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Sunday, April 7, 2024

GRICE E COLECCHI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA


 

Grice e Colecchi: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pescocostanzo). Filosofo italiano.  Grice: “What I love about Colecchi is that while he was a bad Kantian, he was an excellent Vicoian!” Studia ad Ortona, dove sube diverse perquisizioni da parte dell'Inquisizione per la sua tacita simpatia verso gli ideali rivoluzionari. Insegna alla Reale Accademia Militare della Nunziatella. Venne mandato in missione in Russia, dove si dedica alla filosofia speculative.Al ritorno, soggiorna a Königsberg, dove ebbe modo di conoscere l'opera di Kant. Fu uno dei primi filosofi italiani a studiare Kant.Rientrato in Italia, fonda a Napoli una scuola privata di filosofia ed ha tra i suoi allievi i fratelli Spaventa, Sanctis, Settembrini e Caracciolo. Il suo merito principale fu quello di essere, insieme a Galluppi, un assertore del criticismo kantiano in Italia.  Altre opere: “Se la sola analisi sia un mezzo d'invenzione, o s'inventi colla sintesi ancora?” La legge del pensiere; L’analisi e la sintesi; La legge morale, La legge della ragione; “Se il raziocinio sia essenzialmente diverso dalla intuizione”; “Se nell'invenzione eserciti maggior influenza la sintesi o l'analisi; “Se li giudizi necessari sieno solamente gli analitici”; “Se l’identità formale del raziocinio sia valevole a convertire il raziocinio empirico in raziocinio misto?”; “Il principio sul quale poggia il raziocinio quando classifica e quando istruisce”; “Quistioni ideologiche”; “Se diasi una logica pura, ed una logica mista”; “Se una idea soggettiva non altro sia che una idea di un rapporto, L’idea dello spazio e l’idea del tempo; Il primo problema di filosofia: se la sensazione sia esterna di sua natura, o tale diventa in forza del giudizio abituale? Alcune quistioni le più importanti della filosofia; Psicologia, Logica applicata, Ideologia, Frammento apologetico; in G. Gentile, Dal Genovesi al Galluppi. Ricerche storiche, Edizioni della Critica, Napoli, e in Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi,  Firenze;  Tip. «All'insegna di Aldo Manuzio», Napoli); a cura dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, con introd. di F. Tessitore, Procaccini, Napoli); E. Pessina, Quadro storico dei sistemi filosofici, Milano); Necrologia in “Poliorama pittoresco” “Elogio funebre”; Spaventa, Studi sopra la filosofia di Hegel, Torino; L. Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, Napoli; F. Fiorentino, Scritti vari di letteratura, filosofia e critica, Napoli; A. De Nino, Briciole letterarie, I, Lanciano; Sanctis, La lettereratura italiana nel secolo XIX, Napoli); Marchi, Il sistema filosofico di Ottavio Colecchi (Tip. Sociale di A. Eliseo, L'Aquila); F. Amodeo, Ottavio Colecchi, in «Atti della Accademia Pontaniana», Discussioni biografiche e documenti inediti, Ravenna); L'istruzione pubblica e privata nel Napoletano; Città di Castello, Colecchi filosofo e matematico: nuove notizie e nuovi documenti, in «Rassegna abruzzese di storia e d'arte», Gentile, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi,  II, Milano); Pedagogisti ed educatori, Milano); Capograssi, Nuovi documenti sull'accusa di ateismo ad Ottavio Colecchi, in «Samnium», Romano, Un antagonista del Galluppi: Ottavio Colecchi, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», A. Cristallini, Ottavio Colecchi, un filosofo da riscoprire, Padova, G. Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell'Ottocento, Bari; E. Garin, Storia della filosofia italiana,  III, Torino; F. Tessitore, Colecchi e gli scettici, in Introduzione a Quistioni filosofiche, Napoli; G. Cacciatore, Vico e Kant nella filosofia di Ottavio Colecchi, Centro di studi vichiani; Io e Ottavio Colecchi. Narrazione biografica in forma di anamnesi, Japadre Editore, L'Aquila-Roma; Dizionario Biografico degli Italiani. Dalla tomba della setta italica, tenendo dietro alle ori gioi dell’antica lingua del Lazio – la lingua romana -- trasse fuori il Vico que ste divine idee; aveva lello forse Bruno ancora, perchè un’ombra d’idealismo copre spesso la sua filosofia, spezialmente nella “Scienza Nuova”, dove l’uomo passa suo malgrado dalle selve allo stato civile per la sola  opera di una lupa (la lupa capitolina). Se non che l’uomo di Vico rimane nello stesso stato in cui avealo lasciato Enea. Devono le divine idee rideslarsi all'occasione delle sensazioni; njun tentativo per ravvicinare la sensazione all’idea; dovrebbe ciò fare l’induzione, ma la ragione è sempre scontenta di quanto scopre l’induzione. Non ancora siera mostrato Kant per conciliar insieme la sensazione (sensus) e l'idea o concetto. Con questa filosofia, appoggiata all’induzione, si dispose Vico a crear il “diritto universale” della nazione del Lazio – la nazione romana. Ma preoccupalo sempre delle civili cose di Roma, brillando sempre nel suo spirito l'immagine di Roma, si risolse in fine di stabilire Roma come modello di civiltà. Il perchè nella storia, della mitologia, nelle lingue, nel Blasone, e pe’ feudi pur anche del medio evo deesi Roma ripelere,e la romana giurisprudenza diventar quel la di tutte le nazioni del mondo. E come i fatti hanno a servir di occasione per ridestare la idea, così il diritto di Roma, le XII Tavole, tutta la storia, tutta la mitologia concorrer devono a risvegliar le idee del vero, del giusto, a dir breve l’ideale dell’umanità per selta. Ond'è che metafisica, logica, morale, educazione, politica, geografia, astronomia si abbozzano prima della religione de’ padri in mezzo alle famiglie, e poscia in mezzo alla città di Roma; dove il senato si compone degli stessi primi padri, riuniti in Ordini, per reprimere le ribellioni degli ammutipali clienti. Di qui le lante critiche sulla storia positiva per distruggerla. Sesostri e Tanai sono due simboli. La sapienza del poeta vera immagine della sapienza o scienza del filosofo, L’Eneide confuse con la sapienza dei romani. E tutto questo per via di etimologie stirale, di mili forzati, di stranissime analogie. Egli è evidente che tal metodo d’interpretazione deesi ridurre in fine ad una tortura, per isforzare tutt’imonumenti della storia e delle favole a deporre in favore di un sistema. Siegue da questa osservazione che quanlunque tutta la storia, tutta l’erudizione, per la potente sintesi di Vico, pieghi sempre al modello di Roma, no di Koesingberga, e la sua civiltà a poco a poco siasi spenta, fino a che passato il medio evo, col risorgimento delle lettere e delle scienze, ricomioci il suo corso; può non pertanto rimaner il dubbio che il popolo romano altro forse non sia che un fatto isolato. Essendo si in effetto limitato il Vico al uomo del Lazio.Vico, dobbiamo pur dirlo a Gloria d'Italia,Vico è di gran lunga superiore ad Herder, il quale nella sua Storia dell'umanità ha parlato pur anche dell'origine e del progresso della civiltà de'popolo romano. Imperocchè se Herder, amico del sensismo, vede l’uomo del Lazio nella natura, e dalla formazione del cristallo, per una ben lunga scala, va sino all'uomo che è la corona dell'organizzazione. Vico, seguace di Platone e non d’Aristotele, con maggior discernimento del ministro protestante, l’uomo nell’uomo stesso contempla. E se l'analisi di Herder vivamente rallegra l'immaginazione, la sintesi di Vico sembra lalmente falla l'intelligenza per, che il lettore, in onla del suo linguaggio enigmalico e della strapezza delle analogie, viene attirato potentemente dalla magica forza della sua filosofia. Niuno più originale di Vico, e pare che l’originalità dell’italico ingegno siesi sventuratamente nel Vico spenta. De’ suoi principii intanlo, per quel che riguarda il nostro assunto, egli è facile di raccorre, che avendo le legge per iscopo di metter freno alla passione umana, e di render l'uomo migliore; ben possono per esse la *forza*, l’*avarizia* e l’*ambizione* che sono i tre vizi pe’ quali corre a trovarsi il genere umano, convertirsi in *valor militare*, *prudente mercatanzia* e *savio governo*. La legislazione dunque, considerando l’uomo qual é, se dirige ad usi migliori la passione, lo riforma e trasmuta in quello che esser deve. La massima di Vico pertanto, ben lunga dall’opporse alla legge morale, la conferm viemaggiormente e ne presuppone l'esistenza. E qui credo far cosa grata a miei lettori, se da Vico stesso tolgo le prove di questa mia assertiva. L’unico principio e fine del diritto è per Vico la virtù del vero. E'chiama virtù del vero l’umana ragione (la vernunft di Kant), la quale è virtù in quanto combatte con la cupidità -- è giustizia in quanto regola e pondera la utilità. La utilità non e per sè stesse ne onesta nè turpe; ma turpitudine è la sua ineguaglianza, onestà la sua eguaglianza. L’utilità privata di un singolare individuo, o anche nazione o popolo di due uomini, è labile, perchè finisce con l'individuo la diada dei due uomo o con la nazione; ma l’eguaglianza delle utilità, che è figlia dell’onestà, non è cosa caduca, è cosa immutabile ed eterna. Una cosa caduca non puo produrre l’immutabile, nè un corpo dar nascimeoto a ciò che li trascende. Il sistema dunque dei futilitari utilitari, con questi pochi molli del Vico, è distrutto. Ciò si conferma con quel celebre detto di Pedio presso Ulpiano: quante volte una od altra cosa venne con la legge introdotta è buona occasione