Grice e Labeone: il diritto romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo
italiano. Ha larga cultura filosofica uno dei maggiori giuristi dell'età
augustea, M. Antistio Labeone, ma si ignora se segue un indirizzo
determinato. Giunse fino alla pretura, ma Labeone rifiuta il consolato
offertogli da Ottaviano perchè conseguito prima di lui da persona meno
anziana. Labeone appartenne al partito repubblicano. Si dice che
Labeone abbia scritto 400 libri di cui restano frammenti. Si ricordano fra
gli altri: "De iure pontificio" -- in almeno 15 libri, diversi "Commentarii
giuridici", 7davd, "Responsae", in almeno 15
libri, "Librì posteriores", in almeno 40 libri. Labeone
s'interessò anche di studi logico-grammaticali. Marco Antistio
Labeone.
Grice e Labriola: l’implicatura conversazionale --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Cassino).
Filosofo italiano. Grice: “Labriola
is good; he reminds me of pinko Oxford!” -- Essential Italian philosopher -- Con
particolari interessi nel campo del marxismo. Nacque da Francesco Saverio,
insegnante ginnasiale di lettere, e da Francesca Ponari. Il padre, oriundo di
Brienza, era nipote diretto di Pagano. Si iscrisse alla facoltà di
filosofia di Napoli, città nella quale la famiglia si era trasferita. Qui studia
con Vera e Spaventa, il cui appoggio gli procura un posto di applicato di
pubblica sicurezza nella segreteria del prefetto. Scrive Una risposta alla
prolusione di Zeller, un'opera in cui osteggia il neokantismo contro ogni
ipotesi di un ritorno a Kant. Rivendica l'attualità dell'hegelismo. Conseguì il
diploma di abilitazione e insegnò nel ginnasio Principe Umberto di Napoli. Il
suo saggio, premiato dall'Napoli, sull'”Origine e natura delle passioni”: una
significativa presa di distanze dall'idealismo in favore del
materialismo. Scrive “La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone
ed Aristotele”, premiata dalla Reale
Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Consegue la libera docenza
in filosofia della storia e si mette in aspettativa in attesa di ottenere un
incarico nell'Università; scrive la dissertazione “Esposizione critica della
dottrina di G. B. Vico” e collabora con il giornale svizzero "Basler
Nachrichten", al quale invia corrispondenze politiche, al quotidiano
napoletano "Il Piccolo", fondato e diretto da Rocco De Zerbi, futuro
deputato e leader dell'Unione liberale, un gruppo politico al quale Labriola
aderisce. Entra anche nella redazione della "Gazzetta di Napoli" e,
nel febbraio 1872, in quella de L'Unità Nazionale, diretta da Ruggiero Bonghi,
al Monitore di Bologna e alla Nazione di Firenze, nella quale escono le sue dieci
Lettere napoletane. Si dichiara herbartiano in psicologia e in morale,
pubblicando a Napoli i saggi Della libertà morale, dedicata ad Arturo Graf e
Morale e religione. Trasferitosi a Roma, ove muore di difterite il figlio
Michelangelo, supera il concorso alla cattedra
di filosofia e pedagogia all'Roma. Pubblica il saggio Dell'insegnamento della
storia e l'anno dopo è direttore del Museo di istruzione e di educazione: sono
anni in cui Labriola mostra un particolare impegno verso il miglioramento del
livello professionale degli insegnanti e la diffusione dell'istruzione di base
della popolazione, inteso come primo passo per una maggiore democrazia del
paese. A questo scopo s'informa sugli ordinamenti scolastici dei paesi europei:
nel 1880 pubblica gli Appunti sull'insegnamento secondario privato in altri
Stati e nel 1881 l'Ordinamento della scuola popolare in diversi paesi.
Contemporaneamente Labriola abbandona le convinzioni politiche di moderato
liberalismo per approdare a posizioni radicali: oltre alla lotta all'analfabetismo,
auspica l'intervento dello Stato nell'economia, una politica sociale di
assistenza ai poveri, il suffragio universale che permetta anche a candidati
operai l'ingresso al Parlamento. Ottiene la cattedra di filosofia della storia
all'Roma e inizia un corso di storia del socialismo. A seguito di notizie che
danno imminente la stipula del Concordato con il Vaticano, Labriola tiene
all'Università la conferenza Della Chiesa e dello Stato a proposito della
conciliazione, considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni
accordo con la Chiesa, temendone l'ingerenza nella vita pubblica italiana. Il quotidiano romano La Tribuna pubblica una sua
lettera in cui, tra l'altro, scrive di essere «teoricamente socialista ed
avversario esplicito delle dottrine cattoliche» e nella conferenza Della scuola
popolare, auspica l'abolizione dell'insegnamento religioso. Sul giornale
Il Messaggero, depreca l'uso della forza pubblica contro le manifestazioni; tiene
agli operai di Terni un discorso su Le idee della democrazia e le presenti
condizioni dell'Italia, in cui afferma di impegnarsi personalmente in politica
e dichiara di desiderare un «governo del popolo mediante il popolo stesso» e la
formazione di un grande partito popolare. Scrive che «I parlamenti, come forma
transitoria della vita democratica d'origine borghese, spariranno col trionfo
del proletario» e il 20 giugno tiene nel Circolo operaio romano di studi
sociali il discorso Del socialismo commemorando la Comune di Parigi.
Nell'ottobre Labriola saluta il congresso della socialdemocrazia tedesca a
Halle scrivendo che «Il proletariato militante procederà sicuro sulla via che
mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l'abolizione del
presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue
proprie forze». Nel 1890 entra in rapporto epistolare con Engels, che
conoscerà a Zurigo, e con i maggiori dirigenti socialisti europei, Kautsky,
Liebknecht, Bebel, Lafargue, mentre rimprovera a Filippo Turati, il più
prestigioso leader socialista italiano e direttore della rivista Critica
sociale, superficialità teorica e arrendevolezza nei confronti degli avversari
politici. Vuole che il Partito socialista, che deve nascere ufficialmente con
il Congresso di Genova del 14 agosto 1892, sia un partito di operai e non di
intellettuali positivisti borghesi. Vede nei Fasci siciliani un concreto
esempio di socialismo popolare e rivoluzionario e lamenta che il marxismo non
riesca a essere compreso in Italia. Fa lezione sul Manifesto di Marx ed
Engels e scrive a quest'ultimo, di star facendo un nuovo corso «su la genesi
del socialismo moderno» ma di non riuscire a risolversi a scriverne un saggio
per l'ignoranza su tanti «fatti, persone, teorie, etc, che sono tante fasi,
tanti momenti né sentiti né conosciuti in Italia», come ribadisce a Victor
Adler che «il marxismo non piglia piede in Italia». Su sollecitazione del
Sorel, scrive In memoria del Manifesto dei comunisti, il primo dei suoi saggi
sulla concezione materialistica della storia, che esce in francese sulla
rivista del Sorel, Le Devenir social; lo spedisce a Engels in luglio,
ricevendone le lodi. Anche il giovane Croceche ne promuove la stampa in
Italiane è influenzato tanto da attraversare il suo pur breve periodo di
adesione al marxismo. Nei due anni successivi Labriola scrive altri due saggi,
Del materialismo storico, dilucidazione preliminare e Discorrendo di socialismo
e di filosofia. È sepolto presso il cimitero acattolico di
Roma. Schematicamente, possiamo suddividere il percorso filosofico e
politico di Labriola in tre diversi momenti: innanzitutto fu propugnatore
dell'idealismo hegeliano (influenzato da Bertrando Spaventa, del quale fu
allievo a Napoli); successivamente, possiamo distinguere una fase contrassegnata
dal rifiuto dell'idealismo in nome del realismo herbartiano, ed infine, il
momento della maturità, in cui aderisce pienamente al marxismo.
L'approccio di Labriola al marxismo è influenzato da Hegel e Herbart, per cui è
più aperto dell'approccio di marxisti ortodossi come Karl Kautsky. Egli vide il
marxismo non come una schematizzazione ideologica ed autonoma dalla storia, ma
piuttosto come una filosofia autosufficiente per capire la struttura economica
della società e le conseguenti relazioni umane. Era necessario aderire alla
realtà sociale del proprio tempo storico se il marxismo voleva considerare la
complessità dei processi sociali e la varietà di forze operanti nella storia.
Il marxismo doveva essere inteso come una teoria ‘critica', nel senso che esso
non asserisce verità eterne ed immutabili ed è pronto ad interpretare le
contraddizioni sociali secondo le diverse fasi storiche, avendo al centro della
sua analisi il lavoro e le condizioni dei lavoratori e dunque la concreta e
materiale "prassi" umana. La sua descrizione del marxismo come
"filosofia della prassi" verrà ripresa nei Quaderni dal carcere di
Gramsci. In pedagogia Labriola avvertì l'esigenza collettiva dei tempi
nuovi, il bisogno di una scuola popolare che servisse da reale tessuto
connettivo dell'Italia post-unitaria, una lotta dunque per la civiltà, mezzo e
fine dell'evoluzione morale (e complessiva) delle classi subalterne.
Nella monografia Dell'insegnamento della storia, del 1876, dedicata alle più
importanti questioni della pedagogia generale, Labriola aveva asserito la
centralità dell'educazione alla socialità: il metodo pedagogico doveva essere
quello della ricerca critica e di dibattito e di sperimentazione, unica via
capace di condurre alla padronanza del pensiero logico-razionale e in grado di
formare personalità aperte alla ricerca e al confronto (non a caso i primi
studi di Labriola erano stati rivolti a Socrate e al metodo socratico).
Traducendo in un linguaggio pedagogico moderno, per Labriola era necessaria
un'attenzione maggiore ai prerequisiti logici piuttosto che alla struttura
interna disciplinare, che comunque va indagata attraverso quella che egli
chiama un'epigenesi analitica. Celebre fu una sua conferenza tenuta
nell'Aula Magna dell'Roma, discorso
sollecitato dalla stessa Società degli Insegnanti della capitale, che poi ne
curò la pubblicazione in opuscolo. Era necessario dare concretezza a
piani di istituzioni scolastiche entro le quali le didattiche si sviluppassero
non da una deduzione della teoria, ma come risultato di lotte politiche, di
ideali sociali, di tradizioni storiche, di condizioni ambientali. Per Labriola
proprio l'azione dell'ambiente storico sociale sugli uomini e la loro reazione
ad esso costituiscono il tema dell'educazione. Per cui « le idee non cascano
dal cielo ». Il metodo deve partire dalla prassi, dalla pratica e non dalle
idee, dai principi astratti. Il nucleo essenziale della pedagogia della «
prassi » sta nella percezione della connessione dell'opera educativa con le
condizioni dello sviluppo economico-sociale. Trockij conobbe «con
entusiasmo» l'opera di Labriola nel 1898, quand'era detenuto nel carcere di
Odessa. Egli scrive nelle sue memorie che «come pochi scrittori latini,
Labriola possedeva la dialettica materialistica, se non nella politica, dov'era
impacciato, certo nel campo della filosofia della storia. Sotto quel
dilettantismo brillante c'era vera profondità. Labriola liquida egregiamente la
teoria dei fattori molteplici che popolano l'olimpo della storia guidando di
lassù i nostri destini». Trockij aggiunge che dopo 30 anni continuava a
rimanergli in mente «il ritornello Le idee non cascano dal cielo». Opere
Una risposta alla prolusione di Zeller, Origine e natura delle passioni secondo
l’Etica di Spinoza, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed
Aristotele, Napoli, Stamperia della Regia Università, Della libertà morale, Napoli, Tipografia
Ferrante-Strada, Morale e religione, Napoli, Tipografia Ferrante, Dell'insegnamento
della storia. Studio pedagogico, Roma, Loescher, L'ordinamento della scuola
popolare in diversi paesi. Note, Roma, Tip. eredi Botta, I problemi della filosofia della storia.
Prelezione letta nella Roma, Roma, Loescher, 1Della scuola popolare. Conferenza
tenuta nell'aula magna della Università, Roma, Fratelli Centenari, Al comitato
per la commemorazione di G. Bruno in Pisa. Lettera, Roma, Aldina,Del
socialismo. Conferenza, Roma, Perino, Proletariato e radicali. Lettera ad
Ettore Socci a proposito del Congresso democratico, Roma, La cooperativa, Saggi intorno alla concezione materialistica
della storia I, In memoria del manifesto dei comunisti, Roma, Loescher, Del
materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma, Loescher, Discorrendo di
socialismo e di filosofia. Lettere a G. Sorel, Roma, Loescher, B. Croce, Bari,
Laterza, Da un secolo all'altro.
Considerazioni retrospettive e presagi, Bologna, Cappelli, L'università e la
libertà della scienza, Napoli, Tipi Veraldi, A proposito della crisi del
marxismo, in "Rivista italiana di sociologia", Scritti varii editi e
inediti di filosofia e politica, raccolti e pubblicati da Benedetto Croce,
Bari, Laterza, Socrate, Benedetto Croce, Bari, Laterza, La concezione
materialistica della storia, con un'aggiunta di B. Croce sulla critica del
marxismo in Italia, Bari, Laterza, re prelezioni sulla storia e il materialismo
storico; In memoria del Manifesto dei comunisti, Brescia, Studio Editoriale
Vivi, Lettere a Engels, Roma, Rinascita, Democrazia e socialismo in Italia,
Milano, Cooperativa del libro popolare, Opere, Luigi Dal Pane, I, Scritti e
appunti su Zeller e su Spinoza, Milano, Feltrinelli, La dottrina di Socrate
secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Milano, Feltrinelli, Ricerche sul
problema della libertà e altri scritti di filosofia, Milano, Feltrinelli, Scritti
di pedagogia e di politica scolastica, Dina Bertoni Jovine, Roma, Editori
Riuniti, Saggi sul materialismo storico, Valentino Gerratana e Augusto Guerra,
Roma, Editori Riuniti, introduzione e cura di Antonio A. Santucci, Il
materialismo storico, antologia sistematica Carlo Poni, Firenze, Le Monnier, Pedagogia
e società. Antologia degli scritti educativi, scelta e introduzioni di Demiro
Marchi, Firenze, La nuova Italia,Scritti politici. Valentino Gerratana, Bari,
Laterza, Opere, Franco Sbarberi, Napoli, Rossi, Scritti filosofici e politici, Franco
Sbarberi, Torino, Einaudi, Lettere a Benedetto Croce. Napoli, Istituto italiano
per gli studi storici, Dal secolo XIX al secolo XX. Dall'era della concorrenza
al monopolio. Nascita e lotte del socialismo. IV saggio, incompiuto, della
concezione materialistica della storia, Lecce, Milella, Scritti liberali, Bari,
De Donato, Scritti pedagogici, Nicola Siciliani De Cumis, Torino, POMBA, Epistolario
Roma, Editori Riuniti, Roma, Editori Riuniti, Roma, Editori Riuniti, Lettere inedite. Roma, Istituto storico
italiano per l'età moderna e contemporanea, La politica italiana Corrispondenze
alle “Basler Nachrichten”, a cura e con introduzione di Stefano Miccolis,
Napoli, Bibliopolis, Del materialismo storico e altri scritti, Milano, M&B
Publishing, Del socialismo e altri scritti politici, Milano, UNICOPLI, Giordano
Bruno. Scritti editi e inediti Napoli, Bibliopolis, Fra Dolcino, Pisa, Edizioni
della Normale,. Tutti gli scritti
filosofici e di teoria dell'educazione, Milano, Bompiani Il pensiero occidentale,.
Edizione nazionale La casa editrice Bibliopolis ha in corso di pubblicazione
l'edizione nazionale delle opere di Antonio Labriola, istituita con decreto del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Tra Hegel e Spinoza. Scritti, A.Savorelli
e A. Zanardo, Bibliopolis, I problemi della filosofia della storia e recensioni
G. Cacciatore e M. Martirano, Bibliopolis, Da un secolo all'altro. Stefano
Miccolis e Alessandro Savorelli, Bibliopolis,. Copia archiviata, su
archividifamiglia-sapienza.beniculturali. L. Trotzkij, La mia vita,Carlo
Fiorilli, Antonio Labriola. Ricordi di giovinezza, in «Nuova Antologia», Giuseppe
Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di Antonio Labriola, Roma, Ernesto
Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani: Milano, Luigi
Cortesi, La costituzione del Partito socialista italiano, Milano, Sergio Neri,
Antonio Labriola educatore e pedagogista, Modena, 1968. Luigi Dal Pane, Antonio
Labriola, la vita e il pensiero, Bologna, Demiro Marchi, La pedagogia di
Antonio Labriola, Firenze, Luigi Dal Pane, Antonio Labriola nella politica e
nella cultura italiana, Torino, Stefano Poggi, Antonio Labriola. Herbartismo e
scienze dello spirito alle origini del marxismo italiano, Milano, Giuseppe
Trebisacce, Marxismo e educazione in Antonio Labriola, Roma, Filippo Turati,
Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici, Milano, 1979.
Nicola Siciliani de Cumis, Scritti liberali, Bari, Stefano Poggi, Introduzione
a Labriola, Roma-Bari, Beatrice Centi, Antonio Labriola. Dalla filosofia di
Herbart al materialismo storico, Bari, Franco Livorsi, Turati. Cinquant'anni di
socialismo italiano, Milano, Franco Sbarberi, Ordinamento politico e società
nel marxismo di Antonio Labriola, Milano, Antonio Areddu, Sulle lettere di
Antonio Labriola a Benedetto Croce, Firenze, Renzo Martinelli, Antonio
Labriola, Roma, Antonio Areddu, A. Labriola e B. Croce nelle vicende del
marxismo teorico italiano, in “Behemoth”,Antonio Areddu, A. Labriola e B. Croce
nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”, X, Luca Michelini,
"Antonio Labriola e la scienza economica. Marxismo e marginalismo",
in "Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale M. Guidi e L. Michelini, Annali della
Fondazione Feltrinelli, Milano, Alberto Burgio, Antonio Labriola nella storia e
nella cultura della nuova Italia, Macerata, Antonio Areddu, Il pensiero di A.
Labriola, "Il Cronista", Antonio Labriola e la sua Università. Mostra
documentaria per i Settecento anni della “Sapienza” A cento anni dalla morte di
Antonio Labriola, Nicola Siciliani de Cumis, Roma, Nicola D'Antuono, Saggio
introduttivo e commento a A. Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia,
Bologna, Nicola Siciliani de Cumis, Antonio Labriola e «La Sapienza». Tra testi,
contesti, pretesti, con la collaborazione di A. Sanzo e D. Scalzo, Roma, 2007.
Stefano Miccolis, Antonio Labriola. Saggi per una biografia politica,
Alessandro Savorelli e Stefania Miccolis, Milano,. Nicola Siciliani de Cumis,
Labriola dopo Labriola. Tra nuove carte d'archivio, ricerche, didattica,
Postfazione di G. Mastroianni, Pisa,. Alessandro Sanzo, Studi su Antonio
Labriola e il Museo d'Istruzione e di educazione, Roma,, Alessandro Sanzo, L'opera pedagogico-museale
di Antonio Labriola. Carte d'archivio e prospettive euristiche, Roma, Pietro
Mandré. Antonio Labriola, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana,. Antonio Labriola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Antonio Labriola, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Antonio Labriola, su Liber
Liber. Opere di Antonio Labriola, su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Antonio Labriola,. Opere di Antonio
Labriola, su Progetto Gutenberg.
L'Archivio Antonio Labriola, su marxists.org. Alberto Burgio, Antonio
Labriola, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Roma. La personalità storica di
Socrate Socrate o gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza di Socrate.
Carattere di Socrate. Osservazioni su le fonti. Orizzonte delia coscienza
socratica Posizione di Socrate nella
storia della religione. IElementi della coscienza di Socrate. Del valore
filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del
formalismo logico. Limitazione del sapere umano. Socrate e i Solisti. Pretesa
soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti
storici e psicologici. Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione
formale del metodo socratico. Della differenza fra rappresentazione e concetto,
e del principio d'identità. Dell' etica socratica in generale, e del concetto
del bene. Conoscere e volere. Equazione fra volere c sapere (ptù&i cautdv).
Fondamento della pedagogia socratica. Le forme concrete della vita elica È
Socrale un riformatore? L’individuo e le sue relazioni domC5tiche. L’ individuo e lo stato. Vili.Delle virtù. Generalità.
Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e
del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità c del
sapere. Del bone. Della felicità. Del
sapere. Del divino e dell’anima umana nell’orizzonte socratico. Il Concetto del
divino. II concetto dell’ anima. Riepilogo e conclusione La personalità
storica di Socrate. Socrate e gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della
coscienza di Socrate. Carattere di Socrate. Osservazioni su
le fonti. Orizzonte della coscienza socratica. Posizione di Socrate nella
storia della religione. Elementi della coscienza di Socrate. Del
valore filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del
forma- lismo logicoLimitazione del sapere umano. Socrate e i Sofisti. Pretesa
soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti
storici e psicologici. Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione
formale del metodo socratico. Della differenza fra rappresentazione e
concetto, p^^- e del principio d'identità. Dell'etica socratica i?i
generale, e del concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione
fra volere e sapere (yvttjtì-t. aauxóv). Fondamento della pedagogia
socratica. Le forme concrete della vita etica . È Socrate un riformatore?
L'individuo e le sue relazioni domestiche L'individuo e lo Stato. Delle
viriti. Generalità. Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione
della virtù e del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene,
della felicità e del sapere. Del bene. Della felicità. Del sapere. Del
divino e dell'anima umana nell'orizzonte socratico. Il Concetto del divino. Il
concetto dell'anima. Formalismo logico. Senofonte e Platone (') mettono in
bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse
ripeter sempre le me- desime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il
libero corso all'esposizione dell'avversario. Socrate in fatti non sapea
esprimere il suo pensiero in un discorso con- cepito in forma oratoria, alla
maniera di Gor- gia e di Protagora suoi interlocutori, né potea vagare in tutto
il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera
sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobrietà di
spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo
conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi
uditori ('). Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto più,
perchè rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione ora- (i) Sen. Meni.
IV, 4, 6. Plat. Gorg. p. 490 E. Lo Strùmpell fa rilevare molto vivamente la
differenza che correa fra i Sofisti e Socrate, nell'uso del ragionamento
formale. toria non potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte
le pubbliche fac- cende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse
Socrate di continuo all'afferma- zione di questa o quella massima morale, per
ripeterla ogni istante, ed improntarla nell'ani- mo degli uditori ? (') Era
egli forse un mora- lista bello e compiuto, che catechizza e pre- dica; o tenea
forse in serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di qui-
stioni ? Nulla di tutto ciò. Il suo discorso ca- dea sopra oggetti
disparatissimi, e quali l'oc- casione prossima li venisse offrendo: nessuno
studio nella scelta degli argomenti potea di- sporre il suo animo alla
ripetizione monotona delle medesime cose, né dalla sua occupazione dialogica
risultò mai un complesso di pronun- ziati, che prendessero forma di massime e
di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed artistica non
consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere, come avvenne (i) Lo Zeller
ha molto bene criticata l'opinione or- dinaria, che fa di Socrate un moralista
popolare, op. cit., voi. II, p. 73; ma noi non ci accordiamo con lui nella
determinazione del valore filosofico del dialogo socra- tico; la qual cosa
abbiamo voluto dire qui recisamente, per evitare ogni ulteriore polemica.
più tardi, le relazioni morali nell'astratta uni- versalità della
massima, o formulare netta- mente una esigenza logica; tanto è vero, che i
discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più a sviluppare,
ciascuno per proprio conto, i pfermi che avean raccolto dalle acci- dentali
conversazioni del maestro, che a di- scutere sul valore positivo di questo o
quel principio ('). Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che
l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi
l'intenzionale ritorno ai medesimi presuppo- sti, nel lato formale d'ogni
quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come già
isolato, e distinto dall'og- getto della ricerca, e come presente alla co-
scienza del filosofo per sé ed obbiettivamente; perchè agisce solo come reale
esigenza di • (i) Vedi su questo punto Hermann: Gescìiichte ecc., p. 257 e
seg.; e lo stesso autore Prof. Ritler's Dar- stellung der sokratischeti
Systeme, Heidelberg, 1833. Hegel è stato uno dei primi a riconoscere
l'importanza delle scuole socratiche per la determinazione del prin- cipio
filosofico di Socrate, op. cit., voi. II, p. 105 e seg., e cfr. Biese: Die
Philosophie des Aristoicles, voi. I, p. 28 e seg. colui, che
ragionando avverte per la prima volta, che il ragionamento dev'essere conse-
guente, fondato ed evidente. La maniera corretta e cosciente del ragio- nare è
nella nostra coltura filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci
for- nisce ben presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc.,
in guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare
perfettamente, ed aver co- scienza della forma logica per sé stessa, e
studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore : ma tutto ciò era allora impossibile.
In So- crate l'esigenza del sapere esatto e formal- mente corretto è ancora un
semplice atto di personale energia, un bisogno intrinseco di certezza e di
acquiescenza alla normalità di una opinione chiaramente concepita, un la- voro
che si compie per la necessaria coeffi- cienza dei vari elementi etici della
coltura e della tradizione, e non può ancora presen- tarsi allo spirito come un
dato di estrinseca evidenza. Se noi ci sforziamo per poco di rappre- sentarci
il mondo, secondo l'immagine, che la coscienza anche più colta dei contempo-
ranei di Socrate ne avea espressa nella storia, nella poesia, nelle leggende,
nelle mas- sime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza
corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d' intuizione, alle aporie della
ricerca, solo allora intendiamo quanta profondità filosofica fosse nelle
ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverrà
più degna di ammira- zione, perchè è pruova evidente della ener- gia, con la
quale egli seppe avvertire la ne- cessità di correggere ad una stregua costante
tutte le incertezze della conoscenza ordina- ria, e fermarsi poi ed insistere
tutta la vita nel criterio acquistato. I presupposti logici, ai quali tutte le
qui- stioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e
nella definizione; e noi cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste
due funzioni si sono spie- gate in quell'orizzonte scientifico che Socrate
s'era tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta che
nello spi- rito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare
la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una
coscienza precisa ed inalterabile delle condi- zioni in cui deve trovarsi la
conoscenza, per- Labriola — Socrate. !Hl<^3 che possa dirsi certa ed
evidente. Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato
come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceve-
rare dalla natura immediata e dalle condi- zioni incerte e fluttuanti del
soggetto pen- sante, apparisce nella sfera della ricerca so- cratica come
qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricer-
cava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquistò
un grado di sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo
principio efficace in So- crate, ma costante centro ed impulso di ogni
posteriore attività scientifica ('). (i) Indem die Philosophie des Sokrates
kein Zuriick- ziehen aus dem Dasein und der Gegenwart in die freien reinen
Regionen des Gedankens, sondern aus einem Stucke mit seineni I-eben ist, so
schreitet sie nicht zu einem Systeme fort etc. Hegel, op. cit., p. 51. Da
questo e da altri luoghi può scorgersi, come Hegel avesse un concetto più
schietto della filosofia socratica, di quello che hanno formulato molti
scrittori posteriori, non escluso lo Zeller; il quale, sebbene dica di non
volerlo, parla sempre in una maniera troppo astratta del principio del sapere,
e ricade nell'errore di Schleier- macher e di Brandis. Determinazione del
valore del formalismo logico La caratteristica, che noi abbiamo data
dell'attività filosofica di Socrate in generale, pare risponda a quello che già
s'è detto da altri; e che non serva se non a rifermare un'opinione corrente,
secondo la quale So- crate sarebbe stato il primo che avesse avuta una chiara
coscienza del valore del sapere ('). Si è, infatti, detto più volte, che l'idea
del sapere sia la scoverta di Socrate, e che ces- sando per opera sua la
esclusiva ricerca del mondo naturale, la filosofia fosse divenuta la scienza
dell'idea, del soggetto, dello spirito e così via (^). Senza la pretensione
della novità, noi riteniamo per erronee una gran parte di quelle
caratteristiche; e perchè at- tribuiscono a Socrate una consapevolezza maggiore
di quella ch'egli s'avesse, e perchè devono poi fare molte congetture per
spiegare ed intendere la natura dell'etica socratica. Ba- Per es.
Schleiermacher. La forma più esagerata è quella del Ròtscher, il quale parla di
Socrate come d'un filosofo moderno, op. cit., passim. sterà notare solo
questo, che partendosi dalla supposizione, che Socrate avesse avuto co- scienza
del sapere preso per sé stesso, come forma o attività in generale, non solo si
cade nell'inconveniente di non poter trovare un solo luogo di Senofonte che
confermi questa opi- nione, ma si è poi obbligati a fare una qui- stione oziosa
su la natura empirica o a priori del sapere socratico, che non c'è motivo al
mondo per proporsela; e, in ultimo, si è poi costretti a ritenere, che Socrate
abbia in virtù di una scelta, e per certe ragioni teoretiche, limitato le sue
ricerche all'etica ('); mentre la repugnanza contro le indagini naturali deve
in lui ammettersi, non come un risultato dei criteri logici che applicava, ma
invece come una prima e semplice esigenza delle sue con- vinzioni religiose.
Abbiamo invero detto, che il valore filo- sofico di Socrate consiste nella
esigenza di un sapere normale e certo; ma la forma li- mitativa, con la quale
abbiamo espressa que- sta opinione, esclude di fatto tutte le caratte- ristiche
alle quali può in apparenza sembrare (i) Vedi specialmente il Bòhringer, op.
cit., p. 2 e seg. che ci avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la
prima volta come una potenza deter- minata, e serva a correggere l'opinione e
la tradizione, ed a condurre come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte
le complica- zioni e le incertezze del dialogo, ciò non vuol dire, che il
concetto del sapere abbia rag- giunta una tale importanza ed obbiettività, da
segnare esso stesso il termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal
confronto di Socrate coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la
consapevolezza che egli ha potuto raggiungere della sua posizione storica ('),
si viene a confondere due ordini di criteri del tutto diversi perchè dal
giudizio che noi riportiamo su la importanza di una personalità storica, non
può indursi qual grado di consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto.
Il valore filosofico di Socrate sta in rela- zióne diretta con l'orizzonte
della sua co- (L'Alberti specialmente fa di Socrate un filosofo dotato di una
piena coscienza del proprio valore sto- rico; e non potea evitare un simile
errore, dal momento che s'era proposto di seguire il dialogo platonico come un
documento biografico; vedi op. cit., p, 13 e seg. scienza; nel quale noi
abbiamo rinvenuti mo- tivi di natura più immediata, più complessa, e più
personale di quelli che conducono esclu- sivamente alla conoscenza speculativa.
Questa determinazione intrinseca della sua attività ci fornisce ora di mezzi
sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la congettura, il processo
genetico della sua coscienza filoso- fica, che è stato impossibile d'intendere
su la semplice testimonianza delle fonti storiche. Socrate non occupa
immediatamente un posto nella storia della filosofia, mercè l'ac- cettazione o
la critica di una tradizione teo- retica; e per questa ragione stessa non
arrivò all'affermazione astratta del principio logico della certezza, come
regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed incon- sapevole.
Le condizioni speciali del suo ca- rattere lo aveano predisposto a sentire
prò-, fondamente il bisogno di una religione intima e depurata dalle esteriorità
della tradizione; e di una certezza etica che lo tenesse libero dalle
fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni correnti: e quella
naturale pre- disposizione toccò il suo soddisfacimento in un concetto della
divinità, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia del mondo, e
la libertà umana come predeter- minata al bene. La costanza, la fermezza
d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza della
inalterabilità della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose perchè
riconosciuto provvidenziale, — tutte queste tendenze sollecitarono la sua in-
telligenza, predisposta alla riflessione, a cer- care una norma costante dei
giudizi, e tro- vatala egli persistette ad applicarla come stregua alla
condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli, che il
materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella lingua e
nella tradi- zione ed espresso nella coscienza politica dei contemporanei, se a
prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti con- dizioni della
natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di consapevolezza, che le
sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il bisogno di fare
entrare nel- l'animo altrui l'intimità e lo spirito di con- seguenza lo fece
divenire maestro di morale, ed educatore della gioventù. In questa nostra
maniera d'intendere l'at- tività filosofica di Socrate trovano un posto na-
turale alcune opinioni, che incontestabilmente gli appartengono, e che
altrimenti non sa- rebbero spiegabili ; ed, oltre a ciò, molte quistioni, che
si son sollevate su la dottrina socratica, rimansfono escluse di fatto. Tocche-
remo alcuni di questi punti. Nel concetto che Socrate s'era fatto dello
Stato apparisce, più vivamente che in qua- lunque altra delle sue definizioni,
il contrasto (i) Meni., II, 4, 6 e seg.; id., 6, 21-29. (2) Vedi il Jacobs,
Vermischte Schrifteii, voi. II, p. 251: Jene Sitte enthalt ebeti so, wie die
Liebe zum andern Geschlechte, alle Elèmente des Edelsten und des Nichtswiirdigsten,
des Lasters, des Besten und des Schlechtesten in sich. che correa fra la novità delle sue
filosofiche esiorenze e la naturale tendenza alla conser- vazione delle
sostanziali relazioni della vita etica, che in lui era sussidiata dal convinci-
mento religioso e da una profonda abnega- zione. Il principio normativo della
consape- volezza non gli consentiva di ammettere che la potenza, o il dritto
ereditario, o la scelta del popolo mediante i voti potessero costi- tuire la
capacità dell'individuo a trattare le faccende dello Stato ('). Solo la piena
coscienza della propria capacità e la speciale cono- scenza delle faccende da
trattare possono e devono invogliare l'individuo ad una legit- tima ambizione
politica (^); e questa diviene per sé stessa un dovere, quando è sorretta dal
fermo convincimento, che l'attitudine e la specifica intelligenza
dell'individuo rispondono alle normali esigenze della vita politica. Al-
l'attuazione pratica di questa massima solea Socrate disporre i suoi uditori,
sviluppando nel loro animo il bisogno di acquistare una chiara e perfetta
notizia degli obblighi spe- (i) Mem., e Plat. Apol. (2) Mem., Ili, 6; e IV, 2,
6 e seg. SOCRATE ciali che spettano a questo o a quello fra gli
amministratori dello Stato, e riassumeva tutta la sua politica nel principio
che solo chi sa deve e può fare, ossia che il potere sta nel sapere.
L'importanza di questa massima in- novatrice ci fa apparire l'attività
socratica in una manifesta opposizione con tutti i concetti tradizionali della
politica greca, perchè, in virtù di essa, il dritto ereditario della monar-
chia e dell'aristocrazia, ed il concetto demo- cratico della maoraioranza erano
recisi nella loro radice e subordinati alla necessità di una generale
rettificazione di tutte le forme sociali dal punto di vista della consapevo-
lezza. Ma pur nondimeno la cosa non andava tant'oltre, e noi non sappiamo
scorgere in tutto questo l'esigenza o il presentimento di una radicale riforma
dello Stato, o, come altri ha detto, di una teoria sociale fondata sul
principio della conoscenza esatta. Il sa- pere, di cui parlava Socrate, non era
qualcosa di distinto dalla conoscenza empirica dei vari rami della pubblica
amministrazione, e non era costituito in un insieme di teorie univer- sali e
scientifiche. Egli non potea quindi, come più tardi fece Platone, ideare la
costituzione di uno Stato, in cui la coordinazione e subordinazione delle sfere
sociali fossero determi- nate dal concetto psicologico della gradazione della
conoscenza. Il suo concetto non ha co- lorito e carattere esclusivo di una
tendenza filosofica, che voglia imporsi alle pratiche esi- genze della vita per
regolarle a sua posta; ma rimane subordinato alla varietà estrinseca delle
sfere sociali, e non ne sconosce la ori- ginalità per farla rientrare nei
confini di uno schema astratto. Di qui procede, che, mal- grado l'apparenza di
una dichiarata riforma, Socrate riconobbe l'ubbidienza alle leggi come
impreteribile ('); e, fedele all'antico principio ellenico della sostanzialità
dello Stato, fece dipendere il bene dell'individuo da quello della comunità. E
considerando la sua attività filosofica come parte integrale dei suoi doveri di
cittadino morì nel rispetto alle leggi, e nel convincimento, che la condanna
pronun- ziata contro di lui non fosse che una legittima manifestazione
dell'attività dello Stato. L'opposizione fra il vecchio e il nuovo, fra il
concetto sostanziale e l'esigenza di una per- [Mem., IV, 6, 6. (2) Mem., HI, 7,
9. (3) Mem., IV, 4, 4: Plat. Apol., 34 D e seg.; e cfr. Phaed., 98 C e
seg. sonale sodisfazione nello Stato, si chiarì mag- giormente
nelle scuole socratiche; e specialmente in Platone, il cui ideale politico non
deve essere inteso, né come ripristinazione dello Stato dorico, né come un
segno precursore del Cristianesimo (^), ma conviene sia spiegato come un
progresso teoretico del principio enunciato da Socrate, che il potere deve
consistere nel sapere. Che i concetti da noi più sopra esposti non avessero una
tendenza dichiaratamente riformatrice, apparisce ancora di più dal modo del
tutto pratico come Senofonte introduce il suo eroe a discutere con questo o
quello dell'esercizio speciale delle diverse arti, che conferiscono al pubblico
bene o al manteni- mento delle sociali relazioni. Una sola è l'idea fondamentale
di tutti quei dialoghi: rettificare mediante la definizione il concetto del
fine cui l'attività è rivolta, per far convergere tutti gli sforzi dell'
individuo all'acquisto di una norma costante, che ne regoli la pratica senza
(i) Come vuole Hermann. Come vuole Baur. Vedi su questa quistione lo Zeller,
Der Plato7iische Staat, in seiner Bedeutung fiìr die Folgezeit, nei citati
Vortràge ecc., pp. 62-82 incertezza e divagazioni. Sotto questo
riguardo il calzolaio e lo scultore, il pastore e l'arconte, il marinaio ed il generale
ecc., perquantovarie le loro occupazioni e diversi i finì cui sono rivolti,
devono tutti convenire nella norma dell'esercizio metodico delle loro funzioni,
e sostituire alla pratica istintiva, tradizionale ed incosciente la norma del
sapere. Senza entrare nella specializzata esposizione di questo o quel dialogo,
perchè in tutti gli svariati casi non rileveremmo che una sola con- clusione,
basterà qui dire che Socrate è stato il primo, che abbia nettamente formulata
l'esigenza di una tecnica speciale delle arti e ravvisata la necessità, che a
capo di ogni pratica occupazione deve esser collocata la riflessione normativa:
e, per le cose già espo- ste, non fa mestieri che chiariamo meglio questo
pensiero, perchè altri non creda, che egli intendesse conciliare la pratica e
la teo- ria, l'arte e la scienza. E qui cade in acconcio di osservare che la
meraviglia, con la quale molti hanno ri- guardato il dialogo che Senofonte
riferisce con la meretrice Teodota ('), non ha fonda- (i) Mem., Ili, cap. ii,
mento che nella natura delle nostre morali convinzioni. Quel dialogo, che non
deve essere addotto a provare che la principale preoccupazione di Socrate fosse
la ricerca dei concetti ('), né può essere inteso come interamente derisorio,
perchè l'ironia è un momento ofenerale della conversazione socratica, mo- stra,
a nostro parere, che il mestiere della meretrice potesse anch'esso nei suoi
elementi affettivi venir subordinato al criterio socratico di un esercizio
normale e riflesso. Quel- l'arte non destava allora gli scrupoli esage- rati,
che noi moderni siamo soliti di provare contro ogni divagazione della natura
dalla norma assoluta di una morale precettistica. Anzi, per le speciali
condizioni della famiglia greca, sviluppava soventi nelle donne libere un grado
di cultura superiore di gran lunga (i) Come fa Zeller. Questa è l'opinione di
Brandis: Enhvickelungen ecc., Vedi su questo argomento Hermann:
Privatalterthilmer, con tutte le autorità ivi addotte, e specialmente John :
The Hellenes, the history of the mannei's of the ancient Greeks, LE FORME
CONCRETE DELLA VITA ETICA a quello della donna legalmente ritenuta nelle
angustie del gineceo. E a terminare questo schizzo della coscienza politica e
sociale di Socrate osser- veremo, che egli, col rilevare l' importanza
dell'attività cosciente, nobilitò il concetto del lavoro, facendone uno degli
elementi costitutivi dello stato e della famiglia. Questa veduta era allora
qualcosa di nuovo, perchè diretta a reagire contro un pregiudizio, fon- dato
nella costituzione sociale dell'antica Gre- cia e già da gran tempo invalso,
che facea considerare come indegna dell'uomo libero la produzione ottenuta col
lavoro manuale. Se Socrate abbia o no superato il particolarismo ellenico, e se
ritenesse per giusta come vuole Senofonte, o per ingiusta come vuole Platone
p), l'offesa arrecata al nemico, nella grande incertezza dei criteri seguiti
dai vari espositori noi non sappiamo affermare. Ad ogni modo, l'autorità di
Senofonte ci par- [V. Jacobs, “Vertnischte Schriften”. Meni. Crit., e Rep.. Questa
è anche l'opinione dello Zeller.] rebbe da preferire, e la maniera arbitraria
come si è voluto da alcuni interpetrarla ci pare infondata e priva di ogni
verosomi- glianza ('). (i) Il Meiners: Geschichte der Wissenschaften, pone una
distinzione arbitraria fra il male arrecato sensibilmente all'inimico, e quello
che può toccare il suo benessere interno, negando che quest’ultimo sia incluso
nel xaxcòj iioistv di Senofonte. Né meno infondata è la supposizione del
Brandis, secondo la quale Senofonte non avrebbe espresso interamente il
pensiero di Socrate. Strumpell tenta supplire Senofonte col Gorgia. Antonio
Labriola. Labriola. Keywords: implicature, comunismo, socialismo, partito
socialista italiano, il vico di Labriola, il Bruno di Labriola, Labriola su
Herbart, Labriola su Zeller, comune, sociale, filosofia della storia,
dialettica socratica, fra dulcino, carteggio con Croce, all’origine del
socialismo comunismo materialista in Italia – l’avvento creative del comunismo
in Italia. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Labriola," “Grice e
il Vico di Labriola” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Grice
e Lacida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Grice
e Lacrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Grice
e Lacrito: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Grice
e Lafeonte: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide (“Vita di
Pitagora”).
Grice e
Lagalla: l’implicatura conversazoinale della teoria geocentrica – la terra al
centro del universo – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Padula).
Filosofo italiano. Grice: “I love Lagalla: the fact that he was an Aristotelian
when everybody in Florence was a Platonist!” Figlio di Roberto, alto
funzionario della burocrazia vicereale, e Vittoria Rosa. Studia filosofia.
Ancora bambino, perdette i genitori e fu affidato con i fratelli alla tutela di
uno zio paterno, Girolamo Lagalla, che lo avviò agli studi di filosofia. Volle trasferirsi
a Napoli per proseguire nella sua formazione. Si iscrisse ai corsi di filosofia
dello Studio ed ebbe come maestri G. Stillabota, F.A. Vivoli e B. Longo.
Affidato dal Collegio degli archiatri a G. Provenzale e G. Caro per un periodo
di tirocinio, sembra vi si fosse condotto con una tale competenza da meritare,
nel 1589, i gradi accademici "nulla pecuniarum solutione". Nello
stesso anno, grazie a Longo, divenne l'ufficiale sanitario di una squadra
navale pontificia di stanza a Napoli, con la quale si diresse verso le coste
laziali, per giungere poi a Roma. A Roma
avrebbe conseguito una nuova laurea, in seguito alla quale entrò al servizio di
Santori, per il cui interessamento ottenne da Clemente VIII l'incarico di
lettore di filosofia presso la Sapienza romana. Cura per Facciottola stampa di
un commento ad Aristotele, “De immortalitate animae ex sententia Aristotelis
libri septem”, precoce manifestazione di un interesse verso la questione
dell'anima, intorno alla quale Lagalla si interrogò per buona parte della sua
vita intellettuale e che contribuì ad attirargli sospetti di eterodossia. Altre opera: “La circuncisione di Cristo”. Al
problema dell'anima Lagalla. dedicò corsi della lettura ordinaria di filosofia,
che tenne alla Sapienza. Queste lezioni furono raccolte in un manoscritto dal
titolo “De anima commentarii”. Allo stesso argomento è dedicato il penultimo
volume dato alle stampe dal L., il “De immortalitate animorum ex Aristotelis
sententia libri tres” (Roma). Lagalla, pur riaffermando le posizioni della
tradizione tomistica sulla questione dell'anima umana, secondo le quali l'anima
intellettiva è “forma informans” del corpo ed è molteplice, accetta quelle di
Alessandro di Afrodisia a proposito dell'animazione dei cieli, ritenendo che
non abbiano l'intelligenza come forma assistente che li muove eternamente, ma
piuttosto come “forma informante”. Morto Santori, si fosse avvicina a Pietro Aldobrandini,
entrando al suo servizio. Conobbe Cesi, al quale fu legato da una cordiale
amicizia. Se questa non diede luogo a un'ascrizione all'Accademia dei Lincei,
malgrado una precisa richiesta da parte di Lagalla., fu solo a causa della sua
marcata professione aristotelica[. Cesi lo presentò comunque a Galilei quando
quest'ultimo si recò a Roma per sottoporre il suo telescopio e le scoperte con
esso realizzate al giudizio degli autorevoli astronomi del Collegio romano,
nonché di influenti membri della Curia pontificia e dello stesso Paolo V. Ne
derivarono alcuni incontri, durante i quali Lagalla., incuriosito dall'
"occhialino" galileiano, lo sperimentò e fu intrattenuto da Galilei
con l'esibizione delle "pietre lucifere di Bologna". Da ciò che vide,
trasse spunto per due scritti, pubblicati in un unico volume, il “De
phoenomenis in orbe Lunae novi telescopii usu a d. Gallileo Gallileo nunc
iterum suscitatis physica disputatio… nec non de luce et lumine altera
disputatio” (Venezia). Atteso con
impazienza da Galilei, che fu costantemente informato da Cesi dei progressi
nella composizione, il libro deluse l'ambiente linceo. Nel primo dei due scritti, pur difendendo la
verità ottica di ciò che mostrava il telescopio, cerca di spiegare l'irregolare (la scabrosità
della superficie lunare) come prodotto del regolare, attraverso una sorta di
estensione di un principio di regolarità (invariabilità dei cieli e dei corpi e
fenomeni inclusi in essi), cui risponde l'intera fisica celeste aristotelica.
Le asperità lunari dovevano dunque consistere in parti più dense di
"etere", più opache alla luce, e in parti meno dense, più chiare. Nel
secondo scritto Lagala. racconta una discussione sulla natura della luce avuta
con Galilei, Cesi, G. De Misiani e G. Clementi: dopo aver ribadito che la luce
non è una sostanza, ma un accidente o una qualità reale, tratta delle "pietre
lucifere" e, contro l'interpretazione di Galilei, osserva che la
luminescenza delle pietre non è una proprietà del minerale non trattato, ma una
conseguenza del processo di calcificazione, che rende la pietra porosa e in
grado di assorbire una certa quantità di fuoco e di luce, poi lentamente
rilasciata; con ciò esclude che possa essere il prodotto della riflessione
della luce solare sulla Terra da parte della Luna. A proposito del primo dei due scritti,
Galilei meditò di fornire una risposta pubblica, sollecitata dallo stesso Lagalla,
di cui le note di lettura al volume in questione, sembrano essere il lavoro
preparatorio. Tale risposta non arrivò, ma i rapporti tra i due divennero più
stretti, forse per effetto di un lento avvicinamento delle rispettive posizioni
scientifiche. In occasione dell'osservazione di una cometa, scrisse il
Tractatus “de metheoro quod die nona novembris anni presentisin Urbe apparuit
sopra collem Pincium” e poiché quest'opera pareva, in alcuni punti, accogliere
le posizioni di Galilei, fu attaccato di scarso aristotelismo. Si convinse così
a chiedere a Galilei e a Cesi il sostegno per una lettura a Psa. Pur non
mancando l'occasione (la morte di Papazzoni aveva reso vacante un posto), non
se ne fece niente, ma anche in questo caso i rapporti tra i tre uomini rimasero
saldi. Aumenta intanto la sua
insofferenza verso gli ambienti romani che lo guardavano con crescente
sospetto. La sua “De coelo animato disputatio” e in Germania, per l'interessamento
di Allacci. Non rinuncia a coltivare la speranza di ottenere un adeguato
incarico al di fuori della capitale pontificia, tanto da valutare con
attenzione la proposta di trasferirsi alla corte di Sigismondo III. Le
compromesse condizioni di salute (soffriva di una malattia urinaria, forse una
ipertrofia prostatica con complicanze) e il timore che l'inclemente clima
polacco potesse peggiorarle lo portarono a rifiutare. Continua a praticare la filosofia,
l'astronomia, e segue il suo protettore Aldobrandini in diversi viaggi in vari
luoghi d'Italia. Gli è stato dedicato il cratere Lagalla sulla Luna. Altre
saggi: “De phaenomenis in orbe lunae
novi telescopii usu nunc iterum suscitatis” (Venezia); “De metheoro quod die
nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium”; “De luce
et lumine altera disputatio”; “De immortalitate animorum ex Aristotelis
Sententia”(Roma); Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat., 323; cfr. Kristeller,
II,444 cfr. Edizione naz. delle opera, Firenze, Biblioteca nazionale, Galil., Favaro,
nell'ed. naz. delle opere di Galilei, X indica una stampa apparentemente
irreperibile, Roma; ma Heidelbergae. Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giano Nicio Eritreo [Gian Vittorio Rossi],
Pinacotheca imaginum illustrium doctrinae vel ingenii laude virorum, I, Coloniae
Agrippina, Leone Allacci, Vita, Parigi, T. Alfani, Istoria degli anni santi” (Napoli);
“Dizionario istorico” (Napoli); F. Colangelo, Storia dei filosofi e dei
matematici napolitani, Napoli Stefano Gradi, Leonis Allatii vita, in Novae
patrum bibliothecae, A. Mai, Romae, E. Wohlwill, V. Spampanato, “Bruno” (Messina);
G. Crescenzo, Dizionario storico-biografico degli illustri e benemeriti salernitani,
Salerno); “I maestri della Sapienza di Roma, E. Conte, Roma, ad ind.; M. Bucciantini,
Contro Galileo, Firenze, Italo Gallo, Figure e momenti della cultura
salernitana dall'umanesimo ad oggi, Salerno, Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum, Lettere
del Lagalla, o di altri con notizie su di lui, si trovano nell'Edizione
nazionale delle opere diGalilei, a cura di A. Favaro, Firenze, ad indices, è
pubblicato il “De phoenomenis in orbe Lunae” con postille di Galilei); G.
Gabrieli, Carteggio linceo, Roma. CoMLOL, Grice: “The more I read secondary
bibliography about this one qualifying as ‘napoletano’ – la ‘filosofia
napoletana’ ‘il filosofo napoletano’ – the less I’m inclined to consider him
Italian!” -- Iulius Caesar Lagalla. Giulio Cesare Lagalla. “Un aristotelico che
dialogava con Galilei”. Lagalla. Keywords: implicatura, the earth is flat; la
terra e al centro dell’universo, la pietra di Bologna, la kryptonite, la luna, l’immortalita
dell’anima, animo, spirare, peripatetici, licei.Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lagalla” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Lamisco: la diaspora di Crotone –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo italiano. He was a Pythagorean and friend of Archita di
Taranto. When Plato ran into trouble in Siracusa, Archita sent Lamisco to
rescue him – which took him ‘two weeks and a half.’
Grice e
Lamanna: l’implicatura conversazionale del risorgimento fiorentino – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Matera). Filosofo italiano. Grice: “I like Lamanna – a very systematic
philosopher especially interested in the longitudinal history of philosophy –
he wrote on economics during controversial times, too!” Linceo. Figlio di Angelo
Raffaele Lamanna, calzolaio, e da Maria Bruna Pizzilli, filandaia. Fece i primi
studi in seminario e poi nel Liceo classico della sua città. Si trasferì a
Firenze, laureandosi con Sarlo. Insegna a Messina e Firenze. Pubblicò un
commento alla Dottrina. Autore di un fortunato manuale di storia della
filosofia. Membro dell'Accademia nazionale dei Lincei. Diresse la "Collana
di Filosofia" delle Edizioni Morano di Napoli. Stabilito, per Lamanna, che
la religiosità sia un'esigenza naturale dello spirito umano, egli rileva le
contraddizioni percepite dalla coscienza fra l'”essere” (“is”) e il dover
essere (“ought”) -- fra l'esigenza di una realtà concepita come razionalità e
ordine, e la percezione di una realtà che appare irrazionale e disordinata,
così come fra la concezione dell'assolutezza dello spirito e la concreta
limitatezza della realtà umana. Da queste contraddizioni deduce la necessità
dell'esistenza di Dio. Analoga antinomia
gli sembra esistere tra morale e politica che a suo avviso può essere risolta
trasportando nell'attività pratica la riconosciuta razionalità dell'ordine trascendente
e divino, che è di per sé bene assoluto. In questo modo l'operare umano si fa
etico ossia, secondo Lamanna, realmente politico, realizzandosi concretamente
nell'ordinamento giuridico e, così come nell'operare razionale si concreta la
vita morale, da questa si raggiunge l'armonia in cui consiste la bellezza. Saggi:
“Lo spirito – l’ispirante” (Firenze), Kant, Milano, “La polizia di Platone e
gl’uomini”, Milano, “Filosofi italici d’eta antica” (Firenze); La filosofia del
Novecento, Firenze); “Il bene per il bene” (Firenze); “Il regno di fini” (Firenze);
Scritti storici e pensieri sulla storia, Padova); P. Piovani (Torino); Pietro Piovani,
Tra etica e storia, Napoli); Martano, L'esperienza speculative, in «Filosofia»,
G. Calò, Il pensiero, Napoli, G. Calò, Studi e testimonianze, Matera, Dizionario
biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Grice:
“Lamanna was concerned about the idea of the state, which is not an easy thing.
More specifically, the concept of the ITALIAN state. In his history of
philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a
‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third volume is about
MUSSOLINI. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also
capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is
Mussolini’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it
such a status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from Vico onwards,
Farlingieri, and notably Gentile to end with MUSSOLINI. The idea is presented
by Lamanna as a ‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato
moderno’ – il stato liberale Borghese is in ruins – and although he plays with
the ‘socialist state’ he does not consider it within the realm of the proper
history of philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht
the idea of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez
faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is
competition. Also as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni
iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so that liberalism
only pays lip service to liberale. With the socialist state, the problem is the
opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea of an endless
dialectic among the classes. So how does Mussolini reconstruct all this. He
calls it ‘stato fascista’ – Had Lamanna continued from Kant to Fichte and
Hegel, the student would be more prepared! Mussolini’s idea of the state is
Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While Mussolini speaks of the ‘individui’ of
this nazione, he means the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE
however, is MORE than the sum of its individui. Individui come and go – but the
state remains. The state becomes governo. Mussolini’s prose is machist and
homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric, but nothing is said
about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this new or novel idea of
the state (after la rivoluzione fascista of 1923) with a Kantian approach.
Since Lamanna has only read Kant seriously, he applies Kantian categories here:
Mussolini’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a
slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. Lamanna quotes from
Cicero to the effect that it is obeying the law that makes us free. The
emphasis is constantly on th azione or prassi, which is understandable since
the pupils are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina?
Mussolini is candid about this. When ‘I all started it’ I did not know where I
was going. It was the ANTI-PARTY movement --. Lamanna provides the editorial.
During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT
OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government
(polizia, politeia) established. But Mussolini accepts castes in society. Even
the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be allowed to
worthip the God of the Heroes.It is an ‘etica guerriera’ and it targets the
giuventu – the youth or male youth --. Being commanded by one know knows is a
privilege. Ths is interesting because this was conceived after the temporary
successes in Africa – Mussolini romano e africano – and before the problems of
the second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a
NATION. The seeds were in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal
kind of state, which only provided negative freedom, and where the initial
conditions were unequal. Lo stato fascista does not play with parlamentarism,
so the Congress is closed, and the only party is the national party. Jews are
excluded from PUBLIC service (even if some wrote panegirici for fascism, like
Mondolfo). The philosophical foundations are found in Hegel. If Hegel
concentrated all in the Kaiser of Prussia, Mussolini does so with himself.
Gentile did not really help, although he was the official voice of fascist
philosophy --. The student of philosophy then was taught the lessons of history
(philosophy was IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the final
stages into a particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is no
idea of dissent. Lamanna however emphasizes that the stato fascista still
recognizes the indidivuality and the personality of each member – as the stato
comunista or socialista would not!” Eustachio Paolo Lamanna. E[ustachio] P.
Lamanna. E. Paolo Lamanna. E. P. Lamanna. Lamanna. Keywords: il risorgimento
fiorentino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lamanna” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e
Lami: l’implicatura conversazionale della ragione dei antichi romani – la
tradizione della polizia romana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice:
“I like Lami; he has written interesting approaches to Plato and Aristotle.” Si
laurea e insegna a Roma. Saggi: "La ragione degli antichi” (Giuffrè,
Roma); "La politica di Platone” (Rubettino, Cosenza); "Tra utopia e
utopismo" (Cerchio, Rimini) "Qui ed ora -- per una filosofia
dell'eterno presente" (Cerchio, Rimini); "Il libro Manifesto – in
difesa dell’oggettività" (Heliopolis, Pesaro); G. Sessa, "Voegelin --
Ordine e Storia” (Angeli, Roma, Filosofia politica Filosofia della storia nuova
destra. Letteratura e Tradizione//miro renzaglia.org letteratura-tradizione-il-resoconto/
Scuola Romana di Filosofia Politica//centro studi la runa Fondazione Julius Evola.
E’ davvero difficile per me, ricordare Gian Franco Lami. In questi giorni, ho
dovuto farlo più volte, intervenendo a pubbliche commemorazioni della Sua
memoria, a cominciare da domenica quando, in un gelido pomeriggio invernale,
improvvisa e sorprendente, ci è giunta la notizia della Sua dipartita, durante
la presentazione di un libro, alla quale avrebbe dovuto essere presente, come
relatore, anche lui. Immediatamente, il pensiero è corso al nostro primo
incontro, quando io, giovane studente di filosofia, lo conobbi in qualità di
assistente di Augusto Del Noce. Fin da allora, non si trattò di un semplice
rapporto professionale, in quanto Lami seppe trasmettere a noi giovani che lo
frequentavamo, l’amore per il sapere autentico, quello che si tramuta in
testimonianza, in vita. Mi coinvolse immediatamente in un progetto ambizioso:
quello di introdurre in un paese dominato culturalmente dalla Sinistra, il
filosofo della storia Eric Voegelin, allora praticamente sconosciuto. Il
risultato di questa ricerca, alla quale ebbi l’onore e il piacere di
partecipare in prima persona, assieme a Giuliano Borghi e pochi altri, si
concretizzò nella pubblicazione di una serie di antologie voegeliniane (qui è
bene rinviare a Eric Voegelin: un interprete del totalitarismo, Astra), che fecero
ampiamente discutere. Il merito maggiore, conseguito da Lami, in questo ambito
di studi, fu di individuare nel filosofo austro-americano, un diagnosta della
crisi della modernità. In particolare, attraverso l’analisi e la traduzione di
Ordine e storia, opera monumentale, Egli presentò l’esperienza classica della
ragione, quale unica terapia possibile delle devianze neo-gnostiche
contemporanee (si veda, prefazione a VOEGELIN, Israele e rivelazione, Aracne,
ma anche Lami, Introduzione a E. Voegelin, Giuffré). Fece propria, in
modo critico e originale, l’eredità di Del Noce, secondo modalità più profonde
rispetto a chi, tra i suoi presunti discepoli, scelse, come il Maestro, una via
di fede. La cosa, è facilmente deducibile dalla lettura dell’organica
monografia che egli dedicò al filosofo cattolico (Introduzione a Augusto Del
Noce, Pellicani), da cui si evincono tanto la gratitudine per il discepolato e
per gli insegnamenti ricevuti, sostanziati da un metodo rigoroso d’analisi
quanto le differenze speculative essenziali, dovute alla valorizzazione
filosofica, propria di Lami, delle qualità virtuose dei singoli, nell’ambito
pratico-politico. A questa scelta, che peraltro individua, nello specifico, il
campo d’indagine della scuola romana di filosofia politica, che a Lui faceva e
fa, tuttora, riferimento, hanno fortemente contribuito gli interessi per gli
autori dimenticati del novecento. Tra essi, TILGHER e EVOLA. Al primo, dedicò
un volume significativo (TILGHER, un pensatore liberale, Seam), nel quale
evidenziò il tema della pluralità delle morali, come caratterizzante il
pensatore napoletano. Ciò, secondo Lami, lo avvicinava al filosofo
tradizionalista, poiché il suo pensiero, individuava effettive vie realizzative
in grado di determinare le tipologie umane dell’eroe, del santo, dell’asceta,
del saggio e del dotto. Sul secondo, dette alle stampe la prima monografia
filosofica (Introduzione a J. Evola. Un passo per la vita e un passo per il
pensiero, Volpe). Inoltre, quale collaboratore della Fondazione Evola, ha
curato diversi volumi della “Biblioteca evoliana” nei quali, come pochi, è
riuscito a contestualizzare storicamente l’opera del pensatore romano e a
coglierne il valore, in un lavoro esegetico sempre aperto alla
comparazione. E’ proprio Evola, l’autore attorno al quale si sono
dipanate, nel corso degli anni, le nostre discussioni. Mi pare, infatti, che
Egli leggesse EVOLA, tentando, almeno su certi aspetti, di andare, con gli
strumenti della tradizione platonico-aristotelica, oltre le posizioni consuete
a quest’ultimo, interpretando, al medesimo tempo, la consolidata lettura di
matrice cristiana del pensiero classico, alla luce dell’esegesi evoliana.
Stigmatizzò sempre negativamente l’abbandono, dovuto all’irruzione della
visione del mondo ebraico-cristiana, della dimensione civico-virtuosa, sulla
quale la civiltà greco-romana tanto aveva insistito. La cosa, è particolarmente
chiara nello studio dedicato a questo specifico tema (Socrate Platone
Aristotele, Rubbettino), nel quale tentò di presentare il simbolo epocale del
mondo antico, la “vita contemplativa”, come realizzantesi pienamente nella
dimensione della Città, a testimoniare della contrapposizione tra tensione
utopica tradizionale, e scacco utopistico, tipicamente moderno. Tema questo,
attorno al quale spese le sue energie intellettuali nel recente volume Tra
utopia e utopismo (Il Cerchio). Corrispondere a quella che è stata la via
da lui indicata, ad un tempo ideale ed esistenziale, a quella che egli definiva
una filosofia dei pochi, del divino e dell’ordine, è compito complesso e
gravoso, al quale comunque, chi come me, gli è stato vicino, non può
permettersi il lusso di sottrarsi. Sarà la memoria della Sua luce interiore,
che accendeva anche negli studenti della “Sapienza”, o in chi lo ascoltava
nelle innumerevoli occasioni culturali per le quali tanto lavorava, dai
Convegni alle presentazioni librarie, a sostenerci nella Sua assenza. Ma, più
in particolare, l’idea di una tradizione sempre viva e presente, che si
realizza, addirittura nella comunanza dei vivi e dei morti, come Roma (ma non
solo) ci ha insegnato, e che rappresenta il suo testamento spirituale più
prezioso (al riguardo si veda, Qui e ora. Per una filosofia dell’eterno
presente, di prossima pubblicazione per i tipi de Il Cerchio). L’università di
Roma, con Lui ha perso una delle ultime personalità carismatiche, in grado di
fare Scuola. Personalmente, non posso che ringraziarlo per avermi onorato, in
questo mondo, della Sua amicizia, rara e preziosa: quella di un
Signore. Tratto da Area. Grice: “Lami touches some crucial points. For
one, he criticizes Jowett for mistranslating Plato. What Plato wrote is fair
and simple, ‘Police’ – Politeia --. Lami as a Roman hates the Pope – who does
he think he is? The Papal dynasty is take in that they cannot reproduce. So we
must go to the civil-political organization of the Romans, as seen from the the
heroic ‘eta’ of Romolo. La citta. La Civilta. La tradizione. La tradizione una.
Espressione varie e tradizione una. With
the birth of Christ, Roman words acquired new implicatures, for bad. Pagan
started to mean ‘heathen’, and ‘ethnicus’ (ennico) more or less the same. Of
course the old Romans were anything but PAGAN or heathen – they did almost
EVERYTHING for Marzio, to whom they dedicated the downtown gym! (Campo Marzio).
Lami knows all this – and more --. Gian Franco Lami. Lami. Keywords: la ragione
degl’antichi, Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Lami” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Lampria: la diaspora di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. Tutor of Aristosseno di Taranto, although he seems to have
taught him music rather than philosophy.
Grice e
Landi – semiotica economica – prinzipio di economia dello sforzo razionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Grice:
“I would call Landi a Griceian; but he’d call me a Landian!” Studioso della
dottrina del ‘segno,’ vis-à-vis- scienze umane e antropologia, apportato un
notevole contributo agli sviluppi alla semantica (senso) e la pragmatica
(prassi, pratica – ragione pratica) -- crt, cercando di unificare la dialettica
romana e fiorentina con quella oxoniense.
Diplomato al Regio Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni, si laurea a Milano.
Studia a Pavia. Insegna a Padova, Lecce. Riceve, e Trieste. La sua opera si può
suddividere in tre fasi. La prima riguarda studi su la prassi (ragione pratica),
nonché l'analisi dei processi di “segno.” La seconda fase propone una teoria
della “produzione” del segno intendendola come teoria del lavoro cui fondamento
è l'omologia tra la teoria del segno e so-miscalled aeco-nomia. (cf. Grice, P. E.
R. E.). La terza fase studia l'intricato rapporto tra il segno e la ideologia e
teorizza l'”alienazione” dell’usuario del segno (ego/alter/alien). Opere: Pratica
communicativa (Bocca, Milano); “Segno” (Manni, Lecce); “Significato, comunicazione
e parlare comune,” – cfr. Grice, “SignificARE, communicARE, impiegare,
implicARE, -- ‘common’ is Landi for Grice’s ‘ordinary’ as opposed to
extra-ordinario. Marsilio, Padova. La semiotica e “Segnare” come lavoro e mercato, -- cf. Grice
against an utilitarian and pro a Kantian account of the rational effort – but
remarks in the “Retrospective Epilogue” about his concern with ‘rationality’ as
being co-operative. And Grice’s remarks about the independence of the two
thesis: semiosis as rational and semiosis as cooperatively rational. Bompiani,
Milano, Segno ed ideologia (Bompiani, Milano), “Segnare” (Bompiani, Milano); “Ideologia”
(Mondadori, Milano); “Metodica filosofica e semiotica -- scienza dei segni, o
teoria? – cf. Grice on philosophical psychology,’ folk science of psychology –
ceteris paribus – ‘law’ of the science of psychology --. The laws of psychology
– “That’s why we call them ‘psycho-logical’ concepts, or theoretical terms, --
psychological theory --. Theory Th. (Bompiani,
Milano). Cf. Grice on the boundaries of ‘mean,’ and the idea of ‘consequence,’
y is a consequence of x, x means y. Il corpo del testo tra riproduzione sociale
ed eccedenza, Scritti su G. Ryle e la filosofia analitica” (il Poligrafo,
Padova); “Semiotica Filosofia del linguaggio
su ferrucciorossilandi.c om. Grice: “Landi takes economics seriously, as
did Aristotle – unfortunately, those researching onto Landi hardly quote from
Aristotle!” “While the Italians think that Landi is being very Original, we at
Oxford don’t! Game theory, strategy theory, and efficiency theory are all basic
to ‘oeconomica’ in most pragmatic models of efficient communication – “Information
is like money!” – Cf. la teoria del valore e le formulae dell’egoismo,
l’altruismo o non-egoismo, Meinong. Teoria formale del valore. I valori egoistici
risultano espressi con le lettere T e e te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli valori
altruistici sono espresso con le lettere: i. I valori neutrali sono espresso
colle lettere : Ym. Siccome non si propone di dare una teoria compiuta dei
fatti concomitanti di questo o quello valore, ma solo di ANALIZZARE tal unicasi
va speciali, così, quando adopera
i simboli senza l'indice soscritto, intende significare il valore egoistico –
con la lettere ‘e’ sottoittesa. Questi simboli possono esprimere questo o
quello BENE, ma anche questa o quella volizione a questo o quello BENE
riferentisi. Per indicare una volizione, si adopera il stesso segno *fra
parentesi quadratti*. Infine, si suppone, di regola ceteris paribus,che la
circostanza concomitante sia sempre una sola, la quale, insieme alla volizione,
formi ciò che chiamamo il “bi-nomio” della volizione. Se le circostanze sono
più, allora si forma un “poli-nomio” della volizione. La precedenza di una
lettera in un binomio o un polimonioindica il valore principale, sia desiderato
o sia attuato. In che modo i fatti concomitanti del valore sono connessi collo
scopo della volizione? Siccome ogni scopo di volizione è anche un oggetto di
valutazione, la domanda può formularsi così. Come i valori possono entrare in
connessione tra loro? Si noti però che la connessione deve stabilirsi prima del
cominciamento della volizione, giacchè questa volizione deve tenerne conto. Le
co-esistenze casuali restano naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla
volizione e l'oggetto della valutazione concomitante possono correre varie
relazioni. C’e una relazione d’identità. Ciò che il artista o un politico come Mussolini crea non
soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in qualche modo come un BENEFICATORE di
tutta una sfera di uomini – la nazione italiana. C’e una relazione di
CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa, o anche di più cose. Per
esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un bel tono. Ma il piano ha
anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia molto vigile (+), il
quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora bene (+), ma che fa
rumore e fumo (-) ,ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due forme: a) lo scopo
è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per esempio, promuove il
movimento e l' industria dei forestieri, mira ad arricchire la sua nazione (+),
ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si può raggiungere che come EFFETO
di dati valori morali. Per esempio: un fabbricante per . Ora torniamo
alla domanda principale. In che modo il valore morale di una valutazione
dipende dai valori concomitanti, e,in caso di un simple bi-nomio della volunta,
dal valore concomitante? Abbiamo distinto quattro categorie di valori, “g”,
“T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche ai fatti concomitanti. Però il
caso u si può omettere, perchè non accadrà mai, CHE SI VOGLIA UN PROPRIO
NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre possibilità, le quali, liberamente
combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono la tavola dei valori. Per
l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un oggetto di volizione si
aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e osservare le variazioni di
valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE ‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’
(benevolenza e beneficenza) è data da una formula. Il momento più importante è
qui l'associazione della circostanza concomitante u, IL PROPRIO DANNO. È
evidente che l'aggiunta di questo secondo momento accresce il valore di (i) e
di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio proprio. Indicando il valore con
“W” ,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI,
sia dello stesso beneficato (quando il beneficio produce pure un MALE al
beneficato), sia di persone estranee al rapporto (quando per beneficare uno si
danneggia altri), allora il valore della volizione con questa circostanza
concomitante diventerà minore. E la formula sarà: W(ru) < W(r). Se la
circostanza concomitante è pure in favore del beneficato, allora la formula
sarà indubbiamente: guadagnare di più deve migliorare la condizione
materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr. glianze. Invece
L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè diminuisce, nè aumenta il
valore. La volizione egoistica è espressa dalla formula, la modificazione più
grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la circostanza del MALE ALTRUI. Allora si avrà: W(gu)<W(9).
Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore della volizione
egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione egoistica si
aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO (plusvalia) o
anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si avranno quindi le
due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta il non-valore, se
oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò: W (UU)< W (U).
Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che al male altrui si
associ una qualche conseguenza buona, indiretta, W (rg)= Wr. La volizione
altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con una formula. Se per attuare
il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, questa circostanza aggrava il
male e aumenta il non-valore: W (uu) < W (u). W(UY) > W(u). Il fatto
concomitante della propria utilità non aggiunge nè toglie al valore della
volizione principale anti-altruistica. Si avrà quindi l'eguaglianza: W (ug)= W
u. La somma dei risultati ottenuti si può disporre in un Quadro. W(rr) >
W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)? W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U)
W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU) W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0
W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le circostanze concomitanti con
segno negativo non sono più feconde di effetti di quelle con segno positivo. Di
queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non dà risultati sicuri, come
indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti concomitanti si può dunque
riassumere così. Agisce aumentando debolmente il valore. ‘g’ non modifica
nulla. ‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera secondo lo scopo della
volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora non-modificando il valore. Si
è già detto che sarebbe uni-laterale il voler giudicare del valore morale di
una volizione dallo scopo ;che però, in quanto lo scopo prende parte alla
determinazione del valore, l'altruismo positivo è buono, L’EGOISMO è
INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e maleficenza) è cattivo. Ora è
importante constatare, che il senso in cui i tre momenti valutativi operano sui
fatti concomitanti è completamente lo stesso La validità della tavola dei
valori, dianzi tracciata, ma pure prevista. Allora il non-valore si
ridurrà, nel modo indicato dalla in-eguaglianza: subisce variazioni, se cambia
la qualità della volizione? Itendendo per qualità la differenza tra appetizione
e repulsione, che però non deve equipararsi a una contra-posizione logica tra
affermazione e negazione, i cui termini si escludano a vicenda, ma considerarsi
come una doppia possibilità psicologica, di cui l'una abbia altret tanta realtà
indipendente, quanto l'altra. Un'analisi della NOLIZIONE mostra, che esse si
comportano egualmente come la volizione, solo che si applicano di regola ai
valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO (IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL
PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U)
(U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo stato subbiettivo di
rappresentazioni ed i predisposizioni anteriore alla volizione è indicato con
il concetto di “Progetto”. E siccome in questo stato abbiamo supposta anche la
cognizione delle circostanze concomitanti valutabili, così al binomio della volizione
o al polinomio della volizione corrisponde un binomio o un polinomio del
progetto. Per indicare questi stati si adopera gli stessi simboli *senza la
parentesi quadratti*. Osservando le volizioni in rapporto agli stati
predisposizionali, l'analisi delle valutazioni dei fatti concomitanti può
rendersi più esatta. (ū) si possono fare le seguenti sostituzioni, che
aiutano a trovare il corrispondente valore nella tavola relativa alle
volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della volizione “uu”,
che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno, a una persona,
ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze dannose pe rme,u.
Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si avrà più il binomio
(uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è risultata nel senso di
non volere il male proprio, pur ammettendo che questa volizione abbia per
circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma positiva la volizione
finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale negativa “vu” si riesce
nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra loro due bi-nomi di
progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente concordanti. Anche i
due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra loro. Essaminemo la
coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la maggiore importanza
pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col proprio danno. Il secondo
bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui. Nel primo rientrano, nel
senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui si può affermare la
grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o grado minimale, i casi
della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s duty). La sezione di
linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL CORRETTO è tutta
espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione che va dal punto
d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde alla negazione di
questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi tutti i casi che
vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose dell'altruismo.
Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal semplicemente dove ROSO
ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due bi-nomi comprendono
adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati in principio. I due
bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non coooperazione) fra l'interesse
proprio e l'interesse altrui. È evidente che dalla grandezza di questi
interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il valore morale della
valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella negazione di “g” e
“y”. Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è congiunto con “u” ,
“W(gu)”, si trova sempre al di sotto del zero della scala, ed ha segno negativo.
Mentre il valore altruistico in cui è congiunto con “u”, “W(ru)”, si trova al
di sopra del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la funzione valutativa
tra i termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire agevolmente con una
semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio a un grande
interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il sacrificare a un piccolo
interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra parte chi non pospone a
un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio produce un non-valore
morale più basso, che non colui il quale per una utilità propria rilevante non
tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo abbozzo di una LEGGE del
valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C” e “C'” indicano le
costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla qualità delle due unità
“g” e “r”. Nell'applicazione di queste due formule all'esperienza si rendono
necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori “r” o “g” eguali ai limiti
0 e 0 ,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g per g. L’ESPERIENZA NON è
però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno ammetterà che l'adoperarsi
nell'interesse altrui si accosti l punto morale d’INDIFFERENZA, quanto più
grande è quest'inteesse; e che il trascurarlo divenga nella stessa misura
RIPROVEVOLE, “u” pposto costante e limitato l'interesse proprio da sacrificare.
È F , 1 W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = - C per r = 00 per r = 0 lim W (ru)
= 0, lim W(ru)= 0, lim W (ru)= 0 limW(ru)= 0, lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0
lim W (gu)= 0 lim W (gu)= – 00. pure evidente, che la trascuranza di un
interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto più IRRILEVANTE è questo
interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il valore dell'altruismo di
venga allora infinito, come nella seconda formula. Osservando però bene, questi
casi non rientrano nel campo della morale. Si contrasterà pure che il valore
del sacrificio di un bene proprio per l'altrui, cresca colla grandezza del bene
sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza prova che l'esitazione al
sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene cui si sta per
rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta formula. Non si
può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè NON si determina
un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si debbono mitigare
nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla realtà. Per far ciò,
basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere aggiungendo a “g” ogni
volta una costante “c” o “c '”. Queste
formule non modificano i limiti funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T =
0 0 g = 00. Cambia bensì la formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C,
lim W(gu) = - ' Sin qui abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE
dall'altra. Che avverrà però, se le variazioni si compiranno in entrambe le
variabili congiuntamente, supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro
per grandezza di valore? Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule
diverranno altri. Si avranno così le formule. Tr W (ru) = 0 9 + c g +di e Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' .
Da questo risulta che il non-valore deve crescere e diminuire nello stesso
senso o grado limite di “r” e “g”, e il valore in senso o grado di limite
contrario. Consultando l'esperienza, si può riscontrare agevolmente che un
oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso valore per chi lo dà e per chi lo
riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà un valore più alto o più basso del
regalare di meno? Senza dubbio più alto. E se si contrapponga vita a vita, CHI
SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare quella di un altro, suscita di fatto
grande ammirazione. QUESTO è però IL CONTRARIO DI ciò che quelle formule
esprimono. O “c” corre adunque correggere le formule e per far ciò introducemo
un esponente di “g”, più grande dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e
“k'”. Le due formule diverranno così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si
avranno i seguenti limiti. A questo punto, il concetto di limite non hanno più
bisogno di alcun'altra correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek
=2, la formula del binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a
discuttere. . g2+1 ghto Y gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W
(ru)= e Y e limW(ru)=00 lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente
non si ne ricava alcune conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà
reagire con una volizione,l a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le
due volizioni staranno, secondo la formula principale or
ora ricavata, in un rapporto di RECIPROCITà negativa, per ciò che ri
guarda il loro valore morale. In secondo luogo, siccome una volizione di grande
valore (positivo o negativo) o e MERITORIA O RIPROVEVOLE. Quella volizione di
piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE, così potrà dirsi in generale che
quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL DE-NOMINATORE della formula in una
scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto più il valore della volizione e indicato
dalle parti estreme superiore o inferiore della linea dei valori. Quanto più
vicini o meno distanti sono invece quei numeri, tanto più l'indice del valore
cadde verso il punto di mezzo di detta linea. La formula si applica inoltre
anche ai casi di una volizione I cui scopo non siano accompagnati da circostanze
concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1). UU. Mentre la prima coppia esprime il
caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la caratteristica della seconda formula è la
CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE O CONDIVIZIONE gl'interessi propri
con gli altrui, positive, o, come nella guerra o il duello, negativi. Se il progetto offre l'occasione di
congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi rappresenta un pericolo altrui
nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione corrispondente e espressa con
(gr). V'è però anche la rappresentazione del desiderio di un male altrui, cui
si associa anche la previsione di un danno proprio. La corrispondente volizione
e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g”
e”v”, cio è fra “g” e -Y Questa riflessione ci fa subito applicare al caso
attuale la formula principale del primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)=
>. Passamo ora ad esaminare un'altra
coppia di binomi: gr g+1 1 T (go+
1)r. Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa
dei due binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula
principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in
queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione
tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili
concomitanti, com’era di sperare! Ferruccio Rossi-Landi. Landi. Keywords:
implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landi,” The Swimming-Pool Library,
Villa SPeranza, Luigi Speranza, “Grice e Rossi-Landi a Oxford.” Luigi Speranza,
“Grice’s principle of economy of rational effort and Rossi-Landi’s economical
semiotics.” Luigi Speranza, “Grice and Rossi-Landi: over-informativeness and
excess: the implicature” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Landino: l’implicatura conversazionale della sforziade degl’italiani -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Grice:
“I love the way a philosopher can be judged by his fellow citizens and by
furriners: Landino’s “De Anima” fascinates the Germans, for example! While his
poetry fascinates the Americans, as I Tatti testifies!” Nacque da una famiglia
originaria di Pratovecchio, nel Casentino, e compì gli studi in materie
letterarie e giuridiche a Volterra. Gli venne affidata presso lo Studio
fiorentino la cattedra di oratoria e poetica che era stata del suo maestro
Marsuppini: Landino, sostenuto dai Medici, era stato avversato da non pochi
personaggi in vista, come Alamanno Rinuccini e Donato Acciaiuoli. Tra i suoi
allievi ci furono Poliziano e Ficino. In quel periodo ricoprì anche incarichi
pubblici, facendo parte della segreteria di Parte guelfa e della prima
Cancelleria. Tra i suoi viaggi, spicca quello a Roma. La sua prima
attività fu poetica, con la Xandra, una raccolta di componimenti dedicata
inizialmente ad Alberti e de' Medici. In campo filosofico scrisse tre dialoghi:
il De anima, le Disputationes Camaldulenses e il De vera nobilitate. La maggiore fama nei
secoli di Landino fu però legata alla sua attività di commentatore dei
classici. Diede alle stampe il Comento sopra la Comedia di Dante, su Orazio e
su Virgilio. Traduttore dal latino in fiorentino della Storia natural di Plinio
e la Sforziade di Giovanni Simonetta Il volgarizzamento pliniano fu un vero e
proprio evento: per la prima volta anche chi non conosceva il latino poteva
leggere la più importante e vasta enciclopedia del mondo antico (tra i suoi
lettori Pulci, Colombo e Vinci). Per i meriti acquisiti, la Signoria
fiorentina gli assegnò una torre nel Casentino e una pensione. Venne
ritratto tra illustri fiorentini a lui contemporanei da Domenico Ghirlandaio
nella Cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella. Saggi: “Orazione alla
Signoria fiorentina incipit della Historia naturale tradocta di lingua
latina in fiorentina”; Xandra, “De anima”; “Disputationes Camaldulenses; “De
vera nobilitated”; “Comento sopra la Comedia di Dante”; “Commento a Orazio”; “Commento
all’epopea eroica di Virgilio”; “Historia naturale di Caio Plinio Secondo
tradocta di lingua latina in fiorentina
al serenissimo Ferdinando re di Napoli”; “Orazione alla Signoria
fiorentina quando presenta il suo Commento di Dante, Firenze, Niccolò di
Lorenzo, Formulario di epistole, Firenze, Bartolomeo de' Libri. Il testo si può
leggere in edizione critica. Carmina omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit
A. Perosa (Firenze); “Disputationes Camaldulenses” Lohe (Firenze, Sansoni); C “De
vera nobilitate, M. T. Liaci, (Firenze, Olschki); R. Cardini, La critica del Landino”
(Firenze, Sansoni). Dallo stesso studioso è stata allestita la raccolta: C.
Landino, Scritti critici e teorici, Cardini, Roma, Bulzoni, Comento sopra la
Comedia, I-IVProcaccioli, Roma, Salerno editrice, Questo commento è stato solo
parzialmente edito (la sezione relativa all'Ars poetica): Cristoforo Landino,
In Quinti Horatii Flacci Artem poeticam ad Pisones interpretationes, G. Bugada,
Firenze, Sismel, R. Fubini, Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia,
cultura, Pisa, R. M. Comanducci, Nota sulla versione landiniana della Sforziade
di Giovanni Simonetta, «Interpres» Uno studio complessivo, sia filologico sia
storico-culturale, dell'opera in A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano” (Messina,
Centro di Studi Umanistici). Questo testo proviene in parte dalla relativa voce
del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto
Museo di Storia della Scienza di Firenze, Orazio, “Artem poeticam ad Pisones
interpretationes. G. Bugada, Firenze, Sismel-Società internazionale per lo
studio del Medioevo latino, Galluzzo, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano Messina,
di Studi Umanistici, Treccani Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Lee Sorensen. ALCUIN,
Ratisbona.
Liba secundus u aut Eandetn otionanft in anibus denrchedas.
Ars enim natnratn quoad ua Itt feropq imitatur. Sed nefeio quo pado cum
de eqmalo quod iti vita Kiriorio iMispa natura nucttigadum nobis
propofuannus:iam fecundo in naturam rela« bor.lta^ bacomifla ad illud
tademrueamusipcimunique omnibus PHILOSOPHIS omnibmi cbtifiianis audoribus non in
eo quod ab ad ione proueninfcdin fo» h ratione coUocemus. Non enim quid
fadum iinfed qua mente fadum animad uettunt. Quapropter quatuor ueluti
principia ponunt. Cum enim fe nobis ilu quid offert: mouctuc ea te fic
oblata uis quzdam animorum nofttorums ut illam cognoscat: tandem p
decernit aliud bonum efTc aliud contra maium. Quapto ptrrcumiam feferes
obtuleritrcum iam fecundo loco (it de ea iudicium fadumt adtamr tertio
loco uoluntast ut hoc quidem fequamur. Illud vero fugiamus. Qua quidem
uoluntate ita iubente motus poftremo in corpora infurgut : ut id
tncmbraezc quantur quod noiunusancea de creuerit.Ncffi igitur a duobus
illis ptimisprindpiisnetp ab boc poftremo uitiumfpedatur:led a uoluntate
qua in ordine tertiam pofuimust. Non enim eo Verres pcccauit quod tabulz
ftgnac ac reliqua ftculorum preriofilTima fupeliez illi fefe of Ferreti Non
rurfus quia iudica ret forefibi ex ufu huiufccmodi ornatu abundaretfcd
quia rapere uoluit cu uf«p adeocz fola uoluntate res pendat: ut etiam ft
non rapuerit :tamen quia rapere uo luerit fitelus commifllim fitxNon enim
interfecerit ne an non interfecerit: fed uo lueiitne interficere in culpa
eft:Defueruntuires.P.CIodio quominus Annium Milonem oeddere pof Tetx. Qua
quidem in re fi naturz uitium quzras t pcccauit ea uis:quzmentis
propofitum non implcuit:fi uero ad morem teconuertas non aduscorpord
motus fed uoluntatis adus crimen concipit: Dicetur iure homi dda Clodius
quia Milonem uoluit ocddere: Fac autem ocddifte cum minime ta men
uoluerit exddere ftarim crimine abfoluetur. Qui enim non ex uoluntate:
fed uel ex infirmitate uirium quas modo pofiii uel ex infdiia rem quampiam
c6 mittunnii non modo culpa carent: uCTum etiam cdmiserationefzpistime
digni putanmr. Quis enim cum illud de Cephalo in procrin legit etiam fi
fabulosum putetmon iolum illum crimine liberat: Sed fumma
infupercomifetatione profe quituRcum animadvertat hominem ex infdria dum
feram uulnerarc putat: ca tifiimam fibi coniugem percu Eiffeteuius morte in summum
moerorem acludu paulo postcafuruseifett Vides igitur auolutatisadu ueluti
a fua origine uitium in monbus flum: Verum cum iam conftet imbedllitatem
adionis prouenire ex infirmitate primi agentis rem hanc planius
exponendam cenfeo: Videamus ita^ in quo defidatuoluntas ante commifllim
fadnus. Qui quidem defedusfibi a natura non erinfemperenimadbzrct/femp^
pcccaret:ne^ rurfus eftcafu bc for luna:eflet enim extra nos. Est igitur
uOluurius.S'ed ut uideasundeifit error boc aedpe. Visdus rd quz agit ab
eo agente perficittu quod fupra fe eft:Donec enim id quod fecundo loco
agit perfeuerat in ordine primi agentis munus fuum abfo lute
peragit:Sinautemao illo declinet nullum iam remedium eflqn aut fiatim aut
paulo poftdefidattin gyrum uertitutdrculus qui manu humana torquef. Hic idem fi
nunu dedinet a mom ceflabit. Ergo igitur ut ad rem redeam nupa dicebam
duo cflic pdndpiarquae uoluntatcm aateire ntt Res quz fefe nobis oSu a :
k [ t Oerumniobonp nttitt K uii gucdam ilfas oblatu
fufdpiatt At cum qiiicgd bnhi!!»ttb£ A Ut moueri
poffifaliguidhabeat proprium a quo moucaturmoo omnis pcrap et di uis
omnem appetitum mouebit. Nim quz fmlibilia percipit cum dutaiatape
petitum qui a renfibus e(i mouere ualaiRatio autem proprie uoluntatem
mouc biti Rurfuscum latio uaria bonorum genera percipere
poiritcuiuilibetautcm& proprius finist Etit uoluntatis quoque pprius
nnis k primum quo moueatiu n5 bonum quodlibetifed certum aliquod ac
pncfizum.Siigit" mensnofira acuolo tas perceptione eius
rati6ismoueac7quz tedum bonorum malotu iudiciui B teneat reda indeadio
exorictur. Sinautem ab iis ezorit" quz falfo fenfuum iudb do bona
efle deaeta Tunticum minime flnt bona Ibtim peccat in uiu 6tmorib9
uoluntas. Peiueriio igit" ordinis qui est ad rationem et ad proprium finem
gignit peccatum in adione. Ad rationem quidem cum ad fubium fec fiis
perceptionem uoluntas fertunin id quod fi rede pcrfpidas bonum non
efiifcd quia fuis ilicee brisrcnrusdemulfitia Dillis bonum iudicatat. Efirurrus
cum ratio ipfa minime decepta id bonum efle decemittquod uere bonum dici
potcft.Hcx tamen tepore aut hocmodo bonum efie negatur. Voluntas tamen in id
fertur nu llam ordinis tanonem babens.huiufccmodi igitut ordinis per uerfio
uoluntaria eih pptc reaqi uitio non caretsLoquacior fortalTc fum q par cfi in
natura mali. Addam ta men ex iis argumentationibus quibus demonftracum
efimalum nullam efienda am eflesati^ ob eam tem per fe fubfifierenon
polle: facile animaduerti id aliquo in bono feroper efle oportere: Verum
idem hac quoip ratione probatur. Cum malum dicimus priuationem dicimus:hoc enim
iam conuicnPnuatio autem ipla K foima qua res priuatut in eodem funt.ld
autem quod formz fubiidtur huiuTce modi cil ut fua natius facultate
formam fufeipere ualeat. Hoc autem quis bona negabit cum eodem in genere et
ipsa sive facultas sive potentia Scadus qui inde cll omnino confilhnt. Prxterea
malum ta folum ratione malum didiT quia nev cct. At non ncKct malo.ElTc
enim bonum fi malo pemitirm afiFcrrct. Nocet igitur bono. Nonautefi de
rei forma loquamur noceret nifi in eoelTet. Quzenimcz citas polyphcmo
nocebitinifi fit in polyphemo excitas. Verum cum uulum boa no opponatur quo
pado utn idem erit fubiedum.oppofiro 9 t enim altc^/alte tum pellinhoc fi
dicas ita tibi refpondebo.Q^uicquid ens did poteft idem 8C boa num
dicitunNon autem abfurdum cll ut non ens in ente fit:quzlibct enim ptia
uatio in aliqua elTentia c(l:quz cll ens tamen non efi in ente fibi oppofito.
Si enim czeitatem dico hoc non eos comune quide minime eft ut uifum ubi^
tola lat:Ergo non ell in uifu uelud in fuo fubicdo fcd in animaote.Q_ux
quide om nia eo teduntiut non pofliit iu fummum malum inueniri:ut
inuenitur fummn bonum.Q^uod enim fummum malum fututum fit id fine
alicuius boni cofora tio elTc oportet. At nullum malum a bono omnino
feparatu efle inuehies. C^ua doquidem ut paulo ante ofiendimus fuas in
bono radices malu egit:& in eo luu ut Ita loquar fundamentum
iedt:Ptztctea fi mihi dabis aliquid fummum malis fututum effe id ita fua
eflentia malum futurum erit/ut fua eflenda fummum bo num clfc uidemus. At
malum eflentiam nullam babae iam demonfiratu efi. Ita quod ptiouUD
pdndpiii eft eus cflcpo^too cogn ellet pti^ IaP.Vitg«M.AIl^o.Liba
tettius cipranificflctcauraiitidepcadcrettt Dafiautcaurambotiucfre
dirimus. A 4 de & boc^uTa enim qux per fe caufa diatunfcmpcr prior
eft illa quz per accidens caula dicitur. At malum non efi caufa niri per
accidens.Non igitur inuenimr (u Inum malum.Hatc funt quae de plurimis
longecp «ccllenrioribus quz Leo Baptista memoriter diluride ac copiose in
tantorum uirotum confriTu difputauit t mcminil Te ualui.ln quibus cum
abunde Laurentio fatilTadum efletxfol^ ia me* ridiemalccndi(ret:nos omnes
ita adbottante Mariotto hofpite libeta Mimo to» Kzimusiillumf fecuti ad
tefidenda corpora difi:ellimus. LANDINO. CAMALDVLENSLVM DISPVTATIONVM AD
ILLVSTREM FEDERICVM VRBINATVM PRINCIPEM IN P. VIRGILII
MARONIS ALLEGORIAS. Um Satuissem cum fermonem illustrissime Federice
litteris mandate quem Leo BAPTISTA Albertus no sine summa oiumquia et
erunt admirarione: at(^ftu porede iis Homeris
habuiflct inqbus. P. VirgiIius j fundiflimam illam fcietiam i
occultatcqua fummu bois bonum diuinitus defcribit et quU uia ad id Hcircamur
mirificc exprimit: uercbar ne in nonui 1 holum reprehcnlionem
incidcrem:qui cunria ex fui ingenii imbecillitate tnericntcs et Maronem
ipfum nihil przter fabellas:quibus ociofas auditoru au« icsdcledaret cdmctum
rae credant et nos pro arbitrio nodro quz dicimus ottu uia finxilTe
exifiimcnt. Qui quidetn fi quid poctz fint: fi quam eorum origo ue tufia
appareat fecum teputentifi q magna/q uaria dodrina plurimi in eo artifii<
rioflorucrint confidcTcnncogoofccntprofedoid quod grauil Timorum PHILOSOPHORUM iudido
comprobatum uidemus nullum efie feriptorum genus : qui autmagnitudine
cloquentiz.aut diuinitate iapictiz poetis pates fuerintr Qua quidem ce ARISTOTELE
virum excellenti ingenio et doctrina pofi PLATONE om nino singulari motum
crediderimrut eofdem prifds temporibus theologos poe tafi} fuine
a£btmet;Et profedo fi poesis ipsa quid sit diligentius inturamur: fad k
erit nofle non cfle illam unam ex iis artibusrquas noflri maiores quoniam
reli quis excellentiores funt/libctalesappcllarunnin quarum una altera ue
fiqui 0 o lucrunttin maximo funt femper pretio habiti:fed cfi res quzdam
diuiniortquz uniuerfas illas compledcns certis quibufdam nu meris
aftridatcerris quibufdam pedibus ptogrcdienstuariifi luminibus ac
floribus diftinda quzcutp homines qjotnt quaecn norint: quzeu contemplati
fuerint: ea miris figmetis exoractr atip in alias quasdam spedes
traducattut cum aliud quippii multo inferiusimul (09 humilius narrare
uideantur:aut cum metas fabellas ad ceflantium aures ob kftmdas ludere
credantur:tum maxime cxcclla quzdatfic in ipfo diuinitaris fbn
tctecondita pTonunt:Q_uo quidem gratilTimo errore tandem animaduerfo au
ditoc non Colum in fummam rerum cognitionem deucniat: fed mira eriam uolu
ptatccz figmento pctfundatuc.Quam quidem temdiuinam potius s humani f
iii fn. cfle cu! potius f Platoni credidcrimnilr rnim in lonr
dicit pot ffm non arte yana tradi;f<d diuino furore npftras
tnentesirrepne.ln co aurem qui phxdrua infcnbitur/cum tria alia diuini
furoris genera expliraflet/quaitum furoretn quc poeticum elfe
uult/huiurcemodi([ni fallor^fentcntia exprimir. Rcfeit enim da
ibcxleftibusredibusucr farcntur animi no(lri/ et cius harmonix quxinxtema
dei mente confiftitiK eius quxcxlorum motibus conficitur/illos participes
fuit fe. Verum cum deinde monalium rerum cupiditate degrauati propterca
ad ia feriora iam deuoluti corporibus incluti tint:tunc terrenis artubus
ac monbodia membris impeditos uix eos concentus qui humano artiHno
comparantur auribus padperc poflerqui et Ii a cxledi harmonia longe
abfintinihilominus quoni om ucluti fimulacra quxdam ac imagines illius
funt nos in tacitam quadam ex Icftium recordationem
inducuntiacardcntiifiroa cupiditate ad antiquam patrw am reuolandi
inflammanciut ueram ipfam muficam/cuius hxc adumbrata ima go lit pnofcamus.interim
uero quo ad pemiolcdilT mum corporis carcerem noa bis licet/bac noftra
illam imitari cdtedimus non uocum modulationibus ueluti uulgares quidi et
leviores mulici cofucueruntrquos aunu frufus demulcete posse no negauerimtquicq
aut prxterea prxihre posse no cocedor Sed grauiori quo« dam iudicio
diuinam harmonia imitati/ pfundos inrimof mentis fenfus elega ti arminc
exprimutsat divino furore concitati res frpe adeo mirabilesiadcoq fupra
humanas uirescofticutas gradi fpiritu proferunt: ut cum paulo poft furoc
ille iam refedetitifeipfosadmirentVat obllupercant. Quapropter non folum
auribus adulant ifed fuaui nedarc et diuina ambrolia mentes demulcet hi
igic diuini uates funt/& faai mufarum facerdotesihi iure optimo
fandti ab Ennio ap E elbnt":his folum diuiniiuscocefl'umeft/ut
carmine modo iocude fuauiteripla entitmodo grauiter alteq; furgetitmodo
uchemeti impetu ruerirmodo in leda ti amnis morem fluetiinonunq copiofe
exundantiinonunq breuiicr atqt copref fef gredicnti quocui uelint
auditorem rapiat.quiobrcm quonia diuimor uche metior^ in
iilisfpiritusinfurgitiab huiufmodi ueheroeria uates appcllant. Grxa
dautipfos poetasdixeruntteo quod apud illos facere figniriut. At dices fonafle
none 8C reliqui feriptores fuo libto poetx id eft effedores iuie dici
poiTunt ( poflunt illi quide. Veru quoniam hi foii et dicedo limul &
intelligedo ni reliquos oes longe fuperant/nomen id quod oibus
feriptoribus comune etie opottuitsucluti fuum ac pprium fibi
uedicauerunt. Et piedo quicuqi uates boc noie digni fueriitiii fupra
humanamuim aliqd pofle uili funticuius rei teftimoe DIO elTe poflunt
prifei illi uiri:quos poetas fuifliecoflatinam apud hebrxos Moy fes uir
bello inuidus:qui 6C xgyptios ab xthiopibus SC ab xg 3 tptiis hebrxos
lib^; rauitmdne cius ucrlibusiuerlibus enim uolume cofalplitiocm
diuinitate cofai plitiocm diuinitate coplexus cft.uir adeo prifeus/u t
cum odoginta iam natus an nos iudxos e leruitute educeretrCecrops athrnis
r aret.Nam qux ea fint qux Idumxus lob fuiscanninibus madauit:ormine ex
iis chriflianis qui paulo dudi ores babet latere puto. At hic ut ex libro
fuo coiedari licet tertia xtate poli iftael tutPcftincc nuc {>fcqr
quata qliaue fint qux catminib^^Oauid regis:q d^iiJii Si Jonumis i qux
dcutctonomiuquc Ibix catico codnent" tEgregiu dno inudu cotitinuab
dekiceps ferie r<rfiiper rctetitum: ut iion modo poe tx : uerum exteri 9uo(^
rcriptorcsquicutK^remaliguam maiorem litteris mandarent: eam ua
tiisHgmentis/uariisfigurarum integumentis obfcurarent: putabant enim fo
teii negodumdifibcilius ccdderent: ut fi: gux rciip(i{rent: maiorcmeflent dignitatem
audoritatemc^ habitura : 8C 9U1 percepiffent: guoniam non fine la^ borc
at(^ induftria id afreguerenturtea pluris elTe faduros.maiorem inde
uoluptatem percepturos fi guz ipfi tenerent minime fibi cum indodis commu
ciaclfent.Hac igitur ratione a fandis facrifi^ rebus profanos arcebant*
non inuidiamoti sed ut aliquod inter follertem at mentem diferimen
appareret: cum non idem ociofusguod ftudiofus affeguetetur: fic enim dC
premia guz dodis debentur folis illis proponebantur exteri ut iifdem
artibus quando leKguis noD prohccrent niterentur fummopere
accendebantur. Difficultate enim inopia rei mortalium ingenia acuuntur:
uindt onmia la bor impro bus: & du ris um ens in rebus egeftas 2 Quam
guiiguam feribendi ratione grxid guoi^lccutimntfguortim & Orpheum
thracem:& atheniefem Museum et thebanum Linum antiguiflimos fuiffe
accepimus: Verum Lini Mufei^ uiz uciligia eztant: Orphd autem poemata in
quibus multa deui diuinainecpau ca dererumnatura continentur 2 ad eam
quam diaimus formam confcnptitaf fe/fadle efl cognofeere 2 de reliquis
uero qui deinceps doruerunt/nihil dicam: Fabularum enim figtUenta quibus
aut deorum/aut rerum naturam /aut ea gu» ad uitam & mores pertinent
obfcuriusquidem/fed maxima cum dignitate ex^ primunt : rem manifeffam
reddunt. Qua propter cui mirum uideatur:fi otnnisxtas:omnesnationes. Omnesguialigua
ufguamdodrinacxcelluerint: poc tasfemper maximi fecerint.Nam ut reliquos
adprzfens omittamq multos q maximos in philofophia locos Aristotele tanms
uir poetarum tcflimonio cot roboranquibus quidem nifi tatu tribuifletmunqua
netpde poetis duosme^ de arte poetica tres libros accuratiffime
confaipfiflet. Quanti autem hoc bomi num genus Plato fadat: ipfe in libro
de re.p.fadle offendit: q uoniam n ihil uei jbementius mentis intima
penetrare/qua poefim affirma. At dicet aliquis no ne in libro de legibus
idem Plato poefim reiidendam ccnfctmufquam ille hoc. Sed eam rdidenda dmonet:
qux more tragico pturbatos animos imitatur;qux uee to laudes canit
deoru:patria inffituta defcribitimores edocet:probosuiros extol
]it:iroprobos deprimit/aedpiendam iubet. Deni nonullis in lods aliquod
poe tarum genus uitupetari ab hoc philofopho inuenias. Poesim autem ipfam
qua donout diuina mex tollit quas quidem res cum diligentius fecu
reputauerint qui confilium noftrum damnantifentetiam illos fuam
immutaturos exiffimo: qui tamen si nos carpere uoluerint:potius
temeritatis arguantiquoniam ea qux fupranoftrasuires funt/aggreffi
fuerimus: qua aliquid quod Maro non uidc tit 2 nos uidif Te putent 2 Ego
autem quauis non tantum mihi arrogem: ut hu ius poetx diuinitatem fatis
pro dignitate explicare pofIim:non tamen inutile fii turum putauirH noff
ra indufiria quantulacunc ea fit/dodiores uicos ad tnaioif ra de Aeneide
demonftrandaexdtar 02 qui cum nos non omnia potuiffeintelli indigo oiK no
otn&mq ioiufta aduerfus nos induti^utbca^ca coi nim lutun erga
Iiuiurcemodi dodris» cupidos adtadiS errata Uoftra conS gant i ii qua
detint addant t Q_ua quide in re non modo emendari me xquo animo fctam: r<d
ultro iam nunc omnes qui hoc polTunt ut id faciant uebemc ter oro. dam m
maxi me propriu m hominis p utem» 8t quod jpfe. uiderit U> ter aliis
oftendet er & qu od ne^t fiudipie adijj^ercum in hoc fibi Ipii in il
lo reliquis profuturus iitu o 6c uitam inftitui s ut fic quicquid in me efi
iiberalif fime effundamtfl C a nullo mortalium quz mihi delint/fumere
dedigner:ad que autem nofha hrc potius qualiacun<p imt fcribamiquam ad
te iUui^ime Fcde tice:qui & Maronis pra; terca KeTos & udiofiirimusrem
perfuetist & cum reliqui iulue principes in eo omnem indufiriam
ponannut quamaximos fibi tbc£uitos comparent i auri^ at^ argenti aceruus
magis magifi^ indies aefcatitu maxu mam tuarum opum partem in mularum
/& eorum qui mulas colunt omsmen ta liberalissime effuns: ut iam
quemadmodum Homericus ille Agamenon coniidebat/fi decem aliifibi Nefimesadeircntiforeut
breui Troiam apturus eflett fienospro comperto habeamus fi Itali populi
non diam decem ut iliet fcd duos przteta Federicos haberent t brevi
futurum ut universa ITALIA alterz Athenz futunfitrfeddeczterisaliolocoiNon
enim in hunc fermonem hoc tempore uemmus t ut quequam arpamus t fcd ut te
fic dc litteratis hominibus meritum quamaiimispof Tumus laudibus
profequamuri qui quauisfolus ex omnibus qui in imperio confiituti funt has
parta tuearis : amen iu late patet tua in oes litteratos liberalitas. Ut
non pauciora ez a fiC poetae BC ontorat & om niuffl rerum feriptora
prouenturi fintsqua ii fuerint t quos olim Nicolaus lUe quintus pontifex
mazimus:quem omnes uidimus fuis pulcherrimis muneris bus/ac maximis
pretniisprouoauittqui quidem tuo beneficioad ftudia czdta ti:8t fibi
gloriam fua dodrina fua eloquentia ucndiabunt.6: te ulem roufape E
atronu etiam tuc cum multorum principum qui et nuc uiuunt/& olim
regna« ut/fama fepulta iacebit in xtema femper^ recenti memoria uiuum
retinebut. Veru haec quoniam omni luce clariora fu Dt; longiusprofequenda
non cenfeot Praefertim cu ipfa iam ra postuletaut diuinum dodimmi uiti
Baptiftz Termone ego quantum memoria repetere poteto Tuo ordine
referam.Ille enim cum bci> ne mane ad confuctum locum ueniflemus : 8i
min audiendi cupiditate inflam mati ab eius ore Tummo cum
filentiopenderemus/huiufccmodi principio dil/ putationem exorfus cfi|£)um
eius poctz mentem tibi Laurenti aperiri cupias r qui uel ex omnibus
re^onibusaquarum babiatorcshifioriacognofant suci cxotnnibus lzculis squkadnofhamur
memoriam acriptorum beneficio per uenerintsfi non primus primo tamen par
aequalif(^ exifiatsno poflfum meo oea tionbingreflu tantzrei magnitudine
non penitus pctturbaii. Ncmo modome diocri fit dodrina imbutus hunc uirn
ui ac copia dicendi ipfnn ut ita loquar eloquentia fuperare unquam
dubitauit.Nam cumtraindidionefiue figurae rrnt sive charaderasin quotum
uno fiquis excelluerit maximam fit glotL - am adeptus. Quis non uidetnon
folum in lingulis fuis uoluminibus fiivmlos adimplet Verum paucis liepe
uctfibtis ita omnacofudific aepennL: fcuific/ut miro quodam temperamento
u clotifidiucifcuoc Bcoocctu Mluaf^ t«a Z iotl dk\ M aia uFdi £ II
BD mu DCMI mat vtik lia cnlK lioilfl olis a tpai KSoa 10
ik lOaB oulip icbui> nft» none flbfr qSiQ
011 ipiB’ bSlfimu cottfiaabt incredibilefli auribus voluptate
pariat. Ex quatuor aut riie& di generibus ita opus contcxitiut ne ocio
copiame negocio brevitas defit. Vi dcbisquxdaruaficdtatc at<j
ariditate placerctquzdamuetoueluri flofculis ib lufhau at diftint Sa
deledare.Sunt deni^ eunda eo attifido confirudaiut un# deoiaadoe
elocutionis genus exempla potius qbincrumas/fcriptum DulIum invenias. Adde
ad haec cognitionem hifioriatai Adde quadili gentissimus and» quitaristt
oonmodonofliaturctuifed &grzcaru &omm nationu inuelliga#
torcxriterittqptil conjmuaborumobretuatiinmus fueritiq elegata quxdain
Boua ex fe fotmaucritiqua f pric omniu uim tenuerit. Prxterco ius duile:
omit loiuspontiridu nihil dicodeiurcauguratqus; oiaita tenuitaitnonab
aliis accepilTeifed ipfc conftituiOie uideatue. Hzc igitur & cotum limilia
fi a me tibi ex« pheanda pctaestac ut fifiguk» in eo poeta locos
diligeorius apetiiem contende tes: 8C operofum fimul & difiidle mihi
negociu imponetes. Quis enim illa pub chetrima cxcdlentiiliinaf/ac fummo
artifido tccondita non ludicct: fed funt ta nicri a multis iifdcm^
dodisuitis patefada. Quod aute petis id & multo di»
uiiuuscfttKmagisinobrcuro UtetiKanullo quod ego quide rdam/badenus fua
ferie patcfadum.quod ne^ gtimaricus nc tbetot nouerit.fed fi ex intimis
philofophtx arcanis eruendum. Vis enim nolTe quid per fua illa enigmata de
Ae ncaectrotibusidc dus hominis in italia profei^one fibi Maro
uoluerit.Q^ua qua (untnonulli/qui di ea quae paulo ante dicebam promaximb
admirentutt at^ in ipfis fuma abfolutam^ poetx laudem contineri putent:
nihil maius in eo uate fu^icent. Quos tamen fi roges quid fibi in ea te
Virgilius perficere uolue riti Hometumimitandu fibi propofumeafibtmabut:
Addent^ ne^ ingeniu ne dodrinamtquo minus id pilare pofTet fibi
defuifreiQ^uod nobis cu dederint fuccubat penitus necefle efl. Habemus
enim ^ut gramaiicope iiinita pene tutba omitta multoseofde grauifTimos PHILOSOPHOS
tqu i Homerii ocm zgypriopi dodrina haufilTctca^ more illote uariis
hgmetis adubraffe cotcdat. Qua in fen tcnria nili ARISTOTELE fuiiret
nunqua homeriaru ambiguitatii libros fex scripfif fet. Na quid Balilius
Bi dodrinz magnitudie/K mo^ fanditate magnus co^o minatus de homine
fentianfacileefi iudicare:qui tota Homeri pocfim laude/ uittutis
continete dixit /fccutus ut puto Anaxagoram Claxomeniiitqui quidem idem
de hoc poeta a Sirmauit t Arcbefiias ucto mediz academiz inudor tra Ho
mero tribuitiut nunqua fe iniedu tecepcritiquin prius aliquid ex eo legerit:
Sed & inlucem le ad amauum ite dicebatiquo hin dus legendi maior
copia daretur, yctum quid reliquos nunc colligamtcum unius PLATONE testimonio
nihil fit, quod probari non polTitlls igitur in eo uolumine quod de summo
bono scripsit omnes artes huc diuinz fiue humanz illz fint in unum Homeri poema
uciuti r in proprium receptaculum confluxifle afHrmat. Quamobrem
animaduettens Mato dodrinam huius hominis ex egyptiorum sacerdotum
fontibus bauftam fimillimamcum Platonicist quorum QudiofifTimus fuit rauonem
babere eam uTadeo admiratus dl:ut idem in fuo ENEA efficere uolucrit :
quod ille antea in Vlyxc finxerat^ Q_uaproptet pulcherrimis poeticif:^
figmentis eum nobis unw i^oiinai qui pluri, a^ aux^nis u itiis pauwim
expiatusue dckeps 'ir»v I f •*/ .«MI inr ; iRft.
mitis uiituHbiu Illuftratus id quodfummahotmnibdliaeStquoiI^ tufi
&pl ip6t/tatnnlal^equnec^ VcTdcu illud mrera
diuinanunfpcca msnullusafTequii latione conlidcre a PLATONE
didioirctylimul SC illud didicit co antbt minime perueniripofle/q animi
nofhiuirtutibns illissquz deuiu K moribus funtex^ piati penitus
reddantur. Cum SOCRATE i pfe puru impuioiittiogetc fas c$/cfle neget. Quapropcet
non folumflnes bonoru nobis miririceezpreiritt Verum etiam qua uia qua ue
ratione eo cuadere tandem homini liceat demonftrauitt Ne qua pars eius
philofophia; qui gtxd ethicen/nos de vita et moribus nomp namus: prxtermitteretur:in
ea enim nos nihil aliud quammus nili primum bo notum malorum^
iincstdeindeof Scia quibusueluti uia quadam ad eosdem ducamur. Laboriofum
omnino negodum/at^ omni difficultate plcnum:diui num tamen & quo uno
foelix limul atip fapiens homo effidaturtdeo^ iungaf Soli enim fapienti
fas eft ufi^ adeo deo c6iungi:ut nihil quod feparcr/intercink ce poflit.
Deus enim ueritas eft .Q^uis aut nefdat qui uerum mente non pettin
gat/eum lapientem efle minime poiTet^os autem cum quatuor lint qu 2 in feru
ptoris mente aperienda inue(tigemus in rem nolfram futurum puto: ut
certos ia terminos drcufaibamus: quos in poeta interpretando egredi non
liceat. ES igitur cum id quod geffum Iit quxrimus: quam
hilforiamappelbnt/ut cum le gimus apud Matonem haud ptocul inde dtx Meda
indiue^ qoadrigxdiSa lerant.C^uxrimus itidem non quid geSum litifed qua
ratione geSum nt:ut eS illud At tu didis albanemanetes.Nam eoloco
dcmonfhatproptereadifcerptu a quadrigis elTcalbanorum regem /quoniam
illein fide non manlilTet.hic gta&« dethimologiam dictuit. Quxrimus
et tertio in loco an ea qux dicantur pu^ gnantia inter fe lintr Alibi
enim didt ChriSus patrem fe maiorem efle:alibi ego &pater Idem
fumus.Q_uapropter cum ita interpteumur/ bxc ut minime intec
fediiridereo()endamus. Analogiam sequimur. Interpretamur postremo aliquod
per allegoriam quod tunc sit cum non qux uaba SIGNIFICANT INTELLIGIMUS sed
quiddam ALIUD SUB FIGURA OBSCURATUM. Scribunt poetx Amphionis lyra motos
m lapides ut fua fponte in thebanorum moenium flruduram coirettper quod
figmentu quid aliud intelligimus:nili fapientillimi viri eloquentia esse dum
eifer ut BOEZIO populi qui hadenus ad omne rone ueluti lapides Supidi: K
aduetfus oem humanitate durilfimi czi(ferent:e fyluis ac luflris in
duitatem uenirentrac poSremo legibus qux ad comunem ufum latx cfTennultro
fefe rubiicerct. Nos igitur reliqua tria genera hoc tempore
omittemus:at(^ in ipfa fola allegoria uet fabimur:ut quid per Troia(n: quidpCTxneam:quid
per ITALIA reliqua^ huiu& modifibiuelituideamus. froixigit"
oritur ENEA rperquautberedeut puo to prima bois asutem intelligemus.in
qua cu ro adhuc ois cofopita (lufolus fen fusregnat: At^ ipli
mottales/quia ea xtate fapientia ne furpicaot' quide ea fola fibi
proponut qux philofophi prima naturx appellat. Ni cu oe aial (ibi a
natura comendatu (it:in primis feipfum diligit:deinde o^s corporis partes
ita integras: ualidafip hne cupit ut ufui (imul fit pulchritudini fibi
(int: maxime autem uohi ptatibus demulcetur flc quauis animum fefimul corpur^efTe
intelligattat Utru^ faluum efb
cupiautamen in iis qux in animo apetenda funt/ quoniam BOO dbm plane ilhcogOolat minus
laboratsea autem quz corpori corporeilm uoiuptanBus conducunt/anxie
expetit. Sunt enimflbi abipfoortu iamnotif.> fima. QuaptopteiT cum in
hac zutcnaturxui potius trahamur/g nofharum adionum domini
efTeualeamusmel minimum ucl omnino nullum uirtuduw do^ locum
relinguamus:cum que agimus eanccuoiuntariaflnt: neccum de ledu aliquo
fiant . Ita^ in puero uirtutem e(1'e nemo dicet. Verum ubi iam pro gtcflu
ztatis rationis lumine aliquo illufirari indpit mens noftra s tum demum
tanm in nobis conlilii apparet:uta prauisreda difcerncrcualeamus.Eft enim
iam ad illud pythagorice litterxbiuium pcrucntum/fic iatnuitzne Tciuseiton
utcil apud P^um. Deduxit trepidas ramofa in compita mentes. Vnde cum di
fceflciimus nccefle efitut uel reda pergamus : uel in finifira deiledamus .
Nam quz deinceps agimus/quoniam ceru quadi ratione agimus/fi reda fuerint
uit tutitfin contra uitioadlcribuntur.Troiz igitur 8t Aeneas limul fit
Parisa/un tur. Verum alter quoniam Venerem Paladi ideft uirtuti f
uoluptatem ante« poni neceife efitut una cum Troia pereat. Alter autem
ducematie Venere fe ab omni incendio explicat. Q_uod quid aliud
intelligamus/nifi cos/ qui magno amore inflammati ad uen cognitionem
impclluntur omnia facile confer qui pofle. Qua propter Venerem diuinum
amorem rede interpretabimur. Sed tu LAVRENTl ncfdo quid iam diu uclle
dicere uiderisiCupio quidem inquit LAVRENTIVS t Ni uerear perpetuum tux
disputationis filum intec nimpae.lmmo potius iflo modo inquit BAPTISTA:
Nam cum uniuerfus hiefermo non ad oflentandum ingenium neq; ad gloriam
comparandam a nobis infticutus fit : fed ut honeflifiimx- uoluntati tux
obtemperem: fit fi quid in me dodrinx efi/id libenter cfiFundam :
interroga : interpeilaiobiice: confuta pro arbitrio tuo.Hac enim uia id
quod quxrimus verum dilucidius apparebit. Vtar quod mihi permittis arbitrio
inquit LAVRENTIVS utrum id non tui confutandi sed mei erudiendi caula .
Miror igitur cur tu Venerem amorem interpreteris eum prafertim amorem : qui non
modo cadus verum etiam divinus fit. Ego enim Venerem non folum apud poetas :
fed etiam apud reliquos feriptoresita fumptam uideo: ut per eam nonnifi
maris foeminz^ coniundionem fignificarc uelinr.hinc illud Terentianum, e
Cerere fit Bac chouenaemfrigefceretEt ipfc in bucolicis: Parta mez
uenerifunt munera. Quapropter fi uenerem pro huiufce modi'coniundioneponas:quxbadenua
dixidi/ea omnia inter fe pugnate uidebuntur . Sed eft fit aliud qu^ nifi tu
mi< ili petfpicuum reddas ego minime explicare ualeam. Qui enim fit ut
cum duo fintuiri Aeneas at^ Paris: Alter quoniam Palladi Venerem
prxponattnecefle fit ut una cum Troia pereat : Alter ueto quoniam
prxeipienti Veneri obtempe reriomne periculum incolumis cuadat.Ego enim
non uideo cur fi bona fit Ve nus Paridi noccat:fi mala prqfit ENEA. Qux
quidem dum cogito/in eorum potius Icntenciam labor:qui rem omnem ad eam
flellam qux hoc nomine ap pellet'':flt ad ipfam bidoria referut: Putat
enim qd* te no fugit/qua hora a Troia ITALIA versus jificifcerct
Aeneas:librz fignu qd* domiciliu ucnetis 6ad nfm hoc hcaifpcpu
afiacdifli^lpfam Y^ete in medio czlo loui fuide roniundam. Quibus oibus
poftendebat" foelidtas illi tegtia^ per muliere peruentufoioJo' uem
enim regnU ptzeflc non ra odo H omerus (ignificat qui reges ; id enim eS a
loue nutritos rcribit. Sed & mathematici ide ditant. Salutareenini
omnino Itduse Qsquonia inter Saturni frigus K Marcis ardorem colloatu
opti moeemperamento Iit: 8i propterea eundis euentibus profpcrum. Nam cum
ui tam noftram praxipue sol et luna gubernet: iccirco lupitet omnium
nobis fa luberrimus eihquia foli per omnes numeros/iunzautem per plurimos
coniuo dus eft. Refecunr etiam in initio mundanzfabricziouem in ariete
dotniciiio tuncafcendcnte fui/Te. Volunt illum inducere
leges/caliicatem/mirericordiam in egenos K calamitate opprelTos.
Veridicos homines fadt/& vere amicos fine fraude fine dolo: Saturni
fzuitiam frangit fiCquzcun^ ille mala infert:hicaut tollit aut minuit. Quapropterfcite
Petii us . Satutnumip grauem nolito loue frihgimu s una: Oeni^ fi in
alicuius ortu fe bene habeaticum ille hominem for
tunatumreddit.bfinimehzc dilpliccnt inquit BAPTISTA. Sunt enim ex 15 ma
dodtina eruta: 8C hifioriz uehementer accommodata. Verum cum omnis nofira
difputatio nullam hilloriz ratione habeat i Sed eam qui totiens gtzco
uabo allegoriam nomino/exprimete conetut/non uideo cur ea qua adhibui in
terpretatio iure amitti non pofiit : Si enim iis omilTis quz de ENEA deqj
cztctis troianis prifei faiptores tradidere/pro arbitrio licuifiet poetz
non modo finge te:fed SL peruertere & addere & fubtrahere.Si
deni^ nulla hifioriz ratione liabi ta id folum tentaret quo pado per ENEA
cum nobis uirum informaret: qui ta dem fapiens beatufqj citet
futurus/nonueneremfortafiefed cupidinem aliud ue numen pofuiflet. Sed cum
ita poeticum figmentum profequi inSituifiet: ut tamen ab hilloria non
difccderet:cum Aenez matrem fuilTe & exilii ducem na# uiganti filio
fc przQitilTe Vennem Icgil Tenfuit cx iis quz aderant res perficiedat non
autem nomina fingenda. Hoc enim plus negocii poetz cll qua reliquis qui
alio figmento rem obfcurateuolunc. Illi enim ab omni hiftoria foluti pro
arbitrio ea cominifcuntunquz magis rei fuzjpromendz quadrent. Quodut !
)lanius teneas/unum de multis excmplicaula proponendum cenfeo. Placuitil
I primo huius fabulz audori ollendcrc quz in tempore ex materia
gignuntur: ea omnia in interitum cadae quatuor dutaxat clementis
exceptis: quz principia (unt oibus rebus generadis Duos igitut comentus
ell deos Saturnii at Opima & illum temporis fjmbolu obtinere
uoluittquod gtzcu nomen indicat. Chronos enim qui Saturnus ell ab eo fubtrada
harpitatioe deducifrquem ipfi chro non appellant. At quis ntfdat tempus
grzce chronon dici. Per Saturnum igitut teropus: per Opim
fiuerhcamterramintelligit. Addit deinde Saturnu pmnes quos de
thearufccpilTct filios uoralTe prztcr loue lunonc Neptunnu Plutonem. Qua fabula
exprimit omnia quz ex materia funt prartctipla quatuoc elementa tempore
conteri: at in interitum deduci. Quorfum igitur hzc ne reliquum fabulz
profequar : nempe utintelligas licuilTe huic homini pro arbitrio quzeum^
uolebat fingere: ut quod de rerum procreatione sentiebat: commode exprimeret :
cum nihil aliud prztcr phyfices particulam fibi propofuiflc. Maroni
autcih longe alia rado cfi: qui cum ENEA res io laudem' I II Litxr
tertius AngulH ezoritatidas t ft librum iprum omnibus
poeddsluminibasitluftrandum fibi fumpfiflet t non iis qux ipfe uio
ingenio digeret t (ed iis quz hiftoria porrigit banc fuprcmam ingemi fui
laudem comparat . Mirus profedo uir qui non ex op tads fed ex datis ha
opus intexat : ut cum hiftonam minime deferat :pet eam rame illaedibili
integumento humanam fcelicitatem exprimatiHabcs^ut opinor^qua ratione
uenaem pro diuino amore ponae coadus iit. Quod ita tamen rede pro cedit
< ut ni£ ab iniquis reprehendi non poiTit. Videmus enim Platonem in eo
fa mone quem phatdtum nominat : Aphr^iten/quaic nos uenaem
nuncupamus: oqn lafouololum sed & diuino amori ptaxiTci Verum quam
uenerem piatonie cua poeta Aenez matrem eife uoluerit : faale
intelligemus ii quzdam paulo altu uscx ipfo Platone repetamus.
PauCmiasigiturin fympofio duas ueneres comme morat/aketam
czlcfiem/uulgarem alraam . prinum autem czio natam refert: cui nulla
mater iit. Quod cum lingit eam intelligentiam iignihcat/quz in angeli me
te poiita amore ingenito ad dei pulchntudinem intelligendam rapirur/quam
quo numprocula bomnifflaterizconfortiolitiinc matre prodiidam dicit.
Secudam uao uenaem mundi animz tribuitiita ut patre loue : matre uero
Dione eam na» tam feribat. Manat enim ab ea ui quz in anima mundi eft :
& uim creat quz infe« hora bzc omnia gignat & mundi fyluam fubeat:
Vtra igitur fibi ingenito amo ce rapitur czlefiia ilU ad dei
pulchritudinem intuendam : hzc uao ut eandem pul chritudinem e fylua
conforma. Sed hzc parum ad rem. Animus autem noda cum&ip Ge
fimilesquafdamuires habeat inteliigendi at y gignendi duas itidem
ueiierahabaedicitur/quas gemini comitentur cupidines. Cum enim corporea
puichnmdo oculis nodtis obiicitucrmcns noftra^quz piima uenus eft}eam non
quia corporea litillcd quia limulaaum diuini decori admiratunar diligitiea
quz ueluu uia quadam ad czlos effenur : Gignendi aurem uis: quz fecunda
uenus ell formam gignae huic limilem concupifcir uapropter uterqi amor
iure dicitur utaltcr contemplandz altergignendz pulchficudinis
defidcrium fit. Nemo igU tur nifi totius rationis expas fit duos iflos
amores damnare audebit t cum uta qj humanz naturz neceflariusfit: Nerp
enim diu efremortalium genus finefo bolis propagatione t neij ruifus
beneefte fmcueri inuefligatione potait. Prza ttantiuri igimr illa ucnae
duce in italiam perucnire potuit zneasi Ac dices cui hzc fecunda fi
bonacfl paridi nocuit: quia illa male ufuscfl. Vir enimgignen di autdior
quam reda ratio didatfitin ea re plus quam oportet occupatus /in Ibiis
corporas uoluputibus meretur. Quo fit ut 6i primam quz ad fummutn bonum
dudt omninn deferat : & fecunda pcffime abutatur : proptaearp in om
nes animi petturbanones incidat: ueritater^ defpctata mifaq^ efifedusin
omne indignitatem dcfccndat Efi ut dixi diuious amor fi Platoni credimus
dcfideti« um redeundi a corporea pulchritudine ad diuinam contemplandam:
Non ta« uencum diuinam defidetamus eam quz oculis
pcrcipitur/contemnimus.Nam qui aliquid appetit hunc illius quom rei :
quam appetit imagine delcdari ne« ceffe cfi. Verum funt quidam ita hebeti
ingenio: ut mentem a fcnfibus nullo modo feuocate poffint: hi ueiam
pulchritudinem non norunt. Huiufccmodi igitui amot adultctinus cfl /
& a uao degenoans: quem lafduia ac pcocadtas frtnpff
cotnit3tnr:quem diffiniunt cupidinem eius uoluptatist que e cotpdo rea
Forma percipitur rrede qux dicunt cum ardorem animi in fuo cotporetnot
tui in alieno uiuenns i quod fecums poeta quidam dixit J , I Plato
ucio ait illum natum ab humanis morbis follicitudineqi plenum . At
quis non uideat illum nerp confilium in fe nc^ modum ullum habere.
InefTci^ in coiniurias/furpi# dones/ ac reliquas illas omnes peftes :
quas fidelis Feruus Terentiano phzdtix prudenter oftcndit. Habes(urputn^dupliccm
amorem uerum illum fidiuino: de quo paulo ante dicebam /& hunc falfum
& adulterinum: & qui uetoamo ri talis fit qualem aut amico
adulatorem: aut medico coquum efifeuidemus: cui quidem cum fe totum dedidiffet
Paris uiia cum Troia periit. ENEA autem cz lelii illo duce paulatim ex
troiano incendio ideftex corporearum uoluputum ardore fe expediens li non
reda nauigatione id enim humanz condidoni : aut nunquam aut raro
conceditur: ut eodem remporelicfiulcitiam exuat. &rapiens efficiatur:
tamen poft multos errores in luliamad ueram fapieutiam pcrucnit. Quam
quidem nauigationem cumfudorislabonfi^ plcniliima fit/nemouna quam nili
fummoillius amore inccnfus difficultatem omnem perferre paratus fit
penitus perficiet. Amor enim uerus/ut apud eundem Platonem offendit
Eriximachi oratio omnium naturalium rerum creator effat^ feruator : eo
emn fimilia omnia ad eaquz fibi fimilia funt perhenni concordia
ttahuntur.Effitt dem omnium maximorum artium magiffer. Nemo enim aut
artem inuenitiaut ab alio inurntam addifcit : nili inueftigationis
obiedatio/K difeendi cupido ia dtet uam quidem rem fi non apette offendit
: obfcudus tamen ut poeta rummos efl SIGNIFICAT noffer VIRGILIO. Cum enim
in georgicis fe uen cognidonem reliquis rebus prxponere dicat difficultatem
ipfamfumma amoris ui fu peraturum his ueibis demonffrat. Me uero pnmum
dulces ante omnia mulas Quarum sacra fero ingenti pnculfus amore
Accipiant . Ingenti ergoamotela« boies fummos:quiin factis mufarum/ id
eff in rerum cognitione fubeuodi funt fe laturum affirmat |0 uinus enim
amor/nii aliud meditatur: nil molicurmui Ia alia in re laborat t nihil
tentat: nihil nititur /nili utiam corporex pulcbritu^’ dinis afpedu
concitus addiuinam nos pulchritudinem rapiat. Dum enim cor/ porcis
tenebris demetfi funt animi noffti diuin i non recognofeunt : nifi umbris
& simulacris quibuf damtqux fefenoffris lentibus obiidunt . Q^uam
quidem rem non folum exprefferunt prifei ex grzcia pbilofophi : in quibus
Pythagoram EMPEDOCLE DI GIRGENTI Heraclitum sed longe ante alios Platonem
enumerare poC fiim tSed Bi chrifhani ab eadem fententia minime difcedunt:
Nam & Paulus & qui Pauli auditor fuit Dionysius areopagita
cxleffuac diuina : qux in fetu fus non cadunt/pet ea qux fenfibus
percipiuntur /cerni uolunt . Inxc eff igu tur illa uera uenus: qux mentem
noffram ad diuina erigit: qua matre quisoc Idat natum xneam nomen abeo
quod effxneos id eff a laude dedudum. Vb rum enim ad omnia magna
dCexccIfa natum : quis non fummis laudibus proe fequaturf Verum &ipfea
uolunrate delinitusdrca Troiz defenfionem laborat Xioiamco impdiuatuturztin
quibus, uoluptates corpotex plurimum uigent/ Liba totius
intoprctari licet : prima enim >tate’cum ipfa ratio non dum fe exdtare
: ft fuas ui CCS EXPLICARE poflit / etiam qui magni at^ admirandi uiri
futuri funt uoluptate de mulcentur: prima naturas ueluri fumma
admirantur: di quoniam diuina qux fint nem nouaunt : beatiflimam eam
uitam putant: per quam uoluptate frui lice at * Hi igitur quid fummurn
bemum rit: nondum compei tum habent: Veni cum illius acquirendi fummo
ardore inflammentunpaulatim bxc omnia qux dixi pri ma tiaturx aduca
momentaneai efle animaduertunt. Habet enim hanc irim ue tus amor : ut
paulo ante dixi ut mentem ucbementn
exacuat : magifterep illi re cum inuenieodarum paulatim fit t ut nibil
eam latae poflit. Qua propta egre ei llud qi £Ulete poifit atuanton :
Deinde cum nihil dfficik puta / modo re amata potiatur : omnes labores
tolaat : omnes difficultates fupetat . Hxc eff uenus illa non uulgaris ; qux
materix admixta utm haba gnendi/fed illa cxicflis ab omtii materia remota
: qux a mente noflra eft : ipfamq; mentem excitat;& Iu* cem illi
liiam nobis badenus incognita in node id enim efl in nofita infritia
oflen dit t fc^ deam &taurfeenim indicans fua diuinitatem demonftrat:
admonet non peme feruari Troiam id eft originem corporis qux necefle eft
ut pneat . Hxc eadem oftendit uoluptates cotporeas non Tolum ab ipa
lacena id eft a feipfts/ut in beftema difputatione diximus cotrumpi : fed
ab lunone a Pallade at a exteris di is: Nam deos Troiam populati quis
ignoret f Divina enim omnia uoluptatibus aduafantuc. Sed in primis Pallas
. Hxc enim sapientix symbolum obtinet. Sapientia autem non folum uoluptates
contemnit: verum eriam (fummopae exhore ret. eft quod de lunone quifquam
dubita : qux quamuis regnomm dea ha be Oiiriproptaca in hxc caduca ac
mottalia magis ptopenfa uideatur: tamen cumlidmmes imperandi aipiditate
nullum labotem pafetre recufent t omnibus uoluptatibus bellum indiaint:
modo eo perueniant unde poflint reliquis impe* ritare: Deos autem minime
uida ENEA dum pronoluptate pugnat . Nubium cni Biteilebtiscnnnis ei
ptorpedus eripitur . Sunt enim animi noftri ita a deo aea diutfuapte
natura facile omnem utritatemconfequantur . Sed a materia corpo* ea quam
philofopfaifyluam appellant: omnia nobis mala proueniunt.llla enim tardat
heb^t at^ pemirbat mentes noftras:: at tenebris obfcutat. Sioiim ex in
fritia omnia uitia ptoueniunt: Quaproptcr & Chty lippus & reliqui
ftoici perturintiones omnes a fallis opinionibus oriri dicunt :(^uodtamai longe
ante feoferat MERCURIO ille: quem grxciob ingenii diuinitatem
Trimaxinnimappeihnt. Siigitur omnia uitia ex infritia ptoueniunt. Infrit ia
autem ex corpotea calu ginecft/ut PLATONE putat /erunt omnia uitia a
corpore. Quam caufam prxeipu* am fuH&idixerini / ut is quem paulo
ante nominaui Meteutius fyluam malignita temappella: fedderylua commodiordifputandi
locuspaulopoft dabitur. Pugnat igitur xneas pro uita uoluptuofa: illat demerfus
deos uidae nequit. Verum cuminhuiufcemodi miferia non delit amor neri
inueftigandi valet ipfe amot mentem excitare: ut feco Uigens tenebras
difaitiat:flt uideat quibus numinibus Trcria cuertatur. Ducetp eodem
amore pa medias flammas at^ hoftes ita tutum anipit. Et profedo uolenti
ad tes arduas profleifri / hinc mira quxdam'uolupta* tum : qux defoendx
funt cupiditas ucluti flamma quxdam illinc laborum ^difiS* cultatutntp terror /
qui aduerfus honeftatem afliduo pugnet fefe opponfit. Quz omnia ducente
Venere Araex cedunt. Nam niii amor abfit : netp ram blandas oo
luptatescontcmnere>ne<^ tam duras difficultates fuperare pofTemus. Venit
igu tur domum ut familiam omnem componat : at^ inde ex urbe proficifatur.
Ridit enim in fe ipfum animus t omnef^ fuas uires : at<p uirtutcs gux uariz
funnad profcAionem / id enim eif ad ueri cognitionem quam Troix nunquam
afTeque^ retur: fuo ordine componit omnia^ (ibi ex uoto fuccederent: (1
pater filium fe qui uelit.Verum negatAnchifesfe ex Troia difcefTurum» Hoc
ueroquid (ibi ue lit : (i me roges ego (ic puto. ENEA huiufcemodi
parentibus natus efi: ut Venus dea: ANCHISE mortalis (it : homo enim ex
animo qui immortalis diuinufip eftiK ex corporemortali Kcito in interitum
cafuroconftactMmsigitur originem fuam femperfufpicit: ad eamcp redire
cupiens Troiam auidiflime dcferit . Senfus au« tcm qui a corpore funt
corporea incorporeis pratponunt . Hinc igitur alTiduum atrox<^
certamen illud exoritur rpiritusaduerfus carnem ut noftti dicunt t cum
mens totum hominem ad diuina trahae conetur t BC fenfus in potefiatem
tedige« re / 8 C fibi obtemperantes reddere cupiat . Contra uao fenfus
feculcnto elementa rum potu ebrii / 8 C lahea obliuione grauati nihil
nili caducum & tenenum cupi» unr . Anchifes igitur id efi tenenus
pata i 8 i ea qux a chrilHanis uabo parum tri» tofcnfualitas appellatur 2
Troiam fedeferturum negat .Mauult enim perire fen» fus / quam uoluptate
priuari . Mox tamen cum filium omnemq; domum t id eft totum hominem
periturum audiat 2 cump cxleftibus monihis meliora monea» tur 2 mutat
fententiam/ab Aeneai^ fublatus exportatur : molliltitna enim bxc at« ^ eneruata
animi pars ad fummum bonum nunquam fat t fed i pfa potius inficr» tur .
Hxc de ancbife j ENEA autem cum iam incendii 2 armorumcp pericula eua»
ftlVct ; atep incolumis urbem e(Tct egrelTus : ingentem comitum afduxilfc
nouo# rum inuenit ad miransnumaumtqui quidem undi^ conuenerant animis
opi» buf^ parati in quafcunt^ uriit pelago deducere tereas.t & rede
quidem. Nani ca tandcmcferuitio incendioi uoluptatum fumus liberatit
e(f<^ iam animus redi uaiqtinueniendiauidus/tum plunmx animorum uires
2 quxhadenus ignauia torprbant :ucbementa excitantur2 8 C bene
in(fitutammentcra quocunt uocae uerit / fequuntur. Quo quidem tempore ne
a redo itinere omnino aberraret xneas / Iam iugis fummx Turgebat luciret
idx t Ducebattp diem . Eff enim ludBtr uenerisfydust quodurfolem lunamip
omittam 2 omnium quinque fteliarum quas nolfri aratiles grxei planctas
uocitantt lucidiflimumlitizodiacum autem odo ac quadraginta diebus fupra
trecentos perficit / nunquam a fole longius fex & quadraginta unius
(igni partibus difcedens . Verum/quoniam modo pcxcedit/ modo TubTequitur
2 folem non eandem (lellam fed duas eife prifei crcdidcrunttpti mum autem
Pytbagoram extitiffe ferunt :qui in eo apud grxeos unum depreben derit
.Cum igitur folem prxuenit lucifer dicitur : uefperus autem cum fubfequi»
tur . Rede autem lucifer prxuius foli eff . Stella enim uennis/is enim amor efi
ue ri inueniendi / ei exoritur 2 qui iam uiram uoluptari obnoxiam deferir
2 dudt^ di em 2 nam rationem excitat talis amor / cuius luce illuSrati
uetum noffe ualeamus. Apparet autem a idamonu id eft a pulchritudine.Idos
eoimapudgntos formam figaificat. Amor autem apud Platonem
pulchittudioisdefideri um diffii S , Quapropter in ipfo pudor nos a
turpibus auoc^: cupiditas ucro czcellen quztj boneiia rapit . Fertur
igitur Aeneas duce m are exui in alt um incertus quo fata ferant ubi
iiftae detur . Q uz omnia non fine fumma fapientia a poeta ponuntur:
facile enim cognofeit Troiam relinquendam :&fummi boni princi' panun
uoluptati minime esse tradendum. In qua autem re fummum bonum coii
tiatnondumcognofcit.lureigitur exui appellatur. Nam ab eoquod habuit cie
dus eft : ne^ dum id quod ucluti proprium poflideat inuenit . Mari autem
fermt quia animi nofiri quocun^ moucantw nulla alia re niii appetitu
mouentur : qui quam fimilis mari iit paulo poft aperiam ii pauca prius de
appetitu dixeto^ft igi^ tur fenfus & uis quzdam in animis nofiris t
quam cogitandi nominant : cui bono tum malorum iudicium a natura
demandatum efi , Non nunquam autem ita iudicat buiufcemodi uis : ut nihil
prarter fenfus refpiciens : 8L ueluti illorum illc« cebris attrada &
uoiuptatis oblato ptzmio corrupta quod pecudis bonum eft i{v fa hominis
bonum decernat. Si autem eadem cogitandi uis falutari rationis lumi ne
illuftretur et eius norma dirigatur : non id bonum eife iudicat / quo fenfus
de mulcentur ; fed quod reda didat ratio: quod uemm (implexi^ bonum cui
iit ne« ^interire ne^ corrumpi pofiit. Cum igitur huiufcemodi uis bcx
bonum illud ucro malum elfedeacuerit excitatur in nobis alia quzdam uis
quz ad bonum afei Icendum / malum^ declinandum infurgat . Huncautem
appetitum omnes ap« pellant . Sed &, eum duplicem efle
oportetialtrtum qui ab eo iudicio quod folus fenlus fcdt femper pendeat :
nibil^ cum ratione expetat : alterum qui nihil omni no sequitur t niii
quod ratio prius pra^epent : primum illum libidinem : hunc fe eundum
uoluptatem nuncupamus . uaptopter erit appetitus quo animi honii
num ad bonum afdicendum/maium^ declinandum moucantur / redus quU
demiiaratione/contraii a fenfu.Quaptopter pulcherrimo enygmate diuinus
Elato cum animum noibum ueluti cunum pofuilTet : aurigam ilii duofep
equos adiungit . Nam ueluti equis currus trahitur : iic animus ab
appetitu duatur. Fe.< mnt autem equi non fuo arbitrio : fed imperio
aurigz a quo reguntur eodem pa» do appetitus nihil ex fe agendum decernit
. Sed quod iam ab aii a ui deaetu m eli fequitur . Q^uarc autem equorum
alterum album pulchettimum^ i at^ hono« tis cupidum : Bi qui non minis
ui<^ / fed cohortatione ratione^ regatur. Alterum nigrum inglorium
& contumacem hnzerit ex iis quz paulo ante a me de duplici appetitu
dicebantur perfpicuum eft. ExprefVit enim per bonum rationalem : per B^um
ucro irrationalem appetitum quo animus fertur: at<^ hzc de appetitu :
quem quidem mari limillimumelTe quis negaueritr Videmus enim mareftnuL»
lis uentis uetbcretur fedatum tranquiliumtp perdurare. Sin autem
diuerfistun datur uentis: in geauiflimas turbulentiflimaftp tcmpeftates
infurgir : Sed hzc eadem in appetitu dcprzhendastFac illum uacarc a
pcttutbationibust nihil ni fi rede appetet : Fac rurfus iliis uehementer
uezari : quos iam ftudus quasuc procellas intuebere: Quapropter
illud elegannflime u^tio^ irarum 6)s d^t (ftu. Illud autem tibi fortalTc
occurren/ quod non bene iis quz diximus cohzrere uideatur : Nam fi
radonali appethufertur zneas : fi iam uitam uoluptu g iiofatn
damnault t unde nunc illud quod patnx liHota lachrimajupotfutnij^KliQ*
quit . Q_uod enim odifle iatn coeperimus: id non lachrimantes : fed Izti fugcR
fo letnus t Sed uoluic Virgilius primum a uolupcatc ad uirtutem difcelTum
demoo' I firare . In quo cum temperati non dum fed continentes fimus :
agimus illud qui> I dem t fed cum diu uoluptati aifueti illius
illecebris demulceamur t non nili zgte , ab ea diuellimur : imitemur^
fenes tioianos : qui cum Helena ut grxconun tro> ianorumtp certamen
fpedarct mcenia confcendilTet admirabatur cum (hiporemu lieris
pulchritudinem t ea^ uehementer deledabantur : uetum tantorum maltv rum
illam caufam eflie animiduertentcs : abeat dicebant potius Helena: quamp
pter illam pereat Troia . Quod ut plaiuus intelligas. Qucmadmodnm tordnk
do uirtus eft / qua dura omnis ar^ afpera inuido animo ferimus : lic
tempcran» tia aduerfus uoluptates armamur : in qua quoniam iam habitum
contraximus li ne ulla difficultate aut moleffia negocium conficimus.
Quod li habitus nem dum contratSus Iit : Si tamen illud idem efficere
tentamus t tandem^ effiamusfi nitimum quoddam 6C uiriuti proximum
nancifeimur / ut nondum temperantes effedi tamen abftineamus quamuis xgre
& non line luda: Quz contmenna di citur in qua li diu exerceamur : paulatim
temperantiam acquirimus : htij uirtus id quod hadenus uirtus non erat :
fed ingrelfus ad uirtutem . Hoc igitut intcrcft
intcttempcrantiamfiicontincntiam. Namquam uisutrai^ idem przdet:conti«
nens tamen eo detenor eft/quia cum dolore ablhnetmec ctt fatis Armus
aduerfus uoluptates Tempuans uero bene uolens Iztufk^ abffinet.quod li
itidem de ineo Anente intemperantem inuelliges: facile ell uidere quanto
a temperantia condoe da fuperatur i tanto incontinmte ipfum intemperantem
pemitioliorem elfe: I na continens enim quia non dum in uitii habitu ell
rationem difeemit : prindpiui Knct:pugnatm aduerfus malum: fed tadem
magnitudine cupiditatis & fui animi imbecillitate uidusucluticmtiuus
in feruitutem rapitur . Vetum uc qua; uctbts adumbro ea exemplo
exprediora reddantur t dicimus continenum a pruicipiofii ilTc DIDONE quz
quamuis Acnez amore teneretur : tamen adeo lunliter repua gnat/utmori
malit :q pudorem uiolare. Incontinens autem paulo polf redditui cum
fororis oratione uida pudorem foluit . Prius enim fortiufcula adhuc ita
pua gnabat : ut uidrix cuaderet. Deinde eneruats omnino pugnando
fuccumbit.pua gnatenim incontinens/fedfupaatur. Intemperans autem in
habitu uitiiconfti< tutus omnem rationem amiDti ne^ pugnat
aduerfuscupiditates: quin illis uo» lens gaudmfqi obtemperat : quippe in
quo adeo deprauamm Iit iudidumtut qdf tnalum fit bonum rlTe dicat. Sed ut
iam ad inffitutum redeamus : non dum tem' perantia munitus erat zneas:
nuper enim ea ratio in homine uluxcrat: ut uolupts tum fordes intueri
poffet : nei^ rurfus tempeians : aut incontinensinon enim io de fe
expedilTet. Sed cum hincilleccbrx uoluptatum traherent : illinc honefti
uui pulchritudo ad omnia excclfa cum erigeret/demuiccbatur quidem a
uoluptate cam feolibusfuauilTtmam iudicabat : non potccatip non zgte ab
ea diuelli.51i da enim adulatrix voluptas efi.uehementcr fenlibus
applaudit: ut etiam gcQ’tolioiit animi qui funt illa capiantur .lu cnim
fuauiter nos irrepit aut totos pau lanm occupctt Smgjt igitm comn ucac ft
guis lachiimaiu taincta littcin
tioiaiu ti s h P U Ii 9 si Q lu ia K a» 10 k liu tic adi li] tu »1I» bi » m inii tta ip DOi tUU) aoi pqai V» 'Z tiO*iJuti idtai am i&:l» oap jiua riKil apoi at(p tdib ;iup» ib<# ico^ Jki» «0 lolf J0t ^0 'Df> 0f Libettmiiu Klinquittquonii
c6tines. Quod H unam tcpnitii adcptua fuifTn no lacbrimSs fcd lema
reliquidet : po<ta enim non ipfum a principio sapientem fingit:£C una
uircure ornatum t (icd cum qui a perturbationibus animum uendica» K
cupiens fe paulatim a uitiis redimat t k poft uarios errores in italiam id
eft aducram fapicatiam pnumiat» Nam quznos de continentia dc^ incontinen
eia diximusan quibus fenfus pugnat U ratioiuidiTim^ uincuntacuincunmr.
eadem de reliquis uitiis ac uirtunbusintelligas mtn quas mediae
funtaffcdio nes nullo adhuc habitu latis Hrmxifcdquz modo ad has modo ad
illaimpel lantiquisfortadeinuiu ciuiiiin qua quz ad bonum tendunt incohau
potius quam pctfcda lepenas non nulli uittutes nominarent . Sed profici
fcatur iam no &rAcncastuerum quo tandem exui pn altum feretur: Nempe
in thraciamre^ gionem patrue fininmam/fiC terram Matd confcaatamnnquanupn
Polynco ftoc holpitem fuum Polydorum ut auro potiretur interemerati Erit
autem aua titia; fjtnbolum thtada.Nam ipfe paulo poft: Fuge littus auarum
. Vnum cum duplex auaritix genus fit. Eft enim auarus 8C iis qui inde
rapit unde minime con ucnitideis qui cui dandum eft ei minime dat.primum
illud genus perthraciam cxpdmimroi enim in illa Mars colitur.-quisncldt habendi
cupi ditate plurima a mortalibus bella geri. Sed ne^ Polyneftor
borpitisintcrfedots6( Tuorum bo» Domm raptor quicquam expreftius quam
auaritiam rapinaft^ denoubit < Cur igi tur prima inthraciam ENEA nauigatioeftrQ^uiacuma
uolupute difceftimus at<j non dum uerae uirtutis habitum contraximus
facile ex ilia in aliam cupidita« tcminadimusiinfurgitip habendi
libidoibeatilTimam enim uitam multi feade< ptos putantifi opibus
maximifip diuitiis reliquos mortales fupecet:Q_ua cupidi tace inflammati
non dubitant non modo nefaria: uerum etiam laboribus pericu lil^
refcitiftima bella fuTciper e. Ingens profedo ftultitia:6i ab coanimo
profeda: qui & fi uoluptates contempferitcnihil adhuc altum furapete
poiTit.Habet enim auaritia pccuniz ftudiumiquam nemo unquam fapiens
optauit. Nihil enim illa mobiliusinihil quod magis fottunz temeritati
fubiiciatar.Q_uapropter rede Sa luftius auahtiam ita malis uenenis
imbutam dixittut animum cotpufij uirilc cf< foemineuquando quidem Si
ad omnem humilitatem infimaTqi fordes dcTcende tccogic:& inomnemcrudelitatemproreuili(Iimainfurgete.lpra
enim perfidia am pctiuriumip edocet:cot fraudibus: linguam
mendaciis:manum uenenis/fer.» to^ in aliorum pemitiem inftruit. Apud eam
quid fandum efle poteft: cum ho.*tes quoip qu Polydori exemplo docet poeta
minime incolumes fint. Nemi nem tamen mirari oportet fi Ancas fapientiz
quidem cupidus minime tamen ad buc fapiens in huiurcemodiuitiumprolapTus
fit. plurima enim inuiu humana Uidemusiquzquauis caduca momcntaneaip
finntamen morulcs pro maximis admirantur: quz quidem omnia cum ucnalia
efteuideantipecuniz prz czte^ ris ftudent.Q_uotus enim quifi^ repetitur:
qui non putet quod genus ficfoc mm regina pecunia donat t quis non totus
commouetur : cum auditi Si b^ ne numatum decorat fuadela Venus. Verum qui
duce Venere fertur Si tna gnarum rerum amore incenius cfi/pauladm errorem
recognoliit. uitiumip abominans Xfaradz auariflimutn lictas fugit , At^
cum iam fecundo deceptus i deinceps turpi/Timum mirerrimumep iudicet
Apollinem: cuius oracula ue riiTima e(Te audient confulendum iudicac:
Retur enim (i ex illius dei ptxut pris uitam inftituat futurum. ut mifet
ciTe non pofTit. Q^uaproptei nauigadonem in delum fumit: per Apollinem autem
qui fol cft: quid aliud quam lapientiam intelligemusf^Nam ut id omittam
quod ut fole eunda qux in lien fum cadunt illuftrantur:(ic lapientia
illuftiatus animus eunda profpicete ua. leat uideamus reliquam eius
plancta: naturam. Sed illud in primis. Nam cum Heraclitus fontem
caelefiis luds appellat. CICERONE ueto ducem carterorum lu« minum ea
ratione dixit: quoniam fui luminis maiellate praecedit: dixh itidem
ptindpem dixit moderatorem: Nam SC ita eminet/ ut ptopterea quod
buiut> modi folus appareat fol uodtetur : curfus reliquorum recurfuf^ipre
mode ramr. Nam certa fptii diffinitio eS ad quod cum quaim erratica
ftdia recc' deos a fole peruenerit tanquam ultedus accedere prohioeatur
agitur retro. Rurfus autem cum certam partem recedendo attigerit : ad
diredi curfuscon fueta reuocatur.Q^uapropter non iniuria & mens mundi
cor czliapri« fcisdidus ell:Q_uz omnianon ne fapientiz quadrant Non ne
fapien^ tia reliquas animi uires przcedit : non ne illis moderatur C
Q_uin etiam li uim huius fyderis diligentius aduertas iurc datur fapientiz
dicetur: Nam ut a Saturno ratiodnandi a loue agendi uim : ut a Marte
animorum uehe« mentiam at^ calorem aedpimus; uta Venere deliderii motum
fumimus: & quod loquimur atqi intcrptztamur a Mercurio cft: ut deni^
a luna quod grz ci phyticon idcll gignendi augendic^ uim habemus; (ic
ipfe fol quod friamus: quod^ opinemur nobis prxllat : Sed hzc de
Apolline. Deli autem nomen S ipfumnon nihil ad rem affert, grzce enim
manifeflum flgnificat. Loca enim quibus fapientia przfidet : clara femper
manifefta^ fuat.Q_uod autem tot»> us infulz Anius imperet: qui &
rex hominuni & deorum facerdos iittnonca ret ratione : Sapientia enim
humanarum rerum cognitionem continet. Qua ptopternihilnouum fapienti
accidere poteft: quippe qui omnia iam percepo> rit : quam quidem rem
nomen regis oftendit. Anius enim didtut quali id elf (inc nouo .
Hic igitur hofpitio Aeneam fufdpit: SC pio* fedoipfa fapientia animi
nolfti aluntur . Veneratur autem templa : at^ ea retn pia quz faxo
uetullo conftuida fint.Nam quid obfecro te: aut flabilius im* mobiliufi^
: aut antiquius ipfa fapientia deprehenditur : quam fapientiflimus ille
omnium bebrzorum S^omon ab initio Si ante fzcula creatam fxcula aea ta
effe uerilfime didt.Sed tu quid me o LAVRENTI fubridens fpedas.Non polfum
inquit LAVRENTIVS dodillimorum uirotum ingenia non admirati lztuf(|:quz a
principio de hifioiia decp allegoria dixilli mecu repeto :Q_^uis enim non
obfiupefcat huius poetz confilium .Q_uicum apud Cioatiumueri
umlegilTetinDelo aram elfc Apollinis genitoris: in qua nullum animal
facrifi atur: quam Pythagoram ueluti inuiolatam adorauiffe fetunt :
legiffct eti^ am Sc apud Epaphum : Delon ne<^ antea nem pofiea tettz
motu uexatam: femper eodem manere luo legiifet: & apud Thucydidem non
mirum esse fi przlidio tebgionis tuta infula femper fit : cum teucreruia
locotumfibi acccficrit Liber tertius
coBtltiuafaxIeiurdetn firmitate: Cum igitur bacc legilTet itafcnblt/ ut
eodem tempore ex antiquitate hifioriam eruatiponit enim Aeneam Tolis
przcibui deum uenerari:K templa antiquo Taxo confirudaefTe/ficbxc cum
ponit fimul ea affert quz per allegoriam Tapientiz conueniant . Dices
quid in cacteris : hoc idem. Sed nefdoquo pado hic me locus in quo hifioria
non minus qua allegoria latet:mul to magis mouinSed perge obTcaomolo enim
mea interpellatione mihi ipfi audi endi cupidiffimo moleftiam ex mora
afferre. Datur igitur ab Apolline oraculu inquit BAPTISTA zDardanidx duri
quz uos a fiirpe parentumzPrima tulit tel^ Ius eadem uos ubere Izto
Accipiet reduces:antiquam exquirite matremzHic do# mus znez eundis
dominabitur oris:Et nati natorum 8C qui nafeentur ab illis. Q_uo quidem
oraculo quid diuinius excogitari poffit non reperio:Q^uid enim faomini salutarius:
quidconducibiliusefi: qu3 originem Tuam noffexin quam cu redire potuerit
/tum demum fit futurus beatiffimus: Dixit igitur pluribus/ne a poeta
difcederet Maroxquod grzci duobus tm uerbis expediutxqui omnium ora#
culorum quz Apollini tribuuntur maximum effeuolunt i«r</7>> V
nofceteipfumx Verumut haxea nobis planius explicenturx Omnesquicuh^un#
quam de fummo bono ferip Terunt philofophi in eo fi non uerbis re Taltem
con# IraTeruntxutbenebeate^ uiuere fit apte conuenienterq; naturz uiuere
t Verum ubicoiamdeuenturn efl/ut fit hominis natura diffinienda : tunc
innumerabi# les pemitiofilTimi^ errores emanant: cum animorum nofirorum
ui ignorata plufquampar efi corpori attribuatur. Nam cum ex animo
corpore^ conflare bomo dicatur . & alterum brutum/caducumt^ at(^
facile in interitum pronuma Alter mcorrufmbiiis immortalis diuinuft^ fitxpaud
omnino ita mentem a fcnfi# busfeuocat: ut feanimi nobilitate imniortales
cogoofcant: corpufcp in nulla pene parte habendum cenTeant.praedpitur
ergo Troianis ut eo reuertantur de originem ducunt . Duplex autem illis
origo efi.Nam Teucer Scamandri cu# iufdam filius profedus ex creta infula
in Phrygiam uenit; 62 una cum Dardano Kgnau:t ; Dardanus autem prius
SCipfe in Phrygiam ueneratatnon ex creta: ut ille fed ex italia: nec
mortali patre natusxfed ex deo loue. Veniunt igitur am# bo in Phrygiam id
efl in uitam: & pnmam ztatem quam perTroiam fignificari di ximusxfed
hic a czlo ille a mortali. Ad huius enim animantis quem hominem dicimus
compofitionem animus a cziefii corpus a mortali patre prouenit.Qua propter cum
primam nofiram onginem inquirere nos Apollo iubeticuius ora# culum efl
Nqfce te ip Tum : non quid corpus fitxquid ue illi conducat inuefiiga# re
iubct.Sed quid animus fit 8C quo pado fecundum animi natutam uiuere fodi
ces effepoflimus inquirendum mandatxQ^uam quidem rem ut ezpreflius
fignifi caietannquam didtxEfi enim animus fi non tempore/ut Platonid
uolunt digni tate Tua at(^ excellentia prior: Optimum igitur oraculum:
Sed quid prodeft fi illud male interpretatur Anchifes . Hic mortalis
Aenez parens omnia ad lenfns referens ibi (edes collocandas cenfet ubi
prima corporis origo fit. quafl prima naturz non animi fed corporis
fpedanda fint t Quaraobrem non ia Italiam fed in Cretam enauigandum
proponit: qua in infula multa mala Tubi# bui fint Ttoiani. Nam cum (ummum
bonum non iis quae animum: fed quaa In.P,Vtrg. M.AlIego.
corpus fpcdcnt natura noftra ignorata reponimus necefle eft/guoniaft illa
pati> io po(Hnpe(lem/ac demum in interitum cafuraiint/ut non
bearirredmiferi fiu turi (imus:TuIerunt ergo prxrium ob ftuitiriam
Troiani:gui in italiam nauiga» te iulTi actam ptticrint. Si enim in
italiam.i.in originem animi redeant Troiam percipiunt cognitionem rerum
diuinarum in qua fola flabiles & manfuras feda inueniuBt ; Hic enim
domus Aenea; eundis dominabitur oris:Et nati rutorum & qui nafeantur
ab illis . In aeta enim nullum e(l Aenex imperium. Na corpus ne^ fe nerp
aliud mouet:fed iners brutum: 8C line fenfu iacetrnec quicquara Ii ne
animi auxilio ualet.ln italia uero imperium latepatet.Corports enim
domina tor & redor eft animusrin nullam^ nin uolens fauitutem cadit .
Cunda autem fue cognitioni rabiiciu Se enim pafe uideticum autem deum
cognofccie tem/ ptat fuz menris acie ad fuperiora erigimr. Colidaado oia
fpedat: Rimatut occulta. Videt abfeiitia:breuicp temporis momento
uniuerTas mundi oras anv bit:Defcendit ad interiora: Afcendit cxlum .
Adxret deo: in quo efl patria fua:Et ? uoniam imorulis eft hxc
femper facit : Quapropta eius imperiu eft aeterna: ixcaprincipioqua uisdiuiniscflentmomtiprxcepris
cognoicere no potuerat Troiani: Nunc uao calamitates eipaticognofamt. Epimetheo
quidem ferius: Sed uidete quxfo quam admirabili ingenio reliqua
profequaturt. Cum pefie labo rarent Troiani danmatfuam oraculi
interpretationem Anchifes.Nam poftqui diutius debaccliatus eft homo dum
fenfibus obtemperans omnem fpem in rebus caducis reponit/tandem ufu Si
experientia dodior redditus animadueftit no fua« fifle acta
Apollincm.i.nunqua pofleefte homines beatos ex iis qux mortalia fntt
Cenfaigimr alibi quxrendamfoelicitatenuVenmi non dum tanta metiris arie
ualenut qua inrcconliftat discernercpoiritr Na humiproftratusanimus/St
fieri gi nitatur tamen corpote'obrutus qu x in/cxcclfo collocata funt non
nili poft mui tum tempus difeemit: At dii penates eadem dicent qux
didurus efliet ApolIotPu tabantenim antiqui deos penates elfe ex animisiuotummatoTumtqui
clari ilhi^ ftref(^ multis egregtiftp uirtutibus fuilTent quali deos
domcfticos: Ergo Si hos animoru noftro^ excellentiores uires
intapretabimur:quales funt ratio intelle# dus atqr intelligentia. Qux
hadenus furentibus fenlibust Si omnia tumultu co plentibus nihil
fanuiudicare poterat: Nunc autcpoftquamfuograui damnoeu pertus eft homo
fenfuu iudicium falfum elfe illos a tribunali quod tumultuo &oc
cupaucrant deiicit:& luris dicundi potcftatem iisjuiribus quas paulo ante
nomii> nauipermittinillx autem cum iam fcnlibus parentioribus ut atuc:quippequipu
dorc confufi nihil amplius audeant/K cum eorum iudicium diuturnus iam
ufus at^ experientia confutauerinparaciam non amplius prxeipne
deaeucrintrfc a tumulm colligunt:at (pfeipfascxdtant:fumma (^
contentioeruftitix nebulis fua luce fugatis mentem^ ab^iniquiffimo
fenfuum iudido prouocauit ita a aetenfi domicilio abfoluunt : ut tamen
italicam profedionem fuo dcacto 'edicant, /ii dunt^ proptnea fux fententix
ftandum:quoniam eadem iubeant quxipfe Apollo a quo mittuntur didurus fit:
Etprofcdomcns noftra multatum rerum ufu iam dodior reddita multa, 'ex fe
cognofdt:qux fapientia ptxdpere confueuitt Nec ucto quempiam moueatli
deorum pcnatii oratione pctfuadcatut Andrifas I t ( II P nudfi D B B< P> h Jrj-B
SNitn ubi ndo pneualerc iitn crprrit : appetitus Hli rubiicitun MuItS iatn
profeoe nintdiipcnatessquiquz obfcunus Apollo fignificauerat prrfpicue
enodaruntt docent«piniuIuadrcrum diuinarum cognitionem enauigandum rfle:
Beatus profedo ENEA (i decretis ftarett (i quod bonum efTe cognouit:id
ita mordicus arriperet ut nulla re inde po(Tet auclli:Non enim totiens a
redo curfu deiicere^ s Veru non is adhuc uir eft qui conftanti habitu in
hisobdurauerit:& per (uma t& perantiam a rerum moruliu
cupiditatibus sit penitus purgatustfed inter contine tia; at(^
incontinentiz uarios frudus uacillans fzpe cum ad aliquod Tparium fuo
uento procelTerit: nauisfubito a redo curfu deiicitur . Non enim is
gubernator clauum tenet qui fummo nauigandi artiBdo arperrimam etiam
tempeftatetn fupcrarcualeattfed Palinurus t qui poftquam ceruleus fupra
caputaftiiit imber nodem hyememt^fercns.poftquam inhorruit unda tenebris
: poftquam conti» nuouenti uoluiit maretmagna^ rurguntzquora:& quz fequuntur.ipfe
diem nodemt^ negat difcernereczios nec raeminifTeuiz: Diximus a ptindpio
foloap petitu moueri aniraumtdiximus itidem duplicem e(Te appetitum
alterum qui a fblis feniibus ex dtetutitationi^ aduerfeturidicatnttp
libidotalterum qui ratione pareat:uoluntaf(^iure nuncupetur. Qui quidem sinauiprzfuifTetiporerat
ea am aduafantibus uentis iter redum tenere, oed przFuit Palinurustis
enim eft qui folisfeniibasob temperatiuirefij aduerfus uentosinterprxtari
poteft enimgrzce retro uentis didtur quali qui in contrarium refetat. Hic
igitur infurgcntibus pertutbationibus/uehementioriburi^ cupiditatibus
uelutitcncbiis animuminuoluetibuscum ipfenulla rationis luce illuRracus
(it dicsano dibus ideft ucrumafairodifcerncrenrgat. Magna profedo
hominum ioldtiatmazima^ fenruum perturbatio qui ita rationi aduerfanturi
ut quauisil la fzpe infarg.it t ut animum ab illorum nefaria tyrannide
feruituteq; eripiattipfa uclutiiulbirima regina ueramuelit inducere
libertatemitamen cum nondum uiresfuasrecupetaueritm Dpercp a diuturno
exilio reuerfa a paucis fuorum ciuin cognofeatur fzpe antea qua dus regni
quod (ibi iure dcbctur polfeinonem recu» peret ab lilis repellitunquippe
qui multos iam annos tyrannidum tenentes omni largitionum genere
appetitum corruperint : illum cp adeo demulfcrinttur malit io feruitute
uolaptuofc degere qua honorifice in libertate laborare. uamob» temcum
acbrainterillos przliac6mittantur:difcedic fzpeuida ratio, lllicnim
parere rccuCiDS Palinurus nihil sanum fentit : Eiufcp ilultitiaatcptrmeiitate
cd» mittirurtuc dedituto curfu t quem penates dii prasceperantin
(Itophadas infu» lasdeclinetur. Hunc autem locum nos ni fallor
auaritizuitium redeinterprzta bimur/non illud tamen quo inde rapimus
tunde minime conuenitiid enim nobis Thrada ddignauit. Verum aliud quod
tunc patratur: cum ex iis qux iam peperimus minime illis (ubuenimus :
quibus tus naturacp ac humanz fo detatis uinculum fubueniendum poftulat .
Oodus enim'iam Fragilitate rerum buroanarum Aeneas ad diuina ratione id
efflagitante ferebatur. Sed appetitus aduerfus illam adhuc contumax
ftaredeaetis non potuit. Verum ad ea quae uulgus admiratur rurfus
conuerfus diuitias cupit. At quoniam multum de pti*
fiuufcritateitniautufuctaUndui nc rapiaisilJafibicompatatecoBteodit: fcd
In.P.Vitg.M.AIIego. per (oBUS fordes plus qustn psr eft
parto pacens nullo libmlitatis munere fiigiei DC(p (ibi nc(^ Tuis
beneficus eft.Q_ux quidem cum facit fe parcum non auarutn
prsdicatiprzfert enim fpeciem boni uiri cum peflfimus Ar. Q_uaproptcrnon
io« iuna harpyz ipfz uirginea facie Angunturdimulanc enim
pudorcmimodtfHaou robrietatem^iomneri^ uirtutesprzfe ferunt. At earu
ucntris ptoluuies fcedifli< tna eft.Q_uisenim
po(TetauaritizfordesexpIicare:quis qui turpis hominis di uitis eiufdemtp
tenacis uita fdt latis referrer Cum furor bau d dubius s cum ftene As
manifefta At egenus uiuereiut diues moriaris. Quid miru igitur A earum fu
des palidafcmperc fame & macilenta AtiNarahuiulizmodi homines iure tanta •
locomparamussqui inter aquas.interi^ uaria poma confbtutus Ati tamen at^
fameconAdturiNam ut cumulus diuitiarum acrcatiprcinterim ruum/utillete« .
centianus Gcta defraudans genium partis abfbnct ac timet uti: Quod autem
ua ds Angantur manibus ratione non aretiNihil enim remittunt quod femel
ctpe> nntauarii Q_uinfunt adeoperaino A auarinxundiut hominem ad dtuma
qua dam natum ab alnlTimis curis ad hzcinfenoratrahantifiC uelutide
czioin terras K e lucidis fjderibus in profudilTima tartara trudant.
Auertit enim nos at^ feuo« cat habendi cupiditas a cognitione carum reru
quibus folis Axiiz animus ciTe po( At. Sapienter igitur adiugit.TrilHus
baudillis mdiltunec fzuior ulla peAisidtjia deum ftygiis fefe extulit
undis: Non autc Aulta rado poetas impulittut ex Thau« inante patre: matre
Helcdraoceani Alia natas harpyas fabulentur.Thauroan« tem tede
admiratione dicemus grzci enim admiran dicunt. Cu
cnimobfummafiultitiam diuicias maxima bona putemus cum aut bona non
Antaut minima bonaiproptcreaq^ illas adrairamut:cuenit:utcx ca
admiratione cupiditas habendi nosinflamct.Ncmo enim cupit caquz
negligit:at(j contenv nit.Suntautem ex eamatrequzAt Oceani Aiia:Nam
liquis maieriam diuinarn diligentius conAderct:omnia mari Amillima in ea
uidebit.Vt enim mare in afli' duo motu cAicundac^ incofacilemifcentunat^
pcnurbanturaAc diuitiis ai<jf opibus nihil Auxibilius inuenias:multiq)
tumultus ac fzui Aima bella inde ezota tur. Hz igitur c£.'n paflim
armenta gtegcfij pafcant : nihil inde Abi ad ncccAiu tem fumunt. nihil
aliis rumerepermittunqvcrumfiC ab hocquoq^ regenereaua tinz quando^
explicat uir fummi boni acquiredi cupidus. Relin querat olim uo
luptates.indderat in rapinasiquibusquo^ damnatis otacuium confuliti A quo
accipitnofceteipfum:in quo errat Ancbifcscum ea ad corpus refcrctrquz de
ani tno przcipiebanturicauturqi ruo damno fadus errorem cognofat:
conAlium inutat:rclida(^ creta tendit in lauum . Verum rurfus
perturbationibus uexatus animus ad diuicias rutfus refluit: non tamen ad
eas quas rapinis ut hadeoust fed quas nimis fordida pat Amonia comparet :
Sed & boc quo<^ uinum effc cognofccns / proptetea^ damnans < ad
Helenum per hoftcsproAafatui. bes igitur quare in harpyarum infulam
delatum mixcrit Aeneam y?^uod ue^ IO ab ip As uefd prohiberetur iam
parariscpulis inde efliqnia eam uim habet auarina/ ut qui etiam dinflimi
Antfame penrequamuci minimam acerui par« Aculam imminuae malint JAcmis
tamen eas pepulerunt Troiani: Nam di aua AAacxifflbcdllitateat^ builitate
animi tuliaf':qiiz ci cAiut&fctia & tnulict«' i-% « % % t ik tltl
I- 1 II- 1- i j mii oa* iff Liber toriiu
<aIcgux'tninori animo runtauarioresTemp^e pncbeact/tunc Fadle
pellitur fi foitemgcnercfum^ fumamus animum ^6Ilcedit e fitopbadibus
a;neas t fed non prius quam cnfle a ccleno oraculum aedpiat < mendax
omnino uates Bc in E s fubdola } & quz uctborum firepitu
honorem inde incutere uelit unde ni timendum : bed profedo hoc morbo
laborant auari i Nam fi quando ho« ncOa quzdam SC una ratio lilos ad divina
exploranda erigat < propterea^ huma na bzcfiC mortalia
negligendafuadeatrihtiminfuigit ex auaritia metus si rem noftram
familiarem negiigentius curemus fore ut (i fame pereundum x Sed ne«
fiauot fiuItilTimt homines quam paucis natura contenta (it i quam facile t
quam minimo fumptu eius diuitiz comparentur: Efi autem fames iis timenda
qui in anesqui infinitas cupiditates & quz ne^ neceifariz ne<^
naturales lint fibi exple das propofuaint quorum uotago um lata tam
profunda efi : ut nulla auri ui t nullo gemmatum iapillorumtp cumulo
repleri queat . Qui autem ita uitam ia* fiituerunt > ut fola fe
uirtute bntos putent : animum^ non corpus ditandum ^ ponant : his omnia
femper abunde adaunt t Q_uam quidem rcm:quo tibi pia* nius exprimam :at^
adeo potius oculis fubiiaam.ptopone tibi duos diuetlifii^ mz quidem
fottunz/fedeiufdem pene ztatis utros Alexadrum macedonumte gem/&
Cynicum Liogenem utrum ditiorem iuch'cabis:uide quid dicas. Maximi
Alexandro thc Ciuri erant plurimi tobuRiflimi^ exerdtus (ibi militabant :
Imperium latilTimum poflidebat. Innumerz pene nationes acpopuli ex Europa
A(ia* ^uedigales huic erant.Diogene autem quid
potcftangu(liusexcogitari:qui prz tet rimofum illud uas e figulo acceptum
: quo l'e recipetet ut e frigore calorctp tuf tuselletnetuguriolum quidem
haberet : quem eodem panno in utroi^ folftirio obfitum confpiccrcs :
cuius auda olera etiam nullo file alperfa beati (limorum re gum dapes
fuperarent. Vttum igitur horum ditiorem Laurenti iudicabisr Ego q dem
inquit LAVRENTlVS h a deptauatilTima confuetudine : quz altera pene in
nobis natura cfl dirce{l'eto/& rem totam fenfiiu iudicio exclufo rationi
cogno» lixndam tradam beablfimum Diogenem:miferrimum Alexandrum proferre
no dubitabo . Vehementer enim iis aifentior : qui in diuitiis penfiiandis
non quam tum tuii^ adiit : fed quam abunde id quod adeft fibi futurum (it
animaduerien» dum cenfent.Si emm is diues eft cuius cupiditanbus adeo
fatis fupercp fadum (it ut nihil pczterea defidcret quis Diogene ditior
:qui cum (lue pafiurem (iue arato rem quendam cauis manibus aquam e fonte
ad potum haurientem uidiifet : po culum quod ad eundem ufum hdile gerebat
ueluti fuperuacaneum abnaedum putiuu . Q^uis rutfus Alexandro pauperior :
qui podquam a Democrito ut p\i to PHILOSOPHO plureselfe mundos audiuaat :
lamentari non crilauit tanquam nulla ratione diues effici poffet nili
illos prius imperio fuo adiecilfcif Rede o Lau tenti de utro^fentis
inquit BAPTISTA. Q^uamobtem cum idem rex motus animi tranquilliute quam
in Cynico cognouerat ita pronuciaiTcticupcrem Dio* genes e(Te nifi cifem
Alexander : magna ex parte fiultitiam fuam indicauit : cum in fummis
opibus zgere : quam in fumma inopia ditefeae mallet . Q^uamobte difeant
homines quam paucis natura contenta fic s quod cum didicennttoracu# ium a
Cclcno zditum &cile tldcbunt:quamuis ipla ut otadoni liiz fidem
faciat diat fe ca pronunciare guz Phabo pater otnnipoteos flbi Pbccbus Apollo pn« dixit . Natn rempn
auari qui funt : uiriutn quo laborant fallis uirtutum limula» cbtis
tegere conantur. NatnquzmoEraauaritia eftream patlimoniatn uocants &
aut deorum t aut maximorum uirorum audoritate famem timendam pctfua» dete
conantur . Oolofa profedo cupiditas et quz cos etiam quos prudendotes
putamus fzpe decipiat . Aduerfus cuius fraudes illud unicum remedium cft
nof fe ea quz hominum ftultilfima cupido ad uitam degendam neceffaria
putabnoa modo nihil peodelTc i fed omnium noftrorum malorum caulam
exiiiae. Deferens igitur Harpyarum infulam Aeneas ad Helenum enauigatrEll
au» tem Helenus 8C uates K conduis«|Q_uapropccr rede ilium dicemus
ingeni» tam nobis rationem & ueri lumen quod natura in nobis
refulget,: quod nos fallis bonis decepti confulhnus ut in redam uiam ab
erroribus reducat» Ipfe autem uates uera przdicere poteft : fed ditfidle
eft ad illum petuenitei cum Iit itet pn medios hoftes tenendum : Nam 8i
fenfus omnes 8i apped» tus fenlibus obtempetans uolentibus nobis in uetum
iudidum delcendcrc (em» per aduerfantur:,At(p adeo nobis confultantibus
obfirepunt: ut uix radonem adire & uera bona a fallis fecetnerc
poflimus. Verum cum ad Helenum perucne rimus iuuat cualilfe tot urbes
argolicas medios fu^m ten uilfe pa hgges : Supe» rads emm perturbationibus
iratiquilla'quTdai^ r^nquitut mens: in qua lecxd tans lux radonis nobis
ucrum oftendit : Q^uo dodior fada mens agnofeit itali» am t quam
propinquam elfe putabat uia inuia longe diuidi : multum^ matis ef
fedreueundumi & ad inferosdefeendendum antea quam quietas in Italia
fedu collocet : uz quidem omnia quanta ratione dicantur ; faulius cS
mente coo pledi quam uerbis exprimeret poliquam enim animus non dico
profligatis /fed magna ex parte repreitis uitiis per medios / ut diximus
hoftes in lumen luz luca defeeudit Itum demum aduertitfummum bonum: quod
in propinquo coUo« catum habemus putabat poculabclleioporterei^ nos amplo
dreuituMariamo ftris obfelfa peraauigare : Nam inter ipfam
contemplationem: hanc quam ui uimus uiuminteriacet is quem iam totiens
appetitum nomino uelutiturbulcn liifimum mare: quod fcyllacharibdifcp
pernitiofiirima monlha infeftum red» dant: Si tamen eft pei hzc loca
enauigandum li in Italiam uenire nolumus : Oi» ximus enim a principio (i
rede memini nulla alia ui nilT appetitu animum motu ti . Sed quoniam de
duobus iis monftris dicitur a poeta : facile eft ex ipfis fabulis quid
fibi uelit coniedari. Nam cum eas foeminas rapaci fhmas fuilfe memorizf
proditum Iit : non ne per eas commode exprimi animi nimias cupiditates
dice» mus : quarum prindpes luxuriem at^ auaritiam eife nemo dubitat .
Scjlla e^o s glauco adamata ucneteasuoluptates exprimet: quz maxime rebus
nofttis fio» rcndbus uigent : Nam quod eius uniunia pubes m canes
latrantes conuerlafu/? uantum ad negodum faciat : fadle eft cognofccre.
Chanbdim ueroipli quof Icrculiboucs quondam fubripereaufam quis non
intelligat limulai tum no» bis auandz refene : 8I qnoniam ab ca non ita
in rebus fxliatei fuccedenubus ut gemur quemadmodum a libidine. Sed tunc
potius cumnimi sanguftiis diuida nun terminis incluli uidemur: ac ob eam
oufam minime nobis noUxa placent ii •p. a MI ia Bi
itk iw “!f lab ipoK
imi». okib! abii l{DKd biW
uocA \^2Dli .qmX (uitbi SUID* jniisi^uin®^ iCID# aajb crlb<
jola* OUfl^ 1^1^' amba* mfiaeKccT^ eflcopinaiaut t
iccirco dextrum a fcylla : Icuum a cbarybdi latus obfi dcri Mato dixit
(quoniam altera in rebus quas aduetfas putamus t altaa in iis quibus
uebcmenter deleAamur : nimis nos urget. Quz cum Baptifta dixiflct : at^
refumendi fpiritus caufa aliquantulum obdcuiflet. Admiror inquit Laurendus tam
magnx tam^ reconditx dodrinz diuinitatem . Verum quanto me iffa tnagis
deleant / tanto magis cupio : ne minima quidc m in tota re mibi dubita»
donem relinqui . (tai^ utar ea quam mihi conceiTi^ libertate uel licentia
potius : At^ ut iamioulligas quid illud (it (quod nili tibi aliter
uideamr/ planius heri cupio . Odenderas a principio ea ratione politum
ellc a Marone Troiam zneam cekquifle t quoniam lam uir ille corporeas
uoluptates contempriflet t per thraci» amuero at^ dropbadas utrun^
auaridx genus exprelTum cfTe uoluidi : Cur igi» tur (i buiufccmodi iam
uitia exuerat Aeneas ( rurfusnunc ut illa uitet ab Heleno monetur C
Dcle&at me tua interrogado o Laurend inquit BAPTISTA t Oden» dit
cnimmaion quodam iudicio quam idbxc xtas gerere foleat te ea qux dixi c6
fideralTe: Veium quo omnia tibi plane pateant: memineris non eum uinim a
Virglio [VIRGILIO] produci AENEAM Aeneam: in quo uirtutum habitus conoboratus
fit. fcdqui pro uirtuteaduetfus uida ita pugnet tut non (inemulta
difficultate per continen dam uincat : nonnunquam etiam uelud
incondnensuincatur.Q^ui ueroin Ita liam id enim ed ad diurnarum retum
inueibgarionem uentuius ed/ huic non fa dsed : ut continens fit . Nam
quamuis condnentia a cupiditatibus arceatitamen S uoniam in affiduo
certamine uerfatur:non przdat eam animis nodris tranquil
tatcm/quaadrestamexcclfascognofccndas opus ed Quimobrcm egenus ipfa
temperantia uirrute undi^abfoluta: & in ipfo pene cerdo uirtutum
ordine corroborata qua qui inlbudi fuirt/nonfolumonuies cupiditates Tupc Tantiue»
lum edam illatum penitus obiiuiftuntut . H oc autem habitu nemo mortalium
fe corroboratum in confidat : nili plurimis afliduif^ adionibus prius ad eum
co fequendum fe exercuerit : Q_^ux res line longioris temporis interuallo
effici nem poted . Huiufcemodi igitur temporis moram VIRGILIUS poetice
quidem fed opd me tamc exprelTic : cum dixit : Prxdat trinaaii moeras
ludrare pachtnni . Ceffan tem longos/ Sedteunfledere curfus. Quod autem
moneat ut eo quem dixi ha» bieurn fe con firmet xneas uerfus unus indicio
elTe pet^d . Adiungit enim quam fcmel informem uadouidilfefub antro
rcy1lam. Quamobrem icdiflime uni» uerfum locum concludemus neminem
poffeipram dminitatem attingere : nili perlongum prius intefuallumeuih:
quem dixi habitum ita contraxerit: ut non modo non rapiatur a fcjlla :
fed ne femel quidem ipfam uideat . uod quid ali nd fibi nuit : nili
ita obiiuifeatut cupiditatum omnlumtut nunquam illx in con ipedum
fuxmentisredeantrperpulchrc per^ commode omnia ida inquit LAVRENTIVS. Verum
quid tibi paulo ante explicare libuerit: triplici illo ordine oir tutnm
non plane intclIigo.Res inquit BAPTISTA huiufcemodi ed : qux &: Iz pe
alias maximo tibi ufui & prxfcnti fermoni apprime neceffaria futura
linOiui» nus enim Plato cum uirtutes de uita Sl motibus eafdem quas
exteri pofuilTet:ita sd podremum illas diueilis Gue ordinibus Gue
generibus didinguit :.ut alia qua dam ratione ab iis illas coli odendat :
qui ccetus ac duitates adamant t alia ab iia h ii i I qui
omnan mortalitatem dedifcnc cupimtes/ft humanatum rerum odio taoii •d
fula diurna rognofccnda eriguntur : alia poftrcmo ab iis qui ab omni
iamc6« tagionc expiati in folis diuinis ueriinturtprimas igitur ciuiles
dixir/fecundas pw gatorias/ac tertias animi iam puigati.Eft enim triplex
hominum rcAe & ex ratitv oe uiuenbum ordo.Horum trium inferior eft
eoru qui io fudali acciuili uita dt gentes rerum publicarum
adminiftrationem fufcipiut.His {iximi fed m ercdioti gradu confiituti ii
funtiqui a publicis adionibus ueluti tepcftuoflsiac procellolis Kin qbus
fortuna; temeritas oino dominet'' :fe in portum tranqllitatis trafferuot
& a turba io odum fe tecipietes/ quirta uitam degutinon ita tn ut no aliqd
adhne tefictaduerfus quod Iudadumlit. Supremo autIocoeoscerncsqui penitusa
re« rum humanatu concurfitionerac tumultu remoti nihil cuius panitcdum sit
/c& mittut.Eft autem oibus his ordinibus hoc c6munr/ut uirtute dure
ciida ad boni redi^ normam dirigati Verum qa in uita duili
cupiditaribusiac pturbationibus omnia tumultuant hifip non oiu xgre
refifti^ rdicunt in ea hoium genere uiitm tesi Dcohataspotiusqabfolutast
Quaproptetidinillbptadcntiac6tendit/utm bil agatuticuius non polTit
ratio (^tem probabilis reddi i Fortitudo uero animd fupra omne piculum
at<p moetum affett : & nihil nifi turpia timenda admonet.
Tcm{watia autem oftedit fola honefta appeicdainulla in re moderationis
legnn excellcdamioea cupiditates iugo ronisrubiidendasiluftitta; poftre moptesfuni:
utunicuimruumredd»’' iutx quoiureoesuiuant .lnrccudoautilioh>iumgene
tctqui ea it ronea negodo in odum uendicat/ut liberius poflit rerum
diuinaium conicplationi incubcrcifunget munetefuoprudciiafifpretis oibus
mortalibus rebus &cxleflium collatione pro nihilo habitis omni cura
omnim cogitatione ad diuina copuertat" . Temperitia autem cum ea
folum nobis cdce(Utit/bne qui* busferuari uita non polTiticaitera omnia
fcueriffimoiudidocontenendarf^upeii datp pronuciabit. Sed necaberit
fortiiudo qu* afliduo pridpiatiut nullum meo moduminullumlaboreminullu
periculum horrefeamus/quo minus redo 8£w petuo^uti**' - j 1 n- ». • •
tuo^ut ita loquar)curfu ad cxlcftia & ad origine fuam icdat animus.Diccs q
d luIhtia.Hoc jifcdo minus libi imponctiut reliquarum uinutu cofenfum in
hu iulcemodi ppoAtum firdatilfti quo^utrupiarcsaduafuspturbationcspugnit
fcd fadiius fupcratsfei^ paulatim expi .tos reddunt. Quapropter uirtutes
ipCrin illis purgatoriz appellantur. Verum audi iam tertium illud eorum
genus/quota animi ab omni uitiorumlabe ^cul ab Ant. Hi igit' in eo
prudentiam exered/non ut deledu quodam habito diuma terrenb prxferantifed
iit illa fola nofcantifuU J ueluti nibil aliud At intueantur.
