Grice e Colecchi: l'implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pescocostanzo). Filosofo italiano. Grice: “What I love about Colecchi is that
while he was a bad Kantian, he was an excellent Vicoian!” Studia ad Ortona,
dove sube diverse perquisizioni da parte dell'Inquisizione per la sua tacita
simpatia verso gli ideali rivoluzionari. Insegna alla Reale Accademia Militare
della Nunziatella. Venne mandato in missione in Russia, dove si dedica alla
filosofia speculative.Al ritorno, soggiorna a Königsberg, dove ebbe modo di
conoscere l'opera di Kant. Fu uno dei primi filosofi italiani a studiare Kant.Rientrato
in Italia, fonda a Napoli una scuola privata di filosofia ed ha tra i suoi
allievi i fratelli Spaventa, Sanctis, Settembrini e Caracciolo. Il suo merito
principale fu quello di essere, insieme a Galluppi, un assertore del criticismo
kantiano in Italia. Altre opere: “Se la
sola analisi sia un mezzo d'invenzione, o s'inventi colla sintesi ancora?” La
legge del pensiere; L’analisi e la sintesi; La legge morale, La legge della
ragione; “Se il raziocinio sia essenzialmente diverso dalla intuizione”; “Se
nell'invenzione eserciti maggior influenza la sintesi o l'analisi; “Se li
giudizi necessari sieno solamente gli analitici”; “Se l’identità formale del
raziocinio sia valevole a convertire il raziocinio empirico in raziocinio
misto?”; “Il principio sul quale poggia il raziocinio quando classifica e
quando istruisce”; “Quistioni ideologiche”; “Se diasi una logica pura, ed una
logica mista”; “Se una idea soggettiva non altro sia che una idea di un
rapporto, L’idea dello spazio e l’idea del tempo; Il primo problema di
filosofia: se la sensazione sia esterna di sua natura, o tale diventa in forza
del giudizio abituale? Alcune quistioni le più importanti della filosofia; Psicologia,
Logica applicata, Ideologia, Frammento apologetico; in G. Gentile, Dal Genovesi
al Galluppi. Ricerche storiche, Edizioni della Critica, Napoli, e in Storia
della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, Firenze; Tip. «All'insegna di Aldo Manuzio», Napoli); a
cura dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, con introd. di F.
Tessitore, Procaccini, Napoli); E. Pessina, Quadro storico dei sistemi
filosofici, Milano); Necrologia in “Poliorama pittoresco” “Elogio funebre”; Spaventa,
Studi sopra la filosofia di Hegel, Torino; L. Settembrini, Lezioni di
letteratura italiana, Napoli; F. Fiorentino, Scritti vari di letteratura,
filosofia e critica, Napoli; A. De Nino, Briciole letterarie, I, Lanciano; Sanctis,
La lettereratura italiana nel secolo XIX, Napoli); Marchi, Il sistema
filosofico di Ottavio Colecchi (Tip. Sociale di A. Eliseo, L'Aquila); F.
Amodeo, Ottavio Colecchi, in «Atti della Accademia Pontaniana», Discussioni
biografiche e documenti inediti, Ravenna); L'istruzione pubblica e privata nel
Napoletano; Città di Castello, Colecchi filosofo e matematico: nuove notizie e
nuovi documenti, in «Rassegna abruzzese di storia e d'arte», Gentile, Storia
della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, II, Milano); Pedagogisti ed educatori,
Milano); Capograssi, Nuovi documenti sull'accusa di ateismo ad Ottavio
Colecchi, in «Samnium», Romano, Un antagonista del Galluppi: Ottavio Colecchi,
in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», A. Cristallini, Ottavio
Colecchi, un filosofo da riscoprire, Padova, G. Oldrini, La cultura filosofica
napoletana dell'Ottocento, Bari; E. Garin, Storia della filosofia
italiana, III, Torino; F. Tessitore,
Colecchi e gli scettici, in Introduzione a Quistioni filosofiche, Napoli; G.
Cacciatore, Vico e Kant nella filosofia di Ottavio Colecchi, Centro di studi
vichiani; Io e Ottavio Colecchi. Narrazione biografica in forma di anamnesi,
Japadre Editore, L'Aquila-Roma; Dizionario Biografico degli Italiani. Dalla tomba della setta italica, tenendo dietro alle ori
gioi dell’antica lingua del Lazio – la lingua romana -- trasse fuori il Vico
que ste divine idee; aveva lello forse Bruno ancora, perchè un’ombra
d’idealismo copre spesso la sua filosofia, spezialmente nella “Scienza Nuova”,
dove l’uomo passa suo malgrado dalle selve allo stato civile per la sola
opera di una lupa (la lupa capitolina). Se non che l’uomo di Vico rimane nello
stesso stato in cui avealo lasciato Enea. Devono le divine idee rideslarsi
all'occasione delle sensazioni; njun tentativo per ravvicinare la sensazione
all’idea; dovrebbe ciò fare l’induzione, ma la ragione è sempre scontenta di
quanto scopre l’induzione. Non ancora siera mostrato Kant per conciliar insieme
la sensazione (sensus) e l'idea o concetto. Con questa filosofia, appoggiata
all’induzione, si dispose Vico a crear il “diritto universale” della nazione
del Lazio – la nazione romana. Ma preoccupalo sempre delle civili cose di Roma,
brillando sempre nel suo spirito l'immagine di Roma, si risolse in fine di
stabilire Roma come modello di civiltà. Il perchè nella storia, della
mitologia, nelle lingue, nel Blasone, e pe’ feudi pur anche del medio evo deesi
Roma ripelere,e la romana giurisprudenza diventar quel la di tutte le nazioni
del mondo. E come i fatti hanno a servir di occasione per ridestare la idea,
così il diritto di Roma, le XII Tavole, tutta la storia, tutta la mitologia
concorrer devono a risvegliar le idee del vero, del giusto, a dir breve
l’ideale dell’umanità per selta. Ond'è che metafisica, logica, morale, educazione,
politica, geografia, astronomia si abbozzano prima della religione de’ padri in
mezzo alle famiglie, e poscia in mezzo alla città di Roma; dove il senato si compone
degli stessi primi padri, riuniti in Ordini, per reprimere le ribellioni degli
ammutipali clienti. Di qui le lante critiche sulla storia positiva per
distruggerla. Sesostri e Tanai sono due simboli. La sapienza del poeta vera
immagine della sapienza o scienza del filosofo, L’Eneide confuse con la
sapienza dei romani. E tutto questo per via di etimologie stirale, di mili forzati,
di stranissime analogie. Egli è evidente che tal metodo d’interpretazione deesi
ridurre in fine ad una tortura, per isforzare tutt’imonumenti della storia e
delle favole a deporre in favore di un sistema. Siegue da questa osservazione
che quanlunque tutta la storia, tutta l’erudizione, per la potente sintesi di
Vico, pieghi sempre al modello di Roma, no di Koesingberga, e la sua civiltà a
poco a poco siasi spenta, fino a che passato il medio evo, col risorgimento
delle lettere e delle scienze, ricomioci il suo corso; può non pertanto rimaner
il dubbio che il popolo romano altro forse non sia che un fatto isolato.
