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Tuesday, August 30, 2011

Il Patheon -- and other cupolas

Luigi Speranza

Il Pantheon ("tempio di tutti gli dei") è un edificio di Roma antica, costruito come tempio dedicato alle divinità dell'Olimpo.

Gli abitanti di Roma lo chiamano amichevolmente la Rotonna, o Ritonna ("la Rotonda"), da cui anche il nome della piazza antistante.

Fu fatto ricostruire dall'imperatore Adriano tra il 118 e il 128 d.C., dopo che gli incendi del 80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione precedente di età augustea.

All'inizio del VII secolo il Pantheon è stato convertito in chiesa cristiana, chiamata

"Santa Maria ad Martyres",

il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni apportate agli edifici della Roma classica dai papi.

La parola Pantheon è a tutti gli effetti un prestito greco che la lingua italiana ha mantenuto per il tramite del latino: in greco τό πάνθειον è un aggettivo sostantivato indicante "la totalità degli dei", e nella maggior parte dei casi sottintende il sostantivo ἱερόν ("tempio"). Dunque dal greco τό Πάνθειον (ἱερόν) ("Il tempio di tutti gli dei") è derivato il calco latino Pantheon, utilizzato da Plinio il vecchio,[2] che ha consegnato la parola alla lingua italiana.

[modifica] Il Pantheon di AgrippaIl primo Pantheon fu fatto costruire nel 27-25 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero di Augusto, nel quadro della monumentalizzazione del Campo Marzio, affidandone la realizzazione a Lucio Cocceio Aucto. Esso sorgeva infatti fra i Saepta Iulia e la basilica di Nettuno, fatti erigere a spese dello stesso Agrippa.

L'iscrizione originale di dedica dell'edificio, riportata sulla successiva ricostruzione di epoca adrianea, recita: M.AGRIPPA.L.F.COS.TERTIVM.FECIT ("Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò", CIL VI, 896=ILS 129); il terzo consolato di Agrippa risale appunto all'anno 27 a.C. Tuttavia Cassio Dione Cocceiano lo elenca con la basilica di Nettuno e il Gymnasium Laconiano tra le opere di Agrippa terminate nel 25 a.C.[3]

Dai resti rinvenuti a circa 2,50 metri sotto l'edificio alla fine del XIX secolo, si sa che questo primo tempio era di pianta rettangolare (metri 43,76x19,82[4]) con cella disposta trasversalmente, più larga che lunga (come il tempio della Concordia nel Foro Romano e il piccolo tempio di Veiove sul Campidoglio), costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo. L'edificio era rivolto verso sud, in senso opposto alla ricostruzione adrianea, preceduto da un pronao sul lato lungo che misurava in larghezza 21,26 metri. Davanti ad esso si trovava un'area scoperta circolare, una sorta di piazza che separava il tempio dalla basilica di Nettuno, recintata da un muretto in opera reticolata e con pavimento in lastre di travertino. Sopra queste lastre vennero poi posate altre in marmo, forse durante il restauro domizianeo.

L'edificio di Agrippa aveva comunque l'asse centrale che coincideva con quello dell'edificio più recente e la larghezza della cella era uguale al diametro interno della rotonda. L'intera profondità dell'edificio augusteo coincide inoltre con la profondità del pronao adrianeo. Dalle fonti sappiamo che i capitelli erano realizzati in bronzo e che la decorazione comprendeva delle cariatidi e statue frontonali. Il tempio si affacciava su una piazza (ora occupata dalla rotonda adrianea) limitata sul lato opposto dalla basilica di Nettuno.