Adhibent autem temperantura non ut cupitates coberceatifed lilas penitus
ignorent.Eadem ratio erit fortitudinis.llla eni pernitbariones non
uincicifed ignorati Quin opubic dura at^ horreuda Abi of ferrirnon
ut uidoriamaiTequacurired ut in eorum obliuione perpetua riimiuts ^
'ifidiligentetinfpides/ fadiecognofcesidabhelenoadmo petduret. Quxomniaf ^ neri xneam non pofle illum fedes in
Italia qetas ftabi colloare/niA priiis ad boc tertium uirtutum
genus peruenerit : (^uid ergo hadenus: nonne Troiam
deftrueiatjacthradamftrophadefipteliquerat. Defenieiatquidemjred
nondum $mca uitia fugiflct illadcdilutc poterat Jiunc autem non ut
Moliirnt^iP Liber tettiai «Birittaib^ deponatt^od tam
feceratered ita de tnte deleat: ita perpetue obK tuooi roaadntut nunquam
eorum memoria illum rubeat:Cu autem prz omni bus rcbua iterum at(p iterum
1 unonem pbcandam moneatsqua quidem adua •imte Italiam nunqua podturua
(itmdnc nobis documentum eftroaximum nui Ium ex innumeris uahif^ uitus
eflieta quo etiam ii qui ad quzip ezceifa eriguiu lur t scgriiu liberetur
quam ab bonorum imperii^ cupiditate.Fadle eft enim cd temnere uoluptatesa
qui iam maiora mente conccpit.Diuittasuero &li fpecie maximorum
bonorum a principio nobis oftendantipoftrcmo tamen ab excelle tianimo
negiiguotur.Atucrohooorcsmagiftratus& imperia quoniam exedi' lens
quodda & eminens in fe cotinere uidetuunfpecie decori at<p magnifici
ztu* mum etiam excclfum deripiuntiNamcum cupiat ille fefe qua proximii
deo red deretanimaduertac autem nulla alia te nos magis deo fimiles efle
qua dandis bc ncficiisiNt^ hzc przftari ab hominibus pofle nifi in fumma
reru poteftate coo flinitifintiaocenduuruebcmenti quadam cupnditate ut
reliquos antecedat: Eft enim natura nobis iditu/utfcnm (upiores in rebus
oibus euadere cupiamusi Ce dcrcauteautfuccumbeieturpimmumputemus.Q_uz
quidem naturalis cupv» ditas nifi reda ronc temperer in ambitione ac
pofttcmo in tyrannide nos rapit: in qua muka aduerius humanitatem audelia
tetra nefariaip comitthnus : cu natura ipla nifi deprauata fuerit
ad magnanimitatem erigat nos ad fupetbiam ft dominatum omnia rapimus.Hinc
fraudes:hinc czdes : hinc reliqua imania
fiagitiainfurgunt.Q^uibustcbusipfam humanitatem exuri in truculcntilTima
monfiu conueitimur.Non igitur fine fiimma lapinia ad Cyclopum littora ht Dti
dedudt diuinus poctatut ofiendat qui magna quzdam & cxccifa petuntten
nulla certaratio anima reganfefe falli & pro animi magnitudine in
imanitaicla bi.Scd hzcquocp loca miferia ad fc fugientis uiri admonitus
qua primu cifugit ENEA. Quid enim aliud nobis cxprciTius
cfiFmgerc:at^ipfis(^ucica loquar^ oculis fubuccrc potcfi ambitio larofiC
fumma efferitate deteflandam 1)^300103 uitam quam cyciops Polipbemu$:qui
procul ab omni hominum confortio hu manis carnibus paicatur^^ inter
luflra feraru fola uita agat . Nonne enim iure Andropophagos tfic enim
eos appellant grzci qui humanis arnibus uefeun' nmilloscl Te dicemus: non
qui carentia iam anima corpora id enim multo ma gnto Uerandumefiiinfuas
epulas conucTruntifed qui uiuentes omnibus ctu» oatibuscrudelilTimc
exeduntiqui ut aut tytannidem|fibi comparentiaut iam cd paratamtut cnturioptimum
queipuirum & iufhzqui ac libertatis amatoicm lzuifiiimemteTficiuat. Q_ui
utfcelerariirimi uori compotcsc £Ficiantut:aonmo do fingulos homines
ttuddanttfed totam urbem:ne^ folum totam urbemifed integras nationes
ferroigni fameij populantuncun^ libidini militari fubiid« imttQ_ui nc^
agris cultoribus fpoliaietne^ hominum pecudum^ przdas abi gete uomturiqui
pueros tcncraf uirgines ex parentum complexu aut ad mor
tcmautadlibidinemrapiunnqui caftarum mationara pudicitiam expugnat: qui
publica acpriuata faaa ptofanacpzdificia funditus cuertunt:S qui modo in
florcnrifiinu re publica ampIifTimum dignitatis gradum fumma cu gloria ob
tincbantitot nunc oibux foituiuslpoliatosmmiraritni feruttutc abducunu V'
I.4 In.P .Virg-M.AIIego. uos igitur cydo^quos leftrigonas cum
iftorum imani fcttida cofErcnaif Q_^uimobrtm uir iummi boni cupidus qui
antea non bene infttcuta animi (oi magnitudine quacun^ uia ad honores
imperia^ nitebaturmunc demum tam nefariam crudelitatem quam primum eam
nouit deteftatunnouit autem a ma dlenta rqualenci<| achemenide forma
per quii lapiens poeU omnes calatnittla quz ex tyrannide generi humano
perueniunt s latenter (ignilicauiticum dues paulo ante omnibus
ampiifhmotum honorum gradibus honefiati/ ad rern ino piam cxtremai^
famem cdpellunturicum illudiis mortis moetu latere ct^un^t Rclida
enim ariffmu patna ignobililfimis obfcurilbmirip lods exulant: Q_ua:
quidem miferia edam li in graium hominem & Aenex hodem cadatitame non
poted ipfequi uit bonusauc fu aut elTe dudat ad fummultyrannidis odium no
impelli*Q_udigitur Maronis fapiendamnoniureadmiretunqui uirumm ita
liamuentutum maria at^adiaceda littora tam horrendis mondris obfefla ita
caute dreuire iubetiut illis omnibus euitads in Siciliam incolumis perueniat
un de breuidiffius curfus in italia dc.Fadle enim ed homni qui fe ab omni
ii auari» dxfpcdecxpediucntomnemip iniuditiaatipei Fentateexuedtiadreru
magnis rum cognitionem edgi iprxfctdm fi iam in Sidliam uenerit.Ed aut
Sidlia nue in(u Ia olim uero italix coiumdai Bt condnends parstfed uenit
medio in pontus K undis hefpenum (iculo latus abfddittarua^ Si utbes littore
didudas angudo interluit zdu.lta enim abimortali deoapnndpioaeataed
diuinitas animoti nodrorumiut una cademi^ dt pars infedot rdniside qua
paulo pod ent didin^ dius difputandum di parte rupertori.Scd quoniaipfa
,in agendis rebua uerfaf drea ea quz loco 6i tempore citcdfcnpta adiduam
mutadonem redpiunt euenit ut interucnientibus Uanis
pettutbadonibusiquibus prudenda decepta (xpe pto bonis mala cligitiratio
ipfa inferior illis uelun uehemcdlTimit fludibus alfiduO
percu(riabitaliatandem diuellacur:6 (aruperiodradonead appedtum defid>
at Q_uz omnia quauis ita fint unde tamen breuiot ciufusad italiam.i.ad
eo»' teplatiunciquz m ipfa ratione fupedod polita ediquaa ratione
inferiod quz per Siciliam lignidcatur nihil repedes przferdm humato
patenteique nos mol bticm quanda eneruata homini a fenfibus
prouenienteinterpraetati fumus.NS quam enim ad ueram contemplationem
deuenicmusinifi pdus ipafut ebddia notum uerbo utar)fenfualitasnon modo
earinda uerii eria penitus fepulta in nobis fuerit. Q_uapropterli rede
animaduerds de Anchife mocte meminit poeta de fepultura non meminittno
enim in iuliam ed uenturus.ln quinto ueto libto celebratur funusiut demu
fepuito Anchife in italiam cotenderc lice «.Apparatis itai^ rebus oibus
Aeneas ex dciliafoluens paulo pod italix pot/ tus fubite fperat.Ne(p
fuilfet a fua fpe deceptus (i lunonem aduerdiTimam . bi dea ex Heleni
przcepto antea placauiffct.Odendimus paulo ante lunonoa honopi impcriiij
cupiditate expnmeredn qua quidc « fi Aeneas ita fe geiatiut nihil iniude/nihil
audeliter in reru adminidtadone aduius fit.faocenima Po lyphemo fuga
indicauit nihilominus cum in confpedu Italix iam fiti& in li nunc
pene fpeculandi conditurus: Animadueitat^ non poife in rerum diuiu
nuncognidonedcucnidsnifi humana haec omnia cotenat/nidtut ille quidf Liber
tettiiu rem perficere . Std appetitus qui nou dum ratione fubiedus
fit omnino ro> pugaat:faKU 9 argumentationibus perfuadet
noncireaurneg]igendoihono« tes/autimpia relinquenda .PercomodeotnqiUate
inquit LAVRENTfVS tC ad rem uehementer appofitx.Sed unum efl de quo SC fi
fortafTe confentanea fu fpicer > tamen fentendam tuam uehementer
cupiam.Na quid fibi obfecro uult ^fficilis ilia & apprime moiofa dea
luno. Si enim manentibus TroixTtoianis iiafcebaturscur deinceps iifdem
illis in italiam enauigatibus adeo boftili animo aductlatunan
fortaiTequiautracp uiuambltiofoK imperii cupido aduerfa Et. ifibne ipfum
inquit BAPTISTA. Atnbitiois enim dea olim Aenex irafeebatun quiuoluptatibus
dclinitui nihil honorificum quacreretmunc autem rurfus ira fdtnncum
uideat illum ad altiora quxdam eredum ea qux exteri mortales in
admiratione habentsotnnino contemnere. Omittens enim illa que primum
gradum in uita duili tenent non motulia amplius ifed immortalia quxrin mi
rifice ictura poeta.Vix e confpedu SicuIx telluris in altum Veb dabant
Ixd j K fpumas falis xre ruebant. Cum luno xtemum feruaru fub
pedore uulnus: quae deinceps fequuntur: Ratio enim uiuendiiqux honoribus
inferuit cum animadueitatfc ab Aenea deferiia quo olimquo^cu ille
uoluptatemtociu^ amaret negledafuaatyuehementadolet.Cognofcit enim fi
ROMANUM IMPERIUM ed fhtuuturforeiut fua Carthago ruituta Et: Q^uisenimnon
intelligat E ad c6tcplationem:qui ptxftanti ingenio funt uiti
accefferint/illos ciuiles actio.* nes ccdercrturos.Oolet igitur St
pfeotiiniutia admonita pteiitotutcminifdt. Manet enim alta mente repoEum
ludicium paridisfpretx^ iniuria formx. Et genus inuifum & rapti
ganymedis honores. Q_ux quidem fabulx E diligentius conEderentur
nihil aliud nobis prader de* ditauoluptanbusuitam referct:Nam Paridis
ludicium in quo lunonl Venus prxferturiquid aliud cefeasniEuitx honorum
cupide molle enetuata^ 8(uo luptatibusaddidam prxponi: Genus autc
inuifum.i.louis Eledtxt^ adulteri' um:acpoSremo raptum Ganymede nemo modo
mediocriter eruditus Et alia traduccuHisigituraccenla luno naufragio
Troianos perdere tentat . Verunx ne noseaquxfubhuiufcemodi tempeftatis
Egmento recondita funt ulla ex pattelateant:neuequidluno:quidxolusiquidneptunnusEbi
uelit incogni' tum relinquatur:pauca de animorum noEroruui at<^ natura
repetenda funt. Illud tamen pmonebo cuenireiut eadem ad multos locos
enodandos adhiben da Ent t Q_u« E fcmel a’me expteEa exteris deiceps in
locis ueluti ia cognita file tioptacanc luideo me qd* fumopete cupio
breuitati inferulturu.Sed rurfus cu eodieteprKc/E Ecagamus/duplextibionusipo
Eturus Emieritenim eode tpe 8C memoria qd alibi didum Et repetendum: K
quod interim perpetuo orationis filo contexif' : Ene ulla
inteccapedine:percipiendum malo loquacior etk/q oomittere ne ingeniu
eodem mometuo in plura diEradum:ucl minima difpu lationis paidcula
incogmta ptaucrmlttcre cogaturiCum igitur ad id quod
pro Ia.P.Virg>M^IIfgo* tPrn/f
<«•’<»' «*• 'v'»^ prium noSnim^ tft:quod(^ a noftrz
onginls diuimtate traximus t id eSsdt» tiocinandum/ad concemplandum/ad
intelligendum mgitDut:eam animi pai> tcmadhibcmus:quamgrzci nos mentem
nuncupamus. Verum hae mutiifed przcipuc Platonici chriffiani^
philofophi duplicem elTe uolueruntt 4 alteracu inrctiorem quam rationem
appcllant:diuiniorem alteram & fuperioro TIfct. qu- i
4eIIedumnuncupant.Q_U3propterfapienter Auicena animos noftroi ur t
alterum lanu duplici ore inllgnitos e(Te dizitiut hoc furfum uerTum ptia
r .na altilTima per (apientiam rufpiciamus.lllo uero res mortales &
adioneshua manas per prudentiam adminifhemus.Diuiditur igitur mens in duo
rurfum in tapientiara/deorfum in prudendamrquz Ht reda rerum agendarum
ratio qua iiinuirumfiC mulieremrutuirrupcnor iit ®at:Mulier
inferior 8l regatUR Q_uapropteregregiei!lud:^lioieiliniquitas uiriiqui
mulier bencfadensrnd ^ enim przponitur iniquitas uiriliszquitari
muliebri: Sed commode exprimitut * I 'tedius eum
agereiquideiideriorerumczieftium raptus plurima corporis &fo cialis
uitz commoda negligat: quz res uideturiniquatquam eum : qui ut nuW Ium
uitae ciuilis officium deferat:czlcftium rerum curam omittit : (^uz cura
ita (intiuideamus quz a Marone dicuntur: Nrmpe zoium lunonis przdbus
uentostquoslouis iulTu regere debet/in mare cmififTeiqua tempeflate obrui
poterant Troiani nili illis aNeptunno rubuentumfuilTct. Quo in loco fi ui
tz ciuilis cupiditas (it luno commode zoium inferiorem: neptunum uerofu«
periorem hominis rationem interprztabimur. Non igitur mirum liabhono»
rumae imperii ardentilTima cupiditate ratio illa inferior (lediturrattp de fuo
gradu deiieiiur. Referunt fabulz zoium uentisprzpolitum aloueefleiut
iuC> TuAioillos BC intra carcerem cohiberet&indeemmcreceru quadam
lege ualc4 at. Q^uamobrem celfa fedet znius arce Seeprta unfDS mpHit^
apimos: K teinperatiras:_8£,iilud N i faciat maria ac terra stcilumq:
profundum. Quippc fei^tfec^ rapidi : uertantep per auras. Et
profrdOt&infiituti funt animi noflri ^etum omnium fumnioatcfiitcdotut
cum Iit in nobis ea pars quz ad tes afeifeendas fugiendaf^ inlurgit :
przponatur libi ea rationis particula : quz infenor cum(it:adres omnes
agendas rede appetitum moueat. Ratio auum - Iplis mortalibus indita non a
corpore efttfcd aloue.Hzciguurdumfuo co ditori obtemperat celfa arce
fedet:quia nihil humile cogitat: fed quztp aigre^ gia: attp excelfa
meditatur : teneti^ fceptra.Nam totius uitzadminifttatianein habet:
mollit^ animos /& temperat itas: cum nimiis cupidiutibui appetii tum
cohercet : at^ inna modelliz fines continet : Sin autem ita lunonis
blan>' ditiis demulceaturiut fuz naturz propriz^ originis immemot
rerum rettena rum cupiditatibus irretiatur/ totum lilife przbet : eiult^
iuffu non autem lo uisuentos/hi enim penuibationcsrunt/emittit.llli uao
mare quem apped<> tum cflic diximus paulo ante tranquillum ex
diuafispartibus ferientes bor« tendas tempeflatcs excitant: hebetant enim
tadonis adem honorum cupidi tatesrquz uelud nubibus obdudauerum bonum a
falfo non difccrnitiip fumcp appedmm : qui a fenfibus originem dudt: non
modo non refhnguit ardaemractum ultro inflamat: &gcntemiunonisinimicaseaautcft
mens no / » Liba totius Itlbullu Qanitn rnunicotit^tm:diuinatuin
autftn cupida/mratiis perturbati poibusobtuae nititur.Scd rcaeo ad
lunonemillla enim cum tecencitiiuriaanti / MUm (H)i uulnus refrkafictiira
plena in zoiiatn tendit. Kimbofum in patriam loca fceta furentibus
auibis. Cidlidaomnino dea guz regionem ad ea quzcupiebatpaHcienda
fibi deligat nott'ignotauic:Cum enim raum humanarum amor nos ad diuinarum
cogniti onem abfttabae nititurrin zoiiam patriam uento^rad enim eft in
appeti tum p tuibationibus expofitum ueniat necefle efi. Verum iouis
iuflli hoc regnum zoio commiffum cds Nam ri deo obtempaemus rationi fempa
obtemperabit appeti tU&Redifljme enim Platonicum illud bpnp uiro
legem deum ellr : malo autem bbidincm: Quaobrem huiulcemodi
rarionemdeprauare aggreditur Iuno:& ue iuriti qui caufz (iiz
diflFiduntrfit fallis rationibus perfuadae/& largitionibus cor tumpae
iudices patanttita ipla zolum adoriturteonaturep oftendere zquum elTc
4tillc gentem fibi inimicam Italiam attingne prohibeat. Perfuade^ zolustfe^
cn da M iulTu lunonis fadurum redpit:Q_uin quicqd imperii habet/id omne a
iu BoUe tecognofcit.Nam nili inflametur appetitus cupiditate rerum
terrenaruiatrp illp uduti mare ucntls turbet rminime uideretur indigere
uita nofira impio ratio tus.Hocigi^ padotromnia lunoni debere ratio
fatetur ueluriquz(^nifi pturba lioaesaflint^aibil habeat in quo fuum
impium exerceatrac decepta cupiditate ea tum raum quas magnas putatmentis
habenas remittit/ac mare perturbattquoni •tUturbulemimis cupiditatibus
appetitum codut.Quibuszneasqui ad cxle^ Bium rerum contcplarioncm
tedit/adeo labo^ paiculorut^ magnitudine infrio giturtuta
jppolitodciiciat" :Et ^fedo cum appetitus quo folo animus moueturr
ftquonosad fummum bonum duci oportet/aKonosrapiat/infurgit atrorilTima
iUa tempeftasrin qua eripiunt fubito nubes czlui^ diemt^ teucroru ex oculis .
Na qui paulo ante tranqllo appetitu
adrpeculationemfaebant"tinfurgentibuspa.* turiMtionibus adeo illis
oixzcant" :ut quicqd luminis a rdnepueniebat/peniti» tollat tVnde
fit ut nox atra ponto incubet. Appetitus enim qui hadenus luce ra.>
tionis illulhabac'/nuc illa amilTa in tenebris uetfatur. Adeot^ zfi uat hoc
maretuc lii aqlone fetuntur/hzc enim elatio quzdam elliquz a rebus fecundis
profluit. Alii in fummo fludu pendentmam fupra fuas uires difficilia
ardua^ aggrediens tes amdi foliciti^ perpaua expedatione pendet. Alii
terram inter fludus tangens tcsabipfa fortuna dnedi mifetiarum cumulo
obruuntur.Sunt deniip qui in fas alatcntiacontorqurantur. Nam multi cum
impetu perturbationum ad huiuf^ cemodi cupiditates explendas ternae
ferunturiin uariatp pericula fibi improuifa inddunt.Sunt poftremo quos
auaricia ueluri in fyrtes ttahat.Nam quis non uis daefle aiam quorum
nauis demergatur. Vnde utre omnino apparent rari nan tes in gurgite
uaftoiNam ex inumera mortalium turbaiquos perturbationum p
cclh]dcmagit:paud emagae ualentiFado enim habitu pauci ad portum enare
pofluntiprzfertim cum ipfe gubernator a temone tcuulfus imo in przceptls
deie dus in profundum ruitiCum enim ea animi pars quz uitz regedz
przpolita eft fuaiicde deiidtur/adum iam de uniuafa te cite quis non
putarHzc autem otns Iliacum lunonis zoli^ culpa acddiftenttinterim
Neptunnus commotus graui* i In. P.Virg. M. AIlego.
tate t<tnpcfta^sf>Ia'd(]uin caput ex fumma unda
cxtuIk.N(ptaliutn mum macia deum cfTe finxerunt: Dico aut fummumiguia
alia quo^smaf^o» mina extann&ptofcdo plutea uires appetitui
prxfantimouet' enimilfe iudit» fcnfuumrmouct" tonis inferionsifummum
tamen impium fupioii ronirefenu tur. haec igif r^tio quam nuc neptrai
nomine (ignifiat poeta cum oibuspturba« tionibus rapi uexariip
uideat:caput e fumma unda ueiuti ex fpecula rifetttVnde ipfius appetitus
fludus jicellafip animaduertes aium illius furore in pram pinum rapi
cognofcitinei^ folum tcpe(htemfmtit:fed etiam ipfam lunonisdolisexdta tam
intucc :Nouit enim reda ratio aium ita afFedum:,ppterea in hasmiferiasitw
ddiffeiquonia falfa bonop: fpe decepta inferior ratio urntos no modo non
cohi> buerit:fed ultro emiferinC^uamobre utfubitn tato malo remedi uni
affecat cuje zephyrui^iac reliquos uctos ad feconuocas grauirer
increpariqui impio titanum fanguineorti/deo^i regnum
infeftareaudeanReferut enim fabuix uctos Aftrd filios fuilTeiAftreum aut
unum ex iis titanibus eifedicunquiimani impietate ad« uerfus deos
imortales temeratiu bellum fumere lint aufi.Hxcigi^ in fabulis rcr>
periesi Non aut CICERONEM reliquofip dodiflimos uirosaudiamusiquidoa ali
ud cum diis bellum gerere qnaturxnolhx repugnare interptabimur;Q_ua qui
dem re quid magis temeratiu rflepolTit non rcperio:nam queadmodutn cosUi
demum fapietes Bi dicimus Sc frntimus:qui naturam optimam ducem fequund
ita illos (hiltos temerariofep putabimus:qui ab ea oino dcfcifcut.lure igic'
uentM c titanibus ortos iinxeruuquonia ptuibjtioncs a temerario
fempi&nalurc repu gnante iudicio pueniunt. Audax igitur facinus
comittunt perturbationes i qux flultitia 6i temeritate humana gente
appetitum diuinitatis nolhx id eft tonis itm perio fubiedum turbare
audeant.Quaraobrcm iufte a neptuno obiurganifues ti:fu(lcc^ impium pelagi
fibi uedicat ncptunus/cum in bene inftituto animo hw iufcrmodi illud e(fc
oporteat ut folo mentis iudicio moueatur. Ad huiufccmodi igitur fentemiam
commode polfe ttanffcrri xolum/at^ neptunum putaui. Qod (1 qua in parte
fatis tibi fadum non e(l:aut li quid in mentem urnitiquod aptius IcKo
quadret:promas illud licet: Nihil enim c(l quod uereatis:aut pudore
impe< diaris:Nam neminem ex omnibus qui uiuuntiuucnics/qui aut xquiori
animo refutari patiatur:q ego fero/aut auidiusqucxlnefcicntaddifcat: Necp
eft etiam quod dicas huiufccmodi fenem ego adolefcens. Vidi enim multos
ex iis qui & ha bentur & funt dodiflimi nonnunq admonitu etiam
indodilTimi hominis in at rum rerum cognitionem ueni(Te:in quam fuo
ingenio tam diuturno nunquatD tempore hadenus uenerant.Ego inquit
Laurentius quid aliis euenerit ncfaoiiiu hi tamen nunq tantum arrogabo.
Verum quia accidere in tanta rerum copia at^ uirictatc dodilTimis
quibufc^ folet/ut cum plurima eodem tempore fefe med of ferant: nonnulla
fint:qux fic fi non explicent" :facile umen Sc reliquorum fimili*
tudine percipi pofiint.Sint etiam & alia qux quamuis enucleate planecp
ediflicrae turihcbetiori tamen ingenio qui funt illa minime
confequant":utar ea quam mi hi pamittis licentia:& quoniam de
confugio xoIi:at(^ deiopex nihil a te didum cftipetam nifi id omnino
inutile ducas:ut fi quid ea in fabella fitiquod ad rcno< fisata
confciat/nobis explices. At dices n unquid tibi m mentem uenit i ac edam Liber
tertiuf nthinu Horib^tne(!erat!ges«Vcnicqdetn.Kamaiffi nKo adiuiDis ad
humana abducenda cftinullum pene maius przmium proponi pote(l:g pulchrum
cafiu^ m coniugium:inde enim cupiditas ilia naturalis:quz eft
coniundionis maris SC fttminaeezpIetur.lndefoboliseft|>pagatio:quxquidem
non fotum uoluptatiii tuul ac ufui nobis cd;uetuffl etiam pofteritati
confulit/ut etia morrui aliquo mo do ih illis uiuamus.Ulbucipfum inquit
BAPTI5TA nec modo |>po(itx quxlH oni rationem habcas/quicq eft
prxterea defiderandum.Nam id hoc in loco aperi amiquod alio paulo pofi
foret aperiedum*Prifci igit" illi qui de deoni natura fcii»
pferunritria ibeologiz genera pofuerutiunum fabulofum/quod grzci mithicon
nomtnant:quo quidem populum ociofum in theatro oblec^rent: Alterum nata
rale/idenimeft phy ficonrper quod comode uimnaturxexprimuntiut cum per
iatumumhlios omnes przter illos quatuoruorantem tempus nebis denotant:
^itodii quatuor elementa ezcipias:omniafua edacitate confumit.Tertium
uero iccirco ciuiJeappcllant:quia inde ad benebeareqj uiuendum przcepta
promatur Coofueuerc igitur poetx quibus nihil dodius reperias/hzc omnia
ita confunde* re:at<p m unum comifcereiut optimo quodam temperameto
eodem tempore & aures fummauoluptacedemulceant:& mentem recondita
dodrina alantiac nos adredum at^ honeftum & ad ipfum fummum bonum
deducant: Nos aur quo^ ciam A hzc omnia exadius in Marone ^fequi
uoIuiiremus:nimis operofum ne godum |>poni uidebat" duobus primis
generibus obmiiTis intra ciuilis generis ca cellos difputationem noAram
mcluAmus.Q_uapropter illud paululumtqd mo* do de fabula
decerpferas/noftro operi conducet: Nam reliqua phy Acen fpedanr. Dicunt
enim Pbccbi Aurorzi^ Alias.xiiii.fuiiTe eafcp lunoni nymphas attributas
exiliorum enim intcrptatione luno aer cA* Aeri autem feptem quzdam
attributa fuiit.Septem itidem in aere^ignum''.Q_uz omnia ipAus folis tunc
maxime cum in noftro hcmifpcrio ueriat :opera proucniunt.Sed ut de primis
priori loco dica tur eft aeris ut leuisAt:ut mobilis:utcalidus:ut humidus:
utferenus: uttacitumP Utlpirabilisxbasigic ueluti feptem nymphas finxerunt
poctz:earutn autem quz in aere gignunt pi imam ponunt quz Ins
appellac'':Cui etiam attnbuut tres ueiu li minittras pluuiam grandinem
niuem.ln his enim contingit ut nubes fuli oppo Dat :fcd eft id^ut ita
loquar^nubiu corpus ut alia fui parte denfum/ut alia denii^ us/alu den Aflunum
At.Q_^uapropter a prima fubrubeus/a fecuda ccruleus/a ter<« tia niger
color perucnitx Contra ucro partes quz in ca purz funt croceumiquz ue ro
puriores uindemxquz poftremo puriftimz album colorem remittuntibzc igi
tur piima ex alus feptem nympha eftxquam deinde fex fequutur phy thon
come.* ta fulmen ronitruumxcxhalatio ac tcrremotustdeqbusfuo ordine
difpacarc no grauereniuriniii ex tnbus illis quz dixi generibus ciuile
folum profequi conftitu ilTemus: Vaum cum uoies bzc probe & quid qua
ratione gignantur: faci* ]ccognofccs.Sunteniminiisquzmeteora
appellanturab Ariftotele quidem pr acute:ab Aiberto uero cui magno
cognomen eft etiam aperte petferipta. Quod autem dciopeam omnium
pulcherrimam fe daturam pollicetur luno ratione no carenEft enim ca in
aere facies quz ferenitas didtur.(^uz res autein magis io cu pidiutem
tcruin humanarum trahere zolumpotetauqDamfctena czii facies ; p
1 1 I'. Perplacent ifiainquic LAVRENTlVSs at ita perplacentuit
nihil in iis prxt» rea deiideretn:perplacent quo^ quz tu de ratione
appetitu^ diziftitfed uide at pugnantia Ioquaris.Natn(ire^tnemini/tu
paulo ante xoluminferioiemratu netnelTcuoIuiditnuncncptunum fuperiorem
ponis:redeutru^:Verumcn hic impetiutn fibi non autrtn illi datum
dicattnon uideo cur zolo quotp non conoe datur:ut mare uel io mittendis
uel coheteendis uentis:aut extollat aut fcdett No co inficias inquit Baptifta
pertinere ad hanc inferiorem rationrmiut cum deage dis rebus iudicium
habeat/ipfa appetitum & ad raquz afeifeenda funtimpellati & ab
iis quzfunt fugienda auocet.Vcrum quemadmodum in bene inlhtutare publica
fupremus quidam magifiratuscreaturicuiusatbitrio £d ii omnia getan^t alii
tamen aifunt minores magiQratusiquibus fingulis fmgula committantunili
totius uitz imperium in mente confi(ht:ita tamen ut infenor ratio appetitui ea
Ic ge propolita (itsut nihil niii rede iudicet.Q_^uod ii illecebris rerum
humanatum decepta non rede fentiat:fcd iint eius iudteta falfa/adeft
fupremus ille magifha* tus ad quem prouocare liceat:Q_uapropter rede
faipcura eil zoium no niii clau fo carcere regnare: quoniam in uita hac
communi ac ciuili potius cohibetur appe titus ui quadam rationistquam
quietus tranquilluf^ tcddatur:non enim in bo nas
affcdionesconucrtuntur:red potius moderatione cohercenturjRatio autm
fuperior cum caput ex undis exculittemiiTamt^ a lunonc hiemem
cognouitteun da in tranquillitatem redigit. Emittit enim raput ex undis
cum fe a corporea mo letqua hadenus obruta opprimebatur ucndicans ipfa fe
excitaUat^afeniibus fe uocattquo tempore non folum cognofeit qua hieme
opprimatur zneasne in Ita liam tendat:uerum etiam tantorum malorum caufam
lunonem id eft rerum bu manarum cupiditatem ei1'einteliigit;(^uamobrem
uentos qprimumanutire* mouet : Nam uacuuspertutbationibus appetitus
rationi obtemperantior reddi tut lllofq) ut deterreat maiores poenas fibi
daturos minitatur: quam illi ab Aenea acceperint: nec iniuria . Nam
appetitus a perturbationibus inuafusad tempus uexatur « Intelligentia
autem illa fuprrma fi imperium fibi uendicae tit/ quoniam fummo lumine
animus illufiratus nunquam deinceps nec ded pitut:nec labitur : neccfle
eft ut perturbationes: quarum genitrix falfa opinio fuerat in nobis
penitus fepultz reddantur. Q_uapropter non fimili pasnaco milTa uenti
Neptuno luent. Sed undz quz fequantur . Remotis uentis ou« bes dirperfas
in unum colligit Neptunnus: at«^ colledas fugat: Efi enimboc
intelligcntiz:ut a principio fingulas falfas opiniones profequatur : in
unum congerat : atq^ demum confutet: quibus confutatis tum demum folis
lUe ce: ea enim efi ueri cognitio eunda iiluftrantur. Q^uio 81 dmothoe
& totos naues a fcopulis abducunt. Cimothoe per undas currens fi
gtzcum uerbum aduertas faale interpretatur. Triton autem neptunni tubicen
babetur. Iftaigi tur duo numina afcopulis cupiditatum naues reducuntr quia
cum tedum DOuerimus/uana relinquimus. Scientiam autem autnofiro ingenio al Tequimun
cum id fua uclodtatc pet eunda difeunat t aut dodtina aliunde accepta pd«
' I
Is I a :v t Ii* :lil i i M d
nit ai fli iib idi &bi m Ml
ItM IS it alti nbi lii» IStl' uti
«m 110 0» 1
» ufl «I (i ‘i? iit tf tnumilluddmotlioesuelodtasciprimir
hoc autem tnton signifiat. Mam ut Cubidaes fuo przconio mandata prindpis
manifcfti Qtidc dodrina quid ucriras 4ieIitaperit: quod autem
prorpcrocurfu per pacatum mare utatur neptunus fadleprobatur.Nam cum
pacatus eftab omnibus perturbationibus appetitus ita per eum labitur
ratioiut nufquam ofFendat.Diximus de tempeftate.Nuc ad reliqua pergamus:
Neptuni beneficio ex tam manifefto peri culo erepti Troiani cum fefu
fradi(p Italiam utpote longinquam terram contingere pofTe
defperatent:extemporaneo ac^ minime przmeditato confiiio ad propinquum
carebam ginenfium littus uela dirigunt: puto uosmeminifTeitaliam
fpecu!ationis:cartha ginem adionis figuram habere.Quapropter id nunc
exprimit poeta quod in humana uita fxpe ufu ucnire uidemus sSunt enim
multi:qui cum ne<^ in uoi^ luptatcne^ in diuitiisnet^ poftremo in
honoribus fummum bonum inueni^ ant ad ueri cognitionem fefe conferant;
Verum cum fe humana omnia Facile poircconcemncrci& reorfum ab hominum
coctu contemplationi incumbere cxiftimenniamtp rem aggrediantur uix illam
reliquerunt cum tantum relidam tum rerum defiderium infurgitiadeo ex
recordatione tantarum illecebrarum cffeminanrur : utrurfusin
fummaspcrruibationes incidant : qux quauts tan« dem fumma ratione
fedentur:adeo tamen defefTi defacigatit^ relinquuntur ant mi nodriteum
non fine difficultate tam horrendam tcmpdiatem euaferintiut latis
fupert^egiffe putent fi focietatem humanam incolentes qux immania 8i
humano generi pernitiofa funtuitia effugiant. Virtutes autem fi non
exadas; ati^perfcdas/incohatas tamen retineantifi: cum difficultate dus
uitzqux in ucnfpeculatione pofitaefideccrreantut:animaduettantqux
hutufccmodi ui^ tz genus humanam pene imbecillitatem excedere cum
Arifioteles maius aliV quid quam hominem effe qui hzec poffir affirmet
fecum fic ratiocinantur.Non- parum erit uoluptatum incendia euafiffe :
Thracenfium rapinas euicaffe : hac harpyarum fordes & Cyclopum
immanitatem refugiffe . Nunc ucro fi id non. pofiumus: quod diuinitatis
potiusiquam humanitatis effe uidetunillud quis reprehendet ut in hominum
locierate ad quam colend >m tucndamiaugendam ^ nati fumustuerfati
prudenter iufte fortiter deniqi ac temperate uiuamus/ pa rati pro pania
ac parentibus nullum laboreminullum periculum deuicemus.. In omnes qui
nobis fangumeconiundifunt pietatem obferuemus: Ciuibus nofiris aut egenis
liberaliterfubucniamus: aut errantibus redam uiam demo- firemusiaut
iniuriaoppreffos confiiio opera gratia audontate<^ noffra fub«'
leuemus.Speculationem ucro magnarum rerum in maturiorem zratem anp
inipfam fenedutem : quz a multis perturbationibus i quibus huiufcemodf uita
maxime impeditur liberior effefolcC reiiciamusiquamquidem fententt am iis
quz de Hyfach magni Abraz filio dicuntur : tueri fe poffe confidunt: Nam
quod de patriarcha lilo legitur egreffum effe ad meditandum in agrum
inclinata iam die ita interpretantur exiffc illum a corporeis fenfibus adme ditandum
in agrum quafi feorfum ab humana frequentia inclinata iam die/ id enim
efi circa fenedutem iam femore fanguinis ceffante.Conanr prztereii
Cuamcaufam grauiffimotu uiioium teffimonio corroborareiqui ufutn potius
lQ. P.Virg.M.AIIcgo< triqaam aufamunde bonum (it
confidcrantesadionem contemplationi aiw teponunt. Pcxfcrtim in uiridiori
aetate: in qua philofophum agere, dicere rem publicam adminiftrare
militare at^ imperare iubemtoftenduntip Platon ip tum uakdioribus annis K
nauigationes io (Iciliam : & (iudia in Dione exerciM retSencfccotem
autem in academia circa ueri inqai(itione quieuilTe: Xen ophi» tem quorp
adolefccntem in rebus agendis fummopere laudant:Srn:m ueto in
fpcculatione admirantur: & beatum propter odum putant: Q_ui n etiam
mub tos ut fapiendorex fierent plurimos populos paagrafle oftedunt :
Q^iuproptct K Homerus Vlyxem fapientem propterea dicit:quod multorum
hominum ut bes ac mores nouerit:Huiurcemodi igitur ac plura alia in unum
collig^es/qux tu fummo artificio ac prudentia nudius tertius cum hoc
genus uiucdi laudibus efferes enumerabas fpeculandi propofimm in feriorem
ztatem rdiciunt i at^ ad res ciuilcs agendas interim fe conuertunt:Q_uod
quidem uitx genus qui ui tuperabit/is profedo iuflam ut ab om nibus
uituperetur caufam prxbebit.Sunt enim fua (ibi qutxp muneraiSt plutima
quidem at^ przclaraiquibus (i rede fu gaturi&czteris utilitatem
ficfibi gloriam tranquillitaremip quoad imbedllitai bumana patitur (ine
controuer(ia pariet:Q_uapropter non (ine fumma ratione tutus
tranquillnfip portus in caithaginen(i littore defcribituricuius formam
li< tum^quzfo diligentius infpidte.Eftenim in fece(fu longo locus:quem
infula portum ef&datiMortalium enim uita continentem: ea enim terra
eft quz marU nis fludibus minus e(f expolita nufquam hibct.lnfulam autem
habet zfiuinti busafliduofurentibafip undis undu^perculVam.Sed quz tamen
ita fua mole beteat: ut aduerfus omnem uentorum undarumip impetu
immobilis fimpcr obduret : Nam cum hzc quz momentanea funt:& tamen (f
ultitia humana bo na putantur fortunz temeritad fubieda (inticut^ amore
fui mentes humanas in Cendant conficerent profedo nos nili infula in
medio mari (imus : quz quauis unditp mari mndaturitamen uirtutibus
(fabilita non mergitur.Eif autem in 16 gofccefTuiNam animus uirtutibus
aduerfus fortunz impetus munitus procul a perturbationibus
feiunduscft.lllz enim obiedu laterum repelluntur. Cu hin: fortitudo
contra res aducrfasihinc temperantia aduerfus res fecundas opponar i
rede^ uafte rupes appellantur. Virtus enim in diffidli luco polita etf.Aode
qtf ita medium tenet:ut quocunt^ te inde araoueas:ad extrema peiuemi
ndutn liu unde tanquie^piti rupe labatis gemini^ minamurinczlum fcopuli.
Nam non folum noUra prudentia freti res magnas aggredimur. Vei um multo
magu diuinoconfilioconfili.NcctemetedidumeQfubrcopulorumuettice
zquota tuta li(ere.Nam appetitus duplid lumine illuftratus ab omni
feniper pemiiba tione liba cfi.C^uod autem defupafczna corrufeis filuis6t
atrum nemus horrenti umbra imminettnon caret rationeiNullo enim in homine
prudenti' am inueniasiqut earum rerum quas fua temeritate fortuna uafat
cuentus pem tus przuideaticum tortam^ diuerfis caiibus cxponamuriut
pcrfzpe Si quz nocitura (int fummis uotis expaamusi6C ea quzfieuenircnt
falutiufui ef fcntiueluti noxia omni indufltna fugiamus tOeni^ in aduafa
fronteaquz dulces depizbcnduntur.Nam cum procul a uatiaium cupiditatum
fludilMis Liber totius botiSftifflunezur^ buiufcctnodi uita:quz (ioo
beata omntae e quieta tamen 'tcanquiUa^ (it.H uiufcemodi igitur pottum
Tubcunt: qui fuprema diu fedati ac poRrrmo difficultate deteriti fe in
uitam focialc contccucnin qua ciuilibus uirtutibua exculticuinuerrentuc
laudem non medioaem reportanti longe ta« ^en ab ea diuinitate qua
quairimus abfunt. Quod aute feptem nauibus huc iubicritiquodi^ reliquos c
(copulo profpiciens requirerenquod detnu focioru inopiam raritu uinoij
rublenaunic buc pertinent ut intclligamus eu qui rc pu«
bJicamadminiflrandam fumat oes labores omnia incdmodafubire oportera ut
illoru quz fuz fidei cdmifTi funt falutem incolumitatcmi^ conrcruet. Qua riptopter
fit Acate$(^ea enim principis cura efl^ igneexcitabit/id eft dcfides ad
tes agendasaccendetiutquz ad uidumncceffana funt minime defintifit fcopulos
Buendens abrentes requiretiquos (i tutari non poterit iis qui afTunt
confulitiillo tnm^ inopiam cu fublcuauerit etiam oratione
confolabituc:optimif(^ pcepds ita in^oet/ut admoneat non effe huiufcemodi
hoc uitz genus ut m eo fedes & gere uelimusiSed effe omnes labores ac
difFiculutes fuperandas /ut in italia per ucniamusiubi demum fedes
quietas muenietiubi etiam Troia reforgetiNam cu
uitauoluptuofaibiquzreretur eaaderatuoluptasiquzafenfibusprofeda cor
porca edet fit caduca: fit qua (latim poenitentia fequebatur.In italia autem
uolua ptasfuma prouenictadiuinaturaum fpeculatione.quz uera fimplexcp
fituo luptas quz perpetuaiquae ztema qua nullus moeror fubfequac .Hzc
enim opti tni principis adminidratio eft:na cu u ideat ciuile adione
humanz indigencizt non aute ei quz io nobis efl diuinicati inferuiteiita
in illa uerfabic :utcu quz ad mottaliu inopiineceflaria funt
^uidetinfuotutame animos ad diuina etigatt iubebit^ eos
aduerfusfortunzcafus durare: fit fe rebus fecundisquas in latio inucniet
feruare.O diuinum ingeaiu.O uitu inter ratidimos uitos omnino ex
cellencemifit poetz nomine.uere dignumiqui non chridianus omnia tamc chri
dianopr ueridimz dodrinz fimi liima proKrat.lege apodolu Paulu. libet
enim unum hinc ex omnibus ucluti nodrz religionis caput nominareiqui
uitam hu manam ad huiufcemodi notmam dirigitiut ne^ corporis necedatia
fubtrahen da:flt uero inuedigando femper uacandu cenfeat.Q_uid enim ille
fufe late de Cmbinquod hic poeticis an gudiis non coardetiMiraprofedo
restut fingula pe ne uerba longidimas e platonicaiaridotelicac^ re
publica:fentetias ampledi ua IcantiSed nolo quod quidem
hadenusnurquainfeci:itaexade hunc IcKum profequi:ut reliqua deinceps aut
omittenda:aut ea celeritate przteruolanda fintiut idem nobis eueniatiquod
longam piduram in citatiiTimo curfu per« (piciennbus euenire folet.Ii
enim in puado teraporisicum id etiam magnope tecontendanticolorcs notare
uix poffuntiliniamenta autemifit corporu fimu Iaera fit quam grzci
fjmettiam nominant ne uix quidem. Q_uapropter relu quaadtnaiusocium
differantun^Oratio autem Venerisad iouemrurfuftp lo« uisad Venerem meram
textus (criem continere placet.lnferuiut enim omnia poetico f)gmento:ita
tamen:ut non nihil de mathematicis decerpat Maro: fit unde luboyt
familiam in primis autem AGUSTUM (OTTAVIANO) Augudu laudet.Nam quz ad
allegori am tcfcitc uoluffius iude folu accetfenda cefeo unde duc^.fiu
fpote fcquanf In. P. Virg.M. AIItgo. Sin 3utc ui
ingenii inuitamuntur/twtu de grauitateruaamittunttatridtada pene
reddaqtuttluc^ omittamus anxias interprxtationes:ea(p folumaflim»
tnus/quz non modo in abdico non latentsfed ultro Tefe quxrehtibus
offerant. Quod autem paulo ante ad mathematica pertinere dixi pauds
quidem fcd ,uc temporu anguSiz ferebat no oino obfcurz in principio
expolitu clTe puto.Ita^ teuertor ad Acnea^lc enim per node plurima mete
repeti ftatuit ut prima illa ccfceret loco^t natura diUgctius exploraretSt
hoics ne an ferz teneit inucdigarc. Q_uibus untibus qualem oporteat eife
rei publicz adminiftratorem egregie, a {timit. At^ in primis illud
bomericd approbat. Q_uis enim cui tot mortalium cura c6mi£Qi Iit
uu' uerfam nodem fomno impendet. Id aurem fumma (apientia didum
omnes fatebuntunEft cnim’optimi principis uel praecipuum munus cum loca
inculta uideaciut homines ne an ferz inhabitent iibi exquirendum
proponat. Na qui uitam ciuilem diligenter intueturmaria hominum
ingenia;uaria fiudia uario^ q motes inueniet. Sunt enim qui redo honefto^
r(mperincubant:ciuili con cordiz faueancsLibertatem (aluam
eflecupiantmeroinc plufqua leges intepui blia ualete uelint.Iniuria
oppreflbs fubleuent . Superbiam fcditiolorumciuid deiedam cupiant.
Maieftatem publicam pro uiribus augeant.Religionem de« ni^iac iufticia
omnibus rebus przferat.Hi igitur iure hoics appellari polTunt: quoniam
humanz naturz officia non deferunt.Contra autem plurimos repeti as/quotum
pctulantifTima libido nihil fandum/nihil pudicum relinquat: pluri mos qui
fuma auaritia acccli/omnia uenalia habeat:& aut ueluti uulpeculz do
lisiinftdiif^p incautos decipiat:auc uiribus fuperiores cum iTnt opibus quo^
fit honoribus eos anteite uelint:quibus fapientia ac uirtute longe
fintintetioress buiufccmodi igitur uitiis deprauati homines quauis
effigiem mebra:^ humana retineant/tamen quoniam mores ferinos
induerunt/no amplius hominesifed immaniffimz ferz putandi
funt.Q^uapropter in humanis coetibus longe plu« ra funt illa;quz uitiorum
uepretis at<^ fenticetis unq inculu hortent: quam ea quz ingenuis
artibus prxclarifd^ uirtutibus exculta nitefeant: progreditur igif Aeneas
ut fingula diligenter exploretinon temere tamen:fed Acacem tidiffima
comitem fecum ducit:8( armis inffrudusincedit:Nam quis unquam rede re
publicam admini(lrauit:cuius animus aut cura ac diligentia uacuus fit:aut
for tiCudinecareat. Iliis enim quz agenda funt multo antea przuidemus.bac
au tem nequid ex iis quz magna ac przclara puidimus ob moetu infedu
relinqua turtcfiffimusiCum igitur rciedo in aliud tempus contemplationis
propoiito adeiuilem uitam digrediatur Aeneas:Sit^& in ea multum
elaboridd/opus eft ut & duce matre ad illam perueniat.Nifi enim amote
catum reru quz age dz funt calefcat animus aduerfustantos:tam^uarios
labores obtorpeatnc.> ceffe eft.Fit ergo illi obuiam mater no tamen
cofeffa dea/qualif(^ uideri czlieo lis & quanta foletiEam enim fe tuc
offendit cu filium a uoluptate eo cdtilio ab ducebat/ut ad fumu
tenderct:Q_uo tempore oportebat ed inflamari amote di uinaru rerutqui
& ipfe diuinus ab omni materia 8C corpore jicul abfit. Hic adt catum
reru amote incendit" : quz corpotez Bi magna ex parte
mataiademafz Liber lotiui li io “!• lA ab ife «pg bb aS sua tsb mt
s'4U *. utii at». ia? r i*f
a O liii ga< 'fb fihhQ_^uapro{iter
non deam confcf Taafed humana fotma di RiffluTata
fefe filio offcit:ftin(yiuaotueiiatriziIIi appartt. Quem quidem locu
planius uobis nf primamati pauca omnino necniu ea qux nrcriTaria funt
prius de fylua rxpofur^io.Omnium tetum qux funt redum quendam ordinem eiiflere
: Trifmegiftus Homerus ac Piato oftenderunt: Atm ut quot fentirent
dilucidius exprimeret au ream cathenama naturx fonte ad innmam ufep Fecem
demitti finxeruntiqua fa> is gradibus eunda connedanturteuius origo
cifentia dei cum (it eo ordiue proce ditut ut fecundo in loco potentiaztertio
fap'entia:at<p quarto uoluntas collocet t bxc fequitur fatum attp
illud anima munditdeinceps funt cxieltes demonest (iit xtbnriifunt
aereisfunt bumedeitfunt deni^ terreni. VItima autem omnium by le^quam nos
fyluamdidmus^in infimo refidetiPoifemfingula non fine fum< mo ufu atip
uoluptate oratione mea profequi. Sed quoniam difputatidi noftrx
neceflarianon funt brcuitaticonfuIam.Q_uamobrem exteris obmiffis deu prin
apium lyluam extremum in catbena ponemus.Nihil igitur deo fuperius .
Nihil fjlua interius.nibil hocprxftantius.nihil illa uilius . Media uero
inferiora fupe« nntta fupetioribusuincuntur.Eft igitur deus &
fyluathxc autem niatetia efttex qua omnia corpora funt . Vt enim
lignarius faber materiam ex qua eunda fadat luam habet . Continet enim
illa rude adhuc lignum s K informe: Sed quo tamen innata fibi facultate formas
omnes redpere ualeatifaber autem in quafcun^ uult formas illud tradudt
tcadem ratione ad deum materia eft.Deus enim for masomncsabxtcmitate complexuseft.
Materia uero fi illius naturam infpicias formam nullam certam expreffam habet.
Verum innata fibi recipiendi faculta te t & ut ita loquar confufe
omnes continere uidetur. Materiam uero quia matet fit didtur. Ceus autem
pater: forma uero prole$.Deus enim dat.fylua redpit. *fotma nafeitur .
Q^uapropter rede Trifmegifhis patrem matremtp xtemos: pro lem uero
mortalem didt . Mater cfi materia quia finum prxfiat. Deus gignit : 8C
oeat : ac fua quidem ui . fila autem ex alterius immiztione condpit .Condpit
au teminfufione fpiritus diuinitquam animam mundi nominat Tnfmegiffus
t Q_ux res eum mouet: ut deo ofiidum patris tribuat : quoniam infundit:
SyU ux uero mattis t quia a deo condpiat: Animam denicp mundi uim feminis
hsb> bere dicit : quia a deo ipfa infpiretur in fylux gremium.
Prxtereo plurima nomi aatquibus uariasfyluxproprietatesexprimit:Illaenim
nihil ad hxcqux agi« mus : Sxpe umen totam materiam appellat malignitatem
:ne« iniuria.lpfa eni IblacauQefitutresmintentumcadant.Namquodamateria
feparatumefitid nunquam interit: Nunquam enim quod fibi contrarium fit
capiti fed illud fu« gitat femper at^ declinat: Quod vero fylux gremio
continetur: iccirco in la^ teritumiabitur: quoniam fylua/cum ad omnes quas
qualitates appellant xque lebabeatcuenittutuelutialtera Helenaintra teda
uocet Menelaum:ac limina pandat. Num dum foimas illis quas hadenus
receperat contrarias admittit: fc« cile fit ut cxtemx irrumpentes
domefticasextinguant.Q^uapropter quis illam malignam non dixerit t qux
familiares fotmas prodatiignotas admittat: K uelu ti fufiepri iam in fuam
fide m clientis caufam deferens : aduerfariiqi fufcipies per timtnam
perfidiam p eaoiaticeruf i Tardat etiam & perturbat noftras
mctesfyb k rn.P.Virg. M.AIIego « Ui t omae ab ea
uiHum nunat. Viaa enim mfcitia igaotatioa [«St At ignorationem
ipfam cz craflitudine caligine^ corporis prouenire & Plato S plaeri^
cz iis qui grauiflimi habetur philofophi audorcs funt.Huiurcemedi igi tur
rationcmotus diuinus Maro cum rerum humaiurum:8;qua; corpore no a
rent:proptrrca^ in uariis erroribus uerrenmr:amore inflametui is qui in re
pu> blica princeps effe cupittuenerem Tub mortali forma inducit Sc in
tpia lylua:guo niam eunda quz agimus in materia demerla funt illam ponit.Nec
temere umv tricis habitu ezomat : Eas enim feras de quibus paulo ante
dizimus fibi infedai das proponiuquifuis cibus rcdcconrulturuseO.Acneas
tamen non nihil diuir nitatisin ea etiam iic diiTimulante cognofcit.nam
Si (i populorum temperatocai circa humanas adiones uerfenturuamen quoniam
honelhim redum^ tuentor eodem illo amoroquo hzc caduca appetimus /
originem nollram diuinam eflie fcntimus.cum enim reIigioncm:cum luditiam
: cum animi magnitudinem atb amamus : uerfantur hzc profedo circa adiones
.Sed tamen quis non uideat illa a diuinitate proiteifei C Eft tamen
oratio uenetis non ut dcz : fcd ut hominb: K tamen nefeio quam
diuinitatem redolens : Nam cum Carthaginem proficiid lii
adeat:argumentationibusab humana prudentia profedis utitur: Nam K quz de
hilioria Didonis eruit : ea omnia falutis fpem afferunt : Si cum aliquid
funp rum przdicitmon ut deaifcd ut augut ex cygnorum uolatu przdicit .
Illud aute fumma fapientia czcogitauit poeta : ut in orationis fine fe
deam manifeftatet Ve nus : Nam cum in uita ciuili quz reda Si honefta
funt diu coluerimus ez illotn pulchritudine ad diuina quotum hzc ueluti
(imulaaa funt erigimur.His igitur rationibus a matre perfuafus
Carthaginem tendit oblitus tamen tenebris : ne illi us conatus aliquis
impediret . Et profedo fic fe res habet . Nam qui magna pru< dentia
przditi funt uiri cztnam multitudinem quam adminiftrandam fufeipi unt ita ad
redum honefl um^ trahunt : ut fua conlilia fzpilTime tegant:quz q> dem
fi palam facerent autzmuloruminuidia: aut dulcorum infcicia impediti illa
ad ezitum minime perducerent: Vtenim prudentes medici zgrotos(^qucv tum
libido nihil falubre ezpetit])perrzpe fallunt : Sic optimi prinapes
fimutan^ do aut dilTimulando fua conlilia occulcant . Nam ut cztera
obmittam nonne qui leges tuleruntiquo maior ei audoritas inelfet/fua
conlilia alicui deo actnbu^ erunt fCunda enim ez Egerie nymphz przceptis
Numa Pompilius facere finiu labatilusciuileSpatthanorumez Apollinis
fententia faiplifife iinzit Licurgust Q uicquid Zautrades apud Atimafpos
conltituitid a bono numine accepilTedi cwt.Zamolzis autem quzcuis Scythis
tradiditiin Vedam reculitxNam q mul ta q difBdlia inter tumultus
militares rede ad ninidrauit.Q_. Sertorius cum fe ii la a Diana per
ceruam accepilfe diditarct tSed nimis multa dere przfertim ta tna nifeda:
Carthaginem ueto e loco fuperiore cernunt: quoniam ut nudius quo^ tertius
difputatum ed nuquam optimis indituris Si
legibus temperata erit res pub.nili qui illi przfunt eunda qu aut przcipiunt
aut prohibent ad eotu qax per rerum magnatum speculation emuideritu
regulam ac normam sapiennllb tne diligant. Cum autem Carthaginen lium
operam indudriam circa urbem difiandam dclaibit/nonnc pauciflimis ueifibug
onuiia colligit: quae^iia 9 c*\Ili «f m ii m ta ai l
U U Kl iiM ib gia \tt\ th ‘S ipn iii^
F! jpb (f ob 09 0* xb s 3 ib <1 Liber'
tertiui edam (apfari( Cine de re pub. latprerut)t:noa ni/i pluribus libris exprimuntur tamum enim ea
parant ibiis aduarus ho(tiles impetus tuti (t nt: uibus V^^fe contra
czliiniurias priuatisxdifidisfedefenduntiHzcenim duoprx^ fiant ut duitas
efle pofiit.Poft bzc uero ad iura & magilhatus fe conuertunt : ut
nonmodoe/Te fed quod proprium hominis e/l i cede bonefte^ e/Teualeant:
Quoniam autem ad magnificentiam & ad liberaliutem &ad uim propulfan^dam
publicz opes in primis utiles funtipottus optimi/efiiciundi ratio habetur t
Poftrcmo autem (icznz ac theatri cura non negligitunubi & corpora ad
ualitudi nem &robur exetceri:& animi publicis priuatifi^ negodis
defatigatiihonefii/Ti* mis ludis relaxati pofiint: Qua autem mente &
quo confilio illos apibus com« paraucrit : quzfo diligentius
animaduertite t Si enim huius inferti naturam con fideretis nihil illo
aut induflria ac folertiaacuriusraut a/Tiduo labore indefe/Tius
(eperietis*Ouccm in primis habent quem fequanturt cuius impenum nuquam
contemnannlabores inter fefumma zquitatediftribuuntiSummaconcordia 8C opera
fua fadunt & boftes arcent.Q^uicquid quzrituriid omne in comune qux
iituriQ_ uz quidem omnia fi in rem pu.aliquam tranfferasiplatonicam
ciuitate cxmfiitues.Erat autem in media urbe templum lunoni facrumiut
ofiendatur ni bil oportere in re pub.antiquius religione eife • Et
quoniam primx in uita cluili przces funt/utimperium non folum
conferueturifcd etiam augeaturmo fuit ab re templum ipfum lunoniiqux
imperiorum dea habeturiomni cultu confcaare longior fim:at<p etiam
minutior/q tantz rei conueniat fi fingula quz in templo depida erantiquz
a regina adminiftrabantur : quz ab opificibus efiiciebanf idU
fiindiusrefetamiMultactiara in Ilionei at^ Didonis
orationecontinentur:plu« ra in congtefTu zneziplurima in conuiuio Si in
coiimdione hofpitalitacis deprz hendasiquibus uita fiatufi^ ciuilis
expnmituriQ^uoniam uero nouerat fapictif fimus uatrs primordia rerum
pub.& imperiorum uirtutibus niti: Veriiep effe Sa« lufiianum illud fi
imperia iifdem artibus retineientur/quibus acquirunturind ef fe tot mutationes
habituras res humanastiedreo primum regis reginzq; congref fum
ateligione/a bberalitate/St abomni genere uirtutum profidfci uult.Srd ita
paulatim in deterius labantur/ut quz pudidflima fuerat mulier/K in re
pub.ad« minifiranda uigiIantiiTima:turpi amore uida in odum lafciuiamip
labat ui« bus omnibus oftenditur q fadle rebus fecundis humanz
mentis a labore in libi« dinem declinent.Q_^uotiiam autem uirtutes tn uiu
fodali potius inchoatz q ab Iblutz funtiHic autem ita de uita duili
agituriut uelit exprimere quod paulo an te dicebam fundameta rerum.p.qux
ex paruis aefeunt/habere meliora initia / q exitus; iccirco reginam a
prindpio in omni re temperatam pofuit:paulo uero po fiea amote infutgente
paulatim ex temperantia in continentiam labitur: pofire» mouida amore
incontinens iu redditur:ut demum in fummam intemperaiui» aminddat, Moueturautemaprindpio
Dido/ut znramamet/non solum uittute quam urum in uita cotemplationi dedita
intuemur:Sed iis qux humanis cm tibus non folum bona uerum etiam fumma
bona babentunC^uis enim in ge« neris nobiliutemiquis formx dignitatemiat^
excellentiamrquis deni^ multo ornatu infignetn orationem inter fumma non
enumaetiCurn in foro/cum in fe t lo P. Virg.M. Allego*
oituhzc BOB fapieBtum ftatcmfed populari trutina
pondereBtarfX^uofliia utro ta uica comuni pmulti hitcreii quibus
cofulroribus utaris.Muiti cnitn aut tnalo exrinplo motiiaut rorum quos
caros habrnt non res fuationibus impui n ad praua raoum^ snon fuit
abfonum ut Didonrm fororis hortatu impudici fadam inducat.Mifere enim
amis mulier plurimu^ iam de eo animi robore rt* mittens: quod inteperata
hadenusapparueratcontinctem in primis uabis qux ad fotorem facit fefe
oftedit;Nam quis amore urgeaiT /atgre quidem/fed tameilli
reftftitiSororis autem oratio ex uita comuni uniuerCi fumif iNon enim ex philo
fophia fumptis argumctationibusifrd aut uoluptate ppoiitasaut ihcetu earu
te* rum quxtantopeietimendxnon funtiniedoiaut fpc nec firma
necfolidapror pofita in fuam fentctiam adducere conaftut deniip fpem det
dubiz meri : foluat qi pudorem.Q_ua quidem re acciditi ut uidam in incotinentiam
probbertt:ln ea uero cum uerfaretunpaulatim impudica confuetudine eo
redada eftsut nulla amplius obflantr pudore furriuum amorem minime
mediteturifed impudenUi ma tffeda turpem libidinem honefto nomine
appellet: In qbus omnibus quid aliud teneat/quid conat' diuinius
poeta/nill ut Didonem grauifTimum nobis ex cmplar ^ponat/quatum
detrimetum iis qui fub imperio luiit j>ueniat/cum prin cipum mentes
pro induftria ac labore luxuria at<pignauiairrepai:lila enim qua:
paulo ante extetnos at<j peregrinos non nili breuiter ac demilTo uultu
alloqueba tut:Cuius religio fumma in deos/liberalitas in
hofpites/cofilium in urbis ex *dv ficmone/iuftitia in fuos ad czlum
ferebat ;qu* in publico nili aut diuiu* aut pu blicz rei caufa cofpici
nefariu facinus putabat. Cuius aius pudore munitus aboi pturbatione liber
pfcuerabatmuc eo furore agitat ut tota urbe ames uaget :aut li domi fine
amato fecorineat ucluti li fola fit/ar^ aboibusdeferta fummomaro*
letabefcat. Publica aut opa ita negligat/ut qu* badenus fua curatfuifip
fupnbust quz fuoyt ciuium labore ac (ludio fumma cum celeritate erigebant
iniicimperfe da interruptatp pendeat; Aeneas aut cuius cdfilium italiam
fibi propofuerat/ue* tum difficultate rerum defatigatus Canhaginem no ut
illic fcdes ponereufed ut claffem reficeret digtefliis fuerat illecebris
Didonis illedus fipofuum ^fiafcmdi abiiat:Nec deefl I uno.Q_u* ne res
tomanz oriantur/ Aenez Didonifi^ coniugi um Carthagine facicdum curet.
Verum cum id fine uenais opera pfia nonpop (et: Venus aut filium non
Carthagine uerfari:(ed in Italiam enauigare cupetihac deam dolis aggtedif
lunoiut quz Catthaginenfiomcaula faceret: eaoia Aenez beneficio fieri
uiderent .Q_uz cum dicit Maro diuina pene lapientia uitam foa
alrmdepingitiinquacumita quidam excelfoanimoucrfenfiut humana cotem
nentes ex hoc primo uirtutum genere paulo pofl in eas uenturi
fmtiquaspurga^ torias appellatiat^ inde ad illas tandem quz funt animi
purgati puenire conten dantitn illecebris rerum terrenaru ita
molliunt" lutczlefhum quas fibi folasppo fuetant/peneobliuifcanf.
Libido enim imperadi Aeneam Didoni coniugete: id aut eft uiru excellete
regno przficere cupit:Sed rem pficere non ualct nifi alfeotv atur eius
amor: Amor autem aiaduertit huiuiccmodi coniudione no Aenez/ftd Didoni
cofuli /no enim animis hotum ad maiota natistfed ipfi impio condodt»
ptzfiat Dobisad uctam fapicmiatn ^ ficild/quam in adioni^ uciDwfcd
- Liber tertius cetum sdtnitiiftratioa (apientibusii deferatur adum
iit de rebus hutnatirs opor trtifta^quauis falia e(recogoofcat:quae
libido regnandi perfuadet tjmen ailin titur;iiuc iam illa inetitusllt
ifiueeorum quibus confulendum cft mifaicordia motus sCcldiratur autem
huiufcemodi matamonium in uenatione:de qua quid femiremptulo ante latis
ut opinor uobisdiludde explicaui:Q^uodaute in fpelunca loco fubtercaneo
conuenerint:quidnam aliud indicare crediderim/ nifi cos qui honores/qui
opes/qui imperia quzrunt intra corporeas caducafc^
tesanimuminclufumgerererCuicdnubio prarter tellurem &lunonem;prxtet ^
nemorum bibitarrices nymphas uides numen nullum afiFuilTe: Q^uz omnia iis
quz de fpelunca diceba apte quadrare uideotunirrentus igitur Didonis amo
K Aeneas abeundi propolitum abiidt:& hieme quam longa eft in fummo lu<»
zu conterere non pudet.Hoc uero quid libi aliud uult nili egregios quo<^
uiros interdum a redo curfu ambitione aduerti:& honorum imperii^
uoluptate de« linitos hiemis afperitatem& enauigandi in italiam
dilhculcatcm exhoirefcerc» Q^uapropter nili diuinitusfubuentum Iit excellentilfimzatc^
immortales bo^ mmumuirtutes tam pemiriofapefte pereunt; Id ingenii
at<^ beneiiciiin Circe fuilTe fcruntxut Vlyxis fodos in uana monllra
tranlFormaret: Illam tamen ica in luam potclhtem ttaduxifle Vlyxem
audimusiut Forma priftina fociis fit relhtu*' ta.Neccgoid admiratus
fuerim.Excello enim animo qui funt corporeas Iibidi^ ties fadle
contcnunt;Q_uin & cos qui illis dediti funt rede monendo a tanra fer
uitute in libertatem uendicant. At luDonemfuperare ranOimi mortales
potuco tunt:Nam qui imperandi cupiditate non tangiturxeum omnem iam
humanitas tem ruperalfe &ad dioinitatem proxime accemfTe
crediderim:Q_^uapropter ena quos in fumma admiratione habemus: cos ita
frangi huiufcemodi cupiditate ui demusxutrelidauerauictuteinligniaulrtutisueJuti
umbram fedentut: Fadle enim ell Sardanapalli aut Heliogabali molliflimas
delitiasacluxum cotenere: At^ adeo odilTctCum uero nobisaut Alexandrum
macedonemtautlulmcz*' larem proponimus eorum res geftas:in quibus utrum^
a uero cedo^ difcedcre fzpe uidemustra glonz cupiditate admiramur:ut
illud ex Euryde impium oma nmo& dignum eo rege a quo profertur
interdum approbare non dubitemus; putem uf^ homini conducere li regnandi
caufa iu$ uiolet : Q_uz quide res una mouit poctas/ut Herculem quem
fapiente ferunt:&; rebus a fe przclanlTime ge ftisczlumafile daircuoluntpriusomniamonllradomaire/qua
lunouis fzuitu amfuperalTelingeceac.Illa enim non mater fed iniuftilTima
nouerca magnord uiioium rede dicitur* Non enim mortaliuroCut plzriq^
credunt } fed czleftiu rerum cupiditas eas uirtutes parit quibus ad
fummum bonum peruenire licet: (^uor^uide nili placata prius iunone id
autem intelligjmus aid fedara ambi^ dooeallcqui no potuit HercuIes:Q_,uis
igitur hoc Aenz non condonaueritxac potius quis illius no
comifercanliDondu in italiaexillensxtis eoimeft fumaru uirtutu
habitus.fcd in ipfo curriculo ut illhuc^Edfcai:’' adhuc coftitutusiu luno
nis dolis apiat"' :uc matnmoniu cu Didone initu fedibus libi a fatis
cocel&s ppch» nat;& colilio abeudi abiedo arces Carchag^s
fudaretac teda nouare iftituac t pur^ puea^ SC ento lapillis
aon^umtquasqu impetti Uignia funt gelbrc gaudeat: ' In. P.Virg.M.AlIego*Non
eft o LAVRENTI non inqui eft hutnan* itnbedllitatls.red
cmol damfacul»ti«qua tamen condmo noOra arduum-.tatntp «xcelfum tetum
culmen ‘U»**®* BAPTl ST Ai K (imul fuo ordine de reliqui* difpuututui
uidaetut Mani^ hofpes nofter fiuuilTimus tum ex diei fpatio in iis qu*
hai^u* dida effcni civ fum^oitum ex multitudine eorum qux adhuc
dicenda quum lucis effet in ea di fputatione abfuroptum in colligens non
pertmtam in 3uitruauifl'. miuiri:utcontrac6modumual.tudinem<jno(bam^qu.b^^?uidiuapudmeeriris:mibiomnid.ligentu«nfuJendi^!^^^
difputatio longius ptoducaturiAtquiegoitidm.nqmtLAVK£NW^ idem
cenfebaraifed ne tanti uiti oratione moleftii« intapell«em/pudore i^
diebar prxfenim cu te o Manotte tuas partes fuo tepore equide mquit
MariottusiK fimul fua lolita feftiuitate BAPTISTAM manuap prehendem/nos
ad cellulas ubi menfx paratx erant reduxu. rURISrOPHORI LANDINI FLORENTINI
CAMALDVLENSIa vM niivTASvM laVSTREMFEDERlCVM VRBINA- jKSrJbER
^IaRIVS 1N.P. VlRGIUl MARONIS allegorias incipit feliciter, S
Eruenerat iam fuperior libet Inclyte ac InuiiSi^me Fedence in
quotundaro hominum manus 1 qui cum dofli linti dry aiffimi quocp &
haberi 8£ dici uoluntiQ^ui quidem quauis 'de Maronis Aeneide antehac
longe aliter dC fenfiffent/8: pri* 'dicahenticouiai tamen ut puto iis
argumentanonibus : qux I nobis in probamio illius libri expofitx
fuerantimulta in eo F li rnnfcrinta elTe necate non audentiSed ea
huiufcemodi el fe Jowmduntiut non ad ethicen ut nos longa oratione
difputauimus s fed a J IhvSferendafint:ptoferunt 5 ad id qued
defendere cupiunt probandum
fcriptoresquipauloantenoararoxtatcmfueiut minime illiiteratosiqui non J L/indelMos«
acute & doaeinmpretati naturam tetum il is exponi conttn los
inde locos K ac „fpondendum ctnfemus/ut multa in eam qua diA SmriorisquoJdieifermonenosdixifl-ememiniyirgilm
nlura deorum genera inueniffet s confulto ita fcnpfifle fl£ A
^ ;,Fmmffeuteademilla & aduitammottfip: 8 Caduimnaturas:Kad
wriuruoluputtm f eferantur.Verum cum confilium mettmij
tcstotafufceftacftnoircuolumusiidcenfco femper ipfo
hn«qu3nf.bie.ration. fcriptotpropomt: ^um fipttahuj omnuiniiri ludingttut»
ipfcqcquid narrat iqcqd tctninv 1 1 Ir £ I- 8- r K P B-t.-« .
Libet ii iuiatnr referat. Hoc oun ita fit quis non uideat ea quae
ille ttadiutamdegett» M damt& ad fununum bonum acquirendum
(^dantia fcripfit no iccirco fcripfiC' B Cuquo naturz uim ezprimeret.Sed
contra cum iugi:perpctua^ oratione ea pro (eqiutut m quibus & uitia
damnet<& uirtutis pulchritudinem eztoIlat.& ad ue I»
riinuefligationem perducat/ nonnullaadiunxifTe&omandi & deledandi
cao Ia b qua: fint ab ipfa phyfice repedta s Q_uz omnia cum non propter
fe t fed eoru li quae dixi caula confaipfetit equis non uidet id
fulcepti operis primum efle feu ^ malis ultimum dicere > quod nos
hefiemo fermone perpetuo quodam filo ita ia intezuimusrut nibilineointerruptumquzn
poiTis. Nam ad idquodaptinci Sh pio przpofituffi cfl omnia deducuntur Si
fcquentia iis quz antecmerunt/uebe menta cobzTcnt:Q_uapropta quz ab
iis quorum audoiitate nituntur/ad pby fictnrclatafuntminime damno. Nam
quauisca ne^ multa fmtine^intafc haaliud cz alio pendat > ut non
potius membra quzdam diuulfaequam integrn corpus uideantur t tamen non
incommode traducuntur : ne<j fententiz nofoz ccpognantiScd fac
repugnare an plus apud me reda rado qua iliorum audori^ tas
ualebitrprzferdmcumfi audoriute certandum fit eos proferte poifimus/
quorum fplendoteiiti uclud folis luce noduz hebetentur : Nam ut omicta
eos quos diligendilimus omnium grammadeorum Seruius fingulos libros in
fiogu los huius poctz locos commemorat: ut taceam quzaMacrobio exceliend
inta platonicos phiiofophotut nihil diam de iisquz&adiuo Hieronymo
& a di. uo Augufiino in hanc fententiam apud Maronem interpretantur :
nonne e noftris Oantbcm uirum omni dodnna excultum grauilTimum audorem
faabe« mus: qui eius idneris quo mundum omnem ab imis tartaris ad
fuprzmum ufi^ czhimpcragcatiineolibiillum ducem fingit/in quofummum
hominis bona paquitens/miro quodam ingenio uniam Aeneida imitandam
proponiciut cu paua omnino inde excerpae uideatur: nunquam tamen (i
diligentius infpicie . mus ab a difcedat : Nam nonne fiatim a principio
ea quz de medio ztatis tem ) 3ore:quz de fyluatquz de tribus
ferisrquz de montis fublimiiam folis radiis il uftntoconfaipfit:binc
omnia funt. Mitto caetera: quz ita abdita in Oantfais poemate funt:ut non
nili a paucis iifdem^ dodiffimis
dcptzhendi pofiint. przponit igitur libi ducem Maronem in u re quz ad
fummum bonum.non au tcmadpbyiiccrpedetifeduideo me nimis cunofum in eo
fuilfe : quod paruo omnino nodo confutari poterat. Quapropter ego
inilitutum repetam . Tu autem indyte atip inuidilTime Fedence ut cztera
fuperiora fic Si ilh quz in ultima quaru diei duputationc
continentur/diligentillime leges . Multa enim illic inuenies propta quz
te cum dTc : qui Si nunc es Si fempet fuifti fummo» pae
lactahacict^norcef^ ex deo confilium tuum fuilfe : quos a primis annia
bpientiz amore flagrans ita te bonarum artium fludiisaddiafti: ut quanto
ta dic tua ztas grauior fitttanto ardentius illis incumbastnam quod
reliqui prin» dpes apprime regium ducunt:ut aut multo odo uanifip ludis
mircelcit:aut au cupiis ucnarionibuf^ oe tempus tcrant:tu ne libero quide
homine nili relaxan dimtaduai aula dignu efle duxiflitred oportac eum qui
aliis imperaturus fit nWB omni dodrina excultu itddaaquq no fibi folatfed
& iis qui fuz fidei co} In. P.Virg.M.AIIegflu mifll rantjK
dum «fit agit «emplo: «dum fapienter inontt pncepto maplo limum prodifft
po(Tit.Q_ui rigis munus clTe ducat non alieno labore ueluri fu cus
inter apes alisfed pro aliorum falute laborare uiinnoaiosabiniuriupro
hibtrr/fceleftorura<j petulantiam compnmeretoibuafe «quum prxbere
curcts Hrc autem folaphilofophia nobis pracftat. Aphilofophia enim
habrmuatui pie uiuamus tui pietatem ocmabhominemuft« ab omni
fcelereabibneaniust b uapropter uere iliud ufurpabat Ariftoteles fe id a
pbilofophia afleculum efle/ Ut ea beneuolens/« cumuolupute
ficerettquzmaliuinlegumatufaccrectv I gunrurtbonis enimCut piato ait)lex
deus eatmalis autsm libido.huiufcctnodi Igitur fludia teita
exculturo/ita omni ex parte expolitum reddiderunt/ut cum a inultis quod
crimen fortunx eft imperiis finibus fupereristiis tamen uirtutibiisi
finequibusnemoun quamiedeimperauit/omnesexcedas.Sed cartera omoa quibus
ex mortali humuculo te immotulem ducem reddidifli ad prxfw omit to> Ptxcipuam
autem in mnfaium ac philofophix cultores benignitate tacinii prxterire
nullo modo polTumtium animaduertam te ea in reiure omnibus prx ferri
poffe.Scimus in tata admiratione apud antiquos fuifle Ptolomxu philadel
phum ut ptxclariffimorum faiptorum laudibus etiam poft tot fiecula
florentit fima fama celebretur.Et profedo fingulatis fuit in eo rege
iuftina mitabilifip cie mentia.In te autem militarimec uirtus illi/nec
fortuna unquam drfuinSed nb bil in fuis omnibus
aaionibusmagisextolliturtqua quod regnum fuM libera liffimu oibus
litteratis hofpitiu efle uoluerit . Tantu autem iis qui aliquid fcripfif
(ent debere putauittut Demetrio phalereo no folum philofopbo
grauiflimotfed oratori copiofilTimo negocium dcdentsut fibi ad quin^
faltem milia librorum in fuam bibliothecam congerenda curaret. Q_ua
quidem io re quos furoptus fe cetitttunc optime conieiSati poterimustcum
uidetimus quantu in fola mofaya lege elaboraueriti ut illam interpretadam
ac in grxeam linguam conuenendam abhebrxisinterprctatetur. Primo
enimoesiudzos quifuperionbusbelliscapti in fuo regno fetuirent diligmter
inudligandosiat^ tingulos uicrnis drachmu redimendos/& in patriam
incolumes diraittedosmandauit: quorum numerus adeo ingens fuinut foluta
fint a rege fexcenta ulenu fupta fexaginta milia. Dtf inde legatos ad
Eleazatum iudxorum pontificem uitos sumx audori tatis mifit Arifteaside
quo paulo ante dixi & Andtea prxfcdumfuuiMifitptxterea men< hm
auteam/craterefej ac phialas donaria in hierofolymitano templo ponendi.
Mateiia uero hoium uaforum fuit auri quinquagintatargenti uetofeptuaginta
ulenuigemmatum autem atqj lapillotum quibus uafa omab dilUnctatp funt/ ad
quinm milia adhibuit/qui omnes mira elfentmagnitudine. Q_ux liberalit« adeo
accepta gratacp Eleazaro fuittut duos ac feptuaginu ftatim ad regem mi'
fent i non plxbeos illos quidem/fed ex principibus dodiflimis ita elrdos/ut
ex fingulis tribus fenos fumeret s qui legem dei in grxeam linguam
Ptolotnxo conuerterent. Q^uorfum igitur hxef Nempe ut intelligant qui
diligennus rem confiderauennt Magnificentiam tuam erga dodrinas noOra
tempelb' tt non minorem efle / quam oLm Ptolomxi fuerit s Hoc enim folis
luce cla/ liua apparebit ; Si Imperium Imperio 1 Si Sumptus
Sumptibus conferantur. Libtt guattui
nfeaumnonfdlamutiiuerrzxgyptiopulentiitiimum regnum poHidebat/un^
dcaurt argenti^ inaedibilisuis proue Diretired Tyriz quo^ ac phcnictz
tnaxi^ mam partem ucdigalem babcbat.Tuos autem bnes nemo ignorat. Adde
quod quo tempore Ptolomeus regnauit/plurimos A(ia at^ Europa prineipes
habuit • qui poetas t qui pbilofophos/qui oratores/qui hiftoricos benore
opibufi^ bone |^rent:ut & li fuo ingenito (hidio illa faceret magna
tamen cx parte emulatione quadam excitari uidereturme quos opibus
uinccoatxabiifdem huiufcemodi glo tix genere fuperaretur.Tua uero
benignitas in ea tempora ineidir/ur nili ardeUi*
tilbmafittfacileczterorumprincipum auaritia extinguaturxQ^uaproptcr nulla
omnino eorum munerum quz in mulas con fers/gratia noftro fzculo eft
bahim' daxinquo neminem reperias ex iis qui nunc imperat:cu*us exemplo
excitari pof» lis.Sed quicqd estes autemres omnino przcIarifTima/id
omnetuo ingenio;'U3^ ^ innata humanitate cs.Nam ab aliorum moribus procul
dircedens/unieum te exemplar ofiFersrquem & ad fummam liberaliutem
czteraf<^ omnes redas adid aes/&ad ueri inueftigarionem reliqui
fcquantur.lta enim uirtuiem adamas: ut illam non glona dudus/fed eius
amore alledus ampledaris.Euenit rame ut qud admodum umbra corpus (emper
fequitur: etiam li id corpus non quzrarxHc < ua pie
iuHe/clementeti^/ac fortiter fada non adumbrata quzdam & inanisiTed
foli da cxprclTa^ gloria fcquatutxScd res polhilatxutiam ad noftriim
heroa rrutrra^ murxin cuius adionibus tu mores tuos ac uitx inlliiutum
facile recognofces.Co ucneramus igitur eodem in loco bene mane quarta
huius difputationis dic. AN ^ cum miro deliderio BaptiHz fermonem
expetere uultu gcftucp fignificarcm^ illexurquz explicaturus eilet iis
quziamdida fuerant commodius annedrrrt: buiuiinodi difputatiotii fux
prindpium adhibuit. Vidimus badenus dodilTimi uiri qua piudmiia ac animi
magnitudine omnibus iis fotdibusxqux a corpore^ ueniunt fc explicauerit
zneasxNamne troiz periret: 8C corporeis uoluptanbus pe nitusobruerctucmon
dubitauit exui in altum ferri quis incertus quo fata ferret: pod hzc
thracenfes rapinas uc eas primum cognouit mira celeritate effugit. Ar« ^
mox in rebus dubiis a fapicnria conlilium coepir : deceptufi]^ Anchife
interprz tatione.Namquz a corpore funt facile corporea fequunuir.uitam
duilem in Oeta fibi propofuit * Sed nec piguit errore cognito uela uentis
iam tertio dare . Delatu!^ mlhropbadasaducrfusharpyarumauaritiam inuidus
pugnauit. Nec per medios hoftes ad Helenum enauigare foimidauit:
Prztereoqua prudentia qua animi przdantia iam ab hcleno dodior reddirus
immanitatem cyciopu de<< ciinauem : qua indudria ac celeritate
fcyllz charibdif^ mondra euirauenr : quo fiudio atramentis ardore defundo
iam in licilta parente nauigationem in lra.< liam rufeeperit. Verum cum
lunonis dolis :zoli<^ ac uentorumuiribus parcis fc non pollet :
celTicilIequidim conlilio ad ueri inucdigationemin aliud trm
pusreicdoinaphricam eo animo diuertit: ut quam primum per tnaris id
edap> petitus tempellarem liceret : in Italiam tenderet • Verum in
ditione aduerlilTimz dezconditutus : & amore Didonis delinitus/Vide
quid pTolfit ambitio : quantu ^ ad mentes maximorum etiam uirorum
euertendas ual eat / regnandi i nquam cupiditate dclmitus is qui reliquos
iam perturbationes ac uirufupctauerant di<« In.P. Virg.M.Allego. uinilTifflumcoafiliatnio
Italiam enauigandiomiiTtttotum^rein eo dednatt ut regnum carthaginmfium
coSabiliret : perrcueraflctcp in errore ni(i acczpifb a Mercurio non
placere loui ur pulchram urbem uxorius extruat . Regni autem & rerum
Tuarum obliuifcatur : Prxcipitur enim homini a fumrno deo ut ad fu« am
originem rcuertiuelitrQ^ux praecepta nobis dodrina quam litteratilTmKv
rum uirorum uel Termonibus uel libris accipimus i facile tradit . Rede igitur
ar« guitur arncM/quod uxods urbis t ea enim eft uita in adione polita
adminifbatio nem TuTcepeiit . Suiautem regni 8c totius contemplationis
qua Tola mentes hu> manz regnant Iit oblitus : Maximei^ hoc urgetur/ut
Ii tantarum rerum gloria ip fum non mouet i Afcanio Taltem tuerediTuccefloricp
Tuo conTulat < cui regnum lulia; t ac romana tellus debetur: quo in
loco quidnam aliud ATcanium intelligcmus nili futuram ztemami^ uitam: qua: huic
breui Atmomentanea; Tuccedit. Nam li dum intra bzccorpu Tculauer Tanturanimino
lhitantisrerum terrenarii illecebris demulcenturiut carleflium
contemplationem de Terant/ memineriot 11 in futuram uitam uitiotum labe
inquinati & nulla dodrina exculti migraaerint foce ut nulla unquam
ueritatis luce illuftren tur: Q uapropter regnabit
Aiani< us:nuIIuT<^Tuoimpecioiiniseritnilieoapatre dmaudecur i futura
enim uita ab hac quam uiuimus ea rationeiquam oftendi iure gigni dicitur
: ab eadem^ li focdida 6i uitiis tenebriTcj inuoluta Iit: tanto bono denaudatur.
Sin contra manebit fcelix at^ a:tcma : Nam Hic domus xnez totis
dominabitur oris. Et nati natorum & qui nafcentur ab
illo: Q_uzquidem mandata cum acczpilTetzneas:quid mirum li
uehementercom< motus Iit : Erat enim in eo animus qui excclTa Temper
TuTpiceret. Ita^ Te tandem excitas cupit qptimum abire: & terras
quamuis dulces relinquere. Alluetusenim poteftatibus at^ imperio uirfi£
dulcedine captus non line dificultate diTcedit. Sed cum ucrum bonum ab eo
quod falTa opinione bonum putat" diTcetneteptv tueritiillud tamen
anteponit: Cum uero poli diuturnam conTuItationem inla« lutata inTcia^
Didone diTcederedecemat. Nouerat enim no efle pal Turam illum diTcedete
fi IdlTct/egregie admonet cum ab huiuTcemodi rebus animum abduce re
uolumus non efle molliores animi partes confulendas: Ted clam illis uela in
Ita Itam facienda:Talia enim bzc Tunttut quanto blandius ea appellemus :
quato^ familiarius Talutemus/tanto maiori contumacia aduerTcntur . Sentit
tamen d(v los regina :&iniquo animo fert uita ciuilis a uiro
excellenti deTeritpradcrtitn li non fit alius Tapiens/qui Icxro illius
Tuccedat.binc illz quzrelz nulla libizx znca robolcmfuperciTe.Q^uamobrem
ratio inferior quam mulierem appellari dixi' mus huiuTcemodi argumentationibus
uirum egregium in uita ciuili retinereitt a speculandi propofito auertete
nititur i Primum enim ita urget ut quzrat quo modo eam deiicrete
Tublbncatia qua tam ardenter ametur. Amat enim ucbementer virum excellentem vita
duilis. lllius enim cunfiliis imperia non modo paran tur/& parta con Teruanfuriuetum
etiam augentur. Sed nec illud retinet non Tet' uate illumlidcm quam
dederat. Suavitare enim imperandi iam totum Te admi« niHtarioni dederat
zneasi Q^uio di Te moritiuam Tidc Teipturedocet; Nccinub 1i I I I t t t P u 9 0 9 u n I» P“ ca nii da ttico: iKg da dd od R.! dia b&' ht loj on IBU' «nI 1« tii AV u tua 8“ liii Ml LlOfi Odi nsilii ntoi iU IIlBl' lO* loli
niii jA«< Dlli
tffll*' yb BD^ a<? J»!*Libo gimttu to alito
eucf UKloIcb Namdcflituta a uimite agendi facultas pereat necefle
cft: Dctcnetezdif&cukate hiemalis navigationis. (^uare (Tgnifiantut
labores ma^ jdmi t quos (i in Italiam uenite uolumus fubituri
fumus.pofiremo in hoc uche>< mentet mlifiit/li reuotetetur ad
Ttinam Bl ad uitam uoluptuol^ t non tamen illi efle concedendum: ut
honores relinqueret t multo autem minus cum loca fi bi incognita petat t
nondum enim nouerat Ipeculandi uitam. Dcmum ad
c6mi< fetarionemconuer{alachriinaseffundit.connubium, incoeptum ad
memoriam reducit . Q^uicquid fuaue oUm a fe acczpiflict exprobat:& ne
domum labent em dcioatobuftatur. Pofluntenim uchementercommoueri mitiora
ingcniaicuia parcntes/cum liberi aattiif (anguine coniundi/cum amici/cum
patM ne dcfci' ratrogantrne incoeptam fcxictatem relinquat przfertim cum
uer^umfitineim perium a bonis uiris defiitutum/aut Pigmaleonis
auaritiaiaut larbc tyram*de in« uadaf .Q^uodtunemagu ucnoemur cum alius
(apies qui (ibi fucceclat no telin quaf sQuz quidem omnia cum rerum
agedatum rado animis noSris obiidatr non pollumus non uebemeto
comoueriiSuccurnt enim platonicum illud quo quttum generi humano debramus
/grauifiimeadmonetiut humanitate eruere uideamur/fi humani
focietatedeferamusiucru cum aladuettatmagnus uir men tem fola eficiqua
boies fumus; ea no agendo fed cognoiicedo pcrhdrid^ louis
pcaneptucfieimotusmanetiat obnixus curas fub corde prraut.habet aut
quo|> pofitu opnme tueri poiTittNon enim inficiaf bene ^meriti ciTe
reginam. Quis enim no uideat magna humanx hnbecillitad adiumeta ab hcK
uitx genere fue* nirc:(^um BC polliceffe illius recordaturu dum fpintus
hos reget attus:Nam eu derua abfoludflimu appellabimus:qui iu in
fpecmadone dum uiuit uetfef : ut uicifliW cum ccs poftulat agat.Etgo no
fugit a uita agedi < fed inde recedit: qa cu ea no cotraxerat
matriffioniu.Non enim nati fumus ut drea mortalia uerfemur: illif{^ coniugamur.Sed
neceiCtatis caufa efi illis in(iftcdum:ut tanta opere impd damus:quantnad
fodctatcconfcruandam fat fit:quaptopter (i Dido Carthagine deledac :hoc
autem efifi in adione inferior rado libenter uerfaf liceat: fit fuperi^
ori Italia dclcdan poflem mulca ciufdcm otadonis ad eadem fentendam
trilTa^ ce. Sed fit aliquid ex mera hiftoda didumiRcIiqua ueto qux ad
plurimos uerfus dicunmt:eam uhn babet/ut libidinofum K corruptum amorem
detefienf :at^ tantxfceminx grauifiimocxcmplo nosadmooeat:ut tam mrpem/tam
pctnitio.« (am pefie fugiamus:comode aut eunda qux a PauEmia in platonis
fympofio de tutpi amore dida funtiad bde locum ttan(Feremus:ex quibus
pauca qux a nobis cum de Paride uerba fcdmus dida funt : memoria (i
repeteris intelligeris umSu mum effe Ptoperrianum illudiDurius in terris
nihil efi quod uiuat amate .Q^d* autem magno pedore curas pcrCmfcrit
xneas: fit tamen mens immota man ferit/ oftendic uirum qui deorum
prxeepris parete deacuerittiam ab inconrinenria in quam Didonis
illecebris ptol^fus fuerat/ad continendam redi(rc:tt quis amore
urgetetuntamen hone&umuoIuptariprxpofui(re.Oidonis ueto interitus
nobis pcrfpicue oflendit perire ncceffe c& eas res publicas qux a
fapientibua deferanf. Non tamen aberrabimus fi amandum at^ amentium
furorem cxtrcmainij de* f^aarionem huiulcemodi exde oilendi putemus.
Aeneas igitur deorum admi}« 1 ti In. P.Virg M. Allego»
nitu in Italiam enaiugat. Verum infurgente uentopt u! palinurus nauis
gubertia tor negat ea tcpeftate Italiam pe Q poiTc.anenticur zneasiut in
Sidliam in qua in fula extindus parens nondum debitis exequi is
oraatusiacebat/dcfledat. ^uo in loco quid fibi palinurusuelitline
ncgocioex iisquz de illo paulo fupra expt’ fi cogDolcerepotcttsicum enim
huiufcemodi appetitus facile pturbationib^ob tuar' inon modo a tedo cuifu
auertic' :fed znea( haec aut excelleris uiri mens eft} pctixpc infuam
femetiam trahiteut ad patre» hanc autem imbecillitatem quama corpore
cotrahit aius iam ciTe diximustbeet intelligere ad patrem inq/quis iam de
fundum redeat»(i uero ad memoriam ea teuocaueris qua: de ficilia lam
diximux non ab re cftipfistroianisiut in eam infulam redeaaundebreuifiima
(it in lulia nauigatio»Poeta tamen cuius cofiliumefi no folii ut
grauiffimas res j>ferat:fedil
Iaauatiaiocudiutciuafpergat:uttcdiumtrifiitia« pfundarum rerum comites
penitus amoueat/uaria ludopt genera interponit.Hzc igit' iu
adminiriobantut abznea ut paulo poft oibus ablolutisin Italiam elfct
foluturus.luno uerocui^in troianos o^um/nec ulla calamitas/ncc tpis
diuturnitas explere poterat : qa quo illosltaliz
j>pinquiorcscerneret:eomagisaccenderet' oblatam occafionem non 5
rztermittit:Cum enim feorfum a uiris imbecille mulierum genus deliderio
ta< em quiefcedi mcedius cofpicare^ pa irim illis ut naucs incedat
pfuaden Q_uz qdem (ic accipiteirerum terrenarum cupiditas no uiros/nam
pars fupior rationis non facile his rebus frangit' :fed ipfam inferiotenr
tonem a fupiori dUluudam p fuadetiut rerum magnatum ^poficotcicdo tedium
longioris nauigationisrefii giaud^ubieficonfidcaCiMuUetcsigit quibus
inglorium odumlongccarius (iu q honelius labor prijtiio ambiguz
miferuminter amorem pizfenris tertz fatifq| uocatia regni malignis mare
oculis ifpiciut.Namcum ratio tnfmocquzafupe* tiocipfuaU illam ad quxqj
xgregij Tequit' nuceaabfentepaularimfenfuumiiiei cebris cncruac' idoncc
tadtm uidi fc iliupi potefiati pmittat.Naucs igi^ mulieres inwcn dioafrumeicaduriunt.
Hoccumdicicportauolutatcquz ad res magnas, ferebatur incendiocupidiutum
perire o(lcdit:pen(rrtauttoticlanisnifi Eumci Ius piculum (fatim ad zn
eam reiuliffeciErat enim Eumelus uir ad mulierum cu fiodiam telidusiNam
huic parti inferioti metis acerrimus qdam cofeietiz remoc fus/cui
bonaceda^ cuiz fimp funt ftmp adcfiiHzcgtzce fynderelis didturuis (.nobis
ingenita qua animus Sc ad bonefta crigiturtK a turpibus tefugit»Hacau lem
nomen ipfum uii i ajpertc demondrat; enim boni cura facir
leinterptabimr»Hicigit^Iapfaiam in facinus muKere
temaduitutefcrt:Q_uo nuncio percepto primus Afeanius ad iiaues eripiendas
aduolat : Afcanius autem celer robuduli^ magno animo prxditus
Aen»iiliuscft:quemiuceiatetptc tari licet uigotem quendam ex ip(j mente
natum : Hic autem nullo tenore pto liibemr qum contra pericula pnmus
feratur : Sequuntur reliqui t fed io primis zncas : At mulieres uiris
cogitis incoepti poenicet t A uiro enim feiunda muli* er aduerfus
appetitum minime repugnat <Q_uod (i tutfus uiro coniungattirt iam
robufbor fada/ SC ueluti e tenebris erepta tum demum acata iam cetatt/Sl
a lunonedcIuCam e(fe dolet pudet^: Non tamen incendium facile tolli^a
Nam optusalunoaeappeunuiacop^cueut ut uoluntatcmsquae, nobis ad
(uo»; tti «di r S 5 1? S B jr 3 .te e Liber quarttu
inutn bonum euehit/omnino perdat: fir^ mifera in bomine diftradio t eu
atio ratio dutat:aIio appetitus rapiat i Q^uo in loco cum mms noRra fe
tanto cer« tamini imparem cognofcattnititur illa quidem fuis uinbus/fed
limul etiam di uinum auxilium implorat id autem impetrare meretur. Nam
qui ita deu prae atur/utiaterimipfe quoad ualeat libi non delinis adeo
minime derenc. Nam quodaSaluRiofcribiturnecprzcibusnec fuppliciis
mulieribus auxilia deo« cum pararitrededidumell. Non enim inerti ac
delidi/ K qui in fummam rr^ tum defperationem prolapfus nihil contra
pericula parat auxiliatur deus. At qui magno aduetfus difih^ltatea animo
infurgit:qui nihil inaufum: nihil in« tentatumrelinquitiquincc periculis
terreturmec laboribus torpelattis profo* do fe dignum f^tcuius S dii d
homines commirereantur. Q_uapropter fapi« enter Aeneas ciun nec uires
beroumtnec aquarum uis infufa prodelTrt: ad prx*
cesconucrtiturtauxilio^impetratotcum iam quatuor naufsaiTumpraeeirentt
teliquz ab incendio feruantun Cum autem naurs ad totam turbam tranfuehen
dam deeflimt terat fenis nautz conliliumutimbeallior turba in Sicilia
reiin' quctctursutbfm illis habitanda conderctur:hoc confilium oraculum
paternum louis enim iulfu locutus cR patens/ex ancipiti ratum hrmumt^
rcddidit:Q_ue iocum nili uos aliter cenrcatis/itaintcrpreubimoi. Ad
diuinarum rerum fpecuo lationem fola mens omni uirtutum robore iam
fuffulta acceditiReliquzenim animi uires quz imbecilliores funt
naues/illz enim fune uoluntas/quibus illuc ucbantur incendio amifcrc: Q_uaproptcrreuocanda
cR mens a frafibusihocau tem confilium ab. eo uiroprohcifciturtcuimagiRra
Pallas fueritteR enim a fapi entu dodus : Approbatur autem ab Anchife fed
iam fcpulto; Nam qui a ra« bonetamfubadiruntfcnrus/facilein eius dicionem
conccdunr/ przfemm lo> ue iu iubencctconuertutur^ in rationem hoc
ordinc/ut ratio ipfa etiam fupeno
remlocumarcendensafFiciacurintellcdus:llleautem£(iprein altiorem gradu
cuadens intclligcntia redditur. AR intelligentia in deum comutatur .
Hmuic&> modi igitur cofilio at^ oraculo utimrAenas.Non tamen prius
e lidlia foluict qua lacta pie tite faaatinorat enim qua laboriofitquiip
periculis plena lic h\u iuCccmodi nauigaboiNoueratquancz molis erat
romanam condere gentetSed nec Venus quicqui interea
remittitiquinuehementer pro faluce hlii anxia oia drcufpiciat.ln primis
autem Neptunum rogattac mare tranquillum reddauNa amor quo ad fummum
bonum rapimur fupiemam in bomine rationem horta tur/ut appetitum m fua
poteRate cemtineat: N epcun us om nia benign illima pol bcctuciNihii enim
denegat ipfa mens amori ad redum eam excitanti : Neqi ell ptocula
ratione/quod oRendat Venerema fuo regnoottamtlTetEReaim Ne« ptuncu regnum
marciquod quidem ducn ab illo regitur/ctanquillu eR. In hoc czii uitilia
lada dum agitanturifpumam gignunt ex qua oritur Venus . Supte« ma ergo
ratio appetitum intra fe continens in quem uiriliaczliiiccirco decide»,
re didmus/quia in appetit um a ratione adminiihatum uls quzdam cziitus ca
dittquz in eo agitata diuinarum rerum amorem proaeat t uod autem oes prztcr
unum Pahnuru incol umes in italiam peruenturos promittit i no ne cz
oxtdia^ut aiunt gtaxi^philofopbia erutu cR: Nam clalli in Italiam
tendenti In. P.Vtrg.M.AIl(go. flurimeaductbtut
appetitus /qiii a folofenAi profedustulul altum (iifpic^ Q_uapropter
rquadiu claiG prxfuitinunquam ttaliam tangere potuerunt Tnv unuSedundema
Tomno opptcfTus mari cztinguitur.Nam poftquam rado acarime ad
contemplationem conuettitur:& caducorum curam reliquit : Nt< hil
ex iis qux fenTum petmuicere pofltnt/appetiturt Vnde uniuetfus Uleappcdi»
tuspaulatimiapituctac fopmisezdnguitur: Cial Csautcmcnamline fuoguber
tutore tuta fcrtuc Neptuni promiiTis donec ad fyrenum fcopuJos
deueniretrlbi autem fluitate ciuncarpiiTet Aeneas temonem capiens nauem
in undis noAur« nistezitiNam animus nofler cum iam fibiitaliam
propofucrit fccurus fertur/ donec in uoluptatumfcopulos incidattTuncetum
temonem capiat oportet ap pedtus
tationalisTquiaduerfantibusuoluptatibuscaiitra obflfismEztmdoigw cur
Palinuro Aeneas tandem poli diuturnos enores euboids allabitur oris .In iuliam
enim ucntumcll ad quam gubernatore Palinuro nunquam perueiuflet 1
ingrefli funt Jn quo non idem curnit quod in cartbagine Aeneasslam
portum ingrefli funt :In quo non idem curnit quod in cartbagine a portu
euenifleoflcndit poeta. Ulic enimnaues'ficli procul a rabiat fluduum in
tranquillo efle uideremurmulla tamc nant anchora alligatx.Q uapropter qua
quam non omnino ucxabantuRin aliquo tamen erant motu.1^ autem anebo ra
fundabat naucs: quo oflenditur eas ueluti fundamento nhex lint flabiles hx«
rcrcoportere.Summum enim illud bonum:quod in negociola & duiliuita a
philoiophis ponitur: 8t flinbuiufcemodireceflupofltumflt/utprocuia fotttu
nx procellis uirtutum benefido abflc:non tamen ita conflabilitum cfltquin
la« bcfadan poflit:Q_ui autem oi.'':} vum rerum libi contemplationem
finem lU timum propofuit/bic iu in tuto ac folido rationes
fuascollocauit:ut nulla ui di tnouere poirit.Nam aduentusin italiam
oflendit habitum uirtutum um con<< tradumiu:utaptopoiitauitanonfit
difcefliirus Aeneas/non tame earum uit tutumtquxfuntanimiiampurgatitNamnihil
fibi diffidle iam proponeretur/ fed earum quas dicunt purgatorias.Q^uod
quidem propolitum iam conflabis litum fortitudo fit animi robur non
deferitinec ipfe ardor rd aggrediendx. Q^uam quidem rem tunc ezpnmit cum
ait luuenum manus emicat ardens Lic tus in befpcrium: Manus enim indicat
omnes animi uires cocurreretqux e me« dio iam fublato Palinuro fefe menti
ultro fubieceranti quod autem ardens fit concurfus uehemcntiamindicatiNe^
ab te efl quod fit manus iuucnum.Ofle dit enim animi bene affedi uires
nnllo fenio in quo tedium torpor^ ficigna«. uia efle (olet unquam
aflid:Q_uapropter non lento palTu rem agit/fed emican Verum quia dum in
corpore ezulat animus:quauis fe totum fpecuiatioai dc^ dati non potefl
tamen non curare neceflariat ea’ enumerat poeta quxnonuo luptatem fenfus:
fed incolumitatem uitx rcfpiciant. Nam quxnt parsfemi nafiamis ObfttuIainuenisfilicupatsdela
feratu Teda rapit filuasinucta^ flu mina moftratiinferiorcs igitur animi
uires bxcagut. Aeneas aut quo nobis m& exprimit" i Arces quibus
altus Apollo prxfidctsHotridxip procul feaeta fybil» kc: Antru imane
petitt(^uod cu fadtad rea diutnas cdtcpladas erigit t Na qui aliquid figurarum
inuolucris fcribuntibuiufce modi rpeculatioes per excelfu loca aprimBt. yadc
illud e p(almoi(^uis afccdct ia mdee duif A et illud = b Sj K n n i»
la Ap OL ttl d bt ttn
lut % dt. QURI bii iO
ni£ fid «w Ots sed| iae N «I K Liber
quartus Nam cum in ui^tum in contemplatione pofitarum finis uerum
fit/ quo fapi^ Clite efficimurtreiSe omnino folem huic rpeculationi
mopolicumeflediiitNa ut nox tenebrz infcitiam arguunt :ita lucis dator
fol ueriratcm fignificat: Cuius exemplum fecutus ciuis noder Damhes cum ab
ignorarione rerum ad ue- ri cognitionem progrefiiim ponit fe ez node
filua<]^egreflum montem cuius iu ga foleilluilrata fint/afcendere
reflatur. Addit pratterea antrum ibi efle Sybii« be magnam cui mentem
animum^ Delius infpitac uates aperitrp futura. (^u£ quidem locum ut
diluddius-ezpritnamus pauca prius de Sybilla percurr^mt mox ad rem de qua
agitur redibo. Conflat igimt Sybillasapud grzcoseas mu» iieres urxitati
folitas t qtiz furore diuinb afflatz futura praedicerent t Eft autem
Sybilla quafi id enim efl dei fentennatquoniam dei conlilium fitn
tuitura & enim aeoles deum dicunt : quem reliqui graeci nom^
nanttQ_uanquam (iimtquiuelint fatidicam muiiaem apud Ociphos bocno
mine appellatamta qua demdereliquz futurorum confcia: cognommatz linn
faas exuariis regionibus' decem fuifle colligit. M. Vano :Q_uas ego omnes
fi quid ad rem pertinacatbitearertfuo ordine proiequi non grauarenSed ut
ui> ^.nihil ad hoc de quo nunc agitur iQ^uamobccm fatis fuerit uidifle
Sybil lam facile rerum diuinarumdoi^inam interprztari.hzc autem nobis ca
qux Apollini nota fumifine mendacio przdicitt Nam fapientiam uericatcmtp
ape» m.quodueto antium ponitiexprimic ucritatem m obfcuto latete .
Nrtpreme» tetriuiz lucos Apollini templo adiungit: luna enim corpulenta
uebementei cflifiC reliquis lyderibus inferior . Q_uapropca rerum
humanarum quz diuinis longe inferiores funt/figuram iutc habdne : 1 lia
enim lucis przpouitur: res au» tcmhumanzin fylua obrutzfunt: non enim
corpore carent:& utiuna afoie lumen recipit t ita Si ipfz quiequid
habent a diuinis habent . Collige ergo cu lapientia non modo
diuiturumterum/fcd etiam humanarum faentialit re» de Apollinis templo
Dianz lucum adiungi. Templum dtumatum rerum lo»cus efl. fylua macenanotat.Templum
laoius zdiheium deo (aaumiin quo res fdlasdiuinasagimustab reliquis
abftinemus t quoniam cum illud mgrcdi» muria negoaisceflamustfiC foli
contemplationi incumbimus.Trmplum aute a Ozdalo conditum ponit t Q^uid
igitui aliud efl zdilicare templum Apollini nifi reddere fe idoneum ad
fapientiam capiendam.Q_uod quidem tunc dcnii^ fadmusicum ab omni corporea
labe purum animum ad contemplanda diuina tranfferimus.hocautem
Ozdalusuiromnibus optimisaitibusinflrudus fa» cuepotefliin quo tantum
ingenium fucriciut Si DzdaIaCitce& tellus dzdala a poetis tunc maxime
dicatuticum maximum ingenium oflendercuolunt.Ve» tutantem non
mariinontetrainec ad meridiem infimam nobis mudi panemt fcd per fublimem
acrem ad reptetrionemiNibil enim humileinihil terrenum fit in camente/quz
ad fpecuUtionem fertur I fed ad fublimia czlefliai]p engaturt Efl autem
primus fpeculandi ingteiTus a uitiis. primam enim cogniuonem efie oportet
circa mali naturam /ut ualcamus ab eo abAinere. Nam nifi ex» piati a
uitiis fuerimus i nunquam diuina attingemus t Vt enim idem fiepu ut
icfctam/ negat Dauid quenquamalcendctepoflc in montem domini/nifi
Ia.P.Virg-M.AlIfgo. cum qui fit innoces ihanibus 8C mudo
corde:(^uapp in foribus per qmt etat in templum aditus homicidiu
Androgei: Adulterium Pafipbzs& Icari faftus i|>onic .Hzc ergo a
principio fpeculatur Aeneas.In uitiorutn autem cognitione 'non cft
diutius imoradu.Nam Si (latim ea noile oportet: & ftatim a noris
dilco dere.Rede igitur^ fjrbillaquaiamprarmilTus Acatesacceriieratadmonef
Acne asine in tali fpedaculo Idgius tepus cdterat:Nam excellentiores
quoep uiri uad is uoluptatu illecebris alledi labercnt :hi(i.eoru cura BC
Ihidio eam elTent adrpd dodrinamtqua monemur ut paululu illud uitae ac
temporis:quod humanz ra dcoDccfrum eft non nili magnis & excellis
rebus conterendii ducamus.Hocau tem inter egregiu uiru ac
ftuliumintere&.Nam alter li femel labatur/non facile furiet Altet
liquonia corpore uac animuspauluquandotpeuia deflexerit/ flattm adeft ab
Achate accerlita fjbillatquzad redudeducattledmira profedo poetz
ingeniu:qui fapientiamipGm Tua fapientia nos edocettprima ita<^ dodri
na ea efl ut purgati mundicp templum ingrediamur : Deinde oflenditquiuis
mens nollra quzdam Tua SC a fummo deo fibi indiU ui cognofeere
poflit:eogai tionem tamen diuinarum retum huiufcemodi eflexut nili diuino
lumine extu .tusillulVremur:illamcondperenonpoirimus:Hoccum fit/quis non
uidetprz cibus & ficrificus rem efle a deo petendam: Elegit autem
feptem hoftiastquonii Teptenarium numerum multi pnilofophorum
perfediflimum putauenmttpro ptereatp fapientiz attribuitur:8t uirgo ac
pallas appellatur: Sacrificat igitur fepte qmrapientiioptat: Ne(p temere
didum efl quo late ducut aditus cctu:hoftiace tum:per aditas enim
multiplicem uariamt^ dodrinam expim!t:quaad fapien riam
ducamuriHoQiiueroquz quidem uenientibus:refe opponunt non pat uam in re
difficultatem oflenduntiHateautem non ante patebut : quam id prz dbus ab
imo pedore fufls impetrauerimus.Sumo enim animi ardore & mente illi
penitus deuota fapientia acquiritur: Vt aute Gpientiam aflequamuri promit
tit le templu Pbcebo & Dianz fadurum:fed de templo paulo fupra dixi:huc
ue to quare illud de folido mamiote Fadurum fe pollicetur / breuibus
expediam: marmor res dura ell:ac mirus in eo 6i candor & fplrndor
apparet: Vnde ab eo quod gratei fplendere dicunt nomen fumpflt:
C^uz omnia in ea mente/quz ad Ipcculationem erigitur infint nrcefle
eft:Brit cn m folida ut quemadmodum inunis fludibus fua duririz ita
obfllHt feopu^ lusutipfe integer maneat/illi ucto
illidantur:difruprir<^/rclidant:ltcmens nui lis perturbation bus
frangaturifed illas frangat: dicimus przterea aliquid ez fo lido marmore
clTe.cumnon marmoreis cruftis externe exornatum fit ; fed tota cx
tnaimore conftet.O uapropter 8i buiurcemodi mentem efle oportetiut no
figna quzdam quibumpientiam exoptet przfeTat:rcd tota exardefcensilli
fetn per incumbanErit itidem fummo candore nitens: ut nulla fit corporea
labe polluta.Q_uo enim padofplendore carere poflit ea meos cum fapimtiam
na qua perceptura fit:nifi prius multis dodrinis illuflrec%Teplu uero
Pbcebo Dia nzip ponir:qa^ut mo diceba ^ & diuinayt & buanape reru
cognitio cft rapictia Dies aut fcftosfoli Apollini illituit:qauenis cultus foKs
diuinis debctur.polfi ctt & S jbilJz penetndia: in qbus fuz fortes 8C
arcana codanf : Na nifi alta totte I^bct giMrtus. rcpofita maneant ea qax per
dodnnam acquirimus 'ueluti rianai puelfa; alHduo labonbimus:ne<p
unquam pcrforarum uas adimplere uaI(bimus:Q_uapr(v pter 6C uiri ledi
fortibus przponendi funt t Nam excellentes funt uires animi ad bbendx :
quibusiqux didicerimus optime mandentur : Curadum autem in pri Inis ne
refponla frondibus (dipta tradantur: Sed ore pronuntient ur:Non enim
JibcUisfiCcommcnUrioIi SCT edmdafuntquzaddircimus: fed menti: Ne^
ruro (iuleuium flultilium^ rerum eQ quaerenda dodrina ueluti qui in
dialedicorum fuperfluis apdunculis/ac uanis amphibologiis/autlnanibus
fabellis omne pen e tempusterunt: Vereautem illud didumeftfybillam circa
principiuih nondum pbcebi padentem eflie : Ea enim principium nondum
pheebi patientem effe: Ea enim quz cognitu difficillima funt/fuidpete non
ualent noftra ingeniola donec Apollonis enim eff neritas^nos componat :
ea enim inffrudis omnia Facilia redo •duntut : Sed audi quid dicat
Ijbilla . O tandem magnis pelagi defunde periclis: Sed toris grauiora
manent : Nihil grauius nihil uerius : Q_ui enim omiffa ciuili uitaad eam
peruenitiquz in contemplandis rebuspolitaeffiille relido pelago^ io
contipentem fefe recepit : Vita enim quz in adionibus uerfatur : fluduati
ma ti fimiliima eff : Videmus enim omnia quz in ea aguntur : fottunz
procellis ezo polita effe : Contemplatio autem cum ad ea uertatup : quz
eodem femper fe mo do habent: ne^ in intoitum cadunt in folido hzret :
Magnis itacp pelagi pericuo lisiadatus eft zneas prius quam longis
erroribus circumadus diuerfa horrendao ^ maris monffra uitare potuerit:
Diffeile enim fuit ut troianum incendium ino columis ruaderet :
laborioTum ut audelitate atep auaritia deterritus e tbracia abi ret : In commodum
ut ambiguitate oraculi deceptus in trinacenfem pedem incio deret .
Q_uisautem barpyarum foedam illuuiem non abhomineturrQ_uamuis iter ad
Helenum per medios hofies non formidet . Q_uh cyclopum immanitao
tenonconffematurrMariaautemlicula ita caute obire: utneue Ttyllam neue
•baiybdim conrpidati^^ tempeftati a lunone zolo^ ezeitatz ita refidere:ne
nau &agium faciat non hominis fed herois eff . prztereo quz in fodis
in africano Kt« tore paffus eff : quas ilh fraudes luno parauerit : quo
amoris uinculo Dido illiga •erit : prztereo quz in Sidlia ex incendio
nauium damna acczperit: uz om« nia gtauia ac tunc periculis plena
cum perpeffus fuerit: quo nammodoin Italia duriora paffurus eff : Non
tamen procul a uero aberat fybilla : Cum enim a com muniuitaac hominum
coetu te in folitudinem ucndicaueris : tunc acriores quaf dam uduti faces
carum rcrum/quas rcliquiffi memoria admouet : & illarum de Gdepo
acenimi infurgunt morius : At^ cum obliuioni iam eam mandaffe puta tnus :
tum maxime illuum ingeminant curz : rurfufip refurgens fzuit amor':ut
nili firmiffimaancbotaiuuesfundauerit/uideatur in Afncamrenaaigaturuve
Non enim 6C li firmum fit propofitum minime inde difccderc: tamen ceffat
ccr« tamen cum aliud illecebrzolimadzuitz aliud przfens confiliumfuadeat.
Ve» tutin Italiam Aeneas:uenim eo uimitumgcnerequipurgatoriz appellantur
a quibus antea quam penitus expiau fit mens necefle eff ut acerrimum
beliu quc« adsetidum nofftt aiunt fpiritus aduerfus carnem gerat : Nam
quanto magis hzc l^ta humanam imbedllitatem funt: tantnniainri
pcriculoaggtcdimUC.Hu<i tn la. P.Virg. M^Ahcg Of
inaHani enim rodctitemcum deferimus/aut in ferinam lutam per tninian
U atram bilem degeneramuc/aut heroico robore fupra hominem
erigiimjt.Q_ua< propter intenogatus quidam qui in littore
folusuagabaturquicum loquerctot rcrpondi(Tet<p mecuni loquor* Atqui
uide inquit ille ut cum bono homine 1» quaris/& rede quidem t Non
enhn facile Sicipionem inueniaaqui nunquam mi nus folua elTet quam cum
folui • propter huiufccraodi igitur difficultates ah Sj> bilJa fore/ut
cum in Italiam uenerint dardanida;/ii enim uiri tegregii funt / nolA
uenilTc. Inuenientenimaliumin latio Achillem.inuenientK lunonemaquV bus
non mediocriter uezandi Hnt i Ambitio enim quz ut in lunone ita ia bello
cofo uiro etprimitur quemadmodum troia; & uoluptati aduerfabatui i fic
& fpc culationi quam fibi przfcrri egre patitur aduerfabitur : Eft
autem ex dea natui achillcs / quia diuiiu qux damgenerolitas in animis
noftnsiolita eft t qiuenctni ni parere i omnibus autem imperare uclit
> Hzc ft reda ratione excolatur/ueram fortitudinem parit i lin autem
contra rationem elata omnia in fuam libidinem coouertere tenet/ambitionein
creat t & regnandi cupiditatem t Q^uaproptet tt ft uehementer
degenerer a dea tamen id eft adiuina animi ui origiuem du.itsNd autem
eatolum t quz ucnturanntptzdicitSfbilla : uerum ftcaufain tantorum
malorum profert: Ait cnimuttroiamcuertuntnuptiz mulieris eatdnz: lic ft
in Italia lauinz coniugium bellum acerrimum concitabit t coniungitur
cztemz mulieri animus nofter cum omilla uirtute rebus caducis deledatur .
Q^uapio* pter uoluptas paridis troiam euertit . In Italia uero cum nondum
cupidiutem tc rum humanarum deponere ualeat animus bella excitantur
afpcta illa quidem / fed non in quibus ueluti apud troiam ruocumbatt fed
unde uidor triumphafiy parto regno redeat . Accommodate ut mihi uidentur
omnia hzc inquitAt illud quare didum fit : fed npn ueniiTc ualcnt non intelligo.NI
(i eum qui iam ad fpeculationem peruencrit firmo iam propolito ce oportet
cur illum peenitentia fequatur non uideo t Non enim infiaot uirum etiam
grauem in huiufermodi ftabili propoliro acri fzpe morfu affici : non
tamen ita magnoaf fici puto ut ad pmnitentiam redigatur i nifi fortalTe
hoc didum fu : ut multa per quandam hipctbolcm t (icenim grzci
rupcriationcin appellant / dici confueuere ut ex iis unbis quibus
peenitentia (ignificatur non peenitentiam fed fumma diC>
ficultatemoftcndcreti Ifthuc ipfum inquit BAPTi&TA : uerum uidramus
qd rerpondeat zneas : nempe id quod qui uera dodrina imbuti fuot femper
obfer^ uant : Ait enim fe ita ptzmeditaium uenifle : ut antea fecum animo
omnia euoi uerit . uz enim ante a nobis ptouifa funt ea id fpatium
przbenr/ut antea qui ucniant uel cuitari poflint uel faltem ne
tantum Izdant prouideri : Cum animus ipfefuasuires colligens
tobuftioraduerfus difficuitates reddatur: Nam queme admodum ii boftes
incautos ac nihil tale metuentes inuadamus quamuis 81 Itv co & numero
auperiores flnt facile illos fuperamus. Contra uero uel exiguz eo* piz ii
fpatium ad ea paranda affit: quz prziio conducant lulidii Timo ezcrcitiB
pares fzpe inueniunturific & nos finobifcum cogitauerimus/ quamuis
multa per corporis cogitationem accidere pofTint/ animos tamen czleM
femine oetoa atfi focotdi» ignauixy Ide dederint: aullis laboribus t
nullis
difticultatibiill ul iJi M Stl eu P ffli «I IV.N a id ni ifi m M k d Pf Liber
quartus nuDa foitunz iniutia modo uelintimpediri pofle quo minus in
originem fuam redeant inui<3i ab omni perturbationum prxiio euademus .
Ha»; fecum cu iam diumcditatuseffetarneasnonpetitnuncdemumiila doceri. Verum
in limine contemplandarum rerum poAtus ad inferos deduci orat. Quo in
loco quid G* bi ueiit amez ad infaos dcfcenfus conabor paucis abfoluere i
Si pnus quid infer bus fit : Si quot modis ad eum deficendatur breuiter
demonfhaueto : Infemiim igitur plurimis ante chriQianum nomen fzculis no
folumhebrziuerum etiam cgyptii pofuerunt . Q_uz autem poft chtiftum natu
noftra religio fine ulla dubitatione de inferis de^ peenis t quas apud inferos
nocentutn animz luunt / af> firmat ea omnia ab hebrzis ni fallor
accaqrimus.Q^uz uero zgyptiorum monu mentis mandata funt ea primus ad
grzcos tranftulit Orpheus . Hzc deinde fu« is figmentis auxerut plaui^ ez
grzcorum poetis / quorum principes Homerum H^odumtEurypidem t
Arifiophanemm e(Tc uidemus . Q_uos deinde fecuti e nofirisfuntptzter
Maronem / Ouidius mlmonenfis/ biex bifpania Statius Pa» piniusacLucanus :
&quem plzri^ florenrinum fuilfe putant Claudianus: At ii omnes inferomm
ledes fubterraneas elTe & ad cctrum ufip : qui locus in fpe ta
infimus efi portendi aedidetunt: Q_uapropter fpeluncas quafdam ac terrx
hiatus przfemm fi ignem fumum ue euomant ingrmum ad inferos n5 line mu
liercularum ac rotius uulgi fummo afTenfu fabulati funt . Nam & in laconica
re< gionc Tenanis mons eft circa finem malei promontorii / e cuius
profundiifimo antro quoniam fpiritu id agente fhepitus auditur: facile
fuit uulgo petfuadere inde ad inferos defcendi.Acberufia autem palus in
epiro no procul ab beraclea abargiuo ut fauntHerculedidafpccum habet per
quam cerberum tricipitem Plutonis canem ab Hercule edudum crediderit
antiquitas : Nam de auemo lz> cu nihil efi quod referam:
uulgataenimresefi&a pizrifi^ decantata. Ac de poe tishadmus . Plato
uero eadem difciplina : qua & Orpheus imbutus ita fingula
ptofequicur/ut nihil aliud inferorum locum animis noflris efle ueiit quam
cor» pus ipfiim quo ueluti carcere includuntur . Ipfe em'm animos a fummo
deo ae* atos ponit : Q^ui quidem fuapte natura dudi In deum parentem fuum
conuer tuntur. Nec mirum . Nihil enim eft quod in originem luam cum
pollit non re uetutur. Videmus enim(^ut loco exepli hoc ponam}ignem
huc^ut ita loquar^ tenenum/quia fuperiotis ui ac femine genitus efl fuz
naturz impulfu ad fuperi ora erigi . Conuerfi autem in deum animi eius
radiis ita illuflrantur ut ubi hade nus eorum efientia per fe ueluti
informis fuerat : nunc ilb fulgore conformet' : fit 9 miro quodam modo ut
intra animi eifentiam receptus fulgor no ueluti ez^ terna quzclam Si
aduentitia res in ea refideat : fed ad illius capacitatem tradus ob
foinor quidem reddatur : 8C a fe ipfe degeneret : mend autem proprius ac
nattis talis efiiciatur.Q^uaptopter hoc duce in fui ipfius at^ omnium quz
infra fe ezi ftunt: ea enim corpora funt: cognitionem animus uenit: Deum
uero Si aav> ra quz fupra fe apparent: hoc lumine non cernit. Qui enim
fi iamconnamra« le fibi fadum efl ea quz fupra naturam fuam funt/illo
continget : I d tamen men ti noftrz przfiat : Nam per primam hanc ueluti
fcintillam deo propinquior fz> da aliud accipit lumen & clarius
quidem/quo iam czlefiiumquo^ Si fuperna* m ii ~ f l Ia.
P. Virg.M. Allego. nim remm cognitionem accipiat . Sed hxc te LAVRENTI
latere mmitne puto: Sunt enim non folum dode ac diftinde/fcd omnino
dilucide a Marfilio noftro in iis dialogis explicata : quos ille in
Platonis rympolium confaiptos fub tuo no mine zdidit : Q^uos quidem cum
quia ad te funt t tum maxime quoniam pluri mis acfeledilTimis rebus
abundant familiariflimosribi elTe cupio t Sunt illi qui» dem inquit Verum
przcipue locus ifte menti noftrzhzretsin quo geminum in nobis lumen
elucere demofttat : naturale unum & ingenitum ut dicebas : diuinum
alterum & infufum/quibus limul iundis animi noftri uelu ti geminis
fulFulti alis/totum hunc ruperiorem mundum pcruoLue poiTunt: Ad dit^li
diuino illo femper utantur fore t ut frmpet diuinis bxreant. Infimus autem hic
tctrz locus animante in quo ratio fit canturus uideatur.Q_uod nefiat
efrediuinainflitutumprouidentiatutanimusfui omnino potens flt:ualeat<p
pro fiio arbitrio uel utro<p fimul lumine cum libuerit uti : uel altero
(bIo:propte rea<^ fieri ut natura duce ad natiuum lumen conuerfus fe s
uirefi^ fuas : quz ad fabricandum corpus fpedant/diuino lumine ad
przfensomiflblolum confide.' tet : illafcp in corpore conflruendo
exercere cupiat . Rede ac memoriter tenes inquit Baptifla s confifHt igitur in
czio ut Platoni quem poeta fequitur/placere ui.< demus animus noder
ipfius diuinz naturz contemplatione pcifiuens : Verum il la quam dicebas
cupiditate infedus & ipQi cogitationis mole degrauatus in infe» ra
defeendere indpit .Verum quoniam cum de inferni finibus ex fententia Plato
nisquzritur non fimpicx apud eius philofophi fedatores opinio cdtnoscam
boc tempote fequemur :quam & animorum rationi magis congruam putamust
& dodiotibus magis placere cernimus . Hi igitur bipartitum mundum
ponunt. Nam fupremum czium quod Aplanes uocitatur dellis^ut cd apud
poeta^arde.* tibus aptum fuperorum regionem ede uolu erunt :eofq) campos
elyfios ac beato Tum infulas nominarunt : Saturni uero fpera ac fex
reliquz quz fub illa funtrrut fufep quicquid fpatii inter lunam
terramc^interiacetripfami^ tenam inferis at^ tribuerunt : Altiffima
igitur pars illa qua uel fubdentatur diuina uel condant/ne dar uocatur i
di deorum potus ede ctedimr . Inferiorem uero Icthzum/ac horni num pomm
dicunt r in hunc enim cum a fupetiori czIo per cancrum ea enim ho minum
porta diciturrprolapfa fuerit anima in ipfius hyles quz elcmctorum ma^
terta ed tumultum incidit: quo in loco noui potus ebrietate degrauata&
ueluri temulenta effedadiuinorum obliuifcitur : terrenatum^ rerum
cupiditate ilie« da ita per fubiedas fperas dclabitur : ut ex lingulis
czlotum ordinibus aliquem cotum motuumtquibusufuradeincepsfitin
corporibus acquirat:Nam ab ea quam faturniamdellam nominant
ratioanandi& intelligendia loue agendi a marte audendi uim abducit :
fol uero ut fciat ut etiam opinetur illi cocedittMox a Venere excepta
defiderii motum mutuatur : Inde per mercurii ac lunz czlos de fcendens ab
illo pronunciandi interpretandii^ ab hac plantandi & augendi uires
acquirit : Ac podremo ad terram ueluti ad centrumtquo gtauia omnia
feruntur delata:6C corpus quafi carcerem uel potius fepulchmm ingreda
iurc apud inferos relegata didtur: Moritur enim in corpore anima uelut in
fepulchto demerfar non ita tamen t ut fauiufccmodi morte extinguatur :
licd ut ad tempus obtusturt Liber quartus quabdo quidem illius
diuinitarem noxia corpora tardatititertenishcbetaat artus moribunda^
metnbra.-habes^fed breuiter^quid Platonidinf^um pu tcnt:& quem
animatum ad ipfum defcenfum ponant» Nam^ de tartaris fabii^ lanturpoetzea
omnia animam in corpore pati manifeftum eft . In materiam enim protrada
nouam fyluz ebrietatem haurit cum illam ueluti flumine dema gaturtFIumen
autem ipfum non line exadarationeinquatuor flumina ac flj giam paludem
deducunt. Lethzu achaonta ftygem cocytum ac phegechotu> tenitMateriz
enim admixta anima eunda quz in czlis uidaat obliuifcitur. Q_uaproptaiure
lethzum nomen ab eo quod elt. ficenimobbuifei grzd dicunt potare
finxerunt. Ex hoc autem Achaon ma« nat: quzrcs gaudii priuationem
denotat: quafi Nam quod in dd contemplatione purus exiflens animus
gaudium aedpiebattidom ne ex obliuione amitdttquo quidem amiflbt flyx
quamfadletriflitiam intere pretaberis exonaturneccite
efttftygisdemumpoflrema zfluaria coitum e£fi.< dunbQ_uis enim ex
triftitia in ludum non cadat: te autem non fugit id grz cos dicere: quod
latini lugae interpretantur. Ex diu tumo autem ludu in furoris infaniz^
ardorem inddere roIemustquemphe.gethontem nominant. Ex hyle igitur unico
flumine mala hzcomnja eueniV unt: Q_uapropternon fine fummadodrina ex
letham reliqua fluenta deriua« ci finxeruntrfed hzc in Phzdone a Soaate
latius explicantur : N obis autem de multis puea ad bunclocumtranffnenda
fuerunt :at(^ ea fola quibus defeen fus ad inferos ex Platonis fententia
perfpicuus redderetur: Noflri autem qui ita a deo animas aeari redifljme
fentiunt: ut eodem momento & creentur fi; fuis corporibus
infundanturrnon eas in hoc inferiori mundo uerfari uoluerut: ut commifla
purgarent :Q_uid enim fi ante corpus non fuerant : extra corpus peccare potuaunnfedutfuisrcdis
adionibus: quas omnino liberas habent cz« Io aliquando frui mererentur .
Conceflit enim nobis deus : ut noflro arbitrio Ii' bere utaemur:non ut
per nequitiam delinqueremus: fed ut per religionem fi; iuflitiam nobis
fummum bonum acquireremus: Verum cum perfummam fiultiriam illud
negligcntes corporeis tetrife^ uoluptatibus dciiniti maximis ua nilc^
fceleribus coinquinemur oportuit efle locum ubi a corpore digreflx buiuf
cemodi animz fuorumfadnorumdebitiflimasposnaspcrderet.Himcautc lo cum
arca terrz centru maxime eflie uoluerut:Na cu fi; propheta eripuit deus
ani ma mea de iofernoinferiori dixerit fi; ipfc humani generis faluatorfe
triduo in corde terrxfuturuadmouerit facile couincitur centru
eflctNihilenim eflcctro infcrius:quin fi; ita in medio terrz confiflittut
in medio animante cor efle uide musiQ_ua in parte fi; tenebras
exteriores/quonia a luce remotiflimz fint:fi; de tiu flridorc quonia
nulla folis uis illuc defeendat efle nemo negauerit.Erit igitur in terrz
cerro infernus:fed ita erit ut etia ex iis quz fapietiflime a Gregorio
colli gunc ad aere uflp huc ex terrz fi; aquz caligine
cralTioreptcdat^.Acrp deiferno hadenus ad illu aut aias defcedere oe fere
hominu genus dixit. Sed tn aliud alii fentiut.Na przdpitatio illaaioru
afuptcmoczloin hzc corpora ad inferos de fccofuscdea Platone
acdicuitCbriflianiuaofczleflo^ animasc fuiscoipotL In.P.Vtrg.M.
Allego. busad inferos trahi admonent. Dicimus itidem uiuentes homines
cuminid tialabuntur/ad inferos rueret Sunt quoc^ qui credant magicis
artibus 6: cat minibus fieri uelutidefcenfus quidam/ut inde euocarianimx
poflint. Verum praeter bos quatuordefccfusqnrus quicftnonuideir
omittendus: Na £( ad in« feros tendimus/cum lumen rationis noftrx ac
induihiam in mali ac omnium oitiorum naturam fpeculandamdeiidmus. Ego
igitur libenter de te feifeitoro Laurenti cum haec omnia perceperis quid
putes hoc Aenezdetcenfu Virgilu um exprimere uoIuifleTlamdudum quid agas
uideo o Baprifta inquit Laurcntius/ac pro eo maximas tibi gratias habeo :Quis
enim non uideatuni. uetfamhanc difpuutionem nonfolum
meisptzabusdatam/uerum etiam a me fratremij meum erudiendum elaboratam :
'Nam fiCli caeteri t qui afTunt omnes mirifice tua otatione deledcnturt
tamen eft eorum ztas ac dodrina huiufcemodi t ut etiam fine duceipfi per
fe hzc omnia cognofeere ualeant. Hos igitur duos erudiendos cum
fuiceperis : propterea^ rede netan fecus quz hadenus difputafii teneamus
/ nofie cupias fine ulla cundationequaxd. rogaueris / cerpondebo: fic enim
& errata facile emendare poteris : 8i fiqd rede teneo id tuoiudicio
confirmatum firmius hzrebit. Petit igitur afybilla quam tu iam dodrinam
interprztatus es/ut ad inferos K ad parentem dedo.> cat: Q_uod cum
petit oftendit mentem przmonfitante ipfa dodtina in fem fualitatem
defcendece . Vult enim nitia quz ab ea funt penitus cognofeere: fed uide
quantum tibi ex hac difputatione debeam : nam non folum effeciftt ut hzc
a Marone diuinitusdida tenerem: fed fimilitudine rerum admonitus ia
quidfibi nofierquoi^ Oanthesuoluerit facile coniedor. fed de hoc alias:
Tu ueto fi placet ad reliqua perge: Rede tu quidem inquit
Baptifiainterprztaris; Me autem tuum ifiud ingenium ac iudicium fummopere
deledant: Verum audiquidilli auaterefpondeatut.ln primis enim defcenfum
ad infetosnul'. lius negocii eiTc demon(lrat:cum nodes diefc^ datis ianua
pateat : Q^uod pro fedo nimis etiam q utilem uerum efi: Naracum procliues
ut fenexquo<^Te rentianus conquzritur a labore ad libidinem fimus /
facile in uitium labimur. RcdilTime^ illud ab Hefiodo Redifiime quo^
6i illud uel claufis oculis illuc defeendi: Nam fiue delinquendo in
uitia labimur ? [uoniam id per llultitiam fit: llultitia autem
rariflimi carent; quid obfccrote acilius inuenies : fiue:fed t^iquos
defcenfus nunc mifibs facio : quorum pro cliuitas pcrfpicue apparet : Id
autem de quo nunc agitur : quis non uidet . Mentem ipfam ac rationem
facile in cognitionem fcnfuum dcfcendcre.Ma ximum autem fit periculum ne
dum cicca lingulas corporis uoluptates uer.> famur / ita illarum
illecebris demulceamur / ut irretiti hzreamus : Facile igi.> tur
fenfus defeendit mens / non autem facile a fenfibus rcuocatur.Id enim
eftab inferis redite: pauci enim quos zquus amauit lupiter: aut ardens
euexitad ztheca uirtus diis geniti pomere : Tria ut uides hominum
gene<a ra ponit quibus liceat ad fuperos reuerti: Sed nos prius de
duobus pofirei> mis dicemus : cenfet Plato quod paulo fupta
explicatiur demonfirauimus animos nofitos rerum terrenarum cupiditate
degrauatos incorpora dcfixt> Liber giiaituf Jcre :
(Quapropter qui prius imbroda nedare<p ueTccbantunid enim eft deo
'fiuebantur t atqi inde mirum gaudium Tumebat t nunc letheum rpoti in re»
lum omnium obliuione mnli Tunt.CQuod (i intra corpus conftitutus ani^
musillius cogitatione ac fordibus inquineturttamdeoiis tenebris
obducitur/ utnulla deinceps fpes (it ad Tuperiorem lucem redeundi: Sin
autem TcipTuni infccoIKgms integre cafte^ degat: 6ecorporis quoad
potedeonfotrium de* clinet ipauladmcz illa obliuione qua ueluti
crapubuino(p opprtlTus obdor» tniTccbat Teexatansualet libi geminas illas
quas iam totiens nomino alascom patate. Illis autem fuffultus facile ex
inferis reiilit: &ad Tuperos rediens iii re gionemfuam reuolattper
duas igitur alas totidem uittutum genera intclligi mus /& eas quz
uitx adiones emendant: quas uno nomine iuftitiam nun» cupatt&eas
quibus in ueri cognitionem ducimur: quas iure optimo religio» nem
nominat. Illud igitur pauci quos ardens cuexit ad aethera uinus:alam
primam exprimit : & uittutes qux de uita & motibus Tunt
intelligit:cumde indeaddit diis geniti potuere figniHcat alam fecundam
:at<pipfam rrligionem quamexuirtutious iisquxad uerum ducunt conftare
uul: Placo : Hxc itaip auntopbilofopho mutuatur Maro cuius quidem dodrinx
non nihil ex ma» thematicorum fcntentia ita addidit : ut nei^ ius Tuum ac
libertatem animis adi merctmeip cxleftia corpora fuaui priuaret:Nam li
animis nolitis uimnecef» Utatcmqi f/dera afferre dicamus/non modo id in
religione noflra impium eiitr fed 6t a Tummorum philoTophorum dodrina
abhorrens : Verum ut intelli» gas ntip hoc a Platonico dogmate alienum
elfe / refert ille in Thimxo ratio» naiis animi effedionem nulli nili
deotribuendamiquoniam ipfe eiTentiam ac ^ rationem animorum
noftrorumcreat.Corpus autem ac exteras animi par» tcstuteaeffqux
concupifeit flC qux irafdCur nos ab animo mundi mutuarie Q_uapco{aer St
li mens ipTa nolha nullo fyderum imperio fubieda Iit : tamen quia nullam
adionrm ex iis unde uirtutes uitiam manant nili per fenTus ac ap» petitum
exercet: Illis autem quoniam a corpore funt uacias aut ad uirtutes affe»
dionesiauc in uitfa prcKliuitates inferunt fydera /permulti interelTe uidet ur
quo fydere nati fimus:Nr<^ folum ad bxcqux ad uicam & mores
pertinere diximusr ucrum d ad ea qux fpeculationem K ueri cognition cm
refpiciunn Nam li on» nes omnium animi eadem natura funtiunde nili a
corpore eritrquod alii inge» nioiudicio ac memoria
excellentilTimirxillanttln aliis hxcnulla appareanc: cu autem omnis
nofira cognitio ab iis qux efficiuntur ad cfficientiatn:& ab iis qux
loco 8C tempore nrcufcribu Dtur ad infinira initium fumatrmulta obiicinir
dif» licultas animis noftristut intelligentiamut feientiam ut fapientiam
alTequanturt cumuircsillx:qux paulo ante dicebama membrotum : quibus
ueluti inftru» mentis utuntur deprauatione bebercant : nei^ fe explicare
poflint: cura igi» lurapud Platonem ruumlegilfet Maro nili geminas illas
alas recuperemus ad Superos redite non poffe : Cum itidem illarum
recuperationem a fyderibus caquam oilendi ratione impediri aniroaduerterctiut
a loue xquoamarrmur opus ciTe ofiendit . Hoc autem nihil aliud eft / nili
ut benignitate fydaun»ffcdionca ad icdaa adiooa acdpctcmt^Natacum plancutum
uuia uiafit ,1 In.P. Virg- M. Allego. Videmus iouis
natura hulufcemodt elTc: ut quos ille in fuo ortu benigfle a(^e dt illi
ad iuftitiam ac religionem proni reddinturrita ut ad eas quas diximus
alas recuperandas impelbtr colligamusigiturnetnincmabinferis rcmeate/nili
al^s recuperet : id autem non clTe fadlc nili iis qui benignitateiiderum
adfupera eti guntur . Sed quid tu.L.Marfilium intuens clanculum
rubmurmuraftit Nempe id Tolum refpondit.L.quod paucis ante diebus cum T
imxum Platonis in maoi bus babetet:mibi de anima mundi dixerat Marlilius
> Cautius inquit.B. mihi progrediendum elTe uideorcum res nobis non
modo cum dodo : V erum etiam cum mcmoriolo litifed quod de mundi anima dicis/id
6L uerum huic lo> co apprime quadrat : cenfet enim Plato
rationis fementem a deo fadamianitnof ^ nodros ab ipfo aeatos/ac deinde
mundi animz ueltiendos corpore traditos: ut £2 corpore uedircntur:&
eius pedilTequis uiribus informarentur: Aequum enim fuit:ut quoniam
concupiTcibilis irafcibilifi^ appetitus (alutis corporis gra na func:ii
ab eodem nobis darenturtqui nos corporibus inclulilfct: Vetumquia faz
partes lubricz funtipat fuit: ut qui nobis illasin deterius facile labeutcs
dedif fet idem ipfe aliqua ex parte aberrotibustueretur:labenter<jfubdetatct.Q_u3'
propter iuflit illi fummus pater/ut quando ipfetccirco animis nodris
caufaffl obiiuionisptzditiir<t:quoniam luteo corpore circundederit
hominibus fulgo, rcmueriutis infunderet. Huiufcemodi ita^ przccpbs
obtemperans mundi animus eos omnes quibus zquus ell/aut fomniis oraculis
& portentis autio. terao quodam motu Si ad futuri prouirionrm:6t ad
diuinz legis cognido. nem perducit : ut eo duce alas
recupctcmus.Huncautemmundianimumue tetes theologia qui illos fccuti funt
Platoiuci fzpe louem appellant. Hinc pbcus lupitet inquit pnmogenitus
eft: Iupiter nouiflimus; lupiter capui:Iupb ter mediu.Vniuctfa autem e
loue nata funtihinchinc illud lupitet eft quodeo. ^ uides quodeun^
moueris i Q_uin Si ipfe Maro A ioue principium mufz io. uis omnia plena.
Sunt enim omnia plena animo munducum ijle ita totus in to to mundo fl£ in
qualibet parte totus : ubi^ uigeantutnoftrianimiin fuison. pufculis : Hic
deniip czlumueluti citharam continens harmoniam cfificit ex di uerforum
czlorum fanis: quas cum mufas appcllentiute louisiiliz dicuntur eiremufz:Q_uantam
igitur dodrinamMato tribus uerfibusincluferit/ facili, tis mente concipio
: quamuerbis exprimam. Rede igitur pauci quos zquus amauitlupiter: aut
ardens euexit adzthera uictus. RedefiC illud tenent nia liluz: Ab hyle
enim(^ ut fupra dcmolhauimus ) eS omnis nodra duldtia/ & omnibus
ahimisconugio: quibus impediantur ne ad fuperos redeant. Ve tum de
remeandi difficultatibus badenus : Deinceps nero eas exponit rationa
quibus ita tuto defeendamus ut pateat reditus: Aures autem
lamusfapientiam nobis indicat dne quanonedfpcculado eligendarum
agendarum^ rerum iu dex . Ne^ mireris aurum fapientiz fymbolum apud hunc
poetam obtinere cum plzii^ idem faiptotes fecerint: Vndeillud bpiens
aurum & multitudo gfmmarum Si uas pretiofum labia fdentiz: Aunim enim
eft fapientiz uigor at(j fulgor. Ndium cx metallis auro pretiofius eft. Nibl in
rebus entia pluris facieadum. Fulget maxime aunim. Nihil (apimciacll endi^ i (> i 01 ik IXI BS XD u m uv mt Bd: od Nx m HC pn ioqi iHgg imc
ttdi di (( dux BOC (jB) da. Bidi
BUi liuBi Btit imt « D!
feuii Uni OlC •Wl D« Lib«r
guartui £iu. Nulla eni^oe exeditur aurum : Nulla rea imminuit fapietitiam
t Nullis lordibu saurum coinquinatur t Nullis maculis Tapicntia
deturpatur t Sed latet arbore opaca: mulus cnim ac uariisinfeitiz
tenebris ita obruitur uerumft luco ca cnimcorpons^uc ita ioquar^bebetudo
eft ita tegitur t ut difficile omnino (it illud erueretScite enim Si a
Ocmocrito ufurpabatur natur^n in profundo ueri^ tatem demer(i(fe : Non
tamen prius in hanc contemplationem defeendere uaW mus : quam aureum
ramum deccrpfciimus . Proferpina enim ad fe ire quempi^ am (ine
huiuCcemodi munere uetat . Efi enim profeipina ipfa animi pars quz ni bil
przter lenfus contina : ad quam (i (ine fapientia accederemus nullum
przte» rearemediumdarcturiquomuiusdenobisadum ei Tet.llla enim irretiti
nulla unquam effet fpes redeundi . Rede Si illud piimo^ auulfo non
deficit alter au« reus I fe ip(a enim alitur (apientu : at<p cuenit
inueffigando/ut aliud uerum ali< ud aperiat: nec quicquam percipiatur:
quod ubi perceptum (it ad aliud percipi* endum non diKat : Illud autem
quis non uideat de uero uenifime didum elTe . Nam alte
inuefliganduse(l.diuina enim &czleffia(^(i ueru inuenire uolumus^ non
infima hzc at^ aduca infpicienda funt : omnis enim dodrina a frientia ex
iis efi: quz nullis terminis circunictipta funt&in interitum non
cadunt:lubet ptzterea iam repertum rite a nobis carpi : & iure quidem
ita iubet . Nam nili cer* so quodam otdine pergamus/nibil unquam
proficiemus; Addit enim poffremu illum facile te fecututum i (i a fatis
uoceris : fin autem non uoceris : nec uiribus tunc nec duro ferro
polfeconuelli.Virtutibus enim quz mores corrigunt Si quz tedum zquumij
relpiciunt ualct omnes ira animum a fordibus purgareiut mu di e corporis
migrent : Ad fupremam autem illam rerum cognitione uenire pau ds ommno
datur : at^ iis (blis qui a facis uocantur . (Quapropter rede (i te fata
uocant : Q^uod tamen ut planius exprimam /uolunt Platonici deum poft fe
ip* fum cognolcere . Deinde omnes reliquas res : Tertio autem loco ea
eunda effice lequz cognouit : Poftrema ergo hzea fecunda : Secunda rurfus
a prima depen* det . Namomnes res ptodudt quia illas nouit : Nouit autem
nulla alia ratione : nili quia fe iplum in quo omnia funt contemplatur .
Huiufcemodi itaip ordine rria illa in deo ponunt iu ut pdmam fapientiam :
Secundam prouidentia : Ter* tium fatum nominent . Chnffiam autem cum haec
eadem (nt fallor^fentiant:Fa ti tamen nomen uiz ponere audent : non quia
Platoni irafcanturifed cum uidif fent clfe quafdam in pbilofophia
familias : quz eam fato necelTitatem imponat: ut nullam io adionibus
nobis decernendi libertatem relinquant fati nome odif fe uidentur. At nos
eum quem paulo ante dixi philofophum fecuti dicamus de* um retum caufas id
cft fe ipfum confiderare : Ddnde ortum ordinem : ac deni ^ gubematiunem
rerum quas compleditur intueri t (Q uz ddneeps ita omnia excquitut ut
nullo mexio ualeat impediri i (Quam quidem rem fatum dicunt: Q_uod fi ita
eff uon abeiiant qui dicunt rationem ac ordinem rerum : quam ita mente dd
prouidentiam dicunt in rebus mobilibus ac loco Si tempore dteuioi* pds
fatum did.Te itaip fi f^ta concelTcriiu camus aureus uolens fadiifcp feque^
c Datur igitur pauos Si id diuino quodam extra fortem munere ab ipfa dei
proui dendatcuiusconfilium ferutati nefas bomini efirReduscoim dotdnus
& reda Jn.P. Virg. M.AIIfgO* confiliacius t fed
qux mortali ingenio cotnprzhendi non poirint.Q_uis rniffl adeo
temerarius: ut noiTe contendat cur loanni: cur Pauioapoftolu caapcruc«
rit dominus : quz multis fandifrimisuirts& multa dodrina illuftratis
detegere coluerit : Q_uod exemplum late patet & ad omnes qui in
aliquo dodrinz gene te laborauerint ttanffetri poteft t ut cum multa
eodem (ludio dagrauerint t eatu dem^ operam ac laborem impenderint alii
fummum in eaatte attigerint: aliis autem uix in poftiemis confidere
licuerit . Habes quid aureus ramus meo iudb cio fibi uelit : Q^uod autrm
ad miferi funus pertinet (ic accipe . Mileri odiufa Ia us rede
interpietatur . Q^u ipropter erit eadem inanis quzdam gloria-Snt enim
fummo odio digm qui uiitutrm negligunt : unde folida exprrflai]^ manat
glo> tia . Honores ueto ac reliqua uirtutisiDfigniaredantur:Q_u 'm qui
in uita ct» Ulli res egregias adoriuntur in primis captare cunfueueiunt.
Hi cn<m non redi honedii^ amote : fed gloriz cupiditate laborant: quam
dum aSequi cupitmuS rem publicam fzpc perdunt x&infummumouium odium
incidunt: Egregie igitur luuenalis. Tanto maior famz (itis ed quam
uirtutts. Huiurccmodiigb' tur uiri animi excellentiam (iue a natura fibi
in litam/(iue indudna/atcp exetaca Cone comparatam penitus corrumpunt.
Non enim uirtutera ammt.^cd uita tutis infignia i qua; fzpius malis quam
bonis exhibentur . inanis igitur atip ad» umbrata gloria in rerum
publicarum adminidrationc exceliintioribus ferop ada hatret . Q_
uaproptet Hedoris quotj comitem mifernum fuille tingit . bi enim caritate
patriz magis quam cupidine gloriz moucretur huiufctmodi uiri beatifa
(Ima; omnino ciTent ciuitates : quibus illi przcfTcntiQ^ut igitur ad uitiorum
fpe culationrm ea gratia tendit: ut fe ab illis explicet : cum in primts
hu.ufcimodi gloriam abiiccre necciTe ed :Q_uaproptcr rede eo tempore
roifcrnus extinguitut quo zneas a fybilla prxeepta accipit . I nitium
enim ueri inuedigandi a onlctni m tcritu optime funiitiir : Ncc tamen
fatis fuerat illum extingui :nift etiam fepelu tur : ut nufq jam urdigium
illius appareat : nec unquam reuiuifcat : Q_^uud au tem illum tubicine
fuiiVc dicit : optime quadrat . Ed cnira huiufccmudi hutni« num : ut rrs
a fe gedas quam latilVimc diuulgmt : Si fuo przconio ommbus ofle dant :
Ed prztcrea zoii uentorum regis filius:Nam nibil uentoltus ed illi qui ne
gleda uirtute tc folida & cxprelfa adumbratam quandam & penitus inanem
glo riam aucupentur: unde & tumidi & inflati Si uentoli dicuntur
. Rede Si nlud quo non przdanrior alter aere ciere uiros martemtp
accendere cantu.Q_^uid eni aut Ninum aut Cyrum aut Xerfem ut hos folos de
innumeris aflaticis regibus te feram : quid qua;fo aliud impulit : ut non
contenti patriis Enibus multis popu/ lis ac nationibus beilum inferrent ;
Q_ uid apud grzcos fpartanos aut athenieo' fescxcitauit ut magnam Aftx
partem ruoimpetioadiungerent: QuidHvnni' bali ruafit ut bifpaousgalliift^
fubadisromam orbis caput peteret: i^uidapud njod(os.L. Syllam prius ac. C.Marium:
Deinde luIiuro Czfartm.CD.^PompC'' ium ac podrcmo Odauium K.M. Antonium
eo furore accendit ut ciuiltfaogui occunt^ replerentur nili infanz quzdam
famz cupiditas. Cum gloriam miis rebus quzrerent: quz dolidil Timum
uulgus dupefeere quidem cogant i fapicn Us autem ad iuihfumam
indignaiioncm fummum^ odium concuent t at Q C*1 Gi d DCt
BIB I» '1 ip» a» K*» , tUH cnu
cpi)iii 100 ad siil itd
id* ^1 afi \0 «? |lP< <« Liber
guartui mo tnodo ipfe malus non Ct huiufnmodi uiros bonos dixerit. Sed
quid (i o{v dtni que^ m hominum Ibcictatc uiti : ac pro re publica emoti
ptomptiilimi prz ter id quod patriz caritate in manifedifTimam mortem
ruebant igloriz quoq; cu piditate extremum cafum zquiore animo ferebant :
uis enim ftbi perfuadeat aut Thcmifiocicm athenicnrcm in nauali
prziio apud Salamina gcflu t aut Epa« minundamin ea uidoria qua de
Lacedzmoniis potitus efiraut Spartanum Leo eidam in tbctmopylisuirilitcr
pugnantem nihil de gloria cogitaffe. Ego enim oet^ Brutum lingulari
certamine aduerfus regis exulis filium concurrentem : ne a Sczuolam tanti
animi confiantia dexteram exurentem: ne<^ Decios illos in co jf^ifimos
hoftes iiruentes : ne^ innumerabiles alios qui patnz libertatem fuz nitz
prztulerunt famam quam de fe pofieritati teliduri elTent nihil unquam fe*
dlTe arbitror. Sed nos in re omnibus manifefla nimium fortaffe moramur.
Ita« ^ redeo ad mifemum qui cum tritonem deum prouocare audeat : iute
demens appellari pofTittQ^uid enim fiultius quam (i inanis hzc gloria a
caducis ac cito perituris tebus ptofeda audeat fe illi : quz uera eft
& a diuinis rebus proficifeitur E fumtnam temeritatem
zquiperare.Q^uapropter facile ab ea obruitur. Sed cad rem noftiamtReliqua
autem quz circa funusdeferibuntur hidoriz attp aurium uoluptati
concedantur . Geminas autem columbas geminas illas alas qs d o
fupra diximus intellige . Illas enim ducibus ad contemplandas res tendit
: t autem uoluaes ucnetis: quia oportet illas elTe ab ardenti amore : Nec
iniu tia matrem inuocat : Nam tantam difficultatem nili rapiat amor
facile fugiut ho mines < Illz autem non femel aut uno impetu/fed
paulatim uolando ad locu du eunt : Non enim hominis ell omnia momento
uidete : fed ratiocinando gtada« timacognitisad incognita
uenire:Seduidcquidfequatur:inde ubiuenere ad fauces graue olentis
aueroi. Tollunt fe celeres liquidum^ per aera lapfz:
Sedibus oputis geminz fuper arbore fidunt: Nam quz ad
cantarum raum cognitionem duces fe przbent/eas rerum terrena^ tum
contagionem id enim ell auerni teter odor celerrimo uolatu effugere opor«
tet. Duplex igitur uirtutum genus nos ad ueritatem ducit: quam fine mora
ra.> pit zneas / ut eius luce ea quz per infernum obrcutiffima funt
cernere pofTit.De ioiprio ucro auerni naturalem lod litu demonftrat. Ne
efl quod faaa ab znea petada in feriem noflrz fentenriz digerere
laboremus . Inferuiens enim fuo ar.> gumento poeta eorum lacrorum quz
ad ncaomantiam adhibeant ueteres expli cat. Q_^um autem zneas nudo enfe
Iter aifumere lubeat 6C fi hoc in Ilfdem facris obferuare confucuerint :
tamen admonetur ipfe ut robuflo animo rem arduam acediatur . Aeneas ita^
ducem haud timidis uadentem pafltbus zquat.Nam quis non uideat : quod
dodrina aliqua nobis oftendit id quam celerrime quam oiligentillime effe
arripiendum. Erat autem iter per obfcura : uel quia ut dixi ue ritatem in
obfcuto ab&rufit natura : uel quia uitiorum fedes procul a luce funt:
Q_ui enim rationis lumine illuflratut : is & uerum cognofeit /dc rede agit:
illam autem qui amiferint fua natura ignorata in ultia Incidunt •
Appellat przterea do plutonis uacuas & inania regna . Q^uo quid
ucrius dici poteftfEfi enim u ii 1 1 I!’,! i;l I
* i'i In. P.Vir g.M, Allego. nudiuftertius manifeiHs
rationibus ronuidum mala uitiatp nihil omnino ef fe; quando quidem nihil
afFcrant/fcd bonum pellant. Hoc cum prudens ue hemenf^ uates Perfius
intelligeTctrgrauilTime in eam exclamationem proru/ pit/O curas hominum
/O quantum eft in rebus inane :Vt autem quale eflet ad uin'a initium
expreflius poneret oftendit in tantis tenebris non nihil tamen lucis
apparuilTe.Nam 6C Amentis carcitate in uitium labamur a tamen circa
principia non omne penitus lumen tollitur: Prius enim incontinentes
cAicif mur quam intemperantiam cadamns.Miro autem iudidoquz
fequunturin inferorum ingreAii ponit: Si enim exfententia eius quem
fequitur Platonis deicenfum animorum in fua corpora defaibit / manifcAum
eA animum qui badenus omnium horum malorum expers fuerat in ea nunc omnia
corporis contagione incidere : Omnes enim perturbationes inde fentit: Luduenimea
riA^ angitur. Impendentia timet imotbos laboreAp experitur : fame anp
ege^ ftate urgetur : omnibus denitp quas ille enumerat calamitatibus
prxmitur : quas a corpore liber expertus unquam fuerat. Sin autem
prolapfum animor rum in uitia huiufcemodi defcenfu interpretari uolumus
non multum diuer fa ratio erit : Q_ua; enim res tanta ucloatate commilTum
facinus confequb tur quam fadi pernitentia . Q_u.r autem pernitet is Ane
ludu effe non po# teA . Adde quod confeientix Aim ulis affiduo purgatur neceAe
eA : Vrgent enim illum a Aidux curx : qux ueluti ultrices furix poenas
Aagiriorum feueriAune extinguunt: uod quam dode quam eleganter quam
expteAe pofuetit lu' urnalis quxfo recordamini . Exemplo enim inquit ille
quocunip malo cotn* mittitur ipA difplicct autori prima hxc eA ultio:
quod feiudicenemo nocens abfoluitur. Ac paulo poA; Nam fcoclus intra fc
quicun^ cogitat ullum fadt crimen habet. cedo A conata peregi perpetua
anxietas nec menfx tempore cef fat . lure igitur ultrices curx funt in ucAibulo
poAtx : Nec mirabimur A paU lentes habitent morbi oim Aoicorum
acutiflimas argumentationes intelli^^ mus. Aiunt enim quemadmodum
temperantia fedeat appetitiones: &cmcit ut illx redx rationi pareant
iconfcruat^ conAderata iudida mentis : Ac huic inimicam intemperantiam
eiTcieamcp omnem animi Aatum inflammare cd turbare ac incitare : eoq;
pado omnes ex ea perturbationes gigni . Nam ue» luti cum fanguis in
corpore corruptus eA: aut pituitabilis uere redundat morbi xgrotationcr(p
nafeuntur: Ac prauarum perturbationum diAotunta animum fanitate fpoliat :
uehementerep petturbat : ex perturbationibus ue» ro morbi conAciuntur qux
illi uocant : deinde xgrotationes qux appellantur. Quapropter
perturbatio quia inconAanter turbide^ fe iadant opiniones in motu femper
cA . Verum cum iam huiufcemodi furor ac mentis concitatio inueterauerit :
&tan quam in uenis medullif^ infederit : tum exiAit motbus at^
xgrotatio.Na cum ex falfa quadam opinione qux plus tribuat diuitiis quam
tribuendum At pecuniarum cupiditate inflammemur : nec adhibeatur continuo
Socrati» a quxdam medicina : qux cupiditatem extinguat manat illa in
uenas efficit» ^ cum morbum at^ atgrotationem quam auaritiam nuncupamus.
Rede to Liber quartus ^detn demorbis ut mibi uideris inquit
Laurentius &|ad locum eiplicandum appoiitet Non enim philofophi folum / ut
tu probe demondraui: Sed & oratores BC poetx non corporis folum fed
& animi fcpiflime morbos di« eunt . Ergo ut morbos inquit Baptifta ad
animum ita SC fene Autem reAe refe ternus. Nam cum ipfe adcmrobur<p
mentis ueluti iuuentutem admireritt& ignauia ac torpore quodam ueluti
fenio tabefeit/ facile in uitia: ha;c autem motsanimotum eS/ eum adere
uidemus . Mala autem fuada fames quidnam aliud quaauaritiadefignat: qua
homines ad omne facinus impelluntur.' Q_ua; nam enim res alia nobis
fuadet aut iniuftilfimts bellis innoxios populos iacef (iere I aut
caidesiK rapinas exercere: aut inlatroaniis grafTati:aut uenena pa« rate:
aut fidem fallne: aut patriam at^ dues prodete:ni(i auri facta famesf
Quod quidem fi ita cft eodem quo<^ in loco erit ponenda turpis
zgefias.Cii cnim homines paupertatem: quam nemo fapiens turpem
exifiimauit turpilTk mam putent :eam^ ueluti fummum malum exhorreant
/nihil repugnat: nui Ius pudor obftat quin quo illam fugiant/ omnia
uenalia habeant /nec abfunt tembile suifuformzletum^ labof^:
Namquialuccexulcsinhistcncbrisuer fiintur: nihil praeter defidio fumooum
quaerunt: Nec meminerunt homines adagendum ati^ fpeculandum natos nullum
laborem/qui quidem honefta^ dadiunAusfitelfe fugiendum: De lato ucto fic
accipe. Philosophi qui dt« ca prudentis
acquifitioncmuerfanturanimaduettunt corpus fi fociumad rem agendam
afiumatut maximo fibi eflie impedimento: Sensus cnim qui a.cor< pore
funt nihil in feueritatis: nihil fincen/utrcAe dc his rebus iudiute uale«
ant in fe continent ; Ex quo fit ut animus fi illis ad inueftigandum
utatnrtfzpe dedpiatur:& illorum illecebris ebrius nihil ptofpiciat .
Q_uapropter mentem quam maxime pofliint a fenfibus: BC a corpore
feuocant. Aic cnim in eo qui phe don inferibitut Plato nos tum denii^
beatos futuros fi a corporeis abfirahamur: ac deo fimiles reddamur . Hoc
autem quid aliud qua mori effe dicemusrQ^ua propter fijhuiufcemodi uiri
dum uiuunt mori medicantur: uenientem nemor tem illos trepidaturos
cenftbis.''Stulti autem qui nihil przter corpus nouerut: iniquifiimo
animo illud difiblui patientur.ReAe igitur is quem totiens nomi* no Plato
[PLATONE] ut illos philosophos sic istos philosomatos appellat. Quz omnia
ca probe nofiet Maro non illas terribiles formas elfeifed uideri
terribiles dixit.Re fiquaueroquz enumerantur &fopor& mala mentis
gaudia ac poftremo bcU luni/funz BC difeordia ad eandem rationem quicun^
uel mediocri ingenio uir fuenc facile referet . Nam qui in uitio eft is
tanquun fomnolentus ad omnem honefiam rationem obtorpefeitrNe^ ullam
uoluptatem nifide rebus turpi.» bus capit . bellum autem ac difeordiam
non modo cum aliis : fed fecum geritt cum aliud libido aliud auatitia
fibi uelit.Oefidia illum ad odum : ambitio uero ad labores aduocet.Q_ua
animi difira Aide ueluti furiis exagitatur.in ultimi au tem deferiptione
idem quod BC paulo fupra ofienderac pulcherrimo nuc ac om nino poetico
figmeco depigit. Ipfa enim in medio polita magnu fpariu occupat:
fhiAaautnulluprzbctifedfola umbra nosdeleAattfic turpe facinus ea no«
bisonditiquz nihil folidi habcatifiCquzcu magna uideant /nihil finttut
phip Ia.P.Virg.M.Mlego. gii zfopi ncmplo telido
corpore umbram fedemur > Q^uod eo quo^ ezprcC> fius notat ciun
addat in Hngulis frondibus (Togula inlidere fomnia: at^ ea quidem uana:
Nihil leuius/nihil mutabilius eft frondibus: Ea autem in qui< bus
fummum bonum reponunt ftulti:& quorum gratia rapinas fraudesmul
taipalia flagitia patrant: ut honores diuitias ac reliqua alTequantur: in qua
fot tunastemeriute pofTta Ht/SCqua facile mutentur at^ defluant: nemo eft
qui ignoret: Q_uz etiamuanisfomniis uerilTime comparantur. Sunt eodem
in loco plurima monflra non temere polita: Nam (i ca monflra dicimus
qux przternaturx legem eueniunt/ eunda flagitia ueio nomine monflra
appellax buntur / cum pmer rationis legem qua lola homines fumus
exoriantur.Me fito autem Ixionis filii putantur centauri : nam ille
contempta iuftitia abm« pto^ humanitatis uinculo populos libetos iugo
tyrannidis oppre(Tu:Q_ua^ propter eius cogitationes apnneipio aliquid
humanitatis przferentes inim« manitatemat^ eficriutemquandam tandem
degenerant: Non infdte igitur Plutarchus dimonflrat / huiufcemodi homines
tanquam fimulachro uirtu» tis adhzrentes/ nihil ITncerum/nihil tedum/fed
mixta omnia at<p nota face* re: Cum fuam quif^ uoluptatem
fequatur/fummis petturbationibus ad fu* os impetus delatus: Prolixior
limqua rerum multitudo poflulat: 11 utran^ fcyllam profequar:in iift^
nimias cupiditates exprimi oftendam: nam Hy* dra ad dolos fraudefi^
referti facile potcft.Fuit enim Hydra Platone tcllefo* phiflaalidillimus:
nam cuueri inuelligandi duplex modus fitpetuetas alter alter pa
fophiftiasrationeshydracauillofasatq} deceptricesargumentationes ponimus:
Cuius uno capite czfo plura renafeantur . Nam una confutata r»> tione
ille fuis argutiis plurimos fubiungit. Hanc autem Hercules igne idefl
ingenii feruore extinguit.Nei^ eft quod & hoc inter monftra
enumerandum negesi Namut uera dialedica ab omnibus
dodiflimisfummoperefemperap probata eft t lic hanc captiofam grauilTimi
femper uiti abhominati fuot : Chi * meram aut ad iracundiam iGorgones ad
uoluptatum illecebras/ quibus ftul* d in faxum conuati iccirco dicuntur /
quia nimis illas obftupefcunt.Prudca tes uero & Palladis zgide 8i
Mercurii gladio facile interimunt refetn quis no uideat : Briarei autem
ac reliquorum qui aduetfus deos bella gelferunt / fabu lamrcdilfime
interpretatur Cicero /cum id nihil aliud lic qua bene monenti naturz
repugnate : Gerion uero 11 grzcum nomen interpreteris / terrz litem
exprimet . Lis autem zterna eft terrz id eft corporis aduerfus
fpiritum.Ecitita ^ Gerion pars elfccminatior animi a fenfibus ptofeda :
quz in homine uitio fo uniuerfz animz imperat. Q_uaproptet quoniam funt
ttes animz par** tes / tribus illum infulis impcralfe fabulantur : cuius
canis iccirco biceps cfit quia cupidiute llmul & timore laborat . His
igitur monftris pettenefa* dus Aeneas uim parabat. At Sybilla hominem
cotnmouefadens ea omnia fimulachrauanacfleoftendit:llIa^ non ui
fupcranda/fed radone cognolizn da: cognita^ fugienda iubet. Poft
huiufcemodi monftra ad Acherontem Si cocytum deuenitunde quibus
fluminibus Si 11 paulo fupta didum llt:ea tame alia quadi tone
ptofequamut.A cdcupilcentia nfa uelud a fonte manat aqua: que ttygnu
palude cffidt.Ne a concupifeentia primu j>uenit cogrtatio/drnide
adioquapeccamus: Achcronpo(lhzccoDatatiorfluuiusc(l:nain per cum tt*
ptimirur motusad dagitiarhic autem poft cogitationem excitatunNrqt prerer
rationem cft quod illum ingenti tumultu ferri Seneca dicat: Non entm
poteft animus Itnefirepitu reludantis confeientiz in facinus
ferti:Q^uoniam autem fauiufccmodi peccandi deliberatione uoluntas in
uitium traniitsiccirco in hoc flumine nauiculamnautamipponunt.Poftuero
buiufcemodi tranlltum id au tem cft poli peccatum/fequitur mceror/quem
refert ipfa flyx.pollrrmo maior ludus qui eft cocytus . Vt igitur ponatur
ante oculos illa^ut ita loquar} grada^ tioiprimolocoeliconfcientiz
motustfecundo deliberatio fufapiendi flagitiit poft hanc maeror ac demum
maior ludus:primum ita^ ac tertium (lyx fignifi» cat/fecundum
Acherontquattum cocytus .Sumopere me hzc deled.<nc inquit LAVRENTlVS.nerpme
offendit quod eofdem fluuios nonaduna/fed ad piares rationes ttanfFeras.
Videmus enim & grauiflimosin nollra theologia lo
cosuariismodisadodilTimisuiris intcrprctari. Habes igiturdrfluminibus in
quitBAPTlSTA:Nunc quid libi Charon uelit/confiderandu cenfeorNara
portitor has horrendas aquas: & flumina feruat terribili fqualote
charonicui plunma mento Canicies inculta iacet.uerum ut res fuo ordine
progrediatur/ non nautam folum: fed £Cniuem limul intcrprerabimurtSit
igitur nauis uolu> tas:licnautalibeteuoluntatisaibitriuni: Nauis
lurfus cocoinfuum cu fumdi ngitur.Hiceledionrm exprimittipra enim
eiedionc libetum aibitrium uolun tatem dirigit t Q_oin U per uela
eziefles incliuadones non erit abfurdum incel Iigere: Nam quo czii
inclinant/id libenter eligimusmili illis fefe ratio opponat: cuius tanta
uisell/ut etiam fyderibusdominetur.Pergrata hzc funt quz dicis inquit
LAVREntius. Video enim te chrillianorum dogma retinere: ut tamen
mathematicos oinonoirrideasiScdfequereobrecrotSenex cll chaio inquit bA
PTlSTAtqmaiali no tepore ut Platonici:quosfequic poeta/uolut dignitate
faltem & origine prior cil corpore. Adde qdzternacfl:zcemitate aut nthil
ana tiquius:Q_uaproptcr Si, arbitnu libetu in illis zternu:Sed auda deo
uiridili^ fc ncdustqanuquamdeficit.Ellaut terribili fqualore &ex
humeris fordidustili amidusdepcndet.Q_uz omnia ad corpus tediflime ni
fallor referuncut : cor« pus enim ucluti ueltimemum ellanimz: quod
alfiduo mutatur ueterafeit: actz dem tabefcit.Addit duplicem oculis
flimmam:quia liberi cll arbitrii ad utmta ucliiflcdi/dC ad rationis
fulgotem/8t ad cupiditatum ardorem.non temere au tcmncc tine exadilTima
quadam ratione herebi nodifip flliusell Charon: Ce£ Iffcnim nox in nobis
quz nihil aliud ell nili ipiz ten(brz/quz abinfeinapro iieniut/nulla erit
cofultatioe opus:mens enim fumu bonu perfpicue nofccrcta &in illud
line ulla dubitatione ferret .nuquam enim eligimus nccelTatia/ac fub lata
dubitatide ois confultatio celTat :Q_ uapropter qui iam in tertio uirtutu
gea &erefunt:quas purgati animi appellani/ii prudentia in repe deledu
no utunc' t led przter ea quz lut uera bona nihil nouetutiea^ fola mtuent
. Herebus igi tur.quud uerbu grzce ab obfcuritate originem ducit:ita lefc
rationi opponit Utopuslit cofuitatioci (^uoniauao Cutmdd Keba}acmodeacccllarii&cota la
.P.Virg.M.AIlego» fuUc:opottuit bancuim ea libertate donatam
clTerut aut de plutibua unum/aut de uno <tt ne agendum pro fuo
arbitrio deccrtut. Hoc (i itaefta gratia didtuc Charon«Nibil enim iibaius
cft gratia cum fua fponteproueniattnon autem a cuiufquam merito
debcatur.Q_uaproptei cogi nullo pado uultsat(^ ea de au« fa cum Aeneam
pet tacitum nemus ucnite uidetific prior alIoquitur:Q_uiiiquit cs armatus
qui noiha ad iimina tcdis/Fare age quid uenias idbinc & comprime
grclTum>Nam cum etiam rationem ad (c ucnire uideat liberum arbitri ums Non
ante illam admiaere uult-quam difcutiat diligentius quid fibi agendu
fit.Q^ua» ptopter addiuNcc uero aladcm me Tum laetatus euntem accepilte
lacu > quu ne ad uirtutem quidem trahi uult liberum arbitrium . Verum
antea confultat i Et pofi confultarionem deledum adhibet. Quam quidem rem
animaduettensff billa; (Luimrubiicin Nuilxbci Dndiznccuimtelaferunt;&:
ut appareat illum con cogi/fcd per confuitatiomm peifuaderi aureum ramum
oftcndittllleaute ad uifam fapientiam libenter conuetticur: fiC de natura
hadenus.Nauis uero a czruleo colore confiatilile autem ex albo nigrocp
conEcitur.Conteplator enim inter iofeitiam at^ cognitionem uerfatur.Non
enim mouetur quifpiam ad in» ueftigandum luli aliquid uideat: Rurfus cum
omnia in ea re uidcrit definit fpe culari. Eadem fere ranone futilis
hngitunperceptis enim percipienda adneditt Si autem futilis &,
timofa.Nam antea quam habeatur perfeda rerum cognitio/ non ctit ita
perpetua rerum fenes/ ut nullum intermedium relinquat: Animas uao quas ut
Aeneam recipiat e naui pellit:omnes animorum affedus qui ratio ni
aduerlantur interpretandas opinor. Sed uos fortafie nimis cutiofam
nimir(^ ineptam huiurccmodi interpretationem exifiimabitisicum ita minute
etiam tni nmiaptofcquar. An tute cutiofum aut ifia minuta appellas inquit
LAVRENTlVS: quxetiamli nimis ingeniofe elicienda el Tentidigna tamen funt io
qui» buscJaboresiNuncuerocum fe ultro offerant/quis ea repudietrQ^uin
igitur ptofequetetfiC qyz difputationi noftrx quadrant ne przteri. At^ in
pnmis quid libi Cerberus uclit/nobis apeiiiNam &quod cymba gemuetitifiCquodrimofa
inultam paludem acceperit : ego nifi tu aliter fentias fic accipio/ut in altero
fpeca lationis diificultatemiin altero terrenarum uolupratum illecebras :
qux furtim dum uitia fpeculamut interfluunt/exprimere uolueritiPromptum
pa immor» talem deum ingenium/^ ad omnia uerfanle in te elTe uideo LA
VTENTi in» quit bAPTlSTAtnei^ commodius ifia meintapretari potuiflie
fateor: Ad cer betu autem de quo audire cupis /paulo poftucniam:Interim
pauca qux omi(< fafunt/percutramus: Ad nautam omnes confluunt
animxtomant^ pnmx tranl Huuiumpottariiteltdunt^ manus tipz ulterioris
amore: Hic iguur con» curfushocut puto fignificatomnes natura
fdre.cupimus: natura autem non omnes admittit: quia liberum menns
arbitrium non omnes ad.fpcculatiooe adtmttit : nam quod in humatorum
animx cenmm annos uagentutt de zgf* ptiorumconfuctudinc tradum: 6c Seruius
& Seneca affirmant i Q^uam rem deinde Orpheus^ad inferos tranfiulit:
Vehementer uero quadrat Palinurum a fybilla feuere calbgari: nefas enim
efi cum appetitum ad ueriinuefligatio» bem ttaduccre/qui aducHiis
rationem contumax fit r Sed redeo ad Aenca;^ at at 0
jlU, DI ii a a » 0 3 i i Liboguartuf
tat) jcm charon ad ahetam lipam iocolumetn traducit.Ipfd «tiim poft
diutumu catamen rationis Kappetttus in fpeculationtm tradudtur.Q_uo in
loroaio^ uutn adunfus fc bellum cxdtari Tentit, Cerberus enim ha;c ingens
latratu regna tnfaud petfoiutaduerforecubans immanis in antro.Scd
animaduerte qua par» 1)0 negodo omnia a Sybilla pacata reddanturrOffam
enim latranri cani porngit Q_ua uorata ille in fomnum inndit.Q_uaptoptet
occupat zneas aditum cufto« de (iepultotCerberum igitur ea fortalTe
ratione tridpitem poetae tradideruttguo* biam illum terram gux trifanam
diuiditur/interpretantur.dicuntcp grzce quali Omnia enim corpora
uoratterra:quado quidem io ea omnia reddunt.Si i^‘tut terra eft cerberus :
quis non uideat porta noflrum per cciberi latratus noftri corporis
indigentiam exprimere uoIuifTe . Cu enim ad rerum magnarum cognitionem
eriginiunhoc profedo agimustut men tem quoad dus fieri potefi a fenfibus
reucKemusremoritp dircamustnon tamen ex buiulcemodi mortis comentarione
intereat corpus neerfle putestred cft illius ratio babenda.Reclamat enim
ne fibi neceflaria fubnahastlnmrgit^ trifaud lar ttam.Tribus enim rebus
indiget dbo potu ac fomnotin quibus nifi fatis illi a no bis fiat adeo
obflrepct/ut nihil egregium meditari (inat.C^uamobrem nullo par
donegligenda e(l cura corporisrlimplicitcr tamen modelle ac omnino
fobrie/re fidendumtut cum laboribus ruperetTepoflit: nimio tamen luxu contumax
adr uerfus animum non reddaturtpaucis enim natura contenta eft : at<p
ea huiufcer modi funt/ut fine labore: fine fumptu facile comparentur. Nam
ne fortafte ad ea re me te reuocare ardas quibus Ginicus
cotctuscfti^oflincuicmdumolusnul 10 etiam lalecoditum fuauilTimas epulas
prxbere pofnttaudi ea quibus uolupta* tum patronus Epicurus acquiefdt
:Num ipfe minus uiliflimo panno:quam aut purpurea aut ccKdna ucfte a
frigore defendi rxiftimat.nu fitim nifi chio aut aete 11
uinoatinguitnum famem nifi exquiritiflimisregiin^ dapibus fedari pofte pu
tat: Epicurus inquam qui in corporis uoluptatefummum bonum ponit nullu
aliud pulmentum in coenaptzta famem ac fitim quzfiuit : quem etiam legimP
ad panem raro quicquam prztn cafeum addere folitum.Ficedulas autem ac par
Uoncsreliqua(| ilb flagitia quz & Maaobius in pontificalibus Tuorum
tempope ccenisdeteiiaturt&nosno ftratempeftatein romanorum przfulum
dipibus fir nefumma indignatione ac gemitu meminifte non poflumus ueluti
pemitiofilTi mamonftra exhorrebat : Q_ua quidem in te ego terni LAVRENTI
ficut inc zr teris temperantiz partibus iumma laude dignum puto;Nam przter
id quod plu timos iamannos utiunfiurarum articulorum dolores efFugias:uinum
non bi bis nonne pro miraculo haberi poteft/ut tu in tanta mum omnium
affluentia: in tanto urbis noftrz luxutin frequentibus
lautiflimir^proptaalTiduashofpita liutcs BC aebra fodalitia tuz domus
conuiuiis nihil intuum uidum nifi fimplex ac populare fumas: Q_uzdum
cogito redeunt mihi ad memoriam ea quo<^ quzdeFederico
Vrbinatumprindpcnon folum audiui:fed etiam propter antir quumhofpitiumfl Cueteremamidtia
fzpiflimeuidi:Inquoduce^& fiplurimz aliz^ ea magnitudine uirtutes
elucefcant/ut ueluti folis radiis minora fydera Oiancfcunt t ita hzc
illatum fplendote obruatuntamen quis non obftupefcat ta Id.P. Virg.M.AlIego;
tiu Meorinaumacrobrirtitf modicamincaftrisubiuJrtrolrt Wtn
f*t« inopia nullu inter fumtnfi duce ac extremos lyxas & alones d.(c^«
, elTe patn tfed domi quocj ac in aulatin qua cu ota ornamenta pana
fefe offerantmec uiq aut liberalitas/autmagnificeoa defideret s tamc
difcubent* illo nulli aut palalaSo aut nometano/fed Bi philofopho &
oraton ocw relin^ tur.lpfe enim a primis annis uini prciflT.mus
fuiticuius ufum paulatim inteitendo eo progtelTus eft/ut iam diu illud
omiferit/nemo eQ qm communioni epulis/nerao qui fimplidoribus uefcatur/quibus
dum corpons U.TO r fiaui(rimisinterimd Wu«o™“‘l'fP»°"J'l?“perfipefii
dum lingulis annis ualitudinis oaanduj raufa romanos
aumnmos Sfugiensadillum diuertor:uidearmihia Sardanapall.c«rn.sm AIano.conu.-
uium inddiffe/K ad aliquem foaaticum hofpitem deueniftim quo pnfc*
con. tinentix ueftigia tam uehementer me deledat/quamm notoojir hominum
qui rubris nigrifqj galeris:ac niueis riciniis totius fanditatis doannam
phtent luxm lafciuiam exaritat.Pudet enim pudet mi Uurenti pigetip
noftroju «orumm m totius rei publicx chriftianx curiam in qua integra
religione maximaij dodnia nonnullos optimos patres K tanto fenatu dignos
elTe non negaueom/iis homu nibus aditum quotidie patere uideamiquos ego
tunc demum fenatorium ordi. nem romx iure obtinere cenferem/li
Heliogabalus ib inferis redudus rurfusim peraret. Verum cu hxcme alio in
loco deploralTe meminenm agamus quod iltat. AtcB naturam noftram minimis
cotetam effe intelligamus.Q_uod cu expnmere cupet Maro Sybillam quxueradodhinaeft
inducit offam in qua & andu 8Cb^ mefcens fimul alimetum
fit/Cerbero porrigetem/qua faale & fihm? I*' det:& in fomnu
inddat.Aureu pfedo prxceptu.Nam qui aut Uutiflimis epulis corpori
indulgetiaut uaria uina exqrit ipfa crapula at(j ebrietate « c^us contu
max fibi reddit/8J animi aciem ita hcbetat/ut nihil altu fufpicere poflit .
Upt^ quidem funt ifta qux dids inqt LAVRENTlVS. Verum de Cerberonon
idem TOCtas omnes fentire uideoiMaro enim eum canem ita latratem
inducit/ut non egredi fed ingredi cupientibus aduerfet":cuius qdem
rei rationem optime a te ex Mfitam effe intelligo. Nam huiufcemodi
corporis indigentia non iis allatrat qui corpus curadum redeutifed iis
qui illo negUao ad ueri cognitione £0“«“^ ItacK ut dixi ego qd Maro
fibiuelit plane tenere uideot; Veru cum apud Heli» dum poetam ut te non
fugit nobiliflimum legerim Cerberum uenietibusauda auribufm
blandiriiExire ucro nemine patiiln infidiis enim delitefcesjqucmcua extra
ianuam offendatiftatim morfu laniat s no intelligo quo nam modo hxcoi no
inter fe diuctfa non fint nifi fortaffe alium ad inferos defccfum um Maro
exprimere uoluerit.Ingeniofe tu quidem inquit ® dit enim ad infaos
xneasiqa in uitiopr cognitione tcdit:Q_uod fi ita eu ingit™ enti aduerfabic
Cerberusrodit enim hxc corpusiFac aut aliu no ut imU nan^ cognofcat
inferos petereifed in ipfa uitia labi auribus 8i cauda bladiet Cnbe^ qppe
qui illu ingredi cupiatiNam qd aliud moliunt' iquid aliud conant perd»
boies nifi ut tridpitisbelluac non folii indigeti* fatiffadatifed oes
uoluptates plcanuQ^uod fi ide ifti nonunq pdita uita reliqua «id enim eft
infaos egteoi* - >4^».Liba guam» tcnctit tuc latrat tunr
mordtt canis.Rrde igtt'’ addubitaftt.Rrdt us aut dubitatio orm fuluifii.brd
ut ad Maronis cci bttutn rrdcam facile ille (imp KnlTtnis rpuHs
arquieuits Acneasautnn celer ripam cuaditsNon enim lente K cum fegritie
bacc adtunda funcfcd omni contentione at<]t ardore captiTcnda. Q_uc
niam aut or* do in rebus huiufccmodi cft ut primo uitia cognolcanf. Cognita
deinde effuga» lunut pofirtmo illis purgati rerum diuinatum in quibus
fummumbrnum con fidit idonei contemplatores eifiriamur/erat illi totius
bumanz uitz curfus mrn< te repetendus/ut peripicuc intelligeret no
folum quato fe fcelere adnngit qui no biliore fui parte neglcda in uno
corpore:& in iis qux a corpore fum uoluptatib? fpem omnem reponunt.
Veium etiam quata miferia opptimanf.Earo enim uir tutum armis quibus
folis uidenes euadne potuilTi nt penitus exuti nudelilTimis fortunzidibus
nudos fefe obticiunt/& ut ca»era aduerfa/qux innumera quoti« die
aeddunt omittam /mortem ipfara qux lingulis borarum momentis impedet
uelub lummum omnium maloium rxlKHret.Q_ui quidem matus enam Ii nui la
alia ptutbanone adiaans ipfe unus nos nunq refpirare linit.Q_uaprnpter
hac iirpeipfosmfantesin pnmo uitz limine petere oftedit.Hac & in
fontibus p uim mferri edocet. Hac & libi iplis eos afferre
demonfiratiqui adeo imbecillo animo fimt/ut grauilTimis quibufdam ptutbationibus
fe pares gerere nequeat. Q^ux q dem omnia diUgenter intuens xneas decernit
tadem hoc in primis fapienti prx« fiandum elTe ut culpa uacet/mortem
autem ipfam inter naturx munera eoumc ret/cum cz ea no folum nihil mali
nobis id eft animis noftris eueni» / fed contra fummum bonum/quonia a tam
tetro carcercfoluti in noftram nanira rcdeam5’. Qua qdem ratione faceti
cogemur amice at<^ indulgentet cu illis efle adum qui antea ad
buUifcemodi miferiis erepti Itnt/quam in casinciderint diuind omni
nomunus illudincIcobim/ttbito Dcalunonecollatumtquipfofuma in ipfam deam
arqi in matrem pietate moetemcofecuti fint/Cxtenlt^ omnibus natienb bus
ac populis fapietiotescl Te traufosputabimus/ii enim populi in thracia
funt qui fuorum onum multis lachrimis ac lamentationibus excipiunttquot
mala il« hsin uica cucnmra line enumerares. Obitum uero omni genere
lattitix ^ fcquua tur.Cogitant enim quot erunisq uariisgrauibufip fortunx
cafibus morte libera ti fint.Huiufcetoodi igitur rationibus paulanm xneas
moetum mortis deponit: Q_uin fi aur fe aut quempiam bonum uiium fupplicio
morte ue per fummaiiv iuiiam peti uidcbit non duliilHme ur Xanthippe illa
de (bcrate falrc merenti hoc cucnitetdicet.Scd quod uetumefferapientes
norunt Ihilti uero negant a nrmi« ne nifi a fe ipfo quenq Izdi polTc
affirmabitmetp quicq quod turpitudine careac in malis cuumerabiti^uin
Kfoaatica argumentatione couincctquicuipiniue fiecrudeliterip in aiiuiu
«gerit non illum fed fcipfum iniuria alficere.Eos autem omni odio
infcdandosducct/qui animum immortalem fiuptr natura itaro* bulium/ut
humana omnia contencre polTit adeo fua ftulttria enenuuerittadeo £ taua
confuetudinc imbecillum reddittut famineo amore incefus in eum pau» tim
furorem ptolapfus fittut fibi ipfc manus atruleritiK morte q fummum
tC> fetnalum putabatiid quo urgebatur malum effugere tentauerit . Q_ua
quidem in te pnmum ignauiam ai<f incttiam cotum damnat:quia fua culp
in eum Lbt o ii In.P.V;rg.MtAIkgo. dinofum
atnortin inciderint quem Plato ab humani» morbis natum affirmat: quoniam
illi eofoli afficiant qui uentri ac fomno dediti: et diuinitate fua quam
aroris denlis tenebris obrui pemuferut penitus obliti nihil praeter caduca :
& aut morbo aut aetate cito perituram corporis fortnaih reTpidunn
Q^uamobrem bis pcccant.Nam 8C a principio Tuo deiidioro ocio ac libidinofa
lafduia effedum e(l ut in rem follidtudine plenam inciderint. Deinde cum
morbum fua culpa cotn dum diutius pati ncqueant:fumma fc impietate
afttingunt qui a fummo deo in coipus ueluti in cuftodiam mifii in iuflu
ipiius illud deferunt.Specula^ poii bax extremam eorum hominum
inlaniam/qui cum perfummam iuffitiam intrati/ quillo fccuro^ odo degere
poflient/per fummara tame inturiam ac impietate pa cem pcrturbare/ac
omnia mifcere maluerut.Nam aut nulb iniuria affedi ipfi ul tto auatitia
ambitione ueimpulfi ferto igni fraude nihil tale merentes laceiletut/ aut
ipii lacelTiti nihil de iure quod hominis pprium eft difeeptantes ad uim
qux faamm ed fe contulerunt: Hinc genus humanum cui pa edeordiam in
fummo odo uiuere licuaat affiduo mifccri uidcmusiHinc multarum regionum
popula dones fiC infinito;: mortalium catdes oriri aiaduertimusmt cum
undi^ quzeu^ nobis calamitates eueniut colligerimus:nulla homini q homo
acerbior pedis in.> ueniat : Vides igit q exada lapietia hasc oia
poeticis ligmetis exponantur . quidem quoniam huiufccmodi clVe
animaduertit/ut & cum fcelae dant/ fit po£ fint etiam uido carere/placuit
ut una ac limplid cdmunit^ uia irecur.Cum autea Deipheebo iam difccirum
fuerit/quonia eam iam fefc contcplanda offerut / quz aut penitus
flagitiofa (int/aut pcul ab omni fcelae folam uittutem continet du plicem
iam efle uiam oportetrut altera in itnidram ad ui tia defledaturcAltera uf
to indutt^tnaduirmtesdcueniat^Hociglt inquit LAVRENTIVS fitPytba goram
illum exprimac uoluiife acdiderimtqui littaam yadinuenit.Q_uod no latuit
Perfiuspoeta/cuius cdillud.Et uitz nefeiusenor C5eduxit trepidas ramola
incompita mentes» Ifrhuc ipfum inquit BAPTlSTA.Sed uideamus quzfequa/tur. Æneas
fub rupe (inidra mcenia iata uidet triplid circudata muto, fetifica p/
fcdu tartarotum defcriptio.Locus enim exprimendus iam edin quo uarialole/
ta puniantut. Hzc grzci tartara ab eo quod ed tarattiiid enim cd pettutbatetex
p turbationibus enim uitia oriunc .‘cademi^ paturbatam femper peccatoris
meo» tem tencntilnduduntur autem triplici muroiquia non una ac fimplid
uia fcd tri plia peccamus.ptimo enim quodam folo animi motu ab deprauata
uoldtatc fce Ius condpimus.Secundo deinceps loco accedit adus.Q_ui
podtetno iteeum at/ iterum muItoticnf(^ repetitus habitum
obdudt.Q^uamobrcmhzctria in tat taris iure expreflit poaa quz procul a
uiro beato edic tedatur laaoruffl cartniiid uates.Ille enim fiatim a
principio dc ordif. Beatus uir/qui non abiit in condlio i
piotum.Videsiammotum primumanimi adrcclus.Ocindc fit in uia pacatora non
dctit.Q__uid enim aliud uia cd nid ipfa adioreitquz depius repaita nd am
piius in motu ed:fed iam fedcmdbi ponit fit redda in habitu iam
coadabilito. Rcde igit fit in cathedra pedilentiz non fcdit.Q_uod autem
flammifluo phlege thontbis flumine tartara ambiant" :minimc abfurde
dixit . Odendit enim aidp/ cem itacundiz: fit arumotum zdus quibus id
hominum genus alGduo torretuta Tantum fnim tH uittoruu odium/ut & qui
illis delcdati lutif tandftn pcraitoi tiamdcdudi
uitaniprattcTitan]datnncnt:urhcinrntn(^ oderim i fibi uno ipfia aetnime
iraiiantur . Nam tu donum cblTes tranfifTc dies luretn palufttttn:Ca
ptiui tamen unico habitus dnnui inuiti trahuntur at(^ ira furore^
exeduntur. Q^uapfciptcr tapidus flammis ambit torrentibus omnis t
Tartareus phlegethon. Nulla cnun fomax/nulb fabrorum oflirina magis
exxfluat quam feeleratorum mens» Nam Taxa a flumine contorta oflendunt
quam graues quam molefli flnt buiufccmodi motus ati^ «agitationes. Addit
ad ba;c portam munitifilma fit foli do adamante columnas: quibus locum
ita munitum redditiut net^uirorumne ^ czluolarum ui efitingi poflit. Quid
ergo flbi uult dodiffimus uir: Nempe hoc ut puto uiros flagitiofos ac
permtos cum in tartara deuenerint. Id autem eft cutn longo habitu fcclaum
mancipia cfFcdi fint/nullis uirorum monitisi nullis diuinis ptxccptiss nulla
deniipfyderum clemmtiainde eripi pofleiQ^uaprcs' pter iute tales homines
fit larini perditos it grxd afotos appellant.Erit igitur in quit LAVRENTl
VS amifliim in illis liberum mentis arbitrium / ut fit fl uelint
aduirtutem redire nequeant. Video fit in hoc ingenii tui acumen inquit
BAPTi bTA . Nam breui interrogatiuncula illa omniaconcitafli : quz a
grauiflimis phr lofophis de uoluntario dem inuoluntario quzri folent . ua
quidem in re no folum ingenium laudo/ redconfilium quotp uehrmenter
approbo .Nam cum multa liefe tibi offerant tquzfloc cuiufquam auxilio
ipfe tibi foluere polTis/ea tamen ab alio dici mauis/ut fit raodeftizquod
nihil tibi arroges: fit igmiiquod prudenter interroges flmul laudem feras
. Verum facile ita huic loco occurretur li dicemus non uoluiife poetam
ineuitabilem neceflitatrm/red eam difficultate quz impoflibilitati
proxima (it demonflrare.Sed fac etiam(^(T placet)omnrtn ex cidendi
facultatem adimere . Non tamen dicemus flagitia quz committunt in^
uoluntariacffe.quando illorum principium uoluntaiium ruit . Nouitenimin#
continens peccate curo adulterium committit: potefl^abflinerefi uult.
