Grice
e Dondi: l'implicatura conversazionale -- l’astrario – iter Romanorum – Colonna giulia – la Colonna del circo
neroniano di Buschetto -- petrarca – filosofia veneta -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Chioggia). Filosofo. Grice: “I like Dondi and I like a watch chain!” Figlio
di Jacopo, studia filosofia a Padova. Insegna a Padova. Si trasferì a Pavia. Dopo
un periodo a Firenze, vi ritorna come filosofo di corte dei Visconti. Insegna a
Pavia. Scrittore di rime, amico e
corrispondente di Petrarca, fu anche tra i pionieri dell'archeologia. In
occasione di un viaggio a Roma, descrisse e misura monumenti classici, copiò
iscrizioni e trascrisse i dati rilevati nel suo ‘'Iter Romanorum'’. La sua fama è legata soprattutto all'astrario
da lui progettato a Padova e costruito a Pavia, dove, era conservato, nel
castello di Pavia, presso la biblioteca Visconteo-Sforzesca. L'astrario è un orologio astronomico che
mostra l'ora, il calendario annuale, il movimento dei pianeti, del Sole e della
Luna. Per ogni giorno sono indicati l'ora dell'alba e del tramonto alla
latitudine di Padova, la "lettera domenicale" che determina la
successione dei giorni della settimana e il nome dei santi e la data delle
feste fisse della Chiesa. L'orologio astronomico (o astrario) di Dondi è andato
distrutto, ma è ben conosciuto perché il suo ideatore ne dette una particolareggiata
descrizione nel saggio “Astrarium”, trasmesso da due manoscritti. Si tratta di
un congegno mosso da pesi, di piccole dimensioni (alto circa 85 cm, largo circa
70), racchiuso in un involucro a base eptagonale. Grazie ad una serie di ingranaggi
l'astrario riproduce i moti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Esso
indicava anche la durata delle ore di luce alla latitudine di Padova. Come
misuratore del tempo esso, oltre all'ora, indicava (forse per la prima volta
tra gli orologi meccanici) anche i minuti, a gruppi di dieci. La presenza di
trattati di astrologia nella biblioteca di Dondi fa sospettare che la
progettazione sia stata influenzata da astrologi antichi. L'orologio
astronomico che si può tuttora ammirare sulla Torre dell'Orologio, Padova, in
Piazza dei Signori, è una copia non dell'astrario di Dondi, ma dell'orologio
costruito dal padre Jacopo. Secondo la tradizione sarebbe stato Dondi ad introdurre
a Padovala gallina col ciuffo, oggi nota come gallina padovana. In realtà, il
giornalista padovano Franco Holzer in una sua ricerca ha potuto stabilire che
non vi è documentazione alcuna che attesti che Dondi abbia mai avuto contatti
con la Polonia o che l'abbia mai visitata. A lui è dedicata una delle statue
che adornano il Prato della Valle, a Padova. Il Circolo Numismatico Patavino
gli ha dedicato una medaglia commemorativa opera dello scultore bellunese
Massimo Facchin. A Giovanni De'Dondi è dedicata la ballata iniziale di
Mausoleum. Siebenunddreißig Balladen aus der Geschichte des Fortschritts del
poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. Altre opere: Rime, Antonio Daniele,
Neri Pozza, Vicenza); “Astrarium, E. Poulle, CISST); Opera omnia Jacobi et Johannis de Dondis,
corpus pubblicato sotto la direzione di Emmanuel Poulle. Padova. Andrea Albini,
Op. La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni. Musei civici.pavia. Andrea
Albini, L'astrario di Giovanni Dondi, su Museoscienza. Ricerche d'Archivio
riguardanti la famiglia Dondi dall'Orologio. Di Franco Holzer. Andrea Albini, Machina Mundi. L'orologio
astronomico di Giovanni Dondi, Create Space, Astrario, Gabriele Dondi
dall'Orologio Università degli studi di Padova. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Replica in scala 1/2 dell'Astrario,
su clock maker. Replica in scala ¼, su pendoleria. com. VII.
(D i Cjiovauui Odo ndi òalf'Otcfcgto, TTtedico eli ^Padova, e Dei
uiouumeutv antichi da fui «animati a ctonia, e di afcuui »ceitti
inediti def medesimo. rt A FILIPPO SCHIASSI CAHOMCO
MILLA CHIESA MAGGIORE DI BOLOCRA, E PROFESSORE DI archeologia bella
criverbitì. JL u non ignori certamente , o amatissimo
Schiassi, cum io faccia di le gran cubitale per la somma erudi-
zione archeologica che possedi , e per la forbitezza dello scrivere
latino , nella quale con pochi vai distinto ; e co- me poi io non sia ad
alcuno secondo nell'osservanza ed amore verso di te per le doti singolari
dell'animo tuo. In verità io ho sempre desiderato mi fosse pòrta
occa- sione di farti noto pubicamente questo mio volere ; ma quella
mi fallì maisempre, o, a meglio dire, non ebbi mai ardimento di
abbracciarla, parendomi da non do- versi indirizzare a te cose che non
fossero parlo d'in- gegni maturi, fra' quali per fermo non è da riporsi
il mio. Tuttavolta altre ragioni m'inducono ora a prendere
contrario divisamento . Il perchè, in arra di rispetto e di
benivoglienza, ho deliberalo di spedirti questa Lettera in- torno a
Giovanni Dondi , e publicarla intitolata al tuo nome ; indotto anche da
ciò , che in essa circa V obelisco vaticano , della cui traslazione tu di
fresco con scienza e perizia ne hai scritto . ho io allegate alcune cose
, dalle quali appare essere ora per la prima volta manifesto come
il medesimo nel medio -evo sia stato atterrato , e non guari appresso di
bel nuovo ristabilito, non altri- menti come sono di comune consentimento
i più accre- ditati scrittori delle cose passale: de’ quali in
ispezialità qual sia il giudizio da tenersi tu puoi decidere. Io
in- tanto a te sottometto di tallo cuore e senza cerimonie la mia
opinione , qualunque ella siasi: ritieni poi , che con animo a tc per
intiero affezionatissimo mi dispongo a ciò fare. V enezia v>die Francesco Petrarca
abbia scritto di Giovanni Dondi suo amico non meno con verità die con
ma- gnificenza, essere egli stalo d'ingegno sì sublime e po- tente,
che ito sarebbe alle stelle, se rattenulo non lo aves- se lo studio della
Medicina 0),Jo capiranno coloro spe- cialmente, i quali siano a giorno
come il medesimo siasi reso distintamente celebre nelle scienze
medi- che, filosofiche ed astronomiche ; c, di più, conosca- no
come in altre discipline, a dir vero non comuni, fosse egli oltre l’
usato erudito. Fu peritissimo ancora in scienza morale, nella cognizione
dei monumenti antichi, e nel linguaggio delle Muse italiane : le
quali cose, come disse Celso in altra occasione, quantunque non
costituiscano il Medico, tuttavolta lo rendono più atto alla Medicina
(Lib. I.), e fanno sì che abbia a primeggiare fra i dotti del suo
tempo. Ed in vero, che non si possa lare un pieno uso della
Medicina nella maggior parte delle malatie del corpo, se quelle
dell’animo del pari non si curino, è chiaro di già abbastanza per
concorde dottrina degli antichi e recenti filosofi, suffragata dalla
sperienza. Intorno a ciò sono manifesti i sentimenti di Aristote-
le, d’ Ippocrate, di Galeno, e di altri ; come pur anco (1)
Lib. XVI. Lettera III. a Francesco Sancse.data in luce a Venezia nel
1501. ne fanno chiara prova quelle cose che sopra lo slesso argomento ci
hanno lasciato in appresso uomini sa- pientissimi. Che poi da
un’accurata osservazione degli anti- chi monumenti, e dalla lettura delle
iscrizioni ne ven- gano singolari ajuti onde conoscere più
diffusamente l’ arte medica, ce lo dimostrano le Opere dei valenti
in quella, cioè di Girolamo Mercuriale intorno alla ginnastica, il quale
trattò anche del sito più salubre alla costruzione delle fabbriche e
circa gli strumenti chirurgici ; di Giannantonio Sicco e di Andrea
Baccio intorno ai bagni termali ; di Tomaso e Gasparo Bar- tolini
sopra l’ antico puerperio : ai quali libri se ne potrebbero facilmente
aggiungere altri di tal fetta, cioè di Pietro Bellonio, di Lorenzo
Gioberti, di Mar- siglio Cagnato, di Tomaso Reinesio, di Giovanni
Ro- dio, di Carlo Patino, di Carlo Sponio, di Daniele Gu- glielmo
Trillerò, di Carlo Federico Ilundertmarki, di Antonio Cocchi, e di altri
; cosicché niuno deve maravigliarsi del progetto di Tomaso Bartolini
nel comporre l’ Opera intitolata Antichità necessarie ad un Medico,
del cui apparecchio, in appresso incenerito dalle fiamme , lo stesso
autore ne diede breve com- pendio in una Dissertazione stampata in Hafnia
l’ an- no 1670 sopra l’incendio della biblioteca. Le
moltissime sue lodi, scritte in prosa ed in ver- so, ci fanno ampia
testimonianza che lo studio della poesia giova a meraviglia per fecondare
e ricreare l’ ingegno, per aggiungere fregio alla lingua ed allo
stile, e per fare acquisto di altre doti richieste ad un uomo di lettere
; nè vi sarà al certo chi ignori che i Medici versati nella medesima n’
andrebbero stimati da più che gli altri, e si leggerebbero con più di
di- letto le Opere loro. Noi conosciamo ancora che gli stessi
scrittori dell’arte medica, distinti fra gli anti- chi, Ippocrate ed
Areteo, succhiarono da Omero il loro bello ; il primo de’ quali fu detto
da Eroziano uomo omerico quanto allo stile ( Glossar . Hippocr.
