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Saturday, April 6, 2024

GRICE E DONDI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE -- L'ASTRARIO -- ITER ROMANORUM -- COLONNA GIULIA -- LA COLONNA DEL CIRCO NERONIANO DI BUSCHETTO -- PETRARCA -- FILOSOFIA VENETA -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA

 

Grice e Dondi: l'implicatura conversazionale -- l’astrario – iter Romanorum – Colonna giulia – la Colonna del circo neroniano di Buschetto -- petrarca – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Chioggia). Filosofo. Grice:  “I like Dondi and I like a watch chain!” Figlio di Jacopo, studia filosofia a Padova. Insegna a Padova. Si trasferì a Pavia. Dopo un periodo a Firenze, vi ritorna come filosofo di corte dei Visconti. Insegna a Pavia.  Scrittore di rime, amico e corrispondente di Petrarca, fu anche tra i pionieri dell'archeologia. In occasione di un viaggio a Roma, descrisse e misura monumenti classici, copiò iscrizioni e trascrisse i dati rilevati nel suo ‘'Iter Romanorum'’.  La sua fama è legata soprattutto all'astrario da lui progettato a Padova e costruito a Pavia, dove, era conservato, nel castello di Pavia, presso la biblioteca Visconteo-Sforzesca.  L'astrario è un orologio astronomico che mostra l'ora, il calendario annuale, il movimento dei pianeti, del Sole e della Luna. Per ogni giorno sono indicati l'ora dell'alba e del tramonto alla latitudine di Padova, la "lettera domenicale" che determina la successione dei giorni della settimana e il nome dei santi e la data delle feste fisse della Chiesa. L'orologio astronomico (o astrario) di Dondi è andato distrutto, ma è ben conosciuto perché il suo ideatore ne dette una particolareggiata descrizione nel saggio “Astrarium”, trasmesso da due manoscritti. Si tratta di un congegno mosso da pesi, di piccole dimensioni (alto circa 85 cm, largo circa 70), racchiuso in un involucro a base eptagonale. Grazie ad una serie di ingranaggi l'astrario riproduce i moti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Esso indicava anche la durata delle ore di luce alla latitudine di Padova. Come misuratore del tempo esso, oltre all'ora, indicava (forse per la prima volta tra gli orologi meccanici) anche i minuti, a gruppi di dieci. La presenza di trattati di astrologia nella biblioteca di Dondi fa sospettare che la progettazione sia stata influenzata da astrologi antichi. L'orologio astronomico che si può tuttora ammirare sulla Torre dell'Orologio, Padova, in Piazza dei Signori, è una copia non dell'astrario di Dondi, ma dell'orologio costruito dal padre Jacopo. Secondo la tradizione sarebbe stato Dondi ad introdurre a Padovala gallina col ciuffo, oggi nota come gallina padovana. In realtà, il giornalista padovano Franco Holzer in una sua ricerca ha potuto stabilire che non vi è documentazione alcuna che attesti che Dondi abbia mai avuto contatti con la Polonia o che l'abbia mai visitata. A lui è dedicata una delle statue che adornano il Prato della Valle, a Padova. Il Circolo Numismatico Patavino gli ha dedicato una medaglia commemorativa opera dello scultore bellunese Massimo Facchin. A Giovanni De'Dondi è dedicata la ballata iniziale di Mausoleum. Siebenunddreißig Balladen aus der Geschichte des Fortschritts del poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. Altre opere: Rime, Antonio Daniele, Neri Pozza, Vicenza); “Astrarium, E. Poulle, CISST);  Opera omnia Jacobi et Johannis de Dondis, corpus pubblicato sotto la direzione di Emmanuel Poulle. Padova. Andrea Albini, Op. La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni. Musei civici.pavia. Andrea Albini, L'astrario di Giovanni Dondi, su Museoscienza. Ricerche d'Archivio riguardanti la famiglia Dondi dall'Orologio. Di Franco Holzer.  Andrea Albini, Machina Mundi. L'orologio astronomico di Giovanni Dondi, Create Space, Astrario, Gabriele Dondi dall'Orologio Università degli studi di Padova. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Replica in scala 1/2 dell'Astrario, su clock maker. Replica in scala ¼, su pendoleria. com.  VII.     (D i Cjiovauui Odo ndi òalf'Otcfcgto, TTtedico eli ^Padova,  e Dei uiouumeutv antichi da fui «animati a ctonia,   e di afcuui »ceitti inediti def medesimo.   rt  A FILIPPO SCHIASSI   CAHOMCO MILLA CHIESA MAGGIORE DI BOLOCRA,   E PROFESSORE DI archeologia bella criverbitì.   JL u non ignori certamente , o amatissimo Schiassi,  cum io faccia di le gran cubitale per la somma erudi-  zione archeologica che possedi , e per la forbitezza dello  scrivere latino , nella quale con pochi vai distinto ; e co-  me poi io non sia ad alcuno secondo nell'osservanza ed  amore verso di te per le doti singolari dell'animo tuo.  In verità io ho sempre desiderato mi fosse pòrta occa-  sione di farti noto pubicamente questo mio volere ; ma  quella mi fallì maisempre, o, a meglio dire, non ebbi  mai ardimento di abbracciarla, parendomi da non do-  versi indirizzare a te cose che non fossero parlo d'in-  gegni maturi, fra' quali per fermo non è da riporsi il  mio. Tuttavolta altre ragioni m'inducono ora a prendere  contrario divisamento . Il perchè, in arra di rispetto e di  benivoglienza, ho deliberalo di spedirti questa Lettera in-  torno a Giovanni Dondi , e publicarla intitolata al tuo  nome ; indotto anche da ciò , che in essa circa V obelisco  vaticano , della cui traslazione tu di fresco con scienza  e perizia ne hai scritto . ho io allegate alcune cose , dalle  quali appare essere ora per la prima volta manifesto  come il medesimo nel medio -evo sia stato atterrato , e  non guari appresso di bel nuovo ristabilito, non altri-  menti come sono di comune consentimento i più accre-  ditati scrittori delle cose passale: de’ quali in ispezialità  qual sia il giudizio da tenersi tu puoi decidere. Io in-  tanto a te sottometto di tallo cuore e senza cerimonie  la mia opinione , qualunque ella siasi: ritieni poi , che  con animo a tc per intiero affezionatissimo mi dispongo  a ciò fare. V enezia     v>die Francesco Petrarca abbia scritto di Giovanni  Dondi suo amico non meno con verità die con ma-  gnificenza, essere egli stalo d'ingegno sì sublime e po-  tente, che ito sarebbe alle stelle, se rattenulo non lo aves-  se lo studio della Medicina 0),Jo capiranno coloro spe-  cialmente, i quali siano a giorno come il medesimo  siasi reso distintamente celebre nelle scienze medi-  che, filosofiche ed astronomiche ; c, di più, conosca-  no come in altre discipline, a dir vero non comuni,  fosse egli oltre l’ usato erudito. Fu peritissimo ancora  in scienza morale, nella cognizione dei monumenti  antichi, e nel linguaggio delle Muse italiane : le quali  cose, come disse Celso in altra occasione, quantunque  non costituiscano il Medico, tuttavolta lo rendono più  atto alla Medicina (Lib. I.), e fanno sì che abbia a  primeggiare fra i dotti del suo tempo.   