Peccat igitur uolcDS donecafliduishuiufcemodi deprauatis adionibiTs eo
perueniat/ut contrada iam intemperantia etiam fi uelit abfhnerc non
poffit/non tamen inui.' tus dicetur peccaffe/quamuis tunc nolit quoniam licuerat
a principio/modo uo luiffet in firmum illum intemperantiz habitum non
deuenireK^ uaproprer no magis inuituspeccaffe dicetur/q qui fua fponte in
quempiam lapidem iaciat de^ inde pOEnitcntiadudusteuocatetfipoffet
lapidem : qui per aerem fertur quoni amnoUer hominem ferire. Ferit igitur
fi! bene uolens : quoniam initium a fua uoluntatc fuit. Sed hzclatiusapud
Ariflotelem in libro de moribus difputata inuenies . Itatp redeo ad zneam
: qui ut uides urbem ipfam non ihgredit .Nam qui uitiafpeculanmrnon
uniantur interuitia .lllorumuerouimat^ naturam a S)rbilla(^nam eunda
edocet dodrina^penitus intelligit . Procul tamen in limi ne Tyfiphonem
uidet.ponit igitur furias in limine tartari/de quib^plzra<]p quz a
poetis finguntur uelutinotiffima omittam . Plane aurem conflat placuiffe
pri (as foiptonbus quicuni^ maiori flagidofeobflrinxetint a furiis uexari
t ut in Horcfhs Alcmconifi^ matricidio uidemus . Q^uo in loco quidnam
aliud expri tount furiz : nifi inquietudinem aepotius uexationem quandam
turbulentif In.P.Virg.M.AUego. Narorima hxttd uluo
quod fe ludia neroonoanaabfolmtur. VtminU cts/ut mdida/ut d«d<cus/ut
infamiam effugias ; nemo uident : nemo a^ienfc Q
uitcftisdtaripolTitadcfttamen Sp& confciennaiquxu “*8«* Sicium rapit .
|au.ff.mum tcftimonium dior i comnncjt ^am «jb cod*,; U^uenaled.fc^^
ilU flacellai hi fcrpentum moifus quibus fun* nos «agitant. Habes de
tun t S aurem Ufcelera. at, V «auilf.ma«iftunt a principio
enumexat . Impietatem in S in homincs.Nam & tianiam prolem
flurni naulo ante dicebam / confaentix cruciatum
dodioreinterpretantu^ ?e enm ueluti Ceuiffmus fcelcrum uindearqux
flagitio obnoxujU^ i^ na affiduo nmarur : & dum commilli in
mentem dia corrodit /curafm afliduo excitat /nec eefpirandi fpanum
ueroK fxioncm tyrannidis exemplar effe uuir/quo* Upfura cadenti
imminet affimiUs: Nunquam enim fine pe^ione uiuunt . (^uod & Dionyfius ille
iyracufanus Uamodi tamilun L illum beanffimum putanti probe oftendit /
cum illam ita int« ^s epulas ac pretiofa unguenta coliocaflct /ur
umen metu fupta caput equina feta pendentis nulla poffet uoluptate
a la . mSlto rnelius\ofcunt h^ines quam detur modo impeni
acquirendi fa tasttuitate fciant.Ncc ueto diffiale eft intelligne quid
ftbi te ora paratx regifico luxu; cur furiatum maxima luxta
ptohil^t contmgae menfas ; Neq, emm uerius neq, «prelf.us Le
potuittqux in eam homines dementiam protrabit/ut cumpluniM^
geffeS/tum maxime fame per, re malint quam congefta fe &
pulchre Orarius Tantalo illos comptat / qui apud in miiima aquarum pomotumtp
copia fm fame^ torqueatur. Pulchre em am^ illud tCongefiis undiq,
Ciccis indormis inhians & tanq^uain SI coceti* j pidi» unquam
gaudete ubellis. Magna ptofedo nutn da qw non norunt harum rerum
poffelTioncm non propter fe ntef illatum ufum.6 uapropttrbonailia
nontede/uuliaautemtecteappmus. Sed nimis mulu quando multis iamin locis de
auanua diximus /i «deliqua uidcamu* : Saxum enim ingens ii uoluum i. Quotum
uiu per Itm mam mftriamin eo uerfaturiutCcmpcr ea prtantitamohn “ir
««/qux aut nativam aut fortunam suam confbtuu efficere nequeant i o^el^
eoii« conatus irtiti mefficacefij fint.Rourum uao udus dettndi pendere
nmw‘ Kdicuntur.quinibilranonefiiconfilM) ptzuidcnteiinihil P‘“^, deo
fe fortunx conimittilnt/ut eius cafibusuelun inter eutyp fludibus ucw
affiduo totentur.ne« uittutem ullam habent in quatn ueluu in tutum ttanq him potturo
W^tteapoepofli Bu Huiufcemodiigitutu UttactchqnaquxpItt r- Liber
guaitiu rimi uaria^ fuot edocet Aeneam Sybilla / dodum^ flattci ut feiUis
«pii> ct admonet : ut punis campos clyfios ingredi poflit . ms igitur
Matontm a Platonis dogmate difcedcrc diat. lllc enim cumfummum bonum in
di' uinarumtetum cognitione pofuiiretiproptetea^ ccnittctomniuuiuium
gr^ nete excellere cum opottae : qui cum Iit futurus beatus / tamen ab
iis in< dpiendum cITc oftcndit qua: Ant in uiu & moribus poliiz .
Cum enim dv uioa / quae puriflima 6i ab omni labe corporea impolluta lunt
impurus nr-< mo attingere ualeatt pcrhuiufccmodi uirtutes expiemur
neccire cU/ illis ctjita tL uitia cogDolicimust SC cognita abhominamunat
puiilliau ndiu i.xlo^ fiia ac immortalia egredi poAumusiHac igitur
ratione iinpuilus Maio cum ad tummum bonum perducae honunem uelitt ira
Acnram iiiflicuendum curati ut primo uitia omnia edoceat/ deinde illis
cum opiaium ad campos clyAos perducat. Cognita enim uitiorum turpitudine
totum odium Boa inepuiquz quidem prima omnino lapientia cft. Audirus cnim
ad il« km/cA,ut fiulritia careamus . Sed tu nefcioquid mirabundus tecum
animo ooluisiifibuc ipfnm inquit LAVRENT1VS. Stduide.quantum tibi
extua diTputationc debeam. Dum cnim mihi planum icddeie Maronem
ttnusi id^ efficis eodem tempore in noAri duis diuinum poema induds .
Nunc cnim demum pcrfpido quid Abi uclit Oanihcs / qui piimum ad inferos
de< (cendattat^ inde emergens, nullam aliam uiamniA pcrpurgato iialocaadca;
Ium inucniat : Made uiitutis adolcfccns inquit liAPTlSTAi qui non ea ib
lumquz dicam Si A diffidlia Ant facile acapias. Seu quadam Aaulitudiueou
dusinde ad alia accedas/ut cum ilk maximam laudem ex diiigcntiilin<a qua «
dam ingenii atrihd^ plena imitatione alVccutus At : tu quoqi
uuuciedio<> acm laudem mcrcaris.qui bzc omnia/quanquam uebemcutcr
dilliuiuJata lint in illo poeta rccognofcas. Ego uero inquit.L. quantum
cx huc merear ipfciu« dicabis tqtianquam ueriorne nimio in me amureiaplus
noAiutnlioc ingcnk um longe pluru facias/ qua oportet.iliud tamen Si A
alicnuni a ptopolito fcf<t mone uideatur/non omittam .Tu autem quod
dicam ea laiiunc amc dida aedas ueliin / non ut meum ueluti decretum in
tanta icponam / fed ut iudtci' iitntuum quod ego onmium reliquorum
ludicioaotcponomcu uerbis elici am • Ego a prima pene puetma cx uiaufqi
patentis m Aituio adeo famibate uni uctfum opusAorentim poecz mihi
reddidi / ut pauci omnino Ant in eu lod quos ego Aquando illi huiufecmudi
oblcdamcntt gciius rcquitcter.t/ non fa« cilc ad uubum exprimerem. Sed
quid poteram puer ex um dtumo uacc ptet maa uerba pcteipcre.Nunc autem
cum uniuetfum rci argurocniu mciice peu curro tumma admirauone cius uiii
ingenium ptofequor.Na oi lu upexe fuo te xendo pauca onuiino Ala de
uirgiliaiu teia mutuari uideac ttameii mde oia pe ne Ant.l uiobtcmnuncnd
demum inteiligo/quod nos cx Cict-roms peepto IzpenufflccoLidinus admonete
folct cc in aliquo imitadu diligctcm oino u* dooe adhibcnda.Nci^ enim id
agendum uri idem funus qui fuut miquos imi tamut.Scd cotum ita iimilcs :
ut ipla Amilitudo uix illa quidem neq oiA a do dia iatcUigauit.Sed tu A
uidetut ad inceptum tedi. Cum igitut inquit. & la.P
.Virg.M.Allcgo. omnibus iam uidis expiatum Aeneam ad eamm rerum
cognitionem Mato deduAurus elTettqua; in casiis funt noncxlum fed elyfios
ampos nominat. Miro profedo ingenio u3tes/& qui eodem tempore &
figmento fu o Kuerita tiin(eruiat:Nam& (i apud inferos poetarum more
heroas relcgalTct i tamen nt hzc omnia de czio ilium fentire
animaduertamus largiorem ztherem : ac fuum folem fua^ fydera illis
tribuit / ut cum a figmento nufquam difcedat philofophizumen ucritatem
profequatur . Nos autem (i quos uirosilleincz ios reponat diligentius
confiderabimusiea omnia quz primo difputationis die de utroi^uitz genere
a nobis erporiiafunt acubflime ilium elTe complexum animaduertemus / ut K
qui in rerum cognitione reIigiofe/8; qui in adionu bus ac uitaduiliiufte
uafati Hnt digni omnino exiftant: qui in czlumuelu« ti in originem fuam
redeant i Q_uapropter BC Orpheum Si Mufeum ac reli> quos qui cafti
fuerunt facerdotes : qui phoebo digna locuti uerum reliquis ape rite
potueruntsqui uaharum aitiu inuentioneuitamcxcultiorem reddiderunt
tanquam fpeculatores cotnmemorat. Nei^ tamen eosobmittit qui aut
piisar< mis aut confilio opera induftriaat^ audoritate rem publicam
dcfendcruntiK in duiliacfocialiuita ueifati funt.Huiufcemodi ita<^
animos ab omni cor« porea contagione expiatos cum fimplidlfimz 8C omnino
incorporez naturas fint : SC maximarum rerum capaces exiftant mullis
locorum anguftiis arcuferi ptos nullis regionum terminis inclufos eum
animaduettac / fcd liberrime per omnes mundi oras uagareuideat: ita
Mufeum loquentem indudt: ut often. dat nulli e(fe certam domum Quin &
cum ita fenoit quz gratia cunumiarmo rum^uiuis fuit quz cura nitentes
pafcere equus eadem fequitur tellure repo* flos, demonfkat non clTe
fcimroemoremeotu quz et divinus Plato t placo, nicus CICERONE de animis
noftrisfentit.Cenfent emm adminift ratores terum.p. cum in czium recepti
fuerint regendorum hominum curam non deponere. Net^folumii quiiuflepieqt
uixerunt eodem audore iifdcm (ludiis detinen. tur corpore exuti t quibus
dum uita manebat deledabantur: Verum llagttio. forum quotp animi quoniam
multum ex fordibus quibus intta corpora fe fadauerunt/ fecum inde trahunt
a prilhnis curis difcederc nequeunt. Vidt« ftis ni fallor longum quidem
iter ac difficultatibus erroribufi^ plenum: fed quo tandem uir uirtutis
amator finem diu concupitum attigent. Per uari. 05 enimcafus pertot
diferimina rerum initaliam tendam s OC in quietas f&. des deuenit
Aeneas. Quem quidem fi imitabimur nos corporeis pedibus liberati / SC
nitido uirtutum fonte irrigari eodem uitz genere SC dum intra hzc corpora
uerfabuntur animi nofiri gaudebimus /& cum inde uoiucrint innoftram
originem reuerfi zterno zuo fruemur. Q uz cum ita a BAPTi.STA dida fuilTcnt :
ut difputationi finem impofuiffe uideretur/nihil polfutn inquit LAVRENTIVS
in ram longo fetmone defiderare.Nam a principio ad hunc uf^ locum ita
perpetuo tenore difputatio perduda edtut nihil aut inter* niptu/aut
diuulfum/aut ptzcipicatu t in quu inter mediu aliquod rclidn omif fum ue
fit qri poffu.Sut eni oia mirabili fetie colligata/& eo ordiecotextaiut
ni hil inde demi pofTintiquin quz tcliquutur manca fmt futuraiK nihil
addi qrf J M M S IJ i J i-S rg.§S l-l 1 t-i t 1 1^4"S fi-lltt
quidem 6 ab/it /multopere requlreudu uideat’. Ignoscens tamen nimiz
cupidi tari no(trz/ri td nunc rcquiram:quod cu uehementer mihi planum
reddi cupii idne^badcnusateez porituintclligisnc locuinquo deinceps
exponi poflit teKdu uidei:Ezpefiabam enim non modo fufpenfo uerum etiam
anxio animo quid tu de iis fenrircsrquz furpiciens Anchifes fuo ordine
pandit. T u ueto dum rcbqua inter dirputandum fuis quz^ lods
difiribuis/illa no ueluti familiaria io iufteeiedarfcdtanqua aliena rine
ulla iniuria czclufa procul a tua difputatione amouifti . Qua propter
incertus fum quid agam:Nam ne<^ audeo te longa ora rione defatigatum
quicquaprztercarogareme is quz fcire cupio zquo aiu^ mopoilu carere. Hic
arridens BAPTISTA meminiife inquit te oportet o Lau miri nos huiufcemodi
terminis aniuetram quzfiionem drcurcripiifre : ut quz ambagibus
quibufdam/atip allegoriz figmentis obfcurata effent aperienda pro
poncremusim autem ea tequins quz fuis uerbis fine ullo figmento enarramr.
Ego tamen non ita exada ratione tecum agam/utquodexpado debetur/id fo Ium
enumerem t Sed prauerid gratis aliquid in ea hbcraliiatc accedere uolo :
Id igitur quod Maro ut Principio czlum ac tenasicampofcp liquentes. Lucentenv
^globum lanzritania^a(ha:Spiritus intus alit : huiufcemodi eri utftoicora
de diis opinionem refetat:Longum effe fi nunc omnium antiquorum philofo«
photum de diis immortalibus fententias referam: Q^uz quidem tam diuetfx ta^
inter fe aduerfz funt/ut totidem pene reperiantur/quot funt eorum qui
feri pfciuntcapita: Nonenimfingulzfolumfamilizfingulas fmccrias
excogitari. Sed fzpe inter fe eiufdem fedz uiri uehementer de re ipfa
diffentiunt. Verum ut reliqua ad przfcnsmiffa faciam & ad ea quz
przfenti inquifitioni confentanca funt deucniam:plzri^ ffoicotum:fed
przfertim eorum princeps Zeno uniuer« fum mundi globum mentem &
ratione &fummafapientiaprzdita habere ae« didaunt /eam^ effe ignem
quendam purissimum ac tenuimmu . At ueluti ani mi noftri per fui corporis
particulas oes diffunduntur/ita illu per oia mundi me bta ueluti geniule
femen unde eunda procreantur penetrarciquippe qoi uigot fcmeni^ fit omniu
procreandorum. Virgilius igitur qua uis ui reliquis a Platone fuo nunqua
difcedat tamc cum uidiffet Chiylippu in eo quem de natura deope limpfic
libro Orphei mufd Hefiodi at^ Homeri fabellas ita interpretari ut ide
prifcosolim poetas fenliffeconeturoftendereiquod multis pofiea annis
(loici fenferuntifbtuithacinreneab iis poetis quorum fimilis effe
cupiebat diftiml> Iis putaretur /^ ipse PORTICUM fulcire ac floicis
adhauere.Na Platonis longe alia fententia eff. Ponit enim deu penitus
incorporeum:at^ extia omnem materia omnem mundum
inipfoczlidorfoexiflentem. Qua propteeillu hypcrcof mlon appellatiquoniam
eifentia sua supra cxli uerricem mancaticum tamen ui ac providentia
nufquam abfit.fed omnia circufpiciens etiam minima curet.In phzdro enim
ait. Magnus in czio lupiter citans alatum curtum inccditJ^mua
exoinanscunda.Eodem^ in libro demonftrat locum illum neminem adhuc
laudaiTe poetaiummec unquam pro dignitate laudaturum.Q^uaroobrem cum
Platonici deum eztta mundum ponantiquibus etiam Ariflotelici
alfentiuntutt Stoici aut illu per omne ut dixi mundum diffundat, qs no
uiderit Virgilium /i in. P. Virg. W. AII fgo.
cutn dcutn quctn in potticu uiderat dcfcripliiTcnnimorip noftros illius
partica bs elfe a Chrjiippo acccpilTe.Cu autem prouidcntiam dci multis in
loas prafe quatutinufquara a Phtune difcedit.Non enim idem omnes rendum.Quzras
fottaUe quid de mundo sentiat PLATO [PLATONE]. Ccufet quidem animam eu babcrc/a
qua reliquorum animantium animz (int. bominum autem animos abeo deo
que paulo ante dixi creah:££ ratione exornari uultiCorpus autem atip
cacterasoes vires quas praner ratione mia bi seiTefamus bomiiaiabanimo
mundi elTe (ai bit.EQ enim lile dei uicatiusicuirjlua uniuetla ueluti fua
prouinda denudata Imltai^ illi uita moturai prxbet/non fuaui autfacultate
ledquicquidagitid uelun dei in(humentuagit.Oeclinat igitur paululum de
uia Matotat a Pia/ tonefuo discedit. Cum autem dei prouidentiaplunmis
locis profcquicuri illi totus adbzret.Non enim idem
omnesfentiunt.Sunten:minfortunz qui calt bus omnia ponantiK nullo credat
mundum rectore moueti.Q^ua in sententia Leucippum abdaitem/eiufe conduc
Oemoctimm: Protagoram quo^S Theodorum ac Epicurum repenasi^unt itidem qui
Andotelem fecuti non ita odofum deu ponauut nibil omnino curare dicant.
Illius tamen prouidentia Iu nz orbem dclcenderenoaeduntiSunt deni^K
tettiiqui fitliuniucifumper tingere illam uelint maxima tamen dutaxat
curatr/mininu ucro omnino negli gere opinent. At Piato ut eunda a deo
fada putat/ ftc eunda illum curare exifti mau Atipbzcdedeo.Otbeucto quo
uiallim animos nodtos ab inferis ad coc pustat inde rurfus ad inferos
tranfirefaibit ab academia cftc non negamus: Verum si latius de re
buiufccmodi dilTcrendum propofuilTcmusiextant multo diuiniota quz a tato
philosopho de aiope corpore difcclTu pferre poiTimustSed difficile oino
eff um breui tempore res arduas longa diligende otadone explicandas
bisanguftiis includere ltaij quod roluminffat idagamus lnuenies igitur
apud Platonicos cu mille annos apud inferos fuciint animi bominn ad
corpora illosredireiatijinde uidffim ad inferos remeate.ldi^ totiens facere
do nec duodedm anno^ milia tranliednt. Hunc enim orbe perfedu
extChmat.Na eo fpado penitus purgari aios CTcduti^ptcrea^ poffe illos tu
demu purgatos/in fuam origine et adezicifes fedes reduc: Q_uod iiquis
fuerit qui pbilofophiz fe dcdacibuic ta fadiis purgado obumit:ut aceat ei
poft tria annopt milia ad fupe ros euolate: Adduc ena fiqs teligiofc oino
uixeritieu ante mille annos H purga/ ti/S purgatu (fatim in fua origine
redire: Eff prztcrea quemagnu annu appcl/ ]at:quc cuc finiri aedunt cum
fol una cu luna ac quin^ reliquis enatilibusffel lis ad eade zodiaci
parte rcdieiint. Exado igitur boc tpis circmtu:quc et si vatta sit dodoru
de illo uiro ru sententia rex tamen ac triginta millibus annoruconfi ci
plzrii^ acdidere.ccafec Plotinus omniu bominu animas ad eunde uitz babi
tu rcditutas.Hzcigif'& qualia (int/& quid facicnda/fadleexco libro
perapi cs/que nodu expolitu in manibus hic noffet Matfilius habet: nec
adhuc edidit. Vciu ego cum apud ipfum inbgbinenffdiueniffcm/cafuin cu
incides aperui locof quofdam fuma cum
uoluptate percurri. Res omnino magna eff LA V/ tcd/fl( magnis
ingcniuinbus ttadata Sprotfus digna in qua labores. Poterit nitn no tolum
maxima ac pulcherrima et homini fe ipfum noffc cupiend per
quartus aeeelTariatedocercrcdmrummatn quo admirationem rapere.
Scnbit enim non phyticcCut plxri solent sed metaphyiicc de animoru
noftroru immorta litate/utplane poffit de ea re omnem dubitationem
amouere. Quem librum cu Icges/&ha;c quz deMaronereqiuris:&plzra^
alia quz nos paulo antediuinif fima cfle non rumusmentiti/facilec^nofces.
Qux quidem res facit ut in iis quzpo (hilafiibre uiorquelles /forta(»fuerim.l^hil
tamen eft quod breuitad ^cenfeas. Nam cum ea requireres/quz nullis eius
difputationis quam pepige camus cancellis includerentur/poteram illa meo
iurefilentio przterire. Itacpid facile fi forte obiidatur diluam. Apud vos
vero dodif Timi viri quomodome purgem non invenio.Video enim dum
pofiulanti LAVRENTIO nihil d&> ncgo/duplids errati culpam
inddifle.Nam quid me aut loquadus fingi poteft/ qui quarto iam die ea
eruditifiimis aunbus uefiris inculcare non delinam : quae quadodrina
efiis/uobisqua mihi notiora fint: aut aud adusex cogitari quiim
praemeditatus ad differendum de iis rebus accelferim quzado dilfiinis iifdci diuprz
meditads uids uix faris eleganter pro sua dignitate explicari folcant. Im
mo quid humanius/quid tua fadiitate dignius refpondit Alamanus effid potu
Itqua meanobisodofis dilferere quz tamen magnis vehementer cp urgentia bus
occupationibus przponere non dubitaremus.Nos autem inquit Petrus ac
daiolus uolo enim et pro fratre meo refpondecc ne optare quidem id aulielfe tnuss
quod ultro nobis arridens fortuna attulitiut tu tali przditusfapientia at ELOQUENTIA
VIR ea deduplid quzftione primis duobus diebus breuiter per. Ipicueiabfoluteip
in unum congereresrquz non nili per fummum laborem: (i> mam
indufiriamex multis ac uariis fcnptoribus cruipolfunt . Nam Maro nis
diligentifiima at^ multiplid dodrina referta interpretatio in qua tertio
ac quarto iam die uetfarisitum quia pulcherrima tum quia inaudita accidit
no mi nori Ihiporetqua deledationc nos alfecit. Non polfut fatis pro fua
dignitate lau dariquzatedidafunt inquit Antonius: Sed utinam Baptifia
quoniam reli quamztatem Romzcon fumpfilb hanc tandem fenedutem patriz uel
optao ticodonare uei illa tanquaafuociue exigenti corpore uelisutfzpius te
de magnis rebus difputantem audientes ciues tui dodiores indies meliorefc
reddantur. Verum has ego huius Marci partes ee ducoiTe enim pro ea quz illi
tecu intercedit nec clfitudine modo nitat facile in sua sententia tradudurum
confido. Quin ifihuc ia diu ago inquit Marcusinec prius defina qua aut
ronibus impc' travero aut praecibus ezotnaueto aut defatigando extorfero. Sed
ut confido muItum meineateiuuabit LAVRENTll acluliani ingeniu acftudiu. NI
cu inultu iam in litteris uter pfeccrit: fitr multatu tetu addifceda^
ardentiffima cupiditasrcu cztera illis & a natura 8C a fortuna
adiumeta ad re perficiendam abunde aifintind pariet'' ille diu adolescentibus
quos cariflimos habet operam sua desiderari. At q liceat md iqt BAPTIfta
ego talib5’adolescentibus ounq deerot Sed furgamus ii/SC qm primo mane
uobis e in urbe redeudu.intellexifti cni pau lo an uurcriu publicis Ifis
accctfiri quod reliquu diei eft ualimdini ipedamus. Quzftionu Canuldulefiu
Cbrifiophori Landini [LANDINO] florentini QuaitifiC ultimi libri Finis.
Cum Priuilegio. -Z.sisqfc "Moibc scof. Questo lavoro porta
nuovi elementi allo studio delle complesse vicende inerenti i RERVM GESTARVM
FRANCISCI SPHORTIAE commentarii di Giovanni Simonetta e il relativo
volgarizzamento, la sforziada di Cristoforo LANDINO. Nel saggio introduttivo si
indagano gli aspetti biografici, storici e filologici riguardanti le due opere,
partendo proprio da SIMONETTA, attivo nella cancelleria di SFORZA assieme al
piú noto fratello Cicco Simonetta, e ricostruendo la storia testuale dei
Commentarii dalle loro origini agli emendamenti eseguiti dall’umanista POZZO in
vista dell’editio princeps, senza trascurare le vicende editoriali e le prime
reazioni all’opera. Punto di forza dell’analisi è l’aver ritrovato e studiato
nel dettaglio il manoscritto originale, nonché esemplare di dedica, dei
Commentarii, già noto a SORANZO il secolo scorso quale codice Castelbarco.
L’attenzione si sposta quindi da Milano a Firenze, entrando nell’officina
testuale di Cristoforo LANDINO per sondare la sforziada dal punto di vista
metodologico e contenutistico, con un conseguente particolare riguardo per le
vicende successive all’invio del manoscritto di dedica (copiato da Tommaso
Baldinotti) a Milano, dove il testo viene sottoposto dal Simonetta a numerosi
interventi visibili ancora oggi. Chiude la parte introduttiva un capitolo che
vuole delineare la storia dello sviluppo dei commentarii come genere nel quadro
storiografico dalle origini alla fine del Quattrocento. A seguire il lettore
troverà l’edizione critica della sforziada in veste integrale, corredata di un
approfondito apparato comprensivo degli interventi che ne testimoniano la
ricezione a Milano. Grice: “Perhaps more interesting than the fact that he
loved the Achilleid, and commented on the Eneide, is that he sold the sforzeide
– sull’eroe Milanese, l’invitto Francesco Sforza! Howell in I Medici. Cristoforo
Landino. Cristoforo Landino. Grice: “I love Landino; for one he wrote the first
Italian philosophical dialogue, “Disputationes” – for another, I love the setting!” Landino. Keywords:
dialettica fiorentina – implicatura fiorentina – la Sforziada di Simonetta. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Landino” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Landucci: l’implicatura conversazionale -- i misteri del delitto Gentile e le
bestie senza stato di Vespucci – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Sarzana). Filosofo italiano. Grice: “If I had in Hardie a wonderful mentor to
Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si laurea a Pisa con
Luporini. Insegna a Firenze. Saggi: “Cultura e ideologia in Sanctis” (Milano,
Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza); “L’origine della
scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la storia” (Firenze, Nuova
Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea” (Napoli,
Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS), Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente
in Cartesio, Milano, F. Angeli, I
filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e
fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista,
"Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice:
“Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of
the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI
SERGIO LANDUCCI – I MISTERI DEL DELITTO GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68
IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI
RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN LIBRO SULLA DEMENZA SENILE CHE STA
ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE DICE: "GRANDEZZA È CIÒ
CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE L' ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli
per Robinson-la Repubblica landucci LANDUCCI Per molto tempo
il suo nome è rimasto associato a un grande libro che quando apparve nei primi
anni Settanta fu come una meteora, tanto sembrò strano nel panorama delle cose
che allora si pubblicavano. Sto parlando de I filosofi e i selvaggi (uscì allora
per l' editore Laterza ed è stato ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa
da Einaudi). La sua lettura mi colpì allora e mi rimanda all' oggi con i
"selvaggi", sempre meno variopinti ed esotici, spinti dalla
disperazione ad abbandonare le loro terre martoriate. Il paragone turba Sergio
Landucci. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua faccia triste. Sono venuto
a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si scusa per il fastidio che mi
avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso, gentile ma altresì con un
retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è stato allievo di Luporini, ha
insegnato all' università di Firenze, subendone, dice, tutti i contraccolpi
politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente percepii un generale clima
di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità incredibile la facoltà di
filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero avanti a passo di carica
gli analfabeti, i carichi didattici furono alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho
vissuto tremendamente male gli anni dell' insegnamento e nel 2002 decisi per la
pensione anticipate. È stato così frustrante il lavoro universitario? «Lo
è stato certamente per uno come me. Mi consideravo, come si diceva allora, un "cane
sciolto". Mi stupì constatare che la facoltà si era ridotta a una grande
cellula del Pci, su cui si incistò dopo il '68 la contestazione
studentesca». I punti di riferimento furono però due grandi personalità
di sinistra: Garin e Luporini. «Maestri indiscussi. Mi chiedo
tuttavia quanto sia stata acuta la loro vista politica. Garin fu il grande
interprete di una filosofia come sapere storico, il suo storicismo era
totalmente in sintonia con le posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c'
era un inquietudine ben maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con
le ragioni degli studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo
moltissimo, sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il
sopravvento. Era lo spirito del tempo. « Ne facevo parte anch' io, ma
senza tessere o bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi
all' Università di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da
Luporini. Quali erano i vostri rapporti? E mio professore a Pisa e
con lui mi laureai. Mi affascinava quest' uomo che nel 1930 andò in Germania a
occuparsi di esistenzialismo e seguì i corsi di Heidegger». Credo sia
stato uno dei pochi italiani a frequentarne i seminari. C' è un episodio
rivelatore del rapporto con HEIDEGGER Quando il filosofo tedesco pronuncial il
famigerato discorso con cui si insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato
da quell' adesione al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò
che lascia Friburgo per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che
era interessato ai corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico
"tanti auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio
lupo, così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i
dettagli dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche
particolare? « C' è innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe
con Gentile, il quale lo chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione
di Oscar Kristeller, ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi
razziali. GENTILE aiuta Kristeller, come pure tanti antifascisti che si
rifugiarono alla Treccani e all' Università, fornendogli soldi e assistenza.
Poi chiama Luporini alle due di notte dicendogli di decidere in fretta perché
altrimenti sarebbe venuto qualcuno dalla Germania, quasi certamente un
insegnante di fede nazista».Questo è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando
la situazione precipita. Luporini va a casa di Gentile e lo scongiura di non
entrare nella Repubblica Sociale. Gli dice. Professore c' è gente che non
aspetta altro per ucciderla. GENTILE aderisce alla Rsi e viene ucciso in un
attentato. Si è detto che Luporini conosce i mandanti e gl’esecutori dell'
omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa nulla, o almeno nulla di
diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal senso, ma credo e il
frutto di un fraintendimento. La frase di L. e questa: Cose che forse non
si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e frutto di equivoco? Il
fatto che accreditasse la versione offerta da Mattei, che sull' argomento cambia
più volte opinione. Fino a sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI.
Mai uno straccio di prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare
al commando gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è
la testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi
disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del
tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità? «
La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo
l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della
signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l'
ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo
sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione
radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella
frase».E lui? « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi
un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava? «Tra le
persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO. Di quest' ultimo
divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il
modo di fare lezione e interrogare. «A me, che non sono stato suo
scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica
piuttosto travagliata? « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo
non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero
liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal
potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne
poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa
intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del
Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia
diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per
essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare
a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton
per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare
lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.
«Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera
universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una
certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della
professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con
le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli
ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non
seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va
dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il
rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la
riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella
lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi
chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per
lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così
incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un ambiente
che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua famiglia com'
era? « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un impiego modesto.
Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre anziano e la mamma che
gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio fratello, per paura che lo
scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di altri tempi. Anche nel
lessico ricordava la belle époque. Invece di autista diceva chauffeur, vis à
vis a posto di specchio e quando chiedeva l' asciugamano diceva passami il
Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo fu mia madre.
Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più di quanto
non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU Dà l'
impressione di un uomo provato dalla vita. «Sono molto amareggiato dalla
mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di entrare
nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato dalla
vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata la
mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha
consentito di vivere». Non è vero, il suo libro sui "
Filosofi e i selvaggi" è un grande libro. «Non diciamo sciocchezze,
troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile
erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Furio Diaz.
Scriverlo, fu un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo
che mi appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del
selvaggio e a prenderne le difese. « Non è il primo, ma in qualche modo
rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle
bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon
selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni,
non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che
soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà? «È solo una
tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la
violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che
culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la
mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau. «Fino a
un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non
conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è
sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze
questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di
Montaigne». Hobbes parla di uno "stato di natura".
firenze FIRENZE ' «Dove tutti si fanno
la guerra e dove la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine
di questa condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che nel
Cinquecento vengono fatte dei selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente
fin dall' antichità si sia servito di questo mito con le peggiori
intenzioni? « È passata l' idea, con qualche eccezione, che fossero
troppo diversi da noi per ogni ipotetica assimilazione». Al punto che
ancora oggi questa diversità è vissuta come una minaccia di contagio e
sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino parlato di "uomo
bianco" in pericolo di estinzione. «Nelle fasi di grave
fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto della
vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di trionfare.
Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce ahimè ai
miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna giustificazione al
male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la teodicea, mi piacerebbe
scriverne uno sulla demenza senile che sta attanagliando l'
Occidente. Ma non credo di averne più la forza. Mi resta questa infelicità
che è come un che sovrasta le mie parole che non so più maneggiare con
delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal vecchio
Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non siamo".
Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio ancora,
dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the
‘barbarian’. It all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake
philosophical position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy,
and they have no state! Vespucci moe or less thought the same, but for
different reasons. Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a
savage!” -- Landucci. Keywords: i misteri del delitto Gentile. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Latini: l’implicatura conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e
Cicerone -- implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor;
Hardie mine!” -- Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real
‘filosofo’ behind Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’
‘Aristotele,’ and the rest of them.” «Poi
si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la
campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde»
(Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente
ad una nobile famiglia. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi
testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come
egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di
Alfonso X per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la
notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse all'esilio in Francia. I cambiamenti politici
conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto
subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed
onorato dai suoi concittadini. La sua influenza divenne tale che a
partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico
importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla
riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di
Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la
rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di
dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa
frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli
arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV
dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella
natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano
su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono.
Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non
nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella
Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre
opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare
fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto”
è presente già nei manoscritti più antichi,
presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”.
Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si
perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte
nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la
composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si
interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per
spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal
romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una
parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia,
Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta
durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata
più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e
risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono
stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo
libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono
un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento
alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia,
geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una
delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della
sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù,
attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda
principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il
romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un
altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e
commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre
orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss,
Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal
"Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune
riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura
italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni”
(Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia
della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti,
Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici
delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del
Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del
volgarizzamento toscano. La colonna
posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou
Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio & fratelli da Sabbio, ad instanza di N.
Garanta & Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del
Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla
ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I.
Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia
pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche:
Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia
dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari,
Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op
Varese, L. Frati, Brunetto Latini
speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini,
Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti
dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV
dell'Inferno dantesco"). P. Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto
Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura",
Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura
e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e
Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV
dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R.
Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il
sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni
capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e
delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il
Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta
Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal, su florin.ms. G. Orto, Brunetto
Latini. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto da: Perché non
possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Milano, Concordanze
del libro del Tesoretto, su classicis tranieri, Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe
Chabaille, Paris M. Giacomelli. La rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di
rettorica, lo quale è ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti
filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è
il testo di Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia
il prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia
del DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male
agl’uomini et alle città. Però che quando considero li dannaggii del
nostro comune e raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle
grandissime città, veggio che non picciola parte di danni v’è messa per
uomini molto parlanti sanza sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe
SCIENZA di due manière. Una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel
suo saggio. L’altra insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne
trattò cosi del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel
processo del saggio, in suo luogo e tempo come si converrà. Rettorica s'
insegna in due modi, altressì come l’altre scienzie, cioè di fuori e
dentro.Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che
generazione, e quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo
suo propio strumento e la fine e lo suo artifice. Ed in questo modo
tratta BOEZIO nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si
dimostra che sia da fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò
viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE
PARTI DELLA DICIERIA o della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in
ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in
perciò che Tulio non dimostra che sia rettorica né quale è '1 suo
artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e
l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI BENE DIRE, ciò è rettorica quella
scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE dire e dittare. Inn altra guisa è
così diffinita. Rettorica è scienzia di ben dire sopra la causa proposta,
cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta.
Anco àe una più piena difiìnizione in questo modo. Rettorica è scienza d'usare
piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle publiche cause e nelle private. Ciò
viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e
perfettamente nelle publiche e nelle private questioni. E certo
quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette
parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle
nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna città o comunanza di genti.
Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale
persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste
parole sopra '1 dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal
puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere
le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere
dittare. Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice.
Dico che è doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è
quelli che 'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti
dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa
in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li
buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale
perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e
dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo
buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle
cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del
suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando
l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di
questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e
la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à
questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti
i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo
ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più
sapientissimo de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di
Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e
chiarire ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio
appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e
de' filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più
quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio,
sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua
intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si
mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione
proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di Tulio di tutte le
parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento di
ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo che
sono nel secondo saggio che Tulio fa ad Erennio suo amico, sopra le quali il
conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio è
fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale fue
traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte
guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e
sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue
vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua
parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande
senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo
porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era
parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi
aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale
era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di
rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il
testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua
scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di
questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che
comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione
apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al
propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che
CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al
suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi,
nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO
nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima
purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre
cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso
la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e
che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI
DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza
d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza
parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE
purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima
dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza.
Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più.
Nella terza parte dice tre cose. In prima , dice che pare a lui di
sapienzia; apresso dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare
a lui di sapienza ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì
mette le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che
noi dovemo studiare in rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali
muovono d' onesto e d' utile e lo possibile e necessario. Nella quinta
parte mostra di che e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel
suo cuminciamento dice come molte fiate e lungo tempo pensa del bene e
del male che fosse advenuto, immantenente dice del male
per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si ricordano più d'uno
nuovo male che di molti beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non
ricordarsi delli antichi beni, s' infigne di biasraare questa scienzia per
potere più di sicuro lodare e difendere. E per le sue propie parole che
sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in
queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenza sono advenuti e
che non si possono celare, in quelle medesime la difende abassando e
menimando la malizia. Che là dove dice dannaggi si suona che siano lievi
danni de' quali poco cura la gente. E là dove dice del nostro comune
altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del
comune; e dicendo NOSTRO comune intendo ROMA, però che Cicerone e cittadino di
Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì
alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua parola, e fue al tempo
di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per lo bene della terra fue al
tutto contrario a Catellina. Et poi nella guerra di Pompeio e di Giulio
Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti ' savi eh' amano lo stato
di Roma. E forse l'appella nostro comune però che ROMA èe capo del
mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice l'antiche adversitadi
altressì abassa il male, acciò che delli antichi danni poco curiamo. Et
là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1 male, però che,
sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto alle
grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime cose
rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che
viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per
nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende
rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne'
quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che
dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male
nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed
accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE,
O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il
conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo
pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella
quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando
ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane
dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza
congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto
conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte
battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone
divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA
PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente
acciò che prima si raunaro gli uomini in- sieme a vivere ad una ragione
et a buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti
ricchi montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie.
Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero
compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a
ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice
e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole
di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico
e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole
lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è
cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione;
onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè
siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a
vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per
alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi
dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono
fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita
si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che
alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e
però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non
sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele
i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/
aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono — Af ad
avere una ragione, m "al avere una medesima ragione M l'uno, -If'
fuor {cfr. Tesor., vii, 54) — il' montò loro M-m parlando anno attutato -
le guerre — il.' M forme amicitio, »» forme d'amie— i^:mdichono— i^.- m
dimostrare quello — io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/' volle
intralasciare de genti — V-m raccolti - SI: m rachollì - 25: M son — S7 :
M-m che è coiiipannia — M' si i> — 28 : .V ad un altro — 3U' por- ciò
— 31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et con
quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per
utili- tade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manife-
mente che quella amistade eh' è per utilitade e per dilet- tamento nonn è
verace, ma partesi da che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è
sajoiemia. Sapienzia è comprendere la verità delle cose si come elle
sono. Che è eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole
guernite di buone sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente
pensante la ragione stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che
sapienzia sanza eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia
sanza sapienza è spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la
qual cosa, se alcuno in- l.ó. tralascia li dirittissimi et
onestissimi studii di ragione e d'officio e consuma tutta sua opera in
usare sola parladura, cert' elli èe citta- dino inutile al sé e
periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli il quale s' arma sie
d'eloquenzia che non possa guerriere contra il bene del paese, ma possa
per esso pugnare, questo mi pare uomo e 20. cittadino utilissimo et
amicissimo alle sue (>) et alle publiche ragioni. Lo
sponitore. I. Poi che Tulio avea dette le prime due parti del
suo prologo, si comincia la terza parte, nella quale dice tre cose.
Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25. dice : «
Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale dice che
pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il quale s'
arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a llui
dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om. e — 4:
M- pdesi — m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1 diloclo — 8-9:
.»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia.... sapienza — i-J : M' om. molto
^ i5: M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi) — IG: M-m sola la
parlatura — 18: 3l-m sama — .)/ giuriare, m ingiuriare — Ì9-20.- .1/
luiomo cittadino, »i mi pare cittadino — .V-»i a' suoi — .?3 • .1/
conincìa — S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr. Tcsnr.. xi, 1074) — So:
yr-ìii dice jiarla — M-m qui - 26: M insino — m là dove —M-m la (|ual
dice. (1) Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile
a ssè et al suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere
avac- ciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene
avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è
tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia
parlatore, dal quale se noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe
tosto cosìe come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante
inmantenente ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che
dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio,
intendo là dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio »
intendo le vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le
quali anno officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e
bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e
studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto
che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui
avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie
utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che
conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a
ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per
sapienzia intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo
da' nemici e colla forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia
difendemo noi la nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia
ne sostenemo (2) di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in
questa parte è detta la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae
il conto alla quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto
da- vanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica
i : M Lande — M' avacciatamente, ma L avacciamente — S: m si cci
conv. — 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»; cos'i tosto M' credibile
quello, m di quello — .)/' disse — 10: .Vi om. il 2' & — 12: .»/' et
altro — 13: .»f' che non siano — i4.- .V-m dall'altre ver- tufli — 15:m
adiviene — 16 : jn a lini : solo L nelle
; (jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -- 19: M Adunque che colui — 22:
M-m torma — M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo — 23: il l'armi - 23-24:
Af difendo — m così altresì la eloquenzia difendo noi dal nostro
aversario la nostra cliausa — 25: m om. ne; S non sostenemo — 26: m a noi
potesse ave- jjire (li danno, .V che noi potessimo tenere danno — 28-29:
m dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione
nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un
sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci
asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal
Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò
reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere,
e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa
pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in
lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sot- tile secondo
la forma del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi
volemo considerare il principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in
uomo per arte o per studio o per usanza lo. per forza dì natura,
noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso
d'ottima ragione, (e. li) Acciò che fue un tempo che in tutte parti
isvagavano gli uomini per li campi in guisa di bestie e conduceano lor
vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per forza di
corpo e non per ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la
divina religione né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno
uomo avea veduto le- gittimo managio, nessuno avea connosciuti certi
figliuoli, né aveano pensato che utilitade fosse mantenere ragione et
agguallianza. E così per errore e per nescìtade la cieca e folle ardita
signorìa dell'animo, cioè la cupìditade, per mettere in opera sé medesima
misusava le forze del corpo con aiuto dì pessimi seguitatori.
Lo sponitore. 1. In questa quarta parte del prologo
vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e muove jper
cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì dice come in
alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e
del- 3: ìl-m tale — .1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili
dovere così essere-, .1/' de pur essere — .5 J/ ' la spositione — 9-tO:
.»/' o per l'orca di natura o per usanca — H: m d'ottime chagioni 7
ragione — 12: il-m in tempo — 13: it^ lor vita per li campi in modo de
bestie 7 de fiere — 14: i/' om. e [non p. r.| —M maritaggio — M iihylosofi, m
lilo- safi — 18: M j gualianoa - 19: il^-L ignoranza, m necessitade —
.»A' la cieca la folle 7 ardita — 20: M-m per mette — M-m (fuivi
susavano, l. masusavano — 21:31' seguitori — 23: M-1U nm. quarta — 24: m
om. e per ragione — 26: il' nefa, m noscii. l'uomo dicono li filosofi, e
la santa scrittura il conferma, che egli è fermamento di corpo e d' anima
razionale, la quale anima per la ragione eh' è in lei àe intero
conoscimento delle cose. 2. Onde dice Vittorino: Sì come menoma la
forza 5. del vino per la propietade del vasello nel quale è messo,
cosie r anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a
cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal di- sposto e
compressionato di mali homori, la anima per gra- vezza del corpo perde la
conoscenza delle cose, sì che 10. appena puote discernere bene da
male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano
agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et
indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le
forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol- 15. liendo le cose
per forza e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o
proprii figliuoli né avendo legittime mogli. 3. Ma tuttavolta la natura,
cioè la divina disposi- zione, non avea sparta quella bestialitade in
tutti gli uo- mini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello
dici- 20. tore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a
ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina conno- scenza,
cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo sponi- tore dicerà per
innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo di sopra che
eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime cagioni e
dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che sanza ciò l'
umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo che gli uomini
isvaga- vano per li campi intendo che non aveano case né luogo,
1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) — M' sucra — S : M' eh
ehi ì\ l'ormato — 3: in- tero è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito —
4: M Ondee — 7 : m al (|uale — 8: M-m mali hiiomini — 9: m per la
gravezza — .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il bone dal male — il:
M'-L animo — .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali orano aggravati — i2: W
del peso de corpi, L de' pesi del corpo V in lor medesimo — 14: lU-m Ivi
susavano — 18: M-m nonn ào — M bestilitade — 10: M' oiii. savio o — SI: W
tralloro — 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S ha cornine. — 26-27: »l'
non averla durata, L non avrìa durato — i« K colà. (1) È
lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali si cambiò facilmente
in li quali (o i quali) per effetto del molti che precedeva, e da li quali,
natural- mente, venne in M'-L anche il maschile angraoati invece di
aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da tutto il periodo, e
in particolare dallo parole - la anima per gravezza del corpo ».
ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice che viveano
come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude et altri cibi
come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi faceauo per forza e
non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che non faceano però
tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per
senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi muovono
dall' animo. 7. Et là dove dice che divina religione non era reverita
intendo che non sapeano che Dio (D fosse. 10. 8. Et là dove dice
dell' umano ofiìcio intendo che non sa- peano vivere a buoni costumi e
non conosceano prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. 9. Et là dove
dice che non mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia,
della quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e
15. ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione. IO. Et
là dove dice « aguaglianza » intendo quella ragione che dae igual i)ena
al grande et al piccolo sopra li eguali fatti. Et là doye dice «
cupiditade » intendo quel vizio eh' è contrario di temperanza; e questo
vizio ne -conduce 20. a disidei-are alcuna cosa la quale noi non
dovemo volere, et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale
noi permette rifrenare da' rei movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade
» intendo eh' è nnone connoscere utile et inutile; e però dice eh' è
cupidità cieca per lo non sapere, 25. e che non conosce il prode e
'1 danno. 13. Et là dove dice « folle ardita » intendo che folli arditi
sono uomini matti e ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là
dove dice « misusava le forze del corpo » intendo misusare cioè
i-2: M-m om. Et là.... come licre — 3 : M erbi ciiiili, .1/' 7
erbe crude — 4-6: m l'a- ceano quasi per forza; poi, saltando al 2°
forza, continua: ma al([uanle ecc. — 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne
faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi,
ma alquante ne faceano M' che muovono — 9: M-m chi idio — 11: .1/' ne
prudenza — 14: m' de legge — 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà — /": .1/
egual — 18: M' mìsfacti — M lae — .V quello e poi rasura su cui
altra mano scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V
om. noi - 22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non
conosce il prode ol danno ~ m intendo che non è — m dal danno — 27: .M-m
e tratti, L orati — 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano — .u misusere, .V'
misure, L misusare — m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ».
Così mi par preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente
spiegabile da un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le
ragioni paleografiche varrebbero anche per il caso inverso.
- 16 - usare in mala parte ; che dice Vittorino che forza di
corpo ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma
coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto lo sponi- tore sopra '1
testo di Tulio le cagioni per le quali elo- 5- quenzia cominciò a parere.
Omai dicerae in che modo appario e come si trasse innanzi. Nel quale
tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe che materia e quanto
aconciamento avea nelli animi delli 10. uomini a grandissime cose
chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti. Donde costrinse
e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano sparti per le campora
e partiti per le nascosaglie silvestre ; et inducendo loro a ssapere le
cose utili et oneste, tutto che alla prima paresse loro gravi per loro
disusanza, poi T udirò 15. studiosamente per la ragione e per bel
dire; e ssì Ili arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà
che aveano. Lo sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole
Tulio dimostrare da cui e come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è
la tema cotale 20. In quel tempo che Ila gente vivea così
malamente, fue un uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il
quale cognobbe che materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé
naturalmente per la quale puote l' uomo intendere e ragio nare, e
l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a 25. ttenere i)ace
et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e cittadi, castella e magioni e bel
costume, et a ttenere iustitia et a vivere ordinatamente se fosse chi Ili
potesse dirizzare, cioè ritrarre da bestiale vita, e mellioi-are per
comanda- menti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che Ili
2: M' om. ci — 3-4: M-iii Or o della la sposilione — 5: M-m
loninciò (hi coro). 7 pare — M' oggimai — 6: M-m apparve — 8: il' uno
buono — iO: 31' adrinure — 12: M-m per campora — 12-13: M-w le nascose
selve 13: M-m et facciendo loro as- sapere — 14: M' grave - L'i: M' si Hi
recò — 16: M' crudelilà — 23: M-m nm. l'uomo — 24 : M-m el lo
ncomincianiento, L el chominciamenlo — 25: M'el ad amare ~ 26: M'
7datener — 27: M' chi le polesse adrifrure - m om. potesse — 28: M' enirare da
b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che
potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non
erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione
dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3.
Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si
voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1
savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle
ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare
mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro
e patiero d'udire le sue parole. Et elli in- segnava loro le cose utili
dicendo: « State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e
forti; fate cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo :
« Il pic- 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre
» etc. 4. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestial-
mente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò
eh' elli erano liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a
signoraggio, poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e
considerando per ragione che larga e li- bera licenzia di mal fare
ritornava in lor gi"ave destruzione et in periglio de l'umana
generazione, udirò e miser cura a intendere lui. Et in questa maniera il
savio uomo li ri- trasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice «
fierezza » perciò che viveano come fiere; e dice « crudeltade » perciò
che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro
- e feceli umili e mansueti, cioè vo- lontarosi di ragioni e di virtudi e
partitori (2) dal male. 1 : m rafrenasse, S affrenassono —
J/ " Et acade, L e ecci una (\. — 2 : il poneno (cerio per falsa
lettura di potieno; cfr. Wiese in Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m
il' poteano — 4: m dunque — 6: it-iii om. che i — 9: W l'utilitade — i^l'
metendo '1 suo - 10: m mangiare cene e desinari 19: il sottomettere —
20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo — 23-24: m si ritrassono
— 24: il lore fier., M' lor fior, — me dalloro crud. — 24-25: H-m om. e
dice.... crudeltade — 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo) - 28: il'
partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe preferibile la
lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i mss. abbiano
il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune, basta pensare
che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e statuti » siano con-
siderati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere al singolare
(p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro passo di
Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze, 17.S0),
p. 225. (2) Senza ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la
lezione di M inten- dendo « partitore » in senso riflessivo : « colui che
si parte, che si allontana ». Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi
cominciò eloquenzia et intra cui e come; or dicerà per che ragione, eanza
la quale non potea ciò fare. Tullio. Per la qual
cosa pare a me che Ha sapienzia tacita e povera di parole non
arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero quelli uomini
dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in diverse ragioni di
vita. Lo sponitore. 10. 1. In questa parte dice Tulio
la ragione sanza la quale non si potea fare ciò che fece '1 savio
uomo; e dice « sa- pienzia tacita » quella di coloro che non danno
insegna- mento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et
dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno non 15. sanno
addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar credere ad altri il
suo parere. Et per questo potemo in- tendere che picciola forza è quella
di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere
che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia.
20. 2. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello
savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapien- zia, ma non
cosi avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e
sapienzia. (i) Et là dove dice « in di- verse ragioni di vita » intendo
che uno fece cavalieri, un 25. altro fece cherico, e così fece
d'altri mistieri. Tullio. 7. Et così, poi che Ile
cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uomini aver fede, tener
giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a
sofferire pena et affanno non solamente 2 : M-m om. e come —
sanza (luale — 5: M-m Per ((ualcosa - 7 : M' luioniiiii quelli — 13: M' i
romiti, m li romiti — 14: M-m alloro senno, L in loro senno — i7: M-m om.
che — i9: M' giunta — 22: Af' si avaccio — 23: M-m om. e sapienzia — 28: m ad
avere lede 7 tenere.... adusarsi — M l'uno a l'altro. A qualcuno e
sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma siccome non è
inutile, preferisco mantenerlo. per la comune utilitade, ma voler morire
per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe potuta fare d) se gli
uomini non avessor po- tuto dimostrare e fare credere per parole, cioè
per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia. 8. Et certo
chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla patito divenire
pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata
e soave parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale
era tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in
natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo 10. e
mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uo- mini
nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore. I. In
questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe messo in
compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia
eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli
uomini raunati et inse- gnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però
fecero cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad
avere fede. 2. Di questa parola intendo che coloro anno fede che
20. non ingannano altrui e che non vogliono che lite né di- scordia
sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come
dice un savio, è Ila speranza della cosa promessa; e dice la legge che
fede è quella che promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo
dice in un 25. altro libro delli offici che fede è fondamento di
giiistizia, veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa
ée quella virtude eh' é appellata lealtade. 3. E così sommata-
mente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che 2:
ilf'-£ potuto - M' om. non — 4: Jlf> Certo — 5: M-m vinavea charebbono
potuto divenire paii — 6: M-m chelli poteano, M^-L cui potea — M-m santa
— 7: M^-L allegrezza — 8-9 : M era converita la loro natura, m era
convertila in loro natura — 9 : m onde — 14-15: M^ il fece in compagnia
d'eloquentia.... si ò cotale —M-m detto oe dinanci 19: 3/' fede, 7 di q.
p. — PO : M^ om. e o discordia — 21-22: M-m in pace et in fede — m om. è
- 23: M^ quello, ma L quella — 26: M-m et intermezza — M' de- lenpromesse
— 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII, 15) — M somatamente, m
asommatam. congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger
così, e non sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere
presso gli antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi
nella sua ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in
Bullett. della Soc. Bant., N. S., XXI, 67-68. Lo stesso si dica per
s'areb- hono del commento, sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono
potute met- tere in compimento, e dice che poi àe molto de ben
fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti
i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o
di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bi- sogna la nostra
rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono
mantenere. Tullio. 9. Ma poi che Ili uomini, malamente
seguendo la vìrtude sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di
parlare, usaro et inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che
convenne che ile cittadi sine gua- stassero e li uomini si comprendessero
di quella ruggine, (e. Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del
bene, contiamo come cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea
detto davanti i beni che sono advenuti per eloquenzia, in questa parte
dice i mali che sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò
che Ila sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male
20. a coloro che Ila misusano e non a Ilei. 2. Et sopra ciò la tema
è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li quali, vegga ndo che
alquanti erano in grande onoranza e montati in alto stato per lo bell.o
parlare ch'usavano se- condo li comandamenti di questa arte, sì studiaroO
solo in parlare e tralasciare lo studio di sapienzia, e divennero sì
copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare sanza condimento
di senno, che (2) cumìnciaro a mettere cioè — 2: M-in che
poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto — -J: M om. duri stali — i 1 : M
conviene, M' conveiiia — IS: M-m om. e li uomini si compren- dessero —
13: M \a cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento — 16: m ave...
dinanzi — 18: M^ dopo advenuti ripete per eloquenlia in quesUi
parte (ma ri son trticiie di etpun- zione) — 19: m om. elli — 20: M El
perciii — 24: M' il comandamento.... studiavano — 25 : ilf
intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto — m om. elio. (1)
Invece di si studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come
già si è trovato, 3, § 4: « e studia puro in dire le parole *.
(2) Sintatticamente questo che ò pleonastico; ma ò attestato da ambedue
le famiglie di codici e non costituisce una rarità per il nostro volgare
antico (anzi, per Brunetto stesso, cfr. IO, 1: « avegna che... ma tutta
volta»). sedizione e distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et
a corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però ch'ellino
aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale erano tutti nudi e
vani. 3. Et dice Vittorino che eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista
», perciò che ella fae parere che sapienzia sia in coloro ne' quali ella
non fae dimoro. Et queste sono quelle persone che per avere li onori e F
utti- litadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene; così
turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. 10. 4. Et poi
dice Tulio: Da che noi avemo contato '1 principio del bene, cioè de' beni
che avenuti erano per eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la
'ncumincianza del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo
: Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per
eloquenzia. 10. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo
gli uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usa-
vano tramettersi delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi
parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò 20.
fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso
che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le
picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie
adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incon- tra la
verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì
che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che'
maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue
bisogne; e così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola
eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che
avea eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro
ciltadi — M' om. et a corr.... uomini — 2: m avenia — 3 kelli aveano
sombianca de giusta sap. — 4: m om. Et — 6: M' li quali — 7: M' questi — 10: m
om. Et — 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il cominciamento — i3: Jlf
chende seguita, j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M
meno di savi, m ch'erano meno che savi — 17-18: M-m non sapeano, L non
osavano — M-m om. e — 19: Jlf sin- trametteano dele cose — 21: M-m om.
uomini — M verrali — 3f' vennero — 22: M' om. delle pr.... controversie —
23: M-m om. spessamente — 24: M' il persev. - 26: M' aiutasse m adornasse
— 29: M' giunta. (1) Un costrutto più regolare si avrebbe
sopprimendo il che o inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per
questo conservo' il che, non sembrando proba- bile che un copista volesse
complicare di suo. Questa maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a
che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere
(i) degno di reggiere le publiche cose. 12. E certo non
ingiustamente, poi che' folli arditi impronti pervennero ad avere
reggimenti delle comunanze, grandissime e 5. miserissime tempestanze
adveniano molto sovente; per la qual cosa cadde eloquenzia in tanto odio
et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno, quasi per scampare di
torbida tempestade in sicuro porto, così fuggiendo la discordiosa e
tumultuosa vita si ritrassero ad al- cuno altro queto studio {").
Per la qual cosa pare che per la loro posa 10. li altri dritti et
onesti studii molto perseverati vennero in onore. 13. Ma questo studio di
rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in
tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più
studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la
presumptione e l'ardire de' folli impronti mani- 15. mettea e guastava
la cosa onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune,
allora era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della
qual cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro
discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini
era sovrana virtude et 20 altoritade acresciuta per la loro sovrana
virtude; sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et
aiuto e mantenimento della comunanza. Lo sponitore.
1. In questa parte divisa Tulio come divennero quelli 25. due mali,
cioè turbare il buono stato delle cittadi e cor- rompere la buona vita e
costumanza delli uomini; et avegna che '1 suo testo sia recato in sie
piane parole che molto fae da intendere tutti, ma tutta volta lo
sponitore dirae alcune parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale:
La elo- 1 : M-m avogiia — 2: M per essoi-o degno d'essere 7
di reggiere, M' paresse degno de reggere — 3: M' poi ke fuor iaiditi in
pronti, m enpronti — 4-5 : M' pervennero i reggìm. — 7 de miserissime
tempeste — spessamente — 7 : M' lempcstande — * : M-m la discordia (m
echontumulosa) — 9 : Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa — i i : itf '
do tutto loro " i4: M dì [olii — 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i
G. n. d'AII'ricano — Jlf' erano sovrane vertudi — 26: M' la vita 7 la
buona costumanca - 27: M< suo stato — m in se — 28: itf' om. tutti, ma
— M' alcuna parola — S9: Af' Et la tema 6 cotale. De la el. ecc.
(1) È possibile tanto la lezione di Af quanto quella di m; ma proferisco
questa perchè corrisponde alle parole del commento, § 6: « pareano essere
degni». (2) Il testo latino ha studium aliquod quieUtm. Lo scambio
di queto por questo era facilissimo, e forse risalo r.llo iirimo
copio. - 23 - quenzia mise in sì alto stato i
parladori savi e guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e
le comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li
onori e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private,
cioè 5. delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere
(i) né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere:
l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sa- pienzia, ma
erano gridatori e favellatori molto grandi; e questi non si trametteano
delle cose publiche, cioè delle 10. signorie e delli officii e
delle grandi cose del comune, ma impigliavansi a trattare le picciole
cose delle private per- sone, cioè delli speciali uomini. 3. Intra' quali
furono alcuni calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che
in loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia-; e questi
15. s' ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire
parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone, montare in
ardimento e presero audacia di favellare in guisa d'eloquenzia tanto e sì
malamente che teneano la menzogna e la fallacia ferma contra la veritade.
4. Onde, 20. per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne
che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi cose,
venissero et abassassero a trattare le picciole vicende di speciali
persone, per difendere i loro amici e per conta- stare a quelli arditi.
Et nota che arditi sono di due ma- 25. niere : l' una che pigliano
a fifare di grandi cose con prove- dimento di ragione, e questi sono
savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di
ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i
buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non
aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano
e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire
torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e
talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s.
t. d. cause — 5: M-m ont.aò — 6: m odaltre p. o. — 7 M< parliei-i — iO: M' de comuni dele
piccole cose cioè che jier la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero
sapienlia— lo.- 3f< pei' la molta — 17: M^ presero baldanza — 19: M'
con- tro alla verità — 20: A/' ohi. che d. e. adveniano — m avenia savi e
parladori — m le cittadi — 23: M' appilgliano a taro le g. e. — 26: M^
om. di ragione — L l'altra — 27: L provedimento — 31-32: Me dire,moHi.
mentire e di — 33:M' talocta m. visi che p.s (1) Cosi leggo
con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a lavareria,
il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo, la quale è
sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza di sé
medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare le
publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli
5. officii et onori delle comunanze. 6. Et poi che cciò avenne, non fue
meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime tempestadi.
Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro lungamente,
e dice « mise- rissime » per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose
chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza » per
similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e
talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade
per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé
medesime e patono distruzione. 7. « Per la qual cosa elo- 15.
quenzia cadde in tanto odio et invidia »... Et nota che odio non é altro
se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano stati lungamente irosi,
veggiendo i folli arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione
che omo àe per altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per
coloro ch'erano 20. segnori delle grandi cose et erano in onore. 8.
Et perciò li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose
ad altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro
porto. Et nota: là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh'
arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero
furo bene da ripren- dere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l'
altre scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine
cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le
costumanze; et appellali « queti studii » che non trat- 30. tano di
parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti dal remore delle
genti. Et appella « vita tumultuosa » che 2: Jl/i per ragione
~ 4: M furoro, M^ fuoro — 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano, m
duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade — 14: M'
medesimo ~ 15: m om. Et — 16: m buoni e savi — 18: m om. Et — m i'uomo...
l'al- trui — SO: M> et in lionore erano — m ad altre — M-m questi, M'
certi —om. Et noia la dove — 25 : M-m non fecero — 26 : Tutti i mss questi — 27
: M de trattare — 28: M-m sicome dice che l. — 29: M^ appellasi, L
appellansi — mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma forse dopo crescono è
andato perduto un sog- getto, richiesto dal senso o dalla sintassi, come
i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le due famiglie di
codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non sarebbe
impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le fortune.
- 25 - spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in
cittade coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar
lo studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè
pre- giata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro
in grande onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior
questo a quel tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male
che faceano i folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa
onestis- sima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle
10. cose oneste e diritte. U. Dalla qual cosa non fugio il nostro
Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il co- mune et aveano
senno e parlatura; ma dimoraro fermi a consigliare et a difendere il
comune da'garritori folli ar- diti; e però montaro in onore et in istato
sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che
in loro era autoritade, che autoritade èe una dignitade degna d'
onore e di temenza. 12. Ma da questo si muove il conto e ritorna a
conchiudere per ragioni utili et oneste e pos- sibili e necessare che
dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. Tullio
conclude che sia da studiare in rettorica. 14. Per la qual cosa, al
mio animo, non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti
la misusano in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi
non abbiano troppo di 25. podere con grave danno de' buoni e con
generale distruzione di tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che
rettorica è una cosa la quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche
e private, e per essa diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda;
e per essa medesima molte utilitadi avengono in comune se fia presta la
modonatrice di tutte 30. cose, cioè sapienzia; e per lei medesima
abonda a coloro che H'acqui- stano lode, onore, dignitade; e per essa
medesima anno li amici certissimo e sicurissimo aiutorio.
1: M-m spesse volte — 2: m tralassaro — 8: m le chose honestissime — 10:
M (Iride, m diritte — 3f' Dela q. e. — 11: M' dirittamente, m om. — 12:
M' dimorato y f.: M 7 folli arditi, £ e da f. a. — 14: M^ J montaro
perciò — 18: m e torna, M 7 condoura tornerà per ragioni, L e mosterrà
per rag. — Jlf-;» honesti ~ 19: M -m ne- cessarie— 20: m lodarla — ^3: M*
misuna, corretto poi misusa — 27: M' molto pertièno devegna — 28: M> y
hon. 7 illustra 7 gioconia, m illustra — 29: M sia — 31: M^-m 7 honore 7
dignitade. La tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se
alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto
che 11' uomo non debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per
mia sentenza), acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a'
buoni né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che di-
strutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in ricchezza e
poi divennero in tanta miseria che vanno men- 10. dicando. 2. Et
poi dice le lode di rettorica, come tocca al comune et al diviso, e come
per lei diviene l'uomo sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare
le cause, et ap- pena troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice
chende diviene la vita « onesta », cioè laudato intra coloro che '1
15. cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani; e
dice « ioconda », cioè vita piacevole, però che ' savi par- lieri molto
piacciono ad sé et altrui. 3. Et altressi molto bene n'aviene alle
comunanze jier eloquenzia, a questa con- dizione : se sapienzia sia
presta, cioè se ella sia adiunta con 20. eloquenzia. Et dice che
sapienzia è amodenatrice di tutte cose però che ella sae antivedere e
porre a tutte cose certo modo e certo fine. 4. Et poi dice che questi che
anno elo- quenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et
amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo,
però che appena fie chi Ili sappia contrastare, poiché sanno parlare a
compimento di senno. Et dice « cer- tissimo » però che '1 buono e '1
savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema de questo è
cotale — 3: M' aliijuanti — 6: M' de fare male — 7: m om. nota — 9: il'
divegnono — 11: M huomo siguro — 13: M' troverà — 14: M-m laudata.... che
cognoscono — 15: M' illustra, L illustro — 17: A/' ad altri — M-m nm. Et
altressi e n— 19: Hin presta — M' giunta — 21 :M siae ad intivedere, m a
ad antivedere — 22: m om. Et — 23: M^ 7 temuti — 25: m Tia chelli sappia,
M' fie chelli il sappia — 37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è
possibile, ma forse nacque da un accomodamento arbitrario del testo già
corrotto. Invece quella di M' è spiegabilissima collomis- sione della
parola testo (la somiglianza con questo rese più facile l' errore) e
riceve conforma dal principio del capitolo seguente, con quell'uniformità
di espressione che è caratteristica di tutto il commento. (2)
Troverai è preferibile come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M'
po- trebbe trattarsi non di troverà, ma troverà'. corrompere per
amore ne per prezzo né per altra simile cosa. Et qui si parte il conto e
fae nn' ultima conclusione in questo modo: Tullio conclude in
somma. Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose
sono minori e più fievoli che Ile bestie, in questa una cosa
l'avan- zano, che possono parlare ; e donque pare che colui conquista
cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella
me- desima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie. La tema
in questo testo è cotale : La veritade è che gli uomini in molte cose
sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che sanza fallo il
leofante e molti altri ani- mali sono più grandi del corpo che nonn è
l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della
persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi
sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo
lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e
la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare,
e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le
bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene
la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae
alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà-
16. Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista
solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte
altressi. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i
quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi
S: il-m un'altra condictione — 7 : M' costui — il-m conquesta — 8: M-m la
quale; om. li — 9 : )» om. cosa e gli uomini — 11: il' de questo t. M'
molti huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie — 15: U-m om. altre
— 16: M' che tucti — 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore, M']j lavoltoio
delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et l'avoltoio del
nasare et d'odorare — M-M' 7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a
ra- gnolo — M'-L ne! toccare — 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma
cfr. ^ \) — 27 : M' per la natura — 2S: M-m nm. d'arte — 29: m
certi. che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia
a trattare del genere d' essa arte e del suo officio e della fine e
della materia e delle sue parti; imperochè sapute e cognosciute
queste cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di
ciascuno 5. considerare la ragione e ia via dell'arte. Lo
sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era
soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia
nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro. 10.
Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo di ciascuno sia
più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al suo prolago e viene
al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il prolago, e comincia a
dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la quale richiede et
è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una grande et
ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica.
Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che Ila
scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo
da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte
del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in
quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia,
cioè della scienzia delle cittadi. Lo sponitore.
I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are 25.
ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del pro- lago. Et
primamente comincia a dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho
sponitore vada innanzi sì vuole fare intendere che è genere, perchè l'
altre parole siano meglio intese. 2. Ogne cosa quasi o è generale, sicché
comprende 30. molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde
questa 1-2: M' (la tratto, poi corr. da trattar.; — 3: M-m
generalmente della decta- arte — 3: m però che - 4: M-m più diligente, M'
nm. più — 8: M A rinconincia — 11 : M' (luelle, ma L quello — 14-13: M'-L
richiede molte cose grandi — 16: M-m cai ver diro — 18: M-m abbiano — 30:
M-m [lorromo quel genero — SG: m quella — S8: M-m y perchè — 29: M ìì
quasi generale, m è quasi geu. — 30: M onde jvirte quella gen. parola,
cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti, cioè Piero e
Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A questa
somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere cioè la
schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro di
quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una
parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica
sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila
natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il
reggimento e Ila vita del co- mune e delle speciali persone, richiede
molte e grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In
fatti è la ra- gione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de'
sartori, de' pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi.
In 15. detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in
parlare. Adonque la scienza del covernamento delle cittadi è cosa
generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte del bene
parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più in- nanzi, pensando che Ha
scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che muove di filosofia,
sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per provare la nobilitade e
l'altezza della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò
ssi pruova l'altezza di rettorica. 6. Filosofia è quella sovrana
cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome
composto di due nomi greci : il primo nome si è phylos, e vale
tanto a dire quanto « amore », il secondo nome è sophya, e
vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde « filosofia » tanto
vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa
neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh'
elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad
avere (2) intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì-
/ M-m cioè che comprende — 2: Af' nm. o J cioè Piero — 5: M' ovi. chi
— 4-6: m om. tutto il passo da che « quella schiatla — 8: m om. per
— 9: M^ demostrare — 10: jU' i reggimenti — 12: M-m om. che b — 13: Af '
l'arti (ma anche L l'arto) — m e de'pan- nali, .)/ 7 de sartori de panni
— 16-17: m o parte d'un altro generale — 1M' de ben p. — 20: M in podio —
22: m om. della scienzia, 3/' niii. della scienzia l'al- tezza — 25: M
sotto di sé — 26: m fue fdos, .W filis — 27 : m om. nome — 29: M^ de la
scienza — 31: M-m tuote l'altre — J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare —' M'
Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in
Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito
segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e
ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si
riduce. - 30 - nizione di filosofia : ch'ella è
inquisizione delle naturali cose e connoscimento delle divine et umane
cose, quanto a uomo è possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che
filosofia è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza
della 5. morte e spregio del secolo. Et sappie che diflfinizione
d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, (i) per tali parole che non si
convegnano ad un' altra cosa, e che se tu le rivolvi tuttavia
signiffichino quella cosa. Per bene chiarire sia questo l'exemplo nella
diffinizione dell'uomo, la quale 10. è questa: « L'uomo è animale
razionale mortale ». Certo queste parole si convegnono sì all'uomo che
non si puote intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di
pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le
parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ? * 15.
certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. 8. Or è vero che
anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle
quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni
si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse
l'uomo 20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che
ra- gione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza
quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che
le questioni fuoro tre, sì convenne che' savi filosofi (2) partissero
filosofia in tre scienzie, cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si
come dimostra questo arbore. i: M inquistione, m
inquestione, L inqulslione — 2: M^ quando — 3: M enpossib'ile — (5: Mss.
quella cosa 7 per t. p. — 8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi — il' el per bene
— .9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo — 16: m necessità, M'
neccssiladc — 16-17: .¥' luiomini in esse (L messe) — 18: sospeso, cnrr.
sopresse — 19: .1/' liuomo — 20: m la seconda che lasciare — 20-21: lU-m
om. la 2" quistione — 22.: M-m om. quistione — M-iii la natura — m
tutte le oliose - 23: M-m Et però quelle quistioni furono tre — 23-24 : M
si convenne i savi phylosoi)hy che partissero — jf > si conviene -^ 23: M
mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione più regolare
ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella cosa, e per
tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a codici di ambedue le
famiglie, e perciò la pre- ferisco a quella di M, che pure si può
difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi filosofi come
complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per
dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciai'e.
La seconda scienzia, cioè logica, è per di- mostrare la seconda
quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello altro
lasciare. 10. Et questa scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè
dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e
disputare l'uno coli' altro, e questa è dialetica; la seconda insegna
provare il detto del- l' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e
questa èe efi- dica; la terza insegna provare il detto dell'uno e
dell'altro per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è
sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia,
cioè teorica, si è per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le
quali nature sono tre; 15. e però conviene che questa una scienza, cioè
teorica, sia pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e
Mate- matica, sì come dimostra questo arbore. 4: m
cioè la ragione — 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica (un'altra mano
aggiunse sotìslicha) — 7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e
dell'altro — i 1 : if infinite — M' argomenti frodolenti 7 jier infinita
pruova — 12: m apare. (1) Conservo invece di e, comune a quasi
tutti i codici, appunto per la sua singolarità e perchè sembra indicare
una differenza tra l'efldica e la sofistica- la prima dimostra la verità
di una delle due parti, la seconda pretende dimo- strare l'una e l'altra
parte. Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia, la quale
è appellata divinitade, si tratta la natura delle cose incorporali le
quali non conversano in traile corpora, sì come Dio e le divine cose. La
seconda scienzia, cioè 5. fisica, sì tratta le nature delle cose
corporali, si come sono animali e He cose che anno corpo; e di questa
scienzia fue ritratta l'.arte di medicina, che, poi che fue connosciuta
la natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe e
delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la sa- io, nezza e
curare la malizia. La terza scienzia, cioè matema- tica, sì tratta le
nature de le cose incorporali le quali sono intorno le corpora; e queste
nature sono quattro, e perciò conviene che matematica sia partita in
quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica, geometria et astronomia,
sì come 15. appare in questo arbore: La prima scienzia, cioè
arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come l'abaco e più
fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci
e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni.
La IV scienza, cioè astronomia, tratta della disposizione del cielo e
delle stelle. Or si torna il conto dello sponitore di questo libro
alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente ta- ciuto, e
dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica, 25. che pervegna
a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue detto già indietro, questa
pratica è quella scienza che dimostra che ssia da ffare e che da
lasciare, e questo è di 3:m traile corpora — 7: #' dela
mudicina — 9: M' assai poteo bone argomentare isani — 10-13 : M-m mltnno
da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si e) — 16: m om. scien-
7.ia — 17: M' noveri — 18: M [a musica — SO: M astorlomia — M' tracta Io
sponilore — 22: Af' si ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro
alla prima p. — 33: m ae, Jtf' oo — 24: m della prima parte — 25: m
perverrà. tre maniere: i>erciò conviene che di questa una
siano tre scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come
mostra la figura di questo arbore : 15. La prima di queste,
cioè etica, sì è insegnamento di 5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento
delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per
assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iusti- zia, fortitudo
e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira,
avarizia, gula e luxuria; e così dimo- io, stra etica clie sia da tenere
e che da lasciai-e jier vivere virtuosamente. 16. La seconda scienza,
cioè iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per
covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. 17. La terza
scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere 15. le
cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è pro- vato, è in due
guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore:
18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magi-
sterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li
1 : M-m però clic convion(3 — 3.m am. la ligura — ;>: Af'
accostumatamente M' om. ira — 10: M^ da necnto — 1 1: m virtmliosamonte — 13: m
avere, la patria e la famiglia — 14: m fare, mantenere 7 r. — 16: M-M' 7
in due guise — M' in detti. 18: m om. tutto il g 18 — M' 7 mestieri — 19
: M che cittadini fanno (lì Si rimane incerti fra le due lezioni,
perchè il senso è il medesimo e anclie paleograficamente la differenza è
lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i) cittadini'! Adot- tiamo la lezione
un po' più diffìcile. altri artieri, sanza i quali la
cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in detti è quella scien^ia che
ss' adopera colla lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze,
ciò sono Grramatica, Dialettica, Rettorica, si come dimostra 5.
questo altro albore: Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che
gra- matica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et
insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè per parole
propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe
alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì
pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole;
e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mo- stri ragioni
per che, sicché le sue parole abbiano provanza Ib. in tal guisa che
Ili uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza S(!Ìenza
ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia,
per le quali l'udi- tore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a
volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a
20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che
'1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì
propie parole che sia inteso, e questo fae gra- matica; e dee le sue
parole provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici
sanza quali le cittadi non potrebbero durare — 3: M^ ] questa si con-
tiene — 6: m Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia — 7: M' l'arti liberali
— 9: M- m om. e sanza sologismo; t-S silogismo — 10: M' om. alcuno — I-i:
M ragione si che le s. p. — pruova — i7 : M-m advoncnti — 18-19 : M' per
bisogno al parliere et al dicta- tore — S3: M-m mostrare con ragiono, L
mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di
distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la
forma esatta solecismo; la stranezza della pa- rola spiega pure
l'omissione di M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la
giusta lezione è confermato dal § precedente, 1.16 («ra- gioni per che »)
; e si noti che mostrare con ragione o per ragione equivarrebbe a
provare. e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il
suo dire che, i)oi che 11' uditore crede, che stia contento e
faccia quello eh' e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore
che Ha civile scienza, cioè la covernatrice delle cit- 5. tadi, la quale
èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite e l'altra sanza lite.
Quella co llite si è quella che sisi fa do- mandando e rispondendo, si
come dialetica, rettoi'ica e lege; quella eh' è sanza lite si fa
domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per dare alla gente
insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i detti de' poeti
che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e
l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. 22. Altressì quella
civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una
artifi- ciosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale
15. il parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della
materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in
dialetica et in rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella
quale si recano argomenti pur per altoritade, si come legge, sopra la
quale non si reca neuna 2'^ pruova né ragione per che, se non tanto
l' altoritade dello 'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è
artificiale dice Boezio nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte
di ragione. 23. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte
della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella 25. parola dice
che rettorica è la maggiore parte della civile scienzia; e dice «
maggiore » per lo grande effetto di lei, che certo per rettorica potemo
noi muovere tutto '1 popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1
figliuolo, l'amico centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a
benevoglienza. Or è detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello
oflfizio di rettorica e del fine. 1: M ordinare, m e
iliraeltero e ordinare lo siidire — 3: M^ cliolll stea — 5: M-m si vede
in due — 7: M' y reclorica — 9: M' a. lo genti — i 1 : m-M in iscripto — M'
7 le g. b. 7 altro vicende — IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta
civ. — 13-14: mchS l'ima e art. 7 l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra
none art. (X non art.) — 16: m su argomenti che crede ohe si chenvieno, S
secóndo la cosa — 19: M sopralla quale — 21 : J/' di que- sta non
artificiosa — S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto — S8 : m M' contro al f. —
wchontro all'amico, M' contra amico. — 29: m li reca, Af' recalgli a pace
7 benev., L-S recarli a p. Q n h. — 80 : m M' oggimai. (1)
Con libertà non nuova alla nostra ling'.ia antica, si può sottintendere
il soggetto, « rettorica », dalle parole « per rettorica » che precedono.
La lezione ? ecarli, appunto perchè piii semplice e chiara, mi par da
scartare : non si vedrebbe CICERONE dice che è l'ufficio di questa
arte. 18. Officio di questa arte pare che sia dicere
appostatamente per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra
11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che nell'officio si
considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine si considera
quello che conviene al- l'officio. Come noi dicemo l'ufficio del medico
curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le
medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che
noi dicemo fine in- tenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare
il parliere, e 10. dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili
dice. Lo sponitore. 1. In questa parte àe detto Tulio
che è l'officio di que- sta arte e che è lo suo fine; e perciò che '1
testo è molto aperto, sì sine passerà lo spouitore brevemente. Et
dice 15. cotale diffinizione : officio è dicere appostatamente per
fare credere. Et nota che dice « appostatamente », cioè ornare
parole di buone sentenze dette secondo che comanda que- st'arte; e questo
dice per divisare il parlare di questo di- citore dal parlare de'
gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice « per far
credere », cioè dicere sì composta- mente che ir uditore creda ciò che
ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più
di dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del
fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi 25.
considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo 'ntendimento
del parliere è di far credere le sue parole all'uditore. Donque questo è
la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O — 3: M-M'
7 lar — M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale
ilivisumento che no l'ollicio — M 7 è colalo — 0: m il' e curare — 9: t
in- tenderemo cli6 olicio è quello ecc. — m om. e — JO: il ella, mi e la
— i3 : .tf' et che il lino — 15: il apostamonle — M-m saltano dal l'ai ^
apposlatanicnto. — 10: .tf-m-.l/' or- nate — 20: m diro si ornatamente et
cliom))ost. — 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m che farle credere -
24: M-m per 1 udire — 23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la
ragione per cui fu mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia
derivata da recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante
di ìi reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la
cosiddetta legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc.
Dani., N. S., XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò
eli' è detto si rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1
dicitore intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine
di que- sta arte è doppio, uno nel parladore et un altro
nell'uditore. 5. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che
dica bene e che sia tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è
questo fine: che '1 dicitore a questo intende, che nell'udi- tore sia
cotale fine che creda quello che dice; e questo fine non desidera sempre IL
PARLATORE sì come quello di sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che
è l' officio e che è il fine e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì
dice Tulio che officio è quello che '1 parliere de' fare nel suo
parlamento secondo lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per
cui cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa ca-
15. gione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che
. dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che Ilo
officio del medico è medicare compostamente per guerire r
amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo
medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di
rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di
questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere
che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi 25. dicemo che Ile malizie e
le fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne
medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa
arte et il savere eh' è appreso (2) dell'arte sono materia di rettorica;
le quali cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si
involve, M^-L si muove — S : M' quello olio. — 9 : M-m considera —
10: M' om. l)ene — 15: M-m non ae altro — m se none a faro — 16: Af ' in ciò
— 17-18 : M Olii, è medicare.... del medico — 19: M-m Già ae d. s. (mi s.
d.) — 20: M' del fine — ogimai procederà Tulio a dire — S,4: m e
tutta l'arte — Jlf ' e sapere — S3: M-m le malizie, cioè le malattie
(glossa) — 87: M e savere — tulli i inss, apresso (1) Questa è
senza dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni
paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il
sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di
Mi L. Invece di « si rivolve lo suo animo » (soggetto) si può anche
intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo animo », ma forse l'espressione
riesce meno naturale. (2) La correzione è suggerita dalle parole
precedenti : « lo savere che dell'arte s'apprende». Il testo latino ha
facuUas oratoria. fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO,
che fue quasi il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL
PARLATORE puo molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a
questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede
a questa 5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE
sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e
giudiciale. Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che
materia di rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati
e trovati li co- mandamenti di questa arte, e per cui cagione
s'adoperala scienzia clie 11' uomo apprende per quelli
comandamenti. Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli ado-
peramenti per le infertadi e per le ferute; et insomma 15. quella è
Ila materia sopr' alla quale conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata
questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che Ila materia
richiede e per fare che ir uditore creda. 2. Et di questo è stata
diiferenzia tra' savi : che molti furo che diceano che materia
puote 20. essere ogne cosa sopr' alla quale convenisse parlare. Et
se questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine, che
non puote essere; e di questi fue uno savio, Gorgias Leontino,
antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'ap- pella antichissimo sì
dimostra che non sia da credere. 25. 3. Ma Aristotile, a cui è
molto da credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa
arte in perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della
parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e
catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo-
30. strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti
apiiare : 2: m cliel parlaro — 3: M-m che (loggia (w dohbia)
aiiiiistare — 6: M' generi — 7: M-m giiulicalivo - IS: M-m et per (incili
comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per qiialnni|ue com. (t
bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo inf. — M' fedito —
15: m. M'-L sopra la quale — 19: M' dissero — ?0: m sopra la ipiale
l'uomo chonviene parlare, M' sopra la (pialo — SS: M-m di questo — S3-S4: M' 1
aix.'l- lava — S6: M-m (lice molti aiuti — M' in ciò che, m però che —
S7: Mdinvctione, hi d'in- votione - S8: M-m materie — M' de cosa {ma L S
di cose) — M^ ciasouna — 30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a
questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta
l'arte di rettorica. 4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo
punto fanno divisamente intra dire e dittare; che pare che Ila materia di
dittare sia si generale 5. che quasi sopra ogne cosa si possa fare
pistola, cioè man- dare lettera. Ma dire non si puote per modo di
rettorica se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca
tutta la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione
è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote
sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè
per propietadi del fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa
diceria che fie proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco
Tulio Cicero no, che davanti (i) al popolo di Roma fece anegare
15. molti romani a tempo che '1 comune era in dubbio? In questa
proposta à due parti, una del sì et un'altra del no. Quella del sì è
cotale : « Cicero è da sbandire, perciò che à fatta la cotale cosa *.
Quella del no è cotale: « Non è da sbandire, che ricordando pure lo nome
signififica buona cosa 20. et isbandire et exìlio (2) sìgnifBca
mala cosa, e non è da cre- dere che buono uomo faccia quello che ssia da
sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto che è la materia di
quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et però che elli
l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì quelle 25. tre maniere sì
compiutamente che per lui e per lo sponì- 1 : m sachosta —
2: Mi tucta — 3:m tra dire od. — 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote — 6:
M' lectoro — 7 : 3f ' se non le docte — om. perciò — m tutta rettorica — 9: M'
ov'a — il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti — m cioè i)roiiietadi —
12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m om. Cicero — M^ Cicerone che
davanti il p. — 15: M' al tempo — 16: M imposta — 19: M' il suo nome ò
buona cosa — 20: M' in exilio — 21-22: m dongno da sb., M' dengno di
sbandire in oxilio — 24: J/' la conferma
Non e' è dubbio sul testo, in cui la tradizione manoscritta è
concorde; quanto all'interpretazione cfr. Maggini, La Rettorica italiana
di B. L., ediz. cit., p. 34. Che et e non in sia la lezione
originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da M< in
exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà quelli
per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e la
natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo
trattato e di Con- noscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti
non po- trebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima
del dimostrativo. Del dimostr amento. 20.
Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio d'una certa
personale. In questa parte dice CICERONE che, con ciò sia cosa che Ile
cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda indella quale l'uno afferma e
l'altro niega siano di tre maniere, sì inse- gna Tulio avanti quale causa
è dimostrativa. Ma lo sponi- 15. tore non lascerà intanto che non
dica la natura e Ila radice di tutte e tre, oltx'e che dice il testo di
Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la
causa, e dicerà che è il fatto della causa. La persona del par-
liere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo 20. suo
fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o che ssi crede
ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto noll'abbia; altressì
intendo «fatto» quello che fece o che ssi crede ragionevolemente che elli
abbia fatto, avegna che fatto non sia. 3. Il fatto della causa è quel
detto o quel fatto per 25. lo quale alcuno viene in causa e
questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: « Tu
fai tra- 1: in poUà collii —è: M' c\ inovini. ~ 5: .W
Jioooia, L ilice ora — 6: i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo — 8:
S si moslra — 13-14: il' sia in ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio
inprima — M-m cosa — il' sia doni. — 13: m oni. e la radice - lS-19: il-m
Persona del ]). 7 quella — 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo
dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli
(nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello — S4 : il' ijucl
detto — SS- il' et in ipiest., m. ohi. — L siae -- 41
- dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: « Non
fo ». In questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone
de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradi- mento » — « Non fo »; e
chiamasi causa però che 11' uno ap- 5. pone e dice parole contra l'altro
e mettelo in lite. 4. Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che
èe dimostra- mento e che deliberazione e che iudicamento, e così
sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento. —
5. Dimostramento è una maniera di 10. cause tale che per sua
propietade il parliere dimostra ch'al- cuna cosa sia onesta o disonèsta,
e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e questa causa
dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote
partire. 6. La speciale dimostrativa è quella nella quale i
parlieri 15. si sforzano di provare una cosa essere onesta o
disonesta, non nominando alcuna certa persona; et intendo certa
per- sona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e
di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo
dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della 20.
luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa
speciale dimostrativa sia cotale exemplo : « Il forte uomo è da laudare
». Dice l'altro: « Non è, anzi è da vituperare ». E di questo nasce
quistione, se '1 forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa,
ma 25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La
causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i
parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o diso- nesta nominando
certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E
di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et
questa quistione comprende due tempi : presente e pre- terito. Che al ver
dire di ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato biasmato, et altressì
di ciò che fece ne' tempi pas- sati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche
storie di Roma che 35. questa causa dimostrativa si solca trattare
in Campo Marzio, 5: 3/' perciò maggioro — 7 : ìlt' cheo...
cheo (ma L clie... che) - saprà che è — 10: M' per sue propietadi il
parladore — 14: M' i parladori — m spellale o dimostrativa — 16: M' nm.
et intendo certa persona, vi om. et — 17: M' et dele ciltadi — 18: m
cliase diterminate — 19: M-m et della gr. — 20: m non apartiene — ^i :?» om.
speciale — M-m dimostrata — M k cotale lessemplo - So: M-m om. è — 27: M'
alcuna persona essere M-m di tre
tempi — m pres., preter. e luturo — 32: M-m Et al ver dire — 33 : M-m om.
di - 42 - nel quale s'asemblava la comunanza a
llodare alcuna per- sona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a
bia- smare quella che non era degna. E già è ben detto della causa
dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deli- 5. berativa.
Del diliber amento. 21. Diiiberativo è quello il quale, messo
(^' a contendere et a dimandare tra' cittadini, riceve detto per
sentenzia. Lo sponitore. 10. 1. In questa parte dice
Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a'
cittadini a contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che
nne sentono; e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè
alla fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di
15. causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà
delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare
sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua
sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in
ciò sia questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare
oste in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano
qual sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si
considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future
prende l'uomo consiglio e dili- 25. bera che ssia da fare e che
noe. 4. Et questa causa dilibe- rativa è doppia: una speciale et un'altra
che non si puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera
d'ai cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando
1-3: M alcuno cli'era dengno — om. e signoria.... degna — 6: Tutti
i mss. omesso, S è messo — H : M-m che in essa - m M' i loro pareri, L
illoro pareri — 12: M' da loro - 13: M-m dicono — 14: M-m lo migliore —
15: M-m cassare (M 7 quello) — 16: M-m raunavano — 17: M-m non
daffare — 20: M' ressom])ro — M-m che pone -22: M' il migliore — 24: m
nel tempo futuro — ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m Questa ì;
causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia — m una e
spetiale — M-m om. che — 27: M-m alcuna cosa — 28: M-m om. sellò (1)
Il testo latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a
tutti i codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la
rendeva facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma
preferisco quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del §
2. alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace
è da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce
causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. 6. L'altra che
non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare
e' alcuna cosa sia utile o dan- nosa, nominando certe persone, in questo
modo: Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi ». Dice
l'al- tro: «Non è». 7. Et già è detto della causa diliberativa;
omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto 10. a
ciascuno, che Ila propietade della diliberazione èe mo- strare che ssia
utile e che dannoso in alcuno convenentre. Et questa diliberativa si
solca trattare nel senato, e prima diliberavano li savi privatamente che
era utile e che no e poi si recava il loro consiglio in parlamento e
quivi si 15. fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea
un'altra migliore. Del iudiciale. 22. Judiciale è
quello il quale, posto In iudicio, à in sé accu- sazione e difensione o
petizione e recusazione. 20. Lo sponitore. l. La natura
di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore per
cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per
mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo :
che uno ac- 25. cusa un altro e 11' accusato si difende elli
medesimo o un altro per lui; overo che uno fa sua petizione e
domanda guidardone per alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un
altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta dice : « Anzi è
degno di pena ». 2. Et questa causa si pone 30. in iudicio, cioè in
corte davante a' indici, acciò eh' elli in- dichino tra Ile parti quale
àe iustizia; e questo si fae in corte palese in saputa delle genti, acciò
che Ila pena del S. in Iva — 3: M-m e so la p. — 4: M'
L'altra la quale — 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e li crem. — M-m
l'altro dice — *: J/ E già detto — U-m cosa — 9 : M ' oggi- mai dicera
del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno — m e damostrare — 12: m ohe
prima 14: m om. e — m M' in loro consiglio (ma L illoro cons.) — 14-15:
A/' in loro sententia si fermava — 18: Tuttiimss. e [tosto — i9: m
accnsatione, difensione, pctitiono — Tutta mas. recusatione {ma cfr.
testo latino) — 24: m chontro a iust. — m om. che — 25: .V e me- desimo,
L elli med. — 27: m fatta bene — 28: m om. e dice — 32: m traile genti.
malfattore dia exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia
exemplo agli altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: «
I buoni si guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si
guardano 5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale
dop- pia: una speciale et un' altra che non si puote partire.
Speciale è quella nella quale il pai'lierc si sforza di mo- strare alcuna
cosa che ssia insta o iniusta, non nominando certa persona; in questo
modo: « Il ladro èe da 'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice
l'altro: « Non è ». 4. Quella che non si puote partire è quella nella
quale il parliere si sforza di mostrare una cosa essere iusta o no,
nominando certa persona; in questo modo: « È da impendere Guido eh'
à fatto furto, o no? » Od « E da guidardonare Julio 15. Cesare eh'
à conquistata Francia, o no? » 5. Et tutte que ste cause iudiciali si
considerano sopra '1 tempo preterito, perciò che di ciò che 11' uomo à
fatto in arrietro è guidar- donato o punito. Tullio dice la
sua sentenzia della materia di rettorica, 20. riprende quella d'
Ermagoras. 23. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del
parliere (0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre.
(cai). VI) Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice
ne attenda C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di
questa arte in causa 25. et in questione. 1 : VI
exempro allo genti — -V far malo — M il guidardone — S: M' tini benfacloro
— m om. VA — 4: M' o li malvagi seno guardano — 6: U' et una che — 7: il'
il dicitore - 9: M-m om. modo — m è da mpichare — 10: M' un altro —
12-15: M-m om. ila nominando alla fine del paragrafo — i6: il-m om. si —
i7: m per adietro — i8:m pulito SI : M-m parlare, M' parladore, L
parlatore —M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra non tanto la
variante di M' quanto, spe- cialmente, il trovare nel § 1 del commento lo
stesso errore di Mm di fronte a parliere di M'. Conservo, coi
codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia nel primo caso
attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo dunque in-
tenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe spiegabilissima.
Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una prova della
somiglianza sostan- ziale per l'autore fra attendere e intendere si ha
nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi sono
invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea,
nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea ». Poi elle Tulio
àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come fue
oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia
d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la
senten- zia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del par-
liere è di due partite, cioè causa e quistione. 2. Ma certo e' dovea così
riprendere coloro che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto
e disconfortamento e consola- lo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente
perciò ch'elli era più novello e però dovea elli essere più sottile, e
ri- prendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte; e
riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che Tulio CICERONE non
disfina (D lo riprendimento delli altri, si vuole lo sponitore chiarire il
loro fallimento, e dice così: 3. Vero è che, si come mostrato è qua in
adietro, l' officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere,
e questo far credere è sopra quelle cose che sono in lite, e'
ancora non sono pervenute all' anima ; ma chi vuole considerai e il
vero, e' troverà che confortameuto e disconfortamento sono solamente
sopra quelle cose che già sono pervenute all' anima. Verbigrazia : Lo
sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo
intralasciava; onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare
('-) per confortameuto, e questo conforto viene sopra cosa la quale era
già pervenuta all'anima, cioè la negli- genzia. 4. Et se alcuno
disconforta un altro che avea pro- posto di malfare, tanto che ssinde
rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era già pervenuta
all' anima. 30. Adunque è provato che conforto né disconforto non
pos- 1 : m dinanzi — 3: L dico e conferma — 4: M-m la
sciencia — 6-7 : M-m parlaro — 10: M'-L non mattamente —li: M-m om. elli
— 14: m diffina (o anche disfina), ilf'-/y non examina delli altri — m
om. si — 16: M^ in qua dietro — m del parlare — 17: M-m om. si — 18: M'
et che ancora, m e anchora — SO: M' et trovare — 21: m om. già - S3 : L
pensato, S per pensato — 23: M lo tralassava, m lo lasciava — 24: M' bene
ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi sconforta — 30: M-m
sconforto Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por «
dichiarare », che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non
mancano esempii (cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa
parola in senso di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss.
altì- sono essere materia di questa arte. 5. Ma
consolamento puote anzi essere materia del parliere, perciò che
puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta all' anima.
Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare dolorosa vita per la
morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose. Ma un savio lo consola,
tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora pervenuta
all'anima. Ma perciò che in questo consolamento non ha lite, perciò che
'1 consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore,
non puote essere ma- teria di questa arte. 6. Or è ben vero che altri
dissen che dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia
di poete, però eh' a' poete s' apartiene di lodare e di vituperare
altrui. Et avegna che CICERONE no Ili riprenda nominatamente, assai si puote
intendere la riprensione di loro in ciò eh' e' conferma la sentenza
d'Aristotile che disse che dimostrazione e deliberazione e iudicazione
sono materia di questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione
per- tiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi : che '
poeti 20. lodano e biasmano sanza lite, che non è chi dica
contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice contra
il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Erma- goras intendesse
quello che dicea, né che considerasse quello che prometea, dicendo che
tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica. Or dicerà
Tulio le rii)rensioni d' Ermagoras sopra causa e sopra questione. Tullio
seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che ssìa quella cosa nella
quale abbia contro- versia posta in dicere con interposizione di certe
persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è materia dell' arte e, sì
come detto avemo dinanzi, che sono tre parti : iudiciale, dimostrativo e
deliberativo. 2: M' innanzi — del parlatore — 3: m non 6
jiervenuta — 5-6: M ellamava — 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto
sì clid iiropone — 8: M-m che questo cons. — .9: in e non allega — i3: m di
poota.... a poeti, M' de poeti... ali poeti — M' o di vit. — i-i: M
nelle, m non le, M' non gli — i6: M' elicgli conferma — 17: m dim., dilib.
et iiivochationo — 19: M' ali poeti et ali pailadori— 5i : M II parlieri,
»i 11 parlieri?, 3/« E! parladore — m pero che è chi dicha chontro al suo
dire — S-1: A/' chelgli prom. — 26: m e questione, M' sopra questioni —
30: m nm. medesimo — itf' nm. o Sponitore. 1. Poi che
Tulio avea detto che Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e
questione sono materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che
Ermagoras 5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa
della quale molti sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente
uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché
sopr' a cciò contendono di parole met- tendo e nominando alcuna certa
persona, che non si possa 10. partire e che propiamente e
determinatamente si partenga alle civili questioni. 3. Et di questo dice
Tulio che ss' ac- corda co llui, che ciò àe elli detto davanti per sé e
per Aristotile; ma dicerà omai com' elli errò in questione.
Qtd rijivende Tullio Ermagoì as-
Questione apella quella che àe in se controversia posta in dicere
sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene fuori
d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo? Chente è
la grandezza del sole? Le quali questioni inten- demo tutti leggiermente
essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande
mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose
quelle nelle quali noi troviamo essere con- sumata la somma dello 'ngegno
de' filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora
dice Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la
quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole
l'uno contra l'altro non no- 5 M diceva - m ch'era chausa —
7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na {sic) trae, m ne atrae — 8:
M-m contendemo — 10: M' nominatamente — m sautenga — 13: Jf' oggimai —
15: M' la quale ae — 16-17: M' che ben — M-iii li senni vari — M' om. h —
M-m la l'ama — 19: M-m del parlare — 20: M-m oiii. raaltozza, ilf ' om. e
for- seneria — JZ-w parlare, M' parladore — SI: l/Tiusta,//i in vista— 24
^/-w appella- lo: M' era questione — m tra molti — 26: M ne
contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna
anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel
francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse
alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene
fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' fi- losofi qual fosse
il sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e
questi fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e
questi sono epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò
che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia
oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. 4. Altressì 10. fue questione
della forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è
tondo, altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì
era questione della gran- dezza del sole, che alcuni dicono che '1 sole è
otto tanti che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si
sforza- lo, vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra,
e per essa misura ritraeano quella del sole. 6. Et perciò mostra Tulio
che Ermagoras non intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente
s'intende che queste cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere.
Et nota che dice « officio » 20. però che ben potrebbe essere che '1
parliere fosse filosofo, e così toccherebbe bene a lini trattare di
quelle questioni, ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di
filosofia. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli
che dice che '1 parliere possa o debbia trattare di queste que- 25.
stioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano i filosofi. 7.
Or à provato Tulio che Ermagoras non intese quello che disse. Ornai
proverà come non attese quello che promise, in ciò che promettea di
trattare per rettorica ogne causa et ogne questione. 8. Et ciò fae a
guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3: M-m fuori con
lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori d'hon. — .W grande (juostione
— mi traili lilosali — -I : m «m. et — 5 : .V diceano hon. — M-m OHI.
questi fuoro — il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici — 6: il' diceano
volontade (S ugg. cioè piacere) — 7: M-m se songni - 8: M' chel ricalco —
9: S il nostro senti- mento — iO: il perciò — id: il' diceano — IS: il
Hangolo ('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo — m quadro
— i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a —16: m ritraevano la
misura d. s. — 17: il' che elgli diceva. Kt assai ecc. — S3: M' Dunque
ben — M' chi dice — 24: M' debbia parlare — 25: M' et faticano — S7: il-m
non inteso — 28: M-m perche (> rectorica — 29: M-m di savi (1)
La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata da quella di S
che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male interpretato come
abbre- viatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo. Il commento
di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di
ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49 —
quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad
alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse
trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la
quale non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando
per argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di
Tulio. Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che
se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per
istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando 10. la sua
scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non
avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è
quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto retto- rica che
no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del
tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate 15.
cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti,
et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire del- l'arte
sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la qual cosa
noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare a noi che
materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della 20. quale
noi avemo detto qua indietro. In questa parte dice CICERONE che se Ermagoras
fosse stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le
cause, parrebbe eh' avesse detto falso, cioè che avesse dato 25. al
parliere quello officio che nonn é suo; e così non avrebbe mostrata la
forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua. 2. «Ma ora è quella forza
nell'uomo», cioè tal fue questo Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e'
non sappia retto- rica no-lli concederae che ssia filosofo. 3. « Ma
perciò l'arte 1 : 3f siila pongono — 3: m trattare una q. —
4-5: M' per la quale non si porla provare — M' om. per argomenti — 9: M^
o \)ev insegnamento parendo— 10: »i ordinato — M-m del parlare — 11 : M-m
non avesse posto (»m in et n.) — M' ([nello puote — 13: M' che fece nolli
cono. — 14-15: M-m messe, A/' in esse — M-m ^ locate le cose («4 nm. le
cose) 7 lecte — 17: M dell'arti, in delle urti — itf' grandissimo — 18: Jl/
potea, M' ]jotero — 19: ni sia quella — 20: M' qua in adietro — S4: M-m
ciò — M' cavesse detto — 25: Af a parliere — 28: M' ch'olii — 28-29: S che
non lu veruno che dicesse ch'elli non sappia retorica non dirà giù che
egli sia philosopho (1) Il testo latino ha in ea.
che fece non pare in tutto rea ». In questa parola il cuo- pre (1)
Tulio e dimostra eh' elli avrebbe bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non
è del tutto rea » perciò eh' elli àe messo nel suo libro con molta
diligenzia e con ingegno li 5. comandamenti delli altri maestri di questa
arte, et alcuna cosa nuova v' agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là
ove il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte
d' altri maestri fece il suo libro. 4. « Ma molto è picciola cosa dire
dell' arte », ciò viene a dire eh' al parliere non 10. s'apartiene
dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Er- magoras, ma apartiensi a
llui in tutte guise parlare secondo li 'nsegnamenti e comandamenti
dell" arte, la qual cosa non seppe fare esso. 5. Adonque è da tenere
la sentenzia d'Ari- stotile, che dice che materia di questa arte è
dimostrativo, 15. deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto
sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell'
officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue
parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le
parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più
dicono: Inventio, di- spositio, elocutio, memoria e
pronuntiatio. Lo sponitore. ì. Cinque parti dice
Tulio che sono et assegna ragione per che, e quella ragione metterà
lo sponitore in suo luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne
mostra Boezio nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di
queste cin- 1-2: S scuopre — 4: M' con non molto.... ingegni
i com. — 6: J/' vi giiingnesse — i>f-»i la dove — 7:M* fosse ladro — m
poro che dello dette scritte - 8-9: M' delli altri — om. Ma... arte — m
cosa a dire — 10: M-m a dire — 12 : m egli noi seppe fare — 14 : m dice
materia — 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento detto del genere, dell'
officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà l'autore déle sue parti — M
sulficientemcnte dilig. — m ora dirà — 20;mLLQ parti di rettoriclia — M'
inveutione, dispositione, ccc — 24: S questa — M-m che dico se
alcuna Cioè «lo difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre
letto iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di
dimostra. que ijarti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se
queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo l'arte di
rettorica vi fie altressì. 2. Un'altra ragione n'ase- giia Boezio: che
però sono sue parti perchè esse la 'nfor- 5. mano et ordinano e la fanno
tutta essere, altressì come '1 fondamento, la i)ai'ete e '1 tetto sono
parti d'una casa sì che la fanno essere, e s' alcuna ne fallisse non
sarebbe la casa compiuta. 3. Et dice Tulio che queste sono le parti
di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo alcuni che diceano che
memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri
diceano che dispositio non è parte d' essa arte. Et così va oltre Cicerone
e dicerà di ciascuna parte perse, e primieramente dicerà della
'uven- zione, sì come di piti degna; e veramente è più degna, però
15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non
possono essere sanza lei. Tullio dice della
invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili
le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione
è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè
argomenti necessarii - e nota « necessarii », cioè a dire che conviene
che pure cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti
ac- 25. conci a provare che così sia, per li quali argomenti
veri e verisimili si possa provare e fare credere il detto o '1
fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica in- contro ad un'
altra. 2. E questo puote così intendere il porto dello sponitore.
Verbigrazia: Aviene una materia 30. sopra la quale conviene dire
parole, o difendendo 1' una i: .W manca — 3: m vi (ia, M' vi
l'u - 3-4: M' dice Boelius, che poroiù — 5: m fannola tutta essere, Af'
li fanno essere tutto alti-essi ecc. — 6: M' son parte — 8 : m om. Et —
10: m non era ~ 11: M^ dispositlone — 12: M-m dell'arte — 13: m primamente
- 16: m essere o stare — 18: M' invontione (e coù semiire) — m pensamento
— il' overo simili — 19: il-m la cosa — S3: SI' om. a dire — 23-24: m
pure che cos'i sia. E sap- piano — 25: M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto
- 27-28: m chontro ad un altra - 52 - parte o
dicendo centra l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si
conviene dittare in lettera. Non sia don- que la lingua pronta a parlare
né la mano presta alla penna, ma consideri che '1 savio mette alla
bilancia le sue parole 5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn
iscritta. 3. Con- sideri ancora che '1 buono difficiatore e maestro poi
che propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta le
mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel
suo extimare come la casa sia migliore; e poi 10. eh' elli àe tutto
questo trovato per lo suo pensamento, sì comincia lo suo lavorio. Tutto
altressi dee fare il buono rettorico: pensare diligentemente la natura
della sua ma- teria, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili
sì che possa provare e fare credere ciò che dice. 4. Et già
15. é detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire
quello che è dispositio. Dice Tullio de dispositio.
29. Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine.
Sponitore. 20. 1. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR
CREDERE il suo dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine,
cioè mettere ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene,
per più affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2.
E dice eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare
li argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti
nel principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si
possa contrastare lievemente, nella fine. 3. Cosi fae il difficatore
della casa, che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m
chontro all'altra - 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano
alla penna - 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in
iscriptura — 6-S:.il diliciatore prima che metta lo mani a lare — mr=.)/,
ma o maestro - 9: m Poi - 10: M' U suo la- voro — i3: M-m si veri che
possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' om- quello - M-m Ora
procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a
dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -
,W-»i ohi. i, m om. argo- pienti — 27: M' ali (piali
nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo che ssi
conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e camere e caminate, et
a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è dispositio; or diceva il
conto che è elocutio. 5. Tullio dice della locuzione.
30. Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti alla
invenzione. Sponitore. I. Perciò che neente vale
trovare od ordinare chi non 10. sae ornare lo suo dire e mettere
parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi conviene alla
materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella
scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di parole e di
sentenze a quello che noi avemo trovato et 15. ordinato. 2. E nota
che ornamento di parole èe una digni- tade la quale proviene per alcuna
delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende.
Verbigrazia: « Il grande valore che in voi regna mi dà grande speranza
del vostro aiuto ». Certo questa parola, cioè « regna », fa tutte
20. risplendere l'altre parole che ivi sono. 3. Altressì nota che
ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene di ciò che in una
diceria si giugne una sentenza con un'al- tra con piacevole dilettamente.
Verbigrazia : in queste pa- role di Salamene (1): «Melliori sono le
ferite dell'amico che' 25. frodosi basci del nemico». 4. Et già è
detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di sentenzie che
facciano la di- ceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie.
Omai pro- cederà il conto alla quarta parte di retto rica, cioè
memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo....
l'ascia, charaere3: M^ cam- minate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. —
0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche S intenliono) — 9: M om. od — 10:
M' sa adornare il suo dire — 15: m om. E - 16: M dignità della quale, m
M' dignità la quale pervieneSO: M' vi sono — SI m ,»f' perviene — 22 .-
M-m om. Ai — M un'altra seutenfa con un altro, m in un'altra diceria si giungne
un'altra sententia chon un altro piacevole dil. — 23: M-m dice Salamene —
25: M' li frodolenli basci — m om. Et — 26-27: M om. e di sentenzie, m om.
piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono
possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in
dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il
verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice
Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e
delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale
trovare, ordinare o acon- ciare le parole, se noi nolle ritenemo
nella memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice
Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una
naturale et un'altra artificiale. 2. La naturale è quella forza dell'anima
per la quale noi sapemo ritenere a memo- ria quello che noi aprendemo per
alcuno senno del corpo.Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per
in- segnamenti delli filosofi, per li quali bene impresi noi possiamo
ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate 15. o aprese
per alcuno de' senni del corpo; e di questa memo- ria artificiale dice
Tulio eh' è parte di rettorica. 4. Et dice che memoria è quella scienzia
per la quale noi fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo
trovate et ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire.
Et già é 20. detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et
ultima parte di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della
pronunziagione. 32. Pronuntiatio è avenimento della persona e della
voce se- condo la dignitade delle cose e delle parole. 25.
Sponitore. 1. Et al ver dire poco vale trovare, ordinare,
ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere e dicere le
sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice Tulio 5:
*' Però che niente — ot acconciai-e — 7: w» cene, Af' cine — M volere —
9:mom, et — il: M' senso — IS: M' quella memoria — i-i: J»/' udito — i5:
4f' sensi — 16-, m nnu Et — i8 : m olle parole — i9: M' noi vegnamo a
dire — SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto la quinta jiarte, .W"
il maestro - S6 : m o ornare — 27: in a chi non sae prollbrere o
diro -òs- che è pronuntiatio; e dice eh' è quella
scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare
et accordare la voce e '1 portamento della persona e delle mem- bra
secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione 5. della diceria.
2. Che chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel
corpo parlando di dolore che di letizia, et altro di pace che di guerra,
('he '1 parliere che vuole somuovere il populo a guerra dee parlare
ad alta voce per franche parole e vittoriose, et avere argoglioso
advenimento di persona e niquitosa ciera contra ' ne- mici. 3. Et se Ila
condizione richiede che debbia parlamen- tare a cavallo, si dee elli
avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il segnore parla il suo
cavallo gridi et ana- trisca e razzi la terra col piede e levi la polvere
e soffi per 15. le nari e faccia tutta romire la piazza, sicché
paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo
punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per
mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. 4. Tutto
altrimenti dee in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera
amorevole, la voce soave, la parola paceffica, le mani chete; e '1 suo
cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di
soavitade che sopr'a llui non si muova un sol pelo, ma elli medesimo
paia factore della pace. 5. Et così in letizia de' 1 parlatore 25.
tenere la testa levata, il viso allegro e tutte sue parole e viste
significhino allegrezza. Ma parlando in dolore sia la testa inchinata, il
viso triste e li occhi pieni di lagrime e tutte sue parole e viste
dolorose, sicché ciascuno sem- biante per sé e ciascuno motto per sé
muova l'animo del- 30. r uditore a piangere et a dolore. 6.- Et già
é detto delle cinque parti sustanziali di rettorica interamente
secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare
meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scu- sare sé medesimo
di ciò che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~
5: M' che a chi vuole — 0: M' noia boce — 7 : M' parlare, m Il parliere —
8: m smuovere — i/' om. il populo — 11 : M parlantare, m p-are — 12: m
mn. elli — 14-15: M' delle nari, vi sozzi le anari — 16: il' incominci — 17:
M-m om. per — 19-20: M' humili avenimenti — m nel chorpo — 21 : M' le
parole pacefiche — 22 : L di tanta jwssa — 24 : M' om. Et — mss. del
parlatore — 25 : M-m levata in suso - il' le sue parole — 26: il-m e
signilichino — 27: m chinata, il' inchina, L inchinata — 28 : M-m parole
iuste e dolorose — 29: il' muove — 30: m piangerò a dolore. Ora è detto —
31 : il' sustanziali parti — 32: M' il puote — 56 —
quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe
fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio
dice che tratterà della materia e delle parti. 33. Oramai dette
brievemente queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le
quali noi potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di
quest'arte, però che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera
a mostrare la propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che
scrive l'arte rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre
due, cioè della ma- io teria e delle parti. E io perciò voglio trattare
della materia e delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare
più intentivamente chente in tutti generi delle cause debbia essere
inventio, la quale è principessa di tutte le parti.
Sponitore. 15. 1. In questa parte dice Tulio che non vuole
ora pro- vare perchè quello sia genere di i-ettorica che detto
è davante, né Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie
parole e non sono di molto frutto, e però l' atermina nel- r altro libro
nel quale tratta sopr' a cciò; et in questo 20. presente libro
tratta della materia, cioè dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et
altressì tratta delle pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio,
memoria e pronuntiatio. 2. Et di tutte queste tratterà insieme e
comunemente. Ma però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE
chente ella dee essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi
dovemo trovare quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia
deliberativa, e quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che
mosterrà come sia da trovare in catuna di queste cause, e come
30. ordinare e come ornare la diceria, e come tenere a me- moria e
come profferere le sue parole. 1 : M-m quella — 4 : M'
Ogimai — 7 : M admostrare, ni a dimostrare — M' le pro- picladi — 9: M-m
che convenga - iO-H : M-m om. K io.... congiuntamente — IS: M-m chente e
— i3: Af' do tutte l'arti — 16: M-m quella, M -L quel — M' detto davanti
— 18: M' lo termina — 20: M-m dimostrative — 23: M' congiuntamente; m om.
e — 24: M-m om. SI dicerà Tulio — i'S : M' om. sia — congiuntamente — S9:
Af' come iu e. d. q. e. sa da trovare — 30: iii nm. e come ornare
Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi
ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui
piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in
conno- 5. scere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che
sono- il fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per
innanzi, eh' elli intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono
aprendimento e per lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell'
arte, il libro e lo sponitore ne riceve- JO. ranno perpetua laude.
Della constitnzione e delle quattro sue parti. 34. (e.
Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna controversia in diceria o in questione
contiene in se questione di fatto o di nome di genere o d'azione; e noi quella
questione delia quale nasce 15. la causa apelliamo constituzione. E
constitnzione è quella eh' è prima pugna delle cause, la quale muove dal
contastamento della intenzione in questo modo : « Facesti » - « Non feci
» o « Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di mostrare e trattare
della invenzione e della materia insieme, sì mostra lo
sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore chia-
rezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste parole,
cioè causa, controversia, constituzione e stato. 25. 2. Causa vale
tanto a dire quanto il detto o '1 fatto d' al- cuno, per lo quale è messo
in lite, ed è appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra
parte. Et appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando
al prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo:
3: M-m di darli l'animo — 7-10: M^ chel baono — ben dire — per tua laude,
M-m dello sponitore, M ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf
' om. contiene in se questione — 14 : M-m di quella — 15: M^
constitutione ò la prima pugna — 21 : M' om. insieme — M' mosterra, ma L
mostra — SS : M delinventia, m della inventia, M^ della inventione — 23:
m tutto innanzi — Af' mi. si prendono — S7 : M' dell'una parte 7 del-
l'altra — 28: M-m la 'nlentione — M' dal prol. - 58 -
« La mia causa è giusta » cioè « la mia parte è giusta >. 3.
Controversia vale a dire tanto come causa, e viene a dire controversare
cioè usare l'uno coli' altro di diverse ragioni e contrarie. 4. Questione
tant' è a dire come '1 primo detto 5. di colui che comincia contra un
altro e '1 secondo detto di colui che ssi difende. Et appellasi quistione
una diceria nella quale àe due parti messe in guisa di dubitazione,
et appellasi questione per l'una e per l'altra parte della que-
stione. 5. Constituzione si prende et intende in quelle me- 10.
desime significazioni che sono dette davanti. 6. Stato è ap- pellato il
detto e '1 fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare
quel detto o quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione
perciò che '1 parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua
parte di quel detto o di 15. quel fatto. Et per ciò è appellato
controversia che diversi diversamente sentono di quel detto o di quel
fatto. Qui dice lo sponitore come Tullio tratterà della
Invenzione. 7. Et poi che Ilo sponitore àe dette le significazioni di
que- ste parole, dicerà in chente ordine Tulio tratta della 'nvenzione.
Et certo primieramente insegna invenire e trovare quelle questioni le
quale trattano i parlieri, et appellale constituzioni e dice la
proprietade di constituzione e divi- dela in parti. 8. Nel secondo luogo
mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual sia composta,
cioè di 25. quattro o di più. 9. Nel terzo luogo mostra qual
contra- versia sia in scritta e quale in dicere. 10. Nel quarto
luogo mostra quelle cose che nascono di constituzione, cioè la
diceria nella quale àe due divisioni e ragioni, e Ila giudi- cazione e '1
fermamento. 11. Nel quinto luogo mostra in 30. che guisa si debbono
trattare le parti della diceria secondo rettorica. 12. Nel sesto luogo
mostra quante sono esse parti e quali e che sia da ffare in ciascuna. 13.
Et disponesi cosi 2 : Af' vale quasi tanto — 3: M'
controversia — centra l'altro diverse ragioni — 4:M' k tanto a dire — M-m
come primo — 5: m e secondo — 7: M-m parti in essere — M dn- bitatione
sanfa dubitatione — 9: M' i s'intende — 10: m dinanzi — J8: m om. VA- IO:
M' sì dicerà oggimai — 20: L a trovare — 23: m In quattro parti — M-m
dimostra - M qual cosa, m ciualo luogho — 26 : M-m sia scripta - 28 :
M'-L e la ragiono el iu- dicamento el fermamente — 29: m dimostra — 31: M
luorao (tic) .— 32: M' ciascuno M Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et
dispone Ci aspetteremmo o 'l fatto, anche per uniformità colle
frasi seguenti ; ma la concordia dei codici per e lascia incerti sulla
conesiione, che non è neppure indispensabile per il senso.
— 59 — il testo di Tulio per fare intendere onde procedono le
qui- stioni che toccano al parliere di questa ai'te.
Sponitore. - 14. Ogne cosa la quale àe in sé controversia, cioè
della quale i diversi diversamente sentono sicché al- 5. cuna cosa dicono
sopr' a cciò con inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è
vera o falsa, sì à' in sé que- stione di fatto, cioè questione la quale
muove di ciò che alcun fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno
con- tra l'altro: « Tu mettesti fuoco nel Campidoglio »; et esso
10. risponde: « Non misi ». Di questo nasce una cotale que- stione, se
elli fece questo fatto o no, et è appellata que- stione di fatto per
quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome, cioè che
11' una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte n'appone un
altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo o altra
cosa che non sia sagrata. Dice 1' una parte contra lui : « Tu ài commesso
sacrilegio ». Dice l'altro: « Non sacrile- gio, ma furto ». Et nota che
sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette
sacrilegio che fura 20. cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di
questo nasce una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere
nome furto sacrilegio, e però è appellata questione del nome. Od è
questione del genere, cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che 11'
una parte appone a quel fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia :
Dice F uno : « Questi uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea
morto il suo padre» - Dice l'altro: « Non è vero, ma iniustamente
l'à fatto»; e di ciò nasce cotal questione di questa qualitade: se
l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò è appel- 30. lata
questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di che maniera
sia. 17. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che contiene
questione la quale procede di ciò, - e' alcuna azione si muta d' un
luogo ad altro e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra
un altro : « Tu m' ài 4: M' diversi — 6: M' se l'una parte —
8: 3f' un facto — 8-9: M' uno contra un altro — M' Elgli, mie— 12-13: m
che 6 allui aposto, il/' perche il facto che allui e e apposto da
questione ecc. — M-m Onde questione — i4 : M-m in nome o in facto, M'
ialla dal 1° al 2° appone — 18: m M' oin. Et — M' peggio — 20: m Onde — 21:
M' del nome del facto — 22: m di nome — 23: M-m Onde — m di genere — 25:
M-m l'altro — 28: iW' OHI. e — 29: M-m om. se l'à fatto — 30: M' o di che
m. - 31 : M-m Onde — mcioò che viene — 32-34: M' dico calcuna ad un altro
— om. e.... ad altro — uno a un altro (1) È lezione congetturale,
ma sicura, come dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un
cavallo »; et esso risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo
tempo, perciò che ttu se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o
perciò eh' io non debbo rispon- derti in questa corte, ma in quella della
mia terra >. Onde di questo procede una questione, la quale Tulio dice
che è d'azione, cioè se colui dee rispondere o no. 18. Et dice
Tulio che tutte le quistioni che sono dette davanti sono appellate
constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice che constituzione è la
prima pugna delle cause, cioè 10. quello sopra che da prima
contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto dell'altro, e
questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il nascimento, cioè
che muove del contrastamento della intenzione, cioè del detto di
colui che ssi difende contra le parole dell'accusatore. Onde contastamento
è appellato el primo detto del difen- sore e intentione è appellata il
primo detto dello accusa- tore. Et pare che il nascimento della
constituzione vegna della difensione ch'è della accusa, non che nasca
della di- fensione, ma perciò che del detto del difenditore si
puote 20. cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di
ge- nere o di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che
sono messi davanti. 20. Et omai dicerà Tulio le nomora e Ile divisioni e
Ile proprietadi e He cagioni di tutte le dette questioni. 25.
Del fatto, et è detto congettìirale. 35. Quando la controversia è
di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture, sì à nome
constituzione congetturale. Sponitore. 1. In
questa parte dice Tulio che quando la conten- 30. zione è per
alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì come davanti si dice, sì
conviene eh' ella sia provata per con- 1 : M' 0(1 cigli, VI
et e — 3: m e però ch'io — M' rispondere — 6 : M' se quelli — m OHI. Et —
10: M i parliero, vi quello dello quale contendono da prima — 14: M di-
fontu — 15: m M' il primo — 16: M' appellato - 17: M-m che nascimento — 19: M'
owi. del — 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le detto | cagioni I
(piestioni — SS: Moni. è — 26-27: M-vi om. è — per cometlere — 30: M'
apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per presunzioni.
Verbigrazia: Dice uno contra un altro: « Veramente tu uccidesti
Aiaces, ch'io ti trovai e vidi traiere il coltello del suo corpo ».
2. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che a
provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'al- tressì ferme ragioni
si possono inducere per 1' una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto
della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di nome.
Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. 10. 36. Quando
è la controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si
conviene diffinire per parole, sì è nominata diffi- nitiva.
Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che quando la
conten- 15 zione è del nome del fatto, cioè come quel fatto eh' è
ap- posto altrui abbia nome, quella questione si è diffinitiva
perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella parola e di quel
nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispia- nare che viene a dire e
che significa, non per exempli ma 20. per parole brevi e chiare et
intendevole. 2. Verbigrazia : Un uomo è accusato che tolse uno calice d'
uno luogo sa- crato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si
difende dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa con-
troversia si è tutta la questione per lo nome di questo fatto: 25.
è sacrilegio o furto? 3. Onde per sapere la veritade si con- viene
diffinire l'uno nome e 11' altro, cioè dire la signiffi- cazione e Ilo
'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie chiarito per le parole
quello che '1 nome significa, assai bene si potrà intendere e provai*e
qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi eh' è detto del nome,
sì dicerà Tulio del genere. 3: m e viJili trarre, M'
ol ti vidi trarre — 5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se
ne possono — 7: in ora. E — *: m om. sì — W: M' la controversia è — ii:
M'-L appellata — 13: M-m om. è — 3f ' 7 ilei facto — 16: M' om sì — 17:M'
che ella airorca — M-m a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro — 23:
M' ma e furto — 24-25: AT» se questo facto è sacrilegio furto — 26: m
l'altro — M-m dare - 28: M-m che nome — 30: m om. Ei e si
62 Dice Tullio del genere, et è appellato
generale. 37. Quando è quistione della cosa qual sia, perciò clie
Ila. controversia è della forza e del genere del fatto, sì è vocata
con- stituzione generale. 5. Lo sponitore.
1. In questa parte dice Tulio che quando è questione della cosa
quale ella sia, perciò che Ila controversia è della forza del fatto, cioè
della quantitade, e della comparazione et altressì del genere, cioè della
qualitade d'esso fatto, si è 10. vocata constituzione generale. 2.
Verbigrazia : La quanti- tade del fatto si è cotale questione : se uno à
fatto tanto quanto un altro, si come fue questione se Tulio avea
tanto servito al comune di Homa quanto Catone. 3. La compa- razione
del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia migliore, 15. si
come fue questione quando i Romani presono Cartagine qual era il meglio
tra disfarla o lasciarla. 4. 11 genere del fatto si è questione della
qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se colui che
fece il fatto fece iustamente o iniustamente. 20. Dice
Tullio dell'azione, et è appellata translativa. 38. Ma quando la
causa pende di ciò che non pare che quella persona che ssi conviene muova
la questione, o non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro
che ssi conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege
o di quel peccato o di quella 25. pena che ssi conviene, quella
constituzione à nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere
translazione e tramutamento. 8: M-m o decta forfa — 9: M-m
sia — M' aiiiiellala — H : M-m senno - 14. m do fatto — i7: M-m qualità —
2'1: A/' l'accusa — 24: M convenne, M-m nm. o non (1) La frase o
non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma si ricava
dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In questa parte
dice CICERONE della controversia del- l'azione, che quando sopr'acciò è
Ila questione e' si conviene che U'azione si tramuti in tutto o in parte,
e perciò à nome 5. translativa, cioè trarautativa- Et questo è o puote
essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel testo, cioè:
2. Quando non muove la questione quella persona a cui la conviene di
muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro : « Tu se'
venuto troppo tardi a scuola ». Et 10. esso dice: « A te no'nde
rispondo, che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi
al nostro mae- stro ». 3. O non muove la questione contra quella
persona che ssi conviene. Verbigrazia : Fue trovato che in Roma si
trattava tradimento e fue alcuno che ll'aponea contra 15. lulio
Cesare, et esso dicea : « Contra me non si conviene muovere di ciò
questione, ma contra Catellina che 11' àe fatto e fa tutta fiata ». 4.
non muove la questione appo coloro che ssi conviene, cioè davanti a
quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue accusato il vescovo di simonia
da- 20. vanti al re di Navarra. Il vescovo dice: « Tu non
m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son bene
tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico ». 5. O non muove la
quistione in quel tempo che ssi conviene. Ver bigrazia : Uno fue accusato
il giorno di Pasqua ; esso di- 25. cea : « Non rispondo ora di
questo, perciò che oggi non è tempo d' attendere (1) a cotali
convenenti». 6. non muove questione a quella lege che ssi conviene.
Verbigrazia : Uno cittadino di Roma era in Parigi e volea piatire contra
uno francesco secondo la legge di Roma; ma quel francesco dice
3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. — 5: Af 7 puote, m e questo
puole essere — M' in sette m. — 7-8: m si conviene — M' in contro a un
altro — 9-iO: M' Ed elgli, m et elli — M-m om. ti — 12: M-m muovere, M'
muove questione — i4: Af alcuna —16: m questione di ciò, M' di ciò non si
conv. m. q. — ' 17: m tuttavia — M-m contra coloro — 18-19: M' che si
dee.... Il vescovo fu acc. — 21: M davante a giudici, m /> davanti a
giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua — egli — 25: M' non ti
rispondo ora di ciò — 26: m M' da rispondere — 29: M' la legge romana — m
il Francesco (1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si
trova una valida ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle
due famiglie di codici sembri risul- tare un da rispondere: sarà stato
determinato dal rispondo con cui comincia la frase. che non dee
rispondere a quella legge ma a quella di Francia. O non muove la
questione di quel peccato che ssi conviene. Verbigrazia : Fue accusato
uno, che non avea il membro masculino, ch'avesse corrotta una vergine;
esso 5. dice: «Io non risponderò di questo peccato» non muove
questione di quella pena che ssi conviene. Verbigrazia. Fue uno accusato
ch'avea morto uno gallo et erali apposto che perciò dovea perdere la
testa; esso dicea: « Non rispondo a questa pena, perciò che non tocca a
questo peccato. Donde tutte queste questioni sono translative, cioè che
ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata in tutto e tal fiata in
parte, si come appare nelli exempli di sopra. Dice
Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non sarebbe
causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne ma- niera
di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella
non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta
causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et
àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole
Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o
del nome o della qua- 25. lità del tramutare l'azione, non è intra
parlieri, certo intra loro non puote essere controversia ; e poi che
'ntra loro non à controversia, certo il fatto sopra il quale
dicessero parole non sarebbe causa, e così non sarebbe materia di
questa arte, cioè che non sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2.
Et provando questo sì dimostra Tulio i: i non si dee — 4-5:
m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo uno — 8: M' nm_ perciò - m egli
dice — M' non li lispondo — 9: M' non tocclia (piosto peccato — ti: M' in
altro slato, m om. e stalo - J2:M' paro — 16: M' luna de ipicste sia - 17: M
tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m provare
Tulio - S3-S6: M-m om. ^ — m tralloro - 30: m quando ([U'-sto
che Ile predette cose in questa arte sono si congiunte in- sieme
che qualuuiiue causa è dimostrativa o deliberativa o iudiciale sì
conviene che sia constituzione o del fatto o del nome o della qualitade o
dell' azione, et e converso che 5. qualunque constituzione è del fatto o
del nome o della qualità o dell'azione sì conviene che sia dimostrativa
o deliberativa o iudiciale. Et omai perseverra Tulio sua ma- teria
per dicere di ciascuna parte per sé. Del fatto.
1(». 40. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti
tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo
modo: « Ulixes uccise Aiace o no ?» Et puotesi fare questione che ssi
fa ora, in questo modo : « Sono i Fregelliani in buono animo verso
lo comune o no ? » Et puotesi fare questione che ssi farà, in questo
15. modo : « Se noi lasciamo Cartagine intera, everranne bene al
comune no? ». In questa pai'te dice CICERONE che Ila
controversia la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la
quale 20. àe nome constituzione congetturale sì come fue detto
in adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè
preterito, presente e futuro. 2. Nel preterito pone Tulio r exemplo della
morte d' Aiaces, che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto
il buon Achilles, 25. et apresso la sua morte fue grande questione
delle sue armi intra Ulixes et Aiaces. 3. Et certo Ulixes fue, secondo
che contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor
parliere, sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene
dire niettea in compimento le grandi vicende, 30. alle quali altre
non sapea pervenire, e perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per
lo suo senno che non fecero 2: M dimoslraliva — 3: M'
constitutione del facto — 4-6: M-m om. ot e conweiso.... dell'azione — 7
: M' Et oggimai perseguita — 10: M' in dui tempi — 11: m clie exututo —
13: M* de buono animo — 14: m om. che ssi farà — 15: M-m, L in terra — ikf'
aver- ranne, m e veramente bene — S3 : M' Tulio la morto — 24: M* a Troia
— 26-27: M' secondo che recitano le storie, fue M-m et niilior — 29: M*
per .ben dire — 30: Mie quali, m le quali oltre non sapeano — M adopio 7,
m adoppio più, M' adopero elgli M' in
contro a — la non fé, L non fece quasi tutta l'oste per
arme, et alla fine si parve uianife- stameute, eh' elli fue trovatore del
cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita; ma veramente in guerra
non si 5. fatigava molto con arme e non era di gran prodezza, ma
tuttavolta dimandava che Ili fossono concedute l’armi d'Achille, e dicea
che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta l'opera perchè etc
4. Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e prode all'arme,
di gran 10. guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza molto**
(D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e perciò
domandava l'armi d'Achilles e dicea che non si conveniano ad ULISSE. Onde
alla fine l'armi furono concedute ad Ulixes, per la qual cosa montò tra
lloro tanta invidia che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo
tempo fue morto Aiaces e fue della sua morte accusato Ulixes, et
esso si difendea e negava ; e di questo sì era questione di fatto in
preterito, cioè che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo
mette Tulio l' exemplo de' Fragel- 20. lani, che furo una gente i
quali fui'ono accusati in Roma eh' elli aveano male animo contra il
comune. Et elli si di- fendeano e diceano che 11' aveano buono e dritto ;
e di ciò si era questione di fatto presente, cioè se sono ora
presen- temente di buono animo o no. Nel futuro mette CICERONE l’exemplo
di Cartagine, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più
poderose del mondo, e tenne guerra contro a Roma, sì eh' alla fine i
Romani vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila
cittade si di- sfacesse per lo bene di Roma, et altri consigliaro del
no, 30. perciò che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella
rimanesse intera, e di ciò è questione del tempo futuro, cioè se
bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse intera o s'ella si
disfacesse. 8. Ma poi che Tulio à detto della controversia del fatto, sì
dicerà di quella del nome in questo modo. i: M' ne non era.
— 6: M' ben dengno — 7 : M' ben l'opera perchè, L bene adope- rato perchè
— 9: m orti, e sanza molto — 10: M-m provale — 14: m iim. mezzo — 15 : m
7 dela sua morte fue aco. — 16-17 : M-m onde di questo era già (piestione... in
perciò che già ecc. (vi om. in perciò) — 18: M' Fregiani — 19: M' che
fuoro accusati — SO: SI' comune de Roma — 22 : m om. si — S6: M incontra
— S7 : m om. e — M' vollero (ma L voleano) — 28: m om. et — M' di no m pero che meglo ne potrebbe loro
intervenire M-m, L in terra — Af' e
questo nel tempo futuro — M-m che bene — 31: M, L'in terra (1) Così
hanno i mss. e perfino la stampa, ma evidentemente manca qualche parola
(anzi itf " dopo molto lascia uno spazio bianco), come dire o parlare.
Basti averlo notato, senza pretendere d' indovinare. Del nome-
Ai. Controversia del nome è quando lo fatto è conceduto, ma è questione
di quello eh' è fatto in che nome sia appellato; et in questo conviene
che sia controversia del nome, perciò che non 5. s'accordano della cosa;
non che del fatto non sia bene certo, ma che quello ch'è fatto non pare
all'uno quello eh' all' altro, e perciò l'uno l'appella d'un nome e
l'altro d'un altro. Per la qual cosa in questa maniera la cosa dee essere
diffinita per parole e breve- mente discritta, come se alcuno à tolta una
cosa sacrata d'uno luogo 10. privato, se dee essere giudicato furo o
sacrilego, che certo in essa questione conviene difinire l'uno e l'altro,
che sia furo e che sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa
conviene avere altro nome che quello che dicono li aversarii. In
questa parte dice CICERONE della controversia del nome ; e perciò
che di questo è molto detto davanti, sì siue trapassa lo sponitore
brevemente, dicendo solamente la tema del testo, sopra '1 quale il caso è
cotale: 2. Roberto accusa Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa
sa- 20. crata, si come uno calice o altra simile cosa la quale
sia diputata a' divini mistieri, e dice che Ila tolse d'uno luogo
privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non sacrato. Viene l'accusato e
confessa il fatto. Dice l'accusatore: « Tu ài fatto sacrilegio ». Dice
l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma furto. Et così sono in concordia
del fatto, ma non della cosa, cioè della proprietade per la quale si possa
sapere che nome abbia questo fatto, perciò eh' all' accusatore pare una,
che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato pare un' altra, che dice eh' è FURTO.
Onde in questa maniera di CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che
dice sopra questa materia dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE
3 : it 7 (li questo — 9 : M-m distrecta —10: M- sacrato — M-m per
furto o per sacrilegio, L furto sacrilegio —11: M-m con l'altro — m furto — 12:
M-m che sacrilegio, A/' che sia sacrilego — il/' scriptione — 16:Mom.
detto — M' nm. si — 18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto — 19 : m
cosa simile — SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere) — 23-24: M il
l'atto. Et dice laccusato — m Non o, ma furto — 27-28: m però
chellachusatorc... una diosa — 2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò — 30:
jV' jjarladore — 3t: M' didinita - G8 - che cosa
è SACRILEGIO e che è FURTO; e così dee mostrare come questo fatto non à
quel nome che dice l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome;
omai dicerà Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo :
5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è
quando il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma
è questione della quantitade del fatto o del modo o della
qualitade, in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e
tutte cose nelle quali è questione chente sia quel fatto. Lo
sponitore. in questa parte dice Tulio CICERONE della questione del
genere, e di questa è tanto detto dinanzi che 'n poche parole di-
morerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è del 15.
genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in con- cordia coir
accusatore del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade
del fatto, cioè se grande o pic- colo o molto o poco. Verbigrazia. Un
gran romano quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato
eh' ha fatto danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e
'1 nome del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO.
Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o
piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì
come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la
migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del
fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e
accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à
morta giustamente, ma bene con- OM, 8:
M'in modo della qualitndo — 9: m o non giusto — 12: M' tracia — i3: M-m
detto — VI di questo — M die poclie p. — m dimora, Af' <limorra - 16-17: M'
ohi. ma sono.... del fatto — 20: M-m t>m. e male — S3: M-m nm. Ed —
So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M' nm. si - 27 : M' o disfare - 2S :
M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di ((uestl , M-vi dotesles — 30-.il :
m nm. ot esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea
- 69 — fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in
discordia della qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O
INGIUSTAMENTE. Ben è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della
quàntitade nel testo, né della comparazione, se non solamente della
5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne vien tra Ile mani
che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte cose nelle quali si
confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è questione della qualità
d'esso fatto, sì è controversia del genere. E poi che Tullio CICERONE à
detto di questa questione del genere secondo il suo parimento, sì procede
immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa
controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono
DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo
fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in breve,
perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo
seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò, paia che
noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e
dimostramento sono generi delle cause, non possono essere diritte parti
d'alcuno genere di causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere
genere d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere
d'una me- desima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera
delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale
sola- mente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che
non sia alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice
che Ile cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande
for- seneria. Un genere, cioè pur iudiciale solamente, non puote
essere, acciò che diliberamento e dimostramento non sono simili intra
lloro e molto si discordano dal genere iudiciale, e ciascuno à suo
fine al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti e tre son
ge- neri delle cause, e così deliberamento e dimostramento non possono
4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le mani — iO: m om.
secondo il suo pari- mente — M mantenente — 13: M-m II (juale lue — i7 :
3/' nm. i)erciò — cene passas- simo — 18: m stessomo - 19: M' dimora, m
imped. 7 dimoro — 20: M-m dim. — 22 : m M' causa — M-m genere 7 parte d'
una medesima - 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale. — 26: M-m om. e
deliberativo — 27: M' ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti — 28-29 : M
7 grandi; fors (?), m 7 grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere. — .12
: M 7 certo — 3:i : M' de cause... dimost. 7 del. essere a
diritto tenute parti d'alcuno genere dì causa. Dunque ma- lamente disse
ch'elli fossero parte della constituzione del genere. 46. (e. X) Et
s'elle non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, molto
meno fien tenute parti della diritta parte della causa; e parte della
causa è ogne constituzione; donde no la causa alla constituzione, ma la
constituzione s'acconcia alla causa. Ma dimostramento e diliberamento non
possono essere tenute diritte parti della causa del genere, perciò che
sono generi: donque molto meno debbono essere tenuti parte di quello
ch'esso dice. 46. Ap- 10. presso ciò, se Ila constituzione et essa
e ciascuna parte della con- stituzione è difensione contra quello eh' è
apposto, conviene che quella che no è difensione non sia constituzione ne
parte di constituzione. Et certo deliberamento e dimostramento non sono
constituzione. Dunque se constituzione et ella e la sua parte è
difensione contra quello eh' è apposto, il dimostramento e '1
diliberamento non è constituzione ne parte di constituzione. Ma piace a
Itui che ssia difensione. Dunque conviene che Ili piaccia che non sia
constituzione, né parte di constituzione. Et in altrettale isconvenevile
fie condotto, se esso dica che constituzione sia la prima confermazione
dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ; e così
seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa
congettu- rale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un
mede- simo genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la
diffinitiva causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere
diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di
constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che
ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si
prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza
della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una
medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione
congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e
talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di
constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa
dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi,
cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti d'alcuna
constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute parte — 5:
M-tn om. parto delln causa ì- — vi om. no - 7: JV' tenuti — 9 : m tenute
parti, il/' im. tenuti — M-m cliossi dice — iO: M-m chella const. — 11:
M-m ? difensione — M' (piella - IS: M-m non sia la constitutione — 13: m
om. Et — 14: M 1 dunque le const., m Dunque la const. — 15: M' nm. e '1
dilibera- mento — 16-18: m om. i due periodi — ^0 : m seguiteranno - l' 1
: M-m si convenevoli - 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf. — 25 : M-m om. e
translativa - 26: M-m om. nk - M' ne te- nere — 2S: m il novero — il/ sic
radoppia — 31: m coniotturalc generale — 32: i wim. illusori
— (i Lo sponitore. I. In questa parte dice
Tulio che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro
parti sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e
negoziale; della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra
molte ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova
manifestamente per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento
sono generi delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché
sono generi, cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere
parte delle cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e
parte di quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli
argomenti conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi se-
guentemente dice la sua sentenza : quali sono le parti della 15.
constituzione del genere, cioè della quantitade e del modo e della
qualitade del fatto, sì come qui dinanzi fue detto. Et in ciò incomincia
la sentenzia di Tullio in questo modo : Le parti della
constituzione generale. 20. ^S. (e. XI) Questa constituzione del
genere pare a noi ch'ab- bia due parti : Iudiciale e
negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio àe ripresa
l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua sentenza e
dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che dicea
Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua sen-
tenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e
dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M'
dimostrativo, deliberativo ecc. — 6: M-m provava — 9: m genero — 10: M el
acciò — 11 : M-m tiicta — 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere — 17 : il/'
comincia — 23 : m ripreso — 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m
che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella
quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di
guiderdone o di pena. Sponitore. 5. 1. La iudiciale
coustituzioue è quella nella quale per diritto, cioè per ragione
provenuta per usanza e per igual- lianza, cioè per ragione naturale o per
ragione scritta, si questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione
o sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto
o ingiusto o buono o reo. 2. Altressì è iudiciale quella nella quale è
questione d'alcuno per sapere s'egli è degno di pena o di merito.
Verbigrazia : « Alobroges è degno d'avere merito di ciò che manifestò la
congiurazione di Catenina?» e questionasi del sì o del no. Et anche
questo 15. exemplo : « È Giraldo degno di pena di ciò che
commise furto ?» e questionasi del si o del no. 3. Et poi che à
detto Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra parte, cioè della
negoziale. Di negoziale. 20. 50. Negoziale è quella
nella quale si considera chente ragione sìa per usanza civile o per
equitade, sopra alla quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice
CICERONE che quella constituzione è appellata ne- 25. goziale nella
quale si considera per usanza civile, cioè per quella ragione la
quale i cittadini o paesani sono usati di tenere i-lloro uso o in
loi'o costuduti, o per equitade, cioè per legi scritte, chente
ragioni debbiano essere sopra quella 2: m quello nel (juale
— 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di merito — 6: m perve- nuta — 8.me
sopra la comp. — 9: m se questo giusto —il: M^ si questiona d'alcuno
selglie ecc. — 12-14: m o di morte — M-m o alabroges di Catenina et questionisi
del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo —16: m
quistionìsi... om. Et — A/ 7 del no — 16-17: M' Tulio a detto dela
giuridicialo — 20: M' Di negotiale — 26: M' om. paesani — 27 : M' i loro
costuduti m illoro chostuduli, M' in loro constituti — M-m equalitade —
S8 : M' cliente ragione debbia constituzione. 2. Et intra la
iudiciale e la negoziale àe co- tale differenzia : che Ila iudiciale
tratta sopra le cose pas- sate et intorno le leggi scritte e trovate ; ma
la negoziale intende intorno le presenti e future (1) et intorno le legi
et 5. usanze che saranno scritte e trovate. 3. Et questa è di molta
fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a provarla et a
formare nuove ragioni et usanze allegando in ciò ragioni da simile o da
contrario. Et questa questione si tratta davante a' savi di legge e di
ragione, ma in pro- 10. vare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila
ragione ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e
che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per meglio
dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell' Arte.
15. Di due parti di Iudiciale. 51. La iudiciale dividesi in
due parti, ciò sono assoluta et assuntiva. Sponitore.
1. In questa parte dice Tulio che quella questione la 20. quale è
iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due parti : una eh' è
appellata assoluta e l'altra la quale è ap- pellata assuntiva ; e dicerà
di catuna per sé. 3 : M interno — 4: i mss. futuro — M' il
presente — 8 : m in se ragioni — 9 : M assaivi, m si tratta da savi — 10:
M pur di quello — 16: M' si divido — 21 : M' luna la quale è appellata -
M-m e assunptiva (1) Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e
futuro) sembri ottima, prefe- risco ricorrere alla lieve correzione di
futuro in future.: M* ha tendenza a cam- biare, e quindi non è
improbabile che, trovando già l'errato futuro, abbia voluto accordare con
esso l'aggettivo precedente, le presenti. Non saprei invece come spiegare
un cambiamento inutile in M-m. Assoluta è quella che in sé stessa
contiene questione o di ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che
quella questione iudiciale del genere èe appellata assoluta la
quale in sé medesima è disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di
fuori contiene in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade
o sopra la comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce
10. s'egli é di ragione o d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o
ingiusto o buono o' reo, sì come in questo exemplo donde fue cotale
questione. 2. Verbigrazia : Fecero quelli da Teba giusto o ingiusto
quando per segnale della loro vittoria fe- cero un trofeo di metallo? Et
certo questo fatto, cioè fare 15. un trofeo di metallo per segnale
di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé contiene forza
della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Asuntiva-
53. Assuntiva è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa 20. a
difendere, ma di fuori prende alcuna difensione ; e le sue parti
sono quattro : concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato
e comparazione. S:M-m slesso — 7: M-m nm. ai — fi:
M-m «m. o sopra la (luantilude — 7 invece ili 0—9: M' in f|uel facto —
12: M-m Ino - »« di Teba — 14-13: m et cerio questo trofeo fatto faro per
sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo — 16: M' la forfa — 1
9 : M-m ohi. olio per sé non dà alcuna Cicerone dice che quella
constituzione è appellata as- suntiva della quale nasce questione, la
quale in sé non à fermezza per difendersi da quello peccato eli' è allui
appo- 5. sto, ma d'un altro fatto di fuori da quello prende argo-
mento da difendersi; si come nella questione d'Orestes, che fue accusato
eh' avea morta la sua madre, et elli dicea che ll'avea morta giustamente.
Et certo il suo dire parca crudel fatto, sì che queste parole per sé non
anno difensione 10. com'elli l'abbia fatto giustamente, ma prende
sua difen- sione d'un altro fatto di fuori e dice: « Io l'uccisi
giusta- mente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare
che con questa giunta piaccia la sua ragione. 2. Efc questa co-
tale questione assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15.
dicerà di catuna perfettamente per sé. Di concedere.
54. Concedere e concessione è quando l'accusato non difende quello
eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato ; e questa si divide in due
parti, ciò sono purgazione e preghiera. 20. Sponitore.
I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la questione assuntìva e
com' ella si divide in quattro parti, sì vuole di- cere di ciascuna per
sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più aperto. 2. Et
primieramente dice che é concedere, 25. e dice che quella
constituzione é appellata concessione quando l'accusato concede il
peccato e confessa d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e
questo puote es- sere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera,
e di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima 30.
della purgazione. 3: M> non àe in se — 5: M' di quello —
7 : M' Pt elli rispondea — 8-iO: M-m om. Kt certo.... giustamente — i4:
M' nm. assuntìva — 15: M' per se perfectamente — 17: M' o concessione -
18 : 3f ' domanda chelgli sia p. — m. 7 questo — 21 : m che e quale, M'
che 7 quale 6 — 23: m di chatuna — 24: M-m concede — 26: m confessa il
pechato d'averlo facto Purgazione è quando il fatto si concede ma
la colpa si ri- muove, e questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e
necessitade. Dice CICERONE che quella maniera di concedere la quale
è per purgazione sì è et aviene quando l'accusato confessa, ma
lievasi la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa ; e questo puote
fare in tre maniere, delle quali è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2.
Verbigrazia : Mercatanti 10. fiorentini passavano in nave per
andare oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in
pericolosa paura, per la quale si botaro che s' elli scampassero e per-
venissero a porto che elli offerrebboro delle loro cose a quello deo che
là fosse, et e' medesimi F adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto
nel quale era adorato Malco- metto ed era tenuto deo. Questi mercatanti
l' adoraro come idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati
ch'aveano fatto contra la legge ; la qual cosa bene confessavano, ma
allegavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò 20. diceano
che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se doveano essere puniti o
no. 3. La seconda maniera è caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che
non si puote fare quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante
caur- sino avea inprontato da uno francesco una quantità di pe-
25. cunia a pagare in Parigi a certo termine et a certa pena.
6: M-m om. b — 7 : M-m imi. non — 8: M' Kl puotesi l'art! — o In
prima — tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave — Jf
sopravenne — li: mi miseli, JV/' om. che — 14: M' edelgli medesimi — 15:
M' Macliometlo, m Maometto — 17: M' fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m
mii. Or — 19: M' noi sapeano — 21: m puliti — S4 : m inprontato moneta da
uno franeesclio Avenne che '1 debitore, portando la moneta,
trovò il fiume di Rodano si malamente cresciuto che non poteo
passare né essere al termine che era ordinato. Colui che dovea
avere domandava la pena, l' altro confessava bene eh' avea 5. fallito del
termine, ma non per sua colpa, se non che '1 caso era advenuto ch'avea
impedimentitotU la sua venuta, e però dicea che Ila pena non dovea
pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea pagare o no. La III maniera è
necessitade, cioè che conviene che ssia così et altro non potea
fare. 10. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che
qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò
che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che merca-
tanti genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico
d'avere. Convenne che per impeto di 15. tempo per forza di venti,
(2) centra' quali non si poteano pa- rare, pervennero nel porto e fue
presa la nave e le cose per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti
che Ila nave era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso
porto, e però diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò
20. era questione, se Ile doveano perdere o no. Tutto altressì i
Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano la nave o la valenza; i
mercatanti diceano che l'amenda non dovea es- sere domandata, perciò che
per necessitade e non per vo- lontade erano iti in quel porto. 5. Et poi'
che Tullio àe detto 25. della purgazione e delle sue parti, si
dicerà della preghiera. Della preghiera. 56. Preghiera
è quando l'accusato confessa ch'elli àe commesso quel peccato e confessa
che 11' àe fatto pensatamente, ma sì domanda che Ili sia perdonato, la
qual cosa molte rade fiate puote advenire. 1 : M-m avieno —
S : M-m polea — 3: M' a. termine ordinato — 5 : M' al termine - 5-6: M
impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita — il: M' nel
loro porto — 13: m una nave viniziana, 3/' una nave de Viniziani 7 passavano —
14-15: M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di
vento — 18: M^ in quel porlo — SO: M' ora la questione — m dovea — 22: M'
che por lamenda — 24 :m om. Et — 28-29: m domandasi — M' om. molto
(1) Questa lezione di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè
dall'altra fami- glia di codici. Lo scambio, avvenuto in M, con
impedimento era facilissimo e lo favoriva il fatto che il senso restava
quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto impedi- mento ^>.
Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è manifestamente guasto
(impedimento è correzione arbitraria), mentre l'espressione impeto di tempo,
ana- loga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può bene corrispondere alla
magna tempestas di cui parla l'esempio ciceroniano {De Inv., II, 98) sul
quale è modellato il nostro. Cicerone dimostra in questa picciola parte
del testo che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice
che allotta è questione di preghiera quando l'accusato confessa 5.
e dice che fece quel peccato che gli è aposto e ricognosce che ir à fatto
pensatamente, ma tutta volta domanda per- dono. 2. Onde nota che questa
preghiera puote essere in due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia :
In questo modo è la preghiera aperta : Dice l' accusato. Io
confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore e per
reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa è in questo
modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando che voi mi
perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande onore i' òe
fatto al 15. comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato
». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono adve- nire
rade volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege
sie che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo
'mperadore e '1 sanato avere prove- 20. denza in perdonare gravi
misfatti, sì come poteano li an- ziani del popolo di Firenze ch'aveano
podere di gravare e di disgravale secondo lo loro parimento. 4. Et poi
che Tullio àe detto della prima parte della constituzione as-
suntiva, cioè della concessione e che cosa è concedere, et à 25.
delle due maniere di concedere detto, cioè di purgazione e di preghiera,
sì dicerà della seconda parte, cioè rimuo- vere lo peccato.
Di rimuovere. 57. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si
sforza di 30. rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo
sopra un S : M' mostra — 5 : M' elicigli lece — 6' : M'
nppensatainentc — 8 : M' nascosa — 14: M' om. bene — 17 : M^ fiato (ma L
volte) — li ([uali sono — 18: M noniianno — 19: m prudenzia — SS: m
eclisgravare, M> 7 disgravare — ni lo loro parere, L illoro pa- rere,
S il loro piacimento — m om. Et — So: M' m e a detto delle duo maniere ecc.
- 30 : M' mettelo (ma L metterlo) (1) Conservo volte appunto
perchè questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non si può
considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sosti- tuito
per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per
forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o
mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la
cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e
per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un
altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è
rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è
accu- sato d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva
da ssè quel maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à
fatto, ma un altro cli'avea in lui forza e si- gnoria il costrinse a
ffare quel male ; e questo rimovimento del peccato dice Tullio che ssi
puote fare in due guise : l'una si mette la colpa e la cagione sopra un
altro, l'altra 15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la
colpa e la cagione si mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli
à fatto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e
signoria. Verbigrazia : Il comune di Firenze elesse ambasciadori e fue
loro comandato che prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro
dispensa et immantenente andas- sero alla presenzia di messer lo papa per
contradiare il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in
Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il paga-
mento e '1 signore no '1 fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la
pecunia, sicché li ambasciadori non andaro e' ca- valieri vennero. Della
qual cosa questi ambasciadori fuo- rono accusati, ma elli si levaro la
colpa e la cagione e 3: m la chosa — 7: Af' die e rimuovere
— 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette, M' l'una si e mettere — ^5: M'
si e mettere — m om. Kt - 20: Af inmanlenenente, it/' incontanente — 21 :
m cliontradire - 23: M-m domandano — 24: M m il segnore — m e il
chamarlengo — 25: m il nego di dare la pecliunia — 26:m li anbasciadori — 27 :M'
si levano miseria sopra '1 signore e sopra '1 camarlingo, i quali
aveano la forza e la seguoria e non fecero lo pagamento. 3. Mettere il
fatto sopr' altrui è quando l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e
non ebbe colpa né cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto
et ebbevi colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il
mette dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Ca-
tenina andavano da Roma a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a
cui Catellina portava grande maia- lo, voglienza per cagione della
coniurazione di Roma, e perciò in mezzo della via l'uccise; né Catone non
avea podere di difenderlo, perciò eh' era malato di suo corpo, ma
rimase intorno al morto per ordinare sua sopultura. Et Catellina si
n'andò inn altra parte molto avaccio e celatamente. In que- 15. sto mezzo
genti che passavano [per la via] per lo camino (i) trovaro il morto di
novello, e Catone intorno lui, sì pen- saro certamente che Catone avesse
fatto il malificio, e perciò fue esso accusato di quella morte; ond'elli
in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo che fatto nol-
20. l'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'era suo parente, e dicea che
noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era ma- lato di sua persona. Et
così recava il fatto e la colpa sopra Catellina, perciò che '1 dovea fare
come di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. 4.
Et poi 25. che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì
insegnerà in questa altra partita riferire il peccato.
Ttillio dice che è riferire il peccato. 58. Riferire il
peccato è quando si dice che ssia fatto per ragione, in perciò che alcuno
avea tutto avanti fatto a liuì 30. ingiuria. i : m 7
al chamai-lingo — 4-ò: M om. ch'egli... ma dice — m nel fare — 5 : Af ' che
un altro — 9: VI om. grande — 12 : m di suo corpo malato — 15: M^ gente —
J/' m om. per la via - 16: m il novello morto — 18 : M' tn fu elgli - 1!)
: M' chelgli facto — 20-Sl : m avea nel dovea fare — o?n. e dicea che —
Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli — 23: m pero chelli dovea fare — 25:
M-m om. si — M' insegna — 26: M' jxirte — M-m refre- nare (sempre) — : vi
pero che — da\anti (1) Le parole per la via sono con tutta
probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti mancano
in codici delle due famiglie. 81 Lo
sponitore. I. Dice Tullio che riferire il peccato è allora
quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che
elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria che
5. dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare neir exemplo
d' Orestes, che fue accusato della morte di sua madre, et esso dicea che
ll'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella fatta a llui
ingiuria, cioè ch'avea morto il padre d' Orestes; e di questo nasce
cotale que- 10. stione se Orestes fece quel fatto a ragione o no. 2. Et
poi che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai
che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è
quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi
che quello del quale è fatta la ripren- sione fue commesso perchè
quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella
questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto
20. quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un
altro fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel
più alto officio di Roma, sentìo che coniurazione si facea per lo male
del comune, ma non potea sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere
del comune in grande quantitade 25. ad una donna la qiiale avea
nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era
sapitore del tradimento ; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose
in tale ma- niera eh' elli difese la cittade e '1 comune della
molt'alta tradigione. 2. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo
ma- 2 : M' allocta — 4 : M' facla prima — 5 : M' prenderne
(ma L prendere) tale vendctla — pare — 6: M' dela sua madre — 8: m prima
— J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El — 14: M-m quanto un altro — 16:
M' per quell'altro - 18: JW in questa parte — 19: M-m che facto — 26: M^
ora parteDce — 28: M' dela mortalo — 82 -
lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé dicea
che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e diritto, cioè
per scampare la terra di tanta di- struzione, e quello scampamento non
potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del quale
elli è ripreso fue fatto per bene. 3. Et poi che Tullio àe detto
delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte
della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della con- stituzione
del genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la 10. questione
traslativa, della quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa
che là fue intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della
questione translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo
translativa, certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona
a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o
davante a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora
è controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi
che Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti antichi
parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori
20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero
in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti
l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in
pru- denzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per
invidia e per maltrattamento. 25. Sponitore. I.
Questo testo di Tullio è assai aperto in sé medesimo, e spezialmente
perciò che della questione o constituzione translativa è assai
sufficientemente trattato indietro in i : M' l'avere del
comune — 3:3/' diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare — 7: M< om.
assiintiva - 8: M' iuridiciale — //: M-m che ella l'uo translassala —
lS:M-m emargonis — 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn translativa) —
15-1 (!: M' davanti cui — M-m sanfa follia — 19: M' parladori — 23: M'
cambiano - S4 : M' per mal. (1) La traduzione non è esatta, poicliè
il testo latino dice: quos non tamim- prudentia falli indamus (res enim
perspìcua est) quam invidia atque óbtrectatione quadam inipediri. Si
potrebbe proporre per congettura non per imprudenzia ; ma non sembra
contraddirvi il 8 -3 del commento parlando di '' alquanti che non erano
bene savi ,, ? altra parte di questo libro, e là sono divisati
molti exempli per dimostrare come si tramuta 1' azione quando non
muove la questione quelli che dee, o centra cui dee, o in- nanzi cui dee,
o per la ragione che dee, o nel tempo che . 5. dee. Z.Sicchè al postutto
in(i) questa translativa conviene che sempre sia : o per tramutare l'
azione in tutto, come ap- pare indietro nell'exemplo di colui che
risponde all'aver- sario suo: « Io non ti risponderò di questo fatto né
ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione dell'aversario
etc. 10. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto,
si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aver- sario
suo : « Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non
davante a queste persone». 3. Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore
della translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro
constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da
alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento
contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento
è dicere male d'altrui. 20. Tullio dice che davanti diceva
exempli in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le
constituzioni e le loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera
parrà che noi possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di
ciascuno de' loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara
la ragione d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano
aconciare al genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del
suo libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che
dimo- 2: M-m si traclava — 3: M^ che dee conLra cui dee ~ 6:
M come pare — 8: M' non ti rispondo — iO: M-m Oo, M' Onde — M imparte — m
non in tutto — H : M' pare — 13 : Mi dinanzi a ([. — 14: M translatore, m
traslatotore — 15: M^ìa conto —17: 3f dal- quanti — 18 : M-m male
tractamento con altrui — 21: M-m construclioni — 22: M exposte le e. 7
loro parti — 24: Mi di loro argomenti — 25: M' de l'argomentare — 26:m della
cosa — 29: M ke detto, m che detto — Jlf ' dinanzi (1)
L'essere attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come
la sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere
dal periodo pre- cedente la parola questione : " conviene che sia
questione in questa transla- tiva „ ecc. strato à che sono le
constituzioni e le loro parti, ma in altra parte porrà certi exempli in
ciascuno genere delle cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e
nel iudiciale, quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da
cciò si parte il conto e torna a trattare secondo che ssi con-
viene all' ordine del libro per insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia
simpla e quale congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa,
ìmmantenente ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta.
Et s'ella 10. è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di
piusori questioni o d'alcuna comparazione. Lo
sponitore. 1. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato
tro- vare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare 1.5.
qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia con- giunta, cioè
di due o di più fatti, e quale sia congiunta d'alcuna comparazione, e di
ciascuna dice exemplo in questo modo : Della causa
simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione
assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro
di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è
pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente.
Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a Roma,
onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse 2 : M-m
om. parte — m delle cose — 4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7 accio
— 8: M mantenente, m inmantanento — 9: m simplice (sempre cos'i) M'
sedella — li: M-m compi^ratione — 13: M' il tractato — 15: M (|ualcosa,
«i quale chosa — /*: M< l'exeni- plo — 21: M' m (pielli — 25 : vi
iliinn chosa — SO : M-m <m. stava — A/' ali Romani loi-o di
mandare oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi
che causa simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della
causa congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella
nella quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È
Cartagine da disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn
altra parte loro abitamento ? » d). Lo sponitore.
10. 1. Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice della
congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale àe due
o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani vinsero a forza d'arme
la città di Cartagine, et erano alcuni che diceano che al postutto si
disfacesse; altri 1.5. diceano che Ila cittade fosse renduta agli
uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare di
quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa causa
è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa congiunta di
comparazione. Dì comparazione è quella nella quale contendendo si
que- stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in questo modo
: « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto a' com-
pagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti contra
Anibal ? ». 25. . Lo spoìdtore. 1. Poi che Tullio avea
detto della causa la quale è con- giunta di piusori questioni, sì dice di
quella causa eh' è congiunta di comparazione di due o di tre o di quattro
o i : M-m o fare — 2 : M^ om. Et — Jlf om. b — 5 : M' om.
questioni — 6 : m di più sore — 7 : M' da. rendere a Cartaginesi — 12 : m
due tre o quattro questioni — J3: m per forza — om. la cittade di — J4:
M' elio a! postutto diceano cliella si disfacesse — 17: M-m om. che — 18:
m essere coniunta di tre (luestioni dette — 21: 3/' o quale finis- simo —
22: M' incontro a Filippo — 28: M-m di due, di tre — m om. o di quattro
(1) Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia
deducatur. di più cose, nella quale si considera qual partito sia
il mi- gliore de' due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e
l'uno migliore che 11' altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il
sovrano di tutti. Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia
contrà Filippo re di quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano
alla guerra d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni
savi di Roma diceano che '1 migliore consiglio era mandare gente in
Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale 10. era in questa
contrada; altri diceano che maggior senno era di ritenere la gente in
Italia, per adunare grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano
qual fosse il mi- gliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la
gente. Della contraversia inn iscritto et in ragionamento.
15. 66. Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in
ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che
Tulio à dimostrato qual causa è sim- pla e quale è congiunta e quale di
comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce
et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento,
cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE
aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun
ponto di tutte le cause che possano inter- 25, venire ; e perciò
dicerà della scritta per sé e del ragiona- mento per sé, e di ciascuno
partitamente in questo modo : Della contraversia che nasce di cose
scritte. 67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna
qua- litade di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa
che 30. sono partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta
pare che Ile i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc. — il/' o Ire
o iiifi — •/: iV/' ohi. cion il sovrano — 5: M'-L (li i|iielli del
paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste — * : hi elio mogio — iO: m
J/i in ipiella contrada — il : M' om. di — m a rilenore gente — 12 : M
contra nibal, i» contro ad Anibal — 15: M-m e scripla, If' e in scriplo o
in ragionamento — /*' : M-m i|ual cosa — 19: m quale e — 22: M-m om. dire
e che non sono scritte — 23: M' mo- strare - 24: m possono — 25: M'E cosi
— 29: M da. questa — 30:M' dale constilutioni parole medesimo iU siano
discordanti dalla sentenzia dello scrittore ; e talvolta pare che due
legi o più discordino intra sé stesse; e talvolta pare che quello eh' è
scritto signiffichi due cose o più ; e talvolta pare che di quello ch'è
scritto si truovi altro che non è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi
questioni in che sia la forza della parola, quasi come in diffinitiva
constituzione. Per la qual cosa noi nominiamo la prima di queste maniere
di scritto e di sentenzia; il secondo appelliamo di legi contrarie, la
terza apelliamo dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta
apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE à dimostrato qual causa sia pur d' un
fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual con- traversia è in
scritta e quale in ragionamento; et in questo dice primieramente di
quella ch'è inn iscritto, cioè che 15. nasce d'alcuna scrittura. Et
questo puote essere in cinque modi. 1. Il primo modo è appellato di
scritto e di sentenza, pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare
che suonino come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse.
Verbi- grazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano
scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta della cittade di notte,
in tempo di guerra, sia punito nella testa ». Avenne che uno cavaliere
l'aperse per mettere dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a
Lucca, e perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la
legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che Ila sentenzia e lo
'ntendimento di colui che scrisse e fece la legge fue che chi aprisse la
porta per male fosse punito ; e cosi pare che Ile parole scritte non
siano accordanti alla sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce
controversia intra 30. loro, se si debbia tenere la scritta o la
sentenza. 2. La seconda maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò
che 1 : M' m medesime — m dalle sententie — 2: me téilora --
M' si discordino — 3: M' significa — 4: M-m o talvolta — M' che nono che
scripto — 6: M-m nm. in — A/' mdilTì- nitiva ([uestione — 11: M-m qual
cosa — 13: M-m e Sbripta - m e in ragionamento — 14 : m primamente — 18 :
M om. fue — 20: M ai)iira, m apira — 21 : M-m om. in tempo di guerra — M'
si sia punito della testa — 23: M' si difende — 30: m se si dee — M' lo
scritto — 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p. 46, 1. 30: nai
medesimo. — 88 - pare che due leggi o più
discordino intra sé stesse. Ver- bigrazia : Una legge era cotale, che
chiunque uccidesse il tiranno prendesse del senato cheunque merito
volesse. Et nota che tiranno è detto quelli che per forza di suo 5.
corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere. Un'altra
legge dice che, morto il tiranno, dovessero essere uccisi cinque de' pili
prossimani parenti. Or avenne che una femina uccide il suo marito, il
quale era tiranno, e domanda al senato per guidardone e per nierito un
suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA
MORTO. E così sono due leggi contrarie, e perciò nasce questione se alla
femina debbia essere renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La
terza maniera è apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh'
è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro fa testamento
nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia reda dia a
Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro
venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui
piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io vorrò. Et cosi di
quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere
del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra
loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh'
è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia
: Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il
crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si
truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non
era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva
d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello
ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che
pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i
: M' si discordino - M stesso — m tralloro - 5 : M^ di genti - 6-7: m L
essere morti - Jl/' om. de' — 7 : M'-L una femina il suo marito....
uccise — 9 : m e merito — 10: M' che le sia dato, l'altra leggie — iS: m
nasce controversia — Mm sella femina — 13: m se dee — 14-15: M' che lo
scritto — i6: Jtf' cos'i scrivere — 1 7 : M-m om. coUii eh' è — 18: M' i
quali — 19: M' cento vaselli d'oro — 20: J/' la rede. [o ti voglio dare -
m om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 :
M' San Piero — 38 : M-m om. Fue accusato - /. trovava — 29-30 : m alcuna
legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse — 32 :M'
che si conviene — Mm Martello — 89 — che quella
parola sia diffinita e dicasi il proprio intendi- mento di quella parola.
Verbigrazia : Dice una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna
di tempo ed un altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne
che una nave di Pisa venne in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte
tempesta nel mare, che '1 signore usce della nave et entra inn una
picciola barca. Un altro ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto
là entro che '1 mare torna in bonaccia, e la nave campa in terra. E
perciò dicea che la nave e sua secondo la legge, perciò che '1 segnore
l'abandona et esso l'avea difesa. Il segnore dicea che perch'elli entra
nella picciola barca non abandona perciò la nave ; e cosi era questione
intra loro sopra questa PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per
15. sapere LA FORZA d'essa parola conviene che ssi difinisca e
dicasi il proprio intendimento. 6. Già à detto Tullio di quella
contraversia la quale è in iscritta e delle sue cinque parti. Omai dicerà
di quella contraversia eh' è in ragio- namento. 20. Della
contraversia la quale nasce di ragionamento. 68. Ragionamento è
quando tutta la questione è inn alcuno argomento e non inn
ìscrittura. Quella è contraversia in ragionamento nella quale non si
considera alcuna cosa che ssia per scrittura, ma prendesi argomento e
pruova per parole FUORI DI SCRITTA a dimostrare che dee essere sopra quella
questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo che Italia è migliore paese che
Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò era questione ti'a lloro, e perciò
conviene recare argomenti in ragionando per mostrare che nne dee essere,
e questo senza scritta acciò che sopra questo no è legge né
scrittura. 3: m om. della nave — M' labandona — S : M' de
Pisani — M-m di Tunisi — 6 : M sovenne, m venne, L sopravenne — M^ di
mare — 7-8 : M' usci di fuori — un altro corse a governare la nave — 9: m
campo intera —11: m et egli — 12: m pichola nave — 13: 3f' non avoa abbandonata
perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande — 14: M' di questa
parola, m sopra questo abandono — 15: M-m la forma — m ripete conviene —
16: m dicha — 22: m e none — 24 : M' Qurlla controversia 6 in rag. — 28: M'
Anibal — 29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no — 31
: m 7 questo e senza scritta Delle IV parti della causa. Adunque,
poi che considerato è il genere della causa e cognosciuta la
constituzione et inteso quale è simpla e quale è con- giunta, e veduto
quale contraversia è di scritto e di ragionamento, 5. ornai fie da vedere
quale è la quistione e quale è la ragione e quale è il giudicamento e
quale è il fermamento della causa ; le quali cose tutte convengono
muovere della constituzione. In questa parte dice CICERONE che poi
ch'elli à insa- lo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo
e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè
e qual sia congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale
negoziale, et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè
qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual
contraversia è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti
questi insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo
inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE
procedere e dimostrare apertamente qual sia 20. la questione e la ragione
e '1 giudicamento e '1 fermamento della causa ; le quali cose tutte
muovono e nascono della constituzione, ciò viene a dire che la
constituzione è il cominciamento di queste cose. Della
qiiestione. 25. 70. Questione è quella contraversia la quale
s'ingenera del contastamento delle cause in questo modo : « Non
facesti a ragione - Io feci a ragione». Questo è contastamento delle
cause nella quaied) 2: m om. 6—3: m om. cognosciuta — M
intesto — Af' qual congiunta — 4: M-m quale conti'aversia <ii scripto
— m o di ragionamento — 5: A/' oggimai sarà — 5-6: M' ha sulo il primn b
— M-m il confermamento — 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv. -
9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo,
ilimostrativo — i2: in cioè qual sia — 13: M-m a facto cognoscere — 14: m
quale simplice - 17: M' amaeslra- menti — M paio sàdietro, Mi-L jiaiono
in adiotro — 18: M 7 tracio — 22: M-m um. ciò V. a d. e. la constituzione
— 25 : M -L Di (|uistione — m si genera — 26-27 : M' de cause — M-m om. a
— M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale (1)
Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei
spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto
da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta
traduzione del latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio
constai. è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi
ap- pelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o
no. Lo sponitore. 1. Nel testo il quale è detto davanti
insegna Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice
che questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò di
che le parti tencionano, e così s'ingenera del contasta- mento delle
parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro difende. Verbigrazia :
Dice la parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài fatta
i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi difende
risponde e dice : « Si, feci ra- gione Or è la causa ordinata, cioè che
ciascuna parte à detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è
ap- pellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se
15. n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio
appella questione. Dunque potemo intendere che quando le parti anno detto
e quando l'accusatore àe apposto in. contra l'aversario suo e l'accusato
àe risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata
; e però 20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè
viene a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci
innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi connosca se
Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando dice : « Io feci ragione »
conviensi trovare s' elli à fatto 25. ragione o no, e questa è
appellata questione. 3. Et perciò che la scusa dell'accusato, a dire pur
così semplicemente: « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra
ra- gione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che ragione
sia. 30. Di ragione. 71. Ragione è quella che contiene
la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in contraversia.
In questo modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri e
manifesto 4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella — m sopra quello
— 10: M' facto ragione — i5: M dopo ragione ripete che tu prendesti il
mio cavallo — 13: m luna luna — M' {(uesto — 15: M^ m facto — 15-16: M'
Et questo.... comune questione — 17: M-m posto — 19: M S l'accusa - SO:
M' m ciò viene a dire — SS: M-m om. sì — S4: M' facta — S5: M' e facta
questione — S6: M-m om. Et - l'accusa — S7 : M' m se non mostra — S8 : M'
si insegnerà — 31 : m se non fosse — 3S : M' non vi rim. — 33: M-m d'insegnare
leg- gere manifesto exemplo exemplo. Se Orestres fosse
accusato di matricidio et elli non dicesse: « Io il feci a ragione,
perciò eli' ella avea morto il mio padre », non avrebbe difensione; e se
non l'avesse non sarebbe contraversia. Dunque la ragione dì questa causa
è eh' ella uccise Agamenon. 5. Lo sponitore. 1. Si come
appare nel testo di Tulio, ragione è quella clie sostiene la causa in tal
modo che, chi non assegna e mostra la ragione della sua causa, certo non
sarà contro- versia, cioè non à difensione; e cosi la causa
dell'aversario IO. rimane ferma e non à contastamento. 2.
Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise Agamenon suo
marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per movi-
mento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue accusato
di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a ragione;
se non dice perchè e come, la sua difen- sione non vale neente, e se la
difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice
cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre »,
sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la
20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE
à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è
giudicamento. Del giudicamento. 72. Giudicamento è
quella contraversia la quale nasce de lo 'nde- 25. bolire e del
confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo exemplo della ragione
che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto il mio padre ». Dice
il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa madre fosse uccisa ;
perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza tuo perverso
adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della ragione nasce
quella somma controversia la quale noi appelliamo giudicamento, la quale
è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres uccidesse la madre, perciò
ch'ella avea morto il suo padre. i : m di martecidio — 2 :
M-m om. ella — 4 : M-ni chelluccise a ragione — 7-8 : M' mostra 7 assegna
ragione — 10: M' m 0111. Vero — 13: M' om. cioè.... di matricidio — 16:
M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) —19: m difesa
— 20: m om. El — 22: M-m dimostra — 24: M' om. quella — M-m ohi. nasce —
25: M-m in ciò a quel med. — 26: M' aveino dello — 27 : M' Dice
l'avversario — 2S: M-m si potrà — 29 : M' sanila il tuo p. — — 31 : M' se
fu Cicerone dice e insegna che è ragione; et perciò che
della ragione nasce il giudicamento, sì tratta egli del giudicamento per
dimostrare come e quando et in che 5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato
assegna ragione perchè fece quel fatto e conferma la sua difensa per
quella ra- gione. L'accusatore dice contra questa difensa et indebo-
lisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che conferma l'uno et
inforza la sua difensione e l'altro la infievolisce 10. e falla
debole, sì ne nasce una questione la quale è appel- lata giudicamento,
perciò che quando ella è provata si puote giudicare. 2. Et in ciò sia
quel medesimo exemplo di sopra : Orestres assegna la ragione per la quale
elli uccise Clitemesta sua madre: perciò ch'ella avea morto
15. Agamenon ; e così conferma la sua defensione. Ma contra lui
dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non con- venia ad te punirla
di ciò, ma altre la dovea e potea pu- nire sanza tua perversità, e sanza
tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere sua madre ». Et così
indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso abominio, e
sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo 'nde- bolimento
della ragione, nasce questione la quale è appel- lata giudicamento perciò
che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio che è questione e che
è ragione e che è 25. giudicamento ; sì dicerà che è
fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento è il
firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se Orestres
volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo padre,
quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra il
reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua familia,
sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei la pena.
2: M-m om. è — 3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento
por dimostrare ecc. — 5: M' om. sia — M' assegno —7:3/' quella — 3/
difesa — 8-10: M' che rimo con- ferma 7 inforfa la sua ragione.... fa
debole — M-m isforca — m la indebolisce — IS : m a quello med. — 13: M'
assegna ragione — 16: M 7 non convenia, m e non si convenia — 17: m 7
convenia punirla — 18-19: M' om. tua e del — m la sua madre — 21-22:
M< sopra confermamento dela ragione — 23: m om. Et — 24: M i ohe
ragione, m nm. — 27: M-m om. è — 30: M' \n serocchie.... l'altro
pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ra-
gione e giudicamento, sì dice in questa parte che è fer- mamento. E certo
lo 'nsegnamento suo è molto ordinata- 5. , mente : che
primieramente è questione intra Ile parti sopr'alcuna cosa la qual'è
aposta ad uno e detto sopra lui che non à fatto bene o ragione, et elli
in sua difesa dice ch'à fatto bene o ragione, e di questo nasce la
questione, cioè se esso à fatto ragione o no. Apresso dice l'accusato
10. la cagione per la quale elli avea ragione di fare ciò, e questa è
appellata ragione. Et quando l'accusato à detta la ragione, il suo
adversario dice contra quella ragione et indebolisce quello dove
l'accusato ferma la ragione, e questa è appellata giudicamento. 15
Fermamento. Poi che Ila questione del giudicamento è nata, si conviene
che ll'accusato tragga innanzi i fermissimi argo- menti bene apposti
contra il giudicamento. Verbigrazia : Orestres à detto che uccise la
madre perciò ch'ella avea morto il padre, e così assegna la ragione
perch'elli l'uccise; il suo adversario mettendolo in questione di
giudicamento dice c'a llui non si convenia ma ad altrui, e così
indebo- lisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica ma-
nifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25.
uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e
le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il
nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e
mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie
fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: «
Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m
ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) — 3: M' s\ dicerà (mn S dico) — 5: M-m
que- stioni — 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad uno 7 detto
contra lui — 8: Mhii om. ch'à fatto bene ragione — 9: M' se elgli, m
selli — M' a l'acto a ragione — H : M\ m* detto — i3;Jf fermava — i4: m
questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre — 18: M» appostati - i9: M'
clielgli uccise.... chella uccise — SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua —
JW i fermissimi argomenti — 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7 di
questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo
per effetto della parola precedente. avea pensato di fare
cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii
figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi
argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e
mali- 5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il
quale alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece ucci-
dendo il re Agamenon. Et quello è crudele fatto il quale alcuno adopera
contra' suoi, sì come quella fece contra la sua famiglia. Et quello è
malizioso fatto il quale è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra
naturale usanza ch'alcuna fe- mina uccida il suo marito e figliuoli e
distrugga un alto reame. 5. Onde questi fermissimi argomenti e' quali
l'ac- cusato mette davanti per confermare le sue ragioni et
incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è ap- 15.
pellato fei'mamento. In quale constiti izione non à gindicamento. Et
certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti a questo medesimo
modo ; ma nella congetturale constituzione, perciò che in essa non
s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si concede) 20. non puote
giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e però conviene che
questione sia quel medesimo che giudicamento: « fatto è, nonn è fatto, sé
fatto o no ». Che al vero dire, quante consti- tuzioni lor parti sono
nella causa, conviene che vi si truovino altrettante questioni, ragioni,
giudicamenti e fermamenti. 25. Lo sponitore. 1. In
questa parte del testo dice Tullio che, sì come per lui è stato detto
davanti, così si possono trovare giu- dicamenti inn ogne constituzione;
salvo che nella consti- tuzione congetturale, della quale è molto
trattato inn 30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn asegna (i)
neuna 1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade — 2: M nelle, ÌU-L lene
dessero — 3 : Mi lor- lissimi argomenti — 5: m nel quale — 7 : M Tde
agnzenò {sic), m i ro Agamenon — m ohi. è — 8: M' luomo adopera — 9: m
om. è ambedue le volte — il : A/ un altro — IS-i^-.M' om. et, 7» e contro
allo — i7 : M' ì giudicamenti — 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni
— 26 : m om. che — 28 : vi nella questione (1) Si potrebbe
anche leggere non n' asegna; ma in M' è scritto qui e qual- che riga più
sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n 6 frequente in M (cfr.
pag. seg., 1. 6, nonn abisogna). ragione, anzi niega, al postutto
non ne puote nascere giu- dicamento. 2. Verbigrazia : Uno accusò Ulixes
ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes : « Non feci » et cosi nega
quel fatto che gli è apposto. Et perciò non conviene che sopra '1
5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che nonn asegna ragione, il
suo adversario nonn abisogna d' indebolire la ragione dell'accusato.
Dunque nonde puote nascere giudi- camento ; e perciò conviene che in
queste constituzioni congetturali la questione e lo giudicamento siano ad
una 10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu uccidesti » et
Ulixes dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento fie sopi-a
questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che quante
constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ra- gioni e
giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. 75.
Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da consi- derare ciascuna
parte della causa ; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che
ssi dee dicere in prima ; perciò che se le parole che sono da dire in
prima tu vuoli inforzatamente congiungere 20. et adunare colla causa,
conviene che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi.
Sponitore. 1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce
la causa et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il
libro 25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la
quale convegna che dica, sì dee il buono parliere pensare con molta
diligenzia e considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte
le parti della sua causa insieme e non divise. Che s'elli pensasse in
prima pur quella che 4: m chelli fu aposto - 6: M' non a
bisogno, m non a ragione — 8: M-m om. e — 9: M-m la constituzione — i 1 :
M' sie sopra q., m fla — i3: M-m otn. v'à — 17: M-m e al ver dire — 18:
M' in prima quello — M-m om. dicere — S che è da dire inprlma — 19: M-m
om. in prima — M' tu le vuoigli — M isforcatamonte, m sforfatamenie
congiun- gnerle — 20: M' i raunaro — M-m elio esse medesime — S4: M'-L
tutto il titolo, i' tutto il telo (tic) — S8: i/' causa sua — S9: M' pur
quello che sia da dire (Z. aggiunge in prima) prima sia da dire e
non pensasse ch'elli dovesse dire poi, senza fallo il suo cominciamento
si discorderebbe dal mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene
le sue parole colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi con-
venga dire davanti e che poi, certo la comincianza fie tale che nne
nascerà ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono
drappiere, che non pensa prima pur della lana, ma considera tutto il
drappo insieme anzi che Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e
la grandezza del drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri,
e poi comincia e fae il drappo. Di VI parti della diceria. Per la
qual cosa, quando il giudicamento e quelli argo- menti che bisognano di
trovare al giudicamento saranno diligente- 15. mente trovati secondo
l'arte e trattati con cura e con cogitatione, ancora sono da ordinare
l'altre parti della diceria, le quali pare a nnoi ai tutto che siano sei
: Exordio, narrazione, partigione, confer- mamento, riprensione e
conclusione. Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che Tullio
sufficientemente à dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1
buono parliere innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare
il mezzo e la fine colla comincianza del suo dire, si che sia l'una
parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto
questo eh' è fatto,(3) e trovato il giudicamento della 1 :
M' che sia da dire poi —4: M' m om. in — 5 : M' la incomincianca, m il
comin- ciamento — 6: M' che nostera (corr. moslera), L mosterra, S mostra
— 7: if ' in prima — 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri — m
sono mestiere — 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L affare il s. d.
ordinatamente — 14 : M^ che si bisognano -17: M' che sono sei....
petitione invece di partigione — 20 : M^ a sofficientemente dem. — S3: M'
el Dne con la incomincianpa — M-m om. sì — 24: M om. nata — 25: M^-L
questo e facto (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può
esser nato facilmente dall'aver preso il de' per la preposizione di.
Tanto il senso quanto la sintassi sa- rebbero poco chiari leggendo e d'aver.
(2) Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola
ordinata- mente, che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia
sfuggita al copista. Forse l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW
ordinatamente di poche righe prima. (3) Cioè " dopo che tutto
questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p. 20, n. 2, p. 21, n. 1 e
qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si spiegano con quelle di
M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti
di ret- torica (i quali si convengono trattare con molto studio e
con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si con- vengojio
pensare l'altre parti della diceria, delle quali non 5. è detto neente, e
sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà il libro interamente.
Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra
questo punto, anzi che '1 conto vada più innanzi, piace allo sponitore di
pregare il suo porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza
grande afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo
'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente a intendere le parole che son
dette inn adietro e quelle che seguitano per innanzi, sì che sia, come
desidera, dittatore perfetto e 15. nobile parladore, della quale
scienzia questo libro è lu- miera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro
tratti pur sopra controversie et insegni parlare sopra le cose che sono
in tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e per
mettere exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac- 20.
cusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore che Tullio
parlasse delle piatora che sono in corte, e non d'altro. 4. Ma ben conosce
lo sponitore che '1 suo amico è guernito di tanto conoscimento ch'elli
intende e vede la propria intenzione del libro, e che Ile piatora
s'aparten- 25. gono a trattare ai segnori legisti ; e che rettorica
insegna dire appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa
no è pur di piatora né pur tra accusato et accusatore, ma é sopra l'altre
vicende, sì coinè di sapere dire inn amba- sciarie et in consigli de'
signori e delle comunanze et in 30. sapere componere una lettera
bene dittata. 5. Et se Tullio dice che nelle dicerie intra le parti sono
le constituzioni e questioni e ragioni e giudicamento e fermamento, ben
si dee pensare un buono intenditore che tuttodie ragionano le
1: M' Olii, vi — S: vi làlluro — 3: M liberalione - M ancora, m
aiicir — 4 : m le IKirli — 5: M-m oiii. per sé — 8-9: Mi cliel
maestro.... più avanti — iO: m questo libro — i3: m mii. clie son — M'
seguiranno — i4: in per lo innanzi — i8: vi insegni — o»n. o dinanzi a
per — i9:m exenpro — 20: M-vi 7 penserebbe — .?;: if' trattasse — S2:m ha
bene — 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì — M-m le giustitio — 26- M'
ap- postamento — M' in sapere — 2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi
delle co- munanze — 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni, e
l'ermamento — m ohi. si — 99 - genti insieme di
diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il suo parere
e dicelo in un suo modo e l'altro dice il contrario, sì che sono in
tencione ; e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che
appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che
difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è ap-
pellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di
questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che
niega elli l'à fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro
difende, sì è la causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la
constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a
ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le
sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel
trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del
fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li
exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in corte della morte di
sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non
avea fatto né bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un
altro dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e
questo è appellato nel libro accusato. De consiglieri. Così aviene
intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati
per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è
messa e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro
pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa, 30.
cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s'
elli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tullio appella
questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello
che llui ne pare, immante- 2 : M ndicc — M' di.cela — m in
suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m laltio appone
— M-m quel — 6: M quello che, m quello di che — 7-9: m om. al
postutto.... che nioga — M che quella cosa — M' selgli la facta — il : m
cominciata — M' intra loro 7 questa — 13: M-m è ragione - 16: M om. il
1" e 3° e, hì il 1" e S° - 20 : m tralloro — dicea chelli — 21
: m o ragione — 22: m ave fatto — 25: M' adiviene - mi tra cons. — 27:
M-m. e in essa — 28: m davanti a loro — M-m om. cosa et — 30: M'
lantentione — 31 : M-m selli alta consigliato —
m che allui nente assegna la ragione per la quale il suo
consiglio èe buono e diritto. Et questo è quello che Tullio appella
ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la cagione e la ra- gione per
che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno consigliasse o facesse il contrario
come sarebbe male e non diritto ; e così infievolisce la partita che è
contra il suo consiglio; e questo è quello che CICERONE lappella
GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la contraria parte, sì
raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni 10. che
puote trovare per più indebolire l'altra parte e per confermare la sua
ragione ; e questo è quello che Tullio appella fermamente. 12. Et certo
queste quattro parti, cioè questione, ragione, giudicamento e fermamento,
possono essere tutte nella diceria dell'uno de' parlatori, sì
come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et puote bene essere la sua
diceria pur dell'una, cioè pur infine alla questione, dicendo il suo
parere e non assegnando sopra ciò altra ragione. Et puote bene essere pur
di due, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che. Et
puote bene essere pur di tre, cioè dicendo il suo parere et
assegnando ragione per che et indebolendo la contraria parte. Et
puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di sopra.