Cassio Dione Cocceiano afferma che il "Pantheon" potesse avere questo nome forse dal fatto di accogliere le statue di molte divinità, ma che la sua personale opinione fosse che il nome derivasse dal fatto che la cupola della costruzione richiamava la volta celeste (e quindi le sette divinità planetarie), e che l'intenzione di Agrippa era stata quella di creare un luogo di culto dinastico, dedicato agli dei protettori della Gens Iulia (Marte e Venere), e dove fosse collocata una statua di Ottaviano Augusto da cui l'edificio avesse derivato il nome. Essendosi l'imperatore opposto ad entrambe le cose, Agrippa fece porre all'interno una statua del Divo Giulio, (ossia di Cesare divinizzato) e, all'esterno, nel pronao, una di Ottaviano e una di sé stesso, a celebrazione della loro amicizia e del proprio zelo per il bene pubblico.[3]

L'edificio venne decorato dall'artista neoattico Diogenes di Atene[5] e, distrutto dal fuoco nell'80[6], venne restaurato sotto Domiziano, ma subì una seconda distruzione sotto Traiano.

[modifica] Il Pantheon adrianeo
Prospetto e sezione nella ricostruzione adrianeaSotto Adriano l'edificio venne interamente ricostruito[7]. I bolli laterizi (marchi di fabbrica annuali sui mattoni) appartengono agli anni 115-127[8] e si può ipotizzare che il tempio fosse stato inaugurato dall'imperatore durante la sua permanenza nella capitale tra il 125 e il 128. Secondo alcuni il progetto, redatto subito dopo la distruzione dell'edificio precedente in epoca traianea, sarebbe attribuibile all'architetto Apollodoro di Damasco.

Rispetto all'edificio precedente fu invertito l'orientamento, con l'affaccio verso nord. Il grande pronao e la struttura di collegamento con la cella occupavano l'intero spazio del precedente tempio, mentre la rotonda venne costruita quasi facendola coincidere con la piazza augustea circolare recintata che divideva il Pantheon dalla basilica di Nettuno. Il tempio era preceduto da una piazza porticata su tre lati e pavimentata con lastre di travertino.

L'edificio è costituito da un pronao collegato ad un'ampia cella rotonda per mezzo di una struttura rettangolare intermedia.

[modifica] Il pronao
L'interno del pronao
La copertura del pronaoIl pronao, ottastilo (con otto colonne di granito grigio in facciata), misura m 34,20x15,62 m ed era innalzato di m 1,32 sul livello della piazza[9] per cui vi si accedeva per mezzo di cinque gradini. L'altezza totale dell'ordine è di 14,15 m e i fusti hanno 1,48 m di diametro alla base [9].

Sulla facciata il fregio riporta l'iscrizione di Agrippa in lettere di bronzo, mentre una seconda iscrizione relativa ad un restauro sotto Settimio Severo fu più tardi incisa sull'architrave. Il frontone doveva essere decorato con figure in bronzo, fissate sul fondo con perni: dalla posizione dei fori rimasti si è ipotizzata la presenza di una grande aquila ad ali spiegate.

All'interno, due file di quattro colonne dividono lo spazio in tre navate: quella centrale più ampia conduce alla grande porta di accesso della cella, mentre le due laterali terminano su ampie nicchie che dovevano ospitare le statue di Augusto e di Agrippa qui trasferite dall'edificio augusteo.

I fusti delle colonne erano in granito grigio (otto in facciata) o rosso (otto, distribuite nelle due file retrostanti), provenienti dalle cave egiziane, ed anche i fusti dei porticati della piazza erano in granito grigio, sebbene di dimensioni inferiori. I capitelli corinzi, le basi e gli elementi della trabeazione erano in marmo bianco pentelico, proveniente dalla Grecia. L'ultima colonna del lato orientale del pronao, mancante già dal XV secolo fu rimpiazzata da un fusto in granito grigio sotto papa Alessandro VII e la colonna all'estremità orientale della facciata fu ugualmente sostituita sotto papa Urbano VIII con un fusto in granito rosso: l'originaria alternanza dei colori nelle colonne è stata perciò alterata nel corso del tempo. Le nuove colonne provenivano entrambe dalle Terme Neroniane.

Il timpano (che non è calibrato secondo la proporzione canonica greca) è divenuto liscio per l'avvenuta perdita della decorazione bronzea, di cui però si vedono ancora i fori per i supporti che la sostenevano.