Essendo si in effetto limitato il Vico al uomo del Lazio.Vico, dobbiamo pur dirlo
a Gloria d'Italia,Vico è di gran lunga superiore ad Herder, il quale nella sua
Storia dell'umanità ha parlato pur anche dell'origine e del progresso della
civiltà de'popolo romano. Imperocchè se Herder, amico del sensismo, vede l’uomo
del Lazio nella natura, e dalla formazione del cristallo, per una ben lunga
scala, va sino all'uomo che è la corona dell'organizzazione. Vico, seguace di
Platone e non d’Aristotele, con maggior discernimento del ministro protestante,
l’uomo nell’uomo stesso contempla. E se l'analisi di Herder vivamente rallegra
l'immaginazione, la sintesi di Vico sembra lalmente falla l'intelligenza
per, che il lettore, in onla del suo linguaggio enigmalico e della strapezza
delle analogie, viene attirato potentemente dalla magica forza della sua
filosofia. Niuno più originale di Vico, e pare che l’originalità dell’italico
ingegno siesi sventuratamente nel Vico spenta. De’ suoi principii intanlo, per
quel che riguarda il nostro assunto, egli è facile di raccorre, che avendo le
legge per iscopo di metter freno alla passione umana, e di render l'uomo
migliore; ben possono per esse la *forza*, l’*avarizia* e l’*ambizione* che
sono i tre vizi pe’ quali corre a trovarsi il genere umano, convertirsi in *valor
militare*, *prudente mercatanzia* e *savio governo*. La legislazione dunque,
considerando l’uomo qual é, se dirige ad usi migliori la passione, lo riforma e
trasmuta in quello che esser deve. La massima di Vico pertanto, ben lunga
dall’opporse alla legge morale, la conferm viemaggiormente e ne presuppone
l'esistenza. E qui credo far cosa grata a miei lettori, se da Vico stesso tolgo
le prove di questa mia assertiva. L’unico principio e fine del diritto è per
Vico la virtù del vero. E'chiama virtù del vero l’umana ragione (la vernunft di
Kant), la quale è virtù in quanto combatte con la cupidità -- è giustizia in
quanto regola e pondera la utilità. La utilità non e per sè stesse ne onesta nè
turpe; ma turpitudine è la sua ineguaglianza, onestà la sua eguaglianza. L’utilità
privata di un singolare individuo, o anche nazione o popolo di due uomini, è
labile, perchè finisce con l'individuo la diada dei due uomo o con la nazione;
ma l’eguaglianza delle utilità, che è figlia dell’onestà, non è cosa caduca, è
cosa immutabile ed eterna. Una cosa caduca non puo produrre l’immutabile, nè un
corpo dar nascimeoto a ciò che li trascende. Il sistema dunque dei futilitari utilitari,
con questi pochi molli del Vico, è distrutto. Ciò si conferma con quel celebre
detto di Pedio presso Ulpiano: quante volte una od altra cosa venne con la
legge introdotta è buona occasione supplire con la legge stessa le altre cose
che tendono alla stessa utilità. Una buona occasione adunque e alla divina
provvidenza l’umana debolezza e miseria, per le quali, secondo la loro stessa
spontaneità, ritrasse gli uomini dallo stato ferino e bestiale ad essere
socievoli, uguagliando tra loro le utilità, come chè ciò non avvenisse da principio
per intera onestà, ma per una parte di onestà. Or, la società è una *comunione*
di mutua utilità che interviene tra eguali. Si la socielà ineguale è tra un
padre (superiore) e un figlio (inferiore); tra la potesta civile e di soggetti
– l’eguale è tra fratelli Romolo e Remo o i dioscure – Castores (dual), o
Eurialo e Niso, i due amici, tra due cittadini. Di qui due spezie di giustizia
rellrice ed equatrice. L'eguaglianza delle utilità, con *geometrica* --
progressione geometrica -- misura determinata, è il subietto della giustizia
rettrice, della giustizia *distributive*, la quale mira alla dignità delle due
persone. L'eguaglianza poi delle utilità, fatta con *aritmetica* -- progression
aritmetica -- misura, è materia della giustizia equatrice, volgarmente detta
giustizia *commutativa*, la quale si rapporta al mio ed al tuo – al nostro --
-- ed ba luogo in ogni società eguale.
Nè osta punto (come crede Grozio, il quale dital L'occasione poi, per la
quale una cosa accade, non è cagione della cosa stessa, il che Grozio non vide,
trattando dell'origine del diritto; e pur doveva ia questa disamina por mente
ad una osservazione tanto importante che ne è il cardine. L' utilità dunque non
fu produttrice del diritto, come piacque al greco Epicuro, al etrusco
Machiavelli, ad Obbes, i quali intesero per utilità la cessazione o del
bisogno, o della violenza, o del timore; ma fu l'occasione, per la le gli
uomini divisi, deboli, bisognosi tralti furono alla vita sociale. qua.
Siegue da ciò, che l'upa e l'altra giustizia la rellrice c l'equatrice
hanno per fondamento l'onestà, e che non può avervi giustizia senza morale:
conseguenza importautissima, dedotta dal Vico da vero suo priocipio, e sfuggita
al positivista Carmignani, il quale fa della morale e del diritto due cose
talmente distinte, quasi non avessero nulla di comune tra loro. Elementi del
giusto diritto, per Vico, sono la prudenza, la temperanza, la fortezza. La
prudenle deslioazione io falti delle utilità, fatta con ragione, von come della
la cupidità, produce il dominio; il moderato uso delle cose utili genera la
libertà. La potenza regolala dalla fortezza partorisce la incolpala tutela. La
tutela de'seosi e la libertà degli affetti costituisce il diritto naturale, che
gli antichi interpreti dicono primitive, e gli stoici appellano il principio
della natura. Il dominio, la libertà, la tutela sono cose nalurali all’uomo, e
oale per le occasioni. Così la libertà del diritto era prima della guerra; ma
venne riconosciuta, ed ebb e il suo nome, introdoltasi, per la guerra, la
schiavitu. Similmente con la divisione de'campi siammisero I dominii delle cose
del suolo; ma il giure coosultodice: non essersii dominii
introdotli:essersisolamente distinti con la divisione. Finalmente dalla
potenza, tosto col nascere, proviene la difesa di sè stesso. distinzione
siburlarche avendo più socii posto in comune parli disuguali di daparo,
prendano parti di lucro con geometrica misura; perciocchè prendono parli di
lucro con semplice misura, essendo il daparo,e non la dignita della persona che
li agguaglia. Jo falli tanto ciascun socio ne toglie, quanto ne avrebbe preso,
se solo a quel negozio posto avesse il daparo. Il dominio della ragione su
iseosi e sugli affetti è il diritto naturale dagli stessi interpreti chiamalo
secondario, e dagli Stoici conseguenti della natura. Rimontiamo col Vico all’origine
di questa distinzione. Iddio di è all'uomo conlapolenza l'essere, con la
sapienza il conoscere, con la bontà il volere. Questo divino benefizio deriva
del diritto naturale: l’una con cui l'uomo vuole il suo essere, l’altra con cui
vuole il suo conoscere: ood'è che l’uomo lalvolla più il sapere chel’essere
agogna. Or, nella parte con cui l’uomo desidera il suo essere contengonsi
quelli che gli stoici dicono principio della natura; imperocchè egli appreode
col pascere, mercè le sensazioni presenti e vive del piacere e del dolore, a seguire
le cose utili alla vita, a schivare le nocevoli, e se venga impedito nelle
utili, e sospinto nelle nocevoli, nè possa altrimenti quelle con
seguire,questeevitare;con la forza allontani la forza, pel diritto che ha di
cooservar il suo essere. Questa parte del diritto naturale vien definita:
diritto che la natura a ogni animale apprese, e da essa nasce il diritto di
respingere da noi la violenza, quello della unione de’due sessi, della procreazione
de'bgli e della educazione loro. Ma nella parle con che l'uomo vuole il suo
conoscere, contengonsi quelle cose che gli stoici dicono conseguenti della
natura, e vien essa definita: per tutto quello che la ragione naturale fra gli
uomini stabili ed egualmente fra le genti tutte si osserva.Questa parte del diritto
domina la prima: di guise che quando Pompeo, impedito dalla tempesta a partire,
disse: è necessario il navigare, e non necessario il vivere, era siquesto suo
dello uoa legge che la ragione a talli gli uomini impone è necessario cioè dioperar
rellamente,e non necessario il vivere. Nella prima parte del diritto naturale la
ragione non riprova, ma permette: nell'altra essa vieta o comanda, e quello che
comanda o vieta è immutabile; che anzi per questa seconda parte è immutabile
ancor la prima, non potendosi le cose lecite di lor natura vielar con le leggi,
non essendo in potere di queste di far sì che non sieno permesse. Vedano ora
imoderoi scriltori di diritto: se la distinzione del naturale diritto nel
principio della natura, e ne' suoi conseguenti debbasi o no rigettare! Rimembro
di averne lello più di uno che la crede inutile. Grozio aperlamente afferma:non
esser ella di alcun uso, sen za avvedersi, dice il nostro filosofo e
giureconsulto, che nell'egregio suo trattato della guerra e della pace egli
stesso l'ammelte tacitamente; perchè in questo appunto il suo uso consiste, che
nella collisione dell'uno e dell'altro diritto, il secondo è da più del primo.
Ma bisogna un Vico per rilevar il merito dell’antica giurisprudenza, e mostrare
a Grozio spezialmente su quali salde basi ella si reggeva! Il diritto naturale
primitivo è, secondo Vico, la materia di ogni diritto volontario; il diritto
naturale secondario de costituisce la forma, la quale ove manchi, il diritto volontario
è nullo. Perciò Ulpiano define il diritto civile: per quello che nè al tutto
dal diritto naturale si diparte, nè inlullo adesso si uniforma; ma in parle viaggiugne,
inparte vitoglie. Il perchè la mente della legge e la ragione della legge sono
due cose distinte. Mente della legge è il legislatore; ragione dalla legge è
l'uniformità della legge al fatto. Possono si mutarsi i fatti, e la mente della
legge si muta; tutti può essa utilità riuscire tal fiata per altri iniqua.
equa, La ragione della legge fa che ella sia vera; il certo della legge la fa
vera in parte, e questa parte di vero sapno propria i legislatori, per ottenere
con l’autorità ciò che dal semplice pudore degli uomini conseguir non possono;
il che rende ragione della definizione del diritto civile, lestè data da
Ulpiano. Ond’è che in ogni fiozione della legge, la quale si rapporta al
diritto volontario, evvi due sono quindi i fonti della giurisprudenza: laragio
ne e l’autorità. Il vero e della ragione, il certo dell’autorità; ma non può
l'autorità opporsi in tutto alla ragione, altrimenti le leggi non sarebbero
leggi, ma si mostri di leggi. È dunque inopportuna cosa cercar ragione dall'autorità,
la qual, dettando una utilità per com ponesi l’autorità del dominio, della
libertà e della tutela, che sono i tre fonti di lutti gli stati. Dalla conoscenza
per la quale è l'uomo da più di ogni altra cosa mortale nasce il suodominio
sopra tutta la natura; dal suo volere trae origine la libertà, dall’eccellenza
del suo essere s’ingepera il diritto di tutela col quale contro tutta la natura
mortale si difende. Se dunque il dominio, la libertà, latutela costituiscono l’autorità,
seconda sorgente del diritto: se il dominio, la mal’uniformità della legge al fatto
non si muta mai. Mutato il fatto cessa la ragione della legge; non però si muta
o rivolge in contrario. La mente della legge riguarda l’utilità, la quale
variando, fa variar la mente; ma la ragione della legge o l'uniformità della legge
al fatto, riguarda l’onestà, e questa è immutabile sempre un certo aspello di
vero, che rende certa la legge, m a non del tutto vera; perchè qualche ragione
non concede che ella interamente sia tale. Tetessa walela Sviela ile; laditt
Jembro Grozio deon, siela o,sed che ezli cololalores mate il diritto naturale
na ni Callo. muu Da una parte dell’autorità, e propriamente dalla tulela,
nacque il diritto delle prime genti, che può dirsi; Diritto della violenza.
Divide Vico questo diritto in diritto delle genti maggiori e in diritto delle
genti minori. Le genti maggiori furono prima che le città si fondasse, e si
stabilissero le leggi: motivo per cui Saturno, Giove, Mercurio, Marte, egli altri
numi della mitologia perchè antichissimi tra gli dei ripulali sichiamarono dei
delle genti maggiori.Geoli minori si dissero quelle che furono dopo fondale la
città e stabiliti i reami; ond’è che Dei minori si appellarono quelli che
vennero dalle città consecrati, come Quirino, ed altri Eroi.ParealVicoche tale
divisione imitassero in certa guisa i Romani, allor chè denominarono patriziï
delle genti maggiori quelli che da' padri scelti da Romolo discesero, e
patrizii delle gentiminori quelliche trassero origine da'padri coscritti. Il diritto
delle genti maggioriè, come sidisse, il diritto della privata violenza, con che
gli uomini, senz’alcun freno di legge, toglievano con la propria mano, ed
usucapivano; con la forza si difendevano; il proprio uso o possesso rapivano, e
con la privata forza ricupera vano. Perciò i mancipii erano cose in realtà per
mano tolte; i debitori neri veramente legati; vere erano le mancipazioni,
usucapioni, vindicazioni, usurpazioni, o gli usi ne’rapimenti del possesso,
come le mogli usurarie che erano nel possesso, e non già nella potestà de’ mariti,
usurpavano lo spazio di tre nolli, cioè libertà, la tutela ha origine
dalla naturale disposizione dell'uomo, ed in ogni stato, come Vico sostiene, si
manifestano sempre; vedano Hume e Romagnosi con quanta buona ragione asseriscano
che genitrice del diritto è l'aggregazione sociale! per tre nolti
continue illoro uso a’mariti rapivano, accið con la usucapione di unannonon passassero
in mano, o sia nella poteslà di essi. Si disse ianaozi costar il vero della
ragione della legge, il certo dell'aulorità di essa, ed essere stale queste due
cose cagione del diritto; imperocchè il dominio, la libertà, la tulela in qualunque
stato dell’uomo si manifestano sempre. De esi però notare che il diritto, come
che risulti sempre da questi tre elementi,fu non pertanto ne' Governi divini ed
eroici più certo che vero; negli umani più vero che certo.Or siccome col
Diritto delle genti m a g giori,senza alcun freno di legge, lecose, come testè
dicemmo, si usu capivano, con l’uso e con la per pelua adesione del corpo si
ollenevano, con la forza si riacquistavano, ed accadevano per questa violenza
frequenta risse ed uccisione; si riunirono in ordini i padri di famiglia, e
poco fidandosi, per la licenza che tra gli uomini regnava, del loro nalural
pudore, conservarono per sè soli la forza, e posero termine ad ogni ulteriore
disordine in avvenire. Da ciò nacque la potestà civile; la quale poche cose pubblicamente
trallava con la forza: le punizioni cioè e le pene. Affinchè poi gli altri ad
essa potestà soggetti, fossero nelle lor pretensioni tranquilli, introdusse
certa corporea forma alla materia da lraltarsi in privato, e coosacrò certa
formola di parola, alle quali uniformar dovessero la loro ipfioila e svariata
volontà i cittadini. la forza di questa formola, di proposito e seriamente, non
per frode o inganno, polevano essi acquistare diritti, conservare le proprietà
o in altri trasferirle, con le quali tre cose ce lebrayasi ogni negozio di
privato diritto. In tal guisa la civile potestà, rimossa ogni violenza, e tolla
via ogni in certezza per la solennità de’ giudizi, riforma il costume, e
distribui fra i cittadini la cosa certa e civile, che in buona ed in gran parte
ricuperarono il vero ed il pudore, che sono i due perpetui aggiunti del diritto
naturale. Da questa metamorfosi, per dir così, del dominio, della libertà e
della tutela, per la quale il diritto da violento che era si trasmuta in
moderato, ebbe origine il diritto civile; e la patura medesima delle cose
insegna essere ciò avvenuto a ogni popolo, che dal diritto delle genti maggiori
vennero sollo la potestà civile. Dopo dunque l’originaria acquisizione del
diritto naturala all’uomo, dopo l’altra introdotta dal diritto delle genti maggiori,
coo che il padre, posti i confini, distinsero il dominio delle terre, surse la
terza acquisizione introdotta dal diritto civile. E qui sinotiche come il dominio,
la libertà, la tutela costituiscono nella cosa pubblica l’autorità civile, il
privato diritto del pari a questi tre sommi capi si riducono. Al dominio, col
quale le cose che ci appartengono si vendicano, e contro qualunque possessore
si ripetono; alla libertà, la quale ogni potere ed obbligazione comprende;
all’azione, che allro non e suor chè tutela dalla legge prevedulc. Stabilita
questa dottrine, volgiamo da ultimo un rapido sguardo sul diritto de’ romani
Quiriti, e le vedremo mirabilmente confirmata. Chiama Vico il romano diritto un
serioso poema dell’universale diritto delle genti, altese le tante Ginzioni,
delle quali è ripieno. Il primo fondatore in fatto della romana repubblica muta
il diritto delle genti maggiori io certe imitazioni di violenza, come sono le
mancipazioni, con le quali quasi ogni atto legittimo si transige con la
liberale tradizione del nodo, la úsucapione non era più la perpetua adesione
del corpo al fondo occupato, ma il possesso con la volontà conservalo; la
usurpazione non più consiste in una certa rapina d'uso, ma esprime col modesto
significato di cilazione; l'obbligazione non più col nodo de’ corpi,ma con certo
legame della parole si denota; la vindicazione col Gin lo attacco delle mani
con una paglia, dellaper. Ciòda Gellio festucaria.Pernon diral la fine di tanteal
tre, l’azione personale chiamata condictio non più e l’andar unito il creditore
al debitore, o alla cosa dovuta, ma face asi con la semplice denunzia. Le quali
cose menano naturalmente a congetturare, che per talicagioni si crede il poeta
il primo fondatore della città, come si è scritto di Orfeo e di Anfione vero.