13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à consigliato e
posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un altro
consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ; e così
è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la
tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce
questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione
perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il
detto e '1 con- siglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi
ricon- ferma il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che
può trovare. Adunque le predette quattro cose o parti possono essere nel
detto del primo parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno
parlamentare. 14. Cosie usata- 3-4: M' la ragione 7 la
cagione.... clie s'olciin — 6: M' a diriclo — m la parie — 8:m om Et -
i5: M-m cagione, ragione ecc. — i4: 3f' d'uno — y5:3f'pare— i 6 : 3f-m om.
cioè pur — 17: m pero — M' altre ragioni — 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in
suo parere as- sengnanJo perche — SO: M' il suo pare — 21 : M^ la
contraria partita - SS: m di tulli e q. — 25-26: Jlf' tutto il contrario
di colui ca detto davanti — 27 : M' lunlcntione — m la tencionc sopra —
S8: M' om. sono -- M 7 se colui — 31-32: in rilennu — 3/' il suo
consiglio — 33: M' ([uattro jiarti — 33: M' ciascuno che vuole
parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l'
uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn
altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione.
Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni
molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et
indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si
puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad
insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono
advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di
rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto
inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in
tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano
insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate
uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui (altressi
come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua donna, nella
quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é di ciò
riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore medesimo di
ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a dittare lettere,
le quali si co- stumano e bisognano più sovente et a più genti, che
non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi volesse
bene considerare la propietà d'una lettera o d'una can- zone, ben
potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende
ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro
~ 6: m slorza — 7 : m i molti — 9: m in insegnare - M' piatire — 10: M-m
neuno buono advocato possa essere perfetto— 11: M della rectorica — 13 :
«i intorno a (pielle — 15 : m chontendono — M' conlra.... 7 parebbo — 16:
Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda lettere a un
altro (ma ambedue nela (piale) — 17 : M che contenda tencioni — 18: 1/'
per amore, fa e, L uno che ama per amore fa e. — 19: m tra lui — 23: M-m
om. et — 24: m traile genti (1) Le parole inn altro,
che sembrano inutili, non possono essere un'ag- giunta di copisti, ai
quali invece doveva venir fatto di ometterle, come in M* e in i.Dando a
volgare il senso limitato di volgare italico, si intende l'altro per gli
altri linguaggi, specialmente il provenzale e il francese. Brunetto vuol
dire che la rettorica di CICERONE non serve solo ai legisti, quantunque
nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto meno perfetto, senza
averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla lezione di ilf • ; con
quella di M-m, più semplice a prima vista, non si spiega la relazione fra
buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la manda. Et questo
i)uote essere o pregando o domandando o comandando o minac- ciando
o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi puote quelli
a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi per alcuna
scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole ornate e
piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede poter
muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna scusa,
come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una tendone
tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni d'amore
in modo di ten- done o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice
manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di
rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo,
luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare
secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che
dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore
isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende- 20.
volemente che '1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra.
18. Et ecco Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria
o d'una lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e
queste parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e.
2 ^'Olii' /^M/ 25. Queste
sono le sei parti che Tullio mostra certamente che sono nella
diceria o nella pistola, specialmente in i: m per cholui che
la manda — 2: M' essere pregando — 3: M-m o in — 6: Jf' manda guernisce
la sua lederà d'ornati^ parole — il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o
clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m
inloruo al pr. - 14-15: M' o di tenciono o di non tencione — da quello
luogo innanci inforfa — 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^
insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia — 22 :
M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M indietro - 24: il' pare in ipiesto
albero - Nello gchetna M' ha l" l>roomio, 3» Divisione, ó"
Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola (ma c/r. l. 22) quelle
che sono tencionando, sì come appare nel detto dello sponitore qui
adietro ; e, sì come detto fue in altra parte di questo libro, Tullio
reca tutta la rettorica alle cause le quali sono in contraversia et in
tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile parole che non si dicono
per tencione d'una parte incontra un'altra non sono per forma né
per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola, cioè la lettera
dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di contendere, anzi è uno
presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente favella et é udito
colui che tace e di lontana terra dimanda et acquista la grazia, la
grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte cose mette inn iscritta
le quali si temerebbe e non saprebbe dire a lingua in presenzia; sì dirae
lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e della sua medesima in
quella parte di rettorica ch'apartene a dittare, si come promise al
co- minciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é un
dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente aconcio a
quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene
intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che dice «
dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una
lettera dit- tata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome
col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo
singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e
l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo
sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù
avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti
di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat- 30.
tamento » perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole
avenanti e piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si
richiede in tutte le i)arti di ret- torica, sì come fue detto inn adietro
sopra '1 testo di Tullio. 22. Et dice « trattamento di ciascuna cosa »
perciò che, 35. si come dice Boezio, ogne cosa proposta a dire
puote 1:M' pare — 4:M oin. sono — m le quali e In contr. e
tencione. Et dico — 5-6: M' non sodono — m om. per te.ncione — a un altro
— 8 : M'de tencione — iO : M' 7 ae udito —il: M' om. la grazia — 12-13: M
la gra — M' sinlorca — m/ molte cose — M' m in iscriptura — Mi non, ma L
e non — 14: m lo sponitore dira uno pocho — 16: M' om. di relto- rica —
19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a quella cosa aconcia — 23: M-m
adietro, M' a diricto — 24-25: M' m el mascolino (m il maschulino)col
leminino — 3/' el plurale el singulare — M-m pulare — 27 : m fia M' in
tutte parti — 33 : M-m nel lesto — 34 : m om. Et — 35 : m si puote
essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla
sentenzia di CICERONE, che dice che Ila materia del parliere non è se non
in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice «
convenevolemente aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore
asettare le parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore
dicere parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle
non fossero aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dit- tatore da
cciò che dice Tullio; e perciò di queste due 10. materie, cioè del
dire e del dittare, e dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà
l'amico dello sponitore prendere la dritta via. Et per questo divisamento
conviene che Ile parti della pistola si divisino da queste della diceria
che Tullio à detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione,
partizione, conferm amento, riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione
di Tullio che exordio sia la prima parte della diceria, il quale
apparecchia l'animo dell' uditore a l'altre parole che rimagnono a dire,
e questo è appellato prologo della gente. //. Et dice che narrazione è
quella 20. parte della diceria nella quale si dicono le cose che
sono essute o che non sono essute, come se essute fossoro ; e
questo è quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso ferma la forma
della sua diceria. E dice che è partigione quando IL PARILERE à narrato e
contato il fatto et 25. e' si viene partiendo la sua, ragione e
quella dell'aversario e dice : « Questo fue cosi, e quest'altro così » ;
et in questo modo acoglie quelle partite che sono a lini più utili e
pivi contrarie all'aversario, et afficcale all'animo dell' uditore
; et allora pare ch'ai tutto abbia detto tutto '1 fatto. IV. Et
30. dice che confermamento è quella parte della diceria nella quale
il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le quali agiugne fede
et altoritade alla sua causa. F. Et dice che riprensione (1) è quella
parte della diceria nella quale il 5: Mi agoisare — 6: m om.
Et — 7 : M' non varrebbe — 8: M' j cosi e divisato da ciò — 10: Jf
maniere — i3: M^ da quelle — i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Op-
pinione di Tulio e — M exordìa — 18: M rimagnono udite, m om. a dire — 21 : M
is- sate — 22: M 1 quando — M^ m l'uomo — om. esso 23 M' forma la sua diceria — 25 : M'
edesso viene partendo, m e viene ripetendo.... del chonpagno — 28 -. M7
nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle — 29: M' paro cabbia detto —
m detto il fatto - 30 : M' con- fermagione — 33: i mss. responsione — M-m
7 quella (1) Non esito a scostarmi dai codici per la concorde
lezione degli altri luoghi, che corrisponde al latino reprehensio. Il
passaggio da reprensione a responsione è facilissimo attraverso un
repensione. I)arliere reca cagioni e ragioni et argomenti
per li quali attuta e menoma et indebolisce il confermamento dell'aver-
sario. VI. Et dice che conclusione è Ila fine e '1 termine di tutta la
diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice 5. Tullio che sono e
debbono essere nella diceria; e di cia- scuna tratterà qua innanzi il
libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto puote uomo bene
intendere che queste sei medesime possono convenire inn una pistola, di
tal ma- teria puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque
materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la
pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella con-
clusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e reprensione,
possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella pistola. Tutto
altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene rimanere e non
avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè
«petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della
diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'ap- pena pare
che diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della
pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione
e conclusione, sì come ap- pare in questo arbore : 26.
Et se alcuno domandasse per qual cagione Tullio in- tralasciò la
salutazione e non ne trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne
renderà bene ragione in questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo
libro tratta delle dicerie che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni
— Jlf' l'aiingatore — wn. cagioni e — per li ifiiali allassa - M-m il
fermamente — 3 : 3/' il line — 4-5 : m Questo.... che Tulio dico che debbono
essere — 6 : M' m illibro qua innanzi — 7 : jn luomo -- Af ' om. bone — m
che tutte 7 queste sei — 8-9 : M tal maniera — M-m da qualunque, M^ de
([ualunque — li : 3f' in exordio — M' m 7 conclusione —12: M' om. tre e
soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al 2" aver luogo —
22: M' pare 'in questo albero — 24: ilf intrallassò, m lasciò — 25: Af'
ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia —
106 - fanno in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!)
il nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna di
mettere le nomora del mandante e del ricevente, c'altri- mente non si
puote sapere a certo né l'uno né l'altro. Apresso ciò, la salutazione
pare che sia dell'exordio ; che sanza fallo chi saluta altrui 'per
lettera già pare che co- minci suo exordio. Et Tullio trattòe dello
exordio com- piutamente, non curò di divisare della salutazione né distendere
il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi
tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò furo
alcuni che diceano che Ila salutazione non era parte della pistolaj
ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salu- tazione è porta
della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle
persone e l'affezione del mandante. Et nota che dice « porta, cioè
entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante
e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado e
l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles
cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice «
ordinata- mente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno
come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli manda al
ricevente salute o altra parola di bene, o per 25. aventura di
male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua volontade. 28.
Adunque pare manifestamente che Ila salutazione è così parte della
pistola come l' occhio del- l' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del
corpo dell'uomo, dunque la salutazione é nobile parte della pistola,
c'altressi 30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina
l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è
altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1
1 : M-m bisogna contare — S-3 : M' nome del dicitore — M-m bisogna
mettere - M 7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente — M-m
7 altrimente — 4: M' non si porrebbe — 7-9: M-m om. dello exordio — non
curo divisare salutalione 7 distemdere - ìli intorno alle salutationi —
10: M' om. et — 11-12: M' Et jìerciò funro — ciie saluta- lione — 15: m e
mèli — 16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè — S3 : M' om. di — 24
: M' 7 altra — 2,5 : M eirectione — m om. secondo la sua afTezione cioè — 26:
M' parte (ma t espunto) — 28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A
completo) — 29: iW' e la salutatione n. p. — m e altres'i — 32 : il/' ne
jiorta (1) La lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di
« conviene dire », mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire».
- Itì7 - corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla
chi dice che salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s'
in- chiude W e sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la
soprascritta di fuori, la quale dice a cui sia data la lettera. Ben dico
c'alcuna volta il mandante non scrive la salu- tazione, o per celare le
persone se Ila lettera pervenisse ad altrui o per alcun' altra cosa o
cagione. (2) Né non dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per
desiderio d'amore, o per solazzo, talora (3) si mandano altre parole
che 10. portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire
pur salute. Et a' maggiori non dee uomo mandare salute, ma altre
parole che significhino reverenzia e devozione; e tal- volta no scrivemo
a' nemici altro che Ile nomora e tacemo la salute, o per aventura mettemo
alcuna altra parola che 15. significa indegnamento o conforto di
ben fare o altra cosa; sì come fa il papa che scrivendo a' giudei o ad
altri uomini che non sono della nostra catholica fede o a' nemici
della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo
spirito di più sano consiglio o connoscere la via della veritade o
ahundare inn opera di pietade et altre simili cose. Adunque provedere dee
il buono dittatore che, si- milemente come saluta l'uno uomo l'antro
trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera mettendo et
ador- nando parole secondo che la condizione del ricevente richiede. Che
quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a
alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta
reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra
ginocchioni per basciare 2-3: M' anche — M-ìn si richiude —
M' ma titolo — M 7 \a. s. — 5 •m iscrive salu- tatione — 6-7: M' venisse
ilata altrui per alcuna cagione — Mo per cagione dalcunaltra cosa cagione
; m id., ma oiii. cagione — 8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s.
si man- dano, M-m per solazzo di loro si mandano — il: M' a maggiore —
M-m non debbono - 12: M* che significanza abbiano di revercntia 7 dev. —
13-14: M' a nomici non scrivemo — M-m 7 per aventura —16: M-m il papa
scrivendo... om. altri —19: M-m di chonnoscere — M' conoscere via de
veritade— 20: M' opere (mai opera) — om. altre — 21 il/' dee prevedere — 22 M' un huomo un altro— ^ó:ni Quando
luomo — 26:M' davanti imperadore od altro, >« davante a lom- j)eradore
— 27 : Jf certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in — M' ginocohione in
terra (1) S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo scambio
fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37, n. 1. (2) In 3f
e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo,
perchè la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore
nacque dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi
rimediare. (3) Scrivo così per avere un senso, ma non presumo
davvero di avere indo- vinato; potrebbe anche mancare qualche
parola. il piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo
dettatore nominare lo ricevente e la sua dignitade coij parole di sua
onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee nominare sé medesimo e la sua
dignitade, e poi dee scri- 5. vere la sua affezione, cioè quello che
desidera che venga a colui che riceve la lettera, sì come salute o altro
che sia avenante, tuttavolta guardando che questa affezione sia di
quella guisa e di quelle parole che ssi convegnono al man- dante et al
ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro
paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che ssiano
accordanti alle persone et allo stato loro. Et non pertanto eh' io
abbia detto che '1 nome del maggiore si de' mettere dinanzi e del
pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che grandi 15. principi e
signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori , mettono dinanzi il
nome di colui a cui mandano, e questo è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire
alcuna utilitade. Perciò sia il dittatore accorto et adveduto in fare la
saluta- zione avenante e convenevole d'ogne canto, sicché in essa
me- 20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del
ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et
bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore po- trebbe lungamente
dire e non sanza grande utilitade. Ma considerando che Ila subtilitade
perché '1 verbo non si mette 25. nella salutazione, e che "1 nome
del mandante si mette in terza persona per significamento di maggiore
umilitade, e che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del
nome, par che tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE, sene
passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere
dell'altre parti della diceria e di quelle della pistola, sì come porta
l'ordine. Et in questo luogo si parte il conto della salutazione, e dirà
dell' exordio in due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e
che i : M' y allomperudoi'o — S-3: M-m dignilailo corporale
di — m aggiunge di reve- renza 7 ^ 4: M^ nm. S" e — 3: M-m
oirectione — ([nella — 7 : m tuttavia — M' guani ino clic l'airectione —
9-10: M' ali maggiori — M-m ili nostro .grado — i2: M' alloro slato — M-m
om. ch'io abbia dolio — i3: in il nome — M' si debbia — 13-16: m sengnori
— M-m scrivono -- m e mellone — M' elgli mandano — 17: Af-w por sognile —
18: mom. et adveduto — 19: M' dongiii jìarle — 20: M-mnm.ìa grazia e —
21-SS: il/' dimoslor- remo, m dimostraiiio davanti — Af' m Et bene
cpiesta — 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che sotti! itude — 23: M<- in
salutalione 7 perche! nome — 26: M-m utilitade — 27: M' 7 per- che....
pur una lederà — m la prima — 28: m om. in Ialino — 31-32: L Et in questa
parte — ilf' dala salutalione — 33: M' om. ci6 — 109 -
pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi con- viene
ad una lettera dittata et ad una medesima diceria, oltre quello che porta
il testo di Tullio. Exordio. 5. 77. Et perciò che
exordio dee essere principe di tutti, e noi primieramente daremo
insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio
prima che dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe
dell'altre 10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che
ssi mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che
nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore
ad intendere tutto ciò che noi vo- lemo dire di poi. 15.
Dell' exordio. 78. (e. XV) Exordio è un detto el quale acquista
convene- volemente 1' animo dell' uditore all' altre parole che sono a
dire ; la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e
docile. Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad
lui 20. conviene diligentemente procedere e conoscere davanti la
qualitade della causa. Lo sponitore. 1. Poi che
Tullio avea contate le parti della diceria, sì vuole in questa
parte trattare di ciascuna per se divi- 25. satamente, e prima
dello exordio, del quale tratta in questo 2 : Af' e la diceria
medesima — 3: m oltre a quello — 5 : M-mom.e — 6: M' oxordii — iO: m nm.
tutte — M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione — 10-li M'
luna pei che, m luna che — M-m 7 davanti si dice — 13-14 : m quello die
noi poi volerne diro — M' dire poi — 18: m dolce (cosi sempre in seguito)
M' converrà — om. procedere e — 24 : M' divisamente, ma L
divisatamente Questa lezione è quella che spiega meglio le altre:
soppresso il de, nacque è ragione di M, che m, colla pretesa di
accomodare,' peggiorò in a ragione; la variante di L deriva certo dal non
aver inteso il significato di de ragione (= se- condo ragione).
- no - modo: Primieramente dice che è exordio,
mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio, cioè fare che 11'
udi- tore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et
intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5. conviene
connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo dire o
dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè
principio et « insinuatio », e mo- strane in qual convenentre noi dovemo
usare principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa
intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare
beni- voglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo
queste tre usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in
quello eh' è appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù
e' vizi dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno
adornamento di parole le quali il par- lieri e '1 dittatore propone
davanti nel cominciamento del suo dire in maniera di prolago, per lo
quale si sforza di dire e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso
lui, cioè che Ili piaccia esso e '1 suo parlamento, e procacciasi
di dire e di fare sì che l'uditore sia intento a llui et al suo
detto; similemente si studia di dire e di fai'e sì che l’uditore sia docile,
cioè che pi'enda et intenda la forza delle parole. 6. Et perciò dico che
immantenente che 11' uditore è docile sicché voglia intendere e
connoscere la natura 25. del fatto e la forza delle parole, sì è
elli intento ; ma perchè l' uditore sia intento a udire, puote bene
essere che non sia docile ad intendere. Et di ciascuno di questi tre dirà
il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma perciò che '1 par- liere
che non conosce dinanzi di che maniera e di cliente 30.
ingenerazione sia la sua causa non puote bene advenire alle tre cose che
sono dette inn adietro, cioè che 11' uditore sia benivolo, intento e
docile, si dicei'à Tullio quante e quali sono le generazioni delle cause,
in questo modo: 1 : m Prima — MM' nm. è — 2-3 : m liiditore
sia inverso noi benivolo intonlo 7 dolco a quello ecc. — 4-5: m ci
conviene — 7-8: m nm. et — e mostra — 9: M' nensegna, L insegna dove —
JO: M' potremo — ii: M' ,allenlione - 13: M nm. in — 15: m i parlieri, M'
il parladore —17: M' perla (piai cosa — 19: ni jiiaoci il suo p. —
procliac- cisi — 20 : M-m 7 fare sicché — m attento — 21 : M' 7 fare — 22
: il/' ciò che imprenda — «1 le parole — ^.5: hi nm. e la l'orza delle
i>arole - 26: m che non 0—27: M' ohi. tre — 28-29: M' vorrà suo luogo
— chel dicitore — 7 di che ìnjj. - Ili -
Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono
cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro.
Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le
qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le
dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che
esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le
qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et
or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, du- bitoso et
oscuro, io risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali
sie incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa
eh' è deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è dimostrativa
15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico della iudi-
ciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non onesta, e
quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico della vile e
della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi accidentali
che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre sono
substanziali che non si possono mutare. Dell'onesta.
80. Onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente, sanza
nostro exordio, piace all'animo dell'uditore. 25. Lo
sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale dicendo
parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore si
muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice sopra '1
convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa- 3: M'
dubbioso — 7 : M' m cholgli medesimo — 8: M-m om. elio - M^ li generi —
10: M' dubbioso — 1 1: m io rispondo che le prime tre — 13 -.M' puole — 13-14:
M-m ml- lann dal lo al S° deliberativa — 15 : M-m essere dimostrativa —
17 : L bone essere bene non mir. — 19: M-m om. queste — 23: M
incontenenlo — 27: M-m mantenente iole per acquistare la
benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade della causa l'à già
acquistata per sua di- gnitade, sì come nella causa di colui che accusa
il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le chiese. Mirabile
è quello dal quale è straniato l'animo di colui che de' audìre. Quella
causa è appellata mirabile la quale è di tale 10. convenente che dispiace
all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele operazione. Et perciò
l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato dalla nostra parte; et
in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì che l'uditore
intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo padre
15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che una medesima
causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una parte, cioè di
colui che difende il suo padre, mi- rabile dall'altra parte, cioè di
colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno exemplo
si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale
non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a
intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è
appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare
che ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad
intendere, sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco
valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che
30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M'
om. la — id: M' o l'uiiiino - i2: vi e straniato — i3: M' bisogna — 14:
M-m om. nella oanaa di colui c'avcsso morto — 15: M a facto, m a l'atto —
19: M\a sua iiropria madre — 26: M-m om. ne — 27 : M' non si maraviglia —
28: hi di jioclio valoro, Jt/' de piccolo valoro — 89: Mi nm. di l'are
si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la
causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera
benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale
l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia
alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la
sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella
avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò.
Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in
sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte
d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso- 15
nestade e perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O
d'un furo che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii
difenderlo in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender
lo padre, ma era diso- nesta quanto in difendere lo furo. 20.
Dell'oscuro. 84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o
per aventura la causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a
conoscere. Dice CICERONE che quella causa è appellata oscura nella
25. quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano
le parole del dicitore sì bene ne sì tosto come si conviene,
perciò che non è forse ben savio o forse eh' è fatigato per
2: M-m eia sentenzia — 3: M' in parte socca — 4: M-m o offensione — 7-8:
M' o in clie sententia torni ala fino 10: m il suo marito — li: M chel
deo apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile
comando — 13: M' quella parte dove parte — 16: M do fili?, *i demi?, Mi-L
dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 : m s\ sforza — 19:
M' lo furto — 24: ino oschura apellata — 23-26: 3f-»i portava — del
dicta- tore - M' om. nò, L e si tosto, m o si tosto ~ 27:M' om. il
1" forse — M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita
ài M e m porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale
abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di
M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome
proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per
aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e
malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio.
5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse,
sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in
ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due
parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore.
10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali-
tadi delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi
sì come detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì
conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque
modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla
qualitade so- pr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2,
Et vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio
è di due maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè
appellata « insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente.
E così dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno
parlieri o sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono:
onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et
sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè 25.
principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale apertamente et
in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o intento. Quella
maniera de exordio è appellata principio quando il parlieri o '1
dittatore quasi incontanente alla 1 : M^ parladori — 3: M'
mn. oscuro o — fi: m diversi, dispari — 7:m di cose — 8:M' cioè principio
7 insiniiatione (sempre) — / i : m dolio cose — M' dele qualitadi sono tante
divei-se -- Melo che sono— 13: M' coU'altro — i4-i5: M' si abbia s. m. in
fare — A/' «hi.cìò — 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una che
ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo ins.,7
di ciascuno — 21 : vi .ilchimo parlinre dice — M-m 7 sopra — M' dice alcuno
dictalon» — 22: M-m honesta - 23: M* jiare — 31 : M' il dicitore ol
dictatore — M-m incontenonte comincianza del suo dire, sanza
molte parole e sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori et
apertamente, fa l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua
causa, o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio par-
5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio Cesare, che
fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra parte
e combattemo per difendere la nostra ragione e del nostro comune, si
dovemo noi avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell'
insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento
parlando dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE
dice che quella maniera de exordio è apellata « insinuatio » quando il
parlieri o '1 dittatore fa dinanzi un lungo prolago di parole coverte,
infingendo di volere ciò che non vuole, o di non volere quello che dee
volere, e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo
dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come disse Sino
parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: «
Insin a oi"a v'ò io pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non
dimando se non la morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m'
avesse scam- pato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di
non 25. volere quello che volea, per venire in animo di loro che
Ilo scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie à
divisato il conto che è principio e che è «insinuatio»; omai dicerà quale
di questi due modi de exordio dovemo usare in ciascuno de' cinque modi
delle cause, cioè nell'onesto, 30. nel vile, nel mirabile, nel
dubitoso e nell' oscuro. i: M' alancomincianza — m sanza
alcliuno - 2-- M' om. et — 3: M' benivolente, m benivolo — M^ o ala sua
causa : m come fé — 5-6: M' a Romani parlando del convenente, — cotale —
9: M diede saranno — IS: m intorno — 15: M-m i parlieri, M' il parliere —
M o dictatore — 17 : m quello che non vuole — iW' in (juello che vuole —
20-21 : L Sitio — m teneano... gravi tormenti — 2S: M' oggimai non domando io
— 23: M' dati — wi dato chi — 26: m merco domandare — 27: M' a divisatoli
maestro — 28 : M-m (|uali — M' noi dovemo — 29: M' de cause, M in
ciascuno di delle causo, m in ciascheduna delle chause (1)
Per tutte le citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine
son molto frequenti, rimando al mio studio su La «Rettorica» italiana di
Brunetto Latini pp. 35-50; ivi son ricercate e discusse le fonti di
questi esempii, e così riesce anche piti facile rendersi conto della
costituzione del testo. Della mirabile. 88. Nella
mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse al tutto turbato
contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio. Ma s'ei
troppo malamente fosse straniato ver noi, allora 5. ne conviene
rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbri- gatamente pace
e benivoglienza dalle persone adirate non solamente non si truova, ma
cresce et infiamasi l'odio. Lo sponitore. 1. Inn
adietro è bene detto che quella causa è appel- lo, lata mirabile la quale
è di rea operazione, sicché pare che dispiaccia all'uditore. Et perciò
dice Tullio CICERONE che quando la nostra causa è mirabile puote bene
essere alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra
noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel
modo 15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un
breve prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse
adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene
ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insi- nuatio », e fare un bel
prologo di parole infinte e coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l'
animo suo et acquistare la sua benivolenza e ritornare in suo piacere.
Ch'ai ver dire, quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse
acqui- stare da llui pace così subitamente per poche et aperte
parole dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe, 25. ma
crescerebbe l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee andare dintorno
et entrarli sotto covertamente. Della causa vile. 89.
Nella causa la quale è di vile convenente, per cagione di trarrela di
vilanza e di dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della
mirabile — ?» e solluditoro — 3 : M^ del tutto — 4 : 3/' se — m se troppo
fosse crucciato — 5: Mi fuggire — m ci conviene.... chosi di presente - 7: m
crescesi — 9: M-m ubiamo detto — i2: M^ alcuna volta — 13: m crucciato —
14: M' potremo (ma L lìotemo) — 15: M-m in breve — 17 : M' iroso 7
crucciato verso noi, m adirato contra noi molto, — 18: m tornarne — M
alaltro modo —19: M-m nni. fare — converte — M iulì- nito — 20: M' otii.
la — SS: M^ cruccioso, m crucciato — S3: in per i)Oclie )iaroIo 7 aperte
— S6: M-m darò dintorno — M entrali, M' intrarli, wi rilrarlo sottilmente
sotto coverta — S8 : M e diviene convenente m udiviene e. — S9 : M'
trarla de viltanca 7 de dispregio Quando la nostra causa ella è
vile, cioè di piccolo convenente sicché l' uditore poco cura d'
intendere, allora ne conviene usare principio et in esso fare che 11'
uditore 5. sia intento alle nostre parole; e questo potenio ben fare
traendola di viltanza e facciendola grande et innalzandola, sì come fece
Virgilio volendo trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e
grandi delle picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella
dubbiosa qualità di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene
incominciare l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in
parte onesta e in parte disonesta si conviene acqui- stare benivolenzia,
sicché paia che tutta la causa ritorni in onesta qualitade. La causa
dubitosa, si come fue detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila
sentenzia è dubbia, sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due
ragioni e cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel
caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella
ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler pro-
vare, e per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1
convenente è dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte
disonesto, in quello caso dee il buono parlieri neir exordio acquistare la benivolenzia dell'
uditore per principio, sicché tutta la causa paia che sia onesta. 2:
M' m om. ella — m cioè di vile convenente 7 di picciolo — ,9: 3f'
-Ldelontendere — 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento — 6: m
vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f. g. — 7 : m tràre — 8: M' om. molto
— iO: M' Dela dubitosa — li: m cominciare — i2 : M-in om. è in parte
onesta — M' parte lionesla 7 parlo dis. — i7 : M-m cliella causa — hi
dub- biosa — i8: M> om. apare — cagioni 7 ragioni — m om. 7 cagioni —
19-20 : m in questo dovea elli com. — 21 : M' la (juale — 22: M-m 7 per
qua! (?;i om. 7) — M' sigli crede davere — 23: m om. sia — M'-L
honesta.... disonesta — 25: M' acquistare nelexordio benivolenca
daluditore — M libenivolentia — 26 : M-m om. che sia (1) Cioè «
fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità
della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa
onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo prin-
cipio, 0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla
legge, o d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne
piace usare principio, dovemo usare le parti di benivo- glienza per
accrescere quella che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene
dire è onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza
dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire
noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio
né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla nar-
razione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge
che tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo
argomento e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno
prologo, certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma
per crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro
20. principio dee essere in parole apropiate a benivolenza.
Della causa ohscura. (e.
XVI) Nella causa la quale è oscura conviene che nel nostro principio noi
facciamo che ir uditore sia docile. Lo sponitore. 25.
1. In adietro fue dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et
perciò dice Tullio che nella causa la quale sia 2 : M' m tia
— 3 : i« / Se ci paro — -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo — M o
alcuna, )/i adalcluina, Mi o dalcuna — 5: Miw paro, m non paro — 6 : il/i
om. che h - 9: M-m nm. certo - facto pro])io — iO: M-m sanja molto
ailorn. — i i : Mi j perciò — M noi doviamo a dire, m noi doviamo diro —
i2: m alchuno oxordio — 13-15: M-m no comin- ciare ~ M' 1 cominciare do
quella legge - M-m o a ([uolla ragione — 16: M' la (jualo sia — 18: M'
ben faro — 19: M-m il docto, M' in (juesto caso — 25: M' mostrato (|ualo
causa e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) — 26: M' la quale e (Cioè
«quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf e JVf ' ronde sicuro a
dire, e con questo si escludo la lezione, buona in apparenza, di m {doviamo
dire) come evidente accomodamento di M. oscura all' uditore a
intendere noi dovemo usare quella parte de exoi'dio la quale è appellata
principio, et in quello dovemo noi si dire che 11' uditore sia docile,
cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la natura del fatto, in que-
5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente la sustanzia del
fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi che noi vedremo che U'
uditore sia apparecchiato in via d' intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi
a dire la nostra ragione sì come si conviene al fatto. 10. Le
ragioni delle cose. 93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto
che ssi con- viene fare nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per
quali ra- gioni ciascuna cosa si possa fare. Sponito7-e.
Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto ciò che ssi
conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli àe detto in quale
exordio ed in qual causa ne conviene usare parole per acquistare
benivolenza, sì vuole elli da qui in- nanzi mostrare le ragioni come si
puote ciò fare ; e questo 20. insegnamento fa bene di sapere.
De' quattro luoghi della temperanza. 94. Benivolenza s'
acquista di quatro luogora : dalla nostra persona, da quella de' nostri
adversarii, da quella dell! giudici e dalla causa. Lo
sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare benivo-
lenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che ss'
apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono
dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om. all'uditore
a intendere — 2.M^As lexordio — 4: Af' chela intenda et senta - 5: m dopo
diremo r(pe(e in ([uesto modo — 6:m la natura — om. Et — 7-8: 3f'
apparecchiato intendere, m-L
appareccliiato a intendere — 12: m a mostrare — 15: M-m In ipiosto luogo
— om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu quale causa, i e in quale
causa — M-m luoghi, della nostra p. — 27-28: M' da quello... alla persona
(1) L' espressione certamente è ridondante {in via sembra quasi una
variante di apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta
alla forma pili sem- plice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una
errata lettura di a, che anche in quel codice ha una forma simile alla
nota tironiana. si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo.
Il secondo luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro
contra cui noi dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè
la persona (l) di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si
è la causa e '1 fatto e '1 conve- nente sopra '1 quale noi dicemo. E di
ciascuno di questi dicerà il conto ordinatamente e
sofficientemente. Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra
persona se noi dicemo sanza superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri
officii; e se noi ne leviamo le colpe che nne sono apposte e le disoneste
sospeccioni; e se noi contiamo i mali che nne sono advenuti et li
'ncrescimenti che nne sono pre- senti; e se noi usiamo preghiera o
scongiuramento umile et inclino. Sponitore. 1.
Conquistare benivolenza dalla nostra persona si è dicere della
persona nostra, o di coloro per cui noi dicemo, quelle pertenenze perle
quali l' uditore sia benivolo verso noi. Et sappie che certe cose s'
apartengono alle persone e certe alla causa; e di queste pertinenze
tratterà il conto 20. sofficientemente, e fie molto bella et utile
materia ad impren- dere. Et qui pone Tullio quattro modi d'acquistare
benivo- lenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo modo si è se noi
di- cemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' no- stri
fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25
quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per
movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii, si —
2: M-m om. luogo — m ohi. si — 5 : m om. si — J : M-in om. la jiersoiia —
Afiia coloro — m davanti a chui, il/' davanti cui — 5: M^ il facto — m
om. ól convonento — 6-7 : M' om. di questi — dioera lautore — m om. e soBìcientemento
— 9-10: M-m Alla nostra p. — di nostri faoti — Ai' lo nostre colpo — 12:
il/' che sono presenti — M' i
scongiura- mento — 16: M^ dola nostra persona 7 di coloro — 17: m
aparlenentle — 20: m om. suflicientementc — M-mom. materia — 22: m om.
moiio — 2-i:M-m intende, L intendo — 25: m diciamo per distretta — 26:
M-m dicendo didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò
a prima vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile
l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'. (2)
Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende,
potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la
desi- nenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza
degli uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione
colui eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io
udisse il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella
5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla distruzione di
Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè e pietade delle strane genti per
natura, non per distretta. Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo
per distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tullio che
dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza
superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi
et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono messe et
apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati che sono
apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boezio
eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale
pec- cato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per
sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la
froda delle quali sarebbe mani- 20. festamente paruta se noi
fossimo essuti alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste
sospeccioni sono le colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle
pone davante al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i
do- moni per desiderio d'avere le dignitadi; e questa sospeccione
25. si levò elli parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che
pensaro ch'io sozzasse la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento
de' mali spiriti). Ma tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio
animo ogne desiderio delle mortali cose ».• Et così parve che volesse
dire: « Poi che in me avea sapien- 30. zìa, non era da credere che
in me fosse così laido fallimento ». Tutto altressì Elena, voglìendosi
levare la sospeccione che '1 suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi
fida in me della vita, dubita per la mia biltade; ma cui assicura
pro- dezza non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza ». 6. Il terzo
1 : M' deluditore — 2: S m sicuro porto — 4: M' il suo nomo — Mìi
dica — m il roame mio — 5: A/' dela — 7: m M' 7 non — 0: m L ^ non por m.
— 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) — M' appellate.... apjioste — 16: M
\e lectoro — 17: M' elgli rimovca — ciò fu — 18: M' falsamente composte —
20-21 : M-m jiartita ....stati.... dellaccusato — 22: m centra un altro —
^f' appone — 25: m parlando olii — 25-27: M-m Mentita chi solcasse — om.
per sacrilegio.... spiriti — 28: cacciavi (il latino ha pellebas) è solo in
L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i aggiunto tra v e a, s caccia via —
29: M-m paro — 31 : m schusare 7 levare — 33: m della biltade mia
modo è se noi contiamo i mali elie sono advenuti e li 'ncre-
scimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò ch'ave- nuto era,
acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per guidardone della
verace vertude sofferò pene di falso incol- 5. pamento ». Et Dido,
dicendo i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la benivolenza
per la sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et abandono il mio
paese e Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in
caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di
10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare
i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Ce- sare,
guardate le catene e pensate che questa testa è presta a' ferri e' membri
a spezzamento». Altro modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento
umile et inclino, 15. cioè devotamente e con reverenza chiamare
merzede con grande umilitade. Et intendi che preghiera è appellata
sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi alla pugna della
mortai guerra di Cesare, confortando i suoi di battaglia disse: «Io vi
priego de' miei ultimi fatti 20. e delli anni della mia fine,
perchè non mi convenga essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di
segnoreggiare in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere talfiata
sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì
come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25. Eneas:
«Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere muovere;
ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero peno — 5 :
M-m Et dicio dicondo — 6-7: m dicendo — M-m chaccialo — 8: M el mio
marito, m om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio — 12-13 : itf'
epresso — li membri — M 7 membri, m 7 i membri — La sprezzamento — 14:
M-m 7 scongiura- mento — Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino - 13:
m om. cioè — chiamando — 19: m abattagla — 20: M delli anni ilelli amici
lino, m delli anni /siche — 21: M servo in vilezza la (piale, m servo 7
in vilczza il quale — 22-23: M-m om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata
— 24: M di diedi — 26: M' o perduto, m chio perduto (l) Il testo di
Lucano (Fars., VII, 380), da cui è tradotto questo esempio, ha ultima
fata deprecar, tutti i codici della Eettorica portano ultimi fatti. Non credo
che si possa pensare a uno sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come
fati (che del resto qui non sarebbe traduzione esatta) manca di ogni
probabilità in quel tempo; sarà dunque da risalire a un'alterazione
facilissima del latino, ultima facta, che certo riusciva più
intelligibile della frase poetica originale. Quanto al servo in
vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se po- tesse
supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia
nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea
di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del
corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili
». 8. Ma scongiura- mento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio
o per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5.
scongiurare, sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo
padre, per le lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni
che teco fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo
donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che
sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli
adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli
aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto.
Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de'
nostri ad- versarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per
le quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20.
malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le
pertenenze delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori;
il secondo che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto;
e di cia- scuno di questi tre modi dirà il testo bene et
interamente. 25. Tullio. 97. Inn odio saranno messi
dicendo com' ellino anno fatta alcuna cosa isnaturatamente o
superbiamente o crudelmente o ma- liziosamente. M om. a — 711 lo
chose vili 7 le i»arole — 4: M' o per parenti por avere — m oin. rli
scongiurare — 6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f.,
per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette de tuoi parianti 7
per li compagni - 8-0 : M' om. etc. — Et ora a detto il maestro — om. la
— Ì0:m dalla nostra parte — YS: 3i' odindispregio — 19: M-m om. a noi M'
deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia — m loro in invidia....
loro in dispetto — 26-27: M' comelgli anno alcuna cosa facta — vi 0»».
isnatur. e o maliziosamente Noi potemo i nostri
adversarii mettere ina odio del- l' uditore se noi dicemo eh' elli anno
alcuna cosa fatta isna- turalmeute, contra l'ordine di natura, si come
mangiare 5. .calane umana et altre simili cose delle quali lo
sponitore si tace presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian
fatto superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori né de'
maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli abbiano fatto
crudelmente, cioè non avendo pietà né mise- 10. ricordia de' suoi
minori né di persone povere, inferme o mi- sere. se noi dicemo ch'elli
abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e
contra buono uso. 2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO
dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA,
tagliando i parenti et uccidendo il fratello e sparando la madre.
Altressì fue malizioso fatto il qual racconta Euripide di Medea, che sta
scapigliata tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à
detto lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met-
20. tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza del- l'
uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo mettere in loro
invidia. Tullio. In invidia dicendo la loro forza, la
potenza, le ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera
maniera da non sofferire, e come più si confidano in queste cose che
nella loro causa. Sponitore. 1. Noi potemo conducere i
nostri adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se noi contiamo
la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla
stessa maria) — isnaluratamente contra online M' tace ora presentemente — m al
])rosonte — M-m 7 se noi dicemo che labian — 7-8: M tenendo M^ 7 non
venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori — M-m 3/' che-
labbiano — 9-10: m misericordia.... di persone M' 7 misero — M-m Et se
dicemo cliollabbiano — 12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata
contra b. u., m om. cosa — o disleale 7 contro a b. u. — 13: M' exemplo
avemo — lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido il fratello — M-m i fratelli
— 17 : S Euripide — M-m di medici — IS: M corresse moni- menti in
moUimenti — 20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca — 21-22: M Da ipii
- 3f' diceremo.... li potremo mettere loro in invidia — 24 : M-m om. In
—26: M' si lidano — 28-29: Af' i nostri avorsari conducere
....degliuditori Cfr. Magoini, La ReUorica italiana di B. L., pp.
Bl-52. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, et la
po- tenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè
servi, ancille e posessioni, e '1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e
parenti e seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et
argento, in cotal modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano
queste cose malamente et increscevolemente con male e con superbia, tanto
che sof- ferire non si puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani : « Ben
dico che Catenina è estratto d'alto lignaggio et à grande IO. forza
di cuore e di corpo, ma tutto suo podere usa in tra- dimenti e
distruzioni di terre e di genti ». Così disse Ca- tenina centra ' Romani
: « Appo loro sono li onori e le potenzie, ma a nnoi anno lasciati i
pericoli e le povertadi >. 3. Et ora è detto della invidia contra i
nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in
dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori saranno messi
dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie studiano in cose
disusate e sono oziosi in iuxuria. 20. Sponitore.
I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto degli
uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi diremo che sono
uomini nescii sanza arte e sanza senno, da neuno uopo e da neuna cosa; o
che sono neghettosì, 25. che tuttora si stanno e dormono e non sì
muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a tutte
cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno uso né d'alcuna
utilitade; o diremo che sono oziosi in Iu- xuria dando forza et opera in
troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici, in giuoco et in
taverne. 2. Et ora à detto il 2-5: Af' om. e le signorie,
poi continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 an- celle 7
possessioni. ¥A parentado... di genti, in cotal modo ecc. — 6: M' come i nostri
aversarii — 11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le gente,
m in tradimenti distructioni — 12: M-in a Romani — 13 : m lasciato — 14:
M iì detta — L'i : M' o»i noi — in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om.
degli uditori — 18: M disulate — 19: M octosi, m ottosi — 22: M' om.
degli uditori — 23: 3f' siano, m sieno — M' sanza sonno? sanza arte di
neuno huopo - 24: m om. da neuno uopo e — 25 : m si stanno, dormono - 26:
M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno — 27-28 : m alclumo uso — M ' 7
dicoremo — 29-30: M' de troppo mangiare .T ebriare. in puttane — m 7 in
bere — M in cliaverne M' a decto luditore come — )?t om. Et
- 126 — conto come noi potemo acqnistare la benivolienza
dell'udi- tore dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn
odio et in invidia et in dispetto, et à insegnato come si puote ciò
fare. Ornai tornerà alla materia per dire come s' acqui- 5. sta
benivolenzia dalla persona dell' uditore, e questo è il terzo
luogo. La benivolenza dell'uditore. lOO. Dalla persona
dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che tutte cose sono usati di
fare fortemente e saviamente e man- 10. suetamente, e dicendo quanto sia
di coloro onesta credenza e quanto sia attesa la sentenza e l'autoritade
loro. Lo sponitore, (i) ' 1. Noi potemo acquistare la
benivolenza delli uditori dicendo le buone pertenenze delle loro persone
e lodando 15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza,
per senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade, é dicendo come
la gente crede di loro tutto bene et one- stade, e come la gente aspetta
la loro sentenza sopra que- sto fatto, credendo fermamente che fie si
giusta e di tanta 20. autoritade che in perpetuo si debbia così
oservare nei si- mili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare
dicendo: « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre e sot-
toposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò e' medesimo
parlando di Marco Marcello: «Tu nell'ira, 25. la quale è molto
nemica di consellio, ti ritenesti a consel- lio ». Di mansueto fatto il
lodò Tulio dicendo: « Tu nella vittoria, la quale naturalmente adduce
superbia, ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio
in 2-3: M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in
odio, in invidia — M-m om. si — 8: Jf' m delludilore {ma il testo
auditorum) ~ 9: M' sono usi — M-m 7 suavomento {m nm. 7) 10 : i mss.,
ambedue le volte, quando — M' di loro — li: M-m intesa — 13: M-m om.
delli uditori — M^ deluditore — 14: M' dicendo che buone M-m om. e per fran- chezza — M' 7 per
senno — 17: m M' om. e — 19: Jtf' credendo che la loro sententia sia si
giusta — m che sia — SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili — 23-84: m e
lodo, M' il lodano 7 medesimo parlano — m marche metcllo M-m om. molto —
Af tu ritenesti a consellio, m tu ritenesti consiglio — 26: M ilio Tullio
tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria — 27 : M adato, m adato, L
odduce — 28: m om. credenza il lodò Tullio (1) In tutti 1 codici
l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né metterebbe conto
darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna fiata male a
Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non pertanto
Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea intendere
a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non li
5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me et alla
mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò m'avevi
lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè l'avea
ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D' attendere la
sua 10. buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco
Mar- cello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo con-
venente non tocca pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti,
perciò che quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri
per loro ». 7. Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle
persone delli uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle
cose. La benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode
innalzeremo la nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii
adversarii. 20. Sponitore. 1. Noi potemo avere la
benivolenza dell'uditori da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono
le dicerie, dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra
parte et in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse
25. Pompeio confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra
causa piena di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che
quella de' nemici, ne dà ferma spe- 4 : M' om. non — 6: M-m
la causa dm t. — i a me la mia primiera vila e liisanza — 7: tutti,
eccetto L, m'avea — M-m la sua insegna — 8 : M' 7 in questo (?«re i et ((uesto)
— 9: M' buona speranna — 10: M-m lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m
a) con- venire, M-L ma dee convenire - 14: Mt per lui — i5: 3f' dele
persone — i8:M-mom. so — L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel
latino manca) —19: M' m 7 per disp. — 21 : M' deluditofo, m delli uditori
— 24 : m nm. in dispetto — M-m om. idi — 25: M confer- mando la sua gente
— 26: m M'-L e piena — Lo pero chella — 27 : m forma speranza
(1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa
(come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella
seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un
futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -
128 — ranza d'avere Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à
divisato il conto le quattro luogora delle quali si coglie et
acquista la benivoglienza, molto apertamente et a compimento; sì
ritornerà a dire come noi potemo fare l'uditore intento. Di fare V uditore
intento. 102. Intenti li faremo dimostrando che in ciò che noi
diremo siano cose grandi o nuove o non credevoli, o che quelle cose
toc- cano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini
illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi
prof- 10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi
propor- remo la giudicazione, o le giudicazioni se sono
piusori. Avendo Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la
benivolenza di quelle persone davante cui noi 15. proponemo le
nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi et invìi in piacere di noi e
della nostra causa e che siano contrarii e malevoglienti a'nostri
adversarìi, sì vuole Tullio medesimo in questa parte del suo testo
insegnare come noi I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel
cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi odono, sì che
vogliano achetare i loro animi e stare a udire la nostra diceria; e di
questo potemo noi fare in molti modi de' quali sono specificati nel testo
dinanti, et in altri simili casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che
ciascuna per- 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel
mio comin- 1: m nm. Et — 3 : 3f' nm. la — hi odi. molto — 4: m alento —
8-9: A/' o aliquanlì.... o ali iilii imm. o a — M |)iQrRremo, vi
protreremo {lat. pollicebimur) — iO: M-m owi. bre- vemente — VI
proiroromo la giuil. — i3 •M-m Quamlo Tullio a dato — 14: — J/tlavento —
— 7/1 (lavante a cimi — 13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi — 17: vi malagevoli —
19: M' nel nostro exorilio — vi nm. nel coniiiiciamento — 21 : 3f' si che
noi vogliamo — 32-23: 3f ' Et questo.... i (jua'.i.... davanti — vi om.
el — 25: M-m sono noi mio com. (1) Cfr. Lucano, Phars., VII, 349:
" Causa iubet melior superos sperare secun- dos „. Solo la lezione
di M corrisponde anche per la forma sintattica. (2) Si rimano
alquanto in dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo e un
Quando la differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di
A con Q. Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più
difficilmente può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in
senso di " dopo che „ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra
continuamente la formula " Poi che Tullio ha detto „ "ha
insegnato ,, (S'intende clie l'inserzione di a davanti a dato diveniva
necessaria leggendo Quando). -ciamento dico eli' io voglia trattare di
cose grandi e d'alta materia, sì come fece il buono autore recitando la
storia d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento : « Io diviserò
e conterò così alto convenente come di colui che conquistò ó. il
mondo tutto e miselo in sua signoria ». 3. Altressì fie inteso s' io dico
eh' io voglia trattare di cose nuove e con- tare novelle e dire eh' è
avenuto o puote advenire per le novitadi che fatte sono, sì come disse
Catellina : « Poi che Ila forza del comune è divenuta alle mani della
minuta 10. gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi
(i) potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti vile
populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade ». 4. Altressì fie
intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì come
'1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta donna
la quale ingenerò e par- turio figliuolo essendo tuttavolta intera
vergine davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare
es- sere centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa
da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che 20. venisse
'n essa terra (2) a rapire Elena ». 5. Altressì fie intento s'io dico che
'1 convenente sopra '1 quale dee essere il mio parlamento a tutti tocca
od a coloro che 11' odono, sì come disse Gate parlando della
congiurazione di Catellina: « Con- giurato anno i nobilissimi cittadini
incendere e distruggere 1 : M traclai-e cose, m cliio voglia
di trattare chosa grande — 2 : M actoro, m attor.j — 4-5: M' recontcro....
conquise.... 7 mise — 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario no-
velle - 7: M' 7 puote — 9: M storca — m e venuta.... gente minuta — 10: m M'-L
non potenti — iy : J>f' noi a cui — 13: M Altre si — 14-15: M'-L
sicome disse il santo che disse - i II mio dotto — 16: M' partorie il
figluplo — M^ -j di. poi — M-m om. la quale.... natura — 19: M-m oni.
folle — m om. che venisse — SO: M nessa terra, m in essa terra, M'-L nela
nostra terra — M arape — 22: M' tocclia a tutti coloro -- 24: M' anno
nob. citt. dincendore (1) Nonostante l'accordo di tutti gli altri
codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di
Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque igno- biles „ ecc.
Brunetto non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità
delle persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno
dei primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla
negazione: non potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della
frase " noi nobili, noi potenti ,., mentre le parole " in
podere del populo grasso „ inducevano a considerare " non potenti „
i nobili. (•2) Intendo in essa terra (come scrive m), cioè "
nella patria stessa „ , in ipsa terra. Leggendo con 21f » nella nostra
terra si avrebbe lo stesso senso in forma più chiara; ma non saprei allora
spiegare la variante di M-m. È possibile che, omesso il nostra, un nella
sia stato letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece nulla di
più facile del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l.—
iso- la patria nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adun-
que dovete compensare clie voi dovete sentenziare de' cru- delissimi
cittadini che sono presi dentro nella cittade » Altressì fie intento s' io dico
clie Ila mia diceria tocca 5. ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di
grande pregio e d'alta nominanza in traile genti sì come disse
Pompeio parlando della battaglia civile: « Sappiate che l'arme de'
ne- mici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso sanato ». Altressì
fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano a'dei, 10. si come fue
detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo di fare cotanta
iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di sopra potrebbero ornai
trarre il populo delle sue mani » (2). Altressì fie intento s' io dico nel
principio di dire la mia causa brevemente et in poche parole, sì come
disse il poeta 15. per contare la storia di Troia: «Io dirò la
somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per solo
inganno fue presa et abattuta ». 9. Altressì fie intento s'io nel mio
exordio propongo la giudicazione una o più, cioè quella sopra che io
voglio fondare il mio dire e fermerò 20. la mia provanza, sì come
fece Orestes dicendo: « Io pro- verò che giustamente uccisi la mia madre,
imperciò che dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio
padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento potemo noi
coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per
Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor — M' ne sopra capo —
2-3 : m dovete pensare, Mi pensale — M-m esmarn {m esimare) de
nobilissimi citi. — M' ohe sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue,
m (la — 5-6: M' cioè de gr. — M-m 7 da tale nominanca — 7 : M-m che
latine —M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll anno
conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena ornai —3f'
nel cominciamento — 14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io dirò.... e come
Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra
che infomliiro il mio dire e fondata — m sopralla quale —M-m che io
ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7
perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a — M' parlando a lui Questo
periodo è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono palesi
accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la
ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla
di sentenziare (0 si tratterà di fmare, fermare?). Glie sia poi da
leggere crudelissimi cittadini ò con- fermato, oltre che dal senso, dalla
parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di Sallustio ; nobilissimi
ò derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta
accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il primo elli parve plurale,
e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne mali e portò con
sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino" mansuetudine
e cosi inaudita e non usata pietade e cosi incredebile e quasi divina
sapienzia in nessuno modo mi posso io(l) tacere nò sofferire ch'io non
dica». Et poi che Tullio à pienamente insegnato come per le nostre
parole 5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il
po- terne fare docile. Come l'uditore sia docile. Docili
faremo li uditori se noi proporremo apertamente e brevemente la
somma della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il
vuoti fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in però
che quelli è di grande guisa docile il quale è intentissimamente
apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso
io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio,
alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1
quale io dicerò, cioè brevemente et aper- tamente dicendo la somma della
causa, cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della
controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa
ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che
se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire
». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore
docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto
davanti. Et perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due
maniere exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato
M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine —L nm. lo e cosi. M
man- dila. M-m mi possono, M-L io posso — m om. Et. M' luditore intento,
M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo — iO: Af' Et credo quando
tu vuoli. m nm. è attentissimamente. m davanti a chui docile cioè intenditori de tutto il
facto M-m sarò nel mio ex. M'
incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria — m cominciamo 7 toccho Af' om.
dicendo nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M'
ti li- spondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che
posso io fu dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i
sostantivi che precedono parvero soggetti e non complementi og- getti ; e
vi dovè contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23,
seno per se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento.
ciò che ssi conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore
benivolo, docile et intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in
questo modo. Oramai pare che sia a dire come si conviene trattare
le insinuazioni. INSINUAZIONE è da usare quando la qualitade della causa
è mirabile, cioè, sì come detto avemo inn adietro, quando l'animo
dell'uditore è contrario a noi. E questo adiviene massimamente per tre cagioni:
o che nella causa è alcuna ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti
pare ch'abbiano alcuna cosa fatta credere al- l'uditore, se in quel tempo
si dà luogo alle parole, perciò che quelli cui conviene udire sono già
udendo fatigati; acciò che di questa una cosa, non meno che per le due
primiere, sovente s'of- fende l'animo dell'uditore. In adietro è
detto sofficientemente come noi potemo acquistare la benivolenza
dell" uditore e farlo docile et in- tento in quella maniera de
exordio la quale è appellata principio. Oramai è convenevole d' insegnare
queste mede- 20. sime cose nell'autra maniera de exordio la quale è
appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto qua indietro che « insinuatio
» è uno modo di dicere parole coverte e infinte in luogo di
prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo in- daurato dovemo
noi usare quando la nostra causa è laida 25. e disonesta inn alcuna
guisa, la qual causa è appellata mi- rabile, sì come pare in adietro là
dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta,
mirabile, vile, du- biosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne
potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile,
1 : M cioè — M' om. fare e — S : M-m om. s\ — 6: 3f ' della
ìnsinualiono — 7: m ohi. s'i — 8 • M-m 7 di questo diviene — iS: L Kt di
questa — Iti: M-m a detto — 20: W nella maniera — 2i : m Bono dotto — S3:
M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/' cotale prolagoS6: M-m nm. in
adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso, vin lo spazio fa supporre lo
slesso), M'-L qualitadi dolio cause M'
cioè nollamirabile Conservo la parola qualità attestata da ambedue
le tradizioni, tanto più Clio anche prima Brunetto usa lo stesso
vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente si tratta di una
sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel testo (a mono clie
non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene usare INSINUAZIONE
[IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has beautiful handwriting”]
per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere di lui ed in grazia quel
che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti e
quali casi la nostra causa puote essere mirabile, e poi vedere come noi
potemo contraparare a ciascuno. E sono tre casi. Primo caso si è quando
sie nella causa alcuna ladiezza per cagione di mala persona o di mala
cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo dell'uditore contra il reo
uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso è quando il parlieri ch'à
detto davanti à sie et in tal guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA
NELL’ANIMO dell'uditore e pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la
quale cosa r uditore, poi che comincia a credere alle parole che ir
una parte propone et extima che Ila sua causa sia vera, apena si puote
riducere a credere la causa dell'altra parte, anzi sine strana et allunga.
Il terzo caso è d'altra maniera che sovente aviene che quelle persone davanti
cui noi dovemo proporre la nostra causa e dire i nostri convenenti anno
lungamente udito e stati A INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima
di noi, DONDE L’ANIMO dell' uditore è fatigato sì che non vuole né agrada
lui d'intendere le nostre parole; e questa è una cagione che
offende l'animo dell'uditore non meno che 11' altre due Et perciò
conviene a buon parliere mettere rimedi di parole incontra ciascuno caso
contrario, secondo lo 'nsegnamento di Tulio. Della laidezza della
causa. Se la laidezza della causa mette l'offensione,
conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un altro uomo che
sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che
sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO dell'uditore
si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et infingerti di non
difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e così, poi che l’uditore
sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e dicere che quelle cose,
le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi paiono non degne. Et poi
che tu avrai allenito colui che ode, dei dimostrare che quelle cose non
pertiene atte neente, e negare che tu non dirai alcuna cosa dell'
aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente tu non danneggi coloro
che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puoi da
lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia d'altri in
somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita; et apresso
dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore minore. In
questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato contra noi per
cagione della causa nostra che sia o che paia laida per cagione di mala
persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE INSINUAZIONE NELLE NOSTRE
PAROLE in tal maniera che in luogo della persona contra cui pare CORUCCIATO
L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare un'altra persona amata e piacevole
all'uditore, sì che per cagione e per coverta della persona amata e buona
noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la
persona che lui semblava rea. Si come fece AIACE nella causa della
tendone che fue intra lui et ULISSE per l'arme eh' erano state d'Achille.
Et tutto fosse AIACE un valente uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente
né tenuto di buona maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui
regna, e molto amato. Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere
ricorda com' elli era NATO DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al
tempo del forte ERCOLE. E così mette la persona avanti amata e
graziosa in luogo di sé ed in suo aiuto, per piacerne alla gente e
per avere buona causa. E quando la causa è laida per cagione di mala
cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO PARLAMENTO un’altra cosa buona e
piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi della congiurazione che fa in ROMA,
che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo. Elli è stata mia
usanza di prendere ad atare li miseri nelle loro cause. Brunetto Latini. Latini.
Keywords: rettorica, le fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio
Vegezio, insinuazione, parlari, parlatore, controversia, auditore, animo
dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica
oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Latini” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Laurino: l’implicatura
conversazionale dei longobardi – filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Filosofo italiano. Duca di Aquara e di Laurino,
appartenente alla nobile famiglia napoletana degli Spinelli. Figlio unico
dell’ottavo duca di Laurino, e di Giovanna Caracciolo, figlia di Ottavio, terzo
Principe di Forino, eredita i titoli paterni. Sposa Beatrice Caterina Pinto y
Mendoza, terza Principessa di Montacuto, figlia ed erede del principe Gregorio.
Sposa in seconde nozze Donna Ottavia Tuttavilla, figlia di Vincenzo II, sesto
duca di Calabritto. Allievo di Vico, si forma al Collegio Clementino a
Roma e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari
illuministi napoletani, quali Filangieri e Galiani. Autore di varie opere
di stampo illuministico, in particolare nei campi della storia e dell'economia.
Il suo saggio a iù importante, le “Riflessioni politico-filosfiche sopra alcuni
punti della scienza della moneta, rappresenta uno dei primi tentativi di metodo
geometrico applicato all'economia filosofica. In questo opuscolo, si oppone
alle teorie monetarie di Broggia. Fa attivamente parte della massoneria
napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo di
Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa
ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino,
trasformandolo in una delle più suggestive realizzazioni del Settecento
napoletano. Muore a Napoli e venne sepolto nella cappella di famiglia nella
chiesa di Santa Caterina a Formiello. Saggi: “Degl’affetti degl’uomini”
(Napoli, Muzio); “Della moneta” (Napoli); “Cronologia dei re di Napoli”
(Napoli, Bisogni); “Del nobile” (Porsile); “Lettera nella quale si dimostra non
esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della chiesa di Bagnara si
ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo l'ottava del computo
volgare, s.d. Troiano Spinelli, Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. -- ria che forma
la materia del presente saggio: E metodo col quale questa siè composto. I tutte
le città e popoli dell'Italia ciascuno ha la sua particular forma di governo
prima, che sussestato vinto da’ romani. Ed anche dopo ciò, molte delle città medefime,
quantunque al popolo di Roma veramente ubbedissero. Pure così fatti nomi, e
tale forma aveano di domestica polizia, che libere in certo modo facevanle apparire.
Ma essendo stata dalla legge Giulia a ciascuna di quelle la romana cittadinanza
conceduta che non da tutte senza con Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO
TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI Dalla seconda venuta de LONGOBARDI in
Italia fino che quelle terre furono da NORMANNI della Puglia conquistate.
PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio Antonino Caracalla è
all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte del capo, a Roma, ed
a coloro, che la ressero, furono tutte senza alcuna dubitazione, anche
nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE pro Bal CICERONE Pro
Balban. Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom. L. Roma. Sigon. de
Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo magna contention Heracliensium,.
Giusep Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI UFFICIALI, che anno signoreggiato,
e retto le PROVINCIE, ch’ora: [Ι Mich. Fiaschino Inven . e C.I. REGNO DI [Strabon.
Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui liberta e
Neapolitanorum fuit, cum magna| I LL ]. Transferita però la sede del romano imperatore
in Costantinopoli, varie BARBARE NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto
la romana republica, invadero l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re
de’ Goti con MM armati, cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da
Stilicone resta con tutto il suo esercitu vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo
re di que' medesimi BARBARI che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore,
avidamente sacchegiarono. Attila re degl’unni in così fatta maniera quella parte
dell'Italia av'egliera entrato, devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico
re de’ vandali chiamato dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III Imperatore,
per vendicarsi di Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima
dell'infame assassinamento, sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in
Italia, ne scorre molte provincie, devasta la nostra campania e molte città di
essa avendo distrutte, in Cartagine carico di preda se ne ritorna. E finalmente
Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi, INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella
PANNONIA, ove egli no dimorava, aveano cominciato a tumultuare, gli concedè l'Italia,
acciocchè ne avesse Odoacre discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso
TEODORICO senza la concessione dell'imperadore
in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa
nominare. [Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist.
Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron. Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron.
In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron.
Isidor. Chron. Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel.
Pontific. Raven. in S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod.
in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente si dillero VESTRO-GOTI.
A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle nostre Provincie, [Histor.
Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer. Ital.,
Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian.
Sigebert, Procop. De bella Gotb.] Re , e circa anni pacificamente la possiede.
quista, se ne titola colle proprie forze da quella l'Imperatore Zenone vedendo
di non poterlo Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella
parie del suo Impero la con Regi non. [Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de
Gest. Langob. ex cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de
reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success.
Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib.
C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de
regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron.
in Sirmonds. Casiodor. Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron.
Goth. Aimon. de Gest. Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales.
la to Marii Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell.
ex cod. Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron.
Prosper. Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I
Anon. Cuspin.] Ma dopo di avere e codesto principe, ed alcuni suoi successori
in tal regno per molti anni signoreggiato; circa l'anno della salutifera divina
incarnazione l'Imperadore Giustiniano delibera di toglierlo a codėsti barbari,
col pretesto, che Teodato re di essi non avea vendicata la morte daia ad
Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda Belisario, che in breve tempo occupa
conquistato. n cosi fatia espedizione furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione
che nella Pannonia dimorava (4 ): i quali dopo , che fu l'Italia pacificata ,
ivi , e d in casa degli Amici più difordini commettevano, che contro gl'inimici
farenon avrebbono potuto, perchè Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro
paese oltre a ciòavea discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca
Bucelino tutta, o quasi tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era
rimastoin nome dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia , che
avea all' Impero restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e
fecciəsiluoghi alzandosi nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi , e più
chiari , ad istanza de’ Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano
Imperatore, rimosso: e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le
se vissuto, non avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto,
dappoichè ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini
Chronic. Aimon, de Gest. Francor. Joan.
Diac. Chron. Jornand. de regnor. Success. Landul. Sagac. additam. Ad Miscell. Procop.
DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr. Agath. de bell. Goth. Gregor.
Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor. Anast. Biblioth. Invita
Joan. III. Paul. Disco de Gest. Langobard.]
eunuco l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar
la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto
avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i longobardi a conquistare l'Italia copiosa di
tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito
allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello
spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon.
histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I.
Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono.
Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino
conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia,
éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini,
anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia
rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti , ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon
. de Gest. Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc.
Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac. Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell.
Paul. Diac. Joan. Diac. Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul.
Sagac. additam. ad Miscell. pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc. Paul. Diac.
Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una colonna ritrovato
l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno de’ Longobardi i
confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne forma un Regno il
quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di diverse nazioni. È
l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati solamente divisa, in
quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il Regno a Carlo Magno,
surse in quella bella parte del mondo il principato di Benevento, da cui non
molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente quello di Capua. Nel
tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra di loro furono in
trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però, comeche molte terre
avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno pressodi noi non mai
e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di Benevento e di Salerno e di
Capua durarono finchè sono da Normanni che nella Puglia sonsi stabiliti,
interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di codesta nazione
ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a guerreggiare, ajutarono
il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e rimandati da costui a casa con
grandissimi doni, allettarono a venire nelle nostre Parti i Paesani loro, i
quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri Principi, ora a quello dell'altro
rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo che diceasi in Octaba, e la Città
d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro, chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia
console stabilendovi. Impresero i Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da
saraceni che la tenea no per quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito
greco Maniaco, il quale chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in
Aversa fermati, e costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della
sua avarizia, abbandonandolo se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo
conosciuto un certo Auduino a’ Gieci ribelle, propose a Rainulfo di mandare una
parte della sua gente in Puglia a torla al Greco Imperatore, che vi
signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo acconsentendo, un buon numero de’
suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di repente occupata Melfi città di
quella provincia, ed indi altre terre; fissarono in Melfi la sede loro e
diedero principi o ad un altro Principato, che continuoffi sotto i figliuoli di
Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche egli Normanno -- i quali in varii
tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni, ch'eransi stabiliti in Melfiforto
i Figliuoli di Tancredi, di ben altre conquiste saziarono la loro ambizione.
Conquistarono tutte le terre, che i Greci aveano in quele nostre Parti. Tolsero
a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il Principato di Benevento e di Salerno,
e fino a'lo ro medesimi nazionali il Principato di Capua, siccome finalmente da
una gran parte del ducato di Spoleti i Re d'Italia discacciarono e di tutti
così fatti principati un regno essendosi formato in sul principio Regno di
Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia, e l'altro di Napoli è nominato.
Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte, la parte più intrigata ed
oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA VENUTA de’ Longobardi in
ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni, stabiliti nella Puglia, inun
solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi vennero . In tanto I Successori
di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di Capua, ed Puglia, e di
Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in II Regni diviso, uno fu
detto di Trinacria alcuna volta ed pl , è detto, ed il quale per anni è de LONGOBARDI,
o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma verso da re di quella nazione il
re Desiderio ultimo re Longo in quella Provincia, ed avendo preso Magno, senza
mutarne la natura il Regno bardo, trasfere nella sua persona sopradetto che
Regno I va. [Paul. Diac. Paul Diacon. Supplem.
Longobar. varj Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è
veduto, te la natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa
mente indovinare. De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora
compongono il Regno di Napoli, in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho
deliberato di scrivere in una Tavola Cronologica i Principi , ed i più
ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni ed ufficii, e delle loro morti,
i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che quelli o sovrani od in alcuna maniera
dipendenti o tributarii posso dimostrare ei diritti delle loro signorie anno stabilito.
Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati una, per quanto io ho potuto esatta e particolare
Geografia. E nella Tavola Cronologica io hor accolto tutto ciò che da' varii
filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni, o molto antichi nella proposta materia
si legge scritto, e narrato, come che discordie gli no siano tra loro ramente
appariscano. Senza volerli corregere, ove avesli potuto, o concordare; di
esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me medesimo in altro tempo, o a d’altrui,
che mi voglia in ciò precedere, riserbando. Contentandomi per orà di fornire
solamente secondi semi di un’esatta e diffusa storia delle nostra li cose me
Geografia non va ancora sotto il Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è
necessaria alla presente opera, esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola
dame scritta il titolo di SAGGIO ho apposto, conoscendo che in essa moltissime
altre cose essere potrebbono a diritta ragione, o d’altri, o da me stesso
pervenisse a' principi l'Impero in ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe
la natura degl’ufficii, a cui in essi il reggimento di Terre cra affidato,
presso il Popolo, o presso una parte di esso, o presso un solo uomo. Dice
Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum bene, ac juste geritur, sive ab uno rege.
La seconda perchè suole essere degl’optimati: ARISTOCRAZIA. E l'ultima si
chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde quantunque eomi, due, o
tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta sovente tra Romani Imperadori
e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi descriviamo la Serie;
imperocchè una tal forma di stato essendo molto più distante dall'aristocrazia che
dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che dalla più lontana, dee prender esenza
alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar
nell’arti divisione regolare. Nè codesti pochi principi costituiscono un collegio
legittimo, in cui ciascuno la sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma
ognuno riguardo alla sua amministrazione libero senza alcun fallo rimane.
Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più oscure. Ed acciocchè il tutto con
chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la promessa. Quali siano le varie
forme di governo, ed i varj modi di acquistare i regni -- fursero in quella
felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si diminuiropo, ora dalle potenze
maggiori furono interamente absorti, e quasi distrutti. Tal volta in essi si
viddero eliggersi i principi, tal volta si viddero in essi succedere a’ padri i
figliuoli nella signoria. Quei, che vi regnavano, furono soventi sia te uccisi,
ed i privati il loro luogo occupando, trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato
Impero. I BARBARI chiamati per difesa di alcuni sistabilirono per ruina di
tutti -- e desolazione. In fine la faccia dell'Italia divenne in que tempi assai
diversa da quello ch'è prima, e che è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi,
e costante. Nè di tutti così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia
distintamente scrivesse. Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE
sono esposti, o piuttosto accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi da sin egli genti Copistifurono traseritte, che
spesse fia , > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte.
Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di
codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”,
feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit.
Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen
ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere,
toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur
qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse
contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a
monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est, appellatio
petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que Regnum
vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter quod
extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque
habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret,
neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum.
Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis
appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam
sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem
Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis
pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium,
nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri
poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii,
ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma
CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica
non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus
est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est.
Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum
“tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia
intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli
il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura
stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle
anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium
immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi
perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie,
aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium
Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ
creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause
instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate
solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem
ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre
potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia
deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem,
non confert pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino
nulla respublica est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat.
Nec ipse populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris
consensu et utilitatis communione sociata. E Bodino egregiamente dimostra che
il composto di alcuno o di tutte le suddette III forme d'impero non può una città,
o sia republica che tale sia secondo il fine che si è proposto, cio è la pace ed
il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea dire. Talem rei publice speciem qui
appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt. Si mixtum idem fonet atque
irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit. Francf.
an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino
de Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam
electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse
ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium
retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam
imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque
matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi
anno II sorti di diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli
loro. L’altra, che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe
regna, o l’impero pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente
chiamare. Altera cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo
habendi, quod non in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit (2)
Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus. Regna acquiruntur. Hi
funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt electio, do successio
Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De jure belli o
matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil quidem, sed
nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud Per fasin
Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O anima civitatis
una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus
ad numerandum que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio
et successio per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum
impedit imperanti dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit.
Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno se giudico, che mai si possa
ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene del suo popolo, e non già di
lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est, qui summa potestate constitutus
naturæ legibus non minus obsequentem se præbet, quam sibi subditos, quorum
libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur, fore confilit. Subditorum
libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut Jus Soc., Gent. Huber. De Jur.
Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo Nat. Ac Gent. c. vel
collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate. Primeva succedere
videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti ne procedono III
forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante de’ Corpi,
Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o lia “barbarica”
vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium, quo princeps
sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam quod ad o civilium
naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium, cuius limites
excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem persone
fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre jus
ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest. Sed
hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum.
Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem
ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam
corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit.
Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio.
E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe
pel [Grot. De Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi
opere nec mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur,
ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem
coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana.
Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium.
Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr.
Toebl. Jus Soc., ut Regis, ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa
dicesi civile – leggendosi in Ubero. Nobis
igitur plures monarchie species non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, &
Dominatus, five Imperium, ut ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut
Baplaponèv. Regnum verum et plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem
faciendi in civitate quod ere a petita.,
qui ed appresso. Ex his tertia resultat differentia, a fine diverso
ristabiliti, est utilitas regnantis. Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum
potest custodiri. Ex his relique differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos
ac cives, de quibus Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal.
quæque similia per se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium
civile est jus præscribendi ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum
faciunt. Eiusmodi imperium civile dicitur commune ad amplificationem boni
civitatis communis tendat. E la terza delle II sopra-dette forme composta che mista
vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi singulos subjicere potest servitute
personali, nihil mirum est f li i d o universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis
pars, subjicere sibi potest subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve
MIXTA. Riguardando poi la seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre
forme di nellaquale il principe regna per elezione del suo popolo forma dicesi
ELETTIVA. La II, in cui il principe riceve l’impero per legge generale dello
stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da questo ricevuta, per trasmetterlo poi a
colui, che dalla medesima legge, viene stabilito; sia egli il primogenito del
preterito regnante, o calui, che glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO
LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia
o dell'altrui; favorisca finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia , o
la linea del primo nato, la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed
a molti una specie della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede.
Dappoichè scrive Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum
ex voluntate populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili
ordinaliter utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium
obtineri non potest. In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma
pel tempo della sua vita solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente,
o per via di sorte, o di deputati. E codesta electionis et successionis deincep
sorta est, cum quædam ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes
vacua per electionem repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem
certum propinqui sanguinis ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc
quidem vocant electionis speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum
dari imperiumjure familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G'
in Anglia multi opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis
primevæ continuationem, nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari
velint, resreditad STATUM [STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per
electionem, ipsum jus Imperii independenter alienari posse probavimus, ad vitam,
vel etiam pro heredi bus. Quie tunc est successio, non amplius a primis
eligentibus dependens, sed familie propria, per actum alienationis. Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita
in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ.
Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La
prima, 3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ:
de jur. Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit. Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium
libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et xvii et putem id
contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet
eleftin, o luccelio personas tangit non autem modum regnandi definit, nec illum
impedit, nec multum promovet ; imo fuccessio pene ab suo. Antecessore , ed ha l’arbitrio
di lasciarlo a chi più gli piaccia, come della sua eredità privata fare ei
potrebbe. E così fatti Regni diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di
regni sono comprese, siccome sarebbe agevole il dimostrare, tutte le
differenze, che de' supremi Imperi delle monarchie si sogliono fare. Ele quali
Ubero per modo di quistioni propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam
fu m m e potestatis colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia
vi fondarono il regno, che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale,
e sotto i re loro, e sotto i re francesi, edi altre nazioni finchè dura è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato
di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi
in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte
difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati.
Quindi è, che ne conviene sovente immitare
i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura : iquali non
potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti
loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton
tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM
EIUSDEM GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti respirationis in homine doo in bestia. Descensus
Lapidum in Europa in qualitates corporum, que intendi o remitti o nequeunt,
queque corporibus omnibres competunt , in quibus experimenta instituere Ticet
nun, a sibi semper consona. Extensio corporum non nisi per sensus innotescit,
nec in omnibus sentitur. Sed quia sensibilibus omnibus competit, de universis
affirmatur. Corpora plura dura este experimur; Oritur autem durities totius a
duritie par tium, et in de non horum tantum corporum quæ fentiuntur, sed aliorum
etiam omnium particulas indivisas es se duras merito concludimus. Corpora omnia
impe netrabilia es se non ratione; sed sensu colligimus. Que tractamus
impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole; reflexionis lucis in ter
America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus IMPENETRABILITATEM efe proprietatem
corporum universorum. Corpora omniam obilia efle et viribus quibusdam, quas viresiner
tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete, ex hifce corporum visorum
proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS, Mobilitas,&
Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente
electione pendet; unde qui succedunt, e populi eligentis voluntatepri meva succedere
videntur. E finalmente la terza nella quale il principe possiede il regno per
volere del git [Or dichiarari nella maniera sopradetta l'esposte cose io dico che
i lombardi sono inprima nella Pannonia ad un Regno EREDITARIO vel plu , pro qualitatibus
corporum universorum habende sunt TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER
EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT
QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De quemimi non possunt auferri. Certe
contra experimentorum tenorem fomnia non funt , nec a Nature analogia
recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse soleato, qua forma
Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium dispoticum, an Civile regnum
Patrimorium imperio. Et in Monarchia , sit ne Populo volente an invitofit
conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an perpetua sit potestas. Non
an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii variarivi parvitate vel
magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species hominum judicia sæpe
perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu iner inertie totius,
oritur ab extensione , duritie , impenetrabilitate viribus inertice partium:
inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et durasele, o
impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera scrive
Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi morerum
moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè quando non
ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche, osia de'Principati,
di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre accadere in essi, quando
estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano sconvolto, l'istituzioni
suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è vero non però, che non di
leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con regola cosi fatta si possono
distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi all' ultimo
Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo stesso
avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real. cuno
Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere,
che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu
prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta
VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono
poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero ,
secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti
Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno
loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton,
Philus. Natur.princ.Ma Gregor. Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist.
Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt. mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi
che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli
abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus,
nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus
pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si
intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos
per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli
propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER
proximis deferri , idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt,
nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob.,
istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur.
bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc
Otto Frifingens. De Geft. Friderici Impe credere De Popoli Q. Agle relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi
possono argomentare diverse cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis
of the noble is complicated – noble is the male who merits recognition from his
community.” Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di Aquara e di
Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino. Keywords:
implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio, lombardia,
lombarda, lunga barba. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Lazzarelli: l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San Severino Marche).
Filosofo italiano. Grice: “I would call Lazzarelli a Pythagorean; most Italian
philosophers are, as most English philosophers are Lockean!” -- Grice: “I would
call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo ermetico.’ He certainly flouts
all my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per
ricostruire la vita di Lazzarelli è Vita Lodovici Lazzarelli Septempedani
poetae laureati per Philippum fratrem ad Angelum Colotium scritto dal fratello
Filippo subito dopo la morte di Ludovico, e indirizzato all'umanista Angelo
Colocci. Lazzarelli fu educato e visse a Campli, in Abruzzo, dove frequenta la
biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua
opera i Fasti Christianae Religionis, un poema di ispirazione cristiana. Ricevette
da Sforza un premio per un poema sulla battaglia di San Flaviano. Ebbe contatti
con i più importanti studiosi dell'epoca e fu seguace dell'ermetismo. Raccolse
il Pimander di Ficino, l'Asclepio e tre trattati sull'ermetismo realizzando una
versione che amplia il corpus testi ermetici. Autore di opere a carattere ermetico
come il “Crater Hermetis,” in sintonia con il sincretismo religioso dei suoi
tempi e in anticipo sulla filosofia di Pico, con la fusione del cabalistico e il
cristiano, ma anche di poemetti a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo”
o didascalico-allegorici come il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini
hastiludii (Padova); “De gentilium deorum imaginibus”, dedicato prima a Borso d'Este,
poi a Federico da Montefeltro; “Fasti christianae
religionis” con mss dedicati a Sisto IV, poi a Ferdinando I d'Aragona e ia Carlo VIII
(Bertolini, Napoli); Epistola Enoch (Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”,
Roma; “Diffinitiones Asclepii”; De
bombyce (Lancellotti, Aesii); “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii
Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii
liber de voluntate divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi);
Vademecum (M. Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per
la morte della duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen
bucolicum” (Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di
occasione -- tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale
di Napoli); epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera
può essere letto in M. Meloni ,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano
e il “De Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in
appendice a C. Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier,
in Umanesimo e esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum
de Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi
sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere, su Ludovico lazzarelli. l rivista Campli Nostra Notizie, su campli nostra
notizie. L. Nacque a San Severino Marche da Alessandro, medico, e da
Lorenza Tosti, di nobile famiglia di Campli. La tradizionale data di nascita è
stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di un'annotazione
manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal fratello Filippo
(meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio riferita da Aleandri,
secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi
"Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei
pressi dell'odierna San Severino Marche. Alla morte del padre, il L. si
trasferì con la madre e i cinque fratelli a Campli, presso Teramo, dove
ricevette la prima educazione e - stando alla citata biografia, non immune da
toni agiografici, scritta subito dopo la morte - egli dimostrò precocemente
inclinazioni poetiche, tanto da comporre, appena tredicenne, un carme sulla
battaglia di San Flaviano, che gli avrebbe meritato le lodi di Alessandro
Sforza, signore di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum
simia". L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che
permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dall'incerta cronologia, della
vita fitta di spostamenti condotta dal L. a partire dalla metà degli anni
Sessanta. Fu dapprima ad Atri, con l'ufficio di istitutore del figlio del
signore della città, Matteo Capuano, dove compose un carme esametrico per la
morte della duchessa Caterina Orsini Del Balzo, indirizzato con un'epistola
accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che,
nella sua biografia, la definirà "sententiis quidem refertam quam optimis
ultra eius aetatem" (Vita Lodovici). Per due anni fu a Teramo presso
Giovanni Antonio Campano, "ut eiusdem Campani fratrem amoenioribus artibus
inficeret simulque ut ipse viri familiaritate doctior fieret" (Lancellotti7),
dove si applicò allo studio del greco, dell'ebraico, della matematica e
dell'astrologia. Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di
una sua disputa con un tal Vitale ebreo, che negava la Trinità, e che sarebbe
stato vinto anche grazie all'allegazione da parte del L. di autorità
talmudiche. Di qui passò a Venezia, dove perfezionò lo studio del latino e del
greco alla scuola di Merula. Il componimento esametrico De apparatu Patavini
hastiludii, scritto in occasione dei giochi e nel quale i componenti
dell'Accademia padovana dei giuristi erano comparati a personaggi mitici,
rivela una buona dimestichezza con l'ambiente accademico patavino. Forse su
suggerimento di Merula compose un Carmen bucolicum, costituito da dieci egloghe
di soggetto sacro, dedicate ai principali misteri della vita di Cristo:
l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine, l'incarnazione
del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli inferi, la
resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo, l'assunzione
di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più importante
riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L., l'incoronazione per mano
dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco a Pordenone.
Secondo il racconto del fratello, il L. si sarebbe recato presso l'imperatore,
di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia, gli
avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso dall'imperatore
che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. Il L. stesso celebrò
poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea. Una serie di stampe, del tipo
dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di Venezia, fornì al L. lo
stimolo per la composizione dei due libri De gentilium deorum imaginibus,
poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più rilevanti testimoni
dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica Vaticana (Urb.
lat., 716, 717), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di
sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei
tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica
del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che
Augusto Campana è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per
riconoscervi il nome di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e
quindi l'ultimazione dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo
ducale di Ferrara da parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo
il nome di Borso è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i
passi relativi sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una
seconda redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo
ducale di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere
in quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. 716
vi sia giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche
corredato di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di
Federico da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente
occorso al duca nel novembre 1477. L'originaria dedica a Borso d'Este è
perfettamente congruente con la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non
estranea neppure alla corte urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di
"appropriare", nel gioco praticato a corte, dei versi alle carte,
secondo il modello dei tarocchi boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso
ludico le antiche immagini delle carte, diffuse anche presso il volgo, che
"triumphos / appellat tactu commaculatque rudi / priscorum formas et
simulachra deorum", per restituirle alla loro funzione astrologica e
sapienziale di rivelare il vero "obliquis figuris", poiché
"invenere suis corrispondentia rebus / signa olim vates et simulachra
deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens indiga sensus, / sacrilegi et ludis
asseruere suis.. Nel primo libro sono presentate e descritte, in successione,
le sfere celesti, dalla Prima causa alla Luna, con l'aggiunta di un carme
conclusivo dedicato alla Musica come prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti,
identificati con gli dei antichi, sono descritte le immagini, indicate le
rispettive domus (i segni zodiacali), sinteticamente narrati i principali miti
che hanno come protagonista il dio eponimo, fornite essenziali notizie
astronomiche e illustrati gli influssi astrologici. Il secondo libro presenta
le immagini della Poesia, di Apollo e delle nove Muse, di Pallade, Giunone,
Nettuno, Plutone e, infine, della Vittoria (alla quale è dedicato un carme in
versi eroici, mentre tutti gli altri sono in distici elegiaci). Nei due codici
urbinati, come si è detto, la descrizione verbale trova riscontro e
integrazione nel ricco apparato iconografico che, a sua volta, può aver
ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di Urbino. La vicenda
compositiva del poemetto probabilmente si compì durante il soggiorno di L. a
Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare da Varano per attendere
all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese quindi la stesura di un nuovo
ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis, che portò a compimento in una
prima redazione a Roma, dove si recò al seguito di Lorenzo Zane, patriarca di
Antiochia, presso il quale approfondì gli studi astronomici e
astrologici. La composizione del poema è dai biografi (e, in primis, dal
fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro i
sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia
perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum
negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita
Lodovici, p. 7). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e
guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione
dell'assistenza divina. Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda
compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti
(tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi
redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di
riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta
entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a
suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il
1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente
abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di
un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani.
Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro
successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di
carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole.
I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici
successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta
del Giudizio finale. Il poema ricevette onorata accoglienza da
parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di
Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei
quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al
Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei
quali in morte. Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con Correggio,
alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la propria
conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al rapporto
fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento risale però
all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di Sisto IV,
quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio che, a
cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di qualsiasi
istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti e riti
simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di mistica
ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari prelati.
Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza al L. dell'Epistola
Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque divini prophetae ad
omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio romano di Giovanni
da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di piena adesione e di
conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale mysterium ego
attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis animi viribus
tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi collibus
ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus insequutus"
(ed. Brini). Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L. firmò anche alcuni
epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi l'Areopagita e,
soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4 della Biblioteca
comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del corpus ermetico
nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius attribuito ad
Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché mancanti nel suo
codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli. Nelle tre
prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di
raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale
dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia
ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete
Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia
agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta
nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius"
(Kristeller). L. entra quindi in rapporto con Colocci quando questi, avendo con sé il nipote
Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli Satriano.
Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima andrebbero
dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De bombyce,
dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis puerum". La
datazione dell'opera è controversa e il più recente editore, Roellenbleck, ne
propone una molto più alta, che peraltro non si concilia con la tematica
ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di Colocci, che pare dovesse
avere un'età idonea a essere prescelto come lettore esemplare ("lege
sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius da rigenerare
(l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il Bombyx si
presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato all'allevamento del
baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie già suggerite da s.
Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di una rigenerazione
alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la quale potranno a
loro volta generare una prole divina: "Surgite, terrigenae, bombycum
exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida regnet Sancta
palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum penitus penetrate
relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id fieri possit, mox
forte docebo, hic gradus aethereo primus
statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema della generazione divina,
annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere riconosciuta nel De summa
hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater Hermetis. Si tratta di un
dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti poetici, di vario metro,
nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di proclamata esaltazione
mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha ruolo di maestro, e il re
di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai vecchio, ha ceduto il governo
dello stato al primogenito Alfonso II. Queste indicazioni permettono di
collocare l'azione, e anche la composizione, tra il 1492 e la morte del
re. Il recente editore, Moreschini, ha anche riconosciuto due redazioni
dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della Biblioteca nazionale di
Napoli, la seriore dalla stampa procurata
da J. Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza più evidente tra le due
redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un terzo interlocutore, PONTANO,
con il ruolo, secondario ma non indifferente, di affiancare il re, discepolo
entusiasta e convinto, come poeta desideroso di approfondire anche verità
filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in un passo del Corpus
Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete sulla terra affinché
in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così l'intelletto che li
rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione dell'opera il L. si
autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che lo rende capace di rivelare
il mistero della generazione di anime divine da parte del vero uomo, che ha
raggiunto la pienezza della conoscenza e che si rende così simile a un dio.
Moreschini osserva come nella seconda redazione il L. eviti di rendere troppo
espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo (lo stesso titolo, nella
prima redazione, recitava: … qui inscribitur via Christi et crater Hermetis),
attenuando, per esempio, le argomentazioni che tendevano ad attribuire
all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica) nei confronti di ebraismo
e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie conoscenze cabalistiche e
talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano patrimonio, in quegli anni, del
solo Giovanni Pico della Mirandola. Ultima opera del L. sembrano essere i
De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che invano ne cerca
copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza indizi veramente
probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia, conservato nel ms. 984
della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di preparazioni
alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un breve testo
introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L. stesso,
definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto: "agemus in
hoc libro Vade mecum […] de alchimia que est naturalis magia et vocatur
astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito
"a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit
magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini). Nella sua
biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il
sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici
potuissent" (Vita Lodovici, p. 10) - e in sogno il L. avrebbe anche
antiveduta la propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di
distanza da quella del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a
stampa: De apparatu Patavini hastiludii, Patavii 1629; De gentilium deorum
imaginibus, a cura di W.J. O'Neal, Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis,
a cura di M. Bertolini, Napoli 1991; Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice
generale degli incunaboli [IGI], VI, p. 225), ora a cura di M. Brini, in Testi
umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle Diffinitiones Asclepii in
appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in uno scritto di
Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a cura di E. Castelli, Padova;
le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di
Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Marsilio Ficino e L.. Contributo alla
diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, in Annali della R. Scuola
superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and letters,
Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in Bombix.
Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti, Aesii, e
ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in Literatur
und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura di
Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel corpus
di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii
Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii
liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano,
Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna,
parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e,
integralmente, in C. Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Id.,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo
latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in
Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di
compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San
Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel
ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno
sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA
medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella
Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi
di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E. della
Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita
si leggono nel ms. W.344 della Walters Art Gallery di Baltimora. Fonti e
Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di Lazzarelli,
Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad Angelum Colotium,
da cui deriva in gran parte la biografia premessa da G.F. Lancellotti al
poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro, Biblioteca picena, V,
Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni
nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino (Marche), in Giorn.
araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes "Mercurius"
Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of magic and
experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di alcuni
manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è
riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller,
Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il
manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in
Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di
Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia
medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di mons. Angelo Colocci, a cura di V.
Fanelli, Città del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L.,
in Res publica litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in
Quaderni dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il
rinascimento filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà,
Giovanni da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia
spirituale e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L.
umanista settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in
Studia picena; Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii
Aevi, VII, pp. 159-161.Luigi Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico
Lazzarelli. Lazarelli. Keyword: implicatura ermetica, mascolinita romana,
religione officiale romana, campo marzio, marte, dio della guerra, marte come
pianeta, il simbolismo di marte nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte
e Nietzsche --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Leanace: la setta di Sibari -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). FIlosofo
italiano. Pythagorean. Giamblico.
Grice e
Lecaldano: l’implicatura conversazionale della traspatia – l’impassibile di Cicerone
-- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Treviso). Filosofo italiano. Grice: “Lecaldano is interested in altruism as
the basis for morality; I’m interested in morality as the basis for altruism;
he ain’t Kantian; I am!” -- Grice: “I love Lecaldano; perhaps because he is an
Italian, he focused on Scots! His analyses of Smith and Hume on ‘sympathy’ is
‘simpatico,’ as the Italians say.” Grice: “Lecaldano engages in the kind of
linguistic botanising I do when I reflect on ‘cooperation’ versus ‘benevolence’
versus ‘empathy’ versus ‘sympathy’ versus ‘compassion.’ Unlike Lecaldano, I end
up with a rationality-based account of cooperativeness – or rather a narrowing
of ‘co-operation’ to ‘rational co-operation’ – there are others!” Si laurea a
Roma, insegna a Siena e Roma. Fonda La Società Italiana di Filosofia Analitica
(“to keep us apart from non-analytics like Plato!”). Membro della Società Filosofica
Italiana. Le riflessioni di L. spaziano dalla storia della filosofia morale
sino alle discussioni contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del
rigore concettuale della filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla
ricostruzione storiografica della morale anglosassone dal XVII al XIX secolo,
con particolare riferimento ai filosofi scozzesi (David Hume, Adam Smith). Ha
inoltre indagato criticamente i problemi della metaetica. In bioetica, L. si
prefigge l'obiettivo di una chiarificazione delle implicazioni morali legate
alle bio-tecnologie, che sfocia in una prospettiva laica per la pacifica
gestione del conflitto morale che le "tecnologie della vita" hanno
prodotto. Saggi: “Le analisi del linguaggio morale – “Buono" e
"dovere" (Roma, Ateneo), “La fallacia naturalista” (Roma, Laterza); “La
lume della ragione, gl’iluminati”” (Torino, Loescher), “Lo scetticismo” (Roma, Laterza);
“Etica, Torino, POMBA); “Bio-etica: la scelta morale” (Roma, Laterza); “La
morale” (Gaeta, Bibliotheca); “Dizionario di bio-etica” (Roma, Laterza); “Un'etica
secolare – senza Dio” (Roma, Laterza); “Prima lezione di Filosofia Morale” (Roma,
Laterza); “Simpatia, impassibile” (Milano, Cortina); “Senza Dio – gl’atei
romani” (Bologna, Mulino); -- la religione officiale in Roma antica – “Sul
senso della vita, Bologna, Mulino); “Bioetica Comitato Nazionale per la
Bioetica Biotecnologie); “La bioetica. Il punto di vista morale di L. sulla
nascita, la cura e la morte di Corchia. Riflessioni di L. sul Senso della Vita
In Riflessioni. I significati di simpatia tra conversazione comune e
letteratura “La molteplicità di usi di simpatia” È possibile
riconoscere diversi significati nel termine simpatia che di solito è
accompagnato da un significato positivo, anche se in realtà è possibile
estendere il suo significato fino a usarlo con connotazione negativa. Nel
dizionario troviamo distinte 13 accezioni del termine, dall’attrazione
sentimentale alla condivisione di un atteggiamento o posizione politica. Come
notava Hume nel XVIII secolo, è molto difficile parlare delle operazioni
della nostra mente in termini del tutto esatti, perché il linguaggio
comune raramente fa delle sottili distinzioni. Il termine simpatia viene
compreso dalla gran parte delle persone, ma paga la sua ampia diffusione
con l'indeterminazione che ad esso si accompagna. E enorme
l'utilizzazione che ha avuto la simpatia, sia in forma implicita che
esplicita. Lynn Hunt suggerisce che la nozione di simpatia sia la prosecuzione
di quella che nei testi illuministi viene analizzata come simpatia; Hunt,
poi, privilegia la simpatia assimilata alla compassione. Già nel
diciottesimo secolo Rousseau, assimilando la simpatia e la compassione,
la considerava una forma di pietà suscitata solo da pene e dolori. Mentre
Hume e Smith la consideravano come la capacità, più sviluppata negli uomini
che negli animali, di partecipare attivamente alle condizioni altrui, sia
dolorose che gioiose. E’ illuminante la tesi di Hunt secondo cui il
rafforzarsi della simpatia fra gli esseri umani nella cultura europea (reso
possibile dai romanzi) portò a riconoscere l'eguaglianza di molti esseri
umani che fino a quel momento erano stati emarginati. Molti romanzi in
secoli successivi accesero le emozioni e la partecipazione simpatetica
del pubblico.Verosimilmente anche molta della forza espressiva del cinema
può essere identificata nella capacità di quest'arte di rendere conto, con le
sue tecniche, degli stati d'animo e della trasformazione delle emozioni
dei personaggi. (discorso su Kundera) “Un percorso di approfondimento”
Lo sforzo di conoscere il funzionamento della simpatia si connette con la
questione relativa a quanto la simpatia si debba ritenere essenziale per
la genesi della pratica morale diffusa tra gli esseri umani. Cercheremo
di capire se la simpatia sia necessaria o meno per la moralità ed esporremo
le argomentazioni pro e contro questa tesi. Fermo restando che la
simpatia può essere considerata necessaria per la nostra vita etica, ma
non sufficiente. Simpatia può riferirsi a un'attitudine conoscitiva
tramite la quale riusciamo a cogliere le condizioni mentali altrui, oppure a
una reazione affettiva ed emotiva nei confronti dei sentimenti altrui.
Concordando con Stueber, andremo verso la simpatia intesa come
preoccupazione per le altre persone e le loro menti. Vi sono due criteri in
base ai quali individuare tipi diversi di simpatia: Da una parte
quello che considera la simpatia come un'operazione mentale semplice e
istintiva, un contagio emozionale automatico; 2. Dall'altra quello
che considera la simpatia come un processo psicologico più complicato e
che comporta un minimo di riflessione. L'impostazione adeguata è
quella che non confonde i due livelli di simpatia e non semplifica le
cose, presentando una concezione riduttiva. Insisteremo inoltre sulla
connessione tra simpatia e la pratica non solo della moralità, ma della
giustizia, della politica, così come sulla sua incidenza nelle forme di
civilizzazione. Prenderemo le distanze dall'esportazione della simpatia sul
piano normativo che vede in essa ciò che è necessario e sufficiente per
la costruzione di una moralità umana. La nozione di simpatia ha una lunga
tradizione nella storia della filosofia. La prima importante nozione di
simpatia è quella che le riconosce una forza cosmica che tiene insieme tutte le
cose del mondo. Nella cultura classica greca e latina, la simpatia
utilizzata per richiamare una connessione armonica che unisce fra loro
esseri umani e realtà naturali. Inoltre, la nozione di simpatia nella
filosofia antica viene usata per richiamare un processo che si sviluppa nel
mondo fisico e solo secondariamente in quello umano, infatti gli stoici
si riferiscono ad una simpatia universale per indicare l'affinità
oggettiva esistente fra tutte le cose. Gli stoici sono importanti per
l'influenza che ebbero sui moderni interessati alla simpatia come Hume e
Smith. In Plotino troviamo un'immagine che verrà ripresa da Hume. Questo
concetto naturalistico della simpatia è il fondamento della magia e verrà
ripreso dai maghi del Rinascimento. Nella cultura antica la simpatia ha
un'estensione prevalentemente cosmologica e ontologica, identificandosi con un fenomeno
universale e con la forza che tiene insieme tutte le cose in una relazione
automatica. Fin dall'antichità, quindi, la simpatia ha un'accezione
positiva. Prima del passaggio alla modernità c'è un'importante
innovazione nell'uso della simpatia ad opera di Francesco d'Assisi, che nel
“Cantico delle creature” chiama suoi fratelli e sorelle, animali, piante,
ma anche il sole, la luna, l'acqua e il fuoco. Questo atteggiamento è
“empatia” (oriente e Schopenhauer) “Una relazione attiva fra due
poli” La simpatia conquista il suo posto come forza dinamica della natura
umana. Critica a Hobbes che negava qualsiasi presenza di empatia
nell'uomo, visto come essenzialmente egoista. Significativi qui sono
Shaftesbury e Hutchenson che però, pur riconoscendo agli esseri umani un
grado di apertura affettiva l'uno verso l'altro non ne avevano realizzato
quella completa soggettivizzazione che troviamo in Hume e Smith.
Shaftesbury, infatti, con l'impostazione platonizzante tende a considerare
la simpatia come una trama che si estende al di là del mondo umano,
creando armonia fra vite umane ed ordine universale. Hutchenson, invece,
preferisce il termine simpatia quello di “senso pubblico”, facendo
riferimento ad un contagio emotivo. Hume contesterà ad Hutchenson una
trattazione della simpatia erronea perché incapace di cogliere il suo
collegamento con l'immaginazione e la riflessione. Ciò non toglie che le
analisi di Hutchenson siano tornate attuali. Troviamo la trattazione
più approfondita dell'idea di simpatia e si può individuare nelle analisi
di Hume e Smith due diverse concezioni che influenzeranno molti
pensatori. Hume e Smith concordano nel considerare la simpatia solo come
un dato della natura della psicologia umana e non una forza cosmica. Per Hume
la simpatia è un principio psicologico che permette la comunicazione e la
partecipazione fra gli esseri umani; per Smith è altresì un principio psicologico,
ma tende a distinguere fra ciò che possiamo approvare e ciò che dobbiamo
disapprovare. Queste diversità tra i due autori incidono sulla connessione fra
simpatia e moralità: Smith la concepisce come necessaria e sufficiente,
Hume solo necessaria ma non sufficiente. Hume dedica alla simpatia molte
analisi nel “Trattato sulla natura umana”, in cui troviamo una linea
interpretativa ben riconoscibile che sarà illuminante. La simpatia viene
considerata da Hume un principio costitutivo della vita umana ed egli
fissa due punti fondamentali. La simpatia non riguarda le relazioni fra cose o
oggetti, ma solo quelle fra esseri umani, nonostante coinvolga anche
relazioni con gli animali e tra loro stessi; Nella natura umana esiste
una gran tendenza a prestare agli oggetti esterni le stesse emozioni che
osserviamo in noi stessi -- tendenza che si manifesta nei bambini, nei poeti e
nei filosofi. L'estensione della simpatia anche al rapporto tra uomini e
animali ed alla condotta di questi ultimi, è evidente che la simpatia si
manifesta anche negl’animali suscitando le stesse emozioni provocate
nella nostra specie. Hume distingue due livelli di simpatia: quella
istintiva e automatica presente fin dall' infanzia, riscontrabile anche
negli animali e quella che opera in modo indiretto, ricorrendo
all'immaginazione riflessiva e non immediata che genera i sentimenti morali. A
quest'ultima forma di simpatia può essere ricondotto la trattazione della
questione sul coincidere tra morale e simpatia. Hume offre una lunga
analisi per spiegare che la simpatia non è in grado di rendere conto
della distinzione che facciamo tra virtù e vizio. Nella teoria dei
sentimenti morali, Smith presenta una concezione della simpatia
alternativa a quella di Hume. Infatti, a Smith non interessa la simpatia
come contagio emozionale, ma anzi la identifica come una specie di
emozione che si prova quando si concorda con le emozioni e passioni
altrui. Provare simpatia per qualcuno significa provare piacere su nel
condividere emotivamente la risposta che l'altro dà alla situazione. In
Smith, approvare moralmente una condotta significa simpatizzare con essa.
Per Smith la simpatia si presenta come uno stato complesso e articolato: vi è
un primo stadio che è la capacità di ricostruire la passione e condotta
dell'altro, o spiacevole se comporta sofferenza o piacevole se provoca
gioia; un secondo stadio dato dall'approvazione o disapprovazione che si
dà della condotta altrui; infine, uno stadio in cui si troverà un piacere
simpatetico, se le nostre approvazioni concordano e un dispiacere se
discordano. Considerando la simpatia come approvazione, Smith cattura una
nozione più determinata di quella generica analizzata da Hume, ma molto
più aperta per ciò che riguarda il ruolo che gioca in essa l'immaginazione. La
simpatia come approvazione morale in Smith si allarga ad includere in
ogni relazione simpatetica l'intervento di uno spettatore immaginario
capace di far valere le esigenze di una più completa ricerca delle
informazioni rilevanti. Concezione diversa la possiamo trovare in Rousseau, il
quale si riferisce alla simpatia col ter. Grice: “While his research on
sympathy is erudite, he shows little sympathy! As far as his philosophy of
laicity (an Italian obsession) is concerned, he forgets for Romans religio WAS
a matter of state – those who did not submit were thrown to the lions!” –
Grice: “Lecaldano fails to recognize, but then he would, being a
post-Lateran-pact traumatized Italian – that not only religion was for the
romans in the ‘eta antica’ a matter of state, but that the STATE was a matter
of religion. This was well perceived by that branch of fascism who culticated
the ‘paganismo’ which is a misnomer and only applies to the birth of Christ! I
would hardly say a Roman in ‘eta antica’ saw himself as ‘ethnic, ‘ethnicus,
ennico, a pagan, or heathen!” Eugenio
Lecaldano. Keywords: simpatia, simpatico, antipatico, compassione, compassivo,
empatia, impassibile, transpatia, patia, patico, il patico, diapatia.
Psi-transmission. Grice: “Scheler uses ‘transpathy,’ but then he would use
anything!” filosofi italiani della simpatia, croce, l’intersoggetivo, simpatia
ed amore, empatia, impassibile, im- negative, im- enfatico – teorie della
simpatia morale in Italia --. Lecaldano. Keywords: illuminati e illuministi --.
Refs.: transpatia, dia-pathia, trans-passione – trans-passio. Luigi Speranza,
“Grice e Lecaldano” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Lelio: il portico romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Ha fama
soprattutto per l’intima amicizia che lo lega all’Africano Minore. Conosce
i tre filosofi ateniesi inviati a Roma, ma fu attirato principalmente dal
stoico Diogene. In seguito L. ha rapporto con Panezio di Rodi e ne diffuse la
dottrina nell’aristocrazia romana.Come legato di Scipione, C. Leliopartecipa
alla guerra contro i punici e si distinse nell’assedio di Cartagine, ottenendo
in premio la pretura.Appartenne agli auguri è diviene console. Nelle lotte
civili determinate dall'azione di Tiberio Gracco L. si schiera contro questo e
i suoi fautori. C. Lelio e ammirato, se non come oratore come uomo
politico, e forse dovette il soprannome di "sapiens," datogli
dall’aristocrazia, al suo atteggiamento politico più che ad altro. Console
della Repubblica romana. Figlio: Gaio Lelio Sapiente. Gens: Laelia. Consolato. L.
è un filosofo stoico, politico e militare romano. E uno dei
migliori amici e più stretti collaboratori di Publio Cornelio Scipione
Africano, che seguì in Spagna e in Africa durante la guerra punica come
prefetto della flotta, legato e questore. Si distinse particolarmente
nella conquista di Carthago e in seguito, nella campagna contro Siface e nella
decisiva battaglia di Zama. Sappiamo che dopo un viaggio di trentasette giorni,
partito da Tarraco in Spagna (in seguito alla presa di Carthago), raggiunse a
Roma. Quando entrò in città insieme ad una grande schiera di prigionieri attirò
l'attenzione del popolo che si riversò lungo le strade al suo passaggio. Il
giorno seguente venne ricevuto in senato, dove racconta che Carthago fu presa
in una sol giorno. Si tratta della principale città cartaginese della Spagna.
Oltre a questa notizia rifere che erano state riprese alcune delle città che si
erano ribellate ai romani, mentre altre erano state accolte come nuove alleate.
I prigionieri riferirono cose analoghe a quelle comunicate in precedenza dalla
lettera di Marco Valerio Messalla, secondo il quale Asdrubale Barca si stava
preparando per passare con un secondo grande esercito in Italia, tanto da
destare nuove preoccupazioni nei senatori, visto che a stento si era riusciti a
resistere ad Annibale ed al suo esercito. Lelio rifere degli stessi argomenti
anche all'assemblea del popolo. Alla fine il senato decreta che venissero
ordinate per un giorno pubbliche cerimonie di ringraziamento agli dèi per
l'esito felice della guerra in Spagna e ordinò a Lelio di far ritorno dal suo
comandante Scipione il prima possibile, con le stesse navi con cui era venuto. Dopo
la fine della guerra fu edile plebeo, pretore e console e fornì importanti
informazioni sulla vita dell'amico, Scipione Africano, allo storico Polibio. L.
è il padre di L. SAPIENTE, console insieme a Quinto Servilio Cepione.
Smith, Dictionary of greek and roman biography and mythology, The Ancient
Library.Polibio, X, 3.1-Livio. Polibio. Appiano di Alessandria, Historia Romana
(Ῥωμαϊκά). Livio, Ab Urbe condita libri. Polibio, Storie (Ἰστορίαι). Strabone,
Geografia. Brizzi, Storia di Roma, dalle origini ad Azio, Bologna, Patron; Piganiol,
Le conquiste dei romani, Milano, Il Saggiatore; Scullard, Storia del mondo
romano. Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine, Milano, BUR,
Laelius, in Who's Who in The Roman World, Londra, Routledge, Romanzi storici Posteguillo,
L'Africano, Casale Monferrato, Piemme; Posteguillo, Invicta Legio, Casale
Monferrato, Piemme, L., Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Predecessore
Console romano Successore Manio Acilio Glabrione e Publio Cornelio Scipione
Nasica con Lucio Cornelio Scipione Asiatico Gneo Manlio Vulsone e Marco Fulvio
Nobiliore VDM Seconda guerra punica VDM Guerra romano-siriaca ("Guerra
contro Antioco III") Portale Antica Roma Portale Biografie Categorie:
Politici romani Militari romani Militari. Consoli repubblicani romani Laelii Persone
della seconda guerra punica. Lelio was a statesman and orator who took a keen
interest in philosophy, becoming an acquaintance of members of the Porch like
Diogene and Panazio. He was given the nickname ‘sapiens’ (know it all).
According to Cicero, this was not because he knew it all, but because of his
self control in matters of judicial sentencing. Cicero greatly admired him and
featured him in a number of his philosophical works. Gaio Lelio. Lelio.
Grice e Leocide: la diaspora di Crotone. Roma
– filosofia italiana– Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di
Calcide.
Grice e Leofronte: la setta di Crotone –
Roma – filosofia italiana– Luigi Seranza (Crotone).
Filosofo italiano. A Pythagorean, according to the Vita di Pitagora by
Giamblico di Calcide.
Grice e Leone: la diaspora di Crotone –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Metaponto). FIlosofo italiano. A Pythagorean, according to the Vita di
Pitagora by Giamblico di Calcide. Alcmaeon di Crotone dedicated a book to him.
Grice e Leonzio: la diaspora di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. A Pythagorean, according to The Vita di Pitagora di
Giamblico di Calcide.
Grice e Lettine: all’isola – la diaspora
di Crotona – Roma – filosofia italiana – Luigi Spearnza
(Siracusa). Filosofo italiano. A Pythagorean, according to “Vita di Pitagora”
by Giamblico di Calcide.
Grice e Libanio: la setta di Giuliano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Supported Giuliano in his attempt to revive paganism (a charming
letter survives) – “but he is also a friend and teacher of many Christians, can
you believe it?” – Loeb.
Grice e Liberale: il portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Not to be confused with Liberace, he was staying at Lyons (Lugdunum)
at the time it was destroyed by fire. He was a dear friend of Seneca. He
followed the Porch. In his eulogy, Seneca declaims: “While he was accustomed to
dealing with everyday difficulties, a catastrophe, unexpected, and of such magnitude,
was more than he could handle.” Ebuzio Liberale.
Grice e Licenzio: il filosofo poeta – Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. – A pupil of Agostino. He achieves a reputation of a poet before
dying young. Licenzio.
Grice e
Livi: l’implicatura conversazionale del consenso sociale – filosofia italiana –
l’aporia: se cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato).
Filosofo italiano. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers who have
taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi justifies
common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’” Allievo di Gilson,
collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso
comune, rappresentata dalla ISCA (International Science and Common Sense
Association), che ha come organo ufficiale la rivista "Sensus communis -- Alethic
Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi (autore
di importanti saggi di Storia della Metafisica), Bettetini, Arecchi,
Spatola (psichiatra), Covino ed Arzillo. Fondatore della casa editrice Leonardo da
Vinci, fu membro associato della Pontificia Accademia di San Tommaso, decano e
professore emerito della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università
Lateranense. Firmò con Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et
ratio. «Senso comune» è il termine utilizzato da Livi in chiave
anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili
possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a
priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che
derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni
ulteriore certezza. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e ha
provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il
fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza
dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io,
come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di
altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti
di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento
razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua
esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale
lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza
in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica
aletica su base olistica. Tra gli studi recenti sul sistema della logica
aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di Agazzi, "Valori e
limiti del senso comune" (Franco Angeli, Milano), Ottonello
("Livi", in "Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo
("La riabilitazione del senso comune", in "Memoria e
progresso", Fede & Cultura, Verona), di Arzillo, “Il fondamento del
giudizio -- una proposta teoretica a partire dalla filosofia del senso comune (Vinci,
Roma ); Renzi, La logica aletica e la sua funzione critica -- analisi della
proposta di Livi (Vinci, Roma). Hanno scritto su L. anche Andolfo (storico
della filosofia antica), Sacchi, Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e
Possenti. Da Gilson, Fabro ed Agazzi ha appreso ad affrontare i problemi
essenziali della speculazione metafisica in dialogo con grandi filosofi antichi
(Platone, Aristotele, gli Stoici, Agostino), del Medioevo (Anselmo, Aquino,
Duns Scoto) e dell'età moderna (Vico, Kierkegaard, Rosmini-Serbati). Convinto
assertore del metodo realistico di interpretazione dell'esperienza, ne ha
difeso le ragioni utilizzando sistematicamente gli strumenti dialettici offerti
dai pensatori della scuola analitica. Suoi critici più intransigenti sono
stati, da una parte, l’idealista Severino, e dall'altra il caposcuola del
pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e filosofo -- il problema (L'Aquila:
Japadre); “Cristiano e comunista” (Torre
del Benaco: Colibrì); “Filosofia del senso comune -- Logica della scienza (Milano:
Ares); “Il senso comune tra razionalismo e scetticismo in Vico” (Milano:
Massimo); “Lessico filosofico latino” (Milano: Ares); “Il principio di coerenza
-- senso comune e logica epistemica” (Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano:
Mondadori); “La filosofia in eta antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico
della filosofia, Roma: Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità
del pensiero (Fondamenti di logica aletica) Roma: Lateran University Press); “Razionalità
della fede nella Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica
aletica” (Roma: Vinci); “La ricerca della verità -- Dal senso comune alla
dialettica” (Roma: Vinci); L'epistemologia di Aquino e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni
); “Senso comune e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la
filosofia e perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della
filosofia in eta antica: aspetti sociali” I: La filosofia antica e
medioevale; moderna; contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento)
Roma: Alighieri); “Logica della testimonianza - quando credere è ragionevole” (Roma:
Lateran); “Senso comune e metafisica -- sullo statuto epistemologico della
filosofia prima” (Roma: Vinci); “Nuovo Dizionario storico della filosofia” (Roma,
Alighieri); “Premesse razionali della fede. Filosofi e teologi a confronto sui
praeambula fidei” (Roma: Lateran); “Etica dell'imprenditore. Le decisioni
aziendali, i criteri di valutazione e la dottirna sociale della Chiesa” (Roma: Vinci);
Dizionario critico della filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio
della metafisica speziale” (Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “Il senso
comune al vaglio della critica” (Roma: Vinci); “Filosofia del senso comune.
Logica della scienza e della fede” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come
distinguere l'autentica "scienza della fede" da un'equivoca
"filosofia religiosa" (Roma: Vinci); “L'istanza critica, Roma: Vinci);
“La certezza della verità. Il sistema della logica aletica e il procedimento
della giustificazione epistemica” (Roma: Vinci); “Dogma e pastorale.
L'ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia,
Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come la verità viene al soggetto” (Roma:
Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come
distinguere l'autentica "scienza della fede" da un'equivoca
"filosofia religiosa", su Gli
equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma: Vinci); “Aquino filosofo” in Antonio Piolanti San
Tommaso nella storia del pensiero” (Roma: Vaticana); “La filosofia di Etienne
Gilson", in Antonio Piolanti Etienne Gilson, filosofo cristiano, Roma: Vaticana,
"L'unità dell'esperienza nella
gnoseologia in Aquino", in Antonio Piolanti "Noetica, critica e
metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “Senso comune e unità
delle scienze", in Rafael Martinez "Unità e autonomia del sapere: il
dibattito", Rome: Armando, E. Ledda, In memoriam: Corrispondenza Romana,
1º luglio. Sito di Antonio Livi su antoniolivi.com. Casa editrice Leonardo da
Vinci, su editriceleonardo.com. ISCA
International Science and Commonsense Association, su isca-news.org. Fides et
Ratio, su fidesetratio. Il Giudizio Cattolico, su ilgiudiziocattolico.com. Antonio
Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence
in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees
as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice:
“I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly
Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is
an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he
thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to
reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that
s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table.
Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally
appropriate defeater!” – Livi. Keywords: consenso sociale, amoris laetitia,
Letizia dell’amore -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Livi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Leonzi – (Leonzio) Georgia di Leonzi
Grice e
Leoni: l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – il vincolo mi fa
libero -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo italiano. Grice:
“I love Bruno Leoni; my balance between the principle of conversational
self-love and the principle of conversational benevolence is what all his
philosophy is about!” – Grice: “Leoni has technical concepts here: his is an
individualism, i. e. subjectivisim, and he believes that the ‘scambio’ or
‘inter-subjective,’ inter-individual exchange’ is ‘spontaneous – he calls it
‘ordine spontaneo.’ He doesn;’t see it necessarily as ethical or meta-ethical –
but descriptive; similarly I speak of conversational maxims as different from
‘moral’ maxims!” “La situazione paradossale del nostro tempo è che siamo
governati da uomini non, come pretenderebbe la classica teoria aristotelica,
perché non siamo governati dal diritto, ma esattamente perché lo siamo. Trascorse
la sua vita tra Torino, Pavia, e la Sardegna. Per le sue idee, viene associato
ad un modello liberale e anti-statalista della società. All'interno della
filosofia del diritto, si inserisce
nella tradizione del liberalismo classico. Allievo di Solari, di cui fu pure
assistente volontario, e collega di Firpo, insegna a Pavia. Nel corso del
conflitto, fece parte di A Force, un'organizzazione segreta alleata incaricata
di recuperare prigionieri e salvare soldati. Inizia la sua attività
accademica, insegnando Filosofia del diritto e ricoprendo l'incarico di preside
della facoltà di Scienze Politiche. Muore in circostanze tragiche, ucciso. Un
collaboratore del suo studio legale, Quero, di professione tipografo ma che
svolgeva amministrazioni di condomini e palazzi, aveva perpetrato truffe e sottrazioni
di denaro; quando se ne accorse e minacciò di denunciarlo, Quero lo assassinò
colpendolo ripetutamente alla testa e nascose poi il corpo in un garage,
inscenando un sequestro di persona, ma venne subito scoperto. Negli anni della
ricostruzione postbellica, mentre in tutti i paesi europei si affermavano
politiche economiche di stampo statalista, andò controcorrente sostenendo il
liberalismo, che ormai quasi più nessuno era pronto a difendere.[senza fonte]
Leoni criticava la logica dell'intervento pubblico mentre esaltava la superiore
razionalità e legittimità degli ordini che emergono dal basso, per effetto del
concorso delle volontà dei singoli individui. Fondatore della rivista Il
Politico, Leoni svolse ugualmente un'intensa attività pubblicistica,
soprattutto scrivendo corsivi per il quotidiano economico Il Sole 24 ORE.
Membro della «Mont Pelerin Society» (di cui fu segretario e poi presidente), lo
studioso torinese fu pure molto impegnato nel Centro di Studi Metodologici
della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e Documentazione
“Luigi Einaudi”. Studioso poliedrico (giurista e filosofo, ma anche
appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che
della storia delle dottrine politiche), nel corso degli anni cinquanta e
sessanta Leoni promosse le idee liberali all'interno della cultura italiana:
proponendo temi ed autori del liberalismo contemporaneo, ma soprattutto aprendo
prospettive ad una concezione della società centrata sulla proprietà privata e
il libero mercato. Per comprendere quanto sia stata importante la sua azione
tesa a favorire una migliore conoscenza delle tesi più innovative, è
sufficiente scorrere l'indice della rivista da lui diretta per molti anni, Il
Politico, in cui diede spazio ad autori spesso a quel tempo poco noti, ma desti
segnare le scienze economiche. Con i suoi studi, inoltre, Leoni apre la
strada a molti orientamenti: dalla Teoria della scelta pubblica all'Analisi
economica del diritto (filoni di ricerca che esaminano la politica ed il
diritto con gli strumenti dell'economia), fino all'indagine interdisciplinare
di quelle istituzionitra cui il diritto che si sviluppano non già sulla base di
decisioni imposte dall'alto, ma grazie ad un'intrinseca capacità di auto-generarsi
ed evolvere dal basso. E stato quasi dimenticato: soprattutto in Italia.
La sua opera più conosciuta (frutto di lezioni ). L’ndividualismo integrale di
Leoni risulta ben poco in sintonia con la cultura del suo tempo. Il liberalismo
dell'autore di Freedom and the Law è pervaso da quella cultura che egli
assimilò in profondità grazie all'intensa frequentazione di alcuni tra i
maggiori studiosi di quell'universo intellettuale. Inoltre, seguì sempre
con il massimo interesse i protagonisti della Scuola austriaca (Mises e Hayek,
soprattutto) cheanche se europei proprio in America hanno scritto alcuni dei
loro maggiori contributi e in quel contesto hanno trovato folte schiere di
allievi. In questo senso, bisogna
rilevare che il percorso intellettuale di Leoni sarebbe stato molto differente
senza la Mont Pelerin Society, nei cui convegni egli ebbe l'opportunità di
entrare in contatto con intellettuali e scuole di pensiero estranei al clima
dominante nell'Italia di allora. Per molti decenni, in effetti, l'associazione
fondata da Hayek ha rappresentato un'occasione di scambi e approfondimenti per
quanti cercavano interlocutori radicati nella cultura del liberalismo
classico. Per alcuni decenni dimenticato o quasi in Italia, il pensiero
di Leoni ha continuato a vivere fuori dei nostri confinigrazie alle iniziative,
ai libri e agli articoli dei suoi amici e, oltre a loro, all'interesse che i
suoi lavori hanno saputo suscitare nelle nuove generazioni di studiosi
liberali. A partire dalla metà degli anni novanta, però, la situazione è
cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione de “La
libertà e la legge,” filosofi di vario orientamento sono tor riflettere sulle
pagine del torinese, dando vita ad una
vera e propria "riscoperta" che sta producendo numerosi frutti e
grazie alla quale si va finalmente riconoscendo a L. la sua giusta posizione tra
i maggiori filosofi del XX secolo. Oggi Leoni non è più considerato
semplicisticamente un epigono di Hayek o un semplice ripetitore delle sue
tesi. In questo senso, è interessante rilevare che perfino intellettuali
lontani dalle posizioni liberali e libertarian di Leoni avvertano sempre più il
carattere innovativo del suo pensiero, che nell'ambito della filosofia del
diritto ha saputo offrire una prospettiva alternativa ai modelli kelseniani del
normativismo dominante e all'ispirazione social-democratica che ancora prevale
all'interno delle scienze sociali. In particolare, mentre nel corso degli
ultimi due secoli il diritto è stato ripetutamente identificato con la semplice
volontà degli uomini al potere, uno dei contributi maggiori di L. è quello di
aver indicato un altro modo di guardare alla ‘norma giuridica’, sforzandosi di
cogliere ciò che vi è oltre la volontà dei politici e ben oltre la stessa
legislazione. Per questa ragione, si guarda alla teoria di Leoni come ad una
radicale alternativa rispetto al normativismo formulato da Kelsen, più volte criticato
da L.. Quella di Leoni, per giunta, è ancora oggi una proposta teorica
talmente liberale da indurre più di uno studioso a parlare di “La liberta e la
legge” come di un classico della tradizione libertarian, al cui interno sono
racchiuse idee e intuizioni che restiamo ben lontani dall'aver compreso e
sviluppato in tutte le loro potenzialità. Al fine di tenere viva la
lezione dell'autore è stato fondato l'Istituto Bruno Leoni, con sedi a Torino e
a Milano (animato da Lottieri, Mingardi e Stagnaro), che si propone di
affermare, all'interno del dibattito politico-economico, i principii liberali
difesi da Leoni stesso e di promuovere la conoscenza del pensiero di Leoni e,
in generale, delle teorie liberali e libertarian. Saggi: “Lo stato” (Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Filosofia del diritto” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “La
libertà e la legge, InMacerata, Liberilibri); “Scienza politica e teoria del
diritto” (Milano, Giuffrè); “Le pretese e i poteri: le radici individuali del
diritto e della politica” (Milano, Società Aperta); “La sovranità del consumatore”
(Roma, Ideazione); “La libertà del
lavoro” collana IBL “Diritto, Mercato, Libertà”, Treviglio Soveria Mannelli,
Leonardo Facco Rubbettino, “Il diritto
come pretesa, A. Masala (Macerata, Liberi); Il pensiero politico moderno e
contemporaneo, Masala, Bassani, Macerata, Liberilibri, Istituto Bruno Leoni. L'idea di uno stato
privo di co-ercizioni nella filosofia del diritto; Un "austriaco" di
adozione Articolo su l'Unità. Il Luogo
dei Ricordi di O. Quero, su in mia memoria.com. Tra i pochissimi, in Italia,
che hanno continuato a sviluppare le ricerche di Leoni è da ricordare Stoppino.
Per merito di Cubeddu, che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria
leoniana. E necessario liberarelo dall'ombra
di Hayek, rendendo in tal modo possibile una più adeguata valutazione delle sue
tesi e del suo originalissimo contributo all'elaborazione di una filosofia del
diritto coerente con i principi del liberalismo e con i suoi stessi esiti
libertari. Masala, Il liberalismo (Soveria Mannelli, Rubbettino); la prima
monografia su Leoni. Antonio Masala La
teoria politica (Soveria Mannelli, Rubbettino); Lottieri, “Libertà e stato” in
Antonio Masala, a cura di, La teoria politica; Soveria Mannelli, Rubbettino, Lottieri,
Le ragioni del diritto. Libertà e ordine giuridico” (Soveria Mannelli,
Rubbettino); Approfondisce il tema di un libertarismo non ancora compiutamente
espresso in Leoni, ma già ampiamente riconoscibile nelle sue tesi fondamentali.
Favaro, Bruno Leoni. Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità
dell'ordinamento, della Collana “L'Ircocervo. Saggi per una storia filosofica
del pensiero giuridico e politico italiano contemporaneo”, Napoli, ESI, Adriano
Gianturco Gulisano, Tra positivismo e giusnaturalismo. Il diritto evolutivo,
Foedrus. Gulisano, La «teoria empirica» di Leoni. La centralità dell'approccio
metodologico, Biblioteca delle liberta. Riscoprire Bruno Leoni, su
riscoprire.brunoleoni.com.Bruno Leoni, Bruno Leoni. Leoni. Keywords:
implicatura, freedom, il concetto di ‘freedom’ in Grice e il liberalism
italiano – il concetto di Freiheit in Kant e la tradizione liberale, Croce,
Enaudi, il partito liberale italiano, partito nazionale fascista,
protezionismo, fascismo, storia d’italia, storia del liberalismo italiano,
libero e vincolato, libero e fozato, libero e spontaneo -- Refs: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e
Leoni: l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Spoleto).
Filosofo italiano. Grice: “In Italy, they like ‘renaissance men,’ but there’s a
peril in that: Leoni was a philosopher and a physician (to Medici) – when he
died, Medici did, Leoni was accused of malpractice (poisoning), strangled to
death, and thrown into a ditch. Categorie: philosophers in ditch – Thales,
Leoni.” Di famiglia aristocratica, studia a Roma. Insegna a Padova e Pisa. Fu qui che ebbe modo di entrare in contatto
con la cerchia di filosofi che gravitavano attorno a Lorenzo de’ Medici, a
Firenze. Inizia ad avere contatti e una fitta corrispondenza con Ficino e Pico. Venne considerato dai suoi contemporanei uno
dei più valenti uomini di scienza esistenti all'epoca. I più illustri
personaggi e sovrani dell'epoca, come il duca di Calabria, il re di Napoli,
Ludovico il Moro, forse anche IInnocenzo VIII, richiesero le sue cure, tanto
che divenne il medico personale dello stesso Lorenzo de Medici. All'indomani della morte di Lorenzo de Medici
venne ingiustamente sospettato di essere stato il responsabile del suo avvelenamento,
e venne quindi strangolato e gettato in un pozzo il giorno seguente. Diverse
fonti dell'epoca sostengono che il
mandante dell'uccisione del Pierleoni fosse stato il figlio di Lorenzo, Piero
il Fatuo. F. Bacchelli, Dizionario
Biografico degli Italiani, riferimenti in.
Dagli Annali di Ser Francesco Mugnoni da Trevi, trascriz. D.Pietro Pirri
(Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria): "Era
adpresso del dicto Lorenzo uno excellentissimo et famosissimo medico de
grandissima scientia in loica, in filosofia, strologia, nominato magistro
Pierleone de leonardo da Spolitj, reputato el più singulare valente homo in
dicte scientie che ogie dì viva. Era quisto homo in tanto prezzo adpresso del
dicto Lorenzo che, senza quisto clarissimo doctore, non podiva stare. Fo
conducto ad Pisa ad legere, ebbe mille ducatj de provisione per anno: poj fo
conducto ad Padua, ebbe mille et ducento ducatj per anno. Ad Pisa stecte multi
annj ad legere: et similemente ad Padua."
dagli Annali di Ser Francesco Mugnoni da Trevi, trascriz. D.Pietro Pirri
(Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. "Lorenzo se amalò, mandò per luj, et andò
ad Fiorenza. Era quisto mastro Pierleone de tanta scientia de strologia, che
predisse la morte sua essere infra quatro misi. Et anda mal voluntierj ad
Fiereze. Tandem jonto ad Fiorenze trovò Lorenzo stare male: erano lì clarissimj
medicj et valentj et excellentj: poj ce venne el medico del duca de Milano: et
predisse mastro Perleone la morte de Lorenzo. Ipso non prestò may et non se mestecù
in alcuna medicina ne potione sue. Il cronista forse vuol dire che il Leoni non
s'ingerì affatto in ciò che riguardava l'assistenza sanitaria dell'infermo,
limitando l'opera sua alla pura diagnosi della malattia ed a consultazioni
astrologiche. E con ciò vuol, forse, velatamente intendere che niente ebbe a
che vedere Pierleone con quelle strane pozioni a base di gemme e perle
triturate somministrate da un altro medico, il Piacentino, le quali, attese le
lesioni viscerali che tormentavano il paziente, servirono forse ad accelerarne
il tracollo) ma solo ipso in consulendo et predicendo. Tandem venendo alla
morte Lorenzo, Perino, figliolo del dicto Lorenzo, homo de poca prudentia,
reputato homo bestiale et senza prudentia, ordinò che el dicto mastro Perleone
fosse morto. Lorenzo era in villa ad uno suo casale, et lì tucto dì stava
mastro Perleone. Essendo morto Lorenzo, et lì insino alla sera stando mastro
Perleone, volendo tornare luj allu solito loco, fo menato per uno Carlo o vero
Alberto martellj ad uno suo casale, et lì fo strangulato dicto mastro Perleone,
et buctato in uno pozo. Poj fo retracto et portato in Fierenze, et retenuto el
suo corpo con guardia et veneratione assay. Et de tanto tradimento et iniusta
morte se ne dolse tucta la ciptà, perché la bona memoria de Lorenzo amava
quisto omo più che homo vivesse, et tucti li secretj soj sapiva, savio,
sapientissimo et pieno de verità, bontà et integrità." Nella sua "Storia della Letteratura
Italiana" Tiraboschi (Firenze, Molini Landi) riporta fonti dell'epoca, fra
cui Scipione Ammirato. Cavossi voce che egli vi si fosse gittato da se medesimo
ma si rinvenne esservi gittato da altri, secondo dice il Cambi, da due
famigliari di Lorenzo". Lo stesso testo riporta le affermazioni del
Sanazzaro, il quale "non nomina l'autore di questo misfatto. Ma è chiaro
abbastanza ch'ei parla di Pietro de Medici, figliuol di Lorenzo", e di Allegretti,
storico senese contemporaneo di Pierleoni, che riporta. L. da Spoleto, che lo
medica (si riferisce a Lorenzo) e gittato in un pozzo, perché e detto, che l'ha
avvelenato, nientedimeno si conclude per molti non esser vero. Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corti M.:
Sannazaro Iacobo. Branca V: Dizionario critico della letteratura italiana. POMBA,
Torino, Cotta I., Klien F.: I Medici in rete” (Olschki, Firenze); C. Dionisotti,
“Appunti sulle rime del Sannazaro”, Giornale storico della Letteratura
italiana, A. Mauro, “Opere volgari” (Laterza, Bari); A. Montevecchi, “Storie
fiorentine” (Rizzoli, Milano); A. Nibby, “Analisi
storico-topografica-antiquaria della carta de' dintorni di Roma” (Belle Arti,
Roma); H. Orio, “Le iscrittioni poste sotto le vere imagini de gli huomini
famosi il lettere” (Torrentino, Firenze); T. Pesenti, Professori e promotori di
medicina nello Studio di Padova, Repertorio bio-bibliografico, G. Radetti, Un'aggiunta
alla biblioteca di Pierleone Leoni da Spoleto. In.: Rinascimento: Rivista
dell'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Firenze, Ranalli F.: Istorie
Fiorentine con l'aggiunte di Scipione Ammirato il giovane, Batelli, Firenze, Rotzoll
M.: Pierleone da Spoleto: vita e opere di un medico del Rinascimento. Olschki,
Firenze. Achille Sansi: Storia del comune di Spoleto dal secolo XII al XVII:
seguita da alcune memorie dei tempi posteriori.
Pierleone Leoni, Piero Leoni, Pierleone, Pier Leone. Leone. Keywords.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Leopardi: l’implicatura
conversazionale del favoloso – Leopardi fascista -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Recanati). Filosofo
italiano. Grice: “Oddly, Leopardi’s philosophical semantics is negative;
admittedly, he is wedded to the Fido-‘Fido’ theory of meaning, so he thinks,
pretty much like the first Vitters, that language is a prison. Man has a need
for ‘non-linguistic thought,’ to think without naming – without
conceptualizing! The oddest philosophy of language for Italy’s greatest poet,
one would first think!” -- Grice: “One
could write a whole dissertation on Leopardi’s implicata – not I My favourite
expression would be ‘gli infiniti silenzi’” -- Grice: “While there is a
philosophical griceianism, seeing that my theories were stolen by
non-philosophers, there is ‘leopardismo filosofico,’ seeing that he wasn’t
one!” -- essential Italian philosopher, and founder of a whole movement,
‘leopardismo.’ Il
conte Giacomo Leopardi, al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales
Saverio Pietro Leopardi (Recanati), filosofo. È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento
italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché
una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua
riflessione sull'esistenza e sulla condizione umanadi ispirazione sensista e
materialistane fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità
lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama
letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto
oltre la sua epoca. Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura,
inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell'antichità
greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio,
Epitteto, Luciano ed altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti
romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un
esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni
materialistederivate principalmente dall'Illuminismosi formarono invece sulla
lettura di filosofi come il barone d'Holbach, Pietro Verri e Condillac, a cui
egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di
una grave patologia che lo affliggeva ma sviluppatesi successivamente in un compiuto
sistema filosofico e poetico. Morì noco prima di compiere 39 anni, di edema
polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera di
Napoli. Il dibattito sull'opera leopardiana a partire dal Novecento,
specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e
cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei
contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle
opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una
linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito
poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche
e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un
precursore dell'Esistenzialismo. Giacomo Leopardi nacque a Recanati, nello
Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle
più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli. Quelli che arrivarono
all'età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo, Paolina, Luigi, e Pierfrancesco.
I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte Monaldo, figlio del
conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli
studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una
donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle
convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo
di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l'affetto di cui
sentiva il bisogno. In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte
dal marito, la marchesa prese in mano un patrimonio familiare fortemente
indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia
domestica. La rigidità della madre, contrastante con la tenerezza del padre, i
sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane
Giacomo. Fino al termine dell'infanzia Giacomo crebbe comunque allegro,
giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che
erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di
fervida fantasia. La formazione giovanile La casa natale Ricevette
la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori
ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l'abate don Sebastiano
Sanchini che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla
scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del
latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione
scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo
leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello
sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi
delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare,
sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al
padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati
ed accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in
occasione della riunione della Congregazione dei nobili. Il ruolo avuto
dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un
suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto
fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella
degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel,
esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati come
membro onorario della cattedrale della cittadina. Compone il sonetto intitolato
La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di
me Giacomo Leopardi dall'anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima
composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti
chiamati "puerili". La produzione dei "puerili"
Puerili e abbozzi vari Il corpus delle opere cosiddette "puerili" dimostra
come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino fin dall'età di nove-dieci
anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel
Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per
le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli. Iniziò lo studio della
filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse
le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia,
morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica,
teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima
delle bestie. Con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che
discusse davanti ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può
far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo
sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato
gusto arcadico. Si immerse totalmente in uno "studio matto e
disperatissimo" espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le
sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il
latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da
questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in
modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese,
l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni
ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo cessa la formazione
dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del
giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia
dell'astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, diversi
discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre
tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in
Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta). Per quanto riguarda la
compilazione della Storia dell'astronomia Leopardi si avvalse di numerose
fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly,
ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires
del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera termina con la
scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di Leopardi
presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere,
Pallade, Giunone e della cometa. Per l'elaborazione del suo testo, Leopardi
fece uso, anche, dell’Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella
biblioteca di casa Leopardi), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri
Paulian e delle storie di matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre
Leopardi adoperò diverse opere generali come la Storia della letteratura
italiana di Girolamo Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia di Mazzuchelli e varie
raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding per i francescani, Quétif
e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di questi testi dimostra
l’erudizione raggiunta dal giovane Leopardi. Nella Storia dell'astronomia
Leopardi lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la matematica.
Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali invece il
Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e sull'argomento si
limitò a scrivere che «Enrico Briggs avendo udita la invenzione de’ logaritmi
fatta da Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo. Probabilmente infatti
Leopardi non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla geometria
cartesiana e al calcolo differenziale. Iniziò nello stesso periodo anche le prime
pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando
sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono questi anche gli
anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi
introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal
greco e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia
Frattini di Reca, la Batracomiomachia e pubblicata su «Lo Spettatore italiano»,
gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del
libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la
Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano». La conversione
letteraria: dall'erudizione al bello Tra Si avverte in Leopardi un forte
cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad
abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto,
ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni
filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di
autori moderni come Alfieri, Parini,Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a
maturare la sua sensibilità romantica. Ben presto egli legge I dolori del
giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de
Staël. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall'educazione paterna
accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura
recanatese ed a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari.
Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze,
L'Appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non
pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata ai
redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità
delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio
dello stesso anno. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua
fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada. Fu colpito da alcuni
seri problemi fisici di tipo reumatico e disagi psicologici che egli attribuì
almeno in partecome la presunta scoliosiall'eccessivo studio, isolamento ed
immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca
di Monaldo. La malattia esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito
gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia
"gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori,
gastrointestinali (forse colite ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori
(asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe
(debolezza, parestesia con freddo intenso), alle braccia ed alla vista,
disturbi disparati e stanchezza continua. Era convinto di essere sul punto di
morire. Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo L.i:
«L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto,
con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile.» Egli stesso si
ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Giordani, per
la lunga cantica L'appressamento della morte e, anni dopo, per Le ricordanze,
in cui ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco
malor", cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio
assieme all'angusto ambiente: «Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di
cessar dentro quell'acque la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco malor,
condotto della vita in forse, piansi la bella giovanezza, e il fiore de' miei
poveri dì, che sì per tempo cadeva. L'ipotesi più accreditata per lungo tempo
(diffusa e sostenuta da medici di Recanati e da Pietro Citati) è che Leopardi
soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca,
più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età
evolutiva), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure dalla
spondilite anchilosante giovanile (secondo ErikSganzerla), una sindrome
reumatica autoimmune che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti
vertebrali con deformazione e rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi
infiammatori sistemici, oculari e neurologici-compressivi in casi gravi, il
tutto unitamente a problemi nervosi. Alcune di queste sindromi hanno
predisposizione genetica, derivabile dal matrimonio tra consanguinei dei
genitori. Tutti i fratelli Leopardi furono deboli di salute, con l'eccezione di
Carlo, forse però sterile, e Paolina, la quale presentava solo una leggera
asimmetria del viso. Pietro Citati afferma che avesse anche dei disturbi
urinari e di probabile impotenza, e sarebbero stati questi, più che l'aspetto
fisico (a cui poteva ovviare essendo un nobile benestante) la causa del suo
rapporto difficile con le donne e la sessualità. Nel decennio seguente
l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici consultati
in gioventù, a parte la deformità fisica asserirannoprobabilmente in maniera
erroneache numerosi disturbi del Leopardi erano dovuti a neurastenia di origine
psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive
che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia fisica), come
lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi dottori.
«Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di
viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel
mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta,
mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.» (Lettera
dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana) Secondo il neurologo Sganzerla,
propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, Leopardi
non mostrava invece alcun segno di vera depressione psicotica, sfatando il mito
sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi. Queste patologie
comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come
ribadito spesso da Leopardi), influenzarono comunque il suo pessimismo
filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il
significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato
dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento
conoscitivo". Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente
giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo
portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia quel
passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale
che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. E
per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in
tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che
ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti.
Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed insofferente dell'angusto
confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì
l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli
avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale
in modo determinante. In questo periodo è anche la prima formulazione della
"teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da Leopardi
nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale
concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in
modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del
pensiero leopardiano in questi termini avviene. Scrisve al classicista Pietro
Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell'Eneide e,
avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio
così una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In
una delle prime lettere scritte al nuovo amico, il giovane Leopardi sfogherà il
suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressive. Mi
ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di
filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di
confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi
si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo. Unico divertimento in
Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il
resto è noia» Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e
dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla
quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo. Fissa
le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il
nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la
prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di
scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo
presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare
al dibattito culturale tra classicisti e romantici. Leopardi difende la cultura
classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona
che riesce a comprenderlo. Il primo amore «Oimè, se quest'è amor, com'ei
travaglia!» (Il primo amore, v.3) Geltrude Cassi Lazzari con i
figli, illustrazione di Giuseppe Chiarini per la Vita di Giacomo Leopardi. Inizia
a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà le sue riflessioni, le note
filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il
sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della
gloria e della fama. Un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro,
nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di
Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale
provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del
primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei
"Canti" con il titolo "Il primo amore". La posizione di
Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti
polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e
se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due
saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", in
risposta a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un
italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni
di Di Breme sul Giaurro di Byron. Le due opere mostrano l'avversione, sul piano
più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane
fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che
professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai
risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece,
perfettamente in sintonia con la mentalità romantica. Aveva, intanto, scritto
le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di
Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel
tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani. Il suo
materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico
predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni
speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità
nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del
passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella
lingua. E il naufragar m'è dolce in questo mare.» (Giacomo Leopardi,
L'infinito, v.15). Si riacutizzarono i problemi agli occhi.Tra il luglio e
l'agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il
Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Ajano, ma il padre lo venne
a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono
che il Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla
vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle
cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che
verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La
sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime
erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno,
Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o
"piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza
perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici. Ottenne
dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile
dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve
squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era
figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l'alto
numero di prostitute che gli fece abbandonare l'immagine idealizzata della
donna, come scrive in una lettera al fratello Carlo. Rimase invece entusiasta
della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata
infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette
morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più
famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall'Aminta). Nell'ambiente
culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi
stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen (poi ministro del regno di
Prussia e fondatore dell'Istituto di Archeologia a Roma) e Barthold Niebuhr;
quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione
pontificia, ma Leopardi rifiutò. Ritorna a Recanati dopo aver constatato che il
mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, Leopardi
si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale compose buona parte
delle Operette morali. Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa. Il
poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con
l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone ed altre
edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo
perché il clima gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo
polarizzato intorno al Monti, gli recava noia. Ritratto di Leopardi a metà
degli anni '30, da alcuni indicato come una realistica proto-fotografia,
probabilmente una riproduzione in eliografia (o altri tipi) di un'incisione; in
alternativa realizzata con la tecnica della camera oscura da artista: tramite
bulino oppure immagine fissata secondo il metodo di Joseph Nicéphore Niépce
(sali d'argento o bitume e lunga esposizione). Recanati, casa Leopardi. Decise,
così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano),
tranne una breve permanenza a Reca mantenendosi con l'assegno mensile dello
Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese Leopardi conobbe il
conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi
intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse il 28 marzo 1826 nell'Accademia dei
Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una
"Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al
Settecento alla quale fece seguito una "Crestomazia" poetica. A
Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si
innamorò senza essere corrisposto. Leopardi frequentò i Malvezzi per quasi un
anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante del
fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.Leopardi
si sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di
lei. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la
casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta,
patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici,con la
famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani. Leopardi in
un ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri
al giovane pittore Domenico Morelli sulla base della maschera mortuaria, del
ritratto di Leopardi sul letto di morte di Angelini e delle descrizioni fisiche
fatte da Ranieri, da Paolina, sorella di quest'ultimo; Morelli vi lavorò per
molto tempo, a causa delle insistenze di Ranieri sui particolari, ma alla fine
il quadro venne ritenuto, dal Ranieri stesso e da altri testimoni, come il più
fedele e realistico dei ritratti di Leopardi, con l'aspetto che aveva verso la
fine della sua vita, soprattutto nei tratti del volto, oltre che il vestiario e
l'acconciatura che portava negli anni napoletani; i critici hanno però
argomentato che sia un ritratto comunque "idealizzato", in quanto Morelli
non vide mai Leopardi dal vivo, ma solo nella maschera mortuaria in gesso e nei
ritratti eseguiti da altri. Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze,
dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux tra i
quali Capponi, Niccolini (amico e corrispondente di Foscolo allora esiliato a
Londra), Colletta, Tommaseo ed anche Manzoni, che si trovava a Firenze per
rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico
particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e
Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di L. Fu invece
conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente
avverso al razionalismo ed al materialismo, il quale giunse a provare una forte
avversione per Leopardi, attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se
riconosceva l'abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare
Leopardi per il suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private
rivolte ad altri, anche il Capponi stesso irritato per la Palinodia). Leopardi
risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che
nell'ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi. Nel
novembre del 1827 si recò a Pisa, dove rimase. Qui strinse un'affettuosa
amicizia con la giovane cognata del padrone del pensionato, Teresa Lucignani, a
cui dedica una breve lirica rimasta a lungo inedita. Grazie all'inverno mite,
la sua salute migliorò e Leopardi tornò alla poesia, che taceva dal 1823 (con
l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del
Coro di lo studio di Federico Ruysch contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e
delle sue mummie delle Operette morali); compose la canzonetta in strofe
metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura forse ispirata,
secondo i critici che si basano su appunti dello Zibaldone e dichiarazioni del
fratello Carlo, alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta giovane, Teresa
Fattorini), inaugurando il periodo creativo detto dei Canti
"pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui
il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone libera o leopardiana, il cui primo
sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a
conoscenza. Vaghe stelle dell'orsa, io non credea tornare ancor per uso a
contemplarvi» (Le ricordanze) Il periodo di benessere era finito ed il
poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli
occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate
del '28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente.
Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini,il più bello, gli propose una cattedra
di Mineralogia e Zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la
materia poco consona alle conoscenze di Leopardi; Bunsen gli offrì la
possibilità di una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito
declinare l'invito, poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la
sua salute malferma. Leopardi allora progettò di mantenersi con un lavoro
qualsiasi, ma le sue condizioni di salute non gli permisero nemmeno questo e fu
quindi costretto a ritornare a Recanati, dove rimase. In questi «sedici mesi di
notte orribile. Si dedica nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue
liriche più importanti, tra cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata
ad una giovane recanatese morta poco prima, Maria Belardinelli, da Leopardi
chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il
passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici "grandi
idilli" o anche "secondi idilli", sono ora conosciute, insieme
ad A Silvia anche come "canti pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua
città natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta,
proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo
ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese,
secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti
del tipo: "Gobbus esto fammi un canestro, fammelo cupo gobbo fottuto. A
Firenze dal Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei.» (A se
stesso). Fanny Targioni Tozzetti Intanto, il Colletta, al quale il poeta
scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli
"amici di Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove fu
eletto socio dell'Accademia della Crusca. Per mantenersi accettò la
sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo
spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del
timore della censura. A Firenze cura un'edizione dei "Canti",
partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda
amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del
Regno d'Italia, che durerà fino alla morte. Grazie alla fama di personalità
liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna
(sorto dai moti), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa
in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci
restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un
modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; Leopardi accetta ma,
reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Risale sempre
a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e
ultimo amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie
del medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri,
conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di
Aspasia", una raccolta di poesie che contiene: Il pensiero dominante,
Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la
drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il
Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica
degli Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella
dell'amore (l'inganno estremo).[108] Aspasia, seppur piena di rancore e
sarcasmo contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un
amore ormai finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e
intimamente, anche se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di
lui; lei lo descrisse sempre come un amico e dopo la morte come una persona
"disgraziata" a cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei
primi versi, contenenti la descrizione fisica e caratteriale della Targioni,
presentata come una "donna fatale", si nota anche una tensione
erotica molto rara in Leopardi, il quale ribadisce ripetutamente il fascino
esteriore esercitato dalla nobildonna. L'identificazione della donna con
l'Aspasia poetica è data, più che dalle lettere di Leopardi, dalle affermazioni
di Ranieri nei Sette anni di sodalizio e da alcune lettere tra lui e la Targioni
Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia accenna anche a toni polemici e misogini, in cui
Leopardi si dice felice di essersi perlomeno liberato della dipendenza
affettiva verso l'amica, che descrive quasi come un servilismo morale di cui si
vergogna, un giogo ormai spezzato, in una lettera a Fanny dei primi tempi si
scorgono invece le riflessioni sull'amore e la morte del periodo, che trovano
l'esatta corrispondenza con alcuni versi di Consalvo e con Amore e morte: «E
pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e
le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo
infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne dell'uomo.
Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la
vostra letterina subito ierlaltro. Addio, bella e graziosa Fanny. Appena
ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si
dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad
ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro.» (Lettera
da Roma) «Due cose belle ha il mondo: / amore e morte. All'una il ciel mi guida
/ in sul fior dell'età; nell'altro, assai / fortunato mi tengo.»
(Consalvo) Lo spostamento del Consalvo nei Canti molto precedenti al ciclo,
avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare che il personaggio di
Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani Malvezzi e non solo a Fanny. Per
circa 4 anni frequenta molto spesso casa Targioni, cercando di avvicinarsi alla
padrona di casa procurandole moltissimi autografi di scrittori e personaggi
famosi, che lei collezionava. In questo periodo Leopardi diviene amico anche
della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di Ottajano, affascinata dalla
grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne
allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta negativamente
come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Si reca a Roma con Ranieri per ritornare
a Firenze e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle
"Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un
passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a corrispondere
epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure in maniera più
fredda e distaccata. Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una
fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra Leopardi e Ranieri
vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe
trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso
nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo
al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri: Antonio
Ranieri, tra gli anni '40 e '60 «Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai,
né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi
desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma
qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno
per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia.
Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà
eternamente tuo. Dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì
per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse
giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Ranieri dichiarò: «Quivi
Leopardi, mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera
non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava
quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana
allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua
cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da
ravviare i capelli, e le cesoie. Pare infatti che la padrona di casa volesse
cacciarli, per timore che Leopardi fosse portatore di tubercolosi polmonare
infettiva e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti
di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci
faceva caso. Ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse.
«Leopardi ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend er den Tag
zur Nacht macht und umgekehrt führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei
näherer Bekanntschaft verschwindet jedoch alles die Feinheit seiner klassischen
Bildung und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein. Leopardi è piccolo
e gobbo, il viso ha pallido e sofferente fa del giorno notte e viceversa conduce
una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo
più da vicino la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo
fare dispongon l'animo in suo favore. Busto del poeta presente a Villa
Doria d'Angri Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte
delle autorità borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti
dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni
"dialoghi". Leopardi così ne parlava in una lettera a Sinner: «La mia
filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un
nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». Durante
gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse
probabilmente riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese
i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto.
A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita.
Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo pseudo
Omero della Batracomiomachia, (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e
di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni
Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre
che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del Leopardi. Le
ultime ottave sarebbero state dettate da Leopardi morente poco dopo aver
terminato l'ultima poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere,
se si pensa che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli
pubblicare come autentici, con poco successo finanziario. Quando a Napoli
scoppiò l'epidemia di colera, Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di
questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase
dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il
fiore del deserto. Paolina Ranieri assisterà, personalmente e con profondo
affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, all'aggravamento delle sue condizioni
fisiche. Paolina e l'unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore
fraterno. A Napoli Leopardi lavora incessantemente, nonostante la salute in
peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le raccomandazioni
dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una persona dalla
salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al pomeriggio e sta
sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti e gelati),
talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beve
moltissimi caffè. La morte Leopardi sul letto di morte, ritratto a matita
di Tito Angelini, anch'esso simile alla maschera mortuaria e quindi molto
realistico e verosimile In Campania egli compose gli ultimi Canti La ginestra o
il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie
l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e
Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava
anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. Leopardi
aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il
tono delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal
formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili
passa all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo
cominciò ad ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque
decidere il suo destino. In una lettera al conte Leopardi, una delle ultime di
Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando
più i suoi mali. Ritorna a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue
condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far
sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute. L. si sentì
male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario
delle 17); quel mattino, aveva mangiato circa un chilo e mezzo di confetti
cannellini comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio
e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita
fredda) verso sera. Fu colpito da malore
poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato
programmato, e nonostante l'intervento del medico l'asma peggiorò e poche ore
dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi si
spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio,
Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata all'ufficio dello
stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero
registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della
parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto
"alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri
pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso. La morte del poeta è stata
analizzata da studiosi di medicina già a partire dall'inizio del XX secolo.
Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata, pericardite acuta con
conseguente scompenso, oppure scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare
e cardiomiopatia, seguite a problemi polmonari e reumatici cronici, a quelle
più fantasiose[146], fino al colera stesso.Nessuna delle tesi alternative,
tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall'amico
Antonio Ranieri: idropisia polmonare ("idropisia di cuore" o
idropericardio), il che è comunque verosimile, dati i suoi problemi
respiratori, dovuti alla deformazione della colonna vertebrale; è anche
possibile che l'edema fosse una delle conseguenze dei problemi cronici di cui
soffriva, e che la causa principale fosse un problema cardiaco, forse
accelerata da una forma fulminante di colera che avrebbe ucciso il debilitato
Leopardi (che notoriamente soffriva di disturbi cronici all'apparato
gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite colerosa) in
poche ore. Leopardi era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in cui il
colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece
interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spogliequesta la
versione accettata dalla maggioranza dei biografinon furono gettate in una
fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa
dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla
presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa, nell'atrio della chiesa di
San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso
Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro
Giordani: «Al conte Giacomo Leopardi recanatese filologo ammirato fuori
d'Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente
coi greci che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece
Ranieri per sette anni fino all'estrema ora congiunto all'amico adorato.” Il
ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo,
non il medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia
per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin
dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti
furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue
versioni furono molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo
sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero
delle Fontanelle, o in quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366
Fosse), destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come
attesta il registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca
di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e
"sepolto id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che
Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota,
con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco
compiacente a cui avrebbe regalato dei pesci freschi. La lapide
originale, traslata nel parco Vergiliano Comunque, Ranieri continuò ad affermare
che le ossa erano nell'atrio della chiesa di S. Vitale e che il certificato
d'inumazione fosse un falso redatto dal parroco su richiesta del ministro di
Polizia, onde aggirare la legge sulle sepolture in tempo di epidemia. Nel 1898
avvenne una prima ricognizione; secondo il senatore Mariotti, smentito da
altri, durante i lavori di restauro di alcuni anni prima, un muratore ruppe
inavvertitamente la cassa, danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le
ossa e provocando la perdita di parte dei resti contenuti, forse gettati
nell'ossario comune o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti con
altre ossa. La tomba di L. (Parco Vergiliano a Piedigrotta o Parco della
Tomba di Virgilio, Napoli). Alla presenza dei rappresentanti regi e del comune
di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del
recanatese e nella cassa (in realtà un mobile adattato allo scopo clandestino
dai fratelli Ranieri), troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con
doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui
delle costole, delle vertebre recanti segni di deformità, e un femore sinistro
intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, e un altro femore
a pezzi), una tavola di legno (con cui gli operai avevano tentato di riparare
il danno alla cassa), una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna
traccia vi era del cranio e del resto dello scheletro, per cui in seguito si
arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi
lombrosiani di frenologia amici del Ranieri. Nonostante i dubbi, la questione
venne ben presto chiusa; secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era
plausibile che quelli fossero parte dei resti di Leopardi. Il medico parla
esplicitamente di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno entrambe
deviate. Alcuni, pur pensando ad un'effettiva morte per colera, credettero
comunque che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo
dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari
incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata
dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di Leopardi, e donata alla città di
Recanati.Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati o a
Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del
passato, la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta
dell'Accademia d'Italia, venne con regio decreto di Vittorio Emanuele III che
ne stabiliva l'identificazione, riesumata di nuovo e spostata al Parco
Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere
Mergellinail luogo fu dichiarato monumento nazionaledove tuttora sorge appunto
il secondo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno; nei pressi venne
traslata anche la lapide originale, mentre parte del monumento venne portata a
Recanati. Questa versione è quella sostenuta ufficialmente dal Centro Nazionale
Studi Leopardiani. Nel 2004 venne anche chiesta (da parte dello studioso
leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato anche della riesumazione e
identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna
Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se quei pochi resti fossero
davvero di Leopardi tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello
degli attuali eredi dei conti L. (Vanni Leopardi e la figlia Olimpia,
discendenti diretti del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei marchesi
Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia dalla
famiglia Leopardi (tramite la contessa Anna del Pero-Leopardi, vedova del conte
Pierfrancesco "Franco" Leopardi e madre di Vanni). La posizione
ufficiale della famiglia Leopardi (esplicitata dal 1898 in poi) e della
Fondazione Casa Leopardi da loro presieduta (presidente fino al conte Vanni Leopardi) è invece che i resti
nel parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che
il corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile,
occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Un altro membro
della famiglia, chiamato anche lui Pierfrancesco, si è invece detto
disponibile. Tale esame non è stato finora autorizzato. «Cantare il dolore
fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla
disperazione, cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole,
l'unica felicità. n quei canti veramente divini il Leopardi trasformò l'angoscia
in contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni
morti in visioni di splendore.» (Papini, Felicità di Giacomo Leopardi) Il
pensiero di Leopardi è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo,
dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge
a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità
speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece
considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto
ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra
sentimento e ragione, tra filosofia del sì e filosofia del no, era del resto ben presente allo stesso
Leopardi, il quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per
ricomporle, non rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera
filosofia dovesse in ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la
poesia. Come ha rilevato De Sanctis. Leopardi non crede al progresso, e te lo
fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni
l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. È
scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste
per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a
nobili fatti. Francesco De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi,Luoghi leopardiani
A Recanati Targa della piazzuola del Sabato del Villaggio Palazzo
Leopardi: è la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato dai
discendenti e aperto al pubblico. Esso venne ristrutturato nelle forme attuali
dall'architetto Carlo Orazio Leopardi verso la metà del XVIII secolo.
L'ambiente più suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che custodisce oltre
20.000 volumi, tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti dal padre del
poeta, Monaldo Leopardi. Piazzuola del Sabato del Villaggio: sulla quale si
affaccia Palazzo Leopardi. Ivi si trova la casa di Silvia e la chiesa di Santa
Maria in Montemorello, nel cui fonte battesimale fu battezzato Giacomo Leopardi
nel 1798. Colle dell'Infinito: è la sommità del Monte Tabor da cui si domina un
panorama vastissimo verso le montagne e che ispirò l'omonima poesia composta
dal poeta a soli 21 anni. All'interno del parco si trova il Centro Mondiale
della Poesia e della Cultura, sede di convegni, seminari, conferenze e
manifestazioni culturali. Il Colle dell'Infinito è diventato un Bene del Fai
aperto a tutti. Palazzo Antici-Mattei:
casa della madre di Leopardi, Adelaide Antici Mattei, edificio dalle linee
semplici ed eleganti con iscrizioni in latino. Torre del Passero Solitario: nel
cortile del chiostro di Sant'Agostino è visibile la torre, decapitata da un
fulmine e resa celebre dalla poesia Il passero solitario. Chiesa di San
Leopardo (XIX secolo): venne fatta edificare dalla famiglia Leopardi insieme e
nei pressi della villa affidando la progettazione all'architetto Gaetano Koch.
La cripta, a cui si accede esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia
Leopardi. Chiesa di Santa Maria di Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i
Minori Osservanti insieme al Convento annesso, dal 1873, cacciati i frati e abbattuti
due lati del convento, l'orto divenne quello che ancora è il civico cimitero di
Recanati. Vi si conserva ancora il pozzo di San Giacomo della Marca ed
affreschi nelle lunette del portico. All'interno è la tomba di famiglia dei
Leopardi ove sono sepolti Monaldo e Paolina, Altrove Spoleto, Albergo della
Posta (corso Garibaldi), Palazzo Antici
Mattei (Roma, via Michelangelo Caetani), dove fu ospite.Roma, tomba del Tasso
in Sant'Onofrio al Gianicolo, "uno dei posti più belli della terra, in
mezzo agli aranci e ai lecci". Bologna ("ospitalissima"),
convento di San Francesco (piazza Malpighi), primo soggiorno bolognese. Casa
dell'editore Anton Fortunato Stella, vicino al Teatro alla Scala a Milano
("veramente insociale") (Casa Badini, vicino al teatro del Corso
(oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna ("tutto è bello, e niente
magnifico"). Locanda della Pace, via del Corso, a Bologna, Ravenna (qui si
vive quietissimi), ospite del marchese Antonio Cavalli. Firenze,
"sporchissima e fetidissima città", Locanda della Fonte, nei pressi
del mercato del grano e di Palazzo Vecchio Targa sull'ultimo domicilio di
Leopardi a Napoli Casa delle sorelle Busdraghi, via del Fosso (oggi via Verdi),
Firenze. Palazzo Buondelmonti, abitazione di Giovan Pietro Vieusseux, a
Firenze. Pisa ("una beatitudine"), via Fagiuoli (casa Soderini). Il
Lungarno pisano ("spettacolo così ampio, così magnifico, così gaio, così
ridente, che innamora"). "Una certa strada deliziosa" da lui
battezzata "Via delle Rimembranze", dove va a passeggiare a Pisa
(lettera a Paolina Leopardi). Levane, Camucia e Perugia, di passaggio. Roma (città
oziosa, dissipata, senza metodo), via dei Condotti 81 (spendo qui un abisso),
con Ranieri. Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada nuova di Santa Maria
Ognibene (casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti affittati con
Ranieri e la sorella di lui Paolina). Villa Ferrigni, detta villa delle
Ginestre, a Torre del Greco, alle pendici dello "sterminator Vesevo".
Opere di Giacomo Leopardi. Copertina della prima edizione dello Zibaldone
di pensieri. Epistolario Di Giacomo Leopardi ci sono rimaste oltre novecento
lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento
destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo).
L'intero corpus epistolare di Leopardi è raccolto dall'Epistolario, che
malgrado le origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di
prose private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per
seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione
del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali. L.
prese parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del
saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa
polemica vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro
Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica.
Leopardi, amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per
iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca
italiana e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti
entrambi inediti sino al 1906. Nella prima Leopardi, pur riconoscendo la bontà
dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle
istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle
nuove letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti, si tratta di
un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina
alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella
latina. Nel Discorso, invece, Leopardi approfondì la sua riflessione poetica in
merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia
leopardiana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e civilizzazione. Zibaldone
Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe nelle quali
Leopardi depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari.
Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario,
essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: Leopardi
iniziò a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi
agevolmente nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso
scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due indici. Il Discorso sopra lo
stato presente dei costumi degl'italiani Il Discorso sopra lo stato presente
dei costumi degl'italiani, composto a Recanati e rimasto inedito, è un breve
trattato filosofico dove Leopardi analizza le peculiarità che
contraddistinguono la società italiana, e le compara con il carattere, la
mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera
Leopardi giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un esasperato
individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso
(come in Francia, Germania ed Inghilterra), ma troppo civile per godere dei
benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate,
quali Portogallo, Spagna e Russia. Secondo manoscritto autografo dell'Infinito
Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di
sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora Leopardi a
descrivere la propria opera in una lettera indirizzata all'editore Stella,
sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che
Timandro ed Eleandro sono una specie di prefazione, ed un’apologia dell’opera
contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi considerate la più alta
espressione del pensiero leopardiano, racchiudono l'essenza del pessimismo del
poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la
tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. I Canti,
considerati il capolavoro di Leopardi, racchiudono trentasei liriche composte
da Leopardi. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il
monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del
dì di festa, Alla luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei
testi più rappresentativi della poetica leopardiana. Le ultime opere
Durante gli anni napoletani Leopardi scrisse due opere, i Paralipomeni della
Batracomiomachia e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con
protagonisti animali: «Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre
Batracomiomachia è battaglia dei topi e delle rane, ovvero un'opera
pseudoomerica che Leopardi aveva tradotto in gioventù. Dietro la finzione
comica Leopardi qui stigmatizza il fallimento dei moti rivoluzionari
napoletani. I topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma velleitari,
mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a chiamare a sé i
granchi-austriaci, feroci e stupidi. nuovi credenti, invece, sono un capitolo
satirico in terza rima dove Leopardi esprime una spietata satira contro gli
esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di
facciata e lo sciocco ottimismo. Parole d'autore A Giacomo Leopardi si devono
numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio
colto e sorvegliato), come "erompere", "fratricida",
"improbo", "incombere",Al suo tempo, questa vena creativa
di Leopardi non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento
purista che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici,
di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento» In un
caso, un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò
accuse postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della
lingua italiana. Poesia e musica A sé stesso, romanza, versi di Giacomo
Leopardi, musica di Francesco Paolo Frontini, Milano, Edizioni Ricordi.Coro di
morti, versi di G. Leopardi (dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie,
Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e strumenti. Tre
liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi di Leopardi,
Foscolo e Montale. Epistolario di Giacomo Leopardi. Leopardi nell'immaginario
collettivo Il fatto che l'opera di Leopardi sia stata e sia ogni anno oggetto
dello studio di migliaia di studenti ha determinato (come per Dante) che molte
locuzioni delle sue opere siano divenute d'uso corrente. Fra le
principali: studio matto e disperatissimo (in: lettera a Pietro Giordani e Zibaldone di pensieri); passata è la
tempesta... (in: La quiete dopo la tempesta, 1829); che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai... (in: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia); natio
borgo selvaggio... (in: Le ricordanze); la donzelletta vien dalla campagna...
(in: Il sabato del villaggio); godi, fanciullo mio; stato soave... (in: Il
sabato del villaggio);...e naufragar m'è dolce in questo mare (in: L'infinito).
Il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12
pirografie sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie
città della penisola: Recanati, Macerata, Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano,
Napoli. Tali opere sono esposte nel CARTCentro permanente per la
Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva
anche altre opere di Trubbiani dedicate a Leopardi: 10 disegni originali
realizzati sul tema "Leopardi figurativo", 8 incisioni a colori, una
scultura del 1990 in rame, bronzo e argento con il Poeta pensoso in
osservazione di un gregge di pecore (“Move la greggia oltre pel campo e vede
greggi”, ispirata al Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, un'installazione
scultorea sulla Batracomiomachia ("battaglia dei topi e delle rane")
ispirata ai Paralipomeni della Batracomiomachia leopardiani. L'ispirazione
prodotta in Trubbiani dall'opera leopardiana è raccontata dall'artista nel
breve documentario "Le Marche di Leopardi", patrocinato dalla Regione
Marche. Leopardi nella musica pop italiana Leopardi è citato nella
Canzone per Piero di Guccini e in Stai
bene lì di Renato Zero; i suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto
notturno (di un pastore errante dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto
di Saffo), entrambe di Roberto Vecchioni. Giorgio Gaber, nella canzone
"Benvenuto il luogo dove", contenuto nell'album "Gaber" del
1984, dedicata all'Italia, parla della penisola come il luogo "dove i
poeti sono nati tutti a Recanati. Opere cinematografiche su Leopardi Dialogo di
un venditore di almanacchi e di un passeggiere, cortometraggio di Ermanno Olmi.
Pisa, donne e Leopardi (), mediometraggio di Roberto Merlino. L. è interpretato
da Orazio Cioffi; Il giovane favoloso, film di Mario Martone. Leopardi è interpretato
da Germano. Vari brani del film sono presenti nel programma televisivo"Leopardi,
il rivoluzionario" di Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la
storia"; "Le Marche di Leopardi", breve documentario diretto da
Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche. Video in rete su
Leopardi "Leopardi, il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata
della rubrica televisiva "Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini
e lo storico Lucio Villari; "Giacomo Leopardi e l`importanza di
Recanati", per Rai Storia, vita e opere di Giacomo Leopardi nel commento
del critico teatrale Guido Davico Bonino. L’attore Umberto Ceriani legge:
L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, La vita solitaria; "Ecco
il vero Colle dell'Infinito descritto da L."]: Guzzini del Centro Studi
Leopardiani mostra l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria
abitazione al punto di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito;
"Marche, le scoprirai all'infinito", spot turistico della Regione
Marche con il noto attore statunitense Dustin Hoffman che tenta di recitare in
italiano L'infinito. Regia di Giampiero Solari; "A casa di Giacomo
Leopardi", intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia Leopardi
all'interno del Palazzo Leopardi di Recanati; "Un Leopardi inedito"
raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata di
"Visionari" programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai 3.
"L'arte di essere fragilicome Leopardi può salvarti la vita",
intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo omonimo libro e
spettacolo teatrale. Inoltre, sono pubblicate in rete numerose
letture/interpretazioni dei principali canti leopardiani da parte dei più
importanti attori italiani. Fra questi si possono ascoltare: Gassman:
L'infinito, A Silvia, La sera del dì di festa, Amore e Morte, La quiete dopo la
tempest, A se stesso; Carmelo Bene: L'infinito, Passero solitario, La ginestra
(o Il fiore del deserto) Alla luna, La
sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Le ricordanze, Canto notturno di
un pastore errante dell'Asia, Inno ad Arimane, Amore e Morte; Foà: L'infinito,
Passero solitario, A Silvia, Il sabato del villaggio, La sera del dì di festa, Canto
notturno di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze, La ginestra (o Il
fiore del deserto), Il tramonto della luna, All'Italia, Alla luna; Giorgio
Albertazzi: L'infinito; Nando Gazzolo: L'infinito; Gabriele Lavia:
L'infinito, Lavia dice Leopardi; Alberto
Lupo: Ultimo canto di Saffo; Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di
Mario Martone: L'infinito], parte de La ginestra (o Il fiore del deserto) la
prima parte de La sera del dì di festa, un brano di Amore e Morte, l'ultima
parte di Aspasia. Leopardi "testimonial" della Regione Marche La
Regione Marche, dopo aver più volte utilizzato l'immagine del poeta recanatese
per la promozione turistica del proprio territorio ed anche della propria
offerta enological commissionò una discussa campagna pubblicitaria attraverso
un video, per la regia di Giampiero Solari, trasmesso sui principali canali
televisivi italiani ed anche esteri, con protagonista il noto attore
statunitense Dustin Hoffman[236], già conoscitore delle Marche per aver
interpretato ad Ascoli Piceno il film di Pietro Germi "Alfredo,
Alfredo", assieme ad una giovane Stefania Sandrelli. Questa la
descrizione della sceneggiatura dello spot per la promozione della stagione
turistica: «Un uomo legge una delle poesie più note della letteratura
italiano, l’Infinito di Giacomo Leopardi, la cui emozionalità è strettamente
legata alle visioni, alle luci, ai colori della terra marchigiana. L’uomo legge
la poesia camminando, cerca di capire e pronunciare bene la lingua non stando
fermo, dietro una scrivania, ma immergendosi nella terra che ha visto nascere
questo capolavoro; legge, riprova, si arrabbia, vuole assolutamente penetrare
la lingua, il sentimento di questa poesia, l’anima di questa terra e riprova e
riprova. Nel sottofondo le note sublimi del Tancredi di Rossini, che
accompagnano il silenzio di questa meditazione nuova che l’uomo cerca per sé:
l’uomo cerca emozioni, vuole fare un’esperienza nuova, e leggere l’Infinito
nelle Marche che l’hanno generato è un’esperienza nuova, formidabile, ma
difficile e faticosa. Ma ne vale la pena. Provare e alla fine sorridere, la
poesia è mia, le Marche sono la mia meta faticosamente conosciuta, capita e
raggiunta.» (dal comunicato stampa della Regione Marche) Nello spot Hoffman
tenta di recitare i versi dell'Infinito in un italiano "condito" dal
suo marcato accento californiano. Un accento tanto forte e straniante da
suscitare numerose critiche all'operato della Regione. Tra queste, quella di
Mina[239], che nella sua rubrica sulle pagine de "La Stampa", ebbe a
scrivere: «Leopardi bisogna meritarselo. Sarebbe andato benissimo anche
Oliver Hardy. Al quale, paradossalmente, in questa demoralizzante
«performance», mi sembra che assomigli. Non so come l'avrebbe fatta Ollio. Non
peggio, credo... Sentire la nostra potente, meravigliosa lingua strapazzata dal
pur bravo divo americano mi ha rigettato giù nella nostra condizione di
sempiterna colonia... il mondo della pubblicità è un mondo di matti. A volte
geniale, ma più spesso volgare e irrispettoso. Dustin Hoffman, from Los
Angeles, sarà pure un nome che tira, ma non li avevamo noi degli attori al suo
livello? E che parlano l’italiano? E che conoscono la musica dell’andamento di
un’esposizione poetica?» (Mina Mazzini) Al contrario, l'operazione
promozionale fu elogiata da Rienzo, linguista e critico letterario, da
Francesco Sabatini e Francesco Erspamer, rispettivamente presidente onorario e
presidente emerito dell’Accademia della Crusca; quest'ultimo commentò lo spot
con queste parole: «Sprovincializza la lingua italiana» Comunque sia, lo scopo
perseguito fu raggiunto: anche grazie alle polemiche, la versione non
definitiva del video della Regione Marche, inserito su YouTube, totalizzò quasi
21.200 visualizzazioni in tutto il mondo solo nella prima settimana.
Visto il successo del, Dustin Hoffman fu confermato per la campagna
promozionale della stagione turistica. Niente più lettura dei versi
leopardiani, ma, come sottolineò Grasso sul "Corriere della Sera",
nella nuova edizione «il volto del testimonial diventa più importante
dell’oggetto da reclamizzare. Attraverso gli scatti di Bryan Adams, si snoda un
racconto tutto personale: i cinque sensi di Dustin Hoffman dichiarano infinito
amore per le suggestioni concrete che la regione riesce a offrire: la
gastronomia, l’arte, la musica, i vini e i paesaggi. Nella campagna
promozionale del Dustin Hoffman fu
sostituito dall'attore marchigiano Neri Marcorè. Continuò comunque
l'utilizzo a scopi promozionali dell'immagine di Leopardi: sull'onda del
successo del film "Il giovane favoloso", diretto dal registra Mario
Martone e interpretato dall'attore Germano, la Regione mise in campo una serie
di iniziative per promuovere la visione del film e di conseguenza del
territorio marchigiano che ne aveva ospitato le location, tra cui un
"movie-tour", consentito gratuitamente a tutti gli spettatori muniti
del biglietto del cinema. La Regione ha patrocinato la realizzazione di un
breve documentario, "Le Marche di Leopardi", diretto da Alessandro
Scilitani, nel quale l'assessore alla cultura dell'epoca tratteggiava il
riepilogo delle iniziative regionali per valorizzare la figura del poeta
recanatese. Seguono una breve biografia di Leopardi, con le immagini di
Recanati, e gli interventi di vari operatori culturali marchigiani che,
rifacendosi a veri o presunti collegamenti con la vita ed il pensiero del
Poeta, introducono ad altri importanti personaggi nati o presenti nella Regione
(Gioacchino Rossini, Antonio Canova, Terenzio Mamiani, Valeriano Trubbiani,
Osvaldo Licini), il tutto "condito" dalle musiche di musicisti
marchigiani (Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini) e da squarci
paesaggistici di varie località della regione.Opere biografiche su Leopardi
Giacomo Leopardi, Puerili e abbozzi vari, Bari, G. Laterza & f.i,Antonio
Ranieri, Sette anni di sodalizio con Leopardi, Milano-Napoli: Ricciardi, 1920;
poi Milano: Garzanti, (con una nota di Alberto Arbasino); Milano: Mursia
(Raffaella Bertazzoli); Milano: SE, Mario Picchi, Storie di casa Leopardi,
Milano: Camunia; poi Milano: Rizzoli, 1990 Renato Minore, Leopardi. L'infanzia,
le città, gli amori, Milano: Bompiani, Rolando Damiani, Album Leopardi, Milano:
Mondadori «I Meridiani», Attilio Brilli, In viaggio con Leopardi, Bologna:
Il Mulino, Rolando Damiani, All'apparir del vero. Vita di Giacomo Leopardi,
Milano: Mondadori «Oscar Saggi» Marcello D'Orta, All'apparir del vero: il
mistero della conversione e della morte di L., Piemme,. Pietro Citati,
Leopardi, Milano, Mondadori,. Il Centro Nazionale di Studi Leopardiani nel
primo centenario della morte del poeta, fu istituito a Reca Centro Nazionale di
Studi Leopardiani. Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi
su Giacomo Leopardi in campo storico, biografico, critico, linguistico, filologico,
artistico, filosofico. Roberto Tanoni, L'aspetto di Giacomo Leopardi, Effettivamente
il titolo di conte con cui Leopardi veniva talvolta appellato, e che egli
stesso usava, in quanto primogenito dei conti Leopardi, era un "titolo di
cortesia", in quanto il vero titolo nobiliare era ancora in capo a
Monaldo, finché fu in vita. Uno
sconosciuto: l'ateo filantropo barone d'Holbach, su elapsus. ). Giulio Ferroni, La poesia del dolore: Giacomo
Leopardi, su emsf.rai). Forse la
malattia di Pott o la spondilite anchilosante. Erik Pietro Sganzerla,
Malattia e morte di L.. Osservazioni critiche e nuova interpretazione
diagnostica con documenti inediti, Booktime,: «Questo libretto rende giustizia
a un uomo che soffriva di numerosi problemi fisici, che ebbe una vita non
felice e una cartella clinica in cui sono posti in evidenza i sintomi e il loro
decorso temporale, l’età d’esordio della progressiva deformità spinale e dei
problemi visivi e gastrointestinali, l’influenza delle condizioni psichiche e
ambientali nell’accentuazione o remissione dei segnali. altamente probabile la
diagnosi di Spondilite Anchilopoietica Giovanile»; viene poi sostenuto che
Leopardi «affetto da una pneumopatia restrittiva con insufficienza respiratoria
cronica, aggravata da episodi infettivi intercorrenti, sia morto per uno
scompenso cardiorespiratorio terminale in paziente affetto da cuore polmonare e
possibile miocardiopatia. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, Che
dell'esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors'altri; a me la vita è
male» (L., Canto notturno di un pastore errante dell'Asia) Renato Minore, Leopardi. L'infanzia, le città,
gli amori, Milano, Lettera di G. Leopardi (Recanati) a Pietro Colletta
(Livorno), ed atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benché sia de'
maggiori di queste parti, è sommerso nei debiti. Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia
della letteratura italiana. Milano L'Ottocento Zibaldone «Il Chimico italiano. Rossella Lalli, Si
spegne la contessa Leopardi, erede e custode della memoria del poeta, newnotizie,Scritti
vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane, Firenze, successori Le
Monnier, Maria Corti in «Giacomo Leopardi. Tutti gli scritti inediti, rari e
editi», Milano, Bompiani 1972
Citati20-25. Cecchi, Sapegno, oGiuseppe
BonghiBiografia di L., su classicitaliani. Lettera a Pietro Giordani a Milano,
Recanati,in Epistolario di Giacomo Leopardi con le iscrizioni greche triopee da
lui tradotte e lettere di Pietro Giordani e Pietro Colletta all'Autore,
raccolto e ordinato da Prospero Viani,
I, Napoli, Lettera all'Avv. Pietro Brighenti a Bologna, Recanati, in
Epistolario di L. con le iscrizioni ecc. Il padre Monaldo lo vide parlare, con
sorpresa, in questa lingua con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato
dallo storico Lucio Villari nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di
Massimo Bernardini (puntata "Leopardi, il rivoluzionario", 15 ottobre,
RaiTre-RaiStoria) Sarà la lingua
utilizzata nelle lettere allo Jacopssen
Il programma delle celebrazioni leopardiane, su giornale. regione. marche.
Il sanscrito nella teoria linguistica di Giacomo Leopardi, in Leopardi e
l'Oriente. Atti del Convegno Internazionale, Recanati a c. di F. Mignini, Macerata, Provincia di
Macerata, M. T. Borgato, L. Pepe, Leopardi e le scienze matematiche, 5-8. Aimé-Henri
Paulian su data.bnf.fr. Un episodio
della sua vita farà da spunto a una delle Operette morali, Il Parini ovvero
della gloria Cecchi, Sapegno, Spesso
nell'epistolario afferma di soffrire il freddo e di coprirsi le gambe con una
coperta di lana. C 33 esegg. Giuseppe Bortone, Il "morire
giovane" in L.i, su moscati..: "frequenti mi occorrono febbri
maligne, catarri e sputi di sangue…" scrive nel testo Alessandro Livi, giacomo leopardi, le
malattie ed i misteri sulla morte e sepoltura, alessandrolivistudiomedico, Paolo
Signore, Giacomo Leopardi: il genio di Recanati favoloso e malato, su Rotari Club
Fermo, «Di contenti, d'angosce e di
desio, / Morte chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà su la fontana
/ Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per
cieco Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il
fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo Cadeva: e spesso all'ore tarde,
assiso / Sul conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna poetando, /
Lamentai co' silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me stesso / In
sul languir cantai funereo canto» (Le ricordanze, L. torrese, su torreomnia. Giuseppe
Sergi e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la malattia,
"diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e considerata
probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di Leopardi
anche da una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri
recanatesi, Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece. Es. sindrome della cauda equina Alcuni propongono altre diagnosi: diabete
giovanile con retinopatia e neuropatia, tracoma oculare con sindrome di Scheuermann
alla schiena e disturbo bipolare, sindrome di Ehlers-Danlos di tipo
cifoscoliotico, rachitismo e neuropatia periferica originate da celiachia o
malassorbimento, sifilide congenita con tabe dorsale (Ranieri, negli anni
napoletani, arrivò a pensaresalvo poi smentireaffermando che Leopardi morì
vergine (cosa dibattuta), a pag. 99 di Sette anni di sodalizio con Giacomo
Leopardi che avesse contratto la sifilide o che l'avesse ereditata dal padre.
cfr. R. Di Ferdinando, L'amarezza del lauro. Storia clinica di Giacomo
Leopardi, Cappelli, Bologna, Con un'analisi postuma molto contestata poiché
basata sulle teorie pseudoscientifiche dell'antropologia criminale e della
frenologia, Cesare Lombroso e i suoi allievi Patrizi e Giuseppe Sergi
affermarono che Leopardi aveva l'epilessia, e avesse disturbi ereditari come
tutta la sua famiglia. Cfr.: M_ L_Patrizi.
Prof. M. L. Patrizi, Saggio psico-antropologico su L. e la sua famiglia,
Torino, Fratelli Bocca Editori, M_L_Patrizi. G. Chiarini, Vita di G.
Leopardi453. E. Galavotti, Letterati
italiani Lettera di Paolina Leopardi a G.P. Vieusseux, G. Leopardi, Lettera ad
Adelaide Maestri, Lettera ad Antonietta Tommasini, G. Leopardi, Zibaldone,
autografo, Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane, cUn'analisi
critica del Discorso, insieme a un saggio sui Paralipomeni alla
Batracomiomachia si trova in: Riccardo Bonavita, Leopardi: Descrizione di una battaglia,
Nino Aragno Ed., Torino, Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e scrittori
della letteratura italiana, 3, tomo 1,
Paravia, Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con pensiero. Dove privato
dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a
sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso. Cecchi,
Sapegno Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra
volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò
solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di
far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente tutto il
contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una
befana che vi guardi. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma
come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e
dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un
interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi
non si sa come, non (omissis) (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà
che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le
quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono
così pericolose come sapete.» Il passo omesso dalla pubblicazione
dell'epistolario venne censurato alla prima edizione ed è stato ripristinato
solo in edizioni recenti, come quella dei Meridiani, poiché troppo esplicito
("non la danno"); cfr. Il senso di Leopardi per la donna di città. Pierluigi
Panza, La casa di Silvia (amata da Leopardi) restaurata e aperta, in Corriere
della Sera L'eliografia, metodo di riproduzione messo a punto da Joseph
Nicéphore Niépce fu da questi usato per la prima fotografia (precedente di 13
anni il dagherrotipo). Bonghi, Biografia
di Leopardi, su classicitaliani. La donna nelle parole di Leopardi, su
casatea.com. Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti Citati 226 e segg. Bortolo Martinelli, Leopardi oggi: incontri
per il bicentenario della nascita del poeta: Brescia, Salò, Orzinuovi, Vita e
Pensiero, Fotografia della maschera
(JPG), Centro Nazionale di Studi Leopardiani Recanati. 1º gennaio (archiviato il 1º gennaio ). Donatella Donati, Leopardi a Napoli, Centro
nazionale di studi leopardiani Centro mondiale della poesia e della cultura
"G.Leopardi"Recanati Città della poesia, Per lui scrisse la celebre
Palinodia al marchese Gino Capponi
Niccolini era già stato l'ispiratore del personaggio di Lorenzo Alderani
delle Ultime lettere di Jacopo Ortis
«Ora bisogna che io scriva a quel maledetto gobbo, che s'è messo in capo
di coglionarmi» (Lettera di Gino Capponi a Gian Pietro Vieusseux) Una stroncatura per L. Archiviato in.; mentre fu più meditato e indulgente il
giudizio dato dal Capponi stesso, in tarda età, sulla poesia e su Leopardi
stesso. Introduzione alla Palinodia L., Epigramma contro il Tommaseo, su fregnani.
Giuseppe Bonghi, Analisi di "A Silvia", su classicitaliani.Carlo
Leopardi così ricordava, su ilgiardinodigiacomo. wordpress.com. Cfr. lettera di
G. Leopardi (Recanati) a Colletta (Livorno), in cui dichiara di aver percepito
venti scudi romani (diciannove fiorentini) al mese. Lettera aColletta dcome citato in Marco
Moneta, L'officina delle aporie: Leopardi e la riflessione sul male negli anni
dello Zibaldone, FrancoAngeli, Milano, in CitaTO Luperini, Cataldi, Marchiani,
La scrittura e l'interpretazione, Palermo, Palumbo, Le ricordanze, v. 30. Gente che m'odia e fugge, per invidia non
già, che non mi tiene maggior di sé, ma perché tale estima ch'io mi tenga in
cor mio, in Le ricordanze, Camillo Antona-Traversi, I genitori di Giacomo
Leopardi: scaramucce e battaglie, Recanati, A. Simboli, Cecchi, Sapegno. L., in
Catalogo degli Accademici, Accademia della Crusca. CNote ad Aspasia, nei Canti, edizione
Garzanti Donne fatali 2: Giacomo
Leopardi e Aspasia"Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando...",
su sulromanzo. "Tu vivi / bella non
solo ancor, ma bella tanto, / al parer mio, che tutte l'altre
avanzi"Aspasia, G. Sarra, Dizionario Biografico degli Italiani,
riferimenti e link in. Giovanni Mèstica,
Gli amori di G. Leopardi, in Fanfulla della domenica, (Fonte DBI). Altri ritengono che il canto
alluda piuttosto alla sola Fanny Targioni Tozzetti, tra questi, Giovanni Iorio
nel commento ai Canti, edizione Signorelli, Roma. Leopardi: dama invaghita del
poeta non fu ricambiata ma evitata, su adnkronos.com. 1M. de Rubris, Confidenze
di Massimo d'Azeglio. Dal carteggio con Tozzetti, Milano, Arnoldo Mondadori, Paolo
Abbate, La vita erotica di L., C.I. Edizioni, Napoli. Orto, Sempre caro mi fu,
pubblicato in "Babilonia" Robert Aldrich e Garry Wotherspoon, Who's
who in gay and lesbian history, 1, ad
vocem Leopardi gay? Vietato dirlo, su ricerca.
repubblica. Simone D'Andrea, Normalmente diverso, su L.. Epistolario,
BrioschiLandi, Sansoni Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti,
Milano. D'Orta12. Cfr. anche la lettera di Stanislao Gatteschi a Monaldo Leopardi
in L. Epistolario, Brioschi Landi, Sansoni È stravagantissimo nelle
abitudini del vivere. Si leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari
irregolari, va a letto verso il fare del giorno. La sua vita non può esser
longeva per i complicati mali onde è gravato." e Antonio Ranieri, Sette anni
di sodalizio con L., Garzanti, 1 "Durante tutta la sua vita, egli fece,
appresso a poco, della notte giorno, e viceversa." Traduzione in Michele Scherillo, Vita di
Giacomo Leopardi, Greco Editori, Milano, Epistolario, lettera. Leopardi e le
donne una storia tormentata, su ricerca.repubblica. Moro, Ranieri Paola (Paolina),
su treccani. 2 D'Orta25. L. Il poeta
della sofferenza, su archivio storico. corriere. Teorie alternative sulla morte
del conte L. sono state trattate e documentate negli studi condotti da Cesaro
(cfr. Sfrondando gli allori della poesia)
Lettera di Antonio Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli Confronta
anche Citati, Leopardi, Mondadori,, Milano, Secondo originale dell'atto di
morte di L., su dl.antenati.san.beniculturali.
Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti, Napoli dalla Tipografia
Plautina, cfr. anche Notizia della morte
del Conte Giacomo Leopardi Angelo Fregnani Ad esempio cibo avariato,
congestione, coma diabetico o indigestione
Cenni storiciFu un'indigestione a causare la morte di Leopardi?, su
spaghettitaliani.com. Napoli e Leopardi, su ildelsud.org. Ecco i confetti che
uccisero Leopardi. Al Suor Orsola la collezione Ruggiero, su corrieredelmezzogiorno.corriere.
in Lettera di Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli, 1 idem in Lettera di
A. R. a Monaldo Leopardi, Napoli, in Opere inedite di Giacomo Leopardi, G.
Cugnoni, I, Halle, Max Niemeyer Editore,
Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Giacomo Leopardi, G.
Piergili, Firenze, Le Monnier, in.;
"Idrotorace" in Lettera di A. R. a De Sinner, Napoli, idropisia di
petto" dice Paolina L. in una lettera a Marianna Brighenti Biografia sulla Treccani, su treccani. are
LB, Matthay MA. Acute pulmonary edema. N Engl J Med Giovanni Bonsignore, Bellia
Vincenzo, Malattie dell'apparato respiratorio terza edizione, Milano,
McGraw-Hill, Picchi, Storie di casa Leopardi, BUR, Dalla foto pubblicata qui,
su rete.comuni-italiani. Cfr. anche Effemeridi scientifiche e letterarie per la
Sicilia, Palermo, dalla tipografia di Filippo Solli, Opere di Pietro
Giordani, Scritti editi e postumi di
Pietro Giordani, VI, pubblicati da
Antonio Gussalli, Milano presso Francesco Sanvito, Riproduzione, che presenta
lieve variazione di testo, sotto forma di disegno in Opere di Giacomo Leopardi,
edizione accresciuta, ordinata e corretta secondo l'ultimo intendimento dell'autore,
da Antonio Ranieri, Firenze, Successori
Le Monnier, 1889, fuori testo Archiviato il 10 ottobre in..