supplire con la legge stessa le altre cose che tendono alla stessa utilità. Una buona occasione adunque e alla divina provvidenza l’umana debolezza e miseria, per le quali, secondo la loro stessa spontaneità, ritrasse gli uomini dallo stato ferino e bestiale ad essere socievoli, uguagliando tra loro le utilità, come chè ciò non avvenisse da principio per intera onestà, ma per una parte di onestà. Or, la società è una *comunione* di mutua utilità che interviene tra eguali. Si la socielà ineguale è tra un padre (superiore) e un figlio (inferiore); tra la potesta civile e di soggetti – l’eguale è tra fratelli Romolo e Remo o i dioscure – Castores (dual), o Eurialo e Niso, i due amici, tra due cittadini. Di qui due spezie di giustizia rellrice ed equatrice. L'eguaglianza delle utilità, con *geometrica* -- progressione geometrica -- misura determinata, è il subietto della giustizia rettrice, della giustizia *distributive*, la quale mira alla dignità delle due persone. L'eguaglianza poi delle utilità, fatta con *aritmetica* -- progression aritmetica -- misura, è materia della giustizia equatrice, volgarmente detta giustizia *commutativa*, la quale si rapporta al mio ed al tuo – al nostro -- --  ed ba luogo in ogni società eguale. Nè osta punto (come crede Grozio, il quale dital  L'occasione poi, per la quale una cosa accade, non è cagione della cosa stessa, il che Grozio non vide, trattando dell'origine del diritto; e pur doveva ia questa disamina por mente ad una osservazione tanto importante che ne è il cardine. L' utilità dunque non fu produttrice del diritto, come piacque al greco Epicuro, al etrusco Machiavelli, ad Obbes, i quali intesero per utilità la cessazione o del bisogno, o della violenza, o del timore; ma fu l'occasione, per la le gli uomini divisi, deboli, bisognosi tralti furono alla vita sociale. qua.   Siegue da ciò, che l'upa e l'altra giustizia la rellrice c l'equatrice hanno per fondamento l'onestà, e che non può avervi giustizia senza morale: conseguenza importautissima, dedotta dal Vico da vero suo priocipio, e sfuggita al positivista Carmignani, il quale fa della morale e del diritto due cose talmente distinte, quasi non avessero nulla di comune tra loro. Elementi del giusto diritto, per Vico, sono la prudenza, la temperanza, la fortezza. La prudenle deslioazione io falti delle utilità, fatta con ragione, von come della la cupidità, produce il dominio; il moderato uso delle cose utili genera la libertà. La potenza regolala dalla fortezza partorisce la incolpala tutela. La tutela de'seosi e la libertà degli affetti costituisce il diritto naturale, che gli antichi interpreti dicono primitive, e gli stoici appellano il principio della natura. Il dominio, la libertà, la tutela sono cose nalurali all’uomo, e oale per le occasioni. Così la libertà del diritto era prima della guerra; ma venne riconosciuta, ed ebb e il suo nome, introdoltasi, per la guerra, la schiavitu. Similmente con la divisione de'campi siammisero I dominii delle cose del suolo; ma il giure coosultodice: non essersii dominii introdotli:essersisolamente distinti con la divisione. Finalmente dalla potenza, tosto col nascere, proviene la difesa di sè stesso. distinzione siburlarche avendo più socii posto in comune parli disuguali di daparo, prendano parti di lucro con geometrica misura; perciocchè prendono parli di lucro con semplice misura, essendo il daparo,e non la dignita della persona che li agguaglia. Jo falli tanto ciascun socio ne toglie, quanto ne avrebbe preso, se solo a quel negozio posto avesse il daparo. Il dominio della ragione su iseosi e sugli affetti è il diritto naturale dagli stessi interpreti chiamalo secondario, e dagli Stoici conseguenti della natura. Rimontiamo col Vico all’origine di questa distinzione. Iddio di è all'uomo conlapolenza l'essere, con la sapienza il conoscere, con la bontà il volere. Questo divino benefizio deriva del diritto naturale: l’una con cui l'uomo vuole il suo essere, l’altra con cui vuole il suo conoscere: ood'è che l’uomo lalvolla più il sapere chel’essere agogna. Or, nella parte con cui l’uomo desidera il suo essere contengonsi quelli che gli stoici dicono principio della natura; imperocchè egli appreode col pascere, mercè le sensazioni presenti e vive del piacere e del dolore, a seguire le cose utili alla vita, a schivare le nocevoli, e se venga impedito nelle utili, e sospinto nelle nocevoli, nè possa altrimenti quelle con seguire,questeevitare;con la forza allontani la forza, pel diritto che ha di cooservar il suo essere. Questa parte del diritto naturale vien definita: diritto che la natura a ogni animale apprese, e da essa nasce il diritto di respingere da noi la violenza, quello della unione de’due sessi, della procreazione de'bgli e della educazione loro. Ma nella parle con che l'uomo vuole il suo conoscere, contengonsi quelle cose che gli stoici dicono conseguenti della natura, e vien essa definita: per tutto quello che la ragione naturale fra gli uomini stabili ed egualmente fra le genti tutte si osserva.Questa parte del diritto domina la prima: di guise che quando Pompeo, impedito dalla tempesta a partire, disse: è necessario il navigare, e non necessario il vivere, era siquesto suo dello uoa legge che la ragione a talli gli uomini impone è necessario cioè dioperar rellamente,e non necessario il vivere. Nella prima parte del diritto naturale la ragione non riprova, ma permette: nell'altra essa vieta o comanda, e quello che comanda o vieta è immutabile; che anzi per questa seconda parte è immutabile ancor la prima, non potendosi le cose lecite di lor natura vielar con le leggi, non essendo in potere di queste di far sì che non sieno permesse. Vedano ora imoderoi scriltori di diritto: se la distinzione del naturale diritto nel principio della natura, e ne' suoi conseguenti debbasi o no rigettare! Rimembro di averne lello più di uno che la crede inutile. Grozio aperlamente afferma:non esser ella di alcun uso, sen za avvedersi, dice il nostro filosofo e giureconsulto, che nell'egregio suo trattato della guerra e della pace egli stesso l'ammelte tacitamente; perchè in questo appunto il suo uso consiste, che nella collisione dell'uno e dell'altro diritto, il secondo è da più del primo. Ma bisogna un Vico per rilevar il merito dell’antica giurisprudenza, e mostrare a Grozio spezialmente su quali salde basi ella si reggeva! Il diritto naturale primitivo è, secondo Vico, la materia di ogni diritto volontario; il diritto naturale secondario de costituisce la forma, la quale ove manchi, il diritto volontario è nullo. Perciò Ulpiano define il diritto civile: per quello che nè al tutto dal diritto naturale si diparte, nè inlullo adesso si uniforma; ma in parle viaggiugne, inparte vitoglie. Il perchè la mente della legge e la ragione della legge sono due cose distinte. Mente della legge è il legislatore; ragione dalla legge è l'uniformità della legge al fatto. Possono si mutarsi i fatti, e la mente della legge si muta; tutti può essa utilità riuscire tal fiata per altri iniqua. equa, La ragione della legge fa che ella sia vera; il certo della legge la fa vera in parte, e questa parte di vero sapno propria i legislatori, per ottenere con l’autorità ciò che dal semplice pudore degli uomini conseguir non possono; il che rende ragione della definizione del diritto civile, lestè data da Ulpiano. Ond’è che in ogni fiozione della legge, la quale si rapporta al diritto volontario, evvi due sono quindi i fonti della giurisprudenza: laragio ne e l’autorità. Il vero e della ragione, il certo dell’autorità; ma non può l'autorità opporsi in tutto alla ragione, altrimenti le leggi non sarebbero leggi, ma si mostri di leggi. È dunque inopportuna cosa cercar ragione dall'autorità, la qual, dettando una utilità per com ponesi l’autorità del dominio, della libertà e della tutela, che sono i tre fonti di lutti gli stati. Dalla conoscenza per la quale è l'uomo da più di ogni altra cosa mortale nasce il suodominio sopra tutta la natura; dal suo volere trae origine la libertà, dall’eccellenza del suo essere s’ingepera il diritto di tutela col quale contro tutta la natura mortale si difende. Se dunque il dominio, la libertà, latutela costituiscono l’autorità, seconda sorgente del diritto: se il dominio, la mal’uniformità della legge al fatto non si muta mai. Mutato il fatto cessa la ragione della legge; non però si muta o rivolge in contrario. La mente della legge riguarda l’utilità, la quale variando, fa variar la mente; ma la ragione della legge o l'uniformità della legge al fatto, riguarda l’onestà, e questa è immutabile sempre un certo aspello di vero, che rende certa la legge, m a non del tutto vera; perchè qualche ragione non concede che ella interamente sia tale. Tetessa walela Sviela ile; laditt Jembro Grozio deon, siela o,sed che ezli cololalores mate il diritto naturale na ni Callo. muu Da una parte dell’autorità, e propriamente dalla tulela, nacque il diritto delle prime genti, che può dirsi; Diritto della violenza. Divide Vico questo diritto in diritto delle genti maggiori e in diritto delle genti minori. Le genti maggiori furono prima che le città si fondasse, e si stabilissero le leggi: motivo per cui Saturno, Giove, Mercurio, Marte, egli altri numi della mitologia perchè antichissimi tra gli dei ripulali sichiamarono dei delle genti maggiori.Geoli minori si dissero quelle che furono dopo fondale la città e stabiliti i reami; ond’è che Dei minori si appellarono quelli che vennero dalle città consecrati, come Quirino, ed altri Eroi.ParealVicoche tale divisione imitassero in certa guisa i Romani, allor chè denominarono patriziï delle genti maggiori quelli che da' padri scelti da Romolo discesero, e patrizii delle gentiminori quelliche trassero origine da'padri coscritti. Il diritto delle genti maggioriè, come sidisse, il diritto della privata violenza, con che gli uomini, senz’alcun freno di legge, toglievano con la propria mano, ed usucapivano; con la forza si difendevano; il proprio uso o possesso rapivano, e con la privata forza ricupera vano. Perciò i mancipii erano cose in realtà per mano tolte; i debitori neri veramente legati; vere erano le mancipazioni, usucapioni, vindicazioni, usurpazioni, o gli usi ne’rapimenti del possesso, come le mogli usurarie che erano nel possesso, e non già nella potestà de’ mariti, usurpavano lo spazio di tre nolli, cioè libertà, la tutela ha origine dalla naturale disposizione dell'uomo, ed in ogni stato, come Vico sostiene, si manifestano sempre; vedano Hume e Romagnosi con quanta buona ragione asseriscano che genitrice del diritto è l'aggregazione sociale!  