Il tetto a doppio spiovente è sorretto da capriate lignee, sostenute da muri in blocchi con archi poggianti sopra le file di colonne interne. La copertura bronzea della travatura lignea del pronao fu asportata nel 1625 sotto papa Urbano VIII per la edificazione del Baldacchino di San Pietro, opera di Gian Lorenzo Bernini, e per la realizzazione di 80 cannoni del Castel Sant'Angelo[10]: per questo "riciclo" fu scritta la famosa pasquinata "quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini".

Il pronao è pavimentato in lastre di marmi colorati che si dispongono secondo un disegno geometrico di cerchi e quadrati. Anche i lati del pronao sono rivestiti in marmo.

[modifica] L'avancorpo
Andrea Palladio, I quattro libri dell'architettura, pianta del Pantheon (1570)La struttura intermedia che collega il pronao alla cella è un avancorpo in opera laterizia (mattoni), costituita da due massicci pilastri che si appoggiano alla rotonda, collegati da una volta che proseguiva senza soluzione di continuità l'originaria volta sospesa in bronzo della parte centrale del pronao. Nei pilastri sono inserite scale di accesso alla parte superiore della rotonda. La parete è rivestita con lastre di marmo pentelico e decorata all'esterno e ai lati della porta della cella da un ordine di lesene che prosegue l'ordine del pronao. Tra le lesene sono inseriti pannelli decorativi con ghirlande e con strumenti sacrificali.

All'esterno la struttura ha la stessa altezza del cilindro della rotonda e doveva come questa avere un rivestimento in stucco e intonaco, poi scomparso.

Sulla facciata un frontone in laterizio ripete quello del pronao ad un'altezza maggiore, e si rapporta alle divisioni delle cornici marcapiano presenti sulla rotonda, che proseguono senza soluzione di continuità sulle pareti esterne della struttura rettangolare al di sopra dell'ordine di lesene. Il frontone, nascosto dal pronao, doveva comunque essere visibile solo da grande distanza.

La differenza di livello tra i due frontoni ha fatto ipotizzare che il pronao dell'edificio fosse stato in origine previsto di maggiori dimensioni, con fusti di colonna di 50 piedi (14,80 m) invece che di 40 piedi (11,84 m)[11], ma che le cave di granito egiziane, già sfruttate per i fusti del monumentale ingresso settentrionale del Foro di Traiano, non fossero in grado di fornire altri fusti monolitici di tali eccezionali dimensioni e che il progetto dovette dunque essere ridotto e modificato.

La porta in bronzo, di proporzioni diverse da quelle dell'apertura, proviene forse da un altro antico edificio.

[modifica] L'esterno della rotonda
L'esterno del Pantheon in un'incisione del XVI secolo di Etienne DuperacL'esterno della rotonda nasconde la cupola per un terzo, costruendo un corpo cilindrico che altro non è che la continuazione in verticale del tamburo. Tra cupola e muro esterno è così racchiusa un'ampia intercapedine dove sono state ricavate un doppio sistema di camere finestrate, organizzate su un corridoio anulare, che ha anche la funzione di alleggerire il peso delle volte.

Il corpo esteriore della rotonda, esclusa la cupola, non era visibile in antico, in quanto nascosto dalla presenza di altri edifici contigui; per questo non presenta particolari decorazioni, a parte tre cornici con mensole a altezze diverse: in corrispondenza della trabeazione del primo ordine interno, lungo la linea d'imposta della cupola e sul coronamento. A ciascuna di queste tre fasce corrispondono anche diversi materiali usati nell'edificio, via via più leggeri.

[modifica] L'interno della rotonda
Un dipinto settecentesco di Giovanni Paolo Pannini che raffigura l'interno della rotonda « Volli che questo santuario di tutti gli dei rappresentasse il globo terrestre e la sfera celeste, un globo entro il quale sono racchiusi i semi del fuoco eterno, tutti contenuti nella sfera cava »
(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

Lo spazio interno della cella rotonda è costituito da un cilindro coperto da una semisfera. Il cilindro ha altezza uguale al raggio (21,72 m) e l'altezza totale dell'interno è uguale al diametro (43,44 m)[12].