Pasquale Stanzione, Giacomo LeopardiUna tomba vuota a Fuorigrotta, su
pasqualestanzione. Foto del Registro (JPG), su pasquale stanzione. Ingrandimento
(JPG), su pasqualestanzione.Nuove scoperte su Leopardi? Occorre cautela in. da
Cronache maceratesi Garofano, Gruppioni, Vinceti Delitti e misteri del
passato: Sei casi da RIS dall'agguato a Giulio Cesare all'omicidio di Pier
Paolo Pasolini, Rizzoli PIER FRANCESCO L.: SONO DISPONIBILE ALLA PROVA DEL DNA,
MA I RECANATESI SONO D’ACCORDO? Loretta
Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di L., Guida,,Ida Palisi,
Leopardi, strane ipotesi su morte e sepoltura, “Il Mattino di Napoli”, recensione
a: Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi,
Guida, Picchi, Storie di casa L. Si riporta anche il verbale ufficiale delle
persone presenti. E' vuota la tomba di Leopardi. Guerra sulla riesumazione
dei resti, su ricerca.repubblica. La Vita L., sito gestito dal CNSL Si torna a parlare dei resti di L., nato
comitato per l'esumazione dal sacello del parco Virgiliano di Napoli, su ilcittadinodirecanati.
Il ritratto della pinacoteca di Recanati, su cdn.studenti.stbm. In Opera Omnia,
Milano, Mondadori, Cfr. in proposito
anche gli studi che il filosofo Gentile ha dedicato a L., in particolare:
Manzoni e L.: saggi critici (Milano, Treves, Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi
(Firenze, Sansoni). Paolo Emilio
Castagnola, Osservazioni intorno ai Pensieri di Giacomo Leopardi, pag. 26, Tipografia
del Mediatore, Gino Tellini, Filologia e storiografia. Da Tasso al
Novecento, Roma, Ed. di Storia e
Letteratura, Sebastian Neumeister, Giacomo Leopardi e la percezione estetica
del mondo Peter Lang, In Saggi critici, Russo,
Bari, Laterza Chiese e Santuari Comune di Recanati, su comune.recanati.mc. Per L., su pergiacomo leopardi.altervista.org.
Tutte le indicazioni su luoghi e viaggi sono prese da Attilio Brilli, In
viaggio con Leopardi, Il Mulino, Bologna Tra virgolette le parole di Leopardi,
tratte da sue lettere. Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare,
da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marta Sambugar, Gabriella Sarà,
Visibile parlare, da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Operette morali,
su internetculturale. Sambugar, Sarà, Visibile parlare, da Leopardi a
Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marri, Neologismi Enciclopedia dell'Italiano (),
Istituto dell'Enciclopedia italiana.
Catalogo della mostra "Viaggi e transiti opere leopardiane di
Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione dell'inaugurazione del Centro
culturale "Pergoli" di Falconara Marittima Comune di Falconara
Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, Vedi la scheda dedicata al CARTCentro
permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima
nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema Museale della Provincia
di Ancona: CARTCentro permanente per la documentazione dell'Arte contemporanea,
su Associazione "Sistema Museale della Provincia di Ancona".
"Le Marche di Leopardi", breve documentario diretto da Alessandro
Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche: youtube.com /watch?v= Km1EK0MH6Sg ascolta la canzone nel sito della Fondazione
Giorgio Gaber:// Giorgio gaber/ discografia-album/ benvenuto-il- luogo-dove-testo
Archiviato il 6 settembre in. vedi il testo dell'Operetta morale in Operette
_morali /Dialogo _di_ un_ venditore_ d%27 almanacchi_ e_di_un_passeggere. Il
corto metraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un
passeggiere: youtube. com/ watch? v=hiJOBK JZNaU Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di
un venditore di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno
del programma "Leopardi, il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini,
puntata della rubrica televisiva di Rai Storia "Il tempo e la storia"
con Massimo Bernardini e lo storico Villari://raistoria.rai/articoli/leopardi- il-rivoluzionario/25794/default.aspx
"Leopardi, il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della
rubrica "Il tempo e la storia" con Bernardini e lo storico Lucio
Villari://raistoria.rai/articoli/leopardi-il-rivoluzionario/ 25794 /default.aspx
in. Rai Storia, "Giacomo Leopardi e
l`importanza di Recanati"://raiscuola.rai/articoli/ giacomo-leopardi-parte-prima/3205/default.aspx
Archiviato l'8 settembre in. Nel sito web de "La Stampa",
Guzzini del Centro Studi Leopardiani
mostra l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione
al punto di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito:// lastampa//07/16/
multimedia/ societa/ viaggi/ecco-il-vero- colle-dellinfinito- descritto-da-giacomo-leopardi-fncjkba7fEJyVoUSrazy1H/
pagina.html. Lo spot turistico sulle Marche con Dustin Hoffman con la regia di
Giampiero Solari: youtube."A casa di Giacomo Leopardi", intervista di
Pippo Baudo alla contessa Olimpia Leopardi all'interno del Palazzo Leopardi di
Recanati: youtube. com/watch?v=oNlkBu0E
"Un Leopardi inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco
D'Intino nella puntata di "Visionari" del 15 giugno, programma
televisivo condotto da Augias su Rai 3: youtube. com/watch? v=KwFnKv0T BaI Intervista allo scrittore Alessandro D'Avenia
sul suo libro e spettacolo teatrale “L'arte di essere fragilicome Leopardi può
salvarti la vita” nel sito di RepubblicaTv (): youtube.com/watch?v=oX Gh3g6lQsM Vittorio Gassman interpreta L'infinito, su
youtube.com. Gassman interpreta A Silvia: youtube. com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il
29 marzo in. Vittorio Gassman interpreta La sera del dì di
festa: youtube. com/watch?v=TPpCs6tws_U Gassman interpreta Amore e Morte: youtube
Gassman interpreta La quiete dopo la tempesta: youtube.com/watch?v=- 8jasZDrV2U
Gassman interpreta A se stesso: youtube .com/watch?v=F0lhF2s_5s4 Bene interpreta L'infinito: youtube.co Carmelo Bene interpreta Passero solitario:
youtube. com/ watch?v=IZz Qbnzpaok
Carmelo Bene interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube. com
/watch?v=ZqzVXF3Fx4Y C. Bene interpreta
Alla luna: youtube.com/watch?v= v9Iria UNWQk
Carmelo Bene interpreta La sera del dì di festa: youtube.com/ watch?v=qydGUiV1wwI Carmelo Bene interpreta Il sabato del
villaggio: youtube. com/watch?v=vI9PJfCtWw4
Carmelo Bene interpreta Le ricordanze: youtube. com/watch ?v=jyB0eM9AOoM Bene interpreta Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia: youtube Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane:
youtube.com/ watch?v=f2-QAubKbLE vedi su
Inno ad Arimane: Canti_ (superiori )# Le_ posizioni_ contro _ l.27 ottimismo _progressista
Archiviato il 15 settembre in. leggi il testo di Inno ad Arimane
init.wikisource.org/wiki/ Puerili_(Leopardi) /Ad_Arimane Archiviato il 15
settembre in. Bene interpreta Amore e Morte:
youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw Foà
interpreta L'infinito: youtube Arnoldo Foà interpreta Passero solitario:
youtube.com/watch?v= nOr3Qbceuhg Foà interpreta
A Silvia: youtube Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: youtube. com/watch?v=kmk_gd-48XE Foà interpreta La sera del dì di festa:
youtube.com/watch?v=aWOJfMZeCVo Foà
interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: youtube Arnoldo Foà
interpreta Le ricordanze: youtube.com /watch?v= hL 855FC_juA Foà interpreta La
ginestra (o Il fiore del deserto): youtube.com/ watch?v= zB nDqu8X5fk Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della
luna: youtube Arnoldo Foà interpreta All'Italia: youtube. com/watch?v=iN HqhHiIqok Arnoldo Foà interpreta Alla luna: youtube. Com
/watch?v=oxzCzwR05WE Albertazzi interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v= BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º giugno in. Gazzolo interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=Te8tyDDsh2A
Lavia interpreta L'infinito: youtube.com/ watch?v=oSV7eBa-_Ao Lavia discetta sull'opera di Leopardi, prima
della "dizione" delle opere di Leopardi: youtube Alberto Lupo
interpreta Ultimo canto di Saffo: youtube Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di
M. Martone, interpreta L'infinito: youtube.com/watch?v=jIvz Qvi75rQ Germano, nel film Il giovane favoloso di
Martone, interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube IGHm4 Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di
M.n Martone, interpreta la pri ma parte de La sera del dì di festa:
youtube.com/watch?v NgI8uekF6H4 Germano,
nel film Il giovane favoloso di Mario Martone, interpreta un brano di Amore e
Morte: youtube Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone,
interpreta l'ultima parte di Aspasia: youtube nito», su corriere,/ turismo.marche/
Portals/1/Leopardi/ Leopardi%2 0nel%20mondo.pd Il backstage dello spot
promozionale della Regione Marche con Dustin Hoffman ed il regista Giampiero
Solari: youtube.com/ watch?v=zi- UJTIBatM
La stroncatura di Mina allo spot della Regione Marche: you tube.co riportato
in: "Il cittadino di Recanati", Anche Mina nella sua rubrica su
"La Stampa" affonda lo spot con L'infinito, su ilcittadinodirecanati,
"Il Resto del Carlino" Ancona, "Leopardi bisogna
meritarselo" Mina critica lo spot della Regione, su ilrestodelcarlino,"Il
Resto del Carlino" Ancona, Spot di Hoffman, su YouTube 21 mila
visualizzazioni, su il resto del carlino, Dustin Hoffman ancora sponsor delle
Marche. Ma sembra lo spot di se stesso, su blitzquotidiano. 6 settembre (archiviato il 6 settembre ). vedi la serie di spot "Le Marche non ti
abbandonano mai" interpretati dall'attore marchigiano Neri Marcorè, con la
regia di Rovero Impiglia e Giacomo Cagnelli: youtube Marco Minnucci, La regione
Marche rispedisce Dustin Hoffman in America e pone fine allo stupro di
Leopardi, su qelsi, su Giacomo Leopardi.
Edizioni delle opere Giacomo Leopardi, [Opere. Poesia], Bari, G. Laterza, Epistolario
Epistolario di Giacomo Leopardi, Francesco Moroncini, Firenze: Le Monnier, Lettere,
Sergio Solmi e Raffaella Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi Torino: Einaudi
«Classici Ricciardi» Il Monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e
Monaldo L., Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano:
Adelphi «Biblioteca» Franco Brioschi e Patrizia Landi, Torino: Bollati
Boringhieri, Damiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore «I Meridiani», Zibaldone
Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giosuè Carducci e altri,
Firenze: Le Monnier, Pensieri di varia filosofia, Ferdinando Santoro, Lanciano:
Carabba, Attraverso lo Zibaldone, Piccoli, Torino: Pomba scelto e annotato con introduzione e indice
analitico Giuseppe De Robertis, Firenze: Le Monnier, Il testamento letterario,
pensieri scelti, annotati e ordinati in sei capitoli da «La Ronda», Roma: La
Ronda, con prefazione e note di Flavio Colutta, Milano: Sonzogno, Opere, volume
III: Zibaldone scelto, Giuseppe De Robertis, Milano: Rizzoli, Francesco Flora, Milano: Mondadori, in
Antologia leopardiana: Canti, Operette morali, Pensieri, Zibaldone ed
Epistolario, Giuseppe Morpurgo, Torino: Lattes, in Opere, Sergio Solmi e
Raffaella Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi parzialmente Torino: Einaudi,
«Classici di Ricciardi», in Tutte le opere, introduzione e cura di Walter
Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni); Moroni,
saggi introduttivi di Sergio Solmi e Giuseppe De Robertis, Milano: Mondadori
«Oscar» (con uno scritto di Giuseppe Ungaretti) e edizione fotografica
dell'autografo con gli indici e lo schedario, Emilio Peruzzi, Pisa: Scuola
normale superiore, Il testamento letterario, pensieri dello Zibaldone scelti
annotati e ordinati da Vincenzo Cardarelli, con una premessa di P. Buscaroli,
Torino: Fogoli, Pensieri anarchici scelti Francesco Biondolillo, Napoli:
Procaccini, edizione critica e annotata Giuseppe Pacella, Milano: Garzanti «I
Libri della Spiga», Damiani, Milano: Mondadori, «I Meridiani», Teoria del
piacere, scelta di pensieri con note, introduzione e postfazione di Vincenzo
Gueglio, Milano: Greco e Greco, edizione tematica stabilita sugli indici
leopardiani, Fabiana Cacciapuoti, prefazione di Antonio Prete, Roma: Donzelli
Editore, Lucio Felici, premessa di Emanuele Trevi, indici filologici di Marco
Dondero, indice tematico e analitico di Dondero e Wanda Marra, Roma: Newton
Compton, «Mammut», Tutto e nulla, antologia Mario Andrea Rigoni, Milano:
Rizzoli «BUR», edizione critica Fiorenza Ceragioli e Monica Ballerini, Bologna:
Zanichelli, Canti con note per cura di Francesco Moroncini, Leopardi, Giacomo,
Canti: commentati da lui stesso, Palermo: R. Sandron, Gallo e Garboli, Torino:
Einaudi, Poesie e prose. Poesie, Mario A. Rigoni, Milano: Mondadori «I
Meridiani», n Tutte le poesie e tutte le prose, Lucio Felici, Roma: Newton
Compton, «Mammut», Canti e poesie disperse, ed. critica Franco Gavazzeni (con
C. AnimosiItalia, M.M. Lombardi, F. Lucchesini, R. Pestarino, S. Rosini), Firenze:
Accademia della Crusca, Giacomo Leopardi, Canti, Bari, G. Laterza e Figli, Operette
Morali L. Operette morali; edizione critica di Francesco Moroncini, Bologna:
Cappelli, 1929 introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli
«Universale economica classici», Milano: Mursia, in Poesie e prose. Prose,
Rolando Damiani, Milano: Mondadori «Meridiani», in Tutte le poesie e tutte le
prose, Emanuele Trevi, Roma: Newton Compton, «Mammut», poi da sole nella collana «GTE», Giacomo
Leopardi, Operette morali, Bari, Laterza, Pensieri Giacomo Leopardi, Pensieri,
Bari, G. Laterza e Figli Edit. Tip., introduzione cura di Antonio Prete,
Milano: Feltrinelli «UEF classici», 1994 Crestomazia italiana Giulio Bollati e
G. Savoca, Torino: Einaudi, «Nuova Universale Einaudi», Memorie del primo amore
Cesare Galimberti, Milano: Adelphi, Epistolario di Giacomo Leopardi Leopardi
(famiglia) Opere Pensiero e poetica di L. TreccaniEnciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Giacomo Leopardi, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giacomo Leopardi, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica,
Inc. L., su The Encyclopedia of Science Fiction. Giacomo Leopardi, in Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. accademicidellacrusca.org, Accademia della
Crusca. L., su BeWeb, Conferenza
Episcopale Italiana. Opere di Giacomo
Leopardi, su Liber Liber. Opere di L.,
su openMLOL, Horizons Unlimited srl.Progetto Gutenberg. Audiolibri di Giacomo
Leopardi, su LibriVox. L., su Goodreads.
italiana di L., su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica,
Fantascienza.com. Spartiti o libretti di Giacomo Leopardi, su International
Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. Centro nazionale di studi leopardiani Recanati,
su centro studileopardiani. Classici Italiani
e opere complete interbooks.eu Lo Zibaldone, su rodoni.ch. I canti di L.
dai manoscritti autografi della Biblioteca Nazionale di Napoli, su bnnonline.
Il Pessimismo in Leopardi e Schopenhauer [collegamento interrotto], su
gheminga. Opere integrali in più volumi dalla collana digitalizzata
"Scrittori d'Italia" Laterza Opere di Giacomo Leopardi, testi con
concordanze, lista delle parole e lista di frequenza Leopardi: Dialogo di un
Fisico e di un Metafisico. Arte di prolungare la vita o arte della felicità?,
su giornaledifilosofia.net. Concordanze delle Lettere su classicistranieri.com.
Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Monaldo Leopardi, la satira a servizio della
fede, su totustuus.biz. Nietzsche e Leopardi a confronto, su agenziaimpronta.net.
Leopardi ottimista: un mito del Novecento, su cle.ens-lyon.fr 10 gennaio ). Angelini,
"Sereno in L.", su cesareangelini. Buonofiglio, "L'inquietudine
ritmica dell'in(de)finito", su academia.edu. Il primo di questi scritti
usci nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana d’Ancona,.
Il secondo nella Critica. Il terzo nella stessa Critica. Tutti e tre
furono riprodotti nei Frammenti di Estetica e Letteratura, Lanciano,
Carabba, Si ha alle stampe un’ Esposizione del sistema filosofico di
Giacomo Leopardi *. E una dissertazione di laurea, e reca infatti
l’impronta comune a tutti i lavori giovanili. L’inesperienza apparisce
nello stesso titolo del libro, un po’ troppo prosaico, e incongruo col
contenuto del libro, che non vuol essere propriamente un’esposizione
fatta dall’autore del sistema filosofico del Leopardi; ma appunto questo
sistema, portato innanzi al lettore con le stesse parole del Leopardi;
non volendo l’autore da parte sua aggiungervi se non prefazione, note ed
epilogo. Metodo anche questo alquanto ingenuo e da scrittore che
non vede ancora la necessità, chi voglia rappresentare nella sua unità logica e
nell’organismo delle sue parti il pensiero d’un filosofo, d’appropriarsi
questo pensiero, entrarvi dentro, mettendosi allo stesso punto di
vista del filosofo, e quindi in grado di rielaborare il suo pensiero,
chiarendolo con le attinenze storiche a cui è legato, e con le
dilucidazioni intrinseche di cui logicamente è suscettibile, salvo a mostrarne,
ove occorra, la inconsistenza: in modo che l’esposizione riesca una
vita nuova del sistema filosofico nella mente dell’espositore. GATTI,
Esposizione del sistema filosofico di L., saggio sullo Zibaldone” (Firenze, Le
Monnier). Lavoro difficile, certo, e che non riesce felicemente se non
agli scrittori provetti; ma che nessuno ordinaria¬ mente crede di potere
schivare, se non limiti il proprio ufficio a quello di semplice editore;
e tutti ne escono alla meglio, esponendo i vari sistemi come ciascuno
li ha intesi. L’autore di questo libro, invece, ha voluto
mettere insieme i passi dello Zibaldone leopardiano, mostrando come
fil filo un pensiero si svolgesse dall’altro; e dove la connessione non
appariva evidente nelle parole del testo, ha supplito di suo i legamenti
opportuni, ma continuando a parlare, in prima persona, a nome del Leopardi:
proprio come se questi avesse riordinata e organizzata quella copiosa congerie
di riflessioni già via via segnate sulla carta a schiarimento del proprio
pensiero e a sfogo della sua malinconia. Né ha lontanamente sospettato il
rischio, e stavo per dire la responsabilità, a cui andava incontro,
facendo parlare per la sua bocca lui, il Leopardi. Ha creduto che nello
Zibaldone stesse, pezzo per pezzo, tutto un sistema; e non ha saputo
resistere al seducente disegno d’innalzare, con la semplice composizione
degli stessi materiali leopardiani, la statua del filosofo sul
piedestallo finora vuoto. Laddove è chiaro che, se anche nei pensieri
inediti del L. fosse implicito un sistema perfetto di filosofia, la via di
ritro- varvelo e dimostrarvelo non poteva essere questa scelta
dall’autore. Ma veniamo all’argomento. L’autore, come già
altri, ha creduto che, se le opere edite ci avevan dato il Leopardi
poeta, questi inediti Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura
venuti ultimamente in luce, ci scopris¬ sero il Leopardi filosofo. Questa
era anche la tesi dello Zumbini nel suo studio Attraverso lo Zilbaldone,
da cui il nuovo studioso manifestamente prende le mosse, distinguendo due
fasi principali della filosofia pessimistica del Leopardi: nella prima
delle quali il dolore sarebbe conseguenza della civiltà; nella seconda,
della stessa natura; donde prima una concezione storica del pessi-
niismo, e poi una concezione cosmica. Ma lo Zumbini non insisteva sul
valore sistematico di questa filosofia leopardiana; e, d’altra parte, nel
secondo volume dei suoi Studi sul Leopardi, esaminando le Operette morali,
veniva in realtà a mostrare come tutto il succo di quelle riflessioni
dello Zibaldone, le conclusioni di quel lungo soliloquio che Leopardi
aveva fatto seco stesso per iscritto, fossero appunto condensate nelle
Operette. Gatti, invece, ha esagerato fuor di misura la tesi dello
Zumbini, cominciando col cancellare quelle differenze cronologiche, che
lo Zumbini aveva badato bene a mantenere tra i vari Pensieri (datati, com’ è
noto, dal L.) : cancellarle a disegno, per poter adoperare i singoli
pensieri liberamente come parti integranti d’un sistema logico. Ora, lo
Zibaldone comprende centinaia e centinaia di pensieri annotati come si
formavano giorno per giorno nella mente del Leopardi attraverso ben
(juindici anni periodo lungo per ogni vita, lunghissimo per quella
del Leopai'di, che in 39 anni forse non visse meno che il Manzoni in 78.
Esso è anzi il diario degli anni in cui si svolse la vita morale del
poeta, e offre perciò, com’ è stato notato, un riscontro a tutti i
sentimenti, a tutti i pensieri già noti dai canti e dalle prose da lui
stesso pubblicate. Ed è chiaro che, se in questi sette volumi abbiamo,
per dir così, i segreti documenti di tutto il lavorìo intimo di quello
spirito, non potremo apprezzarli nel loro giusto valore, se prescindiamo
dalle loro rispettive date; perché a chi scrive ogni giorno le
proprie riflessioni, la verità è quasi la verità di quel giorno: e quel
lavoro di sistemazione e organizzazione, per cui di tutti i pensieri
slegati si possa fare un tutto coerente, manca. Gentile, ifa»
2 ont e Leopardi. Il Gatti protesta che non va imputato a sua «poca
accortezza qualche salto anacronico, a dir così, facile a rilevarsi, che
qua e là avvicinerà pensieri cronologicamente molto lontani fra loro ». E
la sua ragione sarebbe questa : «Tali salti, mentre da un lato ci
forniscono ancora una prova evidentissima e incontrastabile della
profonda ripugnanza.... provata dal Leopardi per una concezione cosmica
del dolore, rivelano nettamente, d’altronde, il proposito nell’Autore di
rifare spesso a ritroso coll’ im¬ maginazione la via già percorsa dal
pensiero allo scopo di viemmeglio assicurarsi che non battesse falsa
strada, e così riprendere, sempre jiiù sicuro di sé, il cammino,
allorché quella linea immaginaria d’orientamento non gli avrà mostrata
altra via da battere per giungere alla mèta prefìssa». Cioè, se ho capito
bene; a dilucidazione di pensieri anteriori il Gatti stima di poter
addurre pensieri di un tempo più avanzato, anche quando occorra
ammettere avvenuto nell’ intervallo un cambiamento sostanziale di
pensiero, iierché il Leopardi rifà talvolta con l’immaginazione la via
già percorsa col pensiero, e già superata. Ci sarebbero certi « pensieri
di ritorno », o « ritorni immaginari », per cui, secondo il Gatti,
non bisogna credere che il L. contraddica al suo pensiero posteriormente
acquisito, anzi lo lasci intatto, ma, per certa ripugnanza sentimentale
alle più accoranti verità, per un bisogno del cuore ili certi
temperamenti, torni per un momento agli ameni inganni, o alla mezza
filosofia d’una volta. Ma per immaginario che sia, un ritorno siffatto
nella mente del Leopardi, se noi crediamo di poter fissare questa nella
coerenza di certi pen¬ sieri definitivi, è evidente che non può essere
altro che una contraddizione. Di che, qua e là, il Gatti è
costretto, quasi suo malgrado, ad accorgersi, e a cercarvi una sanatoria.
Sanatoria inutile, se egli avesse rinunziato a pretendere dal Leopardi,
nelle sue stesse intime confessioni, queU’unità sistematica che non era nella
natura di tali confessioni. E non era neppure nella natura
dello spirito del Leopardi, che fu un poeta, un grande, un divino poeta,
ma non fu un vero e proprio filosofo. Che fa che egli abbia tante
volte protestato di possedere una sua filosofia ? Allo stesso modo del
Leopardi, più o meno, chiunque si ritiene in grado di giudicare dei
sistemi dei filosofi, ossia di mettersi, non dico alla pari, ma al di
sopra di costoro, e insomma di affermare una filosofia propria che
possa aver ragione di quei sistemi. E dal proprio punto di vista
chiunque, così facendo, ha ragione; e aveva ragione il Leopardi ; perché
in fondo a ogni mente umana, sopra tutto in fondo a quella dei grandi
poeti, è incontestabile l’esistenza di una filosofia: e però è lecito parlare
così di una filo.sofia del Leopardi, come di una filo¬ sofia del Manzoni,
dell’Ariosto, di Shakespeare, di Omero. Ma questa filosofia dei poeti non
è la filosofia dei filosofi, e bisogna trattarla, per non snaturarla e
non distruggerla, con molta delicatezza. Una delle differenze più
notabili tra la filosofia dei poeti e quella dei filosofi è che il poeta
può averne una, se è capace di averla, in ogni singola poesia;
laddove il filosofo che dice e disdice, e muta sempre la sua dottrina,
non ha nessuna dottrina. Il L. è in pieno diritto, come poeta, di
affrontare il problema del dolore, sempre da capo, con nuovo animo, con
considerazioni nuove, da un nuovo aspetto, ora maledicendo alla
virtù, ora inneggiando all’amore onde l’umana compagnia deve
stringersi contro il fato. Ogni poesia, ogni prosa del Leo¬ pardi è
infatti una situazione d’animo nuova; quindi una nuova vista dello stesso
dolore che domina l’anima del poeta; un nuovo concetto, una filosofia
nuova, che solo trascurando le differenze essenziali, che in una
poesia e in una prosa del genere di quelle del Leopardi son tutto, si può
rappresentare come sempre identica. Egli è che il poeta,
checché si proponga e dica di aver fatto, non espone propriamente una
filosofia: ma esprime soltanto un suo stato d animo, occupato,
deter¬ minato e quasi colorito da certi pensieri dominanti. Abbozza
in se medesimo (e quindi in un diario intimo) una filosofia provvisoriamente
sufficiente ad appagare i bisogni della propria ragione (che non sono poi
grandi in uno spirito prevalentemente poetico); e questa filosofia, in
quanto profondamente sentita, in quanto vita della propria anima, diventa
materia di poesia. Di poesia anche in prosa; perché, in sostanza la prosa
leopardiana è anch’essa poesia, cioè espressione piena di certi
stati d’animo del Poeta, diversi da quelU manifestati nei Canti per
lo sforzo che nella prosa come nei Paralipomeni il Leopardi fa di
costringere il sentimento spontaneo dentro r intenzione ironica,
satirica, che gli fece appunto pre- f0rire la prosa al verso. Ma in
realtà, nelle Operette come nei Canti c’ è Leopardi con la sua filosofia
tetra e col suo candore, col suo disprezzo degli uomini e col suo
grande amore per essi; con tutte quelle contraddizioni, che altri ha
studiosamente cercate in lui, e che sono il vero segno caratteristico del
suo spirito poetico e non filosofico. La filosofia vera e propria non deve aver
niente del¬ l’anima individuale di chi la costruisce. Essa è una
liberazione assoluta compiuta dal filosofo dai limiti della soggettività;
è una contemplazione, diciamo così, d’una verità eterna, in cui il
filosofo, come persona particolare, si dimentica di se stesso, e dei suoi
dolori, e di tutte le tendenze affettive dell’animo suo. La filosofia di
Spinoza, la cui \dta e il cui animo han parecchi punti di somiglianza con
quelli del Leopardi non presenta nes- Cfr. Tocco, Biografia di Spinoza,
nella Rivista d’ Italia, asuna traccia, non offre nessuno indizio di
sentimenti personali. K veramente una visione del mondo sub specie
aeternitatis, come egli diceva, in cui la personalità del filosofo
scompare. La filosofia dei poeti, si potrebbe dire, scompare nell’animo
dei poeti stessi; l’animo dei filosofi. invece, scompare nella loro filosofia.
Onde una volta noi abbiamo innanzi una persona determinata, viva in
tutto l’agitarsi dell’animo suo; un’altra volta, un si¬ stema di concetti,
in sé. Certo, tra le due filosofie non c’ è un taglio
netto, che divida i filosofi dai poeti; ma il pessimismo leopar¬
diano è, come è stato tante volte osservato, così imprgnato di elementi
ottimistici, così logicamente frammen¬ tario e contradittorio, e d’altra
parte così poeticamente coerente e vivo, che lo scambio non è possibile.
Noi pos¬ siamo studiare, dunque, la sua filosofia, ma come vita del
suo spirito, materia della sua poesia. Studio, ripeto, molto delicato;
perché in esso non bisogna mai lasciarsi sfuggire che la realtà vera, a
cui bisogna aver l’occhio, non è questa filosofia in se medesima,
astratta materia della poesia, ma la poesia appunto, in cui quella
filosofia è per acquistare la vita che uno spirito poetico è capace
di comunicarle. La filosofia quindi va studiata per inten¬ dere la
poesia, e valutata in quanto poesia, per quella vita poetica che riuscì a
vivere nello spirito del Poeta. La pubblicaizione dello Zibaldone
ha fortemente contribuito a fare smarrire questo criterio. Ci s’ è
trovata innanzi la materia grezza della poesia leopardiana, quella
tal filosofia, che il Leopardi rimuginava dentro se stesso, e che, per
quanto confidata a uno Zibaldone, non aveva pregato nessuno di mettere in
pubblico: quella filosofia, che egli destinava a far materia di
espressione più per¬ fetta, cioè di opera poetica; e che infatti divenne
in parte materia di canti e di dialoghi (com’ è stato osservato, ma
merita di essere particolarmente studiato). E dimenticando che pel L.
tutti questi materiali non avevano valore per sé, ma l’avrebbero
acquistato soltanto quando egli li avrebbe trasformati, qualcuno
s’è detto : o eccoci finalmente innanzi la filosofia del L.! — No, questi
sono i detriti della sua poesia: tutto ciò che la sua forza poetica non
avvivò, non tra¬ sfigurò, o rinnovò interamente, avvivandolo e
trasfigu¬ randolo nel suo canto e nella sua satira. E produce
davvero una strana impressione il proce¬ dimento seguito dal dott. Gatti,
che riferisce nel testo certe informi osservazioni dello Zibaldone, e a
sussidio di esse, in nota, luoghi delle Operette o versi dei Canti,
in cui gli stessi pensieri assursero a forma artistica. Il perfetto fatto
servire all’imperfetto; la poesia ridotta a documento d’un suo documento!
Ecco un esempio di filosofia documentata con poesia. In un pensiero
Leopardi s era domandato. Che vale per noi questa «miracolosa e
stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che artificiosa
macchina e mole dei mondi? A che serve, dunque, questo infinito e
misterioso spettacolo dell’esistenza e della vita delle cose », se « né
resistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri giova
veramente nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici ? ed essendo
per noi l’esistenza, così nostra come universale, scompagnata dalla
felicità, eh’ è la perfezione e il fine dell’esistenza, anzi l’unica
utilità che resistenza rechi a quello ch’esiste ?» Qui, in verità c’ e
tutta la Idosofia del Leopardi. Ma che significano queste sue
interrogazioni ? Esse non possono aver altro significato che questo, che,
non sapendo concepire il fine dell’esistenza umana [ Zibald., Queste giunture frapposte alle parole del
Leopardi sono del Gatti, che riassumo e in questo caso mi pare modifichi
leggermente il senso del testo. e mondiale se non come felicità, e
non vedendo, d’altronde, che tal fine sia o possa mai esser raggiunto,
egli, Giacomo Leopardi, finisce col non sapersi più spiegare quale
possa essere il fine di quest’universo, che pur nella sua artificiosa
costruzione e nella sua vasta armonia farebbe pensare a un’ intima
finalità. Qui non è affermata una verità obbiettiva; è bensì manifestata
la situazione personale del poeta: situazione, che sarà jierfettamente
espressa quando il Leopardi ci dirà tutta la risonanza che questo suo
ondeggiare tra il concetto di una finalità eudemonistica universale e il
dubbio suUa validità di tal concetto ha neU’animo suo; quando da questo
suo per¬ petuo ondeggiare (che non è filosofia, ma atteggiamento
filosofico, o filosofia soltanto iniziale e potenziale), egli sarà
ispirato al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che il Gatti reca a
confronto e conforto di quelle note dello Zibaldone. Nel Canto notturno
Leopardi dice con l’energia della fantasia commossa quello che nelle note
fugaci del diario era sommariamente accennato, quasi appunto o traccia del canto.
E quando miro in cielo arder le stelle. Dico fra me
pensando: A che tante facelle ? Che fa l’aria infinita,
e quel profondo Infinito seren ? che vuol dir questa Solitudine
immensa? ed io che sono? Cosi meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba, E dell' innumerabile famiglia; Poi di
tanto adoprar, di tanti moti D’ogni celeste, ogni terrena cosa.
Girando senza posa. Per tornar sempre là donde son
mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Qui
veramente c’ è l’anima tormentata dal dubbio che non ci sia un fine nel
mondo; e non è il dubbio astratto di un filosofo, ma il dubbio che irrompe
neH’anima di un poeta, che mira in cielo arder le stelle, quasi
tante faci accese a illuminare il mondo; e sente l’infinità dell’aria, il
sereno profondo infinito (elementi di grande commozione, com’ è noto, per
Leopardi), e l’immensità della solitudine attorno alla propria persona
non dimen¬ ticata {ed io che sono P) né dimenticabUe perché palpitante;
ecc. Qui c’è, non più il germe d’una filosofia, ma l’uomo Leopardi,
intero, con l’ansia e il terrore che gh desta lo spettacolo dell’
infinito misterioso, muto al dolore di lui che vi si sente dentro
smarrito. C’ è anche, innegabilmente, un dubbio filosofico : semphce
dubbio («qualche bene o contento avrà /o;'s’altri. Forse s’avess’
io l’ale.... più febee sarei, o forse erra dal vero b mio pensiero, Forse
in qual forma.... è funesto a chi nasce il dì natale); ma come elemento o
momento della lirica grande. La pubblicazione dello Zibaldone,
badiamo bene, è stata, in fondo, una certa quale indelicatezza, che
nessun onesto avrebbe giustificato, vivo il Leopardi, e che non si
permise infatti il Ranieri, intimo del Poeta e conscio deUe sue
intenzioni e del valore da lui attribuito al proprio diario. Ognuno che scriva
e stampi, pubblica soltanto queUo che gli par compiuto secondo il fine a
cui, più o meno consapevolmente, mira scrivendo. Un poeta non
beenzia al pubbbeo le tracce e gli abbozzi delle sue poesie. Anzi, questi
antecedenti naturali del suo prodotto artistico, ha un certo schivo pudore di
mostrarli al pubbbeo: sono il suo segreto. Sono infatti cosa sua perso¬
nale; laddove quello che egli crede arte, gb par bene appartenga, o possa
appartenere, a tutti gb spiriti. Certo, r interesse storico, il legittimo
e nobile desiderio d’intendere le opere del genio, mediante la conoscenza
più larga che sia possibile della sua anima, bastano a giu¬
stificare la pubblicazione di siffatti abbozzi, come degb
epistolari intimi, che svelano, senza riguardi, i più gelosi segreti
delle persone, le quali a un certo punto si finisce col credere che
appartengano agli altri più che a se stesse. Ma questa giustificazione
non deve farci dimenticare che gli abbozzi del poeta, sono abbozzi delle
sue poesie, come gli appunti provvisori del filosofo sono antecedenti
spesso superati e rifiutati della sua filosofia. Ad ogni modo non
si dovrà mai pretendere d’attribuire ad essi altro valore che di sussidio
a intendere quelle opere, che rappresen¬ tano la conclusione definitiva
del poeta e del filosofo. Tutto questo, si potrebbe osservare, sarà
un bel discorso; ma è troppo generale ed astratto. Bisogna vedere al
fatto, se il Leopardi, dopo gli studi di Gatti, ci apparisca nello
Zibaldone un vero filosofo. Potrei ri¬ spondere con un altro discorso
astratto, sostenendo che è ben difficile che uno stesso genio possa
essere insieme poeta e filosofo; richiedendosi alla poesia un’attività,
che la filosofia necessariamente combatte e mortifica. Ma penso a
Dante: unico, secondo me, e se non sempre, quasi costantemente
mirabilissimo esempio dell’energia, onde è capace lo spirito umano, di
individualizzare e stringere nella fantasia e nel sentimento di un’anima
singolarmente potente il sistema più intellettuahsticamente universale ed
astratto che la storia della filosofia ci presenti: penso a quella
fusione e unità quasi sempre perfetta d’un sistema miracolosamente vario
e armonico di fantasmi che son pure astratti concetti: unità, che
non si finisce e non si finirà mai di studiare nella Divina
Commedia ». E preferisco perciò una risposta particolare e concreta, che
è questa. Tutto il mio discorso generale io r ho fatto appunto a
proposito del Leopardi, dopo Alla quale per questo rispetto non credo si
possa paragonare, ma a distanza grandissima, altro che il Faust: dove
l’unità dell’opera, come arte e come filosofia, rimase lungi dall’esser
raggiunta. aver letto attentamente il saggio di Gatti. Libro,
che non ò certo inutile, perché molti schiarimenti particolari a
concetti del Leopardi da uno studio così attento e minuzioso dei Pensieri
si hanno; c molti istruttiva raffronti, oltre quelli già fatti dal Losacco e
dal Giani, vi sono opportunamente istituiti tra pensieri del
Leopardi e luoghi di Helvétius, di Rousseau, di Maupertuis e degli
altri autori del Poeta; ma insufficiente a dimostrarci la tesi che il
Gatti s’era proposta, che nella mente del Leopardi si fosse organizzato un
sistema filosofico; atto anzi a dimostrare il contrario, per lo stesso
esame accurato che ci dà dei Pensieri leopardiani con l’intento di
cavarne un sistema. 11 sistema non c’ è. C’ è la travagliosa meditazione
sui fantasmi del Poeta; ci sono le accorate riflessioni, che gli
suggerirono quei jiroblemi che furono il tormento e la musa perpetua del
suo spirito: ma non più di questo. Il Leopardi lo ritroveremo sempre
nel disperato lamento de’ suoi canti e nel sorriso amaris¬ simo e
pur soave delle prose. 11 materialismo della sua metafisica, il
sensismo della sua gnoseologia, lo scetticismo finale della sua
epistemologia, l’eudemonismo pessimistico della sua etica sono nei
pensieri inediti, come in tutti gli altri scritti già noti, i motivi
costanti del breve filosofare leoparebano : ma sono spunti filosofici,
anzi che principii d’un pensiero sistematico; sono credenze d’uno spirito
addolorato, anzi che veri teoremi di un organismo speculativo. Le
sue pretese dimostrazioni non vanno mai al di là dell’osser¬
vazione empirica; e non servono ad altro che a dirci come vedev^a le cose
Giacomo Leopardi. In lui non trovi né anche una critica della
ragione, come in Montaigne o in Pascal, a cui per molti riguardi
somiglia. Ma un prendere di qua e di là proposizioni contestabili, e
accettarle come verità assiomatiche e principii di deduzioni
pessimistiche. Passione v^era per a speculazione il Leopardi non ebbe mai.
Non studiò nessun grande sistema filosofico: egli, conoscitore e stu¬
dioso dei classici, non si sforzò mai d’intendere il pen¬ siero di
Platone e di Aristotele. La sua storia della filo¬ sofia antica ò tratta
da Diogene Laerzio, da Plutarco o altri dossografi. Del Medio Evo non
studia nessuna filsofia. Di Cartesio, di Spinoza, di Hume non conosce
neppur nulla. Lesse Locke, ma come si leggeva. Di Leibniz sorrise come
Voltaire, non so¬ spettando in alcun modo la profondità del suo
pensiero Ebbe una vernice di cultura filosofica, come l’avevano
allora tutti i letterati; ed ebbe velleità di filosofo; ma la sua vera
indole, quella che noi dobbiamo guardare in lui, è r indole poetica,
convinti che fuori della sua poesia il suo pensiero, a considerarlo nel valore
filosofico, è molto mediocre. Non entrerò nei particolari della
esposizione di Gatti. Ma non voglio tacere che quella filosofia pratica
edilicatrice, che egli, conZumbini, giirstamente mette in rilievo di
contro alle conseguenze negative della sua filosofia teoretica, non ha
niente che vedere coll’odierna filosofia prammatistica, a cui egli
studiosamente la rac¬ costa, per dimostrare così la modernità del
pensiero leopardiano. Quella filosofia pratica è il retaggio dello
scetticismo da Pirrone in poi: il quale ha contrapposto sempre la vita
alla scienza, e salvata almeno quella dal naufragio di questa.
Salvataggio operato ora con la na¬ tura, ora col sentimento, ora con la
volontà, e in generale con un principio irrazionale, o concepito come
tale, che, appunto perciò, non contraddice aUo scetticismo fondamentale.
Leopardi ricorre all’ immaginazione e a un certo qual senso dell’animo,
che fan contrappeso agli argomenti dolorosi della ragione e bastano a
confortarci a vivere. Né anche questo principio, del resto, è sviluppato.
Certo, esso non giova a chi presuma di vedere nel Recanatese un precursore
del James e degli altri pram- matisti d’oggi, i quali non sono scettici,
benché in realtà abbiano una dottrina negativa del conoscere; non
vedono nell’attività pratica un surrogato dell’attività teoretica:
ma unificano le due attività, e immedesimano la verità con l’utile, in
modo che quel che giova credere, sia esso stesso il vero; laddove quel
che gioverebbe credere, secondo Leopardi, sarebbe né più né meno che un’
illu¬ sione. La differenza tra Leopardi e James è la differenza
profonda tra lo scetticismo di tutti i tempi e il nuovo prammatismo, che
si professa dottrina essenzialmente dommatica e positiva. Gli studi
del Gatti furono ripresi da Giulio A. Levi *, uno degl’ ingegni più fini
tra gh studiosi di letteratura italiana, e dei più valenti e
competenti interpreti del pensiero leopardiano; ma con altro criterio e
altro intendimento. E io son lieto di leg¬ gere al principio del suo
libro le seguenti parole; «Fu tentato da Pasquale Gatti, e parzialmente
dal Cantella, di ordinare e comporre in un sistema filosofico i pensieri
dello Zibaldone leopardiano; con esito che non poteva essere altro che
infelice; quando si pensi che sono riflessioni scritte giorno per giorno, senza
disegno prestabilito, per lo spazio di circa quindici anni, da quando
prima il poeta adolescente cominciò a voler pensare col suo
cervello, fino aUa sua piena maturità. Che fu uno degli argomenti
principali che a suo tempo io opposi al tentativo di GATTI. E sono interamente
d’accordo con LEVI che lo Zibaldone, con gli ondeggiamenti e gli sforzi
speculativi di cui ci conserva i documenti, può esser materia alla storia
(anzi, alla preistoria) del pensiero del poeta, la cui forma definitiva
va piuttosto cercata nei prodotti più maturi, dove parve all’autore
d’avere impressa l’orma definitiva del suo spirito, nei Canti e nelle
Operette. Questa è, in sostanza, l’idea centrale del saggio del Levi, e
conferma pienamente il mio giudizio sul va¬ lore e sull’ interesse dello
Zibaldone. Questa idea bensì nel libro del Levi non apparisce
netta e ferma quanto si potrebbe desiderare, costretta com’ è dall’autore
ad andare in compagnia di certi prin- cipii direttivi, che oscurano, a
mio avviso, la visione esatta di taluni momenti dello sviluppo del
pensiero leopardiano e turbano il giudizio sulla sua forma ultima. Cosi,
quando comincia a notare che io ho ecceduto « negando a priori allo Zibaldone
ogni interesse speculativo, per la qualità stessa dell’autore; il quale
sarebbe bensì un osservatore acuto, ma troppo essenzialmente poeta,
dominato interamente dal sentimento, e perciò di pensiero incoerente, mutevole
e spesso contradittorio », egli, da una parte, esagera e àltera il mio
giudizio sullo Zibaldone e, in generale, su tutta l’opera del L.; e
dall’altra, accenna a un concetto (che non manca su¬ bito dopo di
dichiarare esplicitamente), il quale non gli può consentire una
ricostruzione storica non arbitra¬ riamente soggettiva, ma razionalmente
giustificabile del pensiero leopardiano. In primo luogo, non è
esatto che io abbia negato o voglia negare ogni interesse speculativo
allo Zibaldone e tanto meno alle poesie e alle Operette morali', anzi
sono disposto a riconoscere che tutta la poesia del Leopardi non
abbia altro contenuto, in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi, che
il problema speculativo, nei termini, s’intende, in cui egli poteva e
doveva porlo. Quel che ho negato e nego è; i) che nello Zibaldone ci sia
del pensiero del Leopardi qualche cosa di più che non fosse negli
scritti da lui pubblicati; qualche cosa che, dal punto di vista del L.,
fosse già pervenuto a quel punto di maturità spirituale, di verità, in
cui il Leopardi s’acquetò, a giudicare dalle opere con cui egli stesso
volle entrare nella nostra letteratura; qualche cosa che possa
nello Zibaldone farci vedere nulla di diverso {si parva licei componere
magnis) da quelle note, onde ognuno di noi si prepara ai suoi lavori, e
che, compiuti questi, quando ci pare d'averne spremuto bene tutto il
succo, si buttano al fuoco; e tanto più volentieri, quando dalle
note alla stesura dei nostri scritti le idee nostre si siano venute
correggendo e integrando in più logica compat¬ tezza ' ; 2) che si possa
adeguatamente valutare la grandezza del Leopardi, facendogli il conto del tanto
di verità speculativa che è nella sua poesia: poiché, a prescindere da ogni
dottrina sulla natura della poesia, basta considerare le critiche
profonde e ineluttabili, onde quella verità fu superata da uno spirito,
che ebbe inizialmente una profonda simpatia congeniale col L., il Gioberti
(specialmente nella Teorica del sovrannaturale. Levi scrive: « Fii detto
che la pubblicazione del Diario sia stata un'indelicatezza, quando il
Leopardi medesimo di questa pubblicazione non aveva pregato nessuno. Oh
si, sarebbe un indeli¬ catezza esporre quelle cose agli occhi bene aperti
d’un pubblico di pedanti, i cjuali spiegherebbero con trionfo gli errori
del grand'uomo che si viene formando. Ma chi ha già imparato ad amarlo e
a vene¬ rarlo, può accostarsi senza scrupoli a tutte quante le sue
reliquie... ». Se il Levi con le prime parole si riferisce a quel che
scrissi io nella Rass. bibl. tett. U.,
mi rincresce di dovergli rispondere che egli non ha inteso lo
spirito della mia affer¬ mazione. La quale mirava soltanto a chiarire che
dello Zibaldone non ci si può servire se non come di documento della
formazione del pensiero del L., la cui forma ultima dobbiamo per altro
cercare sempre nelle opere che da <iuegli abbozzi trasse l'autore, e
pubblicò egli stesso come sole degne di sé. nel Gesuita e nella
Protologia), in pagine che il Levi non anteporrebbe di certo né pur a
quelle dello Zibaldone. L vero che « nei sistemi filosofici le
parti più caduche sono spesso quelle dovute alle esigenze di sistema ».
Ma ciò non dimostra che la filosofia non è sistema, anzi di¬ mostra
che è: perché gli errori di questo genere non si scoiarono dal critico se
non come errori della costruzione del sistema, ossia come divergenze
dalla costruzione che, secondo lui, sarebbe più conforme alle verità
fondamen¬ tali intuite d<al filosofo. E se U critico non rifacesse
per suo conto la costruzione del sistema, non avrebbe modo di
discernere nel sistema criticato il vero dal falso, nato dunque non dal
sistema, ma dal falso sistema. Giacché un giudizio che affermasse
immediatamente : questo è vero, e questo è falso, senza dimostrazione di
sorta, non credo che pel Levi sarebbe un giudizio per davvero. E
vero, d’altra parte, che la coerenza del pensiero non è privilegio dei
filosofi, di contro ai yioeti; se per filosofi s’intende i filosofi
storicamente esistenti, Socrate, Platone, Aristotele ecc., e per poeti quelli
che sono realmente vissuti o vivranno. Omero, Dante, Shakespeare,
ecc. Per tutti costoro, non c’ è dubbio, secondo me, Iliacos intra
muros peccatur et extra. D’incoerenze, di maglie rotte nel sistema, ce n’
è state, e ce ne sarà sempre, da una parte e dall’altra. Ma noi non
possiamo parlare di Omero poeta e di Platone filosofo senza un
concetto del poeta e del filosofo, e cioè della poesia e della filosofia:
le quali, come funzioni dello spirito, trascendono la storia, che è la
concretezza stessa della realtà spirituale. E soltanto alla poesia e alla
filosofia come funzioni trascendentali dello spirito si possono assegnare
caratteri distinti, dei quali quello che è della poesia in quanto
tale non sarà della filosofia, e per converso. Nella storia tutte
le funzioni concorrono in un’unità concreta, in cui il poeta, essendo
anche filosofo, partecipa del carattere dello spirito che è filosofia; e
il filosofo, essendo pure poeta, partecipa del carattere dello spirito
che è poesia, sempre. E la rigida e salda distinzione delle funzioni
astratte cede il luogo alla plastica e mobile distinzione della storia, che fa
essa stessa la divisione dei grandi spiriti nelle due schiere dei poeti e
dei filosofi, secondo che negli uni prevale il momento poetico e
negli altri il momento filosofico; onde la distinzione e però la
categorizzazione del giudizio critico sono poi, ogni volta, funzioni di
giudizio storico, concreto. Perché il Leopardi va considerato come
poeta, e non come filosofo ? Perché, se conosco il Leopardi storico,
quale si formò e quale si espresse nel suo canto, io ci vedo bensì dentro
una filosofia; ma questa filosofia la vedo chiusa, compressa, fusa e
assorbita nella intuizione immediata che questo spirito ha della sua personalità
materiata di cosiffatta filosofia; per cui dico che egli non rappresenta
una filosofia, ma la sua anima; e poiché il suo occhio è tutto intento
alla risonanza tutta soggettiva, in cui vive per lui un certo, oscuro,
vago e frammentario concetto del mondo, la verità è per lui, e
dev’essere per me che lo giudico, non in questo concetto, ma nella vita di
esso, in quella tale risonanza, nella sua Urica. Beninteso che, per
quanto oscuro, vago e frammentario, quel concetto sarà pure un
concetto, che avrà una chiarezza e saldezza organica sufficiente
alla logicità dello spirito lirico, e quindi per lui assoluta. E non ci
sono principii astratti ed estrastorici che pos¬ sano segnare a priori i
limiti della filosoficità del concetto che vive neUa Urica del poeta. Ma
ciò non toglie che la distinzione non perda mai la sua ragion d’essere, e
che non si possa mai trascurare, volendo rilevare, a volta a volta,
il valore deUo spirito rispetto alle sue forme es- senziaU ed
assolute. Ma, dice Levi, «la grandezza in tutte le sue forme è in
fondo una sola, grandezza morale ed umana; e se è suprema esigenza etica
che la nostra vita sia azione, ed abbia un senso; non sarà fuor di luogo
nei poeti, di cui sentiamo la grandezza, sospettare qualche cosa di
più che la passività del sentimento, o l’attività dell’espressione: sospettare
e cercare un’attività etica con un suo senso determinato e costante ».
Ond’egli si propone di cercare negli scritti del Leopardi «per quah vie
egli giunse alla sua profonda intuizione, e potè prendere un atteg¬
giamento interiore costante e sicuro di fronte all’uni¬ verso Ebbene,
tutto questo è molto vago perché possa servire di criterio alla storia
del pensiero di un poeta. Se la grandezza in tutte le sue forme è una
sola soltanto « in fondo », bisogna pure che si rispettino le differenze
tra le varie forme, in cui unicamente è possibile che quello che è in fondo
venga su, e si manifesti, e assuma così una forma storica determinata. E
se è suprema esigenza etica che la nostra vita sia azione, posto,
com’ è necessario, che le suddette forme della I grandezza, o, più
modestamente, dello spirito, siano più d’una, oltre la suprema esigenza
etica, ci saranno (dato pure c non concesso che questa sia la radice di
tutte) altre esigenze supreme : come quella che la vita sia poesia,
e che la vita sia filosofia; le quah, se il Levi ci riflette bene,
s’avvedrà che non sono meno supreme, anche per la sua posizione, in cui
l’azione è fondamentalmente un ^ atteggiamento dell’uomo di fronte
all’universo : poiché ; quest’atteggiamento o è un pensiero, o
l’imphca; e questo pensiero, dovendo essere una filosofia, non può
non essere anche una poesia. In realtà, quel che cerca il Levi nel poeta,
non è la ! soddisfazione di una esigenza etica, bensì una
metafisica, I una rivelazione della ragione dell’esser nostro o del
regno soprannaturale dei fini: e con l’occhio a questa mèta. Gentile,
Manzoni e L.] pur accennando qua e là all’ identità del valore poetico e
del valore del contenuto filosofico della poesia, egli non si propone
nemmeno, in nessun punto del suo libro, il problema dei rapporti tra arte
e filosofia, e non mira quasi mai al giudizio estetico dell’arte
leopardiana; ma si restringe a tracciare la linea di svolgimento del
pensiero che c’ è dentro, e che egli crede abbia assunto la sua
forma finale in una specie di individualismo romantico corrispondente
alle tendenze dello stesso Levi. Dirò bensì che la distinzione tra arte e
filosofia accenna a svanire nel pensiero dell’autore appunto pel concetto
meramente estetico, più che etico, di questa filosofia romantica a
cui egli aderisce: quantunque pur in questo concetto la differenza
permanga e obblighi il Levi a far violenza, qua e là, al pensiero del
Leopardi per dargli queUa sistematicità, che è necessaria anche a una filosofia
individualistica. Il risultato degli studi del Levi, in breve, è
questo. Nel pensiero del Leopardi si devono distinguere due periodi;
uno come di distruzione e dissoluzione dell’uomo, l’altro di affermazione
e ricostruzione dell’uomo stesso; il quale allora si contrappone aUa
natura pessimistici^- ! mente e agnosticamente concepita in cui termina
il primo periodo, e si aderge in tutta la sua grandezza, che è la j
sua stessa infeUcità, o piuttosto la coscienza della sua p infelicità. 11
primo periodo terminerebbe verso la fine | del 1823, e sarebbe
rappresentato, sostanzialmente, dallo 1 Zibaldone', il secondo
comincerebbe, presso a poco, nel J gennaio 1824, quando il Leopardi pose
mano alle Operette morali', a proposito delle quali il Levi scrive giusta-
# mente ; « Fa onore al buon gusto e al senso critico del 1
Leopardi l’aver lasciato da parte tutto quello ch’egU l sentiva
estremamente ipotetico nelle sue teorie inrorno jS alla storia dell’
incivilimento e agli intenti dcUa natura, ?. e l’aver esposto
definitivamente per il pubblico solo il nocciolo essenziale dei suoi pensieri
intorno alla virtù e alla felicità umana. Insomma, anche pel Levi, lo
Zibaldone è il periodo jelle indagini e dei tentativi (de’ suoi sette
volumi i primi sei giungono al 23 aprile 1824): il periodo, in cui
il Leopardi cerca tuttavia se stesso, e ancora non si ri¬ trova qual era
nella sua giovinezza e all’ inizio del suo speculare: «pieno d’ardore per
la virtù, e assetato di felicità, di bellezza e di grandezza ». La
riflessione, in questo periodo, che comincia intorno al ’20, si
stringe addosso a quest’ ideali, che erano la vita dello spirito
leopardiano; e non riesce a giustificarli, anzi h corrode e distrugge.
Che cosa è il bello ? e il bene ? e il vero ? e il talento ? Movendo dal
sensismo, che negava lo spi¬ rito e non vedeva altro che la natura, tutti
i valori dello spirito si dileguano facilmente dagli occhi del
giovane pensatore, poiché perdono tutti la loro assolutezza, la
loro apriorità. Ma da ultimo la vita stessa, che prende in lui il dolore
di questo dileguo di tutti gl’ ideah, si desta nell'esser suo di
coscienza, e prorompe in una espressione ingenua della verità
disconosciuta: espressione, che ferma giustamente l’attenzione del Levi;
e giustamente gli fa segnare questo momento come principio d’un nuovo
periodo dello svolgimento del Leopardi, ma comincia ad essere
interpretata alla stregua del difettoso concetto che egli ha delle
attinenze della poesia con la filosofia, e a far deviare quindi tutta la
sua interpretazione del secondo periodo. 11 Leopardi, il 27
novembre 1823, scriveva nel suo Diario : « Bisogna accuratamente
distinguere la forza dciranima dalla forza del corpo. L’amor proprio
risiede neH’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente quanto
è più forte e viva in lui quella parte che si chiama Storia,
anima. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò per se medesimo
non fa ch’egli sia più infelice, né ac¬ cresce il suo amor proprio. Nel
totale e sotto il più dei rispetti [l’infelicità e l’amor proprio] sono
in ragione inversa della forza propriamente corporale.... La vita è
il sentimento dell’esistenza. — La materia (cioè quella parte delle cose
e dell’uomo che noi più pecuharmente chiamiamo materia) non vive, e il
materiale non può esser vivo e non ha che far colla vita, ma
solamente coll’esistenza, la quale, considerata senza vita, non è
capace di amor proprio, né d’ infelicità. Quello che in questo luogo il
Leopardi chiama sen¬ timento vitale, o vita», avverte esattamente il
T.evi, « è manifestamente la coscienza ». Ma continua : « Di
qui innanzi egli negherà ancora in astratto la nozione metafisica dello
spirito (al che egli ha avuto cura di tenersi aperta la strada colle circonlocuzioni quella
parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale ’ e ' quella parte delle
cose e dell’uomo che noi più peculiarmente chiamiamo materia'). A questo lo
movevano il suo bisogno di concretezza, e l’avversione a tutto 1 accattato
e il falso ch’ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei romantici.
Ma, praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha
fermato con suffi¬ ciente sicurezza la nozione di ciò che in esso è
di natura spirituale e della sua dignità». Ora qui è il piincipio
del maggiore equivoco, in cui si dibatte poi il Levi in tutta la sua
interpretazione del Leopardi. Nel luogo citato del Diario c’ è la
coscienza della vita, ma non c è la coscienza (il concetto) di questa
coscienza; il Leopardi sente la pro¬ pria grandezza come uomo sugh animaU
e sugli esseri inferiori, e la propria grandezza come Leopardi
sugli uomini comuni, come potenza di essere infehce. ma non pone
mente che egli è grande, non perché infelice, ma perché conscio della sua
infelicità ; cioè non vede 1 esser cuo nella coscienza che si eleva al di
sopra del dolore, e lo impietra, nell’arte; e però non si può a niun
patto asserire che possegga la nozione della propria natura spi¬
rituale e della propria dignità di contro alla natura. Infatti il
possederla praticamente (e soltanto praticamente) come vuole il Levi, che
significa se non che non la pos¬ siede come nozione, bensì con quella
immediatezza onde 10 spirito ha, qualunque sistema si professi,
coscienza di sé ? Che se egli ne raggiungesse la nozione, il suo
pessimismo, che è il contenuto della sua poesia (attualità reale del suo
spirito), sarebbe superato; poiché sarebbe risoluto nella poesia
diventata essa stessa contenuto od oggetto dello spirito consapevole
della propria vittoria sulla natura, come opposizione e limite dello
spirito, e quindi sorgente dell’ infelicità. Il pessimismo è
assolutamente inconciliabile col con¬ cetto del valore dello spirito; e
questa è la vera e pro¬ fonda ripugnanza che prova il L., — pur
quando intravvede nella vivacità stessa della sua spiritualità
l’essenza propria del reale, che è sentimento, com’egli s’esprime,
dell'esistenza ad affermare quella realtà che non ha posto nella visione
pessimistica del mondo in cui si chiude e fissa l’anima sua; e però
ricorre a quelle circonlocuzioni « quella parte dell’uomo che noi
chia¬ miamo spirituale » ecc. ; circonlocuzioni, che sono la patente
documentazione del fatto, che il Leopardi non si solleva al concetto
dell’essenza dello spirito. Che se questo concetto si fosse rivelato
comunque alla sua mente, con tutta la sua « avversione all’accattato e al
falso che ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei romantici
», con tutto « il suo bisogno di concretezza », come avrebbe potuto
egh chiudere gli occhi alla luce, e non vedere che 11 sentimento
dell’esistenza, non essendo materia..., non è materia, e che la presunta
concretezza della materia come tale non è altro che un’astrazione, dal
momento che essa non ci può esser nota altrimenti che pel senti¬
mento che ne ha il vivente ? Orbene questa contraddizione
intrinseca tra il senti¬ mento, non elevato a concetto, dell’umana
grandezza, e il concetto (contenuto della poesia leopardiana) della
nullità dell’uomo di fronte alla natura e quindi della fa¬ talità
assoluta del dolore, questa è la grande situazione poetica del Leopardi
rappresentata così splendidamente dal De Sanctis nel saggio sullo
Schopenhauer » : « L. produce l’effetto contrario a quello che si
propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede
alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la
virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi
lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi accostartegli, che non
cerchi innanzi di raccoglierti e purilìcarti, perché non abbi ad arrossire al
suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile
un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo
amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto
dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura la onora e la nobilita
». Appunto, questo flagrante contrasto tra il suo concetto e la sua
anima è la forma e il valore speciale della sua poesia: ma non perviene
mai a distinta coscienza degli opposti motivi che vi concorrono senza
scoppiare dentro il contenuto (astrattamente considerato come filosofia)
in manifesta contraddizione logica, come avviene nella Ginestra:
con quanto vantaggio della poesia non so. Certo, la forma leopardiana si
regge sull’equilibrio di questi opposti motivi, che sono la personalità
del poeta e il suo mondo pessimistico: equilibrio che si mantiene
perfettamente, per esempio nell’ Ultimo canto di Saffo, ‘ Saggi
critici, à nel canto A Silvia, nel Canto notturno e,
in modo tipico, nei versi All' infinito, dove la personalità si
dimentica nel suo mondo, lo pervade e ne è la forma poetica :
laddove, appena vi si contrapponga, come parte di contenuto (che
qui coscienza che il poeta ha di se medesimo) accanto al¬ l'altra parte
affatto ahena, tende necessariamente a spezzare l’unità del fantasma, che
è la logica del pensiero poetico. Di tale contrasto il Levi, poeteggiando
anche lui per interpretare il Leopardi, non vedo abbia chiara
coscienza; e però scambia la forma col contenuto dell’arte leopar¬
diana, e vede una filosofìa (quella con cui piace a lui d’interpretare
l'anima umana) dov’ è soltanto l’anima, e cioè la poesia del
Leopardi. Tralascio i bei capitoli, che il Levi consacra alla
storia della concezione storica del pessimismo, quale si disegna
già nella critica dello Stato e della civiltà, della scienza e della
filosofia e nella teoria delle illusioni attraverso 10 stesso
Zibaldone per trovare in fine la sua espressione nei primi canti; Nelle
nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone. Bruto minore.
Ultimo canto di Saffo, Alla primavera e Inno ai Patriarchi. ’E vengo al
secondo periodo. 11 Levi studia gl’ indizi della coscienza che il
Leopardi comincia ad acquistare della propria grandezza dopo la dimora
che fa in Roma: coscienza culminante da ultimo, in questa nota del Diario:
«Ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano
intelletto, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza.... E veramente quanto gli esseri
più son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri è l’uomo, tanto
sono più capaci della conoscenza, e del sentimento della propria
piccolezza » ». Quindi s’inizia il secondo periodo, il cui '
Zibald.] pensiero il Levi vede maturarsi tutto nelle prose {Storia del genere
umano, Dialogo della Natura e di un'Anima, Dialogo della Natura e di
un Islandese, Frammento apocrifo di Stratone) e nelle note sincrone
dello Zibaldone. In questo secondo periodo dall’uomo il Leopardi ritrae
la causa del dolore universale nella natura; alla concezione storica del
pessimismo sottentra quella cosmica; ma di fronte alla natura ineso¬
rabile artefice del nostro doloroso destino e imperscruta¬ bile
prosecutricc di fini divergenti dai fini dell’uomo s’accampa questo con
la coscienza del proprio valore: dell’uomo, secondo intende il Levi, in
quanto individuo, e pur creatore del suo valore nel virile disdegno
d’ogni illusione, nella magnanima sfida al Potere ascoso: nel¬
l’affermazione, insomma, di sé come coscienza del dolore. Onde il Leopardi
acquista una serenità, una sicurezza ignota a quell’angoscioso piegarsi e
stridere dell’anima sotto il dolore, che è l’atteggiamento del primo
jieriodo. Questo mi pare, se ho bene inteso il cenno più che esposizione
del Levi, il suo modo d’intendere questa forma suprema dello spirito
leopardiano. Ma contro questa interpretazione vedo due
princijiali difficoltà, la prima delle quali confesso di proporre
con qualche esitazione, perché non sono sicuro di cogliere
interamente il pensiero del Levi. Ed è che non vedo i documenti dell’
interpretazione del Levi per ciò che riguarda l’individualità dell’uomo,
che in questo secondo periodo starebbe di contro alla natura.
Nell’allegoria dell’Amore, alla fine della Storia del genere umano, la designazione
dei « cuori più teneri e più gentiU, delle persone più generose e magnanime »,
che vengono a provare « piuttosto verità che rassomiglianza di
beatitudine », comprende bensì il L., anzi rappresenta soltanto il
L.: ma non come individuo che crea se stesso, col suo valore. Non è
coscienza del dovere dell’ individuo. che può nello spirito
vincere l’avversa natura e toccare (juindi la beatitudine da questa
contesagli ; ma è l’im- niediata condizione spirituale del Poeta, la cui
serenità estetica si diffonde per tutta la Storia e ne placa il
dolore. 11 ragionamento dimostra la vanità delle illusioni, e di
ogni desiderio della felicità ignota e aliena alla natura dell’universo,
e l’amarezza dei frutti del sapere; ma della beatitudine che spira
intorno al nume, figliuolo di Venere celeste, non v’ è giustificazione,
né quindi concetto. « Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano,
invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate
dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo
effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato
dalla Verità, quantunque ini- micissima a quei fantasmi. Qui dunque c’ è
l’anima che non s’arrende alla verità; ma non la verità, come
concetto dell’anima. E l’anima è appunto quella dolce serenità che si
diffonde per tutta la prosa: ossia la forma, la poe.sia, non il
contenuto, la filosofia, del pensiero leo¬ pardiano.
Altrettanto, mulatis mutandis, ' mi pare sia da osservare di quella
individualità che il Levi vede nelle varie prose al di sopra del
pessimismo cosmico, fino a Tristano che non si sottomette alla sua
infelicità, né piega il capo al destino, né viene seco a patti, come
fanno gli altri uomini. L'affermazione di Tristano è piuttosto
negazione: « E ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra
ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo
fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. In altri
tempi ho invidiato.... quelli che hanno un gran concetto di se medesimi;
e volentieri mi sarei cambiato con alcuno di loro. Oggi non invidio
più né stolti né savi.... Invidio i morti, e solamente con loro mi
cambierei. In secondo luogo, di questo disdegnoso gusto, o come altrimenti
si manifesti la vittoria dell'uomo sulla natura, perché e come potrà
farsi una caratteristica del secondo periodo se nel primo periodo resta,
per esempio, il Bruto minore col « prode » di cedere inesperto, che
guerreggia teco Guerra mortale, eterna, o fato indegno;
e resta 1 ’ Ultimo canto di Saffo, in cui l’uomo si erge magnanimo
contro i numi e l’empia sorte, e, conscio della propria grandezza al di
sopra del « velo indegno », emenda il crudo fallo del cieco dispensator
dei casi ? Però credo che nell’esame dei canti del secondo
pe¬ riodo, cui è consacrato l’ultimo capitolo dell’acuto e
suggestivo studio del Levi, la poesia leopardiana sia più d’una volta
tormentata affinché risponda docilmente ai preconcetti filosofici
costruttivi dell'autore. Nel Risorgi¬ mento sarebbe celebrata « con
gioconda sicurezza la superiorità della vita affettiva sulla conoscenza e su
tutto, e la forza invitta con cui l’io profondo si afferma, non
ostante la contraddizione di tutto l’universo ». Ma, se il Leopardi
canta: Proprii mi diede i palpiti Natura, e i dolci
inganni; Sopire in me gli affanni L’ingenita virtù.
Non l’annullàr, non vinsela Il fato e la sventura; Non
con la vista impura L'infausta verità . . . Pur sento in me
rivivere Gl’ inganni aperti e noti; E de’ suoi proprii
moti Si maraviglia il sen. la chiave, l’intonazione della
poesia è in questo mera- vigharsi dell’animo di fronte al risorgimento
dell’ ingenita virtù: a questo miraeoi novo, che, appunto perché
tale. j^on è menomamente sicura coscienza della superiorità della
vita affettiva sulla conoscenza. Data la sicurezza, perché meravigliarsi
? E se togliete questa meraviglia, questo stupore innanzi al subito
rianimarsi del mondo al risorgere del vecchio cuore, la poesia è
svanita. Un altro esempio significativo. Nei versi .4 se
stesso, secondo il Levi, « ancora una volta si sfoga riaffermando,
disperatamente, ma pure ancora superbissimamente, l’as¬ soluta solitudine
della sua grandezza » ; e cita i versi ; Non vai cosa nessuna
I moti tuoi, né di .so.spiri è degna La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. Ma dov’ è qui
la solitudine della grandezza, se il Leo¬ pardi vi nega ogni finalità ai
moti stessi del cuore, se cioè non crede che il cuore possa aspirare a
nulla, e tutti i versi sono uno schiacciamento del cuore stanco
sotto r immane fatalità ? Infine : « La Ginestra », dice il
Levi, « è da taluni, non senza un po’ di retorica, esaltata per il suo
conte¬ nuto morale; da altri è trovata troppo arida e raziocinativa. A me
sembra una cosa grande, anche per quella maschia e dantesca sprezzatura,
onde il poeta non rifugge, per rispetto all’ intento morale, dall’
interrompere la sua melodiosa poesia colle pagine ossute di ragionamenti
in versi. Certo le parti più belle sono le meditazioni intorno all’
immensità dell’universo e alla piccolezza dell’uomo, eppoi la
straordinaria descrizione delle eruzioni vesu¬ viane. La bellezza di
questa nasce da cosa molto più alta che non sia l’eccellenza espressiva :
e questa è l’in¬ tensità tragica del pensiero universale simboleggiato,
e la potenza di una personalità, che si colloca di fronte alla
natura, e ne abbraccia e comprende la terribile grandezza senza lasciarsene
opprimere ». — Ma io direi che la Ginestra non può esser cosa
grande per la cosiddetta sprezzatura dantesca d’interrompere la
poesia con pagine di ragionamenti. Se vi sono ragiona¬ menti che interrompono
davvero la poesia, il Leopardi, mi pare, sarebbe stato più grande non
interrompendo la sua poesia; dato che la grandezza della poesia non
possa essere altro die il carattere eccellente di una poesia, tanto
più poetica, di certo, quanto più ò fusa e una, e tutta poetica. Vero è
che soltanto la retorica può persua¬ dere ad esaltare la Ginestra per il
suo contenuto morale; poiché questa parte appunto (oltre che la polemica
contro la filosofia del secolo XIX e contro il Mamiani) è quella in
cui è compromesso l’equilibrio lirico della poesia; ma mi pare anche un
errore staccare la bellezza delle meditazioni sul contrasto tra la
grandezza sterminata dell’universo e la piccolezza deU’uomo, o ciucila
della descrizione dell’eruzione, dall’organismo, dalla vita di
tutta la ])oesia, dove é la vera e sola bellezza, da cui le altre
particolari sono irradiate: e che è, credo, la bellezza della ginestra, del
fior gentile, immagine del Leo¬ pardi, che, mentre tutto intorno una mina
involve, al cielo Di dolcis.simo odor manda un
profumo. Che il deserto consola: l'espressione più delicata
della divina poesia leojìardiana. E dove il Levi afferma con intenzione,
che la bellezza non so se della descrizione delle eruzioni vesuviane o
se di tutta la Ginestra, « nasce da cosa molto più alta che non sia
l’eccellenza espressiva » alludendo a una dottrina estetica, che dice
altrove di non poter accettare, noterò che egli mostra di non aver forse
compreso che s’intende in questa dottrina per espressione : perché
l’intensità tragica che egli vi contrappone non è niente di diverso
dalla espressione, se di questa intensità tragica intende parlare
in quanto la vede nella Ginestra] poiché l’espres¬ sione va cercata
nell’atteggiamento individuale che lo spirito assume di fronte a una
certa materia, e questa, quindi, in lui. Ma c’ è poi quella
personalità, che si colloca di fronte alla natura.... senza lasciarsene
opprimere ? — Qui sa¬ rebbe il proprio della interpretazione del Levi. Né
supplicazioni codarde, né forsennato orgoglio. Ma la ginestra non
supplica semplicemente perché, più saggia dell’uomo, non crede sue stirpi
immortali, e sa pertanto che supph- cherebbe indarno al futuro
oppressore. Non c’ è, dunque, né pur qui, l’individuo che si contrappone
alla crudel possanza, ma la serenità pacata della coscienza della
sua inesorabihtà ; insensibiUtà di saggio antico, più che affermazione
romantica dell’umana personalità. In conchiusione, anche al nuovo
schema filosofico la poesia leopardiana si sottrae e repugna, per
richiudersi sempre ostinata nella naturai veste del suo pathos lirico.
^l//o scritto precedente il prof. Levi rispose con alcune
osservazioni ingegnose ^ a cui fu replicato con la seguente lettera
: Egregio Professore, Mi par difficile discutere delle
interpretazioni parti¬ colari di questa o quella poesia o altro documento
del pensiero leopardiano senza rimettere in discussione il concetto
generale e quindi i canoni critici del Suo lavoro. Perché le mie
osservazioni singole non miravano a con¬ futare singole opinioni e
determinati giudizi, né a mo¬ strare piccole infedeltà ed inesattezze, sì
bene a far vedere in atto r illegittimità del criterio fondamentale con
cui aveva Ella ricostruito la sostanza dello spirito leo- [Si possono
leggere nella Critica,] pardiano. Così, nella risjiosta che Ella dà a talune
delle mie critiche particolari, mi pare si sia lasciato sfuggire r
intento generale e il significato complessivo del mio articolo. Per
esempio, perché, pur consentendo che nel luogo citato dello Zibaldone con
vita o sentimento dell’esistenza H L. intenda la coscienza,
10 negavo che si dimostrasse la coscienza, ossia il concetto, della
coscienza ? Perché questo concetto, in quanto tale, in quanto parte di
una generale intuizione del mondo, era ciò di cui Ella aveva bisogno per
cominciare a vedere nel Leopardi la filosofia individualistica, in cui
Ella intende riporre l’essenza della più alta poesia leopardiana. Con ciò
io non dovevo attribuire al L. soltanto 11 possesso immediato della
coscienza (com’Ella mi fa dire), che sarebbe stato invero troppo poco: ma
solo un senso vago o, se vuole, una nozione imperfetta, o magari un
concetto, che però non era un vero concetto, della coscienza. Il Leoparch
insomma vede lì la coscienza, ma non la pensa; sicché per lui pensatore
questa coscienza è come se non fosse ; e non può dirsi perciò, che «
praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha
fermato con sufficiente sicurezza la nozione di ciò che in esso è di
natura spirituale e della sua dignità ». Il senso della spiritualità e
della dignità spirituale di sé e dell’uomo in generale sì; e questo
appunto io dicevo essere non il contenuto (la filosofia, il concetto)
della poesia leopardiana, ma la forma (la poesia, la lirica,
l’espressione della personalità del poeta, superiore alla sua
filosofia). Così, sarà verissimo che il Leopardi si creda
infelice perché grande, piuttosto che grande jierché infelice. Ma
questo non ha che vedere con la mia osservazione che, se egli avesse
avuto il concetto della coscienza, avrebbe veduto la propria grandezza in
un grado spiri¬ tuale che è al di sopra del dolore e della infelicità.
La coscienza per lui era la stessa sensibilità, non la coscienza
vera e propria, il superamento della sensibilità, la filosofia del
dolore, che, come filosofia e quindi oggettivazione e vi¬ sione sub
specie aeterni del dolore stesso, non può non liberare da esso il
soggetto. Nel Dialogo della Natura e di un Anima il Leopardi, phi che far
dipendere l’infe¬ licità dalla grandezza, identifica l’una con l’altra.
L’Anima domanda Ma, dimmi, eccellenza e infehcità straordi¬ naria
sono sostanzialmente una cosa stessa? o quando sieno due cose, non le
potresti tu scompagnare l’una dall’altra?» e la Natura risponde; Nelle
anime degli uomini, e proporzionatamente in quelle di tutti i
generi di animah, si può dire che l’una e l’altra cosa sieno quasi
il medesimo : perché l’eccellenza delle anime importa maggiore intensione
della loro vita; la qual cosa im¬ porta maggior sentimento dell’
infelicità propria ; che è come se io dicessi maggiore infelicità ». Dove
è chiaro che la infelicità maggiore è maggiore sensibilità, cioè
eccellenza, grandezza spirituale: perché l’infelicità è tale in quanto è
sentimento di essa, cioè quella vita, nella cui intensione consiste
l’eccellenza dell’animale. E però Leopardi deve ad ogni modo commisurare
la propria grandezza con la propria infelicità ; ciò che egli non
avrebbe fatto, se avesse fermato con sicurezza, sia pure praticamente, la
nozione della vera realtà spirituale, che in lui spontaneamente s’afferma
quando, come per esempio nella sua lettera del 15 febbraio 1828, tra i «
mag¬ giori frutti » che si proponeva e sperava da’ suoi versi
annoverava «il piacere che si jirova in gustare e apprezzare i propri! lavori,
e contemplare da sé, compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo
proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella
al mondo ; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui. Dove c’ è
quel dolore impietrato, di cui io parlavo come dell’unica forma possibile
del dolore in quanto contenuto della coscienza « ; ma di questa coscienza,
e quindi di quella vita del dolore che non è più dolore nella vita
dello spirito il Leopardi non ha coscienza. E però il contrasto
interiore che io vedo nella poesia del Leopardi è identico a quello che
ci vedeva il De Sanctis, anche se, nel passo citato da me, rappresentato
da un solo aspetto; il contrasto tra la ricchezza spirituale della
personalità del poeta e la povertà, per non dire negazione, di ogni
sostanzialità spirituale, propria del con¬ tenuto della sua poesia.
Del Dialogo di Tristano e di un amico non è esatto che il primo
periodo citato da me sia ; « E ardisco desiderare la morte ecc. ». Le parole
precedenti erano state pur da me riferite immediatamente prima fino
a Tristano che non si sottomette alla sua infelicità, né piega il
capo al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri uomini » Ma
queste parole non potevano impedirmi di vedere in quel che segue, e in cui
confluisce il pensiero di quelle stesse parole, e però in tutto il
Dia¬ logo, una negazione piuttosto che un’affermazione: e negazione non
soltanto, come Ella dice, della propria per¬ sona empirica; perché la
morte, pel Leopardi, non di¬ strugge soltanto la persona empirica, ma
tutto l’essere dell’ mdividuo. Mi piace ricordare la felice
osservazione di Sanctis {Studio sul Leopardi). Leopardi ha la forza di
sottoporrei il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e
generalizzarlo, e fab¬ bricarvi su uno stato conforme del genere umano.
Ed aveva anche la forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini
e melodie, e fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino il
.suicidio, e appunto perché può trasferirlo nella sua anima di artista e
immaginare] Bruto e Saffo, non c’ è pericolo che voglia imitarU. Anzi, se
ci sono stati momenti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più
felice del poeta o del filosofo nell'atto del lavoro ? — L’anima,
attirata nella contemplazione, esaltata dalla ispirazione, ride negli
occhi, illumina la faccia. Quanto alla differenza di disposizione
spirituale tra ;j pruto minore, per esempio, e il Dialogo tra Plotino
e Porfirio o VAmore e morte, dove si anela alla morte, ma la si
attende serenamente, deposto ogni disperato pen¬ siero di suicidio, non
occorre negarla per non vedere né anche nei componimenti più tardi quella
coscienza jel valore della propria individualità, che Ella ci vede.
^'el detto Dialogo non si cela, almeno io non riesco a scorgere, « quella
robusta fede nella grandezza umana, riconosciuta possibile sempre, perché
bastevole a se stessa ». Se l’essere dell’uomo è la sua vita, quivi si
dice che «la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in
quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di
lasciarla ». E, se non m’inganno, la nota fondamentale del dialogo è
nelle ragioni della tol¬ lerabilità della vita, per misera che sia: le
quali ragioni sono bensì la critica del pessimismo materialistico
del Leopardi, ma restano nella forma di sentimento, baste¬ vole a
conferire al dialogo quell’ intonazione affettuosa che gli è propria, e
sono veramente l’opposto di quella affermazione dell’ individualità dello
spirito, di cui si va in cerca : « Aver per nulla il dolore della
disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei
compagni; 0 non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore
alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far ninna stima di
addolorare colla uccisione propria gli amici e i do¬ mestici; è di non
curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui
che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri;
non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire,
dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto
che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il
più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo,
che si trovi al mondo». Se prendessimo atto di questa critica del
suicidio — che. risolvendosi in una serie di asserzioni, vale certo
come effusione di stati immediati deU’animo, ma non come filosofìa
— che filosofia diverrebbe questa del Poeta che ha ragionato sempresul
presupposto che la vita dell’uomo sia racchiusa nella sua sensibilità, e
che tutto il mondo all’uomo non si rappresenti se non nella breve sfera
del piacere e del dolore suo individuale ? Ma, d’altra parte, senza
questa contraddizione interna tra la filosofia dominante nel dialogo e il senso
affettuoso onde il poeta è avvinto ai suoi prossimi e a tutto il genere
umano (cfr. la Ginestra) e che pervade tutta la conversazione
intima di Plotino con Porfirio, dove se n’andrebbe la poesia del
commovente dialogo ? Nell’ intendere come ho inteso il Risorgimento
posso sbagliarmi; e la sicurezza con cui Ella crede si debba
intendere altrimenti, mi fa dubitare forte del mio giu¬ dizio. Ma la
ragione che mi oppone non mi riesce molto persuasiva; c’è, di sicuro,
nella poesia una risposta alle domande: «Chi dalla grave, immemore Quiete
or mi ridesta ? Che virtù nova è questa ?... Chi mi ridona il
piangere Dopo cotanto oblio ? » ecc. ; Da te, mio cor,
quest’ultimo Spirto e l’ardor natio. Ogni conforto mio Solo da
te mi vien; ed è vero che nella quartina precedente l’accento
maggiore è nel terzo verso. Ma è anche vero che questa risposta è la soluzione
del problema, in cui consiste la poesia : l’inaspettato, il miracoloso
risorgimento del vec¬ chio cuore. E quindi il sentimento che regge tutta
la poesia mi pare la meraviglia. Ragione, invece. Ella ha
certamente nel correggere il significato da me attribuito ‘ In un
periodo ora non più ristampato dello scritto precedente.
agli ultimi versi del canto A se siesso; ma pur dopo la correzione,
il significato del canto non è punto favorevole alla tesi dell’affermazione
della propria grandezza, gi a quella del grido della disperazione, comune
a quasi tutta la poesia leopardiana. E nella Ginestra chi negherà il
motivo da Lei richia- luato, della personahtà del Poeta che non si lascia
opprimere dalla crudel possanza della natura ? Ma bisogna vedere quanto
questo motivo sia attenuato qui dall’umile coscienza delle proprie sorti
(«che con franca hngua. Confessa il mal che ci fu dato in sorte, E il basso
stato e frale...; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver le
stelle. Né sul deserto.... » ecc.), e quasi rammoUito e sciolto
nell’amore con cui l’animo abbraccia tutti gli uomini fra sé confederati,
e nella poesia consolatrice che, commiserando i danni altrui, manda al
cielo, come la ginestra, un profumo di dolcissimo amore, che
consola il deserto. Anche la ginestra, che piegherà il suo capo
innocente sotto il fascio mortai, insino allora non piegherà indarno
codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma ciò non toglie nulla
alla gentilezza del fiore di tristi lochi e dal mondo abbandonati
amante, né alla solenne rassegnata pacatezza del vero sapiente
cantata dal Leopardi. Certamente, tutte queste cose meriterebbero
di essere chiarite con un’anahsi più accurata degli scritti leopar¬
diani; e io voglio sperare che questa discussione possa invogliar Lei,
che ha studiato tutte le cose del nostro grande Poeta con tanto acume e
con tanto amore, a non staccarsene senza prima avervi gittate su la luce
di nuove ricerche. Maestro di vita Giacomo Leopardi ? Il prof.
Bertacchi > si è proposto appunto di « raccogliere dagli scritti
di Giacomo Leopardi e di comporre in multiforme unità gli elementi
dell’opera sua nei quali parlino più alto le feconde ragioni della vita»:
«quanto di sereno o di mcn ; triste ricorre neUe pagine del Nostro;
quanto di attivo e di energico, pur nello stesso dolore, risulta dal
senti- j mento, e dal pensiero di lui.... allo scopo di integrar,
^ se pos’sibUe, la figura del grande Scrittore ». Per dire la '
cosa più semplicemente e chiaramente, egli intende illu- | j strare tutti
gli elementi ottimistici propri della poesia .‘1 leopardiana.
1; Elementi che non mancano certamente nella detta 'i poesia;
e costituiscono la singolare caratteristica del suo j pessimismo, come
già osservava sessant’anm fa il De San- ' ctis nel suo dialogo sullo Schopenhauer
(dopo che allo stesso concetto aveva accennato un ventennio prima *
Alessandro Poerio, in una sua lirica rimasta inedita); , e conferiscono
infatti agli scritti di questo dolente e de- I solato pessimista un’alta
virtù educativa e consolatrice. | E molti studi diligentissimi furono
fatti in questo senso i da Negri, nelle sue Divagazioni, che pare siano
t rimaste ignote al Bertacchi. Ma c’è ottimismo e ottimismo; e la ricerca
del Bertacchi mi pare avviata m una J direzione, che potrà condurre a
falsificare interamente il , carattere dello spirito leopardiano,
attribuendogli un ot- l timismo edonistico od estetico, che solo un
lettore di-A proposito del libro di Bertacchi, Un rft vita-. Sag^o
leopardiano, Il poeta e la natura, Bologna, /a nichelli, igi?-
stratto e superficiale può vedere in alcuni aspetti della sua
sublime poesia. Giacché l’ottimismo del Leopardi è la fede e
l’esaltazione della virtù, della grandezza e della lenza dello spirito,
di quelle necessarie illusioni, come egli le chiama, a cui non trova
posto nel mondo, guar¬ dato come cieco crudele meccanismo naturale; ma
che non perciò egli abbandona, anzi afferma sempre più
vigorosamente: di guisa che il suo mondo triste e doloroso viene da ultimo
purificato e rasserenato in questa intuizione schiettamente
spiritualistica. La quale, d’altra parte, non a\Tebbe il suo proprio
particolar significato, disgiunta dalla negazione pessimistica della vita
dei piaceri e delle gioie naturah, che ne è come la base o il contenuto.
In questa contraddizione intima tra la natura cattiva e lo spirito buono
che in sé accoglie la visione di cotesta natura, consiste proprio la
radice, da cui trae alimento tutta la poesia del Leopardi; per intender
la quale non bisogna lasciarsi sfuggire né l’uno né l’altro dei due
elementi contradittorii. 11 Bertacchi invece crede di poter quasi
cogliere in fallo il Poeta ogni volta che il vivo senso delle bel¬
lezze naturali (poiché in questa prima parte egli studia il Poeta in
rapporto con la natura) fa lampeggiare dentro ai suoi canti una
sensazione di letizia; per modo che, contro r intenzione del Poeta, la
sua poesia tratto tratto scoprirebbe nella stessa realtà naturale
ravvivata dal¬ l’anima dello stesso Poeta le ragioni della vita;
ossia una fonte di dolcezza, a cui il Poeta inconsapevole pur seppe
attingere. Poiché, per lui, « vita è sentire e far sentire il bello e il
sereno di natura; vita ravvisare e creare le fide corrispondenze con essa
», e poi « l’uscirle incontro così, con gli occhi luminosi di gioia o
impre¬ gnati di pianto, narrarle le anime nostre, consenta o
contrasti essa con noi, moltiplicarci, nel suo cospetto, di atteggiamenti
e di modi, circuirla di umani argomenti. ] dedurre dal suo stesso
sensibile le conchiusioni jiiù nostre e i significati inattesi » ecc., e
il Poeta studiato « ne’ suoi fedeli commerci con la natura esteriore »
apparirebbe maestro di vita «spirito vigile e attivo. ])ronto a fecondarsi
d’intorno e a moltiplicarsi le cose » che sdoppia e ingrandisce e
abbellisce con la sua fantasia. Insomma la vita di cui sarebbe maestro il
Leopardi è una vita di piacere | del piacere procurato dalla intuizione
estetica della natura. Tesi in parte ingenua e oziosa, in
parte falsa. Perché se si volesse dire soltanto che il Leopardi insegna a
guardare esteticamente la natura e in generale a dar vita estetica al
mondo sensibile, questo sarebbe verissimo, ma così del Leopardi come, più
o meno, di ogni grande poeta; e non c’ è nessun bisogno di dimostrare
questa tautologia, che un’opera d’arte, qualunque essa sia, è
rappresenta¬ zione estetica; e quel che può avere un interesse e un
significato, è dimostrare nel caso particolare in che modo un artista
rappresenti il suo mondo. Ma la tesi di Bertacchi ha in più la pretesa
d’indicare attraverso questo vagheggiamento fantastico della bella natura
una vita diversa da quella apparsa triste al Poeta: quasi che
questi ne avesse avuto innanzi due, una bella e luminosa e 1 altra
squaUida e buia, e gli occhi di lui, senza ch’egli se ne accorgesse,
fossero attratti più dalla prima, e la luce di questa s’effondesse
sull’altra. Che è una pretesa affatto erronea; e giustificabile soltanto
col criterio dal Bertacchi candidamente esposto fin dalla prima pagina
del suo libro, come norma fondamentale del suo metodo critico.
Quivi infatti dice essere «comunissima sentenza che l’opera d’uno
scrittore non valga solo per sé, ma anche per il modo diverso ond’essa,
quasi, si adatta a ciascuno di noi », poiché « spesso dalla parola d’un
autore, acco- r stata alle anime nostre, si svolgono sensi
ulteriori che l’autore non previde, ma che le affinità degli spiriti e le
somiglianze dei casi vi sanno naturalmente ritrovare.... Il creatore è
creato a sua volta, è rinnovato via via di significazioni e di uffici ».
Sicché il Leopardi maestro di vita è il L. dei sensi ulteriori e non il L.
storico; il Leopardi creato più che il creatore: creato, s’intende, in
questo caso, dal Bertacchi. 11 quale, una volta sul punto di creare, non
è più legato da nessuno dei vincoli onde ogni critico e storico è legato
alle opere che intende interpretare; e può scegliere tra gli
scritti leopardiani quelli soli o di alcuni di essi quelle parti
soltanto, in cui meglio può vedere adombrata l’imma- I gine del maestro
di vita che desidera raffigurare. Così comincerà con lo scartare le
prose ; perché « nella voluta terribile aridità » di queste, « il
pensatore sinistro svolge i suoi tristi argomenti, e noi non abbiamo
agio di aggiungervi nulla del nostro » (nessun senso tiUeriore !) ;
«egh non suscita in noi altro moto che non sia d’atten¬ zione a quella
sua logica amara ». E il Bertacchi vuol dire che lì c’ è il pensiero del
Leopardi, e non c’ è la na¬ tura nei suoi aspetti suscitatori d’immagini
belle: il che non è poi vero, se si considerano almeno la Storia
del genere umano, il Dialogo della Natura e di un Islandese, La
Scommessa di Prometeo e V Elogio degli Uccelli. Pel Bertacchi le Operette
morali sono filosofia e non poesia. — Da scartare poi le poesie in cui il
Poeta «trasferisce nel canto quella materia medesima», malgrado «la
maggior seduzione portata dall’onda del verso, dal periodar musicale,
dalle pur rare imagini che infiorano il discorso qua e là ». E con questi
caratteri il Bertacchi non si pe¬ rita di designare, oltre 1 ’ Epistola
al Pepoli, la Palinodia ed / miovi credenti, canti come II pensiero
dominante. Amore e morte, il Bassorilievo antico e il Ritratto di
bella donna ; definite « Uriche anch’esse di pensiero e infuse di
sentimento » ! — Scartate, almeno questa volta, le poesie in cui il
Leopardi parla bensì diretto al nostro cuore {Sogno, Consalvo, A se
stesso, Aspasia), ma can¬ tando se stesso non esce dall’ambito umano e
sdegna ogni elemento esteriore : giacché « chi legge, anche in tal
caso, è legato alla parola del poeta, e solo la rielabora in sé in quanto
essa gli desti nel cuore un moto di passioni consimili che il cuore abbia
provato esso stesso ». — Da escludersi infine i canti civili {AW Italia,
Monumento di ALIGHIERI, Ad .-l. Mai, Alla sorella Paolina, A un
vinci¬ tore nel pallone) ; sempre per lo stesso motivo, che « si
resta, sebbene con ampiezza maggiore
nell’ordine voluto dal poeta ». Restano le altre poesie, dove il
Leopardi « canta all’aperto » ed effonde il canto dell’anima al cospetto
della natura: «vive con la natura, o almeno, nella natura. E questa
natura, poi, è quasi sempre serena ». Qui il ])oeta Bertacchi,
creatore del creatore, può spaziare a suo agio nel vasto cielo dei sensi
ulteriori. Ecco; «1 paesaggi campestri, le scene umili o grandi in
cui si veniva a comporre l’anima del dolente poeta, sono sempre evocati
nei loro aspetti più belli ; soleg¬ giati sono i suoi giorni; le sue
notti sono stellate e inargentate di luna. La pioggia, che appar malinconica
in un dei giovanili b'ranintenti, e procellosa in un altro,
riappare in Vita solitaria con fresca dolcezza mattutina, attraversata
dal sole che entro vi trema sorgendo». E questa presenza della natura «
non è senza effetto per noi ». Creare qui si può. « Egli, il poeta, potrà
bene, contro ogni serena bellezza, accampar le sue tristi fortune,
o le innate sventure di tutto il genere umano, o l’arcano terribile
dell’esistenza; noi potremmo bene, com’ei vuole, seguirlo nei suoi tristi
argomenti, veder quella bella natura velarsi del dolore di lui, sentir
vivo il contrasto che si agita tra quel poeta e quel mondo: ma, poi,
non possiamo impedire che alcunché di quel bello, di quel sereno
che egli evoca, si apprenda alle anime nostre, e festi in noi quasi a sé,
quasi distinto dai sensi che il poeta vi associa, congiungendosi, anzi,
dentro di noi con quante visioni di giorni dorati e di pure notti
profonde vi si raccolsero negli anni ». Che sarà — anche, come si sarà
avver- t^ito, neh’ onda del verso — una poesia bertacchiana, un
senso ulteriore, che il Leopardi non ci mise (come il Dante della novella
sacchettiana), ma non ha più niente che vedere colla poesia del L. E dove
pare si accenni a un giudizio critico, non può essere altro che una
vaga e soggettiva impressione priva d’ogni valore. Così il
Bertacchi ci dirà che nel Sabato del villaggio e nella Quiete dopo la
tempesta « il poeta ha compromesso il filosofo versandoci con troppa
pienezza nel cuore tutta la poesia soave, tutta l’ondata di vita che
trabocca dalle ore descritteci » ». Che, come giudizio, è un errore,
perché tutta quella poesia traboccante è l’incar¬ nazione deU’ idea
stessa del filosofo, che nel Sabato non si esibisce già nella sentenza
finale (« Questo di sette è il più gradito giorno, Pien di speme e di
gioia; Diman tristezza e noia Recheran l’ore »), ma vive in tutta
la rappresentazione precedente: dove tutta la gioia è la gioia
d’una speranza guardata coi mesti occhi della provata delusione: è la soavità
della fanciullezza ma non quale la sente il fanciullo, bensì come la
rimpiange l’uomo già esperto della vita, in cui ad una ad una si son dile¬
guate le speranze lusingatrici della prima età. E bisogna non vedere
questa pietosa malinconia, che prorompe da ultimo, ma s’annunzia già
dalla malinconica donzelletta tornante dalla fatica dei campi sul calar
del sole, cioè chiudere gli occhi su tutta la poesia, per parlare
d’un dualismo tra poeta e filosofo, e d’un poeta che prende la mano
al filosofo. O. c., p. IO. Altro esempio, o L'idillio A llu Lufiu e
1 altro La vtla, solitaria..., pur movendo da uno stato di tristezza, la¬
sciano tanto agio alle malie naturali, da non permettere a queUa di farsi
vero dolore, la mantengono in una so¬ spensione fluttuante, nella quale
diresti che il poeta sia perplesso sul proprio stato » >. Ora, il
breve idiUio Alla \ luna non fluttua punto, ma esprime nettissimamente
il piacere deUa ricordanza sia pur nel noverare l’età del proprio
dolore; il grato «rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che
l’affanno duri». E la Vita solitaria fluttua soltanto agli occhi di chi
non vegga l’umtà e la sintesi che ne è tema (neU’anima, s’intende, del
poeta, e quindi in ogni parte della sua poesia) tra la fresca c
solenne beUezza della natura e il sospirante solingo muto, che non trova
in essa pietà (« E tu pur volgi Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando le
sciagure e gh affanni, alla reina FeUcità servi, o natura »).
Ma in tutto il volumetto non si trova una pagina in cui
propriamente il Bertacchi affisi la poesia del L. invece di vagare nei suoi
cari sensi ulteriori. Dei quali a volte sente come il bisogno di
scusarsi, dicendo per esempio delle Ricordanze che, dopo avere sentito
col poe¬ ta, «poi è naturale, è umano che noi, da parte nostra,
riviviamo tutti quei sensi di vita che, sia pure a cagione di rimpianto,
quivi il poeta rievoca; che essi nell’anima nostra, non afflitta da quelle
cagioni, lascino pure qualcosa della originaria dolcezza; è umano che le
stelle dell Orsa e le lucciole del giardino e il canto della rana remota
e j viah odorati e i cipressi e il chiaror delle nevi si aggiungano, come
sorte da noi, alle sensazioni già nostre, ai retaggi deU’essere nostro»».
Umano, troppo umano, certamente. Ma che lavoro sarà questo ? Sarà
poesia sulla poesia ? Dovrebbe essere. Ma la poesia, per dir la verità,
non so vederla nella prosa agghindata, saltellante e retoricamente sonante del
Ber- tacchi. « Ma il dono che L. fece a se stesso ed a noi, godendo
e mettendoci a parte di tante scene serene, non è il significato maggiore della
complessa sua opera, cede, per importanza, alla virtù ivi profusa
di vivere della natura e di comunicare con essa, quali ne siano gli
aspetti, quali ne siano gli effetti ». « Corrispondenza tra la natura e lui,
che era in se stessa, per lui, elemento e ahmento di vita ». « Quelle
mitologie che, sia pure fingendo e trasfigurando, ci definiscono innanzi
la visione delle cose, non le sgombrano forse di quell’aura
d’arcano e di vago che è tanto cara al poeta, conforme all’ inconscio e
aU’ ignoto onde è come infusa ed effusa la fanciullezza dei singoli, la
giovinezza dei popoli ». «Momenti e motivi reali, più che di pura idea,
sono que’ tocchi ed accenni di cui venimmo parlando; son temi di
canto, perché ci son dati da tale che tutto era uso ad avvolgere in aura
di poesia.... i temi son temi e temi che, comunque, ci attestano come la
stessa malia delle sensazioni infinite fosse cagione per lui a meglio
indugiar sulle cose ed a sorprenderle meglio ne’ loro attimi sacri »
». Né sarà poesia la ritmica prosa, in cui il Bertacchi ama
troppo spesso cullarsi per jiagine e pagine, dove forse i sensi ulteriori
gli soccorrono più lenti alla fan¬ tasia. Ecco, per un esempio, la chiusa
d’un capitolo. Come Saffo e Bruto, pur la Ginestra e il Pastor, le grandi
liriche sorelle nate dalle notti d’ Italia, aggiungono alle notti
medesime qualcosa che prima non c’era. Molti di noi certamente, in
qualche grande ora deU’anima, guardando i cieli notturni, sentirono ripioversi
in cuore un’eco di quei canti stellati, e ripensando al poeta
congiunto da quei canti a quei cieli, ridissero a se medesimi. Egli
è passato di là ». Squarci, dunque, di eloquenza, anzi di oratoria
ritmica ; alla quale potranno non mancare gli ammiratori; ma in cui non
direi che sia ricreato i] L.. Proprio il L. ! Meglio, molto meglio
che quest’oratoria si volgesse a qualche altro tema di risonanze
ulteriori: per esempio a un Cavallotti. Prolusione al Corso di letture
leopardiane che il Comitato della Dante Alighieri di Macerata istituì nel
1927 presso quella Università; nella cui Aula Magna questo discorso venne
pronunaiato il 13 feb¬ braio '27; quindi pubblicato nella Nuova Antologia.
A inaugurare oggi in Italia un corso perpetuo di letture leopardiane c’ è
da essere assaliti da un certo sgomento, per la responsabilità che si
assume. E ciò per un doppio motivo. L’uno, il più ovvio, è che il L. si
rajjpresenta generalmente come un maestro di pessimismo; ed alzare una
cattedra a illustrazione del suo pensiero e della sua poesia può parere
perciò tutt’altro che opportuno in un paese che ha bisogno di reagire
a vecchie e radicate tradizioni d’indifferentismo e scetti¬ cismo e
di allargare il petto ad energici sentimenti di fiducia nelle proprie
forze e ad alte convinzioni di fede nella vita che è chiamato a vivere.
Oggi sopra tutto, che il popolo italiano è raccolto nella coscienza di
grandi doveri da assolvere e nel senso della necessità di rifare
nella disciplina, nel lavoro, negli ordinamenti civili, nella educazione
della gioventù a maschi propositi e metodi di vita l’antica fibra del
carattere nazionale. E sarebbe questo il momento di diffondere nei
giovani e nel popolo gli ammaestramenti pessimistici del poeta, la cui
poesia non si gusta senza sentire con lui tutta la miseria di
questa vita e l’inanità d’ogni sforzo che si faccia per medicarla?
Motivo grave di esitazione e titubanza; ma che, lo confesso, non
turba tanto l’animo mio quanto l’altro che vi si aggiunge a far temere un
pericolo nella istitu¬ zione che oggi si inaugura. Giacché chi abbia
anche una elementare conoscenza della poesia leopardiana, sa bene
che il suo pessimismo non ha mai fiaccato, anzi ha rinvigorito gli animi; e
lungi dallo spegnere, ha infiam¬ mato nei cuori la fede nella vita, nella
virtù e negl’ ideali che fanno degna e feconda la vita umana degl
individui e dei popoh. Ma il più preoccupante sospetto è che L., come già
altri poeti e sopra tutto Dante, argo¬ mento di letture pel pubbhco,
diventi anche lui materia di quel malfamato genere letterario che troppo
è stato coltivato negh ultimi tempi dagl’ Italiani, e che dicesi
delle «conferenze»; genere che vorremmo avesse fatto il suo tempo, e
potesse ormai relegarsi tra le smesse abi¬ tudini dell’anteguerra.
Giacché bisogna che gl’ Italiani si persuadano che, se si vuol far
davvero, e stare tra le grandi Potenze, ed essere un popolo vivo, serio,
temibile, realmente concorrente con gli altri popoli che sono alla
testa della civiltà nel dominio del mondo materiale e morale, bisogna
romperla col passato. Dico col jiassato dell’accademia e della
«letteratura», dei sonetti e delle cicalate, degli eleganti ozi e
trattenimenti per dame e colti signori in cerca di onesti passatempi, più
o meno noiosi; in cui ogni argomento era buono purché legger¬
mente, discretamente, spiritosamente trattato, o agitato con oratoria
adatta a mover gli affetti e guadagnare gli applausi: ma in cui né
dicitore mai, né ascoltatori debbano sentirsi impegnati, pel solo fatto
di parlare o di ascoltare, a sentire seriamente, schiettamente, con
tutta l’anima, e a pensare, a trarre da quel che si dice o si apiilaudisce,
conseguenze che siano norme di con¬ dotta e quasi cambiali che prima o
poi scadranno e si dovranno scontare. La conferenza, si sa, non è un
discorso da comizio, in cui oratore e pubblico, in buona fede, e anche in
mala fede, compiono un’azione e si pre¬ parano a compierne altre; e non
vuol essere una predica, che debba edificare un uditorio di fedeli. L’
ideale è che nessuno vi sbadigh ma neppure vi s interessi tropjio,
nessuno vi si riscaldi; e a trattenimento finito, ognuno Si
ge ne torni a casa con lo stesso animo — vuoto con è venuto
alla conferenza. Ideale vecchio per gl’ Italiani. Sorse e si
sviluppò durante il Rinascimento, quando dall’umanista venne fuori
il letterato, e nacquero, fungaia che si estese rapi¬ damente per tutto
il suolo del bel Paese, tutte quelle accademie dai nomi strani e
burleschi che attestavano es«i stessi la frivolezza dei propositi e la
spensieratezza jegli studiosi perditempo che \’i si riunivano;
accademie, che pullularono in tutte le città e borghi d’ Italia
dalla nietà del Cinquecento in poi, e di cui molte ancora resi¬
stono al sorriso, al sarcasmo e al fastidio degli spiriti nioderni e alla
storia, e vivacchiano oscuramente sul margine dei bilanci dello Stato nelle
provincie e anche nelle maggiori città ricche di tradizioni letterarie, a
danno delie istituzioni più utili e più serie. All’ombra delle ac¬
cademie vegetò tutta la vecchia cultura italiana, esanime e priva d’un
profondo contenuto e interesse religioso, morale, filosofico, umano;
poesia senza ispirazione, filo¬ sofia alla moda, erudizione per
l’erudizione, scienza per la scienza, nessuna fiassione, né anche nella
letteratura politica, che legasse il pensiero alla persona e la
persona al suo pensiero. Una repubblica delle lettere, in cui l’uomo
non era cittadino della sua patria, né padre della sua famiglia, né
credente della sua religione, ma puro spirito innamorato di astratte
forme, senza attinenza con la pratica della vita e con la realtà degl’
interessi personali. Cultura intellettualistica, di cervelli magari pieni
zeppi di notizie peregrine e di squisite nozioni e raffinatezze di
arte, ma senz’anima, senza cuore, senza né odi né amori. Cultura estranea
alla vita; che era poi vita senza cultura, cioè senza riflessione e senza
idealità ; la vita degli uomini proni alla frivolità e agl’ interessi
particolari, chiusi ad ogni alto e generoso sentimento e ad ogni idea la
cui attuazione richiedesse fatica e sforzo. Gentile, MaiXrZoni e L..
Chi non conosce queste debolezze dello spirito italiana nei secoli della
decadenza ? Chi non sa che 1’ Italia ^ risorta tra le nazioni quando s’ è
vergognata di quella cultura e di quella letteratura, e con Parini ed
Allieri ha cominciato a sentire che il poeta dev’essere pur uoiuo e
che poesia, come ogni altra forma d’ingegno, vuoi dire pure volontà,
carattere, umanità ? Chi non sa che j)ur dopo la miracolosa risurrezione
di quest’attesa fra le genti, come fu delta 1’ Italia, si sentì che essa
sarebbe stata una creazione effimera ed insignificante senza gl;
Italiani ? Cioè senza Italiani che cominciassero a unire e a fondere
insieme quel che avevan sempre diviso, l’in. teUigenza e la volontà, la
letteratura e la vita, la scienza e gl’ interessi concreti e attuali
deH’uomo, facendola finita jier sempre con l’accademismo e con la
rettorica e con tutta la vecchia sapienza scettica dell’ « altro è
il dire e altro è il fare », per cominciare a prender sul serio
tutto, a lavorare tenacemente, a sentire come proprio r interesse comune,
a stringere la propria sorte a quella della patria, a sentirla perciò
questa patria come intima a sé e tale da meritare che per lei si viva e
che per lei si muoia ? Chi non sa che la vecchia Italia rifatta di
fuori si doveva pur rifare di dentro? Questa almeno l’aspirazione
del Risorgimento. Ma venuto meno lo slancio morale di quell’età eroica,
tale aspirazione si attenuò e fu meno sentita; e nei riposati tempi
di pace e di raccoglimento succeduti al periodo agitato della rivoluzione
e della formazione del Regno, certi vecchi spiriti dell’anima italiana
tornarono a galla; nel rifiorire della cultura (che certamente molto
s’avvantaggiò di quei decennii ultimi del secolo scorso, in cui r Italia
parve godersi le prospere condizioni acquistate con l’unità) risorse con
gioia l’antico gusto idillico c arcadico della letteratura, della cultura
intellettualistica ed elegante; e da Firenze, centro di questa
rifioritura letagraria, fecero epoca le conferenze prima sulla vita italiana e
]50Ì sulla Divina Commedia. L’esem]no fu imitato jn tutte le principali
città, e i conferenzieri più brillanti f celebrati viaggiavano da una
tribuna all’altra recando j„ giro le loro arguzie, i loro motti ed
aneddoti, le loro pagine patetiche e scintillanti, a gran diletto, si
diceva, del lor^^ pubblico di dilettanti di cultura a buon mercato.
Perché a certe conferenze, con certi nomi, di dire che l’ora é lunga a
passare pochi hanno il coraggio. L. non può esser materia di
conferenze. Vi si ribella la pudica delicatezza della sua anima
sensibilissima, che cerca i luoghi solinghi e i silenzi della notte dove
il suo canto possa spandersi in una religiosa elevazione di tutto il cuore
verso l’eterno e l’infinito; dove il pastore po.ssa interrogare la luna,
e l’uomo stare a fronte della natura, e ragionare tra sé e sé de’ più
gelosi segreti del suo cuore. Vi si ribella la religiosa austerità
del suo spirito tormentato dal mistero del dolore universale. Non amerebbe
egli, schivo com’era e orgoglioso della sua solitaria grandezza,
mostrarsi al pubblico e far suonare la sua voce esile e tremante di
commozione in mezzo a un numeroso uditorio distratto e proclive a
mondani pensieri e a cure di frivola oziosità o di vanità
letteraria. No, quanti amano il Poeta, non tollereranno che
anche L. venga alle mani dei pedanti, dei letterati, dei conferenzieri; e
che ei diventi materia e pretesto di vane esercitazioni onde gli animi si
alienino dai problemi che fanno yiensoso ogni uomo che viva e rifletta
sulla sua vita con vigilante coscienza morale. E io inizio questo
corso formulando il voto e, per cyuanto è da me, fermando il programma,
che qui sia sempre vivo e presente L. poeta,
che è il L. degli uomini, e non Leopardi dei letterati, degli accademici, dei
curiosi, dei pettegoli e dei perditempo. Giacché L. fu anche un erudito
ap. passionatissimo ; anzi, ricorderete, si rovinò la comples.
sione e si precluse la via a ogni godimento della vita per la furia con
cui nella età più giovanile si gettò sugli studi per puro amore di
sapere. Per molti anni aspirò, finché la perduta salute e la vista
indebohta non gli ebbero create difficoltà insormontabili, ad essere un
filologo consumato. Delle questioni letterarie, un tempo delizia
degli accademici, fu anche lui studiosissimo, ancorché ironicamente
guardasse dall’alto, per la coscienza che ebbe del suo più squisito gusto
e della sua più perfetta dottrina, le accademie italiane antiche e
recenti. Ma la sua anima non si chiuse né nella filologia, né nella
letteratura. Se ne servì come di strumenti a vedere e sentire più
addentro nel proprio animo, e di grado in grado elevarsi alla sua forma
di poetare. Egli (e la prova più manifesta è in quel suo diario dello
Zibaldone) visse sempre raccolto e concentrato in se stesso:
osservando la vita, studiando gli uomini, speculando sulla natura e
sull’anima umana, indagando i destini dei mortali e le forme onde l’uomo
rifrange nel suo cuore e nel suo iiensiero la luce di tutte le cose, da
cui si vede attorniato. Il suo pensiero è una continua, commossa
meditazione su se stesso, in forma che ora rimane un filosofema, ora assurge
a fantasma, e vibra e rifulge agli interni occhi trepidanti.
Leopardi, con diversa temperie spirituale e cultura diversissima, è
dell’età stessa del Manzoni : figlio di quella nuova Italia che guarda la
vita religiosamente, e ne sente il valore e la serietà; profondamente
differente da quella anteriore aH’Alfieri e al Farmi, quando i
poeti italiani cominciarono ad accorgersi che nella stessa poesia
c’è il vuoto se non c’è tutto l’uomo; l’uomo, che è legaio da
intìniti vincoli e in tutti gl’ istanti della sua vita a una
divina realtà, governata da leggi che domano e annientano ogni arbitraria
velleità dei singoli; a una realtà, in cui il singolo uomo viene a
trovarsi nascendo da cui si diparte morendo, ma in cui deve inserire
e jnserisce, con 0 senza frutto e vantaggio, ogni sua azione, ogni
suo gesto, ogni sua parola, ogni suo pensiero o sen¬ timento, durante
tutta la vita, dal dì della nascita a quello jella morte. Anche Leopardi,
razionalista e irrisore di superstizioni e di dommi, è uno spirito
profondamente religioso, sempre faccia a faccia del destino: incapace
di abbandonarsi a qualsiasi sorta di dilettantismo, e di prendere
alla leggiera i problemi della vita. Sul suo viso è sempre un sorriso di
austera, solenne mestizia, e si scorge il pacato accoramento dell’uomo
che non riesce a distrarsi in vani divertimenti, neppure nel mondo subbiettivo
del pensiero e dell’ imaginazione : tutto preso dalla considerazione
ine\'itabile del mondo, in cui l’uomo, ed egli in particolare, si sforza
di vincere il dolore. Per questa sua costituzionale religiosità Leopardi
non fu soltanto un poeta, ma fu anche un filosofo, allo stesso
titolo e per la stessa ragione di MANZONI. Bisogna intendersi. Se domandate ai
filosofi, diciam così, di professione, ai filosofi cioè che tengono a
distinguersi dal resto degli uomini, essi vi risponderanno che Leopardi
filosofo non fu, non ebbe un sistema; e le idee speculative che si formò
per la lettura dei filosofi recenti più affini al suo modo di sentire,
non ebbero da lui svolgimento e impronta personale, perché non furono
fecon¬ date da una sua speciale ispirazione. Accettò, riecheggiò,
Ria senza elaborare quel che accettò, senza svilupparlo, ordinarlo e
potenziarlo a nuova forma sua propria di verità. In una storia della filosofia
ei perciò non può trovar posto; quantunque di lui non si possa non
parlare di stesamente in un quadro della cultura filosofica della prima
metà del secolo passato. In questo senso, d’accordo, Leopardi non fu un
filosofo. Ma c' è un altro senso in cui si deve parlare della
filosofia; ed è quello poi per cui la stessa filosofia dei filosofi è una
cosa seria, va rispettata, e può interessare tutti gli uomini, e non
essere una malinconica fantasti¬ cheria di gente che viva fuori del
mondo. Ed è quello per cui c’ è la filosofia di quelli che inventano
nuovi sistemi filosofici; ma c’è anche la filosofia di quelh che, senza
inventarne, li cercano questi sistemi nei libri dove sono esposti, e
leggono questi libri, li studiano, ne fanno prò, li gustano, han bisogno
di farsene nutrimento e forza dello spirito, in cerca di risposta a
domande che sorgono spontanee dal fondo della loro anima,
insistenti, invincibili, e che essi perciò non saprebbero reprimere
e far tacere. Talvolta questi filosofi-lettori sentono il pungolo dei
problemi dei filosofi-autori, e fanno perciò ressa intorno a costoro,
jjer averne soddisfazione ai bisogni da cui sono senza tregua assillati.
Giacché, insomma, la filo¬ sofia, come la poesia, non è privilegio né
monopoho dei pochi quos aequus amavit luppiter] ma è in fondo allo
spirito umano, e quindi nell’animo di tutti. Soltanto, c’ è chi si
distrae e corre e si disperde per le cose e gl’ interessi esteriori, senza mai
per altro dissiparsi a tal punto nelle esteriorità da non portare in
tutto l’accento, per quanto leggiero, della sua personalità; e c’ è chi
si ripiega e raccoglie in sé, e dentro di sé cerca, trova e coltiva
il germe della sua vita e del suo mondo. In questo senso più
largo e fondamentale il Leopardi fu squisitamente filosofo: e stette
sempre anche lui con gli occhi intenti, ansiosi, sopra il mistero della
vita, quale ad ogni uomo che sente e che pensa esso si presenta
in jiìczzo a tutte le idee quotidiane, di tra il confuso agitarsi
passioni svariate che gli tumultuano incessantemente pel cuore. Giacché
ogni uomo che sente, non può vivere così spensierato e abbandonato all’
istinto da non av¬ vertire che la sua vita non scorre tranquilla
com’acqua sopr^ un letto già scavato e terso. Sono sempre ostacoli
da superare, bisogni da soddisfare, desideri! non ancora appagati e
ondeggianti tra la speranza e il timore; e la gioia offuscata sempre dal
dolore, che, vinto, risorge in mezzo allo stesso ]ùacere; e nell’alterna
vicenda di vittorie e sconfitte, cadute e risorgimenti, speranze e
disinganni, giubilo e scoramento, in fondo, alla fine, uno sparire
totale di tutto, un disseccarsi e inaridirsi definitivo della sorgente
stessa, a cui l’uomo accosta ad ora ad ora le sue labbra assetate; il
nulla, la morte. La morte, che ci atterrisce prima di colpirci, toghendoci per
sempre e an¬ nientando intorno a noi tante delle nostre persone
care, con cui ci era comune la vita, in guisa che la morte loro ci
pare la morte di una parte di noi. E che è questa morte ? e che questa
vita che precipita fatalmente nella morte ? Che è questo bisogno di cui
viviamo, di non arrenderci a questo fato, che infrange ad una ad
una tutte le nostre speranze, disperde tutte le nostre gioie, ci
priva di tutti i nostri beni, ci chiude dentro mille osta¬ coli. ci
combatte, c’ insegue, ci sbarra la via, e non ci concede tregua finché
non ci abbatta per sempre ? Nascere è entrare in una lotta, che di giorno
in giorno richiede sempre nuove e maggiori forze, e una volontà sempre
più agguerrita, per vincere una battaglia sempre più aspra. Svegliarsi
ogni mattina è, presto o tardi, pronti 0 lenti, rispondere all’appello
delle cose, della natura, del destino, che ci attende, e ci spinge a
nuove fatiche per soddisfare i nuovi bisogni che riempiranno tutta la
no¬ stra giornata. Per gli uni la vita sarà più facile, o men
difficile: ma per tutti è una scala, che bisogna salire; salire sempre;
da un gradino all’altro: sempre più senza fermarsi mai. Ma,
appena l’uomo che ha un cuore, sente quest affanno e scorge, anche da
lungi, la tragedia e la catastrofe” non può non interrogarsi e riflettere
se a questa lotta ché par destinata a una sconfitta assoluta egli abbia
forz. sufficienti, o se non sia un’ illusione questa jier cui egfi
confida a volta a volta di poter affrontare la lotta stessa per
conquistarsela la sua gioia, e farsi insomma una vita sua, quale ei la
vagheggia, filiera dai mali la cui minaccia mette in moto la sua
attività; e se egli non debba aprire gli occhi, e riconoscersi vittima
del giuoco inesorabile della natura, granello di polvere sperduto nel
turbine, o ruota di un ingranaggio universale, il cui combinato
movimento non s’arresterà né devierà mai, e dentro i] quale ogni sforzo
di volontà non può essere, esso mede¬ simo, al pari delle idee e dei
sentimenti che lo solleci¬ tano, se non un necessario effetto di una
causa necessaria predeterminato ab eterno in eterno. £ il mondo, in
cui si svolge la nostra vita, una realtà massiccia, tutta chiusa
neUa sua natura e nelle sue leggi, immodificabile, e noi dentro di esso,
tutt’uno con tutte le altre cose, anche noi mossi dalla forza
irresistibile del destino ? 0 siamo noi veramente capaci di metterci di
fronte a ciuesto mondo, modificarlo con la nostra opera, con la
nostra volontà, e al di sopra delle ferree leggi del meccanismo
naturale col nostro amore, con l’impeto dell’animo no¬ stro innamorato
dell’ ideale, instaurare una legge che sia la norma del bene e di un
mondo spirituale dotato di un valore assoluto ? E se non fosse possibile
questo mondo superiore, in cui il bene si distingue dal male, e c è
una verità che si oppone all’errore, come si potrebbe pensare lo stesso
mondo inferiore e quella natura spie¬ tata tutta chiusa nel suo
meccanismo, la cui afferma¬ zione implica che si ritenga vera? E se a
questo mondo superiore, alla cui esistenza occorre l’attività libera
dello spirito che sceglie il bene e si apprende alla verità resping^n*^
contrario, se ne contrappone un altro che è la nepzione della hbertà,
come si farà ad ammettere che sia libera la natura umana, circondata e
condizio¬ nata da una natura che è l’opposto della hbertà ?
Pensieri, che il filosofo più esperto mette in formule stringenti,
e scruta a fondo; ma che confusamente, e non perciò meno tormentosamente,
affiorano in ogni umana coscienza, e ora vi gettano lo sgomento, ora v’
infondono la fede di cui ogni uomo ha bisogno per non fermarsi e cadere.
Giacché 1 uomo non dà un passo senza credere di poterlo dare; senza
pensare che c’è una mèta innanzi a lui da raggiungere, e che quella è la
via buona per giungervi. E quando questa convinzione gli manchi, e
gli manchi del tutto, allora non gli resta che rifugiarsi nell’ Èrebo,
come la misera Saffo. O la fede, o la morte. Ci sono mezzi termini, ma per
gh uomini che pensano e sentono poco, e perciò si cUstraggono. Nessuno
invece sentì mai cosi acutamente come il nostro Leo¬ pardi. nessuno vi
pensò mai con tanta insistenza, e ne trasse espressioni di tanta umanità.
Poiché il Leopardi se fu un filosofo in largo senso, fu poi, viceversa,
un poeta in senso stretto. Il che vuol dire, che le sue convinzioni
filosofiche non gli rimasero nella testa; ma gli scesero al cuore, e \'i
si abbarbicarono, e furono la sua persona, lui stesso, la sua anima, 1
immediato sentimento, in cui \ibrò a volta a volta tutto il suo cuore. La
sua concezione della vita, come or ora vedremo, si chiuse in poche
idee, ma queste si fusero e colarono ardenti sulla stessa fiamma
della sua passione viva, e quindi fiammeggiarono in accenti e fantasmi di
poesia. La quale questo ha di proprio, a differenza della scienza ragionata e
del sapere speculativo; che in questi il pensiero si spersonahzza e
si stende in una tela universale, che ogni intelligenza può SÌ ritenere, e
far sua, e viverne anche, ma elevandosi sopra di sé e quasi uscendo da
sé, e mediandosi, cioè svolgendosi, e quasi aprendo e dilatando il nucleo
vivente della sua individualità, in guisa da parere che non senta
più né affetti, né passioni, né gioie, né dolori, assorta nella
contemplazione del suo oggetto. Laddove la poesia, lungi dall’alienare da
sé il soggetto, lo stringe a se stesso, e lo fa vedere immediatamente
così come esso è, dentro di se medesimo, chiuso nel suo sentire, fremente
nel brivido della sua subbiettiva interiorità, nel suo essere e nel
suo atteggiamento non ancora mediato, sviluppato, riflesso, ragionato e disindividuato.
Lo scienziato cerca e trova la verità che è di tutti, astrattamente
obbiettiva, in guisa che non par più né anche spettacolo di occhi
umani od oggetto conformato alla mente che lo pensa; e il poeta in^’ece
non cerca e non trova se non se stesso: l'amore o qual’altra passione gli
detta dentro le parole in cui egli si esjirime. In questa
immediatezza, spontaneità e quasi naturalità dello spirito poetico è il segreto
della miracolosa potenza della poesia, raffigurata dagli antichi nella
virtù incantatrice della lira di Orfeo, che traeva a sé e trascinava non
pure gli uomini che riflettono, ma le fiere che solo sentono. Perciò la
poesia, quantunque richieda anch’essa cultura e finezza spirituale,
risultato di studio e di educazione, s’appiglia al cuore dei semplici e
delle moltitudini, invade gli animi, conquide e trae seco non per
virtù di persuasivi e irresistibili raziocinii, ma, appunto, d’un tratto,
immediatamente, quasi per divino miracolo. Perciò Tefficacia e la virtù
diffusiva dell’arte è senza paragone superiore a quella della
filosofia. Perciò quella filosofia, che fu nel Leopardi sentimento
e diventò sublime poesia, ha una potenza infinitamente maggiore di
qualunque più sistematica filosofia; e se si chiudesse nel gretto circolo
di una concezione pessimistica della vita, non sarebbe, a dir vero, prudente
accorgimento di educatori del popolo italiano erigere qui una cattedra a
commento ed esaltazione di essa. I filosofi, per raggiungere la loro
verità, devono salire l’erta faticosa del monte; e giunti alla cima, vi restano
per solito in una solitudine magnanima, anche a malgrado della
moltitudine che dal basso sogguarda e sogghigna. I poeti si traggono
dietro il popolo, toccandone il cuore anche lievemente, con quella loro
arte che « tutto fa, nulla si scopre ». Leopardi è tra essi; ma materia
del suo canto è la sua filosofia. E qual è dunque il contenuto di
questa sua filosofia ? Quello che abbiamo già detto dei problemi filosofici,
che spontaneamente sorgono dal fondo del pensiero umano, ci apre la
via a chiarire le idee che furono la vita intellettuale e sentimentale del
nostro Poeta. 11 quale su quei problemi martellò il suo pensiero; e di
quei problemi vagheggiò soluzioni, che scossero profondamente il
suo animo. E sono i problemi fondamentah o massimi della filosofia:
che è pensiero umano derivante dal bisogno di assicurare all’uomo la fede
che gli è indispensabile per vivere: la fede nella propria libertà; ossia
nella possibilità che egli ha, e deve avere, di esercitare un suo
giudizio, di conoscere una verità, di agire, e farsi un suo mondo,
conforme cioè alle sue aspirazioni e a’ suoi ideali e non dibattersi
vanamente in una rete di illusioni e di sforzi infecondi. Bisogno,
rispetto al quale ogni filo¬ sofia materiahstica, evidentemente, è una
filosofia fallita; la quale, logicamente, se l’uomo non si risolvesse
da ultimo a non lasciarsi più guidare dalla logica e ad abbandonarsi all’
istinto, dovrebbe condurre l’uomo, come ho detto, al suicidio. Ora
Giacomo Leopardi, ogni volta che si trovò a fare di proposito una
professione di fede, fu esplicito nel manifestare la sua adesione alla
filosofia sensualistica e materialistica; e il Frammento apocrifo
di Stratone di Lampsaco, inserito nelle Operette morali, è una
dichiarazione del suo proprio pensiero, quale, per altro, si ripercuote
in una buona metà de’ suoi scritti in prosa e in verso. Poiché da per
tutto egh si vede innanzi quella natura simbolicamente rappresentata nel
Dialogo della Natura e di un Islandese', la quale non sa e non si cura
dei desiderii né delle sofferenze umane; natura grande, enorme, infinita,
la quale racchiude in sé tutto, e non conosce perciò l’uomo che pretende
di contrapporsele, di deviarla dal suo corso, piegarla alle proprie
tendenze, conformarla a quei fantasmi di una vita bella ideale, che egli
si finge e pretende di far valere in concorrenza della dura, quadrata
realtà che lo fronteggia. Questa perciò, conosciuta che sia, spezza ogni
umana velleità, e aggioga l’uomo al dominio universale delle leggi di
natura: dove non c’è bene né male, ma tutto è necessario, tutto accade
perché, data la causa che lo determina, non può non accadere; e la stessa
necessità ha ogni umano pensiero o volere, che non deriva da un principio
autonomo, che si faccia centro di una vita superiore e indipendente,
avente in sé la propria misura, ma è effetto del generale meccanismo, che
si abbatte sulla così detta anima umana attraverso le sensazioni e gh
appetiti che queste producono. Filosofia materialistica, dunque. Ma è
questa, in conclusione, la filosofia del Leopardi ? Io \’i invito a
riflettere che c’ è due modi di giungere a conclusioni ma¬ terialistiche
: uno proprio degh spiriti poco sensibih, che, raggiunte quelle
conclusioni, vi si rassegnano: le trovano inevitabili, e si fanno un
dovere, il cui adempimento non costa a loro grande fatica, di accettarle
senza reazione di sorta; e l’altro invece proprio di quegli altri, che
se non trovano la via di affrancarsene, e scoprirne l’errore e la
manchevolezza, ne soffrono, e vi reagiscono contro, e vi si ribellano con
tutta la forza del loro sentimento, che ò come dire della loro stessa
personalità. I secondi non riescono ad affisarsi tanto nella visione di
quella natura che è opposta alle esigenze morali proprie dell’uomo, da
restarvi come assorbiti, dimenticandosi af¬ fatto di queste esigenze, e
cioè della lor propria natura. Il loro tormento, la loro angoscia nasce
appunto da questo stridente contrasto, di cui essi infine vengono a
fare l’esperienza, e a vivere. La realtà finale, al cui cospetto
vengono a trovarsi, non è una sola, ma duplice: da una parte, la natura
disumana, in cui tutte le luci onde s’il¬ lumina la via dello spirito si
spengono; e dall’altra, questa realtà fiammeggiante e splendida, che arde
dentro di loro, e alla cui luce, infine, essi comunque guardano e
vedono la prima. Giacché anche questa è oggetto di una affermazione, in
cui lo spirito umano manifesta la fede che ha nelle proprie forze e nella
propria capacità di distinguere il vero dal falso, e di appigliarsi al
primo in quanto esso è opposto al secondo. La realtà che è lì di
fronte allo spirito, è sì quella realtà naturale, materiale, meccanica,
chiusa e impervia ad ogni idealità, inconciliabile con qualsiasi concetto di
libertà; ma il contrapporsi di essa allo spirito importa pure l’opporsi
dello spirito ad essa: dello spirito, che è una realtà dotata di
attributi contrari a quelli con cui vien pensata l’altra. E per ammettere
questa, bisogna ammettere prima quella ; senza la quale mancherebbe lo
stesso pensiero, a cui si chiede tale ammissione. E chi dice pensiero,
dice libertà. Dunque ? Siamo liberi ? Possiamo cioè col nostro
pensiero, con la nostra volontà, crearci il mondo che ci sorride
alle menti innamorate; il mondo della verità, delle cose belle e buone, a
cui il nostro cuore tende con irresistibile slancio ? E come spiegar
l’ali, onde noi vorremmo in- nalzarci nel libero cielo dell’ ideale, se
esse urtano sul muro di bronzo di questa materiale natura, che ci
attornia e stringe da tutte le parti, dalla nascita alla morte ?
Ecco l’esperienza del Leopardi, ecco la sua lìlosofìa, che è molto
]ùù complessa del semjjlicismo materialistico; ed essa è il reale
contenuto della poesia leopardiana: quella filosofia fatta sentimento e
persona, che ho detto esser materia al canto del Poeta recanatese. 11
quale non si rassegna alla pura affermazione materialistica, perché
la ricca e sensibilissima vita morale che gli riempie il cuore, è la
negazione del materialismo; e poi perché egli è un poeta, e come ogni
poeta crede nel suo mondo, lo prende sul serio; e questo suo mondo è la
])rova più luminosa della sua capacità creatrice e della sua
libertà. Si consideri che questo è uno dei caratteri principali
dell’arte : che laddove l’uomo pratico, lo scienziato, l’uomo religioso,
lo stesso filosofo può sentirsi legato a una realtà che prcesiste alla
sua azione, alla sua ricerca scientifica, alla sua preghiera o alla sua
speculazione, che è in sé quello che è, con le sue leggi, a cui l’uomo
deve arren¬ dersi e subordinarsi, l’artista crea il suo mondo e,
prescindendo nella sua fantasia dalla realtà preesistente, celebra la sua
assoluta libertà, arbitro della nuova realtà che egli si finge, e in cui
vive, e si aliena dal mondo naturale dell’uomo comune e della sua stessa vita
ordinaria: sì che il suo sogno diventa a lui cosa salda, e si slarga
a orizzonti infiniti, e gli fa sentire il gusto deH’cterno e del
divino. La poesia del Leopardi ribocca e freme di tre¬ pidante tenerezza
per le vaghe immagini figlie dell’arte sua: per quelle dolci parvenze che
un po’ gli sorridono e poi, a un tratto, lo abbandonano rapite via dalla
corrente di quella disumana realtà, che ignora il dolore che essa cagiona
ai cuori teneri e gentili. E insieme con le immagini belle, gli arridono
tutte quelle che una volta egli dice le « beate larve », familiari agli
uomini non ancora giunti alla conoscenza del tristo vero, ossia non
ancora spinti dalla malsana riflessione alla disperazione (ji quella
mezza filosofia, che è il materialismo: le beate lar\e, che allietano e
confortano la vita agli uomini, nelle antiche età, e nei primi anni della
fanciullezza e della gioventù quando non ancora si sono appressate
le labbra all’amaro calice della vita; e nelle prime ore del
mattino, (juando incomincia il giorno e Tuomo non ha riassaporato per
anco la realtà, e se ne foggia con 1’ immaginazione una che lo anima e alletta
alla nuova fatica. Le beate larve delle illusioni naturali e necessarie :
di tutte, cioè, le idee che formano il pregio della vita, e che
quella filosofia materialistica non potrà giustificare come dotate
di un legittimo fondamento, e pur non potrà sradicare dallo spirito
umano. Perche illusione la virtù ? Perché illusione ogni idea
onde ebbe pregio il mondo ? Perché la vita che noi cono¬ sciamo, risponde
il Leopardi, ne è la negazione. Ricordate il dialoghetto di un venditore
d’almanacchi e di un passeggere ? L’almanacco promette per l’anno nuovo
tante cose belle; ma il passeggere è scettico; «quella vita eh’ è
una cosa bella non è la vita che si conosce, ma (jueUa che non si conosce
; non la vita passata, ma la vita futura ». La quale però un giorno sarà
passata, e allora si conoscerà, e apparirà quale sarà aneli'essa, una volta
sperimentata; brutta, come tutta la vita passata. 11 futuro è il mondo
che vi finge lo spirito; il mondo, dice Leopardi, delle illusioni. Lì è la
virtù che vince il male e trionfa; lì è il sacrifizio dell'uomo per
l’uomo; lì è l’amore; lì è la fede e l’amicizia; lì è la gioia, ecc. Ma
quello non è il mondo reale. Infatti il futuro bisogna che avvenga,
e diventi passato. La realtà realizzata, quale noi possiamo averla innanzi
a noi, ed effettivamente conoscerla, quella ci disillude, e ci dimostra
che la virtù è un nome vano. e che tutte le più vaghe speranze e gl’
ideali più cari finiscono nel nulla. Tant’ è che Tuomo
conchiuda o per condannare come semplici ombre fallaci tutte le
illusioni, e dire che la vita non si può governare se non in rapporto al
reale all’esistente, al mondo qual è (che è poi il passato); o per
risolversi animosamente a dir no a questo mondo reale (che è il passato
senza futuro) e a governarsi con l’occhio all’avvenire, dove lo trae la
sua natura di es¬ sere pensante, e perciò creatore di ideali e
vagheggiatore di una vita superiore a quella puramente naturale. E
Leo¬ pardi dice questo no con tutta la forza del suo animo, con
tutto r impeto della sua possente poesia. Egli è tutto proteso verso il
futuro, verso l’ideale, e torce con coscienza prometeica lo sguardo dalla legge
fatale che incatena l’uomo come essere naturale alla ferrata necessità di
morte. Egli, di cedere inesperto, disprezza il brutto poter che ascoso a
comun danno impera e V infinita vanità del tutto. Per lui
Nobil natura è quella Ch’a sollevar s’ardisce Gli occhi
mortali incontra Al comun fato. E quanto a sé non cederà
certo ; e alla morte può dire : Erta la fronte, armato,
E renitente al fato. I.a man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir.... Solo aspettar sereno Quel dì eh’ io pieghi
addormentato il volto Nel tuo virgineo seno. Egli è conscio
dell’ invitta potenza dell’anima umana pur nell’estrema miseria. Vivi,
dice la Natura all’Anima jn uno de’ suoi dialoghi; vivi, e sii grande e
infelice. Infelice perché grande; perché sentire la infehcità è
solo jelle anime grandi, che con la loro gagharda natura si
jnettono al di sopra del mondo, che le fa soffrire, e regnano sovrane in quella
superiore realtà che è propria dello spirito. Leopardi sa che la
grandezza del suo dolore si commisura alla grandezza del suo pensiero che
lo sente e analizza e ne fa materia al suo altissimo canto; e che un’anima
volgare e torpida non saprebbe provare tutto il dolore del Poeta, che il
volgo infatti non intende e irride. Leopardi sa che la coscienza
dell’umana miseria è già segno di grandezza. Sa che ancor che tristo, ha
suoi di¬ letti il vero: che l'acerbo vero, a investigarlo, dà un
amaro gusto che piace. E poi quando l’anima, disillusa e stanca
della vita che non mantiene mai le sue promesse, si ri¬ duca infatti
all’estremo della infelicità, che non è la di¬ sperazione, ma la noia
>, la morte ncUa vita, non dolore né piacere, ma il sentimento della
nullità, questo terri¬ bile privilegio degli uomini, a cui la natura non
ha provveduto perché non ha neppur sospettato che l’uomo vi potesse
cadere; quella noia che, a simiglianza dell’aria «la quale riempie tutti
gl’intervalli degh altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi
si partono, se altri oggetti non gli rimpiazzino », « corre sempre e
immedia¬ tamente a riempire tutti i vuoti che lasciano negli animi
de’ viventi il piacere e il dispiacere » ’ ; ebbene, anche allora l’anima
non cade, non è vinta. Giacché, secondo Leopardi, « la noia è in qualche
modo il più sublime dei sentimenti umani. Il non potere essere
soddisfatto da ’ « La disperazione è molto, ma molto più piacevole della
noia. La natura ha provveduto, ha medicato tutti i nostri mali
possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte, a tutti ha
misto del bene, a tutti.... fuorché alla noia» (Zibald.).
Zibald., — Giuntile, Manzoni e Leopardi. alcuna cosa
terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza
inestimabile dello spazio, il nu¬ mero e la mole maravigliosa dei mondi,
e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo
proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e 1 universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più
grande che sì fatto universo; e sempre accu- sg^re le cose
d’insufficienza e di nullità, e patire manca¬ mento e vóto, e pero noia,
pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della
natura umana. Perciò la noia è poco nota agh uomini di nes¬ sun
momento, e pochissimo o nulla agli altri animali » Su tutte le delusioni, su
tutti i dolori, su tutte le miserie, al di sopra della mole sterminata di
quest’uni¬ verso, in cui s’infrangono tutte le speranze e si spen¬
gono tutti gl’ideah, l’infinità dello spirito. Quindi la hbertà, quindi
la possibilità di crearsi una vita superiore degna delle più nobili
aspirazioni connaturate all’animo umano. Anche pel Leopardi, poca scienza
pregiudica e mortifica, ma molta scienza ravviva e ringaghardisce
la fede di cui l’uomo ha bisogno per vivere. E questa natura, che
la mezza filosofia del materialista ci rappresenta in voley mutyignu, è
pur quella natura che mette nel¬ l’animo nostro le illusioni; e se non
sopravvenga la riflessione e l’opera dcU’ irrequieto ingegno dell’uomo
non più contento delle condizioni naturali della vita che egli
dapprima vive istintivamente, conforta l’uomo con l’amore, con la pietà,
con tutti gli affetti gentili che riempiono il cuore di dolci
consolazioni e di magnanimi ardimenti. Pensieri, N. 68. Questa natura
che governa Tuomo, madre benigna e pia nell’età dei Patriarchi, nei tempi
oscuri e favolosi del genere umano, e risorge amorosa nella prima età
di ciascun uomo a infondergli con la virtù del caro imma¬ ginare la
speranza nel futuro a cui egli va incontro; questa natura, che nell’amore
torna sempre a rinverdire le speranze, e che ci fa conoscere una « verità
piuttosto che rassomighanza di beatitudine»; essa torna da capo,
quando l’uomo ha tutto conosciuto il tristo vero e vuo¬ tato il calice
amaro, torna a confortare l’uomo, amica e consolatrice. La natura del
materialista è via; ma non è punto di partenza, né punto d’arrivo. 11
savio torna fanciullo, e alla fine, come al principio, l’uomo è
alla presenza di un mondo il quale non è quello del meccanismo, che tutto
travolge e distrugge quanto a lui è più caro, ma quello del pensiero,
dello spirito umano, dell’amore, della virtù. Onde ai suggerimenti egoistici
della filosofia (nel Dialogo di Plotino e di Porfirio) che indurrebbe il
filosofo al suicidio, Plotino può rispondere : <iPorgiamo orecchio
piuttosto alla natura che alla ragione»'. alla natura primitiva « madre
nostra e dell’universo », la quale ci ha infuso un certo senso
dell’animo, che è amore degli altri e che ferma la mano al suicida
ricordandogli la famigha, gli amici e quanti si dorrebbero della sua
morte. Perciò a Porfirio, il filosofo che vorrebbe togliersi la vita, il
filosofo più savio, il maestro, Plotino dirà: Viviamo, e
confortiamoci a vicenda; non ricusiamo di portare quella parte che il destino
ci ha stabilita dei mali della nostra specie ! Sì bene attendiamo a
tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando e dando mano e
soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa
fatica della vita.E quando la morte verrà, allora non ci dorremo :
e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno:
e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, cosi molte volte
ci ricorderanno, e ci ameranno ancora. Perciò Sanctis paragonando
Schopenhauer a Leopardi, notava questo grande divario tra n
filosofo tedesco e il poeta italiano: che questi quanto più mette
in luce il deserto desolante e disamabile della vita, tanto più ce la fa
amare; quanto più dichiara illusione la virtù, tanto più ce ne accende
vivo nel petto il desiderio e il bisogno. Perciò la lettura del Leopardi
non sarà mai pericolosa, anzi salutare e corroborante a chi saprà
leg- gergh nel fondo dell’anima. E di lui può dirsi che preso per
metà è il più nero dei pessimisti; preso tutto intero, è uno dei più sani
e vigorosi ottimisti che ci possano apprendere il segreto della vita
operosa e feconda. La morte, anche la morte, il simbolo della
fatalità avversa che opprime ogni sforzo umano, e che pare mi¬
nacci sempre da lungi e ammonisca della inanità d’ogni speranza e d’ogni
fatica, e della nullità della vita a cui ci sentiamo tutti legati, la
stessa morte al Poeta, nella maturità piena della sua poesia, quando il
suo animo ha più nettamente ravvisato e sentito nel profondo la sua
verità, e quasi toccato il fondo di se stesso, diventa germana di Amore,
che è pel Leopardi, come s’ è veduto, ciò che dà verità più che
rassomiglianza di beatitudine. Fratelli, a un tempo stesso. Amore e
Morte Ingenerò la sorte. Cose quaggiù si belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle. Morte diviene una
bellissima fanciulla, dolce a vedere; e gode accompagnar sovente Amore:
E sorvolano insiem la via mortale. Primi conforti d’ogni
saggio core. Non vedo che abbia attirata l'attenzione della
critica, come merita, uno studio recente del prof. Cirillo Berardi,
Ottimismo leopardiano, Treviso, bongo e Zoppelli, Il Poeta sente che Quando
noveUamente Nasce nel cor profondo Un amoroso affetto.
Languido e stanco insiem con esso in petto Un desiderio di morir si
sente: Come, non so: ma tale D’amor vero e possente è
il primo effetto. Il Poeta vuol rendersi ragione di questa
coincidenza, e non vi riesce. Ma ben sente che quando si ama, non
ha più valore la vita naturale dell’ inditdduo chiuso nei suoi
limiti, di là dai quah spazia quell’ infinita natura che fiacca ogni
umana possa. Che anzi l’individuo per l’amore scopre che la sua vera vita
è di là da questi hmiti; e che bisogna ch’egli perciò muoia a se
medesimo, e spezzi r involucro della sua individuahtà naturale, centro
di ogni egoismo, per attingere la vera vita. Perciò la morte opti
gran dolore, ogni gran male annulla. Perciò la morte è liberatrice,
affrancando lo spirito umano dai vincoli onde ogni uomo è da natura
incatenato a se medesimo, chiuso in sé, in mezzo agli altri esseri e
forze naturali, incapace di libertà e di virtù. Amare è redimersi,
en¬ trare nel mondo morale, che è il mondo della libertà.
Questo il concetto che il Poeta sentì e visse: questa la materia
del suo canto. Formiamo oggi l’augurio, che attraverso il corso di queste
letture, che inauguriamo, tale concetto apparisca in luce sempre più
chiara. Pubblicato la prima volta negli Annali delle Università toscane
(Pisa) e come proemio alla edizione con note delle Operette morali di G.
L., da me curata, Bologna, Zanichelli, Se si volesse considerare le Operette
morali come una raccolta delle varie parti, in cui il libro è diviso,
sarebbe tutt’altro che agevole stabilirne la cronologia. Certo, non
sarebbe consentito di starsene alle indicazioni fornite con perentoria
precisione dallo stesso autore innanzi alla terza edizione iniziata a
Napoli. Queste Operette », egli diceva, « composte nel 1824, pubblicate
la prima volta a Milano, ristampate in Firenze coll’aggiunta del
Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere, e di quello di
Tristano e di un Amico; tornano ora alla luce ricorrette
notabilmente, ed accresciute del Frammento apocrifo di Stratone da
Lampsaco, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di Porfirio. Intanto, non tutte le Operette furono
pub¬ blicate la prima volta a Milano; giacché tre di esse, come «
primo saggio », avevano visto la luce a Firenze nel gennaio 1826, nell’
Antologia e quell’anno stesso erano state riprodotte a Milano nel Nuovo
Ricoglitore. Ed è pur vero che tutte le Operette, ad eccezione di quelle
che nella notizia testé riferita sono assegnate dall’autore furori
composte; perché l’autografo originale, che è tra le carte leopardiane
della Biblioteca Nazionale di Napoli, ce ne Scritti letterari, ed.
Mestica, li, fa sicura testimonianza con
le date apposte alle operette singole, e tutte correnti dal 19 gennaio al
13 dicembre di quell’anno Ma si dovrebbe pure distinguere il tempo
in cui ciascuno scritto fu steso, da quello in cui prima fu concepito, o
ne cadde il motivo fondamentale e inspi¬ ratore nell’animo del Leopardi.
Giacché con qual fonda¬ mento si toglierebbe l’una o l’altra delle
Operette a docu¬ mento di quel periodo spirituale che si suole infatti
atribuire agli anni tra il canto Alla sua donna con i Frammenti dal greco di
Simonide (apparte¬ nenti probabilmente a quello stesso tempo), e
l’epistola Al Conte Pepoli o II Risorgimento, se quei pensieri che sono
caratteristici delle Operette risalgono ad epoca più remota ? Fu già
osservato j che negli Abbozzi e appunti per opere da comporre, che
sono fra le carte napoletane, «scritti in piccoli foglietti staccati
senza indicazione di tempo » 3 , è segnato un Ecco le singole date, già
in parte pubblicate dal Chiarini, Vita di G. Leopardi, Firenze, Barbèra,
e da me riscontrate tutte sul manoscritto autografo (che si conserva
tra le Carte della Biblioteca Nazionale di Napoli): Storia del genere
umano); Dialogo d' Ercole e di Atlante; Dialogo della Moda e della Morte;
Proposta di premi; Dialogo di un Lettore di umanità e di Sallustio;
Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo ; Dialogo di Malamhruno e di
Farfarello; Dialogo della Natura e di un’.dnima; Dialogo della Terra e della
Luna; La scommessa di Prometeo; Dialogo di un Fisico e di un Metafisico;
Dialogo della Natura e di un Islandese; Dialogo di Tasso e del suo
Genio familiare (i-io giugno); Dialogo di Timandro e di Eleandro; Il Parini,
ovvero della gloria; Dialogo di Ruysck e
delle sue Mummie; Detti me¬ morabili di Ottonieri. Dialogo di Colombo e
di Gutierrez); Elogio degli
Uccelli; Cantico del Gallo silvestre; Note, Da N. Serban, L. et la France, Paris,
Champion, I Avvertenza premessa agli Scritti vari ined. di G. L. dalle
carte napoletane, Firenze, Le Monnier, Dialogo della natura e dell’uomo,
sul proposito di quella parlata della natura, all’uomo, che Volney le
mette in bocca nelle Ruines sulla fine, o vero nel Catéchisme » dialogo,
che si trova nelle Operette col titolo di Dialogo della Natura e di
un'Anima) il quale, dunque, al tempo di quell’appunto non era scritto.
Pure nello stesso foglietto, segue un « TrattateUo degli errori popolari
degli antichi Greci e Romani » (che non può essere la stessa cosa
del Saggio), e quindi subito dopo: « Comento e ri¬ flessioni sopra
diversi luoghi di diversi autori, sull’andare di quelle ch’io fo in un
capitolo del F. Ottonieri»; ossia nel penultimo capitolo dei Detti
memorabili, che è delle ultime operette del '24. Ora, se questi appunti
sono per¬ tanto da ascrivere ad epoca posteriore a tale data, in
qual modo spiegarsi che del suo Dialogo della Natura e di un’Anima
l’autore parlasse come di opera da com¬ porre ? O egli non aveva neppur
composti i Detti me¬ morabili, e si riferiva ai materiali che vi avrebbe
messi a profitto, e che già, come vedremo, possedeva ? Comunque,
in altra serie di appunti, relativi, come par probabile, a dialoghi
tuttavia da scrivere, e tutti segnati nel medesimo foglietto,
s’incontrano, tra gli altri, i seguenti argomenti: Salto di Leucade)
Egesia pisitanato) Natura ed Anima) Tasso e Genio) Galan¬ tuomo e
mondo) Il sole e l’ora prima, o Copernico. Ed ecco, da capo, il Dialogo
della Natura e di un’Anima, ma ac¬ canto a un altro dialogo. Galantuomo e
mondo, che l’autore abbozzò nel 1822, per tornarvi sopra nel '24, senza
con¬ durlo tuttavia a termine e la sua prima idea pertanto deve
risalire. E secondo lo stesso docu¬ mento, contemporanei sono i disegni
primitivi di altre [Vedi abbozzo negli Scritti vari, Il foglietto
relativo, riscontrato per me dall’amico prof. V. Spampanato, è nelle
Carte leo¬ pardiane della Bibl. Nazionale di Napoli, nel pacchetto X,
fase. 12. io8 quattro operette, due del '24 e due del '27.
Giacché, oltre il Dialogo del Tasso e del suo Genio e il Copernico,
qui son pure facilmente ravvisabili in Egesia pisitanato la prima idea
del Dialogo di Plotino e di Porfirio > ; e nel Salto di Leucade quella
del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez e in Misénore e
Filénore quella del Dialogo di Timandro e Eleandro 3. E il
documento certamente dimostra che del Plotino e del Copernico,
scritti entrambi, come s’ è veduto, nel '27, non solo il concetto, ma
anche la forma in cui il concetto si ])re- sentò alla mente del Leopardi,
non è posteriore alle Operette. E c’ è altro. Stando alla
cronologia dataci dai docu¬ menti, r Ottonieri fu composto nell’ultimo
mese d’estate del 1824; ma un’anahsi molto accurata dei singoli
Detti, riscontrati coi Pensieri di varia filosofia e di bella
lette¬ ratura, ha dimostrato, in modo incontestabile, che in questo
scritto « liberamente il Leopardi raccolse dal suo Zibaldone gh appunti
più singolari e umoristici; certo intendendo a una vaga e libera
somiglianza e rispecchiamento delle proprie opinioni, ma più col fine di
pubblicare qualche parte del materiale accumulato giorno per giorno».
Sicché s’è creduto poter conchiudere che nell’ Ottonieri al
Leopardi « venne fatto un centone, non un’operetta come le altre
organicamente intessuta » 4. Scegliamo infatti un paio d’esempi, tra i
tanti che si potrebbero riferire. Nel cap. Ili dell’ Ottonieri si legge
: > Egesia infatti è ricordato nel Plotino. Cfr. quel che dice
di questo Salto il Colombo e Pensieri. Questo dialogo infatti originariamente recava
il titolo di Dia¬ logo di Filénore e di Misénore. Luiso, Sui
Pensieri di L., nella Rassegna Nazionale. Dice che la negligenza e
l’inconsideratezza sono causa di commettere infinite cose crudeli o
malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagità o crudeltà; come, a
cagione di esempio, in uno che trattenendosi fuori di casa in qualche suo
passatempo, lascia i servi in luogo scoperto infracidare alla pioggia;
non per animo duro e spietato, ma non pensandovi, o non misurando
colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini l’incon¬
sideratezza sia molto più comune della malvagità, della inu¬ manità e
simili; e da quella abbia origine un numero assai mag¬ giore di cattive
opere; e che una grandissima parte delle azioni e dei portamenti degli
uomini che si attribuiscono a qualche pessima qualità morale, non sieno
veramente altro che incon¬ siderati. Idee che fin dall’ ii
settembre 1820 il Leopardi aveva sbozzate nello Zibaldone dei suoi
Pensieri, scrivendo: La negligenza e l’irriflessione spessissimo ha
l’apparenza e produce gh effetti della malvagità e brutaUtà. E merita di
esser considerata come una delle principali cagioni della tristizia
degli uomini e delle azioni. Passeggiando con un amico assai
filosofo c sensibile, vedemmo un giovinastro che con un gros.so
bastone, passando, sbadatamente e come per giuoco, menò un buon
colpo a un povero cane che se ne stava pe’ fatti suoi senza
infastidir nessuno. E parve segno all’amico di pessimo carattere in
quel giovane. A me parve segno di brutale irriflessione. Questa
molte volte c’induce a far cose dannosissime e penosissime altrui, senza
che ce ne accorgiamo (parlo anche della vita più ordinaria e giornaliera,
come di un padrone che per trascuraggine lasci pe¬ nare il suo servitore
alla pioggia ecc.), e avvedutici, ce ne duole; molte altre volte, come
nel caso detto di sopra, sappiamo bene quello che facciamo, ma non ci
curiamo di considerarlo e lo fac¬ ciamo cosi alla buona; considerandolo
bene, noi non lo faremmo. Così la trascuranza prende tutto l’aspetto e
produce lo stessis¬ simo effetto della malvagità e crudeltà, non ostante
che ogni volta che tu rifletti, fossi molto alieno dalla volontà di
produrre quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non abbia
che fare col tuo carattere Pensieri di varia filosofia e di bella
letteratura, no Voltando appena pagina, nell’ Ottonieri si torna a
leggere; Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi
siamo inclinati e soliti a presupporre, in quelli coi quali ci avviene
di conversare, molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri
pregi veri, o che noi c’ immaginiamo, e per conoscere la bellezza o
qualunque altra virtù d’ogni nostro detto o fatto; come ancora molta
profondità, ed un abito grande di meditare, e molta me¬ moria, per
considerare esse virtù ed essi pregi, e tenerli poi sem¬ pre a mente:
eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o non iscopriamo in coloro
queste tali parti, o non confessiamo tra noi di scoprirvele.
E anche questo pensiero, quantunque in forma com¬ pendiata a mo’ di
appunto, era già nello Zibaldone; Noi supponiamo sempre negli altri
una grande e straordi¬ naria penetrazione per rilevare i nostri pregi,
veri o immaginari che sieno, e profondità di riflessione per
considerarli, quando anche ricusiamo di riconoscere in loro queste
qualità rispetto a qualunque altra cosa. E il numero di
simili riscontri è tale che pochi sono i luoghi dell’ Ottonieri di cui
non si trovi la prima prova nei Pensieri degh anni anteriori. Non sarà
dunque da dire che nel ’24 l’autore abbia dato soltanto la forma
defini¬ tiva a questa operetta, facendone, come ad altri è sem¬
brato, un centone di sue osservazioni di tre e quattro anni prima ?
Né la domanda vale unicamente per l’ Ottonieri. Anche del Parini è
stato notato che la sostanza è già nei Pensieri [ b Caratteristico
questo luogo del cap. IX, dove l’autore fa dire al Parini; Come
città piccole mancano per lo più di mezzi e di sussidi onde altri venga
all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e * V. tra gli altri
B. Zumbini, Studi sul L., Firenze, Barbèra, 1902- 04, II, 42; e Losacco,
in Giorn. stor. letter. Hai., come tutto il raro e il pregevole concorre e si
aduna nelle città grandi; perciò le piccole.... sogliono tenere tanto
basso conto, non solo della dottrina e della sapienza, ma della stes.sa
fama che alcuno si ha procacciata con questi mezzi, che l’una e
l'altre in quei luoghi non sono pur materia d’invidia. E se per
caso qualche persona riguardevole o anche straordinaria d’ingegno e
di studi, si trova abitare in luogo piccolo. Tesservi al tutto unica, non
tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo, che spesse volte,
quando anche famosa al di fuori, ella è, nella consuetudine di quegli
uomini, la più negletta e oscura persona del luogo.... E tanto egli è
lungi da potere essere onorato in simili luoghi, che bene spesso egli vi
è riputato maggiore che non è in fatti, né perciò tenuto in alcuna stima.
Al tempo che, giovanetto, io mi riduceva talvolta nel mio piccolo
Bosisio; conosciutosi per la terra eh’ io soleva attendere agli studi, e
mi esercitava alcun poco nello scrivere; i terrazzani mi riputavano
poeta, filosofo, fisico, matematico, medico, legista, teologo, e perito
di tutte le lingue del mondo; e m’interrogavano, senza fare una
menoma differenza, sopra qualunque punto di qual si sia disciplina o
fa¬ vella intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per
questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi credevano minore
assai di tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma se io li lasciava
venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure un poco meno smisurata
che essi non pensavano, io scadeva ancora moltissimo nel loro concetto, e
all’ultimo si persuadevano che essa mia dottrina non si stendesse niente
più che la loro. Mirabile pagina, piena di verità. Ma essa trae
origine da riflessioni jiersonali e autobiografiche già dal
Leopardi segnate sulla carta fin dall’ottobre 1820;
Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di un pregio, se
ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno
maggiore assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà
infinitamente minor del giusto, sicché relativamente considereranno quel
tal pregio come molto minore. Nella mia patria, dove sapevano eh’ io ero
dedito agli studi, credevano eh’ io possedessi tutte le lingue e
m’interrogavano indifferentemente sopra qualunque di esse. Mi stimavano
poeta, rettorico, fisico, matematico, politico, medico, teologo ecc.,
insomma enciclopedicissimo. E non perciò mi credevano una gran cosa, e
per T ignoranza, non sapendo che cosa sia un letterato. non mi credevano
paragonabile ai letterati forestieri, malgrado la detta opinione che
avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo lodarmi, un giorno mi disse: A
voi non disconverrebbe di vivere qualche tempo in una buona città, perché
quasi quasi possiamo dire che siate un letterato. Ma, s’ io mostravo che
le mie cognizioni fossero un poco minori ch’essi non credevano, la loro
stima scemava ancora e non poco, e finalmente io passavo per uno
del loro grado Né soltanto la cronologia diventa un problema
di difficile soluzione, una volta sulla via di siffatti riscontri.
I quali però non sono possibili se non dove si consideri ciascun elemento
del pensiero del Leopardi astratto dalla forma che esso ha nelle Of
erette. Che se si guarda a questa, è facile scorgere, per esempio, la
superficialità del giudizio, che abbiamo ricordato, per cui l ’Ottonieri
non sarebbe nient’altro che un centone di luoghi dello Zibaldme. E si
badi, d’altra parte, a non prendere né anche questa forma in astratto,
quasi la forma speciale del tale passo delle Operette, il quale abbia un
antecedente più o meno prossimo nello Zibaldone (quantunque, pur
così intesa, essa sia sempre nei due casi profondamente diversa). Anche
questa è una forma astratta; perché la vera forma assunta in concreto da
ciascuna parte di un’opera è quella tal forma soltanto in relazione
con tutta l’opera, in conseguenza del motivo fondamentale, ossia di
quel certo atteggiamento spirituale, in cui l’autore si trovò
componendola. Sicché un centone si può certamente trovare anche in un’opera che
abbia una salda e vivente unità organica, ma solo pel fatto che si
pre¬ scinda da questa unità, e si cominci a indagarne il con¬
tenuto, decomposto meccanicamente nelle singole parti, Pensieri, dalla cui
somma a chi se ne lasci sfuggire lo spirito pare che l’opera risulti. Che
è quello che è stato fatto per le prose leopardiane da tutti i critici
che se ne sono oc¬ cupati, ora considerando e giudicando le singole
operette ad una ad una, ora sminuzzando Cuna o l’altra di esse in
una serie di frammenti facilmente rintracciabili in altri scritti, in
verso e in prosa, dello stesso L. (dando l’idea d’un Leopardi che ripeta
inutilmente se stesso), o in precedenti scrittori, massime francesi
del secolo XVIII (in confronto dei quali poi tutta l’origina¬ lità
dello scrittore svanirebbe). Il maggior critico che il L. abbia avuto, il
De Sanctis; se ha sdegnato ogni ricerca analitica e mortificante di fonti
e confronti, fermo nella dottrina, che è sua gloria, dell’
inseparabilità del contenuto dalla forma nell’opera d’arte, e perciò
della necessità di cercare il valore e la vita di quest’opera
nell’accento personale, nell’ impronta propria, onde ogni vero artista
trasfigura la sua materia; non s’è guardato tuttavia né pur lui, di
cercare la vita nelle parti, la cui serie forma il contenuto del libro,
anzi che nel tutto, nell unità, dove soltanto può essere l’anima e
l’origina¬ lità dello scrittore. E ha creduto di poter cercare, per
così dire, un Leopardi in ciascuna delle operette, presa a sé, invece di
cercare il Leopardi di tutte le operette, che sono un’opera sola.
In primo luogo, sta di fatto che, ad eccezione del Venditore di
almanacchi e del Tristano, con cui nel '32 l’autore volle tornare a
suggellare il pensiero delle Ope¬ rette, tutte le altre pullularono
dall’animo del Leopardi nello stesso tempo, da un medesimo germe d’idee e
di sentimenti, da una stessa vita. Abbiamo visto che il Copernico e
il Plotino erano già in mente al poeta quand’ei vagheggiava il suo Tasso,
il Colombo e fin lo stesso Ti- mandro; e meditava insomma quegli stessi
pensieri, che presero corpo nelle Operette del '24; con le quah
infatti, poiché nel '27 l’ebbe scritte, l’autore sentì che dovevano
accompagnarsi. 11 all’amico De Sinner, che gh chiedeva scritti inediti da
potersi pubblicare a Parigi, scriveva : « Ho bensì due dialoghi da essere
aggiunti alle Operette, l’uno di Plotino e Porfirio sopra il
suicidio, l’altro di Copernico sopra la nullità del genere umano.
Di queste due prose voi siete il padrone di chsporre a vostro piacere:
solo bisogna eh’ io abbia il tempo di farle copiare, e di rivedere la
copia. Esse non potrebbero facilmente pubbhcarsi in Italia » '. Ma
avvertiva subito, che da soU questi dialoghi non potevano andare; e
tornava a scrivere al De Sinner: «Dubito che le mie due prose inedite
abbiano un interesse sufficiente per comparir separate dal corpo delle
Operette morali, al quale erano destinate»*. Quanto al Frammento
apocrifo di Stratone da Lampsaco, esso è del ’25; cioè immediatamente
posteriore alle altre prose compagne; anteriore ad ogni tentativo fatto
dall’autore per pubbli¬ care le Operette. Alle quali, nelle edizioni
parziali e totali fattene a Firenze e a Milano, era ovvio che l’autore
non potesse pensare ad includerlo a causa del crudo mate¬ rialismo
che vi è professato, c che le Censure non avreb¬ bero lasciato
passare. Ma, lasciando per ora da parte queste cinque ope¬
rette [Stratone, Copernico, Plotino, Venditore d’almanacchi e Tristano)
che vennero successivamente ad aggiungersi alle prime venti, è certo che
queste venti, composte tutte di seguito in un anno di lavoro felice,
furono dall’autore scritte e considerate come parti d’un solo tutto. E
quando ebbe in ordine il suo manoscritto completo, escluse che le singole
operette potessero venire in luce alla spic¬ ciolata. Nel novembre del
’25 sperò poterle pubblicare Epistolario, Firenze, Le Monnier, *
Epistolario, nella raccolta delle sue Opere, che un editore amico vo¬
leva fare allora in Bologna; e, andato a monte quel di¬ segno, fece assegnamento
sugli aiuti efficaci del Giordani, al quale consegnò il manoscritto
affinché gli trovasse un editore: con tanto desiderio di vedere stampata
la sua opera, che scrive impaziente a Papadopoli : « I miei
Dialoghi si stamperanno presto, perché se Giordani, che ha il manoscritto
a Firenze, non ci pensa punto, come credo, io me lo farò rendere, e
lo manderò a Milano » >. Ma da Firenze scrivevagh il Vieus- seux
il 1° marzo : « Giordani, usando della facoltà lasciatagli, mi passò il bel
manoscritto che gli avevate confidato, dal quale abbiamo estratto alcuni
dialoghi, che troverete riferiti nel n. 61 dell’Antologia, ora pubbhcato,
eh’ io ho il piacere di mandarvi. Graditelo come un pegno del mio
fervido desiderio di vedere il mio giornale spesso fregiato del vostro
nome; e più del nome ancora, dei vostri eccel¬ lenti scritti. Sento che
queste Operette morali verranno probabilmente pubbhcate costà, e ne godo
assai pel pubblico, e per voi, tanto più che sembrano meglio fatte
per comparire riunite in una raccolta, che spartite in un giornale » ».
Quella prima pubblicazione, dunque, non fu altro che un saggio. Del quale
il 5 lugho il Leopardi scri¬ veva all’amico Puccinotti: «I miei Dialoghi
stampati ntW Antologia non avevano ad essere altro che un saggio, e
però furono così pochi e brevi ». E soggiungeva 1 « La scelta fu fatta dal
Giordani, che senza mia saputa mise l’ultimo per primo » 3 ; affermando
così che tra i dialoghi c’era un ordine, e ciascuno doveva tenere il suo
posto. Proponendo pertanto la stampa dell’opera intera al¬
l’editore Stella di Milano, gli scriveva: « Ha ella veduto [Lett. del 9
nov. al fratello Carlo, in Epist., II, 47. » Nell' Epist. del L.
3 Epist., II, 142-43. il numero 6i dell’ An tologia, gennaio 1826 ?
E pene¬ trato, ed ha avuto corso in cotesti Stati ? Vi ha ella ve¬
duto il Saggio delle mie Operette morali ? Le parlai già. in Milano di
questo mio mano¬ scritto. Ne abbiamo pubblicato questo saggio in
Firenze per provare se il manoscritto passerebbe in Lombardia.
Giudica ella che faccia a proposito per lei ?... Tutte le altre operette
sono del genere del Saggio, se non che ve ne ha parecchie di un tono più
piacevole. Del resto, in quel manoscritto consiste, si può dire, il
frutto della mia vita finora passata, e io 1’ ho più caro de’ miei occhi
» '. Questa lettera è del 12 marzo ’26. 11 22 di quel mese lo Stella
rispondeva : « Ho letto il Saggio ; ed ella ha ben ragione d’amar cotanto
quel suo manoscritto ». 11 fascicolo dell’Antologia era stato ammesso
dalla Censura, ma l’editore non credeva di poterne tuttavia sperare
altresì l’approvazione per la stampa Avrebbe provato: intanto gli facesse
sapere la mole del manoscritto. E il Leopardi subito a riscrivergli, il
26 : « Confesso che mi sento molto lusingato e superbo del voto
favorevole che ella accorda alle predilette mie Operette morali. 11 manoscritto
è di 311 pagine, precisamente della forma del ms. d’Isocrate che le ho
spedito, scrittura egualmente fitta di mio carattere. Sarei ben contento
se ella volesse e potesse esserne l’editore.... La prego a darmi una
ri¬ sposta concreta in questo proposito tosto ch’ella potrà » i. Lo
Stella, per saggiare le disposizioni della Censura milanese, chiese licenza di
ristampare nel suo Nuovo Ri¬ coglitore i dialoghi usciti nell’ A ntologia
; « de’ quali », scriveva all’autore il 1° aprile, « poi formerò un
opuscolo a parte che mi farà strada a pubblicar tutte queste, da 0
. c., Lei chiamate Operette, che lo saranno per la mole, non pel pregio
certamente » «. Perciò il 7 il L. affret- tavasi a mandargli la nota dei
molti errori incorsi nella stampa fiorentina, insistendo nel desiderio
che lo Stella assumesse Tedizione del libro intero ; che il 26 si
disponeva a inviargli : « Debbo però pregarla caldamente di una
cosa. Mi dicono che costì la Censura non restituisce i manoscritti che
non passano. Mi contenterei assai più di perder la testa che questo
manoscritto, e però la sup¬ plico a non avventurarlo formalmente alla
Censura senza una assoluta certezza, o che esso sia per passare, o
che sarà restituito in ogni caso » ^ E il prezioso manoscritto
partì infatti sulla fine del mese per Milano 3, e lo Stella j)oté informare l’autore d’averlo ricevuto. poi
gli scriveva; « Nei brevi ritagli di tempo che mi restano, vo leggendo le
Operette sue morali, le quali quanto mi allettano.... altrettanto temo
che trovar deb¬ bono degli ostacoli per la Censura. Forse il rimedio
potrebbe esser quello di darle prima nel Ricoglitore, per poi stamparle a
parte, e in fine fare una nuova edizione di tutte in piccola forma » 4.
Ancora uno smembramento delle care Operette ? La proposta ferì al vivo
l’animo del Leopardi, che, a volta di corriere, il 31 rispose: «Se
a far passare costì le Operette morali non v’ è altro mezzo che
stamparle nel Ricoglitore, assolutamente e istante- mente la prego ad
aver la bontà di rimandarmi il mano¬ scritto al più presto possibile. O
potrò pubblicarle altrove, o preferisco di tenerle sempre inedite al
dispiacer di vedere un’opera che mi costa fatiche infinite, pubbli¬
cata a brani.... » 5. Furono infatti pubblicate in volume
l’anno seguente, come l’autore ardentemente desiderava, conscio
dell’organicità del corpo di tutte le venti ope¬ rette, nate come venti
capitoli di un’opera sola. All’unità della quale ei certamente mirò
nell’ordina¬ mento definitivo che fece delle singole parti, quando
le ebbe condotte a termine tutte. Abbiamo veduto come tenesse a
rilevare e attribuire al Giordani l’inversione avvenuta nei tre dialoghi
ceduti dlVAntologia. Il Ti- mandro doveva essere l’ultimo, egli avA^erte.
Infatti era stato scritto dopo il Tasso-, ma era stato pure scritto
prima del Colombo. Anzi nell’ordine cronologico • era quattordicesimo,
sui venti del 1824: ma evidentemente fin da principio era destinato al
ventesimo o, comunque, ultimo posto, che tenne nella edizione milanese
del '27. È invero un’apologià del libro; e l’apologià non poteva
essere se non la conclusione e il giudizio, che, nell’atto di Ucenziare
il libro, l’autore voleva se ne facesse. Ma, nel passaggio dall’ordine
cronologico a quello ideale che il Leopardi ebbe da ultimo ragione di
preferire, non sol¬ tanto il Timandro venne spostato. Infatti tra il
Dialogo di un Fisico e di un Metafisico e il Dialogo della Natura e
di un Islandese, scritti successivamente, con un solo giorno di riposo
tra l’uno e l’altro, parve opportuno frammettere il Dialogo di Torquato
Tasso e del suo Genio familiare, a cui il Leopardi pose mano appena
finito quello della Natura e di tm Islandese. È ovvio che senza una
ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato; ed è ovvio Mtresì che la
ragione non potrà consistere se non negli scambievoh rapporti da cui
questi dialoghi eran legati, agli occhi di chi li scrisse. Va da sé poi
che i vari scritti devono per lo più esser nati già con questi rap¬
porti, l’un dopo l’altro, secondo che il pensiero germoghava via via nella sua
spontaneità organica; ma dove Cfr. sopra, p. io6, n. i. una ripresa
di idee già non sufficientemente svolte, e il risorgere di un’
ispirazione che era parsa esaurita, traeva l’autore a tornéire su se
stesso, è pur naturale che l’ordine cronologico non corrispondesse più
allo svolgimento e alla coerenza del pensiero. Così il Tasso, scritto
appena levata la mano dall’ Islandese, nasce come un anello che
salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico; e se l’autore
scrive il Timandro, bisogna pensare che, saldato così l’ Islandese agli
ante¬ cedenti dell’opera, egli dovè per un momento credere esaurito
il suo tema; credere perciò di potersi arrestare a quella fiera
rappresentazione finale AtW Islandese: e quindi volgersi indietro a
giudicare e difendere il libro. Passarono infatti dodici giorni senza che
si sentisse riattirato verso il suo lavoro, ripreso il 6 luglio col
Panni, e condotto innanzi a sbalzi fino alla fine dell’anno, quando
fu compiuto il Cantico del Gallo silvestre ; altre sei operette in tutto,
che s’ è condotti a pensare formino un gruppo distinto, nato da questo
risorgimento, seguito al Ti¬ mandro, del motivo ispiratore delle
operette. III. Ma tutto ciò, si può dire, non prova
nulla per l’or¬ ganismo e unità dell’opera leopardiana, se questa unità
non si trova effettivamente nel suo intimo. Ed è vero. Com’ è pur vero
che quando tale unità fosse messa bene in luce con lo studio interno del
hbro, potrebbe anche apparire inutile tutto questo preambolo, indirizzato
ad argomentare che l’unità ci doveva essere. Ma è infine non meno
vero che non si trova quel che non si cerca; e che l’unità delle Operette
leopardiane, ritenute general¬ mente una semplice raccolta, aumentabile
(con la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto, come
tutti fanno), o riducibile (come pure han creduto gli autori delle varie
scelte di prose leopardiane) non si è mai indagata, perché si sono
ignorati o trascurati tutti questi indizi di un disegno, che lo stesso
autore ritenne essenziale. Intanto, lo spostamento osservato
del Timandro epilogo, in origine, delle Operette, ci ha condotto a
scor¬ gere un gruppo, che non è forse il solo tra questi singoli
scritti, così come vennero quasi rampollando Tuno dall’altro. Sottraendo, oltre
il Timandro, destinato ad epi¬ logo, la Storia del genere umano, che,
])er il suo distacco formale dal resto dell’opera (è la sola infatti che
abbia la forma di un mito), e la sua rajipresentazione complessiva, in
iscorcio, di tutto il destino del genere umano a parte a parte ritratto
poscia nelle varie prose, si può a ragione considerare come un prologo;
le diciotto operette intermedie, formanti il corpo del libro, si distribuiscono
naturalmente in tre gruppi, di sei ciascuno, come tre ritmi attraverso i
quali passa l’animo del Leopardi. Innanzi al terzo, nato, come s’ è
veduto, da una ripresa dell’ ispirazione originaria, si spiega il
secondo, che comincia col Dialogo della Natura e di un’Anima e si compie,
(]uasi ritornando al suo principio, con l’altro Dialogo della Natura e di
un Islandese. Precede, e inizia la tri¬ logia, un primo grujipo, aperto
dal Dialogo d’Ercole e di Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in
cui all’eroe classico della potenza e della forza. Ercole, sot¬
tentra un eroe della potenza dello spirito immaginato dalle superstizioni
moderne, un mago, Malambruno, dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo.
Farfarello. Disposizione simmetrica, sulla quale non giova certo
insistere troppo, ma che non può apparire arbitraria o fortuita quando si
osservino gl’ intimi rapporti spirituali onde sono insieme congiunte e
connesse, in tale ordina¬ mento, le diverse operette.
Ascoltiamo dalle parole stesse del Leopardi la nota fondamentale di
ciascuna operetta; e vediamo se le varie note degli scritti appartenenti
a ciascun gruppo non for¬ niino per avventura un solo ritmo. Cominciamo
dal primo gruppo. Ercole va a trovare Atlante per addossarsi
qualche Qja il peso della Terra, come aveva fatto già parecchi
secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e si riposi un poco. j(a la Terra
da allora è diventata leggerissima; e quando Ercole se la reca sulla
mano, scopre un’altra novità più nieravigliosa. L’altra volta che l’aveva
portata, gli « bat¬ teva forte sul dosso, come fa il cuore degh animali;
e metteva un rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto
al battere, si rassomiglia a un orinolo che abbia rotta la molla »; e
quanto al ronzare, Ercole non vi ode uno zitto. E già gran tempo, dice
Atlante, « che il mondo finì di fare ogni moto o ogni romore
sensibile; e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse
morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e
pensava come e in che luogo lo potessi sep¬ pellire, e l’epitaffio che
gli dovessi porre ». È lo stesso grido, come si vede, de La sera del dì
di festa'. Kcco è fuggito 11 dì festivo, ed al festivo
il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano
accidente. Or dov’ è il suono Di quei popoli antichi ? Or dov’ è il
grido De’ nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e
l’armi, e il fragorio Che n’andò per la terra e l’oceano ?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa li mondo, e più di lor non si
ragiona. Perché questo silenzio e questa morte ? Ecco che la
Moda, sorella germana della Morte, vien a dirlo essa questo perché alla
Morte stessa: poiché i soh frivoli e accidiosi costumi dei nuovi tempi
possono spiegare i « lacci dell’antico sopor » che, pel Poeta, non
stringono soltanto «l’itale menti»; i costumi «di questo secol
morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio », e pgj. cui il Poeta
domandava agli eroi già dimenticati e ri¬ scoperti dai filologi, « se in
tutto non siam periti » t La Moda spiega infatti aUa Morte: «A poco per
volta ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in
disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben
essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabih che
abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho
messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa,
così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta che viva; tanto
che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della
morte ». Morti gli uomini, spenta la forza dei corpi, infranto
il vigore degli animi. In compenso, si fabbricano mac¬ chine, e H secol
morto può dirsi «l’età delle macchine». L’Accademia dei SUlografi ne fa
la satira nel suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione di tre
macchine, che restituiscano al mondo quel che agli occhi del Poeta
costituisce il pregio maggiore della vita, anzi la vita stessa, quale fu
una volta: ramicizia, lo spirito delle opere virtuose e magnanime, e la donna:
quella donna, che fu r ideale degli spiriti gentili, e fu pur ora cantata
come la « sua donna » da esso il Leopardi : Forse tu
l’innocente Secol beasti che dall’oro ha nome. Or leve
intra la gente Anima voli ? o te la sorte avara Ch’a
noi t’asconde, agli avvenir prepara ? Viva mirarti ornai Nulla
spene m’avanza 3 . ' Sopra il monumento di Dante (rSrS), vv.
3-4. » Ad Angelo Mai 3 Alla sua donna. fbbene, una
macchina ne adempia gli uffici, essendo «espedientissimo che gh uomini si
rimuovano dai negozi jjeUa vita il più che si possa, e che a poco a poco
diano luogo, sottentrando le macchine in loro scambio ». Questa I
la morte dell’uomo ; la morte dell’amicizia e dell’amore, la morte degh
ideali che già fecero virtuoso e magna¬ nimo l’uomo antico, finito con
Bruto minore; il quale non può sopravvivere alla maledizione scaghata
alla stolta virtù, che ei respinge da sé nelle cave nebbie e nei
campi dell’ inquiete larve. Onde se un romano, e 5Ìa Catihna, può
credere, secondo Sallustio, d’infiam¬ mare i soci alla battaglia,
parlando ad essi non solo delle ricchezze, ma dell’onore, della gloria,
della libertà, della patria, affidate alle loro destre, un moderno
lettore d’uma¬ nità non può senza peccato d’ipocrisia vedere nel
testo di Sallustio quella gradazione ascendente che il luogo, a
norma di rettorica, richiederebbe. La patria ? Non si trova più se non
nel vocabolario. La libertà ? Guai a proferir questo nome. Di essa, dice
il Leopardi, che ne sa anche lui qualche cosa « non si ha da far conto
». La gloria ? Piacerebbe, se non costasse incomodo e fatica.
Insomma, la ricchezza è il solo vero bene: è quella cosa «che gh uomini
per ottenerla sono pronti a dare in ogni occasione la patria, la hbertà,
la gloria, l’onore ». Sicché il testo è da restituire, per travestirlo
alla moderna, fa¬ cendo dire a Catilina: Et quum proelinm inibitis,
memi- neritis, vos gloriam, decus, divitias, fraeterea spectacula,
epulas, scorta, animam denique vestram in dextris vestris portare.
Animam vestram, la vita: quella vita, che non hanno ! Quella \dta,
che Sabazio, l’eterno Dioniso, dio della vita [Ancona, nel Fanfulla
della domenica del 29 novembre *895: G. Carducci, Degli spiriti e delle
forme nella poesia di G. L., Bologna, Zanichelli, 1898, pp.
207-08. e della morte, è in sospetto anche lui sia cessata da un
pezzo in qua; e però manda su dalle viscere della terra uno spiritello,
uno Gnomo, ad accertarsene. E uno spi rito dell’aria, un Folletto, può
dirgli infatti che «gjj uomini sono tutti morti e la razza è perduta ».
Mancati tutti: «parte guerreggiando tra loro, parte navigando parte
mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi nori pochi di propria mano,
parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri,
parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine, studiando
tutte le vie di far contro la propria natura » ; studiandole tutte
con queir « irrequieto ingegno, demenza maggiore » che « (juel-
l’antico error », di cui « grido antico ragiona », onde fu negletta la
mano dell’altrice natura, come il Leopardi aveva appreso dal
Rousseau. Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi
regni Della saggia natura ! Morto l’uomo; e «le altre cose.... ancora
durano e procedono come prima ». E l’uomo che presumeva il mondo
tutto fatto e mantenuto per lui solo ! Il Folletto invece crede fosse
fatto e mantenuto per i folletti; come lo Gnomo per gli gnomi ! La vanità
umana pareggia essa la nullità dell’uomo. Ecco, gli uomini « sono tutti
spariti, la terra non sente che le manchi nuUa, e i fiumi non sono
stanchi di correre.... e le stelle e i pianeti non mancano di nascere e
di tramontare... ». La saggia, l’altrice natura non si commuove allo
sterminio di sé a cui l'uomo è tratto dal suo ardimento. Fu
certo, fu {né d’error vano e d’ombra L’aonio canto e della fama il
grido Pasce l’avida plebe) amica un tempo » Inno ai
Patriarchi. Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa
misera piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte
Onda rigasse intemerata il fianco Delle balze materne, o con le
greggi Mista la tigre ai consueti ovili Né guidasse per gioco i
lupi al fonte Il pastorei; ma di suo fato ignara E degli affanni
suoi, vota d'affanno Visse l’umana stirpe. Amica è la natura a chi sta
contento della vita spontanea e irrifiessa, qual’ è appunto la vita della
natura. Lo svegliarsi dell’ intelligenza (scellerato ardimento !) è
il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di
restaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia d’un
tempo! Faust lo sa* *; Malambruno che mvoca gli spiriti d’abisso, che
vengano con piena potestà di usare tutte le forze d’inferno in suo
servigio, lo riapprende da Farfarello, impotente a farlo felice un
momento di tempo. La felicità è la vita che si V’iva sentendo che mette
conto di viverla: è la vita col suo valore. E il Leopardi pare la intenda
come un diletto infinito ; il cui bisogno nasce dall’ infinito amore che
ogni uomo ha di se stesso, ma non può esser soddisfatto mai, perché
nessun diletto è infinito, nessun piacere tale che appaghi il nostro
desiderio naturale. Onde il vivere sen¬ tendo la vita è infelicità; e
questa non è interrotta se non dal sonno, o da uno sfinimento o altro che
sospenda l’uso dei sensi: non mai cessa mentre sentiamo la nostra
vita ; e se vivere è sentire, « assolutamente parlando », il non vivere è
meglio del vivere. La vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima
conclu- * Malambruno è Faust, non Manfredo, come mostra d'
intendere il Losacco, Leopardiana, in Giornale storico della letteratura
italiana, sione di quella premessa, che la felicità o valore della
vita consista nel diletto; il quale non può essere altro che limitato, e
quindi mai mero diletto, senza mistura di amarezza. Tale il
concetto del primo gruppo delle Operette, che pone l’animo del poeta in
faccia alla morte e al nulla: ossia al vuoto della vita, non più degna
d'esser vissuta: poiché degna sarebbe la vita inconscia, e la vita
dell’uomo è senso, coscienza. La vita nella felicità è la natura; e
l’uomo se ne dilunga ogni giorno più con la civiltà, con r irrequieto
ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma. Ed ecco il problema
e il tormento dell’anima del Leopardi: l’uomo in faccia alla natura. La
natura, che è quella del dialogo dello Gnomo e del Folletto; e
l’uomo, che è, non quella ciurmaglia già spenta, da cui lo Gnomo
avrebbe caro > che uno risuscitasse per sapere quello che egli
penserebbe della già sua vantata grandezza: è anzi quest’uno, Malambruno,
che pensa e vede tutti gli uo¬ mini morti e la natura viva, muta,
indifferente. Pro¬ blema affrontato nel Dialogo della Natura e di
un’Anima, il primo del nuovo gruppo, dove la natura dice all’anima,
dandole la vita: «Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e
chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice ».
Giacché, come poi le spiegherà, « nelle anime degli uomini, e
proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire
che l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza
delle I « Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia
risuscitas¬ sero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre
co.se, ben¬ ché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono
come prima, dove si credevano che tutto il mondo fosse fatto e
mantenuto per loro soli » (Operette morali, ed. Gentile, Zanichelli,
Bologna). jjiinie importa maggior sentimento dell’ infelicità
pro- ria; che è come se io dicessi maggiore infelicità»; e l’uomo «
ha maggior copia di vita, e maggior sentimento, che niun altro animale;
per essere di tutti i viventi il niù perfetto »; e però è il più
infelice. E il meglio è per l’anima spogliarsi della propria umanità, o
almeno delle (loti che possono nobilitarla, e farsi « conforme al
più stupido e insensato spirito umano » che la natura abbia jjjai
prodotto in alcun tempo. Di guisa che quella morte dell’umanità,
che nei dia¬ loghi del primo gruppo poteva parere una colpa dei degeneri
nepoti, ecco, apparisce il destino dell’uomo : la cui storia non può
avere altra conchiusione che la rinunzia alla propria umanità. La quale, dice
il poeta col suo amaro sorriso, scacciata dalla Terra, non si
rifugia e raccoglie nella Luna, come immaginò l’Ariosto di tutto
ciò che ciascun uomo va perdendo. La Luna, a cui la Terra, nel dialogo
che da esse s’intitola, ne domanda, non solo la convince che
l’immaginazione ariostesca è semplice immaginazione, ma in tutto il
dialogo dimostra che il linguaggio umano e relativo allo stato degli
uomini, che la Terra usa, non ha significato fuori di questa: e che
insomma non ha base in natura quello che gli uomini considerano pregio
della loro ^^ta, e che, non trovandolo fondato in natura, riconoscono
quindi mera illusione. Ma il concetto più direttamente è trattato
nella Scommessa di Prometeo: scommessa perduta con Momo (che è lo
stesso spirito satirico pessimista con cui
Leopardi guarda la \'ita nella sua vanità).'Perduta, perché
Prometeo deve confessare che alla prova il suo genere umano, che avrebbe
dovuto essere il più perfetto genere dell’universo, « la migliore opera
degl’ immortali », gli era fallito, dimostrandosi, dallo stato selvaggio
degli antro- pofagi a quello più incivilito dei suicidi per tedio
della vita, il più sciagurato e imperfetto. Prometeo paga la scommessa
senza volerne sapere più oltre, quando a Londra vede gran moltitudine
affollarsi innanzi a una porta ed entra, e scorge «sopra un letto un uomo
disteso su! pino, che aveva nella ritta una pistola; ferito nel
petto e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini, mede¬
simamente morti»: sciagurato padre, che per dispera- zione ha ucciso
prima i figliuoli e poi se stesso: (juan- tunque fosse ricchissimo, e
stimato, e non curante di amore, e favorito in corte: ma caduto in
disperazione «per tedio della vita, secondo che ha lasciato scritto. Il
tedio della vita ! Ecco la scoperta che si è fatta andando in cerca di
quella felicità, di cui si pose il problema nel primo dialogo di questo secondo
gruppo. E i due seguenti dialoghi hanno questo argomento. Il
Dialogo di un Fisico e di un Metafisico dimostra la vita non essere bene
da se medesima, e non esser vero che ciascuno la desideri e l’ami
naturalmente: ma la desidera ed ama come « istrumento o subbietto » della
felicità, che è ciò che veramente vale. E questa, guardata più da
vicino, consistere nell’efficacia e copia delle sensazioni, nelle
affezioni e passioni e operazioni, e insomma, non nel puro essere, ma
nella sensazione dell’essere e nel far essere (come ben si può dire)
l’essere stesso. Non l’inerzia e la vuota durata, ma la mobilità, la
vivacità, il gran numero e la gagliardia delle impressioni, e cioè il
tempo pieno, questo è l’oggetto dei nostri desiderii: e la vita
degli uomini « fu sempre non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto
più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né
disagio ». La vita vacua, che è la vita «piena d’ozio e di tedio», è
morte; anzi peggio della morte, che è senza senso. Infine, dice lo
stesso Metafisico (che ha cominciato negando che la felicità sia
vivere), «la vita debb’esser viva»: cioè la vera felicita, in fondo, è sì
nella vita ; ma la vita (il Leopardi così sente) non è vita; è la morte;
quella morte di cui s’ è acquistata la certezza nelle operette del primo
gruppo; e che non è pura morte, ma la morte sentita; la morte nella
coscienza dell’uomo che non conosce altra realtà che l’eterna natura, di
là dall’opera sua, e non può sperare perciò di far nulla che abbia
valore. La morte è dolore perché è tedio: quel \moto dove dovrebbe essere
il pieno; la morte al posto della vita. E questo tedio è la
malattia, il segreto tormento del Tasso, che ne ragiona col suo Genio:
del Tasso già dal ’zo, quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai,
apparso al Leopardi come suo spirito gemello, al par di lui « mi¬
serando esemplo di sciagura » : O Torquato, o Torquato, a noi
l'eccelsa Tua niente allora, il pianto A te, non altro, preparava
il cielo. Oh misero Torquato ! il dolce canto Non valse a
consolarti o a sciorre il gelo Onde l’alma t’avean, ch’era sì
calda. Cinta l’odio e l’immondo Livor privato e de’
tiranni. .Amore, Amor, di nostra vita ultimo inganno.