per tre nolti continue illoro uso a’mariti rapivano, accið con la usucapione di unannonon passassero in mano, o sia nella poteslà di essi. Si disse ianaozi costar il vero della ragione della legge, il certo dell'aulorità di essa, ed essere stale queste due cose cagione del diritto; imperocchè il dominio, la libertà, la tulela in qualunque stato dell’uomo si manifestano sempre. De esi però notare che il diritto, come che risulti sempre da questi tre elementi,fu non pertanto ne' Governi divini ed eroici più certo che vero; negli umani più vero che certo.Or siccome col Diritto delle genti m a g giori,senza alcun freno di legge, lecose, come testè dicemmo, si usu capivano, con l’uso e con la per pelua adesione del corpo si ollenevano, con la forza si riacquistavano, ed accadevano per questa violenza frequenta risse ed uccisione; si riunirono in ordini i padri di famiglia, e poco fidandosi, per la licenza che tra gli uomini regnava, del loro nalural pudore, conservarono per sè soli la forza, e posero termine ad ogni ulteriore disordine in avvenire. Da ciò nacque la potestà civile; la quale poche cose pubblicamente trallava con la forza: le punizioni cioè e le pene. Affinchè poi gli altri ad essa potestà soggetti, fossero nelle lor pretensioni tranquilli, introdusse certa corporea forma alla materia da lraltarsi in privato, e coosacrò certa formola di parola, alle quali uniformar dovessero la loro ipfioila e svariata volontà i cittadini. la forza di questa formola, di proposito e seriamente, non per frode o inganno, polevano essi acquistare diritti, conservare le proprietà o in altri trasferirle, con le quali tre cose ce lebrayasi ogni negozio di privato diritto. In tal guisa la civile potestà, rimossa ogni violenza, e tolla via ogni in certezza per la solennità de’ giudizi, riforma il costume, e distribui fra i cittadini la cosa certa e civile, che in buona ed in gran parte ricuperarono il vero ed il pudore, che sono i due perpetui aggiunti del diritto naturale. Da questa metamorfosi, per dir così, del dominio, della libertà e della tutela, per la quale il diritto da violento che era si trasmuta in moderato, ebbe origine il diritto civile; e la patura medesima delle cose insegna essere ciò avvenuto a ogni popolo, che dal diritto delle genti maggiori vennero sollo la potestà civile. Dopo dunque l’originaria acquisizione del diritto naturala all’uomo, dopo l’altra introdotta dal diritto delle genti maggiori, coo che il padre, posti i confini, distinsero il dominio delle terre, surse la terza acquisizione introdotta dal diritto civile. E qui sinotiche come il dominio, la libertà, la tutela costituiscono nella cosa pubblica l’autorità civile, il privato diritto del pari a questi tre sommi capi si riducono. Al dominio, col quale le cose che ci appartengono si vendicano, e contro qualunque possessore si ripetono; alla libertà, la quale ogni potere ed obbligazione comprende; all’azione, che allro non e suor chè tutela dalla legge prevedulc. Stabilita questa dottrine, volgiamo da ultimo un rapido sguardo sul diritto de’ romani Quiriti, e le vedremo mirabilmente confirmata. Chiama Vico il romano diritto un serioso poema dell’universale diritto delle genti, altese le tante Ginzioni, delle quali è ripieno. Il primo fondatore in fatto della romana repubblica muta il diritto delle genti maggiori io certe imitazioni di violenza, come sono le mancipazioni, con le quali quasi ogni atto legittimo si transige con la liberale tradizione del nodo, la úsucapione non era più la perpetua adesione del corpo al fondo occupato, ma il possesso con la volontà conservalo; la usurpazione non più consiste in una certa rapina d'uso, ma esprime col modesto significato di cilazione; l'obbligazione non più col nodo de’ corpi,ma con certo legame della parole si denota; la vindicazione col Gin lo attacco delle mani con una paglia, dellaper. Ciòda Gellio festucaria.Pernon diral la fine di tanteal tre, l’azione personale chiamata condictio non più e l’andar unito il creditore al debitore, o alla cosa dovuta, ma face asi con la semplice denunzia. Le quali cose menano naturalmente a congetturare, che per talicagioni si crede il poeta il primo fondatore della città, come si è scritto di Orfeo e di Anfione vero. Ella è questa, secondo Vico, l'origine ed il progresso dell’universale diritto delle genti, il quale, tenendo fermo al principio di Vico stesso, in istretta amistà con la legge morale mostrasi perpetuamente. Parlando in fatti questo gran filosofo della giustizia universale afferma che siccome la virtù universale eccita la prudenza, la temperanza, la fortezza, perchè si oppongano alla cupidità; la giustizia universale del pari comanda alla prudenza, alla temperanza, alla fortezza, perchè dirigano le utilità. Impone alla prudenza, che ciascuno tratti avvisa la mente utili cose; alla temperanza di non appropriarsi l’altrui; alla forza di cautelar e difendere il proprio diritto. Per favole di tal natura è agevole di osservare, che quanto più il diritto civile da quello delle genti maggiori si allontana, o dalla verità della violenza; tanto maggiormeate al diritto naturale si avvicina, o al pudor della stessa giustizia rettrice ed equatrice, che come e per conoscer anche meglio l’accordo della filosofia di Vico con la legge morale, basta osservare che egli contempla l'uomo: primo nello slalo di solitudine; secondo in quello della famiglia; terzo nello stato aristocratico; quarto e finalmente nello speciali virtù si repulano, uopo è che sieno, secondo Vico,una sola virtù, e perciò universale virtù; la giustizia – il giure -- architettonica difatli, che Aristotele afferma cosi comandare alle inferiori virtù come l'architetto alle arti sue ministre, se risiede nell’animo della civile potestà, e comanda a latte la virtù che mena alla civile prosperità; risiede altre sì, come particolare virtù, nell'animo del sapienle, c regola gli uffizi di tutte le virtù per la privala tranquillilà della vita. E perchè ciò? perchè, risponde Vico, v'ha unica ragione che così della, unico vero bene, unica giustizia, e unico diritto. Ma una pruova luminosa, e senza replica, che melle d'accordo il principio di Vico con la legge morale si è la distinzione da esso lui adottata del diritto naturale primitivo e secondario. Se fa egli consistere il primo nella lu icla de’ sensi degli affetti, el'altro nel dominio della ragione: se quello solamente permette, e questo o vieta o comanda, e ciò che comanda o vieta è immutabile; chi osa negare che il diritto naturale secondario altra cosa non sia che la legge morale? Ne osta punto l’aver egli fatto sorgere il diritto civile dal diritto di violenza, che in tempi a noi remotissimi usa le genti maggiori; imperocchè tal diritto di violenza, non allra regola seguendo che quella del senso e dell’affetto, vero diritto non era, ma diritto certo, tullo proprio dicoloroche più tenevano all’istinto che alla riflessione. Il diritto però di violenza fu poscia l’occasione di far sorgere il vero diritto stato della repubblica e della monarchia. Or, nel primo stato non altra guida ha l’uomo che quella dell’istinto a cui ubbidisce come la pianta e l'animale; ma non è questo certamente il suo destino; la sua facoltà lo chiama ad un bene essenzialmente diverso da quello che dipender potrebbe dal solo istinto. Dev’egli per sè stesso crear questo bene, e passare perciò dalla servitù dell’istinto allo stato di libertà: a quella condizione cioè, per quale ubbidirebbe invariabilmenle alla legge morale, come sino a quel punto ubbidito aveva all’istinto. Deve l’uomo, a dir breve, diventar creatura libera, di automa trasformarsi in essere morale, ed un tal passaggio deve menar lo all’autocrazia la Sent il'uomo il bisogno di congiungersi condonna, e la nascita di un figlio, i suoi alimenti, la sua educazione, qualunque sia si ella stala, moltiplicarono I suoi doveri. Fin qui non conobbe egli con la compagna che un sol germe di amore, ma un nuovo oggetto fe’ nascere in entrambi una nuova relazione morale, un nuovo amore di spezie più pura del primo. La soddisfazione, il tenero interesse, la sollecitudine nella quale s’incontra per l’oggetto di questo AMORE apre in esso bellissimo tratto di morale, che resero il suo rapporto più dolce ed elevato: Ad un vincolo che da prima era semplicemente materiale si uni la stima e dall’amore interessato nacque l’amor coniugale che è sovranamente disinteressato. Ad un primo figlio un secondo ne seguì, un terzo ec, e fatti grandi questi figli, teneri legami di amicizia gli strinsero insensibilmente tra loro,e videsi nascere l'amor fraterno tra Romolo e Remo che non è punto interessato. Stretti altri uomini dal bisogno, palleggiarono con questa prima famiglia di prestar l'opera loro, a vantaggio lo tantocon l'avanzar de’lumitutt’il membro della citta si crede idoneo alle funzione che prima da’ soli padri si esercilavano, e sursero allora la repubblica e la monarchia, dove si ni in gran parte il certo dell’autorita,e comincia il vero della legge. S o l l o queste forme di governo l u l l a si spiega la moralità dell’azione, perchè si dissero azione della stessa, per una convenuta mercede. Surse allora la società tra padroni, dove il padre comanda al proprio figlio, a questi famoli ancora; e tale società dal nome de’ famoli si appellò famiglia. Dalla famiglia surse ben toslo un certo naturale governo. Stabilita l’autorità paterna sul figliuolo bisognoso di aiuto e sui famoli ha già il fanciullo contratto l’abito di rispettare la volontà del genitore. Quando fatto grande, il figlio divenne padre ancor esso, doveltero i di lui figli onorar colui verso il quale vedevano che gran rispetto porta il padre loro; supposero quindi nell’avo un’autorità superiore a quella del proprio padre. E perchè l’avo in ogni litigio pronunzia sempre in tuon definitivo, un taluso, per più a poi osservato, stabili finalmenle in sua persona un potere sovrano su tutt’i membri della famiglia. Ebbe di qui origine il governo patriarcale, che lungi dal puocere all’altrui libertà ed eguaglianza, dovelte anzi valere a garenlirla e consolidarla. Più famiglie particolari, per comune utilità riunite, costitusce la tribù; più tribù di Romolo la citta di Romo, dove i cittadini dovellero amarsi come I fratelli di una stessa famiglia, e prestare a Romolo, il capo delle tribù riunita la stessa ubbidienza che ogni membro della famiglia presta all'avo. E perchè questa ubbidienza proviene da sentimento di vera stima verso gli aozi del capo, dovelte essere perciò in supremo grado disinteressata.  Ma qui potrebbe dirsi che l'uomo, secondo Vico, nei quattro stati su indicati noo altro cerca che l’utile proprio. Nello stato di solitudine in fatti cerca egli semplicemente la sua salvezza. Presa moglie e fatti figliuoli ama la sua salvezza con quella della famiglia.Venuto a vita civile ama la sua salvezza con la salvezza della città. Distesi gl’imperi sopra altri popoli ama la sua salvezza con la salvezza dal paese. Uniti i paese per pace, alleanza, commercio, ama la sua salvezza con la salvezza del genere umano. L'uomo, conchiude Vico, in ogni circostanza cerca principalmente l'utile proprio.Il perchè non da altriche dalla provvidenza divina può esser guidato a celebrar con giustizia la familiare, l’eroica e finalmente l’umana fori morali quelle soltanto che si facevano nell’interesse della morale, senza domandare anticipatamente, seerano gradevoli. Ogni aspetto sotto il quale la moralità si manifesta si ridusse ne’ goverai umani ai due seguenti. O sono il senso che propongono farsi la tal cosa o non farsi, e la volontà ne decide dietro la legge della ragione, o è la ragione che prende l’iniziativa, e la volontà ubbidisce, senza consultare il senso. governo. Così è, diciamo pur noi, ma perchè l’utile che cerca l’uomo, tosto che si è reso superiore all’istinto, è subordinato ro a quello della famiglia; secondo a quello della città; terzo all’utile del paese; quarto all'utile di tutto il genere umano; l’utile che cerca l’uomo in ogni stato su m e o tovati non èl'utile variabile, ma quelloche è figlio dell’onestà, la quale, come Vico si esprime, talmente dirige e pondera le cose utili che a tutti giovano egualmente. ma di Ma perVico, si torna a dire, lulto questo è opera della provvidenza. Dalla provvidenza è vero. Fabbro però il diritto naturale del giurecosulto, di lunga mano di verso dal diritto naturale del filosofo che alla norma della ragione eterna lo agguagliano sempre. Ma essendo la repubblica degli ottimati quasi tutte ridotte in democrazia o principali, le qualidue forme di governo vengono regolate più secondo l’ordine naturale che secondo il civile; per queste cagioni venne a rallentarsi la custodia del diritto delle genti maggiori più antiche, sul quale diritto poggiavano sopratutto la re-pubblica degli ottimi, essendo propricla di quello stato la custodia delle palric consucludini. Vico della provvidenza è l'umano arbitrio, che ha per regola la sapienza volgare, la quale è il senso comune di ciascun popolo o nazione che dirige in società la nostra azione, sicchè facciano acconcezza con ciò che ne sentono tuttidi quell popolo o nazione. Quando poi le nazioni per commerci, per paci, per alleanze sono si conosciute, la convenienza del senso comune de’popoli o nazioni tra loro, è per Vico la sapienza del genere umano. Or, il senso comune di ogni popolo e di ogni nazione, il quale deve dirigere in società la nostre azione, acciò si accordion con tutto ciò che ne peosa il genere omano: che altro può esser mai se non è la legge morale? per perciò Vico seguendo Gaio chiama diritto civile comu. d e il diritto comune di ogni popolo; perchè Gaio, ove define il diritto civile, dice: Ogni popolo che e governato da una legge e da una consuetudine, in parte si serve del proprio diritto, in parte del comune diritto di lultigli uomini, e ció per la divina provvidenza, che secondo la stessa opportunità delle cose lo spiegò Ira la pazione separatamente, con la loro costumanza, per la tranquillilà di ciascun popolo o nazione. Tale diritto spiegato con la comune costumanza del popolo è dalla tutela, dal dominio, dalla libertà nacquero, secondo Vico, tre pure forme dello stato. Quella degli ottimati, la regia, e la libera. Fondamento dello stato degli ottimati è la tutela dell’ordine, con che venne da prima stabilito che i soli patrizî siabbiano gli auspicii, il campo, la gente, I connubî, i maestrati, gl’imperî, e presso legenti i sacerdoti. La regia risplende pel dominio di un solo, Romolo, e pel sommo e formisura libero arbitrio di esso solo in tutte le cose. La libera vien celebrata dall’eguaglianza de’suffragi, per la libertà delle opinioni, e per l’eguale adito a ogni onore, il quale adito è il censo. Imperocchè inciascuno di essi comanda un solo,o come vuole Tacito: uno essere il corpo della repubblica, e doversi governare con l'animo di un solo, o di piùa guisa di un solo. E però inciascun politico reggimento colui che è sommo è anche unico; perchè il sommo del pari che l’unico non si può moltiplicare. Ma queste tre forme pure di stati, benchè sieno da quelle particolari differenze teslè osservate, tra loro diverse; tultavolta allesa la loro origine, per virtù della quale la ragione, la volontà, il potere risiedono nell'uomo, sono strettamente tra lor collegale, e costituiscono irë parti di virtù fra loro commiste. L'ordine naturale per tanto è l’anima di ogni stato, perchè regna in quest’ordine il vero che all’ordine delle cose corrisponde, non a quello de’ nomi senza le cose, il quale non è ordine, ma sembianza di ordine. Quello dunque è l'ordine naturale dello stato, dove il prudente, il forte comanda e l’imprudente, l’imbecille ubbidisce: quali furono i primi principii dello stato, la famiglia, la clientela, gli antichissimi stati degli ottimati pur ordine civile quello che per volere della legge all’ordine naturale è frammesso, che può anche dirsi ordine politico, misto di civile e di nalurale, come nello stato degli ottimati il senato si compone de’ sapientissimi fra i patrizi; nello stato popolare il popolo viengo ver pato dall’autorità di un senato sapiente; nello stato regio il principe Romolo si vale del consiglio de’ sapienti. Quest’ordine misto può definirsi successione dell’onore, nella quale chi per una e chi per altra dole come per fede, diligenza, solerzia, valore, giustizia, vien riputato degno di ascendere ad onorale cariche, e dalle minori alle maggiori gradatamenle viene promosso: di guisa che i migliori sempre preseggano, e vigilino su I costumi degl’inferiori e li dirigano. Ma quando gli ottimati divennero nomi vani che li distinsero dalla plebe, all’ordine naturale successe il civile, ed al vero seguì il certo, il quale altro non è che la conformità all’ordine, non delle cose, ma della parola, da cui nasce la coscienza dal dubilar sicura. Imperoc chè I primi imperi degli ottimi o si manteonero ne’ loro discendenti, o in ogni popolo passarono, o a monarchici si ridussero. Perciò l'ordine civile o è nel lignaggio come nell’aristocrazia, o nel censo come nella democrazia, o nella casa regnante come nella monarchia. Ma de la nobiltà, né il patrimonio rende sapienti. Il nascer orincipe è cosa fortuita, dice Tacito, nè altra. Siccome però il certo è parte del vero, e la ragion civile nasce della stessa ragion naturale per le cause di certo Diritto, così l'ordine civile per natura sua fa parte dell’ordine naturale in quanto è esso cagione della pubblica sicurezza, ond'è che anche la citta la più corrolla da questo stesso civile ordine viene conservata. Ed è per quanto però la mente è più verace del discorso, altrellanto l’ordine e più stabili