Al livello inferiore si aprono sei ampie nicchie distile (con due colonne sul fronte), a pianta alternativamente rettangolare (in realtà trapezoidale) e semicircolare, più la nicchia dell'ingresso e l'abside. Questo primo livello è inquadrato da un ordine architettonico con le colonne in corrispondenza dell'apertura delle nicchie e lesene nei tratti di parete intermedi, che sorreggono una trabeazione continua. Solo l'abside opposta all'ingresso è invece fiancheggiata da due colonne sporgenti dalla parete, con la trabeazione che gira all'interno come imposta del catino absidale a semicupola.

Tra le lesene, negli spazi tra le nicchie, sono presenti otto piccole edicole su alto basamento, con frontoncini alternativamente triangolari e curvilinei. Le pareti sono rivestite da lastre di marmi colorati.

L'ordine superiore, in opus sectile, aveva un ordine di lesene in porfido che inquadravano finestre e un rivestimento in lastre di marmi colorati. le finestre si affacciano sul primo corridoio anulare interno di alleggerimento. La decorazione romana originale di questa fascia fu sostituita con una realizzata nel XVIII secolo (probabilmente negli anni 1747-1752), che solo in parte ripristinò l'aspetto antico. Nel settore sud-occidentale una parte dell'originario aspetto romano di questo livello fu restaurata successivamente, ma in modo non del tutto preciso.

Il pavimento della rotonda è leggermente convesso verso i lati, con la parte più alta (spostata di circa 2 metri verso nord-ovest rispetto al centro) sopraelevata di circa 30 cm, mentre è concavo al centro per far sì che la pioggia che scende all'interno del tempio attraverso l'oculo posto sulla cima della cupola, defluisca verso i 22 fori di scolo posti al centro della rotonda. Esistono alcune leggende secondo cui dall'oculo non entra la pioggia, a causa di un sistema di correnti d'aria, ma sono evidentemente false. Il rivestimento è in lastre con un disegno di quadrati in cui sono iscritti alternativamente cerchi o quadrati più piccoli.

[modifica] La cupola
Andrea Palladio, I quattro libri dell'architettura, sezione con la cupola (1570)
Interno della cupola a cassettoni (prima del restauro)
La cupola vista dai tetti delle case vicineLa cupola, del diametro di 43,44 m[12], è decorata all'interno da cinque ordini di ventotto cassettoni[13], di misura decrescente verso l'alto, tranne nell'ampia fascia liscia più vicina all'oculo centrale, di 8,92 m di diametro[12]. L'oculo, che dà luce alla cupola, è circondato da una cornice di tegoloni fasciati in bronzo fissati alla cupola, che forse proseguiva internamente fino alla fila più alta di cassettoni. Una tradizione romana, vuole che nel Pantheon non penetri la pioggia per il cosiddetto "effetto camino": in realtà, è una leggenda legata al passato quando la miriade di candele che venivano accese nella chiesa, produceva una corrente d'aria calda che saliva verso l'alto e che incontrandosi con la pioggia la nebulizzava, annullando pertanto la percezione dell'entrata dell'acqua.

La realizzazione fu resa possibile grazie ad una serie di espedienti che contribuiscono all'alleggerimento della struttura, dall'utilizzo dei cassettoni, all'uso di materiali via via sempre più leggeri verso l'alto: nello strato più vicino al tamburo cilindrico abbiamo strati di calcestruzzo con scaglie di mattoni, salendo troviamo calcestruzzo con scaglie di tufo, mentre nella parte superiore, nei pressi dell'oculo troviamo calcestruzzo confezionato con inerti tradizionali, miscelati a lava vulcanica macinata.

