncbialimarc Hcrcolc, che egli habbia la lingua toraca, conlidcrandoche
noi vfiamo nelle nollre Comedicdidire,che cucci coloro hanno bucara la
lin- gua che parlono aflai,& bene, come faceua Hcrcole:che per
ciò(lecondo l’opinione di noi alcri Francclì ) lì rcn- Hfrf0 / f dcua
luggecce cucce lenarionij&orrcneuaciòcheglipia tot fuo fcrf ccua,
mediate léfóttìliflìmc & ingegniolc ragione ch'ci
{àpcuaallcgarc,&concireperfuadercleperfone,la qua- ti™* i fe
leacucezza & foccigliczza d’ingegno c figuraca perle huom *
freccie, per l’arco & pel curcalTo:onde voi alcri Greci lo-
Iecedirechela parola c pennucacome vndardodaqua- lcinccrprecacione ci
fcruiràhora Umilmente per ilcriuc redellefrecc^&dclrarcod’ApollojCon
le quali am- mazzo il TerpencePitone,& per ciò daHomcrofu decco L0>
^oWu^«,cioècheiciraua lonrano:&i Greci Io figu- rornoinquello modo,
come fi vede per le medaglie di Nerone, doue da vn laro c dipinco con vna
corona d’al- loro, il curcaflo Tulle fpalle & la ftella di Febo, con
lectcrc che dicono, a no a aon snrHP.cioc Apollo Conferua tore,lì
come i Greci vfarono faquila,& ilfolgorc nel me defimoTenfo.
A M 4 CLAVD. NERONE. ARGENTO.
MEDAGLIA GRECA. BRONZO. Apollo dio
di [oiukori di lira. Quella lira fu attribuirai
Apollo, perche gl'antichi penfornoche cifofle Dio de fonatori,
dipingendolo ancora con i capei lunghi fenza barbala lira, & vn ramo
d alloro in mano,& vn altra volta con vna tazza & vna, velie
lunga fino à i piedi, per mollrare la fua deità. AN I
l ANTON. PIO. CARACALLA. ARGENTO. ARGENTO.
- Mai Grecigh attribuirne non folamcntclalloro per vdHoroc
5 la fauoladi Dafne, ma per la virtù della pianta Tempre f*sr*to
ai verde, volendo mollare l'ctcrnftà del Sole, & perche - 1
ella feruiua nella purificatone de i facrificij, & perche la è mai
touo factranonla tocca,comciha fcritto Plinio:& pcrchcdi U f* u
~ quella s’ornauonoi turcaflì, le citare, &i cappelli de gli L'alloro
de Imperatori, quando trionfauono con vn ramo d’alloro dic .* t0 *
* in mano, onde il medefimo Plinio la chiamò Portina- ea delle cale
de i Cefiiri & de Pontefici , & nuntiatrice di \ vettoria,
conciò fia chela coróna d'alloro foleua ariti- 1 camente Ilare
legata dinanzialpalagio de gli Imperato- ri, con quella di Quercia in
mezzo, come fi vede per il tcftimoniod’Ouidio nel primo libro del
Mctarriorfo- o iddio. (co douc ci dice, * JMediamtjtie
tuebere ejuercum. Delle quali corone fi rrouano tutte piene le
monete de gl'imperatori in quello modo, < M j
v: c'n;.m r.ll.i: r.:iv i; .«•- ... otr.ooiop tic DE LA
RELIGIONE A VGVSTO. BRONZO. ARGENTO. Plinio.
Inodore di rdUoroftfc ttiU pejle.
Dbterpcpà ture de U flatua d'Ar pollo.
Probo. La virtù di qucfta pianta c tale, che fc nel
tempo di peftc(comc fcriue Plinio) i’huomo (blamente l'odora Se
porta fcco,ei non può hauerc malc:&: per certo fi legge che cflendo
vnagranpeftein Roma, Commodo fi ritirò à Laurentojcoficonhgliacoda i
medici Tuoi, per cflcrc quel luogo abbondante d’allori. Et quanto
alì’imagine d'Apollojoltrc aU’arcoJefrccciej Se la lira, con la
quale lo (oleuonodipingcregl’antichi, l’Imperatore Gallieno
(volendo moftrarela (ua im prefa d’Oriéte) lofecefcol- pire informa di
Ccntauro,con la lira in vna mano, & nell'altra vna palla con quefte
parole., apollini co- miti, moftrando che egli andaua col fauorc del
Sole. Ma Probo lo dipinfc Copra vn carro con piu razzi in ca- po,
& con la briglia in mano di n n.caualli, chiaman- dolo luuitto con
quefte parole, soli invicto. Et glabri Imperatori , come Coftantino ,
Aureliano Se Crifpo ftamporno nelle loro medaglie il Sole ignudo,
coronato di razzi, con vna palla nella mano diritta, Se nella
DE G L' ANTICHI ROMANI. 187 nella manca vnasfcrza, con
limili parole, soli invi- cto coMiTi, fignificando,che con 1 aiuto d Apol-
lo egli haueuono vinto &lbttomeflcdiucrfe regioni. GALLIENO. BRONZO. COSTANTINO.
BRONZO- PROBO. BRONZO. A VP ELIANO. BRONZO.
, Ec perche alcuni hanno detto che il tempio del Soìè Tempio del
era in forma tonda, però mi èparlbdiriprefénrarequi la SoIe ' medaglia di
M.Antonio Triumuiro, nella qualeha fi- figurato il Sole in vn.tcmpio
quadrato,& accompaqna- to da limili. parole, in. v ir r, p. c. cioc,
trxvm- vir i38 vir
reipvblicae constitvendae, &dalf altro Ia- to, MARCVS ANTONIVS
1MPERATOR. M. ANTONIO TRIVMV IRÒ. ARGENTO.
Moneta di I Rodianidipinfono nelle loro monete il Sole coni
KodianL razzi j n capo, lenza barba, & con i capei lunghi da vn
lato, & dall’altro (colpirnovna rolà,Hora in vn modo,& horain
vnoalcrocon quelle parolcpoamN apizto- KPITOI, Se POAION,
MONET ARO PIANA. VVù OiT^ v iV MONE
DE GL'ANTICHI ROMANI. <i8j> MONETA RODI ANA. BRONZO.ALTRA
MON. RODIANA. ARGENTO. Etne roucfci delle medaglie d’oro di Traiano,
Ha- Vorlpat ' driano>& Aureliano Imperatori fi troua ( fecondo
l'v- u°mc2gul fanza de Greci) fcolpito I Oriente per la faccia del So- de
limpt- le,con lettere che dicono, oriens. Ma in quelle di ratoru
Lucio Plaucio fi vede la tetta d’Apollo accompagnara
dadueferpi,comcPythio, & nelroucfcio della medefi- ma medaglia vna
Vettoria,che tiene per la briglia i caualli del Sole. TRA
Coloffo Rodi- T R A I A N CL AVREL1ANO. ORO.
ARGENTO. , ' Non erTlaTnaTa Tintcntionedi fcriuerc
altrimenti del * ColofTodiRodi,il quale era la flatuad Apollo,
perche io ne haueua già parlato.nel fecondo mio libro dell Antichità di
Roma,maeflèndomi flato predato vn certo libro Greco antichiflìmo, &
lenza Autorc/critto a ma- no da M Giorgiodi Vauzelles Caualierc di Rodi,
&h- onore della Torretta,
quale egli haueua portatodi Grccia, non ho voluto mancare di communicarc a gl
altri huomini
ì*r huomini quello, che io ne ho ritratto intorno à quello,
nel modo che fcguc: Tra gl’altri miracoli del mon- do (dice egli)
era il Coloflo di bronzo dentro à Rodi Deferito- fatto in honorcdel Sole,
da Colalìe in dodici anni,& al- todi fettanta cubiti. La bafeche lo
fofteneua era trian a. golare , & ciafcuno lato (ottenuto da fettanta
colon- ne di marmo. La (tatua era tutta vota dentro & fatta à
(cala à vite, per la quale fi faliuafinoà la cima:&quiui erano
diuerfi ftromenti, che in verfi Iambici faccuo- no vna mufica foaue. In
quella (tatua, la quale era volta inuerfo Egitto , fi vedeua tutto il
paefedella Si- ria, & i nauili che andauono in Egitto, mediate vno
fpec- chioche ella haucua legato intorno al collo , cttcndo del
retto tutta ignuda, con vnafpada nella mano diritta, & nella
manca vn’hafta lunga,tanto che la (pefa cofta- ua ccc. Talenti d’oro.
Aucnne di poi, che doppo cinquanta anni, che ella era ftatafatta,ellafu metta
per ter- ra da vntremuoto, che durò vii. giorni , & coli rotta in
Mirrile piu parti (ì trouauono pochi huomini, che potettmo ab- trmuoto
' tracciare vnodei fuoi diti grottì,& colui che ne compe- rò i
pezzi del bronzo, ne caricò 500. Camelli.Ma ritor- nando al noftro
Apollo, & alla diferenzachc egli hebbe rifiorii* con
Marfiafonatore,come ha fcritto Apulco,nel primo ** A P °£ 9 libr.de fuoi
Floridi, dico che à cottui parcua edere coli eccellente, che accecato
dalla fua infolenza , non fi ver- gognò di volere competere nella mufica
cori vntanto . v Dio,allaprc(cnza delle mule, le quali, data la
fentenza in fauorc d’ A pollo,fcciono che legato Marfiaad vno al- M
- bcro per punirlo (come ci meritaua) della fua temerità,
fiortiutt. lo (corticaflc, nel modo che ha moftrato Ouidio ne i. t:
fuoi isn . Tuoi Farti, dicendo, o uidio. ‘Prouocat
& e Phcebum i < Phxbo fuperante pependin . Cafa recejprunt a
cute membra fua. Et Nerone nel fuofuggello, del quale la figura
cpofta qui di fotto. sy OO LL LO DI NERONE RlTRATTO d’ t ma
pietra tattica. Dipingeuono fimilmcntcgrancichi Apollo
accom- dtUc°Mufe pagnato bene (peflo dalle Mule, volendo inoltrare
che con Apollo, tra lui Sdoro, è vna naturale conuentione, fi
comcmo- Virgilio, rtrò Vergilioall’horache della natura di quelle
ragio- nando dille, In medio rejìdens compleBìtur omnia
‘Phccbut. l*. ùv/è Le quali però fumo da gl’antichi vergini figurate(coucrgini.
mc h a fcritto Phumuto) perche il frutto delle feienze « . ' nafee ,
1*3 nafcc dal giuditio dell’ingegno, & perche la virtù occul ta
fi contenta del fuo ornamento naturale: &: che l'ha- bitationc delie
Mule uer i monti &; per i bofchi,non fi- gnifica altrove non cal gli
huominipiù dotti & ccccl- imonti. lenti viuono,& vanno volentieri
foli,& feparati dalla ignoranza della plebe, (blamente (come dille il
Petrar- ca)al vii guadagno intenta, imaginandofi la (ciocca, che le
lue ricchezze le habbinoà infondere ad vn tratto la fapienza,& la
dottrina nel capo , perii che diuenuta infolcntillìma, & volendo
riprendere quei, che fanno più dilei, rimane alla finelcorbacchiata &
fcorticata, co- me vna bcllia della propria pellciilqualc
propofitocoti fermò Plutarcho quando fcrilTechei templi delle Mufe
non fi trouauono altrouc le non lontani alle Citta , & a i eradichi
de gli huomini plebci:& Orfeo & Proclo ha- no voluto che le Mufe
fodero le prime inucntrici della gionc . rc rcligionc,dclla quale ritorneremo fubito a
parlare, che noi haremo inoltrata la figura del Trepie,ò Tripode
d'Apollojgià tanto celebrato & venerato da gl’antichi. S Apollo, Di
quello adunque fi vede il difegno nelle medaglie d’argento di
Vitcllio,& di Vefpafiano,& (quello che io Rimo anchora più cofa
rara) in vn dialpro rollò antico che io hò meco , douc egli e figurato
con vna cornac- a j chia,la lira,& vn ramo d’alloro, tutte cofe
conlagrate à a pollo, lui, come qui fi vede. N t>4 DIASPRO
ANTICO. VITELLI O. ARGENTO. VESPASIANO:
ARGENTO. Il iimu Tf » Il
fimulacro del Sole, che i Fenicij chiamorno nella ìtsoledrt - loro lingua
HeliogabaIo,fu portato à Roma dall’Impe- latore Antonino, coli chiamato
anchora lui, il quale nel (,«/„* monte Palatino gli fece fare vn tempio
(come fcriuc Lampridio)& qui volle che non folamcntci Romani, r
ma i Chriftiani & Giudei facchino tutti i loro facrificij, non per
altra ragione, fe non perche nella fuagiouanez- rèpio dedi za egli era
flato fatto fàcerdotc del Sole , honorato & ** s ®: tenuto in
grande riuerenzada i Fenicij, però che gl’ha- tiero&mo» ueuono fatto
vn tempio marauigliofo di pietre quadra- Antonino te, & (come fcriuc
nel 5. libro Herodiano) ornato dar- gento,d’oro,& di pietre prctiofè
: onde io ho tra le mie le. due medaglie d’argento del detto Imperatore,
nelle quali fi vede in abito di fàcerdotc di Fenicia facrilicare al
Sole con vna tazza in vna mano,& nell’altra vn ra- mo
d’a!loro,&fopra l’altare, doue c il fuoco accefo,fi Vede il
Sole,& lettere che dicono ncll’vna delle meda- glie, svmmvs sa cer do
s, & nell’altra, invictvs sacerdos ,chc fono i medefimi epiteti del
Sole. HELIOGABALÒ. ARGENTO. FORTV NA. t5rf
Io nonmidiftcnderò più oltre àfcriucre la vita fede- rata di quello
Imperatore, ma bene mi dorrò del cieco & tirannico arbitrio della
Fortuna, che lo meflc in quel luogo che ci non mcriraua,ficomcanchora
veggiamo che ella fa di molti altri à i tempi no(lri,onde
gl’antichi volendo moltrarc la fua portanza , & come ella
gouer- naua tutte le cofe del mondo, la dipinfcro con vn corno
pitta* de d’abbondanza in vnamano,& nell'altra con vn timone U
fortund. Ji nauc fopra vna palla. TRAIANO BRONZO. HADRIANO. ORO. ARGENTO.
ANTON. PIO. ARGENTO. 1*7 F,u Umilmente figurata da
glantichi à federe in terra col comocopia,& vn braccio appogiato
fopra vnaruo- ta,per moflrarc la fua inconftanza , & limili
parole, fORTVNAE red ver. Et di qui nacque che A pel le Aprile rr-
cclcbratilfimo pittore Greco,domandato perche hauc- uadipinta la Fortuna
à federe, rifpof? chchaucuaciò fatto per che ella non haucua mai
ripofo. ANTON. GETA TRAIANO. argento. argento.
Ma quella che noi habbiamo chiamata Fortun a, i Greci lachiamorno sella
folle fiata buona,*«^ w, ^ ^ *»»comc fi vedrà per vno intaglio antico
portato di Gre- fortuna cia,& donatomi da Frate Andrea Thcuet
d’Angulcmc, nel ritorno del fuo viaggio di Ierufalem.con molte al-
Caladi tre medaglie antiche, che io moftrerò ritratte, nel libro
che io hò fatto dell’Antichità di Roma, accompagnan- do in quello mezzo
la nollra Fortuna d’vnDiafpro , & d’vna Corniola antica,doueella c
fcolpita con vn cor- no d’abbondanza, & vn ramo d’alloro,
lignificando DIASPRO antico, corni O- LA ANTICA. La
fortuna accompa- gnava il Ut to diCefa- ri.
Vlinio. Difftnition de la fortuna. Arijlofane.
Tempio fuperbo de la Fortuna in Prenefte. Vcdcfi
per l'hifìorie che vna Fortuna tutta doro acr compagnaua Tempre il Ietto
de gl’imperatori , & che quando ci veniuonoà morire, in Tua prefenza
eraporta- taàiloro fuccelforr.ondePlinio la chiama leggiera, in-
conftante,&fallacc,come quella che fauorilcei manco degnirnon dimeno
, alla verità, la Fortuna non c altro che la prouidenza di Dio , dalla
quale fecondo i noftri iteriti noi riceuiamo male,ò benè.Et la caufa
perche gl'antichila dipinfono anchora cieca, fu per la cagione
nominata di fopra-di che ha molto bene icritto Arifto- fahe nel fuo
Plutone,DiodcIleRicchezze:il quale argu • mento hà Tradotto Luciano nel
fuo Mifarftropos.il det- to Ariftofanc fcriue che quando Giouc donale
richczzo à i buoni, ei fi moftra zoppo, & porgedoleà
icattiui,cor- re leggiermente. A‘ Prtfncftc anticamente fu il fupérbo
. tempio di Fortuna cdificatoda Sylla , con la Tua ftatuà di bronzo
dorata, la quale èra di tanta eccellenza cheli foleuadire perproucrbio(volendolodarc
vna cofaben dorata w> dorata) la doratura Prcneltina.
Nc contento Sylla di quello, cominciò à fare il pauimento di detto
tempio di Mufaico,chegl’antichi chiamorno Lytoftrates , con
mirabili figure di diuerlì colorali comcPlimo (parlando dei pauimenti)
fcriuc nel xxxv. capitolo del xxxvi. li- bro dcH’Hiftoria naturale. Et
perche la Fortuna può molto nella guerra, però mie parfo di collocarla
preffo lo Dio Marte, al quale i Romani feciono fare diucrli
templi,&dandoglifacerdoti , detti Salijdo chiamorno vna volta
Vincitore, all'hora cheei porrà vna Vettoria (lilla mano:vn’altra volta
Propugnatore, Vendicatore, &Pacatore, quando egli haucua nella mano
dritta vn ramod’vliuoj&nellaltrala fuahalla con la corazza à i
piedi, & dinanzi targhe, rotelle, & il celatone,con vn pen
nacchio,& lettere cnedicono , Marti pacatori, li- gnificando che
quelli che vanno alla guerra, li debbono lenza paura moftrarc à
inimici. M« [aito. MARTE-
Epiteti di Marte. Qui ua alla guerra non deve ha
tter paura. V1TELLI O. ANTON. PIO. zoo L’haftachc
eiportauafu chiamata Qiiiris dai Sabi- ni,& Romolo Quirino,comefi
vede per le infralcrittc medaglic,doue egli è dipinto tutto armato, per
fignifi- care,che lui era vendicatore, nel modo che lo chiama- rono
i Romani. QniriJ. Marte QH* rtno. ANTON. PIO. BRONZO. V aoi GORDIANO.
ALEX. MAMMEA. BRONZO. HADRI ANO. ARGENTO. CLAVDIO.
BRONZO Il tempio di Marte Vendicatore fu fatto i Roma per
Tépioetifì Cefare Auguftoin forma tóda,à cau fa della gucrra.chc
egli haueua giurata concra Filippo, per vendicare fuopa da a ugufto
dre,come fcriue Suctonio,& Ouidionci Falli, doue ei Ct f* re ’
dice Tempi d feresfè) me vittore Vocaberis Ultori ouidio.
Uoueraty&fufoUtnt ab bojlereJit. Scriue Dione
neliniUibrodellHiftoriaRomana, che OÌ9at » N 5 ARGENTO. r
pmfr. 101 DELLA RELIGIONE Celare Augufto edificò
quello tempio in Campidoglio} & vi fece portare gli ftendardi
&inlcgne militari, con l’Aquila deRomanirondeil Senato dipoi volendo
an- chora maggiormente honorare Ja fua memoria, vi fece condurre il
carro fui quale egli haueua trionfato. A VG V STO. L. - CTN
NX ARGENTO. ARGENTO. Si come gi’antichi
dipinlero Marte, nelle maniere già ville di fopra, chiamandolo infieme
con Giouc Vendica torc & Propugnatore, & in molti altri modi
Greci & La- ùniche forebbono troppo lunghi à raccontare, coli
dir pin AVGVSTO. ' , . Ci , ' *
ARGENTO. . *>3 jpingendo Venere,
la chiamorno Vincitrice, con la Vet- raria, Io feeeero & appogiata
fopra vno grande feudo, & v e n b - altra volta con vn morrionc in
luogo di Vettoria,ò con R E * vna palla, in figno che ella haucua
fupcrate in bellezza tutte Falere Dee. Il fuo carro,fecondoil direde
Poeti, era carro div e tratto daduocigni:Ecper tanto dice Ouidio,
- JuriBif^ue per dir A cygnis 'C arpie iter. CARACALLA
M ACNVR B FcX nere tratto da duo ti- gni.
PLAVTILLA. FA VSTINA. La Ve
io4 venere La Venere chei Greci chiamorno Afroditi ,i Latini
1 hanno detta Dea di bcllcza,&di gencratione,nata(fec6 do i
Poeti)dclla fchiuma del marerEt Cicerone nel libro della Natura de gli
Dei,parlado di i n i. Venere, dice che Tempio di l’vna fu figliuola del
Cielo,& di Giouc,&haucre vifto il eMc* hi o tempio in Elide:
l’altra vfeita della fchiuma del mare: la terza di Gioue& Dione moglie
di Volcano:& la quar ta Siriaca di Siro nominato Allarte,chc fu
quella mari-J D*r vene* tat ‘™l bello Adonc.MaPlatone nel fuo Conuiuio
hàpo re fecondo fto due Venere, vna cclefteche incita
gl’huominialbuo vintone. no amorc> & l’altra terrena che gli muouc
al piacererdi- cendo chela prima fenza madre fu figliuola del
CicIo,& venere uc- 1^ altradi Dione &diGioue:Iaquale 1
Fenicijvenerauo- ne rata Tcnicij. ta
dai no afiai, per cflere (lata moglie d’ Adone, & Adone nato nel
pacic loro, onde in memoria della mortedi quello
lamentandoli lefaccuono facrificio:le quali fàuololc opinioni &
fu perftitioni lanciando tutte in dietro, ven- ghiamoà vedere come fenfa
laVcttoriala dipinfcCe- fare Dittatore nellefue medaglie.
ARGENTO GIVLIO CESARE. Et ne ANTICio*
Et ne i rouelci delle medaglie d’argento di Cefa re mi - norc,fi
veggono due Cupidi condurre il carro di Vene- corrodi ut re volando,
& lei che ticncabbracciato il fuofccttro con 11,. lo d 4
duo lettere che dicono, lvc n ivli lvcii filii. cupidi.
Gl VL. CESARE. ARGENTO. AVGVSTO.
ARGENTO. Auguftodipoi dedicò à Giulio Celare il
tempio di Tempio di Venere Genitrice, coli adorata da i Romani, &alla
qua- j' n ' rede ' le haucua Cefarc fatto vn bullo di perle, le quali
(come A u g u ji 0 fcriue Plinio nel libro xxx vi. dell Hilloria
naturategli Ctfurt, haueua portate d’Inghilterra, hauendo prima
farrofa- bricarla detta figura diVenere Genitrice da Archefi-
lào:& per la fretta di dedicarla,non fi fendo potuta for- nire, coll
imperfetta la collocò nel mezzo del fuo Foro. AVGVSTO CES
ANT I- NOVS. Tempio £ fAntinoo
magnifico e di fiotto da Adriano, fopra il Ni lo.
Taufania in Arta£ck. Io non hareì altrimenti qui
fcritto d’ Antinoo , quali tunqucHadriano Imperatore lo faccflegià
deificare, fc 10 non mi forti per forte ritrouate due fue medaglie,
che 11 detto Imper.fcce battere in honoredi quello, doppo
chcei fu morto, accompagnando Hadriano nellafuapc regrinationc fopra al
Nilo:il quale non cotento di que- llo, & doppo haucrlo pianto molti
giorni, gli fece edifi- care vn tempio, &vno altare, con vna Città
chiamata dal fuo nome,douc meflè faccrdoti & Flamini per farti
làcrificio:&in Arcadia nella Città di Mantinea feccfir milmcntc
vn’altro tempio celebratiflìmo, con ftatuc ne igynnafij,& per tutta
la Città fono nome di Dionifio, come narra Paufania.EtpcriI rouefeio
dvnamcdaglia ch’io mi trouoncllcmanijè riprefentato il tempio ma-
gnifico eh Hadrianp fece edificare fopra il Nilo in fuo honore,&
adornare & arricchire di belle ftatue& indagini, con talcinfcrittione, AAPiANos
okoaomhìen, che voi dire, adrianvs constrvxit, frdifottoil
tempio de gl’Antichi romani. tempio è
vnCrocodilo, animale particolare del fiume Nilo, nel quale mori
Antinoo. MEDAGLIONE GRECO CANTI NO O. k
MEDAGLIONE GRECO D-ANTINOO. Antmoo tu Ma
nell'altra fua medaglia fi vede vn giouane di Biti toin b iti- n i a Ji
marauigliofa bellezza con lettere Greche che dico nO,OZTIAlOZ
MAPKEAA02 O IEPETt TOT AN * » or. & dall’altro lato, t 012
axaioxx an e ©hke , cioè , HOSTILIVS MARCELLVS SACERDOS
ANTIN0I acheis dic avit , & nel rouefeio della medaglia c
il eauJb fcolpito il cauallo Pcgafo,& Mercurio con i talari & il
regdfo. Caduceo. DAGLIONE GRE D'ANTJNOO.
Fina i °9 Finalmente per l'intera cognitionc de i
templi antichi, quanto alla religione io ne ho farti ritrarre 1 1 1 i.qui
di lotto, de quali pcreflère le medaglie logore, non ho potuto tirare
(enfo alcuno. CL. NERONE. TITO. BRONZO.
BRONZO. SEVERO. bronzo. bronzo. L’ vicini
o di quelli quartro templi,fattoin forma ron VESTA - da,parequafi limile
à quello di Velia tanto riuerira da r Romani, per ripofare là dentro
Iaftatuadi Mi nenia, fta- ta portata, da T roia:& la quale era in
tanta vencrationc O no Tempio di
Pace abbru ciato. DELLA RELIGIONE che mai huomo non
l’haucua vida.Nondimeno quado abbrucici il tempio della Pace, il fuoco
s’appicò anchora à qucfto,onde le vergini Vedali prefo il Palladio, &
con cdo paflandoperla via facra, lofaluornofìno al palagio
dcirimpcratorcj&vcdefi il Tuo ritrattone irouefei del- le medaglie di
Vcfpafiano,& di Giulia Pia, che non è altroche vna piccola datua di
PaIlas,con l’hadainvna mano, & nell’altra vno brocchiere.
VESPASIANO. GIVLIA PIA. ARGENTO. ARGENTO. CLAVDIO VESPASIANO. ARGENTO
BRONZO. Fedo DEGL'ANTICHI ROMANI. in Fccionogl’antichi
quello tempio di Vefta informa Tempio di tonda, llimando che tale Dea
folTe la terra, & il primo fu Numaà corniciarlo per addolcire, lòtto
Ipctie direligione, la ferocità de Tuoi fuggetti. EVINTO
ARGENTO. NERONE. ORO. VESPASIANO.
ORO. ~ L’entrata dfq nello tempio era vietata à
gl’liuomini, comeànoi hoggiquclla deMunilleridcIIc nollre Mo- ^
nache già (late riformate :& il numero delle Vertali fu drOcvrfia-
ncl principio mi.&dipoiv i.& coli durò lungarni nte, w - O
‘ z mi come mollrano le medaglie di Fauftina , &
di Lucilla^ ùiu'vr/lì nc ^ c c I ua ^ fi vede il loro modo di
facrificare,con i loro li. vefti menti bianchi.chia mari dai Latini
Sufftul* , lun- ghetti & quadrati , tanto che le ne potcuono coprire
la iella, & Maflìma tralalrrefcome farebbe tra le noftrc la
BadefTa)hauere come prima il fympulo (vafo ordinato peri facrificij)in
mano, & l’altra innanzi alci, chela ri- guardaci turibulo in mano
Umilmente detto ^cerradi Latini, col quale(facendoalIa Dcafacrificio)dà
lo incen- do alla Dea fopra all’altare, dipinto inficmc concila nel
modo che fi vede. '-'FAVSTINA: medaglione di BRONZO. LV
CILLA. Augmcntornocoltcmpo quelle Vertali fino al
nume fiali orditi* ro di vcnth&bifognaua per edere Monache
cheellefof tt al [imi- £ no natc Ji padre libero non feruo, vergini,
& lènza ma fta. 1 Vt ~ cula alcuna nella loro pcrfona,& d’età di
Tei anni fino à dieci, nel qual tempo era loro infegnato 1 vfo del
facrifi- care,comc moflra la medaglia di Fauftina, netta quale fi
vede la piccola Vellalc riceuuta dentro al Munifleroda quale
zi 3 quale à capo d’altri X. anni faceua làcrificio , &
ncl- l’vltimo della fua vecchiezza inlègnaua all'altre que-
fiomedefimo,con qucftaconditionc,chcinxxx. anni vajffti io. fi
poceuonomaritare,quatunquc(pcrquellochc filcg- jj IHp p 0 u ge^tutte
quelle che cxercitorno quella vita, furono sfor uano mari - lunate &.
capitorno male. Etpcrchedi fopra habbiamo ttrc ‘ detto che la principale
di Ioro,cioè la Badeffa fu da i Ro mani chiamata Maflìma : noi prouerremo
quello per due Epitaffi antichi fiati ritrouati à Roma nel noftro
tempo ,1’vno de i quali comincia, &fornilcc in quello modo.
Epitaffio di Fiatila Manilla U e fiale. FL. MANI LI AE
V V. MAXIMAE, CV1VS EGREG1AM SANCTIMONIAM ET VENERABILEM MORVM D1SC1PLLNAM
INDEOS QVOQ. PERVIGILEM ADMINISTRATIONEM SENATVSLAVDANDO COMPROBAV1T
AEM1LIVS FRATER ET RVFINVS FRATER ET FLAV1I SILVANVS ET H IR E N E
V S SOROR 1 S FILII A' MILITUS OB EXIMIAM ERGA SE l’IETATEM PRAESTANTIAM
Q Epitaffio di Claudia Elia Claudiana ZJ e fiale. CL. AE LI AE
CLAVDIANAE V V. MAX. RELI- GIOS1SSIMAE BENLGN1SS1MAE Q. CVIVS RITVS
ET PLENAM SACRORVM ERGA DEOS ADMINISTRATIONEM VRBIS AE- TERNAE LA V
DIBVS SS. COMPROBATA OCTAVIA HONORATA V V. D1V1NIS ADMON1TIONIBVS SEMPER PROVECTA. Erano
quelle vergini Veftali hauute in grandilfima vcnerationcdal popolo
Romano, come fi vede nelquin veneranoto libro della prima Deca, di Tito
Liuio, douc èferitto wrfoUv* c b c rincontrandole vna volta à piede
Albino huomopo fiali. polare,comadòalla moglie & a i figliuoli di
Icéderedel carro, perfarui fiilircfopra levcftali: &quefto aueniua
pcrlarfucrcnzachc i Romani portali ono al fuoco pcr- fuoco per - p Ctuo
,che ledette Monache tcncuono Tempre accefo,d pttU °' qualcfe per
dilgratialafciauonofpegncrc, elle erano dal gran Pontefice
acerbamcte caftigare,quantunquc ogni r inoiutio- annofoflTcda loro
rinouato,quafi nel modo che foglia- ne del fuoco mofarenoidcl gran cero
di Pafqua.Su l’altare degli He U fitto fan brei fimilmcntcftaua Tempre il
lumeaccefo,fignifican- no in anno . do che le grafie di Dio Ita no Tempre
per gl'huominiap- parecchiatc tanto di dì, che di notte:& nella
miftica Tco logia de gl’antichi Verta non fignificaua altroché
fuoco, ilquale(comedicc Furnuto) perche nel Tuo continouo mouimcnto
per le medefimo non genera nulla,però era dalle vernini guardato : &i
Poeti anchora (parlandodi fuoco. Vefta)l’hanno Tempre prefa & intefa
in qucfto fcnlo,co- me fi vede in Ouidio,quando ci dice,
’Nectu aliud "vejlam ejuampuram intelligejlammdm, ‘Natdque de
fiamma, corpora nulla. vides. Iure igìtur virgo e[,(jua [emina
nulla remittìt, *tiec capirà comires virginitatis amar,
dciic’vc- Anzi furono quelle Veftali in tata auroriti,chelpcf-
flali. Co pacificornoinficmeil Popolo Romano nelle guerre
ciuili:& ho ollèruato io che,quado entrauono la prima Lt ve fiali
volta in Muniftero fi tofauono, come anchora hoggi fan togate. no ] c
Monache noftre: ne era loro permelTo di lafciarfi piu DE GL’
ANTICHI ROMANI. più crefcereicapegIi,comcfi vede in Plinio , quando
al xvi.Iibro dcH’Hiftorianaturale fcriue: Antiquior lothos efiejua
C<t pillata dicìtur,quoniam xirginum Uejìalium ad ea capillus
defertur.\\ vitto loro vfciuadal publico, & durò quella vfanza (ino
al tépodiTeodalio Imp.chriftiano, al quale mandorno iGécilhuomini Romani
Symmaco Patritio per ambalciacorc fìnoà Milano (doue all’hora
faceua refideza il detto Impcratore^pregandolodi con- fcruarc i priuilegi
alle loro Vertali, acciò che elle potelfi- no cflèguire i teliamoti
&lafciati ftati loro fatti da diucr Ce pcrfone,però che i loro beni
potcuono cflcrc tali, che di quello che farebbe auanzato loro, harebbono
potu- to aiutare molte pouere pcrfonc,& guardare che aliai di
loro nonfoflero andate mendicando per Roma, & po- tendo giouare
anchora à iforerticri.Nondimcnofu tan to in quello
roftinationedcH’Imperatore,che Symma- co non potette ottenere il
defiderio Tuo, ne del Popolo Romano:& cofì fumo tolte alle Vertali
tutte l’entrate, di che egli dolédofl nella fua oratione,dice limili
parole: Honorauerat lex parentum TJejlales virgines,ac minitlros
Deorum vittu modico, iu fi fijue priudegmfijtt muneris huius integriti
yfque ad degentres trapelerai. Soggiugnen- do più baffo. : Sequura ejl
hoc fames puhlica , & Jf>em prouinciarum omnium me fi agra
decepit,. 'Non fìtnt hac "pitia terrarum , nihil imput ernia aufiu ,
nec rubigofe - getibus ohfuit , nec auena frugei necauit. Sacrilegio
annus exaruit. Ne cefi enim fiit perire omnibus quod religioni- bus
negabatur. Quid tale proauipertulerunt,cum religtonum miniftros honor
publicus pafeeretì A' i quali argu menti rifpofe poi affai bene
Prudentio,moftrando che innan* O 4 ir 5 Le
Veftali haue ujno lor vitto dal publico. Teodofìo
imp. Cbri- ftiano. Symmaco patritio am bafi.
Amba f. di Symmaco nulla . Aifrojìa
de Prudcntioi Symmaco- zi che il Palladio, ncVcfta , ne lari,
ne Dei penati follerò itati portaci àRoma,ilportod’Hoftiacra
picnodinaui- li carichi digrano,i granai pieni iìmilmétc,&
tanta gran de abbondanza di viueri erano in Roma,chc neiTunofo
reitiero che vi venifle per vederci giuochi Circciì,non morì di
famc,& che fc tal volta la terra iterile non ren- derla le biade in
abbondanza, naiceuaqueito,ò per cagio Trudtntio. ne dcH'aria.ò per
altri accidenti naturali, il cheanchora meglio dichiara nel principio del
iuo libro fecondo, do- ue dice parlando contro àSymmaco:
Ultima legati defitta dolore querela ejl , ! Palladiu quod
farra focu,vel quod fip'u ipfs U irgimbm } caìlifque torti alimenta negentur.
h XJeJlales foluù faudenturfumptibus ignei. Doppo
laqualc rifpoitadcicriucndo la vita & modi ho- nciti delle vergini
Vertali, dice in quello modo: Qua nunc Oefalis fu virginità tu bone
fot, 2)ifcutiam,qua lege regat decus omne pudori*. kA c primum
parua teneri i capiuntur in annis, lAnte Voluntati* propria, quam libera
feda Laude pudiciria feruens,(Q amore Deorum, 1 tifa
maritandi condemnat vincala fexus. Captiutts pudor ingrata
addicitur arit , ‘Nec contenta perir miferisfed adempta voluptas
, Corporii intatti meni non intatta tene tur.
’Necrequies dar uri Ila torli , quii ut innuba cacum ZJulnuiy&'
amiffat fujjnratfoemina redat. Tum,quianon totum JJ>es falua
interfeit ignem, Nam refdes quandoquefaccs adolere licebir,
Feda Dtfcrizione della ui ■ ta delle Ve
fiali. FeJldrjue decrepiti s offendere flammea canti Tempore
prafcripto, membra intemerata retjuirens , Tandem virgineam fajlidit
Zdejìa feneBam, 2)um rhalamit habilis timuit Vigor, irrita
nuUns Foecundauit amor materno vifcera par tu , Tdubir anta
veterana [acro perfunBa labore , 2)efertisejue foca, tjuibus ejl famulata
tuuentus, Transfert emerita* ad f ultra iugalia rugar,
Z)ifcit &• in gelido noua nupra repefcere leBo. Intere a
dum torta vagos ligat infula crine s, Fataléfjue adoler primas innupta
facerdos, Fertur per mediai vt publica pompa platea t.
Rilento refdens, molli scejue ore reteBo Imputar attonita virgo
ffeBabilis Vrbi: Inde ad concejfum cauea pudoralmus expers
Sanguina, it pietas hominum vifura cruento s Congrejfu, morte fjue,^d
vulnera Vendita pajlu Spellatura facris oculisfed & illa
Verendis, Vittarum infignU phalerufuiturtjue lanifis. 0
tenerum mirimene animarne onfurgit ad iBus, Et tjuoties viBorferrum
iugulo inferir ,illd T)elicias ait effe fuas,peBufe]ue incentri
TJirgo mode fi a iubet conuerfo pollice rampi, *He lateat pars
‘itila anima vitalibus ima girini impreffd dum palpitar enfe
fecutor. Hoc illud mentum efl,tjuod continuare feruntur
Excubiat, Lari] prò maiejlate palati], Quod redimane viram
populi.procertimaue falutem, ‘Perfundunr quia colla comis bene, Voi bene
cingane Tempora taniolrsjtf litia crinibue addane. 9 5
p ompa iti le V filali nel tempo di
Pruden- ti. Di qual ma feria fabri- cauono
gli antichi le imagini. p aufania in Arcadie if.
\A uite è mtn fugget ta à corro- sione.
U8 Et quia fubterhumum lujlrales rejlibus Ombrìi In
fldmmam tuguUnt pecuJes,&' murmurc mifeent. Quello c tutto quello che
Prudentio fcriue della fuper (licione & pompa delle Vertali , che
acconcic lafciua- mente andauono fopra i loro cocchi, o carrette à
vede- re tutte le felle St giuochi cheli faceuono ne i circhi &
Amfiteatri & (oltre à quello che fi conuienc all’habi- to,&
l’animo pio de i religiofi)pigliauono piacere di vedere i gladiatori
combattere con le beftic feroci, & ammazare le pcrfone,ondc Prudentio
nella fine de ver- fi fopradetti priega l'Imperatore di tor via coli
fatti fpettacoli crudeli, dicendo in quello modo, Te precor ^
Aufonij T)ux ^Auguftifìme regni, TJtum trifie ftcrttm tube *s ,yt
exter a rolli. Hauendo à baftanza fcritto de templi, & nomi
de gli Dei & Dee de gl’antichi Romani ,rcfta à vedere, &
faperela materia della quale ei fabricauono le imagini Sellarne loro. Qucfteerano
(come IcriucPaufania) dc- bano,d’arcipreflb,di cedro, di quercia, di
loto,di milacc, & di boflolo , anchora che Teofrafto vi aggiunga
la radice deU’vliuo per le ftatue minori, & Plinio la vitc^
quando ci dice dhauere veduto nella Città di Polo- nia il fimulacro
antichiflìmo di Gioue fatto di legno di vite : la quale cofa io crederrei
facilmente potere effere fiata vera , confiderato che Ce gl‘antichi
eleggeuono i fopradetti legnami, come quelli che durauono aflai, la
vite fenza dubbio, è quella che è men fuggetta alla cor- rozionc,ficome
fi è villo per diuerfe fperienze, quan- tunque la ftatua di Mercurio in
Arcadia non forte fatta d’alcuno de i fopradetti legnami , ma di quello
che c chiama zip chiamato Thya,& da Homcro
Troìetbes ; la fpctic del rhya. quale è limile aH’arcipreflb di rami, di
foglie, d'odore & di frutto,&comcfcriueTcofrafto, tenuto in
pregio per l’odore tra tutti quelli, che nafeono nella contrada di
Cyrcne,foggiugnendo che della Tua radice fi faccuo- no anchora mille
intagli & cofc pretiofe. Vfiirono fi Gli antichi milmcntc gl’antichi
di fare ftatue di cera & di falc, onde u b aron ? di non è molto
tempo che in vna grotta prefloà Volterra i magni & nefurno alcune
ritrouatc, fi come anchora fi trouano molte cole antiche di vetro, tra le
quali io ho vn vafo fatto in forma della teftad’vn Moro, & ripieno il
fondo di certa compofitionc anticaglie fa molto di buono, il
qualccon molti altri fu trouatogiànel Delfinaroin ca- la del fignore
della Motta, che ne fece prefente alla buo- na memoriadi Monfignore
d’Orliens. Adopcrorno ol- tre à quello gl’antichi nelle imagini loro,
l’oro, l’argcto, il bronzo,il ferro, lo llagno,il piombo, l’auorio,
&ìater ra grafia detta arzilla, accompagnandole permaggiorc
ornamento de iloro templi, di pietre pretiolè, & final- mente fi
feruirono d’ogni forte di marmi, portati dilon tani paefi. Dal quale
ragionamento venendo al modo
&ordinedelorofacerdoti,&facrificij,dircmo cheque- f^dlu Ili fumo
diuerfi,comeil maggiore,& minore Pontefice, Romani. Flamini,
&Archiflamini, che tcneuono i primi ordini fagri:gl’Auguri per
gl’vccelli:i Salijper Marte, & altri preti particulari (quali
come i noftri Canonici) che fur- r rr lì 1 • i i Sacerdoti no afiegnati alla
memoria de loro Imperatori, da poi che Augnati» egl'erano fiati
deificati, come gl’Auguftali d’Augufto, gl’Heluiani d'Heluio,gr
Antoniani d'Antonino, gl’Au - TulTiìanU rcliani d’ Aurelio, & i
Fauftiniani di Faufiina , tutti oidi- f*»fiinia- na nati per la
religione, pietà, & fàntità, la quale Cicerone interpreta per la
fciéza d’adorare i loro Dei, ò più rollo demonij,& per fare
facrificij, cerimonie fagre,dedicatio-
n',confasrationi,(uppIicarioni,proccflìoni, voti &altre loro vane
pompe diaboliche, & vane fupcrllitioni. Sicrrdotio
ic i futi Amili. QUffto fi- enfi do è detto
da Li tini. Ambir tuli fieri. 2) e s^t Cervo ti
1 et fz^ti Ornali elei facrificio chiamato isi mheruale
. Omolofuil primo inuentorc di quello ordinc,8c dicreare il
primo facerdotc per i facrificij publici intorno alle terrc,&
al- le biade , acciochc elle crcfccffino in maggiore
abbondanza , pigliando per infegna vna corona, ògirlanda di fpighe,
legata con vn cintolo bianco, ne palfauono il numerodi xn. Quelli
cofì fatti faccrdoti,&il modo del loro facrificio era tale. Il primo
di quelli facerdoti accompagnato da tutti graltri,&r coronato d’vna
girlandadi quercia , cantando le Iodi di Cerere con vna troia,© vna vacca
pregna cir- cundaua tre voltci campi pieni di biade, & doppo
ha- uerebeuto del vino,& del latte innanzi che fegarc le
biade/acrificauaà Cerere la troia, ò la vacca. Et il pa-
ftorcvolendoalficurarcilfuo belliame dalla rogna & da tutte altre
malattie, gli fpruzaua prima 1 acqua fopra, &di poifatta
vnafaccellinad’aIloro,& di fauina mefeo- lata con zolfo
I’acccndeua,& tre volte circondando il Tuo belliame con certi verlì
facri Io profumaua,facrifi- candoneH’vltimo vna torta di miglio, & di
latte alla Dea Pale,auocata dei pallori, credendo in quello modo rende
, in rendere ficuro( come e detto) il Tuo gregge da
tutti quanti i mali. ~1d E q L‘ V g V X I, ET Z> E U
lor dignità. Verta fpetie di religione fu portata à Ro-
cicerone ma & inlegnata da i Tolcani , la quale A»g»re.
Cicerone (per eflèrc flato di quefto or- dinc^ Icriue nel libro della
Natura de rate di prò gli Dei, 8i doue egli hi parlato de Diin-
^tf^aiKo natione,cllerc fiata tanto venerata da Romaniche non mani.
harebbono mai fatto, ne deliberato cofa alcuna dentro o fuora di Roma,che
prima non haueflìno prefo l’Au- gurio. Anzi venne quella dignità in tale
riputatione, rifpetro allhonorc & vtile , che ne riceucuono
quelli eh erano Auguri,che i primi Romani cercauono d’en- trare in
quefto laccrdotio, come fi vede per le medaglie di Pompeo, &di Ccfarc
Dittatore, che vi mcllèanchora M. Antonio & Lepido, nelle quali fi
troua il lituo(bafto- m. Anio- ne torto & limile alpaftoralcdeinoftri
vclcoui^ilfym- pulo,i 1 cappelloni vafo,&i pulcini , tutte infegne
che moftrano la dignità &cofe necclfaric à quefto officio.
IL LI * « IL L 1 TU 0, S USTORI B UV- gurale
degli antichi Romani. GIVLIO CESARE. POMPEO.
argento. a r r. f. n t o. M. AVR.
zz 5 M. AVR. ANTONINO, ET AEL. VERO. RESTI T.
ARGENTO. ARGENTO. ARGENTO. M. ANTONIO. ARGENTO.
ARGENTO. Erano Nuwfro de gli Auguri.
Auguratorio. jJtuoJbajlo ne Augurale. zi 4 Erano
in quello Collegio degli Auguri tre nel principio diputati,àcaufia delle
treTribu,&di poi quattro comeficriueHalicarnalèo. Madomandando il
popolo col tempo che quello numero folle crclciuto, ve nefuro no
aggiunti cinque della Plebe & mi. Patri tij, & coll continouò
dipoi femprequeftavfanza di noueinterpre- ti de gli Dei fino alla fine.
Il luogo, nel qualcfipiglia- uono gl’Augurijieraà modod’vn tempio, douc
l’Au- guratore ftaua àlcdcrccon latclla velata, & il Lituo in
mano,col quale fegnaua 1 quattro angoli del ciclo, eficn- do veftito
d’vna verta doppia, & lunga,tintain Scarlat- to, &chiamata Lena,
o Trabea da i Latini, come fi vede nelle medaglie di M. Antonio ,
con tale infcrizione, MARCVS ANTONIVS LVCII FILIVS MARCI NEPOS,
AVGVR 1MPERATOR T E R T 1 V M. Et in vn’altra fi vede la terta del Sole ,
con tali parole abbrcuiatc,TRlVMViR REIPVBLICAE consti. TVENDAE
CONSVL DESIGNATVS ITE R VM ET TERTIVM: & figurate con altre di
LcntuloSpin- ter,nel modo che fi vede qui di fiotto. m.
anto"n ia ARGENTO. Lcntu
LENTVLO SPINTE R.. ARGENTO. ARGENTO. Ec
per venire alla conclùfione di quanto io voglio vtjtidift- fcriuerc de
gl’Augurij, io metterò qui dinanzi la. figura a»*
ritrattadVnàmedagliad’argétod’AuguJfto, nella quale SUuU ' fi veggono
ifacerdoti conlorovcfti lunghe, & il fimpu I . lo , & lituo in
mano x tutti inrtrumenti accomodati alla loro religione,
• -V P • H] k i fi Wc ite •
xXrGygt ET SACERDOTI. CHE. PORTANO L'Vfitt- gnt tltld religioni per
mejlrdr U fitti. Quanto all’augurio de Galletti , & del loro
beccare, onde gl’Aurpici de i Romani folcuono pigiare l’augu- rio,
& giudicare delle cofefuture,anchora che io ne hab- bia ragionato qui
difopra,&chciociò ftimicofa ridicu la, vana & piena di
fuperftitionc, io nondimeno non ho voluto mancare per fatisfatione del
lettore & de gli amatori delle buone lettere di moftrarne qui
Ja.prefen- te figura. P a FiayK^f È ITA
ATT A Dt-LL c/f JUXD^GtliA D'iAM- gmtt iiJU.Lef ìit rriummrt. I
Romani hcbbcro in tale venerationc i lacerdoti drepolli allo Aufpicio,
che ei fondauono tutto il loro giuditiodcllccolcaucnire & di quello
che doucuono fare,(opra il beccare de polli, non cominciando alcuna
imprefa che prima non hauclTìno prefo quello augu- rio,ncl quale fé vedeu
ono beccarli allegra mentc,piglia *uonotalcofaperbuonfcgno,&lcalrrimentiaccadcua,
ne de ro- non faccuono in quel giorno cola alcuna. L’huomo, che
baueua la cura di quelli polli, li chiama ua pvll a • Rio, & la
gabbia, ò Hia douc erano rinchinlì, cavea tVL l aria, fatta nella
medelìma forma diqucliachclì vede di marmo nella loggia del palagio dei
Cardinale Cclìsin Roma,accompagnara d’vn bcllilHmo epitaffio pollo
qui di Lotto nel modo chefegue, wt I. 0 ST1U *P
ZJ L L ria, ritratta <Tì>n marmo antico in Roma . M. POMPEIO
M. F. ANI ASPRO LEG. XV. APOLLlNAR.> COH. III. PR. PRIMOP.
LEG. III. CYREN PRAEF. CASTR. LEG. XV. VICTR. ATIMETVS LIO.
PVLLAR1VS FECIT ET SIBI ET M. POMPEIO M. F. ET C1NCIAE
COL. ASPRO SATVRNINAE , FILIO SVO ET VXORI SVAE M. POMPEIO M. F COL. ASPRO FILIO
MINGRI U.varro. 1 fdctrioti differenti
fecondo le dijferentìt de gli Dij. Ornamen- to del
fla- mine Dia- le. Del Flamine Diale. Sacerdoti di
Giouc& di Marte fumo ora- dinari, & chiamati Flamini da
Numa Pompilio: onde Varrone nel libro della Lingua Latina
dicc,chcgrantichi hebbe- ro tanti Flamini j. quanti haueuono Difc
come il Diale di Gioue,il Marnale di Marte, il Quiri- nale di Romolo, il
Volcanale dì V òlcano, & molti altri alla differenza de noltri che
noi chiamiauono Vcfcoui, Archiuefcoui, Patriarchi, Cardinali. Mail
Senatodipoi ordinò anchora Flamini à ^'Imperatori diati da
loro deificati-come gl’Auguftali per Augufto,& gl’ Antoni- ni
per Antoninoctra quali il Diale era meglio vellico de gl'altri, &
haucua la fua Tedia d’auorio, ordinata loia- mente per i Magiftfaci,
&il Flamine lolo portauail cap- pello biancojfcnza.il quale non gli
era lecito vfeire fuo- ra dicafa- CAP .«. z)i
CAPPELLO DEL FLAMINE ritratto et i>n fregio antico di marmo eh e
in /Lorna. De Sali], Ra tutti quelli faccrdoti ne fece
Numa anchorax 1 1. chiamati Salij,da i Etiti Io Icnni,che ei
faccuorio ne i loro facrificij. Et dipoi Tulio Hbftilro gli crebbe
infì- noà x xiiil & di x x 1 1 n. alla fine flir- tanti che
feciono vngran Collegio^, ne potcuono cfleredi quello ordine le non
quelli, che non haueuo- no padre ne madre. Di quelli Icriué Tito
Liuio, egli andauono cantando & ballando per mezzo la Ara- ba,
& cantando veri! Saliarij n<*l melodi Marzo porra- uono in mano lo
feudo célerte 1 chiamato , zHncilè ì in ho- norc di Marte, come lìvedeDtr
le medaglie d’Àu’truAn <^efaxe,& d’Antonino nmm Poi» pii
infittiti iSalif. Tutto fillio. Anale, jcu-
ànrrltM* 1 AVG. CESARE. ARGENTO. ANT. PIO.
BRONZO. totani*- L’acconciatura di quelli Salijcra vna velie
honorc- turddis*- uo I Cj di calore pagonazzo, con vna celata in
capo,& quando ballauono pcrcoteuono i loro feudi con vna daga,o
pugnale che portauonoin mano. Uj, <
Sdendoti tbumeti Epuloni.
2>e \ij. h uomini Epuloni. Er quanto fi è potuto conofccre,
quello ordine d’Epuloni era vna fpetie di faccr- doti,trouatida i
Pontefici ppr ordinare! conuicichei Romani faccuono,cclebran do le
fede de i loro Dij, annuntiando il giorno nel quale fi doueua fare la
cena di Gioue:doucfc per fortuna accadcua che la folcnnità non
foflcintcra- mcnte oflcruata,con ledebite cerimonie, ci lo diccuono
à i Pontefici, che rimediauono à tutto ; quantunque i i lutili*. GrccigHchiamaflbno
piuto{ltì»^«f«, cioè,faccrdoti di buon tem po, che fare facnficio à i
loro Dij. L. CAL xjj L. CALDO SEPTEMVIR EPVLONE.
ARGENTO. Vedeli la memoria di coftuianchorahoggi in
Roma Vir<tm ^ e • 1 _ | \ c ' c * . . , ittica che
per le paroleinragliarcin vna Guglia, o Piramide di mar fìutdcint
*■ jno quadrata, che fono tali, opvs a bsolvtvm D i E _ «irto*.
BVS CxXX. EX TBSTAM. C. CORNELII TRIB. pleb. septemviri
epvlon v m> le quali interpreta* tc voltano dire,ch'ella fu fatta in
ex xx. giorni per tc> ftamenro di Caio Cornelio,Tribuno della plebe,
& del numero di quelli v 1 1. Epuloni, moftrando l’autorità
& portanza che egli haucuono con limili parole, tv c ivs
CALDVS SEPTEMVIR EPVtONVM. De due y cl xv. huomini.
Tarquino fumo ordinati due mini per fare fieri
ficiorà quali ne agg Zeftio & Licinio Tribù olì fletterò lino à
temp Sylla,chc veneaggiunfcv.altri lcuan donc duciamo che in tutto
furnox v.lacerdoci fulamcn M buoni- tc:l’officio de quali era d» leggere
& interpretare i librila- P 3 mento il
tm. — J»< tf- cri; oSibilIini:&rifpondcre
& consigliare al popolo Romano tutte le cole dubbiofcj affiftcndoiifacrif icijd'A*
pollo.romcmoftra il Tri podeftampato nelle medaglie di Vitcllio & di
Velpafiano con lettere che dicono» qvindecim vir sacris fAc ivndis.
\ VITELLIO. VESPASIANOTli '* ARGENTO. ARGENTO. Del gran
‘Pontefice. Ra tutti i Pontefici creaci da Numa nc fu fatto
vno più grande degl altri,il qua* lecol tempo venne in tanta
riputatone chenonpoteua eflerne alcuno fenonSe t l cttione Ba^aa a
natorc,& cofi m orendo glabri Pontefici drigri fon minori
ncelcggeuonovn’altro.come fanno hoggi i nc *É“cZ* ftri Cardinali vn Papa.
Haueua quello gran Pontefice 5 cura delle eofc Sagre, coli priuatc come
publiche» delle cerimonie, prodigi], rnortorijjd’intcrpretarc le cofc
diui? hp.u * nc,fegnare,{criucrc accomandarci qualialtari&r Dij
fi * doucuono fare i facrificij : & Sopra tutto. por mente 8t ■
’ prohibire a x J5
prohibirc che nuoue vfanze non entragno in Roma
perdifturbatc,o corrompere le cerimoniedclla loro pri ma
religione & loro Dij : della quale autorità ha ferino non ricette-
Cicerone nel Po ratio ne che fece per conto della fua prò U0 "‘ 0n 0tte
pria cala in quello modo» Cum multa, diuimtusfponnfi- cerimonie
ces.amaiorilms no (lri« inuenta arane inftirura fune, rum mini rt
^~ , . , J v , , 1 . / _ 1 gwnr. praclanns quam quod
)>o; @T religioni bui Deorum immorta- lium , (g) flemma
Xeipuhlica pratjfe \>oluerunt,'vt ampi fimi clarifiimi Citte;
ReipuMicabene gerendo , ‘Pontifico s reli- gione; fapienttr interpretando
, Rempuilicam conferttarenr. Laonde per meglio inoltrare la lua
autorità & dignità chcgl’antichi (timauono tanta, eiportaua vn
cappello, fatto nel modo che lì vede per le medaglie di Celare Die
tatore in compagnia del fimpulo& lettereche dicono, ^fg^UnPò
CAESAR IM0ERATOR PONTIFEX MAXIMVS. All teficc. chora che in
altre medaglie fi vegghino la tazza, il cappcl lo, il limpulo,&: il
lituo , come proprie infegne del gran Pontefice. GIVL.
CESARE. ARGENTO argento li „
Non ottante quello fi veggono anchora affai meglio cappella ^
quelle inlègnc della religione, & cappello del gran Potè u$xT ° ^ ce
nc » fregi di marmo , che fono in Roma {colpite in quello modo. .MM
CAPPELLO 2) E L ‘Pontefice. confetta- La
confccratione di quello Pontefice è tanto ridicu- tione dipo la &
llrana,che ella merita d’efièrc tutta interamente di- “rldentio. mollrata
nel medefimo modo che l’hà ferina Pruden- tio:il quale dice che quello
Pontefice nel fuo habito P5- tificale,con la miccra in tc(la,& la
velie alzata entraoain vna foflà,fopra la quale era vn pótedi legno tutto
bue- cato,douc dal Victimario era condotto vn toro ornato Horr Mi
tutro fi° r * > & d’oroin torno alcapo , che il detto coa-
ctto,& del fangue co fi caldo che n’v • cr i bufehi del
ponte,cra il detto Pon teficc cerimonie
ductorctcriuanelp Mti - feiua & trapclaua p Cenativi
loridi. il tordo di * litato libo.
*37 teficc tutto imbrattato con fregartene gl’occhi 3 gI’orec-
chUclabia & la bocca, & coll vfeendo fu ora coli fpor- cho &
brutto,& molto terribile a riguardare, era da tut- to il popolo
falutato & adorato. L’altre cerimonie , fatte per i
piccoliPontcfici,Flamini,Archiflamini & albera- no i conuiti
magnificamente apparecchiati, de quali hi jfcritro Macrobio dicendo, che
all'entrare della Cenale tifici, prime viuande prefentate erano fpinofi
di mare, dipoi s P ino fì & peloridi & fpondili,fpetic di nicchi
, o chiocciole mari- spo ^ c p* ne,& tordi,chc i Romani ftimorno cofi
dilicato cibo, che venuti in tauolalafciauono ogni altra viuanda ,
& pc^trouarli mcgliori nel tempo d'Auguftogli riempie- uono
dentro di più buòne cofe. Dipoi feruiuòno fpara- gi con vna gallina
grafia, oingraflàta àpoda, la quale vfanza leuò via pcrleggc & bando
publico Caio Annio cjjoAmifa Eannio, volendo che le galline fi
mangiaflero,comc elle ramo. erano trouatc,dclmodode iquai conuiti
chivuole an- chorapiù àpieno vederne lniftoria, legga Varrone &
ColumcIla,doucegli infognano tutti i modi della gola. Doppo quelle
colè veniuono piatti d’oftrighe, peloridi, che ci chiama , Salanos nigros
ffialbos, fpondilos&gly- BaUnL comandas,fpetie di nicchi &
d'altri pefei che non fi pof- fano (non fendo in vfo) altrimenti
dichiarare al nortro BeccafiebU tepo, bcccafichi, colombcllc,vn’arifta di
porco, cingialc, rorpórj . capretti, bcccafichi impattati,
po!ipi,oporpori et murici «i [angue del (angue de quali gPantichi
faccuono lo fcarlatto , & de quali fcriuédo Seneca nella prima
Epiftoladel x 1 1 1 1. libro dice , marauigliandofi della gola degli
huomini, O quanteforti di Conchili portati di lontani paefi pallazfcUmatti
noper loftomacodell’huqmo,chclbno ben poucri d’in Seneca. gegno. gegno, &dilgratiati
poi che maggiore hanno lappemo che il ventre .El fccòdo piatto era d’vna
teda di cinguia- Ic,vn piatto di pelei fritti nella padella: vn piatto di
Som- sommta. mataj f atta delie poppe d'vna troia, che haucflTc figliato
frclcamente,lequali erano (limate tanto migliori quan- to più erano piene
di latte. Doppo quelle leruiuonoi petti dcH'anitre
faluatiche,ccrucllid’animali Jeifi , lepri, vani detta molti vccelli
arroftiti,con pani della Marca d’Ancona, ^Ancona. * quali fifaccuo no di
farina ftcmpcrata noue giorni ncl^ latifana,oalica,&poiarroftica con
zibibbo in vna pen- tlinio. toladi terra dentro alfornoja quale (come
dice Plinio) non fi poteua poi altrimenti disfarete mangiare fc non
meda nel lattc,o nell’acqua & nel mclIe.Et taleerail mo do del cenare
& l’apparecchio delle viuandede Pontefi- ci, ripiene d’vn fi grande
numero di viuande mefeokte. 2) e fi cerdoti ^ugttjldli^ di
loro collegio* I berlo Celare fu quello chccrcò prima,
il collegio defàccrdoti Augullalijdoppò Ihauerc edificato vn ten^io ad Augu-
ro, che C,. Caligu la co nfiigrò dipoi ap- porne fi vede
rUerio c» fare fondi glihngyfU predo la
morte di Tiberio per la fua medaglia di bronzo..CESARE. CALIGVLA.
BRONZO. BRONZO. Scriuc Strabono nell in.Iibro della Tua Geografia
che Tempio à LyoncdoucilRodano&laSona fi congiungono in- * A w*
ficmc ,fu fatto vn altare, &vn tempio doppo la morte ’^yoM?
d’Augufto,&quiui porta vnaftatua da tutte JcProuin- cic della
Francia, la quale cofa m’hà fatto penfitre che quello
poteflèeflereilluogOjdoucchoggilaBadiad’Ai- colonne di né,rifpctto alle
gran colonne di getto che vi fi veggono w dentro:&quiui penfcrei io
che folle fiato il collegio de i faccrdoti Auguftali, come chiaramente
dimoftra vna pietra antica di marmo, eh e fi vede nella chiefa delle
Mo nache di S. Pietro, in Lyonc, IO VI O. M. (VADCINNIVS VRBId FIL. MARTINVS
SEQ. SACER.DOS ROM AE ET A VG. AD ARAM AD CONFLV ENTES
ARA. RIS ET RHODANI FLAMEN ff. V 1 R IN CIVITATE
SE QJ/AN OR VM. Ter Per il (opra (cricco epitaffio (ì
conofcc , che non Co Ia- menccàRoma&àLyonc,mapcr tutto il
mondodoppo la morte d'Auguflogli furono edificati templi, dcrizati
a ^ CiU ' con vn collegio di Sacerdoti detti Stxtum-'vir't^iu Ut. gujlalesjin
honored’Auguflo, comcanchora fi vedein vna pietra fcritta alla porta di
S.Giufto in Lyone,in que- llo modo, D. M. C AL
VISI AE VBRICAE ET MEMORI AE S A N C TISSI MAE P. POMPONIVS GEME
LLl N VS limi. VIR AVG. LVGD. À CONIVGI CARISSIMAE ET
INCOMPARABILI POS VIT. Tranquillo Quello collegio de gl’
Augurali venne col tempo in sagio gA tanto credito, che( fecondo
che fcriuc Tranquillo) Scr- ba A«gW * gj 0 G a lb a innanzi che fode
Imperatore, vi. volleencrare dentro, & fu riceuutotraifàcerdoti
Auguflali ,de quali inficmecol Scflumuiratohaucndo
àbaflanzafcritto,& maffime neh n.libr.delle mie Antichità di
Roraacócro all’oppenione dclI’Alciato nelm. libro.del Codice, &
moftroqual’era rautoritàdc Decurioni,&comeei dona
uono&diftribuiuono quelli offici) perle Prouincic,tor nero à parlare
della Cittàdi Lyone,la quale doppo ede- re data popolata daPlanco per
ordine del Senato Ro- mano, paflò di grandezza, di magnificenza, & di
richez- za tutte raltrcterrcdelmondo,rifpettoallefierc& traffi-
chi che fempre fono flati in edà fatti , come ^iùi I Ugo io ho moflro ne
detti mici libri dell’Antichità di Roma, cdcndoobligatodi pagare quello
debito alla mia patria. De Aleuto.
lodi della Città di Lyooe. X 2) e
Sacerdoti di Cy Itele Madre degli Dei. Sacerdoti di quella dea fumo detti
Gal- li^ Archigalio il maggiore di loro:i qua li nel principio
della primaucra (come recita Herodiano)vfauonoogn’anno fa re
vnagran fella in honoredi quella, por il lìmulacro.o ftatua della,
acompngnato dalle più prctiolè cole, che haueuono in cala, come
vali riccamente lauorati d’oro & d’argento, elfendo permef- foà
ogniuno di traucllirlì & vcltirlì in che modoglipia- ccua celebrando
quella fella,la quale chiamarono Me- galejìa&ioè, maggiore di tutte
lai tre. Quella fu folcnne- mcntc già fatta da Com modo Impalipoi che
cghhcbbc (campato dallacongiurationedi Materno, & fattoli ta-
gliare la tella, però che clTo Commodo volendo ringra- tiare la dea del
pericolo paflàto,portò egli medelìmo tue tele reliquicdi quella, & il
popolo fecegrandi/Tima alle- grezza & diuerlì giuochiper la falutc
del Principe, chia- mandoli Seteria, cioè,facrifìcij di falutc:dcllc
quali ceri- monie chi vuole più largamente fapere, legga ilxxix.
libro delle Decadi di Liuio.Vedclì adunque che l’officio di tutti quelli
faccrdoti non era altro che fare facrificio à i loro demonij più rollo
che Dij,inlIcmecon procef- fìoni& orationi, oringratiamenti di
qualche vetroria hauuta, opcr mitigare l’ira dclcielo : portando
innanzi il lìmulacro di Giouc,& fu per i canti delle vie
pofando- lo fopra certi altari,quafì comc noi hoggi vlìamo di fa •
re per lafèlla del corpo di Chrillo,anchora che non con uenga quelle vere
& lecite à quelle falfc & profane ceri- ci Calli,
Sacer doli di Cy- bele. Tejla in ho nore di
<jne /la Dea. MrgalcfU. Sacrificio di
falutc d't to Sotcria. Tifo Limo. Qual tra l'officio
d'i faccrdoti. Cofiumi de gli antichi
guardati in trancio. Ordine del le
procreo ni degli an- tichi. Nel I-libr.
degli F ajli. monic aflomigliare.Et à quello propofito io mi
ricordo hauere veduta vna medaglia di Dominano, nel rouclcio della
quale era vna proceflìone fatta da i Romani,do- uc fi vedeuono innanzi à
tutti i fanciulli chetici, & poi i fiiccrdoti più vecchi in habito,
& getto dicaminarei tutti con vna girlanda in tcfta.in mano vn ramo
d’allo; ro,& l’Imperatore ncll’vltimo, vettito di
(carlatro:onde none dubbio alcuno che i prieghi, l'offerte, i voti,i
facri- ficij,& l'orationi fono i mezzi, per i quali s’arriuaàgl’o-,
recchi di Dio: quello che afiai bene haferitto Ouidio quando ei
dice, Fleti itur ir ar ut 'voce rogante Deut. Sape
Iouem \idi,cum fetta mietere pellet Fulmina, th ur e dato
fujlinuijjemanttm. L’orationeha tanta forza,fccondo Pittagora,chc
media te quella fiorirono tutte falere virtù, & ella conduce
l’huomo infino al cielo, eflendo fatta con fede inuerfo Dio.il quale c
quello che ci fa forti contro àtutte le pafi*. fioni&r dilgratie
humane,rifufcitandoinnoi Iafpcran- za che faremo difefi da lui,&per
mezzo dcH’orationcfà remo ripieni di carità con animo di correggerci de
no- ftri errori, &nó tornare piùà peccare, comchabbiamo fatto
per il pattato, trouàdoci tanto fortificati.che cofi fa cilmentenon
potremo piùcrrarc:Sc finalmente delibe- rando di viueregiuftamentc, &
accompagnarci con la temperanza con fermo propofito di vincere tutti
gl’tn- fortunijchecipoccttìnoaueniredi Dio, eflendo ragionc- uole
che fotte ringratiato colui,checidaua&dona tutti i beni, il che non
fi può fare per altro mezzo migliore. fittene, che quello
dcll’orationc:ilchc cófcrmò finalmente Pi* F de
loratione fecondo Pit tagora . cone
tonedicendo,chcà l’huomoera ncccflàrio d’honorarc,
& riuerirc Dio,volcndolo hauerc con elfo Iui,& prolpc murre
in rare in ogni atrionc:ondc fi vede che quelli che di que- ;ìfi
fto non hanno curarono il più delle volte dilgratiati, ne damentode fono
mai eflauditi da Dio, come per contrario fortunati o felici tutti coloro
che ricorrono à Dio, come moftra Homcrodicendo, o't «
èiriT<i'S»T«i, ixdtut Ti<t>u»r iu-n. Cioè,
coluièeffauditodaDio,cheolIcruaifuoi precetti. colui indi Era
parimente l’officio di quelli fiiccrdou di fare ogni [ 0 he annoi voti
publicidoppoleCalendidi Gennaio, come fuoiprtut- fcnueTacito nelfcfto
libro de fuoi Annali, & Plinio Se *«• condo nel fuo Panegirico,
dicendo che i Romani vfauo atiiom* nodi nominarci voti perl’eternità.
deH'Impcrio , per la rL fanità de Cittadini, & principalmente per Ja
falutc de Principi, che è quello che i Latini propriamente hanno
detto, Nuncupare ìord, facendo facrificij publici : onde 2T* 0 * nafccche
fi trouano lettere diuerfe fcritte in quella for- ma , vota PVBLICA, QVIN
QV ENNAL1A, DECEN- N ALI A, VICENN ALIA, TRICENNALIA, QVADRI*
c e nn a l i a , come fi vede in più medaglie di Impera -
severo geta: ARGENTO. ARGENTO. CRISPO. GIVLIANO.
BRONZO . ARGENTO CONSTANTI NO. GIVLIANO. BRONZO.'
BRONZO. Mallìm/a MAòSIMIANO. DIOCLETlANO. BRONZO.
BRONZO. Faccuanfi quefle cerimonie da ifaccrdoti &? Flami- ni vertici
nel loro habito (accrdotalc alla pri Lenza de- Confoli, Pretori
&Cenfori, che pigliauono il votopubli cp innanzi à tutto il popolo
Romano. CARAC ALL A. bronzo MEDAGLIONE
DI CR tSPINA. ' Tutti iM agi tirati di
poifaceuonofcriuerequeftLvo ìuotiferit- ri in vn marmo>o in vna tauola
di ramc.battendo meda wlicchc mollrauono gl’anni domadati per
ricominciar- uolc di t *■ li,cio<ì di cinque in cinque anni, di x.di
xx.di xxx. &tal Wf * Ovolta iniìnoàxL. come moftrano le
medaglieri Maf- fentio & Dccentio,neIlcqualic ferino, votis
qvin- QVENNAL1BYS MVLTiS D E C E NN A LI B VS, ornate di
cappelletti guarniti nella fommitàdel laboro,& intór- no
lettere che dicono, v ictorue do minouvm NOSTRORVM AVCVSTORVM ET
CAESARVM. M ASSENTI O. DECENTI O. BRONZO-
BRONZO. *47 $CUZ> O 7)1 FORM .A oliale gratto del marmo
antico . TERi Etpcr le medaglie d*
Antonino Pio &. di M. Aurelio Ci veggono i voti fatti per zo.anni
conejueftc parole,v ot a syscepta vicennalia,& iUàcerdotc il qual
prò-, metto de render i voti. ; i-
,|K3Kl L'/ * v Ó Q.
4 é MS della religione
FLAVIO Gl VL IO CRISPO ” BRONZO. BRONZO..
Tra l’altrc mie medaglie ione hòdue d’argento l’vna di Valente
& l’altra di Teodono Irap.ne rouefei delle, voti# jo. fi veggono i
voti di xxx.&2fxxx.anni,conrimagi tir 4 m ne di Roma à
federe,chc tiene vn globo io mano con la croce difopra , lignificando
[imperio de principi Chri- ftiani. VALENTE. TEODOSIO.
Quello elici faccrdotidomandauonoin quelli voti inliemecol
popolosa lunghezza di vita per gl’impe- ratori. Ronwiù
w lor uoti,<ì gli Dei. a*? ratori ,
ficurtà dell’Imperio , la grandezza della cala de cfcr donni i
i.Principi,la fortezza delleflercito^a fidelità del Sena- <<4 " 4no
' to,la bontà del popolosa pace del mondo, & Iavctto- ria
contro à nimici,comc li vede per le medaglie polle quidi fopra,doue
habbiamo villo, vie tori a domi- NORVM NOSTROR VM AVGVSTORVM ET
CAE- s a r v m, in maniera che quelli voti hanno durato infi-
no àhogg’,&fubito che i Romani erano giunti al ter- mine di elfi, di
nuouo ringratiauono Dio,& (come fcri- uc Plinio Secondo à
Traiano)faceuono altari con facri p /&„•„ $ f _ ficij, balli, fede
& conuiti, dimando opera rcligiofa & pia,quello che piu torto fi
doucua profano Si empio KO manintt giudicare, poi che egli haueuono
licenzadi fare ogni ma ringratù - lcicon ciò fia infino che negli
Anfiteatri i carcerieri correuòno per il circo, le bertic feroci erano
ammaza- noti «iu- te, i gladiatori sbranati, & gli Imperatori faliti
lopra vn piut, ‘ palco ragionauono di dare la Mancia ai-popolo , che
fdtrimnti gridaua ad alta voce, c<w ?~ Denofins dnnu
dugedt ubi I uff iter dnnos. Latino, cr Et mentre che fi faceuono
quelli voti, il Pontefice era tramo di - vcftito d’vna verta lina tutta
bianca, & lunga fino ài piedijfignificando la fermezza d’vna
rifplendcnte virtù: za. & de gli altriiàcerdoti chi cantaua
hymni &peani,chi fonaua flauti, chi la lira, o la ceterajn tanto che
il mini- ftrodcl facrificio tcneua vn bue,& vn’alcro detto
vitti- roario lammazaua,comc fi potrà vedere nelle Meda- glie di
Dominano, & di Geta per la cclebrarionc de i cMtuu* loro giuochi,
& fcfte feculari. ™ bi 5 ri.
» ■ -enfe- r*b% tljrm 4 FtGVRA ritratta ht*
gmochifeciLm d\yt*g*fb. iiiiiii DOMITIANO ANT.