T’abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e il mondo
Inabitata piaggia. Tasso medesimo, che non trova nel mondo altro
più che il nulla, e si rifugia nei sogni e nel vago inunaginare, dal
quale più duro bensì gli riesce il ritorno alla realtà; questo Torquato
parla nel Dialogo del Tasso e del suo Genio ', e non si lagna già del
dolore, ma della noia, che sola lo affligge e lo uccide. La quale gli
pare abbia la stessa natura dcU’aria: «riempie tutti gli spazi
interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna
di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gh sottentra, quivi ella
succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana
frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E
però. come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non
si dà vóto alcuno; così nella vita nostra non si dà vóto»; e poiché
piacere non si trova, la vita è composta parte di dolore parte di noia. E
la vita tutta uguale monotona del povero prigioniero — immagine d’ogni
uomo di fronte alla immutabile natura — si viene via via votando
cosi del piacere come del dolore, e riempiendo tutta della
tristezza soffocante del tedio. L’uomo prigioniero della natura
ritorna ncll’ultinio dialogo del gruppo, in cui si presenta da capo la
Natura a render conto di sé all’uomo: al povero Islandese, che la
vicn fuggendo per tutte le parti della terra, e se la vede sempre
innanzi, addosso, incubo schiacciante: e l’ha innanzi, prima di morire,
in effigie di donna, di forme smisurate, seduta in terra, col busto
ritto, ap¬ poggiato il dosso e il gomito a una montagna; viva, di
volto tra bello e terribile, occhi e capelli nerissimi, con 10
sguardo fisso e intento. Perché, le chiede il povero errante, tu sei «
carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così,
del tuo sangue e delle tue viscere », e « per niuna cagione, non lasci
mai d’incalzarci, finché ci opprimi ? Se io vi diletto o vi be¬ nedico,
io non lo so », risponde la Natura. La vita del¬ l’universo è un circolo
perpetuo di produzione e distru¬ zione. — Ma, riprende 1’ Islandese,
poiché chi è distrutto patisce, e chi distrugge sarà distrutto, « dimmi
quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con
morte di tutte le cose che lo compongono ? E prima di aver la risposta 1’
Islandese è mangiato dai leoni, già così rifiniti e maceri dall’
inedia, che con quel pasto si tennero in vita ancora per quel
giorno, e non più. Questa Natura, che non sa il bene e il male dell’uomo,
è la Natura che al principio ha detto aU’anima: — Sii grande, e infelice.
La vita infatti È infelicità, in quanto è noia; e noia è, perché
vuota; e non può non esser vuota, se l’uomo è di fronte a questa
Matura terribile nel cui perpetuo giro esso rientra, molecola ignorata, e senza
valore, non appena con la sua coscienza si stacchi dalle cose, e vi si
contrapponga. L’uomo dunque è veramente infelice, come s’è detto
nel primo dialogo, perché con la sua attività (che è l’anima, il sentire)
non ha posto nella natura, che è poi tutto. Perciò l’anima è vuota, e la
vita è tedio. V. E qui potè parere al Leopardi, come
osservammo, di aver esaurito il proprio tema; e, prevedendo le
facili critiche, che non sarebbero mancate al piccolo e doloroso
libro, ritenne opportuno difenderlo col Timandro. Ma poi considerò
che la sua dimostrazione non era veramente perfetta. Il dolce canto non
era valso a consolare Torquato; ma potrebbe dunque il canto consolare
Panimo addolorato ? Gino Capponi, l’amico del Tommaseo, che fu giudice sempre
acerbo e ingiusto al grande Recanatese b scrisse una volta. L.comincia
uno de’ suoi Dialoghi, inducendo la natura che scara¬ venta nel mondo
un’anima con queste parole: — Vi\d e sii grande ed infelice. — Io per me
credo proprio il rovescio, e che le anime nostre non sieno infelici se
non in quanto sono esse piccole.... £ cosa facile esser grandi
uomini, se basti a ciò essere infehci, ed L. insegnò a molti la via della
infelicità; ma non l’aveva imparata egh quando produsse quelle canzoni
per cui Acerbo e ingiusto anche nel giudizio, che pur contiene
sensazioni profonde di alcuni aspetti dell'arte leopardiana, raccolto nel
volume La donna, Milano, .Agnelli, Vedi i miei Albori della nuova
Italia, Lanciano, Carabba, -
Scritti ed. ed ined., Firenze, Barbèra,-- sta in alto il nome suo »>. E il
De Sanctis doveva osser\’are più tardi: «Quel suo nullismo nelle azioni e
nei lini della vita, che lo rendeva inetto al fare e al godere, era
riem¬ piuto dalla colta e acuta intelligenza e dalla ricca im¬
maginazione, che gli procuravano uno svago e gli fa, cevano materia di
diletto quello stesso soffrire. Egli aveva la forza di sottoporre il suo
stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo, e
fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche la
forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie, e
fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino il suicidio, e
appunto perché può trasferirlo nella sua anima di artista e immaginare
Bruto e Saffo, non c’è pericolo che voglia imitarli. Anzi, se ci sono
stati mo¬ menti di felicità, sono stati appunto questi. Chi più felice
del poeta o del filosofo nell’atto del lavoro ? » >. Ma né il Capponi,
né il De Sanctis avvertivano cosa sfuggita al Leopardi. È suo questo
pensiero vero e pro¬ fondo ; « L’uomo si disannoia per lo stesso
sentimento vivo della noia universale e necessaria ». E suo è
ciuesto altro che lo precede ; « Hanno questo di proprio le opere
di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nul¬ lità delle
cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire 1
inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più
terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche
in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e
sco¬ raggiamento della vita o nelle più acerbe e mortifere
disgrazie.... servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e
non trattando né rappresentando altro che la morte, gh rendono, almeno
momentaneamente, quella vita che aveva perduta » I Studio su L.. Napoli,
Morano, Pensieri. Cfr. lett. M avveggo ora bene che, spente che sieno le
passioni, non resta negli studi aura
Ebbene, sentire ripullular questa vita, che il razio¬ cinio aveva
dimostrata morta, era pur sentire il bisogno (ji riprendere la
dimostrazione. Il Leopardi non affronta nelle Operette, né in altro dei
suoi scritti, il problema di questa vita incoercibile che risorge dalla
sua più fiera negazione. Ma sente oscuramente questa diificoltà, non
superata nei primi due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto l’argomentare
della sua filosofia non genera la convin¬ zione che ne dovrebbe deri\
are: la convinzione che arma la mano di Bruto contro se stesso, e fa
gittare dalla mi¬ sera Saffo « il velo indegno », per rifuggirsi ignudo
animo a Dite, e così emendare il crudo fallo del destino. L’amor
della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima che le infinite
difficoltà e miserie, a cui vanno incontro i grandi, « sono ricompensate
abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi
egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricor¬
danza che essi lasciano di sé ai loro posteri ». Ebbene, questa
gloria, che già non arride all’anima, quando natura gliel’addita, questa
gloria abbelliva pure agli occhi del Leopardi questo mondo di morti, in
cui gli sembrava di vivere. Filippo Ottonieri, che è lui stesso,
potrà esser « vissuto ozioso e disutile, e morto senza fama », come dice
il suo epitaffio, ma sentiva bene d’esser « nato alle opere virtuose e
alla gloria ». Questa gloria, che è il premio della grandezza e la
sublime consolazione dei grandi infehci, che tanto più saran grandi
quanto più sentiranno la loro infehcità, e più quindi saranno
infelici, è la lode che nell’animo degli altri e pei secoli riecheggia la
lode stessa che il grande tributa egli alla loute e fondamento di
piacere che una vana curiosità, la soddisfazione della quale ha pur molta
forza di dilettare: cosa che per Taddietro, finché mi è rimasta nel cuore
l'ultima scintilla, io non potevo comprendere, Epist,,-- propria grandezza
nella coscienza felice del suo genio. La sua sostanza è veramente in
questa lode interna e soggettiva: la sua esteriorità è in quella eco che
si ripercuote lontano, e ferma, e pare consolidi il valore onde il genio
vede illuminata la propria opera. Leopardi, nudrito la mente dei concetti
classici e delle idee mate¬ rialistiche del sec. XVIII, cerca la realtà
di questa gloria, in cui lo spirito attinge la propria liberazione da
tutte le miserie, in quella eco esterna, in quel consenso che in
fatto altri verrà tributando alla nostra grandezza. E perciò si trova in
faccia al problema del valore tuttavia superstite della grandezza
spirituale, veduto in questa forma; l’anima grande e infelice è destinata
essa alla gloria ? o la speranza è fallace, come tutte quelle che
ei rimpiangerà dileguate nelle Ricordanze? ' Ed ecco il Farmi, che tante
difficoltà mostra opporsi all’acquisto di questa gloria, specialmente
nell’età moderna e nel mondo presente, da farla apparire mèta
inattingibile. Talché vien meno anche questa aspettazione, e al grande
non rimane che seguire il suo fato, dove che egli lo tragga, con animo
forte, adoprandosi nella virtù, perché la na¬ tura stessa lo fece nascere
alle lettere e alle dottrine. Dileguata quest’ultima consolazione,
la sola che si possa chiedere alla stessa eccellenza dell’animo,
quando altra realtà, e fonte eventuale di gioia, non si vegga da
quella che l’animo mira esterna a se stesso, qual porto rimane allo
stanco spirito umano ? Vivere infeUce ? Dovecanterà: O
speranze, speranze; ameni inganni Della mia prima età ! sempre,
parlando. Ritorno a voi; ché per andar di tempo. Per variar
d'alletti e di pensieri, Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo, Son
la gloria e l’onor; diletti e beni Mero desio; non ha la vita un
frutto. Inutile miseria. E sia; ma se non si può né anche
farsi un monumento della propria infelicità ? Sola nel mondo,
eterna, a cui si volve Ogni creata cosa. In te, morte, si
posa Nostra ignuda natura. Lieta no, ma sicura Dall'antico
dolor. La risposta viene dai morti, che si sveghano per un
quarto d’ora nello studio di Ruysch, e cantano, e descrivono questa loro
sicurezza dall’antico dolor, nella quale vivono immortah; senza speme, ma
non in desio, come le anime del limbo dantesco: Profonda
notte Nella confusa mente Il pensier grave oscura; Alla
speme, al desio, l’arido spirto Lena mancar si sente: Così
d’affanno e di temenza è sciolto, E l’età vote e lente Senza
tedio consuma. Vita vuota, dunque, anche quella: ma senza senti¬
mento. Vero porto, in cui il povero Islandese finalmente avrà pace, e in
cui si può giungere in un languore di sensi senza patimento, com’ è degli
ultimi istanti della vita, quando sopravvive solo un senso « non molto
dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del
sonno, nel tempo che si vengono addormentando ». Dolce morte hberatrice !
Ma prima che la morte ci abbia sciolti dal tedio ? — Filosofare, come
Filippo Ot- tonieri, il socratico, che « spesso, come Socrate,
s’intrat¬ teneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente
ora con uno ora con altro, e massime con alcuni suoi familiari, sopra
qualunque materia gli era sommini¬ strata dall’occasione ». E per tal
modo filosofava sempre. non per farne trattati (ché, al pari di Socrate,
non credeva giovasse mettere la filosofìa in iscritto e irrigidir]^ in
formule che non risponderanno piti ai mutevoli bisogni dell’animo), ma per
intendere senza pregiudizi e senza illusioni la vita, e adattarvisi da
saggio, tralasciando ogni vana querimonia: come aveva detto Spinoza:
non ridere, non liigere, neque detestari, sed intelligere. Questo r
ideale dell’ Ottonieri, che vivrà ozioso e disutile e morrà senza fama,
ma « non ignaro della natura né della fortuna sua »>. E con la sua
pacata magnanimità e la sua bonaria ironia rinnoverà l’immagine di
Socrate anche in questa modesta, anzi umile coscienza del sa¬ pere,
e quindi, per lui, del potere umano. L’ Ottonieri vuol essere quasi la
filosofia delle Operette fatta vita e persona. Ma, oltre la
filosofia, non v’ è altro rimedio alla noia ? Sì : c’ è la rupe di
Leucade. Ce lo insegna Colombo, in una bella notte vegliata sull’oceano
.stermi¬ nato e inesplorato col fido Gutierrez, confidando
all’amico che anche in lui vacilla la fede e che, in verità, « ha
posto la vita sua e de’ compagni sul fondamento d’una sem- phee
opinione speculativa » che può fallirgli. Ma, egli soggiunge, « quando
altro frutto non venga da questa navigazione, a me ]iare che ella ci sia
profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla
noia, ci fa cara la vita, ci fa prege\'oli molte cose che
altrimenti non avremmo in considerazione. Scrivono gli antichi,
come avrai letto o udito, che gli amanti infehei, gittan- dosi dal sasso
di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella marina, e
scampandone, restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione
amorosa. Io non so se egli si. debba credere che ottenessero questo
effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di
tempo, anco senza il favore di Apollo, avuta cara la vita, che prima
avevano in odio; o pure avuta più cara e più pregiata che innanzi.
Ciascuna pavigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla
fxipe di Leucade. E navigazione è ogni rischio della vita, ogni azione
eroica. O filosofare, dunque, come Ot- tonieri; o navigare come Colombo,
e far guerra al tedio, P riafferrarsi insomma alla vita, finché la morte
non ce ne liberi. E lo stesso giorno * che finiva di scrivere
il Dialogo a Colombo e Gutierrez
Leopardi, nel fervore dell’animo commosso da questa
coscienza del valore e quasi gusto della vita riconquistato mercé
l’attività, — di questa grandezza felice, — mette mano al bellissimo
Elogio degli uccelli: Urica stupenda, sgor- gatagU dal pieno petto, al
guizzo d’una immagine Ucta e ridente: di queste creature amiche delle
campagne verdi, delle vallette fertili e delle acque pure e
lucenti, del paese bello e dei soli splendidi, delle arie
cristalline e dolci e di tutto ciò che è ameno e leggiadro, e
rasserena e allegra gli animi; e che, col perpetuo movimento e col
canto che è un riso, sono simbolo di quella vita piena d’impressioni, che
non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. E ci fanno amar la natura, che
ebbe un pensiero d’amore, assegnando a un medesimo genere d’animali
il canto e il volo ; « in guisa che quelli che avevano a ri¬ creare
gU altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo alto ;
donde ella si spandesse all’ intorno per maggiore spazio, e pervenisse a
maggior numero di uditori ». Così viva è r intuizione della gioia gentile che
il poeta riceve da questa vaga immagine degU ucceUi, che è già
appagato il desiderio finale di questo Elogio: lo vorrei, per un poco di tempo,
essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia
della loro vita ». Non ha cantato qui anch’egU la gioia ? Cfr. Pens.
E un favoloso uccello, il Gallo
silvestre, di cui parlano alcuni scrittori ebrei, che sta sulla terra coi
piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, con un altro cantico
vi¬ brante gli dirà Tultima parola di questa filosofia della vita,
attenuando bensì il tono della lirica precedente, c smorzando
l'entusiasmo, al quale mai come in questo caso s’era abbandonata l’anima
del poeta; e additandogli anzi lontano il pauroso nulla di tutte le cose,
e la morte a cui ogni parte deH’universo s’affretta
infaticabilmente, ma pur rasserenandogli l’animo con la fresca
sensazione del puro e frizzante aer mattutino, ravvivatore e rin-
francatore. Sensazione già nota al Poeta: La mattutina pioggia,
allor che l'ale Battendo esulta nella chiusa stanza La gallinella,
ed al balcon s’affaccia L’abitator de’ campi, e il sol che nasce I
suoi tremuli rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia
Dolcemente picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti,
e il primo Degli augelli sussurro, e l’aura fresca, E le
ridenti piagge benedico. Canta il Gallo silvestre per destare i mortali
dal sonno; « Il dì rinasce : torna la verità in sulla terra, e
parton- sene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della
vita : riducetevi dal mondo falso nel vero ». La fiera soma! Meglio,
meglio dormire, e non destarsi; ma verrà la morte a liberar dalla vita. «
Ad ogni modo », dice il Gallo, la terribile voce che riempie di sé il mondo,
c canta questa corsa universale alla morte, « ad ogni modo, il
primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi
in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e
lieti; ma quasi tutti se ne La Vita solitaria producono e formano di presente;
giacché gli animi in quell’ora eziandio senza materia alcuna speciale e
de¬ terminata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono
disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se
alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, tro- vavasi occupato dalla
disperazione; destandosi, accetta uovamente neU’anima la speranza,
quantunque ella in niun modo se gli convenga ». Ed ecco, dunque, la
spe¬ ranza risorgere ogni giorno, anche se la sera finì nella
disperazione ; e se il Gallo silvestre paragona la vita dell'universo al
giorno, che comincia col mattino ma va alla notte, e alla vita umana che
muove dalla heta gio¬ vinezza incontro alla vecchiaia e alla morte: e se
ter¬ mina annunziando che tempo verrà, che la stessa natura sarà
spenta, e « un silenzio nudo e una quiete altissima empieranno lo spazio
immenso »; il dolce gusto della spe¬ ranza mattutina e giovanile non è
distrutto: perché quel tempo è molto remoto e (secondo avvertì più
tardi l’autore in una nota della seconda edizione) non verrà mai: e
la vita mortale ritorna sempre dalla notte al mat¬ tino, e la speranza
risorge, e la vita rinasce di continuo. Le operette dunque del terzo
gruppo ricostruiscono, nella misura e nel modo che si può secondo il
Leopardi, quello che le prime dodici hanno abbattuto. Ricostrui¬
scono, movendo dall’estrema mina in cui è caduta anche la speranza della
gloria, nel Parini. Il quale lega il terzo gruppo ai precedenti; e fu
ritirato dopo le prime due edizioni verso il principio, e attratto
nell’orbita del se¬ condo gruppo, poiché tra la Storia del genere umano
e il Timandro l’autore non voUe più il Sallustio] e lo ri¬ fiutò e
gli sostituì il Frammento di Stratone, collocato al diciannovesimo posto,
innanzi al Timandro. Allora il gruppo ricomprese il Dialogo della Natura e
di un'Anima e il secondo II Parini. E il Frammento, lì sulla fine
del- l’opera, innanzi all’epilogo apologetico, fu come l’interpretazione
metafisica che da ultimo il pensiero, ripie¬ gatosi su se medesimo, diede
della propria intuizione filosofica: concezione, sullo stile delle teorie
cosmolo¬ giche greche più antiche, di un universo go\'ernato da
pure leggi meccaniche, com’era quello che giaceva in fondo a ogni
concetto pessimistico del Leopardi; onde si tenta suggellare, nell’
intenzione del Poeta, l’immagine di quella Natura che eternamente passa,
e che negli ul¬ timi detti del Gallo silvestre è rimasta «arcano
mirabile e spaventoso ». Si noti che il Sallustio fu
conservato tra le venti ope¬ rette primitive anche nell’edizione di
Firenze del '34. quantunque in questa fossero aggiunti i due nuovi
dialoghi del Venditore d’Almanacchi e di Tristano] e si noti che in
questa edizione invece non potè entrare il Frammento di Stratone molto
probabilmente per le difficoltà già ac¬ cennate, derivanti dalla materia
di esso, poiché è il solo scritto crudamente materialistico, che sia tra
le Operette. 11 che, se si pensa pure al fatto che il Frammento fu
scritto verso il maggio del '25 • (quando il Leopardi aveva tut¬
tavia presso di sé il manoscritto delle Operette, e a\ rebbe già fin
d’aUora pensato ad incorporarvelo, se questa aggiunta non avesse disordinato
il disegno simmetrico del hbro), dimostra all’evidenza che i dialoghi
fiorentini della stampa del ’34, che sappiamo scritti a Firenze due
anni prima, formano un nuovo gruppo a sé, che si viene ad aggiungere alle
prhnitive operette, senza fondervisi: come avverrà del Frammento, appena
l’autore crederà potere e dover tralasciare il Sallustio, e
sostituirlo. Perché tralasciarlo ? « Forse », risponde il
Mestica I Cfr. Chi.\rini, O.C., Scritti letter. di G. L., perché
gli parve troppo scolastico e di materia non [ abbastanza
originale, sebbene i pensieri in esso conte¬ nuti siano conformi al suo
filosofare ». « Il dialogo ha poco movimento e scarso valore artistico »,
osserva lo Zingafelli ' : « l’invenzione è misera, e sull’attrattiva
dello strano e del fantastico prevale nel lettore un senso d’incredulità.
Per queste ragioni l’autore dovette rifiutarlo, e forse anche per
rispetto a Sallustio medesimo. Forse anche col passar degli anni, il
Leopardi non credè più che tutta la grandezza antica perisse con Bruto e
per opera di Cesare e dei cesariani ». Più si è accostato al L vero
questa volta il Della Giovanna > : « Forse egli si sarà I pentito
delle parole crudissime che usa parlando della I libertà e della patria.
È ben vero che anche altrove egli f lamenta la mancanza d’amor
patrio e di libertà, ma in modo più vago ». Il Sallustio, in questo
cinico pessimismo, contraddice al motivo fondamentale delle Operette:
logico nell’ordine di pensieri da cui sorse, ma ripugnante a quei
sentimenti più profondi, onde la personahtà del poeta abbraccia in sé e
contiene, e tempera quindi e solleva a un suo particolar significato,
siffatti pensieri. I quali non sono qui un sistema filosofico astratto,
ma l’alimento segreto di un’anima che si riversa ed esprime in una
poesia di grande respiro, la quale in tutta la sua unità risuona
all’anima del lettore come una musica, secondo che osservò un amico del
poeta, il Montani i, appena I operette morali di L., ’
Le prose morali di L.Vedi la sua recensione ncWAntologia del gennaioche
incomincia; «Non vi è mai avvenuto una sera d’opera nuova, di entrare in
teatro a sinfonia cominciata, e imaginandovi un motivo musicale diverso
dal vero, trovar men bello e men significante ciò che poi dee sembrarvi
meraviglioso ? — Quando VAntologia, or son due anni, pubblicò un saggio
dell’operette del L. ancora inedite.... io non ne fui che leggermente
colpito; mi mancava il motivo della musica. Intesone il motivo, al
pubblicarsi delle operette insieme unite, mi parve d'aver acquistato
nuovo orecchio e nuovo sentimento. E ne scrissi al Giordani, ch’era a
Pisa, ov’oggi è il L., il quale allora stava potè leggere tutta la
collana delle Operette. Questo rrio tivo fondamentale facilmente si
riconosce nel preI^^]i^^ e nell’epilogo, onde è inquadrata nella sua
naturale cor nice la trilogia delle operette : ossia nella Storia del
genere umano e nel Timandro: due operette, che sono affatto
estranee a qucUo spirito, che si può dir proprio di tutte le altre, ad
eccezione dell’ Elogio degli uccelli, dove ji^re qua e là s’insinua a
frenare l’impeto Urico di gioia e d’entusiasmo; a quello spirito, che si
può definire con le parole stesse con cui il Leopardi ritrae se medesimo
in una lettera al Giordani (del
tempo in cui forse raggiunse nel Frammento di Stratone l’estremo
termine di questo suo stato d’animo) : « Quanto al ge¬ nere degli studi
che io fo, come sono mutato da quel che io fui, così gli studi sono
mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa
di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro più
fuorché il vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi compiaccio
di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e
delle cose, e di inorridire freddamente, speculando questo arcano
infelice e terribile della vita dell’universo ». Lo stesso animo, non
altrettanto feli¬ cemente, ma con maggior abbandono, esprimerà tut¬
tavia, nel ’26, nell’ Epistola al Pepoli : Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d’anni; a cui serbare eterna La gioventù del cor diedero i
fati qui nel più quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra gente a’ di
del Boccaccio), dicendogli che dalla porta di questo alla camera del
suo amico più non salirei che a cappello cavato. Le operette del L.
sono musica altamente melanconica... ». La recensione contiene più
d’una osservazione notabile. SuU’amicizia del L. col Montani, vedi G.
Mestica, Studi leopardiani, Firenze, Le Mounier, (si ricordi il Cantico del Gallo
silvestre)] Della prima stagione i dolci inganni Mancar già
sento, e dileguar dagli occhi Le dilettoso immagini, che tanto
Amai, che sempre inlino all’ora estrema Mi fieno, a ricordar, bramate e
piante. Or quando al tutto irrigidito e freddo Questo petto
sarà, né degli aprichi Campi il sereno e solitario riso. Né
degli augelli mattutini il canto Di primavera, né per colli e
piagge Sotto limpido ciel tacita luna Commoverammi il cor; quando
mi fia Ogni bel tate o di natura o d’arte. Fatta inanime e
muta; ogni alto senso. Ogni tenero affetto, ignoto o strano;
Del mio solo conforto allor mendico. Altri studi men dolci, in eh’
io riponga L’ingrato avanzo della ferrea vita, Eleggerò.
L’acerbo vero, i ciechi Destini investigar delle mortaU E
dell’eteme cose.. In questo specolar gh ozi traendo Verrò: che
conosciuto, ancor che tristo. Ila suoi diletti il vero.
Questo era stato il suo ideale nelle Operette] speculare, scoprire,
frugare la miseria degli uomini e di tutto, e inorridire, ma con petto
irrigidito e freddo. Se non che nel '25, nel caldo ancora dell’opera,
poteva credere di aver raggiunto già questo stato d’animo; l’anno
dopo egli, più ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza, sente
che il suo petto sarà forse un giorno, non è ancora, al tutto irrigidito
e freddo; non è eterna la gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma
non è ancora del tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire
e il disprezzo d’ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente è un
desiderio, un programma, un propo sito; ma non è, né può essere il suo stile,
poiché né ogni bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto
senso ogni tenero affetto ignoto e strano. E questo sente liené e
proclama il Poeta nel dialogo di Timandro e di Elean- dro; dove a
Timandro che, secondo la filosofia di moda fa alta stima dell’uomo e del
progresso di cui egli è capace' ed è insomma un ottimista, il pessimista,
che sente invece per l’uomo un’alta pietà, il futuro cantore della
Ginestra protesta di non essere un Timone (per quanto non abbia
sdegnato la parte di Momo di fronte a Prometeo) ; « Sono nato ad amare,
ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva
Oggi, benché non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda,
né forse anco tepida » (aveva appena ventisei anni !) ; « non mi
vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché me stesso, per necessità di
natura, e il meno che mi è pos¬ sibile ». Dove ognun vede che realmente
certo invinciliile pudore arresta Eleandro innanzi alla conseguenza
delle sue dottrine; e si ripigha subito infatti: « Contuttociò sono
solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di
patimento ad altri. E di questo, per poca notizia che abbiate de’ miei
costumi, credo mi possiate essere testimonio ». L’amore degli altri si ribella
alla negazione che se n’ è voluto fare, e s’appella all’ intima e
irreprimibile attestazione del cuore. Altro che freddezza e petto
irrigidito! E da ultimo Eleandro conchiude; «Se ne’ miei scritti io
ricordo alcune verità dure e triste, o per isfogo deU’animo, o per
consolarmene col riso, e non per altro ; io non lascio tuttavia negli
stessi libri di deplorare, sconsigUare e riprendere lo studio di
quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di
noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, [Ed ecco perché,
scritto il dialogo, sentì di non doverlo più inti¬ tolare, come aveva
pensato da principio, di Misinore e Filénore : egli non era davvero
quell’odiatore dell’uorao (ixio-TjVcop) che poteva parere; né vero Filénore
poteva dirsi l’ottimista. iniquità e disonestà di azioni, e
perversità di costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle
opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti,
magnanimi, \nrtuosi, e utili al bene comune o privato; quelle immaginazioni
belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vdta; le illusioni
naturali dell’animo ; e in line gli errori antichi, diversi assai dagh
errori bar¬ bari; i quali, solamente, e non quelli, sarebbero
dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia
». Dunque, ogni alto senso e tenero affetto, destato da queste
illusioni, non sarà spiegabile nel mondo a cui si volgono gh occhi del
Leopardi, il mondo di Stratone da Lampsaco, o la natura dell’ Islandese,
— come non è spiegabile nel mondo che solo esiste per la scienza;
ma non perciò è ignorato, o è divenuto estraneo al cuore del Poeta.
11 quale non è Timandro, ma è bene Eleandro; e a dispetto di quella
natura, che è il vero, ama gli uomini e la virtù, dichiarandola
un’illusione, ma naturale, e quindi vera, quantunque contradittoria a
quell’altra na¬ tura, che non conosce né amore, né bene. Inorridire
fred¬ damente, sì; ma inorridire, ed elevarsi quindi al di sopra
della universale miseria, sentita come tale, e non assentirvi, non
semplicemente intelligere, come Spinoza avrebbe voluto. Così
nella Storia del genere umano, vero preludio alla sinfonia delle
Operette, quando l’uomo è pervenuto all’ uno fondo di cotesta miseria,
rappresentato dall’ap- parire in terra della Verità, spunta egualmente
una divina pietà al soccorso dell’ infelicità intollerabile dei
mortali : « La pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta,
commosse, non è gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infehcità; e
massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d’
intelletto, con¬ giunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i
quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più
IO. — (‘tKSTli.y.. iicnz* ni r L'-'p ’rtìi. che alcun
altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio»: ossia
appunto, della Verità. Giove, «compassionando alla nostra somma infelicità,
propose agjj immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo
a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto
travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano
essere, quanto a se, indegni della sciagura universale». Tacciono tutti
gli altri Dei¬ ma si offre Amore, figliuolo di Venere Celeste,
«questo massimo iddio », che « non prima si volse a visitare i
mortali, che eglino fossero sottoposti all’ imperio della Verità ». Di
rado egli scende, e poco si ferma, e perché la gente umana ne è
generalmente indegna, e perché gli Dei molestissimamente sopportano la
sua lontananza. EgU è dunque premio, che l’uomo conquista con la
sua grandezza. La quale perciò è condannata sì all’ infelicità del
vero; ma è pur redenta e beatificata da Amore. « Quando viene in sulla
terra, sceglie i cuori più teneri e più gentih delle persone più generose
e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì
pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoh di affetti sì nobili, e
di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova
nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.
Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l’uno e l’altro
a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue;
benché pregatone con grandissima istanza da tutti coloro che egli occupa:
ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi;
perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve
intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo
nume vince per se qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo
ai migliori tempi. Ed ecco perché il Poeta inorridisce, sia pur
freddamente, allo spettacolo del tristo vero. La sua anima è calda
(iel divino beneficio di Amore. Né può in lui la verità (quella mezza
verità) contro le sacre illusioni, che né egli può respingere, né altri
egli ha consigliato mai a respingere. « Dove egli si posa, dintorno a
quello si ag¬ girano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve,
già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce
per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere
vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e
nell’animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura
dei geni di contrastare agli Dei ». Non può, cioè, la nostra logica
non render l’arme all’arcano, che resta pel Poeta questa natura, la quale
mette in cuore il bisogno della virtfi, e la fa apparire poi stolta a
Bruto. Infine, quella stessa giovinezza e freschezza mattinale, arrisa e
ringa¬ gliardita dalla speranza, ecco, risorge per x’irtù di questo
Amore ; « E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo
voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia.
Perciocché negli animi che egh si elegge ad abitare, suscita e
rinverdisce, per tutto il tempo che egh vi siede, l’infinita speranza e
le belle e care immaginazioni degli anni teneri. Molti mortah, inesjierti
c incapaci de’ suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì
lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode
i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun sup- phzio ne prenderebbe:
tanto è da natura magnanimo e mansueto ». Qui non c’ è
satira, né riso, né fredda anahsi; ma la più ferma fede e l’anima stessa
del Poeta, che con la pietà di Giove accenna già da lungi alla pietà di
Elean- dro: e raccoghe in questo suo magnanimo e mansueto amore
tutta la infehcità degli uomini e delle cose, e la purifica e sana nel
gran mare tranquillo del cuore, dove le illusioni rinverdiscono ad ora ad
ora in una perpetua giovinezza; e la vita vera non è quella dell’egoismo
e della barbarie, ma dell’affetto che lega le anime con nodi
divini, e della bellezza, della libertà, della patria, e di tutte le cose
nobili e alte che fan grande l’uomo. Questo amore, che dà piuttosto
verità che rassomiglianza di beatitudine, e ristaura tutta la vita umana,
questo è il vero spirito delle Operette morali. Pes¬ simista, sì, ma alla
Pascal, che disse; L’homme n’est qu’un roscau, le plus faible de la
nature] mais c’est un roseau pen- sant. Il ne faut pas que l’univers
entier s’arme pour l’écraser ; une vapeur, une gcmtte d'eau, suffit pour
le tuer. d/a/s, quand l’univers l’écraiserait, l' homme serait encore
plus noble que ce qui le tue, par ce qu’ il sait qu’ il meiirt, et
l’avantage que l’univers a sur lui] l’univers n’en sait rien\ sicché la
grandeur de l’homme est grande en ce qu’ il se connaU misérable E il
Leopardi nell’agosto del ’23, alla vigilia delle Operette, e quando il
concetto di esse era già maturo ; Niuna cosa maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza dell’umano intelletto, ossia 1 altezza e no¬
biltà deH’uomo, che il poter l’uomo conoscere e intera¬ mente comprendere
e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la
pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è
minima parte degh infiniti sistemi che compongono il mondo, e in
questa considerazione stupisce della sua piccolezza e pro¬ fondamente
sentendola e intensamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e
perde quasi se stesso nel pen¬ siero della immensità delle cose, e si
trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora
con que¬ sto atto e con questo pensiero egli dà la maggior piova
della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua
mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere. I Pensées,
(Brunschvicg). è jiotuta pervenire a conoscere e intendere cose
tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e con¬ tener
col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Questa
coscienza dell’umana grandezza e sovranità sulla trista natura il
Leopardi non smarrì mai; ed è l’anima di tutta la sua poesia, in cui
queste Operette rientrano. E chi voglia intenderle, deve nel loro
insieme e in ogni singola parte che le costituisce, aver l’occhio a
questo punto centrale, da cui s’irradia la luce che tutte le investe e
compenetra. Tutte, ad eccezione del Sallustio, che è negazione fredda,
senza l’orrore, la ri- beUione dell’animo, il dolore, sia pur mascherato
da amaro sorriso, che si diffonde in tutte le altre. E questo parmi
il giusto motivo che indusse l’autore a sopprimerlo. VII.
Quando nel ’27 una nuova ripresa della primitiva ispirazione diede
il Copernico e il Plotino, venutisi quindi ad aggiungere alle prime
Operette già formanti un orga¬ nismo, r ispirazione non era punto mutata.
Giacché il Copernico dimostra, secondo il detto dello stesso
autore, la nullità del genere umano; e la dimostra ripigliando un’
idea che contro i Timandri medievali attardati aveano già nel Cinque e
Seicento svolta Bruno nella Cena delle ceneri e Galileo nei Massimi
sistemi] donde la conclu¬ sione necessaria che Porfirio ricava nell’altro
dialogo (che sarebbe poi la conclusione rigorosamente logica di
tutta la parte negativa delle Operette) : che sia ragio¬ nevole
uccidersi. Ed egh vince a furia di argomentare (movendo da premesse, che
son quel che sono, ma a lui paiono ben fondate) il suo stesso maestro,
Plotino. Ma Pensieri, Plotino può opporgli una sapienza assai più
profonda più vera: «Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro ragion^
1 accomodar l’animo alla vita : certamente quello è u ^ atto fiero e
inumano. E non dee piacer più, né vuoP elegger piuttosto di essere
secondo ragione un mostr^' che secondo natura uomo. Perché contro natura
e contro umanità il suicidio ancorché conclusione di logica inesorabile?
Porgiam’orecchio, dice Plotino, «piuttosto aUa natura che alh ragione. E
dico a quella natura primitiva, a quella madre nostra e deU’universo; la
quale se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha fatti infelici,
tuttavia ci è stata assai meno inimica e malefica, che non siamo stati
noi coir ingegno proprio, colla curiosità incessabile e smisu¬
rata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine
misere: e particolarmente, si è sforzata ella di medicare la nostra
infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la maggior parte. E
quantunque sia grande 1 alterazione nostra, e diminuita in noi la
jjo- tenza della natura; pur questa non è ridotta a nulla né siamo
noi mutati e innovati tanto, che non resti in ciascuno gran parte
dell’uomo antico. Il che, mal grado che n’abbia la stoltezza nostra, mai
non potrà essere altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error di computo;
veramente errore, e non meno grande che palpabile; pur si commette di
continuo; e non dagli stupidi solamente e dagl’idioti, ma dagl’ingegnosi, dai
dotti, dai saggi; e si commetterà in eterno, se la natura, che ha
prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non già il raziocinio e
la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a me, che non
è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nulhtà delle
cose, della vanità deUe cure, della solitudine dell’uomo; non odio
del mondo e di se medesimo, che possa durare assai: benché queste
disposizioni dell’animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie
irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo, mutata
leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco, e spesse volte in un
subito, per cagioni menomissime, e appena possibili a notare; rilassi il
gusto della vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose
umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di
qualche cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di
dire, al senso dell’animo » •. E infine, conclude Plotino, questo
senso, non 1 ’ intelletto, è quello che ci governa. Sicché è evidente che
non la filosofia negativa, che spazia dal Dialogo d’ Ercole e di Atlante
fino al Cantico del Gallo silvestre e al Frammento di Stratone, e poi nel
Copernico, opera di puro intelletto, è la somma della sapienza leo¬
pardiana; ma questa stessa filosofia in quanto dichiarata stoltezza dalla
natura e da questo « senso dell’animo ». Senso dell'animo, che è
sempre amore per il Leopardi. Giacché non la sola natura ci riattacca
alla vita, sì anche un bisogno d’amore, che a noi spetta di alimentare:
« E perché », chiede Plotino, « anche non vorremo noi avere alcuna
considerazione degh amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei
frateUi, dei genitori, della moglie; delle persone familiari e
domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo,
bisogna lasciare per sempre : e non sentiremo in cuor nostro dolore
alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno
essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del
caso ? ». E dice la parola, che si va cercando attraverso tutte le
Operette, ma di cui può dirsi quello stesso che Tacito dell’ imma-
Il solo, a mia notizia, che abbia rilevato l’importanza che questo «senso
dell'animo» ha nel sistema dello spirito leopardiano, come principio di
redenzione dal pessimismo, è stato il prof. Giovanni Negri, nelle sue
Divagazioni leopardiane (6 volumi, Pavia, 1894-99), passim, e
specialmente voi. V, pp. lys-yy. 1gine di Bruto mancante ai funerali
della sorella: prae- fulgebat eo ipso gitoci non visebatiir. « E in vero,
colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno
degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta per così dire,
dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in
questa azione del privarsi della vita, apparisce il più schietto, il più
sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo,
che si trovi al mondo. Dunque quella grandezza non è infelicità;
perché l’uomo infelice dovrebbe darsi la morte; e si ucciderebbe se
vivesse per la felicità e si attenesse quindi al calcolo dell’utile. Ma
la vera vita è non sembianza, sì verità di beatitudine se è amore, in cui
l’uomo non distingue più sé dagli altri, né agli altri antepone più se
stesso. E questa è la A’irtù, la magnanimità, di cui parla tanto spesso L.,
che non è più il dolore incomportabile che ci fa invidiare i morti, ma
questo amore che ci stringe ai viventi, e ci ammonisce dal fondo del
nostro cuore di uomini, come Plotino con voce tremante di affetto
dice al suo Porfirio: «Viviamo, e confortiamoci a vicenda; non
ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabìhta, dei mali
della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l'altro; e
andiamoci incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente;
per compiere nel miglior modo questa fatica della vita». Questo amore,
che ci regge e riempie la vita, ci conforta la morte e ci abbellisce
l’idea di questo mondo, da cui non spariremo senza sopravvivere. « E
quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in
quell’ultimo momento gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci
rallegrerà il pensiero che, poi che saremo sjienti, così molte volte ci
ricorderanno, e ci ameranno ancora ». Vili. Amore è la
prima e l’ultima parola delle Operette. Le quali ebbero ancora una
ripresa nei due dialoghi fiorentini: il Venditore d’Almanacchi e Tristano. Nel
primo ritorna il motivo del Cantico del Gallo silvestre. Il venditore
d’almanacchi col suo grido festoso annunzia l’anno nuovo, il tempo che
ri¬ comincia, e risveglia le speranze e promette. Ma il pas¬
seggero in cui s’incontra oppone la sua fredda riflessione a quell’
impeto di vaghe e indefinite speranze, e lo conduce a considerare che « quella
vita eh’ è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che
non si co¬ nosce ; non la vita passata, ma la futura ». La vita che
si conosce è la passata, mista di beni e di mali, e a cagione di
questi ultimi tale che nessuno vorrebbe riviverla: vita brutta, dunque.
La futura è quella che non si conosce, e che sarà egualmente brutta
quando sarà passata; e sarebbe perciò non meno brutta, se noi ce la
vedessimo venire incontro quale in effetti sarà. Dunque ? Il Leo¬
pardi non conchiude ; ma la conclusione è quella che viene dalle
Operette: sperare non è ragionevole, poiché, come cantava il Gallo
silvestre, già si corre alla morte; ma non sperare non si può; perché, è
evidente, il futuro sarà brutto quando sarà passato; ma bello è finché
fu¬ turo; né di questo futuro potrà mai tanto passarne che non ce
ne sia sempre dell’altro, in cui possa rifugiarsi la speranza, o innanzi
a cui non possa il Gallo intonare il suo canto consolatore. E la vita
resta sempre con queste due facce ; a vedersela innanzi, qual’ è, una
mi¬ seria disperante; a viverla, a \'iverci dentro col nostro
cuore, i nostri fantasmi, le nostre speculazioni e il no¬ stro amore, una
beatitudine divina. Fu per Giacomo l’anno della tragica prova della
sua fede. Dopo dieci anni tornò la misera Saffo a rivivere nel suo animo;
non però luminosa immagine della fantasia, come nell’ Ultimo canto, ma
vita del cuore stesso di Giacomo. Bello il tuo manto, o divo
cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Airi di cotesta Infinita beltà
parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non fenno.
A’ tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille
invano Supplichevole intendo Non meno supplichevole Giacomo
guarda ad Aspasia; onde ricorderà: Or ti vanta, che il puoi. Narra
che prima, E spero ultima certo, il ciglio mio Supplichevol
vedesti, a te dinanzi Me timido, tremante (ardo in ridirlo Di
sdegno e di rossor), me di me privo. Ogni tua voglia, ogni parola,
ogni atto Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi Fastidi impallidir. E
cadde l’inganno, e la vita, orba d’affetto e del gentile errore, fu «
notte senza stelle a mezzo U verno ». Ma Saffo proruppe nel grido
disperato ; — Morremo ! -- e violenta cercò l’atra notte e la silente riva.
Leopardi scrisse invece Amore e morte] dove la morte non è più
l’orrido Dite di Saffo, anzi si palesa in tutta la sua gen¬ tilezza fino
alla donzeUa timidetta e schiva. È sorella d’Amore ; 1
Ultimo canto di Saffo. Aspasia. Bellissima fanciulla, Dolce a
veder, non quale La si dipinge la codarda gente. Gode il fanciullo
Amore Accompagnar sovente; E sorvolano insiem la via
mortale. Primi conforti d'ogni saggio core £ la morte
sospirata dall’amante, nel languido e stanco desiderio di morire, che si
sente Quando novellamente Nasce nel cor profondo Un
amoroso affetto, perché già a’ suoi occhi la vita diviene un
deserto: a se la terra Forse il mortale inabitabil fatta Vede
ornai senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il suo pensier
figura; Ma per cagion di lei grave procella Presentendo in
suo cor, brama quiete. Brama raccorsi in porto Dinanzi al
fier disio. Che già. rugghiando, intorno intorno oscura.
E a questa morte consolatrice, che insieme con amore è quanto di
bello ha il mondo, a questa morte, senza armare la mano, anzi con umile e
mansueto animo, vol- gesi il Poeta con un sospiro di religiosa
preghiera: Bella morte, pietosa Tu sola al mondo dei
terreni affanni. Se celebrata mai F'osti da me, s’al
tuo divino stato L’onte del volgo ingrato Ricompensar tentai.
• Amore e morte -- Non tardar più, t’inchina A disusati
preghi. Chiudi alla luce ornai Questi occhi tristi, o
dell’età reina. Non già che amore e morte abbian potere di
cancellare la fatale infelicità: né che l’uomo e il Leopardi
abbiano mercé loro, a lodarsi del fato. Quando Morte spiegherà le
penne al suo pregare, lo troverà Erta la fronte, armato,
E renitente al fato. La man che flagellando si colora
Nel suo sangue innocente Non ricolmar di lode. Non benedir. La
morte è consolatrice e liberatrice da questo fato cru¬ dele: ma già
Leopardi aspetta sereno quel dì ch’ei pieghi addormentato il volto nel
vergineo seno di lei; e il fato è vinto nel suo animo gentile da questa
aspettazione: vinto nella stessa vita. E questo è Tanimo di
Tristano; il quale, dopo avere con amara ironia fatta la palinodia
del suo libro, conchiude che il meglio sarebbe di bru¬ ciarlo : « non lo
volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e
di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità
dell’autore»; perché, soggiunge al suo amico Tristano, con accento
che viene dal cuore e vibra di commozione, « perché in confidenza, mio
caro amico, io credo febee voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a
me, con licenza vostra e del secolo, sono infebeisshno: e tale mi credo;
e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario
». Egb è flagellato dallo stesso fato di Amore e morte. «E di più
vi dico francamente eh’ io non mi sottometto alla mia infelicità, né
piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri
uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni altra
cosa.... Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora,
il fatto non ismentirà le mie parole.... In altri tempi ho
invidiato gli sciocchi e gh stolti, e quelli che hanno un gran concetto
di se medesimi; e volentieri mi sarei cam¬ biato con qualcuno di loro.
Oggi non in\'idio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli
né potenti. In¬ vidio i morti»: i morti di Ruysch, già sicuri
àzH’antico dolori E quest'invidia, questo desiderio intenso della
morte, è fiducia confortata da una speranza che non falhrà, e che già
allieta di sé Tanimo sottratto per lei a quella vita che è dolore: a
quella cosa arcana e stupenda, che i morti di Ruysch possono ricordare
senza tema, poiché è un passato irrevocabile: «Ogni immaginazione
piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade nella mia
solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte»: che è
un avvenire, adunque, quale il venditore di almanacchi lo prometteva.
In conclusione, ancora una volta, e sempre, l’amore trionfa del
dolore, anche nella morte, che ci libera infine da quella vita che la
natura e il fato danno all’uomo « di cedere inesperto ». Cederebbe il
suicida egoista, non il magnanimo che allarga la sua persona nell’amore,
e guarda sereno alla morte amica che lo sottrarrà, e lo sottrae,
alla miseria di Saffo e dell’ Islandese. Quanta differenza tra la morte
di cui Ercole ragiona con Atlante 0 quella che s’incontra nella Moda, al
principio delle Operette) e questa morte, a cui l’animo si volge
desioso alla fine delle Operette stesse ! Il filo aureo che
dall’una conduce all altra è già nella Storia del genere umano'. Amore
figlio di Venere celeste. Questo scritto fu pubblicato prima nel Messaggero
della domenica, poi nei Frammenti di estetica e letteratura, A proposito
del Leopardi toma sempre in campo la questione delia differenza e del
rapporto tra filosofia e poesia: poiché questo poeta voUe essere, e per
certi rispetti nessuno può negare sia stato infatti un filosofo; ma,
d’altra parte, egli stesso pare abbia voluto distin¬ guere una cosa
dall’altra, come res dissociabiles, e in un libro di prosa volle in forma
più sistematica e più ra¬ zionalmente convincente esporre quel suo
pensiero da cui traeva intanto ispirazione il suo canto nelle
poesie. E non importa se non ci sia una sola delle sue poesie in
cui il Leopardi non ragioni la sua fede e non si sforzi di dimostrare la
verità del concetto ch’egli s’era formato della vita, e che attraverso
una determinata situazione personale, un paesaggio, un ’immagine, si
sforza costantemente di mettere in piena luce. Non importa se nessuna
delle prose raccolte nelle Operette morali si presenti sotto la forma di
scolastica dimostrazione e scevra di quel sentimento, di quella viva
commozione, in cui \dbra la personalità del poeta così nelle Operette
come nei Canti. La distinzione pare tuttavia innegabile, poiché, non
po- tenilo altro, se ne fa una questione di quantità e di più e di
meno: affermando che l’elemento filosofico predomina nelle Operette, e
l’elemento hrico nei Canti. E si crede così di salvare la tesi generale,
che bisogna rinunziare alla filosofia per esser poeti, e viceversa:
giacché la loro natura è così diversa e ripugnante, che l’una non
può esser l’altra e una sempre deve essere sacrificata. Ma io
non voglio ora affrontare la questione, che potrà sembrare tanto
teoricamente difficile e dehcata li. — Gkntilk, Òfamoni e
Leopardi. quanto praticamente
inutile e oziosa. Nel caso del Leo¬ pardi la questione di principio è
priva d’ogni interesse, perché il Leopardi, anche nelle sue prose, è
indubbiamente poeta ; temperamento poetico sempre, che, canti o
ragioni, cioè si proponga Luna o l’altra cosa, in realtà non riesce
se non ad esprimere se stesso; a vivere di quella verità che gli invade
l’anima e non gli lascia modo di dubitare e di assoggettarla a quella più
alta razionalità, a quella critica oggettiva che s’inquadra in un
sistema, e in cui consiste propriamente una filosofia che non vuol
dire che non abbia anche lui la sua filosofìa; ma è una filosofìa fatta
vita e persona, fatta vibrazione e ritmo del suo stesso sentimento,
incapace come tale d’acquistare intera coscienza di sé, e perciò di
superarsi. E, cioè, un certo suo atteggiamento spirituale, che s’effonde
nella divina ingenuità della poesia, e che riesce perciò superiore
a quella dottrina che l’autore si sforza consapevolmente di
formulare. Superiore perché, — ormai è noto agh studiosi più
attenti della sua poesia — questa ha pel poeta un conte¬ nuto
pessimistico, e per noi, invece, ha un contenuto ottimistico. La vita
infelice, necessariamente e fatal¬ mente infelice, è ciò che il poeta
aveva innanzi agli occhi, vedeva e si proponeva di cantare. Ma poiché
quella \nta che ogni poeta canta non è quella che ha innanzi agli
occhi, bensì quella che ha dentro al cuore, e però ogni poeta canta non
la vita quale egli la vede, ma il cuore con cui egli la guarda; e poiché
il cuore di Giacomo Leo¬ pardi era, come egli disse una volta, nato ad
amare, ed aveva « amato, e forse con tanto affetto quanto ]iuò mai
cadere in anima vdva », così, in realtà, tema del suo I Vedi ora
il mio scritto Arte e religione, nel Giorn. crii. d. filos- Hai., e nel voi. Dante e Manzoni, Firenze,
Vai- lecchi,-- canto non fu mai quella brutta vita, che è piena di
do¬ lore, ma quell’altra che egli più profondamente sentiva,
redenta dall’amore, la quale «dà piuttosto verità che rassomiglianza di
beatitudine. Poiché appunto qui è il divario tra pessimismo e ottimismo: che il
primo vede la vita quale apparisce nella natura considerata dal punto di
vista materialistico, brutale, sorda ai bisogni e alle finalità dello
spirito, chiusa in sé di contro alle aspirazioni dell’anima umana
biso¬ gnosa di amore e di consenso, ossia di un mondo conforme alla
sua vita e a lei consentaneo; e l’altro invece crede nello spirito, nel
valore de’ suoi ideali, e nell’energia dell’amore che sola è capace di
reahzzare un tale valore. 11 mondo del pessimista è il mondo dell’egoismo,
per cui il dovere e la \nrtù sono mere illusioni, e il mondo del¬
l'ottimista è il mondo in cui la più salda e vera realtà è quella che
risponde alle esigenze dell’animo. E la verità è questa: che il Leopardi,
pessimista di filosofia, e ijuasi alla superficie, fu invece ottimista di
cuore, e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista, col
progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista.
Basta confrontare la canzone All’Italia con La Ginestra. Di qui la sublime
bellezza della sua poesia, dove la bestemmia e lo strazio della disperazione
si smorzano e dissolvono nella commossa e tenera effusione di un’anima
angosciosamente agitata da un bisogno di amore universale e da un’
incoercibile fede nella virtù e nella realtà dell’ ideale. Egli non ha la
filosofia di questo superiore ottimismo in cui rimane assor¬ bita la sua
iniziale visione pessimistica; e continua a dire che la sua è sempre la
filosofia del Bruto Minore^-, ma l’anima, che non perviene al concetto
filosofico di quella ' storia del genere umano. -
Lett. al De Sinner -- realtà che è per lei la vera e suprema realtà,
raggiungo bensì la forma poetica della sua espressione in modo
pieno e perfetto. Se cerchiamo in lui il filosofo, avremo lo
scettico, ironista, materialista piuttosto mediocre nell’
invenzione, dove riesce facile scoprire quanto egli debba ai libri
che lesse, e come pronto fosse ad attingere dalle fonti ph,
disparate tutto ciò che comunque paresse giovare a con¬ ferma delle sue
idee: mediocre nell'esposizione od ela¬ borazione della materia, per
evidente inesperienza del metodo lìlosofìco e insufficiente familiarità
coi grandi pensatori di tutti i tempi. Ma chi legga il Leopardi e
si fermi a ciò che in lui è mediocre, non ha occhi né anima per
vedere che cosa c’ è propriamente in lui che è vivo ed eterno e grande:
ciò per cui anche a chi pedanteggi la sua poesia s’impone e suscita
un’eco solenne nell’animo. In questo senso bisogna pur dire che in
Leopardi non si deve cercare e non c’ è il filosofo: ma c è un anima,
che rifulge in tutto lo splendore della sua grandissima uma¬ nità.
C’ è insomma il poeta. Anche nelle sue Operette. Le quali io credo
di avere definitivamente dimostrato con argomenti esterni, at¬
testanti nella maniera più esplicita 1’ intenzione di esso il Leopardi, e
con argomenti interni, desunti dallo svolgimento del pensiero e dagli evidenti
legami onde le singole operette sono congiunte tra loro per
graduali passaggi di atteggiamenti spirituali e di sentimenti dal
primo all’ultimo anello, che non sono una raccolta, ma un organismo, un
tutto unico, che si articola dentro di se stesso e si conchiude. Si
conchiude tra un preludio e un epilogo in una opera, che è un poema, e
non è un trattato: un libro di poesia, anch’esso, e non di conte¬
nuto didascalico e speculativo. Il quale si compone o ginariamente di venti
capitoli, scritti tutti in un anno di lavoro felice, ma con un intervallo
tra i primi quattordici e gli altri sei: in guisa da suggerire il
sospetto che la ripresa, da cui trasse origine Tultima parte, svolgendosi
in sei capitoli, potesse trovare riscontro nella prima serie: dalla quale
sottraendo il primo e l’ultimo capitolo, quello perché introduzione e
questo perché apologia e conchiusione di tutta la serie, si
ottengono infatti dodici capitoli, che naturalmente si dividono in
due gruppi di sei capitoli ciascuno; e ciascun gruppo è destinato a
svolgere un certo motivo, e quindi forma un ritmo a sé. Sospetto
confermato da alcuni spostamenti dall’autore introdotti nel primitivo
ordine cronologico, e poi costantemente mantenuti, salvo una sostituzione
che nella terza edizione del libro mise uno scritto, per l’innanzi non potuto
mai pubbhcare, al posto di un capitolo del primo gruppo: capitolo
abolito allora perché infatti non armonico né col gruppo, né con
tutta l’opera. La distribuzione, è ovvio, non può avere se non
una importanza relativa. £ ragionevole pensare che fosse voluta e
curata dall’autore. Il quale egualmente non volle mai rispettare l’ordine
cronologico nelle edizioni da lui curate dei Canti, e diede loro un
ordinamento ideale, che per lui aveva un \'alore, e che per i lettori ed
inter¬ preti non può essere perciò trascurabile. Ma il fatto stesso
che tutte e venti le operette furono scritte successiva¬ mente, l’una
dopo l’altra, nello stesso periodo di tempo, e hanno tutte un prologo
generale e un unico epilogo, dimostra evidentemente che i loro singoli
gruppi non si possono considerare separatamente, quasi ognun d’essi
formasse un tutto a sé. La distribuzione del nucleo principale
delle Operette in tre gruppi di sei capitoli ciascuno, con a capo un capitolo
introduttivo e in fondo un altro capitolo conclusivo, può servire soltanto a
renderci attenti per leggere le varie parti del libro cercandovi tre
motivi fondamentali che nel pensiero deU’autore si fondo no in un
solo ritmj complessivo, e formano l’unità organica del libro; e in
questo modo può servire quasi di chiave a un libro, che fino a ieri si
leggeva qua e là, scegliendo l’uno o l’altro capitolo, come se ciascuno
stesse da sé. E non occorre dire che ci vuole discrezione, e non bisogna
pretendere un taglio netto tra un gruppo e l'altro, e una soluzione
di continuità che non si sa perché l’autore avrebbe do¬ vuto introdurre
una prima e una seconda volta nel corso della sua unica opera.
Discrezione che non vedo, per esempio, nel professor Faggi ',
quando del Dialogo di Malambrmio e Farfarello che resta collocato alla
fine del primo gruppo e da ser¬ vire quindi come passaggio al secondo, mi
domanda: « Ma non potrebbe stare anche nel secondo, poiché è una
affermazione chiara ed esplicita dell’ infelicità assoluta dell’esistenza, onde
si conchiude che, assoluta- mente parlando, il non vivere è sempre meglio
del vivere ? ». Ma io non avevo eretto nessuna muraglia tra il primo
gruppo concluso da questo dialogo di Malambruno e Farfarello e il secondo
aperto da quello della Natura e di un’Anima: anzi, dopo aver mostrato il
pensiero dominante nel primo gruppo, additavo in Malambruno
quell’anima che si ritrova di fronte alla Natura al prin¬ cipio del nuovo
ciclo; e tra i due dialoghi successivi non un salto, anzi un passaggio
naturale e come insensibile ove non si osservi che quella che nel primo
ciclo è una constatazione, un'osservazione di fatto, diventa nel
se¬ condo ciclo il problema. Il Faggi, tratto forse in
inganno da alcune parole [Una nuova edizione delle fn Operette movali n di
G. L., nel Mar¬ zocco -- da me usate incidentalmente, mi fa dire che la
diffe¬ renza tra primo e secondo periodo in questa trilogia delle
Operette consisterebbe, secondo me, in ciò: che nel primo « r infelicità
del genere umano si considera parti¬ colarmente nell’età moderna come
effetto più che altro della volontà pervertita dell’uomo e della civiltà
», e nel secondo invece, « questa infelicità si considera come
legge imprescindibile e ineluttabile dell’umanità o del mondo in genere»;
sicché «la Natura, che nella prima ipotesi apparisce fonte in se ancora
inesausta di vita e di fehcità, apparisce invece nella seconda vero
principio di ogni male e di ogni dolore. Cotesta sarebbe la nota
differenza osservata dallo Zumbini tra la prima fase « storica » del
pessimismo leopardiano, e la seconda metafisica o cosmica. Ma non
corrisponde per l’appunto alla distinzione da me indi¬ cata, tra il concetto
del primo e quello del secondo gruppo delle Operette. Nel primo, io
dissi, l’animo del poeta vien posto in faccia alla morte e al nulla : «
ossia al vuoto della vita, non più degna d’essere vissuta; poiché
degna sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso,
coscienza. La vita nella fehcità è la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni
giorno più con la civiltà, con l’irre¬ quieto ingegno, che assottiglia la
vita, e la consuma ». Qui il pessimismo storico è già superato, e
Malam- bruno può dire che « assolutamente parlando » il non vivere
è meglio del vivere. Lo può affermare, perché la vita umana, fin da
principio e per sua natura, è senso, coscienza, e si è strappata a quell’
ingenuità istintiva e affatto inconsapevole, che è pura animalità. « Può
pa¬ rere », scrissi io, « che la morte dell’umanità, la sua nul-
htà o infelicità sia, nei dialoghi del primo gruppo, una colpa dei
degeneri nepoti » : poiché infatti civiltà è au¬ mento progressivo di
coscienza e di pensiero. Ma in realtà, fin dalle origini, insieme col
sapere, che fa uomo l’uomo. c’ è già il dolore, ed il destino
dell’uomo è fissato. Ma- lambruno perciò è benissimo al suo luogo alla
fine del primo ciclo. Il secondo ciclo ricava la conseguenza
pratica della verità scoperta nel primo. E si apre infatti col
Dialogo della Natura e di un’Anima, nel quale dalla proporzione del
dolore con la grandezza dell’uomo (il cui progresso e perfezione consiste
nell’acquisto di sempre maggior copia di sentimento che gli fa sentire
sempre più acuto il dolore dell’esistenza) deduce, che dunque è
meglio spogliarsi deU’umanità, o delle doti che la nobilitano, e
farsi « conforme al più stupido e insensato spirito umano che la natura abbia
mai prodotto in alcun tempo. Negare l’umanità, rinunziare a ciò che fa il
pregio della \ùta, rinunziare ad affiatarsi con la Natura indifferente,
che ci respinge da sé, ossia rinunziare alla vita: e rassegnarsi
alla vita vuota, al tedio, all’ inerzia. Laddove il primo ciclo addita
aU’uomo l’abisso che con la coscienza s’è aperto tra lui e la natura, il
secondo gli fa sentire il de¬ stino a cui gli conviene di rassegnarsi,
rinunziando a quella natura che non è per lui, e a quella vita che
sol¬ tanto nella natura potrebbe spiegarsi. Il primo ciclo è
una negazione, per così dire teoretica; il secondo è la negazione pratica, che
consegue dalla prima negazione. La conclusione dovrebbe essere
quella di Bruto minore e di Saffo, il suicidio; non ò però la conclusione
del Leopardi, il quale non finisce con r Ultimo canto di Saffo, ma con la
Ginestra. E perché quella di Bruto non sia la sua conclusione è detto
nel terzo ciclo delle Operette. Il quale svolge questo motivo: che
quella vita che certamente non ha valore, perché è dolore e perciò
negazione della vita che noi vorremmo vivere, ripullula rigogliosa e
incoercibile dalla sua stessa negazione. La \àta è
abbarbicata aH’anima umana; e questa, attraverso le attrattive e le
lusinghe della gloria, la stessa contemplazione della morte liberatrice,
porto sicuro da tutte le tempeste, come la cantano i morti di
Ruysch, attraverso una filosofia che sappia intendere e sorridere
con la magnanimità bonaria di un Ottonieri, attraverso gli stessi rischi
in cui la vita si perde e si riconquista col gusto di una cosa nuova, e
in generale attraverso l’attività, il movimento, la passione e la
speranza che non vien mai meno; ma sopra tutto, attraverso l’amore
che ci fa ricercare nell’uomo, neW’umana compagnia, quello che la natura
ci nega anche nella piena coscienza della propria infelicità fatale e
immedicabile, vive e sente la gioia d’una vita che trionfa del destino
fatto all’uomo dalla natura. Una soluzione dunque del
problema della vita nei tre cicU delle Operette morali c’ è. Ma è una
filosofia ? È evidente che no: perché la via che filosoficamente si do¬
vrebbe seguire per superare il pessimismo radicale dei primi due cich è,
senza dubbio, quella per cui l’anima dello scrittore si avvia e
spontaneamente e vigorosamente procede nel terzo; ma questo non è una
dottrina, bensì 10 slancio naturale dello spirito che risorge con
tutte le sue forze dalla negazione pessimistica. E il pessimismo,
in linea di teoria, rimane la verità assoluta e insuperabile. Leopardi
sente bensì e vive la verità superiore, ma non riesce a darle forma
riflessa e speculativa. Egli spe¬ rimenta in sé ed attesta coi moti del
suo animo la po¬ tenza dello spirito, che anche nell’uomo che s’immagina
scliiavo e vittima della natura, trionfa della forza tirannica e feroce
di questo brutto potere, e vive, e gusta la gioia di questa sua vita in
cui consiste la realtà dello spirito. E in questo balsamo, che il suo
animo sparge così su tutte le piaghe che ha aperte e che ha fissate
inorridito, in questa dolcezza che sana ogni dolore, in quest’ idealità
che sopravvive a ogni negazione, qui la personalità, qui è la poesia del
Leopardi. Così, ripeto nelle Operette, come nei Canti. Si
rilegga l’affettuosa parlata di Eleandro onde si conchiuse da prima tutta
la serie delle Operette-, o il di. scorso di Plotino, con cui il libro
tornò ad essere suggei. lato nelle aggiunte posteriori; e si neghi, se è
possibile, che il centro e l’accento principale dello spirito
leojiar- diano è in quel « senso dell’animo », com’egli dice, che,
agli occhi suoi, lega l’uomo all’uomo, e con l’amore, vincolo soave insieme ed
eroico, instaura un ordine morale inespugnabile a ogni riflessione
scettica, e superstite infatti (coni’ è detto nella Storia del genere
umano) a quella fuga di tutti i lieti fantasmi che è prodotta dal
sorgere della verità tra gli uomini. L’animo del L., come quello di
Porfirio, non si scioglie dalla vita, anzi vi si stringe vieppiù, e la
trova, malgrado tutto, degna d’esser vissuta, per quel che dice appunto
Plotino: «E perché non vorremo noi avere alcuna considerazione degli
amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei
genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali
siamo usati di vivere da gran tempo: che morendo, bisogna lasciare per
sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore di questa separazione;
né terremo conto di quello che sentiranno essi, per la perdita di persona
cara e consueta, e per l’atrocità del caso ? ». Questo non è un argomento
filosofico, ma un cuore che trema in ogni parola; e ogni parola si sente
come velata dal pianto dell’anima che il dolore apre ed espande
nell’amore. Ma è proprio vero, torna a domandarmi il profes¬ sor
Faggi, che amore sia la prima e l’ultima parola delle Operette ? Ecco:
che la Storia del genere umano faccia consistere tutto il pregio, la
bellezza e la felicità della vita nell’amore, mi pare sia così chiaro
dalle ultime pagine del mito, che nessuno possa dubitarne. E non vedo che
ne dubiti lo stesso Faggi. Il quale dubita piuttosto che amore sia
l’ultima parola del libro. Non gli pare che sia nella prima forma di
questo, quando finiva col Dialogo a Timandro e di Eleandro\ né che sia
nella forma definitiva, quando all’ultimo posto fu collocato il Dialogo
di Tristano e di un Amico. La compassione di Eleandro, egli dice, « non è
amore : tant’ è vero che questo dialogo dovea dapprincipio intitolarsi
Misénore e Filénore, e Mis nore, cioè odiatore dell’uomo, doveva essere
il Leo¬ pardi ». Ma il Faggi non ha badato che (come avrebbe potuto
vedere da tutte le varianti che io ho tratte dal¬ l’autografo) cotesto
titolo, poi mutato dall’autore nell’altro con cui pubblicò il dialogo, non solo
fu ideato quando ancora il dialogo era da scrivere, ma mantenuto
fino alla fine della composizione del dialogo stesso. Sicché il concetto
di Mist'nore è puntualmente quel medesimo che vediamo incarnato in
Eleandro: in chi cioè non si oppone propriamente all’amatore degli
uomini, ma si oppone soltanto a chi, anzi che Filénore, merita
d’esser detto Timandro, perché eccessivamente valuta, col domma
della perfettibilità progressiva, il potere umano di impa¬ dronirsi della
feheità. L’uomo del Leopardi non è l’uomo vantato e millantato dagl’
illuministi del secolo XVIII e dai progressisti del suo secolo: l’uomo
dalle magnifiche sorti e progressive del Mamiani: è l’uomo vittima
della natura e però degno di compassione. La compassione non
è amore; certo. Ma ne è la ra¬ dice. E perciò Giove, mosso da pietà,
nella Storia del genere umano, manda Amore fra gli uomini. Perché
solo l’amore lenisce i dolori, per cui si commisera l’infelice; e
se Eleandro, dopo aver protestato con un grido che gli si sprigiona dal
più profondo del cuore: «Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto
affetto quanto può mai cadere in anima viva », soggiunge. Oggi non mi
vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché nie stesso, per necessità di
natura, e il meno possibile»- l’aggiunta è un’asserzione voluta dalla
coerenza del si' sterna pessimistico della vita che Eleandro oppone
al dommatico ottimismo di Timandro; ma si smentisce subito
continuando. Con tutto ciò sono solito e pronto a eleggere di patire
piuttosto io, che esser cagione di pa¬ timenti ad altri ». E questa è
compassione, che è pnrg una sorta di amore. Che se Tristano non sa
più pensare se non alla morte questa morte (come credo di aver chiarito
abbastanza col riscontro di quel dialogo con i canti dell’amore
fio¬ rentino, Aspasia e Amore e morte), non è la disperazione della
vita, cantata da Bruto minore e da Saffo, ma è la bellissima fanciulla
che Gode il fanciullo Amore Accompagnar sovente;
la bella morte, pietosa, sospirata in quel languido e stanco
desiderio di morire che sorge col nascere d’un amoroso affetto. E r
ironia, così nel Timandro come nel Tristano, non è rivolta contro la vita
confortata dall’amore, bensì contro quel volgare ottimismo che parla il
fatuo linguaggio di Timandro e deH’amico di Tristano. Vero è che
per leggere Leopardi non bisogna tanto badare a quello che egli dice, ma
al modo piuttosto in cui lo dice, al tono delle sue parole, in cui
propriamente consiste la sua anima, e quindi la vita e il valore
della sua prosa. Che io perciò desidero considerare più come poesia
che come argomentazione. E perciò non posso accettare quel che il Faggi
dice del Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare e dell’ Elogio degli
uccelli. Come mai, mi domanda del primo, «appartiene al
secondo gruppo e non al terzo ? Anche questo dialogo è senza dubbio....
una ricostruzione; e, per questo lato. vale il Dialogo di
Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ». Infatti, egli osserva, « non
dee spaventare la differenza che c’ è fra un uomo chiuso nelle quattro
mura d’una prigione e un altro che corre a vele spiegate 1’ Oceano
infinito. 11 Tasso prova nello spirituale colloquio col suo Genio
familiare press’a poco la stessa soddisfazione che il grande Genovese nel
suo fortunoso viaggio. Tutt’e due han trovato la maniera di fuggire la
noia, questa compagna indivisibile dell’esistenza. Quando altro frutto
non ci venga da questa navigazione, dice Cristoforo Colombo a
Pietro Gutierrez, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per
lungo tempo essa ci tiene Uberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa
pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.
E il povero Tasso ha ricevuto tale conforto dalla con¬ versazione col suo
Genio, che, si può ritenere, il consigUo da questo datogli di ricercarlo,
ov’ei lo voglia, in qualche Uquore generoso, non andrà perduto. Tutt’e
due, tra fantasticare o navigare, van consumando la vita: non con
altra utiUtà che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo
se ne può avere: e l’unico ‘intento che l’uomo deve proporsi ogni mattina
in sullo svegliarsi ’ ». Ora tutto ciò, se si guarda alla nota
fondamentale dei due dialoghi, non credo si possa sostenere. Lo
spunto del Colombo ci è indicato dallo stesso Leopardi, che, come
io ho mostrato, aveva prima concepito questo scritto col titolo di Salto
di Leucade\ e il senso o nucleo del dia¬ logo va quindi cercato nel passo
che segue alle parole citate dal Faggi, dove Colombo dice: « Scrivono gU
antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittan-
dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella
marina, e scampandone, restavano per grazia di Apollo, liberi dalla
passione amorosa. Io non so se egli si debba credere che ottenessero
questo effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno
per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo avuta cara la vita,
che prima avevano in odio; o pm-g avuta più cara e più pregiata che
innanzi. Ciascuna na vigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla
rupe di Leucade; producendo le medesime utihtcà, ma pj(, durevoli
che quello non produrrebbe; al quale, per questo conto, ella è superiore
assai. Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a
ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita pro¬
pria, che non fanno gli altri della loro. Io per Io stesso rispetto
giudico che la vita si abbia da molto poche per¬ sone in tanto amore e
pregio come da’ navigatori e soldati ». Non il consumai'e la
vita è l'utilità del rischio, a cui Colombo espone sé e i suoi marinai,
ma la gioia di riaf¬ ferrarsi aUa vita che nell’oceano sterminato si teme
sfug¬ gita per sempre: il gusto che si prova per ogni piccolo bene,
appena ci paia di averlo perduto, se lo riacqui¬ stiamo. 11 Colombo è
questa gioia del pericolo vinto, ma che bisogna perciò affrontare per
vincerlo. Il Tasso è tutt’altra cosa. Il navigatore pregusta
il piacere della vista di un cantuccio di terra: ma il povero
prigioniero non conosce né spera mutamento alla sua sorte, e lasciando,
com’egli dice, anche da parte i dolori, la noia solo lo uccide. La noia,
di cui egli può parlare perché ne ha esperienza; ma che gh pare il
destino universale degh uomini, quasi la sua prigione fosse simbolo della
natura, che circonda e chiude dentro di sé l’uomo: « A me pare che la
noia sia della natura dell’aria : la (juale riempie tutti gli spazi
interposti alle altre cose matcriah, e tutti i vani contenuti in ciascuna
di loro: e donde un corpo si parte, e l’altro non gli sottentra,
quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana
frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però,
come nel mondo mate¬ riale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto
alcuno; così nella vita nostra non si dà vóto : se non quando la
mente per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero. Per
tutto il resto del tempo, l’animo, considerato anche in se proprio e come
disgiunto dal corpo, si trova con¬ tenere qualche passione; come quello a
cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno
di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e
il diletto. Che egli consumi pure un po’ di tempo nel colloquio col suo
Genio, è vero. Ma lo consuma senza dolcezza, ]ier confermarsi nella
convinzione della sua immedicabile tri¬ stezza: «Senti. La tua
conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia
tristezza, ma questa per la più parte del tempo è come una notte
oscurissima, senza luna né stelle ; mentre son teco, somiglia al bruno
dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti
possa chiamare o trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di
abitare. Il Genio risponderà con amara ironia che la sua abitazione è in
qualche liquore generoso. Ma il Faggi crede sul serio che ci sia qui un
consiglio da prendersi alla lettera ? « Cruda ironia », scrisse il Della
Giovanna, che ebbe pure la strana idea di cercare negh scritti del
Tasso l’eventuale fondamento storico di questo tratto. Il quale,
per chi legga la prosa leopardiana con animo sensibile all’angoscia
desolata che vi è sparsa dentro, non può significare altro che un
realistico strappo che 1 autore vuol dare alla stessa poetica illusione
consolatrice del- r infelice prigioniero. E porgendo
l’orecchio all’accento commosso dello scrittore io credetti di poter dire
1 Elogio degli uccelli lirica stupenda sgorgata al Leopardi dal pieno
petto al guizzo d’una immagine lieta e ridente, e come un canto di gioia.
No, oppone il Faggi, « è un elogio degli uccelli un’opera non
d’ispirazione, ma, in massima parte (jj riflessione; benché questa sia
ravvivata dal soffio della poesia inerente al soggetto. Il Leopardi non
intendeva di fare altro ». Piuttosto egli penserebbe al Passero no
litario) ma avverte subito da sé il carattere del tutto estrinseco del
ravvicinamento, e nota che « anche quello non è un canto di gioia ».
Anche nell’ Elogio, secondo il Faggi, il Leopardi è filosofo, e non è
poeta. « Non ha creduto di spogliare del tutto la giornea del
filosofo- che anzi egli parla per bocca di un Amelio, filosofo
soli¬ tario come egli dice, che si potrebbe credere il neoplatonico,
scolare di Plotino, se non lo cogliessimo a citare Dante e Tasso.
.Scrive, e ha davanti i suoi libri, soprattutto le opere del Buffon; si difende
in una lunga digres¬ sione sull’origine e la natura del riso,
suggeritagli dall’osservazione che il canto è, come a dire, un riso che
fa l’uccello ; e, intorbidando l’immaginazione lieta e serena in cui l’animo
suo volea riposarsi, si lascia attrarre a considerare il riso umano nello
scettico, nel pazzo e nell’ebbro; che non è più manifestazione sincera, o
spontanea dell’animo, e non ha jùù quindi relazione col canto degli
uccelli ». Donde s’avrebbe a concludere che il Leopardi abbia
voluto scrivere sul serio l’elogio degli uccelli, proponendosi una tesi
ritenuta da senno per vera, e industrian¬ dosi di dimostrarla nel miglior
modo per tale. No, per Dio, non mi prendete alla lettera — ci
ammonirebbe il poeta. Il quale ad altro proposito scriveva al padre
scandalizzato dalle forme pagane di Giacomo : « Io le giuro che l’intenzione
mia fu di far poesia in prosa, come s’usa oggi, e però seguire ora una
mito¬ logia ed ora un’altra ad arbitrio; come si fa in versi, senza
essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ecc. » Senza essere
creduti perciò zoologi o filosofi, possiamo aggiungere noi. E del resto a
quella conclu¬ sione io non credo che il Faggi abbia voluto andare incontro
intenzionalmente, poiché egli pure vede « l'ima¬ ginazione beta o serena
in cui l’animo del Leopardi volea riposarsi » ; e rispetto alla quale gli
uccelli non sono dav¬ vero gli uccelli dello zoologo; ancorché nella
tessitura dell’ Elogio l’autore si giovi spesso di reminiscenze
delle sue letture del Buffon (che è poi un poeta, anche lui, della
storia naturale) ; ma sono appunto un’ immagine, simbolo di quella vita
piena d’impressioni, che non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. La cui
espansione e penetrazione nel cuore del poeta si vede bene dove a
questo si svegha nell’animo un senso di gratitudine verso quella
Provvidenza, che volle il dolce canto degli uccelli a conforto degli
uomini e d’ogni altro vivente. «Certo fu notabile prowedimento della
natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in
guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla
voce, fossero per l’ordinario in luogo alto, donde ella si spandesse all’
intorno per maggiore spazio e pervenisse a maggior numero di uditori. E
in guisa che l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse
popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e
diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli
uomini, l’udire il canto degli uccelli ». La prosa tranquilla e
contenuta vuol essere nella sua forma esteriore l’eloquio didascalico di
un filosofo, ma tanto più perciò essa fa sentire la dolcezza gioiosa che
vi si agita dentro, con quella stessa mobilità irrequieta, che fa
dal poeta contrapporre all’ozio pigro e sonnolento degli uomini la
vispezza dei volatili. « Gli uccelli per lo con¬ trario, pochissimo
soprastanno in un medesimo luogo; van- I Episiol., lett. . — GENTILE,
Manzoni e Leopardi. no e vengono di continuo senza necessità veruna ;
usano T volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più cen
tinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, i] medesimo in sul
vespro vi si riducono. Anche nel piccol tempo che soprasseggono in un
luogo, tu non h ved^ stare mai fermi della persona; sempre si volgono
cjua I là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si croK
lano, si dimenano; con quella \ds]iezza, queU'agUità quella prestezza di
moti indicibile. E con la stessa intenzione del contrasto tra l’espo¬
sizione solenne e dotta del filosofo e il sentimento che ’ deve vibrare
dentro, si spiegano i ricordi anacreontd che il Faggi dice eruditi e
freddi, e che tali vogliono essere infatti, nella conclusione dell’ Elogio, nel
desiderio finale di Amelio: «.... Similmente io vorrei, per un poco
di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e
letizia della loro vita ». Ultime parole dell’ Elogio, che ne sono quasi
la chiave, e che reca me¬ raviglia non vedere intese esattamente nepjmr
dal Faggi Già il Della Giovanna, che, mi rincresce dirlo, troppo
pedanteggiò irriverentemente nel suo commento erudito ma offuscatore
assai più spesso che rischiaratore del ni¬ tido pensiero leopardiano,
postillò: n Per un poco di tempo. Meno male ! chè dopo la vantata
perfezione degli uccelli, c era da aspettarsi una conclusione meno
restrittiva ». E il Faggi rincara: «Fa quasi sospettare che Amelio non
sia riuscito a convincere pienamente se stesso, o il suo entusiasmo non
sia stato davvero troppo pro¬ fondo ». Come se si trattasse di convincere!
A me pare ci sia un modo più ragionevole d’inten¬ dere
quell’inciso; ed è quello che verrà subito in mente ad ognuno, che
rifletta che se il filosofo avesse espresso il desiderio d’essere
convertito per sempre in uccello, avrebbe fatto ridere. Che diamine, il
poeta invidia degh uccelli la contentezza, la letizia; e ora essi non
sono altro per lui, ma né anche la contentezza e la letizia per lui
sono tutto, ed egli ama troppo la propria umanità per essere disposto a
barattarla con esse per sempre. Anche la morte potrebbe essere per lui,
come per Porfirio, la soluzione del problema dell’esistenza. Ma il «senso
del¬ l’animo» lo ammonisce colle parole di Plotino: «In vero, colui
che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degh altri; non
cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle
spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano; tanto che in questa
azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido,
o certo il men bello e men liberale amore di se mede¬ simo che si trovi
al mondo ». Commemorazione tenuta nell’Aula Magna del Palazzo
Comunale di Recanati; e pubblicata nel fascicolo giugno- luglio dello
stesso anno del periodico “Educazione fascista”. Il modo più degno di
commemorare un poeta è quello di entrare nella sua poesia, cioè nel suo
animo, nel mondo dei suoi fantasmi, come egli li vide e li sentì. Gli
elementi della sua biografia, tutti, dalla data di nascita a quella
di morte, i casi della sua vita, le persone e le cose in mezzo alle quali
questa vita si svolse, le idee stesse che egh accolse e che professò, le
correnti spirituali ante¬ cedenti o contemporanee di cui partecipò, sono
semplici generahtà, paragonabili alle note d’un passaporto; le
quah, ove non si accompagnino e precisino con una fo¬ tografia, rimangono
appunto generalità, riferibili a migliaia di persone. Ogni uomo è una
determinata personalità in quanto è un’anima. La quale, quando si conosca
da vicino e cioè per davvero, è singolare e inconfondibile: unica.
E la sua singolarità in fondo consiste non nella periferia del mondo di cui
l’uomo fu centro, ma in quello piuttosto che egli fu, al centro di questo
mondo, col suo modo di reagire a questo mondo che era il suo, raccolto
nel suo pensiero e nel suo sentimento. Due possono nascere nello
stesso anno e nello stesso giorno, vivere nello stesso luogo e quasi
cogli stessi spettacoli dinanzi agli occhi, tra gli stessi uomini e quasi
con le stesse voci negli orecchi; e ricevere la stessa educazione, incorrere
magari nelle stesse malattie, e insomma viv'ere tutta material¬
mente la stessa vita e concorrere perfino nelle stesse idee, ed essere
come due anime gemelle. Eppure ciascuna di queste anime, se vi provate ad
entrare nel suo intern è se stessa, diversa, assolutamente diversa
dall’altra quel certo suo dèmone ascoso, che tratto tratto si senr
nel timbro della voce o lampeggia nelle pupille, svelane!^ subitamente
l’essere dell’indi\dduo : quell’essere eh” ognuno di noi, nella vita,
spia e riesce a scoprire atti e nelle parole delle persone che frequenta.
Quest dèmone interno, sorgente segreta da cui scaturisce in verità
tutta la vita effettiva dell’uomo non soltanto quale essa è, ma quale è
sentita e perciò nel valore che ha, è quello che i filosofi dicono 1’ Io:
il soggetto, che è la base d’ogni individualità umana. Qualcosa
d’inaf¬ ferrabile in se stesso, perché infatti non si manifesta se
non in quanto si realizza nelle concrete determinazioni del carattere,
nel complesso degh atti e delle parole, che formano la trama della vita
dell’ individuo. 11 centro non è rappresentabile se non in rapporto alla
sua circonferenza. Ora questo demone segreto che si cela e si svela
nella vita di ciascun uomo, è la fonte viva dell’ispirazione del
poeta. Il quale non si distingue dagli altri uomini se non jierché riesce
a stampare una più profonda impronta di questa segreta potenza nelle
espressioni del suo essere. E pare che per lui innanzi agli occhi meravigliati
della moltitudine si levi e grandeggi in una solitudine infinita
l’immagine di un’anima divina, creatrice, che di sé fa il suo universo; e
quelli che per gli altri sono sogni e ombre, per la virtù sua
onnipossente son corpi saldi, viventi e luminosi, e riempiono tutta la immensa
scena del mondo che il poeta sostituisce a quello della comune
esperienza. Nel poeta, in quanto tale, tutto ciò che egli vede e tutto
ciò che può dirci è la sua anima, anzi questo dèmone che si cela nella
sua anima. Nel caso di L., quanto difficile cercarla e tro- v'arla
questa scaturigine della sua poesia: e quanto perciò s e girato e si gira
tuttavia intorno al segreto della sua grandezza ! Questa poesia da un
secolo e più conquide tutti i cuori, trova la via di tutte le anime, che
sponta¬ neamente si aprono alle soavi commozioni di essa. Ma
studiata lungamente, pertinacemente, ingegnosamente da mille ingegni,
alla luce di mille sistemi e sulla base di mille preconcetti, analizzata,
tormentata dalla preten¬ siosa volontà indagatrice della critica,
impegnata per lo più nella superba impresa di ricostruire l’arte dagli
sparsi frammenti esanimi ottenuti attraverso una fredda operazione
anatomica, essa si è sottratta e sfugge ancora alla intelligenza
riflessa, che si sforza di coglierne l’essenza e chiuderla in una
definizione. Negli ultimi tempi vi si son provati critici di
grande levatura e dottrina; e si sono avuti saggi, di cui non
disconoscerò io il merito insigne. Questi scritti giovano indubbiamente
alla comprensione della poesia leopar¬ diana; ma solo in quanto ne
scoprono alcuni aspetti. 11 loro comune difetto è quello di trascurare la
verità, che io ritengo evidente e indiscutibile, dalla quale ho
creduto opportuno prender le mosse. Trascuranza il cui effetto è questo:
che il critico non sente la necessità di risalire sino alla sorgente da
cui la poesia leopardiana sgorga, e in cui soltanto è possibile scorgere
l’unità della sua ispirazione e rendersi conto della varietà dei
motivi in essa dominanti. Così accade che si aprano i canti e le
prose del Leopardi, e si dica. Nelle prose, manco a dirlo, non c’ è
poesia. C’ è una pretesa filosofia, che è una filosofia per modo di dire.
Lambiccatura di cervello che si sforza di dimostrare sistematicamente uno
stato d’animo personale; e perciò si mette fuori di questo stato
d’animo; e quindi riesce amaro, falso, estraneo al vero e profondo
sentire dello stesso scrittore, e perciò freddo, sofistico. Né filosofia,
né poesia. Nei canti, bisogna distinguere: c’è poesia e non poesia. Vi sono
strofe o versi in cui il poeta trova se stesso e parla serio e
commosso; e lì è il poeta; il poeta le cui parole non si dimenticano
e tornano da sé a risuonare nell’animo, a commuoverci col calore e la
passione della vita che ogni uomo vive e sente. Ma ci sono negli stessi
canti poesie giovanili rettoricamente patriottiche; ci sono poesie filosofiche
non meno fredde e artifiziate delle prose: ci sono pezzi ora-
torii, in cui il poeta cerca l’effetto e pensa al lettore e non si
dimentica nello schietto moto della sua anima Manca qua e là negli stessi
canti più felici il caldo di queir ispirazione, che s’apprende
immediatamente all’animo di ogni uomo. Risorge il ragionatore a freddo
che vede il mondo dall’angustissimo foro che le sciagure fisiche e le
tristi condizioni personali gli han lasciato aperto sulla grande scena
della vita, e vien meno il poeta che accoglie beato nel suo petto la voce
naturale del mondo e il vasto respiro delle cose. — £ fortuna se
alla prova di questa critica si salva qualche frammento della
poesia del Leopardi. Ma si salva davvero ? Io vorrei invitare
questi critici a ristampare Leopardi purgandolo da tutte le scorie
della sua poesia, per darcene il fiore, un’antologia; con¬ tenente i soli
pezzi ^'eramente poetici a cui si fa grazia. Temo che al fatto questa
antologia riescirebbe estrema- mente difficile, se non impossibile:
poiché non solo il significato di ciascun verso risulta dal contesto a
cui appartiene, e ogni strofa ha il suo valore nel complesso del
componimento; ma, si sa, ogni parola ha sempre un accento, in cui è la
sua anima e individuahtà; e quell’accento non si può sentire se non nel ritmo
dell’ insieme. Isolare una parola è impresa vana ed assurda. E se
si crede il contrario, ciò accade perché in realtà quella parola
che ci pare di isolare, noi la facciamo nostra e la fondiamo in un nuovo
nesso, in un ritmo da noi creato, in cui non è più la parola di quel
poeta, ma l’espressione del nostro animo. L. non è soltanto il poeta
degl’ idillii, dove il suo petto si allarga e s’inebria del profumo della
na¬ tura, e il suo cuore batte all’unisono col grande cuore del
mondo, commosso dal senso della vita che ride a primavera nei campi, brilla a
notte nel mite chiarore della luna, imporpora il viso alle fanciulle
innamorate, tuona tra le nubi nell’ infuriar della tempesta, e ridesta ad
ora ad ora negli animi stanchi e delusi la speranza e la dolcezza
dell’amore. Il Leopardi è anche Tristano ed Eleandro; ed è Copernico e Ottonieri;
ed è Colombo e Tasso visitato nel mesto carcere dal suo Genio familiare;
ed è Stratone e Plotino; ed è 1’ Islandese al cospetto della Natura dal volto «
mezzo tra bello e terribile »; ed è il gallo silvestre che sta in sulla terra
coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, e riempie del
suo canto l’universo e dice di questo « arcano mirabile e spaventoso
dell’esistenza universale » che, « innanzi di essere dichiarato né inteso, si
dileguerà e perderassi ». E insomma il Leopardi pacato e placato nel
sentimento solenne e religioso del dolore e del mistero e della vanità
dell’opera umana, e pur raccolto nell’ intima soavità dell’amore, onde gh
uomini vincono ogni travagho c gustano una beatitudine divina,
ancorché confusa a certo mistico senso del proprio dissolvimento
nella vita universale. Ed è anche il poeta che come italiano vede le colonne e
i simulacri e le ruine della grandezza antica, ma non vede più la gloria e le
armi dei padri; e non sa rivolgersi indietro a (juella schiera
infinita d’immortah, che onorarono già la nostra terra, senza
pianto e disdegno per la presente viltà; e sente in cuore la disperazione
di Bruto per l’impotenza della virtù sconfitta dalla perversa fortuna e
lo strazio della misera Saffo, spregiata amante, vile e grave ospite nei
superbi regni della natura bellissima. Ma non sì che l’animo non gli
si esalti nell’ idea della guerra mortale che il prode di cedere
inesperto, guerreggerà sempre contro l’indegno fato, e in cui anche il
virile animo di Saffo si sentirà sparso a terra il velo indegno, di
emendare il crudo fallo del cieco dispensator dei casi. E anche l’uomo che
si leva col pensiero al di sopra della ferrea vita e sentendo che
conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero, si compiace
d’investigar Yacerbo vero e i ciechi destini delle mortali e delle eterne
cose] e trae gli ozi in questo specu¬ lare. E in fine l’uomo che si
rifugia con questo altissimo sentimento della invitta potenza del
pensiero umano nella rocca inespugnabile della noia: di questo che
egli dice « in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani »,
poiché « il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per
dir così, dalla terra intera; consi¬ derare l’ampiezza inestimabile dello
spazio, n numero e la mole maravighosa dei mondi, e trovare che tutto
è ])oco e piccino alla capacità deU’animo proprio; immaginarsi il numero
dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il
desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e
sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire
mancamento e vóto, e però noia, pare a me il maggior segno di gran¬
dezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana » >. E perciò
anche il Leopardi, nel colmo della sua delusione, può giungere a fermare
in se stesso ogni desiderio e ogni moto, a disprezzare perfino se stesso,
come la natura, il brutto Poter che, ascoso, a comun danno impera, E V
infinita vanità del tutto: e, pur caduto l’incanto che gli fece vedere e
amare in una donna mortale la Dea della sua mente, pur vedendo ormai
nella propria vita una notte senza stelle a mezzo il verno, può trovare
al suo fato Pensieri. mortale bastante conforto e vendetta nella
coscienza di se medesimo: su l’erba Qui
neglùttoso immobile giacendo, Il mar, la terra e il ciel miro, e
sorrido. Se noi rinunciamo a questi ed altrettali motivi
della poesia leopardiana, per restringerci al dolce gusto di quell’
idillico che è la prima e immediata forma di questa poesia, noi avremo sì
elementi di una poesia squisita, ma perderemo la poesia propria del
Leopardi. Nella quale quella prima forma è solo uno degli elementi
del dramma e del fiero contrasto, nella cui superiore soluzione la poesia
leopardiana per l’appunto consiste. L’i dilli o è certo alla base del
Leopardi poeta. Ne risuona il motivo di continuo nell’ Epistolario,
nello Zibaldone, nei Canti, nelle Operette morali. Se volete rendervi
conto della natura dell’ idillio, come il Leopardi r intese e lo sentì,
rileggete l’ Infinito, quei quindici versi che gittano la fantasia del
Poeta al di là della siepe in spazi interminati, sovrumani silenzi e
profondissima quiete: dove l’infinito silenzio e l’eterno assorbono
in sé e annichilano la voce del vento che stormisce tra le piante e
il suono delle lotte e delle fatiche umane: Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio E il naufragar m’ è dolce in questo
mare. L’uomo scioglie il suo pensiero, ond’egli riflettendo
si distingue e si oppone alla natura, e si confonde con essa. Ricordate il
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che dice alla sua greggia:
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe. Tu .se’ quieta e
contenta; E gran parte dell’anno Senza noia consumi in quello
stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, E un
fastidio m’ingombra La mente, ed uno spron quasi mi punge Si che,
sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. Nell’
Inno ai Patriarchi il Poeta rammenta l'antico mito della colpa che
sottopose Vuman seme alla tiranna Possa de’ morbi e di sciagura ; e
attribuisce all’ irrequieto ingegno dell’uomo la prima origine dei suoi
dolori. La noia, la sublime noia, è il privilegio del pensiero.
Finché la riflessione non è sorta, e il pastore errante non è an¬
cora in grado di domandare alla luna il fine di tanti moti, e che
sia Questo viver terreno. Il patir nostro, il sospirar
che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del
sembiante, E perir dalla terra, e venir meno .‘Vd ogni usata,
amante compagnia; egh può esser queto e contento come la sua
greggia. Pensare è distinguersi dalla vita, opporvisi, sentirsene
fuori, cercare e non trovare, sentire la vanità di tutto: non aver più né
contentezza né pace. Il Leopardi intanto sa bene che senza pensiero non
c’ è grandezza. Perciò in uno de’ suoi dialoghi la Natura dice a un’Anima.
Va’, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per lungo
ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice. Perciò il Poeta dice ai
« nuovi credenti » che non credono al dolore: A voi non tocca DeU’umana
miseria alcuna parte, Ché misera non è la gente sciocca. Dico, ch’a
noia in voi, ch’a doglia alcuna Kon è dagli astri alcun poter
concesso. Non al dolor, perché alla vostra cuna Assiste, e
poi sull’asinina stampa 11 pie’ per ogni via pon la fortuna. E se
talor la vostra vita inciampa. Come ad alcun di voi, d’ogni
cordoglio Il non sentire e il non saper vi scampa. Noia non
puote in voi, ch’a questo scoglio Rompon l’alme ben nate. Ma se il
pensiero è la sorgente del dolore, bisogna pur distinguere tra pensiero e
pensiero. E anche questo è avvertito dal L.. C’ è un pensiero che è la
stessa natura deU’uomo ; deiruomo che sente e crede nell amore e
nella virtù ; che sente e crede nella bellezza della natura e della vita;
che spera e apre l’animo alla gioia delle il¬ lusioni, che tali si
dimostreranno al cimento della espe¬ rienza, ma che la natura stessa
risusciterà sempre dal fondo del cuore umano a rendere amabile o almen
sopportabile la vita. Questo è pensiero. Ma c’ è un altro pensiero, che
si sovrappone a questo primo e lo critica e lo demolisce e lo irride, e,
scoprendone tutte le debolezze e gli arbitrii, gitta lo sconforto nel cuore
umano e lo inonda d’immedicabile amarezza. Non occorre pertanto che
l’uomo si abbrutisca come il gregge per sottrarsi al dolore. Può essergli
simile, e al pari di esso rimaner congiunto con la natura e godere del
benefizio di essa, se si abbandona, per dir così, al pensiero
naturale, e vede la vita con quegli occhi che la natura gh ha dati.
Vive nel suo stesso pensiero la vita spontanea e istintiva che è propria
di tutti gli esseri naturali, senza che questa natura sia sconvolta o
turbata dal suo irrequieto ingegno. Così fa il fanciullo, così tutti gli
spiriti semplici e sani. Questa è la giovinezza sempre rinascente del
genere umano; dell’anima aperta alla speranza e fortificata dalla
fede: dell’anima quale ogni uomo la ritrova in se stesso al mattino sul
primo svegliarsi, all’ inizio d’ogni suo giorno, come d’ogni nuovo
periodo della sua vita « Il primo tempo del giorno », canta anche il
gallo silvestre « suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in
sullo svegliarsi ritrovano nella mente pensieri dilettosi o lieti-
ma quasi tutti se ne producono e formano di presente perocché gli animi
in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata,
inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli
altri tempi alla pazienza dei mah. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto
dal sonno, trovavasi occupato daUa disperazione; destandosi, accetta
novamente nell’animo la speranza ciuantunque cUa in niun modo se gli
convenga. Molti infortuni e travagli propri, molte cause di timore o
di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero la
sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato sono volte in
dispregio, e quasi per poco in riso, come effetto di errori e
d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo
contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza. Cresce
l’esperienza della vita, sopraggiunge la rifles¬ sione, la speranza
dilegua: sottentra il dolore e la noia: tanto più acuto quello, tanto più
grave questa, quanto più viva fu la speranza e ardente la fede nella
vita. Quindi la grande importanza del momento idillico, o
giovanile, spontaneo, naturale in una poesia che, come quella del
Leopardi, accentua poi il momento negativo del distacco e della
opposizione, che è il momento del dolore. Questo dolore è materiato, si
può dire, dalla stessa dolcezza dell’ idiUio. Odi et amo. La negazione
non avrebbe mai il suo significato lirico se non corrispondesse a
un’affermazione vigorosa e potente. Appunto perché la vita è così bella
agli occhi del Poeta, ed egh ne sente sì forte il fascino nel fondo del suo
cuore, egli si duole tanto di non possederla. Al disperato affetto di
Saffo non arride spet- tacol molle: ma questo spettacolo pur le è fitto
negli occhi e nel petto; Placida notte, e verecondo
raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in
su la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettoso e care Mentre ignote mi
fur l’erinni e il fato. Sembianze agli occhi miei. Del resto questo
molle spettacolo non fugge da’ suoi occhi senza che questi si volgano
desiosi ad altri spettacoli di natura, meglio rispondenti al suo stato d’animo.
Noi r insueto allor gaudio ravviva Quando per l’etra liquido si voi
ve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de’ Noti, e quando
il carro. Grave carro di Giove a noi sul capo. Tonando, il
tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar
giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o
d’alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira
dell’onda. Saffo ha l’animo popolato di ridenti immagini di
questa natura di cui ella si vede prole negletta: , Bello il tuo
manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. A me non
ride L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor;
me non il canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure
saluta: e dove all’ombra Degl' inchinati salici dispiega Candido
rivo il puro seno, al mio Lubrico pie’ le flessuose linfe
Disdegnando sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge.
13. — GkktIx<s, Manzoni e heopardi. Bruto minore, fermo già di
morire, percote l’aura sonnolenta di feroci note. Ma tra queste note se
ne odono di soavi, affettuose, per quanto solenni, come queste:
E tu dal mar cui nostro sangue irriga. Candida luna, sorgi,
E l’inquieta notte e la funesta All’ausonio valor campagna
esplori. Cognati petti il vincitor calpesta, Fremono i
poggi, dalle somme vette Roma antica mina; Tu si placida sei
? Tu la nascente Lavinia prole, e gli anni Lieti
vedesti, e i memorandi allori; E tu su l'alpe l'immutato
raggio Tacita verserai quando ne’ danni Del .servo italo
nome. Sotto barbaro piede Rintronerà quella solinga sede.
Ecco tra nudi sassi o in verde ramo E la fera e l’augello.
Del consueto obblio gravido il petto. L’alta mina ignora e le
mutate Sorti del mondo: e come prima il tetto Rosseggerà del
villanello industre. Al mattutino canto Quel desterà le
valli, e per le balze Quella r inferma plebe Agiterà
delle minori belve. D’altra parte, fin da quando il Poeta
ascolta nel suo profondo questa voce antica ed eternamente giovanile
della santa natura e del mondo, contro cui si volgerà sempre più
risentito e dolorante, egli sente nel petto Nell’ imo petto,
grave, salda, immota Come colonna adamantma, quella noia
immortale, di cui parlerà nell’epistola Al Conte Carlo Pepoli. E nello
stesso Infinito, nella Sera del dì di festa e negli altri piccoli e grandi
idilli che altro, in¬ fine, si canta se non il dolore ? Dolce
e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo
agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O
donna mia. Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce
la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol soimo Nelle tue
chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel,
che si benigno Appare in vista, a salutar m’affaccio, E
l’antica natura onnipossente. Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro Non brillin gli occhi tuoi se
non di pianto. La serenità, il dolce chiarore lunare dei primi versi
e lo stesso sonno tranquillo e scevro d’affanni de lla donna formano lo
sfondo del quadro, in cui risalta la personalità di quest’uomo, a cui la
speranza è negata e i cui occhi non brilleranno mai se non di lagrime.
L’amarezza di questa anima desolata nasce dal contrasto. La donna
sogna forse a quanti oggi piacque e quanti piacquero a lei. Fantasmi e
sentimenti pieni di dolcezza; ma sorgono alla mente del Poeta soltanto
per fargli sentire che egli ne è escluso: non io, non già eh’ io
speri, .à.1 pensier ti ricorro. Egli non dorme, non posa, non sogna.
Si getta per terra, grida, freme. E il suo pensiero si insinua
nella gioia altrui e vi soffia dentro il vento della riflessione
che l’inaridisce: Ahi, per la via Odo non lungo il solitario
canto Dell’artigian, che riede a tarda notte. Dopo i
sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il
core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma
non lascia. L’artigiano probabilmente non fa questa
malinconica riflessione. Probabilmente egli, come la donna,
rimembra i sollazzi del giorno, la cui memoria non è spenta e basta
tuttavia a riempirgli e consolargli l’animo. Ma su quel mondo festivo e
gorgogliante ancora di sensazioni dilet- tose il Poeta riversa l’angoscia
fredda del suo cuore de¬ solato. E altrettanto si i)uò
osservare di tutte queste sue poesie, che il Leopardi stesso definì
idillii, e in cui più forte risuona la corda dell’animo commosso e
vibrante della stessa vita del mondo. Citerò ancora il primo
periodo della Vita solitaria che comincia; La mattutina
pioggia, allor che l’ale Battendo esulta nella chiusa stanza La
gallinella, ed al balcon s’afìaccia L’abitator de’ campi, e il Sol che
nasce I suoi tremiili rai fra le cadenti Stille saetta, alla
capanna mia Dolcemente picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i
lievi nugoletti, e il primo Degli augelli susurro, e l’aura fresca,
E le ridenti piagge benedico; per rivolgersi subito contro le
cittadine infauste mura, e per concludere; In cielo.
In terra amico agh infehci alcuno E rifugio non resta altro che il
ferro. Principio idillico, conclusione tragica. Tragica
quanto è idillico il principio. I due termini si corrispondono e si
congiungono insieme in un nesso inscindibile. Togliete a L. la commozione
e l’amore per la natura, per la vita, per la donna, ])er la bellezza, per
la forza ma¬ gnanima, per l’ardimento generoso, per la virtù, j>er
la patria, per i parenti, per gli amici, per tutto ciò che rende
amabile e santa la vita, e non intenderete più lo strazio delle sue
delusioni. Prescindete dal fermo con¬ vincimento, che la sua filosofìa
gli ha piantato nel petto, della arbitraria soggettività degli ideali in
cui l’uomo, non ancora caduto in preda al pensiero, crede provvidenzialmente;
chiudete gli occhi sull’amarissimo gusto con cui egli, tornando sempre ad
esaminare i suoi pensieri e la vita e il proprio essere e il fato universale
degli uomini, ribadisce sempre quel suo convincimento; e non
potrete più sentire il tumulto con cui il suo cuore s’attacca a questa
vita fallace e il tremito giovanile e sto per dire virgineo con cui tutto
il suo essere si stringe al mondo, che non può, malgrado tutto, non
amare. Leggete II pensiero dominante e V Aspasia, dove culmina l’arte
del Poeta. Quel pensiero, cagion diletta d' infiniti affanni, è
gioia ed è dolore. Quella donna, per cui egli ha vaneg¬ giato, ma il cui
incanto è caduto, risorge nella sua me¬ moria e nel suo cuore superba
visione, sua delizia ed erinni'. e l’angehca sua forma, sempre viva e
presente, torna sempre a imprimergli a forza nel fianco lo strale,
che già lo fece per tanto tempo ululare. L’atteggiamento negativo
ed ostile, quando non si scompagni dal suo contrario, che gli dà vigore e
signi¬ ficato, si può intendere e s’intende anche in quelle forme di
fredda ironia e di affettata irrisione, che assume in qualche raro tratto
dei Canti e in parecchie delle Ope¬ rette morali. Di cui si è potuto
parlar con sì distratta intelligenza da vedervi lampeggiare non so che
sorriso cattivo e sinistro: mentre chi legge ed ama Leopardi, sa che
nulla è più alieno dal suo spirito. Ma questi critici sono i critici del
frammento. Si fermano a una pagina delle Operette leopardiane, e non
curano di guardarne l’insieme; e così si lasciano sfuggire quella vivente
unità organica, da cui esse nacquero tutte ad una ad una, sotto la
stessa ispirazione, nel pensiero e nel sentimento dell’autore. Così
vedono Momo, i sillografi, Stratone; ma non vedono il principio e la fine
del libro. E si lasciano sfuggire il significato e l’accento del mito
iniziale, la Storia del genere umano, vaga immaginazione tutta per-
v'asa di una commozione contenuta e pudica di un amore gentilissimo; come
si lasciano sfuggire le meditazioni finali di Eleandro e di Plotino,
tutte umanità ed affetto. Non vedono perciò lo spirito complessivo e centrale
e quell’onda viva di universale e irresistibile simpatia, che
abbraccia uomini e cose, e in sé scioglie i sentimenti più duri, più
pungenti, più amari, onde l’animo del Poeta è colpito allo spettacolo del
freddo vero. L’incanto della jioesia è qui, in questa unità dei
due opposti motivi, che si fondono insieme e infondono nello
spirito del Leopardi l’impeto della sua lirica sublime. La quale nel
momento stesso che pare prostri gli animi nel più disperato dolore, li
solleva, conforta ed esalta, aspergendoli di non so che affettuosa soa\
ita. Idilho e dolore. L’uomo che vive lietamente e serenamente la
vita; e l’uomo che diffida di essa, e se ne apparta ed estrania; e
fattosene spettatore deluso e sconsolato, sente dentro di sé un vuoto
infinito. Due cuori diversi, ma non posti l’uno accanto all’altro, bensì
unificati in un cuore solo. Questa tragedia, che non è ottimismo, né
])cssi- mismo, ma il commosso e serio concetto della nobiltà, del
valore e della superiore letizia della vita, tremenda insieme e
adorabile, angosciosa e febee : questa è 1 es¬ senza della poesia
leopardiana. In verità, l’origine del dolore è nel pensiero. Ma L. sa, e
soprattutto sperimenta in se stesso, che quel pensiero che ferisce, sana
esso stesso le sue ferite. 11 pensiero che sfronda l’albero della vita di tutte
le sue illusioni, e specula e scopre l’infinita vanità di tutto, è lo
stesso pensiero dentro eh cui quell’albero ad ora ad ora rinverdisce di
nuove fronde. Non si può negare che esso faccia guerra continua alla
nativa confidenza deH’uomo nella natura; ed esso certamente spegne nei cuori la
fede e la speranza. Ecco, da una parte. Saffo supphchevole ; e
dall’altra, il ruscello che al piede della misera donna, la quale tenta
d’immergervisi e sentirne il refrigerio, sottrae disdegnoso le flessuose
acque, e fugge e s’affretta per le piagge odorate. Se non che
questo pensiero devastatore e distruttore della originaria unità
dell’uomo con la natura, è esso stesso una nuov'a natura: è la natura di
quell anima grande perché infelice, e infehee perché grande, onde
il Poeta insuperbisce sopra la turba degli sciocchi. E in verità
sempre che il pensiero non si guardi dal di fuori, ma si pensi, si attui,
si viva, esso non è più nulla di estraneo alla vita, ma è la vita stessa.
E in esso, ancorché rivolto ed affisso alle idee più dolorose e più
aride, rifluisce l’onda della vita e si risveglia il palpito della gioia.
Allora, ecco, il Leopardi acquista coscienza della felicità superiore in
cui si purifica e rinvigorisce il suo spirito attraverso al pensiero e al
canto; poiché (come egli dice) « ninna cosa maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza dell’umano intelletto, ossia l’altezza e
nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente
comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. I Pens. di varia filos., Allora
egli sente che lo stesso intìnito, in cui gli è dolce naufragare, è
contenuto nel suo pensiero, che lo abbraccia spaziando più oltre. Allora
egli, piccolo ed esile fiore sull’arida schiena del Vesuvio sterminatore,
s’inebria del profumo della sua poesia, che consola il deserto.
Allora egh ritrova in sé, nel genio che nessuna forza maligna gli
può strappare, nel demone divino e onnipotente che fa insieme la sua
infelicità e la sua grandezza, la gioia e il fervore della vera vita; in
cui, a dispetto dei ragionamenti, risorgono le speranze e si riaccende
l’amcre con cui gli uomini, malgrado tutte le delusioni, si riat¬
taccano alla vita e han la forza di vivere e di morire. A Porfirio che a
conclusione d’un rigoroso ragionamento si vuol togliere la vita, Plotino
ammonisce che « non dee piacer più, né vuoisi elegger piuttosto di essere
secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. Mostro chi non
cerca se non la utilità propria, e si gitta, per cosi dire, dietro alle
spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano. Uomo chi l’amore di se
medesimo pospone al¬ l’amore degli altri. Ma questa natura, che ci fa
uomini, è proprio contraria alla ragione che ci farebbe mostri ? O
non ci sono, per dir così, due ragioni: una, inferiore, che ci trarrebbe
al suicidio attraverso il più sordido amore di noi medesimi, e una
superiore, che ci libera dal giogo di questo amore, e ci fa amare la vita
e gli uomini che ci amano ? Si cliiami ragione o poesia, certo questa non
è la natura primitiva e inconsapevole, ma Tumanità che soffre ed ama e
canta. Quale in notte solinga Sovra campagne inargentate ed
acque. Là 've zefiro aleggia, E mille vaghi
aspetti E ingannevoli obbietti 1 Operette. Fingon l’ombre
lontane Infra Tonde tranquille E rami e siepi e
collinette e ville; Giunta al confin del cielo. Dietro
Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’ infinito seno Scende la
luna; e si scolora il mondo; Spariscon Tombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna; Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia. L’estremo albor della fuggente
luce. Che dianzi gli fu duce. Saluta il carrettier
dalla sua via; Tal si dilegua, e tale Lascia l’età
mortale La giovinezza. La luna è tramontata, e il carrettiere
canta. La giovinezza si dilegua; ma l’uomo resta, e intona il suo canto.
In questo canto, nella sua mesta melodia, è il più alto segno dello
spirito del Poeta. Qui la sua poesia. Conunemorazione centenaria letta
alla R. Accademia Nazionale dei T .inr ei neUa seduta reale e pubbUcata,
oltre che ncgU Atti dell’Accademia, nella Nuova Antologia del i»
lugUo dello stesso anno. Ripubblicata in Poesia e filosofia di
Giacomo Leopardi (Firenze, Sansoni Tra pochi giorni sarà un secolo dalla
morte di L. Secolo, segnatamente per 1’ Italia, pieno di grandi eventi ;
storia mossa e agitata da fedi e interessi in massima parte estranei
all’animo del Leopardi, anzi osteggiati e a volte irrisi da lui. Altra
filosofia, altro uomo. E gli effetti sono stati così cospicui, così
impor¬ tanti, anche secondo il modo di vedere del L., da riuscire
un’aperta condanna delle sue convinzioni e de’ suoi giudizi storici.
Secolo, si può dire, anti-leopardiano, culminante in questa Italia, potente,
imperiale, creazione audace della stessa Italia che alla fantasia
giovanile del Leopardi apparve inerme, anzi di catene carche ambe le
braccia, seduta in terra, negletta e sconsolata, la faccia nascosta tra
le ginocchia, piangente. Eppure lungo questo secolo la fama del
Leopardi è venuta crescendo; s’è dilatata nel mondo, ma in Italia
ha messo radici sempre più profonde nei cuori. L’intelligenza della sua poesia,
della sua anima ha acquistato d’anno in anno, e quasi giorno per giorno,
di penetra¬ zione, di comprensione e di intima simpatia a mano a
mano che gl’ Italiani da prima si svegliavano e in una coscienza più
seria e positiva della vita e de propri doveri e delle proprie forze risorgevano
a dignità civile e politica. Scendevano quindi in campo contro gli
oppres¬ sori e li affrontavano nei congressi, e accordavano rivoluzione e
forze conservatrici dimostrando maturità di accorgimento e di
patriottismo da meravigliare 1 Europa ; e tra audacie e negoziati facevano
dell’ Italia archeologica, letteraria ed artistica una nazione viva,
operante e presente nella storia dell’ Europa e del mondo. Intanto
sentivano il bisogno di farsi un nuovo pensiero, una nuova scienza, una
nuova cultura, adeguata all’altezza dell’assunto politico; e creavano un
esercito nazionale; e sviluppavano, in una più attiva collaborazione alla
vita economica internazionale, le loro industrie e i loro traffici; e
creavano le scuole, organizzando tutto un sistema nuovo di pubblica
istruzione e portando via via la luce neUe menti delle plebi abbandonate
da secoli all’igno¬ ranza e alla superstizione ; e negli esperimenti di
un sistema politico aperto alle lotte e alle competizioni di tutte le
energie individuali si venivano educando al senso e alla tecnica dello
Stato; e infine, in una riscossa della coscienza nazionale che si era
venuta formando negli animi più giovanili in un fermento nuovo d’idee
religiose sociali c filosofiche, si trovavano pronti alla più grande guerra
della storia; combattevano con grande onore, e contribuivano più d’ogni
altra nazione alleata alla vittoria finale. E dopo questa prova stupenda
dell’antico valore, arditamente si accingevano con una pro¬ fonda
rivoluzione politica e sociale a fare una nuova Itaha e una nuova Roma.
Quanto cammino! E quanta vita in quella moribonda Italia, di cui parlava
Leopardi! Eppure, dicevo, il miracoloso progresso di quesb
cento anni, lungi dall’allontanare 1’ Italia dal Leopardi, r ha portata
sempre più vicino a lui, a misurare la sua grandezza. La bibliografia
leopardiana è una delle più ricche tra quante se ne siano formate intorno
ai maggiori poeti e pensatori itaUani, da gareggiare con la
dantesca. Segno visibile del vasto interesse che ha suscitato e su¬
scita la personalità del Leopardi con i suoi scritti e con i casi della
sua vita. Selva foltissima, di grandi alberi che soprastano con le loro
alte cime al vento, da De San- ctis a Carducci e a Pascoli, per
non citare viventi, e di fitta boscaglia pullulante per tutto, ai piedi
dei grossi tronchi. Intorno al L. non pure letterati, deside- sori
di esattamente conoscere tutti i particolari della biografia e dello
svolgimento graduale del genio, e di risol¬ vere tutti i problemi che lo
studio di tal materia fa na¬ scere; ma filosofi e storici della
filosofia, poiché il Leopardi ebbe il gusto degli alti concetti
speculativi, e nel suo stesso vocabolario riecheggiano detti e pensieri
di dottrine celebri a cui egli, a suo modo, aderì; e insieme
scienziati (antropologi e fisiologi) entrati a un tratto in sospetto
che certi limiti nell’orizzonte spirituale del Poeta deri¬ vino da non so
qual limite somatico; sospetto nascente da improvvisate teorie e
appoggiato a improvvisate os¬ servazioni di fatto; ma fecondo tuttavia di
costruzioni e interpretazioni, se oggi cadute di moda, utili
tuttavia a chi voglia farsi un pieno concetto del lavoro compiuto
in questo secolo intorno al Leopardi. Fortunatamente, peraltro, se ci
sono state deviazioni ed eresie critiche e storture di metodi
materialistici suggeriti da pigrizia intellettuale di letterati ottusi, o
da presunzione pseudo¬ scientifica di cervelli rozzi e ignari dei
rudimenti di qual¬ siasi serio concetto intorno ai valori dello spirito,
ci sono stati pur saggi di quella critica magistrale che attraverso
le forme storiche e letterarie e i conseguenti atteggiamenti della
espressione artistica sa scoprire il principio profondo dell’
ispirazione, che è l’anima del poeta e 1 essenza di quell’eterna poesia
che lo fa immortale. Critica che in Italia, in questo secolo, da Leopardi
a noi, ha avuto esempi da fare epoca, e che hanno infatti educato
nel¬ l’universale la coscienza del solo metodo che ci sia per
raggiungere il poeta là dove egli e poeta. Così in questa selva
della letteratura leopardiana noi non abbiamo smarrito il Poeta. Anzi, a
capo di questo secolo anti-leopardiano si può dire che egli sia
stato prima scoperto, e poi veduto più e più giganteggiare come uno
dei più grandi spiriti della storia del mondo, e come il creatore della
più intensa poesia che si sia prodotta mai in Italia. Fu scoperto quando
un nostro grande critico, che lo aveva conosciuto di persona, gentile e
mansueto come era, e molto ne aveva studiato ed amato gh scritti, e
acutamente investigato lo spirito che ci vive dentro, non poteva paragonarlo
allo Schopenhauer senza sentire la infinita differenza tra il pessimismo
amaro del filosofo tedesco e il pessimismo sui generis del poeta
itahano. « Leopardi », diceva, « produce l’effetto contrario a
quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desi¬ derare;
non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la
gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non
puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi accostar tigli, che
non cerchi innanzi di raccogherti e purificarti, perché non abbi ad
arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non
crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in
seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così
basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora
e la nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al
Quarantotto, senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e
combattitore. Atteggiamento contradittorio ? Lo aveva confessato il
Leopardi medesimo, in quel libro in cui più freddamente si provò ad
abbattere le umane illusioni, che agli occhi dell’uomo il quale si affidi
allo istinto dell’anima senza indagare il mistero dell’universo, fanno la
vita bella e degna di esser vissuta, ossia nelle Operette morali.
Dove esce candidamente a dire « che non è fastidio della vita, non
disperazione, non senso della nuUità delle cose, della vanità delle cure,
della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo;
che possa durare assai; benché queste disposizioni dell’animo siano
ragionevo¬ lissime e le lor contrarie irragionevoli. Ma
contuttociò, passato un poco di tempo, mutata leggermente la dispo¬
sizione del corpo; a poco a poco, e spesse volte in un subito, per
cagioni menomissime e appena possibih a notare; rilassi il gusto alla
vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane
ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche
cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire, al
senso dell’animo ». Benedetto «senso deU’animo», che salva l’uomo
dal sapiente: l’uomo che non odia e non fugge l’uomo, poiché sente
di dover affermare, come fa L. Sono nato ad amare, ho amato, e forse con
tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva », « sohto e pronto a
eleggere di patire piuttosto io, che essere cagione di pati¬ mento agli
altri ». Questo senso dell’animo gh fa dire : <( Se ne’ miei scritti
io ricordo alcune verità dure e triste, o jier isfogo dell’animo, o per
consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio tuttavia negli
stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di
(juel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di
noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità e disonestà
di azioni, o perversità di costumi; laddove, per Io contrario, lodo ed
esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri
nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e
privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che
dànno pregio alla vita; illusioni naturali dell’animo; e infine gli
errori antichi, diversi assai dagli errori barbari; i quali solamente, e
non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e
della filosofia ». Così aveva pensato quando scriveva con animo di
credente il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Così
continuava a pensare, da miscredente, sette anni dopo, nella canzone Alla
primavera, o delle favole antiche. Non si può credere al Poeta,
quando, raccogliendo il succo dell’amarissima esperienza amorosa
fiorentina e assaporandone il fiero gusto, rivolge .4 se stesso nel '33
quegli accenti disperati ed empi; In noi di cari inganni
Non che la speme, il desiderio è spento. Amaro e noia La
vita, altro mai nulla ; e fango è il mondo. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Ornai disprezza Te, la natura, il
br\itto Poter che, ascoso, a comun danno impera, E r
infinita vanità del tutto. Momento satanico, ma un solo momento:
voce sì dell’anima leopardiana, ma che il lettore attento non può
ascoltare se non commista in armonia profonda a voci più alte che
sgorgano da polle maggiori; e che lo stesso Poeta ascolta dentro il suo
petto come espressione più schietta della sua propria natura. Alla quale
egli non può rinunziare, convinto che sia da fare « poco stima di
quella poesia che, letta e meditata, non lascia al let¬ tore nell’animo
un tal sentimento nobile, che per mez¬ z’ora gl’ impedisca di ammettere
un pensier vile, e di fare un’azione indegna. Il momento satanico ricorre
spesso nel Leopardi. Ma esso è la prima e fondamentale ribellione di
questa forza incoercibile che egli sente insorgere di dentro a se
medesimo, di fronte e a dispetto della natura, ossia di questo universal
meccanismo che regge il mondo concepito, come L. aveva appreso a
concepirlo, in maniera rigorosamente materialistica: quel mondo in
cui non c’ è posto per la libertà, né quindi per la virtù, né per
l’immortalità; per nulla di ciò che forma l’essenza umana
dell’uomo, e gli conferisce la forza d’una fede, e la fiducia nella sua
forza di contrastare alla natura, di dominarla e farne strumento di una
vita spirituale sem¬ pre più ricca. Lampeggia sì da lungi allo
spirito del Poeta l’im¬ magine enorme e tremenda di quella Natura
disumana, che stritola e annienta l’uomo e tutte le pretese del suo
audace ingegno. Si vegga, p. e., come ella gli si presenta nel Dialogo
della Natura e di un Islandese: dove all’uomo che aveva fuggito quasi
tutto il tempo della sua vita per cento parti la Natura e la fuggiva da
ultimo nel- r interno dell’Africa, sotto la hnca equinoziale, in un
luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ecco che gli interviene
qualche cosa di simile che a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona
Speranza; e s’imbatte nella stessa Natura in petto e in persona: «Vide da
lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò doveva essere di
pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni
prima neh’ isola di Pasqua. Ma fattosi jiiù da vicino, trovò che era
una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato
il dorso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo
tra bello e terribile, di occhi e capelli nerissimi ; la quale guardavalo
fissamente ». La Natura è infatti qui nelle parti dove si dimostra
più che altrove la sua potenza. E alle molte parole con cui 1 ’
Islandese si lagna delle tribolazioni che affliggono l’uomo in questa
vita a cui non egli ha chiesto di nascere, risponde breve che « la vita
di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione,
collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve con¬
tinuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre
che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione ».
Intanto sopraggiun¬ gono « due leoni, così rifiniti e maceri dall’
inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’ Islandese;
come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per
quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un
fierissimo vento, levatosi mentre che r Islandese parlava, lo stese a
terra, e sopra gh edificò un superbissimo mausoleo di sabbia; sotto il
quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mum¬
mia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non
so quale città di Europa. Ma lo stesso tono malinconicamente beffardo
della prosa dimostra con qual animo il Poeta accolga questa
immagine deUa Natura. E spesso gli torna alle labbra una dichiarazione
esphcita: che cioè egli si compiace d’indagare questo mistero enorme
delbumverso non per addolorarsi del disperato destino deU’uomo, anzi per
riderne. L’ideale deUa sua personalità è Ottonieri, filosofo socratico, che con
occhi di lince scopre tutto il vano e il doloroso della vita, ma ne
ragiona con impcrturbabUe pacatezza di savio che sta al di sopra e
al di fuori della vita, e la ironizza. Insomma, l’uomo Leopardi non fa la fine
dell Islan¬ dese; non soggiace aUa natura, pasto dei leoni o còlto
improvvisamente dalla sabbia del deserto. Guarda dal¬ l’alto e sorride, e
sente la propria umanità superiore nell’ intelligenza vittoriosa e nello
stesso potere di reagire al fato col sentimento. £ BRUTO MINORE che
dispregia n plebeo il quale, non valendo a cessare gli oltraggi del
destino, si consola con la necessità dei danni, quasi fosse men duro un
male senza riparo o non sentisse dolore chi è privo di speranza.
No, Guerra mortale, eterna, o fato indegno, Teco il
prode guerreggia. Di cedere inesperto. È Saffo la
misera Saffo, misera e magnanima, riso luta ad emendare il crudo fallo
del cieco dispensator de casi. A quel modo di emenda a cui
s’induce Saffo, Leopardi, a pensarci, non potrà consentire, come
sappiamo. Ma per lui resterà sempre, che al fato l’uomo non
devecedere. Resterà sempre la grandezza dell’animo che col pensiero
si leva al di sopra del fato, intende, comprende e sorride;
Che se d'affetti Orba la vita, e di gentili errori,
È notte senza stelle a mezzo il verno. Già del fato mortale a me
bastante E conforto e vendetta è che su l’erba. Qui
neghittoso immobile giacendo. Il mar, la terra e il cielo miro e
sorrido. Grandezza eroica, a cui il petto del Poeta si
allarga allo spegnersi del caldo raggio di amore di donna che fece
battere un momento il suo cuore di speranza e di felicità. Ma questa
eroica grandezza non basta; poco stante, nella piena maturità delle sue
esperienze morali, tornata la calma dopo la tempesta della patita
delusione e del sospettato scherno femminile, egli lascerà venir su
dal cuore la risposta più vera che si deve al cieco dispensator dei
casi. Quando, presso Portici, nel 1836, mirerà i campi cosparsi di ceneri
infeconde e ricoperti d’ impietrata lava, là dove erano state liete ville
e ricche messi e armenti e città famose, e ora tutto intorno una ruma
involve, il suo occhio poserà sul gentile fiore della ginestra,
che, quasi i danni altrui commiscrando, di dolcissimo odor manda un
profumo, che il deserto consola: simbolo della sua poesia, del suo animo,
che da questa spietata empia natura sa che c’ è un conforto e un riparo
nella umana compagnia e nell’amore che la stringe insieme incontro
al destino: Nobil natura è quella Che a sollevar
s'ardisce Gli occhi mortali incontra Al comun fato, e che con
franca lingua, Nulla al ver detraendo. Confessa il mal
che ci fu dato in sorte. E non si rivolge stoltamente contro gli uomini,
ma contro la natura che sola è rea: che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama inimica;
e incontro a questa Congiunta esser pensando. Siccome è il
vero, ed ordinata in pria L'umana compagnia. Tutti fra sé
confederati estima Gh uomini, e tutti abbraccia Con vero amor,
porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigli e
nelle angosce Della guerra comune. Oh l’alta meraviglia del
Leopardi, dopo circa un lustro di sforzi fatti per affisarsi in quel
concetto desolato del mondo che le meditate dottrine gli mettevano
innanzi, e spogliarsi d’ogni personale sentire, e obliarsi nella speculazione
dell’acerbo vero (non più acerbo del resto a chi lo gusti, poiché
conosciuto, come dice lo stesso Poeta, ancor che tristo ha suoi diletti
il vero) ; dopo avere scritto le Operette che sono la filosofia del
Leopardi, ma sono pure un momento essenziale dello svolgimento della
sua poesia; dopo avere scritto il prosaico programma della sua vita
avvenire nell’epistola Al conte Carlo Pepoli; dopo aver preso quel freddo bagno
nella filologia italiana, che furono per lui le cure spese intorno
alle Rime del Petrarca e la compilazione della Crestomazia italiana.
oh l’alta meraviglia, quando si sentì rifluire in petto la vita ! Non che
risorgesse la speranza; non che la natura gli apparisse sott’altra luce;
non che si accorgesse comunque d’errore alcuno ne’ suoi filosofemi.
Ma insomma. Proprii mi diede i palpiti Natura, e i dolci
inganni. Sopirò in me gli affanni L’ingenita virtù ;
Non l'annullàr: non vinsela Il fato e la sventura; Non
con la vista impura L’ infausta verità. Dalle mie vaghe
immagini So ben ch’ella discorda; 50 che natura è
sorda. Che miserar non sa Il mondo, in ogni parte, è proprio qual
egli 1 ’ ha raffigurato nelle Operette: Pur sento in me rivivere
Gl’inganni aperti e noti; E de’ suoi propri moti maraviglia
il sen. Da te. mio cor, quest’ultimo Spirto, e l’ardor
natio. Ogni conforto mio Solo da te mi vien. Saffo ha
ragione quando afferma; Mancano, il sento, aH’anima Alta,
gentile e pura. La sorte, la natura. Il mondo e la
beltà. Saffo però ha dimenticato il suo cuore: Ma, se
tu vivi, o misero. Se non concedi al fato. Non chiamerò
spietato Chi lo spirar mi dà. Ecco, Tanima si calma, torna la
vita con le sue attrattive, con la sua gioia; risorge la poesia. Torna al
cuore del 2 i 6 Poeta Silvia, la giovinetta Silvia
splendente di bellezza negli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa;
toma l’onda di beate speranze, di pensieri soavi che gli riempivano il
petto, al suon della sua voce; quando questa voce gli faceva lasciare gli
studi leggiadri per affacciarsi al balcone della casa paterna:
Mirava il ciel sereno. Le vie dorate e gli orti,
E quindi il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortai
non dice Ouel eh’ io sentiva in seno. E pur lo aveva detto la
sua lingua, dieci anni prima, in quel capolavoro che è l’idillio scolpito
nei quindici versi de L’ infinito, quando, nel fondo dell’empia matrigna,
della spietata natura, aveva intravvista, sentita, amata un’altra Natura;
l’immensa Natura, verso la quale dal limite stesso della prossima siepe
l’anima è lanciata con un impeto di raccoglimento infuso di mistica
dolcezza: interminati Spazi di là da quella, e
sovrumani Silenzi, e profondissima quiete .... ove per
poco Il cor non si spaura. E come il vento Odo stormir tra queste
piante, io quello Infinito silenzio a questa voce Vo comparando; e
mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente E
viva, e il suon di lei. Cosi tra questa Immensità s’annega il pensier
mio; E il naufragar m’ è dolce in questo mare. Di
questo momento mistico del Leopardi poco s’è parlato; ed è momento di
grande valore per la compren¬ sione della sua anima, che in
quest’atteggiamento reli¬ gioso placa definitivamente il fiero contrasto
tra la sua indomita soggettività e la realtà onnipotente e
infinita, in cui quella par destinata ad infrangersi. Lo placa in
una situazione idillica che, riportando l’individuo alla natura madre,
infonde in lui la fiducia rinfrancatrice, di cui l’uomo ha bisogno per
vivere, abbandonarsi al¬ l’azione e sentire nel proprio petto il respiro
eterno e r infallibile sostegno divino del tutto. Negli idilli
perciò, com’egh stesso chiamò i primi, e quelli posteriori, i
grandi idilli che dal canto a Silvia vanno a quello del pastore
errante dell’Asia, scritti tra il ’zq e il ’30, anni della più potente
espansione e della lirica più piena e felice del Poeta, è la chiave di
vòlta di tutta la poesia leopardiana. Quando si legge la lettera al
Giordani : « Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra
della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e
sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si
svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto
nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando
misericordia alla Natura, la cui voce mi parve di udire dopo tanto tempo
»; non si può non essere com¬ mossi da questo prorompere di così alta
vena mistica la cui scaturigine evidentemente si cela nel centro
vivo più remoto della personalità leopardiana. E allora s’intende
l’invocazione ansiosa della canzone Alla primavera: Vivi tu, vivi,
o santa Natura ? Allora si ode quasi il lento respiro queto e
dolce e l’arcana soave mestizia della Vita solitaria: Talor m’assido in
solitaria parte, Sovra un rialto, al margine d’un lago Di
taciturne piante incoronato. Ivi, quando il meriggio in ciel si
volve. La sua tranquilla imago il sol dipinge. Ed erba
o foglia non si crolla al vento; E non onda incresparsi, e non
cicala Strider, né batter peima augello in ramo, Né farfalla
ronzar, né voce o moto Da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete; Ond’ io quasi me stesso e
il mondo obblio Sedendo immoto; e già mi par che sciolte Giaccian
le membra mie, né spirto o senso Più le coramova, e lor quiete
antica Co' silenzi del loco si confonda. Allora, infine, si
scorge il tono vero del Canto del Pastore, così buio e pur così luminoso, così
accorato e pur così sereno, con i suoi perché disperati, e col suo
funereo sigillo (è funesto a chi nasce il dì natale) e la sua alata
poesia : Forse s'avess’ io l’ale Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di
giogo in giogo. Più felice sarei.... Poiché il pastore
vede che la sua greggia è beata, quasi libera d’affanno, e che, sopra
tutto, tedio non -prova, a differenza di lui, che non ha pace anche
sedendo sopra l’erba, all’ombra, poiché un fastidio gl’ ingombra la
mente e uno sprone lo punge di dentro e non gli lascia riposo. E ogni
animale giacendo, a bell’agio, ozioso, si appaga. Vede il pastore che nel
seno della natura è la felicità; e l’affanno nasce dall’opporsi a lei con
l’irre¬ quieto ingegno destinato ad avvolgersi in un insolubile
intrigo, in una fatica vana senza speranza. Tutta la poesia del
Leopardi attinge in quel punto mistico del ritorno alla gran madre la
pace e la gioia. Allora egli parla dei pensieri immensi e dolci sogni
che gli ispirò sempre, nello stesso modesto giardino della
casa paterna, « la vista di quel lontano mar, quei monti azzurri ». Per
lui, come pel jiassero solitario, non sollazzi, né riso, né amore: ma
cantare sì, come ruccellino che dalla vetta della torre antica va
cantando, alla campagna, finché non muore il giorno; ed erra l’armonia
per la valle, mentre Primavera d’intorno Brilla
nciraria, e per li campi esulta. Si ch’a mirarla intenerisce il
core. L'uccellino non si tormenta col pensiero della giovinezza che
passa e della morte che s’avvicina: poiché di natura è frutto ogni sua
vaghezza e in lei non è affanno : e da lei sgorga pure il suo canto; il
canto che aduna nel cuore la dolcezza della primavera che fa
brillare l’aria e esultare le campagne. Anche uomini di alto
intelletto, come Capponi, han voluto dar sulla voce al Leopardi per quel
suo con¬ cetto della infehcità che cresce negli uomini in propor¬
zione della loro grandezza: ossia del loro ingegno e sa¬ pere. Come se
questo stesso lamento non uscisse dalle Sacre Carte ! E gli han voluto
far osservare che felice era certo egh stesso mentre componeva i suoi
canti, e riusciva ad essere L.. Come se non fosse questo il
significato di tutta la poesia leopardiana, e la sorgente del suo
irresistibile incanto! L. lo sapeva bene, e sotto la data del 30 novembre
1828 ne’ suoi Pensieri annotava: «Felicità da me provata nel tempo del
comporre, il miglior tempo eh’ io abbia passato in mia vita, e nel quale
mi contenterei di durare finch’ io vivo ! Passar le giornate
senz’accorgermene e parermi le ore cortissime, e meravigliarmi sovente io
medesimo di tanta facilità di passarle ». E nell’agosto del '23 non
aveva egli scritto, tra gli stessi Pensieri, che « ninna cosa maggiormente
dimostra la grandezza e la potenza deU’umano intelletto.... che il poter
l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua
piccolezza? Tale il suo canto; il più squisito frutto dell’operare
della natura santa e onnipossente, raccolta, per dir così, a far la più
alta prova del suo potere dentro il genio dell’uomo. Il quale, pertanto,
in se stesso, infine, trova se stesso, scoperta che abbia la fonte della
sua vita: quel divino, che ha in sé e gli colora il mondo delle beate
larve, e lo solleva da questa vicenda perpetua di nascere e di morire, di
fallaci promesse e di v'ane speranze, al regno immortale della vita dello
spirito. E quando scopre questa sorgente, egh è veramente lui, il genio;
e sente l’amore che abbellisce e conforta, e crede nella potenza e
nella grandezza dell’umana intelligenza, e torna ad amare la vita
nobilitata dall’ ideale. E pur con le dolenti parole suggeritegli dallo
spettacolo del mondo esteriore in cui l’uomo rischia di smarrirsi, sente l’ineffabile
gusto dello spirito che si ritrae in se stesso e nel sentimento del
proprio valore, quale si svela al contatto di quella natura eterna, in
cui è il suo principio e con cui perciò deve immedesimarsi per trovare le
radici del suo proprio essere. E il naufragar m è dolce in questo
mare. Qui la grandezza del Poeta; qui l’incanto della sua
poesia, che i giovani amano per l’amore della giovinezza che vi spira
dentro; che gh uomini maturi ed esperti della vita amano non meno per il
lucido specchio che essa offre degli aspetti dolorosi dell’esistenza,
attraverso i quah si deve avere il coraggio di vivere, malgrado
ogni disinganno; che tutti gli uomini, piccoh e grandi, dotti o
ignoranti, considerano come uno dei doni più preziosi di Dio all’umanità.
Piccolo libro, in cui un gran cuore parla a tutti i cuori, e li unisce
(poiché unirsi devono per sedvarsi) in un sentimento acuto della miseria
innegabile della vita e della non meno innegabile azione dello spirito
che affranca da ogni miseria e infonde la fede per cui si ha la forza di
vivere. Piccolo hbro, sacro per gl’ Itahani e per tutti gli uomini, come
tutti i libri in cui grandi pensieri si sono fatti semplici e chiari e
perciò faciU, com’ è al passero solitario il suo perpetuo canto :
anima della sua anima. Piccolo libro da leggere bensì non a brani e
frammenti, ma intero, affinché non sia frainteso, dimostri tutta la sua
bellezza e spieghi insieme la sua dolce virtù consolatrice e
animatrice. Conferenza tenuta al Lyceum di Firenze e pubblicata nel
volume di letture Giacomo Leopardi a cura di Blasi (Firenze. Sansoni).
Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi (Firenze, Sansoni).
A parlare della filosofia di un poeta, e di un grande poeta, o, che è lo
stesso, delle relazioni del pensiero di questo poeta con la filosofia, un
pover uomo, per discreto che voglia essere, si espone al rischio di
toccare un tasto falso e di riuscire uggioso e molesto fin dalle prime
parole. Ripugna infatti al senso poetico di cui ogni spirito ben¬
nato è più o meno riccamente dotato, questa ricerca che ha tutta l’aria
d’una pretesa pedantesca, illegittima e affatto arbitraria : questa
ricerca di mettere quel che pensa un poeta, sopra tutto, ripeto, se è un
grande poeta, e cioè un poeta vero, quel che egli riesce a dire, ossia
quello che egli sente, e sente profondamente, al paragone degh astratti
schemi in cui ogni filosofia va a finire. Non già che i poeti non abbiano
anch’essi la loro filosofia, un loro concetto della vita, una loro fede.
Oh se 1’ hanno ! Non c’ è uomo che non ne abbia una. Anzi con la
vivezza e col vigore del suo sentire la sostanza della propria vita
spirituale, nessuno così fortemente come il poeta afferma la propria fede
e la oppone ad ogni più meditata dottrina che si esibisca da coloro che
passano per gh autorizzati interpreti della filosofia; nessuno più di lui
è convinto d’avere una sua filosofia capace di sbaraghare tutte le
altre. Ma le battaglie che il poeta combatte e vince, si svolgono dentro
al chiuso della sua fantasia. E gh pos¬ sono bensì procurare la gioia
della vittoria, ma una gioia tutta soggettiva come di chi in sogno viene
a capo del suo più arduo desiderio e coglie il fiore più bello del
giar¬ dino della vita. E nella storia — che giudica tutti gli individui e
le opere loro, perché con la ragione sovrana prima o poi valuta le
ragioni di ciascuno — di fronte al poeta rimane sempre il filosofo, che
scopre le contrad¬ dizioni del primo, il carattere dommatico e gratuito
delle sue asserzioni, l’immediatezza irrazionale della sua fede; e
insomma i difetti e le debolezze del suo pensiero ; e viene così a
trovarsi nella impossibilità di scorgere la grandezza della sua
personalità se a misurarla non adotti un metro diverso. E che cosa di più
irriverente e ottusamente inu¬ mano e brutale che accostarsi ai grandi
uomini per guar¬ darli da tutti i lati, anche da queUi che lasciano
scorgere i loro difetti, e non guardarli mai da quell’unico aspetto
in cui rifulge la loro grandezza ? Fu detto che non c’ è grande uomo per
il suo cameriere; e potrebbe parere che in fine il filosofo sia, per tale
rispetto, il cameriere del poeta; gli spazzola i vestiti, gli allaccia le
scarpe, ma non lo guarda mai in faccia. Oh la servitù
numerosa che sta intorno al poeta ! C’ è il filosofo; ma c’ è anche
l’antropologo e lo psicologo ; c’ è lo storico puro e c’ è il filologo ;
schiere e schiere di scienziati, servitori dalle più vistose livree; i
quah, per quel garbo e quella riservatezza che sono tra i requisiti più
elementari del mestiere che esercitano, non alzano mai gli occhi verso il
padrone, per entrargli nel¬ l’anima e scrutarne la passione, intenderla,
sentirla, parteciparvi. Certo non si permetterebbero mai tanta
confidenza! Nessuna mera^'iglia ]ioi se il poeta guarda
dall’alto tutto questo servitorame, e sta sulle sue, per non confondersi,
per salvare se stesso e \fivere la sua vita supe¬ riore, di cui è geloso
come del suo tesoro. Talora può concedere un sorriso di umana indulgenza
o signorile degnazione; ma il più spesso guarda con que’ suoi acuti
occhi che penetrano negh ascosi pensieri — così labo¬ riosi, così opachi,
così grevi; — e negh angoh della bocca il sorriso diventa ironia,
sarcasmo. E allora la povera filosofia, anche pel poeta, come per tutti
gli uomini che la filosofia assedia, assilla e infastidisce con le sue
inces¬ santi inchieste e pretese, diventa materia di satira.
Allora, il Leopardi esce in un’osservazione di gusto volteriano,
come questa che è nello Zibaldone. L’apice del sapere umano e della
filosofia consiste a conoscere la di lei propria inutilità se l’uomo
fosse ancora qual era da principio; consiste a correggere i danni ch’essa
medesima ha fatti, a rimetter l’uomo in quella condizione in cui sarebbe
sempre stato s’ella non fosse mai nata. E perciò solo è utile la
som¬ mità della filosofia, perché ci libera e disinganna dalla
filosofia ». Osservazione che ama ripetere, dandola come un «suo principio»:
«La sommità della sapienza consiste nel conoscere la propria
inutihtà, e come gli uomini sarebbero già sapientissimi s’ella non
fosse mai nata: e la sua maggiore utilità, o almeno il suo primo e proprio
scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’ è possibile) appresso a poco
a quello stato in cui era prima del di lei nascimento ». E in assai più
nitida forma tornerà a ribadirla infine come uno de’ capisaldi
delle sue più profonde convinzioni, nel ’zq, nel Dialogo di Timandro e di
Eleandro: «L’ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e
perfetta, si è, che non bi¬ sogna filosofare ». Nei
Paralipomeni degli ultimi anni, anzi degli ultimi giorni della sua vita,
più amaramente dirà; Non è filosofia se non un'arte La qual
di ciò che l'uomo è risoluto Di creder circa a qualsivoglia parte.
Come meglio alla fin 1 ’ è conceduto. Le ragioni assegnando
empie le carte O le orecchie talor per instituto Con più d'ingegno
o men, giusta il potere Che il maestro o l'autor si trova avere.
Eppure, s’ingannerebbe sul vero pensiero del Leo¬ pardi chi si
limitasse a leggere questa sola ottava dei Paralipomeni, come chi si
diverte a ripetere col Petrarca. Povera e nuda vai filosofia,
dimenticando o ignorando che PETRARCA continua; Dice la turba al vii
guadagno intesa. Dopo l’ottava che ho letta, il Leopardi infatti si
ripiglia nella seguente, e precisa, compiendolo, il pen- sier suo in
questo modo: Quella filosofia dico che impera Nel secol
nostro senza guerra alcuna, E che con guerra più o men
leggera Ebbe negli altri non minor fortuna, Fuor nel prossimo
a questo, ove, se intera La mia mente oso dir, portò ciascuna
Facoltà nostra a quelle cime il passo Onde fosto inchinar 1 ’ è forza al
basso. La filosofia, dunque, che il Leopardi schernisce è
quella teologica, come allora si diceva, dommatica, spiritua¬
listica; la filosofia della Restaurazione e del Romanticismo. La filosofia
imperante al suo tempo: non ogni filosofia. Anzi la filosofia imperante,
tutta ottimistica, presuntuosa, intollerabile alla mentalità leopardiana
per¬ ché in contrasto coi fatti e con le necessità di ogni li¬ bera
mente, proveniente, come pur quivi si dice, da quella
Forma di ragionar diritta e sana Ch’a priori in iscola ancor
s'appella, Appo cui ciascun’altra oggi par vana. La
qual per certo alcun principio pone E tutto l'altro poi a quel piega e
compone; cotesta filosofia non è satireggiata qui
propriamente dalla poesia, ma dalla filosofia stessa, o, se si vuole,
da un’altra filosofia. Si tratta deUa filosofia falsa che è combattuta e
debellata dalla vera: ossia da quella che all’au¬ tore par vera. Neanche
si può dire quel che dice MANZONI degli avversari della filosofia respinta in
tutte le sue forme e in generale, quando osserva che anch’essi,
questi avversari della filosofia, senza saperlo, hanno una loro
filosofia, servitori senza livrea. Il Leopardi sa di avere la sua
filosofia; anzi, per cominciare ad intenderci, egli propriamente professa
di averne due. Dico cU più: senza r intelligenza di questa sua duphce
filosofia si rischia di fare, a proposito del Leopardi, di quella esegesi
filosofica, ov\’ero sia di quella filosofia, che s’ è soliti fare, e che
s’ è sempre fatta fin dal tempo del Leopardi; una filosofia infarcita di
luoghi comuni e di massiccia pedaneria: filosofia da camerieri che allacciano
le scarpe e non guardano in faccia. Con la filosofia cosiffatta va a
braccetto una critica che si chiama infatti filosofica, presuntuosa non
meno, tutta chiusa alla intelligenza dell’anima del Poeta e però
della sua poesia. La quale critica io mi permetto di condannare per una ragione
di metodo, che ritengo fonda- mentale. Ed è questa: che l’essenza della
poesia non è nel pensiero del poeta, ma nel sentimento che il poeta
ha del suo pensiero: non è nel mondo che egh vede, ma negh occhi con cui
lo vede e lo accoglie, lo fa vibrare e vivere nel suo interno. Fuori del
quale ogni realtà, sensibile o ideale, è semphce astrattezza inafferrabile.
Lì, nel trepido moto dell’ intimo sentire, in cui il mondo ha il
suo centro di vita, è l’attuahtà di quanto si vede o si pensa, o si può
vedere e pensare; e lì è la sorgente della poesia. Perciò una critica che
innanzi alle Operette morali si ferma allo «spirito angusto, retrivo e
reazionario », cioè alle idee negative che vi spaziano dentro, e per ciò
non riesce a scorgere quanto v’ è di umano e cioè di positivo ed eterno,
è critica radicalmente sbaghata, che scambia le ombre con i corpi saldi.
Poiché le idee, una volta astratte dall’atteggiamento che l’anima
assume verso di esse, ossia dal concreto atto vitale a cui esse
partecipano e da cui traggono il loro significato vivente, sono
pallide ombre che il critico si fingerà astrattamente, ma non {lotrà mai
abbracciare al suo petto. Nel caso del Leopardi poi c’ è di più;
perché, come ho accennato, se egli ha una filosofia tutta negativa,
natu- rahstica e materialistica, che gli sembra inoppugnabile e che
fa materia di assiduo pensare e ispirazione altresì del suo canto, egli
ha la filosofia di cotesta sua filosofia. E in questa filosofia superiore
che è negazione della negazione, e che afferma perciò, come abbiamo udito
da Eleandro, ultima conclusione della filosofia v'era e perfetta esser
quella, che non bisogna filosofare; in questa filosofia superiore è il
senso serio e profondo di quella che a primo aspetto ci è parsa condanna
beffarda della filosofia, giudicata inutile anzi dannosa. Lo
stesso L., teorizzando questa filosofia superiore, in cui fa consistere la cima
della sapienza, la chiama, nello Zibaldone, «ultrafilosofia»: una
filosofia « che conoscendo l’intero e l’intimo delle cose, ci ravvicini
alla natura: filosofia naturale, spon¬ tanea, primitiva, barbara; più che
alle origini, si trova nella maturità della intelhgenza umana. Sentiamo
da capo Eleandro, che nel suo stesso nome vuol essere 1’interprete della
filosofia leopardiana contro la pretensiosa filosofia ottimistica alla
moda di Timandro: «S’ingannano grandemente », egli dice, « quelli che dicono e
predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e
tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla ignoranza, e
che il genere umano allora finalmente sarà febee, quando ciascuno o i
più degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo
comporranno e governeranno la loro vita. E queste cose le dicono poco
meno che tutti i filosofi antichi e moderni ». Timandro ha concesso ad
Eleandro che tutti sono infelici; gli ha concesso la necessità
della nostra miseria, e la vanità della vita, e l’imbecillità e piccolezza
della specie umana, e la naturale malvagità degli uomini; gli ha concesso
che in queste verità si assommi la sostanza di tutta la filosofia; ma
deplora egh che tali verità vengano divulgate col solo frutto di
spogliare gli uomini della stima di se medesimi («primo fondamento
della vita onesta, della utile, della gloriosa ») e distorh dal procurare
il loro bene. Ma dunque, ribatte Eleandro, quelle verità che sono la sostanza
di tutta la filosofia, si debbono occultare alla maggior parte
degli uomini; e credo che facilmente consentireste che debbano essere
ignorate o dimenticate da tutti: perché sapute, e ritenute nell’animo, non
possono altro che nuocere. 11 che è quanto dire che la filosofia si debba
estirpare dal mondo. Dunque, non bisogna filosofare, come s’ è
detto. Dunque, incalza Eleandro, « la filosofia primieramente
è inutile, perché a questo effetto di non filosofare non fa di bisogno di
essere filosofo; secondariamente è dannosissima, perché cjuella ultima
conclusione non vi s impara se non alle proprie spese, e imparata che sia,
non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli uomini
dimenticare le verità conosciute, e dcponenclosi più facilmente qualunque
altro abito che quello di filosofare ». Non si può mettere in
opera. Il che significa che rultrafilosofia — che è la conclusione
perfetta e perciò la vera filosofia — non estirpa e distrugge l’altra,
falsa o insufficiente. La quale, buona o cattiva che sia, è quella
che è: e, una volta piantata nel cervello dell’uomo, vi resta confitta
incrollabilmente, anche suo malgrado, quantunque insieme con essa e al
disopra di essa ci sia una verità certamente più umana e degna
dell’uomo, diretta a ricostruire quel che la prima ha demolito. Verità
? Se per verità s’intende solamente quel che si conosce per mezzo
deU’esperienza e di quello schietto ragionare che s’appoggia sempre ai
fatti osservati, questa della filosofia superiore non è verità, ma
esigenza dell’animo, e voce misteriosa della più profonda natura, che la
filosofia più tenace e più pervicace non riuscirà mai a spegnere. Ma se
verità è la mèta raggiunta filosofando, questa è la verità assoluta, perché
messaci innanzi dalla stessa filosofia quando sia riuscita ad elevarsi
fino alla sommità della sapienza. Dove, volendo pur non contraddire
alle verità via via accertate e sempre più strettamente connesse e
saldate insieme in irrepugnabile sistema, bisognerà sì rassegnarsi a dire
errori in sem¬ bianza di verità, illusioni, fantasmi, tutte quelle altre
verità che come tali si rappresentano all’uomo il quale a quella sommità
sia pervenuto; e quindi veda rivivere il mondo nella pienezza rigogliosa
della sua vita primitiva, felice, ridente, soffusa di una divina aura di giovinezza
ignara e fidente. L’uomo L. non può non filosofare; non può non passare
attraverso la prima filosofia; ma non può né anche non giungere infine alla seconda
e superiore. Dove egli ritrova tutto quello che ha perduto. Lo
ritrova, s’intende, com’ è possibile soltanto dopo averlo perduto; poiché
dimenticare quel che ha saputo e sa, non potrà mai ; a quel modo che può
tornar fanciullo un uomo che ha vissuto e sofferto tutte le delusioni e
le amarezze del mondo, e può riacquistare il gusto della virtù chi
abbia una volta bevuto al calice del bene e del male. Chi
distingue nel pessimismo leopardiano due fasi o forme, la prima di un
pessimismo storico in cui tutto il male è frutto dell’ « irrequieto
ingegno e dello scellerato ardimento degli uomini contro gl’ inermi
regni della saggia natura (di cui si parla nell’ Inno ai
Patriarchi), e l’altra di un pessimismo cosmico che fa gli stessi
uomini vittime incolpevoli della immane natura, si lascia sfuggire
l’unità fondamentale dello spirito del Poeta, dov’ è, ripeto, il segreto
della sua poesia; di quella dolcezza che ci suona dentro alla lettura dei
canti dal primo all’ultimo, e in forma più palese e più sistematicamente
determinata, almeno nell’ intenzione dello scrittore, nelle Operette
morali: dolcezza che vince, per così dire, tutta l’amarezza che negli uni
e nelle altre si riversa nelle più varie forme dell’anima di quest’uomo,
che fu certamente tanto grande quanto infelice, e seppe accogliere nella
vasta onda della sua poesia tutto il dolore del mondo, ma non per
avvol¬ gere il mondo stesso nella tenebra della disperazione, anzi
per illuminarlo coi raggi d’una indomata fede nella vita con i suoi
ideali e con i suoi entusiasmi. La verità è quella che ci viene
apertamente attestata nello stesso disegno delle Operette. Le quali
cominciano col mito delle origini della umanità governate
dall’amore e finiscono nella conclusione di Eleandro. Se ne’ miei
scritti io ricordo alcune verità dure e triste, o per isfogo dell’animo,
o per consolarmene col riso, e non per altro [e dunque egli ha sfogato, e
s’è consolato e ora può parlare con animo pacato e sereno], io non lascio
tuttavia negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo
studio di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è
fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità
e disonestà di azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo
contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano
atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben
comune e privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che
dànno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli
errori antichi, diversi assai dagli errori barbari. i quali solamente, e
non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e
della filosofia. E più tardi l’autore aggiungerà il Dialogo di Plotino e
di Porfirio, dove l’accento torna sull’amore come sovrana legge della
vita e rintuzza la volontà suicida dell’egoista giunto al fondo della
disperazione della sua vita senz’amore. Prima parola ed ultima, amore.
Quella stessa che risuona in fondo ai Canti, nella Ginestra. E
contraddice certamente al freddo vero dell’ Epistola al Popoli e dello
Zibaldone, e delle Operette e dei Pensieri e dei Paralipomeni e dei Nuovi
credenti e insomma a tutto il contenuto prosaico della poesia
leopardiana; voglio dire a tutto quel sistema di filosofia che era, nel
vocabolario del Leopardi, la verità in opposizione agli errori: a tutto il
complesso degli insegnamenti di quella filosofia che, per altro, negli stessi
Paralipomeni, dove più espressamente essa viene esaltata, non impedisce al L.
di uscire in quel famoso grido del cuore. Bella virtù, qualor di te
s’awede. Come per lieto avvenimento esulta Lo spirto mio. Cotesta
filosofia, non occorre esporla. Tutti la conoscono. E quella concezione del
mondo, che giustifica un empirismo assoluto. Lo spirito vuoto; e tutto
quello che in esso può mai trovarsi, un derivato meccanico dall’esterno
attraverso i sensi. Quindi lo stesso spirito, il quale da chi tenga fermo
al concetto delle sue esigenze imprescindibili, non può non raffigurarsi
dotato di liberta, e quindi appartenente a quel mondo dei valori per
cui è possibile un pensare logico che sia vero in opposizione al
falso, o un volere buono in contrasto col malvagio, e un’arte creatrice
di bellezza che si libri nel puro aere ideale e sovrasti alla miseria di
tutte le cose brutte; lo stesso spirito, dico, tratto a sentirsi, nel
vuoto assoluto che si trova dentro, nulla: assoluto nulla, in cui
libertà e verità e virtù e bellezza non possono essere, in fondo,
altro che vane larve e falsi miraggi di un’ immaginazione ingenua e
fanciullesca. E il tutto è natura: cioè questa realtà che si rappresenta
a un tratto tutta spiegata ncUo spazio e nel tempo, materiale, risultante
da infinite parti e particelle che si condizionano a vicenda in guisa
che ciascuna sia 0 si muova in conseguenza di tutte le altre; in un
meccanismo universale, dove tutto quel che accade, è fatale di una
necessità che schiaccia e stritola ogni vana pretesa dell’uomo che si
])rovi a mutare il corso del destino. Tutto. Anche il sentimento che
sboccia nel cuore degli uomini, e che soltanto l’irriflessione e l’ignoranza
ci possono far giudicare buono o cattivo; anche il giudizio con cui ci
s’illude di distinguere il vero dal falso. Anche la volontà che non
sceglie, come si favoleggia, tra bene o male, ma scoppia in un senso o
nell’altro con la stessa cieca necessità del fulmine nelle tempeste della
natura. La natura dunque è tutto, e l’uomo nulla. La natura,
perché meccanica, incomprensibile, opaca, ripugnante a ogni razionalità
(perché la ragione è discriminazione, scelta, libertà). Un mistero.
Così dice cotesta filosofia, come se tutto questo, che essa dice
con tanta sicurezza, fosse possibile; come se cioè fosse possibile un
mondo in cui, se non altro, la verità sia una parola vana, e ci sia nondimeno
posto per l’uomo che, in mezzo a questo universale meccanismo, nel
mistero di questa tenebra profonda e per definizione invincibile, abbia
pure il diritto di affermare che la verità sia proprio quella che egli
asserisce ! Come se fosse possi¬ bile salvare una verità qualsiasi dal
naufragio d’ogni verità. Filosofia dunque essenzialmente
contradditoria, che nei filosofi empiristi, naturalisti, materialisti,
tipo secolo XVIII, è ignara di questa sua immanente contrad¬ dizione, tra
la ragione che si nega e la ragione che per negarsi rivendica di fatto il
proprio potere e valore. Filosofia accettata dal Leopardi, ma con
un’anima che troppo sente le conseguenze dolorose di essa e troppo
è naturalmente dotata di quella forza con cui lo spirito reagisce
ai hmiti che si oppongono alla sua libertà, e quindi al dolore, per non
aver coscienza di tale contraddizione. E questa coscienza è in lui
acutissima. L’uomo, pertanto, che dovrebbe prostrarsi di fronte alla
natura nel senso angoscioso del proprio niente, non piega, invece,
non s’accascia, non rinunzia alle sue verità, anche se battezzate
fantasmi. Il dolore, attraverso la potente reazione di tutto il suo
spirito nel senso gagliardo e tenace con cui l’apprende e lo ferma nel
cristallo della sua divina fantasia, si trasfigura: non è più il limite
della sua forza e della sua libertà; è poesia, cioè umanità; è
grandezza umana, trionfo della potenza creatrice, che è Ubera e
infinita potenza. Qui l’anima di L., qui il fascino deUa sua
poesia. La quale non trae la sua ispirazione centrale dall’astratto
concetto di quel crudo materialismo, che annienta l’uomo e fiacca perciò
ogni velleità di vivere a proprio modo, a norma de’ propri ideaU, in un
mondo qual egU perciò lo vagheggi, liberamente, ma da questo senso
profondo, or cupo e straziante, or placato e sereno, che gli \aene dalla
sua « ultrafilosofia », dal bisogno di respingere come antiumana e
contradditoria alla incoer¬ cibile natura dell’uomo cotesta filosofia
negativa e sof¬ focante. Ora è Bruto minore, nudo di speranza, ma
prode, di cedere inesperti), neUa sua guerra mortale contro il fato
indegno, in atto di sfida magnanima contro il Destino, che egU vince, violento
irrompendo nel Tar¬ taro: e la tiranna Tua destra,
allor che vincitrice il grava. Indomito scrollando si
pompeggia. Quando nell’alto lato l’amaro ferro intride, e
maligno alle nere ombre sorride. Ora è la misera Saffo, grave
ospite di natura, estranea alla infinita beltà di questa, consapevole del
prode ingegno che pur le venne in sorte assegnato, delle proprie
virili imprese, del dotto canto, della virtù insomma che può
vantare; ed ecco, è risoluta di spargere a terra il velo indegno ricevuto
da natura, primo principio della sua infehcità; e morire, ed emendare
così «il crudo fallo del cieco dispensator de’ casi. Ora è il Poeta
stesso, che invoca la morte hberatrice. Ma certo troverai, qual si sia
l’ora che tu le penne al mio pregar dispieghi. Erta la fronte,
armato, E renitente al fato. La man che flagellando si
colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir, com’usa Per antica viltà l’umana gente; Ogni
vana speranza onde consola Sé coi fanciulli il mondo. Ogni conforto
stolto Gittar da me. O che, stanco di sperare e disperare, sente in
sé spento anche il desiderio, e vuol acquetarsi nell’ultima
dispera¬ zione e cliiudersi in un superbo disdegno di se medesimo,
della natura e di questa infinita vanità del tutto. Nel disprezzo del brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera. Ora invece, il Poeta s’accosta a
questa Natura mi¬ steriosa, arcana, e si scioglie in un mistico
sentimento della sua vita infinita e divina. Giacché si sa che il
naturalismo è stretto parente della mistica, che ugualmente oppone la
realtà all’uomo al punto da non lasciargli più modo di distinguersene e
spingerlo perciò al desiderio d’immergersi e immedesimarsi col tutto
infinito che gli è davanti e lo attrae. E allora L. ricompone il suo
volto dal ghigno della ribellione, e scioglie il suo dolore, ossia quella
sua soggettività solitaria e disperata di uomo che, perduta la
giovinezza, vede intorno a sé il deserto e il buio della sera e
deH’orrida vecchiezza, nella languida consolazione degli Idilli: de l’infinito,
dove il poeta non canta più il suo dolore, ma il dolce gusto
dell’eterno: Così tra questa Immensità s’annega il
pensier mio; E il naufragar m’ è dolce in questo mare;
de La sera del dì di festa, dove il cuore si stringe A pensar
come tutto al mondo passa e quasi orma non lascia; e il suono
delle umane glorie e degl’ imperi più famosi cede come il canto
dell’artigiano che riede a tarda notte al suo povero ostello poiché la
festa è finita: Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il
mondo; e risvegha nella memoria del poeta una immagine accorante
insieme e viva divenutagli familiare: ed alla tarda notte Un
canto che s’udia per li . sentieri Lontanando morire a poco a poco;
de La vita solitaria, dove « l’altissima quiete » del meriggio presso
all’ immoto specchio del lago di taciturne piante incoronato gli fa
obliare se stesso e il mondo: e già mi par che sciolte Giaccian le
membra mie, né spirto o senso Più le commova, e lor quiete antica
Co’ silenzi del loco si confonda. Estasi; estasi mistica che fa
risalire dal petto il trepido grido dell’angoscia religiosa, che echeggia nel
canto Alla primavera, 0 delle favole antiche: Vivi tu, vivi,
o santa Natura ? e quello anche ])iù antico della stupenda
lettera al Giordani, che convien rileggere: «Poche sere addietro, prima
di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo
puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che
abbaiavano da lontano, mi si svegharono alcune immagini antiche, e
mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un
forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi parve di
udire dopo tanto tempo. A questa religione, da cui la filosofia inferiore
allontana, riconduce quella superiore, la ultrafilosofia. Quando L. annota
nello Zibaldone che « la filosofia.... s’ ha per capitai nemica della eeligione,
ed è vero, egli parla, com’ è evidente dal seguito della sua nota, della FILOSOFIA
inferiore. Egli stesso ha il pensiero a una diversa filosofia quando,
sotto la datasegna cjuesto pensiero profondo: «1 tedeschi si strisciano
sempre intorno e appiedi alla verità; di rado l’afferrano con mano
robusta: la seguono indefessamente per tutti gli andirivieni di questo
laberinto della natura, mentre l’uomo caldo di entusiasmo, di sen¬
timento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situato su di
una eminenza, scorge d’un’occhiata tutto il laberinto, e la verità che
sebben fuggente non se gli può nascondere ». La mano robusta dunque non si
con¬ tenta della ragione, ma vuole anche cuore, fede, natura o «
senso dell’animo », genio ; e cioè, non sa che farsi della piccola
ragione, poiché ha bisogno della grande. La quale non s’illude di aver
spiegato tutto quando ha spiegato la natura, e non ha spiegato e si mette
in condizioni di non poter più spiegare l’uomo, e deve rassegnarsi
a dire errori quelle verità che sono fondamento alla \'ita umana.
L’uomo, che è poi colui che si propone il pro¬ blema della natura, e
senza del quale {pertanto il pro¬ blema stesso non sorgerebbe mai.
L’uomo, che quella mezza filosofia della ragione piccola rinserra e
schiaccia nel meccanismo della natura e condanna alla schiavitù del
nulla, ma che risorge in tutta la sua libertà e nel suo valore infinito
appena la grande ragione gh faccia sentire la sua grandezza nella sua
stessa infehcità: « Niuna cosa » infatti, come si legge nello Zibaldone «
maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto.... che
il poter l’uomo co¬ noscere e interamente comprendere e fortemente
sentire la sua piccolezza » ; e provare la gioia del comporre, del
cantare, del pensare, del sentire. L’infehcità, essa stessa, poiché sentita,
intesa, espressa, è grandezza, eccellenza. E perciò l’uomo non
soggiace alla natura, e può non temere la morte, e può, come la
ginestra, consolare il deserto col profumo del suo divino alito
spirituale. Perciò infine il poeta c’ insegna, in una forma lapidaria che
fa parere il suo detto quasi proverbio, che « nessun maggior segno
d’essere poco filosofo e poco savio, che voler savia e filosofica tutta
la vita. Verità infatti che merita di passare in proverbio tra i
filosofi. E pel Leopardi vuol dire che nella vita non c’ è soltanto la
filosofia : c’ è altro ancora, che è poi sempre filosofia. La vera però,
che afferra la verità con mano robusta, non quella falsa che sola par
vera all’angusto intelletto del filosofo chiuso nel bozzolo del suo
intel¬ lettualismo. La quale FILOSOFIA, si ponga mente, una volta,
come s’è veduto, il Poeta la chiama ultrafilosofia; ma non è poi
altro propriamente che la sua personalità, il suo modo di vedere e di
sentire la vita, quell’ingenita virtù che prorompe nel Risorgimento,
quando l’anima si risvegliò e rivide meravigliata salire su dal profondo
i palpiti naturali, i dolci inganni, la speranza, e il sentimento della
natura. Meco ritorna a vivere, La piaggia, il bosco, il monte; Parla al
mio core il fonte. Meco favella il mar ») : quella ingenita virtù, che gli
affanni poterono sopire; Non l’annullàr: non vinsela Il fato
e la sventura; Non con la vista impura l’infausta
verità. La virtù da cui sgorga la poesia; e che è, io dico, la
stessa poesia, depurata dalle forme in cui il pensiero la determina e
attua. Giacché io non vorrei che nelle parole, nelle formule, nei
concreti pensieri, come sistematica- mente si possono comporre ad unità
nelle esposizioni che l’autore non fece delle sue idee, e che, sempre a
fatica e non senza arbitrarie glosse, continuano a imbandirci quei
camerieri del Leopardi che sono i suoi interpreti, pronti a sobbarcarsi a
scriver loro sulla FILOSOFIA di L. i volumi che questi non pensò mai di
scrivere; non vorrei, dico, si ricercasse una vera e formata FILOSOFIA come
opera riflessa e logicamente costruita su’ suoi fondamentali convincimenti e
orientamenti Mi perdoni la grande e austera ombra del Poeta questa
parola cara oggi a certi spiriti spigoUsti e vanitosi, che ogni giorno
che il Padre manda in terra, suonano a stormo per adunar gente e
catechizzarla tra un sorriso mellifluo e un ohibò di pelosa carità, e
disporla a cercare con essi l’orientamento che essi non riescono mai a
trovare. Xtnnznni. No. LE PAROLE, i pensieri più o meno frammentari
e sparsi, le sentenze assai spesso felicemente formulate non
possono essere pel critico altro che accenni, spie dell’anima del filosofo.
La cui individualità è caratterizzata e, propriamente, individuata da un certo
atteggiamento, che è la concreta FILOSOFIA dell'uomo: quella che,
conferendo all’uomo un carattere, non ci spiega tanto le sue parole,
spesso espressioni di cose pensate e non sentite, ma le azioni in cui
l’uomo opera come sente nel suo più intimo essere; là dove egli, arrivi o
no ad averne coscienza in un sistema chiaro e bene organato di
idee, è quello che è : quello che l’uomo nella sua singolare e inconfondibile
individualità si mamfesta e si fa conoscere non per quel che dice ma per
il modo in cui lo dice, non pel contenuto delle sue parole ma pel
colore che esse hanno sulla sua bocca, per l’accento con cui la sua
anima vi suona dentro. Stile, essenza della poesia d’ogni uomo. Sicché,
infine, a parlare degnamente della filosofia del Leopardi, non bisogna
ridursi alla parte del cameriere. Conviene guardare il Poeta negh occhi,
dove la pupilla trema della commozione segreta: ascoltare il suo canto,
dove la sua filosofia è la sua stessa poesia. Giacomo
Leopardi. Leopardi. Keywords: il favoloso. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
gli usi di Leopardi nella filosofia italiana," per Il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Grice e Leopardi: l’implicatura
conversazionale – 1150 – implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Recanati). Filosofo. Grice: “We
don’t have at Oxford a ‘chip off the old block’ as they have in Recanati!” -- Importante esponente del
pensiero controrivoluzionario e padre di Leopardi. Leopardi, targa
commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati Figlio
primogenito del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nacque in una
delle famiglie più preminenti di Recanati. Rimasto a quattro anni orfano del
padre, crebbe con la madre (che non volle risposarsi per accudire i quattro
figli), gli zii paterni rimasti celibi e i fratelli. Educato in casa dal
precettore Giuseppe Torres, padre gesuita fuggito dalla Spagna a seguito della
cacciata dell'ordine dal regno, ricevette una formazione improntata agli ideali
cristiani, cui rimase fedele per tutto il resto della sua vita. Fu sottoposto
alla tutela di un prozio, non potendo amministrare direttamente il patrimonio
familiare per disposizione testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la
deroga alla disposizione paterna e, all'età di 18 anni, assunse
l'amministrazione della propria eredità. Dopo un primo progetto di nozze andato a
monte, sposa la marchesa Adelaide Antici, sua lontana parente. Il matrimonio fu
un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in
base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una
dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al
matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria"
di palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo,
passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il conte non
riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono
numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla
sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e
all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle
mani della consorte, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi
totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti
vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale della
biblioteca di famiglia dei L., nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni
di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i
quali il conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a
disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese,
come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza".
L'impegno civico Angolo della biblioteca di palazzo L. con i ritratti di
L., Adelaide e Giacomo Il medico e naturalista britannico Jenner La sua
opera è rappresentativa del concetto di reazione (per es., la demolizione
dell'egualitarismo nel Catechismo sulle rivoluzioni), inoltre gli vanno
riconosciuti diversi meriti acquisiti durante lo svolgersi della sua vita
politica, indirizzata nei confronti di Recanati, città in cui visse.
Monaldo fu consigliere comunale a diciotto anni, governatore della città, amministratore
dell'annona. Fu tra coloro che si mantennero fedeli al papa Pio VI nel periodo
dell'occupazione francese. S'adopera per mantenere tranquilla la popolazione in
tumulto contro le forze dei rivoluzionari francesi e, in accordo con i suoi
principî morali e religiosi, rifiutò di assumere incarichi pubblici durante la
Repubblica Romana e il primo ed effimero Regno d'Italia. Fu gonfaloniere di
Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupò della costruzione di
strade e di ospedali, dell'illuminazione notturna, del sostegno ai meno
abbienti, della riduzione delle tasse, del rilancio degli studi pubblici e
delle attività teatrali. Sebbene fosse preoccupato per le conseguenze
della meccanizzazione sull'occupazione, ritenne che le ferrovie e le macchine a
vapore fossero tutt'altro che inconciliabili con una società cristiana. Stimolò
inoltre il diboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo
stabilimento di case coloniche e l'applicazione di nuove colture, come il
cotone o la patata. Fu anche il primo a introdurre nello Stato Pontificio il
vaccino antivaioloso dell'inglese Edward Jenner e lo fece sperimentare sui propri
figli; poi, da gonfaloniere, rese obbligatoria la vaccinazione che svolgeva
personalmente (in ciò smentendo la raffigurazione caricaturale di
"retrogrado" che si attribuì ideologicamente alla sua figura da parte
della critica novecentesca). Sostenne anche un progetto per la fondazione di
un'università nella sua città natale, che però alla sua morte non ebbe
seguito. Infine, durante la carestia, fece erogare gratuitamente i
medicinali ai più bisognosi e creò occasioni di lavoro, sia maschile, con la
costruzione di strade, sia femminile, con la tessitura della canapa. Come
scrisse una volta, quelle attività riformatrici non erano in contrasto con le
sue idee controrivoluzionarie; infatti dichiarò: «Oggi si pretende di costruire
il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene
presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale» Morì
il celebre figlio Giacomo: nonostante tra i due i rapporti non fossero distesi,
la perdita gli causò grave dolore. Si spense nella città natale e fu sepolto
nella tomba di famiglia presso la chiesa di Santa Maria in Varano a
Recanati. Dei molti scritti religiosi, storici, letterari, eruditi e
filosofici di Leopardi, i più famosi sono i “Dialoghetti sulle materie
correnti” usciti con lo pseudonimo di "1150", MCL in cifre romane,
ovvero le iniziali di "Monaldo Conte Leopardi". Ebbero immediatamente
un grande successo, ben sei edizioni in cinque mesi, furono tradotti in più
lingue e divennero notissimi nelle corti europee. Il figlio Giacomo, da Roma,
ne informa il padre in una lettera dell'8 marzo: «I Dialoghetti, di cui
la ringrazio di cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho
più in proprietà se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in
mano.» Per umiltà lasciò i molti guadagni allo stampatore, il Nobili. È
probabile che con quest'opera Monaldo volesse contrapporsi alle Operette morali
del figlio, che giudicava negativamente e riteneva contrarie alla fede
cristiana. In essi, infatti, esprimeva gli ideali della reazione (o anche
controrivoluzione). Tra le tesi sostenute, la necessità della restituzione della
città di Avignone al papato e del ducato di Parma ai Borbone, la critica a
Luigi XVIII di Francia per la concessione della costituzione (che violerebbe il
sacro principio dell'autorità dei re che "non viene dai popoli, ma viene
addirittura da Dio"), la proposta della suddivisione del territorio
francese fra Inghilterra, Spagna, Austria, Russia, Olanda, iera e Piemonte, la
difesa della dominazione turca sul popolo greco, in quegli anni impegnato nella
lotta per l'indipendenza. Risalgono alcune opere di satira politica:
Monaldo era infatti ottimo satirico e disseminava le sue opere di scherzi
letterari. Tra esse, il Viaggio di Pulcinella e le Prediche recitate al popolo
liberale da don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della
Poca Pazienza (versione digitalizzata). Fu inoltre autore di ricerche erudite,
ammonimenti ai fedeli cattolici e articoli su varie riviste, tra cui si
segnalano «La Voce della Verità» di Modena e «La Voce della Ragione» di Pesaro,
che Leopardi stesso diresse. La rivista ottenne un buon successo, come
dimostrano i 2000 abbonamenti sottoscritti in tutta Italia, tuttavia fu
soppressa d'autorità. Rimasero inediti, invece, i suoi Annali recanatesi
dalle origini della città ae la sua Autobiografia: in quest'ultima la prosa di L.
si arricchisce di leggerezza, ironia e umorismo. Negli ultimi anni di
vita Monaldo visse appartato (non amava allontanarsi da Recanati: la sua più
lunga assenza dalla casa paterna consistette in 2 mesi a Roma), deluso dalle
caute aperture liberali del governo pontificio e degli esordi del regno di papa
Pio VI. Collaborò al periodico svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi,
negli ultimi anni, agli studi storici su Recanati, coltivati in gioventù.
Opere digitalizzate Monaldo Leopardi, La Santa Casa di Loreto. Discussioni
storiche e critiche, Lugano, presso Francesco Veladini e C. Monaldo Leopardi,
Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei sacri Evangelisti,
spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni, Pesaro, pei tipi di A.
Nobili. Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti dell'anno, Leopardi,
Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato nel paese della
verità e nella contrada della poca pazienza. Rapporto con il figlio
ritratto di Giacomo Leopardi. Nonostante la vulgata dica il contrario, il
rapporto con il figlio illustre appare buono: senz'altro nei primi anni Monaldo
dovette essere orgoglioso della precocità del ragazzo, e nelle opere giovanili
di Giacomo, ad esempio il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, si
avverte ancora l'influenza delle idee del padre. Ben presto, però, i loro
spiriti presero strade diametralmente opposte: la crescente autonomia di
pensiero di Giacomo preoccupava Monaldo. La lettura del carteggio fra i
due rivela una relazione affettuosa, soprattutto negli ultimi anni. La lettera
più sincera scritta da Giacomo al padre è quella che quest'ultimo non lesse
mai: si tratta della missiva datata luglio 1819, quando il poeta progettava la
fuga, e che non fu mai spedita, perché egli dovette rinunciare ai suoi
piani. «Mio Signor Padre. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di
quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede
intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto, ed hanno
portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Era cosa
mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me,
immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e
com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella
irremovibilmente. Io so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento,
e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi
corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia
e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che
attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro
pensiero.» Finalmente, Giacomo lascia Recanati, per farvi ritorno solo
saltuariamente. Da lontano, il padre assiste alla crescita della sua fama nel
mondo intellettuale italiano, ma non riesce a comprendere la grandezza del
figlio: disapprova la pubblicazione delle Operette morali, scrivendogli in una
lettera (perduta) le "cose che non andavano bene", suggerimenti che
nella risposta Giacomo promette di prendere in considerazione, ma che di fatto
non sono mai accolti. La pubblicazione dei Dialoghetti di L. è causa di
attrito fra padre e figlio. Giacomo Leopardi si trovava a Firenze:
nell'ambiente iniziò a circolare la voce che fosse lui l'autore dell'opera,
espressione delle tesi reazionarie, cosa che egli fu costretto a smentire
seccamente sul giornale Antologia di Vieusseux. Si sfogò poi per lettera con
l'amico Melchiorri: «Non voglio più comparire con questa macchia sul viso.
D'aver fatto quell'infame, infamissimo, scelleratissimo libro. Quasi tutti lo
credono mio: perché Leopardi n'è l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io
sono conosciuto, dunque l'autore sono io. Fino il governo m'è divenuto poco
amico per causa di quei sozzi, fanatici dialogacci. A Roma io non potevo più
nominarmi o essere nominato in nessun luogo, che non sentissi dire: ah,
l'autore dei dialoghetti.» In toni decisamente più miti ne scrive poi a
L. il 28: «Nell'ultimo numero dell'Antologia... nel Diario di Roma, e
forse in altri Giornali, Ella vedrà o avrà veduto una mia dichiarazione
portante ch'io non sono l'autore dei Dialoghetti. Ella deve sapere che attesa
l'identità del nome e della famiglia, e atteso l'esser io conosciuto
personalmente da molti, il sapersi che quel libro è di Leopardi l'ha fatto
assai generalmente attribuire a me. E dappertutto si parla di questa mia che
alcuni chiamano conversione, ed altri apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi,
e infine mi son deciso a parlare, per due ragioni. L'una, che mi è parso
indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è dovuto ad altri, o massimamente a
Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. [
L'altra, ch'io non voglio né debbo soffrire di passare per convertito, né di
essere assomigliato al Monti, ec. ec. Io non sono stato mai né irreligioso, né
rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono
precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei,
ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
dovessi né debba né voglia disapprovarli.» Nelle ultime lettere Giacomo
esprime la volontà di rivedere il padre, passando dai toni formali a quelli affettuosi
("carissimo papà" nell'ultima lettera). Monaldo sopravvisse 10
anni al figlio. L'incompatibilità fra i due rimaneva però ancora evidente otto
anni dopo la morte di Giacomo, non accettando lui le idee areligiose del poeta;
la sorella di lui, Paolina, scriveva a Marianna Brighenti: «Di Giacomo
poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai tutto quello che di
lui veniva fatto di sapere, come di quello che non combinava punto col pensiero
di papà e colle sue idee. Pertanto, non abbiamo fatto mai parola con lui delle
nuove edizioni delle sue opere, e quando le abbiamo comprate le abbiamo tenute
nascoste e le teniamo ancora, acciocché per cagion nostra non si rinnovi più
acerbo il dolore.» Su richiesta dell'ultimo amico di Leopardi, Antonio
Ranieri, pochi giorni dopo la morte del figlio, Monaldo gli spedì un Memoriale
con cenni biografici su Giacomo, con aneddoti e curiosità, in cui si avverte il
dolore per la rottura fra i due e l'incapacità del padre di capire la direzione
intrapresa dal figlio; il Memoriale si interrompe: "Tutto ciò che riguarda
il tratto successivo è più noto a Lei che a me", scrive infatti.
Nonostante ciò, Monaldo piangerà con dolore la perdita di Giacomo, al punto che
quando redigerà il proprio testamento, alla settima volontà scrisse:
«Voglio che ogni anno in perpetuo si facciano celebrare dieci messe nel giorno
anniversario della mia morte, altre dieci il giorno 14 giugno in cui morì il
mio diletto figlio Giacomo. Manetti, Giacomo L. e la sua famiglia, Bietti,
Milano. La famiglia Leopardi è protagonista del romanzo fantastico di Michele
Mari Io venìa pien d'angoscia a rimirarti. L., di Sandro Petrucci Monaldo In viaggio per Leopardi, Leopardi fu
chiamato alla collaborazione a tale rivista dal suo fondatore, il Principe di
Canosa Antonio Capece Minutolo. Giacomo
Leopardi, Carissimo Signor Padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna ed., Giacomo
Leopardi, Il monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo
Leopardi, Graziella Pulce, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Adelphi,Monaldo
Leopardi. La giustizia nei contratti e l'usura. Modena, Soliani, Monaldo
Leopardi, Autobiografia, con un saggio di Giulio Cattaneo, Roma, Dell'Altana
ed., Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Mursia ed.,
(L'ultimo amico del poeta narra di un
suo incontro con Monaldo mentre era di passaggio a Recanati). Monaldo Leopardi,
Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, Fede & Cultura, L.,
Dialoghetti sulle materie correnti e Il viaggio di Pulcinella, in, L'Europa
giudicata da un reazionario. Un confronto sui Dialoghetti di Monaldo Leopardi,
Diabasis, Raponi, Due centenari. A proposito dell'autobiografia di Monaldo
Leopardi, Quaderni del Bicentenario. Pubblicazione periodica per il
bicentenario del trattato di Tolentino, n. 4, Tolentino, Giuseppe Manitta, L..
Percorsi critici e bibliografici, Il Convivio, Anna Maria Trepaoli, Gubbio, i
Leopardi, Recanati: un legame da riscoprire, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, Pasquale
Tuscano, Monaldo Leopardi. Uomo, politico, scrittore, Lanciano, Casa Editrice Rocco
Carabba,, Giacomo Leopardi Leopardi (famiglia) Pierfrancesco Leopardi. Monaldo Leopardi, su Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ferretti, Monaldo Leopardi, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Corno, L. in Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Monaldo Leopardi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo
Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Opere di Monaldo Leopardi, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Monaldo Leopardi,.Dizionario del pensiero forte, IDISIstituto per la Dottrina e
l'Informazione Sociale, sito "alleanzacattoliga.org". Il conte
Monaldo Leopardi. Monaldo Leopardi, conte di San Leopardo. Cf. Il Leopardi
anti-italiano. che
dopo questa vila comincia un'altra vila, bisogna ripudiare lulli isofismi elutte
le menzogne della filosofia. Queste sono le norme del saggio , questi sono i
doveri del galantuomo, e queste sono le verità proposte, dimostrate e
raccomandate dalla Voce della Ragione. FILOSOFIA Ponam Civitatem hanc in
stur em etinsibilum. La Filosofia e il Cervello. La Filosofia.Già vihodelto chedo
potanti anni di fatiche e di pensieri per accomodare il mondo a mio modo,
questo veccbio con serva ancora certi suoi pregiudizi , e non trovo in esso una
sola cillà la quale sia in lutto e per tullo secondo le mie regole
e secondo il mio cuore. Perciò ho risolutodi fabbricarpe una nuova, e chi
sa che a poco a poco non diventi la capitale di un grande impero. Cer. Tutto
questo va bene, e polete fabbricare e fondare quanto volete, ma come ci entro
io con le vostre fabbriche e con le vostre fondazioni? Fil.Oh Diavolo! volete
che la filosofia vada avanli in una impresa similesenza cervello? LA
CITTÀ a DELLA Il Cervello. In somma, si può sapere cosa volele da me? Cer. Finora
avele sempre operalo senza di me, e potete seguitare a procedere da pazza. Cer.
Fin quì non dite male , ma alla fine dei conli che giudizio è questo vostro con
cui volete mandare sollosopra il mondo? Fil. Oh bella , ognuno ba i suoi gusti
, e de gustibus non est disputandum. Epoiiode sidero diguastare il mondo, perchè
voglio àca comodarne un altro meglio di questo. Cer. Vi darà poi l'animo di
fare un altro mondo migliore del primo? Fil. Proviamoci: cosa sarà? Non si
tratta poi di una gran cosa, e se non riesceci penserà chi vuole. Via
cervellaccio mio, ve nile con me e datemi una mano a fabbricare “Filosofopoli”.
Già adesso non avete altro da fa re, perchè nessuno vi vuole; e al mondo si fa
tutto senza di voi. Cer. Anche questo è vero, e giacchè non si trova più a
campare coi savi sarà meglio accomodarsi al servizio dei malti. Fil. Bravo,
bravissimo. Vedrele che bella città stabiliremo assieme. Ha da essere il regno
della età dell'oro, il paese della cuccagoa, e la vera meraviglia del mondo.
come in addietro, senza curarvi neppure adesso della mia compaggia. Fil. Chi lo
dice che ho operato da pazza e senza cervello? A buon conto io chevole. va
guastare il mondo l'ho mandato sotto sopra, e quelli che avevano obbligo é
desiderio di conservarlo lo hanno mandato e lo mandano soltosopra peggio di m
e. Chi vi pare dunque cbe abbia più cervello, chi guasta quello che vuol
guastare, o cbi guasta quello che vuol conservare? Fil. Oh per questo non
dubitale. Sono cent'anni che ho mandalo fuori gli editti e saccio mille smorfie
per chiamare la gente, co me fa la civella sul mazzuolo per uccellare i
merlolli ; sicchè gli abitatori di “Filosofopoli” non potranno mancare. Anzi
ecco qualchedu. no che si avvicina. Meltiamoci dunque sul sodo , e incominciamo
le nostre operazioni filosofiche e cervello liche. La Filosofia , il Cervello e
il Governo. La Filosofia. Chi siete e cosa volete? Gov. Quanto a questo farete
quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a rice. vere quella forma che
vorrete darmi, come l'argilla in mano dello stovigliere. Già oggi Cer.
Chi verrà poi ad abitare in questa nuova città ? Il Governo. Io sono il
governo,e domando di essere ammesso nella vostra nuova città , perchè immagino
che non vorrete stabilirla senza governo. Fil. Sicuro che un poco di governo ce
lo vogliamo, almeno pour bien séance, e per servire alle apparenze,e alle
formalilà come l'apparatura nelle feste. Ma intendiamoci bene ; noi non
vogliamo un governo all'antica , il quale pretenda di governare davve ro , ma
bensì un governo filosofico; e vale a dire un ombra , un simulacro , un brodo
di ranocchie e niente di più. questa è una cosa da nulla, ed è più facile
preparare un governo che lavorare un boccale. Fil. E bene ; nella cillà e nel
regno di “Filosofopoli” la vostra forma sarà quella di una monarcbia. Cer.
Bravo! quesla scelta mi piace perchè il governo monarchico è il più naturale e
il più semplice , ed è ancora il più robusto di tullj . Fil. Oibd , oibù ; se
fosse questo non vor remmo saperneniente, e si vede bene che voi v'intendele
poco di filosofia, e non avele una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo
vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettatietemuli, perchèsostenevano
diavere ricevuto il loro potere da Dio , e nessuno si azzardava di slendere la
mano contro una au lorità la quale si riputava stabilita per diritto divino. Ma
nel mondo nuovo i monarchi si contenlano di regnare per grazia e volere del
popolo,ricevonoilsalario esilasciano incar. tare dal popolo e conseguentemente
devono essere il trasiullo e lo scherno del popolo.Il governo monarchico
adunque,lavoralo secon do le regole della filosofia, riesce ilpiù comodo e il
più leggiero di tulli, e i filosofi si adallano a lasciarsi governare da un re
falto dal popolo, perchèchipuòfarepuòguastare, ed è più facile sbalzare dal
trono un monar. ca costituzionale, che licenziare dal servizio un gualtero di
cucina.Sentite dunque signor governo , e imparate bene cosa ha da essere il
governo monarchico nella cillà e nel regno della filosofia. Fil. Prima di
tutto, il re ha da essere un re di carta , o vogliamo dire che tulta la sua
autorilà deve consistere in un pezzo di carta , esso medesimo deve riconoscerla
tutta intiera dalla carta, e guai a lui se si allontana un capello da quella
carta. Fil. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle
belle e fatte dalla nazione;e,se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso
di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei d e
putati , ma alla fine deve sempre cedere alla voloplà della camera. Quando poi
la camera ha fatto una legge e il re l'ha soltoscritta per amore o per forza ,
e per una semplice for malità , sua maestà di carta deve subito pi gliare la
frusta e andare in piazza a menare le mani facendo eseguire idecreti del
popolo. Gov. Benissimo. Fil. Di più non deve impicciarsi nè bene nè male con la
giustizia,e deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza
essere ripresi e molestati da nessuno.Anzi se l'istesso monarca cittadino
riceverà una coltellala ovvero una schioppeltata non potrà far altro che dare
una querela a quell'imper linenle,ese igiudici condanneranno coluia tre giorni di
pane e acqua, il re dovràam mirare e ringraziare la imparzialità e la se verità
della giustizia. Gov. Benissimo. Gov. Dile pure, che iosono qui a ricevere
i vostri comandi. Gov. Benissimo. Fil. Similmente il monarca filosofico
costi. tuzionale non avrà l'ardire d'imporre nessu na tassa , e di toccare un
quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno
di denari per l'andamento del go verno anderà a domandarli come un pitocco alla
cainera dei deputali , e dopo ricevuli li spenderà bene o male,che questo
importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sollile.Se
però la camera non vorrà darglieli ,lascerà che il governo cammini da per sè
stesso, e resterà colle mani incrociale sul petto come fa il cuoco, allorchè il
pa drone non gli dà iquattrini per fare la spesa. Fil. Per ultimo se qualche
volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, ac . compagnandolo con
le fischiate ovvero con le sassale, dovrà averci pazienza, e se anche in una
giornata gloriosa il popolo vorrà strac ciarelacarta,cambiare la dinastia,edi
scacciare il re con tutta la sua maestà e la Gov. Benissimo. Fil.Siccome
poi lacartaaccordaalmonar ca il diritto di far grazia, il re cittadino de ve
sapere che quel dirillo gli viene accordato per burla , e che egli pad usarne
soltanto a beneplacilo e a capriccio del popolo. Percið se itribunali
condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua
maestà di carta lo dovrà liberare , e se condanneranno ingiustamente un
innocente malveduto dal popolo , sua maestà di carta dovrà farlo impiccare.