All'esterno, la cupola è nascosta inferiormente da una sopraelevazione del muro della rotonda, ed è quindi articolata in sette anelli sovrapposti, l'inferiore dei quali conserva tuttora il rivestimento in lastre di marmo. La parte restante era coperta da tegole in bronzo dorato, asportate dall'imperatore bizantino Costante II, ad eccezione di quelle che circondavano l'oculo, tuttora in situ. Lo spessore della muratura si rastrema verso l'alto (da 5,90 m inferiormente a 1,50 m in corrispondenza della parte intorno all'oculo centrale[12]).

[modifica] La strutturaLa cupola poggia sopra uno spesso anello di muratura in opera laterizia (cementizio con paramento in mattoni), sul quale si trovano aperture su tre livelli (segnalati all'esterno dalle cornici marcapiano). Queste aperture, in parte utilizzate a fini estetici, come le esedre dell'interno, in parte spazi vuoti con funzioni prevalentemente strutturali, compongono una struttura di sostegno articolata, inglobata nell'anello continuo che appare alla vista. Sulla parete esterna della rotonda è ora visibile dopo la scomparsa dell'intonaco di rivestimento, la complessa articolazione degli archi di scarico in bipedali (mattoni quadrati di due piedi di lato) inseriti nella muratura da parte a parte, che scaricano il peso della cupola sui punti di maggior resistenza dell'anello, alleggerendo il peso in corrispondenza dei vuoti.

La particolare tecnica di composizione del cementizio romano permette alla cupola priva di rinforzi di restare in piedi da quasi venti secoli. Una cupola di queste dimensioni sarebbe infatti difficilmente edificabile con i moderni materiali, data la poca resistenza alla trazione del calcestruzzo moderno, senza armatura. Il fattore determinante sembra essere una particolare tecnica di costruzione: il cementizio veniva aggiunto in piccole quantità drenando subito l'acqua in eccesso. Questo, eliminando in tutto o in parte le bolle d'aria che normalmente si formano con l'asciugatura, conferisce al materiale una resistenza eccezionale. Inoltre venivano utilizzati materiali via via più leggeri per i caementa mescolati alla malta per formare il cementizio: dal travertino delle fondazioni alla pomice vulcanica della cupola.

[modifica] Le caratteristiche dell'architettura
Pianta del Pantheon adrianeoLa costruzione del Pantheon fu un capolavoro di ingegneria, dove l'idea architettonica venne perfettamente interpretata con un approccio tecnico empirico (i cedimenti e le incrinature verificatisi subito dopo la costruzione vennero prontamente rimediati). La spazialità perfettamente sferica regala all'osservatore una sensazione di straordinaria armonia, "immota ed avvolgente"[14], grazie anche agli equilibrati rapporti tra le varie membrature, con articolati effetti di luce ed ombra nelle cassettonature, nelle nicchie e nelle edicole.

L'inserzione di un'ampia sala rotonda alle spalle del pronao di un tempio classico non ha precedenti nel mondo antico, almeno a giudicare dalle architetture che ci sono pervenute o che conosciamo dalle fonti letterarie. Esiste forse un precedente a Roma di edificio circolare con pronao[15], risalente alla tarda epoca repubblicana, sebbene in scala estremamente più modesta: il tempio B del Largo di Torre Argentina. L'operazione di fusione tra un modello classicista (il pronao colonnato) e un edificio dalla spazialità nuova, tipicamente romana (la rotonda), fu una sorta di compromesso tra la spazialità dell'architettura greca (attenta essenzialmente all'esterno degli edifici) e quella dell'architettura romana (centrata sugli spazi interni). Ciò suscitò varie critiche, ma si trattava "di un ovvio tributo al dominante classicismo della cultura di Roma"[16], che si manifestò durevolmente anche nei secoli successivi[17].

Il modello dello spazio circolare e coperto a cupola fu ripreso da quello delle grandi sale termali "imperiali" di Baia e Roma, ma fu una novità l'utilizzo di questo tipo di copertura per un edificio templare. L'effetto di sorpresa nel varcare la porta della cella doveva essere notevole e sembra caratteristico dell'architettura di epoca adrianea, ritrovandosi anche in molte parti della sua villa privata a Tivoli.