della legge; im pe rocchè la mente sempre una cosa detta al parlare, ma pel giudizio, o sia per la volontà, noi più volte falliamo, servendo spesso a ciò che dice il senso, senza ascoltar la mente. La parola in oltre non viene sempre con prontezza alla mente, spesso non esprime i suoi comcetto, mentre viene quella incessantemente spronala a raggiugnere  Ma questi ordini per la via della legge col timor delle pene, con la speranza de un premio, impongono al cittadino di rettamente comportarsi. Per la qual cosa l’ordine e più stabile dalla leggr: onde avviene che la legge ri posino sull’ordine, e che questi conserva la legge; im. perocchè l’ordine politico, il quale è misto di ordine naturale e di ordine civile, con maggior ragione di ciò che Aristotele della legge disse, è verameole una mente scevera di affetti. E come che la mente del popolo io generale sia scevera di affetti, pure questa mente stessa suole addivenir talvolta turbatissima, sopra tutto ove sia commossa da intestine turboleoze. Qual fu la mente del popolo di Atene, e quella del popolo romano sconvolta dal demagogo, che indussero l'uno e l'altro popolo, con particolare legge fuori l’ordine promulgate, a bandir dalla patria uomini di chiara virtù, per elevare ad amplissimi onori immerite volissimi cittadini. Vero, il la qual forza di vero altra cosa non è che la ragione. Or, la parola sovenli volte elude questa forza di vero, per la perversa volontà di chi ragiona. L'ordine perciò naturale e l'ordine misto è il solo che può con giustizia amministrar il diritto, e questo avviene quando uomini per sapienza e per virtù prestantissimi, giusta l’ordine naturale, e non secondo l'ordine concepu. Siegue da tullo ciò che il diritto chiamato da Grozio e Kelsen puro, e da Gaio diritto comune a tull ipopoli, altro non è ch e il diritto naturale, il quale h aperto della parola, o che torna lo stess, non secondo il certo della legge, ma giusta il vero della legge stessa, reggano gli stati. E perchè la leggr in moltissimi casi mancano ed è necessaria l’interpretazione che a la deficienza supplisca; può accader ancora che sollo la stessa autorità del diritto non solo qualche volta per ignoranza si erri, ma la stessa legge con frode si eludano. Più felice dunque e quello stato, nel quale il civile ordine e misto più secondo il naturale ordine o secondo l'ordine del vero che secondo l’ordine del certo. Quindi ove si conservino la legge imposta dall’ordine, e mollo più gli Ordini che le leggi si cuslodiscano, verranno gli Stati conservati. Ma se le leggi mancano, gli stati rovinano. Perciòsiamo servi della legge, diceva Tullio, per poter esser liberi. Convertendo dunque la massima si dirà pure con verità: se ci libereremo dalla legge, saremo naturalmenle servi. la legge morale; perchè, secondo Vico, non può darsi diritto senza morale. Iolanlo è da nolarsi diligentemente che Vico distingue il diritto io diritto vero, e diritto certo. Quello è per la ragione, questo per l'autorità. Il primo dirige l'uomo libero, il secondo l'uomo che più della liberlà segue l’istinto. Or cgli è evidente che negli stessi umani governi la più gran parte degli uomini, tenendo più all’istinto che alla libera elezione, si lascia più facilmente guidare dall’altrui autorità che dalla ragione. Di qui la necessità di un diritto misto, secondo le esigenze de’ popoli e le diverse forme di governo. Ma da ciò non segue che coloro i quali con la loro autorità oe fondamento impongodo a’ popoli, essendo essii più sapienti, i più prudenti, come vuole il Vico, non si propongano per i scopo il diritto vero e che non sieno al caso disco prirlo, senza darsi gran pena. La destinazione infalli del l'uomo non può dipendere dall’istinto, e tosto che l'uomo si conosce libero e la sua ragion consulta, questa gli ordina di conservarsi e di perfezionarsi: di essere cioè savio, moderato, prudente; di collivar l’intellelto, e nel tumulto de’ sensi e degli affetti di cautelare la volontà: nel che propriamente consiste la libertà dell'uomo interiore. E perchè egli scopre in altri esseri, a lui simiglianti, la stessa attività libera, gli considera tutti eguali, e tale scoperta fa nascere in lui l’obbligazione di lasciar i suoi simili nella loro indipendenza, ed è questa la tutela. A ppresso giudica di non aver diritto su di ciò che è stato da altri prima di lui occupalo, e ciò che ha egli occupato il primo, giudica che a lui spella solamente, nel che sla il dominio. Di qui reciprocità del diritto e del dovere; di qui l’origine della giustizia che gareolisce la proprietà. Tulli gli anzidelli del diritto e del dovere, perchè fondati sulla libertà, sul dominio, e sulla tutela, o che lorna lo stesso, sulla natura dell’uomo, stanno per sè, prima che l’uomo entri con altri in società. La legge non li creano, perchè già erano prima della legge. Questa non altro fanno che conservarlo. Lo stesso diritto e lo stesso dovere servono di fondamento alla società, che il legislatore non crea ma dirige, perchè la società già era, quando il governo non era ancora.  La  libertà del diritto, dice Vico, fuprim a ch e si conoscesse la servitù. Non s’introduce già il dominio con la divisione de’campi, furono solamenle distinti. Dalla polegza di operare infine nacque tosto la tutela o difesa di sè stesso. Se non che, ammellendo Vico nell’umana mente al cuni semi del vero che con l'andar del tempo si sviluppano in cognizioni distinte ed alcuni germi del giusto che tratto tratto si spiega la massima incontrastabile di giustizia; mostrasi egli in gran parte seguace di Platone intorno all’origine di quella verità che si dice necessaria. Or tale verita, essendo per noi di due spezie, una teoretiche ed una pratica, diciamo, che rispetto alla prima, la verita teorica, l’io il quale per un alto di spontaneità si conosce e si rivela dell'appercezione, appoggiato alle quattro idee necessarie di spazio,di tempo,di sostanza e di cagione, riduce all’unità tutto il vario della rappresentazione che a lui offer il senso. Riguardo poi alle verita pratica, essendo elleno legge pratica o comando di fare, si contiene in una massima universalisabile. Quando ti determini all’azione, esamina te stesso e vedi se la tua volontà sia di accordo con la volontà generale di ogni persona. Una tal massima universalisabile è la suprema legge della morale. Che che sia però della filosofia di Vico, a noi basta di aver provato che le due sue digoilà Vl*e VII“, ben lungi dall’opporsial la legge morale, la confermano mirabilmente. Dominio, libertà, tutela tre elementi del diritto; tre elementi che costituiscono l'uomo morale. Perchè non può avervi diritto senza morale. La filosofia perciò di Vico si accorda perfettamente con la morale.  

 

All natios bostna viSing to derive merit from the splendonr of their original. And irhere history ii uleot, they fueiuenJiy anpply the defect with fable, THE ROMANS were particnlaHy dcH^OB of being thought DESCENDED FROM THE GODS, m if to hide the meaaDess of their real ancestry. Mueas, the Bon of Veona AocUaei. having escaped ftvm the deitniotioii of Ttey, after'11MU17 adventures and dangers, atrived octet a in Italy, where  Aeneas was kindly received by Latinus, king of the latins, who gave him his daughter Lavinia in marriage. Italy was then, as it is now, divided into a number of small states, independent of each other, and consequntly subject to frequent contentions among themselves. Turnus, king of the Rutnti, is the first who opposes Aeneas, he having long made pret^uions to Lavinia himself. A war ensues,  in which the Trojan hero is victorious, and Tornus sfadn. In consequence of this, Aeneas built a city, which was eded  Lavimnm,  in honour of his wife, and some time after, engaging in another war against Hezentius, one of the petty Ungs of the country, he was vanquished in turn, and died in battie, after a reign of four years. Ascanius, his son,  succeeds to  the  kingdom,  and to him Silvius,  a second son,  ^lom be had by lAvioia. It would be tedious  and unninterealing to recite a dry catalogue of the kings that followed,  and  of  whom we know little mtae than the names. It  will be sufficient to say,  that the  sacoesnoD coatiDiied  for  near  four  hundred years in the family,  and  that  Numitor,  the  fifteenth  from Aeneas,  is  the  last  king  of  Alba. Numitor,  vho  took  posseBsitHi  of  the  kingdom in consequence of  his  father's will,  had  a brpther  named  Amnlius,  to whom are left the treasures which had been brought from Troy. As riches but too generally prev^  against  right,  Amolins made use of his wealth to supplant his brother, and  aooo  foDod  means  to possess  himself  of  the  kingdom,  ^ot  content  with  the crime of usurpation,  he added  that  of  murder  also.  Nnmitor's  sons  first  fell  a  sacrifice to his suspicions, and to remove all apprehensions of being one day distorbed in his ill-gotten power, he caused Rhea Silvia, his brother's  only  daughter,  to become a vestal virgin,  which office obliging her to perpetual celibacy,  made him less uneasy as to the claims of posterity. His precautions, however, are  all  frustrated  in  the  event;  for  Rhea Silvia,  going  to fetch wator  frqip  a  Qeighbopring grove, was met and ravished by a man,  whom,  pei^tqw  to palliate her offence,  she avers to be Mars,  the god of war. Whoever this lover  of  hers was,  whether  some  person  had deceived  her by  assuming  so great  a name, or Amnlins himself, as some writers are pleased to a£Srm, it matters not.Certain it is, that, in due time she was broug:lit  to bed of two boys, who were no sooner bom than devoted by the usurper to destmction. The mother is condemned to be buried alive -the usual punishment for vestals who had violated their  chasti^,  and  the  twins are  ordered  to  be  flung  into  tbe  river Tiber. It  happens,  however,  at  the  time  this  rigorous  sentence  was  put  into eieculion,  that  the  river  had  more than  usually overflowed  its  banks,  so that the place where the children are thrown, being at a distance from thei main cnirent,  the water is too  shallow to drown them. In  this  ntoation,  therefore, they continued without harm; and  that  no  part  of  their  preservatioD  might  want  its  wonders,  we are told,  that  they were for some time  suckled  there by a wolf,  until Fanstulos,  the  king's  herdsman,  finding  ihem  exposed, brought  them  home  to  Acca  Laurentia,  his  wife,  who  brought  them  up  as  her  own.  Some,  however,  will  have  it;  tiiat  tbe  nurse's  name  was  Lnpa,  which  gaya  rise  to  the  stoijr  vt  their  being  nouriihed  by  a  wolf;  but  it  is  needless  to  vfad    Do,l,,-cdtyS   oirt  a  iwglH  MBpg«b«ba%  fian  'venevntB  vbtfe  die  vkote «  omgrowB  with  ftUe.   Boraoloa  and  Bemna,  Ae  twins  thtu  strangely  prcwcved.  Memed  eariy  to  diacover  afai)iti«i  uid  desiret  above  the  me«i-  noH  of  thor  aapposed  origiiuL  The  ahepkenl's  life  be^an  to  di^leaae  them,  aod  fnaa  tending  the  flock,  or  hantiag  wild  beasts,  they  soon  tnmed  their  strength  agsinst  the  robben  lonnd  the  eonntry,  whom  they  efien  atfipt  of  their  [daader  to  share  it  among  their  feUew-shepherds.   In one  of  these  ezcmnons  it  was  that  Remus is  taken priaoner  by  Nvmttor's  berdsmen,  who bring him before  the  king,  and  aoensed  him  of  the  very  crime which  he  bad  ao  t^tea  attempted  to  sappresa.  Bomnlaa,  bowerer,  beii^  informed  1^  FaiiBtaliu  of his real birth, was not  remisa  in  assembling  ft  munber  of  hia  fbllow^epherds,  in  order  to  resooe  bis  brother  from  posoD,  and  foroe the kingdtmi from  tbe  bands of  tbe  nsnrper.  Yet, being too feeble to act openly, he direcs bis followers to assemUe near the place by different ways, while  Beniiis  with  eqnal  vigilaooe  gm&ed  npon  tbe  dtiuua  within. AmalioB,  tfans  beaet on  all  sides,  and  not  knowing  iriiat  expedient  to think of  for  bit  seoiuity,  was, daring hia  amasenent  and  distraotion,  taken  and daio, while Numitor who had been deposed forty-two  years,  recognised  bis grandscns,  and is restored to the throne.  Nnmitor  being  tints  in  qvet  posiewion  of  the  kingdom,  hot  grandaou  resolred  to  bnild  a  eify  npoo  those  hills  whoe  they  had  formerly  lived  as  aheiriierda. The  king  had  too  many  oUigations  to  them  not  to  approve  their  des^;  he  appointed  tbem  lands,  and  gave  pennisnoB  to  .snoh  of  hia  subjects  a»  thoo proper  to  settie  in  their  new  colony.  Many  of  the  neil^draariiig  shejdierda  also,  and  sncb  as  were  fond  of  change,  lepabed  to  the  intended  dty,  and  prepared  to  raise.  For the more  speedy oarrybg on  this  work, the  people  were  divided into  two  parts,  each  of  whioh,  it  was  sapposed,  woidd  indoatriondy  emnlate  the  otfaer.  Bat what  was  designed  fi»  an  advantage proved  nearly  fatal  to  this  infimt  oolony: it gives birth to two factions, one preferring Romulus, the other Remus,who  themselves arenot agreed upon the spot where the city shonld stand. To terminate this difference, they are recommended by the kingto take an omen from the flight of birds; and  that be, whose ome should be most favoorable^  afaonld  in  all  reepeots direct die  odier.  In  ooatflSaaoe wiOl this advice, thej both take  their  stations  npon  diffra«nt  hilk. To  Remus  appear  six  vultures,  to  Romulus,  twice  that  number,  to  ttwt  each  party  thongfat  itielf  viotoriovi,  the  one  tiaviog  the  *first*  omen,  the  other  the  most  nnmeroiu.  Tbifl  prodnoed  a  contest,  whitdi  ended  ui  a  batde,  wherein  Bemoa  is slain,  and it is even said, that he was kiUed by his brother, who, facingprovoked at his leaping contemptnoasly over the city  wbU,  itrack  him dead upon  tbe  qrat,  at  the same  time  proKssio^,  that  nooe  shonld  ever  inanlt  his  walla with impunity.   Romoltu,  being  now sole  coHunuider,  and  eighteen yean of  age,  b^an  the  fonndation  of  acity,  that was one day to give laws to the woild.  It  was  called  Rorne  after  the  uaaie  of  the  foonder,  and  bnilt  npon  the  Palatine  hill,  on  which  he  had  taken  lus  ancceflsfol  omen.  The  city  was  at  first  almost  square,  oontaining  «bont  a  tlwiisand  houss.  It  was near a mile in compass,  and commanded  a small  territory  ranod  it  of  about eight  miles  over.  However,  smallas  it  appears,  it  was,  ootwithstandiiy,  vone  inhabited;  and  the  first  method  made  uae  of  to  increase  its  numbers  vaa  the  opemng  a  sanctosry  for  all  male&otors,  slaves,  aod  snch  as  wm«  desirons  of  novelty.  These came in  great multitudes,  and  cootibated  to  increase  the  number  of our  legtslatoi'B  new  subjects.  To  have  a  just  idea  ther^re  of  Rome in its infant  stale,  we have  only  to  iwsgine  a  coUec-  tion  o(  cottages,  sairotinded  by  a  feeble  wall,  rather  built to  serve  as  a  military  retreat,  than  for the  purposes  of  civil  >o-  cie^,  rather filled  with  a  tnmoltuoas  and  vicious  rabble,  thaD  with  subjects  bred  to obedience  and  control.We have only to conceive men bred to  rapine,  Iwing  in  a  place  that  merelj  seemed  calculated  for  the  security  of  plonder;  and  yet,  to our astonishment,  we  shall  soon  find  this  tumulbioas  coocouise  unit>  ingin  the  strictest  bonds  of  sode^;  this  lawless  rabble putting OB the most sincere regard for religion;  end,  thouf^  composed  of  the  dr^s  of  mankind,  setting  examples,  to all  the  worid, of  valour  and  riitne.    Doiii,,ih,.   WWLOU   SoARGB  mm  tbe  city rnsed  abore  iti  &niid«tioB.  vhen  Hs  rade  mhalulsBtB  hegaa  to  tfauik  of  gmag  some  fonn  to  their. MoslitBtioii.  Their  first  object  was  to  unite  lifoer^  and  em-  pire;  to  fonn  a  kiod  of  mixed  monncby,  by  irfaicfa  all  power  vw  to  be  dividad  between  the  prince  and  the  peopte.  Bo- nlna,  by  an  act  of  great  geoeromtf,  left  them  at  liberty  to  dwose whom they wonld for dieir king,  and  tliey  in  gnrtitiide  eoBcmred  to elect their founder; be was accordingly acknowledged as  chief  of  dieir religion, sovereign magistrate of Rorne,  md geoeral of  Ae army. Beside a guard to attend his person, it was agreed that he should be preceded wherever be went by tweW e mCT,  armed with axes  tied  op  in  a  bnadle  of  rods, who were to  serve  as  execntioners  of  the  law,  and to impress  hii  new subjeots  with  an  idea of his authority.  Yet  stUl  tUa  aKiboriQr  was  ondw  very  great restriotii»ig,  as  his  whole  power  CMisisted  in  caQing  the THE SENATEsenate  togedier,  in  assembling  the  peo< pie,  io  condoctmg  the  army,  when it  was  decreed  by  the  other  part  of  the  constitation  that  they  ahonld  go  to  war,  and  in  k^  pointing  the  qnestors,  w  neainrers  of  the  pnblk:  money, <^ficers  which  we  may  soppose  at  that  time  had  but  very  Ktfle  eni^oyment,  as  neither the  soldiers  nor  magistrates  recrived any  pay.   The senate,  wluch  was  to  act  as  cosnsellors  to  the  king,  was composedof  an  imndred  of  the  printnpal  cttisens of  Bune,  oODStsting  of  men whose age, wisdom, or valoor,  gave  them natoral  an^toiitf  over titeir feUow-«ab|ect8.  The  king named  the  fint  senatw,  and  appointed him to the  government  of  &e  atj, whenever war reqoired the geoeial's absence.  In  dds  neqiect^e  assembly was  transacted all the important boainesa  of  the slate, the king himself presiding, ^thongh every question w'as  tO'be  determined  by  a minority  of  voices. Ai^  they  were supposed  to  liave  a  parental affection for  die  people,  they  were  called  latbMS,  and  their  descendants patricians.  To the  pafericiaits  belonged  all  ttte  dignified  oiBees  of tlie state,  as  well   r,o,i,,-cMh,. as of  tiie  imesfbood. To these  the; were  appofaited by  the senate and  the  people,  vhile  the  lower  ranks  of  citizens,  wlio  were  thns  excluded  from  all  views  of  promotion  for  then-  seUes,  woe  to  expect advantages  ou^ from  their  ntloiir  in  war,  or  their  assidiiity  in  agriculture.  The  plebwms,  who composed the third part  of  the  legi»-  la^oce,  assumed  to  tbemselTcs  the  power  of aathorising'  those  laws  iHiicb  were  passed  b;  the  kia^  or  the  setwle. All  tUi^  x^ative  to peace or  war,  to  the electi<Hi  of  magistiatei,  and  even  to  the  choosing  a  king,  were  confirmed  by  their  sufiragea.  la  their  namMmu  aaaomblies.  all  mterptises  against  the  enemy  were  proposed,  while  the  senate  had  onij  a  power  of  rejeotiog  «r  approving  their Aemfpit.  Thus was  the ststa  composed  of  three  orders,  each  a  check  np<»i  the  other :  the  people  resolved  whedier  the  proposals  of  the  king  were  pleasing to  them,  the  senate  deliberated  upon  the  expediency  of  the  measure,  and  the  king  gave  vigour  and  spirit  by  directing  the  execBtion.  Bat  thov^  the  pei^le  by  these  regulations  seemed  in  possession  of  great  pow«,  yet  th«re  was  one  cdr-onmstaace  which  c<nitiibuted  greatly  to its dimmntion, nara^,  the  rights  of  patronage  which  wece  lodged  in  the  smate.  I^  king,  sensible  that  in  every  state  there  must  be  a  'dependaoee  of  the  poor  upon  the powerful,  -gave permission  to  every  |:4e-  beian  to  choose  one  among  the  senators  for  a patron.  Tke bond between them was of  the  strongest kind ;  the  patron  was  to  give  [woteotion  to  his  client,  to  assist  him  with  lus  advice  and  fortune,  to  plead  for  him  before  the  judge,  and  to  rescue  him  from  every  oppression.  On  the  other  hand,  the  climt  attached  himself  to  the  interests  of  his patron,  assisted  han,  if  poor,  to  portion  his  daughters,  to  pay  his  debts,,  or  his  rmuom  -  in  case  of  being,  taken  prisoner.  He  was  to  follow  him  on  every  service  of  danger;  whenever  he  stood  candidate  for  an  office,  he  was  obliged  to  give  him  his sufi&age,  and was  proUbited  from  giving  testimony  in  a  court  of  justioe  whenever  his  evidence  affected  the  int^ests of  his  patron.  These  reciprocal dotias  were held  so  sacred,  that  any  who  violated  them  were  ever  after  held  infamous,  and  excluded  6x»n  all  the  pro-  tection of  the taws :  so  that  from  hence  we  see  the  senate  in  effect  possessed  of  the  snffirages  of  &ea  clients,  nnce  all  that  was  left  the  people  was  <Hily  the  poww  of  choonng  what  patron  Ibery  should  obey.  Amoaf  a  nRtion  m>  tMibstont  and  fierce  as  the first  Romans,  it  was  wise  to  enforce  obedience  ■t  &6  most  reqnidte  dnty.   lie  first  care  of  the  new-created  king  was  to  attend  to  the  interests  of  religion,  and  to  endeavour  to  hnmantse  his  subjects, by  the notion  of  other  rewards and pnnishnients than diose  of  hnman  law.  The  precise  form  of  their  worship  is  nn- known ;  bat  die  greatest  part  of  the  religion  of  that  age  con-  siMed  in  a  firm  relianoe  upon  Ae  credit  of  their  soothsi^ers,  irito  fvetended,  from  observations  on  the  flight  of  birds  and  the  entrails  of  beasts,  to  direct  the  present,  and  to  dive into  fntmrity.  This pioos  fhrad, wbich  first  uvse  from  ignorance, soon  became  a  most  usefnl  machine  in the  hands  of  government.  Romnlns,  by  an  express  law,  commanded,  that  no  election  should  be  made,  no enterprise  undertaken,  witfa-  flat  first  conaolting  die  soothsayers.  With  equal  wisdom  he  •rdained,  that  no  new  divinities  should  be  introdoced  into  pnhlic  worship,  that  the  priesthood  should  continue  for  fife,  and  that  Aone  shonM  be  elected  into it  before  the  age  of  fifty.  '  He  fort>ade  them  to  mix  fable  witb  the  masteries  of  their  reUgion;  And,  timt  they  mi^t  be  quaKfied  to  teach  others,  he  ordered  Aat  tiiey  should  be  tiie  iHstoriographns  of  tiie  times;  so  tiia^  while  instructed  by priests  Bk^  these,  the  people  cordd  never  degenerate  into  total  barbarity.   Of  his  other  laws  we  have  but few  fragments  remmnii^. In these, however,  we  learn,  that  wives  were  forbid,  upon  any  pretext  whatsoever,  to  separate from  tbeir  husbands;  wUle,  on  the contrary,  the  husbaod  was  empowered  to  repudiate the wife, and  even  to  put  her  to  death  with  the  consent  of  hef  retatioQB,  in  case  she  was detected  in  adultery,  in  at-  tempting to  poison,  in  making  false  keys,. or even of  having  drank  too  much  vine.  His  laws  between  children  and  their  parents  w«'e  yet  sdll  more  severe;  the  father  had  entire  power over his  offspring,  both  of  fortune  and  fife;  he  conid  ■ell  them  or  imprison  them  at  any  time  of  their  lives,  or  in  any  ttations  to  which  they  were  arrived.  The  father  might  expose  his  clnldren,  if  bom  witii  any  deformities, having previoasly  eommunicated  bis  intentions  to  his  five  next  of  kindred.  Our  lawgiver  seemed  moze  kind  even  to  his  enemies, for his subjectswere prt^hited  from  killing  them  after  they  bad  surren-  dM«d,  m  even  from  sdling  them:  his  ambition only aiaied  at    .,Coo<^lc    r  of  luB  ateaaeB  i^  mak  After  M>  many  endeaToiiTs  to  inoraase  bia  BnbjeotBi  aad  m  mmy  Inra  to  r^nlate  them,  he  next  gave  ordeis  to  ascertna  tbeir  numbers.  Tbb  whole  amoanled  bat  to  three  tbooMnd  foot,  and about as  many  bnndred  horsemen,  capable  of  beari^  arms.     These,    therdbre   were   divided   equally   into   three tribes,  and  to  each  he  asiigaed  a  different  part  of  the  taty. Each  of  these  tribes  were  sabdivided  into  ten  cmin  or  compame,  consiBting of an  hundred  men  each,  with  a  oentnrioB  to  command  it,  a  priest  c^ed  curio  to  perform  the  sacrifioes,  and  two of  the  principal inhatntants,  called  duumviri,  to  distribute jnstioe. Aocordijigly to  the  number  of  ooriv  he  dividedthe  lands  into  thirty  parts,  reserving  one  portion  for  public  uses,  and  another  for  religiaus ceremonies.  Tbo  «m-  ■phaty  and  fingality  of  tha  times  will  be  best  iindeistood  by  observing,  that  dach citizen had  not  id>ove  two  ictea of  ground  for  his  owB  subsistence.  Of  the  horsemen  mentioned  above,  dtere  were  chosen  ten  from  eei^  curia;  tfaey  were  particularly  appointed  to  fi^t  round  the  person  of  the  king;  of  them  hU  gaud  was composed, and from  tbeir  alacrity  in  battle,  or  fhuB  the  >ame  of  their  first  commander,  ^ey  were  called  ceUrat,  a  word  equivalent  to  our  light  horsemen.   A  goremmcot  thus  wisely  instituted,  it  may  be  suppoaed,  nduced  numbers  to  come  and  live under it:  each day  added to  its  strength,  maltitudes  flocked  in  from  all  the  adjacent  towns,  and  it  only  seemed  to  waqt  women  to  ascertain  its  du-  ration. In  this  exiaeiatx,  Romulus,  by  the  advice  of  the  se-  nate, sent deputies among the  Sabines,  his  neighbours,  en-  treatingtheir  alliance,  and  upon  these  terms-  ofiering  to  cement  the  most  strict  confederacy  with  them.     The  Sabines,   .  who were  then  considered  as  the  moat  warlike  people  of  Italy,  r^ected  the proposition with disdain,  and  some  even  added  raillery  to  the  refusal,  demanding,  that  as  he  had  opened  a  sanctuary  for  fugitive slaves,  why  he  had  not  also opened  another  for  prostitute  women. Tbis  answer  quickly  raised  the  indignation  of  the  Rpmans; and the  king, in  order  to  gratify  their  resentaient,  while  he  at  the  same  time  should  people  hb  ci^,  resolved  to  obtain  by  force  what  was  denied  to  intrea^.  For  this  purpose  he  proclaimed  a  feast,  in  honour  of  N^tane,  diron^ut  all  the  nMghboitring villagea, and made  the  meet    KAPB  OF  THK  BABINBS.  t   mmgaiAMat  pnftamtkmi  for  it  Tbets  feuta  wen  guan^  preceded  by  sacrifices,  and  ended  in'  shows  of  wreeden,  ^ft-  diaton,  and  chariot-^onrses.  The  Salnnes,  as  he  had  expected, were among the foremost  who  came  to  be  spectalon^  fannging  their  wives  and  daughters  with  them  to  share  t^  pkasore  of  the  sight.  The  inhabitants  also  of  maaj  of  tht  ueig^hoariDg  to^os  came,  who  were  received  by  the  RomaM  with  marks  of  the most cordial  hospitality. lo the  mean  time  '  the  games  began,  and  while  the  strangers  were  most  intent  upon  the  spectacle,  a  number  of  the  Roman  yonth  rushed  la  mnoag  them  wiUi  drawn  swords  seized  the  yotingedt  and  meet  beaatilid  women, and earned them  off  by  violence.  ,  In  vain  the  parents  protested  against  this  bre&cfa  of  hospitali^;  in  vain  the  virgins  themselves  at  first  opposed  the  attempts  of  th^  raviBfaers;  perseverance  and  caresses  obtained  those  &•  TOWS  which  timidi^ at firstdenied:  so  that  the  betrayera,  frma  being  objects  of  aversion,  soon  became  partners  of  their  dearest  affections.   But  however  the  afiront  might  have  been  botne  by  them,  it was not  BO easily pnt  up  by  their  parents;  a  bloody  war  ei^  sued.  The  cities  of  Cenioa,  Antemna,  and  Cnutuminm,  wen  the  &at  who  resolved  to  revenge  the  common  cause,  which  the  Salnses  seemed  too  dilatory  in  pursuing.  These,  by  making aeparate inroads, becamea  more  easy  conquest  to  Romulus,  who  first  ovothrew  the  Ceoinenses,  slew  dieir  king  Acron  in  sio^  combat,  -and  made  an  offering  of  the  royal  spoils  to Jupiter Feretrius, on the  spot  where  the  capitol  was  afterwards  built  The  Antemnates  and  Crustuminians  shared  the  same.  fate;  their  armies  were  overthrowu,  and  their  cities  takes.  The  conqueror,  however,  made  the  most  merciful  use  of  las  victny;  for  instead (rf  destroying their  towns,  or  lessemi^l  tbent  nnmbeis,  he  only  placed  colonies  of  Romana  in  them,  to.  serve  as  a  frontier  to  repress  more  distant  invasions.   Tattos,  king  of  Cures,  a  Sabine  city,  was  the  last,  althou^  the  most  formidable who undertook to cevuige  the  disgrace  his  country  had  suffered.  He  entered  the  Roman  territoriea  at  the  head of twenty-five thousand  men|  and  not  content  with  a  superiority  of  forces,  he  added  stratagem  also. Tarpeia, who  was  daughter  to  the  commander  of.  the  Cajutolme  hill,  happened to  &11  into his  hands,  as  she  went  without  4>e  walls  of  the  city  to  fetch  water. Upon her  he  prevailed,  by  meant  of    hrga  pttuSaet,  to  bebrajr  aae  of  the  ^^ates  to  his  army.  Tlie  i«<irwd  she  eagdgei  for  was  vfaat  the  soldiers  wore  on  their  atteB,  by  vfaich  the meaot their  bracelets.  They,  however,  cotber  miataking^  her  meaning,  or  wiUing  to  panish  her  peifidy,  ttvew  tlieir  bncklera  upon  her  as  they  entered,  and  crushed  ber  to  death  beneath  them.  The  Sabines,  being  thus  possessed of  the  Capitoline, had the  advantage  of  continning  the  War  at  tbeir  pleasure;  and  for  some  time  only  slight  enconnters  passed  between  them.  At  length,  however,  the  tedionsness  of  this  contest  began  to  weary  out  both  parties,  so  that  each wished,  but  neither would stoop  to  sue  for  peace.  The  desire  of  peace  ofteii  gives  vigour  to  measures  in  war ;  wherefore  boUt  sides  resolving  to  terminate  their  doubts  by  a  detMsive  action, a  general engagement ensued,  which  was  renewed  for  several  days,  with  almost  equal  success.  They  both  fon^t  for  all  that  was  vEduable  in  life,  and  neither  could  think  of  submitting: it  was  in  the valley between  the  Capitoline  and  Qui-  rinal  hills,  that  the  last  engagement  was  fought  between  the  Romans  and  the  Sabines.  The  engem«it  became  general,  and  the  slaughter  prod^ioua,  when  the  attention  of  both  sides  was suddenly  turned  from the scene  of  horror  before  them,  to  (mother  infinitely  more  striking. The Sabine women, who  h^  been carried off  by  the  Romans,  were  seen  with their  hair  loose  and  iheir  ornaments  neglected,  fiying  in  between  tbe  combatants, regardless of their  own  danger,  and  with  loud  outcries  only  solicitous  for  that  of  their  parents,  their  husbands,  and  their  cUIdren.  "  If,"  cped  ihey,  "  you  are  resolved  upon  daughter,  turn  your  atma  upon  us,  since  we  only  are  the  cause <tf  your  animosity. If any  must  die,  let  it  be  us;  since  if  oar  parents  orour  husbands  faU,  we  must  be  equally  miserable  in  being  the  surviving  cause."  A  spectacle  so  moving  could  not  be  resisted  by  the  combatants;  both  sides  for  a  wtiile,  as  if by  mutual  impulse, let fall  their  weapons,  and  beheld  the  distress  -  in  silent  wnazement  The  tears  and  entreaties  of  thdr  wives  and  daughters  at  length  prevaUed;  an  accommodation  ensued,  by  which  it  was'  agreed,  that  Romulus  and  Tatius should  t«ign  jointly  in Rome, with equal power and prerogative;  diat  an  bailed  Sabines  should  be  admitted  into  the  senate;  that  the  city  should  still  retain  its  farmer  name,  but  that  As  citizens  should  bctdled  Qnirites,  after  Cures,  the  principal  town  of  the  Sabines; and that both  nations being thus united.   11   •aoh  of  the  Sabtees  u  i^ose  it  shoiM  be  sdnAted  to  Bniad   eDJoy  all  the  privilegea  of  citizens  oi  Rome.  llaH  erery  •torm,  vhich  seemed  to  threateo  this  growing  empire,  only  served  to  increase itvigour.  That army, wfaich  in  die  mondug  had  resolved  upon  its  destruction,  came  in  the  evetlin^  with  j(^  to  be  enrolled  uiDoag  the  number  of  its  ctttzens.  RomfoloB  saw  his  dominions  and  his  sul^ects  increased  by  more  then  half  in  the  space of  a  few  hours; and, as if  fortune meant every way to assist his greatness,  Tatins,  his  partner  in  the  govem-  ment,  was  killed  about  five  years  after  by  the  Lavinians,  for  having  protected  some  servants  of  his,  who  had  plundered  them  and  slain  their ambassadors; so that by this accident Romulus once more saw himself sole monarch of Rome.   Rome  being  greatly  strengthened  by  this  new  acquisition  of  power,  began  to  grow  formidable  to  her  neighbours ;  and  it -aiay  be supposed, that  pretexts  for  war  were  not  wanting,  when  prompted  by  jealousy  on  their  ride,  and  by  ambition  on  that  of  the  Romans.  Fidena  and  Cameria,  two  oe^hbonring  cities,  were  stibdoed  and  tAken.  Veii  also,  one  of  the  most powerAil states of Etruria, shared nearly the same fate;  after  two  fierce engagements  tiiey  sued  ftM*  a  peace  and  a  league,  which was  granted  upon  giving  np  the  seventh  part  of  tbev  dominions,  their salt-pits near the river, and  hostages for greater security. Successes  like  these  produced  an  equal  share  of  pride  in  the  oonqneror.  From  being  contented  with  those  limits  which  had  been  wisely  fixed  to  his  power*  he  began  to  affect  absolute  sway, and to govern those laws, to which he had himself formerly professed implicit obedience. The senate was particularly displeased at  his  conduct,  finding  themselves  only  used  as  instrom^its  to  ratify  the  rigour  of  his  commands.  We  are  not  told  the  precise  manner  which  they  made  use  of  to  get rid  of  the  tyrant: some say that be was torn in pieces in the senate  botise;  otiters  that  he  disappeared  while  reviewing  his  army:  eertain  it  is,  that  from  the  secrecy  of  the  fact,  and  the  concealment of the body, tbey took occasion to persuade the multitude, that he was  taken  np  into  heaven;  thus  him  whom  they  oonld  not  bear  as  a  king,  tbey  were  contented  t« worship  as  a  god:   Romnlns  reigned tlnrty-seven yean, and after his death bad  a  temple  built  to  turn  under  the  name  of  Quirinus,  one  of  the   Hwrton  wilwMly  vffiiniaff,  that  be  had  appeared  to  hm,  and  desired  to  be  isTtAed  by  that  tide.  We  see  little  more  in  the  obaraeter  of  this  princ,  than vhat mi^t  be  expected  in  andk  an  a^,  great  temperance  and  great  valour,  wbich  generally  make  np  the  catalt^e  of  sar^^e  virtues.  Howeva,  the  gnndenr  of  an  empire,  admired  by  the  whole  irorid,  creates in  u an adnuration of tiie founder,  viftoat mnch raamimng' hia. Grice: “Most of Colecchi’s essays are easily available, and it’s easy enough to check his references to other Italian philosophers – not just Vico, as I have done – but Rogmanosi, and even ancient Roman ones like Cicero – and perhaps more importantly his influence on the so-called Neapolitan Hegelians!” -- Ottavio Colecchi. Keywords: Vico, il Vico di Collecchi, Cacciatore, Macchiaveli, Lazio, Romolo e Remo, Kant, categoric imperative, massima, first-hand knowledge of Kant, Colecchi Kantiano, ma non aristotelico – il kantismo di Colecchi – l’italiano kantiano di Colecchi – il vocabolario kantiano in Colecchi – analitico – sintetico – sintetico a priori – giudizio necessario – Romolo e Remo, diritto naturale, lingua e nazione, Marte, Saturno, Giove, etimologia di Vico, il Lazio, il senato romano, ottimati, storia di Roma, diritto romano, psicologia razionale, psicologia filosofica, l'istinto, la passione, la ragione, la sensazione, l’intelletto, spazio-tempo, l’azione, l’agire como reame della morale, massima d’azione, la regola di oro – la rifutazione di Vico all’eudaimonismo di Aristotele e al utilitarismo di Bentham, lo caduco e lo no caduco, ius naturale, ius artificiale, ius como la virtu unica, giustizia equittrice e rettrice, giustizia commutative e giustizia distritutiva, l’ordine aritmetico e l’ordine geometrico – progression arimmetica, progressioe geometrica, la base matematica della filosofia di Colecchi, l’amore, amore interessato, amore disinteresatto, salvezza, uomo, padre e figlio, uomo come cittadino, il genere umano, la massima universalisabile, l’onesto, fortezza, prudenza, toleranza, virtu, vizio, il vero versus il certo, la nascita della morale dal ordine agglomerazione sociale, la potesta naturale, il dominio, la tutela, la liberta, libero arbitrio e passione, autorita e ragione, forza, autorita e raggione, l’ubbidenza che il figio mostra al padre, il ruolo dell’avo, la societa di equali, il modello della societa romana antica, la societa dell’amicizia, Eurialo e Niso, L’Enneada, la lingua del contratto come requisite del patto sociale, la parola e il concetto, la formola della parola, verbum/res, res pubblica, communita, diritto comune, bene comune, l’ordine: primo stato dell’uomo in solitudine, l’ordine della famiglia: societa di inequali, padre/figlio, terzo stadio: la tribu di Romolo, la citta di Romolo, il paese di Romolo, il genero umano, diritto universale di Vico e Kant, Hampshire on Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Colecchi” – The Swimming-Pool Library.

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