Praef. pag. 7, edit. Lips. 1780); e Trillerò fa vedere che al
secondo giovò d’ assai la lettura dello stesso autore ( Opuscula medico -
philologica, Tom. 1. pag. xxi): il che chiaro apparisce parimente di
Galeno e di altri. Ec- cellente si è la cura posta da Tomaso Bartolini
nel trattare che fece di questo argomento nella Disserta- zione
intorno ai Medici - poeti, publicata in Hafnia l’anno 1669; ed ora se ne
potrebbe formare un sog- getto con assai più di splendore. Sono poi da
tenersi in gran conto quelle cose che furono scritte da Giro- lamo
Fracastoro, uomo grande nell’ una e nell’ altra facoltà, a Girolamo
Amalteo, medico non meno che poeta celebre del suo tempo; cioè andare di
gran lunga errati coloro i quali avessero per niente la poesia, e
la stimassero cosa incompatibile colla Me- dicina: che anzi dichiara
apertamente con Andrea Navagerio, essere inetti a toccare il fondo di
ogni scienza, o a gustare appieno le bellezze di qualsiasi arte
meccanica, coloro i quali andassero privi e man- canti di vena poetica
(Fracast. Opera edita Corniti). Dondi per colti- vare l’ animo in questi
studj, indotto dall’ esempio ed intrinsichezza del Petrarca, il quale nei
medesimi avea tocco l’ apogèo della gloria, consegnò allo
scritto monumenti non dubj di questo studio, commettendoli ai
posteri ; ma quelli inediti, ed appena conosciuti in un codice cartaceo
di quella età, posseduto un tempo dallo stesso autore, toccò per
avventura a me solo di vederli presso Roberto Papafava, figlio
d’Albertino, fregiato della primaria nobiltà fra i Padovani e
Patri- zio Veneto, il quale mi onorava di singolare cortesia; nel
qual codice io stesso ho letti gli scritti inediti del Dondi senz’ altro
giudizio od altro ordine, da quello in fuori con cui qui li
riporto. Vi sono nel codice ‘28 Lettere intorno a diversi
argomenti, scritte dal Dondi a varie persone ; cioè : Al Petrarca. Si
protesta tornargli a grande vantaggio 1’ amicizia di lui, per arricchirsi
a perfe- zione della morale filosofia ; il che osserva essere as-
sai conforme all’ insegnamento di Seneca nella Let- tera <08 a Lucilio
intorno al conversare co’ filosofi. Nel dipartirmi da te (scrive egli) ne
riporto ogni giorno frutti novelli , e alla tua presenza mi si ricrea V
animo d' insolita gioja. A Giovanni dall’Aquila fisico (Padova).
Annunzia e mostra allo cordoglio per la morte del Petrarca, d’ improviso
avvenuta la notte antecedente. « E morto un personaggio
unico, a dir vero, ed » ammirabile tra i pochi di ogni età; ma a’
nostri » giorni il solo, a mio giudizio, che v’abbia su tutta » la
terra, e da non potersi trovare in qualsivoglia » parte di essa: uomo da
essere ricordalo e tenuto a » venerazione da tutti i secoli. Fatale
disgrazia e la- » grimevolc a tutto il genere umano, ma assai
più amara a buon diritto all’ Italia , della quale non » senza gran
merito egli n’ era amante perduto, e in » ogni circostanza partigiano
caldissimo ; sopra tulli » per altro a me e a te, ai quali era legato con
nodo » strettissimo d’ amore e di singolare benevolenza. » Mancò un
uomo senza dubio grande, ottimo, soavis- » simo, amantissimo di noi ; ma
non per altro cessò » del tutto, poiché anzi diede principio a vita
miglio- » re, richiamato dall’ esiglio alla patria : se vero è »
che gli offici di questa vita mortale, la Religione di » continuo
venerata e studiosamente coltivata, l’opera » assidua agli sludj
unicamente onesti e lodati, dieno « fidanza di alcun premio nella vita a
venire. » 3. Ad Antonio Leniaco, uomo di singolare
ingegno. 4. Ad Argentino (Arsendino) da Forlì, e a Pa- ganino
da Sala padovano, Dottori in legge. A Guglielmo Ravenna, fisico.
fi. 7. A Geminiano, fisico del Marchese Cesa. f*. A Gasparo
(Broaspina) di Verona.... c Hai pòrto materia, nella quale mi ricordo
di » essere stato titubante aneli’ io, mentre scorreva la »>
Lettera a Lucilio di quell’ eccellente e tutto nerbo » Anneo, maestro mio
e tuo, e di tutti i buoni amici » in generale. » A Gasparo, che lo
dimandava di quelle cose che Seneca scrisse nella settima Lettera a
Luci- lio sopra gli spettacoli dei Romani, gli dà spiegazio- ne
abbastanza chiara, come portavano quei tempi sì riguardo alla materia,
come pur anco alle parole; vi adoperò eziandio dell’arte critica a motivo
delle scorrezioni del testo, per colpa in gran parte della ignoranza
degli amanuensi, e dell*' audacia di coloro che vi posero mano alla emendazione.
9. A Bartolomeo Mazio di Verona, fisico egregio. 10. A
Francesco Petrarca (Padova il dì 14 Ot- tobre 1370. Una lunga Lettera
circa il metodo di vita da seguirsi dal Petrarca, la quale i precettori
del Se- minario di Padova avendo ricevuta da me, che la trascrissi
dal codice soprallegato, non dal Marciano, come porta l’edizione,
aggiuntane un’altra del Pe- trarca al Dondi, fu da loro data alle
stampe. A Lombardo Serico, cittadino padovano. Al frate Guglielmo da
Cremona, teologo. Fa vedere gl’ ingegni degli antichi di gran lunga
supe- riori ai moderni sì in fatto di lettere, come ne fa chiara
testimonianza il Petrarca, non meno che ri- guardo alle opere famose
delle arti più belle, col- l’esempio alle mani di un insigne scultore
soprafatto di ammirazione alla vista di monumenti antichi. 1
3. Ad Antonio Leniaco, cittadino veronese. 14. A Giovanni Cremona,
maestro nelle arti li- berali. 15. Ad un suo intimo amico,
uomo singolare ed egregio. 16. A Bernardo Caselle, cittadino
padovano. 1 7. A Guglielmo Aromatario. A Paganino da Sala,
Dottore in legge e uomo di milizia. Con queste si congratula della
di- gnità di Cavallicre conferita di fresco a Paganino; così per
altro, che ne fa di molto più stima dell’onore ottenuto dall’ alloro in
Diritto civile, dal quale egli traeva di già vantaggio e lode. A
Nicolò Alessi, Protonotario e Vice-Can- celliere del Signore di
Padova. 21. 22. Ad Andreolo Arisio Cremonese. Biasima e si fa
beffe della scarsezza che v’ è nelle biblioteche di Francia dei libri
specialmente di Filosofìa morale, di cui era tenuto a giorno per lettere
di Arisio cola dimorante. 23. Al frate Guglielmo, Vescovo di
Pavia. 24. Ad Albertino Salso, precettore di Fisica.
25. A Giacobino Angarano di Vicenza. Data in luce in uno all’ Opera
del Pondi intorno alle Fonti calde nel Territorio padovano, al Maestro
Giacomo Vicentino, fra i Trattati di vari autori circa i Bagni,
stampati a Venezia Panno 1553, pag. 94. 2C. Ai Professori direttori
di Medicina e delle Arti nello Studio di Padova. Fa loro avere un
libro da lui composto, del quale dà contezza con queste parole: »
Ricevete un Trattatello che vi darà per » ispiegato P ordine oscuro di
Galeno nella distinzione » delle disposizioni dei corpi umani, il quale
ei ri* » strinse con brevità nel libro di Microtegno, asse- n
gnandovene le reali differenze fra quelle, tranne » poche che vollero
accennare sin qua di volo altri » espositori, ma in molte colle relative
differenze. » 27. Al maestro Guidoni (di Bagnolo) in Venezia,
nomo egregio, fornito di molto sapere e virtù. Pado» va, 20 Dicembre
1360. 28. A Pasquino Cappelli, cittadino cremonese.
Intorno a Pasquino, Cancelliere di Giovanni Ga- leazzo Visconti
Principe di Milano, ne fece parola Pietro Lazerio nelle Miscellanee
cavate dai libri manoscrilti nel Collegio Romano dei Gesuiti, Tom. I. pa-
gina 1 03. Pasquino avea fatto richiesta delle Lettere scritte dal Dondi
a diversi ; e Dondi si argomenta a tutt’ uomo per dissuaderlo che quelle
Lettere non erano tali che meritassero a pezza le sue dimande.
Poscia scrive molle cose circa i rotti costumi degli uomini del suo
tempo, degne alla scorza di un va- lente filosofo. Queste
Lettere sono piene a ribocco di sentenze morali, siccome quelle che
furono composte da un au- tore che metteva ogni cura nel leggere le Opere
di Seneca, e ne avea anche dilucidate le di lui Lettere a Lucilio,
con annotazioni allegate circa alle medesime da Gasparino Barzizio nel
suo Commentario, da me veduto scritto a mano. Di qual
desiderio ardesse il Dondi di vedere mo- numenti antichi, ne fa aperta
testimonianza il viaggio di lui a Roma, ad unico oggetto di venire in
pieno conoscimento dell’antico e nuovo stato della città. Del qual
viaggio non rimane alcuna traccia dalla publica autorità confermata ;
tuttavolta ho letto io stesso nel codice manoscritto, di cui feci
menzione di sopra, le annotazioni dello stesso Dondi intorno ai
principali monumenti dell’ antichità nel viaggio e nella dimora che
fece a Roma circa l’anno 1375, esaminati, credo io, da lui
appassionatamente ; delle quali annotazioni ei fa fede così dal principio
: « Ilo riportato queste » cose scritte in lettere quando fui reduce da
Roma. « Non è prezzo dell’opera il rescrivere qui le anno-
tazioni del Dondi, nelle quali v’hanno anche difetti di scritturazione,
potendosi avere alla mano scrittori famosi per molto sapere, i quali ci
hanno chiarito dei medesimi monumenti con mollo più «li accuratezza
e dovizia. Ci piace di riportare qui sotto la prima sol- tanto, la
quale versa circa l’ obelisco valicano, poi- ché mollo è stimala per
singolare novità, facendoci vedere un distico da nessuno, per quanto io
sappia, riportato, c del quale importa se ne faccia ricerca. Quella
poi suona così : In Roma La colonna Giulia a quattro
lati, che si eleva di costa a S. Pietro, ha di grossezza presso l’
estremità di mezzo, lunghesso ciascun lato, otto piedi all’ in-
circa ; di altezza poi, secondo un buon calcolo, ascen- de a 00 piedi,
ossia a dieci pertiche. Ma un prete ac- casalo lì vicino affermò che un
tale l’aveva misurata con uno strumento ad ombra , e la trovò di
brac- cia 45. Martino (0 nella Cronaca dice che la sua lun- ghezza
va a un dipresso a 120 piedi; ed Eutropio afferma la stessa cosa. Svetonio
poi dice eh’ è di pie- tra di Numidia. E vi sono poi ne’ suoi due lati
lettere incise di tal maniera: Divo Cnesari Divi Julii F
Augusto Ti Cacsari Divi Augusti F Augusto Sacrimi.
(1) Intorno alle antichità romane sogliono premettere alcune cose
più memorabili di Martino Polacco, Cronicista dei Pontefici e
degl’imperatori, specialmente nei codici ma- noscritti. Quelle poi che
trovansi aggiunte come tratte da Eutropio e da Svetonio, falsamente
vengono loro attribuite. Digìtized by Google
— ir» — Al di sopra della mela di questa colonna Giulia
vi sono scolpili questi due versi: Ingenio Buzeta tuo bis quinque
puellae Appositi s manibus itane erexere columnam. Plinio {Hi
storia Nat. Lib. XVI. Cap. XL., e Li- bro XXXVI. Cap. IX.), e Svetonio
(nella Vita di Claudio, Cap. XX.) dimostrano apertamente che l’in-
signe obelisco sia stalo trasportato dall’Egitto a Ro- ma per comando di
Cajo Caligola ; e in séguito, mes- sa a fondo da Claudio nella
costruzione del porto di Ostia la nave su cui era stato trasportato, la
più me- ravigliosa di quante mai si fossero vedute solcar ma- ri,
il medesimo sia stato collocalo nel circo di Ne- rone ; ned è da entrare
in forse che il medesimo, fre- giato di quella cospicua iscrizione ne’
due lati, non sia quello stesso che sempre fu tenuto per l’obelisco
vaticano. Di questo attestano tutti gli scrittori più accreditati, che
non sia mai stato mosso da dove per la prima volta fu inalzato, nè in
alcun tempo atter- rato, fino a tanto che, volendolo Sisto V. Pont.
Massi- mo, l’anno 1586 fu trasportato dal luogo, dove pri- ma era
posto, mediante un congegno di macchine ma- ravigliose di Domenico
Fontana del contado di Campo Novocomese, nella piazza di S. Pietro, dove
al giorno d’oggi si trova. Di tanto unanimemente ne stanno
mallevadori in particolar modo Angelo Decembrio, Poggio Fiorentino, Mafeo
Vegio, Francesco Alberiino, Pietro Angelio Bargeo, Onofrio Panvinio,
Bartolomeo Marliano, Filippo Pigafelta , Andrea Palladio, Ber-
nardo Gamuccio, Michele Mercato, Famiano Nardinio, Kirhero, Domenico Fontana ,
Giampietro Bello- rio, Carlo Fontana, Filippo Bonanno, Angelo Maria
Bandinio, Francesco Milizia, Cancellieri©, Winckel- manno, Fea, Giorgio
Zoega; l’ultimo dei quali, che ci diede un’ Opera perfettissima sopra gli
obelischi, impressa a Roma l’anno 1797, come a nome di tutti gli
altri scrisse di quello con facondia (pag. 612): « Questo dei romani
obelischi il solo superstite alle » rovine della città, si tenne in piedi
nel Circo vati- » cano fino a tanto che l’architetto Domenico
Fonta- » na, per comando di Sisto V. Pontefice Massimo, lo »
trasferì nella piazza di S. Pietro. » Quindi non è da prestarsi credenza
a Ciampinio, a Molineto, a Vitlo- rellio, a Ficoronio, a Marangonio, a
Guattanio, e a pochi altri, i quali affermarono che il medesimo era
di già abbattuto e steso al suolo allorché si fece la sua traslocazione
sotto il Pontefice Sisto V. nel 1 586. Tuttavia, giudice e
testimonio il Dondi, ora ci si para innanzi all’ impensata il distico da
tempo scol- pito sopra l’ obelisco, dal quale non fuori di propo-
sito n’ è lecito far congettura eh’ esso avesse incon- trata cogli altri
la stessa sorte, e poscia nel medesi- mo sito, dove dapprima era posto,
sia stato di bel nuovo inalzato ; ovvero, se non fu ritrovato
intiera- mente abbattuto e steso a terra, fosse almeno così
piegato, che il suo inalzamcnto si avesse a tenere in conto non
altrimenti che di fatto assai meraviglioso, e da tramandarsi con lode
alla memoria dei posteri per mezzo d’ un monumento cospicuo cesellalo a
Ro- ma ; al quale in séguito, come sarà a vedersi dalle cose che
qui sotto si diranno, se ne aggiunse un altro di simile a Pisa. Per
verità, tostochè lesesi questo distico, ci ricorre alla memoria quel
tetrastico sopra quella grandissima mole di marmo, tradotta per
mare ed inalzata il secolo XI. dalle mani di dieci fanciulle, per
il sommo ingegno del chiarissimo architetto Bu- scheto; il quale
tetrastico si vede scolpito nel medesi- mo tempo sopra il di lui
sepolcro, che fronteggia il tempio maggiore di Pisa, e parla così :
Quod vix mille boum possent juga junctn movere , Et < fuod, vix
poluil per mare ferve ralis, Busketi iiisu, quod crat mirabile vini
, Dena puellarum turba levabai onus. Del qual
tetrastico, siccome è noto, furono fatte tante e così scipite
interpretazioni, che il fatto delle dieci fanciulle si spacciò per una
favola ; quasi che quelle parole non si potessero applicare all’
inalza- mene della gran mole, portato a termine per opera di
Buscheto con tale perfezione, che dieci donzelle colle sole loro mani
sarebbero state da tanto a quel- l’ impresa, e che a loro in certa guisa
sembrasse do- versi attribuire la grande erezione. Pare che P opi-
nione popolare abbia condotto in errore tutti coloro che di questo fatto
hanno discorso per iscritto ; cioè che il contenuto in quei quattro versi
accennasse alle macchine costrutte da Buscheto nella fabbrica del
tempio pisano ; perchè il medesimo, ma in altri versi, vi si leggeva in
lode di Buscheto sulla facciata di quel tempio, cominciato l’ anno 1 063,
e condotto a fine nel volgere dello stesso secolo. Per quanto poi
si sa, nessuno avrebbe sospettato se sia da intendersi lo stesso
intorno al lavoro eseguito in Roma. Se non che quelli che giudicano
imparzialmente de’ fatti, e sono di parere che P obelisco nel
medio- evo sia stato atterralo, e poco dopo novamente inal- zato da
Buschelo, sembra ciò possano fare senza tac- cia di errore, se
specialmente considerino che tutti quegli aggiunti, rappresentati ab
antico colle stesse parole intorno al trasporto dell’ obelisco sopra
una nave d’ una meravigliosa grandezza, e la maniera stessa
adoperata nel suo secondo inalzamento, acqui- stano insieme chiarezza e
fede ; altrimenti non veggo quello che se ne possa dire di vex*o e di
ragionevole su questo fatto. Che P obelisco sia stato fermo in pie-
di almeno sino all’anno -1053 presso la Cappella della Basilica Vaticana,
nel qual luogo sino dal principio era stato posto , è chiaro dalla Bolla
di papa Leo- ne IX., per Li quale viene confermato il fondo ai Ca-
nonici della Basilica medesima, nel cui terzo lato (dis- se) corre
un'altra via dall'aguglia che si nomina Sepol- cro di Giulio Cesare ;
colla qual denominazione sol- tanto apparisce sia stato in uso nel
medio-evo d’ indi- carsi questo monumento ( Collezione delle Bolle
della Basilica Vaticana di Roma, i 747, Tomo I. pag. 25). Dagli
anni succedenti a quel medesimo secolo fino al 1084 tennero dietro quei
lagrimevoli tempi, ne’ quali per la discordia di Enrico IV. e Gregorio
VII., che tra loro si combattevano, toccò a Roma di patire
moltissime calamità, nonché assedj, incendj, smantel- lamenti e
distruzioni di fabbriche anche in quella parte che si chiamava Città
Leonina, in cui stava l’obelisco: le quali cose tulle noi leggiamo
testimo- niate publicanienle da scrittori di quell’età, c di
già scritte da storici accurati d’ Italia di tempo posterio-
re nei loro divulgati lavori, senza che mai ne accada per avventura di
vedere da essi fatta alcuna menzione dell’ obelisco ; onde sorge qualche
probabilità, che ad esso pure sia toccata in quel tempo la medesima
disgrazia d’essere rovesciato. Questo certamente cade ora in taglio di
osservare, che niuno di quelli de’quali abbiamo gli scritti circa le
antichità di Roma, o di quelli de’ quali abbiamo le collezioni da gran
tempo date in luce delle antiche iscrizioni, ha fatto mai cen- no del
distico intorno a Buscheto; non pure eccet- tuato lo stesso Petrarca, che
sappiamo aver egli stu- diosamente esaminato gli antichi monumenti, e
del- l’ obelisco aver fatto parola soltanto secondo la voce del
popolo ( Epislolae familiares , Lib. VI. Ep. XI. pa- gina 199, edit. Genev.
1601). Noi pertanto andiamo debitori al Dondi, siccome a quello che forse
primo di tutti ci diede una giusta conoscenza del tetrastico
pisano, e la notizia della mole insigne ultimamente alzata in Roma, la
quale è di moltissimo vantaggio per far conoscere la storia delle arti
meccaniche del medio- evo in Italia : soggetto di un voluminoso ed
utilissimo scritto. Un silenzio così durevole ed universale non
può essere di certo a molti senza ammirazione ; ma ove essi
considerino che l’ obelisco di bel nuovo inalzato era stato a cielo
scoperto bersaglio delle ingiurie dei tempi per il giro di quasi tre
secoli avanti il Dondi, e che mostrava quel distico a lettere sfuggevoli,
seb- bene ab antico scolpite, difficili alla lettura per la
sconvenienza del sito, talché siasi preso Buzeta per Buscheto ; e che
finalmente nel secolo XV. le medesi- me erano del tutto scomparse, non
avranno più luogo sì fatte meraviglie. Senza dubio Angelo Decembri
o 11011’ Opera ripiena di scelta erudizione e poco cono- sciuta,
scritta circa la metà di quel tempo, intitolata hibri selle di polizia
letteraria , c data ai tipi in Augu- sta l’anno 1540 (pag. cui.) in
foglio, ce lo rappre- senta tanto ridotto a mal termine, che non dee fare
stupore sia esso sfuggito a’ curiosi indagatori degli an- tichi
monumenti, ed abbia indotto Guarino Veronese a parlare in tal foggia: «
Quel lato eh’ è posto a Mez- » zogiorno viene corroso ogni dì più dai
continui va- » pori dell’ Austro e dalle procelle ; e i geometri e gM
» architetti tutti del nostro tempo ne trovarono tanto » di logoro, che
ritengono sia scemato da imo a som- » mo quasi duecento libre. » E il
Cardinale Pietro Bembo nel Dialogo ad Ercole Strozio intorno la
zan- zara di Virgilio e le favole di Terenzio, impresso la prima volta
a Venezia l’ anno 1 530 con altre sue Ope- rette, mette in bocca a
Barbaro Ermolao questi delti : « Appena si può descrivere a parole la
grave colpa » che hanno i Romani per quell’ obelisco vaticano, » i
quali, quasi invidiando che sopravivesse una qual- » che opera alla
nostra età, cui lunghezza di anni o » durata di tempo non valesse a
distruggere, adope- » rarono sì che fosse quasi tolto alla publica vista
per » mezzo di ammonticchiati rottami e murate easu- » pole.
» Ma che il Dondi si abbia procurato colle osserva- zioni
sulle romane antichità cognizioni per dare a buon diritto lodi secondo le
azioni, n’ è prova la Letlera diciottesima a Paganino Sala, decoralo poco
in- nanzi della dignità di Cavalliere : nella quale difende che la
scienza delle leggi è da tenersi in maggiore estimazione che l’arte
militare, scrivendo: « Che il » Senato e il popolo romano avessero
operato secondo » questo parere di Cicerone, lo attestano alcune
fac- » ciate, le quali sino al giorno d’ oggi si conservano » nella
città scolpite in marmo, alcune delle quali, *) nè m’ inganna la mia
memoria, ho lette io stesso, » dove vengono anteposti in ordine di
scrittura gli » uomini famosi in pace per consiglio a quelli che »
travagliarono nella guerra. A’ piedi della rupcTar- » péa si conserva uno
splendido arco trionfale di » marmo, che tiene inscritti due grandi
uomini, vale » a dire Lucio Settimio e Marco Aurelio, sopra cui «
dopo una lunga serie si offrono a lettera alcune » cose in proposito, le
quali, tienle a mente, sono » queste: Ob rem publicam restitulam
itnperiuinque » populi romani propagatimi insignibus virlutibus
eorum » domi forisque. Ecco preferirsi il publico interesse »
consolidato per senno alla conquista dell’imperio, » e i grandi in pace
a’ grandi in guerra, quantunque » senza dubio l’ una e l’ altra sia cosa
gloriosa. Così » il titolo di Dottore avuto per scienza in Diritto
ci- » vile, colla quale si amministrano bene in pace i » publici
affari, si giudica doversi anteporre al titolo » di Condoiliere
d'eserciti , colle armi de' quali si gover- ni nano le cose al di fuori.
» Posciachè il Dondi ebbe osservate le rovine della romana antichità,
nella Let- tera duodecima al frate Guglielmo da Cremona ne scriveva
in tal modo : « Quantunque poche ne sieno » rimaste delle
opere degli antichi ingegni, pure se » alcune qua e là se ne conservano,
vengono ricerca- » te, esaminate, e tenute in gran pregio dagli
appas- » sionati in tal genere; e se vorrai mettere a para- » gone
queste dei giorni nostri con quelle, ti sarà » chiaro come gli autori di
quelle sieno stati più av- » vantaggiati dalla natura e dall’ ingegno, e
più dotti » nel magistero dell’arte. Parlo di edifizj antichi, di »
statue, di sculture, e d’altre cose di simil fatta, » alcune delle quali,
con diligenza osservate dagli ar- » telici di questa età, li fanno dare
nelle meraviglie.» Nella qual Lettera stessa, dopo di avere trattato
dif- fusamente sulla eccellenza degli antichi, aggiunse an- che le
seguenti cose, spettanti allo studio degli anti- clii monumenti : « Io
avrei credulo che tu ti avessi » occupato con piacere a leggere di quando
in quan- » do scritti di tale specie, o almeno alcuni dei prin- »
cipali tra essi, ed in quelli ne avessi considerato in > molte parti,
non senza stupore, i costumi e le azio- » ni dei tempi andati : perchè se
vorrai con giustizia » raffrontare quelli con questi che di presente
cono- » sciamo, sarai costretto a confessare che la giustizia, » il
valore, la temperanza e la prudenza hanno avuto » certamente un seggio
luminoso nei loro animi, e » dall’ impulso di quelle virtù si hanno
procacciato » alcun che di magnifico a gran lunga superiore alle »
più larghe mercedi. Del resto, prova di ciò sono » quelle cose che,
ordinate una volta per onorare » gloriose intraprese, durano ancora nella
città di » Roma. Conciossiachè sebbene molle e delle più pre- »
ziose ne abbia mandalo a male il tempo, e di alcune » sieno
mostrate soltanto le rovine, che ci presen- ti tano alcune tracce di ciò
che per lo innanzi erano; » tuttavia quelle poche e a meraviglia stupende
che » ne restano, sono più che bastanti onde fare testi- » monianza
che coloro i quali le decretarono, non » poteano essere che dotati di
somma virtù, e che co- « loro a’ quali venivano dedicate ad eterna ed
onore- » vole ricordanza doveano avere operato gesta ma- » gnanime
e strepitose. Voglio dire statue che, fuse » in bronzo o scolpite in
marmo, durarono fino al » giorno d’ oggi ; e mollissimi pezzi sflagellati
a tor- li ra, ed archi trionfali di pietra di gran lavoro, e co- li
lonne storiate di memorabili imprese, ed altre cose » moltissime di tal
genere, messe alla vista di tutti » onde onorare personaggi illustri o
per avere sta- li bilita la pace, o scampata la patria da
sovrastante » pericolo, o disteso il dominio sulle vinte nazioni. »
E siccome mi sovviene eli’ io vi leggeva con molto » mio compiacimento,
così voglio sperare che tu pu- lì re, passandovi sopra qualche fiala, le
avrai con- » siderale, e fatto sovr’ esse alcun segno di meravi- »
glia, ed avrai detto per avventura teco stesso : Que- ll ste per fermo
sono prova d’ uomini grandi. » Resta che a fornire l’ elogio del
Dondi io lo di- mostri anche amante dello studio poetico, onde sia
manifesto com’ egli abbia occupato un luogo cospicuo fra i Medici del suo
tempo. Anche i meno esperti di tali cose sapranno che delle sue
composizioni italiane una sola ne fu data alle stampe, indirizzata al
Pe- trarca, la quale con altre dello stesso autore suolsi vedere
congiunta, e ne fu fatta memoria nel Dizionario degli Academici Fiorentini
della Crusca. Ma nel codice manoscritto, di cui sul principio ho fatta
menzione, se ne leggono quaranta del genere di quelle che con vulgare
vocabolo è invalso chiamare Sonet- ti. Queste trattano di varj argomenti,
e specialmen- te dell’ amore alla virtù, della malvagità dei
costumi del suo tempo , della lode e del biasimo di alcuni Principi
allora regnanti, di città vedute nel suo viag- gio per Roma, di risposte
ad amici; e di amorose as- sai poche, ben diversamente da quello che
portava il suo secolo. Le poesie volgari del Dondi furono
scritte a mes- ser Francesco Petrarca, e a quelli amatori delle Mu-
se che a lui erano legati in istrelta amicizia ; cioè a Gasparo
Broaspitia veronese, a Francesco Vanozzi, a Melchiore e Benedetto
parimente veronesi, a Bar- tolomeo Pace padovano, al frate Guglielmo da
Cre- mona, a Giovanni di Venezia suo condiscepolo, a Bartolomeo
Campo, e a Giacomo Castellione Aretino. Il Dondi visitando la tomba del
Petrarca in Arquà scrisse forse il primo di tutti su tale argomento
una composizione, imitato poscia da uomini dotti d’ogni nazione e
d° ogni tempo ; cosicché coll’ andare degli anni io ho raccolto versi in
gran copia sopra questo soggetto, i quali potrebbero uscire in luce con
gene- rale approvazione. La poesia usata dal Dondi non è
sempre sciolta e facile; tuttavia è fornita di gravità e di eleganza:
gli piaque di framischiare sovente versi latini ai volgari, come
sappiamo su IP esempio degli antichi poeti es- sersi usalo fare da alcuni
moderai con vano sforzo. Nella sua giovinezza atlendeva con piacere a
verseg- giare, come scrive a Guglielmo da Cremona: Già nella
vaga elade de’ prim’anni Mi piaque udir e dir talvolta in
rima, Benché con grosso stile e rude lima : Poi che
l’alma vestir di miglior panni Mi piaque più, perch’io conobbi i
danni Dei persi di, lasciai la via di prima. Prendendo quel
che piu prezzo si stima Con maggior cura e studiosi affanni.
I codici scritti a penna assai di rado ci offrono versi del Dondi,
ed io ne ho veduti se non pochissimi in due soltanto: uno de’ quali
trovasi nella Biblioteca del Seminario di Padova, un tempo posseduto
dal Facciolati ; l’ altro squarcialo, e mal difeso dalle in- giurie
dei tempi, fu da me rinvenuto poco fa nell’ul- tima stanza della Basilica
di S. Marco in Venezia, e portato nella Biblioteca regia : il perchè non
dee pa- rere fuori di ragione eli’ io ponga qui appiedi di que- sta
Lettera, come per saggio, sei componimenti volgari di esso Dondi.
Da tutto il fin qui detto risulta, che presso i giu- sti estimatori
degl’ingegni il Dondi andò fornito di tanta e sì svariata dottrina, che
v’ ha onde tenerlo del tutto eccellente fra i pochi periti in Medicina
del suo secolo, e che perciò non ho gettato inutilmente il tem- po
e la fatica nel farlo riconoscere per tale. Venezia, Se’l
veder torto del vostro Giovanni Mira la region terrestre ed ima.
La gente ricercando in ogni clima, Ebrei, Latini, Greci ed
Alemanni, Regni comuni, e sudditi a’ tiranni ; Al mal
son pronti, e per quel si sublima, Spenta è virtù, e la fortuna
opima Col vizio sta su gloriosi scanni. Ito è il tempo che fu
col buon Augusto, Rari son quei che per virtù guadagna; Astuzia e
frodo regna con bugia. A cui dunque direm del calle angusto,
Per qual si va con la virtù compagna? Degno è del mal così lagnarsi
pria. Oli puzza abbominabil di costumi! Oli maledetti dì di
nostra etade! Oli gente umana senza umanitade! Più che
senza splendor oscuri fumi! Convien che ’l mondo in breve si
consumi. Poiché giustizia ed innocenza cade; E sol quell’arte
e studio par che aggrade. Per qual l’un l’altro offenda, inganni e
schiumi. Qual’ cieli infortunati, qual’ figure. Qual’
mimiche stelle o gravi segni In ogni nostro ben or s’è disperso?
Quanto beate fur più le nature Nell’imperio d’ Augusto,
quando ingegni, Virtute e pace ebbe l’Universo! Cantra insolenliam
Fenetorum inferentium guarani Amino Paduae. Se la gran
Babilonia fu superba, Troja, Cartago, e la mirabil Roma,
Che ancor si vede, e quell’ altre si noma. Ma dove sletler pria
stan selve ed erba; E se altra possa fu mai tanto acerba A metter
sopra altrui gravosa soma. Tutte san già quant’ogni orgoglio doma
Al fin colei clic a sè vendetta serba. Però qualunque è maggior
signoria Dovrebbe rifrenar con più misura Fraterna di giustizia sua
potenza; Di aver con suoi minor consorte pia. Non
arrogante, ingiuriosa e dura, E temer sopra sè dal Ciel
sentenza. Cum visitasset sejiulchrum Domini Fraudici PelrarcUae in
A rquada. Ilei sommo cielo con eterna vita Gode P alma
felice tua, Petrarca ; Quindi di sodo sasso in nobil’ arca La
terrena caduca parte uscita. La fama del tuo nome già gradita
Sonando va con gloriosa barca, Di vera lode e d’ogni pregio
carca, Per l’Universo in ogni canto udita. Nelle scritte
sentenze tue si vede La gentilezza dell’ingegno divo, E qual
sii stato in cattolica fede. Forò chi anco t’ama non è privo Ancor
di te; c chi morto li crede Erra, ch’or vivi e sempre sarai vivo.
Y. Joannes ile Domiti socio et eoiuliscipulo tuo
Joanni de Fenetiis studenti in Medicina, qui tcripseral eidem
quondam tmlgares rhythmos. Le tue parole mi par belle
tanto, E sì bene ordinate tutte quante. Qual se dette
le avesse o Guido o Dante, Ovvero esaminate in ogni canto.
Però quando fra me mi penso alquanto, Parmi che tu non sei molto
distante Da color che tu imiti, buon rimante, E che han
vestito di quell’arte il manto. Ond’io ti prego che scrivi
talvolta, Sì che svegli il mio piccol ingegno, Per te
sottratto dalla turba stolta. Onor ti renderò, che sei ben degno.
Più che’l fanciul al maestro ch’ascolta. Guardando a te col
balestriere <0 al segno. (t) Così il codice.
Dica contra chi vuol: il saper vale Più che il folle
ardimento, cd ogni schiera Produrrà a torto quantunque sua fiera:
Per ragion giusta, dee terminar male. E chi per van conforto
d’altrui sale Oltra quel che convien a sua maniera. Degno è che non
governi ben bandiera, Nè ben cavalchi alcun sotto sue ale.
Adunque imprenda pria quei che non sanno, E non ardisca saltar di
leggieri ; Contra s’alza a baldezza di vesciche. Chè
chi è corrente ha più volle le fiche, E scaccomato in mezzo il
tavolieri, Sì ch’ei riporta la vergogna e ’l danno. .
.tK*rCP odiatene di »oti 3oo esemplati.
BUSCHETO di Isa Belli Barsali - Dizionario Biografico degli Italiani -
Volume 15 (1972) Condividi Pubblicità BUSCHETO (Busketus,
Buschetto, Boschetto). - Si ignorano l'origine e gli estremi biografici di
questo architetto attivo a Pisa tra il terzo venticinquennio del sec. XI e i
primi del XII. Compare in due soli documenti certi, del 2 dic. 1104e del 2apr.
1110 (pubblicati dal Pecchiai), e come operarius di S. Maria. Fu l'ideatore del
progetto della cattedrale pisana e come tale infatti è ricordato ed esaltato,
nel paragone con Ulisse e con Dedalo, nell'iscrizione che si legge sulla sua
tomba collocata nella prima arcata a sinistra della attuale facciata
(trasferitavi da quella primitiva): "Non habet exemplum niveo de marmore
templum. / Quod fit Busketi prorsus ab ingenio". Una più tarda iscrizione
elogiativa aggiunta sul sarcofago in occasione del trasferimento della tomba
dalla vecchia alla nuova facciata (al tempo cioè dell'architetto di
quest'ultima, Rainaldo) esalta del B. soprattutto le capacità tecniche:
"Quod vix mille boum possent iuga iuncta movere / Et quod vix potuit per
mare ferre ratis / Busketi nisu quod erat mirabile visu / Dena puellarum turba
levabat onus". Accenti assai simili aveva un'epigrafe romana, ora
scomparsa, trascritta da G. Dondi (1375), che celebrava un "Buzeta"
per aver nuovamente eretto l'obelisco nel circo neroniano: "Ingenio Buzeta
tuo bis quinque puellae / appositis manibus hanc erexere columnam". Questa
somiglianza di tono nelle due epigrafi, pisana e romana, indusse il Morelli a
proporre l'identificazione di "Buzeta" con Buscheto. Non
risulta certo che sia da identificare con il B. che compare nel 1076 e 1078 in
due atti della canonica del duomo di Pistoia (L. Chiappelli, Storia di
Pistoia..., Pistoia 1932, p. 159). Per altre ipotesi (B. del fu Giovanni
giudice dei signori di Ripafratta, Monini, pp. 10-14), basate su documenti
presunti (10 febbr. 1100 e 1105) o per documenti (Pecchiai, p. 20) poinon
rintracciati (13febbr. 1104 e 18 luglio 1105), si veda Scalia (pp. 514
s.). I lavori della cattedrale pisana, iniziati nel 1063 al tempo del
vescovo Guido da Pavia, proseguirono, sostenuti da donazioni, tra cui quelle di
Enrico IV e della contessa Matilde, per tutto il secolo XI e i primi decenni
del secolo seguente. Papa Gelasio II nel 1118 consacrava la cattedrale, forse
non ancora del tutto compiuta. Dopo questa data, l'edificio venne ampliato con
il prolungamento a ovest del corpo longitudinale della chiesa, di circa
quindici metri, che portò di conseguenza alla costruzione dell'attuale facciata
(per il Sanpaolesi nel secondo quarto del sec. XII. Per le fondazioni della
prima facciata si veda Bacci, 1917). L'individuazione, ovviamente
fondamentale, dell'attività di B. nella parte più antica del duomo, ha avuto un
lungo iter critico. Alla luce degli studi recenti è da credere che il B.
progettasse e iniziasse la costruzione in età ancor giovane, proseguendone poi
la fabbrica fino al primo decennio del sec. XII. Molte ipotesi sono state
avanzate sui tempi e i modi della fabbrica del duomo durante la direzione di
Buscheto (Dehio-von Bezold; Salmi, 1938;Sanpaolesi). Una documentazione
indiretta aiuta solo parzialmente. Accettando l'ipotesi del Burger (1953), che
l'epigrafe con data 1085 murata sulla porta della pieve nuova di S. Maria del
Giudice (Lucca) vada riferita al completamento dell'abside di questa chiesa -
anteriore stilisticamente alla sua facciata - il1085verrebbe ad essere anno
ante quem per il completamento di una parte dei lavori al duomo pisano
attribuibili a B., dato il rapporto esistente tra il duomo di Pisa e l'abside
della pieve nuova di S. Maria del Giudice: la chiesa del contado lucchese
sarebbe anche il più antico edificio derivato dalla cattedrale pisana. I
forti pilastri interni all'incrocio del transetto delineano le dimensioni della
cupola e autorizzano a ritenere che B. progettasse anche questa parte
(Sanpaolesi), anche se poi è possibile che i lavori si protraessero. La cupola
originaria - poggiante su un tamburo con monofore ad archetto e su trombe
coniche venute in luce durante i restauri del secondo dopoguerra - indica
rapporti con l'architettura del Mediterraneo orientale e della Sicilia.
Un problema aperto è quello della forma della facciata di B., forse già
compiuta nel 1118 quando fu consacrata la chiesa, certo già esistente quando
nella chiesa fu tenuto un concilio nel 1136, e disfatta probabilmente dopo la
costruzione della nuova. Ipotesi ricostruttive possono trovare appoggio
nell'esame analitico e comparativo di alcune facciate di chiese pisane (S.
Frediano di Pisa, la pieve di Calci già aperta al culto nel 1111, la pieve di Vicopisano)
e lucchesi (le due pievi di S. Maria del Giudice), tutte in contatto con la
cattedrale pisana. Queste facciate mostrano una ricorrente tipologia ad archi
ciechi su due ordini, che si presenta in logico e armonioso rapporto con quella
soluzione ad archi ciechi che compare nei fianchi del duomo di Pisa. Il
linguaggio di B. non è certo riconducibile ad una tradizione locale, ed è
estremamente colto. Accettando l'ipotesi di identificazione con il
"Buzeta" dell'iscrizione romana, il soggiorno a Roma illuminerebbe
sul sottofondo classico della sua cultura: l'impianto dell'edificio e i grandi
colonnati basilicali, i capitelli foggiati ad imitazione dell'antico, la quasi
completa assenza di decorazioni figurate rivelano infatti la conoscenza e lo
studio delle opere romane; è significativo che anche il neoclassico Milizia ne
notasse "le proporzioni del tutto non... spregevoli" e la
"sodezza". Nello stesso tempo B. è a conoscenza dell'architettura
lombarda e dell'architettura orientale, dalla bizantina all'araba. Contatti e
rapporti culturali sono d'altronde superati in una unitaria visione di grande
respiro, che fa di B. uno dei massimi architetti dei secoli XI e XII. La
cattedrale pisana è capostipite del romanico pisano. All'opera di B. e del suo
continuatore Rainaldo si rifece non solo la generazione a loro più vicina, ma
una folta scuola, estesasi nella Lucchesia, nel territorio fiorentino, e nelle
zone politicamente o commercialmente in rapporto con Pisa (in Sardegna e in
Puglia), scuola che ne mantenne alcuni tratti essenziali, pur modificandosi nel
tempo e nei diversi centri. Fonti e Bibl.: B. Maragone, Annales pisani,
in Rerum Italic. Script., 2 ediz., VI, 2, a cura di M. Lupo Gentile, pp. 1 ss.;
R. Sardo, Cronaca pisana, a cura di O. Banti, Roma 1963, pp. 7 ss.; G. Dondi,
Iter romanum (1375), in Codice topografico della città di Roma, a cura di R.
Valentini-G. Zucchetti, IV, Roma 1953, p. 68; F. Milizia, Mem. degli architetti
antichi e moderni, Parma 1781, p. 112; A. Da Morrona, Pisa illustrata, Pisa
1812, pp. 119, 147, 148, 175, 362; I. Morelli, Operette, II, Venezia 1820, pp.
285 ss.; R. Grassi, Descriz. Stor.-artistica di Pisa, Pisa 1836, Parte storica,
p. 124; Parte artistica, pp. 22 ss.; G. Rohault de Fleury, Les monuments de
Pise au Moyen Age, Paris 1866, pp. 48 ss.; G. B. De Rossi, Inscriptiones
christianae Urbis Romae, I, Romae 1880, p. 330; G. Dehio-G. von Bezold, Die
kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, Stuttgart 1884, pp. 230 ss.; S. Monini,
B. pisano, Pisa 1890; P. Schubring, Pisa, Leipzig 1902, pp. 17, 34, 44, 74; A.
Venturi, Storia dell'arte italiana, III, Milano 1903, pp. 835 ss.; J. B.
Supino, Arte pisana, Firenze 1904, pp. 4, 20-22, 32, 37, 44; P. Pecchiai,
L'opera della Primaziale pisana, Pisa 1906, pp. 20 ss.; R. Papini, Pisa, I,
Roma 1912, p. 4; Id., La costr. del duomo di Pisa, in L'Arte,XV (1912), pp. 344
ss.; P. Bacci, Le fondaz. della facciata del sec. XI nel duomo di Pisa, in Il
Marzocco, XXII (1917), n. 35; P. Tronci, Il duomo di Pisa, a cura di P. Bacci,
Pisa 1922; M. Hauttmann, Die Kunst des frühen Mittelalters,Berlin 1924, pp. 83,
84, 714; M. Salmi, L'architettura romanica in Toscana, Milano-Roma s.d. (ma
1927), pp. 11, 12, 14, 15, 16, 17, 24, 40 n. 26; P. Toesca, Il Medioevo, I,
Torino 1927, pp. 467, 548 ss., 660 n. 39, 1127; S. Guyer, Der Dom zu Pisa und
das Rätsel seiner Entstehung, in Münchner Jahrbuch der bildenden Kunst, IX
(1932), pp. 351 ss.; M. Salmi, La genesi del duomo di Pisa, in Boll. d'arte,
Thümmler, Die Baukunst des XI. Jh.s in Italien, in Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte,
III (1939), pp. 183-188; C. L. Ragghianti, Architettura lucchese e architettura
pisana, in Critica d'arte, s. 3, VIII (1949), n. 2, pp. 168 ss.; S. Burger,
L'architettura romanica in Lucchesia e i suoi rapporti con Pisa, in Atti del
Seminario di storia dell'arte, Pisa-Viareggio 1953, pp. 126 ss.; P. Sanpaolesi,
La facciata della cattedrale di Pisa, in Riv. dell'Ist. d'archeol. e storia
dell'arte, V-VI(1956-57), pp. 254 ss. e passim;Id., Ilrestauro delle strutture
della cupola della cattedrale di Pisa,in Boll. d'arte, s. 4, XLIV 1959), pp.
100-230; S. Burger, Osservazioni sulla storia della costruzione del duomo di
Pisa, in Critica d'arte,VIII (1961), pp. 28 ss.; R. Barsotti, B. e Rainaldo, in
Cattedrale di Pisa. 1063-1963 (catal. della mostra), Pisa 1963, pp. 12-14; R.
Delogu, Pistoia e la Sardegna nell'architettura romanica, in I
Convegnointernaz. di storia e arte,Pistoia Scalia, Ancora intorno all'epigrafe
sulla fondazione del duomo pisano, in A G. Ermini, Spoleto 1970, pp. 483 ss.;
U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, V, p. 289, s.v. Busketus. Wikipedia
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Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento siti archeologici
d'Italia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.
Circo di Nerone (o Vaticano) Sito archeologico Roma Nero Circus.jpg
Ricostruzione del Circo di Nerone in un disegno di Pietro Santi Bartoli Civiltà
Civiltà romana UtilizzoCirco Localizzazione StatoCittà del Vaticano Mappa di
localizzazione Wikimedia | © OpenStreetMap Il circo di Nerone era un
impianto per spettacoli dell'antica Roma lungo 540 metri e largo circa 100, che
sorgeva nel luogo dove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vaticano, in
una valle che correva da dove si trova la parte sinistra della basilica fino
quasi ad arrivare al Tevere. L'area dei Carceres, da dove partivano le bighe,
era situata nel punto dal quale la Via del Sant'Uffizio lascia piazza Pio XI,
mentre quella del lato curvo va rintracciata qualche decina di metri dopo
l'abside della basilica di San Pietro. StoriaModifica L'opera, iniziata
da Caligola e completata da Nerone, era stata costruita all'interno della villa
di Agrippina Maggiore, villa che alla morte della madre di Caligola passò in
eredità a Nerone. Nel circo privato dell'imperatore si tenevano corse di
cavalli, bighe e quadrighe, molto popolari a Roma, tanto che in alcune
occasioni l'imperatore, che normalmente vi assisteva solo con la sua corte,
fece aprire le porte del circo al popolo romano. È probabile che l'impianto non
dovesse contenere più di 20.000 spettatori. Qui ebbero luogo, forse per
la vicinanza all'adiacente necropoli, alcune esecuzioni dei cristiani giudicati
colpevoli di aver causato il grande incendio di Roma. Nerone, secondo Tacito,
aggiunse lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli di
animali perché fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli
al rogo come fiaccole, che illuminassero l'oscurità al termine del giorno.
Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva organizzato
giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d'auriga o guidando un carro
da corsa. In tal modo si aveva pietà di quei condannati, benché colpevoli e
meritevoli del supplizio, perché venivano sacrificati non per l'utilità
pubblica ma per la crudeltà di uno solo.[1] Il circo fu abbandonato già
verso la metà del II secolo d.C. e l'area fu suddivisa e assegnata in
concessione ai privati per la costruzione di tombe appartenenti alla necropoli.
Tuttavia pare che fino al 1450 ne sopravvivessero ancora molti resti, distrutti
con la costruzione della nuova basilica vaticana. L'obelisco, che era
posto al centro della spina del circo, era stato per volere di Caligola
trasportato fin qui da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. Qui rimase
fino a che nel 1586 papa Sisto V lo fece spostare al centro di Piazza San
Pietro. L'area dove sorgeva anticamente il Circo di Nerone.
NoteModifica ^ Publio Cornelio Tacito, ''Annales, XV, 44. Voci
correlateModifica Basilica di San Pietro in Vaticano Via Cornelia Altri
progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su circo di Nerone. Portale Antica Roma
Portale Architettura Portale Roma Necropoli vaticana Ager
Vaticanus Via Cornelia Strada romana antica Wikipedia Il contenutoGrice:
“I thought it was a good idea of the Anglo-Normans to retain the Anglo-Saxon
idea of ‘time’ (as stretch – a rather English root – cf. German ‘zeit,’ our
‘tide’ --, and borrow from Latin, ‘tempus’, which gives us ‘temporary’, as I
use in my ‘Personal Identity,’but also ‘tense’ – This tense is better than by
vice/vyse, since vice and vyse are both cognate with violence. But tense and
tense are not. One is cognate with Latin tension. The other is just a
mispronounciation of Fremch ‘temps,’ Latin/Roman ‘tempus’ – So as Cicero would
have it, it’s ‘tempus’ we should care about!” -- Giovanni Dondi dall’Orologio. Giovanni
De Dondi. Dondi. Keywords: l’astrarium, Leibniz’s Law, time-relative identity,
total temporary state (Grice: “I’m thinking of Hitler”); Wiggins, Myro, The
Grice-Myro Theory of Identity, sameness and substance, Mellor, filosofia del
tempo, Prior, Creswell, Mellor – logica cronologica, ‘tense logic’ ‘tense
implicature’ -- “iter romanorum”. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Dondi” – The
Swimming-Pool Library.


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