Ella è questa, secondo Vico, l'origine ed il progresso dell’universale diritto
delle genti, il quale, tenendo fermo al principio di Vico stesso, in istretta
amistà con la legge morale mostrasi perpetuamente. Parlando in fatti questo
gran filosofo della giustizia universale afferma che siccome la virtù
universale eccita la prudenza, la temperanza, la fortezza, perchè si oppongano
alla cupidità; la giustizia universale del pari comanda alla prudenza, alla
temperanza, alla fortezza, perchè dirigano le utilità. Impone alla prudenza,
che ciascuno tratti avvisa la mente utili cose; alla temperanza di non
appropriarsi l’altrui; alla forza di cautelar e difendere il proprio
diritto. Per favole di tal natura è agevole di osservare, che quanto più
il diritto civile da quello delle genti maggiori si allontana, o dalla verità
della violenza; tanto maggiormeate al diritto naturale si avvicina, o al pudor
della stessa giustizia rettrice ed equatrice, che come e per conoscer
anche meglio l’accordo della filosofia di Vico con la legge morale, basta
osservare che egli contempla l'uomo: primo nello slalo di solitudine; secondo
in quello della famiglia; terzo nello stato aristocratico; quarto e finalmente
nello speciali virtù si repulano, uopo è che sieno, secondo Vico,una sola virtù,
e perciò universale virtù; la giustizia – il giure -- architettonica difatli,
che Aristotele afferma cosi comandare alle inferiori virtù come l'architetto
alle arti sue ministre, se risiede nell’animo della civile potestà, e comanda a
latte la virtù che mena alla civile prosperità; risiede altre sì, come
particolare virtù, nell'animo del sapienle, c regola gli uffizi di tutte le
virtù per la privala tranquillilà della vita. E perchè ciò? perchè, risponde
Vico, v'ha unica ragione che così della, unico vero bene, unica giustizia, e
unico diritto. Ma una pruova luminosa, e senza replica, che melle d'accordo il
principio di Vico con la legge morale si è la distinzione da esso lui adottata
del diritto naturale primitivo e secondario. Se fa egli consistere il primo
nella lu icla de’ sensi degli affetti, el'altro nel dominio della ragione: se
quello solamente permette, e questo o vieta o comanda, e ciò che comanda o
vieta è immutabile; chi osa negare che il diritto naturale secondario altra cosa
non sia che la legge morale? Ne osta punto l’aver egli fatto sorgere il diritto
civile dal diritto di violenza, che in tempi a noi remotissimi usa le genti
maggiori; imperocchè tal diritto di violenza, non allra regola seguendo che
quella del senso e dell’affetto, vero diritto non era, ma diritto certo, tullo proprio
dicoloroche più tenevano all’istinto che alla riflessione. Il diritto però di
violenza fu poscia l’occasione di far sorgere il vero diritto stato della repubblica
e della monarchia. Or, nel primo stato non altra guida ha l’uomo che quella
dell’istinto a cui ubbidisce come la pianta e l'animale; ma non è questo
certamente il suo destino; la sua facoltà lo chiama ad un bene essenzialmente
diverso da quello che dipender potrebbe dal solo istinto. Dev’egli per sè
stesso crear questo bene, e passare perciò dalla servitù dell’istinto allo stato
di libertà: a quella condizione cioè, per quale ubbidirebbe invariabilmenle
alla legge morale, come sino a quel punto ubbidito aveva all’istinto. Deve
l’uomo, a dir breve, diventar creatura libera, di automa trasformarsi in essere
morale, ed un tal passaggio deve menar lo all’autocrazia la Sent il'uomo il bisogno
di congiungersi condonna, e la nascita di un figlio, i suoi alimenti, la sua educazione,
qualunque sia si ella stala, moltiplicarono I suoi doveri. Fin qui non conobbe
egli con la compagna che un sol germe di amore, ma un nuovo oggetto fe’ nascere
in entrambi una nuova relazione morale, un nuovo amore di spezie più pura del
primo. La soddisfazione, il tenero interesse, la sollecitudine nella quale s’incontra
per l’oggetto di questo AMORE apre in esso bellissimo tratto di morale, che resero
il suo rapporto più dolce ed elevato: Ad un vincolo che da prima era
semplicemente materiale si uni la stima e dall’amore interessato nacque l’amor
coniugale che è sovranamente disinteressato. Ad un primo figlio un secondo ne seguì,
un terzo ec, e fatti grandi questi figli, teneri legami di amicizia gli
strinsero insensibilmente tra loro,e videsi nascere l'amor fraterno tra Romolo
e Remo che non è punto interessato. Stretti altri uomini dal bisogno, palleggiarono
con questa prima famiglia di prestar l'opera loro, a vantaggio lo tantocon
l'avanzar de’lumitutt’il membro della citta si crede idoneo alle funzione che
prima da’ soli padri si esercilavano, e sursero allora la repubblica e la
monarchia, dove si ni in gran parte il certo dell’autorita,e comincia il vero
della legge. S o l l o queste forme di governo l u l l a si spiega la moralità
dell’azione, perchè si dissero azione della stessa, per una convenuta
mercede. Surse allora la società tra padroni, dove il padre comanda al proprio
figlio, a questi famoli ancora; e tale società dal nome de’ famoli si appellò
famiglia. Dalla famiglia surse ben toslo un certo naturale governo. Stabilita
l’autorità paterna sul figliuolo bisognoso di aiuto e sui famoli ha già il fanciullo
contratto l’abito di rispettare la volontà del genitore. Quando fatto grande,
il figlio divenne padre ancor esso, doveltero i di lui figli onorar colui verso
il quale vedevano che gran rispetto porta il padre loro; supposero quindi
nell’avo un’autorità superiore a quella del proprio padre. E perchè l’avo in
ogni litigio pronunzia sempre in tuon definitivo, un taluso, per più a poi
osservato, stabili finalmenle in sua persona un potere sovrano su tutt’i membri
della famiglia. Ebbe di qui origine il governo patriarcale, che lungi dal
puocere all’altrui libertà ed eguaglianza, dovelte anzi valere a garenlirla e
consolidarla. Più famiglie particolari, per comune utilità riunite, costitusce
la tribù; più tribù di Romolo la citta di Romo, dove i cittadini dovellero
amarsi come I fratelli di una stessa famiglia, e prestare a Romolo, il capo
delle tribù riunita la stessa ubbidienza che ogni membro della famiglia presta
all'avo. E perchè questa ubbidienza proviene da sentimento di vera stima verso
gli aozi del capo, dovelte essere perciò in supremo grado disinteressata.
Ma qui potrebbe dirsi che l'uomo, secondo Vico, nei quattro stati su indicati
noo altro cerca che l’utile proprio. Nello stato di solitudine in fatti cerca
egli semplicemente la sua salvezza. Presa moglie e fatti figliuoli ama la sua
salvezza con quella della famiglia.Venuto a vita civile ama la sua salvezza con
la salvezza della città. Distesi gl’imperi sopra altri popoli ama la sua
salvezza con la salvezza dal paese. Uniti i paese per pace, alleanza, commercio,
ama la sua salvezza con la salvezza del genere umano. L'uomo, conchiude Vico,
in ogni circostanza cerca principalmente l'utile proprio.Il perchè non da
altriche dalla provvidenza divina può esser guidato a celebrar con giustizia la
familiare, l’eroica e finalmente l’umana fori morali quelle soltanto che si
facevano nell’interesse della morale, senza domandare anticipatamente, seerano
gradevoli. Ogni aspetto sotto il quale la moralità si manifesta si ridusse ne’
goverai umani ai due seguenti. O sono il senso che propongono farsi la tal cosa
o non farsi, e la volontà ne decide dietro la legge della ragione, o è la
ragione che prende l’iniziativa, e la volontà ubbidisce, senza consultare il
senso. governo. Così è, diciamo pur noi, ma perchè l’utile che cerca l’uomo,
tosto che si è reso superiore all’istinto, è subordinato ro a quello della famiglia;
secondo a quello della città; terzo all’utile del paese; quarto all'utile di
tutto il genere umano; l’utile che cerca l’uomo in ogni stato su m e o tovati
non èl'utile variabile, ma quelloche è figlio dell’onestà, la quale, come Vico
si esprime, talmente dirige e pondera le cose utili che a tutti giovano
egualmente. ma di Ma perVico, si torna a dire, lulto questo è opera della
provvidenza. Dalla provvidenza è vero. Fabbro però il diritto naturale del
giurecosulto, di lunga mano di verso dal diritto naturale del filosofo che alla
norma della ragione eterna lo agguagliano sempre. Ma essendo la repubblica
degli ottimati quasi tutte ridotte in democrazia o principali, le qualidue
forme di governo vengono regolate più secondo l’ordine naturale che secondo il
civile; per queste cagioni venne a rallentarsi la custodia del diritto delle
genti maggiori più antiche, sul quale diritto poggiavano sopratutto la
re-pubblica degli ottimi, essendo propricla di quello stato la custodia delle
palric consucludini. Vico della provvidenza è l'umano arbitrio, che ha per
regola la sapienza volgare, la quale è il senso comune di ciascun popolo o nazione
che dirige in società la nostra azione, sicchè facciano acconcezza con ciò che
ne sentono tuttidi quell popolo o nazione. Quando poi le nazioni per commerci, per
paci, per alleanze sono si conosciute, la convenienza del senso comune
de’popoli o nazioni tra loro, è per Vico la sapienza del genere umano. Or, il senso
comune di ogni popolo e di ogni nazione, il quale deve dirigere in società la
nostre azione, acciò si accordion con tutto ciò che ne peosa il genere omano:
che altro può esser mai se non è la legge morale? per perciò Vico seguendo Gaio
chiama diritto civile comu. d e il diritto comune di ogni popolo; perchè Gaio,
ove define il diritto civile, dice: Ogni popolo che e governato da una legge e
da una consuetudine, in parte si serve del proprio diritto, in parte del comune
diritto di lultigli uomini, e ció per la divina provvidenza, che secondo la
stessa opportunità delle cose lo spiegò Ira la pazione separatamente, con la
loro costumanza, per la tranquillilà di ciascun popolo o nazione. Tale diritto
spiegato con la comune costumanza del popolo è dalla tutela, dal dominio,
dalla libertà nacquero, secondo Vico, tre pure forme dello stato. Quella degli
ottimati, la regia, e la libera. Fondamento dello stato degli ottimati è la
tutela dell’ordine, con che venne da prima stabilito che i soli patrizî siabbiano
gli auspicii, il campo, la gente, I connubî, i maestrati, gl’imperî, e presso
legenti i sacerdoti. La regia risplende pel dominio di un solo, Romolo, e pel
sommo e formisura libero arbitrio di esso solo in tutte le cose. La libera vien
celebrata dall’eguaglianza de’suffragi, per la libertà delle opinioni, e per
l’eguale adito a ogni onore, il quale adito è il censo. Imperocchè inciascuno di
essi comanda un solo,o come vuole Tacito: uno essere il corpo della repubblica,
e doversi governare con l'animo di un solo, o di piùa guisa di un solo. E però inciascun
politico reggimento colui che è sommo è anche unico; perchè il sommo del pari
che l’unico non si può moltiplicare. Ma queste tre forme pure di stati,
benchè sieno da quelle particolari differenze teslè osservate, tra loro diverse;
tultavolta allesa la loro origine, per virtù della quale la ragione, la volontà,
il potere risiedono nell'uomo, sono strettamente tra lor collegale, e
costituiscono irë parti di virtù fra loro commiste. L'ordine naturale per tanto
è l’anima di ogni stato, perchè regna in quest’ordine il vero che all’ordine
delle cose corrisponde, non a quello de’ nomi senza le cose, il quale non è ordine,
ma sembianza di ordine. Quello dunque è l'ordine naturale dello stato, dove il
prudente, il forte comanda e l’imprudente, l’imbecille ubbidisce: quali furono
i primi principii dello stato, la famiglia, la clientela, gli antichissimi
stati degli ottimati pur ordine civile quello che per volere della legge
all’ordine naturale è frammesso, che può anche dirsi ordine politico, misto di
civile e di nalurale, come nello stato degli ottimati il senato si compone de’
sapientissimi fra i patrizi; nello stato popolare il popolo viengo ver pato
dall’autorità di un senato sapiente; nello stato regio il principe Romolo si
vale del consiglio de’ sapienti. Quest’ordine misto può definirsi successione
dell’onore, nella quale chi per una e chi per altra dole come per fede,
diligenza, solerzia, valore, giustizia, vien riputato degno di ascendere ad
onorale cariche, e dalle minori alle maggiori gradatamenle viene promosso: di
guisa che i migliori sempre preseggano, e vigilino su I costumi degl’inferiori e
li dirigano. Ma quando gli ottimati divennero nomi vani che li distinsero
dalla plebe, all’ordine naturale successe il civile, ed al vero seguì il certo,
il quale altro non è che la conformità all’ordine, non delle cose, ma della
parola, da cui nasce la coscienza dal dubilar sicura. Imperoc chè I primi
imperi degli ottimi o si manteonero ne’ loro discendenti, o in ogni popolo
passarono, o a monarchici si ridussero. Perciò l'ordine civile o è nel
lignaggio come nell’aristocrazia, o nel censo come nella democrazia, o nella
casa regnante come nella monarchia. Ma de la nobiltà, né il patrimonio rende
sapienti. Il nascer orincipe è cosa fortuita, dice Tacito, nè altra. Siccome
però il certo è parte del vero, e la ragion civile nasce della stessa ragion
naturale per le cause di certo Diritto, così l'ordine civile per natura sua fa
parte dell’ordine naturale in quanto è esso cagione della pubblica sicurezza,
ond'è che anche la citta la più corrolla da questo stesso civile ordine viene
conservata. Ed è per quanto però la mente è più verace del discorso,
altrellanto l’ordine e più stabili della legge; im pe rocchè la mente sempre
una cosa detta al parlare, ma pel giudizio, o sia per la volontà, noi più volte
falliamo, servendo spesso a ciò che dice il senso, senza ascoltar la mente. La
parola in oltre non viene sempre con prontezza alla mente, spesso non esprime i
suoi comcetto, mentre viene quella incessantemente spronala a raggiugnere
Ma questi ordini per la via della legge col timor delle pene, con la speranza
de un premio, impongono al cittadino di rettamente comportarsi. Per la qual
cosa l’ordine e più stabile dalla leggr: onde avviene che la legge ri posino
sull’ordine, e che questi conserva la legge; im. perocchè l’ordine politico, il
quale è misto di ordine naturale e di ordine civile, con maggior ragione di ciò
che Aristotele della legge disse, è verameole una mente scevera di affetti. E
come che la mente del popolo io generale sia scevera di affetti, pure questa
mente stessa suole addivenir talvolta turbatissima, sopra tutto ove sia commossa
da intestine turboleoze. Qual fu la mente del popolo di Atene, e quella del
popolo romano sconvolta dal demagogo, che indussero l'uno e l'altro popolo, con
particolare legge fuori l’ordine promulgate, a bandir dalla patria uomini di
chiara virtù, per elevare ad amplissimi onori immerite volissimi cittadini.
Vero, il la qual forza di vero altra cosa non è che la ragione. Or, la parola
sovenli volte elude questa forza di vero, per la perversa volontà di chi
ragiona. L'ordine perciò naturale e l'ordine misto è il solo che può con
giustizia amministrar il diritto, e questo avviene quando uomini per sapienza e
per virtù prestantissimi, giusta l’ordine naturale, e non secondo l'ordine
concepu. Siegue da tullo ciò che il diritto chiamato da Grozio e Kelsen puro, e
da Gaio diritto comune a tull ipopoli, altro non è ch e il diritto naturale, il
quale h aperto della parola, o che torna lo stess, non secondo il certo della
legge, ma giusta il vero della legge stessa, reggano gli stati. E perchè la
leggr in moltissimi casi mancano ed è necessaria l’interpretazione che a la
deficienza supplisca; può accader ancora che sollo la stessa autorità del diritto
non solo qualche volta per ignoranza si erri, ma la stessa legge con frode si
eludano. Più felice dunque e quello stato, nel quale il civile ordine e misto più
secondo il naturale ordine o secondo l'ordine del vero che secondo l’ordine del
certo. Quindi ove si conservino la legge imposta dall’ordine, e mollo più gli
Ordini che le leggi si cuslodiscano, verranno gli Stati conservati. Ma se le
leggi mancano, gli stati rovinano. Perciòsiamo servi della legge, diceva
Tullio, per poter esser liberi. Convertendo dunque la massima si dirà pure con
verità: se ci libereremo dalla legge, saremo naturalmenle servi. la legge
morale; perchè, secondo Vico, non può darsi diritto senza morale. Iolanlo è da
nolarsi diligentemente che Vico distingue il diritto io diritto vero, e diritto
certo. Quello è per la ragione, questo per l'autorità. Il primo dirige l'uomo
libero, il secondo l'uomo che più della liberlà segue l’istinto. Or cgli è evidente
che negli stessi umani governi la più gran parte degli uomini, tenendo più all’istinto
che alla libera elezione, si lascia più facilmente guidare dall’altrui autorità
che dalla ragione. Di qui la necessità di un diritto misto, secondo le esigenze
de’ popoli e le diverse forme di governo. Ma da ciò non segue che coloro i
quali con la loro autorità oe fondamento impongodo a’ popoli, essendo
essii più sapienti, i più prudenti, come vuole il Vico, non si propongano per i
scopo il diritto vero e che non sieno al caso disco prirlo, senza darsi gran
pena. La destinazione infalli del l'uomo non può dipendere dall’istinto, e
tosto che l'uomo si conosce libero e la sua ragion consulta, questa gli ordina
di conservarsi e di perfezionarsi: di essere cioè savio, moderato, prudente; di
collivar l’intellelto, e nel tumulto de’ sensi e degli affetti di cautelare la
volontà: nel che propriamente consiste la libertà dell'uomo interiore. E perchè
egli scopre in altri esseri, a lui simiglianti, la stessa attività libera, gli
considera tutti eguali, e tale scoperta fa nascere in lui l’obbligazione di
lasciar i suoi simili nella loro indipendenza, ed è questa la tutela. A ppresso
giudica di non aver diritto su di ciò che è stato da altri prima di lui
occupalo, e ciò che ha egli occupato il primo, giudica che a lui spella
solamente, nel che sla il dominio. Di qui reciprocità del diritto e del dovere;
di qui l’origine della giustizia che gareolisce la proprietà. Tulli gli
anzidelli del diritto e del dovere, perchè fondati sulla libertà, sul dominio,
e sulla tutela, o che lorna lo stesso, sulla natura dell’uomo, stanno per sè,
prima che l’uomo entri con altri in società. La legge non li creano, perchè già
erano prima della legge. Questa non altro fanno che conservarlo. Lo stesso
diritto e lo stesso dovere servono di fondamento alla società, che il
legislatore non crea ma dirige, perchè la società già era, quando il governo
non era ancora. La libertà del diritto,
dice Vico, fuprim a ch e si conoscesse la servitù. Non s’introduce già il
dominio con la divisione de’campi, furono solamenle distinti. Dalla polegza di
operare infine nacque tosto la tutela o difesa di sè stesso. Se non che,
ammellendo Vico nell’umana mente al cuni semi del vero che con l'andar del
tempo si sviluppano in cognizioni distinte ed alcuni germi del giusto che
tratto tratto si spiega la massima incontrastabile di giustizia; mostrasi egli
in gran parte seguace di Platone intorno all’origine di quella verità che si
dice necessaria. Or tale verita, essendo per noi di due spezie, una teoretiche
ed una pratica, diciamo, che rispetto alla prima, la verita teorica, l’io il
quale per un alto di spontaneità si conosce e si rivela dell'appercezione,
appoggiato alle quattro idee necessarie di spazio,di tempo,di sostanza e di
cagione, riduce all’unità tutto il vario della rappresentazione che a lui offer
il senso. Riguardo poi alle verita pratica, essendo elleno legge pratica o
comando di fare, si contiene in una massima universalisabile. Quando ti
determini all’azione, esamina te stesso e vedi se la tua volontà sia di accordo
con la volontà generale di ogni persona. Una tal massima universalisabile è la
suprema legge della morale. Che che sia però della filosofia di Vico, a noi
basta di aver provato che le due sue digoilà Vl*e VII“, ben lungi dall’opporsial
la legge morale, la confermano mirabilmente. Dominio, libertà, tutela tre
elementi del diritto; tre elementi che costituiscono l'uomo morale. Perchè non
può avervi diritto senza morale. La filosofia perciò di Vico si accorda perfettamente
con la morale.
All natios bostna viSing to derive merit from the splendonr of
their original. And irhere history ii uleot, they fueiuenJiy anpply the defect
with fable, THE ROMANS were particnlaHy dcH^OB of being thought DESCENDED FROM
THE GODS, m if to hide the meaaDess of their real ancestry. Mueas, the Bon of
Veona AocUaei. having escaped ftvm the deitniotioii of Ttey, after'11MU17
adventures and dangers, atrived octet a in Italy, where Aeneas was kindly
received by Latinus, king of the latins, who gave him his daughter Lavinia in marriage.
Italy was then, as it is now, divided into a number of small states,
independent of each other, and consequntly subject to frequent contentions
among themselves. Turnus, king of the Rutnti, is the first who
opposes Aeneas, he having long made pret^uions to Lavinia himself. A war
ensues, in which the Trojan hero is victorious, and Tornus sfadn. In
consequence of this, Aeneas built a city, which was eded Lavimnm,
in honour of his wife, and some time after, engaging in another war against
Hezentius, one of the petty Ungs of the country, he was vanquished in turn, and
died in battie, after a reign of four years. Ascanius, his son,
succeeds to the kingdom, and to him Silvius, a
second son,
^lom be had by lAvioia. It would be tedious
and unninterealing to recite a dry catalogue of the kings that
followed, and of whom we know little mtae than the names. It
will be sufficient to say, that the
sacoesnoD coatiDiied for near four hundred years
in the family, and that Numitor, the
fifteenth from Aeneas, is the last king
of Alba. Numitor, vho took posseBsitHi
of the kingdom in consequence of his father's
will, had a brpther named Amnlius,
to whom are left the treasures which had been brought from Troy. As
riches but too generally prev^ against right, Amolins made
use of his wealth to supplant his brother, and aooo foDod
means to possess himself of the kingdom,
^ot content with the crime of usurpation, he
added that of murder also. Nnmitor's
sons first fell a sacrifice to his suspicions, and to
remove all apprehensions of being one day distorbed in his ill-gotten power, he
caused Rhea Silvia, his brother's only daughter,
to become a vestal virgin, which office obliging her to perpetual
celibacy, made him less uneasy as to the claims of posterity. His
precautions, however, are all frustrated in the
event; for Rhea Silvia, going to fetch wator
frqip a Qeighbopring grove, was met and ravished by a man,
whom, pei^tqw to palliate her offence, she avers to be
Mars, the god of war. Whoever this lover of hers was,
whether some person had deceived her by
assuming so great a name, or Amnlins himself, as some writers are
pleased to a£Srm, it matters not.Certain it is, that, in due time she was
broug:lit to bed of two boys, who were no sooner bom than devoted by the
usurper to destmction. The mother is condemned to be buried alive -the usual
punishment for vestals who had violated their chasti^, and
the twins are ordered to be flung
into tbe river Tiber. It happens, however,
at the time this rigorous sentence
was put into eieculion, that the river
had more than usually overflowed its banks, so
that the place where the children are thrown, being at a distance from thei
main cnirent, the water is too shallow to drown them. In
this ntoation, therefore, they continued without harm; and
that no part of their preservatioD
might want its wonders, we are told, that
they were for some time suckled there by a wolf, until
Fanstulos, the king's herdsman, finding
ihem exposed, brought them home to Acca
Laurentia, his wife, who brought them
up as her own. Some, however, will
have it; tiiat tbe nurse's name was
Lnpa, which gaya rise to the stoijr
vt their being nouriihed by a wolf;
but it is needless to vfad
Do,l,,-cdtyS oirt a iwglH MBpg«b«ba%
fian 'venevntB vbtfe die vkote « omgrowB
with ftUe. Boraoloa and Bemna, Ae
twins thtu strangely prcwcved. Memed eariy
to diacover afai)iti«i uid desiret above
the me«i- noH of thor aapposed
origiiuL The ahepkenl's life be^an to
di^leaae them, aod fnaa tending the
flock, or hantiag wild beasts, they
soon tnmed their strength agsinst the
robben lonnd the eonntry, whom they
efien atfipt of their [daader to
share it among their feUew-shepherds. In
one of these ezcmnons it was that
Remus is taken priaoner by Nvmttor's berdsmen,
who bring him before the king, and aoensed
him of the very crime which he bad
ao t^tea attempted to sappresa. Bomnlaa,
bowerer, beii^ informed 1^ FaiiBtaliu of his real
birth, was not remisa in assembling ft
munber of hia fbllow^epherds, in order
to resooe bis brother from posoD, and
foroe the kingdtmi from tbe bands of tbe nsnrper.
Yet, being too feeble to act openly, he direcs bis followers to assemUe near
the place by different ways, while Beniiis with eqnal
vigilaooe gm&ed npon tbe dtiuua within.
AmalioB, tfans beaet on all sides, and
not knowing iriiat expedient to think of
for bit seoiuity, was, daring hia amasenent
and distraotion, taken and daio, while Numitor who had been
deposed forty-two years, recognised bis grandscns, and
is restored to the throne. Nnmitor being tints in
qvet posiewion of the kingdom, hot
grandaou resolred to bnild a eify
npoo those hills whoe they had formerly
lived as aheiriierda. The king had too
many oUigations to them not to
approve their des^; he appointed tbem
lands, and gave pennisnoB to .snoh of
hia subjects a» thoo proper to settie
in their new colony. Many of the
neil^draariiig shejdierda also, and sncb as
were fond of change, lepabed to the
intended dty, and prepared to raise. For
the more speedy oarrybg on this work, the people
were divided into two parts, each of
whioh, it was sapposed, woidd indoatriondy
emnlate the otfaer. Bat what was designed
fi» an advantage proved nearly fatal to
this infimt oolony: it gives birth to two factions, one preferring
Romulus, the other Remus,who themselves arenot agreed upon the spot where
the city shonld stand. To terminate this difference, they are recommended by
the kingto take an omen from the flight of birds; and that be, whose ome
should be most favoorable^ afaonld in all reepeots
direct die odier. In ooatflSaaoe wiOl this advice,
thej both take their stations npon diffra«nt
hilk. To Remus appear six vultures, to
Romulus, twice that number, to ttwt
each party thongfat itielf viotoriovi, the
one tiaviog the *first* omen, the
other the most nnmeroiu. Tbifl prodnoed
a contest, whitdi ended ui a batde,
wherein Bemoa is slain, and it is even said, that he was
kiUed by his brother, who, facingprovoked at his leaping contemptnoasly over
the city wbU, itrack him dead upon tbe
qrat, at the same time proKssio^, that
nooe shonld ever inanlt his walla with impunity.
Romoltu, being now sole coHunuider, and
eighteen yean of age, b^an the fonndation
of acity, that was one day to give laws to the woild.
It was called Rorne after the uaaie
of the foonder, and bnilt npon the
Palatine hill, on which he had taken
lus ancceflsfol omen. The city was at
first almost square, oontaining «bont a
tlwiisand houss. It was near a mile in compass, and
commanded a small territory ranod it of
about eight miles over. However, smallas it
appears, it was, ootwithstandiiy, vone
inhabited; and the first method made
uae of to increase its numbers vaa
the opemng a sanctosry for all
male&otors, slaves, aod snch as wm«
desirons of novelty. These came in great
multitudes, and cootibated to increase the
number of our legtslatoi'B new subjects. To
have a just idea ther^re of Rome in its
infant stale, we have only to iwsgine a
coUec- tion o( cottages, sairotinded by
a feeble wall, rather built to serve
as a military retreat, than for the
purposes of civil >o- cie^, rather
filled with a tnmoltuoas and vicious
rabble, thaD with subjects bred to
obedience and control.We have only to conceive men bred to
rapine, Iwing in a place that merelj
seemed calculated for the security of
plonder; and yet, to our astonishment, we
shall soon find this tumulbioas coocouise
unit> ingin the strictest bonds of
sode^; this lawless rabble putting OB the most sincere regard
for religion; end, thouf^ composed of the
dr^s of mankind, setting examples, to all
the worid, of valour and riitne.
Doiii,,ih,. WWLOU SoARGB mm tbe city
rnsed abore iti &niid«tioB. vhen Hs
rade mhalulsBtB hegaa to tfauik of
gmag some fonn to their. MoslitBtioii.
Their first object was to unite
lifoer^ and em- pire; to fonn a
kiod of mixed monncby, by irfaicfa
all power vw to be dividad between
the prince and the peopte. Bo- nlna,
by an act of great geoeromtf, left
them at liberty to dwose whom they wonld for dieir
king, and tliey in gnrtitiide eoBcmred to
elect their founder; be was accordingly acknowledged as chief
of dieir religion, sovereign magistrate of Rorne, md geoeral
of Ae army. Beside a guard to attend his person, it was agreed that he
should be preceded wherever be went by tweW e mCT, armed with axes
tied op in a bnadle of rods, who were
to serve as execntioners of the law,
and to impress hii new subjeots with an idea of
his authority. Yet stUl tUa aKiboriQr was
ondw very great restriotii»ig, as his whole
power CMisisted in caQing the THE SENATEsenate
togedier, in assembling the peo< pie,
io condoctmg the army, when it was
decreed by the other part of the
constitation that they ahonld go to
war, and in k^ pointing the qnestors,
w neainrers of the pnblk: money,
<^ficers which we may soppose at
that time had but very Ktfle
eni^oyment, as neither the soldiers nor
magistrates recrived any pay. The senate,
wluch was to act as cosnsellors to
the king, was composedof an imndred of
the printnpal cttisens of Bune, oODStsting
of men whose age, wisdom, or valoor, gave them natoral
an^toiitf over titeir feUow-«ab|ect8. The king named
the fint senatw, and appointed him to the
government of &e atj, whenever war reqoired the geoeial's
absence. In dds neqiect^e assembly was transacted
all the important boainesa of the slate, the king himself
presiding, ^thongh every question w'as tO'be determined
by a minority of voices. Ai^ they were
supposed to liave a parental affection for
die people, they were called latbMS,
and their descendants patricians. To the
pafericiaits belonged all ttte dignified
oiBees of tlie state, as well
r,o,i,,-cMh,. as of tiie imesfbood. To these
the; were appofaited by the senate and the
people, vhile the lower ranks of
citizens, wlio were thns excluded from
all views of promotion for then-
seUes, woe to expect advantages ou^ from
their ntloiir in war, or their
assidiiity in agriculture. The plebwms, who
composed the third part of the legi»- la^oce,
assumed to tbemselTcs the power
of aathorising' those laws iHiicb were
passed b; the kia^ or the setwle. All
tUi^ x^ative to peace or war, to the
electi<Hi of magistiatei, and even to
the choosing a king, were confirmed
by their sufiragea. la their namMmu
aaaomblies. all mterptises against the
enemy were proposed, while the senate
had onij a power of rejeotiog «r
approving their Aemfpit. Thus was the ststa
composed of three orders, each a
check np<»i the other : the people
resolved whedier the proposals of the
king were pleasing to them, the senate
deliberated upon the expediency of the
measure, and the king gave vigour and
spirit by directing the execBtion. Bat
thov^ the pei^le by these regulations
seemed in possession of great pow«,
yet th«re was one cdr-onmstaace which
c<nitiibuted greatly to its dimmntion, nara^, the
rights of patronage which wece lodged
in the smate. I^ king, sensible that
in every state there must be a
'dependaoee of the poor upon the powerful,
-gave permission to every |:4e- beian to
choose one among the senators for
a patron. Tke bond between them was of the strongest
kind ; the patron was to give
[woteotion to his client, to assist
him with lus advice and fortune, to
plead for him before the judge, and
to rescue him from every oppression.
On the other hand, the climt attached
himself to the interests of his patron,
assisted han, if poor, to portion his
daughters, to pay his debts,, or his
rmuom - in case of being, taken
prisoner. He was to follow him on
every service of danger; whenever he
stood candidate for an office, he was
obliged to give him his sufi&age, and
was proUbited from giving testimony in
a court of justioe whenever his
evidence affected the int^ests of his
patron. These reciprocal dotias were held so
sacred, that any who violated them
were ever after held infamous, and
excluded 6x»n all the pro- tection of the
taws : so that from hence we see
the senate in effect possessed of the
snffirages of &ea clients, nnce all
that was left the people was <Hily
the poww of choonng what patron Ibery
should obey. Amoaf a nRtion m>
tMibstont and fierce as the first Romans,
it was wise to enforce obedience ■t
&6 most reqnidte dnty. lie first
care of the new-created king was to
attend to the interests of religion,
and to endeavour to hnmantse his subjects,
by the notion of other rewards and pnnishnients than
diose of hnman law. The precise form
of their worship is nn- known ; bat
die greatest part of the religion of
that age con- siMed in a firm
relianoe upon Ae credit of their
soothsi^ers, irito fvetended, from observations
on the flight of birds and the
entrails of beasts, to direct the
present, and to dive into fntmrity. This
pioos fhrad, wbich first uvse from ignorance,
soon became a most usefnl machine
in the hands of government. Romnlns,
by an express law, commanded, that no
election should be made, no enterprise
undertaken, witfa- flat first conaolting
die soothsayers. With equal wisdom he
•rdained, that no new divinities should
be introdoced into pnhlic worship, that
the priesthood should continue for fife,
and that Aone shonM be elected into
it before the age of fifty. '
He fort>ade them to mix fable witb
the masteries of their reUgion; And,
timt they mi^t be quaKfied to teach
others, he ordered Aat tiiey should
be tiie iHstoriographns of tiie times;
so tiia^ while instructed by priests Bk^
these, the people cordd never degenerate
into total barbarity. Of his other
laws we have but few fragments remmnii^. In
these, however, we learn, that wives were
forbid, upon any pretext whatsoever, to
separate from tbeir husbands; wUle, on
the contrary, the husbaod was empowered to
repudiate the wife, and even to put her to
death with the consent of hef
retatioQB, in case she was detected in
adultery, in at- tempting to poison, in
making false keys,. or even of having drank
too much vine. His laws between
children and their parents w«'e yet
sdll more severe; the father had entire
power over his offspring, both of fortune
and fife; he conid ■ell them or
imprison them at any time of their
lives, or in any ttations to which
they were arrived. The father might
expose his clnldren, if bom witii any
deformities, having previoasly eommunicated bis
intentions to his five next of
kindred. Our lawgiver seemed moze kind
even to his enemies, for his subjectswere prt^hited
from killing them after they bad
surren- dM«d, m even from sdling
them: his ambition only aiaied at
.,Coo<^lc r of luB ateaaeB i^
mak After M> many endeaToiiTs to
inoraase bia BnbjeotBi aad m mmy Inra
to r^nlate them, he next gave ordeis
to ascertna tbeir numbers. Tbb whole
amoanled bat to three tbooMnd foot, and
about as many bnndred horsemen, capable
of beari^ arms. These,
therdbre were divided equally
into three tribes, and to each
he asiigaed a different part of the
taty. Each of these tribes were sabdivided
into ten cmin or compame, consiBting
of an hundred men each, with a
oentnrioB to command it, a priest
c^ed curio to perform the sacrifioes,
and two of the principal inhatntants, called
duumviri, to distribute jnstioe. Aocordijigly to
the number of ooriv he dividedthe
lands into thirty parts, reserving one
portion for public uses, and another
for religiaus ceremonies. Tbo «m- ■phaty
and fingality of tha times will be
best iindeistood by observing, that dach
citizen had not id>ove two ictea of
ground for his owB subsistence. Of
the horsemen mentioned above, dtere were
chosen ten from eei^ curia; tfaey
were particularly appointed to fi^t round
the person of the king; of them
hU gaud was composed, and from tbeir
alacrity in battle, or fhuB the
>ame of their first commander, ^ey
were called ceUrat, a word equivalent
to our light horsemen. A goremmcot
thus wisely instituted, it may be
suppoaed, nduced numbers to come and live
under it: each day added to its strength,
maltitudes flocked in from all the
adjacent towns, and it only seemed to
waqt women to ascertain its du- ration.
In this exiaeiatx, Romulus, by the
advice of the se- nate, sent deputies among the
Sabines, his neighbours, en- treatingtheir
alliance, and upon these terms- ofiering
to cement the most strict confederacy
with them. The Sabines, . who
were then considered as the moat
warlike people of Italy, r^ected the
proposition with disdain, and some even
added raillery to the refusal, demanding,
that as he had opened a sanctuary
for fugitive slaves, why he had not also
opened another for prostitute women. Tbis
answer quickly raised the indignation of
the Rpmans; and the king, in order to
gratify their resentaient, while he at
the same time should people hb ci^,
resolved to obtain by force what was
denied to intrea^. For this purpose
he proclaimed a feast, in honour of
N^tane, diron^ut all the nMghboitring
villagea, and made the meet KAPB
OF THK BABINBS. t mmgaiAMat
pnftamtkmi for it Tbets feuta wen
guan^ preceded by sacrifices, and ended
in' shows of wreeden, ^ft- diaton,
and chariot-^onrses. The Salnnes, as he
had expected, were among the foremost who
came to be spectalon^ fannging their wives
and daughters with them to share t^
pkasore of the sight. The inhabitants
also of maaj of tht ueig^hoariDg
to^os came, who were received by the
RomaM with marks of the most cordial
hospitality. lo the mean time ' the
games began, and while the strangers
were most intent upon the spectacle,
a number of the Roman yonth rushed
la mnoag them wiUi drawn swords
seized the yotingedt and meet beaatilid
women, and earned them off by violence. ,
In vain the parents protested against
this bre&cfa of hospitali^; in vain
the virgins themselves at first opposed
the attempts of th^ raviBfaers;
perseverance and caresses obtained those
&• TOWS which timidi^ at firstdenied: so
that the betrayera, frma being objects
of aversion, soon became partners of
their dearest affections. But however
the afiront might have been botne by
them, it was not BO easily pnt up by
their parents; a bloody war ei^ sued.
The cities of Cenioa, Antemna, and
Cnutuminm, wen the &at who resolved
to revenge the common cause, which
the Salnses seemed too dilatory in
pursuing. These, by making aeparate inroads, becamea
more easy conquest to Romulus, who
first ovothrew the Ceoinenses, slew dieir
king Acron in sio^ combat, -and made
an offering of the royal spoils to Jupiter
Feretrius, on the spot where the capitol
was afterwards built The Antemnates and Crustuminians
shared the same. fate; their armies
were overthrowu, and their cities takes.
The conqueror, however, made the most
merciful use of las victny; for instead
(rf destroying their towns, or lessemi^l
tbent nnmbeis, he only placed colonies
of Romana in them, to. serve as
a frontier to repress more distant
invasions. Tattos, king of Cures, a
Sabine city, was the last, althou^
the most formidable who undertook to cevuige the
disgrace his country had suffered. He
entered the Roman territoriea at the head
of twenty-five thousand men| and not content
with a superiority of forces, he
added stratagem also. Tarpeia, who was
daughter to the commander of. the
Cajutolme hill, happened to &11 into his
hands, as she went without 4>e
walls of the city to fetch water.
Upon her he prevailed, by meant of
hrga pttuSaet, to bebrajr aae of
the ^^ates to his army. Tlie i«<irwd
she eagdgei for was vfaat the
soldiers wore on their atteB, by
vfaich the meaot their bracelets. They,
however, cotber miataking^ her meaning, or
wiUing to panish her peifidy, ttvew
tlieir bncklera upon her as they
entered, and crushed ber to death beneath
them. The Sabines, being thus possessed of
the Capitoline, had the advantage of
continning the War at tbeir pleasure;
and for some time only slight
enconnters passed between them. At length,
however, the tedionsness of this contest
began to weary out both parties, so
that each wished, but neither would stoop to
sue for peace. The desire of peace
ofteii gives vigour to measures in war
; wherefore boUt sides resolving to
terminate their doubts by a detMsive
action, a general engagement ensued, which was renewed
for several days, with almost equal
success. They both fon^t for all that
was vEduable in life, and neither
could think of submitting: it was in the
valley between the Capitoline and Qui-
rinal hills, that the last engagement
was fought between the Romans and the
Sabines. The engem«it became general, and
the slaughter prod^ioua, when the attention
of both sides was suddenly turned from
the scene of horror before them, to
(mother infinitely more striking. The Sabine women, who
h^ been carried off by the Romans, were
seen with their hair loose and iheir
ornaments neglected, fiying in between tbe
combatants, regardless of their own danger, and
with loud outcries only solicitous for
that of their parents, their husbands,
and their cUIdren. " If," cped
ihey, " you are resolved upon
daughter, turn your atma upon us,
since we only are the cause <tf
your animosity. If any must die, let
it be us; since if oar parents
orour husbands faU, we must be
equally miserable in being the surviving
cause." A spectacle so moving could
not be resisted by the combatants;
both sides for a wtiile, as if by
mutual impulse, let fall their weapons, and
beheld the distress - in silent
wnazement The tears and entreaties of
thdr wives and daughters at length
prevaUed; an accommodation ensued, by which
it was' agreed, that Romulus and Tatius
should t«ign jointly in
Rome, with equal power and prerogative;
diat an bailed Sabines should be
admitted into the senate; that the
city should still retain its farmer
name, but that As citizens should
bctdled Qnirites, after Cures, the
principal town of the Sabines; and that both
nations being thus united. 11 •aoh
of the Sabtees u i^ose it shoiM
be sdnAted to Bniad eDJoy all
the privilegea of citizens oi Rome.
llaH erery •torm, vhich seemed to
threateo this growing empire, only served
to increase itvigour. That army, wfaich in
die mondug had resolved upon its destruction,
came in the evetlin^ with j(^ to
be enrolled uiDoag the number of its
ctttzens. RomfoloB saw his dominions and
his sul^ects increased by more then
half in the space of a few hours;
and, as if
fortune meant every way to assist his greatness,
Tatins, his partner in the govem-
ment, was killed about five years
after by the Lavinians, for having
protected some servants of his, who
had plundered them and slain their ambassadors;
so that by this accident Romulus once more saw himself sole monarch of Rome.
Rome being greatly strengthened by
this new acquisition of power, began
to grow formidable to her neighbours ;
and it -aiay be supposed, that pretexts for
war were not wanting, when prompted
by jealousy on their ride, and by
ambition on that of the Romans.
Fidena and Cameria, two oe^hbonring cities,
were stibdoed and tAken. Veii also,
one of the most powerAil
states of Etruria, shared nearly the same fate;
after two fierce engagements tiiey sued
ftM* a peace and a league, which
was granted upon giving np the seventh
part of tbev dominions, their salt-pits
near the river, and
hostages for greater security. Successes like
these produced an equal share of
pride in the oonqneror. From being
contented with those limits which had
been wisely fixed to his power* he
began to affect absolute sway, and to govern those
laws, to which he had himself formerly professed implicit obedience.
The senate was particularly displeased at
his conduct, finding themselves only used
as instrom^its to ratify the rigour
of his commands. We are not told
the precise manner which they made
use of to get rid of the tyrant: some say
that be was torn in pieces in the senate
botise; otiters that he disappeared while
reviewing his army: eertain it is,
that from the secrecy of the fact,
and the concealment of the body, tbey
took occasion to persuade the multitude, that he was
taken np into heaven; thus him whom
they oonld not bear as a king,
tbey were contented t« worship as a
god: Romnlns reigned tlnrty-seven
yean, and after his death bad a
temple built to turn under the name
of Quirinus, one of the Hwrton
wilwMly vffiiniaff, that be had appeared
to hm, and desired to be isTtAed
by that tide. We see little more
in the obaraeter of this princ, than
vhat mi^t be expected in andk an
a^, great temperance and great valour,
wbich generally make np the catalt^e
of sar^^e virtues. Howeva, the gnndenr
of an empire, admired by the whole
irorid, creates in u an adnuration of tiie founder, viftoat
mnch raamimng' hia. Grice: “Most of Colecchi’s essays are easily
available, and it’s easy enough to check his references to other Italian
philosophers – not just Vico, as I have done – but Rogmanosi, and even ancient
Roman ones like Cicero – and perhaps more importantly his influence on the
so-called Neapolitan Hegelians!” -- Ottavio Colecchi. Keywords: Vico, il Vico
di Collecchi, Cacciatore, Macchiaveli, Lazio, Romolo e Remo, Kant, categoric
imperative, massima, first-hand knowledge of Kant, Colecchi Kantiano, ma non
aristotelico – il kantismo di Colecchi – l’italiano kantiano di Colecchi – il
vocabolario kantiano in Colecchi – analitico – sintetico – sintetico a priori –
giudizio necessario – Romolo e Remo, diritto naturale, lingua e nazione, Marte,
Saturno, Giove, etimologia di Vico, il Lazio, il senato romano, ottimati,
storia di Roma, diritto romano, psicologia razionale, psicologia filosofica,
l'istinto, la passione, la ragione, la sensazione, l’intelletto, spazio-tempo, l’azione,
l’agire como reame della morale, massima d’azione, la regola di oro – la
rifutazione di Vico all’eudaimonismo di Aristotele e al utilitarismo di
Bentham, lo caduco e lo no caduco, ius naturale, ius artificiale, ius como la
virtu unica, giustizia equittrice e rettrice, giustizia commutative e giustizia
distritutiva, l’ordine aritmetico e l’ordine geometrico – progression
arimmetica, progressioe geometrica, la base matematica della filosofia di
Colecchi, l’amore, amore interessato, amore disinteresatto, salvezza, uomo,
padre e figlio, uomo come cittadino, il genere umano, la massima
universalisabile, l’onesto, fortezza, prudenza, toleranza, virtu, vizio, il
vero versus il certo, la nascita della morale dal ordine agglomerazione
sociale, la potesta naturale, il dominio, la tutela, la liberta, libero
arbitrio e passione, autorita e ragione, forza, autorita e raggione,
l’ubbidenza che il figio mostra al padre, il ruolo dell’avo, la societa di
equali, il modello della societa romana antica, la societa dell’amicizia,
Eurialo e Niso, L’Enneada, la lingua del contratto come requisite del patto
sociale, la parola e il concetto, la formola della parola, verbum/res, res
pubblica, communita, diritto comune, bene comune, l’ordine: primo stato
dell’uomo in solitudine, l’ordine della famiglia: societa di inequali,
padre/figlio, terzo stadio: la tribu di Romolo, la citta di Romolo, il paese di
Romolo, il genero umano, diritto universale di Vico e Kant, Hampshire on Vico. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Colecchi” – The Swimming-Pool Library.


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