Ed in vero, che non si possa lare un pieno uso  della Medicina nella maggior parte delle malatie del  corpo, se quelle dell’animo del pari non si curino, è  chiaro di già abbastanza per concorde dottrina degli  antichi e recenti filosofi, suffragata dalla sperienza.  Intorno a ciò sono manifesti i sentimenti di Aristote-  le, d’ Ippocrate, di Galeno, e di altri ; come pur anco     (1) Lib. XVI. Lettera III. a Francesco Sancse.data in  luce a Venezia nel 1501. ne fanno chiara prova quelle cose che sopra lo slesso  argomento ci hanno lasciato in appresso uomini sa-  pientissimi.   Che poi da un’accurata osservazione degli anti-  chi monumenti, e dalla lettura delle iscrizioni ne ven-  gano singolari ajuti onde conoscere più diffusamente  l’ arte medica, ce lo dimostrano le Opere dei valenti  in quella, cioè di Girolamo Mercuriale intorno alla  ginnastica, il quale trattò anche del sito più salubre  alla costruzione delle fabbriche e circa gli strumenti  chirurgici ; di Giannantonio Sicco e di Andrea Baccio  intorno ai bagni termali ; di Tomaso e Gasparo Bar-  tolini sopra l’ antico puerperio : ai quali libri se ne  potrebbero facilmente aggiungere altri di tal fetta,  cioè di Pietro Bellonio, di Lorenzo Gioberti, di Mar-  siglio Cagnato, di Tomaso Reinesio, di Giovanni Ro-  dio, di Carlo Patino, di Carlo Sponio, di Daniele Gu-  glielmo Trillerò, di Carlo Federico Ilundertmarki,  di Antonio Cocchi, e di altri ; cosicché niuno deve  maravigliarsi del progetto di Tomaso Bartolini nel  comporre l’ Opera intitolata Antichità necessarie ad un  Medico, del cui apparecchio, in appresso incenerito  dalle fiamme , lo stesso autore ne diede breve com-  pendio in una Dissertazione stampata in Hafnia l’ an-  no 1670 sopra l’incendio della biblioteca.   Le moltissime sue lodi, scritte in prosa ed in ver-  so, ci fanno ampia testimonianza che lo studio della  poesia giova a meraviglia per fecondare e ricreare  l’ ingegno, per aggiungere fregio alla lingua ed allo  stile, e per fare acquisto di altre doti richieste ad un  uomo di lettere ; nè vi sarà al certo chi ignori che i Medici versati nella medesima n’ andrebbero stimati  da più che gli altri, e si leggerebbero con più di di-  letto le Opere loro. Noi conosciamo ancora che gli  stessi scrittori dell’arte medica, distinti fra gli anti-  chi, Ippocrate ed Areteo, succhiarono da Omero il  loro bello ; il primo de’ quali fu detto da Eroziano  uomo omerico quanto allo stile ( Glossar . Hippocr. Praef.  pag. 7, edit. Lips. 1780); e Trillerò fa vedere che al  secondo giovò d’ assai la lettura dello stesso autore  ( Opuscula medico - philologica, Tom. 1. pag. xxi): il che  chiaro apparisce parimente di Galeno e di altri. Ec-  cellente si è la cura posta da Tomaso Bartolini nel  trattare che fece di questo argomento nella Disserta-  zione intorno ai Medici - poeti, publicata in Hafnia  l’anno 1669; ed ora se ne potrebbe formare un sog-  getto con assai più di splendore. Sono poi da tenersi  in gran conto quelle cose che furono scritte da Giro-  lamo Fracastoro, uomo grande nell’ una e nell’ altra  facoltà, a Girolamo Amalteo, medico non meno che  poeta celebre del suo tempo; cioè andare di gran  lunga errati coloro i quali avessero per niente la  poesia, e la stimassero cosa incompatibile colla Me-  dicina: che anzi dichiara apertamente con Andrea  Navagerio, essere inetti a toccare il fondo di ogni  scienza, o a gustare appieno le bellezze di qualsiasi  arte meccanica, coloro i quali andassero privi e man-  canti di vena poetica (Fracast. Opera edita Corniti). Dondi per colti-  vare l’ animo in questi studj, indotto dall’ esempio ed  intrinsichezza del Petrarca, il quale nei medesimi  avea tocco l’ apogèo della gloria, consegnò allo scritto monumenti non dubj di questo studio, commettendoli  ai posteri ; ma quelli inediti, ed appena conosciuti in  un codice cartaceo di quella età, posseduto un tempo  dallo stesso autore, toccò per avventura a me solo di  vederli presso Roberto Papafava, figlio d’Albertino,  fregiato della primaria nobiltà fra i Padovani e Patri-  zio Veneto, il quale mi onorava di singolare cortesia;  nel qual codice io stesso ho letti gli scritti inediti del  Dondi senz’ altro giudizio od altro ordine, da quello  in fuori con cui qui li riporto.   Vi sono nel codice ‘28 Lettere intorno a diversi  argomenti, scritte dal Dondi a varie persone ; cioè :  Al Petrarca. Si protesta tornargli a grande  vantaggio 1’ amicizia di lui, per arricchirsi a perfe-  zione della morale filosofia ; il che osserva essere as-  sai conforme all’ insegnamento di Seneca nella Let-  tera <08 a Lucilio intorno al conversare co’ filosofi.  Nel dipartirmi da te (scrive egli) ne riporto ogni giorno  frutti novelli , e alla tua presenza mi si ricrea V animo  d' insolita gioja. A Giovanni dall’Aquila fisico (Padova). Annunzia e mostra allo cordoglio per  la morte del Petrarca, d’ improviso avvenuta la notte  antecedente.   « E morto un personaggio unico, a dir vero, ed  » ammirabile tra i pochi di ogni età; ma a’ nostri  » giorni il solo, a mio giudizio, che v’abbia su tutta  » la terra, e da non potersi trovare in qualsivoglia  » parte di essa: uomo da essere ricordalo e tenuto a  » venerazione da tutti i secoli. Fatale disgrazia e la-  » grimevolc a tutto il genere umano, ma assai più amara a buon diritto all’ Italia , della quale non  » senza gran merito egli n’ era amante perduto, e in  » ogni circostanza partigiano caldissimo ; sopra tulli  » per altro a me e a te, ai quali era legato con nodo  » strettissimo d’ amore e di singolare benevolenza.  » Mancò un uomo senza dubio grande, ottimo, soavis-  » simo, amantissimo di noi ; ma non per altro cessò  » del tutto, poiché anzi diede principio a vita miglio-  » re, richiamato dall’ esiglio alla patria : se vero è  » che gli offici di questa vita mortale, la Religione di  » continuo venerata e studiosamente coltivata, l’opera  » assidua agli sludj unicamente onesti e lodati, dieno  « fidanza di alcun premio nella vita a venire. »   3. Ad Antonio Leniaco, uomo di singolare  ingegno.   4. Ad Argentino (Arsendino) da Forlì, e a Pa-  ganino da Sala padovano, Dottori in legge.  A Guglielmo Ravenna, fisico.   fi. 7. A Geminiano, fisico del Marchese Cesa.   f*. A Gasparo (Broaspina) di Verona....  c Hai pòrto materia, nella quale mi ricordo di  » essere stato titubante aneli’ io, mentre scorreva la  »> Lettera a Lucilio di quell’ eccellente e tutto nerbo  » Anneo, maestro mio e tuo, e di tutti i buoni amici  » in generale. » A Gasparo, che lo dimandava di quelle  cose che Seneca scrisse nella settima Lettera a Luci-  lio sopra gli spettacoli dei Romani, gli dà spiegazio-  ne abbastanza chiara, come portavano quei tempi  sì riguardo alla materia, come pur anco alle parole;  vi adoperò eziandio dell’arte critica a motivo delle  scorrezioni del testo, per colpa in gran parte della ignoranza degli amanuensi, e dell*' audacia di coloro  che vi posero mano alla emendazione.   9. A Bartolomeo Mazio di Verona, fisico egregio.   10. A Francesco Petrarca (Padova il dì 14 Ot-  tobre 1370. Una lunga Lettera circa il metodo di vita  da seguirsi dal Petrarca, la quale i precettori del Se-  minario di Padova avendo ricevuta da me, che la  trascrissi dal codice soprallegato, non dal Marciano,  come porta l’edizione, aggiuntane un’altra del Pe-  trarca al Dondi, fu da loro data alle stampe. A Lombardo Serico, cittadino padovano.  Al frate Guglielmo da Cremona, teologo. Fa  vedere gl’ ingegni degli antichi di gran lunga supe-  riori ai moderni sì in fatto di lettere, come ne fa  chiara testimonianza il Petrarca, non meno che ri-  guardo alle opere famose delle arti più belle, col-  l’esempio alle mani di un insigne scultore soprafatto  di ammirazione alla vista di monumenti antichi.   1 3. Ad Antonio Leniaco, cittadino veronese.   14. A Giovanni Cremona, maestro nelle arti li-  berali.   15. Ad un suo intimo amico, uomo singolare ed  egregio.   16. A Bernardo Caselle, cittadino padovano.   1 7. A Guglielmo Aromatario.  A Paganino da Sala, Dottore in legge e  uomo di milizia. Con queste si congratula della di-  gnità di Cavallicre conferita di fresco a Paganino;  così per altro, che ne fa di molto più stima dell’onore  ottenuto dall’ alloro in Diritto civile, dal quale egli  traeva di già vantaggio e lode.  A Nicolò Alessi, Protonotario e Vice-Can-  celliere del Signore di Padova.   21. 22. Ad Andreolo Arisio Cremonese. Biasima  e si fa beffe della scarsezza che v’ è nelle biblioteche  di Francia dei libri specialmente di Filosofìa morale,  di cui era tenuto a giorno per lettere di Arisio cola  dimorante.   23. Al frate Guglielmo, Vescovo di Pavia.   24. Ad Albertino Salso, precettore di Fisica.   25. A Giacobino Angarano di Vicenza. Data in  luce in uno all’ Opera del Pondi intorno alle Fonti  calde nel Territorio padovano, al Maestro Giacomo  Vicentino, fra i Trattati di vari autori circa i Bagni,  stampati a Venezia Panno 1553, pag. 94.   2C. Ai Professori direttori di Medicina e delle  Arti nello Studio di Padova. Fa loro avere un libro  da lui composto, del quale dà contezza con queste  parole: » Ricevete un Trattatello che vi darà per  » ispiegato P ordine oscuro di Galeno nella distinzione  » delle disposizioni dei corpi umani, il quale ei ri*  » strinse con brevità nel libro di Microtegno, asse-  n gnandovene le reali differenze fra quelle, tranne  » poche che vollero accennare sin qua di volo altri  » espositori, ma in molte colle relative differenze. »   27. Al maestro Guidoni (di Bagnolo) in Venezia,  nomo egregio, fornito di molto sapere e virtù. Pado»  va, 20 Dicembre 1360.   28. A Pasquino Cappelli, cittadino cremonese.   Intorno a Pasquino, Cancelliere di Giovanni Ga-  leazzo Visconti Principe di Milano, ne fece parola  Pietro Lazerio nelle Miscellanee cavate dai libri manoscrilti nel Collegio Romano dei Gesuiti, Tom. I. pa-  gina 1 03. Pasquino avea fatto richiesta delle Lettere  scritte dal Dondi a diversi ; e Dondi si argomenta a  tutt’ uomo per dissuaderlo che quelle Lettere non  erano tali che meritassero a pezza le sue dimande.  Poscia scrive molle cose circa i rotti costumi degli  uomini del suo tempo, degne alla scorza di un va-  lente filosofo.   Queste Lettere sono piene a ribocco di sentenze  morali, siccome quelle che furono composte da un au-  tore che metteva ogni cura nel leggere le Opere di  Seneca, e ne avea anche dilucidate le di lui Lettere a  Lucilio, con annotazioni allegate circa alle medesime  da Gasparino Barzizio nel suo Commentario, da me  veduto scritto a mano.   Di qual desiderio ardesse il Dondi di vedere mo-  numenti antichi, ne fa aperta testimonianza il viaggio  di lui a Roma, ad unico oggetto di venire in pieno  conoscimento dell’antico e nuovo stato della città. Del  qual viaggio non rimane alcuna traccia dalla publica  autorità confermata ; tuttavolta ho letto io stesso nel  codice manoscritto, di cui feci menzione di sopra, le  annotazioni dello stesso Dondi intorno ai principali  monumenti dell’ antichità nel viaggio e nella dimora  che fece a Roma circa l’anno 1375, esaminati, credo  io, da lui appassionatamente ; delle quali annotazioni  ei fa fede così dal principio : « Ilo riportato queste  » cose scritte in lettere quando fui reduce da Roma. «   Non è prezzo dell’opera il rescrivere qui le anno-  tazioni del Dondi, nelle quali v’hanno anche difetti  di scritturazione, potendosi avere alla mano scrittori famosi per molto sapere, i quali ci hanno chiarito dei  medesimi monumenti con mollo più «li accuratezza e  dovizia. Ci piace di riportare qui sotto la prima sol-  tanto, la quale versa circa l’ obelisco valicano, poi-  ché mollo è stimala per singolare novità, facendoci  vedere un distico da nessuno, per quanto io sappia,  riportato, c del quale importa se ne faccia ricerca.  Quella poi suona così :   In Roma   La colonna Giulia a quattro lati, che si eleva di  costa a S. Pietro, ha di grossezza presso l’ estremità  di mezzo, lunghesso ciascun lato, otto piedi all’ in-  circa ; di altezza poi, secondo un buon calcolo, ascen-  de a 00 piedi, ossia a dieci pertiche. Ma un prete ac-  casalo lì vicino affermò che un tale l’aveva misurata  con uno strumento ad ombra , e la trovò di brac-  cia 45. Martino (0 nella Cronaca dice che la sua lun-  ghezza va a un dipresso a 120 piedi; ed Eutropio  afferma la stessa cosa. Svetonio poi dice eh’ è di pie-  tra di Numidia. E vi sono poi ne’ suoi due lati lettere  incise di tal maniera:   Divo Cnesari Divi Julii F Augusto  Ti Cacsari Divi Augusti F Augusto  Sacrimi.     (1) Intorno alle antichità romane sogliono premettere  alcune cose più memorabili di Martino Polacco, Cronicista  dei Pontefici e degl’imperatori, specialmente nei codici ma-  noscritti. Quelle poi che trovansi aggiunte come tratte da  Eutropio e da Svetonio, falsamente vengono loro attribuite.     Digìtized by Google     — ir» —   Al di sopra della mela di questa colonna Giulia  vi sono scolpili questi due versi:   Ingenio Buzeta tuo bis quinque puellae  Appositi s manibus itane erexere columnam.   Plinio {Hi storia Nat. Lib. XVI. Cap. XL., e Li-  bro XXXVI. Cap. IX.), e Svetonio (nella Vita di  Claudio, Cap. XX.) dimostrano apertamente che l’in-  signe obelisco sia stalo trasportato dall’Egitto a Ro-  ma per comando di Cajo Caligola ; e in séguito, mes-  sa a fondo da Claudio nella costruzione del porto di  Ostia la nave su cui era stato trasportato, la più me-  ravigliosa di quante mai si fossero vedute solcar ma-  ri, il medesimo sia stato collocalo nel circo di Ne-  rone ; ned è da entrare in forse che il medesimo, fre-  giato di quella cospicua iscrizione ne’ due lati, non  sia quello stesso che sempre fu tenuto per l’obelisco  vaticano. Di questo attestano tutti gli scrittori più  accreditati, che non sia mai stato mosso da dove per  la prima volta fu inalzato, nè in alcun tempo atter-  rato, fino a tanto che, volendolo Sisto V. Pont. Massi-  mo, l’anno 1586 fu trasportato dal luogo, dove pri-  ma era posto, mediante un congegno di macchine ma-  ravigliose di Domenico Fontana del contado di Campo  Novocomese, nella piazza di S. Pietro, dove al giorno  d’oggi si trova. Di tanto unanimemente ne stanno  mallevadori in particolar modo Angelo Decembrio,  Poggio Fiorentino, Mafeo Vegio, Francesco Alberiino,  Pietro Angelio Bargeo, Onofrio Panvinio, Bartolomeo  Marliano, Filippo Pigafelta , Andrea Palladio, Ber-  nardo Gamuccio, Michele Mercato, Famiano Nardinio, Kirhero, Domenico Fontana , Giampietro Bello-  rio, Carlo Fontana, Filippo Bonanno, Angelo Maria  Bandinio, Francesco Milizia, Cancellieri©, Winckel-  manno, Fea, Giorgio Zoega; l’ultimo dei quali, che  ci diede un’ Opera perfettissima sopra gli obelischi,  impressa a Roma l’anno 1797, come a nome di tutti  gli altri scrisse di quello con facondia (pag. 612):  « Questo dei romani obelischi il solo superstite alle  » rovine della città, si tenne in piedi nel Circo vati-  » cano fino a tanto che l’architetto Domenico Fonta-  » na, per comando di Sisto V. Pontefice Massimo, lo  » trasferì nella piazza di S. Pietro. » Quindi non è da  prestarsi credenza a Ciampinio, a Molineto, a Vitlo-  rellio, a Ficoronio, a Marangonio, a Guattanio, e a  pochi altri, i quali affermarono che il medesimo era  di già abbattuto e steso al suolo allorché si fece la  sua traslocazione sotto il Pontefice Sisto V. nel 1 586.   Tuttavia, giudice e testimonio il Dondi, ora ci si  para innanzi all’ impensata il distico da tempo scol-  pito sopra l’ obelisco, dal quale non fuori di propo-  sito n’ è lecito far congettura eh’ esso avesse incon-  trata cogli altri la stessa sorte, e poscia nel medesi-  mo sito, dove dapprima era posto, sia stato di bel  nuovo inalzato ; ovvero, se non fu ritrovato intiera-  mente abbattuto e steso a terra, fosse almeno così  piegato, che il suo inalzamcnto si avesse a tenere in  conto non altrimenti che di fatto assai meraviglioso,  e da tramandarsi con lode alla memoria dei posteri  per mezzo d’ un monumento cospicuo cesellalo a Ro-  ma ; al quale in séguito, come sarà a vedersi dalle  cose che qui sotto si diranno, se ne aggiunse un altro di simile a Pisa. Per verità, tostochè lesesi questo  distico, ci ricorre alla memoria quel tetrastico sopra  quella grandissima mole di marmo, tradotta per mare  ed inalzata il secolo XI. dalle mani di dieci fanciulle,  per il sommo ingegno del chiarissimo architetto Bu-  scheto; il quale tetrastico si vede scolpito nel medesi-  mo tempo sopra il di lui sepolcro, che fronteggia il  tempio maggiore di Pisa, e parla così :   Quod vix mille boum possent juga junctn movere ,  Et < fuod, vix poluil per mare ferve ralis,   Busketi iiisu, quod crat mirabile vini ,   Dena puellarum turba levabai onus.   Del qual tetrastico, siccome è noto, furono fatte  tante e così scipite interpretazioni, che il fatto delle  dieci fanciulle si spacciò per una favola ; quasi che  quelle parole non si potessero applicare all’ inalza-  mene della gran mole, portato a termine per opera  di Buscheto con tale perfezione, che dieci donzelle  colle sole loro mani sarebbero state da tanto a quel-  l’ impresa, e che a loro in certa guisa sembrasse do-  versi attribuire la grande erezione. Pare che P opi-  nione popolare abbia condotto in errore tutti coloro  che di questo fatto hanno discorso per iscritto ; cioè  che il contenuto in quei quattro versi accennasse alle  macchine costrutte da Buscheto nella fabbrica del  tempio pisano ; perchè il medesimo, ma in altri versi,  vi si leggeva in lode di Buscheto sulla facciata di  quel tempio, cominciato l’ anno 1 063, e condotto a  fine nel volgere dello stesso secolo. Per quanto poi si  sa, nessuno avrebbe sospettato se sia da intendersi lo  stesso intorno al lavoro eseguito in Roma. Se non che quelli che giudicano imparzialmente  de’ fatti, e sono di parere che P obelisco nel medio-  evo sia stato atterralo, e poco dopo novamente inal-  zato da Buschelo, sembra ciò possano fare senza tac-  cia di errore, se specialmente considerino che tutti  quegli aggiunti, rappresentati ab antico colle stesse  parole intorno al trasporto dell’ obelisco sopra una  nave d’ una meravigliosa grandezza, e la maniera  stessa adoperata nel suo secondo inalzamento, acqui-  stano insieme chiarezza e fede ; altrimenti non veggo  quello che se ne possa dire di vex*o e di ragionevole  su questo fatto. Che P obelisco sia stato fermo in pie-  di almeno sino all’anno -1053 presso la Cappella della  Basilica Vaticana, nel qual luogo sino dal principio  era stato posto , è chiaro dalla Bolla di papa Leo-  ne IX., per Li quale viene confermato il fondo ai Ca-  nonici della Basilica medesima, nel cui terzo lato (dis-  se) corre un'altra via dall'aguglia che si nomina Sepol-  cro di Giulio Cesare ; colla qual denominazione sol-  tanto apparisce sia stato in uso nel medio-evo d’ indi-  carsi questo monumento ( Collezione delle Bolle della  Basilica Vaticana di Roma, i 747, Tomo I. pag. 25).  Dagli anni succedenti a quel medesimo secolo fino al  1084 tennero dietro quei lagrimevoli tempi, ne’ quali  per la discordia di Enrico IV. e Gregorio VII., che  tra loro si combattevano, toccò a Roma di patire  moltissime calamità, nonché assedj, incendj, smantel-  lamenti e distruzioni di fabbriche anche in quella  parte che si chiamava Città Leonina, in cui stava  l’obelisco: le quali cose tulle noi leggiamo testimo-  niate publicanienle da scrittori di quell’età, c di già  scritte da storici accurati d’ Italia di tempo posterio-  re nei loro divulgati lavori, senza che mai ne accada  per avventura di vedere da essi fatta alcuna menzione  dell’ obelisco ; onde sorge qualche probabilità, che  ad esso pure sia toccata in quel tempo la medesima  disgrazia d’essere rovesciato. Questo certamente cade  ora in taglio di osservare, che niuno di quelli de’quali  abbiamo gli scritti circa le antichità di Roma, o di  quelli de’ quali abbiamo le collezioni da gran tempo  date in luce delle antiche iscrizioni, ha fatto mai cen-  no del distico intorno a Buscheto; non pure eccet-  tuato lo stesso Petrarca, che sappiamo aver egli stu-  diosamente esaminato gli antichi monumenti, e del-  l’ obelisco aver fatto parola soltanto secondo la voce  del popolo ( Epislolae familiares , Lib. VI. Ep. XI. pa-  gina 199, edit. Genev. 1601). Noi pertanto andiamo  debitori al Dondi, siccome a quello che forse primo  di tutti ci diede una giusta conoscenza del tetrastico  pisano, e la notizia della mole insigne ultimamente  alzata in Roma, la quale è di moltissimo vantaggio  per far conoscere la storia delle arti meccaniche del  medio- evo in Italia : soggetto di un voluminoso ed  utilissimo scritto.   Un silenzio così durevole ed universale non può  essere di certo a molti senza ammirazione ; ma ove  essi considerino che l’ obelisco di bel nuovo inalzato  era stato a cielo scoperto bersaglio delle ingiurie dei  tempi per il giro di quasi tre secoli avanti il Dondi, e  che mostrava quel distico a lettere sfuggevoli, seb-  bene ab antico scolpite, difficili alla lettura per la  sconvenienza del sito, talché siasi preso Buzeta per  Buscheto ; e che finalmente nel secolo XV. le medesi-  me erano del tutto scomparse, non avranno più luogo  sì fatte meraviglie. Senza dubio Angelo Decembri o  11011’ Opera ripiena di scelta erudizione e poco cono-  sciuta, scritta circa la metà di quel tempo, intitolata  hibri selle di polizia letteraria , c data ai tipi in Augu-  sta l’anno 1540 (pag. cui.) in foglio, ce lo rappre-  senta tanto ridotto a mal termine, che non dee fare  stupore sia esso sfuggito a’ curiosi indagatori degli an-  tichi monumenti, ed abbia indotto Guarino Veronese  a parlare in tal foggia: « Quel lato eh’ è posto a Mez-  » zogiorno viene corroso ogni dì più dai continui va-  » pori dell’ Austro e dalle procelle ; e i geometri e gM  » architetti tutti del nostro tempo ne trovarono tanto  » di logoro, che ritengono sia scemato da imo a som-  » mo quasi duecento libre. » E il Cardinale Pietro  Bembo nel Dialogo ad Ercole Strozio intorno la zan-  zara di Virgilio e le favole di Terenzio, impresso la  prima volta a Venezia l’ anno 1 530 con altre sue Ope-  rette, mette in bocca a Barbaro Ermolao questi delti :  « Appena si può descrivere a parole la grave colpa  » che hanno i Romani per quell’ obelisco vaticano,  » i quali, quasi invidiando che sopravivesse una qual-  » che opera alla nostra età, cui lunghezza di anni o  » durata di tempo non valesse a distruggere, adope-  » rarono sì che fosse quasi tolto alla publica vista per  » mezzo di ammonticchiati rottami e murate easu-  » pole. »   Ma che il Dondi si abbia procurato colle osserva-  zioni sulle romane antichità cognizioni per dare a  buon diritto lodi secondo le azioni, n’ è prova la Letlera diciottesima a Paganino Sala, decoralo poco in-  nanzi della dignità di Cavalliere : nella quale difende  che la scienza delle leggi è da tenersi in maggiore  estimazione che l’arte militare, scrivendo: « Che il  » Senato e il popolo romano avessero operato secondo  » questo parere di Cicerone, lo attestano alcune fac-  » ciate, le quali sino al giorno d’ oggi si conservano  » nella città scolpite in marmo, alcune delle quali,  *) nè m’ inganna la mia memoria, ho lette io stesso,  » dove vengono anteposti in ordine di scrittura gli  » uomini famosi in pace per consiglio a quelli che  » travagliarono nella guerra. A’ piedi della rupcTar-  » péa si conserva uno splendido arco trionfale di  » marmo, che tiene inscritti due grandi uomini, vale  » a dire Lucio Settimio e Marco Aurelio, sopra cui  « dopo una lunga serie si offrono a lettera alcune  » cose in proposito, le quali, tienle a mente, sono  » queste: Ob rem publicam restitulam itnperiuinque  » populi romani propagatimi insignibus virlutibus eorum  » domi forisque. Ecco preferirsi il publico interesse  » consolidato per senno alla conquista dell’imperio,  » e i grandi in pace a’ grandi in guerra, quantunque  » senza dubio l’ una e l’ altra sia cosa gloriosa. Così  » il titolo di Dottore avuto per scienza in Diritto ci-  » vile, colla quale si amministrano bene in pace i  » publici affari, si giudica doversi anteporre al titolo  » di Condoiliere d'eserciti , colle armi de' quali si gover-  ni nano le cose al di fuori. » Posciachè il Dondi ebbe  osservate le rovine della romana antichità, nella Let-  tera duodecima al frate Guglielmo da Cremona ne  scriveva in tal modo : « Quantunque poche ne sieno    » rimaste delle opere degli antichi ingegni, pure se  » alcune qua e là se ne conservano, vengono ricerca-  » te, esaminate, e tenute in gran pregio dagli appas-  » sionati in tal genere; e se vorrai mettere a para-  » gone queste dei giorni nostri con quelle, ti sarà  » chiaro come gli autori di quelle sieno stati più av-  » vantaggiati dalla natura e dall’ ingegno, e più dotti  » nel magistero dell’arte. Parlo di edifizj antichi, di  » statue, di sculture, e d’altre cose di simil fatta,  » alcune delle quali, con diligenza osservate dagli ar-  » telici di questa età, li fanno dare nelle meraviglie.»  Nella qual Lettera stessa, dopo di avere trattato dif-  fusamente sulla eccellenza degli antichi, aggiunse an-  che le seguenti cose, spettanti allo studio degli anti-  clii monumenti : « Io avrei credulo che tu ti avessi  » occupato con piacere a leggere di quando in quan-  » do scritti di tale specie, o almeno alcuni dei prin-  » cipali tra essi, ed in quelli ne avessi considerato in  > molte parti, non senza stupore, i costumi e le azio-  » ni dei tempi andati : perchè se vorrai con giustizia  » raffrontare quelli con questi che di presente cono-  » sciamo, sarai costretto a confessare che la giustizia,  » il valore, la temperanza e la prudenza hanno avuto  » certamente un seggio luminoso nei loro animi, e  » dall’ impulso di quelle virtù si hanno procacciato  » alcun che di magnifico a gran lunga superiore alle  » più larghe mercedi. Del resto, prova di ciò sono  » quelle cose che, ordinate una volta per onorare  » gloriose intraprese, durano ancora nella città di  » Roma. Conciossiachè sebbene molle e delle più pre-  » ziose ne abbia mandalo a male il tempo, e di alcune   » sieno mostrate soltanto le rovine, che ci presen-  ti tano alcune tracce di ciò che per lo innanzi erano;  » tuttavia quelle poche e a meraviglia stupende che  » ne restano, sono più che bastanti onde fare testi-  » monianza che coloro i quali le decretarono, non  » poteano essere che dotati di somma virtù, e che co-  « loro a’ quali venivano dedicate ad eterna ed onore-  » vole ricordanza doveano avere operato gesta ma-  » gnanime e strepitose. Voglio dire statue che, fuse  » in bronzo o scolpite in marmo, durarono fino al  » giorno d’ oggi ; e mollissimi pezzi sflagellati a tor-  li ra, ed archi trionfali di pietra di gran lavoro, e co-  li lonne storiate di memorabili imprese, ed altre cose  » moltissime di tal genere, messe alla vista di tutti  » onde onorare personaggi illustri o per avere sta-  li bilita la pace, o scampata la patria da sovrastante  » pericolo, o disteso il dominio sulle vinte nazioni.  » E siccome mi sovviene eli’ io vi leggeva con molto  » mio compiacimento, così voglio sperare che tu pu-  lì re, passandovi sopra qualche fiala, le avrai con-  » siderale, e fatto sovr’ esse alcun segno di meravi-  » glia, ed avrai detto per avventura teco stesso : Que-  ll ste per fermo sono prova d’ uomini grandi. »   Resta che a fornire l’ elogio del Dondi io lo di-  mostri anche amante dello studio poetico, onde sia  manifesto com’ egli abbia occupato un luogo cospicuo  fra i Medici del suo tempo. Anche i meno esperti di  tali cose sapranno che delle sue composizioni italiane  una sola ne fu data alle stampe, indirizzata al Pe-  trarca, la quale con altre dello stesso autore suolsi  vedere congiunta, e ne fu fatta memoria nel Dizionario degli Academici Fiorentini della Crusca. Ma nel  codice manoscritto, di cui sul principio ho fatta menzione, se ne leggono quaranta del genere di quelle  che con vulgare vocabolo è invalso chiamare Sonet-  ti. Queste trattano di varj argomenti, e specialmen-  te dell’ amore alla virtù, della malvagità dei costumi  del suo tempo , della lode e del biasimo di alcuni  Principi allora regnanti, di città vedute nel suo viag-  gio per Roma, di risposte ad amici; e di amorose as-  sai poche, ben diversamente da quello che portava il  suo secolo.   Le poesie volgari del Dondi furono scritte a mes-  ser Francesco Petrarca, e a quelli amatori delle Mu-  se che a lui erano legati in istrelta amicizia ; cioè a  Gasparo Broaspitia veronese, a Francesco Vanozzi,  a Melchiore e Benedetto parimente veronesi, a Bar-  tolomeo Pace padovano, al frate Guglielmo da Cre-  mona, a Giovanni di Venezia suo condiscepolo, a  Bartolomeo Campo, e a Giacomo Castellione Aretino.  Il Dondi visitando la tomba del Petrarca in Arquà  scrisse forse il primo di tutti su tale argomento una  composizione, imitato poscia da uomini dotti d’ogni  nazione e d° ogni tempo ; cosicché coll’ andare degli  anni io ho raccolto versi in gran copia sopra questo  soggetto, i quali potrebbero uscire in luce con gene-  rale approvazione.   La poesia usata dal Dondi non è sempre sciolta e  facile; tuttavia è fornita di gravità e di eleganza: gli  piaque di framischiare sovente versi latini ai volgari,  come sappiamo su IP esempio degli antichi poeti es-  sersi usalo fare da alcuni moderai con vano sforzo. Nella sua giovinezza atlendeva con piacere a verseg-  giare, come scrive a Guglielmo da Cremona:   Già nella vaga elade de’ prim’anni   Mi piaque udir e dir talvolta in rima,   Benché con grosso stile e rude lima :   Poi che l’alma vestir di miglior panni   Mi piaque più, perch’io conobbi i danni  Dei persi di, lasciai la via di prima.   Prendendo quel che piu prezzo si stima  Con maggior cura e studiosi affanni.   I codici scritti a penna assai di rado ci offrono  versi del Dondi, ed io ne ho veduti se non pochissimi  in due soltanto: uno de’ quali trovasi nella Biblioteca  del Seminario di Padova, un tempo posseduto dal  Facciolati ; l’ altro squarcialo, e mal difeso dalle in-  giurie dei tempi, fu da me rinvenuto poco fa nell’ul-  tima stanza della Basilica di S. Marco in Venezia, e  portato nella Biblioteca regia : il perchè non dee pa-  rere fuori di ragione eli’ io ponga qui appiedi di que-  sta Lettera, come per saggio, sei componimenti volgari  di esso Dondi.   Da tutto il fin qui detto risulta, che presso i giu-  sti estimatori degl’ingegni il Dondi andò fornito di  tanta e sì svariata dottrina, che v’ ha onde tenerlo del  tutto eccellente fra i pochi periti in Medicina del suo  secolo, e che perciò non ho gettato inutilmente il tem-  po e la fatica nel farlo riconoscere per tale.   Venezia,  Se’l veder torto del vostro Giovanni  Mira la region terrestre ed ima.   La gente ricercando in ogni clima,   Ebrei, Latini, Greci ed Alemanni,   Regni comuni, e sudditi a’ tiranni ;   Al mal son pronti, e per quel si sublima,  Spenta è virtù, e la fortuna opima  Col vizio sta su gloriosi scanni.   Ito è il tempo che fu col buon Augusto,  Rari son quei che per virtù guadagna;  Astuzia e frodo regna con bugia.   A cui dunque direm del calle angusto,   Per qual si va con la virtù compagna?  Degno è del mal così lagnarsi pria. Oli puzza abbominabil di costumi!   Oli maledetti dì di nostra etade!   Oli gente umana senza umanitade!   Più che senza splendor oscuri fumi!   Convien che ’l mondo in breve si consumi.  Poiché giustizia ed innocenza cade;   E sol quell’arte e studio par che aggrade.  Per qual l’un l’altro offenda, inganni e schiumi.   Qual’ cieli infortunati, qual’ figure.   Qual’ mimiche stelle o gravi segni  In ogni nostro ben or s’è disperso?   Quanto beate fur più le nature   Nell’imperio d’ Augusto, quando ingegni,  Virtute e pace ebbe l’Universo! Cantra insolenliam Fenetorum inferentium  guarani Amino Paduae.     Se la gran Babilonia fu superba,   Troja, Cartago, e la mirabil Roma,   Che ancor si vede, e quell’ altre si noma.  Ma dove sletler pria stan selve ed erba;  E se altra possa fu mai tanto acerba  A metter sopra altrui gravosa soma.  Tutte san già quant’ogni orgoglio doma  Al fin colei clic a sè vendetta serba.   Però qualunque è maggior signoria  Dovrebbe rifrenar con più misura  Fraterna di giustizia sua potenza;   Di aver con suoi minor consorte pia.   Non arrogante, ingiuriosa e dura,   E temer sopra sè dal Ciel sentenza.  Cum visitasset sejiulchrum Domini Fraudici PelrarcUae  in A rquada.     Ilei sommo cielo con eterna vita  Gode P alma felice tua, Petrarca ;  Quindi di sodo sasso in nobil’ arca  La terrena caduca parte uscita.   La fama del tuo nome già gradita  Sonando va con gloriosa barca,   Di vera lode e d’ogni pregio carca,  Per l’Universo in ogni canto udita.   Nelle scritte sentenze tue si vede  La gentilezza dell’ingegno divo,   E qual sii stato in cattolica fede. Forò chi anco t’ama non è privo  Ancor di te; c chi morto li crede  Erra, ch’or vivi e sempre sarai vivo.     Y.   Joannes ile Domiti socio et eoiuliscipulo tuo Joanni de  Fenetiis studenti in Medicina, qui tcripseral eidem  quondam tmlgares rhythmos.     Le tue parole mi par belle tanto,   E sì bene ordinate tutte quante.   Qual se dette le avesse o Guido o Dante,  Ovvero esaminate in ogni canto.   Però quando fra me mi penso alquanto,  Parmi che tu non sei molto distante  Da color che tu imiti, buon rimante,   E che han vestito di quell’arte il manto.   Ond’io ti prego che scrivi talvolta,   Sì che svegli il mio piccol ingegno,   Per te sottratto dalla turba stolta.   Onor ti renderò, che sei ben degno.   Più che’l fanciul al maestro ch’ascolta.  Guardando a te col balestriere <0 al segno.   (t) Così il codice.     Dica contra chi vuol: il saper vale   Più che il folle ardimento, cd ogni schiera  Produrrà a torto quantunque sua fiera:  Per ragion giusta, dee terminar male.   E chi per van conforto d’altrui sale  Oltra quel che convien a sua maniera.  Degno è che non governi ben bandiera,  Nè ben cavalchi alcun sotto sue ale.   Adunque imprenda pria quei che non sanno,  E non ardisca saltar di leggieri ;   Contra s’alza a baldezza di vesciche.   Chè chi è corrente ha più volle le fiche,  E scaccomato in mezzo il tavolieri,   Sì ch’ei riporta la vergogna e ’l danno.   . .tK*rCP    odiatene     di »oti 3oo esemplati.   BUSCHETO di Isa Belli Barsali - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 15 (1972) Condividi     Pubblicità BUSCHETO (Busketus, Buschetto, Boschetto). - Si ignorano l'origine e gli estremi biografici di questo architetto attivo a Pisa tra il terzo venticinquennio del sec. XI e i primi del XII. Compare in due soli documenti certi, del 2 dic. 1104e del 2apr. 1110 (pubblicati dal Pecchiai), e come operarius di S. Maria. Fu l'ideatore del progetto della cattedrale pisana e come tale infatti è ricordato ed esaltato, nel paragone con Ulisse e con Dedalo, nell'iscrizione che si legge sulla sua tomba collocata nella prima arcata a sinistra della attuale facciata (trasferitavi da quella primitiva): "Non habet exemplum niveo de marmore templum. / Quod fit Busketi prorsus ab ingenio". Una più tarda iscrizione elogiativa aggiunta sul sarcofago in occasione del trasferimento della tomba dalla vecchia alla nuova facciata (al tempo cioè dell'architetto di quest'ultima, Rainaldo) esalta del B. soprattutto le capacità tecniche: "Quod vix mille boum possent iuga iuncta movere / Et quod vix potuit per mare ferre ratis / Busketi nisu quod erat mirabile visu / Dena puellarum turba levabat onus". Accenti assai simili aveva un'epigrafe romana, ora scomparsa, trascritta da G. Dondi (1375), che celebrava un "Buzeta" per aver nuovamente eretto l'obelisco nel circo neroniano: "Ingenio Buzeta tuo bis quinque puellae / appositis manibus hanc erexere columnam". Questa somiglianza di tono nelle due epigrafi, pisana e romana, indusse il Morelli a proporre l'identificazione di "Buzeta" con Buscheto.  Non risulta certo che sia da identificare con il B. che compare nel 1076 e 1078 in due atti della canonica del duomo di Pistoia (L. Chiappelli, Storia di Pistoia..., Pistoia 1932, p. 159). Per altre ipotesi (B. del fu Giovanni giudice dei signori di Ripafratta, Monini, pp. 10-14), basate su documenti presunti (10 febbr. 1100 e 1105) o per documenti (Pecchiai, p. 20) poinon rintracciati (13febbr. 1104 e 18 luglio 1105), si veda Scalia (pp. 514 s.).  I lavori della cattedrale pisana, iniziati nel 1063 al tempo del vescovo Guido da Pavia, proseguirono, sostenuti da donazioni, tra cui quelle di Enrico IV e della contessa Matilde, per tutto il secolo XI e i primi decenni del secolo seguente. Papa Gelasio II nel 1118 consacrava la cattedrale, forse non ancora del tutto compiuta. Dopo questa data, l'edificio venne ampliato con il prolungamento a ovest del corpo longitudinale della chiesa, di circa quindici metri, che portò di conseguenza alla costruzione dell'attuale facciata (per il Sanpaolesi nel secondo quarto del sec. XII. Per le fondazioni della prima facciata si veda Bacci, 1917).  L'individuazione, ovviamente fondamentale, dell'attività di B. nella parte più antica del duomo, ha avuto un lungo iter critico. Alla luce degli studi recenti è da credere che il B. progettasse e iniziasse la costruzione in età ancor giovane, proseguendone poi la fabbrica fino al primo decennio del sec. XII.  Molte ipotesi sono state avanzate sui tempi e i modi della fabbrica del duomo durante la direzione di Buscheto (Dehio-von Bezold; Salmi, 1938;Sanpaolesi). Una documentazione indiretta aiuta solo parzialmente. Accettando l'ipotesi del Burger (1953), che l'epigrafe con data 1085 murata sulla porta della pieve nuova di S. Maria del Giudice (Lucca) vada riferita al completamento dell'abside di questa chiesa - anteriore stilisticamente alla sua facciata - il1085verrebbe ad essere anno ante quem per il completamento di una parte dei lavori al duomo pisano attribuibili a B., dato il rapporto esistente tra il duomo di Pisa e l'abside della pieve nuova di S. Maria del Giudice: la chiesa del contado lucchese sarebbe anche il più antico edificio derivato dalla cattedrale pisana.  I forti pilastri interni all'incrocio del transetto delineano le dimensioni della cupola e autorizzano a ritenere che B. progettasse anche questa parte (Sanpaolesi), anche se poi è possibile che i lavori si protraessero. La cupola originaria - poggiante su un tamburo con monofore ad archetto e su trombe coniche venute in luce durante i restauri del secondo dopoguerra - indica rapporti con l'architettura del Mediterraneo orientale e della Sicilia.  Un problema aperto è quello della forma della facciata di B., forse già compiuta nel 1118 quando fu consacrata la chiesa, certo già esistente quando nella chiesa fu tenuto un concilio nel 1136, e disfatta probabilmente dopo la costruzione della nuova. Ipotesi ricostruttive possono trovare appoggio nell'esame analitico e comparativo di alcune facciate di chiese pisane (S. Frediano di Pisa, la pieve di Calci già aperta al culto nel 1111, la pieve di Vicopisano) e lucchesi (le due pievi di S. Maria del Giudice), tutte in contatto con la cattedrale pisana. Queste facciate mostrano una ricorrente tipologia ad archi ciechi su due ordini, che si presenta in logico e armonioso rapporto con quella soluzione ad archi ciechi che compare nei fianchi del duomo di Pisa.  Il linguaggio di B. non è certo riconducibile ad una tradizione locale, ed è estremamente colto. Accettando l'ipotesi di identificazione con il "Buzeta" dell'iscrizione romana, il soggiorno a Roma illuminerebbe sul sottofondo classico della sua cultura: l'impianto dell'edificio e i grandi colonnati basilicali, i capitelli foggiati ad imitazione dell'antico, la quasi completa assenza di decorazioni figurate rivelano infatti la conoscenza e lo studio delle opere romane; è significativo che anche il neoclassico Milizia ne notasse "le proporzioni del tutto non... spregevoli" e la "sodezza". Nello stesso tempo B. è a conoscenza dell'architettura lombarda e dell'architettura orientale, dalla bizantina all'araba. Contatti e rapporti culturali sono d'altronde superati in una unitaria visione di grande respiro, che fa di B. uno dei massimi architetti dei secoli XI e XII.  La cattedrale pisana è capostipite del romanico pisano. All'opera di B. e del suo continuatore Rainaldo si rifece non solo la generazione a loro più vicina, ma una folta scuola, estesasi nella Lucchesia, nel territorio fiorentino, e nelle zone politicamente o commercialmente in rapporto con Pisa (in Sardegna e in Puglia), scuola che ne mantenne alcuni tratti essenziali, pur modificandosi nel tempo e nei diversi centri.  Fonti e Bibl.: B. Maragone, Annales pisani, in Rerum Italic. Script., 2 ediz., VI, 2, a cura di M. Lupo Gentile, pp. 1 ss.; R. Sardo, Cronaca pisana, a cura di O. Banti, Roma 1963, pp. 7 ss.; G. Dondi, Iter romanum (1375), in Codice topografico della città di Roma, a cura di R. Valentini-G. Zucchetti, IV, Roma 1953, p. 68; F. Milizia, Mem. degli architetti antichi e moderni, Parma 1781, p. 112; A. Da Morrona, Pisa illustrata, Pisa 1812, pp. 119, 147, 148, 175, 362; I. Morelli, Operette, II, Venezia 1820, pp. 285 ss.; R. Grassi, Descriz. Stor.