Un ulteriore elemento di novità era l'introduzione di fusti monolitici lisci di marmo colorato per le colonne di un tempio, al posto dei tradizionali fusti scanalati in marmo bianco.

[modifica] La storia successivaLe fonti ci rendono noto un restauro sotto Antonino Pio, mentre l'iscrizione incisa sulla trabeazione della fronte, ricorda altri restauri sotto Settimio Severo (nel 202), di portata per lo più marginale. [18]

L'edificio si salvò dalle distruzioni del primo Medioevo perché già nel 608 l'imperatore bizantino Foca ne aveva fatto dono a papa Bonifacio IV (608-615), che lo trasformò in chiesa cristiana con il nome di Sancta Maria ad Martyres, consacrandolo con una solenne processione di clero e di popolo[19]. L'intitolazione proviene dalle reliquie di anonimi martiri cristiani che vennero traslate dalle catacombe nei sotterranei del Pantheon.

« Questo maraviglioso tempio, secondo il sentimento comune, [...] si disse Panteon, perché era dedicato a tutti li Dei immaginati da' Gentili. Nella parte superiore [...] erano collocate le statue delli Dei celesti, e nel basso i terrestri, stando in mezzo quella di Cibele; è nella parte di sotto, che ora è coperta dal pavimento, erano distribuite le statue delli dei penati. [...] Bonifazio IV. per cancellare quelle scioccherie, e sozze superstizioni, l'an. 607. purgatolo d'ogni falsità gentilesca, consagrollo al vero Iddio in onore della ss. Vergine, e di tutti i santi Martiri; perciò fece trasportare da varj cimiteri 18. carri di ossa di ss. Martiri, e fecele collocare sotto l'altare maggiore; onde fu detto s. Maria ad Martyres »
(Giuseppe Vasi, Itinerario istruttivo per ritrovare le antiche e moderne magnificenze di Roma, 1763)

Fu il primo caso di un tempio pagano trasposto al culto cristiano. Questo fatto lo rende il solo edificio dell'antica Roma ad essere rimasto praticamente intatto e ininterrottamente in uso per scopo religioso fin dal momento della sua fondazione.


I campanili del Pantheon (stampa del 1835 circa)Le tegole di bronzo dorato che rivestivano all'esterno la cupola furono asportate per ordine di Costante II, imperatore d'Oriente nel 663 [20] e sostituite con una copertura di piombo nel 735. Dopo l'anno 1000 la chiesa prese il nome di Santa Maria Rotunda, dalla quale deriva il nome della piazza antistante [10]. Papa Eugenio IV (1431 - 1447) lo fece restaurare, liberandolo anche delle botteghe che negli anni erano state costruite intorno [21]. Gli elementi in bronzo della copertura del pronao e, forse, anche le sculture del frontone subirono nel 1625, sotto papa Urbano VIII Barberini, la medesima sorte di quelle dorate sotto Costante II di Bisanzio, e furono fusi dal Bernini per creare il maestoso baldacchino sull'altare papale in San Pietro. Nello stesso periodo furono aggiunti ai lati del frontone due campanili, opera di Gian Lorenzo Bernini fin da allora oggetto di critiche molto accese, presto conosciuti con il dispregiativo di "orecchie d'asino"; furono eliminati nel XIX secolo[22].

Già nel XV secolo, il Pantheon venne arricchito da affreschi: forse il più noto è l'Annunciazione di Melozzo da Forlì, collocato nella prima cappella a destra di chi entra.

A partire dal Rinascimento il Pantheon è stato usato anche come tomba. Vi si conservano, fra gli altri, i resti dei pittori Raffaello Sanzio ed Annibale Carracci, dell'architetto Baldassarre Peruzzi e del musicista Arcangelo Corelli.

Un cenno a parte va fatto per le tombe dei re d'Italia: Vittorio Emanuele II, la cui tomba è collocata nella cappella adiacente all'affresco di Melozzo, il figlio Umberto I e la sua consorte regina Margherita. Queste tombe vengono mantenute in ordine da volontari delle organizzazioni monarchiche. Il servizio di guardia d'onore è reso dai volontari dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Esistono polemiche sull'opportunità di inumare al Pantheon anche i resti di Vittorio Emanuele III e di Umberto II a causa del comportamento addebitato ai Savoia nel periodo successivo alla prima guerra mondiale e nel corso della seconda guerra mondiale.

Il Pantheon, anche se la sua conservazione è a cura e spese del Ministero per i Beni e le Attività Culturali è, tuttora, una chiesa e vi vengono celebrate regolari messe e, soprattutto, matrimoni.

[modifica] Il Pantheon come modello « Il più bel resto dell'antichità romana è senza dubbio il Pantheon. Questo tempio ha così poco sofferto, che ci appare come dovettero vederlo alla loro epoca i Romani »
(Stendhal, Passeggiate romane)


San Francesco di Paola a Napoli
La Rotonda disegnata da Jefferson alla University of VirginiaCome esempio meglio conservato dell'architettura monumentale romana, il Pantheon ha avuto enorme influenza sugli architetti europei e americani (un esempio su tutti, Andrea Palladio), dal Rinascimento al XIX secolo, col Neoclassicismo. Numerose chiese, sale civiche, università e biblioteche, riecheggiano la sua struttura con portico e cupola. Molti sono gli edifici famosi influenzati dal Pantheon: in Italia si segnalano la chiesa del cimitero monumentale di Staglieno di Genova, la chiesa di San Carlo al Corso a Milano, la basilica di San Francesco di Paola a Napoli, il Cisternone di Livorno e il Tempio Canoviano a Possagno, la chiesa della Gran Madre di Dio e il mausoleo della Bela Rosin a Torino; nei paesi anglosassoni la rotonda del British Museum, la rotonda di Thomas Jefferson dell'Università della Virginia, la biblioteca della Columbia University, New York, il Jefferson Memorial a Washington D.C. e la biblioteca dello Stato di Victoria a Melbourne, Australia.

[modifica] Leggende popolariUna tradizione popolare romana e abruzzese vuole che il fossato che cinge la rotonda sia stato scavato da un diavolo che attendeva il pegno di Pietro Bailardo per i suoi servigi. Il mago una volta uscito dal Pantheon pagò il diavolo con quattro noci e si rifugiò nella chiesa, il diavolo, arrabbiato per l'oltraggio subìto sprofondò tra le fiamme nelle viscere della Terra.

[modifica] Note1.^ La forma "Ritonna" è vastamente usata da Giuseppe Gioacchino Belli in numerosi fra i suoi sonetti.
2.^ Gaio Plinio Secondo, Naturalis historia, xxxiv.13.
3.^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIII 27.
4.^ Bianchi Bandinelli- Torelli, cit., Arte romana, scheda 124.
5.^ Plinio, Naturalis Historia XXXVI, 38.
6.^ Cassio Dione Cocceiano, LXVI 24, 2.
7.^ S. H. A., Hadr. 19.
8.^ Bianchi Bandinelli- Torelli, cit., Arte romana, scheda 124.
9.^ a b Ziolkowski, 1999 (citato in bibliografia), p.57.
10.^ a b Tina Squadrilli, Roma, pag. 386
11.^ P. Davies, D. Hemsoll, M. Wilson Jones, "The Pantheon, triumph of Rome or triumph of compromise?", in Art History, 10, 1987, pp.133-153.
12.^ a b c d Ziolkowski, 1999 (citato in bibliografia), p.59.
13.^ Ventotto era un numero che i romani consideravano perfetto, dal momento che si ottiene dalla somma dei suoi divisori.
14.^ Bianchi Bandinelli- Torelli, cit., Arte romana, scheda 124.
15.^ La presenza del pronao nel tempio è suggerita dalla scalinata d'accesso impostata sul podio circolare, ma non sono comunque state trovate tracce archeologiche.
16.^ Bianchi Bandinelli-Torelli, cit., Arte romana scheda 124.
17.^ Solo l'architettura paleocristiana e bizantina seppero sganciarsi da questo retaggio optando con decisione per la dimensione spaziale interna.
18.^ Bianchi Bandinelli-Torelli, cit., Arte romana scheda 124.
19.^ Herman Geertman, Hic fecit basilicam: Studi sul Liber Pontificalis e gli edifici ecclesiastici di Roma da Silvestro a Silverio, 2004, ISBN 90-429-1536-6, 9789042915367
20.^ Costante fece asportare le tegole per mandarle, secondo Paolo Diacono, a Costantinopoli (Paolo Diacono, De Gest. Langob. v, 11) ma queste erano ancora a Siracusa quando l'imperatore morì, e quando la Sicilia fu invasa dagli Arabi e Siracusa conquistata, le tegole furono inviate ad Alessandria d'Egitto (ibidem, xiii). Si noti che Paolo Diacono utilizzava il conteggio degli anni all'alessandrina, e riporta dunque l'anno dello spoglio come 655.
21.^ Tina Squadrilli, Roma, pag. 432
22.^ La demolizione dei campanili deve essere avvenuta fra il 1855 ed il 1877 come è possibile dedurre dalle foto scattate al Pantheon da Lorenzo Suscipj (1802-1855) che mostrano ancora i campanili, messe a confronto con quelle di James Anderson (1813-1877) nelle quali invece i campanili sono assenti.
[modifica] BibliografiaR. Lanciani, Del Pantheon, in Notizie Scavi, 1881, p. 257 ss.; 1882, p. 340 ss.
L. Beltrami, Il Pantheon. La struttura organica della cupola e del sottostante tamburo. Le fondazioni della rotonda, dell'avancorpo e del portico. Coi rilievi e i disegni dell'arch. P. O. Armanini, Milano, 1898.
R. Lanciani, Il nuovo frammento della Forma Urbis e le terme di Agrippa, in Bull.Arch.Com., 1901, p. 3 ss.; tavv. I-IV.
E. Maass, Die Tagesgotter in Rom und den Provinzen: VII. Die Bestimmung des Pantheons, Berlin, 1902
R. C. Wyndham, The Pantheon. Its claims to Antiquity, Roma, 1905
A.M. Colini-L. Gismondi, Contributi allo studio del Pantheon, in Bull. Com., LIV, 1926, p. 67 ss.
G. Bagnani, The Pantheon. Concrete in ancient Rome, New York, 1929.
R. Vighi, Il Pantheon. Guide dei monumenti di Roma, 1959.
G. Lugli, Il Pantheon e i monumenti adiacenti, Bardi Editore, Roma, s.d.
K. de Fine Licht, The Rotunda in Rome. A study of Hadrian's Pantheon, 1968.
A. Ziolkowski, voce "Pantheon", in E. M. Steinby (a cura di) Lexicon Topographicum Urbis Romae, IV, Roma 1999, pp.54-61 ISBN 88 7140 135 2 (citato nelle note come "Ziolkowski 1999").
Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976.
Tina Squadrilli, Roma, Rusconi editore, Milano 1997, ISBN 88-18-12170-7
Giovanni Belardi, Il Pantheon. Storia, Tecnica e Restauro, BetaGamma editrice, Roma 2006, ISBN 88-86210-55-8.
[modifica] Voci correlateArte adrianea
Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon
Cripta Reale di Superga
[modifica] Altri progetti Wikimedia Commons contiene file multimediali sul Pantheon
[modifica] Collegamenti esterniRoman Bookshelf - Il Pantheon nel XVIII e XIX Secolo
Testo sul Pantheon nell'"Itinerario di Roma e suoi contorni" di Andrea Manazzale (1817). Sito BibliotecaDigitale.
Italy, Rome, Pantheon, Tour virtuale con pianta + effetto bussola realizzato da Tolomeus
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