GETA BRONZO. BRONZO. domiti
ano: BRONZO. BRONZÒ. Facendoli quelli facrificij ,
tutto il popolo in Geme con l lmperatorc fi
inginocchiaua.&adorauono i loro fallì Dij,come lì vede
nelle mcdagliedi Dominano. DOMI Sagrauono nmilmcntc le
imagini de i loro Dij > non firn* togli per amore di quelle (come dice
Platone) ma perche elle fomigliauono le deità di quelli, come noi hoggi
figuria- mo le no(lre,& tral’altrc cofc venerauono affai la faetta
di Gioueffimaginedellaqualccra confagràta dal gran d! UtoZ Pontefice,
(limando che per quella via il popolo &lc fiumi!*» biade farebbono
accurati dalla tempefta del ciclo, co- 4i Romam. me fa vc dcpcr le
medaglie qui di fotto. AVGVSTO! A N T. P 1 0~ A’ que
ijj A' quello mcdcfimo effetto quello che i Cetili oflci>
ùauono& crcdcuono nella loro fupcrftitiofa religione, noi l’vfiamo
hoggi nella conlàcrationcdcllc noftrc cam Confacra- panc, (limando che fonate
caccino il mal tempo, fi co- me egli vfauono ilfalc,l’acqua&gli
cflorcifmi,pcnfan • do che cacciafiìno i cattiui (piriti d intorno à i
luoghi, & à le perfone:ondcio mi marauiglio grandemente
che tanti begli ingegni, & valorofi faui,& prudenti huomi-
ni, come fumo i Romani, penlàflino ((appendo la licen tiofa&
dishonefta vita di Gioue) che egli hauefle forza La uta 4 di tonare,
danneggiare, mandare laette, & beneficare le ^ iou * co le
humanc,chiamandolo Ottimo, Mafiìmo & Omni potente , & perche più
torto non crcdefiìnodi poi che Chrifto era già nato di molto tempo, che
come illoro Efculapiojchci fcciono volare al cielo per forza, non
hrrtligio. poteflè più torto Giefu Chrifto hauere rifulcitato i mor-
• ti,& che ci folTc figliuolo d’vna vergine, come ei diceuo
- no che vergine era Verta &madrc de gli Dei, & chcno- ftro
Signore haueua alluminato vn cicco, come egli af- fermauono hauere veduto
fare quello medefimo mi- racolo à Vcfpafiano in Alertandria.Ma tutta
quella in- credulità nafceua dal demonio che gl’accccaua. Ha- ucndo
aliai à balla nzaoflcruato & Icritto de l’ordine di quelli
facerdoti,facrificij & voti , i quali erano anchora, che fecondo
lefortune che egli haueuono (campate & la qualità de voti fatti, egli
appicauono alle mura de haucr t /Um templi le tauole,douc erano dipinti
tutti i cali, fi come pato qual - hoggi fi coftuma in Fiorenza, & in
molte altre chicfe f . he ca f° d'Italia,ondcHoratio fcriflc; Fortiuw.
Me rnr qual ca gioitegli ut fichi facri
* ficomo. Cerimonie del ftcrifi- ciò.
Moti. Plinio nel 17. libr.de tHifioria
tutur. N«n»M fa- cùfico il primo 4 Dio, fecon- do
il diredi Plinio. Microbio. Virgilio.
purgatione degli anti- chi con l'oc qua ffiarfa. Jrfe
tabula facer ZJ attua paria indicai h umida Sufj>endiJJe
potenti ZJefimenta maria Dee. Refla à vedere tutte le
cerimonie & inftrumcnti vfad da glantichi ne i loro làcrificij,i
quali fc alcuno mi do- mandali! perche erano fatti, rifponderei per tre
cofc. La prima,pcr honore di Diod’altraper vtilcdel faccrdote, che
impetrauafanitàper il Principc,& per il popoIo;co- mc cofa più
prctiofa tra l’altre, & la terza , per doman- dare perdono à Dio
dcgl’crrori commcflì, pregandolo di volere fanarc l’alma inferma. Era
adunque il princi- pio di quello facrificio che il prete innanzi, che
ammaz- zare la bcflia,lcmcttcua fui capo , o Culla fronte della
farina, dell’orzo arroflito,& del fale tutti mcfcolati in- ficine, la
quale millura gl antichi chiamorono Mola, come fi vede in Plinio, quando
ei dice, che Numa fu il primo chcfacrificò à Dio col grano, & lo
pregò con la mola falatarnondimeno innanzi che fàcrificareil faccr-
dote fi lauaua,& quando volcua folamcntc rappacifi- care l'ira de gli
Dei,o rallegrarli fi gettaua l'acqua fopra» come fcriuc Macrobio,&
Vcrgilio parlando di Didone apparecchiata per fare facrificio,
^yfnnam,cara mihi nutrixfuc fi fi e fororem. Die corpus
properet fluuialifargere lympha. Etaltroue quando il detto Poeta
parla della fèpoltura di Mifeno,ci moftra come gl’ailìilenti al
facrificio erano purgati dal facerdote con l’acqua fparfa convn
ramo d’vliuo,o d’alloro nel modo chefeguev Idem ter focios pura
circumtulit inda, Spar $pdrgen$rortleHÌ,(èfr rtmoftlicìi
olia*, _ \ Mai Romani di jjoì in luogo di quelli rami vfarono
vn’afperge, limile a quella che fi colliima hoggi nelle nollre chicle,
come li vede in più medaglie & fregi an- tichi che fono à Romaà
quello modo.Quelta alperge llaua ncll’acqua,douc prima era /la- ro
fpcntovn torchio accerojchchaueuaferuiro al làcri- ficiofu
l’altare. Et di qui nacque l’acqua di Mercurio . predo alla porta
Appia,della quale via ua il popolo Ro" « £££ manoinuocando Mercurio,
& penfando coli fcanccl- s ^ rr fi i ~ Ure i peccati leggieri &
fpccialmcnre la fede rotta , & le ‘ÌZ bugic.Oltrc a quello ho
olléruato che gl’antichi driza- uono innanzi ài loro templi vna Pila
magnifica, douc del continouo teneuonol’acqua, con la quale li
tocca- uono prima che entrare nel tempio per fare fa orificio.
A %}( ‘PILLjl T 1 2t sAT DEL ' marmo
antico. I !» ir
Vfauonodi poi vn’altro vafctto minore & portatile. li con
acqua, limile à quello che portano anchora hoggi uà nelle chicfc
& fuora i noftri preti. 1 1 Fi g V a
sin ir tot tf
VI 257 FigVK^l 2)' UK VASETTO portàtile a
tenere l acqua [aera. Ma gl’Hebrcià l’entrare de loro
templi vfauonovn Tind gran vafo fatto in forma di Tina, chiamato da i
Latini altrimenti lal>rum ì del quale i facerdoti che andauono per
(acrilica- re pigliando dell’acqua lì lauauono le mani,& i piedi,
& il modo di volendola benedire vi gittauono dentro le cenere della f
ar l ac ì u4 vittima arfa,& di quella con vn ramo d’hifopo bagna-
degli h «- uonogl’alfiftenti, benché io ho ofleruatoche nella fine trfi
* de loro facrifìcij, quando il fuoco era per mancare, vi gittauono
fopra certe fcheggicdi cedro, hifopo , & co- rnino, & della
cenere diqucfte tre cofefaceuono l’acqua facra.Douec danotarcchein tutti
i facrifìcij antichi lì rrèfortidi trouauono tre forti di purgationi,cioè
di pino, di zolfo, pmrgationi & d’acqua, quello che conferma Plinio
nel vi. libro quando ei dice che la teda, o vero pino tra tutti
gl’albc- ri, che fanno la ragia, è molto grato per il fuo fuoco nei
R i5 8 vrodo. facrificij. Del zolfo (come dice Proclo)
vfarono i faccr- doticon 1 alphalto o bitume, & acqua di mare nelle
loro purificationi,pcrchc il zolfo per l’acutezzadcf fuo odo-
zoìfo. ^ re ha forza di purificare.Et Plinio /criue che il zolfo è
buonoalla religione &per purgare le cafe col fuo fu- mo. Oltre a
quello i fàccrdoti ftauono conrinenri & di- giunauono prima
checntrarc al facrificio,ondc volen- ti»* ^.° ^ uma Pom P'^° pregare
perla ricolta & facrificnre, Tompj&di s aftenne prima dal
mangiare della carne, & dalle don- GiulUno nc. Et Giuliano
Imperarore(fe noi vogliamo crede- spartùno. re a Spaziano) fi contentò
prima che andare al facri- ficio di cenare d’hcrbe & di pere
folamenteicon ciò fia (come dice Porfirio) che l'vfo della carne nuoca
piùto- fto alla fanità chele gioui,confiderato che le
infermità nenzf. afii ' fi N g uarifcon ° benc fpàfo per dieta. Et
cofi per fobrie- ta,pcr carità, & religione debbiamo cercare di
purgare, & nettare l’anima , acciochc ella viua ficura contro ì
ogni pericolo che le poteflè auenirc, cacciando da noi . tutti i
penfierichecipo{ Tonoporrarepregiudicio, &o£ fufcarci 1 ingegno
& la ragione, confiderato che I’aftinenzaguardal huomo di peccare, la
/obrietà fa finge - TauoUfu- gno fottile, &ildigiuno perl’eflèmpiodellatauoIa
/agra bru'dì ri- & ^ 0 ^ r,a ^ e P‘ ta g or,c, >cifa viucrc
lungamente. La legge tagorid. de i Bracmani era tale, che ella non patiua
, che alcuno ugge de entraflè nelloro collegi o,chc non potelfe aftenerfi
dalla diunto i carne, dal vino, & dal peccato. Et le noi porremo
ben hjUncnzi. mente al x xx v. libro di Tito Liuio, noi troueremo
il digiuno c ^ c il digiuno fu oflcruato per «lamichi, quando ei di-
ojjWo ce, che comandando il Senato all’officio de’Dicci huo- Sf anti '
mini di riguardare i libri Sibillini,pcr intendere il /igni-
iìcato d'alca ni prodigaci rilpofono,chc bilognaua di cinque in
cinque anni ordinare i digiuni in honore del- la Dea Cerere. Ma quanto
alla continenza, ella c vtile all’anima &r al corpo,comc inoltrarono
ilaccrdori de- gli Atenielì chiamati Hierofantes , i quali lìcallrauono h
icrofdn* col bere il fugo di la cicuta.Ne balla quello (blamente, Us
‘ che ei bifogna fpogliarlì d’ogni affezione & pallìone
particulare , come dice Cicerone nelle Tue queltioni cicerone Tulculanc,
chiamandole pcllifercmallattie dell’animo: ondeincambio, che gl’antichi
penlauonodilauare con l’acqua i loro peccati , lauiamo noi con la
penitenzai penitenza noltri euori/eguitandoin quella la Temenza di
Seneca. èilueromo in Thiefte,dooc ei dice, t&fi'ì /£ Qutm
poenitet peccajje,pene e/l innocens.. Iute. La quale cofa ci
feruira di vero zolfo , Se vera bitume , Seneta * come Icriflc Ouidio,nel
libro </r Tonto, ouidio. Sape leuant pcenas,ereptd<jue lumia*
reddunt, Cùm bene peccati poenieuijje V idear. Vlauono
anchora gl’antichi rElcmolìna , come ferme Spartiano nella vita
d’Antonino Caracalla, dicendo, s P* rtiano ' 'Nontenaxin Urgitionem , non
lentus in eleemofynam. Ec La limojìn* Homcro narra d’vn giouaneche
s’adira con Anrinoo “ ^P r< \“ Proco, perche egli haucua ingiuriato vn
pouero huo- m tr^gU mo, che gli domandaua la limolala innanzi aH’vfcio R-
0 '"*'"*"»- della Tua cala, inoltrandogli che Diocclclle
lopunireb- *** ** be.E' certo che i laccrdotidc Gentili innanzi che fare
tf*eerdo i i facrifìcio lì confeflauonod’hauereerrato,domandando
(come dice Pitagora & Orfeo) ài loro Dij Tempre cofe facrip.care
giulle,doppo la quale confcdionc publica il preteche u f auAno ld andaua
innanzi & miniltraualecole fagre vfaua di f lr co ^ c P ,onr ‘
R a 2.60 silcntio ne - mili parole, hoc age , per
fare che il popolo tacef- <'ir™ ncl fc,& ftclfc intento à i
facrificij, facccndo fare largo con grf . 7 vna bacchcttaùlqualcfilentioè
neceffario nelle cofcfa- grc,come Icriuc Ver^ilio quando dice,
Hinc fida filtntia fiacris. Non elfendo dubbio alcuno che
ogni bene procede rune ft- d a l poco parlare. Et coli il prete comandaua
fautrtfa- trfto. crù,ò funere linguis , che altro non è (come dice
Fedo) che honafiari, le quali parole io ho vfate latine per
non vfeirefuora de termini antichi circa ài facrificij, maflì- «
inamente che i noftri poethvolcndo dire filentio, vfa- rono aliai quello
\cxbo fiauere. Finalmente quando il -, . prete s’appreflaua all’altare
per facrificare, ei lo trouaua ornato in quello modo,
FigVX^i 2 ) 1 U ^ LT^XE 0 nato de fiefioni,come fi vede nel marmo
antico Menandro. Et il faccrdotc era coronato d’herbe
chiamate ver- verbene. bene, per edere appropriate,& (limate felici
ne i facrifì- cij.Ie quali coglieuono in luoghi fagri : quantunque
noi impropriamente parlando chiamiamo verbene Tallo- ro,Tvliuo,&
la mortine, nondimeno Mcnandro afferma che quello era proprio la mortine
vfata nelle loropurifi cationi infieme col Pcntafìlo,chc noi diciamo
cinque foglie:anzi erano gTantichi d'oppinione che Tvliuo foflè
proprietà albero tanto netto &puro,che fcvna meretrice, o altra
^Muo. femina impudica lo toccaua , o piantaua,non portadè frutto,
& fi fcccadè.Et benché gTantichi ornaffino i lo- ro altari di quede
foglie , pur nondimeno (limauono che ogni Dio haueife la fua hcrba,&
albero particularc: comeGioue Te(cuIo,ch’è vna fpctiedi quercia,
Apollo l’alloro, Minerua Tvliuo, Venere la mortinc,àcaufadel fuo
buono odore,Pan il pino, & gli Dei infernali Tarci- preflò, per non
rimettere mai quefla pianta vna volta f° tagliato tagliata, non più che
vn morto non e buono à nulla: Bacco Tcllera,& Hercolcil popolo
nominato di (opra. veUeraeo- Stimauonoparimentechc ogni loro Dio hauede
vna- * nimale proprio, come Bacco la capra,o ilbecco, perche ogni
dìo I Romani eonfatraro - no ad ogni Dio
la fua berba. Varcipref- ei nuoce alle vigne.
Cerere la troia, perche guadale *» biade, Diana ilceruio & il cane,
Nettunodl cauallo per proprio. le ragioni allegate di
fopra,Fauno,laca^l,Gioue il to- ro, Efculapio il gallo,
& Ifis , Tocha. NclTimmolaré adunque, o (àcrificarc quedi animali, il
Flamine, o fa'- cerdoteera veditod’vna vede di lino bianca,
chiamata da Latini lignificando che la purità e grata
àDio,& perche ogni colà che efee della terra , è nel fuo t fce di
u principiopura & nettadaquaje vfanza c anchora hoggi terra ' m
~ R 3 “ t0 ' Zdi trai noftri preti nella
popa di loro faenfieij, & nel prin cipio che egli entrano all'altare
: & vogliono alcuni che gl'Egittij ne fodero inuctori,vfando le dette
velli ne i fa- crificij d’vn lino detto A^/flWjonde fu detta la vede
Xylin* rUnio. nel modo che lo IcriuePlinionel xvi ni. libro
dell’Hi- cucrone. fLoria naturale. He Cicerone dice nel libro delle
Leggi, che il colore bipco e molto grato à Dio:&r che le vedi
colorate non debbono fcruire le non à gl'huomini di HrfWfo de
guerra:fomma, che quello habito faccrdotalecra fi lun- [kcerdoti
go,ched’ogni parte dracinaua per terra, come lì vede per la prclcnte
figura. SACRIFICIO TIRATO DEL MARMO ARTI, co Ài Jlom*.
Veluuon a * 3 Veftiuonfi ancora quelli faccrdoti d’vna
tonaca dr- pinta,&foprala tonaca vna falcia intorno al petto,
fi comcparlandodiNuma Pompilio ha fcritto Tito Li- uio,dicendo che
ei creò à Giouc vn Flamine Diale per- petuo, vcftillo d’vna bella verte ,
&gli donò la Iella Cu- rulc:& clic oltre à quello ordinò xii.
preti Salij per fa- re lacrificio à Marte, vertendoli d’vna tonaca
dipinta con vna falcia di rame intorno al petto, quali nella ma-
niera che vlàno hoggi i noftri facerdori.ma di feta orna- ta d’argento,
& d’oro, & di piecre pretiofe.Ornolli Umil- mente d’vn cappello
di la nabiàca, chiamato Albogalc- ro,il quale perche à caufa del troppo
caldo non pote- uono Iellate fopportare,fi legauono vn filo intorno
al capo,non ellendo loro lecito d’andare lènza nulla in te-
rta,nondimeno bifognaua che idi delle felle lo portafli- no,pcr moftrare
meglio la dignità facerdotale: oltre à tutte quelle cofe bifognaua che il
facerdore antico ha- uerteil caporafo/ccondoil modo degli Egitti] ,
come fcriuono Herodoto&Plinio,dicendo che altroue i pre- ti
portauonoi capcgli,main Egitto nonronde Com- modo Antonino volendo
portare (come fcriue Lam- pridio)rimagined’Anubi,bifognòchefiradefie il
capo: ia quale cola gl’interpreti della Icrittura (aera , &
mallì- mc S. Hieronimo hanno interpretata che la tefta rafa non
vuole altro lignificare,, che la depofitionc di tutti i penficri &
cofe temporali, & che la corona, ò cherica de ipreti fignificala
corona del cielo. Ma ritornan- do alle cerimonie de noftri facrificij
antichi , dico che quando fi veniua à facri ficare , il facerdore
voltando- li dallaltarc inuerfo il popolo, fi mcttcua la mano al-
R 4 Tonaca do i fateraori. Tito
Lir. MÌO. A Ihogale- royucjlimtn to del fla- mine
Diale* Alfacerdo- te non tra lecito an- dar con
la tefta ignu- da. il facerdo- te antico
baueua la tejta rafa. Commodo fi fece ra- dere il
ca- po. Hieroni- mo. Cherica de
freti. Segno di fi- lmilo. *?4
DELLA RELIGIONE la bocca, lignificandoli il filcntio, quali nel modo che
fi sonatori volgono i preti di noftra religione : nel quale mezzo *
"io. ^ auc ‘ & ^ cctcrc fonauono,i quali flauti ne i facrificij
erano di boflolo : & nelle fede & giuochi fècolari d’àr-
ornamento g cnto > & la vittima paffo à paflo andaua caminando
4riu uitti- verfo l’altare ornata di fiori intorno al capo, & certi
pa- m ' ternoftri dorati, che le penderono dalla punta de corni,
efifendo condotta da i vittimarij mezi vediti d’altre pelli ntn ,
JU di beftie,chc egli haueuonogia facrificate, comcmoftra Ouidio
dicendo, -Induraque cornilus auro vaglio. Vittima.
EtVergilio, vlinio. ^ ft atUdm ante ar4S dUrata fronte
iuuencum. Quello che ha confermato Umilmente Plinio , nel
xxxiii. libro deH’Hiftoria naturale, douc ci dice, che non fi penfaua nel
fuo tempo ad altra colà che trouare vna gran bcftia,con le corna
doratc,pcr farne honore & facrificio «à gli Dij immortali nel modo
che fi vede qui difotto. FIG V DE
GL ANTICHI ROMANI. is 5 • FiCjVR^ YlrTZrrfZi IdeZ marmo
antico, che fi vede in Roma. Mala viteima minore cheli
doneua imolareà qual- i» oUtione che Dio,era coronata d’vn ramo delle
foglie dell albero dedicato arale Dio,o veramente d’vna falcia di
lana, chiamata infula, dalla quale pendeuonoduc bendedette Tal viti
da Greci, & Vitu & a i Latini, & fe menata all'alta- re Lenza
clfcre legara(quantunquc per l’adietro ella lo fo ledè ellèrcjcome
inoltra Iuuenaledicendo, Sei proctil extenfum perulans <j uatìt
hojìia funem.) segni di ella faccua refiltcza d’accoltarlì , o fi
fuggiua,o che per-, colla gridaua,o cadcua da vn’altro lato che quello,
che lime de ro dilègnauono i Romanici pélauono quello cllere mal- mani
• R 5 Virgilio . 1 Vittima ri
j dowrjli- t duerno le bejUcperle vittime.
Tranquil- lo. Audacia di Ceftre.
Btfticpiù utili ithuo a<r<? ‘l’augurio,#
illacrificio non grato à gli Dij, nondimeno non lafciauonod’ammazzarlaful
luogo medcfìmo,do- ue era fopragiunta, come per
contrario,pigliauonoin bcne/c pacientcmente ella afpcrtaua il
colporqucllo che ha moftro Vcrgilio in quel verfo,chc dice.
Et duElus cornu Jldbit fteer bircus dJ dir dm. & Hadriano
Imperatore nelle fuc medaglie. MED. GRECA D’HAD~RIANO.
BRONZO. BRONZO
Dipoi per ouuiare à quefli dubbi) , Scnondiftur- barei {acri
fìcij,ordinorno gli antichi i vittimarij à polla, che domellicauono le beftie,
& coli facilmente le conduceuonoaH‘altare:quantunque Celare del
fuggire, o non fuggire della vittima(come lèriucTraquilh
faceflèconto,&non IalcialTedi combattere doue rione lì prefentaua :
anzi fumo gl’antichi in quelli, riolì , che prima che itnolare vna
bcftia.la poneuo mentedaleapo lino ài piedi, accioche ella folle
fènz "^ , ~ula,& coli pcnfauonodouerc cflerc molto piùgra-
Ioro Dij.Etfurono le vittime vfatedai Romani,!* ;a,la troiani bue,
&la capra,comebellicpiù man- fuece z6 7
fuctc& facili à condurre douc l’huomo vuole, & an- no,
trono cho come beftìe più vtili alla vira dcH’huomo, con ciò lìache
le pecore danno il latte & la lana, & i buoi lauora- p t u e de
«- noia terra , & del jfelo delle capre gl’antichi faccuono ft
roniin feltri per la pioggia, & delle pelle dccaftroni cucite in- v ^
0 ‘* , ^ oUd ficme , i foldati mantelli perla guerra.Et coli
nelprin cipio del facrificio illàcerdotc Romano veniua all’al- tare
velato Scoronato d’alloro in compagnia del coro di fanciulli^ fonatori di
flauti & di ccrere.che fonauo- no&cantauono,come moftralaprefcnte
medaglia di Longino Triumuiro. ti Romani perla
gu nr ra. LONGINO TRIVMVIRO.
ARGENTO. ARGENTO. Oltre àqueflo non farebbe parfo
interamente buo- no ilfacrificiOjfc illaccrdore non haueflè tenuta la
ma- no fu l’altare , come ha moftro Vergilio nel 4. dell’ Ac-
vtrgilio. neid.doueei dice: Talli ut orantem JiBis ardfijue
tenentem ’ * ^duJtit omniporens. Volta
soltuono i Voltaua Umilmente il iàcerdotc il vifo all’Oriente
nel g^Umt P rc g arc gli Di j, -fida mattina di buon’hora,
{limando titutxr f*- gl’antichi che quello folle il tempo proprio, nel
quale gli ucrfrorié- Dci lecndeuono nel tempio perricctiere & vdirc i
prie* te. ghi,& voti di queflo
&dic]ucllo:Ia<]uaIev{anzahabbia Forano, moritenutaanchora noi
ncllanoflra Rcligione:& Por- fino ha voluto che le ftatue &
entrate de templi fiano tutte volte aH’OrientCjConforme in
<juc{lo(feben miri- cordo)con Vitru uio. ' FiqLm^t
TlTt^T^l Z> L- la colonna di Traiano. tifine 1
Doppo quello il facerdote pigliaua tra le corna della vittima del pelo,
& lo gitrauafoprail fuoco accelo, nel modo che ha fcritto Vergilio
quando dice. Et fummat carpens mediti inter comua feto*»
Jgnibta imponitfacris. La quale fuffumigatione fatta con
altre di frutti & biade primaticcie, chiamate dai Greci come fi
vede per la prelènte figura. i Co
Virgilio . Fl^VR^A T> E COLTURE, don erano
polle le primicie ftj fruttijnnanzi cine facrifìcafiino.
Gl’antichi penfauono quelto cflcreaugurio di futura fertilità,
rendendo gratic à gli Dij d’cflcrc arriuati in vn tempo più ciuile,&
più bcllo,nel quale in cambio di ghi ande & d’orzo potcuono mangiare
viuande più dili- catc. I granelli di quello orzo mclcolati con Tale (
Sic mifcel a 7 o Cerche mef tnifìellam
inteìligunt Oraci ex hordeo, & f*le> mar eri am ) Ronuni f-
fichiamauono Ole&cUle,\ quali coli magiauonagl'an- orzo con il tichi,prima
che folle in vfo il macinare. Ne vi mefcola- rt ficrifi- uono *1 P cr h
fertilità, eflcfndo cola (Ieri le, nc manco àj. per ringratiaregli
Dij,ma perche lo Rimarono vn lega- Uftlcriprc mc £ f e£ , no d’amicitia ,
& di qui nafceua che innanzi à game dumi gl hofti&aglamici
liprclentaua il (ale prima che tutte citu. l’altrccofè, volendo /igni
ficare la fermezza dcH’amici- tia,& moltrarechecomedi più acque
fijfavn corpofo- Iidò(quajc c il (ale)cofi della volontà di più perfone
fi genera vna perfetta concordia & amicitia. il medefimo
faccrdote d ipoi gittaua tra le corna della vittima la mola, & verfaua del
vino,comehà moftroVergilio, douc ei dice. Simbolo di
ucraamici- tu. Mola. Vrobatione -Frontone inuergit
vinafacerdos. della uitti - lignificando per quello che la vittima
era crcfciuta in di ma " gnitàr&ancho lo faceuonopcr prouarc
fecllahaucua paura , {limando che lenza la mola il ficrificio non
era . . grato à i loro Dij:&: il vino era portato in vn vafo
detto l 0 . Prcfcriculo,per vnodei miniflridel lacnficio,nclmodo
chcfe ne veggono à Roma invìi marmo antico. VUSO VUSO,
Tinnirò DEL M^tR- mo antico-, chiamato ^ref inculo.
Ma innanzi che il prete fpargefleil vinofu la tcftadel- Ia
vittima, eil’aflàggiauacoì/ìmpulojchceravnaltro pie s imputo.
colovafo , fatto nel modo che fi vede qui difotto,& ri- tratto
da diuerfi marmi & medaglie antiche. SI MTV LI TIRATI D‘V
2ST fregio dntico cine in Roma. Ne man
t 7 i i Ro»Mn{ Ne manco fi faceuono quelli fiicrificij fenza
fuoco, il non fucrifi- q Ua J c era dilegnc (ceche porte fu
l'altarc,fi come vfiamo ““fuoco, anchora hoggi ne i noftri facrificij
(non per ouuiareallc tcnebre,ma per moftrarc nell’adoratione fegno di
gioia) & come fi vede per il candeliere de gl’antichi, fatto in
quella forma, CERVELL ERE, RITRUT- to del nurmo
antico. Lclegnedel detto facrificiononpoteuonoc/Ièred’v- téttiu o
tu- liuo,d’alIoro,ne di quercia, perche gl’antichi ftimauono *’"*•
che tutti quelli alberi faceflìnocattiuoaugurio:& quan- fidccold il
do il facerdote racccndcua,pigliaua vna fiaccola di pi- P in0 \ • no
guardando bene di non errare fecondo l’ordine delle Cerimonie ’o ,
• i , i i< -t primdch oc loro cerimonie antiche ,doppo le quali
il prete toccaua eiderUuit- | a k e ftj aC0 n vn coltello, dalla iella
per infino allacoda, yergìlìo, come ha moftro Virgilio, douc dice»
Et V 273
(. -Et tempora ferro ' Stimma notar pecudum.
Comandando dipoi al vittimano di mettere i coltelli fo pra alla
bcftia,come dinuouo ha inoltrato Virgilio qua do dice,
Supponunr alif cultros , Et di qui c nato che gl’antichi
diceuono mattare, cioè crefccre,percotcndo la viteima con vn maglio/atto
nel modochefi vede qui difotto, MAGLIO ET SCURE
con quali ammazzinone le Vittime. Non era
lecito à i miniftri di percuotere la vittima» ^ fé il faccrdote non
Io comandaua;gI habiti de quali per i mnìjbi cflerc differenti , mi è
parfo inoltrarne la figura qui di- d, ff eTtnte > (beco. FICfV'R^l
Z>’ l MJlslJSTXJ del facrifdo, ritratta del marmo antico.
Et tutti quelli ch’andauono innanzi 1 . grand jfacrifì
cijdicenro buoi, chiamati Hecntombc,ciòè trombet ti, fonatori di flauti,
o dicorni, & quei chcconduccuo no le vittime , óccheporrauono i vali,
Se altre cofe ne ceflaric per il ficrificio, èrano differen temerne
corona ti, 6i vcftiri *ncl modo che fi vedc.qui difolto,
H eeatobr. SO no innanzi alle
vittime, Quella vittima era bene fpellbammazata di
coltello, colteUochi fubico che il làcerdotc comandaua di ferirla nella
gola, Sf " il quale coltello, chiamato Seeejpira, era limile à
quello ritratto da i marmi & fregi antichi , che fi veggono in
Roma. S a ■v zf? Wf i <K1 / X r z J ! qjj
^ L 1 ammazzino le vittime. Etalcunialtri
tcneuonograndillìmi bacini da loro detti difchi,per riceucre gli
inteftini della beftia,Ia forma de quali Ci vede in Italia & in
Francia in molti luoghi fatta à quello modo. S
Tutte quelle colè non erano fatte lènza millerio, con ciò lìa,chc doppo
haucre glatichi lacrificato i buoi, per Mijitrio memoria del
facrificio,& in honorede loro Dij faccuo- no f u I luogo (colpire 1
bacini, &:i tcfchidc buoi, có fcfto* pojitnticni. # . c • . \ |
. r, nnntorno.comeinpiulati li vede mgran marmi anti- chi, &
maflìme fopraà gl’archi delle pone di S.Giufto in Lyonc. 2) 1 S CO,
0 2 CI Fregio *7* FX3 q io TTYZTro
Wltm marmo antico eh' è in Lyone. Pelle detto vittima
in- Alcuni alcri,lcQrticatada vittima/accuorio rtietrère
la pclleconl’altreinfegne della religione, dormendo bene fpeffone i
templi fopra le dette pelli, per affettare la ri- religione. fpofta de
iloro Dij,come mollraVerglio, quando dice, y ‘Pellihus ine uh ut t
JlratisJomnofque perirne. S 4 vìD l UT''
I Giu Etficomeletcftedc buoi erano quiui collocate per moftrare la
pietà & la religione, & tutte le loro cerimo- nie vfate nei
facrificij, colici mctteuonoanchora quelle de caftroni facrificati,fi
come fi vede nel fopradetto fre- gio, onde io ho fatta ritrarre la
prefente figura. a i ,/V'y, '■ ' . ^ x yfq
i8o' /. TESCHIO DEL' TO X q mejfo tra le infegne della
religione. ito
‘ I Giudei (come fcriue Straberne al vi. libr.)haueuo- i Giudei no
anch’eglino quella vfanza di dormire ne i tcmpli,& di vegliami dentro
, come faccuono i Romani , perche tomcTUo- comehà detto Cicerone, gli
Dei parlano (blamente à mni ' coloro che ei trouano dormendo : la quale
vfiinza (co- me (criucEufebio Panfilo) fu dipoi tolta via daCoftan E “A
bio tino,auertito de i maliche fotto colore di bene fi face- uono
là dentro. ‘PELLE PELLAI VITTIMAI.Vltimamcnte il
fiicerdotefaceuarizarc vna gran ta- uola chiamata EncUhrnjz ome i vafi ,
che fcruiuono per ifacrificij, fumo detti EncUbria, , fopra la quale
faceua porre la vittima (parata percercarcdiligctemente gl’in- QsoUinte-
teftini (quali erano il cuore,iI polmone &il fegato)con vn coltello
di ferro,& cognofcerc fe gli Dei s’erano con- * tentati del
facrificio & pacificatila i Greci (come' fcri- ue Paufania) appreflo
hauere guardati gl’inteftini de Taufaù. glagnclli, capretti, &
vitelli, folcuono predire le cofc ■;.v: - - _ S 5 jl8i della
religione officio de future.EfgrArufpicioflcruauonofolamentclc
fiamme t^nelfacri' delfuoco,dal q ua le era la vittima abbruciata.
Hauen- ficio. do i faccrdoti coli bene effeminati gl’intcftini ,
faccuo- no diuiderele membra della beftia, & quelle coperte di
farina,& polle in vn paniere, ne faceuono offerta à c o-
lui,chehaueua fatto il fecrificio,&cofì (limauono la vit- tima
pcrfetta.il coItcIlo,col quale era la vittimafquar- DoUbré tata, fu
chiamato Dolabra ‘Pontifici* , fi come Tito Liuio ponfj/icu, ha nominato
quello, col quale fe le tagliaua la gola , Se- ua,yel a fecando
SeceJj>ir*.}Az i coltelli, coni quali s’am- mazzauonoi piccoli
animali, fumo detti Cultrii come ottico nel hàmoftro Ouidio quando ci
dice, il TrJff ‘ ‘PercuJJufque [augnine cultros form,
lnficit. Et de gl abri coltelli che feruiuono alla caccia, detti
Ve- natori) cultriy ha fatto mcntione Tranquillo nella vita di Claudio,
douc ei dice , Reperti eejuejlri ordinuduoin pu- hlico cum dolane &
"venatorio cultro. Solamente i Giudei Coltelli di nelle
loro circuncifioni vfaronoi coltcllidi pietra. putra per *
e™™"' ~SCVRE ET COLTELLA [A N TJ CH ì\
Laltro Ì83 L altro coltello , col quale era fquartata la
vittima, coltelli per era fatto nel modo,che fi vede qui (otto. uìttim LTXO CO LTE L LO ^ANTICO.
Inuitami la diuerfitàdi quelli co!telIi,& per fare pia- piwr p f
j ccreàgl’amatori delle cofe antichc,à riprefentare quindi de
coltelli forco la figura dei coltelli antichi, che i vittimarij porta-
* uono appiccati alla cintura in quello modo.
COL i8 4 della religion e • COTTE L Li CHE
‘PORT^V^'HO w »*» ordinariamente i ZJittìmarij alla cintura.
4 Etfc alcuno purefteflc anchora in dubbio del
mo- do di quelli facrificij, mi è parfo di riprefcntarc qui al
naturale quello che fi è potuto ritrarre della colonna di Traiano à Roma.
. S.JCR 1 Bh>'ob -A. ih' iup 31 l MI 51 ■1141^♦Ha
. ; t pn jnnr. 3 KV)*j f ■ :J. ^ 'ff ’ !:Ì,W MJtll
11 * 03 1 n I : ,obomofbop ni Mina; ; sjbinoàiq ; :
onta* zfy s uc r i fTcTo~~u wr Tcori fxZf ttò
dalla colonna diTr alano. Riguardata la vittima,
& fatto preferite al facrifica- tore di pezzi migliori , il prete gli
faceua abbruciare fu l'altare, quantunque benefpclfo la carne reftaflè i
i fa- ccrdoti doppoil (angue fparfo fu l'alrare,come hi tno- ftro
Vergilio quando ei dice, Sanguinis @r [acri patera*.
Mane gran &crificij .dntida i la vittima h gittaua tutta
intera dentro al fuoco , come hi dimoftroil mcdefimo Poeta dicendo,
Etfolida imponunt taurorum inferra fammi s. La
ittLa quale carne non era coli torto porta dentro a 1
fuo- frtu ì'tc- co, che il prete vifpargcua fopra delì incenfo del
corto, nerliiuen- & altre cole odorifere, che ci pigliaua dentro à
vna caf- fetta detta ^ cetra da i Lati n i,& de noi hoggi Turibulum
, come moftrala predente figura, , t ~ . ~ ‘ d C
S S E TT yA DOVE TEMEVANO ifacerdoti line enfi. W ’ : il
uino in Qucfto iflccnfo,o profummo (comeio penfo) s’ab- ufo ntl fa-
bruciaua per amorzarc il cattiuo odore della carne «rifido, abbruciata,
doppo il quale il facerdote vcrfauadcl vino rane in mag fu l’altare
, & all’hora fi ftimaua fornito il facrifici tono in ma
g LU I aitare , oc auuuia u muuw lumuu n facrificio, gior pregio
quantunque il più perfetto & maggiore era tenuto quel mi Curi - j Q ^
c j lc ^faccuad’vnatroiajd’vn toro,d’vn becco, &d’vn montone, &
appreflo àgl’Ateniefi d’vna troia.d’vn mon- tone & d’vn
toro,chiamatodai Romani Solitaurilia , & fatto da Cenfori ogni
cinqueanni,pcrluftrarc,o purga- re la Città di Roma, come qui lo dimoftra
la figura, "" ■'* “ ' ~ “ SjLCZi nel
facrifi ào . Solitaurilia. SACRIFICIO CHIAMA TO S
0 L 1- taurihajirato dui marmo antico. ~ Qiì e ft ovoca
bolo,folo,dirnoflra laqualirà delfacrU ficio, cioc che egli era perfetto
& intero, conciofia che Solum in lingua T ulca lìgnificaua intero,
come dimoierà . Solum - Tito liuio, chiamando gli ftrali fohferrei,cioè
tutti di T i itoiiuio. ferro.Nel refto & vlrimo de làcrificij i
medclìmi preti apparecchiauono la cena, alla quale era permeilo di Ctnd ^
i trouarfì à ciafcuno, che era flato prelènte aIlacrificio:& preti
Ro- di quel che auanzaua,poteua il facrificarorcportarc & mnu
donare ài parenti, &à gli amici,qualì come li fa nella <
noftra religione hoggi del pane ,che ogni domcnicair
diftri nijlribu- diftribuifce per
Icchicfc.il modo del loro mangiare craj tionejetta nc l tempio ftauono
tutti ritti con certi panetti ton- ati anti * diin mano, mentre che
ficantauono d’altra parte le lo- «*>*• di di Dio , facendo cuocere la
loro carne dentro à vn vafo detto Olld,&. da noi Pentola, nel modo che
da i marmi antichi ella fi vede ritratta qui difotco. •
PENTOLA DOVE 1 S UCÌtl El- ettori ftceuano cuocere Ucarne de li
facrijìcij. Hauendo anchora olìcruato per la icultura
d'vn'al- tro marmo antico, che fi vede fopra la porta della chicia
di Bcauieu ixn. leghe di Lyone.comcdoppo che la vit- tima era fiata pofta
morta lu l’altare, il vittimario fe la caricaua fu le (palle,& la
portaua per metterla in pezzi, & farla cuocere, come fi vede
pcrilgiouane vittima- rio,che porta la pentola & la mcfiola,& il
facrificatorc noUfiU- il paniere douc era la mola falata , però mi è
parlo di u, riprefentarne qui la figura al naturale. r • ~ ■
Eigv 4 > M Me
FiqUR^l T12tUT<st' D'V'N fico eh’ è /opra la porta
de la chiefa di Tcauiett in Seauiolois. . J Cerere
lulus^ per le biadc,di Venere Ereriches,c ioc picn d’amore, & di
Bacco, Dityramhus : benché grimbriachi h yanl de haucuono i loro hynni à
parte, i quali Ariltofanc inXd- ba chiamati *ft**yÌHunct , à caufa che i
Greci chiamano e». 4 >1 tremito de la tefta*p>*a'>irr, &
mangiare & bere J troppo. H ora appreflo à tutte quelle cole,
il prete, liccn- venilio. tiaua ogniuno,comc moftra Vcrgilio, quando
dice, -Dixutjue nouifiirru vtrl> 4 . 1* il fine del
^ et: volendo mollrarccheil facrificio eraforni- fecrifieio.
to,comehoggi anchora fanno i noftri preti alla fine del- la mefla, quando
dicono, ItemiJJa e fi. In quelli templi tra l’altrc era vna Tedia à parte
dinanzi all’altare, perii ^ Principe, o quello che tencua la
giuftitia, intorno ali ai- r tare vn coro, & nel rcfto del
tempio erano portichi Ioggie,doucil popolo lpaflcggiaua,afpcttando che
lì facelle il lacrificio. Et certamente che Te noi mettiamo ogni
induftria & facciamo ogni grande fpela per Tare ^ bei palagi,
&: belle cafe,tanto più douerremo ingegnarci ^ di fare beile chielc,
Scorationi à Dio , per intrattenere Religione co *‘ * a P‘ cta, * a
religione & la mifericordia,come ci hati degli enti-
noinfegnatoCefarc Augufto,Vclpafiano,Ncrua,&M. 'Jf ehi impero
Aurelio, tutti buoni & diuoti Impcratori,pcr quanto li tifarne- vede
nelle loro medaglie, doue fono tutte infegne della gnifiebité- antica
loro religione, nel modo che fi trouano qui di- fottO;
ANTON. A Pf- 2*1 ANTON. PIO. M.
AVRELIO. ARGENTO. ARGENTO. Ma perche gl’ Egitcij fono (lati i primi
, che Icuando Religione gl’occhi in verfo ilcielo,& affifando la
mente nella co- E S‘*' gnitione di Dio.trouorno molte cerimonie, &
modi di religione:pcrò ho giudicato non fuora di propofito , Io
fcriuere qui neH’vlfimo qualche colà di loro: & come penfando che il
Sole & la Luna fodero Dij ,chiamorno quello Ofiris,& quell’altra
Ifis, adorata poi infino à Ro- ^ s ' ma,come fi vede per la infraferitta
mcdaglia,dclla qua- le io ho fcritto altroue adai largamente.
MEDAGLIA DEL CINOCEFALO. ARGENTO. T 2 Et Commodo
Imperatore (come fcriuc Spartiano) hpiiorò molto tra gli altri
facrificij, quello di quella Dea, come fi vede nelU fua medaglia , doue
ella tiene vna sfera in mano, come madre di tutti Parti, & vn
vaio, ovcroamfora piena di Ipighe, lignificando la fertilità
d’Egitto. BRONZO. BRONZO. L’vfanza de gl’Egitij
nell’adorarc i loro Dij,fu nel principio pura &femplice,fenza
effuzione di fanguc, o vfare altra crudeltà, però che egli offeriuono fu
l'altare quei mcdcfimi frutti, che ei magiauono, il che fecio-
noanchora tal voltai Romani, come dimoftra Iaprc- fente figura: &
abbruciando le radici & le foglie infic- mc,guardauonoi frutti
offerti all’altare, pacificando gli Dei celefti col fumo fidamente. v
pinzi fo- gli Egitti/ nelTadora- rt » loro X>ij. s^Cz/ SACRIFICIO
2)1 FRVTTI TIRATO del marmo antico di Roma. Scriue Porfirio che in
quel primo tempo non erano Porfirio. invfo ne rincenfo, nc Iamyrra,nc la
cannellate il zol- fine il zafferano, ma l'hcrba verta, la quale moftraua
» la potenza della cerra, & tale facrificio quale fi
faccua propriamente delle herbe fi chiamaua da Greci 5v*t*.
Di poi vennero Hipcrbio & Prometeo che trouorno il Hipfr&io
modo di Eterificare le bclfic,& di conofcere selle erano intere
&fane,& il facrificio grato à gli Disperò chefcil fiacri fi tato-
toro rifiuta u a la farina, o le capre i ceci,chc erano pre- acif ~
(curati loro , giudicauono il facrificio ne le beftie edere buono.Dipoi
offerirno myrra &: zafferano, & ndl'vlti- T 3 Cerimonie
degli Egit- ti f, i felli' tarloroDij ld mattina.
Vitruuio. Itore certe per far ora tione,cr
ci tare. P linio. Tacito. Macrobio,
Marcelli- no, Cojlume t Orfeo à far giurare i
forejiitri entrido nel la fua religione. L
ecofebuo ne communicate ima Ugni, perdo nolorripu-
tatione. mofcciono vna vera beccheria dei facrificij loro. L’al-
tre cerimonie de gl’Egittij erano di falutare la mattina i loro Dij,il
quale modo da gl’antichi fu detto adoratio- nc,comc moftra Vitruuio nel
in i. libro della Aia Ar- chitettura,doueci vuole che i templi de gli Dei
fiano prdl'o alle ftrade macftrc:acciochc i paflànti gli pollino
più commodamentc falutare & adorareda quale vfanza pare che habbino
ritenuta i noftri preti,diccndo il mattutino, &terza &feda, comcgr Egirtij
faccuonoorationc la prima, feconda & terza hora, cantando hynni &
altri canti, fitti in laude del loro Dci,& fcritti (come fcriuc
Plinio) ne i loro libri di Rcligione,per figure & caratteri di
beftic,d’vccelli,& d’altre cofe, che Tacito, Macro- bio &
Marcellino chiamano Hycrogliphice , come an- chora fi può vedere ne i
loro obclifci, o vero piramidi & guglie, delle quali ragiona Plinio
al x x x v i. hb.dcl- fHiftoria naturale in quello modo,Gl’intagli,
caratteri, & imagini,chc noi veggiamo, fono lettere de
gl’Egittij fcnzaordine& inrclligcnza di perfona,fcnondi coloro
che crono prepolli alla religione. Et Orfeo (come narra Firmico)
mollrando à gli huominiforellieri,chc entra - uono nella fua religione, i
lecreti & miflerij di quella, gli faceua prima folla portadel tempio
giurare, che non riuclcrebbono maicofa,che egli hauellìno veduta ài
profani, cioè à quellichcnon erano dell’ordine loro:& certamente non
fenza ragione, conlìdcraco come le co- le buone perdono di
rìputationcquando ellcfonocoftì municatc à huomini ignorami,
incredulfonuidioii, per- fidi & maligni. Vlauono oltre à quello
gl’Egittij, che pi- gIiauonogl’ordinifacri,di pigliare anchora
prefentida ogniuno. a* 5 ogniuno,& poi
faccuonovn conuitoà tutti quelli , che erano flati prefentialle cerimonie
loro: &il gran facer- dote (come noi diremo hoggi vno de i noftri
vefcoui) infegnaua poi lorc^ciò che ci doueflìno fare, dandoli vn
libro, o ruotolo , come quelli che vfauono i Giudei. I Romani poi
(come habbiamo detto) haueuono altri vigniti de ordini tra loro, come il
maggiore & minori Pontefici, flamini,archiflamini,& protoflamini,
limili alnoftro Papa, cardinali, patriarchharchinefcoui, vefcoui ,
abbati* priori, canonici & altri , à i quali porta uono molto
ho- nore& obbediuonogl’antichigrandemcntr-.ondc Cicerone fcriuc,che
la religione fu quella che fece coli gran- urrllgim di i Romani, anchora
che egli haueflino affili nationifu- periori à loro in molte cofe.
Pofledcuono parimente gl’antichi benefici) con la difpenfa del maggiore
Ponte- eB fìce,come fi vede in Tranquillo nella vita di CLAUDIO, &
doti Antichi in LIVIO, quando ci dice che il figliuolo di Fabio
Maflimo haueua due bencficij,quando ci fu fatto Pon- tefice:i quali
benefici) erano di fi gran valuta, che non folamentc ei poteuono intrattenere
le loro cafc& famiglie magnificamcnte,ma peruenire alle fbmmc dignità
de i loro trionfi, nonlafciando perqueftodi tenere altri of- fici)
fecolari & publichhandarc alla guerra, & fare mer- canti a,
fecondo che roccafionc fi prefcntaua:& erano quefli
bcneficijdidueforti d’vnaVfa fuggettaalla colla- tionedc Ponteficbde la Republica,
& degli Imperatori, & l'ahra reftaua libera &
hcreditaria di mano in mano à R 0m JT « i fucceflorijche chiamorno tali
facerdotij Gentilirij,& tuamentr. quafi al modo noftro patronati:de
quali hà coli parlato CICERONE, nel libro de Aruftìcum reftonfìs, Ei fono
(dice citarne. , che hanno fattoi T 4
egli) in qucfto ordine molte perfone intrjte de facrificij
Gentilicij in quello iftclTotcmpio.Nc e dama- tntjiaf. rauigliarfi fc l’enrrattc
di quelli benefici j antichi erano cofi grandi, confidcraro che quando i
ROMANI veniuo- noa fondarctcpli o munillerj,ci gli jfotauono
digran- dilfimi beni, cofi indanari,& penfioni,comcin
tcrre& altre cole (labi li, & i Re &gl IMPERATORI le faccuono
fi- jonluioni a quelle , che in Francia fi chiamono Fondationi
rtélL Realidcntratte delle quali fi coinè fono rifeofTe & pagate dai
Riceuitori del Dominio, cofi quelle de ROMANI paflàuono per le mani de Questori,
o Telorieri, fi co- coUcgìdd m x c m °ft ra LIVIO, quando ei dice che NUMA
ordine V rftaii no i Collegi de i Flamini & delle vergini Vcftali,&:
aflc- - N ^ id4 £ n ° foro entrate & prouifionidei beni publicida
quale vfanza non bifogna dubitare che non fo/Iè poi ofleruata &
matcnuta da gl altri fondatori che vennono do- cSformiti P° lui.
Concludendo che fc noi porremo ben mente,noi troucrrcmo & vedremo che
gl’ordini della noflra reli- Gentili con gionefonóin moire cole limili à
quelli de gl’antichi Egit k nojircin tij, ROMANI, comclbno i camicide
pretine ftolcde piì- netejecherichc ralc, che i Franzcfi, chiamano
Corone, lo inclinare della tcfla, volgendoli all altare, il
principio et la fine del facrificio, i prieghi,i voti,l’orationi , gl’fiy
tini, le mufichc delle voci,ifuonicomequellidegli organi, proccfIìoni, &
molte altre cofc,chc vn buono spirito potrà facilmente ricorre, hauendo
bcneconlideratc quelle cerimonie & qucIle:ecccttoche quelle de Gcn-’
df ti,icrano ^«tlupcrfiitiofe, ma lenollre fono Chri- g aitili. diane
& catholichc, eflèndo fatte inhonoredi Dio Pa- dre Omnitenrc,
&di Gicfu Chrillofoo figliuolo, à cui fia gloria eternalmente. Grice:
“There are many issues about philosophical theology, as we may call it. The
romans were into cult, rather than religion – they didn’t even know where
‘religio’ came from, and Lucrezio famously disagreed with Cicero – It seems it
was all about killing livestock in lieu of humans, as the barbarians did!” -- Grice: “Enzo should concentrate a bit on how the
ancient Romans dealt with their civil religion. Roma and romanitas. Carlo Enzo.
Enzo. Keywords: l’uomo, essegesi, ermeneutica, i quattro sensi – from Genesis
to Revelations: a new discourse on metaphysics, eschatology – perhaps Moses got
more than the 10 comm from Sinai --. Ebraismo e romanita – romanita pagana – la
teologia naturale dei romani antichi – la religione civile dei romani – I simboli
della religione romana pagana --. La religione ufficiale della Roma antica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Enzo” – The Swimming-Pool Library.
Grice
ed Epicaride: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. Epicaride is said to have been a Pythagorean who solved the problem
of not being allowed to eat living things by killing those things first!
Grice
ed Epicarmo: all’isola -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo italiano. He
wrote comedies. He achieved a reputation as a philosopher through several
works. He was one of the seven sages (according to Hippoboto) and may have been
a Pythagorean.
Grice
ed Epicoco: l’implicatura conversazionale della religione civile dei romani -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Mesagne). Filosofo italiano. Grice: “I like Epicoco; he has
a way with words – e.g. ‘only the sick heal.” Is that synthetic a priori?”
Grice: “My favourite is Epicoco’s emphasis on some symbols, like blood, and
Canova’s Eros – and ‘l’amore che decide.’ Insegna a San Carlo Borromeo
all'Aquila. Altre opere: Vergine Madre
figlia del tuo figlio; Itaca editrice; Jesu dulcis memoria; Itaca editrice; Il
grido di Benedetto XVI; con Michele G. Masciarelli; Tau editrice; Futuro
presente. Contributi sull'enciclica Spe salvi di Benedetto XVI; con Angelo
Amato e Paola Bignardi; Tau editrice; L'Immacolata perfezione. Sentieri in
preparazione alla festa dell'Immacolata; Tau editrice Io vedo il tuo volto. Arte e liturgia; Tau
editrice Ex coelesti virtute.
Miscellanea di studi in onore di S. E. Mons. Giuseppe Molinari nel Suo 50º di
Sacerdozio; Tau editrice Etty Hillesum.
Introduzione ad una donna; Tau editrice
Piccola introduzione alla Bibbia; Tau editrice Qualcuno accenda la luce. Conversazioni
sull'Enciclica Lumen Fidei di papa Francesco; Tau editrice Giovanni Paolo II. Ricordi di un papa santo;
con Mons. Piero Marini; Tau editrice La
misericordia ha un volto. Il Giubileo straordinario della Misericordia secondo
papa Francesco; Tau editrice Preghiere
di ogni giorno; Tau editrice Nati per
amare. I giovani raccontano la famiglia; LUP
Solo i malati guariscono. L'umano del (non) credente; San Paolo,
Milano Educare è meglio che curare; Tau
editrice, La malattia è un dono di vita.
Storia di Teresa Ruocco; Tau editrice La
stella, il cammino, il bambino. Il natale del viandante; San Paolo, Milano Quello che sei per me. Parole sull'intimità;
San Paolo, Milano Amen. La Parola che
salva; San Paolo, Milano Sale non miele.
Per una fede che brucia; San Paolo, Milano. Telemaco non si sbagliava. O del
perché la giovinezza non è una malattia; San Paolo, Milano L’amore che decide; Tau editrice, Camminando tra pastori e Re Magi. Trenta
piccole meditazioni e un "quaderno" per la riflessione personale: un
percorso di preparazione al Natale, San Paolo, Cinisello Balsamo, Qualcuno a cui guardare. Per una spiritualità
della testimonianza, Città Nuova, Roma,. Note
A L'Aquila Epicoco diventa il nuovo preside dell’Istituto Superiore
Scienze Religiose, Giovani: don Epicoco (filosofo), “proporre un incontro che
può cambiare la loro vita”, in Servizio Informazione Religiosa, 11 settembre. Intervista a Il Faro di Roma Scheda in Itaca
libri Scheda sito San Paolo Scheda del docente nel sito dell'Università
Pontificia Articolo incarichi
diocesani Intervista a Credere Sito della Parrocchia Universitaria L'Aquila Incarichi nel Sito Ufficiale della Diocesi, su
diocesilaquila. Scheda sul profilo di don Luigi Maria Epicoco Radio Radicale Comunicato stampa Sito Rai Caterpillar Rai Due intervento a NemoNessuno escluso in
prima serata Membri Cavalieri della Luce
Archiviato il 18 gennaio in. Testimonianza nella rivista Credere Roma Sette sul nuovo Messalino edito da San
Paolo Intervista e nuovo libro sul sito
Aleteia La prefazione di Massimo
Recalcati al libro di don Luigi Maria Epicoco
Don Epicoco nuovo preside dell’Issr L’Aquila Conferenza di don Luigi Maria Epicoco a Nizza
il 13 novembre. Wikipedia Ricerca Religione sistema di credenze e attività
umane nei confronti di una o più entità sovrannaturali Lingua Segui Modifica La
religione è un costrutto sociale formato da quell'insieme di credenze, vissuti,
riti che coinvolgono l'essere umano, o una comunità, nell'esperienza di ciò che
viene considerato sacro, in modo speciale con la divinità, oppure è
quell'insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che, nell'insieme, entrano a
far parte di un determinato culto.[1] Alcuni simboli religiosi. Da
sinistra a destra, dall'alto verso il basso: Cristianesimo, ebraismo, induismo,
bahaismo, Islam, Neopaganesimo, Taoismo, Shintoismo, Buddismo, Sikhismo,
Brahmanesimo, Giainismo, Ayyavazhi, Wicca, Templari e Chiesa Nativa Polacca Va
tenuto presente che «il concetto di religione non è definibile astrattamente,
cioè al di fuori di una posizione culturale storicamente determinata e di un
riferimento a determinate formazioni storiche».[1] Lo studio delle
"religioni" è oggetto della "Scienza delle religioni"
mentre lo sviluppo storico delle religioni è oggetto della "Storia delle
religioni". EtimologiaModifica Marco Tullio Cicerone(106
a.C.-43 a.C.), fu il primo autore a proporre un significato etimologico,
collegato all'attenzione verso ciò che riguardava gli dèi, e una definizione
del termine religio. Lattanzio (250-327), apologeta cristiano, criticò
l'etimologia di "religione" proposta da Cicerone, ritenendo che
questo termine dovesse essere riferito al "legame" tra l'uomo e la
divinità. Il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non
è del tutto chiarita[2]. Secondo Cicerone, la parola originerebbe dal
verbo relegere, ossia "ripercorrere" o "rileggere",
intendendo una riconsiderazione diligente di ciò che riguarda il culto degli
dèi[3]: (LA) «qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerent
diligenter retractarent et tamquam relegerent, sunt dicti religiosi ex
relegendo, ut elegantes ex eligendo, diligendo diligentes, ex intelligendo
intelligentes» (IT) «invece coloro che riconsideravano con cura e,
per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dei furono
detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere),
diligente da diligere(prendersi cura di), intelligente da
intelligere(comprendere)» (Cicerone. De natura deorum II, 28; traduzione
in italiano di Cesare Marco Calcante in Cicerone. La natura divina. Milano,
Rizzoli, 2007, pagg. 214-5) Jean Paulhan evidenzia come Lucrezio fece invece
derivare religio dalla radice di re-ligare, nel significato «dei legami che
uniscono gli uomini a certe pratiche»[3] – derivazione che fu poi ritenuta tale
anche da Lattanzio e Servio Mario Onorato (però col significato di «legarsi nei
confronti degli dei»[4]). Secondo Michael von Albrecht, da essa, poiché verbo
contrario all'idea di liberazione, Lucrezio ne derivò il significato negativo,
del quale è: «molto grafica l'espressione religione refrenatus (5, 114), che
rispecchia le inibizioni al pensiero filosofico causate dal paganesimo: l'uomo
è trattenuto, impedito, essendo le sue mani letteralmente "legate dietro
la schiena"». Inoltre «parla spesso dei “nodi stretti” [...]della religio,
dai quali Epicuro avrebbe liberato l'umanità».[5][6] Un significato simile le
aveva attribuito lo storico greco Polibio, dando alla religione, ma con
particolare riguardo alla tradizione e ai costumi dei Romani, il senso di un
instrumentum regni.[7] Nello specifico Lattanzio (250-327)[8], che fu ripreso
anche da Agostino d'Ippona (354-430)[9], correggendo Cicerone, sostiene:
(LA) «Hoc vinculo pietatis obstiicti Deo et religati sumus ; unde ipsa
religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo.»
(IT) «Con questo vincolo di pietà siamo stretti e legati (religati) a
Dio: da ciò prese nome religio, e non secondo l'interpretazione di Cicerone, da
relegendo.» (Lattanzio. Divinae institutiones IV, 28. Traduzione di
Giovanni Filoramo. Le scienze delle religioni. Brescia, Morcelliana, 1997,
pag.286) Così lo studioso Luigi Alici (1950-) mette a confronto la lettura
etimologica offerta da Agostino in De civitate Dei X,3, che si richiama a
Cicerone, con quella di Lattanzio il quale "preferisce insistere sull'idea
primitiva di 'ciò che lega' di fronte agli dèi": «tale legame
sarebbe pure indicato dall'uso simbolico delle vitae, cioè delle bende con cui
si coprivano il capo i sacerdoti» (Luigi Alici. Nota 5 in Agostino. La
città di Dio. Milano, Bompiani, 2004, pag.462) Tuttavia lo storico delle
religioni italiano Enrico Montanari (1942-) osserva che:
«Etimologicamente, religio non deriva da religare('legarsi faccia a faccia con
gli dèi'): questa interpretazione, di fonte cristiana (Lattanzio), fu
attribuita agli antichi, ma sulla base del nuovo culto monoteistico.»
(Enrico Montanari. Roma. Il concetto di "religio" a Roma. In
Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi,
1993, pag.642) Quindi, per Enrico Montanari, l'origine del termine
"religione" è da ricercarsi nella coppia dei termini
religere/relegere intesi come "raccogliere nuovamente",
"rileggere"[10] osservare "con scrupolo e coscienziosità
l'esecuzione di un atto"[11] e quindi eseguire con attenzione l'"atto
religioso". Furono i primi teologi cristiani, nel IV secolo, a rovesciare
il significato originario del termine per collegarlo al nuovo credo[12].
Allo stesso modo osservò Gerardus van der Leeuw(1890-1950) che coniando
l'espressione homo religiosus lo oppose all'homo negligens: «Possiamo
quindi intendere la definizione del giurista Masurio Sabino: religiosum est,
quod propter sanctitatem aliquam remotum ac sepositum a nobis est. Ecco
precisamente in che cosa consiste il sacro. Usargli sempre debiti riguardi: è
questo l'elemento principale della relazione fra l'uomo e lo straordinario.
L'etimologia più verosimile fa derivare la parola religio da relegere,
osservare, stare attenti; homo religiosus è il contrario di homo
negligens.» (Gerardus van der Leeuw. Phanomenologie der Religion (1933).
In italiano: Gerardus van der Leeuw. Fenomenologia della religione. Torino,
Boringhieri, 2002, pag.30) Storia della definizioneModificaOccidenteModifica
Grecia anticaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Religione dell'antica Grecia. Il termine che nella lingua greca
moderna indica la "religione" è θρησκεία (thrēskeia). Tale termine è
collegato a θρησκός (thrēskos; "pio", "timoroso di Dio").
Quindi anche se nella cultura religiosa greco-antica non esisteva un termine
che riassumesse quello che noi intendiamo oggi per "religione"[13],
thrēskeia[14] possedeva tuttavia un ruolo e un significato precisi[15]:
indicava la modalità formale con cui andava celebrato il culto a favore degli
dèi[16]. Scopo del culto religioso greco era infatti quello di mantenere la
concordia con gli dèi: non celebrare loro il culto significava provocarne
l'ira, da qui il "timore della divinità" (θρησκός) che lo stesso
culto provocava in quanto connesso con la dimensione del sacro. Roma
anticaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Religione romana Monaci manichei intenti a copiare testi sacri, con un'iscrizione
in sogdiano (manoscritto da Khocho, Bacino del Tarim). Il manicheismofu una
religione perseguitata, al pari di altre, nell'Impero romano in quanto
contrastava con il mos maiorum. La concezione romana di "religione"
(religio) corrisponde alla cura nei confronti dell'esecuzione del rito a favore
degli dèi, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non risulti
correttamente eseguito[17]. In questo senso i romani collegavano al termine di
"religione" un senso di timore nei confronti della sfera del sacro,
sfera propria del rito e quindi della religione stessa[18]. In un ambito
più aperto i romani accoglievano comunque tutti i riti che non contrastassero
con il mos maiorum dei tradizionali riti religiosi, ovvero con il costume degli
antenati. Quando nuovi riti, e quindi novae religiones, venivano a contrastare
con il mos maiorum questi venivano proibiti: fu il caso, ad esempio e di volta
in volta, delle religioni ebraica, cristiana, manichea e dei riti
bacchanalia[19]. La prima definizione del termine "religione",
ovvero del suo originario termine latino religio, la dobbiamo a Cicerone il
quale nel De inventione così la esprime: (LA) «Religio est, quae
superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque effert»
(IT) «Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione rivolti
ad un essere superiore la cui natura definiamo divina» (Cicerone. De
inventione. II,161) Con l'epicureo Lucrezio (98 a.C.-55 a.C.) si affaccia una
prima critica alla nozione di religione intesa qui come un elemento che
sottomette l'uomo per mezzo della paura e da cui il filosofo deve
liberarsi[20]: «Humana ante oculos foede cum vita iacere / in
terris oppressa gravi sub religione / quae caput a caeli regionibus ostendebat
/ horribili super aspectu mortalibus istans, / primum Graius homo mortalis
tollere contra est / oculos ausus primusque obsistere contra» «La vita umana giaceva sulla terra alla vista
di tutti turpemente schiacciata dall'opprimente religione, che mostrava il capo
dalle regioni celesti, con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali. Un
uomo greco[21] per la prima volta osò levare contro di lei gli occhi mortali, e
per primo resistere contro di lei.» (Lucrezio. De rerum natura I,62-7.
Traduzione di Francesco Giancotti in Lucrezio. La natura. Milano, Garzanti,
2006, pagg. 4-5) (LA) «primum quod magnis doceo de rebus et artis
religionum animum nodis exsolvere pergo»
«prima di tutto in quanto grandi cose insegno, e tento di sciogliere
l'animo dai nodi stretti della religione» (Lucrezio. De rerum natura I,932)
Occidente cristianoModifica Massacre saint Barthelemy di François Dubois
(1529–1584) conservato presso il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna. A
seguito dei massacri provocati dalle Guerre di religione i pensatori francesi
del XVII secolo misero in dubbio la sovrapposizione delle nozioni di civiltà e
religione fino a quel momento in vigore. Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio:Cristianesimo. Ebrei in preghiera il giorno
dello Yom Kippur, opera di Maurycy Gottlieb(1856–1879). Nell'Occidente
cristiano, l'Ebraismo, come l'Islām, verrà indicato come una religione solo a
partire dal XVII secolo. Le prime comunità cristiane non utilizzarono il
termine religio per indicare le proprie credenze e pratiche religiose[22]. Con
il tempo, tuttavia, diffusamente a partire dal IV secolo, il Cristianesimo
adottò tale termine nell'accezione indicata da Lattanzio, individuandone
l'unicità in quanto la "religione" era l'unica via di salvezza per
l'uomo. La relazione tra religio cristiana e quelle dei culti o delle
"filosofie" precedenti fu variamente interpretata dagli esegeti
cristiani. Giustino (II secolo)[23], ma anche Clemente Alessandrino e Origene,
sostennero che partecipando tutti gli uomini al "Verbo" coloro che tra
questi vissero secondo "ragione" erano comunque dei cristiani[24].
Con Tertulliano (III secolo) la prospettiva cambiò e le differenze tra mondo
"antico" e il mondo dopo la "rivelazione" cristiana furono
decisamente accentuate. Con Agostino d'Ippona (354-430), ma già precedentemente
con Basilio, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, il pensiero platonico
rappresentò per i teologi cristiani un esempio della comprensibilità di cosa
fosse la vera "religione"[25]. Rispetto ai significati del
termine "religione" nel mondo cristiano, lo storico delle religioni
svizzero Michel Despland osserva che: «Diventato cristiano l'Impero, si
trovano presso i cristiani tre accezioni della parola. La religione è un ordine
pubblico mantenuto dall'imperatore cristiano che instaura sulla terra la
legislazione voluta da Dio (idea imperiale). Può anche essere l'eros dell'anima
individuale verso Dio (idea mistica). Infine religio può designare la
disciplina propria ai battezzati che hanno fatto voto di perfezione e sono
diventati eremiti o cenobiti (Monachesimo).» (Michel Despland. Religione.
Storia dell'idea in Occidente, in Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques
Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario
delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1539 e segg.) Quindi se
inizialmente il termine "religione" è assegnato esclusivamente agli
ordini religiosi[26], a partire dalla Francia il termine accoglie dapprima
anche quei pellegrini o cavalieri che se ne mostrano degni attraverso il mantenimento
dei loro voti, poi i mercanti onesti e gli sposi fedeli, aprendo così il
termine all'intero mondo laicale che osserva con scrupolo i precetti della
Chiesa. Con la Scolastica la "religione" venne collocata tra le
"virtù morali" inserite nella "giustizia" in quanto essa
rende a Dio l'onore e l'attenzione che gli sono "dovuti" esprimendosi
con atti esteriori, come la liturgia o il voto, ed atti interiori, come la
preghiera o la devozione[27]. Infine il termine "religione"
diviene sinonimo di "civiltà". Con la Riforma protestante a partire
dal XVI secolo il termine "religione" è assegnato a due confessioni
cristiane distinte, e solo con il XVII secolo l'Ebraismo e l'Islām saranno
considerate "religioni"[28]. Le Guerre di religione del XVI
secolo provocarono in Francia l'abbandono dell'idea che il termine
"religione" potesse essere sovrapponibile a quello di civiltà e, ad
incominciare dal XVII secolo, alcuni intellettuali francesi avviarono una
critica serrata al valore stesso della religione[28]. «Vive forze
nazionali si risvegliano e insorgono contro l'adattamento compiuto dopo le
guerre di religione. Da allora la religione è vista come riguardante
un'autorità oppressiva, la fede come una credenza poco ragionevole, anzi quasi
irragionevole. In Francia, le intelligenze cominciano a preferire la civiltà
alla religione. E c'è la tendenza a credere che quanto l'uomo più si
civilizzerà tanto meno sarà incline alla religione.» (Michel Despland.
Op.cit.) Occidente moderno e contemporaneoModifica A partire dal XVII secolo,
la Modernità attribuisce valore supremo alla razionalità affrontando con questo
strumento conoscitivo anche l'alveo della religione che così viene sottoposto
al suo esame. Se da una parte autori come Gottfried Wilhelm von Leibniz
(1645-1716) e Nicolas Malebranche (1638-1715) dopo l'analisi razionale
esaltarono i valori religiosi, altri, come ad esempio John Locke (1632-1704) o
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), utilizzarono la "ragione" per
spogliare la "religione" dei suoi contenuti non giustificabili
razionalmente. Altri autori, come l'irlandese John Toland (1670-1722) o
il francese Voltaire (1694-1778) furono propugnatori del deismo, una lettura
decisamente razionalista della religione. Con David Hume (1711-1776) vi
fu un rifiuto dei contenuti razionali della religione, nell'insieme considerata
un fenomeno del tutto irrazionale, nato dai timori propri dell'uomo nei
confronti dell'universo. Partendo dal giudizio di "irrazionalismo"
della religione, in Occidente, con ad esempio Julien Offray de La Mettrie
(1709-1751) o Claude-Adrien Helvétius(1715-1771), si affacciarono le prime
critiche radicali alla religione che portarono all'affermazione
dell'ateismo. In questo ambito Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789)
giunse a sostenere che: «L'idea di un Dio terribile, raffigurato come un
despota, ha dovuto rendere inevitabilmente malvagi i suoi sudditi. La paura non
crea che schiavi [...] che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o
di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti
castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini,
infelici, rissosi, intolleranti.» (Holbach, Il buon senso, a cura di S.
Timpanaro, Garzanti 1985, p.150) Culture non occidentaliModifica Nelle culture
non occidentali il termine "religione" viene reso con termini che non
hanno la stessa etimologia latina. Così, se in Occidente, fatto salvo la lingua
greca, il termine "religione" ha ovunque origine dal latino religio,
l'etimologia del termine ebraico origina invece da un termine proprio
dell'antico persiano, allo stesso modo l'arabo dove il termine
"religione" origina dall'avestico. Nelle lingue del Subcontinente
indiano invece il termine "religione" viene reso con termini di
origine sanscrita e, in Estremo Oriente, con termini di origine cinese.
Vicino e Medio OrienteModifica In lingua ebraica il termine occidentale
"religione" viene reso come(alfabeto ebraico) traslitterato in
caratteri latini come dath. Tale termine compare alcune volte nel Tanakh, così
nel Libro di Ester Il re ordinò che così fosse fatto. Il decreto (dath) fu
promulgato a Susa. I dieci figli di Amàn furono appesi al palo.» (Libro
di Ester, IX,14) In questo verso (dath) sta per "editto",
"legge", "decreto". L'ebraico dath deriva dall'avestico e
dall'antico persiano dāta[29]. Il termine avestico dāta possiede in
quella lingua sempre il significato di "legge" o di "legge di
Ahura Mazdā"[30], ovvero legge del Dio unico e supremo dello
Zoroastrismo. (AE) «ahmya zaothre baresmanaêca mãthrem speñtem
ashhvarenanghem âyese ýeshti, dâtem vîdôyûm âyese ýeshti, dâtem zarathushtri
âyese ýeshti, darekhãm upayanãm âyese ýeshti, daênãm vanguhîm mâzdayasnîm âyese
ýeshti.» (IT) «Con questo zaothra e baresman desidero questo Yasna
per il generoso Manthra, il più glorioso e lo desidero per Dāta, la Legge, la
più gloriosa, santificata Aša, istituita contro i daēva, e per la legge
insegnata da Zarathuštra. Desidero, questo Yasna, per Upayana, l'antica
tradizione mazdea, e per Daēna, la santa religione mazdea.» (Avestā II,
13. Traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.96) In
lingua araba il termine occidentale "religione" viene reso come دين
(alfabeto arabo) traslitterato in caratteri latini come dīn. Oggi ho
perfezionato la vostra religione ( dīn) compiendo per voi il mio beneficio e ho
scelto per voi l'Islām come religione ( dīn)» (Corano V,3) Il termine
arabo dīn deriva dal medio persiano dēn[31]. In lingua persiana il
termine occidentale "religione" viene reso come دین (alfabeto
arabo-persiano) traslitterato in caratteri latini come dīn. Tale termine deriva
dal termine medio persiano dēnche, a sua volta, deriva dall'avestico daēnā che
in quella antica lingua significa "religione" intesa come splendore,
luminosità di Ahura Mazdā. Daēnā a sua volta proviene, nella medesima lingua,
dalla radice dāy(vedere). (AE) «nivaêdhayemi hañkârayemi mãthrahe
speñtahe ashaonô verezyanguhahe dâtahe vîdaêvahe dâtahe zarathushtrôish
darekhayå upayanayå daênayå vanghuyå mâzdayasnôish» (IT) «Annuncio
e celebro in lode del benefico ed efficace Manthra, ašavan, rivelazione contro
i daēva; rivelazione che viene da Zarathuštra, e in lode di Daēna, la buona
religione mazdea, che ha un'antica Tradizione» (Avestā I, 13. Traduzione
di Arnaldo Alberti, in Avestā. Torino, UTET, 2008, pag.92) Subcontinente
indiano Modifica La
bandiera dell'India. Al centro della bandiera è collocato, raffigurato in blu,
il Čakra di Aśokaovvero il sigillo che compare negli editti promulgati
dall'imperatore indiano Aśoka (304-232 a.C.) e che rappresenta il Dharmačakra,
la "Ruota del Dharma". Nella lingua hindi, la lingua ufficiale e più
diffusa dell'India, il termine occidentale "religione" viene reso
come (alfabeto devanagari) traslitterato in caratteri latini come Dharma.
«È abbastanza difficile trovare un'unica parola nell'area dell'Asia meridionale
che denoti ciò che in italiano è definito "religione", un termine
effettivamente piuttosto vago e dall'ampio raggio semantico. Forse il termine
più appropriato potrebbe essere il sanscrito dharma, traducibile in diversi
modi, tutti pertinenti alle idee e alle pratiche religiose indiane»
(William K. Mahony. Induismo, "Enciclopedia delle Religioni" vol. 9:
"Dharma induista". Milano, Jaca Book, 2006, pag.99) Gianluca Magi
precisa tuttavia che il termine Dharma «è più ampio e complesso di quello
cristiano di religione e, dall'altro, meno giuridico delle attuali concezioni
occidentali di "dovere" o di "norma", poiché privilegia la
consapevolezza e la libertà piuttosto che il concetto di religio od
obbligo» (in Dharma, "Enciclopedia filosofica" vol.3. Milano,
Bompiani. Il termine Dharma è usato nella maggior parte delle religioni di
origine indiana per indicare tali contesti religiosi: Induismo Sanātana
Dharma), Buddhismo Buddha Dharma), Giainismo Jain Dharma) e Sikhismo (Sikh
Dharma). Ma anche per indicare le religioni occidentali come l'Ebraismo
(Dharma ebraico) o il Cristianesimo (Dharma cristiano) Il termine Dharma
deriva dalla radice sanscrita dhṛtraducibile in italiano come "fornire una
base", ovvero come "fondamento della realtà",
"verità", "obbligo morale", "giusto", "come
le cose sono" oppure "come le cose dovrebbero essere". O
guardiani dell'ordine cosmico (Ṛta), o Dei le cui leggi (Dharma) sono sempre
realizzate, voi salite sul vasto carro del cielo più alto; a chi, Mitra e Varuṇa,
mostrate il vostro favore, la pioggia del cielo dona abbondanza di miele»
(Ṛgveda, V 63,1 a-c) Estremo Orientesānjiào yījiào Tre religioni (insegnamenti)
una religione (insegnamento). Confucio (Kǒng Qiū) e Lǎozǐ proteggono il Buddha
Śākyamuni Shìjiāmóuní) infante. Rotolo dipinto su seta, Dinastia Ming
conservato presso il British Museum di Londra. Scrittura oracolare su
ossa, all'origine del carattere cinese
(zǐ, bambino). Il carattere cineseche indica la singola
"religione" è (jiào) e si compone, oltre del carattere (zǐ), del carattere (lǎo, vecchio), il tutto ad indicare
l'insegnamento. In lingua cinese il termine occidentale "religione" viene
reso come , traslitterato in caratteri latini in zōngjiào (Wade-Giles
tsung-chiao). Da questa lingua il termine religione viene così reso nelle altre lingue
estremo-orientali in: lingua giapponese shūkyō; lingua coreana jonggyo lingua vietnamita tôn giáo. In lingua
cinese (jiào) rende anche il khotanesedeśanā, a sua volta resa del sanscrito
deśayati(causativo del verbo di III classe diś: "mostrare",
"assegnare", "esibire", "rivelare") e anche il
sanscritośāsana (insegnamento). Il carattere è formato da (zǐ, bambino, dove la figura
stilizzata è avvolta in fasce e agita le braccia), (lǎo, vecchio). Mentre (zōng) indica "scuola",
"tradizione acclarata", "religione" quindi
"insegnamento di una tradizione acclarata/religione". Il
carattere cinese (zōng) è formato dai
caratteri (mián, tetto di un edificio) e
( shì "altare", oggi nel significato di "mostrare") a sua
volta composto da (altare primitivo) con
ai lati (gocce di sangue o di
libagioni); il tutto a significare "edificio che contiene un
altare". Le singole religioni vengono indicate dal nome che le
caratterizza seguite dal carattere (jiào): Buddhismo (Fójiào da Fó Buddha),
Confucianesimo (Rújiào, da Rú, letterato confuciano), Daoismo (Dàojiào da Dào)
Cristianesimo (Jīdūjiāo da Jīdū Cristo),
Ebraismo ( Yóutàijiào da Yóutài Giuda),
Islām (Yīsīlánjiāo da Yīsīlán Islām). DescrizioneModifica Il dibattito
sulla nozione di religioneModifica La nozione di "religione" è
problematica e dibattuta. Da un punto di vista fenomenologico-religioso
il termine "religione" è collegato alla nozione di sacro:
«Secondo Nathan Söderblom, Rudolf Otto e Mircea Eliade, la religione è per
l'uomo la percezione di un "totalmente Altro"; ciò ha come
conseguenza un'esperienza del sacro che a sua volta dà luogo a un comportamento
sui generis. Questa esperienza, non riconducibile ad altre, caratterizza l'homo
religiosus delle diverse culture storiche dell'umanità. In tale prospettiva,
ogni religione è inseparabile dall'homo religiosus, poiché essa sottende e
traduce la sua Weltanschauung (Georges Dumézil). La religione elabora una spiegazione
del destino umano (Geo Widengren) e conduce a un comportamento che attraverso
miti, riti e simboli attualizza l'esperienza del sacro.» (Julien Ries. Le
origini, le religioni. Milano, Jaca Book, 1992, pagg.7-23) Da un punto di vista
storico-religioso la nozione di "religione" è collegata al suo
esprimersi storico: «Ogni tentativo di definire il concetto di
"religione", circoscrivendo l'area semantica che esso comprende, non
può prescindere dalla constatazione che esso, al pari di altri concetti
fondamentali e generali della storia delle religionie della scienza della
religione, ha una origine storica precisa e suoi peculiari sviluppi, che ne
condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...] Considerata questa prospettiva, la
definizione della "religione" è per sua natura operativa e non reale:
essa, cioè, non persegue lo scopo di cogliere la "realtà" della
religione, ma di definire in modo provvisorio, come work in progress, che cosa
sia "religione" in quelle società e in quelle tradizioni oggetto di
indagine e che si differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai
modi a noi abituali.» (Giovanni Filoramo. Religione in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.620) Da un
punto di vista antropologico-religioso la "religione" corrisponde al
suo modo peculiare di manifestarsi nella cultura: «Le concezioni
religiose si esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni
artistiche che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di
spiegazione del mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento»
(Enrico Comba. Antropologia delle religioni. Un'introduzione. Bari, Laterza,
2008, pag.3) Anche se come evidenzia lo stesso Enrico Comba: «Non è dunque
possibile stabilire un criterio assoluto per distinguere i sistemi religiosi da
quelli non religiosi nel vasto repertorio delle culture umane» (Enrico
Comba. Op.cit. pag.28) Quindi, come notano Carlo Tullio Altan e Marcello
Massenzio, il fenomeno della religione: «come forma specifica della
cultura umana, ovunque presente nella storia e nella geografia, è un fenomeno
estremamente complesso, che va studiato con molteplici procedure, mano a mano
che queste ci vengono offerte dal progresso degli studi delle scienze umane,
senza pretendere di dire mai in proposito l'ultima parola, come accade per un
lavoro che sia costantemente in corso d'opera.» (Carlo Tullio Altan e
Marcello Massenzio. Religioni Simboli Società: Sul fondamento dell'esperienza
religiosa. Milano, Feltrinelli, 1998, pagg. 71-2) Analisi filosoficaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: scienze delle
religioni Natura problematica della definizione di "religione"
Max Weber (1864-1920) sostenne che la definizione di
"religione" si può declinare alla fine della ricerca su di
essa. Leszek Kołakowski(1927-2009) ha osservato che, come per altri
ambiti umanistici, difficilmente si potrà addivenire ad una definizione
condivisa del termine "religione". La definizione moderna del termine
"religione" è problematica e controversa: «Definire la
religione è compito tanto ineludibile quanto improbo. È infatti evidente che,
se una definizione non può prendere il posto di una indagine, quest'ultima non
può avere luogo in assenza di una definizione.» (Giovanni Filoramo.
Op.cit 1993, pag.621) Già Max Weber aveva sostenuto che: «Una definizione
di ciò che la religione 'è' non può trovarsi all'inizio, ma caso mai, alla fine
di un'indagine come quella che segue.» (Max Weber. Economia e società Milano,
Comunità, 1968, pag.411. (prima ed. 1922)) Melford E. Spiro (1920-)[32] e
Benson Saler[33]obiettano in proposito che quando non si definisce l'oggetto di
indagine in modo esplicito si finisce per definirlo in modo implicito. Lo
storico polacco Leszek Kołakowski (1927-2009) rileva invece che:
«Studiando le attività umane nessuno dei concetti di cui disponiamo può essere
definito con assoluta precisione, e, sotto questo aspetto, 'religione' non si
trova in una situazione peggiore di "arte", "società",
"storia", "politica", "scienza",
"linguaggio" e innumerevoli altre parole. Ogni definizione della
religione deve essere fino ad un certo punto, arbitraria, e, per quanto
scrupolosamente tentiamo di far sì che si conformi all'impiego attuale della
parola nel linguaggio comune, molte persone riterranno che la nostra
definizione comprenda troppo o troppo poco.» (Leszek Kołakowski. Se non
esiste Dio. Bologna, Il Mulino, 1997) Le spiegazioni sulla natura e le ragioni
dell'esistenza dei credi religiosi Ulteriori informazioni Questa sezione
sull'argomento religione è solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo
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Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872) sosteneva che: la religione consiste
di idee e valori prodotti dagli esseri umani, erroneamente proiettati su forze
e personificazioni divine. Dio sarebbe quindi la costruzione di un Super uomo
(uomo potenziato con attribuiti ideali dati dall'uomo stesso). È una forma di
alienazione (che non ha lo stesso significato attribuito da Marx), in quanto la
religione estranea l'uomo da sé stesso facendogli credere di non essere in
prima persona: l'uomo è sottomesso da sé stesso. La religione si trova ad
essere dunque un rifugio dell'uomo di fronte alla durezza della realtà
quotidiana. Karl Marx (1818-1883) affermò che: la Religione è «il gemito
della creatura oppressa, l'animo di un mondo senza cuore, così come è lo
spirito d'una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l'oppio dei
popoli»[34]. Secondo l'ottica di Max Weber (1864-1920): le Religioni
mondiali sarebbero capaci di raccogliere vaste masse di credenti e di
influenzare il corso della storia universale. Weber non crede che la religione
sia una forza conservatrice (Karl Marx), bensì crede che essa possa provocare
enormi trasformazioni sociali: La religione influisce sulla vita sociale ed
economica. Il Puritanesimo e il protestantesimo, ad esempio, furono all'origine
del modo di pensare capitalistico. Ne ”L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo” Weber discusse ampiamente l'influenza del cristianesimo sulla
storia dell'Occidente moderno. Weber scoprì che effettivamente alcune religioni
sono caratterizzate da un ascetismo ultramondano, che privilegia la fuga dai
problemi terreni, distogliendo gli sforzi dallo sviluppo economico. Il
cristianesimo sarebbe una religione di salvezza per Weber, poiché è incentrata
sulla convinzione che gli esseri umani possano essere salvati purché scelgano
la fede e seguano le sue prescrizioni morali. Le religioni di salvezza
presentano un aspetto rivoluzionario perché sono caratterizzate da un ascetismo
intramondano, cioè uno spirito religioso che privilegia la condotta virtuosa in
questo mondo. Le religioni asiatiche invece avevano un atteggiamento di
passività rispetto all'esistente. Tra le riflessioni contemporanee,
particolarmente interessante è la spiegazione del fenomeno religioso proposta
da Marcel Gauchet a iniziare dall'opera del 1985 Il Disincanto del mondo[35]:
secondo lo storico-filosofo francese, la religione non è né una tensione
individuale verso il trascendente, né una costruzione funzionale alla
giustificazione del potere. La religione va invece intesa, in una prospettiva
storica e antropologica, come maniera particolare di strutturazione dello
spazio sociale e umano. In particolare la forma più pura di religione è da
rintracciare negli animismi che caratterizzano quelle società che Pierre
Clastres definisce “contro lo Stato”. Nelle società di questo tipo, la legge
viene cioè fatta risalire a un tempo e a forze assolutamente altre rispetto al
presente e nessun membro della società può quindi rivendicare un rapporto
privilegiato con il trascendente. La nascita di un'istanza separata del potere
è indisgiungibile da una trasformazione della religione: dopo tali
trasformazioni, il mondo terreno e la realtà trascendente entrano in rapporto.
La religione, che nella sua forma più pura era un disinnescamento totale
dell'instabilità sociale, una rimozione assoluta della divisione attraverso
l'assolutizzazione della separazione terreno/trascendente, si apre a quella che
Gauchet definisce l'uscita dalla religione. Alcuni termini classificatori
e descrittivi delle religioniModifica Edward Burnett Tylor introdusse,
nel 1871, la nozione di "animismo". Il teologo calvinista
svizzero Pierre Viret (1511-1571) che, nel suo Instruction chrétienne del 1564
introdusse il termine "deismo". Friedrich Schelling nel 1842
introdusse per primo il termine "enoteismo" poi ripreso e diffuso
dall'indologo Friedrich Max Müller (1823-1900). John Toland(1670-1722)
nel suo Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705) utilizzò per primo la
nozione di "panteismo". AnimismoModifica "Animismo"
(dall'inglese animism, a sua volta dal latino anĭma) è il termine introdotto
nello studio delle religioni primitive dall'antropologo inglese Edward Burnett
Tylor (1832-1917) che, nel 1871 nel suo Primitive Culture: Researches into the
Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, lo
utilizzò per indicare quella prima forma di credenza spirituale
("anima" o "forza vitale") che viene riscontrata in oggetti
o luoghi. In tal senso la teoria di Tylor si opponeva a quella di Herbert
Spencer(1820-1903) che invece poneva nell'ateismo le convinzioni degli uomini
primitivi[36]. La teoria "animistica", già messa in discussione
da Marcel Mauss (1872-1950) e da James Frazer (1854-1941), è rifiutata oggi
dalla maggior parte degli antropologi. Tuttavia, come nota Jacques
Vidal[37] «in mancanza di altre espressioni l'uso del termine rimane
frequente.» Carlo Prandi[38] nota anche come tale termine venga
utilizzato per indicare le credenze religiose dell'Africa subsahariana, quelle
afrobrasiliane e quelle attinenti alle culture dell'Oceania.
AteismoModifica Esistono religioni atee, per considerarle tali prevale la
definizione legata al culto piuttosto che al sacro, e l'interpretazione
strettamente etimologica su quella abituale di "atteggiamento
antireligioso".[39]. Nel 1993 durante i lavori del Parlamento Mondiale
delle Religioni (PoWR) i buddisti, guidati dal Dalai Lama, protestarono contro
l’uso del termine Dio che essi rifiutano, concordando solo su quello di Realtà
suprema[40]. DeismoModifica Il termine "Deismo" (dal francese
déisme, a sua volta dal latino deus[41]) fu coniato dal teologo calvinista
svizzero di lingua francese Pierre Viret (1511-1571) che nella sua Instruction
chrétienne (Ginevra, 1564) lo utilizzò per indicare un gruppo che si opponeva
agli "ateisti", ma Viret descrisse questo "gruppo" come di
coloro che pur credendo in un Dio unico e creatore rigettavano la fede in Gesù
Cristo. Il poeta inglese John Dryden (1631-1700), in Religio Laici del
1682 definì il "Deismo" come la credenza in un Dio creatore rifiutando
qualsivoglia dottrina propugnata dalla tradizione e dalla rivelazione.
Con la pubblicazione del Dictionnaire historique et critique (Rotterdam, 1697)
di Pierre Bayle (1647-1706), che riprese la nozione di Déisme (s.v.
"Viret"), il termine si diffuse ampiamente nella cultura
europea. Tuttavia il significato di "Deismo" ha posseduto, di
volta in volta, connotazioni diverse. Allen W. Wood[42]ne ha identificate
quattro: credenza in un Essere supremo privo di tutti gli attributi di
personalità (come intelletto e volontà); credenza in un Dio, ma rifiuto di
qualsiasi cura provvidenziale da parte di questi per il mondo; fede in un Dio,
ma negazione di ogni vita futura; credenza in un Dio, ma rifiuto di tutti gli
altri articoli di fede religiosa. Molti filosofi e scienziati, per lo più
illuministi del Settecento, sostennero tali posizioni; varianti
istituzionalizzate del "Deismo" sono il Culto dell'Essere supremo
durante la Rivoluzione francese e la spiritualità della Massoneria.
EnoteismoModifica "Enoteismo" (dal tedesco henotheismus, a sua volta
dal greco εἷς eîs + θεός theós "un dio") fu il termine coniato dal
Friedrich Schelling (1775-1854) in Philosophie der Mythologie und der
Offenbarung(1842) per indicare un "monoteismo " rudimentale sorto
durante la preistoria della coscienza e precedente al "monoteismo
evoluto" e al politeismo. In questo senso il termine si presenta simile a
quello di Urmonotheimus ovvero "monoteismo primordiale" elaborato nel
1912 dall'antropologo e sacerdote Wilhelm Schmidt. Successivamente,
l'indologo tedesco Friedrich Max Müller (1823-1900) utilizzò questo termine[43]
per indicare una pratica propria del Ṛgveda consistente nell'isolare una
divinità rispetto alle altre durante le invocazioni rituali. Nel suo
significato storico-religioso, "enoteismo" occorre ad indicare quella
forma di culto per cui una divinità viene, durante il rito, momentaneamente
isolata e privilegiata rispetto alle altre, assurgendo così a divinità
principale. MonoteismoModifica Il termine Monoteismo (neologismo greco,
dal grecoμόνος, mónos = unico, solo e θεός theós = dio) caratterizza quelle
religioni che propugnano l'esistenza di una singola divinità. André
Lalande (1867-1963) ha così descritto, nel suo Vocabulaire technique et
critique de la philosophie, revu par MM. les membres et correspondants de la
Société française de philosophie et publié, avec leurs corrections et
observations par André Lalande, membre de l'Institut, professeur à la Sorbonne,
secrétaire général de la Société (2 volumi) Parigi, 1927, il termine
"monoteismo": «Dottrina filosofica o religiosa che ammette un
solo Dio, distinto dal mondo» Il tema, controverso, è quali possano
essere le religioni ascrivibili a questo contesto. Dopo una disamina di tale
problema, Paolo Scarpi così chiosa: «In questa prospettiva, pertanto
conviene limitare l'uso del termine monoteismo alle forme religiose che
storicamente si sono affermate come tali e che hanno elaborato una speculazione
teologica finalizzata alla dimostrazione dell'unicità di Dio» Intendendo
in questa prospettiva sostanzialmente l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islām.
Di tutt'altro avviso è invece, ad esempio, Theodore M. Ludwig che nella
Encyclopedia of Religion nata dal progetto internazionale proposto da Mircea
Eliade include, sia nell'edizione del 1987 che nella seconda edizione del 2005,
nella voce Monotheism[44], altre religioni oltre quelle qui sopra citate come
lo Zoroastrismo, la Religione greca nella forma di alcuni culti e nel pensiero
di alcuni teologi greci, la Religione egizia del culto di Aton, il Buddhismo nella
forma della Terra Pura, l'Induismo in alcune sue particolari manifestazioni e
il Sikhismo. PanteismoModifica Il termine Panteismo (dall'inglese
pantheism a sua volta dal greco παν pan + θεός theós = tutto Dio) letteralmente
significa "tutto è Dio". Tale termine fu derivato da analogo termine,
pantheistic, utilizzato dal filosofo irlandese John Toland (1670-1722) nel suo
Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705), ed ebbe larga diffusione in
Europa durante le polemiche inerenti al Deismo. Oggi il termine
"Panteismo" occorre come termine tecnico-descrittivo per individuare
quei credi religiosi, o filosofico-religiosi, che individuano una divinità che
abbraccia ogni cosa, ovvero Dio che compenetra ogni aspetto e luogo
dell'universo rendendo così sacro ogni aspetto dell'esistente, anche quello
naturale[45]. Sono imparentati ad esso i termini di "panenteismo",
termine coniato nel 1828 da Karl Krause per indicare una visione in cui Dio è
sia immanente che trascendente. e di "monismo", genericamente ogni
dottrina unitaria che presuppone un'unica sostanza, nella fattispecie la
concezione di un unico Dio impersonale ed ozioso [46]. PoliteismoModifica
Il termine "politeismo" è attestato nelle lingue moderne per la prima
volta nella lingua francese (polythéisme) a partire dal XVI secolo[47]. Il
termine polythéisme fu coniato dal giurista e filosofo francese Jean Bodin, e
quindi utilizzato per la prima volta nel suo De la démonomanie des sorciers
(Parigi, 1580), per poi finire nei dizionari come il Dictionnaire universel
françois et latin (Nancy 1740), il Dictionnaire philosophique di Voltaire
(Londra 1764) e, l'Encyclopédie di D'Alembert e Diredot (seconda metà del XVIII
secolo), la cui voce polytheisme è curata dallo stesso Voltaire. Utilizzato in
ambito teologico in opposizione a quello di "monoteismo"; entra nella
lingua italiana nel XVIII secolo[48]. Il termine polythéisme, quindi
"politeismo", è formato da termini derivati dal greco antico: πολύς
(polys) + θεοί (theoi) ad indicare "molti dèi"; quindi da polytheia,
termine coniato dal filosofo giudaico di lingua greca Filone di Alessandria (20
a.C.-50 d.C.) per indicare la differenza tra l'unicità di Dio nell'Ebraismo
rispetto alla nozione pluralistica dello stesso propria delle religioni
antiche[49], tale termine fu poi ripreso dagli scrittori cristiani (ad esempio
da Origene in Contra Celsum). Tale termine indica quelle religioni che
ammettono l'esistenza di più dèi a cui destinare i culti. Non vi rientra
pertanto il Dualismo, che nella versione classica del Manicheismo vede il mondo
retto da due principi opposti in lotta tra loro, il Male e il Bene,
quest'ultimo destinato a trionfare alla fine dei giorni. Il termine Dualismo
viene inoltre esteso ad eresie quali gli Gnostici e i Catari, che nell'esaltare
la figura del male distinguono nettamente tra spirito e materia, ma trattandosi
di Cristiani, per quanto borderline, vanno inclusi tra i Monoteisti.
Religioni (in ordine alfabetico) con maggior numero di fedeliModifica
BuddhismoModifica Il Buddhismo nel mondo Il Buddhismo è una religione che
comprende una varietà di tradizioni, credenze e pratiche, in gran parte basata
sugli insegnamenti attribuiti a Siddhārtha Gautama, vissuto nel Nepal intorno
al VI secolo a.C., comunemente appellato come il Buddha, ossia "il
Risvegliato". Le numerose scuole dottrinarie afferenti a questa
religione si fondano e si differenziano in base alle raccolte scritturali
riportate nei Canoni buddhisti e agli insegnamenti tradizionali trasmessi
all'interno delle stesse scuole. Le due grandi differenziazioni
all'interno del Buddhismo riguardano le correnti Theravāda, presente
prevalentemente in Sri Lanka, Thailandia, Cambogia, Myanmar e Laos, e Mahāyāna,
presente invece prevalentemente in Cina, Tibet, Giappone, Corea, Vietnam e
Mongolia. CristianesimoModifica I cristiani nel mondo per nazione
Il Cristianesimo è la religione più diffusa nel mondo, in particolare in
Occidente (Europa, Americhe, Oceania). Le forme storiche del cristianesimo sono
molteplici, ma è possibile indicare quattro principali suddivisioni: il
Cattolicesimo, il Protestantesimo, l'Ortodossia e l'Anglicanesimo. Oltre a
queste quattro suddivisioni, esistono alcuni credi che si riallacciano al
Cristianesimo ma non sono classificati nelle quattro categorie principali, tra
cui Mormonismo e i Testimoni di Geova. Tutte queste tradizioni cristiane
riconoscono, seppure con piccole varianti, che il loro fondatore, Gesù di
Nazaret, è il Figlio di Dio, e lo riconoscono come Signore. Credono altresì, a
parte i Testimoni di Geova, i Mormoni e i Protestanti Unitari, che Dio è uno in
tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Inoltre, tenendo
presente che la Bibbia protestante ha 7 libri in meno della Bibbia cattolica,
considerano la Bibbia un testo ispirato da Dio. La Bibbia dei cristiani è
composta dall'Antico Testamento, il quale corrisponde alla Septuaginta,
versione e adattamento in lingua greca della Bibbia ebraica con l'aggiunta di
ulteriori libri[50], e dal Nuovo Testamento: quest'ultimo ruota interamente sulla
figura di Gesù Cristo e del suo "lieto annuncio" (Vangelo).
InduismoModifica Induismo nel mondo L'Induismo è un insieme di dottrine,
credenze e pratiche religiose e filosofico-religiose che hanno avuto origine in
India, luogo dove risiede la maggioranza dei suoi fedeli. Secondo la
tradizione, questa religione è eterna (Sanātana dharma, religione eterna) non
avendo né un principio né una fine. L'Induismo fa riferimento ad un
insieme di testi sacriche per tradizione suddivide in Śruti e in Smṛti. Tra
questi testi occorre ricordare in particolar modo i Veda, le Upaniṣad e la
Bhagavadgītā. IslamModifica Presenza musulmana nel mondo L'Islam è
la più recente delle tre principali religioni monoteiste originarie del Vicino
Oriente. Ha come principale riferimento il Corano considerato libro sacro. Il
testo in lingua araba, una raccolta di predicazioni orali, è relativamente
breve rispetto ai testi sacri ebraici o indù. Il termine Islam significa
letteralmente "sottomissione", intesa come fedeltà alla parola di
Dio. L'Islam condivide con l'Ebraismo e il Cristianesimo gran parte della
tradizione dell'Antico Testamento, legittimando il riferimento biblicosecondo
cui Isacco (progenitore degli israeliti) e Ismaele (progenitore degli arabi)
erano entrambi figli di Abramo. Riconosce la vita e le opere di Gesùritenendolo
però un profeta. La figura di riferimento dell'Islam è Muhammad (Maometto),
vissuto nel VII secolo nella penisola arabica, di cui la Sunna raccoglie gli
aneddoti. Le due suddivisioni principali di questa religione sono l'Islam
sunnita e l'Islam sciita. Altre religioniModifica Altre importanti
religioni, diffuse soprattutto in Asiasono: Animismo Bahá'í
Confucianesimo Culti sincretici africani Ebraismo Ermetismo Esoterismo
Giainismo Gnosticismo Manicheismo Mitraismo Shintoismo Sikhismo Taoismo
Zoroastrismo Nuovi movimenti religiosiModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Nuovo movimento religioso. Bambini di Dio Chiesa
dell'unificazione Meditazione trascendentale Movimento raeliano Neopaganesimo
Organizzazione Sathya Sai Pastafarianesimo Rajneeshismo Rastafarianesimo Sahaja
Yoga Scientology Testimoni di Geova Wicca NoteModifica ^ a b Religione, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 6 settembre 2020. ^ Sull'etimologia di "religio" si
possono vedere gli studi di Huguette Fugier, Recherches sur l'expression du
sacré dans la langue latine, Saint-Amand, Ch.A. Bedy, 1963, pp. 172-179 e Godo
Lieberg, "Considerazioni sull'etimologia e sul significato di
religio", Rivista di Filologia Classica, (102) 1974, pp. 34-57. ^ a b Jean
Paulhan, Il segreto delle parole, a cura di Paolo Bagni, postfazione di Adriano
Marchetti, Firenze, Alinea editrice, 1999, p. 45, ISBN 88-8125-300-3. ^ ««le
fait de se lier vis-à-vis des dieux», symbolisé par l'emploi des uittæ et des
στέμματα dans le culte.» (( FR ) Alfred Ernout e Antoine Meillet,
Dictionnaire étymologique de la langue latine - Histoire des mots ( PDF ),
ristampa della IV edizione, in nuovo formato, aggiornata e corretta da Jacques
André (1985), Parigi, Klincksieck, 2001 [1932] , p. 569, ISBN
2-252-03359-2. URL consultato il 24 luglio 2013.) ^ Michael von Albrecht,
Terror et pavor: politica e religione in Lucrezio ( PDF ), su basnico.files.wordpress.com,
ETS, 2005, 238-239. URL consultato il 5 giugno 2017. ^ cfr. anche ( EN ) Robert
Schilling, The Roman Religion, in Claas Jouco Bleeker e Geo Widengren (a cura
di), Historia Religionum I - Religions of the Past, vol. 1, 2ª ed., Leiden, E.
J. Brill, 1988 [1969] , p. 443, ISBN 978-90-04-08928-0. URL
consultato il 5 giugno 2017. ^ Polibio, Storie, VI 56. ^ Concetta Aloe Spada,
“L’uso di religio e religiones nella polemica antipagana de Lattanzio”, in Ugo
Bianchi (ed.), The Notion of «Religion» in Comparative Research. Roma: 'L'Erma'
di Bretschneider, 1994, pp. 459-463. ^ Retractationes I, 13. Anche se in De
civitate DeiX,3 Agostino segue invece l'etimologia offerta da Cicerone:
«Eleggendo quindi Dio, o piuttosto rieleggendolo (da cui verrebbe il termine
religione) avendolo perduto per nostra negligenza» (Agostino. La città di
Dio. Milano, Bompiani, 2004, pag.462) ^ Cfr. anche Giovanni Filoramo. Che cos'è
la religione. Torino, Einaudi, 2004, pag.81-2. ^ Giovanni Filoramo. Op.cit.
1993. ^ Giovanni Filoramo. Op.cit. 2004 pag.82 nota 2; Op.cit. 1993, pag. 624;
Le scienze delle religioni. Brescia, Morcelliana, 1997, pag.286 ^ Cfr., ad
esempio, Paolo Scarpi. Grecia (religione) in Dizionario delle religioni (a cura
di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 350. ^ Dialetto ionico. ^
Questo tuttavia al di fuori del dialetto attico, cfr. in tal senso e per una
più approfondita disamina dei termini Walter Burkert, La creazione del sacro,
pp. 491 e sgg. ^ «Tutti questi dati si intrecciano e completano la nozione che
la parola thrēskeia evoca di per sé stessa: quella di 'osservanza, regola della
pratica religiosa'. La parola si ricollega a un tema verbale che denota
l'attenzione al rito, la preoccupazione di restare fedeli a una regola.» Émile
Benveniste. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, voll. II. Torino,
Einaudi, 1976, p.487. ^ «Per i Romani religio stava a indicare una serie di
precetti e di proibizioni e, in senso lato, precisione, rigida osservanza,
sollecitudine, venerazione e timore degli dèi.» (Mircea Eliade. Religione
in Enciclopedia del novecento. Istituto enciclopedico italiano, 1982, pag.121)
^ Enrico Montanari. Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo).
Torino, Einaudi, 1993, pag. 642-4 ^ Enrico Montanari. Op.cit., pag. 642-4 ^ Va
precisato tuttavia che gli epicurei non negavano l'esistenza delle divinità
quanto piuttosto affermavano la loro lontananza e il loro disinteresse nei
confronti degli uomini. ^ Si riferisce ad Epicuro. ^ Michel Despland.
Religione. Storia dell'idea in Occidente, in Dictionnaire des Religions (a cura
di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano:
Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pagg. 1539 e segg. ^ I
Apologeticum XLVI, 3 e 4. ^ Tra questi Giustino cita esplicitamente Socrateed
Eraclito: «Coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se
sono stati considerati atei, come, tra i Greci, Socrate ed Eraclito, ad altri
simili, e tra i barbari, Abramo, Anania, Azaria, Misael, Elia, e molti altri
ancora, dei quali ora non elenchiamo le opere e i nomi, sapendo che sarebbe
troppo lungo. Di conseguenza coloro che hanno vissuto prima di Cristo, ma non
secondo il Logos, sono stati malvagi, nemici di Cristo e assassini di quelli
che vivevano secondo il Logos; al contrario coloro, quelli che hanno vissuto e
vivono secondo il Logos sono cristiani, non soggetti a paure e
turbamenti» (Giustino. Apologia I, 47,3 e 4. Traduzione di Giuseppe
Girgenti in Giustino Apologie. Milano, Rusconi, 1995, pagg. 125-7) . ^ Cfr. a
titolo esemplificativo Agostino d'Ippona. De vera religione 1-3. ^ «Nel XIII
sec. una religione è un Ordine religioso» (Michel Despland. Op.cit..) ^
Antonin-Dalmace Sertillanges. La philosophie morale de saint Thomas d'Aquin.
Parigi, 1947. ^ a b Michel Despland. Op.cit.. ^ F. Brown, S. R. Driver, Ch. A.
Briggs. A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament. Oxford, Clarendon
Press, 1968 ^ Dāta' nella Encyclopædia Iranica. ^ «DlN, I. Definition and
general notion. It is usual to emphasize three distinct senses of din: (i)
judgment, retribution; (2) custom, sage; (3) religion. The first refers to the
Hebraeo-Aramaic root, the second to the Arabic root ddna, dayn (debt, money
owing), the third to the Pehlevi dēn(revelation, religion). This third
etymology has been exploited by Noldeke and Vollers.» (Louis Gardet.
Encyclopedia of Islam, vol.2. Leiden, Brill, 1991, pag.253) ^ Melford E. Spiro.
Religion: problems of definition and explanation, in M. Banton (a cura di)
Anthropological Approaches to the study of Religion. London, Tavistock, 1966,
pag. 90-1. ^ Benson Saler. Conceptualizing Religion: Immanent Anthropologist,
Trascendent Natives, and Unbounded Categories. Leiden, Brill, 1993, pagg. 28-9.
^ Karl Marx, "Introduzione" alla Critica della filosofia hegeliana
del diritto pubblico, in Opere filosofiche giovanili, Torino, Einaudi 1969. ^
(traduzione italiana Einaudi 1992) ^ Kees W. Bolle. Animism and Animatism.
Encyclopedia of Religion vo.1. NY, Macmillan, 2005 (1987) pagg. 362 e segg. ^
Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses
universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni.
Milano, Mondadori, 2007, pag. 60. ^ Carlo Prandi. Dizionario delle religioni (a
cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.37 ^ Giancarlo Bascone,
Manualetto di storia religiosa: introduzione ^ Hans Küng, Ciò che credo,
Rizzoli: cap. 6 ^ La sua etimologia è del tutto simile a quello di
"Teismo" derivando quest'ultimo dal greco théose il primo dal latino
deus. ^ Encyclopedia of Religion, vol.4. NY, Macmillan, 2005, pag. 2251-2 ^
Friedrich Max Müller. Selected Essays on Language, Mythology and Religion, vol.
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vol.9. NY, Macmillan, 2005, pagg. 6155 e segg. ^ H. P. Owen. Concepts of Deity.
Londra, Macmillan, 1971. ^ Maria Vittoria Cerutti, Storia delle religioni,
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2010 edizione elettronica ^ Gabriella Pironti. Il "linguaggio" del
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(a cura di Umberto Eco). Milano, Encyclomedia Publishers/RCS, 2011, pag.22. ^
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libri rispetto a quella, ad esempio, cattolica.
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1994. GiovanniFiloramo, Maria Chiara Giorda e Natale Spineto (a cura di),
Manuale di Scienze della religione, Brescia, Morcelliana, 2019. Voci
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Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), su cesnur.org. Controllo di
autoritàThesaurus BNCF 7544 · LCCN( EN ) sh85112549 · GND ( DE ) 4049396-9 ·BNE
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popolo romano Storia delle religioni Dio entità divina, essere supremo e
oggetto di fede Wikipedia Il contenutoWikipedia Ricerca Religione romana
credenze del popolo romano Lingua Segui Modifica La religione romana è
l'insieme dei fenomeni religiosi propri dell'antica Roma considerati nel loro
evolvere come varietà di culti, questi correlati allo sviluppo politico e
sociale della città e del suo popolo[1][2]. Giove Tonante in una
scultura risalente al 100 a.C. circa. Le origini della città, e quindi della
storia e della religione di Roma, sono controverse. Recentemente l'archeologo
italiano Andrea Carandini[3] sembrerebbe aver quantomeno dimostrato di poter
datare l'origine di Roma all'VIII secolo a.C., saldando quindi le sue
conclusioni, basate sugli scavi da lui condotti nella zona del Palatino, all'età
di fondazione stabilita dal racconto tradizionale[4][5]. Le origini della
religione romana vanno individuate nei culti dei popoli pre-indoeuropei
stanziati in Italia[6], nelle tradizioni religiose dei popoli indoeuropei[7]
che, probabilmente a partire dal XV secolo a.C.[8], migrarono nella penisola,
nelle civiltà etrusca[9] e della Grecia[10] e nelle influenze delle civiltà del
Vicino Oriente occorse lungo i secoli. La religione romana cessò di
essere la religione "ufficiale" all'interno dell'Impero romano con
l'editto di Tessalonica e i successivi editti promulgati a partire dal 380
dall'imperatore romano convertito al cristianesimo Teodosio I[11], il quale
proibì e perseguitò tutti i culti non cristiani professati nell'Impero,
soprattutto quelli pagani[12]. Precedentemente (362-363) c'era stato il vano
tentativo dell'imperatore Giuliano di riformare la religione pagana per
contrapporla efficacemente al cristianesimo, ormai ampiamente diffuso.
Una religione civile L'espressione "religione romana" è di conio
moderno. Il termine italiano "religione" possiede tuttavia la sua
chiara etimologia nel termine latino religio ma, nel caso del termine latino,
esso esprime una nozione circoscritta alla cura nei confronti dell'esecuzione
del rito a favore degli dei, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non
risulti correttamente eseguito[13], e in questo senso i Romani collegavano al
termine religioil vissuto di timore nei confronti della sfera del sacro, sfera
propria del rito e quindi della religione stessa[14]: (LA) «Religio
est, quae superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque
effert» (IT) «Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la
venerazione rivolte a un essere superiore la cui natura definiamo divina»
(Cicerone, De inventione. II,161) Pertanto, l'integrità e la prosperità di Roma
(monarchica, repubblicana, imperiale) erano la finalità dello Stato e, a questo
scopo, doveri civili e religiosi coincidevano: lo Stato si è attribuito il
diritto di stabilire e specificare qual è il sacro e pertanto la religione
romana è una religione civica, una religione che ha carattere pubblico e, di
conseguenza, nella organizzazione istituzionale di Roma è presente anche un
apparato religioso"[15]. La nozione moderna di
"religione" è invece più complessa e problematica[16] andando a
coprire un più ampio spettro di significati: «Le concezioni religiose si
esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni artistiche
che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di spiegazione del
mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento» (Enrico Comba,
Antropologia delle religioni. Un'introduzione. Bari, Laterza, 2008, p. 3)
Precisare la differenza di "contenuto" tra il termine latino religio
e quello di uso comune e moderno di "religione" rende conto della
caratteristica unica dei contenuti religiosi del vivere romano: «La
religione romana (o più in generale greco-romana) può essere caratterizzata da
due elementi: è una religione sociale ed è una religione fatta di atti di
culto. Religione sociale, essa è praticata dall'uomo in quanto membro di una
comunità e non in quanto singolo individuo, persona; è squisitamente una
religione di partecipazione e nient'altro che questo. Il luogo dove si esercita
la vita religiosa del romano è la famiglia, l'associazione professionale o di
culto, e soprattutto, la comunità politica.» (John Scheid, La religione a
Roma. Bari, Laterza, 1983, p. 8) Ne consegue che per i Romani la religio non
aveva molto a che fare con quello che noi indichiamo come credenza religiosa
individuale in quanto è lo Stato a essere il tramite tra l'individuo e la
divinità[17]: «L'atteggiamento religioso del romano va [...] distinto dal
sistema della fede. Religio non equivale a credo.» (Robert Schilling,
Rites, Cultes, Dieux de Rome. Parigi, Klincksieck, 1979, p.74; cit. in John
Scheid, Op.cit., p. 8) Il sentimento religioso romano (pietas) verte dunque
nella forte volontà di garantire il successo alla respublica mediante la
scrupolosa osservanza della religio, dei suoi culti, dei suoi riti, della sua
tradizione, osservanza che consente di ottenere il favore degli dei e garantire
la pax deum (pax deorum)[18]. Tale concordia con gli dei determinata dalla
scrupolosa osservanza della religio e dei suoi riti è testimoniata, per i Romani,
dal successo di Roma nei confronti delle altre città e nel mondo.
(LA) «...sed pietate ac religione atque una sapientia, quod deorum numine
omnia regi gubernarique perspeximus, omnes gentes nationesque
superavimus.» (IT) «... ma è nel sentimento religioso e
nell'osservanza del culto e pure in questa saggezza eccezionale che ci ha fatto
intendere appieno che tutto è retto e governato dalla volontà divina, che noi
abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni.» (Cicerone, De
haruspicum responso, 9; traduzione di Giovanni Bellardi, in Cicerone, Le
orazioni vol. III, Torino, UTET, 1975, pp. 302-305) Il che fa concludere a
Cicerone: (LA) «Et si conferre volumus nostra cum externis, ceteris
rebus aut pares aut etiam inferiores reperiemur, religione, id est cultu
deorum, multo superiores.» (IT) «E se vogliamo confrontare la
nostra cultura con quella delle popolazioni straniere, risulterà che siamo
uguali o anche inferiori sotto ogni altro aspetto, ma che siamo molto superiori
per quello che concerne la religione, cioè il culto degli dei.»
(Cicerone, De natura deorum. II, 8; traduzione di Cesare Marco Calcante.
Milano, Rizzoli, 2007, pp. 156-7) La "mitologia" romana: le fabulae La
nozione di "sacro" (sakros) nella cultura romana Lapis niger stele (modificato).JPG
Qui sopra il cippo del Lapis Niger risalente al VI secolo a.C. che riporta
un'iscrizione bustrofedica. In questo reperto archeologico compare per la prima
volta il termine sakros (Forum inscription (dettaglio).jpg: sakros es)[19]. Dal
termine latino arcaico sakros originano due successivi termini latini: sacer e
sanctus. Lo sviluppo del termine sakros, nel suo variegarsi di significati
procede, per quanto inerisce al sanctus per via del suo participio sancio che è
collegato a sakros per mezzo di un infisso nasale[20]. Ma sacer e sanctus, pur
provenendo dalla stessa radice sak, possiedono dei significati originari molto
diversi. Il primo, sacer, è ben descritto da SESTO POMPEO FESTO nel suo “De
verborum significatu” dove precisa che: «Homo sacer is est, quem populus
iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit,
parricidii non damnatur». Quindi, e in questo caso, l'uomo sacro è colui che
portando una colpa infamante che lo espelle dalla comunità umana deve essere
allontanato. Non lo si può perseguire, ma non si può perseguire nemmeno colui
che lo uccide. L'homo sacer non appartiene, non è perseguito, né è tutelato
dalla comunità umana. Sacer è quindi ciò che appartiene ad 'altro' rispetto
agli uomini, appartiene agli Dei, come gli animali del sacrificium (rendere
sacer). Nel caso di sacer la sua radice sak inerisce a ciò che viene stabilito
(quindi ciò che è sak) come non attinente agli uomini. Sanctus invece, come
spiega il Digesto, è tutto ciò che deve essere protetto dalle offese degli
uomini. È sanctaquell'insieme di cose che sono sottomesse a una sanzione. Esse
non sono né sacre, né profane. Esse non sono comunque consacrate agli Dei, non
appartengono a loro. Ma sanctus non è nemmeno profano, deve essere protetto dal
profano e rappresenta il limite che circonda il sacer anche se non lo riguarda.
Sacer è tutto ciò che appartiene quindi a un mondo fuori dall'umano: dies
sacra, mons sacer. Mentre sanctus non appartiene al divino: lex sancta, murus
sanctus. Sanctus è tutto ciò che è proibito, stabilito, sanzionato dagli uomini
e, con questo, anche sanctus si relaziona al radicale indoeuropeo sak. Ma col
tempo, sacer e sanctus si sovrappongono. Sanctus non è più solo il
"muro" che delimita il sacer ma entra esso stesso in contatto col
divino: dall'eroe morto sanctus, all'oracolo sanctus, ma anche Deus sanctus. Su
questi due termini, sacer e sanctus, si fonda un ulteriore termine, questo
dall'etimologia incerta, religio, ovvero quell'insieme di riti, simboli e significati
che consentono all'uomo romano di comprendere il "cosmo", di
stabilirne i contenuti e di mettersi in relazione con esso e con gli Dei. Così
la città di Roma diviene essa stessa sacra in quanto avvolta dalla majestas che
il dio Iupiter ha consegnato al suo fondatore, Romolo. Attraverso le sue
conquiste, la città di Roma offre una collocazione agli uomini nello spazio
"sacro" da essa rappresentato. La sfera del sacer-sanctus romano
appartiene al sacerdosche, nel mondo romano unitamente all'imperator[21] si
occupa delle res sacrae che consentono di rispettare gli impegni verso gli Dei.
Così sacer divengono le vittime dei "sacrifici", gli altari e le loro
fiamme, l'acqua purificatrice, gli incensi e le stesse vesti dei
"sacerdoti". Mentre sanctus è riferito alle persone: i re, i
magistrati, i senatori (pater sancti) e da questi alle stesse divinità. La
radice di sakros, è il radicale indoeuropeo *sak il quale indica qualcosa a cui
è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo
fondamento e conforme al cosmo[22]. Da qui anche il termine, sempre latino, di
sancire evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di
significati, il sakrossancisce un'alterità, un essere "altro" e
"diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano[23]. Il
termine latino arcaico sakros corrisponde all'ittita saklai, al greco hagois,
al gotico sakan[24]. La presenza di una mitologia romana che prescindesse da
quella greca è stato oggetto di dibattito fin dall'antichità. Il retore greco
Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.) ha negato questa possibilità attribuendo
a Romolo, fondatore della città di Roma, l'espressa intenzione di cancellare
qualsivoglia racconto mitico che attribuisse agli dei le condotte sconvenienti
degli uomini[25]: (GRC) «τοὺς δὲ παραδεδομένους περὶ αὐτῶν μύθους, ἐν
οἷς βλασφημίαι τινὲς ἔνεισι κατ´ αὐτῶν ἢ κακηγορίαι, πονηροὺς καὶ ἀνωφελεῖς καὶ
ἀσχήμονας ὑπολαβὼν εἶναι καὶ οὐχ ὅτι θεῶν ἀλλ´ οὐδ´ ἀνθρώπων ἀγαθῶν ἀξίους, ἅπαντας
ἐξέβαλε καὶ παρεσκεύασε τοὺς ἀνθρώπους {τὰ} κράτιστα περὶ θεῶν λέγειν τε καὶ
φρονεῖν μηδὲν αὐτοῖς προσάπτοντας ἀνάξιον ἐπιτήδευμα τῆς μακαρίας φύσεως. Οὔτε
γὰρ Οὐρανὸς ἐκτεμνόμενος ὑπὸ τῶν ἑαυτοῦ παίδων παρὰ Ῥωμαίοις λέγεται οὔτε
Κρόνος ἀφανίζων τὰς ἑαυτοῦ γονὰς φόβῳ τῆς ἐξ αὐτῶν ἐπιθέσεως οὔτε Ζεὺς καταλύων
τὴν Κρόνου δυναστείαν καὶ κατακλείων ἐν τῷ δεσμωτηρίῳ τοῦ Ταρτάρου τὸν ἑαυτοῦ
πατέρα οὐδέ γε πόλεμοι καὶ τραύματα καὶ δεσμοὶ καὶ θητεῖαι θεῶν παρ´ ἀνθρώποις»
(IT) «Censurò tutti quei miti che si tramandano sugli dèi, in cui erano
offese e accuse contro di essi, ritenendoli empi, dannosi, offensivi e non
degni degli dèi e neppure degli uomini giusti. Prescrisse inoltre che gli
uomini pensassero e parlassero riguardo agli dèi nel modo più rispettoso
possibile, evitando di attribuire loro una pratica indegna della loro natura
divina. Presso i Romani infatti non si racconta che Urano fu evirato dai figli
né che Crono massacrò i figli per paura di essere detronizzato, che Zeus pose
fine alla supremazia di Crono, che era suo padre, rinchiudendolo nelle carceri
del Tartaro, non si raccontano neppure guerre, né ferite, né patti, né la loro
servitù presso gli uomini.» (Dionigi di Alicarnasso, II, 18-19;
traduzione di Elisabetta Guzzi, p.94.) Calco in gesso della fronte del
"Sarcofago Mattei" (III secolo d.C.), conservato presso il Museo
della civiltà romana (Roma). L'originale del calco è murato nello scalone
principale di Palazzo Mattei in Roma. Questa fronte del sarcofago intende
raffigurare una delle fabulae fondative della civiltà romana: il dio Mars (Marte)
che si avvicina a Rhea Silvia (Rea Silvia) addormentata[26]. I gemelli Romulus
(Romolo) e Remus (Remo) saranno il frutto della relazione tra il dio e Rhea
Silvia, figlia di Numitor (Numitore), questi discendente dell'eroe troiano
Aeneas (Enea) e re dei Latini. Allo stesso modo il filologo tedesco Georg
Wissowa[27] e lo studioso tedesco Carl Koch[28] hanno diffuso in età moderna
l'idea che i Romani non avessero in origine una propria mitologia. Diversamente
il filologo francese Georges Dumézil in varie opere aventi come oggetto la
religione romana[29] ha invece ritenuto di considerare la presenza di una
mitologia latina e quindi romana come diretta eredità di quella indoeuropea, al
pari di quella vedica o di quella scandinava, successivamente il contatto con
la cultura religiosa e mitologica greca avrebbe fatto dimenticare ai Romani
questi loro racconti mitici basati su una trasmissione di tipo orale. Lo
storico delle religioni italiano Angelo Brelich[30] ha ritenuto di individuare
una mitologia propria dei Latini che, seppur priva di ricchezza come quella
greca, è comunque parte autentica e originaria di quel popolo. Lo storico delle
religioni italiano Dario Sabbatucci[31]riprende di fatto le conclusioni di Koch
quando individua nei Romani e negli Egiziani due popoli che hanno concentrato
nel "rito" religioso il contenuto "mitico" non estraendone,
a differenza dei Greci, il racconto mitologico. Più recentemente lo storico
delle religioni olandese Jan Nicolaas Bremmer[32] ritiene che i popoli
indoeuropei e quindi di eredità indoeuropea, tra questi anche i Latini e i
Romani, non abbiano mai posseduto dei racconti teogonici e cosmogonici se non
in forma assolutamente rudimentale, la particolarità della mitologia greca
risiederebbe quindi nel fatto di averli elaborati sull'impronta di quelli
appartenenti alle antiche civiltà orientali. Allo stesso modo Mary Bread[33] ha
criticato le conclusioni di Dumézil sulla presenza di una mitologia
indoeuropea, collegata all'ideologia tripartita, presente anche nella Roma arcaica.
Di certo a partire dall'VIII/VII secolo a.C. si osserva la penetrazione di
racconti mitici greci in Italia centrale con i reperti archeologici che li
raffigurano[34][35]. Nel VI secolo a.C. l'influenza greca emerge in modo
decisamente impressionante con la costruzione del tempio a Iupiter Optimus
Maximus al Campidoglio[36]. Andrea Carandini ritiene di individuare una
precisa cesura tra la mitologia originaria del Lazio e quella successiva
determinata dall'influenza greca: «Ma a partire da un certo momento la
creatività mitica originaria si esaurisce e gli ulteriori sviluppi cominciano a
perdere autenticità, per cui viene a prodursi una cesura. Questa cesura cade a
nostro avviso nel Lazio al tempo dei Tarquini quando avvengono manipolazioni
del mito indigeno ed intrusioni di miti greci paragonabili a un grosso
intervento chirurgico nella cultura del tempo.» (Andrea Carandini, La
nascita di Roma, p. 48) Le mediazione etrusca all'epoca dei Tarquini, per mezzo
della quale entrano nella religione romana anche nozioni mitiche proprie dei
Greci, era già stata evidenziata da Mircea Eliade: «Sotto la dominazione
etrusca perde di attualità la vecchia triade costituita da Giove, Marte e
Quirino, che viene sostituita dalla triade formata da Giove, Giunone e Minerva,
istituita all'epoca dei Tarquini. È evidente l'influenza etrusco-latina, che
del resto apporta alcuni elementi greci. Le divinità hanno ora delle statue:
Juppiter Optimus Maximus, come d'ora innanzi sarà chiamato, è presentato ai
Romani sotto l'immagine etruschizzata dello Zeus greco.» (Mircea Eliade,
Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. II, p. 128) Se quindi già a
partire dall'VIII/VII secolo a.C. i racconti mitologici greci, questi
decisamente influenzati dal contatto della civiltà greca con quelle orientali,
segnatamente con la civiltà mesopotamica[37], penetrano nell'Italia centrale
determinando la successiva e decisiva influenza della mitologia greca sulle
idee religiose latine, resta che alcuni racconti di natura mitica, alcuni dei
quali anche di possibile eredità indoeuropea, possano essere appartenuti alla
cultura orale latina arcaica e poi ripresi e in parte riformulati dai letterati
e dagli antichisti romani dei secoli successivi. L'accezione moderna del
termine "mito" inerisce a racconti tradizionali che hanno come
oggetto dei contenuti di tipo significativo[38], il più delle volte afferenti
al campo teogonico e cosmogonico[39], e comunque inerente al sacro e quindi del
religioso[40]: «Il mito esprime un segreto proprio delle origini, che
conduce ai confini tra gli uomini e gli dei.» (Jacques Vidal, Mito,
in Dizionario delle religioni(a cura di Paul Poupard). Milano, Mondadori,
2007, p. 1232) «Il mito si distingue dalla leggenda, dalla fiaba, dalla favola,
dalla saga, pur contenendo in varia misura, elementi di ciascuno di questi
generi letterari. [...] Tutti questi tipi di racconto hanno in comune il fatto
di non essere portatori di quei contenuti di verità che rendono il mito
profondamente coinvolgente sul piano esistenziale e religioso» (Carlo
Prandi, Mito in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo),
Torino, Einaudi, 1993, p.494) Il termine moderno "mito" risale al
greco μύθος (mýthos)[41] laddove, invece, i Romani utilizzano il termine fabula
(pl. fabulae) che possiede origini nel verbo for, "parlare" di
contenuti religiosi[42]. Se fabulaper i Romani è quindi il "racconto"
di natura tradizionale circondato da un'atmosfera religiosa, esso possiede
l'ambivalenza di essere anche il "racconto" leggendario che si oppone
a historia[43], il "racconto" fondato storicamente. Ne consegue che
il fondamento di verità di una fabula è lasciato all'uditore che ne stabilisce
il criterio di attendibilità, questo stabilito dalla tradizione. Così Livio, in
Ad Urbe Condita (I), ricorda che tali fabulae fondative non si possono né
adfirmare (confermare), né refellere (confutare). Le fabulae fondative di
Roma si riscontrano sostanzialmente coerenti in una letteratura che prosegue
per circa sei secoli[44]. Tali fabulae narrano di un primo re dei Latini, Ianus
(Giano), cui segue un secondo re giunto esule dal mare, Saturnus (Saturno), il
quale condivise con Ianus il regno. Figlio di Saturnus fu Picus (Pico), a sua
volta padre di Faunus (Fauno) che generò il re eponimo dei Latini, Latinus
(Latino). A partire da Ianus, questi re divini introdussero nel Lazio la
civiltà, quindi l'agricoltura, le leggi, i culti, fondando città.
EvoluzioneModifica Lo sviluppo storico della religione romana passò per quattro
fasi: una prima protostorica, una seconda fase dall'VIII secolo a.C. al VI
secolo a.C., contrassegnata dall'influenza delle religioni autoctone; una terza
contraddistinta dall'assimilazione di idee e pratiche religiose etrusche e
greche; una quarta, durante la quale si affermò il culto dell'imperatore e si
diffusero le religioni misteriche di provenienza orientale. Età
protostoricaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Fondazione di Roma. Nell'età protostorica ancora prima della
fondazione di Roma, quando nel territorio laziale c'erano solo tribù, nel
territorio dei colli si credeva nell'intervenire nella vita di tutti i giorni
di forze soprannaturali tipicamente magico-pagane. Queste forze non erano
tuttavia personificate in divinità ma ancora indistinte e solo col rafforzarsi
dei contatti con altre popolazioni, tra cui i Greci (nell'VIII secolo a.C. poi
nel IV-III secolo a.C.), i Sabini e gli Etruschi, tali forze cominceranno a
essere personificate in oggetti e, solo a Repubblica inoltrata, in soggetti
antropomorfi. Sino ad allora erano viste come forze chiamate numen o al plurale
numina, grandi in numero e ciascuna avente il suo compito nella vita di tutti i
giorni. Età arcaicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Età regia di Roma. La fase arcaica fu caratterizzata da
una tradizione religiosa legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei
culti indigeni mediterranei, sulla quale si inserì il nucleo di origine
indoeuropea. Per la tradizione romana si deve a Numa Pompilio, il secondo re di
Roma, la sistemazione e l'iscrizione delle norme religiose in un unico corpo di
leggi scritte, il Commentarius, che avrebbe portato alla definizione di otto
ordini religiosi: i Curiati, i Flamini, i Celeres, le Vestali, gli Auguri, i
Salii, i Feziali e i Pontefici[45]. Busto di Giano bifronte, culto
istituito da Numa Pompilio[46] Gli dei principali e più antichi venerati nel
periodo arcaico, la cosiddetta "triade arcaica", erano
Giove(Iupiter), Marte (Mars) e Quirino (Quirinus), quella che Georges Dumézil
definisce invece “triade indoeuropea”[47]. Proprio a Iupiter Feretrius (garante
dei giuramenti) è dedicato il santuario cittadino di più antica consacrazione:
stando a Tito Livio era stato proprio Romolo a fondarlo sul colle Palatino[48],
così come fu responsabile della creazione del culto di Iupiter Stator (che
arresta la fuga dai combattimenti)[49]. Tra le divinità maschili troviamo
Liber Pater, Fauno, Giano (Ianus)[46], Saturno, Silvano, Robigus, Consus (il
dio del silo in cui si racchiude il frumento), Nettuno (in origine dio delle
acque dolci, solo dopo l'apporto ellenizzante dio del mare[50]), Fons (dio
delle sorgenti e dei pozzi[51]), Vulcano (Volcanus, dio del fuoco
devastatore[52]). In questa fase primitiva della religione romana è
riscontrabile la venerazione di numerose divinità femminili: Giunone (Iuno) in
diversi e specifici aspetti (Iuno Pronuba, Iuno Lucina, Iuno Caprotina, Iuno
Moneta)[53], Bellona, Tellus e Cerere (Ceres), Flora, Opi (l'abbondanza personificata),
Pales (dea delle greggi), Vesta[46], Anna Perenna, Diana Nemorensis(Diana dei
boschi, dea italica , introdotta secondo la tradizione da Servio Tullio come
dea lunare[54]), Fortuna (portata in città da Servio Tullio, con vari culti
entro il pomoerium), la Dea Dia (la dea “luminosa” del cielo chiaro[55]), la
dea Agenoria (la dea rappresentante dello sviluppo). Frequenti sono le
coppie di divinità legate alla fertilità poiché essa era ritenuta per natura
duplice: se in natura esistono maschio e femmina dovevano esserci anche maschio
e femmina per ogni aspetto della fertilità divina. Ecco così Tellus e Tellumo,
Caeres e Cerus, Pomona e Pomo, Liber Pater e Libera. In queste coppie il
secondo termine rimane sempre una figura secondaria, minore, una creazione artificiale
dovuta ai sacerdoti teologi più che alla reale devozione[56]. Il periodo
delle origini è caratterizzato anche dalla presenza di numina, divinità
indeterminate, come i Larie i Penati. Età repubblicanaModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Repubblica romana. La
mancanza di un "pantheon" definito favorì l'assorbimento delle
divinità etrusche, come Venere(Turan), e soprattutto greche. A causa della
grande tolleranza e capacità di assimilazione, tipiche della religione romana,
alcuni dèi romani furono assimilati a quelli greci, acquisendone l'aspetto, la
personalità e i tratti distintivi, come nel caso di Giunone assimilata a Era;
altre divinità, invece, furono importate ex novo, come nel caso dei Dioscuri.
Il controllo dello Stato sulla religione, infatti, non proibiva l'introduzione
di culti stranieri, anzi tendeva a favorirla, a condizione che questi non
costituissero un pericolo sociale e politico. Nel II secolo a.C. furono ad
esempio proibiti i baccanali con Senatus consultum de Bacchanalibusdel 186 a.C.
perché durante tali riti gli adepti praticavano la violenza sessuale reciproca
(sodomia compresa), specialmente sui neofiti, e ciò era in contrasto con le
leggi romane che impedivano tali atti tra cittadini, pur permettendole nei
confronti degli schiavi, mentre il culto dionisiaco fu represso con la
forza. Età alto imperialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Alto Impero romano. L'imperatore
Commodorappresentato come Ercole La crisi della religione romana, iniziatasi
nella tarda età repubblicana, s'intensificò in età imperiale, dopo che Augusto
aveva provato a darle nuovo vigore. «[Augusto] ripristinò alcune antiche
tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute,
la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, dei Ludi Saeculares
e dei Compitalia. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai
ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei
Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì
che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera
ed estate.» (Svetonio, Augustus, 31.) Le cause del lento degrado della
religione pubblica furono molteplici. Già da qualche tempo vari culti misterici
di provenienza medio-orientale, quali quelli di Cibele, Iside e Mitra, erano
entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano. Col tempo le
nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche
escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della
religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti
vuoti di significato. La critica alla religione tradizionale veniva anche dalle
correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi
propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli
dei. Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto
imperiale. Dalla divinizzazione post-mortem di Gaio Giulio Cesare e di
Ottaviano Augusto si arrivò all'assimilazione del culto dell'imperatore con
quello del Sole e alla teocrazia dioclezianea. Età tardo
imperialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Tardo Impero romano. Nel 287 circa Diocleziano assunse il titolo di Iovius,
Massimiano quello di Herculius[57][58]. Il titolo doveva probabilmente
richiamare alcune caratteristiche del sovrano da cui era usato: a Diocleziano,
associato a Giove, era riservato il ruolo principale di pianificare e
comandare; Massimiano, assimilato a Ercole, avrebbe avuto il ruolo di eseguire
"eroicamente" le disposizioni del collega[59]. Malgrado queste
connotazioni religiose, gli imperatori non erano "divinità", in
accordo con le caratteristiche del culto imperiale romano, sebbene potessero
essere salutati come tali nei panegirici imperiali; erano invece visti come
rappresentanti delle divinità, incaricati di eseguire la loro volontà sulla
Terra[60]. Vero è che Diocleziano elevò la sua dignità imperiale al di sopra
del livello umano e della tradizione romana. Egli voleva risultare intoccabile.
Soltanto lui risultava dominus et deus, signore e dio, tanto che a tutti coloro
che lo circondavano fu attribuita una dignità sacrale: il palazzo divenne
sacrum palatium e i suoi consiglieri sacrum consistorium[61][62]. Segni
evidenti di questa nuova qualificazione monarchico-divina furono il cerimoniale
di corte, le insegne e le vesti dell'imperatore. Egli, infatti, al posto della
solita porpora, indossò abiti di seta ricamati d'oro, calzature ricamate d'oro
con pietre preziose[63]. Il suo trono poi si elevava dal suolo del sacrum
palatium di Nicomedia.[64] Veniva, infine, venerato come un dio, da parenti e
dignitari, attraverso la proschinesi, una forma di adorazione in ginocchio, ai
piedi del sovrano[62][65]. Nella congerie sincretistica dell'impero
durante il III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche, e gnostiche, fece la
sua comparsa il cristianesimo. La nuova religione andò lentamente affermandosi
quale culto di Stato, con la conseguente fine della religione romana, da ora
indicata spregiativamente come "pagana", sancito, nel IV e V secolo,
dalla chiusura dei templi e dalla proibizione, sotto pena capitale, di
professare religioni diverse da quella cristiana. Flavio Claudio
Giuliano, discendente del cristiano Costantino I, tentò di restaurare la
religione romana in forma ellenizzata a Costantinopoli, ma la sua morte
prematura nel 363 pose fine al progetto. Teodosio Iemanò nel 380 l'editto di
Tessalonica per la parte orientale, rendendo il cristianesimo unica religione
di Stato, poi nel 391-92 con i decreti teodosianicominciarono le persecuzioni
ai danni dei pagani nell'Impero romano; infine nel 394, i decreti furono estesi
alla parte occidentale, dove stava avvenendo specialmente a Roma una rinascita
pagana. A partire dal XX secolo emersero correnti neopagane, come la Via
romana agli dei e il neo-ellenismo. Organizzazione religiosaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sacerdozio
(religione romana). Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio a istituire i vari
sacerdozi e a stabilire i riti e le cerimonie annuali[66]. Tipica espressione
dell'assunzione del fenomeno religioso da parte della comunità è il calendario,
risalente alla fine del VI secolo a.C. e organizzato in maniera da dividere
l'anno in giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e
cerimonie sacre[66]. Collegi sacerdotali Augusto nelle vesti di pontefice
massimo La gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali
dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa
organizzazione religiosa romana. Al primo posto della gerarchia religiosa
troviamo il Rex Sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni
religiose compiute un tempo. Flamini, che si dividevano in tre maggiori e
dodici minori, erano sacerdoti addetti ciascuno al culto di una specifica
divinità e per questo non sono un collegio ma solo un insieme di sacerdozi
individuali[67]; Pontefici[66], in numero di sedici, con a capo il Pontefice
massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
Auguri[66] , in numero di sedici sotto Gaio Giulio Cesare, addetti
all'interpretazione degli auspici e alla verifica del consenso degli dei;
Vestali[46] , sei sacerdotesse consacrate alla dea Vesta; Decemviri o
Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione e alla interpretazione
dei Libri sibillini; Epuloni, addetti ai banchetti sacri. SodaliziA Roma vi
erano quattro grandi confraternite religiose, che avevano la gestione di
specifiche cerimonie sacre. Arvali, (Fratres Arvales), ("fratelli
dei campi" o "fratelli di Romolo"), in numero di dodici, erano
sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più
tardi identificata con Cerere. Durante il mese di maggio compivano
un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia. Luperci,
presiedevano la festa di purificazione e fecondazione dei Lupercalia, che si
teneva il 15 febbraio, il mese dei morti, divisi in Quintiali e Fabiani.
Salii[66] (da salire, ballare, saltare), sacerdoti guerrieri di Marte, divisi
in due gruppi da dodici detti Collini e Palatini. Nei mesi di marzo e ottobre i
sacerdoti portavano in processione per la città i dodici ancilia, dodici scudi
di cui il primo donato da Marte al re Numa Pompilio, i restanti copie fatte
costruire dallo stesso Numa per evitare che il primo venisse rubato. La
processione si fermava in luoghi prestabiliti in cui i Salii intonavano il
Carmen saliare ed eseguivano una danza a tre tempi (tripudium)[68]. Feziali
(Fetiales), venti membri addetti a trattare con il nemico. La guerra per essere
Bellum Iustumdoveva essere dichiarata secondo il rito corretto, il Pater
Patratus pronunciava una formula mentre scagliava il giavellotto in territorio
nemico. Dal momento che, per motivi pratici, non era sempre possibile compiere
questo rito, un peregrinusvenne costretto ad acquistare un appezzamento di
terreno presso il teatro di Marcello, qui fu costruita una colonna, Columna
Bellica, che rappresentava il territorio nemico, in questo luogo si poteva
quindi svolgere il rito. Feste e cerimonieMagnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Festività romane. Suovetaurilia, Museo del
Louvre Delle 45 feste maggiori (feriae publicae) le più importanti, oltre a
quelle suddette, erano quelle del mese di dicembre, i Saturnalia, quelle
dedicate ai defunti, in febbraio, come i Ferialia e i Parentalia e quelle
connesse al ciclo agrario, come i Cerialia e i Vinalia di aprile o gli
Opiconsivia di agosto. Sulla base delle fonti classiche si è potuto
individuare quali tra le numerose festività del calendario romano vedevano
un'ampia partecipazione di popolo. Queste feste sono la corsa dei Lupercalia
(15 febbraio), i Feralia (21 febbraio) celebrati in famiglia, i Quirinalia(17
febbraio) celebrati nelle curie, i Matronalia (1º marzo) in occasione delle
quali le schiave venivano servite dalle padrone di casa, i Liberalia (17 marzo)
spesso associata alla festa familiare della maggiore età del figlio maschio, i
Matralia (11 giugno) con la processione delle donne, così come i Vestalia (9-15
giugno), i Poplifugia (5 luglio) festa popolare, i Neptunalia (23 luglio), i
Volcanalia (23 agosto) e infine i Saturnalia (17 dicembre), la cui vasta
partecipazione di popolo è attestata da numerose fonti[69]. Durante le
cerimonie sacre spesso venivano praticati sacrifici animali e si offrivano alle
divinità cibi e libagioni. La stessa città di Roma veniva purificata con una
cerimonia, la lustratio, in caso di prodigi e calamità. Sovente anche i giochi
circensi (ludi) avevano luogo durante le feste, come nel caso dell'anniversario
(dies natalis) del Tempio di Giove Ottimo Massimo, in concomitanza del quale si
svolgevano i Ludi Magni. Pratiche religiose «Cumque omnis populi Romani
religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit, si quid
praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve
monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita
persuasi, Romulum auspiciis, Numam sacris constitutis fundamenta iecisse
nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum
inmortalium tanta esse potuisset.» (Cicerone, De natura deorum, III, 5)
Tra le pratiche religiose dei Romani forse la più importante era
l'interpretazione dei segni e dei presagi, che indicavano il volere degli dei.
Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario
conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti
adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano: il volo degli uccelli:
l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo (lituus, vedi
Lituo), delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale
passaggio di uccelli; la lettura delle viscere degli animali: solitamente un
fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza
etrusca per comprendere il volere del dio; i prodigi: qualsiasi prodigio o
evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, ecc., era
considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito
dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni. Lo spazio sacro Edicola
dedicata ai Lari nella Casa dei Vettii a Pompei Lo spazio sacro per i Romani
era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali,
secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del
cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o
ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte e ai
sacrifici. Eretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente
gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli
incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i
sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale
edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del
dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini
diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro. Il tempio romano
risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti
elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del
tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto
podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare
maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro
di recinzione e privo dunque del colonnato. «“Roman religion” is an
analytical concept that is used to describe religious phenomena in the ancient
city of Rome and to relate the growing variety of cults to the political and
social structure of the city.» (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke
(2005), Roman Religio, in Encyclopedia of Religion, vol.12. New York,
Macmillan, 2005, p. 7895) ^ Sul considerare la "religione romana"
strettamente collegata alla città di Roma: «Although Rome gradually
became the dominant power in Italy during the third century BCE, as well as the
capital of an empire during the second century BCE, its religious institutions
and their administrative scope only occasionally extended beyond the city and
its nearby surroundings (ager Romanus).» (Robert Schilling (1987) Jörg
Rüpke (2005), Roman religion, in Encyclopedia of Religion, vol. 12. New York,
Macmillan, 2005, p. 7895) Ma anche: «La religione romana esiste solo a
Roma o là dove stanno i Romani» (John Scheid, La religione a Roma. Bari,
Laterza, 1983, pp. 13-4) ^ Cfr. Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi,
Lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà. Torino, Einuadi, 2003; Milano,
Mondadori, 2010. ^ La datazione al 753 a.C. risale all'erudito romano Marco
Terenzio Varrone (I secolo a.C.). Altre datazioni come quelle proposte da
Catone, Dionigi di Alicarnasso e Polibio non si discostano molto. Fabio Pittore
indica il 748-747, Cincio Alimento il 729-728, Timeo si spinge fino
all'814-813. ^ Per una sintesi, cfr. Cristiano Viglietti, L'eta dei re in La
grande storia dell'antichità -Roma (a cura di Umberto Eco), vol. 9, pp.43 e
sgg. ^ Così Mircea Eliade in Storia delle idee e delle credenze religiose, vol.
II, p. 111: «orbene, l'etnia latina da cui è nato il popolo romano, è il
risultato di una mescolanza fra le popolazioni neolitiche autoctone e gli
invasori indoeuropei scesi dai paesi transalpini»; diversamente Georges
Dumézil, in La religione romana arcaica, p. 69-70: «A differenza dei greci che
invasero il mondo minoico, le diverse bande di indoeuropei che discesero in
Italia non dovettero certamente affrontare grandi civiltà. Coloro che
occuparono il sito di Roma probabilmente non erano neppure stati preceduti da
un popolamento denso e instabile; tradizioni come il racconto su Caco inducono
a pensare che i pochi indigeni accampati sulle rive del Tevere siano stati
semplicemente e sommariamente eliminati come lo sarebbero stati, agli antipodi,
i tasmaniani dai mercanti venuti dall'Europa.» ^ Per un'introduzione alle
religione degli Indoeuropei cfr. Jean Loicq, Religione degli Indoeuropei
in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard). Milano,
Mondadori, 2007, pp. 891-908; Renato Gendre, Indoeuropei in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993 pp.371 e sgg.;
Regis Boyer, Il mondo indoeuropeo in L'uomo indoeuropeo e il sacro, in Trattato
di antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book,
1991, pp. 7 e sgg. ^ André Martinet, L'indoeuropeo. Lingue, popoli culture,
Bari, Laterza, 1989, pp. 78-79; Francisco Villar, Gli Indoeuropei, Bologna, il
Mulino, 1997 p. 480. ^ Per le decisive influenze della cultura religiosa
etrusca su quella romana cfr. Marta Sordi, L'homo romanus: religione, diritto,
e sacro, in Le civiltà del Mediterraneo e il sacro., in Trattato di
antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book, 1991,
pp. 7 e sgg. ^ Per quanto attiene alla decisiva influenza della mitologia greca
sulla religione romana si rimanda alle conclusioni di Georges Dumézil in La
religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, 2001, pp. 63 e sgg. ^ Cfr. al
riguardo Salvatore Pricoco, in Storia del cristianesimo (a cura di Giovanni
Filoramo) vol. 1, Bari, Laterza, 2008, pp. 321 e sgg. ^ Gli editti contro gli
eretici e gli apostati furono in seguito raccolti nel sedicesimo libro del
Codice teodosiano del 438. ^ «Per i Romani religio stava a indicare una serie
di precetti e di proibizioni e, in senso lato, precisione, rigida osservanza,
sollecitudine, venerazione e timore degli dèi.» (Mircea Eliade, Religione
in Enciclopedia del novecento. Istituto enciclopedico italiano, 1982, pag. 121)
^ Enrico Montanari, Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo,
Torino, Einaudi, 1993, pag. 642-644 ^ Pietro Virili, La politica religiosa
dello Stato romano, Nuova Archeologia (inserti), marzo/aprile 2013. ^ «Ogni
tentativo di definire il concetto di "religione", circoscrivendo
l'area semantica che esso comprende, non può prescindere dalla constatazione
che esso, al pari di altri concetti fondamentali e generali della storia delle
religioni e della scienza della religione, ha una origine storica precisa e
suoi peculiari sviluppi, che ne condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...]
Considerata questa prospettiva, la definizione della "religione" è
per sua natura operativa e non reale: essa, cioè, non persegue lo scopo di
cogliere la "realtà" della religione, ma di definire in modo
provvisorio, come work in progress, che cosa sia "religione" in
quelle società e in quelle tradizioni oggetto di indagine e che si
differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai modi a noi
abituali.» (Giovanni Filoramo, Religione in Dizionario delle religioni (a
cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.620) ^ In tal senso
Pierre Boyancé, Etudes sur la religion romaine, Roma, École française de Rome,
1972, p.28. ^ Deum al posto di deorum per l'arcaicità del genitivo. ^ Cfr.
Julien Ries in Saggio di definizione del sacro. Opera Omnia. Vol. II. Milano,
Jaca Book, 2007, pag.3: «Sul Lapis Niger, scoperto a Roma nel 1899 vicino al
Comitium, 20 metri prima dell'Arco di Trionfo di Settimio Severo, nel luogo che
si dice sia la tomba di Romolo, risalente all'epoca dei re, figura la parola
sakros: da questa parola deriverà tutta la terminologia relativa alla sfera del
sacro.» ^ Cfr. Émile Benveniste: «Questo presente in latino in -io con infisso
nasale sta a *sak come jungiu 'unire' sta a jug in lituano; il procedimento è
ben noto.», in le Vocabulaire des institutions indo-européennes (2 voll.,
1969), Paris, Minuit. Ed. italiana (a cura di Mariantonia Liborio) Il
vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino, Einaudi, 1981, pag. 426-7. ^
Qui inteso come ricolmo di augus, o ojas, dopo l'inauguratio, ovvero pieno
della "forza", della "potenza", che gli consente di avere
relazioni con il sakros, quindi non nell'accezione molto più tarda riferita
prima al ruolo militare e poi politico di alcune personalità della Storia
romana. ^ Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, in Grande dizionario
delle Religioni (a cura di Paul Poupard). Assisi, Cittadella-Piemme, 1990 pagg.
1847-1856 ^ Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit.. ^ Julien
Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit. ^ Dionigi di Alicarnasso, II,
18-19 ^ Questa versione della fabula è in Ovidio, Fasti, III, 11 e sgg. ^
Religion und Kultus der Römer, 1902 ^ In Der römische Jupiter del 1937. ^ Una
riassuntiva è La Religion romaine archaïque, avec un appendice sur la religion
des Étrusques, Payot, 1966, edito in Italia dalla Rizzoli di Milano con il
titolo La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà della vita religiosa
romana. Con un'appendice sulla religione degli etruschi; in tal senso cfr. p.
59 edizione del 2001. ^ In Tre variazioni romane sul tema delle originidel 1955
con revisioni fino al 1977, Roma, Editori Riuniti, 2010. ^ Ad esempio in Mito,
rito e storia, Roma, Bulzoni, 1978. ^ Insieme a Nicholas Horsfall in Roman Myth
and Mythography, University of London Institute of Classical Studies, Bulletin
Supplements S. No.52, 1987. ^ Cfr. ad esempio Early Rome, In Religions of Rome
I vol. (con John North e Simon Price), Cambridge, Cambridge University Press,
1998, pp. 14 e sgg. ^ In tal senso cfr. Mauro Menichetti, Archeologia del potere.
Re, immagini e miti a Roma e in Etruria in età arcaica, Roma, Longanesi, 1994 ^
Da ricordare che la stabile presenza dei Greci nelle colonie italiane è
databile fin dall'VIII secolo a.C. ^ «The most impressive testimony to early
Rome’s relation to the Mediterranean world dominated by the Greeks is the
building project of the Capitoline temple of Jupiter Optimus Maximus (Jove
[Iove] the Best and Greatest), Juno, and Minerva, dateable to the latter part
of the sixth century. By its sheer size the temple competes with the largest
Greek sanctuaries, and the grouping of deities suggests that that was
intended.» (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke (2005), Roman religion, in
Encyclopedia of Religion, vol.12. New York, Macmillan, 2005, p. 7895) ^ In tal
senso e ad esempio cfr. Charles Penglase, Greek Myths and Mesopotamia:
Parallels and Influence in the Homeric Hymns and Hesiod, Londra, Routledge,
2005. ^ «Myth is a traditional tale with secondary, partial reference to
something of collective importance.» Walter Burkert, Structure and History in
Greek Mythology and Ritual. Berkeley, University of California Press, 1979, p.
23. ^ Per il livello teocosmogonico cfr. Carlo Prandi, Mito in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo), Torino, Einaudi, 1993, p.492 e sgg. ^
Come "fondamentale indicatore religioso" e come "irruzione della
dimensione del sacro" cfr. Carlo Prandi, Mito in Dizionario delle
religioni (a cura di Giovanni Filoramo), Torino, Einaudi, 1993, p.494 ^ Da
considerare che il termine "mito" (μύθος, mýthos) possiede in Omero
ed Esiodo il significato di "racconto", "discorso",
"storia" (cfr. «per gli antichi greci μύθος era semplicemente
"la parola", la "storia", sinonimo di λόγος o ἔπος; un
μυθολόγος, è un narratore di storie» Fritz Graf, Il mito in Grecia Bari,
Laterza, 2007, 1; cfr. «"suite de paroles qui ont un sens, propos,
discours", associé à ἔπος qui désigne le mot, la parole, la forme, en s'en
distinguant...» Pierre Chantraine, Dictionnaire Etymologique de la Langue
Grecque, p. 718). Un racconto "vero" (μυθολογεύω, Odissea XII, 451;
così Chantraine (Dictionnaire Etymologique de la Langue Grecque, 718:
«"raconter une histoire (vraie)", dérivation en εύω pour des raisons
métriques».), pronunciato in modo autorevole (cfr. «in Omero mýthos designa
nella maggior parte delle sue attestazioni, un discorso pronunciato in
pubblico, in posizione di autorità, da condottieri nell'assemblea o eroi sul
campo di battaglia: è un discorso di potere, e impone obbedienza per il prestigio
dell'oratore.» Maria Michela Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia,
Torino, Boringhieri, 2009, p.50), perché «non c'è nulla di più vero e di più
reale di un racconto declamato da un vecchio re saggio»(Giacomo Camuri, Mito in
Enciclopedia Filosofica, vol.8, Milano 2006, pag.7492-3). Nella Teogoniaè μύθος
ciò con cui si rivolgono le dee Muse al pastore Esiodo prima di trasformarlo in
"cantore ispirato" (cfr. 23-5: Τόνδε δέ με πρώτιστα θεαὶ πρὸς μῦθον ἔειπον)
^ Deriva *for, il suo valore religioso è messo in evidenza da Émile Benveniste
(in Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. II, Torino,
Einaudi, 1981, p.386). Dall'arcaico *for deriva anche fatus e fas ma anche fama
e facundus; il suo corrispettivo greco antico è phēmi, pháto, ma manca
completamente in indoiranico il che lo attesta nell'indoeuropeo di parte
centrale (vedi anche l'armeno bay da *bati). ^ Termine e nozione di eredità
greca. ^ Angelo Brelich,op.cit. p. 83; per un'esaustiva rassegna dei testi
Brelich rimanda ad Albert Schwegler, Römische Geschichte, Tübingen, 1853, Vol.
I, pp. 212 e sgg. Cfr., comunque, Virgilio Eneide, VII 45 e sgg. 177 e sgg.;
VIII, 319 e sgg. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 63-73. ^ a b c
d Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.3. ^ George
Dumezil, La religione romana arcaica, p. 137 segg. ^ Tito Livio, 1, 10, 5-7 ^
Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, p. 23 ^ Jacqueline Champeaux, p.
32 ^ Jacqueline Champeaux, p. 32-33 ^ Jacqueline Champeaux, p. 33 ^ Jacqueline
Champeaux, p. 25-26 ^ Jacqueline Champeaux, p. 37 ^ Jacqueline Champeaux, p. 44
^ Jacqueline Champeaux, p. 29 ^ Aurelio Vittore, Epitome 40, 10; Aurelio
Vittore, Caesares, 39.18; Lattanzio, De mortibus persecutorum, 8 e 52.3;
[1]Panegyrici latini, II, XI, 20. ^ Bowman, "Diocletian and the First
Tetrarchy" (CAH), 70–71; Liebeschuetz, 235–52, 240–43; Odahl 2004, pp.
43-44; Williams 1997, pp. 58-59. ^ Barnes 1981, pp. 11–12; Bowman,
"Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Odahl 2004, p. 43;
Southern 2001, pp. 136-137; Williams 1997, p. 58. ^ Barnes 1981, p. 11; Cascio,
"The New State of Diocletian and Constantine" (CAH), 172. ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.4. ^ a b E.Horst, Costantino il Grande, p.49. ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Zonara, XII, 31. ^ . ^ Aurelio
Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Eumenio, Panegyrici latini, V, 11.
^ a b c d e Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 2.2. ^
Jacqueline Champeaux, p. 39 ^ Jacqueline Champeaux, p. 43 ^ Jörg Rüpke. La
religione dei Romani, Torino, Einaudi, Montero, Sabino Perea (a cura di),
Romana religio = Religio romanorum: diccionario bibliográfico de Religión
Romana, Madrid, Servicio de publicaciones, Universidad Complutense, 1999. Fonti
primarie Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I. Tito
Livio, Ab Urbe condita libri. Fonti storiografiche moderne R. Bloch, La
religione romana, in Le religioni del mondo classico, Laterza, Bari 1993 A.
Brelich, Tre variazioni romane sul tema delle origini, Editori Riuniti, Roma
2010 J. Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino, Bologna 2002 R. Del
Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica,
ECIG, Genova 1985 R. Del Ponte, La religione dei romani, Rusconi, Milano 1992
G. Dumezil, La religione romana arcaica, Rizzoli, Milano, 2001 D. Feeney,
Letteratura e religione nell'antica Roma, Salerno, Roma 1998 K. Kerényi, La
religione antica nelle sue linee fondamentali, Astrolabio, Roma, 1951 U. Lugli,
Miti velati. La mitologia romana come problema storiografico, ECIG, Genova 1996
D. Sabbatucci, Sommario di storia delle religioni, Il Bagatto, Roma, 1985 D.
Sabbatucci, Mistica agraria e demistificazione, La goliardica editrice, Roma,
1986 D. Sabbatucci, La religione di Roma antica, Il Saggiatore, Milano, 1989 J.
Scheid, La religione a Roma, Laterza, Roma-Bari 2001 Voci correlateModifica
Mitologia romana Via romana agli dei Sacerdozio (religione romana) Sacro
(Romani) Dies religiosus Religione romana, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Religio romana, su novaroma Portale
Antica Roma Portale Religioni Flamine floreale Palatua Flamine
pomonale Wikipedia Il contenutoGrice: “The
Italians take ‘natural theology’ for granted; at Oxford, as Webb pointed out in
his very first Wilde lecture on natural theology, things ain’t that easy, and
they are not meant to be easy by the lecture founder, Dr. Wilde. Webb analyses
Wilde’s letter in some detail. There’s naturalism and natural theology, there’s
revealed theology, but there’s also civil theology, and it’s nice Webb’s main
source is Varro!” Grice: “Most of the best Italian philosophers have been very
much ANTI-ROMA; in part influenced by classical culture, but more so by the
German protestant movement, which also had affinities with the Italian passion
for ‘l’antico’” “Ironically, Roma is considered hardly a representative of
romanita!” Cf. the neo-paganism of Evola, which is meant to represent romanita.
-- Luigi Maria Epicoco. Epicoco. Keywords: Wilde readership in natural
religion. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Epicoco” – The Swimming-Pool
Library.
Grice
ed Epitetto – Roman slave – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Upon
freedom, he studied philosophy under Musonio Rufo, but he was expelled from
Rome under Domiziano. For some reason, the emperor Antonino took a liking to
his mode of philosophising, even though, of course, due to their different
classes, they never met in the flesh.
Grice
ed Eraclide: esperienza -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Eraclide
wrote a large work expounding the empiricist philosophy which attracted the
admiration of Galeno.
Grice
ed Eraclio: il cinargo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Cinargo.
He invited the emperor Giuliano to one of his lectures, hoping to make an
impression. He did, but it was an unfavouable one, and Julian duly produced a
written piece critical of him.
Grice
ed Era: il cinargo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano Era was of
the Cinargo, and emulated the antics of Diogene the sophist by publicly
criticizing emperor Tito in a packed Roman theatre. Unfortunately for Era,
whereas Diogenes had only been flogged, Era was beheaded.
Grice
ed Erato: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo romano. A
Pythagorean, according to Giamblico.
Grice ed Ercole: l’implicatura
conversazionale della difesa della metafisica – transnaturalia -- esologia,
essologia, e sinautologia – filosofia italiana Luigi Speranza (Spinazzola). Filosofo italiano. Grice:
“I like it when Ercole emphasizes that bit in De Interpretatione which I love –
every ‘logos’ is ‘significant’ (significativo, semantikos, -- adds Ercole
quoting from the Greek) of this or that – even a prayer!” -- Grice: “I must say
I love Ercole; for one, he expands on my idea of the longitudinal unity of
philosophy, being an Oxfordian Hegelian, almost, he thinks history can be
regarded LOGICALLY: scepticism has to follow dogmatism – this is pretty
interesting; for another, he tutored for years on the very same topics I did,
notably “De interpretation” and “Categoriae” – The former being a theory of
semiotics, of course!” – Studia a Napoli. Si interessa per Hegel. A Berlino si
perfeziona sotto Michelet, Trendelenburg, e Mommsen. Adere anche alla
"Società filosofica hegeliana". Insegna a Pavia e Torino. Dall'hegelismo
iniziale, con l'affermarsi del positivismo, passa a posizioni di adesione
all'evoluzionismo di Darwin e di Spencer. Polemizza con il teismo, giudicato
contraddittorio e illusorio, manifesta interesse per la riforma del liceo
classico secondo Pestalozzi (Ercole attaca Pestalozzi e defende Fröbel. Altre
opere: Alcune proposte di riforma nella istruzione secondaria, Pavia,
Stabilimento tipografico Successori Bizzoni); “La pena di morte e la sua
abolizione dichiarate teoricamente e storicamente secondo la filosofia hegeliana,
Milano, U. Hoepli); “Il teismo filosofico cristiano. Teoricamente e
storicamente considerato, con speciale riguardo a Tommaso e al teismo italiano”
(Torino, Loescher); “L'educazione del bambino secondo Pestalozzi, Fröbel e
Spencer” (Roma, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei); “L'origine del
pitagorismo” (Roma, Tipografia Terme Diocleziane di G. Balbi); “La filosofia
della natura di Ceretti” (Torino, Unione tipografico-editrice); “La panlogica
di Ceretti” (Torino, Fratelli Bocca); “L'esologia di Ceretti”; “L’essologia di
Ceretti”, “La sinautologia di Ceretti”, “Cerettiana”; La logica aristotelica,
la logica kantiana ed hegeliana e la logica matematica (Torino, Vincenzo Bona),
“La logica algebraica”. Dizionario Biografico degli Italiani. Il Ceretti fino a pochi anni fa era un uomo
quasi del tutto sconosciuto. Io mi consolo immensamente a vedere come egli mano
mano venga non solo conosciuto ma anche apprezzato, giacchè merita davvero e
l'uno e l'altro. È probabile che parecchi di quelli, cui capiti nelle
mani questa Sinossi dell' enciclopedia speculativa conoscano ancor poco, o
fors’anche men di poco, l'autore della medesima. Io non posso certamente in questa
Introduzione entrare nelle particolarità della sua persona e degli scritti
suoi, si perché la natura e i limiti di uno scritto introduttivo non lo
permetterebbero, si perchè ho già pubblicata intorno a lui un'opera abbastanza
voluminosa (1), alla quale chi voglia può avere ricorso. Ciò non ostante,
non posso a meno di pur riferirmici brevemente, e riferirmi sopratutto al suo
general pensiere, ed ai suoi scritti; perchè, essendo egli passato (1)
Notizia degli scritti e del pensiero filosofico di PIETRO CERETTI, accompagnata
da un cenno autobiografico del medesimo, intitolato: < La mia celebrità »
per PASQUALE D'ERCOLE, Torino -- per diverse fasi di si fatto pensiere, non si
potrebbe, senza tal ricordo, convenientemente collocare e giudicare questa sua
Sinossi. Quanto alla persona, tanto da invogliare a conoscerla chi ancora
non la conosca, mi limiterò a ricordarla con pochissime parole. Nato ad Intra
nel 1823, educato nella puerizia e nell'adolescenza da preti e gesuiti, usci,
dall'educazione e istruzione loro, l'uomo meno informato allo spirito
de'medesimi. Più che coll'opera altrui si è istruito coll'opera propria: sì che
può dirsi ch'egli è stato il vero autodidattico. In giovinezza viaggiò, e
per anni, quasi tutta l'Europa a piedi, da una parte, studiandone le diverse
genti ne’loro costumi e prodotti scientifici e letterari, dall'altra, vedendone
la natura nelle sue diverse forme e manifestazioni. Ed è, certo, da tal
visione ch'egli acquistò un grande amore agli studi naturali, ne'quali riesci a
procacciarsi vaste e profonde conoscenze. I predetti viaggi gli furono tanto
più fruttuosi, in quanto egli, accanto allo studio de'costumi e delle scienze e
lettere de'moderni popoli europei, ne studiava, apprendeva e parlava anche le
lingue. Le quali lingue moderne, congiunte ad antiche è classiche, ch'ei pure
conobbe (sanscrito, ebraico, latino e greco), divenner poi una mirabile, solida
e fruttuosa base pe'suoi studi d'ogni sorta, specialmente filosofici. Ebbe
mente assai varia, cioè poetica, filosofica e letteraria, e fu indubbiamente
un'alta e cospicua individualità, segnatamente dal lato del pensiero
filosofico. Egli è stato, infatti, un fortissimo pensatore e ad un tempo un
fecondissimo scrittore. Ha scritto una quantità veramente sorprendente di opere
(1), appunto di contenuto filosofico, poetico e letterario. Nel letterario
comprendo anche un certo numero di opere sociali, le quali son tra filosofiche
e letterarie, e sotto forma di romanzi, commedie, biografie, ecc., propugnano
una riforma sociale basantesi su principii filosofici. In una dozzina
d'anni, dal 1854 al 1866 circa cominciò a pubblicar qualcuna di tali opere, e
propriamente, di contenuto poetico, un poemetto intitolato: Il Pellegrinaggio
in Italia ed alcune Liriche, e di contenuto filosofico, i tre primi volumi di
un'opera scritta in latino intitolata : Pasaelogices specimen. Gli scritti
poetici pubblicò sotto il pseudonimo di Alessandro Goreni, lo scritto
filosofico sotto il pseudonimo di Theophilus Eleutherus; e, quel che più
importa, si de' primi che del secondo non ne mise in pubblico (così comincia a
comprendersi l'oscurità del Ceretti) che pochissimi esemplari, quasi a
scandagliar primamente con essi la pubblica opinione. De' primi qualche
giudizio, e abbastanza favorevole, venne fuori, e poi non se ne parlò più; del
secondo, che io sappia, non se ne parlò punto, e credo che non lo lesse
nessuno. L'autore stesso, in una sua umoristica autobiografia, riferendosi
specialmente a questa (1) L'elenco compiuto di esse si trova nella mia
citata Notizia, ecc., p. xxvi SS., e tra grandi e piccole non sono meno di una
quarantina. opera filosofica, dice: « Tuttochè questi volumi non fossero
letti da nessuno, furono però variamente interpretati, e da taluni supposti
essere inintelligibili pel proprio autore; perciò mi guadagnarono la fama della
madre notte, che non lascia vedere cosa veruna » (1). Dopo questa prima, quasi
ignorata pubblicazione, non pubblico, anzi non volle pubblicare più nulla; e
cosi si finisce di spiegare la predetta oscurità. Singolare uomo!
rispetto a quest'ultima, più che dispiacersene, egli n'era contentissimo, e
quasi ne gioiva, avendosela persin proposta per scopo, secondo l'adagio (che
sovente ripeteva): Bene vive chi bene si nasconde. E meglio di lui veramente
non si era nascosto nessuno; giacchè nel suo oscuro e silenzioso recesso ei
volgeva ed agitava nella mente tutto un mondo vastissimo di idee poetiche,
filosofiche, storiche, sociali, umane. E, lavoratore infaticabile e costante,
queste idee veniva solertemente scrivendo, finchè ha potuto scrivere egli
stesso, e dettando, quando non potè più scrivere. Giacchè, colto nel 1874 da
una paralisi, da prima leggera, ma pur spietatamente progressiva, dovette a
poco a poco smettere lo scrivere e ridursi a dettare i pensieri, che ancor
sempre l'occuparono fino alla morte, avvenuta nel 1884. Quanto agli
scritti, omettendo di allegare i poeticoletterari, che non è qui il luogo e
l'intento, ricordo i principali filosofici. La citata opera latina doveva
essere (1) La mia celebrità, pag. 101, allegata alla mia citata
opera. di otto volumi, ma egli non ne scrisse che propriamente cinque e
non ne pubblicò che tre soli. Oltre ad essa e ad un'altra opera filosofica,
intitolata : Idea circa la natura e la genesi della Forza, e rimasta incompiuta,
scrisse questa Sinossi dell' enciclopedia speculativa; Sogni e Favole (il
titolo par letterario, ma è opera filosofica e voluminosa); Considerazioni
circa il sistema generale dello spirito e circa il sistema della natura entro i
limiti della riflessione; Insegnamento filosofico; Stramberie filosofiche, e
parecchie altre minori. Nella gran massa de'suoi scritti il pensiere del
Cerelti non rimase stazionario e inalterato, ma si mutò anzi non poco, e passò
per diverse fasi. Le quali (comprendendovi anche il pensiero poetico, sociale e
letterario) si possono riassumere in quattro o cinque, e sono la fase poetica;
la fase filosofica hegeliana; la fase filosofica di transizione; la fase
utopistica e riformativa sociale; e finalmente la fase detta del sistema
contemplativo (filosofica anch'essa). La fase poetica fu la prima della
mente del Ceretti, e la prima si per aspirazioni che per studi e produzioni.
Ciocchè si è notato rispetto alla generale evoluzione della sua mente, va
notato anche di questa specifica fase poetica, in quanto egli passò per varii
stadii e varie maniere di concezione e corrispondente produzione poetica,
cominciando dalla leopardiana e foscoliana, passando un po' per quella di
Giusti e finendo con una concezione e forma poetica umoristicofilosofica.
Quanto alla fase filosofica hegeliana, ella è dalla sua propria designazione
indicata chiarissimamente da se stessa. Il Ceretti ne' suoi svariati, larghi e
profondi studi filosofici giunse ad accogliere come risultato finale di essi la
filosofia hegeliana; e nell'alta Italia è stato, credo, il solo hegeliano, o
certamente il solo notevole hegeliano. Tanto più che egli non si limitò alla
pura e semplice riproduzione dell'hegelianismo, ma si allargò ed elevò ad una
propria produzione sotto il nome di riformazione del medesimo (1). Ma
ecco che il Ceretti nella fase filosofica in genere subisce di bel nuovo una
evoluzione, la quale passa per diversi stadii, ognuno de'quali è una specifica
fase filosofica. Egli stesso crede che questi stadii o queste specifiche fasi
sien due, l'una hegeliana, ch'egli designa come « speculazione hegeliana»,
l'altra di allontanamento da essa, ch'egli designa come di « divorzio dalle
idee hegeliane » 2). Io però (come ho ampiamente mostrato nella mia
citata Notizia), modificando e integrando l'istesso pensiere dell'autore, dico
che queste fasi specifiche del suo [ocr errors] (1) Nella prefazione alle
Grullerie poetiche, pubblicate in Torino in questi giorni pei tipi di Bona,
alla pag. ix, riferendosi ai suoi studi filosotici nella storia filosofica
passata e recente, dice: « Le ultime fasi della filosofia ellenica, del
neoplatonismo, dell'idealismo germanico, e soprattutto dell'hegelianismo,
guadagnarono il mio spirito, che indi prese le mosse per un ulteriore sviluppo
speculativo, e si costituì in proprio sistema ». (2) Vedi La mia
celebrità, pag. 92 e 107. pensiere filosofico son tre, cioè la hegeliana,
una seconda, che ho appellata di transizione, e finalmente quella del sistema
contemplativo. Or la Sinossi, che si pubblica presentemente, è un'opera
che cade appunto nella fase di transizione del pensiere filosofico di Ceretti;
e di ciò fra poco. Quanto al così detto sistema contemplativo cerettiano, che
non entra neppur esso nella considerazione e nei limiti della mia Introduzione,
rimando il lettore a ciocchè ne ho scritto nella mia Notizia, segnatamente a
pagina cccxxix ss. Qui mi limito a dir solo che esso è un complesso di
idee stoiche, pessimistiche e subbiettivistiche, ed il subbiettivismo poi (già
cominciato nella fase di transizione) è spinto a tale estremo da essere un
subbiettivismo più immaginativo che pensivo. In filosofia il Ceretti cominciò
coll’Idealismo assoluto hegeliano, procedè, attraverso l'Idealismo obbiettivo
di Schelling, verso l'Idealismo subbiettivo di Fichte (fase di transizione); e
questo Idealismo subbiettivo esagerò poi verso il sistema contemplativo nel
senso predetto. La fase utopistico-sociale è pure in grosso e chiaramente
designata dalla sua denominazione stessa. Infatti, il Ceretti in essa propugna
uno stato sociale e una relativa costituzione, che non sono lontani da quelli
della repubblica di Platone, ossia da una società civile addirittura
utopistica. Poste queste generalità, vengo allo scopo principale di
questa Introduzione, cioè quello di riferirmi in modo [ocr errors]
particolare alla Sinossi da me edita. Senonchè, come questa non s'intenderebbe
ed apprezzerebbe bene, se non mi riferissi all'antecedente pensiere filosofico
cereltiano, del quale ella è, in parte, continuazione, in parte, deviazione,
cosi comincerò da quest'ultimo. L'antecedente pensiere, che fu anche il
primo, come è detto, è stato l'hegeliano. Però è stato parimenti detto che il
Ceretti non accolse l'hegelianismo come un semplice riproduttore di esso, ma
come un riformatore del medesimo. Ora, che cosa pensava egli dell'hegelianismo?
pensava che, nella storica evoluzione filosofica il pensiere hegeliano
rappresentasse il momento culminante, il pensiere speculativo più puro, però
non ancora tanto puro, quanto è richiesto dal Logo assoluto (1). Da
questo modo di apprezzare il pensiere hegeliano, da lui accolto, seguivano due
cose. L'una che, benchè rispetto a tutto il rimanente pensiere, il pensiere
hegeliano fosse il più elevato e il più compiuto, pur non era interamente
compiuto, era ancora difettivo. L'altra, che bisognava correggerne i difetti ed
integrarlo. La correzione e la integrazione sono appunto la riforma
dell'hegelianismo, quale il Ceretti la intende; e la esecuzione di ciò
costituisce un proprio sistema filosofico, che è il sistema panlogico
cerettiano. [merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors] (1) Logus
hegelianus (aveva egli detto nella citata opera latina, vol. I, pag. 685) est
cogitationis cogitatio magis pura quam omnis hactenus a philosophia prolata
logica cogitatio, nondum vero quantum logus absolutus requirit. Chi non ha
l'edizione latina confronti la traduzione italiana, vol. I, Prolegomeni, pag.
875.I difetti, che il filosofo intrese trovava nel filosofo di Stoccarda si estendevano
a tutte le tre parti della filosofia di quest'ultimo, alla Logica, alla Natura
ed allo Spirito. Rispetto alla Logica ei trovava i seguenti. Primo: la
Nozione (ossia l'Idea) hegeliana si genera dialetticamente in sè stessa in modo
inconscio. Ora, il Ceretti trova giusto che la Nozione si generi
dialetticamente in sè e da sè; ma ritiene però vizioso ed irrazionale il
prodursi dialettico di una Nozione che non si conosce Nozione (di un'Idea che
non si conosce Idea). Secondo: la trattazione logica, nel suo processo
dialettico, è una astratta semplice esplicazione delle categorie, mentrechè,
per essere vera e concreta, dovrebb' essere, secondo il Ceretti, un processo di
esplicazione ed implicazione. Terzo: la predetta trattazione costituisce
piuttosto un logo astratto, che si esplica e riassume astrattamente in un
risultato, anzichè affermarsi in tutti i momenti del corso esplicativo.
Se questi difetti si guardino nel loro complesso e si esprimano in linguaggio
più comune, essi si riducono alla rimproverata incoscienza e astrazione (non
concretezza) del processo dell'Idea logica hegeliana. Il rimedio a questi vizii
(e questo è uno de' punti della riforma hegeliana) è per lui, primamente che la
Nozione o l'Idea logica sia accompagnata da coscienza, secondamente che il
processo dialettico logico fosse esplicativo ed implicativo ad un tempo, in
terzo luogo, che tal processo logico non lo si vedesse ed esprimesse in un
semplice risultato, ma che si veda, affermi e verifichi in ogni singolo momento
del suo corso. Rispetto alla Natura (e corrispondente filosofia), ei
trova il general difetto che il processo dialettico, che Hegel segue in questa,
è anche astratto (come nella Logica) e non locca le concretezza della Natura
istessa. La filosofia della Natura pel Ceretti non dev'essere, come per Hegel,
un’Idea raccoglientesi in sè stessa dal suo Esser-altro, ossia dalla sua
esteriorità, ma dev'essere anche e piuttosto un veramente naturare l'Idea
logica. L' emendazione a tal difetto s'intende bene che pel Ceretti consista nell'effettuare
il processo naturale della Nozione o dell'Idea in guisa che questa realmente si
obbiettivi e concreti nell'esteriore realtà. Finalmente, rispetto allo
Spirito, il filosofo intrese trova, lasciando da banda qualche vizio
secondario, due vizii principali. Il primo è che, nel processo dialettico
hegeliano, lo Spirito sorga in ultimo come un risultato, invece di sorgere e
costituirsi in tutta la serie evolutiva dello Spirito stesso. Il secondo è che
lo Spirito non raggiunga quella libertà, nella cui essenza il filosofo tedesco
lo fa massimamente consistere. Anche qui l'emendazione consiste nel rimuovere i
notati difetti, e però far sì che lo Spirito si costituisca tale nella suc:
cession graduale della sua evoluzione e raggiunga veramente la libertà.
lo qui allego senza discutere: qualche vizio rilevato anche a me è parso reale,
altri no: rimando per questo il lettore alla mia opera sul Ceretti e lì, in una
discussione piuttosto ampia in proposito (1), veda e giudichi da sè
stesso. Come effettua ora il Ceretti la emendazione dei predetti vizii e
la conseguente riforma dell'hegelianismo? Come segue. Va innanzi
tutto notato che egli nella riforma non vuole uscire dall'hegelianismo istesso;
e qui ha ragione, e mostra uno sguardo filosofico veramente speculativo e
profondo. Giacchè ei pensa, e giustamente, che i sistemi filosofici tutti
costituiscono e debbono costituire tanti singoli, ma pur necessari momenti di
un solo universale Principio, di una sola universale Idea, di un solo universale
Pensiere. L'hegeliano è stato l'ultimo pensiere e l'ultimo principio,
comprensivo di Tutti gli antecedenti. Chi vuole, ora, seguire la catena storica
della filosofia deve riattaccarsi a quest'ultimo, e questo stesso, pur
accogliendolo, ulteriormente sviluppare in sè stesso. E cosi fa egli. Di
fatto, oltre al pensiere hegeliano or rilevato e da lui accolto del significato
della storia filosofica e de' sistemi che lo compongono, ha accolto anche il
principio, pur hegeliano, di tre generali forme di sistemi, vale a dire il
sistema dommatico, lo scettico e l'idealistico. Ha, inoltre, accolto il
pensiere hegeliano fondamentale della triplice forma del principio assoluto,
forma logica, naturale e spirituale, non che la conseguente triparti (1)
Citata Notizia, pag. ex ss. Vi troverà anche i corrispondenti luoghi latini
dell'opera del Ceretti, zione e trattazione di tutta la materia
filosofica. Ha parimenti accolto il concetto enciclopedico della filosofia, il
metodo dialettico con la nota tricotomia che lo accompagna, ed altri principii.
Ma, ciò non ostante, egli sviluppa ulteriormente, modifica e riforma
l'hegelianismo. Punti importanti della riforma son primamente l'Assoluto
ed il Logo: e chi è a notizia delle cose hegeliane, intende bene che con essi
il Ceretti non si colloca punto fuori dell'hegelianismo, ma si pone anzi nel
cuore del medesimo. Imperocchè l'Assoluto (già importantissimo in tutta la
filosofia tedesca) è, notoriamente, l’un capo della filosofia hegeliana,
mentre, d'altra parte, l’Idea, segnatamente logica (il Logo, insomma), ne è
l'altro. Assoluto e Logo dunque, ossia riunendo, e giustamente, i due, il Logo
assoluto diviene in Ceretti il Principio e pernio di tutta la sua concezione
riformativa. Questa concezione, s'intende, vien da lui sistematicamente
disegnata ed effettuata; e il sistema che ne risulta è un Panlogismo, ossia una
universale considerazione speculativa del Logo. Il Logo è cosi il nuovo
principio, che il filosofo intrese pone innanzi, modificando l'Idea hegeliana e
specialmente allargando, anzi addirittura universalizzando l'Idea logica di
Hegel. Se non che, accanto al Logo troviamo in Ceretti una seconda designazione
di tal nuovo principio, ed è quella di Coscienza. Come questa seconda
designazione comincia già ad essere importante nella prima fase filosofica del
Ceretti (nella hegeliana) e divien poscia prevalentemente determinante nella
seconda (in quella di transizione, in cui cade la Sinossi); cosi vuol essere
chiarito come la stia con questi principii, che apparentemente paion due (Logo
e Coscienza) e realmente sono il solo principio novello cerettiano. Si
noti che uno de' punti cardinali cerettiani della riforma è che l'Idea o la
Nozione logica sia non già inconscia, come in Hegel, ma conscia. Si pensi,
d'altra parte, che il principio cerettiano (sorgente dall'hegeliano e
modificante l'hegeliano istesso) è, come s'è visto, il Logo assoluto. Ora, tal
Logo assoluto (secondo il vizio antecedentemente rilevato e la relativa
emendazione) il Ceretti lo vuol conscio; ed allora è un passaggio più che
naturale, è una naturale esigenza che il Logo assoluto conscio sia e divenga in
lui Coscienza (non certo subbiettiva od obbiettiva, ma assoluta). In tal
guisa Logo assoluto e Coscienza pel filosofo intrese costituiscono in fondo un
sol principio, e sono il suo novello principio emergente dall'hegeliano. Dico
emergente dall'hegeliano, anche perchè, notoriamente, in Hegel, accanto
all'Idea, che è posta come principio assoluto, spicca come tale anche lo
Spirito (der Geist). Or lo Spirito è l'Idea conscia. Quando si vede la cosa
cosi, può dirsi che si in Hegel che in Ceretti spiccano due principii, almeno
due speciali denominazioni di un sol principio, che son poi in fondo un sol
principio. Cioè, in Hegel spiccano Idea e Spirito, che son poi (l'unico
principio) l'Idea spirituale, ossia conscia; e in Ceretti spiccano il Logo
e la Coscienza, che son poi (pur un unico principio) il Logo conscio, o
puramente e semplicemente la Coscienza. Che poi e come poi il Ceretti
colla Coscienza crede di porre innanzi un principio diverso dallo Spirito di
Hegel, o almeno più largo dello Spirito, lo vedremo più innanzi. Ora, pel
progresso del discorso, è necessario rilevare primamente un'altra cosa: ed è
che dei predetti due principii cerettiani (che in fondo son poi uno), il primo
o Logo assoluto è quello che dà più specialmente denominazione, concezione e
sistemazione alla fase hegeliana del Ceretti, ossia al Panlogismo: ed il
secondo, o la Coscienza (pur già appariscente nella predetta prima fase), è
quello che dà più specialmente l'intonazione, la concezione e la sistemazione
della seconda fase, cioè di quella di transizione, in cui cade la Sinossi. Il
che vuol dire, in altri termini, che il Logo informa prevalentemente il sistema
panlogico dell'opera latina, Pasaelogices specimen (prima fase), e la Coscienza
informa più particolarmente la presente opera italiana della Sinossi.
Diamo ora brevemente uno sguardo al sistema panlogico, che per me costituisce
ancor sempre il più poderoso, più originale e più speculativo pensiere Per
veder ciò, naturalmente, non bisogna limitarsi al fuggevolissimo e magrissimo
cenno che ne fo qui; ma bisogna leggere l'opera cerettiana, alla quale un buon
aiuto, mi lusingo di dirlo, è la mia citata Notizia. del Ceretti: il
quale sguardo ci agevolerà l'entrata nel pensiere della presente opera
sinottica. Il Logo per lui è tutto, è l'universale realtà, è l'assoluta
realtà; e la filosofia è la scienza che considera appunto il Logo nella sua
universalità ed assolutezza. Il Logo ha tre forme di esistenza, cioè è Logo in
sé, Logo fuori di sè, Logo per sè; forme, che pel Ceretti hanno anche il
significato e valore di essere il Logo nella sua Subbiettività, il Logo nella
sua Obbiettività (obbiettivazione, estrinsecazione), il Logo nella unità di Subbiettività
e Obbiettività. Si consideri l'Idea hegeliana e le sue note forme, e si
troverà che il Ceretti attribuisce al suo Logo quelle stesse forme di esistenza
che Hegel attribuiva alla sua Idea. Si pensi un'altra cosa. L'Idea di Hegel è
Pensiere ed Essere insieme: può dirsi però che essa è prevalentemente Pensiere
nella Logica, prevalentemente Essere nella Natura, prevalentemente Coscienza
nello Spirito. Il Logo di Ceretti è pur Pensiere ed Essere, ma, starei per
dire, colla prevalente anzi colla essenziale caratteristica di Pensiere: il
Logo é essenzialmente pensivo (senza cessare di essere essente), e però è
essenzialmente conscio, è essenzialmente Coscienza. L'Idea logica di Hegel non
è conscia; l'Idea naturale del medesimo non è neppure conscia; conscia è
soltanto la sua Idea spirituale. Il Logo cerettiano invece è sempre Pensiere ed
è sempre Coscienza in tutte le sue forme di esistenza, che, come fondamentali,
sono le tre predette. Queste tre forme di esistenza, speculativamente
considerate, costituiscono poi tre parti della filosofia, ciascuna delle quali
è una speciale considerazion del Logo. Le quali parti, designate con nomi un
po' singolari, ma, in fondo, pur veri, sono la Esologia (da eis, és dentro), o
dottrina del Logo in sè, del Logo considerato dentro di sė, la Essologia da
(85w, fuori) o dottrina del Logo fuori di sè, e finalmente la Sinautologia (da
cúv e aviós, con, stesso) o dottrina del Logo con sè. A maggiore
intelligenza di queste tre parti, rilevo che il concetto e il relativo obbietto
di esse son dal loro autore espressi in una maniera, che è pur degna di
considerazione, e che, del resto, discende dall'anzidetto. Si è già visto come
il Logo cerettiano, benchè genericamente contenga in sè gli elementi
dell'essere e del pensiere, pure prevalentemente e più specificamente è
pensiere. Conformemente a ciò, il filosofo intrese designa il concetto e
obbietto delle tre mentovate parti appunto dal lato del pensiere, e dice che la
Esologia è la considerazione speculativa del pensiere del pensiere; la
(1) Lo dice Logo con sè, ma la espressione ha quel medesimo significato che ha
in Hegel quella (del terzo momento) di in sè e per sè. Qui il lettore può
intender meglio ciocchè si è detto innanzi del significato ed estensione del
Panlogismo cerettiano. Infatti, queste tre parti, che sono tutte, e le sole,
dottrine del Logo, nel loro complesso costituiscono la Panlogica (Pasaelogice o
Pasalogice: titolo dell'opera latina); onde il Panlogismo. Intende anche
un'altra cosa, cioè, la relazione intima di queste tre parti con le hegeliane,
in quanto la Esologia corrisponde alla Logica (Logik) di Hegel, la Essologia
corrisponde alla filosofia della Natura (Naturphilosophie) e finalmente la
Sinautologia corrisponde alla filosofia dello Spirito (Geistesphilosophie) del
medesimo. Essologia, un'altrettale considerazione del pensiere del
pensato, e finalmente la Sinautologia è la considerazione speculativa del
pensiere del pensante. Sempre dunque considerazion del pensiere: Il
pensiere del pensiere esprime il pensiere nella sua subbiettività; il pensiere
del pensato è la considerazione pensiva del pensiere come obbiettivato; e
l'ultima è la considerazion del pensiere come unità di subbietto e obbietto (di
pensiere subbiettivo e pensiere obbiettivo). Ciò posto, ecco ora come
l'autore pensa e determina la materia di queste tre parti: nel dir delle quali,
dirò qualche cosa di più della prima od Esologia, perchè essa nella susseguente
Sinossi apparisce poco o punto. Esologia. Questa è la logica cerettiana,
nella quale la coscienza logica, come Coscienza del Logo in genere, è
essenzialmente pensante (essentialiter cogitativa, come egli dice). La
Coscienza logica è da lui definita quale Coscienza di sè e di altro non ancora
esteriore a sè stessa, cioè, non ancora estrinsecata (non ancora divenuta Logo
naturale, Natura). Ei distingue ora l’Esologia in tre parti, che (sempre
dal Logo, che è in fondo ad esse) appella Prologia, Dialogia e Autologia. La
prima considera il Logo esologico nella astratta identità del pensiero; la
seconda lo considera nella differenza del pensiero istesso, la terza lo
considera come sintesi della identità e della differenza del pensiero.
Queste tre ultime, ragguagliate alle parti della Logica hegeliana,
corrispondono alla sfera del Concetto, a quella dell'Essere e a quella
dell’Essenza. Il Concetto in Hegel tien l'ultimo posto; invece, tiene il primo
il Ceretti col nome di Prologia. La Prologia cerettiana (vicinamente alla
dottrina hegeliana del Concetto) è dottrina della Proposizione, del Giudizio e
del Sillogismo. Il Ceretti comincia dalla Prologia, ed in questa dalla
Proposizione, in quanto pensa che il Primo prologico (come dice egli; noi
diremmo in generale il Primo logico) non è nè l'Essere di Hegel e Rosmini, nè
l'Io di Fichte, nè la schellinghiana Identità dell'Ideale e del Reale; ma è la
Proposizione, ch'ei pensa come qualcosa di più semplice e primitivo del
Giudizio stesso. Non entro nelle particolarità nè nell'apprezzamento
della cosa; mi limito a far risaltare soltanto il pensiero cerettiano. Non
posso però a meno di richiamare l'attenzione del lettore sulla triplicità che
pervade (come già in Hegel) la trattazione filosofica cerettiana, la quale
triplicità, come si scorge qui, cosi segue in tutta la susseguente trattazione.
È inutile dire che, trattando di questa parte, l’autore entra nelle
particolarità della teoria si della proposizione, si specialmente del giudizio
e del sillogismo. La Dialogia è la dottrina dell'Essere e considera
questo (come già Hegel) siccome distinto ne' subordinati principii o momenti di
Qualità, Quantità e Modalità (1), ne'quali, alla lor volta, vengono suddistinti
e La Modalità è la misura hegeliana (das Maas): già Rosenkranz l'avea
appellata anche Modalità.speculativamente considerati altri principii subordinati,
come qualcosa, il limite, il quanto, la realtà, la sostanza, la essenza, la
necessità, ecc. Chi è pratico delle cose hegeliane, si accorge che il
Ceretti anche in questa seconda parte ha fatto degli spostamenti, trasportando
e trattando sotto la sfera dell'Essere principii (e persin l'essenza stessa),
che in Hegel ricorrono sotto quella dell'Essenza. La cagion di ciò, a mio
credere, è che il Ceretti tratta tutta la materia logica (anzi tutta la materia
filosofica) secondo i tre momenti della Posizione, della Riflessione e della
Concezione. Così facendo, ha potuto accogliere i principii o momenti hegeliani
dell’Essenza (la quale, notoriamente, è la sfera della riflessione) sotto il
proprio Essere, considerato appunto secondo il momento della riflessione; ossia
ha potuto accoglierli sotto l'Essere riflesso. L'Autologia finalmente,
che è pensata come unità della Prologia e della Dialogia, tratta de'tre
principii del Sapere, Volere, Agire. S'intende bene che anche in questi vengono
distinti, rilevati e trattati altri momenti subordinati come Sapere immediato,
mediato e assoluto, Volere subbiettivo, obbiettivo, ecc. I tre principii
predetti pur ricorrono nella Logica hegeliana, ma in una guisa e sfera
subordinata, mentre qui abbracciano una intera sfera logica per sè, e
costituiscono il punto culminante ed unitivo di tutto il pensiere esologico
(ossia logico). Questa parte del sistema panlogico cerettiano non rimane
poi così magra ed astratta, come potrebbe sembrare, ma si addentra nella storia,
e viene additata in questa la evoluzione di tutte le categorie logiche
(esologiche) trattate. Io qui naturalmente non posso entrare nelle
particolarità: di più ho detto nella mia Notizia degli scritti e del pensiere
filosofico di Ceretti; ma anche in questa fui piuttosto scarso. Ora si è
pubblicata in italiano questa parte della filosofia cerettiana sotto il nome di
Esologia, ed essa sola comprende ben mille e dugento pagine. Io cercherò
un'altra occasione in cui discorrere più lungamente di quest'opera e paragonarla
con la Logica hegeliana, dalla quale prende il general pensiere e il generale
andamento, ma della quale vuol essere, e in parte è, una modificazione.
EssOLOGIA. La Natura è il Logo obbiettivato: però la dice anche Non-Logo, ossia
l'opposto (il negativo) del Logo subbiettivo. La designa parimenti come
Coscienza in forma d'Incoscienza, ossia, in fondo, di Coscienza ancora
inconscia. Che la dice Coscienza, dopo tutto l'anzidetto, s'intende benissimo;
perchè la Coscienza non è che il Logo conscio in genere, salvo poi a passare
per diversi gradi della Coscienza, cominciando dalla incoscienza. Questo stato
ancora inconscio della Coscienza della Natura è incluso nella mentovata
designazione, che, cioè, questa sia Coscienza in forma di incoscienza. Qualche
cosa di consimile egli esprime, quando la designa anche come Coscienza
dormente. Distingue la Natura (alla hegeliana) in meccanica, fisica,
organica o, come anche si esprime, in Logo meccanico, Logo fisico e Logo
organico; e la tratta speculativamente in queste tre forme. Il punto culminante
della Natura è la Vita, il cui Logo supremo, dice egli, è l'organo sensorio.
Col senso poi (che è funzione e manifestazione di quest'organo) si esce dalla
sfera della Natura propriamente detta e si entra in quella dello Spirito, ossia
della Coscienza del Logo conscio, e però del pensiero del pensante, la cui
speculativa trattazione è la SINAUTOLOGIA. Il concetto della sinautologia
dall'anzidetto è chiarissimo e si riassume in questo, che il pensiero del
pensante da essa considerato esprime la concretezza del pensiero istesso, cioè
la Coscienza altuosa di quello Spirito (di quel Pensiero), che nella Esologia e
nella Essologia era ancora inconscio. Le parti in cui si suddivide la
Sinautologia sono l'Antropologia, l’Antropopedeutica e l'Antroposofia. Queste
stesse tre parti sono ulteriormente divise in altre subordinate, trattandosi in
ciascuna in grosso quei principii che nell' hegelianismo fan parte dello
Spirito e della filosofia dello Spirito. Nelle particolarità io rinunzio di
entrare, tanto più che la maggior parte di esse entrano nella Sinossi, che si
presenta ora al pubblico. Con ciocchè è detto, che io lascio senza
apprezzamento, è stato certo il lettore messo nel caso di conoscere quelle
antecedenze, delle quali la Sinossi, da una parte, è continuazione, dall'altra,
ulteriore modificazione, e veniamo dunque alla presente opera sinottica.
Rispetto a questa vi sono due punti a cui mi riferirò: l'uno è quello
dell'opera da me prestata nella pubblicazione di essa: l'altro è quello di dare
una idea generica del suo contenuto e di rilevare alcune cose che mi paiono
degne di nota. Per ciò che concerne il primo punto, il manoscritto che mi
fu consegnato, di indicazioni del contenuto e dello scopo dell'opera non portava
che soltanto il titolo generale di essa, cioè Synossi dell'Encyclopedia
speculativa. Non aveva prefazione od altra indicazione di sorta, ma cominciava
subito col primo paragrafo, e così senz'altro continuava in sussecutivi
paragrafi fino all'ultimo. Or bene, io ho creduto utile di fare innanzi
tutto due piccole innovazioni: primamente, di ammodernare l'ortografia
dell'autore; secondamente di fornire l'opera di intestazioni. Quanto
all'ortografia, il Ceretti era un uomo, dirò cosi, stampato sul classico, e
però rispetto ad essa ha ancora ritenuto le forme latine e greche. Gli è per
ciò che, conformemente al saggio ricorrente nel titolo predetto, egli scriveva
analysi, systema, sympathia, philosophia, abysso, e via dicendo. Adduceva anche
le ragioni di ciò, e, in una scrittura umoristica (1), riferendosi a questo
punto, pregava che lo « si lasciasse spropositare a suo agio, perchè la sua
crassa ignoranza di orthographia italiana non gli permetteva di fare altrimenti
». Senza che io mi distenda su questo punto, il lettore intenderà che al
nostro tempo una tale ortografia non poteva trovar favore presso il pubblico.
L'autore stesso, (1) Nella Prefazione ai Sogni e Favole (ancora inediti,
ma che si pubblicheranno fra non molto). del resto, non l'aveva seguita
neppur egli in tutte le sue scritture italiane. Per esempio, non l'aveva
seguita nè in una sua prima opera filosofica italiana, rimasta incompiuta
(intitolata Idea circa la genesi e la natura della Forza), nè in qualche opera
letteraria de' primi tempi (poniamo, nelle Lettere d'un profugo): in generale
poi non l'ha mai seguita nelle sue opere poetiche italiane. Io poteva dunque
senza scrupoli innovarla. Quanto alle intestazioni, mi sono parse
utilissime anch'esse. Il Ceretti è uno scrittore molto difficile, è sovente
oscuro. Leggere una sua opera senza intestazioni di sorta, tranne quella del
titolo generale, è una cosa che non invoglia il lettore. Gli è perciò che, ad
agevolare a questo l'intelligenza e la lettura della medesima, ho diviso
innanzi tutto l'opera nelle grandi e generali parti che la costituiscono, e ho
dato loro le rispettive intestazioni; poscia ho fatto lo stesso coi paragrafi,
dando, sia ad un solo sia a più insieme, la intestazione corrispondente al
pensiere da essi espresso. Per la giusta lezione del testo mi son dato
tutta la cura possibile. Non una, ma ben molte volte sono intoppato in
difficoltà: tanto più che il manoscritto era scritto da un amanuense. Nelle
difficoltà ho fatto fare scrupolosi raffronti coll'originale, nei quali la figlia
dell'illustre filosofo, tuttora amorosamente intenta alla pubblicazione delle
opere paterne, mi ha prestato valido aiuto (1). Ma, (1) Ad onor del vero,
mi piace di far noto che l'opera della figlia verso il padre non è soltanto di
riconoscenza filiale, ma di intelligente ad onta del buon volere e degli
aiuti, mi è rimasto qualche scrupolo, che in questo o quel luogo qualche
mancamento od inesattezza vi sia rimasto. Quanto a mancamento, mi cade in
acconcio di potere affermare siccome una verità, che, per chi conosce le opere
filosofiche cerettiane, quelle che susseguono l'opera latina in genere si
risentono un po' tutte di qualche mancamento rispetto all'ordinamento e
all'integrità del pensiere. Questo, secondo me, proviene da più cagioni: l’una,
che, avendo ogni scrittore un momento culminante nella sua attività
intellettiva, il Ceretti lo ha avuto nell'opera latina: l'altra che, avendo
egli, dopo la pubblicazione de' tre primi volumi di questa, fermamente
deliberato di non pubblicar più nulla, ha creduto che le sue opere rimanessero
inedite; e con tal credenza la cura di esse è minore: una terza, che negli
ultimi dieci anni di vita (in cui cadono quasi tutte le opere filosofiche
italiane, compresa la Sinossi) egli fu travagliato dalla mentovata infermità.
Continuando a dire dell'opera da me prestata, rilevo che, per l'accennata
difficoltà e talvolta anche oscurità del pensiere dell'autore, vi ho pure
aggiunto delle note illustrative, ove mi son parse necessarie od almeno
utili. E finalmente, un po' per la ragione ora detta, un po' per
continuare a far conoscere la persona é gli scritti del Ceretti, un po' per
agevolare al lettore l'entrata nel prestazione, come ha anche dimostrato,
benchè ella lo abbia taciuto, nella mentovata pubblicazione delle Grullerie
poetiche, non che delle Poesie giovanili, apparse contemporaneamente ad
esse. pensiere della Sinossi, vi ho preposta la Introduzione che sta ora
leggendo. Per ciocchè concerne il secondo punto, quello del contenuto,
comincio col richiamare innanzi tutto l'attenzione del lettore sul principio
costitutivo della Sinossi, cioè, la Coscienza; principio, come ho già detto
innanzi, che l'autore crede distintivo della propria filosofia da quella di
Hegel, il quale, invece, pone in genere l’Idea, e più specificamente l'Idea
conscia, ossia lo Spirito. Ebbene, dal poco che ho detto,
antecedentemente e da altro che ho qui taciuto, posso affermare che la
differenza che il Ceretti vuol vedere tra la sua Coscienza e lo Spirito di
Hegel a me non pare così essenziale, certo, non così grande, come egli pensa. E
che la cosa sia cosi lo voglio confermare con le stesse parole dell'autore.
Nella sua Autobiografia, opera interessante e ricca di notizie sul corso
de'suoi pensieri, egli stesso dice: « In quel tempo io seppi (1) che l’Assoluto
è la Coscienza, e la Coscienza nel suo svolgimento è, correttamente parlando,
una storia, ma fui lontano dal distinguere la Coscienza dallo spirito e
considerare lo spirito come un momento storico della Coscienza. Per me la
Coscienza era un ente, piuttosto che il termine generale, la cui distinzione
costituisce gli enti ». È chiaro dunque che una distinzione vera dei due
principii non l'aveva ancor fatta. Però qualche cosa di (1) La mia
celebrità citata, pag. 89. Il tempo di cui parla è verso il 1870, certo, dopo
la pubblicazione de' tre primi volumi dell'opera latina, pubblicazione che
cessò il 1867, distintivo cominciava ad andargli pel capo. Di fatto, egli
afferma in altro luogo dell'opera, che verso quel tempo di cui si sta parlando
« principiava a balenargli l'idea di una Coscienza più generale dello spirito,
Coscienza, della quale lo spirito fosse uno storico momento. Quest'idea gli era
balenata molto tempo prima, ma piuttosto come un'imagine dell'idealità che come
una categorica avvertenza, la quale avvertenza principiò in questo tempo ed
ebbe il suo categorico fondamento anzitutto nell'infinito nulla, sopra il quale
riposa la nostra cogitabilità » (1). Da questo luogo, che conferma il
primo, non solo emerge ulteriormente che la distinzione ei non l'aveva ancor
veramente fatta nell'opera latina, ma fa capire che in questa (ov'egli pure
aveva cominciato a parlare di tal distinzione) la distinzione era come un primo
baleno di pensiere presentatosi alla mente e intraveduto, non però ancora
veramente visto, compreso' e consciamente fermato. È questo veramente un punto,
che io non aveva neppur nella mia Notizia così determinatamente ancora indicato
e, sopratutto, documentato; son lieto, che mi si è presentata l'occasione di
farlo qui. Ora, è nella Sinossi che il Ceretti è veramente conscio di tal
distinzione, ed è in essa che la Coscienza predomina e spicca come l'universale
e fondamentale principio (1) Loc. cit., pag. 104. Può parere strano che
il Ceretti faccia poggiare la cogitabilità sull'infinito nulla. Lo strano
sparisce, quando si pensa che per lui l'infinito nulla è uno de' modi di
designare l'essere indeterminato. Ora, il pensiere è appunto o una
determinazione dell'essere indeterminato, o una ulteriore determinazione
dell'essere già determinato. di tutto l'Essere e di tutto lo Scibile
(Pensiero). E la ragion principale della distinzione, come si scorgerà dalla
lettura dell'opera, consiste per lui specialmente in ciò: Che, giusto perchè la
Coscienza è l'universale ed assoluta realtà, l'unico universale essere, ella
accoglie sotto di sè l'istesso spirito come uno de' propri momenti, una delle
proprie manifestazioni e forme di esistenza (1). Ad intendere ciò, e in
generale la larghezza della Coscienza cerettiana, allego volentieri il seguente
luogo, nel quale ei dice che il filosofo speculativo « considera l'animale come
un momento definito nel sistema della Natura, la Natura come un momento nel
sistema spirituale, e lo Spirito come un sistema nel sistema della Coscienza »
(2). Ora può meglio comprendere il lettore, perchè io, nel dividere la
Sinossi in Tre Parti e nel dare a ciascuna di esse la relativa intestazione, ho
sempre fatto entrare la Coscienza. Del resto, l'istesso autore dice che: « la
Coscienza, sendo il termine più generale, che possibilita l'essere e
l'esistenza, deve necessariamente essere il termine più generale, nella cui
distinzione si distingue logicamente l'Enciclopedia speculativa » (3).
Volendo ora con un breve cenno introdurre il lettore nel contenuto della Sinossi,
rilevo innanzi tutto che le tre grandi Parti, nelle quali ella è divisa, sono
la Coscienza universale, ossia i Principii logici o logico-metafisici,
che (1) Vedi in questo stesso volume appresso $ 21, pag. 10. (2) Si
confrontino specialmente il g 164 e la mia relativa nota, non che il S
203. (3) Sinossi, $ 163, pag. 124, voglian dirsi (Logica); la
Coscienza naturale, ossia i Principii naturali (Natura); e la Coscienza
spirituale o Principii spirituali (Spirito). Quanto alla Coscienza
universale e ai corrispondenti principii logici, l'autore non entra in
particolarità, anzi non ne espone addirittura la dottrina. Si limita soltanto
ad indicare innanzi tutto le forme dello scibile e le corrispondenti verità;
poscia a designare alcune verità logiche supreme; indi ad accennare in genere
la natura della speculazione logica; e finalmente ad una divisione del pensiere
sistematico logico. Rispetto alle forme dello scibile (ch'ei distingue in
a) scibile estetico e religioso; b) scibile empirico-induttivo, e c) scibile
speculativo), pone che la forma speculativa, che è l'unica e vera filosofica, è
quella « che non con: tiene se non verità necessitate dal pensiero in sè
stesso, indipendente da qualsivoglia autorità esteriore ». Queste verità
necessitate poi ricorrono propriamente, od almeno in modo speciale, nella
Logica. E delle tre indicate Parti e corrispondenti discipline filosofiche ei
pensa che « la scienza veramente speculativa è la Logica, e le discipline della
Natura e dello Spirito non possono contenere verità speculative, ossia
necessarie, se non in quanto siano ridotte alla loro radicalità logica », vale
a dire, alla forma o tipo logico. Quanto alle verità logiche supreme,
elle si concentrano nel mentovato principio della Coscienza. E, di fatto,
ei pone come verità prima e radice di tutte le altre verità, e ad un tempo come
« verità generalis sima della speculazione », questa, che a è contenuta
nella proposizione: L'assoluto è coscienza ». E pone quindi come a verità più
particolare, ma non meno necessaria », quest'altra, « la quale è nella
proposizione: La verità assoluta è nella coscienza pensante » (1). A queste due
proposizioni se ne può aggiungere una terza, che, benchè ricorra in fin
dell'opera, pure è con esse intimamente legata; ed è che a nulla è e nulla può
essere fuori della Coscienza » (2). Quanto alla natura della Logica, ei
l'indica, e mi pare eccellentemente, siccome il « sistema generale della
cogitabilità », o, come anche dice, « della pura cogitabilità ».
Finalmente l'autore, non entrando nelle esposizioni di tal sistema, ma
limitandosi alla partizione di esso in tre cicli, designa il primo siccome « la
categoria pura dell'Essere indefinito, l'essere generale qualitativo e
quantitativo v: il secondo come « l'Ente, ossia l'Essere finito, per il quale
il pensiero si definisce in pensieri particolari reciprocamente differenziati
ed opposti »: il terzo come a l'unità del pensiero infinito col pensiero
finito, nella quale unità il pensiero s'individualizza » (3). Questa
individuazione, soggiunge, estrinsecandosi, genera la Natura. (1) La
Coscienza pensante è per lui la Coscienza razionale o concettiva, com'ei la
dice, a differenza delle forme inferiori di Coscienza, cioè la Coscienza
riflessa e la Coscienza sentimentale (quest'ultima abbraccia la Coscienza
estetica e si estende alla religiosa). (2) Sinossi, S 203, pag.
218. (3) Vedi Sinossi, pag. 1-12. [blocks in formation]
Passando a trattare della Coscienza naturale o Natura, ne dà una definizione,
in cui si sente l'influsso fichtiano, definendola, cioè, siccome «l'Idea scissa
in due termini, che hanno l'apparenza della separazione », e che sono a l’lo e
il Non-Io » (1). Quanto alla partizione però, divide ancora hegelianamente la
Natura in a) meccanica, b) fisica, c) biologica (organica). Cominciando a
dir della prima, tocca innanzi tutto della considerazione estetica della Natura
istessa, di quella considerazione, che attribuisce ai corpi celesti vita e
persin coscienza. Tocca parimenti della considerazione riflessa (o empirico-induttiva),
la quale, oppostamente alla prima, considera la Natura come disanimata e
puramente meccanica. Son due considerazioni ch'ei tiene per egualmente false,
ritenendo invece per unicamente vera la considerazione speculativa.
Conformemente a quest'ultima, piglia le mosse da’ principii primitivi e
condizioni prime della Natura, che sono lo Spazio, il Tempo, il Movimento, la
Forza; quattro principii che nella loro unità costituiscono poi la Materia.
Questi principii ei riunisce in guisa da ricordare addirittura la consimile
unione di Spencer, la quale, del resto, prima che spenceriana, è stata già
hegeliana. Si addentra poscia vieppiù nella Natura, e la considera nella
vita e nel movimento dei corpi celesti. Ribatte la considerazione estetica, che
attribuisce a « Vita e Coscienza analoga all’umana », siccome
questi (1) Sinossi, $ 28, pag. 13. [ocr errors] fantastica.
Rispetto alla Vita di essi, rileva egli, la speculazione (e considerazione
speculativa) a ritiene giusto » che « i corpi celesti.... debbano possedere
necessariamente la propria vita, dalla quale abbiano il proprio movimento, la
propria forza e le proprie fasi formali ma respinge interamente che « detta
vita possa essere analoga all'animale ed alla vegetale » (1). Passa
quindi a considerare, secondo la speculazione, la Coscienza nei corpi celesti;
e, anche qui, pur ammettendo una generica coscienza ne' medesimi, dice che « la
Coscienza propria de' corpi celesti non può sotto verun rapporto somigliare a
quella degli animali e delle piante ». Ritiene però che « l'armonia generale
de’loro rapporti cinematici e induttivamente anche dinamici prova evidentemente
che sono regolati non solo dalla coscienza, ma anche dalla coscienza pensante e
razionale » (2). Allontanandosi, ciocchè qui dice l'autore, non poco
dalle comuni intuizioni, è bene di rilevare e determinare ulteriormente il suo
pensiere e la ragione del suo pensiere, non che la ragione, per la quale egli
respinge anche la considerazione riflessa della Natura (che è poi in grosso la
considerazione delle scienze naturali). Riattaccandosi a quest'ultima, dice
che, se la considerazione estetica attribuisce vita e coscienza agli astri,
sbagliandosi nel modo dell'attribuzione, la riflessione spegne (1)
Sinossi, § 41, pag. 22 e seg. (2) Sinossi, $ 42, pag. 23. addirittura
l’una e l'altra. Imperocchè essa, nella concezione e considerazione della
natura, è dominata « dalla cardinale irrazionalità » di considerare il pianeta
terrestre « come un ente meccanico e fisico, e non mai come un organismo planetario
vivente e cosciente di vita e coscienza propria, altra dalla vegetabile ed
animale » (1). L'autore attribuisce alla riflessione l'errore della «
diremzione (scissione) della Natura e della Coscienza », per cui « deve
necessariamente considerare i singoli fenomeni come altri da quelli della Vita
e della Coscienza o (2). Diversa poi, a senso dell'autore, è la
speculativa considerazione si della Natura in genere, che dell'ordine
terrestre. In quanto che « la speculazione, ponendo il principio generale, che
la Natura e l'Idea della Natura sono reciproci fattori, deve conchiudere
necessariamente che una Natura qualsivoglia non può esistere se non come viva e
cosciente. Le diverse specifiche nature sono appunto differenziate dalle
differenze specifiche della loro vita e coscienza ». E, conformemente a ciò,
rileva i diversi gradi di vita e coscienza de' corpi celesti, de' minerali,
delle piante, degli animali. « La speculazione (aggiunge egli) concepisce
che nessuna esistenza è possibile se non in quanto sia Coscienza, e nessuna
Coscienza è possibile se non come un sistematico svolgimento dall’una
nell'altra determi (1) Sinossi, $ 49, pag. 30. (2) Sinossi, $ 52,
pag. 32. nazione, locchè è Vita ». Mette però in rilievo che « Vita
e Coscienza nella speculazione non sono menomamente limitate all'analogia del
processo vegeto-animale; epperciò, dicendo che i corpi celesti, il globo
terrestre e le materie terrestri sono vive e coscienti, non intendiamo dire che
un numero finito di organismi componga un tale organismo, ma semplicemente che
tutta la natura è organica, viva e cosciente, e conseguentemente ogni organismo
è principio e fine di altri organismi, cosi nel proprio totale, come in
ciascuna minima particella divisibile all'infinito » (1). Non men lontano
dalle comuni intuizioni è ciocchè segue sotto il titolo di anatomia, fisiologia
e psicologia del globo. Si badi però che a si fatte denominazioni il Ceretti
non attribuisce il significato che lor comunemente corrisponde. La ragione, per
la quale egli ha adoperate le predette denominazioni è ch'ei considera il globo
siccome un organismo vivo e cosciente. Di fatto ei dice: « Considerando il
globo come un individuo organico vivo e cosciente, si conchiude necessariamente
che vi sia un'anatomia, una fisiologia ed una psicologia del globo ». Avverte
però ch'egli « usa questi vocaboli in un significato più generale che non in
quello della vita vegeto-animale » (2). E quanto all'espressione di psicologia
del globe, che è quella che più delle altre urta le comuni intuizioni, egli ne
giustifica e chiarisce (1) Sinossi, $ 53, pag. 29 e seg. (2) Loc.
cit., $ 59, pag. 36. il significato come segue. « Dobbiamo per prima cosa
notare, dic'egli, che non intendiamo parlare di psicologia nel significato
analogo a quello dell'animalità, ma usiamo questo vocabolo nel significato
amplissimo di coscienza vivente. Cosi, per es., la bestia pratica, nell'uso
della sua facoltà locomotiva, esattamente le regole matematiche della statica;
ma questo non vuol dire che la bestia possegga qualche nozione di matematica e
di meccanica razionale; ella non possiede veruna nozione riflessa, ma
semplicemente il senso regolativo della statica, requisito della pratica della
locomozione; ma non è una regola teorica; ossia una Coscienza riflessa della
medesima. In questo significato generalissimo di coscienza la terra possiede la
sua psicologia, non altrimenti che ogni individuo vivente » (1). Da tutto
ciocchè il Ceretti dice intorno a coscienza degli astri in genere e a coscienza
e corrispondente psicologia della terra in ispecie, se ne deduce ch'egli
attribuisce sì ai primi che alla seconda quella coscienza ch'egli nel luogo
ultimamente allegato chiama coscienza vivente, cioè una coscienza che si
caratterizza e risume nella vita, una coscienza che potrebbe chiamarsi
inconscia. E questa è quella coscienza che antecedentemente io stesso ho
designata come generica, non già come specificata e molto meno come
individuata. Ad intender ciò, si pensi che per Ceretti il principio
universale della realtà (qui nella Sinossi) è appunto la (1) Sinossi, $
74, pag. 47. Coscienza come universale ed assoluta. In quanto la
Coscienza è universale ed assoluta, è già Coscienza la Natura stessa, che è una
delle forme di manifestazione ed esistenza della Coscienza. Se è così, è ben
naturale ch'ei pensi come cosciente (genericamente, non individuamente gli
astri tutti, anzi le cose tutte. Ma la Coscienza della Natura, nelle formazioni
siderali della medesima, non si è ancora individuata, soggettivata , ossia è una
coscienza che non è ancora presente a sè stessa, non è consapevole di sè
stessa, è una Coscienza ancora inconscia. Ora, il Ceretti pensa che tutto
il processo della Coscienza naturale o, come comunemente diciamo, della Natura,
consiste appunto nella graduale individuazione e soggettivazione di questa
Coscienza. Nella terra ed in genere nella natura minerale tale individuazione,
almeno tal vera e reale individuazione non è ancora avvenuta e ne cerca e segua
i relativi gradi evolutivi. « Il primo esordio, secondo lui, della Coscienza
verso una propria individuazione, oltre l'individuazione planetaria, appare
nella vita vegetativa» (1). E questo esordio è, a tal riguardo, si poca cosa,
chè, benchè la pianta abbia « un'individualità distinta dall'individualità
planetaria, quest'individualità si manifesta tuttavia equivocamente nella vita
vegetabile » (2). E di questa equivocità arreca varie ragioni. (1)
Sinossi, $ 80, pag. 52. ' (2) Sinossi, $ 85, pag. 55.
Additata l'individuazione nella pianta, passa ad additarla nella
ulteriore e superiore forma di esistenza della animalità. È primamente
nell'organismo animale che, secondo il Ceretti, avviene la compiuta
individuazione, la quale, si noti, non è ancora soggettivazione in tutta
l'animalità. La soggettivazione, che è il grado supremo dell'individuazione, da
una parte, « si palesa progressivamente nelle specie superiori », dall'altra,
si manifesta nella sua vera compiutezza soltanto nell’uomo; il quale nella
serie zoologica è a l'ultimo frutto, ossia il massimo sviluppo psichico
dell'animalità » (1). « Quando l'animale, dic'egli, arriva definitivamente alla
soggettivazione della propria Coscienza, ossia al suo Io distinto
categoricamente dal Non-Io, entra categoricamente nella Coscienza spirituale.
Questo passaggio costituisce la creazione dell'uomo, e solamente questo
passaggio colla propria manifestazione può significare un soggetto umano »
(2). Con l'antecedente esposizione il Ceretti, nella Evoluzione della
Coscienza, esce dalla Coscienza naturale ed entra nella Coscienza spirituale,
cioè nella terza parte dell'opera. In questa, cominciando colla distinzione di
senso e pensiero, vien subito all'additamento delle forme, 0, com'ei le dice,
fasi dello spirito, le quali per lui sono il sentimento, l'intelletto ed il
concetto. Il concetto è la facoltà razionale, a distinzione della intellettiva,
secondo (1) Loc. cit., $ 96, 106, 107, pag. 61 e seg. (2) Sinossi,
$ 115, pag. 76. che ciò s'intende nell'hegelianismo. Il sentimento
è da lui inteso in senso più largo del senso, tanto che designa come momenti
del sentimento l'attenzione, la memoria e l'immaginazione. Così inteso, il
sentimento viene ad esser come una funzione media tra il senso e l’intelletto,
quella funzione che costituisce come il passaggio dalla coscienza senziente
alla cogitante (1), e che perciò somiglia quella che i tedeschi chiamano
facoltà rappresentativa (Vorstellungsvermögen). Segue l'evoluzione della
Coscienza spirituale in quelle forme che, secondo la terminologia hegeliana,
fan parte dello spirito soggettivo, come linguaggio e suoi stadii; stato
primitivo dell'uomo (primitiva coscienza umana); sonno, sogno e veglia ;
temperamento; specifiche disposizioni mentali, tra le quali piglia di mira
anche il genio nella sua distinzione dall'ingegno; carattere e criterio.
Dopo di ciò passa alla considerazione di quei principii che possono designarsi
come costitutivi della Coscienza oggettiva (oggettivata), che corrispondono a
quelli del cosi detto spirito oggettivo hegeliano, e che il Ceretti in questa Sinossi
risume ne' tre di Morale, Diritto, Ragione. La Morale regola i rapporti sociali
degl'individui consociati, ma soltanto siccome regola interiore alla Coscienza.
Il Diritto, facendosi indipendente dalla interiorità della Coscienza morale,
statuisce (1) Ei dice di fatto: « La Coscienza che dalla sensazione si
svolge nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla
umanità ». Sinossi, S 128. una legge che divien comune e normativa nei
rapporti esteriori del corpo sociale. La Ragione concilia le esigenze della
Morale e del Diritto, cioè dell'elemento soggettivo e dell'elemento oggettivo
della civile società (1). Continuando, l'autore segue l'evoluzione della
Coscienza spirituale nella sua costituzione sociale. Da prima rileva e determina
i gradi evolutivi di questa ultima nel regime patriarcale, strategico
(militare) e politico. Poscia viene alla determinazione della ragione, la quale
è « come il fattore essenziale del buono e del giusto contenuto » nelle
organizzazioni sociali. Alla ragione disposa la coltura, in quanto l'una e
l'altra si suppongono e svolgono insieme. « La ragione, com’ei si esprime,
reclama un libero svolgimento della coltura e la coltura è il corpo della
ragione; questa e quella sono reciproche esigenze, epperciò non si possono
reciprocamente realizzare se non in quanto concorrono nell'unità del proprio
sistema » (2). Termina questa parte con la distinzione, la determinazione ed il
rapporto dello scibile delle discipline finite e dello scibile
speculativo. Assolta questa parte della Coscienza spirituale, passa
all'ultima e suprema della medesima, che è quella che si riferisce all'Arte,
alla Religione ed alla Filosofia, o, che vale lo stesso, alla Coscienza
artistica, religiosa, filosofica. Ciascuna di queste tre ei considera non
solo (1) Sinossi, § 139, pag. 96 e seg. (2) Sinossi, S 134, pag.
113. nel suo principio, ma anche nella sua storica evoluzione. Gli stadii
di si fatta evoluzione sono in genere l'asiatico, il pagano, il cristiano; e
quindi arte, religione e filosofia asiatica; arte, religione e filosofia
pagana; arte, religione e filosofia cristiana. Quanto all'arte, egli
accenna non solo all'arte in genere, ma anche alle diverse forme di arte,
additandone l'evoluzione appunto ne' predetti stadii asiatico, pagano e
cristiano. Il medesimo fa per la religione, e qualificando la religione e
le religioni asiatiche per naturalistiche, la religione e le religioni pagane
per antropomorfistiche, la religione e le diverse forme religiose cristiane per
spiritualistiche. E finalmente, quanto alla filosofia, rilevato il
generale concetto di essa e il suo legame coll'arte e colla religione, viene a
toccare della sua storica evoluzione. Comincia dalla filosofia asiatica, nella
quale dà importanza alla filosofia indiana, essendo questa nell’Asia « la sola
che si possa considerare come un tentativo di speculazione esordiente. Ella si
distingue in tre grandi periodi, di cui il primo è teologicamente ortodosso,
epperò armonizza colla religione costituita; il secondo ed il terzo consistono
di sistemi teoretici, che però non negano il principio fondamentale della
religione, alla quale contradicono » (1). Passa alla filosofia pagana, la
quale si risume essen (1) Sinossi, S 191, pag. 188 e seg. zialmente
nella greca, e nella quale la speculazione non s'ispira, come l'indiana, alla
teologia, ma « si sente perfettamente libera da ogni prestatuto, da ogni
estrinseco alla speculazione » stessa. E ciò si mostra fin dall'inizio della
filosofia greca, nella quale « i primi filosofi furono fisici non teologi ».
Ella « si distingue in tre grandi cicli. Nel primo è speculazione
naturalistico-noologica. Nel secondo è speculazione etica. Nel terzo è
speculazione pneumatologica » (1). Termina colla filosofia cristiana,
nella quale, secondo lui, « le speculazioni dei teologi, la così detta
filosofia scolastica, non appartengono positivamente alla filosofia, ma
piuttosto a quello che si direbbe teologia speculativa », Più vicina al punto
di vista filosofico própriamente detto, come poggiante sulla ragione, è la a
nuova speculazione », o quella del Rinascimento. Questa « esordi con una
semplice rinnovazione della ellenica filosofia ); ma in alcune speculazioni« si
distingue per la forma delle nuove filosofie », come in Giordano Bruno, in
Giacobbe Böhm e in qualche altro. Quello però che fonda la filosofia
cristiana propria mente detta è Cartesio, al quale poi si riattaccano i
posteriori moderni filosofi per ulteriormente svilupparla. « La filosofia
cristiana differisce dall’ellenica; perocchè questa si svolse nel piano
dell'Idea fisica o metafisica e della sua identità realizzata nel mondo, quella
si svolge nel piano dello Spirito concreto, ossia (1) Sinossi, $ 195,
pag. 192 e seg. unità distinta dell'Idea in sè stessa (metafisica) colla
Idea fuori di sè stessa (Natura). Questa concreta unità prima è realizzazione
dei suoi termini separabili, che astrattamente si svolgono in astrazioni
fisiche o metafisiche; poscia è concreta unità dei suoi termini indirimibili e
distinti » (1). Questa è la tela del pensiere filosofico della Sinossi
dell'enciclopedia speculativa. Ora, a complemento della cosa, credo ancora
utile di rilevare alcuni punti ed alcune opinioni dell'autore, che mi sembrano
degni di nota. Primamente mi riferisco al punto concernente le idee
cerettiane sugli astri in genere e sulla terra in ispecie, e propriamente
riguardo all'animazione e persin coscienza che l'autore ha vedute in
essi. Innanzi tutto allego un luogo di un'altra opera di lui: in questo
si dice chiaramente come egli intende l’evoluzione planetaria, la quale poi non
è altro che l'evoluzione di ciocchè si nella Sinossi, si in questa mia
Introduzione si è appellata la Coscienza naturale. « La mia astronomia,
dic'egli, ossia perlustrazione de' corpi celesti, non somiglia punto alla
disciplina finita (cioè all'astronomia de' naturalisti) di questo nome, ma si
riferisce semplicemente alle più arrischiate ipotesi circa la genesi di quei
corpi. L'idea fondamentale è che le varie età di un corpo celeste corrispondono
alle varie qualificazioni di nebulosa, sole, pianeta, e cosi oltre, e
conseguentemente anche i vari fenomeni sulla superficie di esso appartengono
a (1) Sinossi, $ 199, pag. 204 e seg. vari momenti della sua età.
Cosi, per es., la vita fitozoica e la storia umana sarebbero una fenomenale
momentaneità della vita planetaria sopra il globo, che oggidi dagli uomini si
chiama Terra » (1). Or qui si dice che la vita non solo vegetale ed
animale, ossia vegeto-sensitiva, ma la stessa vita pensiva umana è una manifestazione
planetaria, che si concreta sulla terra: il che è come dire in altri termini
che nella terra vi sono fenomeni sensitivi e pensivi. In conseguenza di ciò il
Ceretti ha parlato di vita e coscienza degli astri, vita e coscienza del
pianeta terrestre; come, d'altra parte, conformemente a ciò, ha parlato di
anatomia, fisiologia e psicologia della terra. È indubitato che queste
ultime espressioni suonano un po'stranamente, e più stranamente ancora
suonavano alcuni decennii addietro. Però, a misura che si fa strada nella
scienza il realismo e l'evoluzione, quelle espressioni van mano mano perdendo
non poco della loro stranezza. Siam giunti a tale, che leggiamo, e senza
meraviglia (io almeno non me ne meraviglio, (simiglianti cose in libri
seriissimi, che veggono la luce negli stessi nostri giorni. Uno di siffatti
libri (che io credo seriissimo e raccomando a chi no'l conosce ancora), è, per
esempio, il « Cosmos die Wellentwickelung nach monistisch-psychologischen
Principien auf Grundlage der exakten Naturforschung dargestellt von D. Hermann
Wolff. Leipzig 1890. Zwei Bände ». (1) La mia celebrità già citata, pag.
66 e seg. Ebbene, il Wolff parla anch'egli non solo di psicologia
animale, ma anche di psicologia della pianta e psicologia della cellula.
Notoriamente, di quest'ultima ha parlato e scritto Ernesto Haeckel, seguito poi
da altri. Ma con ciò siamo nella natura organica. Il Wolff va ancora più
innanzi e parla anche di fisiologia della natura inorganica (si badi bene,
inorganica) (1). E non si arresta neppur qui: parla persino di segni di
manifestazioni psichiche nella natura inorganica: e, dopo avere additati questi
segni, anche coll'appoggio di Copernico, Herschel, Haeckel, Schopenhauer, viene
alla conclusione che nella natura inorganica c'è un fondo psichico (einen
psychologischen Hintergrund der anorganischen Natur) (2). Siffatte
manifestazioni, secondo il Wolff, « non sono però segni di una esistenza
individuale animata, ma comuni manifestazioni di specie » o generi (3). Anche
il Ceretti pensa la cosa in grosso allo stesso modo; giacchè la sua Coscienza
degli astri e della terra non è individuale, ma generica come ho fatto innanzi
rilevare. Fo considerare, inoltre, come ora si parli non poco di
Panpsichismo: chi è a notizia della recente letteralura filosofica, lo sa. Lo
spirito universale di Hegel (der Weltgeist), lo spiritualismo assoluto del
medesimo sono imparentati con si fatte intuizioni. Non vi è meno imparentato
l'Inconscio del vivente filosofo Eduardo di Hartmann; giacchè l'Inconscio
contiene in sè un ele (1) Vedi dell'Opera citata del Wolff, vol. I, pag.
239 e seg., 245 e seg, (2) Loc. cit., specialmente a pag. 334. (3)
Al secondo volume di detta Opera, pag. 145, mento pensivo e spirituale
che, foss’anche inconsciamente (e, del resto, nella natura dev'essere cosi), si
manifesta ed agisce nel mondo materiale. Altra intima parentela con
queste intuizioni ha l'attuale e assai generale Monismo; perchè col Monismo si
ha un solo principio superiore, che è spirituale e materiale, conscio ed
inconscio insieme, e che è presente ed agente così nell'animale e nell'uomo,
come anche nella pianta e nel minerale. Sicchè dunque bisogna guardare e
giudicare con sentimenti amichevoli ed indulgenti ciocchè il Ceretti dice
intorno all'animazione e coscienza degli astri. L'aver testè ricordato il
nome di Eduardo di Hartmann accanto a quello di Hegel, mi fa andar per la
mente, che accanto a questi due va collocato immediatamente il Ceretti, e
propriamente, da una parte, come contrapposto a quello, dall'altra, come unito
a quello nella comune provenienza da Hegel. È indubitato che entrambi
provengono da questo, ma si noti, che vi provengono, propugnando ciascuno un
principio opposto a quello dell'altro: Eduardo di Hartmann, propugnando
l’Inconscio, Ceretti la Coscienza, ossia il Conscio. È questo un punto assai
degno di considerazione, ma che meriterebbe uno sviluppo, il quale non può
entrare in questa Introduzione. Prego però che gli rivolgano la mente coloro
che ora conoscono il Ceretti, fino a poco fa sconosciuto. Cercherò un'altra
occasione, nella quale ritornerò su di ciò. Un altro punto, che si
collega ai precedenti e pure degno di rilievo da parte del Ceretti è il
dichiarare e ribatter ch'ei fa come assurda la « supposizione d'una natura
meramente inorganica, cieca e macchinale » (1). Con questa dichiarazione egli
si fa, sia direttamente, sia indirettamente, oppugnatore del Positivismo e
dell'Evoluzionismo, in quanto meccanici. E in ciò bisogna unirsi interamente a
lui. Io non ispregio punto, anzi pregio moltissimo le dottrine positivistiche
ed evoluzionistiche: e persin dichiaro novellamente (l'ho già fatto altra
volta) che accolgo l'evoluzionismo disposato all'hegelianismo sotto il generale
concetto e processo di evoluzione finale. Ma ritengo immensamente irrazionale
l'evoluzionismo meccanico, col quale non solo non si possono spiegare i
prodotti superiori della realtà, l'arte, la religione, la scienza, la vita
domestica e sociale ecc., ma neppure la vita animale e vegetale, e diventano
inesplicabili gli stessi prodotti minerali nelle ordinate formazioni dei
medesimi. Già l'antichità al meccanismo atomistico e in genere
naturalistico aveva giustamente contrapposta la finalità, specialmente nelle
scuole platonica ed aristotelica. Il principio finale, che fu accolto ne' tempi
e filosofi posteriori, è stato nell'ultima filosofia accentuato specialmente da
Schelling ed Hegel, che han visto ed affermato nella natura un finale,
razionale e progressivo organizzarsi della medesima in tutte le sue
maravigliose forme. L'evoluzionismo con Spencer ha assai progredito
a [blocks in formation] riguardo de’due grandi filosofi tedeschi in
moltissimi rispetti; ma, d'altra parte, col meccanismo ha immensamente
regredito rispetto ad essi. Chi sarà l'uomo ragionevole che potrà pensare che
la scienza si possa costituire meccanicamente ed automaticamente? Ebbene è
proprio cosi che dee pensarne la costituzione e formazione chi accetta il
meccanismo comtiano e spenceriano; giacchè da’principii comtiani e spenceriani
riguardo alla scienza non ne discende altra conseguenza. Innanzi a una tale
assurdità o debbon cadere senz'altro il Positivismo e l'Evoluzionismo, o
bisogna, come io penso, integrarli colla finalità. Per ciocchè concerne questo
mio pensiere, sono lieto d'incontrarmi nella stessa idea con un uomo assai
rispettabile e favorevolmente noto nella scienza, col Vacherot. Il quale, pur
movendo dall'hegelianismo, è giunto (nel Nouveau spiritualisme) per altra via a
quella conclusione (all'Évolution finale), cui songiunto anch'io(1). Altro
punto che voglio rilevare è quello dell'opinione del Ceretti rispetto
all'origine e natura della specie; e lo fo volentieri, perchè si tratta di cosa
oggi tanto dibattuta. Rispetto a questo punto parrebbe che egli si discostasse
tanto da Hegel quanto da Darwin; ma a me sembra che, in fondo, ei riesca alla
stessa idea di quest'ultimo. Il Ceretti dice: «È assurdo supporre che una
specie si (1) Vedi Le nouveau spiritualisme del VACHEROT, Paris 1884,
specialmente il capitolo intitolato l'Évolution finale, pag. 359. Nell'istesso
anno 1884, nel mio Teismo filosofico cristiano, senza che io sapessi nulla del
filosofo francese, ho sostenuto (vedi pag. 414 in nota) lo stesso principio,
con la stessa espressione di evoluzione finale. tramuti in un'altra come
tale, perocchè le specie sono mere distinzioni teoriche del nostro intelletto.
La natura, come disse un sommo naturalista, non facit saltum » ecc. Con ciò
parrebbe quasi quasi che non ammettesse vere specie di sorta e non si
accordasse col darwinismo. Ma, d'altra parte, ei soggiunge: « La vera
trasformazione della specie non si deve investigare nelle specie come lali, ma
piuttosto ne'minimi termini della specie, ossia nelle variazioni individuali.
Queste variazioni, tuttochè lentissime, modificano col volgere de' secoli le
specie » (1). Ora a me pare che l'opinione cerettiana si converta colla
darwiniana: perchè secondo i darwinisti le modificazioni alle specie provengono
e non possono d'altronde provenire che dagl'individui. Un altro punto non
meno dibattuto e controverso è ai di nostri quello della religione; e mi piace
di rilevare l'opinione cerettiana in proposito. Innanzi tutto egli è contrario
ad ogni religione filosofica o scientifica che voglia dirsi. « Provate,
dic'egli, a istituire un culto, ossia una pubblica credenza filosoficamente
ragionata; e voi fallirete senza dubbio al vostro scopo, perocchè la Coscienza
pubblica non è disposta a un filosofico sistema ». E per tal rispetto può
dirsi ch'ei si oppone al positivismo, a dir vero, non a quello del fondatore del
medesimo, perchè Comte ammetteva la ragion di essere della religione, ma al
comunale positivismo, che vuol sostituita la religione colla scienza. E,
venendo poi ad esprimere (1) Sinossi, $ 185, pag. 174 e seg. il suo
pensiere su tale importante argomento, ei dice: « La religione che conviene al
nostro tempo e alla nostra civiltà non può essere una religione di miti e di
misteri. Non può essere una rivelazione miracolosa d'un tempo e d'un luogo,
epperciò non può essere una religione autorizzata da un codice e da una
tradizione. Il solo fondamento religioso, tuttavia reale del nostro spirito, è
l'idealismo trascendentale, per es., la credenza in una Coscienza e Ragione
generale che governa il mondo: è questa il nostro Dio superstite come Dio,
possibile oggetto d'una credenza religiosa » (1). Probabilmente il
lettore troverà che anche questa religione proposta dal Ceretti (e che
abbastanza generalmente, e da un pezzo, la si propone ed anche coltiva da
filosofi, scienziati e uomini colti) senta un po' del filosofico anch'essa. Io,
per parte mia, penso lo pensava anche il filosofo intrese) che la
religione in genere sorge dalla coscienza popolare. E siccome questa non è nè
può essere mai filosofica o scientifica che dir si voglia; così una religione
scientifica, quale la vogliono i predetti comunali positivisti, è una chimera
e, per giunta, assolutamente contraria alla coscienza del popolo, che
costituisce qualitativamente e quantitativamente la larga base e la gran massa
de' credenti. Questi sono i punti principali e le relative opinioni
dell'autore, che io voleva in ispecial modo rilevare: altri tralascio.
(1) Sinossi, $ 108, pag. 71 e seg. Prima di terminare questa già lunga
Introduzione, non posso a meno di rivolgere ancora l'attenzione del lettore
sulla posizione della Sinossi nel complesso e nel corso del pensiere filosofico
dell'autore, non che sulle ragioni che hanno consigliata la pubblicazione
dell'opera. Quanto alla posizione, ho già detto che essa rappresenta una
fase o momento di transizione dall'idealismo assoluto hegeliano (già accolto
dall'autore ed espresso, pur già con modificazione, nella sua opera latina) ad
un assoluto idealismo subbiettivo, o ad un assoluto subbiettivismo, assai
vicino a quello di Fichte. Ho pur già detto che tal passaggio segue attraverso
dello schellinghianismo, del quale son visibili alcuni vestigi nella presente
opera. Il lettore che leggerà attentamente questa ultima, scorgerà la cosa da
sè stesso. Se non che io voglio ulteriormente rilevare che questo punto io l'ho
già rilevato nella mia opera sul Ceretti, e, per non tornare a dir lo stesso,
rimando il lettore a questa (1). Quanto alle ragioni della pubblicazione
(oltre al desiderio, anzi volere della figlia del filosofo, la quale crede
dovere filiale di cooperare a far conoscere e pregiare il suo genitore), elle
son varie. L'una è che, benchè ella sia un'opera indubbiamente inferiore alla
latina, ciò non di meno, con tutta la stessa sproporzione che ha nelle tre
parti che la costituiscono, è pur sempre tale da meritare di essere conosciuta.
Una seconda è che, (1) Alla più volte citata notizia, e propriamente alle
pagine clxxx e seg., CXCIII e seg. siccome essa rappresenta una delle
fasi di transizione del pensiere filosofico cerettiano, cosi, per conoscer
questo tutto intero, era necessaria la pubblicazione di essa ; tanto più che
essa, tra le opere filosofiche che si riferiscono a tal fase, è una delle
migliori. Una terza ragione è questa, che, accanto all'Enciclopedia filosofica
latina, è bene che se ne conosca di lui anche una italiana. Una quarta è che,
essendo rimasta incompiuta l'opera latina, specialmente per la parte che
concerne la filosofia dello spirito, era opportuno di pubblicare la Sinossi,
che si estende anche a questa parte. A dir vero, le idee sulla filosofia dello
spirito nell'opera latina sarebbero state più vicine alle hegeliane, ma un
generico fondo hegeliano v'è in grosso anche nella Sinossi. Un'ultima ragione è
questa che, come nella pubblicazione dell'opera latina in traduzione italiana, assai
probabilmente non si andrà più in là del secondo volume (dell’Esologia, o
logica del Ceretti), perchè il terzo (la Essologia o filosofia della natura) è
rimasto incompiuto, così la Sinossi si adatta ad esser come la continuazione
della stessa opera latina tradotta. E si adatta tanto più, in quanto questa
giunge, come abbiam detto, fino alla logica, che è trattata ampiamente; e la
Sinossi, invece, appena accennando la logica, tratta più estesamente la
filosofia della natura e quella dello spirito, specialmente quest'ultima. E non
è improbabile che il Ceretti stesso, per avere appunto largamente trattata la
logica nell'opera latina, ne abbia poi fatto appena un piccolo cenno nella
Sinossi, che fu scritta dopo. Termino esprimendo il voto, che una così
eminente individualità filosofica, poetica e letteraria, quale fu il Ceretti,
venga sempre più conosciuta ed apprezzata. Per conoscerla però ed apprezzarla
degnamente, non bisogna arrestarsi ad una sola delle sue opere, ma bisogna
abbracciarle tutte; giacchè, essendo stata la sua individualità assai varia e
complessa, bisogna vederla e conoscerla nella varietà e nel complesso delle sue
opere. Dividerò e tratterò in "varii punti la quintuplice forma
di Logica enunciata nel titolo. Il primo punto è che questa
quintuplice forma di Logica si riattacca nel modo più intimo al mio
scritto già pubblicato ed intitolato: L'Essere evolutivo finale come
tentamento di una nuova concezione ed orientazione del pensiero filosofico
uscente dal- l' Hegelianismo. E si riattacca in guisa che la concezione,
la posizione e la soluzione delle indicate forme logiche dipendono in
tutto e per tutto dal medesimo. Il secondo punto concerne la
importanza della trattazione delle enunciate forme logiche. La
importanza, quanto alla Lo gica aristotelica, è addirittura imm ensa, in
quanto sì fatta Logica conta ormai 24 secoli di esis tenza, di
ammirazione e di attuazione nel pensiero umano in genere e nel pensiero
filosofico in ispecie. Per ciocché concerne la importanza della
Logica kantiana, benché questa, rela- tivamente al tempo, conti poco più
di un secolo di esistenza, pur la sua importanza è assai grande, in
quanto, da una parte, continua ed ulteriormente esplica la Logica
aristotelica, dall'altra, prepara la via, l'indirizzo e la stessa materia alla
susseguente Logica di Hegel. Quanto poi alla Logica
hegeliana, se la sua importanza rispetto al tempo è immensamente minore
della aristotelica, e, relativamente, della stessa kantiana, con- tando
appena circa un secolo di vita, pur non di meno, considerata come entit à
del fatto logico in se stesso, è grandissima anch' essa. Giacché, la
Logica hegeliana, da una parte ; riattaccandosi e contrapponendosi com e_
reale od ontolog ica alla aristotelica ritenuta e detta formale, e,
dall'altra, sviluppando, integrando e realizzando in un compiuto
organismo dialettico il tentativo ontologico kantiano, è divenuta il più
impor- tante fatto e pensiero logico de' tempi nostri. Quanto alla
importanza della cosi detta Logica matematica, tale importanza rispetto
al tempo è di bel nuovo assai minore non solo della 24 volte secolare
ari- stotelica, e della poco più che secolare kantiana, ma della stessa
secolare hegeliana. Giacche la Logica detta matematica conta soltanto
pochi decennii di vita, ed anzi, nella sua ultima determinata forma,
appena una ventina d'anni. E da ultimo, per ciocche concerne la
importanza della Logica indiana, tale impor- tanza è grandissima
anch'essa; in primo luogo, perchè la Logica indiana è una reale e vera
forma logica distinta dalle altre, e pensata ed esercitata da un popolo
anti- chissimo tuttora pensante e logicante con essa; in secondo luogo,
perchè, rispetto alla universale evoluzione della Logica in genere, la
Logica indiana è la prima ma- nifestazione, avente ragion di essere come
le altre. A queste ragioni essenziali potrei aggiunger l'altra di
opportunità ; ed è che essa è assai poco conosciuta, ed è invece
degnissima di esserlo, il che avverrà coll'accenno mentovato della
medesima. Un'ultima considerazione rispetto alle predette forme
logiche, e specialmente rispetto alla sequela storica delle medesime, è
la seguente. Che, cioè, benché la indiana sia la prima in ordine di
tempo, pur non nuoce, anzi giova di esporla, e trat- tarla in ultimo,
perchè essendo essa di un tipo abbastanza dissimile dalle altre enun-
ciate, sarà più agevole di intenderne ed apprezzarne la natura dopo aver
esposte quelle che rappresentano lo sviluppo maturo e razionale rispetto
ad essa. Il terso punto concerne lo scopo della trattazione delle
predette Logiche. Il quale scopo è quello di determinare quale è la vera
natura di ciascuna di esse, consi- derandole sì dal punto di vista
storico, epperò evolutivo, sì dal punto di vista teoretico.
Di tutti questi punti dunque tratterò separatamente, cominciando dalla
Logica aristotelica. Aristotele è detto il Padre della
Logica. Sorge subito la quistione : Ma non_cI è_ un' altra_ L ogica
prima _della sua ? e se ce n'è un'altra, in qual relazione sono quest'altra
e la aristotelica, da una parte, dal punto di vista della anteriorità e
della posteriorità, dall'altra, dal punto di vista della evoluzione
storica dall'una all'altra ? La risposta a tal quistione sarà più
opportunamente fatta e compresa dopo la trattazione e giudicazione di
tutte le predette Logiche. E veniamo alla Logica ari- stotelica.
Innanzi tutto è bene di allegare le Fonti della nostra esposizione e
trattazione. Tutti intendono che la prima ed essenzial Fonte è
Aristotele stesso e questa noi avrem sempre presente nel testo originale.
Aggiungiamo solo che, come Aristo- tele, specialmente attraverso del
Medio evo e del Rinascimento, è stato ripensato e riferito nella famosa
traduzione latina " interpretibus variis „, riconosciuta come giusta
interpretatrice del grande filosofo greco, cosi noi ci serviremo anche di
questa, allegandola persino ordinariamente accanto al testo greco.
La edizione de' due testi che noi abbiam presente e seguiamo è quella
della « Academia Regia Borussica, Berolini, 1831-1836 „ fatta da Emanuele
Becker e da Cristiano Augusto Brandis. Altre Fonti
importantissime sono le seguenti: Severino Boezio (l'infelice e
insigne filosofo, condannato a morte e fatto uccidere dal re Teodorico).
Egli è uno de' più benemeriti della Logica aristotelica come tradut- tore
e illustratore degli scritti logici di Aristotele: Arist. Stag., Organimi,
Boethio Sever. interp. età, Venetiis, 1547. Geschichte der
Logik etc, von D/ Cari Prantl, che è un'opera addirittura mo- numentale
nel suo genere. System der Logik und Geschichte der Logischen
Lehren von D. r Friedrich Ueberweg, 4 e Àufl., Bonn, 1874: opera
eccellente anche questa, dovuta al merito e alla giusta fama di
quell'uomo, che ha lasciato durevole traccia di sè anche nella Storia
della Filosofia. Aristotelis Organon etc, edidit Theodorus
Waitz Philos. Dr. Lipsiae, MDCCCXL1V: importantissima e stimatissima
opera in due volumi contenenti il testo greco e il commento di lui al
medesimo. D. r Eduard Zeller, Die Philosophie der Griechen etc,
nella quale (zweiter Theil, zweite Abtheilung) vi è un volume speciale,
di quasi un migliaio di pagine, trattante di Aristotele.
Dello stesso Zeller è fonte anche preziosa il suo Grundriss der Geschichte
der griechischen Philosophie, specialmente nella 10 a edizione del 1911
(Leipzig) elaborata (bearbeitet) dal D. r Franz Lortzing.
Trendelenburg, Elemento logìces Arist., Berolini, 1836, 9* ediz. 1892 :
notissima e importante operetta. Barthélemy
Saint-Hilaire, Logique d'Aristote, traduite, ecc. 4 voi. Alle Fonti
già indicate, che son le più importanti, aggiungerò quella del nostro
Galluppi che ha due' opere sulla Logica, luna quella degli Elementi di
Filosofia, in cui ha- una lunga trattazione della Logica pura; l'altra,
amplissima, quella delle Lezioni di Logica e metafisica; e,
occasionalmente, forse anche qualche altra Fonte, per esempio quella di
Ruggiero Bonghi. E ora vengo alla indicazione ed esposizione degli
scritti logici aristotelici. Gli scritti logici o V Organo (tò òqyavov)
della filosofia aristotelica. È opportuno riferire una osservazione che
fa il Waitz [Arist. Org., II, 293 ss.), e che accoglie e riferisce anche
il Zeller (nel suo terzo volume precitato, pag. 187, nota 3), sulle
denominazioni di Logica ed Organo. Questi cioè dice che 8 presso gli «
espositori greci fino al sesto secolo „ non si trova ne l'una nè l'altra di
queste deno- minazioni come l'espressione tecnica e generalmente
accettata degli scritti logici di Aristotele : ma che però più tardi
questi vengono " già denominati organici {òqya- « vmd), perchè essi
si riferiscono all' òqyavov (ovvero sM'ÒQyavixòv fiégog) tpOo- ■ aotplag
». Ciò posto, gli scritti logici costituenti l'Organo sono:
1° Le Categorie (KaziqyoQiaì); 2° De Interpretatione {LTeoì c
EQH7]vslag) ; 3° I Primi Analitici (due libri) : 'AvaÀvzixà nqózEQa
; 4° 1 Secondi (o Posteriori) Analitici: 'AvaXvzmà vazEqa;
5° I Topici (8 libri): Tomxd; 6° 8U Elenchi Sofistici (De
Sophisticis elenchis): Uocpiozixoì "EÀsyxot. Le Categorie.
Questa prima parte degli scritti logici aristotelici è importantis- sima,
perchè essa costituisce come un anello di congiunzione tra la Logica e la
Me- tafisica di Aristotele. Il lor significato e la loro estensione
appartengono e si allar- gano ad entrambe queste parti del pensiero
filosofico aristotelico. Il significato è che essi esprimono i
supremi pensabili, cioè, i supremi concetti sotto cui cadono e si
aggruppano nel nostro pensiere gli ogge tti della universale realtà.
Il numero di tali supremi pensabili, ovvero delle categorie, secondo
Arist., è, notoriamente, di dieci: infatti, egli dice (Kateg., cap. 4,
all'inizio): zwv xazà firjóe- filav ovfMiÀoxrjv Xeyofièvoìv è'xaozov
tfzoi oiaiav ar\\iaivu ?} noaòv ^ noìbv fj tiqóq zi f} nov ^ note f}
xeìo&cu è'xEiv fj noietv ^ nda%Eiv. La traduzione latina men- tovata
di questo luogo suona : " Eorum quae sine coniunctione dicuntur,
unumquodque " aut substantiam significat aut quantum aut quale aut
ad aliquid aut ubi aut quando " aut situm esse aut habere aut agere
aut pati „ ■ Il predetto numero e la denominazione delle Categorie
son anche riferiti in modo chiaro e preciso nei Topici (I, 9, al
principio) come segue: è'azi óè zavza (scilic. zà yévrj %&v
xazr}yoQiùv) %òv àoid-fiòv déxa, zi èazi, noaòv, noiòv, JiQÓg zi, nov,
nozè, xeìo&at, e%eiv, noisìv, nào%siv (1). Per lo scopo
che io mi propongo non posso entrare in tutte le particolarità, nelle
quali entra la maravigliosa mente analizzatrice di Aristotele. Ma come
rias- suntivo dell'essenziale a tal riguardo allegherò il seguente luogo
del Zeller (loc. cit., pag. 267). " Fra le singole
Categorie, dice questo, la più importante è di gran lunga la * SQstg^za,
della quale in seguito dovrà parlarsi più diffusamente. La Sostanza, in
" senso stretto, è sostanza singola. Ciocche si lascia dividere in parti è
un Quanto " (ein Quantum) ; se queste parti son divise (getrennt),
il Quantum è discreto, una Moltitudine (Menge); se esse sono insiem
congiunte, il Quantum è una Grandezza; " se sono in una determinata
posizione (&éoig), la Grandezza è spaziale; se poi le " parti
son soltanto in un ordine (zd^ig) senza posizione, allora la Grandezza non
e (1) Vedi pei due luoghi greci Zeller, 3° voi, citato, pag.
259; e nel testo greco stesso, vedi Arist., KaTijy., cap. 4° e Tonino, al
luogo indicato. » Secondo il gusto e l'uso de' versi memoriali,
queste 10 Categorie furono espresse dal seguente distico :
Àrbor sex servos calore refrigerat ustos ; Cras ruri stabo, sed
tunicatus ero. spaziale (ist eine unràumliche). L'Indiviso (das
Ungetheilte) o l'Unità, per mezzo di cui vien conosciuta (erkannt) la
Grandezza, è la Misura della Grandezza stessa; ed è questa appunto la
nota distintiva della Grandezza, che essa è misurabile, che ha una
Misura. Come la Quantità spetta (zukommt) al Tutto sostanzialmente di-
visibile, così la Qualità esprime le distinzioni mediante le quali vien diviso
il Tutto. Giacché per Qualità in senso stretto Aristotele non intende
altro che la nota distin- tiva, o la determinazione più vicina, in cui si
specifica un dato Generale. E come le due specie principali delle Qualità
egli designa quelle che esprimono una deter- minazione essenziale, e
quelle altre che esprimono un movimento od attività. In altro luogo egli
novera quattro determinazioni qualitative come le principali; ma - queste
però si lasciano sottordinare a quelle due. Siccome nota propria della
Qua- ■ lità vien considerato il contrapposto di Simile e Dissimile. Del
resto, l'istesso Ari- * stotele è imbarazzato nel conterminare
questa Categoria verso altre. Al Relativo " appartiene tutto ciò, la
cui propria natura o essenza (Wesen) consiste in un deter- « minato
comportarsi verso altro; e come tale il Rektivp_è quella. Categoria cui
* corrisnonde la minima realtà. Aristotele distingue di esso tre specie,
le quali però « si lasciano" ridurre a due. Ma in ciò egli non
rimane eguale a sè stesso ; ed ancor * meno sa evitare più di una
miscela (Vermischung) con altre Categorie, ovvero ot- * tenere una
nota sicura di quella costituente il Relativo. Le altre Categorie furono
* da Aristotele sì brevemente trattate nello Scritto delle Categorie, che
anche noi " non possiamo trattarne più diffusamente „. E
basti di ciocche concerne le Categorie, e passo a dire del secondo scritto
del- l'Orbaco, cioè del " IIeqì èqiirivtiac, „, o De
Interpretatiom. Rispetto al tempo in cui fu composto questo scritto, è
bene di rilevare, che esso fu composto dopo gli Analitici, come lo stesso
Aristotele dice chiaramente ed esplicitamente al cap. 10 di questi.
L'oggetto di questo piccolo trattato dell' Ermemia è la £rojosizione, e
non . nel senso di pura e semplice pr oposizione grammatica le, ma di
proposizione logica od esprimente un pensiere logico.
Aristotele, analizzatore per eccellenza, comincia coll'esaminare e
stabilire ^li elementi della proposizione stessa, i quali non sono altro
che i nomi delle cose. E comincia a farlo con una osservazione
importantissima intorno al nome (tò ovo/ia) e al verbo (tò §fj/ta), la
quale è che i nomi prima della loro unione, sia tra loro sia col verbo,
non esprimono nulla di vero e di falso. Ed anzi, secondo lui, quando si
dice nome (dvo/ia) in senso lato, vi si comprende anche il verbo IIzqì
yàg (die' egli al Capo I dell' Ermeneia) oév&EOiv k<xì
òia'iQEoiv èan tò ipsvóog xal tò àAy&és (nella corrispondente
traduzione latina: * nam in compositione et divisione est ve-
" ritas aut falsitas „). Quando poi col collegamento e
colla divisione delle parole,, Qffàa d<jLnomi, co- mincia la verità e
la falsità, allora il noma, come specificamente logico, è propria- mente
Uyog. Uno scrittore che ha rilevata bene la differenza di òvofia e di
Myog e il Biese {Die Philosophie des Aristoteles, Berlin, 1835, I Bd., p.
55 e 90), dicendo che " Uyog designa la parola in quanto è
espressiva del pensiere „. In altri termini, kóyog è la parola logica per
eccellenza. Altra cosa notevolissima è che, secondo Aristotele (IIeqì
'Eq^veiag, c. 4), ogni discorso, Àóyog, è significativo di alcun che
(arjfiavxixóg) ; ... ma non ogni discorso è enunciativo, giudicativo
(dnotpavxixóg), sì bene quello che ha che fare {imdq%£i) col vero e col
falso. E soggiunge, ad esempio, che la preghiera {eb%<t\, deprecatio)
è certamente un discorso, ma non è nè vera nè falsa. Son dunque la verità e
la falsità che costituiscono la proposizione logica, o il giudizio, il
quale senza di esse non sorgerebbe nè verrebbe ad esistenza.
Che il g iudizio sia da Aristotele così concepito, ha una importanza
straordinaria rispetto alla quistione della Logica formale e della Logica
reale od ontologica. Comunemente si dice che la Logica di
Aristotele è formale. Ciò è vero in certi limiti e non in tutto e per
tutto. Infatti, il dire che un giudizio è tale soltanto rispetto alla
verità ed alla falsità, vai tanto quanto dire che un giudizio è vero o falso
se- condo che esso è conforme o non conforme alle coso, ossia alla
realtà. Per forma che un giudizio non potrebbe neppure aver luogo, se, a
così dire, non sorgesse ed anzi non fosse prodotto dalle stesse cose
reali. Il Trendelenburg, autorevolissimo in tal materia, dice (1):
" Senza un tal rap- " porto alle cose non v'è alcun giudizio ».
E, conformemente a ciò, lo stesso Tren- delenburg ne' suoi Ehm. logie.
Arisi., p. 63, aggiunge: Aristotelem, qui quidem enun- ciationis naturam
in rerum peritate positam esse voluit etc. Del resto, già in antico aveva
pensato ed espresso lo stesso Boezio (nel cit. Arisi. Stag. Organum, etc. pag. 6)
dicendo: " Sed denominationes istae (seilic. categoriae) ex rebus pendent
etc. „ Ciò posto, passiamo a dire del giudizio, o, che vale lo
stesso, della proposizione' logica. E per l'esposizione di questo punto,
ne' limiti dello scopo che ci proponiamo, ci varremo degli stessi
Analitici, i quali furon composti prima dell'Ermeneia, e nei quali
Aristotele ne aveva appunto trattato. La Proposizione (Ilqóxamg)
(2). La definizione che ne dà Aristotele è la seguente : Ilqóxamg [tèv
odv èaxl Zóyog xaxatpaxixòg fj dnocpaxixòg xivòg xaxd xivog : cioè: "
La ; proposizione è un discorso affermante o negante alcunché di alcunché
„. E la fa- mosa traduzione latina ha: " Propositio igitur est
oratio affirmans vel negans aliquid " de aliquo „.
Subito appresso, determinando l'estensione e la specifica natura della
proposi- zione, o del predetto discorso, dice: otixog de f xa&óÀov $
èv fiéqei j} dòióqiaxog. Àéyo) de xad-óÀov fiev xò navxì i) (irjóevì
fmaq%£iv, èv fiéqei de xò xivl % (irj navxì iindqxeiv, àdióqiaxov òh xò
Ò7iàq%eiv | fifj vnàq%eiv dvev xov xa&óAov, 1} xaxà fiéqog, oìov xò
xCùv èvavxiav slvai xrjv ctvxrjv èniax^firjv $ xò xrjv ^dovijv fifj eìvai
dyadòv. Cioè, nella traduzione latina: " Haec (scilic. oratio) autem
aut est universalis, aut " in parte (particolare), aut indefinita,
universale appello omni aut nullo inesse, in * parte vero, alicui aut non
alicui aut non omni inesse, indefinitum autem, inesse " aut non
inesse absque universali aut particulari nota, veluti contrariorum eandem
t esse scientiam, aut voluptatem non esse bònum „. (1) In
Erlauterungen zu den Elementen d. aristot. Logik, 2 e Aufl. Beri., 1861, pag.
6. (2) In Waitz, Aristotelis Organon etc, voi. I, pag. 368, vi è
una interessante nota sulla voce jiQÓiuais e le corrispondenti in
Cicerone, negli Stoici ecc. „ T ™< T* *ma*m Tf ATJTTANA
ED HEGELIANA, ECC. E qtì ad
ulteriore intelligenza della eosa, debbo ricordare al lettore la famosa
finzione dello quattro forme di posizioni ohe rappresen ano una parte „ levan
e nella funzione del Sillogismo, cioè la Svenale affermativa, la umversaU
nevai m la 7er 9 ouóle colle uote iniziali di a, e, i, o, prendendo
« ed i da afnrnro ed e ed o da "^Urliamo egualmente
l'attenzione del lettore su di un'alt» parlar ^ricor- rente poco appresso
nel luogo stesso e riattaccante* a ciocche e teste detto che ZTu dire di
una cosa ohe è interamente in un'altra vai tanto quanto due che essa
interamente attribuita ad un'altra «-** -W*? « «• ohe il re che una
cesa non è in alcun modo frrt nHj B ™ lta °' uanto dire che essa non è in
alcun modo attribuita all'altra. Tott, ricenoscerann TelTe due
espressioni de. e del «* la ^ oorrisnondente espressione latina del
Didum de amni et de nullo (2). . Tvendo testò detto che nel
trattare della Logica aristotelica m sare, limitato ai punti
fondamentali, Ve *V^SJS!^^^^^1 tale e che non posso a meno di riferire.
Onesto concerne le regole della conversione t esse e ricorre (ibid.) al paragrafo
secondo; e per migliore intelligenza ed appre - zam nt'o le allego nella
sua integrità. Però nell'allegarie, s> perche e comunemente neTa la
lingua Francese, si per la grande autorità che ha un traduttore delle
opere aristoWi'he, quale è il B~mv ok S^-H^rna, mi valgo della tradu-
ZÌ °" Oomte tonte proposition (eoa, quest'ultimo) exprime quo la
obese est sim- ■ moment ou quelle est nécessairement, en qu'elle
peut étre; et que dans tonte •I pTee d'attributien, les prepesitions sont
afflrmatives ou negative*: comme, de - plus les prepesitions afflrmativee
et négatives sont tant6t nmverselles, tentot par • Mières tantot
indéterminées, il y a necessitò ,ue la proposto simple umver- • et
privative pnisse se eonvertir en ses prepres termes; par exemple, s, neon
■ nWsir Test un bien, il faut nécessairement anssi qu'aucun bien ne soit
un plaisir. ■ Crepo tion afiirmative doit anssi se convertir, non
pas en umverselle, ma, • L narticulière; si, par exemple, tout
plaisir est un bien, il faut anssi quo qnelqne . U sl un piparmi les
prepesitions particella, ,'afnrmative se cenver • nécessairement en
particulière ; car si quelqne plars.r est un • „ue quelqne bien
soit un plaisir. Mais il n'y a pas de couversion necessaire peur •
a prTpositien privative: en effet, si homme n'est pas attrihnable qnelqne
animai, . il ne s'ensnit pas qne animai ne soit pas attribuable à qnelqne
homnie. ■ La règie (cosi ibidem, al paragrafo terzo) sera la meme
encore pour les p.o (1) Notoriamente in queste Ufiene delle
Scolo, si esprime™ ciò, dicendo: A.serit a, no B »t «, veruni
universiditer «mbo: Aisorit i. nogut o, Ter™ particulantei ambo.
(2) Il si.eiao.to di „..t. ».'*. & — « * "»» 6 <* e
"""" positions nécessaires, c'est-à-dire
que l'universelle privative se convertii en uni- ! vergelle, et que
chacune des deux affirmatives se convertit en parti culière... Quant ' à
la P r oposition particulière privative elle ne peut ici non plus se convertir,
par " la mème raison que nous avons dite plus haut. ■
Pour les propositions contingentes, comme contingent se prend dans bien
des " sens, puisque nous disons que le non-nécessaire et le possible
sont contingente, * la conversion de toutes les propositions
affirmatives se fera ici de la mème ma- 8 niòre... La règie change pour
la conversion des négatives; mais elle est encore la * mènie P° ur
les Propositions où les choses sont dites contingentes, soit parce que
" nécessairement elles ne sont pas, soit parce qu'elles ne sont pas
nécessairement. *! Par exemple, si l'on dit que l'homme peut ne pas ètre
cheval, et que la blancheur [ peut a ' étre à aucun vètement, de ces deux
choses lune nécessairement n'est pas, " l'autre n'est pas
nécessairement. Ici donc la convertion a lieù de la mème ma- " mete.
En effet, si ètre cheval peut n 'appartenir à aucun homme, ètre homme
peut * n'appartenir aussi à aucun cheval; et si blancheur peut
n'ètre à aucun vètement, ' vétem ent aussi peut n'ètre à aucune
blancheur. Autrement, s'il n'y a nécessité que '• vétemen t soit à
quelque blancheur, blancheur aussi sera nécessairement à quelque *
véfcemen t- C'est ce qu'on a démontré plus haut. Au contraire, pour les choses
que " l'on dit contingentes, parce qu'elles sont le plus
habituellement et naturellement " de telle facon, ce qui est la
définition que nous donnona de contingent, il n'en * sera plus de
mème pour les conversions négatives. Ainsi la proposition unìversèlle
" privative ne se convertit pas, et la proposition particulière se
convertit. Ceci de- ! viendra évident quand nous traiterons du contingent.
Bornons-nous ici à constater, " a P rès tout ce <l ui précède,
que pouvoir n'ètre à aucune chose ou pouvoir n'ètre' " pas à quelque
chose, ont la force d'affirmation. C'est que le verbe pouvoir est "
place dans la proposition comme le verbe ètre; et que le verbe ètre, à
quelques * attributions qu'on l'ajoute, forme toujours et
absolument une affirmation : par * exemple, ceci est non bon, ceci
est non blanc; ou, d'une manière toute generale, « ceci est non cela. Du
reste cotte théorie sera reprise et confirmée plus loin. Mais, "
quant aux conversions, ces propositions contingentes seront comme les autres
pro- " positions „. E ciò basti per lo scopo propostomi,
delle proposizioni, e passo a dire dell'ele- mento del termine.
Il Termine (8qo S ). Questo è definito da Aristotele (ibidem), così:
"Ogov óè xalib rig ov diaAvztai $ 7tQÓ%aai Sì oìov %ó re
xaTiryoQoépevov xal %ò xaWoi xait]yoQel-rcu f] nQoa'uèefiévov % òuuQovftévov
%ov elvai mei elvai. Ossia: Io chiamo termine quello in cui la proposizione
si scioglie, cioè l'attributo, e quello a cui si attribuisce, sia che si
aggiunga sia che si separi Tessere o il non essere (nella traduzione
latina: « Terminum vero appello in quem dissolvitur propositio, ut
attributum et id cui at- ■ tribuitur, sive adiiciatur sive separetur
verbum esse vel non esse „). L'attributo e quello a cui si attribuisce
sono ciocche comunemente chiamiamo il predicato ed il soggetto.
Ciocche è qui allegato intorno al termine concerne il concetto e la
definizione del medesimo. Ma vi sono altre particolarità essenziali che
si riferiscono ad esso. Se non che, come queste si riferiscono più
direttamente al Sillogismo, e si inten- dono meglio dopo aver detto di
questo, così io passo a dir prima di questo. Il Sillogismo
(avUoy^óg). - Prima di venire ad Aristotele stesso, è bene ricordare un
importante luogo di Boezio, il qual luogo è tanto più importante, m
quanto si riferisce alla natura non solo del Sillogismo, ma anche degli
Analitici, che sono la teoria del Sillogismo stesso. "
Duo sunt, dice Boezio (1), in syllogismo, tamquam in homine corpus et
animus. « In corpore est materia et dispositio ac ordo partium: in animo
vis et vita et « actio. In superiorità Analyticis (Primi Analitici)
Aristoteles velut de syllogismi « praecipit corpore, hoc est, de
partibus, deque illarum nexu et compostone : ideoque « priora nominantur.
In his autem posterioribus, hoc est, interionbus, et magis re- « conditis
de anima ipsa syllogismi, nempe de demonstratione , de vi et efficacia «
rationis. Analytici libri sub Aristotelis nomine multi olim circumferebantur,
sed hi « quatuor ex orationis filo, totiusque praecipiendi rationis modo
ac facie, Aristoteli " sunt adiudicati, caeteris reiectis „. _
Veniamo ora ad Aristotele stesso, e primamente alla stupenda definizione
che egli dà del Sillogismo, la quale è e rimarrà sempre una delle più
belle, più precise e più espressive della vera natura del medesimo.
SvUoyiOfiòg èé hon Xóyog (2) èv § Ts&évwv tivùv foeqóv fi wv ^ifiévcov
ég àvdyxyg ov^aivzi *$ mvw rfvai. Cioè (in italiano): Il Sillogismo è un
discorso, nel quale, posto alcun che, segue necessariamente qualcosa
d'altro da quel che e posto, perciò solo che è posto. E la corrispondente
traduzione latina ha: " Syllo- « gismus autem est oratio, in qua
quibusdam positis aliud quiddam diversum ab us " quae posita sunt,
necessario accidit eo quod haec sunt „. A spiegar meglio il modo e
la necessità della consecuzione, Aristotele (nella predetta traduzione)
soggiunge subito in continuazione: '< Dico autem eo quod haec "
sunt, propter haec evenire, ac propter haec evenire intelligo, nullo esterno
ter- " mino opus esse ut sit necessaria consecutio Il caso della
consecuzione necessaria senza bisogno di altro termine esteriore è poi
quello che costituisce il Sillogismo perfetto (léAeiog ovXXoyiafióg),
come Aristotele lo appella. Che il Sillogismo imperfetto (cheftfc)
si possa poi ridurre al perfetto coi mezzi da Aristotele indicati, è cosa
a tutti nota, che occorre appena di rilevare. Invece è bene di
rilevare intorno al concetto aristotelico del Sillogismo alcune cose
degnissime di attenzione. La prima è che il rapporto delle proposizioni o
de* -iudizii sillogistici ed il procedimento de' medesimi son tali che
costituiscono una necessaria connessità. Il che importa che il Sillogismo
non è un fatto accidentale, ma è tale che ha una necessaria ragion di
essere. La seconda è che la conclusione non è una ripetizione e
riproduzione delle due premesse, ma esprime altro da quel che è espresso
da esse: insomma, esprime un principio nuovo. Questa seconda cosa è tanto
più importante, in quanto in tempi posteriori ad Aristotele è stata messa
(1) In Abist. Stag., Organum, già mentovato, pag. (2)
Dic'egli subito all'inizio dei Primi analitici. innanzi la opinione (1)
che nella conclusione non si contenga un novello principio, ma soltanto
la ripetizione del contenuto delle premesse. Una terza cosa è che la
parola conclusione è a prendere ed intendere nel vero" significato di
inclusione di uno de' termini negli altri due : per forma che la
conclusione esprime addirittura il vero chiudersi de' termini l'un
nell'altro. E giacche si è accennato al concetto del Sillogismo, è
hene di accennare anche al concetto del Sofisma, il cui concetto è
proprio l'opposto di quello del Sillogismo. Infatti, il concetto di
quest'ultimo, come si è visto, è costituito da ciò, che le due premesse
conducono ad una necessaria conclusione. Il concetto del Sofisma (tò oó-
<piafia) (2), al contrario, è costituito da ciò, che la conclusione è in
contraddizione colle premesse, che, cioè, queste non concludono
rettamente, e però concludono fal- samente. Ma del Sofisma si dirà più
ampiamente in seguito. Ora è opportuno di ritornare alla
esposizione dei Termini, ad integrazione di ciocche di questi è stato
teste detto. I Termini di un Sillogismo son tre, e non pos- sono essere
più di tre (Sqol tQsìc;). I quali tre hanno un contenuto od estensione
diversa; e sono il termine maggiore (fist^ov àxqov), il minore (è'Àanov) e il
medio (%ò \ièaov). Aristotele li designa anche puramente e semplicemente
coi nomi di primo (tò TiQ&'cov), ultimo (tò ia%a%ov) e medio (tò
[aégov). Il numero di soli tre termini non vien contradetto neppure
dal caso del Poli- sillogismo, nel quale vi possono essere più medii.
Perchè i più medii son ciascuno sempre il medio di un solo Sillogismo nei
varii Sillogismi costituenti il Polisillo- gismo stesso, cominciando dal
cosidetto Prosillogismo e terminando coll'Episillogismo. Indicata
la denominazione e l'estensione de' Termini, la maravigliosa e precisa
mente aristotelica passa alla definizione di essi, che è la seguente:
* Aèyoy de fisl^ov \iev àxqov èv tò fièaov èativ, e'àccttov de tò imo tò
fièaov òv... KaÀà) óè fièaov fièv o xal aèxò èv àÀÀ(p xal écÀAo èv
to-ùto) èativ, 8 xal %f\ &éoei yiyvEtai fièaov. axqog oh tò aè%ó te
èv dAÀq> ov xal èv & àXXo èaiiv (3). Cioè (in italiano): Chiamo
(termine) maggiore quello in cui è (contenuto) il medio; e
(termine) minore quello che è accolto nel medio Chiamo termine medio
quello il quale è esso stesso in un altro, e nel quale è alla sua
volta un altro, che divien medio anche per posizione. Chiamo poi estremi
sì quello che è in altro, sì quello in cui è altro. E la nota traduzione
latina ha : " Maius extremum appello, in quo medium " est,
minus autem quod est sub medio... Voco autem medium quod et ipsum est
" in alio, cum aliud in ipso sit, et positione quoque sit medium. Estrema
autem " appello et id quod est in alio, et id in quo est aliud
„. L'esser medio per posizione vuole uno schiarimento, che fa
comprendere come questa espressione aristotelica nella dizione greca è
perfettamente esatta. Infatti, nella prima Figura sillogistica (che è
quella del Sillogismo perfetto) noi diciamo: B (l'uomo) è A (mortale); C
(Pietro) è B: dunque C è A. Aristotele, invece, nella dizione greca
dice: A vale di B; B vale di C; dunque A vale di C.
(1) Opinione già espressa dagli antichi scettici, e poi ripetuta ne' tempi
moderni. (2) Amst, Top., 8, 11. (3) Ibid., paragr.
4. Sicch, dna,a, U medio -» nt .a vera Ma questa
popone medtana non e q»> ^ ^ come la conclusione. ; Qfflntfismo
Aristotele ne fa cadere Però, ooanto a -amerò * che ne. Sillogismo
non tatto il poso «olle promesse, e penano m p u» Ae e dimostraai(m
e ed ogni vi sono ohe A» proposizioni. E dopo aver dette ^consta, e
ogn Siilogismo di soli tre termini (nella tradazmne
'^^Zm^J^,: ■ 8 iCplan.mestotiams y llo S ismnmoe„stareexdaabas
propos t,on » ^ p preponi ohe 4 »i sono indahhiamen e ^ ^ adsu
. • mini sunt doae propomtiones (o. yaQ r?«S »v » 3ec nndnm priama
t„r, at i„i,i.dictnmest,adper a eiendos «J**»^^^^, Lia eipa.es
pro^ositiones ^ * -^J^TlC^ » — : ffs :^^r^ti~ - *U-r + — -
? dimidia pars propositionum „. _ . . , , q:ii ft „i Bm0 la Logica
aristo- ::' "re S?- " — ""•
seguenti otto (ricorrenti in tutte le Logiche delle Scuole). Termina
esto triple*, medius, maiorque, minorque; Latius hos quam praemissae
concludo non vult; Nequaquam medium capiat concludo oportet; Jtot
semel, mot iterum medi™ generalità esto; Utraque si praemissa neget, mail
inde sequetur; Ambae affirmantes nequeunt generare negantem; Nil
sequitur geminis ex particulanbus unquam; Peiorem sequitur semper
conclusio partem. ki igiene di ,neste rogo.e si a^ «ohe ^ le
cosi dette diverse forme di Sillogismo, cerne sono 1 Enhmema, V
pag. 95 seg.), ne allego £££££ oviaiano: . SOTV are potai: perderò
Dd»~~ _«* ^^tldolo .11. forma sillogistica di tre prepo- " an
possim, rogas „ ? & lo spiega, nuu taPP itit:::v:c: o
u^^ lettore ne trova in tutte le Logiche che vanno per le Scuole; e
passo a dire delle Figure sillogistiche pur ricorrenti negli Analitici, e
intimamente connesse col Sil- logismo. Le Figure (%à
affiliata) sillogistiche. Secondo Aristotele il Sillogismo è di tal
natura che si distingue in tre Figure sillogistiche, delle quali la prima
{o%i\fia jiqùxov) poggia sul Sillogismo perfetto, la seconda e la terza
(axVP® devtegov e o%ruia tohov) poggiano sul Sillogismo im-
perfetto. E qui è necessario di rilevare una cosa, che a primo
aspetto pare di poco mo- mento, ma che è invece importantissima. Ed è che
Aristotele nella esposizione e dimostrazione delle predette tre Figure si
serve come simboli delle lettere dell'Al- fabeto greco, specialmente
delle prime tre del medesimo a, /?, y. Il significato
dell'adoperamento di tali simboli, specialmente per l'applicazione di
queste alle Matematiche, sarà detto tra poco. Tornando alle Figure,
è bene avvertire che Aristotele per esse si vale in com- plesso degli
stessi esempi allegati per triplicità di termini, dovendo ciascun di
questi rappresentare uno de' tre termini sillogistici. Così,
per darne una idea, nella prima Figura (ove adopera i simboli alfabetici a, p,
y) si vale de' termini piacere - bene - animale ; animale - uomo -
cavallo ; scienza - linea - medicina; bene - abito - sapienza ; bene -
abito - ignoranza; bianco - cigno - neve. Nella seconda Figura (ove
adopera i simboli alfabetici <5, e, £, ecc.) si vale di questi esempi,
animale - cavallo - uomo ; animale - inanimato - uomo ; animale - scienza
- animale selvaggio; corvo - neve - bianco. Nella terza
Figura (ove adopera i simboli alfabetici n, q, o) si vale di bel nuovo
degli stessi esempi, che ricorrono nella prima e nella seconda. E,
per essere quanto è possibile esatti, soggiungo che nelle stesse due Fi-
gure seconda e terza, oltre agli indicati simboli alfabetici, si vale anche dei
primi tre a, /?, y. La conclusione cui giunge Aristotele
nelle indicate operazioni è che " tutti i * sillogismi
imperfetti diventan perfetti mediante la prima Figura (nel famoso testo
* latino : perspicuum est omnes imperfectos syllogismos perfici per
primam figuram) „ . La maravigliosa analisi di Aristotele intorno
al Sillogismo non si arresta a ciò, ma si estende alla considerazione e
determinazione di altre forme del medesimo, quali sono il Sillogismo per
Analogia, il Sillogismo per Riduzione all'impossibile, quello per Induzione,
per Ipotesi, per Verisimiglianza, ecc. Ma noi non possiamo entrare anche
nella considerazione di queste forme speciali sillogistiche, e passiamo a
consi- derare la seconda delle tre predette cose. Questa
seconda è quella concernente la diretta relazione delle Scienze matema-
tiche colla prima Figura, o, che vale lo stesso, col Sillogismo perfetto : il
qual punto è da Aristotele trattato nel Primo degli Analitici
Posteriori. Prima di riferire da questi ciocche concerne le
Matematiche, rilevo che Aristo- tele anche per queste, come ha fatto per
le altre discipline, si vale di esempi per chiarire e determinare la
cosa. Se non che gli esempi che egli arreca per esse sono sopratutto di
natura matematica. Infatti (nel paragrafo 5 ibid.) allega i seguenti
esempi tratti dal punto, dalla linea, dal triangolo, ecc.: K Triangulo,
dio'egli nella famosa traduzione latina, inest linea et lineae punctum; ed
anche: Triangulo, * qua est triangumm, insunt duo recti, quia per
se triangulum est aequale duobus " recti s, etc. ». Ed
è, inoltre, oltremodo importante per la determinazione della natura delle
Scienze matematiche, che per lui (ibid., paragr. 13) Me Scienze matematiche
versano " intorno alle forme, perchè le cose matematiche non sono in
alcun soggetto „ (" etenim " scientiae mathematicae circa
formas versantur, quia res mathematicae non sunt in * ullo subiecto
„) (1). Ciò posto, venendo alla considerazione della diretta
relazione delle Scienze mate- matiche col Sillogismo e colle Figure sillogistiche,
dice (ibid., paragr. 14): « Delle 8 Figure la prima è attissima a
produrre la scnenza; imperocché le Scienze matematiche \ "
effettuano le dimostrazioni .mediante tal Figura, come V aritmetic a, la
geometria^ e | « l'ottica „ (nel testo latino: " Ex figuris autem
prima est ad scientiam gignendam * aptissima ; nam mathematicae
scientiae per hanc figuram demonstrationes afferunt * ut
arithmetica et geometria et optice Passo alla terza ed ultima delle
tre cose predette, a quella, cioè, concernente la formazione della
conoscenza. La qual formazione è dal grande filosofo (al paragr. 19,
ultimo degli Analitici Posteriori) espressa come segue: " Dal senso si
genera la " memoria Ma dalla memoria, formatasi dalla ripetuta
riproduzione della stessa * cosa, si genera l'esperienza; giacche
molte memorie costituiscono una sola esperienza. * Se non che,
dalla esperienza si genera il principio dell'arte e della scienza;
' dell'arte, se spetta alle cose della generazione (2); della scienza, se
spetta a ciocche «è,; (nella traduzione latina: " ex sensu igitur
fit memoria ex memoria vero * saepe eiusdem rei facta fit
experientia; multae enim memoriae numero sunt una * experientia; at
vero experientia fit principium artis et scientiae, artis, si per-
* tineat ad generationem, scientiae, si pertineat ad id quod est „)
(3). La considerazione dell'arte è ciocche con stupenda
designazione poco appresso è denominato <5ófa, mentre la
considerazione della scienza è appellata Àoyiafióg (4). Ed ora è
tempo che veniamo a determinare quale è in Aristotele il significato
dell'adoperamento dei simboli alfabetici come espressione del Sillogismo e
delle Figure sillogistiche. Ebbene, tal significato, brevemente indicato
nella sua genericità, è che le proposizioni del Sillogismo (le premesse e
la illazione) in tutte le Figure sillogi- stiche di questo vengono intese
e adoperate in Forma universale, ossia in forma estensibile ed
applicabile a tutti gli elementi della Realtà. Ora, questi elementi
sono tre, il quantitativo, il qualitativo, e l'unità di entrambi, ossia
il modale (il modo, la misura). Che questo triplice elemento sia
costitutivo (1) E subbie tto ...vai. qui obbietta, cioè,
singola e determinata ,_cosa_del_la realtà. (2) La generazione
concerne il sorgere e perirò delle cose. (3) " Id qnod est „
nel corrispondente greco rò.Sv, e ciocche nell'Hegelianismo, e
propriamente nella Logica hegeliana, è stato designato come das Sein an
und fiir sich. (4) Anche questa denominazione di Àoyurpós è degna
della più grande considerazione, perche Aristotele ha già con essa
additato e determinato l'elemento logico come elemento scientifico per
eccellenza, lasciando all'arte il carattere di elemento soltanto
opinativo. della Realtà, emerge indirettamente dalla stessa tavola
aristotelica de' giudizii, cioè de' giudizii quantitativi, qualitativi e
modali, come più chiaramente si sono appellati nelle posteriori Logiche
aristoteliche delle Scuole. Qui basti l'avere accennato di ciò; le
importanti applicazioni che ne derivano rispetto alla Scienza matematica
e alla voluta corrispondente Logica matematica le faremo, quando
giungeremo alla esposizione e giudicazione di quest'ultima; e ritor-
niamo per ora all'argomento delle Figure sillogistiche, per prendere in
considerazione, da una parte, i Modi, dall'altra, il Numero di
esse. Quanto ai Modi, è di bel nuovo il caso di dire che essi sono
comunemente al- legati e discussi in tutte le Logiche aristoteliche delle
Scuole. Fra i tanti uomini autorevoli che potrei citare a tal riguardo,
rimando il lettore alla citata Logica e Storia della dottrina logica di
Friedrich Ueberweg, che ne tratta ampiamente a pp. 296-344. Ma, per un
breve ricordo di questo punto della Sillogistica, mi varrò invece del
nostro insigne Galluppi, il quale, nelle Lezioni di Logica e Metafisica,
Milano, Voi. I, pp. 358-385, espone tal dottrina con la solita sua lucidezza e
preci- sione. Della sua esposizione e discussione di questa materia, io
riferirò brevemente 1 essenziale. " Il Modo del
sillogismo (dice egli, p. 36) consiste nella disposizione delle tre
* proposizioni secondo le loro quattro differenze A, E, I, 0 „.
Ora, * secondo la dottrina delle combinazioni, quattro termini quali sono
A, E, " I, 0, venendo presi tre a tre, non possono diversamente
disporsi in più di 64 ma- * niere ; ma di queste 64 maniere, 54
sono escluse dalle regole generali sillogistiche „ che sono state innanzi
allegate: " restano perciò soli dieci Modi concludenti „. Ma
ciò non vuol dire " che solo dieci sieno le specie de' Sillogismi, perchè
un " solo di questi Modi può formare diverse specie „, secondo la
varia disposizione de' tre termini innanzi detta. E qui il
nostro Galluppi dispone addirittura i tre termini secondo le possibili
combinazioni, e ne risulta una tavola di 64 Modi, emergenti dalle quattro
Figure sillogistiche, delle quali egli indica anche brevemente le diverse
regole. A questo breve cenno aggiungo però volentieri due cose:
l'una, alcuni versi memoriali dei Modi delle quattro Figure: l'altra, un
esempio di Sillogismi secondo i predetti Modi. I versi
memoriali, fra i tanti, li allega Federico Ueberweg, loc. cit., p. 343
seg., come segue: Barbara, Celarent primae, Darii
Ferioque. Cesare, Camestres, Pestino, Baroco secundae. Tertia
grande sonans recitat Darapt, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo,
Ferison. Quartae Sunt Bamalip, Caleraes, Dimatis, Fesapo, Fresison.
Dinanzi a queste parole stranissime e non additanti per se stesse alcun
senso, il buon Galluppi fa la seguente sensata osservazione: "
Queste formole (dic'egli, " ibid., p. 368), di cui la prima
cominciava infelicemente con barbara, sembreranno in " effetto oggi
molto barbare. Esse hanno ricevuto più ingiurie in un secolo, che onore
" in mille anni; esse hanno terminato col cadere in un intiero obblio;
coloro che oggi le volgono in ridicolo non si hanno sempre dato la pena di
meditarle... Il filo- * sofo che riflette con attenzione sulle
regole dell'antica Logica è sorpreso nel vedere " sino dove gli
autori avevano portato l'analisi del ragionamento. Colla più severa
* imparzialità alcuno non può impedirsi di convenire che ciascuna di
queste regole * era di una rigorosa esattezza, e che il loro insieme
era sì completo che una sola ■ delle forme possibili del ragionamento non
era loro sfuggita. Aristotele, senza dubbio u non aveva sovente il
soccorso dell'esperienza : era questa la disgrazia del secolo, nel
* quale egli nacque; ma egli è stato forse il pensatore più profondo, il
genio più * eminentemente didattico che si sia mostrato
sull'orizzonte della filosofia. Io dubito 8 che siensi innalzate dopo
teoriche sì belle come quelle di cui egli ci ha lasciato il *
modello „. Quanto alla profondità e genialità di Aristotele, il
Galluppi ha perfettamente ragione, e queste due doti spiccano di tale
luce e verità proprio nella sillogistica aristotelica e ne' Modi della
medesima, che i posteri non hanno avuto ad aggiungervi nulla, o nulla
d'importante. Solo che, contrariamente al Galluppi, che accoglie il
pensi'ere, da non pochi seguito, delle quattro Figure, il grande Stagirita non
ne ammette che tre con tre soli corrispondenti Modi (1). Ma del Numero
delle Figure e de' Modi fra poco. Un esempio, intanto, del ragionare e
concludere secondo le quattro Figure, è pel Galluppi il seguente:
(1) La tavola aristotelica dei Modi, quale ricorre in Waitz,
Arisi. Organon, voi. I, pag. 385 (rilevando le espressioni tecniche di
nata navtòg, **** m óevòg ecc., sia colle corrispondenti De omm et de
nullo ecc., sia colle note quattro iniziali A, E, I, 0), è la seguente:
I. a', tò A xatà jiavTÒg tov B, tò B %mà navTÒg tov P,
tò A narà navtòg tov P. IL tì'. TÒ A xatà fAfi&svòg zov
B, tò A xatà navzòg zov P, rò B xazà fiydevòg zov P.
y'. tò A xatà /^ijóevòg zov B, zò A xazà Tivòg tov P,
zò B xatà Tivòg tov P ov. III. tò A xazà navzòg tov P,
tò B xazà navzòg zov V, zò A xazà zivòg zov B, y'
. zò A xazà zivòg zov P, zò B xazà navzòg tov P, zò A xazà
Tivòg zov B. e', zò A xazà zivòg tov P ov, tò B xazà navTÒg
zov P, tò A nata zivòg tov B oli §. tò A nata
^ijóevòg zov B, tò B xarà navTÒg tov P, tò A xazà /^tjdevòg
tov P. /5'. rò A xazà navzòg tov B, tò A %aTà j^rjÒEVÒg zov
P, tò B naia fA,t]devòg zov P. 5'. tò A xazà navzòg tov
B, zò A xazà zivòg zov P off, tò B xazà zivòg zov P
oi!. zò A xazà [A,t]Sevòg tov P, tò B xazà navzòg tov
P, tò A xarà zivòg tov B ov. ò". tò A nata navTÒg
zov P, zò B xazà zivòg tov P, tò A xazà Tivòg tov B.
zò A xarà fifiòsvòg zov T, tò B xazà zivòg tov P, tò A
xatà tivòg tov B oil.Figura (avente il medio come sogg. del magg. e
predio, del minore) Ogni sostanza pensante è semplice,
L'anima umana è sostanza pensante, L'anima umana è dunque semplice.
II Figura (avente il medio come predicato de' due
estremi) Niun corpo è una sostanza pensante, L'anima umana è una
sostanza pensante, L'anima umana dunque non è corpo. Ili
Figura (avente il medio come soggetto de' due estremi) Ogni
sostanza pensante è semplice, Ogni sostanza pensante è
indistruttibile, Dunque qualche sostanza indistruttibile è
semplice. IV Figura (avente il medio come predio, del
maggiore e sogg. del minore) Qualche essere semplice è sostanza
pensante, Ogni sostanza pensante è attiva, Dunque
alcune sostanze attive sono esseri semplici. Il numero delle Figure
e de' Modi. — Il lettore ha visto a pie' di pagina le tre Figure e i tre
corrispondenti Modi aristotelici allegati dal Waitz. Del Waitz riferisco
volentieri una osservazione concernente la seconda e la terza Figura, nelle
quali ei dice (loc. cit.): " ultimum modum secundae et quintum
tertiae Figurae non demonstrari nisi 8 deductione facta ad absurdum
„. Galluppi, come si è visto, ha opinato doversi ammetter come
valida anche la quarta figura e i corrispondenti Modi. Ma, francamente
detto, il Sillogismo, ch'egli ne arreca ad esempio, da una parte, cammina
stentatamente, dall'altra, è di difficile comprensione. In generale,
potrebbe dirsi che la mente umana nel suo naturale proce- dimento logico
non ragiona in quel modo. E un ragionamento logico che contraria la
natura nè può considerarsi come il migliore, nè deve ammettersi come buon
proce- dimento logico. À conferma di tale osservazione rilevo
che in generale i grandi filosofi si son tenuti alla aristotelica
triplità di Figure e di Modi. Notoriamente, è stato il famoso
medico Claudio Galeno di Pergamo (1) quello che ha così " legato il
suo nome alla Dottrina del Sillogismo (2), che apparisce in " quasi
tutti i compendii della Logica, anche ne' più triviali. Galeno, cioè,
secondo * l'espressione comune, ha accresciuto il numero delle tre
Figure aristoteliche del Sillo- " gismo categorico coll'aggiunzione
di una quarta, nella quale il concetto (o termine) " medio è
predicato della maggiore e soggetto della minore „. Soggiunge che "
la * notizia di tale innovazione „ " non si trova in tutta la
Letteratura greco-romana „, (1) Zellek, Grundriss d. Gesch.
d. Griechischen Phiìosophie, nella citata 10" ediz. del 1911 del
Loktzing, pag. 298, come anni di nascita e di morte 131-201 d. C.
(2) Così Prantl, Gesch. der Logìlc, età, I Bd., pag. 570 s.
ECC. 117 e che proviene da fonte
arabica, e propriamente da Averroe. Il quale Averroe, per Giunta ne fa
menzione proprio nella confutazione che fa della quarta Figura.
Alcune altre particolarità importanti tanto rispetto ai Modi, quanto
rispetto alle Figure sono le seguenti. Quanto ai Modi,
Aristotele, per ognuna delle tre Figure da lui ammesse e cor-
rispondentemente alle possibili combinazioni delle loro proposizioni secondo le
indi- cate lettere A E I 0, ha trovato che i Modi valevoli, perchè non
contrarli alle otto regole sillogistiche, sono 4 per la prima Figura, 4
per la seconda e 6 per la terza, in tutto dunque quattordici.
Galluppi, che (con Galeno) ha ammesso la quarta Figura, ha anch'egli
esaminato le combinazioni e Modi che son possibili e valevoli in questa;
ed ha trovato che, accanto ai molti Modi contrarli alle otto regole
sillogistiche, ve ne sono però 5 validi; sicché il nostro filosofo
napoletano, invece di 14, ammette 19 Modi validi. Quanto poi alle
Figure, va considerato un ultimo punto importante, cioè, quello della
riduzione della 2* e 3 a Figura, che danno sillogismi imperfetti, alla l a
che sola li dà perfetti. , Ora, tal riduzione, secondo
Aristotele, avviene per mezzo di conversione: Azi yaq ytyvstai òià %fjs
dvvunqof^g ovUoyiGfióg, dic'egli, Anal. Pr., I, cap. 7. Inoltre, la
conversione può avvenire in due modi, cioè, o estensivamente, ovvero per
riduzione all'assurdo òemtix&$ % tov àòvvàiov). E da ultimo,
secondo lui, " tutti i sillogismi, quando sono rettamente
convertiti, « si riducono a sillogismi universali della prima figura „
{tpaveQÒv ovv fot 7zdv%eg àva%Sf\aov%ai eig rovs & %<$ nqcbto?
oxfipan xa&óXov ovMoyiopovg). Di quest'ultimo punto, a maggior
intelligenza e a complemento della cosa, allego la solita traduzione latina
non soltanto de' passi corrispondenti a quelli da me alle- gati in greco,
ma anche della rimanente parte, che è dimostrativa e illustrativa dei
medesimi La traduzione suona così: « Semper enim fit syllogismus per
conversionem, « praeterea manifestimi est pronuntiatum indefinitum prò
attributivo particulari « acceptum efficere eundem syllogismum in omnibus
figurili, item perspicuum est « omnes imperfectos syllogismos perfici per
primam figuram. aut enim demonstratione " aut per impossibile
perficiuntur omnes: utroque autem modo fit prima figura, ac « demonstratione
quidem si perficiantur, fit prima figura, quia sic omnes perficie- «
bantur per conversionem: conversio autem efficiebat primam figuram. si vero
per « impossibile confirmentur, adhuc fit prima figura, quia posito quod
falsum est, syl- " logismus conficitur in prima figura, ut in
postrema figura si tò a ac tò p omni y, « probatur tò a inesse alicui p.
nam si tò a insit nulli 0 ac tò § omni y, tò a « inerit nulli y. sed
antea positura erat omni inesse, similiter fit etiam in alns. licet •
etiam reducere omnes syllogismos ad syllogismos universales primae fìgurae.
nam » qui fiunt in secunda figura, sine dubio per illos perficiuntur, non
tamen omnes « eodem modo, sed universales converso pronuntiato privativo,
particularmm autem « uterque per deductionem ad impossibile, particulares
autem primae fìgurae perfì- » ciuntur quidem per se ipsos, sed licet
etiam secunda figura eos confirmare ducendo « ad impossibile, ut si tò a
inest omni |3 ac tò p alicui y, tò a inerit alieni y. nam » si nulli
insit, omni autem fi insit, certe nulli y tò § inerit: hoc enim scimus
per « secundam figuram. similiter enim in privativo syllogismo erit
demonstratm. nam si zò a nulli | ac %b 0 alicui y inest, tò a alicui y
non inerit. etenim si omni ■ insit ac nulli § insit, zò § nulli y inerit:
hoc enim erat media figura, itaque cum " omnes sillogismi mediae
figurae reducantur ad syllogismos universales primae 1 figurae,
particulares autem primae ad syllogismos secundae, perspicuum est etiam
" syllogismos particulares primae figurae reduci ad syllogismos
universales primae " figurae. qui vero fiunt in tertia figura,
terminis quidem universaliter acceptis statim " per eos syllogismos
perficiuntur, terminis autem in parte sumptis perficiuntur per "
syllogismos particulares primae figurae. hi vero ad illos reducti sunt:
quapropter " ad eosdem reducentur etiam syllogismi particulares
tertiae figurae. perspicuum " igitur est omnes reduci ad syllogismos
universales primae figurae „. E ora, ritenendo di aver detto a sufficienza
della Sillogistica aristotelica, passo a dire del quinto scritto
dell'Organo, cioè di quello de' Topici. I Topici {Tonino). —
Di questo scritto del grande Stagirita Boezio (loc. cit., p. 7) dà la
seguente notevole informazione e giudicazione: " Topica: hoc est, loci,
unde " ducuntur argumenta. Opus est octo voluminibus distinctum,
varium sane, hoc est, " multae eruditionis et observationis rerum
diversarum. Sed ut illa omnia primus " ipse pariebat, non potuit tam
multa simul edere, simul expolire : itaque relieta est " velut
ingens quaedam materia et dives, ad extruendum pulcherrimum aedificium
Questo giudizio di Boezio, primamente, è vero, come il lettore stesso se
ne convincerà dal cenno che noi faremo de' Topici; secondamente, ha
grande importanza anche per l'influenza da Boezio esercitata
nell'insegnamento logico delle Scuole cri- stiane medioevali (1). Accanto
al giudizio di Boezio debbo riferirne un altro vera- mente acuto e
profondo di Trantl {Gesch. d. Logik im Abendlande, t** Bd., 1855,
Leipzig, pag. 341) sulla grandezza speculativa della mente di Aristotele.
Prantl dice che ■ la superiorità {Ueberlegenheit) della mente di lui era
capace di esaminare secondo " il concetto {begrifflich) e di
costruire teoricamente secondo concetti adeguati anche campi (Gebiete) ed
aspirazioni che sono al di sotto della speculazione propriamente "
detta », come sono il campo e la materia de' Topici. Rispetto a'
Topici riferisco volentieri anche una circostanza rilevata dal Zeller
(2), che cioè,il 5° libro de' Topici rimastoci non provenga da
Aristotele, come dimostra " Pplug, de Ar. Topicorum libro V (1908)
„. Ma, ciò nonostante, noi ne accenneremo egualmente.
Cominciando dal Libro I, Aristotele subito nel primo paragrafo indica lo
scopo de' Topici in genere, il quale scopo è quello di trovare il metodo
di argomentare di ogni problema proposto dajrobabili je£ èvóófrv), e
disputarne in guisa da non dir nulla di ripugnante. Nella traduzione latina
il predetto scopo è indicato così: * Propositum huius tractationis est
invenire methodum per quam possimus argumentari (1) Tale
influenza viene attestata da tutte le parti; la confermano, tra gli altri,
Friedrich Ueberweg-Heinze nel Grundriss d. Gesch. d. Philosoph., 8°
Aufl., das Alterthum, Beri., 1894, p. 213. (2) Nel Grundriss d.
Gesch. d. GriecMsohen Philosophie della citata ediz. 10% 1911 del
Loetzino, pag. 174. « de omni proposito problemate ex
probabilibus, et ipsi disputationem sustinentes " nihil
dicamus repugnans „ (1). _ E soggiunge doversi innanzi tutto dire
" che cosa sia il Sillogismo „, estenden- dosi intorno a questo ed
indicarne le diverse specie, ecc. E non ha torto di dire del Sillogismo,
della sua natura, delle sue specie, ecc.; perchè, se lo scopo della
tratta- zione de Topici è quello di trovare il metodo di argomentare,
foss'anche da' probabili, l'argomentare è un sillogizzare, e quindi
bisogna conoscere come si sillogizza, ecc. Ed in generale il lettore
vedrà che in questi Topici si tratta di una grande quantità di cose di
cui si è già trattato nelle Categorie, nell'Ermeneia e negli Analitici
tanto Primi quanto Secondi. Intanto Aristotele, sempre
preciso, dice subito ivi stesso che cosa debba inten- dersi per probabile.
E lo determina dicendo (nella traduzione latina): " Probabile «
autem sunt ea quae videntur omnibus vel plerisque vel sapientibus, atque his
vel « omnibus vel plerisque vel maxime notis et claris „. Nel
secondo paragrafo investiga e determina « a quante e quali cose sia ntite
« questa trattazione , de' Topici. E statuisce che ella sia " utilis ad
tna, ad exerci- « tationem, ad congressi, ad philosophicas scientias.
quod igitur ad exemtationem « sit utilis, ex his perspicuum est, quoniam
hanc methodum habentes facile de omni « re proposita poterimus
argumentari, ad congressi autem, quia multorum opmiombus » enumerata, non
ex alienis sed ex propriis singulorum sententns poterimus cum « eis a-ere
refellentes quod non recte dicere nobis videtur. ad philosophicas autem «
scientias, 'quia cum poterimus in utramque partem dubitare, facile in smgulis
per- " spiciemus veruni et falsum „. Il predetto
metodo, soggiunge egli nel terzo paragrafo, sarà perfettamente pos-
seduto, quando lo si adoprerà nella retorica e nella medicina, come fanno
l'oratore e il medico. Ho rilevata volentieri questa
circostanza della retorica e dell oratore, perche tutti sanno come questa
materia trattata ne' Topici è passata realmente, se non m tutto certo in
buona parte nella Retorica: Retorica, che specialmente noi vecchi abbiamo
studiata, con qualche profitto sì, ma anche con non poca pedanteria d'in-
\ segnanti e d'insegnamento. Sono stato piuttosto diffuso
nella indicazione di queste generalità del 1° Libro de' Topici per dare
una idea della trattazione e del modo di trattazione de' mede- simi. Ma
ora procederò più speditamente e più brevemente, fermandomi però alquanto
di più ne' punti di maggiore importanza. Nel paragrafo 4 continua
ad occuparsi di sillogismi e di proposizioni, ma con riguardo ai
principii comuni ad entrambi, come sono il genere, il proprio,
l'accidente, Indifferenza, la definizione, ecc.; e nei seguenti paragr. 5
e 6 determina e illustra siffatti principii. Nel paragr. 7
pone il quesito: 11 Quot modis idem dicatur , ; e lo risolve dicendo:
(1) Quanto alla materia de' problemi proposti, anch'essa, secondo
l'uso delle Scuole, fu espressa nel seguente verso memoriale:
Quis? quid? ubi? quibus auxilds? cur? quomodo? quando? Videri autem
possit idem, ut typo expìicem, tripertito distributum esse, aut
enim numero aut specie aut genere idem soliti sumus appellare, etc.
Più avanti al paragr. 9 si propone di definire i generi delle Categorie,
e di indi- carne il numero, che è di dieci; e il relativo luogo è stato
già riferito. Nei paragr. susseguenti determina la natura della
proposizione dialettica, del sillogismo dialettico, della tesi
(determinata al paragr. 11 come " sententia alieuius * nobihs
philosophi , ut dicebat Antisthenes ,). Nel seguente paragr. 12 si
propone di " esplicare quot sint rationum dialecti- « «tram species
„; e in seguito si occupa ancora de 3 generi delle proposizioni, per
quindi occuparsi nel paragr. 17 della somiglianza (e propriamente della «
similitudo consideranda in iis quae sunt in diversis generica „). E con
ciò si chiude la consi- derazione del 1° Libro. Il lettore
che consideri bene la trattazione aristotelica deve convenire nell'acu-
tezza e giustezza del giudizio di Boezio intorno ai Topici. Libro
II. Nel primo paragrafo di questo, Aristotele torna ad occuparsi de' pro-
blemi, in quanto « alia (scilic. problemata) sunt universali», alia
particularia „ ; e si fa a considerarli ne' diversi rispetti della
generalità e della particolarità. Nei paragrafi immediatamente
susseguenti torna a considerare i varii modi secondo cui alcunché si
dica, sia quantitativamente sia qualitativamente. Ma nel paragr. 7
passa a considerare un punto importantissimo, e propriamente quello
concernente: La Opposizione e il Principio di contraddizione: il
qual punto è da lui considerato ne più minuti casi ed aspetti, con
relative distinzioni, suddistinzioni ecc.; e noi ne riferiremo con
qualche ampiezza. ' Q uoniam au * em contraria (dic'egli, nella
traduz. latina) sex modis inter se * coniunguntur, contrarietatem
autem efficiunt quattuor modis coniuncta, oportet " accipere
contraria prout expedit evertenti et adstruenti. sex igitur modis ea
coniungi " manifestum est. aut enim utrumque utrique contrariorum
iungitur, atque hoc bi- " fariam, ut de amicis bene mereri et de
inimicis male, vel contra de amicis male et de inimicis bene, autem ambo
de uno, et hoc quoque bifariam, ut de amicis ' bene mereri et de amicis
male, vel de inimicis bene mereri et de inimicis male. " aut autem
de ambobus, et hoc quoque bifariam, ut de amicis bene et de inimicis
• bene, vel de amicis male et de inimicis male, primae igitur duae
coniunctiones " quas dixi, non faciunt contrarietatem : de amicis
enim bene mereri et de inimicis " male non sunt contraria, cum ambo
sint optabilia et eorundem morum effectus „ (badi il lettore alla
circostanza e corrispondente espressione del morum effectus, che net
testo greco suona: d/upóreQa yÙQ aÌQ£%à Hai zoì) av%ov ij9ov S ). « neque item
contraria sunt de amicis male et de inimicis bene mereri. nani et haec
sunt ambo fugienda " et eorundem morum effectus „. E
Aristotele nelle dette distinzioni e suddistinzioni non si arresta neppur
qui, ma procede ad altre, che noi omettiamo di riferire. N Se
non che, continuando a parlare de' contrari!, passa a considerarli da
quel rispetto, che è stato appellato i\ principio di contraddizione,
sostenendo: " fieri nequit " ut contraria simul eidem subiecto
insint „ (cioè, nel corrispondente testo greco: àòvvaiov yàq tàvavxia
djia t$ ai>%$ òndgxeiv). E trattandosi di un principio tanto
importante, che, per giunta ha avuto poste- riormente una rigida e non
sempre bene intesa applicazione, voglio allegarlo anche nella forma più
compiuta in cui ricorre in Metaph. Iti, 3; cioè: xò yàg afixò
djm bjia,Q%Eiv xe xal [ir] vnaQxeiv àóvvaxov %(p avxòì uaì xaxà xò avx ó
(nella traduzione latina: " idem enim simul inesse et non inesse
eidem et secundum idem impossibile " est „). E soggiunge poco
appresso che questo è il più certo di tutti i principii: avxr\ ài]
naa&v èaxl ^E§aioxdxmj xcov àq%(àv (traduz. latina : " hoc autem est
omnium prin- " cipiorum certissimum „). Noti però il
lettore che, per non fraintendere il principio aristotelico di contrad-
dizione, si deve aver presente ciocche Aristotele ha detto teste, che, cioè gli
opposti non sono contraddittorii, epperò non escludentisi (poniamo, come
amici e nemici) quando siffatti opposti sono morum effectus, ossia
effetto della natura di essi. L'uomo, per chiarire ancor meglio
l'esempio, ha nella propria natura umana l'essere amico ed anche l'essere
nemico, come per sua natura può esser buono e può essere anche cattivo.
Non sarà l'una e l'altra cosa ééfia, nel medesimo tempo; ma l'uomo è però
pur sempre il medesimo soggetto, che .ora è amico ora nemico, ora buono ora
cat- tivo: ed inoltre, è amico e buono ne' tali e tali uomini, ed è
nemico e cattivo ne' tali e tali altri uomini. E basti di
questo importantissimo punto. Ne' paragrafi immediatamente
susseguenti si continua a parlare dell'opposizione, si accenna anche alle
simiglianze, e non ricorre altro di rilevante. Passo a dire del
Libro III. Aristotele apre questo Libro col quesito di ciocche sia
migliore e più desiderabile, e, per giunta, di esaminare e a tal riguardo
" sermonem instituere * (paragr. 1) non de iis quae longe
inter se distant et magnam differentiam habent..., " sed de iis quae
vicina sunt „. E risolve la quistione dicendo che " quod est
diuturnius * et constantius, magis est eligendum quam quod est
minus tale „. E nella elezione è certo anche di peso " quod
eligat vir prudens, aut lex recta..., aut ii qui in uno quoque genere
scientes sunt „. Ne' due seguenti paragrafi continua in grosso
l'esame e soluzione dell'istesso quesito, per poi venire, ne' paragrafi 4
e 5, a prendere in considerazione i luoghi utili a conoscere ciocche
debba eleggersi e ciocche fuggirsi. E statuisce (paragr. 5): *
Sumendi sunt loci de eo quod magis vel maius est quam maxime universales. sic enim
sumpti ad plura problemata utiles erunt „. E questa è la sostanza
della ricerca e soluzione del quesito proposto in questo Libro. Passo
al Libro IV. E qui posso essere ancora più breve di quel che sono
stato nell'an- tecedente Libro. Giacche in questo IV si torna a
discorrere " de iis quae ad genus " et proprium pertinent „,
colla considerazione di differenze, specie, distinzioni e suddistinzioni
di casi, di esempii, di applicazioni (anche al principio di
contraddizione), che servono ad illustrare e confermare il proposto
quesito. E si giunge così al Libro V (che, come è detto innanzi,
non proverrebbe da Aristotele). Ma in questo stesso Libro V non vi
sono altri argomenti veramente nuovi, ma si torna a trattare di quelli
antecedentemente trattati. Infatti questo Libro comincia così:
" Utrum autem proprium sit necne id quod * est propositum, ex
his locis quos deinceps exponemus considerandum est „. E
prosegue dicendo: * Proponitur autem proprium vel per se et semper, vel
per com- " parationem cum altero et interdum „. E passa ad
investigare e determinare, quando il proprio è per sè, quando per
comparazione, ecc. E ne' seguenti paragrafi 2, 3 e 4 continua ancor
sempre il discorso intorno al proprio ne' suoi più diversi aspetti e
rapporti : ne' quali aspetti e rapporti non manca la considerazione de'
principii contrarii (fatta nel paragrafo 6), e de' principii con- trarli
relativamente al proprio, per scorgere " an contrarium sit contrarii
proprium „ etc. In grosso è lo stesso nel paragrafo 7, in cui
" ex casibus refellitur, si ille casus " non est illius casus
.proprium „ etc. E finalmente, nel nono ed ultimo paragrafo, "
refellitur, si quis potestate proprium " tradidit, etiam ad id quod
non est rettulit illud potestate proprium, cum potestas " rei quae
non est, inesse nequeat „ etc. Rispetto alla predetta opinione di
Pflug accennata dal Zeller, dico rispetto a tale opinione, non contro ad
essa, mi permetto di fare una personale osservazione. Ed è che, leggendo
e considerando attentamente questo V Libro, la materia, il modo di
pensarla, ordinarla, distinguerla e suddistinguerla ne' suoi varii rispetti e
rapporti, si mostra, da una parte, interamente simile a quella degli
antecedenti Libri topici, dall'altra, interamente conforme alla mente di
Aristotele. Ed ora vengo al Libeo VI. Questo si inizia
coll'argomento delle definizioni, e si continua tutto con esse ; ma
queste stesse vengono di bel nuovo considerate ed esaminate con rife-
rimento al proprio, al genere, alle differenze, ecc. Trattandosi di un
argomento che ha della importanza, e che si addentra nella natura delle
definizioni e nelle diverse parti costitutive di esse, allegherò un lungo
luogo, in cui ciò è effettuato. Della trattazione dunque * quae ad
definitiones pertinet quinque sunt partes. " vel enim definitio
reprehenditur, quia omnino non vere dicitur, de quo nomen, 14 etiam
oratio, quandoquidem oportet hominis definitionem de omni homine vere
" dicitur. vel quia cum sit aliquod genus, non collocavit rem definitam in
genere " aut non collocavit in proprio geuere, quoniam debet is qui
definit, cum in genere " definitum collocaverit, differentias
adiungere, si quidem eorum quae in definitione " ponuntur, maxime
genus videtur rei definitae essentiam declarare ; vel quia oratio "
non est propria (nam oportet definitionem propriam esse, quemadmodum et
supra u fuit); vel quia, cum omnia quae dixi perfecerit, tamen non
definivit, nec dixit " quidditatern rei definitae. reliquum est praeterea
definitionis vitium, si definivit " quidem, non tamen recte
definivit. an igitur de quo nomen dicitur, non etiam " oratio vere
dicatur, ex locis ad accidens pertiuentibus considerandum est. nam ibi 8
quoque omnis consideratio in eo consistit ut intelligatur utrum sit verum an
non " verum. cum enim disserendo ostendimus accidens inesse, dicimus
esse verum. cum " autem ostendimus non inesse, dicimus non esse
verum. an autem non in proprio " genere posuerit, vel non propria
sit oratio tradita, ex dictis locis, qui ad genus " et ad proprium
pertinent considerandum est. reliquum est ut dicamus quomodo "
disquiri debeat an non sit definitum, vel an non recte sit definitum, etc.
„. Nel susseguente paragr. 2 vien la considerazione dell' omonimo,
del simmetrico, con le corrispondenti definizioni. Qui stesso Aristotele
si fa a considerar la definizione in rapporto al sillogismo, e se in tal
rapporto essa sia fatta chiaramente od oscuramente ecc. Ne' paragrafi 3 e
4 continua sempre l'argomento delle definizioni. Nel para- grafo 5 si
considera la definizione del corpo, determinandolo (come si è poi sempre
ripetuto e si ripete tuttora, meno il caso presentemente considerato da Zollner
ed altri, della cosi detta 4 a dimensione) siccome « id quod habet tres
dimensiones „. Nel paragr. 6 Aristotele fissa l'attenzione alle
differenze, in quanto in esse ' considerandum est an generis differentias
dixerit „. Se tali differenze non sono state indicate e precisate, non vi
sarebbe stata vera definizione. Nei susseguenti paragrafi continua
sempre lo stesso argomento delle definizioni, con esemplificazioni
intorno all'abito (paragr. 9), alla simigliala (paragr. 10), e si termina
con la considerazione della composizione delle cose, della quale, per avere
una giusta definizione, bisogna indicare tutti gli elementi che la
costituiscono. E così si passa al Libro VII. — Gli argomenti
di questo Libro sono anch'essi suppergiù i medesimi di quelli trattati
negli antecedenti Libri con speciale riguardo all' Oratoria, la quale
naturalmente vien congiunta coi modi e forme di sillogizzare, obbiettare, ecc.,
col consueto riguardo ai generi, specie, differenze, opposizioni, casi
tali o tali altri. Ecco, infatti, come al principio del Libro è
enunciata la materia da considerare in essa : " Utrum autem id de
quo agitur sit idem an diversum, secundum eum modum * qui inter
modos supra de eodem expositos est maxime proprius, nunc dicendum « est.
dicebatur autem maxime proprie idem esse quod est numero unum,
considerare « autem oportet atque argumenta sumere ex casibus et
coniugatis et oppositis. nam « si iustitia est idem quod fortitudo, etiam
iustus est idem quod fortis, et iuste idem " quod fortiter. similis
ratio est oppositorum etc. J. Qui stesso vien la volta di pren- dere in
considerazione anche il sorgere e perire " ortus et interitus „ delle
cose. Poco appresso ricorre un riferimento anche alle cose che accadono :
" nam quae " alteri accidunt, etiam alteri accidere debent „. E
ciò vien messo ivi stesso in rela- zione anche colle Categorie, in quanto
" videre oportet an non in uno categoriae ' genere ambo sint, sed
alterum qualitatem, alterum quantitatem vel ad aliquid * relationem
declaret „. Al paragrafo 3 vien la considerazione della definizione
e del sillogismo, pur con riferimento ai generi, alle specie, alle
differenze, non che ai contrarii, alle diffe- renze contrarie, ecc.
Al paragrafo 4 si ritorna sui luoghi atti a disputa, oratoria, ecc., ma
con riferi- mento all'aiuto della memoria. Infatti statuisce : "
Maxime autem locorum omnium » apti sunt ii quos nunc dixi, necnon ex
casibus et coniugatis. Ideoque maxime me- « moria tenere et in promptu
habere oportet hos locos (utilissimi enim sunt ad « plurima problemata),
atque etiam ex ceteris eos qui sunt maxime communes, quo- " niam
inter reliquos sunt efficacissimi „. Nel seguente ed ultimo
paragrafo 5 ricorrono ulteriori considerazioni pur attinenti a
definizione, sillogismo, a genere, proprio, ecc.; e con esse si chiude il
Libro. Libro Vili. — L'argomento principale di questo Libro de'
Topici è la disposi- zione della materia del discorso, con riguardo
speciale ad interrogazioni, risposte, e ritrovamento (inventio) di quegli
argomenti che spettano ed importano al dialettico, al filosofo. E quale
argomento conduce naturalmente Aristotele a connettervi, come
d'ordinario, i modi di argomentare, sillogizzare, ecc. Ma sentiamo Aristotele
stesso. Egli indica (nella traduzione latina) lo scopo e la materia della
trattazione con queste parole : " Post haec de dispositene, et
quomodo interrogare oportet, dicendum " est. primum autem debet is
qui interrogaturus est, locum invenire ex quo argu- s mentetur, deinde
interrogare et disponere singula ipse per se, tertio et postremo "
haec dicere contra alterum. ac loci quidem inventio aeque ad philosophum et
ad " dialecticum pertinet, eorum autem quae inventa fuerunt
dispositio et interrogatio " dialectici est propria, quoniam hoc
totum adversus alterum est : philosopho autem " et ei qui ipse secum
veritatem inquirit, curae non est, si vera sint et nota ea ex "
quibus efficitur syllogismus, nec tamen ea ponat is qui respondet, propterea
quod " propinqua sint quaestioni ab initio propositae ac provideat
quod eventurum sit. " quin immo fortasse dat operam ut axiomata sint
maxime nota et problemati pro- * pinqua, quandoquidem ex his Constant
syllogismi qui scientiam pariunt ,, Sillogismo senza proposizioni
intanto non si dà ; perciò Aristotele rivolge la sua attenzione a queste.
Di queste ve n'ha di necessarie ed anche di non necessarie. "
Necessariae autem „, dic'egli, * dicuntur eae ex quibus syllogismus conficitur.
quae vero praeter has sumuntur, quattuor sunt : vel enim sumuntur
inductionis causa, " ut detur quod est universale, vel ut
amplificete oratio, vel ut celetur conclusio, " vel ut magis
perspicua sit oratio etc. „. Nell'anzidetto si contiene il pensiere
aristotelico di questo Libro, e s'intende che ciocche segue non può
essere che l'ulteriore e più ampia esplicazione di ciò con applicazione a
singoli casi e quesiti ed a singole corrispondenti soluzioni. A
conferma di ciò, nel paragrafo 2 si pone che nel dissertare " utendum
syllo- " gismo apud dialecticos potius quam apud multos ; contra
inductione apud multos " potius „. Si fanno di ciò, ad illustrazione,
applicazioni a casi vari, poniamo al caso della salute, valetudo, della
malattia, morbum, ecc. Quanto alla natura della proposi- zione dialettica
e al corrispondente elemento dialettico, si dice poco appresso : "
Pro- " positio enim dialectica est, ad quam respondere licet etiam
aut non „. Al paragrafo 3 si prendono in considerazione le
hypoiheses, le captiosae argu- mentationes con riferimento ai principia
ultima, da cui tutte le dimostrazioni e tutti i principi subordinati
traggono origine e ragione probativa. " Nam cetera (scilic. "
principia) per haec probantur, ipsa vero per alia probari non possunt „.
Nel paragrafo 4, riferendosi all'interrogare e rispondere, dice: "
De responsione " autem primun determinandum est, quod eius sit
officium qui recte respondet, quemad- " modum eius qui recte
interrogai est autem interroganti^ ita disputationem deducere, " ut
respondentem cogat maxime incredibilia dicere ex iis quae praeter thesim
sunt necessaria ; respondentis vero, ne sua culpa videatur evenire quod
absurdum vel praeter opinionem est, sed propter thesim „.
L'istesso argomento dell'interrogare e rispondere viene svolto nei
paragrafi 5, 6 e seguenti con ulteriori considerazioni di altri casi e
rispetti. Ma più innanzi nel paragrafo 11, a proposito della
reprehensio argumentationis, ricorre l'accenno ad argomentazioni false e
vere nel senso ed intendimento di ciocche si è discorso ed esposto negli
Analitici ; e il corrispondente luogo, relativo a molti modi di
argomentazione, è degno di essere riferito e suona così : " Qui vero „,
dice Aristotele, " ex falsis verum concludunt, non possunt iure
reprehendi, quoniam falsum " quidem semper necesse est ex falsis
concludi, sed verum licet interdum etiam ex falsis concludere : hoc autera
est perspiciram ex Analyticis. quando autem argumentatio quae dieta est,
alicuius rei est demonstratio, si quid aliud sit quod nihil * cum
conclusione probanda commune habeat, profecto non erit ex eo syllogismus.
* sin autem videatur, sophisma erit, non demonstratio. est autem
philosophema syllo- * gismus demonstrativus, epicheirema vero
syllogismus dialecticus, sophisma syllo- * gismus contentiosus,
aporema syllogismus dialecticus contradictionis „. Per ragione del
tecnicismo di queste ultime espressioni della Logica aristotelica, allego
quest'ultima parte del luogo nel testo greco, il quale suona così : "Eati
òe (piloaócprifia (lèv ovÀÀoyiafiòg ànoòeimixóg, km%eiqrnia òè
avlkoyiofiòg òiaXemmóg, oóqjiofia òè cvAZoyiofiòg ègiormóg, ànóqrifia òe
ovZAoyiofiòg òialemwòg àvwpdoewg. Nel seguente paragrafo 12 si
stabilisce come massima che 8 argumentatio est " perspicua uno modo,
eoque maxime vulgari, si ita concludat ut nihil amplius opor- " teat
interrogare „. E dopo altre consimili considerazioni si conclude il Libro
Vili con quest'altra massima di carattere generale : - oportet paratas
argumentationes " habere adversus eiusmodi problemata, in quibus cum
paucae argumentationes " suppetant, adversus plurima problemata
utiles erunt. hae vero sunt argumenta- " tiones universales, et quas
assumere ex rebus passim obviis difficile est „. Dopo siffatte, se
non diffuse, certo sufficienti indicazioni sulla materia, sullo scopo e
sul modo di trattazione de' Topici, passo a dire degli Elenchi Sofistici.
JUeqì t&v ooyiauxwv èÀéy%ù)v. — Anche per questa parte, come ho fatto
per le altre, della Logica aristotelica comincio coll'allegare un
notevole giudizio di Boezio, il quale (loc. cit., p. 7) dice: * Elenchus
multa significai sed hoc loco prò redar- 14 gutione sumitur. Libri sunt
duo, ad cavendas sophisticas captiones, et ne in disse- " rendo
falsa prò veris per ignorationem colligamus, aut admittamus. Huic operi *
initium dedit Plato in Euthydemo : ostenduntur illic pauci quidem doli
disputatoris " captiosi : Aristoteles autem rem omnem, ut solet, a
primis initiis complexus, " digessit in ordinem et formulas „.
A questo giudizio di Boezio si unisce Prantl. il quale colla sua autorità
in tal materia, lo allarga ed integra con altre importanti osservazioni.
La qual cosa egli fa nella pagina 346 della sua citata opera Gesch. d.
Logik, età, voi. I, primamente, osservando come questi Elenchi Sofistici
si colleghino intimamente ai Libri topici in genere ed al Libro Vili in
ispecie ; e secondamente, esponendo in un breve e succoso cenno la
materia e lo scopo de' medesimi. Ma vi è stato in Italia un uomo,
che, riattaccandosi ai due nominati scrittori, ha fatta una traduzione
eccellente de' primi 14 capitoli degli Elenchi, facendovi pre- cedere un
elaborato ed illustrativo proemio, corredando i capitoli stessi di
sommarli ragionati abbastanza diffusi, estendendosi a dar sommarli anche
de' rimanenti venti capitoli, e, per giunta, a confermare ed illustrare
il tutto con note amplissime e dottissime, nelle quali è abbracciata
tutta la parte storica dell'argomento, fino al secolo XIII
inclusivamente. Quest'uomo, veramente sommo e a tutti noto, è
Buggero Bonghi, il quale non solo mostrò vastità di dottrina in questo
speciale argomento della Logica aristotelica, ma ha allargato ed
approfondito i suoi studi nella traduzione e illustrazione delle opere di
Platone e della Metafisica di Aristotele, traducendo ed illustrando quasi
tutte le opere del primo, e i primi sei Libri della Metafisica del
secondo. E, per giunta, fortificò i suoi studi filosofici, oltre che collo
studio della Storia della Filosofia fino agli ultimi tempi
inclusivamente, anche colle sue amplissime conoscenze di Storia di tutti
i tempi, e con un'ampia erudizione nelle altre discipline dello scibile.
La esposizione che io, per assolvere il mio scopo e compito, farò di
questi Elenchi, consisterà in tre diversi cenni : il primo, quello di
valermi della traduzione italiana stessa e delle corrispondenti
illustrazioni del Bonghi ; quale migliore e più sicura guida
nell'adempimento del mio scopo ? il secondo, nell'allegamento di un
brevissimo luogo del Boezio, riportato in nota dallo stesso Bonghi, luogo che
ser- virà alla indicazione delle espressioni latine de' sofismi trattati
da Aristotele ; il terzo, nell'allegamento di un luogo importantissimo
dell'Ueberweg, nel quale, in breve e succoso cenno, sono distinti e
illustrati tutti i sofismi con le relative denominazioni greche. E vengo
alla esposizione. Cominciando dal Bonghi, è bene ed utile di
rilevare alcune importanti afferma- zioni e considerazioni di lui in
riattaccamento a Boezio, a Prantl, allo stesso sorgere e costituirsi
della Sofistica, ed anche a Socrate, Platone ed Aristotele in quanto
riferentisi alla medesima. Per ciocche concerne il sorgere e
costituirsi della Sofìstica, benché egli ricordi cose note, pur voglio
ricordar le parole di lui. Prodico, Gorgia e Protagora (dic'egli nella
prima parte dell'Introduzione alla traduzione dell' Eutidemo, pag. 15) "
per i " primi accettarono i nomi di sofisti e fondarono la sofistica
„. E, come essa 8 è il " principio e il fondamento dell' 'eloquenza
e il più grande stimolo e sprone di coltura, " essi furono maestri
di eloquenza, e diffonditori di cultura in tutta la Grecia ».
Senonchè, pur troppo la sofistica degenerò in eristica. Ora, Platone
(ibid., pag. 18) " si oppose a questa perversione di giudizii „ :
tanto più che " non si sarebbe potuto " mai far intendere il
valore di Socrate, fino a che questa confusione avesse preoccu- "
pato le menti „. Si aggiunga a ciò, che quando " in Grecia si moltiplicò
il numero " di quei professori o maestri che si ripromettevano
d'insegnare al cittadino la miglior " maniera di condursi per se e
per gli altri nello stato „, nacque una gran " contra- " rietà
d'opinioni ne' nuovi metodi d'insegnamento „. E da questa, e dal " nome
di 8 uno degli Eristici che vi discorre „ trasse origine YEutidemo di
Platone. Vengo ora alle Confutazioni Sofistiche.
Nell'avvertenza alle Confutazioni Sofistiche, come Bonghi traduce il
trattato jieqì %ùv oocpMmxcòv èÀéyx<op (1), egli dice di essere stato
indotto alla traduzione * dal " pensiero, che avrebbe potuto riuscire
di molto interesse e utilità il vedere come una " mente così
sottile, investigatrice, sistematica (come quella di Aristotele) abbia
per " la prima volta messo ordine e luce in una materia per sè così
complicata e buia, " com'è questa del ragionamento usato a inganno
altrui. Neil' Eutidemo Platone aveva " rappresentata l'arte ; nelle
Confutazioni Sofistiche Aristotele, che vi ricorda tante volte " l'
Eutidemo e Platone, ne dette la teorica „. Soggiunge, Aristotele
" non esser facile in nessuno suo scritto; e questo è uno " di
quelli ne 1 quali è più difficile „. Indicando la ragione, i limiti e il modo
come ha Vedi Dialoghi di Platone, trad. da Ruggero Bonghi, voi. IV
(continuaz.), Eutidemo, 2* ediz.; Aristotele, il primo Libro Delle
Confutazioni Sofistiche, ecc. Torino-Roma-Firenze, Fratelli Bocca. condotto la
propria opera, dice essergli • mancato il tempo „ di condurre a termine
la traduzione ; ma che, ciò non ostante, " la trattazione teorica de'
sofismi è ne' primi " (14 capitoli) compiuta „ essendo 8 nei
seguenti (venti capitoli) solo indicate le vie « praticamente utili a
cavarsene fuori „ ; e che, per giunta, come si è detto, anche per questi
ultimi ha aggiunto " lunghi sommari! „ ; sì che il lettore finisce per
aver conoscenza di tutta la materia dell'ultimo trattato logico di
Aristotele. Ora ecco i punti sostanziali di questo.
Aristotele nel Primo Capitolo, paragrafo 1, di questo dice che
"prende a • discorrere.... delle Confutazioni Sofistiche e di
quelle che paiono bensì confutazioni, " ma sono paralogismi e non
confutazioni , . E nel seguente paragrafo 2 fonda questo suo
giudizio con questa osservazione : " Che de' sillogismi alcuni son
veramente tali, altri paiono e non sono, è manifesto ; " chè come
questa apparenza ha luogo nelle altre cose per una cotal simiglianza,
• così accade ancora nei ragionamenti. E difatti, la persona, che altri
hanno aitante, altri col gonfiarsi e acconciarsi.... paiono averla.... E
delle cose inanimate è del " pari ; chè di queste quale è argento e
oro davvero ; quale non lo è, ma pare al « senso ; per mo' d'esempio,
d'argento quelle di stagno e di piombo ; d'oro quelle * tinte di
giallo „. E allo stesso modo, sillogismi e confutazioni, quali sono,
quali non sono, ma paiono per l'imperizia. « Dappoiché
(continua egli nel paragrafo 3, indicando la ragione dottrinale della
* differenza di sillogismo e confutazione, ossia di sofismo) il
sillogismo si compone " di alcune premesse per modo, che di
necessità per via di esse proposizioni dica qualcosa di diverso dalle
proposizioni ; e confutazione è sillogismo in cui si con- " traddice
la conclusione „. Nel paragrafo 4, cominciando ad enumerare le
cause, dice che di queste « una " fonte è più copiosa e comune
di tutte, quella per via di vocaboli I vocaboli « sono finiti di
numero e i ragionamenti altresì ; dove gli oggetti sono infiniti ; sicché
" è necessario che un solo ragionamento e un unico nome significhi più
oggetti „. Nel paragrafo 5 fa ulteriori esemplificazioni sulla
sofistica, che si intendono e spie- gano con ciocche è detto innanzi.
Ma passando ad indicare ,! le specie de' ragionamenti sofistici „
Aristotele dice che di quelli "che occorrono nel conversare, v'ha
quattro generi: didascalici, dialettici, pir astici ed eristici.
Sono: Didascalico – “insegnativo” -- quello ragionmento che si sillogizzano da'
principi propri di ciascuna disciplina e NON DALL’OPINIONE DI CHI RESPONDE
(chè chi impara, deve credere) :
" Dialettico” – “discorsivo” --
quell ragionamento che da proposizioni probabili sillogizzano la
contradittoria: "drastico” – “tentativo” -- quell ragionmento conversazionale che lo fa
da proposizioni AMMESSE DA CHI RISPONDE " e necessarie a sapere da chi ha
la scienza (e in che modo si è chiarito altrove): "eristico” –
“contenzioso” – quel ragionamento conversazionale che sillogizzano (o paiono
sillogizzare) da proposizioni ammesse solo in apparenza, ma non in realtà, Ricordando
che di un ragionamento apodittico – “dimostrativo” -- s'è discorso negli
Analitici, del dialettico e del pirastico altrove, dice doversi
discorrere al presente del ragionamento conversazionale “agonistico” – “garoso”
-- e del ragionmaneto conversazionale “eristico” o “contenzioso.” E ciò fa, Aristotele,
proponendosi di fermare quante sono le mire di quelli che gareggiano e si
puntigliano nel ragionare, dice che queste son V di numero: I confutazione
II falsità III paradosso IV solecismo V il farcianciare chi conversi teco (e
questo è il costringerlo a dire più volte il medesimo) o non la realtà, ma l'apparenza di ciascuna
di queste cose. E, spiegando le cinque generi di ragionmento, dice che quello
che sopratutto si propongono, è di parere di confutare. In secondo luogo,
di mostrare che uno dica il falso in qualcosa. Terzo, di tirarlo a un
paradosso. Quarto, di fargli commettere un solecismo -- e questo è il fare
che chi risponde, per effetto del ragionamento, BARBARIZZA. Per ultimo, il
fargli dire più volte la stessa cosa. Venendo all’indicazione dei modi di
confutare, dice esservene di due sorte. Gli uni stanno nella dizione, gli altri
fuori della dizione. Indicando VIII i motivi che per effetto della dizione
generano un falso vedere, dice che di essi ve n'ha VI; e sono I equivocazione
– aequi-vocal --, II anfibologia, III composizione IV divisione V accento
VI figura della dizione. E la prova di ciò s'ha per induzione E ne'
susseguenti paragrafi chiarisce e illustra con esempi i predetti sofismi della
dizione. Passa dopo il nostro filosofo alla designazione dei paralogismi
fuori della dizione e ne novera VII specie: I dell'accidente, II dal
dirsi una cosa in assoluto o non in assoluto ma per un certo modo o posto
o tempo o rispetto, III dall'ignoranza della confutazione IV dal susseguente
V dalla petizion di principio VI dal porre la, non causa come causa; VII dal
fare di più interrogazioni una sola. E anche per questi paralogismi Aristotele
fa illustrazioni ed esemplificazioni. Notevole è in questo ciocche
Aristotele statuisce intorno all'ultimo de' paralogismi allegati, cioè
intorno a quelli che nascono dal fare di due interrogazioni una sola. Rispetto
a questi, quando resti nascosto che son più, e come se fossero una sola, le si
dia una unica risposta; benché rispetto a tal caso riconosca che in
alcune è facile scorgere che son più, ma in altre meno. Aristotele pone l'alternativa
che " o " s'hanno a distinguere così i sillogismi e
confutazioni apparenti come si è detto e fatto negli antecedenti
paragrafi, o a ridurre tutti all'ignoranza della confutazione, ponendo per
principio questa: che v' è modo di risolvere tutti i modi che se ne son
detti, nella definizione della confutazione. E l'alternativa e corrispondente
soluzione proposta vien discussa a proposito degli altri ultimi
paralogismi allegati. Si continua a prendere in
considerazione altri degli allegati paralogismi, come quelli
dall'equivocazione, dall'anfibolia, dalla composizione e dalla divisione,
dall'accento e dalla figura della dizione, dall'accidente, ecc. si indica il
modo di conoscerli e confutarli. Poiché sappiamo per quante vie si
generino i sillogismi apparenti, sappiamo altresì per quante si possano
generare i sillogismi e le confutazioni sofistiche. E dico sillogismo e
confutazione sofistica non solo il sillogismo o la confutazione che
appare e non è, ma anche quello che è bensì, ma proprio della cosa appare
soltanto. E cotesti sono quelli che non confutano secondo la cosa, e non
mostrano che altri l'ignora, che era il caso della pirastica. Ora, la pìrastica
è parte della dialettica. Questa può sillogizzare il falso per ragione dell'
igno ranza di chi rende ragione. Invece, le confutazioni sofistiche, quando
anche sillgizzino la contradizione, non fanno manifesto se altri ignora, poiché
anche chi sa, impacciano con siffatte argomentazioni. E che gli otteniamo
collo stesso metodo, è chiaro. Dappoiché per quante vie appare a chi
ascolta, che si siano sillogizzate appunto le proposizioni di cui gli s'era
fatta interrogazione, per altrettante potrebbe altresì parere a chi
risponda. Sicché per queste, o tutte o alcune, verran fuori sillogismi
falsi, che quello che uno non interrogato crede d'aver conceduto,
interrogato lo conce- [derebbe. Eccettochè in alcuni paralogismi succede
insieme che si dimandi quello che manca, e la falsità si chiarisca, come
in quelli dalla dizione e dal solecismo. Si fanno consimili considerazioni
intorno ad altri paralogismi, come quelli risultanti dall'accidente, dal
conseguente, ecc. Aristotele statuisce che da quanti luoghi si
traggano confutazioni di quelli che son confutati, non bisogna provarsi a
determinarlo senza la cognizione delle cose tutte. Ora, ciò non è
di nessun'arte; stantechè le scienze sieno infinite forse, sicché è chiaro
che anche le dimostrazioni son tali. E di confutazioni ve n'ha anche di
vere; stantechè quante cose v'ha luogo " a dimostrare, tante v'ha luogo
a confutare a chi asserisca il contraddittorio del " vero ; p. es.,
se uno ha asserito commensurabile il diametro, altri lo confuterebbe col
* dimostrare eh' è incommensurabile. Sicché bisognerà essere scienti
d'ogni cosa, ecc. „. " Però (paragrafo 2) , anche le
confutazioni false saranno del pari infinite ; chè * v'ha secondo
ciascuna arte il sillogismo falso; p. es., secondo geometria il geo- 8
metrico, secondo medicina il medico ; e dico secondo ciascun'arte quello
secondo* " i principi di essa ,. E ne' seguenti paragrafi, su questi
stessi principi stabiliti, si fanno consimili considerazioni. Aristotele
pone in discussione e srisolve la seguente importante quistione intorno a
ragionamenti relativi al vocabolo e al pensiero : " Non * v'
ha ; dic'egli, tra i ragionamenti la differenza che taluni dicono ; alcuni
ragionamenti riferirsi al vocabolo, altri al pensiero ; chè è assurdo il
pensare, che altri " sono i ragionamenti che si riferiscono al
vocabolo, e altri quelli al pensiero, e * non già i medesimi
„. " Poiché (paragrafo 2) , che è egli mai il non riferirsi al
pensiero se non quando * uno non usi del vocabolo nel senso cui
l'interrogato ha consentito, credendo che * fosse quello che avesse
nella interrogazione? Ora, questo stesso è riferirsi al voca- *
bolo. E riferirsi al pensiero è, quando l'altro pensi quello cui egli ha
consentito, ecc. „. E ne' paragrafi immediatamente seguenti viene
confermando ciò con ulteriori non meno acute illustrazioni ed
applicazioni, delle quali voglio rilevare l'applicazione che ne fa alle
Matematiche, che attirano in modo speciale la nostra attenzione per la
trattazione della così detta Logica matematica. " I ragionamenti nelle
matematiche, * dice infatti Aristotele al paragrafo 7, si
riferiscono al pensiero o no ? E se ad uno D'Ercole. c
I t " ang03 ° SÌgDÌfichÌ PÌÙ C0S6 ' 6 non ha che esso
sia la figura flì della quale s'è concluso, che son due retti rnWn ,
■ ! tì g ura 0)> " al pensiero di questo o no? '
'«Wonamento s'è egli diretto =' a ™a (Paragrafo 2) ,1 comune a piii
cose secondo ciascuna è dialettico- eh «ut 71 m aPPa T a ' è ^ - D
°" d6 " » ritornare suìl' TZ a h W * ^conducono , so/fe «
stessi, ehe . preflggm(Iosi vinler a „ S ni ■nodo, sappiano a tatto
„ come appunto • fauno gli eristici 8 SousUcTche "f T" Ò SOt '
ile, Se,Tat °' ""-*»■*' » mesta m at"eria degli Elenchi ci
: lc n T' ° ^ *S C, ' eata SÌCC ° m8 ** * "' Ksta ^ r te 8 log I
' ehe alcuno di! f!l , P m08trare (dic ' e S li . iafatti, al paragrafo 1)
cacca adatta a co ; che quelli che parlano a caso, errano di più ' e
parlano a caso, quando non si siano proposto nulla P P &
• e il" TJIZTJ''J!T S ^° " a "' abbatteraÌ 1 " na
Wsita ° a » paradosso ' dir r„Zo s are ' er v 7 T°" Pr ° P0SM0M 0gge
"° ^ mt.rroga.iene, ma • d'attacco ! ' S ° ,mParare ; daF P°
Ì<!hè ^ acquisizione dà „,„do di £ r:i n ~:ir che A "
istotek abbk ~— « -** • lnog„ A Lelirr t (COntÌ , n ° a ArÌ8t °
tele " Paragraf ° 4 » Cle "no dica falso, è proprio luogo
quello aojsfco, ,1 menare a tali cose, che s'abbia contro osse copia di
aL m „ta z ,o„, ; e ,„esto vi sarà modo di farlo bene e non bene, seconTs
l So ed ™2 Z deÌTuak 8 ; £S* '"T ** *" relali ™
alla ' luto f, i " '' lJeVa " lat ° Paradossastico come
segue - ■ Il (1) La qual S gu ,a, se lo noti i, lettore,
rappresenterebbe qui Trento del vocabolo. 81
LA LOGICA ARISTOTELICA, LA LOGICA KANTIANA ED HEGELIANA, ECC.
1essere cosa bella secondo legge, ma secondo natura non bella.
Sicché bisogna chi * parla secondo natura, affrontarlo secondo
legge ; e chi secondo legge, menarlo alla a natura; giacche vi sia luogo
a dir paradossi ne' due modi „. Capitolo XIII. — In questo Capitolo
si tratta di un argomento che par futile, cioè quello del cianciare;
eppur questo dà luogo a una acuta e teorica disamina della sofìstica da
parte di Aristotele. Prima di allegare le parole del grande
filosofo, allego una osservazione inter- pretativa che fa il Bonghi in
proposito, e che è questa : Col cianciare, cioè, dice quest'ultimo,
" si passa al quarto fine del sofista, che è il forzare l'avversario a
dir " più volte la stessa cosa, che torna al cianciare o infilzar
parole senza senso. Il presupposto di tali sofismi è che il vocabolo è
tutt'uno colla sua definizione e quello " non differisce in nulla da
questa, sicché si può in una proposizione surrogare l'uno *
all'altra. P. es. doppio si definisce doppio di metà : ora, se la definizione
può essere 8 surrogata al definito, noi possiamo definirlo : doppio di
metà di metà ; e da capo 41 doppio di metà di metà e così in infinito
„. Ciò posto, ecco ciocche dice Aristotele (al paragrafo 2) intorno
al discorrere per puro cianciare : * Tutti i siffatti discorsi vogliono
far questo ; se non differisce " per nulla il dire il vocabolo o la
definizione, doppio e doppio di metà è tutt'uno; se adunque è
doppio di metà, sarà doppio di metà di metà ; e di novo, se in luogo
" di doppio, si ponga doppio di metà si sarà detto tre volte : doppio di
metà di metà " di metà(l). Ed evvi egli il desiderio del piacevole?
Ora, questo è appetito del * piacevole; dunque, desiderio è
appetito del piacevole del piacevole, ecc. L'argomento di Aristotele è il
Solecismo e la sofisticazione in cui può incorrersi con esso. Aristotele
parla e ragiona in questo modo. Questo, cioè, il Solecismo, v'è luogo a
farlo e a parere senza farlo, e a non parere facendolo. Ssiccome diceva
Protagora, se ò fiijvig e ò s**Pff sono un mascolino ; giacché chi "
dice oi)Aofiévt]v solecizza secondo lui, ma agli altri non pare ; chi
ovÀó/ievov pare bensì, ma non SOLECIZZA. (Si noti che firjvig e JvfjÀrji
son propriamente femminili). Sicché è chiaro che uno potrebbe ad arte far
questo ; per il che molti ragionamenti pur non sillogizzando un solecismo
paiono di sillogizzarlo, sic- * come nelle confutazioni „.
* I solecismi apparenti (paragrafo 4) hanno occasione pressoché tutti dal
vóde, * e quando la desinenza non manifesta né maschio nè femmina,
ma il di mezzo. Difatti ofirog significa maschio ed a%%r\ femmina ; ma tomo
vuole bensì significare il di " mezzo, pure spesso significa
anche l'uno o l'altro di quelli : p. es. , che è %ov%o ? Calliope, legno,
Corisco. D'altronde, del maschile e del femminile le desinenze de' casi
Qui mi par di vedere Aristotele (senza menomare la fina osservazione e interpretazione
del nostro Bonghi) riferirsi al famoso dialettico Zenone eleate, del
quale uno degli argomenti famosi, quello cioè del non potersi andare da
un punto all'altro dello spazio, era pensato e condotto appunto in tal
guisa: cioè, di non potersi percorrere l'intero spazio senza giungere alla metà
di questo, non potersi giungere a questa metà senza percorrere la metà di
questa metà, e così non potersi giungere a questa seconda senza
percorrere la metà della metà della metà, ecc. in infinito, il che era
impossibile a fare in un tempo finito." differiscono tutte, ma del genere
di mezzo quali sì, quali no. Ed ecco che spesso, " essendosi lor
concesso %ov%o, sillogizzano, come se fosse stato detto %ov%ov ; e del
" pari una desinenza in luogo d'un' altra. E il paralogismo si genera
perchè il tóóe * è comune a più desinenze ; giacche tomo significa quando
ovzog quando zovxov. 8 Però deve significare quando l'uno e quando
l'altro ; con è oixog, con essere iqviqv, 8 per es., è KoQioxog, essere
Koqioxov. E nei vocaboli femminili del pari ; e in quelli, " che son
bensì d'utensili, ma però hanno appellazione femminile o maschile. Dap- 8
poiché tutti quelli che terminano in o e in v, hanno soli l'appellazione da
utensili, 8 come ^vkov, o%oiviov ; ma quelli che non così, l'hanno
maschile o femminile, di 8 cui applichiamo alcuni agli utensili ; p. es.
daxòg è vocabolo maschile, xÀhrj fem- " minile. Per il che anche
rispetto a questi differirà del pari l'è e l'essere „. " E in
un certo modo (paragrafo 5) il solecismo è simile alle confutazioni
tratte 8 dal prendere per simili cose non simili. Giacché come a queste
accade di sole- 8 cizzare sulle cose, così a quello su' vocaboli ; chè
uomo e bianco sono e cosa e 8 vocabolo „. Sicché è manifesto che da
simili desinenze bisogna sforzarsi di " sillogizzare il
solecismo. " Le specie, dunque, de' discorsi contenziosi e le
parti delle specie e i modi son 8 quelli che si son detti „.
Con questi quattordici Capitoli finisce la parte teorica degli Elenchi
Solistici, e che, come si è detto, nei seguenti venti Capitoli si espone
e fa l'applicazione dei primi quattordici. Io ometto di esporre anche
questa parte applicativa, ritenendo suffi- ciente pel mio scopo la
conoscenza della teoria. Passo perciò al secondo punto del triplice
cenno che io voleva fare degli Elenchi predetti, cioè alla indicazione
latina de' paralogismi o sofismi, secondo la indicazione di Boezio.
Questi infatti (vedi Bonghi, nota 129 alle Confutazioni Sofistiche, pag.
529) indica le tredici denominazioni sofistiche di Aristotele così : 1°
Aequivocatio ; 2° amphi- bolia; 3° compositio; 4° divisto; 5° accentus;
6° figura dictionis; 7° propter accidens; 8° propter id quod simpliciter
vel non simpliciter ; 9° propter redargutionis ignorantiam ; 10° propter
consequens ; 11° propter id quod est in principio sumere ; 12° propter id
quod non est causa ut causam ponere, ovvero, propter non causam ut causam; 13°
propter phires interrogationes unam facere. In questa stessa
nota 129 il Bonghi ha un notevole accenno ad Alberto Magno, che pure
scrisse degli Elenchi Sofistici. E altri accenni non meno notevoli ha
nella nota 160 per Alfarabi ; nella nota 161 per S. Tommaso ; e nella
nota 163 per Duns Scotus, il cui tractatus logicae è l'ultimo nella Scolastica,
e che è intitolato De sillo- gismo sophistico sive fallaciis.
Ed ora pongo termine alla mia esposizione coll'allegamento dello stupendo
e comprensivo luogo dell'TJEBERWEG (Syst. d. Logik u. Gesch. d. Logischen
Lehren, citato, pag. 370), che suona come segue: "
Aristotele nel suo scritto tisqì xtbv ao(pia%iKù>v èXèy%(àv si è fatto
guidare 8 nelle diverse parti del medesimo dallo speciale riguardo ai
sofismi molto disputati " al suo tempo. Egli definisce (Top. Vili,
11) il oócpiofia come avÀÀoyia/iòg EQiatixóg, " e divide i Sofismi
in due Classi principali : naqà tìjv As^iv e è'^co vrjg Àé^ecog.
" Alla Prima Classe principale novera (De Soph. Elench., c. 4) come
appartenenti sei specie: ófihìvvfila (aequi vocatio), àfMpifioXia
(ambiguitas) , ovv&soig (fallacia a 8 sensu diviso ad sensum
compositum), diaigeoig (fallacia a sensu composito ad sensum "
divisum), jiQoacpòia (accentus), a%f[na vf/g Aé^sojg (figura dictionis) : de'
quali Sofismi " però il terzo ed il quarto (la confusione del senso
distributivo e del collettivo, " ovvero la confusione di ciocche
vale in modo speciale di tutti i singoli od in ogni " singolo
rapporto, e di ciocche vale della generalità come tale), in quanto appar-
" tenenti alle fallaciis secundum dictionem, si lasciano aggruppare
(subsumere) sotto " il concetto dell'anfibolia nel senso indicato di
sopra. (Per ayfifiaza zfjg Aé^scog " Aristotele intende qui le forme
grammaticali de' nomi e de' verbi, e, secondo " Poet. c. 19, in modo
speciale le proposizioni grammaticali fondate sui diversi rap- 8 porti di
Predicato con Soggetto : proposizioni grammaticali, alla cui espressione
" servono in parte i Modi verbali, come Comando, Preghiera, Minaccia,
Enunciazione, " Domanda e Risposta). " Alla Seconda
Glasse principale, cioè ai Sofismi è'^oy xfjg Àé^eag, Aristotele novera
" come appartenenti le seguenti sette specie : naqà tò avfi^s^rjìióg
(fallacia rationis " ex accidente), tò ànX&g fj [lì] àicl&g
(a dicto simpliciter ad dictum secundum quid), " fj tov èXéy%ov
àyvoia (ignoratio elenchi), naqà tò èuó/À,evov (fallacia rationis ex
* consequente ad antecedens), tò èv àQ%fj Aafifiàveiv, aheìa&ai
(petitio principii), " tò /li] ahiov Ti&épai (fallacia de non
causa ut causa), tò tó tiàeiù) èqo)%fji4,ma ev " noielv (fallacia
plurium interrogationum). Se non che questi errori sono in parte
errori di dimostrazione (Beweisfehler ; " ved. appresso paragr.
137). Degli errori indicati adduce Aristotele stesso esempi " nel
suo scritto tieqì %<òv ao<pianxò)v èXéy%(av ; si può paragonare con esso
il Dialogo " di Platone (o di un platonico) Eutidemo. Antiche e
moderne esemplificazioni, però * in gran parte già fatte, dà il
Fries {System der Logik, paragr. 109). Una diffusa ed esatta disamina di
Sofismi si trova in Mill, Log. trad. da Schiel, 2 (e 3) Ediz., "
pag. 398-432. Rispetto al carattere nebuloso e confuso di parecchie moderne
spe- * culazioni, e rispetto ad innumerevoli sofismi, per mezzo de'
quali, dato l'insolvibile " compito di derivare il pieno dal vuoto,
si è creduto di ottenere l'apparenza di una * soluzione, ha detto
il Trendelenbtjrg (Eri. su den Ehm. der Arisi. Log., 1842, p. 69) "
con ragione : * Sarebbe tempo di tradurre secondo il tempo moderno (iris
Moderne) " lo scritto aristotelico degli Elenchi Sofistici „. Questo
compito è stato risolto soltanto in modo unilaterale mediante Y Antibarbarus
logicus von Cajus, 1851 ; 2 a Ediz., " 1° fase, 1853, comunque il
suo autore nel campo del pensiero filosofico sappia " esercitare con
destrezza di Polizia certe funzioni (polizeiliche) di vigilanza s .
Chiudo la mia considerazione ed esposizione della logica del lizao, e
concludo dicendo che questi punti fondamentali del pensiero logico del
lizeo e la corrispondente legislazione del medesimo sono addirittura una
immortale creazione, che non i soli 24 secoli passati han già confermata
e glorificata, ma che continueranno a confermare e glorificare anche i
secoli venturi. Grice: “How can people speak of
‘mathematical logic’ when Russell says that mathematics rests on logic?!” –
logica aritmetica, aritmetica logica – His exposition of ‘logica aristotelica’
is impressive, and overlaps with Grice/Strawson’s seminars on Categoriae and De
Interpretatione. His editorial work on Ceretti is excellent. He has written on
some other Italian philosophers, too. Pasquale D’Ercole. Ercole. Keywords: difesa
della metafisica, panlogica, esologia, essologia, sinautologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ercole” – The
Swimming-Pool Library.
Grice
ed Ermino: il portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Porch.
Contemporary of Plotino. He confined his activities mainly to teaching and
wrote little or nothing.
Grice
ed Ermodoro: all’isola -- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. He
was a pupil of Plato of whom he wrote a biography. He also wrote a history of
mathematics. According to Suda, he took Plato’s books and sold them.
Grice
ed Erode: la filosofia degl’ottimati -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Erode Attico – One of the richest and best connected people in the
Roman empire. More of a sophist and a friend of philosophers than a philosopher
himself. He condemned the Porch philosophers for their lack of feeling. Erode
Attico.
Grice
ed Eschine: la setta di Napoli. Roma – filosofia antica – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Giannantoni,
G. (1990), Socratis et Socraticorum Reliquiae, iv (Elenchos. Collana di testi e
studi sul pensiero antico diretta da Gabriele Giannantoni 18: Naples). 'L'
Alcibiade di Eschine e la letteratura socratica su Alcibiade'. In G.
Giannantoni and M. Narcy (eds.), Lezioni Socratiche (Elenchos. Collana di testi
e studi sul pensiero antico diretta da Gabriele Giannantoni 26: Naples.
Aeschines of Neapolis (Naples) –According to Diogene Laerzio, Eschine was a
Platonist and favourite pupil of Melantio di Rodi. He seems to have been the
same person as the Eschine said by Plutarco to have studied under Carneade. Eschine.
Grice
ed Esimo – Roma – filosofia antica – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. An
undated inscription found at Pergamum refers to Claudio Esimo as a philosopher.
Grice
ed Estieo – la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean. Suda says he was the father of
Archita di Taranto.
Grice ed Esposito: l’implicatura
conversazionale -- il sistema dell’in/differenza – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Piano di Sorrento).
Filosofo italiano. Grice: “I like Esposito; of course, his ‘origine della
filosofia italiana’ owes a bit to the historians of Roman literature and that
infamous embassy of the very best of Grecianism: Carneade, Critolao, and
Diogene!” 599 ab urbe condita!”. Parte dalla constatazione dell'esaurirsi del
tradizionale lessico della politica e dalla consapevolezza della necessità di
una sua diversa formulazione. Su questo presupposto, si incentra sulla ripresa
e sulla rielaborazione di questa tradizione all'interno di nuove esigenze, a
partire da una re-interpretazione delle categorie classiche della filosofia. A
tal fine nelle sue opere lascia interagire saperi e linguaggi differenti, dalla
filosofia alla letteratura, all'arte, alla poesia, all'antropologia, alla
teologia. Dopo i primi studi su Vico e
Machiavelli, il suo lavoro si è concentrato intorno a quattro nuclei tematici. L'impolitico
viene inteso come rovescio impensato dalla politica. Le riflessioni su questo
tema sono confluite in “Categorie dell'impolitico” (il Mulino, Bologna), Nove
pensieri sulla politica (Bologna, il Mulino), “L'origine della politica” (Roma,
Donzelli). La filosofia della comunità e
biopolitica sono confluite in una trilogia. “Communitas: origine e destino
della comunita” (Einaudi, Torino)” è un tentativo concettuale di ridefinire il
concetto di comunità, al di fuori di ogni riferimento ai comunitarismi passati
e presenti, privilegiando piuttosto gli filosofi da Rousseau a Kant, da
Heidegger a Bataillein cui prevale una concezione della comunità in quanto
legge comune dell' “essere insieme”, ma anche la coscienza tragica di ciò che
contiene di irrealizzabile da un punto di vista politico. “Immunitas:
protezione e negazione della vita” (Einaudi, Torino) è una lettura biopolitica
dei conflitti in seno al corpo sociale. “Immunitas” persegue il lavoro di scavo
teorico cominciato in Communitas e pone la categoria dell'immunità al centro di
questa riflessione sulle contraddittorie strategie di difesa della società
rispetto ai rischi, reali e immaginari, che la insidiano. In questo senso
l’immunizzazione è allo stesso tempo una protezione e una negazione della vita
che rischia sempre di diventare una sorta di malattia immune del corpo sociale.
“Bios: biopolitica e filosofia” (Einaudi, Torino) è una rilettura, a partire di
Foucault, della storia del pensiero biopolitico alla luce del concetto d'immunità.
Essendo l'immunitas una protezione negativa della vita, la biopolitica che ne
incorpora le procedure è sempre a rischio di trasformarsi in tanato-politica.
Ciò non toglie che possa profilarsi una, sia pur problematica, nozione
affermativa di bio-politica. Al concetto
di persona e di impersonale ha dedicato “Terza persona: politica della vita e
filosofia dell’impersonale” (Einaudi, Torino) e “Due. La macchina della
teologia politica e il posto del pensiero” (Einaudi, Torino) e “Le persone e le
cose” (Einaudi, Torino). A partire da una critica del concetto, giuridico
romano di persona, inteso come un dispositivo che separa la vita umana da se
stessa, l’impersonale è inteso come la forma di una possibile ri-unificazione
tra corpi. e persona. Nel dittico
costituito da “Pensiero vivente. Origine a attualità della filosofia italiana”
(Einaudi, Torino) e “Da fuori. Una filosofia per l'Europa” (Einaudi, Torino) ha
ricostruito i caratteri prevalenti della tradizione filosofica italiana, a partire
da Machiavelli, Bruno e Vico, fino a quella che viene definita Italian Theory.
Essi riguardano la connessione tra le categorie di storia, politica e vita.
Altre opere: La politica e la storia. Machiavelli e Vico (Liguori, Napoli); Termini
della politica. Comunità, immunità, biopolitica (Mimesis, Milano); “Politica e
negazione: per una filosofia affermativa” (Einaudi, Torino); “La filosofia
italiana come problema: da Spaventa
all’Italian Theory, "Giornale Critico di Storia delle Idee"; “Protezione
e negazione della vita (Einaudi, Turin), più largamente, documenti di tutti gli
interventi ripresi, con le risposte dell'autore).Politiche della vita sul
margine pericoloso dell'impersonale, di Ciccarelli per il «Centro per la
Riforma dello Stato». Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. The
category of applicational generality relates to Esposito’s concept of the
im-PERSONAL. La terza persona is not a person like “I” and “thou”. Grice uses ‘person’ generally, “Someone (i.
e. I) is hearing a noise). “Someone” is (Ex) with the addition of ‘person’. A
sock is not a someone; a rose bush is not a someone – a dog is not for Grice a
someone. But then ‘someone’ is a solecism.
Esposito considers the communication and community alla Tonnies. Grice
knows the connection community and communication, when he criticizes Stevenson
for trying to define the Anglo-Saxon ‘meaning,’ circularly, in terms of
‘communication. – The problem of the third person is fascinating. Obviously a
grammarian’s mistake – a grammarian usually not knowing anything about
philosophy, used philosophical concepts – such as person – first person for “I”
is ok, second person for “Thou” is okay – when it comes to verbs, and pronouns,
“The chair is comfy” (La sedia e comoda.) – there is nothing personal about a
chair being personal. It is not true that someone is comfortable (jemand). –
there’s nothing personal about this. Since Homer, prosôpon [πϱόσωπоν],
etymologically “what is opposite the gaze,” has designated the human “face” in
particular, and then, metaphorically, the “façade” of a building, and
synechdochically, the whole “person” bearing the face. Another remarkable
semantic extension is that of the theatrical “mask” (Aristotle, Poetics
1449a36), leading in turn to the meaning “character in a drama” (Alexandrian
stage directions for dramatic works regularly included the list of the prosôpa
tou dramatos [πϱόσωπα τоῦ δϱάματоς]), and then to a narrative. Its Latin
equivalent, persona, refers in its turn to the mask that makes the voice
resonate (personare), before it designates a character, a personality, and a
grammatical person (Varro). The meaning of the compound prosôpopoiein [πϱоσωπо-πоιεῖν]—“to
compose in direct discourse,” that is, to make the characters speak
themselves—clearly shows that the dramatic meaning of prosôpon had a
particularly great influence on the history of the word. In any event, it seems
quite likely that when grammarians adopted prosôpon to designate the
grammatical “person,” they were thinking of the dialogue situation
characteristic of the theatrical text, which makes use of the alternation
“I-you”: the face-to-face encounter between person(age)s is rooted in the
category of the “person” (see SUBJECT, Box 6). Whereas terms like “tense”
(chronos [χϱόνоς]) and “case” (ptôsis [πτῶσις]) are attested before they appear
in strictly grammatical texts, this is not the case for prosôpon used to refer
to the “person” as a linguistic category. On the other hand, in the earliest
grammatical texts, and in a way that remains perfectly stable later on,
prosôpon is adopted to describe both the protagonists of the dialogue and the
marks, both pronomial and verbal, of their inscription in the linguistic
material. In fact, the main difficulty encountered by grammarians regarding the
notion of prosôpon seems to have been how properly to articulate reference to
real persons occupying differentiated positions in linguistic exchange
(speaker, addressee, other) with reference to the person as a grammatical mark.
This difficulty occurs notably in a quarrel about definition. In the Technê
attributed to Dionysius Thrax (Grammatici Graeci 1.1 [chap. 13, p. 51.3 Uhlig =
57.18 Lallot]), the verbal accident of prosôpon is defined as follows: Prosôpa
tria, prôton, deuteron, triton; prôton men aph’ hou ho logos, deuteron de pros
hon ho logos, triton de peri hou ho logos [Пϱόσωπα τϱία, πϱῶτоν, δεύτεϱоν, τϱίτоν·
πϱῶτоν μὲν ἀφ’ оὗ ὁ λόγоς, δεύτεϱоν δὲ πϱὸς ὃν ὁ λόγоς, τϱίτоν δὲ πεϱὶ оὗ ὁ
λόγоς]. There are three persons: first, second, third. The first is the one
from whom the utterance comes, the second, the one to whom it is addressed, the
third, the one about whom he is speaking. This minimal definition clearly sets
forth the two protagonists of the dialogue, distinguishing them by their
position in the exchange, and introduces without special precaution a third
position, characterized as constituting the subject matter of the utterance.
The parallelism of the three definitions—a simple pronoun for each
“person”—masks the lack of symmetry between the (real) first and second persons
and the third person; the latter, as Benveniste pointed out (Problèmes de
linguistique générale, 228), may very well not be a “person” in the strictest
sense. This definition, which remained canonical for several centuries, was attacked
by Apollonius Dyscolus, who completed it as follows (I adopt the formulation in
Choeroboscos [Grammatici Graeci 4.2 (p. 10.27 Uhlig)], a Byzantine witness to
the Alexandrian master): Prôton men aph’ hou ho logos peri emou tou
prosphônountos, deuteron de pros hon ho logos peri autou tou prosphônoumenou,
triton de peri hou ho logos mête prosphônountos mête prosphônoumenou [πϱῶτоν μὲν
ἀφ’ оὗ ὁ λόγоς πεϱὶ ἐμоῦ τоῦ πϱоσφωνоῦντоς, δεύτεϱоν δὲ πϱὸς ὃν ὁ λόγоς πεϱὶ αὐτоῦ
τоῦ πϱоσφωνоυμένоυ, τϱίτоν δὲ πεϱὶ оὗ ὁ λόγоς μήτε πϱοσφωνοῦντος μήτε πϱоσφωνоυμένоυ].)
The first person is the one from whom the utterance comes meaning me, the
speaker, the second, the one who to whom the utterance is addressed meaning the
addressee himself, the third the one about whom the utterance speaks and who is
neither the speaker nor the addressee. Apollonius’s arrangement contributes
useful explanations: (a) each “person,” including the first two, can be the
subject of the utterance; (b) the third is defined negatively as being neither
the first nor the second (which implicitly opens up the possibility that it is
a “person” only in an extended sense, insofar as it does not need to be
competent as an interlocutor); (c) the overlap of enunciation and enunciated is
explicit: there is a first person when the utterance refers to the
enunciator-source, a second person when it refers to the addressee, and a third
when it refers to someone or something else. Despite the incontestable advance
represented by Apollonius’s revision, it nonetheless leaves an ambiguity
regarding the designatum of prosôpon: are we talking about extralinguistic
entities, “persons” engaging in dialogue or not, or are we talking about
linguistic entities, “accidents” of the conjugated verb and the pronomial
paradigm (personal pronouns)? Apparently the former, which is surprising coming
from a grammarian who prides himself on correcting another grammarian. In fact,
there is hardly any doubt that in Apollonius, the ambiguity I mentioned is
still attached to the term prosôpon. Consider the following text, taken from
Apollonius’s Syntax 3.59 (Grammatici Graeci 2.2 [p. 325.5–7 Uhlig]): Ta gar
meteilêphota prosôpa tou pragmatos eis prosôpa anemeristhê, peripatô,
peripateis, peripatei [τά γὰϱ μετειληφότα πϱόσωπα τоῦ πϱάγματоς εἰς πϱόσωπα ἀνεμεϱίσθη,
πεϱιπατῶ, πεϱιπατεῖς, πεϱιπατεῖ]. The persons who take part in the act [of
walking] are distributed into persons: I walk, you walk, he/she walks. We can
interpret this to mean that in a group of persons—extralinguistic entities— who
are walking, every utterance concerning the walk will elicit the appearance of
verb endings distributing the walkers among the three grammatical persons: such
is the alchemy of Apollonius’s prosôpon. Jean Lallot BIBLIOGRAPHY Benveniste,
Émile. “Structure des relations de personne dans le verbe.” Chap. 18 in
Problèmes de linguistique générale, 225–36. Paris: Gallimard, 1966. Translation
by M. A. Meek: Problems in General Linguistics. Coral Gables, FL: University of
Miami Press, 1971. Grammatici Graeci. Edited by A. Hilgard, R. Schneider, G.
Uhlig, and A. Lentz. Leipzig: Teubner, 1878–1902. Reprint, Hildesheim, Ger.:
Olms, 1965. Lallot, Jean. La grammaire de Denys le Thrace. Paris: Le Centre
National de la Recherche Scientifique. Wikipedia Ricerca
Liberté, Égalité, Fraternité motto della Francia Lingua Segui Modifica
Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento società non cita le
fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Liberté, Égalité, Fraternité
(in italiano Libertà, Uguaglianza, Fratellanza) è un celebre motto risalente al
Settecento e associato in particolare all'epoca della Rivoluzione francese,
divenuto poi il motto nazionaledella Repubblica Francese. Testo
esposto su un cartello che annunciava la vendita dei biens nationaux, ovvero di
quei possedimenti e domini della Chiesa (edifici, oggetti, terreni e foreste)
che furono confiscati dopo la Rivoluzione francese (1793). All'epoca, il motto
fu talvolta mutato in Libertà, Egualità, Fraternità, o Morte: ma quest'ultima
parte fu poi abbandonata perché troppo fortemente associata con il regime del
Terrore LibertàModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Libertà. La prima parola del motto repubblicano francese è
"Liberté", che fu all'inizio concepita secondo l'idea liberale. La
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789) la definiva così:
«La libertà consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui».
«Vivere liberi o morire» fu un grande motto repubblicano, adottato nello stemma
originale del Club dei Giacobini. Sotto il governo giacobino-montagnardodel
Comitato di salute pubblica, di cui Maximilien de Robespierre fu il leader più
importante (cosiddetto regime del Terrore), divenne famoso il motto: «Nessuna
libertà per i nemici di essa». UguaglianzaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Uguaglianza sociale. Timpano di
una chiesa con un'iscrizione risalente al 1905, anno della legge sulla
separazione tra Chiesa e Stato Secondo termine del motto repubblicano, la
parola "Égalité", significa che la legge è uguale per tutti e le
differenze per nascita o condizione sociale vengono abolite (egualitarismo);
ognuno ha il dovere di contribuire alle spese dello Stato in proporzione a quanto
possiede. Il principio teoricamente era già presente nel concetto di Stato di
diritto, ma con la Rivoluzione Francese venne praticamente messo in atto.
FratellanzaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Fraternità. Nella Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino,
parte integrante e iniziale della Costituzione dell'anno III (1795), la parola
"Fraternité", terzo elemento del motto repubblicano, è definita così:
"Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi"
(cosiddetta etica della reciprocità) Origini e usoModifica I primi
contenuti riferibili al motto Liberté, Égalité, Fraternité sono presenti nel
saggio pubblicato nel 1774 a Londra da Jean-Paul Marat, Work wherein the
clandestine and villainous attempts of princes to ruin liberty are pointed out
("Opera in cui s'illustrano i sotterranei e scellerati tentativi dei
prìncipi di cancellare la libertà"), che egli pubblicherà poi in francese
col titolo più noto Les chaînes de l'esclavage("Le catene della
schiavitù"), dove si anticipavano i temi dell'azione politica: una
violenta presa di posizione contro il dispotismo a favore della sovranità
popolare e dell'uguaglianza. Successivamente, nel libro La Costituzione, o
Progetto di Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789
vengono ripresi e perfezionati gli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
che verranno progressivamente adottati a motto e simbolo. La prima formulazione
del motto è attribuita a Camille Desmoulins (l'inventore anche della coccarda
tricolore francese) per la Festa del 14 luglio 1790, anniversario della presa
della Bastiglia.[1] Sebbene Liberté, Égalité, Fraternité sia un motto
nato dalla Rivoluzione francese e usato nella Prima repubblica, occorre
attendere la IIIe République (Terza Repubblica) perché venga adottato come
simbolo ufficiale: prima di allora il motto subisce una battuta d'arresto,
insieme ai principi fondanti della Repubblica. L'Impero e la Restaurazione
trascurarono la valorizzazione legislativa del motto, che ritorna alla pubblica
ribalta solo nel 1848 grazie alla penna di Pierre Leroux, all'epoca
rappresentante del popolo in seno alla Assemblée Nationale (Assemblea
Nazionale). Egli partecipa attivamente al percorso di riconoscimento del motto
come principio costituente della Seconda Repubblica. Nell'ambito di una
repubblica a cui sovente si pospone l'aggettivo "operaia", il motto
acquista significati più ampi: l'adozione del suffragio universale estende a
tutti la Liberté di scelta politica. La Commission du Luxembourg (Commissione
del Luxembourg), nel promuovere le Associazioni Operaie (antenate delle
cooperative di produzione), estende l'Égalité ai domini specifici dell'economia
e della società. Infine, per mezzo di uno Stato che assegna la sovranità al
popolo, la Fraternité esprime il senso della solidarietà e modera i potenziali
ardori estremisti delle altre due sorelle. Mentre in passato si tendeva a
privilegiare l'Égalité o la Liberté, questa fase storica vede la Francia
percorrere la strada della democrazia con un maggiore equilibrio.
Tuttavia, ancora una volta, la Repubblica si divide: la repressione popolare
del giugno 1848 e il ritorno dell'Empire rimettono in vigore la filosofia e la
portata sociale del triplice motto. È necessario che trascorrano ancora dei
decenni per arrivare a vedere, nel 1880, la celebre massima incisa sui frontoni
di tutti gli edifici pubblici. Poi, le Costituzioni del 1946 e 1958riconoscono
autorevolmente il valore che il triplice motto ha per la storia del Paese
d'oltralpe. Liberté, Égalité, Fraternité rappresentano un valore così
grande da travalicare i confini della Francia, sono simboli che hanno portata e
rilevanza universali. Questo motto, nato dalla fucina d'idee della rivoluzione
francese, è un caposaldo irrinunciabile della moderna cultura
dell'Occidente. Alcune repubbliche sorelle della Francia rivoluzionaria
come la Repubblica Cisalpina napoleonica e la Repubblica Napoletana adottarono
un motto simile ("Libertà Eguaglianza" e "Libertà e Uguaglianza").
NoteModifica ^ Yannick Bosc, «Sur le principe de fraternité», 19 janvier 2010.
Voci correlateModifica Emblemi della Francia Motti nazionali Altri
progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Liberté, Égalité, Fraternité Collegamenti
esterniModifica liberte, egalite, fraternite, su Treccani.it – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata ( EN ) Liberté,
Égalité, Fraternité, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Modifica su Wikidata (IT) Il motto della Repubblica francese - Il sito
ufficiale della Francia ( FR ) Liberté, Égalité, Fraternité, su Les symboles de
la République française, Présidence de la République - Élysée.fr. URL
consultato il 9 giugno 2010 (archiviato dall' url originale il 4 aprile
2010). Portale Francia Portale Rivoluzione francese
Ultima modifica 4 giorni fa di Vituzzu PAGINE CORRELATE Emblemi della Francia
Révolution nationale Stemma di Haiti Wikipedia Il contenutoWikipedia Ricerca
Uguaglianza sociale ordinamento per cui tutte le persone di una società godono
degli stessi diritti e doveri Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni
Questa voce sugli argomenti diritti umani e sociologia è solo un abbozzo.
Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i
suggerimenti del progetto di riferimento. Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione sugli argomenti diritto e sociologia è priva o carente di note e
riferimenti bibliografici puntuali. L'uguaglianza sociale - che si applica ai
diritti e ai doveri della persona, considerati in termini di giustizia- è un
ideale che dà ad ognuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale e dalla
sua provenienza, la possibilità di essere considerato alla pari di tutti gli
altri individui in ogni contesto. Si tratta di un ideale presente, almeno come
tale, in tutti i paesi civilizzati, come rivendicazione di pari dignità
individuale e sociale per tutti. Luigi Taparelli d'Azeglio Mentre
il concetto di giustizia sociale può essere ricondotto alla teologia di
sant'Agostino e alla filosofia di Thomas Paine, il termine "giustizia
sociale" iniziò ad essere esplicitamente utilizzato negli anni '80 del
1700. Al sacerdote gesuita Luigi Taparelli viene tipicamente riconosciuto l'aver
coniato il termine, che si è poi diffuso durante i moti rivoluzionari del
1848attraverso le opere di Antonio Rosmini.[1][2] StoriaModifica Studi
antropologici su siti archeologici indicano l'esistenza di una sostanziale
uguaglianza nelle società di cacciatori-raccoglitori mentre con l'avvento
dell'agricoltura si rilevano gli inizi delle disuguaglianze[3]. Concetti
di baseModifica L'uguaglianza sociale è una situazione per cui tutti gli
individui all'interno di società o gruppi specifici isolati debbano avere lo
stesso stato di rispettabilità sociale. Come minimo, l'uguaglianza sociale
comprende la parità di diritti umani e individuali secondo la legge. Esempi
sono la sicurezza, il diritto di voto, la libertà di parola e di riunione, e
dei diritti di proprietà. Tuttavia, essa comprende anche l'accesso
all'istruzione, l'assistenza sanitaria e altri basilari diritti sociali, ed
inoltre pari opportunità e obblighi. Genere sessuale, orientamento
sessuale, età, origine, casta o classe, reddito e proprietà, lingua, religione,
convinzioni, opinioni, salute o disabilità non devono tradursi in una disparità
di trattamento. Un problema aperto è la disuguaglianza orizzontale, la
disuguaglianza di due persone della stessa origine e capacità. Nel mondo
contemporaneo, poi, "i confini dell’uguaglianza sociale si spostano in
avanti: dopo le importanti conquiste dei diritti sociali, legate alle lotte di
emancipazione dei lavoratori e alla costruzione dei moderni welfare state, si
apre oggi un piano di azione per una emancipazione ulteriore, che ha
caratteristiche più sottili e insieme più profonde: quelle della agibilità
effettiva dei diritti sociali formalmente sanciti e del pieno dispiegamento
delle capacità individuali ancora compresse o sotto-utilizzate per una larga
parte della popolazione. In questi termini appare evidente la natura
«universalistica» delle nuove politiche, come politiche per la promozione delle
capacità e l’empowerment di tutti i cittadini. Il principio universalistico
dunque è costitutivo dell’approccio di queste nuove politiche"[4].
In filosofiaModifica L'uguaglianza in termini aristotelici è l'analogia delle
parti da attribuire a soggetti uguali rispetto a qualche caratteristica
specifica (eguaglianza proporzionale) o la pura uguaglianza matematica. Ci sono
diverse forme di uguaglianza relative alle persone e alle situazioni sociali.
Per esempio, si può considerare la parità tra i sessi per quanto riguarda
l'accesso al lavoro; le persone interessate sono di sesso opposto, la cui
situazione sociale comune è l'accesso all'occupazione. Allo stesso modo, la
parità di opportunità, in senso generale, implica l'idea che le persone
dovrebbero essere nelle stesse condizioni di partenza nella vita, ovvero che
tutti dovrebbero avere pari opportunità indipendentemente dalla loro nascita e
successione. Peraltro, una perfetta uguaglianza sociale è una situazione
ideale che, per vari motivi, non ha riscontro in alcuna società odierna. Le
ragioni di ciò sono ampiamente dibattute: circostanze concrete, addotte per il
perpetrarsi della disuguaglianza sociale, sono comunemente ritenute l'economia,
l'immigrazione/emigrazione, la politica estera e gli altri vincoli di cui
soffre la politica nazionale. Storia delle ideeModifica L'uguaglianza
sociale è un obiettivo politico soprattutto dei partiti di ispirazione
socialista in tutte le sue variegature storiche. Il concetto di uguaglianza
anche in massoneria è estremamente importante, divenendone uno dei cardini
unitamente alla tolleranzaed alla fratellanza. Le battaglie in questa direzione
hanno avuto un apice con l'abolizione dei privilegi della rivoluzione americana
del 1791. La prima parla di Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del
cittadino, versione francese del 1789, comincia così: Les hommes naissent et
demeurent libres e lala7 en droits (Gli uomini nascono e rimangono liberi
e uguali nei diritti). In antitesi vi è il concetto di gerarchiameritocratica
tipico della destra, mentre un sincretismo può considerarsi il
"comunitarismo". Un controesempio di uguaglianza sociale è stata
ritenuta la disuguaglianza sociale dell'Europa medievale.
MedioevoModifica Il concetto di uguaglianza tra le persone si riscontra anche
in epoca medievale. Si tratta di un concetto ereditato dall'epoca della
cavalleria (che raggiunse il suo apice durante il XII secolo), dove grande
importanza aveva l'ideale secondo cui la vera nobiltà sgorgava dal cuore delle
persone, i quali quindi sarebbero stati al fondo tutti uguali. «...tu
vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo Creatore
tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create.
La virtù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne
distinse;» (Boccaccio, Decameron) Tra gli studiosi dell'epoca medievale
c'è chi (si può citare Huizinga) rintraccia in quei documenti che testimoniano
la diffusione di questo principio i presupposti per poter parlare
dell'esistenza di un ideale egualitaristico già in epoca medievale.[6] Se così
fosse, nonostante la grande diffusione nella letteratura di corte dell'epoca,
andrebbe comunque sottolineato come questo primitivo concetto di uguaglianza si
limiti tuttavia a una mera considerazione di natura morale, senza che sia
minimamente avvertita la necessità, da parte di chi abbraccia tale ideale
(nella fattispecie i membri della nobiltà), di attivarsi per operare
attivamente sulla società per ridurre le disuguaglianze esistenti. Ciò si può
anche spiegare in base al fatto che durante il Medioevo dominava nella cultura
popolare e nobiliare una visione della società divisa in classi, regolate da
rapporti gerarchici ben precisi secondo un ordine che non poteva essere messo
in discussione, in quanto emanazione diretta della Divinità[7]. Rimanendo
nell'ambito di questa interpretazione, l'unica nozione diffusa relativa
all'uguaglianza tra le persone, al di fuori dei già nominati ideali nobiliari,
è l'uguaglianza di tutti di fronte alla morte. Nella Costituzione
italianaModifica In Italia il principio è riconosciuto nell'art. 3 della
Costituzione il quale afferma che: «Tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza,
di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e
sociali» (eguaglianza in senso formale) Quest'articolo esprime il
principio di uguaglianza in base al quale non devono essere attuate
discriminazioni di alcun genere tra i cittadini. Tale principio può apparire
scontato ma ci sono state, anche in tempi recenti, situazioni in cui esso non
era assolutamente riconosciuto. Concludendo, poi, che: «È compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il
pieno sviluppo della persona umana» (eguaglianza in senso sostanziale. Paine,
Agrarian Justice, Printed by R. Folwell, for Benjamin Franklin Bache. ^ J.
Zajda, S. Majhanovich, V. Rust, Education and Social Justice, 2006, ISBN
1-4020-4721-5 ^ Kohler,et al., Greather post-Neolithic wealth disparaties in
Eurasia than in North America and Mesoamerica , Nature, 2017, 551, 619-622, in
Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza,Introduzione, 2019,
ed.Laterza, Bari, Paci e E. Pugliese (a cura di), Welfare e promozione delle
capacità, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 25-26. ^ Domenico V. Ripa Montesano,
Vademecum di Loggia, Roma, Edizione Gran Loggia Phoenix, 2009, ISBN
978-88-905059-0-4. ^ L'autunno del Medioevo, p. 82. ^ L'autunno del
Medioevo, p. 77. ^ Tra i contributi alla stesura di questa parte della norma
costituzionale si ricorda quello di Massimo Severo Giannini, offerto su
richiesta del costituente Lelio Basso. Ritenendosi da parte socialista che
fosse “un tradimento fermarci all'enunciazione dell'uguaglianza formale”, ma
non essendo “pensabile una norma di garanzia dell'uguaglianza economica e
sociale, che presupponeva un tipo di Stato allora e anche oggi inesistente”,
Giannini propose due soluzioni alternative: la prima più spinta, che impegnava
la Repubblica a offrire a tutti i cittadini “uguali posizioni economiche e
sociali di partenza”; l'altra che corrispondeva al testo poi accolto. E senza
una minima carica retorica noterà che “non avevamo intenzione di fare del
nuovo, ma solo di affermare un principio di dinamica dell'azione dei pubblici
poteri per una società più giusta” (Cesare Pinelli, Lavare la testa all'asino,
in Mondoperaio, n. 11-12/2015, p. 36). BibliografiaModifica Carlo Crosato,
L'uguale dignità degli uomini. Per una riconsiderazione del fondamento di una
politica morale, ed. Cittadella, Assisi 2013. Huizinga, L'autunno del Medioevo,
Roma, Newton Compton, 2011 [1919] , p. 82. John Rawls, Una teoria
della giustizia, in Sebastiano Maffettone (a cura di), Universale economica,
traduzione di Ugo Santini, 5ª ed., Milano, Feltrinelli, Rousseau, Il contratto
sociale, in Universale economica, traduzione di Jole Bertolazzi, introduzione
di Alberto Burgio, 12ª ed., Milano, Feltrinelli, Alberto Burgio, Eguaglianza,
interesse, unanimità. La politica di Rousseau, Napoli, Bibliopolis, 1989, ISBN
9788870882094. Accademia nazionale dei Lincei, Disuguaglianze e classi sociali:
la ricerca in Italia e nelle democrazie avanzate, in Atti dei convegni lincei,
Roma, Bardi, 2020, ISBN 9788821812026. Voci correlateModifica Differenziazione
sociale Disuguaglianza sociale Distribuzione della ricchezza#Disuguaglianza
Egualitarismo Potere Stratificazione sociale Società (sociologia) Pari
opportunità Femminismo Altri progettiModifica Collabora a Wikiquote Wikiquote
contiene citazioni sull'uguaglianza Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
Commons contiene immagini o altri file sull'uguaglianza Collegamenti
esterniModifica Eguaglianza, su Enciclopedia Treccani, Portale Diritto
Portale Politica Portale Sociologia Egualitarismo dottrina
politico-sociale che propone la parità di diritti e opportunità degli
individui Una teoria della giustizia Uguaglianza di genere in Azerbaigian
Wikipedia Il contenutoeguaglianza Condizione per cui ogni individuo o
collettività deve essere considerato alla stregua di tutti gli altri, e cioè
pari, soprattutto nei diritti civili, politici, sociali ed economici.
L'eguaglianza di tutti davanti alla legge è, assieme alla libertà, un diritto
fondamentale dell'uomo e una delle regole-base di una convivenza democratica.
In Italia l'eguaglianza è garantita dall'articolo 3 della Costituzione. Le
costituzioni democratiche assicurano inoltre l'eguaglianza dei cittadini
attraverso la libera partecipazione alla vita politica e mirano a garantire
pari opportunità nella vita sociale, cioè a offrire a tutti le stesse
possibilità di crescita e di affermazione personale e professionale.
eguaglianza formale e politica Di eguaglianza si parla in molti sensi:
innanzitutto come eguaglianza formale e politica. La prima consiste nel fatto
che tutti i membri della società sono assolutamente eguali nei diritti e nei
doveri senza distinzione di sesso, origine, razza, ricchezza, convinzioni
religiose o politiche, e non devono subire discriminazioni. L'eguaglianza
politica, invece, sta nel fatto che ogni cittadino ha uguale diritto di voto e
può a sua volta essere eletto. Questi ideali di libertà e di eguaglianza si
sono venuti affermando in Europa e negli Stati Uniti alla fine del Settecento,
dopo una lunga lotta contro i regimi monarchici e assolutistici (e contro la
Gran Bretagna per le colonie americane) che riconoscevano, tra l'altro,
privilegi e differenze di status giuridico alle classi aristocratiche. Gli
ideali di eguaglianza hanno trovato espressione nelle dichiarazioni dei diritti
della storia inglese (a cominciare dalla Magna charta libertatum, 1215) e
soprattutto nella Dichiarazione d'indipendenza americana (1776) e nella
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino approvata dall'Assemblea
costituente francese nel 1789, in cui l'enunciazione di tali principi gettava
le basi di un nuovo ordine politico. APPROFONDIMENTO di Stefano De
Luca Entrata nella cultura occidentale con lo stoicismo e soprattutto con
il cristianesimo (che considera tutti gli uomini dotati della stessa dignità, in
quanto figli di un medesimo Padre), l'idea che gli uomini siano eguali tra loro
ha giocato un ruolo decisivo nelle vicende sociali e politiche soltanto a
partire dal Seicento. I principali pensatori politici del 17° e 18° sec. (da T.
Hobbes a J. Locke, da J.-J. Rousseau a I. Kant) partono dall'ipotesi che gli
uomini siano liberi ed eguali e di conseguenza pongono l'origine dello Stato in
un accordo volontario (il patto o contratto) stipulato dagli individui stessi.
Mentre per Platone e Aristotele esisteva una gerarchia 'naturale' (fondata
sull'intelligenza e sul sapere) tra chi è adatto al comando e chi è adatto
all'obbedienza - gerarchia che durante il Medioevo si irrigidì nel criterio
ereditario, fondato sulla nascita - per i moderni pensatori contrattualisti gli
uomini dispongono di eguali diritti e di conseguenza l'ordine sociale e
politico è qualcosa di 'artificiale', che gli individui costruiscono tramite
accordi. Queste idee troveranno spettacolare applicazione nelle due
grandi rivoluzioni moderne, quella americana e quella francese, i cui più
famosi documenti si aprono con un solenne richiamo all'idea di eguaglianza.
All'inizio della Dichiarazione d'indipendenza americana (1776) troviamo un
elenco di 'verità' autoevidenti, la prima delle quali è "che tutti gli
uomini sono creati uguali"; e nel primo articolo della Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino (1789) troviamo proclamato il principio
secondo cui "gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei
diritti". 1. Diverse interpretazioni di una stessa idea Il
principio dell'eguaglianza si rivelò ben presto suscettibile di varie
interpretazioni: esso poteva infatti essere invocato sul piano civile, come
eguaglianza di fronte alla legge e nei diritti di libertà (garanzie
giudiziarie, libertà di coscienza, libertà di iniziativa economica); oppure sul
piano politico, come eguale partecipazione al potere tramite il diritto di
voto; oppure, sul piano sociale, come eguaglianza nel possesso di risorse
economiche. La richiesta dell'eguaglianza civile ha caratterizzato, tra 18° e
19° sec., i movimenti politici di ispirazione liberale, la cui principale
preoccupazione era la tutela della libertà individuale da ogni forma di potere
collettivo; l'eguaglianza politica - con la connessa richiesta del suffragio universale
- è stata invece, nella seconda metà del 19° sec., la ragion d'essere dei
movimenti democratici, i quali consideravano la partecipazione di tutti al
potere politico (cioè l'autogoverno collettivo) la forma più alta di libertà;
l'eguaglianza sociale, infine, è stata la bandiera dei movimenti socialisti,
che hanno teorizzato - sino alla metà del 20° sec. - la scomparsa della
proprietà privata e del libero mercato, nella convinzione che la vera libertà
potesse scaturire soltanto dall'eguale possesso delle risorse economiche e non
dal possesso di 'diritti astratti'. Tra questi diversi tipi di
eguaglianza, la differenza più grande è quella che separa l'eguaglianza formale
da quella sostanziale. L'eguaglianza nei diritti civili e politici è un'eguaglianza
formale, perché riguarda la sfera dei diritti e non quella dei beni; di
conseguenza, è compatibile con un grado più o meno ampio di diseguaglianza
sociale. Il fatto di essere eguali di fronte alla legge e nelle libertà
individuali significa che ogni individuo non subisce discriminazioni e che
dispone delle stesse facoltà: ma quanto ai risultati, sul piano sociale, questi
dipenderanno dal suo impegno e dalla sua abilità. Anche l'eguaglianza politica
non incide direttamente sulla sfera sociale, sebbene la partecipazione di tutti
al voto (e quindi, indirettamente, alle decisioni legislative) possa far
prevalere politiche di ridistribuzione della ricchezza. L'eguaglianza sociale,
invece, è un'eguaglianza di tipo sostanziale, giacché non riguarda i diritti,
ma i bisogni, e si traduce nell'eguale distribuzione dei beni: poiché si tratta
di una forma radicale di eguaglianza, in questo caso si è soliti parlare di
egualitarismo. 2. Diritti sociali e pari opportunità Se per gran
parte del 19° sec. lo scontro è stato soprattutto tra liberali e democratici
(divisi dal tema del suffragio universale), nel secolo successivo lo scontro è
stato tra liberali e democratici da un lato e socialisti e comunisti
dall'altro, divisi dal tema dei diritti civili, dei diritti politici e della
libertà economica: dal punto di vista dei socialisti e dei comunisti, infatti,
l'eguaglianza civile e politica era soltanto una maschera degli interessi
economici della borghesia, i quali determinavano la più reale e oppressiva
delle diseguaglianze. Nel corso del Novecento, tuttavia, sono sorte correnti di
socialismo democratico o riformista, che non rifiutavano i diritti conquistati
da liberali e democratici, ma pensavano piuttosto a integrarli con una serie di
diritti e politiche sociali (diritti sindacali, istruzione, assistenza
sanitaria e pensionistica, assegni di disoccupazione, servizi sociali), il cui
scopo è correggere gli squilibri dell'economia di mercato e ridurre le
diseguaglianze sociali. Per altro verso, anche nel pensiero liberale si è
manifestata una maggiore sensibilità sociale, che si è concretata nel principio
dell'eguaglianza delle opportunità, che mira (attraverso le borse di studio, i
prestiti d'onore e altri strumenti) a dotare tutti gli individui delle stesse
possibilità, cioè ad eguagliare i punti di partenza. A partire dagli anni
Sessanta del Novecento, il tema dell'eguaglianza ha giocato un ruolo decisivo
nella questione femminile, ossia nella lotta per eliminare le discriminazioni e
le diseguaglianze tra uomini e donne sul piano dei rapporti personali e dei
ruoli pubblici. Il tema delle 'pari opportunità', in questo ambito, ha avuto
negli ultimi anni un grande risalto: sono sorte infatti apposite istituzioni il
cui scopo è garantire, per le donne, eguali possibilità di carriera nel settore
pubblico e privato e una maggiore presenza nella vita politica (a livello
locale e nazionale).egualitarismo Concezione politico-sociale tendente a
realizzare, accanto all’uguaglianza di diritto sancita dalle norme
costituzionali o legislative, una uguaglianza di fatto, fondata sull’equa
ripartizione dei beni e delle fortune tra tutti i membri di una società.
L’egualitarismo affonda le sue radici nell’Illuminismo e nella Rivoluzione
francese e ha ricevuto particolare impulso dai movimenti socialisti.
1. Egualitarismo salariale Tipo di politica sindacale mirante a ridurre
le differenze retributive tra le diverse qualifiche nell’ambito di una
categoria o nell’insieme dei lavoratori dipendenti. In Italia si è parlato di
egualitarismo salariale per gli aumenti retributivi in cifra fissa previsti dai
contratti collettivi di lavoro (1969-79) e per l’unicità del punto di
contingenza (1975-86).Roberto Esposito. Esposito.
Keywords: fascismo, il Sistema dell’in/differenza, Vico, Spaventa, Machiavelli,
Bruno. Tanato-ethics, tanato-politica, three features of the conversational
imperative: generality: formal generality, applicational generality, conceptual
generality. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Esposito” – The Swimming-Pool
Library.
Grice
ed Eudemo: il principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The
father of Publio Elio Aristides. A philosopher. Antonino liked him.
Grice
ed Eudemo: il lizio romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Friend
of Galen. Lizio.
Grice
d Eudico: la setta di Locri -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to Giamblico.
Grice
ed Eudosso: la setta di Taranto -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Pupil of
Archita di Taranto.
Grice
ed Eulogio: il principe filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Little is
known about him other that he was a philosopher and that the emperor Leo I
arranged for him to be supported at public expense.
Grice
ed Eumenio: la scuola di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) FIlosofo italiano. He
studied philosophy alongside Pharianus and Giuliano.
Grice
ed Eufemo: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico.
Grice
ed Eurimedone: la diaspora di Crotone – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean according to Giamblico.
Grice
ed Eurifamo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. According
to Giamblico, Eurifamo was a disciple of Pythagoras. As an indication of how
seriously Pythagoreans took any agreement, Giamblico relates how Eurifamo once
asked Lisi of Taranto to wait for him outside the temple of Era. Lisi agreed.
Eurifamo forgot all about him and returned the next day to find Lisi still
waiting there. Some fragments of a work on life supposedly by him have
survived.
Grice
ed Eurifemo: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean.
Grice
ed Eurito: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. The
information concerning Eurito is extremely confused. Giamblico describes him as
a pupil of both Pythagora and Filolao di Crotona. He is variously described as
coming from Taranto, Metaponto, and Crotone. According to Diogene Laerzio,
Plato visits Filolao and Eurito in Italia. The connections with Pythagoreanism
and Italy are constants, but unless Eurito lived an ionordinately long time, it
seems safer to assume either that two people by the same name have been
confused with each other, or that some of the information is simply wrong. The
association with Filolao is widely attested and seems unlikely to be wholly
mistaken. Eurito.
Grice
ed Eusebio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Eusebio was
the tutor of Sidonio and Probo. He had his own schoot at Arelate (Arles).
Grice
ed Eusebio: il circolo di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Friend and teacher of Giuliano.
Grice
ed Eustatio: il circolo di Macrobio -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Appears in the Saturnalia of Macrobius.
Grice
ed Eutino: la setta di Locri -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. Pythagorean
according to Giamblico.
Grice
ed Eutino: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Pythagorean
according to Giamblico.
Grice
ed Eutosione: la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico.
Grice
ed Eutropio: l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Friend
of Sidonio. Chastised by Sidonio for manifesting an indifference to public
service that smacked of The Garden.
Grice
ed Evagrio: l’implicatura degl’ottimati -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Evagrio was an aristocratic philosopher based in Rome.
Grice
ed Evandro: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico.
Grice
ed Evandro: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, according to Giamblico.
Grice
ed Evanore: la setta di Sibari – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari) – Filosofo italiano. Pythagorean.
Giamblico.
Grice
ed Evareto: il circolo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He as a
philosopher in Rome, a friend of the lawyer and legal scholar Publio Salvio
Giuliano. Quinto Elio Egrilio Evareto.
Grice
ed Evete: la setta di Locri -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico.
Grice ed Evola: l’implicatura
conversazionale della romanità – l’implicatura di Romolo – filosofia romana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “Evola was a bit of a
linguistic philosopher; I enjoyed his rambling on the proper use of “Latin”
versus “Roman;” Evola notes that the implicatures differ. ‘Roman’ he links with
Spartan, and he opposes to the formation, ‘greco-romano’ o ‘classico’ – “Latin”
he applies to “lingua romana,” as Orazio and Tacitus had done!” – Grice: “If I
had to think of the equivalent linguistic analysis by an English philosopher, I
can only think of DeFoe, and his satire on what constitutes an Englishman!
Later parodied by Gilbert and Sullivan and put to good effect in “Chariots of
Fire,” where Abrams is seen referred to as “HE IS.. an Englishman! For he
himself has said it!” -- - Italian philosopher – Figlio di Vincenzo e Concetta Mangiapane, barone
di Castropignano. Studia a Roma. Manifesta un'opposizione a Roma, soprattutto
in riferimento alla teoria del peccato e della redenzione, del sacrificio
divino e della grazia. Studia filosofia. Entra
in contatto con alcuni esponenti del Futurismo quali Balla e Marinetti. Partecipa
alla esposizione futurista a Palazzo Cova, Milano. Rientra a Roma dopo il
conflitto ed attraversa una profonda crisi esistenziale che lo porta al bordo
del suicidio. Aderisce al Dadaismo ed entra in contatto
epistolare con Tzara. Fonda “Bleu” Esce un saggio sull'idealismo magico. Si
deve superare i limiti dell'umano per andare verso “l'oltre-uomo”.Studia la teoria
e fenomenologia dell'individuo assoluto. Nel
“L'uomo come Potenza” compare una concezione dell'io ispirata ai dettami del
tantrismo e del taoismo. Queste ultime opere segnano un'ulteriore svolta:
passaggio da una posizione filosofica di tipo teoretico ad una di tipo
pragmatico. Cerca infatti di individuare strumenti concreti per mezzo dei quali
calare nella vita quotidiana la teoria dell'Individuo assoluto. Inizia
un'intensa esperienza giornalistica: partecipa alla redazione di Lo Stato democratico
e collabora a riviste come Ultra, Bilychnis, Ignis, Atanor e Il mondo. Frequenta
i circoli esoterici romani e partecipa alla vita notturna della capitale. Disumano
qual è, gelido architetto di teorie funambolesche, vanitoso, perverso, s'è
trovato dinanzi a me come a cosa tutta viva, tutta schietta, mentre aveva
fantasticato chissà quale avventura necrofila. E questa cosa tutta schietta
l'ha turbato, l'ha commosso, segretamente. Coordina “Ur”, che si occupa di
esoterismo. Conosce Reghini. Pubblica “Paganesimo.” Attacca violentemente Roma
ed esorta a ritrovare la grandezza della civiltà romana. Oserà dunque Italia assumere
qui, qui donde già le aquile imperiali partirono per il dominio del mondo sotto
la potenza augustea, solare, regale, oserà qui riprendere la fiaccola della tradizione
mediterrane? Influenzato da Guénon abbandona in seguito le tesi estremiste a
favore del concetto di “tradizione" e fonda “La Torre” destinata a
difendere principi sovrapolitici, in realtà una tribuna di filosofi che si
battevano per una Italia più radicale e più intrepida. Critiche mosse ad alcuni
personaggi del Regime dalle pagine de La Torre, provocano l'intervento di
Starace che prima diffida Evola dal continuare la pubblicazione, poi proibisce
a tutte le tipografie romane di stampare la rivista la cui pubblicazione, alla
fine, viene sospesa. Viene sorvegliato dal regime in quanto accusato di
affiliazione all'Ordo Templi Orientis ed è costretto ad assumere alcune guardie
del corpo (come testimoniato da Massimo Scaligero). In Meditazioni delle vette,
intende l'alpinismo come pratica ascetica e meditazione spirituale: superamento
dei limiti della condizione umana attraverso l'azione e la contemplazione, che
divengono due elementi inseparabili, un'ascesa che si trasforma in ascesi. Successivamente
pubblica due saggi La tradizione ermetica e Maschera e volto dello spiritualismo.
“La tradizione ermetica” è una disamina dell'aspetto magico, esoterico e simbolico
dell'alchimia. “Il volto e la maschera” è un saggio critico su quella filosofia
che invece di elevare l'uomo dal razionalismo e dal materialismo, lo portano
ancora più in basso: spiritismo, teo-sofia, antropo-sofia e psicoanalisi. In “Rivolta
contro il mondo” traccia un affresco della storia letta secondo lo schema
ciclico tradizionale delle quattro età: oro, argento, bronzo e ferro nella
tradizione occidentale. Analizza le categorie qualificanti l'uomo della
tradizione e le anticha "razza divina” Esamina a fondo Il mistero del
Graal e le sue implicazioni dottrinarie nelle visioni dei diversi periodi
storici, impostando tutta la sua disamina sul concetto di "tradizione
ghibellina dell'impero", cercando di svincolare il Graal e la sua portata
simbolica da Roma. Collabora attivamente con la Scuola di mistica da Giani,
tenendo alcune conferenze e figurando nel comitato di redazione della rivista
Dottrina. La maggior parte degli interventi di Evola in conferenze e scritti,
riguardano principalmente il concetto di “razza divina”, argomento che trova
appoggio da parte di Giani. Il concetto di “mistica” rappresenta
un'incongruenza potendo parlare, al più, di “etica.” Questo perché in realtà la
dottrina non affronta il problema dei valori superiori, i valori del sacro,
solo in relazione ai quali si può parlare di mistica. Evola ravveda nella
mistica un elemento rilevatore di una spiritualità lunare e del polo femminile.
E infatti il sottotitolo di Diorama filosoficola pagina prima mensile e poi
quindicinale curata da Evola nel quotidiano Il Regime è: Problemi dell’etica. Una
serie di scritti di Evola relativi alla scuola di mistica, sono stati
pubblicati dall'editore Controcorrente e aiutano in parte a chiarire le posizioni
assunte dal filosofo all'interno della suddetta corrente. Sia in fatto o
nell’ideale, esiste una opposizione fra l'uomo ariano e tradizionale europeo e
l’altri. L’ariano e capace di concepire e di realizzare un'armonia fra corpo ed
anima (“La civiltà occidentale”, Augustea). In “Mito del Sangue ricostruisce le
concezioni sulla razza dalle civiltà fino alle teorie di Gobineau, Woltmann, de
Lapouge, e Chamberlain. L'ariano (da "Arya") appartiene al corpo e lo
spirito. Si esprime negativamente sul colonialismo giudicando l'Etiopia
conquistata dall'Italia nient'altro che una contraffazione degenerescente di un
organismo tradizionale. Critic ail materialismo zoologico. Ha una concezione
dell'uomo come essere costituito da corpo, anima e spirito, dove lo spirito
deve avere il primato sull’anima e il corpo. L’opportunità di questa
formulazione risiede nel fatto che una razza può degenerare, anche restando
biologicamente pura, se lo spirito è diminuito o obnubilat, se ha perso la
propria forza, come presso certi tipi nordici. Un corpo di una data razza si
liga in un individio lo spirito di un'altra razza. Respinge ogni teorizzazione
del razzismo in chiave “zoologica”! ponendo il pensatore tradizionale tra
coloro che «imboccata una certa strada, la seppero percorrere, in confronto con
tanti che scelsero quella della menzogna, dell'insulto, del completo
obnubilamento di ogni valore culturale e morale, con dignità e persino con serieta.
Non è il solo a prendere le distanze dal razzismo zoologico. Altre note figure
della cultura del tempo, come Acerbo, e meno note, come Mazzei, se ne
dissociano. L'impostazione critica data da De Felice su questo passaggio del
pensiero di Evola è particolarmente apprezzata dagli autori filo-evoliani.
Anche Orano sviluppa, secondo taluni, una forma di razza divina etico-sociale
che rinvia a Il mito del sangue di Evola. Primo, in ordine di tempo fu Orano. Dietro
di lui, con una vena più scadente, comparvero Romanini ed Evola. C’e tre ordini
di razza: corpo, anima, spirito. Dunque, Evola riprende, seppur in maniera meno
esplicita, alcune delle teorie del de Gobineu che cercano di identificare una
gerarchia ideale nei gruppi delle razze umane. Cio non impedisce ad Evola di
avere una "doppia affiliazione" ed essere pure membro della
Massoneria. E. non aderisce al Partito e tale mancata adesione gli impedisce di
arruolarsi come volontario contro l'Unione Sovietica nel corso della Seconda
guerra mondiale. Critica del germanismo tuttavia l'incompletezza
nell'attuazione di questo programma, non abbastanza radicale e aderente ai
principi della "Tradizione".Per esempio una difesa della razza e improntata
giuridicamente e il potere e derivato dal popolo e non un potere regale di
origine divina come nell'ideale società ario-germanica delle origini. Teorizza
dunque il tradizionalismo puro, ideale e radicale, capace di attuare i propri
principi e di far trionfare la cultura romana pagana delle origini -- un impero
europeo e pagano sotto la guida egemonica della Roma di Cesare. Fa ritorno
nell'Italia liberata solo al termine della guerra. Essendo rigorosamente
contrario all'abrogazione della Monarchia e alla trasformazione dell'Italia in
una Repubblica, intraprende tentativi di influenza.Si occupa di studiare e
combattere le trame occulte e antitradizionali della massoneria. Pubblica
“Impero”.Scrive E.: “Io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere
certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il
processo a tali concezioni. Ma in tal caso si dovevano far sedere sullo stesso
banco degli accusati: Platone, un Metternich, un Bismarck, il Dante del De
Monarchia e via dicendo.” Si tenta di effettuare una "doppia lettura"
dei suoi testi: una lettura palese per il volgo ed una "esoterica"
per gli "iniziati". Pubblica “Gli uomini e le rovine” che esercita
grande influenza negli ambienti della destra italiana nel quale spiega la
decadenza del mondo moderno in seguito alla distruzione del principio di
autorità e di ogni possibilità di trascendenza per l'affermarsi del
razionalismo, in contrasto con le antiche civiltà e i valori della tradizione. In
“Metafisica del sesso” tratta la forza magica e potentissima dell'atto
sessuale, attraverso lo studio dei simboli esteso a numerose tradizioni. L'«Operaio»
in Jünger. “Cavalcare la tigre”. Scrive sul concetto metafisico ed immanente di
tradizione, come Il Ghibellino. “Gli uomini e le rovine” e “Cavalcare la tigre”
sono considerati due testi fondamentali grazie ai quali c'è una fattiva
adesione al ribellismo anti-sistema”Pubblica Il cammino del cinabro, la sua
autobiografia, e L'arco e la clava. Assiste alla costituzione dei
“dioscuri”, sodalizio dedito al ripristino della cultualità romana ed italica,
di cui è uno degli ispiratori, attraverso i suoi scritti sulla romanità, il
paganesimo e le idee imperiali, oltre che attraverso un particolare rapporto di
intimità con i dioscuri. Solstitivm. Evola è propugnatore del
Tradizionalismo, un modello ideale e sovratemporale di società caratterizzato
in senso spirituale, aristocratico e gerarchico. Tale modello si riscontra, da
un punto di vista storico, in la civiltà romana. La civiltà romana non si basa
su criteri economici, materiali e biologici, ma e suddivisa e gestita in base a
criteri di gerarchia sociale di carattere ereditario e spirituale. Ogni
azione che avviene durante la vita biologica (il divenire) rispecchia
direttamente una medesima azione di carattere metafisico (l'essere) e dunque
imperitura e sovratemporale. Il cammino dell'uomo avviene attraverso un
percorso di tipo circolare. Traccia di questa teoria la si trova, ad esempio,
nella teoria delle *cinque età* (dell'oro, dell'argento, del bronzo, degli
eroi, del ferro). La civiltà romana, ritenuta superiora da Evola si basa dunque
su una più elevata dimensione metafisica e spirituale dell'esistenza, anziché
su criteri di ordine materiale. L'uomo ha la possibilità di elevarsi alla sfera
divina e metafisica attraverso precise strade (il rito e l'iniziazione),
utilizzando determinati strumenti (l'azione e la contemplazione) all'interno di
contesti sociali predeterminati (la casta, l'impero). Non esiste differenza
quantitativa tra l'uomo e il dio. Ogni uomo è un dio mortale. Ogni dio un uomo
immortale. La razza e "spirituale". Rifiuta una visione zoological,
in favore di un patrimonio di tendenze e attitudini che, a seconda delle
influenze ambientali, giunge rebbero o meno a manifestarsi compiutamente.
L'appartenenza a questa razza spiritual si individuerebbe dunque sulla base dello
spirito, e in seguito del corpo, diventandone col tempo questo ultime il segno
visibile. E un concetto metafisico di razza. La romanita spirituale del quale
parla E. parte appunto dal dato biologico, che gli pare ancora troppo zoologico,
rozzo e deterministico, per sublimarlo e portarlo a pieno compimento sul piano
dello spirito – non romano, ma romanita --, ossia sul piano metafisico. Intendeva
potenziare e nobilitare la romanita, avvolgendolo in una nebulosa
filosofeggiante e scrostandolo di quel tanto di ruvido zoologismo. Vengono
ritrovate sette lettere da E. a Croce (più una indirizzata all'editore Laterza.
Evola invia inizialmente a Croce la richiesta di intercedere presso Laterza per
la pubblicazione dei “Idealismo magico” e “Teoria dell'individuo assoluto”. La
seconda e una cartolina postale di Croce ringraziandolo per il giudizio di
apprezzamento sul lato formale dei due manoscritti dell’Idealismo magico e
Teoria dell’individuo assoluto. Laterza, nonostante l'appoggio favorevole
di Croce, Laterza scrive una lettera in
cui precisa di volersi riservare la massima libertà di decidere anche nei
riguardi di autorevoli amici. E. scrive a Croce chiedendo aiuto per “La
tradizione ermetica”, un saggio sull'alchimia. In una quarta lettera, E.
ringrazia Croce per l'interessamento. “La tradizione ermetica” esce per i tipi
dell'editore barese. E. invia quattro lettere a Gentile. Nonostante le
marcate divergenze sul piano filosofico E. si discosta dall'attualismo
gentiliano in favore di una rigida codificazione teoretica (l'idealismo magico)
il pensatore tradizionale cerca un confronto con uno dei massimi esponenti del
mondo accademico. Tale confronto non produce risvolti interessanti sotto il
profilo speculativo in quanto i due filosofi sono su posizioni eccessivamente
distanti, ed anche i presupposti dottrinali sono inconciliabili. Il
tentativo di E. di aprire un colloquio costruttivo rimane un fiore che non
sboccia. Evola cerca di costruire, pur senza risultati apprezzabili, un punto
di riferimento culturale alternativo al gentilismo. Nel Cammino dei cinabro
tenta di spiegare così le ragioni di questo mancato incontro.“Ogni riferimento
extra-filosofico di cui il mio sistema filosofico e ricco sirve come un comodo
pretesto per l'ostracismo. Si poteva liquidare con un'alzata di spalle un
sistema che accordava un posto perfino al mondo dell'iniziazione, della
"magia" e di altri relitti superstiziosi. Che tutto ciò da me fosse
fatto valere nei termini di un rigoroso pensiero speculativo, a poco sirve.
Però anche da parte mia vi e un equivoco, nei riguardi di coloro ai quali, sul
piano pratico, la mia fatica speculativa posse servire a qualcosa. Si tratta di
una introduzione filosofica ad un mondo non filosofico, la quale posse avere un
significato nei soli rarissimi casi in cui la filosofia ultima avesse dato
luogo ad una profonda crisi esistenziale. Ma vi e anche da considerare (e di
questo in seguito mi resi sempre più conto) che i precedenti filosofici, cioè
l'abito del pensiero astratto discorsivo, rappresentano la qualificazione più
sfavorevole affinché tale crisi potesse essere superata nel senso positivo da
me indicato, con un passaggio a discipline realizzatrici.” Gentile tuttavia
riconosce ad Evola una certa competenza in campo esoterico-alchemico ed infatti
chiede al filosofo della tradizione di curare la voce “atanor” per
l'Enciclopedia Italiana. Anche alcuni allievi di Gentile riconoscono ad Evola
una certa stima, in particolare Calogero. Giuli successivamente riporta altre
informazioni, relative al carteggio Evola-Gentile, reperite all'interno della
"Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici", occupandosi
dei saggi che Evola invia con dedica a Gentile. Invia sette lettere a
Schmitt che mette in luce da una parte alcune amicizie e conoscenze in comune
tra i due pensatori (Jünger, Mohler e il principe di Rohan), dall'altra il
tentativo di proporre la pubblicazione in italiano del saggio di Schmitt sul
tradizionalista Cortes.Tale tentativo non va in porto, così come fallisce anche
il secondo progetto di pubblicare un'antologia schmittiana. Di rilievo,
all'interno dello scambio epistolare, le due divergenti visioni rispetto al
ruolo dell'uomo politico e la sua autonomia. Evola interpreta il concetto di
dittatura incoronata come «necessità di un potere che decida assolutamente, ma
ad un livello di una dignità superiore, indicata dall'aggettivo incoronata. Per
Schmidt, invece, esiste prima di tutto un passaggio significativo che porta dal
concetto della legittimità del regnare a quello della dittatura. La dittatura
incoronata significa solo un pis-aller pratico mai ha concepito questo
espediente pragmatico come una forma di salvezza. E in questo caso così come
già ampiamente esposto in Rivolta contro il mondo moderno, il costante rimando di
Evola ad un fondamento trascendente dell'ordine politico rimane quell'ineliminabile
discrimine che non può essere in alcun modo occultato o minimizzato. L'epistolario
assume rilievo in relazione al tentativo di fornire di solidi contrafforti
ideologici e culturali il mondo conservatore che, nel dopoguerra italiano, si
trovava a combattere la sua battaglia politica. Entra in contatto epistolare
con Benn, appartenente alla cosiddetta Rivoluzione conservatrice. Il primo incontro
risale durante la tappa berlinese di un viaggio che Evola effettua in Germania.
Da quell'incontro scaturisce una recensione-saggio di Benn alla versione di “Rivolta
contro il mondo moderno” che appare in “Die Literatur di Stoccarda”. Nel
presentare “Rivolta contro il mondo moderno”, Benn espone le sue teorie
convergendo con la visione del mondo di Evola. Si ha rintracciato tre lettere
da Evola a Benn. Le lettere sono importanti in quanto chiariscono la comunanza
di vedute dei due autori rispetto al tema della tradizione e di una visione del
mondo conservatrice, oltre al fatto che entrambi non si riconoscono nel
establishment. “Sono sempre più convinto che a chi voglia difendere e
realizzare senza compromessi di sorta una tradizione spirituale e aristocratica
non rimanga purtroppo, oggi e nel mondo moderno, alcun margine di spazio; a
meno che non si pensi unicamente a un lavoro elitario». E un tentative di
riprendere, nel dopoguerra, i rapporti con i filosofi conservatori. Invia
lettere a Tzara. Si tratta di una trentina di documenti tra lettere e
cartoline. Molte tappe del cammino artistico del filosofo romano sono già note
prima del rinvenimento della corrispondenza con Tzara: in parte perché lo
stesso Evola ne parla nella sua autobiografia, in parte perché dedotte dai
critici e dagli studiosi nelle partecipazioni, in qualità di articolista, che ha
in alcune riviste d'arte dell'epoca: Noi, Cronache d'Attualità, Dada e Bleu. Ciò
che invece non è noto prima del rinvenimento della corrispondenza, sono le
modalità dell'avventura evoliana nella sfera artistica, ovvero come essa si
attuò, come fu vissuta, a che mirava. L'archivio della corrispondenza tra i due
artisti ha, inoltre, il pregio di colmare il vuoto di un periodo poco
conosciuto di Evola. Questo vuoto si colma sia attraverso la ricostruzione di
tappe cronologiche (il recupero di alcune date, partecipazioni a mostre,
riviste, incontri) sia attraverso il recupero di tappe più specificamente
psicologiche. In particolare quelle che portano Evola ad annunciare il proprio
suicidio e che raccontano di un uomo colto nel pieno male di vivere, di una
sperimentazione del travaglio interiore che l'artista vive, dove la sofferenza
acuta si alterna alla disperazione. Altre opere: “Arte astratta, posizione
teorica” (Roma, Maglione e Strini); La parole obscure du paysage intérieur,
Roma-Zurigo, Collection Dada); Saggi sull'idealismo magico, Todi-Roma,
Atanòr); L'individuo e il divenire del
mondo, Roma, Libreria di Scienze e Lettere); “L'uomo come potenza, Todi-Roma,
Atanòr, “Teoria dell'individuo assoluto, Torino, Bocca); “Imperialismo pagano,
Todi-Roma, Atanòr); “Fenomenologia dell'individuo assoluto” (Torino, Bocca); “La
tradizione ermetica, Bari, Laterza); “Maschera e volto dello spiritualismo
contemporaneo, Torino, Bocca); “Rivolta contro il mondo moderno, Milano,
Hoepli); “Tre aspetti del problema” (Roma, Mediterranee); “Il mistero del
Graal, Bari, Laterza); “Il mito del sangue, Milano, Hoepli); “Indirizzi per una
educazione” Napoli, Conte); “Sintesi di dottrina” (Milano, Hoepli); La dottrina
del risveglio, Bari, Laterza); “Lo Yoga della potenza, Torino, Bocca); “Orientamenti,
Roma, Imperium”; “Gli uomini e le rovine, Roma, Edizioni dell'Ascia); “Metafisica
del sesso, Todi-Roma, Atanòr); L'«Operaio» in Jünger, Roma, Armando); “Cavalcare
la tigre, Milano, Vanni Scheiwiller); Il cammino del cinabro, Milano, Vanni
Scheiwiller); “Saggio di una analisi
critica” (Roma, Volpe); “L'arco e la clava, Milano, Vanni Scheiwiller); “Raâga
Blanda, Milano, Vanni Scheiwiller); “Il taoismo, Roma, Mediterranee); Ricognizioni.
Uomini e problemi, Roma, Mediterranee); Lao Tze, Il libro della via e della
virtù, Lanciano, Carabba, Cesare Della Riviera, Il mondo magico de gli heroi, Bari,
Laterza, René Guénon, La crisi del mondo moderno, Milano, Hoepli, Emanuel Malinski, Léon De Poncins, La guerra
occulta, Milano, Hoepli, Gustav Meyrink, Il Domenicano bianco, Milano, Fratelli
Bocca Editori, Gustav Meyrink, La notte di Valpurga, Milano, Fratelli Bocca
Editori); Bachofen, La virilità (Torino, Bocca); Gustav Meyrink, L'Angelo della
finestra d'Occidente, Milano, Fratelli Bocca Editori, Mircea Eliade, Lo
sciamanesimo e le tecniche dell'estasi, Milano, Fratelli Bocca Editori, Ur,
Introduzione alla magia come scienza dell'Io, Torino, Bocca, Otto Weininger,
Sesso e carattere, Milano, Bocca, Spengler, Il tramonto dell'occidente, Milano,
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religiose della Cina antica, Roma, IsMEO, “Pitagora I Versi d'Oro” (Todi-Roma,
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Volpe, Hans-Joachim Schoeps, Questa fu la Prussia, Roma, Volpe, Erik Von
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e l'uomo, Julius Evola, Roma, Armando, Pascal Bewerly Randolph, “Magia
Sexualis”, Evola, Roma, Mediterranee, K. Loewenstein, La Monarchia nello Stato
moderno, Julius Evola, Roma, Volpe) Robert Reininger, Nietzsche e il senso
della vita” (Roma, Volpe); Avalon, Il mondo come potenza, Roma, Mediterranee, Daisetsu
Teitarō Suzuki, Saggi sul Buddhismo Zen 1, Roma, Mediterranee, Lu Tzu, Il mistero
del fiore d'oro, Roma, Mediterranee, Lu K'uan Yû, Lo Yoga del Tao, Roma,
Mediterranee, Come “Carlo d'Altavilla”: Theodor Litt, Istruzione tecnica e
formazione umana, Roma, Armando, Gustav Meyrink, Alla frontiera dell'Aldilà, Napoli,
Casa Editrice Rocco, Litt, Spranger, Enrico Pestalozzi, Roma, Armando, Franz Hilker, Pedagogia comparata: storia,
teoria e prassi, Roma, Armando, Ulmann, Ginnastica, educazione fisica e sport
dall'antichità ad oggi, Roma, Armando, Karlfried Graf Dürckheim, Hara: il
centro vitale dell'uomo secondo lo Zen, Roma, Mediterranee, Bernard George,
L'ondata rossa sulla Germania dell'Est, Roma, Volpe, Erik von Kuehnelt-Leddihn,
L'errore democratico, Roma, Volpe, Hans Reiner, Etica, teoria e storia, Roma,
Armando, Stephan Leibfried, L'università integrata: l'istruzione superiore
nella Repubblica federale tedesca e negli Usa,
Roma, Armando, Ernst Cassirer, Saggio sull'uomo: introduzione ad una
filosofia della cultura, Roma, Armando, Walter Wefers, Basi e idee dello Stato
spagnolo d'oggi, Roma, Volpe, François Gaucher, Idee per un movimento, Roma,
Volpe, Keyhoe, La verità sui dischi volanti, Milano, Atlante, Altre: I saggi di
"Bilychnis", Padova, Edizioni di Ar, I saggi della "Nuova
Antologia", Padova, Edizioni di Ar, L'idea di Stato, Padova, Edizioni di
Ar, Gerarchia e democrazia, Padova, Edizioni di Ar, Meditazioni delle vette, La
Spezia, Edizioni del Tridente, Diario, Genova, Centro Studi Evoliani, Etica
aria, Genova, Centro Studi Evoliani, L'individuo e il divenire del mondo,
Carmagnola, Edizioni Arktos, Simboli della Tradizione Occidentale, Carmagnola,
Edizioni Arktos, La via della realizzazione di sé secondo i misteri di Mitra,
Roma, Fondazione, Considerazioni sulla guerra occulta, Genova, Centro Studi
Evoliani, Le razze e il mito delle origini di Roma, Monfalcone, Sentinella, Il
problema della donna, Roma, Fondazione Julius Evola, Ultimi scritti, Napoli,
Controcorrente, La Tradizione di Roma, Padova, Edizioni di Ar, Due imperatori,
Padova, Edizioni di Ar, Cultura e politica, Roma, Fondazione Julius Evola, Citazioni
sulla Monarchia, Palermo, Edizioni Thule, L'infezione psicanalitica, Roma, Fondazione
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Stato, Roma, Fondazione E., Europa una: forma e presupposti, Roma, Fondazione
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politica, Sanremo, Mizar, La satira politica di Trilussa, Roma, Fondazione
Julius Evola, Scienza ultima, Roma, Fondazione E., Spengler e il "Tramonto
dell'Occidente", Roma, Fondazione Julius Evola, Lo zen, Roma, Fondazione E.,
I tempi e la storia, Roma, Fondazione E., Civiltà americana, Roma, Fondazione E.,
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massoneria, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, Oriente e occidente, Milano, La
Queste, Un maestro dei tempi moderni: René Guénon, Roma, Fondazione E., E.,
Filosofia, etica e mistica del razzismo, Monfalcone, Sentinella d'Italia, Monarchia,
aristocrazia, tradizione, Sanremo, Casabianca, I placebo, Roma, Fondazione
Julius Evola, Gli articoli de "La Vita Italiana" durante il periodo
bellico, Treviso, Centro Studi Tradizionali, Dal crepuscolo all'oscuramento
della tradizione nipponica, Treviso, Centro Studi Tradizionali, Il ciclo si
chiude, americanismo e bolscevismo, Roma, Fondazione Julius Evola, Il Cinabro, Julius Evola, Il problema di
oriente e occidente, Roma, Fondazione Julius Evola, Fenomenologia della sovversione
in scritti politici, Borzano, SeaR, E., Scritti sull'arte d'avanguardia, Roma,
Fondazione Julius Evola, Esplorazioni e disamine, gli scritti di "
fascista,” Parma, Edizioni all'insegna del veltro, Julius Evola, Esplorazioni e
disamine, gli scritti di " fascista", Parma, Edizioni all'insegna del
veltro, Lo Stato, Roma, FondazioneEvola, La tragedia della Guardia di Ferro,
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Genova. Evola, Civiltà americana. Scritti sugli Stati Uniti, Napoli, Controcorrente,
E., Scritti sulla Massoneria volgare speculativa, Edizioni Arya, Genova. E.,
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l'operaio, l'anarca, Passaggio al Bosco,, Rigener Azione Evola, E., Il Fascismo
e l'idea politica tradizionale, Documenti per il Fronte della Tradizione Fascicolo
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razzismo, Documenti per il Fronte della Tradizione Fascicolo, Raido, E., Le SS.
Guardia e Ordine della rivoluzione nazionalsocialista, Documenti per il Fronte
della TradizioneFascicolo, Raido, E., I
"Castelli dell'Ordine" e i nuovi Junker, Documenti per il Fronte della
Tradizione Fascicolo Raido, Il
significato di Roma per lo spirito "olimpico" germanico, Documenti
per il Fronte della Tradizione Fascicolo, Raido, Julius Evola, La Dottrina aria di Lotta e
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Roma, Fondazione Evola, Lettere di Julius Evola a Tristan Tzara, Elisabetta
Valento, Roma, Fondazione Julius Evola, Lettere a Croce, Roma, Fondazione JEvola);
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Gianfranco De Turris, Profilo di E., in E., Rivolta contro il mondo moderno, Roma,
Mediterranee, Registro degli atti di nascita di Roma, Archivio di Stato di
Roma Registro degli atti di nascita di
Cinisi, Archivio di Stato di Palermo
Registro degli atti di nascita di Cinisi, Archivio di Stato di
Palermo Registro degli atti di matrimonio
di Cinisi, Tribunale di Palermo Registro
degli atti di nascita di Roma Archivio di Stato di Roma Il Barone Immaginario Il Barone
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pagina Vanni Scheiwiller, Nota dell'editore, in E., Il cammino del cinabro,
Milano, Scheiwiller); E., Il cammino del cinabro, Catalogo della mostra con
tutte le opere in: Grande Esposizione
Nazionale Futurista, Milano, Le Presse, Claudio Bruni, Evola Dada, in
Gianfranco De Turris, Testimonianze su E., Roma, Mediterranee. E., Il cammino del cinabro. Egli prende la
terra come terra, pensa alla terra, pensa sulla terra, pensa 'Mia è la terra' e
si rallegra di ciò: e perché? Perché egli non la conosce, dico io. L'estinzione
vale a lui come estinzione, allora egli deve non pensare all'estinzione, non
pensare sull'estinzione, non pensare 'Mia è l'estinzione', non rallegrarsi
dell'estinzione: e perché? Perché impari a conoscerla, dico io.” Lettere a
Tzara, Roma, Edizioni Fondazione E., Carlo Fabrizio Carli, Evola pittore tra
futurismo e dadaismo, su juliusevola. Claudio Bruni, Evola Dada. Per un
approfondimento: Vitaldo Conte, Maschere di Evola come percorso controcorrente,
Atti del convegno di studi "E. e la politica", Alatri Emiliano Di
Terlizzi. Luciano De Maria, Introduzione a: FT. Marinetti, Teoria e invenzione
futurista, Milano, Mondadori, Per un approfondimento sulla produzione pittorica
di Evola si rimanda a due cataloghi: Evola e l'arte delle avanguardie. Tra
Futurismo, Dada e Alchimia, Roma, Fondazione E., e Vitaldo Conte, Julius Evola.
Arte come alchimia, mistica, biografia, Reggio Calabria, Iriti, E., Il cammino
del cinabro. Poi ristampati sotto forma di antologia: Gruppo di Ur,
Introduzione alla magia come scienza dell'Io, Torino, Bocca, 1955. Per una trattazione esaustiva dell'argomento
si rimanda a Renato Del Ponte, Evola e il magico gruppo di Ur, Borzano, Sea R, Evola,
Il cammino del cinabro. Francesco Lamendola, Alcuni aspetti del pensiero
filosofico di Julius Evola. Fenomenologia dell'Individuo assoluto, Roma,
Mediterranee, Alessandra Tarquini, Il Gentile dei fascisti, Bologna, Il Mulino,
Giuseppe Gangi, Misteri esoterici. La tradizione ermetico-esoterica in
occidente, Roma, Mediterranee, Evola, Renato Dal Ponte, Meditazioni delle
vette, La Spezia, Edizioni del Tridente, Francesco Demattè, Julius Evola, Meditazioni
delle vette, in Secolo d'Italia, Turris, Biografia, in Gianfranco De Turris,
Testimonianze su E., E., Fascismo e Terzo Reich, Alain de Benoist, Julius
Evola, reazionario radicale e metafisico impegnato, in Julius Evola, Gianfranco
De Turris, Gli uomini e le Rovine e Orientamenti, Roma, Mediterranee, La scuola
di mistica fascista. Scritti di mistica, ascesi e libertà, Napoli,
Controcorrente, Il fascismo quale volontà di impero e il cristianesimo, in
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dal Duce, in Avvenire, Marco Tarchi, E. e il fascismo: note per un percorso non
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Letteratura, arti e spettacolo di un ventennio, Firenze, Ponte alle Grazie, Parlato,
Fascismo, Nazionalsocialismo, Tradizione, in E., Fascismo e Terzo Reich, Roma,
Mediterranee, Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Il
Fascismo, saggio di un'analisi critica dal punto di vista della Destra, Volpe,
Roma, Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella
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del fascismo, Roma, Centro Editoriale Nazionale, Giuseppe Parlato, Fascismo,
Nazionalsocialismo, Tradizione. Cfr. anche, sulla critica allo stato educatore,
E., Fascismo e Terzo Reich, E., Fascismo e Terzo Reich, Fascismo e Terzo Reich. Gianfranco De Turris, Nota del curatore, in E.,
Fascismo e Terzo Reich, Per un elenco completo delle collaborazioni
giornalistiche: Gianfranco De Turris, Biografia, in Turris, Testimonianze su E.,
E., Il mito del sangue, Milano, Hoepli, E., L'esposizione antiebraica di
Monaco, "Il Regime fascista", E.I testi del Corriere Padano, Padova, AR,
Cuomo, I Dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il manifesto
della razza, Milano, Baldini Castoldi Dalai, Julius Evola, Il mito del sangue. Julius
Evola, Il mito del sangue. Il cammino del cinabro. Evola, Il cammino del
cinabro, Franco Rosati, Un pessimismo giustificato? Intervista a Evola, in La
Nation Européenne, Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, Torino, Einaudi, Renzo de Felice, Storia degli ebrei italiani sotto
il fascismo, Torino, Einaudi, Gianfranco De Turris, Testimonianze su Evola,
Roma, Edizioni Mediterranee e Vanni Scheiwiller, Note dell'editore in E., Il
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conservatore ti scrivo, su centrostudilaruna, Si tratta del saggio Donoso
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Donoso CortésInterpretato in una prospettiva paneuropea, Milano, Adelphi, E.,
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la libera muratoria, Roma, Settimo Sigillo, Gianfranco De Turris, Evola. Un
filosofo in guerra, Milano, Mursia, Rene Guenon, Lettere a Julius Evola,
edizioni Arktos, Heliodromos, Speciale E., Catania. Documentari Dalla Trincea a
Dada di Maurizio Murelli. DVD dalla
Società Editrice Barbarossa di Milano, della durata di 101 min., che ripercorre
il periodo artistico di Evola. Con musiche di: Ain Soph, Kaiserbund, Roma,
Wien, Zetazeroalfa. Pio Filippani Ronconi, Reghini, Parise, Pitagorismo
Tradizionalismo, Paganesimo, Via romana agli dei, Fondazione E. Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Dizionario biografico degli italiani, Rigenerazion Evola, Centro Studi
La Runa. Vatimmo, “E., un filosofo scomodo per tutti”; Approfondimenti sul
pensiero Francesco Rosati, Intervista a Evola, su juliusevola, Monastra, E. tra
la seduzione e l’aristocrazia. Michele Ognissanti, Luci ed ombre su Evola, su salpan.org,
Alberto Lombardo, Da Rivolta contro il mondo moderno a Gli uomini e le rovine. Mario
Polia, Linee per una critica al concetto di tradizione in Evola, Giano Accame,
Evola e la Konservative Revolution, Luca Lionello Rimbotti, E. così com'era, Vitaldo
Conte, Maschere di Evola come percorso controcorrente, Aleksandr Dugin,
Astrazione e differenziazione in E., Opere dadaiste, futur-ism. 2artericerca. Interviste
Intervista a Julius Evola, su you tube Intervista a Tringali, su youtube Intervista
a Lami, su youtube Quando E. intervistò il conte Kalergi, su rigenrazione evola.
ROMA. E. parie dall’idealismo: il mondo è per lui a
rappresentazione dell’Io. Ma poiché l’Io subisce Kfa rappresentazione del
mondo come nn limite e wLffrc in essa la sua passività, s’impone all’Io
l’obblitpi pratico di sciogliere la sua passività in atti- vità riducendo
il mondo sotto il comando suo, [a- j rendo di esso l ' atto dell’Io. La
tecnica di questo pro- gresso di risoluzione del mondo nell’Io è data
dal- l’Occultismo magico. Dall’innesto dell’Idealismo classico con la
Magia nasce /'Idealismo Magico di E.. irò I; r„ Opere
principali. Saggi sull’Idealismo magia. L’uomo come potenza. Imperialismo
pagano, Todi, Atanor; Teoria dell’individuo assoluto. Fenomenologia
dell’Individuo assoluto. Maschera e voi. to dello spiritualismo
contemporaneo, Torino, Bocca; L’indivìduo e il divenire del mondo, Roma, Libreria
di Scienze e Lettere; La Tradizione ermetica Bari, Laterza; Rivolta contro
il mondo moderno Milano, Hoepli. Ha diretto le riviste Ur e La Torre. Dall'idealismo
assoluto all’idealismo magico. La Grande Solitudine. Una volta che l’Io si
sia costituito a principio a sè, a centro distinto di autoriferimento. il fatto
stesso che egli possa comunicare con qualcosa di altro da lui, il fatto
stesso che egli possa in generale conoscere, appare come un
singolare mistero. E poiché è evidente che posto il soggetto da una
parte, l’oggetto dall’altra non vi è più alcun modo di intendere come
quella lor congiunzione, in cui consiste il conoscere, sia possibile; e
poiché d’altra parte l’Io ha preso ormai coscienza di sè e non può
più tornare a quello stato di ingem )4 adesione, di compenetrazione con
le cose cli f era appunto condizionato dal suo non esser.! si
ancora posto; resta aperta una sola via al problema della conoscenza, e
cioè: negar,, che l’idea di una realtà esistente in sè stessa abbia
un qualunque senso, affermare che ] a sostanza delle cose consiste
semplicemente nel loro venire rappresentate o pensate dall’io, intendere
dunque che l’intero sistema mondiale, nella ricchezza sterminata
delle sue forme, con i suoi oceani, i suoi soli e ] t . sue vie
lattee, non è che un fenomeno, una apparizione che è di questo Io e per questo
Io, fuori dal quale non gli si saprebbe coerentemente garentire alcuna
consistenza. Lungo una tale via l’uomo vede dunque venir meno
progressivamente tutti quegli appoggi e tutte quelle naturali evidenze su
cui prima riposava — tutto gli si fa ora dubbioso, problematico,
contingente. Tutto ciò che sa, è che egli ora si trova così e così
determinato, che questa è la sua attuale esperienza, queste le
leggi e le categorie secondo cui egli si trova costretto a pensarla. Ma
circa il fondamento di tale determinatezza, di tali leggi e di tali
categorie, egli non sa nulla, e così nulla saprebbe garentirgli che le cose, se
così sono ed anche sono state nei casi osservati, non possano ad un
tratto cambiare, che ogni uni- L rI )iilà cd ogni costanza non sia
astratta e precaria, c h e , fondato su una radicale contin-
g c,lZ za , questo sistema di fenomeni e di cateti» 1 ' j e non
sia che un episodio fugace, disper- mia incoercibile, imprevedibile
vicenda. in Se, dopo di ciò, l’individuo cerca
ancora „ n punto fermo, egli soltanto nel suo io può
Irovarlo. Il mondo è una rappresenta- r joiie, sta bene: ma si può
forse parlare di Ljpprescnlazione, senza nello stesso punto
resupporre resistenza di un « rappresen tall- ite». di un soggolo cioè
che la rappresenti? [n mondo è un sogno: ma ogni sogno non im-
Iplica forse un sognatore? Si può chiamare f a | S o, illusorio, non
esistente l’insieme dell’esperienza — ma colui che sperimenta e afferma cotesta
falsità, illusione, non esistenza non può essere, lui, falso, illusorio,
non esistente. Di là dall’obliquità e dalla fluttuazione delle cose che sono e
non sono vi è dun- que una sola certezza: 17o. Soltanto qui l’individuo,
con un possesso, ha una realtà assoluta ed in sè stessa evidente. Di tutto il
resto _ dell’oceano sterminato dei nomi, delle forme e degli esseri — non
vi è reale certezza: parvenza, contingenza, violenza di un bruto,
irrazionale esser là, tali ne sono i princi- pi. * lo solo sono — il
resto è mia rappresentazione: in ciò si può dunque intendere la
conclusione del secondo stadio della storia della coscienza. Prima
di passar oltre, occorre rilevare v necessità che questo momento critico
deli storia ideale dell’individuo sia portalo e vk suto sino a
fondo. Non prima che egli abbj a di tutto dubitato e tutto negato, non
prima eh,, egli abbia fatto intorno a sè il deserto, noft prima che
di ogni realtà abbia sofferta I’j N realtà, di ogni evidenza la
precarietà, di ogi,, luce l’oscurità: non prima che egli abbia di-
strutto ogni appoggio e ogni rifugio ed abbj a realizzato il punto della grande
solitudine — non prima di ciò l’individuo può chiamarsi veramente tale,
non prima di ciò egli è un essere autonomo ed autocosciente. E’
quest,, atto negativo, questo assoluto strapparsi da quanto prima
gli dava consistenza — che ora lo fa essere. Così come secondo l’energico
detto di STIRNER: l’Io non è tutto, ma ciò che distrugge tutto; per
questa assoluta negatività albeggia nell’uomo quel principio tragico
che — come fu distintamente visto dal buddhismo — lo fa
superiore all’insieme della natura ed allo stesso regno degli dei. Si può precisare il luogo di un
tale Io come segue. Ogni esperienza è inseparabilmen- te accompagnata
dalla nota, implicita o espli- cita, di essere una mia esperienza.
Uautorife. rimento, l’ahamkàra della metafisica indiana, è la
condizione elementare, senza di cui non è concepibile alcuna realtà,
giacché la sola di cui posso concretamente parlare è iella che, in
un modo o nell’altro, si risolve r eal |:l in
ull a mia esperienza. Ora è possibile staccare cpiesto principio di
autoriferimento dai particolari contenuti delle esperienze per rilegarlo
in un certo modo su sè stesso. Allo- ra s i ha: IO — IO, cioè una nuda
esperienza, un possesso, qualcosa di semplice e di ineffabile. Questa
nuda esperienza si presuppone, ,|i fatto e di diritto, a qualsiasi altra
esperienza si può dire che essa è come la tela sul- i a quale poi tutte
le particolari esperienze si ritagliano: qui si ha quel veggente che
non -, mai veduto », quel « conoscente che non è ina i conosciuto,
quel punto di centralità pura di cui parlano le Upanishad, e rispetto a
cui ogni particolare esperienza, fenomeno o pensiero è un posterius,
qualcosa che vie- ne dopo e che sta alla periferia. Si badi: qui
non si tratta nè di un io superiore, nè di un io inferiore, nè di un io empirico,
nè di un io trascendentale, — semplici nomi e astrazioni concettuali — bensì
del mio I>>, di quella assoluta presenza che sono nella
profondità del mio essere individuale. Ora che un tale Io sia qualcosa di
immoltiplicabi- lr, qualcosa che è solo e senza un secondo, è
troppo evidente. Parlare di altri Io da questo livello è infatti contradizione
in termini. Gli altri Io, in quanto sono altri, non sono io, bensì dei
particolari contenuti p P senti nella mia esperienza — dunque degl;
oggetti, dei conosciuti, al più il concett di un conoscente e di un
soggetto, non il So getto, non il conoscente quale è in sè stesso
(cioè: come autoesperienza), che, come t a |^ esso è unico e
incomunicabile. Fenomeni pJj tieolari in questo grande fenomeno, che è
il mondo a cui, come individuo, mi sveglio, altri io ne partecipano
la contingenza, sono qualcosa il cui principio mi sfugge, di cui non ho
alcuna reale certezza -- forse che ara che i sogni non mi presentano la
parvenza di altri esseri simili a me? E non potrebbe essere la
cosidetta esperienza reale un sogno più po. tenie e costante impresso in
me, come lo suppose la scepsi cartesiana, da un qualche spirito? -- che cadono
fuori da quel centro che, solo, può costituirmi una terra ferma nel
gran mare dell’essere. E’ questo un punto su cui occorre richiamare
particolarmente l’attenzione: colui che, o per preoccupazioni morali e
sentimentali — a dir vero riconnettentisi alla precedente fase dell’evidenza
naturale — o per insufficienza di riflessione critica, non sia
giunto ad estendere il dubbio sulla realtà stessa degli altri soggetti,
epperò a concepirli come null’allro che mie rappresentazioni,
quegli non ha veramente condotto a fondo quel distacco, di cui poco fa si
è parlato, ep .SO però non ha ancora perfettamente
realizzala la pura essenza dell’individuale. Costui non è ancora
maturo per il passaggio alla terza epoca giacché di nulla può avere
assoluta I certezza quei che prima non ha saputo di tulio dubitare. Passando
dunque alla terza fase, diciamo subito che in essa si ha un superamento
del lato negativo connesso all’adergersi dell’individualità. Come chi una
avversa vicenda avesse gittato sur una isola deserta incalzato, di là dal
primo sgomento, dalla volontà di vivere, va a cercare ed a creare mezzi per
una nuova esistenza, così 1 individuo, che si sente ormai solo con se
stesso nell’intero ambito del mondo, può essere portato a trarre
dal proprio interno un principio che sappia fissare una nuova realtà di
là dall’ordine della parvenza e della mera rappresentazione, in cui
ogni cosa ormai è andata sommersa. Questo principio è LA POTENZA DI
DOMINIO. L’io, infatti, non è una cosa, un dato, un fatto, ma,
essenzialmente, un centro profondo di volontà e di potenza. Come lo dice FICHTE,
egli non è, che in quanto si pone — e soltanto un puro porsi è, a dir
vero, il suo essere. Come tale si rivela, per un ulteriore
autoapprofondimento, la natura di quel punto fermo, che si è realizzato
nel secondo stadio. Ora questo punto fermo può comunicare la propria
consistenza a quel che non ne ha, e ciò evidentemente quando si vadano a
riprendere secondo il rapporto pro- prio ad una affermazione
incondizionata dell’individuale i vari ordini di quella realtà, che prima
appariva irrazionalmente, in bruta con- tingenza, senza partecipazione
della volontà dell’io — quasi come in un sogno. Resta da procedere
ad una determinazione di questo stadio, tale che si definisca l’oggetto
della presente trattazione, e cioè il rapporto del- l’individuo al
divenire del mondo. Nel frattempo si può dire quale sia il criteiio di certezza
che si impone a questo punto. Esso è espresso dal principio. Vi è
assoluta certezza — ed è postulatile realtà — soltanto di quelle cose,
dell’essere o del non essere, del- l’essere cosi o dell’essere altrimenti
delle quali l’io ha in sé, in funzione di dominio, il principio o la
causa', delle altre, solamente nella misura di ciò che in esse soddisfa
ad un tale criterio. Queste cose dipendendo infatti interamente
dalla potenza dell Io, partecipano dell’intrinseca evidenza che è inerente
al nudo principio di questo. Volendo dunque sviluppare la
posizione assunta dalla coscienza nel terzo stadio, si ns idererà
l’unica vera obbiezione incontra- W dall 'idealismo assoluto.
Nell’idealismo assoluto si ha la dottrina che cerca di trasfor- I re in
qualcosa di positivo quel lavoro ne- 1 ,ivo di critica e di scepsi che
definisce il secondo stadio. E ciò cessando di intendere I il
inondo come un fenomeno, come una sem- jj cC apparizione (unica legittima
conclusio- I „ e dell’indagine critica) per intenderlo invece [
come qualcosa di posto, di creato dall’Io. Per- Bianto quando si parla
non più di rappresenta- la bensì di porre e di creare, entra in
giuo- Ico il concetto di una libera volontà, ed allo- I rii sorge
questo problema: lo posso ben ri- B durre il mondo alla mia ruppi
esentazione, nui fino a che punto posso ridurlo anche alla mia volontà
ed alla mia libertà? Qui bisogna porre un punto fondamentale,
e cioè intendere l’essenziale differenza che in- I lercorre fra
spontaneità e volontà. Si ha spon- taneità là dove il possibile essendo
identico al reale ossia dove quel che è essendo ciò che soltanto
poteva essere, l’atto ha la forma di I una inconvertibile compulsione, di
un bruto accadere e scatenarsi, ed è passivo, impotente rispetto a sè
stesso. Invece nella volontà vi f è una eccedenza del possibile sul
reale, non si passa cioè dal possibile al reale immediata- mente,
ma un punto di autarchia, di potestas, domina l’atto come l’estrema, incondizionata
ragione del suo essere o del suo i 1(Jll essere, del suo essere così o
del suo essere altrimenti come alto che è solamente uno c| e j
possibili, anzi dei compossibili. E’ importante notare che tanto la
spontaneità che la volontà possono dirsi libere: però mentre nella
spoj,. taneità si tratta di una libertà affatto ncgatj. va, di una
libertà cioè che vuole semplicenieji. te dire: non essere determinato
dall’esterno, nella volontà si ha una libertà positiva, una libertà cioè
che significa assoluta assen- za di condizioni, siano esse interne che
esterne, e quindi contingenza, o, se si preferisce, arbitrarietà
dell’atto. Una volta compresa questa distinzione, che non poggia
tanto su concetti e sottigliezze intellettuali, quanto piuttosto sur un
dato immediato di coscienza, sur una evidenza interna che o si ha o non
si ha, quando l’idealista assoluto di contro al sistema della realtà
afferma essere stato l’io a porlo, è evidente che egli si riferisce non
ad una volontà, ma ad una spontaneità. Egli si riferisce infatti a
quell’attività onde le cose vengono percepite e rese intime al nostro Io,
a quell’elementare assenso onde ci si accorge di esse — as- senso
che se è condizione necessaria per ogni realtà, in quanto realtà
sperimentata dall'Io (e di altra realtà noi non possiamo coerentemente
parlare), è ben lungi dall’essere anche
r ^dizione sufficiente. Infatti nel rappresen- c , il
reale non è dominato dal possibile, l’io passivo rispetto al proprio atto — non
tanto Lff ernia le cose, quanto piuttosto è come se i L » cose si
affermassero in lui. Come la passione e l’emozione, la rappresentazione è sì
qual- , sa di mio, qualcosa che io traggo dal mio proprio interno
(e fin qui arriva la legittimità dell’istanza dell’idealismo, del resto
soddi- sfatta sin dal Leibniz), ma non è me, giacché jo non posso
darla liberamente a me stesso, giacché io non sto in rapporto di signoria
alle determinazioni di essa, onde mi si dispiega lo spettacolo
della realtà che è questa realtà, |l0) i la realtà che io voglio.
Conseguentemeu- i c; in tanto l'idealista può dire di essere stato
[lo a « porre » la natura, in quanto egli riduce l’io a natura, cioè in quanto
di quello, che. c libertà, non sa nulla, o, per meglio dire, fa
come se non sapesse nulla, e, con evidente paralogismo, mutua il concetto
di Io con quello del principio di spontaneità. Posso dire di essere stato
io a porre la natura, ma io in quanto sono spontaneità, non in quanto
sono propriamente un Io, e cioè libertà e dominazione. E questo è il
primo punto. Il realista, riferendosi propriamente al punto della
reale individualità, avanza dunque una istanza che è interamente
legittima. Egli ci pone dinnanzi ad una qualunque contingenza
dell’esperienza, per es. dinnanzi a ,| una tempesta, e ci domanda se
possiamo ( |j. re di essere stati noi a porla. Mentre q U j
l’idealista risponderebbe con l’affermativa e ciò perchè,
come si è detto, per lui porre significa semplicemente rappresentare C o
a libera necessità — noi invece,
riferendoti ad un porre che il principio del dominio dell’incondizionata
libertà comandi, risponderemmo. Ciò, in verità, non è posto dal- l’io. Altro
non chiede il realista per dire subito. Poiché ciò non è posto dall’io, vi
deve essere un “ altro ” a porlo » — ed inferisce ad una causa
reale o esistente in se stessa delle rappresentazioni, quale Dio, la materia,
il noumeno, ecc. Qui sta invece l’errore e il punto su cui ci si permette
di richiamare tutta l’attenzione del lettore. — Dire che io, come
lo, cioè come principio sufficiente e libero, non posso riconoscermi come
causa incondizionata delle rappresentazioni, non vuole affatto dire che queste
rappresentazioni siano causate da altro e abbiano per substrato
delle cose reali o esistenti in sè stesse, ma vuole semplicemente dire
che io sono insufficiente ad una parte della mia attività, la quale è
ancora spontaneità, che una tale par- te non è ancora MORALIZZATA, che l
lo come libertà in essa soffre una PRIVAZIONE. Tutto ciò su cui non
posso, tutto ciò che re- 5 j e a iia mia volontà, non è che
una privazione di questa volontà stessa, qualcosa di ne- (ivo, non un
essere, ma un non-essere. Per- il realista va respinto par ime fin de
non ecevoir : egli nel suo riferirsi ad un altro -- Dio, noumeno,
sostanza, ecc. — fa del non- ^sere un essere, chiama reale ciò che
essen- j 0 solamente una privazione della mia potenza , essendo nuH’altro
che una negazione ed ’ vuoto nel corpo immoltiplicabile della mia
attività, si dovrebbe invece, secondo giustizia, dire irreale. Così
conferma questa privazione slcssa così {ugge-, all’atto che, dominandole,
possedendole, annulla le cose (1) e redime la privazione, egli invece
sostituisce l’atto che le riconosce e che dà loro
superstiziosamente un essere e una realtà autonoma. Proprio al
primo atto si appunta invece il criterio di certezza della terza delle fasi
indicate: esso chiede cioè che l’Io libero e nudo dell’individuo possa
veracemente affermare il principio dell’idealismo assoluto, epperò dire. In
verità, io stesso son la causa ed il signore di questo mondo, in
cui mi vivo. Ma quando sarà possibile affermare ciò? Evidentemente quando l’individuo
abbia redento in un corpo di li- ti) Naturalmente: le annulla in
quanto sono altre, per affermarle invece come gesti di una vulon- U)
potente. berla l’oscura passione del mondo, quando abbia
fatto passare la forma secondo cui egli vive l’attività rappresentativa
(quell’attività cioè per cui si forma in lui lo spettacolo dell’universo),
da spontaneità — da coincidenza di possibile e reale — a nuda,
incondizipnata causalità, cioè a: volontà potente. Ora che
soltanto in una tale veduta l’atto dell’individuo abbia un valore
cosmico, e che invece in quella del realismo all’attività venga tolto
ogni vero senso e scopo, può risulta- re ad ognuno chiaro. Infatti
l’attività ha veramente un senso ed un valore soltanto là do- ve vi è da
far reale qualcosa, che già non e tale. Questo caso si verifica appunto
là dove l’altro — ossia ciò che rispecchia il limite Come questa
trasformazione, che affermiamo essere non un mito, ma possibilità reale,
possa poi praticamente compiersi, è un problema da noi trattalo almeno
nei limiti in cui sia possibile pubblicamente e genericamente trattarlo —
altrove, c che qui non trova posto. Si può dire soltanto che è un
compito a cui nè cultura, nè devozione, nè FILOSOFIA, nè arte, nè morale, nè
nient’altro di ciò che gli uomini chiamano spiritualità, può portare il
menomo contributo. Quanto alla FILOSOFIA, il suo limite è l’idealismo
magico, in cui perviene a riconoscere la propria insufficienza e a postillare
la realizzazione della potenza come ciò in cui i suoi mas- simi problemi
possono trovare l’unica assoluta lo- ro soluzione. Ella mia ,i,)erla
— venga inteso non come "f 1 realtà bensì come una negazione ed
un K » 0 - allora il mondo appare come qualco- ' l \]i incompleto,
come qualcosa che chiede E u a integrazione a quell’atto
dell’individuo, ILe 1« necessità si faccia libertà, a quello f ii u
pp° deirautoaffermazione onde l’attuale potente dell’unico si estenda e
riaffermi r q U anto ne è la privazione. Se invece si po- f c i K .
1’ « altro » in quanto tale — cioè pro- |Ljo come quel principio che
limita la mia |j!j )ert à — sia non una privazione e un non-es-
bensì una positività e una realtà — allo- ro tutto è già perfetto, tutto
è già essere, e „on occorre far altro. Ogni scopo ed ogni va- lore
dell’attività e del divenire, ogni responsabilità vengono meno — giacché i
vuoti del ìmio essere non sono anche vuoti dell’essere in generale:
l’altro, con la realtà attribuitaglili riempie. Invece nell’altro caso tutto
il inondo appare come una oscura, dolorosa richiesta all’Io affinchè
questi si dia a sè me- desimo secondo potenza e, in ciò, lo attui nell'essere,
in ciò lo redima dalla privazione, in ciò lo faccia reale. E il divenire
— ciò che io faccio — ha allora un valore, un valore cosmico. Esaminando
più da vicino la posizione realistica, si vede che essa si fonda su questo
presupposto: che una attività imperfetta, una attività limitata da per sè
stessa non poJ sa venire concepita, che non appena sia p r .ì sente
una attività limitata si debba snjjju pensare a qualcosa che sia causa di
questa limitazione. Infatti così sta la quistione nel problema della
conoscenza: nelle cose vi è Utl aspetto per cui esse indiscutibilmente
dip,.,,. dono dall’attività dell’Io, aspetto che si rif c . risce
al loro venire in generale rappresentale o sperimentate; ma vi è anche un
secondo aspetto, che rappresenta un lato negativo nell’attività dell’Io,
riferentesi appunto aU’in 1J)(> . tenza di percepire, non percepire o
trasmutare la percezione come si vuole. Ora su che cosa si basa il
realismo? Appunto su ciò, che à sente il bisogno di dare una spiegazione
a questa limitazione, che esso non vuole ammettere che una attività
limitata, cioè una attivi- tà incompleta, sia ciò che sta prima, e
quindi sente il bisogno di spiegare la limitazione con qualcosa di altro.
Si riferisce dunque ad una realtà distinta dall’Io come causa delle
rappresentazioni. Ma un tale presupposto ilei realista è ciò che vi può
essere di più contestabile. La concezione a cui si rimette è questa:
che ciò che sta prima debba essere l’assoluto e che tutto ciò che è
particolarità e finitezza non sia concepibile altrimenti che come
una negazione operata da parte di un altro. L Ila pienezza di questo
assoluto preesisten- tratta cioè della posizione platonica e te
-noziana, espressa dal principio: « Ciò che ' veramente, è l’universale;
il particolare da 1 ' s è stesso non esiste, cioè: in ciò che esso .
l’universale, e in ciò che è propriamente Articolare non è, è fredda e
piatta negazio- r s Ora ad una tale concezione si può con- Lmporre
l’altra, secondo cui non si va a pre- ' apporre 1,asso,uto al
finito e al P articolare’ f. aim nette invece che ciò che sta prima
sia precisamente il finito e il particolare, intesi \ r ò non come
qualcosa di in sè contraditto- Ijjjo bensì come qualcosa di incompleto,
non conni qualcosa che non esiste da sè stesso, bensì come qualcosa
che già in una certa misura possiede l’essere e rispetto a cui l’assoluto non
ne sarebbe la negazione, ma lo sviluppo- P unto in cui esso va a rentlere Per
' folto il proprio principio secondo un proces- so continuo dal
meno al più, dalla potenza all’atto, da un grado più povero ad un
grado pii, intenso di attualità e di essere. Ora in una tale
concezione — che si impone dovunque sviluppo, sintesi e divenire non
siano un vuoto nome — a ciò che viene prima, in quanto viene prima,
inerisce un certo grado di privazione, il quale gli è naturale e in
nessun modo chiede di venire spiegato. La sua spiegazione, se mai, non
sta indietro — in un assoluto limitato dalla potenza di un altro — bensì avanti
— nel processo dell’incornpi^ to che si integra, della potenza che arde
nel l’atto, onde non vi è propriamente da spiega re, ma da agire,
da procedere in una più j, tensa affermazione. E’ importante notare la
relatività del conte!, to di privazione. Un dato elemento non è mai p ri
. vazione in sè, ma sempre in relazione al valore del- Pautarchia.
Il passaggio ad un tale valore fa di q ll( ,| che era positivo come
spontaneità qualcosa di ne- gativo e di in potenza rispetto al punto
ulteriore. Cosi pure per chi non vuole passare dal punto di vista logico
a quello della volontà il concetto di privazione non è intelligibile, ma
allora l’idealismo astratto resta l’ultima istanza. Quando si crede di
superare la presente dottrina spiegando la privazione con una realtà
distinta, non si fa un passo avanti ma un passo indietro, giacché si [
a uso della categoria logica della causalità, con il chi- questa stessa
realtà diviene condizionata, logicamente posta dall’Io. E il cerchio si
richiude e il livello critico resta il limite. Si passa invece oltre per
un assoluto positivismo. Quale è la differenza fra una cosa reale ed
una imaginata? Rappresentate, lo sono tutte e due egualmente; ma di là da
ciò l’attività rappresentativa a cui corrisponde la cosa reale è una
attività rispet- to a cui sono impotente. Vi sono elementi su cui
non posso. Questo è tutto. Il problema di interpretare questo
non-potcre non lo risolviamo, perchè non lo poniamo e anzi tacciamo
di intellettualistica, di astratta, di irrile- Si può dunque
contestare il presupposto lei realismo, si può non concedere il
concel- |. gpinoziano del finito come negazione su : peso si
basa. Poiché le cose sono, in quan- cu* ^ f anzitutto sono
rappresentate, cosi che un ole rispetto a ciò che davvero importa a
questo unto ogni ricerca di tale genere. Questo è un punto
fondamentale: noi affermiamo che la spiegazione EL] fatto che si è
impotenti in certe situazioni con ricorso ad un altro — cosa in sè, Dio, storicità
dello spirito et similia — è una psendospie- Laziorie, anzi un circolo
vizioso per questo: che in noi il concetto di « altro » trae il suo senso
e il suo fondamento dal concetto di non potere, il quale l ciò che
sta prima e di cui oggettività, cosa in sè, ilio. ccc. non sono che tanti
simboli e traduzioni intellettuali. Le cosidette cose reali sono
simboli ,1,1 mio non-potere, della mia privazione. E’ perché sperimento
una privazione che chiamo reale una cosa c non viceversa. La privazione
spiega il concetto di una realtà oggettiva e non la realtà og-
gettiva il concettò di privazione. Segue da ciò una dichiarata
professione di agnosticismo, un arreco dinnanzi al nudo fatto del non-potere
con ri- nuncia a spiegarlo come che sia? Niente affatto. Ciò che
neghiamo (non perchè non ne possiamo dare una, ma perchè tali spiegazioni
non ci servono e non ci bastano ) è la pseudospiegazione
intellettuale, che lascia i fatti come sono, che non trasforma il rapporto
reale della mia potenza con le cose. (Si crede sul serio che la miseria e
la contingenza che dannano l’essere finito siano in qualche cosa rimosse
quando le si spieghino con la materia anzi- grado di
attività e però di positività è già j n , plicito; poiché l’Io si può
sperimentare imme- diatamente come una energia, come un p r j n .
cipio di azione, come qualcosa che non chi e . de ad altro il suo essere;
poiché di diritto non esiste un limite inconvertibile per lo
svilupp,, del potere; non vi è alcuna necessità di t ra . scendere,
in ordine al problema del conoscere, il concetto di una attività imperfetta (qu
a . le è la spontaneità rispetto alla volontà) che solo, ci viene
imposto da un esame positivo e spiegare la rappresentazione con il riferimento
realistico ad un altro che la causi e la sottenda. In ciò si avrebbe non
tanto una che con Dio. con l’io trascendentale anziché con la
materia, e cosi via, in simili cattive e a buon mercato astrazioni?. La
spiegazione che l’ idealismo magico esige è ben altra: è una spiegazione
mediunte l’azione, una spiegazione risolutiva: è ex-plicare, ossia
attuare, rendere perfetto: far passare in atto ciò che è in potenza, in
perfezione ciò che è imperfezione, in sufficienza ciò che è insufficienza,
secondo un processo sintetico, originale, creatore. Questa è la sola, vera
spiegazione. Il resto è passatempo. Noi aspramente combattiamo tutta la
rettorica intellettuale e filosofica onde l’uomo si indugia a
discorrere intorno alla sua impotenza (ciò noi intendiamo quando ci si parla di
verità, razionalità, ecc., anziché balzare finalmente in piedi, impugnarsi e,
ardendola, farsi ciò che in sé è: un Dio, un costruttore del mondo. Baione
intellettuale, quanto piuttosto il Rfjsnia infingardo di colui, che,
insufficiente, dall’atto. perciò la concezione che si presenta al
ter- s tadio dello sviluppo dell’individuale è, tj complesso» la
seguente: un continuum di Eit’vità che ha per limiti da una parte la
spon- f c ità, dall’altra la volontà libera. La spon- r c jtà è
l’universale, la volontà libera l’individuale. Questi limiti stanno fra loro
come po- I a adatto: tutto ciò che nell’esperienza è Eretti vità,
immediatezza, necessità, è, rispet- to al punto dell’individuale, il
non-essere ine- [fcnte a ciò che è in potenza — e qui si com-
anderà forse a che cosa alludessero certi fistici quando parlavano dell’oscura
passione del mondo, dell’indicibile sofferenza dell’esistenza in cui il corpo
dell’ uomo I celestiale è crocifisso. Di una tale tenebra, di una
tale privazione, la libertà è l’a//o e la Lm ma luminosa; e il mondo
diviene, si fa reale secondo realtà assoluta soltanto in e per
questa fiamma, cioè soltanto nella misura in cui l’individuo,
affermandosi nel punto della potenza e della dominazione, consuma,
arde ! la sua originaria natura, fatta di spontaneità. Da qui un
punto fondamentale: Solamente nell’individuo assoluto, solamente nell’autarca
il mondo diviene reale: la sufficienza che egli si dà a sè stesso dà alla natura
un essere, una consistenza, una certe?*., e una ragione che essa, prima
di lui, non p 0 . siede già, ma chiede. Onde cercare la verità e la
certezza nella natura è un assurdo: <jj ac> che la natura in quanto
tale è privazione axépTjotc e la certezza e la verità non l’ha i n
sè, ma nell’individuo, epperò in tanto Pi la in quanto l’ individuo se la
dia a sè stesso. Il mondo è, soltanto se egli è. Ma questo essere egli
non potrà mutuarlo da nulla, chè, avuto «la altro, esso non sarebbe più
essere, essere essendo soltanto ciò che è da sè stesso < xxil’
aùtó); se dunque egli non si fa il salvatore di sè stesso, nulla mai
potrà salvarlo. E’ così che la spiegazione e la verità non stanno
dietro, ma avanti — e non in un dedurre, ma in un passare all’atto.
Tutta la natura, insieme di esseri condizionati, insieme di esseri che
si rimettono ognuno ad altro da sè, gravita sull’individuo: quei che non
ha bisogno di nulla, quei che non si appoggia su nulla — è ciò di
cui tutti gli esseri hanno bisogno, su cui tutti gli esseri si appoggiano
e con cui, nella misu- ra in cui essi sono, sono uno. Egli solo,
come colui che ha in sè stesso il proprio principio, come colui che
è ente di possesso, clic è persuaso, sostiene il peso del mondo: a
lui, che consiste, il processo universale si appen- de e in lui
trova la sua condizione, ciò per cui dall’eternità è, ed in cui ha la sua
destinazione finale. Perciò solamente nel punto in cui l’individuo si
attua nella folgorazione jello potenza sorge una finalità, una
ragione f ii uno scopo nella natura: non prima ; è lui che gliela
dà. Essa la chiede al suo atto. Ep- però un solo imperativo ha ormai
l’indivividuo: «SII, fatti DIO, e in ciò fa essere, SALVA H mondo ».
3 ) Il mondo, atto dell’Io. A lumeggiare questo punto,
connettiamo due ultime considerazioni, riguardanti l’una il
problema dell’essenza e dell’esistenza, l’al- tra quello dell’uno e dei
molti. Le cose sono essenza ed esistenza. L’idea di cento
talleri e cento talleri reali non sono evidentemente la stessa cosa.
Pertanto nei cento talleri reali, così come lo ha mostrato KANT,
non vi è logicamente compreso nulla più che non sia nell’idea dei cento
talleri. Ne segue che in tanto si fa differenza fra gli uni c gli
altri, in quanto ci si riferisce a qualcosa ili irreduttibile
all’elemento logico. Questo qualcosa è 1’ « esistenza », opposta all’essenza,
o, più rigorosamente, l’esse existentiae opposto all’esse essentiae. Ed
ora un secondo punto. All’essenza, al che cosa è di una determinata
realtà principio esplicativo è il concetto: quando una realtà venga
mediante il concetto geneticamente costruita in tutte le note che la
individuano, l’istanza esplicativa nell’ordine dell essenza è
esaurita. Pertanto che un oggetto di cui si sia interamente penetrato ciò
che è, sia, il nudo fatto del suo esser là come oggetto reale, ciò
costituisce un punto che sfugge interamen- te alla spiegazione razionale,
è un àXcyov — e principio esplicativo ad esso adegualo è non il
concetto, bensì la volontà o, per meglio dire, la potenza. Infatti il puro
essere delle cose costituisce per me un mistero fin quando esso ha
carattere di bruto dato, di qualcosa che è là senza partecipazione del
mio volere, im- ponendosi anzi secondo violenza a questo; breve:
come una privazione della mia attività. Mentre l’essenza posso pensarla e
quin- di costruirla, l’esistenza semplicemente la patisco — e per
questo mi costituisce una oscurità. Si imagini invece una situazione in
cui possa connettere Tesserci delle cose al loro volerle
incondizionatamente, cioè in cui la mia volontà avesse valore di potenza
creatrice: allora la loro esistenza di fatto di là dal loro concetto
cesserebbe di essermi un mistero, essa al contrario mi sarebbe
perfettamen- te intelligibile — essa sarebbe spiegata. Essenza ed
esistenza hanno dunque per rispetti- vi principi esplicativi la
costruzione ideale opera del pensiero e la causazione reale l"[
0 pera della volontà. E questo è il secondo punto. Il terzo punto è il
seguente, che fra costru- F" nza od esistenza — non vi è
differenza di « nnlinnlo /lì errarlo I .MHpa ò fTÌà 1111
ideale e volontà creatrice — quindi fraatura. ma soltanto di grado.
L’idea è già un dell’affermazione reale; e la eosiddet- f* realtà
oggettiva non è che l’affermazione pii 1 intensa e
completa di quella potenza che forma elementare, determina la cosa sempliceinente
pensata o rappresentala. La realtà non è che l 'atto dell’idea, ciò in cui
questa individua ed esprime interamente sè, cosi copidea non è che una
realtà in potenza, os- sia U na realtà semplicemente abbozzata o
al- lo stato nascente. Fra l’una e l’altra non vi è dunque salto,
vi è invece progressività. Il penderò di cento talleri e cento talleri reali
non sono evidentemente la stessa cosa — ma ciò n0 n
qualitativamente -- cosi come potrebbe pensare chi crede che il pensiero,
anziché un'Impotenza, sia l’imagine impersonale di una realtà
oggettiva -- ma intensivamente, nel senso che i cento talleri reali sono la più
profon- da, intensa potenza, relativa propriamente all’atto magico,
dell’affermazione corrispondente ai cento talleri pensati. Ed ora uniamo questo
risultato a ciò che si è detto poco la. Vi è una esistenza che è
morte, privazione, irrealtà — e tale è quella corrispondente
spontaneità rappresentativa, residuo .yl prima epoca, in cui l’atto è
passivo rispep sé stesso, die l’Io non domina come il SUo gnore. Di questa
esistenza non vi è certeàjj vera: non dipendendo da me come la n»«
ne o 1 emozione, essendo un puro accade un principio di radicale
contingenza la ripr e i de. Vi è invece una seconda esistenza, che
i quella che una volontà elevatasi a pot eri2 può
incondizionatamente produrre: sola mi! te questa è propriamente
esistenza, realtà ajJ solida, e solamente di essa — ove si trova L
nn giunto soltanto con se stesso in un possesso ed in un dominio —
l’Io può avere una reale) certezza. Fra l’una e l’altra di tali
esistenze vi è l’attività mentale propriamente detta. J In altre
parole: di là dal limite ideale del regno della pura necessità — della natura
e della spontaneità — come di là dalla sua privazione, l’individuo
fruisce nell’ordine razionale o ideale di un primo grado dell’at-
tualità sufficiente e della libertà. Questo gra- do procede verso
la sua perfezione nello svi- luppo secondo cui la potenza si riafferma in
livelli sempre più complessi e profondi della spontaneità — dell’antica
natura o dell’uni- versale — fino a dominare lo stesso grado
intensivo dell’esistenza reale. Allora da oscura passione e da feroce deserto
fatto di pii- Rione, il mondo si farà l'atto stesso dell’individuo, ed in
ciò sara redento e persuaso . . . Ji l'Individuo Assoluto.
Si può raccogliere insieme nel modo se- dente quanto si è
detto. Il punto di partenza è l’universale, il qua- L
nell’ordine della realtà non costituisce il grado più ricco — come lo
vuole il platonico — ma invece il grado più povero, non il punto di
arrivo, il terniinus ad quem, ma il punto di partenza, il terniinus a
quo. In esso s j ha infatti il semplice stato dell’essere che trova
sè stesso, che è pura spontaneità, che nini si possiede ma,
semplicemente, è. Stato di pienezza e di luce per l’io non ancor
nato, t presso al punto dell’individuale esso appare invece come
oscurità e morte. Cosi in un primo momento esso si dissolve nel mondo
della parvenza e della mera rappresentazione; in Jan secondo
momento viene sentito come passuine infinita, come il dolore cupo e muto della
privazione, come l’indicibile crocifissione nel mondo della necessità.
Ma, nata da lui, questa morte l’individuo la assume ora con gioia. Egli
è sufficiente ad essa. Egli sa che soltanto il suo proprio,
sovrannaturale valore l’essere fatto di possesso ne è la causa; egli
la riconosce come la materia, dalla q a . lo soltanto egli potrà trarre
lo splendore <ij una vita e di una realtà assolute. Ed allora l’oscurità
gradatamente si illumina, allora dall’abisso della necessità sorge il
fiore ferribile dell’individuo assoluto. Egli si erge lentissimamente nel cielo
senza stelle, liacndosj dalla vampa di ciò che egli divora nella
sua potenza. Le cose e gli esseri muoiono nell’intensità vertiginosa di
lui che, gradatamente, irresistibilmente, diviene — che, spaventevoh
nella sua purità, è signore del Sì e del K? Dominatore dei tre mondi. E in lui,
ente di possesso, ente che arde e fiammeggi, il processo
dell’universo avrà con il suo allo, la sua consumazione o perfezione
tinaie. Questo è, ad un dipresso, il senso del sistema che io sostengo; nel
quale da una parte ho cercato di fondere il problema gnoseologico e il
problema ontologico con quello etico e della autorealizzazione o magico;
dall’altra, di rivendicare il valore dell’individuo e di fargli nascere
la coscienza del suo compito e della sua dignità cosmica. E’ ciò che io
riconosco come verità, o, per meglio dire, è ciò che io voglio come
verità. L’individuo e il divenire del mondo, Roma, Libreria di Scienze e
Lettere. Race and the Myth of the Origins of Rome In his Life of ROMOLO, PLUTARCO
writes: ROMA would not have risen to such power had it not had, in any way, a
divine origin, such as to offer to the eyes of men something great and
inexplicable. CICERO repeats the same thing (Nat. Deor.) and then goes on to
consider (Har. Resp.) the Roman civilisation as that which surpassed every other
people or nation through sacred knowledge -- omnes gentes nationesque
superavivums. For the ancient Romans, SALLUSTIO has the expression “religiosissimi
mortales”. On the other hand, in our day, all of that is fantasy or
superstition for many serious persons and critical minds. The facts are the
only thing that count for them. The mythical traditions of the ancients have no
value, or they have it only insofar as it is supposed that, here and there,
they are confused reflections of real events, that is to say, tangibly
historical. There is, in that, a fundamental misunderstanding that is denounced
by Vico, then by Schelling, still more recently by Bachofen and, finally, by
the most recent school of the metaphysical interpretation of myth, and by those
little known today (Guenon,Otto, Altheim, Kerenyi, etc.). According to all
these philosophers, a mystical tradition is neither an arbitrary creation more
or less on the poetic and fantastic plane, nor a deformation or transpositions
of a historical element.. Especially in regard to origins, Bachofen points out
that a symbol or a legends, if only in a dramatised form, may represent
actually and truly the history of the beginnings of a nation. Not the history
of events occurring materially on earth, but rather of spiritual processes that
give birth to a people alongside other people although different in culture and
civilization. This is history, so to say, of its prenatal period. Legend and
history are tightly connected. The former proceeds through interiorisation and
is dispersed through images. The latter proceeds through exteriorisation as
facts, an action, or an event. An image is the result of a formative living
force. A fact is organised by human thought. In a legend, one is transported by
a formative force. In history, there is premeditated organisation of facts. But
the legend is a part and the root of history. A legend is not poetry. Rather, a
legend is a reality much vaster than history itself. The threads of the destiny
of a people that unravel in the most various ways in their historical
development go back to an impulse, to the creative sphere, to which the HERO of
its legend is connected. Bachofen thus reveals that, even at the point in which
evidence, by being recognised as a LEGEND, comes to be rejected by profane
history, even when it is a positive witness to the spirit of a people. In that
way, a study of a mystical tradition, using a different criterion, may lead us
to an interesting conclusion from the point of view of a theory of race that is
similarly not defined by the material aspects of the issues, but also addresses
the inner reality of race. We want to illustrate this interpretative method
with the birth of Rome -- applying it
precisely to the exegesis of the legend of our origins. The legend related to
the birth of Rome concentrates such a quantity of sensitive elements based on
general meanings of civilisations and mythologies of the Aryan people, that a full
seminar would be necessary to analyse them and clarify them adequately.
Therefore, I shall point out here only the most notable themes, among which
are: the miraculous birth, the theme of being saved by the waters, the wolf,
the tree, the rival pair of twins. The legend of the union of a god with a
mortal woman, in the present case, of MARTE with the vestal RHEA SILVIA, form
which union ROMOLO and REMO are born, recurs in almost all traditions in regard
to the birth of a divine heroes. GIOVE and LETONE give birth to APOLLO, GIOVE
and Alcmene to ERCOLE -- ERCOLE being the symbolic hero of the Doric-Achaean
Aryan peoples, and Apollo having a connection with the land of the Hyperboreans
and with the primordial Nordic-Aryan races. An analogous origin, in properly
Germanic traditions, is attributed to the heroic peoples of the Volsungs, to
which Siegfried belongs. In the ancient royal Egyptian tradition - whose remove
origin can with good reason also be considered to be Aryan and
Atlantic-Occidental - every sovereign is thought to have been begotten by a god
uniting with the queen. This is a mystical tradition in which the hidden
meaning of the LEGEND comes to the fore, inasmuch as a miraculous birth without
the help of a man, of a human father, is imagined. Since the queen has her
consort, the idea that her son was conceived by a god, being awaken to life by
her husband, could only indicate that he, not in his moral part, but so to say,
in that eternal and divine part, had to be thought of as a type of incarnation
of a decisive supernatural element that came to confer a royal dignity on him.
In the case of ROMA, therefore, MARTE is such an element from above, that is,
the divine representation of the principle of warrior virility. Such a force
stands therefore at the origins of the Eternal City and at the basis of its
secret origin, veiled by the legend: so that in some traditions form the era of
the Roman Republic itself, it will be directly conceived as the son of MARTE.
And this MARTE force is associated with those who may be the guardians of the
sacred flame of life; symbolically, with a vestal (RHEA SILVIA). The twins ROMOLO
and REMO are abandoned to the waters and are saved from the waters. Here again
is a symbolic theme recurring in many traditions. Moses is saved from the
waters, the Indo-Aryan hero Karna is left in a basket in the river and is saved
from the waters, and so on. But the symbol contained in the most ancient Aryan
tradition is especially important, i.e., the Vedic tradition, in which ascetics
are depicted as supreme natures who stand on the waters. Analogous explanations
and, therefore, the hidden meaning of such a symbol, can be clarified as
follows. The waters have traditionally always depicted the current of time,
i.e., the basic element of mortal, unstable, contingent, passionate, fleeting
life. The weak man is taken from the waters and carried from the waters. The
seer or HERO, the ascetic or the prophet is saved from the waters, or is
capable of standing on the waters, or of not sinking in the waters. Hence, in
the legend of the origins of Rome, this symbol must again characterise the
divine element of the founder of Rome, his, so to speak, super-natural dignity.
The twins find refuge near the fig tree – the “ficus Ruminalis” -- and are
suckeld by a wolf. The word “ruminalis” contains the idea of feeding: the
quality of “ruminus”, related to GIOVE, alluded to the quality of nourisher:
the god who gives nourishment in Latin. But this is the most elementary aspect
of the symbol. In general, in the most ancient traditions of the Aryan race,
the tree is the symbol of universal life, it is the tree of the world or the
cosmic tree. If it is in the form of a fig tree as it appears in the legend of
Roman origins, precisely as a “fico indico”, the Banyan tree, the ashwattha
tree - it is depicted as upside-down in the Indo-Aryan tradition to express
that its roots are from above, in the heavens. The idea of a mystical flood
from the tree is an often recurring theme: the myth of GIASONE, ERCOLE, Odin,
Gilgamesh, etc. Naturally, according to the races and their spirit, this then
present diverse variations. We know from the Hebraic myth that to pick and eat
from the tree in order to make oneself like god is considered as the principle
of guilt, abuse of power, and a curse.Things are conceived in a very different
way in the myths of the Aryan race and even in the paleo-Chaldean myth of
Gilgamesh. Also, in the legends of the Ghibelline Middle Ages, the heroic theme
prevails and the tree often appears as that of the universal empire, reaching
it in the symbolic lands of the mysterious Prester John means insuring the same
dignity that the ancient Ario-Iranian rulers associated with the title of king
of kings. Returning to our subject, in the legend of the twins at the origins
of Rome, we therefore have the allusion to a supernatural food from the Tree -
but also the Wolf. The symbol of the wolf, considered in its entirety and in
all the stories that refer to her, has an ambiguous character. LUCIANO and
GIULIANO recall that, in the ancient world, on the basis of the phonetic
resemblance between the two words, the idea of the “lupa” and of “luce” are
often associated – “lykos” – lizio --, which in Greek means wolf, sounds like “lyke,”
light. But there are also figurations of the wolf a sa hellish animal, as a
dark force. The wolf thus appears to us in the double aspect, symbol of a
ferocious and savage nature and also as the symbol of aluminous nature. This
duality is verifiable, not only in Hellenic-Mediterranean prehistory, but also
in the Celtic and Nordic. In fact, on the one hand in the Nordic-Celtic and
Delphic cults the wolf is connected to Apollo, i.e., to the Hyperborean,
Nordic-Aryan god, simultaneously conceived as the solar god of the golden age
and significantly associated by VIRGILIO with ROMAN greatness. “Sons of the
wolf”, on this basis, was a designation for warrior and heroic peoples of Nordic-Germanic
origins, designations that persisted even up to the epoch of the Goths and
Nibelungs. Yet, on the other hand, in the Edda, the age of the wolf signifies a
dark age, marking the epoch of the outbreak of savage and elementary forces,
almost of the power of chaos, against the forces of the divine heroes, or
Aesir. Now we can certainly also relate this quality to the principle that,
according to the legend of origins, fed the twins insofar as we see it
reflected in their very nature, that is, in the antagonistic duality of ROMOLO
e REMO, as related to us in the legend. As others already noticed, so also the
theme of a single principle from which an antithesis is differentiated, whether
depicted by the antagonism of twins or, in general, of a couple, is found again
in many traditions, and not rarely in respect ot particularly significant
moments for the origins of a given civilisation, race, or religion. For
example, we only recall that in the ancient Egyptian tradition Osiris and Set
are two brothers of discord - conceived as twins - and one incarnates the
luminous power of the sun, the other, a dark, “infernal”, principle, whose
generation is called the “sons of the impotent revolt”. Does not something
similar also show through perhaps in the ROMAN legend? ROMOLO is the one who
marks the contour of ROMA as the meaning of a sacred rite and a principle of
limit -- of order, of law - having received the right of putting his name to
the city form the apparition of the solar number, of the XII vultures. REMO is,
instead, the one who violates such a limit and is killed for this reason. One
could say that the primordial force of Roman origins thus are differentiated
and destroys the dark powers that are contained in themselves, affirms in its
luminous aspect of order, Olympian denomination, purified warrior force. There
have been attempts to see in the contrast between ROMOLO and REMO the
reflection of the contrast between opposed Aryan racial forces, or of the Aryan
type, and non-Aryan or pre-Aryan types. Research of this kind is without doubt
interesting. Problematic in its conclusions, if it intends to remain
exclusively on the plane of material facts, or archaeological and
anthropological evidence. It has greater possibilities if it also penetrates
legend in order to extract elements that integrate research in other domains.
Naturally, in order to accomplish that, it also needs to resolve to outline
general frameworks of various aspects of ancient Roman society, considering,
for example, with various philosophers, somewhat probable that the social
system of castes of ancient Rome has a racial substrate. In this totality, it
is interesting to examine the link between the two principles, whose symbolic
figurations could well be ROMOLO and REMO -- with the two hills Palatine and
Aventine. The PALATINO is, as we know, ROMOLO’s hill and the AVENTINO is REMO’s.
Now, according to the ancient Italic tradition, on the PALATINO, ERCOLE met the
good king Evander (who significantly founded a temple of the goddess Victoria
on the same Palatine hill) after having killed CACO, son of the Pelasgian
(pre-Aryan) god of the subterranean fire: and Hercules conquered and killed in
Cacus’ cave, located in the AVENTINO, and erected an altar to the Olympic god,
to whom he was allied according to the Hellenic legend. Researchers like PIGANIOL
are of the opinion that this duel between ERCOLE and CACO - with the
corresponding opposition of the PALATINO and AVENTINO hills - could be a mythic
transcription of the battle waged by peoples of opposing races. The mythic
legend of the origins of Rome is therefore saturated with deep meaning. The
triumph of ROMOLO and the death of REMO is the key to the origin hidden in
Romanity - and the first episode of a dramatic, outer and inner, spiritual,
social and racial battle, in part known, in part still enclosed in symbols or
in an event not yet penetrated with respect to their most essential aspect -
almost, we will say: with respect to the third dimension. Through this secular
battle, Rome rises gradually and asserts itself in the world as a triumphal
manifestation of a principle of light and of order, of an ethic and a vision of
life that, in its original and uncorrupted forms, is witness to the Aryan
spirit. And we know what it is, according to the most widespread tradition, the
conclusion of the legend of origins. It is the apotheosis of ROMOLO, ROMOLO
deified. He returned from the earth to heaven after his mortal part was
destroyed by means of the dazzling fire. So what has been treated is neither
fantasy, nor poetry, nor rhetoric. Analogous explanations recur in the
traditions of all peoples, according to a uniformity that should lead anyone to
reflection. Also in regards to ROMOLO, the legend contains a faith and a
spiritual certainty. It is the meaning of a reality that, freed from the person
and symbol, is not once, but will always be, and will always be present, in its
greatness beyond history, the race that knows how to recall the mystery. E. è
stato il più importante teorico della rivoluzione conservatrice in Italia.
Nei suoi saggi filosofici si ritrova l'utilizzazione consapevole della
espressione «rivoluzione conservatrice», la base teorica e i limiti entro
cui ha senso tale definizione. Tuttavia, in E. la rivoluzione
conservatrice si dissocia nettamente dall 'ideologia italiana. La sua
elaborazione del concetto di rivoluzione conservatrice è attinta direttamente
dalla konservative Revolution tedesca, e ad essa si rifà espressamente, pur con
alcune specifiche motivazioni. In secondo luogo, l’idea di rivoluzione
conservatrice in E. si situa in una linea fortemente critica verso la
tradizione teorica e storica italiana. A cominciare dall’idea stessa di
nazione, di cui E. sottolinea l'eredità giacobina, egli sottopone a
una critica serrata tutte le stazioni più importanti della ideologia
italiana: la critica del Risorgimento, che pure è ricorrente in tutta
l’ideologia italiana, è condotta da E. non più nel nome dell’inveramento del
Risorgimento, inteso come radicalizzazione o correzione di rotta,
ma diviene rifiuto e negazione del Risorgimento, visto come la traduzione
nazionale della rivoluzione francese, e rigettato come l'espressione di
un liberalismo anti-tradizionale. Qui E. accoglie l'eredità del pensiero
contro-rivoluzionario e si situa nettamente nel solco della tradizione
reazionaria, pur non condividendo il riferimento cattolico e cristiano
che la sottende. Critiche non meno nette E. rivolge al processo unitario
post-risorgimentale e a tentativi come quello crispino di generare una
sintesi tra nazional-populismo e autoritarismo. Ma la critica di E. non si
arresta nemmeno alle soglie del FASCISMO, a cui pure il suo nome è solitamente
associato. Quasi tutta la critica evoliana verso il fascismo gravita
proprio sul tentativo fascista di costituire una ideologia italiana o di
inserirsi nella tradizione italiana, sia verticalmente, cioè come
recupero della storia italiana, sia orizzontalmente, come tentativo di
integrare le masse e tutte le diversità in una comunità nazionale. Per E.,
il fascismo non avrebbe dovuto abdicare al suo ruolo di MINORANZA attiva,
di aristocrazia, di OTTIMATI, avrebbe anzi dovuto accentuare la sua diversità,
da quel che costituiva la linea italiana risorgimentalista. La
critica di E. all'ideologia italiana, così implacabile, sconsiglierebbe dunque
di ritrovare nella sua filosofia i lineamenti di quella rivoluzione
conservatrice -- il filo rosso della storia italiana. Le sue scelte lo
porterebbero, piuttosto, nella linea di de Maistre e de Bonald o di larga parte
della filosofia mitteleuropea. Ma a questo punto si dispiega uno dei
maggiori paradossi della dottrina politica evoliana: quanto più E. teorizza una
tradizione radicalmente diversa dalla modernità e integralisticamente depurata
da ogni scoria di pseudo-tradizionalismo» nazionalista e risorgimentale,
tanto più Evola coniuga l’idea della tradizione con posizioni che appartengono
al mondo della rivoluzione. Rivolta, anomìa, anarchismo di destra,
nichilismo attivo sono ricorrenti espressioni della filosofia evoliana che
segnano un indubbio recupero della dimensione rivoluzionaria. Questo dualismo,
solitamente, è stato attribuito a due tappe differenti e fondamentali della
filosofia evoliana, e identificate l’una ne “Gli uomini e le rovine”, e l'altra
in “Cavalcare la tigre.” Ma, più vastamente, l’intera opera evoliana si
dispiega all’interno di un orizzonte antinomico, tra rivoluzione e tradizione,
se si considera l'esperienza pittorica dadaista, fortemente eversiva, il
periodo filosofico, con sostanziali elementi rivoluzionari e stirneriani,
la valorizzazione del tantrismo nel suo aspetto più distruttivo (la via
della mano sinistra). Elementi che convivono nell’opera evoliana con la
ricerca e l'affermazione della tradizione, il primato dell'essere, il recupero
della dimensione metafisica; o nel mondo politico con il richiamo a una
concezione fondata sull'autorità, l’ordine e la gerarchia. Sul piano della
dottrina politica, l'aporia può forse trovare agevole soluzione
se si tiene presente che, in un mondo sconsacrato e secolarizzato, la
tradizione non può che rivelarsi come una rivoluzione e attraverso la
rivoluzione. Il ritorno alla tradizione, in questo contesto, sarebbe infatti un
evento di rottura, una radicale inversione di rotta rispetto alla realtà
presente. La rivoluzione sarebbe dunque per E. il rigetto del presente
nel nome del passato; rivoluzione-restaurazione, ovvero rivoluzione nel senso
dell'astronomia classica, come già ripete E.. In uno scritto divulgativo,
tra gl’ultimi di E., il pensatore tradizionalista afferma. Se si vuole,
ci si può riferire alla formula, solo in apparenza paradossale, di
una rivoluzione conservatrice. Essa concerne tutte le iniziative che si
impongono per la rimozione di situazioni negative, fattuali, necessarie
per una restaurazione. In linea di massima, si può riconoscere la
coerenza di questa posizione e il rigoroso uso dell'espressione di rivoluzione
conservatrice. Tuttavia, soprattutto se si tiene conto dell'orizzonte di
pensiero in cui E. utilizza questa definizione, i due piani di
rivoluzione e tradizione non sembrano poi così nettamente delineati e
divisi. In E. vi sono interpolazioni e attraversamenti: talvolta la
pratica rivoluzionaria finisce col rivoltarsi contro gli stessi principi
tradizionali e finisce con l'assumere valori autonomi. L’anomìa finisce con l’essere una
pericolosa arma a doppio taglio. E dall’altra parte, soprattutto
nell’ultimo E., il metodo rivoluzionario risulta spesso alterato o addirittura
soppiantato da una scelta pratica di tipo conservatore, fondata sui
parametri del salvare il salvabile, preferire il male minore, allearsi
con i moderati per combattere la sovversione, eccetera. A parte questi
sconfinamenti, peraltro marginali se si considera l’itinerario evoliano nel suo
complesso, E. si pone legittimamente come il teorico principale della
rivoluzione conservatrice vista da destra. Il suo pensiero è alle origini
sia dell’integralismo di destra che del modernismo di destra -- in parte
defluito da destra. Non si potrebbe infatti comprendere il neo-tradizionalismo,
anche quello cattolico, senza transitare per le opere di E. imperniate sui
valori della tradizione. Ma dall'altro verso non si potrebbero
comprendere neanche i fermenti della cosiddetta nuova cultura, della nuova
destra o i tentativi di andare al di là della destra e della sinistra,
senza risalire a quel filo rosso che scorre dall’E. dadaista e
iconoclasta all’Evola filosofo, al seguace del tantrismo e soprattutto
all’autore di Cavalcare la tigre. Da entrambe le posizioni, neo-tradizionaliste
e moderniste, si sono staccate frange opposte e simmetriche, che hanno
parimenti rifiutato l'eredità evoliana, l'una nel nome della tradizione
cattolica, l'altra nel nome della modernità assurta a valore. Se il
linguaggio non e improprio e desueto, si potrebbe dire che la sua opera genera una
destra e una sinistra evoliana. È curioso osservare che i modernisti di
destra ripercorrono, pur con specifici tratti, lo stesso cammino già
percorso da un certo radicalismo di destra che trova in Evola elementi per
fondare una scelta rivoluzionaria in senso nazional-popolare. Il
cammino dei modernisti di destra si rivela come la versione debole (e
quindi più intellettualistica, più dolce nel metodo e più esitante) di quello
stesso processo di modernizzazione del pensiero evoliano, la cui versione forte
è costituita proprio dal rivoluzionarismo nazional-popolare. I vari filoni
dipartitisi d’E. ritrovano oggi sul loro cammino gli stessi incroci in cui si
dibatte la filosofia evoliana: trasgressioni e fedeltà, soggettività e tradizione,
organicismo senza statolatria, ricomposizione comunitaria ed élitismo,
rigetto dell’ideologia italiana e insieme esigenza di radicarsi nel
tessuto reale di que sta società, e così via. Le contraddizioni, mutatis
mutandis, sono ancora le stesse. Per ripercorrere queste stazioni cruciali
della filosofia evoliana, e proficuo attraversare le principali interpretazioni
critiche della filosofia d’E. che si possono ricondurre a quattro tesi
fondamentali. In primo luogo, l'interpretazione di E. come maestro eretico
del pensiero negative. In secondo luogo, E. visto come teorico di un neo-paganesimo
anti-cristiano e anti-trascendente. In terzo luogo, Evola visto come un
gentiliano minore che tenta invano di superare l'attualismo. Inine, E. visto
come l'ispiratore del neo-nazifascismo. L’accostamento tra E. e il pensiero
negativo si può far risalire al tempo della contestazione, quando
qualcuno ravvisò impressionanti simmetrie tra il pensiero evoliano e il
pensiero di MARCUSE. Simmetrie che lo stesso E. non ha mancato di sottolineare,
seppure rimarcando la radicale divergenza di fondo. Di quel parallelo
aveva parlato qualche anno fa GALLI, soffermandosi soprattutto sulle sue
valenze politiche. Da un punto di vista filosofico la collocazione di Evola
nell'alveo del pensiero negativo è stata recentemente proposta da MANCINI e CACCIARI.
Entrambi scorgono in NIETZSCHE il crocevia della filosofia negativa. Dopo NIETZSCHE,
si potrebbe quasi parlare di un pensiero negativo di sinistra che coniuga
Nietzsche con MARX, Freud e al limite STIRNER, e che si esprime, soprattutto,
ma non solo, con la triade francofortese Adorno, Horkheimer e Marcuse; e un
pensiero negativo di destra che coniuga Nietzsche con i valori
tradizionali e che si esprimerebbe tra gli altri con E., JUNGER e larga
parte del pensiero rivoluzionario-conservatore. Quale sarebbe il filo comune
del pensiero negativo? In primo luogo, la critica radicale della ragione
e delle pretese sintetiche e costruttive della razionalità. In
secondo luogo, lo smascheramento della civiltà moderna e borghese e la rivolta
contro la nostra società. In terzo luogo, lo sfaldamento della fiducia nel
progresso ma anche negli antichi appoggi; la crisi del principio di
identità e di non contraddizione; indi, la concezione conflittuale e
catastrofica della storia. E scavando più a fondo si giunge alla matrice
del nichilismo: la morte di Dio, la perdita del reale, del senso e degli
scopi, l'incertezza esistenziale, l'oscuramento della metafisica. I due
versanti del pensiero negativo sarebbero dunque compresi nell’alveo del
nichilismo. Soltanto che il versante destro del pensiero negativo, a
cominciare d’E., per estendersi a buona parte della rivoluzione
conservatrice, tradirebbe Nietzsche, mascherando il nichilismo nell'irrazionale
e nella retorica dei valori. A questo punto le conclusioni di un MANCINI
conducono a una condanna senza appello del pensiero evoliano, le conclusioni di
CACCIARI conducono invece a un appello senza condanna agli evoliani:
liberatevi dal camuffamento irrazionalistico, liberatevi dalle
vostre certezze che reggono solo sulla retorica, e procedete con occhio
sgombro verso un sapere senza fondamenti, verso un nichilismo consapevolmente
vissuto e accettato come destino finale. In fondo il discorso ruota
intorno a un’equazione tutta da dimostrare: l'equazione, appunto, tra E.
e il pensiero negativo. È necessario dunque affrontare la differenza
radicale che allontana E. dal pensiero negativo. Una differenza di provenienza
e di approdi, di metodi e di aperture. È certamente vero che il pensiero
negativo e il pensiero evoliano nascono entrambi come filosofie
della crisi. Ma la crisi del pensiero negativo è la crisi di una razionalità
che ha perduto la ragione, di una dialettica che ha perso la possibilità
della sintesi, di un materialismo che ha perduto la materia, di un
orizzontalismo che ha perduto orizzonti, di una rivoluzione che ha
perduto il progetto. La crisi da cui nasce il pensiero evoliano è invece
la crisi di una trascendenza che ha perduto Dio, di un verticalismo che
ha perduto il suo vertice, di un eroismo che ha perduto gli eroi, di un
Olimpo che ha perduto gli dei, di una tradizione che ha perduto i
suoi templi, i suoi riti e i suoi uomini. Da una parte è l’orfanità
della ragione che incita a ripensare i miti. Dall'altra parte l’orfanità del
mito che spinge a cercare le ragioni. In entrambe si assisto al
disormeggio della storia secondo la suggestiva espressione di CIORAN. Da una
parte in E. la tradizione sembra smarrire gl’anelli che la congiungono
al presente. Dall’altra parte nel pensiero negativo il progresso si separa
dall’ottimismo e dal migliorismo storico e scivola nella catastrofe, nel
vuoto. Ma differente è pure la reazione alla crisi. Il pensiero
negativo diviene pensiero della liberazione trasgressiva, sollecita a liberarsi
dai vincoli della realtà e della ragione, oppone la ragione distruttiva
come risposta alla ragione decretante. Opposta appare invece la
reazione evoliana alla crisi. Alla liberazione dal destino si oppone qui
l'accettazione del destino, la fedeltà ai valori oscurati, l’azione
nonostante i frutti, la risposta eroica al nichilismo. Entrambe le vie
germogliano dunque dalla crisi: ma il pensiero evoliano induce a vivere
come se i valori esistano. Il pensiero negativo induce a vivere come se
non abbia importanza avere valori. E. scommette sui valori, il pensiero
negativo rigetta la scommessa come insignificante, fuorviante,
mistificatrice. Nel pensiero negativo il nichilismo è pensato e vissuto
come esito finale; nel pensiero evoliano il nichilismo è inteso come
prova del fuoco, come deserto da attraversare. L’esperienza del nichilismo è
rivolta in E. a fortificare il bagaglio interiore, a essenzializzare la vita, a
denudare i valori dalle incrostazioni, per ricondurli alla nudità
originaria. Il nichilismo, secondo questa prospettiva che E. coglie da
Nietzsche, dovrebbe rafforzare ciò che non riesce a spezzare. Il pensiero
evoliano ha Nietzsche alle sue spalle, ombra titanica che si allunga sul suo
cammino; il pensiero negativo trova invece Nietzsche davanti a sé,
scoglio insormontabile per la ragione dialettica. Ciò che in E. è punto di
partenza, che pure si allunga su tutto il percorso, nel pensiero negativo
è punto d'arrivo, oltre il quale non si può andare. Non è un caso, poi,
che il pensiero negativo si definisca tale, laddove il pensiero evoliano si
autodefinisce magico: il pensiero magico è per sua stessa vocazione
rivolto a comporre, a ordinare il mondo e non a disfarlo, a rivelare la
sua segreta armonia, a concepire la libertà come attività produttiva e
creativa. Il pensiero magico risale dal caos al cosmos, dal conflitto
all’armonia, ponendosi infine come pensiero costruttivo, pensiero positivo. Il
pensiero negativo al contrario dissolve il cosmos nel caos, nell'armonia scorge
il contrasto, eternizza il conflitto e la catastrofe, definendosi infine come
pensiero distruttivo. Nel crocevia tra magia e trascendenza, il pensiero
evoliano si inviluppa in alcune contraddizioni: le forti aporie tra senso della
trascendenza e immanentismo volon¬ taristico che si esprimono
nell'Autarca, le tentazioni faustiane, il pericoloso velleitarismo di chi
vuole traversare l'abisso, l'etica della disperazione che si risolve talvolta
in Evola in uno spiritualismo nobile ma cieco, che rigetta i frutti e le
prospettive. Ma pur nella contraddittorietà delle posizioni ciò che distingue
radicalmente E. dal pensiero negativo risale a una opzione di fondo: è la
opzione della trascendenza che conduce Evola alla riscoperta del sacro.
La trascendenza resta una dimensione assente nel pensiero negativo in
virtù di una originaria opzione immanentistica mai smentita. La f
iducia in una «più che vita», la scommessa sull’immortalità, la certezza del
sacro, il culto dell'invisibile e de fì'eterno, accend on o in Ev ola un bag
lioré metafisico che non é flato tr ovare, n el pensi ero negativo. Alla
luce del sacro, la stessa concezione eroica esce dal campo del puro
arbitrio, della mera retorica, del volere autarchico, per farsi essa stessa
segno di quella certezza metafisica e metaesistenziale, espressione e
testi¬ monianza che pure vacillando nel vuoto, la strada percorsa è
quella che sale. Occupandosi del radicalismo di destra, Civiltà Cattolica ha
individuato in E. il principale ispiratore di una nuova destra fortemente
anticristiana e neo-pagana . Le argomentazioni condotte a rinforzo di
questa tesi erano attinte quasi interamente dalla lettura di iperialismo
pagano. Che in E. vi sia una forte ascendenza di tipo pagano è certamente fuori
discussione: la grande valutazione del mondo greco e ROMANO, l’esaltazione
della spiritualità nordica, il risalto attribuito alla figura di Federico II,
sono solo alcuni tra i segnali di questa ispirazione pagana del pensiero di E.. Tuttavia
l’interpretazione di E. come padre di un neopaganesimo anticristiano, è
semplicistica e a tratti fuorviante. Vi è in primo luogo una ragione
metodologica: non si può valutare il pensiero evoliano soffermandosi sulla
lettura di Imperialismo pagano, un saggio che E. scrive non ae che in
seguito disconobbe. Imperialismo pagano è un pamphlet fortemente polemico che
risente degli umori del tempo e che si inserisce nel dibattito preconciliare.
Imperialismo pagano è un'opera certamente minore rispetto ad altre opere
evoliane di spessore ben più notevole. Per comprendere E. bisogna
transitare almeno da altre cinque, sei opere ignorate da Civiltà Cattolica. In
secondo luogo, il pensiero evoliano si alimenta di correnti e torrenti
che sarebbe improprio definire di tipo pagano: la tradizione gnostica e orfica,
pitagorica, la metafisica orientale, il buddismo. Se si vuol
definire pagano, nel senso di anti-cristiano, tutto ciò che non è
cristiano, si finisce nel più piatto manicheismo. In terzo luogo,
dal complesso dell'opera evoliana non si può dedurre un orientamento anti-cristiano
e ancor meno un orientamento anti-trascendente. Altrimenti non si
comprenderebbe in Evola la lettura dei mistici cristiani, l'influenza di certo
gnosticismo cristiano, l’attenzione positiva verso pensatori come Meister
Eckart e SAN GIOVANNI DELLA CROCE, la grande influenza di Carlo MICHELSTAEDTER
che rivela profondissime tracce di cristianesimo. E non si
comprenderebbe il carteggio evoliano con REBORA, il ritiro di E. in un convent,
la sua difesa della Chiesa del Sillabo (se la Chiesa fosse ancora quella
del Sillabo — afferma E.— non ci sarebbero esitazioni a schierarsi
dalla sua parte per affermare i valori della tradizione»), ma anche della
fede cristiana e del suo significato nella nostra epoca sconsacrata.
E non si comprenderebbe infine per quali misteriose ragioni la lettura di
Evola sia stata per molti una stazione d i transito ve rso una riconversion e
al cattolicesimo -- una riscoperta del sacro e del trascendente, del rito
e dell aJracE zionèr Sarà un paradosso^lha mòTti dfcoTo- ro che
hanno poi criticato il pensiero evoliano alla luce del cattolicesimo
tradizionale, devono a E. la conoscenza di autori come de Maistre, Donoso
Cortes, de Bonald. È poi significativo che E. condanni le franga
moderniste [del cristianesimo , colo ro che riducono la religione nell’orizzonte
immanentistico de l messaggioso . ciale, la stòricizzazione e
l’umanizzazione del divino, la teologia dellà morte di Dio, la
razionalizzazione dei principi e delle tradizioni, la confusione del cr
stianesimo conjun moralistico sentimentalism o borghese. In E.
permane, certamente, un senso di estraneità al cristianesimo, ma non di
ostilità; vi è un differente tipo di spiritualità che trae alimento da
differenti tradizioni. Nel cristianesimo E. denuncia la mancanza di
una dottrina esoterica che possa affiancarsi alla
religione fideistica e devozionale. Appare quindi improprio il tentativo
di demonizzare il pensiero evoliano come l'espressione di una rivolta anti-cristiana
con esiti immanentistici. Questa riduttiva interpretazione del pensiero
evoliano rimanda a un'antitesi più vasta e insensata quando pretende di essere
assoluta: l’antitesi tra paganesimo e cristianesimo alla cui radicalità
mostrano di credere da un verso Civiltà Cattolica e dall'altro verso
alcuni esponenti della nouvelle droite, a cominciare da de Benoist.
L'antitesi autentica e radicale della nostra epoca, in realtà, non è tra
paganesimo e cristianesimo ma tra sacro e nichilismo, tra vocazione alla
trascendenza e sfaldamento nell'immanenza. Per un autentico spirito
cristiano la santità è intesa come il culmine del sacro, è il gradino
supremo in cui il sacro si incarna nell'umano e si palesa nel mondo;
per una autentica religiosità di tipo pagano, la santità è una delle
più alte manifestazioni del sacro. Per entrambi resta essenziale
l'antitesi tra sacro e nichilismo. Per una spiritualità di tipo cristiano il
senso elèi sacro può dirsi quasi il rosminiano sentimento fondamentale,
quell'innata vocazione metafisica sulle cui basi si eleva poi la fede
cristiana. Per una spiritualità di tipo pagano, il sacro può intendersi non
come la base ma come il vertice verso cui convergono le religioni, il
principio metafisico di cui le religioni sono bracci, manifestazioni,
assi di una ruota. Nel pensiero contemporaneo, la distinzione di campo più
rigorosa è senza dubbio quella tra pensiero ispirato alla trascendenza e
pensiero esaurito nell’iimmanenza, tra pensiero fondato metafisicamente
(proteso verso l'essere) e pensiero senza fondamenti o comunque fondato
storicisticamente, vitalisticamente e materialisticamente (risolto dentro il divenire).
In questa distinzione di campo, il pensiero di E. ritrova una identità
molto diversa da quella che gli viene attribuita da Civiltà Cattolica e da
taluni esponenti del «neopaganesimo». Vi sono certamente alcune
cadute immanentistiche e superomistiche nel pensiero evoliano che in un
pensatore come GUENON, ad esempio, non sono presenti: ma il pensiero di
Evola rischia l’impurità e talvolta l’incoerenza perché si cimenta con la crisi
contemporanea. È una scommessa più difficile quella di E., un cammino più
arduo: attraversare il nostro tempo. Questa sua scommessa può essere
intesa come la sua peculiarità più feconda e insieme come il suo limite
più netto: ma, in ogni caso, il pensiero di E. si incammina sul l a s
trada, del sacro. Un autorevole filosofo come NEGRI ha individuato in
Evola un «gentiliano minore» che tenta invano di superare l'attualismo.
L’interpretazione di NEGRI ripercorre i sentieri già solcati da SPIRITO,
CARLINI, E SCIACCA che appunto a GENTILE avevano ricondotto il pensiero
di E.. Che l’ombra gigantesca di Gentile si allunghi su tutta la filosofia
italiana può essere difficilmente confutabile. Persino lo spiritualismo
cattolico o la filosofia della prassi di GRAMSCI mostrano i segni di quella
influenza. Ma che vi siano specifiche e preponderanti tracce di influenza
su Evola è largamente inesatto. Si deve anzi osservare il fenomeno
opposto: forse non è mai accaduto che due pensatori, vissuti nello
stesso tempo e nella stessa nazione, associati seppur genericamente in
uno stesso indirizzo «filosofico» e in uno stesso ambiente
storico-politico, siano stati così lontani come Gentile ed E.. Alle
sorgenti della formazione evoliana vi sono correnti e autori in larga parte
estranei a Gentile. Manca a Gentile il riferimento alla metafisica
orientale, al pensiero tradizionale e legittimista, a Stirner, a
Nietzsche, a Bachofen, a Weininger, a Michelstaedter e a tutta la
grande cultura mitteleuropea, a cominciare da Spengler e Junger. E
manca a Evola la lettura del pensiero risorgimentale, l’influenza di SPAVENTA e
di MAZZINI, di GIOBERTI e di ROSMINI, il confronto con la filosofia di
Marx e con lo storicismo, che sono invece determinanti nella formazione
di Gentile. I riferimenti comuni si limitano a certi autori
dell'idealismo tedesco. In E. l'idealismo è un episodio, seppure
notevole, inserito in un altro episodio, seppure importante, quale è il
suo periodo filosofico. Se si prescinde dalle coordinate extrafilosofiche, si è
già lontani dalla comprensione del pensiero evoliano. Inoltre, va
ricordato, della filosofia evoliana si occupa CROCE ma non se ne occupò mai
Gentile, che non vi riconobbe mai alcuna parentela. E della filosofia
gentiliana, Evola se ne è sempre occupato in chiave critica. I suoi rilievi, le
sue critiche all’attualismo sono notevoli, radicali e tutt’altro che
superabili. Sul piano storico, Evola condanna del fascismo quel che
Gentile approva o addirittura egli stesso ispira. E le distanze con
Gentile non si attenuarono nemmeno quando il vento del CONCORDATO
condusse Gentile ed Evola a scontare una comune emarginazione. Come
per Gentile, anche per Evola il fASCISMO e inteso come una rivoluzione
conservatrice, anzi una restaurazione. Ma restaurazione non della tradizione
italiana esaltata dal Risorgimento e dalla filosofia nazionale, come vuole
Gentile, ma restaurazione di LA TRADIZIONE ROMANA e ghibellina. Ovvero
una restaurazione così radicale che finisce con l'essere una rivoluzione
rispetto al passato più prossimo. Nel momento in cui E. superava Gentile in
radicalismo restauratore, lo supera al contempo in radicalismo rivoluzionario. Va
infine considerata l'evoluzione storico-politica del pensiero evoliano in
senso aristocratico e tradizionalista, che diverge nettamente dall'evoluzione
gentiliana verso l'umanesimo del lavoro. In definitiva, se è
riduttivo chiudere il pensiero evoliano nell alveo dell'idealismo, è
doppiamente riduttivo e fuorviarne considerare la filosofia di E. alla stregua
di un attualismo malriuscito, un tentativo velleitario di superare Gentile. In
E. vi è ben altro. Per un tempo, E. è stato conosciuto come l'ispiratore
dell'attivismo neo-fascista e neo-nazista. Una definizione canonica che ha
dominato nel giornalismo e nella cultura politicante, che ha trovato la
sua giustificazione teorica in filosofi come JESI ma una definizione che
ancora resiste, come dimostrano certi interventi al convegno di Cuneo sulla
cultura di destra o certe pagine di un volume collettaneo sulla destra
radicale. In realtà, se vi è stato un autore di destra che più
ha contribuito à scongelare il neofascismo dall’ibernazione nostalgica,
questi è stato proprio E.. Da figla prima di ogni altro filosofo, la
destra ha imparato a leggere IL FASCISMO e il nazismo in
chiave critica, anche se la critica di E. ai due fascismi é pur
sempre dal punto di vista della destra, Leggendo il fascismo di Evola, le
sue Note sul Terzo Reich, la sua critica al nazionalismo e alla
statolatria, al bonapartismo e al populismo fascista, al razzismo biologico e
agl’isterismi del Fuhrer, all'idealismo gentiliano e al sentimentalismo
cristiano-borghese, conoscendo le difficoltà che Evola dovette affrontare
durante il regime fascista, il radicalismo di destra ha avvertito l'esigenza di
rivedere il proprio patrimonio ideale e storico. E leggendo E.,
quella destra ha cominciato a conoscere orizzonti più vasti, prospettive
storiche e meta-storiche più ampie, nel tempo e nello spazio. Ha conosciuto filosofi
e tradizioni che con il fascismo poco o nulla avevano a che vedere. Si
deve principalmente a E., alle sue letture e alle sue divulgazioni, alle
sue traduzioni e ai suoi riferimenti, se quella destra ha potuto
conoscere ampi filoni della cultura mitteleuropea, a cominciare dalla
konservative Revolution, grandi pilastri della sapienza orientale, solidi
pensatori legittimisti e tradizionalisti. In secondo luogo, se vi è stato
un autore di destra che ha meno sollecitato l'attivismo, questi è stato
proprio Evola. Se un limite si deve individuare nella lezione politica di
E. esso è piuttosto di segno contrario: coloro che si sono avvicinati a Evola
si sono solitamente allontanati dall’attivismo politico. Ci si avvicinava
a E. alla ricerca di fondamenti per la propria scelta politica: ma la
radicalizzazione del Politico è coincisa con il rigetto della politica.
La lettura del pensiero evoliano ha avuto infatti un esito
generalmente impolitico. Quando E. richiama tradizioni lontane nello
spazio e nel tempo, remote età dell'oro, inaccessibili vette del grande passato
di cui non sopravvivono più neanche tracce e vestigia, né riti né
fiaccole viventi, la tradizione finisce di essere una radice per
diventare un'idea, cessa di essere una trasmissione di valori per convertirsi
in una rappresentazione concettuale, si estingue come pratica viva e
rituale per ridursi a un oggetto del puro pensare. Tradizione è
collegamento e qui diventa isolamento, è apertura verso il mondo e qui
diventa solipsismo, è anello di congiunzione e qui diventa rottura con
il tempo. Quando Evola definisce la tradizione una discesa
dell’Individuo assoluto nella concretezza storica, priva la tradizione
del suo significato metastorico e metafisico, riduce la tradizione o
travestimento dell'io, a una volizione del soggetto. Non vi è alcuna
tradizione che possa ricondursi a una soggettività. Ogni tradizione
si incarna e trascende i membri di una COMUNITA. Altrimenti tradizione
non è. Quando E. ripropone la dottrina tradizionale dei cicli storici, delle
quattro età, e ci ricorda che viviamo nell'età oscura, ci conduce davanti
a un paradosso insolubile. Se aderisco fedelmente alla dottrina, devo
convincermi che io non posso modificare il corso metafisico delle epoche, e
quindi inutile sarà la mia azione politica, il mio impegno nel mondo. Se
viceversa penso che gl’individui possono cambiare radicalmente il corso
dell'epoca, la dottrina perde il suo vigore metafisico e la tradizione si piega
ancora una volta al soggettivismo volontaristico. Quando E.
sostiene che il fascismo sia stato rovinato dalla natura del popolo italiano,
può avere ragione sul piano della pura teoria, ma esprime un'osservazione
impolitica, riduce il fascismo a una pura categoria dello spirito, astratta
dalle coordinate storiche e temporali. La politica agisce in un dato
tempo, in un dato spazio e in un dato popolo: se si dice che il tempo, lo
spazio e il popolo sono inadatti per quell'idea si fa dell’idealismo
assoluto, e si è decisamente lontani da ogni considerazione politica. Non
può esistere una politica sradicata dalla storia e dalla natura degli
uomini su cui vuole agire. Quando E. sostiene che la nostra patria
non deve essere quella sancita dalla nostra appartenenza naturale e
territoriale, ma la vera patria è l’idea, riduce la patria, e la stessa
tradizione, a un'essenza disincarnata; riduce il radicamento, architrave di
ogni tradizionalismo, a puro convincimento intellettualistico. Sulla scia
di queste aporie ha serpeggiato tra molti evoliani una forma di
pessimismo assoluto, una specie di antiprovvidenza che vuole i migliori
sempre perdenti, poiché il successo di un’idea, nel nostro mondo sconsacrato,
sarebbe il segno del suo scadimento. Se la verità è ciò che si oppone alla
storia, è fatale che la via della verità diventi la negazione della
storia. Si è così insinuata una cultura della disperazione, il mito dell’eroe
perdente, del profeta inascoltato, del suicida veggente. Senza una adeguata
mediazione, questi orientamenti evoliani conducono fatalmente a un esito
impolitico. E conducono a quei due opposti equivoci che inibiscono
oggi il rapporto tra la cosiddetta destra radicale e la politica: da un verso
lo sradicamento e dall'altro l’ibernazione. Da una parte nasce il
tradizionalismo immobile, che per inseguire il soprastorico scivola
nell'a-storico, il tradizionalismo chiuso a ogni forma di attivo impegno
nel mondo e dunque un tradizionalismo senza tradizione perché senza
continuità effettiva. Ma dall'altra è nato il tentativo di disancorare la
storia dalla tradizione, di liberare l’impegno civile e politico da
ogni punto fermo, di emanciparsi da ogni appartenenza radicata. I
due pericoli sono opposti nello sviluppo ma uniti nella genesi: entrambi
nascono dalla convinzione che vi sia una frattura insanabile tra il mondo
dei valori e il mondo dei fatti, tra l’ideale e il reale, fra la tradizione e
la storia. Partendo entrambi dalla constatazione di questa
frattura, le strade poi divergono: i primi seguono la via dell’imbalsamazione,
del dogmatismo e fatalmente approdano all'isola immobile dell’impolitico. I
secondi scelgono la via della liquefazione, del relativismo e finiscono
poi a inseguire il successo ad ogni costo, prescindendo dai motivi di
fondo per cui il successo avrebbe un senso. I due comportamenti sono
fondamentalmente contrassegnati dall'individualismo e si rivelano letteralmente
schizofrenici. Nascono infatti da una dissociazione di fondo tra pensiero e
atto, idea e realtà, essere e dover essere. L'esito dei primi è segnato
dall'idealismo, con la tradizione ridotta a pura rappresentazione mentale
e soggettiva, disincarnata dalle sue forme visibili, sensibili e
comunitarie. L'esito dei secondi è il nominalismo, la riduzione dei valori a
strumenti di locomozione, a convenzioni e volizioni del soggetto.
In questo senso va ripensata non solo la frattura posta da E. tra i
valori della tradizione e gli strumenti della modernità. Ma occorre
rimeditare anche lo iato sancito da E. sul piano storico-politico tra
rivoluzione conservatrice e ideologia italiana. Una frattura,
quest'ultima, che ha contribuito non poco a generare a destra quel
rigetto della tradizione nazionale e quella ricerca di autori e modelli
attinti da altre tradizioni e da altri paesi. Nell'opera in cui Evola
teorizza esplicitamente i lineamenti di una rivoluzione conservatrice,
vale a dire Gl’uomini e le rovine, è ribadita con forza la frattura tra ideologia
italiana e rivoluzione conservatrice. Dopo aver spiegato il senso in cui
si può positivamente parlare di rivoluzione conservatrice, E. aggiunge. Pel
vero conservatore rivoluzionario è questione di una fedeltà non a forme e
istituzioni di tempi trascorsi bensì a dei princìpi. Affermazione che già
presenta l’insidia del puro idealismo ovvero il disancoramento della tradizione
dalla storia; ma, al limite, si può ancora condividere soprattutto se si tiene
conto del passaggio da una veduta integralmente tradizionalista, e quindi
fondata sulla continuità, a una veduta rivoluzionaria conservatrice, e quindi
fondata sulla consapevolezza di una frattura verificatasi fra tradizione e
modernità. E ancor più si può comprendere e apprezzare il riferimento
evoliano se si ha presente il contesto a cui E. si rivolge: riferendosi
agli ambienti del neo-fascismo, E. invita a non confondere la difesa di valori
con la nostalgica difesa di regimi e istituzioni che non sono più
presenti. Quello di E. e un passo forse troppo prematuro, per dissociare
il mondo rivoluzionario-conservatore di destra dal puro nostalgismo.
Ma E. si spinge ancora ben oltre. Egli giunge ad affermare che la
componente rivoluzionaria presente appunto nella rivoluzione conservatrice, va
intesa nel senso di fare tabula rasa della storia per lasciare il
posto alle pure idee. Grazie al carattere rivoluzionario le forze attive
«si presenteranno ad uno stato quasi puro, con un minimo di scorie storiche». E
a questo E. aggiunge: «Appunto perché l’appoggio materiale consistente in
un passato tradizionale ancora vivo e concretizzato in forme storiche non del
tutto scadute è da noi inesistente, la rivoluzione restauratrice dovrà
presentarsi in Italia come un fenomeno anzitutto spirituale ed avente come base
la pura idea. Rispetto a quel che E. intende per tradizione, la sua
conclusione è rigorosa quanto ineccepibile. Ma altrettanto evidente è l'esito
impolitico e la separazione dalla storia che essa sancisce.
Il problema che si pone, in fondo, è questo; se si intende scegliere una
strada esistenziale dissociata da ogni impegno politico, il rigetto della
ideologia italiana, e della storia italiana, è in linea di rigorosa coerenza
con le idee affermate da E. e ha una sua legittimità e dignità incontestabili.
Ma se, viceversa, si intende costruire una linea politica, se si intende
davvero adoperarsi per una rivoluzione conservatrice, allora è
impossibile fare il vuoto intorno e dietro a sé, recidendo i ponti con la
storia del proprio paese e con la realtà del proprio popolo. Né si può
disancorare, in questa seconda ipotesi, l'idea di tradizione dalla
rappresentazio¬ ne storica che ha avuto. Occorre allora
rimeditare la storia italiana, almeno dal Risorgimento in poi, con
spirito critico, senza dubbio, ma senza apocalittici dinieghi. Né
va trascurato il fatto che talvolta, a sostenere cause che meta-storicamente si
possono definire negative, possono trovarsi uomini e ragioni che hanno
intrinseci tratti di giustezza, di nobiltà e di dignità. Uomini
giusti per cause sbagliate. Articolare i giudizi, dunque, pur senza
privarli della loro globalità, e risalire alle intime ragioni di certi
accadimenti. In questo senso la teorizzazione evoliana di una linea
rivoluzionaria conservatrice rivela tratti di insufficienza e di carenza sul
piano storico-politico. Laddove invece, nelle grandi linee metafisiche e
metastoriche, il pensiero evoliano risulta ancora di inesaurita ricchezza
e fecondità. E., Gli uomini e le rovine, Roma, E., Cavalcare la tigre,
Milano E., Essere di destra, in «Roma», poi in Citimi scritti, Napoli cfr., Gli
uomini e le rovine, cit., Galli su E. cfr. La destra in Italia, ciLa tigre di
carta ed il drago scarlatto, Bologna. Mancini, Il pensiero negativo e la nuova
destra, Milano Cacciari, i riferimenti sono a una intervista da lui concessa a
G. De Turris, Z//r- razionale? E chi lo conosce..., in «Il Settimanale»,
e all'articolo È una figura complessa su Evola, apparso sempre su «Il
Settimanale». E. ha avuto un ruolo importante per la conoscenza e la diffusione
in Italia della konservative Revolution. Oltre ai suoi contributi, e ai
numerosi riferimenti sparsi nella sua opera, E. ha tradotto in Italia II
Tramonto dell’Occidente di Spengler, ha introdotto Anni decisivi dello stesso
autore, h a tradotto/!/ muro del Tempo di Junger (Roma) e ha scritto un’ampia
sintesi dell 'Operaio, solo per citare alcuni dei suoi contributi.
Cioran, Storia e utopia, Milano. Il riferimento è a un editoriale anonimo ma
attribuito allallora direttore della rivista, padre Bartolomeo Sorge, apparso
nella «Civiltà Cattolica», Il neo-paganesimo della Nuova Destra.
Imperialismo pagano, Roma Veneziani, E. tra filosofia e tradizione, Roma. A
tale proposito si veda Benoist soprattutto Come si può essere pagani?,
Roma. Negri, E. e il superamento dell'attualismo in appendice a Veneziani, E.
tra filosofia e tradizione. Negri si riferisce a E. anche nel suo
Sviluppi e incidenze dell’attualismo. I riferimenti a Evola di Spirito, Carlini
e Sciacca sono stati raccolti da G. De Turris in “Omaggio a E.,” Roma. Gentile
non è il nostro filosofo, in «Tradizione», Il filosofo Gentile, in «Il
Conciliatore», (poi in Ricognizioni, Roma). Si vedano inoltre di E. su
Gentile: Saggi sull’idealismo magico, Roma; Il cammino del cinabro, e gli
scritti Superamento dell’idealismo e L'equivoco dell'immanenza raccolti
in Diorama filosofico, cJesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle parole
senza idee, Milano Nuova destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta,
cit. Si veda anche AA.VV., La destra radicale, Milano E., Il Fascismo
visto dalla Destra. Con note sul Terzo Reich, E., Il cammino del cinabro, A
proposito della teoria evoliana sulla razza è da riferire quanto emerge dai
Documenti segreti del Terzo Reich pubblicati a Roma a cura di Cospito e Werner
Neulen. In uno scritto, una nota inviata dal dirigente dell’Ufficio
politico della razza della NSDAR, dr. Gross, al ministro tedesco per
l’istruzione popolare e propaganda, E. e accusato di elaborare una teoria
razziale «italiana», e fondamentalmente antitedesca. Osservando che E. pone il
primato dello spirito sul corpo, l’estensore della nota rileva che Evola
aderisce all’idea della superiorità spirituale dei popoli latini e asseconda la
favola della barbarie nordica in un altra forma. Dopo aver accusato E. di
teorizzare un razzismo annacquato, privo di scientificità,
antievoluzionistico, il redattore afferma. Dalla latinità dell’autore
scaturiscono concezioni che costituiscono un atteggiamento totalmente
estraneo alle visioni tedesche. Per questa ragione colpisce in molti punti la
sintonia con il cattolicesimo mediterraneo e prosegue con alcuni esempi (dr.
Huttig, Berlino). Su tale idea cfr. Gli uomini e le rovine, «Orientamenti», Roma. A tale proposito cfr. M. Veneziani,
Prefazione all'ultima edizione di «Orientamenti», Roma, Testimonianze su E.,
Roma; E. e la generazione. E., Gli uomini e le rovine. The Germans do not have the concept of virility.
Evola’s concept of ‘maschio’ is very complex – vir sums up best. Julius Evola. “Giulio Cesare Andrea Evola”. Keywords: romanità,
virilità. pitagora, roma, origini di roma, romolo, romanità, virilità, pitagora
canti d’oro, ercole, male bonding, virilita, vir, Dioscuri, castore e policce,
Weininger, Buehler, homoerotic, intergenerational male bonding, tutor/tutee,
hero, Aryan, European – Roma, l’implicatura di Romolo. Refs.: Luigi Speranza, "Grice
ed Evola," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Evola.


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