-artistica di Pisa, Pisa 1836, Parte storica, p. 124; Parte artistica, pp. 22 ss.; G. Rohault de Fleury, Les monuments de Pise au Moyen Age, Paris 1866, pp. 48 ss.; G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, I, Romae 1880, p. 330; G. Dehio-G. von Bezold, Die kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, Stuttgart 1884, pp. 230 ss.; S. Monini, B. pisano, Pisa 1890; P. Schubring, Pisa, Leipzig 1902, pp. 17, 34, 44, 74; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, III, Milano 1903, pp. 835 ss.; J. B. Supino, Arte pisana, Firenze 1904, pp. 4, 20-22, 32, 37, 44; P. Pecchiai, L'opera della Primaziale pisana, Pisa 1906, pp. 20 ss.; R. Papini, Pisa, I, Roma 1912, p. 4; Id., La costr. del duomo di Pisa, in L'Arte,XV (1912), pp. 344 ss.; P. Bacci, Le fondaz. della facciata del sec. XI nel duomo di Pisa, in Il Marzocco, XXII (1917), n. 35; P. Tronci, Il duomo di Pisa, a cura di P. Bacci, Pisa 1922; M. Hauttmann, Die Kunst des frühen Mittelalters,Berlin 1924, pp. 83, 84, 714; M. Salmi, L'architettura romanica in Toscana, Milano-Roma s.d. (ma 1927), pp. 11, 12, 14, 15, 16, 17, 24, 40 n. 26; P. Toesca, Il Medioevo, I, Torino 1927, pp. 467, 548 ss., 660 n. 39, 1127; S. Guyer, Der Dom zu Pisa und das Rätsel seiner Entstehung, in Münchner Jahrbuch der bildenden Kunst, IX (1932), pp. 351 ss.; M. Salmi, La genesi del duomo di Pisa, in Boll. d'arte, Thümmler, Die Baukunst des XI. Jh.s in Italien, in Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte, III (1939), pp. 183-188; C. L. Ragghianti, Architettura lucchese e architettura pisana, in Critica d'arte, s. 3, VIII (1949), n. 2, pp. 168 ss.; S. Burger, L'architettura romanica in Lucchesia e i suoi rapporti con Pisa, in Atti del Seminario di storia dell'arte, Pisa-Viareggio 1953, pp. 126 ss.; P. Sanpaolesi, La facciata della cattedrale di Pisa, in Riv. dell'Ist. d'archeol. e storia dell'arte, V-VI(1956-57), pp. 254 ss. e passim;Id., Ilrestauro delle strutture della cupola della cattedrale di Pisa,in Boll. d'arte, s. 4, XLIV 1959), pp. 100-230; S. Burger, Osservazioni sulla storia della costruzione del duomo di Pisa, in Critica d'arte,VIII (1961), pp. 28 ss.; R. Barsotti, B. e Rainaldo, in Cattedrale di Pisa. 1063-1963 (catal. della mostra), Pisa 1963, pp. 12-14; R. Delogu, Pistoia e la Sardegna nell'architettura romanica, in I Convegnointernaz. di storia e arte,Pistoia Scalia, Ancora intorno all'epigrafe sulla fondazione del duomo pisano, in A G. Ermini, Spoleto 1970, pp. 483 ss.; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, V, p. 289, s.v. Busketus. Wikipedia Ricerca Circo di Nerone Circo scomparso della Roma antica Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento siti archeologici d'Italia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Circo di Nerone (o Vaticano) Sito archeologico Roma Nero Circus.jpg Ricostruzione del Circo di Nerone in un disegno di Pietro Santi Bartoli Civiltà Civiltà romana UtilizzoCirco Localizzazione StatoCittà del Vaticano Mappa di localizzazione  Wikimedia | © OpenStreetMap Il circo di Nerone era un impianto per spettacoli dell'antica Roma lungo 540 metri e largo circa 100, che sorgeva nel luogo dove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vaticano, in una valle che correva da dove si trova la parte sinistra della basilica fino quasi ad arrivare al Tevere. L'area dei Carceres, da dove partivano le bighe, era situata nel punto dal quale la Via del Sant'Uffizio lascia piazza Pio XI, mentre quella del lato curvo va rintracciata qualche decina di metri dopo l'abside della basilica di San Pietro.  StoriaModifica L'opera, iniziata da Caligola e completata da Nerone, era stata costruita all'interno della villa di Agrippina Maggiore, villa che alla morte della madre di Caligola passò in eredità a Nerone.  Nel circo privato dell'imperatore si tenevano corse di cavalli, bighe e quadrighe, molto popolari a Roma, tanto che in alcune occasioni l'imperatore, che normalmente vi assisteva solo con la sua corte, fece aprire le porte del circo al popolo romano. È probabile che l'impianto non dovesse contenere più di 20.000 spettatori.  Qui ebbero luogo, forse per la vicinanza all'adiacente necropoli, alcune esecuzioni dei cristiani giudicati colpevoli di aver causato il grande incendio di Roma. Nerone, secondo Tacito, aggiunse lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli di animali perché fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli al rogo come fiaccole, che illuminassero l'oscurità al termine del giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva organizzato giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d'auriga o guidando un carro da corsa. In tal modo si aveva pietà di quei condannati, benché colpevoli e meritevoli del supplizio, perché venivano sacrificati non per l'utilità pubblica ma per la crudeltà di uno solo.[1]  Il circo fu abbandonato già verso la metà del II secolo d.C. e l'area fu suddivisa e assegnata in concessione ai privati per la costruzione di tombe appartenenti alla necropoli. Tuttavia pare che fino al 1450 ne sopravvivessero ancora molti resti, distrutti con la costruzione della nuova basilica vaticana.  L'obelisco, che era posto al centro della spina del circo, era stato per volere di Caligola trasportato fin qui da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. Qui rimase fino a che nel 1586 papa Sisto V lo fece spostare al centro di Piazza San Pietro.   L'area dove sorgeva anticamente il Circo di Nerone.  NoteModifica ^ Publio Cornelio Tacito, ''Annales, XV, 44. Voci correlateModifica Basilica di San Pietro in Vaticano Via Cornelia Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su circo di Nerone. Portale Antica Roma   Portale Architettura   Portale Roma Necropoli vaticana Ager Vaticanus Via Cornelia Strada romana antica  Wikipedia Il contenutoGrice: “I thought it was a good idea of the Anglo-Normans to retain the Anglo-Saxon idea of ‘time’ (as stretch – a rather English root – cf. German ‘zeit,’ our ‘tide’ --, and borrow from Latin, ‘tempus’, which gives us ‘temporary’, as I use in my ‘Personal Identity,’but also ‘tense’ – This tense is better than by vice/vyse, since vice and vyse are both cognate with violence. But tense and tense are not. One is cognate with Latin tension. The other is just a mispronounciation of Fremch ‘temps,’ Latin/Roman ‘tempus’ – So as Cicero would have it, it’s ‘tempus’ we should care about!” -- Giovanni Dondi dall’Orologio. Giovanni De Dondi. Dondi. Keywords: l’astrarium, Leibniz’s Law, time-relative identity, total temporary state (Grice: “I’m thinking of Hitler”); Wiggins, Myro, The Grice-Myro Theory of Identity, sameness and substance, Mellor, filosofia del tempo, Prior, Creswell, Mellor – logica cronologica, ‘tense logic’ ‘tense implicature’ -- “iter romanorum”. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Dondi” – The Swimming-Pool Library.

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