Gov. Benissimo. sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col
bordone in mano , e avere di caro e grazia di salvare la pelle,perchè alla five
dei conti nell'impero della Filosofia la careta, il trono , il governo, tutto è
del popolo, e ilmonarca costituzionale è un bawboccio vestito dareper servire di
passatempo al popolo. Gov. Benissimo,benissimo,ameraviglia;e vado subito nella
cillà a preparare uo trono di cartone per Pulcinella l.monarca cittadino di “Filosofopoli”.
Fil.Cosa nedilecompare Cervello? Vi pare cbe abbiamo stabilito una monarchia
vera mente solida , dignitosa e utile al buon reg gimento dei popoli? Fil. Sappiatechecisivapensando,eforse
col progresso dell'incivilimento si troverà il modo di fare una macchina che
muova la le. sta e ci serva da re,senza bisogno di pagare un re cilladino , il
quale non è poi tanto a buon mercato quaplo si crede. Intanto però bisogna
contentarsi di un re costituzionale, fin. chè non si può averne un altro lutto
affallo di legno. Ma zillo che si accosta altra gente per veoire a populare
ilregno della Filosofia. Cer. Mi pare cbe quando i monarchi filo sofici
debbano essere lavorali sopra queslo m o dello , un re dipinlo ,ovvero un re di
paglia potrebbe servire nello stesso modo. La Filosofia. Chi siete, e cosa
volete? La Giustizia. Io sono la Giustizia e domando di essere ammessa nella
vostra nuova cillà. Fil. Cosa ne dite compare Cervello ? non si potrebbe fare a
meno di questa femmina? Fil. Alcuni litiganti , i quali hanno inolla pratica
dei tribunali,mi banno assicuratoche considerando bene certe giustizie
presenti, sa rebbe meglio cavare a sorte la vincita e la perdita delle
cause,ovvero giuocarsi alla morra il torto e la ragione. Così almeno si ri
sparmierebbero le spese. Cer. Con questo metodo pazzo e scellerato si
confonderebbero il giusto con l'ingiusto, l'innocente col reo,e il galanluomo
con l'as sassino. Giu . Parlate pura giacchè sono venula a p La Filosofia
, il Cervello, a la Giustizia.Cer. Come! vorreste stabilire una città ed un governo
senza tribunale e senza giustizia? Fil. Questo sarebbe poco male perchè ora mai
lulle queste cose sono tanto confuse che non se ne raceapezza più niente.
Considero però che se non ci fosse qualche cosa,chia mata giustizia , gli
avvocati e i procuratori resterebbero in camicia, e questo non si ac
comoderebbe con le idee filosofiche sulla dif fusione dei godimenti e dei
beni.È d'uopo dunque per un altro poco adattarsi al siste ma antico , e perciò
venile avanli madonna Giustizia e facciamo i nostri palli. posta
per imparare cosa deve essere la giu. stizia nel paese della filosofia. Fil.
Prima di tutto lenetevi bene in m e n te che i liberali tauto palesi come
occulli non devono avere mai lorlo,e la giustizia deve essere una vera
cortigiana consacrata e ven. dula sfacciatamente al servizio dei liberali. Giu.Benissimo,ed
io mi venderò e mi prostituiròin verecondamente per compiacere iliberali.Ma
ditemi un poco:come ho da fare per favorirli nelle cause, quando stan no
evidentissimamente dalla parte del torto ? Giu. Quei giudici però i quali
procederan no con ingiustizia manifesta potranno essere discacciati e
puniti. 102 re che questo non è proibilo ; e non manca il modo di
stancare e assassinare un povero liligante buttando la polvere sugli occhi al
mondo, e sostenendo che si opera per la giustizia.Se però qualcbe volta vi
troverelealle strelle , rinunziale pure a qualunque pudo re,invocate ilnome di Dio,egiudicatenel
nome del diavolo,purchè la villoria sia sem pre assicurala per i liberali. pu.
Fil. Finchè potete conservare cerle appa renze e salvare la capra e l'orto ,
falelo Fil.Non dubitatediquesto,eigiudicinon temano di niente quando sono
protetti dai liberali. Primieramenle nel regno della filo sofia i giudicisono
una potenza assolutache non dipende da nessuno ; e poi i liberali si mellono
per tutto , e coperlamente , ovvero scopertamente comandano in lulli i
dicasteri, sicchè alla fine del conto lutto si fa a modo loro , e a
chiunque la prende con essi toc cano sempre la mazza e le corna. Giu.Ho capilo:
e lasciatevi servire.Segui tale pure la vostra lezione. Fil. Inoltre se
s'incontrano a litigare un uomo indifferenle e un inimico dei liberali, dale
sempre ragione all'uomo indifferente an corchè fosse uù ruffiano, ovvero un
capo la dro , e date sempre lorlo agl'inimici dei li. berali , acciocchè quesla
capaglia impari a rispettare la filosofia e la liberalilà. Fil. In questi casi
potete consollare i vo stri affelli privali, ovvero ilvostro interesse; potete
farvi merito con qualche Ciprigna ;e in somma fale pure quello che vi pare, che
alla filosofia non gliene importa niente.Cosa ne dile compare Cervello ?
Fil.Questo sarebbe un partito troppo gras. so per i galantuomini i quali
giuocherebbero alla pari,enelregno filosoficoiliberalihan. no da godere sempre
qualche vantaggio. A vete capito bene madonna Giustizia ? Giu. Ho capito anche
questo e non mi al lonlanerò dai vostri suggerimenti : ma come si dovrà
procedere in parilà di circostanze o sia quando s'incontrany a litigare due uo.
mini indifferenti , ovvero due liberali ? Cer. Vedo bene che hanno ragione
quelli iquali desiderano, che ildirillo eiltorlo si estraggano allasorte oppure
vengano giuo catiallamorra.Difalliquando la Giustizia non ha da essere
veramente giustizia è m e glio ridurla al giuoco della bianca e della nera
. Giu. Ho capito benissimo,e fascialevi per servire. E nelle cause
criminali come dovrò regofarmi ? Fil. Generalmente parlando lenele sempre per
la parte dei malfaltori,e ricordalevi che nel regno della filosofia non si
vuole la m a n naia del boia , e piuttosto si gradisce ilcol tello degli
assassini. Se la giustizia dovesse essere quella di una volta non si trovereb
bero le gloriose giornate, e noi vogliamo sla re allegramente, e non vogliamo
morire di malinconia. Nei casi poi particolari regolate vi come vi bo già detto
per la giustizia ci vile. Se alcuno abballe una croce , Salegli grazia eseun altroguardatortolabaq
diera di tre colori, ammazzatelo.Se uno be stemmia ovvero calpesla il
Sacramento , te. neteloin prigione mezz'ora,quando pon pos siate faredimeoo; eseunaltrodicemez
za parola contro la carta, fatelo fucilare. Se laluno prende a calci un prete,
un frale, vescovo dite che non ci è luogo a procedere; e se i preli , i frali,
i vescovi negano la se poltura ecclesiastica a qualche scomunicato mandateli in
galera o fateli scorticare.Se il re viene accusato a dirillo,o a torlo di ave
re fatto una sconcordanza , caccialelo in esi. lio, ovvero tagliategli la
testa, e se ilpopolo prende a sassale il re e si ribella contro il re ,
distribuite le pensioni e le decorazioni ai capi dei sollevali. In somma
regolatevi in modo da far conoscere che nel regno del la fi'osofia tutto è
permesso fuorcbè toc care colla puola delle dila i liberali e la fi
Giu . H o capitotullo benissimo, e vado a stabilire i tribunali e a
portare in trionfo la giustizia nel regno della filosofia. Fil. Vedo bene
compare mio che i miei ordinamenti fondamentali non incontrano trop. po il
vostro genio; ma finchè sarele un cer vello all'anlica tullo pieno di
pregiudizi, nonvimetterele livellocoilumidelsecolo, c non potrele figurare nel
regno della filoso. fia. Speriamo però che a poco a poco ancho il cervello
perderà il cervello , e allora le dottrine e le pratiche della filosofia si
diran no regolale col cervello. Fraltanlo diamo u. dienza agli altri che
vengono per abitare nel. la nostra nuova cillà. L a Filosofia, il Cervello e la
Proprietà . La Filosofia. Certamente ebe nel inio regno ci hanno da essere i
proprielari,ma anche 105 1 losofia. Se poi talvolta doveste per rispetto
umano proferire qualchecondanna nou viaf fliggete per questo, perchè ire
dominati na. scostamente dai liberali faranno sempre la grazia , e non ci sarà
mai pericolo , che la scure del manigoldo ardisea di toccare il col lo di un
liberale. La Proprietà. Io sono la Proprietà e vengo a stabilirmi nel vostro
puovo impero,imma ginando che anche nel vostro regno ci do. vranno essere i
proprietari, e non vorrela che sia pieno lullo quanto di mascalzoni. Pro.
Mi pare cbe non ci sia gran cosa da rinnovare intorno alla proprietà , e lulle
le leggi devono consistere in questo, che ognu. no possa tenere e godere
tranquillamente ilsuo. Fil. Sopra cid ci sarebbe qualche cosa da dire , m a
siccome ancora non siamo arrivati al punto , basterà stabilire per adesso alcu
ne misure e alcuni miglioramenti preliminari. Cer. E che ! vorreste forse che
nei vostri paesi la proprietà non fosse più proprietà,e il proprietario non
fosse più il padrone delle proprie sostanze? Cosa pensereste di fare per
introdurre nel vostro nuovo impero anche questo sproposito ? Fil. Si potrebbe
benissimo stabilire una di visione generale dei beni ovvero una legge agrarja ,
intorno alla quale sono già tantise. coli che sospirano lutti i disperati e
tutli i falliti del mondo,ma per quanto la filosofia propenda per questo
partito definitivo , l'in civilimento ancora non è giunto al segno, e il mondo
non è ancora maluro per tanta fe licità. Basta dunque per ora che tutte le leg
gi , tutti i regolamenti e tutte le pratiche go. vernative tendano a procurare
lamaggiordif fusione de'beni. Pro. Cosa si avrà da fare perchè i beni si
diffondano e diventino come una nebbia di cui abbia ognuno la sua porzione
uguale ? 106 voi signora Proprietà dovrete adattarvi alle regole
fondamentali della Olosofia, Fil. Parlando in generale si deve sempre avere in
mira di spogliare iricchi,i signori e i benestanti; e di arricchire
i cialtroni , e a questo scopo salulare e filosofico devono essere sempre
diretle la politica e l'arte dei governanti. Parlandopoi inparticolare,a desso
vi dard alcuni precetti con l'osservanza dei quali si è fallogià ungrancammino,
e si arriverà quanto prima all'incivilimento completo del genere umano. Cer.
Stiamo a sentire queste altre filosofi cbe buscarale. Cer.E che bene verrà da
questo volontario dissipamento? Fil.Ne verranno due risultati filosofici di una
importanza incredibile. Primieramente il governo scialacquando il denaro dello
Sta to senza misuraesenzagiudizio,dovrà imporre tasse gravissime , e siccome
alla fi ne Fil.Prima di tuttosideve ingannareilgo verno per farlo spendere
come un matto e butlare iquattrini da tutte le parti, inducen dolo a fare tutti
gli spropositi possibili e a scegliere tuiti imodi di amministrazione più
rovinosi e più dispendiosi. dei conli le tasse si pagano sempre da chi ha,il
denaro delle tasse levato per forza a chi ba >, anderà naturalmente in mano
di chinonba, conchela diffusione dei beniver rà egregiamente
aiutata.Secondariamente poi con questo scialacquo del pubblico denaro, e con
questo scorticamento dei benestanti si dif fonderà immancabilmente il
malcontento nel popolo,e la filosofiaci avrà un gusto matto, perchè di un
popolo scontento si fa presto a faroe un popolo liberale e ribelle. Avele ca
pito,signora Proprietà? Pro. Ho capito a meraviglia, e passate ad
un altro precello. Fil. Il secondo precello filosofico consiste in questo , che
bisogna stabilire nello Sta. to un diluvio veramente spaventoso d'impie gati
ancorchè sieno inutili e non debbano far altro che grattarsi la pancia e
divorare la so stanza della nazione.Più ce ne sono e più bi sogna amniellerne;
e invece di pigliare a calci nelle natiche tulta quella canaglia che asse-, dia
le anticamere , perchè si oslina a voler vivere nell'ozio e nella opulenza a spalle
dei mincbioni , se gli impieghi non bastano per contentare lulli questi
parassiti bisogna crear ne degli altri.Fra i postulanli poi sidevono sempre
preferire i più indegni , i più asini e i più lemerari, e così si deve correre
ra pidissimamente verso la diffusione universale dei beni, e verso il
perfezionamento filoso fico della civillà. Cer. Quelli però che governano lo
Stalo non si contenteranno che venga così manomesso e saccheggiato . Fil. Messo
in molo una volta l'appelilo de. gli ingordi e dei poltroni , diffusa l'idea
che tulli gli sfaccendali e spiantali devono mantenersi a carico dello Stato ,
e rotto l'argi ne al torrenle scandaloso delle raccoman . dazioni , igoverni e
i ministri del governo verranno strascinati da quella piena , e non potranno
più impedire l'assassinio di tutte le proprielà e ladiffusione dei beni.La più
bella di luttesarà poi,cbe quellistessi,iqualide clamano contro questo
disordine e sono vera 108 mente affezionati allo Stato, daranno
mano al l'assassinio economico dello Stato. Imperciocchè tutli i grandi hanno
la loro affezioncella pri vata,ed hanno qualcheduno che li mena pel paso sicchè
in gražia della affezioncella e del condottiere nasale, lulli metteranno avanti
qualche loro protello , tutti diranno che quella è la eccezione della regola ,
e tulli"daranno mano perchè la pubblica finanza si dilapidi sempre di
più.Costui dovrà essere provvedulo perchè altempo delle rivoltenonsi è rivol
tato, e colui che si adoperò per fare una ri voluzione deve essere provveduto,
acciocchè non simaneggiper farneun'altra;questode ve essere impiegalo perchè
furono impiegali ilpadre,ilnonno eilbisnonno,e lasua fa miglia ha acquistato il
privilegio di vivere a spalle del pubblico, e quello devee ssere impiegato
perchè non ebbe mai niente , e non è dovere che nel giorno della cuccagna un
galantuomo rimangacoldenteasciulto.Ilme rito dell'individuo e il bisogno dello Stato
non dovranno contarsi per niente; le petizioni, i clamori e le raccomandazioni
assordiranno l'aria; il ministero non saprà più dove dare la testa,e le
sostanze di chi ha anderanno per amore o per forza , a depositarsi nella pan
cia di chi non ha. Pro. Vedo bene che questo sarà un ottimo metodo per operare
la diffusione dei beni , o sia per assassinare le proprietà del pabbli co e dei
privali;ma se mai la multiplicazione inutile degli impieghi non bastasse per sa
- tollare l'ingordigiadi tutti gli infingardi e sfacciali, non vi sarebbe
qualche altro modo da contentare questa povera gente ? Fil. Sicuramente che ci
è un altro modo ancora più efficace del primo, e questo con siste
nell'acconsentire senza riserva a tutte le invereconde domande delle pensioni e
delle giubilazioni. Appena un impiegato vuole ri tirarsi a casa per vivere da
vero poltrone, e produce l'altestato di un medico per provare che patisce di
pedignoni ; ovvero di raffred dori, non importa che quel pelulante abbia
prestato un servizio di pochi mesi,non im porla che sia un giovanotto, ovvero
un uomo sano e robuslo ; e non importa che lascian do un impiego per mentita
impotenza, assu ma poi sfacciatamente altri incarichi più la boriosi dei primi
, ma subito sideve m a n darlo a casa accordandogli la giubilazione ri chiesta,
con che si ottiene il doppio vantag gio di sprecare quella ginbilazione, e di
avere un posto vacante per provvedere un altro pro tello affamato.Le mogli
poidegli impiegati, i figli degli impiegati, le sorelle degli impie gali,le
mamme e le nonne degli impiegali, gli amici e le amiche dei grandi e dei con
dottieri nasali dei grandi , e sino le zitelle , le vedove e le vecchie ,
pericolate , perico lose, e pericolanti, tulli e tulle devono ave. re una
pensione veramente sprecata,e lulli devono vivere a spalle dello Stato.E avver
tite bene che secondo gli stabilimenti della fi losofia i salari degli impieghi
, e le pensio ni,e legiubilazioninondevono ridursiapic cole cose baslevoli
soltanto a mantenere la vila nella frugalilà,ma gl'impiegati,igiubilati, e
i pensionati devono sguazzare e scialare, d e vono andare in carrozza o almeno
in carret tella, e devono fare i fichi in faccia ai po veri contribuenti
annichiliti e distrulli per la diffusione filosofica dei beni e della
proprietà. Pro. Questi sono gli stabilimenti veramente grandiosi e giganteschi
, e ci voleva proprio un Ercole per immagioare un modo così pron lo per
sconquassare da capo a fondo la pro prielàe mandareperariauno stato.Suppon go
che basteranno queste pratiche e che non avrele altriprecelli da darmi per
operare la diffusione dei beni. Fil.Questi metodi sono senza dubbio effi
cacissimi;ma sitrovaancoraqualchealtra ricelta per arrivare più presto alla
dirama zione e livellazione filosofica dei beni,o sia al disfacimento generale
della proprietà.Una tas sa, per esempio, pazza e spropositata per le funzioni e
le competenze dei notarie dei pro curatori servirà a maraviglia per disossare a
poco apocoilitigantifacendo passareleloro sostanze nelle tasche dei difensori,
e ridurre isignori a piedi mandando incarrozzaino. tari,gli avvocali e i
coriali; e così di mano in mano vi anderd dando aliri non meno gio vevoli e
preziosi suggerimenti. Fraltanto vi raccomando di non perdere di occhio le
casse di risparmio, le quali oggi sembrano una cosa da niente, ma coll'andare
del tempo potrebbero essere di grande uso permettere il mon dosottosopra
mantenere il livellamento sociale. Fil. Sicuramente;equantunque l'artifi
zio sia un poco sollile,potevate sospellarne, vedendo tanto raccomandate queste
cose dai raccomandatori perpetuidellafilosofia.Udite. mi , siguor Cervello, e
imparate come pen sano quelli che hanno cervello.Idenariche si vanno
depositando dalla plebe nelle casse di risparmio non devono tenersi morti in
quelle casse , m a devono investirsi dandoli a frullo con le convenienti
ipoteche sopra le sostanze possedute dalla proprietà, perlochè ogni b a iocco
depositato nella cassa da un ciallrone diventa un debito della classe dei
propriela rii verso la classe dei cialtroni. Finchè sare mo nei principi gli
effetti di questa mano vra non saranno sensibili,ma quando lecasse di risparmio
avranno un capitale di più m i lioni, e saranno creditrici di tutti i proprie
tari e ancora dello stato , allora si manife steranno le forze di questa nuova
occulta p o tenza,allora si vedranno compenetrale in quel le casse tulle le
proprielà , e allora si toc cherà con mano che la classe dei ciallroni è
diventata la vera padrona delloStato.Soccor. rere adunque i poveri con
elemosine propor zionate, stabilire imonti d'impreslito per aiu. larli nei loro
bisogni,e ricoverarli nell'ospe dale quando languiscono infermi, queste sono le
opere della prudenza e della carità ; ma dichiararsi i fattori e gli economi di
talli i pezzenti , aprire un salvadenaro ovvero una Cer.Come!ancbe lecasse
di risparmio so no un mezzo filosofico per arrivare alla dif fusione dei beni
? a banca per il moltiplico di tutti i mezzi ba iocchi risparmiali alla
bellola ovvero rubati nelle bolteghe, e aiutare la feccia della plebe, perchè
monti a cavallo sul collo delle clas si elevate e diventi formidabile agli
stessi go. verni, questo è propriamente secondo la dol trina della diffusione
del potere e dei beni, ed è la vera quintessenza della filosofica malignità.
Cer. Confesso il vero che mi avele sor preso , e non credeva cbe la filosofia
la sa. pesse tanto lunga , e pensasse di assassina re il mondo anche sotto
pretesto di fare la carità ai poverelli. Ma in conclusione quali saranno i
vantaggi sociali che proveranno da questa dilapidazione universale della
proprie tào vogliamodiredalladiffusionedeibeni? Fil. Compare mio,chiunque
sitrovaco. modo non cerca di mutar posto , 3 e così quelli che stanno bene ed
hanno molto da perdere non sono mai gli amici delle ri volte. Inoltre le
ricchezze acquistate onesla mente e stabiliteda più generazioni nelle fa miglie
nobili e benestanti , rendono per l'or dinario ereditarie in quelle famiglie la
buo na educazione e la buona morale , il deside rio dell'ordine ,
l'altaccamento al governo e la considerazione del popolo; e perciò finchè
quelle famiglie non sarannoavvilite e degra date dalla miseria , sarà sempre
difficile sol levare il popolo, sovvertire l'ordine, distrug gere i governi e
corrompere totalmente la moralee icostumi della nazione. Quando però tutte le
proprietà sarango livellate, o per meglio dire quando lulli isignori
saranno spiantati; quando le famiglie patrizie e le classi superiori ridotle
incamicia saranno diventate il ludibrio dei mascalzoni ; quan : do sarà
scomparsa ogni idea di dignità e di rispello; quando tutti o quasi tulli a.
vranno da guadagnare nei torbidi e nei su surri e quando infine tolta la
barriera della ricchezza e della nobillà , o vogliamo dire tolta la barriera
della aristocrazia, le sassate della plebe potranno arrivarea diril tura
alla'cervice dei re, allora tulto il mondo sarà un perpétuo bordello, sarà più
faci le fare una rivoluzione che cambiarsi un v e stilo , e le gloriose
giornate saranno sempre a libera disposizione della filosofia. Questo e non
altro è quello che si cerca procurando la diffusione dei beni , o vogliamo dire
l'as sassinio di tutte le proprietà. Fil.Capisco quello che volele dire,
ma Cer. Certo che I vostri proponimenti no veramenti giudiziosi e benefici,ed
il ge nere umano vi deve essere sommamente ob bligato che lo abbiate acconciato
per le fesie ; ma in ogni modo levale le proprietà ai possessori presenti
passeranno in di altri; a poco a poco si formeranno altre ricchezze,sorgeranno
nuove famiglie, si costi tuiranno di nuovo le classi distinte e l'aristo
crazia,e ladiffusionedeibeni,ossial'assassi nio filosofico della socielà, non
potranno es sere permanenti e durevoli , perchè l'egua glianza delle proprietà
è in opposizionecon gli ordinamenti della natura. sfasciata da capo a
fondo una casa ci vuole il suo tempo per edificarla di nuovo , sì quando avremo
subissata ben beno la società , non si polrà riorganizzarla in un giorno ; e ci
saranno disordini e pianto per tutti quelli che vivono e per i figliuoli di
quelli che vivono. Sterminate le famiglie il lustri e potenti, degradate le
educazioni e i costumi, distrutte nelle menti del volgo le idee e le abiludini
del rispetto, tolte le proprie là agliattuali possessori per metterle nelle
mani degli usurai, degli ebreie deipidoc. cbiosi arriccbiti, e consegnato il
dominio del mondo all'arbitrio dei sanculotti, non baste ranno cent'anni per
ristabilire le cose, e la filosofia non avrà fatto poco se avrà polulo
assicurare il bordello , il susurro , e la m i seriadi un secolo.Quanto poi ai
secoli successivi, speriamo,che anch'essi avranno iloro filosofi, e non
mancherà chi pensi alla futura prosperità del mondo. Orsù dunque,madama
Proprietà , ci siamo iplesi. Entrate allegra mente nel mio paese, soltoponetevi
ai miei be nefici regolamenti , e ricordatevi che nel re gno
dellafilosofiasidevelavorare con lemani e coi piedi per la diffusione dei beni
e delle proprietà , o sia per assassinare tulle quante le proprielà. La
Filosofia , il Cervello , l'Insegnamento e l'Incivilimento. Fil. Ecco altre
persone che si avvanzano per venire a stabilirsi nella nostra cillà. Cer. Chi è
colui che finge di sludiare e tiene il libro a rovescio? E chi è quell'altro
talto smorfie e vezzisguaiati che rassembra un maestro di ballo? Fil. Questi
sono l'insegnamento e l'incivi limento ; sono fratelli carnali , e amici tan to
sviscerali che non vanno mai uno senza dell'altro. Cer. L'insegnamento
el'incivilimentouna volta erano persone di garbo e godevano buon nome, ma
bisogna dire che l'aria del paese della filosofia abbia la prerogativa di
corrom pere tulle le cose buone, perchè questi due cbe si avanzano hanno la
cera d'impostori e birbanti. Fil. Al contrario:questisonoilfiorede' galan l’uomini
e senza di essi non si potrebbe stabiliregiammaiil regno della Filosofia.Ve
nite avanti , signori, facciamo i nostri patti, e poi andale subito ad
ammaestrare ed inci vilire i Popoli della mia nuova cillà. L'Ins. Parlate
pure perchè noi siamo pron . fi ad eseguire tulli i vostri comandi. Fil. Prima
di tulio bisogna incomincia re dall'insegnamento, giacchè la diffusione de lumi
è quella appunto con cui si olliene Fil.Dibò,oibo.Tutti
vidico,tuttiquanti sonogliuomini, tüllidevonoessereammae strati e civili. Cer. Ma,echicifarà
poilescarpe, Fil.Oh bella! nel nostro paese come in tutti gli altri ci saranno
i calzolari, i cuochi, e i facchini. Cer. E pretendete che gliuominiinciviliti
e genlili si preslino volentieri agli uffizi bassi della società , e che anche
i guatleri , i cia vallini e i mozzi di stalla debbano essere fi. losofi ,
letlerati e dottori ? Fil. Tant'è; questo è il voto prediletto della filosofia,
e senza questo non si può archi scoperà le strade, e chi attenderà alla cucina?
la diffusione della civillà.Voi dunque , signor Josegnamento , dovete mettervi
in testa d'in segnare a tutti di rendere tulti eruditi , let terati e saccenti,
e di fare in modo che non ci resti un solo ignorante e sempliciano in talla la
nostra filosofica dominazione. Cer: Piano un poco, madonna Filosofia, Voi
vorrete dire che si ammaestrino e si coltivi no nelle scienze tutti quelli che
dalla natura, dallalorocondizionee. Dagli ordinamentiso. ciali sono destinati a
trarne vantaggio e di letto per se medesimi,e a rendersiutilicol
lorosapereallasocietà; ma quantoalleclassi del basso volgo che la natura e
lacondizione destino agli esercizi rustici e grossolani , que stinon vorrete
che apprendanoquelledottri ne le quali non servirebbero ad altro che a renderli
oziosi,indocili e scontenti diseme desimi , e gravosi e molesti agli
altri. rivare alla diffusione generale dei lumi,e al
l'incivilimento universale del mondo. Cer. Facciamoci a parlar chiaro. Qualora
si giungesse ad ottenere questo incivilmenlo universale tanto raccomandato dai
vostri scon siderati seguaci , qual utile ne verrebbe per un grandissimo numero
d'individui , e qual utile ne verrebbe per tulto il corpo sociale? Fil. A dirla
schiella per moltissimi indivi dui sarebbe meglio restare nella loro rusticità
e semplicità, giacchè una infarinatura di dot trina non può servire ad altro
che ad empir- ' gli la testa di errori e a renderli scontenti del loro basso
stalo,e così la società in generale sarebbe più tranquilla col suo popolo di
vil lapi ignoranti , e col suo popolo di artegiani contenti di sapere quanto
basta al rispellivo mestiere.Quello però che conviene agli indi vidui e alla
società non conviene alla filoso fia , la quale vuole il movimento e non vuole
la quiete , vuole il susurro e lo scandalo, e non l'ordine e la tranquillità.
Se predicando l'incivilimento e la collura tutti gli uomini p o lessero
giungere alla vera sapienza, che con siste nella cognizione della verità e nel
do. minio dellepassioni;ecosìsepotesserogiun gere alla vera civillà cbe
consiste nella m o rigeratezza dei costumi e nella custodia dei modi
convenevoli al proprio grado , la filoso fia non vorrebbe saperne niente e
prediche rebbe contro la diffusione dei lumi e della ci viltà. Siccome però è
certo che la grande plu ralità degli uomini non arriva alle perfezio ni , e che
ostacoli insormontabili naturali e civili si oppongono alla troppa
diffusione dei lumi e della civiltà, così è certa che la propagazione smodera la
dell'ammaestramento e dell'incivilimento empirà il mondo solamente di mezzi
dolli , di scioli , di sapulelli teme rari e presuntuosi, iqualiappunto ci
voglio no per secondare la grand'opera della filoso fia.L'uomo grossolano e di
buona fede crede più al curato che alle pappole dei liberali,e rispellando e
temendo il sovrano non pensa , neppure quando si trova ubriaco , di essere esso
stesso un sovrano.Chi non sa leggere o non presume un poco di letteratura e di
ci villà non legge le gazzelte e non modella il suo modo di pensare sui
giornali e sui liber coli della propaganda;e senza le gazzelle,senza i
libercoli e senza igiornali,come si rendereb bero fuoridimoda
iprecettideldecalogo eil calecbismo del Bellarinino ? e dove si trovereb bero
gli uomini e le sassale per atlerrare le croci,per abballereitroni,eper
fareleglo riose giornate?Vedete dunque,carocompare Cervello,che la filosofia
non opera senza cer vello, e che sa ben essa cosa vuole quando predica la
diffusione dei lumi,e della civillà.
L'Inc. Orsù , non perdiamo più tempo perchè io muoro di voglia
d'incominciare la mia missione , e di andare a diffondere i lumi e la sapienza
del secolo. Ditemi piutlo sto quali scienze vi piace che vengano inse goatea preferenza,
equalilibricredeleme glio adattati per affascinare la mente e cor rompere il
cuore della gioventù. Fil. Quanto allescienze, generalmentepar:
L'ins. Ho capito bene quanto alle scienze e lasciatevi pure servire;e
quanto ai libri co me dovrò regolarmi? Fil. Tutti i libri che mettono in
ridicolo i preti , i frali, la chiesa e le pratiche della chiesa;tulli quelli
che parlano contro l'aulo rità del Papa e dei principi; e lulti quelli che
trattano scopertamente ovvero copertamen. te di materie scandalose e lascive
lusingando > > . 120 lando , potete secondare il genio dei giovani,
purchè avvertiate sempre di oscurargli la v e rilà e di allerare nel loro cuore
igermi della virtù. Parlando poi specialmente, le vostre lezioni più frequenti
devono essere sulla m e tafisica e su i dirilli dell'uomo , le quali scienzc
adoperate dalla filosofia liberale riescono benissimo adattate per diffondere
le dollrine dell’empielà e per suscitare lospiritodellale. merità.Sevoinon
capilenientedimelafisica, importa poco; purchè viriesca d'imbrogliare la testa
dei vostri allievi,di farli dubitaredi fattoediridurlianonsapere,seilmondo fu
l'opera di un essere necessario,ovverouscì dai
vorlicidelcaso,comeesconoilerniele cinquine del lotto e se essi medesimi sono
animali viventi , oppure ciolloli del torrenle o ravanelli dell'orto. Così se
di dirillo natu. rale e civile non ne sapele un acca, queslo purenon importa
niente,purchèivostridi scepoli ubriacali coi vostri sofismi rimangano persuasi
che la ragione delle genti consiste nella libertà, nell'uguaglianza,nella
sovrani tà del popolo e nel diritto sacro d'insorgere contro i re e di fare le
gloriose giornate.L'Ins. Ho capito tutto a meraviglia, e vado subito a mettere
in pratica le vostre lezioni. Immagino poi che l'ammaestramento dovrà farsi
sempre in lingua volgare. Cer. Come ! Nelle scuole filosofiche non si dovrà più
usare la lingua latina? Fil. Signor no che non si deve usare, per chè questa
lingua già morta è stata abiurata e ripudiata dalla filosofia,e a poco a pocoè
d'uopo sbandirla affallo non solamente dalle scuole,madatuttoilcommercio
letterario sociale.Che ragioni avele voi,compare Cervello, per desiderare che
venga conservato l'uso della lingua latina? gli appelili e scatenando la
furia delle pas sioni, tutti questi libri generalmente grandi
epiccoli,inversieinprosa,anlichiemo derni, lulti sono altrettanti evangeli
della filosofia, e lulti vi serviranno meravigliosamente per diffondere i lumi,
per incivilire la società, o sia per ridurre iullo il genere umano una massa
abbominevole di corruzione.Per re golarvipoineicasi particolari voi dovete
scegliere un buon giornale letterarioilqualesia scrillo con erudizione e con
grazie per ac cappiare meglio imerlolli,ma ildicuivero fine sia la
rigenerazione filosofioa , o voglia mo direl'assassiniodel mondo. Alloraandate
a colpo sicuro e non polele sbagliare,perchè è quasi impossibile che un libro
lodato da quel giornale non abbia il suo veleno e non possa servirvi in qualche
modo a sollecitare il pervertimento degli uomini. Fil. Questo già s'intende
senza nemmen o parlarne . Cer. Le ragioni che raccomandano la con servazione e
l'esercizio della lingua latina sono mollissime, mavenericorderòdue princi
pali,le quali dovranno venire riconosciule da chiunque non abbia ripudialo
l'uso della ra gione. In primo luogo la lingua latina, essen do la lingua della
chiesa e delle scienze, vie pe inseguata e diffusa in lullo il mondo , serve a
legare tutle le nazioni del mondo coi vincoli religiosi e letterarî, civili,
commer ciali e sociali. Perciò sbandire l'uso di questa lingua universale e
comune sarebbe lostesso che rinnovare la confusione di Babele, e lo gliere alle
nazioni il modo d'iolendersi l'una con l'altra ut non audiat unusquisque vocem
proximi sui. In secondo luogo è necessario appunto l'uso di una lingua morta
per custo dire le tradizioni , i monumenti e le opere delle lingue viventi
,perchè quella si conser va sempre immutabile,passando direttamente dagli
scrilli dei nostri anlichi padri fino al l'intelligenza nostra e alle nostre
calledre, lad dove le lingue volgari regolate dalla moda, allerale dal
mescolamento di voci nuove 0 straniere , e logorate e guastale dall'uso ,
si mulano e s'invecchiano giornalmente,ebasta il corso di pochi secoli per
soltrarle all'intel ligenza comune.Di falli mentre tulli glisco lari intendono
il latino di Cicerone e le ope re scritte in latino dieci secoli addietro dagli
italiani , dai francesi , dai goli e dagli arabi , i libri scritti in ilaliano
e in francese sei o sette secoli addietro sono diventali arabici e golici , e
non si possono intendere senza distil ė Fil.Ma noncapitechelalingualatinac'in
comoda precisamente per questo , e che vo gliamo levarcela di altorno appunto ,
perchè è la lingua dei preli e della chiesa ? Finchè quel corpo gigantesco
della dottrina ecclesia stica resterà in piedi , vantando diciotto se. coli
d’inalterata antichità , i preti e i frati , i vescovi , i papi e i cristiani
ce lo sbatte ranno sempre sul viso ; le dottrine della filosofia saranno sempre
subissatedaquellamas sa; e gli eretici e i filosofi liberali verranno sempre riconosciuti
come apostati e disertori dalla dottrina dei padri e dalla luce della ve. rilà
e della ragione. Quando però la lingua latina non sarà conosciuta più da
nessuno, e quando la bibbia e l'evangelio, la collezione dei concili e delle
decretali, e la bibliotheca patrum avranno servilo per accendere il fuoco e per
involtare il salame, allora saremo tulli del paro; la parola di un prele edi un
papa varrà quanto quella di un filosofo liberale, e allora si potrà liberamente
rigenerare il mondo secondo il gusto della filosofia. Cer. Non può negarsi che
l'angelo della malizia non vi abbia dato un suggerimento larsi il cervello
è senza il soccorso malsicuro dei commenli. E sevenissedisprezzatoequasi eli
minato l'uso della lingua lalina,chi garanti rebbe l'autenticità e
l'intelligenza delle scrit ture divine ? e cosa diventerebbero i canoni dei
concili , i placiti dei pontefici, le opere dei padri e dei dottori, e tutto il
corpo a u gusto e maraviglioso della dottrina del cristia nesimo ? giudizioso e
veramente da suo pari , ma in primo luogo è assicurato dall'alto che le po
lenze alleale dell'inferno e della filosofia non prevaleranno contro la chiesa
e contro le dot trinedellachiesa, e in secondo luogoi go verni conoscendo
l'ulililà della lingua latina e sospettando sulle trame della filosofia non
permetteranno mai l'espressa o tacita abolizione di quella lingua. Fil. Non
sapete che i governi si lasciano menare per il naso, e che con lutti gli edilti
e con tuttele scomuniche il regime degli stati resta sempre a disposizione dei
liberali? An zi in questi ullimitempi on governo il qua le più di tutti gli
altri dovrebbe essere in leressato a sostenere la lingua latina l'ha
discacciata dai tribunali dove aveva regnalo pacificamente per due dozzine di
secoli ,e con ciò le ha dato un grande incamminamen lo verso l'ultima sua
rovina. Cer. Questo certamente è stato un passo falso carpito dai clamori
dei liberali e da quel maledetto giusto mezzo nazionale e straniero, che
presume di salvare la casa aprendo la porta ai ladri :e una tale concessione
rub bata dalla violenza e falta contro la volontà, è appunto una di quelle
riforme che bisogna guastare, se non si vuole che l'ardire della filosofia e i
danni religiosi e sociali diventi. nosempremaggiori.Siateperòcertachepo co
prima o poco dopo le ossa si rimelteran no al loro poslo, la lingua lalina sarà
rista bilita nei tribunali , e con questo neppure i litiganti faranno nessuna
perdita, essendo indifferente per essi che gli alli giudiziali si
facciano in volgare ovvero in lalino. Fil. Credete forse che i liberali non lo
co noscano e che vogliano la lingua volgare nei tribunali per l'interesse e per
ilcomodo dei litiganti? I litiganti stannoin mano degli avvocati e dei
procuratori come gli ammalati stanno in mano dei medici e degli speziali ; e
siccome per gl'infermi è lull'uno che le ricelte sieno scritte in latino ovvero
in vol gare , giacchèin qualunque modo bisogna che prendano il beverone sulla
parola del dot tore e sulla fede del farmacista , così litiganti è lo stesso
che le citazioni e le cause si scrivano nell'una ovvero nell'altra lin. gua ,
giacchè alla fine dei conti devono sem . pre fidarsi dei loro difensori e dei
loro cu riali. Abbiamo però altre buone ragioni per desiderare sbandita la
lingua latina dal foro : Fil. La prima è quella ragione generale di cui già abbiamo
parlato,giacchè tollialla lingua latina i tribunali si toglie a questa lingua il
cinquanta per cento della sua importanza e della sua familiarità , si rende
sempre più sconosciuta e straniera,e si spin ge a gran passi verso il suo
totale deperi mento. L'altra poi è quella di dilataremag giormente
l'incivilimento aprendo la carrie ra forense, l'accessoai tribunali,a e tutti
gli impieghi giudiziali a qualanque sortadim a scalzoni. Imperciocchè dove gli
alti giudi ziali si faranno sempre in latino, dove ico. dici e i commentari
saranno scrilti in la per i Cer. E quali sono queste ragioni? tino, e
dove il foro sarà chiuso per chi non ha sludiato
illatino,icursori,iprocuratori, i curiali , gli avvocati e i giusdicenti nelle
proporzioni rispettive avranno sempre un poco d'educazione e di
dottrina,saranno per sone bennale e non saranno ciallroni cavali dal fango, e
somari calzali e vestiti.Quando però sarà levato l'ostacolo insormontabile di
quella lingua , gl'impegni , le protezioni e la cabala faranno il resto; il
foro, i tribunali e le sedie del pretorio saranno aperte a tutti gli asini e a
lulli i facchini;e la piena del l'incivilimento correrà senza ritegno a diffon
dersi sopra tulla quanta la canaglia sociale. Vedo già, compare Cervello, che
le mie ra gioni vi hanno lasciato a bocca aperta,e per cið senza altre
chiacchiere, voi signor Jo segnamento, andate a prostituirvi in volgare nella
città della filosofia, e a diffondere spie tatamenteilumie la peste sopra
tutteleclassi del popolo; e voi signor Incivilimento, venite avanti a ricevere
la vostra lezione. L'Inc.Eccomi a ricevere le vostre istruzioni e i vostri
comandi. Fil. Prima di tutto dovete avvertire di non lasciarvi sedurre dal
vostro nome, persuaden dovi, che la civillà di adesso non deve essere come
quella di una volta, e che l'incivilimen. tonel regno della filosofia ha da essere
ilfra. tello carnale dell'insegnamento,regolato secon do i precetti della
filosofia. L'Inc.Spiegatevi pure chiaramenteenon mi allontanerò dai vostri
precetti. Fil. Una volta adunque la vera civiltà con. e L'Inc. Ho
capito benissimo,e non dubitate che sarele servila. Fil. Inoltre una volta la
decenza e la m a gnificenza del portamento e del vestiario era no
l'indizioelagaranzia dellaciviltà,ma oggi la decenza e la magnificenza non le
vogliamo più , e la civillà presente deve consistere nel ripudio della decenza
e della magnificenza. Per ciò accreditate pure la moda e lasciate pure
cheigiovaniconsuminoiltempoeildenaro, sludiando sul figurino e riformando il
vestito una volta per settimana,ma quando si viene alla conclusione, un'abito
d'arlecchino , una balla di pelo sul volto e un sigaro nella bocca sieno sempre
il vestito di gala e il gran co slume accreditato dalla civiltà. L'Inc. Ho capito
anche questo e non dubi tate che sarete servita. Fil. Per ultimo,una volta il
modello della civillà erano le corli e igran signori,e ipro.
sistevanell'onesláen el pudore;maoggique ste cose non servono , e al più si
deve con servare l'apparenza dell'onestà e l'affeltazione del pudore. Percið
scansate con qualche cura le inverecondie sfacciate e i discorsi d'oscenità
dichiarata e brutale , predicando per lutti gli angoli che queste riserve sono
il frutto della civiltà , m a rendele poi familiari negli scritti e nei
trattenimenti sociali le allusioni impu diche,ifrizzilascivi,ledanze
seducentiei sali e i motteggi dell'empietà, e queste allu sioni e
questifrizzi,questi motteggi e queste tresche siano per opera vostra il vanto e
il diletto delle più colle e delle più civili società. L'Inc. Hocapito
tullo,vadoaservirviin tutto,efrapocotuttoilmondodivenleràuna gran beltola per
opera della civiltà. Fil. Andate pure , e vi accompagnino cou
lelorobenedizionituttigliangeli custodidella filosofia. N Cervello, la Filosofiae
il Cullo. Fil. Cosane dite,compareCervello?Mi pa re che la nostra fondazione
vada riuscendo a meraviglia, e che la città di Filosofopoli non sarà scarsa di
abitatori. Cer. Credo bene, che coi privilegi accordati dalla filosofia, nel
suo paese non ci sarà scar sezza di cilladini;ma sospello che una selva gressi
dell'incivilimento spingevano ad imitare i modi e le costumanze dei grandi , ma
oggi la civiltà deve consistere nel giusto mezzo , e l'incilimento deve
esercitare il doppio uffizio di esaltare gli umili e di umiliare sempre i
superbi. Voi dunque , andando sempre contro natura,dovele mettere in
tuttiifacchini la vo. glia e la superbia d'imilare i signori , e d o vele
meltere in tutti i signori il prurilo e la viltà d'imitare i facchini , siccbè
queste due estremità sociali s'incontrino nei caffè e nei bordelli, passeggino
a bracciello nelle strade, e avvicinate e amalgamale2,per opera vostra
costituiscano una sola famiglia filosofica,o vo gliamodire,una sola canaglia
sociale.E que. sto è il risullato definitivo cui devono sempre mirare la
diffusione dei lumi e della civillà. abitata dagli orsi sarebbe
meglio di una città regolataconquestiprincipieconqueste leggi. Fil. Non lo
conosco neppur io,e dubilo che sia qualche mallo,ma adessoloconosceremo.
Galantuomo venite avanti, e dile chi siele e che desiderate. Fil. Cosa sono
tutti quegli imbrogli e tutte quelle vesti nelle quali siele imbacuccato
? Fil. Voi vi ostinale apensare all'antica, mi la grandissima meraviglia
che il n 1 0 vo pensare del mondo ancora non vada d'ac cordo col cervello.Noi
per altrofaremo tan to e diremo tanlo finché a poco a poco an che il Cervello
perderà le sue abitudini di una volla,enon glidarà l'animodivederelecose con
altri occhiali che con quelli della filosofia. Jilanlo atlendiamo a quelli che
seguitano a presentarsi per entrare nel nostro regno. Cer. Cbi sarà mai costui
ilquale siavan za foggiato in tanti modi, e ammanlalo con lanta varielà di
vestiti che si prenderebbe per un buffone ovvero per una cortegiana? Culto. Io
sono il Culto e vengo a prendere servizio nella vostra nuova cillà. Fil.
Veramente i veri filosofi non sanno che farsi di voi,e quando il mondo sarà
lullo il luminato polrele cercarvi un alloggio nel di zionario della favola .
Finlanlo però che non si olliene una vittoria intiera contro i pregiudi zi
volgari vi terremo come un servitore pro visorio,eservireleper
trastullareilpopolo e per fare ridere le persone civilizzate. Culto.Giacchè
oramai per me non sitrova di meglio, bisognerà contentarsi di questo , e verrò
provisoriamente al vostro servizio. Cullo. Sono gli ordegni,e gli abili
del mio mestiere,eliboportatididiversesorteper adaliarmi a quel Culto che
vorrelé stabilire nel vostro paese. Fil. Quando è così avele falto bene a por
tarvi una bottega di ordegni e un guardaroba di paludamenti,perchè nella città
della Filo sofia deve esserci libertà amplissima per tutti i culti. Cer. Come! Nel
vostro paese voleleammel terci tolti i culii ? Cer.Perchèlaveritàèunasola,emet
terla del pari con l'errore è lo stesso che ri pudiarla. Il Cullo consiste nel
professare una religione enell'osservarne iprecetti,lepra tiche e i riti; e
siccome una sola religione può esser vera e tutte le altre devono essere false
, così un solo cullo può essere sauto e gralo a Dio, e lulli gli altri devono
essere allrellanle imposture e mascherate , ridicole agli occhi degli uomini e
oltraggiose alla maestà di Dio. Fil. Per adesso non ho voglia di entrare in
discussioni di leologia e di scandalizzarvi con le doitrine filosoficheintornoalla
religio. ne.Di questoparleremo a suo tempo,ma in tanto dovele considerare che
il fondamento della filosofia liberale è la libertà , che la principale di
tutte le liberlà è quella della coscienza, e che una città dove non ci fosse la
libertà della coscienza e del culto non p o Fil.Giàsisa, olullio
nessuno.Percbè si dovrebbe usare parzialilà e sceglierne uno. facendo torto
agli altri ? trebbe essere la citla della Filosofia. Orsù dunque,
signor Culto, entrate pure nella mia residenza con tutti i vostri ordegni e con
tutti i vostri vestiti: credele quello che vi pare, operate come vi pare , e
incensate quel che vipare,che ditutto questo ame non im porla niente. Cul.
Quando è cosi vengo subito ad inca sarmi nel vostro slalo,e vi conduco tutto il
mio seguito. Fil. Chi è tutta questa gente dalla quale siele corteggiato? Cul.
Sono tulte persone di diverse religio pi,didiversiculti,lequalivengonoago dere
i vostri favori, accettando la tolleranza e la libertà. Falevi avanti signori
un pochi per volta, e venile a ringraziare la signora Filosofia e a dirle
qualche parola sulle vo stre rispettive dottrine. È giusto che essa sappia che
venite a fare in casa sua. Fil. Queslo veramente non è necessario , percbè nei
paesi della filosofia ci è il datur omnibus , e ciascheduno può fare di ogni
er. ba un fascio. Nulladimeno questa specie di rassegna ci servirà per ridere
come le vedu te della lanterna magica. Chi siele dunque voi cbe venite avanti
di tutti ? Tur. lo sono un turco , e la religione dei turchi è la più comoda di
lulle. Pensiamo a mangiare a bere e dormire, e per l'avveni
resaràquelchesarà.Intantoviviamo vo luttuosamente nei nostri serragli , come vi
vono i galli nel pollaio e i becchi nel peco rile, e la dollrina del padre
Maometto ciassicura che troveremo pollaie pecorili ancora nell'altro mondo , e
che l'abbondanza delle galline e delle pecore sarà il guiderdone del. la virtù.
Fil. E pure, compare mio,questa mi sem bra una religione più comoda e più
giusta di tulle le altre. Anzi a dirla schietta , questa , poco più poco meno ,
è la religione dei fi losofi liberali, i quali non sanno capacitarsi, perchè
non debba essere accordata alli due sessi del genere umano quella libertà che
si godono ibruti animali. Esaminate pure e analizzate quanto volete le doltrine
e i sofi. smi del secolo illuminato , il libertinaggio animalesco libera è il
compendio di lulti i voti e lo scopo principale del liberalismo. Per questo
mondo un pecorile o vogliamo dire un serraglio , e per l'altro sarà quel che
sarà: in quesso consiste tutto l'evangelio della filosofia.Voi dunque,signor Turco
mio caro, entratepurenellamia nuova cillà , esercitatevi il vostro culto
liberamente, e non dubitale che i pollai , i pecorili e i porcili non saranno
mai perseguitati dalla fi losofia. E voi che venile appresso chi siete ? Dei.
Io sono un Deisla e credo che ci sia un Dio , ma siccome non so cosa vuole questo
Iddio, non m'intrigo nè di culli,nèdi religioni,nèdicomandamenli,emi vado
regolando alla meglio secondo il mio giu dizio. Cer. Basta non esser
bestie per conoscere che questa è una religioneeuna dottrinada bestie Fil.
Anche questa dottrina non mi dispia. ce e si può accordare molto bene con la fi
losofia. Imperciocchè un Dio il quale cred il mondo per passatempo e poi lo
lascia anda re senza pensarci più , e non gli volge mai nè uno sguardo , nè una
parola ; questo Id dio è come se non ci fosse , si può benissi mo
riconoscerlosenzaempirsilatestadipre giudizi , e la dottrina del Deismo non con
trasta con quella del libertinaggio e del pe corile.Perciò,signor
Deista,siateilbeuve nuto con tulli i vostri compagni , ed entrale pure a
stabilirvi vei domini della filosofia. Avanti dunque un altro. Chi siete? Aleo.
lo sono un Ateo e non credo all'esi. stenza di Dio. Non so se il mondo è elerno
ovvero se incomincið casualmente per una combinazione fortuita della materia ;
non so se ha durare sempre questo mondo , ovvero se col tempo prenderà qualche
altra figu ra , e non so cosa sia l'uomo e se finirà di essere quando finirà di
muovere le gambe : ma so che chiudo gli occhi per non vedere nell'esistenza
degli esseri e negli ordini del la natura la mano di Dio , e a dispetto di
tutte l'evidenze e di tutti i raziocini , voglio dire che non c'è Dio. Fil.
Quanto a questo ognuno è libero di credere e di direquello che gli pare; e inol
tre se il Dio dei deisti ha da essere un Dio senza braccia e senza lingua come
se fosse di s'ucco, l'essere Ateo e l'essere Deisla è una m e desima cosa .
Sopra tutto quando la dottrina degli atei ci lascia il pecorile , o il sarà
quel che sarà , può accomodarsi benissimo con la dottrina della filosofia.
Entrate dunque voi pure a godere la tolleranza e la protezione filosofica, e
venga avanti chi siegue.Chi sie te voi? Ido. Io sono tutto al contrario di
quelli che mi hanno preceduto,giacchè insieme coi miei compagni riconosciamo un
diluvio di divini tà e facciamo professione d'idolatria. Noi a doriamo il sole
e la luna, gli animali, i sas si e le piante ; ci facciamo le divinità di le
gno e di cocco , e onoriamo con gli incensi į galli, i sorci e le lucerte , è
fino le cipolle e gli erbaggi dell'orto, Cer.Comare,questo è un branco dimatli,
e immagino che non vorrele riceverli nel vo. stro paese. Fil. E perchè no
? Questa povera gente non fa nè bene nè male, e se la idolatria non è secondo i
dellami della filosofia, almeno non riesce molesta alla filosofia. Anzi al Dio
M e r curio protettore dei ladri, nel regno dei filo sofi non mancheranno
adoratori ,e a quella cara Venere, deessa della voluttà si dovreb bero erigere
altari in luttiicantonidelmon do. Ditemi un poco galantuomo : suppongo che la
morale di tutti voi sarà abbastanza rilasciata , e che contro il libertinaggio
non ci avrete niente che dire ? Idol. Potete immaginare cosa debbano es sere la
morale e i costumi dove le divinità sono lavorate nelle botteghe dei falegnami e
degli sloviglieri. Nulla dimeno il fanalismo e l'imposlura si intrudono per
lullo sotto lea p Ris. Noi siamo riformati e protestanti, lu
terani, calvinisti, zuingliani,anglicani, quac queri, puritani, presbiteriani;
insomma fra di noi ci è di ogni sorta un poco, é venia mo
astabilireinostricollinellavostranuo. va città. Fil. Immagino che sarete tuiti
quanti per suasi di essere una gabbia di matli , e co noscerele che essendo una
sola la verità, la maggior parte almeno di voi altri deve esse re lontana dalla
verità. Rif. Certo che a parlare sul sodo la veri tà non può trovarsi fuorchè
in una sola dot trina, e lo stesso tollerarci che facciamo con indifferenza uno
con l'altro è una prova che siamo tulli quanti fuori di strada. Per que. sto se
ci mettiamo a predicare e fare i zelanli ridiamo di noi medesimi e conosciamo
di reci tare in commedia, ma l'interesse, il comodo parenze della pielà, e
anche noi abbiamo i nostri sacerdoti e le nostre vestali, e abbia mo i nostri
penitenti e i nostri continenti. Fil. Tanto peggio per essi ; e poi ognuno ha i
suoi gusti, e noi non dobbiamo inquie tarci se i Bonzi e i Dervis vogliono
digiuna re e scorlicarsi in onore delle loro divinità. Quelle credenze e quelle
pratiche religiose che non disturbano la società devono essere accolte e
protette nel regno della filosofia. Andale dunque tutti liberamente ; incensate
quanto vi pare sorci, gatti, porci e somari, e vivele si cuci della nostra
filosofica fraternità. Adesso venga avanti chi seguita.Che cos'ètutta que sta
turba di gente ? Rif. Per ultimo il nostro clero è disinvol. to e
sociale e non intende di rinunziare alle soddisfazioni della natura ;
perlocchè, abbia mo in abbondanza pretesse,curalesse e ve scovesse, e se fra
noi ci fossero il papa e i cardinali avremmo ancora le papesse e le
cardinalesse. Eb. Io sono un Ebreo, e insieme coi miei compagni vogliamo aprire
le nostre sinagoghe nei vostri domini. e l'impegno ci conservano nel
nostro rispet livo partilo, e quanlunque fra di noi venia mo spesso a capelli
siamo sempre d'accordo in quanto a mantenerci disertori dalla Chiesa romana.
Fil. Questo è benissimo fatto,perchèvo lendo godere i privilegi dell'errore , e
non volendo assoggettarsi alle seccature della ve. rità è d'uopo lenersi
lontani da quella dot tora che presame d'insegnare essa sola la verità. Rif.
Inoltre non abbiamo nè scomuniche, nè frati, nè confessionari, e conoscele bene
che questa è una grandissima comodità per la vila. Fil. Sicurissimamente; e
levato quel tram pino del confessionale, il libertinaggio non si contrasta più
da nessuno, Fil. Bravissimi, bravissimi , e questo si chiama essere cristiani a
buon mercato: pro priamente secondo il gusto della filosofia. Entrale dunque
anche voi col vostro mezzo evangelo , perchè lanto è mezzo quanto è niente, e
venga avanti chi resta. Fil. Senlite, figliuoli miei, nel regno della
filosofia ci deve essere senza dubbio il luogo per lulli,ma voi altri giudei
avevale tanti pregiudizi e tante pretensioni che non so se starele d'accordo
cogli altri, e non vorrei che mi melteste sussurri. Eb. Levatevi pure ogni
dubbio,perchè gli ebrei di adesso non sono più di quelli di pri m a , e anche
noi abbiamo ripudiato Mosè con tulli li patriarchi per arruolarci sollo le in
segne della Filosofia. Ci resta un poco di cir concisione, perchè ce la ficcano
quando non possiamo parlare, ma questa non si vede,e in tull'altro siamo una
vera canaglia , nata fatta per venire a figurare nei vostri paesi. Fil.Questo anderebbebene,
ma intanto puzzatecenlo miglia lontano, non vorrei che facesle venire il vomilo
a lulli i miei popoli. Eb. Neppur questo è vero,perchè oggi nei paesi meglio
civilizzati noi siamo il fiore della nobillà, veniamo ammessi nelle corti ,
portiamo titoli e decorazioni, trattiamo fami gliarmente coi signori,e se
volessimo degnar. cene faremmo ancora i nostri parentali coi gran signori. Fil.Quando
è così entrale pure anche voi, fate le vostre sinagogbe, circoncidetevi a modo
vostro,e non dubitale che non vimanche ranno libertà e protezione nel regno
della fi losofia. E voi che siete rimasto cbi siete ? Cat. Io sono un cattolico
, e insieme coi miei compagni desideriamo di professare li 137 e per
ultimo Cat.Eperchèmaiinunpaesedovesifa professione di ammettere tutte le
religioni e tulli icalli, la sola religione cattolica dovrà essere esclusa ?
Fil. Perchè voi altri cattolici siete intol leranti. Cat. Ciò non è vero nel
senso in cui voi lo intendele , e non polrete provare in nes sun modo cbe noi
siamo intolleranti. Fil. Non è forse vero che pretendete di es sere i soli a
credere e insegnare la verità , che fuori della vostra chiesa lulli sono p o
veri ciechi deviati dalla strada della salute ? Cat. Questo si chiama essere
conseguenti e non già essere intolleranli ; imperciocchè al di là della verilà
non può trovarsi niente al iro fuorcbè l'errore,e chiunque è persuasodi
trovarsi nella strada della verità deve essere ancora persuaso che quelli i
quali cammina no fuori di quella strada procedono nella via dell'orrcre.Anzi
perconvincersi cheiseguaci delle altre religioni sono lungi dalla verilà basta
solo considerare qualınente essi accor dano che anche fuori delle loro dottrine
si trova la verità. In conclusione poi noi non costringiamo nessuno a
farsicattolico perfor za,compiangiamo enon perseguitiamoquelli che vivono in
un'altra credenza , e neppure ci vendichiamo quando veniamo oltraggiati e
beramente nei paesi della filosofiala religio ne callolica. Fil. Un cattolico! un
cattolico!e avreste la presunzione di stabilire nel regno dei filosofi la fede
e il culto cattolico? e perseguitati ; perlocchè in luogo di essere in
tolleranti , noi fra tulti í credenli siamo i più mansueti e i più tolleranli.
Fil. Inoltre voi vorreste empire lo stato di monache , di frati e di claustrali
di tutti i colori,e queste associazionie corporazioni non vanno a genio della
filosofia. Cat. Ma , se è vero che nei paesi costituiti filosoficamente, ognuno
deve godere amplissi ma liberlà,perchèalcuni uominiealcune donne unanimi nel
pensiero , e animali dallo stesso desiderio , non potranno albergare in una
medesima casa,vestire un medesimo abi to , vivere come gli pare e godere
anch'essi la loro libertà? esegiusta i principi della vostra tolleranza non
podresle escludere dal vostro regno i Bonzi dei Cinesi e dei giappo nesi , e i
Dervis dei maomettani , perchè lo vostre esclusioni saranno riservate privaliva
mente per i soli frati cristiani ? Fil. Tutta la vostra capaglia di frati vuol
vivere senza far niente e campare a spalle degli altri. Cat. I preti e i frati
callolici predicano la parola di Dio, istruiscono la gioventù , so stengono il
ministero del culto , assistono gli infermi , consolano i moribondi e tutto
questo dovrebbe essere qualche cosa ancora agli oc chi della filosofia ; e
quanto al vivere a spe sedeglialtri, forseinostri prelieinostri frati campano
per forza , assassinando i pas saggieri in mezzo alla strada ? forse i predi
canlieisacerdotidellealtrereligioni rice vono il villo e il vestito dalle
nuvole e non 1 $ Fil. E non contate per niente il celibato
del vostro clero il quale naoce alla socielà col l'impedire la molliplicazione
del popolo? Cat.Sarebbefacileildimostrarvichelapro sperità di uno Slalo non
consiste nell'eccessiva moltiplicazione degli abitanti, ma bensì nella giusta
proporzione fra le risorse nazionali e il numero della popolazione. Senza però
entrare in queste discussioni, e seguendo solamente i canoni della libertà ,
forse secondo le regole della filosofia sarà libero ai lurchi di avere cento
mogli, e non sarà libero ai preti callo. lici di vivere senza moglie? E forse
sarà li bero alle infami dicongregarsiaviverein un bordello, e non sarà libero
alle vergini cri sliane di chiudersi in un convento per prega re il Signoree vivere
lontane dal bordello? Fil. Dite pure quanto volele, ma quel vo stro culto è
troppo serio , troppo pubblico , troppo pomposo e solenne, e non può essere mai
gradito nel regno della filosofia. Cat. Nelle terre del paganesimo,e dovela
religione callolica èappena conosciuta, sappia mo contenlarci di esercitare il
nostro culto privatamente,ma inquelleterrecristianein cui la religione
cattolica è la dominante , ov. Vero è la religione dello stato, o al meno è la viene
ad essi somministrato dai rispettivi credenti? O forse ci sarà libertà di
donare ai conventi di Dervise di Bonzi, alle moschee, allepagode, allesinagoghe,
epoifarelaca rità alla chiesa e ai ministri della chiesa sa rà contrario alla
filosofia e ai dellami della natura? religione della maggior parte dei
nazionali, sarà giusto che si eserciti con pubblicilà o con solennità il culto
dominante, ovvero il culto dello stato, o almeno il culto della maggior parte
dei nazionali. E poi non avete voi proclamala la libertà dei culti, e non avele
dichiarato cbe quelle credenze e quelle pratiche religiose le quali non
disturbano la società, devono essere accolte e protette nel regno della
filosofia? Ebbene. Noi stiamo alle vostre parole e non vi domandiamo niente di
più. Fil. Dite pure esfiatatevi quanto volele; in ogni modo. Cer. Ma via,comare
mia ;questa vostra mi Fil. Perchè non vogliovo accordare il libertinaggio.
Tant'è : il libertinaggio è la con clusione di tutti gli argomenti e il
lapisphi. losophorum della filosofia;e chi non l'accorda il libertinaggio avrà
sempre ipimici i filosofi liberali e la filosofia.Voi dunque,signor cat.
tolico, avete inteso, e oramai sapete come vi dovele regolare. Se volete
accordarci que sla bagallella entrate pure nei nostri paesi con tutti i vostri
frati, col vostro cullo e col 1 pare una perfidia, e si vede che volele pro
priamente chiudere gli occhi alla ragione. Fil. Cosavoletefarci?Argomentate pure
e convincetemi di contraddizione quanto vi pare, i filosofi liberali non si
accordano mai coi cattolici , e non li possono vedere. Cer. E perchè tutto
quest'odio e tutto que slo controgenio? Fil. Volete saperlo veramente il perchè?
Cer. Dite pure e sentiamo. vostro evangelo , perchè accomodata quella piccola
differenza tulle queste cose cidaran no poco fastidio e serviranno per ridere e
stareallegramente;ma sevioslinateneivo stri pregiudizi e non volete accordarci
il bru tismo , le terre della filosofia non fanno per voi. Oramai è venuto il
tempo di par lar chiaro; e non c'è più bisogno di pallia menli, di sutterfugi e
di misteri. O libertini o niente. I frati dunque , i preti e i cat tolici
pensino ai casi loro; il mondo capisca una volta questa dottrina, e inlanto
Turchi, atei, deisti, idolatri, scismatici, giu dei e filosofi liberali, entriamotutti
allegra mente della città di FILOSOFOPOLI e por tiamo in trionfo IL
LIBERTINAGGIO, nel regno della filosofia. per si 1, Bert mert doi efis
scar cont dang rita fusi Si aprono le porte della nuova città , o la sciati di
fuori il Cervello e il Culto 'cattolico entra la filosofia accompagnata da
tutto il suo ministero liberale, e viene festeggiata con allegrissimo Charivari
all'usanza di quelli con cui il popolo sovrano accoglie i suoi rappre sentanti,
quando tornano dalla camera dei de putati.La sovranitàpopolareinqualitàdisi
gnora della festa offre lo spettacolo gratuito dellebarricate, distribuisce un
generosorinfre. sco di mattonelle, e dà segno per l'incomincia mento del ballo.
La Giustizia dopo quattro sal ti si lascia cadere le bilance,perde
l'equilibrio, sirompeleanche,evazoppicandoperlasa la appoggiatasulle stampelle.
La Proprietà bal lando ballando viene distribuendo i suoi vestiti con dare a
questo il cappello e a quell'altro la ca rive pres spec sce CAS
un miciuola, finchè restata in pennazza si ritira per non servire di
scandalo. L'Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull'asino, epoi si
mette in disparte a compitare il libro di Bertoldo. L'incivilimento con un
corleggio n u meroso di guatteri e di facchini vestiti secon do il figurino, fa
la sua danza pippando , e fischiando, e poi corre ai bettolino a rinfrea
scarsicon un bocale.ICultiliberiballanouna contradanza, e poi si mettono a
ridere guara dandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare
il vallz, e con cið la dif fusione del potere, dei beni, dei lumi , e della
civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato
dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i
filosofi liberali, e così fini sce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a
casa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna
contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il
libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del
potere, dei beni, dei lumi , e della civiltà si rende asfatlo completa.
Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la
Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce
la comedia. Gli spettatori nel ritornare acasa vanno dicendo:è stata troppo
lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con
l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la
diffusione del potere, dei beni, dei lumi , e della civiltà si rende asfatlo
completa. Frattanto arriva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a
calci la Filosofia, mandano all'ospedale dei maiti i filosofi liberali, e così
finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vannodicendo:è stata
troppo lunga. La Libertà. La Sovranità. La Costituzione. Il Governo. La
Rivoluzione. I Poleri. La Patria. Conclusione. La Città della Filosofia. La
Filosofia ed il Cervello. L'insegnamentoe l'incivilimento. La Filosofia. La
Civiltà. e la Giustizia. La Società. Lo stato il Governo. L'Uguaglianza. I Diritti
dell'uomo. La Leggiltimità. Le Opinioni. .La Indipendenza e la Proprietà. Il Cervello,
la Filosofia e il Cullo. DROSTE- della Pace fra laChiesa e gli Stati. Considerazioni
sulla rivoluzione. Sulla scomunica contro gl’usurpatori del dominio
ecclesiastico. E sul monopolio universitario. Parenti. Leopardi.
Keywords: 1150. – the coding of a name. The philosophical Leopardi. The
Leopardi fascista – interpretazione fascista da Gentile dell’ultra-filosofia di
Leopardi – l’ultrafilosofia di Leopardi padre. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Leopardi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Lettieri: l’implicatura
conversazionale – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Messina). Filosofo italiano. Grice: “Lettieri rightly contrasts sensualism in the
practical sphere of reason as ‘egoism’ – my ‘principle of conversational
self-love’ – but focuses on benfeficence, and solidarity – as ‘rational’ – my
principle of conversational benevolence, -- or conversational helfpfulness.” Grice:
“I like Lettieri for two reasons: he uses ‘diritto razionale’ which we at
Oxford don’t! – He cherishes the ‘dialogo filosofico’ as a genre as we
Aristotelians at Oxford don’t – he wrote one on ‘l’intuito’ – While he wrote on
‘sensualism,’ he also explored the idea of ‘man’ and ‘ragione,’ or ragiun, as
he put it in his vernacular!” Insegna a Messina. Presidente della Real
Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto apprezzato da Mamiani, Gioberti e Galluppi. Saggi: “Il
sensualismo” Dissertazione (Messina, Capra); “La fisiologia calunniata di materialismo”
(Messina, Nobolo); “La potenza del pensiero” (Palermo, Console); “Etica e diritto
naturale” (Messina, Amico); “L’intuito: dialogo filosofico” (Messina, Arena); “L'omu
nun avi l'usu di la ragiuni -- cicalata di lu professuri cav. A. Catara-
Lettieri (Messina, Amico); “Introduzione alla filosofia morale e al diritto razionale,
-- Grice: “I like the idea of ‘rational’ right!” (Messina, Amico); “La
cognizione del dovere -- poche nozioni dirette all'operaio e ad ogni classe di
cittadini” (Messina, Amico); “Ricordi storici intorno al movimento filosofico
in Sicilia” (Messina, Amico); “L’uomo” Pensieri” (Messina, Amico); Via
Lettieri, Messina. Lettieri basis his moral system on rationality – solidarity,
beneficence and all the conversational principles appealed by Grice find room
in Lettieri’s system – ‘dovere verso l’altri” o “il prossimo” – The fundamental
one is that of equality, as when Chomsky says that competence is an ideal
natuve speaker with another one --. Grice: “Lettieri would hardly consider
hiseself an Italian philosopher, seeing that he wrote a trattarello on
‘filosofia in Sicilia’ meaning that Italy does not belong to him, nor does he
belong to her!” – Antonio Catara
Lettieri. Antono Catara-Lettieri. Antonio Catara-Lettieri. Lettieri. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Lettiere: la ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Liberatore: l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA PACE -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo italiano. Grice:
“One could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition
has no bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo
d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but
did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive
wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian
commander about that!” Grice: “I like
Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected
discussion on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive
‘signifying’ peace – as opposed to smoke naturally meaning fire – As a
footnote, one should note that in Noah’s days, the signification of the dove
was ALSO natural – although not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e.
g. dry ice smoke) signifies fire, as every actor knows!” “Ma il difetto molto comune degli Economisti è
il mancare di giuste idee filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.”Entra
nel collegio dei gesuiti di Napoli e chiese di far parte della Compagnia di
Gesù. Insegna filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo di
criticare le nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo,
dalle pagine del quale veniva sostenuta una strenua battaglia in favore del
brigantaggio, interpretato come movimento politico contrario all'unità
d'Italia, ovvero: "La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo
governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere Aquino. Uno degli
estensori dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica
“Corso di filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e
l'ontologismo, così come le idee del Rosmini. Sostenne che il brigantaggio
fu la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale,
ma soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della Chiesa e studioso
dei problemi della vita cristiana, delle relazioni tra Chiesa e stato, tra la
morale e la vita sociale. I filosofi della sua scuola mettono in evidenza
a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del
pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del
mondo, la semplicità ed eleganza dello stile. All'inizio Professore era
giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi
tempi. Si riteneva che vivesse santamente, e si scorgeva in lui un profondo
spirito religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo
economico. Saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in
particolare: “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae”
(Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus
Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo
sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli);
“Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa”
(Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli);
“Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae”
(Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma);
“Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale
dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di Alighieri”; In Omaggio
a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis
civilitatis catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini);
“Della composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente”
(Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma);
“Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore
germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni
operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica
Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica
spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il
ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto
che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano. Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli
articoli della "Civiltà Cattolica" introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per
l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La
"cupa scia" del Sillabo V.
Nardini, Manca di verità e si oppone ad Aquino la soluzione di un alto problema
metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti della
provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà
cattolica:, antologia G. Rosa, [ma San
Giovanni Valdarno] ad ind.; G. Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in
lotta per la filosofia di Aquino (Roma, Volpe, I gesuiti nel Napoletano,
Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo, Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo,
in Rivista di filosofia neo-scolastica, Mirabella, Il pensiero politico di ed
il suo contributo ai rapporti tra Chiesa e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero
politico ed il contributo ai rapporti tra la Chiesa e lo Stato, in Archivum
historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa, Storia del movimento cattolico
in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà cattolica e la stesura della
"Rerum novarum". Nuovi documenti sul contributo, La Civiltà
cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica", Roma Nomenclator
literarius theologiae catholicae, Grande
antologia filosofica, Milano, C. Curci, Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica
Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana., presentazione
del libro su La Civiltà Cattolica e il brigantaggio. Segno è generalmente tutto
ciò, che alla potenza conoscitiva rappresenta alcuna cosa,da se distinta. Perciò
tal denominazione ben si addice al concetto, il quale esprime al vivo e
rappresenta alla mente l'obbietto, intorno a cui si aggira. Ma il concetto è
interno all'animo; e per pale sarsi di fuora habi sogno di un segno esterno. Questo
segno esterno consiste ne' voicaboli; I quali tra tutti I segni ottennero la
preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente
concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le
cioè il vocabolo, convengono tra loronella generica ragione di segno.Ma
sidifferenziano grandemente nella ragione specifica. I m perocchè,
primieramente il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno convenzionale. Dicesi
segno naturale quello,che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di
un'altra cosa; come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente
ogni effetto, riguardo alla causa. Dicesi segno convenzionale quello, che
arbitrariamente o per patto vien destinato a dinotare alcuna cosa; come il ramo
d'olivo si ad opera per 3.° il termine orale, benchè prossimamente signifi chi il
concetto, non dimeno mediante il concetto significa lo stesso oggetto. Anzi,
poi chè da chi parla è ad operato per dinotare il concetto non subbiettivamente
ma obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita; ne segue
che, quanto alla significazione, esso si confonde quasi col concetto, dicuiè come
la veste e l'esterna apparizione. E però la Logica a buon diritto tratta
per Ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto;
e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al
contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresental'obbietto, essendo
ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo
tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno istrumentale. Ad
intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo permenarci
alla conoscenza della cosa significala, ha mestieri d'esser prima dạ noi
compreso. E pero appartiene a quel genere di se gni ,a cui può applicarsi la
seguente definizione. Segno è ciò che, conosciuto, adduce alla conoscenza di un'altra
cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza bisogno d'esser prima conosciuto,
col solo attuare la mente , ci mena alla conoscenza del l'obbietto, sicchè
questo appunto sia il primo ad essere diretta mente percepito. Ciò di leggieri
apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto non può percepirsi, senon
percognizione riflessa e pel ritorno della mente sopra sè stessa. Laonde quello
che si percepisce per prima e diretta cognizione, non può essere esso concetto,
ma necessariamente è una qualche cosa diversa dal medesimo. A dinotare per tanto
una tal differenza, venne intro dotta la distinzione del segno formale e del
segno istrumentale Viene in quarto luogo l'abuso del linguaggio che è il
mezzo dato all'uomo per esternare ad altrui gl’interni con cepimenti
dell'animo.L'apalisi de'vocaboli è ordinariamente un grande aiuto allo spirilo
per rischiarare le idee,merce chè essi sovente tengon Chiusi sotto la loro spoglia.
Ma accade altresì che si arroghino più di quello che loro di ragion si compele,
e tentino non di essere esaminali e giudicali dall'intellello, ma manciparselo
e deltargli legge acapriccio. Per quattro maniere principalmente i vocaboli
introducono falsi concetti nell'animo. Prima per la loro ambiguità e
confusione. Imperocchè ci ha delle voci d'incerto significato, le quali han
bisogno d'esser delermi. nale nel senso in cui si tolgono, altrimenti
ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon poi fallaci giudizii. Tale
è a cagion d'esempio la voce natura,laquale suol pren dersiadesprimereor l'essenza
di una cosa, or il mondosen sibile; or l'autore dell'universo, or lull'altro a
lalento di co foi chel'usa. Parimente le idee significate pe' vocaboli sovente
sono assai complesse e complicate;e pero ove non bene
sirisolvanoperviad'analisine’loroelementi,son cagioneche siformiun assai
confuse ed informe concetto. Secondo, tal volta i vocaboli vengono ad operati a
significar mere negazioni o prodotti arbitrarii della immaginativa, o semplici
astrazioni dell'animo; come la voce “cecità” , “fortuna”, “centauro”, “località”,
e somiglianti. Oravviene che per difetto di debita considerazione si cada nella
credenza ch'esse esprimano cose positive e reali si nell'essere che nel modo
onde sou concepite. Terzamente, i vocaboli delle cose immateriali son formati
d'ordinario per analogia presa dagli obbietti materiali, e quindi avviene che
talora si confondano le une cogli altri. In quarto luogo, ne'nomi derivati
sebbene spesso l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso in che comunemente
si prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual caso per mancanza di
allenzione può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A queste cause può
aggiugnersi la novità de'vocaboli di che taluni stranamente si piacciono, e
l'uso incostante che fanno di quelli stessi che fuor di ragione introdussero .La
filosofia per quanto può nell'ad operare il linguaggio non deve scostarsi
dall’uso comune, nè cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute o da sè
stessa una volta determinate. Da ultimo, una indebita applicazione de'mezzi di
conoscenza è radice mal nal ad'errore. Accadeciò in prima dal non bene
distinguere con quali facoltà debba l'oggetto concepirsi; come a cagion
d'esempio in chi con la fantasia volesse comprender ciò che allrimenti non si
può che con l'intelletto. Dippiù si bada talora più alla vivacità e felicità
della rappresentanza, che alla fermezza del motivo che spinge all'assenso. E
così le cose che vivacemente e prestamente feriscono l'animo più di leggieri si
ammettono che allre non fornite di questa dote, ma più salde per forza di
argomenti. Inoltre si procede temerariamente a giudizii senza prima considerare
se l'obbietto è debitamente proposto giusta le leggi e le condizioni volute
dalla natura. Quinci le fallacie de'sensi, lo scambiarsi per i principii
proposizioni arbitrarie, il formare assiomi illegittimi, il dedurre conseguenze
erronee da sofistici ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali richiede
la conoscenza del dritto cammino che deve tener la mente per le vie del
vero, passiamo a trattar diligentemente questa materia, alla quale premettiamo
il seguente articolo, che ad essa valga come d'introduzione. Cum animi
nostri sensus cogitationesque animo ipso lateant, nec per sese ceteris
patefiant; homo, qui ad societatem cum aliis coëundam e nascitur, idoneis
mediis a provido naturae Auctore instructus est, ut ideas suas aliis, quibuscum
vivit, manifestet. Haec media signa quaedam sunt. Sic enim nominan tur
quaecumque ad res alias innuendas sive natura sive voluntate sunt instituta. Omnibus
vere signis, quibus conceptus nostros et affectus animi patefacimus, maximopere
vocabula praestant. Etsi enim suspiria, gemitus, nutus, sensa animi nostri
significent; minime tamen id efficiunt eadem facilitate, perspicuitate,
distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria est. Quam quam non
diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius commovere, propterea quod
imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob oculos. Vocabulum
definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam significandam. Ex quo
intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate conceptus, vi autem
conceptuum ipsa ob iecta significari. Ad originem sermonis quod spectat, nemini
dubium est quin, etsi vis loquendi ingenita nobis sit, verborum tamen
determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet determinatum
verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut verbum idem
apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem exprimat? De
hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae necessitatis
fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an homo
sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem reperire
potuerit. Qua de re in contrarias sententias philosophi distrahuntur. Nonnulli
enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem sermone
destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire
potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et
ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo :
ad absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita
propensione et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus
quibus dam tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim
repugnasset ut homo rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis,
atque ex innata vi loquendi sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad
commonstratam rem significandam libere determinaret? Expressis autem rebus
sensibilibus, ad insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane
non erat; cum ad has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus,
propter analogiam, quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile
potuissent. At si non de absoluta et abstracta possibilitate, sed de facto
loquimur, rem aliter contigisse certum est. Nam ex sacris litteris indubie
colligimus elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse, quantum saltem
sufficeret ad domesticam societatem , in qua ille conditus est, retinendam.
Cuius rei congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est, ad divinam
pertinuit providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem; hoc multo
magis de usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas imminebat. An
sapienter cogitari poterit totius generis humani parens et magister, qui quasi
principium et fun damentum constituebatur futurae societatis civilis et sacrae,
sine actuali copia illorum mediorum, quae ad munus hoc adimplen dum tantopere
requirebantur? Accedit, quod eruditorum vestigationes, qui de origine linguarum
tractarunt, huc tandem concludendo devenerunt, ut omnes linguae tamquam
dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae perierit, habendae sint. At si sermo
inventio esset humana, singulae familiae, quae diversis populis originem
dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab aliis radicitus discrepan tem
creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone pro rerum intelligentia mens
capit, permulta fabulati sunt philosophi quidam, in primisque Condillachius. Putarunt
enim illum esse necessarium ad analysim et synthesim idearum habendam, nec sine
ipso ideas generales efformari posse. Quin etiam eo progressi sunt, ut dicerent
ipsam intelligentiam non nisi ex usu loquelae progigni. At enim haec esse
ridicula optimus quisque iudicabit, modo cogitet non posse loquendi usum
concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur. Non enim quia loquimur
intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur. Unde bruta, quia
intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur. Quod si
intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti viribus ad
ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin id circo sermo
velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius erit in
Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his continentur. Prae
terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve luti vinculum sit
societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum verba ut signa
sensibilia in imagioatione substituit. Memoriae opitulatur ad ideas semel
habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto, quod
exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis opificia
conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus vocabulis
scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova speculanda
impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in hominem proficiscuntur;
ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine fundamento ponuntur, et
animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi quod attinet, sermo sit
perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua obscurior sententia
fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius, ubi inquit brevitatem appellanda messe
cum verbum nullum redundat, velcum tantum verborum est, quantum necesse est 1.
ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA DELL'ISTORIA ANTICA E DEGLI AUTORI GRECI E
LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI
MITOLOGICHE SLIEHE HE KOS WIEN HOFBIBLION KA 1 eeeeeeeeexe erele cele ; egli Ateniesi
lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra ta presso i romani, i
quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche fosse in
Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte restano
ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da Vespasiano. Scrive
Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel tempio della pace le
ricche spoglie, che aveano levate al tempio di Gerusalemme. In questa tempio
della Pace si adunavano quelli che professavano le belle arti per disputervi sopra
le loro prerogative, acciocchè alla presenza della dea restasse bandita qualsi voglia
asprezza pelle loro dispute. Questotem. pio fu rovinato da un incendio al tempo
dell'imperator COMMODO. Presso i greci la Pace veniva rappresentata in questa
maniera. Una dono aportava sulla mano il dio Pluto fanciullo. Presso I Romani poi
si trova per ordinari o rappresentata la Pace con un ramo di ulivo PACIFERA. In
una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene chiamata “pacifera”; e in una di
Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o quella che porta la pace,
PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto, essendosi ricoperato a Cuma
città greca, i Persiani non mancarono di mandare a di mandarlo, acciocchè loro
fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo . dea P Pace. I Greci e di Romani onoravano
la Pace come una gran qualche volta colle ali, tenendo un caduceo, e con un serpente
ai piedi, Le danno ancora il cornucopia, el'ulivo è il simbolo della Pace, e il
caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore, per additare la negoziazione, da
cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di Antonino Pio tiene in una mano un
ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad alcu di scudi,e corazze, j
PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re dell'isola d'Eubea, coman daya gli
Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece molto stimare per la sua prudenza, pel
suo coraggio, e de sperienza nell'arte militare; e dicono che insegnasse ai
Greci il formare i battagliopi, e lo schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione
di dar la parola delle sentipeļle, quel la di molti giuochi, come dei dadi e
degli scacchi, per servire di trat tenimento ugualmente all'ufficiale e al
soldato nella noja di up lungo assedio. ΡΑ 1 CHE tott an que 9 be 8Q CO 32
ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per
sapere come doveano contenersi; el'oracolo rispose, che lo consegnassero. Aristodico,
uno dei principali della città, il quale non era di questo parere, ottenne col
suo credito, che si mandasse un' altra volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso
si fece mettere nel numero dei deputati. L'oracolo non diede altra risposta,
che quella avea data prima. Poco sod disfatto Aristodico, penso nel passeggi.
The branch of ‘ulivo’ is represented in the reverse of a coin of Antonius Pius
--. Matteo Liberatore. “Segno e cio che, conosciuto, adduce alla conosence di
un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su Aquino. Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Liberatore” – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Liceti: l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Rapallo).
Filosofo italiano. Grice: “Liceti is
a fascinating philosopher; must say my favourite of his oeuvre is
“Geroglifici,” which as he knows it’s a coded message – the old Egyptian
priests kept this ‘figurata’ away from the plebs!” – Grice: “Alice once
wondered what the good of a piece of philosophy is without ‘illustrations;’
surely Liceti’s beats them all!” Allievo ed erede di Cremonini. Nacque
prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta lungo le
coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo padre, un
medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si faceva per
far schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna incubatrice.
Dopo aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne inviato a Bologna
per compiere e approfondire gli studi legati alla filosofia. Insegna a Pisa.
Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati” (oggi Accademia Galileiana di scienze, lettere
ed arti). Quando comparve in cielo una cometa, si riaccese una
controversia analoga a quella suscitata dalla stella nova ma questa volta le difese della teoria
aristotelica furono assunte dal Liceti ed il compito di attaccarla, partito
ormai Galileo, fu assunto dal suo successore sulla cattedra di matematica,
Gloriosi, che se la prese appunto col Liceti. Questi rispose pubblicando un suo
De novis astris et cometis, in cui, oltre a difendere Aristotele, critica i
moderni scienziati, tra i quali anche Galileo, ma con espressioni molto
rispettose e lusinghiere. A questo scritto Galileo fece rispondere dal suo
amico Guiducci col Discorso sulle comete.» Srisse numerose opere di filosofia,
tra le quali “De monstruorum causis, natura et differentiis”, (Padova), con aggiunte di G. Blaes, nei quali
riprese le soluzioni aristoteliche sul problema delle anomalie genetiche, e “De
spontaneo viventium ortu” nei quali sostenne la generazione spontanea degli
animali inferiori. Altri testi importanti per la ricerca furono “De
lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardus, e la “Silloge
Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium>” Trattò inoltre la
questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae nemeseticae
disputationes” Le sue opere furono chiaramente ispirate ad Aristotele, in
particolare gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo,
entrando talvolta in contrasto con Galilei, specialmente per quanto riguarda la
struttura dei cieli e della Luna, che Liceti considerava una sfera perfetta e
trasparente la cui luminosità non era un riflesso della luce solare, ma veniva
generata al suo interno.Al centro di questo dissenso cosmologico, c'era,
infatti, il tentativo di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di
Bologna, che Liceti considera un frammento di materia lunare. Alcuni scritti
del Liceti rimasero inediti a causa delle ampie discussioni riportate sulle
novità astronomiche del XVII secolo. Nella congerie immensa dei suoi
scritti e commenti va notata la difesa della pietas d'Aristotele; quella pietas
così vivacemente messa in forse alcuni anni più tardi dal platonicissimo
cappuccino Valeriano Magno, che tacciò d'ateismo il sistema dello Stagirita. Il
Liceto invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis erga Deum et homines», e
nell'opera sua «Philosophi sententiae plurimae, fidelium auditui durae,
salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures accommodantur, illaeso
genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua si compiace del
distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, Licetus Doctorem purgat. Numquid
uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte resero omaggio al
filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita dallo scultore padovano
Rizzi. A Rapallo, sua città natale, vi è dedicata una via nel centro
storico. Gli è stato dedicato il cratere “Licetus” sulla Luna. Saggi: “De
centro et circumferentia”’ “De regulari motu minimaque parallaxi cometarum
caelestium disputationes”Vtini, Nicola Schiratti, Vicetiae, Domenico Amadio,
Francesco Bolzetta Encyclopaedia ad aram mysticam Nonarii Terrigenae, Patauii,
Gaspare Crivellari“Allegoria peripatetica de generatione, amicitia, et
privatione in aristotelicum aenigma elia lelia crispis. Ad aram lemniam
Dosiadae, poëtae vetustissimi et obscurissimi, encyclopaedia, Parisiis: apud C.
Cottard “Ad Syringam publilianam encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad
Epei Securim Encyclopaedia Genuensis philosophi, ac medici, Bononiae, Monti, “De
centro et circumferentia, Vtini, Nicola Schiratti, “De luminis natura et
efficientia, Vtini, Schiratti, “Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem
in se conceptam ab ambiente claro mox in tenebris mire conservante, Vtini, Schiratti, “Ad alas amoris diuini a Simmia
Rhodio compactas, Patavii, Giulio Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum
exercitationum liber, Patauii, Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope
coniunctiones, “Hieroglyphica, Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae
peripateticae disputationes, Vtini, Schiratti, Ad syringam a Theocrito Syracusio
compactam et inflatam Encyclopaedia, Vtini, Schiratti, Baldassarri, La pietra
di Bologna da Descartes a Spallanzani. Sviluppo di un modello scientifico tra
curiosità, metodo, analogia, esempio e prova empirica, Nel nome di Lazzaro.
Saggi di storia della scienza e delle istituzioni scientifiche, Garin, La
filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo proviene in
parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera
del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Caspar
Bartholin, Institutiones anatomicae, Lugduni Batavorum, Jean Riolan, Opuscula
anatomica nova, in Id., Opera anatomica, LPombaiae Parisiorum, Bartholin,
Epistolarum medicinalium centuria I et II, Hafniae (lettere); Vesling,
Observationes anatomicae et epistolae medicae, Hafniae, lettere al Liceti; Dallari,
I rotuli dei lettori legisti e artisti dello Studio Bolognese, Bologna ad ind.;
Edizione nazionale delle opere di Galilei, Firenze ad indices; Acta nationis Germanicae
artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti, AGamba, Padova, ad ind.;
Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A: verbali delle adunanze, Gamba, Rossetti, Trieste ad ind.; Salomoni, Urbis
Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, Patavii, Tiraboschi,
Storia della letteratura italiana, Modena, Renan, Averroès et l'averroïsme,
Paris Taruffi, “Storia della teratologia” IBologna, Favaro, Amici e
corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R. Istituto veneto di scienze,
lettere ed arti, Favaro, Saggio di dello
Studio di Padova, I, Venezia, Ducceschi, L'epistolario di Severino, in Rivista
di storia delle scienze mediche e naturali, Castiglioni, Storia della medicina,
Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito di dotti padovani in Atti e memorie
della R. Accademia di scienze lettere ed arti in Padova, Alberti, La prima incubatrice
per prematuri, in Minerva medica varia, G. Boffito, Battaglia di marche
tipografiche di Bella e l'ultima memoria
scientifica dettata da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di Liceti,
in Genova. Rivista mensile del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti,
L'ultima opera di Liceti in un manoscritto inedito della Biblioteca del
Seminario vescovile di Padova, in Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche
d'archivio su alcuni aspetti dell'insegnamento medico presso l'Padova, in Acta
medicae historiae Patavinae, Ongaro, Contributi alla biografia di Alpini, Tomba,
Gli originali di Galileo in Physis, Ongaro, L'opera medica di Liceti, in Atti
del Congresso di storia della medicina, Roma, Ongaro, La generazione e il
"moto" del sangue nel pensiero di Liceti, in Castalia,Rizza, Peiresc
e l'Italia, Torino A. Simili, Una dedica autografa di Galilei a Liceti e il
clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo
nella storia e nella filosofia della scienza. Atti del Symposium internazionale,
Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo allo studio del
mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I problemi della
scienza nel carteggio con Galilei, in Bollettino di storia della filosofia
dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa sul centro
dell'universo nel "De Terra" di Liceti, Soppelsa, Genesi del metodo
galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova, Agosto
et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo tempo, in
Studia Patavina, Ongaro, Atomismo e aristotelismo nel pensiero medico-biologico
di Liceti, in Scienza e cultura, Galilei e Morgagni, Padova. Brizzolara, Per
una storia degli studi antiquari in Studi e memorie per la storia dell'Bologna,
nZanca, Liceti e la scienza dei mostri in Europa, in Atti del Congresso della
Società italiana di storia della medicina, Padova, Trieste, Padova Re, "De
lucernis antiquorum reconditis": il capolavoro calcografico di Schiratti,
in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries, Firenze, Basso, erudito ed
antiquario, con particolare riguardo agli studi di sfragistica, in Forum Iulii,
Basso, "Fortasse licebit". La marca tipografica di Schiratti e l'impresa
accademica di Liceti, in Quaderni Artisti Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta
del condotto pancreatico, in Scienza e cultura, Poppi, Il "De caelesti
substantia" di Ferchio fra tradizione e innovazione, in Galileo e la
cultura padovana, Santinello, Padova, Kristeller, Iter Italicum, I-VI, ad indices.
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Al von Ruff. Fortunio
Liceti. Beerbohm: “Send me a letter; I live in Rapallo.” “How should I address
it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico
Fortunio Liceti, Rapallo” – “Statua a Fortunio Liceti da Rizzi, Spinelli
Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV
libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo eaptobatissimisautonbus
afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab omni obo potuque
abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu- .ffaec. Abfimenu, a
iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad vigefiraumdiera protc-
fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a primo ad tertium mensem
produ- . Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me des quotannis mire
productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina. Abstinentia pueli Tufer
ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto vivente non ali aere
intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non abfumerc acrcm. Partes
animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui Aerem hunc, quem
inffiramus, non efle alendo & creari c “ 'i t. fpintus. Ad nutricationem
metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis alfertio.
Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla. Abstinentix
ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. cap.i«. Hiftoria puellae
Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. . - Abftinentt a quarto ad
duodecimum annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA
varia exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio ad- i' mentr. Difficultatem negotii nos retrahere
non debere a proposito. Curante omnia oporteatnos aliorum dogmata de
Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t c tpeudere. inqua omnesaliorum
opiniones examinand breui catalogo numerantur. tn quo examinantur sapientum virorum
opiniones de natura et caudis tam diu- turni lciumj. Opinio Argenteoj et
aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri aere inlpirato. Cancmlcucm et
Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio Medici Clariflimt ex Augento,
Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf odoribus, fle
exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua,&:
primum often diturnon elfe in topi acre vaporem , ac cxhalationcm.cap.a».
Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^
alimentum.Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallataopiniodemonttrandoprimum
Nonomne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle conti- nuam
;caqueiugi,nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i. intus in
animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non ali.Spmtus in
viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt miftorum fpccits,
prima ratio Arifiotchs aduerfus Pythagoricos c1phcatur.cap.2d. Secunda ratio
Anftotclis demonttrans odores n6 alere , quia per coAioncm a calore non podint
ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum ottcnditurj nec ali
omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc indigent. Acrem ml
piratum pon efle miftum , nec adeo ut fit alendo corpori. Explicantur allata
dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J. Alexandri, Nicolai,
Ciceronis, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo , qupd eft att:m alerem
fpiritus,& calorem; & ad A rittotclis, ac Hippo- cratis ccnfuram
rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra- tlir Olimpiodori.ic
Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs folartbus enutritis expendi
tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T Omnealimentum, feuexternum,feuinternumco
coqui deberc,coftioneque aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non
poffe, vcab excrementis dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo
corpori omnino diflimilcm natu- ram obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris
nec tenue, nec craflum fegregari excrementum.cap.j». Tertia ratio
Arillotelisoftcndcns odorem nonale requiacoftioneacalorenonincraffatur.cajt
Quarta ratio, qua Ariftotcles probae odorem non Ci£,& quandopropemareambulantes
falfura. re fenrianr, & alsarum faporem quos prope ab- finthii fuccus
agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii prxeeptoris exiftf m.mns abflinente»
nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli ta fententia confideratnr, ac Ari
ditur ex autorita te Platonis ^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp
cap Aquamvi calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH ahftinentemalerc.Pvrauftas non
ali exhalatione illi connmili crementoarugmeri fine ten^ imminutione, ca.7o.
Plantae non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain rore non pafc1.Argumentum
duci non polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum hominis.Quo fcnfu verum fit
Quod ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam 116 efle fapidl c 5 t
Exhalationem non efle odoriferam , & Allomos noneffe,quiodoribusnutriantur,
quicqurdFici nusfenfcnt. Democritum , Homerum odonbus vitam libi prorogafle ceu
medicamentis , non vt alimentis. Animo delinquentes odotibus recrearr non ut
ali- mentis,fcd vt medicamentis Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio
Aqua nihil inefle lcntiatur,nec epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in
alendi fubflantiam. effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non fienfimile
malendo corpo- bra nutrimentis dicau.Quinto confirmat Ariftotcles odorem non
alere, quia nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. J. Odor effe
medicamentum , non alimentum texta ratione probatur, Ccnfurarefponfionum
dcraonftratiombus Antro telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta,
quibbs nititur fenten fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra
Turgentem non ubique pntfto fuiffe ab- ftinentibus, nec effe milium, cap.jd.
Bxhalationetn odore tciro afferam efle , lapidam ri,vt decet alimentum cap.do.
effe Aquam non effe tale mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe
vehiculum alimenti, alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut &
propterea non aliquot primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent;
quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas
ali,nec aquatdia. campf.tArfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse
pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn
quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac;quxpluatpoftca.
AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a calore non
condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua ratione potuerit
animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque lemmer. Hippocratis
dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex animalium
corporibus.Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum
cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere
poffc ad Hxbraic* mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale
quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus
affumatur non vere alit adeo ex igno,
Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua_> & aqua,vt moucanlur
nigonee,ft vere alimentum. Hippocrati ; cui aqua cap.<8. Quod ex ciborum
folidieofrleumaquam ;& quomodo bis in alimentum nonpondere reljxsndeant
Hip- aflumptis excreta in quam Quomodo, alimentumnon alat mfi dJutumAri*
inlpirarcdicuntur abftinentes, necvtnfquerd6 llotcl1.t.miftumnutricationi.
aptumac» Rhinuccmvcnto,&aere, autrorenonah. (.
lorcnoftr0.asl.oris,etfifummefr.igi.danon efle pofle genus ahmenti. Aquam non
fieri . putantis abilincntes ali nec humore vt confumptionem tingat exungui ad
humoris pociati : dequevmfu.lctaip.hdcyr. iccundc coctionis ex veneno fit,
& Ariftoteli ve- ineflecaliduro c.7J. redicatur in aqua paucaluemndo
idoneum.etfi ter- Aquam non efle nmoinftcuarmeat, alij fue excrementis, renis
partibus ‘ HippocratTi'id.icatur potcntiori- Mulla quomodo folam potantes
diutius vi- qua,&L.curaquamabltincntcs fi uant,qu.momnino , aqua nona-
dicaturommumpotulcn Aqua Celfoqua rationenon alat cap-7d. torum imbrcilhma.li
Quarta opinio Bopaiinnincaiti caloris fumrnam imbc- potuifli aquaob cilhtatcm.
& oftcnditur neque Expenditur prupoiita opinio, allata lententia»
fubflantia cedit no- & Aquam moflratem Tolam non eiTe id,quo alantur.
Fuffragante Hippocrate^cAriflotelc.cap. iox. Lupi fame vrgente cur terram comedani,fi
ea non alumur.Serpentes etfi latentes non ali terra , & cu r terram
comedere dicantur.Bufones terra non vefci communi ,& argumento non efle ad
humanum alimentum demonflran- duin dKcaci. Animantiaimbecillocalorepraedita Columbicurtunbslateribus,&rubricavcTcantur,
Aquam notlratcm non continere milium , quod fi terra nonaluntur.cap.io4.
futficiat fuftinendo calori exiguo, Elephas Ariftoteb quomodo lapidem vorer,ac
ter A(Ira,&cauda; regentesmundumquid,&~quo- ram; devfuOpi)apud Afianos abdinentes
commemoratos, neque abfolutcqui bus exilis calor incft.aqua lola diu viuerc, ac
nu- triri potTe.Rclpondciur argumentis allatam opinionemco- niumcntibus;ac
primum dilquimur an calor ex aqua fpintum gignat, collibeat , animet. cap-7p.
modoinaquamagant.cap.8a. Aquahacfentiliquomodononnullanutriri dixe- rit ARISTOTELE.
An inter plantarocunum aqua fola nutriatur, Cicadas excrementis non carere, nec
rhintaccm. Cicadas non ali rorc-cap. 8rf. Rorem non efle aquam Gcco aflcftam
,vt eo nu- triente aquam dicas nutrire.Etfi ros alerct,non tamen ideo alere
polTc aquam. Aquamfolamcalore digetlaranon degenerarein
quoddamtertium,quodiitaluncntumplanta- E» fcrro. St lapide vi calcris^c
fpiritus interni,nul Sitim^acfamemcl Teapetitumalimenti,vtobicdri, lumfuccuin alimentare
uicducqnccrubiginiim quo fcnlu verum fit: non tamcu ideo aqua nu- alere.. tnet,
quzinlitiexpetitur, Terra, &lapidesvtmiftafintjquamnoshabeamus Sapor, et suauitas
vt Iitalimenti conditio,&aqua cumplantis fimilitudinem;&curvnitertiofi-
rum. t fapida, luaui Tjuc fit, etfi non
alat, cap.p 1 . Quomodo Anflotcli pituita dicatur altrc permi- tia cum cibo
puro, ablque eo quod aqua; vum tribuatalendi. Theophraflo quomodo plantae
alantur aqua pura, quxverenonalit.Aqua etfi Galeno dicatur bilelccre, cur
infangui- tur, non ideo cx
cafblanutrietur.QuomodoAnflotcliaquadicatureilepotiusa-Sexta opiniododiillimi Medici
opinanti steiunan- Cameluscurbibiturusfontempedeturbet; Stru- thiocamelusautem curtcrram,
ofla,lapides, ferrum comedat; an ca digerat fibi in alimcniu. Mures
farios',& Armadillos ,Codertofquc Indi- cos non oflenderc abflincntibus
noflris terram ceflblcinalimcntum Lacertum indicum no ait arenulis, aut
lapillis, etfi ijsonuflum ventriculum gerat. Noii omne mutum humido pingui
fcatcrc ; nec omne bumidum pingue alcrc.Homo terram edeus non alitur luto facto
ex ter- ra, & Taliua/ cupituitain ventriculo exundante, 1 ncm,6d" in alimentum conucru
nequeat. c-P4- queumquid, miltum quamaqua,&Jim- , plex Quomodo inaqua gigni
polfint Arifloteli (lirpes, 6t animalia, cui tamenaqua non alu.Vrricam marinam
non ali aqua lola. Quinta opimo Clanfiimi viri putantis abtfinentes
commemoratos ab terra clanddlmc comcla. tesnoflrosaciboquidemomniabflinuifle;at
vmi potione vfosj vnde alimentum fibi compa- raucrint. Examinatur allata
fentenna oflendendo abflinen- tcs noflros non vlbs , nec enutritos funlcvmo;
folumque vinum alere no pofie partes corpons folidiores; nec fuificere ad
alimentum multo tempore. Expenditurallata fententia, oflcnditurqucprimu
Occurriturargumentisprobantibusabflinentcs abflinentcs noflros terra,&
calce non enutritos, cap 99- Terram,& calcem nulb viucnti, ac pnefertim nui
li homini alimento efle pofle.Allacc , profcillarquc opinionis fundamentadiri-
noflros folovino enutritos, oflcnditurquc pn- mum quomodo, fi foio fanguine
alimur,lolo vi- no ali non poflimus; quod tamen in fanguinem verti poteflt
licet non abiblute id pronuncian- dumiic.cap.no. milia inter lc non iint
neceflano fimilia. Vteademfitaniinabbus materia generationis, alimenti ; vtque
mures Thebani e terra nalcan- tui.Hominis etymologia non conuinci nobis ortum,
itviciumcfola terraeflevalere,Cur fi homo a Deo cx terra fola condi uis efle
dica muntur, oflendendo primum ab flinentcsno- Vinumvtfitlinguisterras:
nonomnifanguine., flros non comedille terram, nec ea nutritos, li- cet appeuilc
illam, fuauitcrque comedille pona- tur.nos ah poffc: an vinum fit venenum
cicutz , vt fcrtur.De vmi,& ianguinis mutua proportione Alexan- Abflinentcs
non fuifle malo habitu, & cachexiam non efle abundantiam prauorum
fuccorummcc ncccflano femper fieri ab clu tcrr9.sc prxlercim uoftris
iciunantibus,fi qui fuenutcacheducv Vino folo fi carccratus vixit ad vigmn dies
. li fc- dri placitum explicatur, Vini, lafiis proportio explicaturi &
vtrum ladle lolo totam vitam viuerc p0flimus.nes maxime vtantur Platoni , &
graciles Gale tia ad alimentum. no; nontamenabrt.nentesalipotuifle. Quomodo ex Galeno
quisabfquenutrimentoper Alimentum maxime proprium an' folum ftifficut alendo
corpori; vinumque vt fit alimentum ta- le,quod omni viuenti competat, brutis
przfer- tuu,acplanus,Vlcimum alimentum vule quod fit; an ex vino fo- lo liat;
vtrum omnibus partibus alendis fuf- fic1at.cap.i2d. yinofedari famem non
poflc,fitim pofle; fame fi- inul ac fiti animal angi non pofle; famemque,ac
fitini ad varias partes attinere ;& quid proprie fit fames,ac ficis
explicatur, manens ob virium lecons
imbecillitatem diu fuificerepoflit. cap. Abfiincntes an crcuennt; deque
vnguium,ac pilo rumincrementom abftmentc Confolcnunca. Fetus in vtero vt fimul
non fiat animal, homo; quid ptoprie fit anteaquam humanam induat naturam; nos
non ali vt aluntur plantz; Arifio- telefquc a crimine liberatur,Crudiori fucco &
pituitae cur nullum a natura da- tum fit receptaculum, fcd cum fanguinclaba-
tur.Hippocrati vinum iedare famem vt medicamen-
tum,nonvtalimentum;Galenoautemvinum Olfauaopimo Cardanireferentisabflincntinm.
folum nutrire inter alios liquores, non corpus vmuerfum fufficientcr alere,
Septima opinio decernens abflinentes noftros ali pituita,St loccis crudioribus
, qui vltcrion calo- ris aftionc'in probum alimentum vertantur; quod Magni
Alberti placitum recepere pluri- mi.cap.isp. Examinatur allata rententia,oflenditurque
prirau abilinentes non fuiffc calore imbecillo, cui fudi nendo ad multum tempus
fola pituita fufficiat. Abflinentes nec pituita craffa.cruditatibufue abu
dalfe.ncc enutritos fuiffc. cap. iji. nofirorum ieiunium in copiam humoris
mclan chohci cx lentis, Si eradi, humoribus exoru. irap. Perpenditur Cardani
fententia demonfirado cauf lasdiuturaj abftinentia: redigendas non ede in
aerem^ut in reliquias ingluuici,aut in mclacho ham.Diluuntur Cardani rationes
offendendo cicadas non aluere; comparatum cx ingluuic non fuffi ccrc ad
ieiunium multorum meiifium,& anno-
rum;caudasifiasinabfiinentibusnofinsnon_. concurrere; nec humorem melancholicum
una cumalijsconditionibus propofitis huius abfti- nen tia: cauffam eflc. o
Satisfit argumentis communientibus Alberti fen- tcntiam, & offenditurprimovoracitatemnon
Nona opinio Bonamicifiatuentisiciunantcsali neceflimo pendere a frigiditate,
nec effe caufsa colliquamentis internarum partium, cap. ijr. cruditatum, nec habere
locum in abifinenubus Perpenditur allatafententiadcmonflrandoabiti-
Ablfincntitim cutem noefle ita euaporationi clau fiim, vt retrocedant
femperdenuo vapores in a- • I11nentum.Vndc oriatur naulia, mappetentia,6c.
ciborum o- dium ,-an hfcomnia fuerint in abflinentibus; & vtrum a pituita
fedari pofTit appeti tus,& fiat femper inertia. Quo fcnfu Hippocrati,
&T Galeno pituitofi dican tur medum ferre prxter conluetum, &abcs_»
vtilitatem pcrcipcre.c Animalia voracia qu* fint Ariflotcli,6t_ quomo- do
abundantia pituita minus cibum decoquat, cHippocrati fines cur ieiunium
tolerent,& quomo do frigidi fiaruantur.Auiccnnx vt cibi ncceffitas fit ad
infiaurationem deperditi; vt appetitus dcijciatur,& ocictur; vt vrii,&
latentia bieme alamur, Humorem,qui vomitu reddebatur abftinentibus, nonfuiffcpartemeius,
quoalebamur,Calorem non ncccflano icrnpcr abfumcrchumi- dum, necnecellarionifi
confumprum humniu alimentis rellaurctur, vitam Citocxtinftam iri. Semina
fiirpium extra terram non ali humore in- ternopituita: corrcfpondente Pullulas
pituitz copiam non indicall'e,qua nutrire nentes noftros non potuiiTc abundare
, nec enu- triri colliquamentis. Explicantur argumenta confirmantia profcilTani
opinionem, 5tprimodccc miturquomcdoexfc mine dixerit Anllotclesfien
languinein,offen- dendo etiam colliquamenta non nccdlario ven tnculum petere.An
obzli gracilibus fuperuiuantin abfiinentia; id tamen haud fieri quia illi
pinguedine liquata nu trantur. Calor na tiuus fime non intendi offenditur,
ficcita te non acui,ncque colliquanuus cfsc in famis, In fuinma neccffitatc ali
menti colliquamenta non confluere ad ftomachum,velur adeommuno proraptuanum
vmuerfi alimenti, c Quo fcnfu Arifioteh colliquamcntum liat vt ali- mentum
tnconcoifium,& an ventriculus fitlo- cus ahmenu inconcufli. Quomodo
Anftotch diuturna fame laborantes colltquentur,&colliquamentafi adlocumci-
bo deftiuatum influxerint, pro cibo corpori ap-plicentur: & Plutarchi
placitum expenditur, Qua ratione Hippocrati ventriculus vacuus dicatur frui
corpore colliquefcentc; ac partibuscol- liquatishuinor adventriculumdefluat, fi
non alimur colliquamentis.. turpuella Germanica, necabfiinensalia. Decima
opinion putantiumabflinentesalimcflrui Appetitus rtlc habeat ad indigentiam, &
mdigen fanguims portione ab vtero materno libi recondita. dita.cap.tdo.
Examinatur allata fententia dcmonftrando ieiu- nantibus alimento non efle
menftruura beni- gnum ex vtcro matris comportatum cap.itfi. Refpondetur
argumentis allata; opinionis,demon Arando fetum in vtcro non litue ; mcnftruum
haud fatis ede nutriendis adultis; nec fium pel- lere. da.. VarioIis,&
morbillis origo an fit ex menllruo fan- guine ab vtero comportato, &_
quomodo, cap.ifj. Vndacima opinio Brafauolz, aliorumque pu an- num quod
circunfcrtur de abfiincntia plurium menfium,V annorum, fabulofum quid efieo,
atque fiAitium. Dccimaquinu opinio exiftimantium abftinente* noftros non clfe
corpora viua,fed cadaucn Dae mombus afliimpta.Cribratur addufta
opinio,dcmonftrando pofie cor poraphyficc viuentia diu viuere fine alimentis;
& a Dxinombus aflumpta cibarijs vti valere Refpondetur argumentis allatae
opinionis, often- dendo quo fcnlii Ariftotcli fien non poftit vt vi uatur fine
alimento; vtrum alimentis vti pofiint viuentia zquiuocc, fine anima vcgetali
Dccimafexta opinio afferentium abftinentes no- ftros ellc homines, at nonviuere
vitam huma- nam, led Datmomam, quz cibis non indigct,vt ait
lamb!ichus.fumptionem pabuli. Expenditur allata opimo, monftrando quorum-
abfiincnti adiuturnaveraxfuerit, quorum Libratur ad dufta opinio,demonftandoDzmo-
mendax, & fabulofa dici potuerit: qualeuc fit alimentum.Soluuntur argumenta
profeiflse opinionis du- fla ex automate veterum, BC iuniorum. Calorem infitum non
refrigerarialimentisintrin- fecusalfumptis.Duodecima opinio Harueti, &
aliorum exiftiman tiumprxfatos homines fraudolenter abftinen- tumfimulafle Examinatur
allata opimo,demonftnndoqui dolo feieinnium fimulauermt ; & qui verea cibis
ab- ftinucrint ; pucllxquc Tufca- hifioria explica- tur. cap. idp. Diluuntur
argumenta virorum fublimium,often- dendo alimentum, refpirationem haud efie ad
vitam fimplicitcrnecellaria, licet eam con- ferucnt.Decimatcrtia opinio eiufdem
Harueti cum alijs dicentis huiufmodi ieiunium a fopranatura- li caufia prodire
, ac miraculofum edo nes non pofle in
rebus phyficis naturz limi- tesegredi; necomnibusabftinentibus, clan- deftinum
alimentum fubminiArailc Tolluntur argumenta fuperioris opinionis mon-
ftrandoquomodoex Iamblicho, Apuleio Damon poftit dfc caula eorum , qua; perti-
nent ad aftiones hominum admirabiles Quaratione Ariftoteli fiant fomnia futurorum-
prxnuncia, &t_attiones hominum referantur innaturam, cafum, <V m
fizmonium-Quo icnfu cx Ariftotelc alimentum ad animatum referatur, & fit
non fecundum accidens, led per fc: ac vtrum per fe includat ncccilitatem.
Dccunafcptima opinio Apponenfi,&poft eum- Rugcni Baccomj cauflam diuturnx
abftmen- tiz referentis in virtutes aftrorum , nuas vo- cant alij peculiares
influentias, a quibus pendet tum magnetis conuerfio ad polum, tum— maris xftus,
tum frigiditas in hxc infera, Expenditur allata opinio , monftrando quale nam
miraculofitadfcnbendumieiunium, quale naturz vinbus.cap. 17,. Satisfit
rationibus allata; opinionis, declarando quid fit Hippocrati Diuinum m moribus
; ablh nentes non omnes pgrotare ; nec feptioue diei abftinennain effc letalem,
cap. 177. Decimaquarta opinio ex Diogene Laertio, ac De metno fiatuens
ieiunantes clam ali eonfueuifie cxlitus ab Angelis cibo aliquo pretiofifiimo. Perpenditur
adduflt opinio monftrando nonom nes commemoratos abftinentes enutritos effej
czlitus ope A ngelorum clam illis opumum ali- mentum fuggcrentium. Occurritur
allatis rationibus in oppofitum;& pri- mo explicatur vtrum nutrientis
aninuf quiesa fua operatione fit mors. Quomodo Ariftotcli alimentum 110
fumentia ani malia, &plantzcorrumpantur; Biquaratione
ignisparuusamagnocxtinguatur, finonadcon Ponderatur addufta fententia,
monftrando cauf- lam adeo longi iciunij referendam non efle in-
v1rtutcsaftrorum.cap.187. Diftoluuntur argumenta propoli tx fententix , aC
primum Celn, BC Apponenfis au toritate libra- ta, oftenditur non femper horum
notitiam aes lis auipiciandam efle. Influentias non cflecauflas
iciumi.aliorumueeffe ftuum abditorum , ac fpecianm conucrfiones magnetis ad
po!um.Diuturnam abftincntiam , marifque fluxum, ac refluxum non; communicare m
ortu a mo- tu, lumine, aut influentijs cxli ; led hunc ab exhalationibus de
terra turgentibus ; il- lam ab alia caufa pendere Frigiditatem in his
fublunaribus pendere non- abInfluentijs,fedacriorumimmobilitate,vt verumfitcx ARISTOTELE.
Decima Dcciitiiofliua opinio decernens longioris abfti- nentix caudam
referendam ede m ly mparhiam complexionis cum aere,6c. antipathiam cum_, cibis,
cap. ipz. ludicium promitur de hac opinione, offenditur- que hominis
temperamentum eam cum acre iympathiam non habere , vt fine alimentis illo
fudineatur. cap ipj. Dilfoluuntur argumenta, quibus probatur ieiu- nium pendere
a fympathia cum aere, & antipa- thia cum alimentis; odenditurque vi 1'ympa-
t hix aerem non pode in alimentum cedere, ve- nenum vero polle, c Decimanona opinio
cxiltimantium diuturnotem pore a cibis abdincre proprietatem cdcindiui-
dualem.cap.ipy. Penditur hxc opimo, aperiendo quid Phyfiologo fentiendum (it de
proprietatibus occultis tum fpccificis, tum quoque indiuidualibus appella-
tis.cap. 1 pif. Soluuntur rationes viri egregii, ac demonftratur autorem
problematum non dfe A phrodifxura; cur odor thuris , & rufarum alios male
habeat, alios recreet; alijsaluum loluat.ahjsaddrin- gat; &T Galeni,
Thcopraftique dogma expli- catur. Vigefima opimo Abulenfis, cui tam longa;
abfii- ncntixoneocftexEcdafi quaieiunandum , anima quali ii corpore alienata
canfucta munia non obeat. Eiaminaturallata opinio, demondrando Ecffadm non
cdccaudam immediatam longioris ab ftincntix ; ac tandiu ici unantes haud omnes
£c flafimpados fuille, cap.rpp. leant: Porphyrio, & Galeno explicat»
cap.iO<5. Abdincndbusanaliquideffluatecorpore,&quid exire valeat. Vigcdmateriia
Opinio Citefij dicenris diuturne abdmenrix caulfam fuifle conffnftioncm, fiue
comnreffionem vifcerum nihil nutrimenti ad- mittentium. Examinaturo
iniopropolita, demondrandocoar ifiationcin vifcerum iciumj caufsam non ede,
atpotiusctfcftum; nullo quemodofamem, fi- ti mue tollere, fed augere, cap. jop.
Satisfit radonibus propoli tx fententix , aperiendo
quarationearftccinflipeflore,acventremi- nus comedere podit.cap.2 1 o.
Vigefimaq uarta opimo Ioannis Langij exidiman tis longum hoc iciunium a morbo
pendere , ni- mirum a tabe iecons, ac ventriculi ffupore, ac omninoabatrophia. Expenditur
allata fententia,odendendo caudam cur diu viuant aliqui fine cibo non ede
morbo- lamaffeftionem. cap.ir*. Occurritur allatis rationibus , declarando
difieren tiam iciunij fan£torum,& prophanorum: non_> femper ex morbo
intermitti funiiiones vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cap.i tj.
Vigelimaquinta opinion Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in
petrificationcm partium . ventrisimi, &nutricatumaliarumexaere,ac
odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo longum ieiunium haud ortum ede a
pctnficatione par- tium naturahum,& a nutricatu aliarum cx aere in
vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc opinionem robo- rantes, de
dilcriminc inter Ecdafim,ac fom- num;VinterEcdafimgrauem,acleuema-
gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita,necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio
Podhij afferentis homines diu ab alrmemo abdincre , anima illorum pec
cataphoram,& intendorem fomnum vacante a proprijsofficijs. cap.ioi.
Examinatur, & improbatur opinio decernes ab- ftincntiam diuturnam
abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad argumenta de (omni
differen- dis, & de longum tempus dormientibus, cap.ioj. Vigefimalecunda
opinio Benedilti, Montui,& Mercuriales dicendum caudam longi iciunij ede
condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain ecorpore diffluere
non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia demondrando vfum, ac
necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm deperditi, fcd m alium
finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef- fluat ccorpore.cap.105.
Soluuntur Beucdifli, & Montui radones , oflen- dendo cur cxlum alimends non
egear; & quo- modo corpora , c quibus nihil effluat, ali va- nicade.
Vigefimafcxta opinio decernens abdinantes no-
ftrosdiufinecibo,potuqueviuercviherbx, ac medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen
tu. Expenditur allata fentenda offendendo abdinen-' tesnodros nullius
hcrbx,autmcdicamenu vir- tute adeo longum pruduxideiciumum. Occurntur
argumentis allatam fentenuam corfir- manubus, confiderando naturam
herbarum,& pharmacorum fitmem dumque pellentium Vigclimaicptima opinio ex
Valeriola referens caudam aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.cap.ziO.
Expenditur propofita fentenda , offendendo con- tuet udinem non patere tam
longam abffinen- tiatrccap.2 2 r. Satisfit rationibus viri Clariffimi, offendendo
qua rarionemedicamenta,&venenanonagantin_. aduetos;&quomodofc habeat
confuctudo ad cibum, & potum, cap.aaa. Soluuntur argumenta Quercetani
odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide petnficata; libri Capita
centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur, tam mitti Diftnbuitur
viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r. minem Quomodo fe
habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim. cap.z. Semen
animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento, cap.3. In
animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo
alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- Ariflotele in
tex- pofle Ariflo neratione hominis.cap.4. Semen plantarum non tota fui vita, fed
tamen fine alimento viuere.cap.y. Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu
peratione viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx
tngefimo De anima, . o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant.
cap.tf Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his
definitio vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus
nutricatio- alimento viuere. cap.7. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim
tota fine alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas
hieme Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento
viuere pofle: ac fpeciarim icuinio,&ortu brutorum viucnrium intra ioli-
diflimos,imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere
incolumes, c.ro. Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium
brutorum perferorum plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a
cibo,potuque abftincrc pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis in-
quirenda fit.Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa- , lilque forma diuturni
abfhncntra. y. E quibufnam fontibus hauriantur argumenta 40. caufla efficiens
urqs abftinentes non ali confirmantia, cap. Homines in diuturno ieiunio
nutriendi Quid.dr' quomodo radicalis humoris a calore na- ^nem intermittere
pofle ratione aninra. Nos diuabftinctes pofle a nutricatione toto co tf-
penitus prohibere peffit. ponstraiiuociari corporis habita rarione. De differentia
originis xt 8. citra vitfdifpendiuhabitaquoqjrationecaloris.c. jr. iqualitatum
mifli, deque Homines diu pofle nutriendi munere priuari ongtne radicalis
humoris. Differentia cflentu tnum squalitatum eflcntia natiui calonsfliumidique
dicalis explicatur. cap4y. 1 Pofle diuturnam nos agere vitam citra nutrica-
tumex ratione vira, fcu viuentis totius, quod ex anima & corpore mediante
calore conftitui. tur. Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra- propofi-
tioneipfiusmct nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi ratione
peramentorum, miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas humoris
primigeni;, Differentia promulgatarum ipecierum hu , , om- natiui mons
quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera
nutneatus viuerepof- fe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum
Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3
nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem
Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu-
natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . & humoris naturalia Quomo-
ffir.- caloris, ... I tvi dicendorum ratio , naturaque proponitur.
LiberTertius,inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium
confti- tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes , ac diftinguetcs cum
generarim, tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere
pof- no- 1 6. funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in
homine diu fcruari pofle. cap. de lc de mente Ariftotelis in y. problemate
prtmit 9. 1 j. diu- frOionis.aif.j6. Ariflotele fuppofuifle,ac potius exprefle
3. Laurentio nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum
confirmatur ex eodem Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi-
Confirmaturhomincmfine aflione alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni
excorni 1 feOionis. ' t.a'phor. Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex
Auicemra fententia. cap. quoque pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle
intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum ex eodem tu 14-e1ufdcmoperis. Nutricationem
inviuente intermitti ho- anima. teleautorein yltimo problemate dteimtt fOio-
rir. Confirmatur hominem pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem
alendi poffeintcruutte- re,quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello
nutricationem in viucntibus pofle. t.
5.C.37 intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum
iciunantium. cap Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex
efle pofllt *qualitas in — mifto. cap.4?. tarum; ra Difcrimen trium earundem
xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry
fpecies 47. moris radicalis a calore nanuo. Aequalitatem caloris quoad virtutis
in homine inter- te- inno- caloris Quomodo aequalitas virium
caloris natiui, <V tu- midi radicats fit cauda diuturni leiuiuj - Quibus
pneferrim xqualitas virium caloris, & hu- moris fit caudilciunij. Dcijs,qux
perfedeftruu ntaliam ieiunij caudam, proportionem fcdicct 'firium caloris &
humo, ris.ac fpcciatim de er.tnnkcus accidentibus ptio.cap.yj. Proportionem hanc humidi
radicalis ad calorem natiuum,in qua lente humor a calore confutua- tur,in
homine reperiri pofle. Commcnfurationcm hanc humidi, & caloris in_, homine
diu feruan pofle. Proportio hzc natiui caloris humoris quomo- do Iit: caulla
longioris abdinenti. Quibus prxfertim Iit caulfaieium; liare proportio calons
ad humorem, cap.57. Quomodo fe habeant ad inuiccm propofit* du* humeris
radicalis pofle datui caudas iciumj eo- munes omnibus abdinentibus ab mirio
enume- ratis. cap. Manifcftaturcxhis caudis diuturnum hoc ieiu- nium prodcilci
rei naturam condderanti. cap.tfo. Confirmatur hoc ipfum argumento defumpto a
lucernis ve tudillimis, qux noftris temporibus in fcpulchris ardentes reperiu
ntur. Dexqualiratis propofit intervirescaloris,&hu-
morisvaricratecffcnriali.cap. <5i. Proportionis inter eadem vitf principia
propofit* varietas edentulis. cap.fij. dunt, in quo non podunt intcrmilTum
alimenti vfum repetere. De caudis communibus varietatis, feu differentia
rumtemporis,(eudurationismonentislongum ieiunium a fubiefto defumptis. Dccaudisvarietatis
in durahone ieiunij abefB- cienubus,&" confcruantibus abftinenuam de-
promptis.De caudis varietatis in duratione ieiunij defum- ptisj finientibus, acterminantibusabdinenttf.
Dc fontibus, vnde hauriantur caudae fpeciales va- De interna cauda per fe pnmo
proportionem vi- Dcaltera caudahuiusa Hmirabilisieiunij,quanon numcalons Achumoriseuertente.cap^y.
tollituromnmo, udintardaturhumidiconfum
Decaudisperaccidenseuertentibuseandemvi. numcaloris,&humoris
proportionemabftine. tis procreatricem. De forma, fiue idea termini Uhus, in
quem definit longum ieiumum. De his.qui coft ieiumum lani remanent, atque ad
interminum ciborum vlum necedano redunt. De his,qui ex longo iciunio tandem
moriuntur. De his,qui ex longo iciunio incidunt in sgritudi- ncin.a qua
conualefcere poliunt redeuntes ad caufli: in producendo iciunio. Aequalitatem, &
proportionem caloris natiui, & Dehis, quiex longiori abdinenriamorbuminci-
rix durationis abdinentue quoad fingulos gra-
Quibusabftinenubusaprimogeneretumsqua- dus. litatis, tum proportionis vinum
caloris & hu- Diflribuuntur gndus iciunorum penes durationis moris interni
ieiumum ortum duxerit, varietatem incerta capita. Decaudisabdinenti*intrafeptunaminclude,qui
Quibus abdinentibus longi ieiunij cauda fit e fe- cundo genere tuin
squalitatis, tum proportio- nis,qu* funteum valido calore. Quibus longs
abdinenti caufla fuerit squalitas, <St proportio vinum humoris, calons medio
eris in tertio genere, De difcriinme trium horum grnerum squalita- tis,ac
proportionis virium caloris, humoris in producendo 1c1un10. Decaudis
terminantibus ieiumum generarim. cap.dS. De caud a per fe tollere valente
virium caloris,^ humoris squalitatem, & odendituream non_. elfe calorcm.ncc
humorem,nec animam, fed ex tnnfecus 0ccurlant1a. De caudis per accidens
gcncratim euertentibus x- qualitatem virium caloris, humoris interni cap.70.
Explicantur ex ternx cauffr per accidens xqualita tem propofium deltruentcs. Afferuntur
caulis interne per accidens euerten- tesxqualiutcm virium caloris, &'
humon; qua rum vna offenditur ellc anima. Enucleatur altera interna caulla per
accidens hu- lu Imodi squali tatem deilruens. efl primus gradus longi
ieiunij,inter quas nume ratur fanguims copia in venofo genere , quam-, protulit
Bottonnus mfignis Medicus. De caudis ieiunij ad nonam diem produfti.in qui bus
locum habere videtur alienatio ammz a vi- txmuneribus Ecdadsnuncupata,quamexeo*
gitauit Abulenfis.De caulfis abdinenti ad duodecim dies proroga- te quarum
cenfu non rcmouetur caloris im- becillius a IXxftiflimo Bonainico piopofita. De
caudis abdinentix quindecim dicrum.quaru vna perhibetur ede morbola coadituuo
autore Brafauolo. Dccauilis ieiunij viginri dierum, e quarum nume ro legitur
pituitz copia cum Alagno Albcrto; attexiturquepropomisnoua hidoru longioris
abdinenti Canonici Leod1cnfis. De caudis ieiunij trigrnu dierum, De caudis
abdinenti* quadraginta dierum, quas inter numeratur vim pouo; rluxque mirabiles
hidorix longioris ieiunij lupenonbus adijciun- tur ; & fupcrnaturahs,
lanctorumque vnorum abftinentia explicatur, vfum alimentorum, De caudis. De cauffis
ieiuniiblmeflns, intcrquas reponimus Aquamnonideocf Temiliumalendoaptum, quia
meatuumcutis adftriaionemcumBencditto, tuitu non fentiatur iummefrigida, &gufluper
& i Montuo. Cecaufli sic ium»trime (Iris Aexplicaturquomo- doammali aquzdamlinenutneatuptnguclcat:
Adijciturijuc promulgatu noua longiffimi ieiu nij obicruatio. Decaufia leiunij
fcauftns. De caufTis abflinentiz, quz ad annum integrum- prorugatur. De caums
abflinctise vitra annum praten fac. frater cauflas phy Ii cardudum allatas,
tres alias re pennvalerediuturnihuiusiciuntj procreatri- ccs.cap.pp. Caufiarum
propofitarum ablbnentix comparatio ad inuicem. Oj. c i libri quarti Capita
ccnlunt quinque cipiatur varij liiporis. Aquispermilhnnnonedeacrem. Aqu terramnoncflepermillam,cuiterne
fapo- res mnnt. Aquam motu, ac ventis non incalefccreAcurmo ta dicatur
viua.cap. 1 p. Aqua hieme calida mtfli rationem no habct.c.io. Aquam non
congelalcere,cui nihil iniit caloris, et fi fngotecongelatacalorediffluat. Quomodo
aqua frigidiffimaquum fit abexterno frigorevertaturinglaciem. Pratcr qualitates
aituales de genere accidentis meile cuique elemento habituales qualitates de
genere fubllantias, qux funt forma;,ac differen- tia: conflitutnccs.cap.i;.
Vrqualitatcs aftuofz, ac potiffimum frigiditasin Praelatio, in qua notatur
difficultatum explican- darumnatura, &agendorumordo. Platonis allcrtuindeelementorumfirapliatatcct
Liber Quartus, in quo enodantur difKcilia,quz ha /fenus explicatis obftare , ac
obi/ci polTc viden- tur. plicatur.Pilees in pifcims ex lapide eonflruitis no
ali aqua; & Ariilotehs locus explicatur de terra, St aqua, Decere
Philofophum de re aliqua ex profeflb tra- nantem tum omnes aliorum opiniones de
pro- politoexpendere,tumilluflnorestantum: vn- deinnote feuntferibentium fines,officia,crimi-
Pifcibusinvafisvitreis conferuatis,finonaqua-y na Aconemplationum varietates Dicere
Phyfiologo inter expendendas opiniones aliorum, nouasa femctiplb
comminifciAvehit alienas examinare ; exquo putet coguitionum varietas,irordo. Alimentum
omne a viucntibus neccfiario prodi- , re, nec ali ferro llruthiocamelum: quo
czno a- laturanimal,&planta, A mortuis vt nobis alimenta,jugumenta, &
femi- na fuppeditentur apud Hippocratem, exercita- tio cum acutiffimo Scahgero.
Exper inento haud probari aurum putabile pofle nutrire.cap.y.
Hominesfziiololoandiualivaleantvtiiumen- Eondcletiiratio denutricareexaere, &aquapen
ta.cap.d. Venena in alimentum nulla ratione poffe conce- dere. Vt homo Aomnino
animal fuauiter olere valeat fponte nareric.cap.8.
Vtfrigusnoningrediaturoperanaturz; acprzfcr diturad Anflotclis trutnnain. Qui
Nnodo mutatio fit fimplicis in milium, ac vi- cilfiinA' omnino inter oppolita ;
vnde tollitur Olimpiodouratio probans aquam alere, ca. ;8. Aqua fi non alit,
quomodo Annoteli vercdicatut alimentoefle, acproindeilliusmutatiomorbo-
timvtquxcunqueexputrioriunturacaloregi- ia.gnantur.cap.p. Quomodo aqua feruens
remoto calefaciente fc- metipftin tefngcretcap. 10. Abflinen tes a cibo,
potuque omni prius affligi, 8c mori fiti, quam farne. Vt aqua potabilis calore
putrciccre non poffit, at- que amman.cap.i2M Ex putri fbrmaliter animatum
procreari non pof- le. CyprimsA^alijspifciculis fponte natis non efle
ortum^utviftumexaqualbla. Pilees feu frigida nutriri cur aquafo- Ja viucrc non
dicendi, quomodo ex ea ver- materia denfiori fitintcnfior. Aqua: calorem non
olfendia pclluciditate.c.15. ' Pifciumin
perforatis nauiculis quodnam fitalimf tum. quidinalimentumcedat. Oflrca,
mytulos holuturia non ali aqua^». cap.;o. Lepades,ac mugiles aqua fola non ali.
cap. Sardinas, fitaphyasaquanonali. Plantas marinas lola non ali aqua. cap.;;.
Si vinum,(anguis^ac,cetcnquc liquores nutriant, nonideoaquamalerc.cap.;4.
Anguillas non oriri, nec ali aqua pnth, fcd ca ali js decaulfisobleitari ARISTOTELE.
Aquatilia tum branchias habentia, tum fiflulam flr' fpeciatim tcflacca non ali
aqua ex Anllote- lc.cap. ;d. Niucm non e(Tc aquam mes oriantur, &
nutriantur, lcporefque Plinio. Aquam vino additam quomodo Ariflotcles dicat in
vinum mutari,^ vinum in aquam, qu* m- miflumperfcttigencns, atque adeo matimen-
tumconuertinequit. ) Lentem paluflrem non oriri, neque nutriri ex a- ' ; b
Quomodo putredo Iit propria miflipafficv&aquf conueniat.;. ' iui; Aquam
quomodo calor concoquat Hipoocntr, B ca coitione non vertitur in
alimentum,cap-44- quafola.Vtmx Vtnix efientiam non habeat terra
participem ,ac iptunuiam, exercitatio cura lubuhiiimo Scaligc ru.Qua ratione
nix fecunditatem afferat agris, fi ter- ra particeps, non cft Vtputredoablblutc
Iit corruptio propnj caloris. _ «P47- Cur muta imperferta vmentibus in
alimentum ce dere non valeant , fpeciatim cur aqua nufia cumalimentis nonalat.
cap.«3. Vt alimentum iimplicitcr huuudum efle opor- teat.
CurIitioccurratmagi»vinumquamaqua.5 Vt litis fit defideriuin alimenti. Vtfames quatenu
selllenius indigentis, quem_ anunalcin, dicimus, fit affertto lolius oris
ventri culi, non ctiain aliarum partium. cap.fz.. Vt dolorfamem. aclitimprxcedat
vcluti caulfa nonfubicquaturquafieffertus. Cur pi iguedo.fit^adpes alere non
pofiit Vt medulla non Iit alimentum , fed excrementum 0fiium. Ieiuma per
•iccidcns.Sr' apparenter calefacere.ve- rc,ac per fe calorem non acucrc,licet
p>er fe fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-,
calor nauuus.Anflotclis difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab
alimento.Galeno nem alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per
accidens, fed per fcilluin au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati
gradus, feu qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio.
cap.do. Vt alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de
ventrtenld , inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt
folia, ttores, frurtus, & femina plantarum pars tes vere non fint, fed
excrementa potius, Vt cx co, ouod
oua,& femina citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque
anima lia vitam polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori
materia augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, &
Curnonfintfrequentioresnofiri abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat
ur organo cor» porco.cap.dx. Calorem natiuum in nobis,quin etiam ignis riam-
tnamapudnos,nonindigerencccllariohumo- ris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur
calor humorem in milio, & in viuentc prxfer- tim d:palcatur,& intentum
procuret, exercita- tio cum liibtililfiino Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima
nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non Iit priuatio munerum animi intcl
ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex Sca- ligero.cap.dd. Vehementi
fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1.
Jertabanimopolleomnesnouones,&habitus,
cVtalimentivfusnonfitadrefiaurationemdeper- di ti,fcd ad auocandum calorem a
cita conlum- tione humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in
vtero femina: concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati,inquoeff.Vt
ou»iubutntancaliat ammata.<5. raro admodum vilimtur. alimentorum indigentia
infit viuenti quatenus miftumcfi. Cura bliinentesobxqua Jiatemviriumcaloris,&
humoris interni iuonantur,feu non femper to- tam vitam degant in ieiunio,fed
plerunque re- deant ad ciborum vfum. Vt agentia fecundum virtutem aequalia
inuicenL. agant.VtexGalenolubfiantiacorporis iVomninohu‘ , midum [fubltantificum
dilfipetur a calore nari- uo,non iolum ab adfcititio,cxerciatio cum Cardano,
rnojC Vt Ariftoteh calor internus ablumat humidunu, fubfianttficum. Vt cx rei
natura non colligatur a calore natiuo no abfunuhumidumfubfiantificum,
<Vprimo quia calor fit anima: inftrumcntum.cap.pj. Vtcalor non ideo dicatur
non confumerc humi- dum quia in miftu elementa non fine in artu fe
cundo,Vquahatibus rtfrartis,fubditil'que for mx luenti compolitum Vt calormfitusnonideononconliimat
partium, lubfiantiam,quiafitearumtbrma.Vtcalo- Vt facultas alens pofiit a
nutriendi funrtione r1.cocia Cur materia corporis nofiri per alimentum femper
non debeat innouan, vt cenfet Albertus Inhis, quidiua nutriendi munereociantur
ftra non cfie ven triculu m,iecur,& alia membta nutricatui dicata, cap. Vt
ratione caloris animal tiinrtioaem alendi diu intermittere ualeat.V piper,
pyrethrum, finapi, thapfiaque fit homi- t ne cahd10r.Vt viuenti non repugnet
nutricationem intermit- tere, fiucvt animal pofiit abfque nutricatu vi- ucre
qua viuens cfi. Vt tini nutricationis formahter non obrteteius pcrauonis
intermifiio. Vtin atrophia faculas alens penitus ocictur c. o- i Vt cx Galeni
fententia nutriendi funrtio non ' homininccefiaria.1 Vtex Flotini lententia
nutricatio iugis ' debeat in corpore viuenris.Vteffcrtui priuatiuo caufla
politiua pofiit, afiign* ri,noTqueid fecerimus in fupenonbus.Vt mors
viucntibusconuenut fecundum natura fcu quomodo interitus viuentibus fit naturalis. fru- non efie-> Digil qt fit mK
cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.cap.8*. o Vt calor iniitus
igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod
vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa ,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli
l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli>>* 1. :S utrori''- » . 1 . 1 ) r
tluf. tvi. 11 . 5 . un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i,*!* i!,» lRttift j 1? '
m. .j.j.il r.cvt • -.• .1 r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il
buUma ttiu^ bi' iV. min vituentCe
fiuniftionecs UDt inirn^» marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw»
rf.u. bkrAt^natnitii<f«iiciuimn abKfumnantr.rcanp ti noi Vtabmfito calore
corpu* non deftru» ex co qwv mA , : eadem eiuldem rei poffitefie caulia
perl^^ac. Yt accidens. Eftpectrum cuiutcaulsas qoi» noujt,cur noniem tione non
refp6 deat, fit humiotim. Perisidemprocrearevaleatc Calorem in natum radiolihumoriadeocon
Perorauototius operu i flriM l‘Ut '...ftUi -bvt..:; ana.y,ami»1m«i
“thVt»Ws0'tV.s. t.\11.a.tm.*"'V;^0•. iiontti tJ H» .1 kf.l »bc. Mi-
>\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp wuiMe''•{!
a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiR*t . J.vrf>u » -.*-c tiVa humorem \
.s-u.-ue . K. ,i .1 • i/.XIA'*' 'VtrQ\i,' "i'. l 9\a.1 .•' . . r’
.av.iii.pi iA.ivr1 .As.ftla,i) ,at ;.. yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitreYalcat.0^.1^AwimtarUiAnti«naV.v,?y..«ri*a:Trium
Cupidinum; Voluptuofum tyranni demin Animæ facultas,concupiscibilisvtin anima
vin Amotescur Alatifingantur. Cur Amores Nudifingantur. De Amoristergemini pulchritudine.Amor
curnoncæcus inSchemate fidus. sa, gercnsincacumine volucrem, & caueam De
fructuarborissapientiæ, nostroinSchema Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi
nonvocedocerefintapts, fedtantum, Schema Gemme. Sapientium ,sciendi cupidos
edocere valentium, tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur
analogia. Schematis Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices, invnguibus
Coruimy ab Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri eruditi de
Amore nocturnas Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de Defrondibus Aoribus
hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum, & litera Amor fapiêtiæcúrnuduse
fictus. Decer gemina significatione ftellæ prælucen. Amor sapientiæ curalatus, &
quænam finteius cisin Schemate poni caput viripsallentis. Alæ. Quomodo fapientiæsymbolumsitarboranno
Amoris Emblemanoftroperfimile,propofitum voce tantumodo docere valeant. Schema
primç Gemma. De arboris in Schemate piata coinparatione 16 busomnibus, modo
fcriptis. geminos Amoresprobaspassomexercere, çatirascibilem , &
rationalem, Amor cur a veteribus Diuinitatc donatus , Explicatio Schematis ab
incerto propolica consideratur. Yeiundas. Depriscis Anularium Gemmarum Sche
maribus cxplicandis. Amor sapientiæcur, præteralas,adhibearetiam
brachiamanusque geminas, quibusfuniculo riuin impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam
apprehendi ab Animo Doctrinę Humanus animus crga sapientiam cur se habeat
sermone vocali discendi cupidos crudi. ente :primumque de biformis inferoa
parte fticicanentis,repræsentat (1.. Inter viros dostos inueniri, qui non
fcriptis Amor sapientiæ cureffictusingemma puellus Supremamonftriparshunana declaratur.
Vt Amor pusio,corporepusilo imocens, arq;moribusfimplex gallumreferente. pientiacomparatur.
ad arborem scientiæ boni & malı, dudum a De
fru&uarborisscientiæboni& mali, primæ uæ inParadiso. xxvi. cantilenas
ad amicam personante perpen duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarumex-
Demagnoconatu,ingentiquelabore,quofa plicationcadcunda.Amoris differentiæ tres cxplicatæ.
Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione, acintenta Aufcultatione.
Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode viro fapien.
AmorfapientiæcuringemmafiAusefteffigie DeBarbito, seulyradigitishumanispulfara
pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam . cedelincatæ. Pror Proposito Schemati comparauraliud
Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris, exterminatione
confiftere, SchemaV.Gemmę. uenire Schematis imaginibus, oftendirur. Propria
Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci &
defunctime. De Armış offendentibus, Heroico
Amoribel licodatis in Schema re. De Cun&ationebellicaper Amoremftantem
Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca. indicata, tofis: cap.xlvi. postulan.
Amicumverum inaduerfitate dignofces, cile fót: vél Tetbydis, aut Veneris
Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio noftra moralis ,de formola
Peleum ,velVencris ad Anchisen delatione, formofitas, do oscaffo, Şecunda
Schematis explicatio, de Amico Pulchramulier ,permarevitavagarsadare De Amoris
bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor istebellicusPedes,non Equesef, Super
incrementa Nili. Amici de funéti memoria femper in corde confer.
raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur, Amoris bellici, ro , qui
dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma,
exarmati,pendicur.indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis
offendentibusexpolia. Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni
Schemate noftro proprietares Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumquede
Schema .Gemme. Index Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan.
Explicatio Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione
Galeæ incapito dicitiamMatriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili,qui
vocatur Amicitia,vta tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad arbitrium,vel
eft,vel euadit impudica , yanda;& Amantem non redamatum,indi- 143 Propria
explicatio Gemmæ proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema
Gemmx . Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore
monftran lentematq; lubentemcomplecterte,perqs maria ferentc.redamato, syumAmorem
extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi viri
sensus explicatur, & ne Ducis, & Exercitusoportuneceleris, &
cunctantis, quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese hieroglyphicum
Amo SecundaŞchematisexplicatio, deAmantenon ris concupiscibilis per visam
negociofam corporemilicisgeneratim. De Amoris belli ciceleritace, perAlaşindica-
CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a Venere,proponitur et expenditur,
filius in Schemate noftræ Gemmulæ , IN SchemąGemma Smithi anaexplicatiode
Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico illicila
busanteadeclaratis,Concupiscibili,Ra. Secunda explication fabulofa, vel Tethydisadrionali,
& irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse symbolum Amorisvo-
Terrinexplicatiophysicade Ægyprolafciui luptuosi, expenditur, entesuperincrementaNilio
Rapina puellas dealiasrespulchrasexponit Propria declaratio prima de Amico
vsque ad Aras., cap.xlviii. Fur & pudica Maire- familias.
piugali,exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft, velimpudicafa.
equo marinoveda, proponitur,& cxpene Sententia virieruditide puella vere a
Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda cxplicatio,deTijroneraptāpuellam
tur, & explicatur primosensu noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis.
Tertia moralis eft explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ
mortali. Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et faciem interga versa in,cumligneum scipionem.
cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo,
Mundi Systema,partesquevniuerfuminte. grantes,explicantur. ASTV'S DEV DITVR
ASTV. In cogniti viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti-
mulierisgenuflexæ,sedentis,& vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri,
de primo quadrigarum inuentore proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorumpropriumest,
homini, deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio,& tanquam presentes. Schema
Gemma. De Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:.
Propria fententia proponitur primumquecal
sumitexordia et inquodimidiumsuædura giliapatratarum,
perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur,& confirmatur, impuro
proicão. bus euentus futuros demonftrare
Schema Gemme. Aliena declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in
lacus propeod ntem ,& hominis cõsulentisoraculumcumpailijpar De
Papilionc,lignificantebreuitatemhuma- næ vitæ.De Simulachro in templo Delphico.
De Canopo , Deo Aepytiorum, superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ.
OratioVocalisatque Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis
Elementun . Deum flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij
ligno, Elementum Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad
Beneficij, velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario.
decoreftantis, ambabusmanibusDeocor
offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur.
ExplicationoftradeMundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium
explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarumactionum,invi. Schema Genoma.
tionishabet humana vita. De Vrnasepulchrali, ad quam terminantur a&iones
omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem om.
nium aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que
Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos
egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma , corroboratur.
Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus & proprietatibus
orationis lis, atque Mentalis, Deo
Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur
& Humana vita eftmorsvndiquemiserysobfella. expenditur. De oratione Vocali,
fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma,
Explicatio Viri Cl.re&taproponitur,& latius ftraserpentem porrigit. Aras
ab orantibus. Poetabonus,ad Lgraincanerenescius: vel Propria Schemaris explicatio proponitur , de
canere nescio. Secunda Schematis
explicatio depromitur ex pium natura generica ,Proserpinæ Schema Schema Gemm
&. ponendis aprefacilequedislidijstumánimo rum dilceptantium, tum corporca
violen:. Noftra explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli
Delphici ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis
et Rationalis, explicariSchemare. Produnturin Schemate.cap.c. mortem fibi metipfi
sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem .
Schema Gemma. Aurora diejnuncia,celeriterorbem terrarum circuit. cap.ciij.
tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute,frustra laboráns. Hesiodo poeta
bono carmita sua ad lyram adagio veçusto
de viro fruftra laborante . PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum proprietates:
Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia, Elementa vitalia.
imperiosapotestate. vel Ampli il regna
benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu animalium . altronomo
Lunæ,liderumque seruante, cap.cij. phasesob- De Ajacesemetipsuminterficiente,gladiodu
dum ab He&ore sibi donato terramcum Plutoneraptoremanente,totie dem
supracerráapudmatremdegente,my. Num Sahemapossitintelligi.cap.cix dam
fra&tam supplente,affertur,& expen ditur, Schema Gemma. De Cererisfilia
Proserpina,sexmenses intra Amoris tresdifferentias,Irascibilis,Concupi Elementa
viuentium fcracia,& altricia, terna Anonymisententiade Decio proponitur et cxpenditur,obferuatoris hieroglyphicum. Schema
Gemme, numpoflicimago Schematis interprecari.Explicatio fabulosa , seu poetica
viri do &i de Schema xvij Gemme. De Mercurio Canicipite, Regnum Acgyptium
optimegubernante, Schema Gemench. De viribus Sapientiæ, ac Eloquentiæincom.
Ajaxfurens, ob Achillis armfaibi negata, Schema Gemma. De Catone Veicense, semetipfum
cõfodiente, Proponitur explicatio propria,de Brenno,
Proditoremnunquamplacereviroforti, etiam cui sot vtilis prodirio nesati hoftis,
Schema Gemm. Explicatiovirido &ideCicada,citharæchor Pulchra fæcunditas, a
terracalore rapta,fex menfeslaterintraterraviscera,totidem. que fupra terram in
aere degit, C. Sapientia, don Eloquentia litigantes,atque pugnantesanimos
apsefaciley, componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium Endymione a Diana ad amato.
Propria Schematis explicari o proponitur d e Gallorum Duce facrilego, qui
semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo Index Titulorum ,
thologiacómunisexplicata.cap.civ.227 Propria explicatio de vegetabilium, feu
stir te, fabulisquerepræsentata,Sapientia, & fortitudine,fagaciqueprudentia
De Bruto, separiter pugione confodiente, Delphico Schema xxvi Gemme. De off Au Cæsarisaccipientiscaput
Pompeij Magni a proditore,qui virum interfecerat, Schema Gemma. Larma. fiueperfona
Dramaticum Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere Dijs
vitaprecellentibus, ta vetusta . AftNo .
Schema xxxiv, Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc Qliadrigain Anulosignatorio
PlinijSca cundilunioris ,& Rana fignatoria Mecæna eis. cap.cxiv.
tasmaximoperedecet. Schema xxix.Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor
esprimi, par: Centauricuerentis, & fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, &excrinsecusoleolisi.
GenerofasindoleseducaridebereabHeroibus ujoueperundum. Lætarin eminemo porterefraude;quum&
ipse consimili capi valeat. cPropriæ fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij
splendornonofuseatsideraviro Virumingenio,probitate,fortitudinequepolen?
thiuminbono Principe, Magnoque Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri.
sememergeredefawienrisfortunediffi Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus
gemina, fugax, dprocax, mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum,
adillorummemoriam, cultum, & imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper
maleficā libidine abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr
monishumanidifferentia,& velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos,
et extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam
fugacem , geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi.
Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus, vtviruina&uofæfimul&
contemplatiuæ vitæperitumindicet adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý;
dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus
condi Schema Genome , De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari fraudecapiuniør:
do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema Gemma.
Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi sententia
perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo fomquediffamati.
Humani Sermonis ; do bumana vite natura inactuosapariter& incontemplatrice
Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium imagines
Anulis in fculpifo: litas,adeorum memoriam , culium ,
Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem.
Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, &
vitijdistinctam ,maximeque libi. dinosam. Cole delle proprium fymbolum Dramatici.
aprum cducaregenerosa indolisadolcicencs. cDe Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula
menio latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum
absolute. platricisintimisattributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum
Alia Panos explicatio devniuerfo proponitur.Circensium Schemare currentibus
hieroglyphiceinterpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua
lufta Zelotypamulieris indignatio, familjemaeft: nuncupata, Quadrigarum fpectaculomy.
ftice representata. Schema Gemme de Equo Troianoproposita,&expensa: Propria
Schematis explicatio primumque Darctis Phrygij deNaturalicu narratio.
piditatesciendi. Virorum Heroica virtute preftantium vultus
Potentiorumprædeopulenti:Tellurisoccupatio apud antiquos merorieac imitationis ergo
Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis receptio. veterum, Achillisi mago
qualis, & curin Schemace. vltionem , Bigarum cursus in stadio ve indicet
Artificum vitam effe&ricem. comprehendere fatagientis. Responsio LICETI denneac
formasuisymboli Schema Gemmik. Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in
literario mundo. Quadrigarum cursu signariviram Adiuam,
Naturaliscupidosciendiqu.erielatentesrerum præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis
Schema Gemma , expenduntur. cap.cxli. paratur,ac de singulis tribus censura pro
mulgatur. cap.cxxxiij. interitus , Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos.
haberi. a fortioribus: Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam
PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis.
Multiplexænigmatis explicatio: & primade potentioribus diripientibus
aliorum opes. De Anulis, quos adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda
Schematis explicatio nostra est,de robustioribus,terræ dominium ,acpofsef
PanosHieroglyphica,deSermone,deque Vniuerfo declarata. Tertia explicatio politica
noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per Schema
Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam ,affertur.
QuartaSchematisexplicationoftraeftphysi. Auctarium. Schema Gemima. ca, de typo
Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam. Poetarum &
historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge proponuntur
exalijs,cap.cxlij. Tertiafententia PLINIO, Pausaniæque de Troia- Equo proponitur,
& allatisanteacom Arcana Numinis, & edifta Principumnonime telligentem,
acnonobferuantemmanet Schemaxlij.Gemme.' vis: Agriculturetypus: Ægyptus: Schema
xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur.
QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus.
licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema x! Gemme . aqueacviribusvtendum .
Aliorum opiniones de Sphingereferuntur,& Propria Schematis explicatio
proponitur de Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,&
nonintelligentesoracula. Index Titulorum, D e Schemate noftri Mercurij Pana
fugientem caufas, quibus inuentiscellat, non Sphinxcurinterimatnon obseruantesedi
& a Ægypti. Postres i Poftreina Schematis explicatioest, de Amici- .
Crucifixi Predicatores, Pifcatoreshominum: ciæ , ad vindictam injuriarum
cxcrcitum. co. Chiorumantiquain Homerum obseruanti apu Explicatio prima Smethiæ
Gemmæ de Crucie c Explicatio primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria Schematis explicario
de Mula Thalia rentis obseruatores cæleftium luminumn proponitur et
comprobatur. Curanti quis acerdotes offerrentali quando la Secunda explicatio Gemmæ,
dehomineforcu crificia Numinisedentes, licibello Cælaris Augusti nata ,Belisarja.
Afferturgenuina declaratio Numi Comitis11
Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda noftra Schematis
affertur explicatio dia gentium comparari. Salute patratum
natomarehumanævitænauigante ventose chariftie Sacramento.Schema Gemme. ad
veritatis imaginem. Felicishominis,feu formuaritypus, Nawigans cum ventis in
V'tre conclufis. culo. gentis, hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus:
Mirabileconuiuium in Deserto; Viros fapientes publicismonumentisefe colendos
Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm. De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo pacato
facrificandum et fupplicandum, Fructuum atque frugum vbertatem concors Schema
Gemma. Concordia, & fidedata, feruataquçmirificam Miles atrocibella fuper ftes
in ærum nofam incidit inopiam fæpiffime duobus piscibus mirifice, Quarta
explication Gemmæ, de Sacrofan&oEu Schema Gemma.
cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli, Comparantur Numismati
de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in deserto quinque
panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi neproponitur,
cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa. apud homines
promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et Horatij
[ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie næ
calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis, &veneno.
Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio deCicutæviribus: &
pri mum , cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia symbolum. Fixi prædicatoribus
hominum piscatoribus. Schema lv. Gemmila luftriss, loannisde Lazara, De
sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio Gemmæ , finale
iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori sactus, Gemma celestium
obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque corporeprorsus
Expendunturalları Schematis imagines,& sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca,
et Aftrologiludicia, vc exarretieridebcant.cap.clxvii. myftice referentis.Tertia
explication Gemmæ, desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua
fupidoMaria,Terras doAeremfæcundans: carmina pangente , cap.clviii, gnis erga
Patriam Pictas atquc fortitudo detegiturinGemma cap.clxi. pora çiçuræplanta : deque duplici genere
Cicutarum, Sale. beat molliendi. etiamproba, plerumque multum nocet fibi , dum
viro coniugi, Cupido au olans a Psyche fibi non morigera ,
Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad procreandas multasbonasactiones.
Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum explicatio in gemma de mortis memoria,
per anulum schematis De secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum,
perperdentis corum post ludicium luendis a vita de f u n & is per perenni
poft obitum , aut purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam
hieroglyphice signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim n quo agitur
de Monftris generatim. CJ^ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02 propria efi, ac
noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris, quaft res eventnras
monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur» DeMonjlroriim Hnmanorum reali
existentia, Realts extftentta Monjlrornm irrationalium natH- ram non
eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam revera MonBra contingere, De
Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue fint, Monflrorum caujfa Hnalis
generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit. DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex
quaquefit, De Moniirorum caufiaejfetiricegeneratim,quotaplex, qu&quefit» De
MonflrorHm caiifia effeflricegeneratimtquotuple Xiqucequefit, Propria
Alonfiriffeneratim accepti definitio investigator. Inventa Monfiri
definitioexplicatur.CMonfridivifioin fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior
eltgitur In quo fpeciatim agitur de Monftris
tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige^^ canjfd Mon^f
OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ "wplexejfe valeat. Monftrorum in humana
f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uiflo- ricis elicitur, Origo , (^ prima
caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defe^u. Secunda
caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac defe^uvirtutis
formatricis, Tertiacaufa,(^origoMonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci
f(stum continentis, uarta mutili Monjlricaujfa^(^origoadmateriaineptitudinem redigitUY.
Q^inta Mon(iri mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa
3 origo Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis
parentumviexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex
hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima
elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in
materics nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex materi^srednndantia
ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una materiae penuria obtinere.
^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk perfcetattone collocatur,
.^inta caujja , ^ origo Monjlri excedentis rejolvitur in iteratam ejfu^ Jionem
maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem. Sextacauffa, £? origo Monjtri
excedemis pertinet ad anguHiam uteri„ Septima caujfi , c^ origo Adonftri
excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava origo , ^ caujfa Monftri
excedentis in vitio nutricationis confiftcre perhibetur„ Nona ratto , (^ canfja
Monftri excedentis monftratnr in animipajfio* nibus parentes aJJicientibHS :
ex^rciiatio cum Cavdano , (^ Parxo. , Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^
ns concnljione reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon^riexcedentisrefertnradmorhnm
foetus, Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr, Jldonftrianctpitisorigo, C^ causa. Communis injtntiaturj
ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda Alondrfancipitisorigo,
caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu virtuttsformatricis explicatur Tertia
Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm, ^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta
Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis,
(fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm, intaMonjlriancipitisorigo,
causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb. Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaexvehemenii
parentum imaginationei vitio nutricationis in faetu enucleator Mofiflri
ancipitis origo , Cscaujja feptima reponitur in arte, peccata JSfatura^
imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur.
De Monjlri dijformis natura, caujfis ; primaque illius origo refoU vitur in
malam uteri conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad
malumjitum placenta nuncupatas : cujus ufns explicatur,
TertiadijformisMonfhicaujfa, (^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo,
(^canjfaofienditurexmotu, ^^inta Monjlri
dijformis origOj (^ caujfa flatuitur imhecillitas fa- cuttatis difcretricis,
yi. S.exta origo, (^ caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem
rediaitur, f^lI. Monflrainformia, dehitammemhrorum figuram non retinentia
reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde»
ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo,
(^caujfj,exanguliiautericolli" gitur.
Tertia informium monfirorum caujfa , (^ origo in motu inordinato
repO" nltur„. arta informis Monflri origoi^ caufpi
d(?prmiturifi mola^ (^ fLicema , tumore utm^concuTYmie virtHtisform^trkn
imhcilliime , acmatem tertceweptimdifie,inta informis Monflri orlgo j ($'
C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis Monftricauffa^
origo innsonflrofo parentedete* gttMY, Septimainformis Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm
fliixum tempore conceptus, Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia^
& omnino monfira mn ejfe infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos
necviciffm iEthiopum moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds. Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in
imaginatione paren» tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse
confiderantHr, Secunda Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn
exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore caufia,
^origorefblvitHYin morbum regium,^ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i (origo
ex craffitiei (^ fuligi* num copia extruditptr ; ubiplura de cordepilofo
Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo
petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex
intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt formtsineademfpeciefnbf
Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli ^ mulieris corpori ajfixo de Hermapbrodttts
mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisineadem fpecie^muUerisnempeviritecaputha-
benits origo , ej" cauffa prima ex hetero^e»ea feminis natura educitur j ^
defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis, Secund.canfia
ejufdem moftlhi multiformis ^ (^ ori<To excutitur ex de jtdu fminis
m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£ cauJfarefertHf i,id
pdrentumimairin Mionem..^t^ariuorigo,
(^cauffaMonfirimuliiformisineademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef, monfira
mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta
fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas
animaliHmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima
depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri , mtiltiplicis
fpeciei animalia referen' tts , ex imbecillitate generantis pendere
demon(lrattir, Tertia canjfa, Cs* origo
Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in
nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis
origo cmffa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani
hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr,
Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris
materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem habentisex
morboelicitur. O^avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl gieminmem' bris
habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja , corigo Alonflri
varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis monflrofs, Decima causa origo Monflri partes
habentisbrtitorum membra (hnmana referentes, explicatur exfeminum miHione, ac
nefaria venere. Dttbitafiones propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima
edn a ex ARISTOTELE , alicubi n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs
fpeciei. AlteradubitatiQ Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA
ejfenobiscommunecumferis, plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam,
non autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?, difputat.
Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid uni
tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le
magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo
Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera
elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus
animantia diverfl qeneris, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo
caujfa prima in apparentiam refertur. Secunda
Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis
colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis
repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv tmisfeparatricis
dedHcttm. inta causa, erigo Monflri
multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa Monflri poligenii
materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo Monflri multigeneidejumitur
ex debilitate virtmis alentisfoetum, Octava
causa origo Monflri diverft genii ex inepto partium alimento educitur, Nona cauffa , origo Monflri multigenii ex
morbofostus adducitur, Decima caujfa, G? origo Monflri multtgenii ex parentum
imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj Gf origo Monflri diverft generis
adparentes mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii
habetur infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis
in ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali
Diemonis refertur, Monftricacodamonis
origo explicatur ex causis prius adducis.
Vewv&tio totius operis. Licetus. Fortunio Liceti. Liceti. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The Swimming-Pool
Library
Grice e Licone: la diaspora di Crotone -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Grice e Licoforonte: la scuola siciliana –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio).
Filosofo italiano. A pupil of Gorgia di Leonzi. Primarily a sophist, he appears
to hae taken positions on philosophical matters. For example, he declared that
being from a noble family was worthless in itself, as its value depended solely
on the esteem in which the family was held. Licofronte.
Grice e
Liguori: l’implicatura conversazionale -- implicatura critica – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “Personally, my favourite of
Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has elaborated on
this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my principle of
‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just untextable!” -- Grice:
“Liguori has studied the metamorphosis
of language in one of his philosophical noble ancestors!” “I like Liguori: he
has the gift of the gab for metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del
filosofo,” “l’alambicco dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale
dello irrazionale” o “le ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della
ragione,” “Trasimaco ha ragione” “Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il
liceo classico presso i padri gesuiti dell’Istituto Massimo di Roma. Studia
alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con la tesi “Lo scetticismo
giuridico.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia della filosofia.
Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino, Firenze, Lecce,
Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione umana” – cf. H.
P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” -- viene riconosciuto come uno studioso di Kant,
Graf, Leopardi, e Cartesio. Tratta Positivismo
di Sergi, Lombroso, Morselli e Vignoli;
dello scetticismo di Rensi ponendolo in critica relazione tra Leopardi e
Pirandello; ha scritto di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino.
Collabora con l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Ha tenuto
rapporti epistolari con Garin, Bobbio, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e
Timpanaro. Fonda ad Ostuni (BR) il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui
aderiscono e collaborano note personalità della politica e della cultura quali
Donini, Fiore, Radice, matematico e fondatore e direttore di
“Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si
impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e
cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il
divorzio. Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di
chiara fama, con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini
seguaci di Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze”
diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana,
diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non"
è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica
allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri pubblicati
della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno politico, sono
attualmente depositati presso la Biblioteca Comunale di Ostuni (BR) intitolata
a Francesco Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico libro
autobiografico dello stesso autore. Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio
con illustri studiosi Bobbio: Il libro mi pare di grande interesse, per
l’ampiezza e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai
scandagliato a fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia
della filosofia positiva, della critica letteraria e della cultura torinese
(argomento a me particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro
di prim'ordine, che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta)
che è stato sì, ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi
dimenticato dagli storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo
alla migliore di quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica
aveva disdegnato: un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere
grati». Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con
piena sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la
caratterizzazione del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò
che finora ignoto essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che
molto di rado accade di leggere». Ambrogio Donini: “Mi pare, ad un primo esame,
fondamentale per la conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo
moltissimo tale metodo di indagine e la serietà della documentazione. Uno
studio di questo genere è certamente costato decenni di intensa documentazione».
Guido Oldrini: ho letto subito il volume su Graf così ricco e con non poco
profitto. Quando l’autore, in un punto se la prende con gli storici della
filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni menzionano affatto, mi sento in
colpa; e tanto più in quanto io, studioso della cultura napoletana, mi son
lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che il volume di L. illustra
con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di fare i conti con un
libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura di pagina si avverte
l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui lei ha condotto
avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi il centro della
sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo di partenza) di
un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La qualità di un tale
lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Donato Valli: «L’autore ha consegnato
alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter essere
considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento italiano
e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Paolo Rossi, “L'autore…
ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano
alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante
il di de Liguori Materialismo inquieto,
edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché
ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera»
riguardante il di L. Materialismo
inquieto, edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini
dell’autore su Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio
volume, che ho ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la
“presentazione” di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica
l’”Avvertenza”. Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su
Graf, uscita sul «Giornale storico della letteratura italiana». Corrado Augias:
«Quella di De Liguori è infatti una storia meridionale che parte da una
finzione narrativa di gusto classico ma così classico da poterla ritrovare in
alcuni capolavori tanto celebri che non vale nemmeno la pena di citarli. Saggi:
“Trasimaco ha ragione” (La Rassegna pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia
e vita” Ivi “Lo scetticismo giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto);
“Una moderna enciclopedia del sapere, «La Rassegna pugliese», II“Efirov e la
filosofia italiana, «Problemi», “Un Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In
tema di materialismo comunista, Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti
del conflitto tra l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi);
“Un episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i
gesuiti -- appunti per la storia della censura leopardiana, «La Rassegna della
Letteratura italiana», Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della
Filosofia italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf
Ivi, Scetticismo e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La
filosofia italiana attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce, “La condizione del senso”; “Per una
riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett.
It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi»,
Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil.
It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli
anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,
Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di
Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà
di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista
di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella
secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la
cultura” Prefazione di E. Garin, Lacaita, Manduria, “Le ambiguità della ragione” – cf. Grice:
‘the equi-vocality of ‘reason’ Grice: “Liguori has a taste for unnecessary
plurals: the abysses – the ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della
psico-fisica in Italia”; “Il materialismo psico-fisico e il dibattito sulle
teorie parallelistiche in Italia -- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una
rinnovata attenzione al materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia
e nella storiografia del positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e
mito, Atti del Convegno della SFI, Assisi, Porziuncola); Dimensioni», Livorno, Materialismo
inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism” (Laterza
Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani, Rileggere Siciliani, G.
Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti epistemologici e immagine
della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e politica a Genova nell’età del
positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione filosofica Ligure-- Cofrancesco,
Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e scienze dell’uomo; Kant e
la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire da Kant; L’eredità della
“Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli. Introduzione di Marcucci,
Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il dibattito su scienze e
filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale della fede in Martinetti,
Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie dell’evoluzione nella prospettiva
monistica di Morselli, Il nucleo
filosofico della scienza, Cimino, Congedo, Galatina, L’immagine della donna nel paradigma positivistico
della degenerazione, Morelli. Emancipazione e democrazia, G. Conti Odorisio,
Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in Torino, Rivista di filosofia»,
Presupposti torinesi della singolarità filosofica di Martinetti, «Studi
Piemontesi», E’ possibile la storia
dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “ filosofi delle bancarelle». Per
la critica della storiografia filosofica, «Lavoro critico», Il sentiero dei perplessi -- scetticismo,
nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La
città del Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De
Benedictis, «GCFI», La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione»,
Positivismo e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis
Bari, La lezione scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in
Italia, La psicologia in Italia, a cura
di Cimino e Dazzi, Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata,
Ivi, Pensatori dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati,
Torino, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo
leopardiano, in Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma,
Kant e le scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia
fisica, in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti
associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e
scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli», Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia
in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana,
Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli,
«Teorie e modelli», Cronache di
filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni
di Storia dell’Torino», Per Mucciarelli:
positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il
“materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica
liberale», Lettere di Timpanaro a Liguori,
in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi,
«Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di
vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per
settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione,
commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per
Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione
concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari»,
I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari
domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott
e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e
comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza
lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del
suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, «Rivista di Storia della Filosofia»,
“Libido Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e
Settecento (da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un
itinerario non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione
di Ferrarotti; Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia
in Italia tra evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse, «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”.
Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente
e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli, L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e
del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier
/Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione
di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli,
in Quaderni Noce, Marco, Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia.
Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra
fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella
controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero
e Loretelli, Edizioni di Storia e
letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure
dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione
cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica
italiana», Le cose che non sono, in
«Critica Liberale», Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari,
Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza
autografa) tra L. e i singoli autori citati
Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L., Materialismo
inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivism, Bari,
Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al materialismo, in
Corriere della Sera, Marti, Recensione a
I baratri della ragione in Giornale storico
della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, [Romanzo],
Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia. Dannazione e redenzione
dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come oggetto
determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di Girolamo de
Liguori Il Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto
vario e molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si
riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le
divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e
turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura
d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non
altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il
coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1 Abstract The
paper examines the story of Eros, from ancient Greece to the age of
Enlightenment, and tries to underline relevant connections with other events of
thought and religious traditions as well as European popular customs. The
ideological conflict with Christian ethics and Catholic church is particularly
highlighted thanks to a specific textu- al analysis, particularly during 17th
and 18th centuries. Keywords: Subjects and Figures of Marginalization, Woman
Condi- tion, Ethics and Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf,
Il Diavolo, (nuova ed. con apparato critico, dopo l’originale, Treves 1889, in
sedicesimo) a cura di C. Perrone, introduzione di L. Firpo, Salerno editrice,
Roma. Avverto l’eventuale lettore che lo scritto che segue ha natura meramente
divulgativa e di mera indicazione didattica nei confronti dei docenti di
discipline storico-filosofiche. Nasce dall’assemblaggio di appunti per il
canovaccio di uno spettacolo tenutosi a Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo
Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine rimandare sull’argomento che qui espongo,
agli interventi di alta e corretta divulgazione, curati per Rai Educational, di
Simona Argentieri, Umberto Curi e Sergio Moravia, in Enciclopedia Multimediale
delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione dei materiali Non partiamo
dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non di- ciamo che le cose
sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire in noi il pensiero e,
col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad altri corpi
attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i sensi sti:
nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai sensi. E così la
fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che gli strumenti più
raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come l’infima creatura che
emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e arriva all’uo- mo,
cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di vita.. Non
lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario intellettuale:
arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili, paradisi perduti
o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni, denunciate già dal fol-
le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene lusingatrici di contro al cui
canto ammaliante hanno ancora buona validità i tappi di cera nelle orecchie
usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere i suoi compagni2. Qualcuno
sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi non soste- niamo
l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e ammettere la
trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione (se vogliamo
mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a livello di
pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di evoluzione da
creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci, spiegato Fichte
enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della scienza! Ma gli
sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili tali tentativi
di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a rincorrersi
nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò rinchiudere i
filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza della
Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori- gine
dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si
potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più
lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e
morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e
teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia,
la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di
guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza
scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra
sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va
ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, F. Berto, L’esistenza non è logica. Dal
quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30 dovuta prudenza
filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle
nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con
l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua
battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti
dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo.
2. Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È
proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età
tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana:
il suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a
religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti
il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un
canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino,
per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della
Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il
Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie,
cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua
forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte
del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde
i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine
fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo
trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista
di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti
popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa
l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc.
Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei
miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico
culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano
Fecisti patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat
Nella cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si
veste di forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis,
Le monde enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen
Âge, richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll.,
Loe- scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle
immaginazioni del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My
country! City of the soul! The orphans of th heart must turne to thee, Lon
mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta con
sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore e di
vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si
prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato
e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da
Dante al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e
nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere
celeste. Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente
ignoti alla società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo.
Sorgerà la figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico,
dell’anacoreta e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia-
bolico orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze
infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e
varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in
particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi-
renze, opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante
fanciullo, il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre
scritture o il De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di
Dante, fino alle allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di
Bosch al Museo del Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva
ugualmente a tentare gli sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed
asceti; e, come ci ricorda sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente,
immagine vagheggiata e detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle
tentazioni. Ecco l’autorevolis- sima testimonianza di San Girolamo, il grande
dottore della Chiesa, autore indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale
della Sacra Scrittura, in una sua lettera alla vergine Eustochia: 4 Si ricordi,
Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia,
«Annali delle Univ. Toscane», Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di
Dante, Sansoni, Firenze. Per ulteriori e dettagliati riferimenti, cfr. il mio,
I baratri della ragione. A. Graf e la cultura del secondo Ottocento, prefazione
di Garin, Lacaita, Manduria. Oh quante volte, essendo io nel deserto, in quella
vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione,
immaginavo d’essere tra le de- lizie di Roma! Sedeva solo, piena l’anima
d’amarezza, vestito di turpe sacco e fatto nelle carni simile a un Etiope. Non
passava giorno, senza lagrime, senza gemiti e quando mi vinceva, mio malgrado,
il sonno, m’era letto la nuda terra. E quell’io, che per timor dell’inferno
m’era dannato a tal vita e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di
fiere, spesso m’im- maginava d’essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti.
Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva
di desideri e nell’uomo, quanto alla carne già morto, divampavano gli incendi
della libidine5. E qui l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di
San Giro- lami, atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici
per tutto il medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da
Conegliano a Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni
Girolamo Savoldo al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di
Antonello, ecc.Si assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si
arricchisce, per così dire, dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal
frutto proibito, l’atto carnale tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene
stigmatizzato come “peccato originale”, una sorta di marchio che da quel
momento in poi mac- chierà ogni creatura. Homo vulneratus est naturaliter,
sanziona definitiva- mente San Paolo! Anche se la dottrina della chiesa troverà
il modo di recu- perare in positivo quella ferita, quella malattia
costituzionale, con il concet- to dell’agape, nel quale l’eros si diluisce in
amicizia includente la mediazione del Cristo. Ma la cosa più sorprendente è che
Venere, simbolo dell’amore carnale, cantata da Lucrezio, poeta epicureo, come
colei che presiede alla bellezza della fecondazione sia di piante che di
animali, e perciò come voluttà d’uo- mini e di dei, subisce nel corso della
storia differenti e impensabili metamor- fosi. Da un canto, come quasi tutte le
divinità pagane, trapassa a popolare la mitologia cristiana di nuove figure
positive e negative, arrivando a iden- tificarsi dapprima con il Demonio in
persona, poi con la stella portatrice di luce, (Lucifero, angelo caduto e
stella del mattino); infine, fattasi mite e mise- ricordiosa, gradualmente
perdendo i suoi più accesi caratteri erotici di beltà voluttuosa, assurge
addirittura al ruolo di Maria Vergine, concepita senza peccato, Madre di Gesù,
figlio unigenito di Dio! Siamo di fronte a un feno- meno storico noto agli
storici e agli antropologi come sincretismo religioso 5 Trad. fedele di Graf da
S. Gerolamo, Epistolae, in Patrologia latina, a cura di J.-P. Migne, Parigi. Cfr.
A. Graf, Il Diavolo, cit.,per cui le divinità pagane continuano una loro vita,
si direbbe più dimessa e quasi nascosta, nei pagi, nelle campagne tra la povera
gente, trasformandosi, e sovente confondendosi, coi santi e le divinità della
nuova religione cristia- na. Ne è un esempio la favola di Tanhäuser, il
cavaliere francone di cui la dea Venere si innamora6. È nel mondo romano in
sfacelo che gli dei di Roma si avviano alla loro metamorfosi (quello che non
era accaduto agli dei ellenici). Da un canto si rintanano nei pagi, nei campi,
tra la povera gente di campagna e ne conti- nuano a propiziare raccolti, a
combattere carestie ad aiutare la gente misera nelle quotidiane disgrazie che
affliggevano gli umili e gli indifesi; dall’altro lato, in questa storica
trasformazione, raccolgono in loro tutto il male ese- crabile del mondo antico:
il turpe, il diabolico, l’illecito, il peccaminoso del mondo romano di origine
greca. Soprattutto l’osceno (ciò che è dietro alla scena e, pertanto, non è
visibile) e il sensuale nei rapporti amorosi. Gli dei pagani si trasformano
così in demoni. Si passa dalla celebrazione dell’amore fisico, cantato dai
poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo (i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo
inserisce nel fluire e divenire dei fenomeni naturali, alla definitiva
divaricazione della sessualità dall’amore spirituale, come aspetti di una pas-
sionalità di differente e contrapposta natura. Si ricordi l’inno a Venere di
Lucrezio: Aeneadum gentirix, hominum divomquae voluptas, Alma Venus, caeli
subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentes,
concelebras, per te quoniam genus omne animantum concipitur visitqae exortum
lumina solis; Ma ecco come espone Arturo Graf, storico dei miti romani nel
Medio- evo, la sottile trasformazione degli dei di Roma (quelli stessi che
Virgilio, guida di Dante, aveva chiamati, falsi e bugiardi) in divinità o
potenze demo- niache cristiane: I numi che avevano avuto altari e templi non
muoiono, non dileguano, ma si trasformano in demoni, perdendo alcuni l’antica
formosità seduttrice, ser- bando tutti la gravità antica, accrescendola. Giove,
Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri
sopravvivono al cul- to che loro era reso, ricompaiono fra le tenebre
dell’inferno cristiano, in- gombrano di strani terrori le menti, provocano
fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invaderà i
disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte, pei silenzi dei cieli
stellati, si trarrà dietro a volo le 6 G. Paris, Legendes du Moyen Age,
Hachette, Paris 1903, dove esamina la storia e la dif- fusione della leggenda
(La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa leggenda resta
Guglielmo di Malmesbury (XII secolo). Vedi Graf, Il Diavolo. 34 squadre
delle maliarde, istruite da lei. Venere sempre accesa d’amore, non meno bella
demonio che dea, userà negli uomini l’arti antiche, inspirerà ardori
inestinguibili, usurperà il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sot-
terra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo,
avido di dannazione7. 3. Scienza, filosofia e fantasia: il pensiero femminile e
la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto latente tra il sapere e
il credere Ogni proposta gnoseologica parte opportunamente da quelle ben note
premesse che Galileo autorevolmente chiamava le “sensate esperienze”, an- che
se le poneva in relazione con le “certe dimostrazioni”. Così, prudente- mente
procedendo, ogni teoria della conoscenza, pur restando legata alla dimensione
esperienziale, per così dire, non escludeva né poteva escludere l’elaborazione
successiva di ipotesi con l’ausilio della fantasia, della fede, dell’intuizione
oltre che della facoltà razionale con la quale da sempre la mente umana ha provato
ad elaborare i portati sensoriali, di volta in volta vari e complicati.
Proviamo a valutare, ad esempio, non le nostre idee, o i nostri elaborati
razionali ma alcuni particolari sentimenti o pulsioni come l’amore, l’eroti-
smo, o, addirittura, la poesia con cui ci accostiamo ad una persona o ad uno
scenario naturale quale, che so? la volta celeste di kantiana memoria. Gli eroi
greci per comprendere una verità nascosta, scendevano nell’Ade, entravano nel
regno imperscrutabile delle ombre. Da altra prospettiva, sub specie feminae, da
quel che oggi chiamiamo «pensiero femminile», ci viene incontro, spalancandoci
una diversa rinnovata visuale, un modo solitamen- te desueto di scrutare
l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un continente dissepolto, il nostro Ade,
tutto da esplorare. È così che – s’è detto e sostenuto da parte delle donne –
«le poesie vivono delle voci narranti che, appassiona- tamente, riflettono su
un passato da abbandonare»:8 Quel che sembrava finito Era nascosto entro i
luoghi del cuore... Da tale prospettiva, in conclusione, «per giungere a tanto
bisognava scen- dere all’Ade», come fa il viaggiatore Odisseo: «provare i
dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le esperienze».
S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la possibilità
razionale di elaborare non 7 A. Graf, Il Diavolo, riedizione cit., pp. 52-53. 8
Utilizzo in questo paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e
commenti, il testo originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla
filosofa della mente G. Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.
35 più ciò che è nei sensi ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio
potrebbe fornircelo il Leopardi dell’infinito laddove dalla esperienza
sensibile (la sie- pe, il vento, lo stormir delle foglie) che non si lascia
elaborare razionalmente, sale, quasi spinozianamente, ad un sapere più
complesso: una sorta d’amor dei intellectualis che s’apre al mistero sia della
poesia che dell’amore... ...E come il vento odo stormir tra queste piante, io
quello infinito silenzio e questa voce vo comparando e mi sovviene l’eterno e
le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei.... E, ancora, entrando
nel campo intricato del male di vivere, addirittu- ra nelle patologie del
comportamento, delle ossessioni, delle schizofrenie, laddove ci siamo chiesti,
con l’angoscia nel cuore, se questo è un uomo, pro- viamo a proporre la teoria
e pratica della dimenticanza: l’obliviologia. È cer- to come un lavoro di
scavo; ma non abbiamo da riportare al celeste raggio nessuna sepolta Pompei;
non procediamo, in senso freudiano, a rimestare nella memoria, nel sogno,
recuperando oggetti rimossi, tutt’altro. L’oggetto è diventato uno scheletro
che va dimenticato, ritenuto per non posto: mai esistito. La dimenticanza è
dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a dimenticare le chiavi di casa.
Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e pratica dell’oblio. Corre, in un
certo senso, parallela alla terapia farmacologica del sonno, indotto da dosi
opportune di psicofarmaci. Si tratta di togliere le fissazioni tramite la
dimenticanza: di riportare il conosciuto agli elementi puri ma allo scopo di
favorire un intervento di maggior forza ectoplasmica sugli oggetti e sugli
eventi esterni, e per eliminare il noto processo di invec- chiamento e, infine,
di morte mentale. Scendendo al piano sperimentale, abbiamo cancellato i
sovraccarichi delle impressioni mnemonizzatrici e fatto sparire le figure
retoriche fanta- smatiche, i “mostri” o “giganti” che si fissano e si ripetono
continuamente, oberando la mente affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio
migliore del vivere senza alcun sforzo il presente. Non è la panacea, non si
raggiunge il Nirvana; non si recuperano paradi- si perduti. Si vive
riconquistando un più corretto rapporto col corpo, i sensi, la natura. La
memoria deve servirci, non turbarci. Se è una soffitta ingombra rischia di
confonderci nel suo disordine; dobbiamo far pulizia perché la vita va vissuta
non sopportata E arriviamo infine a una considerazione alquanto complessa ma di
facile comprensione. Quella stessa nostra propensione che chiamiamo fede altro
non è, finanche nella sua forma più umile, che sempre e soltanto costruzio-
36 ne della ragione, in quanto ogni fede presuppone sempre un giudizio
della ragione. Da tale considerazione deriva la plateale conseguenza che la
fede non è altro, alla fin fine, che la nostra visione più o meno razionale
della realtà; pertanto quella fede nel numinoso e nel fantastico che è la fede
re- ligiosa dei fedeli e che alla nostra razionalità più sofisticata ripugna, è
solo un puro e semplice equivoco, imposto dall’educazione, dalle convenzioni e
mai può derivare dalla nostra libera scelta intelligente che in tal modo si
contraddirebbe9. Credere, altro non è che atto razionale; in quanto, rigoro-
samente, non c’è fede senza il sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a
che punto? Il limite è il sano buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma
follia, sempre ed esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di
quanto chiamiamo fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a
soggetto di pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che
chiamano la verità, si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi
strani. Del resto, a ben pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre
pensato al maschile. La storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale,
hanno pensato soltanto al maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il
bello sono stati visti, si al maschile, ma ancora nella implicita
insignificanza oltre che della donna, di altre figure sociali di grande
rilevanza: del bambino, del disadattato o del diseredato o escluso dalla
comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni- versi come continenti
inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a visitarli. Erano emersi,
nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e negli affreschi
allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali, nelle
allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bo- sch o
in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9
Cfr. P. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a
cura di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA
FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso
l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione
definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede
razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è
assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una
forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti
subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è,
sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere
la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale):
la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della
vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è
una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo
e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e
contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, «Il
Cannocchiale», ni, tramandate oralmente
nei miti e nelle leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici,
uscendo di tanto in tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva
segregati....Soltanto oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e
scientifica: scopriamo un nuovo continente speculativo, il pensiero al
femminile come rinnovato modo di guardare la vita, la storia, la natura.
Proviamo a riandare di qualche secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci
si erano accostate per via di quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva
del diverso, ma solo l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto
pensante e determinante trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione
del femminile come quella del diverso, del disadattato alla ricerca della
verità completa veramente il mondo storico della cultura portandolo al suo
stadio più alto, fuori da ogni gilepposo pa- ternalismo o indulgente
concessione caritatevole. Del tutto trascurati o stipati alla rinfusa nella
soffitta anodina della eru- dizione, alcuni sprazzi di consapevole
disponibilità al diverso erano emersi già nel passato, in ambito borghese
progressista, presso spiriti particolar- mente sensibili. Ma restava un fatto
isolato che non ha vissuto significanza o storicità. Sentite questa: siamo nel
1898: E dei disadattati all’ambiente non è giusto parlar con tanto disprezzo.
Ol- trecché esercitano alcune funzioni non esercitate dagli altri, essi sono un
lievito sociale utile e necessario; tengon viva nell’organismo collettivo
un’inquietezza nemica delle stagnazioni prolungate, e non avvien mutazio- ne
alla quale in qualche maniera non cooperino che se i geni fossero pazzi davvero
bisognerebbe riconoscereche i più disadattati fra i disa- dattati, quali son
per l’appunto i pazzi, resero alla misera umanità più di un buon servigio. Da
altra banda è da considerare che un perfetto adattamento all’ambiente farebbe
gli uomini supinamente contenti e tranquilli e porte- rebbe fine al moto della
storia, per la ragione potentissima che chi sta bene non si muove. Lo direi il
vademecum per l’onest’uomo del nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e
questa è la vergogna del nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha
chiesto, solo di recente, con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo,
perdono al mondo islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini,
alle coppie di fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli
scienziati onesti e laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono
quotidianamente offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto
sessuale come “peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti
primari che si assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i
controversisti, figura subito in primo piano quello della lotta ai libri
proibiti, che è come dire a tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an-
cora ad es. emblematico il santo teologo moralista e dottore autorevole della
Chiesa: Alfonso de Liguori. Ne La vera sposa di Gesù Cristo10, a dimostrazio-
ne di quanto possa essere pericolosa la lettura in genere, sconsiglia alle Mo-
nache addirittura lo studio sia della Teologia Morale che di quella Mistica.
Parimenti libri inutili ordinariamente sono, ed alle volte anche nocivi per le
Religiose, i libri di Teologia Morale, poiché ivi facilmente possono inquietarsi
con la coscienza oppure apprendere ciò che lor giova non sapere. An- che nociva
può essere a taluna la lettura dei libri di Teologia Mistica, giacché può
essere che ella si invogli dell’orazion soprannaturale, e così lascerà la via
ordinaria della sua orazione solita, in meditare e fare affetti, e così resterà
digiuna dell’una e dell’altra. Vige, come una sentenza inappellabile, il motto
lapidario di San Paolo: Sapienza carnis inimica est Deo. L’amore del sapere
viene paragonato ad un vizio, alla libidine sessuale: libido sciendi11. Circa i
classici del pensiero che pur contengono delle verità, si domanda con San
Girolamo: «Che bisogno hai di andar cercando un poco d’oro in mezzo a tanto
fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove troverai tutt’o- ro senza
fango?». La lettura è importante, fondamentale anche alla via della salute, ma
ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura de’libri cattivi,
altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore de’libri devoti è
lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo spirito del
Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di nascondere il veleno,
che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di apprendersi ivi il modo di ben
parlare, e la scienza delle cose del mondo per ben governarsi, o almeno di
passare il tempo senza tedio. Con determinate categorie di persone,
l’esclusione si fa radicale. Alle suore scrive così: Ma che danno fanno i
romanzi e le poesie profane, dove non sono parole 10 Cito dall’ed. Remondini,
Bassano, Vedi l’uso di tale espressione nella denuncia controversistica
cattolica (aristotelica) della filosofia cartesiana e moderna nel saggio di chi
scrive, «Libido sciendi». Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra
Sei e Settecento (Dal Magalotti al padre Valsecchi), «Giornale critico della
filosofia italiana», immodeste? Che
danno voi dite? Eccolo: ivi si accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano
specialmente le passioni, e queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o
almeno la rendono così debole, che venendo appresso l’occasione di qualche
affezione non pura verso qualche persona, il Demo- nio trova l’anima già
disposta per farla precipitare12. Contro il risveglio delle passioni e contro
“la concupiscenza dei sensi”, i controversisti scagliano i loro dardi infuocati
e avviano le loro sottili disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato
peccato mortale. Ed è questo un fardello che la chiesa si porta dietro così
come uno ster- corale si rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del
sesso: la cura me- ticolosa con cui si prova da secoli a disciplinarlo,
legittimarlo, canalizzarlo, evirandolo della sua essenza: la ricerca del
piacere e costringendolo alla sola funzione riproduttiva. Ci serviremo non di
un semplice scrittore di opere di pietà ma di un autorevole moralista della
chiesa cattolica, santo per giunta, dottore della chiesa, uomo di grande pietà
e d’erudizione: che Croce defini- va il più santo dei napoletani, il più
napoletano dei santi. Ecco cosa scrive il nostro moralista sul sesto precetto
del Decalogo e in che modo espone le sue precauzioni con cui anticipa una
minuziosa tratta- zione di quanto potremo chiamare la fattispecie del peccato
mortale. Il peccato contro questo precetto è la materia più ordinaria delle
Confessio- ni, ed è quel vizio che riempie d’Anime l’Inferno; onde su questo
precetto parleremo delle cose più minutamente; e le diremo in latino, affinché
non si leggano facilmente da altri che dai confessori, o da quei sacerdoti che
in- tendano abilitarsi a prendere la Confessione; e preghiamo costoro a non
leg- gere né in questo né in altro libro di quella materia (che colla sola
lezione o discorso infetta la mente) se non dopo tutti gli altri trattati e
quando ormai sono prossimi ad amministrare il Sacramento della Penitenza13.
Affronta perciò subito lo scabroso tema della fornicazione, e dei rapporti
carnali con l’altro sesso con minuta casistica sessuofobica: de tactibus, de
muliebre permittente se tangere, an puella oppressa teneatur clamare, an pos-
sit unquam permittere sua violationem, de aspectis, de verbis, de audientibus
verba turpie, ecc. Ma non manca di precisare: Ante omnia advertendum, quod in
materia luxuriae (quidquid alii dicant de levi attrectatione manus foeminae,
vel de in torsione digiti) non datur par- vitas materiae; ita uti omnis
delectaio carnalis, cum plena advertentia, et consensu capta, mortale peccatum
est. 12 La vera Sposa di G.C., A. M. de Liguori, Istruzione e pratica per li
Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napo- li, e sgg., anche per le citaz.
successive. 40 Il pio moralista, scaltrito nella casistica giuridica, sa
che bisogna scende- re nei minimi particolari per trovare la situazione
peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o, addirittura, del tutto inesistente;
perciò distingue gli atti sessuali compiuti nel matrimonio o extra matrimonium.
In situazio- ne extra coniugale, tutti i toccamenti, oscula et amplexus ob
delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi casi dubbi da esplicitare: ne va
di mezzo la salute delle anime, calate in situazioni mondane sempre diverse e
comunque sempre a stretto contatto con le tentazioni della carne. Ad es., la
donna o il fanciullo non peccano se si fanno toccare secondo la consueta
pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona affettuosa disposizione; peccano
invece se non si op- pongono a contatti impudichi, o a baci insistenti
(morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla aggredita allo scopo di usarne
violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a turpitudine? Nel caso non invocasse
aiuto con la dovuta forza e insistenza lo stupro si cambierebbe facilmente in
consenso peccaminoso. Ma la questione resta controversa se debba ritenersi
consenso il non aver gridato o invocato aiuto, secondo un’antica sentenza per
la quale, praesume- batur puella non clamans consentiente. Perviene infine a
definizioni accurate degli atti turpi, differenziando quelli compiuti
naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la definizione di fornicazione e di
concubinaggio, quali peccati mortali: Fornicatio est coitus intersolutos ex
mutuo consensu. Concubinatus autem non est aliud quam continuata fornicatio,
habita uxorio modo in eadem vel alia domo; [e quella di stupro, come:]
defloratio virginis ipsa invita, et ideo praeter fornicationis malitiam habet
etiam injustitiae. Attraverso una minuziosa casistica quasi boccaccesca, buona
– si direb- be - ad arricchire la documentazione erotica di un romanziere
libertino, il moralista passa in rassegna le svariate forme di rapporti
sessuali, da quelle legittime a quelle addirittura più strane e peregrine, come
l’accoppiarsi in luogo sacro, quali una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il
monastero, ecc. Pone addirittura questioni dubbie sulle maniere e le condizioni
in cui tale rap- porto potrebbe verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge
la questio se si tratti o meno di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut
occulta abita in Ecclesia, sit sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre
sentenze differenti: una che ritiene irrilevante la condizione di coniugi,
un’altra la situazione occulta (che l’abbiano fatto di nascosto) e una terza
che ritiene essere sacri- lego l’atto in ogni caso. Addirittura se si tratta di
marito e moglie, secondo alcuni teologi, l’atto consumato in chiesa potrebbe
essere scusato, si ipsi sint in morali necessitate coeundi, puta si ipsi in
pericolo continentitiae, vel si diu in Ecclesia permanere debeant. 41 Il
lettore ne trae l’impressione che l’autore (più che dietro suggerimenti
letterari coevi) vada ad estirpare direttamente dalla vita, dalle lussuriose
esperienze dei peccatori, dalle situazione più impensabili, apprese nelle lun-
ghe ore passate al confessionale ad ascoltare ed a sollecitare le confessioni
più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi che la secolare ricerca del
piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo, dalle più rozze e volgari
maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti di amare e trarre
godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e praticando in forme
sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui dovrebbe- ro dirla i
linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di neologismi non presenti nei
classici. Parlando della sodomia distingue quella propriamente detta da quella
impropria ed eterosessuale coitum viri in vase praepostero mulieris esse
sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta. Si quis autem se pollueret
inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata diversa committeret, unum
fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An pollutio in ore fit diverse
speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum irrumantionem, dicentes quod
sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali, speciem mutat. Sed
probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris est sodomia; si in
ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum contra naturam ut
mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum femina morta, che
non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma nella polluzione
e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla sessuofobia
all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi. L’Eros
redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici: il Cinquecento e il
Settecento. Dall’Italia delle corti signorili alla Francia della grande
rivoluzione. Due secoli in cui l’eros vive una sua storia illustre, tra
cortigiane raffinate poetesse e abati filosofi e libertini. A dirla franca alla
sua maniera sull’eros e a dargli veste poetica disinibita, ci pensa subito
Pietro Aretino: ma sempre da una angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi
la dignità della partner che qui giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del
rapporto amoroso, in cui l’atto sessuale si trasforma in una sticomitia
drammatica non priva di poetica oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle
cortigiane, come la soave Franco che riceve sotto le sue lenzuola di tela
d’Olanda finanche Enrico III di Valois, la donna trova finalmente il suo primo
vero riscatto sul maschio, con un suo modo raffinato (di alto erotismo) di
42 pilotare la barca dell’Amorosa Dea; ad esse, tra principi, sovrani,
alti prela- ti, pontefici gaudenti, spetta il compito di riscattare dall’eterna
dannazione l’Eros e fargli recuperare il valore perduto col trionfo del
Cristianesimo. Un recupero, tutto al femminile, del paradiso perduto. Così
canta il suo ufficio amoroso, guidato da Apollo, la dolce Veronica. Febo che
serve a l’ amorosa Dea E in dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che
l’esser Dio il bea, A rilevar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui
Venere adopra Mentre in soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a
questi so dar opra, Si ben nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va
d’assai spazio di sopra E il mio cantar e ‘l mio scrivere in carte S’oblia in
chi mi prova in quella guisa Ch’a suoi seguaci Venere comparte. Nel Settecento,
cui ora vogliam far cenno, sia pur per sommi capi, le cose stavano in modo ben
differente da come ce le hanno rappresentate quando a scuola ci hanno spiegato
quel periodo. I libri del Marchese de Sade rap- presentano, ad es., una nuova
filosofia morale e non sono la pura e semplice invenzione di tecniche erotiche
pervertite, come comunemente si crede. I recenti studi hanno sfatato quella
immagine del divin marchese. “La filo- sofia deve dire tutto”, egli ha
affermato: tutto senza ipocrisie e fingimenti. Egli non fu né il primo né il
solo a sostenere i diritti della carne, che grida la sua legittima
soddisfazione contro le assurde costrizioni della cosiddetta civiltà. Il
celeberrimo sadismo: ricerca del piacere attraverso il godimento per la sofferenza
del partner, ha ben altre origini che le sole discendenze da Sade. Bisognerebbe
intanto rifarsi alle meticolese ricerche di Skipp, di Leeds, che ha schedato
tutti i testi erotici inglesi scoprendovi come l’uso educativo della frusta e
le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi, era praticato dai gesuiti in chiave
educativa e correttiva, ma finiva per confinare molto spesso con l’erotismo
portando addirittura all’orgasmo vero e proprio. Nacque un termine:
“orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare” (Cfr. Rodez, Memorie storiche
sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la pratica, anche l’elogio
cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma anche di Scolopi e
Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della sua frequente
pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus salus mea
fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto che la
proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico dell’epoca anche
tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così generalizzata. Soprattutto
le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo dell’erotico bidet (che ha
la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei fianchi femminili) che
permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle parti del corpo che ne
avevano più bisogno. A tal proposito restano molto istruttive le pagine dei
romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif de La Breton con il suo
Anti Justine dove si nota l’uso frequente e generalizzato di tale strumento da
toilette, prima e dopo gli incontri amorosi.. Perciò, una volta sfatata
l’immagine stereotipata del Settecento illumi- nistico, astrattamente
razionalista, irreligioso e dai costumi depravati, pro- viamo a riguardare
sotto diversa luce e angolatura, libere da pregiudizi e remore moralistiche e
confessionali, la letteratura erotica e d’amore di quel secolo che, oltre
tutto, fu di Mozart, di Kant, di Bach, oltre che di Voltaire, di Rousseau e di
Goethe e ci lasciò in eredità non soltanto la grande rivoluzione dell’89 ma
anche quella che fu la più colossale e universale summa di sapere moderno:
l’Enciclopedia, ovverosia dizionario ragionato di tutte le scienze, le arti e i
mestieri contro la quale pullularono subito una serie di Anti-Enciclo- pedie
anche da noi in Italia per porre un argine all’avanzata di quelle idee di
libertà e di progresso civile. Il ricordare LEOPARDI è qui d’obbligo: Così ti
spiacque il vero, dell’aspra sorte e del depresso loco che natura ci diè, per
questo il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe palese... Insomma
lo zelo sessuofobico, la guerra dichiarata all’istinto sessuale porta il
sacerdote, il ministro del culto cattolico, il confessore a scendere nei
particolari della vita sessuale singola e della coppia, sia entro che fuori del
matrimonio: a scoprire i più segreti momenti dell’intimità delle coppie fino a
scrutare e distinguere, entro le fantasie erotiche più raffinate, i comporta-
menti più o meno peccaminosi, cioè conformi a canoni tutti da verificare di
volta in volta (casistica). Una sorta di filo invisibile lega pertanto il pio
cen- sore al libertino e al peccatore o la peccatrice (lo denuncia la stessa
corrente espressione possessiva: il” mio” confessore!) tanto da diventare
complemen- tari, avvincersi in un legame indissolubile fino a non poter più
fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame tra religiosità e libertinismo,
così come tra l’erotismo e la religione cattolica in particolare, si fa sempre
più stretto fino a dipendere l’uno dall’altro: come, in regime capitalistico,
domanda e offerta. Il cattoli- 14 Cfr., infine, “L’Asino” di Podrecca a
Galantara e le critiche positivistiche e anticlericali alla morale alfonsiana,
Feltrinelli, Milano] cesimo deve disciplinare a suo modo il sesso e, in genere,
tutta l’attività e la fantasia umane; l’eros deve trovare entro una nuova
coscienza storica la sua rinnovata voluttà. Ecco allora il piacere stesso
trovar vie differenti rispetto al piacere degli antichi, allor quando quella
ricerca non veniva combattuta, non era un tabù, anzi era apprezzata come uno
dei più ambiti doni della na- tura. Vengono a far parte del piacere anche i
marchingegni e i sotterfugi per eludere le prescrizioni correnti e i limiti che
le norme religiose impongono dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di
ispirazione cattolica o meno - diventano materia di raffinato erotismo.
L’esecrabile peccato della lussu- ria, prodotto tipico del Cristianesimo,
diventa perciò stesso fonte di piacere (la Jouissance illuministica), proprio
perché vietato e esecrato: soprattutto quando l’atto viene compiuto di
nascosto, cogliendo quello che è diventato, dopo la mitica cacciata dal
Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen- to raggiunto di soppiatto e
contro la legge o la morale corrente perciò più seducente e ricercato per la
sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di esempi e finisce per
produrre un genere di scrittura narrativa particolare che chiamiamo “erotica” o
“pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una mano sola», un genere
che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della dannazione dell’eros e
del piacere e che va dai canti carnascialeschi al Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO,
ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano, al grandissimo BELLI, romanesco, al
dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a Catania, per arrivare alla letteratura
erotica del romanzo libertino francese in cui confluiscono le innumerevoli
forme e modi di estraniazione, di sogno, di fuga dalla realtà che delineano
l’universo fantastico che sarà la base della letteratura romantica europea e
soprattutto del romanzo e della grande narrativa ottocentesca e contemporanea,
da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo russo al nostro MANZONI, a
Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri giorni. In conclusio-ne, ma
in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere avesse davvero visto giusto il
grande saggio napoletano CROCE quando affermò che non possiamo non dirci cristiani.
Se persino l’erotismo è stato, malgré lui, influenzato e raffinato dal
cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in Francia dove nasce la
letteratura libertina e la illuminata filosofia del piacere: dal materialista
La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15 Emblematico, per quanto qui si
va rilevando, il romanzo libertino, non ancora tradot- to, D.A.F. de SADE,
Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr., la Mostra: BNF, L’Enfer
de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2 Ricco di titoli, è venuto
alla luce un significativo numero di opere e autori soltanto ad opera di specialisti che li vanno pubblicando
e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie e Diderot,
curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini, Manifesto libri,
Roma. Girolamo de Liguori. Liguori. Keyword: “Associazione Filosofica Ligure” –
Keywords: implicature critica, ‘… is the true abyss of human reason” – “il
baratro della ragione conversazionale” – l’anima distilata – il lambicco
dell’anima”, redenzione dell’eros, la lussuria, la degenerazione, la
metamorfosi dei linguaggi – The Swimming-Pool Library.
Grice e
Lilla: l’implicatura conversazionale di Vico – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Francavilla
Fontana). Filosofo italiano. Grice: “I like Lilla; for one, he ‘revindicated,’
as he puts it, the philosophy of Vico, which, in Italy, is like at Oxford
‘revinidcare’ Locke!” Formatosi nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle idee
cattolico liberali divulgate dai filosofi della prima metà dell'Ottocento:
Gioberti, Minghetti, Balbo e Rosmini al quale dedicherà molteplici studi
subendone una marcata influenza. Lascia Francavilla per l'ostentata contrarietà
di tutto il clero alle sue idee patriottiche
d'ispirazione giobertiana, manifestate apertamente nel "Programma
d'insegnamento filosofico" pubblicato sul giornale il "Cittadino
leccese", decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di confrontarsi con
le idee di Sanctis, Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si laurea e insegna a
Napoli. Durante questi anni videro la luce "La provvidenza e la libertà
considerate nella civiltà", "Dio e il mondo", e "La
personalità originaria e la personalità derivata" (Nappoli, Rocco), nei
quali getta le premesse degli studi filosofici e giuridici in cui si cimenterà
per tutta la vita: la storia della filosofia, la filosofia teoretica e la
filosofia del diritto; sviluppando altresì e precorrendo una moderna concezione
del rapporto tra "diritti umani e progresso scientifico" sin da “La
scienza e la vita” (Torino, Borgarelli) -- titolo paradigmatico del suo saggio
– cf. Grice, “Philosophical biology,” “Philosophy of Life” Insegna a Messina.
Furono quelli gli anni più fecondi della produzione scientifica volta a
perfezionare la sua concezione dello Stato, approfondire le fonti rosminiane,
confrontarsi con le teorie evoluzionistiche di Spencer e contemporaneamente
intrattenere contatti epistolari con alcuni fra i maggiori filosofi, giuristi,
patrioti e storici dell'epoca quali:
Jhering, Bluntschli, Roy, Tommaseo, Capponi e molti altri. Saggi: “Kant
e Rosmini” (Borgarelli, Torino); “Aquino” (Torino, Borgarelli); “Filosofia del
diritto,”“Critica della dottrina utilitarista liberale empirica etico-giuridica
di Mill”“Le supreme dottrine filosofiche e giuridiche di Vico ri-vendicate” --
“La pretesa persona giuridica e le funzioni personali degl’enti morali” (L.
Gargiulo); “Della Riforma civile di Spedalieri” (Messina, Amico); “Le fonti del
sistema filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F. Cogliati); “Due meravigliose
scoperte di Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e l'unità della storia dei
sistemi ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale Maria Di Francia e la sua
Pia Opera di beneficenza, Messina, San Giuseppe, Manuale di filosofia del
diritto, Milano, Società editrice , Pagine estratte. Martucci, Il concetto
dello stato Antonio Tarantino, Diritti
umani e progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia del diritto” (Randi);
“Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia della giustizia sociale,
Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice” in “The H. P. Grice
Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della "Cittadinanza
onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino, Diritti umani e
progresso scientifico: emeroteca.provincia.brindisi. Martucci,Il concetto dello
stato, su emeroteca.provincia.brindisi.
Treccani, su treccani. Lettere a Jhering. non accordabile col supremo
principio della Scienza Nuova Ilmiolavoro Vico rivendicato» meritòl'onoredi
essere preso in considerazione dai due più competenti degli stu dii vichiani,
ed al giudizio dei competenti bisogna dare gran peso, perchè effetto di
conoscenza bene approfondita sopra un determinato autore, specialmente se si
mira ricostruire la mente di Vico. Questi scrittori sono Ferri e Fornari i
quali si trovarono in pienissimo accordo, tanto da far supporro che fosse
effetto di un concetto prestabilito. L'accordo fu pie nissimo nella prima parte
del lavoro di carattere puramente critico e riconobbero che la rivendicazione
delle dottrine filoso fiche e giuridiche da tutte le fallaci interpetrazioni
fatte in Europa Rivista Italiana di Filosofia. Quando gli opuscoli hanno un
valore così notevole come quello qui sopra indicato del prof. Lilla , è giusto
segnalarli all'attenzione degli studiosi piuttosto che i volumi di gran molo o
di poca sostanza. Questo lavoro dice molto in poche pagine e il suo intento è
questo: rivedere i giu dizi che sulle dottrine del Vico sono stati portati in
Italia , in Germania e in Francia particolarmente, ricostruire dietro indagino
esatta il concetto di questa dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il
Vico non è sem plicemente un ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio
del Gioberti, nè un razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come
sembra a Spaventa, nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi
apprezzamenti risultarono dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche
parte dei pensieri filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in
ordine sistematico , e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza
raccoglie e combina riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della
scienza nuova sparse nei moltiplici suoi scritti. » era esauriente
e condotta con criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di Vico
fu riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo
desiderio di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli
cazioni. Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di
lena, mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la
mente dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche
attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche
dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di
Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu
appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più
grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale
rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè
perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado
riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di
architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova
evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova
. » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava
a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica
presenta apparenze di verità tanto che il Vico stesso no rimase
impressionato,ma raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro
vero significato. La grand o idealità diquestamassima «la storia ideale eterna delle
nazioni» « Il Lilla ha liberato la dottrina del Vico da tutte le fallaci inter
petrazioni. La sua dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga
mente svolta. » Nel volume delle Onoranze; è una vera esagerazione , e chi si
addentra nella parte riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa
ascrivere ad essa une perfetta interpetrazione astratta e specialmente
raffrottandola colla psicologia sociale che sta a base del processo del
filosofo napoletano. Bisogna por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre
l'umanità nella sua storica evoluzione; età del senso, della fantasia, e della
ragiono. E molto più alla dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al
loro periodo d'infanzia, di giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire
l'assoluto idealismo del Vico ilquale è puramente immaginario. Tutta la seconda
Scienza nuova è derivata dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti,
i costumi, le religioni, le costituzioni p o litiche degli stati sono emanazionidiquesto
principio.Nelprimo stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un
diritto divino, tuttoprocededagliDei;ilGoverno teocraticorappresen ato dagli
oracoli, la lingua divina per atti muti di religiose cerimonie. In Giove e
Giunone si personifica ciò che si riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza
è scienza d'intendere i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è
che nei templi divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è
divino,ogni pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha
giudici gli Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie
: tali categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un
altare. Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o
dei nati sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille,
il governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle
armi gentilizie o stemmi.I ca ratteri eroici come Achille ed Ulisse, che
personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica,
che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di
stato conosciuta dai pochi provetti del governo , il giudizio eroico che
consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo
dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui
corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che
riconosce per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume
officiale, indi il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano
dettato dalla ragione, la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che il Vico
impressionato dalle obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo
princi pio della Scienza Nuova , cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni
con questo frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della
Scienza nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva,
non si poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di umana , il
parlare articolato , i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai
generi fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La
giurisprudenza umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità
umuna che nasce dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed
intelligibili cose , la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le
uguali utilità. Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore
della buona fode che ai fatti applica benignamente le leggi temperandone
ilrigore.E questi fatti hanno ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta
le qualità civili nelle repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è
uguale in tutti gli uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii,
chesono:iltimore, l'amore , il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e
dal l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità
dell'anima.In questiconcetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova.
Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione
più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon
portiadelleideeesclusiveenonsoffochilalibertàdeinostri giudizi verso lo scopo
ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più perfetta
dell'uomo , ci rivela la sua imperfezione , in questo modo
èriconosciutalanecessitàdell'Ideale,perchè fossecriticatoemiglio rato il
presente. puri concetti metafisici,
poichè il processo inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e
dava origine ad un temperato e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva
disgiungere la scienza dalla vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita
era una vana supellettile intellettuale , un giuoco dialettico del pensiero e
non punto proficua al beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di
perfettibilità , supe riore , ma non indipendente dalla vita , verità questa
intuita dall'antesignano della scuola storica tedesca,da Savignys,ilquale era
ammiratore passionato delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la
più alta manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di
senno confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le
istituzioni romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza.
Vico gittò le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel
processostorico– filosofico.E dàbiasimoaldivorziofraquesti due processi
metodici, in questa memoranda sentenza « Pecca rono per metà i filosofi perchè
non accertarono le loro idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i
filologi perchè non inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei
filosofi». La storia ci rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti
politici, sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e
addita le perfezioni ideali, cui si possono inalzare;veritáquestaintuitada Bacone
daVerulamin «I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi, ma
impossi bile ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri nelle
catene. Alla mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare questo
supremo principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento
inedito. « Tutla quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe
culativa intorno alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso
mancare di soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le
nazioni, le quali vanno a cadere o non ruinino affatto , o non s'affrettino
alla loro ruina ed in conseguenza mancare nella pratica , qual dev'essere di
tutte le scienze, che si ravvalgono d'intorno a materie , le quali dipendano
dall'umano arbitrio , che tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei
grandi vi sono delle oscil lazioni sulle loro concezioni. Il Vico nel fram .
citato, dice che la scienza pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i
filosofi civili e i reggitori degli stati possono creare costituzioni politiche
e leggi, e richiamare le nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero:
le nazioni e tutto il mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a
categorie logiche, non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità,
e quindi la scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella
sua orbita le leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente
dalla necessità logica, può essere (1) Qui do legibus scripserunt, omnes vel
tanquam PHILOSOPHI, vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt.
Atque Philosophi pro. ponunt multa dictu pulcra , sed ab uso remoto.
Jureconsulti autem ,suae quisque patria legum , vel etiam Romanorum , aut
Pontificiarum placctis abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam
evincolis sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo
regolato o disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine
puramente scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO
incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia
eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo
originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche
possonoregolarelavita.Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale
sono modellate le storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i
suoi fattori , procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del Filosofo
Napoletano racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni,
modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più
grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti
illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione
alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o
meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni
pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta
stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un
pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico.
Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei
fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la
fonte di questa dottrina. Secondo la mente del Vico non si potrà revocare in
dubbio l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal
diritto, comune a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale , la
quale ci attesta la natura comune sociale dei popoli. Questo argomento
comparativo trova la sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto
comune, patrimonio di tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o
comunicato da p o polo a popolo, perchè fra loro non vi era, nè era
possibile nes suna comunanza di relazione.(1)Ponendo mente all'esistenza di un
diritto naturale identico a tutti, o perciò universale e necessario, non si può
negare un sicuro fondamento all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale
corrono di tempo in tempo le storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come
uno è il tipo umano. Nella varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che
non va ria nè si trasforma. Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale
delle nazioni , la quale è fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla
medesimezza del costume, sigenera ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno
di una storia eterna delle na zioni Concetto ardito e profondo, poichè in tanto
è possibile una storia eterna ed ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di
ritto e nel costume. I grandi genii hanno il presentimento di certe verità che
poscia approfondite dalle venture generazioni acquistano piena coscienza.
Questa divinazione del VICO oggi è rifermata dalla analisi comparativa degli
istituti giuridici e politici , e questa scienza divinata dal Vico è una delle
più belle glorie dei nostri tempi, a cui un forte ingegno siciliano addisse il
suo ingegno e ne abbozzò il primo disegno. E qui si adombrano le prime lince di
un metodo armonico fra il vero e il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La
Storia dei costumi deve emanare da due cause coefficienti:dall'ordine reale e
dell'ordine ideale,e così si avvera ilgran principio del Vico che « verum et
factum recipro cantur » Ma l'ordine ideale per non essere una chimera deve Ideo
uniformi nate appo interi popoli fra essi loro non conosciuti, debbono avere un
motivo comune di vero. Scienza nuova, Dignitá. avere un'origine per quanto
rimota,ma sempre realistica, non è fantasmagorico, ma ricavato,o meglio
osservato nell'elemento comune che presenta il costume dei popoli,e perciò non
è in fecondo e sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo brano è tolto dal capitolo
Incoerenze di Giambattista Vico del mio lavoro inedito: La mente del VICO
rivendicata, illustrata e integrata. A riassumere la dottrina giuridica
di Vico è indispensabile determinare i principi fondamentali dell»
scuola storico-filosofica da Ini splendidamente rappresentata.
La Scienza Nuova è lu riprova più sicura della «lenominazione
apposta ; iu quel lavoro di architettura gigante si vede adombrato il disegno
del¬ l’armonia fra i principii razionali e il fatto storico.
La psicologia sociale è il substratum delle leggi, delle religioni,
delle lingue e di tutti gli altri elementi della civiltà. In quella filosofia
della storia contenuta in germe LA FILOSOFIA DEL DIRITTO POSITIVO, perchè
le costituzioni civili, sociali e politiche sono conseguenza necessaria
della vita, della cultura e dei costumi delle varie nazioni.
Egli divide in tre grandi periodi la storia civile delle nazioni,
cioè l’età del senso, della fantasia e della ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito,
dalla religione alla lingua, da questa alla giurisprudenza c infine
alla politica rispecchiano fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre
grandi avvenimenti '‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et
prtnùfno et fine uno le ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono accompagnate
dall’indagine storica e innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da
cui poi si eleva ai supremi principii giuridici. Questo sapiente
indirizzo trova la ragion di essere in quel supremo pronunziato del De
antiquissima Italorum sapiential, che « verum et factum reeiprocantur. Il fatto
adunque deve procedere di conserva col vero, altrimenti si cade o nel
forma¬ lismo astratto o nell’imperiamo gretto. E con questo criterio
VICO dà biasimo ai FILOSOFI ed ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché
non accertarono le loro idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta
i filologi perchè non avverarono le loro idee con l’autorità dei
filosofi. Il vero e il fatto sono due termini convertibili, e,
perchè convertibili, l’indagine storica trova la sua vera integrazione
nei principii di ragione, e questi hanno il loro fondamento nell’ordine
dei fatti bene accertati. Storia e Ragione sono adunque i due
fattori del diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal
vero, si avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta,
o fallace. Il diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale a
dire un principio ideale e storico, o meglio un principio ideale che si
attua nella storia; e tanto è vero ciò che mette radice nell’ordine
eterno dell’eterna ragione o dell’eterna volontà in quanto prescrive alia
volontà umana l’equo bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da
due cause coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la
forma e l’altra la materia. Utilità» fiiit occasio iuris, honestas causa.
Tutto ciò risponde esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la
plebe, insorgendo contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure
era mossa dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e
civile delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i
quali contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen
liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates
diligit et exquat, quao nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile
non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma pnò divenire l’uno o l’altro
quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto
ha l’anima e il corpo, la materia e la forma, ed lia un contenuto etico,
che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del
diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I
punti salienti nei quali si rias mine la teorica del Vico sono i seguenti
: l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero
col fatto; insidenza del diritto nel bene, incarnata nella formula
dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità
in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia; e la ragione
forma del diritto.Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico, Vico
ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la semiotica
di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Limone: l’implicatura
conversazionale della simbolica del potere – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Atella di Napoli). Filosofo
italiano. Grice: “I like Limone; like me, he has explored the idea of value in
terms of catastrophe – I didn’t. He has explored the poetics of philosophy –
and he has investigated on a concept that Strawson and I always found
fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo umano, la persona?” “Tutto.”
“Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e
memoria, Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del
personalismo comunitario. Si laurea a Napoli e il Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry,
sede dell'Association des amis d'Emmanuel Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi,
cui appartenevano Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi
interessi di ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici,
filosofico-pratici e simbolici. Al centro della sua attenzione teoretica è “la
persona”. Fondato la rivista "Persona” e "Symbolicum" sulla
simbolica. Sonda in profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né
la semplice nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità
seriale. Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta
come la vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è
l’idea di un quid ma di un “quis” perché la persona è un “chi” non un “che” –
That’s why it’s very wrong to call “the chair is red” as third-person seeing
that the chair is hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere
separata dalla concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità.
In quanto idea di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del
teorema d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea
all’interno di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua
idea; -è prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un
tutto che solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un
tutto, in quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione
istituente una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea
di qualcosa che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è
l’idea di un appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della
persona richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale
arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga
ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico
e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce
la visione del gius-personalismo. Opere: “Tempo della persona e sapienza del
possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e
sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del
personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi,
Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità
della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in
La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il
gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del
diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della
scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli,
Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere
e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice, “Personal
identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto alla
filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento
(Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua
(Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine
millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo
sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria).
Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila:
distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato
(Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV.
Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto
farina. Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo, la dimensione
del simbolo, ventennio, fascismo, simbolica
del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la composita, la simbolica,
simbolo, composito. Strawson, “The concept of a person” – Ayer: “The concept of
a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limone: la composita” --. Luigi Speranza, “Grice e Limone: umano e
persona” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Lisi: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. He was
a Pythagorean. When the Pythagoreans were being persecuted in Italy, L. escaped
and made his way to Teba. There he became the tutor of Epaminonda, the city’s
military leader. He wrote a letter to Ipparco. Lisi
Grice
e Lisiade: all’isola – la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Filosofo
italiano. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Grice
e Lisibio: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A
Pythagorean according to Giamblico di Calcide.
Grice
e Lisimaco: il portico romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Lisimaco belonged to The
Porch. He was the tutor of Amelio Gentiliano. Since Amelio came from Firenze,
that may be taken as having been the home of Lisimaco as well.
Grice
e Livio: la storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova) Filosofo italiano. Tito Livio. Although famous as
one of the great Roman historians, he was also a philosopher, who popularized
te form of the ‘dialogo filosofico.’ Pre-testo.
Grice e Lodovici: l’implicatura
conversazionale della virtù – verso la meta – la meta è l’origine -- filosofia
siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Messina). Filosofo italiano. – Grice: “I like Emanuele Samek
Lodovici – very Italian – his metamorfosi della gnosi is good!” -- samek
lodovici -- one of the two. Il suo pensiero d'impronta
metafisica si oppone al materialismo e al riduzionismo. Esperto della filosofia
di Plotino, Sant'Agostino e Marx, si occupa dello gnosticismo che a suo parere
si trova ripresentato in diverse filosofie e ideologie dell'età moderna e
contemporanea. Figlio del bibliotecario e bibliografo Sergio Samek
Lodovici, nativo di Carrara, che lo chiamò come suo fratello maggiore, noto
medico e politico. Rimase in Sicilia per breve tempo per poi vivere sempre a Milano.
Scampò a soli cinque anni alla tragedia di Albenga, quando dopo il naufragio di
un'imbarcazione carica di bambini era stato inserito nel gruppo delle piccole
salme, ma il tempestivo intervento di un medico lo salvò. Di formazione e
cultura cattoliche, studia a Milano dove si laurea con «Filosofia classica e
spiritualità cristiana nel Commento di Sant'Agostino al Vangelo di San
Giovanni». Insegna aTorino. Pubblicò due monografie, una su Agostino (con il
contributo del C.N.R.), e l'altra sulla gnosi moderna, che gli valsero la
cattedra di Filosofia a Trieste. In una
lettera Noce si riferiva così. Nella prima delle sue due opere fondamentali,
Dio e mondo, inizia considerando la grave accusa rivolta da Heidegger alla
metafisica, ovvero di non aver compreso che cos'è l'«essere» e di aver
reificato Dio, di averlo cioè reso una «cosa». Questa critica può essere
legittima ma non nei riguardi della metafisica neoplatonica nella forma in cui
è stata mediata da Agostino. Individua il fulcro di tale metafisica nella
dottrina della «partecipazione» delle idee col mondo, in forza della quale il
rapporto di Dio col mondo è una relazione sostanziale e non oggettualità.
In Metamorfosi della gnosi, delinea una fenomenologia della cultura come
influenzata da una mentalità inconsciamente gnostica. Tale mentalità ha assunto
in sé le tesi dello gnosticismo antico, ovvero la sostanziale negatività del
mondo, la possibilità di redenzione dalla oscurità del mondo attraverso un
sapere salvifico (gnosi) e la possibilità di un redenzione del mondo
realizzata, senza bisogno della grazia divina, dalla sola azione dell'uomo
tramite la politica e/o la scienza. Così nel pensiero gnostico la
finitezza e la creaturalità vengono disprezzate e rifiutate, con l'ambizione di
creare l'Uomo Nuovo e la Gerusalemme terrena. Insomma, sintesi del pensiero
gnostico è quella formulazione che trova il proprio culmine nel «rifiuto di non
poter essere Dio»; in tal modo nella visione gnostica non è più Dio, ma l'uomo
gnostico a identificarsi con l'infinito, sgravato com'è da qualsiasi
limite. Da ciò appaiono evidenti gli obiettivi polemici e critici di ogni
metamorfosi dello gnosticismo rappresentato nelle forme del riduzionismo
antireligioso, del prometeismo marxista, della filosofia
radical-relativista diffusa attraverso i media, della corruzione della memoria
storica attuata anche attraverso la corruzione del linguaggio ed infine nella
strategia della distruzione della famiglia, che è stata potentemente colpita in
particolare con la rivoluzione sessuale e con alcuni tipi di femminismo.
Per quanto riguarda la sua pars construens, Safferma che proprio a partire
dalla post-marxistica crisi del pensiero secolarista gnostico si deve delineare
la necessità di ritornare alla tradizione metafisica, da lui indicata sulla
linea di Platone, Plotino e soprattutto Agostino. In sintonia con l'ermeneutica contemporanea, e
pur evitandone le derive nichilistiche, riconosce la struttura storicamente
condizionante del linguaggio nei confronti dell'esistenza e della conoscenza,
secondo una sua favorita formula per cui «chi non ha le parole non ha le cose»,
e d'altra parte il filosofo riconosce anche la funzione inversa del linguaggio
per cui, oltre che elemento condizionante, esso è anche il mezzo con cui l'uomo
storico può trascendere i vincoli della storia e del linguaggio stesso (i
baconiani «idola fori» e «idola theatri») ed esprimere le verità eterne. Rievoca
la valenza dell'autocoscienza della ragione e delle sue vastissime
potenzialità, sia in bene che in male, e a partire da queste, ne ricorda i
limiti, i fallimenti storici e le costitutive incapacità che emergono
specialmente nel momento in cui essa viene elevata ad una illuministica
idolatria, concretizzandosi nella moderna vita di massa che «ha affermato la libertà politica da ogni
autorità spirituale, finendo per favorire il potere dell’uomo sull’uomo; ha
affermato la libertà dell’amore dalla morale per vanificarlo nel sesso; ha
affermato di lottare contro ogni religione in quanto superstizione, solo per
prepararne una più esiziale, quella della scienza e del successo.»
Piuttosto, una ragione accorta deve, restando autonoma, interagire con la
religione, per corroborarla e giustificarla razionalmente o per cercarvi le
risposte prime ed ultime. Tipica poi del suo pensiero è la «cultura del ricordo», intesa come
cultura non di una memoria archeologica bensì di una memoria che guardando ai
fallimenti del passato possa liberare il presente dalle menzogne ideologiche e
dai progetti utopistici che, ripetendosi nella storia, hanno generato i
totalitarismi del XX secolo, e che oggi producono la dittatura del relativismo
e del nichilismo. Così la memoria assume una funzione spirituale nel senso che «mi rende migliore di quello che sono». La
riflessione è dunque nel complesso di carattere etico-sapienzale, consapevole
che in ogni agire umano si esplica la ricerca della felicità, una ricerca che,
per essere efficace e compiuta, deve però essere immune da qualsiasi utopismo
onirico: è alla luce di questa precisazione che può affermare che «non vi è
nessuna felicità senza virtù, in altre parole non vi è nessuna felicità senza
quell'unica attività che è in grado di rendere l'uomo pienamente umano», perciò
«non si può pretendere che l'acquisto della felicità non passi attraverso lo
sforzo, la lotta, e in ultima analisi la sofferenza», ed è in tal modo che
trovano un senso il limite umano e la sofferenza. Non sfugge al filosofo la
coscienza della precarietà della felicità umana, però questa «ben lungi dallo
spingerci alla tristezza per l'insaziabilità dell'uomo, va tuttavia vistaottimisticamente,
come l'indizio che è un'altra la felicità conforme al livello spirituale degli
esseri umani», perché «ultima hominis felicitas non est in hac vita. Saggi: “
Plotino nel In Johannis Evangelium di Agostino, in Contributi dell'Istituto di filosofia, Vita e
Pensiero, La Lettera ai Galati” in Marcione e Tertulliano, in «Aevum», Milano, Agostino,
in Questioni di storiografia filosofica,
La Scuola, Brescia); Sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti, Vita e
Pensiero, Marxismo o Cristianesimo, Ares, Sesso, matrimonio e concupiscenza in,
Etica sessuale (Milano); Tra cosmologia e metafisica. Note sul concetto di
cosmo, in “Il demoniaco nella musica, Giappichelli, La felicità e la crisi della cultura radicale
ed illuministica, in La crisi della
coscienza politica e il pensiero personalista, Libreria Gregoniana, “Dio e
mondo: relazione, causa e spazio” (EStudium); “Metamorfosi della gnosi” Ares, Dominio dell'istante, dominio della morte.
Alla ricerca di uno schema gnostico, in «Archivio di Filosofia», Istituto di
studi filosofici, Roma, “La gnosi e la genesi delle forme, in «Rivista di
Biologia», Il gusto del sapere, Universitas); “L'arte di non disperare. Il
gusto del sapere Estratti di L'arte di
non disperare M. Picker, Il mio professore di filosofia, Studi
Cattolici, Alabiso, La critica dell'attacco macro-strutturale al cristianesimo,
Catania. Giacomo L., Profili. L., Studi Cattolici, Sciffo, Le maschere della
gnosi, «Avvenire», Barbiellini Amidei, Il filosofo che insegna l'arte della speranza.,
in «Corriere della Sera», filosofo che insegna arte_della_co shtml G. Feyles,
La battaglia di Samek, in «Tempi», tempi la-battaglia-di-samek Fumagalli, L. e
Noce: Gnosi e secolarizzazione, Santa Croce, Roma //sergiofumagalli/files/ tesi.pdf
Taddeo, Verità e diritto, Trento G. Segre,
una vita per la Verità, «la Bussola Quotidiana» /la nuova bussola quotidiana.com/it/archivio
Storico Articolo-emanuele-samek- lodoviciuna vita-per-la-verit- A. Galli, Il
ritorno della gnosi, in «Avvenire», Anna, L'origine e la meta. Ares, Milano. Gnosticismo Cattolicesimo, Noce, Voegelin, Mathieu
su Santi, beati e testimoni, santiebeati. Il gusto del sapere Universitas, Documentazione
interdisciplinare di scienza e fede, Gnosi moderna e secolarizzazione
nell'analisi” Fumagalli, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, “la
gnosi come vero avversario della verità di Restelli, sito "Cultura Cattolica.
Emanuele Samek Lodovici. Lodivici. Keywords. la virtù, l’amore sessuuale, il sessuale – la
sessualita, il maschile, il machio, il sesso maschile, il vir, virile,
virilita. Refs.: Luigi Speranza, “ Grice e Lodovici” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e
Lodovici: l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma)
“Giacomo samek lodovici is the author of a fascinating essay on philosophical
psychology. Figlio di Emanuele Samek Ludovici. Giacomo Samek Lodovici. Lodovici.
Grice e
Lombardi: l’implicatura conversazionale -- la filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Filosofo italiano.
Grice: “I like Lombardi; he took seriously my idea of Philosophy’s
Longitudinal Uniity, and like Passmore or Warnock, engaged iin a study of the
‘last hundred years of Italian philosophy. This shows that his interests on
Kant, etc., are Italian-based, mainly!” Il padre Giovanni fu avvocato e docente
di diritto e procedura penale a Napoli, già allievo prediletto di Bovio,
deputato prima e dopo il fascismo, autore di scritti vari di sociologia. La
madre Rosa Pignatari fu nipote di Ciccotti, nella cui casa era cresciuta.
Tradusse alcuni degli scritti di Marx nelle Opere edite dal Ciccotti e la
Storia del movimento operaio di Edouard Dolleans. Laureato e libero docente in filosofia lavora
in filosofia. Pubblica “Il mondo degli uomini” (Firenze, Le Monnier) Insegna a
Roma. Presidente della Società Filosofica Italiana e (sin dalla fondazione)
della Società filosofica romana, diresse il "Centro di Ricerca per le
Scienze Morali e Sociali" presso l'Istituto di filosofia della Roma. Direttore
della rivista De Homine cui si è affiancato il Bollettino Bibliografico per le
Scienze morali e sociali. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Gli fu
conferito il premio nazionale "Croce" per la filosofia. Saggi: “L'esperienza e l'uomo.”“Fondamenti di
una filosofia umanistica” (Firenze: Sansoni); “Il mondo morale;”“Feuerbach” (Firenze:
Nuova Italia); “Feuerbach e Marx: “Kierkegaard” (Firenze: La Nuova Italia); “La
libertà del volere” (Milano: Bocca); La filosofia critica, Roma: Tumminelli;
“Il problema kantiano, “Commento alla Critica della ragion pura” Kant vivo (Firenze:
Sansoni); Nascita del mondo modern (Firenze: Sansoni); Concetto e problemi di
Storia della filosofia” (Asti: Arethusa); “Le origini della filosofia” (Asti:
Arethusa); “Libertà” (Asti, Arethusa); “Dopo lo Storicismo” (Firenze: Sansoni);
“Ricostruzione filosofica” (Asti: Arethusa); “La filosofia italiana” Asti:
Arethusa, Il piano del nostro sapere, Asti: Arethusa); “La posizione dell'uomo
nell'universo, Firenze: Sansoni); “Problemi della libertà, Firenze: Sansoni, Filosofia e civiltà” (Firenze: Sansoni, Saggi
Manoscritti inediti Scritti vari di filosofia, Scritti politici Filosofia e
Società, Firenze: Sansoni, Filosofia e Società Firenze: Sansoni, Il senso della
storia” (Firenze: Sansoni); Aforismi inattuali sull'arte” (Firenze: Sansoni); Galilei:
un ante-signano”(Firenze: Sansoni, scritti per l'università, Firenze: Sansoni,
“Continuità e Rottura, Firenze: Sansoni, Una svolta di civiltà, n.d.: ERI, Gaetano
Calabrò, Torino: Filosofia, Atti del Congresso internazionale di Filosofia,
Milano: Castellani & C Editori, Il materialismo storico Atti del Congresso
internazionale di Filosofia; Roma: Fratelli Bocca, Il problema della filosofia
oggi Varie Taccuini di viaggio Dodici canzoni napoletane, su versi di Salvatore
Di Giacomo, Firenze: Forlivesi, Torino: Edizioni di Filosofia, Treccani
L'Enciclopedia italiana. Un contributo significativo per la costruzione della
filosofia italiana contemporanea, Lincei, in Biblioteca di Filosofi, Sapienza Roma.
Franco Lombardi. Lombardi. Keywords: la filosofia italiana, Galilei. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lombardi” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Longino: il filosofo della regina
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. An adviser to Queen Zenobia. Oddly, when Zenobia was
defeated by the Romans, she was taken off to Rome, whereas her adviser was
executed.
Grice e Longino: il diritto romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A legal scholar and theorist. Gaio Cassio Longino. Longino
Grice e
Longano: l’implicatura conversazionale dell’uomo naturale – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Ripalimosani). Filosofo italiano. Grice:
“Longano took ‘naturalness’ so seriously that he would apply it to anything:
‘man’ (‘uomo naturale’) and morals (‘morale naturale’).” “I like Longano; he is
a systematic logician, as I’m not – therefore he thinks that to study
semantics, which logic is, starts with studying signs – as I did in my seminars
on Peirce – so Longano is the one I was referring when I mentioned what ‘people
were at when they display an interest in natural versus conventional signs; he
also has interesting things to say about my favourite parts of speech,
syncategoremata!”” Figlio di Vito Longano e Dorotea Gentile, fu allievo di Zurlo, si trasferì a Campobasso e quindi a
Napoli dove divenne allievo di Genovesi. Fece parte della massoneria ed è
considerato un importante esponente dell'illuminismo, fu sostenitore dello
stretto rapporto tra anima e corpo e di una visione dell'uomo nella sua
interezza. Propugnò la rinascita dell'Italia, proponendo un piano di riforme e
il superamento del feudalesimo. Opere: “Piano
di un corpo di filosofia morale; ossia, Estratto d'un corso di Etica, di
economia e di politica” (Napoli,“Dell'Uomo Natural Napoli, “Saggio sul commercio”
(Napoli, presso Vincenzo Flauto, Raccolta di Saggi economici per gli abitanti
delle due Sicilie, Napoli, I, presso
Domenico Sangiacomo, II, presso Giuseppe
Campo, “Dell'uomo e della sua morale natural -- Esame fisico, e morale
dell'uomo, Napoli, Morelli, Dell'uomo, e sua morale natural, Della morale
naturale, Napoli, M. Morelli, Dell'uomo Religioso e cristiano, Dell'uomo religioso, Napoli, M. Morelli, “Logica”
Viaggio per lo contado di Molise ovvero descrizione fisica, economica e politica
del medesimo, Napoli, Viaggio per la Capitanata, Napoli, Sangiacomo, Il
Purgatorio ragionato, Lepore, postfazione di Martelli, Campobasso, Palladino, “Philosophiae
rationalis elementa” “De arte logica” (Napoli, “De metaphysica” (Napoli, Orsino);
De Jure humanae, Napoli, Biblioteca provinciale di Foggia; L'anno di Genovesi,
su biblioteca provincial foggia. Gaetano, su webcache .googleusercontent.com A.
Rao, L'amaro della feudalità: la devoluzione di Arnone e la questione feudale a
Napoli” (Guida), F. Rizzo, La civiltà
del Purgatorio: riformismo e anti-clericalismo nella provincia molisana del
XVIII secolo, S. Borgna, su delpt.unina, Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco Longano. Longano.
Keywords: dell’uomo naturale, metafisica, logica. Luigi Speranza, “Grice e
Longano: esame fisico dell’uomo” “Grice e Longano: la semiotica” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e
Losano: l’implicatura conversazionale della filosofia del diritto romano –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato).
Filosofo italiano. Grice: “I like Lossano; his
research overlap with that of H. L. A. Hart, but Losano is more interested in
the philosophy and he is obviously more continental, as he should, given the
prominence of Kelsen in the field!” Si occupa di filosofia del diritto e
informatica giuridica. Si laurea a Torino. Insegna a Milano e Alessandria, e
Torino. Si occupa di storia della filosofia del diritto; teoria generale del
diritto; circolazione mondiale delle idee giuridiche e sociali; filosofia
politica; diritti umani; geopolitica; informatica giuridica; privacy;
e-publishing; edizioni di archivi storici. Pubblica un completo panorama
sull'evoluzione della nozione di sistema nel diritto dalla Roma antica ad oggi.
Cura carteggi di Jhering ed opere di Jhering e di Kelsen. Curato l'edizione critica
delle corrispondenza di Roesler. Come informatico giuridico, ha pubblicato un
manualedi informatica giuridica e diritto informatico e un progetto di legge
sulla tutela della privacy; Presidente del "Centro di calcolo automatico”
a Milano. Saggi: “La dottrina pura del diritto” (Einaudi, Torino); La teoria di
Marx ed Engels sul diritto e sullo stato. Materiali per il seminario di
filosofia del diritto” (Milano. Anno Accademicom Cooperativa Libraria Università
Torinese, Torino); “Gius-cibernetica” Macchine e modelli cibernetici nel diritto,
Einaudi, Torino); Libia Materiali sui rapporti fra ideologia ed economia” (Milano.
Anno Accademico Cooperativa Libraria Università Torinese, Torino); “Lo scopo
nel diritto. Einaudi, Torino, Jhering, Lo scopo nel diritto” (Aragno, Torino, Corso
di informatica giuridica, Cooperativa Milano), Corso di informatica giuridica; L'elaborazione
dei dati non numerici, Unicopli, Milano; Il diritto dell'informatica, Unicopli,
Milano Corso di informatica giuridica; Stato
e automazione. Etas Kompass, Babbage: la macchina analitica. Un secolo di
calcolo automatico, Etas Kompass, Milano Scheutz: La macchina alle differenze.
Un secolo di calcolo automatico, Etas Libri, Milano); Invenzioni francesi del
Settecento. Testi originali con 15 tavole dell'epoca, Bottega d'Erasmo, Torino);
I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed extra-europei,
Einaudi, Torino, I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai diritti europei ed
extraeuropei, Einaudi, Torino, I grandi sistemi giuridici. Introduzione ai
diritti europei ed extraeuropei, Laterza, Roma Bari, L'informatica legislativa
regionale. L'esperimento del Consiglio Regionale della Lombardia, Rosenberg e
Sellier, Torino Forma e realtà in Kelsen, Comunità, Milano, Automi arabi del
XIII secolo. Dal "Libro sulla conoscenza degli ingegnosi meccanismi"
(Maestri, Milano); Automi d'Oriente. "Ingegnosi meccanismi" arabi del
XIII secolo, Milano Il diritto economico, Unicopli, Milano); L'ammodernamento
giuridico, Unicopli, Milano); Corso di informatica giuridica: Informatica per
le scienze sociali, Einaudi, Torino Il diritto privato dell'informatica,
Einaudi, Torino, Scritto con la luce. Il disco compatto e la nuova editoria elettronica,
Unicopli, Milano, L'informatica e l'analisi delle procedure giuridiche,
Unicopli, Milano, Diritto e CD-ROM. Esperienze italiane, Giuffrè, Milano, Storie
di automi. Dalla Grecia classica alla Belle Époque, Einaudi, Torino Saggio sui
fondamenti tecnologici della democrazia, Quaderni della Fondazione Adriano
Olivetti, Istituto per la Documentazione Giuridica, Firenze, Kelsen Umberto
Campagnolo, Diritto internazionale e Stato sovrano. L. Con un inedito di Kelsen
e un saggio di Norberto Bobbio, Giuffrè, Milano, Un giurista tropicale. Tobias
Barreto fra Brasile reale e Germania ideale, Laterza, Roma); “Sistema e
struttura nel diritto: Dalle origini alla scuola storica” (Giuffrè, Milano, Il
Novecento” (Giuffrè, Milano); Dal Novecento alla postmodernità, Giuffrè, Milano
U. Campagnolo, Verso una costituzione federale per l'Europa. Una proposta
inedita. Giuffrè, Milano, "Cedant arma Un giudice e due leggi. Pluralismo
normative, Giuffrè, Milano, Funzione sociale della proprietà e latifondi
occupati, Diabasis, Reggio Emilia, Kelsen, Scritti autobiografici. Traduzione e
cura di L., Diabasis, Reggio Emilia Peronismo e giustizialismo: dal Sudamerica
all'Italia, e ritorno. M. Rosti, Diabasis, Reggio Emilia, Memoria
dell'Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche,
Accademia delle Scienze, Torino Academia delle scienze editorial memorie morali
Campagnolo, Conversazioni con Kelsen. Documenti dell'esilio ginevrino Giuffrè,
Milano La geopolitica del Novecento. Dai Grandi Spazi delle dittature alla de-colonizzazione”
(Mondadori, Milano); Kelsen Arnaldo Volpicelli, Parlamentarismo, democrazia e
corporativismo” (Aragno, Torino); Alle origini della filosofia del diritto a
Torino: Albini. Con due documenti sulla collaborazione di Albini con
Mittermaier, Memorie della Accademia delle Scienze di Torino, Classe di Scienze
Morali, Storiche e Filologiche, Accademia delle Scienze, Torino accademia delle
scienze/attivita editorial periodici-e-collane/ memorie/morali I carteggi
di Albini con Sclopis e Mittermaier. Alle
origini della filosofia del diritto a Torino, Memoria dell'Accademia delle
Scienze di Torino, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, Accademia
delle Scienze, Torino accademia delle Scienze attivita editorial, periodici-e-collane/memorie
morali Alle origini della filosofia del diritto, Il corso di Alessandro
Paternostro a Tokyo. In appendice: A. Paternostro, Lexis, Torino I La Rete e lo
stato” (Mimesis, Milano); Bobbio. Una biografia culturale, Carocci, Roma, Kelsen, Due saggi sulla democrazia in
difficoltà” (Aragno, Torino); “La libertà d’insegnamento in Brasile e
l’elezione del Presidente Bolsonaro” (Mimesis, Milano). Mario Giuseppe Losano. Losano.
Keywords: filosofia del diritto romano -- Luigi Speranza, “Grice e Losano:
storia del diritto romano – what Kelsen never had!” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Losurdo: l’implicatura
conversazionale del ribelle aristocratico – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Sannicandro di Bari).
Filosofo italiano. Grice: “Losurdo has contributed to a collection on ‘fatti
normativi’ which is fascinating!” -- Grice:
“I like Losurdo: describing Nietzsche as the aristocratic rebel is genial; he
also engages in some linguistic botanising with his ‘linguaggio dell’impero’:
something Romans and Brits know well – cf. ‘Great Britaiin’ and my little
England!” -- losurdo, Italian philosopher, expert not
on Grice, but Nietzsche, “Nietzsche, ribelle aristocratico” -- essential Italian philosopher. Si laurea a
Urbino sotto la guida di Salvucci con la tesi, “La semantica di Rodbertus”. Direttore
dell'Istituto di Scienze filosofiche e pedagogiche "Pasquale
Salvucci" all'Urbino, insegnò storia della filosofia nella stessa
università presso la facoltà di Scienze della Formazione. Inoltre fu presidente
dell'hegeliana Società internazionale Hegel-Marx per il pensiero dialettico, membro
della Società di scienze di Leibniz a Berlino (un'associazione di scienziati
che si rifà alla settecentesca Accademia Reale Prussiana delle Scienze nella tradizione
di Leibniz) e direttore dell'associazione politico-culturale Marx XXI. Dalla
militanza comunista alla condanna dell'imperialismo statunitense, fino allo
studio della questione afroamericana e di quella dei nativi, Losurdo fu
studioso anche partecipe della politica nazionale e internazionale. Di
formazione marxista, descritto sia come un «marxista controcorrente» sia come
un «marxista eterodosso» e un «comunista militante», la sua produzione spazia
dai contributi allo studio della filosofia kantiana (la cosiddetta autocensura
di Immanuel Kant e il suo nicodemismo politico), alla rivalutazione
dell'idealismo classico tedesco, specie di Hegel, nel tentativo di riproporne
l'eredità (sulla scia di György Lukács in particolare), alla riaffermazione
dell'interpretazione del marxismo tedesco e non (Gramsci e i fratelli Spaventa),
con incursioni nell'ambito del pensiero nietzscheano (la lettura di un Nietzsche
radicale aristocratico) e di quello heideggeriano (in particolare la questione
dell'adesione al nazismo di Heidegger). La sua riflessione
filosofico-politica, attenta alla contestualizzazione del pensiero filosofico
nel proprio tempo storico, muove in particolare dai temi della critica radicale
del liberalismo, del capitalismo, del colonialismo e dell'imperialismo, nonché
della concezione tradizionale del totalitarismo (Arendt), nella prospettiva di
una difesa della dialettica marxista e del materialismo storico, dedicandosi
anche allo studio dell'antirevisionismo in ambito marxista-leninista. Losurdo
ha una visione molto critica della tradizione intellettuale europea del
liberalismo, in particolare della tradizione classica e delle sue origini,
sostenendo che pur pretendendo di enfatizzare l'importanza della libertà
individuale in pratica il liberalismo reale è a lungo contrassegnato dalla sua
esclusione di persone da questi diritti, con conseguente sfruttamento come
razzismo, schiavitù e genocidio. Afferma che le origini del nazismo si trovano
in quelle che considera politiche colonialiste e imperialiste del mondo
occidentale. Esaminando le posizioni intellettuali e politiche degli
intellettuali sulla modernità, Kant e Hegel furono i più grandi pensatori della
modernità mentre Nietzsche fu il suo più grande critico. I suoi lavori,
che lui stesso fa rientrare nell'ambito della storia delle idee, riguardano
inoltre l'indagine delle questioni di storia e politica contemporanee, con una
attenzione critica costante al revisionismo storico e la polemica contro le
interpretazioni di François Furet e Ernst Nolte. In particolare critica una
tendenza reazionaria tra gli storici contemporanei revisionisti riconoscibile
nel lavoro di autori come Nolte, che traccia l'impeto dietro l'Olocausto agli
eccessi della rivoluzione russa; o Furet, che collega le purghe staliniane a
una «malattia» originata dalla rivoluzione francese. Secondo L. l'intenzione di
questi revisionisti è di sradicare la tradizione rivoluzionaria in quanto le
loro vere motivazioni hanno poco a che fare con la ricerca di una maggiore
comprensione del passato, ma si trovano nel clima e nei bisogni ideologici
delle classi politiche, come è più evidente nel lavoro dei revivalisti
imperiali Johnson e Ferguson. Fornisce inoltre una nuova prospettiva su
rivoluzioni come quella inglese, americana, francese, russa e quelle contro il
colonialismo e l'imperialismo. Si discosta anche dalle posizioni elogiative che
la maggior parte delle biografie prende nell'analisi di Gandhi e la
nonviolenza. L. volge la sua attenzione alla storia politica della
filosofia moderna tedesca da Kant a Marx e del dibattito che su di essa si
sviluppa in Germania nella seconda metà dell'Ottocento e nel Novecento, per poi
procedere a una rilettura della tradizione del liberalismo, in particolare
partendo dalla critica e dalle accuse di ipocrisia rivolte a Locke per la sua
partecipazione finanziaria alla tratta degli schiavi. Riprendendo ciò che
afferma Arendt in Le origini del totalitarismo, per Losurdo il vero peccato originale
del Novecento è nell'impero coloniale di fine Ottocento, dove per la prima
volta si manifesta il totalitarismo e l'universo concentrazionario.
Controversia degli storici L. critica il concetto di totalitarismo, sostenendo
che fosse un concetto polisemico con origini nella teologia cristiana e che
applicarlo alla sfera politica richiedeva un'operazione di schematismo astratto
che utilizza elementi isolati della realtà storica per collocare la
Germania nazista e altri regimi fascisti e l'Unione Sovietica e l'esperienza
del socialismo reale e di altri Stati socialisti nello stesso insieme, servendo
così l'anticomunismo degli intellettuali della guerra fredda piuttosto che
riflettere la ricerca intellettuale. Forte critico dell'equiparazione tra
nazismo e comunismo (in particolare quello sovietico) fatta da studiosi come Furet
e Nolte, ma anche da Arendt e Popper, nonché del concetto di «olocausto rosso»,
il suo Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, sollevò un dibattito
sulla figura di Iosif Stalin, sul quale a suo avviso peserebbe una sorta di
leggenda nera costruita per screditare tutto il comunismo. Porta l'esempio che
nel lager vi era volontà omicida esplicita in quanto l'ebreo che vi entrava era
destinato a non uscire più (vi è una despecificazione naturalistica) mentre nel
gulag no (si tratta di despecificazione politico-morale) e nel primo venivano
rinchiusi quelli che il nazismo chiamava Untermensch – sottouomini -- mentre
nel secondo (in cui afferma finissero solo una parte dei dissidenti), pur
essendo una pratica da condannare, erano rinchiusi dissidenti da rieducare e
non da eliminare. Losurdo afferma che «il detenuto nel Gulag è un potenziale
compagno [la guardia stessa era tenuta a chiamarlo in questo modo] e dopo l'inizio
del biennio delle grandi purghe che seguono l'assassinio di Kirov] è comunque
un cittadino». Riprendendo anche l'opinione di Levi (internato ad Auschwitz,
secondo cui il lager era moralmente più grave del gulag) e contro Solženicyn
(internato in Siberia e che affermava l'equiparazione della volontà
sterminazionistica),sostiene che pur essendo grave che un Paese socialista nato
per abolire lo sfruttamento usi sistemi imperialisti e capitalisti, il gulag
sia analogo a molti campi di concentramento occidentali (i cui governi hanno
sostenuto e sostengono di essere paladini della libertà), che per certi versi
furono anche più affini al lager in quanto campo di sterminio e non di
rieducazione, riprendendo la storia del genocidio indiano. Egli sostiene anche
che i campi di concentramento e le colonie penali britanniche erano peggio di
qualsiasi gulag, accusando anche politici come Churchill e Truman di essere
autori di crimini di guerra e contro l'umanità pari (se non peggiori) di
quelli che sono stati poi attribuiti a Stalin. Losurdo ritiene inoltre che i
comunisti soffrano di autofobia, cioè paura di se stessi e della propria
storia, problema patologico che va affrontato, a differenza dell'autocritica
sana. Despecificazione politico-morale e despecificazione naturalistica La
despecificazione è l'esclusione di un individuo o di un gruppo dalla comunità
dei civili. Esistono due tipi di despecificazione: La despecificazione
politico-morale (in questo caso l'esclusione è dovuta a fattori politici o
morali). La despecificazione naturalistica (in questo caso l'esclusione è
dovuta a fattori biologici). Per L. la despecificazione naturalistica è
qualitativamente peggiore rispetto a quella politico-morale. Infatti mentre
quest'ultima offre almeno una via di scampo mediante il cambio di ideologia,
questo non è possibile nel caso in cui sia in atto una despecificazione
naturalistica, che è irreversibile in quanto rimanda a fattori biologici che
sono di per sé immodificabili. A differenza di altri pensatori ritiene quindi
che l'olocausto degli ebrei non è incomparabile ed è quindi disposto ad
ammettere in questo caso una tragica peculiarità. La comparatistica che L.
offre a proposito non vuole essere una relativizzazione o uno sminuire, ma
semplicemente considerare l'olocausto degli ebrei come incomparabile significa
perdere la prospettiva storica e dimenticarsi dell'olocausto nero (l'olocausto
dei neri) o dell'olocausto americano (l'olocausto dei nativi indiani d'America
ottenuto negli Stati Uniti mediante la continua deportazione sempre più a ovest
e la diffusione ad arte del vaiolo), oltre ad altri stermini di massa come il
genocidio armeno. Polemiche riguardanti Stalin Una recensione effettuata
nell'aprile del 2009 da Guido Liguori su Liberazione (organo ufficiale del
Partito della Rifondazione Comunista) di Stalin. Storia e critica di una
leggenda nera, libro in cui L. critica la demonizzazione di Stalin effettuata
dalla storiografia maggioritaria e cerca di sottrarlo a quella che definisce
«la leggenda nera su di lui», è al centro di una polemica all'interno della
redazione del suddetto quotidiano. Venti redattori inviano una lettera di
protesta al direttore del giornale in cui si critica sia il tentativo di
riabilitazione di Stalin presente nel libro di Losurdo sia la recensione di
Liguori (giudicata troppo positiva nei confronti del libro), oltre che la
scelta del direttore del giornale di pubblicare tale recensione. Il libro
riceve delle recensioni critiche per le sue affermazioni e per la metodologia
di lavoro utilizzata.I critici di L. lo accusano di essere un «neostalinista». Grover
Furr, autore di Krusciov mentì e descritto come un «revisionista storico», un
«revisionista in una ricerca lunga una carriera per scagionare Stalin» e un
«prezioso contributo alla scuola revisionista storica degli studi sovietici e
comunisti», elogia il lavoro di L., in particolare quello su Stalin, iniziando
un'amicizia reciproca. Nel introduce
Furr a un editore italiano che pubblica la traduzione italiana di Khruschev
mentì, per cui scrive l'introduzione. Aveva già scritto l'introduzione e il
retrocopertina del libro di Furr sull'assassinio di Kirov che rimane inedito. Negli
estratti di un convegno organizzato per rivalutare la figura di Stalin a
cinquant'anni dalla morte critica le rivelazioni contenute nel rapporto segreto
di Chruščёv, l'allora segretario generale del Partito Comunista dell'Unione
Sovietica. Secondo Losurdo la cattiva fama di Stalin deriverebbe non dai
crimini commessi da quest'ultimo (paragod altri del suo tempo), ma dalle
falsità presenti in quel rapporto che Chruščёv lesse nel corso del Congresso.
Nella relazione al convegno dà credito a una delle accuse principali che
stavano alla base della sanguinosa repressione staliniana contro gli
oppositori, ovvero l'esistenza nell'Unione Sovietica della «realtà corposa
della quinta colonna» pronta ad allearsi col nemico. Losurdo ribadisce di non
voler riabilitare Stalin, seppur calato nella sua epoca, volendo presentare
solo un'analisi dei fatti più neutrale e attuare un revisionismo
sull'esperienza generale del socialismo reale ritenuta passata, ma utile da
studiare per capire le dinamiche future del socialismo. Losurdo apparteneva
alla corrente del marxismo-leninismo, ma ammirava anche l'interpretazione che
Mao Zedong diede della pluralità della lotta di classe, da collocare nel
contesto dell'attenzione che rivolge al processo di emancipazione femminile e
dei popoli colonizzati. Vicino prima al Partito Comunista Italiano, poi al
Partito della Rifondazione Comunista e infine al Partito dei Comunisti
Italiani, confluito nel Partito Comunista d'Italia e nel Partito Comunista
Italiano, di cui è stato membro, fu anche direttore dell'associazione politico-culturale
Marx XXI. Critico del liberalismo, della NATO e dell'imperialismo, in
particolare quello statunitense, Losurdo contestò l'assegnazione del Premio
Nobel per la pace a Xiaobo, considerato un sostenitore aperto del colonialismo
occidentale, in particolare per la sua idealizzazione del mondo occidentale e
per aver affermato che ci sarebbe bisogno di «300 anni di colonialismo. In 100
anni di colonialismo Hong Kong è cambiata fino a diventare ciò che è oggi. Data
la grandezza della Cina, ovviamente ci vorrebbero 300 anni per trasformarla in
quello che Hong Kong è oggi. E ho dei dubbi che 300 anni siano abbastanza». Saggi:
“Auto-censura e compromesso” (Napoli, Bibliopolis); “La questione nazionale,
restaurazione. Presupposti e sviluppi di una battaglia politica” (Urbino,
Università degli Studi);“La rivoluzione e la crisi della cultura” (Roma, Riuniti);
“Lukacs” Urbino, Quattro venti, Il comunismo e sui critici (Urbino, Quattro
venti, La catastrofe e l'immagine” (Milano, Guerini, Metamorfosi del moderno.Urbino,
Quattro venti); “La tradizione liberale. Libertà, uguaglianza, Stato, Roma, Riuniti);
“Tramonto dell'Occidente? Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano
per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino,
Quattro venti, Antropologia, prassi, emancipazione. Problemi del comunismo, e Urbino,
Quattro venti, Égalité-inégalité. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto
italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica,
Urbino, Quattro venti, Prassi. Come orientarsi nel mondo. Atti del convegno
organizzato dall'Istituto Italiano per gli Studi filosofici e dalla Biblioteca
Comunale di Cattolica (Urbino, Quattro venti); La comunità, la morte,
l'Occidente. L’ideologia della guerra, Torino, Boringhieri, Massa folla
individuo. Atti del Convegno organizzato dall'Istituto italiano per gli studi
filosofici e dalla Biblioteca comunale di Cattolica. Cattolica, Urbino, Quattro
venti, La libertà dei moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora,.
Rivoluzione francese e filosofia, Urbino, Quattro venti); “Democrazia o
bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale” (Torino, Bollati
Boringhieri, Il comunismo e il bilancio storico del Novecento, Gaeta,
Bibliotheca, Napoli, La scuola di Pitagora, Gramsci e l'Italia. Atti del
Convegno internazionale di Urbino, Napoli, La città del sole, La seconda
Repubblica. Liberismo, federalismo, post-fascismo, Torino, Boringhieri); “Autore,
attore, autorità” (Urbino, Quattro venti); Il revisionismo storico. Problemi e
miti, Roma, Laterza, Utopia e stato d'eccezione. Sull'esperienza storica del
socialismo reale, Napoli, Laboratorio politico, Ascesa e declino delle
repubbliche, Urbino, Quattro venti, Lenin, Atti del Convegno internazionale di
Urbino, Napoli, La città del sole, Metafisica. Il mondo Nascosto, Roma, Laterza,
Gramsci dal liberalismo al comunismo critic, Roma, Gamberetti, Dai fratelli
Spaventa a Gramsci. Per una storia politico-sociale della fortuna di Hegel in
Italia” (Napoli, La città del sole); “Hegel e la Germania. Filosofia e
questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Milano, Guerini, Nietzsche. Per
una biografia politica, Roma, Manifesto); “Il peccato originale del Novecento,
Roma, Laterza, Dal Medio Oriente ai Balcani. L'alba di sangue del secolo
americano, Napoli, La città del sole, Fondamentalismi. Atti del Convegno
organizzato dall'Istituto italiano per gli studi filosofici e dalla Biblioteca
comunale di Cattolica. Cattolica Urbino, Quattro venti, URSS: bilancio di
un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti, L'ebreo,
il nero e l'indio nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, Fuga
dalla storia? Il movimento comunista tra autocritica e auto-fobia, Napoli, La
città del sole, poi Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione
cinese oggi, La sinistra, la Cina e l'imperialismo, Napoli, La città del sole, Universalismo
e etno-centrismo nella storia dell'Occidente, Urbino, Quattro venti, La
comunità, la morte, l'Occidente. Heidegger e l'ideologia della guerra (Torino,
Boringhieri); “Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e
bilancio critico, Torino, Boringhieri, Cinquant'anni
di storia della repubblica popolare cinese. Un incontro di culture tra Oriente
e Occidente. Atti del Convegno di Urbino, Napoli, La città del sole, Dalla
teoria della dittatura del proletariato al gulag?, Marx e Engels, Manifesto del
partito comunista, Laterza, Bari, Contro-storia del liberalismo, Roma, Laterza,
La tradizione filosofica napoletana e l'Istituto italiano per gli studi
filosofici, Napoli, nella sede dell'Istituto, Auto-censura e compromesso nel
pensiero politico di Kant, Napoli, Bibliopolis, Legittimità e critica del
moderno. Sul marxismo di Gramsci” (Napoli, La città del sole); “Il linguaggio
dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana” (Roma-Bari, Laterza); “Stalin.
Storia e critica di una leggenda nera, Roma, Carocci); “Paradigmi e fatti
normativi. Tra etica, diritto e politica, Perugia, Morlacchi, La non-violenza.
Una storia fuori dal mito, Roma, Laterza, La lotta di classe. Una storia
politica e filosofica, Roma, Laterza, La sinistra assente. Crisi, società dello
spettacolo, guerra, Carocci,. Un mondo senza guerre. L'idea di pace dalle
promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci. Il comunismo occidentale.
Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza. PCI Ancona: cordoglio per la scomparsa, su il
partito comuista italiano, A. Orsi, Scienza e militanza. Un ricordo, MicroMega,
Cordoglio, Il Metauro, Verso, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia
americana, Roma, Laterza. Il comunista contro-corrente. Un comunista eterodosso.
Auto-censura e compromesso in Kant, Napoli, Bibliopolis, Hegel e la libertà dei
moderni, Roma, Riuniti, Napoli, La scuola di Pitagora, Lukacs, Urbino, Quattro
venti, Dai fratelli Spaventa a Gramsci. Per una
storia politico-sociale della fortuna di Hegel in Italia, Napoli, La città del
sole, Nietzsche. Il ribelle aristocratico. La comunità, la morte, l'Occidente.
Heidegger e l'deologia della guerra; Controstoria del liberalismo, Laterza, Revisionismo
storico. Peccato originale del
Novecento. La non-violenza. Una storia
fuori dal mito. La non-violenza. Una
storia fuori dal mito, su L'Ernesto, Associazione Marx, Dalla teoria della
dittatura del proletariato al gulag?, in
Marx, Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Laterza, Bari David
Broder. Jacobin. Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. URSS: bilancio
di un'esperienza. Atti del Convegno italo-russo. Urbino, Urbino, Quattro venti,
Popper falso profeta, Contro Popper, Armando Editore, B. Lai e L.
Albanese. Fuga dalla storia? Il
movimento comunista tra auto-critica e auto-fobia. Il linguaggio dell'impero.
Lessico dell'ideologia, Lettere su Stalin; Stalin. Storia e critica di una
leggenda nera, su sissco. Stalin. Storia
e critica di una leggenda nera. A.
Romano, Canfora e lo stalinismo che non
fa male, ilcannocchiale. In Memoriam, La Città del Sole, Stalin nella storia
del Novecento, R. Giacomini, Teti, Una teoria generale del conflitto
sociale", Intervento al Congresso Nazionale del PdCI. Il Consiglio Direttivo
dell'associazione Marx Il Nobel per la
pace» a un campione del colonialismo e della guerra, il cavallo oscuro della
letteratura, Open Magazine, Open Magazine, H. Arendt Controstoria del
liberalismo A. Gramsci Genocidio indiano Grandi purgh, Heidegger, Marx, Nietzsche
Olocausto, Stalin Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" - blogspot.com.
Intervista RAI Filosofia, su filosofia.rai. Intervist RTV Svizzera, su you tube.com.
Domenico Losurdo. Losurdo. Keywords: il ribelle aristocratico. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Losurdo, e
Nietzsche, ribelle aristocratico," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Grice e Lottieri: l’implicatura conversazionale del bene
commune – diritto individuale – l’età degl’eroi – la ragione del stato --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo italiano. Grice: “I like
Lottieri; he has quoted Hobbes and Hume and Gauthier from a game-theoretical
approach to co-operation, conversational and other – all very Griceian, if I
may mayself so say it!” Allievo di Caracciolo, studia a Genova, Ginevra e
Parigi, su la filosofia di Mosca. Insegna a Siena e Verona. Da vita
all'Istituto Bruno Leoni, un istituto che si ispira alla tradizione
intellettuale di Einaudi e Ricossa, e di cui egli è direttore del dipartimento
Teoria Politica. Cura Leoni. La filosofia di Lottieri si sviluppa all'interno
del liberalismo classico e, grazie allo studio degli autori elitisti, si
delinea quale critica del sistema di dominio iscritto nei regimi democratici
rappresentativi. Mostra l'adesione a tale prospettiva, che rapidamente evolve
grazie al contatto con il libertarianismo. Il suo libertarianismo ottieri metta
in discussione "la psicologia regolamentativa e anti-innovativa del
burocrate", avverso a ogni forma di rischio e cambiamento. Il saggio
sul libertarismo evidenzia l'adesione ai temi classici del pensiero liberale
lockiano e giusnaturalista (difesa della proprietà, del mercato, dell'auto-nomia
negoziale), ma anche il maturare di questioni che sono invece tutte interne al
realismo politico: specie nel confronto con Schmitt, Brunner e Miglio.
Mentre il testo sul rapporto tra economia di mercato e ordine sociale/comunitario
(Denaro e comunità) è una critica della sociologia, a cui è rimproverato di
avere frainteso la natura inter-personale della moneta e delle relazioni di
mercato, il saggio su Leone muove dal pensatore torinese per delineare una
filosofia libertaria anche oltre la lettera stessa dell'autore di Freedom and
the Law. In particolare, in questa fase della riflessione Leoni viene
individuato come uno studioso in grado di dare una maggiore consapevolezza
filosofico-giuridica alla teoria libertaria, fino ad ora elaborata per lo più
da economisti e teorici politici. “Denaro e comunità: relazioni di mercato
e ordinamenti giuridici nella società liberale” (Napoli, Guida) “Il pensiero
libertario contemporaneo. Tesi e controversie sulla filosofia, sul diritto e
sul mercato, Macerata, Liberi “Le ragioni del diritto: libertà individuale e
ordine giuridico” (Treviglio Soveria Mannelli, Rubbettino); “Come il
federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno” (Soveria Mannelli, Rubbettino);
“Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a
Wiki Leaks” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Liberali e non: (cf. Griceiani e
non.) percorsi di storia del pensiero politico” (Brescia, La Scuola); Ferrero
in Svizzera. Legittimità, libertà e potere, Roma, Studium, Un'idea elvetica di libertà. Nella crisi
della modernità europea” (Brescia, Scuola); ““Beni comuni, diritti individuali
e ordine evolutivo,”Torino, IBL. Nella sua filosofia sull'unificazione europea,
in particolare, è cruciale l'opposizione tra l'armonizzazione spontanea
emergente dal basso e l'unificazione coercitiva. Lottieri identifica quattro
superstizioni o quattro credenze erronee che sotto alla base dei tentativi di
creare un nuovo stato chiamato ‘Europa'. Primo, l'idea che la libertà
individuale e il poli-centrismo giuridico causino tensioni e, in definitiva,
conflitti; Secondo, che il mercato derivi dall'ordine giuridico creato dallo
Stato; Terzo, che l'esistenza di una distinta identità europea esiga la
costruzione di un singolo stato continentale; e quarto, che un'Europa unificata
e più armoniosa e meglio in grado di sostenere lo sviluppo delle sue componenti
più povere. Individuato come uno degl’esponenti di un liberalismo
particolarmente radicale e volto a proporre una sorta di fuga dallo stato:
Dario Fertlio, "Libertari 2001: la grande fuga dallo Stato, Corriere della
Sera. Una disamina molto critica al limite dell'insulto personale di tale
liberalismo libertarian si ha nella recensione che Vitale dedica al volume su
Rothbard scritto a quattro mani da lui assieme a Diciotti (basato su un
confronto assai franco tra prospettive molto diverse): una recensione che,
rivolgendosi al solo Diciotti, si chiudeva con l'invito per il futuro “ad
occuparsi di un autore più interessante con un autore più interessante” (E. Vitale,
“Rothbard, un Trasimaco piccolo piccolo. E una modestissima proposta”, Teoria politica).
Vernaglione, Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche, Soveria
Mannelli, Rubbettino). Un riferimento garbatamente polemico alle sue posizioni
gius-naturaliste di si trova in D Antiseri (Laicità.. Le sue radici, le sue
ragioni, Rubbettino). La stessa contrapposizione è al fondo di una discussione
tra i due riguardante proprio i contenuti di quel volume://blog. centrodietica/?p=2005. Questo saggio e una presentazione completa e
approfondita della filosofia libertaria nelle sue diverse varianti, mentre si
evidenzia anche un approccio libertario ai problemi eco-logici. Ce sono riserve
nei riguardi delle tesi libertarie e dell'ispirazione anarchica della sua teoria
del diritto. Nella sua monografia su Leoni (L'ordine giuridico dei private” (Soveria
Mannelli, Rubbettino) pure Grondona sviluppa alcune critiche nei riguardi
dell'interpretazione dello studioso torinese offerta da lui mentre in maggiore
sintonia con le sue posizioni si trova Favaro (“ Dell'irrazionalità della legge
per la spontaneità dell'ordinamento” (Napoli, Scientifiche). Mostra che,
contrariamente a un'opinione diffusa, le distanze fra la concezione del diritto
di Leoni e quella di Hayek sono notevoli. In ogni caso non e Hayek a
influenzare Leoni ma il secondo a influenzare, almeno in parte, il primo. Per
un'equilibrata analisi del saggio si veda: M. Grondona, "Recensione Le ragioni del diritto", Nuova
Giurisprudenza Ligure. Carlo Lottieri. Lottieri. Keywords: bene commune,
diritto individuale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lottieri” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Luca: l’implicatura conversazionale nell’arte
d’amare – filosofia italiana – Luigi Speranza (Marostica). Filosofo italiano. Grice: “Luca expands on
Alcibiades – I have touched the topic of Alcibiade when discussing eudaemonia,
as literally having to do with the eudaemon – and the expression occurs in
connection with Socrate/Alcibiade -- Grice: “One good thing about Luca is that
if my philosophy revolves around ‘reason,’ his does it around ‘eros’!” -- Frequenta
il Liceo Ginnasio Brocchi di Bassano del Grappa. Si laurea a Firenze, con la
tesi, “Platone e il problema del linguaggio” con relatore Adorno. È stato incentrato inizialmente sulla
tematica dell’’amore’ nella tradizione greco-romana del Convitto e Fedro. Mmantenuto
però una costante apertura al ‘mythos’ di Omero, nella convinzione che per
quanto differenti possano essere i costumi o gli statuti sociali, rimane un
elemento per così dire “originario”, intrinsecamente umano, nell’approccio con
il desiderio, l’amore, l’amicizia, la sessualità. In Labirinti dell’Eros, pur
sviluppandosi la tematica all'interno di un arco di tempo definito, l’intento
non è quello di affrontare l’argomento nella sua unita longitudinale ma di
esprimere, senza costrizioni di un “per-corso pre-figurato” una distinzione
logico concettuale, attraverso la quale conseguire, almeno, un punto fermo
nell'amatoria. Riguarda anche lo sviluppo della tradizione
pitagorico-platonica, sia nelle sue caratteristiche peculiari ed in rapporto
alla metafisica, sia nell'accezione più ampia rispetto all'esigenza di dare
conto "dei fenomeni" o sensibilia. Si orientata alla tarda produzione
platonica e al pitagorismo di seconda generazione, che vengono analizzati anche
attraverso la cosmologia. Saggi: “Il Simposio, Nuova Italia, Firenze, Platone,
Fedro, Nuova Italia, Firenze, Eros e Epos: il lessico d'amore nei poemi
omerici, L’amatoria, L.S. Gruppo editoriale, Quarto Inferiore (BO); “Platone e
la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia, Marsilio, Venezia, Labirinti
dell’Eros. Da Omero a Platone, con un saggio, Marsilio Venezia. Roberto Luca. Luca.
Luca. Keywords: l’arte d’amare, Ovidio, il convito, I dialogui dell’amore: il
convito e Fedro, l’amore degl’eroi – achille e patroclo – niso ed eurialo – la
filosofia dell’amore nel convito, la morte di Patroclo, la morte di Niso, la
morte di Eurialo, l’eroe tragico, Achille eroe tragico, Eurialo e Niso, eroi
tragici, Enea, eroe tragico, Aiace, eroe tragico, Catone di Utica, eroe tragico,
la morte di Eurialo – la morte d’Eurialo – la pederastia – Eurialo piu giovane
da Niso. Luigi Speranza, “Grice e Luca: amatoria conversazionale: la massima o
principio dell’amore proprio conversazionale e la massima dell’amore all’altro.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luca” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Lucano:
il portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The nephew of Seneca, who achieved fame with a
poem about the civil war between Giulio Caesar and Pompeo. He followed the
Porch, as tutored by Lucio Anneo Cornuto. Farsaglia. Marco Anneo Lucano. Lucano.
Grice e Lucceio:
l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A historian and a friend
of Cicerone. Some of Cicerone’s letters to L. suggests that he may have
followed the sect of the Garden. Lucio Lucceio. Lucceio.
Grice e Luciano: la
gnossi -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He was a gnostic, a
follower of Cerdo. Luciano.
Grice e Luciano:
il cinargo romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He studied at Rome with
Nigrino -- whom some suspect to be his
invention – and Albino, of the Accademia. Also influenced by Demonax, whose
philosophical outlook was more eclectic, although he is generally regarded as a
Cinargo. Luciano is famous for his essays and dialogues, mostly satirical, many
of which have survived. A number of philosophers appear in them, although not
all of them may have existed. As a satirist, he is more interested in mocking
pomposity and exposing hypocrisy than in advocating any positive doctrine.
Loeb. Luciano.
Grice e Lucilio:
l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Alcuni romani insigni
nutrirono interesse vivo per i problemi della filosofia. L. Ciò si può dire di
un membro del circolo degli Scipioni, LUCILIO, nato a Sessa Aurunca da famiglia
ricca e distinta. L. ha un fratello che e senatore e, per mezzo della
figlia, nonno di Pompeo. L. conosce la cultura greca (di cui si penetra)
nell’Italia meridionale e a Roma, ove passa la maggior parte della vita. Forse
soggiorna anche in Atene. Come cavaliere L. partecipa alla guerra contro
Numanzia, agli ordini di Scipione Emiliano L'Affricano, con cui aveva già
stretti rapporti.In seguito appoggia delL'Affricano energicamente l'azione
politica. L. fa parte, oltrechè del circolo degli Scipioni, di uno più
ampio. L. e amico dell'accademico Clitomaco, che gli dedica un
libro. Morì a Napoli. L. scrive XXX libri di satire -- un genere
filosofico --, di cui restano frammenti.In esse satire, L. rappresenta e
critica la vita romana dell’età sua, interessandosi soprattutto di questioni
politiche.Dei vizi del tempo L. e giudice severo. L. si occupa molto di
problemi logico-grammaticali, retorici e letterari.Si interessa anche di
filosofia speculativa, alla quale deve avere dedicato una satira. Nei
framm. del l. 28 la teoria epicurea è confutata verisimilmente da un
accademico, anche perchè vi si trovano varie notizie sulla storia di tale
scuola. La forma e il contenuto delle satire di Lucilio rivelano
l’influsso della filosofia popolare del cinismo di Bione e di Menippo. Un
ampio frammento in cui Lucilio dipinta la virtù romana, secondo alcuni proviene
da Panezio, secondo altri da Cleante: però qualche storico pone Lucilio in
relazione con l'Accademia. Gaio Lucilio. Lucilio. Filosofo italiano. A poet, he
wrote many satirical works. Although philosophy was one of his subjects, many
of his writings were concerned with social morals and standards of public life.
Only fragments survive. Climotaco dedicated a work on the suspension of
judgment to him. Ed. Warmington Loeb ‘Remains of Old Latin.’ Gaio Lucilio.
Grice e Lucilio: il portico romano -- l’implicatura conversazionale -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Both a poet and a philosopher. He is best known as the friend of
Seneca, to whom CXXIV letters were written discussing a wide range of issues
from a primarily point of view of the Porch. Gaio Lucilio Minore.
Grice e Lucio: il cinargo romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Lucio was of the Cynargo and an opponent of Favorino. Lucio.
Grice e Lucrezio: l’orto romano – l’limplicatura
conversazionale dell’alma figlia di Giove – Roma == filosofia italiana – Luigi
Speranza (Pompei). Filosofo
italiano. Grice: “By far the most
important concept in Lucrezio’s philosoophy is that of clinamen that Strawson
translates as the ‘swerve.’ It was saved from extinction by an Italian – as the
novel tells you!” Grice: “While Strawson reads it in Latin, I prefer the
version in the vulgar!” – Grice: “And by the vulgar I mean Marchetti!” Grice:
“It’s amazing how well Marchetti interprets Lucezio – there is a little
treatise on Epicureanism in the Lucrezio by Marchetti which is interesting. A
real continuity in Italian philosophy!” -- possibly the most important Italian
philosopher. Seguace dell'epicureismo. Della sua vita ci è ignoto quasi tutto:
egli non compare mai sulla scena politica romana, né sembra esistere negli
scritti dei contemporanei, in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la
lettera di Cicerone ad Quintum fratrem II 9, contenuta nella sezione Ad
familiares, in cui il celebre oratore accenna all'edizione, forse postuma, del
poema di Lucrezio, che egli starebbe curando. Ma in scrittori romani successivi
egli viene spesso citato: ne parlano Seneca, Frontone, Marco Aurelio,
Quintiliano, Ovidio, Vitruvio, Plinio il Vecchio, senza tuttavia fornire nuove
informazioni sulla vita. Questo però dimostra che non si tratta di un
personaggio inventato. Un'altra fonte che lo cita è San Girolamo nel suo
Chronicon o Temporum liber, di cinque secoli dopo, in cui, ispirandosi ad
alcuni dubbi passi di Svetonio, ci dice che sarebbe nato morto suicida. Tale dato non concorda
tuttavia con quanto affermato da Elio Donato, maestro di Girolamo stesso,
secondo il quale Lucrezio sarebbe morto quando indossò la toga virile,
nell'anno in cui erano consoli per la seconda volta Crasso e Pompeo. Questo
dato ha fatto propendere a credere che Lucrezio mori nel 55 a.C., all'età di quarantatré anni.
Queste vengono comunemente considerate le uniche notizie biografiche tramandate
direttamente dall'antichità. Ignoto risulta anche il luogo di nascita,
che tuttavia taluni hanno creduto essere Ercolano, per la presenza di un
Giardino Epicureo in quest'ultima città, in particolare, dall'analisi di
numerose epigrafi risalenti all'epoca dell'autore latino, risulta evidente
un'ingente presenza del cognome Carus nell'antico territorio campano, secondo
la critica recente la suddetta indagine prova fermamente (nei limiti del probabile)
le origini campane di Lucrezio. Neppure la sua militanza politica sembra essere
ricostruibile: il desiderio di pace accennato prima non sembra affatto
ricordare il drammatico rancore dell'aristocratico, per altro solitamente
stoico, che vede sgretolarsi la Repubblica e la libertà, ma il desiderio
dell'"amico" epicureo, che vede nella pace e nel benessere di tutti
la possibilità di fare accoliti e viver serenamente. È tuttavia rilevante il
fatto che la sua opera De rerum natura sia dedicata a Memmio, fine letterato e
appassionato di cultura greca, ma anche e soprattutto membro di spicco degli
optimates. Tale era, del resto, il suo desiderio di pace da auspicare
alla fine del proemio della sua opera una "placida pace" per i
Romani. Questo anelito così forte alla pace è peraltro riscontrabile non solo
in Lucrezio, ma anche in Catullo, Sallustio, Cicerone, Catone l'Uticense e
perfino in Cesare: esso rappresenta il desiderio di un'intera società dilaniata
da un secolo di guerre civili e lotte intestine. La scarsità delle fonti
sulla sua vita ha portato molti a interrogarsi persino sulla stessa esistenza
del filosofo, a volte considerato solo uno pseudonimo sotto il quale si celava
un anonimo filosofo per alcuni un amico epicureo di Cicerone, Tito Pomponio
Attico, che si suicidò, o persino lo stesso Cicerone. Secondo lo storico
Luciano Canfora, è possibile ricostruire una scarna biografia di Lucrezio:
nacque ad Ercolano, dove aveva una villa la famiglia nobiliare di un possibile
parente, Marco Lucrezio Frontone) appartenente quasi sicuramente all'antica
famiglia nobile dei Lucretii (qualcuno ne fa invece un liberto della stessa
famiglia). Studiò l'epicureismo proprio ad Ercolano, dove si trovava un centro
della "filosofia del giardino", diretta da Filodemo di Gadara, allora ospite nella villa
di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suocero di Cesare (la cosiddetta "villa
dei papiri"). Avrebbe sofferto di sbalzi d'umore, chiamati oggi
disturbo bipolare, ma non sarebbe stato pazzo, ma di questo umore alterno
risentì il suo lavoro. In disaccordo con le guerre civili, avrebbe lasciato
Roma e non sarebbe morto suicida ma avrebbe viaggiato ad Atene, nei luoghi del
maestro Epicuro, e oltre, essendo forse il suo nome conosciuto da Diogene di
Enoanda, quindi quasi in Asia minore, nelle cui famose incisioni sotto il
portico della sua casa si ricorda un certo "Caro" (nome poco
diffuso), romano, e sapiente epicureo. Non si sa se il poema fosse
diffuso nell'oriente, quindi è possibile che Lucrezio si fosse davvero recato
in Grecia. Lucrezio, spinto da una delusione d'amore, si sarebbe allontanato
lasciando incompiuto il suo poema, affidato forse a Cicerone stesso (che
difatti non parla effettivamente di suicidio ma afferma: «Lucretii poemata, ut
scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis» ("le
poesie di Lucrezio, come tu mi scrivi, sono dotate di molti lumi di talento, e
tuttavia di molta arte"), ma, forse, senza impazzire e morire (che fosse
suicidandosi o perché assassinato), esagerazione della fonte di Girolamo o di
qualche altro avversario di Lucrezio, e sarebbe stato forse volutamente confuso
dallo stesso Girolamo con Lucullo, onde screditare l'epicureismo. Il
destinatario dell'opera, Gaio Memmio, caduto in disgrazia ed espulso dal Senato
per condotta immorale, andò ad Atene, causando una nuova delusione a Lucrezio,
che, tornato a Roma, sarebbe morto. La
notizia di un "filtro d'amore" velenoso somministratogli da una donna
di facili costumi, amante gelosa di Lucrezio, viene riportata anche da Svetonio
nei confronti di Caligola e della moglie Milonia Cesonia; in questo caso è
apparsa una semplice diceria, e, data l'ispirazione svetoniana (dal perduto De
poetis) del passo di Girolamo su Lucrezio, anche lì sembra essere una
spiegazione semplicistica, dovuta alla poca conoscenza dei disturbi psichici
che si aveva all'epoca (anche per Caligola si parlò, difatti, come per
Lucrezio, di epilessia e malattie fisiche misteriose che l'avrebbero fatto
impazzire improvvisamente, come, nel caso di studiosi moderni, l'avvelenamento
da piombo, oltre che dei detti "filtri"). Se Lucrezio soffrì di
un disagio psichico, che lo avrebbe spinto a cercare sollievo nella filosofia,
non fu a causa di un veleno, e se il suicidio ci fu (il che potrebbe spiegare
l'abbandono improvviso del poema), la causa potrebbe essere stata di natura
politica — come sarà più tardi il caso di Catone Uticense —, ovverosia la
rovina del suo protettore Memmio e della sua cerchia culturale. Virgilio, che
lo rispettava anche se era passato dall'epicureismo, abbracciato in gioventù,
alle teorie pitagoriche, parla di lui nelle Georgiche e nelle Bucoliche,
definendolo "felix" (ossia "prediletto dalla dea Fortuna") e
non "folle". Secondo Guido Della Valle, la V ecloga, che parla della
morte di un personaggio chiamato Dafni (a volte identificato con Cesare, a
volte con Flacco, il fratello di Virgilio), potrebbe riferirsi invece alla
morte dello stesso Lucrezio, definita "immatura e innaturale", cioè
avvenuta per cause traumatiche. Il movente politico e morale del gesto potrebbe
essere la causa del silenzio attorno ad esso e del fiorire di aneddoti per
giustificarlo, dato che non si poteva cancellare la grandezza filosofica di
Lucrezio, con una sorta di damnatio memoriae di solito riservata ai nemici politici.
Essi erano spesso vittime delle liste di proscrizione dei vincitori, come
quella di Marco Antonio che colpirà Cicerone, e molti si toglievano la vita, in
quanto morte onorevole per i costumi romani; Virgilio e Orazio, estimatori di
Lucrezio, facevano parte della corte di Augusto, e dovevano quindi allinearsi
alla linea culturale dettata dall'imperatore, assertore dell'antica moralità e
diffusore della leggenda di Cesare (per cui venivano cancellate le espressioni
scomode di dissenso), e dal suo amico Mecenate, in cui l'epicureismo, se non
sfumato come in Orazio appuntocosì come ogni opera che non fosse celebrativa
del princeps e della grandezza di Roma non trovava spazio, per cui Lucrezio
verrà ricordato solo come grande poeta, tralasciandone l'aspetto
filosofico. Secondo Della Valle, quindi, Lucrezio si sarebbe tolto la
vita come gesto di protesta contro la classe politica in ascesa, o perché condannato
a morte da essa. Lucrezio, per il periodo in cui è vissuto, personaggio
scomodo: gli ideali epicurei di cui era profondamente intriso corrodevano le
basi del potere di una Roma alla vigilia della congiura di Catilina. In
un'epoca di tensioni repubblicane, infatti, isolarsi dalla realtà politica nell'hortus
epicureo significa sottrarsi ai negotia politici e uscire di conseguenza anche
dalla sfera d'influenza del potere. Le più forti correnti stoiche, ostili
all'epicureismo, avevano permeato la classe dirigente romana in quanto più
conformi alla tradizione guerriera dell'Urbe. L'epicureismo era invece presente
anche attraverso il citato Filodemo e altri in Campania, dove Virgilio avrebbe
approfondito la sua conoscenza dell'epicureismo. Orazio non lo nomina, ma è
evidente che lo conosce, e ideologicamente gli è più vicino di altri. La natura
poetica del De rerum natura fa sì che Lucrezio col suo pessimismo esistenziale
avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi allucinate, critiche e ambigue
espressioni (Grice), che accompagnano il poema. Alcuni teologi come San
Girolamo ed altri, hanno dato di lui l'immagine di un ateo psicotico in preda
alle forze del male. Appoggiandosi alla psicoanalisi qualcuno ha sostenuto che
in certi bruschi cambiamenti di immagine e di pensiero ci fossero i sintomi di
una pazzia delirante o di problemi di ordine psichico. In realtà l'ipotizzata
pazzia di Lucrezio appare oggi più plausibilmente un tentativo di
mistificazione per screditare il poeta, così come la presunta morte per
suicidio sarebbe stato l'esito di un modo di pensare perverso, che travia chi
lo segue. L'ipotesi dell'epilessia poi, viene avanzata sulla base dell'arcaica
credenza che il poeta fosse sempre un invasato; elemento quest'ultimo da
collegare alla credenza che gli epilettici fossero sacri ad Apollo e da lui
ispirati nelle loro creazioni. Comunque altri scrittori cristiani come Arnobio
e Lattanzio affermarono che egli non fosse pazzo e che non si fosse ucciso.
L'ipotesi della follia e del suicidio attestata dal Chronicon di Girolamo si
fondava su illazioni di Svetonio, peraltro di difficile verifica. Potrebbe
anche esserci stata una confusione dovuta all'abbreviazione “Luc.,” impiegata
indifferentemente nei codici latini per indicare i nomi di Lucillius, Lucullus
e Lucretius. Plutarco scrisse infatti di un certo Licinio Lucullo, politico,
generale e cultore dei piaceri, che morì dopo essere impazzito a causa di un
filtro d'amore. L'errore di interpretazione dell'abbreviazione “Luc.” potrebbe
così aver permesso lo scambio dei due personaggi. A causa dell'impossibilità di
ricostruire i momenti salienti della sua vita, dunque, il progetto filosofico
che egli volle esprimere è ricostruibile interamente solo dalla sua opera,
considerata tra le più vigorose d'ogni età. Bisogna ora individuare le
motivazioni che spinsero Lucrezio a scrivere il De rerum natura, che
fondamentalmente sono due. La prima è una ragione etico-filosofica, in quanto
Lucrezio, affascinato dalla filosofia epicurea, desiderava invitare il lettore
alla pratica di tale filosofia, incitandolo a liberarsi dall'angoscia della
morte e degli dèi. La seconda motivazione invece è di carattere storico.
Lucrezio era conscio che la situazione politica a Roma peggiorasse di giorno in
giorno: Roma era quadro ormai di continui scontri bellici e conseguenti
dissidi; giustappunto egli, con un evidente positivismo, voleva incoraggiare il
cittadino-lettore romano a non perdere la fiducia verso un successivo miglioramento
della situazione. Lucrezio si proponeva di rivoluzionare il cammino di Roma,
riportandolo all'epicureismo che era stato declinato in favore dello stoicismo.
La prima cosa da distruggere era la convinzione provvidenzialistica stoica e
più propriamente romana. Non c'era un dovere romano di civilizzare "l'orbe
terrifero e de le acque", come farà dire Virgilio alla Sibilla Cumana in
un colloquio con Enea. Non c'è una ragione seminale universale responsabile
della vita nel cosmo, destinata a deflagrare per poi ricominciare un nuovo,
identico, ciclo esistenziale, come voleva la fisica stoica, ma un mondo che non
è unico nell'universo, peraltro infinito, essendo uno dei tanti possibili. Non
c'è quindi nessun fine provvidenziale di Roma, essa è una Grande fra le Grandi,
ed un giorno perirà nel suo tempo. La religione, considerata come Instrumentum
regni, deve essere non distrutta, ma integrata nel contesto del viver civile
come utile ma falsa. Egli afferma fin dal libro I del De rerum natura. Tanto
male poté suggerire la religione. Ma anche tu forse un giorno, vinto dai
terribili detti dei vati, forse cercherai di staccarti da noi. Davvero,
infatti, quante favole sanno inventare, tali da poter sconvolgere le norme
della vita e turbare ogni tuo benessere con vani timori! Giustamente, poiché se
gli uomini vedessero la sicura fine dei loro travagli, in qualche modo
potrebbero contrastare le superstizioni e insieme le minacce dei vati... Queste
tenebre, dunque, e questo terrore dell'animo occorre che non i raggi del sole
né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la realtà naturale e la
scienza... E perciò, quando avremo veduto che nulla può nascere dal nulla,
allora già più agevolmente di qui potremo scoprire l'oggetto delle nostre
ricerche, da cosa abbia vita ogni essenza, e in qual modo ciascuna si compia
senza opera alcuna di dèi. Lucrezio colpiva direttamente la credenza negli dèi
latini sostenendo che non c'è preghiera che schiuda le fauci di una tempesta,
giacché essa è regolata da leggi fisiche e gli dèi, seppur esistenti e anche
loro composti da atomi così sottili che ne assicurano l'immortalità, non si
curano del mondo né lo reggono; ma la religione deve essere inglobata nella
scoperta e nello studio della natura, che rasserena l'animo e fa comprendere la
vera natura delle cose: infatti l'unico principio divino che regge il mondo è
la Divina Voluptas, Venere: il piacere, la vita stessa intesa come animazione
regge l'universo, ed è l'unica cosa in grado di fermare lo sfacelo che sta
portando Roma alla fine: Marte, ovvero la Guerra. Proprio per questo, egli
elogia Atene, creatrice di quegli intelletti più grandi che hanno illuminato la
natura e quindi l'uomo stesso, ed in ultima istanza Epicuro, sole invitto della
conoscenza rasserenatrice. Non solo, egli stesso si sente quasi un poeta
rasserenatore delle tempeste umane e proprio per questo si sente profondamente
affine ai poeti delle origini, il cui luogo principe è in Empedocle (secondo
infatti per elogi solo a Epicuro) ma con una sola grande differenza: egli non è
portatore di una verità divina fra le umane genti, ma di una verità affatto
umana, universale e per tutti, che attecchirà ben presto per la salvezza di
Roma.[31] Epicuro è comunque, per Lucrezio, il più grande uomo mai esistito,
come risulta dai tre inni a lui dedicati (chiamati anche "trionfi" o
"elogi"): «E dunque trionfò la vivida forza del suo animo. E si
spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del mondo. E percorse con il cuore
e la mente l'immenso universo, da cui riporta a noi vittorioso quel che può
nascere, quel che non può, e infine per quale ragione ogni cosa ha un potere
definito e un termine profondamente connaturato. Perciò a sua volta abbattuta
sotto i piedi la religione è calpestata, mentre la vittoria ci eguaglia al
cielo. Il De rerum natura e un poema didascalico in esametri, di genere
scientifico-filosofico, suddiviso in sei libri (raccolti in diadi),
comprendente un totale di 7415 versi, che illustrano fenomeni di dimensioni
progressivamente più ampie: dagli atomi si passa al mondo umano per arrivare ai
fenomeni cosmici. Riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la
struttura del poema Περὶ φύσεως di Empedocle (anche un'opera di Epicuro aveva
il medesimo titolo). Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie
interne che corrisponderebbero ad un gusto alessandrino. L'opera infatti è
suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine tragica.
Ogni diade contiene un inno ad Epicuro, mentre il secondo e il terzo libro (in
quest'ultimo è presente anche un'esposizione della sua estetica) si aprono
entrambi con un inno alla scienza. Essendo un poema didascalico, ha come
modello Esiodo e quindi anche Empedocle, che aveva preso il modello esiodeo
come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli
potrebbero essere i poeti ellenistici Arato e Nicandro di Colofone, che usavano
il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria. Il destinatario e i
destinatari Il dedicatario dell'opera è la Memmi clara propago (I 42), ovvero
il rampollo della famiglia dei Memmi, che solitamente si identifica con Gaio
Memmio. Più in generale, si può dire che il destinatario che l'autore si
prefigge di conquistare è il giovane aperto ad ogni esperienza, che un giorno
prenderà il posto dei politici e attuerà quella rivoluzione propugnata con
tanto fervore da Lucrezio. Ma, almeno con Memmio, egli fallì: da adulto divenne
un dissoluto, fraintendendo il significato di piacere catastematico epicureo, e
fu allontanato dal Senato probri causa, cioè per immoralità. Riparò quindi in
Grecia, dove scrisse poesie licenziose e dove ce lo menziona anche Cicerone
(nelle Ad Familiares), intenzionato a distruggere la casa e il giardino in cui
proprio Epicuro risiedette, per costruirsi un palazzo, suscitando lo sdegno
degli epicurei che fecero istanza a Cicerone stesso di intervenire per
impedirglielo, senza che però Cicerone ci riuscisse. In un simile progetto
Lucrezio scelse di doversi rifare ad un modello di stile arcaico, che vedeva in
Livio Andronico, ma soprattutto in Ennio e in Pacuvio i modelli emuli, per
motivi fra loro quanto meno vari: l'egestas linguae (povertà della lingua), lo
vede costretto a dover arrangiare le lacune terminologiche e tecnicistiche con
l'arcaismo, ancora che proprio Lucrezio, insieme a Cicerone, sia uno dei
fondatori del lessico astratto e filosofico latino, e a colmare e ancor meglio
comprendere l'oscurità del filosofo con la mielosa luce della poesia. Discendendo
più in profondità nelle anguste gole del poema, si notano anche altri problemi
cui dovette far fronte: primo fra tutti, come tradurre parole di pregnanza
filosofica in latino, che ancora non aveva termini confacenti. Finché poté,
egli evitò la semplice translitterazione (ad es. "Atomus" per Ατομος)
e preferì invece usare altri termini presenti già nella sua lingua magari
dandogli altra accezione oppure (come mostrato anche sopra) creando neologismi.
Ed è proprio grazie all'arcaismo che Lucrezio riesce a rendere possibile tutto
questo: infatti era proprio dello stile arcaico il neologismo
"munificenza" ed anche un certo uso (convulso a detta di antichi e
moderni) delle figure di suono quali allitterazioni, consonanze, assonanze e
omoteleuti. Molto importante è anche il fatto che Lucrezio non si limitò a
trasmettere il messaggio di Epicuro con un arido scritto filosofico, ma lo fece
attraverso un poema che, a differenza del rigoroso linguaggio razionale della
filosofia, parla per squarci imaginifici. Sul piano teorico l'opera di Lucrezio
si caratterizza come una puntualizzazione di quella epicurea con alcune
esplicazioni che nel suo referente greco non erano abbastanza chiare. Il
concetto di parenklisis che Lucrezio tradurrà con clinamen mancava di definizione
chiara. Nella Lettera ad Erodoto Epicuro poneva infatti la parenklisis ma poi
parla piuttosto di una deviazione per urto. Il celebre passaggio del libro II
del De rerum natura dice: «Perciò è sempre più necessario che i corpi
deviino un poco; ma non più del minimo, affinché non ci sembri di poter
immaginare movimenti obliqui che la manifesta realtà smentisce. Infatti è
evidente, a portata della nostra vista, che i corpi gravi in se stessi non
possono spostarsi di sghembo quando precipitano dall’alto, come è facile
constatare. Ma chi può scorgere che essi non compiono affatto alcuna deviazione
dalla linea retta del loro percorso? Lucrezio precisa poi ulteriormente le
modalità del clinamen aggiungendo: «Infine, se ogni moto è legato sempre
ad altri e quello nuovo sorge dal moto precedente in ordine certo, se i germi
primordiali con l’inclinarsi non determinano un qualche inizio di movimento che
infranga le leggi del fato così che da tempo infinito causa non sussegua a causa,
donde ha origine sulla terra per i viventi questo libero arbitrio, donde
proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati, in virtù della quale
procediamo dove il piacere ci guida, e deviamo il nostro percorso non in un
momento esatto, né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la
mente? Infatti senza alcun dubbio a ciascuno un proprio volere suggerisce
l’inizio di questi moti che da esso si irradiano nelle membra]» Per
quanto riguarda la sfera del vivente Lucrezio la collega direttamente agli atomi
nel loro processo creativo, scrivendo: «Così è difficile rescindere
da tutto il corpo le nature dell'animo e dell'anima, senza che tutto si
dissolva. Con particelle elementari così intrecciate tra loro fin dall’origine,
si producono insieme fornite d’una vita di eguale destino: ed è chiaro che
ognuna di per sé, senza l’energia dell’altra, le facoltà del corpo e dell’anima
separate, non potrebbero aver senso: ma con moti reciprocamente comuni spira
dall’una e dall’altra quel senso acceso in noi attraverso gli organi. Lucrezio riprende
in maniera radicale la tesi già di Epicuro. La religione è la causa dei mali
dell'uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la
ragione impedendo all'uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter
accedere alla felicità, da raggiungere attraverso la liberazione dalla paura
della morte. Il poema ha come argomenti principali la lacerante antinomia fra
ratio e religio, l'epicureismo e il progresso. La ratio è vista da Lucrezio
come quella chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre
dell'oscurità», è il discorso razionale sulla natura del mondo e dell'uomo,
quindi la dottrina epicurea, mentre la religio è ottundimento gnoseologico e
cieca ignoranza, che lo stesso Lucrezio denomina spesso con il termine
"superstitio". Indica l'insieme di credenze e dunque di comportamenti
umani "superstiziosi" nei confronti degli dèi e della loro potenza.
Poiché la religio non si basa sulla ratio essa è falsa e pericolosa. Afferma
che sono evidenti le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio
il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata
della realtà, come nell'Evemerismo. La religione è perciò la causa principale
dell'ignoranza e dell'infelicità degli uomini. Lucrezio riprende i temi
principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e la
"parenklisis" (che egli ribattezza clinamen), la liberazione dalla
paura della morte, la spiegazione dei fenomeni naturali in termini meramente
fisici e biologici. Egli opera un completamento di essa in senso naturalistico
ed esistenzialistico, introducendo un elemento di pessimismo, assente in
Epicuro, probabilmente da attribuirsi a una personalità malinconica. Da un
punto di vista ontologico, secondo Lucrezio, tutte le specie viventi (animali e
vegetali) sono state "partorite" dalla Terra grazie al calore e
all'umidità originari. Ma egli avanza anche un nuovo criterio evoluzionistico:
le specie così prodotte sono infatti mutate nel corso del tempo, perché quelle
malformate si sono estinte, mentre quelle dotate degli organi necessari alla
conservazione della vita sono riuscite a riprodursi. Tale concezione atea,
materialista, antiprovvidenzialista e storica della natura sarà ereditata e rielaborata
da molti pensatori materialisti dell'età moderna, in particolare gli
illuministi Diderot, d'Holbach e La Mettrie, anch'essi atei dichiarati e a loro
volta divulgatori dell'ateismo; Lucrezio sarà inoltre seguito da Ugo Foscolo e
Giacomo Leopardi. Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di
beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di
bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura.
Però, il progresso non è positivo a priori, ma solo finché libera l'uomo
dall'oppressione. Se è invece fonte di degradazione morale, lo condanna
duramente. Lucrezio introduce nel III libro del De rerum natura una
chiarificazione che nel mondo latino era stata trascurata generando non poche
confusioni, circa il concetto di “animus” in rapporto a quello di “anima” «Vi
sono dunque calore e aria vitale nella sostanza stessa del corpo, che abbandona
i nostri arti morenti. Perciò, trovata quale sia la natura dell'animo e
dell'anima quasi una parte dell'uomo -, rigetta il nome di armonia, recato ai
musicisti già dall'alto Elicona, o che essi hanno forse tratto d'altrove e
trasferito a una cosa che prima non aveva un suo nome. Tu ascolta le mie
parole. Ora affermo che l'anima e l'animo sono tenuti Avvinti tra loro, e
formano tra sé una stessa natura. Ma è il capo, per così dire, è il pensiero a
dominare tutto il corpo: quello che noi denominiamo animo e mente e che ha
stabile sede nella zona centrale del petto. Qui palpitano infatti l'angoscia e
il timore, qui intorno le gioie provocano dolcezza; qui è dunque la mente,
l’animo. La restante parte dell’anima, diffusa per tutto il corpo, obbedisce e
si muove al volere e all’impulso della mente. Questa da sé sola prende
conoscenza, e da sé gioisce, quando nessuna cosa stimola l’anima e il corpo. Lucrezio
riprende il concetto ellenico di anima come "soffio vitale che vivifica ed
anima il corpo, ciò che i greci chiamavano psyché. Questo soffio pervade tutto
il corpo in ogni sua parte e lo abbandona solo “con l'ultimo respiro".
L'"animus" invece è identificabile col "noùs" ellenico,
traducibile in latino con mens. Dunque animus e mens paiono essere o la stessa
cosa o due elementi coniugati dell'unità mentale. L'indicazione della “zona centrale
del petto” come sede fa pensare al concetto di “cuore”, ricorrente ancora oggi
nel linguaggio comune per indicare la sensibilità umana, centro dell'emozione e
del sentimento. Parrebbe allora che l'animus sia insieme e conoscenza e
emozione, mentre l'anima è soffio vitale. L'angoscia esistenziale Il De rerum
natura è ricchissimo di elementi tipici dell'esistenzialismo moderno,
riscontrabile specialmente in Giacomo Leopardi, che dell'opera di Lucrezio era
un profondo conoscitore, anche se in realtà non è noto il lasso di tempo in cui
Leopardi lesse Lucrezio. Questi elementi di angoscia hanno indotto alcuni
studiosi a sottolineare il pessimismo di fondo che si opporrebbe alla volontà
di rinnovare il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre parole, in
Lucrezio ci sarebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla razionalità
e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla fragilità
intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte. Altri
studiosi, però ritengono che l'insistenza di Lucrezio sugli aspetti dolorosi
della condizione umana non sia altro che una strategia di propaganda, per fare
emergere più fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea. S'intende,
ciechi alla dottrina di Epicuro. Sul
luogo di nascita: anche se c'è chi afferma fosse nato a Roma, si ritiene quasi
all'unanimità che fosse originario della Campania: di Napoli, di Ercolano, o,
secondo recenti studi epigrafici, di Pompei, dove il nomen e il cognomen Tito e
Lucrezio sono attestati, e la gens Lucretia aveva delle ville cfr: Biografia di
Lucrezio; o perlomeno vi avesse abitato a lungo cfr. Enrico Borla, Ennio
Foppiani, Bricolage per un naufragio. Alla deriva nella notte del mondo, cfr.
anche la Lucrezio Caro, Tito su Enciclopedia Treccani Sulla data di nascita: molti optano per il 98
a.C. o secondo altri 96 a.C. Secondo
alcune fonti: Lucretius testimonia vitae Luciano Canfora, Vita di Lucrezio,
Sellerio, o secondo altri 53 a.C., cfr.
Paolo Di Sacco, M. Serio, "Odi et amoStoria e testi della letteratura
latina" 1 "L'età arcaica e la
repubblica", Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Sezione 2, Modulo. Testimonianze
su Lucrezio Canfora. Lucrezio, De rerum
natura, Lucrezio, De rerum natura, Enrico Fichera, I "templa serena"
e il pessimismo di Lucrezio: echi lucreziani nella letteratura, Roma, Bonanno
edizioni, G. Lippold, Testo per Arndt-Bruckmann, Griech. u. röm. Porträts,
Monaco. Enciclopedia dell'arte antica
Cfr. Gerlo, Benedetto Coccia, Il mondo classico nell'immaginario
contemporaneo Nel romanzo epistolare di
Tiziano Colombi, Il segreto di Cicerone, Palermo, Sellerio, Nomi romani:
glossario Canfora, Cicerone, Ep. ad
Quintum fratrem, II 9. SLucrezio Canfora, Classici: Lucrezio e il De rerum
natura Aldo Oliviero, Il suicidio di Lucrezio, su lafrontieraalta.com. Ettore
Stampini, Il suicidio di Lucrezio, Messina, Tipografia D'Amico, La risposta di
Virgilio a Lucrezio Guido Della Valle
(Napoli), pedagogista e docente universitario, autore di Tito Lucrezio Caro e
l'epicureismo campano, Napoli, Accademia Pontaniana, Lucrezio in Enciclopedia
Italiana Lucrezio: informazioni
biografiche ibidem La natura delle cose, Milano, Rizzoli, Eneide,
libro VI. La natura delle cose, cit.
supra81. Lucrezio, La natura delle cose,
La natura delle cose. Il De rerum natura
di Lucrezio Introduzione a Lucrezio accesso= Memmio su Enciclopedia
Italiana Lo stile di Lucrezio C.
Craca, Le possibilità della poesia. Lucrezio e la madre frigia in «De rerum
natura» IBari, Edipuglia, Epicuro, Opere, E. Bignone, Laterza Lucrezio, La
natura delle cose, Biagio Conte, Milano, Rizzoli, La natura delle cose, cit. supra271. De rerum natura, Diego Fusaro, Tito Lucrezio
Caro, su filosofico.net. e rerum natura, VTasso segue Lucrezio stilisticamente,
non ideologicamente: vedasi la famosa similitudine del proemio del libro IV, ripresa
nel proemio della Gerusalemme liberate, La natura delle cose, cit. supra, De rerum natura, Mario Pazzaglia, Antologia
della letteratura italiana. Lucrezio,
introduzione Edizioni De rerum natura, (Brixiae), Thoma Fer(r)ando
auctore, De rerum natura libri sex nuper emendati, Venetiis, apud Aldum, In
Carum Lucretium poetam commentarij a Joanne Baptista Pio editi, Bononiae, in
ergasterio Hieronymi Baptistae de Benedictis, De rerum natura libri sex a
Dionysio Lambino emendati atque restituti & commentariis illustrati,
Parisiis, in Gulielmi Rovillij aedibus, De rerum natura libri VI, Patavii,
excudebat Josephus Cominus, De rerum natura libri sex, Revisione del testo,
commento e studi introduttivi di Carlo Giussani, Torino, E. Loescher (importante edizione critica, tuttora
fondamentale). De rerum natura, Edizione critica con introduzione e versione
Enrico Flores, 3 Napoli, Bibliopolis, Traduzioni italiane Della natura delle cose
libri sei tradotti da Alessandro Marchetti, Londra, per G. Pickard. La natura,
libri VI tradotti da Mario Rapisardi, Milano, G. Brigola, 1880. Della natura,
Armando Fellin, Torino, POMBA. Della natura, Versione, introduzione e note di
Enzio Cetrangolo, Firenze, Sansoni, La natura delle cose, Introduzione di Gian
Biagio Conte, Traduzione di Luca Canali, Testo latino e commento Ivano Dionigi,
Milano, Rizzoli, 1990. La natura, Introduzione, testo criticamente riveduto,
traduzione e commento di Francesco Giancotti, Milano, Garzanti (Per la specifica sul De rerum natura si rimanda a
tale voce) V.E. Alfieri, Lucrezio, Firenze, Le Monnier, A. Bartalucci,
Lucrezio e la retorica, in: Studi classici in onore di Quintino Cataudella,
Catania, Edigraf, M. Bollack, La raison de Lucrece. Constitution d'une poetique
philosophique avec un essai d'interpretation de la critique lucretienne,
Parigi, Les editions de Minuit, 1978. G. Bonelli, I motivi profondi della
poesia lucreziana, Bruxelles, Latomus, Boyancé, Lucrezio e l'epicureismo,
Edizione italiana Alberto Grilli, Brescia, Paideia, D. Camardese, Il mondo
animale nella poesia lucreziana tra topos e osservazione realistica, Bologna,
Patron,. Luca Canali, Lucrezio poeta della ragione, Roma, Editori Riuniti, Luciano
Canfora, Vita di Lucrezio, Palermo, Sellerio, G. Della Valle, Tito Lucrezio
Caro e l'epicureismo campano, Seconda edizione con due nuovi capitoli, Napoli,
Accademia Pontaniana, 1935. A. Gerlo, Pseudo-Lucretius?, in: «L'Antiquité Classique»,F.
Giancotti, Lucrezio poeta epicureo. Rettificazioni, Roma, G. Bardi, 1961. F.
Giancotti, Religio, natura, voluptas. Studi su Lucrezio con un'antologia di
testi annotati e tradotti, Bologna, Patron, 1989. G. Giardini, Lucrezio. La
vita, il poema, i testi esemplari, Milano, Accademia, 1974. S. Greenblatt, Il
manoscritto. Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della
cultura europea, traduzione di Roberta Zuppet, Milano, Rizzoli, H. Jones, La tradizione epicurea, Genova,
ECIG, R. Papa, Veterum poetarum sermo et reliquiae quatenus Lucretiano carmine
contineantur, Neapoli, A. Loffredo, [1963]. L. Perelli, Lucrezio poeta
dell'angoscia, Firenze, La Nuova Italia, L. Perelli, Lucrezio. Letture critiche,
Milano, Mursia, A. Pieri, Lucrezio in Macrobio. Adattamenti al testo
virgiliano, Messina, Casa Editrice D'Anna, V. Prosperi, Di soavi licor gli orli
del vaso. La fortuna di Lucrezio dall'Umanesimo alla Controriforma, Torino, N.
Aragno, G. Sasso, Il progresso e la morte. Saggi su Lucrezio, Bologna, Il
Mulino, R. ScarciaE. ParatoreG. D'Anna, Ricerche di biografia lucreziana, Roma,
Edizioni dell'Ateneo, O. Tescari, Lucretiana, Torino, SEI,O. Tescari, Lucrezio,
Roma, Edizioni Roma, A. Traglia, De Lucretiano sermone ad philosophiam
pertinente, Roma, Gismondi, 1947. Scritti letterari Luca Canali, Nei pleniluni
sereni. Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro, Milano, Longanesi, E.
Cetrangolo, Lucrezio. Tragedia, Roma, Edizioni della Cometa, Tiziano Colombi,
Il segreto di Cicerone, Palermo, Sellerio, 1993. Piergiorgio Odifreddi, Come
stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, Milano, Rizzoli, Alieto Pieri,
Non parlerò degli dèi. Il romanzo di Lucrezio, Firenze, Le Lettere, Epicureismo
Esistenzialismo ateo Storia dell'ateismo Tito Lucrezio Caro, su
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tito Lucrezio Caro, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tito Lucrezio Caro Opere di Tito Lucrezio
Caro, su Liber Liber. openMLOL, Horizons
Audiolibri di Tito Lucrezio Caro, su LibriVox. Goodreads. De Rerum Natura:
testo con concordanze e liste di frequenza, su intratext.com. Intervista a Luca
Canali su passioni e razionalità in Lucrezio, dall'Enciclopedia multimediale
delle scienze filosofiche, su conoscenza.rai. Analisi critica del pensiero di
Lucrezio, su lucrezio.exactpages.com. V D M EpicureismoFilosofia
Letteratura Letteratura Categorie: Poeti
romaniFilosofi romani 15 ottobre Roma Tito Lucrezio Caro Atomisti Epicurei Filosofi
atei Lucretii Storia dell'evoluzionismo Pre-esistenzialisti Personalità
dell'ateismo. Refs.: Lucretius, in The Stanford Encyclopaedia. Alma
figlia di Giove, inclita madre Del gran germe d'Enea, Venere bella,
Degli uomini piacere e degli Dei: Tu che sotto i girevoli e
lucenti Segni del cielo il mar profondo, e tutta D’ animai d'ogni
specie orni la terra, Che per se fora un vasto orror soUngo :
Te Dea , fnggono i venti: al primo arrivo Tuo svaniscon le nubi: a
te germoglia Erbe e fiori odorosi il suolo indnstre : Tu
rassereni i giorni foschi, e rendi Col dolce sguardo il mar chiaro e
tranquillo, E splender fai di maggior lume il ciclo. Qualor deposto
il freddo ispido manto L'anno ringiovanisce, « la soave Aura
feconda di Favonio spira,, Tosto tra fronde e fronde i vaghi
augelli. Feriti il cor da' tuoi pungenti dardi , Cantan festosi
il tuo ritorno, o Diva; Liete scorron saltando i grassi
paschi Le fiere , e gonfi di nuor' acqae i fìami Varcano a nuoto e
i rapidi torrenti: Tal da' teneri tuoi rezzi lascivi
Dolcemente allettato ogni animale Desioso ti segue ovunque il
gnidi. In somma tu per mari e monti e fiumi, Pe'boschi
ombrosi e per gli aperti campi, Di piacevole amore i petti accendi,
E cosi fai che si conservi '1 mondo. Or se tu sol della
Natura il freno Reggi a tua voglia , e senza te non vede Del di la
luce desiata e bella, Nè lieta e amabil fassi alcuna cosa:
Te , Dea, te bramo per compagna all'opra, In cui di scriver tento
in nuovi carmi Di Natura i segreti e le cagioni Al gran Memmo
Gemello a te si caro , In ogni tempo, e d’ogni laude ornato.
Tu dunque , o Diva , ogni mio detto aspergi D’eterna grazia, e fa’
cessare intanto E per mare e per terra il fiero Marte, Tu,
che sola puoi farlo : egli sovente D’ amorosa ferita il cor
trafitto Umil si posa nel divin tuo grembo. Or mentr’ ei
pasce il desioso sguardo Di tua beltà, ch'ogni beltade avanza,
E che l’anima sua da te sol pende, Deh ! porgi a lui ,
vezzosa Dea , deh ! porgi A lui soavi preghi , e fa'ch’ ei renda Al
popol suo la desiata pace. Che se la patria nostra è da
nemiche Armi abitata, io più seguir non posso con animo quieto il
preso stile, nè può di Memmo il generoso figlio aS
l^egar sé stesso alla comaa salate. Tu, gran prole di Memmo,
ora mi porgi Grate ed attente orecchie, e ti prepara, Lungi da te
cacciando ogni altra cura, Alle vere ragioni , e non volere I
miei doni sprezzar pria che gl’ intenda. Io narrerotti in che maniera il
cielo con moto alterno ognnr si volga c giri j Degli Dei la natura,
e delle cose Gli alti principi , e come nasca il tutto ; Come poi
-si nutrichi, e come cresca, Ed in che finalmente ei si risolva
: £ ciò da noi nell’avvenir dirassi primo corpo, materia, o
primo seme, o corpo genitale , essendo quello Onde prima si forma
ogni altro corpo: Che d'uopo é pur che’n somma eterna pace
Yivan gli Dei per lor natura , e lungi Stian dal governo delle cose umane
, Scevri d' ogni dolor, d’ogni periglio, biechi sol di lor
stessi, e di lor fuori di nulla bisognosi, e che nè metto Nostro gli
alletti, o colpa accenda ad ira. Giacca l’ umana vita oppressa e
stanca Sotto religìon grave e severa. Che mostrando dal ciel
l’altero capo Spaventevole in vista e minacciante ne soprasta. Un
iiom d’Atene il primo e, che d’ergerle incontra ebbe ardimento Gli
occhi ancor che mortali, e le s’oppose. Questi non paventò nè eie!
tonante Nè tremoto che ’l mondo empia d’ orrore , Nè fama degli
Dei, nè fulmin torto j Ma qual acciar su dura alpina cote quanto
s’agita più tanto più splende. Tal dell’animo suo mai sempre invitto
Nelle difficoltà crebbe il desio a Di spezzar pria
d'ogni altro i saldi chiostri, E r ampie porte di Natura aprirne.
Cosi vins' egli , e con l' eccelsa mente Varcando oltre a' confin
del nostro mondo, e bastante a capir spazio infinito. Quindi
sicuramente egli n’ insegna Gid che nasca o non nasca, ed in qual
modo Ciò che racchiude l' Universo in seno Ha poter limitato , e
tcrmin certo : E la religion co’pié calcata, L' alta
vittoria sua c’ erge alle stelle. Nè creder già che scelerate ed
empie sian le cose eh’ io parlo. Anzi sovente L' altrui religion ne’
tempi^antichi Cose produsse scelerate ed empie. Questa il
fior degli eroi scelti per duci Deir oste argiva in Aalide indusse
Di Diana a macchiar l' ara innocente Col sangue d' Ifigenia , allor che
cinto di bianca fascia il bel virgineo crine vid’ella a se davanti in
mesto volto Il padre, e alni vicini i sacerdoti Celar 1’ aspra
bipenne , e '1 popol tutto Stillar per gli occhi in larga vena il
pianto Sol per pietà di lei , che muta e mesta Teneva a terra le
ginocchia inchine. Nè giovi punto all’innocente e casta povera
verginella in tempo tale , Ch’ a nome della patria il prence
avesse All’ esercito greco un re donato ; Che tolta dalle man
del suo consorte Fu condotta all’ aitar tutta tremante: Non
perchè terminato il sacrifizio, legata fosse col soave nodo d’un
illustre imeneo. Ma per cadere Nel tempo stesso delle proprie nozze
A* piè del genitore ostia dolente per dar felice e fortunato evento
All' armata navale. Error si grave Persuader la religion poteo. Tu stesso
dall’orribili minacce de’ poeti atterrito, a i detti nostri di negar
tenterai la fe dovuta. Ed oh, quanti potrei fìngerti anch'io Sogni e
chimere, a sovvertir bastanti Del viver tuo la pace, e col timóre
Il sereno turbar della tua mente. Ed a ragion, che se prescritto il
fine vedesse l'uomo alle miserie sue. Ben resister potrebbe alle
minacce Delle religioni, e de' poeti. Ma come mai resister
può, s' ei teme Dopo la morte aspri tormenti eterni. Perchè dell'
alma è a lui 1' essenza ignota: S' ella sia nata, od a chi nasce
infusa, E se morendo il corpo anch' ella muoia? Se le tenebre dense ,
e se le vaste Paludi vegga del tremendo Inferno, O s' entri
ad informare altri animali Per ^divino voler, siccome il nostro
Ennio cantò , che pria d' ogn' altro colse In riva d'Elicona eterni
allori. Onde intrecciossi una ghirlanda al crine FRA L’ITALICA
GENTI illustre c chiara? Bench' ci ne' dotti versi affermi
ancora Che sulle sponde d' Acheronte s' erge Un tempio sacro a gl'
infernali Dei , Ove non 1' alme o i corpi nostri stanno.
Ma certi simulacri in ammirande Guise pallidi in volto, e quivi
narra d’aver visto l'imagine d’Omero Piangere amaramente, e di
Natura Raccontargli i segreti e le cagioni. Dunque non pnr
de’più sublimi effetti Cercar le cause, e dichiarar conviensi Della
luna e del sole i morimenti. Ma come possan generarsi in terra tutte
le cose, e con ragion sagace principalmente investigar dell' alma,
£ dell'animo uman l’occulta essenza, E ciò che sia quel, che
vegliando infermi, £ sepolti nel sonno, in guisa n'empie d’alto
terror , che di veder presente Parne , e d’udir chi già per morte in
nude ossa ò converso, e poca terra asconde e so ben io qual malagevol’
opra Sia r illustrar de’ Greci in toschi carmi L’ oscure
invenzioni, e quanto spesso Nuove parole converrammi usare, non per
la povertà della mia lingua ch’alia greca non cede , e più d’ ogn’ altra piena
è di proprie e di leggiadre vocij ma per la novità di quei concetti
Ch’esprimer tento, e che nuli’ altro espresse. Pur nondimcn la tua
virtude ò tale, e lo sperato mio dolce conforto Della nostr’amistà,
eh’ ognor mi sprona A soffrir volentieri ogni fatica, E
m’induce a vegliar le notti intere, sol per veder con quai parole io
possa Portare innanzi alla tua mente un lume, Ond’ ella vegga ogni
cagione occulta. Or si vano terror , si cieche tenebre
Schiarir bisogna, e via cacciar dall’ animo nn co’ be’ rai del sol,
non già co’ lucidi dardi del giorno a saettar poc’ abili fuorché 1’
ombre notturne e i sogni pallidi , Ma col mirar della Natura , e
intendere D’occulte cause e la velata imagine. Tu, se di conseguir
ciò brami, ascoltami. Sappi , che nulla per diyin volere Pad dal
nalla crearsi, onde il timore, che qaind'il cor d'ogni mortale ingombra
, Vano è del tutto, e se tu vedi ognora Formarsi molte cose in
terra e ’n cielo, nè d'esse intendi le cagioni, e pensi Perciò che
Dio le faccia , erri e deliri. Sia dunque mio principio il
dimostrarti, Che nulla mai si può crear dal nulla. Quindi assai
meglio intenderemo il resto £ come possa generarsi il lutto
Senz'opra degli Dei. Or se dal nnlla- Si creasser le cose, esse di
seme Non avrian d'uopo, e si vedrian produrre Uomini ed animai nel
seti dell' acque, nel grembo della terra uccelli e pesci, e nel vano
dell’aria armenti e greggi; Pe' luoghi culli, e per gl' inculti il
parto D'ogni fera selvaggia incerto fora; Nè sempre ne darian
gl'istessi frutti Gli alberi , ma diversi ; anzi ciascuno D' ogni
specie a produrgli allo sarebbe. Poiché come potrian da certa madre nascer
le cose, ove assegnati i propri semi non fosser da ^Natura a tutte 1
Ma or perché ciascuna è da principi certi creala , indi ha il natale ed
esce Lieta a godere i dolci rai del giorno, ov'è la sua
materia e -i-vorpi primi: E quindi nascer d'ogni cosa il
tutto Non può, perchè fra loro alcune certe cose hall l'interna
facoltà distinta. Inoltre ond' è che primavera adorna sempre è
d’ erlie e di fior? che di mature Biade all' estiv' arsura ondeggia il
campo? e che sol quando Febo occupa i segni O di Libra o di Scorpio,
allor la vite Suda il dolce liquor che inebria i sensi? Se non
perché a'ior tempi alcuni certi Semi in un concorrendo, atti a
produrre Son ciò che nasce, alJor che le stagioni Opportune il
richieggono, e la terra «I Di rigor genital piena c di succo ,
Puote all’ aure inalzar sicuramente Le molli erbette e l’altre cose
tenere i che se pur generate esser dal nulla Potessero, apparir dovrian
repente In contrarie stagioni e spazio incerto , Non vi essendo
alcun seme , che impedito Dall' Union feconda esser potesse O per
ghiaccio o per sol ne' tempi avversi. Né per crescer le cose avrian
mestiere di spazio alcuno in cui si unisca il seme, i' elle fosser
del nulla atte a nutrirsi. Ma nati appena i pargoletti infanti
Diverrebbero adulti , e in un momento Si vedrebber le piante inverso il
cielo Erger da terra le robuste braccia. Il che mai non
succede. Anzi ogni cosa cresce, come conviensi , a poco a poco,
E crescendo, conserva e rende eterna La propria specie. Or tu
confessa adunque Che della sua materia , e del suo seme Nasce, si
nutre e divien grande il tutto. S’arroge a ciò, che non daria la
terra il dovuto alimento ai lieti parti. Se non cadesse a fecondarle
il seno Dal del 1' umida pioggia, e senza cibo propagar non
potrebber gli animali La propria specie, e conservar la vita,
Ond' è ben verisimile, che molte Cose molti fra lor corpi
comuni Àbbian, come le voci han gli elementij Anzi, che sia senza
principio alcuna. In somma ond' è che non forma Natura uomini
tanto grandi e si robusti, che potesser co’ piè del mar profondo varcar
l’ acque sonanti e con la mano sveller dall’imolor l’alte montagne, e
viver molt’ etadi , e molti secoli? L. is known only for his long poem De rerum
natura in which he sets out the doctrines of the Garden. As the only
substantial systematic work of the Garden to survive from antiquity it is a
work of considerable significance. Unfortunately, it is difficult to judge how
accurate an account of the school’s teaching as there is little with which to
compare it. However, the Garden tended towards conservatism in doctrinal
matters and so it isunlikely Lurezio strayed far from orthodoxy. The first two
books of the poem are mainly concerned with espounding atomism, the middle two
are concerned with human nature and knowledge, and the last to analyse a number
of natural phenomena. Tito Lucrezio Caro. Lucrezio. Luigi Speranza, "Grice, Lucrezio, e la natura
delle cose," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Luigi Speranza, “Grice e Lucrezio: implicatura atomica”
– “implicatura e composizionalita” – “implicatura elementare” – “implicatura
simplex” “implicatura simplice” “implicatura complessa”, “alma figlia di Giove”
--. Lucrezio.
Grice
e Lucullo: l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Si
distingue nella guerra sociale come tribunus militum. Avendo avuto quale
pro-questore sotto Silla nella guerra mitridatica l’incarico di recarsi dalla
Grecia in Cirenaica e in Egitto e di raccogliere una flotta, Lucullo volle
avere presso di sè Antioco d’Ascalona in quel pericoloso viaggio sul
mare. Pretore, propretore in Africa, e console, ottenne il governo
proconsolare della Cilicia e il comando della guerra contro Mitridate e
sconfisse prima questo, poi il suo alleato Tigrane re di
Armenia. Negl'anni del suo comando, batiè con poche forze grossi eserciti
nemici. Ma per il malcontento dei soldati le cose peggiorarono, sicchè i suoi
avversari lo fanno richiamare a Roma ove soltanto gli e concesso il trionfo. L.
contribuì potentemente alla diffuzione della filosofia in Roma. L. e oratore,
storico (scrive un’opera sulla guerra sociale) e si interessa vivamente per la
filosofia, tanto che volle compagno Antioco sia da pro-questore che
da pro-console e con gli studi filosofici si consolò degli insuccessi
politici. L. was a rich Roman who made a career in public and military life. He
was a friend and pupil of Antioco, although his philosophical tastes appear to
have been quite eclectic. He spend his last years quietly going insane. Lucio
Licinio Lucullo. Lucullo.
Grice e Luporini: l’implicatura
conversazionale -- i corpi di Vinci – il leopardi fascista – leopardi fascisti –
ultra-filosofico -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ferrara). Filosofo italiano. Grice:
“I like Luporini; I lerarned from him how silly Austin is when talking of
‘material object’ – a contradiction in terminis for Kant who uses ‘materie’
very strictly; Luporini’s study of Leopardi is brilliant – and he has explored
the genius of Vinci, which is good!” Si recò a Friburgo, dove frequenta le
lezioni di Heidegger, e poi a Berlino, dove poté seguire le lezioni di
Hartmann. Si laurea a Firenze. Insegna a Cagliari, Pisa e Firenze. Dopo un in interesse
per l'esistenzialismo, aderì al marxismo, iscrivendosi al Partito Comunista,
per il quale fu eletto senatore nella terza legislature. Tra le altre iniziative
parlamentari, fu firmatario di un progetto di legge, "Istituzione della
scuola obbligatoria statale dai 6 ai 14 anni.” Fonda la rivista Società. Collabora ai periodici politico-culturali del
PCI, Il Contemporaneo, Rinascita, Critica marxista. Durante il dibattito che, a
seguito degli eventi, porta alla trasformazione del PCI in PDS, si schierò
decisamente contro la "svolta" di Occhetto, aderendo alla mozione
"due" di opposizione interna, in un'orgogliosa difesa e per un
rilancio della prospettiva e degli ideali comunisti. Il marxismo di Luporini si
fonda su una critica radicale allo storicismo, sul rifiuto di ogni concezione
finalistica dello sviluppo storico: il comunismo, quello marxista in
particolare, non è assimilabile con la tematica tipicamente storicista del
progresso come traccia dell'evoluzione umana. Egli rifiuta letture dogmatiche
del marxismo e le sue deteriori forme di economicismo e meccanicismo, ma, pur
apprezzando lo strutturalismo di Althusser con cui cercò di far dialogare tutto
il marxismo italiano, non ne condivideva l'anti-umanismo, in quanto il pensiero
di Marx conserva per lui un profondo umanesimo, anche negli scritti successivi
alla "rottura epistemologica" in cui le strutture, cioè i modelli
interpretativi della società, non sono astratti ma in funzione degli individui
concreti, umani. Nello stesso ambito
marxista, tra i suoi obiettivi polemici vi furono quelle posizioni che
proponevano una interpretazione di radicale discontinuità tra Marx e Hegel,
cioè quelle di Volpe e della sua scuola. Centrale è infatti per Luporini la
nozione di “contra-dizione,” la marxiana "oggettività reale", che lo
pone comunque in relazione con Hegel. Marx deve essere considerato una
concezione aperta e complessa, dove materialismo e dialettica compongono una
sintesi mai totalizzante (da qui il suo interesse per l'elaborazione di Gramsci)
e parte fondamentale di una più generale teoria dei condizionamenti umani. Fondamentale è il concetto di formazione economico-sociale,
espressione già utilizzata da Sereni, ma in senso storicistico e cioè la
possibilità per il marxismo di costituire un modello per l'analisi degli specifici
modi di produzione della società capitalista, nonché per la previsione scientifica
delle sue varie forme. La legge generale delle formazioni economico-sociali è
tratta dall’Introduzione ai Lineamenti fondamentali di critica dell'economia
politica di Marx. La struttura economica va indagata secondo logica scientifica
e bisogna stabilire un "criterio oggettivo", il momento dominante che
condiziona tutti gli altri assetti produttivi.
L'approccio storico-genetico non è un continuum evoluzionistico come
nella tradizione storicistica, è la fase dell'osservazione e descrizione empirica
del fenomeno dalla sua origine ed è secondario rispetto all'approccio
genetico-formale, cioè all'indagine che permette di stabilire la categoria
dominante di una determinata fase storica della produzione. Il modello de Il
Capitale può dunque aspirare all'universalità, ma anche alla flessibilità di
applicazione. La formalizzazione di un “modello” attraverso il metodo genetico,
individua anche il processo per cui i rapporti di produzione si riflettono in
qualcos’altro, la coscienza dei singoli, le relazioni inters-oggettive (l’inter-azione’)
e le radici stesse della vita morale. È palese così il contrasto di Luporini ad
ogni disegno provvidenzialista e di filosofia della storia e anche in questo si
rende chiaro il rapporto dialettico-oppositivo tra Hegel e Marx. Per quanto
riguarda Leopardi, secondo Luporini, la sua poesia non è permeata solo di
pessimismo, ma ci invita anch'essa alla resistenza attiva. La formazione
filosofica di Leopardi, infatti, illuminista e materialista, permette di
leggere ad esempio, nelle "magnifiche sorti e progressive" de
"La Ginestra", una possibilità di rinnovamento politico-sociale non
in antitesi con la concezione della 'natura matrigna', un compito storico degli
esseri umani altrimenti o comunque destill'infelicità esistenziale. “Filosofia
e politica: scritti dedicati a Luporini, Firenze, La Nuova Italia, Una completa e aggiornata, L. Fonnesu, è stata
pubblicata nel numero speciale dedicato a Luporini di "Il Ponte"
(Firenze). Oltre agli studi sulla storia della filosofia e a un'elaborazione
teorica del marxismo incentrata sui temi etici, si ricordano, fra le sue opere
principali: “Situazione e libertà”
(Firenze, Monnier); “Filosofi vecchi e nuovi” (Firenze, Sansoni); “Spazio e
materia in Kant” (Firenze, Sansoni); “L'ideologia comunista” (Riuniti, Roma); “Dialettica
e materialismo, Roma, Riuniti, Il soggetto
e il comune, Il marxismo e la cultura italiana, in Storia d'Italia, I
documenti, Einaudi. Un'incidenza notevolissima ha sugli studi leopardiani il
suo saggio Leopardi progressivo. Sulle
lezioni di Heidegger e Hartmann vedi l'aneddoto in Intervista in "Repubblica",
E. Sereni, Da Marx a Lenin: la categoria di formazione economico-sociale, Quaderni
di Critica marxista, Realtà e storicità: economia e dialettica nel marxismo, in
Critica marxista, Per l'interpretazione della categoria formazione
economico-sociale, in Critica marxista, Le radici della vita morale, in Morale e società, Riuniti, Roma); S. Lanfranchi,
Dal Leopardi ottimista della critica fascista al Leopardi progressivo della
critica marxista, Saggi critici in Garin, Esistenza e libertà, in Critica marxista,
G. Mele, Esistenzialismo e significato della libertà, Critica Marxista, A. Zanardo,
Un orizzonte filosofico materialistico, in Critica marxista, C. Rocca,
Esistenzialismo e nichilismo «Belfagor», R. Mapelli, Milano, ed. Punto Rosso, Ponte,
Ponte, Convegni Quarant'anni di
filosofia in Italia. "Critica marxista", Il fascicolo contiene gli
atti delle due giornate di studio sulla sua filosofia oorganizzate dalla
Facoltà di Lettere e filosofia dell'Firenze e dalla fondazione Gramsci di Roma,
Feltrinelli. Nella loro maggior parte i contributi riprendono gli interventi al
Convegno promosso dall'Firenze e organizzato dal Dipartimento di Filosofia. Treccani
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Senato della Repubblica; Biblioteche dei
Filosofi (SNS), su picus unica. L'ultima lezione (una grande avventura
intellettuale attraverso il Novecento), su hyperpoli. Sebbene
questo titolo rimandi a questioni di critica letteraria, e di fatto i risultati
della critica leopardiana costituiscano l’oggetto principale da cui muove
questo studio, essi saranno presentati e analizzati nelle prossime pagine
innanzitutto come un ‘documento’ storico : un documento che forse non ci darà
risposte soddisfacenti per comprendere meglio il pensiero leopardiano, ma
contribuirà invece alla nostra riflessione sull’iter culturale e ideologico di
alcuni intellettuali italiani. Per affrontare il problema della transizione e
tentare di isolare alcuni elementi di continuità e di rottura, il discorso
svolgerà un percorso circolare : partendo dal saggio pubblicato da L. nel 1947,
Leopardi progressivo, al quale, in un primo momento, si accennerà solo molto
brevemente ; seguendo poi un cammino a ritroso per rintracciare l’itinerario e
le origini anche abbastanza lontane del dibattito – iniziato sin da prima del
Ventennio – da cui trae origine questo testo ; e tornando infine al 1947 e al
libro di Luporini, molto noto, anche fuori dalla cerchia degli specialisti di
Leopardi, tanto da esser divenuto un ‘classico’ studiato spesso sin dal
liceo1. 2 Scrive Sebastiano Timpanaro a proposito del titolo scelto da
Luporini : « un titolo che per un vers (...) 3 Si tratta del v. 51 della
Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e prose, vol. I, Poesie, a cura di M. A. L.,
Leopardi progressivo. La scelta dell’aggettivo progressivo, benché avesse
un’eco politica particolare nella cultura comunista del primissimo dopoguerra2,
era dettata dal richiamo letterario alle « magnifiche sorti e progressive » de
La Ginestra di Leopardi3. Ma nella citazione di Luporini l’aggettivo perdeva il
sapore amaramente ironico di quel verso leopardiano ed assumeva invece un
significato totalmente positivo, per indicare una forma di fiducia nel «
generale progresso dell’incivilimento »4 che, secondo il critico, emana dalla
lettura complessiva di una poesia come La Ginestra e, forse soprattutto, da
un’attenta analisi dello Zibaldone di Leopardi. Questa fiducia non risiede
però, per Luporini, nell’individuo, bensì nella moltitudine, ovvero nel popolo
e nella sua virtù, e sfocia in una dichiarazione di solidarietà tra gli uomini
tutti, contro la natura, per un progresso generale della condizione
umana. 3 La vivacità delle reazioni che suscitò il saggio quando fu
pubblicato dà una preziosa indicazione di quanto originale e quanto importante
fosse l’interpretazione proposta da L. Per illustrare l’accoglienza che
ricevette è particolarmente utile la recente testimonianza di Franz Brunetti,
che sarebbe poi diventato professore di filosofia e specialista di Galilei, ma
che allora era ancora al terzo anno di studi della Scuola normale superiore di
Pisa, dove Luporini appunto insegnava. Brunetti ricorda perfettamente il
Leopardi progressivo, la cui lettura creò interesse e agitazione fra i
normalisti : ne discutevano animatamente nei corridoi, nelle stanze e durante i
pasti nella sala da pranzo soprattutto gli italianisti Giulio Bollati, Luigi
Blasucci, Dante della Terza, che trascinavano tutti gli altri. Era lecita una
definizione politica del poeta ? Era corretta siffatta operazione ideologica ?
Non era forse più opportuna una ricomposizione unitaria del pensiero
leopardiano. Brunetti, Il « nostro » L., in L., a cura di M. M (...) La
discussione, animata e per certi versi lacerante, si protrasse per giorni,
riecheggiando sotto le volte dei corridoi nel Palazzo dei Cavalieri. Fu però
efficace, perché fece rientrare la sensazione provocatoria del saggio e ricondurre
l’elemento ideologico e il « tecnicismo filosofico » nelle giuste dimensioni,
sortendo d’altro canto l’effetto di mettere in discussione l’apollineità in cui
la critica crociana mirava a rinchiudere la poesia e insieme il poeta. Non è un
caso che da quello stesso anno [1948] anche il lavoro critico di Luigi Russo si
attestò in una valorizzazione della « politicità » dei poeti, rompendo, proprio
lui, il dominante schema crociano. Una pietra gettata nello stagno, una fertile
provocazione intellettuale.5 4 Quanto racconta Brunetti è, per molti
aspetti, significativo e rappresentativo del clima ideologico e culturale di
quegli anni, e della transizione che si sta operando, anche nel piccolo mondo
della critica letteraria. L., Leopardi progressivo, cit., p. 38 e 92. 7
W. Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni, 1947. Sebbene molto
diversi, il testo di (...) 5 Brunetti definisce il testo di L. un’«
operazione ideologica », in quanto offre una lettura non solo eminentemente
politica dell’opera leopardiana, ma una lettura esplicitamente comunista.
Luporini vede in Leopardi un « anticipatore di ulteriori dottrine », « fedele
ai principi della democrazia rivoluzionaria, anche più avanzata »6. In questo
senso, il 1947 segna, col saggio di Luporini – e col saggio altrettanto noto di
Walter Binni, La nuova poetica leopardiana, pubblicato lo stesso anno7 – una
svolta decisiva nella storia della fortuna leopardiana, inaugurando la proficua
stagione della critica leopardiana del secondo Novecento, segnatamente della
critica detta marxista. 6 D’altra parte, Brunetti considera che l’opera
di Luporini era, nel contesto culturale della seconda metà degli anni Quaranta,
una vera e propria « pietra gettata nello stagno » e una « fertile provocazione
intellettuale », in quanto rimetteva in questione il « dominante schema
crociano ». Con quest’ultima osservazione, Brunetti non rende, tuttavia, conto
di quanto fosse recente tale « dominio ». Se è vero, infatti, che il metodo
crociano si era imposto nel mondo culturale di quel primissimo dopoguerra,
durante tutto il Ventennio e anche durante la guerra esso era stato sì
prevalente, ma solo nella cerchia, in realtà abbastanza ristretta, degli
intellettuali ostili o estranei al fascismo. Di sicuro non era stato lo «
schema dominante » imposto negli studi letterari, nelle riviste, nelle
accademie e nelle università dell’Italia fascista. 8 Croce conia la voce
« allotrio » per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al vocab
(...) 9 Per l’influenza di Giovanni Gentile sul mondo culturale in epoca
fascista, si veda in particolare G (...) 10 Il ruolo di Cian negli studi
letterari del Ventennio e nel periodo di transizi (...) Marpicati compie studi
di letteratura italiana a Firenze, pubblica alcune raccol (...) 12 Ecco quanto
scriveva, ad esempio, Vittorio Cian, nel 1933, rivolgendosi a Croce e ai suoi
discepoli (...) 13 Mi sia consentito di rimandare in questa sede a due testi
miei, entrambi accessibili in linea : S. (...) 7 In realtà, durante il
Ventennio solo una minoranza di critici – pur trattandosi di una minoranza
quantitativamente e soprattutto qualitativamente importante – aveva seguito
l’idea crociana dell’autonomia dell’arte, e quindi perlopiù evitato di dare una
lettura apertamente politica dei testi letterari. Erano relativamente pochi i
critici che aderivano al principio secondo cui gli elementi che in un’opera
d’arte contengono un messaggio dichiaratamente politico o morale sono « allotri
»8, ovvero estranei alla vera poesia del testo, perché non corrispondono allo
slancio primo e poetico dell’intuizione estetica. A questi si opponeva la
critica di stampo fascista, nelle cui file, ben più folte, troviamo uomini di
grande influenza e di grande potere nell’ambiente culturale ed accademico, come
un Giovanni Gentile9, un Vittorio Cian10, ma anche un Arturo Marpicati11. Essi
contestavano, anche violentemente, la lezione crociana12, mentre rivendicavano,
per tutti i testi letterari, la legittimità di una lettura morale, politica,
improntata all’attualità. La tendenza ad ‘attualizzare’ il significato delle
opere fu portata a tal segno da far loro presentare, talvolta e anzi spesso, i
classici della letteratura italiana come precursori del fascismo13. 8 Non
era dunque la prima volta che si buttavano pietre nello stagno della critica
crociana ; si potrebbe quasi dire, anzi, che non si era fatto altro che
buttarvi pietre durante tutto il Ventennio. 14 In realtà, i primi sintomi
di « insofferenza » Russo li diede sin dal 1941, mentre scriveva un arti (...)
15 Ibid., p. 4. 9 Perciò, quando Brunetti denuncia « l’apollineità » in cui
Croce rinchiude i poeti, e quando ricorda l’itinerario di Luigi Russo – che in
quegli anni, dopo esser stato a lungo un fedele discepolo crociano, da Croce
prende appunto le distanze14 – egli ci fa intuire non tanto una rottura, quanto
una ‘transizione’ interessante. Tra i critici che erano stati antifascisti
negli anni Venti e Trenta, molti cominciano, sin dai primissimi anni Quaranta,
a maturare un progressivo allontanamento dalla posizione crociana, proprio
perché si sentono vincolati da quell’implicito divieto di ‘allotrismo’ che
caratterizza la produzione critica crociana, rivendicando la possibilità di considerare
« la politicità nascosta » anche nella « grande poesia »15. Arrivati al 1947 o
1948, sembrano ormai giunti al punto di rottura. Ma quel che preme qui
sottolineare è che vi è dunque una continuità, non certo nei contenuti politici
– affatto diversi – ma potremmo dire nel metodo e nei presupposti teorici ed
estetici che vengono opposti a Croce durante e dopo il Ventennio, ovvero nella
comune rivendicazione ‘allotrica’. 10 Il testo di L. segna senz’altro una
svolta nella fortuna critica di Leopardi nel Novecento, quando lo si studia
come punto di partenza di una tradizione critica, e in questo modo esso viene
generalmente e giustamente valutato. L’intento di questo lavoro sarà invece di
considerarlo come punto di approdo problematico di un’altra tradizione critica,
non posteriore ma anteriore, vigente nel Ventennio e di stampo generalmente
fascista, con cui il testo di L., nonostante le fondamentali differenze, ha in
comune almeno due aspetti essenziali. Il primo è appunto l’opposizione
all’estetica crociana che è già stata evocata e che potrebbe, senz’altro, esser
estesa a gran parte della critica letteraria, non trattandosi di una
specificità leopardiana ; il secondo è l’idea – sulla quale verterà più
precisamente questo studio – di un fondamentale ottimismo leopardiano. Ora, una
certa paternità del tema dell’ottimismo leopardiano, così come lo sviluppa
Luporini, può essere attribuita a Giovanni Gentile e ad un suo saggio sulle
Operette morali di Leopardi, scritto nel 1916. Questo, invece, è un discorso
specifico, valido per la sola critica leopardiana. 11 L’ipotesi di una
continuità tra l’interpretazione che L. dà di Leopardi nel 1947 e la produzione
critica degli anni Venti e Trenta, con una comune opposizione a Croce, ma anche
una comune matrice – almeno parziale – gentiliana, è convalidata sia
dall’analisi dei testi, come vedremo, che dalla stessa biografia di L. e da
quanto lui stesso racconta della propria esperienza. La vicenda umana,
ideologica e culturale di L. in quel decennio che va dalla seconda metà degli
anni Trenta alla fine degli anni Quaranta è, per molti aspetti, emblematica
proprio di quel profilo di intellettuale nella transizione tra fascismo e
Repubblica. L., Critica e metafisica nella filosofia kantiana, «
Rendiconti della Reale Accademia Nazi (...) 17 Il testo faceva parte di un
volume scritto dai docenti del liceo dove L. insegnava, in occasi (...) 18
Nella sua autobiografia, Norberto Bobbio cita un disegno di Renato Guttuso che
illustra una delle p (...) 19 C. L., Qualcosa di me stesso, in L. L. si laurea a Firenze, dopo aver studiato
anche in Germania, dove fu in contatto con Heidegger e Hartmann. La sua tesi di
filosofia su Kant, d’impostazione esistenzialistica, è letta e molto apprezzata
da Gentile, il quale decide di presentarla, nel febbraio del 1935, all’Accademia
dei Lincei di cui era socio16. Dopo aver conseguito la laurea, Luporini insegna
al liceo, prima a Livorno, dove pubblica un primo testo su Leopardi, di cui dà
un’interpretazione esistenzialistica e la cui impostazione reca già segni
evidenti di anticrocianesimo17. Nel 1938 torna a Firenze ed entra a far parte
del movimento liberalsocialista di Aldo Capitini e Guido Calogero, nel quale
frequenta anche Norberto Bobbio, Renato Guttuso e Umberto Morra18. Nel 1939
Gentile lo chiama alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove era disponibile
un posto di lettore di tedesco. C’era, tra Gentile e L., un rapporto che L.
stesso ebbe a definire « di grande franchezza politica », sin dal 1937, quando
i due uomini si conobbero meglio, e fino alla morte di Gentile, avvenuta nel
194419. Luporini non aveva approvato la decisione del movimento
liberalsocialista di confluire nel Partito d’Azione e si era perciò ritirato
nel 1942, per aderire invece, nell’agosto del 1943, al Partito Comunista. L. si
trovava quindi agli esatti antipodi politici di Gentile : eppure egli stesso
racconta di come avesse tentato, nel 1943, di convincerlo ad abbandonare la
Repubblica di Salò e avesse anche creduto di riuscire nel suo intento,
definendo « tragica » ma anche « consapevole » la sua fine : 20 Ibid., p.
240. Non mi soffermerò sull’ultima fase di Gentile, tragica. Ricordo solo che,
certo illusoriamente, cercai di persuaderlo a che si tirasse fuori dal
fascismo, nel frattempo divenuto la Repubblica di Salò. Nel novembre del ’43,
al Salviatino, dove abitava, ebbi con lui un incontro che non finiva mai,
perché non riuscivo a rimanere solo con lui. Quando ce la feci, lo misi al
corrente di quello che stava succedendo, dandogli delle notizie che
evidentemente non gli davano le autorità fasciste – era stato anche ucciso uno
del suo entourage – mentre io le avevo dalla rete clandestina in cui mi
trovavo. Me ne uscii con la sensazione che forse qualcosa avevo ottenuto.
Invece, non era così : due giorni dopo, venne fuori che il ministro Biggini
s’era recato lì, al Salviatino, per offrirgli la presidenza dell’Accademia
d’Italia, e che Gentile aveva accettato (ma, quand’ero stato da lui, non me
l’aveva detto). E così s’avviò verso un destino di cui in qualche modo aveva consapevolezza.20
13 Poche settimane dopo quest’episodio, Gentile propone a Luporini di diventare
bibliotecario dell’Accademia d’Italia. Ma Luporini rifiuta, sancendo così la
fine del suo rapporto con Gentile : un rapporto che, nella nostra prospettiva,
è senz’altro importante e che invece è stato quasi integralmente passato sotto
silenzio. In realtà, di L. si ricorda soprattutto l’attività posteriore al
1945, in particolare quella che svolse come co-fondatore – con Bandinelli –
della rivista “Società”, e in seguito come direttore della stessa. La storia di
questa rivista illustra l’evoluzione di molti intellettuali di sinistra dopo la
Liberazione, proprio per il vincolo che venne rapidamente a crearsi col partito
comunista. Parlando di « Società » e dei suoi intenti programmatici, L.
dichiara che per lui, l’idea principale era 21 Ibid., p. 244. d’una
saldatura fra quella cultura degli anni trenta di cui ho parlato – quella
rottura con il passato che eravamo venuti preparando lentamente, modestamente,
molecolarmente – e la cultura di quelli che venivano da fuori, soprattutto i
dirigenti comunisti, e segnatamente Togliatti. Perciò, non ero d’accordo con
Vittorini, con la sua idea, nel « Politecnico » d’una « nuova cultura ». I
contenuti li avevamo in comune, più o meno ; però io ero per un continuismo,
non assoluto, naturalmente, ma rispetto a quel che ho detto.21 22 Ibid.,
p. 241. 14 Per illustrare meglio le forme di questo « continuismo », bisogna
rifarsi alle pagine che precedono questa citazione, in cui Luporini descrive
l’ambiente culturale della Firenze degli anni Trenta e il gruppo di
intellettuali antifascisti che vi frequentava. L. dichiara in quest’occasione
che « da un certo punto di vista la vera dittatura era proprio quella
idealistica » e che, nel campo specifico della letteratura e della
storiografia, l’idealismo « dittatoriale » era forse più crociano che non
gentiliano22. Continua poi la narrazione del proprio iterintellettuale, negli
anni Trenta e Quaranta, che L. descrive come un percorso che consta di due
tappe fondamentali, due svolte, anzi due transizioni. La prima avviene negli
anni Trenta, quando Luporini prende le distanze dall’idealismo crociano e
scopre l’esistenzialismo ; la seconda, negli anni Quaranta, quando
dall’esistenzialismo L. si sposta verso posizioni marxiste. 15 Questi
pochi elementi biografici offrono due spunti notevoli per l’analisi della
produzione di Luporini. In primo luogo, il rapporto personale più approfondito
che L. aveva con Gentile e non con Croce induce a riconsiderare l’influenza
dell’uno e dell’altro sulla sua prima formazione, da giovane studente e
studioso di filosofia e di letteratura. In secondo luogo, nell’esprimere a
posteriori il programma della sua rivista « Società », Luporini formula una
precisa volontà culturale ed ideologica propria di quel periodo di transizione,
che consiste nel superare l’idealismo crociano e nel consentire una forma di «
continuismo » tra una certa cultura anticrociana degli anni Trenta e quella
degli anni Quaranta. Applicati alla critica leopardiana del dopoguerra, questi
due elementi dimostrano quanto fosse complessa e problematica l’eredità della
critica fascista e della critica idealista. L., Con Heidegger. Alcune
riflessioni, oggi, tra filosofia e politica, in Heidegger. G. Gentile, Manzoni
e Leopardi (1928), in Opere, vol. XXIV, Firenze, Sansoni, 1960. 16 Leopardi,
d’altronde, offre una prospettiva privilegiata per analizzare il rapporto tra
Croce, Gentile e L.. Era il poeta prediletto di Luporini : « Leopardi è stato
sempre il mio autore », dichiarava L., e come tale, egli continuò a leggerlo e
a rileggerlo da un capo all’altro della sua vita. Ma era anche un poeta molto
amato da Gentile – benché numerose e importanti fossero le differenze tra il
materialismo dell’uno e l’attualismo dell’altro – e la costanza del suo
interesse per Leopardi ci è testimoniata dalla regolarità con la quale il
filosofo siciliano pubblicò per più di trent’anni, tra il 1907 e il 1938, testi
sul pensiero e sulla poesia di Leopardi, poi raccolti in un unico volume24.
D’altro canto, invece, Leopardi non è stato un autore particolarmente
apprezzato né compreso da Croce. Citiamo qui l’allegro commento di uno studioso
che era stato suo discepolo, Vincenzo Gerace, e che nel 1929 dichiarava :
25 V. Gerace, Leopardiana, in La tradizione e la moderna barbarie. Prose
critiche e filosofiche, Folig (...) Croce non ama Leopardi. Non può amarlo. Gli
dà forte sui filosofici nervi. Gli è d’impaccio al teorico passo, uso a
scalciare stizzoso, ovunque lo trovi, quel terribile nemico della sua teoria
estetica : l’intellettualismo e il moralismo nel mondo dell’arte. Or se c’è un
intellettualista e un moralista convinto e di altissimo stile nella storia
della nostra poesia, e tenace in teorie e in fatti, questi è Leopardi.25
26 B. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza, 1923, pp. 103-119.
27 Ibid., p. 107. 17 Gerace allude qui senz’altro al celebre testo che Croce
pubblica dapprima su « La Critica » e poi nel volume Poesia e non poesia del
192326. La principale critica che Croce rivolge alla poesia di Leopardi è di
esser intrisa di elementi allotri, di momenti meditativi, filosofici, polemici,
che sono, per il critico idealista, profondamente estranei alla pura
ispirazione e intuizione poetica. Come tali, Croce non li considera veramente
poetici, tanto che, nel suo esame complessivo dei versi leopardiani, egli
considera che solo un numero relativamente ridotto corrisponda alla sua
definizione di poesia. Croce non emette riserve unicamente sulla poesia di
Leopardi, ma ne esprime di ancora più forti sul valore della sua filosofia. Per
Croce, il pensiero leopardiano è dettato innanzitutto dal sentimento, anzi dal
risentimento per una « vita strozzata », ed è dunque troppo soggettivo per
essere considerato un pensiero filosofico universale. In questa prospettiva,
Croce interpreta il pessimismo o ottimismo di Leopardi come un indizio
dell’origine prettamente sentimentale del suo pensiero, e quindi come una prova
della sua pochezza concettuale : « La filosofia », afferma Croce, « in quanto
pessimistica o ottimistica è sempre intrinsecamente pseudo-filosofia, filosofia
a uso privato »27. 28 I due testi si trovano oggi nel volume di G.
Gentile, Manzoni e Leopardi, cit. Il primo, Le Operett (...) 29 Ibid., p. 164
30 Ibid., p. 163. 18 In queste pagine, Croce sta in realtà dialogando con colui
che era, da molti anni ma per pochi mesi ormai, un amico ed un collaboratore, Gentile,
il quale aveva pubblicato, nel 1916 e nel 1919 due saggi – il primo sulle
Operette morali, il secondo intitolato Prosa e poesia nel Leopardi – decisivi
per la questione della filosofia pessimistica o ottimistica di Leopardi 28.
Anche Gentile, come Croce, giudica severamente la qualità filosofica del
pensiero leopardiano, dichiarando che « se cerchiamo in lui il filosofo, avremo
lo scettico, ironista, materialista piuttosto mediocre nell’invenzione »29.
Gentile formula, tuttavia, un’interpretazione ben diversa, molto più feconda ed
originale, della questione del pessimismo o ottimismo di Leopardi. Senza negare
del tutto il suo pessimismo, Gentile lo ridimensiona attribuendolo storicamente
e concettualmente alla sola influenza della filosofia materialista,
direttamente ereditata dai Lumi. Si tratta quindi di un « pessimismo della
ragione » settecentesca, che Gentile giudica, tutto sommato, superficiale e
poco originale, e al quale oppone invece un « ottimismo del cuore », profondamente
radicato nell’animo leopardiano. Così scrive nel 1919 : « Il Leopardi,
pessimista di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore,
e nel profondo dell’animo : tanto più acutamente pessimista col progresso della
riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista »30. 31 Vi è,
nello Zibaldone, un’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è,
del resto, un (...) 32 Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da
Augusto Del Noce, secondo cui Gentile « sent (...) 33 F. Pasini, Tutto il
pessimismo leopardiano, Parenzo, Coanna, 1928, p. 5. 19 Gentile dà particolare
rilievo alla tesi di un’ultrafilosofialeopardiana31, supponendo l’esistenza di
una sorta di pensiero leopardiano oltre la filosofia pessimistica e
materialistica : un pensiero più autentico, perché più intimamente poetico, più
spirituale e quindi, per Gentile, più leopardiano32. La rivalutazione
gentiliana delle Operette morali e l’interpretazione in chiave ottimistica del
pensiero leopardiano segnano un momento importante nella storia della critica,
avviando un nuovo filone esegetico che gode di particolare successo durante il
Ventennio. Si assiste allora, come nota un critico nel 1928, ad un «
capovolgimento, del punto di vista dal quale si usava considerare Leopardi » :
da « poeta del pessimismo » che era « per tutti », Leopardi « è diventato il
poeta dell’ottimismo »33. 34 F. De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, in
Scritti critici e Ricordi, Torino, Utet, 1986, p. 159. 35 Per una presentazione
dei testi, dei contenuti e degli autori di questa particolare produzione crit
(...) 20 Sin dall’Ottocento, De Sanctis aveva esaltato l’effettopositivo
prodotto dalla lettura della poesia leopardiana, dichiarando che « Leopardi
produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e
te lo fa desiderare ; non crede alla libertà, e te la fa amare »34. Negli anni
Venti e Trenta, tuttavia, l’intento della critica leopardiana è rivelare
elementi intrinsecamente positivi ed ottimistici, non nell’effetto prodotto sui
lettori, ma alla matrice stessa del pensiero leopardiano. L’opposizione
proposta da Gentile nel 1919, tra un pessimismo della ragione ed un ottimismo
del cuore viene ampliamente ripresa e riesplorata, dando adito a tutta una serie
di interpretazioni che potremmo definire irrazionali e fideistiche. Oltre il
pessimismo materialista, oltre il razionalismo disperato, la cui importanza
viene sistematicamente sminuita, molti critici cercano ed esaltano lo slancio
ottimistico della fede leopardiana : fede nella poesia, ma anche e spesso
soprattutto fede nella patria e nella stirpe italiana. In questo senso potremmo
interpretare alcune letture mistiche che vengono date di Leopardi e del suo
pensiero negli anni Trenta soprattutto35. 36 S. Lanfranchi, De centenaire
en centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo 1927, Leo (...) 21
Non è certo questo il luogo per analizzare questa produzione, vasta seppur
povera di elementi filologici e critici realmente nuovi. Ai fini del nostro discorso,
preme tuttavia osservare che un argomento ricorre sovente tra questi testi, che
consiste nel dare una spiegazione prettamente contestuale e storica al
pessimismo di Leopardi, negandogli di fatto un valore universale. Il motivo
fondamentale del pessimismo leopardiano è, per la critica di stampo fascista
degli anni Venti e Trenta, di natura politica, anzi patriottica. Leopardi non
ha assistito né agli albori del Risorgimento, né alla prima guerra mondiale, né
tanto meno alla marcia su Roma : se invece fosse stato spettatore e attore di
tali avvenimenti, egli – assicurano tali critici – non sarebbe stato
pessimista. Questo argomento costituisce un vero e proprio topos oratorio,
ripetuto centinaia di volte in occasione dei discorsi ufficiali e delle
commemorazioni del Ventennio, poiché, nonostante sia fondato su un anacronismo
e quindi scientificamente non abbia alcun valore, la sua efficacia retorica è
notevole. E segnatamente lo si trova nel 1937, quando, in occasione del
centenario della morte, il regime organizzò, spesso controllandoli e
canalizzandoli, tutta una serie di festeggiamenti ufficiali, in cui Leopardi
veniva molto spesso presentato come un precursore del fascismo36. 22 Vi
furono però alcune celebrazioni che riuscirono a rimanere in margine delle
commemorazioni ufficiali e quindi a garantire una certa libertà di espressione
rispetto alla produzione su Leopardi. Tra queste, troviamo l’annuario di un
liceo livornese, che nel 1938 pubblicò un numero speciale con vari studi
consacrati a Leopardi. Il secondo, intitolato Il pensiero di Leopardi, era
proprio il testo di L., che in quel liceo appunto insegnava filosofia. In
questo saggio, l’intento primo di Luporini non è solo di presentare un Leopardi
esistenzialista, ma anche e forse soprattutto di contestare la posizione
dell’idealismo, sia crociano che gentiliano, rivendicando innanzitutto il
valore filosofico del pensiero leopardiano e quindi anche del suo pessimismo. L.
non esita a metterlo a confronto con i
maggiori filosofi dell’Occidente : 37 C. Luporini, Il pensiero di
Leopardi, cit., p. 68. Tra il pessimismo del Pascal, ultima grandiosa
affermazione del medioevo religioso e il pessimismo del Leopardi, c’è l’età
dell’illuminismo nei suoi ideali più alti, c’è Cartesio e Kant (che pur
Leopardi non conosceva), c’è insomma il pensiero moderno che fonda tutto il
valore dell’uomo nella sua dignità morale e questa sua dignità morale nella
verità che egli ha raggiunto colle proprie forze, rivelata alla sua
ragione.37 38 Secondo Sebastiano Timpanaro : « L’esperienza
esistenzialistica L. se l’era ormai lasciata (...) 39 C. L., Leopardi
progressivo, cit., p. 97. 40 Ibid., pp. 101-102. 23 Sarebbe opportuno
comprendere se vi siano elementi comuni tra i due testi di L. su Leopardi,
scritti a distanza di dieci e decisivi anni. Sussistono poche tracce del
Leopardi esistenzialista del 1938 nel Leopardi progressivo del 194738. Un
lascito più evidente consiste invece nella condanna duratura e permanente di
Croce – di cui L. cita esplicitamente « l’infelice giudizio » su Leopardi. Per
L., non solo la poesia di Leopardi è sempre vera poesia, ma anche il suo
pensiero, potremmo dire, è vero pensiero, vera filosofia. Leopardi, dice L., «
fu un pensatore progressivo ; in certo modo, dentro i limiti della sua funzione
di moralista, di non-tecnico della filosofia né di alcuna disciplina
particolare, il più progressivo che abbia avuto l’Italia nel xix sec.
»40. 24 L’interpretazione data da Gentile – che invece L. nel suo testo
non cita mai – e la stagione di studi sul Leopardi ottimistico che essa
inaugurò per il Ventennio fascista lasciano invece dietro di sé, e sul saggio
di L. in particolare, un’eredità molto più complessa da cogliere e da valutare.
Nell’insistere sul materialismo del pensiero leopardiano, Luporini intendeva
senz’altro opporsi alla lettura idealistica e spirituale di Gentile. È inoltre
significativa la scelta di L., che non parla di un Leopardi ottimista, ma
progressivo, rifacendosi perciò ad un lessico di tutt’altra connotazione
ideologica. Vi sono, tuttavia, anche alcuni elementi di continuità, e ci
soffermeremo brevemente su tre di questi. 41 Ibid., pp. 49 e 69. 42 S.
Timpanaro, Classicismo e illuminismo, cit., p. 180. 25 Il primo sta
nell’origine contestuale e storica che Luporini attribuisce al pessimismo
leopardiano, il quale deriva, secondo lui, da una delusione storica : la
delusione della Rivoluzione francese. « Questa delusione – scrive Luporini –
non spiega solo il pessimismo storico di Leopardi, ma il suo successivo e
rapido ‘pessimismo cosmico’ ; ossia spiega tutto il pensiero leopardiano. I due
pessimismi nascono da un unico germe, appartengono a un unico processo di
pensiero »41. Esprimendo un giudizio complessivamente molto positivo sul testo
di L., Timpanaro emette la principale sua riserva proprio su questa
interpretazione, che giudica insufficiente in quanto non rende conto del «
valore permanente del pessimismo leopardiano »42. Nella nostra prospettiva, è
importante notare che la spiegazione storica, benché usasse altri mezzi e
perseguisse altri fini, era già usata in modo sistematico dalla critica
fascista, escludendo a priori l’idea di un pessimismo non fondato sulla storia,
ma sulla condizione umana in senso universale e astorico. L., Leopardi
progressivo, cit., p. 50. 44 Ibid., p. 60. 26 Il secondo elemento di continuità
sta nel giudizio, proprio di Luporini ma anche della critica fascista, secondo
cui nonostante il pessimismo scaturito dalla delusione storica, vi fosse in
Leopardi una “inconcussa e nascosta fede”43, qualcosa che lo induceva comunque
a sperare. Come Gentile, anche Luporini dà un notevole rilievo a quell’unica
occorrenza del termine « ultrafilosofia » nello Zibaldone, ma le attribruisce
contenuti affatto diversi perché in essa « sembra condensarsi la “disperata
speranza” dell’individuo Leopardi »44. 45 Ibid., p. 38. Timpanaro
considera che non era « accettabile » il « rimprovero » mosso a L. Il terzo ed
ultimo elemento di continuità, tra il testo di L. e la produzione critica del
Ventennio, sta infine nel presentare Leopardi quale un « anticipatore di
ulteriori dottrine »45. In entrambi i casi, Leopardi diventa precursore
politico di un’ideologia del Novecento e, in entrambi i casi, diventa
precursore di un’ideologia strutturalmente ottimistica. L’ottimismo era,
infatti, un aspetto culturale e ideologico programmatico per il fascismo ma,
d’altra parte, il progresso – e quindi la visione ottimistica del divenire
umano che lo sottende – è a sua volta un perno essenziale dell’ideologia
comunista. L., Leopardi moderno, intervista a cura di F. Adornato, «
L’Espresso ». Su questo punto vorremmo abbozzare le nostre prime rapide
conclusioni. Parallelamente al discorso critico più tradizionale e canonico,
che sin dall’Ottocento va definendo le varie fasi del pessimismo leopardiano,
si possono rintracciare nel Novecento le tappe di elaborazione del mito di un
Leopardi ottimista : un mito che forse proprio durante il Ventennio conosce la
maggiore diffusione, ma che non muore con la caduta del regime fascista. Il suo
permanere, sotto forme diverse, è forse proprio dovuto al vincolo che lo unisce
ad ideologie strutturalmente ottimistiche, le quali, quando designano nel
Leopardi un precursore, lo « piegano » naturalmente in questo senso. Alla luce
di queste considerazioni, assumono un significato particolare le parole che
pronuncia lo stesso Luporini, in un altro periodo di transizione, alla fine
degli anni Ottanta, davanti al crollo del regime comunista e davanti alla crisi
di quest’altra ideologia novecentesca. Non a caso, Luporini ritorna allora a
studiare Leopardi, per trovarvi l’espressione del suo sgomento : « Il sapersi
soli di fronte alla storia, senza speranze – senza nessuna garanzia, senza
nessuna ideologia, senza nessuna consolazione »46. Siamo molto lontani dal
messaggio ottimistico del Leopardi progressivo, e rimane poco delle antiche
speranze di L.. Rimane però quello stesso amore per Leopardi, e quel sentimento
della sua ‘attualità’ più pregnante : 47 Ibid. Nella nostra epoca così
confusa e in fase di assestamento, nella crisi di tutte le categorie con le
quali ci siamo mossi finora, questa mi sembra un’idea liberatoria. Si può, anzi
si deve, essere disillusi : ma non per questo inerti e rassegnati. Essere
nichilisti e insieme attivi : ecco l’attualissimo messaggio di Leopardi. 47 Débat
Inizio pagina NOTE 1 Il testo Leopardi progressivo fu pubblicato per la prima
volta nel volume Filosofi vecchi e nuovi : Scheler-Hegel-Kant-Fichte-Leopardi,
Sansoni, Firenze. Come L. scrive in un’avvertenza ad una nuova edizione, datata
del febbraio 1980, « questo Leopardi progressivoebbe subito una sua risonanza
particolare, così che poi, nel corso di tutti questi anni, molte volte sono
stato sollecitato a ripubblicarlo in edizione separata. Questa domanda
proveniva da varie parti, ma soprattutto dal mondo della scuola (insegnanti e
studenti), il che mi ha sempre fatto particolare piacere. L., Avvertenze, in
Id., Leopardi progressivo, Roma, Editori Riuniti). 2 Scrive Sebastiano
Timpanaro a proposito del titolo scelto da Luporini : « un titolo che per un
verso alludeva polemicamente alle “magnifiche sorti e progressive” derise nella
ninestra (volendo indicare che Leopardi, nemico del falso progresso
borghese-moderato, mirava ad un progresso molto più radicale, al di là
dell’orizzonte politico della propria epoca e del proprio ambiente), per un
altro accoglieva quell’accezione un po’sottile e non immune da ambiguità che
questo aggettivo ebbe per alcuni anni nel linguaggio politico italiano : non
equivalente a “progressista” (che sapeva troppo di radicalismo borghese), ma
piuttosto a “democratico avanzato”, di una democrazia destinata, senza
rivoluzione, a sfociare nel socialismo. Gli equivoci politici di quest’uso di
“progressivo” ne causarono la rarefazione e poi la scomparsa quando era ancora
in vita Togliatti, che ne era stato, se non l’inventore, certo il massimo
diffusore attraverso la formula della “democrazia progressive -- TIMPANARO,
Anti-leopardiani e neo-moderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS. Si tratta
del v. 51 della Ginestra, in G. Leopardi, Poesie e prose, Poesie, a cura di Rigoni,
con un saggio di Galimberti, Milano, Mondadori (I Meridiani. L., “Leopardi progressive”.
Brunetti, Il « nostro » professore L., in L., a cura di M. Moneti, numero
speciale della rivista « Il Ponte ». L., Leopardi progressivo. Binni, La nuova
poetica leopardiana, Firenze, Sansoni. Sebbene molto diversi, il testo di L. e
quello di Binni hanno in comune l’originalità dell’impostazione critica, che
contribuì a rinnovare gli studi leopardiani nel dopoguerra. La migliore
illustrazione e analisi di tale svolta critica si trova forse ancora nelle
pagine, ormai non più recenti, di TIMPANARO, Classicismo e illuminismo
nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri Lischi. Croce conia la voce « allotrio »
per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al vocabolario
filosofico tedesco dell’Ottocento, e al greco “ἀλλóτριος,” che signifca «
estraneo, altrui ». Per l’influenza di Gentile sul mondo culturale in
epoca fascista, si veda in particolare G. Turi, Gentile : una biografia,
Firenze, Giunti. Il ruolo di CIAN negli studi letterari nel periodo di
transizione è stato recentemente studiato d’Allasia in una serie di lavori, tra
cui « Il virus malefico » dell’ideologia nazionale e le illusioni di un «
maestro di metodo » : Vittorio Cian, in Fascisme et critique littéraire. Les
hommes, les idées, les institutions, a cura di Vento e Tabet, Caen, PUC
(Transalpina). MARPICATI compie studi di letteratura italiana a Firenze,
pubblica alcune raccolte di poesie e vari testi di critica letteraria. Ma sin
dalla prima guerra mondiale mette da parte l’attività letteraria – alla quale
si consacra solo sporadicamente – per dedicarsi invece alla politica, dapprima
a Fiume, poi nella militanza e nel regime fascisti. Assume vari incarichi
prestigiosi, tra cui quello di Cancelliere dell’Accademia d’Italia, poi di
direttore, dell’ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, e anche di vice
segretario del Partito Nazionale Fascista. Ecco quanto scriveva, ad esempio, Cian,
rivolgendosi a Croce e ai suoi discepoli : « Questi cerebrali, più o meno
giovini, chierici sterili e sterilizzatori, officianti nella cappella
all’insegna dello Spegnitoio, dovrebbero ormai decidersi. O smetterla,
rassegnandosi a tacere e a sparire dalla scena letteraria – e sarebbe tanto di
guadagnato – oppure mettersi al passo coi tempi nuovi » (V. CIAN, Rassegna
bibliografica, Giornale Storico della letteratura italiana. Mi sia consentito
di rimandare in questa sede a due testi miei, entrambi accessibili in linea :
S. Lanfranchi, La recherche des précurseurs, Lectures critiques et scolaires de
Alfieri, Foscolo et Leopardi dans l’Italie fasciste -- archives-ouvertes.fr/docs
/00/37/21/89/7-12-08.pdf] ; Id., « Verrà un dì l’Italia vera », Poesia e
profezia dell’Italia futura nel giudizio fascista, « California Italian Studies
», II, 1, 2011 [http://escholarship.org/uc/ismrg_cisj], In realtà, i primi
sintomi di’insofferenza RUSSO li da mentre scrive un articolo sulla critica
foscoliana recente, nel quale rivendicava la « politicità » di un testo come Le
Grazie e la legittimità di una lettura che non si attenesse ad un’analisi
strettamente letteraria, estetica e formale. Questo esempio viene a dimostrare
quanto detto subito dopo nel nostro studio, ovvero l’ipotesi di un
allontanamento progressivo dalle posizioni crociane durante gli anni Quaranta (L.
Russo, Le Grazie di Foscolo e la critica contemporanea, “Italia che scrive”.
L., “Critica e metafisica nella filosofia kantiana, « Rendiconti della Reale
Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze morali, storiche e
filologiche », Il testo faceva parte di un volume scritto dai docenti del liceo
dove L. insegna, in occasione del centenario della morte di Leopardi: L., Il
pensiero di Leopardi, in Studi su Leopardi, Livorno, Belfronte e C.
(Pubblicazioni del R. Liceo Ciano, 1), Nella sua autobiografia, BOBBIO cita un
disegno di GUTTUSO che illustra una delle prime riunioni clandestine del
movimento, riunito nella villa di Morra, vicino a Cortona. Vi si vedono Bobbio,
L., Capitini (con davanti a sé un testo che porta la scritta « Non violenza »),
MORRA, lo stesso GUTTUSO e CALOGERO (con un altro testo intitolato invece «
Liberalismo sociale ») (Bobbio, Autobiografia, Roma-Bari, Laterza. L., Qualcosa
di me stesso, in Questo testo è la trascrizione dell’ultima lezione tenuta,
dall’autore, nella Facoltà di Lettere di Firenze, al momento dell’andata fuori
ruolo. Luporini, Con Heidegger. Alcune riflessioni, oggi, tra filosofia e
politica, in Heidegger in discussione, Atti del Convegno internazionale «
L’eredità di Heidegger », Roma, a cura di Bianco, Milano, Angeli. Gentile,
Manzoni e Leopardi, in Opere, vol. XXIV, Firenze, Sansoni, Gerace, Leopardiana,
in La tradizione e la moderna barbarie. Prose critiche e filosofiche, Foligno,
Franco Campitelli. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza. I due
testi si trovano oggi nel volume di GENTILE, Manzoni e Leopardi, cit. Il primo,
Le Operette morali, fu pubblicato per la prima volta in « Annali delle
Università toscane », poi come proemio di un’edizione delle Operette morali
curata da Gentile (G. Leopardi, Operette morali, con proemio e note di Gentile,
Bologna, Zanichelli; il secondo, Prosa e poesia nel Leopardi, fu invece
pubblicato nel « Messaggero della domenica ». Vi è, nello Zibaldone,
un’unica occorrenza del termine « ultrafilosofia », come vi è, del resto, una
sola occorrenza del termine « pessimismo », ma nella critica leopardiana questi
due hapax hanno goduto di grandissimo successo. Leopardi scrive. E un popolo di
filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra
rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo
l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo
dovrebb’essere il frutto dei lumi straordinari di questo secolo -- manoscritto
dello Zibaldone. Ricordiamo, a tale proposito, il giudizio formulato da
Noce, secondo cui GENTILE « sentì se stesso come il filosofo di Leopardi, come
il suo vero continuatore perché l’attualismo avrebbe realizzato
quell’ultrafilosofia a cui Leopardi aspira: Noce, Gentile, Per una
interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, Il Mulino. PASINI,
Tutto il pessimismo leopardiano, Parenzo, Coanna, Sanctis, Schopenhauer e
Leopardi, in Scritti critici e Ricordi, Torino, Utet. Per una presentazione dei
testi, dei contenuti e degli autori di questa particolare produzione critica
leopardiana, oggi poco nota, rimando alla mia già citata tesi di dottorato (S.
Lanfranchi, La recherche des précurseurs, LANFRANCHI, De centenaire en
centenaire. L’Italie fasciste célèbre ses poètes (Foscolo, Leopardi, in
Fascisme et critique littéraire, Caen, PUC (Transalpina 12). L., Il pensiero di
Leopardi. Secondo TIMPANARO: L’esperienza esistenzialistica [L.] se l’era ormai
lasciata decisamente alle spalle ; eppure essa aveva lasciato una traccia
nell’interesse per i temi leopardiani della “vitalità” e del rapporto
natura-ragione, nel rifiuto di un’interpretazione troppo storicisticamente
angusta del problema Leopardi. Timpanaro, Anti-leopardiani e neomoderati. L.,
Leopardi progressivo, Timpanaro, Classicismo e illuminismo, c L., Leopardi
progressivo.TIMPANARO considera che non era accettabile il « rimprovero » mosso
a Luporini, di aver fatto di Leopardi un « precursore del marxismo. Timpanaro,
Classicismo e illuminismo. Ma certe pagine del libro di Luporini e alcune
formule in esse contenute (segnatamente quell’anticipatore di ulteriori
dottrine) se non rendono « accettabile » un tale giudizio, perlomeno ne
spiegano l’origine. L., Leopardi
moderno, intervista a cura d’Adornato, « L’Espresso ». Cesare Luporini. Luporini. Keywords: corpo e mente, corpo animato –
l’anima di Vinci – la mente di Leonardo – i corpi di Vinci – il Leopardi
fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luporini” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Luzzago: l’implicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo italiano. Nato da Girolamo
e da Paola Peschiera, in una delle più importanti famiglie del patriziato
cittadino, e educato alla pratica devota e all'apostolato. Nel convento di S. Antonio
dei gesuiti si impegna in un corso di filosofia. Dibatte in pubblico 737
argomenti filosofici! Con l'aiuto di Borromeo partecipa a Milano ai corsi di
teologia dei gesuiti di Brera. Si laurea a Padova. Desideroso di entrare a far
parte della Compagnia di Gesù, le difficoltà economiche della famiglia, causate
da alcune transazioni inopportune del padre, glielo impedirono. Conservatore
dei Monti di Pietà, e protettore della
Compagnia delle Dimesse di S. Orsola e di altri due istituti caritativi
bresciani: il Soccorso e le Zitelle. Ri-organizza e da nuovo impulse a un'altra
istituzione sorta dopo il Concilio di Trento: la Scuola della dottrina
cristiana. Fonda la Congregazione di S. Caterina da Siena. Per far sì che il
suo operato continuasse, fonda la Congregazione dello Spirito Santo, che
raccolse i membri della classe dirigente cittadina con l'obiettivo di co-operare
più efficacemente e concordemente al sostegno di tutte le buone istituzioni e
mantenere un clima di Concordia. Infatti, intercede per la conciliazione delle
famiglie nobili bresciane spesso in conflitto.
La sua indole caritativa emerse soprattutto quando venne a far parte del
Consiglio di Brescia, dove sa armonizzare le strutture governative ed organismi
canonici. Nelle opere scritte vi sono indicazioni per i cavalieri di Malta,
sulla carità, ispirati al modello della Compagnia di Gesù. Durante il suo
viaggio a Roma esamina le strutture di beneficenza per poi proporle a Brescia.
Ha la possibilità di conoscere F. Neri. In un'epistola a Morosini, e informato
che Clemente VIII, prende in considerazione il suo nome per la carica di arcivescovo
di Milano. Fu avviata presso la Congregazione dei riti la causa di
beatificazione. Leone XIII, riconosciute le sue virtù eroiche, gli conferì il
titolo di venerabile. Dizionario
Biografico degli Italiani, A. Cottinelli, Vita del venerabile patrizio
bresciano: dedicata ai comitati parrocchiali, Tipografia e libreria Salesiana,
A. Cistellini, Il movimento cattolico a Brescia, Morcelliana. A. Fappani,
Enciclopedia bresciana, Opera San Francesco di Sales, Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. Negruzzo,
L'allievo santo: Roccio precettore, in «Annali di Storia dell'Educazione e
delle Istituzioni Scolastiche», S. Negruzzo, Dalla scuola dell'ajo al collegio
dei gesuiti: il caso di L., in Dalla virtù al precetto. L'educazione del
gentiluomo, Brescia, Fondazione Civiltà
Bresciana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Alessandro Luzzago. Luzzago.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Luzzago” – The
Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment